LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO" A-Z B BR
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Braibanti – filosofia italiana –Luigi Speranza (Fiorenzuola d’Arda). M. Castell’Arquato. H. P. Grice: “I guess B. compares to
Wilde at Oxford – he wanted to be a pupil at Magdalen, because ‘it’s such a
pretty college’ – Douglas had a lot to do with it! Wilde is said to have said
before the king who abdicated that ‘only the poor learn at Oxford.’ Gilbert and
Sullivan popularised the idea that at Oxford you were either a Paterian (an
aesthete) or an athlete. I guess i was both: I was ‘musical’ – had played Ravel
at Clifton, and always kept a piano in my rooms – and yet I played cricket,
football – I captained the Corpus team for a term – and golf!” Filosofo italiano -- è stato uno scrittore, sceneggiatore e
drammaturgo italiano. Intellettuale, partigiano antifascista e poeta,[2] nella
sua vita si è occupato di arte, cinema, politica, teatro e letteratura, oltre a
essere un appassionato mirmecologo.[3] Biografia Infanzia e giovinezza Nasce e
trascorre l'infanzia a Fiorenzuola d'Arda, in provincia di Piacenza,
accompagnando spesso il padre medico condotto nei ripetuti spostamenti
attraverso la provincia piacentina, dove ben presto scopre la centralità del
mondo naturale e sviluppa un pensiero acuto e radicale in tema di ecologia e salvaguardia
dell'ambiente, rispetto della vita animale e un particolare interesse per i
costumi degli insetti sociali: formiche, api e termiti. In pieno periodo
fascista vive "in una famiglia illuminata e ferma nel rifiuto di ogni
situazione autoritaria e clericale"[4]. Tra i sette e gli otto anni inizia
a scrivere i primi testi poetici. Tra i suoi interessi scolastici vi sono
Dante, Petrarca, Carducci, Pascoli e D'Annunzio, ma soprattutto Leopardi e
Foscolo, ed è in quel periodo che inizia la sua attività poetica, abbandonando
subito la rima e le tradizioni stilistiche per scrivere "poesie in
libertà"[5]. Di allora sono anche i primi tentativi teatrali (Amneris), i
primi dialoghetti filosofici (Il veglio della montagna) e i primi "inni
alla natura". Dal 1937 al 1940 a Parma frequenta il Liceo classico
Romagnosi dove ha come insegnante, tra gli altri, Ferdinando Bernini. Studente
eccellente, Braibanti ottiene l'esonero dal pagamento delle tasse. Scrive e
distribuisce clandestinamente a scuola un manifesto, rivolto a "tutti gli
uomini vivi", in cui invita i compagni di liceo a unirsi e organizzarsi
contro la dittatura fascista.[6] Dopo gli studi liceali a Parma si trasferisce
a Firenze e si iscrive alla facoltà di filosofia. Qui nasce l'amore per
Leonardo, Giordano Bruno e soprattutto Spinoza. Inizia a dedicarsi ai collage e
agli assemblage, spesso secondo la tecnica degli objets trouvés, mentre
l'osservazione delle formiche comincia a precisarsi in un interesse che mira a
essere sempre più scientifico. Il periodo fiorentino della Resistenza
partigiana Dal 1940 prende parte alla Resistenza partigiana a Firenze,
partecipa alla nascita dei primi movimenti intellettuali antifascisti, aderisce
al movimento "Giustizia e libertà" e al Partito Comunista
clandestino, insieme con Gianfranco Sarfatti, Teresa Mattei (Chicchi), Renzo
Bussotti e altri. Alla base della decisione non vi sono divergenze ideologiche
con gli azionisti, bensì il desiderio di "conoscere un'altra classe"[7].
Il Partito Comunista infatti, a differenza di "Giustizia e libertà",
era soprattutto il partito della classe operaia, che "portava su di sé il
peso più grande della lotta di classe: io che venivo da una classe sociale
diversa ho voluto far miei le forme e gli scopi della lotta antifascista
partendo appunto dalle necessità improrogabili del mondo del lavoro"[7].
Durante la guerra Braibanti viene arrestato due volte[8]: la prima nel 1943 in
seguito a una retata che coinvolge anche il futuro segretario repubblicano Ugo
La Malfa. Viene scarcerato quando, alla caduta del fascismo, Pietro Badoglio
diede l'ordine di liberare prima i docenti e poi gli studenti, mentre molti tra
i "comunisti adulti" arrestati, in seguito saranno fucilati dai
tedeschi dopo l'8 settembre. Il secondo arresto avviene nel 1944, insieme con
Sandro Susini, Mario Spinella e Zemiro Melas (Emilio), per opera dei
repubblichini della Koch-Carità[8]. Tutti i suoi scritti furono sequestrati
dalle truppe delle SS italiane e furono perduti per sempre[9]. Gli anni del
dopoguerra Nel 1946 è tra gli organizzatori del Festival mondiale della
gioventù che si svolge l'anno successivo a Praga e diviene collaboratore del
PCI in qualità di responsabile della Gioventù Comunista toscana. Nel 1947
abbandona la politica attiva dimettendosi da tutti i suoi incarichi con una
poesia pubblicata sulla rivista Il Ponte, che iniziava con la frase: "Non
è un addio ma un congedo". Declina l'invito di Botteghe Oscure a cambiare
idea ritenendo di "non essere un politico". Il dopoguerra è anche il
periodo in cui si laurea in filosofia teoretica con una originale ricerca sul
tema del grottesco, "inteso – H. P. Grice: intend =def. mean -- come crisi
dell'ideale, e quindi come terra di mezzo fra il tragico e il comico. Il
laboratorio artistico di Castell'Arquato L'abbandono della politica coincide
con la scelta di dedicarsi ai vari aspetti culturali, in primo luogo quelli
artistici. Sempre nel 1947 inizia l'esperienza comunitaria del Torrione Farnese
di Castell'Arquato, un laboratorio artistico con Renzo e Sylvano Bussotti, Salvadori,
Giorgi e altri, che per sei anni diviene uno studio ceramistico e polivalente.
Le opere del Torrione Farnese sono state esposte in varie mostre in molte città
americane ed europee, tra cui una massiccia partecipazione alla Triennale di
Milano. A questo punto finalmente Braibanti può dedicarsi alla poesia, alla
scrittura di opere teatrali, a sceneggiature, ma anche ai suoi formicai
artificiali e a un profondo contatto con la realtà ecologica del tempo. A quel
periodo risalgono i testi che confluiranno nei quattro volumi della raccolta
intitolata Il circo (Atta, 1960), l'inizio dell'operazione cinematografica
intitolata Pochi stracci di sole, rimasta irrealizzata, ma che anni dopo
troverà una continuazione nei film Orizzonte degli eventi e Morphing e nelle sceneggiature
de Il pianeta di fronte e Colloqui con un chicco di riso. A un certo punto
l'amministrazione comunale di Castell'Arquato non rinnovò più il contratto
d'affitto per la torre. Il laboratorio venne chiuso e ogni membro iniziò un
percorso indicato dalle proprie tendenze culturali e artistiche. Il giudizio di
Carmelo Bene Carmelo Bene, in Vita di Carmelo Bene, disse di Braibanti:
"Un genio straordinario. C'intendemmo subito. "Vieni a trovarmi a
Fiorenzuola d'Arda", mi aveva detto. Abitava in una torre molto bella.
Aveva un formicaio che curava maniacalmente. Sapeva tutto delle formiche e di
molte altre cose. Passai da lui dopo la vacanza veneta. Una settimana insieme a
un altro pazzo, il suo editore, progettando spettacoli su palloni aerostatici a
Portofino, sopra le teste dei miliardari in vacanza. Dormivo in camera sua, su
questi letti Ottocento in radica. Uno dei miei tanti padri. Mi sentì un giorno
che leggevo Campana. "Il più grande poeta italiano", disse. M'insegnò
con quella sua vocetta a leggere in versi, come marcare tutto, battere ogni
cosa. Gli devo questo, tra l'altro. Non è poco. Progettavamo insieme come
demolire la convenzione teatrale e letteraria italiana". B. partecipa ai
lavori per il congresso nazionale del PCI, ma il suo intervento è molto
polemico in relazione ad alcuni aspetti di certo stalinismo diffuso. Per questo
non viene ammesso tra i delegati. Braibanti abbandona gli schieramenti
partitici, pur restando rispettoso dei rapporti fraterni con i suoi vecchi
compagni della Resistenza e della conseguente politica. Cassin, conosciuto
durante il periodo della Resistenza fiorentina, distribuisce tramite Schwarz
editore i quattro volumi de Il circo e altri scritti: il primo contiene poesie,
il secondo e il terzo opere teatrali, il quarto saggi e vari scritti. Dello
stesso anno sono l'opera Guida per esposizione e la traduzione in italiano del
Giornale di bordo di Cristoforo Colombo. Si sposta a Roma. In quel periodo
lavora a teatro con il giovane Carmelo Bene, riprende le collaborazioni con Bussotti
e Gelmetti, collabora per un breve periodo alla fondazione dei Quaderni
Piacentini insieme con i fratelli Piergiorgio e Marco Bellocchio. La
collaborazione con Gelmetti riprende per la versione radiofonica del suo lavoro
teatrale Ballata dell'Anticrate, che sarà trasmessa da Radio 3. B. lavora su
una complessa operazione teatrale dal titolo Virulentia: "una catena di
spettacoli monografici che chiamavo "bandi", e che alla fine
sarebbero sfociati nel gioco di specchi di una sceneggiatura
cinematografica". Infatti porta su pellicola con Alberto Grifi il film
Transfert per kamera verso Virulentia. "Virulentia sviluppava in
particolare il rapporto tra persuasione e violenza, e tra persuasione palese e
persuasione occulta". Era il periodo in cui in Italia arrivavano gli
spettacoli del Living Theatre e di Grotowski, molto diversi dall'opera di
Braibanti, che ebbe un grande impatto soprattutto nell'ambiente romano.
"Ogni bando di Virulentia si svolgeva in una serie di tableaux vivants,
nei quali la deconcentrazione e la meditazione producevano una serie di
"percorsi liberi", attraverso i quali alla fine si ricomponeva la
proposta testuale. Si trattava di un teatro nel quale anche la parola svolgeva
un ruolo gestuale". Il lavoro su Virulentia viene illustrato dallo stesso
B. in alcuni dei saggi presenti in Impresa dei prolegomeni acratici. A Roma
tiene una mostra di assemblages insieme a Giampaolo Berto. È il 1968 quando il
giudice legge la sentenza del tristemente famoso "caso B.". Giunto a
Roma, B. continua la sua ricerca e per un anno e mezzo chiede e ottiene la
collaborazione dell'amico Sanfratello, che aveva conosciuto nel periodo del
laboratorio artistico del Torrione Farnese di Castell'Arquato: "...mi sono
spostato a Roma, e Sanfratello mi accompagna, perché venendo a Roma puo
difendersi meglio dalle pressioni assurde del padre, dovute a ragioni
religiose, ideologiche e politiche. I Sanfratello, anche loro piacentini, sono
ultraconservatori, cattolici e tra i più fascisti, e non riuscivano ad
accettare che il loro figlio puo scegliere una vita tanto diversa dalla loro. Sanfratello,
padre di Giovanni, presenta denuncia alla procura di Roma contro B.: l'accusa è
di plagio. In pratica, B. veniva accusato da Sanfratello di aver influenzato
suo figlio e di avergli imposto le proprie visioni e i propri principi. In
realtà, s'intende perseguire la relazione omosessuale dei due. Quattro uomini
irrompono nella pensione romana in cui i due sono ospitati e portano via Sanfratello
colla forza, in una macchina dove è presente anche il padre. Sanfratello è
trasferito prima a Modena in una clinica privata per malattie nervose, poi al
manicomio di Verona dove subirà, secondo Moravia, "un grande numero di
elettroshock e vari shock insulinici. Tutto questo contro la sua volontà,
tenendolo isolato dai suoi amici, dai suoi avvocati e da chiunque avesse
ascoltato le sue ragioni". Sanfratello dopo mesi di internamento è
dimesso, con una serie di clausole che anda dal domicilio obbligatorio in casa
dei genitori al divieto di leggere libri che avessero meno di cento anni. Sanfratello,
nonostante tutto, al processo dichiara di "non essere stato soggiogato da
B.". Ma coloro che denunciarono il cosiddetto plagio non danno nessun
valore alle dichiarazioni spontanee di Sanfratello. Il pubblico ministero arriva
a dichiarare che Sanfratello è un malato, e la sua malattia ha un nome: B.,
signori della Corte! Quando appare lui tutto è buio. Venne dato peso invece
alle dichiarazioni di Toscani, col quale B. fa alcuni viaggi per l'Italia. Toscani
lo accusa, dichiarando tra le altre cose: "B. tenta di introdursi nella
mia mente con le sue idee politiche, cioè comunismo in nome di una libertà
superiore e ateismo comincia ad impedirmi le letture di svago a me usuali tali
impedimenti non sono su basi di una prepotenza esteriore, ma sulla base di una
prepotenza interiore, intellettuale, che è molto più forte dell'altra. Alcuni
giornali della destra ufficiale si scagliano contro quello che chiamano il
professore, il mostro, l'omosessuale. B. in aula, attesa della sentenza Dopo un
processo durato quattro anni, B. viene condannato a nove anni di reclusione,
divenuti quattro in appello, pena confermata in Cassazione. Sconta due anni di
carcere, mentre gl’altri due gli sono condonati perché partigiano della resistenza.
Questa condanna ha una grande eco nella stampa internazionale, che evidenzia la
profonda anomalia del reato contestato e della sua gestione da parte del
sistema processuale italiano. Del resto, la controversa norma sul plagio,
introdotta nel codice penale durante il periodo fascista da Rocco, porta nel
dopoguerra a una condanna in questo unico caso. Tale reato è dichiarato
incostituzionale in un altro caso, circa vent'anni dopo, senza essere più stato
contestato. Al clima sfavorevole avrebbe contribuito anche l'acceso dibattito
scatenato dalla condanna di B. La condanna suscita ampia eco in tutta Italia: a
favore di B. si mobilitarono Moravia, Morante, ECO (vedasi), Pasolini, Bellocchio,
Gatti, Chiari e numerosi altri intellettuali e uomini e donne di cultura. Il
quotidiano del Partito Comunista Italiano, l'Unità, lo difese con grande
determinazione, tanto che il giorno della condanna apparve in prima pagina un
editoriale del suo direttore Maurizio Ferrara, anche lui ex partigiano, in cui
si denunciava il clima oscurantistico che il processo evocava. Si mobilitarono
anche i radicali di Pannella, che fu denunciato per calunnia nei confronti del
pubblico ministero del processo di primo grado contro B. e sostenne a sua volta
un processo per questo motivo all'Aquila. Subito dopo la sentenza Pier Paolo
Pasolini scriverà: "Se c'è un uomo «mite» nel senso più puro del termine,
questo è Braibanti: egli non si è appoggiato infatti mai a niente e a nessuno;
non ha chiesto o preteso mai nulla. Qual è dunque il delitto che egli ha
commesso per essere condannato attraverso l'accusa, pretestuale, di plagio? Il
suo delitto è stata la sua debolezza. Ma questa debolezza egli se l'è scelta e
voluta, rifiutando qualsiasi forma di autorità: autorità, che, come autore, in
qualche modo, gli sarebbe provenuta naturalmente, solo che egli avesse
accettato anche in misura minima una qualsiasi idea comune di intellettuale: o
quella comunista o quella borghese o quella cattolica, o quella, semplicemente,
letteraria... Invece egli si è rifiutato d'identificarsi con qualsiasi di
queste figure - infine buffonesche - di intellettuale". L'attore Bene dirà:
"Un fatto ignobile. Uno dei tanti petali di questo fiore marcito che è
l'Italia. Fu condannato per un reato mai tirato in ballo fino ad allora. Il
plagio. Per giunta ai danni di un maggiorenne... Tutto è plagio, che scoperta!
Qualunque soggetto pensante e parlante è quotidianamente sottoposto a plagio.
In seguito, sempre troppo tardi, questo reato fu cancellato dal codice penale.
Contro Braibanti si scatenò la rappresaglia del sociale, la vendetta delle
masse. Era l'intellettuale migliore che avesse l'Italia all'epoca. Aveva
interessi pittorici, letterari, musicali. Profeta in anticipo di trent'anni. Fu
uno dei primi a condannare il consumismo. I "diversi" dichiarati
allora in Italia si contavano. Lui, Pasolini, pochi altri". Mentre lo
stesso Braibanti nello scritto Emergenze ricorderà, trentacinque anni dopo:
"Quel processo, a cui mi sono sentito moralmente estraneo, mi è costato
due nuovi anni di prigione, che però non sono serviti a ottenere quello che gli
accusatori volevano, cioè distruggere completamente la presenza di un uomo
della Resistenza, e libero pensatore, ma tanto disinserito dal mondo sociale da
essere l'utile idiota adatto a una repressione emblematica. Purtroppo la
colpevole superficialità di gran parte dei media ha cercato da allora di
etichettarmi in modo talmente odioso che per reazione ho finito col chiudermi
sempre più in un isolamento di protesta, fuori da ogni mercato culturale."
Gli anni in prigione In prigione Braibanti continua la sua attività di poeta,
scrivendo un'opera teatrale dal titolo L'altra ferita in cui riporta in chiave
moderna l'avventura del Filottete di Sofocle, e che verrà rappresentata da
Franco Enriquez nel 1970, con la musica elettronica di Pietro Grossi e le
scenografie di Lele Luzzati. Altri scritti furono inseriti nella raccolta di
saggi pubblicata a cura della Finzi-Ghisi, che ha come titolo Le prigioni di
stato. B. in un'intervista del 1985 a Roma Le opere dal 1971 alla morte Uscito
di prigione, riprende il ciclo di Virulentia, ma presto lo abbandona per un
nuovo ciclo di laboratorio teatrale, Ballate dell'Anticrate, che diventano
presto anche una serie di sceneggiati radiofonici, preceduti da Lo scandalo
dell'immaginazione e seguiti dalle Stanze di Azoth. Braibanti porta avanti il
lavoro teatrale come un laboratorio e le varie opere sono legate da "una
sorta di canone infinito, che faceva di tutte le opere teatrali una sola
proposta continua". Per questo i suoi spettacoli non avevano repliche, ma
rappresentazioni uniche che Braibanti interpreta come "il momento di
saturazione del laboratorio". Così accade a opere come Il Mercatino,
presentato a Cagliari negli anni settanta, a Theatri epistola, presentato a
Segni negli anni ottanta. Nel 1979, in occasione di una mostra di assemblages a
Firenze pubblica l'opera-catalogo Objets trouvés, sempre negli anni ottanta
collabora con la rivista "Legenda" nella quale pubblica sette prose
d'arte. Il 1988 è l'anno della pubblicazione dell'Impresa dei prolegomeni
acratici (Editrice) un testo dalle tematiche variegate: "Della critica
storica e di una rifondazione della pedagogia, ma soprattutto descrivo la crisi
di sviluppo che mi ha portato fuori dalla psicoanalisi classica, per
indirizzarmi coerentemente verso una interpretazione del comportamento più
strettamente biologica". Impresa dei prolegomeni acratici vuole mettere in
luce la crisi del linguaggio. "Il linguaggio è una fotografia dell'uomo:
come l'uomo tutte le parole nascono, vivono e muoiono". Nel 1985 scrive la
sceneggiatura per il film Blu cobalto per la regia di Gianfranco Fiore Donati e
l'interpretazione tra gli altri di Bonaiuto e Ghezzi. Il film, presentato alla
Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, riceve un premio dalla
federazione italiana dei cinema d'essai e dalla Lega Cooperative. Pubblica
Pellegrinaggio a Rijnsburg nella sezione musicale della Biennale di Venezia. Esce
Un giallo o mille con testi poetici e collages. Del 2001 è Frammento Frammenti
(edizioni Empirìa) che raccoglie gran parte delle sue poesie. Viene pubblicato
Emergenze. Conversazioni con B. un lungo dialogo con Raffo in cui B. ripercorre
la sua vita e il suo lavoro di pensatore libertario: "Chiamo
"libertario" chi non si rifugia in una teoria dei "valori",
e riesce senza angoscia a rimettere sempre tutto in discussione.Ogni conoscenza
degna di questo nome si muove, attraverso una memoria selettiva, verso le
interminabili praterie del non conosciuto, negando drasticamente ogni
tentazione di inconoscibilità. Ne consegue una totale relatività di ogni
verità, di ogni etica, di ogni estetica. Etica e conoscenza si identificano nel
rispetto e nella difesa della vita"[occorre la pagina]. Tra i suoi video
c'è Orizzonte degli eventi, realizzato negli anni ottanta. Nel 2005 gli viene
comunicato uno sfratto dalla sua casa in via del Portico di Ottavia a Roma, in
cui abitava da quarant'anni, una vecchia casa al centro di Roma in cui
Braibanti viveva con la pensione sociale minima: dopo un'interrogazione da
parte della senatrice Tiziana Valpiana sulle sue misere condizioni di vita, la
costituente Teresa Mattei - che di Braibanti era stata compagna di prigionia
durante il fascismo - con il sostegno attivo di Franca Rame propone la
costituzione di un "Comitato pro B.", cui aderiscono poi alcuni
parlamentari de L'Unione (tra cui Franco Grillini e Giovanna Melandri) per
l'assegnazione del vitalizio in base alla legge Bacchelli, concesso dal secondo
governo Prodi. Lo stabile in via del Portico d'Ottavia cambia proprietà e poco
tempo dopo B. e la sua biblioteca composta da migliaia di volumi sono costretti
ad abbandonare la casa. B. passa gli ultimi anni a Castell'Arquato, tentando di
portare a termine le opere il Catalogo degli amuleti, il Nuovo dizionario delle
idee correnti e il lungometraggio video intitolato Quasi niente. Muore per
arresto cardiaco. La sua storia è raccontata nel film Il signore delle
formiche, con la regia di Amelio. Opere Il circo e altri scritti, (raccolta di
opere di teatro, poesie, saggi), Atta,
Guida per esposizione, Atta, Le
prigioni di Stato, Feltrinelli, Aldo B.:
objets trouvés, Firenze, Bezuga. Catalogo della Mostra tenuta a Firenze Impresa
dei prolegomeni acratici, Editrice Pellegrinaggio a Rijnsburg, nella sezione
musicale del Catalogo della Biennale di Venezia, Frammento frammenti:, Empiria, Traduzioni Cristoforo Colombo, Il giornale di
bordo, Schwarz, – traduzione dallo
spagnolo Filmografia Transfert per kamera verso Virulentia regia di Alberto
Grifi, dall'operazione teatrale di B., Orizzonte degli eventi, regia e
sceneggiatura Il pianeta di fronte, regia e sceneggiatura Colloqui con un
chicco di riso, sceneggiatura Morphing, regia e sceneggiatura, con le
animazioni di Leonardo Carrano, Blu
cobalto sceneggiatura per la regia di Gianfranco Fiore Donati, con Anna
Bonaiuto ed Enrico Ghezzi, 1985 Radio Lo scandalo dell'immaginazione, scritta e
diretta per Radio Rai Le ballate dell'Anticrate, scritta e diretta per Radio
Rai Le stanze di Azoth, scritta e diretta per Radio Rai La capsula del tempo
(mai registrata ma di cui esiste il testo)[senza fonte] Collaborazioni a
riviste IMPRINTING sperimentazione e lingua La Civiltà Delle Macchine Marcatré Quaderni
Piacentini Sipario Aut-Trib 17139 Nella cultura di massa Il processo contro B.
e la stessa vita dello scrittore sono stati rappresentati in due opere video.
La prima è il docufilm intitolato Il caso Braibanti, diretto da Carmen Giardina
e prodotto da Massimiliano Palmese, che ripercorre i momenti salienti del
processo, e che è stato reso disponibile su RaiPlay.[35] La seconda è il film
biografico Il signore delle formiche, diretto da Gianni Amelio, e anch'esso
distribuito in streaming su RaiPlay. Nel film lo scrittore è interpretato da
Luigi Lo Cascio. Note ^ Letteratura, è morto l'artista e partigiano Aldo
Braibanti, in La Repubblica B.: il processo all'omosessualità, su
huffingtonpost.it L'ultimo 'mostro' prima di Valpreda, su
ricerca.repubblica.it, repubblica.it, Raffo e Aldo Braibanti, Emergenze.
Conversazioni con Aldo Braibanti, Piacenza, Vicolo del Pavone, Raffo. Cristina
Quintavalla, Rosanna Greci e Emanuela Giuffredi, B., quel sei in condotta al
Romagnosi di un intellettuale scomodo, in La Repubblica Raffo, Gagliardi, Il
caso Braibanti a Venezia 79 con 'Il signore delle formiche'. Una ferita ancora
aperta, La Repubblica, . Mancini, Aldo B., l'intellettuale distrutto negli anni
'60 perché colpevole di amare un altro uomo, thevision.com ^ Stefano Raffo, Bene
e Dotto, Vita di Bene, Milano, Bompiani, Pini, Quando eravamo froci. Gli
omosessuali nell'Italia di una volta, Milano, Il Saggiatore, 2Raffo, p. 49.
Stefano Raffo, Pini Moravia, Sotto il nome di plagio, et al, V. Bompiani, Lambda,
Guidi, Aldo Braibanti condannato a 9 anni tra le proteste dei suoi discepoli,
Stampa Sera Guidi, B. impugna la sentenza anche se lo rimette in libertà,
Stampa Sera, Quattro anni al B., La Stampa, Ghirotti, Braibanti esce dal
carcere con i suoi libri e una tragedia: "Mi ha ispirato Sofocle", La
Stampa. ^ Come rilevato dalla stessa Corte Costituzionale nella sentenza n. 96,
in cui al primo punto si legge: "Il legislatore, prevedendo una sanzione
penale per chiunque sottoponga una persona al proprio potere in modo da ridurla
in totale stato di soggezione, avrebbe in realtà affidato all'arbitraria
determinazione del giudice l'individuazione in concreto degli elementi
costitutivi di un reato a dolo generico, a condotta libera e ad evento non
determinato. Il pericolo di arbitrio, sotto il profilo della eccessiva
dilatazione della fattispecie penale, sarebbe tanto più evidente considerando
come il riferimento al "totale stato di soggezione" può condurre ad
una applicazione della norma a situazioni di subordinazione psicologica del
tutto lecite e spesso riconosciute e protette dall'ordinamento giuridico, quali
il proselitismo religioso, politico o sindacale." ^ Si consideri l'udienza
della Corte Costituzionale sul tema "Il reato di plagio, previsto dal
codice Rocco e abolito nel 1981 con una sentenza della Corte Costituzionale, e
l'iniziativa radicale...", in cui intervennero tra gli altri gli avvocati
Mauro Mellini e Rocco Ventre. Gli interventi dei due relatori sono ascoltabili
sul sito di radioradicale. ^ Il reato di plagio, storia ed evoluzione. La
sentenza della Corte costituzionale è la n. 96. Moravia et al., Sotto il nome
di plagio. ^ Caso Braibanti, quello che Amelio non dice. Ecco l’editoriale di
fuoco dell’Unità contro la condanna. ^ LOTETA, B., “PERVERSIONE DIABOLICA”, 9
aprile 2014, MessinaOra.it. ^ Il caos, su “Il Tempo”,. ^ Carmelo Bene e
Giancarlo Dotto, Raffo. ^ Out of Sync, Blu cobalto (Gianfranco Fiore Donati, Scrittori:
tante adesioni per legge Bacchelli ad B., in Adnkronos, La storia dietro lo
scandalo, gay.it, B., in ANSA, . ^ Il caso Braibanti, su RaiPlay Ricerca, su
RaiPlay. Raffo e Aldo B., Emergenze. Conversazioni con Aldo Braibanti,
Piacenza, Vicolo del Pavone, Ghisi, Il caso Braibanti ovvero un processo di
famiglia, s.l., ma Milano, Feltrinelli, . Alberto Moravia, Umberto Eco, Adolfo
Gatti, Mario Gozzano, Cesare Musatti, Ginevra Bompiani, Sotto il nome di
plagio, Bompiani, Milano, . Interventi di intellettuali italiani a favore di
Braibanti. La sentenza Braibanti (atti del processo), De Donato, Bari, 1969.
Jean Pierre Schweitzer, Aldo Braibanti, Libérez Braibanti! : suivi de Tartuffe
et Dom Juan, Les amis de Jules Bonnot, Ferluga, Il processo Braibanti,
Zamorani, Torino Monografia sul caso Braibanti, che riesamina il caso in una
prospettiva storico-politica. Andrea Pini, Quando eravamo froci. Gli
omosessuali nell'Italia di una volta, Il Saggiatore, Milano ECO (vedasi) Il
costume di casa. Evidenze e misteri dell'ideologia italiana, Bompiani, Milano, .
Patrizia Pacini, Fuori tempo. Intervista ad Aldo Braibanti , Carmignani,
Cascina, 2016. Riccardo Frattolillo, Il teatro di Aldo B.. Il pellegrinaggio di
un dilettante leonardesco tra scritti, formiche e opere, Annales, .Opere di
Aldo Braibanti, su Open Library, Internet Archive B., su Goodreads. Modifica su
Wikidata Registrazioni di Aldo B., su RadioRadicale.it, Radio Radicale. tracci
citazionali da Impresa dei prolegomeni acratici, su act-theatret.blogspot.it. Una
poesia di Aldo Braibanti, pubblicata sul catalogo del Festival VArt B., breve
biografia autorizzata, su nomadica.eu. Felix Cossolo, Il caso Aldo B.,
"Lambda ", 1979. Intervista, da una delle prime riviste gay italiane.
Sotto il nome di plagio: il processo B. in Internet Archive.. Intervista a
Gabriele Ferluga. Manipolazione mentale: la sentenza della Corte Costituzionale
sul plagio – Testo integrale. La
sentenza che abrogò il reato di plagio (EN) The Scandal of The Imagination,
video collage by Alessandro Cassin and Awen Films, . Centro Primo Levi NY Psychological
Kidnapping in Italy. The Case of Aldo B.. By Al Borowitz V · D · M Antifascismo in Italia Portale
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a Fiorenzuola d'Arda Morti a Castell'Arquato Scandali in Italia Partigiani
italiani Cultura LGBT in ItaliaStoria LGBT in Italia [altre]. Nome compiuto:
Aldo Braibanti.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Branciforte:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei giochi olimpici
– scuola di San Vito – filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P.Grice, The Swimming-Pool Library (San Vito). Filosofo emiliano. Filosofo italiano. San Vito, Emilia-Romagna.
Grice: “You’ve got to love Branciforte: my favourite is his philosophy of what
he calls ‘il messaggio,’ – I do use the term when I speak of a transmitter, and
an addressee, etc. – the fact that he was born where Ikkos was born help, since
one would need to recover Ikkos’s message! Branciforte sees philosophy as a
pilgrimage of love – ‘il peregrine dell’amore’ with his ‘canzionere’ and surely
the song needs an addressee!”. trabia: Giuseppe Giovanni Lanza del Vasto (n. San Vito dei
Normanni), filosofo. Esponente della nobile famiglia siciliana dei Lanza di
Trabia. Il suo vero nome è infatti Giuseppe Giovanni Luigi Enrico Lanza di
Trabia-Branciforte. La sua personalità eccezionale riunisce caratteristiche
disparate: filosofo con una forte vena mistica, ma anche patriarca fondatore di
comunità rurali e attivista nonviolento contro la guerra d'Algeria o gli
armamenti nucleari. Trabia nacque in un piccolo paese salentino,
San Vito, nella masseria "Specchia di Mare", da famiglia antica ed
illustre: il padre, Luigi Giuseppe, nato a Ginevra, dottore in giurisprudenza e
titolare di un'azienda agricola-vitivinicola era figlio illegittimo del
principe siciliano Giuseppe III Lanza di Trabia. . Giuseppe Giovanni aveva due
fratelli: Lorenzo Ercole, e Angelo Carlo, cittadino americano (partecipò allo
sbarco in Sicilia). Lanza studiò al Condorcet a Parigi, poi filosofia a Firenze
e Pisa, dove fu allievo di Carlini. «La guerra di Abissinia già iniziava
ed il mio rifiuto a parteciparvi era la cosa più evidente. E poi questa guerra
non era che l’inizio: in seguito forse sarei stato ad uccidere inglesi,
tedeschi e un giorno avrei avuto dinanzi alla mia baionetta Rainer Maria Rilke.
No, la mia risposta era no. “Ma che cosa è che rende la guerra inevitabile?”,
mi domandavo. Benché giovane avevo capito la puerilità delle risposte
ordinarie, quelle che si rifanno alla nostra cattiveria, al nostro odio e al
pregiudizio. Sapevo che la guerra non aveva a che fare con tutto ciò. “Certo,
una dottrina esiste per opporsi alla guerra e la vedo nel Vangelo”, dicevo, “ma
com’è che i cristiani non la vedono? Manca quindi un metodo, un metodo per
difendersi senza offendere. Un modo nuovo, diverso, umano di risolvere i conflitti
umani”. Solo in Gandhi vedevo colui che avrebbe potuto darmi una risposta ed il
metodo.» (Pagni R., Ultimi dialoghi con Lanza del Vasto) Così B. ricorda
la sua decisione di partire per l'India, autofinanziandosi con la vendita a
un'amica facoltosa del manoscritto della sua prima opera, Giuda. Lanza non
partiva alla ricerca di spiritualità, tanto più che la conversione al
cristianesimo gli impegnava pienamente l'animo: «Ma mi ero, non senza
pena, convertito alla mia propria religione, e avevo il mio da fare per
meditare le Scritture ed applicarne i comandamenti. E se mi si chiedeva “siete
cristiano?, rispondevo: Sarebbe ben prezioso dire di sì. Tento di
esserlo".» (L’Arca aveva una vigna per vela). In India, Lanza
conobbe il Mahatma Gandhi, con il quale stette qualche mese, per poi recarsi in
Himalaya. Durante il viaggio «conobbi le inquietudini sociali dell'India ed il
suo metodo di liberazione, la non violenza, che era molto contraria al mio
carattere (come del resto credo sia contraria al carattere di tutti). Nessuno è
non violento per natura: siamo violenti e non proviamo vergogna a dirlo, anzi
lo diciamo con un certo orgoglio. Ma ciò che non diciamo è che la vigliaccheria
e la violenza fanno la forza delle nazioni e degli eserciti e la non violenza
consiste nel superare questi due grandi motivi della storia umana. In India
trova «un'umanità simile alla nostra quanto opposta: qualche cosa come un altro
sesso.l ritorno in Europa Lo scrittore e studioso in una delle sue
comunità rurali (l'ultimo a destra) Tornato dall'India dopo ulteriori
peregrinazioni in Terra Santa, Lanza comprende che la sua vocazione è di
fondare una comunità rurale nonviolenta, sul modello del gandhiano ashram, la
comunità autarchica ed egualitaria che per il Mahatma doveva essere la cellula
della società. Gli ci volle del tempo prima di riuscire a concretizzarla
attraverso la fondazione della comunità dell'Arca. Tra le poche persone a cui
gli riesce di esporre il suo progetto c'è Simone Weil, che incontra a
Marsiglia. Nonostante il suo pacifismo, Weil non nutriva molta fiducia nella
nonviolenza gandhiana. Lanza gliene parlò e lei sembrò comprendere meglio. Poi
parlarono della visione dell'Arca, che allora non si chiamava ancora così, ed
era la prima volta che Lanza ne parlava con qualcuno. Lei capì subito! “È un
diamante bellissimo”, disse. “Sì,” risposi “è vero. Ha solo un minuscolo
difetto: che non esiste”. E lei: “Ma esisterà, esisterà, perché Dio lo
vuole"."Simone aveva ragione. L'ultima sede della comunità è la Borie
Noble, con circa centocinquanta persone che vivono nel modo più frugale e
gioiosamente comunitario. Il nome venne quando si cominciò a parlare di
“lanzismo”. Si comincia a parlare di Lanzisti e Lanzismo, cosa che mi fece
rizzare il pelo. “Amici miei”, annunciai, “noi ci chiameremo l'Arca, quella di
Noè beninteso. E noi gli animali dell'Arca. Negli anni successivi
numerosissime iniziative nonviolente videro protagonista Lanza e i suoi
compagni, che seppero attirare l'attenzione dell'opinione pubblica francese e
non solo. La prima azione pubblica nonviolenta è contro le torture e i massacri
compiuti dai francesi in Algeria, e si svolge a Clichy in una casa dove aveva
vissuto San Vincenzo de Paoli. L'azione fu guardata con relativo favore dalla
stampa, e giunse la solidarietà di personalità come Mauriac o l'Abbé Pierre.
Poi vennero le lotte contro il nucleare. B. con i suoi compagni penetrano nel
cancello di una centrale elettronucleare e vengono poi trascinati via dai
poliziotti. Poi ancora la campagna contro i “campi di assegnazione per
residenza”, sorta di campi di concentramento per gli algerini “sospetti”, e
quella in favore degli obiettori di coscienza. Durante la Quaresima tra due
sessioni del Concilio Vaticano II B. fece un digiuno di quaranta giorni
compiuto nell'attesa di una parola forte sulla pace da parte della Chiesa. Poco
dopo il trentesimo giorno, il Segretario di Stato consegnò a Chanterelle, la
moglie di Lanza, il testo dell'enciclica Pacem in Terris: «Dentro ci sono cose
che non sono mai state dette, pagine che potrebbero essere firmate da suo
marito!». Altre saggi: Le pèlerinage aux sources, Denoël, Parigi, trad.
italiana: Pellegrinaggio alle sorgenti, Jaca Book, Milano; Approches de la vie
intérieure, Denoël, Parigi; traduzione italiana: Introduzione alla vita
interiore, Jaca, Milano; Technique de la non-violence, Denoël, Parigi;
traduzione italiana: Che cos'è la non violenza, Jaca, Milano; Il canzoniere del
peregrin d'amore, Jaca, Milano; Vinôbâ, ou le nouveau pèlerinage, Denoël,
Parigi; traduzione italiana: Vinoba, o il nuovo pellegrinaggio, Jaca, Milano;
L'Arche avait pour voilure une vigne, Denoël, Parigi; trad. italiana: L'Arca
aveva una vigna per vela, Jaca, Milano; Pour éviter la fin du monde, Rocher,
Parigi; traduzione italiana: Per evitare la fine del mondo, Jaca, Milano;
Principes et préceptes du retour à l'évidence, Denoël, Parigi; trad. italiana:
Principi e precetti del ritorno all'evidenza, Gribaudi, Torino; Préface au
Message Retrouvé de Cattiaux, Denoël, Parigi; traduzione italiana: Il Messaggio
Ritrovato, Mediterranee, Roma. Pagni, B., Pellegrinaggio alle sorgenti82 Fiori,
B. e Weil, Prospettiva Persona prospettiva persona/ editoriale// lanza_weil. pdf Pagni,
L'Arca aveva una vigna per vela48
ivi Madaule, Chi è B.; Mareuil, B.
(Seghers) Doumerc, Dialoghi con B.; Roquet, Les Facettes du cristal
(Conversazioni con B., Parigi) Arnaud de Mareuil, B., sa vie, son oeuvre, son
message (Saint-Jean-de-Braye) Anne Fougère, Claude-Henri Rocquet: Lanza del
Vasto. Pellegrino della nonviolenza, patriarca, poeta, (Paoline, Milano)
Antonino Drago, Paolo Trianni, La filosofia di Lanza del Vasto (Jaka Book,
Milano L'Arche di B. su arche-nonviolence.eu. Comunità di St Antoine, su
arche-de-st-antoine.com. Comunità dell'Arca in Italia, su xoomer.virgilio.
Provincia di Brindisi su Lanza del Vasto. Lanza del Vasto et Ramon Llull. Biografie
Biografie Letteratura Letteratura
Filosofo del XX secoloPoeti italiani del XX secoloScrittori italiani Professore
San Vito Non-violenza Lanza. vasto: essential
Italian philosopher. Branciforte: Giuseppe Giovanni Luigi Enrico Lanza di
Trabia-Branciforte -- Vasto: Essential Italian philosopher. Grice: “Note
that he is Lanza del Vasto, but if he wants to keep the Vasto, under Vasto he
goes! Even though Lanza is the aristocratic bit to it!” A • imm. Prf/^ro .-fcàfZle ^ f.tt. di F -Bei'fy/'J-i'
Airy'rvKAT^.wj jyj^ix.ù *^h:e7J'Atv attLiAI^d DEI
©iierosiHìi ©iLHMiPKsir DELLA GRECIA E DEI CIRCEINSI
UN ROMA DELLE CORSE DI BIGHE E DE’ FANTINI A CAVALLO ED A PIEDI IN
PADOVA e nell’ Anfiteatro dell’Arena in Milano coi Nomi
e Cognomi del Proprietarj dei Cavalli e di quelli dei Yincitori
stati premiati nei diversi Spettacoli M'J. G- A SPESE
DELL’AUTORE Edizione posta sotto la Salvaguardia delle Leggi.
Miiako. Dalla Tipografìa Visa]^ DEI (gailXgSìl I
GiuocHl più famosi della Grecia furono gli Olimpici. Essi instituiti furono non
solamente per avvezzare la gioventù agli esercizj del corpo, e per
celebrare in un determinato tempo la memoria de’più grandi avve-
nimenti; ma eziandio per onorare gli Dei. Distinte ve- nivano cinque
maniere differenti di esercitarsi oltre quella del canto, e della musica;
vale a dire il Corso che si fece in prima a piedi, e poscia sopra
de’coccbi; il Salto; il Disco; la Lotta; finalmente il Cesto o sia la
Scherma a colpi di pugni. I giuochi Olimpici, così chiamati
dalla città di Olim- pia, celebravansi ogni cinque anni; il che nascer
poi fece il costume di contare per via di Olimpiadi. Essi
cominciavano con un solenne sacrificio, e solevasi quivi accorrere da
tutte le parti della Grecia: i vincitori erano pubblicati ad alta voce da
un Araldo, e lodati con dei cantici di vittoria; e si soleva ancora
cinger la tevta del medesimi con una corona trionfale. Ogni città, a
cui appartenevano, faceva a’ medesimi de’ricchi doni, e man- tenuti
erano per tutto il rimanente della vita a pubbli- che spese. Il
jiriraoj che riportò il premio uel corso a piedi chiamavasi Corebo,
nativo di Elide.. Cinisca figliuola del re Archidamo fu la prima del suo
sesso, che guadagnò il premio nel corso de’cocchi, ciocché avvenne nella
sesia Olimpiade; così pure altre femmine ebbero parte in questi
giuochi. Cleostene Epidanio riportò il premio del corso a
cavallo. Polidamante, figlio di Nicia, aveva una statura gigan-
tesca, ed una forza, un coraggio ed una destrezza straordinaria. Essendo ancor
giovane assaltò sul monte Olimpo un gran leone, il quale desolava il
paese, e l’uccise. Esso ancora fermava con una sola mano un cocchio
tirato da quattro cavalli; quindi Dario figlio di Artaserse curioso di esser
testimonio della sua forza, gli pose sul capo tre de’ più forti delle sue
guardie, ed egli li uccise tutti con un colpo di pugno.
Milone Crotoniala il più robusto, e nerboruto di tutti gli atleti
si mise un giorno ne’ giuochi Olimpici un toro di due anni sopra le
spalle, e portollo correndo sino all’estremità dello steccato senza
prender fiato, di poi l’uccise con un colpo di pugno. Teagene Tasiese è
commendabile per la sua destrezza, per la sua agilità, e pel gran numero
di corone dal rnedesimo riportale in diversi torneamenti, che si
fanno ascendere a quattrocento. 1 vincitori di questi giuochi
onorare solevansi con delle corone; la più antica che data venne ai
medesimi era di Ulivo; e poscia date ne furono di Gramigna, di
Salcio, di Lauro, di Mirto, di Quercia, di Palma e di Appio. Gli atleti
vincitori incominciarono a far innalzare le loro statue, che furono dai
medesimi dedicate agli Dei; quindi ancora scolpiti venivano i loro nomi
sopra alcune colonne, poste nella pubblica piazza. Il concorso a questi
giuochi era si grande, che solamente i principali personaggi delle città
Greche vi potevano aver luogo, e si celebravano con molta pompa e
magnificenza. DEI m ^^oma E DEL CIRCO MASSIMO
Cm legge la storia de’principj <31 Roma, avrà osservato, che questa
singolare città prese ne’suoi primordj il governo, le leggi, la
magistratura, la religione, i riti e le arti dagli Etruschi popoli
circonvicini. Di tre specie erano i giuochi: i primi erano sce-
nici, o teatrali e consistevano, come oggi, a rappre- sentare sul teatro
commedie, canti, suoni, balli, e tutti questi alla foggia toscana.
Anfiteatrali erano i secondi; e si riducevano a combattimenti gladiatori
tra uomini ed uomini, o tra uomini e fiei’e. I giuochi Circensi
formavano la terza specie; ed erano, come dice Tertulliano, nel loro apparato i
più ricchi, ed i più pomposi. Consistevano essi in corse di uomini
a piedi ed a cavallo precedute da varj sagrifizi: concorreva a
questo brillante spettacolo tutto il popolo romano, e special-
niente la più elegante gioventù e le più belle fanciulle, le quali in
lunghi stuoli andavano parte per vedere, e parte per esser vedute.
11 primo Circo chiuso che si ediGcasse in Roma, fu opera di
Tarquinio Prisco principe appassionato per le grandi costruzioni. Esso
edificio fu chiamato Circo Massimo, il quale poscia più non bastò alla
cresciuta popolazione di Roma. Giulio Cesare credette dover
dedicare al popolo romano ed alla religione, di cui era divenuto capo, un
altro ijii’co proporzionalo al bisogno; ma in vece di farlo nuovo,
pensò meglio di accrescere quello eretto da Tarquinio. Augusto suo
successore rifabbricò questo Circo, ornan- dolo di marmi in occasione,
che andava abbellendo la sua capitale. Dionigi d’Alicarnasso
narra che ai suoi tempi il Circo Massimo era circondato da gran
porticato, avente molte scale artificiosamente distribuite a libero passo
di quelli che entravano ed uscivano: esso conteneva duecento sessanta
mila spettatori. Tanta magnificenza non bastò ai successori
d’Augusto; perchè Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone vi fecero anch’essi
varj accrescimenti. Quegli però, che più d’ogni altro lo accrebbe,
fu Trajano, perchè a’suoi tempi la popolazione di Roma era giunta forse
al massimo suo aumento. I Romani erano cosi amanti di queste solennità,
che non domandavano al Principe, altro che abbondanza di pane, e
frequenza di giuochi Circensi. Questi gran giuochi Circensi consistevano
poi in una solenne processione terminata da varj pubblici
sacrifizi, che si facevano sulla spina del Circo; e in una corsa di
cento Righe tirate a quattro cavalli di fronte, e di una numerosa corsa
di fantini a cavallo ed a piedi. Queste cento Bighe erano divise in
quattro fazioni, distinte dai colori, coi quali erano dipinte. V’ erano
le bianche, le rosse, le prasiue, o sia verde chiaro e le ve- nete,
o sia ceruleo marino; in modo, che ve n^erano ven- ticinque per ciascun
colore. Ogni Biga portava un nome, e quello probabilmente del
suo agitatore. Finite le corse de’carri, gli agitatori scendevano
nel- l’arena, e correvano a piedi a gara. Dopo la corsa
venivano gli atleti e i lottatori, i quali facevano anch’ essi i loro
esercizj, e con ciò finivasi la giornata. Questi differenti
esercizj erano interrotti da pubblici elogi che recitavansi in lode dei
vincitori, e dalle di- stribuzioni, che ad essi faceansi delle corone e
de’premi. Ecco dato un cenno o un’ idea dei Giuochi
Circensi. VENEZIA COME LA GRECIA E ROMA aveva aneli’ essa
i suoi Spettacoli Consistevano questi in Regate o corse lungo il
Ca- nalazzo che divide in due parti \^enezla, e in caccle di tori
con cani, nelle forze erculee divise in due fazioni di così detti
Nicolottl e Castellani, e in voli dal campanile di san Marco alla riva
della Piazzetta. Furono sempre soggetto di universale ammirazione
la Venezia questi spettacoli, massimamente quello della così detta
regata. Si dava principio allo spettacolo con un fresco, vale
a dire con una corsa di tutte le barche fornite riccamente in
diversi costumi, oltre le Bissone a otto remi, 3Ialgarolte a sei remi e
Peote, barche tutte di una diversa costru- zione: v’ erano quelle, che
rappresentavano le quattro parti del mondo, le quattro stagioni
dell’anno, i quat- tro elementi, non che quelle rappresentanti la Forza,
la Temperanza e la Giustizia. Terminato il corso delle barche
simboleggiate, avevano luogo le così dette regate, la prima delle quali
era di dodici battelletti a un remo, e dodici a due remi, e quella
delle gondole a un remo, e a due remi nel me- desimo
numero. Prendevano il corso dalla Motta di sant’ Antonio; schierate
partita per partita avanti un cordino, davano la mossa con uno sbaro di
raortaletto; percorrevano tutto il Canalazzo sino alla volta del palo
collocato al Corpus Domini, girato questo giungevano alla meta, in
volta del canale a casa del Nob. sig. Foscari, ove era costruita
una macchina a guisa di pulvinare, e dal giudici ri- cevevano i premi
destinati ai vincitori. La lunghezza del Canalazzo rappresentava un
ma- gnifico Anfiteatro: tutti i maestosi palazzi basati anche ih
parte sul legno d’india erano addobbati di ricchissime tappezzerie
orientali, e chiudeva lo spettacolo una marcia trionfale di tutte le suddette
barche. BELLE CORSE AL PRATO DELLA VALLE m ^ac/o
ova Sua Eccellenza proveditore Andrea Metnó ei’esse il gran Prato della
Valle in ampio Circo Olimpico, adorno di statue rappresentanti
uomini illusti'i, di obelischi, e di vasi etruschi, per far le
corse particolari delle bighe, dei fantini a cavallo, dei barberi e
dei fantini a piedi. Era costume in tutte le città dello Stato
Veneto di dare corse di cavalli e di uomini a piedi. Ambivano
i nobili veneti d’avere al loro Servizio i cosi detti Lacchè o Volanti,
che correvano a piedi in tutte quelle corse che si facevano nello Stato,
e queste erano frequentij difatto questi Volanti a piedi correvano
da Mestre a Padova in due ore (spazio di venti miglia
italiane.) Le solenni corse erano di miglia dieci, tra andata
e ritorno, e chi non correva questo spazio meno di un’ora non
prendeva premio. Detti premi erano cinque con le loro bandiere, la prima
rossa, la seconda celeste, la terza verde, la quarta gialla, e la quinta
bianca. Tutti quelli che si distinsero in queste gare sono i
seguenti: IO Nelle Corse parziali dei Lacchè:
Picino Fineo Sellila Badia Palermo Peverin Bernardinelli Martello Costa Baggio Seresa
Morte Nardini Schincaglia Nardini Giustiniani Nelle corse parz Il
N. Alessandro Pepoli. Il N. Giacomo Savorgnani. Il N. Siraone
Contarini. 11 N. Lodovico Priuli. Bologna, Meneghini Bettini Rabaldi
Contenti Menegazzi Poiana Petito Pietro. Coradi Bologna Picino
Faina Bianchini Strajoto Coppa li delle Bighe: Il N. Agostino
Nani. Il N. Antonio Riva, Il N. Zaneto Morosini:
ed altri. J DELLA COSTRUZIONE DEL CIRCO O
ARENA IN MILANO af/fa 3^ùa/z/ta c/ A spese della comune di
Milano fu eretto il gran Circo sulle tracce degli antichi Circhi di
Roma, dietro disegno dell’egregio signor cavaliere Luigi Canonica regio
architetto^ il suo giro esterno è di braccia milanesi i4oo circa^ la sua
lunghezza interna dalle car- ceri alla porta trionfale braccia 4oo; la
sua larghezza dal pulvinare alla porta mortoria braccia aSo. Nell’interno
del pulvinare il cornicione è fregiato di un basso rilievo a chiaroscuro
rappresentante la gran pompa Circense degli antichi Romani, dipinta
dall’esimio signor Monticelli. Dice Dionigi, ed anche OVIDIO, che
avanti di comin- ciare i giuochi Circensi, la pompa, o sia
processione, scendeva dal Campidoglio, e pel foro romano s’incammi-
nava in bell’ordine verso il circo Massimo; la galleria interna di ordine
Corinto, ornata di otto colonne di gra- nito lombardo, come pure tutti i
gradi, e scalari, che discende al podio; e ciò è quanto viene
rappresentato nel suddetto fregio. La porta trionfale è di
ordine dorico di granito; il timpano sopra il cornicione rappresenta la
Fama in basso rilievo, che distribuisce le corone al vincitori. Le
car- Il braccio di Milano corrisponde a metri lineari Oj5g
centimetri. 12 deri, della lunghezza di braccia loo in Uno colla
terrazza sopra le medesime, e le torri deU’oppldo costituiscono un
imponente fabbricato tutto di pietra viva. Nell’AnGteatro dell’ Arena in
Milano, ebbe luogo il famoso spettacolo, non più vedutosi in questa
Capitale, della Naumachia, o regata di barche. Per l’esecuzione di
detto spettacolo, si fecero traspor- tare una quantità di barche di varie
dimensioni, prendendole nei laghi vicini, e facendo venire molti barca-
iuoli abitanti i paesi lungo il lago di Como — Dato il segnale, si
distaccarono dal luogo delle carceri sei barche, ciascuna portando seco
quattro barcaiuoli, i quali fecero la loro corsa col compire tre giri
intorno alla Arena. Successivamente compirono i loro girl altre dodici
bar- che a sei a sei, come si disse delle prime. Le prime due di
ciascuna coppia, che prime poterono arrivare alla meta, dovettero di
nuovo cimentarsi nella quarta corsa per la decisione del premi, e
rimasero vincitori gl’ in- frascritti: e)Loiue 6 ©o^w/oiufi
Set Sverni a 111 cilowtiita
ulaX'C' IH Andrea Gregol .I. 4oo
Bianchi. . . II. 3oo 1 Prada
III. 200 i La Lira Laliana equivale ad Aiistr.
r. l4- i3 — Si tenne neirAnfi teatro deU TArena in
Milano lo spettacolo di bighe, e fantini a piedi ed a cavallo. In detto
giorno si diede lo spetta- colo suddetto, essendosi prima esperlmentati
gl’individui ed i cavalli, e riconosciuti aventi ciascuno le
condizioni necessarie prescritte dai politici regolamenti. In
detta giornata i vincitori furono i seguenti. Slfooute e
Co^H-owt'e' ìit, Sei. ©O/caffi cKjoiM'e' 6'
©«^M'ome e> ilei, ( 3 aiitim/ IH/
cHoin-m'OiitoMt'e t)eC ^teiuio la §c. CORSO DELLE
BIGHE. Vignoni Cardinali I. 3 oo Della Tela
Gaet. Barzaghi
li. 200 Roelli Radaelli
Pietro IH. 100 CORS.A DEI FANTINI A
CAVALLO. Bottini Baldassare Porlesi Angelo
I. 200 Ghezzi Daniri II.
100 CORSA DEI FANTINI A PIED
I. Coppa Girolamo I. i 5 o «5
Feroldi II. 75 Scorpioni III.
5 o 1 Lo Scudo di ItJilano equivale ad Auslr. L.
5 . 29. 1 Si diede nell’Arena di Mi- lano un eguale
spettacolo tenutosi nel i Marzo 1808, cioè, corse di bighe e fantini a
piedi ed a cavallo. Quelli che fortunati ottennero in quel giorno il
premio furono i seguenti descritti nell’infrascitta tabella:
Dii/ 5*t(5pueba^ Dei/ GnvaKl cTCjouve 6 Go^itoiue
De^fi/ cHau-w^o., e/ Dei/ ^ aw.kwi; j ^MlM/td 111
/ Qiaiòi JWuw/Ou/tocw/e De6 $reiui/0 IH/
cltaE. CORSO DELLE Bl GHE. Fontana
Batt. Cardinali “ I. aooo Caprara S.
E. Carlo Vimercati Carlo II. 0
0 Sevolini Trabattoni III. 1000
CORSA D EI FANTINI A CAVALLO. Saul Conte
Àlorio Porlesi Luigi I. i5oo Besozzi
Filippo . Bucchetti Luigi. IL 1000
CORSA DEI FANTINI A PIED r.
Testoni Antonio I. 1000 Coppa
II. 5oo Feroldi Fr. 3oo i5 NeU’Anfiteatro
dell’Arena in Milano si tenne pubblico divertimento della regata eseguita
con barche fatte tra- sportare dai vicini laghi, e con barcaiuoli
abitanti i paesi lungo i detti laghi. Detto spettacolo ebbe
luogo nel giorno i Giugno i8ri colla distribuzione dei seguenti premi
consegnati ai sin- goli vincitori della medesima regata. Storne e Go^uoitt/e
Jet c/lomiuoM/tooiC'e Se-K ^teutio
11* Garavaglia Paolo I. 4oo Baroni. .
. II. 000 Bianchi Agostino . Nel giorno i
agosto i8ii sì tenne nell’Arena di Mi- lano uno spettacolo di corse di
bighe, e fantini a piedi ed a cavallo, colla distribuzione dei sottonotati
premi dati ai singoli vincitori come appare dall’unita tabella. dei/
Oa.vafCv Slboni/e 6 Go^it/oiwe cibu&'.^ix, e
dei. lU/ Qtxóói/ lHoUMM/OW/toWe deC
11* 5taK. CORSO DELLE BIGHE, Vignoni Carlo .
Cardinali Gio. B. I. 2000 Galli
Giuseppe. Barzaghi Luigi II. i5oo Della
Tela Gio.B. Vimercali 1000 CORSA DEI FANTINI
A CANAI LO, Labedojers Pier
Giuseppe . I. i5oo Alari conle Saule
Rossi II. 1000 CORSA DEI
FANTINI A PIEDI. Mandelli Giuseppe
I. 1000 Tesloni Antonio II.
5oo Coppa III. 3oo 17 In
Milano fuori di porta Orieulale nel giorno 17 ago- sto 1812, si tennero
le corse di fantini a piedi ed a cavallo. Detto spettacolo
ebbe il suo principio al ponte di Porta Orientale, ed aglrandosi 1
fantini intorno all’ al- bergo, detto di Loreto nuovo, ritornarono essi
sullo stesso ponte a ricevere gli stabiliti premi ai singoli vincitori
come dall’unita tabella: afLoiiKe e Q/o^woiwe Jet
$^capi/i,eta»j Jo) Oo/vix^G, Dii/ ^OÀAhwV ^
veruno IU> oRoiinM'outow/e ut
^taP, CORSA DEI FANTINI A CAVALLO. Saul Conte
Alario Botta Caprini Comolli IL 1000
Cordini Agostino Domiri Paol9 I CORSA DEI FANTINI A PIEDI. Coppa I.
1000 Testoni II. 600 Poutigia Frane.”
III. 3oo 2 — i8 Avendo il Consiglio Comunale della
regia città di Mi- lano deliberato di festeggiare con pubbliche dimostra-^
zlonl di esultanza il fausto arrivo in Milano di S. A. l’Arciduca
Giovanni. La Commissione delegata del predetto Consiglio de-
duce a notizia, che tra gli spettacoli 'pubblici divisati nel giorno i8
maggio i8i5, si faranno le Corse dello bighe e de’fautini a cavallo, e
dei fantini a piedi. 3«/ De» (3Li5iti6 e
©o^ Moitve De^^ii cAsirt'iga e Da ^ antiiu/
^teu*wj ciloii*iuoitbotx« 2ycc&. DÌI.
CORSO DELLE BIGHE. Galli . Cardinali.
I. 100 Galli Gallarati Carlo
'Vimercali Redaelli II. 8o, detto
Cadetto in. 6o CORSA BEI FANTINI
A CAVALLO. Giuseppe Bordoni GiovanniBelloni
I. 8o Gaetano Turcotii l
Giuseppe Bordoni Ferdin. Bergomi II.
6o Picozzi III. So CORSA
DEI FANTINI A PIE! H. Maodelli
I. 5o Frane. Pontigia Antonio
Testoni III. 3o Uno Zecchino corrisponde ad Auslr. L. i3. 6o.
i >9 Spettacoli Circenai diretti da Girolamo Coppa
da eseguirsi La Russia ha le sue slitte,
la Scozia le sue caccie, l’Inghilterra le sue corse, la Spagna le sue
giostre dei tori. La musica, il ballo, la corsa, le militari
evoluzio- ni, le sceniche rappresentazioni sono spettacoli de’quali
anche a’giorni nostra ogni popolo si diletta, e che pa- gano varii ed
importanti tributi all’utilità pubblica. il sistema degli antichi
spettacoli ci dimostra i sommi vantaggi che se ne possono ritrarre. Il
vigore de’ corpi, che ha tanta influenza in quello dell’anima, la
destrezza, l’agilità, la forza ed il coraggio, non erano i soli
beni che col piacere combinavano negli esercizii della greca e
della romana palestra, e negli spettacoli a’qnali que- sti servivano.
Veniva co’ medesimi mirabilmente alimentata, estesa, invigorita la passione
della gloria. In essi comparivano i più distinti personaggi^ Socrate si
faceva un dovere d’intervenire, Alcibiade riportò tre premi, e
Catone si disponeva nella sua gioventù a divenire quel che fu nella sua
vecchiezza. Le corone d’ulivo, di lauro, di appio verde o
secco che si davano ai vincitori de’diversi giuochi in Grecia, i
premj presso a poco simili che si davano per Io stesso merito in Roma,
preparavano quelli che si ottenevano quindi dalla virtù e dai talenti del
magistrato e del guerriero nel foro e nel campo; nella palestra e nel
circo gli esercizii erano diversi, ma lo scopo era sempre un solo,
quello di alimentare cioè la passione della gloria. Ma i costumi nostri son
diversi da quelli de’Greci e de- gli antichi Romani, e le nostre leggi
non hanno uopo di un tal mezzo per estendere questa utilissima
passione. Si può dire per altro che noi pure potremmo ritrarre dei
rilevanti vantaggi da questi spettacoli se venissero nella patria nostra
adottati, purché si avesse cura di prevenire gl’incovenieuti che s’introdussero
in quelli de’Ro- ^ni, si modificasse l’antica pakstra, e se ne
proscrivesse ^ ferocia e l’indecenza. Somministrando con essi
de’piaceri utili agli uomini, s’impedirebbe che da loro medesimi se ne
formassero de'perniciosi. Quell’ istinto che conduce i
giovani all’ azione ed al placei’e potrebbe in questi spettacoli servir
di mezzo per abituarli all’ordine, alla tolleranza della fatica, al
vigore del corpo, all’energia dello spirito e per garantirli dal-
Tozio sempre seguito’ dalla noia, dalla frivolezza e dal vizio.
Con ({ueste idee Coppa Girolamo e compagni pensarono d’introdurre in
questa Capitale alcuni spettacoli, ch’essi denominano Circensi dal circo
od anfiteatro situato sulla piazza d’armi di questa Città, luogo dove intendono
di darli, e a questo oggetto implorarono ed ottennero la necessaria
permissione dall’Imperiale Regio Governo di Milano. Una corsa
di dieciotto fantini a piedi, vestili alla Romana che sortiranno dalle
Carceri, e gireranno in- torno alla spina, faranno otto corse complete
sino alla meta, i primi tre vincitori otterranno Il primo . .
italiane lir. 3 oo 11 secondo « 200 li terzo» 100
Questa verrà seguita da altra corsa di dodici fautini a cavallo che
sortendo dalle carceri, faranno quattro corse complete sino alla
meta Al primo italiane lir, 5 oo Al secondo « 3
oo Al terzo 30 0 Immediatamente alle accennate corse
succederà quella di sei bighe, le quali sortiranno parimenti dalle
carceri e faranno quattro corse complete sino alla meta La prima italiane
lir. 700 La seconda >» 4
®® L.i ter/.a » Lo spettacolo sarà chiuso con una marcia trionfale
e pompa Circense composta di quattrocento individui vestiti tutti alla
Romana. I. Il Prefetto dei giuochi in cocchio a quattro cavalli di
fronte. II. Banda militai^. Insegne e trofei, varj genj, carro per le
vestali ti- rato da otto buoi di fronte. IV. Centuria o compagnia
di 100 militari alla Romana. V. Tutti i fantini a piedi ed a cavallo e
gli auriga vincitori e pi’emiati in carro trionfale tirato da quattro
buoi di fronte. VI. Banda militare. VII. Altra compagnia di loo militari
alla Ro- mana non che tutti i perdenti delle corse che chiudono la
pompa Circense. Colti e generosi Milanesi! la suddetta società
assumo questa utile e dispendiosa impresa sotto i vostri beni- gni
auspicj. Voi che con tanto ardore proteggete tutte le vantaggiose insti
tuzioni, onorerete de’ vostri suffragi pur questa, che al vantaggio
unisce il vostro diletto. La scelta degli spettacoli sarà regolata dalla
condizione de’tempi e del luogo, e dal gran principio di dare al
pubblico un utile trattenimento. Ma a voi s’ appartiene 1 ’
animarla ed il proteggerla. Incoraggiti da vostri applausi i valorosi
atleti che si presenteranno in questi spettacoli, nascerà nobil
gara tra loro, e siffatti esercizj che da principio potranno essere
oggetto di semplice curiosità, diverranno poscia mercè il vostro generoso
eccitamento un oggetto di pub- blico interesse. 32 1
c}'(3oiwe E 3«. dei/ 0a(>a£& cT^lWe
• 00^U«HM ellotACi^A » ^ autùw $e>eiulo
iM aAouuM'OHtlSM. d.f ^veuM/o IH» ólloE. CORSA
DELLE BIGHE. Gio. Vignoni Cardinali . 700 Galli.
Barzaghi II. 4oo Rossi Radaelli CORSA Uel
FAlVTmi A CAVALLO. Caprini Arrigoni
5oo Villano Gaet. Bazzeri II.
3oo Bianchi Lonati III. aoo
CORSA DEI FANXmi A PIEDI. Gius.
Mandelli I. 3(50 Girolamo Coppa II.
aoo Testoni IH. 100 spettacoli
Circensi diretti da Girolamo Coppa. Mentre si sta preparando un grandioso
spettadolo che deve principalinante corrispondere a quelli che
dagli antichi Romani chiamavansi Gircensijsl è divisato intanto di
dare nel giorno suindicato un trattenimento a questo rispettabile
Pubblico, che* pel suo genere e per il buon ordine ond’esso verrà
eseguito riuscirà di sommo dilello. Consisterà il medesimo in una
corsa di dodici fantini a cavallo nella quale compariranno de’cavalli
forestieri, che sortiranno dalle carceri, faranno sei giri completi
per arrivare alla metà. Indi avrà luogo una porsa di ventiquattro
fantini a piedi che saranno divisi in tre partite, ciascuna delle
quali sarà composta di otto, estratti a sorte. Ognuna di esse deve fare
quattro giri, ed I primi delle singole partite che giungeranno alla mela,
dovranno cimentarsi ad un’altra corsa di quattro giri per la decisione
de’prenij. Sortiranno poscia gli altri ventuno fantini, i
quali dovranno fare unitamente quattro giri, ed il primo di loro
che giungerà alla meta avrà il premio. Succederà a queste un’altra corsa
dilettevole eseguila da ventiquattro nani, che a guisa di satiri degli
antichi greci rallegrerà gli spettatori. Questi sortiranno dalle
car- ceri, e faranno un giro completo sino alla meta, i primi tre
riporteranno il premio. Due bande militari delle più melodiose
rallegrerà lo spirito degli spettatori nel tempo che dureranno
queste corse. Lo spettacolo avrà fine con Una marcia trionfale
In cui vedrassi un superbo cocchio, nel quale vi sarà il Prefetto
dei giuochi. Terranno dietro al medesimo i fan- tini a piedi, ed a
cavallo, che non ottennero il premio, e si chiuderà lo spettacolo con un
maestoso carro trionfale, su cui vi saranno i vincitori accompagnati da
numerose comparse, che colla splendidezza degli abiti loro e colla
regolarità de’loro movimenti renderanno ollre- modo piacevole e dignitosa
questa marcia. Accorrete dunqile, generosi milanesi, che hen degno
farà di voi lo spettacolo che vi si annunzia. Vogliate procurare a
voi stessi un nuovo e grande di- letto, ed all'impresa di questi giuochi
l'onore di aver saputo deliziosamente occupare alcune delle ore da
voi destinate al sollievo dell’animo. cTtoiM'S 8
Go^HOtM'e 3ei/ ^cepueboyc/j SeK Oavo-tCì. e
Oo^M'oiue Dà/ <5 ^ ccMhm Svenino iM.
0fa^Si/ cUsuuu'Ou.tM' e n* CORSA r
tEI FANTINI A CAVALLO. Angelo Curii .
Antonio Giulini I. 4oo Carlo
Galimberti Borsoni . ir. 3oo Ambrogio
Oliva Matteo Sarti .CORSA DEI FANTINI A
PIEI )I. Borghetli I. 3oo
Carlo Pedrelli II. 300 Tadei. III.
100 CORSA D EI 21 FANTII VI A
PI EDI. Coppa Unico 3òo C
:ORSA DEI NA NI. Botta Limonzino detto
Amabile ir. 8o Baldass. Ducbetti detto
Formica in. 6, 1 20 Avendo il Consiglio
Comunale deliberato di festeggiare il fausto avvenimento di S. A. R. il
serenissimo arci-duca Ranieri, vice-re del Regno Lombardo- Veneto; la
Commissione delegata del suddetto Consiglio deduce à pubblica notizia,
che tra gli spettacoli divisati nel i6 giugno 1818, si faranno le corse
delle bighe e de’ fan- tini a cavallo ed a piedi, neU’anfìteatro
dell’Arena alla Piazza d’Armi. f Oo^tt'ouve ìei;
^C'OpMclaty Sei/ Gixvixffi- 10^01116 e
Go^M'OIìVI’ oADut-i^a. e Dei» ^veiMio tiK
QlaSiii Ili CORSA DELLE BIGHE. Ant, conte
Eallhyany 1 Cardinale I. too Fontana
Carlo Vimercati II. 80 F ra nccScoF
rigerio Paolo Trabattoni III. 60
CORSA I] • EI FANTINI A CAVALLO. Pizzini
Marchesi 1. 8a Bordoni Filip. Ognibenè
II. 6a Gaetano Bordoni Dionigio
FiOrentini ICORSA DEI FANTINI A
PIEDI. Borghetti I. 5 o Pedrelli
. IL 4 o Tadei III.
3o • a6 Fa il seguente avviso. Ridotti a compimento i
difficili apparecchi dello spettacolo annua* ràato col precedente
manifesto del giorno i 5 e vedendo che r attuale stagione favorisce pure
il buon esito del medesirai, ci affrettiamo di prevenire il rispettabile
Pubblico di questa illustre Metropoli, che oggi giorno die- ciotto avrà
luogo un sorprendente fuoco artificiale com- posto e diretto da Morengbi.
Colte e gentili signore milanesi, l’invito è a voi prin- cipalmente
diretto, perchè se voi onorerete in copioso numero lo spettacolo che vi
si annunzia, esso sarà pure onorato di gran numero di nomini, solendo
questi accorrere ove vi siano garbate e virtuose dopne. Gran Carosello o
Giostra diretta dal si- (jnor Capitano I\ antica IJng arese. Questo
grandioso spettacolo del Cai’osello fu eseguito alla presenza dì S. A. I.
R, il serenissimo arciduca Ranieri vice-re del Regno Lombardo-Veneto; il
medesimo era composto da quattrocento cavalieri ungheresi sotto la
direzione de’ loro comandanti. L’area dell’anfiteatro rappresentava un antico
torneo arricchito nel suo quadro- lungo di colonne, di statue in armatura
dei secoli di mezzo, nel centro torreggiava un magnifico obelisco
acforno di ricchissimi trofei militari, al suono armonioso di quattro
bande riunite succederono le gare fra i cavalieri giostratori, e queste si
combinarono in dilettevoli contraddanze, evoluzioni militari, in quadri
pittoreschi, e chiudeva lo spettacolo una marcia trionfale.
Grandioso spettacolo di corse di fantini a piedi dirette da Girolamo
Coppa, e mac- china di fuochi artificiali, che avrà luogo. Una banda
delle più melodiose rallegrerà gli spetla- loi’i ^ indi si presenteranno
ventiquattro fantini a piedi i quali eseguiranno una ben ordinala corsa^
che sarà di* visa in tre parli, ciascuna delle quali sarà composta
di otto; ognuna di esse deve fare quattro giri, ed i primi delle
singole parti che giungeranno alla meta^ dovranno rimettersi ad altra
corsa di quattro giri per la decisione de’premi. Sortiranno
poscia gli altri ventuno fantini, i quali do- vranno fare unitamente
quattro giri, ed il primo di loro, che giungerà alla meta, verrà unito ai
primi tre; i quali dovranno di nuovo cimentarsi ad una corsa di altri
quat- tro giri, per la decisione degrinfrascritti premi.
Oo^it;>(ue 3el ^cetili» iit OfoAòt.
ilef ^teuMO ii« tTTClf. Bardelli Carlo I.
3oo Branca Tadei. Pedroni Dopo ciò si cominceranno le
forze ginnastiche dei già rinomali Atleti e mentre che il Pubblico anderà
applaudendo r attività, la destrezza, e la forza degl’ individuati atleti, una
granata annuncierà, che nell* Anfi- teatro evvi un magnifico fuoco
artificiale composto « k^lrelto dal professore di pirotecnica,
Giambattista Pio- tiiarla, milanese. Una maccViina
rappresentante la reggia di Minerva, Dea delle scienze, si troverà
innalzata nell’anfiteatro. Gli spettatori potranno conoscere che il
disegno di questa è tolto da uno de’più magnificbi e grandiosi
nell’ordine architettònico, avendo campo di osservarlo
partitamente, trientre si eseguiranno le suddette corse.
Diverse qualità di razzi, granate e bombe in N.° di 4 t) 0 ;
saranno i forieri dell’incendio della macchina. Una galante girandola, che
mostrerà senza interruzione variate figure e moltipllcl colori, sarà il
primo pezzo de’gluochi fermi. Due grandi tornei faranno al
naturale distinguere il solò e la luna. Due sorprendènti stelloni
contornati da piccole stel- lette tutte illuminate, giuocheranno
unitamente, e formeranno uii fuoco brlllaote. Due girandole con specchio
d’ illuminazione, formeranno un mulino a vento. Due rosoni in continuo
giro, cori specchio a vari colori, si apriranno e si chiuderanno replicatamente.
Una scappata di mille saraSetti, formeranno in aria un bouquet con
batteria. Due casse di 4^0 razzi a batterla regolata, faranno
una continua moschettata. Una sortita di 4^0 palle avvampate; faranno
apparire il chiaror del giorno. La macchina verrà illiiminata
a giorrto, riel ciii mezzo' risplenderà la statua di Minerva.
Ventiquattro fontanonl di un getto tnaraviglloso, forme- r.nnno un
intrecciato giùoco. Un fuoco alla foggia di un grande Vesuvio, si
alzerà nell’aria, con istrepitosa batteria, che annuncierà il ter-
mine dello spettacolo, Colti e generosi Milanesi, voi che con
tanto^ 'ardore proteggete le belle arti, l’artefice Piomarta, ardisce
as- Sicurai vi, che non rimarrete delusi. Nel giorno i 4 maggio
1820, Giambattista Piomarta professore macchinista di fuochi artificiali^
che nel giorno vent’otto novembre del decorso anno, incendiò la
mac- china da esso costrutta con pieno aggradimento, ha di- visato
anche 3 richiesta di molte persone che nbn sono allora Intervenute, di
ripetere il disegno della stessa macchina. Due bande militari
annuncieranno il divertimento, che comincerà con una dilettevole corsa di
dodici nani elegantemente vestiti alla spagnupla, i quali
sqrtiranno dalle carceri, e gireranna due volte intorno alTarea
del- Tanfiteatro, ed i primi tre che arriveranno alla meta
otterranno i seguenti prepil, S^ovu/e e/
Dei. tenui» OflX^^lr II* 3
TCif. Roncignolo Poiani . IL 80 Pisina
III. 60 La Lira Milanese equivale ad Auslr. Cent,
87. Spettacolo del professore Giacomo Garnerin, Esperienze
aereo-fisiche che non ebbero effetto, per cui fu condannalo il Garnerin a
dare un altro spetta- colo nel mezzo della piazza d'armi gfatis, che
venne applaudito dal pubblico. Grandioso spettacolo diretto da
Coppa. Uno dei grandi avvenimenti che ci ha lasciato la storia antica, è
certamente la guerra micidiale tra i Greci ed i Trojani che terminò
coll’incendio e distruzione della famosa città di Priamo, causata dal
rapimento della greca Elena fatto da Paride. Questo punto d’istoria
tanto interessante, sebbene involto nelle tenebre dei se- coli e nel
bivio della favola, di cui Omero, e VIRGILIO ce ne dipingono maestrevolmente la
miseranda catastrofe, è l’interessante trattenimento che Girolamo Coppa,
e Socj si propongono di dare nel suddetto giorno. Troja cinta
dalle sue inespugnabili mura, che Sarà collocata al sito delle carceri,
si vedrà rapidamente ardere dalle Gamme; le grida, il pianto, la
disperazione degli infelici abitanti confusi collo strepito dell’armi; le
mine delle più alte moli, la desolazione dei vinti e il tripu- dio
dei vincitori; la partenza del pio Enea portando sugli omeri il vecchio
suo padre Anchise; una sor- prendente illuminazione del tèmpio di Minerva
col simulacro trasparente della Dea; un fuoco che a guisa di
Vesuvio s’innalzerà nell’aria sarà lo spettacolo tragico-pan-
loraimico-pirotecnico che si presenterà a questo Pubblico rispettabile.
Armata greca, guidata dal duci collegati ti- rati nelle bighe da quattro
cavalli di fronte, trombettieri a cavallo, sacerdoti, auguri,
sacriGcatori, vittime e il gran cavallo nel cui cavo seno vi si
nascondono armi, guerrieri, attrezzi, macchine di guerra; armata trojana,
coro di donzelle e fanciulle, bande militari, analogo vestia- rio,
popolo, e tutto ciò che forma il maestoso ed im- ponente corredo di
questo grande avvenimento, che verrà «seguilo da mille, e più individui,
non che con quella indispensabile illusione che ne costituisce il pregio
del- l’azione. Fi a
ricbh^ta . generale &l replica il grandioso spettacolo del famoso
incendio e di> sti’Uzione della celebre città di Troja^ causato dal
Ratto d’Elena fatto da Paride. Quindi è die lo spettacolo
verrà eseguito con ujaggior nuineró d’attori^ di truppe, di bighe, e di
tutti quegli importanti accessori che esige la nobiltà e grandezza
deirargomento. Esperienze aereo fisiche d^eseguirsi soltanto all’altezza
delle piante del professore Già' corno Gnrnerin di Parigi^ nel giorno
10 settembre 1820 alle ore 6 pomei'idiane. Appoggiato il detto
Garnerin ai tratti d’aggradimento dimostrati al suo spettacolo, che ebbe
l’onore di dare nello scorso agosto sulla grande piazza d’armi, egli
si accinge a darne un altro nuovo, di sommo interesse, e di
particolare sua invenzione. Detto spettacolo consisterà nel
combattimento delle Comete preceduto dalla prova del paracadute, eseguita
con un animale vivo, che ritornando a terra, discenderà
tranquillamente nella stessa arena, e da un pallone, col quale il
professore, dimostrando la necessità dell’invenzione del suo paracadute, farà
conoscere appieno le tern ribili catastrofi succedute a
Pilatre-des-Roziers, e mada- ma Blanchard ed al rinomatissimo italiano
Zambeccari p*r mancanza del paracadute, c darà altre espegenze areo-pirojecniche.La
conquista di Belgrado. Grandioso spettacolo, diretto da Girolamo Coppa.,
Quel Belgrado, che nella storia della guerra aveva res i illustri i nomi
di Corvino, Huniade, Massimiliano di Baviera, ed Eugenio di Savoja era
finalmente destinato a coronare la gloria di Loudon.
SuU’eseiTipio deir anno scorso penetrarono anche in quest’anno sul
piàncipio di agosto i Turchi nel Banato dalla parte di Schuponeck, si
sparsero per tutta la valle, e volevano avanzare verso Mahadiaj ma li 28
agosto cac- piolli il generai Cleirfart intieramente dal territorio
Austriaco. Loudon restituissi 3 Seraelicco, si accorsero or ora
chiaramente i Turchi, che si trattava dall’assedio di Belgrado. Il Bascià
fece chiedere istantemente una tregua; Loudon vi condiscese, nello stesso tempo
facendo intendere al Bascià di decidersi se voleva rendere la
piazza, ed accettare la libera sortita. La quale proposta venne ricusata
dal Bascià, e s’ incomincia col bombardamento della fortezza. Al sito
delle Carceri s’innalzerà la fortezza di Belgrado cinta dalle sue
inespugnabili mui*a in istato d’assedio. L’arena del circo rappresenterà
un campo di battaglia, sparso qua e là di tende militari, padiglioni,
attrezzi da guerra, cannoni, mortaj, e di truppe Tedesche ed Un-
gheresi. Il colonnello conte d’ Argentau, parla ai suoi subalterni. Miei
signori, noi siamo stati prescelti dal Maresciallo Loudon, per l’
iutrapresa dell’attacco della fortezza. Ma tutto dal nostro zelo dipende,
spero quindi che ognuno impiegherà tutte le sue forze per sostenere
anche in quest’occasione l’onore del nome che portiamo, e la gloria che
il nostro Maresciallo si è acquistata. Non vi è bisogno d’ulteriori
esortazioni lusingandomi di po- tere giustamente riporre in loro tutta la
mia fiducia. S’ Incomincia l’ assalto della fórtezza. La
soldatesca, ripartita in quattro colonne, attaccano ad un tempo diverse
parti. I volontari precedono ciascuna colonna, e i granatieri, che fra questi
si trovano, marciano alla testa. Le truppe sono seguite da trecento
lavoratori con fascine, corbelli, sacchi d’arena, ed altri
necessari strumenti per costruire sul momento batterie, ridotti, ed
altre fortificazioni. Si attaccano con coraggio e risolutezza} le paL'zzate
vengono superate. Il cannonamento sostiene l’attacco. 1 Turchi si
difendono disperatamente, vengono con impareggiabile valore respinti, si
gettano nella piazza migliaja di palle, granate e bombe, Il Bascià
fa chiedere un abboccamento al Maresciallo per la capitolazione della
fortezza, sortono da Belgrado tre dei più ragguardevoli fra i Turchi con
il loro seguito, si presentano al padiglione del generale Loudon. 11
Bascià affetta di essere un Mussulmano estremamente zelante, riferisce
essere dal supremo destino determinata fino dall’eternità la resa della
fortezza; e spiegò quindi il desiderio di essere condotto colla sua
guarnigione a Nissa, ma Loudon sceglie in vece la fortezza
d’Orsova. L’esercito Austriaco prende possesso della fortezza entrando
trionfalmente con acclamazione di gio|a; al mo- mento venne basato sulle
mura della fortezza un magnifico arco trionfale guernito di fuochi artificiali;
opera del pirotecnico Giovanni Battista Piomarta. Le cannonate secche u
mazzo di stelle. Dodici piramidi intrecciate di serpenti. Esplosione
di bombe. Otto circoli di fuoco a colori diversi. Gran decorazione
all^arco trionfale. Esplosione di granate. Una sfuggita di due mila razzi
formeranno in aria un bouquet al naturale. Vili. Un fuoco
alla foggia d’un acceso Vesuvio si alzerà con strepitosa batteria che
annuncierà il termine dello spettacolo. Prima discesa col Paracadute
di madami- gella Garnerin areoporista, che avrà luogo, e corse di fantini
a cavallo ed a piedi, eon marcia trionfale, dirette da Girolamo
Coppa. L’apertura delle porte sarà annunciata da alcuni spari
d’artiglieria. Due gran bande di musica militare esegui- ranno dei pezzi
scelti d’armonia durante tutto lo spet- tacolo. Madamigella Garnerin
monterà nell’aerostato per eseguire la sua ascensione, che sarà
immediatamente seguita dalla sua discesa col paracadute, e sarà preceduta
altresì dall’ascensione di un pesce rombo indicatore della
direzione. Ventiquattro fantini a piedi eseguiranno una b^n
r- dinata corsa, che sarà divisa in tre parti, ciascuna composta di
otto fantini, che faranno tre giri, ed i primi delle singole parti, che
giungeranno alla meta, dovranno rimettersi ad altra corsa di tre giri per
la decisione dei premi. Sortiranno poscia altri ventuno fantini pure
a piedi, i quali dovranno fare tre giri, ed il primo di loro che
toccherà la meta, verrà unito a primi tre. 1 quat- tro fantini che primi
furono nell’aringa, dovranno di nuovo cimentarsi ad una corsa di altri
tre giri per la decisione dei controscritti premi. La corsa
dei fantini a cavallo, venne distribuita come segue. Uodici fantini a
cavallo eseguiranno due corse, divisi a sei per sei, compiendo i tre
prefissi giri circolari. I sei fantini a cavallo che nelle suindicate due
corse saranno i primi arrivati alla meta, si disputeranno la palma
con altra corsa, Gssata ugualmente di tre giri, e i tre che rimarranno
vincitori avranno il relativo premio. (0^oiMe et 0o^ao(Me Sfi/
dei/ Sedine e Oo^itoiue deu ^ (XitUitt/
^teuMo ('RsuMuoii/tcOc'e de6 ^texMMO uv .^.
cRou/i. CORSA DEI FANTINI A CAVALLO. Preda Raja
I. 3oo Gioja ‘Pietro . . Ferri
Luigi II. 200 Picozzi Giovanni
Slopani Giuseppe III. 100 CORSA
DEI FANTINI A PIEDI. Pozzi Francesco
I. 100 Tadei Giuseppe II.
80 Bardelli III. 60 Toja
Ambrogio . Seconda discesa col paracadute di madami- gella Garnerin
nel Delta discesa sarà preceduta da due corse, una di fan- tini a
cavallo, la seconda de’barberi, con due premj in- sieme di lìr. 6oo aust.
e bandiere, con estrazione pub- blica di dodici premi o lotti da lire 5 o
a lire 8oo: for- manti insieme una somma di lire 2600 austriache
che andranno a vantaggio degli spettatori i quali avranno preso dei
biglietti d’entrata a questa seconda esperienza e spettacolo, e detti
numeri corrisponderanno a quelli che saranno estratti a sorte.
Madamigella Garnerin ha fatto stampare 26000 bi- glietti di entrata
alla sua esperienza, i quali biglietti porteranno ciascuno un
numerocorrispondente a quello dei. 26000 biglietti che saranno posti
nelle urne, dalle quali ne verranno estratti dodici, pei dodici prenij
pro- messi. Detto spettacolo sarà diviso cqme
segue: Corsa dei fantini a cavallo, i quali dovranno ese- guire tre
corse complete, ed i primi tre che arriveranno alla meta dovranno
cimentarsi in un’altra corsa di tre giri, per disputarsi nuovamente i
premj. II. Corsa dei barberi i quali dovranno eseguire tre
giri dell’arena e i primi due, che ariveranuo alla meta avranno il
premio. III . Seconda corsa dei fantini a cavallo, che
serviranno a determinare Tassegnamento de’premj. iei/ da
OavoEfi. ^VOUllO da autiM/ ut/
ilowiuw utoW'e teuMO JIduS CORSA DEI
BARBERI. Preda Gardiaali I. II. i5o
CORSA DEI FANTINI A CAVALLO. Angiolini Laudoni Ferrario Frane.
Burella Antonio 200 i5o Ascensione di madamigella
Garnerin, die farà un giro intorno aU’arena. Poi s’innalzerà ad una
considere- vole altezza^ indi farà la sua discesa col paracadute. y.
Si darà fine allo spettacolo con l’ estrazione pub- blica di dodici premi
o lotti dalle lire 5 o fino alle 800. Avendo il Consiglio Comunale della
regia città di Mi- lano deliberato di festeggiare con pubbliche
dimostra- zioni di esultanza il fausto avvenimento della presenza
in Milano di S. M. 1 . R. Paugustissimo Monarca Fran- cesco I, la
Congregazione Municipale e la Commissione delegala del predetto Consiglio
deducono a notizia, che tra gli spettacoli pubblici divisati si faranno
le corse delle bighe e de’fantini a cavallo, e dell’esperienza
arco- statica col paracadute della signora Elisa Garnerin, nel-
l’anfiteatro dell’Arena 1 6 t'cu Dei/
GrtoafCi/ (S^X^oiu/e e Gogii/oiMe Dcgfi/ e
Dei. ^ «uh 111/
^celiti 0 111/ cHoilMIl/ 0 nt< 3 t */6
DeC ^telino III XeceS. 3 TL. CORSO DELLE BIGHE. Anglolini Trabattoni
I. 100 Fontana Gio. B. Radaelli
Santino II. 80 Suddetto ....
Cardinali d. il Pastirolo CORSA DEI FANTINI A
CAVALLO. Formigini Gius. Giuliani Gius.
I. 80 Castellani conte Gaetano Vaisem
II. 60 PezzinI Gioja III. 5
o Spettacolo eseguito da Francesco Orlandi. L’areonauta Francesco
Orlandi eseguirà il suo volo areostatico, sempre che l’ atmosfera si
trovi abbastanza tranquilla onde pòssa lo stesso condurre senza
ostacolo il suo naviglio per le difficili ed azzardose vie dei
venti e dimostrare col fatto la verità delle sue teorie. Aggiungerà
la tanto apprezzata corsa de’fantini a ca- vallo vestiti all’inglese,
distribuita come segue; dodici fantini a cavallo eseguiranno due corse,
divisi a sei per sei, facendo i tre prefissi girl intorno
all’arena. I sei fantini a cavallo chd nelle suindicate due
corse saranno arrivali primi alla meta, si disputeranno la palma
con altra corsa, fissata egualmente di tre girl, ed i tre che rimaranno
vincitori avranno il relativo premio. Lo spettacolo sarà reso più
brillante dalla musica eseguita da due bande militari. Dm
QfxvcMi, eJLoiii'e 6 Oo^nom'e- Dei, ^ imtiwi/
^i>edwo ut, Qixiòi Jlowtitwittew'e Def
5*ceiitio 111/ cibitA.' Giuseppe Preda. Brunello
Pietro. I. 4oo Angelo Briani .
Raja Domenico . II. 000 Paolo
Pozzetti, Ferri III. i5o Sg Discesa col paracadute
delV aereoporista francese EHisa Garnerin. Questa discesa preceduta
dalla prima ascensione col pallone ritenuto da funi, della sua giovine
allieva Eu- frasia Bernardi che farà il giro dell’anfiteatro. Detto
spettacolo verrà preceduto dalle corse de’fantiiii a piedi ed a cavallo,
e dei barberi, dirette da Coppa, secondo il costume degli antichi Romani.
Due complete bande militari suoneranno alternativa- mente durante
lo spettacolo. Prima e seconda corsa de’fantini a piedi.
Corsa de’fantini a cavallo. Terza e quarta corsa de’fantiui a
piedi. Corsa de’barberi. Quinta ed ultima corsa
de’fantini a piedi. Marcia trionfale. I . Gran corso di
^musica militare. II. Un cocchio con quattro cavalli di fronte, che
por- terà il Prefetto dei giuochi col suo seguito. IH. La
prima coorte. IV. Otto porta-stendardi e trofei. V.
Seconda coorte armata di brandi e di scudi pe- santi. VI» Un
gran Carro trionfale tirato da otto buoi a quattro a quattro di fronte,
pei vincitori dei giuochi circondato da ventiquattro genj
simboleggiati. Terza coorte armata di giavellotti con scudi.
VHI. Squadrone di tutti i fantini a piedi. IX. Squadrone di
tutti i fantini a cavallo, che chiu- derà la marcia. •
Terminato [l’esperimento, Tareonauta rientrò nel circo in carrozza
scoperta per risalutare il pubblico esultante, che l’acclamava. Le corse
dei fantini a piedi, a cavallo e dei cavalli sciolti riuscirono
animatissime, per cura di Coppa, il quale in tali circostanze è stato
sem- pre chiamato, come quello che per le molte corone rac- colte
in simili solenni disfida, combinava colla pratica e col consiglio la
fiducia di chi si lasciava da esso di- rigere.
c)lboiM6 e Gogmsui/e ut cllotwiM'Outowe CORSA
DEI BARBERI. Gardinali Nicola I.
3oo^ Ralli Giuseppe II. 200 Ghiggini
IH. 100 CORSA DEI FANTINI A.
CAVAL LO. Conte S. Antonio Passi
Gennaro I. 5oo Preda Brunello II. 3oo
Gardinali Nicola Merli Giuseppe.
CORSA DEI FANTINI A PIEI
)I. Rossi Giuseppe. Feltrini
Eugenio. . IT. Pozzi
. 6o Gozzini Davide. IV.
4o • f O . » . Straordinario spettacolo che sarà
eseguito dalla eotnpagnia del eavallerizzo Alessan- dro Guerra
Romano^ nelV^ luglio 1S27. La solennità di nn magnifico torneo alla
foggia di quelli ’che ese^uivansi ne^passati tempi, formerà la.
spet- tacolosa festa ^le dal cavallerizzo Alessandro Guerra verrà
esposta al Pubblico* con l’aggiunta di varii eseroizii d’e- quitazione,
corse a cavallo ed a piedi, e colle bighe di- rette da Girolamo
Coppa. Distrihiizipne drllo spellacolò: Al suono della
musica di due corpi di bande mili- tari che alterneranno le loix)
sipfonie si faranno: I. La corsa di veutiqq^ttro fantini a piedi,
divisi in tre schiere di otto per ciascuna, che eseguiranno tre
giri, e i vincitori di ciascuna dovranno cimentarsi in altra simile corsa
per il conseguimento de’rispettivi premi. li. La corsa dì tre della
compagnia Guerra die eseguiranno ciascuno sopra due cavalli* gli esercizii, cosi
detti giuochi di Troja, effettuando a gran corsa tre giri dell’Arena, e
il primo che giungerà alla meta, otterrà una bandiem d’onore •guernita in
oro. Il premiato fu Luigi Guillaume. La corsa di sei bighe,
che gareggieranno a due a due, facendo parimenti tre giri, ed i vincitori
di questa corsa dovranno essi* pure citoentarsi altra volta in egual
numero di gh^i per riportarne il premio. IV. Comincierà il torneo
col maestoso ingresso dei cavalieri giostranti muniti di armatura di
ferro e lan- cia, distinti ciascuno dai colori de’rispettivi abiti e
sciar- pe, ed accompagnati dql loro particolare corteo^ saranno
essi* preceduti dall’araldo e dal corpo dei trombettieri pure a cavallo,
ed eseguiranno il gran torneo* nel cen- tro dell’Arena in apposito
steccato; ornato di trofei ana- loghi allo spettacolo, colle ins’egne dei
giostratori. Dato il segno colle trombe, si cimenteranno i sei cavalieri
a due, e i tre vincitori dovranno rinnovare tra di loro il
combattimento, sinché uno rimanga superiore a tutti ptu- aver toccato
colla punta della lancia l’insegila degli avversar]. .V.
Combattimento dei delti tre vincitori tra di loro pei* ottenere il premio
d’unar sciarpa d’onore ricamata e "uernita in oro. O
l Il vincitore della sciarpa fu Alessandro Guerra. Grande
marcia trionfale; si vedranno i trombettieri, l’araldo, i cavalieri giostratorr
col rispettivp loro corteggio, le bande militari, la prima coorte 'armata
di scudi e lance, il gran carro trionfale tirató da buoi,* che
porterei donzelle abbigliate alla foggia delle Vestali, so- stenenti
corone di alloro, mirto e quercia pei vincitori; seguiranno littori e
genjianaloghi allo spettacolo, i porta- insegne con vari trofei, i
fantini che avranno eseguita la corsa a piedi e gli auriga premiati, e
finalmente al- tra coorte d’armati che chiuderà la marcia.
iDXjoiM/e » Qo^omie Deu Gapaffi. » io, ^ CU/IÌÒmì/
II* O^aóAi' cibiMUi'OiitaM 111/ ellou/it.
CORSA DELLE BIGHE. Aless. Guerra .Pifetro Brunello
I. 5oo Leop. Servolini Paolo
Trabaltoni II. 3oo Merliui e Preda
Gaetano Rovelli III. 200 CORSA
DEI FANTim A PIEDI. Rossi I.
100 Feltrini IL 8o Ariibr. Turconi
.IStraordinario spettacolo che si darà dalla compagnia del cavallerizzo
jdllessandro Guerra cousistente nelle corse di dodici giovinetti in
un sacco, di dodici nani, esercizj d’equitazione sopra due
destrieri, es’ercizj «seguiti da Faustina Guerra d’anni tre,
giuochi de’Coribanti sopra tre cavalli a dorso iludo, gran torneo
antico, pompa circense, e trionfo del cavallo arabo am- maestrato in
me^zo ad un’ fuoco artificiale; rappresentante un maestoso arco trionfale nel
mezzo dell’Alena. Primo straordinario sorprendente
spettacolo aereo di volatili diretto da Gio, ‘Battista Ferrano
modonese^ Le universali acclamazioni che otteiine Gio. Battista Ferrarlo
per questo genere di spettacolo prodotto a Modena, Parma e Torino, si
lusinga anche di meritare l’aggradimento del generoso pubblico
Milanese. I. \d un colpo di pistola uscirà da una cesta uno
stormo di colombi andando in traccia del loro padrone, e dopo voli vaghi,
e non limitati, caleranno ad un suo cenno al suoi piedi. II.
Sortirà un colombo che al preset’tare di una ban- diera calerà presso la
medesima, e vi si fermerà immo- bile girando sopra la bandiera
stessa. Un colombo chiamato il cannoniere, munito di miccia,
dopo varj voli, sparerà un cannone di bella grandezza. in campo un
colombo dello il sallatore, che farà il sallo dei cerchio a volonlà del
suo padrone con varie configurazioni e movimenti. V.
Usciranno un’altra volta tutti insieme i due stormi muniti di arma
arlifiziale, e combatteranno in aria tra di loro a fuoco vivo; e al
comando dei rispettivi coman- danti andranno alle loro posizioni.
VI. Un colombo chiamato Timpetuoso, passerà un cer- chio.
coperto di carta, e lo tornerà a passare dopo di aver rotto la carta
stessa. Una colomba detta la guerriera, volando a campo aperto in traccia
del suo padrone lo rinverrà ad un colpo di pistola; e nell’atto che
bramerà calare presso il medesimo le sarà presentata altra pistola sulla
quale essa «si fermerà immobile mentre sorte il colpo. Vili.
Altra colomba chiamata la cacclalrice, darà com- pimento alla serie dei
giuochi in mezzo di uno stormo; ad un colpo di fucile si distaccherà
dallo stormo e calerà .sopra il fucile medesimo, dove resterà immobile ad
una seconda scarica. Una banda militare collocata al podio del
pulvinare suonerà varj pezzi di musica. Secondo straordinario
spettacolo arco di volatili diretto dal suddetto Ferrarlo^ Le universali
generose acclamazioni, che ottenne Gio. Battista Ferrarlo da questo
illuminatissimo pubblico JMilanesp, presentando nell’ultima scorsa
domenica II suo .spettacolo dei colombi e la generale cortese
richiesta, perchè nuovamente lo esponga, sosi de.sse stale le ben
accette ragioni per replicare il suddetto spettacolo, con l’aggiunta
d’una corsa di- fantini a cavallo, distribuita come sefrne:
Dodici fantini a cavallo eseguiranno due corse, tlivisi a sei per
sei, corupieiltìo i tre prefissi giri dell’arena. I sei fantini a
cavallo che nelle suindicate due corse saranno arrivati primi alla meta,
si disputeranno il premio con altra corsa, fissata egualmente di tre
giri, e i tre che rimarranno vincitori avranno il relativo premio, con
bandiera d’onore analoga;' si chiuderà lo spet- tacolo con un giro
de’fantini a cavallo vincitori delle corse, al suono della banda
militare. cSl^oiwe 6 Oogw/oiite Dei ^vo^'uetixtj
Dei' SKooiue e Gu^uoiii'e Dir éf
aii'tiu'i vatui} iit a^iiuMa iitoci'f'/
DeE ^cenilo Jlou/Si CouteS. Aotonio Fassi
Gennaro r. 3oo Bernareggi Gioja 1 Foglia
. Borri TOO Spettacolo maraviglloso
eseguito da Gastellier di Parigi, macchinista e com- positore di fuochi
artificiali, nel 26 ago- sto 1827 . Esso consisterà nella
Regala o gara delle gondole, ossia battelli nell’arena allagata.
O Dato il segnale, tre battelli si slanceranno alla
corsa montati ciascuno da quattro gondolieri, e compieranno due
giri deU’arena. Altri sei battelli in due riprese si contrasteranno la vittoria.
I primi tre battelli vincitori in ciascuna delle tre corse, dovranno cimentarsi
ad un’ul- tima cor^a, perchè vengano contraddistinti dalle diverse
qualità de’premj. ofiooitie e/ Oognoiiie cibiMmoivb^e iw
cHau-òt. Paolo Podoni, Giovanni Ricci, Pasquale Mari,
Luca I. 800 Frizato, Plotli, Drago, Porlesi
. . IL 600 Garavaglia, Domiri, Gerosa, Ghezzi.
0 0 Nulla si è omesso, per quanto si è potuto,
affinchè questa parte del divertimento dilettevole riesca ed in-
teressante. I battelli furono sqelti d’ agile forma, vaga- mente ornati e
con eleganza d’addobbi. Esperti, robusti erano i gondolieri, alcuni
scelti dai paesi lungo i nostri laghi, altri ancora fra gli esteri.
* Poscia sorgeranno dall’onde ai lati dell’edifizio due amene
isolette, ed in -mezzo ad entrambe dominerà l’albero così detto della
cuccagna. Otto per ogni albero saranno quelli che si sforzeranno di
toccarne la cima, genei’oso sarà il bottino, e due bande militari li
accompagneranno sui battelli alla rispettiva isoletta nell’audata, e nel
ritorno. Nel mezzo dell’arena sarà basato un grandioso, ed
ottangolare edifizio, che porta per titolo; Il gran tempio della
Pace illuminato a gloi’no con lance di variati colori. I. Si
darà principio al fuoco con colpi di cannone, razzi, e tourbillons. Due
grandi congegni rappresentanti il sole, la luna e le stelle del
firmamento, che spariranno poscia con strepitose esplosioni. Razzi
a doppio volo, e varj altri bellissimi fuochi. Avventura di don Chisciotte
colle ali, un mulino a vento, e brillanti vedute. Due
risplendentissime bombe a pioggia d’argemo. VI. Sei girandole
prenderanno diverse conformazioni jjer ben venti volte. VII.
Nuovissimo comb£^ltimento di soli, che cesserà coit grandi scoppj.
Vili. Mirabile batteria di candele egiziane. La gran cascata di
Saint-Cloud, presso Parigi, la quale con quattro straordinarie cadute
genererà un pia- cevolissimo mormorio di una cascata d’acqua.
X. Moltiplici fuoclii della più ricercata invenzione. XI. Si
getteranno nell’acqua diversi pezzi di fuoco d’un genere affatto
singolare, i quali sorgeranno di nuovo dall’acqua, ascenderanno nell’aria
e scoppieranno. Lo spettacolo avrà fine con un strepito di colpi
di grandi racchette. Partiranno esse dalle torri sopra le cosi
dette carceri, e‘ in lato opposto della porta trionfale, per cni
incrocicchiandosi, e cadendo nell’onde produrranno un vivissimo
effetto. Spettacolo da eseguirsi da Francesco Orlandi.
f L’areonaula Francesco Orlandi, Bolognese, spinto da
brama soltanto di lasciare anche in questa insigne Metropoli quel nome, che
co’suoi esperimenti egli si è procacciato nelle città, ed in particolare con
quello recentemente eseguito in Genova alla .presenza di quella sovrana
corte, di molti illustri personaggi, e di una immensa popolazione,
ardisce coraggioso di cimentarsi di nuovo in Milano, colla lusinga di
meritarsi anche qui la soddisfazione di un Pubblico colto ed illuminato,
quindi con superiore autorizzazione ha 1’ onore di prevenirlo, che
nei suddetto giorno darà nell’anfiteatro dell’Arena, tre spettacoli degni
della pubblica ammirazione. In prima l’Orlandi eseguirà il suo volo
areostatico, facendo conoscere che l’uomo può dominare non solo
sulla terra e sull’acqua, ma ancora nefjli aerei spazj. Secondariameule si
rappresenterà uno de’più sorpren- denti fenomeni della natura, quale è il
Vesuvio di Napoli nell’atto di una delle più forti sue eruzioni. Nulla
sarà certo trascurato onde imitare (per quanto permette Tarte e Tingegno)
col fuoco artificiale, questo orribile fenomeno, imponente spettacolo che
richiamerà l’antica memoria degl’infelici Pompejani. Per
terzo cessata l’eruzione, apparirà improvvisamente un teatro,
rappresentante la reggia d’Apollo tutta traspa- rente, cpn l’anfiteatro
^legantemente illuminato; spetta- colo per Milano affatto nuovo, eseguito
soltanto l’anno scorso in Firenze nell’occasione della festa Ji san
Gio- vanni, e replicato colà in quest’anno con eguale felice
esito. La regata Feneziana . Fu sempre soggetto di
universale ammirazione in Ve- nezia lo spettacolo della cosi detta
regata, e venne co- stantemente ritenuto che il medesimo effettuare non
si potesse se non in quella sola città. Dipendentemente dalle
verificazioni di fatto già ese- guite, si è ormai conosciuto, che la
Veneta regata può aver luogo eziandio nell’Arena di Milano non solo,
ma più ancora che l’effetto al Pubblico sarà per riuscire di
maggiore interesse attesa la posizione della località. Per render
più interessante il divertimento, la gara avrà luogo fra i più esperti
gondolieri di Venezia, qui appositamente condotti. Vi sarà molta varietà
di gon- dole e battelli secondo il metodo e costume Veneto.
Si vedranno riccamente fornite in seta le così dette Bissone ad
otto remi. Malgarotte a sei remi e Peote, barche tutte di una diversa
costruzione. Due saranno le orchestre, acciò la musica renda
più animato lo spettacolo. Si darà principio con una marcia
maestosa di tulle le barche appositamente trasportate da Venezia, alla
qual|J seguirà un cosi detto fresco, o corsa di tutte le ridette
barche. Dopo questo, al segnale di una tromba, avrà luogo la gara
de’battelletti ad un remo con premi, cioè pri- mo e secondo premio; e per
ultimo il premio del por- chetto secondo il costume di Venezia.
Seguirà poscia un nuovo fresco, o corsa di barche, fino a tanto che
verrà allestita una seconda gara di gondolette a due remi, sostenuta da
differenti barcaiuoli. In fine verrà chiuso il divertimento con nuova
marcia, dopo della quale il suono delle trombe, annunzierà il
termine dello spettacolo. c)ei/ llt>
Jbiuiii/ijwtat* ^veiwo IH -^t/e cUsttòt.
GONDOLE A DUE RESI!. Musico Giuseppe, e Celega Giuseppe
8co Buranello Natale, e Forti BATTELLETTI AD UN REMO.
Calderan I. o o Papassissa . 200 Spettacolo
della regala Veneziana eseguitosi nel 24 agosto 1828 . Si
darà principio allo spettacolo con una corsa di tutte le barche di ogni
qualità e grandezza, appositamente trasportate da Venezia riccamente
addobbate alla Turca, Spagnuola, Veneta ec. non che delle gondole,
battelli e barche d’ogni forma. 4 Al primo squillo di tromba avrà
luogo la gara dei piccoli battelletti a due remi eseguita da esperti
rema- tori di Venezia. Finita tale corsa ad uu secondo
segnale si slanceranno nell’acqua dodici esperti nuotatori, i due primi
vinci- tori andranno a prendere i loro premi stabiliti. Dopo
tal gara vi sarà quella delle Bissone ad otto remi dei remiganti Comascbi
e del Po, contro i barca- juoli Veneziani. Avendo avuto luogo una
scommessa di trenta pezzi da venti franchi, verranno questi
depositati al momento presso i giudici che ne disporranno a fa-
vore del vincitore. Sarà vincitrice quella delle Bissone che compirà
prima il quarto giro dell’Arena. Le due Parti interessale in questa
scommessa, saranno nelle ri- spettive Bissone, onde animare vieppiù i
remiganti da loro scelti. dboiue o Oo^u'oiMe'
^teirn^o cRo/mM'oatat»'» BATTELLETTI A
DUE RI EMI. Calderau Andrea e Tasso
Valentino 800 Friselle Bartolomeo e Bagarolto
Giuseppe II. 4oo Tedesclii Antonio e
Papassissa III. ORI. Giuseppe NU0TAT
aoo Clavanzani I. i 5 o Sambo
Domenico ..NELLA PRIMA BISSONA Vendetta, Celego, Gauasselle,
Alberante, Musico, Buranello Natale, Marella Lorenzo, Forti
Govanui. Spettacolo del giorno 19 luglio 1829 . Fra
tutti gli spettacoli, ch’ebbero finora luogo in questo magnifico
anfiteatro, i più aggraditi certamente, ed i più acclamati furono le
corse delle bighe, dei cavalli, e de’fantini a piedi. I Il
concorso straordinario di spettatori, di che in ogni occasione di tali
corse videsi affollato l’anfiteatro, ne fa testimonianza. >
L’anfiteatro, già interamente ristaurato ed abbellito, anche per
cura dell’ iutraprenditore, fu elegantemente disposto per lo spettacolo
succennato. Dall’istante in cui verrà aperto al pubblico
l’anfiteatro sino aH’incominciamento delle corse, e negli
intervalli di queste, due bande militari alterneranno degli scelti
pezzi di musica. Alle ore sei cominceranno le corse col- l’ordine
seguente: Corsa di sei fantini a cavallo, che slanciandosi dalle
carceri al primo squillo di tromba prendendo la via di mezzo alle due
spine, indi la destra, percorreranno tre volte l’anfiteatro compiendo
l’ultimo giro d’avanti al pulvinare, ove è stabilito il palio, e si
troveranno i signori delegati; fra i primi tre vincitori avrà poi
luogo una seconda corsa. Altra corsa di sei fantini a cavallo. Corsa
a piedi, che verrà eseguita da otto giovani dilettanti, che compiranno
tre giri intorno alle spine, ed ognuno dei tre vincitori riceverà una
bandiera d’onore. Ottennero questo premio: I. Davide
Dolnago. II. Giacinto Cipolla. III. Domenico Comasco.
IV. Corsa di sei fantini a cavallo, vincitori nelle pre- cedenti
corse, onde disputarsi i primi premi. Y. Corsa di sei bighe, che
percorreranno esse pure tre volte l’anfiteatro, compiendo parimenti
l’ultimo giro davanti al pulvinare. vr. Altra corsa (li quattro
bighcj 11 vincitore avra una baudiera d’onore e il premio di Lir.
loo. Proprietario Bonella Gennaro. Aurica Santino
Redaelli. VII. Corsa di quindici barberi, che non ebbe li suo
pieno effetto per impreveduto accidente. Vili. Lo spettacolo verrà
chiuso colla marcia trion- fale del vincitori di cadauna corsa
all’intorno dell’anfi- teatro, partendo dalle carceri precedute delle
bande militari. SLoiM/e e Dei' Gix/va-lh
iSffjoute e Gogw/oiite t'enfi/ 6 Da/ ouAÌm/
^ceuM'O lli< cRoilMUiOM-to»
iw/ CORSA DELLE BIGHE. Giuseppe Preda
Paolo Traballoui I. 800 Angelo
Radaelli Gaetano Rovelli II. 600
Carlo Angioliai Luigi Vimercati ICORSA DEI
EANTINI A GAYAL LO. Salvatore Passi .
Salvatore Passi . 600 Giuseppe Merlini
Pietro Brunello. 0 0 Nicola
Sangiorglo Prances. Perrario III. 3
oo / Spettacolo che si da. A tenore del manifesti già
pubblicati avrà luogo il già annunciato spettacolo di corse, aggiuntivi
gli altri divertimenti sotto indicati, il quinto dell’introito
netto è destinalo a sollievo dì alcune famiglie indigenti. A.n- che
per questo titolo non furono risparmiate spese, onde lo spettacolo riesca
più variato e più accetto. I. Corsa di fantini a cavallo, i primi
quattro, die giun- geranno al palio, dovranno eseguire una seconda
corsa fra di essi per disputarsi i premi. Coi'sa di dodici somarelli
montati da gobbi-nani, ciascuno di questi in diverso abito di carattere
carne- valesco, uscendo dalle carceri, eseguiranno due girl com-
piendo Tultlmo davanti al pulvinare. Il primo del suddetti avrà un
premio d’una bandiera ed un borsellino con denari. III.
Seconda corsa dei quattro fantini a cavallo vin- citori nella prima, per
disputarsi i premi. IV. Corsa di sei bighe che percorreranno tre
volte l’anfiteati’O, compiendo 1* ultimo giro davanti al pulvinare. Le
prime quattro, che giungeranno al palio, eseguiranno una seconda corsa
per disputarsi 1 premi. V. Seconda corsa delle quattro bighe
vincitrici nella prima corsa, per disputarsi i premi. VI.
Corsa de’ barberi, 1 quali restando chiusa la via di mezzo alle spine,
percorreranno tre volte l’anfiteatro, compiendo l’ultimo giro davanti al
pulvinare. Marcia trionfale dei vincitori, con corredo di due bande
militari che terminerà il giro davanti al pul- vinare. Vili.
Nell’atto, in cui la marcia trionfale compirà il giro, verranno
incendiate sei grandi piramidi, collocate alle estremità e nel mezzo
delle spine, e sormontate da altrettanti gran vasi. Altri quattro gran
vasi collocati pure sulle spine a diversa distanza, e diverse
batterle prenderanno fuoco nel tempo medesimo. L’anfiteatro ri-
marrà illuminato da un sorprendente fuoco del Bengal. L’artista
pirotecnico Antonio Zucchi si lusinga di pre- sentare in questo breve
passatempo un lavoro dell’arte degno dell’ammirazione dei suoi
concittadini. Sei/ Dai OiWafK/ ’òecSv
JìoLVU/acc iJiMUMOiAtave 3, 3 e iex, ^ (xvtùt*/v
ecc. "òli ^veuMo COUSA DELLE BIGHE.
Preda Giuseppe Trabattoni Paolo I.
Quadr. 7 di G. Ganavesi Giacomo Rovelli
Gaetano II. 5 Gatti Gaetano .
Comisoli III. 4 Garillio Giuseppe Pomè
Giuseppe IV. 6o lir. A. CORSA DEI FANTINI
A CAVALLO. Passi Salvatore. Passi Salvatore, Quadr.
^ di G. Merlin) Gius. . Brunello
II. 3 », Castellani. Brelino
Pagani Smid. IV. 3o lir. A.
CORSA DEI BARBERI. Castellani Cavalla Inglese I.
2 1/2 Q. Sperati Cavalla Transilvana II.
1 1/2 » 1, Gardinali Cavallo
Polacco La Quadrupla di Genova equivale ad
Austr. L. g5. Grandioso spettacolo d’ equitazione
eseguito dalla compagnia del cavallerizzo Guillaume Coi piacevoli e
puerili travagli il piccolo Davidde Guillaume in aspetto di amorino darà
principio al trat- tenimento. Farà detto fanciullo due volte il giro
della vasta Arena sul cavallo in piedi, ed arditamente mano- vrerà
secondo il solito, producendo quella meraviglia che può destare un adulto
coraggio in sì tenera età. Nuovo spettacolo presenteranno sedici
individui alti ed in foggia di giganti patagoni dell’America, i
quali correranno due volte d’intorno al grande anfiteatro di-
sputandosi il palio. IH. Tre cavallerizzi (ciascuno in piedi su due
cavalli) rappresentanti gli esercizii, e giuochi detti di Troja.
IV. Il più e più volte applaudito volteggiatore Guillaume il figlio, si
produrrà ora con sempre maggiore impegno a dar saggi di sua intrepida
perizia, del :nol- tiforme travaglio su tre cavalli a dorso nudo ed a
ra- pidissimo corso. Gara a celere corsa di varii giovanetti
artisti, che vestiti in costume inglese percorreranno per ben tre
volte l’arena a cavallo ad uso de’ fantini, ed il primo percepirà la
bandiera d^onore. Ricomparirà il predetto Luigi Guillaume guidando
in piedi quattro cavalli a dorso nudo. VII. Marcia trionfale dei
vincitori, corredata d’armoniose bande militari. Alle spine centrali
dell’Arena s’innalzeranno quat- tro archi trionfali sfavillanti con fuoco
d’ artifìcio Un giovine in abito d’antico guerriero, montato sopra
veloce corridore oserà lanciarsi con furiosa corsa in mezzo, e fendere
replicate volte l’ una dietro l’ altra le ignee macchine, offrendo
all’occhio stupefatto misto il diletto collo spavento. In questo punto il
grande anfiteatro si troverà all’istante illuminato dal più brillante
splendore d’un fuoco del Bengal. Spettacolo diesi darà il ÌG maggio
1830 dalla famiglia Uetz. Una parte dei presenti
divertimenti, è affatto nuova per l’anfiteatro. La famiglia Uetz, a cui
ne è appoggiato l’esecuzione, è nella ferma fiducia, che se le
particolari sue fatiche nelle grandi forze d’Alcide, negli
equilibri, e nelle piramidi Greche non riesciranno di sorpresa. come
nei molti teatri in cui furono eseguite; lo saranno a motivo della
grandezza del circo. Essi sono divisi come segue: Da una
corsa di fantini a piedi, e cuccagne, e da un magnifico fuoco
d’artificio. Due ricche ed eleganti cuccagne erette nel mezzo
dell’arena, ed a conveniente distanza l’una dall’altra. I contendenti
all’acquisto saranno contraddistinti con segui particolari.
IL Equilibri e Piramidi Greche della numerosa fa- miglia Uetz,
eseguite sovra il gran palco appositamente innalzato nel mezzo del
circo. Corsa di dodici fantini a piedi, percorreranno l’arena tre
volte, ed i primi che arriveranno al palio percepiranno la bandiera
d’onore. Il primo. Davide Colnago. Il secondo. Giacinto
Colnago. Il terzo. Eugenio Feltrini. Attitudini e posizioni
dell’alcide Francesco Uetz e di quattro fanciulli sovra un gran carro
tirato all’in- giro dell’arena da quattro cavalli riccamente
bardati. V. Grandi forze d’Alcide sul palco posto come
sopra. Marcia dei fantini e di tutti quelli che compone- vano lo
spettacolo accompagnati da due bande militari. \1I. Gran fuoco
artificiale diviso come segue; Tre grandi girasoli, rappresentanti
l’iride al naturale. Gran fuoco di battaglia con duecento colpi di
bomba, ed otto esplosioni di palle lucenti. Tre sorprendenti
cascate di fuoco. Esplosione di ventiquattro grandi miniere.
L’aurora. Magnifica decorazione rappresentante il tempio
della Gioja, con diversi ornamenti di fuoco, e due iscrizioni
trasparenti. Illuminazione generale di tutto l’anfiteatro con
fuochi del Bengal, imitanti lo splendore del sole. Durante la
decorazione succennata verrà innalzata una grande quan- tità di razzi, e
verranno tirati moltissimi colpi di can- none e di bomba. Spettacolo
equestre eseqiiito dalla coinpafjìiìa dì Alessandro Guerra.,
Alessandro Guerra non dimenticò nel giro di tre anni i pegni gentilissimi
di cortese favore accordali agli spet- tacoli da lui dati nell’estate
1827 in questo stesso anfi- teatro ed è appunto questo ricordo che lo
incoraggia a rinnovare in questa per lui propizia circostanza altro
trattenimento. Corsa di cinque cavalli a dorso nudo, ed a gran
carriera del giovinetto Giorgio Cocchi, il quale montato in piedi sopra
due, guiderà gli altri tre in avanti. Corsa dei jokejs inglesi a cavallo
con tre premj. III. Corsa di tre damigelle, percorrendo sul
cavallo che giungerà al palio, otterrà in premio
un’elegante sciai pa. prima Elisa Sciiier. Gara a gran carriera,
eseguita fra quattro gio- vinetti allievi, che dovranno percorrere
tre volte l’arena ad uso de’fanllni. Il primo fra d’essi che arriverà
al palio, avrà in premio trenta fiorini moneta di conven- zione.
primo Giorgio Cocchi. V. Eserclzj delti giuochi di Troja eseguiti
da tre cavallerizzi, in piedi sopra due cavalli contemporanea- mente,
ed a gran carriera percorreranno per tre volte l’ampio circo;
assegnandosi a quello, che arriverà il primo al punto di fermata in
premio una ripetizione d'oro. Il primo Pietro Ghelia. VI. Il
Guerra col mezzo di artisti più scelti di Mi- lano, e di pirotecnici di
Roma si è prefisso di presen- tare uno de più grandi apparati di fuochi
artificiali. Nel mezzo deU’amhuIacro superiore alle carceri
sarà bnsato un grandioso edifizio, che rappresenterà l*e- slenio di
un magnifico tempio di stile greco decorato da otto colonne con figure e
gruppi allusivi a Plutone e Proserpina. Le sottoposte arcate, pure
presenteranno una caverna, dalla quale escirà un carro ornato da
ana- loghi emblemi tirato da quattro cavalli fiancheggiato da furie
che offrirà allo sguardo degli spettatori il Ratto di Proserpina in mezzo
ad una voragine di fuoco. Si darà principio ai fuochi con un
assortimento di razzi con lumi e pioggia d’oro, ed altri con
batteria. Nel centro del circo succederà una moltiplicità di fuo-
chi variati fra loro. Le decorazioni del tempio, in cima del quale
vi sa- ranno Plutone e Proserpina, saranno illuminati a giorno con
lance a diversi colori, candele romane, e pioggia di fuoco.
La caverna sarà pure intrecciata da tourbillons, can- dele e fuochi
in diversi modi, che termineranno con colpi ed esplosioni.
Una moltiplicità di colpi di grandi racchette, che parteranno delle
due torri sopra le carceri, e che incro- cicchiandosi in aria produrranno
un vivissimo effetto. Al termine dello spettacolo l’anfiteatro
presenterà quasi un nuovo emisfero, restando in un momento
illuminato da un sorprendente fuoco di Bengal. (Sfioom'e e
?ei. Sei/ Owaffi. Sffjome e Go^weiive M
Gfoóòi/ l/W. ..^£,6 elio. Sperati Luigi .
Brunelli Pietro I. 3oo Gallarati Giacomo
Gaggia Bortolo ir. 300 Vignati
Giovanni Cozzio Giuseppe irr. 100 Spettacolo
dato dalla compagnia del caval- lerizzo Guerra . Sensibile il rispettoso
cavallerizzo Alessandro Guerra ai generosi pegni di favore continuamente
accordati ai suoi esperimenti, nell’ atto di sortire da questo
suolo felice, studiò di dare ad ultimo pegno di riconoscenza un
nuovo straordinario soggetto di trattenimento al rispettabile Pubblico.
I. Corsa di dodici fantini a piedi, i quali dovranno eseguire tre
intieri giri, per l’ effetto che i tre primi, che perverranno alia meta
abbiano poi a cimentarsi in altra corsa. il. Corsa di fantini
a cavallo, i quali dovranno com- pire per tre volte l’intero giro
dell’Arena, ed i primi tre, che arriveranno alla fermata, dovranno
cimentarsi in altra corsa per decidere de’pi'emj. III. Corsa
di cinque cavalli a dorso nudo, ed a gran carriera del giovinetto Giorgio
Cocchi. IV. Corsa di una seconda schiera di altri dodici fan-
tini a piedi. V. Corsa di tre damigelle. La prima, che
giungerà al luogo fissato, otterrà in premio una collana d’oro
che fu Annetta Dcpcy. VI. Gara a gran carriera sopra piccoli
cavalli eseguita tra i quattro giovinetti allievi, il primo fra d’essi
che arriverà al palio, avrà in premio trenta fiorini in C. M.
che fu Gaetano Ciniselli. VII. Corsa di sei fantini a piedi,
che primi giunsero alla meta nelle due corse precedenti, per determinare
l’as- segnamento loro fissato. Vili. Esercizj detti giuochi
di Troia, eseguiti da tre cavallerizzi assegnandosi a quello, che
arriverà alla meta il premio d’una spilla di brillanti che fu
Giorgio Coccia. IX. Giuochi atletici e ginnastici eseguiti da
quaranta lottatori anfiteatrali. Corsa di Ire fantini a cavallo
risultanti i primi nella corsa precedente per determinare fra loro i
premi. Ad oggetto di render più dilettevole il tratteni- mento il
Guerra procurò due artisti funambuli per opera de’quali averà luogo il
Ratto di Proserpina, e con la replica del fuoco artificiale, che ebbe
luogo il 3i mag- gio i83o. SlLoiive 6 Go^woiive
Se)/ Sei/ allÓoi4i« 6 Go^twiu/e dei ^
cmIÙmui ^veimo IM.
clbiuiivoiitei&e IM/ =^. clbu'iit. CORSA DEI
FANTIINI A CAVALLO. De Micheli Gius.
Galimberti Luigi I. 3oo Manini
Francesco Mazzoli Cipriano li. 200
Vignati Giovanni Palmoto Palma . CORSA DEI
FANTINI A PIEDI. Colnago I. 100 Tralanzi
Giuseppe IL Madera Giovanni Spettacolo. Lo
spettacolo sarà de’più variati e interessanti. Alle corse delle bighe e
dei cavalli, che fu sempre il diver- timento nell’anfiteatro il più
aggradito ed acclamato, come quello che alletta non solo, ma che desta
entu- siasmo ed ammirazione, chiamando lo spettatore a par- tici
pare dei generosi sforzi della bravura e del coraggio, saranno
frammischiati dei divertimenti puramente carnevalesclii, trasporlall dal palco
e dalla scena per destare le risa. Passeggiata mimica in maschera. Il
tanto applau- dito balletto eseguitosi nel p. p. carnevale neU’I.
R. Tea- tro della Scala.' La comitiva si compone di un araldo
a cavallo, e di dodici caricature villereccie a cavallo in diversi
brillanti caratteri, cioè: Paesano Giardiniere Savojardo Montanaro Savojardo Maltese
Rezio Chinese Spagnolo
Catalano Samuese Celtico
Greco Frascatano
Stentarello. Quadriglia a piedi. Giove Giunone
Minerva Mercurio Apollo Diana Ercole Marte
Nettuno Plutone Dio Termine Diavolo
Bacco Satiro Don Chisciotte Sancio Pancia
Uffiziale Svizzero
Spaglinolo Turco Gran Gigante
Spaccamondo Due Chinesi
Donna in caricatura sei
caricature diverse sei
Arlecchini sei Lapouf Pulcinella Italiano Pulcinella Francese Girolamo
Vecchio Bamboccio Piccola
Vecchia Balia. Schiera di sei fantini a cavallo. HI. Altra di
sei fantini a cavallo, i tre primi di ca- dauna corsa, che giungeranno al
palio dovranno cimen- tarsi in una terza corsa per disputarsi i
premi. Schiera di dodici piccoli cavalli montati dalle succennate
caricature. Schiera de’sei fantini a cavallo vincitori nelle pri- me
corse, per disputarsi i premi. Gran carro elegantemente ornato, tirato da
quat- tro cavalli in ricca bardatura, e preceduto dall’Araldo, nel
detto carro Francesco Uetz eseguirà ai quattro an- goli dell’anfiteatro
le forze d’Alcide, ed i sorprendenti equilibri, nei quali fu altre volte
tanto applaudito. Corsa di sei bighe, le prime quattro a giungere al
palio dovranno eseguire un^altra corsa per disputarsi i premi.
Vili. Gran carro come sopra, su cui dalla famiglia Uetz saranno
eseguite piramidi ed attitudini Greche. iX. Seconda corsa delle
quattro bighe vincitrici nella prima, per disputarsi i premi.
X. Schiera de’sei piccoli cavalli vincitori nella prima corsa, che
ne eseguiranno una seconda per disputarsi i premi. Marcia trionfale
dei vincitori nelle corse sopra i l’ispettivi cavalli e bighe, aperta
dall’ Araldo come sopra. Gran bouquet di fiori a fuoco d’artificio e
batteria, lavoro dell’artista pirotecnico Giuseppe Uetz, al- l’usciU
tutte le porte saranno illuminate. Dei» ^tepwetir^
ì)ct/ iDfooitve e i^owc/i<yt 6 Jet/
<5^ aw.tii*i/ liv 0^41 (J^omnuoM/ltvoe Se?
^teuuo iiv oiWi. CORSA DELLE BIGHE. Preda
Giuseppe Trabattoni Paolo I. Galli.
Vimercati II. 5 oo Gattoni Comisoli
III. 4oo Garillio Giuseppe Pomè
Giuseppe IV. 3 ao CORSA DEI FANTINI
A CAVALLO. Fassi Salvatore. Smith. Mreglit Giansi. Creizer
Varesi. EOO CORSA DEI PICCOLI
CAVALE Piaggio I. 100
Ronchi. I. Galli . Grandioso c tutto nuovo spettacolo^ che
per opera di Luigi Henry si eseguirà. Gran coro pescareccio alla
siciliana composto dal maestro di musica sig. Panizza, diretto dal sig.
Granatelli td eseguito da cinquantadue dei migliori e più esperti,
coristi di questa capitale coll’accompagnamento d’una numerosa banda
militare, composta di novantadue pro- fessori, durante il quale gli
aspiranti ai premj dei differenti giuochi si presenteranno al
concorso. Corsa dei nuotatori, che sarà di tragitto assai breve, il
premio del vincitoi’e sarà di austriache lir. loo. Premiato
Gixisei’pe N., fabbro-ferrajo in S. Celso. Giuochi d’equilibrio, due dei
concorrenti, che avi’anuo la destrezza di stabilirsi i primi in piedi
sul palo uno alla destra e l’altro alla sinistra delle carceri,
acquisteranno ciascuno una posata d’argento. Premiali. Annibale
Isman. Antonio Fava. Corsa dei selvaggi del mare del sud, nelle piroghe
delle isole di Sandwich, scoperte dal capitano Cook, che faranno l’intero
giro dell’arena. Il premio del vincitore sarà di austriache lire
lOQ. Premiato. Giuseppe Arnaboldi. Giuoco dei bilancieri, ossia,
giostra di mare sospesa innanzi alla porta libitinaria. Il primo
campione, che avrà rovescialo due de’ suoi avversai] avrà in premio
della sua destrezza, una tazza d’argento. Premiato. Filippo Megname. Corsa
di due campioni in piedi a fior d’acqua, che partiranno dalle carceri ed
attraverseranno l’arena in tutta la sua lunghezza. Il vincitore avrà in
premio di austriache lire loo. Premiato. Gaetano Ricco.ll.
Giuoco dei due alberi di Cipresso, dirimpetto alla porla trionfale, un
bicchiere d’argento collocato alla cima (11 ciascuno del due alberi, sarà
11 premio del vin- citore. Premiati. Pietro Mur\tori.
Domenico An(;isola. Giuoco delle corde, come si pratica sui vascelli
d’alto bordo, in facciata al pulvinare. Ciascuno del due vincitori avrà
il premio d’un orinolo d’oro. Premiali. .Rossi. Colnago. La
Balena escirà da una specie di chiavica praticata alla porta trionfale,
ed attraverserà più volte il recinto dell’arena coll’andamento suo
naturale, e con tutti gli spontanei suol movimenti, aprendo l’immensa
bocca col maneggio della lingua, girando gli occhi e la testa,
versando grandi getti d’acqua dei vasti spiragli alla sommità del suo
capo, e movendo in lutti i versi la voluminosa sua coda, a segno di dare
una precisa idea della forma e natura di questo gran mostro
marino. Sarà ripetuto il gran coro sul cader della notte. Corsa (11 due
barche illuminate l’una di lanterne gialle, l’altra di lanterne rosse.
Queste faranno il giro di tutta l’arena partendo dal pulvinare, e la
barca vincitrice nella corsa avrà il premio di austriache lire loo.
Premiato. Antonio Gregol. XII. Una generale illuminazione in
parte stabile, in parte galeggiante Quattro fontane di fuoco,
lavoro del signor Uetz, annunzieranno al pubblico il termine dello
spettacolo. Spettacolo che darà Francesco Uetz. Il suddetto si
produrrà con corse di fantini a cavallo unitamente alla compagnia di
Syberlus Vansuest, che eseguirà quanto di più difficile e variato in
equestri eser- cizii presenta la scuola del celebre Franconi di
Parigi. La picciola milanese, d’anni sette, in abito d’amore
percorrerà due volte l’anfiteatro in piedi sul suo cavallo. ed
eseguendo passi ed attitudini superiori alla sua età sarà regalata d’una
bandiera. Corsa di sei fantini a cavallo, che in abito da
mammalucchi, eseguiranno tre giri intorno all’anfiteatro. Corsa di tre
cavallerizzi in piedi sopra due cavalli. La corsa sarà di due giri. Al
vincitore saranno date aust. lir. loo ed una bandiera il
vincitore fu Colombet. Corsa di altri sei mammalucchi a cavallo, che
come i precedenti, eseguiranno tre giri intorno al circo. Corsa a
cavallo di due donne, vestite da Amaz- zoni, ed accompagnate da due
cavallerizzi. Eseguiranno esse tre giri. La vincitrice otterrà una
bandiera d’onore con appesa una ricca sciarpa che fu madama
Bertotto. Corsa dei primi tre mammalucchi vincitori in cadauna delle
precedenti due corse, per disputarsi i premi di N.” 4 doppie di Genova il
primo. N.° 3 il secondo. N. 2 il terzo, e zecchini tre il quartoj i
vincitori furono: Proprietarj de’ cavalli. Passi Salvatori.
IL Ratti Giuseppe. Maninj Vignati. Fantini. Smith Giacomo.
Cattaneo. Mazzoli. Cozzio. Corsa sopra tre cavalli, eseguita in piedi
dal gio- vinetto Tardini, d’anni dieci, vestito alla Romana, farà
due giri. Avrà egli pure una bandiera d’onore. La vincitrice madama percorrerà
il circo, seguita da tutta la comitiva dei vincitori, portanti cia- scuno
la propria bandiera. E per ultimo gran fuoco variato d’artificio, col
quale s’illuminerà il «gran tempio situato innanzi alla porta
principale dell’anfiteatro. Oltre i fuochi del Bengal vi sarà una
continua esplosione di colpi di cannone e di bombe. Straordinario,
equestre, pirotecnico, areostatico spettacolo che darà la compagnia
di Guerra. Il suddetto darà equestri esercizi unitameute a
corse di jockeys a cavallo, esperimenti areostatici e fuochi
artiOciali; detto spettacolo sarà diviso come segue: Grand’entrata
di tutti gli artisti della compagnia, che col corredo di due bande
militari eseguiranno il giro di tutto Tanfiteatro. Gara a gran carriera
sopra piccoli cavalli eseguita da quattro giovinetti allievi, che
dovranno percorrere per tre volte l’intera Arena ad uso de’fantini. II
primo, che ira d’essi arriverà al palio avrà in premio una bandiera
e fu Rodolfo Guerra. Corsa dei jockeys inglesi a cavallo, dovranno
essi compiere tre giri intorno alla spina ovale, ed i primi tre,
che arriveranno alla meta, dovranno cimentarsi in un’ altra corsa pure di
tre giri per disputarsi i premi. Corsa di quattro madamigelle, che
percorreranno tre volte l’Arena: le prime due, che giungeranno alla
meta, dovranno eseguire altri tre giri per ottenere la bandiera
d’onore. Premiata Schier. Verranno innalzati in aria alcuni
palloncini col mezzo del gas idrogene, che non saranno discari agli
spettatori. Corsa di cinque cavalli a dorso nudo, ed a gran carriera
di Cocchi, eseguendo tre giri intorno la spina ovale. Corsa dei tre
jockeys a cavallo risultanti i primi nella corsa precedente per
determinare fra loro i premi, pel primo di ausi. lir. 3oo pel secondo 2oo pel terzo lOo, i vincitori
furono; Proprietarj de’cavalli. Sperati. Mreght. Merlo.
Jockeys. Brunelli. Giansì. Gambarino. Giuochi di Troja di tre
cavallerizzi eseguili in piedi sopra due cavalli, ed a gran carriera
percorreranno tre volte Tampio circo assegnando al primo uUa bandiera
d’onore. Premiato Bartolomeo Volani. Altro esperimento
areostatico coll’ascensione d’un pescatore col pesce rombo. Tenzone
dei due artisti sopra tre cavalli a gran corso, eseguiranno essi tre
giri, ed il primo che arriverà al palio otterrà una bandiera
d’onore. Premiato Bartolomeo Volani. Al termine dello
spettacolo l’anfiteatro presenterà quasi un nuovo orizzonte pel magnifico
fuoco d’artificio opera d’un artista romano, restando in un istante illuminalo
da fuochi di Bengal. Equestre spettaeolo variato cogli Elefanti,
La compagnia del cavallerizzoTourniaire, ottenuta la superiore
permissione di fare nel soprannominato giorno un interessantissimo
trattenimento in questo grande anfiteatro, si propone essa di segnare
cosi fatta avventurosa circostanza col- l’offei-ta d’uno spettacolo
d’Equitazione varialo con divertimenti, che nulla avranno di comune con quanti
altri, se ne sono dati finora. Grande entrata di tntti gli artisti, che
col corredo di banda militare, e di trombettieri militari a
cavallo, eseguiranno il giro di tutto l’anfiteatro. Gara a celere
corsa di quattro giovinetti vestiti di jockeys inglesi, percorreranno tre
volte il circo, ed il primo de’quali arrivato al palio riceverà la
bandiera. Il vincitore Nicolò Moro. Corsa di otto contadini i quali
correranno tre giri, ed i primi quattro, che giungeranno alla meta,
dovranno nuovamente in un’ altra corsa disputarsi tre premj. Tenzone
di due Greci che sopra due cavalli a schiena nuda per due giri,
eseguiranno nel secondo giro il salto di due barriere, ed il vincitore
avrà una bandiera d’onore. Il vincitore fu Luigi
Tourniaire. Esercizi all’Inglese eseguiti da sei cavallerizzi assegnandosi
ai primi due, che arriveranno alla meta due premi; al primo un pajo
speroni d’argento, ed al se- condo un anello d’oro. I vincitori
sono: Primo Luigi Naicase.. Secondo Carlo Reichard. Corsa di
quattro damigelle sul cavallo, col premio d’un braccialetto e un pajo
d’orecchini d’oro. Vincitrici: Prima Adelaide TourniAire. Seconda
Maria Collet. \II. Corsa di quattro artisti ciascuno in piedi
sopra due cavalli col premio d’un pajo speroni d’argento e d’un
anello d’oro. Vincitori: Primo Francesco Lavelliè. Secondo Luigi
Tourniaire, Vili. Corsa dei primi quattro contadini vincitori,
che nuovamente percorreranno con tre giri l’anfiteatro per
disputarsi 1 premj, pel primo aust. lire 200, secondo i 5 o, terzo 100.
Vincitori: Bianchi, lì. Cattaneo. Felice Ronchi. Ricomparirà Luigi
Tourniaire, stando in piedi sopra due cavalli a dorso nudo manovrando
altri quattro cavalli. Esercizi di quattro Cosacchi col premio d’itn
orologio d'oro, ed uno d’argento. Vincitori: Primo Francesco
Tourniaire. Secondo Carlo Delneccui. Grande pompa trionfale con due
Elefanti magni- ficamente ornati e montati da madamigella Adelaide
Tourniaire, e da Mattias Steffani. Chiuderà lo spettacolo quattro archi trionlali
illuminati d’un fuoco d’artifizio. Grandioso spettacolo intitolato
Vincendio di Rokeby. Sarà costruito in mezzo dell’arena un magnifico
castello d’ordine gotico-inglese, lungo cinquanta braccia,
proporzionatamente largo ed alto, della forma d’un ottangono oblungo con
quattro torri agli angoli. La parte principale dello spettacolo consisterà
in una manovra in grande, eseguita nel suddetto castello dive- nuto
preda delle fiamme, da pompieri veterani di questa città, cioè quelli che
hanno servito in questo corpo, sotto ottima direzione, la qual manovra
sola durerà per lo meno un’ora ed un quarto, offrendo ad ogni istante
i più superbi e variati colpi d’occhio, finché le quattro torri ed
altre parti del castello cadranno col fragor del tuono, diffondendo una
luce vivissima, il che unita- mente ad un combattimento al di fuori del
castello, offrirà un colpo d’occhio de’più imponenti che si possono
immaginare. Gl’incidenti dello spettacolo consisteranno in un bom-
bardamento ed espugnazione del castello, in diversi combattimenti interni
ed esterni, marcie ed altre azioni mimiche con musica scelta
espressamente a tal uopo. Agiranno in questo straordinario spettacolo
oltre il corpo suddetto di pompieri un corpo di castellani, un
corpo di banditi, un corpo di truppe regolari con artigìieri condotti da
diversi capi, un seguito di damigelle di Matilde, signora del castello di
Rokeby, tutti vestiti ed armati analogamente. Valentissimi artisti
gareggieranno, affinchè lo spetta- colo sia degno del magnifico
anfiteatro, nel quale viene rappresentato, e possa divertire, e fors’anco
sorprendere, questo coltissimo pubblico e quest’inclita guarnigione
sempre giusti nel pronunciare i loro giudizj. Il grande spettacolo, che si
doveva dare nell’Arena di questa città vi attirò molto concorso di
spettatori. La riuscita non avendo corrisposto all’aspettazione,
il Pubblico manifestò la sua disapprovazione con grida, e la parte
meno educata ridusse in pezzi le sedie e le ta- vole di cui erano muniti
i sedili. La maggior parte però degli spettatori si disponeva già
tranquillamente alla partenza, quando apertesi tutte le porte per la
sortita, una moltitudine del basso popolo si presentò al di fuori
per entrare nell’anfiteatro, dove voleva distruggere per vendetta il
fiuto castello di Rokeby, argomento dello spettacolo. Le guardie
militari essendo accorse per Impedire que- sto pericoloso accesso della
moltitudine tumultuante, vennero investite a colpi di pietre per cui alcuni
soldati ed impiegati rimasero feriti. Un distaccamento
militare dopo aver resistito per lungo tempo alla sfrenatezza della
plelie, tornati vani i tentativi per allontanarla, nè potendo più oltre
difendersi, incominciò daU’cseguire esplosioni di fucile in aria, per incutere
timore, ed infine non avendo ottenuto effètto alcuno, ed incalzando sempre più
la moltitudine, fece sca- riche a palla. Un individuo venne così
sgraziatamente colpito amorfe, ed altre dieci più o meno gravemente
feriti. La moltitudine allora si disperse, ogni tumulto, che
d’altronde limitossi alla sola località dell’anfiteatro cessò, e questo
disordine non ebbe altre conseguenze sulla tran- quillità pubblica, la
quale era in tutte le altre parti della città nella medesima sera^ come
all’ordinario perfetta. Spettacolo equestre eseguito da
Alessandro Guerra. Consistente nella corsa delle bìglie nella corsa dei Jockeys a cavallo Corsa
di Cocchi sopra cinque cavalli a dorso nudo
Corsa di quattro damigelle vestite alll’Amazzone col premio
d’uu’elegante sciarpa che l’ottenne Leonilda. Carrara.Forze
da^Gladlatori sopra cavalli, eseguiti da Antonio Brand e Gaetano
Ciniselli Esercizi di Troja, eseguiti da quattro cavallerizzi col premio
d’una ripetizione d’oro ottenuta da Cocchi. Avrà fine lo spettacolo con
un dilettevole fuoco d’artificio terminante collo scoppio d’una
batteria. afonie e GogwoiM'6 ?ei. 5'x'Opwe^oW'j Dei
Oai’idli' elGoiite 6 Gogirowve' De^Pi clbiKti^* e
5ocke^A IH/ ailomiMOute^e De-E ^teiwto iw/
cHauA. CO RSA BELLE BIGHE. Sperati
Rovelli I. 5oo Consoni Yimercati CORSA
DEI JOCR EYS. Guerra Ciniselli
I. 3oo Suddetto Volani Spettacolo equestre del detto
Guer, Consistente nelle corsa delle bighe
Corsa dei fan- tini a cavallo
Corsa di tre damigelle sopra due ca- valli pel premio d’tma spilla
di diamanti e corona d’al- loro, la vincitrice fu Leonilda
Cariura. Altra corsa di Giorgio Cocchi dirigendo sette
cavalli Esercizi dei Gladiatori Corsa di quattro dami- gelle a
cavallo col premio d’un anello vinto da Luigia Letard,
Avrà fine lo spettacolo con un fuoco artificiale, re- stando
illuminato l’Anfiteatro da fuochi di Bengal. eTCtfiue e Oo^u/diue
Sei/ dei Oa(;ixl^ eHaoitie e Oo^uoiu'e e
del ^ oaitiiu ^vatMO Uh ^om/movXaK/e deE
^velino IH cllou/A. CORSA DELLE BIGHE, Sperati
Giuseppe Rovelli Gaetano I. 5oo Consoni
Francesco Vimercati Luigi CORSA DEI FANTINI A
CAVAILO, De Micheli Frane. Ciniselli Gaetano
I. aSo Guerra Alessandro Volani Bartolomeo II.
i5o Grisetti Carlo, Cozzi Giuseppe.
III. 100 I t- re spettacolo Consistentt
tini a cavalle valli pel prei loro, la vinci Altra
corsa Esercizi d gelle a cavali Avrà fine ’ stando
illumi (Set ^topwela. deir Qrava^ Sperati Giusef
Consoni Frane CORSi De Micheli Fri Guerra
Alessat Grisetti Carlo. Getty. Nome compiuto: Giovanni del Vasto Lanza
Branciforte. Branciforte. Keywords: i giochi
olimpici, Ikko, Crotone, Taranto. Branciforte. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice "Grice e Branciforte," per Il Club
Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Brandalise: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del municipio di Firenze –albero fiorito -- immune, comune – scuola
di Pistoia – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Pistoia). Filosofo
toscano. Filosofo italiano. Pistoia, Toscana. Grice: “I would say that
Brandalise is a Griceian – his tutees know it! He has philosophised on
keywords: communicazione, l’altro, indeed what he calls the Kantian
transcendental necessity of ‘l’altro,’ and the idea of a ‘collective’ desiderio
– or comunita – What is that if not my philosophy of communication?” Adone Brandalise (Pistoia) è un
critico letterario, letterato e accademico italiano. Si laurea con Branca con
una tesi dal titolo L'opera e la critica. Esperimenti critici su testi narrativi
italiani, in cui vengono sperimentati nuovi metodi critici su testi di Manzoni
e Gadda. Professore di teoria della
letteratura presso l'Padova, la sua attività di ricerca si caratterizza per il
costante intreccio tra riflessione filosofica e psicoanalitica con
l'interpretazione del testo letterario. I luoghi seminali della sua ricerca
vanno individuati nello studio di Spinoza e Plotino, cui si dedica sin dalla
giovinezza, di Hegel e dell'idealismo tedesco, oltre che nell'approfondimento
risalente agli anni Settanta dell'opera di Lacan. Promotore di numerose iniziative
scientifiche, tra cui alcuni progetti di didattica e ricerca legati agli studi
interculturali, ha collaborato a riviste quali "Lettere italiane",
"Studi novecenteschi", "Immagine riflessa", "Il
centauro", "Filosofia politica" o "Trickster". Tra i temi che segnano la sua ricerca vanno
senz'altro segnalati alcuni molto ricorrenti: il problema della singolarità, il
rapporto tra mistica ed evento soggettivo, quello tra pensiero filosofico e
azione politica, quello tra poesia e pensiero. Attentissimo cultore della
musica operistica e del cinema, tra gli autori che maggiormente animano la
scena della sua riflessione, affidata soprattutto all'oralità, sono Platone,
Leopardi, Melville, Nietzsche, Shakespeare, León, Ophüls e Welles. Operaismo Brandalise opera a Padova, dove
anima e partecipa a partire dagli anni settanta alla costituzione di numerosi
seminari e momenti di studio, anche in relazione con i dibattiti
dell'operaismo. Oltre all'attività sindacale, in comunicazione con Bianchini
(Padova), segna questa fase di sua riflessione politica il lavoro svolto
"off air" nella direzione romana di "Il Centauro. Rivista di
Filosofia e teoria politica, nel cui comitato direttivo operavano anche Nicola
Auciello, Adriana Cavarero, Remo Bodei, Massimo Cacciari, Umberto Curi,
Giuseppe Duso, Roberto Esposito, Giacomo Marramao, Giangiorgio Pasqualotto,
Biagio De Giovanni (direttore) e Racinaro.
Il Centauro, rivista pubblicata dall'editore Guida, nasce in una fase
storica segnata dal caso Moro, dal compromesso storico, dal teorema Calogero.
L'idea dei redattori era di avviare un laboratorio politico in cui potessero
intervenire intellettuali legati al PCI, anche se in modi spesso prossimi al
dissenso. Tuttavia non compare nelle rievocazioni più recenti degli anni
dell'operaismo il nome di Brandalise, certo per la relativa assenza di suoi
interventi scritti, ma anche per il coagularsi del suo percorso politico negli
anni Novanta intorno alla "nozione sintomatica" di politica
invisibile e poi, nel decennio successivo, di decostituzionalizzazione. Opere Oltranze. Simboli e concetti in
letteratura, Padova, Categorie e figure. Metafore e scrittura nel pensiero
politico, Padova, Macola, Psicoanálisis y arte de ingenio: de Cervantes a
Zambrano, Malaga, Miguel Gomez, con Macola e Otin, Bestiario lacaniano, Milano,
Mondadori, L'immagine del territorio e i processi migratori, in M. BERTONCIN,
A. PASE, Territorialità, Milano, Angeli. In weiter Ferne so nah. In margine al
sermone Beati Pauperes, in (G. Panno) Il silenzio degli angeli. Il ritrarsi di
Dio nella mistica medievale e nelle riscritture moderne, Padova, Unipress,
Oltre la comparazione. Modi e posizioni del pensiero dopo l'intercultura, in
(G. Pasqualotto), Per una filosofia interculturale, Milano, Mimesis,
Introduzione (con Barbieri), in (Barbieri, Mura, Panno), Le vie del racconto.
Temi antropologici, nuclei mitici e rielaborazione letteraria nella narrazione
medievale germanica e romanza, Padova, Unipress, Il multilinguismo nella
mediazione (con Celli, Rhazzali, Sartori), in (Mantovani) Intercultura e
mediazione, Roma, Carocci, Postfazione, in C. Tenuta, Dal mio esilio non sarei
mai tornato, io. Profili ebraici tra cultura e letteratura nell'Italia del
Novecento, Roma, Aracne, con N. Fazioni, Cosa cambia con Lacan? Saperi, pratiche,
poteri, in International Journal of Žižek Studies, Dentro il confine, Milano,
Mimesis,. Metodi della singolarità,
Milano, Mimesis,. La necessità
dell'Altro: scritti in onore di B., Milano, Mimesis, Gentili, La crisi del
politico. Antologia di "Il Centauro", Guida B. Sito dedicato
all'opera e al pensiero di B. Pod cast degli interventi di B. Biografie
Letteratura Letteratura Università Università Categorie: Critici letterari
italiani Letterati italiani Accademici italiani Professore Pistoia. B.. camlet bound round the waist
with a girdle, after the ancient fashion, and a mantle lined with
minever, with a hood which they wore over their heads. And the women of
the people were clothed in coarse green cloth of Cambrai, made after
the same fashion. A hundred lire* was an ordinary dower for a wife. A
dower of two or three hundred was in those days considered enormous.
Girls, for the most part had completed their twentieth year before they
were married. Thus rude in dress and customs were the Florentines
of those days ; but they were loyal, and kept good faith, both
among each other and towards the Commonwealth. And with their poverty and
coarse mode of life, they did greater things, and acted more virtuously,
than we do with our greater effeminacy and greater riches. Those were the
manners of the good old times before the building of the second walls
around the increased city. The position of these walls, and the amount of
space thus added to the city, are very accurately known. The line taken
by the new circuit has been minutely recorded by Malispini,f
Villani, J and Coppo Stefani.§ But it will be sufficient for our purpose
to indicate in a more general manner the extent of the increase.
The old city, wholly confined to the northern bank of the river,
stretched along it from a point near the present Ponte Santa Trinita, to
another a little beyond the building of the Uffizi. A line drawn
northward from the foot of the Ponte Santa Trinita, to the corner formed
by the Via de' Rondinelli and the Via de' Cerretani, and thence turning at a
sharp angle westward, proceeding then in a direct line to the
Piazza del Duomo, encircling the Cathedral, and then turning
southwards to rejoin the river by a line nearly correspond- [The Tuscan
lira is now equal to eightpence sterling-. To find its equivalent value
at the time in question it must be multiplied by from ten to fifteen.] ing
with the present Via del Proconsolo, the Piazza di San Firenze, and the
Via de Leoni, would very nearly mark the position of the old wall. The
new one enclosed an area much more than twice as large as the old city.
This new wall extended along the northern bank of the river from the
present Ponte alle Grazie to the Ponte alia Carraia. A direct line drawn
in north-western direction from the foot of the latter, to the sharp
corner made by the Via delle Cantonelle, behind the Church of St.
Lorenzo, turning at that corner to follow in a south-easterly
direction, and nearly in a straight line, the course of the streets
De Gori, C alder ai, De Pucci, De' Cresci, and St. Egidio, to the
corner of the Via del Fosso, and there again turning to the south-west,
and striking towards the river in a direct line by the streets Del
Diluvio and De Benci, to the foot of the Ponte alle Grazie, would form
the new boundary of the city on the northern bank of the river. But
the suburbs which had been gradually formed on the southern bank,
were also now for the first time brought within the walled city. This new
" Oltrarno" quarter, "beyond the Arno," comprising
less than a quarter of the space now occupied by the city on the southern
bank, was bounded by the river from the Ponte Santa Trinitd, nearly to
the Ponte alle Grazie, and by a line of wall which, starting from
the bank at the spot where the former of these bridges now stands,
followed the entire length of the present Via Maggio, and then turning at
an acute angle back again towards the river, crossed the Piazza de Pitti
in an oblique direction, so as to exclude the ground on which the
Pitti Palace now stands, pursued an irregular course along the foot of
the steep hill, which here leaves but a narrow space between it and the
Arno, till it rejoined that river in the immediate neighbourhood of the
Ponte alle Grazie. It will be seen that this notable
enlargement of the city, while more then doubling its former area,
comprised a space less than a fourth of that contained within the
present wall, which third circuit was, in most respects as it still remains,
traced some time ago. Brandalise. Keywords: immune, comune, rodano, paradosso del
reciproco, amare, ligarsi, bestiario griceiano, bestiarium griceianum, il
municipio di Firenze. "To change the image somewhat, what bothers me
about what I am being offered is not that it is bare, but that it has been
systematically and relentlessly undressed. I am also adversely influenced by a
different kind of unattractive feature which some, or perhaps even all of these
bêtes noires seem to possess." Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice e Brandlise,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Breccia: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della metafisica del dialogo – scuola di Trento – filosofia
trentina -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco d H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Trento). Filosofo
trentino. Filosofo italiano. Trento, Trentino-Alto Adige. Grice: “I like
Breccia; he is, like Vitruvio, obsessed with the male human body – but also
about the ‘metafisica del dialogo,’ so we can call him a Griceian!” -- Breccia nel suo studio a Roma. Pier Augusto Breccia (Trento ), filosofo. La
pittura di Breccia esplora l’essere umano con un approccio ermeneutico (nel
senso della filosofia ermeneutica moderna di Jaspers, Heidegger, Gadamer) e si
apre su un vasto orizzonte di temi filosofici. L’opera di Breccia include oli
su tela, matite e pasteli su carta, 7 libri e numerosi saggi critici. B. ha
esposto in personali in Europa e USA. La famiglia paterna è originaria di
Porano, un piccolo paese dell’Umbria, dove sua madre, Elsa Faini (di Trento),
si era trasferita nel dopoguerra. I genitori di Pier Augusto lavoravano
entrambi nel settore ospedaliero: infermiera la madre e chirurgo il padre
Angelo. La famiglia si trasferisce a Roma, dove B. trascorrerà la maggior parte
della sua vita. Si iscrive al liceo classico Giulio Cesare di Roma, dove matura
un profondo interesse per gli studi umanistici che lo accompagnerà per il resto
della vita. Scopre la Divina Commedia che studia di sua iniziativa affascinato
dalle allegorie dantesche. Subito dopo, attratto dalla filosofia e dalla
mitologia greca, traduce per l’editore Signorelli l’“Antigone” di Sofocle e il
“Prometeo legato” di Eschilo. Ancora nella fase adolescenziale traduce i
“Dialoghi” di Platone. Completati gli studi liceali si iscrive alla facoltà di medicina
dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e riceve, con il massimo dei voti, la
laurea in medicina. Professione medica Dopo la laurea consegue una
specializzandosi in urologia, in chirurgia generale e successivamente in
chirurgia cardiovascolare mentre comincia a far pratica al Policlinico Agostino
Gemelli di Roma. Sposa Maria Antonietta Vinciguerra, nasce il primo figlio,
Claudio e la figlia Adriana. Si trasferisce a Stoccolma, dove lavora al centro
di chirurgia toracica e cardiovascolarere dell'Istituto Karolinska sotto la
supervisione di Viking Björk (inventore della valvola cardiaca Bjork–Shiley).
Tornato all’università Cattolica di Roma e al connesso ospedale Gemelli,
diviene professore associato. Ppratica interventi a cuore aperto e pubblica
circa cinquanta articoli in riviste mediche. Il punto di svolta: dal
bisturi alla matita È quando B. scopre un inaspettato talento per il disegno,
che nei due anni successivi diverrà il suo hobby. Soltanto dopo la morte di suo
padre e a seguito di una profonda crisi esistenziale, il talento disegnativo
trova la sua espressione creativa. La produzione artistica dei primi due anni e
il pensiero filosofico da questa ispirato confluiscno nel libro
"Oltreomega". Durante un periodo di produzione artistica e di
mostre in Italia e all’estero (‘'Monologo corale’', ‘'Le forme concrete dell
in-esistente’', ‘'La semantica del silenzio’') prende un'aspettativa dalla
professione medica. Nel biennio seguente, lo stile artistico, da lui definito
"ideomorfico", si delinea con maggior chiarezza, così come il
pensiero filosofico, che presenta nel libro “L’Eterno Mortale”. Dà le
dimissioni dalla professione di chirurgo e nello stesso anno porta le sue opere
a New York, presentandole in due mostre consecutive, alla Gucci e all’Arras. La
strada dell’arte, si delinea rapidamente e, appena date le dimissioni, si
trasferisce a New York dove trascorre la maggior parte del tempo. Durante
questo periodo, espone in diverse città degli Stati Uniti (New York, Columbus,
Santa Fe, Miami e Houston). Sin dall’inizio è estremamente prolifico e
l'opera dei primi dieci anni viene raccolta nel libro “Animus-Anima”, che
comprende immagini di sue opere. Torna stabilmente a Roma ed espone in diverse
città italiane ed europee. Pubblica "L’altro Libro", scrive “Il
linguaggio sospeso dell’auto-coscienza”. B. presenta novanta opera in
un’imponente personale al museo Vittoriano e pubblica “Introduzione alla
pittura ermeneutica”, il suo manifesto artistico, al quale collabora il
filosofo Matassi. Negli anni seguenti, malgrado le condizioni di salute, è
impegnato in numerose mostre in musei italiani ed europei. Dopo la
chiusura della sua mostra di Trento, ha un infarto nel suo studio di Roma,
viene portato al Policlinico Gemelli, emuore. Ragione e immaginazione: “lo
spazio pensante” Lo spazio è l’elemento più distintivo delle opere di B., che
egli stesso definisce “denominatore comune della pittura ermeneutica[...]
principio stesso delle nostre facoltà intellettive”. Tuttavia, se nello
spazio paradossale di B. la ragione si sospende e precipita di continuo, il
senso di armonia ed equilibrio, che caratterizza tutta la sua opera permette
all’immaginazione di entrare nello spazio senza alcun tormento. Forme,
colori e luce: dis-oggettivazione Un'altra caratteristica delle tele di B. è la
presenza di “oggetti”, in un equilibrio generato tuttavia da forme e colori
piuttosto che da una oggettiva metrica di spazio. Allo stesso tempo, tali
“oggetti”, ridotti a forme/colori essenziali o addirittura trasformati in
spazio stesso o “altro da sé”, sono privi di una vera oggettività e di
conseguenza sono aperti ad essere letti come linguaggi, segni o, più
propriamente nel senso della filosofia ermeneutica di Karl Jaspers, come
“cifre”, cioè “segni” non ancora interpretati. L’uso della luce e del
chiaroscuro è parallelo a quello dello spazio e della prospettiva nella
molteplicità di paradossi. L’assenza di una fonte di luce all’interno
dello spazio pittorico contribuisce a rimuovere contenuti emozionali. In
ultimo, il rapporto luce-spazio-forma crea l'ennesimo paradosso di B. Se la
luce è spesso associata a ciò che è comprensibile razionalmente (e.g. “luce
della ragione”), nelle opere di B. tutto appare al contempo luminoso e
misterioso. B. usa il termine “pittura ermeneutica” per descrivere la sua
posizione come artista nel suo Manifesto “Introduzione alla pittura
ermeneutica”. Il presupposto di significabilità della cifra pittorica
ermeneutica è la libertà da canoni, convenzioni, dogmi di spazio e tempo, del
qui e dell’ora, che permette una verifica della significabilità dal di dentro.
In tal senso, l’arte può essere un’esperienza di conoscenza, in quanto
“apertura” da “un lato sull’infinita alterità dell’essere o di Dio, e
dall’altro sulla personale coscienza dell’ ‘Io’.”(Introduzione alla pittura
ermeneutica). Moschini e Zitko Zitko Zitko Comunicare, Università
Cattolica del Sacro Cuore,. Unomattina, RAI Unomattina, Gennaio Zitko Moschini
e Zitko, p.38. Steiner Steiner Moschini e Zitko Moschini e Zitko,
p.40. B., Introduzione alla Pittura
Ermeneutica, Vivaldi Moschini Zitko Steiner Moschini e Zitko. Moschini e Zitko Moschini,
M. e Zitko(), "The educational path of Ideomorphism. From theory of
knowledge to philosophy", Journal of Philosophy and Culture supplement,
laNOTTOLAdiMINERVA Zitko, "Il linguaggio della pittura ermeneutica e la
Chiffer di Jaspers", Dipartimento di Letteratura e Filosofia, Universita'
di Pisa Steiner, Profile: B., ART TIMES Steiner, Critique: B. at Arras Gallery,
NYC", ART TIMES Steiner, B.: Another Look, NYC", ART TIMES Matassi,
E. Sur la peinture Hernéutique: B., “le messager d’alterité”.I n: Du Nihilism à
l’hermenéutique libri gratis su itunes The educational path of Ideomorphism La
pittura ermeneutica, su didattica ermeneutica. B.: biografia, su
direnzo. Biografie Biografie: di biografie Categorie: Pittori italiani
Filosofi italiani Saggisti italiani Professore Trento Roma. THE DIALOGUE The universe of speech is egocentric. At the
centre is the speaker (ego) and the listener is slightly off-centre (tu).
The listener becomes a speaker in his turn and the axis of the universe
shifts slightly, but these are the two persons of speech, and all others
are objects to be pointed out. Ego spreads symbols in front of tu, but tu
is the arbiter of intelligibility. If ego makes unintelligible noises or
speaks Greek to the Eskimo tu, there is no communication and therefore no
language. If ego's symbols are unsatisfactory or unsatisfactorily
arranged, tu demands a new set or a better arrangement. Since speech is a
function of action, tu's acts determine the sense of ego's symbols to the
extent that ego must either acquiesce or come to a new
understanding. Soliloquy, meditation, and ‘arranging one’s thoughts’
are imitations of dialogue. They have involved in past time even
movements of lips ; hence the theatrical convention that the soliloquy and the
read letter can be overheard. But ego does not speak to ego; he has far
quicker ways of understanding himself. He soliloquizes before an imaginary
tu and he arranges his thoughts with a view to addressing later some real
tu. The dialogue occurs within a frame of reference provided by
circumstances and concerns some event. Gardiner 1 describes speech as four-sided,
with the IV factors of I speaker, [Gardiner, Speech and Language, Oxford,
io] II listener, III words, and IV things. The things, however, should be
those of a given moment, forming an external and concrete
association which we call circumstance. It is better to think of them as
external and concrete, because so they are in all languages, including
savage ones. Two persons may discuss the square root of minus one in
an oubliette at midnight and so reach an extreme of abstract
speech, but the topic is no more than the last of a long series of
abstractions which began with the sum of two flints or cave-bears or
the Circumstances or Context Event or Phenomenon
Impression Expression impression I H like. A square was once a
pattern on the ground. If one says to another ‘the unexamined life is not
worth living’ there has to be a context of ethical discussion to determine
what is ‘life’, ‘worth* or ‘examination*. An insurance agent might be
puzzled by the phrase and emend it to ‘the medically unexamined life is
not worth insuring*. Even so, though more concrete, his language
represents the end of a complex process of civilized abstraction. That
speech should be possible without visible circumstances is a relatively
late development, and is achieved by the creation of contexts. The
context of a discourse consists of spoken conventions which enable us to
dispense with visible objects, by siting the discourse well enough to
give the supplementary information that would otherwise have been derived
from circumstance. The language even of savages contains some abstraction,
since they speak of some parts of circumstance and neglect others.
Yet the Australian Arunta cannot count or distinguish times or
identify themselves. Basque host ‘five* probably means ‘closed fist’,
and counting in multiples of twenty (Basque ogei) was achieved
by counting fingers and toes. Getting lost in the higher figures, it
might prove simpler to proceed by subtraction (Lat. 19 undeviginti, 18
duodeviginti, Finnish 9 yhdeksan, 8 kahdeksan, cf. 1 yksi, 2 kaksi 9 and
the Indo-European for 10). Chinese characters are singularly illuminating
concerning the relations between concrete and abs- tract. ‘Benevolence*
is ‘man plus two* (a man who thinks of another beside himself),
‘happiness* is ‘one mouth supported by a field*, ‘peace* is ‘a woman
under a roof* (indoors), ‘home* is ‘a pig under a roof* (food and
shelter), ‘spirit* is the skeleton of a great man, a ‘great* man is one
who has not only legs to obey but arms to enforce, ‘father* is a ‘hand holding
a whip*. These written analyses are, no doubt, scholarly and sometimes
whimsical. It is not exactly in that way that abstractions have been
derived from objects and contexts substituted for circumstance, but the
language of savages is astoundingly concrete and only fully intelligible
when spoken in the presence of the objects of discourse. Communication
lies partly in what we say, partly in the circumstances. The latter fill in so
much that actual speaking is elliptical, erratic, incomplete, and
imprecise. Even the elliptical words may be further curtailed by
substituting gestures, 1 which refer one back vaguely to the
circumstances. Thus one may overhear: A. Hullo! How’s tricks? B. So so;
and the boy? A . Bursting with energy, thanks. The first is not a
question but a breach of silence, 2 and establishes the conversation on
the basis of casual familiarity. It does not seek or receive an answer,
but an opening is made for A’s principal interest (which is known from
the circumstances), and A, when replying with information, acknowledges
the kindly intention of B. It is possible to say quite intelligibly ‘Old
what*s-his-name is just bringing in the thingummy*, if, at a Burns
dinner, McLeod is seen piping in the haggis. It is even better to be
imprecise, and to say ‘my heart went pit-a-pat’, ‘the tray came bang,
thump, crash down the stairs’, or ‘whiff, it *s gone*, because, while the
circumstances 1 Gesture-languages seem, however, to be translations of the
spoken word or of set phrases as a whole. The Arunta are said to have a
gesture-language of 250 signs. This seems to be different from the
gestures which refer directly to circum- stance. To a natural man,
another man’s silence is not a reassuring factor, but, on the contrary,
something alarming and dangerous. Malinowski, Magic, Science and
Religion, Boston. would explain either these sentences or explicit
statements, these expressions give an impression of the immediate event,
not generalized as one which might occur elsewhere. This is the
basis of the astonishing development of ideophones in Zulu and
other Bantu languages which will be discussed later. When we ‘speak
like a book’ we provide explicit contexts as if circumstances did not
exist visibly to complete our meaning, and this procedure, necessary in
writing, is recognized as a defect in conversation. Grammatical and verbal
completeness is thus not required of the sentence, and there is nothing
to be, as older grammarians said, ‘understood’. It was difficult under
the old regime to say precisely what word or words were to be ‘understood*
since the phrase could be completed in various ways, but older
grammarians, obsessed by literary contexts, did not sufficiently allow
for the completion by environment. R. Lenz 1 gives the following
conversation: A. Where are you off to, Peter? B. Valparaiso. A . At
once? B. No. Tomorrow, by the slow train. A What for? B. A
matter of business. A. Something important ? B. Yes; the sale of my
land. A. Have you a buyer in sight? B. It seems so. A . Well,
congratulations. B. Thanks. This is what the linguist must accept.
He is not at liberty to rewrite the sentences so that each should have
subject, verb, object, and other principal parts. They are already
complete and fully intelli- gible in the circumstances. They are even
intelligible as parts of a context. Circumstance, and context eliminate
uncertainties which theoretically exist. Thus of eighty-four words in the
fourth tone of i in Chinese, 2 only ‘thought, will, intention* can exist
in the vicinity of ‘understand*. The same sound may mean ‘a mountain in
Shan- tung*, ‘dress*, ‘I* (in speaking to rulers); ‘licentious*, and
‘hiccup’, Lenz, La Oracion y sus partes, Chinese words are quoted
according to the transliteration adopted in MacGillivray’s Mandarin-Romanized
Dictionary of Chinese, Shanghai. It is according to Wade’s system, which
has no special advantage beyond that of a wide diffusion. See also the
pocket dictionaries by Goodrich and Soothill. but none of these are things
one ‘understands*. Actually, by com- bining synonyms (i+-szu l ‘thought,
will, intention’) modern Chinese gives the hearer more time to identify
the meaning, but these compounds are readily dissolved when no ambiguity
is possible. The written language provides ninety-two different signs for
i A so that the precise meaning identifies itself, without dependence
on visible circumstances or even on context. By way of compensation,
the old literary style was sparing of doublets or other helps to
understanding. Within the frame of circumstance each sentence
refers to an event or phenomenon as it appears to, and interests, us at
the moment of speaking. We distinguish activities and states, but
the distinction is partly an illusion. ‘Rome is the Eternal City’ now
and as things appear to us, though founded traditionally in 753
b.c., and still not so long-lived as Babylon. Damascus and Jerusalem
are older and still exist, but do not appear to us to have the
enduring quality conferred by the succession of the Papacy to the
Caesars. I am content now, but the phrase does not prevent my being
dis- contented in half an hour ; you are a Grand Duke or a soldier,
but a revolution may cancel all titles or you may be demobilized
to- morrow. The event is not known to us in all its cosmic significance
; we can only speak of what appears to us (represented by the wavi-
ness of the line in the diagram). Of what appears, we put into words only
what momentarily interests us, as in the celebrated observation: ‘What a lovely
day! Let’s go and kill something.’ We make a mock of the objective statement
‘Queen Anne ’s dead’ because we are not accustomed to make affirmations
without immediate inter- est ; though historians have devised for such
statements a measure of interest by the postulate that all historical
dicta are, in some way, worth while. Each event is, of course, unique.
‘Bear kills man’ and ‘Man kills bear’ are totally dissimilar events. It
is thus not sur- prising that many languages should have word-sentences
which express each event by a unique construction, and all show a
phenomenal residue (the verb) after analysis has gone so far as to
provide names for the parties, their qualities, and their modes of action
and being. The verb continues to show formidable com- plexities in such a
language as French, though the noun has become almost an invariable unit.
The Latin verb offered a complex paradigm which was simplified by analysis in
primitive Romance, but the Romance languages have used these analytical
simplifications to build new synthetic paradigms. It is clear that the
result is not due to analytical failure, but to an appreciation of the
need to dis- criminate between phenomena. For the s^ke of
simplicity we are considering the first communication of a series. Ego's
primary impression of the event may be derived from any of the senses,
though it is most likely to be visual. It will be more agglomerative than
any expression, and probably either total or of selected parts modified
by all their minor characteristics. Infants, like Humpty-Dumpty,
endeavour to speak in a total way, packing their whole meaning into
some such phrase as din-din. One can take din-din as equal to ‘I am
thirsty’ or ‘Why don’t you give me a drink?’ or (in the case I have in
mind) ‘I want more fizzy lemonade’. The situation is unanalysed and the
whole of it is expressed, so far as the infant can, in two syllables and
their accompanying intonations. On the other hand, the agglomerative type
of structure is common in primitive tongues. The primary impression is
thus intrinsically unlike tu's secondary impression, which depends on the
co-ordination of a linear series of symbols. The older linguists spoke of
‘inner speech-form’ and ‘outer speech-form’ as if these had a one-to-one
correspondence, and it is still deemed legitimate to speak of the mental
image of a speech-sound and its actual enunciation. Whether the mind
works in that way a linguist is hardly qualified to know, since his task
begins with the audible sentence . The disconformity between global
impressions and a linear series of symbols seems to be what convinces so
many that their thoughts are too rich for words. There is an act of
translation involved. Impressions are collected at some point of the
brain, co-ordinated, transformed into orders to the speech organs,
transmitted as a series of vibrations, collected by the ear-drum, and
retranslated into meaning. The various mental movements have been
identified to some extent by physiologists. Ego displays his
impression to tu in the form of a linear symbolic expression. Any symbol
that tu accepts is valid for communication with tu y and any that he
rejects is invalid. Ego may offer any one of many gizon y homoy anthropos,
czlowieky mard y ember, mies, jen y hito t insdn, adamy orang, muntu,
oquichtli, runa or tree y zugatz, arbor y Baum, dendron, derevo y car and
so on. The relation between sound and thing is entirely artificial, and
according to the language so is x See, however, Gardiner, Speech and
Language, ‘An Act of Speech. the convention. Even onomatopoeia is
conventional. The imitations serve, not because they are good, but
because they are conventional. [To a Frenchman one offers subject-verb-object,
and to a Turk subject-object-verb ; to a Chinese attribute-substantive is
the same as substantive-attribute to a Siamese or Malay. Increased
stress has the effect in one language that play on tones has in
another. The symbols are just symbols, valid in any agreed convention,
but without conventional agreement, unintelligible.
Expression is a linear succession of sounds, and the sentence is a
complete expression. It is understood, as we have seen, within the frame
of circumstance or context, and we cannot presume that it has any
necessary grammatical form. A sentence need not have a verb ‘expressed or
understood’, though it must have the quality of phenomenality. It need
not be a judgement. Most sentences consist of parts, and this is true
even of polysynthetic word- sentences. The parts are not necessarily
words, for in primitive languages we find embryonic stems which are not
precisely deter- mined for form or meaning, and in synthetic and
agglutinative languages we find affixes which are significant parts of a
sentence. Tu hears the expression and is the arbiter of its
intelligibility. He collects and retranslates the individual syllables as
soon as they begin to be heard, and combines them for meaning. If he
cannot achieve a meaning he asks for further symbols, whether in
the same language or in another. He reacts either by himself
becoming a speaker or by performing some action. But in either reaction
it becomes plain that tu’s impression is not identical with ego’s.
Their minds are somehow differently constituted (symbolized in the
diagram by the size of the circles). Despite all conventional agree-
ment, there is no perfect understanding between ego and tu . What tu
understands, more or less in agreement with ego, are (1) the reference of
symbols to things, which is the ‘logical’ or grammatical sense of the
sentence, (2) an emotional supercharge represented by agreed stylistic
symbols (which may be zero), and (3), since tu is also an artist in
words, something of the event itself. He under- stands this in his own
fashion. He may, for instance, be specially susceptible to the word
torpedoed as having gone through the experi- ence or as being endowed
with a vivid imagination. In this third aspect of meaning, however,
though it is not expressed in symbols, 1 e.g. the sound of a shot
is in English bang or crack, in Spanish pum or pa$ (the latter perhaps
more appropriate to the slither of the bullet as it lands). there is
something on which the artist in words can reckon; a play of mind on
mind, through language but above convention, which is presumably the
secret of great poetry and oratory. There is here an aspect of language
which is beyond exact measurement but can be intuitively felt. The
speaker not merely conveys a logical mean- ing and an emotion to the
hearer, but stirs the hearer to a secondary act of creation. The
reactions to great literature are diverse and some of them stimulate
further reactions, so that works as funda- mental as the Authorized
Bible, Hamlet, and the Aeneid become encrusted with added meanings, and
are hard to reduce to their original intention. Nor is the original
intention, say of the Aeneid, necessarily the highest value of a poem on
which the imagination of a Dante has operated so profoundly. Nome
compiuto: Pier Augusto Breccia. Keywords: ego tu -- Erstwistle, Gardiner, ego et tu, la
metafisica del dialogo, noi, ovvero, la metafisica della conversazione,
implicatura ermeneutica. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Breccia,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Brescia: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della rarità vichiane –rarita griceiana – scuola di Trani –
filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Trani). Filosofo
italiano. Trani, Barletta-Andria-Trani, Puglia. Si laurea con lode presso la
Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Perugia. Inizia
la sua docenza come professore di Storia dell'Arte presso il Liceo Classico Carlo
Troya di Andria. Consegue la cattedra di Latino presso il Liceo Classico Oriani
di Corato. Consegue la cattedra di Lettere e Storia presso l'Istituto Magistrale
di Terlizzi. Insegna Latino nel Liceo Nuzzi
di Andria. Oottiene il suo primo incarico da preside a seguito del concorso
superato. La prima presidenza è dunque a Trani presso il Liceo Scientifico
Valdemaro Vecchi, intitolato al Vecchi dietro sua proposta. Presiede il Liceo Monticelli
di Brindisi. Presiede il Liceo Nuzzi di Andria. Presiede il Liceo Classico
Carlo Troya di Andria, esteso anche a Liceo Linguistico e Liceo delle Scienze
Sociali durante la sua direzione in seguito alla partecipazione alla Commissione
Brocca. Membro della Società di Storia Patria per la Puglia. Consegue il
Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Viene
insignito della Medaglia d'Oro del Ministero della Pubblica Istruzione per i
benemeriti della cultura, dell'arte e della ricerca scientifica. Ottiene
l'onorificenza di Cavaliere della Repubblica Italiana. Ottiene il Premio
Pannunzio per la saggistica conferito dal Centro Pannunzio di Torino.
Dopo una lunga e serena vita di studi muore improvvisamente ad Andria. Appresa
la notizia anche il sindaco di Andria Bruno ha espresso il cordoglio personale
e della città alla famiglia. Citando Loris Maria Marchetti su Pannunzio
Magazine: Ispirandosi alla lezione, originalmente aggiornata, di Croce e
di Popper (ai quali ha dedicato importanti studi), elabora un sistema
filosofico in quattro parti (Antropologia, Epistemologia, Cosmologia, Teoria
della Tetrade) dove trovano un punto di incontro storicismo, epistemologia ed
ermeneutica. La sua filosofia investe anche il pensiero politico e
l’àmbito dell’estetica, donde il suo fittissimo esercizio di saggista di
letteratura e arti figurative, interpretate sostanzialmente nel loro risvolto
filosofico-cognitivo. Altre opere: “Il tempo e la libertà”; “Pascal e
l’ermeneutica”; “Croce e il mondo”; “L’oro di Croce, Joyce dopo Joyce, Ipotesi
su Pico, Massa non massa, Radici di libertà, Il vivente originario, Tempo e
idea, I conti con il male, Radici dell’Occidente, Forme della vita e modi della
complessità; saggi su Bassani, Calvino, ecc.
Fedele collaboratore delle iniziative del Centro “Pannunzio”, negli Annali
comparvero suoi saggi su C. L. Ragghianti e su Cervantes in rapporto
all’Ariosto e alla tradizione italiana. Nel pannunziano Magazine pubblica, tra
gli altri, saggi su Accetto, Max Ascoli, Croce, Bosis, Sanctis, Freud, Aldous
Huxley, Jung, Vinci, Mathieu, Moravia, Pasolini, Solgenitsyn,Vico. Alfredo
Parente - L'“opera bella” come impegno morale, “Rivista di studi crociani”, Giovanni
Spadolini - Mazziniani asceti, “La Stampa”, Francesco Compagna - Editoriale, “Nord
e Sud”, Franchini - L'idea di progresso. Teoria e storia, Giannini,Franchini, Trittico
crociano, “Il Tempo”, A. Rosario Assunto, Filosofia del giardino e filosofia
nel giardino. Saggi di teoria e storia dell'estetica, Bulzoni, Roma, Rosario Assunto
- recensione di Brescia, “Non fu sì forte il padre”. Letture e interpreti di Croce,
Salentina, Galatina, in “Rassegna di cultura e vita scolastica”, Vittorio Stella
- recensione di Brescia, “Non fu sì forte il padre”. Letture e interpreti di Croce,
Salentina, Galatina, in “Rivista di studi crociani”, Vittorio Stella - Il
giudizio dell'arte. La critica storico-estetica in Croce e nei crociani,
Quodlibet Studio, Macerata, Boulay - Croce. Trente ans de vie intellectuelle,
Librairie Droz, Ginevra, Nicola Fiorelli - “La Follia di New York”, Sviluppi
filosofici nella più recente “scuola” crociana, Schena, Fasano. Vincenzo
Terenzio, Natura e spirito nel pensiero di B., Adda, Bari, Pietro Addante - La
“fucina del mondo”. Storicismo Epistemologia Ermeneutica, Schena, Fasano, Franco
Bosio -recensioni di I conti con il male, Laterza, Bari, Calvino e Andria,
Andria; Tempo e Idee, Libertates, Milano, Il vivente originario, Libertates,
Milano, in “Rivista Rosminiana”, Bosio - recensione di Le “Guise della
prudenza”. Vita e morte delle nazioni da Vico a noi (Laterza, Bari), “Rivista Rosminiana”,
Dario Antiseri; Croce e l'Anticristo, “Avvenire”, Dario Antiseri, Popper
protagonista del secolo XX, “Biblioteca Austriaca”, Rubbettino, Antiseri - Popper,
Rubbettino, Antiseri, Le ragioni della libertà, Rubbettino,Jannazzo - Il
liberalismo italiano del Novecento. Da Giolitti a Malagodi, “Fondazione Luigi
Einaudi”, Rubbettino, Beniamino Vizzini - Per una discussione intorno al problema
della libertà. Cenni per un colloquio di ermeneutica morale con B., Postfazione
a Tempo e Idee. 'Sapienza dei secoli' e reinterpretazioni, Libertates, Milano, Beniamino
Vizzini - Vita e dialettica nel pensiero di Giuseppe Brescia e Pavel Florenskj,
“Rivista Rosminiana”, Janovitz - Gli studi su Croce, “Nuova Antologia”, Janovitz
- Quando Croce dialogava con Dio. Religiosità e cristianesimo di Croce prima e
dopo la lettura dell'epistolario con Maria Curtopassi, “Nuova Antologia”, Janovitz,
Il mio Croce. Scritti, Quaderni della
“Nuova Antologia”, Firenze, Paolo Bonetti - Introduzione a Croce, Laterza,
Bonetti - recensione di I conti con il male. Ontologia e gnoseologia del male,
Laterza, Bari, in “Nuova Antologia”, Samuele Govoni – B. celebra il Bassani
amante dell'arte, “La Nuova Ferrara” - Cultura, Cosimo Ceccuti - La Religione
della Libertà, “Il Resto del Carlino”, Cultura e Società, Il caffè. Nico Aurora
- Sanctis e l'attualità del 'Discorso di Trani'. La lezione di B. a distanza,
“La Gazzetta del Mezzogiorno”, Vaccara - Presentazione di Max Ascoli, il
filosofo mondiale della libertà, “La Voce di New York”, Poli - recensione di Le
“Guise della prudenza”. Vita e morte delle nazioni da Vico a noi, Laterza,
Bari, in “Risorgimento e Mezzogiorno”, Domenico Cofano - recensione di B.,
Giovanni Bovio. La vita e l'opera, Società di Storia Patria per la Puglia,
Andria, etetedizioni, in “Nuova Antologia”, Bovio, maestro del pensiero, “La
Gazzetta del Mezzogiorno”. È scomparso improvvisamente il preside Brescia
"andriaviva.it", Quirinale.it Quirinale.it
– Onorificenze, Loris Maria Marchetti, B., di Loris Maria Marchetti, su Pannunzio
Magazine. Nuovo lavoro editoriale del prof. Giuseppe B. – Società di
Storia Patria per la Puglia, chiamato “Le ‘guise della prudenza’ Vita e morte
delle nazioni da Vico a noi”. Per le edizioniLaterza del libro riportato, la
premessa intitolata “Come fermar il declino delle Nazioni”, Nella “Pratica di
questa Scienza Nuova” Vico, nostro europeo Altvater (come riconobbe Wolfgang
Goethe), assegna alla propria opera un valore “diagnostìco”, dal momento che
permette di riconoscere a quale stadio del suo corso si trovi una nazione, sia
in rapporto alla sua “acmè” sia nella prospettiva dello stadio successivo di
dissoluzione del proprio stato. È a questo punto che “bisogna lottare per
restaurare il senso comune perduto” e riavviare – così- il “ricorso”.Su questa
linea si muove la presente raccolta unitaria, ricomponendo i saggi “Le ‘guise
della prudenza’ Vita e morte delle nazioni da Vico a noi”, che dà anche ìl
titolo all’intiero volume, apparso in “Filosofia e nuovi sentieri”; “Pico e
Vico” (dalla “Rivista Rosminiana”); con i percorsi “Teoria dei colori Alchimia
Apocalisse in Newton”, “Le origini dell’Islam la vita di Carafa”, e l’11
Settembre”, “Famiglia vita e imprese di Carafa”, “La razzia dell’universo”,
“Revisioni e conferme delle ‘tesi’ di Henri Pirenne” e “L’orrore delle razzie
s’irradia nel mito”, incentrati sul problema del male nella storia e il
rapporto con il fondamentalismo (preannunciati nelle rubriche “Ternpo e
Libertà” di “traninews-infonews”, e “Noi Credevamo” di Videoandria. Tale
complessa ricerca si inserisce nell’ultima fase del mio pensiero,
caratterizzata dai lavori ermeneutici Il vivente originario e Tempo e Idee.
‘Sapienza dei secoli e reinterpretazioni’ (Libertates Libri, Milano entrambi
con prefazione di Bosio); I conti con il male. Ontologia e gnoseologia del male
Laterza, Bari) e Italo Calvino e Andria. Variazioni sul senso del celeste
(Matarrese, Andria), arricchiti spesso di Iconografia e mappe concettuali.
L’ultimo attuale saggio “Rarità vichiane a Trani” riprende i lineamenti della
duplice “Lectio Magistralis”, tenuta nella Biblioteca “Giovanni Bovio” di
Trani, per onorare i duecento anni dalla nascita di Francesco De Sanctis, nella
ricorrenza dell’elevato “Discorso di Trani”, non ché il capitolo La Nuova
Scienza, dedicato soprattutto a Vico dal critico e maestro d’Italia civile
nella sua Storia della letteratura, per conto della Sezione andriese della
Società di Storia Patria per la Puglia. Siamo (come ognun vede), “alle origini
della modemità e a “tenuta della civiltà” umanistica, di cui l’idealismo
storicistico rappresenta la nobile (quanto sofferta) fioritura”. Il
lavoro di B. è incentrato sul tragico nella storia (incidente ferroviario di
Andria;fondamentalismo; 11 settembre e biografia di Carafa, dettata da Vico;
Vico e De Sanctis a Trani. Nome compiuto: Giuseppe Brescia. Keywords: rarità
vichiane, Croce, implicatura, Croce inedito. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Brescia,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Bressani: la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale del vo significando – Vendler: have you stopped
meaning it yet? -- intorno alla lingua toscana – filosofia toscana – scuola di
Treviso – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Treviso). Filosofo veneto. Filosofo italiano. Treviso, Veneto. Grice: “Strawson,
being boring, likes Bressani’s arguments – alla Plato and Aristotle, but mainly
Aristotle – againsts what Galileo has the cheek to call ‘filosofare’! – But I
prefer Bressani’s poems, the buccoliche, and especially his lovely treaise
‘discorso in torno alla lingua,’ his little ethical treatise is charming
especially if you are into what some (not I, certainly) call ‘developmental
conversational pragmatics’!” B.
Discorsi sopra le obbiezioni fatte dal Galileo alla dottrina di Aristotile – B.
Si laurea a Padova interessandosi a letteratura e filosofia. Fu aiutato da
Francesco Algarotti, cui aveva inviato delle proprie opere. Sostenne uno scolasticismo classico in
opposizione alla scienza moderna di Galileo e Newton. Altri saggi: B., Modo del
filosofare introdotto dal Galilei, ragguagliato al saggio di Platone e di
Aristotile, In Padova, nella Stamperia del Seminario, a B., Discorsi sopra le
obbiezioni fatte dal Galileo alla dottrina di Aristotile, In Padova, Angelo
Comino, B., in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Filosofia Filosofo Professore Treviso. DISCORSO
INTORNO ALLA LINGUA ITALIANA. B. RECITATO NELLA SALA VERDE DI PADOVA IN UN
ACCADEMICO ESERCIZIO Omparisce per la prima volta a lustrare la nostra miscellanea
B., soggetto di chiaro nome, e di ornamento e splendere alla fra Patria, col
presente ragionamento sopra la lingua italiana, recitato da lui ultimamente più
a cagion di esercizio che per altro fine in una radunanza di filosofi a Padova da
i quali avendosi per noi saputo l’approvazione che ha, speriamo far cosa grata
all'autore, e insieme d'alcun noftro merito, col pubblicarlo -- tanto più, che
potrà egli servir d’ajuto e di lume a quelli che molti sono i quali banno bisogno
di faggia scorta nello ſteam dio, che affettano dell’italiana FAVELLA. B.
Dottor e Accademico Ricovrato; Da eso recitato in un’accademia di esercizio
nella Sala Verde di Padova. A Chiemque fa, eruditi e dotti accademici, quanto
malagevol sia il rintracciare le cause effettrici dell’umane cognizioni, non
parrà cosa strana il sentimento di PLATONE ch’el le fieno provenienti tutte
dalla reminiscenza. Nè io credo che attribuire si possa ad altro, fuorchè alla
reminiscenza il sentire e l’accorgersi del di B.. e 3 dello spirito e del vero
pregio delle belle arti. Imperocchè tale vi ha che nè per tutta l'attenzion sua,
ne per opera degli altri non arriva giammai ad intenderlo. E laſciando di far
parola di quegli, che niun dilet ro pigliano, o nella Archittetura, o nella
Muſica, che ſono moltiſſimi rivolgo la conſiderazion mia a colo ro, che pur
amano d'eſser tenuti di ottimo guſto nella noſtra Lingua nulla fi accorgono, nè
ſono per ven tura atti ad accorgerſi, in che ne con fiſta principalmente la
venuſtà e la grazia. Avvegnacchè adunque ciaſcu na Lingua ſenta molto più
dell'ideas le, che non ſente l'Architettura la Muſica, e fia a lato di quelle
in termini incomparabilmente più ange fti riſtretta; non è per tanto che ella
non abbia le ſue verità in riſpetto a que' pochi, a cui è dato d'intendere non
ſolamente il ſignificato delle vo ci; ma la relazione tra loro meglio
convenevole. Ora come io, ſenza più, approvo iVocabolarj, gli avver timenti di
Gramatica e le Oſsers vazioni, che intorno a queſta Lingua XS o § fo 490
Diſcorſo della Lingua Italiana fonofi facte dalla diligenza d'Uomini valenci;
poco avrò che accennare de' fuoi materiali, ed il mio ragionamen. to ſarà
fpezialmente della forma quanto a me, la migliore, che rice ver ella debba
dalla fantaſía, e dal giudizio degli Scrittori. Ogni Archi tetto adopra i
materiale medeſimi, ed oſserva gli ordini medeſimi della Architettura; e le
loro opere ſono tra di sè varie nella proporzione, e nella leggiadria. Ogni
Compofitore di Muſica adopra le medefime note: 0. gni Scrittore di qualſifia
Lingua ado pra le medeſime parole, e ſegue le regole, che riſpettivamente
ſonogli preſcritte dalla ſua arte. Tuttavia i bei riſultati, che di eſse
procedono, fono, ed eſser debbono tra di sè di. verſi. Ma quanto agevol penſo
che mi farebbe il ridire le regole máte riali, che vi ha, per favellar bene;
tanto io temo di non faper altro che ofcuramente ragionare della varietà, e
perfezione di detti risultati; ficco me quelli che appartengono anzi al
giudicio de'nostri sensi, che della nostra ragione. Pur nondimeno per le í poche
cose in genere, che io sono per accennare, spero che il mio ragionamento è di
qualche utilità a coloro che non sono estremamente otcusi nel capire la
vaghezza della nostra favella; ed a voi, signori dell’accademia forse non discaro
ad udire. A nostra lingua, secondo l'opinion di B., da altri chiamasi italiana
perchè di tutta Italia' si son presi i vocaboli, donde è composta: d’alcuni
chiamasi volgare, forse per chè usata, ed intesa – H. P. Grice: INTEND =def
MEAN -- volgarmente: E da cercuni chiamasi toscana, o perchè il più de'vocaboli
si son presi appunto della Toscana, o perchè agli toscani, come a padri di
detta lingua, e come a Tutori d'orecchio, e di giu, dicio finissimo,
meritamente è conceduto il diritto di giudicar della purità, e della barbarie
di ciascun vocabolo. E nel vero ad evitare la confusione che ne addiverrebbe se
ciascuno a suo talento usasse di nuove voci; egli è del pari laudevole che necessario,
che v'ha il suo tribunale inappellabile, che altri vocaboli disapprova come
anticaglie, altri non ammette come barbari, ed altri ritiene, o adotta come
necessarj, o leggiadri. Il che dà a divedere che la nostra lingua è un corpo
vivo soggetto ad alterazione, in quella guila che sono gl’altri tutti, o
naturali o politici. E perchè qualſivoglia corро dalla stessa sua naturale
alterazione è minacciato di rovina; faggiamen te fanno i signori della crusca,
che non adottano per maestro di lingua ogni tristanzuol di gramatico, che non
tiene veruno stile e che in luogo di vocaboli usitati, e di proprj, ne adopra spesso
d’affettati – H. P. Grice: “Inplicature! It would make some
good research to see how other Oxonian philosophers just reported my views on ‘implicature’
as being on ‘implication’ – they’d rather be dead than seeing using such a
barbarism! Yet it had been used by Sidonio, and it is as such cited by Short
and Lewis in their respected Latin dictionary – and rendered as ‘entanglement,’
though – their preferred spelling being INplicatura, though -- , e di rancidi,
di grossolani, o di stranieri. Benst a gran ragione a dottarono, e quando
che sia, son cere to che adotteranno i vocaboli di que? grand’uomini, che per
la loro viva, ed ordinata fantasia, o inventarono, o crebbero alcune belle arti,
o alcune scienze; ed è di necessità il trovar nuove voci ad esprimere i loro concetti
– H. P. Grice: “NOT MY case: I just used ‘implicature’ and ‘implicate’ as dummy
for ‘imply, suggest, mean, indicate, hint”. Per altro qual bisogno, o qual
capriccio egli è mai di usar vo cmano un discorso (Nè io giày caboli zotici, e
duri d'altre provincie d'Italia, o d’accattarne degli stranieri; quando ne
abbiamo in tanta copia di cosi proprj, e di così gentili? Ma come egli sta nel
volere di Chiun que l'apparare i materiali della nostra lingua; non così puote
ciascuno, o ſa farne quell'accozzamento, onde risulti un discorſo naturale, ed
insieme leggiadro. Nelle ricerche più astruse di qualche verità di Filica non
v'ha paragone tra'l saper indovinare quale non è la causa d'un fenomeno e
l'indovinare quale ella è. All'istesso modo considerando io ciò, che si voglia
per iscriver bene ed elegantemente, ben potrei io annoverare millantà difetti,
che disfora lascero indietro di mostrare alimeno le fonti principali, donde
derivano): ma non così di leggieri potrei additare qual è la grazia – H. P.
Grice: “la grazia del grice” – I guess I like that!” --, e l'armonia, che lo
rende vago, e lodevole. Pare B. Considera che benehe:la nostra lingua; come io
difli innanzi, quasi altro non è che un mondo ideale; non ostante i caratteri
del suo bello, possono essere in qualche parte paragonabili con quegli, che rispettivamente
fi ravvisano nel nostro mondo materiale. E certamente in quella guisa, che a
ciascuna parte del nostro cielo risponde la produzione di cose differentiffie
me; forse per ragioni somiglianti, à ciascun paese risponde una lingua tutta
propria, e differente dagl’altre. E non fa forza che nella nostra medesima
Italia chiamasi un tempo “panis” ciò che noi al presente chiamiamo “pane”;
poichè non è solamente la varia desinenza di suono, che distingua l'una lingua
dall'altra; ben il modo, con che seguendo non so quale necessità, si concepiscono
le cose, e s’esprimono. Onde non è maraviglia, che non ogni clima produca ingegni
atti ad ogni genere di componimenti. In fatti siccome non è il metro che distingua
la poesia dalla prola, ma il modo di concepire diverso. Cosi B porta opinione
che almeno in gran parte l'indole, e'l genio della lingua latina tuttavia
fuffifta nella nostra volgar. La qual cosa sembra che abbiale voluto confermare
il divino ALIGHERI (si veda), laddove, fingendo egli di parlare con VIRGILIO
(vedasi), dice: ‘Tu se il mio maeſtro, e il mio autore, tu se solo colui, da
cui io tol. Lo bello stile che m’ha fatto De nore. Vero è che l'Armonia dello
Stile, la qual naſce ſpezialmente dallo traſpo nimento delle voci, e chiamaſi
coſtru zione, a chi paragona lo ſcriver ret torico di Cicerone, o 'l robufto di
Li vio col noſtro parlar familiare non può a meno di non parere di gran tratto
diverfa: ma ella non parrà già tanto, paragonando un componimen. to de' Latini
con un noftro ſopra un fimile ſoggetto, e d'una ſpezie mede fima. In fine molto
meno ne parreb be diverſa, ove à noi foffe dato di faa per pronunziare le
parole de Latini come facevan elli, cioè con quegli ac. centi, è con quelle
delipenze, che per comune opinione noi abbiamo -fiera mente alterati, o perduti.
Ma nos così interviene, ove noi la predetta armonia paragoniamo con quella di
qualche Lingua ſtraniera; o ci diamo a credere di poter rimeſcolarne i vo
caboli, e forme di dire; che effendo d'un genio differentiffimo; ficcome non ſi
appiccano giammai gli inneſti di quelle piante, che ſono tra di sè diverſe;
così ciaſcuna Lingua mal com pofta tutto ciò, che fenie d'un Clima diverſo. Io
dico adunque, che la no ftra Lingua in ciaſcuna ſua parte dee ſentire, per dir
così, della ſua ſpezie, e della ſua Nazione. Il che riſponde a quel carattere
di bellezza, che nel le coſe create e corporee chiamaſi u. nità; unità però
tale, che da eſſa pro viene, ő piuttoſto in eſſa ſtà racchiu. ſo un altro
carattere, che è la varie ttà; la quale come rendesi manifesta negl’animali, e
nelle piante d'un'in fteila ſpezie, e d'un iſteffo Clima; così ella dee
apparire nello ſtile di cia Icuno Scrittore d' un'iſteſſa Lingua. Il qual mio
ſentimento moſtra in ſem. bianti d'effer il medeſimo, che quello del celebre
Baccone di Verulamio lade dove tocca della bellezza dello ftile $ 1 dicendo
dover'egli eſſere, rivis didu um fuis, imitans neminem, nemini imitabile. Talchè
dovendofi pur togliere d'altrui i vocaboli, ed i modi di di re; conviene anche
in ciò imitar la natura, che non genera cosa, se non colla corruzione
d'un'altra: Voglio significare, che quanto noi togliamo d'altrui per formare un
discorso, dee talmente tritarsi nel noſtro cervello innanzi ché noi lo vestiamo
di nuova forma, che al suo apparire niuno ha da accorgerſi donde noi l'abbiamo
tolto. Ed intorno a ciò comunemente non si dà nel segno; perchè altri per
travolco giudicio indi ſcoſtaſi, quanto più si affatica di raggiugnerlo. Altri
per infingardaggine li riposa nel limi tare del buon sentiero, senza voler
cercare più avanti. E finalmente altri è di sentimento ottuso e d'intelligenza
assai corta a capire la bellezza, e la fecondità, per dir costi, di quel vero,
che egli imprende ad imitare, Se ne fcoſtano i primi, a' quali per ciocchè
troppo ftà a cuore di render fi ſingolari dagli altri e col penſare e
coll'eſprimerſi; mentre ſtudiano di celu ceffare il vizio della trivialità,
offendono nel vizio della affettazione, in comparabilmente più rincreſcevole.
La qual’affettazione consiste in certe parole squarciate, e lmanioſe, ed in
certi accozzamenti di quelle, che volgarmente si chiamano belle fraſi Iono
forme di dire, che fanno notabile diſugguaglianza col restante del discorſo e
pe’quali (che che fi creda no gli ſciocchi) riſulta un tutto of tremodo
ftentato, e deforme. Esempio di ciò noi abbiamo in coloro, che avendo appreso
di molti vocaboli ale la rinfufa e varj modi di favellare da parecchi dicitori,
e tutti pulitif fimi; per la vanità di moſtrarlene do viziofi, in qualunque
racconto ne in trudono quanti mai poſsono il più, e mallimamente gli da loro stimati
me no comuni; tra quali ne intrudono anche di quegli, che non ſolo male fi
convengono colla ſemplicità della Natura; ma talora non ſi convengono colla
Verità del loro ſteſso ſentimento: e meritamente ripiglia coſtoro il noftro
Sovrano Poeta, dicendo: E quale che a gradin’oltre fo metu te? LC Non vede pide
dall uno all'altre filo. e 3 Per tanto niun’altra venufta, niun' altra grazia
ricever puote un discorso dagli vocaboli o forme di dire, fe non quella, che
deriva dal collocare ciascuno al luogo fuo; talmente che appaja eſser i
vocaboli piuttoſto, che abbiano cercato d'elser uſati dove fono; che d'eſser
eglino stati cercari ftudiofamente DAGLI FILOSOFI E perchè tanto altri
allontanafi dal vero coll' aggiungervi ciò, che non gli ſi con viene; quanto
altri coll'ommettere di collocarvi ciò, che gli fi conviene; ne ſeguita che un
diſcorſo rieſce diffetiofo sì ad uſare in eſso vocaboli di fover. chio, e fuori
di propofito, che a ri petere alcuni vocaboli, in vece d'ale tri varj, che fi
vorrebbono, ad eſpri mere propriamente i propri concerti dell'animo, ed a
fervare in un ragio namento quella varietà, che richiede fi a formarlo giuſta
l'eſemplare ſoprac. cennato de' corpi Fiſici. Ma che? Se gli Uomini per una
parte fon moſli da certo naturale deſiderio, o da qual ſivoglia altro ſtimolo
di giugnere nel la loro arte alla perfezione poſſibile i ſono all'incontro (laſciando
ſtare gli altri impedimenti, che ſpeſso ſi attra verſano al lor diſegno )
comunemente refpinti dalla fatica, che loro convien durare, prima che ad eſli
venga fatto di apprendere ad eſercitare qualſifia arte con lode. Ne vi ha
alcuna arte per limitata, o facile che ſia ſopra le altre, che pigliandoſi a
gabbo non rieſca imperfetta. Per la qual coſa, l'arte dello ſcriver bene si
nella no ftra, che in ciafcuna altra Lingua, richiede anch'eſsa di molta fatica,
ed induſtria. E vanno fortemente errati la maggior parte de' noftri Scrittori
che da che ſentonſi forniti di alquan ei vocaboli, e modi, onde groſsamer te
eſprimerſi; ed effi eſtimano di la per iſcrivere quanto baſta laudevol mente. E
come fi ſcontrano in uno ſtile un poco colto, che in un certo modo dovrebbe
eſser di rimprovero al loro difetto; dicono coſto che gli è uno ſtile che ſente
dell'affettato ', © dell'antico, „ dandogli a torto biaſmo, e mala voce. E così,
diſprezzando efli animoſamente ciò che per loro poltroneria non hanno appreſo.
Ferman fua opinione Prima che arte, o ragion per lor ſi ſcopra. Che ſe pur vero
foſse, che uſar non non ſi poteſsero altri vocaboli, o mo di di dire, ſe non
gli uſati da coſto. ro; il groſso Vocabolario della noſtra Lingua ridurrebbefi
ad un libriccivolo di quattro carce;. e laddove la noſtra Lingua ora vanta di
eſsere la ricchilli ma di voci, e di maniere leggiadre diverrebbe la più povera
e ſmozzicata di tutte. Oltrechè in proceſso di tem po gli ottimi Scrittori, c
Padri di no Itra Lingua ne diverrebbono molto oſcuri, e direi per poco in
intelligi gibili ". Vuolli per tanto aver pieria conoſcenza sì de'
vocaboli, che delle forme di dire; acciocchè il noſtro iti le abbia la predetta
varietà, e con ef ſo la ſua unità, per cui egli mantien. fi ſempre fomigliante
a ſe ſteſſo, e per cui ſembra quaſi uſcito di una fo la trafila. E le parole
groſsolane ri meſcolate colle gentili, e le parole adoperate fuor di luogo, o
con fazie vole repetizione, o le parole che non ſono più in uſo; lono come
altrettan te ſcabroſità, che gli impediſcono l' uſcirne. Per notabile che ſia
la varie. tà, o differenza tra gli Uomini nelle parti, che fuori appajono del
corpo, non è mai li grande, quanto ella è nel la capacità, ed aggiuftatezza del
loro ſpirito. Per la qual cola io avviſo di non poter paragonare gli umani inge
gni, che a coſe dello ſteſso genere bensi, ma di ſpezie diverſa. E fiami lecito
il paragonargli a varie piante, alcune delle quali reſtano picciole, perocchè
la ſtruttura primordiale de' loro ftami non comporta che fieno più oltre
ſviluppate, ed eſteſe (e GALILEI (si veda) dimostra, che così gl’animali, come
le piante, ſe foſsero d'altra grandezza, che non ſono vorrebbefi che la
ſimmetria delle lor parti foſse del cutto diverſa ) ed al cune altre non ſi
eſtendono, come eſtender ſi potrebbono per difetto dell' opportuno alimento.
Varia è la eſten, fione, e'l comprendimento de' noſtri ingegni, e varia è la
forte, che gli forniice di ajuti, e di occaſioni fa. vorevoli, onde poſsano
coltivarli. Egli è certo perciò, che quale s'im barazza nel voler' ordire un
ragiona mento, dirò così, di più fila ſopra la comprenſione, o coltura del fuo
in gegno, ovvero contro all'inclinazion lua particolare; il detto ragionamen to
fiaccherà da se medefimo, diffol. vendoli quaſi in brani; ed anche i vocaboli
ftelli, con che vorrà eſpri merlo non avranno nè unità, nè grazia. Nè fi
de'credere che l'Architetto, il quale fia buono da fabbrica. re una camera, fia
fempre buono da faper fabbricare un palagio: Nè che un Compositore d'una breve,
e femplice ſuonata fia fempre buono da con porre una Sinfonia aſſai lunga con
tutte le parti, che in eſſa ſi vou gliono a formare un'armonia perfec ta: Ne in
fine che un Uomo di leto dere, al quale venga fatto di ſaper unire inſieme una
decina di verli > fia per sé, ſia per
queſto buono da fare un Inne go poema; come ſe il palagio, la Sinfonia, ed il
poema altro non foſ. ſero, che un aggregato di più unità minori: Che nè la
Camera, nè la breve Suonata, nè la decina di verfi conſiderate riſpettivamente
nel pala gio, nella Sinfonia, nel poema, non lono già unità, ma parti. E però
non folo deono effer belle ma deono eſſerlo, anche per riſpetto a tutte le
altre parti, che ſono con efle integrali di tutta la fabbrica. Io non niego di
molte opericciuole ef ſere altrettante unità nel loro gene re, come ſono le
grandi; ma molto maggior forza, ed eſtenſione dinge. gno richiedeſi nel
comprendere un Poema (purchè le colę.; che in eſſo fon contenute; nonoſtante
che d'un racconto ſi trayalichi in altro; fien tutte come parti integrali d'una
azion ſola ) nel comprender, difli, un poe ma, che un Sonetto, una lunga Ora
zione, che una picciola riſtoria, ed al fro breve ragionamento: Ed il Boca
caccio medesimo fempre' doviziofiffi. mo che egli è di bei modi di dire,
pure sos che egli pure ſecondo la varia
facilità, e feli cità, con cui egli concepiva le coſe; vario è il diletto, che
egli ne reca ad eſprimerle. Nel breve racconto di qualche Novella non ha pari a
dipi gnerla con vivi colori, e con genti li, con mirabile naturalezza ė lega
giadria; mentre e pare a me, lia anzi increlcevole che nò nel lun. go racconto
del ſuo Filocopo, e della lua Fiammetta, ed altrove. In ſom. ma colui, che
imprende a far coſa ſopra la forza, e diſpoſizion nacura le del ſuo ſpirito,
non potrà giam mai ben riuſcirne. Certa coſa è che un'attenzione indefeffa a
leggere, e conſiderare parte per parte i gran maestri della noſtra Lingua; ed
un ben lungo uſo di ſcrivere, raffinano aſſai il noſtro giudicio, e perfeziona
no il noſtro ſenſo, ma egli è certo ancora, che il viburno con tutto l'
artificio, e la ſollecitudine degli Agri coltori, non giugnerà mai all' altezza
de i Cipreſli, nè il pioppo farà mai fructo: cioè quale non avrà chiara ap
prenſiva, ed eſteſa a veder per sè ſteſ lo ciò, che ſia d'uopo a formare quella
maniera di componimento, ch'ei fi prefigge nell'animo, dalle coſe più materiali
in fuori; nè dalla copia ottimi libri, nè dalla viva voce de'pe riti Maeſtri,
non potrà mai che poco, ed oſcuramente appararlo. E per que fto appunto che gli
Autori cladici del. la noſtra lingua non tenean biſogno di badare neli
eſprimerſi ad altro, che a' proprj fentimenti dell'animo, a chi guarda
ſottilmente, ſono impareggia bili con coloro che eſſendo ordina. riamente
poveriſfimi d'ingegno, ſpen. dono tutto il loro tempo nell'imitar, gli. Ma
comechè gli Uomini ſpeſſo fi Jamentino quando della lor povertà, quando della
poca robuſtezza, o d'al. tro difetto del corpo, quando della loro mala volontà,
o educazione; afſai di rado, o non mai fi dolgono di non effer forniti
d'ingegno, e di giu. dizio atto a qualſifia impreſa, non che a faper iſcrivere,
e favellare, come ſi conviene. Anzi non v'ha coſa più na. turale, e comune,
ficcome è il vede. re gli inertiſſimi del Mondo a preſu mer molto di sè, e
creder di far gran cole coſe; quando col loro poco ſenno non fanno altro, che
infucidare, e guaſta re i penſieri, e le maniere di dire che trovano ſparſe qua
e là nell'altrui opere. Ecco per tutto ciò che appreſ ſo alla cognizione, che
Uom dee ave re de'vocaboli, e d'altro; è da vede. re qual grandezza, e qualità
di com ponimento ſia da eſſo, e qual fia la forza del ſuo ſpirito a concepire
chia ramente più coſe, e'l modo, onde più facilmente, e felicemente le concepi.
fce; perchè altri farà eccellente nella poeſia, che non ſarà appena di mez zano
valore nella prota: ſenzachè al tri ſarà grazioſo in un genere di poe fia, che
in un altro genere non ſarà gran coſa piacevole: Altri farà com. mendabile in
un genere di profe; non così in un altro. Ma qualunque ſia il genere de componimenti,
qualunque ne fia la fpezie, qualunque in fine ſia la abilità del noſtro fpirito
a formare più queſto componimento, che quel.; ſi ha ad ogni ora in ciaſcuna
coſa, grande, o picciola che ella fiafi, da aſcoltar la Natura; che forſe ſotto
no. Y 2 me di Amoreaccennar volle in quei verfi il noſtro non mai baftevolmente
lodato Poeta:. Io mi ſon un, che, quan do Amore ſpira, noto; e a quel mo do
Ch'ei detta dentro., vo fignificando. Ma queſto ſi vuol fare con tal artificio;
che meglio pud eſſer inteſo da molti, che eſpreſſo da pochiſſimi. Ed io per
certo non ſaprei comemeglio a parole eſprimerlo. Ben ſo eſſere i più minuti, ed
eſatti raffinamenti, che fanno quel bello, quel raro in ogni coſa, per cui ella
ſale in gran pregio, ed in eſſo dura coſtantemente appo ogni Etade futura. Ma
la maggior par te degli Uomini, che pur ſi chiamano di profondo ſapere, non
badano a dete ti raffinamenti, perchè amano meglio, come dicon efi, di
raccozzare eſprimere rozzamente molte coſe, che poche con leggiadria. Di quegli
poi, che ſi conoſcono, e ſi dilettano de'leg gra. 7 e di giadri componimenti,
altri'l fanno per averlo ſolamente udito, ed appreſo da' Maeſtri; ed altri 'l
fanno maſſimamen te per propria meditazione, e quaſi per intimo ſenſo. De'primi
molti po. trai udire a giudicare rettamente dell' altrui Opere, ed a ragionare
a mara viglia de' precetti dell'arte; non così però ad eſeguirgli nelle loro.
Oltrechè effendo ne'più perfetti Esemplari di Lingua quella stessa gradazione
di ferie, che ravviſaſi in ciaſcuna ſpezie de' corpi Filici; coſicchè l'ultimo
Icric tore tra gli ottimi venga ad eſsere il primo tra gli altri inferiori;
rare volte avviene, che altri fuorchè i ſecondi, cioè, gli aventi il ſenſo ac
comodato a conoſcere il vero ſpirito d'uno ſtile, che naſce di una bella
fantaſia, correcta bensì, ma non pun to alterata dall'umano artificio; che
ſappiano diſtinguere tra i buoni gli ottimi, e co'migliori gareggiar di lo de
ne' loro componimenti. Benche il Mondo tutto de' Letterati non ab. bonda, che
di ingegni mediocri, o di coltivati mediocremente; come ſi abbattono a qualche
manie. i quali Ý 3. ra di file, o ſtrabocchevolmente fan taſtico, od in
qualunque altro modo corrotto, e fallo; fannol conoſcere ed isfuggire; per
altro facendo un fae fcio, come ſi dice, di tutti gli altri; hanno la ſtima
medeſima di Autori di merito differentiſlimi. E non ef fendo forſe uſi di
meditare ſopra ver runa coſa, per rinvenire da sè la verità; la credenza
dell'uno di coſto ro è ſoſtegno, e ragione baſtante al la credenza dell'altro.
In quanto poi a coloro che con qualche nuovo mo do di ſcrivere, tuttochè privo
della venuftà, e della finezza da me ac cennata, deſtano in altrui ammira zione,
e dilecto ye da i più fonte nuti per valentiffimi Scrittori; non è gran fatto
da ſtupirſene, che il giu dizio della gente groffa, cioè de i più, in
ſomiglianti cole è fallaciffimo. E inveſtigando io la ragione, onde in tervenga,
che una ſtampita rechi al la moltitudine forſe diletto maggio re, che non reca
un'armonia aggiu. ſtata; che un vafto, e bianco pala gio, che piuttoſto
dovrebbe dirſi un gran mucchio di pietre, fia ftimato e di B.. Sil ed ammirato
più, che una picciola caſa fabbricata cơn ottima architet tura; e che
finalmente uno ſtile, ed altra coſa fregolarà piaccia per av ventura più, che
non piacciono le coſe fatte riſpettivamente ſecondo le buone regole dell'arte;
avviſai, che ella non poſſa eſſer alcra, ſe non ſe queſt'una: che concioſiecchè
ricevono gli idioti dentro di sè un'idea di cofa, che non ha nè ordine, nè
proporzione, può ſembrar loro aggiuftara, e gen tile; perciocchè la confiderano
in se ſteſſa ſenza paragonarla colle idee che efli hanno delle coſe veramente
efiftenti; e ſenza paragonarla con que' caratteri di bellezza, che badanie do
ſottilmente, fi ravviſano nelle co ſe tutte, quali elle ſono create e diſpoſte
dall' Artefice fapientiſſimo: i quali caratteri vie più rendonſima nifeſti, e
mirabili, quanto maggiore fi è l'attenzione, e l'intelligenza di chi gli
conſidera. Quindi noi vedrem mo più maniere di ſtile ampolloſo, o d'altra guiſa
falſo aver tenuto per infino a tanto che fonofi dati gli - Uomini a fare il
ſopraccennato pa ragone; che è quanto dire a diſtin. guere l'ideale, che ha
infiniti fimili fuori di se, dal chimerico, che fol tanto dimora nel noſtro
ſregolato giudizio: ed all'incontro lo ſtile che è il vero (vero io intendo di
quella verità, che riſulta dalla con venienza tra l'eſpreſſion noſtra, e la
eſpreſſione la più acconcia, che ima giniamo effer poflibile in chi favel la,
ſecondochè gli detta la Natura ) può eſſere per alcun tempo in poco pregio,
appreſſo coloro, che non fanno altro, che correr dietro a ciò, she ha faccia di
novità, ſenza cere care più oltre. Ma certissima cosa è che opinionum commenta,
come dice CICERONE (si veda), delet dies; nature juedicia confirmat. Ed io da
capo francamente attribuiſcoverità anche al modo di ſcrivere che pazzo è per
opinion mia, qual fi crede, che non abbiavi altrove verità nelle belle arti;
ſalvo che ne' teoremi della Geometria, ovvero ne' calcoli dell'Aritmetica:
quaſichè innumerabili non foſſero i fenomeni in Natura (e tuca ti ſenza dubbio
ſono nel loro gene i re aggiuſtatiſſimi ) a' quali non ſi ponno addattare ne'
calcoli, nè figu re geometriche. Ma effendone noi certi altronde dell'armonia e
della verità delle coſe farce dall'arte, gliam noi dire perciò, che fien men
belle, o men vere di quelle, di cui noi conoſciamo in parte, e geome.
tricamente dimoſtriamo l' artificio? Il perchè io dico eſſerci verità in una
Cantica d’ALIGHIERI (si veda), eſpreſſa co me ha fatto egli; che ella non ci
farebbe altrimenti, ſe l'argomento ſteſso foſse eſpreſso dall' Uomo più
ſcienziato del Mondo, ma ignudo di vocaboli gentili, e di maniere di dire
leggiadre: Che altra verità contiene in sè una ſteſsa immagine delineata con
perfecta ſimmetria, con atteggia mento naturale, con ombreggiamenti, e colori
convenienti; ed altra, ſe det ta immagine tanto quanto ſi diſcoſta
dall'eſemplare di Natura; benchè noi per quella eſsa la ravvilaflimo egual
mente. Ora che altro è il noſtro Icria vere, e'l noſtro favellare, ſe non che
un dipignere le noſtre idee ſopra la immaginativa di chi ci ſtanno ad udire;
onde non dobbiam noi eſser con tenti ſol tanto, che una idea da noi groſsamente,
non ſo ſe io mi debba die re piuttoſto abbozzata, che eſpreſsa, non venga tolta
in iſcambio con un'al tra; ma dobbiamo innoltre porre ogni ftudio per eccitare
in altrui quel vivo ſentimento di quallfia coſa, che ab biam noi medeſimi,
allorchè vivamen te, e chiaramente l'abbiamo apprela. Che avvegnachè l'arte
dello ſcrivere confifta tutta in un aggregato di ſegni, o di modi, ſcelti, ſe
vuoi, ad arbi trio degli Uomini, io tengo non per tanto eſser detti ſegni quaſi
una coſa ſteſsa con ciò, che per eſſi ne viene rape preſentato; o almeno dover
eſser tali, Sì che dalfatto il dir non ſia diverſo Lungo ſarebbe il diſcender
ora á ra. gionar de' particolari, che recano, o tolgono la leggiadria, e la
verità a va rie maniere di componimenti. Ma ancorachè io nol faccia, il poco,
che io ne accennai in comune, ſpero che per avventura defterà in chi che fia la
reminiſcenza di quanto fa di meſtieri ula uſare a voler iſcrivere con lode; per
chè in fine, ſiccome non da altri, che dal proprio ſentimento ſi può appren
dere a modificar variamente l'armonia della Muſica, nè della Architectura; così
non da altri, che da sè veruno non può apprendere il vero modo di addattare la
propria fantaſia a cutte le occaſioni particolari di aver da eſpri merſi, che
ſono ſenza numero. Poco io diffi eſſere ciò, che mi cadde in animo di accennare
verſo il molto che un eſperto dicitore, quello, che io non ſono, avrebbe faputo
e medi tare, ed eſprimere di attinente a così raſto argomento. Con tutto ciò
ten gol per lufficientiffimo; purchè ſia da tanto di deſtare in eſso voi,
umanil ſimi e ſaggi Accademici, la voſtra cu rioſità ad iſcoprire le mie
fallacie; onde a mio utile proprio, io appren da quanto forſe mi trovi lunge
dal fe gno ' prefiſso; mentre io delidero di guidare altrui pel retro cammino
del la Verità. Nome compiuto: Gregorio Bressani.
Bressani. Keywords: intorno alla lingua toscana. Refs.: l’implicatura di Galilei, discorso
intorno a nostra lingua – discorso intorno al volgare – Aligheri – vo
significando – “meaning” – I am meaning – Gallileo, forma logica aristotelica –
vo significando -- forma logica galileana – forma logica platonica – grammatica
e geometria – grammatica profonda di Galilei -- Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bressani,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Grice e Bria: la setta di Crotone --
Roma – scuola di Crotone – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Crotone). Filosofo italiano. Crotone,
Calabria. According to Giamblico, a Pythagorean. Bria. Refs.: Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bria,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Bria: la
diaspora di Crotone -- Roma – scuola di Taranto -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Taranto,
Puglia. According to Giamblico, a Pythagorean. Bria. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bria,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Brotino:
la setta di Crotone -- Roma – scuola di Crotone – filosofia calabrese --
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Crotone). Filosofo
italiano. Crotone, Calabria. Brotino or Brontino of Crotona or Metaponto. The
name crops up more than once in stories about Pythagoras Some say he was his
father in law, others his son in law. He is aldo said to have been a pupil of
Acmaeon o Crotone. Clement of Alexandria says he wrote a book on the nature of
the world. It is possible that a father and son sharing the same name have been
confused with each other. Brotino.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Brotino,”
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Bruni: la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale dell’interpretare – l’interpretazione di Romolo –
scuola d’Arezzo – filosofia aretina – filosofia toscana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Arezzo). Filosofo aretino. Filoofo toscano. Filosofo italiano. Arezzo, Toscana. Grice:
“Bruni is a philosopher – and a Griceian one at that; he reminds me when
Strawson and I used to give joint seminars on ‘De interpretation;’ our tutees
found it boring but we would say, ‘lay the blame on the Stagirite.” Grice: “Boezio
was possibly wrong in missing the metaphorical impicature of ‘hermeneutic,’ and
give us a rather boring ‘inter-pretatio’ – which is the thing Bruni uses when
dealing with Cicero – Bruni is unaware if what he is doing is ‘interpreting’ or
‘volgarizare,’ i. e. render the thing into the volgare that the volgo may
appreciate! His impicature seems to be: let the classics stay classic!” –Grice:
“But there is a little word that Bruni uses that is crucial, ‘recta’ –
interpretation has to be ‘recta,’ as opposed to incorrect – which leads us to
impilcature – is over-interpretation mis-interpretation? We think it is!” – “But since an implicaturum is
cancellable, we have to be VERY careful here, as Bruni is – especially when he
visited I Tatti!” – Politico, scrittore
e umanista italiano di Toscana, attivo soprattutto a Firenze, della cui
Repubblica ricopre la più alta carica di governo di Cancelliere. Uomo di grande
personalità, arguto e forbito parlatore dotato di grande eloquenza, si insere
nella disputa sulla questione della lingua, discussione apertasi con l'avvento
della lingua volgare all'interno della lingua in uso specie in chiave
letteraria a quell'epoca. Conobbe Filelfo ed ha come maestro Malpaghini. Nei
suoi studi riscontra fenomeni di ‘corruzione’ della lingua latina dall'interno,
rilevando ad esempio in Plauto le forme di assimilazione fonetica“isse” per “ipse”;
oppure “colonna” per “columna”. Teorizza quindi che il latino si fosse evoluto
dal proprio interno, sostenendo l'esistenza di una di-glossia. Oltre al latino antico
classico, aulico, sarebbe esistito un livello inferiore, meno corretto, usato
informalmente nei contesti quotidiani, da cui provengono la lingua romanza o
italiana – toscano, fiorentino. Oppositore di questa teoria e Biondo, il quale
sostiene invece che la causa della “decadenza” o corruzione del latino fosse
stata l'aggressione esterna dei due popoli germanici: gl’ostrogoti e i
longobardi. Gli studi storici hanno mostrato che le due teorie di Biondo e B. non
sono effettivamente incompatibili. Il latino si è evoluto per ragioni, sia “interne”
(e. g. le corruzioni di Plauto), sia “esterne” (le invasion dei barbari
ostrogoti e longobardi). Nella prima metà Professoresi avevano pareri opposti
in merito alla dignità del volgare. Filosofi come Salutati e Valla disprezzano
il volgare perché non dotato di norme grammaticali; Alberti, al contrario, si
adopera molto per far riconoscere il volgare come lingua ricca di dignità nel
panorama filosofico. B. conceve il dialogo “Ad Petrum Paulum Histrum”, nel
quale dava la parola a due esponenti dell'umanesimo del periodo: Salutati,
appunto, e Niccoli. Il primo assere che il volgare sarebbe stato degno solo se
regolamentato da assiomi precisi, e si dispiaceva del fatto che Alighieri non
avesse scritto la sua Commedia nel ben più nobile latino. Niccoli propone una
visione ancora più radicale, arrivando a giudicare tre fra i principali
filosofi italiani Alighieri, Petrarca e Boccaccio poco più che degli ignoranti.
Niccoli difende questi ultimi, riconoscendo la grandezza delle loro opere,
invece di giudicarli in base alla lingua che usarono. È celebre una sua
epistola in cui delinea princìpi fondamentali dell'umanesimo. È sepolto nella
basilica fiorentina di Santa Croce in un monumento opera di Rossellino. Altre
opere: “De primo bello punico” (della prima guerra punica);“Vita Ciceronis o
Cicero novus” (vita di Cicerone, ovvero, CICERONE nuovo); “Aristotele, Ethica
nicomachaea”; “Oratio in hypocritas”; Pseudo-Aristotele, “Libri oeconomici”; “Commentarius
de bello punico, adattamento di Polibio”; “De militia”; “Commentarius rerum
graecarum”; “De interpretatione recta” “Aristotele, Politica”; “Commentarius
rerum suo tempore gestarum”; “De bello italico adversus Gothos”; “Historiae
Florentini populi”, Storie del popolo fiorentino (Storia fiorentina) da Acciaiuoli
ed uscì a stampa a Venezia. Vedi alla voce "letteratura umanistica"
in umanesimo, riferimenti in Carlo Dionisotti, B., in Enciclopedia Dantesca. Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Cesare Vasoli, B., Dizionario Biografico
degli Italiani, Repertorium Brunianum. Lingua volgare. Questione della lingua
Monumento funebre di B. di Rossellino, basilica di Santa Croce, Firenze. Dizionario
biografico degli italiani. Epistole (in latino). Dialogi ad Petrum Paulum Histrum di B. -
di Carlo Zacco Cancelliere fiorentino. B. è originario di Arezzo,
ma Arezzo pochi anni dopo la sua nascita passa sotto il controllo di
Firenze, e lo stesso B. si può definito a pieno titolo acquisito da Firenze ed
ottenne la cittadinanza di Firenze. E’ personaggio molto importante dal punto
di vista letterario ma ebbe una funzione importante sotto il profilo
amministrativo-civile perché fu uno dei più importanti cancellieri della
repubblica fiorentina, successore, non immediatamente, a quello che il più noto
dei cancellieri del 300: Salutati, una grande figura di intellettuale, che si
pose come diretto erede, insieme con il Boccaccio, del Petrarca. Salutati.
Coluccio è un personaggio di questo dialogo. Svolse in Firenze un ruolo molto
importante sia dal punto di vista politico (più politico di B.), e dal punto di
vista amministrativo-civile è uno dei più noti e importanti cancellieri di
firenze: le sue missive sia d’ufficio che private sono moltissime, e lasciò una
forte impronta. Un impronta volta a delineare l’ideologia della città di
Firenze: la difesa stessa della libertà fiorentina, per fare solo un esempio
fra tutti, contro la tirannide viscontea. Salutati ha anche un altro importante
merito che fu quello di portare a Firenze gli studi di greco. Fu per impulso
del salutati, anche se non solo suo, che venne a Firenze il Crisolora: uno dei
più importanti dotti bizantini e proprio tramite lui si instaurò lo studio del
greco a Firenze. Intorno al Crisolora si stabilisce un gruppo di figure, non
soltanto fiorentine, poiché dato che il greco si poteva studiare a Firenze,
vennero anche da altri luoghi giovani per imparare il greco; e tra questi
giovani che vennero a Firenze ad imparare il greco ci sta il dedicatario di
questa opera: Istriano, che è Vergerio, che operava nel contesto carrarese, a
Firenze per studiare il greco, e poi era tornato a Carrara. A sua volta aveva
scritto un trattato pedagogico intitolato “sui nobili costumi”. Trattati
pedagogici: altro aspetto dell’umanesimo, molti scritti sono di carattere
pedagogico perché uno degli aspetti importanti nell’umanesimo è proprio legato
alla formazione dei giovani basata sulle Humanae Litterae. L’umanesimo
fiorentino. Questo è il contesto culturale entro cui nasce questa operetta,
interessante perché mette in evidenza gli elementi di contrasto tra l’umanesimo
inteso come un recupero classicistico di stretta osservanza e la volontà di
coniugare ad un rinnovamento degli studi, quello che era la tradizione: in modo
particolare quella dei tre fiorentini Dante, Petrarca e Boccaccio.
Ripresa del dialogo classico. Questa operetta non è un trattato: è impostata
come una discussione, una disputatio ma è a sua volta, sviluppando alti
elementi, è un altro dei caposaldi di rifondazione del dialogo in latino: sulla
scorta dei classici, più sistematicamente di quanto non avesse fatto il pur
importante esempio petrarchesco. Disputatio in utramque partem. Questo è un
dialogo diegetico, non mimetico, dunque un dialogo dove la cornice è
costantemente presente. E’ un dialogo costruito in due libri, e la discussione
è svoltain utramque partem, da una parte e dall’altra. C’è un personaggio, un
letterato e al tempo stesso un personaggio di un certo peso a Firenze che si
chiamava Niccoli, che sostiene due parti tra loro contrapposte: nel primo libro
attacca violentemente le figure di Dante, Petrarca e Boccaccio, inserendo
questo suo discorso in un attacco relativo alla condizione della cultura
contemporanea: quindi denunciando lo stato di decadenza della cultura
contemporanea; nel successivo libro fa unapalinodia e svolge un discorso
opposto: gli elogia di questi tre personaggi. Oltre al fatto del far vedere che
cosa è diventata a questa altezza cronologica la disputatio, ci sono diversi
aspetti in questo che sono interessanti. C’è un primo problema di
carattere cronologico, qui ridotta ai minimi termini, in una discussione che è
ancora in corso: è un opera su cui si è discusso e scritto molto, e la cui
datazione è uno degli elementi di discussione. Altro elemento di discussione
che è collegato a questo è se questi due libri siano stati
concepitiunitariamente o se il secondo sia stato scritto dopo: cioè se l’autore
avesse cambiato idea rispetto a quello che aveva fatto sostenere a Niccoli e
avesse svolto poi nel secondo libro successivamente una palinodia egli stesso
nel celebrare l’elogio dei tre fiorentini. la datazione Termini ante/post
quem. L’opinione più persuasiva a tal proposito è questa. Innanzitutto c’è un
problema di tempo interno: c’è un indicazione precisa dal punto di vista
cronologico, come emerge all’inizio del dialogo; questo dialogo è collocato in
due giorni diversi, uno successivo all’altro, nei giorni di Pasqua. Il fatto
che come tempo interno sia dato un anno non significa che quello sia il tempo
reale di scrittura naturalmente. Comunque, posto che qui venga messo come data
è evidente che B. non potè scrivere l’opera prima di questa. L’altro termine di
riferimento non dopo il quale fu scritta l’opera, è un anno perché in quella
data, in una lettera, B. stesso direttamente ci parla di questa sua operetta
come già pubblicata (pubblicata ovviamente equivale a «circolante», almeno tra
alcuni dotti). morte di Salutati. Altro aspetto da considerare riguarda le
figure dei personaggi presenti. Tra queste figure c’è quella importante, una
sorta di Nume tutelare, il personaggio anziano, l’intellettuale in età avanzata
rispetto al gruppo dei giovani (c’è questa differenza importante che va
considerata) che è Salutati. Se noi stiamo a guardare ai dati dell’operetta
possiamo pensare che sia stata scritta quando il Salutati era ancora vivo, se
consideriamo il Salutati personaggio, che ci viene presentato in vita. In
realtà però c’è tutta una serie di elementi che fanno propendere a ritenere che
sia stata scritta, almeno per quello che riguarda il secondo libro, dopo la
morte del Salutati. Perché si attribuiscono al salutati posizioni che
difficilmente il Salutati avrebbe sottoscritto (lo sappiamo da altri dati,
lettere ecc). l’unitarietà Unitarietà dell’opera. Altra questione: è
unitaria o no questa operetta? Su questo punto è più difficile rispondere: il
primo libro presuppone indubbiamente un secondo libro che certamente
modificasse l’assetto del primo con il capovolgimento di posizione. Nei termini
della disputatio in utramque partemla tesi più persuasiva è che indubbiamente
sotto questo profilo, quello che è svolto come materia nel secondo libro sia
già dato nel primo come presupposto. Cioè che come testo dal punto di
vistaunitario il bruni avesse pensato all’opera in due libri; certo però è che
ci sono alcune piccole diffrazionidall’uno all’altro. Cambia la casa dove si
svolgono i dialoghi; viene introdotta un’altra figura, cosa possibile anche per
alcuni spunti ciceroniani a dire il vero, ma questo muta alcuni aspetti e
alcune parti dell’impostazione: in altre parole non è da escludere che il
progetto originario, pur prevedendo un secondo libro come è nella logica con
cui è stata scritta l’opera, si sia poi svolto effettivamente in untempo
successivo nel secondo libro. Ciò non toglie che, così come è svolta, l’opera
abbia un assetto contenutistico unitario, anche nell’impianto della disputa in
entrambe le direzioni. Uno degl’aspetti più interessanti dal punto di vista
letterario riguarda la consapevolezza da parte di B. di voler imitare anch’egli
CICERONE, non però il Laelius come fa Petrarca, ma una delle opere più imitate
da questo momento in poi in tutto il dialogo umanistico, e cioè il “De Oratore”.
Il “De Oratore” è importante in quanto
modello per eccellenza del cortegiano. Ci sono delle modificazioni
nell’impianto da parte di B. rispetto al modello del “De oratore”: l’aspetto
che lega maggiormente questo testo al “De Oratore” è l’impianto con una cornice
di carattere realistico. Qui abbiamo la Firenze reale di quel tempo, abbiamo
personaggi storicamente individuati, abbiamo una autorità come Salutati. Altro
aspetto interessante sul piano dell’impianto e la palinodia, l’affermare una
cosa e il fare il discorso in opposto rispetto a quello che si è detto nel
primo libro è una modalità attuata nel “de oratore” mediante il personaggio di
Antonio. Antonio sostiene una tesi nel primo libro (nel “De Oratore” sono tre)
e capovolge la tesi nel secondo. Viene mostrato da CICERONE il modo retorico e le ragioni di questo. È stato
anche osservato che si tratta di una palinodia che non nega gl’asserti
precedenti, però sicuramente modifica quello che era stato detto nel libro
precedente. Anche la casa come luogo di raccolta, di discussione dei dialoghi è
un elemento ciceroniano; e lo è anche il tempo di festa: qui siamo a
Pasqua. La differenza che balza più all’occhio è che mentre per CICERONE
non c’è la presenza diretta dell’autore, perché CICERONE dice di aver riportato
dialoghi e discussioni che si erano svolti diversi anni prima, e c’è quindi una
diffrazione di carattere temporale, per cui CICERONE afferma di aver riportato
la testimonianza di chi gl’aveva raccontato quei dialoghi, qui invece c’è la
presenza diretta dell’auctor e c’è una attualizzazione totale nel senso che a
prescindere dalla data specifica i temi trattati sono altrettanto attuali e
attualizzati. Vediamo solo la prima parte, ma senza leggere la seconda non
si capisce l’effettivo svolgimento del discorso. Alcuni moduli che vediamo
riguardano solo questo dialogo, altri riguardano una modalità che nel tempo
viene ad essere ripresa e si evolve, come vedremo nel cortegiano, dove siamo
però in un ambiente diverso: questo cittadino, quello di CASTIGLIONE, della
corte. Questo è ambiente privato: un gruppo di amici che discutono tra di
loro. Queste discussioni non sono invenzione di B. Abbiamo altre tracce e
testimonianze in ambito fiorentino in relazione alle critiche che gruppi di
giovani classicisti di stretta osservanza avevano avanzato criticando
aspramente le cosiddette glorie fiorentine: Dante Petrarca e Boccaccio. Quello
che sta al fondo di questo dialogo è un problema e un tema di discussione
quanto mai attuale nella Firenze del tempo. Se a noi può sembrare strano, visto
che pensando a Dante pensiamo ad un grandissimo poeta e autore, trovare Dante
trattato come un autore di popolo, di farsettai, di pescivendoli eccetera, può
dare adito a qualche stupore. Le stesse accuse sono riferite da altri, non li
introduce solo B.: i problemi di cui si discute sono problemi su cui le
discussioni c’erano nella Firenze del tempo. Abbiamo dunque da un lato si
afferma prima questo aspetto destruens e dall’altro lo stesso che dice di
aver parlato di quelle cose per ragioni di carattere retorico e per fare in
modo che fosse proprio Salutati a fare l’elogio. Quindi li giustifica come una
sorta di esercizio di simulazione retorica. La dedicatoria L’antico
detto. Vediamo i caposaldi di questo discorso. Anche qui abbiamo un proemio che
è una lettera dedicatoria molto breve rivolta al Vergerio. La lettera si apre
con un antico detto di un saggio, e sia apre così a mo’ di omaggio verso il
Vergerio, che con questo detto, attribuito a Francesco il vecchio da carrara,
suo signore, aveva aperto il suo trattato. Questo detto è relativo alla patria:
antico detto di un saggio che l’uomo per essere felice deve innanzitutto avere
una patria illustre e nobile. Elogio di Firenze. La patria di origine del
B. non è più Arezzo nelle condizioni in cui era precedentemente, rovinata e
distrutta ormai dai colpi della fortuna. Ha però B. a sua volta l’opportunità
di vivere in una città eccellente, quest’opera è anche una celebrazione della
grandezza di Firenze. Il fatto che Firenze sia una città eccellente è
dimostrato facilmente perché lo stesso dedicatario era stato con lui a Firenze
compagno di studi presso il Crisolora: c’è stata dunque una comunanza di studi,
di vita e di affetti. Il dono all’amico lontano. Una comune abitudine
alla conversazione e alla discussione, a dato che l’amico è lontano, desiderato
e rimpianto, così come l’amico lontano desidera e rimpiange gli amici
fiorentini gli manda proprio come memoria ed omaggio (B. al Vergerio) la
testimonianza di una delle discussioni da poco avvenute tra loro giovani amici
e il Salutati, come testimonianza che può trasmettere le discussioni di
una volta allo stesso Vergerio. Anticipa, sui contenuti, ciò che riguarda la
dignità degli argomenti e la dignità degli uomini. Cita i due
protagonisti-antagonisti: Salutati e il Niccoli. L’altra dichiarazione che
costantemente viene fatta in trattati di questo genere è la testimonianza
–dedica: dice alla fine di questo proemio: «così io rimando la disputa
trascritta in questo libro in modo che tu, benchè assente, in qualche modo
possa godere di quanto godiamo noi, e nel far questo ho cercato soprattutto di
rendere con la massima fedeltà le due posizioni contrastanti (originale: morem
utriusuqe, il costume di entrambi)» e affida allo stesso Vergerio il compito di
giudicare se ci sia riuscito oppure no. La psicologia del personaggio.
Questo è un altro tratto importante: quello della delineazione del personaggio:
non sono solo voci, con personaggi con una loro individualità. Essendo un
dialogo diegetico questa loro personalità può essere messa in evidenza per
alcuni tratti dalla cornice diegetica, ma soprattutto dal modo in cui ciascuno
si esprime, e quindi da quella sorta di delineazione psicologica che deriva dal
discorso. L’abilità è anche quella di rendere da parte del bruni
l’atteggiamento nel dire dei due, e ne è giudice lo stesso Vergerio che li
conosceva entrambi. La rappresentazione dei personaggi rappresentano anche
dunque una prova distile e di bravura da parte dell’autore. Noi non
abbiamo modo di vederlo nel testo latino, ma quest’opera è letterariamente
significativa anche nel movimento stesso delle voci. Il primo libro
Cornice introduttiva Come viene fatta l’introduzione nel dialogo diegetico?
Innanzitutto c’è la cornice introduttiva, che ci dà delle indicazioni relative
alle circostanze del dialogo, al luogo e ai personaggi. Bruni e Niccoli
vanno a casa di Coluccio. In questa nostra cornice noi abbiamo che nel tempo
delle feste, questi giovani personaggi stanno andando a casa di Salutati, che
viene definito «senza dubbio l’uomo più eminente del tempo nostro per sapere,
eloquenza e dirittura morale»: triplice occorrenza che definisce il carattere
del nume tutelare. Viene poi introdotto un novo personaggio: mentre stanno per
andare da Salutati incontrano Rossi, il quale a sua volta è definito per ciò
che è proprio del personaggio stesso in relazione agli studi: «uomo dedito agli
studi liberali». Tutti insieme vanno da Coluccio, e De Rossi si unisce a
loro. La critica di Coluccio. Arrivati a Casa di Coluccio c’è un momento
di Silenzio: Coluccio pensa che quei ragazzi gli vogliono dire qualcosa, loro
non iniziano per far cominciare il maestro e quindi viene rappresentata questa
pausa: un elemento di carattere anche realistico. Alla fine Coluccio, dato che
nessuno parla si decide ed interviene nel discorso. Quindi la persona più
autorevole inizia il suo discorso: che inizia nei termini di una conversazione,
quello che può avvenire quando un gruppo di persone si trova in casa di uno che
è più autorevole di loro, e questo comincia a parlare, e di fatto esprime il
piacere di vederli e poi comincia, li loda per la loro passione per gli studi,
ma esprime poi una critica. • importanza della disputatio. Critica relativa al
fatto che hanno trascurato quello che per Coluccio invece è importante: la
disputatio, l’abitudine alla discussione che secondo il Salutati è fondamentale
proprio per affrontare in pieno sottili verità, per poterle sceverare
compiutamente, per mantenere la mente in occupazione, e scambiando discorsi in
comune per fare una gara esercitando il proprio intelletto, al fine di ottenere
la gloria quando si sia superiori nella disputa rispetto agli altri, oppure la
vergogna quando si è battuti; da qui verrebbe uno stimolo allo studio per
imparare di più., in fondo.Che cosa può lo sguardo di tutti. Attenzione: qui la
traduzione dice questione,che potrebbe far pensare alla quaestio, nel testo
latino si dice invece rem, l’oggetto della discussione, è diverso il senso da
dare alla cosa. E’ importante l’esercizio perché se non si compie, chi è
studioso rimane a parlare con sé stesso e con i propri libri, ma non si mette a
gara e non interviene nel colloquio con gli altri uomini, e non viene ad essere
di giovamento, non ottiene i frutti che possono essere dati dallo scambio
argomentato delle discussioni. Rievocazione degli studi a Bologna. Evoca
gli esordi della sua stessa educazione quando era a Bologna: dove aveva avuto
un insigne maestro ed aveva appreso l’arte del discutere; poi aveva avuto modo
di cimentarsi ulteriormente in relazione ad un dotto teologo e sapiente a
Firenze, e al tempo stesso dotto in teologia, agostiniano, e insieme amante dei
classici: è Luigi Marsili, che animava un cenacolo presso la chiesa di Santo
Spirito, ed è una figura eminente della Firenze trecentesca, che viene anche
nominato dal Petrarca. • l’elemento cronologico. Ci viene dato attraverso il
Marsili l’elemento cronologico che si diceva all’inizio poiché il Marsili è
indicato come morto sette anni prima: dato che era morto, allora ci porta. L’insegnamento del Marsili. Il Marsili aveva
dimostrato a Coluccio, nei tempi posteriori alla giovinezza, quando valesse la
discussione: era un sapiente conoscitore degli studi di teologia, ma anche un
conoscitore degli antichi; tanto profondamente legato alla scrittura degli
antichi da averle assimilate, anche stilisticamente tanto da riprodurne le
movenze. L’esempio che porta il Salutati di Sé e di quanto aveva guadagnato da
queste discussioni è dato per mostrare attraverso la propria persona, quanto
efficacemente egli ritenga sia proprio della discussione, cioè: il frutto delle
sue opere era stato dato secondo il salutati proprio attraverso questa via.
Dunque l’esercizio è fondamentale. Su questo punto si intavola tutta la
discussione che segue. Salutati, pur sostenendo di ammirare gli amici per
la loro apssione per gli studi, criticava il fatto che non si dedicassero, come
esercizio non solo opportuno e utile, ma necessario, la disputazione. Coluccio
aveva portato il proprio esempio sia dalle indicazioni che aveva ricevuto dalla
scuola di grammatica quando era un giovane studente a bologna, e sia per quello
che aveva ricavato dal rapporto continuo assiduo e importante con il
dotto teologo studioso dei classici Marsili. Una indicazione del Marsili ci dà
l’indicazione del tempo interno del dialogo. Il discorso di S. si concludeva con una
esortazione ai giovani perché si dedicassero alla disputa e cercassero di dare
maggior frutto ai loro studi. La risposta di Niccolò. Come personaggio
antagonista risponde Niccolò Niccoli: fin dalla presentazione che nella
dedicatoria aveva fatto al Vergerio B. aveva presentato le due figure di
Coluccio e Niccoli proprio in questo senso. In più di un momento pare che
Niccoli dia ragione al Salutati riconoscendo l’importanza della disputa che
potrebbe giovare molto agli studi, e lodando Salutati per l’efficacia sul piano
dell’eloquenza con cui aveva dimostrato questa tesi; e ricorda a sua volta la
figura del Crisolora, chiamato dallo stesso Salutati e da cui questi giovani
avevano imparato il greco. Il salutati invece aveva preso i primi rudimenti ma
non tanto da essere in grado di fare una traduzione dal greco al latino.
Le colpe della generazione precedente. Pare che Niccoli dia ragione al
salutati, ma non è così: egli giustifica se stesso e i suoi amici dicendo
che se non svolgono quella esercitazione non possono essere accusati i ragazzi
stessi ma devono essere accusati i tempi: c’è qui una rappresentazione
estremamente negativa, che riprende alcuni tratti del Bruni scrittore già ben
presenti nelle opere polemiche di Petrarca, e che per alcuni elementi emergono
anche nel De Vita Solitaria, un attacco da parte del Niccoli molto duro nei confronti
della condizione in cui è ridotta la cultura per colpa delle generazioni
precedenti e che dispersero il grande patrimonio della cultura antica. Di fatto
come sappiamo la concezione stessa del medioevo nasce polemicamente proprio in
contrapposizione con quello che riguarda la volontà da parte degli uomini
umanisti in primo luogo di ritornare alle fonti della vera sapienza degli
antichi superando la decadenza; è una notazione polemica questa che noi non
facciamo nostra, ma che riguarda la cultura del tempo.Il Niccoli spiega che per
poter svolgere una disputatio è indispensabile padroneggiare bene un
argomento, e per fare questo bisogna avere una grande mole di conoscenze;
Niccoli si domanda come si possa acquisire una tale mole di conoscenze in
questi tempi oscuri, con tanta penuria di libri. Invita a considerare poi come sono
le discipline umanistiche in passato e come sono oggi. Parte qui una sorta di
rassegna che mostra le radici della FILOSOFIA, mostra che cosa comporta IL
PASSAGGIO A ROMA della FILOSOFIA e mostra come ai tempi moderni è ridotta la
filosofia. Polemica contro gli aristotelici. Qui il Niccoli si lancia,
sulla scorta di considerazioni già petrarchesche (non qui enunciate come tali,
perché non si fa qui il nome di Petrarca) contro i filosofi e soprattutto
contro gli aristotelici. Non contro ARISTOTELE, ma contro gl’aristotelici che
tutto basano sull’autorità di un solo filosofo, e tutto basano sul cosiddetto
ipse dixit, essi d’altra parte fanno questo sulla base di un'unica autorità, e
non soltanto mostrano con ciò di non conoscere bene ciò di cui parlano, ma
mostrano una grande arroganza: la dimostrazione della loro arroganza e della
difficoltà nel padroneggiare gli scritti di Aristotele, trova una base
polemicamente anche con riferimento a una polemica che a sua volta contro i
retori del suo tempo fa CICERONE. • la corruzione del latino e dei testi. Poi
ritorna all’oggi e accusa i filosofi aristotelici di parlare di cose che in
realtà non sanno, e come possono saperle? Se questi non solo ignorano il greco,
ma IGNORANO IN GRAN PARTE ANCHE IL LATINO? E qui è sotto accusa anche IL LATINO
PERVERTITO del medio evo, che non è quello degl’umanisti. Addirittura Niccoli
dice che se tornasse lo stesso Aristotele, non riconoscerebbe neppure più i
suoi testi. Sottolinea un aspetto importante da un punto di vista filologico,
cioè il problema della restituzione critica dei testi aristotelici, il problema
cioè di andare a cercare il maggior numero di esemplari dei testi di Aristotele
e il tentativo di restituirli alla loro rispettiva lezione, e questo puo essere
fatto a partire dal testo greco. La conoscenza del greco che questo circolo di
umanisti possede, e in quei tempi appannaggio di quei pochi che avevano
beneficiato, sulla scorta del Crisolora. Altro affondo: gl’occamisti.
Dopo questo attacco agl’aristotelici passa ad attaccare I DIALETTICI. Anche
questa è una polemica già petrarchesca, con i cosiddetti barbari britanni,
soprattutto DIALETTICI e logici occamisti, seguaci di Occam. Secondo le accuse
che venivano fatte essi si occupano di cose da poco, di frivolezze, invece che
di occuparsi di cose importanti ed eccellenti. Ciò non vale solo per le due
discipline evocate ma dice che potrebbe dirsi lo stesso di tutte le altre arti:
Grammatica, retorica e tutte le altre arti. Non mancano gl’ingegni, ma mancano
i mezzi per imparare in questa condizione del sapere. Non abbiamo né mezzi ne
maestri. L’eccezione di Salutati. A questo punto è chiaro che occorre
fare un eccezione, perché sennò nel contesto del discorso ciò avrebbe
significato attaccare lo stesso Salutati. Allora Salutati è salvato da Niccoli
ed elogiato e rappresenta l’eccezione che conferma la regola. Perché Salutati
ha potuto far frutto con i suoi studi? In virtù del suo grande ingegno,
quasi divino, che gli ha consentito di fare quel salto di qualità e quindi di
essere l’eccezione alla regola. Ubi sunt. L’ultima parte del Discorso di
Niccoli si imposta su quel modello di elegiaco tema dell’Ubi Sunt, dove sono
mai?, tanto presente in ambito medievale, ma qui piegato a lamentare la
mancanza dei grandi libri dei classici; e fa un elenco di libri di grandi
autori che mancano. Il precetto di Pitagora. Aggiunge poi un aspetto legato
alla necessità del silenzio cui sono costretti, e fa un riferimento ad un
precetto dell’antico filosofi Pitagora: Pitagora aveva invitato i discepoli,
prima di parlare, a meditare e restare in silenzio per cinque anni, e se i
discepoli di Pitagora, che pure avevano tale maestro e tale possibilità stante
la cultura del tempo antico, come potranno questi giovani parlare e mettersi a
disputare? Dice il Niccoli: «noi che non abbiamo né maestri ne
insegnamenti né libri: come possiamo fare questo? Dunque non ti devi arrabbiare
con noi se stiamo zitti e non discutiamo, non è colpa nostra ma dei
tempi». Torna la cornice. A questo punto ritorna la cornice. Al discorso
diretto viene reintrodotta la cornice con una sorta di segno teatrale: una
pausa di silenzio che fa si che ci sia anche uno stacco in relazione alla voce
che ora segue; uno degli aspetti efficaci del dialogo è la messa in scienza dei
personaggi e quindi la rappresentazione delle loro voci. La cornice interviene
diegeticamente introdotta dal narratore-autore, che interrompe il flusso del
discorso, segnando appunto una pausa di silenzio. Disputa intorno a
disputare. Interviene Coluccio rilevando la contraddizione, perché il Niccoli
che aveva sostenuto di non poter parlare e discutere a causa dei tempi, aveva a
sua volta dato unabrillante dimostrazione di essere capace di discutere con le
sue stesse parole. Allora Coluccio cerca dichiudere questo discorso dicendo:
«lasciamo dunque se credete questa disputa che è intorno al disputare».
Gli altri chiedono il confronto. Ma il discorso non può finire qui e c’è
l’intervento di un dialogo a più voci, quindi c’è una variazione nel modo in
cui sono introdotte le voci di dialogo ed efficacemente dal punto di vista letterario
il dialogo viene ad essere animato. Interviene Roberto De Rossi, che non vuole
che la discussione rimanga a metà; • Coluccio. interviene di nuovo Coluccio che
dice per teme di aver destato il leone dormiente e chiede il parere degli
altri: chiede innanzitutto a Roberto De Rossi se sia d’accordo con lui o con
Niccoli dichiarando che in relazione a Leonardo, cioè colui che è al tempo
stesso personaggio e autore del dialogo, non ha dubbi perché ritiene che
Leonardo sia d’accordo con Niccolò. Interviene allora con la voce che dice
io lo stesso B. che chiede di essere considerato un giudice. Non vuole
prendere posizione; fermo restando che c’è una aggiunta, non priva di una certa
ambiguità, perché riconosce che la causa è in gioco non meno di quella di
Niccolò. Interviene infine Rossi che a sua volta dichiara di sospendere il
giudizio, e di sospendere il suo parere finché entrambi non espongono la loro
opinione. Dunque Coluccio adesso deve fare una confutazione di quello che
Niccoli ha detto. La confutazione di Coluccio. Si apre una ulteriore fase
del dialogo nell’ottica di una confutazione fatta da Coluccio in relazione a
quello che Niccoli ha detto. In primo luogo fa notare che è facile confutare
che dice che a causa dei tempi non si può disputare quando egli stesso lo ha
dimostrato egli stesso disputando. C’è anche una schermaglia un poco scherzosa
in relazione al Niccoli. Un altro degli aspetti del dialogo è anche
l’introdurre battute per alleggerire il senso delle discussioni, così come si
introduce all’interno del discorso riferendosi ad un personaggio che
inizia a parlare «sorridendo» ecc, così anche da battute. Viene ad essere
interrotto a sua volta il Salutati da Rossi con un'altra obiezione: allora se
tu elogi il Niccoli che ha mostrato di poter disputare, perché dici che ci si
debba esercitare? Se senza esercitarsi Niccoli c’è riuscito così efficacemente,
vuol dire che l’esercizio non è necessario. Risponde con una contro obiezione
il Salutati dicendo che l’esercizio è fondamentale per poter ottenere un
ulteriore eccellenza: se già ci sono delle buone disposizioni soltanto
esercitandosi si può migliorare. Elogio dell’esercizio. Coluccio si
lancia in un elogio dell’esercizio. Questo esercizio e la disputa sono di nuovo
ri-definiti, e questa definizione è importante:, riga 5: perciò io chiamo
disputa: - insisto su questo poiché il modo in cui è definita la disputa
e la discussione delimita i caratteri della discussione stessa, e la distingue
rispetto alla quaestio degli scolastici. Non poi così bui. Salutati
ammette che la situazione in cui versano le arti liberali non è la migliore
possibile. Però in relazione all’atteggiamento assolutamente negativo in Niccoli
tende a minimizzare: sì, un po’ sono decadute, ma non al punto tale che siano
nella condizione che dice Niccoli. E se è vero che molti libri mancano, è ben
vero che altri ce ne sono, e comunque le cose che abbiamo le dobbiamo usare e
non le dobbiamo disprezzare. E dunque ribadisce che il Niccoli sbaglia ad
attribuire la colpa ai tempi, perché così non riconosce quello che deve
imputare a sé stesso; cioè si sottrae di fatto quello che sono le sue
responsabilità. Chiarisce anche che il suo intento è quello di porsi in
opposizione a lui, e non di attaccarlo violentemente, cioè non è il suo un
atteggiamento volutamente polemico in termini distruttivi. La illustre
tradizione fiorentina. D’altra parte introduce, ritenendo che questa parte del
discorso possa essere compiuta, un ulteriore passo, che poi scatenerà il resto
della discussione e la reazione del Niccoli: E dice: «come è possibile
che tu venga a dire che in tempi moderni non ci siano possibilità da
parte degli ingegni di fiorire se tu tralasci tre uomini fioriti da questa
nostra città e nei nostri tempi. Dante, Petrarca e Boccaccio, che sono levati
al cielo da così grande universale consenso. C’è un motivo anche di
carattere patriottico. -c’è una specificazione data in relazione a Dante che è
significativa per come volgerà poi il seguito del dialogo, poiché sembra essere
posta una riserva sul fatto che Dante prescelse il volgare, infatti dice «se
Dante avesse usato altro stile (alio genere scribendi) io non mi contenterei di
porlo insieme a quei nostri padri, ma a loro e ai greci stessi io lo
anteporrei»: cioè da un lato c’è una lode del ruolo di Dante, dall’altro una
riserva del modo di scrivere. E dice che quei tre non vanno dimenticati ma
ricordati perché sono il vanto e la gloria della città. Dante. E qui la
voce di Niccoli esplode. In realtà il verbo non è messo, c’è un ellissi, ma il traduttore
lo sottolinea permettere in evidenza l’esplosione polemica del Niccoli. C’è un
vero e proprio grido del Niccoli. «allora Niccoli insorse ignorante d’ogni
cosa? - e qui comincia un atto d’accusa. Che parte da Dante, che viene accusato
di non capire il latini di Virgilio, citando un passo del Purgatorio; viene
accusato di non aver capito l’età di catone e di averlo invecchiato rispetto a
quello che dice Lucano; viene accusato di aver preso Cesare che era un tiranno,
averlo lodato, ed aver messo l’uccisore di cesare nella bocca di Lucifero; è
accusato anche per la sua cultura basata sulla scolastica, e per il latino di
Dante stesso. E dunque che cosa deve essere Dante? A chi deve essere lasciato
Dante? A quale pubblico? Pagina 99, in fondo: per cio familiare solo a gente
simile». Fiorentini contro Dante. Che a gruppi di classicisti di stretta
osservanza fosse rimproverato un atteggiamento simile lo sappiamo da altre
fonti: che possono anche essere collegate a questo, ma ci sono anche altre
fonti fiorentine che ci trasmettono questo atto d’accusa, mossa a giovani che
invece di guardare alle glorie della patria. Le attaccano. L’accusa è ancora
più dura perché non riguardava solo un giudizio di carattere letterario che
attaccava i numi tutelari della cultura fiorentina e il vanto della cultura
fiorentina, ma perché questi stessi giovani erano accusati di disinteresse nei
confronti delle sorti della patria. Un po’ di tempo prima della scrittura di
questi dialoghi, c’era stato uno scontro violento tra Firenze contro Visconti,
e c’era stato un momento in cui pareva che Firenze dovesse soccombere, solo la
morte di Gian Galeazzo salva Firenze
definitivamente, perché gli ultimi atti di guerra versavano molto
negativamente. E si diceva che c’erano questi gruppi di giovani classicisti che
si disinteressavano totalmente, che non si occupavano delle sorti della patria;
e qui viene fatto un collegamento tra lo spirito civile e le glorie cittadine.
Qui il discorso è riportato in termini letterari, ma c’è sotteso dell’altro. Un
riverbero di questo si vede alla fine del secondo dialogo. Petrarca e
Boccaccio. Da dante si passa Petrarca, e si attacca ciò che Petrarca aveva
propagandato a quattro venti in relazione alla grandezza del suo poema L’Africa
in latino, poema non compiuto, e quindi da questa grande aspettativa, dice
Niccoli, (noi diremmo dalla montagna) è saltato fuori un topolino». Di fronte
alle accuse fatte a Dante e Petrarca, è inutile continuare con Boccaccio, che
viene liquidato, poiché se è inferiore ai primi due, è inutile continuare.
D’altra parte non soltanto questi sono da giudicare nei termini dati, ma ancor
più è da giudicare negativamente la loro singolare arroganza per come si sono
dichiarati: letterati, dotti e poeti. La conclusione liquidatoria del Niccoli è
la seguente: perciò Coluccio mio non hanno sapere alcuno»: una dichiarazione
radicale. A questo punto vediamo come finisce questo primo libro, perché siamo
quasi alla fine. Riprende a parlare Coluccio: c’è un distacco nella cornice
nell’atteggiamento «sorridendo come sua abitudine»: ora teniamo presente che i
personaggi ciceroniani, dei dialoghi ciceroniani, in particolare il De Oratore,
quando prendono la parola, nella cornice diegetica sono mostrati mentre a
prendono «sorridendo». Allora realismo nei confronti del Niccoli: «quanto
vorrei.. non abbia trovato un avversario, e qui cita gliavversari di Virgilio e
Terenzio. Però gli avversari di questi grandi latini del passato erano comunque
più sopportabili. Teniamo presente che questa sembra una nota caratteriale del
Niccoli, questa figura del Niccoli la troviamo al centro di diversi dialoghi di
polemiche e lettere. Ma perché gli avversari erano più sopportabili, perché
loro si opponevano ad una sola persona, e invece il Niccoli si oppone a tutti i
suoi concittadini. Ma il giorno ormai muore, ed occorre differire la risposta,
che necessita molto tempo, data la grandezza dei tre personaggi di cui occorre
fare la lode, per compensare il vituperio di Niccolo. Coluccio rimanderà questa
difesa. E qui Coluccio chiude circolarmente tornando al tema della discussione.
La conclusione del primo libro Necessità di una lode. Il primo libro ci
dice che l’attacco del Niccoli viene rifiutato in Toto dal nume tutelare, con
le parole del quale si era aperto il dialogo del primo libro, e a causa del
quale si erano svolti questi colloqui. Viene rimandato, senza un’indicazione
che dica a quando, viene detto che sarebbe necessario un discorso non breve e
che il tempo lo impedisce. Allora a questo punto, così come è impostato questo
libro, ci fa presupporre che ce ne debba esse un altro che comporti l’elogio di
questi tre, perché rimane in un tempo di attesa. Qui però c’è un problema
relativo al modo di trasmissione dei manoscritti dei nostri dialoghi in
relazione alla fortuna del testo: devo dire che i Dialogi ebbero una notevolissima
fortuna, abbiamo un numero rilevante di manoscritti però c’è anche un dato che
non possiamo eludere: una parte di manoscritti ci trasmette il primo libro
soltanto, quindi sembra di capire che una circolazione di questo primo libro
sia stata precedente o autonoma rispetto alla diffusione dell’opera completa,
cioè dei due libri. Questo non vuol dire che tra il primo e il secondo ci
sia uno iato di composizione, anche se è una delle testi che sono state
avanzate; e non significa soprattutto che il secondo libro sia una aggiunta
esterna, successiva o pensata dopo, perché in realtà la conclusione stessa del
libro anche se non è determinata, è la conclusione che compare spesso nei
dialoghi, anche ciceroniani, quando viene rimandato ad un successivo giorno. Ma
qui non è specificato il quando, questo è vero, quindi c’è qualche
interrogativo che pone la conclusione di questo primo libro. Il secondo
libro si imposta certamente in un rapporto che possiamo definire, considerando
l’opera nel suo insieme un rapporto unitario, un rapporto non senza qualche
diffrazione: cioè noi ci aspetteremmo qualcosa d’altro, e cioè che fosse
Coluccio a riprendere la lode dei tre grandi fiorentini, e soprattutto che si
riagganciasse a quello che è stato detto nel primo libro. Invece il modo in cui
si riaggancia ha qualche diffrazione. La cornice Verso casa De
Rossi. Il secondo libro del dialogo dunque si apre il giorno dopo; si ritrovano
quelli che si erano uniti il giorno precedente, ma si aggiunge un altro
personaggio. Altro interrogativo: questo personaggio è Piero di Ser Mini,
definito «giovane sveglio e sommamente facondo». Come ricorda la nota che
questo Piero di Ser Mini fu successore del Salutati nella cancelleria di
Firenze. Era rappresentato come personaggio familiare e vicino a Coluccio, e
insieme alla sua comparsa cambia anche la sede dei personaggi: si ritrovano i
personaggi del primo dialogo, tranne Roberto de Rossi, che vanno appunto a casa
di Rossi; nel primo Rossi si era aggiunto, ora i tre si aggiungono a lui. •
Oltr’Arno. C’è un passaggio nella dislocazione che non è privo di significato:
vanno oltr’Arno, perché Rossi abitava al di là dell’Arno, oltre Palazzo Pitti;
interessante nella dislocazione perché quando finisce il dialogo ritorneranno
dall’altra parte: è come se uscissero dalla città e tornassero in città una
volta concluso l’elogio e restituita per certi versi la pienezza della
compartecipazione di quella che è l’opinione dominante. Ci sono anche
connotazioni che rimandano a luoghi per eccellenza propri di quelli che sono
dibattiti di natura filosofica, anche se questo non è propriamente filosofico:
si parla del giardino, del portico. Lode di Firenze. A questo punto non
comincia una discussione come avevamo visto essere terminata nel secondo libro,
ma il nostro discorso comincia in un altro modo: comincia con una laudatio di
Firenze. Bisogna ricordare brevemente due cose che devono essere tenute
presenti per capire meglio. B. scrive una laudatio, unencomio, uno scritto il
lode di Firenze; particolarmente interessante in relazione alla tradizione
delle lodi alla città perché cambia l’impostazione: si basa sul Panatenaico di
Elio Aristide, cioè viene magnificata Firenze sul modello dell’elogio di Atene,
e l’elogio viene fatto per tutti gli elementi di Firenze, dall’aspetto fisico e
monumentale della città, alle sue istituzioni, alla città come rappresentativa
al massimo grado come figlia e erede di ROMA, perché i Romani erano stati
fondatori di Firenze ai tempi della repubblica romana secondo l’ipotesi
avanzata in quegli ultimi anni, ed era la depositaria e l’erede della libertà
repubblicana; quest’operetta era stata importante, e qui l’elogio in alto stile
viene fatto proprio da Salutati, che fa l’elogio della città dicendo per
esempio quali magnifici palazzi ci sono (e mostra i palazzi appena oltrepassati
per andare da Rossi) e dice quanto bene ha fatto B. a lodare Firenze e loda a
sua volta, lodando Firenze, quella che B. la fatto della città (esalta la
laudatio di B.). • l’encomio dell’«encomio». Quindi che cosa ottiene il bruni
come autore in questo modo? Mette lapropria opera come lodata dallo
stesso Salutati. Ci sono anche dei nessi con alcune altre opere del Salutati
stesso. Questo elogio viene completato dall’intervento di Pietro di Ser Mini e
poi di altri e viene a toccare in questo modo, come se fosse un discorso che si
svolge naturalmente, viene a toccare proprio il tema in oggetto, e cioè
l’elogio delle glorie della città, le glorie letterarie. b) Per capire altri
punti facciamo presente che viene citata un operetta di Salutati, da Salutati
stesso. È un trattato scritto si intitolava De Tyranno; qui Salutati aveva
difeso la legittimità del potere di Cesare, e soprattutto aveva difeso
ALIGHIERI (si veda) per la posizione assunta nella sua opera. Non è che qui
adesso il Salutati faccia una palinodia di quello che aveva scritto, però qui
ne dà una interpretazione un tantino diversa; e questa è una ragione che ci fa
pensare che Salutati fosse morto a quell’epoca, perché non avrebbe ma
accettato, conoscendo quanto fosse molto fortemente difensore delle proprie
idee e posizioni. Una diffrazione: il parere di De Rossi. Lasciando stare
questo aspetto del problema, passiamo a parlare dei vanti di Firenze, e Roberto
(al quale erano state ricordate le glorie politiche della propria famiglia in
difesa del partito guelfo) diceva che bisognerebbe svolgere le lodi di questi
personaggi, perché questi tre poeti non sono davvero «la minor parte della
nostra gloria». Noi però ci dobbiamo domandare quale fosse la posizione di
Roberto nel libro precedente: aveva detto di non voler dare giudizi, di
aspettare a dare un parere, mentre qui si dichiara finalmente d’accordo. Allora
Coluccio risponde, ed anche questo ci stupisce in quanto non dice che tale
elogio effettivamente vada fatto, infatti Coluccio dice: «sei nel giusto
Roberto, essi sono non solo la minima parte, ma anzi di gran lunga la fonte
maggiore della nostra gloria; ma che debbo fare ancora, non aprii ieri a
sufficienza il mio sentire su quei tre sommi?» ma in realtà non aveva risposto:
aveva solo detto che era contrario al parere del Niccoli, e che per svolgere
l’elogio ci voleva molto tempo: quindi c’è una vera e propria diffrazione,
seppure lieve in questo. Integrazione della laudatio del B. Teniamo presente
che nella laudatio di Firenze il bruni aveva glissato sulle glorie fiorentine
sotto questo aspetto: cioè nella laudatio non sono citati ALIGHIERI (si veda),
Petrarca e Boccaccio; la laudatio si conclude con il vanto degli egregi
fiorentini, ma non ci sono i nomi, è un vanto generale. Questa parte ora, in un
certo senso si riaggancia alla laudatio del bruni e la completa: in un certo
senso questo secondo libro ha indubbiamente anche questo scopo. Tanto più che
il Bruni, quando nelle sue lettere parla di questo testo, lo definisce «i libri
dei nuovi poeti», quindi l’aggancio con la laudatio indubbiamente amplifica e
porta in una direzione questo discorso. Niccoli Smascherato. Come si può
risolvere il problema a questo punto? Niccoli rimane sulla posizione di prima?
No. Vien operata una definizione in chiave retorica della posizione del
Niccoli: di fatto Coluccio afferma di aver ben capito il giorno prima che il
Niccoli aveva fatto questo in modo artificioso: l’aveva fatto non dicendo
quello che pensava lui, ma lo aveva fatto per provocarlo,perché quello che
Niccoli voleva era che lui facesse l’elogio, ma Salutati non ci era caduto, ed
aveva capito bene quali erano idee di Niccoli, il quale, insieme a B., continua
ad insistere che sia lui a fare l’elogio dei tre Grandi: Salutati dice che farà
ben questo, ma solo quando lo vorrà lui! A questo punto c’è una
schermaglia, uno scambio di battute con effetto teatrale, fino a quando c’è una
sorta di rilancio tra le parti: il Salutati vuole che sia B. a fare l’elogio,
mentre B. vuole che sia Coluccio, o quanto meno vuole decidere lui chi debba
farlo (e questo è un passo di tipo meta letterario, in quanto Bruni è anche
scrittore!); alla fine B. viene fatto arbitro e decide che sia Niccoli a fare
l’elogio: il Niccoli li ha attaccati, il Niccoli ora li difenda. Allora Niccoli
prende la parola e ribalta l’accusa che aveva fatto il giorno prima. Il modello
di questo è stato rilevato dagli studiosi nel personaggio di Antonio nel “De
Oratore”. Come Antonio, anche Niccoli, pur facendo una confutazione di quelle
accuse, non si adegua totalmente a quello che pensa Salutati, così come
Antonio, nel 2° libro del “De Oratore” non diviene totalmente dell’idea
dell’altro nume tutelare. C’è una dialettica interna che rimane.
Excusatio. Innanzitutto Niccoli si lancia in una ampia excusatio, fin troppo
ampia: e questo potrebbe fare pensare che il Niccoli storico, una qualche
responsabilità in queste accuse ai tre grandi potesse pure averla. Insiste
dicendo che gli altri non poteva assolutamente credere che egli attaccasse
veramente i tre grandi: è noto a tutti l’amore che ha avuto per l’opera di
Dante, per la memoria di Petrarca, per il quale è andato fino a Padova per
leggere l’Africa, l’amore per Boccaccio ecc. afferma di essere consapevole di
aver fatto quello che dice Coluccio: ha fatto un vituperio dei tre fiorentini
solo per sollecitare Coluccio a fare l’elogio. Dato che a questo punto tocca a
lui, è costretto a farlo, con grande soddisfazione di Coluccio che lo
obbliga. Palinodia, ma non totale. Inizia la palinodia: ciò che
rende grandi Dante, Petrarca e Boccaccio, e risponde alle accuse che egli
stesso aveva fatto prima. Ma c’è una differenza: il Salutati si pone su questa
posizione: il salutati è un innovatore che non rompe con la tradizione, è
l’erede del Petrarca a Firenze, e di Boccaccio. Però il Salutati non vuole
rompere e contrapporsi nello stesso modo in cui altri avevano fatto con la
tradizione precedente; il Niccoli recupera le lodi dei tre, ma alla fine del
suo discorso ritorna a quello che aveva detto prima: come il Salutati è un
eccezione al tempo contemporaneo, così questi tre grandi fiorentini sono delle
eccezioni, perché il loro grandissimo ingegno permise loro di eccellere
nonostante la decadenza degli studi e nonostante la situazione del mondo loro
contemporaneo. Non è quindi propriamente la posizione del salutati, ne una
ritrattazione vera e propria, o una confutazione delle accuse espresse
prima. Petrarca precursore degli umanisti. Ci sono nelle cose dette
diverse cose interessanti, una in particolare riguarda il Petrarca e il
riconoscimento della sua funzione per l’avvio del rinnovamento negli studi
umanistici: riconosce l’importanza di Petrarca come fondatore del movimento
umanistico. Il discorso improvvisato. L’altro aspetto importante per la
struttura del dialogo riguarda la dichiarazione del parlare all’improvviso e
senza preparazione: questo dopo aver fatto la lode di Dante. La caratteristica
peculiare del dialogo è che venga fatto come una CONVERSAZIONE reale. Gl’argomenti
posti in campo, COME IN UNA CONVERSAZIONE e senza un ordine sistematico, senza
una preparazione pre-ordinata: ciò mette in evidenza il carattere di
naturalezza e libertà del discorso, rispetto a quello che sarebbe in termini
sistematici e stringenti di una trattazione filosofica. Questo è un discorso,
non un dialogo informa di trattato. Altro aspetto interessante, per la
posizione dal punto di vista culturale è che, mentre d’ALIGHIERI viene esaltata
la Commedia, per vari motivi, di Petrarca e Boccaccio viene rilevata
soprattutto l’opera IN LINGUA LATINA. Di Petrarca in larghissima misura poi,
solo poco si dice della produzione in volgare. Di Boccaccio il Decàmeron in
quanto tale non è citato! Sono citate le opere IN LINGUA LATINA. Un solo
accenno può far pensare al Decàmeron, ma la centralità è data alla Genealogie.
A questo punto, Dopo che Niccoli ha finito il suo discorso, allora viene
pronunciata l’assoluzione di Niccoli che viene scagionato da quello che aveva
fatto il giorno prima: gli viene data l’assoluzione perché nella
perorazione della causa aveva difeso le sue ragioni e quindi non è responsabile
di nulla. D’altra parte però anche nel modo in cui viene data questa sorta di
assoluzione, la formulazione non è priva di tratti di ambiguità: perché quello
che si dice riguarda non tanto il discorso di Niccoli, quanto ciò che Niccoli
aveva riportato a sé per l’amore che aveva avuto per questi autori; un margine
di ambiguità dunque rimane. In definitiva. Delle Eccezioni. La parte
finale del dialogo risolve e conclude dicendo che da parte di Niccoli si
ritiene abbastanza largamente premiato per tutte le lodi ricevute, e ritorna
però ai principi precedenti affermando che è lontano dal credere di sapere
qualcosa, e proprio ritorna circolarmente la sua tesi fondamentale: «tanto più
ciò mi par difficile, tanto più ammiro i fiorentini in quanto nonostante l’avversità
dei tempi, per una loro sovrabbondanza di ingegno riuscirono ad essere pari o
superiori agli antichi»: delle eccezioni duqnue, illuminanti ma niente altro
che delle eccezioni. Il dialogo si conclude con l’intervento di Roberto e il
ritorno al di là di ponte vecchio. Modelli e fonti La cornice. La
cornice di carattere conviviale è la cornice classicamente ben autorizzata, il
Simposio ed altro, è un’altra delle cornici riusate, non frequentemente, nel
dialogo umanistico-rinascimentale. Il fatto che qui sia stato accennato in
questa forma è indizio di una attenzione da parte di B. verso questa nuova
forma di dialogo. Abbiamo visto quali fossero i modelli, e in particolare come
modello di dialogo diegetico, cioè narrativo in quanto introdotto da
cornice che continua a ritornare, il De Oratore. D’altra parte anche quando di
fatto ci siano anche altri modi e altre forme come quelle miste date da cornice
introduttiva e poi l’elemento di carattere mimetico, sulla scorta del Laelius
de amicitia o come aveva fatto Petrarca nel Secretum, in relazione al dialogo
umanistico, non per B., rimane un punto nodale di riferimento; specie in alcuni
tratti che si riprendono e ricompaiono nei dialoghi quattro-cinquecenteschi: in
particolare per il fatto che ci sia una cornice di carattere realistico (cosa
che non c’è nel Secretum); una cornice di carattere realistico; coordinate
spazio temporali che corrispondono ad aspetti di carattere realistico; e
personaggi che appartengono a figure storiche ben individuate. Altro dato che
rimane costante e comune è la rappresentazione scenica. C’è una dimensione
teatrale largamente riconosciuta, rappresentazione scenica sia in relazione ai
personaggi, sia ai personaggi che si alternano nel dialogo: personaggi che
vengono a recitare un ruolo, come vedremo ancora di più nel Cortegiano. Abbiamo
poi visto la dichiarazione di veridicità: l’autore dice di aver riportato un
reale dialogo, e abbiamo visto come si vuole cercare di rendere evidente al
lettore, di mimare l’andamento di una libera conversazione: una conversazione
non preordinata. Il dialogo Diversi usi del dialogo. Il nostro non
è un trattato, ma la forma del dialogo è una di quelle privilegiate per il
trattato. Naturalmente le possibilità insite possono essere diverse: in quanto noi
ci possiamo trovare di fronte ad un trattato in forma di dialogo in cui si
voglia veicolare unatesi, e si individua una strategia comunicativa dialogica
che fa capire quale sia la sua tesi. Ma ci possono essere altre possibilità: ci
può essere quella propria del confronto di opinioni, con un dialogo che si
compone via via in una ricerca che si completa a vicenda, e d’altra parte ci
sono anche dialoghi che rimangono aperti: sono confronti di opinioni che
non sono riconducibili in unità, e quindi la discordia rimane. Il dialogo per
sua stessa natura presenta problemi di carattere interpretativo in quanto ha un
margine interno di ambiguità, nel senso che ci troviamo di fronte ad
enunciazioni di posizioni diverse da parte dei personaggi: dipende molto dalla
strategia compositiva, che può indirizzare il lettore, ma ci possono essere
delle voci, delle posizioni dei tratti che possono sembrare ambivalenti o
volutamente lasciate con prospettive diverse da parte dell’autore, e questo
comporta evidentemente dei problemi e difficoltà di interpretazione.
Naturalmente ci sono anche dialoghi dove da questo punto di vista viene fatto
intendere in maniera chiara ed evidente e viene orientata in maniera che non ci
siano dubbi quella che è la prospettiva dell’autore. In questo è un notissimo
l’esempio di Galileo, dove le posizioni sono definite in modo chiaro, e la
posizione di Simplicio è quella di chi enuncia testi che devono essere
confutate. Nome compiuto: Leonardo Bruno.
Leonardo Bruni. Bruni. Keywords: interpretare, implicatura geometrica, Ethica
nicomachaea, Grice, Hardie. “Ad Petrum
Paulum Histrum”, l’interpretazione di Romolo – l’interpretazione di Remolo – I
sei aquile I duodici aquile– primi I sei corvi – il segnato? Refs. Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bruni: implicatura
geometrica,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Bruno: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’opera – libretto di -- Atteone – la scuola di Nola –
filosofia napoletana – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Nola). Filosofo
nolese. Filosofo napoletano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Nola,
Napoli, Campania. Grice: “It has taken naturally an Italian – Rossi – to
unearth the connection between the chiave universalis and the cabbala!” Grice:
“Italians should concentrate on the few Italian philosophical dialogues by
Bruno in the vernacular, and leave those in ‘the learned’ for those who cannot
deal with the ‘volgare’!” “My favourite has to be the one on Atteone – which
Bruno describes as the ‘furor’ of a ‘heroe’ – Atteone il cacciatore – but the
one on the Fiume at the Campidoglio is also very good!” -- Giordano Bruno – Grice: “A genius”. H. P. Grice:
“We see in Bruno some uses of Latin intendere – Italian intendere – which were
also borrowed from the Anglo-Normans and turned it into ‘intend,’ which the OED
recognises as ‘mean’. However, my phrase is ‘to intend one’s addressee to
believe ...’ rather than a strict equivalence ‘to intend’ =def ‘to mean’. La sua
filosofia, inquadrabile nel naturalismo rinascimentale d’amare infinitiamente,
fonde le più diverse tradizioni filosofiche — materialismo antico, galileismo, neoplatonismo,
ermetismo, mnemotecnica -- ma ruota intorno a un'unica idea: l'infinito –
“l’immenso” -- inteso come l'universo infinito, effetto di un Dio infinito,
in-figurabile, fatto di infiniti mondi, da amare infinitamente. Non
esistono molti documenti sulla sua gioventù. È lo stesso filosofo, negli
interrogatori cui fu sottoposto durante il processo che segna gli ultimi anni della sua vita, a dare le
informazioni sui suoi primi anni. Io ho nome Giordano Filippo della famiglia di
Bruni, della città de Nola vicina a Napoli dodeci miglia, nato ed allevato in
quella città, e più precisamente nella contrada di san Giovanni del Cesco, ai
piedi del monte Cicala. Figlio dell'alfiere Giovanni e di Fraulissa Savolina per
quanto ho inteso dalli miei. Il Mezzogiorno era allora parte del Regno di
Napoli. Fu battezzato col nome di Filippo in onore dell'erede al trono. La sua
casa - che non esiste più - era modesta, ma nel suo “De immense” ricorda con
commossa simpatia l'ambiente che la circondava, l'amenissimo monte Cicala, le
rovine del castello, gli ulivi, in parte gli stessi di oggi, e di fronte, il
Vesuvio, che, pensando che oltre quella montagna non vi fosse più nulla nel
mondo, esplora ragazzetto. Ne trae l'insegnamento di non basarsi esclusivamente
sul giudizio dei sensi, come fa, a suo dire, il grande Aristotele, imparando
soprattutto che, al di là di ogni apparente limite, vi è sempre qualche cosa
d'altro. Impara a leggere e a scrivere da un prete nolano, Giandomenico de
Iannello e compì gli studi di grammatica nella scuola di Aloia. Prosegue gli
studi superiori a Napoli, che era allora nel cortile del convento di san
Domenico, per apprendere lettere, logica e dialettica da Colle e lezioni
private di logica da un agostiniano, Vairano. Il Sarnese, ossia Colle e un
aristotelico. Per Colle, solo il concetto conta, nessuna importanza avendo la
forma nella quale il concetto e espresso. Scarse le notizie su Vairano, del
quale B. ebbe sempre ammirazione, tanto da farlo protagonista dei suoi dialoghi
cosmologici e da confidare al bibliotecario Cotin che eglio fu «il principale
tutore che abbia avuto in filosofia. Per delineare la sua prima formazione,
basta aggiungere che, introducendo la spiegazione del nono sigillo nella sua “Explicatio
triginta sigillorum”, scrive di essersi dedicato fin da giovanissimo allo
studio dell'arte della memoria, influenzato probabilmente dalla lettura del
trattato Phoenix seu artificiosa memoria di Tommai. In convento Interno
della chiesa di san Domenico Maggiore a Napoli, dove B. seguì il suo noviziato
e fu promosso agli ordini sacri. Rrinuncia al nome di Filippo, come imposto
dalla regola domenicana, assume il nome di Giordano, in onore a Giordano di
Sassonia, successore di Domenico, o forse di Giordano Crispo, suo tutore di
metafisica, e prende quindi l'abito di frate domenicano dal priore del convento
di san Domenico Maggiore a Napoli, Pasca. Fnito l'anno della probatione, e admesso
da lui medesimo alla professione», in realtà fu novizio e professo. Valutando
retrospettivamente, la scelta d'indossare l'abito domenicano può spiegarsi non
già per un interesse alla vita religiosa o agli studi teologici – che mai ebbe,
come affermò anche al processo - ma per potersi dedicare ai suoi studi
prediletti di filosofia con il vantaggio di godere della condizione di
privilegiata sicurezza che l'appartenenza a quell'ordine potente certamente gli
garanta. Che egli non fosse entrato fra i domenicani per tutelare
l'ortodossia della fede cattolica lo rivelò subito l'episodio – narrato da lui
stesso al processo – nel quale nel convento di san Domenico, butta via le
immagini dei santi in suo possesso, conservando solo il crocefisso e invitando
un novizio che legga la Historia delle sette allegrezze della Madonna a gettar
via quel libro, una modesta operetta devozionale, pubblicata a Firenze,
perifrasi di versi in latino di Chiaravalle, sostituendolo magari con lo studio
della Vita de' santi Padri di Cavalca. Episodio che, pur conosciuto dai
superiori, non provoca sanzioni nei suoi confronti, ma che dimostra come fosse
del tutto estraneo alle tematiche devozionali contro-riformistiche. Chiesa
di San Bartolomeo a Campagna, dove celebra la sua prima messa. E andato a Roma
e sia stato presentato a Pio V e al cardinale Rebiba, al quale avrebbe
insegnato qualche elemento di quell'arte mnemonica che tanta parte avrà nella
sua speculazione filosofica. Fu ordinato suddiacono, diacono, e presbitero,
celebrando la sua prima messa nel convento di san Bartolomeo a Campagna, presso
Salerno, a quell'epoca appartenente ai Grimaldi, principi di Monaco, e si
laurea con una tesi su AQUINO e Lombardo. Non bisogna pensare che un
convento fosse esclusivamente un'oasi di pace e di meditazione di spiriti eletti.
Nei confronti dei frati di san Domenico Maggiore furono emesse diciotto
sentenze di condanna per scandali sessuali, furti e perfino omicidi. Non deve
pertanto stupire il disprezzo che ostenta sempre nei confronti dei frati, ai
quali rimprovera in particolare la mancanza di cultura; e non solo, ma, secondo
un'ipotesi di Spampanato comunemente accettata in sede critica, nel protagonista
del suo “Candelaio”, Bonifacio, egli assai probabilmente alluse proprio a un
suo con-fratello, Bonifacio da Napoli, definito nella lettera dedicatoria alla
Signora Morgana B. “candelaio” “in carne ed ossa”, ossia “sodomita”. Tuttavia,
la possibilità di formarsi un'ampia cultura non manca certo nel convento di san
Domenico Maggiore, famoso per la ricchezza della sua biblioteca, anche se, come
negli altri conventi, sono vietati i saggi di Erasmo da Rotterdam che però si procura in parte, leggendoli di nascosto. La
sua esperienza conventuale e in ogni caso decisiva. Vi puo compiere i suoi
studi e formare la sua cultura leggendo di tutto, da Aristotele ad Aquino, da
Gerolamo a Crisostomo, oltre alle opere di Ficino. La sua indipendenza di
pensiero e la sua insofferenza verso l'osservanza dei dogmi si manifestarono inequivocabilmente.
Discutendo di arianesimo con Montalcino, ospite nel convento napoletano,
sostenne che le opinioni di Ario e meno perniciose di quel che si riteneva,
dichiarando che Ario dice che il verbo non era creatore né creatura, ma medio
intra il creatore e la creatura, come il verbo è mezzo intra il dicente
(DICENS, DICTOR, utterer, mittente) ed il detto (il detto, DICTUM, utteratum,
missum) e però essere detto primogenito avanti ogni creatura, non dal quale ma
per il quale è stato creato ogni cosa, non al quale ma per il quale si
refferisce e ritorna ogni cosa all'ultimo fine, che è il Padre, essagerandomi
sopra questo. Per il che fui tolto in suspetto e processato, tra le altre cose,
forsi de questo ancora. E all'inquisitore veneziano espresse il proprio
scetticismo sulla trinità, ammettendo di aver dubitato circa il nome di “persona”
del Figliolo e del Spirito Santo, non intendendo queste due persone distinte
dal Padre, ma considerando il Figlio, neo-platonicamente, l'intelletto e lo spirito,
pitagoricamente, l'amore del padre o l'anima del mondo, non dunque “persone” o
sostanze distinte, ma manifestazioni divine. Denunciato d’Agostino al
padre provincial Vita, costui istituì contro di lui un processo per eresia e,
come racconta lui stesso agli inquisitori veneti, dubitando di non esser messo
in preggione, me partto da Napoli ed ando a Roma. Raggiunse Roma, ospite del
convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, il cui procuratore, Lucca,
divenne pochi anni dopo generale dell'Ordine e
censura i saggi di Montaigne. Sono anni di gravi disordini: a Roma
sembra non farsi altro, scrive il cronista Gualtieri, che rubare e ammazzare:
molti gittati in Tevere, né di popolo solamente, ma i monsignori, i figli di
magnati, messi al tormento del fuoco, e nipoti di cardinali sono levati dal
mondo e ne incolpa il debole Gregorio XIII. è accusato di aver ammazzato e
gettato nel fiume un frate: scrive Cotin, fugge da Roma per un omicidio
commesso da un suo frère, per il quale egli è incolpato e in pericolo di vita,
sia per le calunnie dei suoi inquisitori che, ignoranti come sono, non
concepiscono la sua filosofia e lo accusano di eresia. Oltre all'accusa di
omicidio, ha infatti notizia che nel convento napoletano erano stati trovati,
tra i suoi saggi, saggi di Crisostomo e di Gerolamo annotate da Erasmo e che si
sta istruendo contro di lui un processo per eresia. Così abbandona
l'abito domenicano, riassume il nome di Filippo, lascia Roma e fugge in
Liguria. Portico del Palazzo comunale di Noli, dove soggiorna per un breve
periodo. Sotto il portico una lapide ricorda il soggiorno del filosofo: "B.
Prima d'insegnare all'Europa Le leggi dell'ordine universale fu maestro in Noli
di grammatica e cosmografia. è a Genova e scrive che allora, nella chiesa di
Santa Maria di Castello, si adora come reliquia e si fac baciare ai fedeli la
coda dell'asina che portò Gesù a Gerusalemme. Da qui, va poi a Noli, dove insegna
grammatica ai bambini e cosmografia agli adulti. è a Savona, poi a
Torino, che giudica deliciosa città ma, non trovandovi impiego, per via
fluviale s'indirizza a Venezia, dove alloggia in una locanda nella contrada di
Frezzeria, facendovi stampare il suo primo saggio, “De' segni de' tempi”, per
metter insieme un pocco de danari per potermi sustentar; la qual opera feci
veder prima al reverendo padre maestro Fiorenza, domenicano del convento dei
Santi Giovanni e Paolo. Ma a Venezia e in corso un'epidemia di peste che
ha fatto decine di migliaia di vittime, anche illustri, come Tiziano, così va a
Padova dove, dietro consiglio di alcuni domenicani, riprende il saio, quindi se
ne va a Brescia, dove si ferma nel convento domenicano. Qui un monaco, profeta,
gran teologo e poliglotta, sospettato di stregoneria per essersi messo a
profetizzare, viene da lui guarito, ritornando a essere - scrive ironicamente -
il solito asino. IDa Bergamo decide di andare in Francia: passa per Milano e
Torino, ed entra in Savoia passando l'inverno nel convento domenicano di
Chambéry. Successivamente, è a Ginevra,
città dov'è presente una numerosa colonia di italiani riformati. B. depone
nuovamente il saio e si veste di cappa, cappello e spada, aderisce al
calvinismo e trova lavoro come correttore di bozze, grazie all'interessamento del
marchese Caracciolo il quale, transfuga dall'Italia vi aveva fondato la comunità evangelica
italiana. S'iscrive allo studio di Ginevra come Filippo B. nolano, professore
di teologia sacra. Accusa il professore di filosofia Faye di essere un cattivo
insegnante e definisce pedagoghi i pastori calvinisti. È probabile che volesse
farsi notare, dimostrare l'eccellenza della sua preparazione filosofica e delle
sue capacità didattiche per ottenere un incarico d'insegnante, costante
ambizione di tutta la sua vita. Anche la sua adesione al calvinismo e mirata a
questo scopo. E in realtà indifferente a tutte le confessioni religiose. Nella
misura in cui l'adesione a una religione storica non pregiudicasse le sue
convinzioni filosofiche e la libertà di professarle, sarebbe stato cattolico in
Italia, calvinista in Svizzera, anglicano in Inghilterra e luterano in
Germania. Arrestato per diffamazione, viene processato e scomunicato. Costretto
a ritrattare. Lscia allora Ginevra e si trasferisce brevemente a Lione per
passare a Tolosa, città cattolica, sede di un'importante studio, dove occupa il
posto di lettore, insegnandovi, come Grice, il “De anima”, di Aristotele e
componendo un trattato di arte della memoria: la Clavis magna, che si rifarebbe
all'Ars magna. A Tolosa conosce il filosofo scettico Sanches, che volle
dedicargli il suo libro “Quod nihil scitur”, chiamandolo filosofo acutissimo.
Ma non ricambia la stima, se scrisse di
lui di considerare stupefacente che questo asino si dia il titolo di dottore. A
causa della guerra di religione fra cattolici e ugonotti, lascia Tolosa per
Parigi, dove tiene un corso di lezioni sugli attributi di Dio secondo Aquino. E
in seguito al successo di queste lezioni, come egli stesso racconta agli
inquisitori, acquistai nome tale che il re Enrico terzo mi fece chiamare un
giorno, ricercandomi se la memoria che ho e che professo, e naturale o pur per
arte magica; al qual diedi sodisfazione; e con quello che li dissi e feci
provare a lui medesmo, conosce che non era per arte magica ma per scienzia. E
doppo questo fa stampar un libro de memoria, sotto titolo “De umbris idearum”,
il qual dedica a Sua Maestà; e con questa occasione si fa lettor straordinario
e provvisionato. Appoggiando fattivamente l'operato politico di Enrico III di Valois,
a Parigi sarebbe rimasto poco meno di due anni, occupato nella prestigiosa posizione
di lecteur royal. È a Parigi che dà alle stampe le sue prime opere pervenuteci.
Oltre al “De compendiosa architectura et complemento artis Lullii” vedono la
luce il “De umbris idearum” (“Le ombre delle idee”) e l'Ars memoriae
("L'arte della memoria"), seguiti dal “Cantus Circaeus”, “Il canto di
Circe”, e dalla commedia in volgare
intitolata “Candelaio” (Il sodomita).
Nella suai intenzioni, il saggio di argomento mnemotecnico, è distinto
così in una parte di carattere teorico e in una di carattere pratico. Per
lui l'universo è un corpo unico,
organicamente formato, con un preciso ordine che struttura ogni singola cosa e
la connette con tutte le altre. Fondamento di quest'ordine sono le idee,
principi eterni e immutabili presenti totalmente e simultaneamente nella mente
divina, ma queste idee vengono "ombrate" e si separano nell'atto di
volerle intendere. Nel cosmo ogni singolo ente è dunque imitazione, immagine --
"ombra" -- della realtà ideale che la regge. Rispecchiando in sé
stessa la struttura dell'universo, la mente umana, che ha in sé non le idee ma
le ombre delle idee (Shakespeare, l’ombra dell’ombra), può raggiungere la vera
conoscenza, ossia la idea e il nesso che connetta ogni cosa con ogni altre, al di
là della molteplicità degli elementi particolari e del loro mutare nel tempo.
Si tratta allora di cercare di ottenere un metodo conoscitivo che colga la
complessità del reale, fino alla struttura ideale che sostiene il tutto.
Tale mezzo si fonda sull'arte della memoria, il cui compito è di evitare la
confusione generata dalla molteplicità delle immagini e di connettere la
immagine della cosa con il concetto, rappresentando simbolicamente tutto il reale. Nel
pensiero del filosofo, l'arte della memoria opera nel medesimo mondo dell’ombre
delle idea, presentandosi come emulatrice della natura. Se dall’idea prende
forma la cosa del mondo in quanto la idea contiene l’immagine di ogni cosa, e
ai nostri sensi la cosa si manifestano come ombra di quella, allora tramite
l'immaginazione stessa e possibile ripercorrere il cammino inverso, risalire
cioè dall’ombra alle idea, dall'uomo a Dio: l'arte della memoria non è più un
ausilio della retorica, ma un mezzo per ri-creare il mondo (cf. Grice
metaphysical routine: creation of concept, recreation of concept, creation of
thing). È dunque un processo visionario e non un metodo razionale quello che propone.
A similitudine di ogni altra arte, quella della memoria ha bisogno di un
sostrato (i subiecta), cioè "spazi" dell'immaginazione atti ad
accogliere il simbolo adatti (gl’ “adiecta”) tramite uno strumento opportuno.
Con questi presupposti, lcostruisce un “sistema” (cf. Grice, Gentzen), che associa
a ogni segno una immagine proprie della mitologia, in modo da rendere possibile
la codifica di segno e concetto secondo una particolare successione di
immagini. Il segno puo essere visualizzato su un diagramma circolare, o
"ruote mnemoniche", che girando e innestandosi l'una dentro l'altra,
fornisce un strumento via via più potenti. “Il canto di Circe” è composta da
due dialoghi. Protagonista del primo è la maga Circe che risentita dal
constatare che l’uomo si comporta come un animale inferiore, opera un incantesimo
trasformando l’uomo in bestia, mettendo così in luce la loro autentica natura.
Nel secondo dialogo, dando voce a uno dei due protagonisti, Borista, riprende
l'arte della memoria mostrando come memorizzare il dialogo precedente. Al testo
si fa corrispondere uno scenario che viene via via suddiviso in un maggior
numero di spazi e i vari oggetti lì contenuti sono ogni immagine relativa a
ogni concetto espresso nello scritto. Il Cantus resta dunque un trattato di
mnemotecnica nel quale però il filosofo già lascia intravedere una tematica
morale che e ampiamente riprese in opere successive, soprattutto nello “Spaccio
de la bestia trionfante” e ne “De gli eroici furori”. Ancora pubblica infine il
Candelaio, una commedia in cinque atti in cui alla complessità del linguaggio,
un italiano popolaresco che inserisce termini in latino, toscano e napoletano,
corrisponde l'eccentricità della trama, fondata su tre storie parallele. Esterno
della chiesa di Santa Maria Assunta dei Pignatelli, in Largo Corpo di Napoli,
presso il Seggio del Nilo, dove B. ambienta il suo Candelaio. Il nome “Candelaio”
deriva dalla statua del dio Nilo. La commedia è ambientata nella
Napoli-metropoli del secondo Cinquecento, in posti che il filosofo ben conosce
per avervi soggiornato durante il suo noviziato. Il candelaio (sodomita) Bonifacio,
pur sposato con la bella Carubina, corteggia la signora Vittoria ricorrendo a
pratiche magiche. L’avido alchimista Bartolomeo si ostina a voler trasformare i
metalli in oro. Il grammatico Manfurio si esprime in un linguaggio
incomprensibile (deutero-Esperanto). In queste tre storie si inserisce quella
del pittore Gioan Bernardo, voce di lui stesso che con una corte di servi e
malfattori si fa beffe di tutti e conquista Carubina. In questo classico
della letteratura italiana, appare un mondo assurdo, violento e corrotto,
rappresentato con amara comicità, dove gli eventi si succedono in una trasformazione
continua e vivace. La commedia è una feroce condanna della stupidità,
dell'avarizia e della pedanteria. Interessante nell'opera la descrizione
che lui fa di sé stesso. L'autore, si voi lo conoscete, direste ch'ave una
fisionomia smarrita: par che sii in contemplazione delle pene dell'inferno, par
sii stato alla pressa come le barrette: un che ride sol per far come fan gli
altri: per il più lo vedrete fastidito e bizzarro, non si contenta di nulla,
ritroso come un uomo d'ottant'anni, fantastico com'un cane ch'ha ricevute mille
spellicciate, pasciuto di cipolla. Intende venire in Inghilterra il dottor B., Nolano,
professore di filosofia, la cui religione non posso approvare. Dalla lettera
dell'ambasciatore inglese a Parigi Cobham a Walsingham. Lascia Parigi e parte
per l'Inghilterra dove, a Londra, è ospitato dall'ambasciatore di Francia
Castelnau, che gli affianca il letterato Florio in quanto lui non conosce
l'inglese, accompagnandolo fino al termine del suo soggiorno inglese. Nelle
deposizioni lasciate agli inquisitori veneti egli sorvola sulle motivazioni di
questa partenza, riferendosi genericamente ai disordini là in corso per
questioni religiose. Sulla partenza da Parigi restano però aperte altre
ipotesi: che Bruno fosse partito in missione segreta per conto di Enrico III; che
il clima a Parigi si fosse fatto pericoloso a causa dei suoi insegnamenti. Bisogna
aggiungere anche il fatto che davanti agli inquisitori veneziani, qualche anno
più avanti, esprimer parole di apprezzamento per la regina d'Inghilterra
Elisabetta che egli aveva conosciuto andando spesso a corte con l'ambasciatore.
-- è a Oxford, e alla St. Mary sostenne con uno di quei professori una disputa
pubblica. Tornato a Londra, vi pubblica l'”Ars reminiscendi”, l' “Explicatio
triginta sigillorum” e il “Sigillus sigillorum” nel quale insere una lettera
indirizzata al vice cancelliere di Oxford, scrivendo che là trovea
dispostissimo e prontissimo un uomo col quale saggiare la misura della propria
forza. È una richiesta di poter insegnare nella prestigiosa università. La
proposta viene accolta. Parte per Oxford. Il “Sigillus sigillorum” e
considerato di argomento mnemotecnico. Il sigillus e è una concisa trattazione
teorica nella quale il filosofo introduce tematiche decisive nel suo pensiero,
quali l'unità dei processi cognitivi; l'amore come legame universale; l'unicità
e infinità di una forma universale che si esplica nelle infinite figure della
materia, e il furore nel senso di slancio verso il divino, argomenti che
saranno di lì a poco sviluppati a fondo nei successivi dialoghi italiani. È
presentato inoltre in quest'opera fondamentale un altro dei temi nucleari di
sua filosofia: la magia come guida e strumento di conoscenza e azione,
argomento che egli amplierà nelle cosiddette opere magiche. A Oxford
tiene alcune lezioni sulle teorie copernicane, ma il suo soggiorno presso quella
città dura ben poco. A Oxford non gradirono quelle novità, come testimonia Abbot,
che fu presente alle lezioni di B.. Quell'omiciattolo italiano intraprese il
tentativo, tra moltissime altre cose, di far stare in piedi l'opinione di
Copernico, per cui la terra gira e i cieli stanno fermi; mentre in realtà era
la sua testa che girava e il suo cervello che non stava fermo. Le lezioni
furono quindi interrotte, ufficialmente per un'accusa di plagio al “De vita
coelitus comparanda” di Ficino. Sono anni questi difficili e amari per il
filosofo, come traspare dal tono delle introduzioni alle opere immediatamente
successive, i dialoghi londinesi: le polemiche accese e i rifiuti sono vissuti
lui come una persecuzione, ingiusti oltraggi, e certo la fama che già lo aveva
preceduto da Parigi non lo aiuta. Ritornato a Londra, nonostante il clima
avverso, pubblica presso John Charlewood sei saggi fra le più importanti della
sua produzione: sei opere filosofiche in forma dialogica, i cosiddetti
"dialoghi londinesi", o anche "dialoghi italiani", perché
tutti in lingua italiana: “La cena de le ceneri”; “De la causa, principio et
uno”; “De l'infinito, universo e mondi”; “Spaccio de la bestia trionfante”; “Cabala
del cavallo pegaseo con l'aggiunta dell'Asino cillenico”; “De gli eroici
furori”. “La cena de le ceneri” dedicata a Castelnau, presso il quale era
ospite, è divisa in cinque dialoghi, i protagonisti sono quattro e fra questi
Teofilo può considerarsi il portavoce dell'autore. Immagina che il nobile sir
Fulke Greville, il giorno delle ceneri, inviti a cena Teofilo, lui stesso,
Florio, precettore della figlia dell'ambasciatore, un cavaliere e due
accademici luterani di Oxford: i dottori Torquato e Nundinio. Rispondendo alle
domande degli altri protagonisti, Teofilo racconta gli eventi che hanno portato
all'incontro e lo svolgersi della conversazione avvenuta durante la cena,
esponendo così le teorie del nolano. B. elogia e difende la teoria di Copernico
contro gli attacchi dei conservatori e contro chi, come Osiander, che aveva
scritto una prefazione denigratoria al De revolutionibus orbium coelestium,
considera solo un'ipotesi ingegnosa quella dell'astronomo. Il mondo di
Copernico, però, era ancora finito e delimitato dalla sfera delle stelle fisse.
Nella Cena, non si limita a sostenere il moto della Terra di seguito alla
confutazione della cosmologia tolemaica; egli presenta altresì un universo
infinito: senza centro né confini. Afferma Teofilo (portavoce dell'autore)
riguardo all'universo che sappiamo certo che essendo effetto e principiato da
una causa infinita e principio infinito, deve secondo la capacità sua corporale
e modo suo essere infinitamente infinito. Non è possibile giamai di trovar
raggione semiprobabile per la quale sia margine di questo universo corporale; e
per conseguenza ancora li astri che nel suo spacio si contengono, siino di
numero finito; et oltre essere naturalmente determinato cento e mezzo di
quello». L'universo, che procede da Dio quale Causa infinita, è infinito a sua
volta e contiene mondi innumerabili. Per B. sono principi vani sostenere
l'esistenza del firmamento con le sue stelle fisse, la finitezza dell'universo
e che in questo esista un centro dove ora dovrebbe trovarsi immobile il Sole
come prima vi si immaginava ferma la Terra. Formula esempi che appaiono ad
alcuni autori come antesignani del principio di relatività galileiana. Seguendo
la Docta ignorantia del cardinale e umanista Cusano, sostiene l'infinità
dell'universo in quanto effetto di una causa infinita. -- e ovviamente
consapevole che le Scritture sostengono tutt'altro – finitezza dell'universo e
centralità della Terra – ma, risponde: «Se gli dei si fossero degnati di
insegnarci la teorica delle cose della natura, come ne han fatto favore di
proporci la pratica di cose morali, io più tosto mi accosterei alla fede de le
loro rivelazioni, che muovermi punto della certezza de mie raggioni e proprii
sentimenti. Come occorre distinguere tra dottrine morali e filosofia naturale,
così occorre distinguere tra teologi e filosofi: ai primi spettano le questioni
morali, ai secondi la ricerca della verità. Dunque B. traccia qui un confine
abbastanza netto fra opere di filosofia naturale e Sacre scritture. I
cinque dialoghi del De la causa, principio et uno intendono stabilire i principi
della realtà naturale. Lascia da parte l'aspetto teologico della conoscenza di
Dio, del quale, come causa della natura, non possiamo conoscere nulla
attraverso il «lume naturale», perché esso «ascende sopra la natura» e si può
pertanto aspirare a conoscere Dio solo per fede. Ciò che interessa a B. è
invece la filosofia e la contemplazione della natura, la conoscenza della
realtà naturale nella quale, come già aveva scritto nel De umbris, possiamo
soltanto cogliere le «ombre», il divino «per modo di vestigio. La costellazione
di Orione Riallacciandosi ad antiche tradizioni di pensiero, B. elabora una
concezione animistica della materia, nella quale l'anima del mondo viene a
identificarsi con la sua forma universale, e la cui prima e principale facoltà
è l'intelletto universale. L'intelletto è il «principio formale costitutivo de
l'universo e di ciò che in quello si contiene» e la forma non è altro che il
principio vitale, l'anima delle cose le quali, proprio perché tutte dotate di
anima, non hanno imperfezione. La materia, d'altro canto, non è in sé
stessa indifferenziata, un "nulla", come hanno sostenuto molti
filosofi, una bruta potenza, senza atto e senza perfezione, come direbbe
Aristotele. La materia è allora il secondo principio della natura, della
quale ogni cosa è formata. Essa è «potenza d'esser fatto, prodotto e creato»,
aspetto equivalente al principio formale che è potenza attiva, «potenza di
fare, di produrre, di creare» e non può esserci l'un principio senza l'altro.
Ponendosi quindi in contrasto col dualismo aristotelico, Bruno conclude che
principio formale e principio materiale benché distinti non possono essere
ritenuti separati, perché «il tutto secondo la sostanza è uno».
Discendono da queste considerazioni due elementi fondamentali della filosofia
bruniana: uno, tutta la materia è vita e la vita è nella materia, materia
infinita; due, Dio non può essere al di fuori della materia semplicemente
perché non esiste un "esterno" della materia: Dio è dentro la
materia, dentro di noi. Nel “De l'infinito, universo e mondi” riprende e
arricchisce temi già affrontati nei dialoghi precedenti: la necessità di un
accordo tra filosofi e teologi, perché «la fede si richiede per l'istituzione
di rozzi popoli che denno esser governati»; l'infinità dell'universo e
l'esistenza di mondi infiniti; la mancanza di un centro in un universo infinito,
che comporta un'ulteriore conseguenza: la scomparsa dell'antico, ipotizzato
ordine gerarchico, la «vanissima fantasia» che riteneva che al centro vi fosse
il «corpo più denso e crasso» e si ascendesse ai corpi più fini e divini. La
concezione aristotelica è difesa ancora da quei dottori (i pedanti) che hanno
fede nella «fama de gli autori che gli son stati messi nelle mani», ma i
filosofi moderni, che non hanno interesse a dipendere da quello che dicono gli
altri e pensano con la loro testa, si sbarazzano di queste anticaglie e con
passo più sicuro procedono verso la verità. Chiaramente un universo
eterno, infinitamente esteso, composto di un numero infinito di sistemi solari
simili al nostro e sprovvisto di centro sottrae alla Terra, e di conseguenza all'uomo,
quel ruolo privilegiato che Terra e uomo hanno nelle religioni
giudaico-cristiane all'interno del modello della creazione, creazione che agli
occhi del filosofo non ha più senso, perché come già aveva concluso nei due
dialoghi precedenti, l'universo è assimilabile a un organismo vivente, dove la
vita è insita in una materia infinita che perennemente muta. Il
copernicanesimo, per B, rappresenta la "vera" concezione
dell'universo, meglio, l'effettiva descrizione dei moti celesti. Nel Dialogo
primo del De l'infinito, universo e mondi, il nolano spiega che l'universo è
infinito perché tale è la sua Causa che coincide con Dio. Filoteo, portavoce
dell'autore, afferma: «Qual raggione vuole che vogliamo credere che l'agente
che può fare un buono infinito lo fa finito? e se lo fa finito, perché doviamo
noi credere che possa farlo infinito, essendo in lui il possere et il fare
tutto uno? Perché è inmutabile, non ha contingenzia nell'operazione, né nella
efficacia, ma da determinata e certa efficacia depende determinato e certo
effetto inmutabilmente: onde non può essere altro che quello che è; non può
essere tale quale non è; non può posser altro che quel che può; non può voler
altro che quel che vuole; e necessariamente non può far altro che quel che fa:
atteso che l'aver potenza distinta da l'atto conviene solamente a cose
mutabili». Essendo Dio infinitamente potente, dunque, il suo atto esplicativo
deve esserlo altrettanto. In Dio coincidono libertà e necessità, volontà e
potenza (o capacità); di conseguenza, non è credibile che all'atto della
creazione Egli abbia posto un limite a sé stesso. Bisogna tener presente
che B. opera una netta distinzione tra l'universo e i mondi. Parlare di un
sistema del mondo non vuol dire, nella sua visione del cosmo, parlare di un
sistema dell'universo. L'astronomia è legittima e possibile come scienza del
mondo che cade nell'ambito della nostra percezione sensibile. Ma, al di là di
esso, si estende un universo infinito che contiene quei grandi animali che
chiamiamo astri, che racchiude una pluralità infinita di mondi. Quell'universo
non ha dimensioni né misura, non ha forma né figura. Di esso, che è insieme
uniforme e senza forma, che non è né armonico né ordinato, non può in alcun
modo darsi un sistema. Quando aviene che un poltrone o forfante monta ad esser
principe o ricco, non è per mia colpa, ma per iniquità di voi altri che, per
esser scarsi del lume e splendor vostro, non lo sforfantaste o spoltronaste
prima, o non lo spoltronate e sforfantate al presente, o almeno appresso lo
vegnate a purgar della forfantesca poltronaria, a fine che un tale non
presieda. Non è errore che sia fatto un prencipe, ma che sia fatto prencipe un
forfante.» (Spaccio de la bestia trionfante, Fortuna (Sofia): dialogo II,
parte II) Opera allegorica, lo Spaccio, costituito da tre dialoghi di argomento
morale, si presta a essere interpretato su diversi livelli, tra i quali resta
fondamentale quello dell'intento polemico di Bruno contro la Riforma
protestante, che agli occhi del nolano rappresenta il punto più basso di un
ciclo di decadenza iniziato col cristianesimo. Decadenza non soltanto
religiosa, ma anche civile e filosofica: se B. aveva concluso nei precedenti
dialoghi che la fede è necessaria per il governo dei «rozzi popoli» cercando di
delimitare così i rispettivi campi d'azione di filosofia e religione, qui egli
riapre quel confine. Nella visione di B., il legame fra l'uomo e il
mondo, mondo naturale e mondo civile, è quello fra l'uomo e un Dio che non sta
"nell'alto dei cieli", ma nel mondo, perché la «natura non è altro
che dio nelle cose». Il filosofo, colui che cerca la Verità, deve pertanto
necessariamente operare là dove sono situate le «ombre» del divino. L'uomo non
può fare a meno di interagire con Dio, secondo il linguaggio di una
comunicazione che nel mondo naturale vede l'uomo perseguire la Conoscenza, e
nel mondo civile l'uomo seguire la Legge. Questo legame è proprio quello che
nella storia è stato interrotto, e il mondo tutto è decaduto perché è decaduta
la religione trascinando con sé e la legge e la filosofia, «di sorte che non
siamo più dèi, non siamo più noi. Nello Spaccio, dunque, etica, ontologia e
religione sono strettamente interconnessi. Religione, e questo va evidenziato,
che B. intende come religione civile e naturale, e il modello cui egli si
ispira è quello degli antichi Egizi e Romani, che «non adoravano Giove, come
lui fusse la divinità, ma adoravano la divinità come fusse in Giove. Per
ristabilire il legame col divino occorre però che «prima togliamo dalle nostre
spalli la grieve somma d'errori che ne trattiene.» È lo "spaccio",
cioè l'espulsione di ciò che ha deteriorato quel legame: le "bestie
trionfanti". Le bestie trionfanti sono immaginate nelle
costellazioni celesti, rappresentate da animali: occorre
"spacciarle", cioè cacciarle dal cielo in quanto rappresentanti vizi
che è tempo di sostituire con altre virtù: via dunque la Falsità, l'Ipocrisia,
la Malizia, la «stolta fede», la Stupidità, la Fierezza, la Fiacchezza, la Viltà,
l'Ozio, l'Avarizia, l'Invidia, l'Impostura, l'Adulazione e via elencando. Occorre
tornare alla semplicità, alla verità e all'operosità, ribaltando le concezioni
morali che si sono ormai imposte nel mondo, secondo le quali le opere e gli
affetti eroici sono privi di valore, dove credere senza riflettere è sapienza,
dove le imposture umane sono fatte passare per consigli divini, la perversione
della legge naturale è considerata pietà religiosa, studiare è follia, l'onore
è posto nelle ricchezze, la dignità nell'eleganza, la prudenza nella malizia,
l'accortezza nel tradimento, il saper vivere nella finzione, la giustizia nella
tirannia, il giudizio nella violenza. Responsabile di questa crisi è il
cristianesimo: già Paolo aveva operato il rovesciamento dei valori naturali e
ora Lutero, «macchia del mondo», ha chiuso il ciclo: la ruota della storia,
della vicissitudine del mondo, essendo giunta al suo punto più basso, può
operare un nuovo e positivo rovesciamento dei valori. Nella nuova
gerarchia di valori il primo posto spetta alla Verità, necessaria guida per non
errare. A questa segue la Prudenza, la caratteristica del saggio che,
conosciuta la verità, ne trae le conseguenze con un comportamento adeguato. Al
terzo posto B. inserisce la Sofia, la ricerca della verità; quindi segue la
Legge, che disciplina il comportamento civile dell'uomo; infine il Giudizio,
inteso come aspetto attuatorio della legge. B. fa quindi discendere la Legge
dalla Sapienza, in una visione razionalista nel cui centro c'è l'uomo che opera
cercando la Verità, in netto contrasto col cristianesimo di Paolo, che vede la
legge subordinata alla liberazione dal peccato, e con la Riforma di Lutero, che
vede nella "sola fede" il faro dell'uomo. Per B. la "gloria di
Dio" si rovescia così in «vana gloria» e il patto fra Dio e gli uomini
stabilito nel Nuovo Testamento si rivela «madre di tutte le forfanterie». La
religione deve tornare a essere "religione civile": legame che
favorisca la «communione de gli uomini», la civile conversazione. Altri
valori seguono i primi cinque: la Fortezza (la forza dell'animo), la Diligenza,
la Filantropia, la Magnanimità, la Semplicità, l'Entusiasmo, lo Studio,
l'Operosità, eccetera. E allora vedremo, conclude beffardo B., «quanto siano
atti a guadagnarsi un palmo di terra questi che sono cossí effuse e prodighi a
donar regni de' cieli». È questa evidentemente un'etica che richiama i
valori tradizionali dell'Umanesimo, cui B. non ha mai dato molta importanza; ma
questo schema rigido è in realtà la premessa per le indicazioni di
comportamento che B. prospetta nell'opera di poco successiva, De gli eroici
furori. Cabala del cavallo pegaseo con l'aggiunta dell'Asino cillenico. «Li
nostri divi asini, privi del proprio sentimento ed affetto vegnono ad intendere
non altrimente che come gli vien soffiato alle orecchie delle rivelazioni o
degli dei, o dei vicarii loro; e per conseguenza a governarsi non secondo altra
legge che di que' medesimi. (Cabala del Cavallo Pegaseo, Saulino: dialogo I) La
Cabala del cavallo pegaseo viene pubblicata insieme a l'Asino cillenico in
unico testo. Il titolo allude a P., il cavallo alato della mitologia greca nato
dal sangue di Medusa decapitata da Perseo. Al termine delle sue imprese, Pegaso
volò nel cielo trasformandosi in costellazione, una delle 48 elencate da
Tolomeo nel suo Almagesto: la costellazione di Pegaso. Cabala si riferisce a
una tradizione mistica originatasi in seno all'ebraismo. Calcografia raffigurante
le stelle della costellazione di Pegaso che delineano la figura del cavallo
mitologico Pegaso L'opera, percorsa da una chiara vena comica, può essere letta
come un divertissement, opera d'intrattenimento senza pretese; oppure
interpretata in chiave allegorica, opera satirica, atto di accusa. Il cavallo
nel cielo sarebbe allora un asino idealizzato, figura celeste che rimanda
all'asinità umana: all'ignoranza, quella dei cabalisti, ma anche quella dei
religiosi in generale. I continui riferimenti ai testi sacri si rivelano
ambigui, perché da un lato suggeriscono interpretazioni, dall'altro confondono
il lettore. Uno dei filoni interpretativi, legato al lavoro critico svolto da
Vincenzo Spampanato, ha individuato nel cristianesimo delle origini e in Paolo
di Tarso il bersaglio polemico di B.. De gli eroici furori. De gli eroici
furori. Nei dieci dialoghi che compongono “De gli eroici furori” a Londra, individua
tre specie di passioni umane: quella per la vita speculativa, volta alla
conoscenza; quella per la vita pratica e attiva, e quella per la vita oziosa.
Le due ultime tendenze rivelano una passione di poco valore, un furore bass. Il
desiderio di una vita volta alla contemplazione, cioè alla ricerca della verità,
è invece espressione di un furore eroico, con il quale l'anima, rapita sopra
l'orizzonte de gli affetti naturali vinta da gli alti pensieri, come morta al
corpo, aspira ad alto. Non si giunge a tale effetto con la preghiera, con atteggiamenti
devozionali, con aprir gli occhi al cielo, alzar alto le mani, ma, al
contrario, con il venir al più intimo di sé, considerando che Dio è vicino, con
sé e dentro di sé più ch'egli medesmo esser non si possa, come quello che è
anima delle anime, vita delle vite, essenza de le essenze». Una ricerca che assimila
a una caccia, non la comune caccia ove il cacciatore ricerca e cattura le
prede, ma quella in cui il cacciatore diviene egli stesso preda, come Atteone
che nel mito ripreso da lui, avendo visto la bellezza di Diana, si trasforma in
cervo ed è fatto preda dei cani, i pensieri de cose divine, che lo divorano facendolo
morto al volgo, alla moltitudine, sciolto dalli nodi de li perturbati sensi, di
sorte che tutto vede come uno, non vede più distinzioni e numeri. La conoscenza
della natura è lo scopo della scienza e quello più alto della nostra vita
stessa, che da questa scelta viene trasformata in un furore eroico assimiliandoci
alla perenne e tormentata vicissitudine in cui si esprime il principio che
anima tutto l'universo. Il filosofo ci dice che per conoscere veramente l'oggetto
della nostra ricerca, Diana ignuda, non dobbiamo essere virtuosi (virtù come
medietà tra gli estremi) ma dobbiamo essere pazzi, furiosi, solo così potremmo
arrivare a capire l'oggetto del nostro studio (Atteone trasformato in cervo). La
ricerca e l'essere fuoriosi, non sono una virtù ma un vizio. Il dialogo è
inoltre un prosimetro, come La vita nuova di Dante, un insieme di prosa e di
poesia (distici, sonetti e una canzone finale). Il precedente periodo oxoniense
inglese è da considerarsi il più creativo di B., periodo nel quale ha prodotto
il maggior numero di opere fino a quando l'ambasciatore Castelnau essendo
richiamato in Francia lo induce a imbarcarsi con lui; ma la nave verrà assalita
dai pirati, che derubano i passeggeri d'ogni avere. A Parigi B. abita
vicino al Collège de Cambrai, e ogni tanto va a prendere in prestito qualche
libro nella biblioteca di Saint-Victor, nella collina di Sainte-Geneviève, il
cui bibliotecario, il monaco Cotin, ha l'abitudine di annotare giornalmente
quanto avveniva nella biblioteca. Entrato in qualche confidenza col filosofo,
da lui sappiamo che B. stava per pubblicare un'opera, l'Arbor philosophorum,
che non ci è pervenuta, e che aveva lasciato l'Italia per «evitare le calunnie
degli inquisitori, che sono ignoranti e che, non concependo la sua filosofia,
lo accuserebbero di eresia». Il monaco annota tra l'altro che era ammiratore
d’Aquino, che disprezzava le sottigliezze degli scolastici, dei sacramenti e
anche dell'eucaristia, ignote a Pietro e a
Paolo, i quali non seppero altro che hoc est corpus meum. Dice che i
torbidi religiosi sarebbero facilmente tolti di mezzo, se fossero spazzate tali
questioni e confida che questa sarà presto la fine della contesa. L'anno
successive pubblica, dedicata a Piero Del Bene, abate di Belleville e membro
della corte francese, la Figuratio Aristotelici physici auditus, un'esposizione
della fisica aristotelica. Conosce il salernitano Mordente, che due anni prima aveva pubblicato
Il Compasso, illustrazione dell'invenzione di un compasso di nuova concezione
e, poiché egli non sa il latino, che ha apprezzato la sua invenzione, pubblica
i “Dialogi duo de Fabricii Mordentis Salernitani prope divina adinventione ad
perfectam cosmimetriae praxim”, dove elogia l'inventore ma gli rimprovera di
non aver compreso tutta la portata della sua invenzione, che dimostrava
l'impossibilità di una divisione infinita delle lunghezze. Offeso da questi
rilievi, il Mordente protestò violentemente, sicché B. finì col replicare con
le feroci satire dell'“Idiota triumphans seu de Mordentio inter geometras Deo
dialogus” e del “Dialogus qui de somnii interpretatione seu geometrica sylva inscribitur. Fa
stampare col nome di Hennequin l'opuscolo antiaristotelico “Centum et viginti
articuli de natura et mundo adversus peripateticos”, partecipando alla
successiva pubblica disputa nel Collège de Cambrai, ribadendo le sue critiche alla
filosofia aristotelica. Contro tali critiche si levò un giovane avvocato
parigino, Callier, che replica con violenza chiamando il filosofo Giordano
"Bruto". Sembra che l'intervento del Callier abbia ricevuto
l'appoggio di quasi tutti gli intervenuti e che si sia scatenato un putiferio
di fronte al quale il filosofo preferì, una volta tanto, allontanarsi, ma le
reazioni negative provocate dal suo intervento contro la filosofia
aristotelica, allora ancora in grande auge alla Sorbona, unitamente alla crisi
politica e religiosa in corso in Francia e alla mancanza di appoggi a corte, lo
indussero a lasciare nuovamente il suolo francese. In Germania La
Piazza del Mercato di Wittenberg Raggiunta in giugno la Germania, B. soggiorna
brevemente a Magonza e a Wiesbaden, passando poi a Marburg, nella cui
Università risulta immatricolato come Theologiae doctor romanensis. Ma non
trovando possibilità di insegnamento, probabilmente per le sue posizioni antiaristoteliche,
s'immatricola a Wittenberg come Doctor italicus, insegnandovi per due anni, due
anni che il filosofo trascorre in tranquilla operosità. “uomo di nessun nome e
autorità fra voi, sfuggito ai tumulti di Francia, non appoggiato da alcuna
raccomandazione principesca, mi avete ritenuto meritevole di cordialissima
accoglienza, mi avete incluso nell'albo della vostra accademia, mi avete
accolto in un consesso di uomini tanto nobili e dotti, da sembrare ai miei
occhi non una scuola privata o una conventicola esoterica, bensì, come si
conviene all'Atene tedesca, una vera università.» (Dedica del De lampade
combinatoria). Pubblica il De lampade combinatoria lulliana, un commento dell'Ars
magna e il “De progressu et lampade venatoria logicorum”, commento ai Topica di
Aristotele. Altri commenti a opere aristoteliche sono i suoi “Libri physicorum
Aristotelis explanati”. Pubblica ancora, a Wittenberg, il “Camoeracensis
Acrotismus”, una riedizione di “Centum et viginti articuli de natura et mundo
adversus peripateticos”. Un suo corso
privato sulla Retorica sarà invece pubblicato col titolo di “Artificium
perorandi” (l’arte della conversazione). Anche le “Animadversiones circa
lampadem” e la “Lampas triginta statuarum” verranno pubblicate. Nel saggio
della Yates si fa cenno al fatto che il Mocenigo aveva riferito
all'Inquisizione veneziana l'intenzione di B., durante il suo periodo tedesco,
di creare una nuova setta. Mentre altri accusatori (il Mocenigo negherà questa
affermazione) sostenevano che egli avrebbe voluto chiamare la nuova setta dei
Giordaniti e che essa avrebbe attirato molto i luterani tedeschi. L'autrice
inoltre si pone la domanda se in questa setta vi fossero stati dei rapporti con
i Rosacroce dato che in Germania emersero all'inizio del XVII secolo presso i
circoli luterani. Il nuovo duca Cristiano I, succeduto al padre morto, decide
di rovesciare l'indirizzo degli insegnamenti universitari che privilegiavano le
dottrine del filosofo calvinista Pietro Ramo a svantaggio delle classiche
teorie aristoteliche. Dovette essere questa svolta a spingere B. a lasciare Wittenberg,
non senza la lettura di una “Oratio valedictoria”, un saluto che è un
ringraziamento per l'ottima accoglienza della quale era stato gratificato:
«Sebbene fossi di nazione forestiero, esule, fuggiasco, zimbello della fortuna,
piccolo di corpo, scarso di beni, privo di favore, premuto dall'odio della
folla, quindi sprezzabile agli stolti e a quegli ignobilissimi che non
riconoscono nobiltà se non dove splende l'oro, tinnisce l'argento, e il favore
di persone loro simili tripudia e applaude, tuttavia voi, dottissimi,
gravissimi e morigeratissimi senatori, non mi disprezzaste, e lo studio mio,
non del tutto alieno dallo studio di tutti i dotti della vostra nazione, non lo
riprovaste permettendo che fosse violata la libertà filosofica e macchiato il
concetto della vostra insigne umanità.» (citato in Opere di B. e
CAMPANELLA (si veda)). Ne fu ricambiato dall'affetto degli allievi, come
Hieronymus Besler e Valtin Havenkenthal, il quale, nel suo saluto, lo chiama
«Essere sublime, oggetto di meraviglia per tutti, dinanzi a cui stupisce la
natura stessa, superata dall'opera sua, fiore d'Ausonia, Titano della splendida
Nola, decoro e delizia dell'uno e l'altro cielo». A Praga e a Helmstedt I
sigilli di B. Amoris I sigilli di B. sono delle incisioni
realizzate dallo stesso e pubblicate all'interno delle sue opere a partire dal
periodo praghese. Esse rappresentano figure geometriche sovrapposte ma anche
veri e propri disegni con presunte decorazioni e lettere. A parte il titolo dei
sigilli non abbiamo alcuna spiegazione in merito al loro significato o al loro
reale utilizzo. Fino a oggi sono state fatte molto congetture dai vari studiosi
senza giungere a nessuna conclusione definitiva. Giunge a Praga, in quegli
anni sede del Sacro Romano Impero, città dove rimane sei mesi. Qui pubblica, in
unico testo, il De lulliano specierum scrutinio e il De lampade combinatoria
Lullii, dedicato all'ambasciatore spagnolo presso la corte imperiale, don
Guillem de Santcliment (il quale vantava Lullo fra i suoi antenati), mentre
all'imperatore Rodolfo II, mecenate e appassionato di alchimia e astrologia,
dedica gli Articuli centum et sexaginta adversus huius tempestatis mathematicos
atque philosophos, che trattano di geometria, e nella dedica rileva come per
guarire i mali del mondo sia necessaria la tolleranza, sia in campo
strettamente religioso – «È questa la religione che io osservo, sia per una
convinzione intima sia per la consuetudine vigente nella mia patria e tra la
mia gente: una religione che esclude ogni disputa e non fomenta alcuna
controversia» – sia in quello filosofico, campo che deve rimanere libero da
autorità precostituite e da tradizioni elevate a prescrizioni normative. Quanto
a lui, «alle libere are della filosofia cercai riparo dai flutti fortunosi,
desiderando la sola compagnia di coloro che comandano non di chiudere gli
occhi, ma di aprirli. A me non piace dissimulare la verità che vedo, né ho
timore di professarla apertamente» Ricompensato con trecento talleri
dall'imperatore, in autunno B., che sperava di essere accolto a corte, decide
di lasciare Praga e, dopo una breve tappa a Tubinga, giunge a Helmstedt, nella
cui Università, chiamata Academia Julia, si registra. Una targa presso il
Planetario di Praga ricorda il passaggio del filosofo in quella città. per la
morte del fondatore dell'Accademia, il duca Julius von Braunschweig, vi legge
l'Oratio consolatoria, ove presenta sé stesso come forestiero ed esule:
«spregiai, abbandonai, perdetti la patria, la casa, la facoltà, gli onori, e
ogni altra cosa amabile, appetibile, desiderabile». In Italia «esposto alla
gola e alla voracità del lupo romano, qui libero. Lì costretto a culto
superstizioso e insanissimo, qui esortato a riti riformati. Lì morto per
violenza di tiranni, qui vivo per l'amabilità e la giustizia di un ottimo
principe». Le Muse dovrebbero essere libere per diritto naturale eppure «sono
invece, in Italia e in Spagna, conculcate dai piedi di vili preti, in Francia
patiscono per la guerra civile rischi gravissimi, in Belgio sono sballottate da
frequenti marosi, e in alcune regioni tedesche languono infelicemente.
Poche settimane dopo viene scomunicato dal sovrintendente della Chiesa luterana
della città, il teologo luterano Boezio per motivi non noti: B. riesce così a
collezionare le scomuniche delle maggiori confessioni europee, cattolica,
calvinista e luterana. Presenta ricorso al prorettore dell'Accademia, Hoffmann,
contro quello che egli definisce un abuso – perché «chi ha deciso qualcosa
senza ascoltare l'altra parte, anche se lo ha fatto giustamente, non è stato
giusto» – e una vendetta privata. Non ricevette però risposta, perché sembra
che fosse stato lo stesso Hoffmann a istigare Boezio. Benché scomunicato, poté
tuttavia rimanere ancora a Helmstedt, dove aveva ritrovato Valtin Acidalius
Havenkenthal e Besler, già suo allievo a Wittenberg, che gli fa da copista e
vedrà ancora brevemente in Italia, a Padova. B. compone diverse opere sulla
magia, tutte pubblicate postume: il “De magia”; le “Theses de magia”, un
compendio del trattato precedente, il “De magia mathematica”, che presenta come
fonti la Steganographia di Tritemio, il De occulta philosophia di Agrippa e lo
pseudo-Alberto Magno; il “De rerum principiis et elementis et causis” e la “Medicina”,
nella quale presume di aver trovato forme di applicazione della magia nella natura. "Mago"
è un termine che si presta a equivoche interpretazioni, ma che per l'autore,
come egli stesso chiarisce sin dall'ìncipit dell'opera, significa innanzitutto
sapiente: sapienti come per esempio erano i magi dello zoroastrismo o simili
depositari della conoscenza presso altre culture del passato. La magia di cui B.
si occupa non è pertanto quella associata alla superstizione o alla
stregoneria, bensì quella che vuole incrementare il sapere e agire
conseguentemente. L'assunto fondamentale da cui il filosofo parte è
l'onnipresenza di un'entità unica, che egli chiama indifferentemente
"spirito divino, cosmico" o "anima del mondo" o anche
"senso interiore", identificabile come quel principio universale che
dà vita, movimento e vicissitudine a ogni cosa o aggregato nell'universo. Il
mago deve tenere presente che come da Dio, attraverso gradi intermedi, tale
spirito si comunica a ogni cosa "animandola", così è altrettanto possibile
tendere a Dio dall'essere animato: questa ascensione dal particolare a Dio, dal
multiforme all'Uno è una possibile definizione della "magia". Lo
spirito divino, che per la sua unicità e infinità connette ogni cosa a ogni
altra, consente parimenti l'azione di un corpo su un altro. B. chiama «vincula»
i singoli nessi fra le cose: "vincolo", "legatura". La
magia altro non è che lo studio di questi legami, di questa infinita trama
"multidimensionale" che esiste nell'universo. Nel corso dell'opera
Bruno distingue e spiega differenti tipi di legami – legami che possono essere
utilizzati positivamente o negativamente, distinguendo così il mago dallo
stregone. Esempi di legami sono la fede; i riti; i caratteri; i sigilli; le
legature che vengono dai sensi, come la vista o l'udito; quelle che vengono
dalla fantasia, eccetera. B. lascia Helmstedt e in giugno raggiunge Francoforte
in compagnia di Besler, che prosegue verso l'Italia per studiare a Padova.
Avrebbe voluto alloggiare dallo stampatore Wechel, come richiese al Senato di
Francoforte ma la richiesta è respinta e allora B. andò ad abitare nel locale
convento dei Carmelitani i quali, per privilegio concesso da Carlo V, non erano
soggetti alla giurisdizione secolare. Vedono la luce tre opere, i
cosiddetti poemi francofortesi, culmine della ricerca filosofica di B.: il “De triplici minimo et mensura ad trium
speculativarum scientiarum et multarum activarum artium principia libri V”, in
cui vi sono delle immagini simili alla tabula recta di Tritemio; “De monade,
numero et figura liber consequens quinque”; il “De innumerabilibus, immenso et
infigurabili, seu De universo et mundis libri octo”. De minimo. Chi potrà
ritenere che gli strumenti diano misurazioni esatte dal momento che il fluire
delle cose non mantiene un identico ritmo ed un termine non si mantiene mai
alla stessa distanza dall'altro? Da De minimo, in Opere latine, a cura di Carlo
Monti, POMBA). Nei libri del “De minimo” si distinguono tre tipi di minimo: il
minimo fisico, l'atomo, che è alla base della scienza della fisica; il minimo
geometrico, il punto, che è alla base della geometria, e il minimo metafisico,
o monade, che è alla base della metafisica. Essere minimo significa essere in-divisibile
– e dunque Aristotele erra sostenendo la divisibilità all'infinito della
materia – perché, se così fosse, non raggiungendo mai la minima quantità di una
sostanza, il principio e fondamento di ogni sostanza, non spiegheremmo più la
costituzione, mediante aggregazioni di infiniti atomi, di mondi infiniti, in un
processo di formazione altrettanto infinito. I composti, infatti, «non
rimangono identici neppure per un attimo; ciascuno di essi, per lo scambio
vicendevole degli innumerevoli atomi, si muta continuamente e ovunque in tutte
le parti». La materia, come il filosofo aveva già espresso nei dialoghi
italiani, è in perenne mutazione, e ciò che dà vita a questo divenire è uno
«spirito ordinatore», l'anima del mondo, una nell'universo infinito. Dunque nel
divenire eracliteo dell'universo è situato l'essere parmenideo, uno ed eterno:
materia e anima sono inscindibili, l'anima non agisce dall'esterno, poiché non
c'è un esterno della materia. Ne viene che nell'atomo, la parte più piccola
della materia, anch'esso animato dal medesimo spirito, il minimo e il massimo
coincidono: è la coesistenza dei contrari: minimo-massimo; atomo-Dio;
finito-infinito. Contrariamente agli atomisti, quali ad esempio Democrito e
Leucippo, non ammette l'esistenza del vuoto. Il cosiddetto vuoto non è che un
vocabolo col quale si designa il mezzo che circonda i corpi naturali. Gli atomi
hanno un termine in questo mezzo, nel senso che essi né si toccano né sono
separati. Inoltre distingue fra minimi assoluti e minimi relativi, e così il
minimo di un cerchio è un cerchio; il minimo di un quadrato è un quadrato,
eccetera. I matematici dunque errano nella loro astrazione, considerando la
divisibilità all'infinito degli enti geometrici. Quella che B. espone è, usando
con terminologia moderna, una discretizzazione non solo della materia, ma anche
della geometria, una geometria discreta. Ciò è necessario onde rispettare
l'aderenza alla realtà fisica della descrizione geometrica, indagine in ultima
analsi non separabile da quella metafisica. Nel De monade Bruno si richiama
alle tradizioni pitagoriche attaccando la teoria aristotelica del motore
immobile, principio di ogni movimento: le cose si trasformano per la presenza
di principi interni, numerici e geometrici. De immenso Negli otto libri
del De immenso il filosofo riprende la propria teoria cosmologica, appoggiando
la teoria eliocentrica copernicana ma rifiutando l'esistenza delle sfere
cristalline e degli epicicli, ribadendo la concezione dell'infinità e
molteplicità dei mondi. Critica l'aristotelismo, negando qualunque differenza
tra la materia terrestre e celeste, la circolarità del moto planetario e
l'esistenza dell'etere. Il castello, situato presso Elgg e allora di
proprietà di Heinzel von Tägernstein, l’ospita nel suo breve soggiorno nel
cantone di Zurigo. Parte per la Svizzera, accogliendo l'invito del nobile Heinzel
von Tägernstein e del teologo Egli, entrambi appassionati di alchimia. Così B.,
ospite di Heinzel, insegna filosofia presso Zurigo: le sue lezioni, raccolte da
Raphael Egli con il titolo di Summa terminorum metaphysicorum, saranno pubblicate
da costui a Zurigo, e poi, postume, a Marburgo, insieme con la “Praxis
descensus seu applicatio entis”, rimasta incompiuta. La “Summa terminorum
metaphysicorum,” Somma dei termini metafisici, rappresenta un'importante
testimonianza dell'attività di B. insegnante. Si tratta di un compendio di 52
termini fra i più frequenti nell'opera di Aristotele che B. spiega riassumendo.
Nella “Praxis descensus”, “Prassi del descenso”, il nolano riprende gli stessi
termini (con qualche differenza) questa volta esposti secondo la propria
visione. Il testo consente così di confrontare puntualmente le differenze fra
Aristotele e B. La Praxis è divisa in tre parti, con gli stessi termini esposti
secondo la divisione triadica Dio, intelletto, anima del mondo. Purtroppo
l'ultima parte manca del tutto e anche la rimanente non è completamente curata.
Infatti ritorna a Francoforte per pubblicarvi ancora il De imaginum, signorum
et idearum compositione, dedicato a Heinzel. Ed è questa l'ultima opera la cui
pubblicazione fu curata da B. stesso. È probabile che il filosofo avesse
intenzione di tornare a Zurigo, e ciò spiegherebbe anche perché Egli abbia
atteso prima di pubblicare quella parte della Praxis che aveva trascritto, ma
in ogni caso nella città tedesca gli eventi evolveranno ben diversamente.
Francoforte e sede di un'importante fiera del libro, alla quale partecipavano i
librai di tutta Europa. Era stato così che due editori, il senese Ciotti e il
fiammingo Brittano, entrambi attivi a Venezia, avevano conosciuto B. almeno
stando alla successive dichiarazioni di Ciotti stesso al Tribunale dell'Inquisizione
di Venezia. Il patrizio veneto Mocenigo, che conosce Ciotti e ha comprato nella
sua libreria il “De minimo” del filosofo nolano, affida al libraio una sua
lettera nella quale invitava B. a Venezia affinché gli insegnasse li secreti
della memoria e li altri che egli professa, come si vede in questo suo libro. Appare
quantomeno strano il fatto che, dopo anni di peregrinazioni in Europa decidesse
di tornare in Italia sapendo quanto il rischio di finire sotto le mani
dell'inquisizione fosse concreto. Probabilmente non si considera “anti-cattolico”
ma semmai una sorta di riformatore che spera di avere concrete possibilità di
incidere sulla Chiesa. Oppure il senso di pienezza di sé o della sua "missione"
da compiere altera la reale percezione del pericolo a cui poteva andare
incontro. Inoltre, il clima politico, ossia l'ascesa vittoriosa di Enrico di
Navarra sulla Lega cattolica sembra costituire una valida speranza per l'attuazione
delle sue idee in ambito cattolico. B. e a Venezia. Che egli sia tornato in
Italia spinto dall'offerta di Mocenigo non è affatto sicuro, tant'è che passeranno
diversi mesi prima che accetta l'ospitalità del patrizio. Non era certo un uomo
a cui mancavano i mezzi, anzi, egli era considerato omo universale, pieno di
ingegno e ancora nel pieno del suo momento creativo. A Venezia si trattenne
solo pochi giorni per poi recarsi a Padova e incontrare Besler, il suo copista
di Helmstedt. Qui tenne per qualche mese lezioni agli studenti che frequentano
quello studio e spera invano di ottenervi la cattedra di matematica, uno dei
possibili motivi per cui B. torna in Italia. Compone le “Praelectiones geometricae”,
l'”Ars deformationum”, il “De vinculis in genere”, e il “De sigillis Hermetis
et Ptolomaei et aliorum”. Con il ritorno di Besler in Germania per motivi
familiari, torna a Venezia e si stabilì in casa del patrizio veneziano, che era
interessato alle arti della memoria e alle discipline magiche. Informa il
Mocenigo di voler tornare a Francoforte per stampare delle sue opere. Questi
pensa che cercas un pretesto per abbandonare le lezioni. Il giorno dopo lo fece
sequestrare in casa dai suoi servitori. Il giorno successivo Mocenigo presenta
all'Inquisizione una denuncia scritta, accusandolo di blasfemia, di disprezzare
le religioni, di non credere nella Trinità divina e nella transustanziazione,
di credere nell'eternità del mondo e nell'esistenza di mondi infiniti, di
praticare arti magiche, di credere nella metempsicosi, di negare la verginità di
Maria e le punizioni divine. Quel giorno stesso, e arrestato e tratto
nelle carceri dell'Inquisizione di Venezia, in san Domenico a Castello. Maiori
forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam” (“Forse tremate
più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell'ascoltarla. B.
rivolto ai giudici dell'Inquisizione. Il processo di B., basso-rilievo del
basamento della statua in Campo de' Fiori da Ferrari. Naturalmente sa che la
sua vita è in gioco e si difende abilmente dalle accuse dell'inquisizione
veneziana. Nega quanto può, tace, e mente anche, su alcuni punti delicati della
sua dottrina, confidando che gli inquisitori non possano essere a conoscenza di
tutto quanto egli abbia fatto e scritto, e giustifica le differenze fra le
concezioni da lui espresse e i dogmi cattolici con il fatto che un filosofo,
ragionando secondo il lume naturale, può giungere a conclusioni discordanti con
le materie di fede, senza dover per questo essere considerato un eretico. A
ogni buon conto, dopo aver chiesto perdono per gli errori commessi, si dichiara
disposto a ritrattare quanto si trovi in contrasto con la dottrina della
Chiesa. L'Inquisizione romana chiede però la sua estradizione, che viene
concessa, dopo qualche esitazione, dal Senato veneziano. E rinchiuso nelle
carceri romane del Palazzo del Sant'Uffizio. Nuovi testi, per quanto poco
affidabili, essendo tutti imputati di vari reati dalla stessa Inquisizione,
confermano le accuse e ne aggiungono di nuove. E forse torturato, secondo
la decisione della Congregazione, stando all'ipotesi avanzata da Firpo e
Ciliberto, una circostanza negata invece dallo storico Andrea Del Col. Non
rinnega i fondamenti della sua filosofia. Ribada l'infinità dell'universo, la
molteplicità dei mondi, il moto della terra e la non generazione delle
sostanze. Queste non possono essere altro che quel che sono state, né saranno
altro che quel che sono, né alla loro grandezza o sostanza s'aggionge mai, o
mancarà ponto alcuno, e solamente accade separatione, e congiuntione, o
compositione, o divisione, o translatione da questo luogo a quell'altro. A
questo proposito spiega che il modo e la causa del moto della terra e della
immobilità del firmamento sono da me prodotte con le sue raggioni et autorità e
non pregiudicano all'autorità della divina scrittura. All'obiezione dell'inquisitore,
che gli contesta che nella Bibbia è scritto -- terra stat in aeternum -- e il sole
nasce e tramonta, risponde che vediamo il sole nascere e tramontare perché la terra
se gira circa il proprio centro. Alla contestazione che la sua posizione
contrasta con l'autorità dei Santi Padri, risponde che quelli sono meno de'
filosofi prattichi e meno attenti alle cose della natura. Il filosofo sostiene
che la terra è dotata di un'anima, che le stelle hanno natura angelica, che
l'anima non è forma del corpo, e come unica concessione, è disposto ad
ammettere l'immortalità dell'anima umana. Roma, Piazza di Campo de'
Fiori. E invitato ad abiurare otto proposizioni eretiche, nelle quali si
comprendevano la sua negazione della creazione divina, dell'immortalità
dell'anima, la sua concezione dell'infinità dell'universo e del movimento della
terra, dotata anche di anima, e di concepire gli astri come angeli. La sua
disponibilità ad abiurare, a condizione che le proposizioni siano riconosciute
eretiche non da sempre, ma solo ex nunc, è respinta dalla congregazione dei
cardinali inquisitori, tra i quali Bellarmino. Una successiva applicazione
della tortura, proposta dai consultori della congregazione fu invece respinta
da Clemente VIII. Nell'interrogatorio si dice ancora pronto all'abiura, ma icambia
idea e infine, dopo che il tribunale ha ricevuto una denuncia che accusa Bruno
di aver avuto fama di ateo in Inghilterra e di aver scritto il suo “Spaccio
della bestia trionfante” direttamente contro il papa, rifiuta recisamente ogni
abiura, non avendo, dichiara, nulla di cui doversi pentire. Al cospetto
dei cardinali inquisitori e dei consultori Mandina, Pietrasanta e Millini, è
costretto ad ascoltare in ginocchio la sentenza che lo scaccia dal foro
ecclesiastico e lo consegna al braccio secolare. Terminata la lettura della
sentenza, secondo la testimonianza di choppe, si alza e ai giudici indirizza la
storica frase. Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego
accipiam. Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza
che io nell'ascoltarla. Dopo aver rifiutato i conforti religiosi e il
crocefisso, con la lingua in giova – serrata da una mordacchia perché non possa
parlare, viene condotto in campo de’ fiori, denudato, legato a un palo e arso
vivo. Le sue ceneri sono gettate nel Tevere. Volse il viso pieno di disprezzo
quando ormai morente, venne posta innanzi l'immagine di Cristo crocefisso. Così
muore bruciato miseramente, credo per annunciare negli altri mondi che si è
immaginato in che modo i romani sono soliti trattare gli empi e i blasfemi.
Ecco qui, caro Rittershausen, il modo in cui procediamo contro gli uomini, o
meglio contro i mostri di tal specie. Il suo dio è da un lato trascendente, in
quanto supera ineffabilmente la natura, ma nello stesso tempo è immanente, in
quanto anima del mondo: in questo senso, Dio e Natura sono un'unica realtà da
amare alla follia, in un'inscindibile unità panenteistica di pensiero e
materia, in cui dall'infinità di Dio si evince l'infinità del cosmo, e quindi
la pluralità dei mondi, l'unità della sostanza, l'etica degli "eroici
furori". Questi ipostatizza un Dio-Natura sotto le spoglie dell'Infinito,
essendo l'infinitezza la caratteristica fondamentale del divino. Egli fa dire
nel dialogo De l'infinito, universo e mondi a Filoteo. Io dico Dio tutto
Infinito, perché da sé esclude ogni termine ed ogni suo attributo è uno e
infinito; e dico Dio totalmente infinito, perché lui è in tutto il mondo, ed in
ciascuna sua parte infinitamente e totalmente: al contrario dell'infinità de
l'universo, la quale è totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur,
referendosi all'infinito, possono esse chiamate parti) che noi possiamo
comprendere in quello. B., De infinito, universo e mondi) Per queste
argomentazioni e per le sue convinzioni sulla Sacra Scrittura, sulla Trinità e
sul Cristianesimo, già scomunicato, fu incarcerato, giudicato eretico e quindi
condannato al rogo dall'Inquisizione della Chiesa cattolica. Fu arso vivo a
piazza Campo de' Fiori durante il pontificato di Clemente VIII. Ma la sua
filosofia sopravvive alla sua morte, portò all'abbattimento delle barriere
tolemaiche, rivelò un universo molteplice e non centralizzato e aprì la strada
alla Rivoluzione scientifica: per il suo pensiero B. è quindi ritenuto un
precursore di alcune idee della cosmologia moderna, come il multiverse. Per la
sua morte, è considerato un martire del libero pensiero. Giovanni Paolo II,
tramite una lettera del segretario di Stato Vaticano Angelo Sodano inviata a un
convegno che si svolse a Napoli, espresse profondo rammarico per la morte
atroce di B., pur non riabilitandone la dottrina: anche se la morte di B.
costituisce oggi un motivo di profondo rammarico, tuttavia questo triste
episodio della storia non consente la riabilitazione dell'opera del filosofo
nolano arso vivo come eretico, perché "il cammino del suo pensiero lo
condusse a scelte intellettuali che progressivamente si rivelarono, su alcuni
punti decisivi, incompatibili con la dottrina cristiana. D'altronde anche nel
saggio di Yates viene ribadito più volte la completa adesione di B. alla
"religione degli egizi" scaturita dal suo sapere ermetico nonché
afferma che "la religione egiziana ermetica è l'unica religione
vera". Il Dizionario di Bayle Ritratto di Schoppe, opera di Rubens
Malgrado la messa all'Indice dei libri di B. decretata, questi continuarono a
essere presenti nelle biblioteche europee, anche se rimasero equivoci e incomprensioni
sulle posizioni del filosofo nolano, così come volute mistificazioni sulla sua
figura. Già il cattolico Schoppe, ex luterano che assistette alla pronuncia
della sentenza e al rogo di B., pur non condividendo «l'opinione volgare
secondo la quale codesto B. fu bruciato perché luterano» finisce con
l'affermare che «Lutero ha insegnato non solo le stesse cose di B., ma altre
ancora più assurde e terribili», mentre il frate minimo Mersenne individuò nella
cosmologia bruniana la negazione della libertà di Dio, oltre che del libero
arbitrio umano. Mentre gli astronomi Brahe e Keplero criticarono
l'ipotesi dell'infinità dell'universo, non presa in considerazione nemmeno da GALILEI
(si veda), il libertino Naudé, nella sua Apologie pour tous les grands
personnages qui ont testé faussement soupçonnez de magie esalta in B. il libero
ricercatore delle leggi della natura. Bayle, nel suo Dizionario, arrivò a
dubitare della morte per rogo di Bruno e vide in lui il precursore di Spinoza e
di tutti i moderni panteisti, un monista ateo per il quale unica realtà è la
natura. Gli rispose il teologo deista Toland, che conosceva lo Spaccio della
bestia trionfante e lodava in Bruno la serietà scientifica e il coraggio dimostrato
nell'aver eliminato dalla speculazione filosofica ogni riferimento alle
religioni positive; segnala lo Spaccio a Leibniz - che tuttavia considera B. un
mediocre filosofo - e al de La Croze, convinto dell'ateismo di B.. Con
quest'ultimo concorda il Budde, mentre Heumann ritorna erroneamente a
ipotizzare un protestantesimo di B. Con l'Illuminismo, l'interesse e la
notorietà di Bruno aumenta. Weidler conosce il De immenso e lo Spaccio, mentre
Jean Sylvain Bailly lo definisce «ardito e inquieto, amante delle novità e
schernitore delle tradizioni», ma gli rimprovera la sua irreligiosità. In
Italiaè molto apprezzato da Barbieri, autore di una Storia dei matematici e
filosofi del Regno di Napoli, dove afferma che scrisse molte cose sublimi nella
Metafisica, e molte vere nella Fisica e nell'Astronomia e ne fa un precursore
della teoria dell'armonia prestabilita di Leibniz e di tanta parte delle teorie
di Cartesio. Il sistema dei vortici di Cartesio, o quei globuli giranti intorno
i loro centri nell'aere, e tutto il sistema fisico è suo. Il principio di
dubitazione saviamente da Cartesio introdotto nella filosofia a B. si deve, e
molte altre cose nella filosofia di Cartesio sono di lui. Questa tesi è
negata da Niceron, per il quale il razionalista Cartesio nulla può aver preso
da lui, irreligioso e ateo come Spinoza, che ha identificato Dio con la natura,
è rimasto legato alla filosofia del Rinascimento credendo ancora nella magia e,
per quanto ingegnoso, è spesso contorto e oscuro. Brucker concorda con l'incompatibilità
di Cartesio con lui, che considera un filosofo molto complesso, posto tra il
monismo spinoziano e il neo-pitagorismo, la cui concezione dell'universo
consisterebbe nella sua creazione per emanazione da un'unica fonte infinita,
dalla quale la natura creata non cesserebbe di dipendere. Fu Diderot a
scrivere per l'Enciclopedia la voce su B., da lui considerato precursore di
Leibniz - nell'armonia prestabilita, nella teoria della monade, nella ragione
sufficiente - e di Spinoza, il quale, come lui, concepisce Dio come essenza
infinita nella quale libertà e necessità coincidono: rispetto a lui pochi
sarebbero i filosofi paragonabili, se l'impeto della sua immaginazione gli
avesse permesso di ordinare le proprie idee, unendole in un ordine sistematico,
ma era nato poeta. Per Diderot, B., che si è sbarazzato della vecchia filosofia
aristotelica, è con Leibniz e Spinoza il fondatore della filosofia
moderna. Jacobi pubblica per la prima volta ampi estratti del “De la
causa, principio et uno” di «questo oscuro filosofo», che sa però dare un disegno
netto e bello del panteismo. Lo spiritualista non condivide certo il panteismo
ateo di lui e Spinoza, di cui ritiene inevitabili le contraddizioni, ma non
manca di riconoscerne la grande importanza nella storia della filosofia. Da
Jacobi Schelling trae spunto per il suo dialogo su lui, al quale riconosce di
aver colto quello che per lui è il fondamento della filosofia: l'unità del
Tutto, l'assoluto hegeliano, nel quale successivamente si conoscono le singole
cose finite. Hegel lo conosce e nelle sue “Lezioni” presenta la sua filosofia
come l'attività dello spirito che assume dis-ordinatamente» tutte le forme,
realizzandosi nella natura infinita. È un gran punto, per cominciare, quello di
pensare l'unità. L’altro punto fu cercare di comprendere l'universo nel suo
svolgimento, nel sistema delle sue determinazioni, mostrando come l'esteriorità
sia segno delle idee. In Italia, è l'hegeliano Spaventa a vedere in lui il
precursore di Spinoza, anche se il filosofo nolano oscilla nello stabilire un
chiaro rapporto fra la natura e Dio, che appare ora identificarsi con la natura
e ora mantenersi come principio sovra-mondano, osservazioni riprese da Fiorentino,
mentre Tocco mostra come egli, pur dissolvendo dio nella natura, non rinuncia a
una valutazione positiva della religione, concepita come utile educatrice dei
popoli. Nel primo decennio del Novecento si completa l'edizione di tutte
le opere e si accelerano gli studi biografici su lui, con particolare riguardo
al processo. Per GENTILE (si veda), altre a essere un martire della libertà di
pensiero, ha il grande merito di dare un'impronta strettamente razionale alla
sua filosofia, trascurando misticismi medievaleggianti e suggestioni magiche.
Opinione, quest'ultima, discutibile, come recentemente ha inteso mettere in
luce Yates, presentando B. nelle vesti di un autentico ermetico. Mentre Badaloni
ha rilevato come l'ostracismo decretato contro lui abbia contribuito a
emarginare l'Italia dalle innovative correnti della grande filosofia del
Seicento europeo, fra i maggiori e più assidui contributi nella definizione
della filosofia bruniana si contano attualmente quelli portati da Aquilecchia e
Ciliberto. Monumento a B. Medaglia con monumento a Giordano B. in Campo
de' Fiori a Roma, incisione di Broggi. La medaglia, di 60 mm, fu donata a
personaggi illustri e comitati vari. Insieme a questa fu coniata un'altra
medaglia di 64 mm in bronzo, abbastanza simile, a scopo commerciale Gli sono
stati dedicati il cratere lunare B. e due asteroidi della fascia principale:
Giordano e Cenaceneri. IRapisardi gli dedicò un'epigrafe. All'ipocrisia
volpeggiante fra la scuola e la sagrestia, ai conciliatori della scienza col
sillabo, all'imbestiato borghesume, che tutto falsando e trafficando, d'ogni
sacrificio eroico beatamente sogghigna, le coscienze, cui sorride ancora la
fede nel trionfo di tutte le umane libertà, lanciano oggi ad una voce dalle
università italiane una sfida solenne a gloria della tua virtù, a vendetta del tuo
martirio o B.. Numerose scuole sono state intitolate a B. in tutta Italia, in
particolare licei classici: ad esempio ad Arzano, Albenga, Roma, Torino,
Mestre, Budrio e Melzo, mentre a Maddaloni gli sono stati intitolati il
Convitto nazionale e il liceo classico cittadino. In Italia sono numerosi i monumenti
intitolati a Bruno, sono presenti: un monumento in una piazza a Nola, un busto
a Montella, un bassorilievo a Monsampolo del Tronto e un'epigrafe a Teora. Nel
Campo de' Fiori di Roma è presente il più importante monumento a Bruno, eretto
esattamente nel luogo in cui il filosofo fu condannato al rogo. La figura e il
ruolo del mago che Shakespeare presenta con Prospero, ne La tempesta, fosse
influenzata dalla formulazione del ruolo del mago attuata da B.. Sempre in
Shakespeare, è ormai dai più accettata l'identificazione del personaggio di “Berowne”
(Browne, Bruno), in “Pene d'amor perdute” con il filosofo italiano,
considerando il parzialmente documentato e più che plausibile incontro tra i
due durante il suo soggiorno inglese.Un riferimento molto più esplicito si
trova in The Tragical History of Doctor Faustus, Marlowe. Il personaggio “Bruno”,
l'antipapa, riassume molte caratteristiche della vicenda del filosofo: «I
cardinali dormienti si affannano / a punire Bruno, che invece è lontano. Vola.
/ Il suo superbo corsiero, vivo come il pensiero, / Già passa le Alpi.»
(Christopher Marlowe, La triste storia del dottor Faust; citato in Jean Rocchi,
Giordano Bruno davanti all'inquisizione, Stampa Alternativa) La stessa vicenda
del Faust marlowiano richiama alla mente la figura del "furioso"
bruniano in De gli eroici furori. Cinema Interpretato da Volonté. Protagonista
nel film di Montaldo B. nel quale è stato interpretato da Volonté. Compare
anche nel film Galileo di Cavani. Negli anni novanta Rai Uno produce un film
documentario curato da Porta su B.. Interpretato da Vita. Nel film Caravaggio
con Boni c'è una scena in cui è mostrato il rogo di B.. Contrariamente alle fonti
che parlano di B. con la lingua in giova, il filosofo appare legato al palo
mentre poco prima delle fiamme incita la gente a non lasciarsi irretire dai
falsi maestri. “Candelaio” è al centro della fiction Il tredicesimo apostolo -
Il prescelto trasmessa su Canale 5. Il rapper Caparezza ha dedicato a lui una
mini-storia nel brano "Sono il tuo sogno eretico", presente in Il
sogno eretico: «Infine mi chiamo come il fiume che battezzò colui nel cui nome
fui posto in posti bui,/ mica arredati col feng shui. Nella cella reietto
perché tra fede e intelletto ho scelto il suddetto, Dio mi ha dato un cervello,
se non lo usassi gli mancherei di rispetto. E tutto crolla come in borsa, la
favella nella morsa, la mia pelle è bella arsa. Il processo? Bella farsa! Adesso
mi tocca tappare la bocca nel disincanto lì fuori, lasciatemi in vita invece di
farmi una statua in Campo de' Fiori/Mi bruci per ciò che predico è una fine che
non mi merito, mandi in cenere la verità perché sono il tuo sogno
eretico.» (Caparezza, Sono il tuo sogno eretico). La metal band
californiana Avenged Sevenfold lui ha dedicato il brano intitolato Roman Sky
presente nel nuovo album The Stage. L'album tratta infatti temi quali
l'intelligenza artificiale e l'universo. Sono dedicati al filosofo anche il
brano Anima Mundi di Massimiliano Larocca e l'album Numen Lumen del gruppo
neofolk Hautville, che ha nelle liriche brani di B.. Altre saggi: “De
compendiosa architectura et complemento artis Lullii”; “De umbris idearum”;
“Ars memoriae”; “Cantus Circaeus”; “Candelaio”; “Ars reminiscendi, Triginta
sigilli, Triginta sigillorum explicatio, Sigillus sigillorum”; “Cena de le
Ceneri”; “De la causa, principio et uno”; “De l'infinito, universo e mondi” “Spaccio
della bestia trionfante”; “Il cavallo pegaseo”; “De gli eroici furori”; “Centum
et viginti articuli de natura et mundo adversus peripateticos” – “contro i
peripatetici” -- “Figuratio Aristotelici
physici auditus”; “Dialogi duo de Fabricii Mordentis Salernitani prope divina
adinventione”; “Idiota triumphans”; “De somnii interpretation”; “Mordentius”; “De
Mordentii circino”; “Animadversiones circa lampadem” “animadversions in
lampadem”; “Lampas triginta statuarum” – trenta statue -- (Napoli); “Artificium perorandi”; “De lampade combinatoria”;
“De progressu”; “De lampade venatoria logicorum”; “Libri physicorum Aristotelis
explanati, Napoli); “Camoeracensis Acrotismus seu rationes articulorum
physicorum adversus peripateticos”; “Oratio valedictoria”; “De specierum scrutinio”
De lampade combinatoria”; “Articuli centum et sexaginta adversus huius
tempestatis philosophos”; “Oratio consolatoria”; “De magia (Firenze); “De magia
mathematica (Firenze); “De rerum principiis et elementis et causis” (Firenze);
“Medicina” (Firenze); “Theses de magia” (Firenze); “De innumerabilibus, immenso
et in-figurabili”; “De triplici minimo et mensura”; “De monade, numero et
figura”; “De imaginum, signorum et idearum compositione” (sintassi); “De
vinculis in genere” (Firenze); “Summa terminorum metaphysicorum”; “Accessit
eiusdem Praxis descensus seu applicatio entis”. Bruno nota che quantunque
Averroè fosse arabo e perciò ignorante di lingua greca, nella dottrina
peripatetica però intese più che qualsivoglia greco che abbiamo letto; e arebbe
più inteso, se non fusse stato così additto al suo nume Aristotele. Sia dai due
volti. Io ho lodato molti eretici ed anco principi eretici; ma non li ho lodati
come eretici, ma solamente per le virtù morali che loro avevano; né li ho mai
lodati come religiosi e pii, né usato simil sorte di voce di religione. Ed in
particulare nel mio libro Della causa, principio ed uno io lodo la Regina de
Inghilterra e la nomino diva, non per attributo di religione, ma per un certo
epiteto che li antichi ancora solevano dare a principi, ed in Inghilterra, dove
allora io mi ritrovava e composi quel libro, se suole dar questo titolo de diva
alla Regina; e tanto più me indussi a nominarla cusì, perché ella me conosceva,
andando io continuamente con l'Ambasciator in corte. E conosco di aver errato
in lodare questa donna, essendo eretica, e massime attribuendoli la voce de
diva. Degno di nota è che B. pubblica tutti e sei questi saggi indicando luoghi
di stampa non corrispondenti: Venezia. Che Dio sia nella materia non implica che
possa essere conosciuto. Dio è immanente da un punto di vista ontologico,
mentre è trascendente sul piano gnoseologico. In questo universo metto una
providenzia universal, in virtù della quale ogni cosa vive, vegeta e si move e
sta nella sua perfezione; e la intendo in due maniere, l'una nel modo con cui è
presente l'anima nel corpo, tutta in tutto e tutta in qual si voglia parte, e
questo chiamo natura, ombra e vestigio della divinità; l'altra nel modo
ineffabile col quale Iddio per essenzia, presenzia e potenzia è in tutto e
sopra tutto, non come parte, non come anima, ma in modo inesplicabile. Spaventa
fu convinto assertore del ruolo fondamentale della filosofia italiana nel
panorama della filosofia moderna, e in particolare di Bruno e Campanella. L'asinità. La fortuna di B. B. in Shakespeare
e nella cultura inglese. “Il B. di Gentile”. L'Asino Cillenico. Clavis
Magna. Clavis Magna, ovvero, Il Sigillo
dei Sigilli. De signorum compositione. Explicatio. Sigillorum. Sigilli, Sigillus
Sigillorum. Clavis Magna, ovvero, L'arte di inventare. De Compendiosa
Architectura et Complemento Artis. “L'Arte di Comunicare” Artificium Perorandi”.
“Clavis Magna, ovvero, La logica per
immagini”. Il B. degli italiani. ‘B.’ regia di di Montaldo. Dizionario biografico
degl’italiani. CESAR calendaire romaine. Centro di Studi Bruniani. (CA
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ia B. DRAMMA MILANO Tipografiaals dtt, TORIO
EMANUELE, Carnevale {Resta sapore PERSONAGGI:
B. SALASSA; LORENZO figlio naturale di B., «dot-tato:da) A.D'ANDRADE ROMANO
DEI LOMBARDI «+. >F. MIGLIARA LEANDRO giovine patrizio. S.ra
ANGIOLETTI LAURA figlia di ROMANO. >» A. Busi IL GRANDE
INQUISITORE . Sig. SALVARANI. ROCCO LILLE DAMIANI ANDREA. Ni agN° UN
GUARDIANO) che nonparlano N. N. UN OsTE .. Ni Ni Giovani e nobili veneziani,
servi di Romano, gondolieri, seguaci di B., soldati, Inquisitori, Si Servi
del S. Uffizio, Frati e Popolo. L'azione del 1.° e 2.° Atto è in
Veni quella del:3.° e 4.° Atto in Re ber a pieni Sofee
bi; pece SUIT ZIA Fitto Primo PIAZZA IN VENEZIA. Un’Osteria
e alcune seggiole. In fondo un canale praticabile, che traversa la scena.
Sul canale un ponte, che mette in un viottolo, sull'angolo del
quale sorge a destra, un magnifico Palazzo illumiminato a festa, prospiciente
sul Canale. .Un in- gresso laterale, illuminato da faci fisse ai muri,
conducedal viottolo nel Palazzo. La porta principale verso . il Canale è
aperta; durante la scena seguente, visi vedono approdare gondole, dalle quali
scendono persone ragguardevoli, che, ricevute dai servi, entrano
nel Palazzo. Sera. GIOVANI e
NOBILI VENEZIANI, parte ‘in abiti fantastici con mezza maschera al volto, e
parte in abiti comuni, vengono da sinistra, traversano il ponte, e
dalla strada entrano nel Palazzo. LEANDRO, ROCCO ed altri Giovani vanno e
vengono fermandosi sulla Piazza, cantando e ridendo, Poi LORENZO e LAURA.
Leandro (accompagnandosi colla ghitarra). A te, Venezia bella,
adorata, A te, mia sposa, la serenata. HEVVPETIAIAMITEREZI LIA VITE
RENTAL rara rr ovinanto sinezineneisevazize vecio sinioneee
IVTIPRErTA:Itr rara rirevenaatos aes szereris cva:i0e vice vi’ veve’
’avurecovio sr 0uIvI vare ri [tti STA Hocco (Volgendosi
all’osteria) Leandro, scuotiti! Le mura adori? Vieni ove brillano
Divini amori, Ove donzelle Cotanto belle Potrai
mirar. Coro dei nobili Al convito n’andiam! alla
festa! Leandro Prima di venir alla gran festa Distruggere io
vo’ un'idea funesta! Oste, su via porgetemi Vino di Cipro; a questo
petto ardente Occorre del più vecchio e più potente. Vivan le
belle Danzanti; volano. Gli occhi fiammeggiano Più che le
stelle; Ne’ Joro vortici Mi ruban Vanima. sui Crudo gioir! Più
non mi muovo Suolo dolcissimo, ir belt rrrrrr n
-a-rt-rvreorosoeeriovoe nueva zeranen sonia mise
eeerarmierereriiovnieteacivoteote0ie Nido mio nuovo! Muoio in tue
braccia... Santo delir! | A te, Venezia bella, adorata,
A te, mia sposa, la serenata, Coro AI Convito! n’andiam alla
festa. (S'appressano in una gondola LAURA e LORENZO) Eaurna Sul
mare immenso più non impera
Nè sulla terra che la circonda. Venezia,
è fango la tua bandiera! Lutto e non feste! Pianga e s’ asconda. Core
(con alto di cu iosità) E un amante e la sua Della Che passeggiano
alla luna; Laura sembra la sua stella, Ma egli fa poca
fortuna. Seguiam tutti i vaghi amanti, E vediam, se pur n’ è
dato, In fra i suoni, i balli e i canti Di trovar
l’innamorato. È Lorenzo di Giordano, Che fuggì dal sacro
tempio ; lì Lorenzo... il vil, l’insano Che ne porge un
triste esempio. Lorenzo (con ira). È rivolta a me l’offesa?
L’alma freme, batte il core! Già suonaron l’ultim’ ore; - E voi tutti io
sfiderò. Laura E rivolta a te I’effesa; rato L’alma freme,
batte il core! Già suonaron l'ultim’ ore Io con te li sfiderò.
(LORENZO furente si scaglia contro ROCCO, e gli toglie la spada.
Gli altri NOBILI sguainano. le proprie e si schierano în
fondo) ROMANO dei LOMBARDI entra frettoloso dalla casa di destra,
seguito da servi con torce accese, Bomano Chi grida? Chi chiama? Qual
chiasso villano? Non son cîttadini, ma plebe briaca! Lorenzo, tu? Il
ferro in mano hai snudato? Parla! Che avvenne! Sei pazzo? Ti placa! Laura
(atterrita alla vista del padre) Che mai dirà Al Genitor?...
pa Voce non ha, Non ha più cor. Lorenzo (con timore)
Che mai dirò AI Genitor? Voce non ho, Non ho più
cor.Leandro (con circospezione) Il segno di croce facciamoci... e andiam
via! Quel vecchio è uno sgherro dell’ Inquisizione. Partiamo,
fuggiamo... La belva più ria, E un angelo a petto di questo
demòne. Romane (ai Nobili) Non chiedo ragioni di vostra
contesa, Fra tenebre nacque... in tenebre resti; E calmi la notte
col sonno gli. ardori Di giovani folli, di stolti furori. Partite!
Or è cauto lontani restar. Coro di Nobili (infimoriti da
Romano). Fuggiam dal feroce Vegliardo Romano : Col fiato ne
ammorba Il truce, l’insano; nea Qui tutto è sospetto. Amici,
fuggìam. 1 NOBILI, it CORO, LEANDRO e LAURA sì riti- rano pel ponte
ed entrano nel Palazzo. L’OSTE ha chiuso ed è scomparso durante la rissa,
ROMANO fa un cenno ai Servi di allontanarsi. Romano Vengo, tu
il sai, da Roma; e il Santo Re e Pontefice armava il braccio mio.
‘Or sotto il ferreo terribil manto Della suprema Città di Dio L’
Inquisizione veneta sta; E a Roma solo ubbidirà. Dell’ eresia le
vampe infeste Soffocherò. tutte le teste D’ un colpo all’ idra io
troncherò. Lorenzo Fu il Campanella scoperto e preso?
Romano Libero ei 8° agita... Ma il gran sovrano De’ rei, che Italia
e il mondo ha acceso Contro la Chiesa santa, è Giordano. Presso i
suoi complici quì ascoso stà! Lorenzo Odio quel uomo tanto... tel
giuro. Romano Non basta odiarlo: questo io non curo; Tu quì
arrestarlo ora dovrai: (Musica da ballo neil’interno del
Palazzo) In fra le maschere lo scoprirai, Ed il porrat nelle mie
man. Lorenzo Si chiede un atto di traditor? Romano
Queste ai novizi prove si dan. Lorenzo Tradir ricuso; son uom
d’onor. Romano (con sdegno) A me tu, folle, devi? RANA RARA
pinete Lorenzo Obbedienza! Romano Ed alia Chiesa! Trema. Lorenzo
(soffocando il furore) Obbedienza! Romano Dunque ?...
Lorenzo (con sottomissione) Giordano io scoprirò! Eomano
(ricomponendosi) Tuci giovanili e schictti Modi ti gioveran, se
manca il senno Di età maggior, Tuo sguardo onestà; ispira, K assai
tua voce ad ascoltarti attira. Per la grand’ opra non sarai solo,
D’altri miei fidi 1’ aiuto avrai; Pronto a miei cenni sempre sarai,
Uno per ‘tutti sia il mio voler. Lorenzo (con dolore) L’iniqua trama
ahi mi colpisce! La terra, il cielo pur n’ hanno orror! Vile
è colui, ch’ altri tradisce, Nè v' ha pietade pel traditor. ERomano
(imperioso) Come voglio, sia fatto. Or d’ altro; è m'’ odi. Dal dì
che ardenti e improvidi Sguardi su Laura hai posti, Travolto dalla
subita Cicca passion tu fosti; N | Una rea febbre 1° agita
Tutte le membra o siolto, E vedo nel tuo volto Il
fuoco del delir. Bada! io ti scruto, o giovine, E leggo il tuo
desire; Guai se tal fiamma ignobile Io non vedrò svanire. Tu
sogni; ma chi vigila l'e per tuo ben consiglia; Dimentica mia
figlia, O trema del tuo ardir. (parte da sinistra
mentre sì volge ancora con fiero sguardo su LORENZO).
Lorenzo (con dolore): SO Solo alfin... solo quì sono. Piangere,
impallidir, tremar t’è dato sa Povero cor! Ma dannate in eterno ei Son
mie lacrime in lor foco d'inferno. Ci i . . 0 cielo, perchè l’aere
Fa A Spargi de’ tuoi profumi? CRT a O terra perchè il
giubilo. SA Delle tue stelle assumi? © nare: A me
negata è l'estasi. da D’ ogni dolcezza umana, No: ae
d'ogni gioia lè vana (ale EZIO Larva, che fugge ognor; TERIOS L’
amor che è riso d’ angioli, 0; Di Nel povero mio cor. i
Strazio divien di dèmone, WA Delirio agitator. pr | Amar non
posso... 0° AARON] eta P, ‘L'odio mi restag» SS CE ao ag Son
stretto a questa to; LR 1 sur aRatalità. EI : Vò di te vincere.
| Con santo zelo, .. Servir vo’ il Cielo... E questa l’
ultima . «Mia volontà. (parte con fretta per il ponte). Cala
la Vela. arnie, Affo Secondo onere ge oi SALA NEL
PALAZZO LOREDANO Una splendida sala da Ballo nel Palazzo di
Lore- dano a Venezia, con colonnato per modo che si possa figurare
l’accesso in altre sale. Illuminazione splendidissima. Coro
degl’Invitati ($ acc incanto dell’ebbre sale!
Che ballo immenso! Sarà immortale. Quest’ è la reggia della letizia;
Il, paradiso. d’ ogni. delizia. Deh! non fuggire, tempo; t’
arresta; Bearsi al lungo delir giocondo Della fatata splendida
festa Tutto in. Venezia vorrebbe il mondo. {Gl’invitati
s'allontanano in varie parti)B. entra con cautela e colla maschera in
mano, poi gli amici. drrezadzanzecez anconca n ionici oc. c0100 dna enrici
condiizeo tentoro neo dan'onto oarc rroniòolo /Tasossignor cecanzara anee
Giordano Quì ognun danza e delira
Spensierato e demente. E niun ragiona, E senno e cuore ha
niuno. x tutto quì è in periglio, ove il Leone Alato di
San Marco Prostrato dalla Santa Inquisizione Ai piè,
scordò il ruggito Di cui tremò per secoli ogni lito
(volgendosi in fondo) Ecco gli amici: ma assai lenti e scarsi. Alcuni dei
Primi Luce! Giordano Giustizia a tutti! E Primi E
verità! Alcuni dei Secondi [venendo oltre) Luce !
Giordano Giustizia a tutti E Secondi E libertà!
Giordano Grazie diletti! Sian pochi i detti; Molta l’opra. A
ingannar V'astuta Corio Dei biechi Inquisitori Ho scelto queste
sale Di Loredano. È pronto ognuno ? Coro Ognuno!
Giordano L’ ardir pari del vero alla grandezza? Ed uniti?
Coro Siam tuoi, Giordano Bruno! Giordano e Coro Nel
popol vero s’ incominci 1’ opra: S° illumini! Bugiarda è la
parola Di Roma e il suo Re, che Dio si noma, Sull’ alma i
Papi vogliono l’ impero Per posseder la terra; E coi
libri e col braccio tt Viva facciasi ovunque eterna guerra
Allo spirito, al verbo, a ogni menzogna, Con che farci suoi schiavi Roma agogna LAURA
entra anelante colla maschera in mano. Enura Signor, fuggite!
Giordano Io? no! non fuggo. Coro (insospettito) Fuggiamo. È
pazzo! (fuggono da va»ie aio Giordano (con ira) Vili! Tu hai fede?
(a Laura) ERaunna (sempre ancelante) Gran Dio! In queste sale
Circondavi un estremo ‘ Periglio. Per voi tremo. Fuggite per
pietà. IIIEEZZZE RETETTEZI EXIZZELUPPEE PE CETO CE TI CE CES CECI ICI IA
CIT ALIZICI AZIO LETO EI Va besasnza rea dI gra rirvarai tion
Giordano (simulando) Fuggir? Da chi fuggire? Laura Da
tutti! I delatori, Cui fia virtù tradire, Vi cercano là fuori.
Son mille a me ben noti, Fierissimi e devoti Al sacro
Tribunal. Giordano (sorpreso) Mi conoscete?
Eguana A Padova Vi scorsi il«dì che ardito Nel fiume
vi gettaste, E un fanciullin tornaste Vivo al materno sen. L’
Inquisizion seguiavi Co’ mille sgherri suoi Per arrestarvi; e
voi Tra il popolo festante Poteste in un istante Securo allor
fuggir. Giordano (simulando la calma) Bruno era
quegli, che allor miraste! Io non lo sono!... Mal giudicaste,
.i Laura (sorpresa) Credetti... ho divinato! © ; Voi siete IL GRAN FILOSOFO [cf. Grice: Treat those who are
great and dead as great and living. ]. Giordano
Oh certo s’ è ingannato Il vostro giovin cor. Laura
Perdonate se un lembo alzo del velo, Che a me vasconde... (solleva: dl
velo) Io v' ho scoperto! siete. Celarvi non potete. B. E chi
son io? Laura Giordano Bruno, cittadin di
Nola! (Durante questo colloquio, LORENZO entra da destra, LEANDRO da
sinistra; si fermano in - fondo, e, non veduti funno alto di
attenzione). erimmiberarisisaorizeoeee Mi nisi
bro aravrariszazazezea ripa paio: Lorenza ngi Ho. in mani,
alfin 1, dai i ‘Ch’ ha Italia avvelenato; ‘Salvo da Ini mille:
anime! a Il mondo mi sia. EH 9 Leandro (4. LormNZO | con simulata
ironia) % TAL il salverài, mia “tnamo, È quegli'il gran? ;
Filosofo) di Il celebre Giordanb. VESTA Dal Tribunal del
Dèmoni Ù 1 1 PR. E O ARNO E ‘J RARE.| Baura (| ‘801
‘presa vi ala PISAE) | dia 39 DS IDE Lorenzo! dui GicoL..(a o pi di
te-che mai sarà? F a iI Gietiala (con dolore)
Fui tradito !..-Oh cerudoltà So IV I Santo phrto)
Tana ‘in Cactpnse deg Di palpiti, di ladina, Tempo,non è, mio
cuore; .Salvarlo, fat Miracoli. DERE eo -0t devo ame l'amore. OL
DI Giordano La luce tua mi sfolgora, Fanciulla, nel
pensiero; Se il mio profeta! Libero Trionferà il mio vero.
(poi fissando LORENZO) Quel volto! V° è 1’ immagine Impressa
di Teresa. Misto è quel volto e annunziami La gioia ed il
dolor! (Prendendo per mano LORENZO) Giovane, dimmi: sei tu di
Roma? La tua favella mel dice... Parla! Dimmi: tua madre come
sì noma? Teresa forse? Lorenzo Teresa?... Sì! (In fondo appare ROMANO con SERVI e
SOLDATI poi vengono gl’Invitati). Giordano L’
inquisizione! Oh quale orror! (a Lorenzo) E tu con essa? Ah
traditor! o Io a te la vita diedi e la morte - Tu, iniquo, appresti
al Genitor!... A te l’ inferno schiuda le porte... Sii maledetto,
vil delator.fekresrey=neoan0enen castec pregsone e aosso g@ zor—rorerovrseereeeericrone
cer csvpirtetronert pari o son nen contiene nanenene Lorenzo Tu...
padre mio? Che mai feci io! Padre, perdonami Se pur ancora
‘ Merto pietà. GU INVITATI che riappariscono da destra e
sinistra e detti. GI Envitati e Leandro La festa è
orrenda! Fuggiamo tutti; Qual tradimenti! Keco distrutti Degl’
innocenti Gli almi piacer. Romano Grazie, o Ciel! Nelle mie
mani Or Giordane io vedo tratto! Roma esulti! Il suo desìo
Finalmente è soddisfatto. Lerenzo Orrenda infamia! Tu il. padre mio? Ah
me infelice! Che mai fec? io! Padre, perdonami... O Ciel, pietà! ERA
EeIOrtitiezast:nuvo cene cen vinariesazyaza cc uPONPPA PESSANO MT RI Laura
(a GIORDANO) Delle amarezze il calice Berrò con te,
Giordano; Già in seno il duolo squarciami Il core a brano a
brano; Peno per te, pel figlio Mio primo e solo
amor. Leandro Oh come ovunque penetra La santa
Inquisizione! Come sarà terribile La sua imputazione! In lui
perdiamo un figlio, Che della patria è onor. Giordano (4
LAURA) Ah no! Laura, non piangere... Giordano ha l’alma
forte! Pel Vero è pronto a vincere Il duolo pur di
morte! Dio deh! ritorna il figlio A Laura e al
Genitor, Lorenzo Sento nel seno piovermi D'un aspro
duol le stille!... Il padre... oh! il padre scorgere ab
0); Temon le mie pupille! Com'è infelice un figlio Ribelle al
genitor ! Romano Entro mi serpe un fremito, Che
mi sconvolge il core, Veggendo quest’ eretico Di scismi
banditore, Che, della Chiesa*figlio, Divenne traditor!
Leandro Tu piangi?... Incauto, a Lui {affida Pel suo
perdono; ma l’alma infida Nel suo rimorso gran pena avrà. Coro
(a LORENZO) Che piangi?... Ognuno vile ti grida; Se’ un
traditor; se’ un parricida! Nè Dio, nè il mondo n’avran pietà.
(I SOLDATI circondano GIORDANO e cala la
tela/. IITTTTAAEIAIII RA CORTI IN ROMA
Sala nel palazzo dell’Inquisizione. In
fondo, nel mezzo della parete una cortina nera che chiudela scena,
A sinistra una finestra aperta con ferriata. In fondo un tavolo coperto
con un tappeto nero, a cui siedono il grande INQUISITORE e DUE SCRIVANI;
ai lati siedono gl’INQUISITORI, e, di fronte, GIORDANO, R0MANO e LORENZO,
— Porte a destra e a sinistra. Romano {> iordano! Voi
siete’ D’innanzi ai vostri giudici, al supremo Tribunal della terra!
E qui dovete, Smésso l’antico stile, Risponder vero,
obbediente, umile. “cà ra G. Inquisitore Vostro nome è
Giordan Bruno? Giordano Di Nola. mrantsiorizea nano
(199 AMDI ATTI ANI ANAZANAZA NZ RATTI TIT IATA TERI ri prenpan ianana nananarena
enzana G. Inquisitore Vi conosciamo! Voi correste in terre
D’eretici; lè in Praga, in Francoforte. E predicaste spesso agl’ infedeli
La santissima Chiesa dileggiando Di Roma, tutti i novator
germani Esaltando. D’ Iddio 1’ essenza in false Forme sponeste;
come v’ inspirava Mal talento. D’ Iddio la legge in pubblici
E in segreti convegni commentaste; Le coscienze fùr
guaste. Giordano Mentite! Solo io dissi agli
uomini Il mondo ha una visiera Di antiche, immense tenebre ;
Cerchi la luce vera. Dio vuol che l’uomo spinga L’acuta sua
pupilla Fin dove in cielo brilla L’eterno suo splendor. Coro
d’Inquisitori D’ anime felle Empia utopia! Il tuo,
ribelle, Un Dio non è. Non ha che larve -Tua fantasia; .0 et gi ver disparve ; “Se in eresia ft fo
i AI fuoco, ‘al fuoco: © Sia condannato! 1 “REP carcer. poco,
s ra ! tal OmpIO, egli de (Si apre la cortina’ dalla’ quale
‘escono pina DTA io GRANDE INQUISITORE, quindi ROMANO, poi gli
SCRIVANI, ‘gi ISQUISITORI, ed sea pIoR-SSf DANÒ accompagnato, dalle
GUARDIE.Gala la cortina e solo LORENZO rimane în ‘scend), DÒ
dt e Laura 01,3 LAURA entra dalla' sinisird e presi itasi) di LORENZO in
atto supplichevole). SÉ Roe dia eor ATI v Rat Laura!
moi (HI dÉ tia Koi i È et Loréiizo i «105 si vo MREPSRI
RATA GIL Lorenzo Di ea DO Ur PA Ale 2 i sd Met: la
"I Che vuoi tut ot Raid) fai I n Setdi o SERRA 2
Senti la ToRe.e. un uomo Rico tu soi. “ rE: Lorenzo Tinura!
Da me che brami? Sento straziarmi il cuore. Laura Ah! tu il padre
salvar déi, Se una belva ancor non sei. Lorenzo
Tact Laura! Il ver dicesti È mio padre! Io lo sentìa Quando'.il labbro
suo: terribile. Me colpevole maledia. È mio padre! Ancor lo
sento AI perenne! e fier tormento.‘ ©’ Che m’ opprime e strazia il
cor. Laura Pietà del misero. Tuo genitor. Lorenzo L’accento
tuo terribile E un dardo al traditor. ebic Laura Lorenzo. it i
#1) Ma shananorazi scenza sanacenencacaee cena sane oean coneesccnio naacea
—ea—e@ce0cui0reò’npsQa”ncceinci’’’ ne Agp ipmpasrssssso Lorenzo Nol
posso! Laura Va da me lungi, o perfido, Se nieghi al
genitor Salvar la vita. E sorga il dì terribile
Che ognuno, o traditor, Ti nieghi
aita. Lorenzo Taci! e che far poss’ io? Laura Aiutarmi a
salvarlo; tu lo puoi! ‘Ei fugga da quell’orrida Fossa in serena
terra, Ove su lui degli uomini Taccia sì cruda guerra. Ove un
demén carnefice Non trovi nell’ amico, Nel figlio, un
traditor; Ove il sovran suo spirito Onnipotente e pio
Possa inalzarsi libero Di tutti al Padre, a Dio; E
riabbracciar qui un figlio, Che traviò pentito, Stringendolo al suo
cor.pra, im masasenananasa sesc’poosson costor09 posporooscoesaesose Lorenzo Quell’ardire,
che in volto a te brilla, La speranza, la fede m' ispira: E
una sacra, divina favilla Della fiamma, che tarde nel
cor. Raura e Lorenzo (assieme) Con te nutro la credula speme,
Che a giustizia il trionfo sorrida; Siamo uniti per vincere insieme
Od insieme da forti morir. (partono). Muta la scena. Carcere di B. con
porte in fondo: dentro vedesi un giaciglio di pietra, una seg-
giola ed un tavolo su cuì arde una lampada. A sinistra una scala da cui si
accede agli Uftizii del- l’ Inquisizione. Giordane (seduto sul
giaciglio) Ecco, o Roma, l’eretico In questo tetro carcere
rinchiuso! Del sangue suo dissetinsi I tuoi Inquisitori
Ebbri di gioia in lor ciechi furori! (Gleaso Sul rabido rogo
dall’empio innalzato La fiamma divampa sanguigna e stridente,
Ma in mezzo all'incendio securà possente Del martire invitto
la voce s’ udrà. Il rogo non strugge
la libera idea; Ma, eterna fenice — risorge o sfavilla; Del
vasto creato — nel verbo s'inslilla Te dense tenebre del mondo a
fugar. In mano ai carnefici chi,
miser, mi trasse, Tu fosti, mio figlio;
tu sli maledetto Ma no maledirti, ma no, nol poss’io: La morte è
un trionfo per me, figlio mio! LORENZO apre con furia la porta del fondo
che mette nel carcere; indi entra anche LAURA. Entrambi «$0NO
Raealii in domino nero come i servi dell’Inquisizione. Lorenzo (di piedi
di GIORDANO) Padre mio! Tuo figlio. B. Non sogno!
Lorenzo Si, son io, ch’ hai maledetto; Ma figlio tuo! Ripeti un
altra volta La tua maledizione i Coll’ accento d’ un padre, ed al
mio cuore Più cara suonerà di quel che fora Del sacerdote la benedizione
; Ah! lasciami morir a pieid tuoi. TIrCItIVISIÀ poorrcens ersantisaazuztt=veSnII=TIERERA
TATE conuaca riv ertaziori (apusa ra rara zar sara ra bist enaneronesane B. Felice
è un tal momento! A me t’ adusse Iddio; Ora tu sei redento!
M’ abbraccia, o figlio mio. Lorenzo Padro' i] mio cuore un
balsamo Nella tua voce trova! Col tuo perdon risorgere
Mi sembra a vita nuova. Laura Redento il figlio,
accoglierlo Ben può il paterno core; Quale inattesa grazia
!.., Disparve ogni terrore. Mutti (inginocchiandosi) Gran Dio,
che fra le angoscie Apri a quest’ alma il riso, E mesci ai
loro spasimi In terra un paradiso. A te, che i santi vincoli
Riannodi di natura, Salga da queste mura L’ inno de’
nostri cor. B. (STO ER Dal fondo del cor mio 2/0 SARA Grazie a te
sien, gran Dio! a Pi E | re k » à, s ER wr:
DETTI, e ROMANO, che presentasi in cima della ° dente. Fissa collo
sguardo LORENZO, indi scende rapidamente. Lo seguono il GUARDIANO
Retles va x carceri e i SERVI del S. UHEIZIO: da si ‘Romano
< È Come tu qui?... La figlia ancor Di vedo, ea Oh mio furore '
eco 3 F : x Laura e Lorenzo 00 o O qual terror! > ua |
Romano È Giiordano. Questa ou fatale a me una figlia nn dio Spa ma a
te la vita. (LEANDRO, il GUARDIANO delle carceri ei SERVI. del S.
UFFIZIO mascherati ed armati si ap- d pressano). Lg i VEL 7
Pi AE Li unisoseorevrespropeosovo ” Romano (B.)
Trencar ti voglio, qual vile stelo ; Delle tue carni la terra e il
Cielo Io colle fiamme consolerò. Lorenzo Ed io fidato
m’ ero a tal jena ? Tutto l’inferno qui si scatena, E cielo e terra
han di te orror. Laura e Leandro Sublime martire! La tua gran
vita Tronca in un lampo tra l’infinita Gioia... Qual strazio sento
nel cor! B. Del mio carnefice sul volto scritto Sta col livore
il suo delitto; Solo dal Cielo giustizia avrò. Romano (a°
Soldati) Innanzi al Tribunal condotto sia. Coro (Servi e
Soldati) S'innalza un turbine Di guai novelli. Su de’ fratelli
— Tratti in error. E l’empio eretico < «N° è
lavcagionez 9:13 <L Maledizione Sul corruttor! Al rogo
ignifico ‘ Condotto Sia. © Chi l’eresia Tra noi portò. Legge
inviolabile Il turbolento A tal tormento Già condannò.
RIC FROCIO RA ATONTAITA Gran sala nel Palazzo dell’Inquisizione in Roma.
Nel fondo una Galleria apertà sostenuta da colonne, fra ile quali:
si, aprono grandi fin:stre che lasciano tra- vedere le cupole e i colli
di Roma. Porta: a de- stra e a sinistra. Nel mazzo un tavolo con
quattro candelabri. Siedono al tavolo il grande INQUISITORE, ROMANO e )
UE SCRIVANI. DUE SERVI «ai. lati, quindi gl’ INQUISITORI, i Coro
d'Inquisitori || |) eo nembo dall’aere piove Lupa ' Di
Giordano su:l’empia cervice! "Non v'ha niun che l’appelli
infelice, Non v'ha cor che si muova a pietà. Pronto è il
rogo, la fiamma divampa. E pur essa la vittima è pronta! AI gran Nome
Cristiano quest’onta. Or. dal fuoco purgata sarà. } B.
(appressandosi). O sommo Inquisitor! Giunta è l'estrema Ora, che me
a gran prova... al rogo.... appella! G. Inquisitore (alle guardie)
Fuor della porta vigilate! (le guardie e i servi partono) O
Bruno Di Nola! Quest’ è 1’ora che vi chiama Alla prova del fuoco....
a morte.... 0 a vita Lieta d'ogni uom nel mondo! E a voi concesso
Ciò e’ ha nessuno fu giammai; la scelta Fra la vita e la morte!
Scegliete. E in, vostre man la vostra sorte! Giordano (Mi
tentan!) Che si vuol da ms? Parlate. G. Inquisitore Qui in faccia a
tutti, dichiararvi figlio Della Romana Chiesa ora e in eterno E vi
doniam la vita; rimarrete Prigion; ma al figlio libertà darete! B.
(Dèmone tentator!) Nol vò.... nol posso! G. Inquisitore (qa
RomaANO)] Perduto! Udiste? La sentenza è data! Parte coi
servi, Le guardie circondano GIORDANO e partono). i Romano, in
preda a soffocato sdegno. Cieco sirumento io sono all’empie voglie
Di costoro! Ubbidir sempre... e frattanto Spezzare di mia figlia il
vergin core, Serbando la mia vita al lutto e al pianto! O Laura, tu
l’adori D’averno il rio Filosofo, Che con l'accento magico
Tuo cuor conquise già. Or ei morrà sul rogo!... Ma temo per mia
figlia... Dal duol trafitta, all’empio Vicina ella cadrà!...
Senza la figlia, il padre Più viver non potrà. To l’adoro! In lei
Tiposi Ogni speme ed ogni alta; La mia luce, la mia vita Con
la sua si spegnerà. Volgi, o Dio su me, su lei Un tuo sguardo
protettor, E la figlia, che perdei Deh! ridona al genitor. (ROMANO
parte da sinistra e nell'uscire si. moontra con LAURA).Laura
(apprdssandosi ‘a ROMANO. Ah! padre caro, mi benedici! Quel divin spirto,
che t’empie il core, Io pur lo sento! Odio i nemici Di quel gran
ùomo;-che' giùsto muore. Ma tu, che. il puoi, deh! tu lo salva; Se Do,
«con Lui io morirò. Romano La rea fiamma, che in cor ti VE Per chi
scuote de’ Papi l’impero, Sulla fronte il delitto’ ti Stampa Che tu
svolgi nel cupo pensiero. Salvo tu vuoi Giordano? Iniqua ! Nol sperar...
tu Il chiedi > invano. iLaura (con disperazione) Più di
salvarlo non v' ha speranza! L’ala nel tempo batte spietata! Ah! la fatale
ora 8° avanza. i Con te Giordano io morirò. ( prende il
veleno) A morte infame traggono. ; L’ apostolo del vero; Ma
dal suo rogo. pallida; | La fiamma sorgerà. Che sovra. il cieco
popolo La luce porterà; COLERE Nè più potrassi spegnere Quel fuoco
che foriero Sarà di libertà. Coro frecta judicate filù
hominum Laura Quai voci ascolto! Lugubre E questo il canto
estremo, ch’ora al supplizio adduce- L’apostolo del
Ver. Coro Recta judicate fili hominum Laura Con
te Giordano! Morir voglio! Al gaudio tuo volar desio. {LORENZO e
LEANDRO col corteo funebre s’inol- trano nella scena. GIORDANO Tifo, le
guardie si fa avanti nel mezzo). B. Gran Dio! la vittima. Tu
vedi pronta Il rogo a scendere \a 1 1 Per la tua, fe; CERRI
TERA ee L'ira de’ perfidi, Ovunque. conta, Oggi
terribile Piombò su di me. Coro Etenim in corde iniquilates
operamini; Injustitias manus vestrae concinnant. Lorenzo Si
squarcino le tenebre Or dell’uman pensiero, E torni vivo a
splendere Il sol di verità, Che strugga alla tirannide
L’atroce maestà, E’ incenerisca i fulmini Del mistico
nocchiero Nella futura età. Giordano e Leandro Da’ rei
carnefici Il rogo ardente Pel nuovo martire E posto là;
Ma la giustizia Di Dio clemente Le braccia schiudere A Lui
vorrà. GIORDANO circondato ddlle guardie parte col corteo. Leandro, Cero. In
terra injustitias manus. vestrae concinnant. LORENZO s’appressa a
LAURA, che si troverd, vicina. a ROMANO), i Lorenzo, con
disperazione. O Padre, addio. Per me l’estrema Ora fatale suonata è
già? Guarda tuo figlio, che più non trema Nel vendicare la
verità. A me di Laura l’amor fu tolto: Perchè un mistero buio
sognai. Ah! padre, credilo, tutto: ignorai; Solo or la luce scorgo del Ver. ER
omamno Lorenzo! Lorenzo [trattosi dall’ abito uu
pugnale, si ferisce) Laura! Laura (riavendosi avvicinasi a
LORENZO) Al gaudio Ei vola. Romane (sorreggendo
LORENZO) Serbate a quanti spasimi E il povero mio cor?
o aaravai -ercerecote e merie—i ve oraconcorsoee «n - peacee
-LilsSTFri= pone rete na dor e. Lorenzo È tardi, o padre, il
piangere. Anche Lorenzo... muor! (gli cadde ai piedi). Romano. Odesi
“una campana a lenti rintocchi; avvicinandosi a LAURA e
sorreggendola/ Orribil pena mi strazia il core... Un
disumano fui genitore! Non v’ha infelice al par di me! Laura
(presso LORENZO) Lieta è quest’ ora... della mia vita. Bel paradiso la
via... m’ addita B. Io volo... In ciel. con tel. Da una finestra vedonsi
le fiamme del rogo, ed un urlo di popolo annunzia la fine dello
spettacolo. Cala la tela. PRESENTAZIONE E SOGGETTO DEL CANDELAIO IL LIBRO
A GLI ABBEVERATI NEL FONTE CABALLINO. Voi che tettate di muse da mamma, E che
fiatate su lor grassa broda Col musso, r eccellenza vostra m*oda. Si fed'e
caritad' il cuor v infiamma. Piango, chiedo, mendico un epigramma. Un sonetto,
un encomio, un inno, un oda Che mi sii posta in poppa over in proda. Per
farmene gir lieto a tata e mamma. Eimè ch'in van d'andar vestito bramo. Oimè
ch'i* men vo nudo com'un Eia, E peggio: converrà forse a me gramo Monstrar
scuoperto alla Signora mia Il zero e menchia com'il padre Adamo, Quand'era
buono dentro sua badia. Una pezzentaria Di braghe mentre chiedo, da le valli
Veggio montar gran furia di cavalli. 6 Parte prima ALLA SIGNORA MORGANA B., SUA
SIGNORA SEMPRE ONORANDA. Ed lo a chi dedicarrò il mio Candelaio? a chi, o gran
destino, ti piace ch'io intitoli il mio bel parammfo, il mio bon corifeo P a
chi invlarrò quel che dal sino influsso celeste, in questi più cuocenti giorni,
ed ore più lambic- biccanti, che dicon caniculan, mi han fatto piovere nel
cervello le stelle fìsse, le vaghe lucciole del firmamento mi han crivellato
sopra, il decano de' dodici segni m'ha balestrato in capo, e ne l'orecchie
interne m'han soffiato i sette lumi erranti P A chi s'è voltato, — • dico io, —
a chi riguarda, a chi prende la miraP A Sua Santità P no. A Sua Maestà Cesarea
P no. A Sua Serenità P no. A Sua Altezza, Signoria illustrissima e
reverendissima P non, non. Per mia fé, non è prencipe o cardinale, re,
imperadore o papa che mi ìevarrà questa candela di m.ano, in questo solen-
nissimo offertorio. A voi tocca, a voi si dona; e voi o l'attaccarrete al
vostro cabinetto o la ficcarrete al vostro candeliero in superlativo dotta,
saggia, bella e generosa mia signora Morgana: voi, coltivatrice del campo del-
l'animo mio, che, dopo aver attrite le glebe della sua du- rezza e
assottigliatogli il stile, — acciò che la polverosa nebbia sullevata dal vento
della leggerezza non offendesse gli occhi di questo e quello, — con acqua
divina, che dal fonte del vostro spirto deriva, m'abbeveraste l'intelletto.
Però, a tempo che ne posseamo toccar la mano, per la prima vi indrizzai : Gli
pensier gai; apresso: 11 tronco d'acqua viva. Adesso che, tra voi che godete al
seno d'Abraamo, e me che, senza aspettar quel tuo soc- corso che solea
rifrigerarmi la lingua, desperatamente ardo e sfavillo, intermezza un gran
caos, pur troppo invidioso del mio bene, per farvi vedere che non può far quel
mede- simo caos, che il mio am.ore, con qualche proprio ostaggio e material
presente, non passe al suo marcio dispetto, eccovi la candela che vi vien
porgiuta per questo Candelaio che da me si parte, la qual in questo paese, ove
mi trovo, p otrà chiarir alquanto certe Ombre dell'idee le quali in vero
spaventano le bestie e, come fussero diavoli dan- teschi, fan rimanere gli asmi
lungi a dietro, ed in cotesta patria, ove voi siete, potrà far contemplar
l'animo mio a molti, e fargli vedere che non è al tutto smesso. Salutate da mia
parte quell'altro Candelaio di carne ed ossa, delle quali è detto che « Regnum
Dei non posside- hunt )'; e ditegli che non goda tanto che costì si dica la mia
memoria esser stata strapazzata a forza di pie di porci e calci d'asini: perchè
a quest'ora a gli asini son mozze l'o- r ecchie, ed i porci qualche decembre me
la pagarranno. E che non goda tanto con quel suo detto: « Abiit in regio- nem
longinquam »; perchè, si avverrà giamai ch'i cieli mi concedano ch'io
effettualmente possi dire: « Surgam et ibo », cotesto vitello saginato senza
dubbio sarrà parte della nostra festa. Tra tanto, viva e si governe, ed attenda
a farsi più grasso che non è; perchè, dall'altro canto, io spero di ricovrare
il lardo, dove ha persa l'erba, si non sott'un mantello, sotto un altro, si non
in una, in un'altra vita. Ricordatevi, Signora, di quel che credo che non
bisogna insegnarvi: — Il tempo tutto
toglie e tutto
dà; ogni cosa si muta, nulla s'annichila; è un solo che non può mutarsi,
un solo è eterno e può perseverare eternamente
uno, simile e medesimo. Con questa filosofia l'animo mi s'aggrandisse, e me si magnifica
l'intelletto. Però, qualunque sii il punto di questa sera ch'aspetto, si la
mutazione è vera, io che son ne la notte, aspetto il giorno, e quei che son nel
giorno, aspettano la notte: tutto quel
ch'è, o è qua o là, o vicino o lungi, o
adesso o poi, o presto o tardi. Godete, dunque, e, si possete, state sana, ed
amate chi v'ama. Son tre materie principali intessute insieme ne la presente
comedia: l'amor di Bonifacio, l'alchimia di Bartolomeo e la pedantaria di
Manfuno. Però, pella cognizion Bruno.
distinta de'suggetti, ragglon dell'ordine ed evidenza dell'artificiosa
testura, rapportiamo prima, da per lui,
l'insipido amante, secondo il sordido avaro, terzo il goffo pedante: de'quali
l'insipido non è senza goffaria e sorditezza, il sordido è parimenti insipido e
goffo, ed il goffo non è men sordido ed insipido che goffo. Messer sì, ben
considerato, bene appuntato, bene ordinato. Forse che non ho profetato che
questa comedia non si sarebbe fatta questa sera. Quella bagassa che è ordinata per rapresentar
Vittoria e Carubina, ave non so che mal di madre. Colui che ha da rappresentar
il Bonifacio, è imbnaco che non vede ciel né terra da mezzodì in qua; e, come
non avesse da far nulla, non si vuol alzar di letto; dice: Lasciatemi,
lasciatemi che in tre giorni e mezzo e sette sere, con quattro dui rimieri,
sarrò tra parglioni e pipistregli: sia, voga; voga, sia
>k A me è stato commesso il prologo; e vi giuro eh 'è tanto intricato
ed mdiavolato che son quattro giorni che vi ho sudato sopra, e dì e notte, che
non bastan tutti trombetti e tamburini delle Muse puttane d'Elicona a
ficcarmene una pagliusca dentro la memoria. Or, va' fa il prologo: su battello
di questo barconaccio dismesso, scasciato, rotto, mal'impeciato, che par che,
co crocchi, rampini ed arpagoni, sii
stato per forza tirato dal profondo abisso; da molti canti gli entra l'acqua
dentro, non è punto spalmato; e vuol uscire e vuol fars' in alto mareP lasciar
questo sicuro porto del Mantraccio. far partita dal Molo del silenzio? L'autore, si voi lo conosceste, dirreste
ch'ave una fisionomia smarrita: par che sempre sii in contemplazione delle pene
dell'inferno, par sii stato alla
pressa ccome le barrette: un che ride
sol per far comme fan gl’altri: per il più, lo vedrete fastidito, restio e
bizarro, non si contenta di nulla, ritroso come un vecchio, fantastico com'un
cane ch'ha ricevute mille spellicciate, pasciuto di cipolla. Al sangue, non
voglio dir de chi, lui e tutti quest'altri filosofi, poeti e pedanti la più
gran nemica che abbino è la ricchezza e beni: de quali mentre col lor cervello fanno notomia, per
tema di non essere da costoro da dovero sbranate, squartate e dissipate, le
fuggono come centomila diavoli, e vanno a ritrovar quelli che le mantengono
sane ed m conserva. Tanto che io, con servir simil canaglia, ho tanta della
fame, tanta della fame,
L’arte supplisce al difetto della natura, Bonifacio. Or, poi ch'a la
mal'ora non posso far che questa
traditora m'ame, o che al meno mi remiri con un simulato amorevole sguardo
d'occhio, chi sa, forse quella che non han mossa le paroli di Bonifacio, l'amor
di Bonifacio, il veder spasmare Bonifacio, potrà esser forzata con questa
occolta filosofìa. Si dice che l'arte magica è di tanta importanza che contra
natura fa ritornar gli fiumi a dietro, fissar il mare, muggire i monti,
intonar l'abisso, proibir il sole,
despiccar la luna, sveller le stelle, toglier il giorno e far fermar la notte:
però l'Academico di nulla academia, in quell'odioso titolo e poema smarrito, disse:
Don a rapidi fiumi in su ritorno. Smuove de Volto del V aurate stelle. Fa sii
giorno la notte, e notfil giorno. E la luna da lorhe proprio svelle E gli
cangia in sinistro il destro corno, E del mar Fonde ingonfia e fissa quelle. Terra, acqua, fuoco ed aria
despiuma, Ed al voler uman fa cangiar piuma. 0 Candelaio, Di tutto si potrebbe
dubitare; ma, circa quel ch'ultimamente dice quanto all'efifetto d'amore, ne
veggiamo l'esperienza d'ogni giorno. Lascio che del magistero di questo
Scaramurè sento dir cose maravlgliose a fatto. Ecco: vedo un di quei che
rubbano la vacca e poi donano le corna per
l'amor di Dio. Veggiamo che porta di bel novo. M. Bonifacio, M.
Bartolomeo ragionano; Pollulo e Sanguino, occoltì, ascoltano. Bart. Crudo
amore, essendo tanto ingiusto e tanto violento il regno tuo, che voi dir che
perpetua tanto P perchè fai che mi fugga quella ch'io stimo e adoro P perchè
non è lei a me, come io son cossi strettissimamente a lei legato P si può
imaginar questo P ed è pur vero. Che
sorte di laccio è questa P di dui fa l'un incatenato all'altro, e l'altro più
che vento libero e sciolto. BoN. Forse ch'io son soloP uh, uh uh. Bart. Che
cosa avete, messer Bonifacio mioP piangete la mia penaP BoN. Ed il mio martire
ancora. Veggo ben che sete percosso, vi veggio cangiato di colore, vi ho udito
adesso lamentare, intendo il vostro male, e, come partecipe di medesma passione e forse peggior, vi
compatisco. Molti sono de'giorni che t’ho visto andar pensoso ed astratto,
attonito, smarrito, come credo eh altri mi veggano, scoppiar profondi suspir
dal petto, cogl’occhi molli, Diavolo! dicevo io a costui non è morto qualche
propinquo, familiare e benefattore; non ha lite in corte; ha tutto il suo
bisogno, non se gli minaccia male, ogni cosa gli va bene; io so che non fa troppo conto di soi
peccati; ed ecco che piange e plora, il cervello par che gli stii in cimhalis
male sonantibus: dunque è inamorato, dunque qualche umore flemmatico o colerico
o sanguigno o melancolico non so qual sii questo umor cupidinesco gli è montato
sulle testa. Adesso ti sento proferir queste dolce parole: conchiudo più
fermamente che di quel tossicoso mele
abbi il stomaco ripieno. L'innamorato e
le arti magiche d'amore Bari. Oimè, ch'io son troppo crudamente preso dai suoi
sguardi! Ma di voi mi maraviglio, messer Bonifacio, non di me che ho per moglie
una sgrignuta: voi avete una bellissima mogliera più bella della quale non è
facile trovar in Napoli; e sete inamoratoP
BoN. Pelle paroli che adesso voi avete detto, credo che sappiate quanto su imbrogliato e spropositato
il regno d'amore. Si volete saper l'ordine, o disordine, di miei amori,
ascoltatemi, vi priego. Bart. Dite,
messer Bonifacio, che non siamo come le bestie ch'hanno il coito servile
solamente pell'atto della generazione, però hanno determinata legge del tempo e
loco, come gl’asini ai quali il sole, particulare o principalemente il maggio,
scalda la schena, ed in climi caldi e
temperati generano, e non in freddi, come nel settimo clima ed altre parti più
vicine al polo; noi altri in ogni tempo e loco. BoN. Io ho vissuto al mondo
talmente che con mulieribus non sum coinquinato; gionto che fui quando
pell'ordinario suol infreddarsi l'amore e cominciar a venir meno. Bart. In
altri cessa, in altri si cangia. BoN.
suol cominciar a venir meno,
com'il caldo al tempo dell'autunno, allora sono preso dall'amor di Carubina.
Questa mi parve tra tutte l'altre belle bellissima; questa mi scaldò, questa
m'accese in fiamma talmente, che mi bruggiò di sorte, che son dovenuto esca.
Or, pella consuetudine ed uso continuo tra me e lei, quella prima fiamma
essendo estinta, il cuor mio è rimasto facile ad esser acceso da nuovi fuochi.
Bart. S'il fuoco fusse stato di meglior tempra, non t'arrebbe fatto esca ma
cenere; e s'io fusse stato in luoco di
vostra moglie, arrei fatto cossi. BoN.
Fate ch'io finisca il mio discorso, e poi dite quel che vi piace. Bart. Seguite quella bella
similitudine. BoN. Or, essendo nel mio
cor cessata quella fiamma che l'ha temprato in esca, facilmente fui questo
aprile da un'altra fiamma acceso. Bart.
In questo tempo s'mamora Petrarca, e gl’asini anch'essi, cominciano a rizzar la
coda. BoN. Come avete detto. Bart. Ho
detto che in questo tempo s'inamora Petrarca, e gl’animi, anch'essi, si
drizzano alla contemplazione: perchè i spirti nell'inverno son contratti pel
freddo, nell'estade pel caldo son dispersi, la primavera sono in una mediocre e
quieta tempratura onde l'animo è piij
atto, pella tranquillità della disposizion del corpo che lo lascia
libero alle sue proprie operazioni. BoN.
Lasciamo queste filastroccole, venemo a
proposizio. Allora, essendo io ito a spasso e Pusilipo dagli sguardi
della signora Vittoria fui sì profondamente saettato, e tanto arso da'suoi
lumi, e talmente legato da sue catene, che
oimè. Bart. Questo animale che chiamano amore, pel più suole assalir colui ch'ha poco da pensare e
manco da fare: non eravate voi andato a spasso?
BoN. Or voi fatemi intendere il versaglio dell'amor vostro, poi che m'avete
donata occasion di discuoprirvi il mio. Penso che voi ancora deviate prendere
non poco refrigerio, confabulando con quelli che patiscono del medesmo male, si
pur male si può dir l'amare. Bart.
Nominativo: la signora Argenteria
m'affligge, la signora Orelia m'accora. BoN. Il mal'anche Dio dia a te, e a lei
ed a lei. Bart. Genitivo: della signora Argenteria ho cura, della signora
Orelia tengo pensiero. BoN. Del cancaro
che mange Bartolomeo, Aurelia ed Argentina. Bart. Dativo: alla signora
Argenteria porto amore, alla signora Orelia suspiro; alla signora Argenteria ed
Orelia comunmente mi raccomando. BoN.
Vorrei saper che diavol ha preso costui. Vocativo: o signora Argenteria, perchè mi lasci? o signore Orelia,
perchè mi fuggi P BoN.
Fuggir ti possano tanto che non possi aver mai bene! va'col diavolo, tu sei
venuto per burlarti di me! Bari. E tu resta con quel dio che t'ha tolto il
cervello, se pur è vero che n'avesti giamai. DISIMPLICATURA Io vo a negociar
pelle mie padrone. BoN. Guarda, guarda con qual tiro, e con quanta facilità,
questo scelerato me si ha fatto dir quello che meglio sarrebbe
stato dirlo a
cinquant'altri. Io dubito con questo amore di aver sin ora raccolte le
primizie della pazzia. Or, alla mal'ora, voglio andar in casa ad ispedir Lucia.
Veggo certi furfanti che ridono: sùspico ch'avranno udito questo diavol de
dialogo, anch'essi. Amor ed ira non si puot'ascondere. ScARAMURÈ, Bonifacio,
Ascanio, ScAR. Ben trovato, messer
Bonifacio. BoN. Siate il molto ben venuto, signor Scaramurè, spe;anza della mia vita
appassionata. ScAR. Signum affecti animi. BoN. Si V. S. non rimedia al mio
male, io son morto. SvAR. Sì come io vedo, voi sete inam.orato. BoN. Cossi è:
non bisogna ch'io vi dica più. ScAR. Come mi fa conoscere la vostra fisionomia,
il computo di vostro nome, di vostri parenti o progenitori, la signora della
vostra natività fu «Venus retrograda in
signo masculino; et hoc f or tasse in G eminibus vigesimo septimo grada: che
significa certa mutazione e conversione nell'età di quarantasei anni, nella
quale al presente vi ritrovate. BoN. A punto, io non mi ricordo quando nacqui;
ma, per quello che da altri ho udito dire, mi trovo da quarantacinque anni in
circa. ScAR. Gli mesi, giorni ed ore computare ben io piìi distintamente,
quando col compasso arò presa la
proporzlone dalla latitudine dell'unghia maggiore alla linea vitale, e
distanza dalla summità dell'annulare a quel termine del centro della mano, ove
è designato il spacio di Marte; ma basta per ora aver fatto giudicio cossi
universale et in communi. Ditemi, quando fùstivo punto dall'amor di colei per
averla guardato, a che sito ti stava
ellaP a destra o a sinistra P BoN. A sinistra. ScAR. Arduo opere
nanciscenda. Verso mezzogiorno o settentrione, oriente o occidente, o altri
luoghi mtra questi P BoN. Verso mezzogiorno. ScAR. Oportet advocare septentrionales.
Basta, basta: qui non bisogna altro; voglio effectuare il tuo negocio con magia
naturale, lasciando a
maggior opportunità le
superstizioni d'arte più
profonda. BoN. Fate di sorte ch'io accape il negocio, e sii come si
voglia. ScAR. Non vi date impaccio, lasciate la cura a me. La cosa già fu per fascinazione
P BoN. Come per fascinazione P io non intendo – H. P. Grice: SIGNIFY --. ScAR. Idest, per averla guardata, guardando lei
anco VOI. BoN. Sì, signor sì, per fascinazione. ScAR. Fascinazione si fa pella virtù
d’un spirito lucido e sottile, dal calor del core generato di sangue più puro, il
quale, a guisa di raggi, mandato fuor de gli occhi aperti, che con forte imaginazion
guardando, vengono a ferir la cosa guardata, toccano il core e sen vanno ad afficere
l'altrui corpo e spirto o d’affetto d’amore o d’odio o d’invidia o di maninconia
o altro simile geno di passibili qualità. L'esser fascinato d'amore adviene, quando, con frequentissimo over, benché istantaneo,
intenso sguardo un occhio coll'altro, e reciprocamente un raggio visual coll'altro
si rincontra, e lume con lume s’accopula. Allora si gionge spirto a spirto; ed il
lume superiore, inculcando l'inferiore, vengono a scintillar pegl’occhi, correndo
e penetrando el spirto interno che sta radicato al cuore; e cossi commuoveno amatorio
incendio. Però, chi non vuol esser fascinato,
deve star massimamente cauto e far buona guardia negl’occhi, li quali, in atto d'amore,
principalmente son fenestre dell'anima: onde quel detto: Averte, averte oculos tuos.
Questo, pel presente, basti; noi ci revedremo a più bell'aggio, provedendo alle
cose necessarie. BoN. Signor, si questa cosa farete venir al butto, v’accorgerete
di non aver fatto servizio a persona ingrata.
ScAR. Misser Bonifacio, vi fo INTENDER – H. P. GRICE: MEAN -- questo: che voglio
io prima esser grato a voi, e poi son certo, si non mi sarete grato, mi doverete
essere. BoN. Comandatemi, che vi sono affezionatissimo, ed ho gran speranza nella
prudenza vostra. AscANio, ScARAMURÈ, Bonifacio. Asc. Oh, ecco messer Bonifacio mio
padrone. Misser, siamo qui con il Signor
eccellentissimo e dottissimo, il signor Scaramurè. BoN. Ben venuti. Avete dato ordine
alla cosaP è tempo di far nulla P ScAR. Come nulla P ecco qui l’imagine di cera vergine,
fatta m suo nome; ecco qui le cinque aguglie che gli devi piantar in cinque parti
della persona. Questa particulare, pili grande che l’altre, li pungerà la sinistra
mammella: guarda di profondare troppo dentro,
perchè fareste morir la paziente. BoN. Me ne guardarò bene. ScAR. Ecco, ve là dono in mano; non fate che d’ora
avanti la tenga altro che voi. Voi, Ascanio, siate secreto, non fate ch’altra persona
sappia questi negocii. BoN. Io non dubito
di lui: tra noi passano negocii più secreti di questo. ScAR. Sta bene. Farete, dunque,
far il fuoco ad Ascanio di legne di
pigna o d’oliva o di lauro, si non possete farlo di tutte tre materie insieme.
Poi arrete d'incenso, alcuna- mente esorcizato o incantato; co la destra mano lo gettarete al fuoco; direte tre volte:
/4urum thus; e cossi verrete ad incensare e fumigare la presente imagine, la qual
prendendo in mano direte tre volte: Sine quo nihil; oscltarete tre volte cogl’occhii
chiusi, e poi, a poco a poco, svoltando verso
il caldo del fuoco la presente imagine, guarda che non si liquefacela, perchè morrebbe
la paziente, BoN. Me ne guardar© bene. ScAR. ...la farrete tornare el medesmo lato tre volte,
insieme insieme tre volte dicendo: Zalarath
Zhalaphar nectere vincula: Caphure, Mìrion, sarcha Vitloriae, come sta notato
in questa cartolina. Poi, mettendovi al contrarlo sito del fuoco verso l'occidente, svoltando la imagine colla
medesma forma, quale è detta, dirrete pian piano: Felaphthon disamis festino barocco
daraphti – H. P. Grice: “Possibly the only Latin that some logicians ever
learn!” --. Celantes dahitis fapesmo frises omorum '>K II che tutto avendo fatto e detto, lasciate ch'il
fuoco s’estingua da per lui; e locarrete la figura in luoco secreto, e che non su
sordido, ma onorevole ed odorifero. BoN. Farro cossi a punto. ScAR. Sì, ma bisogna ricordarsi ch'ho spesi cinque scudi alle
cose che concorreno al far dell’imagine. BoN.
Oh, ecco, li
sborso. Avete speso
troppo. ScAR. E bisogna ricordarvi di me. BoN. Eccovi questo per ora; e poi
farò di ventaggio assai, si questa cosa verrà a perfezione. ScAR. Pazienza! Avertite,
messer Bonifacio, che, si voi non la spalmarete bene, la barca correrà malamente.
BoN. Non intendo. ScAR. Vuoi dire che bisogna onger ben bene la mano: non sapete
P BoN. In nome del diavolo, lo procedo per via d'incanti, per non aver occasione
di pagar troppo! Incanti e contanti. ScAR. Non indugglate. Andate presto a far quel
che vi è ordinato, perchè Venere è circa l'ultimo grado di Pesci; fate che non
scorra mezza ora, che son trenta minuti di Ariete. BoN. A Dio, dunque, Andiamo,
Ascanlo. Cancaro a Venere, e... ScAR. Presto, a la buon'ora, caldamente!
Bonifacio, solo. (^> Per quel che costei me dice, io credo di avere
approssi- mata le imagine tanto presso al fuoco, che quasi si sarebbe
liquefatta: penso d'averla troppo scaldata. Guarda come la povera donna viene
tormentata dall'amore: per mia fé, che non ho possuto contener le lacrime. Si
messer Scaramurè, che Dio li dia il bon giorno e la buona sera, che adesso
conosco per propria esperienza che è un galantissimo uomo, — non mi avesse
avertito con dirmi — Guarda che non si liquefaccia; — io certamente arrei fatta
qualche pazzia ch'io non ardisco tra me stesso dirla. Or, va' numera l'arte
maggica tra le scienze vane! Bruno. In tristiUa hilaris, etc.ARTI E DEBOLEZZE
DI DONNE Signora VITTORIA, sola. Aspettare e non venire è cosa da morire. Si se
farà troppo tardi, non si potrà far nulla per questa volta; e non so SI se
potrà di bel nuovo offrirsi tale occasione, come si presenta questa sera, di
far che questa pecoraccia rac- coglia 1 frutti degni del suo amore. Quando mi
credevo di guadagnar una dote co l'amor di costui, sento dir che cerca d'affatturarmi,
con l'avermisi formata in cera. E potrebbe giamai l'unita forza, fatta del
profondo inferno, giunta alla efficacia che si trova ne' spirti de l'aria e
l'ac- qui, far ch'io possa amar un che non è soggetto amoroso? Si fusse il Dio
d'amore istesso, bello quanto si voglia, si sarà egli povero o ver, che tutto
viene ad uno, avaro, ecco lui morto di freddo; e tutto il mondo agghiac- ciato
per lui. Certo, quel dir povero, over avaro, è un mi- serabile e
svergognatissimo epiteto, che fa parer brutti i belli, ignobili i nobili,
ignoranti i savii, ed impotenti i forti. Tra noi che si può dir più che reggi,
monarchi ed imperadon? questi pure, si non arran de quibus, si non farran
correre gli de quibus, saran come statue vecchie d'al- tari sparati, a' quali
non è chi faccia riverenza. Non pos- siamo non far differenza tra il culto
divino e quello di mortali. Adoriamo le sculture e le imagini, ed onoriamo il
nome divino scritto, drizzando l'intenzione a quel CandelaioArti e debolezze di
donne che vive. Adoramo ed onoramo questi altri Dei, driz- zando la intenzione
e supplice devozione alle lor imagini e sculture, perchè, mediante queste,
premiino i vir- tuosi, inalzino i degni, defendano gli oppressi, dilatino i lor
confini, conservino i suoi, e si faccino temere de- l'aversarie forze: il re,
dunque, ed imperator di carne ed ossa, si non corre sculpito, non vai nulla.
Or, che dun- que sarà di Bonifacio, che, come non si trovassero uomini al
mondo, pensa d'essere amato per gli belli occhii suoi P Vedete quanto può la
pazzia ! Questa sera intenderà che possan far contanti; questa sera spero che
vedrà l'effetto della sua incantazione. Marta, sola, ^i) Meschina me ! io lo
dico, io lo so, io l'esperimento. Ero più contenta, quando questo zarrabuino di
mio ma- nto non avea tanto da spendere, che non potrei essere al dì d'oggi.
Allora giocavamo a gamba a collo, alla stret- tola, a infilare, a spaccafico,
al sorecillo, alla zoppa, alla sciancata, a retoncunno, a spacciansieme, a
quattro spinte, quattro botte, tre pertosa, ed un buchetto. Con queste ed altre
devozioni passavamo la notte e parte del giorno. Adesso, perchè ha scudi di
vantaggio per la eredità di Puc- ciolo — che gli sii maledetta l'anima, anco si
fusse in seno di Abrammo! — ecco lui posto in pensiero, angosce, travagli, tema
di fallire, suspicion d'esser rubbato, ansia di non essere ingannato da questo,
assassinato da quello altro; e va e viene, e trotta e discorre, e sbozza ed
imbozza, e macina e cola, e soffia vintiquattro ore del giorno. Tra tanto,
oggi, gran mercè a Barra, che, se lui non fusse, po- trei giurare, che più dì
sette mesi sono, che non me ci ha piovuto. Ieri, feci dir la messa di Sant'Elia
contro la sic- cità; questa mattina, ho speso cinque altre grana de li- mosina
per far celebrar quella di S. Gioachimo ed Anna, la quale è miracolosissima a
riunir il marito co la moglie. Si non è difetto di devozione dal canto del
prete, io spero di ricevere la grazie, benché ne veggo mala vegilia: che, in
loco di lasciar la fornace e venirme in camera, oggi è uscito, più del dover,
di casa, che mi bisogna a questa ora di andarlo cercando. Pure, quando men la
persona si pensa, le gracie si adempiscono. Gio. Bernardo e Carubina. (')
Carubina Olmè, messer Gio. Bernardo, io ho ben tenero il core! Facilmente credo
quel che dite, benché siino in proverbio le lusinghe d'amanti. Però desidero
ogni consolazion vostra; ma, dal canto mio, non é possibile senza pregiudizio
del mio onore. Gio. B. Vita della mie vita, credo ben che sappiate che cosa è
onore, e che cosa anco su disonore. Onore non é altro che una stima, una
riputazione; però sta sempre intatto l'onore, quando la stima e riputazione
persevera la medesma. Onore è la buona opinione che altri abbian di noi: mentre
persevera questa, persevera Tonore. E non è quel che noi siamo e quel che noi
facciamo, che ne rendi onorati o disonorati, ma sì ben quel che altri stimano,
e pensano di noi. CaR. Sii che si vogli de gli omini, che dirrete in con-
spetto de gli angeli e de' santi, che vedeno il tutto, e ne giudicano P Gio. B.
Questi non vogliono esser veduti più di quel che si fan vedere; non vogliono
esser temuti più di quel che si fan temere; non vogliono esser conosciuti più
di quel che si fan conoscere. Car. Io non so quel che vogliate dir per questo;
queste paroli io non so come approvarle, né come riprovarle: pur hanno un certo
che d'impietà. Gio. B. Lasciamo le dispute, speranza dell'anim.a mia. Fate, vi priego, che non in vano v'abbia
prodotta cossi bella il cielo: il quale, benché di tante fattezze e grazie vi
sii stato liberale e largo, è stato però, dall'altro canto, a voi avaro, con
non giongervi ad uomo che fa caso di quelle, ed a me crudele, col farmi per
esse spasimare, e mille volte il giorno morire. Or, mia vita, più dovete curare
di non farmi morire, che temer in punto alcuno che si scemi tantillo del vostro
onore. Io liberamente m’ucciderrò si non sarrà potente il dolore a farmi
morire, si, avendovi avuta, come vi ho,
comoda e tanto presso, di quel che mi è pm caro che la vita dalla crudel fortuna
rimagno defraudato. Vita di questa alma afflitta non sarrà possibile che sia in
punto leso il vostro onore, degnandovi di darmi vita; ma si ben necessario
ch'io muoia essendomi voi crudele. Car.
Di grazia, andiamo in luoco più remoto, e non parliamo qui di queste cose. IN
TAVERNA Barra, Marca. Marc. O vedi il mastro Manfurio che
sen va. Bar. Lascialo col diavolo!
Seguite il proposito incominciato: fermamoci qua. Marc. Or dunque, ier sera,
all'osteria del Cerriglio, dopo che ebbemo benissimo mangiato, sin tanto che
non avendo lo tavernaio del bisogno, lo
mandaimo a procacciar altrove per fusticelli, cocozzate, cotugnate, ed altre
bagattelle da passar il tempo. Dopo che non sapevamo che più dimandare, un di
nostri compagni fìnse non so che debilità; e Toste essendo corso coll'aceto, io
dissi: Non ti vergogni, uomo da poco! camina, prendi dell'acqua namfa, di fiori
di cetrangoli, e porta della malvasia di Candia. Allora il tavernaio non so che si rinegasse egli, e poi
comincia a cridare, dicendo: In nome del diavolo, sete voi marchesi o duchi?
sete voi persone di aver speso quel che avete speso? Non so come la farremo al
far del conto. Questo che dimandate, non è cosa d’osteria. Furfante, ladro,
mariolo, dissi io, pensi ad aver a far con pan tuoi? tu sei un becco cornuto,
svergognato. Hai mentito per cento
canne, disse lui. Allora, tutti insieme, per nostro onore, ci alzaimo di
tavola, ed acciaffaimo, ciascuno, un spedo di que'più grandi, lunghi da diece
palmi.. Bar. Buon principio, messere. Marc. li quali ancor aveano la provisione
infilzata; ed il tavernaio corre a prendere un partesanone; e dui di suoi
servitori due spadi rugginenti. Noi, benché fussimo sei con sei spedi più
grandi che non era la partesana, presimo
delle caldaia, per servirne per scudi e rotelle. Bar. Saviamente. Marc. Alcuni
si puosero certi lavezzi di bronzo in testa per elmetto over celata. Bar.
Questa fu certo qualche costellazione che puose in esaltazione i lavezzi,
padelle e le caldaie. Marc. E cossi bene armati, reculando, ne andevamo
defendendo e retirandoci pelle scale in giù, verso la porta, benché facessimo fìnta di farci avanti. Bar. Bel
combattere! un passo avanti e dui a dietro, un passo avanti e dui a dietro:
disse il signor Cesare da Siena. Marc. Il tavernaio quando ci vedde molto più
forti e timidi più del dovero, in loco di gloriarsi, come quel che si porta
valentemente, entra in non so che suspizione: Bar. Ci sarebbe entrato
Scazzolla. Marc. pel che, buttata la partesana in terra, comandò a sua
servitori che si retirassero, che non volea di noi vendetta alcuna. Bar.
Buon'anima da canonizzare. Marc. E
voltato a noi disse: Signori gentiluomini, perdonatime, io non voglio
offendervi de dovero! di grazia, pagatemi ed andiate con Dio! Bar. AUor
sarrebbe stata bene qualche penitenza coll'assoluzione. Marc. Tu ci voi
uccidere, traditore: dissi io; e con questo puosemo i piedi fuor della porta.
Allora l'oste desperato, accorgendosi che non accettavamo la sua cortesia e
devozione, riprese il partesanone, chiamando aggiuto di servi, figli e moglie.
Bel sentire! l'oste cridava: Pagatemi, pagatemi; gli alti stridevano:
A'marioli, a'marioli! ah, ladri traditori! Con tutto ciò, nisciun fu tanto
pazzo che ne corresse a dietro, perché l'oscurità della notte faurlva più noi che altro. Noi, dunque, temendo il sdegno
ostile, idest dell'oste, fuggivimo ad una stanza apresso li Carmini, dove, per
conto fatto, abbiamo ancor da farne le spese per tre giorni. Bar. Far burla ad
osti è far sacrifìcio a nostro Signore; rubbare un tavernaio è far una
limosina; in batterlo bene consiste il merito di cavar un'anima di purgatorio!
Dimmi, avete saputo poi quel che seguitò
nell'ostariaP Marc. Concorsero molti, de quali altri pigliandosi spasso
altri attristandosi, altri piangendo, altri ridendo, questi consigliando,
quelli sperando, altri facendo un viso, altri un altro, altri questo linguaggio
ed altri quello: era veder insieme comedia e tragedia e chi sona a gloria e chi
a mortoro. Di sorte che chi volesse vedere come sta fatto il mondo derebbe
desiderare d'esservi stato presente. Bar. Veramente la fu buona. Ma io che non
so tanto di rettorica, solo soletto, senza compagnia, l'altr'ieri, venendo da
Nola per Pumigliano, dopoi ch'ebbi mangiato, non avendo tropo buona fantasia di
pagare, dissi al tavernaio: Messer osto, vorrei giocare. A qual gioco, disse lui, volemo giocare qua
ho de tarocchi. Risposi: A questo
maldetto gioco non posso vencere, perchè ho una pessima memoria. Disse lui: Ho
di carte ordinarie. Risposi: Saranno forse segnate, che voi le conoscerete.
Avetele che non siino state ancor adoperate? Lui rispose de non. Dunque,
pensiamo ad altro gioco. Ho le tavole, sai. Di queste non so nulla. Ho de scacchi, sai? Questo gioco mi farebbe
rinegar Cristo. Allora, gli venne il senapo in testa: A qual, dunque, diavolo
di gioco vorrai giocar tu? proponi Dico
io: A stracquare a palle maglio. Disse
egli: Come, a pall'e maglio P vedi tu qua tali ordegni P vedi luoco da posservi
giocare? Dissi: A la mirella? Questo è gioco da fachini, bifolchi e
guardaporci. A cinque dadi? Che diavolo
di cinque dadi? mai udivi di tal gioco. Si vuoi, giocamo a tre dadi. Io gli
dissi che a tre dadi non posso aver sorte. Al nome di cinquantamila diavoli, disse lui, si vuoi
giocare, proponi un gioco che possiamo farlo e voi ed io. Gli dissi: Giocamo a
spaccastrommola. Va', disse lui, che tu mi dai la baia: questo è gioco da
putti, non ti vergogni? Or su, dunque, dissi, giocamo a correre. Or, questa è
falsa disse lui. Ed io soggionsi: Al sangue dell'Intemerata, che giocarai! Vuoi
far bene, disse, pagami; e si non vuoi andar con Dio, va'col prior de'diavoli!
Io dissi: Al sangue delle scrofole, che giocarai! E che non gioco? diceva. E
che giochi? dicevo. E che mai mai vi giocai P.
E che vi giocarrai adesso. E che non voglio? E che vorrai? In
conclusione, comincio io a pagarlo colle calcagne, ideste a correre; ed ecco
quel porco chepoco fa dice che non volea giocare, e giurò che non volea
giocare, e giocò lui, e giocorno dui altri suoi guattari: di sorte che, per un
pezzo correndomi a presso m’arrivorno e giunsero colle voci. Poi, ti giuro,
pella tremenda piaga di S. Rocco che né io l'ho più uditi né essi m’hanno più
visto. CASTIGO E BEFFE PLAUDITE Barra,
Marca, Corcovizzo, Manfurio, Sanguino, ASCANIO. Bar. Quell'altro è ispedito.
Che vogliam far di costui, del domino Magister?
Sang. Questo porta sue colpa sulla fronte non vedi c'hè stravestito? non
vedi che quel mantello è stato rubbato a Tiburolo? Non l'hai visto che fugge la
corte? Marc. E vero; m’apporta certe
cause verisimile. Bar. Per ciò non deve dubitare d'andar priggione. Manf.
Verum; ma cascarrò in derisione app>o miei scolastici e di altri per i casi
che me si sono aventati al dorso. Sang. Intendete quel che vuol dir costui? orc. Non l'intenderebbe Sansone. Sang. Or
su, per abbreviarla, vedi, Magister, a che cosa ti vuoi resolvere: si volete
voi venir piggione, over donar la bona mano alla compagnia di que'scudi che ti
son rimasti dentro la giornea, perchè, come dici, il mariolo ti tolse sol
quelli ch'avevi in mano per cambiarli. Mane. Minime, io non ho altrimente
veruno. Quelli che avevo, tutti mi furon tolti, ita, mehercle, per lovem, per
Altitonantem, vos sidera testar. Sang. Intendi quel che ti dico. Si non voi
provar il stretto della Vicaria, e non hai moneta, fa'elezione d una delle
altre due: o prendi diece spalmate con questo ferro di correggia che vedi, o
ver a brache calate arrai un cavallo de cmquanta staffilate: che per ogni modo
tu non ti partirrai da noi, senza
penitenza di tui falli. Manf. Duobus propositis malis
minus est tolerandum, sìcut duobus propositis bonis melius est eligendum: dicit
Peripateticorum princeps, Asc. Maestro, parlate che siate inteso, perchè
queste son gente sospette. Bar. Può esser che dica bene costui, allor che non
vuol esser inteso? Manf. Nil mali vobis
imprecar: io non vi impreco male. Sang. Pregatene ben quanto volete che da noi
non sarrete essaudito. CoRC. Elegetevi presto quel che vi piace, o vi legarremo
meglio e vi menarremo. Manf. Minus pudendum erit palma feriri, quam quod
congerant in veteres flagella nates: id non puerile est. Sang. Che dite voi?
che dite, in vostra mal'ora? Manf. Vi offro la palma. Sang. Tocca Uà,
Corcovizzo, da'fermo. CoRC. Io do. Taf, una.
Manf. Oimmè, lesus, of! Coro.
Apri bene l'altra mano. Taf, e due. Manf. Of, of, lesus Maria. CoRC. Stendi ben
la mano, ti dico; tienla dritta cossi. Taff, e tre. Manf. Oi oi, oimmè, uf, of
of of, per amor della Passion del nostro Signor Jesus. Potius fatemi alzar a
cavallo perchè tanto dolor suffrir non posso nelle mani. Sang. Orsù, dunque.
Barra, prendilo sulle spalli; tu. Marca, tienlo fermo per i piedi, che non si possa movere; tu,
Corcovizzo, spuntagli le brache e tienle calate ben bene, a basso; e lasciatelo
strigliar a me; e tu. Maestro, conta le staffilate, ad una ad una, ch'io
t'intenda, e guarda pritra ben che si farrai errore nel contare che sarrà
bisogno di ricominciare; voi, Ascanio, vedete e giudicate. Mar. Tutto sta bene.
Cominciatelo a spolverare, e guardatevi di far male a i drappi che non han colpa. Sang. Al nome di
Santa Scoppettella, conta: toff. Manf.
Tof, una; tof, oh tre; tof, oh oi, quattro; toff, cime, oimè; tof, oi, oimè;
tof, oh, per amor de Dio, sette! Sang. Cominciamo da principio, un'altra volta.
Vedete si dopo quattro son sette. Dovevi dir cinque. Manf. Oimè, che farro ioP
erano in rei ventate sette. Sang. Dovevi contarle ad una ad una. Or su,
via di novo: toff. Manf. Toff, una;
toff, una; toff, oimè, due; toff, toff, toff, tre, quattro; toff, toff, cinque,
oimè; toff, toff, sei. 0 per l'onor di Dio, toff non piìj, toff, toff, non più,
che vogliamo, toff, toff, veder nella giornea, toff, che vi saran alquanti
scudi. Sang. Bisogna contar da capo, che ne ha lasciate molte che non ha
contate. Bar. Perdonategli, di grazia, signor Capitano, perchè vuol far quell'altra elezione di pagar la strana.
Sang. Lui non ha nulla. Manf. Ita, ita, che adesso mi ricordo aver più di
quattro scudi. Sang. Ponetelo abasso, dunque, vedete che cosa vi è dentro la
giornea. Bar. Sangue di, che vi sono più
di sette de scudi, Sang.Alzatelo, alzatelo di bel novo a cavallo: pella mentita
ch'ha detta, e falsi giuramenti ch'ha fatti, bisogna contarle, fargli contar
settanta. Manf. Misericordia! prendetevi gli scudi, la giornea, e tutto quanto
quel che volete, dimittam vobis. Sang. Or su, pigliate quel che vi dona, e quel
mantello ancora che è giusto che sii restituito al povero padrone. Andiamone
noi tutti: bona notte a voi, Ascanio mio. Asc. Bona notte e mille bon'anni a V.
S., signor Capitanio, e buon prò faccia al Maestro.Manfurio, Ascanio. Manf. Ecquis erit modus. Asc. Olà, mastro Manfurio, mastro
Manfurio. Mane, Chi è, chi mi conosce? chi in questo abito e fortuna mi
distmgue? chi per nome mio proprio m'appella?
Asc. Non ti curar di questo, che t'importa poco o nulla: apri gli occhi,
e guarda dove sei, mira ove ti trovi. Mane. Quo melius videam, per corroborar
l'intuito e fìrm.ar l'acto della potenza visiva, acciò l'acie della
pupilla più efficacemente pella linea
visuale, emittendo il radio all'obiecto visibile, venghi ad introdur la specie
di quello nel senso interiore – GRICE THE CAUSAL THEORY OF PERCEPTION: That
pillar box seems red to me --, idesi,
mediante il senso comone, collocarla nelle cellula della fantastica facultade,
voglio applicarmi gl’oculari al naso. Oh, veggio di molti spectatori la corona.
Asc. Non vi par esser entro una comedia? Mane. Ita sane. Asc. Non credete d'esser in scena? Mane. Omni procul duhio, Asc. A che termine
vorreste che fusse la comedia? Mane. In
calce, in fine: ncque enim et ego risu ilia tendo. Asc. Or dunque, fate e donate il Plaudite.
Mane. Quam male possum plaudere, Tentatus pacientia, Nam plausus per me factus
est lam dudum miserabilis. Et natibus et manibus
Et aureorum sonitu. Amen. AVVENTURE LONDINESI
Saulino. Che
cosa me dici, Sofìa? Dunque li Dei prendeno qualche volta Aristotele in mano?
Studiano verbigrazia negli filosofi P
Sofia. Non ti dirò di vantaggio di quel ch'è sulla Pippa, la Nanna,
l'Antonia, il Burchiello, l'Ancroia, e un altro libro che non si sa, ma è in
questione, s'è di Ovidio o
Virgilio, e io non me ne ricordo il
nome, e altri simili. Saul. E pur adesso trattano cose tanto gravi e seriose?
SoF. E ti par che quelle non son
seriose? Non son gravi? Se tu fussi più filosofo, dico più accorto, crederesti
che non è lezione, non è libro che non sia essaminato da'dei, e che se non è a
fatto senza sale, non sia maneggiato da dei; e che, se non è tutto balordesco,
non sia approvato e messo colle catene nella biblioteca commune; perchè piglian
piacere nella moltiforme representazione di tutte cose e frutti multiformi de
tutti ingegni, perchè loro si compiaceno in tutte le cose che sono, e tutte le
representazioni che si fanno, non meno che essi hanno cura che sieno, e donano
ordine e permissione che si facciano. E pensa ch'il giudicio degli Dei è altro
che il nostro commune, e non tutto quello che è peccato a noi e secondo noi, è
peccato a essi e secondo essi. Quei libri certo cossi, come le teologie, non
denno esser communi agli uomini ignoranti, che medesimi sono scelerati; perchè
ne riceveno mala instituzione. oribd.
La biblioteca degli
Dei Saul. Or non son libri fatti d’uomini di mala fama, disonesti e
dissoluti, e forse a mal fine? SoF. E vero; ma non sono senza la sua
mstituzione e frutti della cognizione de chi scrive, come scrive, perchè e onde
scrive, di che parla, come ne parla, come s'inganna lui, come gli altri
s'ingannano di lui, come si decima, e come s'inclina a uno affetto virtuoso e
vizioso, come si muove il riso, il fastidio, il piacere, la nausea; ed in tutto
è sapienza e providenza, e in ogni cosa è ogni cosa, e massime è l'uno dove è l'altro contrario, e
questo massime si cava da quello. Saul. Or torniamo al proposito donde ne ha
divertiti il nome d'Aristotele e la fama della Pippa. Bruno, In tristitia
hilariz, etc. O sant’asinità, sant’ignoranza. Santa stolticia e pia divozione,
Qual sola puoi far Vanirne sì buone, CWuman ingegno e studio non F avanza; Non gionge faticosa vigilanza D'arte, qualunque sia, o 'nvenzione, Né de
sofossi contemplazione Al del, dove t'edifichi la stanza. Che vi vai, curiosi,
il studiare. Voler saper quel che fa la natura, Se gl’astri son pur terra,
fuoco e mare? La santa asinità di ciò non cura; Ma con man gionte e'n
ginocchion vuol stare. Aspettando da Dio la sua ventura. Nessuna cosa dura. Eccetto
il frutto dell'eterna requie. La qual ne done
Dio dopo Fessequie. Dalla Cabala del Cavallo Pegaseo, A L'ASINO
CILLENICO Oh beato quel venir e le mammelle. Che t'ha portato, en terra
ti lattare, Animalaccio divo, al mondo
caro. Che qua fai residenza e tra le stelle! Mai più preman tuo dorso basti e
selle, E contril mondo ingrato e dell’avaro Ti faccia sort'e natura riparo Con
sì felice ingegno e buona pelle. Mostra la testa tua buon naturale. Come le
nari quel giudicio sodo. L'orecchie lunghe un udito regale. Le dense labbra di
gran gusto il modo, Da far invidia a'dei quel GENITALE; Cervice tal la
costanza, ch'io lodo. Sol lodandoti godo: Ma, lasso, cercan tue condizioni Non
un sonetto, ma mille sermoni. Oimè, auditor mio, che senza focoso suspiro,
lubrico pianto e tragica querela,
coll’'affetto, con gli occhi e le raggioni non può rammentar il mio
ingegno, intonar la voce e dechiarar gl’argumenti, quanto sia fallace il senso,
turbido il pensiero ed imperito il giudicio, che con atto di perversa, iniqua e
pregiudiciosa sentenza non vede, non considera, non definisce secondo il debito
di natura, verità di ragglone LEIBNIZ GRICE DOMMA e diritto di giustizia circa
la pura bontade, regia sinceritade e
magnifica maestade della santa ignoranza, dotta pecoragme, e divina asinitade!
Lasso! a quanto gran torto d’alcuni è sì fieramente essagitata quest'eccellenza
celeste tra gl’uomini viventi, contro la quale altri con larghe narici si fan
censori, altri con aperte sanne si fan mordaci, altri con comici cachini si
rendono beffeggiatori. Mentre ovunque spreggiano, burlano e vilipendeno qualche
cosa, non gl’odi dir altro che: Costui, è un asino, quest’azione è asinesca,
questa è un’asinitade; stante che ciò absolutamente convegna dire dove son più
maturi discorsi, più saldi proponimenti e più trutinate sentenze. Lasso! perchè
con ramarico del mio core, cordoglio del spirito e aggravio dell'alma mi si
presenta agl’occhi questa imperita, stolta e profana moltitudine che sì falsamente pensa, sì
mordacemente parla, sì temerariamente scrive per parturir que'scelerati
Cabala del Cavallo Pegaseo. Declamazione al studioso,
divoto e pio lettore. discorsi de'tanti monumenti che vanno pelle stampe, pelle
librarle, per tutto, oltre gl’espressi ludibrli, dlspreggi e biasimi: l'asmo
d'oro, le lodi dell'asmo, l'encomio dell'asino; dove non si pensa altro che con ironiche sentenze prendere la
gloriosa asinitade in gioco, spasso e scherno? Or, chi terrà il mondo che non
pensi ch'io faccia il simile? Chi potrà donar freno alle lingue che non mettano nel medesimo
predicamento, come colui che corre appo gli vestigli degl’altri, che circa
cotal suggetto democriteggiano? Chi potrà contenerli che non credano, affermino
e confermino che io non intendo vera e
seriosamente lodar l'asino e asinitade, ma piuttosto procuro d’aggionger oglio
a quella lucerna la quale è stata dagl’altri accesa? Ma, o miei protervi e
temerarli glodlcl, o neghittosi e ribaldi calunniatori, o foschi e appassionati
detrattori, fermate il passo, voltate gl’occhi, prendete la mira; vedete,
penetrate, considerate se gli concetti semplici, le sentenze enunciative e gli discorsi sillogistici ch'apporto in
favor di questo sacro, impolluto e sarìto animale, son puri, veri e demostratlvi,
o pur son fìnti, impossibili ed apparenti. Se le vedrete in effetto fondati
sulle basi de fondamenti fortissimi, se son belli, se son buoni; non le
schivate, non le fuggite, non le rigettate; m’accettatele, seguitele,
abbracciatele, e non siate oltre legati dalla consuetudine del credere, vinti
dalla sufficienza del pensare, e guidati dalla vanità del dire, s’altro vi
mostra la luce dell'intelletto, altro la voce della dottrina intona ed altro
l'atto dell'esperienza conferma. L'asino
ideale e cabalistico che ne vien proposto nel corpo delle Sacre Lettere, che
credete voi che sia? Che pensate voi essere il cavallo pegaseo GRICE MYTHOLOGY
VACUOUS NAMES che vien trattato in figura degli poetici fìgmenti? Dell'asino
cillenico degno d'esser messo in croceis nelle più onorate academie che v'imaginate?
Or, lasciando il pensier del secondo e terzo da canto, e dando sul campo del
primo, platonico parimente e teologale, voglio che conosciate che non manca
testimonio dalle divine ed umane lettere, dettate da sacri e profani dottori,
che parlano con l'ombra de scienze e lume della fede. Saprà, dico, ch'io non
mentisco colui ch'è anco mediocremente perito in queste dottrine, quando avien
ch'io dica l'asino ideale esser principio prodottivo, formativo e perfettivo
sopranaturalmente della specie asinina; la quale, quantunque nel capacissimo
seno della natura si vede ed è dall'altre specie distinta, e nelle menti
seconde è messa in numero, e con diverso concetto appresa, e non quel medesimo,
con cui l'altre forme s'apprendeno;
nulla di meno, quel ch'importa tutto, nella prima mente è medesima che
la idea della specie umana, medesima che la specie della terra, della luna, del
sole, medesima che la specie dell'intelligenze, degli demoni, degli dei, degli
mondi, dell'universo; anzi è quella specie, da cui non solamente gli asini, ma e gl’uomini, e le stelle e gli
mondi, e gli mondani animali tutti han dependenza: quella dico, nella quale non
è differenza di forma e suggetto, di cosa e cosa; ma è semplicissima ed una. Vedete,
vedete, dunque, d'onde derive la caggione che senza biasimo alcuno il santo
de'santi, or è nominato, non solamente leone, monocorno, rinoceronte, vento,
tempesta, aquila, pellicano CORPUS CHRISTI GRICE, ma e non uomo, opprobrio
degl’uomini, abiezion di plebe, pecora, agnello, verme, similitudine di colpa,
sin ad esser detto peccato e peggio. Considerate il principio della causa per
cui gli cristiani e giudei non s'adirano, ma più tosto con glorioso trionfo si
congratulano insieme, quando colle metaforiche allusioni nella Santa Scrittura
son figurati per titoli e definizioni
asini, son appellati asini, son definiti per asini: di sorte che, dovunque si
tratta di quel benedetto animale, per moralità di lettera, allegoria di senso,
ed anagogia di proposito, s'intende l'uomo giusto, l'uomo santo, l'uomo de Dio.
Pregate, pregate Dio, o carissimi, se non siete ancora asini, che vi faccia
dovenir asini. Vogliate solamente; perchè certo certo, facilissimamente vi sarà conceduta la grazia: perchè, benché
naturalmente siate asini, e la disciplina commune non sia altro che una
asinitade, dovete avertire e considerar molto bene se siate asini secondo Dio;
dico, se siate quei sfortunati che nmagnono legati avanti la porta, o pur quegli altri felici, li quali entran
dentro. Ricordatevi, o fìdeli, che gli nostri primi parenti a quel tempo
piacquero a Dio, ed erano in sua grazia,
in sua salvaguardia, contenti nel terrestre paradiso nel quale erano asini,
cioè semplici ed ignoranti del bene e male; quando posseano esser titillati dal
desiderio di sapere bene e male; e per consequenza non ne posseano aver notizia
alcuna; quando possean credere una buggia, che gli venesse detta dal serpente;
quando se gli possea donar ad intender sin a questo: che, benché Dio avesse detto
che morrebono, né potesse essere il contrario, in cotal disposizione erano
grati, erano accetti, fuor d'ogni dolor,
cura e molestia. Sovvegnavi ancora ch'amò Dio il popolo ebreo, quando era
afflitto, servo, vile, oppresso, ignorante, onerario, portator de'còfìni,
somarro, che non gli possea mancar altro, che la coda ad esser asino naturale
sotto il dominio dell'Egitto: allora fu detto da Dio suo popolo, sua gente, sua
scelta generazione. Perverso, scelerato, reprobo, adultero, fu detto quando fu
sotto le discipline, le dignitadi, le grandezze e similitudine degli altri
popoli e regni onorati secondo il mondo. Non è chi non loda l'età dell'oro,
quando gl’uomini erano asini, non sapean lavorar la terra, non sapean l'un
dominar all'altro, intender più dell'altro, avean per tetto gl’antri e le caverne,
si donano a dosso come fan le bestie, non eran tante coperte e gelosie e
condimenti de libidine e gola; ogni cosa è commune, il pasto eran le poma, le
castagne, le ghiande in quella forma che son prodotte dalla madre natura. Non é
chi non sappia qualmente non solamente nella specie umana, ma e in tutti gli
geni d'animali la madre ama più, accarezza più mantien contento più e ocioso,
senza sollecitudine e fatica, abbraccia, bacia, stringe, custodisce il figlio
minore, come quello che non sa male e bene, ha dell'agnello, ha della bestia; é
un asino, non sa cossi parlare, non può tanto discorrere; e come gli va
crescendo il senno e la prudenza, sempre a mano a mano se gli va scemando
ramore, la cura, la pia affezione, che gli vien portata dagli suoi parenti. Non
è nemico che non compatisca, abblandisca, favorisca a quella età, a quella
persona, che non ha del virile, non ha
del demonio, non ha dell'uomo, non ha del maschio, non ha dell'accorto, non ha
del barbuto, non ha del sodo, non ha del maturo. Però, quando si vuol mover Dio
a pietà e comiserazione il suo Signore, dice quel profeta: Ah, ah ah. Domine,
quia nescio loqui; dove, col ragghiare e sentenza, mostra esser asino. E in un
altro luogo dice: Quia puer sum. Però, quando si brama la remission della colpa,
molte volte si presenta la causa nelli divini libri, con dire: Quia stulte
egimus, stulte egerunt, quia nesciunt quidfaciant, ignoramus, non intellexerunt
. Quando si vuol impetrar da lui maggior favore, ed acquistar tra gl’uomini
maggior fede, grazia ed autorità si dice in un loco, che l’apostoli eran
stimati imbreachi; in un altro loco, che non sapean quel che dicevano; perchè
non erano essi che parlano: ed un de'più eccellenti, per mostrar quanto avesse
del semplice, dice che era stato rapito al terzo cielo, uditi arcani
ineffabili, e che non sa s'era morto o vivo, s'era in corpo o fuor di quello.
Un altro dice che vedeva gli cieli aperti, e tanti e tanti altri propositi, che
tegnono gli diletti de Dio, alli quali è revelato quello che è occolto alla
sapienza umana, ed è asinità esquisita agl’occhi del DISCORSO RAZIONALE: perchè
queste pazzie, asinitadi e bestialitadi son sapienze, atti eroici e
intelligenze appresso il nostro Dio; il qual chiama li suoi pulcini, il suo
gregge, le sue pecore, li suoi parvuli, li suoi stolti, il suo pulledro, la sua
asina que' tali, che li credeno, l'amano, il sieguono. Non è, non è, dico,
meglior specchio messo avanti gl’occhi umani che l'asinitade e asino; il qual
più esplicatamente secondo tutti gli numeri dimostre qual essere debba colui,
che faticandosi nella vigna del Signore, deve aspettar la retribuzion dei
danaio diurno, il gusto della beatifica cena, il riposo che siegue il corso di
questa transitoria vita. Non è conformità megliore, o simile, che ne amene, guide
e conduca alla salute eterna più
attamente che far possa questa vera sapienza approvata dalla divina voce: come,
pel contrario, non è cosa che ne faccia più efficacememente impiombar al centro
ed al baratro tartareo che le filosofiche e razionali contemplazioni, quali
nascono dagli sensi, crescono nella facultà discorsiva e si maturano
nell'intelletto umano. Forzatevi, forzatevi dunque ad esser asini, o voi, che
siete uomini. E voi, che siete già asini, studiate, procurate, adattatevi a
proceder sempre da bene m meglio, a fin che perveniate a quel termine, a quella
dignità, la quale, non per scienze e opre, quantunque grandi, ma per fede
s'acquista; non per ignoranza e misfatti, quantunque enormi ma pella
incredulità, come dicono, secondo l'Apostolo, si perde. Se cossi vi
disporrete,se tali sarete e talmente vi
governarete, vi trovarete scritti nel libro della vita, impetrarete la grazia
in questa militante, ed otterrete la gloria in quella trionfante ecclesia, nella
quale vive e regna Dio per tutti secoli de'secoli. Cossi sia! O Sebasto. è il
peggio che diranno che metti avanti metafore, narri favole, raggioni in
parabola, intessi enigmi, accozzi similitudini, tratti misterii, mastichi
tropologie. SauliNO. Ma io dico la cosa a punto come la passa; e come la è
propriamente, la metto avanti gl’occhi. CoRlBANTE. Id est, sine fuco, plane,
candide; ma vorrei che fusse cossi, come dite, da dovero. Saul. Cossi piace
alli dei che fessi tu altro che fuco con questa tua gestuazione, toga, barba e
supercilio: come, anco quanto all'ingegno, candide, piane et sine fuco, mostri
agli occhi nostri l’idea della
pedantaria. Cor. Hactenus haec? Tanto che Sofia loco per loco, sedia per sedia
vi conduce? Saul. Sì. Cabala
del Cavallo Pegaseo. EMalogo primo Sono interlocutori SeBASTO, Sauuno, Coribante. Occórrevi de dir altro circa la previsione di
queste sedie? Saul. Non per ora, se voi non siete pronto a donarmi occasione di
chiarirvi de più punti circa esse col dimandarmi e destarmi la memoria, la
quale non può avermi suggerito la terza parte de'notabili propositi degni di
considerazione. Seb. Io, a dir il vero
rimagno sì suspeso dal desio de saper qual cosa sia quella ch'il gran padre
degli dei ha fatto succedere in quelle due sedie, l'una Boreale e l'altra
Australe che m'ha parso il tempo de mill'anni per veder il fine del vostro
filo, quantunque curioso, utile e degno: perchè quel proposito tanto più mi
vien a spronar il desio d'esserne fatto capace, quanto voi più l'avete differito
a far o udire. Cor. Spes efenim dilata affligit animum, vel animam, ut melius
dicam; haec enim mage significat naturam passibilem. Saul. Bene. Dunque, perchè
non più vi tormentiate sull'aspettar della risoluzione sappiate che nella sedia
prossima immediata e gionta al luogo, dove ere l'Orsa minore, e nel quale
sapete essere exaitata la Veritade, essendone tolta via l'Orsa maggiore nella
forma ch'avete inteso, per previdenza del prefato consiglio vi ha succeduto
l'Asinità in abstratto: e là, dove ancora vedete in fantasia il fiume Eridano,
piace agli medesimi che vi si trove l'Asinità in concreto, a fine che da tutte
tre le celesti reggioni possiamo
contemplare l'Asinità, la quale in due facelle era come occolta nella vie
de'pianeti, dov'è la coccia del Cancro. Cor. Procul, o procal, este, profanil
Questo è un sacrilegio, un profanismo di voler fingere, poscia che non è
possibile che cossi sie in fatto, vicino all'onorata ed eminente sedia della
Verità essere l'idea di sì immonda e vituperosa specie, la quale è stata dagli
sapienti Egizii negli lor geroglifici
presa per tipo dell'ignoranza. Saul.
Alla contemplazione della verità altri si promuoveno per via di dottrina e
cognizione razionale, per forza de rintelletto agente, che s'intrude
nell'animo, excitandovi il lume interiore. E questi son rari; onde dice il
poeta: Fauci, quos ardens evexit ad aethera virtus. Altri per via d'ignoranza vi si voltano e
forzansi di pervenirvi. E di questi alcuni sono affetti di quella, che è detta
ignoranza di semplice negazione: e costoro né sanno, né presumeno di sapere;
altri di quella che é detta ignoranza di prava disposizione; e tali, quanto men
sanno e sono imbibiti de FALSE INFORMAZIONI GRICE FLORIDI, tanto più pensano di
sapere: quali, per informarsi del vero, richiedeno doppia fatica, cioè de dismettere
l'uno abito contrario, e d’apprender
l'altro. Altri di quella, ch'è celebrata come divina acquisizione; e in questa
son color, che, né dicendo, né pensando di sapere, ed oltre essendo creduti d’altri
ignorantissimi, son veramente dotti, per ridursi a quella gloriosissima
asinitade e pazzia. E di questi alcuni sono naturali, come quei che caminano
col lume suo razionale, con CUI negano col lume
del senso e della raggione ogni lume di raggione e senso; alcuni altri
caminano, o per dir meglio, si fanno guidare colla lanterna della fede,
cattivando l'intelletto a colui che gli monta sopra, ed a sua bella posta
l'addirizza e guida. E questi veramente son quelli che non possono essi errare
perchè non caminano col proprio fallace intendimento ma con infallibil lume di
superna intelligenza. Questi, questi son veramente atti e predestinati per
arrivare alla Jerusalem della beatitudine e vision aperta della verità divina –
the city of eternal truth -- Grice: perchè gli sopramonta quello, senza il qual
sopramontante non è chi condurvesi vaglia.
Seb. Or ecco come si distingueno le specie dell'ignoranza e asinitade, e
come vegno a mano a mano a condescendere per concedere l'asinitade essere una virtù necessaria e
divina, senza la quale sarrebe perso il mondo, e pella quale il mondo tutto è
salvo. Saul. Odi a questo proposito un principio per un'altra più particular
distinzione. Quello ch'unisce l'intelletto nostro, il qual é nella sofia, alla
verità, la quale è l'oggetto intelligibile, è una specie d'ignoranza, secondo
gli cabalisti e certi mistici teologi; un'altra specie, secondo gli pirroniani, efettici della scessi
ed altri simili; un'altra, secondo teologi cristiani; tra'quali il Tarsense la
viene tanto più a magnificare, quanto a giudizio di tutt'il mondo è passata per
maggior pazzia. Pella prima specie sempre si niega; onde vien detta ignoranza
negativa, che mai ardisce affirmare. Pella seconda specie sempre si dubita, e
mai ardisce determinare o definire.
Pella terza specie gli principii tutti s'hanno per conosciuti, approvati
e con certo argumento manifesti, senza ogni demostrazione e apparenza. La prima
è denotata pell'asino pullo, fugace ed errabondo; la seconda per un'asina, che
sta fitta tra due vie, dal mezzo di quali mai si parte, non possendosi risolvere
per quale delle due più tosto debba muovere i passi; la terza pell'asina col
suo pulledro, che portano sulla schena
il redentor del mondo: dove Tasina, secondo che gli sacri dottori insegnano, è
tipo del popolo giudaico, e il pullo del popolo gentile, che, come figlia
ecclesia, è parturito dalla madre sinagoga; appartenendo cossi questi come
quelli alla medesima generazione, procedente dal padre de'credenti Abraamo.
Queste tre specie d'ignoranza, come tre rami, si riducono ad un stipe, nel quale dall'archetipo
influisce l'asinità, e che è fermo e piantato sulle radici delli dieci
sephiroth. Cor. O bel senso! Queste non sono retoriche persuasioni, n’elenchici
sofismi, né topiche probabilltadi, m’apodictiche demostrazioni; pelle quali
l'asino non è sì vile animale, come comunmente si crede, ma di tanto più eroica
e divina condizione. Seb. Non è d'uopo
ch'oltre t'affatichi, o Saulino, per venir a conchiudere quel tanto, che
io dimando che da te mi fusse definito: sì perchè avete sodisfatto a Coribante,
sì anco perchè da li posti mezzi termini ad ogni buono intenditore può esser
facilmente sodisfatto. Ma, di grazia, fatemi ora intendere le raggioni della
sapienza, che consiste nell'ignoranza ed asinitade iuxta il secondo modo: cioè,
con qual raggione siano partecipi
dell'asinità gli pirronianì, efettici et altri academici filosofi; perchè non
dubito della prima e terza specie, che medesime sono altissime e remotissime
da'sensi, e chiarissime, di sorte che non è occhio che non le possa conoscere.
Saul. Presto verrò al proposito della vostra dimanda: ma voglio che prima
notiate il primo e terzo modo di stoltizia e asinitade concorrere in certa maniera in uno; e però medesimamente
pendeno da principio incomprensibile ed ineffabile, a constituir quella
cognizione, ch'è disciplina delle discipline, dottrina delle dottrine e arte
dell’arti. Della quale voglio dirvi in che maniera con poco o nullo studio e
senza fatica alcuna ognun che vuole e volse, ne ha possuto e può esser capace.
Veddero e considerorn o que'santi dottori
e rabini illuminati, che gli superbi e presumptuosi sapienti del mondo,
quali ebbero fiducia nel proprio ingegno, e con temeraria e gonfia presunzione
hanno avuto ardire d'alzarsi alla scienza de'secreti divini e que'penetrali
della deitade, non altrimente che coloro ch'edificaro la torre di Babele, son
stati confusi e messi in dispersione, avendosi essi medesimi serrato il passo,
onde meno fussero abili alla sapienza
divina e visione della veritade eterna – GRICE CITY OF ETERNAL TRUTH --. Che
fero? Qual partito presero? Fermaro i passi, piegarci o dismesero le braccia,
chiusero gl’occhi, bandirò ogni propria attenzione e studio, riprovarci
qualsivoglia uman pensiero, rmiegaro ogni sentimento naturale; e, in fine, si
tennero asini. E quei, che non erano, si
trasformarci in questo animale: alzarci, disteserci, acuminarci,
ingrpssarci e magnificarno l'orecchie; e
tutte le potenze dell'anima riportarno e
unirci nell'udire, con ascoltare solamente e credere: come quello di cui
si dice: In auditu auris obedivit mihi.
Là, concentrandosi e cattivandisi la
vegetativa, sensitiva e intellettiva facultade, hanno inceppate le cinque dita
in un'unghia, perchè non potessero, come l'Adamo, stender le mani ad apprendere
il frutto vietato dall'arbore della scienza, per cui venessero ad essere privi
de'frutti de rarbore della vita, o come
Prometeo, che è metafora di medesimo
proposito, stender le mani a suffurar il fuoco di Giove, per accendere il lume
della potenza razionale. Cossi li nostri divi asini, privi del proprio
sentimento ed affetto, vegnono ad intendere non altrimente che come gli vien
soffiato all'orecchie dalle revelazioni o degli dei o de'vicarii loro; e per
consequenza a governarsi non secondo altra legge che di que'medesimi. Quindi
non si volgono a destra o a sinistra, se non secondo la lezione e raggione che
gli dona il capestro o freno che le tien pella gola, o pella bocca, non
caminano se non come son toccati. Hanno ingrossate le labbra, insolidate le mascelle, incontennuti
gli denti, a fin che, per duro, spinoso, aspro e forte a digerir che sia il
pasto, che gli vien posto avante, non manche d'essere accomodato al suo palato.
Indi si pascono de'più grossi e materialacci appositorii che altra qualsivoglia
bestia che si pasca sul dorso della terra; e tutto ciò per venire a quella
vilissima bassezza per cui fìano capaci de più
magnifica exaltazione, iuxta quello: Omnis qui se humiliat exaltabitur.
Seb. Ma vorrei intendere, come questa bestiaccia potrà distinguere che colui,
che gli monta sopra, è Dio o diavolo, è un uomo o un'altra bestia non molto
maggiore o minore se la più certa cosa ch'egli deve avere è che lui è un asino
e vuole essere asino, e non può far meglior vita ed aver costumi migliori che
di asino, e non deve aspettar meglior
fine che d’asino, ne è possibile, congruo e condigno ch'abbia altra gloria che
d'asino? Saul. Fidele colui, che non permette che siano tentati sopra quel che
possono: lui conosce li suoi, lui tiene e mantiene gli suoi per suoi, e non gli
possono esser tolti. O santa ignoranza, o divina pazzia, o sopraumana asinità!
Quel rapto, profondo e contemplativo
Areopagita, scrivendo a Caio, afferma che l’ignoranza è una
perfettissima scienza; come pell'equivalente volesse dire che l'asinità è una
divinità. Il dotto Agostino, molto inebriato di questo divino nettare, nelli
suoi Soliloquii testifica che l’ignoranza più tosto che la scienza ne conduce a
Dio, e la scienza più tosto che l’ignoranza ne mette in perdizione. In figura di
ciò vuole ch'il redentor del mondo colle
gambe e piedi degl’asini fusse entrato in Gerusalemme, significando
anagogicamente in questa militante quello che si verifica nella trionfante
cittade; come dice il profeta salmeggiante: Non in fortitudine equi voluntatem
habebit, neque in tibiis viri beneplacitum erit ei. Cor. Supple tu: Sed in fortitudine et tibiis asinae et pulii fila
coniugalis. Saul.
Or, per venire a mostrarvi come non è
altro che l'asinità quello con cui possiamo tendere ad avvicinarci a quell'alta
specola, voglio che comprendiate e sappiate non esser possibile al mondo
meglior contemplazione che quella che niega ogni scienza ed ogni apprension e
giudicio di vero; di maniera che la somma cognizione è certa stima, che non si
può saper nulla e non si sa nulla, e per consequenza di conoscersi di non
posser esser altro che asino e non esser altro che asino; allo qual scopo
giunsero gli socratici, dell’accademia, e della scessi ed altri simili, che non
ebbero l’orecchie tanto piccole, e le labbra tanto delicate, e la coda tanto
corta, che non le potessero lor medesimi
vedere. Seb. Priegoti, Saulino, non procedere oggi ad altro per confirmazion e
dechiarazion di questo: perchè assai pel presente abbiamo inteso; oltre che
vedi esser tempo di cena, e la materia richiede più lungo discorso. Per tanto
piacciavi (se così pare anco al Coribante) di rivederci domani
pell’elucidazione di questo proposito; ed io menarò meco Onorio, il quale si
ricorda d'esser stato asino, e però è a
tutta divozione pitagorico; oltre che ha de'grandi proprii discorsi, con gli
quali forse ne potrà far capaci di qualche proposito METAMFISICOSI one? Onor.
Quella dell'uomo è medesima in essenza specifica e generica con quella delle
mosche, ostreche marine e piante, e di qualsivoglia cosa, che si trove animata,
o abbia anima: come non è corpo, che non abbia o più o meno vivace e perfettamente communicazion di
spirito in se stesso. Or cotal spinto, secondo il fato o providenza, ordine o
fortuna, viene a giongersi or ad una specie di corpo, or ad un'altra; e, secondo la raggione della
diversità di complessioni e membri, viene ad avere diersi gradi e perfezioni
d'ingegno e operazioni. Là onde quel spinto o anima, che era nell'aragna, e vi
avea quell'industria e quell’artigli e membra in tal numero, quantità e forma;
medesimo, gionto alla prolificazione umana, acquista altr’intelligenza, altri
instrumenti, attitudini e atti. Giongo a questo che, se fusse possibile, o in
fatto si trovasse, che d'un serpente il capo si formas e storna in figura d'una
testa umana, e il busto crescesse in tanta quantità, quanta può contenersi nel
periodo di cotal specie, se gl’allarga
la lingua, ampiano le spalli, se gli ramificassero le braccia e mani, e al
luogo, dove è terminata coda, andassero ad ingeminarsi le gambe; intenderebbe,
apparirebbe, spirarebbe, parla, opra e cammerebbe non altrimente che l'uomo;
perchè non sarebbe altro ch’uomo (LOCKE ON MAN GRICE PIROT. Come, pel
contrario, l'uomo non sarebbe altro che serpente, se venisse a contraere, come dentro un ceppo,
le braccia e gambe, e Tossa tutte concorressero alla formazion d'una spina,
s’incolubrasse e prende tutte quelle figure de'membri e abiti de complessioni.
Allora avrebbe più o men vivace Ingegno; In luogo di parlar, sibilarebbe; in
luogo di caminare, serperebbe; in luogo d'edificarsi palaggio, si cavarebbe un
pertuggio; e non gli converrebe la
stanza, ma la buca; e come già era sotto quelle, ora è sotto queste membra,
mstrumenti, potenze e atti; come dal medesimo artefice, diversamente inebriato
dalla contrazion di materia, e da diversi organi armato, appaiono exercizii de
diverso mgegno, e pendeno execuzioni diverse. Quindi possete capire esser
possibile, che molti animali possono aver più ingegno e molto maggior lume d'intelletto che l'uomo – VERY
INTELLIGENT PIROT, GRICE --, come non è burla quel che proferì Mosè del serpe,
che nomina sapientissimo tra tutte l'altre bestie della terra, escluso il
parrot. Onorio. Or essendo io, come ho già detto, nella region celeste in
titolo di cavallo Pegaseo, mi è avvenuto per ordine del fato, che pella
conversione alle cose inferiori, causa di certo
affetto, ch'io indi venevo ad acquistare, la qual molto bene vien
descritta dal platonico Plotino, come inebriato di nettare, venia bandito ad
esser or un filosofo or un poeta, or un pedante, lasciando la mia imagine in
cielo; alla cui sedia a tempi delle trasmigrazioni ritornavo, riportandovi la
memoria delle specie, le quali nell'abitazion corporale avevo acquistate; e
quelle medesime, come in una biblioteca,
lasciavo là, quando accade ch'io dovesse ritornar a qualch'altra terrestre
abitazione. Delle quali specie memorabili l’ultime son quelle, ch'ho cominciate
a imbibire a tempo della vita de Filippo macedone, dopo che fui ingenerato dal
seme de Nicomaco, come si crede. Qua, appresso esser stato discepolo
d'Aristarco, Platone ed altri, è promosso col favor di mio padre, ch'è consegliero di Filippo, ad esser pedante
d'Alexandro Magno; sotto il quale, benché erudito molto bene nelle umanistiche
scienze, nelle quali ero più illustre che tutti li miei predecessori, entrai m
presunzione d'esser filosofo naturale, come è ordinario nelli pedanti d'esser
sempre temerarii e presuntuosi; come Austin e Hare e con Cabala, Dialogo
secondo ciò, per esser estinta la cognizione
della filosofìa, morto Socrate, bandito Platone, e altri in altre maniere
dispersi, rimasi io solo lusco intra gli ciechi; e facilmente possevi aver
riputazion non sol di retorico, politico, logico, ma ancora de filosofo. Cossi,
malamente e scioccamente riportando l’opinioni degl’antiqui, e de maniera tal
sconcia, che né manco gli fanciulli e l’insensate vecchie parlarebono e intenderebono come io introduco quelli
galantuomini intendere e parlare, mi venni ad intrudere come riformator di
quella disciplina, della quale io non avevo notizia alcuna. Mi dissi principe
de'peripatetici; insegnai in Atene nel sottoportico Liceo LICEO LIZIO dove,
secondo il lume, e per dir il vero, secondo le tenebre, che regnano in me,
intesi e insegnai perversamente circa la natura de li principii e sustanza
delle cose, delirai più che ristessa delirazione circa l'essenza dell'anima,
nulla possevi comprendere per dritto circa la natura del moto e dell'universo;
e, in conclusione, son fatto quello, per cui la scienza naturale e divina è
stinta nel bassissimo della ruota, come in tempo degli Caldei e Pitagorici è
stata in exaltazione. Seb. Ma pur ti veggiamo esser stato tanto tempo in admirazion del
mondo; e tra l'altre maraviglie è trovato un certo Arabo, ch'ha detto la
natura nella tua produzione aver fatto l'ultimo sforzo, per manifestar quanto
più terso, puro, alto e verace ingegno potesse stampare; e generalmente sei
detto demonio della natura. Onor. Non sarebbono gl’ignoranti se non fusse la
fede; e se non la fusse, non sarebbono le vicissitudini delle scienze e
virtudi, bestialitadi ed inerzie, e altre succedenze de contrarie impressioni,
come son della notte e il giorno, del fervor dell'estate e rigor
dell'inverno. Seb. Or, per venire a quel
ch'appartiene alla notizia dell'anima, mettendo per ora gl’altri propositi da
canto, ho letti e considerati que'tuoi tre libri, nelli quali parli più
balbamente, che possi mai d’altro balbo essere inteso; come ben ti puoi
accorgere di tanti diversi pareri ed estravaganti intenzioni e questionarii,
massime circa il dislac- Aristotele - asino e i suoi seguaci dar e disimbrogliar quel che ti vogli dire in
que confusi e leggieri propositi, gli quali, se pur ascondono qualche cosa, non
può esser altro che pedantesca o peripatetica levitade. Onor. Non è maraviglia,
fratello; atteso che non può in conto alcuno essere che essi loro possano
apprendere il mio intelletto circa quelle cose, nelle quali io non ebbi
intelletto; o che vagliano trovar construtto o argumento circa quel ch'io vi
voglia dire, se io medesimo non sapevo quel che mi volesse dire. Qual
differenza credete voi essere tra costoro e quei, che cercano le corna del
gatto, e gambe dell'anguilla? Nulla, certo. Della qual cosa precavendo ch'altri
non s'accorgesse, ed io con ciò venesse ad perdere la riputazion di protosofosso,
volsi far de maniera, che chiunque mi studiasse nella naturai filosofia, nella
qual fui e mi sentivi a fatto ignorantissimo, per inconveniente o confusion che
vi scorgesse, se non avea qualche lume d'ingegno, dovesse pensare e credere ciò
non essere la mia intenzion profonda, ma più tosto quel tanto, che lui, secondo
la sua capacità, posseva dagli miei sensi superficialmente comprendere. Laonde
feci che venesse publicata quella Lettera ad Alexandro, dove protestavo gli
libri fisicali esser messi in luce, come non messi in luce. Seb. e per tanto
voi mi parete aver isgravata la vostra conscienza; ed hanno torto questi tanti
asinoni a disporsi di lamentarsi di voi nel giorno del giudicio, come di quel
che l'hai ingannati e sedutti, e con sofistici apparati divertiti dal camino di
qualche veritade, che per altri principii e metodi arrebono possuta
racquistarsi. Tu l'hai pure insegnato quel tanto ch'a diritto doveano pensare:
che se tu hai publicato, come non publicato, essi, dopo averti letto, denno pensare
di non averti letto, come tu avevi cossi scritto, come non avessi scritto:
talmente quei cotali, ch'insegnano la tua dottrina, non altrimente denno essere
ascoltati, che un che parla, come non parlasse. E finalmente né a voi deve più
essere atteso che come ad un che raggiona e getta sentenza di quel che mai intese. Onor. Slamo
dovenutl a tale ch'ogni satiro, fauno, malenconico, embreaco e Infetto d'atra
bile. In contar sogni e dir de pappolate
senza construzione e senso alcuno – HEIDEGER DAS NICHTS NICHTET GRICE , ne
vogliono render suspetti de profezia grande, de recondito misterio, de alti
secreti e arcani divini, da risuscitar morti, da pietre filosofali, ed altre
poltronarie da donar volta a quei ch'han poco cervello, a farli dovenir al
tutto pazzi con giocarsi il tempo, l'intelletto, la fama e la robba, e spendere
sì misera e ignobilmente il corso di sua vita.
Seb. La intese bene un certo mio amico; il quale, avendo non so se un
certo libro de profeta enigmatico, o d'altro, dopo avervisi su lambiccato
alquanto dell'umor del capo con una grazia e bella leggiadria anda e gittarlo
nel cesso, dicendogli: Fratello, tu non vuoi esser inteso; IO non ti voglio
intendere; e soggiunse, ch'anda con cento diavoli, e lo lascia star con fatti
suoi in pace. Onor. E quel ch'è degno di compassione e riso è, che su questi
editi libelli e trattati pecoreschi vedi dovenir attonito Silvio, Ortensio
melanconico, smagrito Serafino, impallidito Cammaroto, invecchiato Ambruogio,
impazzito Giorgio, abstratto Reginaldo, gonfio Bonifacio; ed il molto reverendo
Don Cocchiarone pien d' infinita e nobil maraviglia, sen va pel largo della sua
sala, dove, rimosso dal rude ed ignobil volgo, se la spasseggia; e rimanendo or
quinci, or quindi della litteraria sua toga
e fimbrie, rimanendo or questo, or quell'altro piede, rigettando or
vers'il destro, or vers'il sinistro fianco il petto, col texto commento sotto
l'ascella, e con gesto di voler buttar quel pulce ch'ha tra le due prime dita,
in terra, colla rugata fronte cogitabondo, con erte ciglia ed occhi
arrotondati, in gesto d'un uomo fortamente maravigliato, conchiudendola con un
grave ed enfatico susplro, fa pervenir all'orecchio de'clrconstanti questa
sentenza: Huc usque ahi philosophi non pervenerunt. Se si trova in proposito di
lezion di qualche libro composto da qualche energumeno o inspirato, dove non è
espresso e donde non si può premere più sentimento, che possa V.
Aristotele asino e i suoi seguaci ritrovarsi in un spirito cavallino;
allora, per mostrar d’aver dato sul chiodo, exclama: O magnum mysteriuml Seb.
Ma vorrei saper da Saulino che magnifica tanto l'asmitade, quanto non può esser
magnificata la scienza e speculazione, dottrina e disciplina alcuna se
l'asinitade può aver luogo in altri che negl’asini; come è dire, se alcuno da
quel che non era asino, possa doventar asino per dottrina e disciplina. Perchè
bisogna che di questi quel che insegna, o quel che è insegnato, o cossi l'uno
come l'altro, o né l'uno né l'altro, siano asini. Dico, se sarà asino quello
solo che insegna, o quel solo ch'è insegnato, o né quello né questo, o questo e
quello insieme. Perchè qua col medesimo ordine si può vedere, che in nessun
modo si possa inasinire. Dunque,
dell'asinitade non può essere apprension alcuna, come non è d’arti e de
scienze. Onor. Di questo ne raggionaremo a tavola dopo cena. Andiamo, dunque,
ch'è ora. Cor. Propere eamus. L'Asino. Or perchè derrò lo abusar dell'alto,
raro e elegrino tuo dono, o folgorante
Giove? Perchè tanto talento, porgiutoml da te, che con sì partlcular occhio me
miraste {indicante fato), sotto la nera e
tenebrosa terra d'un ingratissimo silenzio terrò sepolto? Suffnrò più a
lungo l'esser sollecitato a dire, per non far uscir dalla mia bocca quell'estraordinario ribombo, che
la largita tua, in questo confusissimo secolo, nell'interno mio spirito, perchè
si produce fuora, ha seminato? Aprisi, aprisi, dunque, colla chiave
dell'occasione l'asinin palato, sciolgasi pell'industria del supposito la lingua, raccolgansi per mano dell'attenzione,
drizzata dal braccio dell'intenzione, i frutti degl’arbori e fiori dell'efbe,
che sono nel giardino dell'asinina memoria. Micco. O portento insolito, o
prodigio stupendo, o maraviglia incredibile, o miracoloso successo! Avertano
gli dii qualche sciagura! Parla l'asino P l'asino parla? O Muse, o Apolline, o
Ercule, da cotal testa esceno voci
articulate? Taci, Micco, forse t'inganni; forse sotto questa pelle qualch'uomo
stassi mascherato, per burlarsi di noi. Asino. Pensa pur. Micco, ch'io non sia
sofìstico, ma che son naturalissimo asino, che parlo; e cossi mi ricordo aver
avuti altre volte umani, come ora mi vedi aver bestiali membri. Micco.
Appresso, o demonio incarnato, dimandarotti chi, quale e come sei. Per ora, e
pella prima, vorrei saper che cosa
dimandi da qua? che augurio ne ameni? qual ordine porti dagli Dei? a che si
termina questa scena? a qual fine hai messi gli piedi a partitamente mostrarti
vocale in questo nostro sottoportico? Asino. Pella prima voglio che sappi,
ch'io cerco d’esser membro e dichiararmi dottore di qualche colleggio o
academia, perchè la mia sufficienza sia autenticata, a fin che non siano attesi
gli miei concetti, e ponderate le mie parole, e riputata la mia dottrina con
minor fede, che Micco. O Giove! è possibile, che ab aeterno abbi gìamai
registrato un fatto, un successo, un caso simile a questo? Asino. Lascia le
maraviglie per ora; e rispondetemi presto, o tu, o uno de questi altri, che
attoniti concorreno ad ascoltarmi.O togati, annulati, pileati, didascali, archididascali e della sapienza
eroi e semidei: volete, piacevi, ewi a core d'accettar nel vostro consorzio,
società, contubernio, e sotto la banda e vessillo della vostra communione
questo asino, che vedete e udite? Perchè di voi, altri ridendo si maravigliano,
altri maravigliando si ridono, altri attoniti, che son la maggior parte, si
mordeno le labbia, e nessun risponde? Micco. Vedi che per stupore non parlano,
e tutti con esser volti a me mi FAN SEGNO – SIGNI-FICARE -- ch'io ti risponda;
al qual, come presidente, ancora tocca di donarti risoluzione, e da cui, come
da tutti, devi aspettar l'ispedizione. Asino. Che academia è questa che tien
scritto sopra la porta: Lineam ne pertransito?
Micco. La è una cuola de
Pitagorici. Asino. Potravisi entrare? Micco. Per academico non senza difficili
e molte condizioni. Asino. Or quali son queste condizioni? Micco. Son pur
assai. Asino. Quali, dimandai, non quante. Micco. Ti rispondo al meglio,
riportando le principali. Prima, che, offrendosi alcuno per essere ricevuto.
avante che sia accettato, debba esser squadrato nella dlsposlzlon del corpo,
fisionomia ed ingegno, pella gran
consequenza relativa che conoscemo aver
il corpo dall'anima e coll'anima. Asino.
Ab love principium, Musae, s'egli si vuol maritare. Micco. Secondo, ricevuto
ch'egli è, se gli dona termine di tempo,
che non è men che di doi anni, nel quale deve tacere, e non gli è lecito
d'ardire in punto alcuno de dimandar, anco di cose non intese, non sol che di
disputare e exarninar propositi, e in quel tempo si chiama acustico. Terzo, passato questo tempo,
gli è lecito di parlare, dimandare, scrivere le cose udite, ed esplicar le
proprie opinioni; e in questo mentre s’appella matematico, o caldeo. Quarto,
informato di cose simili, e ornato di que'studii, si volta alla considerazion
dell'opre del mondo e principii della natura: e qua ferma il passo, chiamandosi
fisico. Asino. Non procede oltre? Micco.
Più che fisico non può essere: perchè delle cosa sopranaturali non si possono
aver raggioni, eccetto in quanto riluceno nelle cose naturali; perciochè non
accade ad altro intelletto che al purgato e superiore di considerarle in sé.
Asino. Non si trova appo voi metafisica?
Micco. No; e quello che gl’altri vantano per metafisica, non è altro che
parte di logica. Ma lasciamo questo, che non
fa al proposito. Tali, in conclusione, son le condizioni e regole di
nostra academia. Asino. Queste? Micco.
Messer sì. Asino. O scola onorata, studio egregio, setta formosa, collegio
venerando, gimnasio clarissimo, ludo invitto, e academia tra le principali
principalissima! L asino errante, come sitibondo cervio, a voi, come a
limpidissime e freschissime acqui; l'asino umile e supplicante, a voi, benignissimi ricettatori de'peregrini,
s'appresenta, bramoso d'essere nel consorzio vostro ascritto.
Micco. Nel consorzio nostro? Asino. Sì, sì, signor sì, nel consorzio
vostro. Micco. Va per quell'altra porta,
messere, perchè da questa son banditi gl’asini. Asino. Dimmi, fratello, per
qual porta entrasti tu? Micco. Può far
il cielo che gl’asini parlino, ma non già ch’entrino in scola pitagorica.
Asino. Non esser cossi fiero, o Micco, e ricordati, ch'il tuo Pitagora
insegna di non spreggiar cosa che si trova nel seno della natura. Benché io
sono in forma d'asino al presente, posso esser stato e posso esser appresso in
forma di grand'uomo; e benché tu sia un uomo, puoi esser stato e potrai esser
appresso un grand'asino, secondo che parrà ispediente al dispensator degli abiti e luoghi e disponitor dell'anime
transmigranti. Micco. Dimmi, fratello, hai intesi gli capitoli e condizioni
dell'academia? Asino. Molto bene. Micco.
Hai discorso sopra l'esser tuo, se per qualche tuo difetto ti possa essere
impedita l'entrata? Asino. Assai a mio giudicio. Micco. Or fatevi intendere.
Asino. La principal condizione, che m'ha fatto dubitare, é stata la prima. £
pur vero che non ho quella indole,
quelle carni mollecine, quella pelle delicata, tersa e gentile, le quali
tegnono li fìsionotomisti, attissime alla recepzion della dottrina; perchè la
durezza di quelle ripugna all'agilità dell'intelletto. Ma sopra tal condizione
mi par che debba posser dispensar il principe; perchè non deve far rimaner
fuori uno, quando molte altre parzialitadi suppliscono a tal difetto, come la sincerità de’costumi, la prontezza
dell'ingegno, l'efficacia dell'intelligenza, e altre condizioni compagne,
sorelle e figlie di queste. Lascio, che non si deve aver per universale che
l'anime sieguano la complesslon del corpo; perchè può esser, che qualche più
efficace spiritual principio possa vincere e superar l'oltraggio, che dalla
crassezza o altra indisposizion di quello gli vegna fatto. Al qual proposito v'apporto l'esempio
de Socrate, giudicato dal fisognomico Zopiro per uomo stemprato, stupido, bardo,
effeminato, namoraticcio de putti e incostante; il che tutto venne conceduto
dal filosofo, ma non già, che l'atto de tali inclinazioni si consumasse: stante
ch'egli venia temprato dal continuo studio della filosofia, che gli avea pòrto
in mano il fermo temone contra l'empito
dell'onde de naturali indisposizioni, essendo che non è cosa, che pello studio
non si vinca. Quanto poi all'altra parte principale fisiognomica, che consista
non nella complession di temperamenti, ma nell'armonica proporzion de membri,
vi notifico non esser possibile de ritrovar in me defetto alcuno, quando sarà
ben giudicato. Sapete ch'il porco non deve esser bel cavallo, né l'asino bell'uomo; ma l'asino bell'asino, il
porco bel porco, l'uomo bell'uomo. Che se, straportando il giudicio, il cavallo
non par bello al porco, né il porco par bello al cavallo; se a l'uomo non par
bello l'asino, e l'uomo non s'innamora de l'asino, né per opposito all'asino
par bello l'uomo, e l'asmo non s'mnamora
dell'uomo. Micco. Sin al presente costui mostra di saper assai assai.
Seguita, messer Asino, e fa pur
gagliarde le tue raggioni quanto ti piace; perché iVe Fonde solchi e ne Farena semini, e il
vago vento speri in rete accogliere, E le speranze fondi in cuor di
femine, se speri, che dagli signori
academici di questa o altra setta ti possa o debbia esser concessa l'entrata.
Ma, se sei dotto, contentati di rimanerti con la tua dottrina solo. Asino. O
insensati, credete ch'io dica le mie
raggioni a voi, a ciò che me le facciate valide? Credete eh io abbia fatto
questo per altro fine, che per accusarvi, e rendervi inexcusabili avanti a
Giove? Giove con avermi fatto dotto mi
fé dottore. Aspettavo ben io, che dal bel giudicio della vostra
sufficienza venesse sputata questa sentenz. Non é convenevole, che gl’asini
entrino in Academia insieme con noi altri uomini. Questo, se studioso di qualsivoglia altra setta lo può
dire, non può essere raggionevolmente detto da voi altri pitagorici, che con
questo, che negate a me l'entrata, struggete gli principii, fondamenti e corpo
della vostra filosofia. Or che differenza trovate voi tra noi asini e voi altri
uomini, non giudicando le cosa dalla superficie, volto ed apparenza? Oltre di
ciò dite, giudici inetti: quanti di voi errano nell'academia degl’asini? quanti
imparano nell'academia degl’asini? quanti fanno profitto nell'academia
degl’asini? quanti s'addottorano, marciscono e muoiono nell'academia
degl’asini? quanti son preferiti, inalzati, magnificati, canonizati,
glorificati e deificati nell'academia degl’asini? che se non fussero stati e
non fussero asini, non so, non so come la cosa sarrebbe passata e passarebbe per essi loro. Non son
tanti studii onoratissimi e splendidissimi, dove si dona lezione di saper
inasinire, per aver non solo il bene della vita temporale, ma e dell'eterna
ancora? Dite, a quante e quali facultadi ed onori s'entra pella porta
dell'asinitade? Dite, quanti son impediti, exclusi, rigettati e messi in
vituperio, per non esser partecipi dell'asinina facultade e perfezione? Or
perchè non sarà lecito, ch'alcuno degl’asini, o pur almeno uno degl’asini entri
nell'academia degl’uomini? Perchè non debbo esser accettato con aver la maggior
parte delle voci e voti in favore in qualsivoglia academia, essendo che, se non
tutti, almeno la maggior e massima parte è scritta e scolpita nell'academia
tanto universale de noi altri? Or se siamo sì larghi ed effusi noi asini in
ricever tutti, perchè dovete voi esser tanto restivi ad accettare un de noi
altri al meno? Micco. Maggior difficultà si fa in cose piìi degne e importanti:
e non si fa tanto caso, e non s'aprono tanto gl’occhi in cose di poco momento.
Però, senza ripugnanza e molto scrupolo di coscienza, si ricevon tutti
nell'academia degl’asini, e non deve esser così nell'academia degl’uomini. Asino. Ma, o messere, sappime dire e
resolvimi un poco, qua! cosa delle due è più degna, che un uomo inasinisca, o
ch’un asino inumanisca? Ma, ecco in veritade il mio Cillenio: il conosco pel
caduceo e l'ali. Ben venga il vago aligero, nuncio di Giove, fido interprete
della voluntà de tutti gli dei, largo donator delle scienze, addirizzator
dell'arti, continuo oracolo de'matematici, computista mirabile, elegante
dicitore, bel volto, leggiadra apparenza, facondo aspetto, personaggio grazioso, uomo tra gl’uomini, tra
le donne donna, desgraziato tra'desgraziati, tra'beati beato, fra tutti tutto;
che godi con chi gode, con chi piange piangi; però per tutto vai e stai, sei
ben visto e accettato. Che cosa de buono apporti? Merc. Perchè, Asino, fai conto di chiamarti ed
essere academico, io, come quel, che t'ho donati altri doni e grazie, al
presente ancora con plenaria autorità
t’ordino, constituisco e confermo accademico
e dommatico generale, acciò che possi entrar e abitar per tutto, senza
ch'alcuno ti possa tener porta o dar qualsivoglia sorte d'oltraggio o
impedimento, quibuscumque in oppositwn non ohstantibus. Entra, dunque, dove ti
pare e piace. Né vogliamo, che sii ubligato per il capitolo del silenzio
biennale, che SI trova nell'ordine
pitagorico, e qualsivogli 'altre leggi ordinane: perchè, novis
intervenientibus causis, novae condendae sunt leges, proque ipsis condita non
intelliguntur iura: interimque ad optimi iudicium iudicis referenda est
sententia, cuius intersit iuxta necessarium atqiie commodum providere. Parla,
dunque, tra gl’acustici; considera e contempla tra'matematici; discuti,
dimanda, insegna, dechiara e determina tra'fisici; trovati con tutti, discorri
con tutti, affratellati, unisciti, identificati con tutti, domina a tutti,
sii tutto. Asino. Avetel'inteso? Micco.
Non siamo sordi. DALLE TENEBRE ALLA LUCE
Elitropio. Qual rei nelle tenebre avezzi, che, liberati dal fondo di
qualche oscura torre, escono alla luce, molti degl’esercitati nella volgar
filosofia ed altri paventaranno, adn aranno, e,
non possendo soffrire il nuovo sole de' t; i chiari concetti, si
turbaranno. FlLOTEO. Il dift' o non è di
luce, ma di lumi: quanto m sé sarà più b lo e piìj eccellente il sole: tanto
sarà a'delle notturne strige odioso e discaro di vantaggio. Eli. L’impresa che
hai tolta, o Filoteo, è difficile, rara e singulare, mentre dal cieco cibisso
vuoi cacciarne e amenarne al discoperto, tranquillo e sereno aspetto delle stelle, che con sì bella
varietade veggiamo disseminate pel ceruleo manto del cielo. Benché agli uomini
soli l'aitatrice mano di tuo pietoso zelo soccorra, non saran però meno vani
gl’effetti d’ingrati verso di te, che varii son gl’animali che la benigna terra
genera e nodrisce nel suo materno e capace seno; se gli é vero che la specie
umana, particularmente negl'individui suoi, mostra de tutte l'altre la
varietade per esser in ciascuno più espressamente il tutto, che in quelli
d'altre specie. Onde vedransi questi, che, qual'appannata talpa, non sì tosto
sentiranno l'aria discoperto, che di bel nuovo, risfossicando la terra, tentaranno
agli nativi oscuri penetrali. Quelli, Della Causa, Principio ed Uno.
Dialogo Interlocutori sono; Elitropio,
Filoteo, Armesso. Bruno, In tristitia hilaris, etc. qua! notturni uccelli, non
sì tosto arran veduta spuntar dal lucido oriente la vermiglia ambasciatrice del
sole, che dall’imbecillità degl’occhi suol verranno invitati alla caliginosa
ntretta. Gl’animanti tutti, banditi dallo aspetto delle lampadi celesti e
destinati all'eterne gabbie, bolge ed antri di Plutone, dal spaventoso ed
erlnnico corno d'Alecto richiamati, apriran l'ali, e drizzaranno il veloce corso alle lor stanze.
Ma gl’animanti nati per vedere il sole, gionti al termine dell'odiosa notte,
ringraziando la benignità del cielo, e disponendosi a ricever nel centro del
globoso cristallo degl’occhi suoi gli tanto bramati e aspettati rai, con
dlsutato applauso di cuore, di voce e di mano adoraranno l'oriente; dal cui
dorato balco, avendo cacciati gli focosi destrieri il vago Titane, rotto il
sonnacchioso silenzio dell'umida notte, raggionano gl’uomini, belaranno gli
facili, inermi e semplici lanuti greggi, gli cornuti armenti sotto la cura
de'ruvidi bifolchi muggiranno. Gli cavalli di Sileno, perchè di nuovo in favor
degli smarriti dei, possano dar spavento ai più de lor stupidi gigantoni, ragghiaranno;
versandosi nel suo limoso letto, con importun gruito ne assordiranno gli
sannuti ciacchi. Le tigri, gli’orsi, gli leoni, i lupi e le fallaci golpi,
cacciando da sue spelunche il capo, dalle deserte alture contemplando il piano
campo della caccia, mandaranno dal ferino petto i lor grunniti, ricti, bruiti,
fremiti, ruggiti ed orli. Ne l'aria e sulle frondi di ramose piante, gli galli,
le aquile, li pavoni, le grue, le tortore, i merli, i passari, i rosignoli, le
cornacchie, le piche, gli corvi, gli cuculi e le cicade non sarran negligenti
di replicar e radoppiar gli suoi garriti
strepitosi. Dal liquido e instabile campo ancora, li bianchi cigni, le
molticolorate anitre, gli solleciti merghi, gli paludosi bruzii, l’oche rauche,
le querulose rane ne toccaranno l'orecchie col suo rumore, di sorte ch'il caldo
lume di questo sole, diffuso all'aria di questo più fortunato emisfero, verrà accompagnato,
salutato e forse molestato da tante e tali diversitadi de voci, quanti e quali
son spirti che dal profondo di proprii petti le caccian fuori. FlL. Non solo è
ordinarlo, ma anco naturale e necessario che ogni animale fa la sua voce; e non
è possibile che le bestie formino regolati accenti ed ARTICULATI suoni come
gl’uomini, come contrarie le complessioni, diversi i gusti, varil gli
nutrimenti. Armesso. Di grazia, concedetemi libertà di dir la parte mia ancora;
non circa la luce, ma circa alcune circustanze, pelle quali non tanto si suol
consolare il senso, quanto molestar il sentimento di chi vede e considera;
perchè, per vostra pace e vostra quiete, la quale con fraterna caritade vi
desio, non vorrei che di questi vostri discorsi vegnan formate comedie,
tragedie, lamenti, dialoghi, o come vogliam dire, simili a quelli che poco
tempo fa, per esserno essi usciti in campo a spasso, v’hanno forzato di starvi
rinchiusi e retirati in casa. FlL. Dite
liberamente. Arm. Io non parlo come santo
profeta, come astratto divino, come assumpto apocaliptico, né quale
angelicata asina di Balaamo; non raggiono come inspirato da Bacco, né gonfiato
di vento dalle puttane muse di Parnaso o come una Sibilla impregnata da Febo, o
come una fatidica Cassandra, né qual ingombrato dalle unghie de'piedi sin alla
cima di capegli dell'entusiasmo apollinesco, né qual vate illuminato nell'oraculo
o delfico tripode, né come Edipo esquisito contra gli nodi della Sfinge, né
come un Salomone inver gl’enigmi della regina Sabba, né qual Calcante,
interprete dell’olimpico senato, né come un inspiritato Merlino, o come uscito
dall'antro di Trofonio. Ma parlare pell'ordinano e per volgare, come uomo che
ho avuto altro pensiero che d'andarmi lambiccando il succhio della grande e
picciola nuca, con farmi al fine rimanere in secco la dura e pia madre; come
uomo, dico, che non ho altro cervello ch'il mio; a cui manco gli dei
dell'ultima cotta e da tinello nella corte celestiale, quei dico che non beveno
ambrosia, né gustan nettare, ma si vi tolgon la sete col basso delle botte e
vini rinversati, se non voglion far stima de linfe e ninfe, quei, dico, che sogliono
essere più domestici, familiari e CONVERSABILI con noi, come è dire né il dio
Bacco, né quel imbreaco cavalcator del'asino, né Pane, né Vertunno, né Fauno,
né Priapo, si degnano cacciarmene una pagliusca di più e di vantaggio dentro,
quantunque sogliano far copia de'fatti lor sin ai cavalli. Eli. Troppo lungo
proemio. Arm. Pacienza, che la conclusione è breve. Voglio dir brevemente che
vi farò udir paroli, che non bisogna disciferarle come poste in distillazione,
passate per lambicco, digente dal bagno di maria, e subblimate in recipe di
quinta essenza; ma tale quali m'insaccò nel capo la nutriccia, la quale era
quasi tanto cotennuta, pettoruta, ventruta, fiancuta e naticuta, quanto può
essere quella Londriota, che viddi a Westmester; la quale, per iscalda É toio
del stomaco, ha un paio di tettazze, che paiono gli borzacchini del gigante san
Sparagorio, e che, concie in cuoio, varrebono sicuramente a far due pive
ferrarese. Eli.e questo potrebbe bastare per un proemio. vili. LA CENA FILOSOFICA Armesso. Or su, per venire al
resto, vorrei intendere da voi, lasciando un poco da canto le voci e le lingue
a proposito del lume e splendor, che possa apportar la vostra filosofìa) con
che voci volete che sia salutato particolarmente da noi quel lustro di dottrina,
che esce dal libro dela Cena delle
ceneri? Quali animali son quelli, che hanno recitata la Cena delle ceneri? Dimando, se sono acquatici, o aerei, o
terrestri, o lunatici? E lasciando da canto gli propositi di Smitho, Prudenzio
e Frulla, desidero di sapere, se fallano coloro che dicono, che tu fai la voce
di un cane rabbioso e infuriato, oltre che tal volta fai la simia, tal volta il
lupo, tal volta la pica, tal volta il
papagallo parrot pirot Grice, tal volta un animale, tal volta un altro,
meschiando propositi gravi e seriosi, morali e naturali, ignobili e nobili,
filosofici e comici? FlLOTEO. Non vi
maravigliate, fratello, perchè questa non fu altro ch'una cena dove gli
cervelli vegnono governati dagl’affetti, quali gli vegnon porgiuti
dall'efficacia di sapori e fumi delle bevande e cibi. Qual dunque può essere la cena materiale e corporale, tale
conseguentemente succede la verbale e spirituale; cossi dunque questa DIALOGALE
ha le sue parti varie e diverse, qual varie e diverse quell'altra suole aver le
sue; non altnmente questa ha le proprie condizioni, circonstanze e mezzi, che
come le proprie potrebbe aver quella. Arm. Di grazia, fate ch'io vi intenda.
FlL. Ivi, come è l'ordinario e il dovero, soglion trovarsi cose d’insalata, da
pasto; da frutti, d’ordinarlo; da cocina, da spedarla; da sani, d’amalatl; di
freddo, di caldo; di crudo, di cotto; di’acquatico, di terrestre; di domestico,
di salvatico; di rosto, di lesso; di maturo, d’acerbo; e cose da nutrimento
solo e da gusto, sustanziose e leggieri, salse e insipide, agreste e dolci,
amare e suavi. Cossi quivi, per certa conseguenza, vi sono apparse le sue
contrarietadi e diversitadi, accomodate a contrarie e diversi stomachi e gusti, a'quali può
piacere di farsi presenti al nostro tipico simposio, a fine che non sia chi si lamente d’esservi gionto in vano, e a
chi non piace di questo, prenda di quell'altro. Arm. e vero; ma che dirai,
s’oltre nel vostro convito, ne la vostra cena appariranno cose, che non son
buone ne per insalata, né pe pasto; né
per frutti, né per ordinario; né fredde, né calde; né crude, né cotte, né
vagliano pell'appetito, né per fame; non son buone per sani, né per ammalati; e
conviene che non escano da mani di cuoco né di speciale? FlL. Vedrai che né in questo la nostre cena é
dissimile a qualunqu'altra esser possa. Come dunque là, nel più bel del
mangiare, o ti scotta qualche troppo
caldo boccone; di maniera che bisogna cacciarlo de bel nuovo fuora, o
piangendo e lagnmando mandarlo vagheggiando pel palato, sin tanto che se gli
possa donar quella maFadetta spinta perl gargazzuolo al basso; o vero ti si
stupefa qualche dente; o te s'intercepe la lingua, che viene ad esser morduta
conl pane; o qualche lapillo te si viene a rompere e incalcinarsi tra gli denti
per farti regittar tutto il boccone; o
qualche pelo o capello del cuoco ti s'inveschia nel palato, per farti presso
che vomire; o te s'arresta qualche aresta di pesce nella canna, a farti
suavemente tussire; o qualche ossetto te s'attraversa nella gola, permetterti
in pericolo di suffocare; cossi nella nostra cena, per nostra e comun
disgrazia, vi si son trovate cose
corrispondenti e proporzionali a quelle. Il che tutto avviene pel peccato
dell'antico protoplaste Adamo, per cui la perversa natura umana é condannata ad
aver sempre i disgusti gionti ai gusti.
Arm. Pia e santamente. LODE DEL NOLANO e
Teofilo Or che dirò lo del Nolano?
Forse, per essermi tanto prossimo, quanto io medesmo a me stesso, non mi
converrà lodarlo? Certamente, uomo raggionevole non sarà che mi riprenda in ciò, atteso che questo talvolta non
solamente conviene, ma è anco necessario, come bene espresse quel terso e colto
Tansillo: BencKad un uom, che preggio ed onor brama, Di sé stesso parlar molto
sconvegna. Perchè la lingua, ov'il cor teme ed ama. Non è nel suo parlar di
fede degna; L'esser altrui precon della sua fama Pur qualche volta par che si
convegno. Quando vien a parlar per un di
dui: Per fuggir hiasmo, o per giovar altrui.
Pure, se sarà un tanto supercilioso, che non voglia a proposito alcuno
patir la lode propria, o come propria, sappia, che quella talvolta non si può
dividere da sui presenti e riportati effetti. Gli Tifi han ritrovato il modo di
perturbar la pace altrui, violar i patrii genii delle reggioni, di confondere
quel che la provi da natura distinse, pel
commerzio radoppiar i difetti, e gionger vizii a vizii dell'una e
l'altra generazione, con violenza propagar nove follie, e piantar l'inaudite
pazzie ove non sono, conchludendosi al fin più saggio quel che più forte;
mostrar novi studi, instrumenti ed arte
di tirannizar e asassmar l'un l'altro; per mercè de quai gesti tempo verrà,
che, avendono quelli a sue male spese imparato per forza della vicissitudme delle cose, sapranno e potranno
renderci simili e peggior frutti de sì perniziose invenzioni.. Il Nolano, per
caggionar effetti al tutto contrarli, ha disciolto l'animo umano e la
cognizione, ch'era rinchiusa ne Partissimo carcere dell'aria turbulento; onde a
pena, come per certi buchi, avea facultà de remirar le lontanissime stelle; e
gl’erano mozze l'ali, a fin che non volasse ad
aprir il velame di queste nuvole, e veder quello, che veramente là su si
ritrovasse, e liberarse dalle chimere di quei, che, essendo usciti dal fango e
caverne della terra quasi Mercuri ed Appollini discesi dal cielo, con
moltiforme impostura han ripieno il mondo tutto d'infinite pazzie, bestialità e
vizii, come di tante vertù, divinità e discipline, smorzando quel lume, che
rendea divini ed eroici gl’animi di
nostri antichi padri, approvando e confirmando le tenebre caliginose de'sofisti
ed asini. Pel che già tanto tempo l'umana raggione oppressa, talvolta nel suo
lucido intervallo piangendo la sua sì bassa condizione, alla divina e provida
mente, che sempre nell'interno orecchio li susurra, si rivolge con simili
accenti: Chi salirà per me, madonna, in cielo, A riportarne il mio perduto ingegno? Or ecco quello, ch'ha varcato l'aria,
penetrato il cielo, discorse le stelle, trapassati gli margini del mondo, fatte
svanir le fantastiche muraglia delle prime, ottave, none, decime ed altre, che
vi s'avesser potuto aggiongere, sfere, per relazione de vani matematici e cieco
veder di filosofi volgari; cossi al cospetto d'ogni senso e raggione, colla
chiave di solertissima inquisizione aperti que'chiostri della verità, che da noi
aprir si posseano, nudata la ricoperta e velata natura, ha donati gl’occhi a le
talpe, illuminati ì ciechi, che non possean fissar gl’occhi e mirar l'imagin
sua in tanti specchi, che d’ogni lato gh s'opponeno; sciolta la lingua a'muti, che non sapeano e
non ardivano esplicar gl'intricati sentimenti; nsaldati i zoppi, che non valean
far quel progresso col spirto, che non
può far l'ignobile e dissolubile composto;
le rende non men presenti, che se fussero proprii abitatori del sole,
della luna ed altri nomati astri; dimostra, quanto siino simili o dissimili,
maggiori o peggiori quei corpi, che veggiamo lon-tano a quello, che n'è
appresso, ed a cui siamo uniti; e n'apre gl’occhi a veder questo nume, questa
nostra madre, che nel suo dorso ne
alimenta e ne nutrisce, dopo averne
produtti dal suo grembo al qual di nuovo sempre ne riaccoglie, e non pensar
oltre, lei essere un corpo senz’alma e vita, ed anche feccia tra le sustanze
corporali. A questo modo sappiamo, che, si noi fussimo nella luna o in altre
stelle, non sarreimo in loco molto dissimile a questo, e forse in peggiore;
come possono esser altri corpi cossi
buoni, e anco megliori per sé stessi, e pella maggior felicità de
proprii animali. Cossi conoscemo tante stelle, tanti astri, tanti numi, che son
quelle tante centenaia de migliaia, ch'assistono al ministerio e contemplazione
del primo, universale, infinito ed eterno efficiente. Non è più impriggionata
la nostra raggione coi ceppi de'fantastici mobili e motori otto, nove e diece.
Conoscemo, che non è ch'un cielo, una
eterea reggione immensa, dove questi magnifici lumi serbano le proprie
distanze, per comodità della participazione della perpetua vita. Questi
fiammeggianti corpi son que'ambasciatori ch’annunziano l'eccellenza della
gloria e maestà de Dio. Cossi siamo promossi a scuoprire l'infinito effetto
dell'infinita causa, il vero e vivo vestigio dell'infinito vigore; e abbiamo dottrina di non cercare la divinità
rimossa da noi, se l'abbiamo appresso, anzi di dentro, più che noi medesmi
siamo dentro a noi; non meno che gli coltori degli altri mondi non la denno
cercare appresso di noi, l'avendo appresso e dentro di se, atteso che non più
la luna è cielo a noi, che noi alla luna. Cossi si può tirar a certo meglior
proposito quel che disse il Tansillo quasi
per certo gioco: Se non togliete il ben, che ve da presso Come torrete
quel, che ve lontano? Spreggiar il vostro mi par fallo espresso, E bramar quel,
che sta ne l'altrui mano. Voi sete quel,
cK ahandonò se stesso. La sua sembianza desiando in vano: Voi sete il
veltro, che nel rio trabocca. Mentre F ombra desia di quel ch'ha in bocca,
Lasciate l'ombre, ed abbracciate il vero; Non cangiate il presente col futuro. Io d'aver di meglior
già non dispero; Ma, per viver piii lieto e più sicuro. Godo il presente e del
futuro spero: Cossi doppia dolcezza mi procuro. Con ciò un solo, benché solo,
può e potrà vincere, ed al fine ara vinto e trionfa centra l'ignoranza
generale; e non è dubio, se la cosa de'determinarsi non colla moltitudine di
ciechi e sordi testimoni, di convizu e di parole vane, ma colla forza di regolato sentimento,
il qual bisogna che conchiuda al fine; perchè, in fatto, tutti gli orbi non
vagliono per uno che vede, e tutti i stolti non possono servire per un savio.
Presentazione e soggetto del Candelaio A
gli abbeverati nel fonte Caballino Alla signora Morgana Argumento ed ordine
della Comedia Antiprologo Proprologo Bidello L'innamorato e le arti magiche d'amore Arti e debolezze di donne In
taverna Castigo e beffe Plaudite
Avventure londinesi Vili. Bottegari,
Servi, Furfanti Preludii alla Cena
delle Ceneri Cerimonie di
tavola Delle donne Pedanti Dottori
ed Archididascali La vecchiezza
di Giove Gli Dei a consiglio Orazione di Giove La provvidenza di Giove
Uomini e bestie V. Momo e Marte
Ricchezza e Povertà La biblioteca degli Dei La Fortuna Sonno ed Ozio La
Vergine La Bilancia Orione La Tazza Il
Centauro 1l Pesce Epistola
dedicatoria a don Sapatino In lode dell'asino A l'asino cillenico
Dissertazioni sopra l'asinità Metamfisicosi Aristotele Asino e i suoi seguaci L'asino accademico Dalle tenebre
alla luce Vili. La cena
filosofica Lode del Nolano PROFILI Serie
Supino Botticelli Alberti Darwin
Giusto Gaspara Stampa Setti Esiodo ArcaRI
Amiel Loria Malthus Angeli Verdi Labanca
Gesìi Momigliano Porta FavaRO
Galilei T. TELESIO Telesio RiBERA Cavalcanti A.
BUONAVENTURA A'i- colv Paganini Momigliano Tolstoi Albertazzi Tasso
Pizzi Firdusi Spaventa Dickens Barbagallo Giuliano (VEDASI) l'Apostata Barbiera Fratelli
Bandiera ZerBOGLIO Lombroso Favaro Archimede Galletti Savonarola
SecrÉTANT Alessandro PoerioMesseri Enzo ReAgresti Lincoln Balzani - Sisto
Bertoni -Dante Barbèra -G.S. Bodoni MichielI Stanleu- Gigli Castromediano
Rabizzani Sterne Tarozzi- Rousseau.
Nascimbeni - Wagner.
(Esaurito). Bontempelli Bernardino. MuONl Baudelaire. Marchesi Marziale G.RadicI0TTI Rossini.Mantovani Gluck Chini Mistral.Massa - G.C.Abba. Murri Cavour.Mieli
Lavoisier Loria Marx BuoNAiUTi Agostino
LoSINI Turghienief. Almagià Colombo T.
Bruno Orsi Bismark E.BuONAIUTi Girolamo Costa Diocleziano. Belloni Filippi
Tagore.Loria Newton MUONI Flaubert
Marchesi Petronio. Barbagallo
Tiberio. Leggere nei Profili: BRUNO. T. FONDAZIONE
LEONARDO PELLA CULTURA
ITALIANA Palazzo Doria ROMA Vicolo Doria. CONSIGLIO DIRETTIVO.
Consiglieri eletti dall'Assemblea dei
Soci: FERDINANDO Martini,
Presid.,- Orso Mario
cordino, V. Pres.;
almagìV e Chic
venda. Consiglieri di
dirillo: // Ministro
degli Esteri Giannini, Delegato);
Il Ministro della
P. I. (Gentile,
Delegato) ; Il Ministro delle
Colonie (Nobili Masìuero, Delegato);
Il Ministro dell'Industria ARNALDI,
Delegato); Il R. Commissario
dell' Emigrazione PERASSI, Delegato;
La Società della
Messaggerie Italiane Calabi,
Delegato); FormigGINI {Socio
fondatore). La fondazione, eretta
in ente morale, mira ad intensificare in Italia e a far nota all'estero la vita
intellettuale italiana valendosi di mezzi
pratici ed efficaci finora
intentati. Soci promotori. Quota libera
non inferiore a L.
1000 Soci perpetui, 250 Soci ANNUALI,
con V Italia che
Scrive Estero Con diritto anche a
3 Guide Estero nomi dei Promotori
e dei Soci perpetui sono costantemìnte ripetuti nelle pubblicazioni della
Leonardo. Le loro quote ne costituiscono il patrimonio intangibile. PQ Bruno In trisbitia hilaris Refs.: Luigi Speranza, Bruniana. Filippo
Bruno. Giordano Bruno. Keywords: paganesimo ario, anti-catolecismo,
anti-papismo, filosofia come anti-religione, ragione, non fede, contra la fede,
fede irrazionale – irrazionalismo della religione, irrazionalismo, ario,
ariano, tradizione aria, religione pagana, filosofia e religione nella Roma
antica – irrazionalismo della religione antica romana – carattere metaforico
della religione pagana della Roma antica, ermetismo, composizione dei signi, de
signorum compositione, compositio signorum, asino,asinita, Spaventa, Giudice,
Cacciatore, Gentile, implicatura e ligatura, relativita, infigurabile,
indeterminabile, Grice, indeterminacy, open, implicature, il Bruno di Marlowe;
il Bruni di Shakespeare (Pene d’amore perdute), Grice e Bruno a Oxford. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,“Grice e Bruno,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Bruno: la ragione conversazionale – filosofia italiana –
SICILIANO, NON ITALIANO -- Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Abstract: H. P. Grice: “Some like Bruno, but
BRUNO is MY man!” -- Naturale o storica la filosofia della lingua NATURALE O
STORICA LA FILOSOFIA DELLA LINGUA. DISSERTA ZIOISTE] letta nella R.
l'iiiversità, di ('ctraaia ifii»:,
:::-^£^-0 CATANlA tipografia ZAMMATAKU NATURALE – FISICA -- O STORICA FILOSOFIA
DELLA LINGUA? DISSERTAZIONE letta nella R. Università di Catania Cr^^A^O CATANIA TIPOGRAFIA ZAMMATARO r A ;.
:^ S /,< Sì CO «9 111 NATURALE – fisica -- O STORICA LA FILOSOFIA DELLA LINGUA?
Le developpement de la langue
est regie par des lois, qu'' une observation nttentive peut decouvrir et (aire
re- monter enfin a des lois d' un'' ordre sttperieiir, qui gouvernent les
organes de la pensée et de la voix humaine. Miiller. Lo studio delle lingue, e quello delle classiche specialmente,
comincia ad avere la sua storia in Italia dall’epoca nella quale i rappresentanti
della scuola alessandrina, costretti ad abbandonare Costantinopoli già caduta
nelle mani dei Turchi, importarono da noi la classica letteratura greca, la
quale comincia a divulgarsi nella penisola, per opera di quegli umanisti, che hanno
tanta parte nel suscitare quel rinascimento, al quale ora 1'arte già deviata
tenta far ritorno. Lo studio del greco classico comincia a fare assaporare ai
letterati d'Italia, e specialmente ai toscani, le bellezze dei capolavori della
sapienza e dell'arte greca, ed Omero ha un fedele interprete in MARSUPINI
(vedasi), e l’accademia in FICINO (vedasi). Né ciò è tutto. Poliziano, che
sopra tutti come aquila vola, osa sinancbe tentare la greca lira, ed alle due
glorie di vero e grande poeta artista italiano e latino, aggiunse quella d'
aver saputo bene incarnare nella lingua di Pindaro i concetti del suo tempo.
Questi illustri letterati, nei classici monumenti letterarii dell'antico genio
greco, altro non cercarono che il pensiero e 1'arte di esporlo, vale a dire, FILOSOFIA
che allora comprende tutto lo scibile, e letteratura che tutte abbracciava le
forme della esposizione del pensiero umano. Cosi della lingua si giovarono come
di mezzo per comprendere le opere della cultura greca, che trovarono sempre
grandi ed ammirevoli, sia che se ne consideri la sostanza, sia che se ne studi
la forma. Nacqvie da ciò il conato dell'imitazione, e la letteratura nostra,
che conta appena un secolo di vita, abbandonato in parte il suo originale
indirizzo, si studia ad assumere fisonomia classica, e per la imitazione LATINA
che con essa si lega; non avendo fatto altro in massima parte gli scrittori
latini, che transfoudere nelle loro opere filosofiche, i portati dell'
originale genio greco. Sin qui non abbiamo alcuno accenno né alla filosofia
della lingua in generale, né a comparazione di lingue, e molto meno a lontana
intuizione della filosofia della lingua preso come un prodotto o delle
spontanee forze della natura, o di quelle della personale o collettiva attività
umana. La lingua latina, per gl’umanisti, non è che obbietto di studii
puramente letterarii. Di filosofia della lingua in essi non si affacciò nemmeno
l'idea, e d' un accenno che a taluni sembra potrebbesi attribuire a PETRARCA
(vedasi), ci è troppo poco a dire. Dove ancora scorrere molto tempo, dovevano
schiudersi le comunicazioni sino allora assai difficili e quasi impossibili,
perché fosse tentato il primo paragone linguistico. Il fortunato pensiero si
affaccia alla vasta mente di Leibntz, è benignamente accolto e protetto da
Catarina di Russia, e per lodevole incarico di essa, i missiouarii cominciarono
ad offrire i primi materiali agli scienziati europei avidi di ricerche
etnologiche, che sperano recare a fortunato fine per mezzo della filosofia
della lingua. L' incipiente e nuovo studio entra nelle grazie dei primi
cultori, che con somma pazienza e pari assiduità lo coltivarono, e quando poi
per opera specialmente dell'Inghilterra sono schiuse le Indie alle
comunicazioni europee, si venne alla scoperta della più antica delle lingue
conosciute che è la sanscrita, la quale è destinata a schiudere un orizzonte
assai vasto a quegli studi, i quali hanno reso possibile la filosofia della lingua,
tanto esattamente battezzata col nome di glottologia d’Ascoli, che in questo genere
di studii è ora una vera gloria italiana, la quale non ci fa invidiare i più
grandi glottologi della Francia, dell'Inghilterra, e della Germania. Primo per
ordine di tenapo, principe per ragion di merito, e padre per intuitiva potenza
creativa, in questi studi veramente nuovi, è senza dubbio Mùller, il quale
colle famose ed immortali sue Letture sulla filosofia della lingua, riusci a
svelare ai grandi pensatori del suo tempo un campo immenso anzi immensurabile,
nel quale dovevano poi raccogliere tante e tanto gloriose palme, Bopp, Sclegel,
Humbold, Pott, Grimm e Boumouf, nel lungo, paziente e laborioso periodo della
comparazione linguistica, che servi d’opportuno 6 materiale ai grandi
glottologi posteriori sino ai giorni nostri. Quindi ora al cosi detto albero
enciclopedico è spuntato un nuovo ramo, e di tale e tanta importanza, che a
coltivarlo si sono dati con felicissimi successi le menti più elevate del
nostro secolo, che lasciando ai letterati 1' arte che nelle lingue classiche
trovano incarnata, agli archeologi e agli antiquari, le notizie relative ai più
vetusti monumenti, e alla vita classica del monio antico, in gran parte d'
Europa, han fatto oggetto singolo dei loro studi la lingua scientificamente
studiata nella sua origine, nel suo graduale sviluppo, e in tutte le fasi che
1' accompagnano. Avidi, come ora sono tutti gli uomini di grande ingegno, di
risalire, per quanto è dato alla umana indagine, alle più remote origini delle
cose, e positivi per bene intesa ragion di metodo, eliminando tutte le utopie
metafisiche e tutte le creazioni speculative, si sono slanciati nell'oscuro
seno della più remota storia, hanno interrogato i più antichi parlanti e ne han
tratto tale costrutto, che, se non svela pienamente la prima origine della
lingua, si avvicina molto alla soluzione dell'arduo problema che ha tormentato
la mente umana tanto da farle assolutamente perdere la speranza di risolverlo,
e 1'ha costretto a ricorrere ad un gratuito intervento dello stesso Dio che
nulla spiega – H. P. Grice: “I still use ‘God’ as a exegetical devic!” -- , e
che come ogni altra fede, ad altro non vale, se non a disarmare l'audacia dei
figli di Prometeo, che corrono per il vetitum nefas. Nessuno ora ignora di
quanta importanza sia in questo genere di ricerche la esattezza del metodo, e
come, sinché sono fatte con metodo sbagliato, non approdarono ad altro, che ad
ipotesi più o meno insussistenti e sempre erronee. Dacché però la filosofia della
lingua è trattata con metodo veramente positivo, vale a dire, dacché si comincia
ad ammettere come vero tutto ciò che scientificamente è dimostrato, la scienza
prende un maraviglioso incremento, e i risultati che se ne sono ottenuti sono
ora tanto sicuri, che possono stare come inconcusse basi sulle quali si può
francamente proseguire quella parte di edificio scientifico, che ancora resta a
farsi. Non sono ancora molti anni scorsi, da che la glottologia, sulle venerate
orme di Miiller, è sempre trattata alla stregua delle scienze fisiche o naturali,
avendo il dotto filologo dimostrato, ed i suoi seguaci costantemente creduto,
che la lingua è un organismo vivente – “How CLEVER language is!” – H. P. Grice
--, il quale nella sua progressiva formazione ha in massima parte ubbidito a
leggi fatali della fisi o natura, e che poca o nessuna parte vi abbia preso la
volontà dell' uomo, nel quale caso, non alla branca delle scienze fisiche o naturali
avrebbe dovuto ascriversi, ma a quella delle storiche, e con tutt'altro metodo –
il di Vico -- che quello di Miiller avrebbe dovuto essere trattato. A sostenere
questa diversa natura ed indole della lingua, e quindi ad attaccare le dottrine
glottologiche di Mùller, surge in questi ultimi anni il filologo Withnei, il quale,
nel suo saggio dal titolo Vita e sviluppo della lingua, con tanto poca
riverenza da muovere la suscettibilità dello stesso Mùller, venne ad una
conchiusione opposta a diametro a quella del fondatore della scienza, e proclama
recisamente la glottologia scienza storica. L' audace novità della cosa, e in
parte i modi pc.co riverenti di Withnei contro Miiller, e il vibrato
risentimento di costui all'indirizzo dell'avversario, avvivarono la questione.
Le dottrine dell'uno, che si avevano per inconcusse, diventarono discutibili, e
quelle dell'altro, sia per la novità, sia perchè il progresso del tempo aveva
già reso possibili alquante modificazioni da arrecarsi alle teorie sino allora
dominanti, trovarono dei seguaci, e cosi da alquanto tempo si discute, per dare
una soddisfacente risposta alla domanda, che forma il titolo della presente
lettura: fisica -- Naturale -- o Storica la filosofia della lingua? Le scienze fisiche
o naturali hanno per oggetto tutte quelle opere della fisi o natura, nelle
quali non ha preso parte alcuna 1'attività umana. Tutte quelle invece, nelle
quali 1'uomo, giovandosi dei materiali che la natura gli appresta, applica la
sua attività, e riduce a modo suo agli scopi che VOLONTARIAMENTE –
‘intenzionalmente,’ come dice H. P. Grice -- si propone, entrano nel patrimonio
delle scienze che si dicono storiche. Miiller, essendosi convinto, dopo le sue
profonde meditazioni sulla lingua, che la creazione di essa è tutta opera della
fisi o natura, e che in essa non abbia avuto parte alcuna r attività, o per dir
meglio la volontà – o ‘intenzione,’ come preferisce H. P. Grice -- umana, si
credette autorizzato a proclamare dalla sua cattedra di Oxford, alla presenza
d'un uditorio molto dotto il quale applaudi, che la filosofia della lingua è
una vera scienza fisica o naturale, e che quindi non con metodo storico, ma
deve più tosto essere trattata con metodo fisico o naturale. È indotto a questa
conchiusione dal paragone che egli volle istituire tra il metodo seguito dai filosofi
della lingua, e quello che si è utilmente adoperato nello studio delle scienze
della fisi o natura, delle quali passa a rassegna alquante, e specialmente
1'astronomia; e dall'avere osservato, che come in questa, la glottologia ha il
suo periodo empirico, quello delle comparazioni, e finalmente lo scientifico,
trasse la sua conclusione, e fa della glottologia una scienza fisica o naturale.
Però, per potersi bene apprezzare il valore scientifico di questa sua
conclusione, é utile riflettere, che non dal metodo con cui si tratta una
scienza, ma dall'obietto che in essa si studia, può venire ad essa bene
assegnato il posto che le compete nella classificazione delle diverse branche
del sapere umano. Nessuno infatti direbbe che la cosi chiamta – da Comte – “sociologia,”
per esempio, la quale per raggiungere lo stato in cui ora si trova lia avuto
bisogno di un lungo corso di particolari osservazioni, di numerosi paragoni di
fatti umani, per potere meritare il nome di scienza che ora ha, sia una scienza
fisica o naturale nel senso dell'astronomia, della fisica e della chimica, per
la sola ragione di aver seguito lo stesso metodo, nel lungo periodo della sua
formazione. Una scienza, e il modo della sua progressiva formazione, sono cose
ben diverse, per potersi ragionevolmente confondere. La scienza trae 1'esatto
suo nome dall'obietto che in essa si studia, e non dalla storia della sua
formazione. Per potersi dunque scientificamente dimostrare, che la glottologia è
una vera scienza fisica o naturale, bisogna prima di tutto vedere, se la lingua,
che è il suo obbietto, è un prodotto delle sole forze della fisi o natura – “le
teorie ‘causale’ di H. P. Grice – Those spots mean measles --, o delle sole
forze dell'attività – “intenzionale” – H. P. Grice -- umana, oppure un prodotto
della azione mista e contemporanea dei due fattori, i quali uniti nella
personalità umana, diano per ultimo prodotto quel mirabile congegno col quale
1' uomo riesce a manifestare se stesso e tutte le sue modificazioni. La lingua,
come noi 1'abbiamo, è un complesso di SEGNI fonetici, e non di quelli che per
essere necessarie manifestazioni delle qualità delle cose diconsi fisici o naturali,
ma di quelli, che NON essendo opera necessaria della fisi o natura, non possano
essere che prodotti dell'arte – H. P. Grice, ‘arbitrio,’ ‘artifizio’ --, non
essendovi nell'universo da noi conosciuto altre forze capaci di potere in
qualunque maniera modificare le opere della fisi o natura stessa. Ma l’ARTE –
techne greca -- non è della fisi o natura, è dell' uomo, e solo in senzo
assolutamente largo, e che non dà più luogo a classificazione alcuna, potrebbe
dirsi, che essa sia un prodotto fisico o ‘naturale’ perchè agisce nell’uomo,
che è un prodotto della fisi o natura stessa. Ma, conservandosi la giusta
distinzione tra fisi o natura e techne od arte, nessuno, per quanto sin qui è
stato detto, potrebbe annoverare la lingua tra le opere della fisi o natura, e
confonderlo per ciò colle altre scienze fisiche o naturali. Basterebbe questa
sola osservazione fondamentale, per escludere assolutamente la glottologia dal
numero delle scienze fisiche o naturali, e quindi dichiarare perduta la causa di
Miiller, il quale mise avanti tanto apparato di scienza per sostenerla. Se non
che, non sarà inutile studiare meglio le opere della techne o dell’arte per
vedere, se, e in quali proporzioni possa entrare in esse anche la fisi o natura.
Noi diciamo opera o prodotto di arte, tutto ciò che la fan- tasia 0 la mente
crea, e 1' attività umana, spinta dalla libe- ra volontà, reca ad effetto e
rende sensibile agli altri. Quin- di, se il linguaggio è opera della mente o
della fantasia, se è un prodotto volontario dell' umana attività, e so rende
sen- sibili agli altri i prodotti della mente o della fantasia stessa, non
potrà negarsi , che esso faccia parte del ramo delle scienze storiche, e che
nulla abbia di comune colle scienze naturali. Il linguaggio, ed in ciò sono
consenzienti tutti, è un siste- ma di segni usati dall' uomo, quando è spinto
dal bisogno di comunicare coi suoi simili. I segni che esso adopera sono suoni
orali, e con essi soddisfa al bisogno della comunicazio- ne. L' uso di questi
suoni, secondo il Miiller, è un fatto na- turale, in questo senso, che 1' uomo,
non di propria volontà ma per spontaneo impulso della natura , è spinto a gio-
varsi del ministero della voce per la manifestazione delle sue idee, e in
questo fatto dell' uso della voce, senipre secondo i — 11 — Muller, la volontà
non entra affatto, è cosa all' uomo imposta dalla natura. Conferma il Muller la
sua asserzione, coli' esempio degli al- tri animali, che nella sfera della loro
possibilità si giovano tutti della voce, per la manifestazione dei loro
bisogni. L' Withnei invece, considerando che 1' uomo avrebbe po- tuto, invece
dei suoni, impiegare moti, vale a dire, avrebbe potuto giovarsi del linguaggio
dei gesti, nella preferenza data alla voce vede non 1' opera dell' istinto o
della natura che voglia dirsi, ma un deliberato atto di volontà, il quale reca-
to ad effetto la prima volta, fu poi confermato e reso costan- te dall' uso, il
qviale per la sua antichità ha finito per ren- derlo inavvertito, non essendo
ora alcuno più cosciente della scelta, molto più che, creato una volta il
linguaggio, 1' uomo non ha più il bisogno di ricrearselo. Ecco come al dare il
primo passo nella ricerca, non dicia- mo dell' origine, ma della formazione del
linguaggio, incon- triamo il primo intoppo, che per andare avanti, bisogna as-
solutamente togliere. Se il rigore del metodo precisamente scientifico non mi
vietasse di vedere quella che ora dicesi teleologia nelle ope- re della natura,
e per dirla col Biichner, se il coniglio non corresse perchè ha le gambe
lunghe, ma invece avesse 1& gambe lunghe per correre, io me la caverei
facilmente, dicen- do che 1' uomo ha la voce per parlare, come ha le mani per
prendere, i piedi per camminare, gli occhi per vedere, e cosi del resto. Ma il
richiesto rigore del metodo scientifico, e la ne- gazione alla Natura che per
il libero concorso degli atomi di Democrito si vuole stupida, di qualunque
teleologia o fina- lità, accresce nella quistione 1' imbarazzo, e la cosa da
trop- po facile che pare, diventa assai difl&cile a risolversi. Io qui non
posso ne voglio affrontare la questione teleologica, mi limito pertanto ad
invitare i miei uditori a pensare seriamen- te al fatto analogo negli animali,
i quali, abbenché usino dei movimenti del corpo, come fa qualche volta r.nclie
1' uomo, per esprimere i loro sentimenti, nulla di meno, uell' uso ge- nerale,
si giovano a preferenza della voce. Ed ora una delle due, o r uso della voce è
un fatto imposto dalla natura, e allora il primo passo nella filosofia della
lingua è favore- vole al Miiller, o è una libera scelta della volontà dell'
uomo, e allora nella prima e fondamentale ricerca relativa ali' ori- gine o
meglio alla formazione del linguaggio, avrà vinto lo Withnei. Ma px'ocedendo
ancora a studiare le opere dell' arti , biso- gna riflettere, che corre
differenza tra le opere di queste: che in tutte la natura, dove più e dove
meno, entra sempre: e che se non altro, appresta all' ai'tista la materia del
suo la- voro. Nelle arti beile la natura entra sempre da qualche lato. La
potenza artistica dell' artista è opera della natui-a, e dalla diversa indole
naturale di questa potenza dipende molto l'o- pera deli' arte. Nelle arti
meccaniche entra anche la natura, la quale si impone all' artista colla diversa
capacità che ha la materia, di lasciarsi modificare dalla potenza dell' arte, e
pe^re a me, che in tutte le opere della libera attività dell'uo- mo, non si
possa assolatamente escludei'e la natura, se non per altro, per questo, eh'
essa si impone all' artista, il quale non ha mai facoltà di uscire fuori della
natura e non può che soltanto ijiodificarla a piacere suo colla potenza dell'
arte. Ora, per venire all' applicazione di questi principj, sulla verità dei
quali non può essere dubbio alcuno, passiamo a vedere, qual' è il contributo
che nella creazione della parola mette la natura, e quale quello col quale vi
concorre 1' arte. La natura ha leggi irremissibilmente fatali, colle quali as-
.solutamente si impone, né permette che possano essere mai violate, e nel caso
nostro, è legge di natura, che l'uomo sen- ta il bisogno di comunicai-e agli
altri, che costretto o spinto a comunicare debba per naturale impulso servirsi
a prefe- renza della voce, che giovandosi di questa, debba formare un sistema o
meccanismo di suoni, il quale ubbidisca al corri- spondente sistema del
pensiero umano, che per mezzo dei suoni si vuole esprimere. Tutti altri mezzi,
che alla fine dei conti non possono essere altro che i gesti, non sono che au-
siliarj, e dei quali la manifestazione del pensiero non é fun- zione propria,
ma comune. Mi si permetta di giovarmi d' un esempio, che credo utile a rendere
più chiaro il mio pensiero L' uomo può conoscere la distanza degli oggetti che
lo circondano, colla vista e eoi tatto. E secondo 1' Withnei, esso avrebbe
potuto preferire il tatto alla vista, e ha dato la preferenza a questa per un
at- to deliberato della volontà, come ha fatto nella scelta della voce a
preferenza del gesto nella creazione del linguaggio. Ma considerando bene i
fatti, nessuno direbbe volontaria la preferenza data all' occhio nel vedere,
come quella che è da- ta alla voce per parlare. È opera della natura l'uso
della lin- gua per parlare, come l'uso dell' occhio per vedere; e dal non avere
distinto negli oi-gani del corpo umano la funzione pro- pria e specifica dalla
comune ed ausiliaria, è nata nella men- te dell' Withnei 1' idea, che 1' uomo
avrebbe potuto a volon- tà preferire il gesto alla voce nella formazione del
linguaggio. Ma passiamo ad altro. Secondo il glottologo americano, il
linguaggio è una istituzione tutta volontaria, e puramente storica, perchè, chi
bene lo studj, non vi vedrà altro, che la opera dell' umana attività, libera da
qualunque azione ester- na che possa obbligarla a fare d' un modo anzicchè d'
uno altro. Quanto ci sia di vero o di falso in questa dottrina dell'Withnej,
potrà vedersi, dopo che a /remo esaminato Li connessione che passa tra il
linguaggio come sistema o meccanismo di segni fonetici, e l'umano discorso, che
esso è destiaato a ren- dere sensibile agli altri. L'umano discorso è lavoro
interno della mente, ed è obbli- gato, por essere veramente discorso, ad ubbidire
alle leggi fatali dell' umana intelligenza, le quali impongono le inviola- bili
forme del giudizio e del raziocinio. Chiunque pretende ragionare con altre
forme, può senza dubbio partire per il ma- nicomio, dove cesserà di essere
animale ragionevole, e sarà messo fuori della nostra questione. Il linguaggio
destinato dall'uomo alla manifestazione degli elaborati della mente, per potere
bene funzionare allo scopo che si prefigge, deve fedel- mente rappresentarli,
né ciò potrebbe fare senza ritrarre fe- delmente le diverse forme del pensiero.
Questa somiglianza quindi tra la forma interna del pensiero e la esterna del
lin- guaggio, non è niente libera, ci viene imposta, né si può vio- lare senza
distruggere 1' armonia tra le parti del pensiero e quelle del discorso. Le
diverse funzioni che le idee hanno nel ragionamento, e le relazioni per le
quali si connettono tra loro, sono cose che il linguaggio deve necessariamente
poter rappresentare, per- chè altrimenti sarebbe ritratto veramente infedele.
Né queste diverse forme interne del pensiero possono bene rappresen- tarsi col
linguaggio, senza che questo varj opportuuatamente le forme delle parole che lo
compongono. Da qui nelle lin- gue la necessità della morfologia, qualunque sia
il modo col quale si attua, da qui nelle lingue piìi progredite le flessioni e
tutt' altro, che colla diversità della forma nella parola va- le a significare
la diversa funzione e le varie relazioni delle idee nel lavoro della mente.
Della morfologia non si può far senza nel linguaggio, in qualunque periodo
della sua formazione esso si trovi, sia pure il monosillabico: è impossibile
che an suono possa essere segno di due idee o cose, rima- nendo immutato. La
morfologia dunque nella formazione del linguaggio ci è imposta dalla natura ed
è cosa assolutamen- te indipendente dalla volontà umana. E sin qui abbiamo
detto di ciò che la natura impone al- l' uomo nella formazione del linguaggio.
Essa imperiosamen- te vuole: 1. che 1' uomo pel ministero della lingua parli
suo- ni fonetici: 2. che dia a questi suoni le modalità analoghe a quelle del
pensiero che rappresentano. Sino a questo punto perciò le due scuole del
Miiller e del Withnej sono di accor- do nella necessità della morfologia che
ambidue credono as- solutamente indispensabile, discordono poi in ciò che
riguarda r uso della voce, che l'uno dice imposto dalla natura, e l'altro
scelto dalla libera volontà dell' uomo. Ora seguiamo i due valorosi avversar],
dal momento che 1' uomo spinto dal naturale impulso, comincia ad emettere il primo
suono orale come segno di una sua idea, o senti- mento, 0 bisogno. Donde trasse
1' uomo il primo suono che per la prima vol- ta impiegò come segno per
comunicare ad altri una sua idea ? Lo trasse incosciamente dai suoi organi
fonetici, risponde il Miiller, e creò la prima parola che fu una interiezione.
Lo trasse da altri animali, che naturalmente senti gridare, ripi- glia r
Withnej, e creò la prima onomatopea, e da queste sem- plicissime materie pi'ime
e rudimentali, fatalmente secondo 1' uno, volontariamente secondo I' altro, col
tempo venne a formarsi quell' ammirevole meccanismo che chiamasi lin- guaggio.
Però, per obbligo di giustizia e d' imparzialità, nell' esame delle dottrine
dei due grandi glottologi quali sono i nostri, bisogna dire, che ne le sole ed
isolate interiezioni, ne le ono- — 16 — matopee costituiscono, ne per 1' uno né
per 1' altro, un lin- guaggio propriamente detto: anzi a parere di amendue, il
vero linguaggio comincia là dove finiscono queste due cose, vale a dire ,
quando 1' uomo comincia a chiamare con suoni le cose, O meglio, ad incarnare le
idee nelle parole. E qui ■nn' altra differenza ancora, ed è questa: clie 1' uno
crede che i primi monosillabi, o radici che vogliano dirsi, significarono idee
generali, e 1' altro al contrario pensa, che non furono che segni d' idee
particolari. Noi, sorvolando su tutto questo, e tornando alla ricerca di ciò
che nella formazione del linguaggio ha messo la natura e 1' arte, cerchiamo di
risolvere la quistione dell' interiezioni e delle onomatopee, con un esempio di
fatto vivente, che ac- cade ogni giorno sotto i nostri occhi, ed è qtiesto.
Apre 1' uomo infelice allor che nasce in questa vita di mi- serie piana, pria
che al sol gli occhi al pianto, e questo è sempre accompagnato da un vagito, che
è manifestazione di un bisogno. Ecco la interiezione del Miiller. Ma appena il
bambino comincia a svilupparsi, e quando già sente il biso- gno di dare un nome
alle cose, è ordinario il sentirgli chia- mare Me la pecorella Mu il Bove e
cosi di seguito. Ecco l'o- nomatopea del Withnei. Cosi in due diversi momenti
della in- cipiente vita del bambino, uno veramente spontaneo, e 1' al- tro
posteriore ed alquanto riflesso, noi sentiamo , per opera della natura, uscire
dalla bocca dell' uomo le prime parole, che in senso abbastanza largo possono
dirsi segni d' idee. Questo fatto che è oggetto di grave osservazione nei bam-
bini, acquista una maggiore importanza col considerare, che la vita dell'uomo
individuo è assai analoga a quella dell' uomo collettivo, e ciò in certo senso
ci autorizza ad ammettere, che l'umanità nella formazione del linguaggio ha
seguito la stes- — 1' 8a via del bambino, nei due fatti che abbiamo teste
accen- nato. Poste una volta come creazioni fatte per •solo naturale i- stinto
le interiezioni e le onomatopee, il complesso delle quali costituisce ciò noi
ora chiamiamo radici, passiamo a vedere come da queste germogliò e si arricchì
di tanto lusso di ve- getazione il linguaggio, che arrivò a dare i più grandi
pro- digi del genio umano, quali sono per esempio 1' Iliade e la divina
Comedia. Sino a questo puntu della creazione delle ra- dici, noi non abbiamo ve
luto clie la natura, la quale ha im- posto all' uomo il bisogno della
comunicazione, l' uso della voce, la necessità della morfologia, e la creazione
delle radi- ci, e' che r uomo in tutto ciò non è che puro e semplice stru-
mento che passivamente funziona per impulso esterno e sot- to r impero di leggi
inviolabili; e sin qai non sarebbe erro- neo il dire che la glottologia sia una
scienza naturale. Però le sole radici, quantunque siano gli elementi rudimen-
tali del linguaggio, non sono ancora veramente il linguaggio stesso, e perchè
arrivino a formarlo, bisogna che ricevano tali e tante modificazioni, che alle
comuni intelligenze sembre- ranno sparute, ma che una profonda conoscenza della
storia delle lingue rivela soltanto alla paziente analisi dei laboriosi cultori
di questi studi. La lingua, alla perfezione in cui lo vediamo nelle lingue
classiche, mostra agli studiosi d’essa, che ai mono-sillabi radicali col tempo
furono aggiunti i suffissi, e che dopo questi, le desinenze ridussero a vero
compimento le parole, e ciò ha fatto distinguere i tre oramai troppo noti periodi,
quali sono il mono-sillabbico (“SHAG”), 1'agglutinante (“SHAGGY”) ed il flettente
(“HIRSUTI” – H. P. Grice). Ora, in questo lavoro che direbbesi complementare
delle parole, qual parte ha preso la natura, e quale l'arte ? La natura in
questo non ha fatto quasi niente, ha prestato aolaiuente all' uomo la materia
che sai'ebbe il suono, ha im- posto la necessità di adattare la morfologia della
lingu alle leggi dell’intelligenza che rappresenta, nel resto lascia libero 1'uomo,
che modifica a tutto suo piacimento le primitive radici, per formax'ue parole
propriamente dette. É noto da ciò che la lingua, specialmente nelle lingue più
progredite quali sono le classiche, prende la forma d’un meccanismo tanto ben
disposto che taluni non hanno difficoltà di crederlo e di chiamarlo un
organismo vivente. Or, che la lingua, in senso assai largo, si dica un organismo,
in certo modo si può lasciar correre, considerando la ammirevole armonia delle
parti che lo compongono; ciò che sicuramente è inesatto, é il dirlo vivente.
Organismo vivente è per esempio un albero, nel quale una forza intima che è la
vita, produce spontaneamente un tutto vivo, di cui le parti hanno funzioni
capaci di prodarre determinati effetti che lo rendono capace a nutrirsi per
vivere, e a riprodursi per moltiplicarsi. In questo senso veramente
scientifico, la lingu non è, né può dirsi organismo vivente. Manca in esso 1'alito
della vita, e le parti che lo compongono, nemmeno esse hanno vere funzioni
viventi, capaci di conservarne la vita e riprodurlo. Nulla di meno non è inutile
considerare, quali apparenze hanno potuto far dire organismo la lingua. In essa
le parole hanno singole funzioni che producono sentenze, le quali anche esse
hanno funzioni che producono periodi, e cosi di seguito. Di modo che, come
quando pella formazione dell'albero le radici passano a dare il tronco, e
questo i rami, e questi le foglie, i fiori ed i frutti, cosi le radici delle
parole danno le parole, queste le sentenze, e queste i periodi, e così <li
seguito, sinché ne venga nn poema. Ed ora, sebbene la lingua non puo dirsi
organismo che per similitudine, e vivente a nessun patto, pure io azzarderei
dirlo un meccanismo a parti giacenti, in questo senso, elle le parti destinate
a comporlo, ossia le parole, giacciono inerti nella memoria dell’uomo, e
conservate nei vocabolari, e che quando il meccanismo voglia montarsi, basta
riniiirne i pezzi, suscitare in esso la forza motrice che è la mente dell'uomo,
e cosi si ha un organismo giacente nelle sue parti, che si può a volontà
montare, e mettere in azione per produrre il suo lavoro. In questo senso la
lingua si può ben rassomigliare ad un orologio, nel quale la materia delle
ruote e delle leve che lo compongono è data dalla natura, la loro forma è opera
dell'uomo, il congegno di tutta la macchina è anch'esso opera dell'uomo, ma
fatalmente ubbidiente alle leggi della meccanica, la forza motrice nella molla,
e 1’uso di questa in potere dell' uomo. Nell'orologio perciò é l'uomo che cosi
disponendolo e usando a volontà della forza che non è sua, parla a se stesso.
Cosi nella lingua, l'uomo mosso dall'istinto fatale, modifica opportunamente gl’organi
dell' apparecchio fonetico, produce il suono della parola e parla a se stesso e
agl’altri – H. P. Grice; The addressee – Note that in italian, ‘intendere’
means ‘mean’”. Che cosa è un'orologio non carico? E forse un organismo vivente
? Nò. Somiglia ad un'organismo vivente quando è montato? Si. Può dirsi
un'organismo vivente? Nò. Può chiamarsi un meccanismo giacente, quando ancora
le sue parti non sono montate, o è scarico? Si. Ora, chi ben consideri una
macchina da orologio, puo facilmente discernere ciò che in esso pone la natura,
da ciò che modificando la natura istessa vi ha aggiunto l'arte. La natura da la
materia di cui 1'orologio è formato, e impone le leggi meccaniche alle quali le
parti del meccanismo sono fatalmente obbligate ad ubbidire, né 1'uomo che l'ha
formato osa affermare d’averne creato la materia, o modificato le leggi che a
questa necessariamente imperano. Dello stesso modo, l'uomo puo affermare che l'uomo
siasi da se stesso e volontariamente creato il meccanismo della lingua, ma non
puo osar mai di dire, d'aver volontariamente creato il suono, le leggi che lo
governano, né molto meno quelle dell'umana intelligenza, alle norme inviolabili
della quale esso deve essere necessariamente conformato. Da ciò che sin qui si
é ragionato, siamo autorizzati a dire, che nella lingua ci è tanto di naturale
e di artificiale o volontario, quanto ci é nel meccanismo d’un orologio, ed insistendo
sul medesimo esempio, osserviamo, che la macchina dell'orologio non nacque sin
da principio quale essa é ora, ma che coll’andar del tempo, per successive
aggiunzioni, è stata modificata e migliorata in modo, che ora essa é ridotta a
darci ad un tempo l'ora del giorno, il giorno del mese, l'anno dell'era, e
qualche altra cosa ancora. Della stessa maniera, le primitive radici della
nascente lingua, che nell'antico periodo mono-sillabico non valeno a darci che
idee poco e male determinate, ora per la successiva aggiunzione dei suffissi e
delle desinenze, ci danno un mezzo assai più acconcio a soddisfare il naturale
bisogno della comunicazione tra uomo ed uomo, e sono già ridotte a poter
prestarsi alla più alta manifestazione delle lettere, dello scienze e delle
arti. Questa lunga elaborazione della lingua è avvenuta certamente nel tempo, e
per opera dell'uomo, ed é manifestazione della vita e dello sviluppo della lingua
stessa. H. P. Grice: How CLEVER language is! -- Questa vita e sviluppo sono una
continua evoluzione della cosidetta corruzione fonetica che guasta, e del
rinnovamento dialettale che ri-costituisce, di modo che può dirsi che la lingua
non è mai inerte, e che una specie di forza interna lo agita, per trasformailo
continuamente. Ora questa forza che è la vita della lingua, è individuale –
idiosincratica, idiolettale – H. P. Grice -- o collettiva – popolazione di C.
A. B. Peacocke? è coscia o incoscia? ubbidisce a leggi di necessità o è libera?
è naturale o accidentale? Ecco delle domande, alle quali bisogna rispondere,
prima di poter dichiarare naturale, e storica, la scienza della lingua.
Sappiamo tutti che uno scrittore (Humpty Dumpty) può introdurre nella lingua un
vocabolo che le manca, ma sappiamo nello stesso tempo, che il nuovo vocabolo
non è mai una nuova creazione, esso è sempre una importazione di cosa già
esistente, o composta d’elementi pre-esistenti. Manca all' italiano il uomo del
fior di arancio, lo supplì Prati prendendolo dal dialetto siciliano che l’ha:
si inventaroao le strade ferrate, ed è composto il nome di “ferro-via”. Ma ne
nell' uno né nell'altro caso è fatta creazione di cosa che prima non esiste, ed
io credo, che dacché la lingua è formata, nessun uomo possa dire di aver
coscientemente, e per deliberato atto di sua volontà, creato una parola
veramente nuova – H. P. Grice: “Possibilemente il ‘pirot’ di Carnap e una
eccezione –” -- , nel senso che non sia stata una modificazione di parola o di
radice preesistente. Se l'indole di questo discorso il comportasse, io potrei
confermare con esempi ciò che asserisco; ma la cultura del mio uditorio me ne
dispensa, e vado avanti. Ora in questo lungo lavoro di corruzione fonetica e di
rinnovamento dialettale, quanto ci é di volontario, perchè possa veramente
dirsi un fatto storico? Poco, anzi nulla. Ci sono delle cose, nelle quali la
natura non entra, o entra poco, possono dirsi e veramente sono prodotte dall'umana
attività, ed entrano veramente nel patrimonio della storia, ma per tutt'altro
titolo, meno qnello d’essere state fatte per cosciente e deliberata volontà
dell'uomo, e di questo genere é tutto ciò che nella lingua accade per
corruzione fonetica e per rinnovamento dialettale. Dove è dunque ora domando io
la libera volontà dell'uomo in tutto questo lavoro trasformatore della lingua?
In tutto, mi risponde I'uno: in nulla l’altro. Ed io rifletto. Conosce la
storia il nome ed il cognome, o di quel PRIMO TROGLODITA che deliberatamente
scava la prima abitazione sotterranea, o di quel primo ciclope che fabbrica
sopra terra la prima casa con blocchi senza cemento? Nò. E per questo deve
negarsi che o le caverne trogloditiche, o le costruzioni ciclopiche, siano
opere della libera attività e volontà dell' uomo? Nò. Della stessa maniera,
qualunque fatto di corruzione fonetica o di rinnovamento dialettale – “Or a
folk-song” – H. P. Gice -- può essere stato un prodotto di libera volontà
umana, del quale la storia non ha memoria, e che poi imitato macchinalmente, è diventato
un fatto incosciente. Se tutto ciò di che ignoriamo 1'origine e lo sviluppo, si
dovesse negare alla libera attività dell'uomo ed attribuire alle fatali forze
della natura, finirebbe ad un tratto la storia, e tutto entrerebbe nel
patrimonio di mal concepite scienze naturali. Ed ora, riavvicinandoci allo
scopo della nostra ricerca, che è quello di poter dare una soddisfacente
risposta alla domanda, se mai sia naturale o storica la scienza della lingua,
non è inutile rifarci sopra i nostri passi, e richiamare alla nostra mente le
conclusioni alle quali siamo venuti ragionando. Abbiam veduto, che nella
creazione della lingua é naturale l'istinto alla comunicazione; naturale l'uso
della voce; naturale la creazione delle radici; storica la corruzione fonetica,
e storico il rinnovamento dialettale; e finalmente incoscienti le modificazioni
che ora si fanno agl’elementi della lingua già esistenti. Queste conclusioni, a
dire il vero, danno ancora poca luce, per poter ben rischiarare tanto l'una
quanto 1'altra delle due opposte dottrine, e al più non fanno vedere altro, che
ci è del vero e del falso in ambedue, e fan sospettare che la scienza della
lingua non debba dirsi, ne veramente sia, né naturale, ne storica, ma forse
tutte due cose insieme. Sono sulla faccia della terra alquante istituzioni ed
opere, le quali, chi ben considei'i, mostrano che alla loro creazione sono
concorse insieme la natura e 1'arte, e senza la combinata azione dei due
fattori, non potrebbero esistere. Entrate in un gabinetto di fisica, passate a
rassegna tutti gli apparecchi nei quali è applicata come forza la elettricità,
o iu un osservatorio astronomico, ed osservate gli apparecchi ottici nei quali
funziona la luce, e voi nell'uno e nell altro caso, troverete che ciascuno di
quei congegni é opera della mano dell'uomo, il quale, giovandosi della
proprietà del fluido elettrico, sa trovar modo di mettersi in corrispondenza
colla natura muta, obbligandola colle osservazioni e cogli esperimenti, a
rispondere alle sue domande, e a tenere con esso una specie di conversazione,
la quale è simile a quella che si tiene tra uomo ed uomo colla lingua per mezzo
dell’apparecchio fonetico. La differenza che corre tra questo genere di
discorsi dei fisici e degli astronomi colla natura, e quella che un uomo tiene
con un altro, sta in questo: che discorrendo 1'uomo colla natura, usa d' un
apparecchio che non é il suo corpo, né qualche parte di esso, ma invece quando
un uomo discorre con un altro, ha per strumento il proprio corpo, o quella
parte d’esso clie bene si presta allo scopo, ed è 1'organo complesso della
fonazione. Questa differenza fa, che le due specie di fatti non possono
confondersi, perchè nei primi, tanto l'apparecchio quanto la forza che in esso
funziona, sono cose esterne all'uomo, mentre nella funzione della lingu, e 1'apparecchio
fonetico e la mente che esso ritrae, è nell'uomo stesso Stando cosi le cose,
noi siamo atitorrizzati a dire che la lingua è e funziona nell'uomo con le
le;?gL cho lo governano, tanto da parte dell'organo, quanto da parte del
pensiero. Nasce da ciò, che chiunque vuole trovare la nascita, la vita e lo
sviluppo di esso, non deve uscire dall'uomo – G. J. WARNOCK: How CLEVER
language is – H. P. Grice: You mean, surely, how clever WE are, Warnock!” -- ,
ma lo deve seguire passo a passo nella sua vita, cominciando dal più lontano
momento in cui lo sorprende sulla faccia della terra. La storia di QUESTO
MISTERIOSO BIPEDE PARLANTE, che è un apparecchio organico, in cui la forza
materia trasformandosi in psiche, rivela se stessa e le sue modificazioni per
mezzo della parola, è ora 1’obbietto di un’studio speciale, che ha formato ima
particolare scienza che è l'antropologia. Questa scienza, che ha per oggetto lo
studio dell'uomo, vale a dire, che cerca d' indagarne 1'origine e lo sviluppo
sin dai tempi da noi conosciuti, deve vedere a preferenza di qualunque altra,
se, come, e quando 1'uomo comincia a parlare – H. P. Grice: TALKING PIROTS. Le
verranno in aiuto le scienze affini, 1'anatomia, la fisiologia, la
paleontologia, e quella che sopra tutte può illuminare i suoi passi, la
glottologia. La recondita storia dell'origine dell'uomo, se pure esiste, più
che nei fossili sepolti nel seno della terra, deve cercarsi nei preziosi avanzi
delle parole delle epoche più remote che ci sono rimaste, ed è per questo, che
noi ora, per risolvere la quistione propostaci, ci accingiamo ad esaminare come
la glottologia, anziché una scienza natural o uua scienza stoiùca, partecipando
dell'una e dell'altra, sia e debba esser detta una scienza ANTROPOLOGICA –
Humans are persons, too – H. P. Grice. L' uomo primitivo, la storia della sua
origine, i monumenti clie restano della sua remotissima antichità, e che stanno
a testimoniare il suo stato fisico e la sua incipiente cultura: le sue arti, le
sue istituzioni, gli sviluppi nel corpo, i progressi nella sua incipiente
civiltà, sono tutti obbietti che la scienza prende a studiare, e il metodo che
siegue in questi studi, sebbene sia molto simile a quello che secondo Miiller è
stato seguito nello studio della lingua, non lascia nulladimeno di essere
puramento storico, come a tali scienze bene si addice; osservazione di singoli
fatti ed oggetti, e comparazioni rigorosamente fatte, hanno condotto 1'antropologia
alla dignità di scienza, della quale, attesa la grande importanza, si occupano
ora le menti più elette, e gl’uomini di vasta istruzione. Nessuno potrà mettere
in dubbio che tra i monumenti che possono spargere qualche luce sulla storia
naturale dell'uomo in epoche di si remota antichità, il più importante debba
reputarsi la lingua, la quale non solo può farci in gran parte conoscere la
cultura mentale dei nostri proto-parenti, ma può altresì rivelarcene le
condizioni organiche, e specialmente dell' apparecchio fonetico nel magistero
della voce usata come strumento del pensiero. Chi sa se 1'uomo non comincia a
parlare col mono-sillabo, come tuttora fa il bambino, perchè il suo organo
fonetico non è capace di far di più? Io non oso affermarlo ma tutto ci induce a
sospettarlo. Chi sa, se tra le consonanti, usa prima delle gutturali, che il
bambino ora ci fa sentire nel primo vagito, o delle LABIALI, clie pare abbia
sempre adoperato per cominciare a chiamare il “pà” e la “ma,” ossia il padre e
la madre? Chi sa se tra i suoni che primitivamente comincia ad usare, ed i
bisogni o sentimenti che volle esprimere, ci sia stata qualche connessione a
noi ignota? Questi e simili problemi tuttora irresoluti non possono essere
sciolti dalla pura e semplice glottologia, sia che si studj come una vera
scienza naturale, o come una scienza storica. Bisogna che in questo mirabile
lavoro della lingua l'uomo si prenda tutto, non come solo corpo per far di lui
e dei suoi prodotti come di una foglia di albero conservatala un orto secco, ne
come solo libero e capriccioso vivente, le opere del quale non abbiano per
norma che il talento e la volontà. La lingua che esso si è formato si deve
considerare come la maggiore e più nobile produzione, nella formazione della
quale è ad un tempo intervenuto 1'uomo materia col suo organo, e l'uomo spirito
colla sua intelligenza. Ora questo compito non è, né delle sole scienze naturali,
né delle sole storiche, ma di una speciale scienza, che consideri nell’uomo la
natura e la storia, e questa non può essere che l’antropologia – H. P. Grice,
ANTROPOLOGIA E PERSONALISMO: Humans are persons, you know. Chiunque consideri
come si è venuta formando la glottologia, progredendo nei suoi tre periodi,
empirico, comparativo e scientifico, puo facilmente notare la grande
rassomiglianza che questo procedimento ha, con quello che ha tenuto la
antropologia; e come veri musei possono infatti considerarsi le collezioni d’Hervas,
d’Adelung, e degli altri minori. E vera archeologia e PALEONTOLOGIA comparata,
possono chiamarsi i lavori di Bopp, di Sclegel, di Pott, e di Bournouf, dei
quali ora seguono 1'esempio e la gloriosa carriera i viventi che tacciamo. E
diciamo i viventi, perchè di questi veri creatori della scienza glottologica, Humbold
che è il più antico, mori l'anno 1835, lo Sclegel al 45, il Bournouf al 52, dei
due Grimm uno al 59, e r altro al 03, e Bopp, famoso autore della grande grammatica
comparata, al 1867. Lavorando sulle opere di questi grandi raccoglitori e compararori,
Mùller potè dare nelle sale del reale istituto d’Oxford, le sue famose lezioni
sulla scienza della lingua, e dichiarare scienza naturale la glottologia, e
circa dieci anni dopo Withuei, rivangando il terreno già dissodato, si crede
autorizzato a contradirgli, proclamando la glottologia una scienza storica.
Noi, dopo aver veduto, che alla creazione e formazione della lingua concorrono
simultaneamente la natura e l'uomo, specialmente ora ohe la nuora antropologia fa
oggetto dei suoi studj non solo l'uomo ma i suoi monumenti manufatti e le sue
naturali istituzioni, considerando quanto ci è di vero nei lavori dei due
grandi glottologi, pensiamo, che ne naturale, né storica, ma antropologica
debba dirsi ora la scienza della lingua, alla quale è stato dato dall’ASCOLI nostro
il nome di glottologia. Tutto questo grande progresso negli studj linguistici,
chi ben ne consideri la breve storia, si deve in massima parte alla scoperta
del sanscritto, ma questo solo non sarebbe bastate, se non ne fossero
conosciuti i rappoti colle lingue classiche, e specialmente colla greca; ed è
senza dublM||^per questa ragione, che in questi ultimi tempi nostri, i più grandi
letterati e glottologi, specialmente della Germania, si sono dati allo studio
del greco con tale ardore, che ha reso possibile il veramente prodigioso
progresso, che in esso si è fatto. Una specie di apocalisse, o rivelazione è
accaduta nello studio della lingua greca, specialmente per quel genio sommo che
è Curtius, il quale schiude un campo immenso ai suoi ammiratori e seguaci. Non
più col solo intendimento di penetrare nei misteri dell' arte e della sapienza
greca, incarnate nelle immortali prose e poesie degl’antichi, ma con scopi
molto più elevati, si studia ora la lingua d’Omero e di Pindaro. Quella divina
favella, già formata è capace di svelarci tutte le bellezze della natura, ma lo
studio della sua formazione ci ha già fatto prendere un generoso volo pei campi
dell'antichità. Un mondo sinora muto comincia a parlare, e le fitte tenebre del
tempo sono ora alquanto dii adate. Per gli studj ellenici la civiltà presente
si è riattaccata colla greca, e questa con quella dell'Asia, culla dell'umanità.
Chi sa, se non debba venire un tempo, nel quale l'audace figlio di Giapeto, dodo
aver portato il fuoco dal cielo, ora che si è ficcato nel le intime viscere
della terra, non arriva a trovare le sorgenti doUa vita, aiutato dalla geologia,
dalla paleontologia, e specialmente dalla glottologia? Non mi noccia ripeterlo
col nostro Miiller: più che tutte le ossa fossili e le città lucustri, a
rintracciare l'origine dell'uomo, è utile un mono-sillabbo, che poti-ebLe
essere capace di condurci, come la stella dei magi, in quella caverna, nella
quale 1'uomo la prima volta da lo spettacolo della parola. Audace, anzi folle
speranza! è vero. Ma al pensare che 1'uomo, colla potenza del suo genio comincia
passo a paa^ad alzare il misterioso velo del quale la natura gelosa volle
coprirsi, e che l'obbliga a rivelargli una gran parte dei suoi più ardui
misteri, io non mi scoro, e si accresce la mia fede. alla fatidiche parole del
poeta. Coelum ipsum petimus, stultia dice egli, sapientia dico io! E la mia speranza
è confortata dall'indomato zelo dei laboriosi cultori della glottologia, ai
qimli forse è data 1'ultima parola, nelle ardue ricerche delle origini
dell'uomo e della sua civiltà. Ed ora a voi, giovani italiani, che avete
intelletto di amore per la patria. Io non saprei chiudere questo povero mio
discorso, senza ricordarvi 1' obbligo che voi avete , di spin- gere avanti il
trionfale carro del progresso, anche muoven- done questa principale ruota che è
lo studio della glottolo- gia. Credete forse di essere coudannati a scavare in
un mondo antico assolutamente inutile alla vostra vita moderna , e vi
ingannate. La vita moderna è ancora molta viziata e travagliata da errori e
superstizioni che la deviano dal suo retto cammino. Per vedere chi voi siete,
donde venite, e dove andate, biso- gna spingervi per quanto si può verso le
sorgenti della vo- s tra origine, e a queste possono condurvi le scienze
antropo- logiche, e tra queste a preferenza la glottologia. I gloriosi padri
nostri hanno lottato tanto per la emancipazione della vita e sono riusciti: ora
tocca a noi 1' altra metà del lavoro, l'emancipazione della mente e riusciremo.
La barbarie del medio evo ritrasse, egli è vero, l'Italia nostra dalle glo-
riose lotte del pensiero che fu trionfalmente incatenato al carro d'una fede
ambiziosa e furba. Ma quando, ridestato il genio italiano, rinacquero le
lettere, allora un glorioso italia- no scopri l' America, allora la polvere e
la stampa. A ride- stare negli animi degli Umanisti del quattro cento il sopito
genio italiano, e a rimettere nella giusta via le scienze e le lettere, più che
ogni altra cosa valse l'antico pensiero gre- co, che si trasfuse nelle anime
italiane: e che l'Europa potè succhiare il latte della scienza e dell'arte
greca, è gloria nostra. Nessuno, è vero , può ignorare che ora l' Italia, una
volta madre del sapere, aspetta spesso il verbo del dottore stranie- 30 ro,
spucialmente in fatto di studj lirguistici e glottologici. Ma tatti abbiamo il
dritto di mostrare che si è lavorato e si lavora sopra materiali italiani. Le
male Signorie die prima d' ora fecero di noi empio strazio, e che ebbero la
vigliacche- ria di schierarsi difensori di vin domma che ci faceva parla- re
per virtù divina, ci ritrassero dal glorioso cammino che ci avevano segnato i
padri nostri. Cosi in abbandonato il eampo ed assalito da stranieri che
raccolsero le palme da noi seminate. Ora però che l' Italia è rinata a vita
veramente civile , o- ra, giovani Italiani, é vostro dovere tornare alla lotta,
e co- me un Italiano regalò l'America al mondo, ed un altro sep- pe trovarne 1'
anima e 1' obbligò a camminare sopra prodi- giosi fili di ferro, così ora tocca
a Voi , giovani Italiani , il continnare le glorie dei vostri maggiori. L'
Italia é ricca di una lin;j,ua che fu del più grande popo- lo del mondo , e che
deve ancora in parte rispondere all' in- chiesta della scienza: è ricca di
dialetti poco o niente esplo- rati: ha in questa isola nostra le reliquie della
civiltà greca che vi dominò per cinque secoli, e della punica che con quella
aspramente lottò. Oh quanta messe da raccogliere ! Oh che campo vasto da
esplorale. Signori, io sono oramai vecchio, e nel corso della mia vi- ta ho
dovuto esperimentare un fatto che mi dà da sperare. Studiai, sotto un prete, un
poco di Greco sulla grammati- ca aS usum Seminarii Patavini , ed ora siamo col
Curtius, che è tutto dire. Ed ora, colla guida d' eccellenti professori, che
non potete fare voi, giovani Italiani ? Aspettate forse, che le grandi scoperte
linguistiche vi ven- gano sempre dall' estero per applaudirle ? 31 Animo
giovani, ora siete in molti che vi consacrate a que- sti studj. Una volta,
cari, in questa Ateneo di Sicilia , chi leggeva l'alfa e l'omega non era che un
caso raro come un corvo bianco. Q,^^ / P Bruno, Salvatore 121 Naturale o
storica la B73 scienza del linguaggio UNIVERSITY OF TORONTO LIBRARYC. Nome
compiuto: Salvatore Bruno. Keywords: “Some like Giordano Bruno, but SALVATORE
Bruno is MY’s man” – H. P. Grice. Keywords: semantica. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bruno,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Bruzi: la ragione
conversazionale el’implicatura conversazionale dei goti -- scuola di Squillace – filosofia calabrese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Squillace). Filosofo italiano. Squillace, Catanzaro, Calabria. Grice: “Cassiodoro
was possibly a genius; I mean, I wrote a logic, and so did he – but he was
‘consul’ on top! My favourite – and indeed, the ONLY tract by him I recommend
my tutees is his “Dialettica” – Strawson prefers his “De anima,” but
‘anima’ is a confused notion, for Wittgenstein and neo-Wittgensteinians
alike – no souly ascription without behaviour that manifests it! – whereas with
‘dialettica’ you are safe enough!” –Grice: “I should be pointed out that of the
three of the trivial arts – ‘dialettica’ is the only one that deals with my
topic, conversation or dia-logue – grammatical is almost autistic, and rhetoric
is for lawyers, i. e. sharks! Only ‘dialettica’ represents why those in the
Lit. Hum. programme chose ‘philosophy’!” Grice: “Dialettica INCORPORATES all
that grammatical and rettorica can teach!”. Cassiodoro Flavio Cassiodoro Gesta Theodorici Flavius Magnus
Aurelius Cassiodorus. Cassiodoro, da un manoscritto su vellum del XII secolo.
Magister officiorum del Regno Ostrogoto MonarcaTeodorico il Grande Atalarico PredecessoreSeverino
Boezio Prefetto del pretorio d'Italia MonarcaAtalarico SuccessoreVenanzio
Opilione Monarca Teodato Vitige PredecessoreVenanzio Opilione Successore
Fidelio Dati generali Professione filosofo Flavio Magno Aurelio Cassiodoro
Senatore (latino: Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus Senator. Vive sotto il
regno degli ostrogoti. Percorse un'importante carriera politica sotto il
governo di Teodorico ricoprendo ruoli tanto vicini al sovrano, da far pensare
in passato ad un effettivo contributo diretto al progetto del re ostrogoto.
Successore di Boezio, oltre che consigliere, fu cancelliere de Teodorico e il
compilatore delle sue lettere ufficiali e dei provvedimenti di legge. Collabora
anche con i successori di Teodorico. Al termine della guerra si stabilì
in via definitiva presso Squillace, dove fondò la biblioteca di Vivario. La
fonte principale che ci permette di conoscere la famiglia di Cassiodoro è data
dalla sua più vasta e importante opera, le “Variae”. Nasce in una delle più
stimate famiglie dei B., facente parte del patriziato. L'origine del nome è da
ricercarsi in un luogo di culto dedicato a Giove. Da una lettera scritta da B.
per Teodorico abbiamo notizie sui suoi genitori, così come su un parente di
nome Eliodoro. Dall'antica origine della famiglia si può comprendere la scelta
dei B. come nuova patria, essendo questa una zona della Magna Grecia. Si hanno
notizie inoltre del suo bonno, definito “vir illustris” e del nonno Senatore.
Quest'ultimo fu tribuno sotto Valentiniano III, e in qualità di ambasciatore
conobbe il re degli Unni Attila. Odoacre e Teodorico ritratti nelle
Cronache di Norimberga. Al padre furono indirizzate alcune lettere delle
“Variae”, il che ci offre più dati su di lui. Ricoprì il ruolo di comes rerum
privatarum e successivamente di comes sacrarum largitionum nel governo di
Odoacre. Mantenne la propria posizione di funzionario d'amministrazione anche
sotto Teodorico, tanto da diventare governatore provinciale. Lo si ritrova
governatore della Sicilia, e dopo essere entrato nelle grazie di Teodorico,
governatore della Calabria, quando si ritirerà alla sua villa. Così come
per i suoi familiari, ricaviamo notizie sulla vita di B. solo dalle sue opere.
La nascita e quella indicata dal Tritemio nel suo “De scriptoribus” (Basilea).
Il menologio lo ricorda. Per quelli che, come Theodor Mommsen, non ritengono
attendibili i dati del Tritemio, le date di nascita e morte di B. rimangono
ipotizzate, principalmente grazie a quelle note dei suoi incarichi
amministrativi; nonostante ciò molte cronache tendono a confondere alcuni dati
della vita di Cassiodoro con eventi vissuti dal padre, attribuendo una grande
longevità al letterato di Squillace. Proprio per quanto riguarda Squillace, non
è certo che vi nacque. Molto più probabilmente vi passò l'infanzia, ricevendo
dalla propria famiglia una prima educazione e seguendo degli studi. Ancora
giovane fu avviato dal padre alla carriera pubblica, per la quale ricopre
anzitutto il ruolo di “consiliarius”, per poi diventare quaestor sacri palatii,
forse perché Teodorico apprezza particolarmente un panegirico che egli aveva
composto. Poco tempo dopo ricevet il governatorato di Lucania e Bruttii,
notizia che si può apprendere da una lettera inviata al cancellarius Vitaliano.
Seguendo differenti interpretazioni storiche, questa congettura è stata però di
recente messa in dubbio. Risale la designazione a console. Nonostante si
trattasse ormai di una carica onorifica manteneva una certa importanza,
permettendolo di ricoprire il ruolo di eponimo. Dei anni successivi non si
conosce salvo la pubblicazione della Chronica. Successivamente, fu nominato
magister officiorum del re, succedendo nella carica a BOEZIO (si veda). Il
ruolo e di grande prestigio, e rappresenta con esso il capo
dell'amministrazione pubblica, degli official
e delle scholae palatinae. Alla morte di Teodorico, si apre una complessa fase di successione.
Divenne ministro della la figlia di Teodorico, succedutagli sul trono come
reggente per il figlio Atalarico. Presumibilmente perdette parte della sua
influenza nei primi anni di tali mutamenti politici, ma seppe poi riproporsi e,
con un lettera di Atalarico, guadagna il titolo di Prefetto del pretorio per
l'Italia. Non ricopre questo ruolo politico per molto tempo. Atalarico morì e
ai consueti problemi di successione si aggiunse la malvolenza di Giustiniano
verso gli ostrogoti, insofferenza che culminò poi con la guerra gotica. Resse
nuovamente la prefettura, sotto i re Teodato e Vitige, per poi abbandonare
definitivamente la carriera pubblica. Nelle Variae si possono trovare le ultime
lettere scritte per conto di Vitige, anche se non viene detto nulla sul
concludersi della sua funzione politica né si sa alcunché dei suoi successori.
Di fronte all'avanzata bizantina rimase dapprima in ritiro a Ravenna, luogo che
offriva ancora una certa sicurezza. Ravenna e conquistata dalle truppe imperiali,
e da quel momento si perdono le sue tracce. Le alternative vagliate sono una
permanenza a Squillace, dove però avrebbe avuto scarse possibilità di
movimento, o una permanenza più lunga a Ravenna. Lo si ritrova nel seguito di
papa VIRGILIO a Costantinopoli, città nella quale potrebbe anche aver
soggiornato, secondo una terza ipotesi, in un periodo precedente alla data
conosciuta. Rientrò nei Bruttii solo dopo la fine della guerra, ritiratosi
definitivamente dalla scena politica, fondò il monastero di Vivario presso
Squillace. Si hanno anche per questa parte della sua vita pochissime
informazioni, non si conoscono quindi le motivazioni che lo portarono alla
creazione di questa comunità monastica né particolari sulla contemporanea
situazione politica della penisola italica; per quanto riguarda la sua
situazione personale, si può ipotizzare che non ebbe eredi diretti. Al Vivarium
trascorse il resto dei suoi anni, dedicandosi allo studio e alla scrittura di
opere filosofiche. Qui istituì uno scriptorium per la raccolta e la copiatura
di manoscritti, che fu il modello a cui successivamente si ispirarono i studii.
Opera, il De ortographia. IL'obiettivo principale del progetto
politico-culturale di B. fu quello di accreditare il regno teodericiano come
una restaurazione del Principato, ossia quella forma di governo che aveva
garantito la collaborazione, formalmente quasi paritaria, tra l'imperatore e la
classe senatoria. Questa autorappresentazione del governo goto serviva in primo
luogo come legittimazione del regno nei confronti dell'Impero
costantinopolitano. Sostanzialmente, essendosi conformato il regime ostrogoto
al modello imperiale, il primato dell'imperatore e fondato esclusivamente su un
piano carismatico (pulcherrimum decus). Al tempo stesso, tale imitazione da
parte di Teoderico poneva l'Amalo in una posizione di superiorità nei confronti
degli altri regni barbarici attraverso un principio politico-carismatico,
basato su una gerarchia di due livelli (l'impero e il regno di Teoderico, gli
altri regni), con un vertice binario e leggermente asimmetrico. Tra tutti gli
altri dominantes, Teoderico era il solo che, per volontà divina, aveva saputo
dare al suo regno gli stessi fondamenti etici e legali dell’imperium: il suo
regno era una replica perfetta del modello imitato e a sua volta un modello. Giardina.
La prospettiva di B., infatti, non è più l'impero universale, bensì quella
nazionale dell'Italia romano-ostrogota, autonoma ed egemone rispetto agli altri
regni occidentali, sebbene siano state avanzate riserve circa la reale
ambizione di Teoderico di assumere l'eredità del decaduto Impero romano
d'Occidente. In particolare, il fondamento dell'ideologia cassiodoriana ruota
intorno al concetto di “civilitas”, che indica tanto il rispetto delle leggi e
dei princìpi della romanità, quanto la convivenza sociale, giuridica ed
economica di romani e stranieri fondata sulle leggi. Secondo B., il regno goto
si sarebbe fatto custode della civilitas, garantendo così la giustizia e la
pace sociale (l’otiosa tranquillitas, cioè l'obiettivo di ogni buon governo),
in accordo con la legge divina e la migliore tradizione imperiale romana. Il
richiamo all'ideologia del Principato da parte di Teoderico e Atalarico si
basa, nella fattispecie, sull'emulazione della figura di Traiano, così come
tratteggiata nel Panegirico di PLINIO (si veda) il Giovane. Con il regno di
Teodato, invece, il principale modello di riferimento fu quello
dell'”imperatore-filosofo” -- un ideale etico-politico ampiamente imbevuto di
caratteri neoplatonici. In seguito, nell'impellenza della guerra greco-gotica,
Vitige si distinse per il recupero di un'ideologia più specificamente
germanica, in cui e messi in risalto le virtù bellica e l'ardore
guerriero. San Benedetto da Norcia.
Inoltre esiste la possibilità che un primo abbozzo di ciò che sarebbe
diventato il monastero esistesse già da tempo, presente nei territori di
Squillace da una data sconosciuta e utilizzato come residenza da C. solo al
ritorno in patria dopo la guerra gotica. Ad ogni modo non aiuta nelle varie
ipotesi il silenzio delle fonti, poiché le Variae erano state già pubblicate e
nessuna delle opere dell'ormai ex politico trattò di questa fondazione; nulla
si conosce sul parto di questo progetto, né quando quest'idea fosse stata
concepita. Nonostante si intuisca dalle ultime opere di B. un avvicinamento
potente alla fede cristiana (si pensi al De anima e all'Expositio Psalmorum, il
monastero di Vivario nacque con uno scopo differente dal celebre Ora et labora:
l'obiettivo principale del nucleo monastico fu infatti la copiatura, la
conservazione, scrittura e studio dei volumi contenenti testi dei classici e
della patristica occidentale. La caratteristica di Vivarium era quindi la sua
forma di scriptorium, con le annesse problematiche di rifornimento materiali,
studio delle tecniche di scrittura e fatiche economiche. I codici e manoscritti
prodotti nel monastero raggiunsero una certa popolarità e furono molto
richiesti. Le forme entro cui si espresse invece l'organizzazione monastica dal
punto di vista religioso sono ben poco chiare, né aiuta l'assenza di
riferimenti alla vicina esperienza di Benedetto da Norcia; forse C. non ne
conobbe neppure l'esistenza, o potrebbe averne parlato in opere non giunteci.
Alcuni storici avanzano l'ipotesi che la Regula magistri, su cui si basa la
Regola benedettina, sia addirittura opera dello stesso B. Questo presunto
rapporto tra i due è però generalmente rigettato dagli studiosi, anche alla
luce di alcune citazioni provenienti dalle Institutiones che chiariscono le
norme monastiche adottate da Vivarium. Voi tutti che vivete rinchiusi entro le
mura del monastero osservate, pertanto, sia le regole dei Padri sia gli ordini
del vostro superiore e portate a compimento volentieri i comandi che vi vengono
dati per la vostra salvezza... Prima di tutto accogliete i pellegrini, fate
l'elemosina, vestite gli ignudi, spezzate il pane agli affamati, poiché si può
dire veramente consolato colui che consola i miseri. B., Institutiones. Ritratto
del profeta Esdra nel quale per molto tempo si riconobbe la figura di C.,
contenuto nel Codex Amiatinus. Questa citazione mostra come Vivarium seguisse
quindi le più comuni regole monastiche contemporanee, mentre altri passaggi
delle Institutiones ci suggeriscono un ruolo laico per C., forse esterno alla
vita monastica e puramente patronale Il vero centro vitale di Vivarium
era, particolare che segna la differenza con ogni altro centro monastico, la
biblioteca. C. distingue inoltre i libri del monastero da quelli personali,
differenza poi scomparsa in un periodo successivo. E la biblioteca, infatti,
come centro di cultura di tutto il monastero, la novità del suo programma, una
biblioteca nata ed accresciuta secondo le intenzioni del fondatore che dei suoi
libri conosceva non solo la sistemazione, perché l'aveva curata personalmente,
ma anche i testi, perché li aveva studiati, annotati, arricchiti di segni
critici, riuniti insieme secondo la materia in essi trattata e persino
abbelliti esteriormente. Il monastero prende nome da una serie di vivai di
pesci fatti preparare dallo stesso B. La loro presenza rappresentava un forte
valore simbolico, legato al concetto di Cristo come Ichthys. Non lontano dal
centro si trovava una zona per anacoreti, riservata a monaci con pregresse
esperienze di vita cenobitica. Vivarium sorgeva, secondo gli studi ad oggi
compiuti, nella contrada San Martino di Copanello, nei pressi del fiume Alessi.
In quella zona fu ritrovato un sarcofago, associato a graffiti devozionali e
subito considerato la sepoltura originale di B.. Per ciò che riguarda la
ripartizione del lavoro, i monaci inadatti a seguire la biblioteca con annessi
oneri intellettuali sono destilla coltivazioni di orti e campi, mentre i
letterati si occupavano dello studio delle sette arti liberali (dialettica,
retorica, grammatica, musica, geometria, aritmetica, astrologia) questi ultimi
erano divisi in notarii, rilegatori e traduttori. Le opere di carità erano
espressamente raccomandate dal fondatore, e legati a queste fiorivano gli studi
di medicina. Cassiodoro fece preparare tre edizioni differenti della Bibbia e
si occupò di copiature e riscritture di molti altri testi della cristianità,
considerando tutto ciò una vera e propria opera di predicazione. Non mancano
però nella biblioteca di Vivarium i testi profani: tra gli altri furono salvati
grazie all'opera di B. le Antiquitates di Giuseppe e l'Historia tripartita. Le
opere di B. del periodo di Teodorico, quelle da noi conosciute, sono tre: le
Laudes, la Chronica e l'Historia Gothorum. Della prima si sono conservati solo
due frammenti, mentre della Gothorum Historia rimane solo un'epitome a opera
dello storico Giordane. La Chronica racconta la saga dei poteri temporali di
tutta la storia, dai sovrani assiri sino ai consoli del tardo Impero, passando
ovviamente per tutta la storia romana. Possediamo un frammento di un'ulteriore
opera, l'Ordo generis Cassiodororum, che ci offre notizie sulla famiglia
dell'autore. Tra la produzione di Cassiodoro occupano un posto speciale le
Variae, raccolta di documenti ufficiali scritti i quali ci offrono quindi
informazioni su differenti periodi della vita dell'autore e sulla storia dei
Goti. A queste si può aggiungere il “De Anima”, opera per la prima volta
lontana da interessi politici e invece basata su temi della filosofia
psicologica. Il terreno religioso è battuto anche dalla successiva Expositio
Psalmorum, commento ai salmi di particolare importanza poiché unico esempio
pervenutoci dal mondo tardo antico. Al periodo di Vivarium appartengono tra le
opere a noi giunte, le Institutiones, le Complexiones in epistolas Beati Pauli
e le Complexiones in epistolas catholicas, le Complexiones actuum apostolorum
et in Apocalypsi e il De ortographia. La prima, senza dubbio l'opera più
importante di B., è datata in un periodo in cui il centro monastico era
sicuramente avviato; rappresenta sostanzialmente una "guida" per gli
studi nel monastero, è ricca di informazioni sulla vita dei monaci e sulle
opere intellettuali da loro compiute. Il De ortographia sarà la sua ultima
opera, scritta attorno ai novant'anni. Uno scritto di chiari intenti
politici è la Chronica, una sorta di storia universale scritta su richiesta per
celebrare il consolato di Eutarico Cillica (diviso con l'Imperatore Giustino),
genero di Teodorico e designato al trono. Il sovrano d'Italia non aveva eredi
maschi mentre Eutarico, sposandone la figlia Amalasunta, era riuscito a
donargli un nipote, Atalarico. Alla luce di questa nuova dinastia, la scelta di
offrire il ruolo di console a Eutarico rappresentava quindi un importante
evento politico: si trattava della celebrata unione tra i romani ed i goti,
progetto che poi fallirà tragicamente. L'opera, che come comprensibile dal
titolo ha chiari fini storici, propone una successione dei grandi poteri
politici succedutisi nella storia, passando da Adamo sino ad approdare con
Eutarico. È basata su numerose fonti che Cassiodoro spesso cita quali Eusebio,
Gerolamo, Livio, Aufidio Basso, Vittorio Aquitano e Prospero d'Aquitania. Per
la trattazione successiva invece l'autore è autonomo. L'elemento dell'opera che
maggiormente colpisce è il suo carattere spiccatamente filo-gotico. B. arriva a
manipolare alcuni eventi storici o a farne addirittura scomparire altri, al
fine di non far apparire i Goti sotto un'oscura luce. Historia Gothorum
Re Davide vincitore in una miniatura dall'Expositio Psalmorum, presente
nell'edizione del B. di Durham. Una delle sue opere più importanti fu il De
origine actibusque Getarum, più noto come Historia Gothorum, nel quale la sua
ideologia filogotica era tracciata e sviluppata in maniera più organica. Si
considera l'opera contemporanea o poco successiva alla Chronica, anche se più studiosi
tendono a ritenerla più recente, forse composta dopo. Certamente la stesura fu
caldeggiata da Teoderico, per essere infine pubblicata sotto Atalarico.
Nonostante ciò essa ci è pervenuta solo nella versione ridotta dello storico
Giordane, i Getica. Prima storia nazionale di un popolo barbarico, la Historia
Gothorum era tesa a glorificare la dinastia degli Amali, la stirpe regnante,
attraverso una ricostruzione della storia dei Goti dalle origini ai tempi
presenti. Il tentativo più ardito dell'opera fucome emerge dal titolo
stessol'identificazione dei Goti con i “geti” -- popolazione già nota a Erodoto
e maggiormente conosciuta dal mondo romano. Il racconto narra eventi storici e
come scopo ha inoltre quello di celebrare l'unione tra goti e romani, qui
comprovata dal matrimonio tra il romano Germano Giustino e l'amala Matasunta.
Il fine ultimo dell'opera lo svelaper bocca di Atalarico Cassiodoro stesso.
Questi B. ha sottratto i re dei Goti al lungo oblio in cui li aveva nascosti
l'antichità. Questi ha ridato agli Amali la gloria della loro stirpe,
dimostrando chiaramente che noi siamo stirpe regale da diciassette generazioni.
L'origine dei goti egli ha reso storia romana, quasi raccogliendo in una corona
fiori prima sparsi qua e là nel campo dei libri. Dell’Ordo generis B. rimane un
solo frammento in più copie. Il l testo, dalla difficile interpretazione,
fu composto negli anni della carriera pubblica di B. ed è dedicato a Rufio
Petronio Nicomaco Cetego. L'opera offre rare notizie sulla famiglia di Cassiodoro,
in particolare sul padre; nelle poche righe centrali vengono nominche BOEZIO e
Simmaco, il che farebbe pensare ad un qualche grado di parentela tra l'autore e
queste due figure, impossibile attualmente da stabilire. La sua attività di
funzionario al servizio del regno goto è testimoniata dalle Variae, una
raccolta di lettere e documenti, redatti in nome dei sovrani o trasmessi a
firma dell'autore stesso in un arco di tempo che va dall’assunzione della
questura al termine della carica di prefetto al pretorio. Il titolo come
l'autore spiega nella prefazione all'opera è dovuto alla “varietà” degli stili
letterari impiegati nei documenti del corpus, il quale divenne successivamente
un riferimento per lo stile cancelleresco e curiale. Espone nella praefatio
dell'opera il fine di questa raccolta di testi, ovvero la necessità di fornire
nozioni utili a chiunque si dovesse in futuro accostare alla carriera pubblica.
Ulteriore obiettivo dichiarato è quello di far conoscere i propri trascorsi
come membro del ceto dirigente.Le Variae sono assai utili per conoscere le
istituzioni, le condizioni politiche, morali e sociali sia dei Goti sia dei
Romani dell'Italia del tempo. Cominciato poco prima della conclusione delle
Variae, il “De anima” è considerato da B. come una sorta di volume per
quest'opera, quasi ne rappresentasse l'appendice. Affronta temi esterni al
mondo della politica, avvicinandosi agli stessi interessi spirituali che poi
toccherà con la Expositio Psalmorum. Il “De anima” si dipana su XII questioni,
tra le quali l'incorporeità e il destino dell'anima, legata alla tradizione di
Tertulliano, Agostino e Claudiano Mamerto. Anche per l’Expositio Psalmorum non
è possibile dare una datazione certa, anche perché la sua composizione sembra
essere stata portata avanti per un periodo abbastanza prolungato. Si tratta di
un commento completo ai salmi, unico esemplare rimastoci da tutta la tarda
antichità. Per mole è certamente l'opera maggiore di Cassiodoro, anche se non
viene considerata la più matura tra le sue produzioni. Una più ampia influenza
nel Medioevo ebbero le sue Istituzioni, “Institutiones divinarum et saecularium
litterarum”, erudita introduzione alle sette arti liberali – dialettica,
retorica, grammatical – musica, geomtrica, aritmetica. Progettata dopo che la
richiesta di Cassiodoro per la fondazione di un'studi ricevette una risposta
negativa da papa Agapito I, l'opera visse un lungo periodo di incubazione:
basti pensare che al suo interno cita il De orthographia, ultima opera
attestata di B.. Il lavoro su questa enciclopedia si suddivide in varie
sezioni: la prima presenta i vari libri della Bibbia, la storia della Chiesa e
degli studi teologici. La II si occupa di quelle arti incluse successivamente
nel trivio e quadrivio, con un occhio rivolto alla cultura pagana e alle norme
atte per trascrivere correttamente gli antichi. Altre opere sono citate
direttamente da B. nel De orthographia. Complexiones in Epistolas et Acta
apostolorum et Apocalypsin; si tratta di un commento ad alcuni passi degli Atti
degli Apostoli e dell'Apocalisse di Giovanni Expositio epistolae ad Romanos
(Commento alla lettera dei Romani). Liber memorialis; breve riassunto del
contenuto della Sacra Scrittura. Historia ecclesiastica tripartita, di cui fu
autore della sola prefazione. De orthographia; trattato destinato a fissare
norme e regole per la trascrizione di scritti antichi e moderni. Senator è
parte integrante del nome e non già designazione della carica pubblica
(Momigliano; Momigliano Le ipotesi che vogliono Cassiodoro organizzatore e
stratega nascosto dietro Teodorico sono ad oggi considerate generalmente
infondate, superate dalla tradizione che vede Cassiodoro estraneo alla politica
del regno; Cardini, Cardini, Abbate, Cardini, Momigliano, In Siria si trovano
attestati i nomi Κασιόδωρος e Κασσιόδωρος. B., Variae. Noto come Mons Cassius, da questo deriva
Kassiodoros, ovvero "Dono del Monte Cassio". Cardini. B.,
Variae, I, 4. B., Variae. Onore guadagnato forse per la difesa della
Calabria dai Vandali di Genserico. Rouche, IV- Il grande scontro, in Attila, I
protagonisti della storia, traduzione di Marianna Matullo, 14, Pioltello (MI), Salerno Editrice, Cardini,
Tuttavia non si conosce né la data in cui ricoprì la carica né il nome della
provincia. Cardini, Il nome stesso di B. viene riportato solo nelle
lettere dei papi Gelasio, Giovanni II e Vigilio. In Cardini, ci si sofferma su dizionari e
prontuari la cui affidabilità è considerata generalmente affidabile; in
particolare si cita l'opera Lessico classico di Federico Lübker. Cardini; scrive ad esempio nel Vivarium un
trattato di ortografia. Franceschini Cardini B., Ordo generis; si tratta di una
carica pubblica con funzioni di consigliere.
Cassiodoro, Variae, B, Variae, Cardini. La congettura si basa su un
passo delle Variae, in cui però B. non afferma esplicitamente di essere stato
governatore dei Bruzi. Questa ipotesi è stata rimessa in discussione da
Giardina e Cardini (Giardina). Cardini, Aveva cioè la possibilità di dare il
proprio nome all'anno, unitamente a quello del collega. Cardini, B.,
Variae, Ghisalberti. Ovvero le segreterie imperiali (officia memoriae,
epistularum, libellorum e admissionum).
Si tratta del corpo militare speciale incaricato di sorvegliare la corte
imperiale. Non si è certi se fosse stato
nominato prefetto del pretorio per la prima o seconda volta. Cardini, B.,
Variae, B., Variae, Momigliano; Cardini. Cardini. Cardini. Cardini. Reydellet,
Giardina. B., Variae, su bsbdmgh.bsb.lrz-muenchen).. Giardina, Teillet, Dietrich Claude,
Universale und partikulare Züge in der Politik Theoderichs, in «Francia», Reydellet,
Wolfram. B., Variae: Gothorum laus est civilitas custodita., su
bsbdmgh.bsb.lrz-muenchen.de B., Variae: regnantis est gloria subiectorum otiosa
tranquillitas., su bsbdmgh.bsb.lrz-muenchen.de). B., Variae, su
bsbdmgh.bsb.lrz-muenchen.de Reydellet, Anonimo Valesiano: a Romanis Traianus
vel Valentinianus, quorum tempora sectatus est, appellaretur. B., Variae. Ecce
Traiani vestri clarum saeculis reparamus exemplum., su
bsbdmgh.bsb.lrz-muenchen.de B., Variae: Non sunt imparia tempora nostra
transactis: habemus sequaces aemulosque priscorum. Redde nunc Plinium et sume
Traianum. Bonus princeps ille est, cui licet pro iustitia loqui, et contra
tyrannicae feritatis indicium audire nolle constituta veterum sanctionum.
Renovamus certe dictum illud celeberrimum Traiani: sume dictationem, si bonus
fuero, pro re publica et me, si malus, pro re publica in me su
bsbdmgh.bsb.lrz-muenchen.de Reydellet, Vitiello, Reydellet, Vitiello, Cardini, B.,
Expositio Psalmorum, Cardini, Cardini, Pellegrini, Cardini, B., Istituzioni,
Cardini, B., Istituzioni, Cardini, B., Istituzioni, B., Istituzioni, B.,
Istituzioni, B., Istituzioni. Questo
porta gli studiosi a ipotizzare una maggior partecipazione di B. al
progetto. B., Istituzioni Cardini,Cardini,
Cardini, Coloro che preparavano i testi per la trascrizione. B., Istituzioni, B.,
Istituzioni, Cardini, Cardini, Cardini, Cardini, Cardini, Cardini, Cardini, Altaner,
Ceserani, Cardini, Cardini. La cronaca è un genere letterario caratterizzato
dall'esposizione di fatti storici in ordine cronologico. Simonetti, Moorhead, B.,
Variae, De origine actibusque Getarum,
in sessanta capitoli. «La Historia
Gothorum occupa un posto di rilievo nella storia della cultura occidentale
perché fu la prima storia nazionale di un popolo barbarico: in tal senso essa
introduce veramente il medioevo». Simonetti, Simonetti, Germano Giustino faceva
parte della Gens Anicia, mentre Matasunta era nipote di Teodorico. Cardini, originem Gothicam historiam fecit
esse Romanam. B., Variae, Cardini Il frammento è noto anche come Anecdoton
Holderi; edizione critica e traduzione francese in Alain Galonnier,
"Anecdoton Holderi ou Ordo generis Cassiodororum: introduction, édition,
traduction et commentaire", Antiquité tardive, Cardini, B., Variae; B., Variae, XI, 7. Cardini, Momigliano, Istituzioni delle
lettere sacre e profane. Cardini, Cardini, Muse, B., Istituzioni. Opere di B. Expositio Psalmorum, M.A.
Adriaen, Le Cronache, Mirko Rizzotto,
Gerenzano, Runde Taarn, 2007. Le Istituzioni, Antonio Caruso, Roma, Vivere, Le
Istituzioni, Mauro Donnini, Città Nuova, Ordo generis Cassiodororum, Viscido,
M. D'Auria, Variae (traduzione parziale), Lorenzo Viscido, Squillace,
Pellegrini, De Orthographia, Tradizione manoscritta, fortuna, edizione critica
Patrizia Stoppacci, Firenze, Sismel-Edizioni del Galluzzo, (Società per lo studio del Medioevo latino).
Expositio Psalmorum. Volume I, Tradizione manoscritta, fortuna, edizione
critica Patrizia Stoppacci, Firenze, Sismel-Edizioni del Galluzzo, (Società internazionale per lo studio del Medioevo
latino). Roma immaginaria, Danilo Laccetti, Roma, Arbor Sapientiae,. Confido in
te Signore. Commento alle suppliche individuali, Antonio Cantisani, Milano,
Jaca Book,. Autori moderni Samuel J. Barnish, Roman Responses to an Unstable
World: Cassiodorus' Variae in Context, in: Vivarium in Context, Vicenza, Centre
for Medieval Studies Leonard Boyle, Maïeul Cappuyns, Cassiodore, in
Dictionnaire d'histoire et de géographie ecclésiastique, Paris, Cardini, B. il Grande. Roma, i barbari
e il monachesimo, Milano, Jaca, Caruso, B. Nella vertigine dei tempi di ieri e
oggi, Soveria Mannelli, Centonze, Il Lactarius mons e la cura del latte a
Stabiae. Galeno, Simmaco, B., Procopio, Castellammare di Stabia, Bibliotheca
Stabiana, Arne Soby Christinsen, B. Jordanes and the History of the Goths:
Studies in a Migration Myth, Museum Tusculanum, Ruggini, B. and the Practical
Sciences, in: Vivarium in Context, Vicenza, Centre for Medieval Studies Boyle, Galonnier,
Anecdoton Holderi, ou Ordo generis Cassiodorum: éléments pour une étude de
l'authenticité boécienne des Opuscula sacra, Louvain-la-Neuve, Peeters,
Giardina, Cassiodoro politico, Roma, L'Erma di Bretschneider, Momigliano, B.
and Italian Culture of His Time, Oxford, Momigliano, B. in Dizionario
biografico degl’italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
Momigliano, B., in Contributo alla storia degli studi classici e del mondo
antico, Roma, Storia e Letteratura, Moorhead,
B. on the Goths in Ostrogothic Italy, in Romano barbarica, O'Donnell, B.,
Berkeley Los Angeles Londra, Alessandro Pergoli Campanelli, Cassiodoro alle
origini dell'idea di restauro, Milano, Jaca, Pergoli Campanelli, Nova
construere, sed amplius vetusta servare: Cassiodoro e la nascita della moderna
idea di restauro, Studi Romani, Ravasi, B. il senatore, Il Sole24 ore, Reydellet, B. et l'idéal du Principat, in Id.,
La royauté dans la littérature latine de Sidoine Apollinaire à Isidore de
Séville (BEFAR), Roma, École française de Rome, Reydellet, Théoderic et la
«civilitas», in Carile, Teoderico e i Goti tra Oriente e Occidente. Congresso, (Ravenna,
Ravenna, Longo, Sirago, I B.. Una famiglia calabrese alla direzione d'Italia,
Soveria Mannelli, Teillet, B. et la formation d'une idéologie romano-gothique,
in Id., Des Goths à la nation gothique. Les origines de l’idée de nation en
Occident du Ve au VIIe siècle, Paris, Les Belles Lettres, Massimiliano
Vitiello, Il principe, il filosofo, il guerriero: lineamenti di pensiero
politico nell'Italia ostrogota, Stuttgart, Steiner, Herwig Wolfram, Die Goten:
Von den Anfängen bis zur Mitte des sechsten Jahrhunderts, München, Beck, Altri
testi Le Muse. Enciclopedia di tutte le
Arti, Novara, Istituto geografico De Agostini. Lezioni di letteratura
calabrese, Pellegrini Editore, Francesco Abbate, Storia dell'arte nell'Italia
meridionale, Donzelli; Berthold Altaner, Patrologia, Marietti; Ceserani e
Federicis, Il materiale e l'immaginario: laboratorio di analisi dei testi e di
lavoro critico, Loescher; Csaki, Contra voluntatem fundatorum: il monasterium
vivariense di B., ACTA Congressus Internationalis Archaeologiae Christianae
(Città del Vaticano-Split) Csaki, Il
monastero vivariense di B.: ricognizione e ricerche, Frühes Christentum
zwischen Rom und Konstantinopel, Akten des Kongresses für Christliche
Archäologie, Wien, hrsg. R. Harreither, Ph. Pergola,Pillinger, A. Pülz (Wien) Franceschini,
Lineamenti di una storia letteraria del Medioevo latino, Milano, I.S.U.
Università Cattolica, Ghisalberti, La filosofia medievale, Firenze, Demetra Giunti,
Ettore Paratore, Storia della Letteratura Latina dell'Età Imperiale, Milano,
BUR); Simonetti, Romani e Barbari. Le lettere latine alle origini dell'Europa,
Roma, Carocci. Opere di B., su digilibLT, Università degli Studi del Piemonte
Orientale Amedeo Avogadro. Opere di B. /
B. altra versione / B. altra versione, su open MLOL, Horizons Unlimited srl.
Opere di B,. Opere di B., su Progetto Gutenberg. B., in Catholic Encyclopedia,
Appleton. Opere di B. nella Patrologia
Latina del Migne Opere di B. nella Bibliotheca Augustana, su hs-augsburg.de.
Monvmenta Germaniae Historica, Societas Aperiendis Fontibvs Rerum Germanicarvm
Medii Aevi, Avctorum Antiqvissorum Tomus XII, Berolini apud Weidmannos: B. Senatoris
Variae, recensvit Mommsen, accedvnt I. Epistvlae theodericianae variae edidit
Mommsen. Acta synhodorvm habitarvm Romae A.
edidit Th. Mommsen. III. Cassiodori orationvm reliqviae edidit Lvd.
Travbe. Sito ufficiale del Premio Cassiodoro, su premiocassiodoro.eu.
Aggiornamenti sul sito di Vivarium (fondazioni monastiche di Cassiodoro), su
centreleonardboyle. La fontana di Cassiodoro, su centreleonardboyle.com).
Beatus Cassiodorus e La fama sanctitatis di Cassiodoro Sulla fama di santità di
Cassiodoro nel Medioevo. Vivarium in Context Archiviato il 4 giugno in.. Scheda libro con recensioni dei saggi di
S.J. Barnish e L. Cracco Ruggini citati nella. Le dignità de' Consoli e de gl'imperadori,
e i fatti de' Romani, e dell'accrescimento dell'Imperio, ridotti a compendio da
Sesto Ruffo, e similmente da Cassiodoro, e da M. L. Dolce tradotti et ampliati,
appresso Gabriel Giolito de' Ferrari, Venezia). Storici romani Antica Roma Antica Roma Biografie Biografie Cristianesimo Cristianesimo Letteratura Letteratura Lingua latina Lingua latina Medioevo Medioevo Categorie: Politici romani del VI
secoloLetterati romaniStorici romaniComites rerum privatarumComites sacrarum
largitionumConsoli medievali romaniCorrectores Lucaniae et BruttiorumMagistri
officiorumPrefetti del pretorio d'ItaliaScrittori. Grice: “The English had taught Italians that it’s not fair to call
Cicero an Italian, or Pythagoras, for that matter, since this all happened
before Garibalid! I’m glad the Italians never learned the lesson!” MAGNI
AURELII B. SENATORIS De Artibus ac Diſciplinis Liberalium Litterarum. vism
lectioni 33. titulis Prov. 8.28. Erionum 7. tartiem titke nec men wa/ > nec
716m2To Liberdivina UPERIOR liber, Domino præſtan- fuam cubitum unum? Item
IſaiasPropheta dicit: 16.40.1:., S | licet divinarum continet lectionum manu.
Rurſus creatura Dei probatur facta ſub comprebējus. hic triginta tribu's
titulis noſcitur pondere;ſicut ait in Proverbiis Salomon: Ei li. coinprehenſus.
Qui numerus ætati Dominice brabat fontesaquarum; et paulo poft: Quando probatur
accommodus, quando mundo peccatis appendebar fundamenta terra, cum eo eram.
mortuo æternam vitam præſtitit, et præmia cre- Quapropter opere Dei
fingularizato, magnifi Hic liber ſce- dentibus ſine fine concellit. Nunctempus
eſt, cæ res neceſſariâ definitione concluſæ ſuntut; fi cularium le- ut aliis
ſeptein titulis ſæcularium lectionum præcut eum omnia condidiffe credimus: ita
et quem ſentis libritextuin percurrere debeamus; qui ta- admodun facta ſunt,
aliquatenusdiſcerenus. lis abfolue men calculus per ſeptiinanas fibimet
ſuccedentes Unde datur intelligi mala opera diaboli nec Opera diabolt tur, et cur
in ſe continue revolutus, uſque ad totius orbis pondere, nec menfura, nec
numero cortineri: nec pondere, finem ſemper extenditur. quoniam quicquid agit
iniquitas, juſtitie ſein Defeptenario Sciendum eft plane, quoniam frequenter
quic- per adverſum eſt; ſicut et tertius deciinus Pſalmus continentur. numero,
quid continuam atqueperpetuum Scriptura fan- meminit, dicens: Contritio, ú
infelicitas in viis Pfal. quid feript.o. ita vultintelligi, fub iſto numero
comprehendit; corum, á viam pacis non cognoverunt: non eſt ia Super cum ficut
dicit David: Septies in dielaudem dixitibi; timor Dei anteoculos eorum. Ifaias
quoque dicit: intel'iyat. Plal. 118. cùm tamen alibi profiteatur: Benedicam
Domi- Dereliquerunt Deuin Sabaoth, et ambulaverunt 164. numin omni tempore:
femper lausejus in ore meo. per vias diſtortas. Revera mirabilis, et fummè Et Salomon: Sapientia edificavit fibi domum,
ſapiens Deus, qui omnes creaturas ſuas ſingulari excidit columnas feptem. In
Exodo quoque dixit moderatione diſtinxit: ne aliquid eorumfæda fingulari
Doininus ad Moyſen: Facies lucernas ſeptem, et confuſio pollideret. Unde Pater
Auguſtinus in deratione dio Exod. pones easſuper candelabrum, ut luceant ex
adver- libro 4. de Geneli ad litterain minatifinè difpu- ftinxerit? Apocal. 1.4.
fo. Quem numerum Apocalypfis in diverfis re tavit. bus omnino commeinorat; qui
tamen calculus Modd jamſecundi voluminis intremus initia, adillud nos æternum
tempus trahit,quod non po- quæ paulò diligentiùs audiamus; Intentus no- *Hicincipiño teſt habere
defectú. Meritò ergo ibi femper com- bis elt de arte Grammatica, tive Rhetorica,
vel MSS. codd. memoratur, ubi perpetuum tempus oftenditur. de diſciplinis
aliqua breviter velle confcribere; Arithmetita Sic Arithmetica diſciplina
dotata eſt, quando quarum rerum principia neceffe eft nos inchoa dotata,quan
rerum Opifex Deus diſpoſitiones ſuas ſub nume- re; dicenduinque prius eft de
arte Grammatica; Dei ſub nu xi, ponderis, et menfuræ quantitate conſtituits quæ
eft videlicet origo et fundamentuin Libera mern, ponle- ſicut ait Salomon;
Omnia in numero, menfura, lium litterarum. re our menu- c pondere feciſti.
Creatura ſiquidem Dei ſic nu Liber autein dictus eſt à libro, id eſt, arboris
Liber unde ra ft24. micro facta cognoſcitur, quando ipfe in Evange- cortice
dempto atque liberato, ubi ante copiam dictus. Sap. lio ait:Veftri autem et cepilli
capitis omnes nume- chartarum Antiqui carmina deſcribebant. Scire Matth.10 jo
ratifunt. Sic creatura Dei conſtituta eſt in men- autem debemus, ſicut Varro
dicit, utilitatis ali ſura; ficut ipfe in Evangelio teſtatur: Quis an- cujus
caufà omnium artium extitiſie principia. Matth. tem veftrum cogitans poteft
adjicere ad ftaturam Ars verò dicta eft, quòd nos fuis regulisarctet Unie ars
Plal. Prov. Ca Deus
on - nes creats n. do creat1471 dieta.
Liberalium Litterarum. 559 rints compoſuit. malis voce. our atque conſtringat.
Alii dicunt à Græcis hoc trà- Finis verò elimatæ locutionis vel ſcripturæ, in
ctum eſſe vocabuluin, amo tús agerős, id eſt, à culpabili placere peritia.
virtute doctrinæ, quam diferti yiri uniuſcujul Sed quamvis Auctores ſuperioruin
temporum QuideGram que bonæ rei ſcienriam vocant. de arte Grammatica ordine
diverſo tractaverint, matica orne tiùs ſcriple Secundò de arte Rhetorica, quæ
propter nito- fuiſque ſæculis honoris decushabuerint,ut Palæ rem ac copiain
eloquentiæ ſuæ, maxiniè in civi- mon, Phocas, Probus; et Cenſorinus: nobis ta
Libus quæſtionibus, neceſſaria niinis, et hono- men placet in medium Donatum
deducere, qui rabilis æſtiinatur. et pueris ſpecialiter aprus, et tironibus
probatur Tertiò de Logica, quæ Dialectica nuncupa- accomınodus, Cujus gemina
coinmenta reliqui-- Gemina com tur. Hæc, quantùm Magiſtri ſæ. ulares dicunt,
mus, ut ſupra quòd ipfe * planus eſt, fiat clarior menta in ar diſputatdivina
UPERIOR liber, Domino præſtan- fuam cubitum unum? Item IſaiasPropheta dicit:
16.40.1:., S | licet divinarum continet lectionum manu. Rurſus creatura Dei
probatur facta ſub comprebējus. hic triginta tribu's titulis noſcitur pondere;ſicut
ait in Proverbiis Salomon: Ei li. coinprehenſus. Qui numerus ætati Dominice
brabat fontesaquarum; et paulo poft: Quando probatur accommodus, quando mundo
peccatis appendebar fundamenta terra, cum eo eram. mortuo æternam vitam
præſtitit, et præmia cre- Quapropter opere Dei fingularizato, magnifi Hic liber
ſce- dentibus ſine fine concellit. Nunctempus eſt, cæ res neceſſariâ
definitioneconcluſæ ſuntut; fi cularium le- ut aliis ſeptein titulis ſæcularium
lectionum præ- cut eum omnia condidiffe credimus: ita et quem ſentis
libritextuin percurrere debeamus; qui ta- admodun facta ſunt,
aliquatenusdiſcerenus. lis abfolue men calculus per ſeptiinanas fibimet
ſuccedentes Unde datur intelligi mala opera diaboli nec Opera diabolt tur, et cur
in ſe continue revolutus, uſque ad totius orbis pondere, nec menfura, nec
numero cortineri: nec pondere, finem ſemper extenditur. quoniam quicquid agit
iniquitas, juſtitie ſein Defeptenario Sciendum eft plane, quoniam frequenter
quic- per adverſum eſt; ſicut et tertius deciinus Pſalmus continentur. numero,
quid continuam atqueperpetuum Scriptura fan- meminit, dicens: Contritio, ú
infelicitas in viis Pfal. quid feript.o.
ita vultintelligi, fub iſto numero comprehendit; corum, á viam pacis non
cognoverunt: non eſt ia Super cum ficut dicit David: Septies in dielaudem
dixitibi; timor Dei anteoculos eorum. Ifaias quoque dicit: intel'iyat. Plal.
cùm tamen alibi profiteatur: Benedicam Domi- Dereliquerunt Deuin Sabaoth, et ambulaverunt
numin omni tempore: femper lausejus in ore meo. per vias diſtortas. Revera mirabilis, et fummè Et Salomon: Sapientia edificavit fibi domum,
ſapiens Deus, qui omnes creaturas ſuas ſingulari excidit columnas feptem. In
Exodo quoque dixit moderatione diſtinxit: ne aliquid eorumfæda fingulari
Doininus ad Moyſen: Facies lucernas ſeptem, et confuſio pollideret. Unde Pater
Auguſtinus in deratione dio Exod.pones easſuper candelabrum, ut luceant ex
adver- libro 4. de Geneli ad litterain minatifinè difpu- ftinxerit?
Apocal. fo. Quem numerum Apocalypfis in
diverfis re tavit. bus omnino commeinorat; qui tamen calculus Modd jamſecundi
voluminis intremus initia, adillud nos æternum tempus trahit,quod non po- quæ
paulò diligentiùs audiamus; * Intentus no- *Hicincipiño teſt habere defectú.
Meritò ergo ibi femper com- bis elt de arte Grammatica, tive Rhetorica, vel
MSS. codd. memoratur, ubi perpetuum tempus oftenditur. de diſciplinis aliqua
breviter velle confcribere; Arithmetita Sic Arithmetica diſciplina dotata eſt,
quando quarum rerum principia neceffe eft nos inchoa dotata,quan rerum Opifex
Deus diſpoſitiones ſuas ſub nume- re; dicenduinque prius eft de arte
Grammatica; Dei ſub nu xi, ponderis, et menfuræ quantitate conſtituits quæ eft
videlicet origo et fundamentuin Libera mern, ponle- ſicut ait Salomon; Omnia in
numero, menfura, lium litterarum. re our menu- c pondere feciſti. Creatura
ſiquidem Dei ſic nu Liber autein dictus eſt à libro, id eſt, arboris Liber unde
ra ft24. micro facta cognoſcitur, quando ipfe in Evange- cortice dempto atque
liberato, ubi ante copiam dictus. Sap. 11. 21. lio ait:Veftri autem et cepilli
capitis omnes nume- chartarum Antiqui carmina deſcribebant. Scire Matth.10 jo
ratifunt. Sic creatura Dei conſtituta eſt in men- autem debemus, ſicut Varro
dicit, utilitatis ali ſura; ficut ipfe in Evangelio teſtatur: Quis an- cujus
caufà omnium artium extitiſie principia. Matth.tem veftrum cogitans poteft
adjicere ad ftaturam Ars verò dicta eft, quòd nos fuis regulisarctet Unie ars
Plal. Prov. Ca Deus on - nes creatsT45 11. 12. n. do
creat1471 dieta. Liberalium Litterarum.rints compoſuit. malis voce. our atque
conſtringat. Alii dicunt à Græcis hoc trà- Finis verò elimatæ locutionis vel scripturæ,
in ctum esse vocabuluin, amo tús agerős, id est, à culpabili placere peritia.
virtute doctrinæ, quam diferti yiri uniuſcujul Sed quamvis auctores superioruin
temporum QuideGram que bonæ rei scienriam vocant. de arte Grammatica [FILOSOFICA]
ordine diverso tractaverint, matica orne tiùs scriple Secundò DE ARTE RHETORICA,
quæ propter nito- fuisque sæculis honoris decus habuerint, ut Palæ rem ac
copiain ELOQUENTIAE suæ, maxiniè in civi- mon, Phocas, PROBO; et CENSORINOs:
nobis ta Libus quæstionibus, necessaria niinis, et hono- men placet in medium DONATO
deducere, qui rabilis æſtiinatur. et pueris specialiter aprus, et tironibus
probatur Tertiò de Logica, quæ DIALECTICA nuncupa- accomınodus, cuius gemina
coinmenta reliqui-- Gemina com tur. Hæc, quantùm Magistri sæ. ulares dicunt,
mus, u t supra quòd ipfe * planus eſt, fiat clarior menta in ar disputationibus
subtilissimis ac brevibus vera se- dupliciter explanatus. Sed et sanctum
Augufti- tes DONATO queſtrat à fallis. num propter fimplicitatem fratrum
breviter in- B. Quarto de Mathematica, quæ quatuor comstruendain, aliqua de
codem titulo scripsisse re- *MS.Sanger. plectitur diſciplinas, id eſt,
Arithmeticam,Geo- perimus, qux vobis le titanda reliquimus: ne Lasinus.
metricam, Musica in, et Astronomnicain. Qua in quid rudibus deeſſe videatur,
qui ad tantæ ſcien Che Mathe. Mathematicam LATINO ferinone doctrinalem diæ
culmina præparantur. maticado tri possumus appellare; quo nomine licet omnia
doctrinalia dicere valeamus, quæcumque docent: DONATO igitur in secundit purte
ita disceptat. hæc libi tamen commune vocabulum propter suam excellentiam
propriè vindicavit; ut Poeta De Voce Articulata. dictus, intclligitur VIRGILIO:
Orator enuntia De Littera. tus, advertitur CICERONE; quamvis multi et Poëtæ, De
Syllaba. &Oratores IN LINGUA LATINA esse doceantur; quod De Pedibus. etiam
de Homero, atque Demosthene Græcia fa De Accentibus. cunda concelebratı Dc
Pofituris, ſeu Distinctionibus. Quid fit Ma Mathematica verò est scientia, quæ
abſtra Et iterum DE PARTIBVS ORATIONIS P octo thematica? ctam conſiderat
quantitatem. Abstracta eniin De Schematibus. quantitas dicitur, quam intellectu
â materia fe De ETYMOLOGIAE parantes, vel ab aliis accidentibus, solâ ratio De
Orthographia. cinatione tractamus. Sic totius voluminis ordo Ed. ado. quasi
quodam vade promiffus est. VOX ARTICVLATA est aër percuſſus, sensibilis au-
Quid sit VOX Nunc quemadmodum pollicitafunt, per dividitu, quantum in ipso est.
ARTICVLATI. Duplex dif- fiones definitioneſque ſuas,
Domino juvante, LITTERA est pars ininima VOCIS ARTIVCLATAE. Quid Littera. cendi
genius. reddamus: quia duplex quodammodo diſcendi SYLLABA est comprehensio
litterarum vel unius Qwid Syd genus eſt quando et lincalis deſcriptio imbuit
vocalis enuntiatio, temporum capax. Ed. pol. diligenter aſpectum, et per aurium
præparatum Pes; eſt syllabarum et temporum certa dinu- Quid pes. intrat auditum.
Nec illud quoque tacebimus, meratio. quibus auctoribus tain LATINIS, Accentus,
est vicio carens vocis artificiosa pro- Quid Accen quæ dicimus, exposita
claruerunt ut; qui studio- nuntiatio. MSS.Reg. le legere voluerit, quibuſdam
compendiis in POSITVRA, ſive distinctio, est moderatæ pronun- Quid positu Sang.
competentiis. tiationis apta repausatio. troductus, lacidiùs Majorum di& ta
percipiat, PARTES autem ORATIONIS SUNT VIII. I Nomen II Pronomen III Verbuin IV
Adverbium V Participium, tionis funs VI Conjunctio VII Præpofitio VIII Interjectio.
Nomen est pars orationis cum casu, corpus Quid fis non aut rem
propriècommuniterve significans; pro- men. De Grammatica: priè, ut Roma,
Tiberis: cominuniter, ut urbs. De Rhetorica. Huvius, De Dialectica; PRONOMEN
eſt pars orationis, quæ pro nomi- Quid Pronta 4. De Arithmetica: ne pofita,
tantuindem pene ſignificat, perſo S. De Muſica, namque interdum recipit. 6. De Geometria. Verbum, eſt pars orationis cum tempore et Quid verbi. 7.
De Aſtronomia: perſona fine caſu. ADVERBVIVM eft pars orationis, quæ adjecta
Quid Adverbo, SIGNIFICATIONEM EIVS explanat atque iin- bium. pler; ut, jam
faciam, vel non fáciam. INSTITUTIO DE ARTE GRAMMATICA PARTICIPIVM est pars
orationis, dicta qudd par- Quid Parti tem capiat nominis, partemque verbi;
recipit cipium. Unde Grama maticanomen GKRammatica à litteris nomen accepit,
ficuè enim ànomine genera et cafus, à verbo tempo vocabuli ipfius derivatus sonus
ostendit; ra et SIGNIFICATIONES, ab utroque numeros et fi acceperit? quas
primus omnium Cadınus ſexdecim tantum guras. legitur inveniſſe, eaſque Græcis
ſtudioſiſſimis CONJUNCTIO est pars orationis annectens, ordi. Qyid com tradens,
reliquas ipsi VIVICITATE ANIMI suppleve- nanfque sententiam. junctio. De quarum
formulis atque virtutibus, PRAEPOSITIO est pars orationis, quæ præpofira Quid
Præpo Helenus, atque Priſcianus ſubtiliter Attico ſer- aliis partibus
orationis, SIGNIFICATIONEM EARUM Juio. Quidfit Gra mone locuti ſunt. Grammatica
verò, est peritia aut inutat, aut complet, autminuit. * MSS. Au- pulchrè
loquendi ex Poëtis illuſtribus, * Orato INTERJECTIO EST PARS ORATIONIS SIGNIFICANS
MENTIS Quid inter Etoribus, ribuſque collecta. Officium eius est fine vitio
affectuin voce incondità. ječtio. dictionem proſalem metricamque componere:
Schemata, sunt transformationes fermonum Quid Sche ba. ra. Partes ora octo. 5 $
1 men. runt. marica? mata. B. de Inſtitutione Quid Ortha les, vel fententiaruin,
ornatus causâ policæ; quæ à dis:interdami, ut folers,iners. quodam Arti grapho
nomine Sacerdote collecta, In plurali quoque, excepto genitivo e accusa fiunt
numero nonaginta VIII: ita tamen, ut qux rivo, omnibuscalibus similiter
declinantur.Nam à DONATO inter vitia polita ſunt, in ipso numero quædam in uin
genitivo, accuſativo in es exeunt, collecta claudantur. Quod et mihi quoque du-
ut Mars, ars: quædam in ium -- ut “sapiens”, “patiens”, ruin videtur vitia
dicere, quæ auctorum exemplis, et ob hoc accusativi eorum in eis excunt. Plera
et maxiinè legis divinæ auctoritate firmantur. que aurein ex his nomina III
generibus com Hæc Grammaticis Oratoribusque cominunia munia funt, et in
licreram quam habent, neutra funt: quæ tamen in utraque parte probabiliter in
nominativo plurali dant etiam genitivis reli reperiuntur aptata. quoruin
generuin, cum quibus coinmunia sunt. Addenduin eſt etiam de Eryinologiis, et Ortho
In T littera, NEUTRA tantùm nomina quædam, graphia, de quibus alius scripsisse
certissimum est. pauca finiuntur; ut git, quod non declinatur; Quid 'Etymo.
Etymologia eſt aut vera aut veriſimilis deinon- ut caput, ſinciput. Quidam cùm
lac dicunt, loysa. ftratio, declarans ex qua origine verba defcen- adjiciunti,
propter quod facit lactis: ſed VIRGILIO dant.
Orthographia eſt rectitudo fcribendi nullo er Lac mihi non æſtate novum,
non frigore defit. graphics. rore vitiata, quæ manum componit et linguam.
quippe cùm nulla apud nos nomina in duas mu Hæc breviter dicta fufficiant. tas
exeant, et ideo veteres lacte in nominativo Cæterùm qui ea voluerit lariùs
pleniùſque co dixerant, gnoſceye, cum præfarione ſua codicem legat, X littera
terminat quædam, in quibus omnia quem noſtra curiolitate formavimus, id eſt,
Ar- communia in iuin cxeunt in genitivo plurali; ob tem DONATO, cui de
Orthographia librum, et hoc. accuſativo in i et s. Plurima verò genitivo alium
de Etymologiis inferuimus, quartum quo- in u et in, non præcurrente i, et ob
hoc in e et s que de Schematibus Sacerdotis adjunximus;qua- accuſativo exeunt;
nam in reliquis conſentiunt. tenus diligens lector in uno codice reperire pof-
Ut pote cùın ſingulariter omnia nominativa et ſit, quodarti Gramınaticæ
deputatum effe co vocativa habeant genitivum ini et s, agant da gnoſcit. tivum
in i littera: ablativum in e vel i definiant, Nomen da Sed quia continentia
magis artis Grammaticæ adjectáque m accuſativum definiant impleánt verbum tant
dicta eft, curaviinus aliqua denominis verbique que: pluraliter verò dativum
ablativúmque in partes adje regulis pro parte ſubjicere, quas rectè tantùm bus
fyllaba finiunt. muis Ariſtote. Ariſtoteles orationis partes adferuit. Nam de
cæteris, quibus diſident Veteres, qui dam atrocum et ferocum, qua ratione
omnium x DE NOMINIBUS. littera finitorun una ſpecies videbitur. Huic x litreræ
omnes vocales præferuntur; ut capax, fru Nominis partes ſunt. tex, pernix,
atrox, redux. Ex iis nominibus quædam in nominativo producuntur, quædain
Qualitas, mocomm. corripiuntur: quædam conſentiunt in noininati Comparatio,
ouynpisisa vo, in obliquis diſſentiunr. Pax enim, et rapax, Genus, item rex et pumex,
item nux et lux, etiam pri Numerus, água uo'so mam poſitionem variant ad nix et
nutrix. Item Figura, oxaudio nox et atrox ſic in prima politioneconſentiunt,
Caſus, T @ SIS. urdiſcrepentper obliquos. Et illud animadvertendum eſt, quædam
ex iis x Pronominis partes: litteram in g, quædam in c per declinationes
compellere. Lex enimlegis, grex gregis facit, Qualitas ut pix picis, nux nucis.
Nain
in his quæ non ſunt Genus. monoysllaba, nunquam non “x” littera genitivo i
Numerus. “c” convertitur – ut: “frutex” “fruticis”; “ferox” > “ferocis”.
Figura. Supellex autem, e ſenex, et nix, privilegio quo Persona. dam contra
rationem declinantur: quoniam ſu CASVS. pellex duabus ſyllabis creſcit, quod
vetat ratio; et fenex ut in nominativo itein genitivo diffyllabus Græca nomina,
quæ apud nos in us; ut, manet, cùm omnia x litterâ terminata creſcant. vulgus,
pelagus, virus, Lucretius viri dicit; Et nix nec in cconvertitur, ut pix: nec
in gut quamquam rectiùs inflexum maneat. Secundæ rex: sed in u conſonans, in
vocalem tranſire non ſpecies funt, quæ PER OBLIQVOS CASVS creſcunt, et poſſit.
genitivo ſingulari in is litteras exeunt; ut, genus, In plurali autem genitivo,
ablativus singularis nemus: ex quibus quædam uine mutant; ut olus formas
vertit. Nam in a auto terminatus, in rum oleris, ulcus ulceris: quædam in o, ut
nemus exit; e correpta in um:producta, in rum: iter neinoris, pecus pecoris. In dubitationem ve- minatus in uin. Dativus et ablativus pluralis a.
niunt fænus et ftercus in e, an in o inutent: in is exeunt et in bus. Quæ
præcepra in scholis quoniam quæ in nus syllabam finiunt, u in e mu- ſunt
tritiora: sed quotiens in is exeunt, longa tant; ut, vulnus, scelus, funus, et funeratos
syllaba terminantur: quotiesin bus, brevi. De dicimus. Fænusenim exemplo non
debet noce- curlis nominum regulis, æquuin eſt confequenter re, cùin inter
dubia genera ponatur. Item vete- adjicere canones verborum primæ conjugatio res
ſtercoratos agros dicebant, non ſterceratos. nis. In S littera finita nomina,
præcurrentibus n vel r, omnia ſunt uniusgeneris: nili quæ ante ſe t habent,
interdun d recipiunt, ut ſocors ſocor DE De Grammatica. 561: Tempus zeovc. DE V
ER BIS. ſyllaba, manente productione terminantur; ut Commeo, commea, commeavi:
Lanio, lania, Partes verbi funt. laniavi: Satio, fatia, fatiavi. Eodem modo,
codem tempore, fpecie inchoativa,adjectâ ad im Qualitas, perativum modum in bam
fyllaba terininantur; CONUUGATIO. ut cominea commeabain, lania laniabam, æſtua
Genus. æſtuabain. Prima
conjugatione, codem modo, Numerus. eodem tempore, specie recordativa, adjectis
ad Figura. IMPERATIVM MODVM veram ſyllabis, terminan Tempus. tur partes: ut
Commea commeaveram, lania, la Persona. 'niaveram, æſtua æſtuaveram. Priina
conjuga tione, codem modo, tempore futuro, adjecta Qualitas Verbi. ad
imperatiuum modun bo fyllaba, terminan rur --- ut “cominea” commeabo, lania
laniabo, æſtua Modi, # ſtuabo. Indicativi, ogesich. Quæveròindicativo modò,
tempore præſen Imperativi, προσακτική. tì, ad primam perfonam in o littera,
nulla alia OPTATIVI, ευκτική. præcedente vocali terminantur, ea indicativo
Conjunctivi, útotaxix. modo, tempore præterito, ſpecie abſoluta 80 Infinitivi,
atrapéu pet exacta, quatuor modis proferuntur. Et eſt primus, qui lunilem
regulam his babet. Genus Verbre Qui indicativo modo, tempore præſenti, prima
perſona penultiinam vocalem habet: ut Amo, Adiva, švępyutix.. ama, amavi,
amabam, amaveram, amabo, Pafliva, mee.Jotus amare, Communia, rond. Secundus eft,
qui o ini convertit ultimam in præterito perfecto,penultimam in pluſquàm per
fecto e corripit; ut Adjuvo, adjuvi, adjuveram. Tertius, qui fimilem quidem
regulaın habet Præſens, évesa's. primi modi, ſed detracta a littera deliungit;
ut Præteritum; ta zenauges Seco, ſecavi, ſecaveram, ſecabo, ſecare. Facit Futurun, uitwr. enim ſpecie abſoluta ſecui, et exacta ſecueram.
Imperfcerum, megatinad's. Quartus eſt, qui per geininationein fyllabae
Perfectum, Tee XÉCU. profertur; ut Sto, ſtá, kteci, fteterain, itabo Pluſquain
perfectam, impon TEARO'S. ftare. Huic ſimile Do, da, dedi, dabáin, dede
Infinitum; mogises. ram, dabo, dare, correpta littera a contra re-, gulain, in
eo quod eſt, dabam, dabo, dare. Proferuntur fecunda conjugationis verba, dente
vocali terminantur, vel præcante quæ indicativo modo, teinpore præſenti, perſo
vocali qualibet, formas habet quatuor. na prima, in eo litteris terminantur; ut
Video, Secundæ conjugationis correpræ verba verba,, for- vides vides; monco
monc mones. Secundæ conjugatio mas habent viginti. Sic quæcumque verba indi-
nis verba, indicativomodo, teinpore præſenti, cativo modo, tempore præfenti,
perſona primà, ad ſecundanı perſonam iu e littera producta,ter in o littera
terminantur, forinas habentſex,quæ ininantur; ut Video, vide; moneo, mone. Se
voces forınas habent duas. Quæ nulla præceden- cundæ conjugationis verba,
infinito inodo, ad te vocali in o littera terminantur, formas habent je et ta
ad imperativum modum re fyllaba, manen duodecim. te productione terminantur; ut
Vide, videre; Tertiæ conjugationis productæ verba, qua mone, monere. Secundæ
conjugationis verba, indicativo modo, tempore præſenti, perſona indicativo
modo, tempore præterito, {pecie ab prima in o littera terminantur, formas
habent ſoluta et exacta, ſeptem modis declinantur; et quinque. Quæcumque autem
verba cujuſcum- eft primus, qui forinain regulæ oſtendit.Nam for que
conjugationis indicativo modo, temporė mahæc eſt;cùm fecundæ conjugationis
verbum, præſenti, perfona prima, vel nulla præc dente
indicativomodo,temporepræterito quidem per vocali, vel qualibet alia præcedente,
in o littera fecto, adjecta ad iinpecalivun modum vi fyllaba, *terminantur,
corum declinatio hoc numero for- manente produđione. marum continetur. De
quibus fingulis dicam. Primæ conjugationis verba indicativo modo, tempore
præſenti, perſona prima, aut in o litte: ra nulla alia præcedente vocali
terminantur, ut DE ARTE RHETORICA, Canto io ut lanio,,. Rrium aliæ ſuntpofitæ
in Artes in tres Primæ conjugationis verba iinperativo modo, temporepræſenti ad
ſecundam perſonain in a lit- lis eſt Aſtrologia: nullum exigens actum, ſed ipſo
duntur. tera producta terminantur;ut amo, ama: canto, rei, cujus ſtudium habet,
intellectu contenta, canta: infinito modo ad imperatiuum modum, quæ Geargintzün
vocatur. Alia in agendo, cujus in in re fyllaba,manente productione terminantur;
hoc finis eſt, ut ipſo actu perficiatur, nihilque ut aina, amare: canta,
cantare. Item prima con- poſt actum operisrelinquat, quæ peakmix dici jugatio,
quæindicativo modo, tempore præte- tur, qualis ſaltatio eſt.Alia in effectu,quæ
operis, rito, ſpecie abſoluta, adjectâ ad imperatiuun yi quod oculis fubiicitur
confummatione, finein Bbbb V. ib, uclanio,fatio:autuo,uræſtuo,continuo A
evognizione peltimatione rerum,quas partes divina B. ea 1 tor. Etanda, accipiunt, quam nontoxù
appellamus, qualis eſt cauſam, locum, tempus, inftramentum, occa pictura.
fionemnarratione delibabiinus. Multæ ſæpe in Orationis duo Duo funt Genera
orationis: altera pespetua, una cauſa ſunt narrationes. Non femper co ordi
fuigenera. quæ Rhetorica dicitur: alteraconciſa, quæ Dia- ne narrandum, quo res
geſta eſt. Enthumous fit tectica; quas quidem Zeno adeo conjunxit, ut ad
augmentum vel invidiæ, vel miſerationis, vel hanc compreſlæ in pugnum manus,
illam expli- in adverfis. Initium narrationis à perſona fier, et catæ fimilean
dixerit. ſi noſtra elt, ornetur: fi aliena, infametur. Et Initiam di Initia
dicendidedit natura: initium artis ob- hæc cum ſuis accidentibus ponitur. Finis
narra cendi dedit fervatio. Homines enim ficur in Medicina, cum tionis fit,
cùın eò perducitur expofitio, unde natura,ini- viderent alia falubrià, alia
inſalubria ex obſerva- quæſtio oriatur. sium artis ob. tione eoruin effccerunt
arrein. feruatio. Facultas orandi confunmatur naturâ, arte, De Egreſionibus
Pacultas orandi tribus exercitatione; cui partein quartam adjiciunt qui
cofummatur. dam imitationem, quam nosarti ſubjicimus. Egreſſus eſt, vel
egrelfio, hoc eſt, méx6a95, Tria debet Tria funt quæ præltare debet Orator; ut
do- cum intermiffà parum re propofitâ, quiddain in præftare Ora- ceat, moveat,
delecter. Hæc enim clarior divi- terſeritur delectationis utilitatiſve gratiâ.
Sed fio eft, quàm eorum qui totum opus:in res, et ir hæ ſunt plures, quiæ
pertotam cauſam varios ex affectus partiuntur, curſus habent; ut laus hoininum
locorumque; Invadendo In fuadendo ac diſſuadendo rrja primùm fpe- ut defcriptio
regionum, expoſitio quarundam fodiſficaden- ctanda ſunt; quid ſit de quo
deliberetur: qui lint rerum geſtarum, vel etiam fabulofarum. do triape- qui
deliberent: quis ſit quifuadeat rem, dequa Sed indignatio, miſeratio, invidia,
convi elintpar. deliberatur. Omnisdeliberatio de dubiis fit. Partium, excuſario,
conciliatio, maledictorum re "tes fuadendi. tes ſuadendi ſunt honeftum,
utile, neceſſarium. futatio, et fimilia:omnis amplificatio, minutio, Quidam, ut
Quintilianus, furetor; hoc eſt,pofli- omnis affectus, genusdeluxuria, de
avaritia, re bile, approbat. ligione, officiis cuin ſuis argumentis ſubjecta ſi
milium rerum, quia cohærent, egredi non viden Ware Procemiam à Græcis dicitur.
tur. Areopagitæ damnaverunt puerum, corni cum oculos eruentem; qui putantur nihil
aliud Clarè partem hanc ante ingreffum rei, de qua judicaffe, quàm id lignum
effe pernicioſiflima diccndum fit,oftendunt.Nain livepropterea quod mentis,
multiſque malo futuræ li adoleviſſet. brun cantus elt, et Citharædi pauca illa,
quæ an tequam legitimum certamen inchoent, emerendi De Credibilibus favoris
gratia canunt, Proæmium cognomina runt. Oratores quoque ea, quæ priuſquam cau
Credibilium tria funt genera: ünum Grmiſti- Tria ſunt ore. fain exordiantur, ad
conciliandos libi judicun muni, quia ferè ſemper accidit; ut, liberos à pa
aninospræloquuntur, Procinii appellationc fi- rentibus amari. gnarunt. Sive
quod Græci viam appellant Alterum velut propenſius, eum qui rectè va id, quod
ante ingrekun reiponitur, fic vocari leat, in craſtinum perventurum. Dikfit
Proa- eft inſtituruin. Caufa Proæmii hæc eſt, ut audiro Tertium tantum non
repugnans; ab eo in dong mii carla. rem, quò fit nobis in cæteris
partibusaccommo- furtum factum, qui domui fuit. datior, præparemus. Id fit
tribus modis, li be nevolum, atrencum, docilemque feceris; et in Argumenta unde
ducantur. reliquis partibus haud minus, præcipuè tamen in initiis neceſſe eſt
animos judicum præparare. Ducuntur argumenta à perſonis, cauſis, tem pore;
cujus tres partes ſunt, præcedens, conjun Quid differt Proæmium ab Epilogo.
ctum, inſequens. Si agimus, noſtra confirmana da ſunt priùs; tum ea, quæ
noftris opponuntur, Quidam putarunt quòd inPræmio præterita, refutanda. Si
reſpondemus; ſæpiùs incipiendum in Epilogo fucura dicantur. Quintilianus autem
à refutatione. Locuples et fpeciofa &imperio co quod in ingreffu parciùs et
modeſtiùs præten- ſa vult eſſe Eloquentia. tanda ſit judicis miſericordia: in
Epilogo verò licear toros effundere affectus, et ficam oratio De Concluſione
nem induere perſonis, et defunctos excitare, et pignora reorum perducere, quæ
minus in Concluſio,quæ peroratio dicitur, duplicem has concluſodomen proæmiis
ſunt uſitata. bet rationem; ponitur enim autin rebus, aut in plicem habet
affectibus rerum, repetitio et congregatio, que rationem. De Narratione. Græcè
ávax!IO HAURIS dicitur, à quibufdam La tinorum renumeratio dicitur, et memoriam
au Narratio aut torà pro nobis eſt, aut cora pro ditoris reficit, et totam
ſimul cauſam ponit an adverſariis, aut mixta ex utriſque. Si erit tota te
oculos; ut etiam ſi per ſingulos minus vale pro nobis, contenti ſimus his
tribus partibus, bant, turbâ moveantur: ita tamen ut breviret uc judex
intelligat, meminerit, credat, nec quic eorum capita curlimque tangantur. Sed
tunc fita quan reprehenſione dignum pPomba. ubi inultæ caufæ, vel
quæſtionesinferuntur; nam Notandum, ut quoties exitus rei ſatis oſtendit fi
brevis et fimplex eſt, noneft neceffaria. priora, debemus hoc eſſe contenti,
quò reliqua intelliguntur; fatius eſt narrationi aliquot fuper De Affectibus:
eſſe, quàm deeffe; nain ſupervacua cum rædio dicuntur: neceſſaria cum periculo
ſubtrahuntur. Affectuum duæ funt ſpecies, quas Græci affectuur Quæ probacione
tractaturi ſumus, perſonain, aj mrásos vocant, hoc eit, quafimores et affe- dua
ſung species, dibilium gito nera. De
Rhetorica. Te. ventio. tio. tio. . us concitatos } et Teses quidem affectus
con- et quæſtionem.Cauſa eft res,quæ habet in ſe con citatos: " Jos
veròmites atque compofiros; in il- troverſiam in dicendo politam, perſonarum
cer lis vehementesmotus, in his lenes: et resos qui- tarum interpoſitione:
quæſtio autem,eft res, quæ demimperat, its perſuadet; hi ad perturbatio- habet
in ſe controverſiam in dicendo polítam, nem, illi ad benevolentiam prævalent.
Et eſt line certarum perfonarum interpofitione. Frágos temporale, ndos verò
perpetuum; utra que ex eadem natura: fed illud majus, hoc minus, ut amor esos,
charitas » Sus; tados con citat, isos fedat. Partes Rhetoricæ funt quinque. In adverſos plus valet invidia,quàm
convitium: quia invidia adverſarios, convitiuin nos inviſos Inventio. facit.
Nam ſunt quædam, quæfi ab imprudenti Diſpoſitio. bus excidant, ſtulta ſant; cum
ſimulamus, venuſta Elocurio Orator vitio creduntur. Bonus altercator vitio
iracundiæ ca Meinoria, iracundiæ ca- reat; nullus enim rationi magis obftat
affectus, et Pronuntiatio. reat; et qua- fertextra cauſamplerumque, et defornia
convi tia facere ac mereri cogit, et nonnunquam in ipſos Inventio eft ex
cogitatio rerum verarum aut ve. Quid fitta judices incitatur; quoniam
ſententiæ, verba, fi- riſinilium,quæ cauſam probabilem reddunt. guræ, coloreſque
funt occultiores quæſtiones in Difpofitio eft rerum inventarun in ordinem Quid
Diſposa genio, cura, exercitatione. pulchra diftributio. Conjectura omnis, aut
de re eſt, autde animo. Elocutio eft idoneoruin verborum ad inventio Onid
Eloc14 Utriuſque tria teinpora ſunt, præteritum, pre- nein accommodata
perceptio. ſens, &futuruin. De re et generales quæſtiones Memoria eſt firma
aniini rerum ac verborum funt, et definitæ; id eft, et quæ non continentur, ad
inventionem perceptio. Quid Memo perſonis, et quæ continentúr. De animo quæri
Pronuntiatio eſt ex rerun et verborum dignita non poteſt, niſi ubi perſona eſt;
et de facto, cùm te, vocis &corporis decora moderatio. Quid Proing nuntiatio. de re agitur, aut quid factum ſit in dubium venit,
aut quid fiat, aut quid futurum ſit, et reliqua fi De Generibus caufarum.
unilia, De Amphibologia. Genera cauſarum Rhetoricæ ſunt tria princi- General
Cares palia. Demonſtrativum, Deliberativum, Judi- Jarum Rheto Innsetabia
Amphibologiæ ſpecies ſunt innumerabiles, ciale: Ticefunttrica les lient Am.
adeò ut FILOSOFI quidam putent nullum effé Demonſtrativum et In laude
phibologia verbum, quod non plura ſignificet genera, aut oftentativum species
admodum pauca; aut enim vocibus fingulis ac- Eyxaurasino's In vituperatione
cidiper ópw rupaar aut conjunctis per ainbiguani Emdeuxtixò, conſtructionem,
Quando fiat Vitiofa oratio fit, cùm inter duo nominamè- Deliberativum et ſua In
ſuaſione. vitioſa oratio dium verbum ponitur. forium dicitur De oppofitio
Oppoſitiones et fi contrariæ non ſint, ſed dif- EupBBAEUTIKON In diſſualione
niben. fimiles: verumtamen li fuain figuram ſeryant, ſuntnihilomimus
antitheta.. r In accuſatione, et de Naturalis quæitio eſt, quæ eſt temporalis;fic
Judiciale fenſione cut cúm que ſunt per ordines temporum acta, acercón
marrantur. Nunc ad artis Rhetoricæ diviſiones În præmii penſione, et definitionofque
veniamus; quæ ficut extenſa at negatione que copiofa cft; ita à multis
&claris ſcriptoribus tractata dilatatur, Demonſtrativum genus eſt, cùm
aliquid de- Quid fit De monſtramus, in quo eſt laus et vituperatio,hoc
monftrativi Onidfit Rhetorica eſt, quando per hujuſinodidefcriptionem oſten-
genus. dituraliquis, atque cognoſcirur; ut pſalınús Rhetorica Rhetorica dicitur
à copia deductæ locutio-. et alia vel loca vel pſalmi plurimi,ut:Domine unde
dicta. 'nis
influere. Ars autein Rhetorica elt, fi- in calo miſericordia tua, &uſque
adnubesveria cur magiſtri tradunt fæculariuin Litterarum, tas tua. Iuſtitia tua
ficutmontesDei, et reliqua. bene dicendi ſcientia in civilibus quæſtionibus.
Deliberativum genus elt, in quo eſt ſualio de. Quid Delią Quid fit Ora Orator
igitur eſt vir bonus, dicendi peritus, ut diſſualio, hoc eft quid appetere,
quid fugere, berativos. zor, ju offi- dictum eſt in civilibus quæſtionibus.
Oratoris quiddocere, quid prohibere debeamus, citum,erfinis. autem officium
eſt, appolitè dicere ad perſuaden Judiciale genus elt, in quo eſtaccuſatio et de
Quid Fudia ciale. dum. Finis, perſuadere dictione, quatenus rex fenſio, vel
præmii penſio et negatio. ruin et perſonarum conditio videtur admittere in
civilibus quæſtionibus: unde nunc aliqua bre De Statibus. viter aſſumemus, ut
nonnullis partibus indicatis, penè totiusartis ipſius ſumınam virtutemque in
Status Græcè ça'os. Status cauſarum ſunt año Status
caufae telligere debeamus. rationales, aut legales. Status verò dicitur ea
bacionales, rum åut ſuns Civiles quæſtiones ſunt ſecundum Fortuna viles
quaftio- tianum Artigraphum novelluin, quæ in com; a Hæ funt quæſtiones an
huic, an cumhoc, an học Quid fit firas ant legales, nes, et quo modo divi munem
animi conceptionem poffunt cadere; id seinpore, an hac lege,an apud ipſum.
Quidquidpræter van duntur. iſtas quinque partes in oratione dicitur; egreſſio
eſt. eſt, quâ unuſquiſque poteftintelligere, cùm de Hæc nagex aois, quoniam à
reco dicendi itinere defc. æquo quæritur et bono. Dividuntur in
cauſam,: &itur quælibet inſerendo. Bbbb ij Quid fine ci B. Quidfit con Um.
res, in qua cauſa conſiſtit. Fit autem ex intentio ne et depulfione, vel
conftitutione. ab alio objicitur, ab adverſario pernegatur, Statum alii vocant
conftitutionem, alii qua 2. Finitivus ſtatus cſt, cùm id quod objicitur,
jocuralis fia. {tionen, alii quod ex quæſtione appareat. non hoc efle
contendimus: fed quid illud lit, ad hibitis definitionibus approbamus. Quid
fam.si Status rationales ſecun Conje et ura. 3. Qualitas eft, cùm qualis res
lit, quæritur; dum generales quæſtio Finis. et quia de vi et genere negotii
controverſia elt, nes ſunt quatuor. Qualitas. conſtitutio generalis vocatur.
Tranſlatio. 1. Conjecturalis ſtatus eft, cùın factum, quod Imprudentia (Purgatio
Caſus. Concellio Juridicialis Absoluta Aut causæ, Nixologian Remotio Aur facti.
3 criminis Negotialis aitam Cui juftè in aliocom generalis Relatio mittitur,
quia et ifle in GegyueTiku priva criminis te fæpius commifin Αντίγκλημα..
Deprecatio Necessitas. Qualitas Comparatio Squando melius id Αντίστασης. factum
peragitur. 1 ſunt quinque ! с 12. 1 1 in Pſal. paz. ratio, Juridicialis eft, in
qua æqui &re &ti natura, Questas Ju. ſ Scriptum& voluntas.
riuscialis præmii et pænæ ratio quæritur. Porov ij dienoido Quid Nego
Negotialis eſt, in qua, quid juris ex civili mo Sätus Legales Leges contrariæ,
tizivs. re et æquitate lit, confideratur. Ambiguitas. Αμφιβολία. Quid Abfo luta.
Abſoluta eft, quæ ipfo in ſe continet juris et Collectio, live Raciocinatio.
injuriæ quæſtionem. Συλλογισμός purua Raid Allium. 'Affumptiva eſt, quæ ipfa
exſe nihil dat firmi, Definitio Legalisa. aut recuſationem foris, aut aliquid
defenfionis aſſumit. Scriptum et voluntas eſt, quando verba ipſa quid.fcripti
Quid con Conceſſio eſt, cum reus non id quod factum eſt, videntur cum sententia
ſcriptoris dillidere. et voluniss. defendit: fed, ut ignofcatur, poftulat; quod
nos Legis contrariæ ſtatus eſt, quando inter fe duz Quid legis Comment. ad
pænitentes* probavimus pertinere. leges, aut pluresdiſcrepare videntur.
contrarieta Remotio criminis eft, cùm id crimen quod in Ambiguitas eſt, cùm id
quod fcriptum eſt, tus, . ferrur ab fe &ab ſua culpa, vi et poteftate in
duas auc plures res ſignificare videtur. Quid Ambi aligin reus dimovere
conatur. guitas. Collectio Quid Remo, quæ et Ratiocinatio nuncupatur, Quid
Colle tio criminis. Relatio criminis eſt, cùm ideo jure factum di- eſt quando
ex eo quod fcriptum eſt, invenitur, ft:0. Quid Relatio citur, quod aliquis ante
injuriam laceſſierit., Definitio legalis eſt, cum vis verbi quaſi de criminis.
erid Defini Comparatio eft, cùm aliud aliquod alterius finitivâ conſtitutione,
in qua pofita fit, quz- tio legalis. Quil Compa. factum honeſtum aut utile
contenditur, quod, ricur. ut fieret illud quod arguitur, dicitur eſſe com
Status ergo tam rationales quam legales à Statusà qui iniffum. quibuſdam decein
et octo connumerati ſunt. bullam 18. 2 Quid Purga Purgatio cft, cùm factum
quidem conceditur, Cæterum ſecundum Rhetoricos Tullii decem et Tullio verò bes
partenha- fedculparemovetur. Hæc partes habertres,Im- novem inveniuntur,
propterea qudd Tranſlatio- 19.numeran prudentiam, caſum, neceſſitatem.
Impruden- nem interRationales principaliter adfixit ftatus. tia eft, cùin
fciſfe fe aliquid is qui arguitur,negat. Unde feipfum eciam CICERONE (ſicut
ſuperiùs di Casus eſt, cum demonſtratur aliquam fortune &tum eſt )
reprehendens, Tranſlationem Legalia vim obſtitiffe voluntati. Neceſſitas eſt,
cùm vi bus ftatibus applicavit. quadam reus id quod fecerit, feciſſe ſe
dixerit. Quid ft De precatio. Deprecatio eſt, cùm et peccaffe, et conſultò De
Controverfia. peccaſſe reus conficetur; et tamen, ut ignoſca Quid Trans-
tur,poftulat.Quodgenus perraro poteft accidere. Omnis controverſia, ſicut ait CICERONE,
aut fim- Controverfis ex CICERONE lario. TRANSLATIO dicitur, cùm caufa ex eo
pendet, plex eſt, aut juncta, aut ex comparatione. triplex eft. cùm non aut is
agere videtur, quem oportet: aut Simplex eſt, quæabſolutam continet unam Quid
fit com non cum eo, quioportet: aut non apud quos, quo quæſtionem, hoc modo:
Corinthiis bellum indi- jeftura fim tempore, qua lege, quo crimine, qua pæna
cenus, án non. plex. oporteat. Tranſlationi adjicitur Conſtitutio, Juncta, eſt
ex pluribus quæſtionibus, in quòd actio tranſlationis &commutationis indi-
plura quæruntur hocpacto:Carthagodiruatur: Quid juncts. an Carthaginienſibus
reddatur, an eocolonia de Ubi adverſariis omnia conceduntur, et per colas
ducatur. lacrymas lupplices defenditur reus. Ex comparatione, utrum potius, an
quod po- Quid ex com paratione, a Et ſi juncta erit conſiderandum erit, utrum
ex plu ribus quæftionibus juncta fit, an ex aliqua cóparatione. tur. H: gere
videtur. 1 De Rhethorica. > Exorarum.
rario, t11.0. tiſſimum quæritur ad hunc modum: utrum exer Exordium, eft oratio
animum auditoris ido Quit fis cituscontra Philippum in Macedoniam mittatur, neè
comparans ad reliquam dictionem. qui ſociis fit auxilio: an teneatur in Italia;
ut Narratio, eft reruin geftarum, aut at geſta- Quid Nar quàmmaximæ contra
Annibalem copiæ fint. rum expoſitio. Partitio eft, quæ fi re &tè habita
fuerit, illu- Quid Per, ftrem &perfpicaam roram efficit orationem.
Confirmatio eft, per quam argumentando no- Qrid Confir Genera cauſarumfunt
quinque. ftræ caufæ fidem, et authoritatem, et firinamen- mario. tum adjungit
oratio. Honeſtum. Reprehenfio eft per quam argumentando ad- Quid Repre
Admirabile. verſariorum confirmatio diluitur, aut elevarur. henfio. Humile.
Concluſio eſt exitus et determinatio totius exid con Anceps. orationis, ubi
interdum et Epilogorum allegatio cnfio. Obſcurum. flebilis adhibetur. Hæc licer
Cicero Latinæ eloquentiæ Lumen Duos libros Quid honefti Honeſtum caufæ genus
eft, cui ſtatim fine ora- eximium, per varia volumina copiosè ninis et de
Rethorica cauſæ genus. tione noftra favet auditoris aniinus. Admirabile
diligenter effuderit, et in arte Rhetorica duobus compoſuit ci Admirabile, à
quo quod eft pre eft alienatus animus eorum, libris videatur amplexus;
quorumCoinmenta à cero, quos M. VITTORINO ter opinio- qui audituri ſunt.
VITTORINO composita, in Bibliotheca mea commentatus num hominü Humile eft, quod
negligitur ab auditore ', et vobis reliquiffecognoſcor. eft. conftitutum.
nonmagnopere attendendum videtur. Quintilianus etiain
Doctor egregius, qui poſt Quintiliansis Quid Admi. rabile. Anceps in quo aut
judicatio dubia eft, aut Auvios Tullianos fingulariter valuit implere quæ
Doctor egre Quid Humile cauſa &honeſtatis et turpitudinis particeps, ut
docuit, virum bonum dicendi peritum à priinâ gius in Rhe. Qivid Anceps
benevolentiam pariật, &offenfionem. ætate fuſcipiens, per cunctas artes, ac
diſcipli- sorica doceka Puid'obfcs Obſcurum, in quo aut tardi auditores
funt,aut nas nobiliuin litterarum erudiendum eſſe mon difficilioribus ad
cognoſcendum negotiis cauſam ftravit. Libros autein duos CICERONE, de arte
implicata eft. Rhetorica, et Quintiliani duodeciin inſtitutio num ! judicavimus
eſſe jungendos; ut nec codi cis'excrefceret magnitudo, et utrique duin ne
ceffarii fuerint, parati feinper occurrant. Partes orationis Rhetoricæ funt fex.
Fortunatianum verò Doctorem novellum, Fortunatik. qui tribusvoluninibus de hac
re ſubtiliter minu- nustria ro Exordium. tèque tractavit; in pugillari codice
Rhetorica Narratio. congruenterquc redegimus; ut &faſtidiuin lecto
confecis. Partitio.
ri tollat, &quæ ſuntneceffaria competenter in Confirmatio. ' finuet. Hunc
legat qui brevitatis amator eft, Reprehenfio. nam cum opus ſuum in multos
libros non teten Concluſio, five derit: plurima tamen acutiffimâ ratiocinatione
Peroratio. diſſeruit.Quos codices cum præfatione ſua in uno corpore reperietis
eſſe collectos. da. tim lumina de aptè lorfitan, Rhetorica Argumentatio fit.
Illatio quæ r Propoſitio | Aut per Inductio- ! nem cujusmembra &Affumptio
funt hæc. dicitur. Concluſio ina tayo Rhetorica Argu mentatio tracta tur.
rEvdúcemus.Talo PEYSúumps, eſt commentum, Convincibili. vel commentio ', hoc
eſt | Oſtentabili. mentis conceptio.Sententiabili. Exemplabili. Txer Suunne,
qui eft imper- iCollectitio. fectus fyllogylinus, atque Rethoricus, ficut
Fortuna tianus dicit, in generibus i explicatur. azódseçu eſt cer ta quædam
argu menti concluſio vel ex confe quentibus, vel repugnantibus. Aut
perRatiocina tionem de Argu mentis, in quo no mine complectun Atodict. tur, quæ
Græci di cunt. Emxelamud too s Emreignus, eft fententia cum fatione, Latinè
dicitur Exe čutio, vel Approbatio, vel Argumentum 11.apemrbiem uc verò, qui eſt
Aut Tripertitus. Rhetoricus et latior fyllogyf: 3 AutQuadripercitus. Aut
quinquepertitus. | mus eft. B. Unde Argu titus. ductio. Mem2. cit.
mêtatiodista. Argumentatio dicta eſt quaſi argutæ mentis rici ſyllogiſmi,
latitudinediſtanz& productione oratio. fermonis à dialecticis fyllogiſmis,
propter quod Quidfit Ar Argumentatio eſt enim oratio ipſa, qua inven-
Rhetoribus datur. gumentatio. tum probabiliter exequimur argumentum.
Tripertitus, epichirematicus fyllogiſmus eſt; Quid Triper Quid fit In Inductio
eft oratio,qua rebusnon dubiis capra- qui conſtat inembris tribus: id eft,
propoſitione, mus aſſenſionein ejus, cum quo inſtituta eſt,live aſſumptione,
concluſione. inter FILOSOFI, ſive interRhetores, five inter Quadripertitus eſt,
qui conſtatmembris qua- Quid Quz Seriocinantes. tuor: propoſitione,
affumptione, et una propo- dripernicus. Quid Probo Propoſitio inductionis eſt,quæ
fimilitudines fitionis live afſuinptionis conjuncta probatione, fitio.
concedendæ rei unius inducit, aut plurimaruin. et conclufione. Quid illatio.
Illatioinductioniseft, quæ et affumptio dicitur, Quinquepertitus eſt,qui
conſtat membris quin- Que de Marine quæ rem dequa contenditur, et cujus cauſa
ſimi- que:id eft,propoſitione,& probatione, aſſum- quepertiim, litudines
adhibitæ ſunt introducit. ptione, et ejus probatione, et concluſione. Quid con
Concluſio inductionis eſt, quæ aut conceſſio. Hunc CICERONE ita facit in arte
Rhetorica: Si de clulo. nem illationis confirmat, aut quid ex ea confi-
liberatio et deinonſtratio genera ſunt cauſarum, ciatur, oftendit. non poffunt
rectè partes alicujus generis cauſa Qwid Ratio Ratiocinatio eft oratio, quâid
de quo eft quæ- putari. Eadem enim res, alii genus, alii pars effc cinatio.
ítio comprobamus. poteft: idem genus, et pars effe non poteſt, vel Quid Enthy
Enthymema igitur eſt, quod Latinè interpreta- cætera; quoufque fyllogiſini
hujus meinbra clau cur mentis conceptio, quam imperfectum fyllo- dantur. Sed
videro quantum in aliis partibus giſmum ſolent Artigraphi nuncupare. Nam in
lecter ſuum exercere poſſit ingenium. duabus partibus hæc argumentiforma
conſiſtit: Memoratus aurein Fortunatianus in tertio libro quando id quod ad
fidein pertinet faciendam, meminit de oratoris memoria, de pronuntiatio utitur
fyllogiſmorum lege præterita; ut eſt illud: ne, et voce, unde tainen Monachus
cum aliqua Si tempeſtas vitanda eſt, non eft igitur navigan- utilitate
diſcedit: quando ad ſuas partes non im dum. Exſola enim propoſitione et conclufione
probè videtur attrahere, quod illi ad exercendas conítat effe perfectum: unde
magis oratoribus, controverſias utiliter aptaverunt. Memoriam { i quàm
dialecticis convenire judicatum eſt. De quidem lectionis divinæ re cognita
cautela ſerva dialecticis autem ſyllogiſinisſuo loco dicemus. bit, cùm in
ſupradicto libro ejus vim qualitatém Quid con Convincibile eft,quod evidenti
ratione * con- que cognoverit: artem verò pronuntiationis in*AIS.convin. vincitur;ſicut
fecit CICERONE pro Milone. Ejusigi- divinæ legis effatione concipiet. Vocis
autem di tur mortis ſedetis ultores, cujus vitain, li * pPombais ligentiam in
pſalmodiæ decantatione cuſtodiet. Ed. poſetis. per vosreſtitui poſſe, noletis.
Sic inſtructus in opere ſancto redditur, quamvis Quid Ofien Oſtentabile eft,
quod certa reidemonſtratione libris ſæcularibus occupetur. rabile. conſtringit;
ſic CICERONE in Catilinam: Hic ramen Nunc ad Logicam, quæ et DIALECTICA dicitur,
vivit, imò etiam in Senatuin venit. ſequenti ordine veniamus, quam quidam diſci
Quid Senten tiabile. Sententiale est, quod SENTENTIA generalis addi- plinain,
quidam artem appellare maluerunt, di cit; ut apud Terentiun: Obſequium
amicos,ve centes: quando apodicticis,id eſt, probabili ritas odium parit. bus
diſputationibus aliquid diſſerit, diſciplina Quid Exem plabile. Exemplabile elt,
quod alicujus exempli com- debeat nuncupari: quando verò aliquid verilimi M. G.
ini. paratione eventum fimilem comminatur; ſicut le tractat, ut ſunt
ſyllogiſini ſophiſtici, nomen Cicero in Philippicisdicit:Temiror,Antoni,quo-
artis accipiat. Ita utrumque vocabulum pro ar *M.G. per- rum facta * imitere,
eoruin exitus, non * per- gumentionis ſuæ qualitate promeretur. timefcere,
horrefcere. Quid Colle Collectivum eſt, cùm in unum, quæ argumentata funt,
colliguntur; ſicut ait CICERONE pro Milone: Quem igitur cum gratia noluit, hunc
voluit De Dialectica cuin aliquorum querela, quemjure, quem loco, quem
temporemoneftaulus: hunc injuria,alie- DIALECTICAM primi FILOSOFI
indi&ionum no cum periculo non dubitavit occidere. runt: non tamch ad artis
redegereperitiam. Post Ed. destris Præterea secundum VITTORINO ENTHYMEMATIS quos
Aristoteles -- ut fuit disciplinarum omniun altera eft definitio. Ex fola
propoſitione, ſicutjam diligens inquiſitor, ad regulas quasdam hujus Aristoseler
dictum est, ita constat ENTHYMEMA -- ut est illud: doctrinæ argumenta perduxit,
quæ priùs ſub cer- DIALECTICE Si tempestas vitanda est, non est navigatio
requitis præceptionibus non fuerunt. Hic libros fa- argumenta ad regulas renda.
Ex fola assumptione s ut est illud: Sunt ciens exquisitos, Græcorum scholam
multiplici quafdamper autem qui munduin dicant fine divina administra- laude
decoravit; quem noftri non perferentes duris. tione discurrere. Ex fola concluſione
-- ut est il- diutiùs alienum, translatum expofitúmque Ro DIALECTICAM lud: Vera
est igitur divina sententia. Ex pro- manæ ELOQUENTIAE contulerunt. DIALECTICAM verò,
*MS. fcick poſitione et assumptione -- ut est illud: Si inimicus
&Rhetoricam VARRONE in nove;n disciplinarú libris canin move est, occidit.
Inimicus autem eſt: et quia illi deelt tali funilitudine definivit. DIALECTICA
et Rhetori- libris Vaira. conclufio, ENTHYMEMA vocatur. Sequitur Epi- ca est,
quod in manu hominis pugnus ad strictus, definivit. chirema. et palma diſtenſa:
illa brevi oratione argumenta Quid Epic EPICHIEREMA est, quod superiùs diximus,
dels concludens, ista facundiæ campos copioso fer chirema. cendens de
ratiocinatione latior excurfio Rheto- mone discurrens: illa verba contrahens, ista
di Itendens. Et ARGVMENTVM est ARGVTAE MENTIS IVDICIA QVOD PER INDAGATIONES
PROBABILES, rei dubiæ perficitfidem, per Rhetorica ad illa, quæ nititur docenda,
facun- pomaleticom DIALECTICA fiquidem ad differendas res acutior: Que fic disse
exempla confirmans -- ut est: Noliæinulari in malignan tibus: quoniam tanquain
fænum, &c. dior. Illa ad scholas non numquam venit,
iſta ju. et Rhetori saris. Zivim. et Rhetoria
64m. DE DIALECTICA son quenter. girer
procedit in forum: illa requirit rariſſimos et noftræ diſpoſitionis
curràtintentio. Conſue * MSS.fre- ftudiofos, hæc * frequentes populos. Sed
priul- tudo iraque eft doctoribus philoſophiæ, ante quam de fyllogiſmis dicamus,
ubi totius Diale- quam ad Iſagogen veniant exponendam, divis dicæ utilitas et virtusoſtenditur,
oporter de ejus lionem philoſophiše paucis attingere:quam nos initiis, quaſi
quibuſdam elementis, pauca diffe- quoque ſervantes; præſenti tempore non immer
cere; ut ficut eſt à Majoribus diſtinctus ordo, ita ritò credimus intiinandain,
Philofophiæ divifio. In Inſpectivam, TIXMT, hæc dividitur in In Naturalem.
| Doctrinalem, hæc (In Arithmeticam dividitur Muficam. Geometricain. Divinain.
Aftronomicain Diviſt thing Lofophiæ. Philoſophia divi ditur fecundum
Ariftotelem. Moralem. | Sirir. Er Actualeta Ciſpenſativa, Φρακτικών PorxorowyXXV. hæc dividitur in Civilem. ίπολιτική » ACETA! oixorouexin. weg.Xti xh. νομοθεπκό., thesxor. Sewertexn.. φυσική. Definitiò Philos
fophiæ. megatoxin. resnio intoxin. 23 Quid 1 3. Dirogoera oroimene Occs Kated
to duratór ávöçóórw. plina quæ curſus cæleftium, fiderumque figuras homophine
en Philoſophia eft divinaruin, humanarùmque re contemplatur omnes,
&habitudines ftellaruni quotuplex. rum, inquantum homini poſſibile eſt,
probabilis circa ſe; et circa terram, indagabili ratione per Ycientia:
Aliter,Philoſophia eſt ars artiuni, et dif- currit. Actualis dicitur, quæ res
propoſitas ope ciplina diſciplinarum.Rucſus, Philoſophia eſtme, rationibus ſuis
explicare contendit. Moralis di ditatio mortis,quod magis convenit Chriſtianis,
citur, per quam mos vivendihoneſtus appetitur; 2.Corint. 16. qui ſæculi
ambitione calcata, converſatione dif- et inſtitura ad virtutem tendentia
præparantur. ciplinabili, fimilitudine futuræ patriæ vivunt; Diſpenſativa
dicitur, domeſticaruin reruin fa Philip. 3. 20. Sícut dicitApoftolus: In carne
enim ambulantes, pienter ordo diſpoſitus. Civilis dicitur, per quàm non
ſecundum carnem militamus; et alibi: Con- totius civitatis adminiſtrarur
utilitas. Philoſo verſatio noftra in calis eft. Philofophia eſt affimi- phiæ
diviſionibus definitionibúſque tractatis, in lari Deo ſecundum quod poflibile
eft homini. quibus generaliter omnia continentur, nunc ad Inſpectiva
dicitur,qua ſupergreſſi vilbilia de di- Porphyrii librum, qui Iſagoge
inſcribitur, acce vinis aliquid et cæleſtibus contemplamur, eáque damus. mente
foluinmodo contuernur, quantum corpo De Iſagoge Porphyrii. reum ſupergrediuntur
aſpectum. Naturalis
dici tur,ubiuniuſenjufque rei natura diſcutitur: quia de Genere. Dávc.
nihilcontra'naturain generaturin vita: ſed unun | de Specie. tidos. quodque
hisufibus deputatur, in quibus à Crea- llagoģe Por de Differentia. Depoeg tore
productú eit: nifi fortè cum voluntate divina phyrii tractat de Proprio. ibor
aliquod miraculuin proveniremonſtrerur.Doctii i de Accidente, συμβεβηκός. *MSS.
figni- nalis dicitur ſcientia, quæ abſtractam * conſiderat ficar. quantitatem.
Abſtracta eniin quantitas dicitur, Genus eft ad fpecies pertinens, quod de
diffe- Quid fit Ge quam intellectu àmateria ſeparantes,vel ab aliis rentibus
fpecie, in co quod quid ſit, prædicatur; nun accidentibus; ut eſt, par, impar:
vel alia hujuſce ut animal. Per ſingulas enim fpecies, id
eft, modi in ſola ratiocinatione rractainus. Divinalis hominis, equi, bovis, et
cæterorun,genus anis dicitur, quando aụt ineffabilem naturam divi- mal
prædicarur atque ſignificatur, nam, aut ſpirituales creaturas ex aliqua parte,
Species eſt, quod de pluribus et differentibii's Quid fit Spo profundifſimâ
qualitate differimus. Arithinerican numero, in eo quod quid fit, prædicatur;
nam cies, eſt diſciplina quantitatis numerabilis ſecundum de Socrate, Platóne,
et Cicerone homo prædi ſe. Muſica, eſt diſciplina quæ de numeris loqui- catur.
tur, quiad aliquid ſunt his, qui inveniuntur in Differentia eſt, quod de
plaribus et differen » Quid fit Dif". ſonis. Geometrica, elt
diſciplina magnitudinis tibus ſpecie,in eo quod quale ſit,prædicatur; ſicuc
erensia, immobilis,&formarum. Aftronoinia,eſt diſci- rationale et inortale,in
eoquodquale ſit, dc ho- f mine prædicatur, B. € lcens. men. atque bos. Tulum,
Quid fit Pro Proprium eſt, quod unaquæque ſpecies, vel Hoc opus Ariſtotelis
intentè legendum eſt, cur Carego prium. perſona certo additamento infignitur,
&ab om- quando ficut dictum eſt; quicquid hoino loqui- rie Ariftotelis ni
communione feparatur. tur, inter decem ifta Prædicamenta inevitabili, intentè
les erid fut Ac. gende. Accidens eſt, quod accidit et recedit præter ter
invenitur: proficit etiam ad libros intelligen ſubjecti corruptionem: vel ea
quæ fic accidunt, dos, qui live Rhetoribus, fivc Dialecticis appli ut penitus
non recedant. Hæc qui pleniùs noſſe cantur. deliderant, Introductionem legant
Porphyrii; * £ d.alicujus quilicetad utilitatein * alieni operis ſedicatſcri
Incipitperi hermenias, id eft, de inter bere, non tamen ſine propria laude
viſus eſt talia pretatione. dicta futinafle. Sequitur liber peri hermenias
ſubtiliſimus rii Categorie Ariſtotelis. mis, et per varias formas,
iterationéfque cautif ſimus, de quo dictuin eſt: Ariſtoteles, quando Sequuntur
Categorix Ariſtotelis, ſive Prædi- librum peri herinenias ſcriptitabat, calamum
in camenta: quibus mirum in modum per varias fi- mente tingebat.
gnificantiasomnis fermo concluſuseſt: quorum De nomine. organa ſive
inftruinenta ſunt tria. De verbo. Inftrumenta Organa vel inſtrumenta
Categoriaruin five In libro peri hermenias; De oratione, drogoriarum (rent tria,
/ci Prædicamentorum funtæquivoca, univoca, de- id eft, de interpretatio De
enunciatione. licet. nominativa. ne, prædictus philofo De affirmatione.
Æquivoca. ÆQVIVOCA dicuntur, quorú noinen folùm com- phusdehis tractat. DE
NEGATIONE mune eft, fecundùm nomen verò ſubſtantiæ ratio DE CONTRADICTIONE,
diversa -- ut “animal”, homo, et quod pingitur. Vniyoca, VNIVOCA dicuntur,
quorum et noinen com Nomen, est VOX SIGNIFICATIVA – by which an utterer
signifies, that is – H. P. Grice -- SECVNDUM PLACITVM - quid fitmoi mune eſt,
et ſecunduin nomen discrepare eadem tum, sine tempore: cuius nulla pars est significati
substantiæ ratio non probatur – ut: “animal”, homo, va separata – ut: “Socrates”.
Verbum, est quod conſignificat tempus: cujus Quid forver Denominati Dena
ninativa, id eſt, derivativa, dicuntur pars nihil extra significat, et est semper
eorum bum, quæcuinque ab aliquo sola differentia casus ſe- quæ de altero
dïcuntur nota – ut: “ille cogitat”, dil cundum noinen habent appellationem: ut
å putat. grammatica gramınaticus, et à fortitudine fortis. ORATIO est vox
fignificativa, cujus partium Quid ſit örä aliquid separatim significativum est;
ut Socrates to Subſtantiaa sola, diſpucat. MSS.lepa Quantitas, mosotas. ENUNTIATIVA
otàtio eſt vox ſignificativa deeo Quid fit Ad aliquid. ney's Fan quod eft
aliquid, vel non eſt – ut: “Socrates est.” So- Enuntiatid. Ariſtotelis
Ariſtotelis Catego Qualitas. TÓTUS. crates non eſt. Categorie riæ, vel
Prædicamen- į Facere. FOREV. AFFIRMATIO est
enuntiatio alicujas de aliquo: quid fit Af son decem. ra decem ſunt Pati.
PeoMHT – ut: “ Socrates est.” formatio. Situs. ευρώς. NEGATIO, eft alicujus de aliquo NEGATIO: ut: “Socrates non est.” So- luid
fitNe. Quando. done. crates non eſt. gatio. Ubi. CONTRADICTIO, eſt
afficmationis et negationis euid fitcom | Habere. (xar. oppoſitio – ut: “Socrates
disputat, Socrates non disputat.” Subſtantia est, quæ propriè, &t
principaliter Hæc omnia per librum ſuprà memoratum mi. Liber Pero Hermenias et maxiinè
dicitur; quæ neque de ſubjectopræ- nutiſſimè diviſa; et ſubdiviſa tractantur,
quæ BOEZIO feprem dicatur, neque in ſubjecto eſt – ut: “aliquis homo”, breviter
intimnaſſe ſuffciat, quando in ipfo com- libris expoſé vel aliquis equus.
Secundæ autem ſubftantiæ di- petens explanatio reperitur: maximè cùin eum tu.
cuntur, in quibus ſpeciebus, illæ quæ principa- Tex libris à BOEZIO viro
magnifico constet exposi liter substantia primò dicta sunt, insunt atque tum,
qui vobis inter alios codicese strelictus. Clauduntur -- ut in homine, CICERONE.
Nunc ad fyllogiſticas ſpecies formulaſque vea Quantitas Quantitas aur diſcreta
eſt, et habet partes ab nianus, in quibus nobilium Philofophorum ju aplex, aiſ
alterutrodiſcretas,nec eominunicantes, ſecun- giter exercetur ingenium, dum
aliquem communem terminum, velut nu merus, et ſerino quiprofertur; aut continua
eſt, De Formulis ſyllogifmorum. et habet partes quæ ſecundum aliquem coinmu*
nein terininuin adinvicem convertuntur; velut (in priina forinula modi no
linca, ſuperficies, corpus,locus, motus,tempus. Forinulæ Categori Ad aliquid
verò funt, quæcumque hoc ipſo coruin, id eſt, Præ-, In ſecunda formula modi
Formale ca quod ſunt, aliorum eſſe dicuntur; velur majus, dicativorum ſyllo
quatuor. duplum,habitus, difpofitio,ſcientia, ſeriſus, gilmorú ſunttres. | In
tertia formula modi politio. i ſex. Qualitas, eſt, fecundum quam aliqui quales
dicimur; ut bonus, malus. Modiformule prime ſunt novem. Facere eſt, ut
ſecare, vel urere, id eft, ali quid operari. Pati eſt, ut ſecari, vel uri. Primus modus eſt, quiconcludit, id eft, qui
Situs, eft, ut ftat, ſeder, jacet. Quando colligit ex univerſalibus dedicativis,
dedicati eft, ut hefterno, vel crás. vum univerſale directum; ut, omne juſtum
ho Ubi eſt: ut in Aſia, in Europa, in Lybia. neſtum, omne honeftum bonum, omne
igitur Habere eft: ut calccatum, velarmatum effe. juſtum bonum. Secundus ött.
tradictio, nos creta, con sinna, vem. tegoricum Syllogiſmorum funt tres. DE
DIALECTICA Ed, concler dit. per quæ ſubti Secundus moduscft, qui * conducit ex
univer- rivis particulari et univerfali dedicatvium parti ſalibus dedicativâ et
abdicativâ abdicativum uni- culare directum: ut quoddam juſtam honeſtum,
verſale directum: ut oinnejuſtum honeſtum, nul- omne juſtum bonum, quoddam
igitur honeſtuin lum honeſtum turpe, nullum igitur juſtum bonum. turpe. Tertius
modus eſt, quiconducit ex dedicativis Tertius modus eſt, qui conducir ex
dedicativis univerſali et particulari dedicativum particulare particulari et univerſali,dedicativum
particulare directum: ut, omne juſtum honeftuin, quod directum: ut quoddam
juftum eft honeſtum,om- dam juſtuin bonum, quoddam igitur honeſtum ne honeftuin
utile, quoddam igirur juftumn utile. bonum. IV modus eſt, qui conducitex
particulari Quartus modus eſt, quiconducit ex univerſa dedicativa,
&univerſali abdicativa, abdicativum libusdedicativa et abdicativa
abdicativum parti particulare directum: ut quoddam juſtum hone- culare directum:
utomne juſtuin honeſtuin, nul Itum, nullum honeftunı turpe, quoddam igitur lum
juſtum malum, quoddam igitur honeſtum juſtum non eft turpe. non eſt malum.
Quintus modus eſt, qui conducit ex univerſa Quintus modus eſt, qui conducit ex
dedicativa libus dedicativisparticulare dedicativum per re- particulari et abdicativa
univerſali abdicativum Mexionem: ut omne juftum honeſtum, omne ho- particulare
directum: ut, quoddam juſtum, ho neftum bonum, quoddam igitur bonum juſtum.
neſtum, omne honeſtum bonum,igitur quoddan Sextus modus eft, qui conducit ex
univerſali honeftum non eft malum. dedicativa, et univerſali abdicativa,
abdicativum Sextus modus eſt, qui conducit ex dedicativa univerſale per
reflexionem: ut omne juſtum ho- universali et abdicativa particulari
abdicativum neltuin, nulluin honeſtum turpe, nullum igitur particulare directum:
ut,omnejuſtum honeſtum, turpe juftum. quoddam juſtum non eſt malum, quoddam igi
Septimusmodus eſt,quiconducit ex particulari tur honeſtuin non eſt malum. et univerſali
dedicativis dedicativum particulare Has formulas Categoricorum ſyllogiſmorum
reflexionem: ut quoddamn juftum honeſtum, qui plenè nofſe deſiderat, librum
legat, quiin Liber Apa!e omne honeſtum utile,quoddam igitur utile juſtú.
fcribirur -Peri hermenias Apuleii, et qui inſcribi: Odavus modus eft, qui
conducirex univerfa- lias ſunt tractata, cognoſcet. Nec faſtidium no- tur Peri
her libus abdicativa et dedicativa particulare abdica- bis verba repetita
congeminent; diftin &ta enin, menias, le tivum per reflexionein: ut nullum
turpe hone- atque conſiderata, ad magnasintelligentiæ vias, gendus. ftum,
omnehoneſtum juſtum, quoddamn igitur præftante Domino,nosutiliter
introducent.Nunc juſtum non eft turpe. ad hypotheticos fyllogiſinos, ordine
currente, Nonas modus eit, qui conducit ex univerſali veniainus abdicativa,
&particulari dedicativa abdicativum particulareper reflexionem:velut
nullumturpe Modi Syllogiſmorim hypotheticorum, qui fiunt Modifyllogif morum
hyposs honeſtun, quoddam honeſtum juſtum, quoda cum aliqua conjunctione, Jeptem
funt. dam igitur juſtum non eſt turpe. funt feptem. Primus modus eſt, velut: Si
dies elt, lucer; eſt Modi formuleſecunda funt quatuor. autein dies; lucet
igitur. Secundusmodus eft ita: ſi dies eſt, lucet, non Primus modus eſt, qui
conducit ex univerſali- lucet; non eft igitur dies. bus dedicativa et abdicativa
abdicativum univer- Tertius modus eſt ita: non et dies eſt et nonlu fale
directum: velutomne juſtum honeſtum,nul- cet, atqui dies eft, lucèt igitur. lum
turpe honeftum,nullum igitur juſtum turpe. Quartus modus eft ita: aut nox, aut
dies eft, at Secundus modus eſt, quiconducit ex univerſa- qui dieseſt, non
igitur nox eſt. libus abdicativa et dedicativa abdicativum uni Quintus moduseſt
ita: aut dies eſt, aut nox, at-. verſale directuin: velut nullum turpe honeftum,
qui nox non eſt, dies igitur eſt. omne juſtum honeſtum, nullumigitur turpe
Sextus inodus eſt ica: non et dies eſt, et nonlu juftum cet, dies autem eſt,
nox igitur non eſt. Tertius modus eſt, quiconducit ex particulari. Septimus
modus eſt ita:non et djes eft et nox, dedicativa et univerfali abdicativa ab
licativum atqui nox non eſt, dies igitur eſt. particulare directum: veluc
quoddam juftum ho Modos autem hypotheticorum ſyllogiſinorum neſtum, nulluin
turpehoneftum, quoddam igi- fi quis pleniùs noſſe deſiderat, legat librum Marii
Marius Vi tur juſtum non eſt turpe. Victorini, qui inſcribitur de fyllogiſmis
hypo- &torinus librá Quartus r.odus eſt, quiconducit ex particu- thericis.
Sciendum quoque, quoniam Tullius de hypotheti: lari abdicativa et univerfali
dedicativa abdicati- Marcellus Carthaginenſisde categoricis et hy- edidit. vum
particulare directum: velut quoddamn juftum potheticis fyllogiſmis, quodà
diverfis philoſo: Tullius Mar non eſt turpe, omne malum turpe, quoddam
phislatiſſimè dictum eft, feptem libris breviter cellus igitur juſtuin non eft
malum, ſubtilitérque tractavit; ita ut priino libro de re: thag. de Syl gula,
ut ipſe dicit, colligentiarum artis Dialecticæ logiſmis Modi formula tertiæfunt
fex. diſputaret; &quod ab Ariſtotele de categoricis compofuit. ſyllogiſmis
multis libris editum eſt, ab ifto fecun Primus modus eſt, qui conducit 'ex
dedicativis do et tertio libro breviter expleretur; quod aut univerfàlibus
dedicativum particulare, tam dire- tem de hypotheticis ſyllogiſmis à Stoicis
innume Etuin, quàm reflexum: ut omne juſtum hone- ris voluminibus tractatum eſt,
ab iſto quarto et ftum, omne juſtum bonum, quoddam igitur ho- quinto libro
colligeretur. In fexto verò de inix neftum bonum vel quoddamn bonum ho- tis
fyllogiſinis, in ſeptimo autem de compoſitis neftuin. diſpucavit; quem codicem
vobis legendum re-, Secundus modus eſt, qui conducit ex dedica- liqui. cccc
theticorum Car Jeprem libros > Quid
las Depnilio. longum viaticum: modò ut
laudet, ut adolers De Definitionibus. centia eſt Aos ætatis. Octava ſpecies
definitionis eft, quain Græci Hinc ad pulcherrimas definitionum ſpecies ac- x7
a paistoin rõ Evertix vocant, Latini per pri Milanius, quæ tantà dignitate
præcellunt, ut pof- vantiam contrarii ejus quod definitur, dicunt; up ſont dici
orationun maxiinuin decus, et quædam bonum eſt, quod malum noneft: juftuin eſt,
quod lumina dictionuin. injuſtum non eft. Et his fimilia: quod fe ita na
Definitio verò, eſt oratio uniuſcujuſque rei turaliter ligat, ut neceſſariam
cognitionem fibi naturam à communione diviſam, propria ſignifi- unius
comprehenſione connectat. Hoc autem catione concludens: hæc multis modis,
præce- genere definitionis uti debemus, cùm contrarium priſque conficitur.
notun eſt; nam certa ex incertis nemo probat. Definitionum prima
eſt óvoradcas, Latinè ſub- Sub qua ſpecie ſunt hæ definitiones. Subſtantia
ftantialis, quæ propriè et verè dicitur definitio; eft, quod neque qualitas
eſt, neque quantitas, ne or eſt, homoanimalrationale mortale, ſenſus dif- que
aliqua accidentia: quo genere definitionis ciplinæque capax;llæc enim definitio
per fpecies Deus definiri poteſt; etenim cùm quid fit Deus, et differentiasdeſcendens,
venit ad proprium, et nullo modo comprehendere valeamus: ſublatio deſignat
plenillimè quid ſit homo. omniuin exiſtentium, quæ Græci örta appellant,
Sccunda eſt ſpecies definitionis, quæ Græcè cognitionem Dei nobis circumciſa et
ablata no ŽVYOMMA TIx ) dicitur, Latinè notio nuncupatur: tarum rerum
cognitione ſupponit; ut li dicamus, quam notionem communi,non proprio nomine
Deus eſt, quod neque corpus eſt, neque ullum poffumus dicere. Hæc iſto modo ſemper effici- elementum, neque animal, neque mens, neque cur:
Homo eſt, quod rationali conceptione et ſenſus, neque intellectus, neque
aliquid, quod exercitio præeſt animalibus cunctis. Non eniin ex his capipoteſt;
his enim ac talibus ſublatis, dixit, quid eſt homo, ſed quid agat, quaſi quodam
quid fit Deus, non poterit definiri. figno in notitiam denotato. In iſta enim
&in re Nona ſpecies definitionis eſt, quain Græci liquis notio rei
profertur: non ſubſtantialis, ut Kåtalnooi, Latini per quamdam imaginatio in
illa primariaexplanatione declaratur; et quia nem dicunt –ut: “ÆNEAS est
Veneris et Anchisæ illa subftantialis est.” -- definitionum omnium obti-
filius. Hæc ſemper in individuis verſatur, qux ner principatum. Græci aqua
appellant. Idem accidie in eo gene Tertia fpecies definitionis eſt, quæ Græcè
redictionis, ubialiquis pudor aut metus elt no Trolótus dicitur, Latinè
qualitativa. Hæc
dicendo minare – ut: CICERONE, cùm me videlicet ficarii illi quid quale lit, id
quod fit, evidenter oſtendit. deſcribant. Cujus exemplum tale eſt: homo eft,
qui ingenio Decima fpecies definitionis eft, quam Græci valet, artibus poller,
et cognitione rerum: aut as Tót, Latini, veluti, appellant; ut fi quæ quæ agere
debeat eligit:aut animadverſione quod ratur quid ſit aniinal, refpondearur,
homo: inutile fit contemnit; his enim qualitatibus ex non enim manifeftè
dicitur animal folum effe preſſus ac definitus homo eſt. hominem, cum fint alia
innumerabilia: ſed cuin IV ſpecies definitionis eſt, quæ Græcè dicitur homo,
veluti ipfum hominem animal de soggapixn, Latinè deſcriptionalis nuncupatur:
fignat: cùm tamen huic nomini multa ſubja quæ adhibitâ circuitione dictorum
factorúmque, ceant. Rem enim quæfitam prædictum declata rem, quid fit
deſcriptione declarat;ut ſi lu- vit exemplum. Hoc eſt autem proprium defini
xuriofum volumus definire, dicimus: Luxurio- tionis, quid fit illud, quod
quæritur, declarare. fus, eſt victus non neceffarii et fumptuoli et one XI
ſpecies definitionis eft, quam Græ rofi appetens,in deliciis affluens,in
libidine pron- ci rece tead the matter, Latini per iudigentiain ptus; hæc et talia
definiunt luxuriofum. Que pleni ex eodem genere vocant: ut ſi quæratur ſpecies
definitionis, oratoribus magis apta eſt, quid fit triens, refpondeatur, cui
dodrans deeft, quàm dialecticis, quia latitudines habet; hæc ut lit aſlis.
fimili modo in bonis rebus ponitur, et in XII ſpecies definitionis eſt, quam
Græ malis. ci, Kata imesvov, Latini per laudem dicunt; ut Quinta ſpecies definitionis
eft, quam Græcè Tullius pro Cluentio: Lex eſt mens, et animus, AT nikov: Latinè
ad verbum dicimus: hæc vo- et confilium, et fententia civitatis. Et aliter pax
cem illam, de qua requiritur, alio ſermonedeſi- eſt tranquilla libertas. Fit et
pervituperationem, gnat uno ac ſingulari, et quodammodo quid il- quam Græci
tózer vocant: ſervitus eſt poſtre lud ſit in uno verbo pofitum, uno verbo alio
de- mum malorum omnium, non modò bello, ſed clarat; ut conticefcere eſt tacere:
item cùm ter- morte quoque repellenda. minum dicimus finem, aut terras
populatas inter Tertiadecima eſt ſpecies definitionis, quam pretemur effe
vaſtatas. Greci κατ'αναλογίαν,Latini juxta rationem dicunt: Sexta ſpecies
definitionis eſt, quam Græci x fed hoc contingit, cum majoris ire nomine, res
Thu nepoege, per differentiam dicimus; id eft, definitur inferior: ur eſt illud,
homo ininor mun cùm quæritur, quid interſit inter regem et ty- dus. Cicero hac
definitione ſiculus eſt:Edictum, rannum, adjecta differentia quid uterque fit,
de- legem annuam dicunt eſſe. finitur: id eſt, rex eſt modeftus et temperans,
ty XIV eſt ſpecies definitionis, quam rannus verò impius et immitis. Græci sess,
Latini ad aliquid vocant: ur eſt Septima eft fpecies definitionis, quam Græci
illud, pater eft, cui eſt filius:dominus eſt, cui eft el ustápoegr. Latini per tranſlationein dicunt: fervus: et CICERONE in Rhetoricis, genus
eſt, quod ut Cicero in Topicis, Lictus eſt, quà Auctus elu- plures partes
amplectitur: item pars eſt, quod lu dit. Hoc variè tractari poreſt: modò enim
ut beſt generi. moveat, ficut illud, caput eſt arx corporis: modò Quintadecima
eſt ſpecies definitionis, quam ut vituperet, ut illud, divitiæ ſunt brevis vitæ
Græci koste BiTiongear, Latini fecundum rei fa ! DE DIALECTICA tionuom. 5 rationem vocant: ut dies eſtrol
fuprà terras:nox, dicativus atque ſubjectus. Terminos autem voco
elſolſubterris. Scire autem debemus prædictas verba &nonina, quibus propoſitio
nectitur;ut niquifuntper propoſe ſpecies definitionum, Topicis meritò eſſe
ſocia- in ea propoſitione qua dicimus:Homojuſtus eſt: tas, quoniaminter quædam
argumenta funtpoſi- hæc duo nomina, id eſt, homo et juftus, propo tæ, et nonnullis
locis commemoranturin Topi- fitionis partes vocantur. Eoſdem etiam terminos
cis. Nunc ad Topica veniamus, quæ ſunt argu- dicimus: quorum quidem alter
ſubjectuseſt, al mentorum fedes, fontes ſenſuu, origines di- ter verò prædicativus,
Subjectus eſt terminus, &tionum: de quibus breviter aliqua dicenda ſunt,
qui minor eſt: prædicativus verò, qui major: ut ut &dialecticos locos, et rhetoricos,
ſive corum in ea propolitione, qua dicitur, Homo juſtus, differentias agnofcere
debeamus: ac prius dedia- homo quidem minus eſt, quàm juſtus. Non Iceticis
dicendum eft. enim in folo homine juſtitia eſſe poteft, verùm etiam in
corporeis diviníſque ſubſtantiis: atque De Dialecticis locis. ideo major eſt
terminus, juſtus: homo verò, mi nor; quò fit, ut homo quidem ſubjectus fit ter
Quid die Propoſitio, eft oratio verum - falfúmveſignifi- minus, juſtus verò
prædicativus. PROPOSITIO cans, utſiquis dicat, cælum eſſe volubile: hæc Quoniam
verò hujuſmodi (implices propolis enuntiatio et proloquiun nuncupatur: quæſtio
tiones alterum habentprædicativum terminum, verò eft, in dubitationem
ambiguitatémque ad- alterum verò ſubje& um, à majoris privilegio par ducta
propofitio; utſiqui quærant, an fit cælum tis propoſitio prædicativa vocata
eft.Sæpe autem Quid Concli- volubile. Concluſio, eft argumentis approbara
evenit, ut hi termini ſibimet inveniantur æqua 330. propoſitio; ut fi quis
exaliis rebus probetcælum les, hocinodo, homoriſibilis eſt; homo namque effe
volubile.Enuntiatio quippe live ſui tantum et riſibilis uterque ſibi æquus eſt
terminus. Nam caufa dicitur,five ad alios ad ferturad probandum, ncque riſibile
ultra hominem, nec ultra riſibile propofitio eft: cùm de ipſa quæritur,
quæſtio: homo porrigitur: ſed in luis hoc evenire neceſſe lipſa eſt approbáta,
conclufio. Idem igitur pro- eſt, utſi quidam inæquales termini ſunt, major
politio,quæſtio, et conclufio, fed differuntinodo, ſemper de
ſubjectoprædicetur: fi verò æquales Quid fit Ar Argumentum eſt oratio rei dubiæ
faciens fi= utrique, converſa de fe prædicatione dicantur. gumentum. dem. Non
verò idem eſt argumentum, quod et Ut verò minor demajore prædicetur, in nulla
arguinentatio. Nam vis ſententiæ ratióque ea, propoſitione contingit. Fieri
autein poteft, ut quæ clauditur oratione, cùm aliquid probatur propoſitionum
partes, quas terminos dicimus, ambiguum, argumentum vocatur: ipfa verò ar- non
ſolum in nominibus, verum etiain in oratio gumenti elocutio, argulhentatio
dicitur; quò fit, nibus inveniamus. Nam ſæpe oratio deoratione ut argumentum
quidem mens argumentationis prædicatur hoc modo: Socrates cum Placone so Git
atque ſententia: argumentatio verò argument diſcipulis de philoſophiæ ratione
pertractat; hæc per orationem explicatio. quippe oratio, quæ eft, Socratesçum
Platone et Quid fit LOCVS verò eſt argumenti fedes, vel unde ad diſcipulis,
ſubjecta eſt: illa verò, quæ eft, de propoſitain quæſtionein conveniens
trahitur ar- philofophiæ ratione petractat, prædicatur. Rur gumentum. Quæ cùm
ita fint, ſingulorum dili- ſus aliquando nomenſubjectum eſt, oratio præ ='
gentiùs nătura tractanda eſt, eorumque per fpe- dicaruin, hocmodo: Socrates de
philoſophiæ ra-. cies ac membra figuraſque facienda diviſio. cione pertractat;
hic eniin Socrates ſolus ſubje Acpriùsde propoſitione eſt diſſerendum: hanc
ctus eſt:oratio verò, quàm dicimus, de philoſo eſſe diximus orationein,
veritatem, vel menda- phiæratione pertractat,prædicatur.Evenir etiam,
Duæſuntpro- cium continentem. Hujus duæ ſunt ſpecies: una ut fupponatur oratio,
et fimplex vocabulum pofitionum affirmatio, altera verò negatio. Affirmatio
eſt, prædicetur hoc inodo: Similicudo cum ſupernis fpecies ſub,, fi qui ſic
efferat, Caluin volubile eſt:negatio, li diviníſque ſubſtantiis, juſtitia eſt;
hic enim ora quis ita pronuntiet, cælum volubile non eſt. rio per quam
profertur fimilitudo, cum ſupernis alie. Harumverò aliæ ſunt univerſales, aliæ
ſunt par- diviníſque ſubſtantiis fubjicitur:juſtitia verò pre ticulares, aliæ
indefinicæ, aliæ ſingulares. Uni- dicatur. Sed de hujuſmodipropoſitionibusin
his verſales quidem, ut ſi quis ita proponat: Oin- commentariis, quos in Peri
hermenias Ariſtotelis nis homo juftuseft, nullus homo juſtus eft. Par- libros
ſcripſimus, diligentiùs differuimus. ticulares verò, fi quis hoc modo:Quidamn
homo Arguinentum, eft oratio rei dubiæ faciens fi- Quid fit an juftus eft,
quidam homo juſtus non eſt. Inde- dem:hanc femper notiorem quæſtione elſe nez
gumentum, finitæ fic:Homojuſtus eſt, homo juſtusnon eſt. ceſſe eſt. Nain
liignora nobis probantur, argu Singulares verò sunt, quæ de individuo aliquid
mentum verò rem dubiam probat: necesse est, ut singularique proponunt: -- ut: “Cato
iustus est.”, CATONE quod ad fidem quæstionis assertur, sit ipsa notius justus
non est; etenim CATONE individuus est, ac quæstione. Argumentorum verò oinnium
alia Multiplicito fingularis. ſun tprobabilia et neceſſaria:alia veròprobabilia
Juris Argan Harum verò alias prædicativas, alias conditio. quidem, ſed non
neceſſaria: alia neceffaria; ſed nales vocainus. Prædicativæ funt,
quæ fimpli- non probabilia:alia nec probabilia, nec neceffaria. Quid forProm
citer proponuntur, id eſt, quibus nulla vis con- Probabile verò eſt, quod
videturvelomnibus, vel bavile Argu ditionis adjungitur: ut fi quis fimpliciter
dicat, pluribus, velfapientibus, et his vel omnibus, vel mensun. Cælum eſſe
volubile. At, li huic conditio copu- pluribus, vel maximè notis, atque
præcipuis, letur, fit ex duabus propoſitionibus una condi- vel unicuique
artifici fecundum propriam facul tionalis, hocmodo: Cælum (irotundum ſit, efle
càtem; ut de medecinamedico, gubernatori de volubile; hîc enim conditio id
efficit, ut ita de- navibus gubernandis: et præterea quod ei vides mum cælum
volubile eſſe intelligatur, ſit ro- tur cuin quo fermo conſeritur, vel ipſi qui
judi tundum. Quoniam igitur aliæ propofitiones præ- cat. In quo nihil artiner
verum falfùmvelit árgưr dicativæ ſunt, aliæ conditionales: prædicativa- mentum,
fi tantùm veriſimilitudinem tenet. rum partes, terminos appellamus. Hi ſunt præ
Neceffariun vero eft, quod ut dicitar, ita eſt, Quidfor Ne cearium. Сccc ij
Locis. quibus multe mentorum genera. B. rium. atque aliter eſſe non poteft: et probabile
quidein, fpeciebusutiturargumentis, quæfunt probabi ac neceflarium eſt; ut hoc
ſi quid cuilibet rei ſic le ac neceſſarium, neceſſariuin ac non probabile.
additum, totum majus efficitur. Neque enim Patet igitur, in quo philoſophus ab
oratore, ac quifquam ab hąc propoſitione diffentiet, et ita ſe dialectico in
propria confideratione diſſideat; in Quid fit le habere neceſſe eſt. Probabilia
verò acnon ne- co ſcilicet, quod illis probabilitatem, huic veri provabile ac
ceffaria, quibus facilè quidem animus acquief- tatem conſtat elle propofitam.
Quarta yerò fpe non neceffa- cit, fed veritatis non tenet firmitatem; ut cies
argumenti, quain ne arguinentun quiden học, ſi mater eſt, diligit. Neceſſaria
verò funt, rectè dici ſupràmonſtravimus, fophiftis Tola eſt Quid fit ne
cilarium,ac ac non probabilia, quæ ita quidein eſſe, ut dicun- attributa.
Topicorum verò intentio eft, verili non probabile tur ſe habere, necefle eft,
ſed his facilè non con- milium argumentorum copiam demonſtrares de ſentit
auditor:ut ob objectum Lunaris corporis, fignatis enim locis,è quibus
probabilia arguinen bredamſunt Solis evenire defectunt. Neque neceſſaria verd
ta ducuntur, abundans.& copiofa neceſſe fiat nec neceffa- peque probabilia
funt, quæ neque in opinione materia differendi. ria,necpro- hominum, neque in
veritate confiftunt, ut hoc, Sed quoniam, ut fuprà dictum eſt, proba babilia
habere quæ non perdiderit cornua Diogenem, bilium argumentorum alia funt
neceffaria, quoniam habcatid quiſque quod non perdiderit; alia non neceſſaria:
cùm loci probabilium ar quæ quidem nec argumenta dici poſſunt: argu-
guntentorum dicuntur, evenit, ut neceſſario mentaenim rei dubiæ faciunt fidem. Ex his au- ruin quoque doceantur, quo fit, ut oratoribus tem nulla fides
eſt, quæ neque in opinione, ne- quidem ac dialecticis hæc principaliter
facultas que in veritate ſunt conſtitutą. Dici tamen poo parecur, ſecundo verò
loco FILOSOFI. Nam teſt, ne illa quidem eſſe argumenta, quæ cùm fint in quo
probabilia quidem omnia conquiruntur, neceffaria, minimè tamen audientibus
appro- dialectici atque oratores javanțur: in quibus verò bantur. Nam ſi rei
dubiæ fit fides, cogendus eft probabilia ac neceffaria docentur, philoſophic.e
animus auditoris, per ea quibus ipſe adquieſcit, demonſtrationi miniſtratar
ubertas. Non modò u concluſioni quoque, quam nondum probar, igitur dialecticus
atqueorator, verùm etiam de poſlit accedere. Quod fi quæ tantùm neceffaria
monſtrator, ac veræ argumentationis effector, (unt, ac non probabilia, non
probat ille qui ju- babetquod ex propoſitislocis libi poſſit adſuine
dicat,eltneceſſe, utneillud quidein probet,quod re. Cùm inter argumentorum
probabilium focos, ex hujuſcemodi ratione conficitur. Itaque evenit neceſſariorum
quoque principia traditio mixta ex hujufmodi ratiocinatione, ea, quæ tantùm
contineat. Illa
verò argumenta, quæ neceſſaria neceffaria ſunt, ac non probabilia, non efle ar-
quidein ſunt, ſed non probabilia; atque illud gumenta. Sed non ita eſt, atque
hæc interpreta- ultimum genus; fcilicet ilec probabile,nec ne tio non rectæ
probabilitatis intelligentiam tenet. ceſſarium,à propofiti operisconſideratione
fem Ea funt enimprobabilia, quibusſponte, atque jundum eſt. Nili quod interdum
quidam ſophi ultrò conſenſus adjungitur; ſcilicet ut moxaudi- ſtici loci
exercendi gratia lectoris ab hibentura ta fint, approbentur. Quocirca Topicorum
pariterutilitas intencióque de fint ar Quæ verò nec effaria funt, ac non probabilia,aliis
patefacta eft; his enim et dicendi facultas, &in gamenta pro babilia.
probabilibus ac neceſſariis argumentisantea de veſtigatio veritatis augetur.
monſtrátur,cognitáque &credita, ad alterius rei, Nam quid dialecticos atque
Oratores locorum locorum de qua dubitatur, fidem trahuntur;ut ſuntfpecu- juvát
agnitio? Orationi per inventionem co micos arque lationes,id cft,cheoremata,
quæ in Geometriacon- piampræftant. Quid verò neceffariorum doctri- Oratoresmus
fiderantut. Nam quæ illic proponuntur, non funt nam locorum philoſophis tradit?
viam quodam- sum juvas. talia, ut in his fponte animus diſçentis accedar: modo
veritatis illuftrat. Quò magis perveſtis ſed quoniam demonſtrantur aliis
argumentis, illa ganda eft rimandâque ulterius diſciplina ea, quæ quoque ſçita
et cognita ad aliarum fpeculatio- cùm cognitione percepra uſu atque exer
pumargumenta ducuntur.Itaque probabilia non citatione firmanda. Magnum enim
aliquid lo Cunt, ſed ſunt neceſſaria his quidem auditoribus, corum conſideratio
pollicetur, fcilicetinvenien quibus nondum demonſtrata funt: ad aliud ali- di
vias; quod quidem hi, qui ſunt hujus rationis quid probandum, argumenta effe
non poffunt; expertes,ſoliprorſus ingenio deputantur: neque hi autem qui
peioribus rationibus eorum, qui- intelligunt, quantun hac conſiderationequærat
bus non adquieſcebant, fidem cceperunt, poffunt, cur, quæ in artem redigit vim
poteſtatemque na cas quæ non ambigunt, ad argumentuin vocare. turæ. Sed de his
hactenus: nunc de reliquis ex Sed quia quatuor facultatibus differendi omne
plicemus. artificium continetur, dicendum eſt qux quibus uti noverit
argumentis; ut, cui potiſſimum diſci De Syllogiſmise plinæ locorum atque
argjinentorum paritur u Diale &tice, bertas, evidenterappareat.
Quatuorigitur fa Syllogiſmorum verò aliiſuntprædicativi, qut"
Syllogiſmialii Oratori, Phi- cultatibus,earúmque velutopificibus,differendi
categorici vocantur,aliiconditionales,quos hy- predication Dolopho, so omnis
ratio ſubjecta eft, id eſt, dialectico, ora, potheticos dicimus. Et prædicativiquidem funt, males, com phifte dife rendiomnis tori,
philofopho, sophistæ. Quorum quidem qui ex omnibus prædicativis propoſitionibus
quid fins. ratio fobjekta dialecticus atque orator in communi argumen-
connectuntur sur is, quem exempli gratiafupes, torummateria verſautur; uterque
enim,five ne- riùs adnotavi, omnibus enim propoſitionibus cellaria, kve minimè,
probabilia tamen ſequitur prædicativis texitur.Hypothetici verò funt,quo Quefit
diffe ventia inter argumenta. His igitur illæ duæ fpecies argu- ium
propofitiones conditione nituntur, ut hics Dialecticum, menti famulantur,quæ
funt probabile ac non si dies eft, lux eſt zett autem dies, lux igitur eſte
Oratorent et neceffarium: philoſophus vero ac demonftrator Propofitia enim
prima conditionem tenet hanc, Philoſuphum. de ſela tantum veritate pertractant:
Asque ideo quoniam ita demum lux eft, fi dies eft. Atque ſive liņt probabilia,
five non fint, nihil referi,' idea fyllagiſmus hic, hypochericus, id eſt condi
modo duin ſine peceſlaria: bic quoque his duabus tiopalis vocatur. Inductio
verò eft oratio, per i i Onid fais duftio. DE DIALECTICA Tuniwy. $ niio. 0 OS 2712 quam fitàparticularibus ad univerfale
progreflio, plumvocamus:quoniam vero non pluresquibus hoc modo: Siin regendis
navibusnan forte, ſed id efficiat colligit partes, ab inductione diſcedit. arte
legitur gubernator: fi regendis equis auriga Ita igitur duæ quidem ſunt
argumentandiſpecies non fortis eventu, ſed commendatione artis ad- principales:
una, quæ dicitur fyllogiſmus, alte ſumitur: fi in adminiftranda republica non
ſorsra que vocaturinductio; ſub his aurem, &veluc principem facit,ſed
peritía moderandi; et fimi- ex his manantia, enthymema atque exemplum, Ed.
infe- lia, quæ in pluribus conquiruntur, quibus * im- Quæquidem omnia ex syllogiſmo
ducuntur, et pertitur: et in omni quoque re, quam quiſque ex fyllogifino vires
accipiunt: live enim ſit enthy regi atque adminiſtrari gnaviter volet, qui non
'mena, liveinductio, live etiam exemplum, ex forte accommodat, ſed arte,
rectorem, fyllogiſmo quàm maximè fidem capit; quod in Vides igitur quemadmodum
per fingulas res prioribus reſolutoriis, quæ ab Ariſtotele tranftu currat
oratio,ur ad univerſale perveniat.Nam cùm linus, denonſtratumeft. Quocirca
fatis eſt de non forte regi, ſed arte navim, currum, rempubli- fyllogilino
differere, quaſi principali, et cæte cam collegiffet, quali in cæteris ſeſe
quoque ita ras argumentandiſpecies continente. habeat, quod erat univerſale
concluſit: in omni Reſtat nunc quid fit locus, aperiçe. Locus nam- Quid
forlocais bus quoque rebus, non ſorte ductum, fed arte, que eſt, ut* Marco
Tullio placet, argumentife a Dialectico. MSS.Man præcipuum debere præponi. Sæpe
autem multo, des; cujus definitionis quæ fitvis, paucis abſol rum collecta
particularitas aliud quiddam parti- vam, Argunventi enim fedes partin maxinia
culare demonſtrat; ut fi quis fic dicat: Si neque propoſitio intelligi poteft,
partim propofitionis navibus, ncque curribus, neque agris ſorte præ- inaximè
differentia. Nam cùm fint alize propoli ponuntur; nec rebus quidein publicis
rectores tiones, quæ cùin per ſe notæ lint, cùm nihil ul eſſe ſorte ducendi
funt. Quod argumentationis teriùs habeant, quo demonftrentur, atque hæ genus
maxiinè folet eſſe probabile, etſi non maxinæ et principales vocentur, funtque
aliæ æquam ſyllogyſmi habeat firinitatem. Syllogif- quarum fidem primæ ac
maximæ, fuppleant mus namqueabuniverfalibus ad particularia de- propofitiones:
neceffe eft, ut omnium quæ curret. Eftque in eo, fi veris propoſitionibus
dubitantur, illæ antiquiſſimam teneant pro+ contexatur, firma atque immutabilis
veritas. bationein; quæ ira aliis fidem facere poffunt, Ut inductio habet
quidem maximam probabi- ut ipſis nihil queat notius inveniri. Nam li litatem,
ſed interdum veritate deficitur; ut in argumentum eſt, quod rei dubiæ faciat
fidem, hac: Qui fcir canere, cantor eſt: et qui luctari ídque notius ac
probabilius eſſe oportet, quàm luctaror: quique ædificare, ædificator; quibus
illud quodprobatur: neceſſe eſt, utargumentis multis fimili jatione collectis,
inferri poteſt: omnibus illa maximam fidem tribuant, quæ ita Qui fcit igitur
malum,malus eſt, quod non pro- per ſe nota ſunt, at alienâ probationenon
egeant: cedit;mali quippe notitia deeſſe non poteſt bonoš Sed hujulinodi
propoſitio aliquotiens quidem virtusenim ſeſe diligit, aſpernatúrque contraria,
intra argumenti ambitum continetur: aliquotiens nec vitare vitium niſi cognitum
queat. yerò extra polita, argumenti vires ſupplet ac per His igitur duobus
velut principiis, &generibus fices, Duo funt alii argumentandi, duo quidem
alii deprehenduntur Cinnes igitur loci, id eft; maximarum diffe, Omnes loci à
argumentori argumentationis modi: unusquidem fyllogiſmo, rentiæ propoſitionum,
aut ab his ducantur ne quibus ternii modi, Enthy alter verò inductioni
ſuppoſitus. In quibus qui- ceſſe eſt terminis, qui in quæſtione ſunt propo
memaſciet exemplum, ea dempromptumſit conſiderarequod, ille quidem fiti,
prædicato ſcilicețarquefubjeéto: aut extrin qaid (ma à fyllogiſmo, ille verò ab
indu et ione ducat exor- ſecus adfumantur:auc horum medii acque inter dium: non
tamen,aut hicfyllogiſmum, aut ille utrofque verſentur. Eorun verò locoruin, qui
impleat inductionem; hæc autem ſunt enthyine ab hisducuntur terininis, de
quibus in quæſtione ma, atque exemplum, Euthymema quippe eft dubitatur, duplex
modus eſt: unus quidem ab imperfectus fyllogiſmus, id eſt oratio, in qua non
corum fubftantia, aker verò ab his, quæ eoruin omnibus antea propoſitionibus
conftitutis,inter ſubſtantiam conſequuntur shi verò quià ſubftária tur
feſtinata conclufiosut fi quis ſic dicat: homo funt, inſola definitione
conliſtunt.Definitio enim animal eſt, ſubſtantiaigicur eſt; præterınjſic eniin
ſubſtantiammónftrát; et fubſtaạtiæ integra det alteram propofitionem, quâ
proponitur omne monſtratio, definitio eſt. Sed, id quod dicimus, aniinal elle
fubftantiam. Ergo cùm enthymema patefaciamus exemplis;ut omnis vel quæftionum,
ab univerſalibus ad particularia probanda con- vel arguinentationum, vel
locoruin ratio con tendit, quali ſimile Jyllogiſmo eft. Quod vero quieſcat. Age
enim quæratur; an arkores ani non omnibus, qu:e conveniunt fyllogiſmo,propor
malialint, řátque hujuſmodifyllogiſmus: ani+ ſitionibus utitur, à fyllogiſmi
ratione difcet mal eftfubftantia animata ſenſibilis:non eft arbor dit, atque
ideò imperfectus vocatuseft fyllogif- fubftantia animata fenfibilis; igitur
arbor animal mus, non eft. Hic quæſtio de genere eft; utrùm enim Exemplum
quoque inductioni fimili ràtionę arboresfub aniinaliumgenere panendæ fint,qux
et copulatur, et ab ea diſcedit. Eft enim exem- ritur: locus qui in univerſali
propofitione con, plum, quod perparticulare propoſitum,particu- filtit, huic
generis definitio non convenit, id lare quoddam contendit oſtendere, hoc modo;
ejus, cujus ea definitio eft, fpecies non eſt loci Oportet à Tullio consule
necari CATILINA, cum superioris differentia: qui locus nihilominus à Scipione
Gracchus fueritinteremptus; appro, nuncupatur à definitione. batum eſt enim CATILINA
à CICERONE debere pe Vides igitur ut çora dubitatio quæftionis fyllo rimi, quod
â Scipione Gracehus fuerit occiſus: giſmi argumentatione* tracta (it per
convenien: Ed.sracht quæ utraque particularia effe, ac non univerſalià tes et congruas
propoſitiones,quæ vim ſuam ex "4. lingularum deſignat interpoſitio
perſonarum prima &maxima propofitionecuftodiunt; ex ea Quoniamigiturex
parte pars approbatur, quafi {cilicet, quænegat effe fpeciem, cui ñnon conve:
inductionis fimilitudinem tenet id, quodexem- niat generis definitio, Acque
ipſa univerſalis pro nis ducantur: B. ftantia du tem. poſitio à ſubſtantia
tracta eſt unius eorum termi- eſt, hoc modo fæpe quæſtionibus argumenta ni, qui
in quæſtione locati ſunt; ut animalis,id fuppeditat; ut fi fit quæſtio, an
juſtitia utilis fit, eſt, ab ejusdefinitione,quæ eſt ſubſtantia anima- fit
fyllogiſmus: Omnis virtus utilis elt, juſtitia ra ſenſibilis. Igitur in cæteris
quæftionibus ſtri- autem virtus eſt, ergo juſtitia utilis eſt. Quæſtio ctim ac
breviter locorum differentiis coinmemo- de accidenti, id eſt, an accidat
juftitiæ utilitas. fatis, oportet uniuſcujuſque proprietatem vigi- Locus is,
qui in maxima propoſitione conſiſtir. lantis animi alacritate percipere. Quæ
generi adfunt, et fpeciei. Hujus ſuperior Locus ex ſub Hujus aureinloci, qui ex
fuſtſtantia ducitur, locus à toto, id eſt, à genere, virtute ſcilicet, quæ
ftus, duplex duplex modus eſt; partim namquc à definitione, juſtitiæ genus eſt.
Rurſus fit quæſtio, an huma eft. partim à deſcriptione
argumenta ducuntur. næ res providentiâ,regantur. Cùm dicimus, li Differt autem
definitio à deſcriptione, quòd mundus, providentiâ regitur: homines autem Que
fit dif- definitio genus ac differentias affumic: def- pars mundi funt: humanæ
igitur res providen ferentia inter criptio verò ſubjectain intelligentiam -
claudit, tia reguntur. Quæſtio de accidenti, Locus quod defcriptiq quibuſdam
vel accidentibus unam efficientibus toti evenit, id congruit etiam parti.
Supremus proprietatein, vel ſubſtantialibus præter genus locus à toro, id eſt,
ab integro. Quod partibus conveniens aggregatis. Sed definitiones, quæ ab
conftat, id verò eft mundus, qui hominum to accidentibus fiunt, tamen videntur
nullo modo tum eſt. ſubſtantiam demonftrare: tamen quoniam fæpe A partibus
etiain duobus modis argumenta naf- A partibus veræ definitionesita ponuntur,
quæ ſubſtantiam cuntur: aut enim à generis partibus, quæ ſunt, duobus modis
monſtrant: illæ etiam propofitiones,quæ à deſcri- fpecies:aut ab integri, id
eſt, torius; quæ par- azamente ptione fumuntur,à fubftantiæ loco videntur affu-
tes tantum proprio vocabulo nuncupantur. Et Mojcanine. mi. Hujus verò tale fit
exemplum; quæratur de his quidem partibus, quæ ſpecies funt, hoc enim, an
albedo ſubſtantia fit: hic quæritur, an modo fit quæſtio, an virtus mentis benè
conſti albedo ſubftantiæ, velut generi ſupponatur. Di- tutæ fic habitus:
quæſtio de definitione, id eft, cimus igitur: ſubſtantia elt, quod omnibusacci-
an habitus benè conſtitutæmentis,virtutis lit de dentibus poſſit eſſe ſubjectum:
albedo verò nul- finitio. Facieinus itaque ab ſpeciebus argumen dis
accidentibus fubjacet, albedo igitur fubſtan- tationem lic: Si juftitia,
fortitudo, inoderatio, tia non eſt. Locus, id eſt, maxima propoſitio, atque
prudentia, habitus benè conftituræ mentis eadem quæ fuperiùs. Cujus
enimdefinitio vel funt: hæc autem quatuorunivirtuti velut generi deſcriptio
ei,quod dicitur,ſpecies effe non conve- ſubjiciuntur: virtus igitur benè
conſtitutæ men nit, id ejus quod eſſe ſpecies perhibetur, genus tis eſt habitus.
Maxima propoſitio; quod enin noneſt. Deſcriptio verò fubftantiæ albedini non
ſingulis partibus ineſt, id toti inefTe neceffe eft. convenitalbedo: igitur
ſubſtantia non eſt. Argumentum verò à partibus, id eſt, à generis Locus
differentia ſuperior à deſcriptione; quam partibus, quæ ſpecies nuncupantur;
juſtitia enim, duduin locavimus in ratione ſubſtantiæ. Sunt fortitudo, modeſtia
et prudentia, virtutis fpe etiam definitiones, quæ non à rei ſubſtantia, ſed
cies ſunt. à nominis ſignificatione ducuntur, atque itą rei, Item ab his
partibus, quæ integri partes eſſe di de qua quæritur, applicantur; ut ſi ſît
quæicio, cuncur, fit quæſtio, an fit utilismedicina. Hæc utrumne philoſophiæ
ſtudendum fit, erit argu: in accidentis dubitatione conftituta eſt. Dicimus
mentatio talis: Philofophia ſapientiæ amor eſt, igitur, ſi depelli morbos,
ſalurémque fervari, huic ſtudendum nemo dubitat: Itudendum igitut mederique
vulneribus utile eft: igitur medicina eſt philofophiæ. Hic enim non definitio
rei, ſed eſt utilis. Sæpe autem et una quælibet pars valer, nominis
interpretatio argumentum dedit. Quod ut argumentationis firmitas conſtet, hoc
inodo; etiam Tullius in oſtenſione ejuſdem philofophiæ ut fi de aliquo dubitetur,
an fit liber: ficum vel uſus eſt defenfione, et vocatur Græcè quidem cenſu,
velteſtamento, vel vindictâ manumiſ ovouzOtong, Latinè autem nominis definitio.
fum eſſe monſtremus, liber oſtenſus eſt: atque Hæc de his quidem argumentis,
quæ ex ſubſtan- aliæ partes erantdandæ libertatis. Vel rurſus, fi cia
terminorum in quæſtione politorun fumun- dubitetur, an ſir domus quod eminus
conſpici tur, claris,ut arbitror,patefecimus exemplis: nunc tur: dicimus
quoniam non eſt; nam vel rečtun de his dicendum eſt, qui terminorum ſubſtana
ei, vel parietes, vel fundamenta defunt, ab una tiam conſequuntur. rurſus parte
factum eſt arguinentum. Divifio loco Horum verò multifaria diviſio eſt; plura
enim Oportet autem non folùm in ſubſtantiis, ve Tum qui(ubu funt, quæ ſingulis
ſubſtantiis adhæreſcunt: ab růın etiam in modo, temporibus, quantitatibus,
franciam com his igitur, quæcujuſlibet ſubſtantiam comitan- torum, partéfque
reſpicere. Id enim quod dici fequantur. tur, argumenta duci folent, aut ex toto,
aut ex mus aliquando in teinpore, pars': rurſus li fim partibus, aut ex caufis,
vel efficientibus,vel ma- pliciter aliquid proponamus,in modo totum eſt: teria,
vel fine. Er eſt efficiens quidem cauſa, li cum adječtione aliqua, pars fit in
modo. Item quæ inover atque operatur, ut aliquid explice- fi omnia dicamusin
quantitate, tòrum dicimus: tur: materia verò, ex qua fit aliquid,vel in quafit:
fialiquid quantitatisexcerpimus, quantitatis po, propter quod fit. Sunt etiam inter
eos lo- nimus partem. Eodem modo &in loco: quod cos, qui ex his ſumuntur,
quæ ſubſtantiain con- ubique eſt, totum eſt: quod alicubi, pars. How ſequuntur,
aut ab effectibus, aut à corruptioni- ruin autem omnium communiter dentur exem
bus', aut ab uſibus, aut præter hos omnes ex pla. A toto ad partem fecundum
tempus: fi communiter accidentibus. Quæ cùm ita fint, Deus ſemper eſt,
&nunc eſt. A parte ad totum cum priùs locum, qui à toto fumitur, inſpicia-
ſecundum modum:ſi *anima aliquo modo niové» MSS. amie tur, et fimpliciter
movetur; movetur autem cum mal. Totum duobus modis dici folet: aut ut genus,
irafcitur;univerſaliter igitur et fimpliciter mo bus modisdi- aut ut idquod ex
pluribus integrum partibus vetur. Rurfus à toro ad partes in quantitate: fi
conſtat. Er illud quidem quod ut genus, totum finis mus. Totum duo citur. 1 1 DE
DIALECTICA 3 teria, fi jori. TA A. > verus in omnibus Apollo vatės eſt;
verum erit oppoſitis, vel ex tranffuinptione. Et ille quidem Pyrrhum Romanos
ſuperare. Rurſus in loco, fi locus, qui rei judiciuin tenet, hujuſmodi eft; ut
Locus à rei Deus ubique eft, et hîc igitur eſt. id dicamus effe, vel quod omnes
judicant, vel judicio. Locusà came "Sequitur locus, quinuncupaturà cauſis.
Sunt plures, et hivel ſapientes, vel ſecundam unam fis multiplex. verò plures
cauſa, id eft, quæ vel principium quanque artem penitus eruditi.Hujus exempluin
præſtantmotusatque efficiunt: vel ſpecierum for- eft, cælum eſſe volubile: quòd
ita fapientes, atque mas ſubjectæ ſuſcipiunt: vel propter eas aliquid, in
Aſtronoinia do et illimi diſudicaverint. Quæ vel quæ cujuſlibet forma eſt. ſtio
de accidente. Propofitio, quod omnibus,vel Zocus ab effi- Argumentum igitur ab
eficiente cauſa; ut fi pluribus, veldoctis videtur hominibus,ei contra ciense
cauſa. quis juſtitiam naturalemn velit oſtendere, dicat: dici non poſſe. Locus
à rei judicio. congregatio hominum naturalis eſt: juſtitiam A fimilibus verò
hoc modo, fi dubitetur, an verò congregatio hominum fecit: juſtitia igitur
hominis proprium fit eſſe bipedem, dicimus fi naturalis eſt. Quæſtio de
accidente. Maximapro- militer: ineſt equo quadrupes, et homini bipes; poſitio:
quorum effacientescauſæ naturales ſunt, non eft autem equi quadrupes proprium;
non eft apſa quoque ſunt naturalia. Locus ab efficienti igitur hominis
propriuin bipes. Quæſtio de pro bus; quodenim uniuſcujuſque cauſa eſt,id
efficit prio. Maxiina propoſitio. Si quod limiliterineſt, can rem, cujus caufa
eft, non eſt proprium, ne id quidem de quo quæritur, Locus à ma Rurſus, ſi quis
Mauros arima non habere con- eſſe propriuin poteſt. tendat, dicit idcirco eos
minimè armis uti, quia Locus à fimilibus: hic verò in gemina dividitur. Locus
àfomi libus duplex. his ferrum deſit. Maxima propoſitio, ubi materia Hæc enim
fimilitudo, aut in qualitate, aut in deeſt, et quod ex materia efficitur, defit
locus à quantitate conſiſtit: ſed in quantitate paritas mareria: utrumque verò,
ideft, ex efficientibus nuncupatur, id eſtæqualitas. atque materia,uno nomine à
cauſa dicitur. Æquè Rurfus ab eo quod eſt majus, fi an fit animalis Locais à
Ma. enim id quod efficit, atque id quod operantis definitio, quod ex ſe moveri
poffit, dicimus, actum ſuſcipit, ejus rei, quæ efficitur, cauſæ magis oportet
eſſe animalis definitionem, quòd funt. naturaliter vivat, quàm quòd ex ſemoveri
poffit Locais à fine. Rurſus à fine fit propofitum, an juftitia bona Non eft
autem hæc definitio animalis, quòd natu fit, fiet argumenratio talis. Si beatum
eſſe, bo- raliter vivat: ne hæc quidem, quæ minùs vide num eſt, et juſtitia
bona eſt; hic eſt enim juſtitiæ tur effe definitio, quod ex ſe inoveripoſſit,
ani finis, ut qui ſecundum juſtitiam vivit, ad beati- malis definitio eſſe
paranda eſt. Quæſtio de defi rudinem perducatur. Maxima propoſitio, cujus
nitione. Propoſitio maxima. Si id quod magis finis bonus eft, ipſum quoque
bonum eft. Locus videbitur ineſſe non ineſt, ne illud quidem à fine. quod minus
ineffe videtur, inerit. Locus ab eo Loctus a for Ab eo verò, quæcujuſque forma
eſt,ità non po- quod eſt inajus. tuiſſe volare Dædalum, quoniam nullasnaturalis
A minoribus verò converſo modo. Nam fi eft locus à formæ pennas
habuiſſet.Maxima propoſitio, tan- hominis definitio, animal grellibile bipes:
cúm- mori. tìm quemque poffe, quantùın formapermiſerit. que id bipes videatur
effe definitio hominis mi Locus à forma, nus. quàm animal rationale mortalc;
fitque defi Loc tus ab effe, Ab'effectibus verò, et corruptionibus, &uſibus
nitio ea hominis, quæ dicit animal grellibile bi Etibus, corrm- hoc modo: namn
ti bonum eſt,domus, conſtru- pes, erit definitio hominis, animal rationale -
ptionibus, &io bonum eſt, bonum eſt domus. Rurfus fi mortale. Quæſtio de
definitione. Maxima propo ufibus., maluin eſt, deſtructio domus: bona eſt
domus,& ficio: Si id quod minus videtur ineffe, ineſt: et fi bona eſt domus,
mala eſt deſtructio domus. id quod magis videtur inefle, inerit. Multæ au Item
ſi bonum eſt equitare, bonum eſt equus: et tem diverfitates locorum ſunt, ab eo
quod eſſe fi bonum eſt equus, bonum eſt equitare. Eſt au- magis acminùs,
argumenta miniſtrantium: quos tein primum quidem exemplum à generationi- in
expoſitione Topicorum Ariſtotelis diligentius bus, quodidem ab effectibus
vocari poteft. Sea perſequuti fumus. cunduin à corruptionibus, tertium ab
ufibus. Item ex proportione: ut fi quæràtur, an ſorte Lucus ex pro Omnium autem
maximæ propofitiones: cujus fint legendi in civitatibus magiſtratus, dicamus
portione. effectio bonaeſt, ipfum quoque bonum eſt, et è minimè: quia ne in
navibus quidem gubernator converfo: et cujus corruptio mala eſt, ipſum bo-
forte præficitur: eſt eniin proportio, nain ut fele nuin eſt, et è converſo:
&cujus uſus bonuseſt, habet gubernatorad navem, itamagiſtratus adci ipfum
bonum eft, et è converso. vitatem. Hic autem locus diftat ab eo, quod ex ſi
Locus à com A coinmuniter autem accidentibus argumenta milibus ducitur. Ibi
enim una res quæ cuilibet muniteracci- funt, quotiens ea ſumuntur accidentia,
quæ re- et alii comparatur: in proporcione verò non eſt linquere ſubjectum,vel
non poffunt, vel non ſo. limilitudo rerum, fed quædam habitudinis coin lent;
utſi quis hoc inodo dicat: ſapiens non pa paratio. Quæſtio de accidenti
proportione.Quod nitebit; pænitentia enim malum factum comita- in
quaquereevenit, id in ejus proportionali eve tur: quod quia in ſapiente non
convenit, ne poe- nire neceſſe eſt. Locus à proportione. nitentia
quidein.Quæſtio de accidentibus.Propo Ex oppoſitis verò multiplexlocus eft.
Quatuor Locus ex op fitio maxima: cui non ineft aliquid,ei neillud qui- enim
libimet opponuntur modis; aut enim ut pofo ismulti dein, quod ejus eſt conſequens,
ineffe poteſt. contraria adverfo ſeſe loco conſtituta refpiciunt: plex. Locus à coinmuniter accidentibus. aut ut privatio, et habitus: aut relatio:
aut affir De lo cis ex Expeditisigitur locis his, qui ab ipſis terminis inatio
&négatio. Quorum diſcretiones in co li srinfecus. in propofitfone poſitis,
affumuntur: nunc de his bro qui de decem prædicamentis fcripruscſt,com dicendum
eft, qui licet extrinfecuspoſiti, argu- meinoratæ ſunt; ab his
hocmodoargumentanaſ menta tamen quæſtionibus fubminiftrant: hi ve ro ſunt vel
ex rei judicio, vel ex ſimilibus, vel à A contrariis fi quæratur, an lit
virtutis pro- Locus à con majore, vel à minore, velà proportione, velex prium
laudari, dicam minimè: quoniam ne vitii trariis.; D cuntur. B. Jocentu. habits.
sione. Locus ex. ne. quidem vituperari. Quæſtio de proprio. Maxi- ſecundum
proprii nominis fimilitudinem corr ma propoſitio: quoniam contrariis contraria
fequuntur. conveniunt. Locus ab oppoſitis, id eft, ex con Mixti verò loci
appellantur: quoniam ſi de ju- Qui mirtilo. ' trario. ſtitia quæritur, et à
caſu, vel à conjugatis argu Locuus à pri Rurſus ſit in quæſtione pofitum: An
ſit pro- menta ducuntui; neque ab ipſa propriè atque vatione prium oculos
habentium videre, dicam miniinè: conjunctè, neque ab his quæ ſunt extrinſecus
eos namque qui vident, aliàs etiam cæcos eſſe polica videntur trahi, fed ex
ipſoruin calibus, id contingit. Nain in quibus eſt habitus,in eiſdem eſt,
quadam ab iplis levi immutatione deductis: poteriteſſe privatio; et quod eſt
proprium, non Jure igitur hi loci medii inter eos, qui ab iplis, poreſt
àſubjecto diſcedere. Etquoniam venien- et eosquiſunt extrinfecus, collocantur.
te cæcitate viſus abfcedit:non effe proprium ocu Reſtat locus à diviſione, qui
tractatur hoc mo- Locus è divi. los habentium videre convincitur. Quæſtio de
de. Omnis diviſio vel negatione fit, vel parti- fione fisvel proprio.
Propofitio, ubi PRIVATIO adetle poteft tione; ut ſi quis ita pronuntiet: omne
animal negatione,vel Partitione et habitus, proprium nonelt. Locus ab oppofi- aut habet pedes, autnon haber. Partitione verò, tis,
ſecunduin habitum ac privationein. velut ſi quis dividat: omnis hoino aut ſanus,
aut Zocus à rela. Rurſus ſit in quxſtione pofitum, an patris fit æger
eft. Fit autem univerfa divifio, vel, ut ge proprium procreatorem eſſe, dicain
rectè videri: neris in ſpecies, vel.totius in partes, vel vocis in quia filii
eſt propriuin procrcatum efle; ut enim proprias ſignificationes, vel accidentis
in ſubje ſeſe habet pater ad filium, ita procreatus ad pro- cta, velſubjecti in
accidentia, vel accidentis in Creatorem. Quæſtio de proprio. Propofitiomaxi-
accidentia. Quorum omnium rationemin meo ma: ad ſe relatorum propria, et ipſa
ad ſe refe- libro diligentius explicavi, quem de diviſione Libram dedi runtur.
Locus à relativis oppofitis. Locus ab af compoſui:atque idcircoad horuin
cognitionem vifione com pour celſis formatione e Item fit in quæſtione politum,
an lit ani- congrua petantur exempla. Fiunt verò argumen - dow negatione. malis
proprium moveri, negem: quia nec tationes per diviſionem, tun ea
ſegregatione, Ed. in ani- inaniinati
quidein eſt proprium non moveri. qux per negationem fit, cum ea quæ per parti
mali. Quæſtio de proprio. Propofitio inaxiina: op- tionem. Sed qui his
diviſionibus utuntur, aut di politorum oppoſitaeſſe propria oportere. Ló-
re& tâ ratiocinatione contendunt: aut in aliquid cus ab ppolitis, ſecundum
affirmationem ac impoſibile atque inconveniens ducunt, atque negationem; moveri
enim et non moveri, ſe- ita id quod reliquerant, rurſus adſumunt. cundum
affirmationem negationémque fibimmer Quæ faciliùs quiſque cognoſcer, li
prioribus opponuntur. Analiticis operam dederit: horum tamen in præ Ex
tranſſumptione verò hoc modo fit: cùm ex fentitalia præftabunt exempla
notitiain. Sit in transJumptio. histerminis in quibus quæſtio conſtituta eft,ad
quæſtionepropoſituin, an ulaorigo fit temporis: aliud quidem notius dubitatio
transfertur; atque quod qui negare volet, id nimirum ratiocinatio ex ejus
probationeea, quse in quæſtione ſunt po- ne firmabit mallo, modo effe ortum:ídque
dire ſita, confirmantur; ut Socrates, cùin quid pof- &tâ ratiocinatione
monftrabit, hocmodo: quo ſet in unoquoque juſtitia, quæreret; omnein niain
mundusærernus eſt (id enim pauliſper ar tractatum ad reipublicæ tranſtulit
inagnitudi- guinenti gratiâ concedatur ) mundus verò fine nem; atque ex co
quodilla efficeret infingulis, tempore effe non potuit, teinpus quoque eſt æter
etiani valere fitinavit. Qui locus à roro forſican num: ſed quod æternum eſt,
carerorigine: tem eſſe videretur: ſed quoniam non inhæret in his, pus igitur
orignem non habet. Atſi per impolli de quibus proponitur terminis, fed extra
poſita bilitatein idem deſideretur oſtendi, dicetur hoc res, hoc tantum
quianotior videtur, affumitur; modo. Sitempus habet origineni,non fuit ſemper
idcirco ex tranſfumptione locus id convenienti teinpus: fuit igitur, quando non
fuit rempus, ſed vocabulo nuncupatus eft. Fit verò hæc tranſlum- fuiffe SIGNIFICATIO
eſt temporis; fuit igitur tein prio &in nomine, quoties ab obfcuro vocabulo
pus, quando non fuittempus: quod fieri non ad notius transfertur argumentatio,
hoc modo; poteft; non igitur eſt ulluin temporisprincipiuin ut ſi quæratur, an
philoſophus invideat, fitque pofitum. Namque, ut ab ullo principio cæpe ignotum
quid philoſophi ſignificet nomen, dice- rit, inconveniens quiddam atque
impoffibile mus ad vocabulum notius transferentes, non in- contingit fuiſſe
teinpus, quando non fuerit videre qui ſapiens ſit; notius enim eſt fapientis
tempus. Reditur igitur ad alterain partein, vocabuluin, quàm philofophi. Ac de
his qui- quod origine careat: fed hæc quæ ex negatio dem locis qui extrinfecus
aſſumuntur, idoncè di- ne diviſio eſt, cùm per eam quælibet argu ctuin eſt:
nunc de mediis diſputabitur. menta ſumuntur, nequit fieri, ut utrumque fit,,
quod affirinatione et negatione dividi De Mediis. tur: itaque ſublato uno, alterum
manet; pofi tóque altero reliquum tollitur: vocaturque hic à Ex quibus Medii
enim loci ſumuntur vel ex calu, vel ex diviſione locus, medius inter eos qui ab
ipfis conjugatis, vel ex diviſione naſcentes. Caſus duci folent, atque eos qui extrinſecus adſumun Sumantur. Quid fit eſt
alicujus nominis principalis inflexio in adver- tur. Cùm enim quæritur, an ulla
temporis lit bium: uràjuſtitia inflectitur juſtè, cafus igitur origo, ſumit
quidem eſſe originem; et ex eo pet Quid Conju- eſt juſtitia,id quod dicimus
juftè, adverbium. propriamconſequentiam à re ipſa,quæ quæritur, Conjugata verò
dicuntur, qux abeodein diver- htimpoſſibilitatis et mendacii fyllogiſmus;quo fo
modo ducta Auxerunt:ut à juſtitia, juftum; concluſo reditur ad prius, quod
verum eſſe ne hæc igitur inter ſe et cum ipſa juſtitia conjugara ceſſe eſt;
fiquidem ad quod eioppofitum eſt, ad dicuntur, ex quibus omnibus in promptu
lunt impoſſibile aliquid inconvenienſque perducit. argumenta. Namfi id quod
juftum eft, bonum Itaque quoniam ex ipfa re, de qua quæritur, fieri eſt; et id
quod juſtè eſt, benè eſt; et qui juftus fyllogiſmus folet, et quali ab iplis
locus eft du eft, bonus cft, et juftitia bona eſt; hæc igitur cus: quoniam verò
non in eo permanet, fed ad locis Medii Calus. gaid. politum DE DIALECTICA BA
tis li 1. nd je . TOR: OK parti .
pofitam redit, quafi extrinſecus fumitur: idcirco Quibus ita popofitis
inſpiciatRus nunc cos lo: igitur hic à diviſione locus inter utrumque me cos',
quos duduin extrinfecuspronuntiabamus Delocis eta dius collocatur. affuini; ea
enim, quæ extrinſecus affumuntur, frempris,, of Loci ex par Ac verò hi qui ex
partitione funiuntur, multi- non ſunt ita ſeparata atquedisjuncta, ut non ali
nitione fum- plici funt modo. Aliquotiens enim quæ divi quandoquali è
regione quadam, ca quæ quærun qua dintre pri,maisiplici duntur, fimul effe
poffunt; ut fi vocem in figni- tar, afpiciant. Nam et funilitudines et oppofita
frunt modo. ficationes dividamus, oinnes fimul eſſe poſſunt: ad ea lme dubio
referuntur, quibus ſimilia vel op veluti cum dicimus amplector, aut actionein
li polica funt, licet jure atqueordine videantur ex gnificat, aut paffionem;
utrumque finul lignifi trinſecus collocata. Sunt autem hæc, ſimilitudo, care
poteft. Aliquotiens velut in negationis mo- oppoſitio, magis,ac minus, rei
judicium. In ſimi do, quæ dividuntur fimul eſſe non poffunt; ut litudine
enimcum rei fimilitudo, tum propor fanus eſt, aut æger. Fitautein raciocinatio
in tionis ratio continetur. Omnia enim fimilitudi priore quidem mododivilionis,
tum quia omni- nem tenent. bus adeſt quodquæritur, vel non eft: tum verò
Oppolica verò in concrariis, in privationibus; idcirco alicui adeſſe, vel non
adeffe quod aliis ad in relationibus, in negationibus conſtant. Com ſit, vel
minimè. paratio verò majoris ad minus quædam quali ſi Nec in his explicandis
diutiùs laboramus, fi miliuin diffimilitudo eft; rerum enim per fe finni
prioresReſolutorii, vel Topica diligentiùs inge- lium in quantitate diſcretio
majus fecit ac minus, nium le& oris inftruxerint. Nam fi quæratur, Quod
enim omni qualitate, omnique ratione utrum canis fubftantia fit, atque hæc
divifio fiar: disjunctum eſt, id nullo modo poterit compara canis vel
latrabilis animalis eſt velmasinx belluæ, ri. Exrei verò judicio quæ ſunt
argumenta, quaſi vel cæleftis lideris nomen e demonftraretque per teſtinionium
præbent, et ſunt inartificiales loci ſingula et canem latrabilem fubftantiam
eflc,ma- atque omnino disjuncti; nec rem potius, quàm rinam quoquebelluam, et cælefte
fidus ſubſtantiæ opinionem judiciúmque fectantes. Tranſſum poffe
fupponi,nonftravit canem eſſe fubftantiam. ptionis verò locus nunc quidem
in'æqualitate, Acque hic quidem ex ipfis in quæſtione propoſi- nunc verò in
majoris minoriſve.comparatione tis; videbitur argumenta traxiſſe. At in talibus
conſiſtit; aut enim adid quod eſt finile, aut ad id syllogiſmis, aut fanus eſt
aut æger: ſed fanus eft, quod eſt majus aut minus, fit arguinentorum raa non
eft igitur ager: ſed fanus non eft, rgerigi- fionumque tranſſumptio. cur eſt;
velica: liæger eft, fanus igitur non eſt; Hi verò loci quos mixtos eſſe
prædiximus, aut De locismist velita: fi æger noneft, fanus igitureſt. Ab his ex
caſibus, autex conjugatis, aut ex diviſionenaſ- sis. * M5$. in- quæ funt*
extrinſecusſumptus eſt ſyllogiſmus,id cuntur: in quibus omnibus conſequentia,
et re trinfecu. elt,ab oppoſitis. Idcirco ergo totus hic àdiviſio- pugnantia
cuſtoditur. Sed ea quidem,quæ ex defi ne locus inter utrofque medius eſſe
perhibetur: nitione, vel genere, vel differentia, vel caufis quia ſi negatione
fit conftitutus, aliquo inodo arguinenta ducuntur, demonftratione maxiinè
quidem ex ipfis fumitur, aliquo modo ab exte- fyllogiſinis vires atque ordinem
ſubminiſtrant: tioribus venit. Si verò à particioneargumenta reliqua verò
verifimilibus ex dialecticis. Atque ducuntur; nunc quidem ab ipfis, nunc verò
ab hi loci maximè, qui in corum fubftantia ſunt, de exterioribus copiam
præſtant: quibus in quæſtione dubitatur, ad prædicativos Etca Græci quidem
Themiſtii diligentiſſimi ac fimplices:reliqui verò ad hypotheticos et con
ſcriptoris ac lucidi, et omnia ad facultatem intel-
ditionalesreſpiciuntfyllogiſmos. Partitio locou ligentiæ revocantis, talis
locorum videtur effe Expeditis igitur locis,& diligenter tam defini
partitio. Quæcùm ita fint, breviter mihi loca- tione, quàm exemplorum etiam
luce parefactis, rum divifio coinmemoranda eſt, ut nihil præte- dicendum
videtur, quomodohiloci maximarum rea relictum eſſe monftretur, quod non intra
cam ſint differentiæ propoſitionum, idque brevi; ne probetur effe inclufum. De
quo enim in quali- que enim longå diſputatione res eget. Omnes bet quæſtione
dubitatur, id ita firınabitur argu- enimmaxiinæ propoſaiones,vel definitiones,
in mentis; ut ea vel ex his ipfis fumantur, quæ in eo quòd ſunt maximæ, non
differunt: ſed in ed quæſtione ſunt conſtirura, vel extrinfecus ducan- quòd hæ
quidein à definitione, illæ verò à genere, tur vel quaſi in confinio horum
pofita veſtigen- vel aliæ veniant ab aliis locis, et his jure differre; tur. Ac
præter hanc quidem diviſionein nihil ex- hæque earum differentiæ eſſe dicuntur.
tra inveniri poteſt: ſed ſi ab ipſis fumitur argu mentum, aut ab ipſoruin
neceffe eſt ſubſtantia De Topicis. fumatur, aut ab his quæ ea conſequuntur, aut
abhis quæinſeparabiliter accidunt,veleis adhæ- Topica ſunt argumentorum ſedes,
fontes fen- Quid fire ſubſtantia ſeparari ſejungique fuum, origines dictionum.
Itaque licet definire Topica. vel non poffunt, vel non folent. Quæ verò ab
locum eſſe argumentiſedem: argumentum aucem corum fubftantiaducuntur, ca aut in
deſcriptio- rationem, quæ reidubiæ faciat ħdem. Et funt ar- Quibus ex aut in definitione ſunt; et præter hæc, à no- gumenta
aut in ipfo negotio, dequo agitur: aut rebus argi minis interpretatione. Quæ
verò eavelur ſub- ducuntur exhis rebus, quæquodanmodoaffectæ menta ernano
ftantias continentia conſequuntur, alia ſunt, vel ſunt ad id,de quo quæritur;
et ex rebus aliis tra ut generis, vel differentiæ, vel integræ formæ, &tæ
nofcuntur: aut certè affumuntur extrinſecus. vel fpecierum, velpartiumloco
circaca, quæ in- Ergo hærentia loca argumentorum in eo ipfone- Ex locis han
quirantur, alliſtunt. Item, vel caufæ, vel fines, gotio funttria,id eſt, à toto,
à partibus, à nota. rentibus et vel effectus, vel corruptiones, vel uſus,vel
quan A toto eft argumentum etiam,cùm definitio ad- ſunt tria. ticas, vel tempus,
vel fubliſtendimodus. Quod hibetur adid, quod quæritur; sicut ait CICERO, * Ed.
exfc. verò propriè inſeparabile, vel adhærens, acci- GLORIA EST LAUS rectè fa
&torum, magnorúmque in dens nuncupatur, id in communiter accidentibus
rempublicam fama meritorum: ecce quia GLORIA numerabitur. Et præter hæc quid
aliud cuiquam totum eſt, per definitionem oſtendis, quid lis inelle pollit, non
poteft invenici. GLORIA. Dddd firs 218 - am Timr. B. tredecim. Argumentum à partibus ſic; utputa,
ſi oculus A repugnantibus arguinentum eſt, quando videt, non ideo totuin corpus
videt. illud quod objicitur,aliqua contrarietate deftrui A nota autem fic
ducitur argumentuin, quod tur -- ut CICERONE dicit: Is igitur non inodò à te
per Græcè Etymologia dicitur: Siconſul eſt,qui con- riculo liberatus, ſed etiam
honore ampliſſimodi ſulit reipublicæ, quid aliud Tullius fecit,cùm ad- tatus,
arguitur domi ſuæ te interficere voluiffe. fecit fupplicio conjuratos? A cauſis
argumentum eſt, quando ex conſuetu Exipfis rebus Gex rebus
Nuncducunturargumenta et ex his rebus, quae dine communi res quæ tractatur,
fieri potuiſſe aliis, e junt quodammodo affectæ ſunr adid, de quo quæri-
convincitur; ut in Terentio: Ego nonnihil veri et ex rebus aliis tra &tæ
nofcuntur: et funt tus ſuin dudum abs te Dave, ne faceres, quod loca tredecim,
id eſt, alia à conjugatis, alia à ge- vulgus fervorum folet, dolis ut ine
deluderes. nere, alia à forma generis, id eft, fpecie, alia à Ab effectibus
ducitur argumentum, cùm ex his Limilitudine, alia à differentia, alia ex
contrario, quæ facta ſunt, aliquid adprobatur; utin VIRGILIO alia à conjunctis,
alia ab antecedentibus, alia à lio: Degeneres animos timor arguit; nam timor
conſequentibus, alia à repugnantibus, alia à cau- eſt caula, ut degener (ic
animus, quod ciinoris fis, alia ab effectibus, alia à comparatione inino-
effectum eſt. rumi, majorum, aut parium. A comparatione argumentuin ducitur,
quando Primò ergo à conjugatis argumentum ducatur. per collationem perfonarum
live caufarum, fen Conjugata dicuntur, cùm declinatur à nomine, tentiæ ratio
confirmatur, et à majori ratione hoe et fit verbun; ut CICERONE Verrem dicit
everriſſe modo, ut in VIRGILIO: Tu potes unanimes arna provinciam: vel nomen à
verbo, cùmlatrocinari rein prælia fratres. Ergo qui hoc in fratribus po dicitur
latro: aut nomen à nomine; ut Terentius: teft, quanto magis in aliis?'A minorum
compa Inceptio eſt amentium, haud amantium, ratione; ſicut Publius Scipio
Pontificem maxi A genere argumentum eſt, quando à re gene- mum Tiberium
Gracchum non mediocriter labe rali ad ſpeciem aliquam deſcendit: ut illud VIRGILIO
- factantem ſtatum reipublicæ privatus interfecit. lii, Varium et mutabile
ſemper fumina: potuit A pariuin comparatione;lic CICERONE, in Piſone et Dido,
quod eſt ſpecies, varia et mutabilis nihil intereſſe, utrum ipſe conſul
improbis con eſſe. Velillud CICERONE, quod fecit argumen- cionibus, perniciofis
legibus rempublicam vexer, tum, deſcendens à genere ad ſpeciem:Nam cùm an alios
vexare pațiatur. omnium provinciarum ſociorúmque rationem Extrinſecus verò
affumentur argumenta hæc, De Argu diligenter habere debeatis, tuin præcipuè
Siciliæ, quæ Græci år give vocant, id eſt, inartificialia, meniis ex judices.
quod teitimonium ab aliqua externa re fumitur frin'ecus afa fumptis. Aſpecie
argumentumducitur, cùmgenerali ad faciendam fidem; et prius. quæſtioni fidem
fpecies facit; ut illud VIRGILIO: A perſona, utnon qualifcuinque lit, ſed illa
An non fic Phrygius penetrat Lacedæmonapa- quæ teitimonii pondus habet
adfaciendam fi ftor? quia Phrygius paſtorſpecies eſt; et fi iftud dem, fed et morum
probitate debet effe lauda ille unusfecis, et alii hoc Trojani generaliter fa-
bilis. tere poffunt. A natura auctoritas eſt, quæ maxima virtute A ſimili
argumentum eft, quando de rebus conſiſtit; et à tempore funt, quæ afferant
aucto aliquibus fimilia proferuntur; ut Virgilius. ritatem; ut ſunt ingenium,
opes, ætas, fortu Suggere tela inihi, nam nullum dextera fruftra na, ars, uſus,
necellitas, concurſio rerum for Torſerit in Rutulos, fteterintque in corporc
tuicaruin. Grajum A dictis fačtíſque majorum petitur fides: cùm Iliacis campis.
priſcorum dicta factáque memorantur. A differentia argumentum ducitur, quando
Et à tormentis fides probatur, poft quæ neme per differentiam aliquæ res
feparantur; VIRGILIO: creditur velle mentiri. Non Diomedis equos, nec curruin
cernis Achil lis. De Syllogiſmis. A contrariis argumentum ſumitur, quando res
diſcrepantes fibimet opponuntur; ut Teren Prima figura modos haber quatuor, qui
uni tius: Nam fi illum objurges, vitæ qui auxilium verfaliter vel
particulariter affirmativam vel ne tulit, quid facies illi qui dederit damnum
aut gativam concludent. malum? Secunda item quatuor modos, qui ab negativa A
conjunctis autem fides petitur argumenti; concludent, five univerſaliter live
particulariter. cùm quæ lingula infirma ſunt, fi conjungantur Tertia figura
haber ſex modos, qui affirmative vim veritatis affumunt; ut, quid accedit ur
tenuis vel negativè, ſed particulares facient copclufio ante fuerit, quid fi ut
avarus, quid fi ut audax, nes. quid fi ut ejus, quiocciſus eſt, inimicus?
Singula Ergo primæ figuræ modus primuseſt, qui con hæc quia non ſufficiunt,
idcirco congregata po- ficitur ex duabus univerſalibus affirmativis, ha nuntur,
ut ex multis junctis res aliqua confir- bens concluſionem univerfaliter
affirmativain, hoc modo. Ab antecedentibus argumentum eft, quando Omne bonumeft
amabile. aliqua ex his quæ priùs gefta funt, comproban Omne juftum eft bonum.
tur; ut CICERONE pro Milone:Cùm non dubitaverit Omne igitur juftum eft amabile.
aperire quid cogitaverit, vos poteſtis dubitare Secundus modus figuræ primæ
conficitur ex quid fecerit? præceſſit enim prædictio,ubi eft ar- univerſali
abnegativa, et univerfali affirmativa, gumentum, et fecutuin eſt factum. habens
concluſionem univerſaliter, hoc modo. A confequentibus verò arguinentum eſt,
quan Nullus rifibilis eft irrationalis. do pofitam rem aliquid inevitabiliter
conſequi Omnis homo eft riGbilis. tur; ut fi mulier peperit, cum viro
concubuit. Nullus igitur homo eſt irrationalise. metur.Tertius modus primæ
figuræ est, qui conficitur gationem particularem concludit, hoc modo. ex
univerſali affirinativa, et particulari affirma Quidam homo non eſt albus. tiva,
particularem affirmativam concludens, hoc Omnis homo eft animal. modo. Quoddam
igitur animal non eſt albumi Omne animal movetur. Sextus modus tertiæ figuræ
eſt, qui ex univer Quidam homo eſt animal. ſali negativa, et particulari
affirmativa particula Quidam igitur homo movetur. rem negativam concludir, hoc
modo. Quartusmodusprimæ figuræ eſt, qui confi Nallus homo eft lapis. citur ex
univerſali abnegativa, et particulari affir Quidain homo eſt albus. mativa,
particularem abnegativam concludens, Quoddam igitur album non eſt lapis. hoc
modo. Demonftrati ſunt omnes modi trium figuraru:n Nullum inſenſibile eſt
animatumi categorici fyllogiſmi, licet quidam primæ figuræ Quidam lapis eft
inſenſibilis. aliosquinque modos addiderint. Quidam igitur lapis non eſt
animatus. Secundæ verò figuræprimus inodus eſt, qui ex De Paralogiſmis.
univerſali abnegativa, et univerſali affirmativa Paralogiſmi verò primäe figuræ
ita fiunt,ex prio concludit hoc modo univerſale abnegativum. ri affirmativa
univerſáli, &fecunda negativa uni Nullum maluin eſt bonum. verfali. Omnis
homo eft animal: nullú animal eſt Omne juſtum eſt bonum. lapis: nullus igitur
homo lapis eſt. Et quiamuta Nullum igitur juftum eſt malum. to termino
&univerfale et particulare concludet Secundæ verò figuræ ſecundus modus eſt,
in et negativaļn et affirmativam: ob hoc eſt inutilis quo ex univerſalipriore
affirmativa, et pofteriore approbatus idem paralogiſmus,quiex duabus ne
univerſali abnegativa conficitur univerfalis abne- gativiş univerſalibus fit
hoc, modo. Nullus lapis gativa concluſio, hoc modo., animal eft: nullum animal
immobile eft: nullus Omne juftum eft æquum. igitur immobilis eft lapis. Nullum
malum eſt æquum, Idem paralogiſmus, qui ex duabus particulari Nullum igitur
malum eſt juſtum. bus affirmativis fit hocmodo: Quidam equus Tertius ſecundæ
figuræ modus, qui ex priore animal eſt: quoddam animal bipes eſt: quidam
univerſali negativa,& pofteriore particulari affir- igiturequusbipes eſt.
Rurſum ex duabus parti inativa, negationem colligit particularem, hoc cularibus
negativis họcmodo: Quidam homo al modo. bus non eft: quoddam album non movetur:
qui Nullus lapis eſt animal. dam igitur homo non movetur. Quædam ſubſtantia eſt
animal. Dein, fi prior affirmativa particularis, et ſecun Quædá igitur
ſubſtantia non eſt lapis. da negativa particularis fuerit, hoc modo: Qui
Quartus moduseſt ſecundæ figuræ, qui ex affir- dam equus animal eſt: quoddam
animal quadru mativa priore univerſali, et pofteriore particu- pesnon eſt:
quidam igitur equus quadrupes non lari negativa, particularem negationem
conclu- elt. dit, hoc modo. Idem,li prior negativa particularis, ſecunda Omne
juſtum eſt rectum. affirmativa fuerit particularis,hoc modo: Quidam Quidam homo
non eft rectus. homo equus non eſt, quidam equus immobilis Quidam igitur homo
non eſt juſtus. eſt; quidam igitur homo immobilis eſt. Primus modus tertiæ
figuræ eſt, qui ex duabus Idem, fi major propofitio affirmativa fuerit uni
univerſalibusaffirmativis, particularem affirmati- verſalis, et minor
propoſitio negativa fuerit par vam concludit: quia univerſalem affirmativam
ticularis, paralogiſmus erit, hoc modo: Omnis licet in particularem
affirmativam converti, hoc homo animal elt, quoddam animal rationabile modo.
non eít, quidam igitur homo rationabilis non eft: Omnis homo eſt animal. At
verò ſi major fuerit propoſitio univerſalis Omnis homo eſt ſubſtantia.
negativa, et minor particularis fuerit negativa; Quædain igitur ſubſtantia eſt
animal. nullus poterit eſſe fyllogiſmus, hocmodo: Nuli Item ſecundus modus
tertiæ figuræ eft, in quo lus lapis animal eſt, quoddam animal pinnatum ex
univerſalinegatione et univerfali affirmacione eft, nullus igitur lapis
pinnatuseſt. fit particularis negativa concluſio. Rurſus, li primafuerit
particularis, ſecunda Nullus hoino eſt equus. verò univerſalis, et utræque
affirmativæ propofi Omnis homo eſt ſubſtantia. tiones, non erit syllogiſmus,
hoc modo: Qui Quædá igitur fubftantia non eft equus. dam lapis corpus eſt, omne
corpus menfurabile Tertius modus člttertiæ figuræ, qui ex particu- eſt, quidam
igitur lapis inenfurabilis eſt. lari et univerſali aftırmativis parcicularem
affir Idem,liprima fuerit particularis propoſitione mativam concludit, hoc
modo. gativa, et fecundauniverſalis negativa, non erit Quidam hoino eſt albus.
fyllogiſmus, hoc modo: Quoddam animal bipes Omnis homo eſt animal. non eft,
nullum bipes hinnibile eſt, quoddam -Quoddam igitur animal eſt album. igitur
animal hinnibile non eſt; Quartus verò modus tertiæ figuræ eft, qui ex Idem, ſi
prior affirmativa particularis, ſecunda univerſali &particulari
affirmativis, particulare negativa univerſalis propolițio fuerit; ſyllogif,
affirmativum concludit, hoc modo. mum non facit; hocmodo: Quidamn lapis inſen
Omnis homo eſt animal. farus eſt, nullum inſenſatuin vivit, quidam igi Quidam
homo eſt albus. tur lapis non vivit. Quoddam igitur album eſt animal. Idem, li
prior negativa particularis propoſitio Quintus verò modus tertiæ figuræ eſt,
qui ex faerit, et fecunda attirnativa univerſalis, para „particulari negativa,
et univerſali affirınativa ne- logiſinus erit, hoc modo: Quoddam nigrunani.
Dddd ij M cha 1 Cassiodorus non cſt. lis eft. anarum non eſt, omne animatum
movetur, quod- Confirmationem, Reprehenſionem, Per oratio dam igitur nigrum non
movetur. Et de finitis nem. Quæ partes inſtrumenta ſunt Rhetoricæ fa
propolitionibus fyllogiſmus non fit, quia parti- cultatis: quoniam Rhetorica in
omnibusſuisſpe culares fimiles ſunt. ciebus ineft, et ſpecies eidem inerunt.
Nec po tiùs inerunt, quàm eiſdem ea, quæ peragunt, ad Omnes propofitiones his
modis conftant. miniſtrabunt. Itaque et inJudiciali genere cau faruin neceffarius
eft ordo Proemii, et Narra Id eſt, Simplices, ita. Contraria. tionis, atque
cæteroru: n; et in Demonſtrativo, Omnis homo juſtuseſt. Nullus homojuſtus eſt.
Deliberativóque neceſſaria ſunt. Opus auté Rhe- o "uis Rhero Quidam homo
juſtus Quidam homo juſtus toricæ facultatis,docere et movere: quod nihilo- rice
of move. eſt. minus iiſdem ferè rex inftrumentis, id eft oratio- re docere,
Contradictoria. nis partibus, adıniniftratur. Partes autem Rho Omnis homo
rationalis Nullus homo rationa- toricæ, quoniam partes ſunt facultatis, ipfæ
quo eſt. que ſunt facultates; quocirca ipfæ quoque ora Quidam homorationa-
Quidam hoino ratio- tionis partibus, quali inſtrumentis utentur. lis eft. halis
non eft. Atque ut his operentur, eiſdem inerunt. Nam Ex utriſque terminis
infinitis. Omnis non in exordiis niſi quinque ſint ſupradictæ Rhetori homo non
rationalis eſt. Nullus non homo non cæ partes; utinveniat, eloquatur, diſponat,
me rationalis eſt. Quidam non hoino non rationa- minerit, pronuntiet, nihil
agit orator. Eoden lis eſt. Quidam non hoino non rationalis non eſt. quoque
modo et reliquæ ferè partes inſtrumenti, Item ex infinito ſubjecto:Omnis non
homo nili habeant omnes Rhetoricæ partes, fruſtra. Tationalis eft. Nullus non
homo rationalis eſt. funt. Hujus autem facultatis effector, orator eſt: Quidam
non homo rationalis eſt. Quidaın non cujus eft officium dicere
appoſitè ad perſuaſio hoino rationalis non cft. nein: finis tum in ipſo quidem
bene dixiſſe, id Item ex infinito prædicato: Omnis homo non eſt, dixiſſe
appolitè ad perſuaſionem: altera rationalis eſt. Nullus hoino non rationalis
eft. verò perſualifie. Neque enim fi qua impediant Quidam homo non rationalis
eſt. Quidam homo oratorem, quominus perfuadear, facto officio, non rationalis
non eſt. finem non elt confequutus:ſed is quidem, qui Item quæ conveniunt:
Omnis homo rationalis officio fuit contiguus et cognatus, conſequitur, eſt.
Nullus hoino non rationaliseſt. Onnis ho- facto officio. Is verò, qui extrà
eſt, ſæpe non mo non rationalis eſt. Nullus homo non ratio- confequitur: neque
tamen Rhetoricam ſuo fine nalis eit. Quidam homorationalis eſt. Quidam
contentam,honore vacuavit. Hæc quidem ita ſunt homo non rationalisnon eſt.
Quidam homo non mixta, ut Rhetorica infit fpeciebus, ſpecies verò rationalis
eft. Quidam homo non rationalis non infint cauſis. eſt.
Cauſarum verò partes ſtatus effe dicuntur: quos Canlari Item. Omne non animal
non homo eſt. Nul- 'etia: aliis nominibus cum conſtitutiones, tum partes flares
dicuntár, lum non animal non homo eſt. Quiddam non quæftiones nominare licet:qui
quidem dividun animal non homo eſt. Quiddam non animalnon tur ita, ut rerum
quoque natura diviſa eſt. Sedà fiones. homo non eſt. principio
quæſtionum differentias ordiamur: Item converfæ ex prædicato infinito. Omne
quoniain Rhetoricæ quæſtiones circunſtanciis non animal homo eſt. Nullum non
animal homo involutæ ſunt omnes, aut in fcripti alicujus con eit. Quoddain non
aniinal homo eſt. Quoddamn troverſia verfantur, aut præter fcriprum ex re
ipſa... non animal hoino non eſt. fumunt contentionis exordium, Item converfæ
ex infinitoſubjecto. Omne ani Et illæ quidem quæſtiones,quæ in ſcripro ſunt,
Queflionesia pro quin mal non homo eſt. Nullum animal non homo quinque inodis
fieri poffunt. Unoquidem, cùng eft. Quiddam animal non homo eſt. Quoddam hic
ſcriptoris verba defendit, et ille ſententiains i polliams. aniinalnonhomo non
eft. atque hic appellatur ſcriptum, et voluntas, Item propoſitiones indefinitæ.
Homo juſtus Alio verò, fi inter fe leges quadain contrarieta eſt. Hoino juſtus
non eſt. te diffentiunt, quarum ex adverſa parte aliæ de Indefinitarum
propoſitiones cum ſubje& o in- fendunt, aliæ faciunt controverſiam; atque
hic finito. Non hono juſtus eſt: Non homo juſtus vocatur ftatus legis contrariæ.
non eſt. Tertio, cùin fcriptum, de quo contenditur, Ex prædicato infinito. Homo justus non est. sententiam claudit ambiguam – H. P. Grice : « Avoid
ambiguity » : ambiguitas ex ſuo Homonon juſtus non eft. nomine nuncupatur.
Ex utriſque terminis infinitis. Non homo Quarto verò, cùm in eo quod
ſcriptum eſt,aliud non juſtus eſt. Non homo non juſtus non eſt. non fcriptum
intelligirur; quodquia per ratioci Propoſiriones ſingulares vel individuæ.
Plato nationein et quamdam ſyllogiſmiconſequentiam juſtus eſt. “PLATONE iustus
non est.” veſtigatur, ratiocinativus vel fyllogiſmnus di Ex infinito ſubjecto.
Non Plato juſtus eſt. citur. Non Plaro juſtus non eſt. V, cùm ſermo
ſcriptuseſt, cujus non fa Ex infinito prædicato. Plato non juſtus eſt. cilè vis
ac natura clareſcat,niſidefinitione detecta Platonon juſtus non eſt. lit; hic
vocatur finis in ſcripro; quos omnes à ſe Ex utriſque terminis infinitis. Non
Plato non differre, non eſt noſtri, operiſve rhetorici demon juftus eſt. Non
Plato non juſtus non eſt. ftrare. Hæcautem ſpeculanda doctis, non rudi bus
diſcenda proponiinus: quamvis de eorum De locis Rhetoricis. differentia in
Topicorum commentis per tranſi- Quationes Rhetorice tum differuerimus.
Rhetorica oratio habet partes ſex, Procinium, Earum autem conſtitutionum, quæ
præter fcri- prin masina plices, fex. quod Exordiumcft, Nacrationein,
Partitionem, ptum in ipfaruin rerum contentione lunt politæ, corum dinzi modis
fica præter fcri habet partes 1 ses. riaicialis ita differentiæ ſegregantur,ut
rerum quoque ip- lem partem vergant, defenfionis copiam non mi farum natura
divila lit. In oinni enim Rhetorica niftrant; ex eiſdem enim locis accalatio
defenſió. quæſtione dubitatur, an ſit, quid ſit, quale fit; et que confiftit.
propterhæc,an jure, vel more poſſit exerceri judi Si igitur perſona in judiciam
vocatur, neque ciuin. Sed li factum; velres quæ intenditur ab facta:n, dictúmve
ulluin reprehenditur, cauſa eſte adverſario,negatur, quæſtio eſt utrùm fit ea;
quæ non poteſt. Nec verò factum, dictúinve aliquod conjecturalis conſtirutio
nominatur. Quod fi in judicium proferri poteſt, li perſona non exi factum
quidem eſſe conſtiterit, ſed quidnain ſit id ftet. Itaque in his duobus omnis
judiciorum ra quod factum eſt, ignoretur: quoniam vis ejus tioverſatur, in
perfona ſcilicet, atque negotia definitione monftranda eſt, finitiva dicitur
con- Sed, ut dictum eft, perſona eſt, quæ in judicium ftitutio. Ac fi &effe
conftiterit, et de rei defini- vocatur: negotium, factum, dictúmveperſone,
tione conveniat, fed quale fit inquiratur: tunc propter quod reus ftatuitur.
Perſona igitur et ne quia cui generi ſubjici debet ambigitur, genera- gotiam ſuggerere
arguinenta non poſſunt;de ipſis lis qualitas nuncupatur. In hac verò quæſtione enim quæſtio eſt: de quibus autem dubitatur, ea et qualitatis,
et quantitatis, et compatationis dubitationi fidem facere nequeunt Argumen
ratio verſatur. Sed quoniam de gènere quæſtio tum verò erit ratio rei
dubiæfaciens fidem. Fa, eſt, ſecundum generis formam in plura neceffe ciunt
autem negotio fidem ea, quæ ſunt perſo eſt hujusconſtitutionis membra
diſtribui. nis ac negotiis attributa. Ac fi quando perſona Omniis quito Omnis
eniin quæftio generalis, id eſt, cùm de 'negotio faciat fidem,velutſi credatur
contra rem ftio generalis in duas difiri genere, et qualitate,vel
quantitatequæritut facti, publicam fenfifle Catilinam,quoniam perſona bnisur
par in duas tribuitur partes. Nam aut in præcerito eſt vitiorum
turpitudine denotata: tunc non iiz quæritur de qualitate propoſiti, aut in
præſenti, eo quod perſona eſt, et in judicium vocatur, fia aut in futuro. Si in
præterito, juridicialis con dem negorio facit, ſed in eo quod ex attributis
Ititutio nuncupatur: fi præſentis vel futuri tem- perſonæ quandam ſuſcipit
qualitatem. Sed ut re poris teneat quæſtionem,negotialis dicitur. rúin ordo
clariùs colliquefcat, de circumſtantiis Quæftio Fun Juridicialis verò, cujus
inquiſitio præteritum arbitror eſſe dicendum. refpicit, duabuspartibus
fegregatur. Aut enim De Circumftantiis. duabus parti. in ipfo facto vis
defenfionis ineft, et abſolurà Circunſtantiæ ſunt, quæ convenientis fubftan.
Detircnm. buslegrégie qualitas nuncupatur: Aut extrinfecus affumitur, tiam
quæſtionisefficiunt. Nifienim fit qui fece Gancias para et affumptiva dicitur
conſtitutio. rit, et quod fecerit, cauſáque cur fecerit, locus, situr CICERONE.
Sed hæc in partesquatuor derivatur: aut enim tempúſque quo fecerit,modus,
etiain facultas; conceditur criinen, aur removetur, aut refertur, que li
delint,cauſa non ſtabit. Has igitur circum aur, quod eſtultimum, comparatur.
Conceditur ftantias in geinina Cicero partitur, ut eam quæ crinen, cùm nulla
inducitur facti defenſio, ſed eſt, quis, circumſtantiam in attributis perſone
venia poſtulatur. Id fieri duobus modis poreſt, ponat: reliquas verò
circumſtantias in attributis circumftan fi depreceris, aut purges.
Deprecaris,cùm nihil negotio conititaat. Et primùın quidem ex cir excufationis
attuleris. Purgas, cùım facti culpa cumftantiis, eam quæ eft, quis, quam
perfonæ tia titur, Quispada cicina his adſcribitur'; quibus obliſti obviarique
non attribuit, ſecar in undecim partes. Nomen, ut in XI poffit, neque tamen
perſona ſint; id enim in Verres, natura ut barbarus, victus utamicusno- partes.
aliam conſtitutionem cadit. Sunt autem hæc, im- biliuin, perſona ut dives,
ſtudium ut Geometra, prudentia, caſus, atque necellitas. cafus ut exul,
affectio ut amans, habitus ut ſa Removeturverd criinen, cùm ab eo, qui in-
piens, conſilium, facta, et orationes. Eáque cellitur, transfertur in alium.
Sed remotio cri- extra illud factum dictúmque ſunt, quæ nunc minis duobus fieri
modis poteft: fi aur cauſa re- in judicium devocantur. Reliquas verò cir
fertur, aut factum. Caufa refertur, cùm aliena cumſtantias, quæ funt, quid,
cur, quando,ubi, poteftare aliquid factum eſſe contenditur: faćtum quomodo,
quibus auxiliis, in attributis negocio verò, cumalius aut potuiffe, aut
debuiffe facere ponit. Quid, &cur, dicenscontinentia cum ipfo demonſtratur.
Atque hæc in his maximè valent, negotio: cur, in cauſa conſtituens; ea enim
cauſa fi ejus nominis in nos intendatur actio, quòd non eſt uniuſcujuſque fa
&ti, propter quam factaeſt
MSS.pottat fecerimus id, quod oportuit fieri. Refertur cri Quid verò,
ſecat in quatuor partes. În ſum- Quidfeceria men, cuin jultè in aliquem facinus
commiſlum iam tacti, ut parentis occifio. Exhac maximè quatuorpars MSS.com-
effe conceditur: quoniam is, in quem commif- locus fumitur amplificationis ante
factum; ut senditat. fum ſit, injuriofusfæpe fucrit, atque id quod in- concitus
rapuit gladium: duon fit; vehementer tenditur, meruit pati. percuſſit. Poſt
factum; in abdita fepelivit. Quæ Comparatio eft, cùin propter meliorem utilio-
omnia cùın lint facta, tamen quoniain ad geſtum réinve rem factum, quod
adverſarius arguit, negotiuin, de quo quæritur, pertinent, non ſunt commiffum
effe defenditur. Atque hæchactenus: eafacta, quæ in attributis perſonæ numerara
nunc de inventione tractandum eft. ſunt. Illa enim extra negorium, quòd extra
poſi ta perſonam informantia fidem ei negotio præ De Inventione ſtant, de quo
verſatur intentio: hæc verò facta, quæ continentia ſunt cum ipfo negotio,ad
ipſuni Etenim priùs quidem Diale et icos dedimus, negotium; de quo queritur,
pertinent. nunc Rhetoricos promimus locos, quos ex attri Poftreinas verò
quatuor circamftantias Cicero In perſona, butis perſonæ ac negotio venire
neceſſeeſt. Per- ponit in geſtione negotii, quæ eſt ſecunda pars et negotio
fona, quæ in judicium vocatur, cujus dictum ali- attributorum negotiis. Et eam
quidem circuin quod factúmve reprehenditur. Negotium; fa- ſtantiam, quæ eſt
quando, dividit in tempus, ut putCie to Cuando, dia conftitute of. cum
dictumveperfonæ, propter quod in judi- modò fecit; et in occaſionem,ut cunctis
dormien- in tempus, so cium vocatur. Itaque in his duobus omnis lo-
tibus. Eam verò circunftantiam quæ eſt ubi, lo- in occafionč.. MSS.excu- corum
ratio conſtituta eſt; quæ enim habent* re. cum dicit; ut in cubiculo fecir:
quomodo verò, ſarionis. prehenſionis occaſionem, eadem nili ad excuſabi ex
circuinftantiis inoduin ur clain fecit: omnis loco. tum ratio B. 1 mus. fed de vo 1 quibus auxiliis
circumftantiam, facultatem ap- ita adhærebant, ut ſeparari non poſſint;ut
locus, pellat, ut cuin multo exercitu. Quorum qui- tempus, et cætera, quæ
geſtum negotium non dem locorum et fiex circumſtantia rerum, natu- relinquunt.
tulis diſcretio clara eft:nos tarnen benevolentiùs Hæc verò, quæ ſunt adjuncta
negotio, non in faciemus, ſi uberiores ad ſe ditferentias oſtenda- kærent ipſi
negotio, ſed accedunt circuinitantiis, et tunc demum argumenta præſtant, cùm ad
com Nam cùm ex circumſtantiis alia M. Tullius parationem venerint: ſunant verò
argumenta propofuerit effe continentia cum ipfo negotio: non ex contrarietate,
fed ex contrario;& non alia verò in geſtione negorii, atque in continen- ex
ſimilitudine, ſed ex ſimili, ut appareat ex re tibus cuin ipſo negotiv: illum
adnurneraverit lo- latione ſumi arguinenta in adjunctis negotio; et cum quem
appellavit, duin fit sex ipſa prolatio- ea eſſe adjunéta negotio, quæ funt ad
ipſum, de nis SIGNIFICATIONE idem videtur elle locus hic, dum quo agitur,negotium
affccta. fit, cum eo, qui eſt in geſtionenegotii; ſed non Conſecutio verò, quæ
pars quarta eft eorum, ita sft: quia dum fit, illud eft, quod eo tempore quæ
negotiis attributa ſunt, neque in,iplis ſunt açimiſum eſt, dum facinus
perpetratur, ut per- rebus, neque rerum ſubſtantiam relinquunt,ne ouſſit.
Ingetione verò negotii, ca ſunt, quæ et que ex comparatione reperiuntur: ſed
rem geftam ante factum, et dum fit, et poft factum, quod vel antecedunt, vel
etiam conſequuntur. Atque eſtum eſt continent;in
omnibus enim tempus, hic locus extrinſecus eſt. Primum eniin in eo. locus,
occafio,modus, facultas inquiritur, Rur- quæritur id, quod factum eſt, quo
nomine ap ſus dum fit, factuin eft, quod adininiftratur, eft pellari conveniat:
in quo non de re, negotium:qux verò funt in geſtione negotii, non cabulo
laboratur. Qui deinde auctores ejus facti ſunt facta, fed facto adhærent; in
illis enim, teni- &inventores, comprobatores, atque æinuli, id pus,
occaſionem, locum, modum, facultatein, totum ex judicio, et quodam teſtimonio
extrin facta eſſe conſenſerit: fed, ur dictum eſt, qux ſecus políto, ad
ſublidium confluit argumenti. cuilibet facto adhærentia fint, atque in nullo
Deinde &quæ ejus rei ſit ex conſueto pactio, ju modo derelinquant: quia
quadam ratione ſubje- dicium, ſcientia, artificium. Deinde natura cta funt
ipſi, quod geſtum eſt, negotio. ejus, quid evenire vulgo soleat: an insolenter
et item ea quæ sunt in gestione negotii, finchis, rardhomines id sua
auctoritate comprobare, an quæ sunt continentia cum ipfoncgotio, esse poſ-
offendere in his consueverint; et cætera quæ fas funt. Potest eniin et locus,
et tempus, &occtum aliquod similiter confeftim, aut intervallo cafio, et modus,
et facultas facti cujuſlibet intel- solent consequi: quæ necesse est extrinsecus
po ligi, etiamſi nemo faciat, quod illo loco; vel fita ad opinionein inagis
tendere, quam ad ipsam, tempore, vel occasione, vel modo, vel facultate rerum
naturam. fieri posset. Itaque ea quæ sunt in gestione nego Itaque in hæc quatuor
licet negotiis attributa, tii, line his quæ sunt continentia cum ipso nego-
dividere; ut sint partim continentia cum ipso ne tio, esse possunt. Illa vero
line his esse non pof- gotio, quæ facta esse superius dictum est: partim sunt;
facèum enim præter locum, tempus, occa- in gestione negotii, quæ non esse facta,
sed factis fionem, modum, facultatemque efle non pote- adhærentia dudum monstravimus:
partim adjun rir. Atque hæc sunt, quæ in attribucis persona eta negotio; hæc,
ut dictum est, in relatione ac negotio confiftunt, velut in Dialecticis locis
ponuntur: partim geſtum negotium conſequun ea, quæ in ipfis cohærent, de quibus
quæritur: tur; horum fides extrinſecus fuinitur. Ac de reliqua verò quæ vel
funt adjuncta negotio, vel Rheroricis quidem locis ſatis dictum. negotium
geſtuin conſequuntur, talia ſunt, qua Nunc illud eſt explicandum, quæ ſit his
ſimi-. Quid fat diain Dialecticis locis ca, quæ ſecundum Themi- litudocum
Dialecticis, quæ veròdiverſitas;quod hobertura corean ſtium quidem partim rei
ſubſtantiam conſequun- cùm idoneè, convenientérque monſtravero,pro-
Dialecticisfa tur, partim funt extrinfecus, partim verſantur poſiti operis
explicetur intentio. Primò adeo ut militudo,que in mediis; ſecundum CICERONE
verò inter affe- in Dialecticis locis, ficut Themiſtio placet, alii verè
diverfi &a numerara ſunt, vel extrinſecus polita." funt, qui in ipſis
hærent, de quibus quæritur: tab. Sunt enim adjuncta negotio ipfa etiam quæ fi-
alii verò affumuntur extrinſecus, alii verò inedii quajiilem fa dem faciunt
quæſtioni, affecta quodammodo ad inter utroſque locati ſunt; ſic in Rhetoricis
quo cinn gafiio. id, de quo quæritur, reſpicientia negotium, de que locis, alii
in perſona atque negotio conſi quo agitur, hoc modo. Nam circumſtantix ſtunt,
de quibus ex adverſa parte certatur: alii feprem quæ in attributis perſonæ, vel
negotio, verò extrinfecus, ut hi qui geſtum negotium con numeratæ funt, hæc cum
cæperintcomparari,& fequuntur: alii verò medii. quafi in relationem venire,
fi quid ad ſe conti Quoruin proximi quidem negotio funt hi, qui nens referatur,
vel ad id quod continet, fit aut ex circumſtantiis: reliqui in geſtione negotii
ſpecies, aut genus: fi id referatur,quod ab eo lon- conſiderantur. Illi veròqui
in adjunctis negotio gillime diſtet, contrariun: at ſi ad finem ſuum
collocantur, ipſi quoque intermedios locos pos atque exitum referatur, tum
eventuscft. liti ſunt: quoniam negotium, de quo agitur, qua Eodem quoque modo
ad majora, et minora, dam affectione refpiciunt. Vel fi quis ea quidem et paria
comparantur. Atque omnino tales loci quæ perſonis attributa ſunt, vel quæ
continentia in his quæ funt ad aliquid conſiderantur. Namn ſunt cum ipfo
negotio, vel in geſtione negotii majus,autminus, alit lunile, aut æquèmagnum,
conſiderantur; his lumilia locis dicat, qui ab ipfis aut diſparatum, accedunt
circumſtantüs, quæ in in Dialectica trahuntur, de quibus in quæſtionc
attributis negotio atque perſonæ numeratæ ſunt; dubitatur. CONSEQUENTIA verò
negotio ponat ex ut dum ipfæ circumftantiæ aliis comparantur, fiat trinſecus.
Adjuncta verò inter utrumque conſti ex iis argumentum facti dictive, quod in
judi- tuat. cium trahitur. Diſtat autem à ſuperioribus, quòd Ciceronis verò
diviſioni hoc modo fic fimilis, ſuperiores loci, vel facta continebant, vel
factis Nam ea quæ continentia ſunt cum ipſo negocio, Sunt adjun Eta ucgorio,
ni, 1 De Dialectica. Dialecticus verò non ita velea quæ in geſtione negotii
conſidecantur, in do aliquid ſpecialiter probant, ad Rhetores, Poë ipſis
hærent, de quibus quæritur. Ea verò, quæ tas, Juriſperitóſque pertinent. Quando
verò ge adjuncta ſunt, inter affecta ponuntur. Sed ea quæ neraliter
diſputant,ad Dialecticosattinere manis geitum negotiuin conſequuntur,
extrinfecus feſtum eit. collocata ſunt. Vel Gi quis ea quidem, quæ con Mirabile
planè genusoperis, in unum potuiſſe tinentia ſunt cum ipfonegotio, in ipſis
hærere colligi, quicquid mobilitas ac varietas humanæ arbitretur:affecta verò
effe ea,quæ funt in geſtio- mentis in fenlîbus exquirendis per diverſas cauſas
ne negotii, vel adjuncta negotio: extrinfecus porerat invenire; concludi
liberuin ac volunta verò ea, quæ geftum negotium conſequuntur. riun intellectum.
Nam quocumque ſe verterit, Nam jam illæ perfpicuæ communitates", quod
quaſcumque cogitationes intraverir, in aliquid quidem ipſi penè in utriſque
facultatibus verſan- corum quæ prædicta ſunt, neceſſe eſt ut huma tur loci, ut
genus, ut pars, ut ſimilitudo, ut con- num cadat ingenium. trarium, ut majus,
ac minus. De communicati Illud autem competens judicavimus recapitu bus quidem
ſatis dictum. lare breviter, quorum labore in Latinum elo Differentiæ verò illæ
funt, quòd Dialectici quium res iftæ pervenerint; ut nec auctoribus etiam
thelibus apti funt: Rhetorici tantùm ad gloria ſua pereat, et nobis pleniffimè
reiveritas hypotheſes, id eft, quæftiones informatas circum- innoteſcat.
Iſagogen tranſtulit Patricius BOEZIO, ftantiis affumuntur. Nain ſicut ipfæ
facultates à commenta ejus gernina derelinquens. Cate femetipfis univerſalitate,
et particularitate di- gorias idem tranſtulit Patricius Boëtius, cujus ſtinctæ
ſunt: ita earum loci ambitu, et contra commenta tribus libris ipfe quoque
formavit. ctione diſcreti ſunt. Nam Dialecticorum loco-. Peri herinenias fuprà
inemoratus Patricius tran rum major eſt ainbitus; et quoniam præter cir- ftulit
in Latinum: cujus commenta ipſe duplicia cumſtantias funt quæ fingulares
faciunt cauſas, minutillimâ diſputatione tractavit.Apuleius verò non modò ad
theſes utilesſunt, verumetiam ad Madaurenſis ſyllogiſmos categoricos breviter
argumenta, quæ in hypothesibus polita sunt, eof- enodavit. Suprà memoratus verò
Patricius de que locos qui ex circumftantiis conſtanc,claudunt fyllogiſmis
hypotheticis lucidiflimè pertractavit. atque ambiunt. Itaque fit; ut ſeinper
egeat Rhe- Topica Ariftotelis,uno libro CICERONE tranſtulit in Hæcdefuitin tor
Dialecticis locis? Dialecticus verò fuis poflit Latinum, cujus commentaprofpe et
oratque ama- MSS. effe contentus. tor Latinorum Patricius BOEZIO (si veda) octo
libris expo Semper eget Rherorenim quoniam causas ex circumstantiis fuit. Nam et
prædictus BOEZIO (si veda) Patricius eadem Rhetor D4- tractat, ex iifdem
circumftantiis argumenta præ-Topica LIZIO octo libris in Latinum vertic
lecticislocis, fumit, quæ neceſſe eſt ab univerſalibus, et ſupli- eloquiun.
cioribus confirmari, qui ſunt Dialectici. Diale &ti Confiderandum eft autem,
quòd jam,quia lo cus verò, qui prior eft, polteriore non eget, nifi cus ſe
attulit in Rhetorica parte, libavimus quid aliquando incideritquæftio perfonæ;
ut cuin fit interſit inter artein et diſciplinain, ne ſe diver incidens Dialectico
ad probandam fuam theſim, fitasnominun permixta confundat. Interartem Que fa
diften Cáusam circumſtantiis inclufam, tunc demum et diſciplinai Plato, et
Ariſtoteles, opinabiles artem dif Rhetoricis utatur locis. Itaque in
Dialecticis lo- magiftri fæcularium litterarum, hanc differen- ciplinam ſee '
cis (fi ita contingit) à genere argumenta fumun- tiam eſſe voluerunt, dicentes:
Arrem cflc habitu- cundem Plaa tur,id eft, ab ipſa generis natura: fedin Rheto-
dinem operatricem contingentium, quæ fe et Sonem ricis ab eo generequod illi
genus eſt, de quo agi- aliter habere poffunt: Diſciplina verò elt, quæ Vide
prefer tur; nec ànatura generis, ſed à re fcilicet ipſa,quæ de his agit, quæ
aliter evenire non poffunt tionem Nunc ergo ad Mathematicæ veniamus initium.
Sed ut progrediatur ratio, ex eo pendet, quòd natura generis antè præcognita
eſt; ut fi dubite De Mathematica. tur, an fuerit aliquis ebrius, dicitur, fi
tefellere velimus, non fuifle: quoniam in eo nulla luxu- Mathematica, quam LATINE
poſſumus dicere luid fitMara ries antecefferit. Idcirco nimirum, quia cum ku-
doctrinalem, ſcientia eſt, qux abſtractam con- in quas para xuries ebrietaſis
quaſi quoddam genus fit, cui fiderat quantirarem. Abſtracta enim quantitas tes
dividalun luxuries nulla fuerit, ne ebrietas quidem fuit: dicitur, quâ
intellectus à materia ſeparátur, vel ſed hoc pender ex altero. Cur enim fi
luxuries ab aliis accidentibus; ut eſt par, impar, vel alia non fuit, ebrietas
eſſe non potuit, ex natura ge- hujuſcemodi, quæ in ſola ratiocinatione tracta
neris demonftratur, quod Dialectica ratio ſub- mus, hæc ita dividitur
miniſtrat. Unde enim genus abeft, inde etiain fpecies abelle necefle
eft:quoniam genus fpecics r Arithmeticain, non relinquit. Ec de fimilibus
quidem, et de contràriis, eo Muſicam. Diviſio Matheina dem modo, in quibus
maxima ſimilitudo eft in ticæ in ter Rhetoricos ac Dialecticos locos:
Dialectica Geometriam.. eniin ex ipſis qualitatibus, Rhetorica ex quali 1 tatem
ſuſcipentibus rebus argumentaveſtigat; ut Aſtronomian. Dialecticus ex genere,
id eft, ex ipfa generis na tura: Rhetor ex ea re, quæ genuseft. Dialecti
Arithmetica; eſt diſciplina quantitatis numera Quid fit cus ex ſimilitudine,
Rhetor ex funili, id eft, ex bilis fecuuduin ſe. Aruthinetica. ta re, quæ
fimilitudinem cepit. Eodem modo Mufia eſt diſciplina, quæ de numeris loqui-
QuidMufica. ille ex contrarietate, hic ex contrario. tur, qui ad aliquid ſunt
his, qui inveniuntur in Memoriæ quoque condendum eft, Topica Ora- ſonis.
toribus, Dialecticis, Poëtis, et Juriſperitiscom Gcometria, eſt diſciplina
magnitudinis immo- Quid Geomes muniter quidem argumentapræftare: fed quan-
bilis et fornarum. rentia inter genus eſt, trii B. 1 didit. Inns. Quid fis A.
Aſtronomia, eft diſciplina curſus cæleſtiain (i- tergunt, etad illam
inſpectivain contemplatio fronomia. derum, quæ figuras conteinplatur omnes, et
ha- nem, fi tamen ſanitas mentis arrideat, Domino bitudines ftellaruin circaſe,
et circa terram inda- largiente, perducunt.' gabili ratione percurrit. Quas ſuo
loco paulò la Scire autem debemus Joſephum Hebræorum Abraham ciùs exponemus, ut
commemoratarum rerum doctiſſimum, in libro primo Antiquitatum, ritu- primim
Aris virtus competenter poffit oftendi. Modò de dif- lo nono dicere,Arichinericain,
et Aſtronomiam ihmeticamen ciplinarum nomine differainus. Abrahain primùm
Ægyptiis tradidiffe; unde ſe Aftronomien Diſciplina Diſciplinæ ſunt, qux, licut
jam di et um eft, mina ſuſcipientes (utfunt hoinines acerrimi in Ægypainte
nunquam nunquam opinionibus deceptæ fallunt; et ideo genii) cxcoluiffe ſibi
reliquas latiùs diſciplinas. opinionibus cali nomine nuncupantur,quia
neceffariò ſuas re- Quasmeritò fan eti Patres noftei legendas ſtudio deceptæ
fal gulas ſervant. Hænec intentione creſcunt, nec fillinis perſuadent: quoniam
ex magna parte per Iubductione minuuntur, nec aliis varieratibus eas à
carnalibus rebus appetitus noſter abſtrahi permutantur: ſed in vi propria
permanentes, re- tur, et faciunt deſiderare, quæ, præftante Do gulas ſuas
inconvertibili firmitate cuſtodiunt. mino, ſolo possumus corde reſpicere.
Quocirca Has dum frcquenti meditatione revoluimus, fen- tempus est, ut deeis
ſingillatin ac breviter diſſe Cum noftruin acuunt, limúmque ignorantix de- rere
debeamus. De Arithmetica C49 Arith metica inter Scriptores fæculacium
litterarum interdiccipli- faru efleformata;attamennulla corum,prætet Mathemati
cas diſcipli metiiam eſſe volucrunt:propterea quòd Mufica, Credo trahens hoc
initium, ut multi philoſo mis prima ju. et Geometria, etAſtronomia, quæ
fequuntur, photum fecerunt, ab illa ſententia prophetali, Sam 11. 21. indigent
Arithmetica, ut virtutes ſuas valeant ex- quæ dicit: Omnia Deum menſura, numero,
et plicare. Verbi gratia,ſimplum ad duplum, quod pondere difpofuiſſe habet
Muſica, indiget Arithmetica: Geometria Hæc itaque confiftit ex quantitate
diſcreta, čHY Arish verò, quod habet trigonuin, quadrangulum,vel quæ parit
genera numerorum, nullo fibi com- metice conf his funilia, item indiget
Arithmeticas Aſtrono- munitermino ſociata. V. enim ad x. vi. ad iiii. vii. lidt
ex quar mia etiam, quòd habet in moru liderum nuineros ad iii. per nullam
coinmunein terminuin alteru- titate difcre punctorum, indiget Arithinetica.
Arithmetica trâ fibi focietate nectuntur. Arithmetica vecò di sa. Pithagora
verò, urlit, neque Muſica, neque Geometria, citur, co quòd numeris præeſt
Numerus verò, merica dica Arithmetia neque Aſtronomia egere cognoſcitur.
Propterca cft ex inonadibus multitudo compofita; ut iii. V. tur, et que
camlan.c. hisfons, et måter Arithmetica reperitur; quam X. xx. et cætera.
Intentio Arithmeticæ elt doce- fit ejusinsects diſciplinam Pythagoras fic
laudalle probatur; re nos naturam abſtracti numeri, et que ei acci- tio.
uromnia ſub numero, et menfura à Deo creata dunt; ut verbi gratia, parilitas,
impacilitas, et firatur. fuiſſe incinoret, dicens: Alia in motu, alia in
cætera. Cur Arith vit. Ed. mon s Paritei pat. Pariter impat. Impariter par
Prima diviſio numera Tvel par, qui eſt Numerus, qui congre gatio monaduneſt, ľ
Primuset ſimplex. vel iinper, qui eſt. Secundus et compoſitus. Tertius
mediocris, quiquodam modo primus, et incompoſitus, alio verò modo ſecundus, et (compofitus.
Quid fit Par Par numerus eft, qui in duas partes æquales verbi gratia, in bis
xii: xii, in bisyi:ſexo dividi poteft; ut ii. iii. vi.viii. x. et reliqui. in
bis tres, et ampliùs non procedit. Quid impar. Impar numerus eſt, qui in duas
partes æquales Primus et fimplex numerus eft, qui monadi- Quid primit dividi
nullatenus poteft, ut iii. v. vii. viiii. xi.et c cammenſuram ſolam recipere
poteſt; ut verbi et implex reliqui. gratia iii. v. vii. xis xiii. xvii. et his
finilias Quidpariter Pariter par numerus eſt, cujus diviſio in dua Secundus et
compoſitus numerus eft, qui non Quid fecur par bus æqualibus partibus fieri
poteſtuſque ad mo- folùm monadicam menſuram, ſed etarithmeti doto come nada; ut
verbi gratia lxiüi. dividitur in xxxii; cam recipere poteſt; ut verbi gratia,
viiii. xv. xxi. poftmo xxxii, in xvi: et xvi, in viji: viii in iii:üii, et his
ſimilia. in duo: ïi, verò in i. Mediocris numerus eſt, quiquodam modo fim Quid
pariter Pariter impar numerus eſt, qui fimiliter fo- plex et incompoſitus efle
videtur, alio verò ino- cris impar. lummodo in duas partes dividi poteft
æquales; do fecundus et compoſitus, ut verbi gratia, viiii. utx, in v: xiiii,
in vii: xviii, in viiii.et his fi- ad xxv. dum comparatus fuerit, primus eft et
milia. incompoſitus: quia non habet communem nu Quid impari. Impariter par
nuinerus eſt, qui plures diviſio- merum, niſi ſolum monadicum: ad xv. verò li
nes, ſecundùm æqualitatem partium dividere comparatus fuerit, ſecundus eft et
compofitus: poteft, non tamen uſque ad allem perveniat; ut quoniam ineſt illi
communis numerus præter monadi. Quid Media ter par De Arithmetica. mõnadicum,
id eſt, ternarius'numerus, qui no- fexta pars, duo:quarta pars,tria: tertia
pars,iii: vein menſurat terterni, et xv. ter quini. et duodecima pars unum; qui
oinnes aſſumpti fiunt xvi. Altera divifio, de paribios, do imparibues Indigens
nunerus eſt, qui et ipſe de paribus QuidIndigãs. numeris. deſcendit,
quantitatis fuæ ſummain partiuin in feriorem habet; ut viii. cujus medietas,
iiii: [ aut ſuperfluus. quarta pars, ii: octava pars, i; quæ fimul con gregatæ
partes fiunt vii. aut par eſt. < aut indigens.
Perfectus numerus eft, qui taten et ipfe de QuidPerfe Numerus. paribus
deſcendit: is dum par ſit, omnes partes aut impar. į aut perfectus. Taas ſimul
aſſumptas, æquales habet; ut vj. cu jus medietas, tria: tertia pars, ij: vj.
pars únum. Quid Sriper. Superfluus numerus eſt, qui deſcendit de pari- Qux
aſſumptæ partesfaciunt ipſum ſenariumnus fluis. bus, is dum par ſit, ſuperfluas
partes quantitatis merum fuæ habere videtur; ut xii, habetmedietatem vie. Geti
popolazione stanziata nella regione successivamente nota come Dacia, antica
Roma. 1leftarrow blue.svg Voce principale: Storia della Dacia. Geti era
il nome che veniva dato dagli scrittori pre-Romani alla popolazione stanziata
nella regione successivamente nota come Dacia, a centro nord dell'ultimo tratto
del Danubio, dove aveva gli inizi l’antica Bulgaria. I Geti erano parte
del gruppo di genti indoeuropee, forse parte della famiglia tracica; è
possibile che fossero tanto parte del popolo dei Daci o Tracchi, quanto che da
questi siano stati a un certo punto assorbiti. Per gli autori romani i termini
Daci e Gaetierano considerati in genere equivalenti, anche se Seneca indicava
Geti come gli abitanti delle pianure della Valacchia, mentre Stazio indicava i
Daci come gli abitanti dei territori montuosi e collinari della Transilvania;
inoltre distinguevano i Tyragetae, Geti stanziati vicino al fiume Nistro.
Storia Modifica Secondo Erodoto, i Geti erano "la più nobile e la più
giusta di tutte le tribù traciche". Quando i Persiani, guidati da Dario I,
attuarono una campagna contro gli Sciti, le varie popolazioni dei Balcani si
arresero al sovrano e lo lasciarono passare sui loro territori; solo i Geti
opposero resistenza. I Geti in seguito furono sconfitti da Alessandro Magno
sulle rive del Danubio, nel corso della sua campagna nei Balcani; in
quell'occasione, Alessandro per attraversare il Danubio si servì di zattere e
di piccole imbarcazioni di pescatori, sorprendendo circa 4000 Geti, attaccati
alle spalle, dopo aver attraversato il fiume. Religione Come ci tramanda
Erodoto, i Geti credevano nell'immortalità dell'anima e consideravano la morte
un mero cambio di paese: «Ecco in che consiste la loro fede
nell'immortalità. Essi credono di non morire, e che chi muore vada dal Demone
Salmoxis. Alcuni di essi chiamano questa stessa divinità Gebeleizi. Mandano
ogni cinque anni uno di loro tratto a sorte, come messo a Salmoxis, ogni volta
incaricandolo di recargli le loro richieste. Ed ecco come lo mandano. Alcuni,
che hanno quest'incarico, se ne stanno con tre giavellotti; mentre altri afferrano
le mani e i piedi dell'uomo che inviano, lo fanno ondeggiare, e lo scagliano in
alto verso le punte dei giavellotti. Se viene trafitto e muore, ritengono
propizia la Divinità; e se non muore, la colpa è del messo, che essi dichiarano
malvagio. Gli muovono quest'accusa, e ne mandano un altro, al quale danno,
mentre è ancora in vita, i loro incarichi.» (Erodoto, Storie) Erodoto
aggiunge anche che «Inoltre scagliano, questi stessi Traci, frecce
verso l'alto al cielo, contro il tuono e il fulmine, e minacciano quella
Divinità, perché ritengono che fuori del loro non vi sia alcun altro Dio.
(Erodoto, Storie) Accanto a Zalmoxis, un ruolo di rilievo tra le divinità gete
era attribuito a Gebeleixis. Il primo sacerdote godeva di una posizione
prominente in quanto rappresentante della divinità suprema, Zalmoxis, ed era
anche il consigliere del re. Giordane nella sua Getica, attribuiva a Deceneo il
titolo di sacerdote capo di Burebista. Seneca, Phedra. ^ Stazio, Silvae,
Giordane, Getica X, a cura di Mierow. Voci correlate Daci Dacia (regione
storica) Traci Geti, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
Portale Antica Roma: Storia della Dacia Daci popolazione indoeuropea
Dacia (regione storica) regione e regno dell'Europa orientale nel corso
dell'antichità classica. Then Cyrus, king of the Persians, after a long
interval of almost exactly six hundred and thirty years (as Pompeius Trogus
relates), waged an unsuccessful war against Tomyris, Queen of the Getae. Elated
by his victories in Asia, he strove to conquer the Getæ, whose queen, as I have
said, was Tomyris. Though she could have stopped the approach of Cyrus at the
river Araxes, yet she permitted him to cross, preferring to overcome him in
battle rather than to thwart him by advantage of position. And so she did.As
Cyrus approached, fortune at first so favored the Parthians that they slew the
son of Tomyris and most of the army. But when the battle was renewed, the Getae
and their queen defeated, conquered and overwhelmed the Parthians and took rich
plunder from them. There for the first time the race of the Goths saw silken
tents. After achieving this victory and winning so much booty from her enemies,
Queen Tomyris crossed over into that part of Moesia which is now called Lesser
Scythia--a name borrowed from great Scythia,--and built on the Moesian shore of
Pontus the city of Tomi, named after herself. Afterwards Darius, king of
the Persians, the son of Hystaspes, demanded in marriage the daughter of
Antyrus, king of the Goths, asking for her hand and at the same time making
threats in case they did not fulfil his wish. The Goths spurned this alliance
and brought his embassy to naught. Inflamed with anger because his offer had
been rejected, he led an army of seven hundred thousand armed men against them
and sought to avenge his wounded feelings by inflicting a public injury.
Crossing on boats covered with boards and joined like a bridge almost the whole
way from Chalcedon to Byzantium, he started for Thrace and Moesia. Later he
built a bridge over the Danube in like manner, but he was wearied by two brief
months of effort and lost eight thousand armed men among the Tapae. Then,
fearing the bridge over the Danube would be seized by his foes, he marched back
to Thrace in swift retreat, believing the land of Moesia would not be safe for
even a short sojourn there. After his death, his son Xerxes planned to avenge
his father's wrongs and so proceeded to undertake a war against the Goths with
seven hundred thousand of his own men and three hundred thousand armed
auxiliaries, twelve hundred ships of war and three thousand transports. But he
did not venture to try them in battle, being overawed by their unyielding
animosity. So he returned with his force just as he had come, and without
fighting a single battle. Then Philip, the father of Alexander the Great,
made alliance with the Goths and took to wife Medopa, the daughter of King
Gudila, so that he might render the kingdom of Macedon more secure by the help
of this marriage. It was at this time, as the historian Dio relates, that
Philip, suffering from need of money, determined to lead out his forces and
sack Odessus, a city of Moesia, which was then subject to the Goths by reason
of the neighboring city of Tomi. Thereupon those priests of the Goths that are
called the Holy Men suddenly opened the gates of Odessus and came forth to meet
them. They bore harps and were clad in snowy robes, and chanted in suppliant
strains to the gods of their fathers that they might be propitious and repel
the Macedonians. When the Macedonians saw them coming with such confidence to
meet them, they were astonished and, so to speak, the armed were terrified by
the unarmed. Straightway they broke the line they had formed for battle and not
only refrained from destroying the city, but even gave back those whom they had
captured outside by right of war. Then they made a truce and returned to their
own country. After a long time Sitalces, a famous leader of the Goths,
remembering this treacherous attempt, gathered a hundred and fifty thousand men
and made war upon the Athenians, fighting against Perdiccas, King of Macedon.
This Perdiccas had been left by Alexander as his successor to rule Athens by
hereditary right, when he drank his destruction at Babylon through the
treachery of an attendant. The Goths engaged in a great battle with him and
proved themselves to be the stronger. Thus in return for the wrong which the
Macedonians had long before committed in Moesia, the Goths overran Greece and
laid waste the whole of Macedonia. Nome compiuto: Cassiodoro. Cassiodoro
Bruzi. Bruzi. Keywords: dialettica, Squillace, i geti e i goti – teodorico,
eteodorico, virtu bellica, ardore guerriero, pagenesimo. Cassiodoro’s surname was Bruzi, from Brutti – he wrote a story of the
Goths, but he mistook them for the Bulgarians (geti, gotti). Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bruzi” – The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
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