LUIGI SPERANZA, "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO" A-Z C CA
Luigi Speranza -- Grice e Capua: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- filosofia romana – scuola
d’Avellino – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Bagnoli
Irpino). Filosofo campanese. Filosofo italiano. Bagnoli Irpino, Avellino,
Campania. Grice: “I like Capua – from the middle of nowhere – Lago Laceno – he
founds an “Accademia degl’Investiganti” in Capri! To philosophise!” Vestigia
lustrat, i.e. even in dreams the hound follows the trace of the hare!” -- Impegnato
nella ricerca e nella sperimentazione, in antitesi ai vecchi capiscuola come
Aristotele, Ippocrate, Galeno ed altri, è a capo di un'accademia dal nome gl’investiganti.
Pubblica il "Parere", sostenendo le idee di chi oppone la ricerca
medica e scientifica al sapere della tradizione. Nacque a Villa Capua, in
Via Carpine, da Cesare e Giovanna Bruno. Nonostante la famiglia fosse
facoltosa, non gli venne assegnato un precettore che lo seguisse negli studi
oltre le basi grammaticali. Ad ogni modo, si dedica con passione, sin da
giovanissimo, all'approfondimento del latino, del greco e della retorica. Persi
entrambi i genitori e dovette cominciare a provvedere da sé alla sua
educazione. Trasferitosi a Napoli per seguire la sorella, frequenta la scuola
dei padri della Compagnia di Gesù. Impara le Istituzioni di Giustiniano,
leggendo al tempo stesso anche le osservazioni di Giacomo Cuiacio, testi che
segnarono profondamente la sua formazione, come è evidente in vari passaggi del
suo "Parere" e nelle sue "Lezioni intorno alla natura delle
mofete". Si laurea e fa ritorno a
Bagnoli, con l’intenzione di approfondire le sue conoscenze naturali ed
anatomiche, effettuando osservazioni dirette su animali vivi sezionati e con il
supporto di testi reperiti a Napoli. Proprio in quegli anni prese forma il suo
pensiero critico circa l'inadeguatezza del metodo della filosofia. Degli anni
di ritiro a Bagnoli non abbiamo ulteriori notizie biografiche. Amenta, autore
di una sua biografia, ci riferisce anche di una certa attività letteraria,
collocabile in questo periodo, di cui, tuttavia, non ci è giunta testimonianza.
I suoi testi furono rubati mentre era in viaggio verso Napoli. Si
trasferì definitivamente in Napoli. Probabilmente il suo trasferimento fu
favorito dalla presenza a Napoli di Cornelio, suo amico, il quale vantava una
lunga preparazione alla scuola galileiana e indirizza Di Capua alla ricerca
scientifica nella linea segnata da Galilei e da Cartesio, protagonisti della
rivoluzione che la filosofia sperimentale portava all'interno di una cultura
legata al passato e in cui vigeva la legge dell'"ipse dixit". Sulla
scia di questo fervore intellettuale, fonda insieme a Cornelio, e Borelli
Gl’Investiganti, gruppo di gioco filosofica di neta ispirazione anti0aristotelica.
La sua casa fu spesso luogo, ad ogni modo, di incontri tra gli intellettuali
napoletani che facevano capo agl’Investiganti. Ottenne il riconoscimento dal
Principe Francesco Carafa, di essere iscritto all'Arcadia di Roma, con il nome
di Alessi Cillenio. Tale riconoscimento scaturisce dalla fama e dall'operosità
scientifica che ottenne non solo a Napoli, ma in tutta Italia. A causa del suo
ruolo di spicco all'interno dell'Accademia e della pubblicazione della sua
opera più celebre, il "Parere", e coinvolto nel processo agl’ateisti che
fu da molti visto come un processo indetto dal tribunale dell'Inquisizione per
contrastare il diffondersi delle nuove idee in ambito scientifico e filosofico.
Il processo era ancora aperto quando morì. Fu un professionista scrupoloso e un
illustre innovatore scientifico nello scenario culturale napoletano della
seconda metà del Seicento. Egli dimostrò notevole interesse per le dispute
galileiane e i processi contro lo scienziato pisano, che in quegli anni erano
al centro delle cronache del mondo politico, religioso e scientifico. In quel
periodo Di Capua era anche interessato al pensiero di Bruno, Campanella e Porta,
ma soprattutto era affascinato dalle novità scientifiche a cui lo introdusse il
suo amico Cornelio, riguardanti i libri e le pubblicazioni dei principali
scienziati e filosofi italiani ed europei come Bacone, Cartesio, Harvey,
Hobbes, Gassendi, Samert, Hooke, Willis, Boyle. Tra Cornelio e C. sorse
una solida amicizia basata su ideali comuni: entrambi non condividevano né
l'autoritarismo aristotelico né le vecchie teorie di Ippocrate e di Galeno.
Dello stesso pensiero era Borelli, medico fisico e matematico, ammiratore,
anche lui, del metodo di GALILEI. Infatti lo sperimentalismo galileiano,
basilare nell'attività dell'Accademia del Cimento, influenzò e si congiunse con
l'attivismo speculativo degli Investiganti napoletani. L'ambiente
culturale napoletano era dunque vivo e attivo e le librerie di via San Biagio
dei Librai divennero centri di raduno intellettuale, in cui si discuteva sulle
novità di fisica, astronomia, filosofia e medicina. C., ancora prima della
fondazione dell'Accademia degli Investiganti, aveva già incominciato a contribuire
al risorgere della cultura napoletana, partecipando attivamente alle riunioni e
ai circoli culturali sorti a Napoli nella seconda metà del Seicento, tra cui
quello fondato da Camillo Colonna. In un’ottica del tutto contrastante alla
Controriforma della Chiesa cattolica che da circa cinquanta anni aveva preso
piede, Napoli diventa il centro della vita letteraria e delle attività
scientifico filosofiche, spostando l'attenzione da Firenze a Napoli: si passa
dal Cimento e dai Lincei agli Investiganti, dalle Accademie fiorentine e romane
a quella napoletana. Si forma quindi in questa “nuova” Napoli, sotto lo
stimolo, l'esempio e l'amicizia di Cornelio e Borelli, i quali, durante i loro
viaggi, erano stati illuminati dall’ “Accademie des Sciences” di Parigi e la
“Royal Society” di Londra. È in questo contesto culturale che ‘Il Parere”
richiama l’attenzione di Redi. Lui e Redi erano entrambi scienziati,
intellettuali, accaniti osservatori della natura; tutti e due seguivano il
metodo sperimentale secondo lo spirito galileiano. Redi scrisse a C. una
lettera dopo aver letto le sue "Lezioni sulla natura delle mofete",
in cui gli manifesta tutta la sua stima e ammirazione. Redi fu il primo ad
effettuare ricerche sul cancro e sulla parassitologia. L’ammirazione che
provava nei confronti del C. era la dimostrazione che quest’ultimo era inserito
nell'élite culturale italiana del tempo, anche al di fuori del circuito
napoletano, fino al punto che la Regina Maria Cristina di Svezia si interessò
vivamente a lui e alle sue idee, comunicandogli il desiderio di conoscere con
maggiore chiarezza ed approfondimenti il suo parere sullo stato dell’incertezza
della medicina. Scrisse allora i “Tre Ragionamenti sull'Incertezza dei
Medicamenti”. Nelle sue pubblicazioni non fa menzione di Vico, suo devoto
alunno, probabilmente in quanto al momento della sua morte il Vico aveva
soltanto 25 anni. Quindi non aveva avuto modo di intuire le capacità
intellettuali di VICO, il suo genio raziocinante di storico e di filosofo.
Certamente Vico fu influenzato dalle idee e dalle teorie di C., che affiorano
in alcune orazioni giovanili vichiane (il concetto della divinità presente in
tutta la natura). Vico, di natura solitaria, fu molto sensibile alle novità
scientifiche e filosofiche del tempo, partecipa al movimento culturale napoletano
e frequenta la casa C., che considerava il suo ideale maestro. C.,
Cornelio, Andrea, e Borelli fondano a Napoli “Gli’Investiganti”insieme ad altre
illustri personalità del mondo scientifico filosofico napoletano.
Gl’Investiganti sorgeno in uno scenario di fervore intellettuale nuovo,
dall'esigenza, quindi, di allontanarsi dalla filosofia aristotelica e dalle
teorie di Ippocrate e di Galeno, per abbracciare le nuove teorie
rivoluzionarie. Il motto degl’Investiganti e una citazione di LUCREZIO:
"vestigia lustrat" seguito dall'immagine di un cane che segue le
tracce e fiuta le impronte, rappresentando a pieno lo sforzo degl’nvestiganti
nella ricerca delle cause alla base dei fenomeni naturali. L'Accademia fu
chiusa per la peste. Venne riaperta dal marchese Andrea Conclubet, spinta da
una nuova energia vitale: superare l'arretratezza culturale del paese per
mettersi al passo con gli altri Stati europei. Gli investiganti si riunivano
ogni 20 giorni e non si limitavano alla discussione dei vari argomenti, ma
anche alla sperimentazione proprio come gli accademici della Royal Society di
Londra e del Cimento. Alla riapertura dell'Accademia, quindi, le prime lezioni
furono tenute dal C. su argomenti di natura scientifica. Altre lezioni ebbero
come argomento l'anima, la fisiologia e l'embriologia. Si eseguirono anche
esperimenti di fisica, meccanica e idromeccanica in situ, cioè nei luoghi dove
certi fenomeni si verificavano (per esempio nella grotta del cane di Pozzuoli,
nota per i fenomeni mefitici). Le nuove teorie degli Investiganti determinarono
una reazione nel mondo del conservatorismo gesuitico, che sfociò nella
fondazione di un'Accademia antagonista: l'"Accademia dei
Discordanti", guidata dai famosi medici Pignatari e Tozzi. Quest'ultimo fu
primo medico del Regno di Napoli, professore alla Sapienza e in seguito alla
morte di Malpighi gli venne affidata la carica di archiatra pontificio. Da
allora i contrasti tra le due Accademie si moltiplicarono a tal punto che il
viceré Pedro Antonio de Aragón dispose di chiudere entrambe le Accademie. In
seguito riapre una sua scuola, dando prova della sua convinzione sulla
fondatezza delle sue teorie e sul desiderio di trasmettere queste verità agli
alunni. Questo periodo rappresenta un momento di massima notorietà del pensiero
culturale a capo di C., tanto che, il viceré spagnolo Faiardo indisse un
congresso, in cui diversi medici dovettero esprimere il proprio parere per ciò
che concerne lo stato delle teorie medico scientifiche oggetto di disputa. Fu
così che, in occasione del convegno, Dcompose il suo "Parere Divisato in
otto ragionamenti..", che ottenne notevoli riconoscimenti oscurando il
conservatorismo cattolico dei suoi detrattori. Nonostante il Seicento, secolo
del barocco, avesse come personaggio di spicco a Napoli Marino, ritenuto dai
suoi contemporanei un genio poetico di grandezza insuperabile, si dichiara
nettamente anti-marinista, in quanto la sua mentalità era di natura critica,
analitica e scientifica. Si forma nel pieno delle dispute letterarie tra
marinisti e tradizionalisti di stampo petrarchista. In quell'epoca predomina il
trecentismo linguistico, perorato da Bembo e codificato dalla Crusca, che
Salviati detta e di cui nel solo Seicento esistevano ben 3 edizioni. La
notorietà, l'autorità, il peso culturale di questo nuovo dogma della lingua
italiana ebbe una notevole presa su C. grazie anche alla sua predilezione
per la poesia di Petrarca. Poiché i petrarchisti sono considerati “antiquari”
dai marinisti, lui stesso venne etichettato come un antiquario, in quanto
purista linguistico e seguace della tradizione dei dettami della Crusca. Di
fatto, tuttavia, egli sosteneva principi rivoluzionari di scienza, seppur mediati
da un linguaggio ormai arcaico. Tuttavia a Napoli, nella seconda metà del
Seicento, si afferma intorno a lui un movimento puristico, a tendenza
arcaicizzante che esercitò il suo influsso anche su VICO. Questo sottolinea il
suo aspetto conservatore, riferito esclusivamente al linguaggio da lui usato,
tipico del purismo letterario petrarchesco. In contrasto con questo
atteggiamento letterario antiquario, fu senza dubbio un rivoluzionario in
ambito scientifico nello scenario culturale napoletano. La sua produzione
filosofica è, dunque, caratterizzata nel complesso da una forte contraddizione
tra il nuovo del suo pensiero scientifico ed il vecchio o antico della lingua
da lui scelta. La sua oè costituita da duemila sonetti, due tragedie ("Il
martirio di Santa Tecla" e "Il martirio di Santa Caterina"), alcune
commedie, una favola a sfondo idilliaco e altri scritti filosofici vari. Di questa produzione non abbiamo
testimonianza a causa del furto subito da lui in viaggio verso Napoli. I
sonetti, tanto nella forma quanto nel contenuto, sono di imitazione
petrarchesca. La stesura di questi ultimi, inoltre, è collocabile al periodo
dell'adolescenza e, pur non potendolo affermare con certezza, è lecito intuire
che la sua cosiddetta produzione non abbia potuto assurgere ad alte cime,
considerata anche la sua indole disposta più allo studio dei fenomeni e al
razionalismo che all'aspetto psicologico o ai fattori emotivi. Le opere
drammatiche sono, al contrario, ispirate al modello di Porta. Il Parere divisato
in otto ragionamenti è indubbiamente la sua opera più importante, pubblicata a
Napoli, ristampata con le Lezioni intorno alle mofete. In questo testo parte
dalla pretesa di dimostrare quanto vana, quanto priva di ogni salda dottrina
fosse la filosofia di Aristotele, rivendicando un rinnovamento culturale, un
bisogno di liberarsi dagli eccessi del potere politico ed ideologico di alcune
posizioni. Proprio a causa di questo spirito di rivolta rintracciabile nel
testo fu intentato un processo contro lui da parte dei Gesuiti, capitanati da Benedictis,
che si svolse a Napoli. Nel Parere, tuttavia, più che negare il pensiero di
Aristotele nel campo della conoscenza, intende contestare l'atteggiamento di
coloro che ne avevano adottato in maniera eccessivamente pedissequa il metodo.
La posizione da lui presa è tutta in favore della rivalutazione delle scienze e
di un approccio nei confronti di queste che non sia statico, bensì critico
anche nei confronti della tradizione. La medicina in particolare è una scienza
che non può fondarsi, a suo parere, su nozioni incontestabili, ma deve
piuttosto essere costantemente messa in discussione, pur mantenendosi nei limiti
dell'esperienza e della debole ragione. Nell'opera, comprensiva di otto
ragionamenti, viene anche delineata la figura ideale del "buon filosofo",
il quale deve essere allo stesso tempo anche amante della filosofia e buon conoscitore
della geometria. Agli otto ragionamenti aggiunse un'appendice al
"Parere": "L’incertezza". In entrambe le opere Di Capua
finisce con il constatare lo stato dubbioso tanto della conoscenza e come
proprio il loro caratteristico elemento di imprevedibilità, anche in quanto
soggette agli elementi umani, rendano impossibile una conoscenza del tutto obiettiva.
Le Lezioni sulla natura delle mofete riprendeno i concetti già esposti nel
"Parere" sull'aria, concepita come anima dell'universo. Anche nella
descrizione e nello studio delle mofete, fenomeni naturali caratterizzati
dall'uscita di anidride carbonica, vapore acqueo e altri gas da terreni di
origine vulcanica, rivela le sue attitudini alla razionalità, alla
dimostrazione obiettiva di ogni evento fisico, sostenendo come la conoscenza di
un fenomeno debba essere fondata sul metodo sperimentale. Altra opera
pubblicata a Napoli e una biografia del condottiero Andrea Cantelmo, il quale
milita nell'esercito di Ferdinando II D'Austria e a cui veniva attribuita
l'invenzione delle mine volanti e di un tipo di pistola a ripetizione con 25
colpi. La biografia diventa il pretesto per l'autore per far affiorare la sua
concezione sull'individuo, sull'uomo, sui giochi della fortuna, sulla
dialettica tra gli avvenimenti storici riguardanti l'uomo come personalità
unica ed individuale e l'intreccio dello svolgimento degli eventi. Rogatis,
Cenni biografici degli uomini illustri di Bagnoli Irpina. Carmine Jannaco
Martino Capucci, Storia letteraria d'Italia (F. Vallardi, Milano, Piccin nuova
libraria, Padova); Puppo, Discussioni linguistiche del Seicento, POMBA,
Torino). “Parere di C. divisato in VIII ragionamenti, ne' quali partitamente
narrandosi l'origine, e'l progresso della medicina, chiaramente l'incertezza della
medesima si fa manifesta” (Antonio Bulifon, Napoli); Amenta, Vita di C.,
Venezia). Niccolò Amenta, Vita di C. detto fra gli Arcadi Alcesto Cilleneo”
(Venezia). Badaloni, Introduzione a Vico, Laterza, Roma; Bari); Cotugno, La
sorte di Vico e le polemiche scientifiche e letter.; R. Ospizio V. E.,
Giovinazzo. Salvo Mastellone, Pensiero politico e vita culturale a Napoli, D'Anna
editore, Messina-Firenze); Maturi, Nicolini, La giovinezza di Vico; saggio
biografico, Napoli); Minieri Riccio, Cenno storico delle Accademie fiorite
nella città di Napoli, Bologna); Osbat, L'Inquisizione a Napoli. Il processo
agli ateisti, Edizioni di storia e letteratura, Roma); Amedeo Quondam,
"Minima dandreiana: prima ricognizione sul testo delle
"risposte" di F. d'Andrea a Benedetto Aletino" in Rivista
storica italiana, Napoli); Reppucci, Saggio monografico su C.,
scienziato-medico-filosofo bagnolese (Circolo Sociale "Leonardo di
Capua", Bagnoli Irpino). Dizionario Biografico degli italiani. Vico,
Autobiografia, a cura di Croce Bari (Edizioni Pauline, Milano).Capua's “parere”
is just that: an opinion -- in response to a specific request by the Viceroy
and the Consiglio Collaterale put to a
group of prominent Neapolitans for counsel on a legal regulatory policy. C.'s attack on Aristotelian discursive modes seems simple, ordinary
Aristotle-bashing. C. maintains a theoretical investment in the anima. This is
not a recuperation, or a conscious continuation, of Aristotle on Capua's part.
Capua wishes to protect philosophy from a mechanical application of a logical
technique, and also from a premature, reductionist applications of the beast or
the machine metaphor. Aristotle offers a biological concept of the soul as the
first actuality of life, the principle of life. C., Il suo parere, divisato in otto
ragionamenti, ne’ quali partitamente narrando l’origine, e'l progretto della
filosofia, chiaramente l'incertezza della medesima si sta manifefta. Napoli, Bulison
Columa de Superiori. 1” All'illustrissimo, ed eccellentissimo signore LCTEA
CARRAFA, principe di Belvedere, marchese d'Anzi, &c. On avendo io cosa, eccellentissimo
signor mio, che m'abbia in più pregio di quel che so la padronanza vostra,
cerco per quanto posso di farla palese a ciascuno, sicome altri fa il possedimento
delle cose più care, e preziose, ch'egli s’abbia, o per sua industria, o per
fortuna acquistate. Ho pensato dunque, che a ciò fare io non potrei avere
migliore opportunità di questa che mi porge il presente saggio filosofico, che
per mia gran vençura essendomi capitato alle mani, ho preso a far istampa re,
s'io il mettesli fuori sotto il nome vostro, La scrittura veramente a giudicio
di voi medesimo, e d'ogn altr'huomo intendente è tale, che agevolmente posso da
lei promettertii il fine, che m'ho proposto; im perciocchè ben tosto n'andrà
ella per le mani delle persone di miglior giudicio nelle buone letiere, sì per
per ta cognizione, che s'ha dell'autore di lei, doa vunque ha di quelli, che se
ne dilectano, sì perch' ella il vale, per l'eloquenza, e doctrina, di che si ve
de ripiena: oltre all'autorità, e fama, che le si accrescerà dall'istesso nome
vostro ch'ella porta seco. Poichè possiam dire, che poche sono quelle parti
d'Europa, ove non s'abbia conrezza di voi, e delle vostre egregie qualità, o
per la fama, o per la presenza di voi; ma che quasi tuttele havete cerche colle
lunghe, e laudevoli peregrinazioni, le quali in quella guisa, che da voi sono state
fatte, sidebbono riporre fra quegli studj, con che vi siete sempre ingegnato, e
v'è venuto fatto d'aprirvi la strada all’intera cognizione delle umane cose, e
d'accrescere con le doti dell'animo, e dell'ingegno lo splendore ch'avete
ereditato da'vostri maggiori. Oltre a ciò non doveva questa scrittura venirne
fuori sotto altro nome che'l vostro: mentre, e la stima, che voi fate
dell'autore di essa, e l'affezione, che gli portate, sicome fare ancora a
ogn'altro huomo letterato e l'antica dimestichezza, ch'egli ha con esso voi il
richiedeano. Ricevete dunque il presente dono, ch'io viso di questo saggio, o
per più vero dire, della picciola parte, ch'io ho in quello, per l'opera da me
polta in farlo stampare, con l'usata vostra umanità in segno dell'osservanza ch'io
viporto. E pre go Iddio, ch'avanzi in bene ogni vostro desiderio; e alla buona vostra
mercè umilmente mi raccomando. Di V. E, Umilissimo Servidore. Giacomo Raillar
D. Carlo Buragna; a'Lettori. E Gli sono già alcuni mesi pasati, che d'ordine
del Signor Vicerè fu tenuto consiglio da alcuni filosofi di metter qualche
compenso agl’abusi ed errori, che tutta via si commettono nella filosofia. E dopo
qualche ragionamenti intorno a cotal bisogna avuti, divisarono eglino, che per
potere con piis loro acconcio esaminar le ragioni, e i pareri proposti, e da
proporsi, ciascuno doveſſe mettere in iscritto il suo. Perchè convenne a C. che
e uno de’chiamati a questa adunanza scrivere il parer suo intorno a cotal
materia; e parendo a lui, che ciò non si potesse fare acconciamente, senza considerare
innanzi tratto, e riandar con diligenza la natura della cosa, che s'aveva a
trattare, cioè della filosofia. Sì il fa egli con tanta dottrina, eloquenza ed
erudizione, che, ejfendo il suo scritto venuto al le mani d'alcuni huomini
letterati, e altri amici di lui, par ve loro dettato più tosto per l'universalità
di coloro, che fi dilettano delle bettere piie esquisite, che per haversi egli
awe rimanere fra i termini d'una picciola, e privata compagnia. Comechè
l'autore di quello non s'avesse nello scrivere proposto altro fine, che di soddisfare
al carico da quella impostogli. Stimarono dunque coſtoro, che fosse una tale scrittura
dameia ter in luce per mezzo delle stampe: e tanto fecero, che alla per fine
persuaſero C. a farne loro copia, e a contentarſi, che si stampase almen queſta
delle molte, e diverſe opere fue, ch' egli tieneappreffo di fe. E in ciò non
pure ebbero eglino riguardo al piacere, che ſarannoper prender i doe tine i
curioſi della lettura di queſto scritto, ma all'utile an che ne può riſultare a
ogni forte di perſone, e spezialmente agl’avveduti, e giudiciofi ragguardatori
delle cofe. Poichè, vedendo eglino la varietà delle opinioni, e delle Seite, e
le diverſe, eSpelle volte contrarie guise del filosofare, che fra i filosofi di
tempo in tempo fonvenute sì, anche ſenza entrar coʻfilosofanti in più sottili speculazioni,
potranno age volmente accorgerſi, con quanta ragione altri Àfaccia a cre Bere D
1 grand 4 derë, o voglia dare a vedere, che una profeffione perfefef ſa cosè
dubbiosa e incerta ha in se dottrina, o principi, ſu i quali altri pola porre
alcuno ſtabile fondamento;e quan to fa pericoloſa coſa il vederſi nelle mani di
coloro, che così fi danno ad intendere, espezialmente dove ne va la filosofia.
Oltre a questo, chi non vede di quanto frutto può rium scire queſto scritto a’
filosofi, che danno opera alla filosofia? mentre dalla fola lettura di lui
potranno efi per avventura apparar più di ciò, che alla cognizione della natura
di lei s'appartiene, che non farebbono col rivolgere tutt'ora i volumi de'più
riputati, e solenni maestri di quella: e accorger fi a un'ora qual via
nell'impreſa del filosofare ſi vuol tener da colui, che laſciate andarele
giunterie, e le ciance, intende Secondochè la condizined'untal mestiere
comporta, faronore a fe, e giovamento agli infermialla ſua cura commeſſi. Ne
meno faranno efli, e ciaſcun'altro, che attende a’migliori ljudj, per vedere
apertamente quanti, e nella filosofia, e nell'altre Scienze ci sono ſtati, e
fono di quelli, che fi vanno ſtillando il cervello pur dietro a quello, che o
norciès o pure non ſi ritro va; e, come dile il noſtro Alighieri, Trattando
l'ombre, come cosa falda. Maſenza, che Io mi diſtenda più oltre in voler
dimoſtrares chente, e quale, e quanto profittevole, e dotta fi fia queſta
ſcrittura, a ſufficienza il lettore ſol potrà egli vedere di ſe: e come anche
non eſſendo ella fata dettata a fine d'averſe a divolgare, non per queſto
rimane, ch'ella non corriſponda al la fama dell'ciutore di efsa, e all'opinione,
che portanodi lui gli huomini più intendenti, e giudiciof. Sta ſano. EMINENTISSIMO
SIGNORE Antonio Bulifon espone a V. Em. come deſidera darë alle ſtampe un saggio
da C. intitolato “Il mio parere intorno alle cose della filosofia”, per ciò
ſupplica V. Em.commetterne la reviſione a chi me glio parerà all’Enı.V.ut Deus,
et c. N Congregatione habita coram Eminentiſſimo Domino Cardinali Caracciolo
Archiepiſcopo Neapolitano ſub die 3. O &tobris 1679. fuit dictum, quod
R.P.Franciſcus Verciulli Soc. Ieſu revideat, et in ſcriptis referat eidem
Congregationis. MENATTVS VIC. GEN. Iofeph Imp. Soc. Iefu Theol.Eminentiſs.
EMINENTISSIMO SIGNORE. O letto per comandamento di V. Emin. il libro del Si
gnor Lionardo di Capoa: intitolato Parere intor noalla medicina, ne vi ho
ritrovato coſa alcuna contraria alla dottrina della Fede, overo a' buoni
coſtumi. Per queſto lo giudico degno di ſtapa, per pubblica utilità, e per
ammaeſtramento degl' ingegni curioſi di recondita, e fruttuosa filosofia. HE
Dell'Em. V. Antico, umilifs. Servo Franceſco Verciulli della Comp.di Giesi. N
Eminentiſs. Dom. Cardinali Caracciolo Archiepiſcopo Neapolitano fuit dictum,
quod ſtante relatione (upra ſcripti Reviſoris, imprimatur MEN ATTVS VI C. GEN.
1 Iofeph Imp. Soc. Ieſu Theol. Eminentifs. 1 ECCELLENTISSIMO SIGNORE A Ntonio
Bulifon eſponea V. E. come deſidera dare alle ſtampe uno ſcritto intitolato
Parere del sig. Lionardo diCapoa, intorno alle coſe della medicina, perciò
ſupplica V.E.commetterne la reviſione a chi meglio parerà a V.E. ut Deus, et c.
Magnificus Michael Biancardi videat, &inferiptis referai. CARRILLO REG.
CALA REG. SORIA REG. Proviſum per Suam Excell. Neap. dic 4. Aprilis 1680.
Maſtellonus. ECCELLENTISSIMO SIGNORE PA Er obedire a'comandidi V. E. ho letto
il libro intitola to Parere del sig. Lionardo di Capoa,intorno alle cose della
inedicina, e perchè in eſſo non ho ritrovato coſa contraddicciite alle Regie
giuriſdizioni, giudico poterli dare alle ſtampe,fe cosi reſterà V.E. ſervita.
In Nap. 16. Maggio 1680 DiV.E. Devotifs. Servidore ! Michele Biancardi Viſa
ſupraſcripta relatione, iinprimatur, et in publicatione fervetur Regia
Pragmatica CARRILLO REG. CALA REG. SORIA REG. Maſtellonus RA: 8CMA 220 GLI non hàveramente impreſa, o Signo
ri, che più ragguardevole comparir faccia la maeſtà d'un prudente, e valoroso principe,
quanto l'adoperar sì col ſenno, e colla mano, che i popoli alla ſua cura
commeſſi non vengano da ſtraniero ferro aſſaliti, o ſenza vendetta miſeramente
oltraggiati. Ma non è opera per mio avviſo men laudevole, e generoſa il render
loro poi ſicuri da gl'inganni de’dimeſtici nimici;i quali al lora più
gravemente nuocer ſogliono,quando ſotto il vela mo della benivolenza,edella
carità aftutiffimamente ſi cuo prono; e ch’infingendoſi tutti umani, e
compaſſionevoli al l'altrui fciagure, tendon poi loro sì inſidioſilacciuoli,
che rade volte,o non mai ſenza mortale offeſa ſchifar ſi poſſo no. E nel vero,
che monterebbe eglimai l'uſcir talvo, e ſicuro da' manifeſti riſchi della
guerra ad huom, che poi nella tranquillità della pace,in tanto più
acerbi,quanto più naſcoſi pericoli inavvedutamente cader doveſſe? Anzi queſti
di tanta maggior compalfione degno ſarebbe, quáto più gravi, e più dure, e
lagrimevoli da giudicar ſono le А ſven Ragionameñto Primo ſventure di quella
nave, che ſcampata da più alti mari, giunta poi in bocca del porto
miſerabilmente virompe. Perchè non mai a baſtanza potrà commendarſi il pietoſo,
e faggio avvedimento - del noſtro Eccellentiſſimo Signor Vicerè; il quale
auendo con maraviglioſa, e incredibile felicità il primo ottimamente compiuto;
e reſi vani gl'in tendimenti, e gli sforzi di quelle armate, che ſuperbe, e
crudeli infeſtando i mari, e le terre, ad ogn'or di ſangue, e di fuoco ne
minacciavano; e ſgombrate ſimigliantemen te le fchiere de gli sbanditi, e de
gliſcherani, che le ſtrade tutte, ei contadi ſcorrendo il noftro Regno
malmenavano; ora con ogni ſtudio, e diligenza và riparando, che non ſia mo aman
ſalva nell'avere,e nella perſona miſerabilmente oltraggiati per lomal'uſo della
filosofia. La quale per ciocchè a ciaſcun forſe abbiſogna, ſicome ove ſia
infra’li miti mantenuta della ſperienza, e della noſtra comeche debil ragione,
eſſer puote per avventura di qualche giova mcnto al comune: così allo incontro
s'egli mai avvien, che fi torca à ſiniſtro cammino, affai più delle malattie mede
fime dannofa fi ſperimenta, e nocevole al genere umano. Nè prima alla notizia
di lui gl’infelici avvenimenti d'alcu ni infermi fon pervenuti, per li quali le
Chimiche medici ne forte s’accagionavano, ch'eglitantoſto ne impone, che per
noi con minuta diligenza li cerchi ogni modo più op portuno da potervi dar
riparo: e inſieme di preſcrivere a Medici, ove faccia meſtiere, certe, ſicure,
e falde regole nel loro operare. Ma io quantunque voltemeco penſando riguardo
quan te, e quali ſian le malagevolezze d’un tale affare, tante fra me mcdeſimo
confuſo oltre modo, e fofpeſo rimango;per ciocchè, o che ficome in tutt'altre
biſogne di gran conſide razione interviene, o che natura di tal'arte nol
patiſca, du ro molto, e malagevol ſembra il dar legge alle coſe a quel la
appartenenti. Perchè amerci più toſto ſenz'altro fare, tacendo di non darmene
briga, ſe non fapelli, ch’in sì fat ta maniera contravvcrrei a ' comandamenti
di colui, icui senni,non che le richicke debbo di preſente, ſenza replica
alcuna, e con ſomma venerazione ſeguire; da' quali ſol moſſo, ed anche dal
giovamento, ch'alla mia patria ne po trebbe forſe avvenire, volentieri, e di
grado mi vilaſcierò entrare. Ed acciocchè ogni diliberazione, o partito,
ch'intorno a ciò ſia da prendere, a vano, ed inutil fine affatto non rie ſca,
tutte le forze del mio deboliflimo intendimento im piegherovvi; diviſando in
prima le malagevolezze, in cui di leggier s'avvengono non che Principi, o
Maeſtrati; ma FILOSOFI ancora, comechè faggi, e intendentiſſimi in dare ſtabili,
e certe leggi alla Medicina; eſſendo fommamente una tal'arte di ſua natura
incerta, e dubbitoſa, ed incoſtan te. Indi poi pian piano, e con diſcreto
avviſo più adden tro facendoci,ilmodo proporremo, col quale quanto law natura
della coſa comporti, un buon Medico, ed un mi glior Chimico far ſi poſſa. Ne
altro provvediméto intorno a ciò al preſente mi ſovviene, che valevole, ed a
propoſito ſia per riparare alle perpetue, e quaſi fatali calamità della filosofia.
E per cominciare dalle memorie più antiche, laſciando da parte ftare quanto
poco duraſſe in India, in Babilonia, edin Afiria quel lor diviſo di dover
allogure gl'infermi nelle più uſate contrade e della Terra, perche fuffer cura
ti da’ viandanti; nell'Egitto là, dove l'arti tutte, e i più no bili ſtudj
nacquero in prima, e fiorirono, ſolamente a’Rè, ed a' Sacerdoti, ed a pochi
Baroni d'alto affare ilmedicar gl'infermi era conceduto; onde da Manetone fra'
Medici d'altiffimo fapere annoverati furono Antotide ſecondo Rè della prima
dinaſtia de'Tiniti, il quale laſciò ſcritti alquan ti libri di notomia: e
Tofortro Rè della terza dinaſtia, la qual’era de'Menfitani. Ma poi tratto
tratto cotal meſtiere con tutti s'accomunò, eziandio colla minuta plebe; e tan
to il numero de' Medici s'accrebbe, che ben per ciaſcun male era il particolar
Medico ſtabilito, che ad altro malo re non dovea por mano, come ne dà
teftimonianza Erodo. to della Greca Iſtoria padre, con queſte parole:; dè
intpoxaj A κατα: 1 2 I Strab. lib. 3.8. 16.
κατι δέ σφι δέδασε μιής νούσου έκασG- ιησος, και ου πλεόνων» παντού δ '
ιητών επί σλέα.οι μενεγαρ οφθαλμών Ιητοί κατεσέασι, οι δε κεφαλής, οι δε
όδόντων, οι δε τών και νηδήν, οι δε των αφανέων νούσων, cioc fala Medicina appo
loro divifaeflendo per ogni malore, e nongià per più il ſuo Medico:
Ondetuttoilpaeſe vien da Medicin gombro,perocchè altri curano gli occhi, altri
il capo, altri i denti, altri le parti del ventre, e altri i mali interni, e na
Scofi. Rimaſa poi in man ſolamente delle private perſones non ſi può creder di
leggieri, quanto cadendo dal ſuo pri mo ſplendore l'Egiziaca medicina cangiolli
per l'infingar dia, ed ignoranza de' novelli Medici, iquali eran di così poco
talento, che come dice ilteſtè mentovato Erodoto, i primi della Corte del gran
Rè della Perſia, allorche a co ſtui gli ſi era dislogato ilpiè, non pur no’l
ſepper guarire, ma coʻloro argomenti a peſſimo ſtato il riduſlero. Perchè
ſicome ſenza fallo è da credere, fù a’Medici, come narra Diodoro, nell'Egitto
per legge vietato il traviar da’coman damenti degli antichi Maeſtri, a' quali
ſe alcun contrave gnendo interveniva, che piggiorato ne foſſe lo infermo, n'era
perciò acerbamente punito,xq'v Teis ex tās iegãs 616nou νόμοις
αναγινοσκουμένοις ακολουθήσαντες αδυνατήσωσι σώσαι τον κά. μνοντα,αθώοι παντός
εγκλήματG- απολυόνται.εαν δε παρά το γεραμ μένα ποιήσωσι, θανάτου κρίσιν
υπομένεσιν. Εnel vero fu non po ca fortuna di Galieno (per tacere al preſente
d'Ippocrate, e d'altri) il non eſſer egli nato à que'tempi,ed in quc'paeſi;
perocchè non così agevolmente n'avrebbe ſchivata la pe na, ſe quaſi ad onta
della reverenda autorità di tal legge oso pur dire quette parole: ου
γαρΙπποκράτης μόνον, αλακαν τοϊς άλλους παλαιούς, ουχ απλώς οίς αν είσαι τίς
αυτών πυρεύω βασανίζω δε και αυτός τη τεπείρα, και ταλόγω. ciοε, πότερον αληθές
εςιν, ή fèuda ö yayçá Daci, Io ciò offervo non ſolamente negli ſcritti
d'Ippocrate, ma in tutt'aliri libri de gli antichi; che non così di leggieri
foglio commendare ciò che ciaſcun di loro ne aveſſe laſciato ſcritto;maprima il
vò ben’io ejjaminando colla Sperienza, e colla ragione,ſe vero, o falfo fifia;ſe
pure egli, che valente maeſtro di loica era, per iſchermirfi non aveſſe tali
chioſe fatte in su gli ſcritti de gli antichi, e tanto i lor ſentimenti
ſtravolti, ed avviluppati, finche paruti fof ſer conformi a ciò che più gli era
a grado. Coſtuina, che più di ogni altra han poi ſeguita, e ſeguono tuttavia i
Me dici, che gli vanno appreffo, i quali in tal guiſa i ſuoi detti sformano, ed
anche que’d'Ippocrate, che ſovente fan ve duta di dir tutt'altro di ciò che da
prima ſi propoſero. E forſe gli Egizziaci medeſimi con iſchernire la lor legge
anch'eſſi vezzatamente cotal arte operavano ſecondo il proverbio: fatta la
legge, penſata lamalizia. E a tanto giunſe per avventura la lor traſcutata
arditezza, che ſo vente vegnendo toſto alle purgagioni, e per lo più con in
felice avveniméto per ripararvi traſandata la prima legge una nuova ne
publicarono, ſecondochè ne narri ARISTOTELE con quette parole: Εν Αιγύπτω μετα
την πταήμερον κινείν έξεσι τοις Ιατζούς, έαν δε πρότερον επί τω αυτε"
κινδύνω, eler lecito a' Medici muovere ſolamente dopo il quarto giorno, che fe'l
voglion far. prima, lo ſi facciano a lor pericolo.La qual mellonaggines non
ritrovò gran fatto, ch'io mi creda, ricevitori, ſe mai avviſarono quanto di
leggier poſſano avvenir que’mali, a? quali fa meſtieri d'eſtremi medicamenti
anche nel primie ro giorno, e toſto che ſi fan manifeſti. Ma o quanto da nul la
ſtato ſarebbe quel Medico, che procurato aveſſe l'altrui ſalute a coſto della
propria vita, Eda tali ſconvenevolezze avendo per avventura riguar doi Greci, i
quali come nell'arti, c nelle ſcienze, così nel la prudenza civile ogni altra
nazione ſi laſciarono ſenza contraſto addietro: non mai dar vollono determinate
leggi alla Medicina, ed a que', che la eſercitavano; amando me glio, che
ne'liniſtri avvenimenti de gli infermiper colpa ' de’Medici n'aveſſercoſtoro in
condegna pena la ſola infa mia portata: και πιο σιμον γαρ ιητικής μούνης έν
τήσι πόλεσιν ουδέν 60315042 Tinio a'došíns, la quale a coloro, cui preme
l'animo cu ra di vero onore, più ch'ogni altro fupplicio grave riuſcir fuole, e
nojofa. La qual coſtuma ſi vede manifeſta da File, mone, ovc dice: Μόνω. 2
Ippocrate, Μόνω διατάω τούτο και συνηγόρω Εξεσιν αποκτείναν μεν, αποθνήσκαν δε
μη. Cioè a dire, al Medico ſolamente, ed al giudice fi permet te uccidere a man
ſalva le genti. Piacque ciò anche all'al to ingegno del divino PLATONE,
laſciando egli così nella ſua Republica ordinato: Aniuna pena fia,che
foggiaccia il Medicó, s'alcun infermo da lui curato contro ſua voglia fia che
ne muojaιατρών δε περιπτάντων αν ο θεραπευόμενων υπ'αυτών τε arvoſi xabago's
tsw na odvopov. Dal cui divilo non punto ſi di lungo LUCIANO, ove dice: L'arte
della Medicina quanto di maggior pregio è degna, e più dell'altre alla vita
giovevole, tanto i ſuoimaeſtri debbono più godere di libertà'; e convene
volcoſa è, che goda di qualcheprivilegio, nè fia giamai liga ta, o foggiogata
da potenza veruna una dottrina confecrata agl'Iddij,e diporto degli uominipiù
ſcienziati,nè vegna alla dura ſervitù delle leggiſottomeffa, e al timore, e
alle pene acTribunali. π δε της ιατζικής όσω σεμνότερόν έσι και τώ βίω Χρησι
μώτερον τοσέτω και ελευθεριώτερον είναι προσήκει τοϊς χρωμένοις, και πνα
πονομείων έχειν την τέχνην δίκαιον τηεξεσία της χρήσεως, αναγκάζεσθαι δε μηδεν,
μήδε ποσάττεσθαι, πράγμα ιερον και θεών παίδευμα και ανθρώ πων.σοφών
επιτήδευμα.μήδ ' υπο δελείαν γενέσθαι νόμου μήδ' υπο φόβος και auweiar
dixæsnetw. E cõciofoſſecoſa, che frà Greci gli Atenieli ſolamente vietaſſero
alle donne, e a'ſervi lo ſtudio del la medicina; non è però gran fatto da
lodare, per non dir che molto da biaſimar ſia un cotale ſtatuto; perciocchè,co
me più avanti diraſli, lo intendimento di valoroſe donne contro al loro avviſo
s'è moſtro più fiate valevole a viril mente imprendere i più alti ſtudj; ed a '
ſervi ancora conce dette la natura più volte animo, e ingegno alla libertà fi
loſofica acconcio: perchè a ragione non guariappreſſo fù rivocato: rapportando
Igino: Obſtetricibus neceffitatis, honeſtatis gratia ufus medicina tandem ab
Atheniensibus con ceffus fuit. E molto meno dovrem noi credere, che rima neſſe
in piè la beſſagine di Seleuco, che tal potremoſenza fallo quella ſua legge
chiamare, colla quale non altrimen te, che ſe veleno ſtato foſſe proibì il ber
vino ſotto capi tal pena a tutti gli ammalati Locreſi, ſalvo ſe prima non ne
aveffero da loro Medici la licenza ottenuta. Ens Aoxgüv των Επιζεφυρίων νοσών
έπεν οίνον α'κρατον μη προσάξαν7G- ταθεραπεύ αντG,εί και περιεσώθη θάνατG- ή
ζημία ήν άντώ, οπ μη προσαχθέν από o'Se triev. LA ROMANA REPUBLICA, che non pur
nel governo militare, ma nel politico ancora avanza di gran lunga le greche
tutte, e le barbare nazioni, giudica convenevol com fa il non commetter senza
freno alla balia de Medici la cu sa della vita de gl’uomini; e perciò prese per
partito, che AQUILIO, tribuno della plebe, non so se GALLO, o altro e' ſi
fofíe,con un plebiscito, il qual fu poi annoverato infra le leggi di Roma, qualche
pena a'loro fallimenti iinponesse, per la qual’accorti divenuti foſſero, e
cauti nell'operare. Non per tanto dimeno è da credere che legge tale, o plebiscito,
che si fosse, non mai ſi metteſſe in uso, ch'altrimen te avrebbe avuto il torto
PLINIO di sclamare in sì fatta gui. fa contra’Medici. Nulla præterea lex punit
inscitiam capitalem, nullum exemplum vindiétæ: indi soggiugnere: difcunt
periculis nostris, experimenta per murtes agunt: ed in fin conchiudere:
Medicoque tantum hominem occidiſe summa impunitas est. Ma vi ha di vantaggio secondo
il me delimo Autore tranfit convitium, et intemperantia culpa tur, ultroque qui
periere argauntur. E perciò immagino, ch'in compilando i Digesti per
commandamento di Giusti niano a bello ſtudio traſandaffero que celebri
Legiſtila sentenza troppo dura nelvero, e crudele di Paolo sopra la legge
Cornelia de Sicariis. S Si ex eo medicamine, quod ad salutem homini, vel ad
remedium datum erat homo perierit, is qui dederit ahoneftior fuerit, in inſulam
deportatur, humi lior autem capite punitur. La quale a giudicio di quella
grand'animadella civil ragione Giacomo Cujacio, alla già detta legge Cornelia
non può propiamente ridurſi; peroc chè dice egli il medico sanandi, non nocendi
animo dedit. Ed avvegnacchè i medeſimi Legiſti nelle Hituta, e ne’Di gefti vi
rigiſtraffero non ſolamente il già detto capo di LA LEGGE AQUILIA, ma ancora le
ſeguenti parole d'V Ipiano, Sicuti Medico imputari eventus mortalitatis non
debet, itad quod * Elannt. lib 2.9. cap.z. lib.recept. lent. 6 Cuias. in Ang
Corn de Sioar. tores quodper imperitiam commifitimputari ei debet, ebo pretextu
fragilitatis humanadeliétum decipientis in periculo homines innoxium eſſe non
debet. Nientedimeno o di rado, o non mai certamente fur meſſi in uſo cotali
ſtatuti, avvegnachè non ſolamente Plinio, ma molti, e molti anche dopo lui le
que. rele medeſime replicando con più vive doglianze l'acca gionaſſero;
infra’quali il dottiſſimo Agnolo POLIZIANO in una ſua piſtola al Leoniceno così
ſcrive, indolui rurſus ge neris humani vicem, quod in fegraſari tamdiu impune
tri ſtem hanc inſcitiam patiatur, atque ab ijs interdum vitæ fpem pretio emat,
unde mors certifima proficifcatur,e'l Vives co sì grida: Errata illius (del
Medico ei favellando) impung funt:immomercede compenſantur, e Battista da
Mantova: His etfi tenebraspalpant eſt facta poteſtas Excruciandi ægros,
homineſqueimpune necandi. E un satirico italiano scherzando col titolo del dottor
dice a queſto propoſito medeſimo del medico: Mapoichè un tal ci può donar la
morte Senza punizione, e ſenzapena Forzaè, che sì gentil titol riporte E'l
noſtro Accademico in quel ſuo vaghiſſimo dialogo, hoc tamen ipfo -ſecuri, dice
parimente deMedici, quod nulla fit lex,quæ puniat infcitiam capitalem: immo
vero cum mercede gratia referatur, ed altrove: Carnifici medicus par eſt: nam
cædit vterque Impune: &merces cædis utrique datur. E un'altro Autore: Si
quæcamque ſuaplectuntur crimina lege Quas Medici maneant modo veſira piacula
pænas? Quiplerumque ipſo facitis medicamine morbum, Etdiro ante
diem ægrotos demittitis orco.? Scilicet hoc vobis indulſit opinio rerum
Vna potens. Clades inferre impune per Orbem Mercedemque alieno obitu, laudemque
parare. Ed avvegnachè Maſlimino condennaſſe nella perſona tutti ſuoi Medici,
perche non gli aveſſero o ſaldate affatto le piaghe, o alleggiato il dolore,
nondimeno l'eſfemplo d'un tal tiranno non può dar vigore a leggeniuna; e fu
queſta non men, che tutt'altre ſue crudeltà biaſimata da gli ſcrit tori del ſuo
ſecolo, ſicome anche Alessandro meritevolme te riportò titolo di crudele, per
haver fatto ingiuſtamente ammazzar Glaucia medico, per ſoſpetto, ch'egli
aveache colui poco faggiamente aveſſe curato il ſuo cariſlino Éfc ſtione.
Comeallo incontro grandemente vien commenda ta la clemenza, e umanità di Dario
Iſtaſpe Redella Perſia, il quale i medici già alla morte dannati, perchèlui
aveſſer malamente cnrato, volentier permiſe, che liberaci foſſero da Democide
illuſtre Medico da Cotrone. Ma non però creda alcuno, aver I medici per
traſcutaggine de’reggi menti una tal libertà guadagnata; anzi egli è ſomma nc
ceſſità del comune, e quaſi arte di buon governo; perocchè ſarebbeli quaſi
affatto ſpenta, e com’Io avviſo annullata fin la memoria del meſtier della filosofia,
ſe contro aʼme dicanti con rigor di giuſtizia ſi procedefle. Ed in vero qnal
huomo mai, ſe non ſe ſommainente ſciocco, e ſcimunito, o temerario aſſai
avrebbe vanamente logorato il tempo, e le fatiche dietro ad un'arte (ſe pur
arte poſſiamo chiamar la Medicina, non avendo quella niuna certa, e filla
regola nelle ſue operazioni ) quanto a ſe ſpiacevolc,e malagevo liſſima a
conſeguire, e ne gli avvenimenti dubitoſa aſſai? E dicola ſpiacevole, perocchè
qualmaggior noja, e ſpiaci mento, che quel di colui, che continuo ha da
bazzicar co? malati, e veder ſempre, et udire l'altrui miſerie ſenza aver
talora opportuno argomento da riſanarli? Ed è anche malagevole ad imprendere, e
incerta ſempre negli avve. nimenti: imperocchè nella cura delle malattie non
meil dell'avvedutezza del Medico il caſo ancora, e la fortuna vi fan la lor
parte '; perchè ſurſe quel volgar detto: Fa meſtieri il Medico ejjer forto
benigna coſtellazion nato. Ed o quanto aſſai ſoyente avviene, che contro ad
ogni avviſo umano, ficome ſcriſſe Celso, etiam Spes fruſtratur: et moritur
aliquis, de quo Medicus fecurus primòfuit. Ed: Ippocrato medeſimo avvegnacchè
altiſſimoMedico, et avvedutiſſimo B giu 7 Plutarcom: 11 / a? !. 10 giudicato, purconfeffa se da tal meſtiere
ancor più di bia limo, che di lode aver’acquiſtato. r fywye doréw pasiove
uspelo Morgíny topov xexangãoBan Thin Tégun.E quinci è, che duracoſa, o
malagevoliſſima, o impoſſibile ſempre mai è'l ravviſare ſe le cattive uſcite
de' mali da dapocaggine de' Medici più toſto avvengano, o da natura delmale, o
da altra interna cagione, in cuiſenno alcuno, ne umano provvedimento giammai
non vaglia. Incertiſſimi ſempremai, ed oſcuri gli uſcimenti delle malattie ſi
ſono,maſſimamente delle acute, ſecondo il ſentimento d'Ippocrate; perchèdiceva
anche Celſo: Neque ignorare oportet in acutis morbis fallacesma gis effe notas
falutis,& mortis. Senza che ſoglionſi ne'cor pi degli animali ingenerare, e
talvolta anche di preſente, iveleni per ſubitana, o precipitazione, o
coagulazione; e può anche huomo, che non altri, ma Apollo, ed Esculapio
medeſimogiudicherebber faniſſimo,aver dentro enfiature, o altri nafcofi malori,
che quando egli men ſi crede ſian, valevoli ad irreparabil morte condurlo; e
ciò anche nel tempo ſteſſo, che li s'appreſtano i medicamenti; perchè a torto
poi i rimedjmedeſimi, e non il malore accagionatine vengono. Ed oltre a ciò
poſſono alcuni medicamenti, che buoni, e giovevoli alla ſalute degli huomini ſi
giudicano, tal curbamento dentro cagionare, che l'ammalato le new muoja avanti,
che noi col noſtro corto intendimento pof fiamo ne pur badarvi: 8 Quæque
medendi caufa repertow ſunt (comene fà teſtimonianza Celso ) nonnunquam in
pejus aliquod convertuntur, neque id evitare humana imbe. cillitas in tanta
varietate corporum poteft. Perchè non ſarà egli colpa de'Medici l'avertalvolta
piggiorato co’ſuoi me dicaméti lo infermo; ne in ciò le leggi potranno giámai
coſa del mondo determinare. Ma su concedaſi, pure, che per legge ſia a' Medici
l'uſo del medicar preſcritto: come mai potrebber coloro eſſer caſtigati ſe la
travalicaſſero? o co me mai potrebbe porſi in chiaro il delitto, acciocchè poi
ſecondo il diritto delle leggi vi ſi procedefle? E chi baſte volmente non sa
quanto i Medici tutti ſian contrarj di ſet te, s lib.z.cap.6. IT ) te, e diſcordanti ſempre ne’loro
ſentimenti? Perche oda paleſe nimiſtà, o dacoperta invidia, il che è peggio,
ſempre ſtuzzicati, o tratti dall'amore e dalla benivoglienza de’lo ro parziali,
traſandata la verità delle coſe rappreſentano al Giudice tutt'altro, che di
giuſtizia dovrebbero,e dannoli a divedere, come ſuol dirlila Luna nel pozzo,
ſecondo il lor diſiderio; ſenza che il timor della pena, in cui potrebbe di
leggieri incorrer il Medico, ſempre ſoſpeſo, e inviluppa to il terrebbe in
prender partito anche quando faceſſe me ſtiere dipiù efficacemente operare; ed
egli timido, econ fuſo per non porre a riſchio la ſua perſona nelle piu gravi
malattie ſcioperato, e colle mani penzoloni ſe ne ſtarebbe; o pure per non
partirſi dal comun ſentimento del vulgo, comechè falſo, e almal contrario,
talvolta vani, e perico lofi rimedi uſerebbe. Coſa, chepiù ch'altrui a'Medici
de Principi, come avvisò il Cardano, avvenir ſuole; i quali per tema non pur
dell'infamia, ma di mal maggiore ſi ten gono di adoperar grandi, e non uſati
medicamenti. Ne ſam rà quì fuor di propoſito l'apportare un'eſemplo del meſtier
della guerra,da quel della Medicina non guari in verità per l'incertezza
de'ſucceſſi lontano. Compativano anzi che nò I ROMANI Maestrati gli erroride'
Capitani de’loro eſer citi;e ben ſi vede a quale altezza ne montafſe perciò
L’IMPERIO DI ROMA, come all'incontro sa ciaſcuno a qual miſe rabil fine ſi
conduceſſero i Cartagineſi per operar ſempre mai ilcontrario. E più vicin
deʼnoſtri tempi ben lo mani feſtarono i Viniziani con loro gravoſiſsimo danno,
e quaſi con la caduta univerſale del lor comune, quando ingiuſta mente per la
ſua tracotanza decapitarono il Carmagnuo la; perchè poi ſmagato il Liviano, e
ſecondando il fenti mento de’malcauti provveditori,ne perdette la giornata di
Vicenza, e miſerabilmente con tutto l'eſercito ne reſtò tagliato, e ſconfitto.
E forſe la morte data al Vitelli fu an che una delle principali cagioni, onde i
Fiorentini traditi dal Baglione,la libertà poi miſeramente ne perderono. E ben
potrebbe qui alcuno non ſenza qualche ragione andare ſpiando,che la legge
Aquilia, cometutt'altre leggi B 2 de' 12
1 ! DE’ ROMANI da noi teſtè rapportate, nõ già per li valétiMea dici
oMetodici, o Empirici, o Razionali ſtare foſſer fatte, ma ſolamente pe’ſoli
popoleſchi Empirici,e volgari; eſſen do comunal ufo appo coloro di non
ſolamente con nome di Medico i volgari Empiricichiamare, ma quegli ancora, che
di caſtrare i fanciullieran uſi;come agevolmente ſi può ne'Digeſti, e nel
Codice così di Teodofio, come diGiuſti niano comprendere. E certamente in
coſtoro ſolamente da credere, ch'aveſſe luogo l'ignoranza dell'arte; per cagion
della quale furono IN ROMA contro a' Medici ordinate le leggi. Ma sì fatta
razza di medicanti ben ne do vrebbe eſſere acerbamente punita: intramettendoſi
teme rariamente in meſtier di tanta conſiderazione, quanto è il mcdicare; e
ordinando alla cieca rimedi di riſchio sù la vi ta de gli ammalati. Perchè
ſtimo ben fatto aſſai, ch'in mol te parti dell'Europa, venga loro ſotto
graviſſime pene if medicare interdetto; avvegnacchè poi cotali divieti poco, o
nulla fian melli in uſo. E ben d'eſſo loro a gran ragione dice Anneo de Roberti
ciocchè degli Strolaghi diſſe in pri ma TACITO: Genus hominum potentibus
infidum, Sperantibus fallax: quod in civitate noſtra vetabitur femper; et retine
bitur: Se non ſe troppo fcarſo èil paragon del Roberti; che i cattivelli degli
Strolaghi altro no fanno,che con lor cian cie tenere a bada le brigate de'
curioſi con paſcer loro di vaniſſime ſperanze; e gli Empirici volgari co'lor
vani ſegre ti, e con lor ciarle, o rattengono gli ammalati, che non prédano
rimedj da'buoni Medici,ondepoi ſe ne muojano: o pure con lor nocevolifumi
medicamenti eglino medeſimi gli uccidono. E giuſtamente per avventura furon
prima digradati, c poi nella perſona condenvati que' viliſimi paltonieri nel
reame di Francia, ch’in vece diguarireil Rè Carlo VI, preſſo a morte coʻlor
medicamenti, e quaſi a perduta ſpe ranza ilcondufſero. Ma egli fu per mio
avviſo poco ſag. gio, cavveduto quel valoroſo Re arriſchiando in mano di
giuntatori, e pancaccieri la propia vita; e ben come da pri ma li s’offerſero
di voler riparare a'ſuoi malori, così do 1 veali toſto e ſenza niuna pruova
fare, o aſpettar di lor pro meſſe:del temerario, e folle ardimento punire. Se
pure non fu malavoglienza, edaſtio de’maligni Medici di que’tem pi,che fe si
malcapitare que'cattivelli, Ma come potevan giammaicon ſalde, e durevoli leggi
ſtabilir la Medicina, oi Popoli, o i Maeſtrati, i quali po co, o nulla per la
più parte di quella s'intendevano; le a tanto non poteronmaii più ſaggi, e
avveduti Medici per venire, li quali per lungo ſtudio, ed eſercizio molto adden
tro in quella ſentivano? Inventore per quel che fi creda, o almeno
antichiſſiino ſcrittore fu della medicina Eſculapio, e come ne da teſtimonianza
Ippocrate, o chiunque altro fi foſſe l'autor della piſtola a Democrito, molte
re gole all'eſercizio del medicare egli preſcriffe: ma ben to fto non buone
conoſcendole parecchj ſaviſſimamente diſ fenne; quròs, dice e' parlando
d’Eſculapio, è moois deepcóunge καθάπες ημίν αι των ξυγκαφέων βίβλοι Perchè può
dirſi col toſcano lirico, che Solchi onde, in rena fondi, e ſcriva in vento
colui, che dietro lo ſtabilimento di sì fatte regole s'affati ca, e a
cuic.iglia di chiarirfene cercherò per quanto io pof ſa di inoſtrargliene con
ordinato diviſamento le cagioni. La medicina tanto, e tanto oggimai creſciuta,
e avanza ta, che ben di maggioranza co’più illuſtri, e più nobili ſtu dj
gareggiar ſi vede, e colla ſua giuridizione fin détro i più rimoſſi,ed
vltimiconfinidella natura s'innoltra: pure fra gli anguſti limiti di pochiſſime
piante ſi vide in prima riſtret ta, come avviſa per tacer d'altri l'antico
chioſatore d'Ome ro vidpxxia inteixen év GOTÁVOLS ñ; e'l nostro Seneca:
Medicina quondam paucarum fuit fcientia herbarum; anzi in quel dolce, e
ſovr'ogn'altro avventuroſo tempo Quando era cibo il latte Del pargoletto Mondo,
e culla il boſco. col ſolo digiuno gli huomini ſi medicavano, 9 E pur viuean
que'primi huomini allora, Elefebbriſcacciar, quando l'aiuto Non 9 Ercol.Bentiv.Satir,
3. Non davan l'erbe, ne'lfapere ancora,
o perchèpoco loro abbiſognaſſe la medicina, come avviſa altresì Seneca: Firmis
adhuc, folidiſquecorporibus, et facili cibo,nec per artem, voluptatemq;
corrupto: o perchèficome à tutt'altre coſe di quaggiù è dato, eziandio alle più
grandi, da deboliſſimi principj dovea la medicina trarre l'origine;
que’medicamenti uſando gli huomini allora, che loro, o dal caſo, o da bruti
animali, o dalla propia induſtria venian manifeſti. 10 Perchè ragionevolmente
credeſi, che Age nore, e Chirone tenuti per alcuni ipiù antichi di tutti i
Medici,coll'uſo delle ſole piāte medicaſſero. Túcsospeli Aynuo είδη,Μάγνητες δέ
Χείρωνα τοϊς πρώτους ματςεύσαι λεγομένοις απαρχας κα μίζουσι.ρίζαι γάρ εισι και
βόταναι δι' ών ιώντι τες κάμνον ζεις.Ε di Chi rone ritrovatore del Panace
Chironio: πρώτην μεν χείρων G- επαλθέα ρίζαν ελέσθαι κενταύρου χρονίδαο
φερώνυμον, ήν ποτε χώρων πολίω εν νιφόεντι κικών εφράσσατο δείρη narra 11
Euſtazio, ch'eſſendo egli nella mano ferito, oco me vuole PLINIO, nel piede
ritrovaſſe la medicina dell'erbe, χείρωνα γάρ φασι σώθενζ ποπτην χώρακαι την
δια βοτανών επινοήσασθαι ixreixn\v: e per tacer di Mercurio,ilquale inſegnò
come can ta Omero l'uſo ad Vliſſe dell'erba Moli Ως α'eg φωνήσας πάρε φάρμακον
Α'ργαφόντης Εκ γαίης έρύσαςκαι μιν φύσιν αυτού έδειξεν e ſi pare, che
medicaſſero altresì non con altro, che colle fole piante Ercole, onde traſſe il
nome il Panace Erculeo; e Ilide e Oſiride, e APOLLO, e Arabo, e Cadmo, e BACCO
per opera del quale come dice Plutarco, si ritrova primieramente, e monta in
pregio il vino, medicamen to poderoſo, e ſoave, e venne anchepaleſata al mondo
la gran virtù dell'edera, la quale maraviglioſamente riparar ſuole i danni, che
provenir poſſono dal vino ſtrabocche γolmète ufato, ο ΔιόνυσG- και μόνον τώ τον
οίνον ευρώνιχυρόα τον φάρ μακον και η διεν,ίατρος ένομίσθη μέτσι, αλα και το
τον κιτζόν ανπταπό μενον μάλισα τη δυνάμει πεος τον οίνον ας πμην προαγαγών και
τεφανά. σθαι διδάξαι τα βακχένοντας, ως ήταν υπότα οϊνα ανιόντο, τα κιλά κα
ποσβεννύνθG- την μέθην τη ψυχρότητ: δηλοί δε και των ονοματώ, ένια την Σ 10
Trif.appo Plur. u lib.i'lliad. Is 2 την πιο ταύ πολυπραγμοσύνην. Le fole erbe
dovettero pari méte adoperarc Eſculapio inventore del Panace Aſclepio, col
quale egli,comecāta Nicádro guarì lola figlio d'Ificle: a's" χει και
πίνακες φλεγυήϊον όρρατε πρώτο παιήων μέλανG- ποταμε " παρg χάλG- αμερσεν
αμφιτζυωνιάδαο θέρων, ΙφλίκλεG- έργG έντε συν ηρακλή κακήν έπυράκτεν ύδρην e
che come avviſa il ſuo chioſatore ſolea nclle cure de gli altri fuoi inferimi
anche adoperare. δ Ασκληπιον τέτω λέγεται Ιατεύσαι όσις ήν της κορωνίδα της
θυγατςός τ8 φλεγύο παιήων só coxnýma. ed Amitaone, e Melampo, il quale come ſi
legge in Dioſcoride dell'elleboro ſerviſſi nel curar le fi gliuole di Preto Rè
de gli Argivi. Mercun Qutisaitór @ toe's Afolty Osya tegas Hayelous év ained,
cioè coll'ellebero xa Jogou weó tos ĉ beeg Tolcay, e Podalirio, e Macaone non
d'altro, che d'erbe fi valfer pe' feriti dell'oſte greca, e prima della guerra
Trojana Medea, come narra Diodoro coller be guarì le ferite di Giaſone, di
Laerte, d’Atalanta, e di Tefpiade. Ιάσονα και Λαέρτην, έπ δε Αταλάντης, και
τους Θεσπιάδας προσα γορευομένους· τούτοις μεν ουν φασίν υπο της Μηδείας εν
ολίγαις ημέραις Tori písars Borzívass DeexWeu Iñvou. E Trifone appo Plutarco in
nalza, e loda ſommamente gli antichi nneisy xexenuefuésmo' Qurwv ixrçıxß.
Quindi provati più volte, e riprovati poi i lor medicamenti, dieder la prima
bozza all'arte del medicare, como cantù Manilio: Per varios caſus artem
experientia fecit Exemplo monftrante viam. Macome pochi, e ſemplici erano in
prima i medicamenti, poche, e ſemplici altresì eſſer dovettero allora le regole
della medicina: quindi per gli errori, ne'quali puotè age volmente incorrere la
ſperiêza,abbiſognò,che cotali rego le,comechè pochiſſime,pure talvolta mutafler
faccia,cam biandoſi tuttavia, è migliorandofi i primi medicamenti. Così
cominciò la medicina ſu'l bel principio a far manifeſta la ſua incoſtanza. Ma
non guari così ella in man delle ſemplici perſone riſtette, che tratto tratto
non vi poneſſer mano anche i filoſofanti; i quali è da credere, che da prima da
ſola curioſità, e diſiderio d'inveſtigar la cagione de'me? dicamenti tratti vi
cifoſſero; ma pian piano vie piu avan zandoviſi,ericoncentrandoviſi,giunſero
poi a tale,che bia ſimando, comeincoſtante, e pericoloſa l'antica ſemplicità
del medicare, le prime fondamenta gittarono della razio nal medicina; comeche
Euſtazio ne faccia Podalirio il primiero inventore, ed egli ſembri per quelche
ne narri Eriſimaco appo Platone, ch’un tanto onore al ſuo padre Eſculapio ſi
debba attribuire: onuéte? Quiséger G Astana's (ως φασιν διδε οι ποιητα, και εγω
πείθομαι )συνέςησε την ημετέραν τέχνην. ή τεν ιατζική (ώσπερ λέγω ) πάσα δια το
θεε τε του κυβερνάται.Ε pri ma aveaegli detto:έπισήμη των τε' σώματG-ερωτικών
προς πλησμο νην και κένωσιν, και ο διαγιγνώσκων εν τα' τους τον καλόν τε και
αίρον έρω το, 8'τός εςιν ο ιατρικώτιτς- και ο μεταβάλειν ποιών ώστε αντί το '
ετέρα έρωτG- τον έτερον κτησάσθαι: και οίς μη ένεστιν έρως δει
δ'εγγενέσθαι,έπισα μενG- εμποιήσαι, και εν όντα εξελεϊν, αγαθός αν είη
δημιουργός: δεί γαρ δη τα έχθισα όντα εν τωσώματι, φίλα οΐόντ είναι ποιείν, και
έραν αλήλων, έξι δε έχθισα, τα εναντιώτατα ψυχρoνθερμώ,πικρον γλυκεί, ξηρονυγρό
πάνω τα τοιαύα τούτοις έπιςηθείς έρωτα εμποιήσω και ομόνοιαν. Ma non per tanto
non ceſſarono,mavie più moltiplicarono le ſue muitazioni e le ſue incertezze: e
come varj erano, e diſcordanti quei, chela cſercitayano, così varia ella ne
divenne, equaſi in inille parti diviſa. Ma pur ſi manteneva intanto con
iſtrettiſſimo legam alla filoſofia la razionalıncdicina congiunta; intanto che
da'più ſaggi, e prudenti ſtimatori delle coſe, come Celso avviſa, parte di
quella veniva concordevolmente giudic.ee ta: eral parve che ſe ne ſteſs’ella
fino all'età di Erodico, detto da alcunimalamente Prodico. Or coſtui come rio
traceiar ſi puote da quel che ne narr. Platone nel Ginnasio dell’ACCADEMIA, di
cui egli era Maestro, cpriino ministro, cagionevole divenuto della perſona, per
lo biſogno, che gliene faceva, a coltivarla medicina con tutto l'aniino, e
conogni ſtudio maggiore ſi volſe; e quella alla Ginnastica congiugnendo, e prescrivendole
alquante regole da lui per via della ragione, e della sperienza daprima
ritrovate, li parve,ch'an zi d'ogni altro qualche forma d’arte a darle
incominciaſſe. E allora venne ella pian piano a perderdella FILOSOFIA l'an tica
uſata dimeſtichezza: comechè Celſo, ed altri portino opinione eſſer ciò per
opera d'Ippocrate primieramente avvenuto. E da Erodico ſembra eglipoi, ch'il
reſtì da noi mentovato Ippocrate ſuo ícolare, ed Eurifonte, e altri il coſtume
di trattar ſeparatamente dalla FILOSOFIA le coſe alla medicina appartenenti
apprelo aveſſero. Ed avvegnachè ad alcuniciò ſembraſſe ben fatto affaire digran
giovamen to alla medicina; non però di menomolto manifeſto egli ſi potrà
comprendere per colui, ch'alla verità delle core voglia ben profondamente
guardare, cſſergliene anziche no graviſſimo nocimento ſeguito. Imperciocchè
quindi i filoſofanri niuna curanon dandoſi di por mano alla media cina, e
quinci i Medici delle biſogne di quella groſamen te diviſando, per poco di
razional non le rimare, altro che'l nome. E giunſe a tale sì biaſımevol
coſtume, ch’in di fenderlo tuttavia i lor poſteri pertinacemente s'affaticava
no: e oſtinati in su la credenzi coglievan pruova da farlo a credere alle genti.
E Galieno pure osò dir d'Ippocrate, aver lui certamente gran ſenno fatto in non
inframetterſi giammai di volere ſicome ſi fè poi da Platone, inveſtigar la
natura, e la generazione delle qualità di que'loro quat tro primi corpi,
ondegiudicano ciaſcuna coſa, ela malli... turta del mondo cſſer compoſta, e
ordinata; dicendo, un cotalbriga a'filoſofanti ſpezialmente, e non già a'Medici
appartenerſi; i quali ogniloro uficio han baſtantemente, compiuto,toſto che a
ſapere aggiungono la ſanità de'corpi dal temperamento, o dalla meſcolanza del
caldo, e del freddo, e dell'umido, e del ſecco ingenerarſi,ſenza più ol tre
curioſamente ſpiarne. Ma qual di queſta giammai po trebbe alla medicina coſa
più offendevole, c più dannoſa immaginarſi? Così per lungo uſo ne' Medici, che
razionali appellar ſi facevano l'amor della fapienza tratto tratto mancando,
più fiere aflaise più crudeli le conteſe della malandata mc dicina
rappiccaronſi; perciocchè ove in prima i ſentimenti gli uni de gli altri per
vaghezza ſolaméte della verità con C trila traſtar ſolevano, allora affondati
tutti nelle fazioni, e oſti nati ne gli appoſtamenti, non rifinarono di piatire,
e riot tare, e carminarſi l'un l'altro, e proverbiare; intanto che ne meno i
primi maeſtri, e ritrovatori dell'arte ne fur ſalvi, Apollo giudicato Iddio
della medicina, era allora poco a capital dalla fciocca gétese volgare torma de
Medici tenu to, rimproverandoli apertamente eſſer luiciarlone, e mil lantatore;
e ſovra tutto d'ingratitudine anche il cacciarono; perciocchè avendo egli
dall'altrui urmanità, e corteſia law medicina apprefa,tutto ſuperbo poise
gonfio ſe n'andavas come s'egli, e no altri dapprima per propria induftria
ritra vata l'aveffe. Anzi perchè egli in maggior pregio,e gloria formontar ne
doveſſe incominciò lo ſcaltcrito,e fagace pá cacciere,avédone appreſa l'arte da
Glauco, ch'era un volpā vecchio, a cicciar carore,e far l'indovinello,aprēdo la
ſtra da alle frodi, e aſtuzie da trccellar le genti. Proverbiò altri Eſculapio
anch'egli Dio della medicina,perchè egli bergol foſſe, è di poca fermezza in
mcdicando;e non poche be ſtemmic ancora li furono ſcagliate per la ſua
ingordilimizu avarizia: imperciocchè egli in priina d'ogni altro, ficome
narrano, 12 l'arte ragguardevole, e ſacrosāta della medicina in profan’uſo
rivolgendo, tratto da vil guadagnos2 prezzo medicando a un'infermo Principe
vendèinfinito teſoro al quante poche erbe, e radici, perchè giuſtamente
eglimeri tóne poi cffer fulmimato,ed arſo da Giove;e laſcionne a'pe fteri un
così ſeoncio, e così abbominevole eſemplo. E ol tre a ciò dicono,ch'egli in far
l'indovino, el malioſo, ci tutt'altre giunterie, e frafche il ſuo padre Apollo
digran lunga avanzaſſe, perchè poi funne ſovraſtante a gli augurj, e all'arte divinatoria
per ciaſcun creduto. E côtro di lui di vantaggio aggiungono aver lui con mille
modi, e artifici fconvenevoli dato a divedere altrui, ficome fè ſuo pa dre, che
anche i cadaveri ſapeſſe egli in bella vita riporre; e che in sì fatta gaiſa il
titolo di divino fecleratamento d'accattar fi proccuraffe. Ma per recarvi le
molte parole in una, e'conchiudono alla perfine, ch'Apollo poco,onul la
Pindaro, Del Sig.Lionardodi Capoa: 19 la di medicina s'intendeſſe: e molto meno
ne ſapeſſe il ſuo figliuolo Eſculapio; perciocchè sfidandoſi colui di poter
nell'arte propia il figliuot compiutamente ammaeſtrares, fotto la diſciplina di
Chirone fegliele lungamente impren dere. 13 E coſtui dopo cotanto ludio, e
tempo, che logo rovvi, tanto ne venne in ſuſo, che per guarire un menomo dolor
di denti fu a riſchio di perdervi il ſuo buon nome; e le ftanco alla perfine
con una preſta diliberazione per torli d'addoſſo una cotal ſeccaggine a viva
forza no'l cavava, fuora al malato chi sà che gliene farebbe ſeguito? E'l ſuo
gran Maestro Chirone non che altri, ma ſe medeſimo cu far non valſe, allor che
a caſo da Ercole ferito preſe per partito di far larga rinuncia della vita, e
dell'immortalità 2 Prometeo, e così uſcir valoroſamente fuor d'ogni impac cio.
13 E ben da ciò fi può apertamente comprendere, re vere foſſero quelle tanto
maraviglioſo, e tanto impareg giabili pruove, che di lor falfamente la
menzoniera anti chità và millantando. Così per avventura gli aftioſi con
tradittori di que'primi maeſtri favellano: c Io ancora a vo lerne dire al
preſente ciò, che me ne paia, non mi ſembra gran fatto da porre in dubbio eſfer
que’ primi ritrovatori della medicina appo' Greci poco in quella cercamente pro
firtati; ſe nc'ſecoli appreſſo ancora, quando colletà in cia lcuno ſtudio,
carte avanzavaſi ilmondo, meno ſaviamente coloro diviſandone, moſtraron'altresì
d'aſſai poco ſaperne. E quantunque eglino in tanto buon nome, e pregio per
tutto ne montaſſero; non però di meno non dobbiamo noi dalla noſtra credenza
rimanerci; giudicando nelle prime bozze dell'arti al ſemplice, e creſcente
mondo eſſer ſem brati maraviglioſi, e divini ritrovati le prime opere della
medicina. E fu ciò più che a tutt'altri inventori, agevol molto a’Medici;
perciocchè ogni lor grave fallimento, ed errore in medicando, eſſendo, come
diſle colui, naſcoſto in fieme coʻgli ucciſi da loro forterra; e allo incontro
appa rendo folaméte di quà le loro comechè menomiſſime pruo ve ne'vivi da loro
riſanati, ſenza troppa invidia poteronfi C 2 age 13 Apollodoro. agevolmente
acquiſtar loda, e pregio immortale. Senzaa chè nelle più ribalde, e cattive
perſone certamente ciò avviene; le quali ſicome aſute, e malizioſe ſi van
procac ciando per tutto favorevoli, e parteggianti; e dalla vera
fapienzalontane non laſciano qualunque froda, 0 giunte ria, onde preſſo la
minuta bruzzaglia delpopolo diventi no ragguardevoli. Perchè è certamente da
giudicare eſſere ftati coſtoro, di cui cotanto buccinavaſi, aſtutiſſimi giunta
tori, e ramanzieri. Nè Io ho in animo di recarvene qui molti eſempli,chea gran
dovizia potrei ritrarre dalle anti che, e dalle moderne memorie; ſolamente non
laſcerò di rapportarc,effer'antica fama,che Acrone di GIRGENTI avesse una volta
damortifera peſtilenza liberata la Città d'Atene colle grandi luminarie, e
fuochi, cheper entro vi fè accendere. Ma ſe ciò da fuoco avvenir poſſa, non che
da altro,da gli occhi noſtri propjcertamente ce ne habbiamo potuto
ricredere.Narrali il medeſimo aver fatto a’ſuoi tépi İppocrate. E Toſſare
ancora dopo morte acquiſtonne e Itatue, e ſacrifici, ed altri onori divini;
perciocchè, come narra LUCIANO, in tempo che Atene era più che mai dalla
fogadella peſtilenza malmenatas e tutto che dipopolata, e ſgombra, diceſi eſſer
apparſo colui ad Architele moglie d'un cotal huomo dell'Areopago,e averle
ſicuramente det to, che ſe gli Atenicli fpargeſſero le ſtrade tutte divino, di
preſente farebbcſi attutata la peltilenza; e ciò facendo co loro, dilubito,
conforme colui loro promeſſo aveva,ne fur del tutto rimofti, δπι της ελάδα κατά
τον λοιμον την μέγαν έδοξεν και Αρχιτέλος γυνή Αρεοπαγίτε ανδρος επιφάνια τώ
λοιμώ έχόμενοι, ή τας σενωπες δίνω παλά ράνωσι τέτε συχνάκις γενόμενον (8 ' γαρ
ημίλη σαν Αθηναίοι οι ακούσαντες ) έπαυσε μηκέτι λοιμώξειν αυτούς. Or qui io
amereil'uſato ſuo avvedimento in LUCIANO, il quale ſcioccamente ſe'l crede, e
va fantaſticando, ciò eſſer potu to avvenire da vapori del vino, i quali
trameſtati all'aria Paveſſero purgata, e dilibera da gli aliti peſtilenzioſi,
che l'infcrtavano.Madominc ſe coteſte peſtilenze non manca rono, fe no ſe dopo
lungo ſterminio,c mortalità delle genti, allorchc ſtanco rimafeli il male; perchè
dovrem noi dire eller BIBLIOTICA NA effer ciò avvenuto per opera de’vani, e
poco giovevoli ar gomenti, e non più toſto per isfogamento, c periſtracce del
malore? Cosi certamento è da giudicare, che gliaſtuti, e molto ſcalteriti
giuntatori conofcendo il male effer già nel calo, e nel menomamento,per
procacciarſi loda, e pre gio immmortale vezzatamente v'aveſſero poſto
conſiglio; acciocchè poi l'opera delſalvamento foſſe più coſto a loro, che alla
natura del male attribuita. Artificio,che tutto dì ſi ſperimenta ne'Medici
ancora de’noſtri tempi. Ma in qual to ad Eſculapio ben può egli rimanerſene có
quella gloria, che per eſſer egliſtato il primo Maeſtro del mondo in civar
déti,glivien ragionevolméteattribuita dal romano Orato re, quádo che
diceÆfculapius: primus dentis evulfionem in venit:concioffiecoſachè le cure per
lui fatte sì rare,e si ma raviglioſe elle ci vengano in tante, e si diverſe
guiſe nar rate, ch'elle come avvisò ſaggiamente Seſto Empirico ſon per ciò da
dire del tutto favoloſe, wwóJeon gas éautois yolañ λαμβάνοντες οι ιπεικοί ή
ορχηγών ημών και επιςήμης Ασκληπιον κεκε » egυνώ.θα λέγεσιν εκ νεκέμνοι τω
ψύσματι, ενώ και ποικίλως αυτό μεG anárixa. Narra Steficoro effer Eſculapio
alla ſua maggior gloria formontato per aver riſuſcitati co'fuoj inedicamenti
alquanti di coloro ch'in Tebe crano trapaſſati; ma Polian to dice ellerli
Eſculapio refo ragguardevole per eſsere ſta ti di ſua mano riſanati alquanti
per iſdegno di Giunone impazzati. E Parraſio racconta eſser fui ſopra tutto
ſtato commendato peraver da morte ricolto Tindaro. E Maſta filo vuole, chcil
ſuo maggior pregio foſſe ſtato ľaver ri congiunto, e riſuſcitato Ippolito
ſquarciato in cento brini da fpaurati corſieri.Ma Filarco rapporta tutto il ſuo
buon nome, e onore dalla viſta ritornata a figliaoli di Fineo aver avuto
dirivo. E Teleffarco finalmentcrafferma efser lui ag giunto infra '
Dij,perciocchè tentato aveva di riſuſcitar da morte Driσne. ΣτησίχορG» μεν εν
Εριφύλη ειπων, όπ πινας των επι Θήβαις πεσόντων και ανισά. ΠολύανθG-δε ο
Κυρηναίς, εν τω πρί των Ασκληπιαδών γενέσεως. ότι τάς Προύσε θυγατέρας κατα
χόλον Ηράς εμ μανάς γενομένας ιάσατο.Παρράσιο- δε, δια το νεκρόν Τυνδάρεω ανα ·
τηςαι.Σλάφυλφ δε εν τω περί Αρκάδων, όπ Ιππόλνιου έτράπευσε φέ EMANUEL BLI UBIO
EMANUE BOMA govca 22 Ragionamento Primo 1 γονία εκ Τροιζήνα- και καλα τις
παραδεδομένας κατ' αυ78 ° έν τοϊς τραγωδε μένος φήμες. ΦύλαρχG- δε, εν τη
εννάτη για το της Φινέως υους των φλωθένας απκαςήσαι χαριζόμενον αυτών τη μηρή
Κλεοπάτρα τη Ερεχθέως. Τελέσαρχος δε και εν τω Αργολικώ, και ότι Ωρίωνα
επεβαλέτο avasãows, Ma quali artificj e' non tcntò per eſser tenuto di ligente,
e ſcorto nel medicare ancora che ſchifi, e abbomi nevoli fuſſero? Egli volle (liçome
narra Cclio Rodigino, c venne in ciò Eſculapio da Ippocrate imitato sallaggiar
fin le feccie degl'inferni, coinc ſe ciò necellario ancor foſse a rintraciar le
cagioni delle malattie, perchè poi da Ariſtos fane nel Pluto proverbioſamente
oxaloDeéy @ ne fu chiama to, e Noipiù acconciamente potremmo à lui dire col no
ftro Azzio Sincero. Efe idem poteris Merdicus, &Medicus; Ma ſopra tutto
giovaron lommámente ad E/culapio gl’in dovinelli, le malie,gli oracoli, i
ſacrificj, gli agurj, e altre,e altre molte ſorti di ſuperſtizioni, e d'altre
fraſche,e giunte rie, ch'egliuſava; ficcando carote alla ſciocca gentane, c
tenendo in sù la gruccia con ſuoi cicalamenti gl'infermi. Cola la quale ſi
coſtumava allora da chiunque voleva con qualche lode eſſercitar la medicina. E
per tacer di Medea, c d'altri molti, Melampo con sì fatti artificj, e fanfaluche,
oltre alla fama grande, che gliene ſeguì, di povero conta dino, ch'egli era,
inſieme con ſuo fratello divennero ric chiſſimi Principi, e ſovrani Signori
delle due parti delRe gnodiPreto, e mariti delle figliuole di lui da sè
riſanaten, le quali chiamavanſi per quel che ne dica Apollodoro, Li ſippe, e
lfianaſſa; ma ſecondo Eliano Elea, e Celene; e che o per lo troppo uſo del vino,
o per opera della Reina di Cipri impazzare andavan paſcendo brancoloni, e muge
ghiando coinc vacche per le valli della Morea, e d'altri paeſi intieme con lor
ſorella Ifinoc, la qual prima di eſser medicata ſe ne morì: delle quali narra VIRGILIO
nella Bucolica. “Pretides impleruntfalfis mugitibus agros; At non tamturpes
pecudum tamen ulla fecuta eft Concubitus; quamvis collo timuiffe: aratrum, Et
fæpè in levi quæfiffet cornuafronte.” E che per opera di Melampo poi poſeſi
conſiglio al lor fu rore,e furono ricoverate a ſanità coll'elleboro nero, come
vuol Dioscoride; avvegnachè Galien giudichi, e con più falda ragione,eſsere
ſtatolelleboro bianco,che ciò opera to aveſse. Il qualmedicamento apparò in
prima Melampo dalle pecore,come vuol Teofraſto, o più toſto dalle capre,
ch'e'guardava,come scrive PLINIO; le qualicon paſcer l'el leboro ſi purgavano.
Comechè alcuni portinoopinione eſser da Melampo l'impazzate donzelle guarite
non già coll’elleboro, ma con latte di capre paſciute in prima di quello; e
altripur vogliano eſser non già quel Melampo caprajo, che loro il ſenno
ricoverato aveſse; ma un'altro Melampo detto l'indovino: E Polianto ciò ad
Eſculapio attribuiſce, ſicome narra Seſto Empirico, ed Eudoilo appo Stefano
antichiſſimo Geografo: Ma che che ſia di ciò, non è da dubitare, che Melampo
dopo lunghe cerimo nie, e facrifici,e ſuperſtizioni volle, che imprima le impaz
zate Donzelle fi lavaſſero in quella famoſa fonte d'Arca dia chiamata Clitorio;
perciocchè in memoria di ciò vi ſi leggevano in un marmo que' belliſſimiverfi
rapportati da Iſogono antichiſſimo Scrittore dell'acque. Αγρότα συν ποίμνεις το
μεσημβρινόν ήν σε βαρύνη Δύψος αν εσχατιας κλείτορG- ερχόμενον, Της μέν από
κρήνης αρύσαι πόμα, και παρα νύμφαις Υδριάσι σήσον παν το σόν αιπόλιον. Αλα συ
μήτ' επί λετρα Gάλης κρόα μη σε και αύρη Πημένη θερμής εντός εάνια μέθης. Φεύγε
δ' εμην πηγήν μισάμπελον ενθου μελάμπες ΛεσαμενΘ- λύασης ποιτίδας αργαλίης
Távla xabaqueor fxoļev daóx gupov súr’ ár át' deyes συρεα τρηχείης ήλυθεν
αρχαδίης.. Perchè poi ſurfe conteſa infra gli Scrittori di giudicar di
verſamente quella cura: e altri dicono eſſere ftato il ſacri ficio ſolamente,
e'l bagno: altri l'elleboro; ma certamenre per quel che per noiavviſar fi
poffa, egli ſi pare, ch'amena due i medicamenti vi fuffer da Melampo adoperati;
perchè Pittagora così dice appreffo Ovidio:. Clitorio quicumquefitim de
fontelevarit; Vina fugit: gaudetquemerisabſtemius undis, Seavis eft in aqua
calido contraria vine: Sive, quod indigena memorant, Amithaone natus, Prætidas
attonitas poftquam per carmen, &herbas Eripuit furijs;purgamina mentis in
illas Mifit aquas; odiumquemeri permanfitin undis. Al qual coſtuine avendo per
avventura riguardo l'Omero Ferrareſe volleche Aſtolfo faceſſe lavar più volte
in mare il ſuo forſennato Orlando pria che gli da se bere il licores avuto in
Ciclo per guarirlo: 1.0 fà lavare Aſtolfo ſette volte, E ſette volte ſott'acqua
l'attuffa Si che dal viſo, e da le membra folte Lava la brutta ruggine, e la
muffa. Ma non ſi contentava già disì fatti artificj ſoli Melampo, ma a render
più ragguardevoli,e famoſe le ſue cure ſi van tava anche come ſcorgerſi puote
in Sinelio 14 di ſapere in terpetrare i ſogni, e ſi valca oltre a ciò degli
augurj, e da va ad intendere a tutti che gli aveſſe Apollo inſegnata l'ar te
dell'indovinare, e che avendoſi egli allevate in caſa al quáte bilce, quelle
poi dormendoſi egli nel più alto filézio della notte gli haveſſero leccare
l'orecchie, ond'egli ſubita mére p paura deſtatoſi havelle inteſo preſlo
all'alba chiara mente i linguaggi tutti degli uccelli, os, parlando di Melāpo
dice Apollodoro, επί των χωρίων διατελών,ε'σης πτό τε οικήσεως αυτού δρυός,έν
και φωλεος όφεων υπήρχεν αποκλεινανίων των θεραπόντων τους όφας,τα μη ερπετα
ξύλα συμφορήσαςέκαυσε τους και τ όφεων νερατους έθρε. ψενοι δε γενόμμoι τέλιου
σειράντες αυτώ κοιμωμδύω τώμων εξ εκατέρω: ma's exca's Txis gaca sesi exclougor.
o de avasara moi gerópfu were δεης των υπερπτπρίων ορνέων τις φωνας συνία. και
παρ' εκείνων μανθεί vwv, niuna arte dunque gianmaiebbe, per quanto lo mi creda,
tanto commercio colle menzogne, e colle frodi, e colle ſuperſtizioni, quanto il
meſtier della medicina. La qual cola così manifeſta ſi pare a chiunque ſia di
quella mezzanamente inteſo, che non abbiſogna al preſente, ch'io 14 lib.3. di
vantaggio mi v'affacichi. Non però di meno non laſce? rò d'accennare le ſtrane,
e ridevoli cerimonie, ch'adopera vano gli antichi in raccorre le piáte,
acciocchè poi più ma raviglioſi, eragguardevoli dalla ſcimunita gente giudicati
foſſero i lor medicamenti. Non poteaſi la Peonia coglier di giorno; perciocchè
dubitavano non v'aveſſero a perder di preſente la viſta,ſe da qualche ghiandaja
vi foſsero in colti. Colui, che cavar voleva la Mandragola, conveniva, che ben
ſi guardaſse dal verto contrario: e prima dicavar la formavale con un coltello
incorno tre cerchi: e in divel lendola poi tener ſi voleva la faccia volta
verſo Occiden te: e mentre divellcvaſi faceva di meitieri, ch’un'altro le
andaſse intorno faltando, e ſghignazzando, e dicendo non foquali parole ſconce,
e laſcive, come racconta Teofraſto con quette parole. Περιγράφειν δε και τον
μανδραγόρgν εις τάς ξίφα: τέμνειν δε πεός εσπέραν βλέπονται τον δε έτερον κύκλω
περιορ - χεΐσθαι, και λέγειν ώς πλείσα πτρια φροδισίων τέτο δεόμοιον έoικε των
περί τξ κυμίνε λεγομλύω κατι την βλασφημίαν όταν σπείρεσ. Le Quali poida PLINIO
nel ſuo volgar cavate non fur così intiera mente rapportate. Cavent, dice egli,
effofuri contrariun ventum, et tribus circulis ante gladio
circumfcribunt:poftea fodiunt ad Occaſum ſpectantes. Mach afsai maggiori
cerimonie cavavaſi preſso gli anti chi la Baara, la qual vogliono aicuni, che
altro certamente non foſse, che la Mandragola medeſima. Eglino in prima le gittavan
ſopra del ſangue metruo, o dell'urina delles donne, quindi cavandole intorno
alla barba la terra liga vanla cautamente dietro un cane; il qual poi chiamato
dal padrone in correndo la ſtrappava di terra, e di preſente ne moriya. Cosìda
Giuſeppe Ebreo vien narrato a dágay γος δε και κατά την άρκτου περιεχέσης την
πόλιν βαάρας ονομάζεται τόπος φία σε ρίζαν ομωνύμως λεγομένην αυτώ αύτη φλογί
μεν την χροιαν έoικε, περί δε τοις εσπέρας σέλας απασρέπτεσα τους δε επιεσε και
βε λομένοις λαβείν αυτήν εκ έσιν ευχείρώτος αλ' υποφεύγει και επόπρον ί' Edi
quell'altro delmedeſimo Ariſtotile, che il tralaſciar da parte i ſenfi per
laſciarne cie camente alla ragione guidare, d'aſſai debolezza d'ingegno ar
gomento ſia? O forſe non fu egli del medelimo ſentimento anche Galieno? ecco le
ſue parole: coloro tutti da giudicar fono, anzi forſennati, che ſavj, i qaali
potendo le coſe pie namente comprendere, ed apparar da' ſenſi, voglion pures
che da apprender fieno dalle ſoledimoſtrazioni. Ealtrove il medeſimo autore: è
dottrina da tiranno, e piena di confu fioni, e di contefe quella di coloro, che
ſolamente agli altrui detti s'appoggiano. E di grazia leggan pure una volta il
me deſimo fentiinento nel loro Avicenna; e ſe non altro, va dano, e sì
l'apparino dal Principe de' Teologi, Giovanni Scoto, ove dice, che tutti
coloro, che'a' ſenſinon voglio no dar fede, degni giuſtamente ſieno delle
fiamme. E ſappiano di vantaggio, che chiunque abbia qualche ſcintilluz za di
ragione, diqualunquc Serta egli ſi ſia, debba pure con quel gran lume della
Galienica, e dell'Ippocritica medicina Niccolò Leoniceno dire: non debemus
profecto de Situere ita nosmet ipfos, ut aliorumfemper veſtigia fequentes,
nihil ita per nosmet ipfos decernamus. Hoc enim verè effet alienis oculis
videre, alienis auribus audire, alienis naribus odorare, aliena ſapere
intelligentia: ac nibil nos aliud quam lapides effe ftatuere, fi omnia
alienisaffertionibus committe remus, nihilque à nobis ipfis diſcutiendum putaremus.
E queſta pertinacia medeſima un'altro parzial di Galieno oltremodo
tacciādo,prende a narrare un piacevoliſ fimo avvenimento; cioè, che un pubblico
lettore uſato lun, go tempo, ed invecchiato in ſu'libri d’ARISTOTELE, abbatté.
doſi per avventura un giorno in una notomia, e veggendo manifeſtamente la vena
cava dalle innumerabili fila, ora dici, chę ſon nel fegato la ſua originç
trarre, tutto ingom, bro, e pien di maraviglia, Come chi mai avf4 incredibil
vide, confeſsò, che nel vero per quel, che gliene moſtraffero i fenfi la vena
cava diramar dovelle dal fegato; ma non per ciò egli credédo a' fenfi
contraddir doveffe al ſuo maeſtro Ariſtotile, il quale tutte le vene nell'huomo
aver principio dal cuore, coitantemente afferma; perocchè,diceva egli, più
agevole allai eſſere, i noſtri ſenſi talvolta ingannarſi, che il grande, e
fourano ARISTOTELE in errore alcuno giammai eſſere caduto. E più avanti cbbe di
male la ſua oſtinazio ne,chę vegnendo per alcun diinoftro in brigata d'huomi ni
letterari,eſſere intorno al cuore alquanta lugna, la qua le a ficvol lumicino
di candela liquefacevali, con tutto ciò per difender oſtinatamente il ſuo ARISTOTELE,
negante law medeſima coſa, osù pur dire, che quel dalui veduto non era miga
graſcio. Maaſai per certo piacevole egli ſi è ciò, che a tal pro poſito anche
narra il chiariſlimo Redi, che un ' profondo 1 1??30, Santoro. mac ro in iſcriteura peripatetica, perchè non
veniſſe egli coſtretto a confeſſar per vere le ſtelle, ed altre nuove core dal
gran Galilei in Cielo ravviſato, ricusò l'ajuto dell'oc chiale; e ch’un altro
più teſtereccio non volle mai degnar di vedere aprir da lui una di quelle
picciole rane, che per le polveroſe ſtrade in tempo diſtato ſpicciano, per non
eller altresì coſtretto a confeſſare, ch'elleno non s'ingene rino nello ſtante
dell'incorporamento della gocciola con 1.2 polvere. Maove Io ferbero di narrare
i piati, e le conteſe, che nella medicina del nobiliſſimo medico PROSPERO
MARZIANO IN ROMA s'accrebbero? il quale di non volgare dot trina, e di faggio
avvedimento fornito, quanto avea dita lento, ed'induſtria, tutto glorioſamente
in iſpicgare la doc trina d'Ippocrate impiegando, diè manifeſtamente a vede re,
che allai ſovente Galieno,o non aveſſe compreſo,o non avelle comprender voluto
il vero ſentimento di quelgran vecchio. E ciò anche Pier Castelli narrando
dice, che Ga lieno così parimente foſseſi adoperato in iſpicgar del divi no
Platone i dottilimi ſentimenti: Galenus, vel non intel. kexit, vel intelligere
noluit Hippocratem, et Platonem, ut ſua extarent. Quindida'rimproveri, e
da’mordimenti dilui difende il laviffimo vecchio, ſpezialmente intorno alle c.2
gioni delle febbri, coſtantemente affermando, non ſola mente Ippocrate non
avere a ' febbricitanti giammai pre ſcritto il lalaro, ſe non ſe ove caſo di
grande infiammagio ne d'entro richieſto l'avelse: il che già prima di lui
pienamente CARDANO avviſato avea; anzi per ſentimé to d'Ippocrate vudl, che la
febbre una di quelle cagioni ſia, che il ſegrare affatto abborriſcono. E queſte,
ed altre buone dottrine il valent:huomo di MARZIANO faggiamente manifcftando,
ravvivò con eſle la caduta, c quali eftinta ferta del ſuo caro Ippocrate. Ma
non ſolo come fin ora abbia dimenticato una dona na, la qual comechè tale, pur
merita d'eſsere in iſchiera de' più nobili letterati annoverata. Io dico la
Signoras D. Oliva Sabuco: Coſtei gl'ingegnifemminili, egli uſi Tutti Sprezzo
fin da l'etade acerba: A’ lavori d'Aracne, a l'ago, a' fufi Inchinar non degnò
la manſuperba: Ed eſsendo ella di valore, c d'ingegno più che maſchile
abbondevolmente fornita, animoſamente fi iniſe col cere vello, e con l'animo ad
inveſtigar le coſe naturali; e più ol tre avanzandoſi, ed in biſogne di maggior
utile, e prò la mente rivolgendo, acciocchè le Spagne, e'l mondo tutto qualche
concio ne traeſsero, ad un nuovo, ed ingegnoſif fimo diviſo dimedicina diè
maraviglioſamente principio. Ella così all’Auguſtiſſimo Monarca Filippo II d'e
terna,e glorioſa memoria in una lettera ſcrivédo,iſuoi pre gi manifeſta. Reſulta muy clara y evidenteměte, como reſul ta la luz del Sol, eſtar
errada la medicina antigua que ſe lee yeſtudia en ſus fundamentos principales,
por no aver enten dido ni alcançado los Filofofos antiguos y Medicos, ſu natu
raleza propria, dondeſe funday tiene ſu origen la Medicina. Delo qual no
ſolamente losſabios y Chriſtianos Medicospue den ſer juezes, pero aun tambien
los de alto juyzio de otras facultades, y qualquier hombre abil yde buen
juyzio. E quin di poco appreffo: y el que no la entendiere ni cumprehendie re,
dexela para los orros y para los venideros, o crea a law eſperiencia, y no a
ella, pues mi pericion es juſta, queſeprue ve efta miſecta un año,pueshan
provadola medicina de Hippocrates y Galeno dos mil años, y enella han hallado
tan poco effecto y fines tan inciertos, comoſe vee claro cada dia, y so vido
enelgran catarrotavardete, viruelas, y en peftes paf Sadas, y otras muchas
enfermedades donde no tiene effetto alguno, pues de mil no viven tres todo el
curso de la vida basta la muerte natural: y todos los demas mueren muerte
violenta de enfermedad, fin aprovechar nada su medicina antigua. E nel dialogo
della vera medicina: No me podreys negar, señor Doctor, que la medicina escrita
que ufays eſta incierta, varia y falta y que ju fin, y efeto fale incierto,
falfu y dudoſo, como vemos claramente ellasde m34s artes iener füis 1 1 fines y
efetosciertos, y verdaderos fin variacion, ni engažo, comola Aritmetica,
Geometria, Musica, Astrologia, y las de mas, que a quel fin, y bien que
prometen, lo cumplen, y fale cierto ſiempre y verdadero. Todo lo qualbien vers
que falta en la medicina,pues eſta tanengañoſa, incierta; yva ria:luego claro
eſta que eſta arte tiene algunafalta en las raga zes, y fundamentos,pues no
echa el fruto, conforme a lo quc promete, que muchas vezes esperamos lindas
māçanas echa eſcaramujos agallas y niſpolas:lo qual al buen juyzio pondra en
duda, y dira por ventura, Eſte aunquepaſtor trae, razon, que los antiguos
tambien fucron ombres como eſte. E più ſotto ſeguendoil medeſimo ſentimento
ſoggiunge: No nze podeys negar,Señor Doctor, la incoſtancia, y quantas ve zes
fuemudada la medicina, y que eſtuvo vedadamucho tič po en Roma, y que muchos
ſabios mo le han dado credito, ni ſe han querido curar con medico por las
cauſas que tengo dichas, que ſon degran eficacia. Ylos Sarracenos, y los del Reyno
de la China, no admiten inedicos, j' ay mas gente que en Eſpaña. Y eſosmiſmos
autores antiguos, graves le ponen gran dificultad, diziendo, que la vida
esbreve, y el arte es largo, el juyzio difficultoſo, la eſperiencia engañoſa,
et c. I dixo Hippocrates: que perfecta yacabada certinidad de la medicina no ſe
alcanca, y no me podeys negar, Señor Do Etor que fueron hombres, cimo noſotros:
y que ſus dichos, no forçaron a la naturaleza del hombre, a que ella fueffe lo
quc ellos dezian, que ella ſe quedo en lo queera, y ſu dicho no la mudo, y
pudieron errar como hombres,pues tantas vezes fue frrada y mudada, como lo
podeys veren Plinio, donde dize que ninguna de las artes fuemasincuſtante,y
mudable, que la medicina: y que cada dia ſe mude. Più oltre
crapaffala signora D. Oliva, i cui fourani pre gi nou è mio diviſo al preſente
raccorre, ed annoverare, che troppo a lungo ne verrei. E baſterammi accennar ſo
lamente molte coſe averſi alcuni de'più rinomati autori in veſtite,
inillantando falſamente, ſe eſſere ſtati i primi a mani feſtarle, come intorno
all'ordimento, che tien la natura in compartire alle parti de'corpi animati il
nutriinento, che H cla 58 ellämolto avanti ravvitate appieno, e glorioſamente
già paleſate ne'luoi libri l'avea. Surſe dopo coſtei nella noſtra Italia un
novello Siſtema di razional medicina, e fu gentil trovato diquel celebre
filoſofante, e maeſtro in divinità CAMPANELLA. Non miſe egli già le mani all'
opere della medicina: ma pure ſpiar volle di quella i più ripoſti arcani; e
comeage vol fu al ſuo pellegrino intendimento lo ſceverar la ſua fi loſofia
dalla volgare, che nelle ſcuole comunemente inſe gnavafi, così potè
ancheordinar con belle dottrine un'al tro trovato dirazional medicina, e quindi
ancor ne ſegui rono molti, e varj rimeſcolamenti, e conteſe nell'arte. Ma i
ſegni, e le coſtoro mete, o quanto trapaſsò gene roſo a’giorni noſtri il
grand'Ermete della balla Germania, Elmonte, che con più alti apparecchi, e
colla mente di più nobili arredi fornitas tentò Ia grand'im preſa, onde vie più
s'accrebboro i contraſti, e le miſchie. Coſtui a ſingolar acutezza d'ingegno,
cãdidezza accoppia do di non volgari coſtumi, rivolto curioſamente alla Spa
girica, intorno allo ſcioglimento de’naturali corpi tutto dieſſi, e ne a
fatica,ne a ſpeſe giammai perdonando, tant'ol. tre avanzoſi, che laſciandoli
dietro l'orme glorioſe dal Pa racelſo ſegnate s nórimai ſi riſtette', fino a
tanto, che ull maraviglioſo, e non più udito liſtema di razional medicina egli
giunſe felicemente a formare. E a qucſta medeſima guiſa veduto abbiamo a ' di
noſtri per lo ſentiero dell'immortalità, e della gloria avviarſi a gran paſſi
co'l ſuo novello ſiſtema di razional medicina il celebre Tomaſſo Vilfis; ne di
leggieripuò crederſi, qua to egli con ogni ſtudio maggiore proccuraffe
d'ammannar tutto ciò, ch'avvisò dovergli farluogo a sì nobil lavoro: e con
qnale sforzo, con qnai ſudori, con quali vigilie egli s'adoperaſe per condurlo
allo intero ſuo compimento. Ma non vi durarono minor fatica", ne minore
induſtria adope rarono per fomigliante impreſa, e’l Silvio, celebre per lo
innumerabile drappellode Fuoi ſeguacije'l Gliffonio,e l'El vezio, e'l
Meſfonieri; e'l Travaginis, ed altri illuſtri l'ette rati rati dell'età noftra,
a molti de'quali, che che ſtata ne forte la cagione, non è venuto fatto di poter
mettere fuorii loro concetti. Taccio al preſente di que'valent' huomini, che
tuttavia ſudano all'opera, e colla ſcorta de’moderni trova ti della notomia, e
della moderna filoſofia naturale, ſpera no, quando che ſia divenire a capo
de’lor generoſi diſegna menti dietro a yarj ſiſtemi di razional medicina. E
taccio altresì di coloro, che ſottilmente van tutto di diviſando (i ſtemi di
ſperimentale, e di metodica medicina, ma dall'an tica gran fatto varia,
ediſcordante, Ma o quantoperciò più le têzoni de Medicine ſiano acceſe con
porre ſottoſo pra, ed avviluppar la medicina tutta, non fa meſtierial preſente
narrare, ſe tutto dì co’propj occhj apertamente il veggiamo. Perchè ſe a'dì
noftri l'eloquentiſſimo PLINIO vi vo fosse, griderebbe dicerto più che mai con
quelle ſue adirate parole: mutatur ars quotidie toties intarpollis, et in
geniorum flatu impellimur, non già di que’della Grecia ora Icioperata, e
incodardita ſotto'l giogo della barbarie; ma di que'celebratiſſimi
dell'Inghilterra, e d'altre Provincie, da lui ne’tempi ſuoi barbare giudicate,
Malo ormai giunto mi veggioal più copioſo ſtormo de medici,in tante ſchiere, e
tazioni partita, e quaſi ſtraccia ta veggendo la medicina, che ormai per
ingegno umanono fi può più avanti partire. F ſon coſtoro que'cutti,che nondi
Greco, o DI LATINO, o di Barbaro, o d'altro ſtrano ſcrittone, modernoso
anticoch’e'ſiaſi,ſeguirvogliono la peſta,ed a gli altrui ſentimenti ſempre
ligarſi; ma liberi affatto, e ſciolti gir con iſpedito voloi valtiſſimi Regni
della natura fcorré do; quindi cozzando contro i più duri, cd oftinati malori
con quell'armi, ch'a coſto delle propie fatiche s'acquiſta rono,nonpreſe, o
tolte da gli arſenali altrui, ed alla cic ca adoperate, fanno con glorioſe
impreſe render eterni, e illuſtri i lor nomi. Così nulla altrui credendo, ſalvo
ſelor non venga da propj ſenſi, o da certiſſima ſperienza appro vato,
tutcoyogliono ſpiare, a tutto penetrare, e tutto ſot tilmente con occhio
curioſo eſaminare;ne per iſmaltire hā no altre ragioni, che quelle
ſolamente,ch'all'avvedutezza H 2 del 80 Ragionamento Primo delloro intendimento
confannoſi. Ed eſſendo a tutte ſet te contrari, e a niun de'ſertegiantiaffatto
nimici, giurano che in queſta guiſa,più che altri oftinataméte fi faccia, l'or
me d'Ippocrate, e di Galieno vengano ſopratutto a ſegui tare. E perciocchèlo
giudico, che aſſai monti al noſtro intendimento il vedere, ſe una tal libertà,
debba loro eſa fere permeſfa: priegovi o Signori, poichè a baſtanza par mi
d'aver ragionato, nella vegnenteaſsemblea ad udir loro ragioni. RA EBBO per
ſoddisfare all'obbligazion del la mia promeſsa diviſarvi oggi,o Signori, le
ragioni di quei filoſofanti, che alla li bertà de'loro ingegni alcun freno di
fer vitù generoſamente ſdegnando, voglion gir liberi a lor talento fpaziando
pe' vaſti, e ſiniſurati campi della Natura. Ma conciosſiecofachè el le fien
molte, e molte, e tutte di gran lieva,io non ſo qual prima mi debba dire,
quafdopo; ſenzachè a me non fu conceſſa in ſorte larga vena diben parfare,
perchè con purgato ſtile ſpianandole (e quale alla lor dignità per av ventura
ſi converrebbe) la for ſaldezza, e valore veniffer per voi più chiaramente
compreſi. Ma forſe hanno elle an cora ciòdi vantaggio, che rôzzamente accennatc
poffano, e pregio, e commendazione non ordinaria da voi merite volmente
ricevere. E per venirne omaia capo, parmi che alcuno autor di quelle a queſta
guiſa d'eſſo loro parlamen, tando potrebbe imprenderne il filo. Egli non alzò
certamente natura con ſingolar vantaggio fovra tutt'altri animali all'huomo
inverlo il Ciclo la fronte; di sì 68 Ragionamento Secondo di sì generoſi, e
ſublimi, e liberi ſpiriti abbondantemente fregiandolo, perchè egli poi qual
paluſtre mergo, raden do lempre maiil ſuolo, non avelle ardimento di battere
generoſamente in alto le penne, per potere da ſe medeſi mo ſpiare, e
inveſtigare quelle si varie, e sì ſtrane apparen ze, onde bello ſi rende, ed
ammirabile l’Vniverlo; ma acciocchè largamente per tutto ſpaziandoli, il tutto
e'cer chi, il tutto e'ravviſi,il tutto e' pienamente comprenda, non già nelle
copie incerte, e ragionevolmente d'error ſo ſpette, manel primo, c vero loro
originale. Così quell' Aquila de Greci filosofanti glorioſamente adoperando,
con felice., e ſpeditiffimo volo Proceſſit longè flammantia mænia mundi, Atque
omneimmenfum peragravit mente,animoque. E pure ad onta d'una sì provveduta
madre, v'hà chi a dáni, ed a rovina diſe, e de gli altri Segnò le mete, e'n
troppo brevi chioſtri L'ardir riſtrinfe de l'ingegno umano, facendo sì, che i
troppo creduli, e ſciocchi poſteri ad altro non badaffero, ch'a leggere, c
rileggere, e tutto dì di chio ſe, e di coinenti gli arzigogolise le fanfaiuche
d'un mondo tutto fantaſtico caricare. Quicfto non volle già,che faceſſe in modo
alcuno il giovinetto Lidia, quel gran maeſtro della greca filoſofia Antiltene:
quando di nuovo libro, di nuoyo ſtile, ditavolette nuove a doverſi fornir
gl’impoſe ', fe filoſofar con ello lui voleſſe; e ciò, perchè egli compré deſfe,
che le coſe,che per lui, da regiſtrar foſfero, eſfer quelle non doveano, che
già da altrui ſcritte in prima, diviſate ſi erano.. Eciò anche molto innanzi ad
Antiſtene inſegnò quell'antichiſſimo Savio, che primadi tutt'altri, Filoſofia
chiamò con nome degno, quando a ' luoiſcolari diceva, non doverſi da loro nella,
popolare ſtradaconfuſamente co'l volgo ignorante cammi nare. Equeſta libertà
nelle ſcienze ciaſcun'altro de più ce lebri, e rinominaci filoſofi comunemente
ancor richieſe: c da più illufri medici, e per valor d'ingegno, e per opera di
mano eccel'éti faclia Grecia futta oltre modo abbracciata. La cui altezza
d'animo ſaggiamente imitar volle il famoſiſſimo medico, e filoſofo Claudio
Galieno, ficome in più luoghi ne da pienamente teſtimoniāza nelle ſue ope re, o
quand'egli oltremodo uccella, e berteggia i tenacif ſimi ſeguaci d'Eraſiſtrato,i
quali a' detti di lui, come agli oracoli d'Iddio riverenti
s'acchetano,faldiſſime, ed infalli bili verità, ſempre mai giudicandole, o
quando coſtante mente afferma eſſer egli d'ingegno rintuzzato affatto, ed
abbattuto lo farſene ſcioccamente a’derti, ed alle ſenten ze, cd a'giudicj
altrui, non volendo coſa alcuna bilancia re, ne punto a lor paſſare innanzi: o
quando altrove iſtan cemente priega, e ſcongiura i parteggianti tutti a por giù
la ſcabbia, e'l furore, e la ſtolta follia delle ſette: 0 quin do adiratamente
grida effer dura, e malagevole impreſa a ridur coloro alla ſtradadella verità, i
quali già ſotto il ſera vilgingo di qualche ſchiera ſottomeſſi fi fieno. Quindi
la ra gion recandone ſaggiamente ſoggiugne, che le falſe opinio niingombrando
gli animidegli buomini, non folamente fordi, ma ciechi ancora
renderglifogliano, intanto che ſcorger affat to non posſano ciò, che altri di
neceſſità rimira. O quando altrove proteſta, eſſer egli un male da non potere
in verű modo guarire,la folle, e ſciocchiffima caponeria di cotali
parreggianti; e di qualunque ſcabbia più dura affai, e ma ſagevole a trarre: e
che cotali uccellacci non che fappian, giammai nulla di buono, anzi ne men
d'appararlo ſi ſtudj no: o quando ſtizzoſamente ſclama, amarpiù toſto, coloro,
cfer della patria, che della propriafetta traditori, e rubelli. Et o piaceſſe
pure al Cielo, che coralidetti non ſi vedeſ fero a giornate dall’oſtinatiffima
pertinacia di coſtoro av verativolendo: più toſto manifeſtamente uccidere i
miſeri infermi, che ſpiccarſi punto daʼnocevoliſentimenti de’loro amati Maeſtri.
Ma perchè dobbiam mai ſempre noi con follc oſtinazio ne laſciarci trarre
afreverendiſlimo parer degli antichi? for ſe non ſono ſtate lor molte coſe a
grado, ch'a noi ſpiace voli ora ſono, ed affatto nojofes Cosi la gente
prima,chegià viſe Nel mundo ancoraſemplice, ed infante Stimò dolce bevanda, e
dolce cibo L'acqua, e le ghiande, ed orl'acqua, ele ghiande Sono cibo, e
bevanda d'animali, Or che s'è poſto in ufoilgrano, e l'uva, O forſe alcuna coſa,
ch'al lor cortiſlino intendimento vera parve, ora falliſiima manifeftaméte p
opera degli ingegnoſi moderninon ſi è ſcorta? Così ſon veriſſiine prove de’mo
derni notomiſti il ritrovato dell'aggiramento dei ſangue, delle vene lattec,
edel códotto del Virſungo,e del ſaccolat to, e de'vali acquoſi, e degli uſi
delle glādole, e d'altre par ti, e altri infinici nuovitrovati,che crollano, c
ſcovolgono,e da’fondamenti abbattono, cd atterrano ogni razional ſi Atema
d'antica medicina. O forſe farà egli colpa degli in nocenti moderni l'effer'
eglino nați dopo gli antichi auto rir ma ſe ciò è fallo, e colpa, certamente
commiſerla in prima coloro, i quali da' ſentimenti de' loro più antichi maeſtri
tralignando, e nuove ſchiere di filoſofia, c di me, dicina anmutinando, ofarono
in prima novelli ſcolari ri bellarc a'loro antichi maeſtri, e darne nocevole
cſemplo di si follo, e temerario ardiinento. Imperciocchè ognianți co a'tempi
ſuoi fu moderno; perchè figgiamente il Princi pe CLAUDIO Ceſare apppreſſo TACITO
ha a dire: quæ nunc vetuftifſima creduntur nova fuere: inveterafcet feculum no
firum, et quod hodie exemplis tuemur, inter exempla erit, (1 ) cd a queita
medeſima cagione avendo riguardo un mo derno Poeta contro que', che per eller
egli moderno biafi mavano il Paracelſo, in ſomigliante guiſa conchiude, Qui
nova damnatis, veteres damnetis oportet; Aut iſta nihil eft in novitate novi
Saran dunque acerbamente da vituperar Platone, Antiſte nc, Eſchine, ed
altrifamoſiſſimiingegni, i quali poſto in non cale le vecchic ſcuole, che
allora nella Grecia fioriva. no, a quella di Socrate, che nuova era, per
imprender fi loſofia coraggioſamente ſe'n girono? anzi ne furon perciò foin (1
) Etienne Paſquier. 05 sómamente da
cómnendare. E nuove altresi furono le ſcuole di Platone:e pure ARISTOTELE, e
Senocrate,e Speuſippo,ed al tri molti cotăto tépo v’uſarono; 11e alcuno ebbe
perciò giá mai ardiméto alcuno di biaſimargli. E dalla novella ſcuola nel
ginnasio del lizio d'ARISTOTELE in tanta gloria mótò Teofraſto per l'uſarvicon
tinuo, che uguale, e forſe al inaeſtro ſuperior ne divenne; perchè dal
padredegli ſtoici filoſofanti Zenone, funne poi grandemente lodato. E nuova
anche fu la scuola di Zenga ne, e nuova quella d'Ariſtippo, e quella di Fedone,
equel. la di Euclide da Mogara. Così anche fur nuove le ſcuole d'Eubolide,
d'Epicuro, di Menedemo, d’Arcuila, e d'al tri molti maeſtri di filoſofia, e
pure per huoinini illuftri,ed egregj, alle vecchie, e famoſe ſcuole degli
antichi filoſofan ti furono antipoſte, riportandone ſempre mai buon nome, e
fama non ordinaria dicandidi, e veritieri ſcrittori di que tempi. E perchè nó
ſarà lecito anche a noi tralaſciando le vecchie ſcuole ad una novella
indirizzarci, e maſſimamen te in quelle coſe, ove già i manifeftiffimi errori
degli anti chi maeſtri abbiam compreſi? E forſe ſarebbe a tanta altezza
pervenuta la nobiliffima arte della pittura, ſe gli antichi maeſtri paghi
ſolamente della rozžillima imitazione del vecchio Filocle, nö ſi foſſero ſtudiati
di vantaggio con la loro induſtria di limarla: e col tirar ſolamente le linee
dell'ombre de'corpi aveſſero così alla groffa ſchizzate ſempre le lor confuſe,
e diſtinate figu re? O forſe fu egli troppo ardimentoſa tracotanza dell'in
gegnoſo Cleofante, odi Parrafio, o di Polignoto, o di Zeuſi, o d'Aglaufone, o
del vaghiſfimo Apelle il dar loro più vivi i colori,e più regolati i diſegni,e
più ſquiſite le om bre, onde poi vive, e perfettiſlime riſaltando,n'aveffero,e
gli augelli, e i deſtrieri, ei cani, ei maeſtri medeſimidell arte glorioſamente
ad ingannare? così anche i noſtri avan zandoſi di mano in mano l'un l'altro
a'tempi d’ALIGHIERI, Credette Cimabue ne la pittura Tener lo campo, ed or ha
Giotto il grido; Si cbe la fama di colui ofcurawi I Quin 86 Ragionamento
Secondo Quindi fu il famolo dipintor di Madonna Laura Mae Itro Simone cotanto
commendato dal Divino PETRARCA, ed altri famoſiſſimi dipintori. Ma ſopratutti
ſi tolſero il van to, ed al preſente s'ammirano comemiracoli dell'arte l'o pere
maraviglioſe di SANZIO, e di Tiziano, e di quel grande Michel più che mortale
Angel divino. Necertamente potrebbe la Grecia gir ſuperba, e altiera della
ſonora tromba del grand'Omero,del grave coturno di Sofocle della ſublime lira
di Pindaro, e de' ſouviſlimi verſi d'Anacreonte, di Teocrito, e di tant'altri
illuſtri, c nobili Poeti; o ROMA de' ſuoi Lucrezj, de’ Virgilj, de’ Catulli,
de' Properzj, de' Tibulli, degli Orazj. Ne la Spagna ammirerebbe l'altiſſiino
canto del Camoes, e le colte rime del Garzilaflo. Ne goderebbe la Francia
l'ornato ſtile del dottiſſimo Ronzardo, e del Bert: ſſo. Ne il noſtro più,che
tutt'altri, dolce,vago,e bello Idioma, vātar potrebbe il divi no cato
dell'incóparabile Torquato Taſſo,di Giovani della Caſa, o la maraviglioſa
evidenza dell'ARIOSTO, e dell'ALIGHIERI, o la dolciſſima muſa del PETRARCA, del
Bébo,dell’Ala māni, del TRISSINO, del Molza, del Guidiccione, del TASSO Pa dre,
del Guarini, di Galeazzo di Tarſia, edi altri,ed altri nobili ſpiriti, che di
valor colla ſuperba grecia gioſtrano,o pur la vincono, ſe coſtoro
tuttida'veſtigj de'rozzi antichi non aveſſero oſato d'allontanarſi; il perchè
faggiamente ebbe a dire Iſocrate:yeggiamo noi l'arti,e tute'altre coſe eſſer
van taggiate, e creſciute non già per coloro, che le comunali, e uſitate
ritennero, ma per coloro, che d'ammendarle, e torne via glierrori, e
migliorarle preſero ardimento: ta's επιδόσεις δρώμεν γινομένας, και των τεχνών,
και των άλλων απάντων, και δια της εμμένονάς τοϊς καθεξώσιν, αλα δια
τηςεπανορθένας, και τολμώνας «ί τι κινείν των μη καλώς εχόντων. Ε fe cio fi
vedea giornates anche in quelle arti avvenire, nelle quali pare, che omai poco,
o nulla fi poffa più oltre andare, e pure non vi ha altra ſtrada d'avanzarli a
maggior perfezione, che del mai ſempre nuove coſe inveſtigare: perchè non ſi
dourà an che ciò alla filoſofia, ed alla medicina permettere? malli mamente,
che il campo di eſſe è queſto si vafto, e grandif ſimo teatro dell'univerſo,
nel quale ad ore, ed a moinenti apparir tutto dinuove, e nuove coſe fi veggiono,
da te nervi i più ſublimi, e pellegrini ingegni mai ſempre img piegati. Multa
dies, variufque labor mutabilis ævi Rettulit in melius; ſenzachè certiſlima coſa
è, che'l mondo più ſempre mai col tempo invecchiando,dinuovi, ed utili
ritrovati per la noſtra ſperienza di mano in mano i ſecoli arricchiſce. Così
noi veramente ſiam da dirci vecchi, e gli antichi, i quali nel vecchio mondo
ſiam nati, e non que’tali, che nelmo do infante, e giovane,men di noi
ſperimentando conobbe ro. Anzi coloro, che per innanzi naſceranno, più di noi
ſaran vecchj, ed antichi, e conſeguentemente d'eſſer più di noi dotti, e
ſperimentati, e diquant'altri per l'addietro mai furono, auran cagione. Ed a
propoſito di ciò ſovven gonmi quelle belliſſime parole del gran Baccone da
Verolánio: de antiquitate autě(dice egliopinio,quam homines de ipfa
fovent,negligens omnino eft, ex vix verbo ipfi congrua: Níundi enımſenium, et grandavitas
pro antiquitate vere habendafunt;quæ temporibus noftris tribui debent,non junio
ri ætati mundi, qualis apud antiquos fuit. Illa enim ætas re Spectu noftri
antiqua, &major; reſpectu mundi ipfius,nova, minor fuit.Atque revera
quemadmodum majorem rerum humanarum notitiam, á maturius judicium, ab homine
fene expectamus, quam à juvene-propter experientiam, et rerü, quas vidit, et audivit,
et cogitavit, varietatem, copia eodem modo, do à noftra etate (fi vires ſuas
nuffet, et expe riri, &intendere vellet)majora multo, quam à prifcis tem
puribus expectari par eft; utpote ætate mundi grundiore, infinitis
experimentis, et obſervationibus aucta, et cumulata. E in verità, chi ha mai
tante, e si diverſe maraviglie in Cielo, e in terra, e nell'acqua, e negli
augelli, e ne’peſci, e ne' bruci animali, e nelle piante ſcovrir potuto, dove
turto di attenti, ed intricati gli ingegni tutti de' più ſottili I 2 filoſofanti
viſi aminirano, ſe non ſe la noſtra età, cioè a dire il mondo vecchin, il quale
ne va nuove maraviglie di giornata in giornata rappreſentado; intanto, che ora
d'ogni tempo quafi n'è lecito a dire. quod optanti divum promittere nomo
Auderet, folvenda dies en attulit ultro. Oltre a ciò gli antichi ſavj, ſicome i
confini delle loro co trade appena s'argomentarono di paſſare, così altii ani
mali,altre piante,ed altri minerali fuori di quelle non iſpiar mai, ne
conobbero, e ſe ne rimaſero alla ſemplice relazio ne de'marinari, c d'altre
perſone idiote, e volgari, dalle quali ingannati,ne ſcriſſero poi tante
incredibili bugie. E chi potrebbe mai tener le rila in leggendo ciò, che Erodo
to favoleggiò dell'incenſo, dicendo, che gli Arabiil colga no profumando in
prima l'arbore con iſtorace: iinperocchè fra irami di quello s'appiattano folti
(tuoli di ſerpentelli coll'ali di variati colori: τον μέν γε λιβανωτον
συλλέγεστ, την σύeακα θυμιών της. E non guari apprefio,τα γαρ δένδρεα Gύτα του
λιβανωτοφόρ, όφιες υπόθεροι και μικροί τα μεγάθεα, ποικίλοι τα είδεα, Qurárrs01,
Trnýber mondo, me ei sér d por exasov. E del Laudano, affer: mò eſſer quello
odorifero, e dilettevole a fiutare, e pur na ſcere in luoghi puzzolenti, e
ſpiacevoli; e che ritrovaſi ſu le barbe de'becchi a guiſa di muffi, che naſce
da' legni pu tridi: έν γαρ δυσοδμοταίω γινόμενον,ευωδέ αλόν εσ • των γας αιγών
των τζάγων εν τοίπ πώγωσε ευρίσκεται έγινόμενον, οιται γλοιός από και o'rins.
Ma Rufo da Efeſo dice, alle barbe delle capre ap piccarſi il L.audano allor che
le frodi del Ciſto van ghiot tamente paſcendo Αλο δε πε κατι γαίαν έρέμβων
λήθανον εύροις Αιγών αμφί γένια • το γας καθύμιον αιξε Κισσε ανθήενθG-
επέδμεναι άκρα πίτηλα Τον δ' από λαχνήεν7G- ανεπλήσθησαν αλοιφής Λίγες υπαί
λασίασε γενίασε πλευρά τε πάνω. E forſe il medeſimo volle dire Erodoto. E
ſimilniente fi pare, che credeſſe Dioſcoride colà, ove ſcriſle parlando del
Ciſto: Imperocchè pafcédo le ſue frõde i becchi, e le capre lor fu la barba, e
ſu'l vello dell’anche s'appiaitriccia quella tenace graffezza, onde poi
pettinandola la raccolgono i Paſtori, e colata non altrimenti, che ſi faccia
del miele, e ne forman paſtelli, e la ripongono. Sonyi alcri, che tirando, e
sbattendo certe corde ſopra queſti arboſcelli raſchiano poi la graſſezza, chevi
s’appicca, c fannone paſtelli, e a quefta guifa la riferbano:τα φύλα γας αυτού
νεμόμεναι αι αίγες και οι τεάγοι ή λιπαρίαν αναλαμβάνει το πώγωνα γνωρίμως •
και τους μερούς πτοσπλαήoμένην δια το τυγχάνειν ιξώδη• ην αφαιρώντες ύλίζει,
και απο τίθενζι αναπλάοσοντες μαγίδας · ένιοι δε και χοινία επισύρεσι τοις
θάμνοις, και το πζοσπλασθεν αυτοίς λίπG- αποξύσαν τις αναπλάσει: Il medeſimo
dir vollc Plinio, ma in traslatido le parole di Dioſcoride poco bene
peravventura intendendo la parola Jauvois, e l'altra unigovor ſcriſſe: Sunt qui
herbam in Cypro, ex qua id fiat,ledam appellent: etenim illi ledanum vocant: hu
jus pingueinfidere:itaque attractis funiculis herbam eam con volvi, atqueita
offas fieri.Vidiede ancora inciera credenza Galieno, quando dice gevers auto
del laudano, favellan do ) κατά τα γένεια των τάγων έν πτ χωeίοις επιγίγνεώι: e
Paulo da Egina λάδανον από τον κίσε τού λάδανος λεγόμενον γίνεθαινεμόμεναι γαρ
αυ τον αι αίγες, εν τοίς πώγωσι, και τοϊς μηρούς αυτών και λιπαρώτε ρον, και
οπώδες πόας αφαιρούνι. Éd Eichio λάδανον το με απο των πωγώνων των αιγών, και
τάγων Ma à chi cgli non ſembrerà incredibile ciò ches del Malabatro narrano
Diofcoride, e PLINIO, pur troppo groſſi nell'informarſi, e nelcreder leggieri.
Eftima il pri mo naſcer quello nelle lacune a guila di lente paluſtre; e'l
ſecondo no’l fa punto diverſo dalle foglie del Nar do Indiano; e pur
ſappiamoeſſer foglia di ben grande, co ſpazioſo albore, non già paludoſo, ma
ſalvatico, emon tano. Io non farò menzione delle tante, e tante inyeriſi. mili
bugie, ch'cglino medefimi, e Teofraſto della cotanto celebrata (piganardi
inventarono. Ne mi fermcrò a ſpia nare i fallimenti di Dioſcoride colà ove
diffe, che le radici del gégiovo fié così picciole,come quelle del Cipero; è co
me ciò,che buccinavaſi appo gli antichi dell’ambra gialla moſtri anch'e' di
credere, cioè,che il liquor d'amendue i pioppi preſſo le rive del Po in
diſtillando da tali alberi fi rapprenda in ambra, ſeguendo in ciò la volgar
fama de'ma fonieri Poeti, i quali fan che l'ambra ſia il doloroſo umore, che
per gli occhj fuor verſarono le pie, e addolorate ſorel le, che dell'acerbo
caſo del lor Fetonte dogliendoſi furono in quegli alberi ſtranamente converſe,
onde poi Fluunt lacryme: ſtellataque fole rigefcunt De Ramis electra novis: qua
lucidus amnis Excipit, du nurubus mitiit geſianda larinis. Ma non men piacevoli
a udir ſono i falli del ſovraca cennato Erodoto dietro al raccoglimento della
caſſia, e del cinnamomo. Credette egli con altri antichi, e la lor creden za
gli Arabi, c molti de'noſtri follemente ſeguirono, que Ite effer due piante fra
eſſe lordifferenti; e vuol egli, che la callia naſca in una palude non guari
profonda,per entro, e d'intorno alla quale ſoggiornano alcune fierucole alate
fimili a' vipiſtrelli, che mandan fuori orribili ſtrida, e ſono di gran forza,
e vigore; ma gli Arabi per iſchermirli da' yelenoſi lor morſi, in cogliendola
ſi cuoprono il volto, e'l corpo tutto,da gli occhi in fuora,di cuoja,e d'altre
pelligec colefue parole: επταν καζδήσωνοι Βύρσησι δέρμασι άλoισι πάν το σώμα,
και το πόσωπον, πλην αυτών των οφθαλμών έρχονται επί την καασίην • η δε έν
λίμνη φύεται ου βαθέη, σιρι δε αυτήν, και εν αυτή αυ. λίζεται κού θηeία ερωτι,
της νυκτίρια ποστίκελα μάλιστα και και τί. SUYE δεινον και ες αλκήν άλκιμα • τα
δη απαμυνομένες από των ópfamutów. E quale aggiraméto di ſtrano cervello ſi
pare ciò, che leggeli rapportato da Teofraſto, che i rami della caſſia P cſfer
nervoſi non poffano ſcortecciarſi, ma tagliinſi in pic cioli pezzetti, i quali
ſicuciono dentro a’pclli di bovi pur mo ſcorticati, perchè i vermicelli, che
nel corromperſi del legno s'ingenerano,roſicchiádone la midolla, inutile laſcia
no la corteccia intera, mercè l'amarezza, e l'acrimonia del fuo odore, την δε
κασταν φασι τας μέν ραβδες παχυτέρας έχαν, ινώδης δε σφόδρα, και ουκ είναι
τριφλοίσα, χρήσιμον δε ταύτην τον φλοι δν· αν ουν τέμνωσε πως ραδες και
κατακόπαν ως διδακτυλα το μήκG-, ή μικρά μάζω ταύταδ' άς νεόδωρον βρείνον
καταρραΠεαν · ατ ' εκ ταύτης, και των ξύλον σκυμένων, σκουλήκια γίνεσθαι, από
μια ξύλον κατεσθίει • τα φλοιού δε ουχ απεπειι, δια την πικρότητας και
δριμύτητα 7ης οσμής, 1e O 1 1 quali parole cosìtraslatò PLINIO con l'uláta
eleganza:Con fecant furculos longitudinebinum cubitorum, mox præſuunt
recentibus coriis quadrupedum ob id interemptarum,ut ijs pu trefcentibus
vermiculi lignum erodunt, et excavent corticem tutum amaritudine. Ma che direm
noi delle lunghe dice rie del Cinnamomo appo Erodoto più incredibili delle
ciance del verace Turpino preſſo del Bojardo, e del l'Arioſto. Il Cinnamomo,
dice Erodoto che non ci fia manifeſto ove, e'n qual modo naſca, ſe non che pro
babilmente ſi crede ingenerarſi in que'paeli, ove Bacco fu nutricato, e le
feſtuchedi eſſo eſſer quindi da certi grandi uccellacci traſportate in alcune
ſcoſceſc, einacceſſibili mo. tagne per fabbricarvi inidi,contro a’quali han gli
Arabi ritrovato un ſottil modo: cglino tagliano in pezzi, e con quidono le
membra di boyi, d'aſini, e d'altri giumenti, e quelli appreſan quanto è
poſſibile a’nidi, e quindi ſi dipar tono; gli uccelli intanto calan giù, e
preſo della carne la ripongon entro a’lor nidi, i quali non valevoli a ſoſtener
tanto peſo caggiono a terra, e gli Arabi allora ne fan race colta:όκα με γας
γίνει αι, και ήτις μιν γή ή τσέφεσα έστ, έκ έχεσι - πών, πλην όπλόγω άκόπ
χρεώμενοι, εν πίστ δε χωeίοισι φασί πνες αυ η φύεσθαι εν τοϊσι ο Διόνυσος εξάφη
• όρνιθας δε λέγεσαι μεγάλες φορέ eaν ταύται το κάρφεα, τα ήμεϊς, απο Φοινίκων
μαθόνης, κινναμωμον καλέομεν · φορέειν δε τους όρνιθας ές νεοσιας πεπλασμίνας
πηλό πέος αποκρήμνοισι ούρεσι, ένθα πόσβασην ανθρώπω ουδεμίην άνοι: πεος ών δή
ταύα τους Αραβίους σοφίζεσθαι τάδε · βοών π και όνων των απαγινο. μένων, και
των άλλων υποζυγίων τα μέλια διαμόνας ως μέγια και κομί ζειν ες Gύτα τα χωρία
και σφεα θένας άγχου των νεο Αστέων απαλάασε. « θαι έκας αυτέων• τας δε
όρνιθαςκατο πετυμένος και αυτών τα μέλεια των υποζυγίων αναφορέαν επι τας
νεοσπαστας δε ου δυναμίνας ίσχειν,καταρρής γνυσθαι γαρεπί γήν, τους δε επόντους
συλλέγαν ούτω με πκινναμωμον. Ma fe quefto fembra fogno d'infermi, ben fola di
Ro manzi ſarà, ſenza fallo, quel convenente d’Ariſtotile in torno al medeſimo
fatto,dove e' narra, ch’un uccello detto in Arabia Cinnamomo (comechè appreſlo PLINIO
chiami fi Cinnamologo) vada cogliendo i fuſcelli della canella, e fe · ue
fabbrichi il nido ſu le cimede gli alberi, onde pofcia gl’arabi con faette di
piombo lo ſcroſtano, e caduto giù in terra l'adunano φαστ δε ο κινναμωμον
όρνεον είναι οι εκ των το. πων εκείνων, ¢ το καλούμενον κινναμωμον φέρων πεθέν
τούτο το ορειον, και την νεολίαν εξ αυτού ποιείσθαινεολεύα δεφ' υψηλού δένδρετε
εν τοις θαλ. λοϊς των δένδρων, αλλά τους εγχωρίες μόλιόδον προς τοις οισοίς
πέοσαρ των τας, τοξεύοντας καζβάλειν τε ού7ω συνάγειν, έκ του φουτου το
κινναμωμον: elmedefimo vien confermato da Antigono, ov ” codices λέγαν δέ τινας
τε το κιννάμωμον όρνεον είναι, και αρώμα et φί. ραν, και τους νεοφίας εκ τούτου
ποιείσθαινεοτεύειν δ' εφ ' υψήλων δένδρων τ' α Gάτων, 7ους δε εγχωρίες μόλιόδον
τοϊς δίπϊς προτιθών ας τοξεύαν, και κα - αρρηγνύειν τας νεολίας. E non molto
diffimile e cio, che ne vien creduto da molti altri antichi appo Teofraſto:
néger aus δέ πς και μύθος υπέρ αυτού · φύεσθαι μεν γάρ φασιν εν φάραγξιν, εν
ταύζις δ ' όφης αναι πολλές δήγμα θανάσιμον έχοντας: πεος ούς φραξάμενοι τας
χώρας,και τες πόδας, καταβαίνεσι, και συλλέγεσιν,είθ' ό'ταν εξενέγκωσιδιε
λόντες βίαμέρη διακληράν τει πεος τον ήλιον Ma ſe mai mi foffe in
animod'annoverare gli errori tut ti, ne'quali caddero gli antichi per eſſer
eglino maldelle ftraniere faccende informati:Io direi come Plinio follemé. te
dica, che'l Cinnamomo naſca nell'Etiopia, ed indi aſſai più vaneggiãdo
ſoggiúga,che gli Eriopi il coprano da que de'proſſimani paeli;e che giungendo
poiegli al colmo del le vanezze, apertamëte contraddicendoſi, non ſi vergogni
d'affermare, ch'eglino ſe'l portino per alti mari con lun ghe, e pericoloſe
navigazioni, ove non giova governo de nocchieri, ne vela, o remi,inafol l'umano
ardire, e la for tuna gli regga. Direi come in alcuni antichi Greci comentarj
leggaſi, che'l Cinnamomo col ſolo toccaméto,l'acque bogliéti rin freſchi, e
meſſo ne'bagni, i ferventi loro vapori in un bel freſco tramuti;e che tutti gli
animali di putredine nati,am 2nazzi:ότι ζέοντος φασή του εν λέβητα ύδατος είπες
θίγοι μόνον η κιννα. μωμον ευθυς καταψύχειν το ύδως και και λετάω έπεισενεχθέν
διαπύρω μετα ποιεϊν τον εν τώ αίρι φλεγμον εις ψυχρότειν, και αφανισικήν των εκ
φθο ράς πνος ζωογονουμένων την φύσινέχαν.Direi di vantaggio, co medel pepe
favoleggiado Dioſcoride ne narri, naſcer quel lo in India da un coral
arbuſcello, che produce un frutto lungo, ſicome baccello, il qual chiam ali
pepelungo: den tro del quale dice ritrovarſi alcune granella non guari dau
quelle del migliodiſſomiglianti; e che queſto ſia il perfer to pepe;imperocchè
aprédoſi col tépo n'eſcon fuora i raci moli carichi di granella, ficome gli
veggiamo; e queſti anzi d'effer venutia maturezza colti, fāno il pepe biaco,
e'l nero poi dice egli conciosſiecofachè ſia maturo, eſſer odorifero,e
dilettevole al guſto più che'l bianco; il quale perciocchè a debita maturezza
non è pervenuto, non è cotanto perfetto. Πέπερ, δέρδρον 15ηρείται φύομεναι εν
ενδία βραχύ καρπον δε ανίησι, κα. &ρχας με πξομήκηκα θάπερ λοβούς όπες επί
μακρόν πέπερι: έχον τα ένο (λεις ) κέγχρω παραπλήσιον και το μέλι έσεσθαι και
τέλειον πέ. περι. όπερκαλα τους οικείας καιρούς αναπλoύμνον βότρυς ανίησε
κόκκινο φέροντας οί'ες ίσ μου και τους δε, και ομφακώδες και οι τινες εισι το
λευκόν πε. περι, epoco appreffo:το δε μέλαν ήδιον και δριμύτερον του λευλου,
φύσιμώτερον· και μάλλον δια 10' ναι ώριμον αρωματίζον• εύχρησότερόν τη εις τας
αρτύσπις· το δε λευκών και ομφακίζον ασθενέτρον των πτοειρημέ. ng IWY, Ma
troppo lūga materia da ſtancarne nell'impreſo arin farebbe il volere ad uno ad
uno tutt'altri lor fallimenti annoverare. Perdoniam pure a gli antichi ogni lor
negli genza, ſenulla ſeppero, over nulla curarono del muſchio, dell'ambra
grigia,del zibetto, della noce moſcada,de'ga rofani e d'altri, ed altri
aromati. Non fia lor colpa, ma del la fola fortuna, il non aver eſſi avuto
contezza niuna della Mecciocana, della Contrerba, del Saſſafras, del Cafè, del
Legno Guajacosdel Balſamo del Perù, dell'Erba Te,dellas Salſa, della China, e
d'altri quaſi innumerabili ſtranieri ſemplici, che al preſente ſon così
manifeſti, e conti, che van per le bocche, e per le mani d'ogn’uno. Mache più:
laſciam pur, che gli antichi ordiſcan degli animali le più incredibili fole,
che peravventura cader potrebbono in penſamento umano: 0 pure avendole da
altrui udito, co me ſe da propj occhj ſtate foſſer vedute, sì le abbinn per
vere, e le rapportino. Laſciam, che creda Anafſagora appo ARISTOTELE, che i
Corvi uſin per bocca colle lor semmine, e dea cagione dicantare a colui:.
CorueSalutator, quare fellator baberis. E trapaſſiam fotto ſilenzio ciò che
infinſero agli antichi della Catapleba, di cui Plinio, e Solino fan parole, e
Sor gona appellafi appo Ateneo, la qual vogliono,che talma lìa dal ſolo ſguardo
diffonda, che immantinente l'animal rimirato, ſtupido,ed inſenſato divega,e
poco ftante fi muo ja; il che vagamente deſcriſſe in quc'verli il Petrarca. Ne
l'eſtremo occidente V na fera è ſoave, e queta tanto, Che nulla più. Mapianto E
doglia, e morte dentro a gli occhi porta Neprendiam briga d'annoverar ciò che
favoleggiarono Megaſtene, Daimaco, Nearco, Ariſtea, Onoficrito, Te fia, ed
altri appo Erodoto, Strabone, Diodoro, PLINIO, e GELLIO degl’uomini, che in
Oriente preſſo il Gange naſcono ſenza bocca, e ſol Gi paſcon d'odore: degli huo
mini, che in India appo i Nomadi vivono ſenza naſo: de gli altri, ch’appo i
Troglodici ſon ſenza capo, e collo, ed han gli occhj ſu la ſpalla:d'altri, che
han faccia di cane, e latrano, e di tant'altri di fimil figura, a quei, che la
ma ga Alcina in guardia al ſuo palaggio teneva. Non fu veduta mai piùſtrana
torma, Più moſtruoſi volti, e peggio fatti. Alcun dal collo in giù d'huomini
ban forma, Col viſo altri diſcimie, altri di gatti. Stampa no alcun co’piè
caprigni l'orma: E traſandiam Platone, che verace credette quella bugiar da
fama de'Poeti, che i Cigoi preſſo l'eſtreno for giorno mandin fuori più bello,
e più ſoave il canto; e non ci fer miamo a ſtacciar la cagione, che di tal
fatto ne arreca táto ſottile, che da per ſe la ſcavezza, cioè, che eſſi cantano
pe'l gran contento, che prendono del preſto ritorno, cli’al lo ro Apollo a far
hanno. E con queſto di Platone,laſciamo impunito anche il fallo d'ARISTOTELE,
qualor prende licenza di dir, che nell'Africa molti ne furveduti da’marinari,
che buſamente, e doloroſamente cantavano; eſſendo in verità il lor căto
un'imporcuno gridare,comedioche ſalvati che,anzi che no.Ne prendiam niuna cura
diripigliar Teo fraſto ſeguito da Celſo, da Solino, e da altri, perchè po co, o
nulla ſagace ſcriveſſe del Cainelconte', ch'egli il 'a ria ſi viva:così
d'affermarlo niuno ſcrupolo non avendone, come ſe ſtati foſſero un di quei
Poeti, che coll ulata lor licenza cantarono, ſicome OVIDIO, Id quoquequod ventis
Animal nutritur, et aura El'Alciato Semper hiat,ſemper tenuem qua vefcitur
auram Reciprocat Cameleon. O di caffar quegli, che vollero,eſſere it Camelconto
della grandezzadelCoccodrillo, ſe pure non fu queſto, crrore di Plinio;imperocchè
tutto ciò che narra delCameleonte, dice d'averlo tolto di peſo a Democrito, che
un libro in tiero ne fcrife, ρve dicendo και το μέγεθος ομοιον είναι τώ κροκο
dergoe, ' non badò punto, che nel Ionico linguaggio, nel qual Democrito
favellava,la parola xpowodeina, val quel la Lucertola, che appo gli Atenieſi, e
gli altri Greci dice fi sæūgos, ficome fanno gli ſtudioſi di tal linguaggio.
Elaſciamo ſtare ciò, che gli antichi, a'quali ſi parve, che deffer credenza VARRONE,
PLINIO, Solino, COLUMELLA, Marziano CAPELLA, e SERVIO follemente vaneggiaro che
alcune cavalle ſu'l Tago ſieno ingravidate dal vento, e moran fuori
polledrivelociſſimi al corſo. Co per vero dir non men fantaſtica del Pegaſeo di
Bellero fonte, o dell'Ippogrifo d'Aſtolfo, e ben degna, che ne freggino i lor
Poemicoloro, cui a par de'pittori è cócedu to di poter tutro ardicainente
attentare. E sì cantar puo. tè Omero de'Cavalli del fuo Achille, Εάνθαν και
Βαλίον,τωάμα ποιηση πελέσθην, Tες έτεκε Ζεφύρω άνεμω άρπια Ποδάργη. E
ſimilmente VIRGILIO Ore omnes verſa in Zephyrūſtant rupibus altis Exceptante;
leves auras, á fæpefine ullis Conjugiis, ventogravide, mirabile dicru ! E SILIO
Italico delo lociſfimo Peloro no, fa K 2 Nullus erat pater ad Zephyri nova
flamina campis Vectonum eductum genitrix effuderai Harpe E dell'Aquilino il
noſtro ammirabil Torquato, Queſti ſu'lTago nacque, ove talora L'avida madre del
guerrero armento Quando l'almaſtagion, che n'innamora, Nel cor le inftiga il
naturaltalento, Volta l'aperta bocca incontra l'ora, Raccoglie i ſemidel
fecondo vento, E de'tepidi fiati(o maraviglia! ) Cupidamente ella concepe, e
figlia. E finalmente perdoniamo agli antichi ciò che ſognarono de'Pigmei, della
Fenice, del Centauro, dell'Aquila, del I.eone, del Coccodrillo, della
Salamandra, della Pirau ſta, della Remola, del Cavallo marino, del Baſiliſco,del
l'Elefante, de'Satiri, degli Ipogrifi, de'Ciclopi, delle Si rene; e tant'altri
errori, ne' quali non pur degli animali, ma de’minerali altresì in trattando
incorſero, i quali di bé groffi volumi, non che di brevi dicerie ſarebber lunga
ma teria, ſol che a noi ſi conceda picciola,e ben dovuta rin chieſta, il poter
da’lor falli ritrarci, uſcir da’lor rei inſe gnamenti, non coſto iinboccarne
loro ſtrane ſentenze, e per ſeguir la verità tutti lor falſi rapporti porre in
no cale; a noi, cui tutto il mondo, è già quaſi omai ſcorto, e mercè la
diligenzza delle lunghe pellegrinazioni, non pur ſap piamo i luoghi, i
portamenti, i coſtumi degli abitatori: ma di che animali qualche ſi ſia paeſe
venga fornito, quali piante germogli, quai minerali produca. E non v'ha ge te
nel vero sì barbara, e feroce, la quale, o per avventu ra, o da neceſſità
coſtretta non abbia a pro del comune qualche commendevol rimedio ritrovato, il
quale ad al tre più umane, e ben coſtumare nazioninon è occorſo. E ben ciò a
pruova ſappiamo; imperocchè ne per lunghe vi gilie, ne per iſparti ſudori
di'ſavj greci, o daʼnoſtri fi po tè ritrovar mai rimedio tanto valevole a domar
la ferocia delle febbri, quanto è quella maravigliofa corteccia,inſe gnatane
da' barbari abitatori del Perù e Eto quanto se quanto egli ora ammirerebbe per
Dio queſta fortunata, e prodigioſa fecondità, e con qual leggiadria, ed altezza
di ſtile egli anche per celebrarla ſarebbe, IL SUBLIME POETA FILOSOFANTE
LUCREZIO, ſe dique' pochiſſimi trovati del ſuo ſecolo così maraviglioſamente
preſe a cantare: quædam nunc artes expoliuntur: Nunc etiam augeſcunt: nunc
addita navigiis funt Multa: modoorganici melicos peperere fonores. Denique
natura hac rerum ratioque reperta eft Nuper, et hanc primus cumprimis ipſe
repertus Nunc ego fum in patrias, qui poſſim vertere voces. Deh ſi paragonino p
Dio le ſtorie della natura di quc fto noſtro ſecolo non ancor finito, con tutte
l'antiche, e veggaſi ſe più fecondo di maraviglioſi trovati fia queſto poco di
tempo, che itati non ſiano per addietro tanti, tanti altri ſecoli paſſati. Si
paragonino pur le perſone, ci medici, e i filoſofinti antichi, emodernifi
bilancino. Ma che dico Io deMedici, e filoſofanti moderni? baſta ſolo un ſol
filoſofo, l'ingegnoſiſſimo GALILEI, per tacer di Renato, del Gaſſendo,
dell’Obbes, del lungio, e di tant’al tri, ad oſcurare, cſommerger affatto la
gloria di tutta quanta l'antichità. Orche direbbe Plinio il giovine in rimirar
tanti belliſſi mi, e nuovi trovati dell'età noſtra? ſe de’tempi ſuoi, che pur
ne furono affatto ſterili, ed infecondi, così ebbe a di re: Sum ex illis fateor,
qui mirer antiquos; non tamen, ut quidam temporum noftrorum ingenia deſpicio. Neque enim quafilaxa, et effeta natura elt, ut nihil jam laudabile riat. Ma ſu
concedaſı pure ciò, che a niun modo conce der mai certamente ſi dee, cioè a
dire, che alla antichità ſolamente abbiamo a ſtarcene; come mai potrà egli
ſenza guida di boſſolo il corſo della ſua nave reggere il nocchie. ro?come
ravviſar l'aſtronomo le nuove ftelle ſenza il nuo vo occhialone? come abbatter
le ſchiere nimiche, o rintuz zarne gli affalti il Capitano ſenza gli archibugj,
e l'arti glierie, e ſenz'altri moderni ritrovati da guerra? Che farà il
filoſofo, e'l medico ſenza il microſcopio? Quanto ri pa marrà a ſuper della
Terra al Geografo, ſenza le novelle; tavole dell'America? in quaiviluppi,
cgarbugli, e con fuſioni troverrebberſi mai gli Stronomisi quali a far prova
aveſſero del Siſtema di Tolomeo infino a’di noſtri, quafi comunemente per tutti
ricevuto? Non s'addofferebbero le ſghignazzate, e le riſa anche del popolo
minuto, e de più ſemplicifanciulli, s'eglino mai a negare ardiſſero lo
innumerabili ſtelle della via lattea? o faceſſer veduta di non iſcorger in
faccia al Sole le macchie? oi compagni di Saturno,ch'alcuniorecchj, altri
anella, ed altri manichi chiamano, o le nuove ſtelle Medicee, o lo ſcambiar
della faccia di Venere, o'l dimorar più in là delle lunari regio nile Comece, o
le montuoſità della Luna; o l'aggirarſi di Venere, di Mercurio, di Giove, e di
Marte intorno al So le? E con qual fronte ofercbbero i filoſofi ora difender
l'incorruttibilità de'corpi celeſtiali, la faldezza de' Cieli, la sfera del
fuoco, e tanti, e tant'altri ſogni d'ozioſi cer velli? E come ardirebbero i
medici ſenza i novelli trovati della notomia morta, e della notomia vitale ad
impren der eure ſenza manifeſtiſſimo riſchio de'mileri ammalati? Ed o quanto,e
quanto mal conſigliati ſarebber quegli in fermi, chenelle lormani li
porrebbono; edo quanto in názi tratto ſarebbe il migliore ad arriſchiar la vita
più to ſto in man d'avveduto, e ſaggio Empirico, il cui meſtiere, comechè
manchevole, tuttavia a pericolo d'errare aſſai men ſoggiacer ſi vede, che la
falſa razional medicina daw Galieno in guiſa tale abborrira, e biaſimata, che
ezian dio contro le regole dialettiche egligiudica eſfer coſa iin poſſibile
poterfi mai da’ falli principjdi quella altre con cluſioni, cheſempre falſe,
cavarc. Ma laſciando ciò al preſente, che troppo larga materia da diſcorrer
ſarebbe, dico, che un talmio diviſo di dover ſi ſemprcmai al miglior di
ciaſcuno, o antico, o moderno autorch'egli diafi, appigliare, ne a ' ſentimenti
d'alcuno tenacemente ligarli, ſenzachèè egli ragionevole aſſai, e conveniéte,
fù di vataggio da tutti gli ſcrittori di maggior lieva abbracciato, e da' più
ſavj filoſofancije da ſacriTeo. 1 logi comunemente leguito, e fommamente da
ciaſcun commendato. Odafi di grazia fra’primi quel Principe de Lirici, e
de'Satirici POETI LATINI, checol ſuaviſſimo ſuo me. tro i rigidiprecetti
dell'Epicurea, c della Stoica filoſofia addolcendo, così ne canta Quod verü,atque
decens,curo, di rogo &omnis in hoc să. Condo, &compono,quod mox
deprumere poffim. Ac ne forte roges quo me duce, quo lare tuter: Nullius
addictus jurare in verba magiftri, Quo me cunque rapit tempeſtas, deferor
hofpes; Nunc agilis fio, et verfor civilibusundis; Virtutis vere cuſtos,
rigiduſque ſatelles: Nunc in Ariſtippi furtim præcepta relabor's Et mihi res,
non me rebus ſubmittcre conur. Equel, ch'altrove eglimedeſimamente va
diviſando..., Quodfitam Gracisnovitas inviſa fuiſſet Quameſt nobis, quid nunc
effet vetus? aut quid habcret. Quod legeretztereretque viciſim publicusuſus?
Odafi QUINTILIANO: neque id ftatim legenti perſuaſum fit, omnia, quæmagni
autoresdixerunt, utique efleperfecta; e recando « gli di ciò la ragione,
ſoggiunge: nam, et labun tur aliquando, et oneri cedunt, et indulgent
ingeniorum, fuorum voluptati: nec intendunt animum: Odali il Romano Oratore:
non tam autores in diſputando, quam rationis momenta quærenda funt,quin etiam
abeft iis qui dicere van lunt, plerumque eorum autoritas, quife docere
profitentur: definunt enim fuum judicium adhibere, atque id habent ra tum quod
ab eo, quem probant judicatum vident. Indi tra paſſando a condennare il
vituperevole coſtume de' Pittagorici, a'quali per certa, ed infallibil ragione
l'autorità fo Jamente del Reverendo lor maeſtro baſtava: conchiude: tantum
opinio præjudicata poterat, ut etiam fine ratione va leret authoritas. Odali
oltre a' già rapportati autori più fiace il medeſimo avviſo dalla ſaggia mente
di Platone, ac comandatone ſpecialmente nel Critone, ove diffe: 10 ſon di sì
fatta natura, che a niun'altro mai mi ſon condot to a preſtar fede, ſalvo, che
a quella ragione, che più vol te da go Ragionamento Primo te da me
diligentemente ſtacciata, e diflaminarā alla fine ho ritrovato eſſer l'ottima:
as iywa õ jóvov vũ, anc ' wy de Tolos 1G-, οΐG τωνεμών μηδενί άλω πάθεσθαι, ή
τώ λόγω, δς αν μοι λογιζα Hér w Gea Tigos Paívntou, Odaſi il famoſo Ariſtotile,
ilquale, avendo a trattar certa quiſtione, ove le faceva uopo per la verità
d'impugnar le determinazioni de'ſuoi amici,veg gendoſi quaſi allo ſtrettojo,
pur ſaggiamente diliberando, cbbe a dire,più umana coſa eſſere il preporre la
verità agli amici αμφοίν γαρ όνπιν φίλων, όστον πτοπμαν την αλήθειαν, e pri ma
auea egli detro a pro della verità, far meſtiere, maffi mamente al filoſofo,
diſtrugger le ſue proprie credenze; ma odaſi quella maraviglioſa, e divina
ſentenza ch'egli medeſimodal Fedone del ſuo maeſtro apprefe, e pur da tut ti
coloro, che Ariſtotelici, o Ippocratici, o Galieniſti in torto chiamar ſi fanno,
vien comunemente traſandata,an zi affitto ſpregiata: Amico Socrate, Amico
Platone, ma più amnica la verità; la qual diviſando, esfigurando queſti
Iciocconi indegniſſimi del nome di vero filoſofante, foven temente dir ſogliono:
eſſi amar meglio di ſcioccheggiar con ARISTOTELE, Ippocrate, e Galieno che con
altri laggia mente diſcorrere. E ben di quella più amico ſoventemo ftroſli il
medeſimo lor ARISTOTELE, ſe migliaja di yolte ripre ſe,e biaſimòTalete,
PITTAGORA DI CROTONE, PARMENIDE DI VELIA, Anafſiman dro, Anaſlimene, Meliſſo,
Democrito, Anaffagora, cd altri molti, che prima di luieran lodevolmente feduti
fra filoſofica famiglia; e ne meno per riverenza talor ſi ritena ne,
chea'medeſimi ſuoi maeſtri Socrate, e Platone il fi inigliante non faceſſe, i
quali manifeſtamente alle volte bialima, e riprende; e forſe ſe ſua
malavoglienza, ed ill vidia non foſſe, potrebbeſi ancor credere, che egli per
ſo lo zelo della verità così loro villaneggiaſſe, e carminaſſe, chiamandogli
talora, e ſcempiati, ed ebbri, e farnetici, e ſciocconi, e ſtolti, e ſcimuniti,
e non farebbe per avven tura gran ſenno, che ſon pur coloro gran maeſtri in
filoſo fia, e danon così gravemente mordere. Ma queſta cotai ſentenza ebbero in
bocca poi tutti i ſuoi più celebri diſcepoli, e ſeguaci, Licome ſcorger.age. 2
vol volmente e'ſi puote, in Teofraſto, in Ermia, in Iſtracone, iu Ariſtoſſeno,
in Ipparco, ed in altri molti, i quali ſi vide ro mai ſempre antiporre la
verità, ſe mai lor ſi parve d'a verla rinvenuta, almedeſimolor maeſtro, e duce ARISTOTELE,
non che ad altri filoſofanti; e'l ripigliano liberamente e ſenza
ritegno,qualora in qualche fàllo il tolgono; e queſta medeſima ſentenza, dipoi
han comunemente avvuta fiffa inmente tuttii moderni riformatori della filoſofia,
a’quali tanto, e sì fattamente piacque ad ogn'orapreporre la veri tà ad ARISTOTELE,
che allora con ſignoria da tiranno in tutte le ſcuole del mondo regnava, ed a
guiſa di celeſtial nume per ciaſcun riverivali, checon eroica fortezza, e con
in vincibile, e veramente filoſofica coſtanza, nulla curanda che perciò ne
foſſero eglino mai ſempre, e proverbiati, e deriſi,il ripreſero ſoventemente, e
lo dimentirono di non, pochi ſuoi falli. Ma odaſi omaiquell'altra non men
famoſa ſentenza, la ) quale à Socrate ſuo maeſtro è da Platone attribuita rávws
γαρ και 1ειο σκεπτέον ός τις αυτο είπεν, αλα πότερον αληθές λέγεται η ου, Non
già chi abbia detta la coſa, ma s’eidica, o non dica il vero,doverſi
conſiderare. Ne in ciò punto è da tralaſciare il celebre latino Stoico; il
quale al ſuo LUCILIO in una piſtola, così favella: Epicurus, inquis, dixit:
quid tibi cum alieno? quod verum eſt, meum eft: indi egli foggiugne con quelle
veramente memorabili parole: Perfeverabo Epicurum tibi ingerere, utifti qui in
e verba jurant, nec quid dicatur æftimant, fed à quo fciant, quæ optima ſunt
eſſe communia. Ne meno è da notare as noſtro propoſito ciò che altrove
parimenteegli dice contro i miſerevoli parteggianti: qui alium fequitur, nihil
inve nit, immonequequerit; e ciò, che altrove ancora: Non ergo fequor priores?
faciofed; permitto mihi, bu invenire ali quid, mutare, nec fervio illis fed,
aſſentior, e ciò, che un' altra fiata egli così proteſta: Qui ante nos ifta
noverunt,non domini noftri, fed duces funt. Ne è da paſſar ſotto filézio quel
belliſſimo detto di Por frio το αληθεύειν και μόνον δύναταιτους ανθρώσες ποιάν
Θεό Παραλεσίες, L. cavato nel ſuo volgare dal beato Girolaino con queſte vo ci.
Poft Deum,veritatem colendam, quæ fola bomines Deo
proximos facit. E
ſe tanto può far la verità, dove più riporrem noi l'a nimo, a qual'altro fine
indirizzerem noi i noſtri ſtudj,dure rem noſtre fatiche, ſpargerem noftri
ſudori, vegghierem le gelide, e ſerene notti, ſe non perla verità? Eccovi, ecco
vi o Signori il vero ſentiero dell'immortalità, e della glo ria. Ecco quel
ſentiero, che ſegnarono i barbari daprima, indi i Greci, ed ultimamente i
moderni noſtri filoſófanti, che in tanto pregio,e tanta fama glorioſamente
falirono; e perchè crederem noi, che l'antica età aveſſe, e Talete, e
Anaffimenc, e Senofane, e Anafſimandro, e PITTAGORA DI CROTONE, ed EMPEDOCLE DI
GIRGENTI, e Leucippo, e Democrito, ed Eraclito, ed Anaſlagora, e Socrate, e
Platone, ed ARISTOTELE, ed Epicuro, e Zenone, e tanti, e tant'altri filoſofi
d'immortal fa ma degni: e ſi pregin parimente, e lidian yanto i noſtri ſex coli
d'aver recati almondo il Cardinal Cusano, e' Copernico, el Patrici, e'l TELESIO,
el Ramo, e'l Donio, e Ticone, e'l Cheplero, e'l BRUNI, e'l Gilberti, e'l
Montagna, e'l Merſenni, e'l Baſſoni, e'l GALILEI, e lo Sti gliola, e'lCAMPANELLA,
e'l Verulamio, e Renato, e'l Gassendi, e'l lungio, e'lConte Digbi, e'l
Oggelandio, e'l Boile, e’l Borrelli, e'l Maignano, e'l Robervallio, e'l Mal
pighi, e'l Redi, e lo Stenone, e'l Ricci,e l'Vliva, e'l Por zio, e ' Bellini,
e'l Marchetti, e'l Montanari, e queſti,che ſommamente fregian la noſtra patria
Tomaſſo Cornelio Gio: Battiſta Capucci, e D. Carlo Buragna, dicui ben to ſto
s'ammireranno gl'ingegnoſi filoſofici trovamenti, ed al tri incomparabili eroi,
che con gloriofiffima gara lundcl l'altro fe'n vanno per le vaſtiſſime regioni
della natura, fu perbi,e alti voli lpiegando: fe non perchè tutti coltoro va
ghilimioltremodo di ſpiar la ſola verità,non vollero giá mai ſtarſene a niuno,
ne a' derti di niuno traportar cieca mente ſi laſciarono. E viuran ſeipremai
pe'l contrario ſenza fama, e ſenza lode appo i faggi, e prudenti ſtimato ri
delle coſc tutticoloro, che toglier non vogliono una sì 1 commendevole, e
neceflaria libertà; anzi ſovente in tai fal. limenti dalla lor cieca
oſtinazione ſon tratti, che ne ſenza riſa rimembrare, ne ſenza nota d'obbrobrio,
e di vitupero nominar unque ſi poſſono. E io comechè ſopra ciò diviſar
lungamente potrei, e di sì fatti errori quaſi infinito numero
rapportarvene,purnon dimeno rimarrommene per modeſtia; c fie baſtante il ri
duryi amemoria, ſol ciò, che d'un ' oſtinato, e duriſſimo Peripatetico LIZIO narra
il Sagredi appreſſo quell'altiſſimo filo ſofante,ch'oggi l'Italia tutta onora
più che altri già non fe la ſua Grecia. Mi troyai, dic'egliga caſa un Medico
molto „ ſtimato in Vinegia, dove alcuni p loro ſtudio,e altri per » curioſità
convenivano talvolta a vederqualche taglio di „ notomia per mano d'uno, non men
dotto, che diligen te, e pratico notomiſta; ed accadde quel giorno, chę ſi
andava ritrovando l'origine, e naſcimento de'ner » vi, ſopra di che è famoſa
controverſia infra' medici „ Galienifti, e Peripatetici LIZIO; c moſtrando il
notomiſta, co » me partendoſi dal cervello, e paſſando per la nuca il gra »
diſſimo ceppo de' nervi, s'andava poi diftendendo per es la ſpinalc,
diramandoſi per tutto il corpo: eche ſolo un fil ſottiliflimo, come di refe
n'arrivava alcuore: voltofi 5 ad un gentil'huomo, ch'egli conoſceva per
filoſofo Perripatetico LIZIO, e per la preſenza del quale egli avea cons
iftraordinaria diligenza ſcoverto, e moſtrato il tutto,gli „ addomandò, s'egli
reſtava ben pago, e ſicuro, l'origine de'nervi venir dalcervello, e non dal
cuore: al quale il „, filoſofo dopo eſſere ſtato alquanto ſopra diſc, riſpoſe:
voi m'avete fatto veder queſta coſa talmente aperta, e ſenſata, the quando il
teſto d'ARISTOTELE non foſſe in chiaro, ch'apertamente dice i nervi naſcere dal
cuore, biſognerebbe per forza confeſſarla per vera. Ragione. volmente adunque
potè cantando eſclamar colui. Sæpe graves, magnoſque viros, famaqueverendos,
Errare, et labi contingit, plurima fecum Ingenia in tenebras cunfuerunt nominis
alti Autores, uticonnivent, deducere eajdım, 1. Tantum exemplavalent, adeo eſt
imitabilis error. Fin quìha potuto trarmi con convenevol diſdegno dive dere in
tanti errori i miſerelli parteggianti vitupcrofamen ce cadere. Ma vegnamo a
moſtrar ora, ſicome già propo nevam di fare,quanto i Sacri Teologi la libertà,
che noi commendiamo, eglino altresì, ed approvino, e lodino. E chi
baſtantemente mai rapportarpotrebbe,con quan co fervore s'attraverſi a coloro
che la libertà degli Scritto ri intendonodi riſtrignere, quel ſottiliſſimo fra
gli Scolaſti ci Teologi Durando? Egli con chiare, ed efficaci ragioni
manifeftaméte il ci va dimoſtrado con dire che ſe mai noi dovremo agli altrui
detti acchetare (il che non ſi deca niú modo concedere ) chi così temerario, e
così folle farà,the più toſto a’Pagani, e perfidi gentili fede preftar vorrà,
che a’ facri, e piiſcrittori, e Padri di Chieſa Santa da divin lu me
illuftratis e pure Agoſtino proteſta di non voler'egli già, ch'a'ſuoi detti dar
s'abbia ferma credenza: ma che ciaſcuno in prima ben bene gli diſamini, et abburatti,
e ſe veri non gli pajano ſenz'altro alcun riguardo gli rifiuti to Ito, e
rigetti;indi le parole medeſime di AGOSTINO recate avendo così fieramento
ſcagliandoſi contro alcuni barbaf fori, che vogliono impor meta alla libertà
degli altrui in gegni, e ridurli al durofervaggio di qualche fi fia ſcrittore,
e che altro, eſclama egli, è ciò per Dio, ſe non che un vo lere quel tale
ſcrittore antipurre a'Dottori di Santa Chieſa? fe non che un chiudere il varco
a color,che vanno in traccia della verità?Se non che un far argine a quei, che
s'inviano pe'lſentiero della ſapienza: ſe non cheun'ammorzar violen temente,
non che oſcurare il chiariſſimolume della ragione. Così quel gran Dottor della
Chieſa, non men d'ammira bil ſantità, che di profonda ſcienza dotato, ſcrivendo
al Gran GIROLAMO, lume maggiore della Criſtiana Religio ne, dopo avergli detto,
ch'egli dava intera, e ferma credenza a'libri ſolamente della ſacra Scrittura,
ed agli autori di quella, degli altri in sì fatta guiſa egli favella: Alios
autem omnes ita lego, ut quantalibet San &titate do Etrinaqueprecellant,
non ideo verum putem, quia ipfi itas Jenſe is fenferint,fed quia mibi, vel per
illos authenticos autores,vel probabili ratione, quod à vero non devient
perſuadcre po tuerunt. Ma prima di S. AGOSTINO quel criſtiano Tullio, Lattanzio
Firiniano, avendo iſentimenti medeſimi con eloquenza; ed efficacia non ordinaria
manifeſtati,ſiegue a dir poi, ch' ogni ſapienza da ſe caccian via coloro,che
ſenza diſcreto giudicio,i trovati degliantichiapprovano, e a guiſa di pe
corelle dietro a quelli ſi laſciano ciecamente trarre; per ciocchè: ficome egli
ſoggiugne: Hoc eos fallit, quod maa jorum nomine pofito non putant fieripulje,
utaut ipſi plus fa piant, quia minores vocantur, aut illi deſipuerint, quia
majores nominantur: cd alla fine così gridando ei conchiu de: Quid ergo impedit,
quin ab ipfis fumamus exemplum, at quomodo illi, quifalſa inveneruntpofteris
tradiderunt, fic nos, qui verum invenimus poſteris meliora tradamus. Or dunque,
fe tanta libertà ſi tolgono i Sacri Teologi, che talor dove ragion ripugna
contraſtano ferventemente a'lo ro maeſtri, ed a’Dottori medelimidi Chieſa Santa,
ere tāta libertà richiedeſi a'filoſofanti a poter ſaggiamente in veſtigar la
natura delle coſe; quanta crederem noi ch’ab. biſognardebbaaʼmedici. Anzi
coſtoro di tutt'altri certa mente maggior la debbon godere ſenza alcun paragone;
imperocchè ſei filoſofi volendo pur ſtrettamente appiccar ſi ad alcuno, altro
per avventura non fanno, che con in gannar ſe medeſimitrarli alcun'altro dietro
ſenza nocimé to alcuno, che all'altrui vita ſeguir ne poſſa: i Medici per lo
contrario, con laſciarſi a'lormaeſtri ingannare, non di naſconder ſolamente
altrui le verità naturali,non di ficcar carote al baſſo vulgo ſolamente ſi
ſtudiano, ma oltre a ciò da'vani,e ſtoltiloro aggiramenti,offeles c per lo più
mor talijanzi ſterminje rovinc cagionarſitutto di crudeliſſima mente veggiamo.
E pure i mediciduri, e oſtinati dietro al lor Galieno le veſtigie di lui, nõ
già la verità,vā ricercă do; e come ſaggiamente notò l'avveduciſſimo Signor di
Montagna: On ne demande pas fiGalien a rien diet qui vail le:mais s'il a diet
ainſin,ou autrement. Esì gli antichi am,. 1 maeſtramenti, anzi gli
antichierrori ſempremai ſeguir vom gliono; e mi ricorda a tal propoſito, che
ritrovandomi in brigata di curioſi, e dotti amici a caſa il noſtro Severino
quivi da un diligente notomiſta Daueſe ne fur moſtre le vene acquoſe in un cane
da lui aperto; ma immantinente levolli ſuſo un teſtereccio Galieniſta (il
qualeſimili trova ti prendendo a gabbo poc'anzi avea detto effer eglino ar
zigogoli di moderni ingegni per far contraſto al for ſaggio Galieno ) e contro
al buon notomiſta in ceffo rabbuffato, c adattandoſi gli occhiali al naſo
ſtizzoſamente ſcaglioſli con un preſto argumenter contra: ne era inai egli per
rifi pare, ſe oltre alle riſa de'circo tantichetamente, e in vo ce piena di
carità, e di modeſtia, non gli aveſſe il prudente Notomiſta replicato, ſe non
valere ſtar su le difeſe, mu eſſer pienamente pagodi ciò, che gliocchi, e le
man pro pie le facevan chiaramente vedere. O ſtrana, o incredi bil pertinacia
de parteggianiMedici, voler eſſere anzi cic chi, e ſordi, e tradir ſe medeſimi,
ei malati, che ponen do giù la dura, e pertinace loro oſtinazione ricrederſi
de' manifeſti errori de’loro macſori: anzi porre in oblio l'uma nità,
e'lnatural conoſcimento, e lume, per gire così loro inconſideratamente appreſſo,
Come le pecurelleeſcon del chiuso Ad una, a due, a tre: e l'altrefanno
Timidetteatt errandol'occhio, e'l muſo; E ciò che fa la prima, e l'altre fanno,
Addo andoſi a lei s’ella s'arreſta, Semplici, e quete, e lo perchè non ſanno Ma
chczben ſo lo, che per la più parte ciò fanno coſto ro, non peraltro, ſe non ſe
ſolamente per torſi da doſo la troppo nel vero gravoſa, e malagevolc briga
d'inveſtigar con iſtenti, e ſudori la naſcoſa, ed a’lor m.cítri non cono ſciuta
verità; e perciò fan veduta d'eſſer ſaggia elczione di ragionevole genio,
quella, che certamentealtro non è, che dapocaggined'intelletto groſſo, e tondo;
e sì la loro ignoranza, e la loro pecoraggine cercan di ricoprire, onde poi
d'aſtio, c d'invidia fremēdo, per dar quanto (torpo per loro ſi poſſa alla
gloria de moderni ſcrittori, quella degli antichi mai sëpre d'innalzar fi
argomentano; del quale ma ligno, e biafimevole artificio, forte lagnádoſi
Marziale col ſuo Regolo così canta: Eifequid hoc dicam vivis, quod fama negatur
Et ſua quod rarus tempora leltor amet. Hifuntinvidia nimirum Regule mores
Præferat antiquos ſemper,utilla nuvis. Nono Signori, che non ſon già queſti i
veri ſentieri,per cuine’tempiantichi s'avvivono, ed Ippocrate, e Diocle, e Plistonico,
e Praſlagora, ed Erofilo, e Filotimo, e Cri fippo, ed Eraſiſtrato, ed
Aſclepiade, per tacer d'altri, es d'altri famoſi razionali medici antichi. Così
anche a'tem pi noſtri ſi ſon vedutimontar feliceméte al titolo de'ſaggi, e'l
Valentino, c'l Paracelſo, e'l Quercetano,e l'Elmonte, e'l Villis, e'l Silvio, e
tant'altri avvedutiffimi medici moderni. Non è giàtale crederemio Galienifti,
non è già tale il ſentiero del voſtro Galieno; (gannatevi pure una volta, e ſe
non altrui, credetelo a lui medeſimo, che oltre a quel, che n’abbiam di ſopra
rapportato, egli più ch'altrove af faichiaramente quivi l'afferma, ove diſe
medeſimo narra, che egliavea per coſtumedi chiamar ſervi tutti coloro, i
qualidaIppocrate, e da Praffagora, o da chiunque altro fi foſſe predevano il
nome, e che da tutti egli uſava di mai fempre fcegliere il migliore: ήρετο πνα
των εμών φίλων από ποί και έην αιρέσεως • ακούσας δ'όπ δούλες ονομάζω τους
εαυτός αναγο ρεύσανας ιπποκρατείας, και πραξαγορίες, η όλως από πνος άνδρας, εκ
λίγοιμι δε τα παρ' εκάσες καλά, δεύτερον ήρετο, ίνα μάλιση των πα hasūv in
aivoso: ma che? un'altra fiata lo ſteſſo voftro Galie no non dice, che a
manifestiſſimo riſchio d'incorrer in nons pochi erroricoluis'eſpone, che
fermamente ſecondar ſem premai vuole i ſentimenti, che il maeſtro della ſua
fettan come falde, ed infallibili verità gli diviſa? conciosſiecofa chèſecconc
una certiMima ragione di ini medeſimo colle ſue propie parole ) Χαλεπόν γαρ
ανθρωπιν όν % μη διαμαρτάνειν εν πολ. λοίς: τα μεν όλως αγνοήσαν τα, τα δε
κακώς κρίναντα, τα δε αμελί segov ypay ar to,cioè: egli è malagevol molto, o
pure impoſſibile cheunoseſſendo buomo,in tante, e si diverſe coſe ialor non
s'aggiri, alcune affatto non ſappiendo,enon conoſcendo,e d'al tre malgiudicando,
e d' altre alla fine con poca cura, ed avo vedutezza favellando. Fin quì
Galieno, il cui faggio av viſo non ſolocome mai pofla per Galieniſta alcun
traſan darſi, o manifeſtamente diſpregiarli; e pure egliè tale, che più, che a
tutt'altri, dovrebbe eſſer a cuore a'Galieniſti, i quali lodovrebbon
prontamente ſeguire, ſe non mai per altro, almeno per darne a divedere, ch'elli
veramente há bo in quel pregio, ed in quella ſtima, che tutto dì millan tano,
il lormaeſtro, il lor principe Galieno; altrimente vero dirà Paganino
Gaudenzio, il quale queſto graviſſimo fallo loro rimproverando, prorompe in
queſte parole, Ga Lenum voce tenus extollunt, re ipſa autem deferunt, atque
contemnunt. Tanto dice o Signoriilſaggio, e ben conſigliato rino vatore della
vera filoſofia, e medicina, e con ragioni, e con teſtimonianze forſe di maggior
lieva più oltre proce derebbe, s'egli non avviſaffe, che il rimanente ben pote
te voi, come ſavj,per voi medeſimi pienamente compren dere; onde con quelle
divine parole, le quali già lo inge gnoſiſlimo TELESIO ſotto l'effigie della
Verità giuſtamente (culſe Móva pod pina, cioè a dire Sola coſtei a me amica; e
con quelle parole, che replicar così ſovente il Paracelſo folea: Alterius non
fis, qui ſuuseffe poteft, ê ſe ne rimane Ma io aggiugnerò di vantaggio, coſa,
che per avven tura a primafaccia ella creduta nó mifie, e pur ella è vera, e
pur ella è certa: ne loolerei dirla, ſe non ilperaſli farve la toccar con mani,
cioè, che poco men, che tutti i più celebri, e più ſtimati parteggianti di
Galieno da chiarore di verità talvolta illuminatihan fatto come propj i medeſi
miſentimenti, e quaſi tutti tanto nel filoſofare, quanto al fatto del medicare
foglion ſovente dall'orme di Galieno, e d'Ippocrate medeſimo partirſi, alcuni
liberamente ciò có deſfando, altri poidiſimulando la coſa, e'l contrario tutto
con fatti adoperando, di ciò,che ſempremai con parole proteſtar ſogliono. E
percominciar dalle Spagne, acciocchè per noi in si lungo narramento con qualche
ordine ſi proceda, Tomaſo Rodrigo Viega,infra gli altri Spagnuoli nobiliſſimo
inter petre di Galieno, ſcuſandoſi una volta di aver contra a’sé. timenti del
ſuo maeſtro diviſato, di cui allora appunto egli ſtava il libro delle
differenze delle febbri comentando,co si ebbe a dire: Eſſer egli da credere,
che noi non pur fiam nati ad interpetrare gli altrui detti, ma altresì a diſami
nargli ben bene, più pregiandola forza della ragione, che l'autorità de'maeſtri;
ed ove ſiam da neceſſità coſtretti, li beramente da lor ci dipartiamo, perchè
dalla verità non venghiamo a dilungarne; e quindi a poco paſſando a di ſaminar
le ſue dottrine, il toglie in non pochi falli,de'qua li ſuoi avviſi ſommamente
egli pregiandoſi, alla fine con chiude: quæ animadverſiones liberum animum
oftendunt,com uni veritati vacantem. Nequi rapporterò lo altre ſue parole
intorno al mede fimno ſentimento, che troppo lungo ne verrebbe il mio di.
ſcorſo; ma non laſcerò lo già di dire, come forte per lui ſi ripigli, l'haver
Galieno la reſpirazione al cervello aterie buita,ſognandoviſi per ſoſtener sì
folle opinione, unamé brana non mai per niun Notomiſta ravviſata. Ne men ta
cerò, come chioſando egli quel luogo, ove Galien con feſla apertamenteeſſerſi
eglimededelimo ingannato in giudicandod'un ſuo propio male, contro luiprorompa
in queſte parole: Galenus qui in propriis malis cæcutivit, quid in alienis
faceret? Ma chi potrebbe mai il famofiffiino Galieniſta Frances ſco Vallelio
séza taccia di traſcuraggine intorno a ciò tra laſciare? cgli avvedutiffimo
ne'luoilentimenti, non pure il ſuo maeſtro Galieno, e'l ſuo divino Ippocrate
nelle co ſe di maggior confiderazione arditamente abbandona, fi come nelpurgare,
e nel cavar ſangue, quantunque quafi con argani, e con lieve, co tutte ſue
forze a ſentimentiluoi di traſcinargli ſi affatichi; ma in un particolar luo
libbri M cino alcuni detti del ſuo Galieno rapportar volle, coranto fra ſe
contrarj, e diſcordi, ch’in niun modo, ſecondo lui, difender mai, o riconciar
baſtantemente fi poſſono; la qual coſa prima di luiaveaſiancor tolta a fare
quell'altro dotto compilator di Galieno Andrea Laguna. Così anco ra dal giogo
degli antichi due Greci maeſtri ſi ſon talvolta ſcolli,, e ſtrappati, e per
altre ſtrade liberamente avviati il Lemoſio, il Mercato, il Mena, il Segarra,
il Peramati, il Pereira, e'l Mattamoros. Ma ciò far ſi vide più di tutt'al tri
Spagnuoli, e con maggior nerbo, l'avvedutiſſimo Pier Garlia nobiliſſimo
profeſſor di medicina nell'Accademic Compluteſe; la qualcoſa così egli
faggiamente proteſtā do, dice, che altri non prenda maraviglia, ſe di quelle co
ſe, ch'e' rapporta, alcune n’abbia colte altrui variamen te diſaminandole, e ſe
inolte ſien nuove, e nonmaidaglian tichi pria dette, ne pubblicate in alcun
modo: quàm(ſog giugnendo ) in rebus ad examen revocandis non authorita tes,sed
rationum momenta conſtet preponderare, indeque, vetus verbum: Amicus Plato, fed
magis amica veritas, oy tum babuiſe. E per far motto intorno a sì fatta maniera,
ancor de Medici di Valenza, i quali sì con Ippocrate, e con Galicno ſtar
ſogliono ſtrettamente confederati, che anzi a ſommo fallo li recherebbon, che
no, il dilungarſi in un ſol minuto punto dalle loro dottrine. Pure il Pereda
fuo chioſatore forte fi briga diſcuſar Michel Paſcali cele bre ſcrittor di
pratica Valenziano, perchè queſto poco ti? lor ſiaſi curato delparere di quegli
antichi maeſtri, così dicendo; cum bic vir doctus ſcripſerit tempore quo multæ
falf et barbarorum ſententiæ vigebant, veritates Galeni,quas modo multorum
auctorum lectione habemuserantocculte. Ma che forſe il Pereda in quelle ſteſſe
ſue chioſc, ove a fuo potcre egli crede di rimettere il Paſcali nella diritta
ſtra da, non ne torce ancor'egli, e non una, o due, ma più, e più fiate? certo,
che sì; imperocchè in trattando delle febbri ardenti, così ne ragiona: Cum vero
in hac febre non apparent figna fanguinis, non eft neceſſaria ſanguinis miſſio,
fed purgatio bilis, neque inomni putrida febri ſecandaeſt ve 14, ut 1 na, ut
multi recentiores medici cum Galeno X1. Meth. vo. lunt. Or ecco, come da
Galieno ribellando il ſuo giura to campione, e lotto le bandiere del barbaro, e
miſcredé te Avicenna fuggendoſi,arditamente gli fà teſta, e cerca, di mandare a
terra una dellebaſtie più celebridella Galie nica medicina, fondata in ſu
quella univerſal ſentenza,che veruna eccezione non patiſce, cotanto replicata
da Ga lieno, e celebrata da’ſeguaci di lui: xala,soy eli cw, ws dignton, φλέβα
τέμνειν ου μόνον εν τοίς συνόχοις πυρετούς, αλα και τοις άλλοις απαστ τοϊς επί
σήψ « χυμούς, όταν γε ήτοι τα τ ηλικίας, ή τα τ δυνά pescos pead montées: Egli
è coſa falutevoliſſima, ficome io hogià detto, ilcavarſangue, non folo nelle
finoche, ma eziandio in tutt'altre febbri, che daputridi umori fon cagionate,
fol, che l'età, o be forzeno'l vietino. E comechè li forzi egli di ceſſare la
fellonia, con dir, che Galieno non faccia men zion del falaſſo altrimenti nella
terzana ſemplice, ed altri moltiſſimi eſempli vada ei rapportando: queſto però
è un volere ſaldar la piaga con pannicelli caldi, direbbe lo’nfa rinato della
Crusca, ed un'aggiugner colpa a colpa, fallo 2 fallo, in modotale, Che non
l'avria Demoſtene difeſo; imperocchè vien'egliin sì fatta guiſa ad accufare il
maeſtro di contradizione, o di poca fermezza almeno, il che affai monta in
faccende di così gran rilievo.Ne men moſtra,che molto fedel ſia di Galieno il
Pereda, colà ove dice: Mul ti fequuti Galenum lib.VI.derat. vict. in morb.
acut. in by dropeanafarca ex fuppreſiunemenfium, d hemorrhoidibus, autalia
plethoricaaffectione orto,quando incipit fecant ve nam, quod difficillimum
nobis videtur,immo falfum, quia in hydrope jecur maxime refrigeratū eſt, do
funguinis misfio ex accidéti refrigerat.E finalmétericordevole d'eſſer
filoſofo, d'esſer medico, d'eſſer libero, a viſo aperto dice altra volta il
Pereda, favellando d'un luogo d'Ippocrate malamente, ſecondo lui da Galieno
ſpiegato; quem locūzignofcant mihi ejus manes, Galenusnon recte explicuit.
Stefano Roderigo da Caſtello, Portogheſe,celebre lettor nella famoſilli M 2 ma
ſcuola di Piſa, nei libro de Meteoris microcoſmi, ove ſommaméte proneggia
d'effer medico, e filoſofante libe ro, dapoi ch'egli ha commendaro Ariſtotile,
che ne ha laſciaci credi del ſuo libero filoſofare, forte ſgridando co loro,
che voglion ſempremai gir carpone collo inge gno, e farti ſervi d'altrui, così
favella: fed quotus quiſ que eft, qui hanclibertatem velit? Proh dolor, ingewa
phi lofophia ſervos parit: ed altrove: ego vero quid antiquiores fenferint parü
ſollicitus, &nulli ſedia addictus.E poco ap preſſo:Neotericorú inventa, fi
qua mihi arrident, amplector, quæ difplicēt relinquo.Chiama egli più d'una
fiata Galieno negligente, duro, oſtinato, caparbio, protcryo, e catti vo
filoſofante; e cotanto allontanoſſi dalla dottrina di Ga lieno il Roderico nel
menzionato volume, che vennnea formare un novello ſiſtema di razional medicina.
Il celebre fra'GalieniſtiSpagnuoli Andrea Santacroce, quante volte, e quante
all'opinion di Galieno, e d'altri an tichi, o non bada, o non cura, o talora lc
fpregia? Noil dic'egli una volta: mihi fufpe &ta eft Galeni doctrina; ed al
tra volta motteggia il medeſimo, perch'e'malaméte ſpiega un teſto d'Ippocrate
có dire:frigida explicativ; ed altra fia ta ripigliádo có viſo d'armi
Galieno,nó dice, ch'egli a tor to ofa cacciare Ippocrate, come colui, che non
intera mente aveſſe aflegnate le cagioni della debolezza delles forze nelle
malactie: eccone le ſue parole: Hippocrates elio modo, et forfan clariori
caufas debilitatis nobis propo fuit, quamvis Galenus illumfine ullo fundamento
repreben dere aggrediatur. Ma quale oggidiaperto campo, e libe ro nello Spagne
tutte a' medici lia dato da potere agiata mente perciafcuna fetta ſcorrerc,
affai fie manifesto a chi pon mente alle parole framezzate nell'opera del
medico della Regal caſa Gaſpar Bravo, valoroſo, e forte cam pione della
doctrina diGalieno: e fono le ſeguenti: liens Non eft conformatum à natura, ut
fit receptaculum bumoris melancholici redeuntis è jecore, quod Galenus, et reliqui
dugmarici antiqui illi ſubſcribentesfinem pracipuum quare fuerit lien à natura
conformatum ignorarunt; quod Galenus in ina in infantis anatomes non potuit
circulationem fanguinis, cu motum percipere. E in priina, di Galieno medeſimo
avea già detto:fiabſolute velit interdicerefanguinis miſionem in pueris, non
ftandum ejus doctrine. Senzachè volen tier coſtui ad alcuni novelli trovati dà
piena credenza, fi come all'aggirarli del ſangue, ed alle vene latree, e ad al
tri molci diviſi moderni; perchè ragionando d'Arveo, così manifeſtanente dice:
quod Haruei doctrina, ſi vera,non ob ftat, quod nova, ab illo noviter dicta,
quia in naturali busnon tam quis dixit, quam quid dixit examinandun. O faggia
veramente, e prudentiſſima ſentenza, e degna d'un vero filoſofo, degna d'un
vero medico, degna d'uns vero, ed avveduto diſcepolo d'Ippocrate, e di Galieno
! E che direm noi o Signori dell'Accademie tutte delle Spagne, da quella di
Valenza in fuori, la qual ſola, eco ſtantemente di non dipartirſi giammai in
coſa niuna dal ſuo Ippocrate, e Galieno ſi da vanto? Coſtoro certamen te han
ſeguito ſempre, cſeguon tuttavia per ſolo titolo i medeſimi Greci maeſtri; ma
in verità quanto poi da loro nell'adoperare dilunghinſi, non ſi può egli
bastantemente narrare. Eben'avviſollo una volta il teſte mentovato Ga lieniſta
Andrea Santacroce, il qual dopo aver due luoghi delluo Galieno recati, ove
coluidice, che ne’troppo fred di, o nc'troppo caldi tépi non ſi debba a niun
partito cavar ſangue, avvegnachè grave, e di riſchio ſia la malattia,e
l'infermo freſco, e giovine, c ben’atante della perſonas foggiugne inanifeſtamente
poi: certe qui hæc legit,quomo dotempore Eſtivo, &in ifta tam calida
Matriti regione,pre cipue hoc anno, tam audacter mittit fanguinem? quid mira
quod multi interierint, ut dicitGalenus? fed quid mirum fi tantum aberrent
multi, ut mittantſanguinem folius refri, gerationis gratia? Malaſciādoci omai
addietro le Spagne,valichiamo pu., rca ragionar della Frácia, nella quale
avvegnachè la oſti natiſfiina ſcuola di Parigi aveſſe col Quercetano tutt'altri
Chimiciperſeguitati, e banditi, non fù ella poi così fal dase coſtante, che non
abbandonate talvolta, ed aper tamen 94 Ragionamento Secondo tamente non
rintuzzaſſe la ſcuola d'Ippocrate, e di Galie no; imperciocchè da’ſentimenti di
coſtoro, quanto al fat to delle purgagioni, e del ſegnare, e d'alcune altre
core di lieva alla medicina appartenenti, tanto, e si fattamen te fi dipartono,
e s'allontanano, che più non farebbero p avventura i medeſimi liberi, o vaghi
mcdicanti; il che pienamente ſi può per ciaſcun comprenderedall'opere de più
famoſi medici di coral nazione. Ne permio avviſo è da logorar punto di tempo in
far parole del famoſiſſimo Rondelezj; eſlendo purtroppo manifeſta la libertà,
con cui egli imprende a vagliare, ed a riprovar l'antiche opinioni, e produrre
in mezzo, e ſtabilir le novelle, dal propio inge gnioritrovate. No meno è gran
fatto da prender cura di porre in chiaro quanto il dottiflimo Valerioia îi
moftraſſe ſempremai fido amatore, e difenſor della verità,le cuilo di di
celebrare, ed innalzar fino alle ſtelle non è mai ſtan ca la ſua eloquentiffima
penna; oltremodo commendan do altresì Galieno, perciocchè ancor'egli per amor
della verità avelle più fiate fronteggiato il venerando macſtro Ippocrate;
eſſendo egliciò ben conoſciuto a chiunque l'o pere diluiabbia rivolte. E oltre
a ciò quanto il medeſi mo Valeriola ſenza alcun ritegno ove gli ſia in concio
ad Ippocrate, ARISTOTELE, e Galieno faccia contraſto; palesí do ſenza riſpetto,
quanto ſoventemente,l'un detto diGiz lieno l'altro annulli, ſpezialmente colà,
ove ſi briga di vo lere ſpianar la facoltà dell'orzo, o dove ragiona filoſofan,
do dell'amaro ſapore, e tutt'altri fallimenti di lui, qualo ra gli vengan
conoſciuti, non laſcia con generoſa libertà di ſvelargli, e ripigliargli. Ma
non potrei tacer'io dell'elegantiſſimo Fernelio, il quale, comeche foſſe
motteggiato dall'Italico Galieno Aleflandro Maſſaria con quelle pungenti parole:
fummus cum ratione hic vir ſuo libro titulum inferipfit, Ferneliime dicina;
namque fi totam illius inftitutionem, omniaque dig mata diligenter
animadvertas,ea majoriex parte juntite ejus propria, epeculiaria, ut prope fint
nullius alierius:pur decegli, non ſolo gran lume della riſtorata cloqueaza Ro
mila, 1 mana, ma ſovrano pregio dell'arte della medicina eſtimar fi; perchè
credendolo proverbiare il Maſſaria, il vennes anzi a commendare, che nò;
imperciocchè, fe ad altro, ch’a ricercar nuove coſe, e per alcun'altro non mai
prima tocche ebbe il Fernelio l'animo tutto, e'l penſier rivolto, per certo,
che egli fi fe in tal guiſa conoſcere per degno imitatore, anzi einolo
d'Ippocrate, e di Galieno. Ma forſe il Maſſaria non riguardò punto a quelle
parole, le qualiil Fernelio,antiveggendo,che delle ſue novità ſareb be per
alcun da eſſer tacciato,nelprincipio del ſuo vaghiſ ſimo volume laſciò ſcritte;
la dove egli con sì efficaci, e convincenti ragioni, econ sì maraviglioſa
facondia, la fua cauſa difende, che più non farebber per avventura, o'l
fottiliſſimo Demoſtene, o l'eloquentiſimo Tullio; le qua li per eſſere
ſoverchiamente lunghe qui io non rapporto; ma non gia tacerò lo quell'ultime
ſue parole, colle quali maravigliando egli de famoſi trovati dell'età fua, così
al tamente favella:nihilvere docto illifeculo debet hæc invi dere. Dicendi
ratio, fummaqueeloquentia nunc paffim flo refcit, philofophiæ genus omne
excolitur:m:ufici, geometra, fabri, pictores, architecti,fculptores,aliiquc
artifices innu merificmentis aciem extulerunt, ut artes quique ſuas pre claris,
magnificiſque operibus exornarint, quevetuſtioribus illis uno omnium ore
celebratis nihilcedant. Neque inven tis folum ornamenta, e incrementa adjunxit
temporum ex curfio, fed &artes novasprotulit,ad quas priorum nunquã,
velingenium, vel induſtria penetraverat. Quindi ſieguo egli a raccontar delle
bombarde, delle ſtampe, delle bof fole da navigare, e d'altri maraviglioſi
ritrovati de'tempi addietro; e intorno al navigare ſi vanta ſommamente d'a
vervi anch'egli fatta la ſua parte. Mao quanto più il benz parlante Fernelio
com menderebbe la noſtra età, fe vedeſſe a' dì noftri di nuove, e più
maraviglioſe pro ve la fperienza accreſciuta, e ſempremai ritrovarſi da gli
ingegnoſi moderni, o le carrette a vela, o le trombe parlanti, o le lanterne
magiche, o i teleſcopj, oimicro ſcopi, o le tante, e tante, e sì
maraviglioſeforti d'oriuo J ligo li, o i varj, e varj, e non mai poſti più in
opera ſpecchi co cavi,che repentemente liquefanno anchei metalli più du. ri: o
le Pitture, che apparir fíno a’riguardáti, Protei di mil le forme le colorite
telc: o con qual arte da guerra infra brieve ſpazio di tempo in terra ſi
gettino le Cittadelle, ultimo rifugio de’vinti, et ultimo ſtento de’vincitori:
e co me dall'acceſe bombarde li mandi ſoccorſo alle caden ti fortezze, traendo
argomento di ſalute da’medelimi ſtrumenti d'offcfe: 0 come a diſpetto quaſi
della natura ſi poſla forc'acqua francamente navigare. E come egli au rebbe
aggrottate per iſtupor le ciglia in avviſando altreer ranti, ed altre fille non
mai più vedute Itelle, ed altri, ed aleri movimenti, oltre a quegli già per
l'addietro conoſciu ti nel Ciclo dagli antichi. E che aurebbe egli detto dell'
Elatere dell'Aria, de' Barometri, delle Termometre, e degli ſtrumenti del vuoto,
in cui non rimane ne men pic cio iſlimoacomo d'aria? Eche de’nuovi, e
maraviglioſi uſi della calamita? e che del trasfonderli del ſangue e di
cotant'altre prlove, che commendevol tanto rendono, e amipirabile l'età noftra.
Certainente con maggior mara viglia egli ſclimato aurebbe, e con onta pur degli
inutili e pecoroni parreggianti: fi omnem laborem pofteri collocaf-, fent, ut
eas folum artes, diſciplinas exædificarent, qua rum fundamenta priores jecerant,
nunquam tam multa di fciplinarum copia creviſet. Si qua in veterum mentem non
venerant, juniores non aperuiſſent, neque illorum induftriam fuis vigiliis excitafent:
nova ingeniorum lumina minime lucefcerent. Ma e'l Fernclio, e tutt'altri autori
Franceſchi prima di lui, quanto al filoſofar liberamente poſſon ceder tutti la
maggioranza a Lorenzo Giuberti nobilillimo lettore nell’Academia di Mompelieri;
il quale dopo ellerli oltre modo lagnato de gravioltraggj, che per opera
d'Ariſtote le han villanamente molti degli antichi ſavi patiti, haven do colui
si fittamente i lor ſentimenti inviluppati, e {tra yolri, che s'eglino pur ci
ritornaſſero, non più, comopro pi lor parti ravviſur certamente gli potrebbero:
indico 4 1 1 4 silog. sì loggiugne. Hinc res eò miferia tandem reducta fuit, ut
quum maximophilofophurum damno aliorum commentaria periiſſent,in iis nullo
refragante poſteritas tenaciffime inhee Jerit, ea tantum vera eſe ſibi
perſuadens, quæ fine contro verſia proponerentur. Quindi egli con animo libero,
e fin loſofico, dinon dover ſenza minuta conſiderazione laſciar fi trarre a gli
altrui pareri,manifeſtamente proteſta: avve. gnachè ſian quelli pure diGalieno
medeſimo, dicuiegli così dice. Hec dum animadverto,non poffum non illius quo
que dicta exactiusperpendere, de pleriſque dubitare: ut diligentiore facta
inquifitione veritastandem (abfit invidia dicto ) eluceſcat. La qual faggia
libertà, dice egli, da cia ſcun doverſi ſommamente ſeguire,tra per l'utilità,
che ol tremodo ſe ne ritragge, e per l'autorità de'letterati più prodi, ed in
iſcienze più valoroſi, che ſempre glorioſamé te l'han ſeguita; de'quali egli fa
un brieve, ma ſcelto ca talogo,arrollandovi anche in fine l'avvedutiſſimo
Gugliel mo Rondelezj, e ſommamente commendandolo. Ma non ſolamente Lorenzo
Giuberti nel ſoftener la fin loſofica libertà moſtrar volle la ſua maraviglioſa
coſtan ża, anzi non pago di ſe medeſimo d'imprimere, e propag ginar sì nobili
ſentiméti anchenegli animi de' ſuoi ſcolari ſommamente ſtudiosſi. Perchè un
diloro ebbe già quell'e legantiſſima orazione, che oggidi ancora vien
da'curioſi con maraviglia guardata; e nella quale dopo aver colui có forti, e
valevoli prove ſaggiamente la ſua ragion difeſa, la gran forza ſpiegando della
verità, dice, quella ſola la greca filoſofia a cotant'altezza aver potuta
condurre,e por l'ultima mano alla latina eloquenza: e da quella ſola ani cora
eſſer la Criſtiana Religione introdotta, e ſeminata in Europa: e cô la verità
medeſima aver fatto capo a Socrate ache Platone; e côtro Platone poi eſſerſi
armato ARISTOTELE; e nell'Italia gran tratto dagli Aſiatici aver ſeparato CICERONE.
E fu opera anche della verità il replicare appreffoi Criſtiani Paolo a Pietro,
e opporſi Agoſtino a Cipriano; e altri molti eſſerſi per ſola vaghezza di
quella l'un l'altro perſeguitati. Quindi rivolgendo il ſuo ragionamento a’ri N
gidi, e ſuperſtizioli barbafforidi quella ſcuola rancida, che più le viete
anticaglie degli ſtolidi maeſtri, chela nuova, e pur mo nata verità
ſcioccamente pregiano così ſoggiugne. Et paganorum quorundam (cioè a dire
d'Ippocrate, e di Galieno ) memoriam ſuperſtitiosè coletis? eorum nomina tam
aniliterperhorrefcetis, ut à falfifſimis quorundam decretisnon poffe
quemquamfine nefario ſcelere deficere judicetis? Ma non comporta il tempo, che
più avanti lo ne rapporti, comeche per tutto quel libbricino vaghiſſime, ed
ingegnofiffime coſe ſparſe vi lieno: ed a cui caglia di leggerlo forſe non
rincreſcerà. Di tanta, e sì valevol forza fur le perſuaſioni, e l'au corità
de'due valentiffimi maeſtri, cioè del Rondelezine del Giuberti, che traendoſi
dietro già tutta la ſtudioſa gioventù di Mompelieri, da indi in poi in quella
famofiffi ma Accademia fempre la libertà del ben filoſofare è cam. peggiata. Ne
con più ardente, e con più vigoroſo ſtile altra ſcuola di Francia armolli mai a
far teſta a quella di Parigi a pro della Chimica, e del Quercetano, quanto la
famofiflima ſcuola di Mompelieri: da cui ſon ſempre uſci ti, ed eſcon tuttavia
valorofi germogli. Che più? egli è táto non chebiaſimevole,ma impoſſibi le a
fofferire la fervitù delle Sette agli ſtudioſi ingegni Franceſchi, che non che
altri, macoloro, i quali la liber tà in altrui ſommamente riprendono, come il
Silvio, l'Ol Jerio, il Doreto, eiduo Riolani, lor fa meſtieri, ch'a ' giurati
maeſtri, o di naſcoſto ſi ſottraggano, o manifeſta mente ribellino. Anzi (chi
il crederebbe !) anche colui, ch’a difeſa di Galieno contro il Vefalio sì
fieramente ar moſſi, voi m’intendete o Signori, io dico il rabbioſo An drea di
Lorenzo, udite come pur ebbe a dire: Ego enim hactenus is fui,qui nullius
jurare in verba magiſtri aſſuevi, multa prioribus ſeculisincognita, et diligenti
noftra ubfer vatione animadverſa in apertam lucem profero. Mala Lamagna,
quantunque foſſe ſtata il Teatro,ovej con Paracelſo da prima, e poſcia con gli
ſcolari di lui ten zonaſſero i più oſtinati difenſori degli antichi maeſtri: es
quan Del Sig.Lionardodi Capoa. 99 quantunque ſurti vi foſſero, ed in quel
meſcolamentoal ſchermo del lor Galieno.v'aveſſer fatta puntaglia il Fuſio, il
Platero, il Cratone, ed altri acerbiffimi,e valorofi Gas lieniſti: nonpertanto
ſono ſtati i Tedeſchi, de France fchi medeſini nel filoſofar ſemprese nel
medicare aſſai più liberi,licome ne dan piena teſtimonianza Giorgio Agrico la,
come colui, che in trattando delle coſe minerali tante, e tante fiare va
ripigliando gli antichi maeſtri, e Taddeo Duni, il quale, tutto cheGalienifta,
pur contro.il mede fimo ſuo maeſtro Galieno, un libro partitamente compo ſe,
ove nel procmio così apertamente dice: Galenusquis dem amicus eft, et fcriptor
antiquus, et illuftris., vene randus: veritas tamen, et antiquior, et illuftrior,
dve. neranda magis.. E che direm noi di Geremia Triverio,di Felice Plateri, di
Corrado Geſncro, di Martin Rollando, e d'altri aſſai, ma più di tutt'altri di
Mattia Vnſeri.il qua le al ſuo Galieno apertamente ribellandoſi infra l'altre
una volta dice con efficaciſſime ragioni aver lui dimoſtro,andar Galieno
follemente errato nel filoſofare delle cagioni del. l'Epilellia: e che de' ſuoi
falli eredierano rinaſi gli oſti nati ſuoi ſeguaci, negli animi de'qualila
falla dottrina del lormaeſtro così tenacemente ſi trovava radicata, ut (per
dirla colle ſue propie parole ) Scirrum quamvis durum cia tius digeras, quain
inveteratam hanc opinionem àpuero con ceptam, ipfis è mente eripias. Ma quel
che maggiormente recar dee eglimaraviglia fiè, che imedeſiminimici,e per
fecutori del Paracelſo, eziandio i più fieri, ed acerbi anch'eglino talvolta
dalla loro annodata congiura mani feſtamente fi partono, come Felice Plateri,
Tomaſo Era fto, Giovan Cratone, Gaſparre Ofmanno, nimico il più im placabile,
che mai Chimici aveſſero ilqual tutt'altri medi ci, anche di ſua ſchiera,
intinto biaſimò, e ſquarciò, che afpriſfimamente da due diſcepoli di Galieno
anche funne ripreſo: l'un de'quali, che fù Daniello Orſtio, così pro verbiando
il motteggia: ad Hoffmanni modum, qui inftar anys rixoſe heroes medicos paſſim
fcurrilitertraducit; e l'al tro, che è Riollano il figlio, ſdegnato oltremodo,
di lui N 2 ſcri Tôo ferive: Hoffmannusnimis liberè, et licentiosè caftigat
omnes Medicos, utfolusſibiſapere videatur. Mainfra gli altri partiſſene ancora
Rinieri Solenandri filoſofo, e medico digran pregio, il quale coll' armi, dal
medeſimo Galieno un tempo adoperate, coraggioſaméte diféde la ſua ragione; e
dopo d'aver acculato Galieno de' falli p lui comeſſi nel libro de’séplici
medicaméti,così con tro di lui, e degli altri antichi maeſtri ſaggiamente ragio
na. Si in his medicina partibus, in quibus plus externi ſon Jus, experientia
valet, quam judicium, et ratio, tantū deliquerunt majores noftri, quid credere
debemusfactum ef feincæteris omnibus, quæ fola ratio, et ingenii ac umen af
Sequi, eperſuadere poteft? E che direbbe ora il Solenan dri, ſe vedeſſe di già
fatto palele al mondo, quanto G2 lieno, e altri Antichi,della verità andaſſero
lungamente er rati, in filoſofando dietro le parti tutte della medicina? Ma non
v'ha infra tutti i Tedeſchi Galieniſti, che de’detti del lor maeſtro Galieno sì
poco conto faccia, quanto, ſecon do, ch'io mi creda, quel tanto celebrato
ſeguace di lui Daniel Sennerto;del quale perciocchè e' fa moſtra in ogni luogo
d'eſſer libero, no fà meſtieri al preséte ch'io sétéza alcuna ne rechi. Tanto
ſolamente apporterovvene ciò, che egli in difeſa di ſe ad Antonio Guntero
ragiona. Semper novum (dice egli) Suſpectum fuit, antiquum vero lauda tum; fed
an jure ſemper, dubito; nam, quod nobis antiqui, olim novum fuit: ideoque non
tempore, fed rationibus opi niones affirmandæ funt, eæque veriſimehabende, quæ
cum natura, qua antiquiſſima eft', confentiunt. E poco avă ti: multa adhuc in
natura reſtant explicanda; et plurimas in ea ita obſcura ſunt, ut magni etiam
viripleraque vix de finire aufi fint. Ma non hà egliper mio avviſo animo me no
nobile, e generoſo del Sennerti, il famoſo Galienilta Ollandeſe Giovan Antonio
Lindeni intorno al giudicar li beramente, e fecondo ragione,la verità delle
coſe, ſenza eſfer di vaſallaggio alcuno. Coſtui infra gli altri ſuoi li beri, e
memorabili conſigli, una fiata ragionando di Ga lieno, e avviſando in quante
beſtemmie, cd empiezze foſſe coluinelle ſue dottrine ſtrabocchevolmente caduto
così eſclama: Quid eft abnegare Deum, fi hoc non eft? fi enim iſta non poteſt,
ne quidem Deus eſt? alla fine contro i parteggianti di lui ſtizzoſamente
prorompe: &hic eſt illes homo,cui non aſſurrexiſe grandenefas eft? cuique
contra dixiſſe mortale peccatum eft? E altra volta così del ſuo mae ftro
Galieno ragionando: Galenus (diſſe ) magnus eſt, et fuit, &erit; non tantus
tamen, quem patiar libertati med fibulam imponere in iis, qua meliori ratione,
atqueexperiêm tia certiore habeo comprobata. Ne men del Lindeni maa gnanimo, e
libero fu quell'altro Galieniſta parimente Ol landeſe Zaccaria Silvio; intanto
che non laſciandoſi tra ſcinare,ma ſolamente condurre a reverendi ſentimenti
del maeſtro, ritroſo, e reſtio, ſovente a quelli ricalcitra;e tra viando dagli
antichi ſentieri, per nuove, e non uſate vie s'argomenta talvolta, comechè poco
felicemente, d'ag giugnere alla verità. Priorum veſtigia (dice egli) omnia
premere, et eaděſemper inculcare ridiculū eft.E no guari ap preſſo: Pigri eft
ingenii contentum effeiis, quæfunt ab aliis inventa, fiquidem mentis acrimoni:
nihilnon humanarum rerum ſubjicitur. Perciocchè ficome egli medeſimo ra giona,
non è la medicina, o la filoſofia così ſtretta, così anguſta, e di sì poca
ſpazioſità, che di preſente dagli an tichi primi macſtri ſi foſſe potuta
ingoinbrar tutta, ſenza laſciarne ſpanna altrui; ne così manifeſta, e
ſviluppata, iz ciaſcuno è la verità delle coſe chei primicri inveſtigatori di quella
aveſſero avuto ventura di prenderla liberamen te ſenza gli argomenti di cotante
ſperienze; e giugnendo primieri alla gloria vincerla ſolamente della mano; veri
tas, fù ſentenza di lui, in multo altiorem demerfa puteum eft, quam utpaucis
inde extrahi poſſit feculis. Énel mede fimo ſentimento fu certamente
ciaſcun'altro medico, fi loſofante di Ollanda; c Io ne potreiquì rapportare
infini te teſtimonianze, ſe non che io temo per avventura di ſo verchiamente
ſtuccarvi colla mia lunghezza. Ma non poſſo perciò tralaſciare a dire
dell'ingegnoſo filoſofante, e medico de'ſuoitempi Giacomo Bacchio; il qual
veggens е doſi da' ſentimenti, e dalla ragione perſuaſo,anzicoſtret to, e vinto
a confeſſar l'aggiramento del ſangue, niente curando,ch'una tal dottrina non
l'aveſſc egli apparata da' volumi degli antichi maeſtri, sì volentieri la
ricevette, e intanto l'abbracciò, che conchiuſe alla fine doverſi quella in
diſpetto degli oſtinati Galieniſti tutti ſeguire,ſe ben l'or dine tutto
dell'antica medicina aveffe foſſopra a ſconvol gerſi, e andarne a fondo;
perciocchè ſecondo un sì nuovo diviſo in aſſai coſe fi riformerebbe la medicina,
e in mi glior filo certamente ſi metterebbe. Sic contingit, oſſer vò egli,
concefo, ftatutoque ſanguinis circulatorio motu,in numera veteris doctrina
fiatuta inverti; unde totus docendi ordo turbatus præpoſtere, et fine certa
methodo, et doétrina omnino confuſe inſtituitur, addiſcitur; quam pofitioni bus
cashenatim cohærentibus, &certo ordine inſtructis ſia biliri decer. Ma che
direm poi del medicar della Lamagna, il quale, da queldella Francia poco
certamente s'allontana? ſe non fe i Tedeſchi aſſai più de Franceſchidi ſegnar
ſi ritengo no; e intanto l'abborriſcono, e ne ſon ritrofi, che deter
minatamente giudicano, i Salaſli mai ſempre eſer danne voli, e ſconcj, e ſe non
altro alla per fine menomandone gli ſpiriti, raccorciarne miſerabilmente la
vita. No lo mi prenderò quì punto briga in provarvi quanto i Tedeſchi ſien
filoſofi, emedicidabbene, e amatori della verità, no appiccandoſi oſtinati, e
provani a Setta niuna; ed egli ſiè ben manifeſto a ciaſcuno, non più fortemente
altronde che dalla Lamagna eſſere ſtato dimentito, e ricreduto più fiate
de'ſuoi errori Galieno. Ma non men libera dell'altre nazioni fu la gran Bretta
gna in non yolermai tenacemente appiccarſi a' ſentiinenti d'Ippocrate, e di
Galieno, o d'altri antichi medici, ſenza in prima lungamente abburattargli, e
porgli allo ſquitti no delle ſperienze, e delle ragioni. E ciò agevolmente
potrà comprendere chiunque prenderaſli briga tanto qua to di rivoltarci
tarlati, e polveroſi volumi dell'antico Ric cardo, o di Giubetto, o di
quelGiovanni, che ſopra tutti manifeſtò i ſuoi laudevoli, e generoſiſentimenti
in quel li bro mandato fuora da lui, ſotto nome di Roſa Anglicana; e da
cotant'altri antichi Inghileſi, a' quali, comeduchi,e maeſtri del filoſofare, e
dell'opere di medicina, piacque anzi gli Arabi dottori, che i Greci maeſtri
nelle loro ſcuo le ſeguitare. E più allor crebbe, e avanzoſſi nell'Inghil terra
la libertà del medicare, quando pofta giù la ruggine di que'rozzi ſecoli, più
preſſo a'tempi noſtri,per opera de gļItaliani maeſtri, rinacquero quivi le
lungamente ſepolte greche, elatine lettere; perciocchè allorcertamente con
maggior ſenno, e avvedimento ſi puotè per valenti lette rati gareggiar
vicendevolmente per la verità; e crebbe tă to poi nella famoſa penna del
Primeroſio, dell'Igmoro, e d'altri valenti Galieniſti Inghilefi la libertà
delloſcrivere nella medicina, che ſoverchio ſarebbe il raccontarlo. Pu re non
mi terrò di ſommamente commendar quelle famo ſe ſcuole,onde ſi moſſe da prima
l'incontraſtabile difeſa a pro dellaggiramento del ſangue, la qual sì forte, e
valo. roſamente Fiaccò le corna del ſoverchio orgoglio al gonfio, e folle
Pariſano, che vergognato, e ontoſool tremodo divenutone, non osò il cattivello
per innanzi far ne più motto. Ma chi mai pareggiar potrebbe il valore del grãde
Ar veo? ilqual ſgombrate da ſe tutte paffioni di Sette, e di nimiſtà, intanto
avvantaggioſſi colla ſua laudevole liber tà ne'ſentimentipiù veri delle coſe,
che nelle ſue glorioſe. opere così par, che ſaggiamente ragioni: Io miſon forte
fovente meco medeſimo maravigliato di coloro, anzi tal volta hogli preſo a
gabbo, i quali follemente s'avviſano aver l'operc d'ARISTOTELE, o di Galieno, o
d'altro più cele bre maeſtro cotanta perfezione, e compimento, che nulla
certamente lor poffa aggiugnerſi più di vantaggio. Non è la natura delle coſe
cotanto aprima faccia manifeſta che compiutamente per huom’poſſa prenderſi,
ſenza ben cutca in prima diſtintamente ſpiarla. Ella ha i fuoi ſegreti na
ſcondigli, a'quali non può certamente aggiugnerſi, ſenza la 104 Ragionamento
Secondo la guida di lei medeſima: e ciò, che in alcune coſe confu ſamente, e
inviluppatamente n'accenna, altrove poi reſa. ne fedeliſſima interpetre, più
diſtintamente, e manifeſta mente n’eſpone. Perchè ſenza dubbio mal potrà
giugnes re a diterminar coſa del mondo intorno all'uſo, o alme ftier delle
parti del corpo umano, chiunque in prima non n'abbia ben preſo argomento da
ciaſcun ' altro bruto ani male, e'l ſito diligentemente, e la fabbrica,
eicongiunti vaſi, e altri accidenti di quelli, e delle lor parti conoſciu to, e
l'uſo loro per pruova ſaputo. Et putabimus, dirolla pure colle ſue propie
parole, nihil prorſus commodi ab his auxiliisfcientiarum nobis accedere; verum
omnem plane fa pientiam à primis ftatimfeculis abforptam fuiſe? Ignavia
profeéto hæc noftre, haud naturæ culpa eſt. Ma che non di ce egli, e quali
ſaldiſſiine ragioni non apporta in concio a' ſuoi liberi ſentimenti, o nella
famoſiſfima lettera dirizza ta al Collegio di Londra, o nel proemio del libro
della generazion deglianimali? Pudeat, udite, come all'alta impreſa del
liberamente filoſofare ne ſtuzzichi, e ne ſpro ni il magnanimo amator della
verità: pudeat itaque in hoc nature campo tam ſpacioſo, tam.admirabili,
promifique majora femper perſolvente,aliorum fcriptis credere; incerta indè
problemata videre; &ſpinofas, captioſaſque diſputa tiunculas nectere.
Natura ipſa adeunda eft; et ſemita quă nobis monſtrat infiftendum. Ma dalle
nazioni ſtraniere, paſſiamo omai a narrar del. la noſtra vaghiſſima Italia,
pregio delle più belle lettere, e ricovero ditutte ſcienze; la qual certamente,
intorno alla medicina, oltre a gli Abbanije i Niccoli, c i Gentili, e i Dini,
ei Tomalli, e i Taddei, e i Ferrari, e gli Vghi, e i Girardi, e i Platearj, e i
Turiſani,e i Salvatichije i Giacomi da Forli, e i Mattei da Grado, e gli
Arduini, e i Montagnani, gli Arcolani, c i Zerbi, ei Savanaroli, e cento, c millal
tri avvedutiſſimi ſeguaci dell'Arabeſchedottrine: hebbe anche Aleſſandro de
Benedetti, e Matteo Curzio, e Gio van Manardi, e Giovan Battiſta Montani, e
Antonio Mu fa Brafavolo, c Nicolò I.coniccni, per tacer d'altri molti, a’quali
più di ciaſcun'altro per avventura piacque le doe trine d'Ippocrate, e di
Galieno fominamente ſeguire. E pur veggiam talvolta effer coſtoro
manifeitamente, trali gnati dalle reverede dottrine de’lor carimaeſtri, e in
mol te, emolte coſe, che a grado lor non furono, avvegna chè di non poca
conſiderazione,loro apertamente contra-. ſtare. Ne reco Io già al preſente per
teſtimonio del mio ragionaméto Gabriel Fallopio, ne il Trincavelli, ne il Mer
curiale,ne Ercole di Saſſonia,ne Girolamo Capodivaccas ne Orazio degli
Eugenj,ne Ceſare Magati,ne altri, e altri avvedutiſlimi medici, e filoſofi
commendati ne’loro tempi, c pregiati allai. Solamente ricorderò le glorie del
famo fiflimo Giovanni Argenterio, e cotant'altri loro valoroſi ſeguaci, e imitatori;
i quali traſandate le leggi, e le ſtret tiifime mere degli antichi maeſtri,
ſcorſero liberamente perlo gran campo della medicina, ſenza appiccarſi molto
tenacemente, ad Ippocrate, o a Galicno,comechè Ippo cratici, e Galieniſti
eglino li foſſero. Ma cometutt'altri, e in dottrina, cin chiarezza di fama
avanza di gran lun ga queltanto valoroſo, ed eccellente ſcrittore Girolamo
Cardano, così a niuno certamente egli cedede Galieniſti medici Italiani nella
gloria del liberainente filoſofare.Egli a niun pregio tenendo maeſtro alcuno,
ſolamente s'affa. tica, e ſi ſtudia per la verità, e non ha quaſi facciuola nel
le ſue opere, ove egli non ſi vegga oftinatamente conten dere col ſuo Galieno,
prendendo cagione tratto tratto d ' accoccargliela, e manifeſtamente
biaſimarlo, intorno alla maniera del ſuo filoſofare, e del ſuo ſcrivere, e del
porre in opera il ſuo furbeſco meſtiere; infra le quali non mi par da dover
tralaſciare quel che in un de'ſuoi libri, di lui narra, dicendo eſſere ſtato
colui prima Cerulico: e che in ciò pure non molto tempo, e ſtudio logorato
v’aveffe,ac ciocchè al colino di tal meſtiere ne foſſe dovuto formota re. E
delinedeſimoGalieno altra volta forte biaſimando ſi, dice ſoiainente eſſere
ſtata cagion di cotanti ſuoi errori, e fallil'effer egli riſtato in sù gli
arzigogoli dello ſpecula re, ſcnza diſcender giammai all'operare, e ſenza far
prìo O va delle ſue mal credute dottrine: Caufa errorum in medi cina eft, quod
quicontemplantur, non medentur, ut Galenus, Paulus, et c Princeps, et hodie
omnes medicine profeſores; ideo (avvertimento ben degno da dover far faldiffima
im preſſione ne’noſtri medici) loco regularum, &dogmatum fcribuntfomnia.
Mayperchèa far parole del Cardano ci ſiam condotti, e'nó mipare di dover
tacere, quáto nella ſchicttezza,e bo tà dell'animo, e nell'amor della verità
egli lungamenteve Galieno medeſimo,non che altri ſi laſciaſſe addietro; per
ciocchè biaſimando oltremodo la malvagità, e la caſtro naggine de' teſtereccj,
émalandati parteggianti de' ſuci tempi,infra l'altre, cosi una volta
ſtizzoſamente gli pun ge, egli beffeggia. Demiror, dice egli, credulitatem, de
mentiam, et impietatem medicorum noftræ ætatis, quorum aliqui eo deveniunt, ut
cbliti omnis humanitatis, maline perdere homines, utferviant pertinaciæ, quam
revocari, a eosſervare. E oltre a ciò vaegli conſiderādo intanto giu gner
l'oſtinazione, e l'affetto degli accieciti parteggianti, che riguardando alle
dottrine de’loro cari maeſtri, non che a capital niuno la verità teneſſero,
anzi l'anime loro medeſimc non curando, foventi fiate il diritto delle divi ne
leggi, e delle naturali traſandano: cdeo ſectis, grida egli pictoſamente
piagnendo, addicti ſunt, at nec immor talitatis aninorum,nec præceptorum
philofophiæ reſpectus ul lus eos teneat. Machirccherammi amcinoria tutti
gl'infelici, e com paſionevoli avvenimenti, i quali dalla mellonaggine,dalla
pertinacia, dall'ambizione,dall'avarizia, e dalla malvagi tà de'cattivi
parteggianti tratto tratto ſeguir ſogliono, che egli lungamente va diviſando:
Eglino ſempre oſtinati ncl le loro fanciullaggini, non che foſſer giammai da
tanto, che guarir ſapefiero alcuna malattia diconſiderazione;an zi fovenci
volte si, e tanto operano colle loro trappole, che ne tolgono la voita aʼmedici
più valoroſi. E ſon pur così ribaldi, e ſcellerati, che sfregiando colle loro
opere il digniffimo nome di Criſtiano, e laſciata affatto la pietà, cla ! e la
carità unico patrimonio de'ſeguaci di Criſto, tuttiaya: ri, e ambizioſi,ſi
veggono,ſolamenteiricchi, ei nobili am. malati viſitare, e i poveri, e
miſerabili, dalla fortuna ab. bandonati,dopoaverglilungaméte ſpolpati, o
affatto non curare, o ſe pur vi vanno frettoloſi, e ſuperbi, come vili
giumenti, o come altri bruti animali crudelmente trattar gli. Del quale
graviſſimo misfatto certamente la cagioa ne ſi è il lor Maeſtro Galieno, da cui
eglino tutto apparā doprendono ancora ad eſſer oltremodo ambizioſi, e avari.
Hujus tanti mali, ſono le parole propie del Cardano, au tor fuitnofter Galenus,
qui nil ubique jactat, niſi proceres, atque Imperatores; quum tam juveniseffet,
ut ambitione, inani nomine potius, quamartis peritia eis innotuerit. Nc oltre a
ciò tace il Cardano l'aſture frodi di que'Vol poni maeſtri, i quali a perpetuar
la lor tirannia,agl’ingan ni, alle millanterie, alle beffe, all'aſtuzie, aile
giglioffe rie gl’innocenti ſcolari tratto tratto avvezzavano. E di tanti
misfatti, e ſcelleratezze'non laſcia d'accagionarne ſopratutto le perſone
nobili, e d'alto affare, i quali per ciocche delle coſe del mondo, e della
natura poco, o nulla ſi conoſcono, non laſciano a ciò porre acconcio compen ſo,
ficome certamente dovrebbono; anzi intanto giugne la lor biaſimevole
dappocaggine, chc in luogo di ricercar ne'medici profonda dottrina, buoni
coſtumi, intendimen to di linguaggi, avvedimento grande, ſcienze alla medi cina
appartenenti, pierà de gl'inferini, antivedimento del Je future cole, ſperienza
delle cure malagevoli, conoſci mento delle matematiche, ripoſo di mente, amor
di glo ria, che naſca dal ben operare, diſpregio d'altre coſe ſol lazzevoli, e ardente
diſiderio d'apparare; vi richiedeva no orrevoli veſtimenta, aſpetto grazioſo,
viſo piacevole, adulazion di parole, abbondanza d'ammalati illuſtri, e
grandi,magnificenza di ricchezze, e cento, e mille altre ſo miglianti vanità. E
ben gli parve, che meritevolment, coſtoro ne portaffer poi la debita penitenza,
omorendo ne loro i più cari parenti, o ſtandone eglino medelimi ſem premai
ſparuti, c triſtınzuoli, e cagionevoli aſſai dell i perſona: diuturno cruciatu
protractorum per longumtempus morborum: per rapportarvi omai alcune altre delle
ſue pa role medesime,che mi ſovvengono: preterea fiderationum, debilitatum,quæ
poft fanationem illis relinquuntur; avs vegnachè affatto non ſi vedeſſe Gir del
pari la pena colpeccato, mal capitandone non pur eſli,magl’innocentiloro
figliuo li, e amici. Ma troppo piacevol coſa è a ſentire ciò, che finalmente
egli contro i medici de'ſuoi tempi narra, i quali baldanzoſi, e tronfi
liberamente ſcorrendo a lor talento per tutto, e abborrando, e malmenando la
medicina, co (trignevano alla fine i cattivelli infermi, che male a lor uopo
nelle lormanicapitavano, a pagare a ingordiſino prezzo i rimedj, e talora anche
la morte; facendo eglino ancora forſe la lor mano negli ſtrabbocchevoli
guadagni degli ſpeziali.. Ma, che direm noi di Giulio Ceſare della Scala digniſ
fimo medico de'ſuoitempi. Egli comechè fieriſlimo ne mico foſſe del Cardano, e
s'argomentaſſe a ſpada tratta dirimbeccarlo quaſi in ogni parola; intanto, che
ne pur la loro oſtinatiſſima nimiſtà Ha diſciolto colei, ch'il tutto ſolve.
Atque ut etiam nunc poſt cineres, dice coll' uſata elegan za il noſtro
Severino.ſtridēt in ævum ab ipfis exaratæ chara te; non però di meno, ove ſol
ſi tratta della libertà della filoſofia, e di non laſciarſi dictro gli antichi
ciecamente traſcorrere, allorcertamente poſto giù lo ſdegno, e’lli vidore ſon
tutti di convegna a ritrarſi di parteggiare, e far capo oſtinatamente alle
ſette. Errata majorum, diſſe generoſamente una volta Giulio Ceſare della Scala,
diſi mulanda non funt, ne eo ipfo pofteritati imponamus.E benſi valſe egli del
ſuo avviſo, quádo cruccioſamente diile d'Ip pocrate al Cardano: Tueris, atque
profiteris nefandum illud Hippocratis deliramentum, à quo non abfunt Galeni
trepidationes, animam nihil aliud eſſe, quam cæleſte calidum: avvegnachè ſenza
ragione alcuna aveſſe egli rimprovera to una volta a Galieno una sìfitta
libertà, e ſtizzoſamé 1 te bia. te biaſimatolo d'aver egli ſovente contraſtato IL
REVERENDO ARISTOTELE; come ſe graviſſimo fallo, c ſcelleratczza ciò ſi foſſe:
Galenus avidiſſimus,dice egli, carpendi longe de meliorem; in quella guiſa
appunto, che quel nobile Ga lieniſta Giulio Aleſſandrinovoleva, che ſolamente
all'Ar genterio foſle vietato il por mano all'opere degli Antichi per
ammendarne gli errori; della qual coſa, non ſenza gran ragione per avventura
forte fi biaſimail Solenandri, così rimproverandogli: Verum fateris,antiquiores
fcripto res erraſſe, concedifque aliis omnibus, qui funt ingenio, em judicio
aliquo prediti, ut poffint ea reprehendere, quæ ma lè funtdieta, &meliora
tradere: foli Argenteriohanc li centiam adimis. Ma prima delCardano, e di
Giulio Ceſare della Scala, per ripigliare ilfil del noſtro ragionamento,
grandiſſimali bertà ufar ſi vide, e nelfiloſofare, e nello ſcrivere un'ala tro
valent'huomo nelle inatematiche, e nella filoſofia, e nella medicina aſlai bene
fcorto, ed cſercitato; perchè meritonne d'eſſer'altamente pregiato, e onorato
da quel generoſo favoreggiatore, e intendente delle buone lette re Lione il
Decimo, Sommo Pontefice. E fu coſtuiGio vanni da Bagnuolo, il qual non mica
pago nelle ſcuole d' averdato ſaggio del ſuomagnanimo, e nobile ſpirito, no
curante l'altrui autorità in non poche concluſioni: e aven do fuor dell'uſo
comune mandata avanti la Chimica: coſa a que’tempirariſima, maſlimamente in
Italia: volle in cc minciando un capo diquel libro, ch'egli fa dell'ecliſſe del
la Luna, più manifcftamente proteſarlo, portando ſenti menti veramente da
filoſofo ragguardevole, e di gran lie va. Quoniam noſtri antiqui progenitores,
dice egli,fcien tiarum inventores, rationibus, experimentis, comperie runt
ſcientias; veriphilofophantes ipfos imitando conari de berent no perfiftere
inventis,fed nova nature ſecreta venari. Maquel famofiffimo medico, e filoſofo,
e pocta de Verona Girolamo FRACASTORO, avvegnachè da' ſervili fen timenti delle
ſcuole ingombro troppo commendaſſe il fuo maeſtro Galieno, e molto a capitale
il teneſſe; non però dimeno, reſo talvolta avveduto dalla verità, non ſi tiene,
ove gli venga in concio, d'aſpramente riinbeccarlo, e qua. to al fatto
de’giorni critici rinfacciargli ch'egli pur troppo ſcioccamente ponendo in non
cale gl'inſegnamenti de’alo ſofi, a'vani preſtigj degli ſtrolaghi ſia ricorſo.
E oltre a ciò nelmedicare,e nel filoſofare da'diviſamentidi lui ſi di lunga;
come agevolmente ſi può veder ne'ſuoi libri della fimpatia, e antipatia delle
coſe, e della contagione, eins altri luoghi; ma ſopratutti nel ſuo divin poema
della Sifi lide, per cui huom certamente crede, lui all'altezza del gran Marone
eſſer’aggiunto, e che tutt'altri poeti felice mente G laſci addietro. Nel qual
poemacontro l'opinion del ſuo Galieno va egli cantando, l'aria ſola di tutte
coſe eller principio, così manifeſtamente raffermando: Aër quippe pater rerum
eft, &originisauctor. E prima egli così del naſcimento delle coſe avea
diviſato: Principio quæque in terris, quæque æthere in alto: Atque mari in
magno natura educit in auras, Cuncta quidem nec forte una, nec legibus iiſdem
Proveniunt, sed enim, quorumprimordia constant Epaucis,crebro ac paſſim pars
magna creantur: Rarius aſt alia apparent, non niſi certis Temporibufve, locifve,
quibus violentior ortus, Et longefita principia: ac nonnulla prius, quam
Erumpant tenebris, &opaco carcere noctis, Milletrahuntannos,fpatiofaque
ſecula poſcunt Tanta vicoëuntgenitaliaſemina in unum. Quindi con l'uſata ſua
eloquenza della cagion de'mali di viſando, cosiegli canta Ergo &morborum
quoniam non omnibus una Nafcendi eft ratio, facilispars maxima viſu eft, Et
faciles ortus babet, &primordia praſto. Rarius emergunt alii, poft tempore longo Difficiles cauſas, et inextricabile
fatum, Et feropotuere altas ſuperare tenebras. Ne men del
Fracaſtoro al ſottiliſſimo Andrea Cefalpi. ni piacque ſommamente levarſi ſuſo
contro il ſuo maeſtro Galieno, e iſeguaci di lui, prendendola oſtinatamente a
favor d'ARISTOTELE, e de'Peripateticiin LIZIO ciò, che da coloro dipartonſ i
Galieniſti; ſenzachè egli è pur troppo mani feſto a ciaſcuno eſſere ſtato
primiero il Cefalpinia ſcoprir glorioſamente al mondo l'aggiramento del
ſangue:tutto, che parer poſla ciò, che moltoprima di lui aveſſe fatto Pla tone
con quelle parole: Μέγιστν δε όταν α'μαι καθαρά συγκερασθείσα, το τών ινών
γένος, εκ της εαυτών διαφορή τάξεως. αι διεσπάρησαν εις αίμα, να συμμέ Πρως
λειότητος ίχοι και πάχους, και μήτε δια θερμότη ως υγρών εκ μανού του σώματG-
εκρέσι, μήτ' αυ πυκνοτέρον δυσκίνητον ον, μόλις axaspécouto iv Cais Preti,che
ſuonano in noſtra lingua: E maf. fimamente quando (la bile )col puro
ſanguemeſcolata,difor dina quella ſpezie di fibre,le quali ſono ſparſe per lo
ſangue, acciò ſia in eſlo una mezzanitate tra'l groſo, e'lſottile:per chè
mediante ilcalore non iſcorra per lo corpo,ficome ogni li quida cofa fcurre
perun corporaro, neſia troppo groſo, e difficile a ſcorrere, sì, che appena
poipoteſſe andare, eritor nare per le vene. Ma non poco certamente e' ſiparc,
che Santorio Santori, famoſo, e raggaardevol medico de'ſuoi tempi profittafleſi
in liberamente ſcrivere, non avendo ri guardo a ſetta niuna, per aver eglicol
Sarpi, e col Gali Jei un tempo ufato; i cui ſentiméti vollc cgli in molti luo
ghide'ſuoi ſcritti, come ſuoi propj diviſamenti manifeſta re, e ſpezialmente in
quel libro cotanto per ciaſcun com mendato, della Staticamedicina, comcchè il
più delle vol te male egli apprendendo le commendevoli dottrine di
que’valent'huomini, e alle ſue volgari ſconciamente me ſcolandole, fe ne
faceſſero le ſcherne gli accorti lettori. Maciò da parte al preſente laſciando,
non ſi può egli di leggier narrare, quanto da lui carminati, e proverbiati du ramente
foſſero i parteggianti tutti medici, e filoſofi; e quantunque volte gli vien
fatto loro l'accocca, rapportão do in ſuo pro varie, E MOLTE AUTORITA
D’ARISTOTELE, e di Ga lieno; di cui ſeguendo la traccia arditamente ofa afferma
re,alquanti Aforiſmi d'Ippocrate ritrovarſi talora dalla verità non poco
lontani: e molti, e molti errori ne'moder ni, e negli antichi ſcrittori
dimedicinaegli ravviſa: e non pochi anche ne ritrova in Galieno. Così
eglibiaſimando, e maladicendo oltremodo la follia, ſicome e'dice, di pa recchj
ſcuole dell'Europa, dice, che in quelle ſcioccamé te maggior credenza preſtar
ſogliaſi a L’ORREVOLE AUTORITA D’ARISTOTELE, d'Ippocrate, o di Galieno, che a'
ſentimenti noſtri medefimi; E PUR DICE EGLI ARISTOTELE MEDESIMO, Galieno di
comun conſentimento più volte affermare, ef ſer anzi alla ſperienza, e a'
ſentimenti, che all'altrui auto rità da dar fede. E poichè in concio al ſuo
ragionamento più luoghi di Galieno egli rapporta, così alla per fine con
chiude: Quare quum Galenus,neque meus fueritaffinis, confanguineus, aut majorum
meorum avunculus, quod ſciã, neque in Sanctorum catalogo fit collocatus,
quiafflatusdi vinitate fuerit loquutus, non video cur omnes non poffint
honorificè, fi fenfibusudverſetur, eum relinquere. Neè da tralaſciare al
preſente di narrare ancora del fa moſiſſimo Andrea Mattioli, il qual comeche
parzialiſſimo del ſuo Galieno, purc in più luoghi, della verità reſo ay veduto,
dice manifeſtamente, eſſerſi colui in leggendo Dioſcoride aggirato,e ſovente
non averne parola inteſo; e una volta infra l'altre non puotè ritenerſi di non
iſtizzo ſamente gridare: videtur Galenus non folum plurimum à Diofcoridis
fententia,ac hiſtoria aberraſſe, fedetiam à ra tione ipfa, acveritatelongè fane
abeffe. E oltre a ciò dice eſſere ſtato Galieno di poco ſenno,ein molti
luoghima nifeſtamente contradirli; ed eſſer egli ſtato nato a’ Poeti, c troppo
di leggieri alle loro vanillime fa vole aver preſtato fede, non altrimente, che
ſe ſtate foſſe ro incontraſtabili verità da raffermar con tutti i ſacramen ti
del mondo. Ma il dottiſſimo Proſpero Alpini in tutti que'ſuoi libri della
metodica medicina, avvegnachè ancor egli di parte Galieniſta pur altro
certamente non fa, ſe non ſe difendere i metodicida’mordimenti del ſuo Galieno,
e d'altri R.2 zionali medici; e ſpezialmente ove Galieno così ſconcia mente
carica di bialimi, e di maladicenze ATTALO famoſif troppo affezio fimo Timo medico
metodico, dicendo, che per opera di lui for fe ftato ucciſo Teagene filoſofo
cinico. Ma quanto poco capital faceſſe di Galieno, e d'altri razionali medici
il narrato Attalo, ſi può agevolmente comprendere dall'acerba riſpoſta da lui
data a Galieno;la qual coſtuipoſcia,come ſua sóma lode foſse, volle nell'opere
ſue laſciare ſciocca mente regiſtrate. E forſe fuella più ancor pugnereccia, e
di piggior talento, che egli ne racconta. Eche direm noi del valoroſo Girolamo
dall'Acquape dente digniſſimomaeſtro del grand’Arveo? Quante fiate ) egli,
comechè Galieniſta, pur da’ſentimentidiGalieno ra gionevolmente ſi diparte?
Quante,e quante fiate grave mente il proverbia, e riprende di ſciocchezza,
ed'igno ranza? Pure infra cotanti biaſimi, e rimprocci, ch'Io per brevità
tralaſcio, recheronne al preſente uno, che val per cutti, lagnandoſi egli forte
del tempo, ch'avendone tolte tutte le bell'opere degli antichi filoſofánti, ne
abbia ſola mente laſciate quelle d'ARISTOTELE, e diGalieno, como ſchiuma de
libri, e viliſfimo fondaccio di tutte le buone dottrine; eſſendo coloro in
molte, e molte coſe ſempre mai fallati; e ſpezialmente taccia Galieno diquella
folle ſua opinione intorno alla formazion della viſta. E intanto è vero ciò,
che noi raccontiamo, eſſerſi i va lenti Galieniſti pur talvolta per vaghezza
della verità al lor maeſtro Galieno ribellati, che maraviglia è a narrar come
Aleſſandro Maſſaria, cotanto oſtinato, e leal parteg. giante di Galieno,
pur’una fiata ponendolo in non cale, aveſſe oſato cavar ſangue nella
diſſenteria, comechè cer caſſe poi a ſua poſta didarne a vedere con
fievoliſſime ra gioni, eſſer ciò anche ſecondo il ſentimento del ſuo G2 lieno;
e'l celebre Settala ancor' cglicotanto fedel ſegua ce del medeſimo, pure
l'aveſſe fronteggiato, e ripigliato, 12, ove egli ragiona delle cagioni del
color glauco degli occhj; ed ove dice, che l'acque de'pozzi non fiano,me
appajano fredde l'eſtate più, che in altri tempi; percioc. che ſi toccano colle
mani calde; e che l'inverno al contra rio ne pajano calde, perocchè ſi toccano
colle mani food P dc.. 1 1 1 de. Ma quel,
ch'è più da conſiderare ſi è,ch'egli in un'in? tero libro riprova l'antico, e
praticato uſo di medicar le ferite, appigliandoſi ad un nuovo modo da
Ippocrate, e da Galieno non mai conoſciuto, non che adoperato. Ma troppa gran
briga fermamente lo mi prenderei, ſe recar qui ora voleſsi ciò, che ad uno ad
uno tutti gli ec cellenti, e famofi ſcrittori Italiani lungamente ne diviſino. Chiudaſi
adunque sì nobil corona colle parole del ſotti liffimo Pier Caſtelli, il quale
una fiata infra l'altre contro cotali pecoroni da greggia maggiormente ſdegnato,
così proruppe: An omnia novit folus Galenus? an nihilreliquit pofteris
inveſtigandum? Quo merito infudit illi uni Deus (quod alteri nulli) totam,
perfectam, &integram medici nafcientiam,nihil nobis reliquens? e dopò molte
graviſſime parole, che egli apporta a queſto propoſito, così alla fine conclude:
Patet boc, quia poft Galenum tanta medicinefa Eta eſt additio, ut triplo auctam
dicere poflimus. E si nobil costume di liberamente filoſofare in medi cina,ben
da molte, e molte fcritture publicate in iftampa, apertamente ſi ſcorge,
ch’abbian ſeguito a gara l'Accade mie, ond'è sì abbondevole, ctanto fi pregia
tutto il bel paeſe, Ch’Appennin parte, e'l mar circonda, e l'Alpe. Ma io
tralaſciando a bello fludio tutt'altre parti, ragio nerò ſolamente della nobili:
lima noftra Città, delle Sirene, e delle Muſe amenillima ſtanza, che non pur
nella gloria delle lettere, ma in ogni altra a niuna delle più celebri, cd
illuſtridell'Vniverſo riman certamente feconda. E laſciā do di favellar del
Belli, del Bozzayotra, del Tucca, e d' altri, e d'altri lettori diminor grido
oſtinatiſſimi ſeguaci, e parziali d'Avicenna: come potrò mai lo pienamente nar
rare co quanta maraviglia udiſfer già legger le noſtre ſcuo le il teſte da noi
mentovato Argenterio; al cui ſottile in gegno, ed avveduto giudicio,non miga,
come altri per av vétura coftumano,baltādo il copiare, e l'appropiarſi l'al
trui viete dottrine; ma volendo egli diſaminare, e far pro va delle coſe della
medicina ne’libri già ſcritte, il diſcreto, e avveduto, e giuſto
Giudiceſtudiavaſi d’aſſomigliare; il qual non a tutti pienamente dà
fede,maaltri approva, al tri traſanda, altri manifeſtamente rifiuta, ficome
appunto ragion chiede; ficome avviſa quel ſuo difenditore. Su mus omnes in arte
noſtra tanquam in fenatu conſtituti, in quo non ut pedariiftatim pedibus in
aliorum fententiam ire debe mus, fed ut prudentes Senatores viderequid
conveniat; at que ita ingenue proferrede rebus, quod rationi confonum ar
bitramur. E ben per ciaſcuno il finiſſimo, ed eccellente giudicio
dell'Argenterio intorno al noſtro propoſito potrà agevolmente da queſte parole
di lui ravviſarſi. Non tam Servili, dice eglifimus, animo, ut omnia
veterumplacita, oraculorum inftar indiſcriminatim veneremur, vel tam ab jecto,
ut pofteris omnem, meliora excogitandi occafionem prareptam, ac præciſam effe
arbitremur; quafi vero non idő nuncſit, quod olim Cælum, eadem terra, idēgenerandimo
dus: eadem denique, et facilior etiam, quam aliis fueritdin cendi,
inveniendique ratio. Ma certamente non men dell’Argenterio ſdegnarono con
filoſofica libertà altri Na poletani lettori aſſai, di lcgarſı-a' ſentimenti
d'Ippocrate, o di Galieno: avvegnachè per ceſſar forſe l'invidia della
ribaldaglia del volgo, con parole alcuni di eſſi il diſfimu laſſero, facendo
ſempremai veduta di abbracciar, e di ri tener tenacemente tutto ciò, che
inſegnato viene per Ip pocrate, c per Galieno. Infra'quali Filippo Ingrafiagavi
do oltremodo, e curioſo di conoſcer la vera fabbrica del corpo umano, ebbe
ventura d'abbatterſi il primonelle veſi chette ſeminali,non più per addietro da
alcun degli antichi medici ravviſate; ed infra l'altre coſe ebbe ardimento, nc
d'Ippocrate, ne di Galieno punto curando, di purgare cziandio nelvigor delle
malattie. Così anche gencrofa mente ſi ſottrailero alle ſchiere de parteggianti
Bernardi no Longo, Paolo Monaco, e Giovanni Antonio Piſani: un diſcepolo
de'quali (1) in una apologia in difeſa diſe, e de'ſuoi maeſtri compoſta,volle,
che per ciaſcun ſi leggeſſe: femper licuit omnibus literarum profefforibus non
folum con P 2 (1 ) Ferdinando Caſſani, t tra 116 Ragionamento Seconda tra
recentiores medicos, et Philofophos, ſed etiam contra Gao lenum ipfum,
&Platonem, alioſque illuſtresfcriptores dice re, fi quando ratio dictaverit.
Seguiron poi con la mede fima libertà ſempre Girolamo Polverini, Quinzio Buon
giovanni, e Latino Tancredi, huomo, come dice Sertorio Quattromani, di molte
lettere, e di molto giudicio, e gran difenſore della dottrina del Telefio.
S'allontanò altresìda gli antichi talora ſalvo Sclani, e Mario Zuccari, il qual
co sì forte, e vigoroſamente riprende Galieno nel giudicio che colui diè
intorno alla malattia d'Erofonte: ed altrove sì ardicamente, che nulla più, e
come ſuol dirſi, a ſpada tratta prende a difender il coſtume de’Napoletani,
intor no al cibar gl'infermi, contro i più valoroſi Campioni, ch' aveſſer mai
le dottrine d'Ippocrate, e di Galieno ritenute. Ed a' di noſtri abbiamo pur
veduto Giovan Battiſta Ma fulli, Antonio Santorelli, e Girolamo Fortunato, il
qual tutto ciò, che nell'opere d'Ippocrate, e di Galien fi riſer ba, sì
fattamente per le maniavci, che non v'era forſe parola, di cui improviſo
domandarone non gli veniſſe to ito a memoria; e nondimeno tanto, e sì fovente
ove gli pareva, cheragione il richiedeſſe, coſtumava egli a rim beccar
l'antiche, e comuni opinioni, che per tanto a' Ga lieniſti tutti n'era in uggia,
e crepacuiore: e ſofina, e cavil Joſo ſempre chiamavanlo. Ma ben comprendelí
l'animo fuo libero, dal libro, ch'e' compoſe de’principi delle coſc naturali,
ed in quello ancora de ſenſi,il quale egli ſotto nomc d'un ſuo ſcolare mandò
fuora. E dietro alle ſue ver ftigie poi non guari lontano andar mirammo Onofrio
del Riccio, huomo veramente per vivezza d'ingegno, e per dabbenagginc d'animo,
tenuto fommamente caro dalla Città tutta. Ma perchè addietro laſcio ora Io
Paolo Emilio Ferrilli della nuova, e della vecchia medicina parimente inteſo, e
di ciaſcuna di effe egualmente libero profefforc?il qual da' fuoi lunghi viaggi,
e pellegrinazioni tante, e sì fatte forti di nobili, e cari medicamenti alla
patria riportò, che ben volentieri a pro di ciaſcuno le botteghe tutte degli
ſpeziali 1 1 * corteſeméte arricchiune. E dove lo trapaſſo ſotto ſilenzio
ingratamente aſcoſo il piùſovrano pregio, che aveſſer mai le noſtre ſcuole, il
dottiſſimo Marco Aurelio Severino, il qual non ſolo, ſe miglior Chimico, o
medico, e ſe più va lorofo in fiſica, o in cirugia, e ' li foſſe. Egli
animoſamen te ſeguédo l'orme del famoſo Giulio Azzolini ſuo maeſtro: anzi oltre
affai più gittandoſi, in favellando, ed in iſcrivé docon filoſofica libertà
ripigliò Galieno, e gli altri anti chi, e nelle noſtre ſcuole tante fiare, e
tante fè conmae ftra mano chiaramente vedere paleſi, e manifcfti agli oc chj di
tutti i ſolennillimi falli, che iGreci, egli Arabi, ei Latini lor ſeguaci nel
notomizare i corpi aveano in prima commeſli. A bello ſtudio poi non fò lo
aleuna menzione quì di Baſtian Bartoli, non avendo huom, che non ſappia, che
tra'vantaggi fuoi maggiori ei ripoſe il goder mai ſem pre, e valerſi d'una sóma
libertà nel filofofare, colla quale egli conſumò l'impreſa d'un novello filtema
di medicina. Ma che tanto infra i lettori Napoletani andarmipiù rav. volgendo,
ſe tutti i maeſtri delle noſtre ſcuole da Diego Raguſi in fuora, che ſaldi, et interi
i ſensimenti d'Ippo crate mai ſempre ſeguir volte, il qual pure, così in
queſto, come in altro non ſi vide ſecondar nella ſteſſa maniera poi Popinion di
Galieno, in ciaſcun tempo conformaronſi se pre con l'uſo del noſtro comun
medicare il quale quanto dalla dottrina se da' ſentimenti d'Ippocrate,
cdiGalieno s'allontani, avvegnachè il contrario comunemente fi giu dichi,
agevolmente può da ciaſcun ravviſarſi. Ed Io,per chè di più non mipermette il
tempo, daronne al preſente qualche breviſſimo ſaggio. E percominciar con
qualche ordinato diviſamento, manifeſta coſa è, che gli argome ti maggiori,
de'quali fornir ſi vuole la medicina, s'ella mai di giugner intende al ſuo
laudevot fine d'approdare il genere umano, per comun ſentimento di tutti più
ſaggiIp pocratici, e Galieniſti,a tre capi quali tutti, principalmen te fi
riſtringano, nella Dieta, nella Cirugia, e in quel,ch' appreffo iGreci chiamaf;
Φαρμακευσης. Intorno alla Dieta quanto da' due Greci Mae ſtri 118 Ragionamento
Secondo 1 ſtri i Napoletani medici fian diſcordanti, dicalo ir mia vece quel
famoſo Galieniſta Melaneſe Lodovico Set tala, (1 ) fuerunt, dice egli,quiprimis
tribusfaltem diebus, aut inedia, aut tenuiffimo vietu laborantes exficcabant,
pro grelu autem temporis cibos tum in forma, tum in quantita te adaugebant,quos
Galenus in lib. method. med. pluribus in locis exagitabat. Hanc cibandi
rationem fervare intelli go Hiſpanos medicos, Neapolitanos. Narra egli minuta
mente il modo daʼnoſtri Napoletani tenuto nel cibare gľ infermi; indi poichiaramente
dimoſtra eſſer ciò affatto con trario agli inſegnamenti d'Ippocrate, e di
Galieno; la qual coſa aſſai già prima del Settala avea un de'famoſi maeſtri del
paſſato ſecolo, Paolo Tucca avviſato,così nel la ſua pratica del medicar
Napoletano dicendo,fciendum, quod longediftat modus dietandi Hippocratis,
Galeni, et Avicenna, ab eo quem obſervamusdiebusnoftris. Illi enim principes
voluerunt in febrium principio craſſiusfore reficien dum: in ftatu vero, aut
nihil offerendum, aut tenuiſine dietandum. Nos vero quaſi oppoſitum obfervantes
in ftatu reſumptive, in principio autem alternative cibamus. Ma da Paolo Tucca
in poi non può di leggier crederſi quanto vie più da Ippocrate, e Galicno in
cibar gl'infermi ſianli i noftri medici dilungati, e ciò fu cagione di quella
famo fiffima difeſa, che ancora va per le mani de’letterati, fatta a pro di
Giacomo Bonaventura medico di Clemente VIII. contro Mario Zuccaro, già in
queſto noſtro ſtudio lettore per Maſſenzo Piccini da Lecce. Ma non che nella
quantità, e nel tempo co'due Greci maeſtri i Napoletanimedicimanifeftamente
conſentano, anzi nel modo ancora, e nella qualità de'cibi ſopratutto da color
fi partono, di tutt'altrevivande nutrendo gli in fermi, che diquelle, che
da’lor venerandi maeſtri ne fuz rono in prima ne’loro libri diviſate.E dove di
grazia ſono ora l'acque melate, e l'orzate, e altri ſomiglianti beverag gj,
cotanto da'Greci commendati, certamente in lor luogo i brodi di polli, e le
peſte carnidelle galline nella noſtra Cit 1 (1) In comment. in problemat.
Ariftot. ye Città ſi coſtumano.L'orzata, dice una volta Ippocrate (1) di ragion
mi pare, ch’alle vivāde di fermēto ſia da antiporre, e lodo coloro, i quali
l'antipongono. Iltocáva refü šv douée oefãs ποκεκείσθαι των σιτηρών γευμάτων εν
τετέοισι τοϊσι νοσήμασι και εποι vÉo To's asforgivavtas. Ed altra volta dice,
eſſer l'orzata oltremodo valevole ad umettare, e perciò a' febbricitanti recar
grandiſſimo giovamento;a’quali ſecondo i fentimen ti di lui medeſimo,
l'umettativo cibo è sépremai convene vole ed allo incótro le carni tutte
nocevoli.E l'altro Greco maeſtro Galieno (2) oltremodo berteggia, c proverbia
Pe trona,aſpraméte rimproverādogli, che agliammalati ſuoi có lor no poco
nociimento concedeſſe le carni. Perchè ma nifeſtamente ſi comprende, i
Napoletani medici irrorno al nutricar gl'infermi, anzigli ammaeſtramenti di Petronas,
che que' d'Ippocrate (3) o di Galieno (4) feguire. Così è da dir, che le
brodadelle galline non ſian da dare agl'in fermi di febbre, conciosſiecoſachè
quelle al parer d'Ippocrate, e di Galienio abbian certamento vigor di ritenere,
e di ſtrignere, dove l'orzata, ſecondo i ſentimenti di coloro, è mollificativa,
e mezzanamente umoroſa,ne punto riſtri gnente, perchèqueſta, c non quelle a '
febbricitanti ra gionevolmente dar ſi vuole. Ma che direi noi del vino, che
da’Napoletanimedici, non altrimente, che ſe toſſico foffe,a ' febbricitanti ſi
victa? e di Galieno fir pur dato ad un'ammalato di febbre acuta, e come egli ne
narra, di cal do, e ſecco temperamento; anziegli manifeſtamentene conſiglia, e
ne conforta, che inzuppandovi il pane ſi dia, mangiare a'febbricitanti, anche
talvolta nel comincia mento delribrezzo. Ne è già mio intendimento al preſente
di dar giudicio fopra si futre quiſtioni, o ſopra tutt'altre, ch'io qui rap
porti; ma ben ſolamente dico, ſembrarmi agevol molen, e piano il coſtumedel
cibar Napoletano; e che null'altro, che dappoc.iggine, e vaghezza di riſparmiar
fatica l'abbia in pri (1) lppocr. nel lib.i.della dieta (2) nel com. 1. fop. il
2.11b.della diesa ne'male Atw8. (3 ) nel s. della dieta. (4) nel 1.lib. della
facoltà de'med.Jemplo in prima a'neghittoti Cittadiniportato, traſandandoſi co
sì pian piano, ed abbandonandoſi quel d'Ippocrate, e di Galieno, che malagevole
affai, ed intralciato a’beſci uc celloni medici delbarbaro ſecolo ſembrava.
Iinpercioc chè, licome il primo de'Greci maeſtri dice, (1 ) e l'altro il
conferma (2 ) eragione il richiede, dee il ſaggio,ed avve duto medico in prima
ben avviſare quanto egli per durare il mal Gia,ed in ciò gli argomēti tutti del
ſuo ſottiliſſimo in tendimento adoperare. Il che quanto ſia malagevole a
certamente comprendere, ſenza reſtarne talvolta da' ſuoi avviſi ingannato,
ciaſcun da per se baſtantemente, ſenza ch'io divantaggio gliele inſegni potrà
ravviſare. E ciò ri chieſero ne'medicique’due maeſtri, acciocchè nelle brevi
malattie debba ſempre con iſtrettiſſimo cibo nutricarſi l'a malato, e nelle men
brevi non così coſto da prima gli fi menomi a ſpiluzzico, onde poi nel maggior
avanzo del male ne venga debole, e ſpoſato, e ſenza poterſi con ar gomenti
ajutare; ma pian piano riſtrignendogliele, poffin poi il medico nel colmo della
malattia maggiormen te ſcarſeggiando, poco, o nulla concedergliene. Intorno poi
alla Cirugia cgli è duro molto a credere, quanto da ſentimenti d'Ippocrite, e
di Galieno, il medicar di Na poli ſia lontano. E laſciando da parte ſtare come
quì ſu bitamente, e ſenza conſiderazion niuna in ciaſcuna febbre fi coſtumi
cavar ſangue,contro il proponimento d'Ippocra te, anzidi tutt'altri medici del
ſuo tempo, o più antichi, i quali, ficome narra il Cardano:in febribusnon
folebant mit tere fanguinem,etiam ardentifimis; ora cavaſi a giorna te il
ſanguenella noſtra Città, non ſolamente a’vecchi, e deboli, ma eziandio
a'bambini di latte, e talora anche a' ſoſpettidileggeriſſimi mali; quando tutto
il contrario di ce Ippocrate: Τα δ' οξέα πάθεα, φλεβοτομήσεις, ήν εαυρον φαί
γηται το νούσημα, και οι έχοντες ακμάζωπ τη ηλικία, και ρωμη πανή aúrtorw. Ma
negli acuti malori cavarſangue fi dee ove fire grande il male, e l'infermo
giovane fia,e ben gagliardı, e vi goroſo. Il che richiede anco in molti, e
molti luoghi Ga (1 ) ippocrate nit lib. 1.degli Aforij.nell' A or.7.8.9.10. (2
) Gal.nel Com. * lieno DelSig.Lionardo di Capoa. IZI lieno (1) in un fra
glialtri dicendo: si péya zo voonud reordea κoίημεν ειναι και η παρον ήδη
θεoρoίημεν, ή αρχόμενον επισκεψάμενοι την ρώμην της δυνάμεως έξελούντος του
λόγε μόνατα παιδια.. Dunque ſe noi temiamo non avvegna qualche gran malattia,
oſe pre Jente quella già,o pure in ſu'l cominciar fia,avědo ben prima le
forzedell'infermoconſiderate,aprirem poſcia la vena:So lamente da queſto
divifamento i fanciulli riſerbădone. E po ſcia egli medeſimo l'età preſcrive.,
ove da prima i fanciul li ſegnare fi poſſano, dicendo (2 ), che non ſi debba no
aprir le vene a' fanciulli, intin, che giungano all anno quattordiceſimo. E
altrove (3 ) anche dice, che ſe le forze di colui, che ammalerà di febbre per
putrefa zion d'umore,nel lor vigor dureranno, toito come coinin cierà ella a
farſi vedere gli ſi converrà cavar ſangue: ſolo, che non abbia crudità nello
ſtomaco, e l'età 'l conſentiſca, e le forze ſien robuſte; perciocchè altrimenti
aon gli fi dee in modo alcuno aprir la vena. E quindi poco appreſſo ma
nifeſtamente ſoggiugno: che ſe l'infermo farà bambino, o non giunto ancora
all'anno quattordiceſimo,non gli fica coſa delmondo ſangue. Ne ſon da
tralaſciare quel l'altre parole del medeſimo Galieno; le quali molto al no ſtro
propoſito ſi confanno:ove ſpiegando tutto ciò, ch’al falaffo richiedefi cosi
dice: (4 ) δεύτερG- σκοπός της φλεβότα μίας εςιν, ει ακμάζει καλά την ηλικίαν
οκάμνων» ούτε γαρ παίς, ούτε γέ έων, φέρει την φλεβοτομίαν, ουδ ' αν μέγα
νόσημα νοσώσιν. La fecd da cofaze che ſi richiedenel dover trar ſangue
fiè,cheguardar fi deeſelámalato ſia giovane perciocchène i făciutli,ne i vec
chiSoſtēgono ilfalaſſo,avvegnachèpur gravefase di riſchio la malattia, che loro
dea noja: E tralaſciando di rapportare al triluoghi, ove ſempre il medeſimo,
e'grida, e ripete, di rem ſolamente de'tempi, ch'egli giudica al ſalaiſo oppor
tuni: mentre che in Napoli, ſenza alcun riguardo alle troppo freddo, o troppo
calde ſtagioni avere, cavaſi co munemente in ogni tempo ſangue da Galieniſti,
a' troppo.crcduli, e mal conſigliati infermi; i quali iinınaginano,an Q zi fer (1
) Gal.della maniera del curare col falafo. (2 ) aelmed.luogo (3 ) nel mes. (4)
nel.com.ſop.illib d'ippocr.della Dieta. vi per. 122 RagionamentoSecondo zi
fermamente credono venir medicati ſecondo le regole di Galieno, e d'Ippocrate.
E pure i noſtri medici nulla ba dano a’rigoroſi divieti di coloro, e
maſſimamente di Gaa lieno (1) il qual vuole, che oltremodo ſi debba dal medi.
co aver riguardo al temperamento dell'aria,ch'ella non ſia eſtremaméte calda, e
ſecca, ſicome è infra'l tépo del naſci méto del cance dell'Arturo;e ravviſa
egli, che tutti colo rosa'quali i medici nulla alle ſtagioni badado, traſfer
fuora del ſangue, irreparabilmente morirono. Così vuol Ga lieno ancora che
nelrigor del verno,ſia molto da temere il falaſſo, e dice effer manifeſta coſa,
che da ciò molti, e gra vi pericoli ſeguir ne poffano. E perciocchè egli ſtima
va eſſer ciò coſa di grandiſſima conſiderazione, dopo tan to, e tanto
manifeſtarlaci, di nuovo con queſte parole la ci perfuade:(2 ) πτoσθήσω δε
ένεκα του μηδεν λείπειν, τον από του περιέχον ημάς αέρG- σκοπών, όταν η θερμος
ικανώς και ξηρος, ως διαφορεΐσθαι ταχέως υπο του που το σώμα τηνικαύζ γαρ
αφισάμεθα της φλεβοτομίας 4 και μέγα το νόσημα, και ακμάζων ο άνθρωπG- άη - Ma
acciochè nulla vi manchi, aggiugnerò quell'altra coſa, alla quale è di meſtieri
averminutoriguardo,cioèa dire l'a ria, che ne circonda: e guardare s’ella fia
sformatamente calda, e fecca, intanto, che molto ne venga a ſvaporare, ed
sfalare il corpo; imperciocchè allora di ſegnar ci rimarremo: comechè
graviſſima ſia la malattia, e l'huom per tofa, e robuſto. Ma no meno i
Napoletani medici nel trar fangue avvifan punto ſe la compleſſion del corpo ſia
fie vole, o vizzi, graffa, o ſcialba, nelle qualiſecondo il lor Galieno,
avvegnachè grave infermità il richicgga,o nien te certamente, o molto poco
fangue è da trarre; ma nien te in verità poi ne ſecchereccidella ſtate. Ma egli
è omailuogo da tralaſciar per iſtrettezza di té po altre condizioniper
Ippocrate, e per Galieno, al ſalaſ ſo richieſte, alle quali o poco, o nulla mai
i Napoletani medici riguardar fogliono.Finalmente trapaſſando al ter zo
ftruméto della medicina chiamato da Greci Maguáxeu ois dimoſtrerem brevemente,
come ne precedenti abbiam (1 ) nel 1.lib.dell'arte curat. A Glaucone. (2 ) nel
com. 4. fop. il lib. della Dieta. altro vigo manifeſtato, quanto i Napoletani
medici in adoperarlo ſom gliano da Ippocrate, cda Galieno allontanarſi. Eglino
in priina molti, e molti medicamenti coſtumano, che da Ippocrate, e da Galieno
ne inen per nome conoſciuti già mai furono; ficome ſenza dubbio veruno son la
Callia, i Tamarindi, il Riobarbaro, la Siena, la Scialappa,ilMec ciocano la
Gottagomma, la China, la Salſa,ed altri aſſai, che per eſſer ben conoſciuti, e
per non recarvi noja al pre fence tralaſcio. Le compoſizioni poi deʼmedicamenti
nelle noſtre bot teghe introdotte, ſono il più,o dagli Arabi tratte, o da gli
Ermetici filoſofanti; ina quel, ch'è di maggior conſdera zione nell'uſo de
medicamenti puganti ſi è, che i noſtri medici Napoletani,laſciati da parte, ed
abbandonati af fatto i due Greci maeſtri,van per diverſe tracce cammina do,
ſenza ritegno, o ſcrupolo niuno di purgar audaciſfima mente in ognitempo, in
ogni diſpoſizione di ſtagione, in ogni età dell'infermo, e in ogni ſtato di
malattia:e purga do eziandio i corpi ſani, con far credere alla ſemplice, e
credula gente, che cosìvoglia Ippocrate, e che così co mandi Galieno;
imperocchè ingeneranſi continuamen re in noi vizioſi eſcrementi, da dover con
gli argomenti delle purgagion continuo anche vuotare. La qual nuova coſtuma,
quanto da Ippocrate, quanto da Galieno ſia ri provata ben ſi comprende da ciò,
che Ippocrate una vol ta dice: φυλάσσεσθαι δε χρή μάλιστα τας μεσολας των ωρέων
τας μεγίτας και μήτε φάμακον διδόναι εκόντος.Βifogna minutamire ri guardare
alle grandi mutazioni de'tēpijacciocchè in quello no s'appreftino di
leggieremedicamenti agl'infermi. E'l medeſi moIppocrate nó guari appreſſo, cosi
parimétedice: jiti κινδυνόλαι ηλίκ τζοπαί αμφότεροι, και μάλλον θεριναί • και
ισημερινα νομιζόμεναι είναι αμφόπραικαι μάλλον δε αι μετοπωριναί • δά δε και
των άτρων στις επιταλας φυλάσσεσθαι, και μάλιστα τα κυνός· έπειά αρκλέρη, και
επί πληϊάδων δύσει • τε γαρ νοστύμα μάλιστα εν ταύτησα τησαν ημίρηση κρίνεται
και τα μου απο φθίνει, τα δε λήγα, τα δε άλα πάνω jebésalom és ÉTELOV GÒ Qu,
weg,étépnu xatásamov • Pericolofifuno amē, Q.2 due iSolſtizi; eſpezialmente
quel della ſtate; pericoloſo ale tresì l'uno, e l'altro equinozio; ma quel
maggiormente dell' Autunno. E biſogna ancora aver riguardo al naſcimento delle
ſtelle,mafimamentedella Canicola; quindi altramon. sar dell'Artaro, e delle
Pleiadi; imperciocchè le malattie in queſtigiorni più, che in altriſi
giudicano: altre morte recan do, ed altreſvanendo, o d'uno in altroftato
facendo paſſag gio. E Galieno in altro luogovuole, che anche a ' tempi troppo
caldi, o troppo freddipormente ſi debb.2; che lè'l temperamento della ſtagione,
o del luogo ſarà qual'eſſer dee’del tutto ce ne terremo; ma ſe talnon è,
purgheremo sì bene, ma molto meno di quel che faremmo, qualora ne l'un, ne
l'altro il ci vietaffe. E del tempo della ſtate egli dice (1) confermando il
detto d'Ippocrate, che ne'gior ni caniculari, cd avanti di quelli, malagevole,
e danno ſo ſie l'uſo de'medicamenti purganti. E parimente in un' altro luogo (2
) egli dice, che coloro, i quali, o per crudi tà, o per altra qualunque cagione
accolgono abbondanzas di non cotto umore, oche più dell'uſato averanno gonfio,
il ventre, e'l corpo tutto ingroſſato, non ſofferiſcono pur gagioni. Egli vuole
altresì Galieno, che que'febbricicá ti, i quali abbondano d'umori crudi, che
moleſtan loro lo ſtomaco, non ſi debban ne ſegnare ne purgare: A niun di
coſtoro, ſono le ſue propie parole, e' fi fuole trar ſangue giammai, chenon
gliene provengagraviſſimo danno,e come chè a lor faccia meſtieri la vacuazione,
nonpoſſono nientedi meno eglino tollerare, ne le purgagioni, ne i Sala, fe
fenza queſto ſincopizzanti pur fono: (3) éx' Sevd's twv Toroutwv cipecto της
αφαίρεσης άνευ μεγίσης έωθε γίγνεσθε βλάβης· και τσι δέονται γε κενώσεως • αλ '
έτη φλεβοτομίαν, έτε κάθαρσιν φίρεσιν εύγε, και καρλς Tobrwv étaipuns
ougróMorlar. Ed un'altra fiata egli medefimo dice, la ſoſtanza de' fanciulli
infra l'altre tutte agevoliſſi mainente digerirſi, e diſliparſi; eſſendo ella
ſopra tutte maggiorméte abbõdevole d'umore,comechè meno fredda ella fia: ma
però men di purgagione aver biſogno, perchè da ſe medeſima ella vuotar li ſuole.
Ed altrove ancora ma 1 (1) nel 14.lib. del metod. (2 )nelmetod,allib.9.(3) nel
met, al lib.12. 1 nifeſtamente inſegna,che'l vuotare i ſoperchj umori, che nel
corpo continuo ne s'ingenerano, non è di giovamento alcuno alla gente; anzi le
alcuno per temna, che l'abbon danza degli cſcrementinon gli noccia, voleſſeſi
avvezza. re a purgarſi una, o due volte il meſe, oltre al manifeſto nocimento,
che gliene fiegue, prenderanne il corpo una dannevole, e peſſima uſanza. Ma
ſopratutto, quanto al purgar gli umori nelle malattie, i quali abbian dicocimi
to biſogno, da’ſentimenti d'Ippocrate, e di Galieno ina nifeſtamente ſi partono
i noſtri medici; quantunque a tut ta lor poſſa con belle parole di dare a
divedere altrui il contrario ſempre s'argomentino. Ne lo prenderom mi troppa
briga di dimoſtrar ciò con lunghe, e ben’ordi nate ragioni;ma baſtcrammi
ſolamente le parole d'Ippo crate, edi Galicno rapportare, acciocchè da quelle
per ciaſcun comprender baſtevolmente ſi poffa, quanto nella crudità degli
umori, onde cagionaſı il male,da coſtoro sé pre i medicamenti purgativi vietar
fi fogliano, ſalvo,che radiſſime volte, e nel principio di quellemalattie, che
có enfiamento cominciano. Ilmaeſtro di Galieno, e de' Ga lienifti, per quel
ch'eglino tutto dì dicano,fipare, che ne ſuoi Aforiſmi, ne’qualibrievemente,
quanto mai di buo no, o ſcritto, o oſſervato negli anni tutti della ſua vita
egli mai aveſſe riſtringa, una cotal co? a con una general pro
poſizionenediffiniſce; colla quale quanto altrove ne dice tutto conformaſi,
anzi quindicome conſeguenza ſi cava; la qual coſa è sì chiara, e manifefta, che
di vantaggio più manifeſtar non ſi può; perchè a confeſſarla per verail me
deſimo Vittorio Trincavelli,non che altri funne coſtretto, oftinatiſſimo
diféditore della cótraria fentéza.Egli aduque (1) così dice; ab hoc aphoriſmo
cæteri omnes, qui huc fpe ctant, tanquam corollaria deducti ſunt: ed oltre a
ciò ſog giugne: ita ut nullam aliam exceptionem admittat, niß eam quam ipfe
expreffit: quum morbusturget. Ed è l'Afo riſmo, il qual da Galieno,oracolo fù
chiamato una volta, cosi (2) Le materie cotte purgare, e muover fi debbono;
mas, non (1 ) del confer.la fan.nellib. 4. (2) nell'afor. 22. dellib. 1. -non
già le crude; nemica nel cominciamento; ſe nonſe allor, che turgidefono,malepiù
volte turgide non ſono: Témava Pago μακεύειν, και κινέαν, μη ωμα, μηδε εν αρκήσιν,
ήν μη οργά • τα δε πλά sve oux ogy: Intorno alla qual voce opgør mi par doverſi
cô. fiderare, che in queſto luogo appreiſo Ippocrate altro non dinoti, che
diſiderar ferventisſimamente, e con impazien za; ed avvegnachè non men
dell'animate, che delle inani mate coſe dir ſi ſoglia, tuttavia più
acconciamente agli animali ella conviene, ſecondo il ſentimento di Galieno,il
qual forſe da ARISTOTELE (1 ) appreſo l'avea. E diceſi di quegli animali,che
tratti da iinpetuoſa foga di libidine ſtā no in ſucchio, e come diſſe Virgilio
In furias, ignemque ruunt: quindi preſeli la metafora degli umori nel corpo uma
no, i quali avidi di fcappar fuora,ſtrabocchevolmente, e con impeto, diparte in
parte ſi muovono, non laſciando aver punto di ſoſta al povero ammalato. Ma noi,
avve. gnachè diſcorrimento, o foga più ſaggiamente da dir ſia, o enfiamento, o
pure con nuova voce alla noſtra lingua Turgenza, o Turgidezza: dal gonfiare, o
ſia enfiare,e dal turgere diciamo ad imitazione dique'valent’huomini, che nel
latino linguaggio‘l'opere d'Ippocrate, e di Galieno traportando,preſero la voce
turgere: onde poi novellame re ne diramaron quell'altra Turgentia, ad orecchio
latino de'buonitempinon mai più per quel,che mi paja per l'ad dietro udita:
gonfie, e turgide parimente chiamiamo, quelle materic, che a si fatto movimento
ſoggiacciono;ed in verità gli umori, che’n tal guiſa ſi muovono, ſi formen tano,
ſi rarefanno, egonfiano. Ma alla coſa ritornádo: queſto Aforiſmo appunto cófer
mafi per quell'altro (2 ) Nel cominciamento delle acute ma lattie di rado
lepurgative medicine da uſar ſono: e ciò con diſcreta avvedutezza ſide'fare: iv
Toirov ožico maderav énezaéxus εν αρκήσι τησι φαρμακείοσι χρέεσθαι, και τούτο
πξοεξευκρινήσαν τις sterkev. Per la qualcoſa avendo egli in priina avviſato,
che folamente quegli ammalati da purgar fieno, ne' quali liu mate (1 ) nel
lib.o dell'iſtoria degli animali: (2 ) nel 1.degl' Aforiſmi.materia, onde il
mal s'ingenera, ben cotta, e digerita ſia, fe pur quella non turge, è che rade
volte ciò avviene; e ritrovandoli nel cominciamento di tutte le malattie mai
ſempre cruda,e non digerita la materia: fiegue di neceſſità, che rade volte in
ſu'l cominciar delle malattie, fieno gl’in fermi da purgare. Ed è pur piacciuto
ad Ippocrate, ſcar ſo altrove di parole, enegli aforiſmi ſenza fallo ſcarſiſsi
mo, e riſtretto, oltre ad ogni ſuo coſtume quivi la mede fima coſa
avvedutamente ridire,acciocchè per tutti i me dici l'importanza di sì grave
precetto avviſar ſi debba, ed apprender quanto quello lor faccia di meſtieri, e
di riſchio fia a travalicare. Etali Aforiſmi con avvedutezza non or dinaria
chioſando poi Galieno,oltremodo ciò ne impone, e ne accomanda: e sempre, che
egli di tal biſogna impren de a dire, toſto a quelli ne rimanda,comea faviſſīme
nor me, che il tutto intorno a tal materia perfettamente con tengano. Ed avendo
in un'altro Aforiſmo Ippocrate parimente detto; ne'mali oltremodo acutifon da
purgare il medeſimo giornogli ammalati, ſe vi è gonfiamento; concioſiecofachè
allora l'indugiare è dannoſo affai(1) Papuaxetes, év toñosning οξέσιν, ήν οργα,
αυθημερον• χρονίζαν γαρ εν τοϊσι τοιούτοισιν, κακον Galieno però vuole, ed
eſpreſſamente n'impone, che an che in queſto caſo dell'enfiamento, il che molto
di rado 'avvenir fuole, vi s’abbia in prima ben bene a riguardarc, e penſare,
cioè con tal riguardo,e ritegno adoperare, che nulla più: ne meno ove fia
enfiamento purgando, ſe il cor po valcvol non fià a ſoſtenere il purgamento;
perchè aj tal propofito Galieno dife (1 ) ώς τ' ευλόγως ολιγάκις εν τοις οξίσιν
νοσήμασι κατ' αρχάς γενήσεξι ημϊν χρώα φαρμάκων, τω μήτε πολάκις οργάν εν αρχή
τους λυπούνας,μήτε, ά και του υπάρχει και του κοσουνίG- αν επιληδεία προς την
κάθαρσιν όντG-, αλα μηδέ καιρών ημίν παρέχοντG- επιτήδειον παρασκευάσαι. Per la
qual cofa nelle acute malattie ragionevolmente operando, di rado, nel prin
cipio impiegheremo noi purgative medicine; concioffiecoſachè gli afflittivi
umori, nel principio le più volte, ſtuzzicati non fieno, (1 ) nel lib.di
que'che convien purgare.fieno, e potrebbe intervenire altresì, che ove eglino
fienosi fattamente ſtuzzicati, allor non foſelo infering a fojtener la
purgagione adatto. E più addietro, de' medelimi umo. ri favellando avendetto:
τους ούν τοιούτος εκκενούν πξοσήκες, τε τέσι τους εν κινήσει, και φορά, και
ρύσι • τους δε καθ' έν πμόριονεσηεγμέ νς,ούτ' άλω πνι βοηθήματα χρή κινείν,
ούτε φαρμακεύειν, πζίν εφθή. ναι: τηνικαύτα γας και την φύσιν έξομεν βοηθούσαν.
Αdunque con venevol coſa è, che cotali umuri ſtando in continuo moto, e
diſcorrimento, e fluffo, fi vuotino; ma que', che in qual che luogo del corpo
giä ſi ſon fermati, ne con argomento alcu no, ne con purgativa medicina
damuoverfono, anzi che fieno ben digeriti; imperocchè allora anche la natura
dello infermoalla purgagione fauorevole auremo. Ma il principio delmale, ficome
ne inſegna Galieno, prendeſitalora per lo primo aſfalimento, o quando da prima
comincia a chiocciar l'ammalato; altre volte anche inſino a’tre primi giorni; e
aſſai ſovente per tutto quello ſpazio di tempo,nel quale niuno affatto, o
troppo debi le, e oſcuro ſegnal di cocimento ſi pare. E'l gravamento, o
accreſcimento del male liè, quando manifeſtamente il cociinento, o pur ſegnia
ciù contrarj ſi ſcorgono; e dura finattanto, che alla dovuta perfezione il
cocimento ridu caſi; per la qual cofa allora maggiormente le moleſtie, e le
noje degli ammalatiad accreſcer ſi vengono. Ma il gó fiamento avviene, o toſto,
che alcuno ad ammalar comin cia, o non molto indiappreſſo, cioè nel primo, o
nel ſeco do giorno, ſicomc par, che in più d'un luogo avviſi Ga licno. Ma
ritornando al tempo delle purgagioni: ſo ben’In, non eſſer paruto ſaggio a
Galieno il diviſo di colui, che volle,non doverſi porger giammai le purgagioni,
anzi de' primi tre giorni: ma ſi ben dopo il quarto, a coloro, che patiſcono
ſcorrimento di ventre; il qual parere egli ri provando, conchiude così dicendo:
Egli adunque è di meſtiere, che non già dopo il terzo giorno fi pergano imedica
menti, ma ficomediceapertamente l'aforiſmo(1) Negli acu. 11 111.1 (7)
L’Aforij.24.ditlib.i. ' DelSig.Lionardo di Capoa. 129 - ti malori di rado,e
nelprincipio dobbiam delle purgagioni va lerci. E perciò ci biſogna diffinir la
coſa giuſta la mente de gii aforiſmi, ed inveſtigar ove abbiamo a purgare in
fulprin cipio, ed ove abbiamo ad attendere il cocimento del males. Imperocchè
fe alcun determinerà ſolamente nel principio, o non iſtabilirà alcuna delle
parti, rimarràſenza fallo ingan κato. πτοσήκεν ουν ούχ ως πανώ μεία τας ταϊς,
αλ' ώσπερ ο αφορισ μός εςι τοϊος • έν τοϊς οξέσι πτέθεσιν ολιγάκις, και εν
αρχίσει τησι φαρμα κίησι χρέεσθε, και χρή καλα τους αφορισμους διορίζεσθαί τε
και σκέλεσθε, πότε κατ' αρχάς έξι χρησέον τη φαρμακείη, και πότετην πέψιν
αναμείναν. τιτε νοσήματος. έαν δε πς ήτοι κατ' αρχάς είπoι απλώς, και μη
διορισάμε. ν ©·, εκάτερον σφάλετε: Adunque per Imanifefto fentimento
d'Ippocrate, c di Galieno, di rado nel cominciamento delle acute malattie da
inuover ſono gli umori, e nell'avā zo non mai, ma ſolamente,facendo di
meſtiere, nello ſce mo del male. E ben ſaggiamente troppo, ſecondo che ad huom
paja, in tal biſogno ſpeſe più lunghe parole l'av vedutiſſimo Ippocrate più, e
più volte i medeſimi ſen timenti divilaudonc; imperocchè egli avviſava graviſ
ſimno danno dal muover gli umori crudi dover certamente ſeguire. Perchè altrove
favellando egli di que', che pur gano nel principio dell'infiammagioni: il che
Galieno nel comento vuol, ciic s'intenda anche, di que' tutt'altri mali,
chedagli umori procedono:dice, che per coſtoro nulla dal luogo offeſo
certamente ſi vuota, non mai cedé do alla forza del medicamento, ciò che ancora
è crudo ma per lo medicamento debilitanſi, e ſciolgonſi più coſto quelle coſe,
che ſane eſſendo, al inal contraſtano, per chè infievolitone il corpo,
agevolmente farà dal mal ſo verchiato, ed abbattuto: ne potràricoverarſi più
mai per argomento alcuno » ο κόστ δε τα φλεγμαίνον εν αρχή νόσωνευ θέως
επιχορέασι λύειν φαρμακη και του με ξυνεταμένου, και φλεγ μαίνοντG- έδεν
αφαιρέσον • γαρ ενδιδοί ώμον εον το παθG-, τα δε αντί. χον% τω νεσήματα και
υγιεινα ξυντήκασιν ασθενές- δε του σώματG- κνο μένα το νούσημα επικρα ]έι ·
οκόταν δε ονούσημα επικρατήση του σώ μας το τοιόνδε ανιάτως έχα. Ma ſe ciò per
buona ventura dell' ammalato pur non R gliene liegue, non per tanto certiſſimi
danni, ed irrepara bili avvenir gliene debbono; e ſe non altro, certamente
gliene andrà alla lunga il male, e ſconvolgeraſli il giudi cio, che ſopra
quello da dar era; ſicome non una, ma più fiate Ippocrate,e Galieno (1)
pienamente ne dimoſtrarono. Ora quì, chi non iſcorge allai chiaro, che minorar
ſecon do Ippocrate, e Galieno non mai li puote la cruda mate ria, come
beſtialmente ſi perfuadono i noſtri mcdici; i qua li tentan ciò fare colle
ininoranti, che lor dicono,medici. ne. Ma comechè in ciò grandiſſima arte,
emalizia ado perar ſogliano coloro, che ſon di contrario ſentimento, p coprire,
e naſcondere al Mondo, la manifeſta lor ribellio nca’maeſtri; pur non fanno sì
fare, che da ciaſcun non li conoſca, e non ſi ſcopra la ragia, onde ne reſtin
poi vergognoſamente dinnentiti, e convinti; così ſciocche ſon le chioſe,
eicomenti, co' quali ſi ſtudiano a tutta lor poſſa d'inviluppare, e travolgere
gli apportati Aforiſ mi, e con lor ciance far calandrini, non ſolo la volgare,
e cieca gente, Cheficrede ogni coſa, che l'è detto: ma col volgo ancora
que'letterati, che poco, o nulla a sì filtre coſe,avvegnachè digrandiſſima
conliderazione, ſo glion badare. E certamente non poſſo non maravigliarmi forte
della lor tracotanza: ſe così poco, o nulla eli riguar dando alla ſtima di
sìvenerandi maeſtri, ad ogn'ora così vituperevolmente gli beffano. Perciocchè
volendo coſto ro, che nella copia grande, nella malizia, e nella ſorti gliezza
degli uniori, e ſomigliantemente ne'caſi di confi derazione, o per riguardo
della dignità della parte offeſa, o della gravezza del male, o della grandezza
delle cagio ni, o del pericolo imminente, o per altre ragioni ſia das purgar
l'ammalato, tutto che la materia cruda lia, e non pur nel principio, ma
nell'aumento, e nel vigore delma le: o ciechi affatto, e diflennati; e pure
ſcioccamente ma lizioſi, e maligni apertamente a tutti ſi fan vedere, non ſolo,
perchè vengono ad accagionar di ſoppiatto, ſe non (1) nel lib.4. della dies.
p.44. di malvagità, di traſcuraggine almeno, i lor maeſtri; poi chè in materia
di tanta conſiderazione, ne Ippocrate, nes Galieno di cotalicaſi han fatto
menzione alcuna, comes certamente doveano; ma anco, perchè, o non avviſano, o
fingono dinon avvederſi, che poco men, che ſempre; o una, o più delle coſe per
lor dette, ne'mali acuti ſi trova no. Laonde, ſe tale veramente, qual per loro
fi finge, li foſſe ſtata veramente opinione d'Ippocrate, e diGalicno, aurebbon
elli in verità tutto il contrario dovuto dire: cioè, che no miga già di
rado,come dicono, ma ſovétiſſimamen te, o poco men, che ſempre nel principio
degli acuti ma li ſi debba purgare, e che nell'aumento, e nel vigore di ef fi
ciò anche ſi debba eſeguire. Ma pure per iſchermirli da cotal colpo
s'argomentan coſtoro di traſcinare a'lor ſentimentiqualche ſentenza de'loro
maeſtri: da cui tutt'altro certamente ſi compren de, che qucl, ch'elli
intendono. Ne dovea in buona veri tà Ippocrate, ſe pure frenetico, e mentecatto
egli del tut to non era, in que'luoghi, ove del gonfiaincnto ſolamente fe
menzione, non annoverarvi ancora quell' altre condi zioni, per le qualis’aveſſe
parimente a purgar la materia, non anche al debito cocimento pervenuta. Che ſe
non è da dire, lui quivi averle per balordaggine dimenticate, masſimamente
negli aforiſmi, ove tutto il ſuo ſtudio,e tut ta l'avvedutezza maggiore egli
logorò, perchè per ogni parte perfetta l'opera riuſcir doveſſe, biſogna di
neceſlicà conchiudere,talenon eſſer mai ſtato il ſentimento di lui, cioè a
dire, che gli umori non cotti, anche ove gonfiamé to non foſſe, a purgar
s’aveſſero • E Galieno, che così abbondatisſimo di parole egli ſi fu, che anche
in coſe di niun momento vanamente alla lunga ſcialacquolle, come poi vogliam
dire, che in materia di tanto affare, oltre al ſuo natural coſtumeaveſſe
affatto ri ſparmiate. E certamente non ſi dee in niun modo crede re, ch'egli
così traſcurato ſi foſſe, che quivi ancor nons v'aveſſe fatta la ſua diceria,
fe ftato foſſe meſtieri, diviſan done a ſuo modo quáto n’abbiſognaffe in
que'caſi'la pur R 2 gage ga, e quanto ſtrabocchevoldanno, e nocimento, traſan
dandola,per ſeguir ne foſſe al malato. Ma certamente no fu tale il ſuo
ſentimento, ficome cotefti diffeonati ſquali modei vogliono follemente darne a
divederc. E ben avvi faronlo anche molti valentisſimi Galicniſti, cosìdel paſſa
to, come del preſente ſecolo; masſimaméte Giulio Ceſare Claudino, avvegnachè
del purgare ainicisſimo, pur nõ po cédolo ricoprire apertisſimainete cõfeffollo,dicédo:
Equia dem fic exiſtimo valdè efe probabile, mentem efe Galeni, a Hippocratis,
cruda materia nunquam efſeexhibendum phare macum excepto uno turgentia caſu. E
di lui molto innanzi Giovan Manardi, che per conoſcerſi bene della greca fa
vella, e perciò più leal interpetre de’veri ſentimenti d'Ip pocrate eſſendo,così
delle purgagioni nel principio delle malattie, ebbe a dire. Et licet
Hippocrates dicat buc raro faciendum, nos rationibus adductismoti, crebrius id
face re poſſumus, debemus. E de’noſtrimedici replicar po trebbe Aleſſandro
Maſſaria ciò, che del Manardi e di tute' altri del ſentimento di lui già diſſe.
Hippocrates ducet,ra roin morbisacutis effe medicamenta adminiſtranda: contra
non defunt Manardus, &alii,ſidiis placet, Heroes, qui audent affeverare,
illa effe crebrius, immo Semper admini ſtrandas. Ma omai s'è táto oltre in
diſpetto di Galieno, e d'Ippo crate l'uſanza di purgar la materia cruda pian
piano avan zata, che ove in prima non altri medicamenti ſi metteva no in opera,
che piacevoli, e deboli, ne più, che una, o pur due volte: ora a gran dovizia
grandi,ed efficaciſſime purgagioni cosìcompoſte,come ſeinplici, da'noſtri Galie
niſti largamente diviſanſı; e ſe pur talvolta, o per tema, che n'abbiano
gl'infermi, o per altra cagione, alquan to più lievi, e deboli loro le
impongono, nondimeno, o con accreſcerne la quantità, o con meſcolarvi per entro
alero in ggior medicamento, o collo ſpeſſo reiterar delle medicine coſtringono
maggiormente a vuotarſi il corpo con dannograviffimo, e irreparabil riſchio
degli ammala ti; fe puread Ippocrate preſtar fede noi vogliamo; il qual ficome
di ſopra è detto, tante, e tante fiate manifeſtol loci: e Galicno medeſimamente,
il quale oltre a ciò av vifa, che 3Gν αρχηταί η νόσημα των εκκρινομένων αδέν
έκκρίνε. αι τίωικανά τα λόγω της φύσεως, αλ' έσιν άπαντα συμπτώμα των εν τω
σώματι παρά φύσιν, διαθέσεων • ν ώ γας χρόνω βαρύνεται με υπό των νοσωδών
αιτίων η φύσις, απεψία δ ' ες των χυμών, εν τέλω κενέσθαι τη χρησώς αδύνατον •
πτοηγάσθαι μεν Κρή πέψιν, ακολα θησαι δε διάκρισιν, 49' εξής κένωσαν την αγαθή
γένηται κρίσης. Cioc. quando alcun male comincia, ſe cofa maiavvien, cheppura
ghi, allor certamentenon purgheraftſecondonatura, ma ciò Farafficontro le
diſpoſizioni diquella; imperocchè,'quando la natura vien aggravata dalle
cagioni delle malattie, ma fon crudi gli umori, allora impoſſibil coſaè, che
alcuna eva cuazionefelicemente rieſca,concioffiecofachèfadi meſtieriche in
prima il cucimento, quindi lo fceveramento, e finalmente l'evacuazion ſi faccia,
perche ſia buono il giudicio. E fomi gliantemente in quel luogo ove dice.Per la
qual coſa effen. dovi nelcominciamento delle malattie sēpremaiſegni dicru. dità,
ſemprealtresi nocevol ſarà, e darnofa l'evacnazione di si fatti umori: ώς τ' εα
ειδη κατα την αρχήν τα νοσήματος απε. ψίας εσιν αι σημάα, μοχθηρα δια παντός
έσαι των τοιέτων χυμών ή xívwos: E quindi, per tacer altri luoghi, ſi ſcorge
quan to vadano errati, così coloro, che follemente immagina no non aver vietate
altrimenti quelle purgative medicine, cheminorantieſſi chiamano, no Ippocrate,
ne Galieno nella crudezza degli umori: comequegli altri ancora, che ofano
affermare, che Ippocrate, e Galieno, non per al tro vietafler le purgagioni,
che per non eſſer note loro, ſe non che quelle purgative medicine, che violenti
ſono nell'operare; il che però eſſer molto, e molto dal veroló tano chiaramente
ogn’huom vede; imperocchè per tacer del latte rappreſo, dicuicosì ſovente
Ippocrate ſi valles certiſſima coſa è, che gli antichi ebbero contezza della
Mercorella (la quale per poco val quanto la Siena) dell'E pittiino, della
Fumaria, dello Goico, del Polipodio, dell'Agarico, il quale per Galicno
malamente venne ſti mato radice, comeche fungo egli veramente ſia, e d'al tre,
e 1 tre,e d'altrebenigne purgative medicine. Ne è daracer qui, cheGalieno dice
a Glaucone, che dar egli debba l’Aſsézio, leggeriſſimo, ſenza fallo,
medicamento, nelle terzane, allo ra quando apparir ſi veggano i ſegni del
cocimento. Ga lien parimente viera, cheſi deanell'infiammagioni interne la Iera
di Temiſone, leggeriſſima medicina, ſe non che quando la materia ſarà al
cuocimento pervenuta; ed avve gnachè alcuna delle accennate medicine lenitiva
ſolamen te fia, nondimeno, come la ſperienza, ne inſegna data in quantità
grande divien purgativa. In quanto all'Epit timo, ed alPolipodio, Galien dice
chiaramente eſserel Jeno benigne medicine,e che moderatamente purgano (1) E
quanto è a me, Io porto fermiſſima opinione, che lo pocrate, e Galieno aveſsero
dalle continue, e diligenti of fervazionide'Sacerdotidell'Egitto un tal parere
appreſo; e perciò eſſer'avvenuto, che così ſtabilmente poſcia l'avel fer
ſempremai conſervato; eche dall'Egitto le sì fatte of ſervazioni quel gran
padre della filoſofia, e medicina Ita liana,Pittagora,in prima aveſse nella
Grecia recate; quel Pittagora lo dico, di cui altri ella non vide, da Democrito
in fuori, che il pareggiaſse, non che con lui poteſse entra re in gaggio, o'l
ſuperaſse giammai. Ma che Pittagora, foſse di tal ſentimento, egli li par
manifeſto per quel che nc fia ſcritto in quel celebre Dialogo, che della natura
dell'univerſo compoſe il divino Platone, la ove Timco no biliſſimo Pittagorico
introduce delle purgagioni in ſimil guiſa a favellare. La terza ſpecie del
commovimento ſuol riuſcir, ma non però ſempre giovevole ad huom, che da grave
neceſſità vi ſia tratto; ne altrimenti da chi ſia di ſana mente è da uſare,
cioè quella forte di medicina purgativa; * imperciocchè que’mali,che no ſono
guari pericololi, non ſono da ſtuzzicar con purgagioni; concioffiecoſachè la di
ſpoſizione di ciaſcun male fie ſomigliante alla natura degli animali: c
certamente la coſtituzion dicoſtoro è talmente ordinata, che generalmente ha i
termini della vita già ſta biliti, e qualunque animale ci naſce, con fatale, e
deter mina (1 ) nelmerodal.lib.13.6.15. minato ſpazio ncmena egli i ſuoi
giorni: trattone fuora quelle paffioni, che di neceſſità avvengono; imperocchè
i triangoli dal naſcimento di ciaſcú d'eſso loro tal virtù ſor tiſcono, che ſol
yale a mantenere il loro ordinamento per infino ad un certo tempo, oltre al
quale a niuno è conce duto dipoter più avanti allungar la ſua vita. Lamede ſima
diſpoſizione adunque è data alle malattie, e ſe altri colle purgagioni contro
al fatal tempo ſconccralla, al lora di piccioli,grandi, e di pochi, molti
diverranno; il perchè col regolamento del vitto le sì fatte malattie ſon da
correggere, e rintuzzare, per quanto a ciaſcun veriì, ad huopo; ne il durevol
male con medicamenti irritar fi dee: Πίτον δε αδG- κινήσεως και σφόδρα ποπ
αναγκαζο μένω χρήσιμον, άλως δε ουδαμώς τα νούν έχοντι προσδεκτέον, το της
φαρμακευτικής καθάρσεως γιγνόμενον ιατρικών • τα γαρ νοσήμα όσα μη μεγάλος έχει
κινδύνες, ουκ ερεθισέον φαρμακείαις · πα σα γαρ ξύτα στις νόσων, όσον πνα τη
των ζώων φύσει ποσέρικε και γαρ η τούλων ξύ. νοδG- έχασα πάγμένες του βίον
γίγνει χρόνος, του ο γένες ξύμ. παν G καθ ' αυτό το ζώον ειμαρμένον έχον
έκαςον, τον βίον, φύει χωρίς των εξ ανάγκης παθημάτων • το γαρ τσίγωνα ευθυς
καρχας εκάσων δύναμιν έχον et ξυνίσταται μέχρι πνος χρόνε δυνατού εξαρκών, ου
βίον ούκ αν ποτέ τις ας το περgν έπ βιώη» τόπος ουν αυτης και της πε και τα
νοσήμα ξυάσεως ήν • όταν τις παρα την ειμαρμένην του κράνε φθείρη φαρμακίαις,
άμα εκ μικρών μεγάλα, και πολλα εξ ολίγων νοσήμα τα φιλί έγνεσθαι· διο
παιδαγωγών δεά διαίταις πάντα τα τοιαύται καθ, όσον αν και τα αλή » αλ ' ου
φαρμακεύοντας κακον δύσκολον ερεθιστον, Ma diſcédédo a qualche
particolarmalattia,egliè da ſapere che fu ſentimento diGalieno, che in quelle
febbri, che portan ſeco i flulli da purgar giāmai,ne da ſegnar fia l'am malato,
quantunque ben fi pareſſe, che la materia per la ſoccorrenza uſcita, non foſſe
ella alla debita purgabaſtá te, o altro vi foffe da dover cacciar fuora
nell'ammalato; ſoggiugnendo manifeſtamente Galieno al ſuo Glaucone, eſſervi
ſtatialcuni, che ſcioccamente in sì fatto caſo ab bian condotti, preſſo che a
gli ultimi sfinimenti, gl'infer mi. Mai noſtri mediciavvegnachè d'eſſer di
Galien fede liſſimi ſeguaci ſommamente di pregino, pure i ſaldiſſimi ann maeſtramenti
di lui affatto traſcurando, a lor talento, e purgano, e ſegnano in ſomiglianti
caſi, nulla guardando a’riſchj, che, ſecondo egli avviſa, ſeguir ſovente ne pof
ſono. Così ſomigliantemete Galieno nelle febbriſincopa li (p tacer della
diffenteria)vieta in tutto il falaſſo, e le pur gagioni'; e pur coſtoro
arditamente contro i ſentimenti * del lor maeſtro tutto dì ve l'adoperano. Così
anche nel la puntura quando appajano gli ſputi del ſangue,e nel do lor delle
coſtole, vieta apertamente Ippocrate l'aprir la vena, ſe pure nel dolor delle
coſtole qualche manifefto ſe gno d'infiammagionenell'interiora non appaja. Ma
cote iti diſcreti diviſamenti del loro Ippocrate non altrimente, che vaniſſime
fuperftizioni fi foſſero diſpregiando i noſtri Ippocratici medici, baſta
ſolamente loro in tali avvenime ti, che col dolor vi ravviſin la febbre, che
come in prima poffono, cosìin diſpetto d'Ippocratc,e di chiunque ad Ip pocrate
crede, per iſvenare i miſeri cattivelli arruotano barbaramente le lanciuole,
direbbe Proſpero Marziano per avventura. Ma dove laſciato avea lo il purgar le
dó ne levate appena del parto, e non paſſati ancora i termi ni fatali aſſegnati
apertamente da Ippocrate a ciò conve nevolmente operare? E dove nelle lunghe
malattie, nelle quali la materia ha maggiormente di cocimento biſogno, ne
fegnal d'enfiamento eſſer mai vi puote, il purgar de’no Itri medici contro i
manifefti divieti d'Ippocrate, e di Ga lieno:E dove il cibare a roveſcio gli
ammalatise non guar dar punto all'età de'fanciulli, e de’vecchi, o alle
ſtagioni dell'anno, e cento e mille altre coſe di grandiſſima confi derazione,
ovemanifeſtamente da’lormaeſtri ſi partono? Troppo largo campo o Signori da
valicare aurei, s’lole voleſti fil filo tutte narrare: ne per poco di venirne a
capo Io ſpererei, Ma come ciò avvenuto ſia, che in tante coſe, e malli mamente
nel purgare, c nel trar ſangue dal loro Ippocra te, e Galieno i noſtri
Galieniſti partiti fi fiano: e che ezian dio que' che han riſtorata la lor
medicina, e ſottrattala al l'arabeſca rozzezza, pure travalicando i lor diviſi
abbia no in ciò manifeſtamente fallato; lo ciò giudico avvenirc, perchè gli
ammalati, e i lor parenti, efamigliari ſian ſem pre deſideroſi oltremodo di
rimedj, e ſpezialmente di quei, che per manifeſta vacuazione adoperar fi
veggono; come fe da quelli il lor ſalvamento, e non più toſto la lor morte
dependa. Perchè nelle malattie, e maſſimamente nelle più gravi, e nel vigore, e
accreſcimento di quelle, ove l'intermo maggiormente languiſca, per non
moſtrarſi i me dici ſcioperati ſenza ajutarli con argomento niuno, fi va gliono
di cotali medicine, e talor vi ſono dagli ammalati medeſimi, o da congiuntidi
coloro contro lorvoglia i me dici menati; perchè altrimenti a color non
ſarebbon a grado. E quinci anche è, che alcuno de’moderni intro duttori di
nuovi ſiſtemidi medicina,abbian ritenuti in par te sì fatti modi di inedicare:
non perchè egli veramente crcda, che ſien valevoli conſigli, da riſtorare
ammalati; ma perchè egli avviſa in tal errore eſſer già foinmerſa, ed incallita
la gente, che ſe altriméti adoperaſe,niuno certa o pochiſſimi ammalati da
medicar gli giugne rebbono. Adunque manifeftamente da ciò, che detto è compré
der ſi puote, che purtroppo grandemente nel medicare, da Ippocrate, e daGalieno
i Napoletanimedici ſi diparto no, e s'allontanano; emolto più aſſai di quel,
che'l Paracelſo, e l'Elmonte ſteſſo, e altri moderni ſpargirici, o altri,
ch'elli fieno, per avventura ſi facciano. Mafi laſci ad altri la briga di ciò
conſiderare: baſti a noi il ſapere,co. me ancora da ciaſcun Galieniſta
Napoletano ſi viene con fatti a commendar ciò, che con parole da alcuni di loro
manifeſtamente ſi biaſima; e come ancor' eglino laſcia no il loro Ippocrate, ed
il loro Galieno, ove lor venga in talento: e che tutti igualmente abbandonando
l'an tiche ſtrade più ch'alle cieche autorità de' creduti maeſtri, alla ragion
ne laſcianio guidare. E perciò per Dio ceſſino coſtoro d'abbajare addoſſo
a’moderni medi canti, e di mordere, e di lacerar tutto dìla loro lode vole
libertà, ne mai più per innanzicon uggia, e crepa mente > S cuore ſi ſtudjno
di contradiarla, e di metterla in fondo; poichè, come per addietro ſi è fatto
per noi manifeſto, da' più ſublimi ingegni,che ſtati fieno in ciaſcun tempo s'è
ab bracciata, e mantenuta da' più nobili ſcrittori, edalle più illuſtri
Accademic, e Scuole dell'Italia, della Lamagna, della Francia, dell'Inghilterra,
della Svezia, della D2 nia, della Polonia, e da tutt'altre parti del mondo
glorio famentc ſeguita. Ma riſerb.andomi di ciò favellare a miglior huopo, ri
tornerò pure a'piati,ed alle conteſe deimedici; onde già mi partii. E
quantunque fin'ora per me molte narrate ne ſieno, pur molte ancora, e quaſi
infinite a raccontar ne rimangono; le quali poichè mi pare d'aver oggi
ragionato a baſtanza, e già il ſole comincia a gir ſotto, riſerberolle. alla
ſeguente aſſemblea. RA 139 j: Milli Beda Vantunque volte meco ſteſſo penſando
rammento quel tranquillo, e feliciſſimo ſecolo, che meritevolmente dell'oro per
ciaſcuno vien detto: tante a biaſi mar la preſente, e miſerevol noſtra età;
quaſi di forza ſon tratto. Non pure, perchè a quella la terra dall'aratro non
ancor tocca, tutto ciò, che al mantenimento di noſtra vita abbiſogna
abbondantemente produceva; ed ora a romper zolle col Vomere, e col Raſtro, a
ſveller pru ni c ſtecchi anza, e ſuda, e talora anche in darno il Bi folco; ne
perchè allora, e nuvoli, e nebbie,e tempefte ', c turbini non intorbidavano,
ficome or fanno, i lucidi ſereni dell'aria; ne perchè l'eſecrabil fama
dell'oro, non ancor ſignoreggiava il mondo: reſo ora ſcellerato, e crude le,
poichè fol vince l'oro, e regna l'oro; ne per tant'al tri privilegj, che
diquella s'annoverano, de'quali altro che un'intenſo deliderio, ch'il cuore
acerbamente ne pun ga a noi non n'è rimaſo; ma ſi bene perciocchè, e liti, e S
2 piati, econtefe, ed armi,eguerre non allignarono. No arruotava le zanne a
mordere il cinghiale; non digrigna va i denti il maſtino;non rabbuffava il
doſlo il Lionefra; l'erbe, e fiori s’appiattava ſenza veleno l'angue. Ma che è
ciò? l'huomo, l'huomo di tutt'altri animali duca, e ſigno re non fabbricò nave,
ch'apportaſſe guerra agli altrui li di, non forbì, non arruotòferro periſvenar
l'altrui petto: non aſſordò l'orecchie con iſtrepito ditrombe, di corni, o di
bellicofi tamburi; vivea ciaſcun ficuro ſenza il riparo di murate Città. Ed
a'dinoftri, che più fi tenta, che più fi machina, ove più fi bada, fe non ſe a'
nuovi ordigni da guerra, perchèl'un Principe, l'altro abatta; l'una Repub blica,
l'altra eſpugni; l'una Signoria, l'altra atterri; l'una Città, l'altra
ſtermini; l'un nimico, l'altro affondi; ſi com batte nelle campagne, ſi
combatte nelle Città, s'armas contro l'un l'altro amico,'e fin dentro il nario
albergo con l'un, l'altro fratello, anzi il padre co'l figlio calora conten de;
va in ſomma il mondotutto in conteſe, e benchè tar dis pure è gionto agli
antipodi il furore dell'armi. M2 egliè pur vero, chele diſcordie abbian per
qualche tempo auuto fine, ne in ogni tempo le porte di Giano ſieno ſtate
sbarrate. Ma quel, che pür troppo è da maravigliare, è ciò, che lo ne’paſſati
ragionamenti v'ho detto, e debbo nel preſente ſeguire; egli cono le tante, e
tanto invilup patecontefe de’medici. Queſte non han mai ſofta, quefte non han
inai line; e comeche moltisſime ve n’abbia fin or diviſate, pur altre aflai a
narrar ne rimangono; le qua li lo fon ora perdiviſarvibrievemente, e darvia
diveder, che tutte quante dall'incertezza dell'arte abbiano origine; la quale
perchè più chiaramente per voi ſi comprenda,dirò brievemente altresì,chente mi
paja delle ſette de'medici. E perchè fi comprenda, quanto queſt'arte fia ſempre
mai nemica naturalmente di pace: ne baſterà per avventi ra il riguardar
ſolamente al cófuſiſſimo drappello de'Ga lieniſti, che co’lor diverſi, confuſi,
e ritorti ſentimenti ban turbati i mari Con menti avverſe, ed intelletti vaghi,
Non per ſaper, ma per contender chiari. Eper la verità delle loro ſtrane, e
ſtravolte opinioni da. to brigando romoreggiano, che poco men fanno per av
ventura l'onde torbide, e fonanti del noſtro Tirreno qual ora nelle più atroci
tempeſte giungono furioſe a riverfar G ſu i lidi. Magna mentis admiratione
diftrahor, dper surbor (dicea di loro appunto favellando Giovanni da Sa
lisberia ) quod a fe ipfo tanto verborum conflictu, &collifio ne rationum
defiliunt, &difcordant. Neancor paghi del le lor lunghe e, oſtinate conteſe
aggiugnendo ſempre pia tiapiati, quiſtioni a quiſtioni, ne preſero anche in
preſto dalla brigante filoſofia, altri più inviluppati, e nodofi, da fare
ſtancar inutilmente per un'intero ſecolo i più riottoſi dicitori del mondo.
Perchè riſtucco, ecrannojato l'avve durisſimo Lodovico Vives, così (clamando
proruppe. Ex fcholaftica illa phyfice exercitatione ingentem, ácopiofifſimă
difputandi materiam in hanc quoque artem, tanquam plar ftris invexerunt, de intentione,
et remilline formarum, de raritate, et denfitate departibus proportionalibus,
de inſtáribus: ea que nec funt, nec unquam evenient ventilantes fua fomnia;
defertapugna cum morbis interea loci premen tibus, atque occidentibus. Ea res
fecunda, e infinita non aliterquam bydra quædam diutiſſimèremurata eft ingenia,
cum fructu aliis vacatura. Videre eft cavillariones a, trj. cas Iacobi Forlivienſis,
nec minus fpinofas, nec minus inu tiles, quam Suiceticas: nec prolixitate, cu
moleftia cedentes. E Gregorio Giraldi huom di rara, e di ſquiſita letteratu ra,
così de’diſcordanti pareri,che a danno altruiportano, e mettono in campo i
medici, fe vagamente parole. Nec minus quoquo medici noſtro periculo de medēdi
ratione ejuſq; partibus difenſere, aliis alia fubindeapprobantibus, ut no ftra
etiam hac ætate tanta fit inter medicos diſſimilitudo, ut corumaliqui vena
inciſiunem omnino prohibeant, alii ad eam aperiendam potius exclamext. E per
recarne brievemente un faggio, eglino intorno aº principj delle coſe naturali
contender fieramente ſogliono: ne ſi può di leggier credere quante diverſe, e
confuſisſime opinioni ciaſcun di loro ne porti. Dicono alcuni ritrovar fi
veramente, e formalmente gli clementi ne'miſti: altri in contria opinion tratti,ſolamente
in virtù, ed in potenza. Vogliono coſtoro, ſecondo ilſentimento del lor maeſtro,
effer le qualità formevere degli elementi, e de'milti: co loro tutte le forme
eſſerveriſſime ſoſtanze giudicano. S'ay vilan molti collor Galieno, amendue le
qualità nel lor fommo grado eſler igualmente negli elementi; altri una in più
alto, e altra in più baſſo grado ne allogano; quin di infra coſtoro altra nuova
quiſtion forge, ſe colle più fie voli qualità degli elementi le côtrarie
accoppiar ſi ſoglia no. Ma ſe le dette qualità ſien tutte, come dicon poſiti ve,
e vere: 0 pure alcune di loro ſolamente privazioni di quelle, lungamente affai
ſi contraſta ora eziandio in fra’ Galienifti medici. Ed oltre a ciò giudicano
alcuni,in qua lunque,comechè picciolisſima particella deʼmiſti, formal mente
avervi parti corriſpondenti a ciaſcuno degli elemé. ti; altri ſono dicontrario
parere. Ma chi potrebbe mai intorno a ciò rapportar tutte le antiche, e le
moderneopi nioni? ſenzachè non ſon minorile conteſe, s'egli ſia pur vero, che
vi ſia temperamento; ſe quello veramente ſia l'anima medeſima dell'huomo, come
cmpiamente avviſoſ ſi Galieno, o pure altro, che quella; ſe ſia da porre il ſo
ſtanzial temperamento; e ſe quel poſto, del qualitativo in nulla differente
egli ſia. Oltre a ciò quante le differen ze deil'uno, e dell'altro
teinperamento ſi ſieno; ſe il qua litativo ſolamente nella proporzicn delle
quattro prime qualità riſieda, o pure in altra qualità da quelle riſurtu. Ma
troppo a lungo ne verrei, ſe tutte diſtintamente nar rar volesſi intorno a sì
fatta materia, le zuffe, e le conte ſe de’alieniſti filoſofanti. O forſe almen,
ſe in tutt'al tro ſi rodon l'un l'altro il baſto, faranno a buon concio ra
nodati, e concordi in render ragione dell'eſiſtenza de’lor quattro elementi
nella natura? Anzi in ciò più che altrove gareggiano in rintuzzarſi, rifiutando
altri ciò, che altri ne dice, e tutti l'un l'altro oſtinatamente carminandofi;
an zi fra cllo loro Vopiſco Fortunata Pemplio dopo averne molte, e molte
ragioni recate,e tutte rifiutate,ultimame. te con tali parole i ſuoi propj
ſentimenti ne paleſa. Sed hæc omnia quăfint imbecillia quilibet
videt.Quapropter aliorum etiam qui hactenus id ipfum conati ſunt argumentis
penficum latis,puto non poffe vera, et efficaci rationeprobari, ejetan tum,
veleffe debuifle quatuor elementa, ſed id ita effe, nos accredere Ariſtoteli
toti omnium fcientiarum fapientia lumi ni. Concluſione indegniſſima nel vero
non pur di lui: ma di qualunque più cattivello ſcolaretto, che per filoſofante
ſi voglia fare acredere; c ne verrebbe ſicuramente cgli dal ſuo Ariſtotele, c
dal ſuo Galicno ſchernito, e forſe da lor nc torrebbe in capo del ſer Meſtola,
e delgocciolone, le il ſecodo ne meno ad Ippocrate vuol dar fede ſenza il pc
gno in mano delle ragioni, el primo allega l'autorità nel l'ultimo luogo dopo
tutt'altre pruove, con ciò manifeſta mente inſegnando, che non miga delle
autorità, ma delle ragioni lo intelletto ſolamente debba eſſer pago. Ma pu re
Iddio voleſſe,che aſſai non vi foſſero a’dì uoſtri, di quel li, i quali ſecondo
il ſentimento del Pemplio, non alla migliore, ma alla maggior parte degli
ſcrittori voglion gir dietro,pecorum ritu,perdirlo colle parole di Seneca, non
qua eundum eft, fed qua itur. Cattivelli di loro, che tratti dalla bordaglia de
letterati,immaginano, che allora ſien da lor meſſi in ſu’l filo del vero ſapere,
qualora da lo ro forſe più, che da ogn'altra coſa del mondo, ne fon di
ſtornati, e danneggiati così, come cantò il Bembo nello ſuc diviniſſime ſtanze:
Sicome nuoce al gregge ſemplicetto La ſcorta fua quandell'eſce diſtrada, Che
tutto errandopoi convien,che vada. Ed’o ſe mai eglino fi riducellero alla
memoria la ſentenza del teſte da noi citato filoſofo, Argumentum peſſimi turba
eft. E quell'altre parole del medeſimo,non eadem hic,cioè nel filoſofare, quam
in reliquis peregrinationibus condicio eft in illis comprehenfus aliquis limes,
interrogati incola non patiuntur errare: at hæc tritiſima quaquevia,
&celeberri ma maxime decipis: certamente infomiglianti falli ſcimu. niti,
14 Ragionamento Terzo niti, ch'elli ſono, non fi laſcerebbono traſcinare. Ma
egli però giova credere, che il Pemplio non già da fenno, ma per irrifion
parlaffe, ed ironia, ' fe poi ſenza al cun rimordimento, e fenza ſcrupolo
averne di temerità, in trattando delle qualità,paleſemente di LE DOTTRINE D’ARISTOTELE e di Galieno famoſtra
di non curare. Malaſcian do da parte ſtare tutt'altre quiſtioni, nelle quali
inveſchia ti, e impaſtojati i Galieniſti tutti ſtralciar mainon ſi poſe fono,
ficome ſon quelle intorno a' principj dello ingene. rarſi dell'huomo, al caldo
natio, all'umido, che dicon ra dicale, all'eſiſtenza, alla natura, e al numero
degli ſpiriti; e ſomigliantemente intorno all'inviluppatiſime, e tutto che
innumerabili quiſtioni della natura, del numero, del luogo, della diſtinzione
delle potenze, e ſpezialmente in torno a quelle coſe, onde il chilo, e'l
ſangue, e gli altri umori s'ingenerano; o pure in trattar del polſo, dell'arte
rie, e del movimento del cuore: ed onde i ſentimenti nc végano, e formiſi il
moto.Chimai baftevol ſarebbea por gli d'accordo intorno a quella cotanto
celebre, e faniores conteſa, e di tanta conſiderazione in medicina, ſe la bi le,
la flemma, ela malinconia ftian di fatto, o pure in po tenza nella maſſa, come
dicono,del ſangue? Il che in buo ſentimento viene a dire, fe veramente vi lieno,
o no; im perciocchè certamente nulla monta il potervi eſſere, ac ciocchè ſi
dica,che vi ficno;ficome direbbeſi altresì, che nel ſangue vi ſieno in potenza,
e carne, e vermini, e cene to, e mille altre coſe, chequivi ingenerar ſi
poſſono. Ma a cui caglia di vedere un confuſiſſimo rimeſcolamento di diverſe, e
ſtrane opinioni, riguardi digrazia a' Galienilti medici intorno al diviſar
della natura, delle differenze, e delle cagioni delle materie delle febbri, e
de'luoghi, ove s'ingenerano; riguardi all'opere de’loro antichi, e moder ni
maeſtri: e poi, ſe potrà, ridicamiquando mai potreb be alcuno ſcalappiar
dall'intralciato, e confufiffimo labi rinto di tanti, e sì fatti riboboli, e
indovinelli; e guari pu re a quali debolillime fila aſſai ſovente la medicina
di Galicno s'attenga, Tralaſcio pure le lunghe, ed inviluf pate quiſtioni
intorno all'apopleſſia, al catarro, al letargo, alla mattezza,alla malinconia,
a' capogirli, al mal caduco, alla peſtiléza,almalfrāceſco, eda täi'altre
dubbioſe cotro verlie, che non ſarebbe per avventura minore impreſa il raccorle
quì tutte, che l'arene del mare, e le ſtelle del Cie to minutamente annoverare.
E comechè per queſto capo incerta, e confuſa, e inviluppata la medicina de'
Galieni fti oltremodo ſi ſcorga, e perciò inucile, e nocevole ad adoperare:non
peròdi meno non è ella intorno alle mag giori biſognedell'huomo incerta
maggiormente, ed in tralciata, cioè a dire intorno alla dieta: i fini, e le
condi zioni del trar fangue: la natura, la facoltà, gli effettia e'l modo
dell'adoperar de’medicamcnti: quando, ed in qua’rempi del male ſien da dar le
purgagioni: ed altre, ed altre infinite quiſtioni,delle quali queſte,ch'io ho
quì bric vemente raccolte, una menomiſſima particella ſi fono, e certamente lo
m'avviſo, ch’in leggendolei curioſi da non poca inaraviglia ſien ſoprapreſi;
anzi forte ſoſpirerano, s ſdegneranſi, veggendo a quante controverſie,a quanti
ſo fiſini, a quanti pericoli per lor ſi faccia foggiacere il bene ftare, e la
vita deglihuomini. E chicon occhio aſciutto può rimirar il crudeliffimo
ſterminio, che fan tutt'ora de gli ammalati di febbre maligna, per non ſaper di
quella, cofa del mondo? Eglino piatiſcono in prima delle cagioni di fuora,
chenti, e quali elle fiano, e d'onde naſcano, come operino, e muovano il male;
quindi intorno a quel. le d'entro combattono, ſe fien verainente qualità: efe
tali, naſcoſc più toſto, o manifeſte, o pur ſe da loverchio di putrefazione
avvengano, o da tutta la ſoſtanza più to ſto gualta; e corrotta; e oltre a ciò
in quali luoghi elle fi covino, diverſamente contraſtano. Così mordendoſi l'un
l'altro, e piatcndo, niun l'imbrocca, e tutti a malpartito menano gli ammalati;
volendo altri i falaſſi, ed altri vie tandogli, ed altri una fol volta
permettendogli, chi ſcar ſamente, cchi fino a trar loro tutto il ſangue, chi
dalle venc delle braccia, e chi da quello de piedi, e chi anches da quelle
parti, delle quali è bello il cacere, con appic T carvi le mignatte; altri a
tutti coſtoro cótraſtando voglió, che dalla buccia ſolamente per coppette fi
tragga. Alcu ni vengon toſto alle purgagioni, altri aſpettan qualche de
boliſſimo ſegnal di cocimento;ed altri, o nel principio pur gar logliono, ove
turgide lien le materie, il che di rado. avvenir ſuole, o pure inſino allo
ſcemo del male s'indugia no. Molti poi nel purgare, de’violenti medicamenti fer
vir ſi fogliono,molti de'mezzani, ç moltide’deboli, e be nigni n'adoperano: e
parecchi ancora con lenitivi rimedi folamente medicar s'argomentano. V'ha chi
purga una ſol volta, e chi più volte in ogni tempo, e ſtato del mal lo coſtuma.
V'ha alcuni, che come il mal comincia, cosi toſto con le purgagioni v'accorrono;
ma dopo i trè dì af fatto le victano; e dicoſtoro altri di vomitive, alori di
sé plici purgative medicine ſervir ſi fogliono. Alcuni ne'pri migiornidel male
a' rimedj, che chiaman veſcicanti, gli infermi condannano; altri vuol, che in
prima purgati, e ſegnati color fieno; echi in un luogo, e chi in un'altro cô
-sì fatti rimedj marchiar gli vogliono, togliendo loro così manifeſtamente le
forze, e crucciandogli, e dando loro vigilie, e dolori, e forſe con riſchio di
gangrene,di piaghe nelle reni, e nella veſcica, di malagevolezze d'orina,e
d'altri malori, che ne foguono. Ne mancano eziandio infra'Galieniſti medici
alcuni più rinominati, che per be nevoglienza al lor maeſtro Galicno, cd
Ippocrate, o per chè così veramente lor paja,cotal ritrovato come peſtilen
zioſo; e ficriſlino, e di barbara gente, e crudele, oleremo do vituperino, e
danninozil quale non a confortar vaglia, ed ajutare il cocimento, ma ſolamente
a fraſtornarlo, ed indugiarlo, con accreſcer le cagioni ad un'ora, e gli effet
tidel male, e con piagar, ed infiammar malamente ſpeſſo ſpeſſo le reni, e la
veſcica, e far talora gli addolorati lan guenti di puro fpafimo miſerabilmente
morire. E v'ha, eziandio di coloro, che non d'altri rimedi, che de ſolian
sidoti nelle maligne febbri ſervir fi fogliono; ed intorno a queſti ancora
diverſamente piariſcono. E forſe faran mai per riconciarſi, e porſi d'accordo
infra qualche ſpazio di + tein tempo le lor conteie? e le loro incertezze
appianate, fari per porſi fuora, quando che ſia un più ſtabile, e veriſimile
fifteina di medicina? anzi per quanto ne poſſiam conghier turare eglivie piů a
giornate s'accreſcerannoi piati, e le conteſe, e ſempre più confuſo, e incerto,
e pericoloſo il lor meſtier diverráne. E nel vero,chi mai potrebbe deci derle?
non le autorità, non le ragioni, non l'eſperienze; imperciocchè, così gli uni,
come gli altri, di loro eſperi menci egualmente fan moſtra, e pompa; morendo
vera mcnte, e guarendo così degli uni, come degli altri, i malati. Per amendue
le parti poi lor ragioni ſi produco no in mezo; equinci, e quindi ogni conteſa
ha ancora i fuoi parziali. Ne v'ha cagionealcuna, per la qual mag giormente
attenerci dobbiamo a Giovan Manardi,ad Er cole Saſſonia, ad Orazio degli Eugenj,
che d'altra parte più coſto ad Aleſſandro Maſſaria,ed a Fabio Paccio, eze
Pietro Salio, o a Girolamo Cardano preſtar fede, conciofa fiecoſachè tutti
egualmente ficn di pregio, e lieva nella Gia lienica medicina, ed egualmente di
maggioranza gareg giar îi veggino. Perchènon ebbero certamente il torto, per
quelch’lo ini creda ', a dir quc' valene' huomini:non. polje comprehendi patere
ex eorum qui de his diſputarunt di fcordia; ciim de ifta re, neque inter
ſapientia profeſſores, neque inter ipfos medicos conveniat. Ma poiche Io in par
te vi ho diviſato a’quali tempeſtoſe procelle di litigj ediconteſe la medicina
tutta ſoggiaccia, diſconveneyol coſa non farà ', ch'Io mi ſtudi per avventura,
e mi argome ti di recarvene brievemente la cagione. Alcuni ſciocca. mente fi
perſuadono ciò ſolamente per colpa deʼmedici avvenire, i quali oltremodo d'onor
deſideroſi,ed avariſfi mi del denajo, e naturalmente ancora riottofi, e
ſuperbi, ſi graffjno ſeipremai, e ſimalmenino; cercando a ſpada tratta ciaſcuno,
ove a lui venga in concio, altrui travaglia re, e neinichevolmente affitto
atterrare. Così vengono a partirſi in fazioni, e ſempremai a premerſi,e
tenzonare, non altrimenti, che tutt'altri macftri di cialcun'altro me ſtier fi
facciano; perchè faggiamente diffe Eriodo وا T 2 Και κεραμεύς κεραμά κοτέα, και
τέκτονι τέκτων Και ωχός πτωχώ φθανέα, και αοιδος αοιδώ. Che in lingua noſtra
riſuona Al fabbro, è'l fabbro in odia: e'l vafellajo Non puòſoffrir compagno:
arde diſdegno Contro un mendico l'altro: el’un cantore Contro l'altro cantor di
rabbia freme. Malo per me fermamente credo, che alcra di ciò ne ſia la cagione:
e che non tanto per uggia, e mal talento deʼme dici, quanto per mancamento
dell'arte medeſima così in certa,e intralciata,e dubbioſa no poſſan goder mai,
ne pa ce ', ne ripoſo que', che l'eſercitano.Negià in tante, e tan te diverſità
di ſentiméti ciafcun'altro meſtiere partir fi fuo le, in quante la medicina ſi
parte, ſe già non foſſe, che la filoſofia, e tutte quelle ſcienze, c'han colla
filoſofia qual che attacco, o dependenza, alle inedeſime tempeſte del la
medeſima ſoggiacer ſi veggono; nelle quali malagevol molto, e difficile è lo
inveſtigar la verità, licome confeſſa no que'filoſofi, e medici medeſimi, che
d'haver preſte loa lor pruove, e dimoſtrazioni falſamente ſi pregiano,
Nemailetto di ſelva allor, che priva L'arbor difoglie il venta,ha tante fronde
quante, e quante diverſe, e diſcordevoli fette ha l'anti ca, e la moderna FILOSOFIA;
o in ciaſcuna ſetta di quelle's quante, e quanto diverſe infra loro fian de
parteggiatilo pinioni. Così de'Peripatetici ſolamente, chi non sa quam to li
premano, e li rintuzzino iGreci,egli Arabi, eiLa tini Maeſtri? quorum fudium,
dice un di loro, perpetuum,ut contradicant, ab aliis femperdiffentiant. Ed a
cui non ſon manifeſte le continue, ed oftinate contefe delle dire Peripatetiche
ſchiere ancora,che nominali chiamano, creali? E a tanto giunſe la lor riottoſa
oſtinazione, che poco fallò, ch'un dì in Parigi venendo alle mani, nó iſve
gliaſſero nella Francia una nuova, e fanguinofa guerra ci yile. Ed infra i
Reali medefimi chi potrebbemai, co’TO miſti gli Scottiſti rappartumare? e chi
co’Tomiſti i Tomi fti medelimi:econ gli Scottiſti gli Scottiſti? ma per noi 3
dipartirci della noſtra medicina, in queſta altro non è egli per certo di tante,
e tante diſcordie cagione, ſe non ſe la medeſima malagevolezza del rinvenir la
verità delle coſe naturali. E ciò ben’avvisò Galieno medeſimo, ove quel, le
parole di Ippocrate va in prima chiosãdo xehosganemi il giudicio difficile: ο
λόγG- δ'αν ηκρίσης άη, το κρίνεσθαι παρ' αυτό τα ποιητία.χαλεπος και δυσθήρατός
εσιν όγε αληθής, ως δηλόι και το πλήθG- των κατα την ιατρικής τέχνης αιρέσεων
•ου γαρ αν άπερ οίον τ' ήν ραδίως ευρεθήναι το αληθές, ας τοσούτον ήκον
αντιλογίας αλήλοις οι ζητήσαντες αυτό τοιούτοι τε και τοσούτοι γενόμενοι. 11
giudicio, dice egli, fi è la ragion medeſima: poichèper quella le coſe, che da
far fono, fon giudicate. E certamente egli è difficil molto, e malagevole, a
rinvenire, Io dico il giudicio vero, il qual manifeſtamente ravvifarfo fà dalla
diverfità delle fetre della medicina. Concioffiecofachè le agevol foſſe il xin
venir la verità, non ſi ſarebber tanti, e tanti valent'huomi ni, che per
imprenderla con ogniſudio ſi ſono affaticati, in colante ſette partiti. Fin qui
l'avveduto Greco.Manoi più avanti procedendo ci avviſizmo, il rinvenir la
verità effer certamente molto più malagevole, o piùardua imprefa aſſai di
quel', che s'immagini, e dica Galieno. Ad inve Aigar di ciò la ragione convien
ridurci amemoria, che noi non men, che gli altri animali, poveri, e mudi
affatto di qualunque, comechèmenoma contezza delle coſe,naſcii mo; verità così
chiara, e conoſciuta per ognuno, che non le fa d'alcuna pruova meſtiere, e
molto ben ad ogniora Iz ravviſiano, e Platone ſteſſo venne coſtretto a
confeſſar fa, avvegnachè altra volta faccia ſembiante di tener con truia
opinione, dicendo, che'l noſtro apparare altro in vero egli non ſia, ſe non,
che un rammentarci quelle co ſe appunto nredelune, che già noi prima di naſcere
ſape vaino; ed imperciò tutte le notizie ſenza fallo conviene, che da noi
ſteſſi l'appariamo; ma come, e da cui,non èma lagevol troppo per avventura ad
inveſtigare. L'animanoſtra, alla quale, come a parte più nobile, e più
principale dell'umana compoſizione, ſolamente con. viene l'apprender le coſe;
ondefolea ſaggiamente Epicarmo dire: la mente vede, la mente ode, l'altre coſe
tutte fon forde, e cieche; l'anima noſtra lo dico, comechè in corporca forma,
ed inviſibile ella fia, in sì fatta guiſa no dimeno unita, ed avviticchiata,
per così dire, ella al cor po ſi ritrova,che ſe queſto dalle ſenſibili coſe di
fuora toc co, emoflo ad eſſer mai viene, varj, e varj penſamenti in effa egli è
valevole a ingenerare; c ciò avvicne qualunque ora elleno toccano,e muovono le
fibre de’ncryi, le quali a guiſa di fila ſottiliflime di ſeta trapunte in
ricamato pan 10, {parce per tutto ilcorpo ravviſanſi, e che queſte poi
avvalorate da un diſcorrente, e ſottil licore, gli avvti mo viinenti alla prima
loro origine riportano nel cerebro principal ſedia dell'anima, ove quella il
comprende, o per me dire ſente. E le fibre poi col venir variamen te premute da
quelle parti del corpo, che ſi chiamano organide'ſenſi, ecoltorcerſi, e col
piegarſi in varie, ed in varie maniere sì, e tal mutamento ricevono ne pori,
enel ſito delle lor particelle, che da loro, e dalla diverſità de li ſenſibili
oggetti di fuora la diverſità del comprendera, o fia de'ſenſi,ncll'animna
procede. Quinci ſcorger ſi puore, chei ſenſi ſono quelli, per li quali non
altrimenti, che per le fineſtre liz luce, entrano nell'anima le prime contezze
delle coſe, e da queſte ella poi altre, ed altre contezze col mezo del diſcorſo
tracndo, tratto tratto ſe ne viene ad arricchire; ma come, e dove ſi riſerbino
l'acquiſtato notizie, e come l'anima l'abbia più, o meno pronte, quae do valer
ſe ne vuole, e come per ſe ſteſſe talora all'anima firappreſentino, è
malagevoliſſimo ad inveſtigare; ne queſto propoſito più che tanto appartiene
forſe a noi il fa perlo. Ed al ſentir dell'anima ritornando, lo dico libera
mente, e confeſſo, che i ſenſi nc ſe medelimi, ne l'anima mentir non poſſono
gianmai; inperocchè i ſenſi le im preſſioni degli eſterni ſenſibili oggetti mai
ſempre tali all' anima rappreſentano, quali eſſi appunto le ricevono, fen za
curare, o prenderſi d'altro brigi. Verità, la quale non ſo lo come DE’PERIPATETICI
LE SCUOLE COL MAESTRO ARISTOTELE LIZIO abbiano ofato negare;cocioffiecofachè ſe
nella maniera, la qui Del Sig.Lionardodi Capoa. 151 quale effi fingono andaſſe
la faccenda, ogni fabbrica di no Itro diſcorſo certamente a terra ne verrebbe,
come faggia mente avviſa quellaltilimo filoſofante, e poeta latino:.. Vt in
fabrica ſipravaſt regula prima:“ Normaque fi fallax rectis regionibus exit: Et
libella aliqua fi exparte claudicat hilum: Omniamendose fieri:atque obſtipa
neceſ umft: Prava: cubantia: prona: Supina: atq; obfona tecta Iam ruere ut
quædam videantur velle: ruantq; Prodita judiciis fallacibusomniaprimis. E ſe i
ſenſi mai poteſſero una ſol volta, o ſe, o altri ingão Nare, ſi toglierebbe via
certamente dal mondo ogni con tezza, ogni giudicio, ogni fede; e non per altro
in vero gli antichi Padri della Chieſa così acerbamente ripigliaro no i
filoſofanti d'una sì erronica, e ſciocca dottrina: Re cita Ioannis teftimonium,
dice Tertulliano, quod audivi. mus; quod vidimus oculis noſtris, quod
perfpeximus, ma nus noftræ contrectaverunt de verbo vitè falfa utique teſta
-tio fi oculorum, aurium, et manuum fenfusnatura mer titur. Ma a chi mai
ricorrer ſi dovrebbe per conoſcer, ed ammendare i fallimenti di ciaſcun ſenſo?
ad altro forſe? certamente no; imperocchè dell'uno non meno l'altro ſen ſo farà
ſoſpetto difalſità, e d'errore; ſi chiederà forſe aju to agli altri ſenſi tutti:
manon ſono queſt'altri ancora ſom ſpetti di falſità? o ſia una, o ſieno più le
perſone, che ne deano teſtimonianza, nulla importa,fe di eſſe tutte è dub biofa,
ed incerta la fede. O forſe, come Ariſtotele ſi per Snade, gli errori
de'ſenſiconoſcerà la ragione? ma come potrà cio mai eſſa fare, fe per avvederti
dell'error d'un ſenſo, ad ammendarlo, dineceſſità le fa meſtieri fervirſi
dell'opera d'un'altro ſenſo, e di notizie, e di regole col me. zo de'ſenfi
parimente avvte. A queſte, e ſimili malagevo lezze ponendo mente peravventura
Ariſtotele, ne aven do altro rifugio dice, che ben può la fagione giudicare del
l'error d'un ſenſo colla ſcorta d'un'altro ſenſo, il quale abbia però più ben
fatto, e ſquiſito l'organo; e fi ſerve egli per ciò dimoſtrare dell'eſemplo
dell'anello, il quale mello و IS2 RagionamentoTero meſlo ſenza frámettervi
ſpazio notabile ditempo, or nel l'uno, or nell'altro dito della inano appare al
ſenſo del tatto non uno, ma due eſſer gli anelli; il quale per error del tatto
vien ſecondo lui avvertito, ed ainmendato dalla ragione col cõſeglio del ſenſo
della viſta: l'organo del qua le è più eccellente di quello del tatto. Ma a chi
per Dio un sì fatto riparo vano non ſembra; poichè quancunque l'eccellenza
dell'organo perfetta aſſai, e compiuta ſia, nó ſarà mai valevole ad operare,
che quel ſenſo non men degli alori non vada ingannato. E per valermi del
medeſimo p · lui rapportato eſemplo del ſenſo della viſta, non s'inganna queſti,
SECONDO CHE PORTA OPINIONE IL MEDESIMO ARISTOTELE, ne'colori dell'Iride, e
delcollo della colomba; anzi ſe poteſſero mai i ſenſi ad alcuna forte d'errore
ſoggiacere, fi ritroverebbe per tale, che ben ſottilmente vi badaſſe, affii più
agevolmente ad errare il ſenſo della viſta, che tutt'al tri ſentimentiincorrere.
Ma lo forte mi maraviglio poi, come non avviſaffe ARISTOTELE, che ſoventemente
l'errore del ſenſo, che ha più eccellente l'organo, da un'altro fen fo, di cui
l'organo è aſſaimeno ſquiſito conoſcaſi, e cor reggafi; comeincontrarſuole
nelremo dentro dell'acqua, ove l'organo della viſta dal toccamento vien
ricreduto, e ciò lo dico favellando fecondo i ſuoi medelimi ſentimenti. E alla
fine domáderei ad Ariſtotele, ſe i ſenſi de'quali egli intende doverſi la
ragione ſervire per riprovar altri ſenti menti, ſieno anch'eglino tali, e ſe
tali pur ſono, perchè cglino ancora non potranno eſſer fall? adunque mai potrà
giudicar la ragione appiccata allc lor pruove, c certamen te mal può convincer
perſona di falſità quel Giudice, al quale convenga dineceſſità valerſi di
teſtimoni ſoſpetti. E a ciò riguardando forſe ARISTOTELE CON LA SUA USATA POCA
FERMEZZA IN ALCUN LUOGO DICE, i sensi non potere in modo alcuno errare, cche
ſia debolezza d'intelletto i sensi per la ragione lasciare. Ma quantunque non
poſſano iſenſi, ne ſe, ne altri in gannare, non però di meno poſſono molto bene
allo in telletto, cui propianente il giudicar s'appartiene, effer 1 cagione
d'errore, e d'abbagliamento; ecomechè poffafig avventura l'inganno, o l'errore
ſchivare col non precipi tar coſto,e inconſiderataméte il giudicio, ma
ſoſpedédolo, e ritenédolo finattanto che fiarrivi a quell'evidéza de’sē timenti,
tanto, e tanto celebrata per Epicuro: tutta fia ta,perciocchè ne in
tutticorpi,ne in ciaſcuna particella di quelli, tra per la lor picciolezza, e
per altro impedimento egli non è a'ſenſid'internarſi, e di profondarſi
conceduto, e quando ben loro ciò venga permeſſo, ne men altro egli no
certamente comprender ne potráno ſe non ſecotali im preſſioni ſolaméte,che da
quelliricevono, pchè no già mi ga i corpi, ma qualche operazione ſolamēte
de'corpi vien loro ad eſſer manifefta; ma la ragion poiè quella chedal le varie,
e varie operazioni de'corpi, varie, e varie core alla natura lor pertinenti
imprende ad inveſtigare. Ma pera ciocchè dell'operazioni medeſime, che per li
ſentiinenti s'avviſano, varie, e diverſe eſſer poſſono le cagioni, e nel trarne
argomento vezzoſa talora, e ingannevole loro ſi fa davanti Falfa di verità
ſembianza, e larvä, agevolmente la ragion vi s'inganna, giudicando fallaces
mente,da tale cagione un'effetto naſcere,che da altra cer tamente avviene; e
come già cantò l'Ennio noftro Ita liano: Veramentepiù volte appajon coſe, Che
danno a dubitar falſa matera Per le vere cagion, che ſono afcoſe, così s’alcun
dicelle, che l'oriuolo collo ſtelo, e colmare tello tratti da contrapeſi,e da
ruote,n'additi l'ore del giore no, vero per avventura egli direbbe; ma non mai
potreb be certaméte affermarlo,potendo altri ed altri ſtrumentila medeſimacoſa
operare. Perchè ciaſcun fillogiſmo, che intorno alle coſe naturali
formaſi,probabile ſolamente ef ſer può, non già dimoſtrativo, ſe pur toglier
non nevo gliamo alquanti ben pochi, che da quegli effetti ſi dedu cono, i quali
d'una ſola, e certa cagione poſſono avveni re; ſicome per avventura farebbe il
dire, dover eſſer ne V ceſke ceſſariamente corpo ciò, che gli organi
de'ſentimenti ne muove; concioſliecoſachè la coſa, che muove, a ciò fare è ben
di meſtier, che tocchi; e'l toccamento, ſalvo che da corpo,non ſi può
incontrare: perchè SAGGIAMENTE LUCREZIO: “Tangere, vel tangi, niſi corpus,
nullapoteſt res.” Così ancora, che'l corpo mentre egli è dimenſionato poſſa in
parti parimente dimenſionate eſſer diviſo. Che tra uno, &altro corpo eſſer
nó pofta altro di divario,ſalvo, che nella grandezza, nella figura, nel
moviinento, nel l'eſſer diviſo in parti, o non divifo, e nell'aver le parti ol
tre alle già dette vario il ſito, e l'ordine tra di eflo loro;co ciofliecoſachè
altro di queſto non poffa, ne al corpo, ne al le parti, nelle qualiil corpo ſia
diviſo, avvenire. E però è da dire, la diverſità, che così grande eſſer noi
veggia mone'corpi dell'univerſo, altronde certamente non pro cedere, che dalle
coſe già dette, che'l calore, la freddez za, la ſaldezza, il diſcorrimento,
icolori, ei ſapori tutti, cd altre ſomigliantiqualità, le quali a noi parc, che
nc corpi dell'univerſo ſieno jaltro verainente non ſieno, ſe non ſe,o
l'accennate coſe: ſe veramente elleno ne'corpi ſono: e ſe ſono in noi, cffetti
di quelle, o per me' dire de' corpi per quellemodificati. Maqueiti,e
ſomiglianti argomenti ſon così pochi, e generali, che per lor non ſi può al
vero conoſcimento di quelle particolari cagioni pervenire, ove ſenza fallo, del
12 natural filoſofia il pregio tutto è ripoſto. E ciò sì bene fu conoſciuto al
principe di tutti greci filoſofanti Demo crito, ed a molti ancorde’ſavjantichi,
che perciò in ap portando le cagioni delle naturali apparenze, delle fole
probabili ragioni s'appagavano; e ſaggiamente il Padre de Criſtianifiloſofi
Agoſtino il Santo ebbe a dire:latet ve rit atis quærenda modus; e'l gran Galileo
de GALILEI, che tanto abbiun veduto a’dì noſtri gir dentro alle ſecrete coſe
delle ſcienze, che al parer del dottiſſimo Obbes: Primus aperuitvobis Phyfica
univerſaportamprimam: pur dir ſo leva eſſer pochiuimicoloro, che qualche
particella di filo fofia ſi ſappiano, e Iddio ſolamente ſaperla tutta, eche
quanto più in perfezione monterà la filoſofia, tantomeno merà il novero di
quelle concluſioni, che da quella dimo ſtrar ſi fogliono. E'l celebratiffino
fondator della peripa tetica ſcuola, avvegnachè talvolta d'altro ſentir faccia
veduta, pur tanta forza ha la verità, che gli potè purc al la fine una volta
trar di bocca, e far apertamente confer fare, eſſer la noſtra mente alle coſe
più manifeſte della na tura, qual'occhio di notturno augello a'rai delSole; e
'altrove, che diquelle coſe, che ſono a’noftri ſentimenti naſcoſe allor
baſtevolmente d'aver ragionato penſar dob biamo, quandoſecondo il diritto della
ragione provevol mente, come eller poffino ne ragioniamo. E quel Fio rentin
filoſofo, c poeta fa, che ſecondo il ſentimento del la ſua peripatetica ſcuola
la ſua Bice gli dica, e facciagli a ſapere. dietro a’ſenle Vedi, che la ragion
ha corte l'ali. E innanzi parimente avcagli colei detto: Erra l'opinione
de'mortali Ove chiave di ſenſo non differra. Ma non penſaron mai, licome far
certamente doveano, o pure il naſcoſero, E ALIGHIERI ED ARISTOTELE le
naturalico ſe eller a' ſentimenti, non perla lontananza ſolamente de gli
oggetti, ma per altro ancora vietate, e che noicolsé ſo non già le coſe, ma ciò,
che in noi le coſe operino ſo lamente comprendiamo. Verità aſſai ben penctrata
da quegli antichi ſavj, che diſſero appo Aulo Gellio: (1)om xes omnino res, que
fenfushominum movent são osis, cioè a dire, come egli ſpiega: nibil eje
quicquam quod ex fefe conſtet, ncc quod habeat vim propriam naturam; fed om nia
prorſum ad aliquid referri:taliaque videri effe,qualis fit. eorum ſpecies, dum
videntur: qualiaque apud fenfusnoftros, quopervenerunt creantur,non apud fefe,
unde profeeta sunt. Ma a che più da filoſofi,eda’Poeti mendicar teſtimonian
zein coſa cotanto manifeſta, la qual dalla verità medeſi ma ne fu ſpiegata per
bocca del ſapientiſſimo Re Salamo V 2 (1 ) lib.iLcap.i. ne: 0 m !ne: Omnibus, quæ fiunt fubfole hanc
occupationem pesſimam dedit Deus filiis hominum, ut occuparentur in ea.
Intellexi quod omnium operumDei nullam poffit homo invenire ration nem eorum
quæ fiunt ſubfole, et quanto plus laboraverit ad quærendum tantò minus inveniet.
Etiam fi dixeritſapiens ſe ea noſſe,non poterit reperire. Or qual contezza
dunque aver mai potrà la incdicina intorno alle coſe a ſe appartenenti,ſe
quelle medeſime fo no, ove s'intralcia, e s'inviluppa maggiormente LA FILOSOFIA?
Ne in ciò la medicina, dalla filoſofia è differente, re non fe quella in più
largo campo forſe va ſpaziando, e nel la contemplazion ſolamente, o ſemplice
diſcorſo s'acche ta: e queſta ha per ſuo fine, e berſaglio il porre in opera•
Perchè ſicome la filoſofia, la medicina ancora di pochili me coſe naturali
conoſcer douraſi, e quelle forſe poco, o nulla al medicar ſaranno acconce:
intanto, che non ſap piendole non è gran fatto per huom da curarlene. Ma per
diſcendere in qualche particolarità,e far quãto più ſi pof fa una tal verità
manifeſta: non vi par’egli, o Signori, che alla medicina ſovra tutt'altre cofe
farebbe di meſtierc,che gutte le parti liquidc, e ſalde del corpo umano, e
l'aficio le facoltà, e la natura ne foſſero interamente manifcfte? or dove mai
ne fa ſcorta la coſtruttura dello ſtomaco, degli inteſtini, del fegato, della
milza, delle reni, della veſcica, del pulmone, del cuore, delle glandule, le
quali ſparte per tutto il corpo poco men che innumerabili fono, ele più di effe
di canta picciolezza,che fenza l'ajuto del micro fcopio non ſi poſſon
raffigurare, per tacer d'altre, e d'al tre parti; e quantunque a tal ſegno di
perfezione eller giunta a'dì noſtri veggiamo la notomia, che nulla più:
nientedimeno non ſi è egli potuto, ne men ſi potrà giam mai camminar ſicuro, ne
determinare, ſe non ſe pochiſſi me coſe intorno all'ammirabile magiſtero de'
corpi degli animalized agli uficj,ed alle operazioni delle parti di quel li.Ed
a dir liberaméte il vero, licome avvenir noi parimen te veggiamo, in tutt'altre
partidella filoſofia, e della me dicina dopo tante induſtrie, e fatiche durate,
e dopo tanti ſparti ſudori per cotanti valent’huomini,altro alla firms non ſi è
arrivato a ſapere,ſe non fe altrimente in verità an dar le coſe di quel, che
s'avviſavano, e davano a noia divedere gli antichi; e comechè gliocchi
de’modernino tomiſti dal microcoſpio avvalorati poco men che lincei fie
divenuti, eche eziandio colla ſcorta dell'avveduto Bilſio apparato abbiano a
fchivare alcuni intoppi aʼnotoiniſti de' vivi animali, per l'addietro
inſuperabili; impertanto non poſsono in modoalcuno nelle menomiſfime particelle
pe netrare, le quali ſe non vengono ben ſottilmente avviſa te, e ad unaad una
diligentemente conſiderate, Io non ſo in qual modo ſaper fi pofsa la
fabbricazione,e la coſtruttu ra delle parti maggiori, che ſenza fallo di quelle
compo fte, e formate ſono. Perchè egli avvien ſovente,dover noi in sì fatte
bifogne camminare al bujo, attenendone ſola mente a troppo deboli, e incerte
conghietture, e per cal. laje inviluppate andando. La inalagevolezza inedeſimi,
anzi maggiore vienſi ad incontrar poi negli uficj e nell'o perazioni dieſſe
parti; e quel configlio, che porger ne puote in sì fatte traverſie il vital
notomiſta, fia pur detto con pacedel Valentino, del Paracelſo, c dell'Elmonte,
quantunque grande, ofere ognicredere egli ſi paja, e che torno d'ogni briga
magnificamente ne prometta, fovente ſuole, per la malagevolezza eſtremadella
coſt, ſcarſo, e debole molto riuſcire, e talvolta anche in tutto inutile; il
che da non altro certamente naſce, ſe non ſe dalla troppo fquiſita, e dilicata
finezza del lavorio de ' corpi degli ani mali. Ma della fabbrica del cervello
cotanto intralciata,e ma ravigliofa, Dio buono, che han potuto giammai, o gli
an richi, oimoderni Notomiſti di certo raccorre? non è ſta ta egli ogni lor
fatica inutil ſempre,e vana, facendovi ma la pruova la loro induſtria, e’l loro
ſtudio? Egli ſono le fi bre, che'lcervello compongono, così minute, e ſpeſſe, e
ſottili, e sì la for teſſitura, e reticulazione è dilicata, e la lor ſoſtanza
molle, che a volerle ben partire fenza riſchio di romperle, o di perderle,
inalagevole anzi impoſſibile: ogni impreſa rieſce. E sì, e tanto egli è ſpinoſa,
ed intri cata, che'l gran Renato delle Carte reſtādovici anche egli tutto
inviluppato, e preſo, ragionevolméte quell' huom, ch'egli compoſe per molti
valenc'huomini vēne propiamé te idcale, e ſuo luomo appellato. Ma ſe tanto
avvien del. le parti grandi del corpo perciaſcun vedute, che farà cgli da dir
poi delle picciole, inolte, e inolte delle quali ha forſe la natura a
nobiliffmi uficj, ed operazioni deputate? eci ha alcune di eſſe parti cotanto
menome, e ſottili, che non ha mano cosìſcaltra, ed avveduta, che poſſa ſperar
di venire a capo di dividerle co'l ferro giammai. E altre vi fono più ſottili
aſſaile quali appena per la lor sóma piccio lezza ſi poſſono col più fino,
eſottile microſcopio ravvi fare; E di queſte ancora vi ſono altreminori, e
quaſime nomillime linee, nelle quali inutile ſi prova ogni arte, vano ogni
ſtrumento per ravviſarle. Ma chi mai potrà le particelle del ſangue darne piena
mente ad intendere, le quali ogni chimico ritrovamento per farne notomia
vincono? Chiquelle del ſugo nutritivo, della linfa, del licor pancreatico,
dell'orina,del fiele,del la mucilaggine, che veſte le membrane, detta dal
Paracel. ſo finovia, e d'altre, e d'altre diſcorrenti ſoſtáze del cor po delle
qualiinfin’ad ora nulla ſe ne fa, ne ſe ne potrà giammai per avventura per huom
ſapere, comechè ſcorto, e diligente nel meſtier del far notomie egli fia. E chi
finalmente aggiugnerà a capire, ſe non ſe per in certe, e fallabili
conghietture, o la grandezza, o la figu ra, o'l lito, o'l movimento di quegli
inviſibili corpicciuoli, che ogni inenoma particella delle falde, e delle
liquide parti del corpo dell'animale compongovo? E ſe ciò all'u mano ingegno è
naſcoſo, come potrà egli mai paſſar oltre a-ſpiarne le facoltà, gli uficj, e
l'operazioni, e tute'altre biſogne, che di neceſſità all'economia degli animali
s'ap. partengono. E come ravviſar mai potrafli, da chi, ed in qual manie ra
s'ingencri il Chilo, e comc, e per chi a cambiar ſi ven ga in ſangue, e coine
il ſangue ad ogni ora in tante, e tante maniere ſi muova, e mai ſempre caldo ſe
ne ſtea, e ten ga in vita i membri tutti dell'animale, e come ſi faccia il
ſenſo, e'l moto: e cante, e tante altre operazioni,le quali non ſappiêdoſi, ne
men certamente conoſcer fi potrebbono gli ſtravolgimēti di eſſe,cioè a dire le malattie
e queſte igno rādoſi,come poi ſi potranritrovar certieſicuri argomenti da
riſanarle? Ma per darvi anco qualche ſaggio dell'incer rezza degli
antivedimenti de'medici, ſe non ſi fa, ne può ſaperſi giammai coſa, che certa,
e ſicura ſia dell'orina, e de polli,chi può indovinarmai, per Dio, non che
ſalda mente ſapere, tutte quelle cagioni, per le quali eglino, malimamente
ipolli, anche in un momento ſpeſſo ſpeſſo variando, così ſtranamente ſi cambjno?
che direm poi de gli altri ſegnali della medicina, onde argomentar parimé. te
ſogliono imedici le malattie, e le cagioni di eſſe non meno de’polſi, e
dell'orina, anzi aſſai più di queſti talora incerti, e fallaci? Certamente non
mai potrà compren derſi perloro la qualità del inalore, e la cagione argomé
tare. Ed ebbero ſenz'altro il torto di sì fatti ſegnali cotá to millantare i
greci maeſtri, ſpezialmente Galieno, come ſi può ſcorgere, per tacer d'altre
ſue opere, in quellibro, ch'egli a Poftumo intorno a tal materia ne ſcriſſe;
che lo per me credo, che quelle, che a forec loro ne riuſcirono, certamēte
colcarbon bianco ſi ſarebbon potute ſegnare. De'cibi, e de’medicainenti, e
delle loro facoltà, e valore nulla certamentenemen potrà ſaperſi, nonſolo per
defimi, ma per quel, che poſſano nel corpo umano opera re. E comechè i Chimici
più che tutt'altri d'aver delle già dette coſe più pieno conoſcimento
giuſtamente vantar potrebbono; pure quel che ne fanno riſpetto a quel che
rimarrebbea fapere è poco, anzi nulla. E ſon di vantag gio tutte le pruove non
altro, che probabili, e poco ſalde conghietture; perciocchè, non ſolamente
imcitrui(liami pur lecito al preſente uſar termini dell'arte ) ma l'aria an
cora, e'l fuoco, e ivaſi, e tutt'altri ſtrumenti, che vi s'a doperano,
ragionevolmente d'errore, e d'inganno pofſon render ſoſpetta ognilor più
diligente, e accorta notomia, ſe me 1 con ne ſeco conmeſcola per entro a'corpi,
che ſi dividono qualche lor particella, che magagni, emuti la lor compleſſione
i E mallimamente l'aria, in cui tanti,e sì diverſi corpicciuo li diſcorrono; i
quali dalla terra, e anche altronde melli fuora, e infra quelle monome
particelle del corpo diviſo per avventura meſcolandoſi, agevolmente le potranno
in altre cambiare. E'l fuoco d'altra parte introducendovial cune di quelle
particelle, licvi, e ſottili, che rubate ad altri corpi ſuol con leco
ſempreportare; o pur portando per li pori del vaſo le medelime particelle
delcor po del quale ſi fa notomia, e maſsimamente le più nobili, ele più
operative, che in eſſo dimorano: comechè la boca ca del vaſo ſia bene, e come
dicono, ermeticainente turata; o purcolla ſua forza nel digeſtire, e nel
formentare, e nel lo ſceverare,ch'egli fà le particelle del corpo, del qual li
fa notomia, diſponendo altramente quelle, e altramente meſcolandole, e dando
lor movimento, per nulla dirdel. la grandezza, e della figura loro per eſſo
diverſamente cambiate. Perchè fe tante, e tante cagioni poſſono alla fotomia
delle coſe intervenire,come potrà egli mai ilChi mico notomiſta co'ſuoi
argomenti vantuti dipienamente, conoſcerle: Anzi tanto egli ne ſaprà meno,
quanto mag giormente faticandovil'havrà guaſte, e ſconce. Adunque ſe vaniancora,
e infruttuoſigli avviſi, e gli argomēti de'più intimifamigliaridella natura ci
rieſcono; e ſe nulla approda la più diligente, e ſottil notomia delle coſe a
ſpogliar dalle dubbietà, e dalle incertezze la noſtra Medicina: Io per mè non
ſaprei qual conſiglio prender mi dovessi a dichiarirla dalle sue nubi. Ne è da
tralasciare a questo proposito quanto agio s’a veſler presso i filosofi dall’incertezze
sull’uomo a ragionar sovente, e piatir nelle scuole or d’una or d’altra parte,
più per vaghezza d’ingegno che per amor della verità, difendendo tutte
opinioni, ed ove lor concio viene, giudicando non altrimenti che quel sottilissimo
filosofante Pittagora face a veder della filosofia de omni re pervalermi delle
parole di Seneca “sin utramque partem disputari pole ex aquo”. Perchè non è da
maravigliare, se DICANILIO EGEO, prendendo a difender cento contrarie opinioni
in altrettanti capi partite, da a diveder manifestamente l'incertezza di cotal
arte. 1. Egualmente dal padre e dalla madre si inandi fuora il seme a ingenerar
gl’animali. 2. Non d’ambedue si mandi. 3. Il seme si mandi da TUTTO’L CORPO. 4.
I testicoli solamente v’hanno parte. 5. Il cibo nello stomaco per opera del
calor si smaltisca. 6 no. 7 iò sia per lo suo sfacimento e stritolamento. 8 no.
Il capo V che sia dal nativo spirital calore. Il capo VB, che no. Il capo VI che
per lo corrompimento del cibo sia. Il capo VIB, che no. Il capo VII che avvegna
per propietà de' ſughi. Il capo VIIB, che no. Il capo VIII che il calor natio a
qualità s'appartegna. Il capo VIIIB che no. Il capo IX che per lo calore
avvegna la digestione de'cibi. Il capo IXB, che no. Il capo X che la
diſtribuzion de'cibi lia per attraimento di calore. Il XB che no. Il capo XI: dagli
spiriti la digestion si fa. Il XIB che no. Il XII: per opera dell'arterie si
digestisca XIIB: no. XIII: ciò sia per mancamento a vuoto accompagnato. XIIIB: non
per ogni mancamento eglilia. XIV: il glauco degl’occhi per mancanza d'alimento
al condotto visivo s’ingeneri. XIVB: no. XV: quel nasca per discorrimento di sangue
nelcondotto visivo. XVB: no. XVI: dalla graſſezza degl’umori e dalla esalazione
si faccian gli’occhi glauchi. XVIB: no. XVII: La frenesia dal distendimento
delle membrane del cerebro e dal corrompimento del sangue si cagioni. XVIIB: no.
XVIII: Per soverchianza di calore ella non avvegna. XVIIIB: no. XIX: Per infiammagione
ella sia. XIXB: no. XX: da infiammagione si cagioni il lecargo. XXB: no. XXI: Per
distendimento e per corruzione egli sia. XXIB: Non già per soverchianza, ma per
la qualità dell'esalazione avvegna. XXII: La fames e la feresia di tutto il
corpo. XXIIB: Dallo stomaco solamente provenga. XXIIC: sia sol nel pensiero e
nell'immaginazione. XXIII: La sete per disseccamento s’accenda. XXIIB: no. XIII:
Nello stomaco due diverse operazioni si facciano. XXIIIB: no. XXIV: dalla
pellicella dentro dal cerebro traggano il lor principio i nervi. XXIVB: Lo
traggan da quella di fuora.e parganti medicine operino XXV: per lo corpo spargendosi.
XXVB: Colloro scorrimento solamente, senza spargerſi vuotino. XXVI: usarsieno
purganti medica nienti. XXVIB: no. XXVIC: Da ſegnar sia. XXVIC: no. XXVD: sia
da dare a febbricoli il vino. XXVE: no. XXVI: Ad operar debbano il bagno. XXVIB:
no. XXVII: Nell' accrescimento de’nrali sia da far il cristeo agl'infermi. XXVIIB:
no. XXVII: In su’l principio delle malattie fan da usar le unzioni. XXVIIB: no.
XXVIII: Nella testa possano ad operarsi i cataplasmi. XXVIIIB: no; ma solamente
vi li debbano porre cose odorifere. XXIX: Esser giovevoli quelle cose che
muovono a vomito. XXIXB: no. XXX: Dal cuor si dirami al corpo il sangue. XXXB: no.
XXXI: Gli spiriti dal cuor si mandiitos ne dall'arterie sien tratti. XXXIB: no.
XXXII: Da per se il cuor si muova. XXXIII: no. XXXIVA: L’arterie per lor natura
sieno stanza del sangue. XXXVB: no. XXXVI: tutti i vali che soprastano, e
gonfiano, sono semplici. XXXVIB: i ricettacoli sieno in voglie in tessure. XXXVII:
Per mezzo de’ nervi facciali il sentimiento, el moto. XXXVIIB: no. XXXVIII: Il cuor
e principio delle vene. XXXVIIIB: no. XXXVIIIC: E il fegato. XXXVIIID: no. E: il
ventricolo. F: no. XXXIX Tutti i ricetacoli si diramino dalle pellicelle che vestono
il cerebro. XXXIXB: no. 90: Il pulmore e principio dell'arterie. 91: no. 92: L’arteria,
la quale sta presso alla spina, sia di tutt'altre arterie capo. 93: no. 94: dal
cuor nasceno tutte l’arterie. 95: no. 96: dalla membrana del cerebro traggano i
nervi origine, non già dal cuore. 97: no. 98: non nel cuore, ma nella testa la
potenza ittellettuale dimori. 99: nel cuore. 100: nel ventricino del cerebro
ella sia. Ma di cotante rivolture e mutamenti d'opinioni e di sentimenti
certamente Dicanilio Egeo non è da maravigliare, se tanto forse ancor fa Galieno
medesimo, ove in concio gli fosse venuto. E di ciò Galieno stesso ne’ suoi
libri si va millantando sommamente di poter improvviso ci alcuna serta de’ medici
de' suoi tempi a buona ragion difendere. Perchè se dir non vogliamo, esser egli
stato Galieno un riottoso giuntatore, o berlingatore sofista, che co’ suoi fisicoſi
aggiramenti per diritto, e a torto il tutto a difender togliendo, uccellar
n'avesse voluto, convien di necessità affermare, ciascuna setta de’ suoi tempi
anche secondo il sentimento di lui essere stata igualmente ragionevole; e conseguentemente
a niuna certezza esser la filosofia appoggiata. Eccme chè Galieno ciò
dimenticando vanti sovente di poter far pruova de’ suoi detti, avendo sé pre in
lor concio nuove dimostrazioni. Non però di meno X 2 (il ci ta, 7 il dirò pur
con buonapace di lui) le sue millanterie row vente fogliono in vanissimo vento
riuscire. Anzi Galieno medesimo dimentendosi talvolta, e in più luoghi contastan
dosi, ne fà della sua bessaggine, e della sua poca fermezza avvedere. Quid enim,
dice di lui stizzosamente gridando il Giuberti, quid enim in Galeni scriptis
frequentiusoc currit, quam ipsum plerumque videre, quod alibi multis rationibus
fuerai demolitus, id constantssime afferere? ERi nieri de' Solenandriz non men
del Giuberti della dottrina di Galieno intendentissimo, così parimente avvisollo.
Galenus, quiuberrimo ingenio fuit, ca oratione liberali ferè prodigus,
innumeros propem conscripsit libros: in quibus rerum et dogmatum multitudine
plurima sunt discrepantia, nec fo bi ipsis consentientia; quasi quis attentem
cum judicio legit, fi quis diligenter in unum colligit, ingens chaos agnoscit.
Ma lo dirò di vantaggio (il che non mi sarebbe per avventura peralcun creduto, se
con l'autorità del medeſimo Galieno io non gliene facelli certa, e ben falda
pruova) che se ancor la filosofia fosse dattanto, che a saper dicer to molte, e
molte di quelle cose aggiugnesse, le quali per addietro dicemmo esser di quelle,
che in quistion cadono tutto'l giorno, e più altre assai: ne meno alla sicura
nell’operar sarebbe; abbisognado a tale effetto, secondo Galieno, che molto
bene in prima la propria natura, e complexione di colui si conoscesse, il quale
sarebbe da filosofare. il che ſecondo, che egli medesimo apertamente confessa,
non si può per partito alcuno bastevolmente giammairav viſare, Ma se sì poco da
noi in filosofia per la sua dubbiezza è da avere a capitale la ragione, non
però dimeno e'non creda alcuno, che sicura ne fia la sperienza. Anzi per
maggiormente incerta, e dubbiosa più avanti per noi sarà mo Itrata. Perchè seguiranne
poi sicuramente, che non purla sagione dalla sperienza accompagnata, valevol sia
a render certa, elicura la medicina; concioffieco fachè verisimile a verisimile
accozzando; e no certo a non certo, e per lunghi argomentise pruove che vi si
aggiugono, non potrà mai, che I certa, e incontratabil fia, ſicuramente
riſorgerne. Magià ſi è per queſte, e per altre coſe addietro diviſa te veduto a
baſtanza, e con quanta diligenza per noi li è potuto la varietà delle ſette
della medicina, e le diverſe; e ſoventi fiate contrarie inaniere del medicare,
e la varieră dell'opinioni, che fra’mnedicanti di tempo in tempo ſono venute in
sù, non da altro, che dalla grandiſſima incertez za dell'arte pervenire; egli
forza fit, ch'al preſente fati gi per noi ſi duri in eſatninar le letto della
medicina come già proponemmo, ed intorno a quelle i noſtri fenti menti ſpiegare;
quantunque a chi attentamente voleſse alle parole, che fino adora di tutta la
medicina breveme te abbiam fitto, riguardare, non farebbe forſe meſtieri più
diſtintamente diviſargliene, potendoſi ognuno a ſuffi cienza accorgere, ſe
giammai un'arte così dubbiola, in coſtante, ed incerta poſſa avere in ſe
dottrina, o principi tali, che su vi poſſa huom porrealcuno ſtabile fondamen to,
e ſicuro. Ma per dar cominciainento dalla volgare Empirica, chiamata imperfetta,
è ella certamente la più copioſa, c abbondevol di ſeguaci, che tutt'altre
ſchieredi medicina unite inſieme, e rannodate fi vantino giamnsai d'arrollare;
infanto, che dir potrei, come ad altro pro polito il noſtro lirico, Non ba
tanti animili il far fra l'onde, Ne lafsio fupra'lcerchio de la lung Vide mai
tante ſtelle alcuna notte, Ne tanti augeili albergan per ti boſchi, Ne
tant’erbe ebbe maicampo,nepiaggia. Onde ebbe ragionevol cagion di dubitare
colui, ſe più coſtoro ſi foſſero, o l'infinita ſchiera degli ſciocchi; ne ba fa
tutti interamente a comprendere quel volgar diſtico, Fingitfemedicumquiſquis
idiota profanus, Iudæus.... hiſtrio, rafor, anns. E ben diſſe il Carlectone:
Medicos ſe fingunt quoque Rizo tomi, Seplaſarii, fordidi Balneatores, triobolares
Phleboto matores,fpurcidici Lenones, indo&tiparochiaram Sacrificuli,
favella egli de’miniſtri della falla ſciſmatica Chieſa In 1 3 ghileſe, de'quali
fa parole altresì, e forte ſi duole il Pri meroſio ) Chymiſte carboniperdes,
audaculi Edentato res, impudentiſſimi V romantes, veteratores Fatidici, lj
bidinoja obſtetrices 231Sádes, a pre cæteris omnibus perfi da illa,
ingratifimaque impoſtorum gens, Pharmacopo le; qui ſuntin Rep. agrorum
pernicies,reimedicècalamitas, et Libitin et præſides. Che più, fe toccar quaſi
co’mani l'innuincrabil torina di sì farti medici al Duca Nicolò da Ferrara il
motteggevol Gonnella, allor, che nel novero di coloro, oltre allamaggiorparte
della Città, il medeſimo Duca arrollando ripole; ed egli era così celebre, e
ftima to tanto in quella Città la volgare Empirica, che molti, e molti
de'Razionali inedici oltreinodo godeano di militar ſotto le ſue inſegne. Maper
Ferrara medicando quanti Veggo andar io, che barbagianni funo Ridicoli,
ineſperti, ed ignoranti: Che non ftudiar d10 anni, fur a ſuono Digran campana
alzati al dottorato Per amicizia o per promeſſo dono: Che ne ARISTOTELE
mailejer,ne Plato, Ne Avicenna, o Galien, ma due ricette, E le regole appena
del Donato. Ma ciò permio avviſo, non altronde certamentewviene, che da una tal
naturale inchinazione, che ſempremai inver la medicina par che tuttiegualmente
abbiamo, e del co prender quanto quella ne abbia ad ogn’or luogo tra per noi
medeſimi, e per gli amici, e per tutt'altre perſone del mondo. E perciocchè ad
interamente apprenderla, e ado perarla, qual veramente fi conviene, di
grandiflima fiti ca, e di ſudore non ordinarione fa meſtiere, ciaſcuno, co me
il meglio puote malmenandola, ed abborrandola, in pochi giorni l'appara, e
ſenza troppo diſagio la mette iz opera. E in vero cotalforte di medicina è
molto agevole a imprendere, e ſovente dinon poco pregio, eguadagno Suol eller
cagione; perchè parecchj diigraziati,cuile robe o per nanfragj, o per
fallimenti mancarono, o a giuochi, 4 o dietro a feminine diinondo, o nelle
follie dell'Alchimia vanainente fcialacquaronle, ſtenchi alla fine,eigannati ri
courar ſoyére al ſicuro porto d'una tal medicina ſi veggo no. Ed ora mi
ſovviene di quel gran miniſtro di ſtato, il quale avédo perduti có la grazia
del ſuo Principe ache tut ti gli avanzi delle ſue miſere fortune, diedeli
ultimamente lo Igraziato a compor ballotte da medicina, e ſpacciarles a
prezzo,qual vilisſimo pancacciere, ſoſtentando così l'in felice ſua vecchiaja.
Ma non fa meſtier, che intorno a coſtoro lo troppa brin ga mi prenda in
manifeſtar le lor beſsaggini, e i loro erro ri; che purtroppo chiaramente per
ciaicun ti conoſce quanto eglino ſempremai ciecamente medichino, ed ari fchio,
ed a ventura; non ſappiendo talora ne men groſsa mente, econfuſamente i ſegnali
delle inalacrie, non che la natura di quelle; perchè convien poi loro nel
diviſare, e adoperarc i medicamenti andar ſempre atatone, con af pettarne,
timoroli, gli avvenimenti. Maggior fatica fen za fallo rimane in dar giudicio
della perfetta Einpirica; la qual per le ſue regolate maniere di adoperare,
nelle qualianifeftamente ſi ſcorge aver qualche ſcintilluzza di ragione,puofſi
in certo inodło covenevolmente Razionale Empirica chiamare; conciolliecoſachè
la perfetta Empi rica inedicina ſopra uma falrima baſe aver ſembri le ſue
fondamenta, che è la fperienza, non folamente per la baſ. fa gente, ma per
gl’ifteli medici raziunali cotanto ſtimata, e a capital tenuta: che apertamente
talora, e in ifcritto, e in voce una delle due colonne della medicina chiamarla
fogliono; eſſendo l'altra, fecondo lor ſentimenti la ragio ne. Anzi huomini
chiarillimi diqueſta medeſima ſembra glia de'Razionali cotáto agli Empirici
nemica (tra’quali fur ERACLIDE DA TARANTO medico e filosofo di sì gran sapere,
e così nell'arte eſercitato, che agevolmente e' li puotè ad ogni più eccellére
medico greco paragonare) abbadonādo la lor fetta Razionale e laſciate affatto
le ragioni alla fola sperienza degliEmpirici ricoverati alla fine ſi
rifuggirono;ed altri comechè perſeverino nella ſetta de’ razionali, pur ma
niſeſtanente confeilano eſſer ſoventi volte da antiporre la sperienza alla
ragione; e dicono, che ove d'una parte la ragione, e d'altra la ſperienza il
contrario ne perſuadono, che allora il medico laſciar debba affatto la ragione,
e la ſperienza ſolamente ſeguire. Ed infra filosofi di grido ARISTOTELE
apertamente confeffa, all'arti tutte aſſai più di con cio, e d’utile la sperienza
recare, che la ragione, e che'l medico maggiorinente in pregio ſormonti nel far
pruova continuo degl’ammalati, che con beccarſi tutto giorno il cervello
ne’libri. E quel scrittore, che col ſuo acu tilimo intendimento ſi ſeppe così
addentro innoltrare ne gli affari del mondo, avvisa, la medicina non eller
altro, che sperienza fatta dagl’antichi medici, fopra la quale fosi dano i
medici preſenti i loro giudicj; ma prima dilui avea detto Quintiliano, medicina
ex observatione salubrium, atq; his contrariorum reperta est, et ut quibufdam
placet,tota co hat experimentis; nondimeno l'Empirica medicina, non che abbia
giammai nulla di certo, anzi ſoventi volte in graviffimi errori traſcorrer ſuole,
laſciandoſi oltre al dove. re alla ſola ſperienza ciecanente guidare; la qual
come Ippocrate grandiffimo ſperimentatore avviſa, ſovente è fallace,e vana. E
in vero ſe la ſperienza è ricordo di quel le coſe,le quali più d'una volta
ſtate ſono oſſervate, chi oſerà mai certamente affermare, che ciò che più volte
av venne, debba poi altre, cd altre volte ſomigliantemente avvenire? Certamente
niuno, ſe non colui ſolamente, che inveſtigatane la cagione, onde quelle volte
già que gli effetti avvennero,delle ſeguenti riuſcite ragionevoli ar gométi
potrà cavarc; delle quali cagioni, ſe le medeſime ſaranno, certamente nc
ſeguiranno i medeſimi effetti, ma ſe peravventura non ſaran deffe,o quanto
diverſi,e varjef. ferti uſcir ne potranno; ſenzachè la medeſima cagione per la
diverſità delle molte circoſtanze, che l'accompagnano, non ſempre ſuole i
inedeſimi effetti produrre, ina diver ſi, ſecondo la diverſità delle perſone,
de'luoghi, c d'altre coſe, che vi concorrono, Alche ficome in tutte ſcienze è
ſommainente da riguardare, così non è da traſcurar punto in medicina: nella
quale avviſaſi a giornate, noul ſempre i medeſimi mali dallemedeſime cagioni
avvenire: non ſempre congiurar le medeſime circoſtanze in mante ner le
medeſimemalattie: e finalmente non ſempre que, mali, che i medefimi eſſer
ſembrano, effer veramente ta li, quali ſi pajano; concioſliecoſachè i ſegni
tutti e gli in dizj, pe'qualicomprender ſi poſſono,ingannevoliſovente, e
fallaci fieno, facendo veduta d'eſſer manifeſtamented un male, il qual poi
tutt'altro ſarà di quel, che noi alla prima faccia argomentiamo. Ma ne meno
giudicar puoſ, fi con piena certezza, ſe ſia ſtata opera del medicamento il
migliorare,e'l guarirc dello infermo; imperciocchè tal volta dalla ſola natura
del malato, o del male ſuole ava venire; ed altri pur follemente immaginerà,
eſſere dal ſuo medicamento ſolamente ſeguito. E allora più mala gevol ciò, e
intralciato ſi rende, quando all'ammalato più d'un rimedio ſi porge; perciocchè
allora non può age. volmente imbroccarſi, qual di que’tanti medicamenti ab bia
per avventura all'inferno approdato. Ma tacciaſi al preſente di ciò, che di
leggier forſe po trebbeſi ſchivare, comealtresì è da tacer della credenza, la
qual ſenza manifeſto riſchio d'errore non ſi può piena mente alle ſtorie degli
ſcrittori preſtare: coſa la qual già tanto contra gli Empirici rimproverarſuole
Galieno. Ne meno faticheremo in dir cola alcuna intorno al paſſag gio, che da
parte a parte far fogliono gli Empirici, e dal la ben compoſta analogia di male
in male; che ben ciaſ cuno a prim'occhio potrà agevolmente comprendere,quã. to
ftrabocchevole, e inviluppata ſia la lor dottrina, e d'e videntiſſimi riſchj
tutta ripiena. Manon fia forſe fuor di propoſito il rapportare al preſente ciò
che della ſperienza un graviſſimo autore, e più, che altri per avventura in
quella eſercitato ne manifeſta dicendo,eſſer la ſperienza in man del medico,
non altrimenti, che il cuor di bella donna in mano di fido amante; il quale,
quádo più immagi na di tenerlo ſtretto allora quello in altrui inani ſe n'è vo
lato. Verità anchemolto ben conoſciuta all'avvedutiſſi. Y moje 170 Ragionamento
Terzo mo, e faviſſimo ſperimentator de’noftri tempi Franceſco Redi; il quale
ſcrive trovargiornalmente, che le ſperien ze più malagevoli, e più fallaci lien
quelle, le quali intor no alle coſe medicinali fi fanno. Ma volete voi, ch'lo
brievemente vidia a diyedere quanto vana, e fallace ſia nella medicina la
ſperienza? Ella non ha mai potuto ne pur una delle famoſe quiſtioni appianare,
che mai ſempre le penne de'medici tengono affaticate. Ma riguardando i maeſtri,
e fondacori della Metodica medicina all'incertezza dell'Empirica: e d'altra
parte av viſando quanto la Razionale in ſu le fanfaluche degli ar gomenti, e
delle ſofiſticherie vanamente s'aggiri: vollero ſolamente a certe poche coſe
veriffime, e manifeſte del tutto appiccarfi, e quivi l'arte tutta della lor
medicina piantare. Eglino a due foli generi i mali tutti del mondo riſtringono:
uno de'quali diſcorrente, e l'altro ſtretto chiamano. Naſce il diſcorrente
allora, quando i pori del corpo fon ſoverchiamente allargati, e fatti maggiori
aſſai di quelli, che in prima erano; o quando altri nuovamen te accreſciuti
glie ne ſono; e lo ſtretto allo incontro è quż do le parti oleremodo ſtrette
infra loro, e congiunte lì ſo no, perchètalora, o più abbondevolmente, o più di
ra do li vuota il corpo. Quinci eglino due forme di manife fti indizj di ciò,
che far li dee argomentar fogliono: una di ſtrignere, ed una di allargare: e
queſte chiaman comu nità curative, e quelle paſſive; aggiugnendovi di vantag
gio le comunità temporali, cioè a dire il principio, l'avā zamento, il vigore,
e lo ſcemo della malattia. E percioc chè il male talvolta d'amendue le prime
comunità con polto effer ſoglia, cioè diſcorrente inſieme, e ſtretto: vo gliono
allora i metodici, doverſi la cura alla maggiore, e più ragguardevol parte
ſolamente indirizzare. E tanto baſtial preſente aver de’loro principj accennato;
chi più addentro ne vuol ſpiare,leggane più diſtintamente in Ga lieno, e
Proſpero Alpini, il qualcon lunga fatica accolſe inſieme, e ragunò tutti gli
avanzi dell'antica Metodica medicina, e di difender quella con cutta forza
oſtinata medite i senza troppa mente ſi ſtudia; ma non puote però per fatica,
che v'ado: peri far sì,che non rieſca malagevoltroppo,ed intralcia to a'
curioſi l'apprenderne intera la dottrina; concioſie coſachè alcune coſe, poco
forſe bene, e fedelmente egli rapporti; ed in altre faccia meſtiere andar pur
tentone, ed alla cieca. Ma lo quanto è a me, voglio al preſente più di Galie no
medeſimo eſſer liberale a'Signori Metodici, e conce der loro di vantaggio
molte, emolte di quelle coſe, che fatica durare, agevolmente negar loro po trei.
Sien pure, com'eglino s'avviſano, le comunità cut te manifeſte, e piane, e a
quelle nulla mai oppor ſi poſſa: or come, e in qual modo baſterà ciò ſapere per
prender aº mali conſiglio, ſenza più oltre ricercare argomenti a ciò opportuniz
ma eglino nel medicare ſi laſcian pure allora ciecamente trarre alla ſperienza;
adunque eglino anco ra in ſembraglia de’Razionali, e degli Empirici andando
alla ventura, e facendo argomento dall' incertezza degli avvenimenti,
manifeſtamente talora inceſpando traripa no. Ma ciò traſandando,ſia pur da
curar malattia di ſtret tezza, come di poftema, o d'altro ſomigliante malore,
che di allargamento abbia biſogno: manifeſta coſa è,che la materia ingozzata, e
rattenuta in qualche luogo della perſona;cotal ſtrettezza cagioni; ed acciocchè
poſſa li beramente far punta, ed uſcir fuora, conviene in primas, che la
durezza liſciolga, ed ammolliſca: ed altro s'impré da con argomenti a ciò fare
valevoli, et opportuni. Or come potrà mai ciò ſeguirc, ſe non ſi ravvili in
prima, di qual natura ſia la materia indurata, acciocchè poi libera mente il
ſuo vero, ed acconcio rimedio trovare, ed adato tar viſi poſſa: O forſe ciò,
che ſcioglie una ſoſtanza,co sì ſomigliantemente tutt'altre ſcioglier puote?
anzi talora in contrario da quello indurar le veggiamo, Limus, ut hic durefcit,
bæc ut cera liquefcit V no, eodemque igne: Ed ecco brievemente abbattuta a
terra l'evidenza de Metodici; ecco, che pur convien loro entro i confini de? 1
1 Y 2 Razionali medici alla fine ricoverare. Ne più intorno alla lor dottrina
impiegherovvial preſente parola. Ma delle ſchiere Razionali degli antichi Greci
così ſcarſe rimaſe ſono appreflo noile memorie, che non v'ha luogo alcuno di
diviſarne, non che d'abburattarle, o per avventura riprovarle; anzi ne men
ſaper certamente por ſiamo, chi mai ſtato fi foſle il primiero tra'Greci, cui
foſ ſe venuto fatto di dar principio alla Razional medicina, e ciò chealtrove
andato ſe n'è per noi ricercando, non li è potuto ancora così rinvenire, che
foſſe valevole a to gliere ogni dubbietà. Ma non è egli però da porre in for ſe,
ove ſottilmente la coſa ſia riguardata, che la Razional medicina da tempi aſſai
più lõtani di quel, che per avven tura comunemente s'eſtima, tragga la ſua
origine; e forſe forſe ella è sì antica, che non pur ne convien dire, ch'af fai
prima della volgare Empirica ella naſceffe, ma chel Empirica volgare ſia della
Razionale, anzi, che no giove nil parto, e creatura;la qual coſa in sì fatta
guiſa leggier mente noitoccheremo. Quelle coſe onde diſcacciar ſi ſogliono
talora da' corpi le malattie, e che rimedj comunemente ſi chiamano, con vien
dineceſſità, che tutte da ſe ſteſſo l'huomo le im prenda (non avendo altri
ch'inſegnar gliele poſſa ) natu ralmente, da alquante poche in fuora ſi alla
medicina non fanno, le quali gli vengono da' bruti animali dimoſtre; ma può
tali medicamenti l'huomo ap prendere, o a caſo in effi abbattendoſi; o col
diſcorſo in veſtigandogli. E concioffiecoſachèrariſien quei rimedi, che a caſo
ritrovar ſi poſſano; nc ſembri veriſimil punto, che le tante erbe, e radici,
onde negli antichiſſimi tempi, non pur le ferite, ma gl'interni malori altresì
medicavan ſi, veniſſero a ſorte lor conoſciute; rimane adunque, che per la più
parte dalla ragione i medicamêti ftati fieno ſco verti. Ma come que'primi rozzi
huomini per queſta via aveſſero potuto rinvenir le sì varie virtù de'medicamen
ti, non è coſa molto malagevole per avventura ad inveſti gare,ſopratutto cui
voglia pormente a'bruti, e andar mi > che nulla qua nutamente ſpiando come
tutto di s'adoperino in ritrovar le medicine perloro malattie. I brutistutto
che d'anima ragionevole privi, pur nondimeno oltre a' ſenſi, ſi trova no di
tutto ciò, che a lor fa meſtiere a comprendere le; coſe neceſſarie al proprio
mantenimento, baſtantemente provveduti,anziabbondevolmente dalla larga, e prodi
ga mano della natura arricchiti. Vengono talora agli animali le medicine dal
caſo di moſtre, comedel Dittamo, erba crinita, e di purpureo fiore, avvenir
ſuole, eſca oltremnodo gradita, e foave al palato delle capre; onde ſoventi
fiate ſavoroſamente la paſcono; e ravviſando elleno, che ſe mai ferite vengano
da' cacciatori dopo haverla poc'anzi paſciuta,dalla fe. rita, allora Volontario
per fe loftralſe'n eſce, ſi riſtagna di preſente il ſangue, e ractamente ſe ne
fugge il dolore: ad ogni ora poi,che ferite ſi ſentono, a paſcerlo frettoloſe
ſe ne corrono; e per queſta da noi menzionata ſtrada, e non già per quella del
ſognato, e favoloſo iſtin > to,. maſtra natura alle montane Capre ne inſegna
la virtù celata Qualor vengon percole, e lor rimane Nel fianco affilala faetta
alata; e a queſto medeſimo modo fors'anche addottrinati De la Scimmia il Leon
languente, ed egro Avidamente cerca il feropaſto; E beve il Pardo de la Capra
il ſangue, Epafcei ramofcei d'oliva il Cervo; perocchè eſſendone cibati a caſo,
allora, che infermi fi ritrovavano, giovevoli aſsai ſperimentarongli: E ſomi
gliantemente altresì La teſtuggine allor, che'l fero tofco De la ſerpe l'ancide,
e dentro ſerpė Il paſciuto velen falute,, e vita Dall'Origano cerca, e non
indarno. Opera ſomigliantemente del caſo, e' certamente ſema bra,ſe per qualche
male infaſtiditi,dalcibo aftenendoſi gli animali avviſan riuſcir cotale
aſtinenza loro giovevole, c perciò per innanzi per ſimili cagioni ſi rimangono
di ci barſi. Ma con più ſottil modo, e più fagacemente ven gono gli opportuni
medicamenti di vantaggio lor cono ſciuti; comene'lupi,ne'gatti, e ne' cani, per
tacer d'al tri, manifeſtamenie ſcorger ne lece, allora, che ſenten doſi eſſi
aggravare, e moleſtar lo ſtomaco pe'l guaſto, e corrotto cibo, ed avviſando,
che alcune erbe, le quali talora forſe loro punſero il muſo, poſſano,
ſtuzzicando le parti interne,provocar di leggieri il vomito; di quelle op
portunamente ſi vagliono. Chiunque andaſle poi con qualche minuta diligenza, e
ſollecitudinc ricercando, ravviſerebbe per avventura,che ove il gran fattore
della natura ha della ragionevole ani ma privi i bruti animali, abbia nondimeno
lor dato forſe alcun ſentimento de’noſtri più dilicato, e perſpicace, valevole
più agevolmente a comprendere ogni menoma impreſſione, che lor da
ſenſibilioggetti ſi venga a fare, on de poſſano la lor vita acconciamente
regolare; ma ſe tal ſentimento poi, cone ſovente avvenir egli ſuole, diritta
mente non gliſcorge, elli ne argomento alcuno hanno di riparare a'lor mali, ne
fanno, ne poſſono dalle mortali di ſavventure in modoniuno ſchermirſi;perchè
veggiam tut to dì le capre, le pecore, le vacche, i cavalli, ed altri ani mali
infermar gravemente; e ſpeſſe volte per aver palaiu to erbe nocevoli, e
velenoſe; il che quando mai altra ra gion no'l dimoſtraſse, nc dà chiaramente a
divedere, non ritrovarſi veramente negli animali quel maraviglioſo, ed
inverifimilc iſtinto, che cosi inagnificamente lor s’attribui ſce percoloro,
che non ſi avanzan più oltre nel filoſofare, che nella prima ſola corteccia
delle coſe. Or ſe tanto a’ bruti animaliè conceduto, che poſſan talora con
qualche dilicato ſentimento, e con rozzo, ed imperfetto modo in veſtigare, o
pure rinvenir qualche ombra di Razional medicina; come non aurà potuto l'huomo,
ſoura loro d'anima fpirituale, e ragionevole, e immortal dotato come 1 dico non
avrà potuto ſino a’ primi tempi, e col naſcente mondo, col diſcorſo i
medicamenti ricercare, e ritrovare? ſenzachè fa meſtier certamente all'huomo,
ſe ſcovrir pure egli vuole la naſcoſa virtù medicinale o di pianta, o d'ani
male, o di vegetabile alcuno, prender in duce, e in iſcor ta la ragione;
imperocchè l'huomo non gode di quella feli cità in guatando le coſe, che grande
a maraviglia aver-, fi ſcorge ne'bruti; ne'quali, coine di ſopra dicevamo, o
liau per le ſvariate diſpoſizioni degli organi, o ſia pure, che'l di Icorſo
rechi qualche impedimento alſentire, Dove manca ragione ilfenfu abbonda. E in
confermazione di quanto lo dico, s'egli ſi riandaſſero, comechè leggiermente
l'antiche memoric, ſi ravviſerebbe apertamente, che a'primi maeſtri della
medicina convenne valerſi della ragione per inveſtigare, e rinvenire i medica
menti. E percominciar da’ Cineſi: Popoli ſenza fallo di tutt'altri più
antichi:leggeſi ne' loro annali, che'l grans, monarcaCinnungo,il quale
ſuccedette a Fojo che no guari dopo il diluvio refle l'imperio della Cina, c
che quivi prin cipe de' medici, e inventore della medicina vien comune
mentetenuto, ritrovaſſe perpruova fatta in ſe medeſimo la virtù di molte,
emolte radici, e piante, abili non ineno produrre, che a diſcacciare
lemalattie; ech'egli ne compo neſſe varj, e varj libri, de'quali infino ad ora
li ſon valuti, e fi vagliono anche oggidi i Cineſi medici con felicità non or
dinaria nel medicare. Or non sebra mica egli credibile che a caſola prima fiata
e' poteſſe Cinnungo pormano a quel la tal pianta, o radice per farne la pruova?
Ma è veriſimil molto, che foſpinto e'veniſſe a ciò fare da qualche ragione;
altrimenti non ne ſarebbe egli giammai potuto venir a ca po; tanto più, che
Cinnúgo, ſicomeivi è furna, nell'anguſto { pazio d'un anno ſolo inveſtigò,e
rinvenne ben ſeſſanta ve lenoſi ſemplici, caltrettanti falutevoli,e abili a
rintuzzare, e a vincere illoro veleno;e contale, e tanto avvedimento econ ſucceſſi
così fortunati egli vi ſi adoperava, che comu neinente buccinavaſi eſſere i
luoi occhj vie più aſſai di que' del lupo ccrviero acuti, c penetranti. E più
chiaro molto rio ciò che lo ora dico ſi ſcorgerebbe per avventura, ſe colui che
ſi diè cura, e impiegò il ſuo ingegno a traslatare in la. tino idioma le
croniche de'Cineſi,il medeſimo fatto aveſſe de'volumi della lormedicina. Ma più
certo ſi rende, che que'primi Cineſi medici, da ragione ſcorti, aveſſer rivolto
l'animo ad inveſtigare i medicamenti,daciò ch'eglino a queſt'opera fare, ancor
della Chimica valuti commodamé te fi foffero. Per la qual ragione creder
pariméte ſi dee, che que', che nell'Egitto la medicina trovarono, i quali
altresì della chimica ſcorti furono, e inteſi:parimente ſi foſſero del diſcorſo
valuri: non riſtandoſi in ciò, che dal ſolo caſo lor ſi parava davanti.E per
dir qualche coſa anche della Scitia, la quale non ſoggetta allo imperio d'altra
nazione, conten de d'antichità (comeper Trogo Pompeo narraſi) coll’Egit to
medeſimo; tutto che da Erodoto un tal vanto alla Fri gia s'attribuiſca;della
Scitia lo dico, chi mai recar potrebbe in dubbio, che i primi medici per via
della ragione rinve niſſero i medicamenti: ſe in Prometeo, dal quale, ebbe il
ſuo primo cominciamento la medicina degli Sciti, accom pagnata mai ſempre ſi
vide la medicina, colla filoſofia; e fe non aveſſero alla ragion poſto mente,
come mai que’primi medici dell'Arabia ravviſar potevano la puzza del bitume, e delle
barbe de'becchi dar cõpéſo alle infermità cagiona te a que'popoli dalla
ſoverchiaza degli odori ſoavi. Ne meno in verità nella Fenicia i nepoti
diScdoc, i quali, co me narraſi per Sáconiato,o lia Filalete, appo Euſebio
ritro varono primieraméte, qual ſorte d'erbe, oqual maniera di cã to valevol.fi
foſſe adomar queſta,o quella malattia, ſenza l'ajuto d'una profodiſfına natural
filoſofia ciò inveſtigar mai poterono.I Druidi poi dellaGallia, nõ meno in
filoſofia, che in medicina ſcarti,che infra l'altre medicine adoperavano, quel,che
dica Plinio, il fūmo della ſelaginc al mal degli oc chj.no avrebbon fenza fallo
mai a caſo ardendo la ſelagine Sperimétar potuto agli occhi giovevole ilſuo
fumo:ma pri ma di ciò fare cóvié dire,ch'eglino aveſſero in prima alla na tura
dalla ſelagine,e del ſuo voláte ſale poſto mente. E p fa vellar della Grecia,
da qualche ragione moſli furono Chirone, Eſculapio, Ercole, Melampo, ed Achille
a valerli primieramente della Centaurea, dell'Aſclepio, dell'Eraclio,
dell’Achillea, piante che non poteva certamente il caſo loro porle davanti, per
effere elle amariſſime, e non mai per huom veruno, in cibo uſate. E ſe mai
eglino vo lendole ferite turare,di qualch'erba ſi yalſero, la qual ven. ne sì
factamente la ſua virtù a ſcoprire: comepotea mai ciò avvenire delle radici,
malimamente, che alcune di loro convien che con zappe, o marre dalla terra a
viva forza li ſuellano; e parea vana affatto una tal fatica, quando coll erbe
più agevolmente, ed aflaimeglio all'aperte piaghe approdar ſi potea. Fu dunque
l'eſperienza dalla ragion; preceduta; ed ebbe il corto Quintiliano affermando
il contrario colà ove difle:Vulnusdeligavitaliquis, ante quam hèc ars effet, et
febrem quiete, eo abftinentia, non quia rationem videbat:fed quia id valetudo
coëgerat,mis tigavit. E come mai fu egli poſſibile, che Melampo, il quale parve,
che nella greca medicina introduceſte l'uſo de'mi nerali,rinveniſſe a caſo
effer la ruggine del ferro giovevo le alla ſterilità. Ma ſe razionali furono
avvegnachè roz zi, ed imperfetti quegli antichisſimimaeſtri, ed invento. ri
della medicina,convenevole certamente egli ſembra.' che qualche coſa anche di
loro da dir ſia. E daremoa tal diviſamento da'Cineſi principio. Coa me, e
quanto oltre nelle coſe della natura filoſofando s'a vanzaſſero i Cinefi, il
grande teſtè di noi mentovata lin peradorc Cinnungo, e gli altri primi medici
della Cina, Io porto per me ferma opinione, che penetrar non ſi pof ſa per huom
giammai; concioſsiecorachè i libri poco mé, che tutti furono al niente dalle
voraci fiamme condotti, gia ſon due mila anni traſcorſi, per ordine
dell'Imperado re Cino, il quale rizzò incontro a’ Tartari quelle ma. raviglioſe
mura, e delle lettere implacabil nimico maisé pre moſtrosſi; avviſando
faggiamente, che'l troppo ſtudio di quelle, rendea gli animi ſnervati, ed
imbelli, ediſadar tia difender la patria dagli allalti nimici; e ſe alcuni pure
Z de’più antichi tuttavia per avventura ſalvınerimaſero.no vi avendo ora chi
intender poſſa que’miſterioſi caratteri, ne’quali ſcritti furono, è tanto,
comeſe ſmarriti anch'e glino, ed abbruciati fi foſſero. Ma da qualche veſtigio,
che tuttavia ne rimane, ſi ſcorge apertamente, che i Ci neſi nella geometria,
nella filoſofia, e nell'altre ſcienze molto furono addottrinati, e ſi valſero
della Chimica, e conobbero,un ſolo eſſere il principio delle coſe naturali; e
fer ſecondi principj le cinque ſoſtanze dette da loro me tallo, legno, acqua,
fuoco, e terra; ma diverſi da que' corpi, che comunemente con tal nome ſi
chiamano, e non disſimili per avventura da' principj de' noftri Chi mici. Ma ſi
par certamente, che Cinnungo non molto nella filoſofia, e nella medicina
avanzaffeli; mal potendo per opera d'un ſol huomo sì grand'impreſa, c di tanta
lievas in un tratto naſcere, e ricevere l'ultimo ſuo compimen to; masſimamente
alla medicina richiedendofi molto re po, e che molti, e niolti huomini a tal
lavoro s'adoperino, acciocchè a qualche ſtato di perfezione, e di eccellenza
pervenga. Ma chi no ſarà periſcorgere anco a prima viſta poi qua to fien
favoloſe, ed inverilimili quelle pruove,chedi Cin nungo ſi narrano, che egli
faceſſe in ſe ſteſſo lo eſperimen so delle piante nocevoli, e rift orative, e
che nello ſpazio sì breved'una ſola giornata, tante ne provaſse, e ne ripro
vaffc; il che fa chiaramente conoſcere, quanto la medici na, ſe acquiſtar vuole
eſtimazione, in tutti i tempi, cd in ructii luoghi abbia in coſtume di porre in
opera le men zogne, ele millanterie. Quáto poi valeſſero gli antichi medici
Cineſi nella Chi mica, chi potrà mai indovinare fi la ſolo, che eglino s'
ingegnarono di trovar medicine, non ſolo acconce agua rir le malattie: ma anche
valevoli negli huomioi ad eter nar la vita; e comediRaimondo, d'Arnaldo da
Villanova millantano i frati della Roſea Croce, che vivi anche oggi ſien o, che
vadano ſempremaiper lo mondo vagando; co sì fin 1 ! sì fingono,e danno ora ad
intenderei moderni Cineli Chi mici, eſser molti, e molti di quegli
antichiſapienti, che, fattafi colla gran medicina immortali, dimorino nelle cia
me degli altisſiini monti, e quindi vadano, anzi volino dove lor più ſia a
grado, ed anche in Cielo, Sciolti da tutte qualitati umane, Ma più, che
tutt'altri ſi laſciarono nella Cina da' Chia mici ingannare i troppo ſemplici
Imperadori;e narraſi,che da lor perſuaſo l'Inperadore luoo a comporla medicinas
da poter divenire immortale, faceſse fabbricar un pala gio di cedro, di
cipreſso,di canfora, e d'altri legni odori feri, che'l loro odore lūgia inolte
miglia facea ſentirſi.Al zò nel palagio una torre dibronzo altisſima nella cui
vce ta eravi una conca parimente di bronzo, formara a guiſe d'unamano, nella
quale ogni mattina avcaſi a raccorres. purisſima la celeſte rugiada: ove
macerar pofcia fi dovea no le perle, ed altre peregrine, e rare coſe, delle
quali compor li doveva quel prezioſo, e divino medicamento, che facea
l'immortalità conſeguirea qualunque adoper2= valo. Ed anche a’giorni noftri ſi
veggon per tutti i reami diquel vaſtisų moimperia, andar ad ogn'ora vagabon
deggiando, in grandisſimonumero i Chimici; i quali in fingendoſi dicſer nati
più e più ſecoli addietro, vendon altrui la medicina, che fà gli huomini
immortali, e tra per le loro trappole, e per lo deſiderio, che è in ciaſcheduno
di conſeguir l'immortalità, ritrovano, e più tra’letterati che tra gli altri,
chilorpreſta credenza. Ma laſciando sì fatte memorie da parte ſare, ſi ſcorge
quáto ben forniti foſſero de'rimedi efficaci gli antichi Ci ucfi, dalle
maraviglioſe cure, che con eſli tuttavia fanno i moderni medici. Solamente
potrebbeſilevare incontro taluno,dicendo che non ſiano giunti a ſaper quanto
dilet. tevol ſia ilber freddo, ne mai habbia meſſo in uſo i ſalalli; ma tali
appoſizioni recar potrebbonſi eglino a ſomma lo da; imperocchè col ber caldo ſi
ſono i Cineſi ſottratti al nale della pietra, alle podagre, e ad altre
atrociffime malattie, che così frequenti, ed abbondevoli ſono fra z 2 noi. E
quanto al non trar ſangue, oltre al novero de’gre ei, e de’noftri medicanti,
che ſeguono il medeſimo iſtitu to: la ben lunga preſcrizione di quaranta, e più
ſecoli, ne? quali han potuto guarir feliciffimamente, ed in iſpazio al ſai
brieve le malattie, non gli rende degni, non dico di ſcuſa, ma d'altiſſima loda?
eda ciò vorrei, che poneſſer mente tutti coloro, che così di leggieri ſi
laſciano a' medi ci trar ſangue. I moderni Cineſi medici non altrimenti, che
gli antichi già fi faceſſero, de’ſemi, delle frondi, delle corteccie d'alcune
piante ſi vagliono, e d'alcune pictre al tresì, e ſerban libri, ove ſon
figurate l'immagini di tali piante, e pietre, e le loro virtù narrate
ne’precetti, e nelle regolemedicinali,non guarida noi eglino ne van lontani.
Preſcrivono a’loro infermi sì rigoroſe diete, che alle volte laſcian paſſar
fino a venti dà fenza dar loro altro cibo, che certo ſugo dipere, tre, o
quattro fiate il giorno, e ber quãto acqua richieggiono; e sì molte graviilime
malattie a buonoje perfetto ſtato riducono. Immagina alcuno, che tal dieta non
potrebbe fofferirſi da'noſtri huomini; ma quanto egli vada errato,ilpuò far
vedere l'eſſere ſtata in uſo appo gli antichiſſimi greci, e l'eſſere i Cineſi
di noi più teneri, e dilicati aſſai.Ma che che ſia di queſte,van tutto dì i
Cineſi compilando libride'ſegni,delle cagioni, e degli effetti de'
mali,da’quali,non avendo nella Cina ſcuole di medicina, e da' proprj lor padri
i Cineſi la ſogliono apparare • Di. cono tutti, che i Cineſi medici ſono séza
alcun paragone aſſai più de’noftri,valenti in guarire i mali; ma nondimeno
ancora ivi colla medicina s'accompagna l'inganno, e l'ar tificio; ed eſſendo
eglino intendenti molto de'polli, tutta via per parere in ciò da più affai,
s'interrégono fin’a mez ' ora, fingendo d'oſſervar minutamente le lor mutazioni
in toccandogli, e danno a diveder dapoi, che con una tal diligenza eſſi
aggiungano a ſapere d'ogni varia, e più oc culta interna diſpoſizione, e
diqualunque più ſtrana mas, lattia la natura, e la vera cagione. Ma è per mio
avviſo il pregio maggiore della lor medi cina l'aver certi argomenti da poter
talora porre utile cos penſo alle più gravi malattie. Vlano frequentemente la
prezioſa radice, detta da loro Ginſen, dalla quale ſové te ſi veggon guarir
gl'infermi, eziandio morienti, e però una libra di eſa, non val meno di tre
libre d'argento. Nil la io dico dell'erba Te, percioccliè ella ſi adopera tutto
dì anche ora appo noi: comcchè non ſi veggian quì d'cila que’maraviglici
effetti, che narraſi ſoler nella Cina mo ſtrare, o ch'ella colla navigazion
così lunga perda per lo maggior parte quel, che chiamar fogliono i Chimici vola
tile Alcali, e con eſſo inſieme poco men, che tutta la ſui virtù, o qualunque
altra ſiane la c.igione. Eavvegnachè alcuni de’noftri ſcrittori ſi ſieno
ſtudiati di tor via altrui ogni buona opinione, che di tal erba portavano,dicendo,
ch'ella ſoglia talor cagionare Apoplesſia a cui ſovente l'u fi; non però dimeno
noi ben ſappiamo per pruova, cſſer ciò falſo; e ſe egli è incontrato, che alcuno
avendola ado perata fia caduto in Apopleſſia, certamente non vi ha avu to ella
parte niuna. Egli è vero però, che talerba ſoglia apportar qualche moleſtia, ſe
ſi prenda allor, che nello ſto maco non ben digeſto il cibo ſia, e di ſoverchio
acetofo: il che adoperar ſuole altresì il Cafè, ela Cicolata; alla, qual coſa
riparare ottimo rimedio è il digiuno. Ma io no voglio laſciar di dire con
queſta opportunità, che in luogo dell'erba Te lo ſoglio ſověte imporre a'malati
qualch'er ba noftrale, cos lor giovamento non ordinario:e che gli Ollandeſi
portano nella Cina le frondi della Salvia involte a guiſa della Te, e per una
libra di frondi di Salvia tre tan te ne riportano di Te; cotanto le ſtraniere
coſe più in pre gio delle propie dagli huomini tengonſi. Ma avvegnachènella
Cina i medici, quanto alfatto del medicare fien così fortunati, comediviſato
abbiamo: non dimeno avuti vi ſono in pochisſimo pregio,c ſtima. E quinci avvien
poi, che tutti coloro, i quali ſien d'alto in gegno, e di ſaggio avvedimento
dalla natura forniti,nul. la badandoviaila, moral filoſofia ſtudioſamente ſi
volga no, onde a'primi onori del regno agevolmente poi pervé gono.E ciò permio
avviſo è Itata una delle principalica, 1 { gioni 1 1 ! doti, gioni, per la
quale de'buoni libri dell'antica medicina, e della natural filoſofia pochi
rottami ſi trovino, e che a? di noſtri ogni ſtudio di natural filoſofia
tralandiſi. Ma per trapaſſare all’Egiziaca medicina; quanto chia ri,erinominati
al inondo, ſe'n viſſero già lungamente per fama, quegli avveduti, e
ſapientisſimifiloſofi, i quali la medicina ritrovarono primieramente, e ſtabilirono
il Egitto: altrettanto certamente ſono oggi in lunga dimé cicáza ſepolti, e ſol
ſervono all'umana cupidigia per pruos va della leggerezza, e della fragiltà
della gloria monda na; perciocchè eziandio di coloro, iquali ebbero già vé tura
d'eſſer collocati infra’Dei immortali, non è a noine meno il vero nome pervenir
potuto. Caſtigo ben douuto all'invidia,cd alla tracotanza di quei Principi, e
Sacer, i quali ſotto pene gravisſime a tutti l'apparare, e l'eſercitar la
medicina victarono; e per maggiormente na ſconderla, e invilupparla con
cnimmi,econ caratteri da lor ſolamente compreſi,ſempremai di ricoprirne i
miſteri ſommamente ſi ſtudiarono. Perchè io giudico, che po co, o nulla della
medicina Egiziaca apprender certamen te poteſsero que'curioſisſimi
valent'huomini Greci, i qua li tratti dal deſiderio d'appararla inſieme colla
inacemati ca, e colla filoſofia naturale, e altre buone arti nell'Egit to
pellegrinarono; ed in quel tempo appunto per lor di (grazia vi giunſero, che
caduta ivi affatto dal ſuo ſplendo re la medicina, ed empirica volgar tutta
divenuta, comun nemcnte da' medici ſcimuniti, e balordi ſi malmenava; ed i
ſacerdoti l'antiche note più non intendeano, o ſe pu re qualche coſa ne
penetravano,ſommamente avari delle loro dottrine, tenevanſi d'inſegnarle altrui,
e masſima mente a' foreſtieri; del che manifeſtisfima tcftimonianza è il
leggere ciò che della ſtrologia avvisò Luciano, quan do e' diſſe, che i Greci
niente di eſsa affatto dagli Egizi n'aveano mai apparato. Eλήνες δε ούτε παρ'
Αιθίοπων,ούτε παρ' Aiguntów césporogins ma ei ou fèy óxx gav. Senzachè, ſe a
Greci al trôde venuta foſse la medicina,certamente ella non ſareb be tanto
indugiaca ad allignarvi, e di veniryi a tanto ſtato 1 1 1 di gloria, a quanto
ella poi in proceſſo di tempo creſcen do aggiunſe. E comechè per oltraggio
de'ſecoli niunas certezza a noi dell’Egiziaca medicina ſia pervenuta;pur
potrebbeſi ragionevolmente argomentare, eſſere ſtata quella a grandiflima
altezza da' Re, e da' Sacerdoti del l'Egitto condotta, da ciò, che ne ragiona
Omero colà ove narra, che la moglie di Tono Re dell'Egitto diede la can to
celebrata Nepente ad Elena. Ενθ' αύτ ' αλ' ενόησ’ Ελένη Διος εκγεγαλα, Αυίκ'
άρ' ας οίνον βάλε φάρμακον ένθεν έπιναν Νηπενθέςτ'αχολόν τε, κακών επίληθον
απάντων. ος το καταβρόξειεν επην κρητήρι μιγείη, Ούκ άν εφημέριος γε βάλοι και
δάκρυ παρειών, ουδ ' ά οι κατατεθναίη μήτης τε, πα ής τε, Ουδ' ή οι πιοπάροιθεν
αδελφεόν, και φίλον τον Χαλκώ δηγόων, όδ' οφθαλμοίσιν δρώτα. Τοϊα Διός θυγάτης
έχε φάρμακα μηπόενα Β'θλα ταοι Πολύδαμνα πόρην Θώνος παρξί κοιτς. Onde a la
bella, e vaga Elena, figlia Del ſommo Giove, allbor nuovopenſiero Venne ne
l'alma, che nel vino infuſe Ch'efibevean 'un prezioſo, alme Liquur, che toſto
ogni dolor diſcaccia Da l'almaoppreſſa, e l'iraſpegne, ed indi Induce dolce, e
graziojo oblio Di tutti i mali; onde ſe alcun guſtoffe Di tal bevanda nella
tazza miſta Non potria mai per tutto un giorno intero Sparger dagli occhi per
le guance l'onde Del pianto; o d'attriftarſi;ancorchè morti Davanti aveſſe i
cari madre, e padre; Nefe con gli occhi propri anco vedele, Troncar col ferro
l'infelici membra, Del frate amato, o del fuo dolce figlio. Cosifatti i liquori
erano, e i ſughi De l'alma figlia del gran Giove eterno; Cb'erano utili, e
buoni, a lei dati Polidanna gli avea di ToneSpoſa. Il qual medicamento,
qualcertamente fi foſſe in que' te pi malagevol molto è ora ad inveſtigare; ne
comporta il mio ſcarſo ragionamento, che lungamente lo ne favelli, ne che fra
sì varie, e cotante opinioni inutilmente lo mº aggiri, mentre altri vogliono,
non altro eſſere la Nepēte, che una ſemplice, e cruda erba infuſa nel vino;
altri allo incontro medicina artificioſamente preparata, chi dice d'uno, echi
di più ſemplici compoſtage lavorata. Io giu dico, ne forſe da' limiti della
ragione gran tratto queſto mio ſentimento s'allontana, chela Nepente opera
foffe della Chimica; imperocchè sì piacevole ed efficace,e pre zioſo
medicaméro, qual ne vien dagli antichi narrato, al tro cercaméte non ſembra chedi
que', che tutto dà i noſtri Chimici metton fuora nelle loro botteghe. E fu nel
vero la Chimica nell'Egitto antichiſſima; pcrciocchè Vulcano figliuol di Nilo
guardiano dell'Egitto,Opi, e Fia da' ter razzani anche chianato,daprima il
fuoco, e l'uſo di quel lo ritrovò, e diè principio egli altresì all'arti tutte,
che del fuoco ſi ſervono; il cheoltre a Zezze moderno, e ſti mato da alcuni
poco veritiere ſcrittore, il qual dice. Πύρ, και τέχνας δε ύκ πυρος οπό σας
tutti i Tcologi,ei Filoſofi antichi di comun ſentimento af fermano; 'e Vulcano
altresì, ſecondo ARISTOTELE, e Sozione appresso Diogene Laerzio, inveſtigò da
prima i prin cipj della natural filoſofia;perchè potrebbeſi danoi a buo na
ragione affermare, aver lui per dover più acconciamé te farc, e rinvenir
ne'corpi diſciolti, eminuzzati, i primi lor componenti, adoperato da prima il
fuoco, e sì fatta niente dato alla Chimica rozzamente principio. E quin ci
nacque per avventura la favola dell'adulterio di Marte, e di Venere da Vulcano
a gli altri Dii paleſato; con la qualc ne vollono per mio avviſo dare a
divedere quegli antichi filoſofanti, qualche gran miſtero della Chimic'arte
eſſere ſtato da Vulcano primieramenre trovato, e dalui poſcia a’Re,ea
Sacerdotidimoſtro.Ma laſciando a'Chimi ci tutto ciò, che dietro a tal fatto
potrebbeſi più profon damente eſaminare. lo dico, che non ha dubbio veruno
avere gli Egizi Sacerdoti per la lor medicina tratto gran, pro dalla Chimica;
imperocchè ella venne a tale, cheti to altamente ne puotè favellare il
dolciſſimo Iſocrate con queſte parole: gli Egizi Sacerdoti per guarire il corpo
dalle malattie ritrovarono la medicina; non già quella, che ſi
valede’ınedicamenti pericoloſi, ma ſi bene quell'al tra, che potendoſi colla
medeſima ſicurtà adoperare, che gli ordinarj cibi d'ogni giorno; recar ſuole
poi tanti, e ta li giovamenti, che gli fa vivere ſani lunghisſimo tempo:
Ιατρικήν εξεύρον επικερίαν, και διακεκινδυνευμένοις φαρμάκοις χρω - μένην: αλα
τοιέτοις, α τίω μεασφάλμαν έχ ομοίαν τη τροφή τη καθ' ημέραν: τας δε ωφελείας
τηλικαύτας, ωπ εκείνες ομολογεμένως ogcevozallos ng Harga61w télys civos.
Magran pezza avanti Iſo crate, e nel tempo appunto, che in Egitto fioriva la ve
ra medicina, avea detto Omero, dell'Egitto favellando, Ιητςος δε
έκασΘ-έπιαμενΘ-. περί πάντων Αν θρώπων. cioè, ficome volgarizza il Baccelli:
Ivi ciaſcuno è melico perfetto, F più,ch'gn 'altro ajui perito, e fuggio.
Poichè in verità ciò che ſconciamente dell'Egiziaca me dicina vien narraco per
Diodoro, quand'e'dice: gli Egi zj non aver meſſo maialtra forte di rimedio in
uſo, fe non fe criſtci folamente, purgative medicine, c digiuni, e vo mitivi:
τας δε νόσους περκαταλαμβανόμενα και θεραπεύει το σώμα. τα κλυσμοϊς, και
ποτίμοις τε καθαρτηρίοις και νησείαις και εμέ. τους και ενίοτε μου καθ' εκάτην
ημέραν, ενίοτε δε τάς ή παρgς ημέρας dia menortes.e'debbeſi ſolaincnte di
quc'tempi prendere,nc' quali la medicina da'Re, c da' Sacerdoti, in mano della
più minuta bordaglia del popolo eraſi vergognoſamente invilita, eſſendo già
caduta dal ſuo primo ſplendore, ed in iſtato di miſerevole ignoranza ridotta;
ſicome avviſaſi da quelle leggi, da noi nel primo ragionamento recate, che il
mediconon aveſſeſi giammaia dipartir dagli ammae ſtramenti degli antichi, ne
foſſe lecito porger a’malati al; A a cun medicamentoprima del quarto giorno, ſe
non ſe a ri ſchio della propia perſona del medico. Al che forſe po nendo mente
il Corringio, e non diſtinguendo i tempi, af ſolutamente ebbe a dire, la
medicina degli Egizi eſſere ſtaca rozza aſſaige materiale. Ma ſe perciò dal
Borric chio egli meritevolmente ne venne biafimato, egli fareb be certamente
aſſai più da biaſimar Galieno, il qual ne gar non potendo, che gli Egizi prima
de Greci avefler contezza de'medicamenti, pure osò dire eſſere ſtato il lo ro
conoſcimento affai groſſo, e rozzo, e che con l'agio di aprire i cadaveri p
imbalſamargli ritrovato aveſſero mol te coſe alla notomia dell'huomo pertinéti.
Ed era tanto in: Egitto la medicina caduta,e avvallata allor;che quel pae ſe
da’Perſianiſoggiogato venne, e domato in guerra, che i ſuoimedicipiù celebri, e
più valorofi, quali effer do veano ſenza fallo que", che medicavano il
Re,furono vin ti agevoliſſimamente da Greci, i quali ancora erano roz zi,
enovizi nell'arte. Caduto poil'Egitto ſotto l'Imperio d'Aleſſandro, l'Egi ziaca
medicina, ruinà anch'ella, e tracollò sì facramente, che i medeſimi Egizi
da’Grecimaeſtri poi l'apparavano.. E infino ALLA CADURA DEL ROMANO IMPERIO in
Aleſſandria le ſcuole di varie ſette de' medicanti Greci in grande ſtato,
edorrevole durarono; e tratto tratto poi crebbero in tanta fama di dottrina,
che a Galieno, come egli me delimo ne da teſtimonianza,non increbbe d'andarvi
per udir Nemeſiano, famofiflimo infra’diſcepoli di Quinto,che di Galien
medeſimo era ſtaro maeſtro; e ſi mantennero le ſcuole d'Aleſſandria in ranta
grandezza, e ſplendore lun go ſpazio di tempo intanto, che, come narra Ammiano
Marcellino,baſtava in que'tempi, chehuomo aveſſe ftu diato in medicina in
Aleſſandria per eſſer in pregio poi di valentiſſimo medico tcnuto. Narrali per
Damaſcio nella vita d'Iſidoro, i fatti egregi di Giacomo medico Aleſſandrino,
per li quali meritò egli, che gli ſi ergeſſero ſtatue in parecchi luoghi, e
ſpezial mente in Atene. Coſtui quarant'anni continui logorò facendo eſperienze,
e dopo aver tutto il mondo traverſato cſercendo ſempre la medicina, ed
inſegnandola al figlio, che ſeco conduceva: pervenuto poi in Coſtantinopoli,tro
vò quivi medici, che poco, o nulla di medicina ſappien. do, non con la
ſperienza, come doveano, ma congli al trui detti medicavano a ritroſo, anzi (conciamente
mal megavano i caccivelli infermi; maGiacomoin medican do, cosi egli, come il
figlio ſervivaſi delle purgagioni, e debagni,non traendo a niuno mai ſaugue. E
quanto al fatto della Cirugia, oglino ſolean molto di rado porre in opera il
ferro, e'l fuoco; ma le maligne piaghe con la fola dieta curavano. Eben coſtoro
amendue farebbero da ri putar degni di molta loda, ſe non foſſero ſtati
ſuperſtizio fi, e idolatri, come par,che dica Fozio, comechè un an rico autore
appo Suida affermi, Giacomo eſſere ſtato Criſtiano; maavviſa il dottiflimo
Iſacco Cauſaboni, che Fozio ciò aveſſe derto di Giaccmo, moſſo ſolamente da
coloro, che'l credeano mago,per le maraviglioſe cure, ch'ei facea. Dice di più
Damaſcio, che diſcepolo di Giacomo fù Aſclepiodoto, il qual di muſico, ch'egli
era in prima,li fè medico, e infra breve tempo cotanto in ſapere vantag gioſli,
che in molte coſc, emolte, ſi laſciò dietro il me delimo ſuo maeſtro. Fu coſtui
gran matematico, c'l più eccellente infra tutti i filoſofanti de' ſuoi tempi,
comeche di coranto intendimento non foſſe, che poteſse i miſteri d'Orfco, e
de’lavj Caldej penetrare. Egli de' medici de ſuoi tempi avea ſolamente in
pregio Giacomo ſuo Mae ftro, e degli antichi, Ippocrate, Sorano, Cilice, e Mal
leoco. Perchè ſembra, ch'egli, e Giacomo ſuo maeſtro foſſero ſtati metodici; e
quinci ſi ſcorge,ch'a'que'tempi vi cran de'valenr'huomini, che in niun pregio
avcano Ga lieno. Rinovò Aſclepiodoro felicemente l'uſo dell'Elleboro bianco,
già lungo tempo traſandato, e ne vinſe incura bili malori. Entrò egli nella
famoſa mofeta di lerapoli,e ſe ne uſcì ſalvo, ponendoſi al naſo, e alla bocca
la veltes Аа 2 ripie 188 Ragionamento Terzo ripiegata sì fattamente, che
racchiuder vi poteſse qual che particella d'aria, onde egli agevolmente
reſpirar do veſse; quindi accoppiando inſieme varj minerali,con ma. raviglioſo
artificio una ſomigliante mofeta ne compoſe. Ciò, che di vantaggio di lui narra
Damaſcio per non recarvi tedio al preſente tralaſcio. Tanto vo dire,che de'
medici d'Aleſsandria altro non raccontandoſi, ſi vede,che poco alla fama
riſponder dovea il loro valore. Ne pur nell'Egitto la greca medicina nel ſuo
buon nome lungo tempo durò; perciocchè di mano in mano piggiorando magagnoli,
finche tolto al ROMANO IMPERIO per opera de' capitani d'Omare l’Egitto, e
venuto in mano de Saracenia poco a poco vi fi ſpenſe la greca medicina, ed in
ſuo luogo un'imperfetta volgare Empirica vi rimaſe;alla quale ſucce dette poi,
e fin’ora vi regna un'ombra di Razionale, o per ine’dire, di Metodica mcdicina
aſsai rozza, e ſciocca, iil una, o in duc cotali coſe appiccata, e ſtabilita,
le quali ſembrano a que’maeſtri ſcimmioni, cvidenti principi, fondamenta di
quella, c non altrimenti che ſe foſscro già al tempo d'Erodoto. Egli ha ora in
Egitto un'infinita fchiera di medicanti barattieri, i quali per pochi bajocchi
ottenuta licenza di medicare dall'Alimbali, over princi pe de'medici, deſtinato,
ed eletto a quell'uficio per denaro dal Barsa del Cairo, o che ſappia egli, o
non ſappia di me dicina,medicano, una o più fortidi malattie, comc più lo ro in
concio viene; c giudicano eglino, due ſole eſser lo cagioni di cutti mali yil
caldo, e'l freddo; ed eſsendo l’E gitto grandemente al callo ſottopoſto,
immaginano qui vi follemnente, che tutte le malattie, o procedan dal cal do, o
fian da ftrabocchevole caldo almeno accompa gnate; perchè giudicando, che l’un
contrario ſi ſpegna per Taltro, ſeryonli mai ſempre di rimedj acconci, ſecondo
la loro opinione, e valevoli a rinfreſcare. Perchè traggon · largamente ſangue
in tutte le empleſſioni, in tutte l'età, in tutte le ſtagioni dell'anno, ed a
tutti infermi, e dan be re acqua agghiacciata; il che «i ! anto fuor d'ogni
ragione la fascia, non ha cercamente huomo di sì mezzano intendimento, che di
leggieri avviſar no'l poſsa; ſenzachè i cauterj, e le ſcarificazioni, che
crudelisſimamente, e fen za riguardo alcuno anche nelle più menome malattie ſo
gliono adoperare, tolgono affitto loro ogni buon nome; intanto, che affatto
contrarj a quegli antichi mediciſein brano, i quali avean piacevoli argomenti
folamente il uſo. Ma ritornando alla medicina degli antichisſimi Egizzi,
certamente lo non ſo, come iſcuſar ſi poſsa quel graviſſi mo fallo, nel quale
que'Re, e Sacerdoti incorſero in te nendo cotanto a riguardo l'eſercizio della
medicina; il că po della quale è così vaſto, e così malagevole, cheappe na, che
più, e più persone colle lunghe eſperienze, e col le ragioui una menoma parte
oggi coltivar ne poſsano. Ma no meno da biaſimar íono gli Egizi medici, per
aver oglino primieramente colla vanità della divinatoria fero logia, corrotta,
e magagnata la medicina, ſe pure è de preſtar credenza alle parole di Giulio
Firmico: Nekepfo egli dice, Ægypri jufiifimus Imperator, a Aſtrologus val de
bonus, per ipfos Decanos omnia vitia, valetudineſques collegit, oftendens quam
valetudinem Decanus efficeret, quia natura alia vincitur, quia Deum frequenter
alius Deus vincit, ex contrariis ideonaturis, contrariiſque pote
ftatibusgumnium ægritudinum medelas divinæ rationisma gifteriis invenit.
Triginta ſex itaque Decani omnem Zo diaci poffident circulum, ac per duodecim
fignorum numeri ifte Deorum numerus, ideft decanurum dividitur. Se poi dagli
antichi medici cra ſtato introdotta nell’E gitto quell'uſanza, che nel tempo
d'Erodoto, nel quale fenza fallo la buona medicina iyi affatto era mancata, fer
bavali, clic per tre giorni di ciaſcun meſe dell'anno gli huomini per
conſervarli fani ſi purgavano col vomito, e ſi Ιανοvg!'inteftini τόπω δε ζόης
τοιώδε διαχρέωνται: συρμαΐζεσαι σάς ημέρας επεξής μηνός εκάσg, εμέτοισι
θηρώμενοι την υγίειην, και κλύσμασι, νομίζονες απο τών τξεφόνων στίων πάσας τας
νούσος τοϊσι ανθρώποισι γίνεσθαι. loper me non credo,come si poſſa generalmere
favellando, comeche rieſca calor peravventura giovevole, tal coſtume in tutto
lodare; conciolliecoſachè coll'uſare il yomito, ei medicamenti, lo ſtomaco, e
gl'inteftini a poco a poco s'indebiliſcono, e fi ſconvolgono notabilmente, e
alconciano oltremodo le lor commeſſure, c li vuotano in ſieme con i cattivi
umori le mucilagini, che veſtono, e difendono le loro membrane, ed altre, ed
altre ſoſtanze non ſolo utili, ma ſommamente ancora all'economia, all'
operazioni, ed alla vita degli animali neceſsarie, non che gioveyoli. Altro non
rimane a dire dell'Egiziaca medi cina, ſe non chenon coſtumò ella ne meno
allora quando era caduta dal ſuo primiero ſtato, per quel, che ſe ne ſap pia,
di trarre mai ſangue: comechè comunemente credam ſi, che dall'Ippopotamo, o ſia
cavallo di fiume, in Egitto da prima i medici l'apprendeſsero; perciocchè
egli,come Diodoro racconta,nel fondo del Nilo quivi dimora, oco. me Ammian
Marcellino, fra'canneci delle rive di quel 1o. Ma Prometeo, o pure Magog, onde
ebbero la prima origine gli Sciti arricchìpreſso quelli la medicina, per ſua
opera primieramente ritrovata, dinoli, e molti nobili, cgiovevoli medicaméri,
co’quali ebbe egli fortuna dico si felicemente eſercitarla,ch'egli
ragionevolmente ſi vanta appreſso il ſublime poera Eſchilo, ch'egli medicava me
[ colando inſieme medicine acconce, ed atce a domar le malattie, con guarir
tutti coloro, che così malamente ſi ritrovavano ridotti, che non ſi cran pocuti
per niun riine dio in prima riſanare, e che prima, che a lui veniſse fatto di
ritrovarle, e di porle in opera, non vi avea rimedio al cuno per le malattie To
pelice régason, et nis vóm glori, Ουκ ήν αλεξημ’ δεν έδε Βρωμον, ρύ χρυσόν, και
δε πιςον, αλα φαρμάκων Χρία κατέσκέλoντo πείν έγω σφίσιν Εδάξα κegίσεις ηπίων
ακεσμάτων Αις τας απάσας εξαμάζονται νόσος, Ma di lui ancor ragionevolmente
dottar ſi potrebbe, nó egli aveffe dato alla ſua medicina principio con
iſcioglie re i corpi più duri, quali ſono i mecalli, per opera dei fuo co:
mentre è coſtante fama appo l'ancichità, ch'egli pri ma di tutti da varie, e
varie minicre ritraele i metallico me ſi può da que'verli vedere, Χαλκόν,
σίδηρον, άργυρον, χρυσύνη της Φησεν αν πάροιθω εξεύρειν έμού. E conciofoffe
coſa, che atanta impreſa gli faceſſe cer tamente meſtieri riguardar ſottilmente
ancora al fuoco, e in diverſi gradi partirlo, e perciocchèegli peravventura,
del calor del Sole ſervisſi: finſero, ch'egli affole il fuoco imbofaco aveſle.
Ma tafciam di ciò, a' Chimici il penſie ro, come anche di fpiegar l'allegoria
dell'effer Prometeo al raffo legato per comandamento diGiove; il che cicga
remente vien nel fuo idioma da Eſchilo medeſimo narra to, ed è nel noſtro tale
il ſenſo, Gia fiam giunti,o Vulcan, ne'vaflicamping E nelle folitadini deferte
Per dove a Scitia valle; a te s'aſpetta i decreti adempir delGenitore; Equeſto
audace all'alte eccelſe rupi Con lacci indiſolubil didiamante Legar fra i duri
faffi. Eito fplendore Del foco onnipotente, onde tu altero N'andavigià,
furotti, damortali Dono nefeo: dritroi, che d'un sal fallo Pagbiagli Dei la
meritata pent's ondiegti a venerar l'alto potere Di Giove, e l'huomo almeno
amare apprenda. lo perme immagino, che Promeceo, o che'l caſo il por: taile, o
da qualche ragione ſoſpinto accendeffè il fuoco con i raggi del ſole, e che da
queſto traerſe origine la fa voka accennata. Mache che fia di ciò, li diede
Prome teo ad intcrpetrarc i ſogni, e diceſi, ch'ei trovaſſe gli au gurj: Teórus
di nous isoleradio il che fa vedere, che in fin al ſuo primo cominciamento la f
media medicina ſempremaiaccompagnoli coll’arti ſuperſtizio: ſe, e vane. Ma come
poi gli Scici della medicina di Pro meteo ſi valeſſero, Io non ne ſaprei dir
altro, ſalvo, cho eglino ſi ſervivano delle purgagioni, e della dieta nel cu
rare le malattie, come appo Plutarco riferiſce Talete την δίαιταν αυτή et τον
καθαρμον ο χρώνται Σκύθαι περί τους κάμ νοντας και αφθόνως, και προθύμως
παραδέδωκε Ma trapaſſando ora alla Fenicia:ebbe ella ne'primi tem pi huomini
d'acutiſſimo, e maraviglioſo intendimento, e ſopratütro aſſai vaghi
d'inveſtigar le biſogne del mondo, si fattamente, che prima di ciaſcun'altra
nazione ebbero ardimento di condurfi per nuovi mari (fabbricando ad ogni ora
nuove Città, e popolandole di gente douunque capitavano ) a lontani, e per
addietro non conoſciuti paeſi d'Africa, e d’Aſia, e d'Europa, perchè creduto
venne, che i Fenici foſſero i primi, che ſolcaſſero co’legni il mare: onde
diſſe Tibullo. * Prima ratem ventis credere docta Tyros. Perchègiudicar
dobbiamo, eſſere ſtati i Fenici, abi. li ſoprammodo a imprender colle
ſpeculazioni, e colles ſperienze la medicina, e che però ella nella Fenicii, fe
condochè la natura d'un talc affare comporta, alcolmo della perfezioneaggiugneſſe.
E di vero convennc, cho gni ſua parte arricchita, ed illuſtrata veniſſe dal
profondo fapere di Cadino, come colui, che dopo diverſe,c glorio ſe vittorie
dell'Africa avute, come canta Nonno nel poema dc'fatti dfBacco, edificò cento
Città. •... Λιβυσίδι ΚαδμG- αρούρη Δομήσας πολέων εκατονταδα, δωκε δεκάτη
Δύσβαζα λαϊνέοις υφούμενα τύχεα πύργοις e ſpezialmente la famoſa di Tebe, ove
egli regnar poi do veva. Quindi egli ſpogliando dell'antica rozzezza, c pe
coraggine la grecia, le diedeinſieme con tante, e tante doctrine molti vocaboli,
e le lettere ancora, e l'umanità. Il chei medeſimi Greci apertainente
confeſſano, dicendo Erodoto >, per tacer di Filoſtrato, d'Ateneo, e di
Diogene Laerzio, chei Fenici, che vennero con Cadmo, con molte altre dottrine,
le lettere, che prima non vi erano, in Grecia introduffero: ως δε Φοίνικες
ούτοι ως συν Κάδμω απικό. μενοι, εσήγαγαν διδασκάλια είς τους Ελληνας, και δη,
και γράμματα ουκ toy a aliv eranos. Conoſceſi anche manifeftamenre in ciò, che
nella Fenicia la vera natural filoſofia allora regnavas la quale, come Strabone,e
Poſſidonio appo Seſto Empiri co raccontano, da Moſco Fenice, Leucippo da prima
apparò. Ma più che altro, l'eccellenza della medicina de Fenicj ne da
manifeſtamente a divedere, l'aver ella pe netrar ſaputo, come ſi poſſa col
canto domar la ferocia delle malattic; al che certamente imprendere ben ſalda,
e ſottil filoſofia loro abbiſognava, eun'avvedimento non. miga ordinario, e
volgare; eſſendo loro neceſſario dilige temente inveſtigare la materia del
ſuono, qual veramen te ella lia, ſe l'aria, o ſe pure qualche ſpezial
ſoſtanza,che nell'aria fi crovi, e le figure, e la grandezza delle parti celle,
che la compongono; e come la lingua, che forma il canto per via di miſure, e di
convenenza, or fortemen te, or pianamente, or velocemente, or tardamente la
muova; e coine sì fatto movimento or s’uniſca, or fi di funiſca, or creſca, or
manchi, or fi rifletta, or s’attuti; come intorno intorno egli così velocemete
liſpáda;e co. me all'orecchio finalmente pervenuta la ſonora ſoſtanza, o
penetri i poridel timpano, e per li tortuoſi ſentieri del laberinto, e della
chiocciola aggitandoſi, a percooter rat ta ſe'n vada ne'nervi dell’udico, o
pure le ſue particelle dieno il lor movinento al timpano, e'l timpano le com
munichialle particelle dell'aria, qual falfamente inn.itu chiamaſi, e queſte
poi alla membrana, che veſte la chioc ciola il compartano. Ma ſopratutto
inveſtigar loro cer tamente ancora conveniva, come le fibre de nervi dell'u
dito, rappreſentando fedelmente all'anima lc vare, e va rie maniere, colle
quali elleno tocche, e percofie furo no, facciano sì, ch'ella la sì varia, e
táta diverſità deluo ni ne venga ad imprendere; e come l'anima poi da una ſorte
di ſuono noja, e da un'altra diletto tragga; e come da ciò s'ingenerino in eſſa
amore, odio, ira, timore, ed Bb altre, ed altre paſſioni; e come queſte
finalinente, o cre ſcendo, o ceſando il movimentodel ſangue, e dell'altre
diſcorrenti ſoſtanze del corpo, o allargando, o riſtrignen do, o chiudendo i
pori delle parti ſalde, fi rendan valevo li, come d'ingenerare, così anco di
menomare, c di eſtin guere parecchie malattie. Mache che ſia del filoſofar,
ch'eglino ſi faceſſero intor no a tal facenda, quáto giugner poſta la forza del
căto tut to dì ne' bambini a noſtre caſe oggi'l veggiamo; a ' qu ali per lo
ſolo canto, avvegnachè non ancora i ſentimenti del le voci pienamente
comprendano, s’alleggiano i dolori,e talvolta affatto ancor fi tolgono, e ſi
ſeccan ſu le pupille le lagrime,luſingādogli pianaméte alla quiere il sono;e
vede ſi talora huomo pe'lcāto aſsõnare, in cui vana ache la virtù dell'oppio
ſperimétata ſi era.Il che ne può far fede vero efa fer potuto ciò,che
d'Aſclepiade ſi legge cioè ch'egli la rab bioſa furia del ribellante vulgo
colla muſica, ecol ſuono eſtingucſse. Mapoimaggiore senza filo ſi prova la
virtù del căto,ove ſia chiintéda la ſignificāza delle parole,come quelle, che
ancora per ſe ſtelle fole, gli affettinell'animo, valevolia deſtar ſono. Onde
non ſenza maraviglia lo lege go in Diodoro, che la muſica dagli Egiziachi, non
ſolo inutile, ma nocevole anzi che no venille ſtiinata, Tu'vuge σακην νομίζεσιν,
ου μόνον άχρηστν υπάρχειν, αλα, και βλαβεραν, ecio che Eforo appreſſo Polibio
dice: la muſica eſſere ſtata ri trovata per ingannare gli huomini: ettes, ¿ '
atémy, aggona πία παρεισήχθαι τους ανθρώποις. Perché non eeglia mio cre dere
affatto inveriſimile, che Damone co'l căto aveſſe té perar potuto, e raffrenar
le menti offuſcate, ed alterate dall'ebbrezza. E ciò, che narrafi di Terpandro,
e d'A rione, ch'aveſſer col canto riſanati gli abitatori di I.esbo; chc di
graviſſiine malattie moleſtati, ed oppreffi langui vano; e di Pittagora ciò,
che ne narra Eutimio,che a ſuon di cornamuſa aveſſe ad un giovine tutto
infiammato d'a moroſo foco, l'ardentiſſime fiamme amoroſe ſmorzate, ad
un'altro, che infuriato correva col ferro ignudo, lo sfre nato orgoglio
arreſtato; e di Timoteo, che con furioſo canto iſtigaſſe Aleſſandro Macedone a
prender l'ar: me; ma addolciando le note sì adoperaffe, che le poneſſe giù di
bel nuovo; e di Aſclepiade, che le impazzate men ti, e da furor turbate, aveſſe
con ſoave melodia in iſtato di ſanità ridotte; e del medeſimo, che a ſuon di
tromba a’ fordi renduto aveſſe l'udito. Ma non così di leggieri pe I ) ſembra,che
preſtar ſi poſſa fede a Marziano Capella, il quale afferma,eſſere ſtate guarite
le piaghe perla muſi ca; ed à ciò, che diceli d'Itinenia Tebano, che col canto
guariſſe la ſciatica, comechè li fien fovente vedute per im provviſo timore, e
le podagre, e le quartane febbri dipre ſente fanate. Ma che Talere poi colla
ſoavità della Ce tera la peſtilenza aveſſe fugar potutz, coſa ſembra affatto
lontana dalla verità. · Ma il valor della muſica ben venne conoſciuto a tutte
quelle nazioni, che in mezo alle battaglie vollono i ſuo ni, e l'armonie
framettere; come quelle, che troppo va levoli lor lembravano a trarre gli animi
de'combattenti, e colle varie note ſvolgergli, ove più l'era a grado; e talora
incoraggiargli a più pericoloſe impreſe. E sìi Geti uſa rono le Cetere, e le
Siringhe: i Creteſi ', le Lire: i Lidi ed i Lacedemonj gli Auli,a ſuon de'quali
pria di comin ciare la miſchia, di cantare un melos qucſti eran uſi, che
Embetterio appellarono. E gli Arcadi p incoraggiare la lor giovētù ad altiſſime
impreſe, e per addolciar la rozzezza de’ioro animi,cagionata dall'aſprezza
dell'aria,, con ogni ſtudio ferventemente alla mulica s'impiegavano; e l'eſſer
ne ignoranti aurebbonſi a fommo ſcorno recato; onde diffe Polibio, che fin
dalla tenera fanciullezza s’avvezavan gli Arcadi a cantar Inni, e Perni, i
quali ſecondo il patrio coſtume erano indirizzati a lodare gli Eroi, e gli Dei
della Patria; e altri ufici della lor inuſica va il medelimo Polibio lungamente
diviſando; e ne fa anco parola Atenco.. Vennero, ma non guari feliceméte i
Fenici da’mcdicanti dell'altre nazioni imitati, i quali le maraviglioſe pruove,
che per coſtoro col canto facevanſi ſcorgendo, e non ſap piendone la cagione,
ne per iſtudio c'huom vi mertelle Bb giammai penetrar potendola, li fecero a
credere, che l'ar monia tucti mali diſcacciar poteſse; anzi vi ebbe di van
taggio chi ſconciamente filoſofando immaginò, non ſo lamente ſopra gli animali,
maaltresì ſopra l'infenſate co ſe quella ſignoreggiare, e fin ſopra i Cieli, e
nel baſso in ferno diſtenderſi. E perciò vollono, che colà giuſo nell abiſso
calando Orfeo, co'l ſuon della ſua Cetera ſtrozzal ſe ſu le fauci di Cerbero i
latrati, che uſo era contro a ' paſsaggieri con crudel rabbia di mandar fuori:
raffermal ſe l'orgoglio delle furie ſmanianti: e l'anime tutte perdue te,
aveſler dall'acerbe lor pene alcuna triegua: ne lacera te p allor foſsero dagli
Avoltoj a brano a brano le viſce re a Tizio, ne le membra a Siſifo dal grayoſo
ſaſso sfra cellare; ne per ſete delle vicine acque, e per fame delle vedute
poma arrabbiaſse Tantalo. E tutti quanti in ső ma l'inceſsabili torméti col
ſuon della ſua lira in quel paſ ſaggio ſgombraſse; anzi colla dolce armonia sì
poteſse fa re, e tanto, che dagli infernali Dei a'regni della luce law ſua cara
Euridice otteneſse di riportare; il che vagamen. te deſcriſse l'ingegnoſo
latino poeta. T alia dicentem, nervofque ad verba moventem, Exangues flebant
animæ,nec Tantalus undam Capravit refugam: ſtupuitq; Ixionis orbis. Nec carpere
jecur volucres urniſque vacarunt Belides: inque tuofedifti Siſyphe ſaxo. Tum
primum lacrymis vibarum carmine, fama ef Eumenidum maduiſſe genas: nec regia
conjux Suſtinet oranti, nec qui regit ima, negare: E per tal cagione altresì,ad
imitazione di Teocrito, Virgi lio introduce Alfefibeo a dire Carmina, vel Calo
poſuntdeducere lunam. Carminibus Circe focius mutavit V lalei Frigidus in
pratis cantando rumpitur anguis: Eplamedeſima cagione pariméte quel noſtro
Poeta puo tè far dire alla Ninfa, dicui narrò Ricciardetto aRu. giero: Dal
Giella Luna al mio cantar difcende, S'agghiaccia il foco, e l'aria fifa dura,
Ed bo talor con ſemplici parole Moffa la terra, ed ho fermato il ſole. Ma
cotanto oltre portofſi la ſomma ſmcmoraggine di quegli ſciocchi imitatori
de'Fenici, che non ſolamente nel canto, manelle parole ſole ancora una tanta
virtù, ed ef ficacia conſiſter crederono, e di quelle in medicando fer vivanſi:
onde fi legge in Omero,che colle parole ſtagnals ſero il ſangue delle ferite
d’Vliſse i figli d'Autolico, Τονμάρ Αυτολύκου παίδες φίλοι αμφεπένοντο, Ω'πιλήν
δ ' ο'δυσπG- αμύμονG- αναθέριο Δήσανέπιαμόνως • επαοιδη δ' αίμα κελαινόν
Εχεθος: cioè, Mad' Aurolico i figli eſtrema cura si preſer del divino Vliſſe, e
prima Congrand'arte legaron la ferita Tenendo ilſangue, che già fuor n'uſcia
Conparole d'incanto entro le vene. Ma non ſolo i greci, maanche i noſtri poeti,
per cacer de’latini, ſecondando i ſentimenti del vulgo ciò ſcriſſero, infra'
quali il Taſso padre finge, che la donzella della fa ta Silvana medicaſse colle
parole quell'Inghileſe Cava liere gravemente per man d'Alidoro ferito,
cosìdicendo: E con la forçade'magici incanti Fe in lui tornar la virtù già
ſmarrita, Se ricourati i vaghiSpirti erranti, Gli fanò in breve tempo ogni
ferita. E dicono altri ſcrittori aſsai, che operino ciò anche le parole in
tutt'altre malattie: infra’quali Vindiciano: Namque eft res certa Carmen ab
occultis tribuens miracula verbis: e priina di lui Quinto Sereno:
Multaquepræterea verborum monftrafilebo; Nam febrem vario depelli carmine polle
Vana fuperftitio credit, tremuleque parentes. La qual beſſaggine è durata
fempremai, edura tuttavia nel 198 Ragionamento Termo nel mondo, attenendoſi a
cotali fraiche, e novelle'; non ſolo la ſcempiata plebe, maancora quei, che
tra’letterati tengono qualche luogo; e nel paſſato ſecolo il Perrino,fa
mofiflimo Peripatetico, per tacer d'altri di minor liéva, con vaniſſimi
ſofiſmi, diſoſtener sì fatte pecoraggini fol lemente argomentoſſi, cercando di
dare a divedere,che le parole naturalmente ciò poſſano operare; anzi di vantag
gioancor giudicano, che le parole eziandio ſcritte, e ad doffo portate, non
ſolo a guarire i mali, e le febbri, ma anche a render yani i colpi delle ſpade,
e delle palle degli archibuſi ſommamenteapprodino. Onde poi prendono i noſtri
Poeti a favoleggiar de’loro Cavalieri crranti, co me di Ferraù narra l'Arioſto:
Ch'habbiate ſignor mio già intefo eftimo, Che Ferraùper tutto era fatato,
Fuorche là dovel'alimentoprimo Piglia’lbambin nel ventre ancor ferrato. E del
ſuo valorofifſimo Orlando: Era egualmente il Principe d'Anglante Tuttofatato,
furrche in una parte: Ferito eller pote a fotto le piante: Ma le guardòcon ogni
ſtudio sed arte. Duro era il reſto lor,come diamante (Sela famadal ver nonſi
diparte ) E l'uno, e l'altro andòpiùper ornato, Che per biſogno a le battaglie
armato. Ma più ridevole in vero, e ſtrana allai, èpreſſo il Bojardo, e l'Arioſto,
la novella d'Orillo, il quale ingaggiato a bàttagiia con Grifone, ed Aquilante
ſu le ſponde del Ni lo, non mai da que’prodi campioni potea trarſi di vita:
imperocchè per virtù diparole,e d'incanto, egli era sì fattamente ciurmato, che
dopo eſſere ſminuzzato, e tri tato, di nuovo, que'minuzzoli da per ſe
acozzandoſi, -ri tornava, ſicomeprima a vivere, e a combattere; onde cantò il
Bojardo Segli tagliafſi il collo, il petto,e l'anca Piùminuto il tritaſi, che'l
panico, 6 Mainonſarà dello Spiritoprivo, Spezzato in mille parti torna vivo.
Famoſa ſenza fallo, e chiara al mondo fe la medicina de Traci il valencillimo
medico, e filoſofante Orfeo, come colui, che per teltimonianza di Clemente
Aleſſandrino nelle ſecrete coſe della natura fi fè addétro aſſai; e fu il pri
mo, checurioſamente, per quel che ſi ſappia, dell'erbé ſcriſfe: primus, dice
Plinio, omnium, quos memoria novit Orpheus de herbis aliqua prodidit. Compoſe
egli ancora alcuni libri della natural filoſofia, delle gemme, del ſito delle
fibre, e un libro ſe'l ver dice Galieno della compoſia zione degli antidoti, e
molti, e molte altri libri di coſe naturali; ſenzachè non ſi può egli di
leggier credere, in quanto pregio avuto egli foſſe tra per la dolciſſimaarmo
nia del ſuo canto, e per altre ſue rare dottrine, maſlima mente della politica,
di cui ſecondamente che ne raccon ta Pauſania, fù egli un gran maeſtro, molte,
e molte di di quelle coſe inſegnando, le quali alla vita, e al regime to degli
huomini abbiſognano. E anche fu egli pregiato molto, e tenuto a capitale per le
molte, e valevoli medi cine a corali malattic non men del corpo, che dell'animo
dalui ne'ſuoi infermi felicemente adoperato. E comechè favoloſo affatto, e vano
fia ciò, che vien narraro di ſua moglie Euridice,da luicol canto riſuſcitata:
non però di meno vogliono molti antichi ſcrittori, che Orfeo la riſa naſſe,
preſſo a morte ridotta dal morſo d'una ſerpc, e che poſcia ella ſe ne moriſſe
per colpadel medeſimo Orfeo.Ma ſe foſſe veramente d’Orfeo quel poema
dell’Argonautica, che la bugiarda Grecia ſotto il ſuo nome divulgò, dottar non
ſi potrebbe, che egli non foſſe ſtato della Chimica molto, e molto avviſato,
mentre ſi deſcrive in quel libro minutisſimainente ciò, che ſi richiede per lo
gran magiſte ro, che deſcritto era, come ſi finge nel libro, che Orfeo con gli
altri argonauti a Colco conquiſtarono. E quinci certamente ſi pare poi, che i
poeti prendelſer l'occaſione di finger quel celebre favoloſo racconto del Vello
dell'o ro:, il quale, come dicono lo ſcoliaſte d'Apollonio,e Suida, e Varino
Favorino, altro veramente ei non era, che una pelle, nella quale l'artificiofa
maniera da cambiar in oro qualunque altro demetallideſcritta leggevaſi. Ma le
tante arti, e ſpezialmente la muſica,e la poeſia; nelle quali dilettavali aſſai
Orteo, e l'eſſer egli ſtato, CO me Simplicio riferiſce,autore, ed inventore
deltaco, e no per altro, che per iſcuſarſi, e riveſciar ſopra la di lui inevi.
tabile neceſſità quelle morti, che per ſua colpa a'poveri in fermi avvenivano,
mi dan per avventura giuſta cagione di dubitare, non egli foſſe ſtato nella
filoſofia,e nellamedi cina da mé, che altri credevalo;ne tāta loda meritar
dovel ſe, quanta in prima guadagnoli nel creſcere dell'arti ap preſſo i troppo
ſemplici, enon eſperti antichi, iquali pa ghi ſolainente delle primeapparenze
delle coſe, nonnes venivano troppo addétro a penetrare le cagioni;comeche
Pittagora ſtudiato oltreinodo ſi foſſe delle doctrine di lui apparare, e
diſcerner ſuoi librilegittimi da non veri,ſico me non pochiſcrittori
teſtimoniano, e ſpezialmente Siria no, il quale di moſtrare a' fentiinenti
d'Orfco que'diPi tagora, e di Platone concordevoli argomentolli. E più avanti è
da dottar della ſua dottrina, e valoria; percioc chè non è egli vero ciò, che
il ſemplice vulgo parimento di lui credeva, efſer le ſue azioni, ed andamenti
tutti con una coral gravità di coſtumi, e lantità di vita ſempremai ſtati
accompagnati; conciofoſſe coſa, che egli dimoltes malvage uſanze, c cattive
vezze la Grecia cutra gualta, e corrotta aveſſe: Sacra Liberi Patris, dice
Lattanzio, pri mus Orpheusinduxit in Greciam, primufque celebravit in monte
Bootie Thebis, ubi Liber natus eft. E di vantaggio ſcrive di lui Ovidio: Ille
etiam Tbracum populis fuitauthor amores In teneros vertiſe mares: Ma la
medicina de Traciin fama,edonor maggiorinen te poi crebbe per opera di
Zamolſide, non meno ſaggio, che valoroſo lor Principe, da alcuni fallamente
appo Ero doto creduto ſervo, e diſcepolo di Pittagora. Ma della medicina di
Zamollide altro noi non abbiano, ſe non quel poco che appo Platone ſe
nelegge,cioè,nó poterſi medicar gli occhj ſenza la teſta,ne la teſta ſenza
tuttoilcorpo, ne il corpo ſenza l'anima. E queſta dicca Zamolſide eſser la ra
gione, perchè molte malattie de'corpi fieno naſcoſe a'me dici Greci, a’quali
non è manifeſto dove primjeramente faccia meſtieri applicar la medicina, cioè
al tutto, il qua le non iſtando bene, è imposſibile, che qualunque ſuas parte
ſe ne ſtea bene;cócioſliecoſachè,ficomc egli dicevil ', ciaſcun noftro bene, o
male dall'anima noftra ne diſcenda al corpo, e da quello conſeguentemente a
ciaſcuna parte di ſe, e perciò agli occhj ſi partiſca; e però giudicava in
prima eſſer l'anima ſopratutto da medicarc; acciocchè bé poi ne ſteſſc la teſta,
e tutto il corpo.Mal'anima egli volc va, appo Platone,che da medicar foſsc có
incanci; e queſti diceva eſserci buoni ſermoni, e indirizzamenti, i quali
certamente fan pro a render l'huomo temperaro, e ſigno reggiante l'impeto
de'ſenſi alla ragione rubelli; e quindi 1.2 ſanità al capo, e a tutto il
rimanente del corpo agevol mente poicompartirſi: ecco le ſue parole sa's dº
itu'sa's Guo ας, τες λόγες είναι τις καλές • εκ δε των τοιέτων λόγων εν αις
ψυχαίς σοφροσύνην εγγίγνεσθαι,ής εγγενομένης, και παρέσης ράδιον ήδη είναι την
υγίειαν, και τη κεφαλή, και το άλω σώμαπ πορίζων, Ma non facea meſtieri
certamente di molto ftudio, e di molta acutezza d'intendimento a porre in aja
sì fatti di viſamenti, che poſsono di leggieri cadere in mente anche alle più
idiote perlone. Nevero egli ſi ritrova, che le malattie tutte del corpo,
dall'anima dependano, o ſem - prc, chepatiſce una parte, debba neceſsariamente
patir il tutto, o'lmal delia parte da tutto il corpo, o da qualche parte
principale di quelle dependere; perciocchè ben può eſser tutto il rimanente del
corpo, ſano, et una, o altra parte ſolamente magagnata. È ciò avvenir tutto dì
live de,maſſimamente nelle ferite, ed epfiamenti, che colme dicar la parte
offeſa ſola, ſenza badar ad altro, quella feli cemente ſi riſana; e ciò
conferma l'eſemplo del fatto a'no ſtri tempi avvenuto, dicolui, che portar non
potendo il troppo acerbo dolore, che per la podagra pativa in un de Сс diti del
ſuo piè, venne a tanta diſperazione, che preſo un coltello, troncoſselo, ne più
mai in altro luogo poi venne gli la podagra. Macon gran prontezza venne
abbracciata, e con gra disſima ſuperſtizione oſservata sìfatta guiſa di
medicare da'Greci medici razionali; e di quella tuttavia ſivaglio no i noſtri
medici ancora, tra per far pompa di quel ſape. re, ch'effi non hanno, ed ancora
per menar la cura alla lunga; ma ſopratutto per non aver rimedio opportuno al
male; e di cotali ſorti di medicine ſi ſervono, le quali al la malattia punto
non s'appartengono; e nondimeno egli no millantando dicono uſarle
opportunamente: acciocchè prima il tutto, e le parti principali medicate ſieno;
e quin di all'offeſa parte fi venga a dar riparo; e immaginando follemente
ancora, che ciò far conaltro argomento non ſi poffa, i lor ſalalli, e le
ſtomachevoli purgagioni, che fono i maggiori ricoveri della loro ignoranza,
mettono di preſente in opera,co imporgli largamente ovunque più loro aggrada,
fino a far infralir gli ſpiriti, e preffo, che amorte giugner i malati; ma ben
ſovente incontrar ſuole, che da qualche femminella, o altro menomo Empirico ',
cui il vero rimedio ſia conoſciuto, di sì fatte lor cianceri mangan beffati, e
ricreduti. Ma per altro poi molto manifeſto fiſcorge, che in Za mollide aſſai
più che'l ſapere,parte v’ebbero l'aſtuzic,ele frodi, delle quali niun forſe di
lui meglio ſi ſeppe a'luoi tempi valere. Fabbricò egli un belliſſimo palagio (co
me narra Erodoto, comeche Strabone altrimentijl fatto deſcriv2 ) nel quale
convitava a mangiare la gente più principale, e lor perfuadeva, che ne eſſo, ne
alcun di co loro, che gli tenean compagnia giammai morirebbe; ma inſieme con
eſo lui dopo il trapallamento della preſentes vita, eterna beatitudine
goderebbono. Edificò egli un ' altro palagio ſotto terra, la dove egli
infingendoſi mor to ſtette celatamente tre anni; nel qual tempo con pieto fi
ſoſpiri, ed amare lagrimc doloroſamente fu pianto da que'popoli; ed uſciione
poſcia diè a diyedere, ch'egliera in vi ciò, in vita ritornato; e queſto, ed
altro egli ebbe agio di fa. re, perch'era in grandiſſima gloria ſalito, tra per
la medi cina, e tra per eller qnci popoli groſſi, e materiali ſoprá modo;
intanto, chenon ſolo diedero intera credenza a che detto aveya: ma ancora dopo
mortc in cotanta, maraviglia fu tenuto, che venne da loro per Dio adora to; ed
a’teinpi di Erodoto eglino ancora avevano in co ſtume di madargli uno
ambaſciadore con una nave di cin que hucmini: aʼquali era impoſto, che giunti
ad un ſoli tario, ed ermo luogo,prendeſſero per lo piede il detto am
baſciadore, e lo ſoſpingelſer ſu in modo tal, ch'eglive niſo a cader giù loura
tre lance a tal effetto acconce; il quale fe immantenente ſe ne moriva, eran
ſicuri, che Za molde favorevol farebbe ſtato alle lor dimande; ma ſe per
avventura morto non foſſe, n'era accagionato, coine indegno dell'ambaſceria, e
reo, e perfido huomo era ap pellato; ed un'altro ambaſciadore a queſt'opera
fare eleg gevano, al quale le medeſime ambaſciate imponevano Quefta fortuna
medeſima appretſo lui participarono i ſuoi fcaltriti diſcepoli, come quei, che
poteron dare agevol mente a divedere a quc'ſemplici popoli, che valevoli foſ
ſero coʻloro argomenti a dare altrui quella immortalitá che per ſe medeſimi
conſeguir non potevano. Ma Bacco, ſapientiſſimo, e valoroſiſſimo Principe de'
popoli Affirj, della medicina de' quali ora lo intendo di ragionare, avendo in
pochiſſimo tempo a forza d'ar me vinta l’Iberia, e la Libia, e l'Oriente tutto,
e più, e più volte calcate colle vittorioſe piante l'arene dell’O ceano, e fin
l'ultime regioni della terra penetrate, e po ſtevi per eternamemoria de'ſuoi
trionfi quelle due famo ſe colonne: così ragguardevole, e glorioſo in
tutto'lmon do divenuto,pur ebbe in cotanto pregio la medicina, che non già
monarca, e conquiſtator delmondo, ma medico ſolamente volle elles chiamato. E
nel vero così magnifi che, c gloriofe furle fue impreſe, che per tacer de
Fenicja ftudiaronli i Greci millantatori colle loro uſate menzogne di Cadmo al
nipote, huom di loro nazione propiamente Сс 2 inveſtirle; ma ſi ben non ſeppero
con loro novelle la coſa comporre, che non ſene doveſſe manifeſtamente avvede.
re ciaſcun, che de'tempi di coloro faceſſe ragione; per ciocchè egli è coſa
manifeſta, che molto tempo addietro a Cadmomedeſimo, non che a ſuo nipote, ci
foſse Bacco vivuto, ſecondamente che s'avviſa in Euripide, introdu cente nella
Bacchide Cadmo a comındare il culto di Bac co, fol perchè egli antico fi foſse:
Πατος παραδοχας, άσθ' ομήλικα, χρόνων Κεκτήμεθ', έδεις αντο καβάλει λόγG-. Ed
Ateneo,graviſſimo ſcrittore, ſomiglianteméte dice,far fi menzione di Bacco
nella lapida del ſepolcro di Nino, il qual viſſe certamente ſeicento anni prima
de'tépi di Cad mo; ſenzachè appo Filoſtrato affermano in verità gl'In diani,
eſſer Bacco, non dalla Grecia, comealtri crede, ma dall’Affiria nelle loro
contrade capitato. La maggior opera, che Bacco in medicina faceſse, ſem bra
ſenzafallo il ritrovamento del vino. E ciò fù per av ventura, che adoperando
cgli il ſugo dell'uva per cotal fua biſogna a caſoqualche parte nelvaſo
avanzata ne for ſe,la qual poi bollendo,e formétandoſi in vino fi cambial fe: e
diciò avvedutofi egli, a bello ſtudio poi la colaj provaſse, eriprovaſse,
finchè avviſandolo alla fine così ſpiritofo, e giovevole al genere umano
l'adoperaſſe in prima nelle malattie, quindi ancora agli huomini ſani lar
gamente il concedeſse. Ma forſe egli, ſecondochè lo immagino, per via della
Chimica ritrovollo; la qual, ficome in Egitto, così anche doveva allora in
quelle con trade ſommamente adoperarſi. E veramente ſolo a'Chi miciconviene col
digeſtimento, e formentazione neʼlu ghi vegetabili ſuegliar gli ſpiriti, i
quali pigri in prima, e quaſi addormentari in quelli dimoravano. E potrebbe
eſser’anche, che Bacco apparato l'aveſse in ciò, che lo frutte, da ſe
medeſimeforinentar fi ſogliono, el ſapore e l'altre qualità convencvoli al vino
acquiſtare; avvenen. do ciò per opera de'movevoli ſommamente, et acuti cor
picciuoli, i quali dall'aria intorno lor communicandoſi, e ajutati da cotali
atometti di quelli, onde il fuoco s’ingco nera,che continuo portan ſeco,e che
in que'corpi trovano, fuiluppano tratto tratto, e ſciolgono quella nobiliſsima
foſtanza, ch'anima del vino può dirſi, e da' Chimici, che colla diſtillazione
ſoglion dal vino ſepararla,acquarzente, e ſpirito di vino ſi chiama. Ma comechè
del ritrovamento del vino ſe ne debba veramente l'onore al noſtro comun padre
Noè; impertá to è da credere, eſſer' il modo di fare il vino da lui già ri
trovato,per travalicamento di tempo, ſmarrito: cche Bacco poi da capo il
rinveniſſe. lo fo, che alcuni favo leggiando voglion con lor novelle darnc a
divedere,eſſere ſtata una medeſima perſona Noè, e Bacco; ma ciò trala fcio, per
non effer egli in modo alcuno da credere; per ciocchè per quel, che comprender
ſi poſſa dalle ſagre car te, non guerreggiò giammai Noè, ne altra impreſa fece,
che ſpezialmente a Bacco s'attribuiſca. E molto meno è da preſtar credenza al
Voſſio padre, il quale a deboliſſime fondamenta appoggiato, giudica, non altri
eſſere ſtato Bacco, che'l ſanto Moisè; perciocchè Moisè non fu mai in India a
guerreggiare, non chepunto ta foggiogaſſe. Ma ciò non appartenendo punto al
noſtro propoſito dico, che ciò, che ſifacefle in inedicando Bacco, e quali
altrimedi camienti egli adoperaſle, e come co'l vino guariſse i mala ti, e
coll'edera poi a'nocimenti del vino e' riparaffe, non; ne abbiamo al
preſente,per quel ch’lo ſappia, contezza alcuna. E avvegnachè
valentisſimomedicante e' li foſſe, c imperciò dall'oracolo il dator della vita
chiamato, non però di meno eſſendo egli avido di loda, e vanaglorioſo aflai,
pur comegli altri per maggiormente cfſer tenuto a capitale,
vollemueſtrevolmente render più maraviglioſe le ſue cure, con far veduta, che
qualche coſa ſopranatu rale anchev'aveſse; perchè ſerviſſi delle divinazioni e
de facrifici, i quali tra per queſto, e per la ſperanza di veni re anch'egli
dopo mortequal Dio dagli huomini celebra. to, nell'Alliria, e ne'paeſi dalui
ſoggiogati, in primaj introduſſe. 1 Ante
tuos ortus ar& fine honore fuerunt Liber, et in gelidis berba reperta focis.
Te memorant Gange, totoque Oriente ſubalty Primitias magnofepofuiße lovi.
Cinnama tu primus, captivaque thura dediſti, Deque triumphato viſceratoſta
bove. Ma trapaſſando dalla medicina degli Affirj a quella de gli Arabi, ſe
rozza veramente, e ſciocca oltremodo ne gli antichi tempiquella fi foſſe,o ſe
talpur ſi pareſc,ben G ravviſa in ciò, che da Agatorchide per teſtimonianza di
Strabone, e di Diodoro, che da lui tolfer di peſo ciò, chc ſcriſſer delle coſe
degli Arabi, narrato ne viene. Do po aver detto Agatoichide, che nell'Arabia
per la trop pa fragranzia,e acutezza, che ivi fentivaſi degli odori del le loro
piante, diffolvendoſi, e dilatandoſi tratto tratto la teſſitura delle membra di
quegli abitatori, divenivano i cattivelli in fierisſime cagioni, e malattie.
Soggiugne egli poi, che a quelle co'l fumo, ccolla puzza delle bar bc de'becchi,
e del bitume davan riparo: da#reouév8 rõrúa ματG- υπ ' ακράτε, και μη τικής
δυνάμεως, και την συμμετρον πύκνω. σαν επιπλεονεξίσης, ωπάγαν ας έκλυσαν ισχύ
την.Ρcrche fembra ad alcuni, che a ciò fare ſoſpinti foſſer gli Arabi medican
ti da quel volgar ſentimento, che l’un contrario, per l'al tro curarſi debba.
Ma che che ſia della verità di ciò,tan to, e tanto oggi meſſa in dubbio
da’moderni medici: di co, che ſe rimedio pur quellera, certamente era cgli più
acconcio a conſervare, e difendere da quelle malattie i pericolanti paeſani,
che le già appiccate ceffare. Ne è pū. to vero ciò, che il dottiſlimo Salmafio
giudica, esſere ſta ta queſta in Arabia una cotal ſorte di metodica medicina;
perciocchè i Razionalimedici ancora ſi prendon guardia di non laſciar di
ſoverchio turati, o ſpalancati i pori degli animali, e oltre al convencvole
ſtemperati. Maccrtamē te è da dire, che eſſendo ora cosi odorifera di ſpezierie
l'Arabia, quale in quegli antichissimi tempi ſi era:ne per ciò cagionandoſi
quivisì fatte malattie, fieno affatto fa volore, e vane cotali no c!le di
que'tcmpi; o alti vode,che dagli odori foſſe ciò avvenuto. Ne poſto in ciò
della tram { curaggine di Strabonc, e di Diodoro forte non maravi gliarmi,i
quali non ſi dieron mai cura di ravviſare un cotal farfallonenegli antichi, e
pure nc'loro tépi affai ben cono ſciuta ſi era l'Arabia.Ma nella Grecia da chi,
e in qual té po da prima ritrovata ſi foſſe la medicina, Io quanto a me
confeſſo affatto non ſapere; nondimeno farei d'opiniones molto tempo avanti di
quel, che comunemente ſi giudi ca, quivi eſſere ſtata quella ritrovata: e ben
priina aſſai, che Cadmo le priine lettere vi recaffe; perciocchè per le gravi,
e crudeli malattie, che continuo quella infeltava no, ſommaméte allora faceva
la medicina alla Grecia me ſtieri. Il che fu anche cagione, perchè con tanto
ſtudio, e in tanto novero i Greci tutti allora alla medicina s'impie gaſſero; e
non fu egli al mondo,per quanto ſi poſſa in iſto ric avviſare, nazione alcuna,
che cotanto vis'inviluppal ſe, quanto la Greca. Perchè ſembrami egli certamente
imposſibile, che nelle tenebre di tanti, e tanti paſsati ſe coli, e da poche, e
non ordinate memorie, che appena ai noſtra notizia fien pervenute, ſi poſſa in
alcun modo inve ſtigar la verità di cotali coſe; ſenzachè fon le loro ſtories
tutte ſofperte di falſità, e millantatrici, ccon l'uſate lor favole, e novelle
ſempremai meſcolate;imperciocchè, co me avviſa Giuſeppe Ebreo: non avēdo avuto
i Greci ſcrit ture pubbliche, nelle quali fedelmente ficonfervaſsero fe.
memorie delle coſe avvenute, oguiſcrittore poteva,come più gliera a grado
narrar le coſe,ſenza aver timore di po ter mai eſser colso in fallo ', e
convinto di bugia. Arro ge, che i Greci, come afferma Dione, erano così avvez
zi al piacere, che ſtimavan vere tutte le coſe, che narrate foffero con
eleganza di ſtile; il che poi cagionava, che gli ſcrittori d'altro cura non ſi
deſsero, chedivagamente, ed ornatamente ſcrivere, fenza durar fatica
nell'inveſtigar la verità de' fatti; anzialcuni ſovente ſi ſtudiavano, meſco.
lando a bello ſtudio menzogne coll’iſtorie, di fare altrui delle loro
ſtrabocchevoli impreſe maravigliare; e altri fi adoperavano in ben comporre, e
inviluppar le coſe per coglier poicagione di trarre a ſua patria ciò, che di
ma. gnifico, e di pregiato andaſſe attorno. Così il comun der Greci le glorioſe
geſte in medicina d'Oſiri Egizio, perta cer d'altre ſue impreſe, che non fanno
al preſente a noſtro propoſito, al ſuo Apollo figliuol di Latona mentendo at
tribuì; e'l figliuol di Semele reſe chiaro, e illuſtre co' fat ri di Bacco
Afirio. Così ancora quanto di grande, e di glorioſo in medicina operaſle
Tofortride, inſieme coʻl ſuo medeſimo ſoprannome al ſuo Eſculapio falſamente
attri buì; laſciando così in tanti volumi, e confuſioni il pren. derſi cura gli
ſcrittori di rapportare il tempo, in cui par citamente quegli antichi medici
Greci viſſero, de'quali ancora a' noftri tempi ne ſon giunte qualche
contezze,che malagevole, anzi impoſſibile egli ſembra ad huom lo ſvi lupparſene.
Ma io in quanto potrò per fornire il mio di viſo, faronne una breve, comechè
confuſa accolta, eſc condochè alla memoria a mano a mano mi ſovverrà, ter rò
ragionamento di ciaſcuno. E prima di tutt'altri mi convien narrar di Peone
tenuto in sì gran maraviglia appreſſo gli antichi per la ſua impareggiabil’arte
del medicare, che ragionevolmente giudicarono, aver lui meritato d'eſſer medico
diGiove, e cotanto lafsù pregiato, e tenuto a capitale, che più dicia
fcun'altro Dio preſſo a quello orrevolmente ſi ſedeſſe;nar, rando di lui Omero.
Παρ δε διά κρονίωνι καθέζείο κύδει γαίων, e'l medeſimo poeta nell'Odiſſea avea
detto, i medici del l'Egitto eſſere eccellenti per eſſer della ſchiatta di
Peone: Tlainavos dirigevédans. Il che ci può far credere, che Peone foſſe
Egizio, e non Greco di nazione, ma inſieme con gli altri, che teſtè dicemmo
agli Egizi da'Greci rubbato; e intanto crebbe nella Grecia la fama di Peone,
che ciaſcun medico dopo di lui giudicava, ſe eſser ſommamentelti mato, e
commendato, ſe col ſuo nome chiamar ſi faceſse; anzile mani inedeſime
de'valenti medici da Galjeno, c da altri ſcrittori vennerdette pconie; e peonie
parimente fi diſsero l'erbe più giovevoli,ed efficaci ad uſo di medicina;
perchè cantò il Poeta Et fuperas Cali veniſe sub auras Peoniisrevocatum herbis,
cioè a dire, come avviſa Servio, à Peone Dcorum medico Vsò Peone in medicando
le ferice, piacevoli, e dolci mc dicamenti, co’quali curò egli Plutone, per le
mani d'Er cole grayemente ferito: Τα δ ' επι Παιήων οδυνηφα φάρμακα πέσων,
Η'κέσατ' Dalla qual cura ſi può agevolmente avviſare, eſsere ſta to Peone
appreſso gli antichi in maggior pregio aſs:ri del medeſimo Apollo: comechè
alcuni vanamente giudichi no, la modelima perſona eſſer Peonc, ed Apollo. Ma
ciò quanto ſia lontano dal vero manifeſtamente in ciò ſi conoſce, che Omero nel
ſuo maggior poema, di Peone, e d'Apollo, come di due diverſe perſone ſeinpremai
farvel 1.1. Ne è punto da dar credenza al chioſator di Nicandro, che
vuole,Peoneeſſere ſtato il medeſimo, ch'Eſculapio; nel quale crrore cadde
poſcia Artemidoro,quando diſse: Slautwv gas ó Arxassatoo's heyeces:
imperciocchè nc' tempi d' Omicro, Eſculapio non era ancora deificato; trattando
Omero comc huono Eſculapio allora quando e' dice, in favellando di Macaone, che
egli era figlio d'Eſculapio ec cellentiſſimo medico: Φώτ' Α ' σκληπιά υον
αμύμον G- ιητήρG-, Maciò laſciando al preséte, e ritornando al noſtro pro
poſito della medicina, dico, che di Peone non s'hà ine moria, ch'Iomiſappia,
niuna, fuor ſolamente della Peo nia: Vetuftifima,narra Plinio, inventio paoniæ
eft, no menque authoris retinet. MaIo quanto a me giudico, non cffer lui ſtato
cotanto valoroſo medico, qual per avventu ra lo ci danno a credere i troppo
rozzi antichi; percioc chè altro delle ſue pruqve non abbiaino, che l'aver lui
una fola ferita ſaldaca. Perchèè cgli a buona ragion da crede re, che Peone per
dovere a cotanta gloria, quanta egli acquiſtonne, condurſi, tutti i buoni, c
malvagj contigli adoperati y’aveſe,facendoſembiante alla ſciocca, e fem, D d
plice gente,con ſuefruſche,di tar lemaraviglic. E per av ventura egli ſi fu il
primo, che ne fe credere cotáte ſcioc chezze della ſua peonia:
dicendo,dover'huom quella in lis la notte cogliere, per non eſſer dalle
ghiandaje veduto,le quali ſtandole continuo a guardia, crocchiando, e volan do
accorron coſto a bezzicar gli occhi di chi la ſvelle; ſen zachè dicono correr
colui manifeſto pericolo di cicpargli gl'inteſtini, ſe digiorno la coglie.
Novella ſecondochè giudica Plinio, a bello ſtudio ordinata, e compoſta per dar
maggiormente ammirazione alla coſa. Ma non che ciò ſia vero, anzi le virtù
tante della Peonia cotanto dagli ſcrittoricommendate, e da Peone forſe da prima
a quella attribuite, ora in verità tutto vane, e falſe ſperimentate fi ſono: ne
ad alcun lieto finc giammai riuſcir ſi veggono. Perchè colſer cagionc alcunidi
dubitare, non forſe que Ita noftra Peonia altra fi foſſe, che quella cotanto
tenuta in pregio dagli antichi, e adoperata in diverſe lor malat tie. È altri
giudicano effer veramente quella; ma per conſervarli nelle ſue virtù vogliono,
che ſia in certi tem pi ſolamente, e ſotto cotal coſtellazione da raccoglicre.
Ne è da tacere in queſto propoſito, quanto arditamente uccellar ne voglia
Galieno, il quale afferma aver lui me delimo ſperimentato, che la radice della
Peonia appicca ta al collo de fanciulli, c quivi da lor tenuta, non ſolaine se
glidifenda dal mal caduco, ma anche quando già pre ſi ne ſono, facciagli di
preſente rinvenire. Malaſciando al preſente Pconc, e trapaſſando a dir d'
Apollo, creduto comunemente Dio della medicina: egli è da ſapere, che molti
Apelli già furono in Grecia, e cctante, e sì diverſe, e dal vero lótane ſono
quelle coſe, che per gli ſcrittoridilor ſi narrano, che ſarebbe certa mente un
logorar fuor di propoſito il tempo, il venirle qui ad una ad una a raccontare.
Solaméte dirò del figliuol di Latona quelle poche, e confuſe memorie alla ſua
me dicina pertinenti, che per quanto lo ſappia a' noſtri tem pi pervenute ſono.
E in prima, quantunque Apollo al cuna erba ritrovaſſe ad uſo di medicina, quale
è quella percid detta Apollinare, che è una cotal ſpezie di Solatro; Apollo
hanc berbam,dice diquella Apuleo, fertur inveniffe, da Aſclepio
dediffe,&apollinaris nomen impofuiſſe; inper tanto non è perciò egli da
eſſerne cotantoonorato col rag guardevol titolo di Dio della medicina, ficome
dal vula go, or follemente ſi giudica; perciocchè in quel medeſi mo tempo,
ch'e'fioriva, molto d'altra parte in medicina vantaggiavaſi Chirone; il qual
certamente in ciò cotanto di lui fu maggiore, ch'egli inedefino conoſcendolo
tale, volle, ch’Eſculapio ſuo figlio per maggiormére profittar vi, da Chircne
la medicinaapparaſſe, come da maeſtro di ſe più valoroſo aflai. Senzachè narra
Igino,cſſere ſtato Apollo il primicro ſolamente a ritrovar la inedicina degli
occhj, non di tutt'altre malattie del corpo umano. Ele disse d’Apollo,
Callımaco, che da lui primieramente gli huomini apparato avevano a cellare i
pericoli della morte: Κάνε δε θυμαι και μάντιες: έκ δε νυ Φοίβε, Iyisod dedeany,
ardermoor Java Toio: ſeguì in ciò certainentc egli la comun credenza della
gente volgare, non badando punto alla verità del fatto. Ma ſia pur ciò, comeſi
voglia: lo quanto a me immagi gino, che Apollo, o avendo egli col ſuo ſtudio, e
colla ſua diligenza rinvenuta cotal medicina a’malori degli oc chi giovevole, o
pur da qualche vegliarda appreſa aven dola, a quella adoperare con ogni ſuo
ſtudio continua mente intendeſſe; e comechè in quella parte reſo fi foſ ſe
ragguardevol molto alla gente di que'tempi, non pe rò di meno egli è da dire,
nel rimanéte eſſer lui ſtato mol to rozzo, e dappoco in medicina, e'l ſaper ſuo
manche vole affai; ajutandoci a ciò giudicare la comun mellonag gine di
que’tempi, e maſſimamente nella Grecia nell'arti più ragguardevoli. E che cotal
foſſe ſtato anch'egli Apol lo, in ciò certamente ravviſar fi potrebbe, ch'egli
poco alla ſua ſcienza fidando per dovere aggiugnere a gloria di valoroſo,
quella parte della medicina a imprender ſi dic de, la quale intorno agli
antivedimenti s'adopera;quindi D d 2 poco in quella ancor profittando,peraltre
ſtrade ſconce, e ſuperſtizioſe argomentofli di venire a capo de' ſuoi avviſi,
apparando dal vecchio Pane l'arte ſcaltrita, cingannevo le del vaticinare.
Quindi andato in Delfo, la dove Te. mide dava le riſpoſte, e avendo quivi la
ſerpe ingannevol mento ucciſi, la quale gli vietava l'entrata nell'aperturu
dell'oracolo, ingombrollo di preſente, e cominciovvi in un tratto
maeſtrevolinente a profetizzare; ſcrivendo di ciò Apollodoro quette perole:
Απόλλων δε την μαντικήν μαθών παρα του Πανός, του Διός Θυμάρεως ήκεν ας Δελφούς
χρησμωδούσης το σε Θέμιδα • ως δε ο φρερών το μαντίον Πύθων ώρις εκώλυεν αυτόν
παρελθείν εις το χάσμα και του τον ανελών, το μανλείον παραλαμβάνει. E queſto
vien altresì conferinato di Strabonc, il quale meglio ſembra per mio avviſo,
che abbia ſaputo la coſi. Dice egli ch'effedo ſtato Apollo ammaeſtrato
nell'arte de' vaticinj da Pane, che diede le leggi agli Arcadi, ſe n'an daffela
dove la Notte,e la Dea Temide davan le riſpoſte, ed ammazzato il tiranno di
quel luogo chiamato Pitone, ribaldo, e terribile huomo,che per la ſua
grandearroganza dicevali se zw,cioè Dragone,preſidéte allora della menſa de’
vaticinj, ſe ne impadroniſſe, e celebrar vi faceſſe gli ſpettacoli. Coſtuma poi
ſeguita per tanti ſecoli da que gliempi, c fugaciſuoi facerdoti, e miniſtri, i
quali imi tando in ciò il loro aſtuto maeſtro, vezzatamente davanj le riſpoſte
inviluppate d’enimmi, e diriboboli, intanto, chequalunque caſo poi
n'incontraſſe, ſipotea ben dire, eller quello verainente ſecondo il lor divino
predicimen to ſeguito. Nc in ciò punto meno ſcaltriti, c maliziofi fi rono dopo
Apollo gli altri medici, col tener macítrevol mente mai ſempre i cattivelli
malati a bada, e ragionando ſemprea riguardo, c con duplicità, delle lor
malattie,per dover ſempre poi indovinare, a qualunque fine il mal ne siulciffe.
E quelle fi fur larti, onde in tanta fama, e pregio 2p preſo il vulgo montò
Apollo, che guadagnoſsene il titolo k ! maggior medicante del mondo,anzidi Dio
della me sna. Misi, e tanto non potè egli con fue afuzicado 1 perare, che di
più intendenti, ed avveduti huomini non foſſe ignorante, e poco del meſtier
della medicina confa pevole reputato. Ne per pruova altro che talcertamen te
potevano giudicarlo, riguardando tutto giorno per mā, di lui, e di Diuna ſua
ſorell.2 (la qual medica ancor ella, ritrovò, e diede ilnomeall'Artemiſia)
morirſi a centina. ja i miſeri malati, ſenza mai guarirfene niuno. Infra’qua li
furono i figli della ſventurata Niobe; di chic eila cotan to dolor preſe, che
mancandole ad un tratto i ſentimenti, e riſtretti in ſe gli ſpiriti, ſenza
alcun motto fare, chiuſei le pugna, pirò; perchè poi preſer cagione i Poetidi
favo leggiare, ch'in fafso ella cambiata ſi foſſe. E quinci nac que poi,
ch'eziandio dopo che furono Apollo, e Diana nel numero degli Dei allogati,credevaſi
comuneméte, che tutti quegli infermi, che capitavan niale delle lor malat tie,
ſe femmine follero, perman di Diana, e ſe huomini, per man d’Apollo moriſscro;
perchè Omero, Ε'λθων αργυρότοξ - Απόλλων Αρτέμιδι ξυν και οίς άγανούς βελέσουτ
κατέκτεινε. E’l medeſimo poeta finge, ch’Apollo mandaſſe la pe ſtilenza nel
campo greco; ne per altro, al creder di Por firio furono poſtele ſaette nelle
mani d'Apollo, é ne ven ne giudicato Dio infernale. Qual ſi foſſe egli poi
ne'co ftumi, il taccio; eſsendo pur troppo manifeſte a ciaſcuno le ſue infamie,
e ciò che avveniffe alcattivel di Giacinto, per fua mano, e a Lino. Tanto mipar,
chedebba lo ac cennare ciò, che alnoſtro propofito ſi conviene, cioè, ch ' cgli
avvili da prima, e profanò il ſanto meſtier della me dicina, inſegnandola ad
Enone in pagamento d'averle tolta a viva forza la verginità, e l'onore; perchè
ella co sì preſso Ovidio fi vanta, Me fide conſpicuus Troje muwitor amavit Ille
med fpolium virginitatis habet; Id quoqueiaétando: rupi tamen ante capillos,
Öraque ſuntdigitis afpera facta meis. Nec pretium ſtuprigemmas, aurumque
popofcit; Turpiter ingenuum munera corpus emunt. IR. L:Ipfe ratas dignam medicas mihi tradidit artes, Admiſisque meis ad fua
dona manus. Quècunque
herba potens ad opem,radixque medendi Veilis in toto nafcitur orbe,mea ef. Ma
trapaſsando a Melampo: grande nel vero, e non ordinario fu il pregio, che
guadagnoſli oglicolla me dicina, mentre oltre alle figlie di Preto, egli guarà
an cora della ſterilità, per quel, che nc narri Euſtazio, Ifi cle, colla
ruggine del ferro; comechè ſecondo l'ufan za comune de'medici, maſſimamente di
que' tempi, per più ragguardevole render l'opera, facefle egli veduta,do po
aver ſacrificato un bue agli uccelli, con diſtribuire a ciaſcuno di eſſi la ſua
parte, ch'un avoltojo alla fine croc chiando gli rivclaſſe, che la ſpada, colla
quale Iflaco té tò d'uccider lficle, e da quello affiſſa ad un pero ſelvaggio,
l'aveſſe reſo infecondo. Ma ben fi pare, che Melampo foſſe di non mezzano
intendimento fornito, e che egli for ſe il primo, che cominciato aveſſe a
medicar nella Grecia co’minerali. Perchè agevolmente porraſſi argomentare ',
l'uſo di quelli eſſere ſtato antichiſſimo nel mondo: comc che per loro poca
uſanza, maffimamente eſſendo ſtati ado perati ſempre da medici ſolamente
diprima lieva, detto fia, che l'antica medicina nell'erbe ſolamente confiftelſe.
Ma come ciò avvenir poſla, che la ruggine del ferro ab bia virtù ditor via la
ſterilità dall' huomo, e di diſporlo a potere acconciamente ingenerare, egli
non è certamen ce troppo malagevole, ad avviſare a chiunque ben fappia, onde
provenir ſoglia cocal vizio nel corpo umano; per. ciocchè ſuol'egli naſcere
talvolta dalla ſoperchievole ace toſità de'lughi: alla quale ammendare fa
certamente gra diſſimo proil ferro, e maſſimamente la ſua ruggine; la quale
oltre che non ſuole alle viſcere quella gran moleſtia cagionare, che la
limatura diquello talvolta apporta, el la preparata dagli aliti acetoli del
nitro, e del fal ma rino, che continuo per l'aria diſcorrono, i qual eſsendo
più ſottili affai di quelli fpiriti, che per arte li fanno, più cfficace, e
profitcevole ſi rende di quella ruggine, che per ! man de'Chimici maeſtri li
lavoraziinperciocchè è più accô. ia a meſcolarſi colle ſottiliflime, e acute
particelle, che travagliano le viſcere. E di ciò fenne più volte pruova quel
celebre Franceſco medicante Riverio il vecchio. Ma ſoſpettar p avvétura alcú
potrebbe,che o nell'Egit to, o nella Fenicia in ſicmecoll'uſo delle purgagioni
una tal medicina Melampo da, priina appreſa avelle; percioc chè, focondamente
chenarra Erodoto, egli dell'Egitto alla Grecia, inlieincco'ſacrifici di Bacco,
molte, e molte novelle ufanze reco: Εγώ με νύν φημί Μελάμποδα γενόμενον άν δes
oφoν, μαντικήντα έωυτή συσή σαι, και πυθόμμoν απ’ ΑΙ' γύπτου άλα και πολλά
απηγήσασθαι Ε΄ληση, και τα περί τον Διόνυσον ολίγα αυ των πειραλάξανά. Tanto, e
tanto oltre portoſli nell'arte col ſuo altiſſimo intendimento Chirone, che non
ſolo all'indebolite parti del corpo, come Maſſimo Tirio racconta, con efficaci
ar gomenti la ſm.rrrita ſanità egli ſi vedea tutto di rivocare's m.i agli animi
ancora utiliſime medicine appreſtava. Ne ſolo fu cgli (per quel, che n'avviſi
Stafilo ) eccellente in filoſofia, e in aſtronomia; ma valſe ancora affai nella
mu fica, e in modo, che ſeppe, come il medeſimo Stafilo, e Boezio narrano,
parecchjinfcrinità coll’arinonia della ſua cetera guarire;e fu cotanto vago di
ſpiare i ſegreti del la medicina, che in volontario eſilio lungi dalle Cittàan
doffene aid abitar nelle ſelve, per poter ivi a più bell'agio la natura, e le
complellioni dell'erbe inveſtigare; nel che s'adoperò egli si bene, che
inventor della inedicina dell' erbe ne venne comunemente tenuto: e da altri
inventor di tutta quanta la micdicina fu detto; e in cotanta fama, e grido
crebbe, che non iſdegnarono (come narran Filo ftrato, e Zezze) per appararnela
medicina, d'abitar con e To lui entro la grotta del moute Pelio,oye egli
ſtanziava, Telamone, Peleo, ed Achille, e Giaſone, ed Ariſteo, ed Ercole, c
Teleo, ed altri: huomini di gran pro, eva lore; i quali, coine laſciò ſcritto
Maffino Tirio, egli in continue fatiche d'ogni ſorte eſercitando, e nelle cacce,
e nel corſo, facendo loro giacer nella nuda terra, e per burrari, e per aſpre
vic affaticandogli, e dando lor fcrini cibi mangiare, e ber ſemplici acque di
fiume, ad un perfettisſimo ſtato di ſanità riduccvagli; e doppia utiliti da
tali ſuoi diviſamenti traevan quei grand'huomini; per. ciocchè non pure il modo
di ſe medelimi regolare, ma di curar áltri ad un ora apparavano. Neè da tacere,
che pcr più profittar egli con maggior copie di ſperienze, media car ſoleva
anche i bruti animali; anzi cgli li fu il primo a ciò fare; e imperò venne
Itimato figliuol d'un cavallo.Ne per mio avviſo è vero, che alla Cirugia,
comealtri ſi dan no a c.edere, e ' ſolamente daſic opera; avendo egli, coine
narra Apollodoro, relicuita la viſta a Fenice, il qual fu poi un de ' compagni
d'Achille nella guerra Trojana: cù. το υπ του πατρός έτυφλώθη καίGψευσαμένης
φθο, Κλυτίας και του πα τζος παλακίδος. Πηλεύς δε αυτον προς χείρωνα κομίσας
υπ' εκείνα θε egπευβέντα τας όψεις, βασιλέα κατέςησ: Δολόπων. ΕPindaro an cora
par, che voglia dire, che Chirone ogni forte d'inter mità aveſſe mcdicato;poichèdeſiderava,ch'egli
tornaiſe in vita, acciocchè aveſſe potuto render la ſanità all'infermo Ierone,
perciocchè egli pativa del mal della pietra, co me dice un'antico Scoliaſte di
Pindaro, o di fcbbre, com' altri vogliono. Ηθελον χώρωνα κε φιλυρίδας, et Κρεαν
του3 αμετέρας από γλάς - σας κοινον εύξαθαι έπες, ζώειν τον απικόμδυον, Io
vorrei ch'il Filliride. Chirone, (Se tanto defiar lice a chiſpera ) Tornaſea
reſpirar l'aure del giorno: cpoco appreffo,, « δε σώφρων αντιξον έναιεν έπ
Χείρων, και 1ι οι φίλον εν θυμώ μελιγαρυες ύμνοι αμέτεροι τίθεν, ατήρα του κέν
μιν πίθον, και νυν έσλοίππα αέάν ανδράσι θερμάν νουσών, Or ſe ne l'antro fuo
foſe Chirone E che queſt'Inno mio gli foſe grato, Saria mia voglia inteſa A
dirle fol tua medica arte adopragi: Onde i mali, ch'induce Eſtremo caldo, bai
didomar valore. Diceſi che Chirone tanto valeſſe nella Cirugia, che'l antiche
ulcerazioni, e malagevoli a guarire, da luipoichia mate foſſero chironic, o
perchè lorluogo aveſſe il valor di Chirone, come vogliono Euſtazio, e Paulo da
Egina, o ch'egli foſſe ſtato il primo, che sì fatte piaghe aveſſe riſa-. nate,
com'eſtima Galieno. Ma io, ch'alla fama comun degli ſcrittori non così di
leggierimilaſcio trarre, a cona feſſar il vero, aſſai dappoco, e rozzo parmi,
chefoſſe ſta to Chirone anche in Cirugia; perciocchè egli l'uſo del ta ſto, e
le maniere da faſciar le ferite affatto non ſapeva. Perchè ragionevolmente
immagina alcuno, che chironic fi dican le piaghemalagevoli a guarire, perchè
Chironie prima di tutti foſſe ſtato ad averle; e sì fattamente, che vano riuſcì
tutto il ſuo ſtudio, e ſapere, nó che a guarirle, ma ad alleggiare almeno il
dolore acerbiſsimo, che quel le gli cagionavano; intanto che a morte poi ne
divenne; comeche alcuni dicano, ch'egli da ſaetta folgore ucciſo morille. Ma
vengaſi ora alla medicina d'Eſculapio cotanto fa moſa, enegli antichiſecoli
celebrata. Tiene Eſculapio, per comun conſentimento degli ſcrittori, il più
orrevol grado in medicina, che inedico giammai aveſſe; intanto che meritonne
quel famoſo Inno del maggior poeta de' Greci. Di lui varie coſe, e di gran
lieva ſi narrano, le quali traſandando lo, alcune diquelle, che alla medicina
s'ap partengono ſol brievemente dironne.Già dicevam di lui, eſſer fama, che
primad'ogn'altro metteſſe fuora alquante regole di medicina; manon ſembrandole
poi all'eſperien za, e alla ragion conformi, alcune correſlene., altre di
sfenne affatto, el contrario ne preſcriſſe'; e forſe quelle ch'e'laſciò dopo
morte, cancellate in tutto, ed annullate Еe avrebbe, ſe di ciò tare gli foſse
avanzato tempo. Credeſi dalla più parte degli ſcrittori, ch'egli a veſse
folamente inteſo alla Cirugia, ne d'altre parti di medicina fi foſse giammai
intramelso.Ma ſe vogliam prcfar credenza ad Erodoto, o qual che ſiaſi colui
cheſcriſsc il libro detto in troduzione, overo, il medico: egli è da dir, che
di cia ſcuna parte della medicina egli pienamente ſi conoſceſse; perciocchè
quivi leggeſi, ch’Eſculapio fu quello il qualow ritrovò la perfetta, e in tutte
ſueparti compiuta medicina; e Pindaro parimente dice, ch'a lui accorrevano per
curar (i non ſolasiente i feriti, ma i febbricitanti ancora, c que ch'entro
d'altre malattie erano magagnati: τους με ών όσοι μόλον αυτοφύτων έλκέων
ξυνάονες, και πολιώ χαλκώ μίλη πτωμένοι, ή χερμάδι τηλεβόλω, À Deenvã Avei nego
tórefwoodśuas, και Xepewo, aurons amor, áa λοίων αχίων εξαγεν • τους με
μαλακαίς επαοιδαίς αμφίπων, τους δε προσανία πί νοντας, ή γύoις περιάπων
πάντοθεν * φάρμακα και τους δε τοματς έπασιν ορθούς. Quindi veniano a lui le
ſchierea volo De’languenti infeliciegri mortali, O traejjero in fen fiftola,o
piaga, O dapietre, odaferro aſpra ferita, O pur nafceffeil duolo, Da'diſcordi
fra lor femivitali, Ogni dolor, ogni tormento appaga: Porge con molli incanti a
queſti aita, Ed a quei con bevande il malor toglie Per un farmacod'erbe inſieme
aduna, Per altro acque raccoglie. A chi con tagli induſtri, e Cirugia, Drie 1 1
1 Del Sig.Lionardodi Capoa. 219 Drizza le membra, e fero duol travia, E prima
l'aveva chiamato difcacciatordi tutti mali Ασκλαπιών άρω παντοδαπών αλεκ'
ήετανούσων. Ffculapio s'appella, Sourano Eroe diſanità perfetta, Có'ogni morbo
da lbson caccia, e ſaettai Egli non ſembra veriſimile adunque ciò, che dice P12
tone, ch’Eſculapio traſcurato aveſſe quella parte della me dicina, la quale
ſuole il cibo agl'infermi diviſare. Ma fo pra qualifondamenta egli appoggiato
aveſe il ſiſtema del la ſua medicina, egli è malagevol molto ad inveſtigare;
perciocchè nc libro alcuno dilui c'è pervenuto, ne ſenten zaveruna ſua appo
altri ſcrittori ſi ritrova. Tanto ne vie ve accennato appreffo Platone,ch'egli
inſegnato n'aveſse esſer.nel corponoftro molte, e molte coſe infra lor nimi.
chevoli, e tenzonanti; e di loro abbiſognar,che'lmedico diſcreto ne rintuzzi, e
raccheti le contele, e vadale pian piano co’ſuoiargomentirappaciando; e queſte
diſcordá ti coſe vuol egli, che ficno il freddo, e'l caldo: l’amaro, e'l dolce:
il fecco, e l'umido, e altre sì fatte. Ma ſe altro di ciò non ritrovò in
medicina Eſculapio, certamente è da dir, che troppo ftrabocchevoli le lodi
immeritevolmé te gli addoffaſſe il buon Erodoto; -e ben ne potrebbe egli a buon
concio eſſercontento di meno; imperocchè, non che egli l'intero compimento
aveſſe giammai dato alla medicina, come Erodoto immagina, anzine men la pri
mabozza, per que, che fi ſappia, certamente le dicde.' E che mai potrà il
medico ritrarre dal ſapere, che s'abbia no le diſcordanti parti ad accordare, o
che queſte nel cor po umano ſi trovino, ſe poi più avanti non ſappia minuta
mente, ove elle fiano allogate, ove ſia il dolce, ove lama ro ', ondeil freddo,
onde il caldo -s'ingeneri, onde la lor nimiſtà provenga, in che la lor natura
conſiſta, con quali argomenti poſſan porſi d'accordo, come vuotarli, qualo ra
lien di foverchio rigoglioſe, e ſtrabocchevoli, o am mendarſi qualora
piggiorino,o porger loro ſoccorſo qua Ee 2 lora infievoliſcano; che per altro
quel, che ſappiamo averne diviſaro il grandiſſimo Eſculapio, ad ogni huom di
contado agevolmente potrebbe occorrere,ed eſſer ma nifeſto. Affai rozza dunque,
e imperfetta oltremodo fu ſenza fallo d'Eſculapio la medicina, ne sì grandi, e
rag. guardevoli furono i ſuoi trovati,come huomdice; e ſc cgli oltre
all'accennate coſeritrovò qualch'erba, anche i ruſti ci, ei bruti molte, e
molte n’han ſapute ritrovare;nę grād' acutezza d'ingegno per ritrovar il taſto,
oʻl modo di fa ſciar le ferite abbiſognava, o per trar fuora i denti dalla
bocca, che lo perme non vo torgli queſt'altra gloria, co mechè Cicerone ad
un'altro Eſculapio l'attribuiſca colà ove dice. Aeſculapiorum primus Apollinis, quem Arcades volunt,qui ſpecilluminveniſe,
primuſque vulnus obligaviſ fe dicitur. SecundusſecundiMercurii frater: is
fulmin percujus dicitur humatus effe Cynoſuris. Tertius Arſippine Arſinoe:qui
primus purgationem alui, dentiſque evulfio nem, ut ferunt, invenit. Ne ſembra
punto vero quel,che Diodoro dice d'Eſculapio,ch'egliparecchjinfermi co'ſuoi
argomenti guariſse; onde fe poifavoleggiare altrui,ch'e gli aveſſe richiamati
anche in vita i morti; imperocchè Strabone, graviſſimo autore, e degno ſenza
fallo, che gli ficreda aſſai più che a Diodoro, chiaramente dice, che lo gni
furono d'huominiozioſi, e ſcioperati, quali certame te i Greci ſi furono, le
cure tutte ad Eſculapio attribuite. E Celſo in lode d'Eſculapio altro non ſeppe
dire, ſe non fe, cſſer lui ſtato ricevuto nel numero degli Dei, perchè l'arte
della medicina aſſai rozza,e materiale in que'tempi, aveſſe alquato dalla ſua
groſſezza forbita: quoniam adhuc rudem, a vulgarem, dic'egli, parlando
d’Eſculapio, banc fcientiam paulòfubtilius excoluit, in Deorum numero rece
ptuseſt. Convenne adunque certamente, ch’Eſculapio có l'uſate frodide’medici la
ſua grandiſſima debolezza ap piattata tenelse; imperciocchè cgli,come Pindaro
dice, li valle dell'incantagioni; ma più nc ſi fa manifeſto in ciò che San
Cirillo ne ſcrive, ch'egli intento oltremodo alle guadagnerie, continuó con
giunterie, ed altri rei artifici andato ſe ne foſseper io inondo diſcorrendo (il
che mol to ajutar ſuole i medici, ad acquiſtar fama, e pregio ) offerendo
liberamente a ciaſcun, che biſogno n'avel ſe il ſuo meſtiere e dove che
giugneva prometten do le maraviglie. Così egli vanagloriando per tutto, ſe non
huono mortale, ma celeſtiale Dio eſser diceva, e millantaya temerariainente il
ſuo valor diſtenderſi fino a riſucitare i morti. Le quali arti, e giunterie,
acciocchè poteſse a fine più acconciamente condurre, ſi pensò egli, che
l'iſpida, e folta barba nudrendo, e laſciandola a gui ſa dicaprone lunga
ſcédergiuſo dal méto al petto avreb be più di leggieri alle ſue trappole
trovato crcdito. E sì il fece egli, e con tanto vantaggio adoperovvili, che
ſervì d'eſemplo a tutti i medici appreſso. Il che diede forſe cagione a Luciano
di far dire da Momo ad Apollo, ch'egli non operaſse come fanciullo, ma
favellaſse ani moſamente, é diceſse luo parere, ne fi vergognaſse ad ar ringare
per non aver barba; perchè era ſuo figliuolo Eſcu lapio, il qual così grande, e
lunga, e folta l'aveva üst menn μaegκιεύε πεος ήμας, αλα λέγε θαρρών ήδη τα
δοκάνα, μη αιδε. σθεις, αγένειο» ών δημηγορήτις, και αυ% βαθυπώγωνα, και ευγέ
ναον έτως τον έχων τον Ασκληπιόν Vì ha chi vuole, ch’Eſculapio a quella guiſa
appunto, che a'noſtriciurm.dori veggiam fare, portaſse ſecole ſerpi: e che per
riſparmio camminaſse a piedi: e che que ſta ſia la vera cagione perchè alle ſue
ſtatue, o ritratti ſipo neſse in mano la ſerpe, e'l baſtone; ſopra le quali
coſe poi ſognate ſi ſono tante, e tante fraſche di allegorie per gli ſcrittori,
chemolto lunghe, c nojoſe farebbono a rac contare. Ma vie più dopo inorte
crebbe in fama, edono re Eſculapio, tanto era folle, e cieca allor la gentilità:
perchè glivénero alzati in diverſe parti delmodo,e parte, e per materia
ricchiffimi tépj, co maraviglioſe,e belle ſtatue dimarino, d'avorio, d'argento,
e d'oro, e medaglie infini te furon ſtampate colla ſua effigie; e sì, e tanta
era la fede, che aveyano gli huomini in lui,che i ſuoi tempj ſempremai ſi
vedevan pieni d'infermi, trattivi d'ogni parte; i quali # di notte, edi giorno
quiviil ſuo ajuto aſpettando ſe ne gia cevano;e per tacer d'altri, abbiam di
ciòmeinoria nel Cure culione di Plauto, dove del ruffiano dice Fedromo a Pa
linuro: Id eo fit,quia hic leno ægrotus incubat In Aeſculapii fano; e così
ſtandoimalati,venivan loro i facerdoti malizioſi, fcaltriti, facendo veduta
dinulla ſaper dimedicina, o del male, che coloro avevano; quindi appreffati
all'oracolo fingevan ch’Eſculapio rivelato loro aveſe il medicamento
all'orecchio. Talorapareva,ch’Eſculapio medeſimo all'infer mo in ſogno
additaſse il rimedio;c ciò per avventura avve niva tra per lo aver lui guatato
ffaméte il giorno la ſtatua d'Eſculapio, c per li lunghi ragionamenti, che
dietro a tal materia coʻminiſtri dei tempio avevan forſe tenuti, i quali
avevangli per avventura le maraviglioſe cure d'E fculapio narrate vero per aver
inteſo quel rimedio fterfo da'incdici,o da’altri. Ma pur v'aveva fra' Gentili
huomini di ſcalcrito intendimento, chea ciò niuna credé za preſtavano, come
Filoſtrato narra di Filemone;al qua le avêdo in ſogno detto Eſculapio,che
s'egli voleva guari re dalla podagra, conveniva, che ſi afteneiſe dal bere fred
do, egli deſto poi la vegnente inattina diſle ad Eſculapio proverbiandolo, c
che altro rimedio o valent' huomo a nreſti tu dato, le medicar avelli voluto un
bue? E ſe mai interveniva, che alcuno (o che'l rimedio, o ch'altro ca gioné ne
foſſe ) guariſſe, oltra’doni, che coluiagli altari offeriva, toſto alle mura
un'effigiata tavoletta, a perpetua memoria della ricevuta ſanità appendevaſi a
gloria d'E ſculapio; perchè poi ſe ne traſcriſfero nc'libri de' medici parecchj
rimedj; c delle dette già tavolette, anche a' di noſtri ſe ne vede alcuni;
delle quali per eſemplo vi ridur rò a memoria quella pietra, in cui fu
regiſtrato, che di ſperato da tutti Giuliano per unvomito di ſangue,eſſendo
ricorſo all'oracolo, n'ebbe riſpoſta, che veniffe, e da tro altari piglialle
pinocchie di quelli per tre giorni con inic le mangiaſſe; ed in tal modo
liberato colui, lefe le grazie alla prefenza di tutto il popolo, αίμα
αναφέροντα Ιαλιανώ, απηλπισμλύω υπο παντός ανθρώπε εχρημάτσεν ο θεός ελθών,
καιεκ τα Βιβώνκαι άραι κόκκος προβύλες και φαγών μετα μέλιτG- επι της ημέ. φας,
και εσώθη, και ελθών δημοσία ηυχαρίσησεν έμπροσθεν τε δήμε. Ma trapallando alla
medicina d'Ercole;ſe Ercole come fu in medicina, foſſe così ſtato valoroſo Ne
l'ardue impreſe del ſanguigno Marte, non avrebbe certamente ripieno il mondo
delle ſue mara viglioſe prodezze, ne ſtancate di tanti, e tanti ſcrittori le
penne per celebrarle. Ma ciò non ſi dee punto a neglige za attribuire, o a poco
intendimento, ch'egli avuto avef ſe; perciocchè logorò egli gran tempo, egran
fatica ad imprender la medicina; e fu sì profondo, ed acuto il ſuo
intendiinento, ch'ei ſi fu il primiero a comprendere, che per ta fimilitudine,
la quale i Chimici chiaman ſegiratu, ra, ravviſar ſi poteſſe la complesſion
delle piante'; e per uſo propio ſe nevalſe allor,che preſso a morte ferito dal
l'Idra, ricorſe per guarire alla Dragontea, la quale coll? Idra ha alquanta
ſomiglianza; quantunque egli poiso per tener ciò altrui naſcofo, o per più
ragguardevol renderli appreſso la gente, o per altra cagion, che ſi fofse,
infin. geffe ciò dalla riſpoſta dell'oracolo aver apparato: il qua le l'aveſse
impoſto, ch'egli ſi inetreſse in camino verſo la dove naſce il ſole; perciocchè
quivi al valicar d'una rivie ra aurebbe ritrovata un'erba ſomigliante all'Idra,colla
quale lc ferite da’morfi dell'Idra fatregli poi egli aurebbe ſicuramente potuto
medicare, eguarire. Io non ſo, ſe collo intendimento G foſse Ercole tanto avanti
portato, che foſse giunto a penetrar, che la Dragontea col ſuo fab volatile
acuciſſiino, del quale eila oltremodo è abbon devole, forza aveſse di ammendare
l'acetoſità, in che co filte il guarir delle piaghe; ma la medicina non era
allora tanto oltre paſsata, che aveſse potuto sì fatte ſottigliez ze ſcoprire.
E queſta, e non altra dovette eſsere la cagio NC, per la quale Ercole non potè
nella medicina sì eccel lente divenire, e che guarir non poteſse egli le piaghe
al fuo maeſtro Chirone, comechè gli veniſse fatto di guarir la moglied'Achille
preſso a morte ridotta; onde poi Eu ripide finſe nell'Alceſte, averla lui da
morte riſucitata: E queſto è quanto Io ho potuto raccogliere della medici na
d'Ercole Tebano fra le tante,e tante varietà degli ſcrit ti, iquali così di lui
confuſamente ſcrivono, che nulla più; dicendo Varrone, eſsere ſtati quarantadue
famoſi huomini di tal nomé; altri dodici, altri tre, altri due, e Ci cerone ſei;ed
evvi ancora, chi porta opinione, non eſser mai ſtato sì fatto huomo al mondo.
Ma della medicina d'Ariſteo figliuol d'Apollo, o pur di Giove, come altri
giudica, non ne vengono ſcritte, per quanto lo ſappia, ſe non certe poche, e
confuſe memorie; ſolamente ſap piamo da Cicerone, e dallo Scoliaſte
d’Ariſtofane, che Ariſteo aveſse ritrovato il modo di far l'olio, il miele, e'l
Gifo.ΆρσαίG- δε ο Απόλλων G και Κυρήνης πτώτην την εργασίαν τα σπλ. φίον
εξεύρεν, ώσπερ, και το μέλλG-. Infegno parirnente Ariteo meſcolare il vino col
miele, per quel che dica Plinio: Ari Seusprimus omnium in
eademgente,melmiſcuiſe vino fua vitate præcipua utriuſque natura ſponte
provenientis: e non fi dee tacere ciò, che d'Ariſteo dice Giuſtino: Arifteum in
Arcadia lase regnaffe, eamque primum, apum, á mellis ufum, &lactis,
&coagulihominibus tradidiffe, folftitia. leſque ortus, do federum primum
inveniſe. Ma quantun que il filfio, e'l miele, e l'olio, i quali Ariſteo non
fola mente ritrovò, ma prima di tutti inſegnonne agli altri me dici la virtù, e
la maniera, colla quale adoperar fi doveſ ſero, abbiano recato gran giovamento
al mondo;non pe rò di meno s'altro di ciò non fece Ariſteo, non sò locome ei ſi
poſsa infra gli altri eccellenti medici annoveraré; m2 pure fu egli di tanto
avvedimento fornito, che ſeppe con l'uſate giunterie,e menzogne riparare alle
diffalte del ſuo poco ſapere; e raccontaſi di lui da Teofraſto, da Apollo nio,
da Cicerone, da Germanico, e da Igino, che eſſendo l'iſola di Ceo dal rabbioſo
furor della canicola gravemés te percoffa, sì che feccavan le biade, e gli
huomini mi ſeramenre morivano, eche avendo Ariſtco al ſuo padru Apollo
domandato, come ſi poteſſe a tanta calamità ri parare, n'aveſſe rilpoita,che
proccuraffè egli prima di pure garcon vittime, e ſacrificj l’Ilola, la qual era
così atro ceméte punica o aver dato ella ricovero agli ucciditori d ' Icario; e
quindi pregaffe Nettuno,ſicome Germanico Cé fare riferiſce, coinechè Teofraſto,
ed Apollonio Rodio cd Igino dicano aver riſpoſto Apollo, che pregar egli
doveſse Giove,ch’allo ſpuntar della Canicola faceſſe per quaranta giorni,ſoavi
venti ſpirare, che queſti agli ardori di cotale Hella aurebber dato agevolmente
compenſo; cd avendo ciò egli puntalmente cſeguito,ſpiraſſero i promeſli venti,
e. ceſſalsero di preſente i danni tutti dal ſoverchiante caldo w?quell'Iſola
cagionati; perchè ne venne egli poi Giove Ariſtço, ed Apollo Agreo chiamato, e
frale ſtelle in Cie: { o collocato. Or chiper Dio non ravviſa, che una cotat
folenne giuntcria imboccaffe Ariſtco a quel rozziſſimo po polazzo, ſappiendo di
certo, che il naſcimento delle cas nicola gli ulti venti preceder fogliono, cd
accomp2 guare? Venue fomimamente commendato Achille dalla ſonora cróba del
greco pocta per le maraviglioſe prodezze da lui nella guerra Trojana operate;ne
altro quaſi in tutta l'Ilia de raccontaſi, che l'invincibil fortezza d'un tanto
Eroe; ne in quel divino pocma ſenza lunga maraviglia legger fi pofiono le ſanguinoſe
battaglie, ele ragguardevoli im preſe d'Achillc.Ma doveva egliper mio avviſo da
non mi nor pocta d'Omero eſſer altrettanto commendato per la contezza, e
perl'eſercizio cli'egli ebbedella medicina e con tanta maggior ragione, quanto
più generoſo, e più magnifico ſenza fallo è il dare, che'l torre altrui la vita.
E ben'egli conobbe di quanta loda meritevole e ſe ne rés deſſe, che però appo
Stazio egli vantoſfi eſſergli ſtata in fra l'altre coſe la medicina ancora da
Chirone fuo Avolo inſegnata. Quin etiam ſuccos,atque auxiliantia morbis
Gramina, quo nimius ftaretmedicamineſanguis: Quid faciat fomxos, quid hiantia
vulnera claudat, Queferrocohibenda lues, que caderes herbis Edocuit. Ff Fu cgli
tanto ſtimato nel greco campo, in medicina,ch' Euripilo gravemente ferito,
volle effer ſolamente da Pa troclo medicato, perchè eglifoſse compagno
d'Achille, c'l vero modo di medicar le ferite n'aveſse apparato; Νίζ υδαπ λιαρώ,
επί δήπια φαρμακα πασσε Ε'εθλα, τα σπ ποπ φασίν Αχιλήφ»δεδιδάχθαι. Ma
ſopratutto vien commendato Achille per aver co noſciute le cagionidella
peſtilenza, che allor travagliava ſommamente il campo greco; e per aver anco
ritrovato il Millefoglio,per lui detto Achilleasil quale anche a' dì no ftri
molto giovevole alle ferite, e ad altri parecchj malili ſperimenta; e
ſomigliantemente per aver riſanato Telefo, nella cura del quale adoperò egli la
ruggine della mede fima lancia, colla quale ferito cgli prima l'aveva: Eft,
rubigo ipfa, ſcrivePlinio, in remediis, cific Telephum pro diturfanaſeAchilles,
five id area, fiveferrea cufpide feo cit; ed in un'altro luogo il medeſimo
Plinio dice: arugi nem inveniſe, utiliſimam emplaftris, ideoque pingitur ex
cuſpide decutiens eam gladio in vulnus Telephi; avvegna chè altri vogliano
averlo egli con l'Achillea guarito,ed al tri, con l'Achillea, ccon la ruggine
del ferro. Perchè moſtra, ch'egli fu il ſecondo, cheſi fappia infra'greci me
dici, che i minerali adoperati aveſſe in medicina. Ma po trebbe per avventura
alcun ſoſpettare, e con qualchera gione, non egli applicua aveſſe la ruggine
del ferro alla Jancia imbagnata in fangue d'Euripilo, non già alla feri ta di
lui; e che gli ſcrittori, i quali la biſogna pienamente non
coinprendevano,contentati ſi foſſero ſolamente di di re, che l'atta d'Achille
modelima faceva, e riſanava le feri te. Il che ſe vero foſſe, non moderno
ritrovato, ma ben molto antico da dir ſarebbe la cura, che chiaman ſimpa tica
nclle ferite. Dice Plutarco, che Achille intendente foſſe del modo di guarir
colla dieta, e ch'egli trovaſſe con ragione, che i corpi, i quali avvezzi in
prima alle fatichc, in proceſſo di tempo poi le laſciano, e li ripoſano, toſto
triſtanzuoli, e cagionevoli, e languidi di compleſſione divengono; e però dice
che egli ſoleva far paſcere a cavalli che avevā ma gagnati i piedi per
l'intermeſſo eſercizio, l'appio rimedio grāde a tal male.Macon pace pur di
Plutarco, Io non ſo, che gran coſa queſta fi ſia; ne per eſſa, ne per l'altre
di lui narrate coſe ſi può dire in verità, che Achille gran medi co ſtato e’ſi
foſſe. In quáto poi alla cura ſimpatica delle ferite: lo p me la ſtimo favoloſa
invētione del Valentini; e forte mi maravi glio, che tanti, e tanti
valent'huomini vi fi lieno oltremodo affaticati, in contendendo alcuni cheper
ſopranatural po tenza doveſſe quella intervenire; e altri ciò coſtantemente
negando; e cercando d'inveſtigarne altronde la vera ca gione; ma, ne queſti, ne
quelli avviſano, chele ferite tal volta,eziandio più gravicpericoloſe ſenza
rimedio alcuno guariſcono; perchè non ſi può trarre argomento niuno dal. la lor
guarigione a pro della ſimpatica medicina. Io non ſaprei ridire ſe Palamede
inventore di cotante; coſe, ch'abbiſognano alla vita degli huomini aveſſe anco
ra in medicina qualche bella curioſità rinvenuta; avvegna diochè ſia molto
veriſimile, ch'egli ciò facerſe, come colui, che di natura era molto acconcio a
filoſofare; in tanto, che ne venne appellato noivoo PG, cioè a dire il ſavio di
tutto, come leggeli in molti verſi fatti in ſua loda; quantunque Omero non
faccia di Palamede menzione alcuna, o per invidia, che gli aveſſe, perchèegli
era miglior poeta di ſe, o pure per renderſi grato a ſucceſſori d'Agamennone,
ili tra'l quale, e Palamede fu mortal nimiſtà; impertanto li ſcorge
manifeſtamente in altri ſcrittori più degni di fede aſſaidi Omero, eſſere
veramente ſtato Palamede il più fa vio di guerra di tutti greci,e in prodezza
non puntominor d'Achille. Madi ciò ch'operaffe in medicina Palamede', altro non
ne abbiamo,ſe non ſe ciò che ne racconta Filo { trato; il quale l'introduce una
volta a dire, che a chiunque voglia preſervarſi dalla pefte, faccia
meſtierimangiar po co, e affaticarſi molto, e che così egli avvezzati aveſſe a
viv ere i ſuoi ſoldati; perchè poi la crudel peſtilenza da Po to nella Città
dell’Elleſponto, ed in Troja appiccata, aw ni un de’greci noja mai diede;
comechè eglino fi foſſero in Ef 2 peſtilenzioſi luoghiaccampati. Ma quanto
cotali avver. timenti lontani dal vero ſieno, non ha tra noi,chi non l'ab bia
non ha guari pienamente ſperimentato; e però di più dirne al preſente mirimarrò.
La medicina di Patroclo compagno d'Achillo, e di Po dalirio, e Macaone
figliuoli d'Eſculapio, che ſerbaraſſi eterna, ed immortale nella memoria degli
huomini mercè del ſovrano poeta greco, che ſi diè cura di cele brarla: ſembra
ad alcuno, che ſolamente nelle ferite s'a doperaſſe; e veramente a riparar i
dannidellapeſtilenza, che nel greco campo faceva fieramente ſentirti,non ſi
leg. ge in Omero, che in coſa alcuna, o Podalirio, o Macaone, o Patrocło mai
s'adoperaſſero: avvegnachè la cura de’ga voccioli, e d'altre enfiature, che
ſuolo cotal morbo cagio nare, alla Cirugia dirittamente s'appartenga; la qual
coſa vien raffermata ancheda Celſo, allor che facendo men zione di Podalirio, e
di Macaone, dice: Homerus non in peftilentia, neque in variis generibusmorborum
aliquid at tuliſe auxilii, fed vulneribus tantummodo ferro, et medi camentis
mederi ſolitos elle propoſuit. Ma con pace pur di Celſo, dall'aver ciò taciuto
Omero non ſi può certamente argomentare eller loro ſolamente ſtati cerufici; e
fe noi medicaron la peſte,forſe ciò fecer eglino per non tracollar dal loro
buon nome in medicar quel morbo, cui non v'ha rimedio alcuno, e che l'antichità
credeva,che ſolamente gli Dii poteſſero riſanare; ne ha ſembianza alcuna
divero, ch’Eſculapio lor padre,emaeſtro la Cirugia ſola loro infc gnaffe;
ſenzachè(comeavviſa Eulazio ) Podalirio, non ſolamente curò diverſe infermità:
ma prima di tutti, come egli dice, gittò le fondamenta della razional medicina.
Ma a quale ſtato di perfezione la medicina per Podalirio Macaone, e per
Patroclo uſata montafle, dal poema mag giore d'Omero ſi può agevolmente
comprendere. Primie. ramente ſolevano in medicando ſucciartalora eglino colle
labbra il ſangue delle ferite; e'a tal modo Macaone medi car ſi vide a Menelao
la piaga fattagli da Pandaro, Aύ πιο επα δεν έλκG- ' έμπιστ πικρος οιτς Αίμ'
εκμυζήσας επ' άρ' ήπια φάρμακα είδως Πασσα. Sem.,per Sembrare egli potrebbe per
avventura ad alcımno il ciò fa re vano, ed inutile, anzi per l'umidità della
ſaliva alles ferite anche nocevole ciò li pare, ſenzachè è ſtomachevol coſa, e
pur troppo alla dignità de'medici ſconvenevole Nero io, comeil primo Baron
dell'oſte greca, e nipote diGiovediſavanzando dal ſuo pregio, inchinar ſi
poteſse ad una sì vile, e vituperevole opera. Non ſolo permet teyan poi
coſtoroa'feriti mollidi fudore, edi ſangue, pu re allora uſciti dalla
battaglia, lo ſtarſene giacédo all'om bra, ed al frelco ventilar de’zefiri per
riſtorar dolcemente la ſtanchezza; ma lo ſteſso medicante Macaone dopo ch? egli
fu ferito ciò fece: οίδε έδρώαπεψύχοντο χιτώνων Irávte ne Ti Tvorni zaregi og
ános. Ma quanto polfa nuocere il vento ad huomini anchei faniqualor eglino
molli di ſudore fiano,non che a’feritija? quali feoza fallo per lo minor danno
inacerbir puore les piaghe, non è chi noʻl fappia. Ponevano altresi medica do
alla groffa, entro le ferite,radici d'erbe crude, e ſem plici fenza eller punto
confattese preparate ad uſo de’me: dicamenti: επί δε ρίζαν βαλε πικρών χερσι
διατρέψας. Ma inolto più ſciocchi, e più rozzi furono i loro divi famenti
intorno al regolainento del vitto degl'infermi; eglino cibavangli di groſse
cipolle, e di miele κρόμμυρν ποτώ όψον, Η δε μέλι χλωρον παρ' δ' άλφιτα ιερά
ακτήν. edavan loro berc il loro ufato contadineſco Ciceone; bem veraggio il
qual di farina, e di cacio di capra, e di più grá di, e poderoſi vini delle
Smirre componeyaſi Πινέμαι δ' εκέλευσεν επαρ' όπλισε κυκεώ. E queſte fono le
care, e falucevoli vivande, e beverage gj, che la belliſſima Ecamede concubina
dell'antico Nem ftore dava loro; i quali non iſcherni, ne rifiutò il medefi mo
Macaone,ſenza conſiderare, ne pure un menomori ſchio d’infiammagione, che
agevolméte ſeguir ne poteva Ma ben ſo lo, che di fomiglianticoſe, ed in pro, ed
in contro diſputando, veriſimilmente dir ſi potrebbe, che no già eglino
ſomigliantiguiſe di sì reo, eſconcio medicar praticafsero; ma che Omero a ſuo
talento le finga, poco eſsendo della verità informato; che ſe ciò vero foſse,
lo non ſo come infra gli altri cotanti pregj inveſtir ſi potreb be ad Omero
l'eſser lui ſtato di tutte ſcienze, più di qua lunquc altro maeſtro,affai ben
conoſciuto; nihil unquam. ceciniſe, dice Pier Laſena, quod nun prudenter
excogita tum,ex induſtria diſpoſitum, &in alicujus rei utile dixeris
documentnm. Potrebbe anche dirſi, eſsere il Ciceone di que' tempi valevole, a
ſtagnar il ſangue delle ferite, o pure a ſciorlo, ove egli fia rappreſo, e
corrotto; avve gnachè Platone dica eſser molto nocevole cotal beverag. gio
a’malacije oltre all'infimagione,che apporta, ingene rare anche non poca
flemma;e per avventura con più falda ragione potrebbeſi delle cipolle dire, che
per lo lorotale aguto, oltre allo ſcioglimento del ſangue potrebber'an che
difender le ferite dall'accroſità, da cui certamente la febbre, e'l dolore, e
lamarcia,e l'infiammagione,e tutt' altro male a'feriti avviene. E ſe pure
coloro uſava no con ſemplici radici, e crude, medicar le ferite, ciò era,
perciocchè eglino ben’avviſavano eſserl'erbe cotanto più giovevoli, e vigoroſe,
quanto più ſemplicemente ne ſon dalla natura ſomminiſtrate, e che col tanto
confarle, e ma cerarle, e logorarle ad ufo delle noſtre medicine, manchi alla
fine, e ſvaniſca ognilorvigore; fe pure nonvogliamo dire, eſsere ſtate di tanta
virtù, e di si ſaldo giovamento da’ medici ſperimentate, che ſenza confettarſi
punto,o sé. za contiglio dimeſcolamento niuno le più gravi ferite ma
raviglioſamente ſaldavano; ne a ciò foſse itato anco me. ſtieriregolamento
alcuno di mangiare, o di bere: per ciocchè egli narrafi per coſa certa,che a'
tempi più a noi vicini, il Paracelſo,per lo gran valore de'ſuoi medicaméti,
poco, o nulla a ciò badando laſciaſse che a lor talento fi nutricaſser
gliufermi, facendogli talora ſeco a deſco lie tamente federe, mangiando in
brigata; ſenzachè Platon dice, che per eſſer quegliantichi aſſai regolati nel
mangia re, e pel bere, non avevan poi gl'infermi biſogno, che regola alcuna
intorno a ciò la preſcrivelſe; e finalmente l'uſo di ſucciar le ferite, non
eſsere fuor di ragione; impe rocchè cotal medicamento molto fa pro a riparare
al gua ftamento del ſangue, traendol fuora delle ferite, e difen dendolo col
fuo ſale dall'acetofità, per cui elleno marci ſcono; perchè cotal medicamento
a'di noſtri ancora co munemente l'uſiano e, per pruova tutto di ſperimentia mo
eſser giovevole a'feriti, e utile aſsai; ficome anche ſi può ſcorger ne'cani:
da’quali per avventura Podalirio, e Macaone, oi loro più antichimacſtri
ildovettero da prie ma appararc; perchè ſe veggiamo, che cotanto approda
a'feriti, perchè ſarà egli da biaſimare?Maper me non cre do, che si facce
difeſe loro facciā luogo; imperocchè Ome ro tutto che la incdicina ignoraſse,
deſcriſse nientedime no le coſe, o coine di altri ſcrittori venivan narrate, o
dal la famaerano rapportate, maſlinamente dove cgli non aveva cagione alcuna
d'allòtanarſi dalla verità, o per ren der più vago, c più inır.zviglioſo il ſuo
poem 1,0 per altra cagione; ne punto vale l'eſemplo del Paracelſo, imperoc che,
ſe pur è vera la ſtoria, il Paracelſo fi ſerviva di bala ſamisì prezioſi, e
valevoli a guarir le ferite, che non fa ceva loro d'alero meſtieri. Ma in
quanto al Ciceone; egli è una bevanda in verità sì ſconcia, e mal fatta, che ſenza
fallo non può ella altro inai, che nocuinentu agli huomini ſani, non che
agl'infer mi apportare, che che ſi credan Plutarco, ed Ateneo, i qualinon
avviſarono la ſtrana, e nocevole formentazio ne, che'l cacio, il vino, e la
farina inſieme meſcolati far poſsono nelle vifcere. Vltimamente, le radici, e
l'erbe non preparate, maffimamente l'Achillea, e l’Ariſtologia, colle quali
molti antichi ſcrittori ſi credono, che Podali rio, Macaone, e Patroclo
medicaſsero, abbondevoli ſo no d'umore acquoſo, e non ben digeſto, il quale
oltre che infievoliſce il ſolfo, e l'alcaliloro volatile, in cui law virtù
conſiſte, per ſc iteſso altresì egli è ſommamente alle ferite nocevole.... In
quanto poi al lavar, come è già detto con l'acqua ſemplice le ferite, non è
vero'ciò, che alcunidicono, che ciò eglino-faceffero per iſtagnar di preſente
il ſangue;men cre ciò non ſolamente non licſprime da Omero, appo il quale ſi
ſuol fermare il ſanguecon l'incantagioni; ina di ce eglichiaramente, che
l'acqua, colla quale le ferite li lavavano era calda, e perù più acconcia aſſai
ad aprire, che a riſtrignere; al che avendo per avventura riguardo il lati no
poeta,con l'acqua allora allora tratta dal Tevere fin ge, che'l ſuo Mezenzio ſi
lavaſſe le piaghe. Interea Genitor Tyberini ad fluminis undam Vulnera ficcabat
lymphis, corpuſque levabat. Nove, aphyſice, dice ſu queſto il chioſatore
Servio, nan cum aqua omnia infundătur,hic aitficcari vulnus ab aqua, Oratio
vera eft,quia fluxussăguinis aquarü frigorecôtines Yur.Ma Servio freddamente
troppo,per mio avviſo ſcuſa il ſuo Virgilio d'una sì ſtravolta maniera di
favellare: ma un tal modo di mcdicar le ferite, con l'acqua lavandole, tut to
che ricevuto,ed uſato anche dopo grăde ſpazio di tem po da’Latini, e da'Greci,
onde dice Silio purgat vulnera lympha: anzi ſin’al paſſato ſecolo da molti
Ceruſici anche coſtuma to, quáto lia nocevole ravviſar puollo facilmente
ciaſche duno,che punto abbia d'incendimento;laonde con più lag gio avviſo
da’moderni medicanti leferite col vino, o col l'acquarzente, ovc,lor huopo ciò
lor faccia, vengon lä vate. Maquantunquc sì malamente medicaſſero Podalia rio,
e Macaone, venncro non ſolo vivi, ma anco dopo morte in sì gran pregio tenuti,
che furonodi ſtatuc, di té pj, e facrificionorati. Quelle coſe poi, che di
Podalirio narra aver letto in al cuni antichilibri Celio Rodigino, elle fon
tutte, per quel ch'io micrcda novellette da Romanzi; ciò Zono,degli avendo
rotto in invar preilo la Caria, fu ſottratto al pericolo da un'avvenente
paftore,e lu’l lido corteſemente accol to; e che poi; il Re di quel paeſe
avendone coutezza avu ta, per luimandato aveſſe perchè medicaſſe una ſua fis
gliuola, che dalla vetta d'una torre era giuſo caduta; cui egli facendo crar
ſangue da amendue le braccia, e con al tri rimedi aveſſe in buona ſanità
rimeſſa; di che il padre oltremodo contento magnificamente della Provincia del
Cherſoneſo dotatala, data gliele aveſſe per moglie; e che Podalirio nel
Cherſoneſo födate aveſſedue belle, ed egre gic Città, una col nome della moglie
Cirene, e l'altra col nome di quel Paſtore chiamandone. Convenevol coſa ſtata
ſarebbe, che noi ſecondo lo in cominciato aringo ordinatamente procedendo,
avellimo molto addietro fatto parole di Teſco, di Giaſone, di Pe. lco, di
Telamone, e del ſuo figliuolo Teucro, e d'Erobo te: ora concioſliecoſachè
ſcarliflime memorie di loro fien no a noi pervenute, n'è convenuto tacergli; e
perciò pal farem ſomigliantcméte ſotto filenzio,'e Nicomaco, c Gor gaſo
figlidiMacaone, e d'Anticlea, i quali ſuccedettero al regno di Diocle loro
Avolo materno, e come nar ra Paufania, lolevano gl'infermi corteſemente curare,
e maſſimamente le dislogate oſla, o membra in buon concio rimettere; onde per
grado, gran tratto ne furono come Dij da’poſteri venerati. Ne meno terrò lo
ragiona mcnto diSoſtrato,di Dardano, di Cleomitide, di Teo doro, di Criſime,
dc'quali oltre aʼnomni, nulla affatto noi non poſſiamo fpere. Ma prima ch'a'
più baſſi, e più vicini tempi facciamo paſsaggio,n’è paruto bene il doverci
alquanto intertenere a ragionare di quel ſiſtema, del quale Ippocrate fa parole
nel libro della vecchia medicina;ritrovato,comepar ch'ca. gli porti opinione,
da’primi inventori dell'arte. Or dice Ip pocrate,che quegli átichisſimi e
ſagaci inveſtigatori della medicina,faggiamere avviſaſſero,che ne il caldo,ne
il fred do, ne l'umido, nc'l fecco, ne altra ſomigliante coſa all' huomo foſſe
d'alcun nocumento gianımai; ma di sì fatte coſe il fomino, o l'ecceſso, che
vogliam dire, il qual per Gg ſoverchio di vigore, non poſſa eſſer dalla natura
ſoprava zato, ſia agli animali d'offeſa, e didannaggio cagione; U queſto
proccuravano có ogni ſtudio di reprimere,o tor via; il quale ecceſſo dicevan'
eſſi avvenire, qualora l'amaro, amariſſimo: il dolce, dolciſſimo: l'acetofo,
acetofilimo divenga;mentre portavano opinione, l'Amaro, il Dolce; il Salſo,
l'Acetoſo, il Diſcorrente, l’Acerbo, e altre infi nite coſe di varie, e molte
virtù fornite, dovere eſſere di ne ceflità nell'huomo, sì veramente, che fteano
frá eſlo lor meſcolate, e confuſe, e l'una temperata dall'altra; che foj mai
avvien ch'alcuna di eſſe da tutt'altre appartandoſi, così ſceveratamente ſe ne
ſtca, allor fallendo al diritto or dinamento del corpo umano cominci a farſi
con mole ftia ſentire, e grave offeſa recare. De' cibi buoni, ed offendevoli,
eglino ſomigliantemé te diſcorrevano:dicendo cheil Pane, o altri cibi, onde 1
huom niun male non pruova,ſia dall'accennate coſe, e ſa pori acconciamente
temperato, e che quegli, onde alcun danno riceve, abbiſogni ch'una delle già
dette coſe ab bia ſoverchiamente d'aſſai. Più avanti volevan'effi, che il caldo,
e'l freddo men di tutte le già dette coſe fieno operativi; cd ove rimeſcolici
inſiemeneſteano niun danno giammai non facciano; ma quantunque volte ſi
leparino,e che o riprezzo, o furiofa febbre perciò hucm ne patiſca l'altro
contrario imman tinente accorrendovi, e la furia del tiranneggiante nimico
affrenando, toſto venga l'infermo d'ogni affanno a liberar fi. Il che ſe pur
non li vede nelle ardēti febbri,nelle infiá magion de'polmoni, ed in altre
gravi malattie avvenire, dicevan'eglino, che in sì fatti cali non già dal folo
caldo, ma inſieme colcaldo dall'amaro, e dall'acetoſo, o da altra fimil coſa la
febbre veniffe generata. Finalmente tutto ciò, ch'Ippocrate dietro a tal
materia fiegne a narrare, e come egli prenda a ripigliar coloro che
dipartendoſi da queſti diviſamenti,le cagioni di tutti i ma li all'umido, al
ſecco, al freddo, al caldo fi ftudiavano d ' attribuire,per eſſer molto lungo,
e forſe di poco momen to, lo to, lo tralaſcio diriferire. Ma quanto al fatto
del teſte da noi rapportato ſiſtema, egli ne ſembra per le parole del medeſimo
Ippocrate, che Apollo, o Chirone, o Eſculapio, i quali è fama d'aver
primieramente la medicina inventata, ſtati ne ſiano gli au tori. E quanto ad
Eſculapio, comechè contuſamente ne faccia parole Platone, e a guiſa d'huom, che
di dubbia, coſa favelli, par che dir voglia, ch'egli in tal modo fi loſofaſſe,
ed è veriſimil molto, che dal ſuo maeſtro Chi, rone, o dialcun'altro egli
appreſo l'aveſſe: e Chirone da alcun'altro fimilméte di lui più antico: eche
poi avendolo Eſculapio altrui inſegnato tratto tratto infino a' tempi d '
Ippocrate per altri andatoſi foſſe avanzando,e a quelter mine condotto, ſicome
egli il riferiſce; ma egli è nondi meno per mio avviſo, aſſai manchevole, e
ſcempiato, ne Ippocrate interamente, e qualli converrebbe il rapporta; si che
ne laſcia cagion di dabitare, che ne men'egli il con tenuto di tal fiſtemi
capiſſe. Ne ſembra impertanto, che non già di ſoli medici; madi filoſofanti, e
medici inſie me, o di ſoli filoſofanti ſia tal lavoro; e per una tal breve, e
confuſa notizia, che può averſene, pur manifeſtamente ſi ſcorge, che non mai
dovette cader in penſiero a que gli antichi medici, e filoſofi, che di quattro
corpi, che ſon comunemente Elementi chiamati, tutto l'Vniverſo com pongali, i
quali diquelle, che prime qualità le ſcuole, appellano forinati, con altre, che
ſeconde nominano ac cozzati, i tanto varj corpi miſti vengano a ingenerare; m2
che quaſi infinite particelle di figura diverſe,in varie gui le ora
accoppiandoſi, or ſeparandoſi,tuttele coſe faceſſe ro; o per me'dire, e più
ſecondo la loro opinione, da tale accozzamento, o ſceveramento tutte le coſe ſi
faceffcro in varie guiſe ſenſibili; e che, ne generazione, ne corrompi mento
v'abbia in Natura giammai, ficome dice chiaramé. te nel libro della Dieta il
medeſimo Ippocrate; ma che ogni coſa, che dinuovo ſimanifeſta, pureravi innázi.
Il qual modo di filoſofare, ſe non è appunto il medeſimo có quel di Anaſlagora,
certamente da quello non è guari di verſo. G g La maniera del medicare di
quegli antichiſſimi medici autori di sì fatto ſiſtema, viene apertamente
accennata da Ippocrate quando dice, ch'eglino davano.opera a tor via dall'huomo
tutto ciò, ch'eſſendo della ſua natura via più valevole, e no'l potendoella
vincere, offefa ne rim.z. ne; come l'amariſfimo, il dolciſſimo, e altre
ſomiglianti teſtè mentovatecoſe; le medicine poi a vuotarle voleva no eglino,
che ſi daſſero nel tempo opportuno a ciò fare, cioè allor,che per eſſer elleno
al dovuto cocimento perve nute, era ceffato il lor impeto, e mitigato il
furore; d'on de fi cava, che quegli avvedutiffimihuomini non adope ravan le
purgagioni, ſalvo che nella declinazione del nia le; e chiaramente dice
ſecondando i lor ſentimenti Ippo crate, che allor, che nell'huomo ſomınamente
creſce la collera, in tutto quel tempo, ch'ella ſi trova ſtemperara; cruday e
ſincera per arte niuna ſi poſsono, ne il dolore, ne la febbre, che da
leicagionanſi mitigare, non che eſtin guere. Macon quali argomenti eglino
cercato aveſsero di cuocere, e diridurre al lor primicro ftato le nocevoli
materie,Ippocrate non ne tien ragionamento; folamente fi pare, per quanto
raccoglier fi pofsa dagli altri ſuoi libri, e dalle parole, che reftè abbiam
noi recate,che eglino in ciò non ſi valeſsero de'falasſi. Ritrovò a'noftri
vicini tempi un sì facro fiftema, oltre al Paralcelſo, al Severino, ed al
Quercetano altri, eal. tri doctisſimi ricevitori; i quali colle tante, e rante
cu rioſe, e ſottili dottrine, che viaggiunſero ſommamente il nobilitarono, e lo
fecero altro in verità parere da quel lo, che così rozzamente defcritto nel
libro della vecchia medicina ſcorgeſi; ma non poterono nientedimeno que'
valentisſimi huomini, per quanto mai s'affaticaſſero, e che poneſsero ancora in
opera per ciò più acconciainente fare la vital notomia, ritrovar argomento
giammai, che effi cacemente provar poteſſe, che nell'huomo, ed in altri
corpitante, e tante varietà innumerabili ſi trovino di coſe; laonde degni
certamente diſcufa mi pajono que'primi au tori del ſiſtensa,fe ne meno eglino
non le vennero in quelli a dimoſtrare; ed in verità lo per me crcdo, che ne me
no eglino non aveſſer potuto ciò fare giammai; imperoc chè ſe ſono, come esſi
vogliono, in minutisſime particel le diviſe, e l'une coll'altre meſcolate, e
confuſe, necon i ſentimenti ſi arrivano a comprendere, ne effetti poſſono
produrre, da’quali argomentar ſi poſlá lor ritrovarſi at tualmente nell'huomo,
ed in altri corpi, e ſe mai pure in eſso loro talvolta feorganfialcune delle
dette ſoftanze di quando in quando venir ſuſo, non ſi può ſapere certa mente ſe
vi erano in primanaſcoſe, o le pure elleno da' primi lor femi di nuovo fiſiono
ingenerate. Orper diffalta di queſte certezze,non farà egli manche vole, e
ſcépiata quella medicina, che preſupponendole, ſu vi s'appoggia? Ed oltre a ciò
fe prima diligentemente non inveſtigheraſſi, e giugneraſſi a faper qualſia la
natura dell' acerbo, delPacecoſo, e d'altre ſimili coſe, qual contezza de’loro
effettipotrà averli, o del loro operare, e delle ma lattic, e della virtù
deʼmedicamenti, e del modo d'ufar gli. E forte aggiroffi Ippocrate, ſofifti
tutti que' fapien tìſliini filoſofi, emedici nominando,i quali volevan,che il
medico foſſe pienamente di tutti gli affari della natura in formato, e intefo
minutamente di tutto ciò, onde l'huomo compongali, e quanto al ſuo
mirabiłmagiſtero concorra. E parvc al buon huono, che il conoſcimento di ciò
antaa più alla pittura, che alla medicina s'apparteneſſe; e ba it are al medico
ſol tanto, ch'egli conoſca l'huomo in ri guardo al mangiare, e al bere, che gli
convicne. Ma quefto medelimo chi non vede, che non mai poſſa fa perfi, fe la
natura dell'huomo in prima, e poi di tutti i cia bi, e beveraggi, e d'altre, e
d'altre coſe e non iſcorgaſi. Io nóho preſo a vagliar ciòsche dicefi
pariméte,che qua Jora popera del ſolo caldo ſeparato dal freddo fi cagionano le
malattie, il freddo v'accorra a dar riparo; che ſomigliati fraſchenõ
maiimmagino,che foſſero ufcite di bocca dique' valoroſi átichi;ne fo
Io,comeIppocrate fe l'abbia maiim maginar potute. Aurebbono bēdovuto dire
eglino, o eſſer mol altra opera, greca, molto, e molto agevolea ritrovare il
rimedio, ſe le malac tie dalcaldo, o dal freddo ſolo avveniſſero, avendo noi
pronti ſempre tra le mani quegli argomenti, iquali, o ſcal dare, o raffreddarne
poſſono; o pure, che il loverchievol caldo, in perdendo le particelle, che
fanno il moto, les quali sfumano velocemente, ove non v'abbia coſa, che vaglia
a intertenerle,coſto s'ammorti,e venga meno.E ſo migliáteméte eglino ácora dir
potevano delfreddo fover chievole,che tor ſi poſſa agevolméte via incótanéte
ſenza che della ſola continua formentazione del ſangue. E tanto baſti del più
antico ſiſtema della medicina, ficome a noi ne giova credere, al preſente aver
detto; onde come d'abbondevole, e larga fonte tanti, e vari ruſcelletri poi
d'altri ſiſtemi di razional medicina tratto tratto li diram irono: chenon pur
la grecia tuttav, ma alere barbareſche, e più rimöte nazioni allagarono. E
primieramente quel ſe ne vide uſcir fuori, di cui ſicome noi teſtè dicevamo fa
Ippocrate mézione; il quale dell'u mido, del ſecco, del caldo, del freddo nel
filoſofare ſi valſe; e quell'altro purdalmedeſimo Ippocrate accenna to, di
coloro, i quali più ſottilmente le coſe fin da’loro primiprincipj fil filo
d'inveſtigare li ſtudiavano; ed altri, ed altri Siſtemi ancor covenne,che a
que'répi ſi adaffer tut tavia mettendo fuora per que' filoſofi, che in molte, e
varie ſchiere eran partiti; alcuni de’quali, come addietro accennammo, ciò
fecero per avventura ſol per render pa ga la lor curioſità, e per vaghezza di
ſpiarei ſegretidella natura; ed altri per intendere oltre al filoſofare, anches
all'opera della medicina, fino a’tempi d'Erodico, oveda prima ad alcun ſembra
che dalla filoſofia indegnamente divorzio faceſſe la medicina; le pure alai
molto prima, e per opera d'altri ciò non avvenne, e ben’ Ippocrate nel libro
della natura dell'huomo, oltre a'già narrati,di quegli altri Siſtemi ta
menzione, formati da que'medici,che volevano, o dal ſangue, o dalla collera, o
dalla flemma elfer formato l'huomo, Ma tempo ſarebbe omai di patrare ad altro;
más poichè non è queſt'opera da dover fornire in brieve ſpa zio di tempo: ed lo
tanto oltre mi ritrovo col mio fa-. vellar traſcorſo, che già omai è
l'umid'ombra della not te ſopravenuta, egli fie convenevole, che ad un'altra
ada nanza l'eſaminamento degli altri ſiſtemi di medicina lo ri ſerbi. KK KE UP)
RA: 240 All E quelle gravi, ed acerbe quercle, che veggiam tutto di metterſi
fuora dalle pé ne di tanti, e tanti ſcrittori contro le bar bareſche armate,
perchè coile più bello meinorie della famoſaGrecia abbia quel le i più prezioſi
libri della medicina cru delinente malmenatic diſtrutti: vorrem noi dirittamente
guardare, ritroverein per mio avviſo eſſer quelle in veri tà poco ragionevoli,
cmenche giuſte doglianze; iinpe l'occhè ſe gli ſmarriti libri della greca
medicina eran fimi glianti a queſti, che a noſtre mani ſon pervenuti, fideu
certamente ſtimare alſai ben lieve la lor perdita, ne da do Ierſene gran fatto,
anzi da non mettere in conto; mare pure quelli di maggior lieva ſi erano, e più
vera, e fotril doctrina contenenti, bcn'a torto, s'io pur non vado erra to,
oiGoti, o gli Alani, o gli Vnni, o iBulgari, o i Sa raceni di sì grā misfatto
accagionanſi; imperchè di coſtoro certaméte niuno giunſe giamai a depre.larc,ed
a ſignoreg giare la Grecia tutta; c quãdo ultimaméte il Turcheſco fu rore ſurſe
ſtruggédola, ed ingiuſtaméte uſurpádola, cd occupandola inleme colla Città,
ſede, e capo dell'Orientale, Imperio, allora preſſo che tuttii libri, che vi
avevano della greca nazione,mercè all'induſtria degli Italiani huo mini nelle
noſtre contrade vennero traſportati; ſenzachè v'han pure molte Iſole greche,
ch'all'Ottomano giogono ſottomeſse dell'antica libertà anche a' di noſtri ſi
godo no. La vera cagion dunque della perdita de' più beilibri non purdella
medicina, ma delle più nobili arti, e delle più ſovrane ſcienze,non già alla
furia dell'armi, o delle fiamme nemiche: non già alla rabbia del tempo di tutte
l'umane coſe fiera divoratrice; ma recheſi ad altrettanto più cruda, quanto men
furioſa, e mentemuta cagione.Diec tracollo, chi'l crederebbe ! dier tracollo
dal lor primo ſplendore le lettere, non per altro, ſe non ſe per manca mento, e
per colpa de'letterati medeſimi; c donde atten devan ſoftegno, e riſtoro,
quindi ſterminio elleno ebbe ro, c ſtruggimento; conciofoſse coſa,che, ficome
talora in bello, e ſpazioſo campo di grano ſoglion naſcer avene, logli, ed erbe
ſterili, e dannoſo, e ſoffocarlo, cosìſur ſero tratto tratto nella Grecia fra
quell'anime grandi, es valenti, che del vero ſapere eran ſolamente paghe, alqua
ti huomini di ſtolido, ed ottuſo intendimento, i quali da vaghezza tratti
divano onore, e di popoleſca fama, ogni loro ftudio ponendo in farſi tener alla
minuta plebe ſapie ti ſol dieder opera; e tutti intelero a certe vane ombre di
dortrine; e perciò laſciando in abbandonamento i buoni libri a conſumar dalla
polvere, e a roſicchiar dalle tarme, ſol cura ſi diedero di riſerbare, e di
tramandare a' po fteri que’libri, che con pompa, cd arringo di belle parole facevan
veduta d'inſegnar tutto quando poco, o niente in lor v'era di pregio; e delle
lodi di sì fatti volumi,aven do eſſi riempiute le carte, la troppo credula,
anzi cieca, pofterità, come prezioſi teſori gli ha ricevuti, e ſempre mai
venerati. Mai voſtri ingegni, o Signori,per cui veggio omai ſcorgerci da
miglior lume la verità: mi danno ani mo ch’lo proſeguendo la incominciata tela
de’varj ſiſtemi de'Greci medici, vi faccia ſcorgere ad un'ora per la più Hh
parte falſe eſſere quelle eccelléti prerogative, che di mol ti ſcrittori va
buccinando da per tutto immeritevolmente la fama. La medicina di Erodico,la
quale quatūque in vitupere vol guiſa per Platoneſtata foſſe trattata: no però
di meno dal gétilillimo ſuo ftilc ella vene sõmaméte nobilitata,ere ſa
immortale, per fatica, che vi ſi duri, Io non ſo vede re, come ſi poſſa giammai
ad eſaminazione acconciamen te ridurre,poichè d'efla sì poche, e cófuſe memorie
avázate ne fono,che appena ne ſi aprirà capo da potere alcun degli
argomentiond'ogli fabbricolla indovinare; impertanto a volerne dir ciò che per
noi fi può, rammentomi, che Platon riferiſce, Erodico eſſere ſtato miglior
maeſtro d'in ſegnare, come gl'infermi eſercitar doveſſero le membra, e
ſtropicciarle, ed ugnerle, e regolatamente prendere il ci bo, chedi giovevoli,
ed efficaci medicamenti a coloro preſcrivere;perchè e'ne viene dal medeſimo
Platone affai Íconciamente vituperato; dicendo, ch'egliin sì fatta gui fa non
diſtruggeva altrimenti le malattie, ma le complcf fioni ſolo a poter quelle
lungamente foſtenere ajutava; ond' egli paſsò ad affermare la medicina
d'Erodico eſſer arte da Pedagogo;imperocchè ficome da coftoro i fanciul lini,
così da quella i mali reggevāli; mache di ciò Erodico la dovuru pena aveſſe
meritevolmente pagata; imperoc chè della ſua inutil medicina, penofa, e
cagionevolvita traſſe continuo, e ad una lunga, e ftentata morte ſempre
diſpofta,perocchè da una nojofiffima, e mortal malattia preſo, egli per
trovarqualche argomento da ſoftenerla, tutto nello fludio della medicina
s’involſe, traſandando tutt'altre biſogne, e ſolo a ciò di forza intendendo,
altro non gliene avvenne, ſe non ch'egliebbe a viver si parca mente, e
regolato, che ſe mai dall'uſato cibo ſi dipartiva, toſto ritornava ad ammalare,
e più che prima cagionevo le diveniva; e a queſta guiſa reſo a ſe medeſimo
inutile, e grave peſo, viſſe infino all'ultima vecchiczza; ove di que favita
rinereſcédogliil morirc, ſdegnofaméte fi dipartio.E alla finc Platone
motteggiandolo conchiude, che una eccellente, e ragguardevol palma e'
riportaſſe dall'arte ſua, e talc, qual veramente gliſi conveniva, come a colui,
il qual non ſapeva, ch'Eſculapio una cotal guiſa di medica re a' pofteri non
aveſſe inſegnata, non già perchè non gli foſſe aliai bé conoſciuta: ma ſi bene
perocchè egli ſcorge va,che in una bé ordinata Città a ciaſcun debba eſſere l'o.
pera ſua convcncvole aſſegnata, alla qual fornire doven do intendere, mal
potevagli ozio lungo avanzare, du potere a ſtéto da una tal medicina attender
prò, o riſtoro; coſa, la quale certamente ridevole ella ſembra ſe vien el la
mai negli arteficiconfiderata. Reca Platon l'eſemplo d'un legnajuolo, il quale
ſe mai, come porta la ſua diſ grazia ritrovali preſo da grave malattia, egli
toſto inan dando per lo medico, da lui richiede, che diviſandoglial cuna
purgativa, o pur vomichevole medicina, o col fer ro proccuri toſto di torgli
ogni inale, e ogni ſeccagin da doſſo;ma ſe allora il medico
ſolpreſcrivcſſoglilungadieta, e altri così fatti riguardi, certamente, che
colui gli re plicherebbe, non eſſer miga ſuo intendimento di menar il can per
l'aja, e foggiacere a una sì nojoſa, e miſerevol vi ta; e così datogli
dipreſente il congedo coll'uſata libertà ſe ne rimarrebbe; e ſemai avveniſſe
per forte, ch'egli guariffe, ſi viverebbe per innanzi felice; ma ſe il corpo no
potendo al mal far contratto ſe ne moriſſe, almen verrebb’ egli ad eſſere da
tante noje ſviluppato. E dopo queſti ra gionamenti Platone apertamente una tal
medicina caccia via dalla ſua repubblica, come dannoſa, e tale, che i ſuoi
cittadini non meno alle lor private biſogne, ch'a quelle del comune verrebbe a
fraſtornare, e ritorre. D'una tal materia ſi legge una lettera dello Speroni,
con la quale egli va dimoſtrado con vani ſofiſmi,la vita ſobria eſfer no cevole
uzi che no; infra l'altre coſe dicendo, la vita ſo bria non poterſi appellar
ſana, eſſendo la ſanità un'acci dente, che coll’inferinità, ch'è il ſuo contrario
via ſi cac cia del ſuo ſoggetto; perchè ſe nella vita ſobria non può effer
inferinità, non può eſſer (anità vera; c ſe tinto, e non più fi mangia, quanto
baſta al vivere noi ne coin H h 2 batteremo, ne cămineremo,ne falteremo giámai,
ne potre mo ciò fare, perchè non averemo le forze,mangiando fo lamente per
vivere, il che ſarebbe un gran difetto nell huomo. Oltre a ciò e' dice, che
come la mano ſtorpiata, non è mano, perchè no può come mano operare,così la ſo
bria vita no è vita,ma meza morte, perchè no opera quan to, e come dee l'huomo
operare.Dice parimente egli che il morir per riſoluzione ſia la peggior guiſa
di morte, che poſſa fare l'huomo:perchè queſto è inorir di fame; della
qualmorte parlando Omero in perſona de'compagni d'V Jiffe l'abborriſce
infinitamente: ed elegge più coſto lo an negarſi, che'lmorir di fame į ne
peraltro Dante biafi matanto i Piſani, che per aver fatto morir di fame il Con
te Vgolino,benchè foſſe traditore della Patria. Con chiude egli alla fine, che
chi è ſobrio nel cibo faria huopo cffer ſobrio in molt'altre coſe: peſare il
vino, e'l pane, nu merare l'ore: farebbe luogo ancora pefare i peſieri, lo ſcri
vere, il leggere', e ſimili cofe, che impediſcono la dige ſtione: numerare i
palli, e le parole, che ajutano la dige ſtione: non dormir ſe non tante ore il
dì, e tante la notte. Ma il chiariſſimo Signor Luigi Cornaro, a cui era in
dirizzata la lettera; col ſuo proprio cſemplo fe veder ma nifcſtamente quanto
ciò vano, e fuor di ragion fia: impe socchè egli colla rigorofa dieta lano, c
vigorofo, e bene atante della perſona anche nella cadente età ſi mantenne, e
viſſe oltr'a cent'annipronto ſempremai, e col ſenno, e colla mano alle biſogne
tutte della ſua patria;comechè ca gionevole aſſai di compleſſione e'li foſse in
prima ſtato ncl Ja ſua giovanezza, ca molti, e graviſſimimali ſoggetto; intanto,
che comunemente da'medici dopo varj, e diverſi argomenti indarno adoperativi,
diſperato ſovente di ſuas ſalure ſtato ne foſſe. Ma quanto vane,quanto deboli,
e fanciullefche fien le ragioni, con che Platone s'argomenta d'abbatter Erodi
co,e come ſcioccamente la dappocaggine d'Eſculapio, e de figliuoli di lui egli
di ſcuſare s'ingegni: Io non pren derommi al preſente briga di dimoſtrarlo,
potendo ciaſcũ 1da per fe a prima veduta baſtantemente comprenderlo. Macome non
ſi può in modo niuno negare, che quel me dico, il quale aveſse per le mani
ſicura,ed efficacemedici na, che ſenza indugio poteſse un grave male di
prefence guarire, non dovrebbe certamentead altri medicamenti aſpettarſi;
nondimeno non ſo lo fe Eſculapio, cotanto da Platone commendato, aveſse pronta
ſempremai unas cotal medicina non che a tutti mali acconcia, ma ſola mente alle
ferire; eſsendo rade molto cotali forti di me dicamenti, e radiſsimi coloro,
che alcun certamente ne ſappiano; perchè lopratutto fa meſtieri, che'l medico
per ogni via ſappia all'infermo ſoccorrere, eſe non può riſa, narlo,poſsa
almeno tantoſto indugiar la fua morte, tem poreggiando, e ſcherinendolo a ſuo
potere. Perchè fom mamente egli è da lodare il ſaggio avviſamento d'Erodi co,
il quale molto bene a pruova ſcorgendo quanto poco a capitale da tener foſse
l'operazion de’medicamenti, diede opera più che altro a quelle coſe, che ſe non
ſono ditroppo vaglia, s'annoverano fenza fallo infra le meno incerte
dellamedicina. Ecertamente per quelle uſare no fi corre pericolo niuno
da’malati, e poca, e niuna fatica. s'imprende a porle in opera. MadalPaverle
Erodico dalla ginnaſtica portatealla me dicina,quanta lode egli per ciò ne
meriti, Galieno mede. fimo il confeſsa; il qual nondimeno una tanta lode ad Ip
pocrate attribuiſce. Io per me ſtupiſco della fcimunita tricotanza di tal’huomo
che avendo letto più volte i dia loghi della repubblica di Platone, e recatone
nel fuo li bro pur qualche luogo, ardiſca pure d'affermare, che Platone in ciò
ſolamente la cattiva ginnaſtica biaſimaſſers la quale ſi predeva cura di difpor
gli Atleti ad eſser valo roſi, ed abili a loro eſercizj. E certamente ſe
quellibro di Platone ſinarrito per ayventura ſi fofse, ciafcun farga mente le
ſciocchezze di Galieno crederebbefi. E come voleva Platone biaſimar la
ginnaſtica, che per Galien cat tiva dicefi, s'egli nella ſua Città ordina, che
s'edifichiil ginnaſio, e diſegna con molte parole la contrada acconcia per i
per quello, e vi ricerca in iſpezialità copia d'acquc cor renti, così per
derivarla in uſo de' caldi bagni, coine per irrigare il terreno, e render vago,
eadorno il luogo; ſen zachè no mai ſtanco ſi moſtra Platone in tutte le ſue ope
re di celebrare il ginnaſio, e quegli eſercizi, che ivi fico ftumavano di fare:
come ſommamente utilia conſervar la ſanità; e fra l'altre egli ebbe a dire una
volta, eſsere ma lagevol molto il ritrovare diſciplina miglior di quella, la
quale fin’alla ſua età in lunghiſſimo ſpazio di tempo s'era ritrovata; cioè
della muſica, che all'animo, e della gin naſtica, che al corpo appartiene. Ma
laſciando ciò da par te ſtare, egli va grandemente per mio avviſo errato Pla
tone nell'affermare, che que'buoni antichi medici non cu raſsero il
regolaricibi a'malati, e che ciò eglino faceſse ro, non peraltro, ſe non perchè
non avevali a que’tempi di ciò punto biſogno, perchè agli antichi, i
qualimaisé. pre regolaramente vivevano, non faceva poſcia inferman doſi huopo
diregola alcuna di medico; concioffiecofachè le tante, e tante förti di
malattie, che fra gli antichi ſové teniente ſi vedevano, faccian’aperta, e
fedele teſtimonia za del contrario. Ma quantunque vero foſſe ciò,che Pla tone
immagina della ſobrietà grande degli antichi huo mini, pure altri cibi
a'lani,ed altri a'malati convengono; e quelmedico, il quale cibaſse l'infermo
come fano, e'l ſano come infermo ugualmente nel certo all'uno, ed all l'altro
nocerebbe. Egli poi non ha dubbio alcuno, che'l regolar i cibi foſse la prima
coſa certamente, che s'ado peraſse in medicina; anzi da ciò venne ſuſo
primieramé ce la medicina; e prima, che foſsero i medici, i medelimi infermi da
per ſe il ritrovarono; e illuſtri.fimo in queſto affare è il luogo di Celſo; il
quale ci giova quì tutto rec.le re, comemolto al noſtro propoſito faccente:
Ægrorums, dice egli, qui fine medicis erant, alios propter aviditatem
primisdiebusprotinuscibum affumpfiffe, alius propter faſti dium ahſtinuile,
levatumque magis eorum morbum effe, qui abſtinuerant: itemquealios inipfa febre
aliquid ediſ Te, alios paulò ante eam, alios poft remiffionem ejus, optime
deinde his ceflife, quipoft finem febris id fecerint. Eadeque ratione alios
inter principia protinus ufos effe cibo ple viore, alios exiguo, graviureſque
eos factos qui fe imple rent. Hæc, ſimiliaque quum quotidie inciderent,
diligentes homines notaje: quæ plerumquemelius refponderent,dein
deægrotantibusea præcipere cæpiſſe:fic medicinam ortam-, ſubinde aliorumſalute,aliorum
interitu pernicioſa diſcer nentem à ſalutaribus, Ma intorno al cibari malati,
certiſſima coſa egli ſi è, che gli antichi medici gră pezza affai prima
d'Ippocratemol. te coſe, e molte diviſarono, come ſi può agevolmente ve dere
nel libro della vecchia medicina, ed in altre opere d ' Ippocrate medeſimo,
onde parimente ravviſar fi puote quanto errato vada Galieno, il quale di ciò
far yolle il buo Ippocrate autore. Ma, che che ſia di tali faccende, terri bile
allai ſembrami nel vero la cenſura, con la quale Ip pocrate, non avendo veruno
riguardo alla venerazion do vuta al maeſtro Erodico, fconciamente il riprende,e
vitu pera; dicendo, ch'egli togliere la vita a tutti que'cattivel li
febbricitanti, ch'e' medicava colle fatiche, e co' fummi. caldi, che loro
imponeva; e ne reca egli di ciò la ragione, dicendo cfler a' febbricitanti il
pareggiare, il correre,e gli ftrofinamenti, eifomenti oltreinodo contrari.Aggiugne
Galieno a ciò che dice lppocrate, che Erodico in ciò fa re, ne anche alla
ſperiéza guidar certaméte e'li faceſſe,non volendo niuna ragion delmondo, che'l
male col male, la fatica colla fatica, il ſimile col liinile da medicar ſia; an
zi e'dice, che gli argomenti tutti adoperati per Erodico nelle febbri, valevoli
più toſto ſiano ad accreſcere sfor matamente il calore, che a toglierlo. Ma
certamente no molta fatica aurebber egli durata i ſeguaci d'Erodico in
rimboccare Ippocrate, e Galieno,dicendo,che Erodico, come buon medico razionale
non già alle febbri, ma alla cagione di quelle riguardar doveva,alla qual
togliere cer tamente quemedeſimiargomenti fi convengono, i quali egli adoperava,
avvegnachè in prima ſe ne creſca talottas la febbre per qualche poco ſpazio di
tempo; ma poi ſenza fallo rimoſſane la cagione del tutto ſi ſpegne; ſenza chè
ben potrebbono di vantaggio aggiugnere, il medeſi mo appunto farſi da Ippocrate,
e da Galieno: i quali con fregamenti, e con dare a {piluzzico, e a riguardo il
cibo medicar parimente ſogliono i febbricitanti. Ne qui deb befi tacere,
ſcorgerſi da ciò chiaramente eſſere antichiſ ſimo coſtume de'medici biaſimare
in altri, come manche voli, e malfatte anchequelle coſe, che eglino medeſimi in
ſomiglianti caſi operar tuttavia ſogliono. Ne poffo sé. za maraviglia
riguardare alla gran tracotanza di Galieno, il quale così aſprainenre riprende
il diviſamento d'Erodico ſenza punto penſare, che ello ancora alcune febbri
linco pali co'fregamenti, e col digiuno curar foglia; perchè egli vien forte
ripigliato dal Tralliano, il quale rintuzza lo, c percuotelo, e con maggior
ragione per avventura, con quell'arme medeſime, che Galieno aveva contro Ero
dico adoperace. Vltimamente ſe un ſomigliante coll'alcro da curar ſia, coloro
ſe'l veggano, i quali comeche con parole il biaſimino, purcon fatti talvolta il
ſogliono ado. perare: ſolamente lo avviſo, che Ippocrate medeſimoma nifeftaméte
afferma, che'l yomito col vomito ſi cefla,e che col limile il ſimile ſi cura.
Quinci ſcorger ſi puote, chcgli huomini tutti,e più che altriimedici, Togliono
di leggieri nell'arti, chedi nuovo imprendono ad eſercitare, valerſi di quelle
coſe, alle qua li per qualche ſpazio di tempo diedero in prima opera; e percið
Erodico per mio avviſo ſi ſerviva così ſpeſſo degli Itropicciamentiin medicando
gl'infermi, e d'altre opere, ch'erano in uſo nel ginnaſio, di cui egli aveva
avuto la cu ra; così veggiam que',che, o d'Aſtrologi, o d'Alchimi ſti divengono
medici, non preſcriver rimedio alcuno, che non ſe ne fian colle ſtelle,
eco'fornelli conſigliati; ma no penſi però alcuno, che'l maeſtro, o preferto
del Gimnaſio aveſſe cura di far ſtropicciare, o d’ugnere que' ch'eran deſtinati
alle lutte, al corſo, e agli altri gilochi, che ſi fa cevano nel Gimnaſio; ma
il ſuo uficio ſi era il comandar nel Ginnaio, e conliſteva nella ſupreina
autorità di quello p li vile li varjufici a quella ſottopoſti, e per le ipeſe,
che per l'e ſercitazioni facevan meſtieri; edun taluficio era in sì grá
pregio,edonore tenuto,che nó foleva darſi,ſe non ſe a'più nobili, o ben’agiati
huomini del paeſe; c durò lungamen te tal uſanza sì fattamente,che i medeſimi Romani
Im peradori talvolta non iſdegnarono in volendo favoreggiar qualche Città
amica, e qualche popolo a loro affeziona to, infra i titoli, egli onori degli
altri maeſtrati, d'accet tar anche quello di prefetto, o maeſtro del Ginnaſio.
Ma non men della medicina montò in grandiſſimo pre gio, e venerazion l’arte
ginnaſtica, la qual fu cotanto ce lebrata a que'rempi dalle dotte penne de
ſagaciflimiſcrit tori, che nulla più; d'alcun de'quali con ſomma lode fa
menzion Galieno, appo il quale leggefi di vantaggio,che non ſolamente eglino
contendevano co’più chiari, ed il luftri medici razionali, ma che quegli fteffi,
chenel Gin naſio bazzicavano proverbiar ſolevano Ippocrate,che egli
temerariamente inipreſo aveſſe ad inſegnar un'arte, dicui cgli era affatto
ignorante, e digiuno. Ma ritornando ad Erodico, chc che ſi dica di lui Platone,
non ſi fermò egli nelle coſe ſole della ginnaſtica ncll'eſercitar la medicina,
ma ſi valſe d'altri, e d'altri rimedj, de' quali altri medici dopo lui
parimente fi valſero: come ſi può vedere in Ce lio Aureliano, il quale in
facendo parole della ſciatica, delle medicine d'Erodico così dicc: Herodicus
igitur, ut Aſclepiades memorat, ventrisadhibet purgationem, atque pofl cenam
vomitus, quifunt implebiles potius quam ficcabi les: tum vaporationibus tepidis
aceti decocti exhalatione con fectis utitur, vel aqua marina, admifta thalsa
herba,atq; biljopo, et his fimilibus, veficis bubulis repletis corpus va purandum
probat, vel aliis quibufque majoribus inflatis tu mentia loca pulſari jubet, e
tanto baſti della medicina d’E rodico avere accennato. Eurifonte celebre
medicante dell'antichiſſima ſcuola di Gnido, il quale,come riferiſce Sorano
inſieme con Ippo crate medicò Perdicca Rè della Macedonia, dalle poche memorie,
che n'abbiamo, non ſi può ſcorgere in qual ma I i niera egli medicaffe, ene
meno come egli in medicina fi loſofato aveſſe; e delle ſentenze Gnidie, dicui
voglion ch ' egli li foſſe l'autore, ne reca tanto poco Ippocrate, il qua le fi
diè cura di eſaminarle, ch' Io per me non ho che di viſarne. Egli vien
rapportato da Ippocrate, che i compi latori di quel libro aſſai minutamente, ed
a ſpiluzzico avel ſer raccolto, e diviſato tutte quelle coſe, che avvenir ſo
gliono agl'infermi in ogni lor malattia; ma non è per ſuo avviſo da far gran
fatto ſtiina della coſtoro induſtria, come quella, ch'aſſai leggiera, ed
agevole impreſa è a chiunque neprenda cura, quantúque niente informato di
medicina egli ſia: baſtado ſol,che dallo infermo della nojoſa iſtoria della
propia malattia pienamente véga avviſato.Ma lo,có buona pace d'Ippocrate, ſono
in contrario parere; e lem brami, che gran ſenno faccian que’medici, e fieno
ſom mamente da commendare, qualora ſi danno ſomiglianti brighe; imperocchè,non
di ſole ciance,madicoſe in qual chemodo rilevāti ſi vedrebbon ripiene le
ſcritture de’me dici. Ma che è ciò, che ſoggiugne poſcia Ippocrate, che egli
fia queſto un peſo da tutte braccia, ne v'abbiſogni in tendimento di medicina?
E chi non vede quanto dalvero manifeſtamente il ſuo parer li diparta? da che a
ſimili rac conti fa luogo comprender le variazioni de' polli, e altre biſogne
ſola medici conoſciute; edo che vaghe novelluz ze da riftuccar la pazienza di
ciaſcuno ſarebbon le imper tinenti ciuffole, ed anfanie, che talor foglion
narrare a ' medici gl'inferini, fe quelle appunto aveſſero a deſcriver ſi poi !
e ſe per alcun, ſicome affai ſovente avvenir veggia mo, foffe offeſo il
cervello, che domine potrà unqua ridir dirittamente giammai de'ſuoi travagli
l'infermo? nondi. meno, quantunque una tal impreſa lia aſſai propia del me dico,
lo giudico, che ſe altri vi ponetle mano, chemedi co non foffe,peraltro
riguardo maggior utile ſe ne ritrar. rebbe; iinpcroccliè nurrerebbe egli
ſemplicemente come và la biſogna ſenza giugnervi nulla di ſuo, ove da ' medici
mercè dell'ufire loro aliuzie, tra per ridur'la cagion d'o gni avvenimento
de'ma i alle lor concepute opinioni,o per altrid 1 alera cagione,cofa,che
ſoſpetta di falſicà,cd'errore non ſia non pongono in iſcrittura giámai.
Soggiugne Ippocrate, che di quelle coſe, delle quali dee aver contezza ilmedi
co per propia fua induſtria, oltr'a quelle, che poſſon ſa perſi dalla bocca
dello infermo, molte ne tacquero que gli ſcrittori; e ch'egli di quelle notizie,
che s'acquiſtano per opera della conghicttura, e che pertinenti ſono al mo do,
col quale curar fi dee ciaſcuna malattia, non s'app.2 ga affatto di ciò, che
color ne dicono; e quinci ſi pare, ch ' Eurifonte medico razionalc ſtato ſi
foſſe, e che, ſecondo i ſentimenti d'Ippocrate medeſimo ſuo emulo, aveſſe ſcrit
to affai bene in medicina: nientedimeno, per quel che Ip pocrate
parimenteriferiſca, chiaramente ſi ſcorge,che co sì Eurifonte, come que' della
ſua ſcuola di Gnido ben molto poco valfero nella medicina; imperocchè nel medi
car le malattie, toltene l’acute, fi valevano ſolaméte dell'e Jarerio,del
latte, e del fiero; e veramente intorno a ciò IP pocrate a gran ragione ne
ripiglia l'autore di quel libro ſoggiugnendo, che ſarebbe degno di gran lode
l'adoperar pochi medicamenti,ſe quelli buoni li foffero e conveniffe ro
veramente a que’mali, a'qualieglino gli preſcrivono; ma che altrimenti vada la
biſogna. Vengono in ciò i medicanti da Gnido imitati da parec chj de'moderni
medici, i quali ſi tengon le mani a cintola ne'mali lunghi, ed allo incontro
poi nellacute malattica non dan mai foſta a' poveri infermi, travagliandogli ad
ogn'ora con importuniffimi rimedj, la dove dovrebbono ſenza fallo il contrario
operare; concioſliecofachè il ma de, il quale qualche ſpazio di tempo dur.2,renda
aſſai age vole al medico il potere inveſtigarne, e rinvenirne il rime dio; il
che nc'mali acuti malagevolmente riuſcir puote, i quali per ſe ſteſſi, o bene,
o male finiſcono in brieve. Ma nondimeno egli è ſommo artificio di medico il
medi car sì fatti mali con molti rimedj: imperocchè ſe l'infermo guariſce, il
vulgo ignorante agevolméte crede eſſer ciò per opera avvenuto di alcuno di
que'tanci rimedi, che gli furono dal medico preſcritti: non avviſando, che
celeres, ! I i 2 et acu 1 cu acutæ pafſiones, etiam fponte folvuntur, &nunc
fortuna, nuncnatura favente, come laggiamente Celio Aureliano avvila; e ſe
purl'infermomai vienea capitar male, tutta via della ſua induſtria ognuno
contento, ed appagato li tiene, inmaginando, che egli non abbia laſciata coſa p
riſanarlo. Ma che che ſia di ciù ne'mali lunghi,ove nel vero l'imprendimento, e
l'opera del buon medico maggiorme te ſi richiede, perciocchè, ficome avviſa il
medeſimo Ce lio, neque natura, neque fortuna folvuntur, ſi portò pelli maméte,
per avviſo d'Ippocrate,Eurifóte;maſe crediamo a Celio Aureliano, nelmedeſimo
fallo incorſero parimen te con Ippocrate ſteſſo tutt'altri greci medici, che
furono prima di Temilone. Ma ricornando ad Eurifonte, Io non ſo, s'egli, o pure
alcri compilando la ſeconda volta il libro delle ſentenze Gnidie,maggiormente,
come porta opinione Ippocrates, il perfezionaffe: parte delle coſe, che in
prima vi li legge vano, come chioſa Galieno, affatto togliendo, e parte in
altro cambiando; effetti, come altrove abbiamo pa rimente avviſato,che provenir
ſogliono dall'incertezza della medicina; e queſto è quanto laſciò ſcritto
Ippocra te della medicina d’Eurifonte. Si valſe cgli, come Ce Jio Aureliano
dice, di qualche medicamento d'Erodico, e ſcriſſe per quel che narri Galieno,
di notonia,e di quel le inedicine,che ſi poſſono in luogo d'altre, che mancal
ſero porre in opera. Ma trapaſſando ora alla medicina d'Ippocrate, egli cer
tamente oltrealcrcder di ciaſcuno malagevole mi ſembra a diviſarne ora i miei
ſentimenti; perciocchè di que’libri, che ſotto il ſuo nome ſi leggono, ne pure
a teinpo dell'an tico ſcrittore, che ne racconta la vita, dar fermo, e ſicu ro
giudicio ſe ne poteva. Ma che unque diciò ſia,manife ſta coſa è, che parecchi
dell'opere dilui per travalicamé to di tempo ſmarrironſi, ed altre manchcvoli
in parte, tronche li riinaſero; ed in altre ancora molto, e molto co ſe, o da
ſuoi ſcolari, o da altri aggiunte furono; noiz però di meno c'fi pare ad alcuno
che, coll'efler perdute l l'opere d'Eraliſtrato, di Diocle d'Aſclepiade,e
d'altri buoni medici antichi, in queſte ſolaméte, che ſotto nome d'Ippo crate
ne rimaſero, oggi ſia quaſi tuttoquáto di buono v'ab bia infra'Greci di
medicina,cópreſo; impertanto moſtrano manifeftaméte, che non riſpondono a quel
gran nome,che da alcun medico greco in prima, e poi da altri anchenon medici
ſenza troppo ben'eſaminar la coſa,egli n'ha ripor tato; ne lo ſo permevedere,
come ſi poteſſer mai, nu Platone, ne Ariſtotcle approfittarli per efle tanto
quanto nella filoſofia naturale, come Galieno, e altri medici ſo gliono ad
ogn'ora millancare. Ma chi per Dio paſſerà sé. za riſa la beſtaggine di
Macrobio, il qual poco di sì fatte coſe conoſciuto, e nõ avédo forſe mai letti
i librid'Ippocra te, follemére cómendandolo, gli attribuiſce ciò che a Dio
ſolamente conviene, dicendo: Hippocrates qui eam fallere, quam falli neſcius.
Nulla poi dico diGalieno,il quales tutto che non ſi vegga mai pago di lodare
Ippocrate, con dire una fiata infra l'altre,che le ſentenze dilui tutte ve
riffime fieno, Ta' ti Ittasaxegéros dogueala mutu le árugega tab iar e che la
parola d'Ippocrate fi: come la voce d'Iddio: Notip Des our nj In Toregros
réžis:impertātono approva egli poi co* fatti ciò, che dicecolle parole:
imperocchèmolte,emolte fiate apertamente dalla ſua dottrina s'allontana; anzi
tal volta dimenticando quanto aveva detto in ſua lode, for te il proverbia, e'l
biaſima, come altrove dimoſtrato ab biamo. Mai più ſapienti,cd ayveduti tra gli
antichi ſcrit tori, quali furono ſenza fallo i Setteggianti, e queich'eb ber
più valore, e più nome tra ’ loro ſeguaci, in pochillimo pregio tennero
Ippocrate: come ſi può agevolmente ve dere in Celio Aureliano; ed Aſclepiade
chiamar ſolevala medicina d'Ippocrate Meditazione della morte. Ma noi non
badando a'cicalecci di niuno, diciamo primicramente, ch'egli ſi pare certamente,
che Ippocra te aveſſe in qualche grado avuto quel natural talento, che alla
medicina richiedeli; e che ſi foſse altresì cgli ſtato un' huomo infin da’primi
anninello ſtudio, e nell'eſercizio di ella continuamente involto; e comechè non
ben intelo scorgeli ſovente delle coſe, ſembra pure, ch'egli ciò che ſi
conoſceva in medicina in que'rozzi tempi, ne’libri degli antichi letto, et veduto
egli aveſſe; e chi ben vi affiserà la mente ravviſerà nelle ſue opere affai più
manifeſte le fondamenta delle varie, e diverſe ſette della medicina, di quel,
che già follemente millantando Plutarco ne ſcriſſe, d'avere i principj tutti
delle ſchiere de'filoſofi ne' Poemi d'Omero pienamente rinvenuti; perchè fi dee
‘ certamente credere,o cheIppocrate impiegato tutto nell'uſo delme dicare non
aveſſe avutomaitempo d'inveſtigare, e deter minare ciò chepiù vero gli foſſe
paruto in medicina:o che pure avendo egli coſa per coſa minutamente ſtacciata,
ed abburattata, ftanco alla finc,manifeftaméte avviſato aver ſe non eſſer più
da appiccarſi ad uno, che ad un'altro fi ſtema di medicina,per la loro egual
dubbietà;e quinci egli poi di varj, e tra effo loro contrarj ſentimenti da'
capi di diverſe ſette appreſi i ſuoi ſcritti riempic; e per tacer d'al tro per
ciaſcun ſi ravviſa aver Ippocrate nel libro della natura umana impreſo a
parlare d'uno ſpezial fiſtema di medicina, ed'un altro nel libro della vecchia
medicina, e d'un'altro nel libro degli fpiriti, e d'un'altro ultimamen te nel
libro della dieta, comechè qucftie'confonda con gli altri ſiſtemi da lui poco
ben'inteſi, e ſpezialmente con quello della vecchia medicina; il quale ultimo
ad alcuno ſembra, che intorno a tal materia.e ' compoſto aveſſe; e viene
ſcioccamente da molti creduto non già ď Ippocrate, ma di Democrito; ma
certamente fuor d'ogni ragione; perciocchè in altra più nobile, e più ſottil ma
niera quel ſublime filoſofante compoſto l'avrebbe. Ma che che di ciò ſia,per
tornare a quelchereſtè dicevamo, pié d'incertezze, e tcmpellante: Ippocrate,
par che talvolta alla ſperienza, ed alla ragione il tutto raſſegni; ed altre
yolte ſembra, ch'egli alla ſperienza ſolamente s'attenga; e da ciò moſſi negli
antichitempi alcuni, come narra Ga ļieno, ed alcuni altri della noſtra età,
infra'quali è il Mon tano, preſero cagionedi piatire, fe Ippocrate in medicina
da parte empirica, o da parte razionalc veramente tenuto haveſſe; ma non poteva
certamente egli,comechènon foſe ſe di molto grande intendimento fornito, nel
maneggiar tutto dila medicina non avvederſi della poca fermezza e della molta
dubbierà di quella. Ma per altro poi, quan to Ippocratemancaffe di
quell'intendimento, che a gran filoſofante, emedico, qual vien' egli
comunemente te nuto appartienfi:ſcorger fi può chiaramente in tutte le ſue
opere, e particolarmente nel libro della vecchia medicina; nel quale avendo
egli avviſato eſſer da filoſofare in medi cina in quella guiſa appunto, che
cgli quivi ſecondo i fen timenti de'più antichimaeſtri diviſa, da chiunque al
vero, e perfetto conoſciinento di quella aggiugnere intenda:ed oltre a ciò, che
la medicina non foſſe ella ancor tutta a ' ſuoi tempi ritrovata, ma unamenoma
ſola parte di quel la, e che molto ancor ne reſtaffe per innanzi a ſcoprire;
egli nondimeno, ne molto, ne poco vi s'affutico; anzi andò dietro ad altri, ed
altri ſiſtemi di medicina a guiſa di cieco, che séza guida alcuna vada caſtoni,
ed attenědoſi a ciò che, incontra, or per una, or per altra ſtradì errando,
ſenza mai venire a capo del ſuo cammino;la qual verità ben vé ne dului
me.Iclimo conoſciuta, e finceramente paleſata nella piſtola (ſe alori ſecondo i
ſuoi ſentimenti in nom:) fuo, pur non la finale ) che egli ſcrive a Deinocrito;
over apertimente dice ſeno eſſere ancora pervenuto a quel le gno nell'arte, che
diviſato ſi aveva, avvegnachè negli an ni molto, e molto avanzato, e nell'uſo
del inedicare con tinuanente logorato fi foſſe. Map far pienamérc vedere,e
toccar co muni quáto po co in filoſofia avázato fi foſſe Ippocrate, egli ſi
convégono ad uno ad uno elaininarle fondamenta de'varj ſuoi, e co tanto infra
loro diſcordanci ſiſtemi di medicina; coinechè ciò per avventura ſoverchio
giudicar ſi potrebbe; percioc chè tali, e tante ſono le dippocaggini di lui, e
le ſcioco chezze de'ſuoi ſentimenti, che tolto per qualunque mez zano
intendimento ſenza troppa firtica avviſar li potreb bono; il che egli ancor
conoſcendo, e reſtandovi alla fine inviluppato, e contuſo, in njun di quelli
riſtr fermame te fi volle, dottando, e tempellando ſempremai di ciaſcu no. E
conciofoſſe coſa, che del Giſtema della vecchia me dicina altrove baſtevolmente
detto ſia', cominceremo al preſenteda quello, che nel libro della dieta con
lungo, e magnifico apparecchiamento di parole egli neporge. Pri mieramente in
quel libro e'nedice ſecondo il ſentimento, ch'egli altrove rifiutato avea
dique'valent'huomini da lui contro ogni ragionechiamati ſofiſti, che chiunque a
ſcri ver imprenda della dieta all'huom pertinente, egli con venga in primain
prima aver piena,e perfetta contezza della natura dell'huomo, e di
qualiprincipj egli da prima compoſto foſſe: e oltre a ciò ſpiar minutamente, e
com prendere quali di que'principj in lui maggiormente s'avã taggino.
Sentimento quanto ſaldo, evero, e che non ha di pruova alcunabiſogno,
altrettanto volgare, e agevole a penſare; perchè eglimoſtra,che Ippocrate non
abbia per quello, ſe pure è ſuo, cotanto merito appo i medici dovuto acquiſtare;
non peròdi meno lo ſcaltrito temen do negato non gli foſſe sì bel diviſaméto,ne
vuol far pruo va, ſo giugnendo, che ciò non fi ſappiendo, mal ſi po trebbe cibo,che
profittevole abbia ad eſſere, ad huom ’ ragionevolmente diviſare. Indi
foggiugne convenire an cora aʼmedici la compleſſion di tutti cibi, e vivande,
che noi uſiano eſſer conoſciuta;e ſopra ciò con lunga,ed inutil diceria grā
pezza cgli di provar s’affatica,comcchè di pruo va niuna ciò abbia punto
biſogno.E quindi il ſuo ragiona mento cominciando intorno a principj delle coſe
della natura, in sì fatta gniſa ne parla. Così l'huomo, come tutt'altri animali
di due principj so compoſti, i quali comechè diverſi ficno quanto alle lor
facultà, all'uſo nondimeno ſon concordevoli, e acconci; ciò ſono l'acqua, e'l
fuoco; i quali amendue non meno a tutt'altre coſe, che l'uno all'altro
ſcambicvolmente ba fano; ina ciaſcuno per fe a ſe inedefimo, ne ad altra coſa
del mondo non baſta; e la virtù, e la forza di ciaſcun di effi è tale cheper lo
fuocoli muove ciaſcuna coſa qualun qne clia lia, c in qualunque luogo dimori: e
per l'acqua convenevolmente ella ſi nutrica, e creſce. Ma in conti nui piati, e
battaglie elliftando ſempremai fi contraſta no, e ſi vincono; non però sì
fattamente, ch'alcun d'eſli cotanto abbattuto, eſpoſſato ne rimanga, che niente
più di vigore,o di forza non gli avanzi; perciocchè ove il fuo co preſſo
all'eſtremo dell'acqua ſtrabocchevolmēte è per venuto, toſto il debito nutrimento
gli manca; perchè egli volgeli colà, ove nutricar ſi poſſa; e l'acqua d'altra
parte quando all'eſtremità del fuoco è aggiunta riman priva di inovimento, e
nulla vale; perchè vien toſto dallo ſcorre te fuoco in nutrimento cambiata. E
imperciò nel conti nuo lor tempellaméto niun di loro sì pienamente può ſo
verchiar l'altro, che affatto l'uccida; ma amendue vengo no in sì fatta guiſa
ſcambievolmente a ſoſtenerſi, che egli no ſolamente baſtevoli ad ogni coſa
rieſcono per doverla in qualunque modo comporre. Orchi domine cotáto ſarà di
cieca paſſionc ingombro, che non iſcorga pienamente quanto vani, e ridevoli
ſieno i diviſamenti d'Ippocrate intorno a ' ſuoi principj. Vn ſol principio,
dice egli,non baſta; ma baſterà egli, che sì il dica? anzi vi ſarà chi vi
replichi, uno eſſer ſufficientiſfi mo, ove le parti, che il compongono di
diverfa figura fie no, e diverſamente fieno allogato, e infra loro compoſte, e
ſi muovano: perchè poidi yarie facce le coſe tutte del mondo compor debbano;
ſenzachè ſe principj delle coſe vuole egli, che ſieno il fuoco, e l'acqua,
perchè egli non ne ſpiega lor natura? ne baſta in ciò ſolamente dire eller il
fuoco valevole a dare il movimento; perciocchè ben do veva egli più avanti
ragionando ſpiar la cagione del movi mento delfuoco, e ricercarminutamente
diche egliſia compoſto, e chedifferente il faccia dall'acqua: e queſte coſe
ritrovate riporle poi per principj delle coſe, come quelle, onde tuce'altre
vengono ingenerate: e non già il fuoco, e l'acqua, che non ſon primieri
nell'ingenerare. Ma mentre egli con l'uſata ſua traſcuraggine di ciò niuna
briga ſi prende, certamente dall'acqua, e dal fuoco in quella guiſa, ch'e' ne
favella, nc huomo, ne altro animal K k niu i
1 niuno coinpiuto, ne coſa altra delinondo non ſe ne potrå comporre
giammai; econtraſtino pure, e ſi meſcolino quanto ſi vogliano l'acqua, e'l
fuoco tra cſſo loro, che poche coſe infra lor diverſe riuſcir ne dovranno:
licorne di due lole lettere dell’Abici non poſſono per rimeſcola mento comporſi,
fuor ſolamente, che due fillabe: conie da A, ed L: di cui altro, che LA, ed AL
non può for marfi. Macome potran mai riſtrignerſi cotanto, eammaſlarla le
particelle dell'acqua, che formar ſe ne poſſano, ecar ne, e oſſa, e nervi, e
cotant'altre fulde, e dure parti d'a nimali, e d'altre coſe del inondo? Ne ciò
può adoperarli punto dal fuoco; perciocchè egli nell'acqua altro far non può,
che le particelle diquella col ſuo movimento, che chiaman dilatante, ſempre
partire, e ſceverare, licome noicontinuo incontrar veggiamo: perchè l'acqua vie
più liquida, c diſcorrente, e rada ne diviene, non che s'am maſſi, e fi
riſtrigna in coſe falde, e dure. E alla fine ell2 dal fuoco cotanto menoma, e
faccil diventa, che ſe non, d'aria, d'un corpo all'aria ſomigliante, certamente
ella prende forma; ſenzachè l'acquanon può per troppo ſpa zio di tempo ritencre
il fuoco, e convien ſe calda ſi vuol mantenere, che continuo altronde quello le
venga ſom miniſtrato. Ma che'l fuoco,come s'avviſa Ippocrate, dall' acqua
nutrito fia, e perchè l'un l'altro vincer non poſla, ſciocco troppo lo mi
terrei, ſe perder tempo lo voleli in rifiutarlo. Vuole oltre a ciò Ippocrate,
che l'acqua fia fredda, ed umida,e'l fuoco caldo, c ſecco: e che'l fuoco riceva
dall'ac qua l'umidità, e l'acqua vicendevolmente dal fuocolas ſecchezzaze che
così eglino l'un nell'altro adoperando,le tante, e tanto varie forme, e
generazioni di ſemi, eda nimali vengano a produrre: e cotanto diverſe infra
loro, che ne quanto all'apparenza, ne quanto alla lor virtù hā nulla di
ſomigliante; perciocchè non iſtando giámai l'ac qua, e'l fuoco nello ſtato
medeſimo: e ſempreinai cam biandoli, e diſcorrendo, forza è, che le coſe, che
da lor 1: fi ſeparano, eli producono,diſſimiglianti oltremodo rie? fciano. E
certamente, com'e' diviſa, niuna coſa del mon do non muore, nc ſi fa quel che
in prima non erazma me ſcolate inſieme, e partite ſi cambiano le coſe: come chè
giudichi alcuno, che da Pluto per accreſcimento tratto venga alla luce, e ſi
crii: e altro incontrario,che dal la luce per iſcemamento a Pluto giunto ſi
diſtruggage dice poi,che nó ha dubbio veruno, che fia più toſto da preſtar fede
agli occhi, ch’alle opinioni, o pareri degli huomini. Reca eglipoi di ciò la
pruova, dicendo animali ef ſer queſtie, quelli, e non eſſer miga poſſibile,
ch'uno ani mal ſi conſumi, non con tutti: conciolliecoſachè chi po tri mai
diſtruggerlo? ne può ingenerarli giammai quel che non è, non avendovicofa
alcuna,che non ſia, onde poſſa ingenerarſi;mabé s'accreſcono tutte coſe,e li
meno mano a soma grādezza,e picciolezza in quanto egli ſi può: e quinci
s'ingenera, e muore alcuna coſa. Indi egli ſpiega in grazia del Vulgo, che lo
ingenerarſi, e'l corróperli del le coſe altro non ſia, che'l meſcolamento, e lo
ſcevera mento. Ma più avanti facendoſi dice, che lo ingenerarſi, e'lcorromperli
la medeſima coſa ſieno: e'l medeſimo pa rimente il meſcolamento, e lo
ſceveramento: e che lo i13 generarſi altro che il mefcolamento non fia: el
corrom perſi, e'l menomare altro non fit, che lo fceveramento: e che ciaſcınıa
coſa ſia la medeſima, che l'altra: e tutte lien uno; e in queſte sì fatte
coſedice egli l'uſanza eſſer con traria alla natura; ma ſpartamente ciaſcuna
cofa, o ſia di vina, o umana,ſufo, e giuſo vicendevolmente, giorno, e notte,
più, o meno traſcorrere. Indi fiegue egli a di se il fuoco, e l'acqua hanno
avvicinamento; il Sole l'hà lunghiſſimo, e breviſſimo; di nuovo queſti, e noi
qucfti; la luce a Giove, le tenebre a Pluto: la lu ce a Pluto, e le tenebre a
Giove avvicinanſi, ecam ' bianſi quelle quà, e quelte là;d'ogni tempo paffano
quello coſe di queſte,e queſte di quelle; ne fi lanno quel che el leno medeſime
fi facciano, comeche faccian veduta di fa. perlo:ne ciò, che veggono,conoſcono,
ma in tutto ciò Kk 2 ogni coſa loro per divina neceſſità avviene, così in quel
le coſe, che vogliono, comein quelle, che non voglio no, perciocchè
accozzandoſi, e partendofi quelle quà,e queſte là, fra eſſo loro avviluppate, e
confuſe, ciaſcuna il preſcritto fato adempie. Or chi ſarà così da paſſione
accięcato, e imbard.ato, che manifeftamente non ravviſi in ciò, che rapportato
nº abbiamo, effer egli una ſtrania cervelliera, e poco men, che ſpiritata
colui, che ſognandolo lo ſcriſſe Ė non fico prende chiaro in cotanti
aggiramenti, ed arzigogoli, che Ippocrate parla aſſai di ciò,che meno intende?
e che nő ſolo coll'oſcurità delle parole vuol naſcădere la ſua dap pocaggine, e
ignoranza; ma anche farne cotanti Calan drini:e tenendo lo ſciocco vulgo in
parole, il qual fem premai coſtuma di pregiare aſſai più ciò che non gli èma
nifeſto, darne conmaraviglia a divedere ch'egli delle co ſe della natura
oltremodo conoſciuto ſia. Egli è ben ve ro, che molti anche di coloro, i quali
letterati ſtimanſi,há creduto, o moſtrato di credere, che in queſti riboboli,
cd enimmi d'Ippocrate, e in altri ancora, che largamen te ſon ſeminati entro i
libri tutti della dicta, e in quel del la vecchia medicina, edell'alimento,
ch'egli tutti i più naſcoſi, e pregiati miſteri della medicina, e della filoſo
fia abbia deſcritti; e non ha guari che'l Tacchenio nel ſuo Ippocrate chimico
ſi è ſtudiato con queſto libro di darne a divedere eſſere ſtato Ippocrate un
valentiſſimo chimi co. Ma ritornando a ciò, che diciavamo, lo m'avviſo, che
Ippocrate ciò trovaſſe ſcritto in qualche libro d'alcú di quelli antichi
filoſofi, i quali ſolevano cosi vezzatamé te favellare:e che poco cgli
incédédoiſentiméti di coloro, così ſconcj, e guaſti l'abbia portati, in quella
guiſa,che fileggono; e tanto più, chemoſtra,ch'egli confonda in ſieme, e
meſcoli due ſiſtemi di medicina, e di filoſofia fra ello loro contrarj; da che
egli dopo aver portati que? due primieri principj delle coſe, avvedutofi forſe,
che non baſtavano, parla poi non altrimenti, che ſtabilito aveſſe in prima, che
ciaſcuna coſa in ciafcuna coſa ſia, nella maniera appunto, che ſi accennò nella
cenſura del libro della vecchia medicina; perciocchè e' dice, che nul la ci
s'ingenera di nuovo, ma sì ſi meſcolano inſieme le parti, e compongono le
coſe,e lefan grandi,ne alcuna co fa li muore al poſtutto, mà ſparpagliandoſi, e
dividendo ſi vien meno. Coſa, la quale non può intenderſi in verű modo di ciò,
ch'aveva egli in prima detto; perciocchè ſe l'acqua, e'l fuoco i principj ſono
dell'huomo, meſcolan doſi queſti, e accozzandoli a formar l'huomo, non ſe ne
potrà certamente altro naſcondere, che l'acqua, e'l fuo co medeſimo,prendendo
ſembianza delle parti dell’huo mo, com'e' dice; ma non già le parti dell'huomo,
ciò ſo no carne, offa, nervi, e altri membri di quello, eſſendo ci in prima,
comechè appiattate, e naſcoſe, nel meſcola mento dell'acqua, e del fuoco ci ſi
laſcino poi di preſen te vedere; ne partendoſi poi l'acqua dal fuoco, e guaſtā
doſi il lavorio dell'huomo non diverrà ne la carne,ne l'ol fo così menoma, e
tritolata, che non ſi parrà; ma tutta la carne, e tutto l'oſſo diverrà acqua, e
fuoco: e queſti che in prima non apparivano, manifeitamente nelloro.ſcioglimento
poi ſi vedranno. Si pare adunque,ch'e ' vo glia dire eſſer nell'acqua le
particelle, chc chiaman ſimi lari, ma così menome, e ſottili, che non ſi poſſan
per huom ravviſare: le quali poi rannodate, o ſciolte dal fuo co, compongano, e
guaſtino le coſe. Ma ſe pur queſto cgli volle intendere, comepotrà mai il fuoco
le particel le dell'acqua colla ſua forza annodare, ſe il movimento è
dilatativo, come dicono, e ſempremai ſcioglie, e parte? Convenivaadunque, che
Ippocrate altre, ed altre ragio ni ne recaſſe, le quali ciò poteſſer operare.
Ma concedaſi ciò pure a lui: non perciò l'acqua,c’lfuoco, ma le par ticelle
ſimilari ſarebbon da dir principi delle coſe. Ma cadendogli dalla memoria ciò,che
poco anzi egli detto aveva, ricorre di nuovo all'acqua, eal fuoco: e in
favellando dell'anima dell'huomo,non mçno ſciocco,che empio, e miſcredentc,dice
quella ancora, come tutt'altre coſe, eſfer d'acqua, e difuoco compoſta. E
tante, e tali sono le ſue ſcempiezze, e mellonaggini neʼlibri della die ta, che
lungo ſarebbe ad una ad una narrarle. Ma trapaſſando all'altre ſueopere,
contende il Vale riola, e con luianche ſi conforma il Cardano, non eſſer
d'Ippocrate illibro intitolato mei quoär, overo degli ſpia riti groiſi, o
vizioſi: peralcuneſciocche, e falſe dottri ne, che in quello s'avviſano, e
altre ancora contrarie a quelle, che in altri ſuoi volumi egli divisò, Ma fe
tale oppofizione aveſſe luogo, converrebbe certamente con dannar come non ſue
l'opere tutte, che ſotto il fuo nome fi leggono; perchè è da dire, che poco
ragionevolmente aveſſe perciò cotal libro ilValeriola colto a lppocrate;ma
Galieno, comeche in quel libro vi ſien diviſamenti poco a' ſuoi pareri
conformi, non però di meno riconoſcendo lo egli d'Ippocrate, il reca ſovente in
concio di qualche ſuo ſentimento. Sembra certamente il libro miglior per
avventura di tutt'altri,chc intorno a ſomigliante materia aveſſe mai compoſto
l'autore; imperciocchè ha egli ordi ne, e qualche forte di chiarezza: e moſtra
fovente, che l'autore intenda bene ciò, che ſi dica. Vuole egli in eſſo darne a
divedere, che tutti mali, che n'avvenge:10, da una ſola cagione ſi dirivino;
comeche per li diverſi luo ghidelcorpo, ove n'aggravano, diſſomiglianti affai
ne ſembrino. Tutti corpi, eglidice, così dell'Iruomo,come d'altri animali,del
cibo,dello fpirito, edel bere ſi loſten tano. Gli ſpiriti, che ſono entro il
corpo, vengono da Ippocrate chiamati quoca: e quello, che è fuora del cor po
aveõua cioè: a dire, aria. L'aria fecondo Ippocrate ha grandiſſima parte fra le
coſe, che accaſcano alcorpo: ed è donna, e lignora del tutto. Indi egli
lungamente fopra quella ragionando, dice delle fue gran virtù, ed opere,
Itabilendo in prima qualche ſentenza; la quale preſe 2 gabbo dal Valeriola n'è
moſtra a' di noſtri per ve re dalle maravigliore, c fommamente comincndevoli of
fervazioni de’noftri moderni. Dice egli, che tutto ciò she fra’l Cielo, ela
terra s'interponeſia, da ſpirito ingôn bro: e che lo ſpirito cagioni il verno,
e la ſtate: e che'l corso della Luna, e delle Stelle per lo īpirito facciali: e
che lo ſpirito alimenti ilfuoco, intanto che ſenza quello non poſſa il fuoco
più vivere: c che l'aria ſottil perpe tua purimente perpetuo mantenga il corſo
del Sole. E oltre a ciò avviſa Ippocrate ritrovarſi achcin mare lo ſpio rico;
perciocchè ſe quelnon vi foſſe, dice egli, che i pe ſci non potrebbono in niun
modo vivere; concioſliecola chè non participerebbono dello ſpirito dell'acqua
traen dolo. Aggiugne di vantaggio effer la terra fondamento dell'aria,c queſta
veicolo della terra: ne aver coſa niuna al mondo vuota di quella: e quella
ſolamente eſſer cagione a noi della vita, e diciaſcuna malattia, che n'avviene;
intanto che avendone meno infra bricve ſpazio di tempo ciaſcun ſi muore;
perciocchè ben può ciaſcuno ſenza ci bo, o beveraggio alcuno viver qualche
giorno: ma non già ſenza ſpirito; e ben poſſiamo poſando ceſar di tutte noſtre
operazioni, comechè menome, e brievi elle ſieno; ma non già del reſpirarc. E
quinci egli vuol trar conſe guenza, eſſer molto ragionevole, che ficome la
morte, così anche le malattie tutte dallo ſpirito n'avvengano, e che quello
calor compreſo, e putrefatto da altre cagioni diſcorrendone per lo corpo
n'offenda. Quindi egli co minciando dalle febbri và diviſando, ficome ciaſcun
ma le dallo ſpirito ſi formi: e tutti minutamente gli anno vera. Ma un sì fatto
liſteina, perchè ingegnoſo fia, e conte gna in se qualche coſa di ragionevole,
non però di meno, generalmente ragionando, falſo affatto, e inveriſimiles eſſer
fi ſcorge; concioſliecoſachè quantunque grande fia il biſogno, chedell'aria
abbiamo, non è perciò quel a ſo la, che ne mantiene, e ne nutrica: ma l'acqua
ancora al noſtro vivere è neceſſaria, e altre molte coſe, così den tro, come
fuora del corpo; le quali, o mancando, oſo verchiando, o alterandoſi, non men
dell'aria medeſima cſfer poſſono a noi cagion di malattie. Nemeno al preſente è
da tacere, come cotal ſiſtema di medicina s'appoggi a'divilainenti, i quali non
cheda Ippocrate foſſer provati, anzi dalvero talora manifeſta mente appajon
lontani. E comechèalcuni di loro ne sém brino aver qualche ſembianza divero;
non però di meno fon da lui con parole non propie, e ambigue a bello ſtu dio
inviluppati, e adombrati; acciocchè aggiugnendo noi con malagevolezza, e fatica
a ritrovarne il coltrutto, da quelli poi prendeſimo argomento di giudicar
talijan zi maggiori gli altri ſuoi ſentimenti ſciocchi, e vani, com poſtida lui
per uccellarne maggiormente. Ma ſe lo ſpirito,ſecondochèIppocrate così
liberamen te afferma, è colui, che ſignoreggia, e governa ciaſcuna coſa del
mondo, e che la vita, e la morte ne porge: per chènon iſpiega egli poi, ficome
certamente fargli con veniva, come, e con quali artificj tante maraviglie quel
lo adoperi? e perchènon ragiona della natura di quello, e diquell'altre
ſoſtanze, che, come e' dice, imbrattan dolo, e inſuccidandolo cotanto a
noinocevole, e peſti lenzioſo il rendono? E per avventura gran ſenno egli fe a
non addoſſarſi cotanta briga; perchè è da dire, che ciò egli non ſappiendo, non
potrà certamente mai la natura, e la generazion delle malattie per sì fatta
ſtrada incoglie re; e ſeguentemente gli argomenti ancora, come a quel le da
proveder ſia non ſaprà. E quinci avvien poi, che ne men di que’mali, cheper
compreſſion dell'aria vera mente n'avvengono, no mai egli coſa alcuna di ſaldo
rap porta; perciocchè non ſappiendo egli la natura dique'cor picciuoli,da cui
compreſso lo ſpirito quella generazion di febbre cagiona, la quale,
com'eglidice, è tutta comune, e appellati peſte: ſenza dubbio non giugnerà egli
giam mai a penetrare gli effetti tutti, che da quelle diverſame te provengono,
e le varie maniere, colle quali ciaſcuno animale offendono. E ſe egli non cura
d'inveſtigare altre si quali ſoſtanze ſieno quelle, che s'accompagnano collo
ſpirito allor che racchiuſo entro noi ne muove la colica,o altri ſomiglianti
mali, come ne potrà egli mai compiuta mente ragionare: o donde trarrà egli gli
argomenti da porvi ragionevol conſiglio? Ma ſe le ſoſtanze, che collo ſpirito
-meſcolanſi, ſon ca gion di cotante malattie, come potralli eglia buona ragić
dire, che lo ſpirito medeſimo, enon più toſto quelle ciò adoperino? perchè è da
dire, che ſtabilendo Ippocrate it ſuo ſiſtemà, alla prima v'abbia dato di becco,
e vi ſia infe liceinente fdrucciolato, dicendo eſſer l'aria cagion del. le
noſtre malattie, e non più toſto le varie, e diverſe for ſtanze, che per quella
diſcorrono, e collaria inſieme en trano ne'noſtri corpi: quali ſono molti ſemi,
e animaletti, chę ſovente fi ravviſano, così nelſangue, come nell'altre parti
liquidedi noie, le rendono mal'acconcc ad adem piere i loro uficj: e fermandoſi
talora o nel cuore, o nell? altre parti ſalde del noſtro corpo in molte, e
molte manie re le moleſtano; ſenzachè ſon nell'aria varie, e varieme nomiſſime
altre ſuſtáze da'vegetali, e da’ıninerali corpia quella mandate: alcune delle
quali, quando di ſoverchio vi diſcorrono, fannofi anoi per opera dell'odorato
ſentirez e l'avvedutiſſimo Elmonte intorno a ciò narra chente, es quali
ritrovate egli n'aveſſe una volta in una tela ſtata al quanto appiccata al
merlo d'un'alta torre; perchè egli for: te fi maraviglia,come noi che continuo
le beviamo, lunga mente viver poſſiamo ſenza nocimento alcuno; ma non aya visò
egli eſſer ancora nell'aria molte, e molt'altre ſoſtanze a noi giovevoli,le
quali certamentepoſſona'dannidi quel le riparare. Ora in queſte,e in ſomigliati
oſſervazioni cõveniva, che il buono Ippocrare tutto il ſuo ſtudio
impiegafle,ricercan do diligentemente le vere cagioni della peſtilenza, accioc
che prender vi dovelle convenevol riparo: e non fare il pancacciere con lunghe
dicerie, e vane, e inutili fraſche tenendone a bada in quel ſuo fainoſiſſimo
libretto,ove egli lungamente ragiona degli ſpiriti. Ma lalciãdo alpreséte ciò
da parte ſtare,quáto Ippocra te manchevole, e difettoſo ſia ſtato in queſto ſuo
nuovo ſi ſtema di medicina, ſi può agevolmente conoſcerc in ciò, che cgli della
febbre và diviſando. Dice egli, che allor che diſoverchio empieli il corpo di
cibi, ingencranfi in 1. 1 130i 266:: noi grandi ventolit, le quali non
potendoper lo ventre di ſotto uſcire per ritrovarlo chiuſo, ruggiando per ic bu
della diſcorrono all'altre parti del corpo, maſlimamente a quelle, ove ſerbaſi
il langue, e sì l'infreddano, e'l fanno intriſire. Or come domine potrà mai
dentro de' ſuoi vaſi infreddare il săgue plo ſpirito che è nelle viſcere? ma
egli ingannofi forſe Ippocrate avviſando il ſanguc tratto dalle. vene, il qual
per l'aria di fuora divicn freddo. Ma che che ſia di ciò, davcva ben
egliconſiderare non potcrne in mo do alcuno raffreddare il ſangue dentro alle
vene l'aria, in che di verno crudo, e rabbruzzata dalle nevi, comeche continuo
ne circondi, e continuo da noi fi reſpiri. Erra ancora grandemente Ippocrate in
dicendo, che'l ſangue dall'orrore, e dal treinore fopravegnenté intimo rito ſi
rifugga alle parti più calde del corpo: ove poi ſi ri ſcaldi, e ſiraccenda per
maniera tale, che anche l'aria me delima, che prima infreddato l'aveva,nc
divenga calda; e sì amendue ftraboccheyolmente affocati riſcaldino cutto il
corpo, e'l faccia febbricoſo. E certaméte in ciò egli ragio nando, molto
ſconciamente s'ingāna;perciocchè,le, come egli confeffa, il caldo tutto al
corpo dal fangue fi cagio. na,come potrà mai infreddato il ſangue niuna parte
del corpo rimaner calda; anzi treinerà egli per tutto, e diver rà ghiaccio,
come cantò l'antichiſſimo fiorentin Poeta. Qual'è colui, c'ha sì preſſo il
riprezzo De la quartana, c'ba già l'unghiaſmarte, E triema tutto purguardando
il rezzo. Ma, ſicome egli s'avviſa, rimangano pur calde l'altre parti del corpo,
nedall'infreddardel ſangue fi mortifichi no; non mai tanto però faran vive, e
affocate, che vale voli ſiano a raccender l'agghiacciato ſangue, e ſvegliare in
quello un sì rabbioſocalore,qual ſenza fallo è quel del la febbre. Ma troppo
nojolo lo nc verrei, ſe tutti minutamente raccontar voleſſi gli errori
d'Ippocrate intorno a sì fatto ſia ſtema; perchè rimanendomi al preſente di più
ragionarne trapaſſerò a quell'altro ſuo ſiſtema di medicina cotanto ICITU 1 1 1
eenuto in pregio, e commendaco dal luo chiòfator Galie no, che nulla più: di
cui cotanti filoſofi, e medici in ragioz nando, e in iſcrivendo ſi ſon valuti,
e tuttavia li vaglionoj che ſembra omai ſconvenevoliſſimo, e indicibil fallo il
mu* farvi contro, non che manifeſtamente abburattarlo. E queſto ſi è il
diviſamento, ch'e'fa nel libro della natura umana; il qual libro non può
recarſi ir dubbio,che-d'Ip pocrate verainente non ſia, in ciò che, come
faggiamente avviſa, e argomenta Gilieno della teſtinonianza di quel lo ſerviſſi
più volte Platonc; e ben può per quello chiun que n’abbia talento
agevolmentecomprendere,fin’a quá to d'Ippocrate ſi ſtendeſſe l'intendimenco,
ela valoria, co sì nell'inveſtigar le coſe della natura, come in altre, ed ala
tre coſe alla medicina pertinenti; e coincchè per Galien ſi contenda eſſere
ſtato verannénre Ippocrate il pri:11 ) ittle tore, e inventore d'un sì fatto
ſiſtemi; noa però dimeno per teſtimonianza delmedeſimo Ippocratc apertimento
ciò eſſer fa ſo s'avviſa; concioſliecoſachè rapportandolo egli nel libro della
vecchia medicina manifeſtamente na ragiona, come di dottrina da altri già prima
di lui ricrova ta, einſegnata;anzi nel medeſimo libro della natura un la 112
agevolmente per ciaſcun ſi può comprendere, che Ip pocratc,non come di ſuo
propio diviſamento ne ragionin. Miche che fadi ciò tralaſciandolo digiudicar
noi al pre ſente, darem cominciamento dal titolo dellibro così an pio, e
inagnifico, che nulla più; e certamente cilcuno abbattédoſi nella prima faccia
nel libro deci puoi cvJpurs, ſcaglierebbeſi tolto a leggerlo, e a volerne
imprender con ingordigia tutto ciò, ch'e defidera: giudicando, ch'un si
valentemedico, e filosofantc, qual Ippocrate comuneiné te ſtimaſi, verainente
trattata l'aveſic, licomealla propo fta materia ſi conveniva: cche,comegià
Marco Tullio del divino Democrito, il quale nel cominciuniento d’un ſuo libro
ſcritto aveir, b.ec loquarde univerſis, ebbe a dire nit excipit de quo non
profiteatur, così d'aſpettar foile d'Ippo crate, chenulla già quivi tralaſciato
aveſſe di quanto alla natura umana s'appartiene. Ma tolto egli del.no avviſo LI
2 folier [ chernixo, e beffato
rimarrebbeli,vedendo in quante brico vi parole fuggendo Ippocrate traſcorra
tolto una così ma lagevole, e così vaſta matcria; e ciò, che è affatto impor
tevole in lui, che cotanto nella brevità dilettoſli, egli è il libro più ricco
aſſai di parole, che dicoſe; anzi di poco falla, che tutto parole egli non ſia:
e quelle pochiſſime coſe, che vi ſono, così ſconce, e ſenza ragione ſi portanto,
opure con cosi vani,e fanciulleſchi ſofiſmiintralciate, che nulla di ſaldo vi
ſi può per huom giammai apprendere. Egli dice primieramente Ippocrate con lungo
aggira mento di ciarlc, che alcuni giudicavano eſſer l'huomo ſo lamente una
coſa; ma, che coſtoro tuttimal certainente comprendevan quello, di cui
favelſavano, e che perciò di verfâmente l'andavano ſpiegando; concioſlīccofachè
quá tunque ciaſcun di loro concordevolmente diceffe, tutte co ſe, che ci ſono
eſſer una, e queſta medeſima effer una a tutte; non però di meno diſcordavā poi
oltremodo inſieme in dando a quella nome; perciocchè altri dicevano eſſer aria,
altri fuoco, altri acqua, e altri terra. Soggiugne egli poi, che ciafcun di
coſtoro recava teſtimonianze, e ſe gni, ma di niuna lieva, in concio del fuo
ſentimento; e che tenendo tutti la medeſima opinione, e contradiandoſi nel le
parole, davan manifeſtamente a divedere, che niun di Loro ſapea veramente la
coſa; e che ciò parimente ſi ſcor geva ili vedendo tutti coſtoro nel lor
continuo piacire, che tratto tratto facevano, non mai per tre fiare continové
riu fcir dalla battaglia i medelimi: maoruno, or altro eſfer il vincitore,
ſecondamente che ben parlante egliera, edat popolo tenuto in pregio. Conchiude
alla fine Ippocrate, chuom, che di coſe vere, e da ſe ben conoſciute faceſſe pa
role, ſempremai dalle conteſe con vittoria uſcirebbe; o che ſembra a lui, che
coſtoro piatiſfer con parole più per iſocmypiczzi, che per altro; perciocchè
tutti alla per fine convenivano infra loro nel ſentimento di Mcliffo. Ma
Galicno chiofando queſto luogo d'Ippocrate, con ' gran pompa di parole forte fi
maraviglia, una sì fciocca credenza eller caduta nell'aniino di
que'filoſofanti, i qua live Si venivano in sì fatta guiſa a coglier via la
contemplazioni delle coſc naturali, mindando a fondo la vera filoſofia. Ma
ftiaſene pur con pace Galieno: non ſembra per Dio, che con sì fatto
cominciamento prometter ne voglia Ippocra te un trattato beir lungo della
materias ch'egli imprender a ragionare, e quale appunto quella richiede?
mapoinon trapaſſando oltre a divifarne, par che ne vogliamanifeſta mente
uccellare, laſciandone affatto digiu ni della mate ria, ne inſegnandone coſa
alcuna di lieva. Ma ſi per doni queſto pure a Ippocrate: qual ſi foſſe
veramente las ſentenza di que’valent’huoinini, Io nonmidarò al prelen te curz
niuna d'inveſtigare; tanto accennerò, che eglino tutti una medeſima coſa
dicevano: e cheniun di loro giu dicava, che o l'acqua, o la terra, o l'arir,
o'l fuoco foſſe principio delle coſe dell'Vniverſo:ne di ciò mai fu conteſa
infra loro, comeſcioccamente giudicano Ippocrate, e Ga licno; ma ſolainente
eglito piativano, e andavan confide rando di qual faccia veſtiſſe l'univerſo da
prima, allor,che fu fatto ilmondo,ſe d’acqua, o di fuoco, o d'aria, o di terra.
Ne laſcerò d'accennare quanto vana', e ridevole fia la ragioneper Ippocrate
recata; concioſſiccofachè chiſa rà colui, che manifeſtamente non ſappia,che nel
piatir de? letterati huomini, maſſimamente appreſſo il vulgo, non mai vincer
foglia colui ', che ſa ben la coſa, e che dice vero: ma colui, che meglio con
vaghe', e ben ordinate dicerie Ja fa colorare: eche il più delle volte nelle
conreſe ne ha ſempre la miglior parte l'ignorante, e'l ſofiſta,come ilme deſimo
Ippocrate ancor rafferma? Macome que’valent" huomini porevan mai eſſer
d'accordo colla ſentēza di Me liffo, il qualnon diterminò mai il principio
delle coſe nx turali, fe eglino, comc Ippocrate racconta, il ditermina vino Ma
che che ſia di ciò, Io per me immagino, che te neſſer veramente eglino la
ſentenza di Meliſſo, come Ip pocrate dice'; ma ſe ciò era, a torto certamente
da lui fur biaſimati: dicendo egli, che coloro determinato aveſſero il
principio delle coſc qualli foſſe, con chiamarlo o arias, o acqua,o fuoco, o
terra; ſe pure non vogliam dire, che Ippocrate veramente non intendeſſe ciò che
que’valent huomini fi diceſfero, it che fe ben li conſidera, il fue vellare,
che in tutto il ſuo libro ne fa Ippocrate, ſembra nel vero più ragionevole. Fin
qui e' fi pare, cheIppocra te abbia de'filoſofanci ſoli favellato: ora ſe'n
viene egli a’ medici, e dice, che alcuni diloro affermavano non alira cola, che
ſangue eſſer l'huomo; altri eller quello ſolamen tecollera: ed altri ſolamente
flemına; perchè dice egli che coſtoro imitavaro que’hiloſofi dalui in prima
raccon tati, tenendo uno eſſere il principio dell'huomo, e chia mandolo col
nome, che più lor veniva a grado, o di colle ra, o diflemma, o di ſangue, e che
quello dalcaldo,e dal freddo a cambiar fi venga in ſembiante, ed in virtù, e di
venga, e amaro, e dolce, e bianco e nera, cd ogn'altra.com fa. Soggiugne
indiappreſſo Ippocrate, che molti, emol ti così dicevano, e che altri, ed altri
dicevan parimente coſe da queſto non guari lontane. Or quinci ſi vede chia
ramente chenei,cqualiſi foſféro anche ne tempi d'Ippa crate infraʼmedici le
conteſe; perchèmoſtra veramente, che da ſe ſteffa la medicina altro non ſia,
ch'un fertiliffi mo campo, che litigj,piati, e diſcordio ad ogn'ora pro duca.
Ma riprova Ippocrate si fatte opinioni con quell'argo mcnto cotanto per Galienu
ammirato, e celebrato, che nulla più: ſe una coſa fola, dice egli, l'huomo ſi
foſſe non verrebbe certaméte eglimzi a dolerſi:imperchè nó aureb be egli donde
venir gli potefíe il dolore, per eſſer ogni coſa una ſola coſa; e fe pure
l'huom mai li doleffe, convera rebbe ſenza fallo, che uno ſi forre il rimedio,
coʻl quale egli guarir doveſſe; ma in farti va altrimenti la biſogna. Micomechè
nella prima vista ogn’un ch’abbia punto d' intendimento avveder ſi poſa della
vanità di sì fatto argn mento, pure ne farem noi qualche parola'; ma veggiani
prima ſe contro coloro, a'quali par propiamente indiriz zato, coſa alcuna egli
conchiuda. lo permeavviſo, che que'buoni medici nulla curar fi dovettero mai di
sì tutte ciuffole, ed anfanie, imperciocchè eglino tenevano, che 1 1 1 o'l
fangue, o la collera, o la flemma ſia quelprincipio prof fimo, cioè donde
iminediatamente s’ingeneri l'huomo:ma che ciaſcun di eſli venga poicompoſto da
quell'altro pri mo principio, del quale l'altre coſe del mondo tutto fatte
ſono; e che queſto foſſe ſtato lor ſentimento ſcorger fi puo te chiaramente
dalle parole, chc Ippocrate medeſimo di lor riferiſce allor ch'e'dice, che eſi
volevano, che o dal ſangue, o dalla collera, o dalla flemma ſi-cagioni l'amaro,
e'l dolce, e tutte altre coſe, che nell'huomo li ravviſano; or comenon può
agevolmente l'huomo,tutto che di ſana gue ſolo formato e' li foffe, ayer
cagione di dolore dall'a. maro, dal falſo, dall'acetoſo je da altre, e altre
coſe, co mechè eſſe dal ſoloſangue ſi foſſero ingenerate?ora a que. fte tante
cagioni de’dolori non fa egli meſtieri, che con più d'uno rimedio li ripari: e
ſe in ſentenza di que'valent'huo mini nelle vene altro non è, ſalvo che o ſolo
ſangue, o ſo la flemma, o ſola collera: potrannocertamente rondime no nelle
vene ſteſſe, o dal fangue ſolo, o pur dalla flem ma; o dalla collera., ed oltre
a ciò nello ſtomaco da'cibi molte, e molte coſe parimente di diverſa natura,contrarie;
e moleſte all'huomoingenerarfi, che potranno ſenza fallo elfer cagioni di
dolori, e di varie; e varie generazioni di malattie, le quali certamente con
altrettante medicine di fcacciar ſi convengono. Egli doveva adunque provar
Ippocrate primicramentes che dal ſolo ſangue, o dalla ſola flemma, o dalla
collera, fola,nientealtro,che o ſangue, o flemma, o collera inge: nerar fi
poffa; il chein niun modo fa egli, e ne men fare veramente il potea:
concioffiecofachè favellando ſecondo i medeſimi ſentimenti d'Ippocrate aurebbon
potuto dire que'medici, il ſangue, la flemma,e la collerà eſſer non ſemplici,
ma compoſte coſe di que'quattro corpi, che Ip pocrate vuole, che ſiano i primi
principj; e come tali ben poter eglino in varie, e varie forme cambiarſi; ed in
vero fe le varie, e varie ſoſtanze onde l'huom ſi nutrica, come dovetter fenza
fallo conoſcer que'valent'huomini, non ſo: no di ſangue formate, e d'eſſe
nondimeno s'ingenera il sangue, convien neceffariamente dire, che varie, e
varic coſe che ne meno han ſomiglianza niuna col ſangue, fi pof fan dal ſangue
parimente ingenerare; e cosi ſomigliante mente della collcra, e dellaflemma
aurebbon potuto co loro filoſofare, Ma aurebbe poi per avventura riſpoſto un di
que'filo ſofi, che Ippocrate s'avviſa parimente colla ſua ragione di riprovare,
chel'aria ſola col riſtrignerſi, e coll'allargarſi, e con altri, e altri
movimenti delle ſue particelle valevole fi renda a ingenerare, e ſangue, e
carne, e oſſa, e nervi, c altre, e altre parti cosìſalde, come diſcorrenti
dell'huo mo, e che ſimiglianteméte coʻmedefimi ſuoi vari moviine ti cagionar
poſſa mole’altre generazioni di varie altre lo ftanze, onde ricever poi debba
l'huomo non una, ma più, e più cagioni di dolori, e di malattie, alle quali
faccian, meſtiericotantialtri medicamenti per ſuperarle. Ma cer tamente Meliſso,
e gli altri buoni filofofanti, i quali fole lemente ſi fa a credereGalieno
ch'abbia Ippocrate vinti, direbbono, che non ſolo veramente uno ſia il
principio.di tutte coſe, cioè il corpo: ma che ſe uno il principio non foſſe,
non ci ſarebbe ne dolore, ne malattia, ne rimedio alcuno giammai, e che a fare
diverſità di inali, e di rime dj altro non vi ſirichiegga, che l'eſſer
quell'uno corpo di verſamente ſtritolato, e partito: lecui ſottiliflime
particel le di tante, e sì varie figure compoſte, ſolamente in ciò dif
feriſcano. Mimaraviglio poi oltremodo di Galieno, il qualnon s'avvede,ciò che
impugna Ippocrate eſſer crede za d'Ippocrate medeſimo; ma ciò che nedee recar
vcra mente più maraviglia, ſi è ch ' una tal opinione dallo ſteſ ſo Galieno
vien tenuta in tutte le ſue opere, e particolar méte nelle chioſe di queſto
medeſimo libro.Ma Ippocrate dopo aver recata la ſúdetta ragione folleméte
dice,checo lui ilquale porta opinione, che l'buomo ſia ſolo ſangue, debba
mo& rar, che'l ſangue non muti ſpezie, ne ſi cábj in varie, e varie
maniere,c allegnare almeno un'ora ſola dell' anno, o qualche età dell' huomo,
nella quale non altro che ſangue in eſſo lui fi ravviſi, e ſimilmente dice egli
degli altri. Ma perdonifi ad Ippocrate il non oſſervar lui l'ordi nato
diviſamento nel favellare, avendolo egli ſempremai per coſtume: Io l'addimando
in prima, perchè ſecondo lui la collera, il ſangue, e la flemma, e la
malinconia nel comporre varie, e varie parti dell'huomo, poterono sì be no
cambiar natura: e cambiar non potralla ciaſcuna di lo ro ſeparatamente? e
s'egli riſpondeſſe, che non già col cambiar natura, macol ſolo meſcolamento
quelle parti formarono, lo gli ritorno a dire, che non mai col ſolo
meſcolamento quattro corpi a far mai valevoli ſaranno tá ta, c tanta varietà
dicoſe; e addurrei per eſemplo, che quattro lettere dell'alfabeto col ſolo
meſcolarſi pochiſſi me ſillabe arrivano a formare. Ma ſe que’mcdici diceſſe ro
eſser un di que'loro umori compoſto de quattro corpi d'Ippocrate, come potrebbe
mai Ippocrate quelli impu gnare? ciò, che promette poi Ippocrate di fiar
vedere, che quelle coſe, delle quali egli compone l'huomo ſi trovino mai ſempre
nell'huomo medeſimo: Io per me non ſo, co me ſarà egli ciò mai per moſtrare?
Contende parimento Ippocrate non poterſi farla generazione da un ſolo princi
pio; recando perragione, che un ſolo principio non poſsa meſcolarſi. Ma
chiaramente ſi dimoſtra ciò che in pri ma lo avviſai, Ippocrate non miga
comprenderei veri se timenti di que'filoſofi; concioffiecoſachè un principio,
il quale abbia particelle diverſe tra di loro per figura, per grandezza, e per
movimento, con meſcolarſi clieno infra loro in varie, e varic guiſe,valevole
egli è certaméte ad in gencrar tutte coſe. Per far pruova poi maggiormente
della ſua ragione ſog giugne Ippocrate: ſe ne meno il caldo, il freddo,e l'umi
do, e'l ſecco,fe temperati eglino non ſono,non baſtano a far la generazione,
come aurà mai vigor di farla un ſol principio: Io per me non ſo, che ſorte
d'argomentar ſi ſia queſta d'Ippocrate; doveva certamente egli, il che mai no
adempie, provare in prima con efficaci ragioni, che di quclle quattro coſe il
tutto s’ingencri; e poi addurle per elemplo. E nel certo egli non ha dubbio,
che a lui avreb M m bon riſpoſto quei filoſofi, che clleno, comeche ten perate
ſi fingano, non poſsano in niun modo ciò fare, un principio ſolo a tanto bene
valevol' eſsere: ficomenes terra,ne acqua,ne pietra, ne aria, ne altre, e altre
coſe mol te poſsono formare una ſpada, un'elmo,una corazza, e tanti, e tanti
iſtrumenti da guerra, che'l ſolo ferro può fa re: imperocchè il ferro ſolo è
quello, il quale ricever puo te le diſpoſizioni neceſsarie a formargli, non
altrimenti il corpo, il quale in particelle, o ſia già diviſo, o divider ſi
poſsa, le quali ricever poſsano parimente varie, e varie grandezze, fito,figure,
eordine, può ogni coſa produrre, ne que quattro corpi d'Ippocratenel modo, che
egli va filoſofando, potranno mai ne anco un menomiſlimo gra nello di ſenape
giammai ingcnerare. Ma non altrimenti, che s'egliavuta già aveſse la vitto ria,
faccendo gran gallorìa trionfa il buono Ippocrate di quegli antichi maeſtri, e
dando a lor la ſentenzia finale co tro, determina temerariamente la quiſtione
con dire, che eſſendo la natura dell'huomo, e dell'altre coſe chente, e quale
egli ha diviſato, non uno ſia l'huomo: ma che ogn' una delle coſe, che lo
ingenerano abbia una cal virtù, che al corpo ella ha dato. Magodaſi pure
Ippocrate della ſua vittoria, e ne riceva l'applauſo da Galieno, il quale non
per altro certamente fa ſembiante di farne cotanta ſtima, ſe non ſe per
acquiſtar fede alle ſue opinioni; qual coſtu maegli parimente negli altri
autori tener ſempremai ſcor geſi, delle teſtimonianze de'quali ſe mai egli a
ſuo pro fi vale commendagli, che nulla più; ma ove poi cofa inſe gnino alle ſue
opinioni contraria, non ha villania, che ſi diceſſe mai a triſto huomo, che
lornon dica. Ma ripi gliando il noſtro diſcorſo, vuol egli intendere certamente
per le teſtè menzionate parole, che que' quattro ſuoi corpi ritengano il calore,
la fredezza, la ſiccità, e l'umidità nel corpo per loro ingenerato. Ma cotante
altre, che nell’ huomo ravviſanſı donde cglino naſcono? Dirà egli dall'
accénate quattro qualità;ma ſe altri ciò negaſſe,come glie le neghiamo noi,
come il proverebbe mai? Ma così ſcon ciaméte diſcorre Ippocrate p no aver
voluto mai volger 1. ſiad fi ad inveſtigar la natura di quelle ſue quattro
qualità; il che certamente al filoſofo, e al medico far ſi conviene,mal.
Gimamente ove imprenda a trattare della natura dell'huo mo: e dall'aver ciò
traſandato Ippocrate, avvien, ch'egli forte aggirandoſi immagini potere il
leggiero, e diſcorré te caldo quelle coſe operare,che a ſpiritual ſoſtanza ſola
mente convengono. Ma laſciam noi a miglior huopo il diviſar di ſomigliante
biſogna: ſoggiugne appreſſo Ippo cratc con lungo giro d'ozioſe ciance, che in
diſtruggendo fi l'umancompoſto, tutti e quattro i già detti corpi ſce
verandoſi, alla lor primiera natura ritornino; e ciò vuoľ anch'egli,chenel
disfacimento di qualunque altra coſawa avvegna. Ma le egli ficomea caſo, in
fretta, e ſenza niu no avviſo ſomiglianti coſe afferma, così foſſe andato a
poco a poco con ſagace diſcernimento diſaminandole, lo porto opinione, che in
cotanti errori non ſi ſarebbe lalciaa to così agevolmente traſcorrere;
perciocchè oltre alla Chi mica arte,altro ancora ne rende ſicuri, che quelle
ſoſtanze in cui nel lor disfacimento ſi riſolvono i corpi,ſiano non, miga
ſemplici, ficomee'vuole, ma compoſte. Paffa più oltre Ippocrate coll'impreſo
ordine a dir, che nel corpo umano viſia il Sangue, la Flemma, la Collera
gialla, enera,iquali umori ove ſiano con quell'ordinamen to, che ſi convenga,
l’huom viva in ſanità:mafe'l contrario avvenga e' toſto ammali. S'affatica egli
con lunghe dice ric di moſtrar, come poffan que' quattro umori tutte le
malattie ingenerare:maciò fa egli troppo groſſamente, e generalmente ne'dubbj
maggiori tacitamente paſſandoſe ne; e dopo queſto torna di bel nuovo alla
canzone dell' uccellino, che ſian quattro gl'umori de'corpi degli anima li, di
natura, e di nome fra effo lor differenti; la qual di verſità immagina egli di
ſtabilire, e poter ſaggiainente ar. gomentare dalla diverſità de'colori, e
dalla diffomiglian za del tatto, che ſecondo lui vi s'avviſa. Ma s'aveſſc egli
mai poſto mente a cotante coſe; ch'avendo un medeſimo colore fon di natura poi
diverſiſſime, e al contrario ad al tre, ch'avendo una medeſima natura han
colori aſſai di M m - 2 ver 276 Ragionamento Quarto 1 verſi, ſicome le Fraghe,
le Ciriegie, le Azzaruole, le Corniuole, eľVve, e i Fichi, certamente, del ſuo
ab baglio ſi ſarebbe avveduto. E più avanti dovea fomiglia temente avviſare,
che v’abbian parecchi, e parecchj altre coſe, che per poco artificio variando
grandeméte nel colo rela medelima natura pur ſerbano;licome della Cera, dell'
Ambra gialla,dell'Inceſo,delCorallo,del corno delCervio avvenire a giornate
ſperimentiamo;evidétiſlimo argomen to, che i vari colori non ſian buoni, e
fedeli teſtimonjdel la varietà della natura delle coſe. Ne la ragione il con
trario ne addita; imperocchè la varietà de'colori, non al tronde avviene falvo
che dal variamento del ſito, o della diſpoſizione della ſuperficie de'corpi, la
qual diverſamen te i luminoſi raggi riflette. Ma che domine cadde cgli in mente
ad Ippocrate allor che diſſe, che dalla varietà del toccamento, poſſano iva
rjumori diſcernergli E quale è mai quel divario, che mer cè della mano poſſa
avviſarfi, ſe tutti egualmente caldi fi ſperimentano, tutti egualmente nelle
vene, e nell'artcrie so diſcorréti. E da cotali lor vaſi uſciti eglino p la più
par te e'li rapprendono, e in una maſſa s’uniſcono, nella quale, poco, oniun
divario per lo toccamento può ſcorgerſi E ſe più avanti facendociconſidereremo
l'altra ragion pre ſa dalla varictà del calore, dell'umidità, della ſiccità, no
aurem di forza a confeffar, ch'ella più frivola aſsai, eri devol fia delle
prime, e che moſtri ben’appieno quanto egli sbalcſtrato in filoſofando
Ippocrate vanamente s'ag giri? concioſiecofachè, ſe negli umori non v'ha
ficcità, come potrebbeſi dalla ficcità la lor differenza conoſcerſi? e ſe
l'umidor del corpo altro non è, ſe non che la ſua di ſcorréza, c'l poterſi
agevoliéte ad altro corpo appiccare, ficome conſentir ſi dee da chiunque voglia
Tanamente fi loſofure, egli dourà concederſi, che tutti gli umori del corpo
umano egualmente fian umidi, dache tutti s'ap piccano parimente alcorpo
tangente, e tutti parimente ſon diſcorréti,e quanto al calore détro al corpo,
tutti ſono egualmente caldi, e fuor di quello tutti fimilmente dalla circonſtante
aria raffreddati vengono, o riſcaldati. Ma più avanti: ſe gli umori nel corpo
umano ſognati da Ippocrate, ſicome e vuole veramente ſi foſſero, e alcun di
elli, o calorc,o freddo eccitaffe, impertanto no potrebbe dirſi effer cotale
umore,o freddo, o caldo: imperocchè ſe o ſpina, o chiodo, o altra pugnente, o
doloroſa materia in alcuna parte del noſtro corpo violentemente ſi ficcarella
ſuol poco ſtante, e freddi riprezzi, e ardenti febbri ecci tare; e pur la ſpina,
il chiodonon per tanto, o freddi, o caldi potrà dirſi,chefiano. Finalmente ſi
sforza Ippocrate queſta varietà d'umori di Atabilire con conghietture tratte
dalle purgative medicine. Se medicina purgante la flemma, dice egli, ad huom da
raſli giammai, certamente fi vuoterà la flemma, e così pa rimente ſiegue a dire
dell’una,e dell'altra collera; e ſoggiu gne appreſſo: veggiam noi per ogni
ſcalfittura uſcir fuora il ſangue, e ciò in qualunque tempo, o d'eſtate, o
d'inver no, o digiorno, o di notte; ma ſe alcun primieramente riſpondeffe ad Ippocrate,
come per tacer de’noſtri, già fe rono i più valenti, e più celebri fra gli
antichi medici,non avervi medicina, che vaglia a vuotar determinato umore, che
mai incontro gli ſi potrebbbc per lui replicare? E a yo ler dire il vero, lo
ſtimo da non dover mettere in forſe, che Ippocrate niuna notizia aveſſe
delmodo, comeoperano le purganti medicine; che ſe mai di quello ſi foſſe alquan
to inteſo, forſe non gli ſarebbono dalla penna uſcite cotante fraſche, e
novelluzze; ne ftillato s'aurebbe il cervello per dimoſtrar gli errori in cui
credette eſſere tutti coloro chediſſero uno eſſer l'huomo,e non già dal guazza
buglio di sì diverfi umori compoſto: c pur egli non giunſe mai la mente di
que'valent’huomini ſanamente a compren dere, come chiaro dal medeſimo ſuo
diviſamento ſi fior ge. Credettero, dice Ippocrate, coloro uno effer l'huo mo;
perciocchè vedevano per le purganti medicine morir ſene alcuni con vuotarſi un
ſolo umore; perchè ſtimavano altro non eſſer l'huomo, che quel folo umore; ed
altresì dallo ſcorgere ſolamente ſangue nfcir a' decapitati,non esser altro
l'huomo,che ſangue; e per la medeſima cagione non mancò chi diceſſe eſſere il
ſangue l'anima umana. Or contro ad eſſi la vuole Ippocrate, e immagina di
gettare a terra tutti i loro argomenti, e opinioni, dicendo non mai alcuno
eſſer morto colla vacuazione d'un ſolo umore, ſenza tutt'altri eſsere
inſiemcmente ſcappati fuora; e vuol che quantunque volte huom prendendo
medicina purgante la collera ſe ne muoja, vomiti primicramente la collera, ap
preſſo la flemma, indi la malinconia, e finalmente il ſan gue di forza
ancordalla purgazione ſia tratto fuori, e ſo migliante avvenga nell'altre
purganti medicine. Ma chi quinci non iſcorgerebbe, che Ippocrate, o voleſſe
altrui uccellare, o ſcriver ciò che prima gli cadeſſe in penſiero, fenza
prenderſi briga di narrar gli avvenimenti diquegl'in fermi, cheper virtù delle
purganti medicine forſe a gior nate gli morivano nelle mani;e perciò anche
aveſſe a sì gra zioſa favoletta aggiunta una più vana ragione, cioè, che il
medicamento entrato in corpo vada da prima movendo, e cacciando fuora
quell'umor, che ha porianza di trar fuo ra. Aggiugne per iſpianar la
materia,l'eſemplo delle pian te, le quali dic'egli; dalla terra per lor
nutriméto traggono varj ſughi dolci,acetoſi, e falli; c ſomigliantemente po
tranno le purganti medicine trarre da tutto il corpo uma no i varj uinori, ma
coll'ordinamento, che teſtè accenna vamo: cioè, che la medicina purgante la
flemma debba vuotar prima la flemma, e poi gli altri umori, e finalmen te il
ſangue, e cosìſimilmente tutt'altre; ma dagli ſcan naci prima il ſangue, poi la
flemma, e appreſſo la collera eſca fuori. Ma con tale eſemplo delle piante, non
che non agevoli egli l'intelligenza de'ſuoi trovati, ma vie più l'in garbuglia,
e ravviluppa; concioffiecoſachè non mai può ſembrar vero, cui voglia la coſa
pe'l ſuo verſo guardare che le piante ſenza uncini avere, o mani, e ſenza poter
dar di grappo poſſano trar ſugo dalla terra, o altro, che lor bi fogni; elleno
ſi nutriſcono della terra, macon altro ma giſtero di quel che troppo
groſſamente immaginò il buon Ippocrate. Evvi nelle piante una fotcililina, e
volantes sostanza ſomigliante molto allo ſpirito del ſangue degli animali, la
quale ſtando in continuo movimento diforme cazione, la picciola pianticella
sbucciando ſcappa fuori, e framiſchiaſi colla terra proffimana alle radici; or
tra per lo movimento d'eſſa, e per quello, checontinuo dal Sol ri ceve la terra,
e damolt'altri minuti corpi, che perla lor focofa, e attiva natura, a guiſa di
tanti ſpiritelli l'agitano,e la commuovono, molte parti d'eſſa in ſu vengon
fofpinte in licve alito aſſottigliate, le quali di leggier poſſono i pic cioli
pori delle radici, in cui s'abbattono penetrare, e fic candofi elleno in così
farti buchi vengonoa cambiar figu ra, e da'formenti digeſtivi delle medeſime
piante altro va riamento ricevono si, che pian piano vengono la pianti cella ad
accreſcere, in lei traſmutandofi;ne queſta trasfor mazione è maligevol molto a
comprendere, anziin molte frutta può agevolmente oſſervarſi; pongaſi mente alle
me lagrane, che a volerle aſſaggiare ritroveralli, che le ſue fibre portano a'
granelli un amarisſimoſugo, il quale, o dolce, o alquanto agro divien nella
carne d'eſlo granello, ma nell'oſſo inſipido, e ſcipito; e ſimilmente
avviſeremo altresì in quelle frutta, che colte da propj alberi, e ripo ſte
ſoglion venire a inaturezza: alcunide’quali eſſendoin prima amari divengon poi
dolci, e ſaporofi, ficome ſono le ſorba, le neſpole, e le melegrane medeſime.
Non fa dunque luogo di traimento veruno alle piante, acciocchè fi nutrichino;
il qual traimento da filoſofi è ſtato meſſo nella natura, comechè di ciò alcuna
pruova giammai non aveſſero:ne ſo lo pchè vogliano farci a credere,ch'un ſimile
abbia a trar l'altro fimile séza adoperarvi altro, cheſimpa tia, la quale altro
noè, che un bel vocabolo. Nóv'ha adun que medicina al modo, che vuoti il
tale,o'l tal determinato umore; ne mai vero diſſe chiunque affermò aver ciò
offer vato: ma le purganti medicine ciò che nelle viſcere ritro vano,
formentano, e rendon mordace, e fangli cambiar na túra; e quinci avvien,che ciò
che ſi vuota appaja di diver fi colori, e prenda una puzza ſimile a'cadaveri
sper, eſſer le purgativemedicine si ſtimolofe, che aprono ledelicate boccuzze
de'vaſi facendo, da eſſe uicir fuori il ſugo in ef ſo lor contenuto, e
corrompendolo; e conſiſtendo la virtù delle purganti medicine ne'lali, chein
eſſe ſono, in quelle foſtāze elle più operano, e la efficacia lor dimoſtrano
mag giormente ove i ſali più preſtamente diſſolvonſi; e quinci avvien, che le
fecce, che per eſſe ſi vuotano liquide diven gono, e diſcorrenti. Finalmente lo
immagino, che non mai veduto avelle Ippocrate ſcanar Porco njuno,e che ſe pur
cgli guatato mai aveſſe immolar vittime negli altari, aveſse avuti gli occhi di
glauco,o di nero colore tu le pupille ripieni,õde la gialla, e nera collera nel
lor ſangue diveder raffembrogli. Scorſe egli per avventura alcuna fiata, Io bé
glicle cóſento,ad huo dopo aver preſo vomitiva,o altra ſimigliante medicina,get
tar perla bocca fuori inſipido,amaro, acetoſo, biáco,o gial lo uinore, ma non
giunſe a conſiderar tanto che baſti,cioè che i sì fatti umori s'ingenerano nello
ſtomaco de'corpi c.2 gionevoli, e infermicci, e chenon ſi ravviſano nelle venc,
ne pur quand'huomo inferma. Ne deve egli così toſto ob bliar ciò, che altrove
più d'una fiata racconta, altri ſughi aver egli oſſervato recere, c per ſotto
altrui cacciar fuori certi altri umori, i quali eglinondimeno vuol, che nelle
vene non abbian luogo; sì cheanche ſecondo lui, non è fano diſcorſo, ne
concludente argométo a provar gli umo ri eſſervinelle vene, perchè ſi vuotano
colle purgagioni. Ma a che domine dovrà egli tanta fatica logorar tanto tempo
indarno, ſtillarli sì fattamente il cervello, e porger cagione a' poſteri di
ricercar ſempremai Duovi ſofiſmi per iſtabilir la ſua ſentenza in materia, che
con un foi fifo gua tuento potea ben coſto determinare? Ecco come una ri cevuta
opinione ne fa velo alla mente,si ch'ella obblia ſo vente i più piani ſentieri
della verità. Orlo, direi ad Ip pocrate, e a tutti quanti i ſeguaci di lui,
traggaſi ad huom fano il ſangue, cd aſsaggiſi, chee' non ritroveralli ne af ſai
ne poco amaro; oue è dunque la collera? e non ſarà l'a cctoſo, oveè la
malinconia? Replicheran per avventura, che'l miſchiaméto, ela cõfuſione di sì
fatti umori fraſtorni tal diſcerniméto al palato; ma ſe a giuſta porzion di
ſangue poche gocciole d'acetoſo liquore,o picciola quãtità di fiele ſi meſcoli,
e ſi dibaſti in modo, che daper tutto ſi ſparga,e fi confonda,noi proverem nel
ſangue,e l'acetoſo, e l'amaro ſapore:adunque ſe nõ vi ſi aſſaggiavano in prima,
novi do vevan eſſere. Più avanti veggiam ſe ſceverandoſi i diverſi liquori, che
nel raffreddato ságue ſi ſcorgono ſi poſſano av viſare i quattro umori
d'Ippocrate;egli è ver,che nel ſangue ſia un liquore acquoſo,in su'l quale
vogliono i ſeguaci d'Ip pocrate, che nuoti la collera,ingannati da un certo
giallor, che vi ravviſano, e'l rimanente ſia tutto ſiero; ma s'egli ciò vero
foffe, abbiſognerebbe, che la ſuperficie del detto li quore amareggiaffc;il che
no mai veggiamo avvenire.Se poi tutto il ſiero ſitragga via dal ſangue, rimarrà
una materias rappreſa, la qualroffa nel ſommo,e nera apparirà nel fon do; ma
non miga egli è vero, ficome per coloro ſi eſtima che quella, ch'è in fondo del
vaſo ſia la malinconia, 1013 efſendo ella di niun modo aceroſa, ma del ſapor
medeſimo della roſſa; ſenzachè fe tal fanguigna maſſa foſfopra ſia ro veſciata,
la roffa parte in nera, e la nera ſcambieraſli in rof. fa; il che avvien
dall'aria, la qual movendo le particello; della fuperficie del ſangue, le fa
così roffe, e di più allegro color dell'altre apparire. Ma oltre alle già dette
coſe, due altre ſoſtanze nel rapa preſo ſangue ſi ſcorgono; una
dellequalicſſendo diſcorre te, e bianca, ne fa chiaro veder, ch'ella fia chilo,
in fan gue non ancor traſınutato: l'altra gaglioſa,e tenace, di cui ne fa
purmenzione Ippocrate; e perciocch'ella è deſtinata a nutrir le parti tutte del
corpo, da' moderni ſugo nutriti vo acconciamente vien detto; e queſto ſugo va
col ſieroſo migliantemente miſchiato; e agevolmente la coinprenderà chiunque
ponendo il vaſo del detto fiero ſu le lente bragie nie farà tutto l'acquoſo
unore agiatamente eſalare. Nefi nalmente voglio laſciar d'avviſare, che in
quelle febbri, le quali per parere d'Ippocrate ſon dalla bile prodotte, non,
mai ritroveralli il ſangue d'alcun'amaro ſapore, nepur quella parte, che vi va
a nuoto; ne in quell'altre, che per Nn avviſo di lui dalla malinconia
provengono, il ſangue ſenti rà miga dell'acetoſo; ne men quella parte d'ello che,
nera appariſce; ſicome ſenza durarvi molta fatica potea chiarir fene Ippocrate,
ſe pur ſicome non ebbe a ſchifo le ſtoma chevoli fecce degl'infermi
aſſaggiare,così la pūta della fin gua in cotai parti del ságuedegnato aveſſe
d'intignere, qua lora veniva tratto agli ammalati di terzan2,0 quartana;e ſe a
coſtoro egli non ne traeva, in altre opportunità potea farne eſperimento. E più
di lui era debito di Galieno tal fatto, nie dovea a chiuſi occhj in biſogna di
cotanto rilievo preſtar fede ad Ippocrate. Ma Io non poflo non ammirar quì
quelle anime grandi, le quali a torto accagiona Ippocrate, perchè elle dicano,
effer flemma l'huomo; perchè avendo nel ſangueſcorta quella bianca ſoſtanza
ch’appella flemma Ippocrate, giun ſero a comprendere, di quella effer formato
l'huomoje ve ramente di quella vié la parte materiale del ſeine formata, di
quella il latte, diquella tutt'altre parti del corpo uma no nutricanſi. Ma ad
Ippocrate ritornando: tralafciò egli in queſto luogo di far parole della più
nobil parte del ſan gue, dico della parte ſpiritofa; quantunque altrove oſeu
ramente ne faccia motto, e ſenza penetrare, o diſaminar tanto che bafti la ſua
natura; e moftra, che la riponeſe fra le ſoſtanze diſcorrenti non umide, licome
è l'aere,e non già fra le umide, com'è l'aqua: il cui ſembiante più coſto par,
che ritiga lo ſpirito del fangue;il che no dovea trapal farſi tacitamēte da
Ippocrate;e doveaegli por mēte altresì a cotāte altre umide ſoſtanze
dell'huomo, e diſaminar così di effe, come delle parti ſolide, la natura, gli
uficj,e le ope razioni; le quali ignorand'egli nulla viene a ſaper della na
tura di quello, la quale altrui pretende d'inſegnare, ne può ſiſtem.2 alcuno ne
meno manchevole, e ſcempio ftabi fire di razional medicina. Ma il buono
Ippocratc, come ſe taſe uficio aveſſe inte ramente compiuto, e come ſe quanto
avea diviſato foffes incontraſtabile, e fermo, paſſa più avanti nel fuo libro a
narrare, che l'inverno s'avanza nell'huom la flemma,come quella, che più
d'altri umori a cotale ſtagion confaffi,eſſen do più di tutt'altri fredda; la
qual coſa egli vuol ritrarre non altronde, che dal toccamento; ed afferma
coſtante mente, cha la fiemma,del ſangue, e della collera ſempre ha'l tocco più
freddo; la qual coſa però quanto ſia falſa è teſte per noi detto. Fa egli, che
l'inverno abbondi più ch ' altro tempo la flemma; perocchè in più larga copia
ne veg giam per le bocche, per le narici degli animali uſcir fuori; e per
l'enfiature, e altri mali dalla flemma cagionati, che ſovente in quella
ſtagione afcir ſogliono agli huomini. Ma ſe l'inverno, ficomealtroveafferına
Ippocrate più che mai le viſcere, ele interiora ſon riſcaldate, non ſo lo come
poſs'egli argomentar ch'abbiano allora a ingenerare abbó dante copia di flemma,
poſto che la flemma foſſe da an noverare infra gli umori; e flemma foſſe ciò,
che per la boce ca ſi ſpurga, e per le narici, e ch'ella produceſſe que'mali,
che freddi s'appellano. Ma più avāti al diviſamento d'Ippocrate fa la continua
cſperienza contraſto, e ſcorgeſi, che l'eſtate, ſe avviene ad huom qualche
catarro, qualunque ne ſia la cagione, e' ſcaricherà per le narici, e per la
bocca le flemme, ch'e'di ce, in tanta copia, cheſtimeraſli colui non aver altro
inca po, ne in corpo, ſalvo che flemma. Ora Ippocrate a voler faggiamente
diſcorrere, dovea bé avviſar, che l'inverno per lo freddo riſtrigonfi i pori
della' noſtra pelle: il perchè non potendo per eſli uſcirne cosi ah
bondantemente quella ſoſtanza, che in ſottile alito,altro tempo ſvaporar ne
ſuole, vienaa rapprenderli in flemma, edella natura per più larghe ſtrade
ſivuota. La Primavera vuol, che ancor ſian copioſe le flemme; ma collo
ſcemamento del freddo comincino pian piano w ſcemarli, e'n loro veceil
ſanguigno umor vada creſcendo. Ma feper opinion di lui anche la primavera le
vilcere lon cal:liffim, chefanno in corpo le fléme, e chi loro da luo go? Ma la
ragio, che ne reca per l'avanzaméro del ſangue, cui no fem ! rerebbe
dimoſtrazion di ſcrupoloſo Geometras Nn 2: la Primavera dic'egliè calda, ed
umida,e caldo, ed umido è altresì il ságue:adúquc alla primavera cofaſſi. Ma
pur noi veggiamo,che a quel tempo ilſiero alquáto più copioſo di venga, anziche
no, ſe a quel tempo ſon più abbondanti le urine, e oltremodo patiſcono gli
Idropici, in lor ſover chiando sformatamente le acque. E che abbiam noi a dir
degli altri argométi, ond'egli ſi sforza Ippocrate di confer mare tal
ſoperchiamento di ſanguenella già detta ſtagione: in cui, dic'egli, fogliono
avvenir diffenterie, e vacuazion di ſangue per le narici, ed è il ſangue più
caldo, e roſſo, che mai? Certamente come altre fiate abbiam detto; im perocchè
la diſſenteria non puòdal ſangue avvenire,il qual giuſta i ſentimenti
d'Ippocrate è umor piacevole, e dolce anzi che no; e più toſto la malinconia, e
la collera dovreb bon eſserne accagionate, le quali eſsendo aſpre, e ſtimo Joſe
avrebbon a rodere le inteſtina, e farne uſcir fuori il fangue. Rimarrebbono
altre leggiere coſe a diſaminare in que fto libro d'Ippocrate dietro tal
materia de'quattro umori, le quali da lui coll'uſato ſcioperìo, e groſſezza fi
trattano, e altre coſe degne da avvertire occorrerebbono per avven tura a
chiunque con minuta diligenza l'andaſse rivolgen do, ch'Io per fretta non ho
curato d'oſservare. E baſtami d'averne fol tanto confuſamente rapportato,
perchèfi ſcor ga qual foſse la traccia da Ippocrate temtita nel filoſofare
dietro le biſogne della medicina; e ch'egli andato foſse nolto lungi dal vero,
ne mai imbroccato aveſse al legno. Ma ſe pure a lui non venne fatto di poter
con pruove fta bilire i quattro primi corpi,no è da prenderne maraviglia:
imperocchène iné v'aggiuſe Ariſtotele;il quale,e pl'altez za dell'intédiméco, e
per le notizie di varie coſe,digrā lūga gli ſi dee antiporre,che che ſe ne dica
in contrarioGalieno; e veramente le ragioni per colui rapportate eſſer frivole,
e di niun valore, non che da altri,mada'medefimi Peripatetici vien conſentito;
ma che chc ſia di ciò, non avendo Ippo crate potirto giámai provar ne
l'eſiſtenza de'primi quattro corpi ſemplici, ne de'quattro umori, tutto il
ſiſtema deila ſun ſuamedicina,chelu vi fő:la,cõvié,che crolli ad ogni leggier
foffio, e cada giù in terra. Maben s'avvide Ippocrate della debolezza de' ſuoi
ſiſtemi; onde o di rado, o non mai in al tri ſuoi libri volle valerſene, e
particolarmente in quei de gli Aforiſmi;i quali non voglio lo traſandar ſotto
lilenzio, poichè da molti ſono avuti in sì gran pregio appo Suida, che loro non
già inortal coſa, ma opera di ſouraumano in gegno raſſembra, non altrimenti,
che dell'Alcorano ſi fac ciano i melenli ſeguaci di Macometto. E per lo meno
cre de altri, che non maisì grand'impreſa fu da un’huomo ſo lo compiuta; c
anche coſtor ſon partiti, alcuni credendo, ch'egli da varj ſcrittori gli aveſſe
raccolti; c altri, ch'e' la veſſe copiatidalle tavolette affilfe nel tempio
d'Eſculapio. E certamente ſe mai vero foſſe, che Ippocrate, come An drea
antichillimo autor riferifce, miſe a fiamme, ed a fuo co quella cotanto celebre
libreria di Gnido, egli ſarebbe da fufpicare, che nõ pur gli
Aforiſmi,maquát’opere van del fuo nome intitolate,ſtate folero altrui fatiche,
ed ei per ac cattarne reputazione, come propie le aveſſe divolgate. Ma avend'
egli per avventura poco ſanamente le opinioni di quegli autori compreſe,sì
malamente compilare le aveſſe; e quinci ſia altresì avvenuto, che tante varie,
e diſcordan ti dottrine, e opinioni per entro vi ſi ritrovino; e perciò ſia
indarno gettata la fatica di coloro, che di accordarle tanto lungamente ſi
ſtudiano; a ciaſcun de'quali potrebbe ram mentarſi l'avviſo di Franceſco
Ottomanno: Vercor ne ple rumque in iis, qui confultò inter fe diffentiunt
conciliandis nimium ingenioſi eſe velimus. Ma che che ſia di ciò, lo per me ſon
ſicuro, che agevolmente accorgerafli, cui caglia di chiarirſene, non effer
degni di cotante lodi gli Aforiſmi d'Ippocrate, quante d’uma cieca, e comun
fama ne han ri cevuti; e perciò nella ſchiera de poco accorti foſſe il noſtro
Petrarca,ovein favellando di biſogna a lui poco conoſciu ta ebbe a dire: E quel
di Coo, che fe vie miglior l'opra, Seben intefi foller gli Aforiſmi. Sicome del
poco lor valore s'avvider tutti que’medici,che infra i Greci ebbero inaggiore
ſtıma,e rinomea;i quali non men, che di tutte altre opere d'Ippocrate, tenner
pochiſſi mo, o niun conto degli Aforilmi; la qualcoſa ſi ſcorge rebbe
manifeſtamente da noi,ſe ſpente non foſſero,e ſmar rite tutte loro ſcritture;
ma nondimeno può argomentar ſi ſenza rimanerne in forſc, dalle reliquie, chene'
libri di Galieno, e di Celio Aureliano, a ' dinoſtriſe ne riſerba no; e per
quelle poche memorie, ch'abbiam di Giuliano eccellentiſſimo filoſofo, e medico,
quantunque il con trario ſis forzi dimoſtrarGalieno. Ma ſe ancor foſsero in piè
que’libri, che ilmedeſimoGiuliano compilò contro gli Aforiſmi, o ſe foſſero
almen rimaſe le chioſe, che ſu d'er ſi fe Lico, il quale ſi diede cura
d'andargli un per uno mi nutamente, e ſenzariguardo alcuno diłaminando, chente,
e quali eſſi ſiano apparirebbe chiaro, comechè io non mi dalli briga di
favellarne; ma poichè così va la biſogna: di co, che molti degli Aforiſmi liano
così generali, che per la medicina poco, o niun pro trar ſe ne poſla; e di
leggier ſi potrebbono ad ogn'altra materia acconciamēte adattare; il che ha
porto occaſione di occupar certi sfaccédati cervelli a travorgergli con
pochisſimo ſtorciméto alla politica, alla milizia, e ad altre arti, e
diſcipline; altri ve ne hanno co tenenti sì groſſo, e materialinotizie, che ad
ogn ' huom di 'contado aſsai meglio ſon conoſciute; altri, come avviſa il
Santoro, non li poſson mai recare ad effetto ſenza molto ritegno, e ſenza
l'indirizzamento delle regole dell'arte;di fetto, ſenza fallo,gravisſimo ad
autor, che imprenda a pre. ſcriver certe regole, e leggi in qualunque arte,
emaſlima mente in medicina; e altri v'han cui facendo biſogno di pruove, fur da
lui tralaſciati ſenza alcuna ragione; e ſe pu re alcuna fiata vi rapporta
qualche argomento, ritroveral fi eſſer poco ſaldo, o inefficace; anzi loventi
fiate ridevo le, e frivolo; altri ſe ne ritrovano,la cui dottrina, o aper
tamente, o per poco che ſi vada diſaminando, falſa, e fal lace ſi ſcorge. Altri
finalmente per entro a quel libro ve n'han sì confuſi, e oſcuri,e impigliati,
ch'a volervi per in tendergli qualunque più grave farica durare, non ſe ne ri
trarrà coſa, che monti un frullo. Ma l'oſcurità è vizio si ordinario
d'Ippocrate, che ne men Galieno cotanto di co lui parziale potè contenerſi sì,
che non ne faceſſe motto, a non ne lo proverbiaſſe, e ſcherniffe più fiate. Ma
fe è vizio, ed error grave l'oſcurità in qualunque materia, egli è ſenza fallo
graviſſimo, ove ſi tratti dimc. dicina; arte malagevoliſſima per ſe ſteſſa, e
in cui l'crrare potrebb’eſſer di graviſſimi danni, e nocumenti cagione; if
perchè non ſon da intendere quelle ſcuſe, che dell'oſcurità d'Ippocrate voglion
farſi per alcuni, dicendo ch'egli a ſtu dio voleſſe sì fattamente ſcrivere le
ſue opere, e maſſima mente gli Aforiſmi, acciocchè sì prezioſiteſorinon iſtaffe
ro ſenza riſerbo; ma quafi ſotto bel velo ricoverti, e aſco ſi; imperocchè lo
primieramente non ſo intendere qualſia mai quell'altezza di dottrine, che nella
medicina d'Ippo. crate ſia ripoſta, ne fin'ora v'è ſtato chi abbia potuto fco
vrirla; anzi è avvenuto a coloro, che troppo v'han durato fatica a
interpretrarla, quel che accader ſuole ſoventeagli Alchimiſti, che in vece di
divenir dovizioſi d'oro, e d'arie tutto il for picciolo capitale ſcialacquano.
Ma fe Ip pocrate voleva aſconder la ſua dottrina,sì che da altri non mai fi
riſapeſſe, potea con un più bello, e fottil modo ben farlo, cioè rimanendoſene
in pace, ſenza ſehiccherarle carte, o por tanticervelli a partito per intender
la ſua mé te, con si grave riſchio de' poveri ammalati. Or veggafi di vantaggio
quanto egli foffe dabbene, equanto oſſerva tor dell'impromeſſe,e facraméti,co’quali
dichiarò di voler a'ſuoi ſcolari tutta quanta la medicina perfettamente inſe
gnare; e certamente ſe non altro lor comunicò di ciò che ne'ſuoi libri, e
particolarmente in que' degli Aforiſmi la fciò regiſtrato, e in quella sì
confuſa maniera, que' catti velli l'olio, e la fpeſa indarno vi dovettero
logorare. Ma il bujo di quella favella, ſe mal puofli fofferire altrove,cer
tamente nell'opere degli Aforiſmi, ove principalmente egli vuol dar leggi, e
regole di ciò, che fi dce nell'arte eſe guire, è tanto biafimevole, e ſconcia,
che nulla più; e ſe Principe mai, o Repubblica in dettando leggi, e ftatuti ſi
valeſſe dello ſtile degli Aforiſmi d'Ippocrate, in quali tea nebre, in quai
garbugli, in quali intrighi, in quantipiati, o conteſe ſe ne viverebbe quella
malnata Città, quellas infelice provincia? S'attēta altri di ſcuſare Ippocrate
col precetto d'Orazio Quicquid precipies eſto brevis,utcito dicta Recipiant
animidociles, teneantquefideles. Ma per coſtui non badoſli, a quel,che poco
avanti dal medeſimo Poeta fu ſcritto: Decipimurſpecie recti: brevis effe laboro
Obfcurusfio: Ne potè ciòdiſſimulare, comeche parzialisſimo d'Ippoa crate, per
tacer d'altri chioſatori, il Signor della Sciam bre, sì chenon aveſſe
arditamente a dire d'Ariſtotele, ed' Ippocrate, e de'loro eſpoſitori favellando:
ita perplexe, et obfcurè uterque locutus eſt, ut ad ſingula verbaceſpitandum
illis fuerit,antequam tantis tenebris lucem aliquam afferro potuerint. E
quantunque egli appreſſo imprenda a farne ſcuſa, indi a poco ſoggiugnendo:
Atque id ſaneHippocrates quadam neceffitate impulſus præftitit in Aphoriſmis:
cùm enim ad pauca quædam capita vaſtam, et immenfam artem contrahereftatuiffet,
ne trunca, manca redderetur, necef fe illi fuit ſuh unoquoque plura præcepta
recondere, quàm quæ verbis deſignarentur: &fingulos Aphoriſmos prêter id,
quod exprefsè docent, proponere, ut figna, du notas, quibus aliarum rerumeadem
ſpectantium recordatio excitaretur: no però dimeno lo perme non ſo ſe venga sì
fattamente ad iſcuſarſipiù tolto, o ad accagionarli Ippocrate; imperoc chè
qualbiſogna, o diſtretta lo sforzò mai a favellar di tut to, e'l tutto
avviluppare, ed entrar nell'aringo ditanti, e sì diſgiunti ragionamenti per
diviſar pochiſſimecoſe, c di niun rilievo? E qual lode è mai d'uno ſcrittore
l'accennar ſotto velame d'oſcurillime parole una cofa, e laſciarnu cento, e
mille, cuiabbiſognerebbe, che dall'intendiinen to del diſcreto lerrore fi
ſuppliſſero; il che ſe mai il letto re far poteſſe da ſe medeſimo, a che
affaticarſi in sicer carle fu le altrui ſcritture con ſuo diſtento. Ma ſe pur
po telle teſse Ippocrate ritrovar qualche perdono persì fatte ſcule in
alcunadelle ſue opere, chi mai potrebbe ſofferir quelli oſcurità, che per tacer
d'altri ſi ravviſa nc' libri della Die ta, degli umori, degli alimenti, in cui
ebbe a dire quel celebre galieniſta Antonio Fracanziano ſuo chioſatore,
Hippocrates anigmaticè, dw obfcurè adeo loquitur, ut divi nandum magis
quandoque, quam afferendumquid voluerit: orin quegli certamente le ſottili
difeſe del Signor dellau Sciambre non poſſono a niun modo aver luogo. Egli adú
que nc fa meſtieri di dire a voler ſchiettamente la verità có. feffare, che
l'oſcurità d'Ippocrate avvenga dal rozzo, e oſcuro conoſcinicnto, ch'ebbe di
quelle coſe, che a ſpia nare egli impreſe; e perciò con oſcure, c affai brevi
parole cerchi toſto sbrigarſene, come fan coloro, che di future, e loro ignote
coſe ragionano.Ma pur troppo bene è riuſci ta ad Ippocrate, e d'onde biaſimo e'
meritava, e vitupero, quindi gli avvenne lode, e commendazione dalla voigare
ſchiera de'letterati; i quali ciò che meno intendono, comes cofa maggior
de’loro ingegni vie più commendano; e per ciò è avvenuto, che sì folta turba
de'chioſatori abbia in darno tanta fatica durata,per
volerdimoſtrare,ch'altiſlima dottrina ſotto l'ombra di quel favellar ſi
naſconda; e dico indarno: imperocchè a gente di ſano intendimento quelle
cotante lor novelluzze malagevoliſſimamente iinboccar poſſono; eſſendomanifeſto,
che ove Ippocrate favella di coſe, ch'egli intenda,e ſappia, ſicome quando
narra avve nimenti, e iſtorie di malattie, o fa parole di qualche parte di
notomia, ch'egli avea oſſervata, non torbido, e confuſo ſtile;ma cõchiaro,e
intelligibil ragionaje ſe ben ſempremai ſparge per entro a tai ragionamenti
qualche antica, e vieta, e poco inteſa parola: impertanto non può renderli
tutto il favellar sì avviluppato, che in fine la ſua mente non fi com- ' prenda.
Egli è adunque oſcuro, ove di ciò che non inten de, imprende a favellare. Ma
per non iltar quaſi ſempre in ſu l'ali, c diſcender omaia qualche particolarità:
lo dico, che il primo, ove procura di ſcorgerne la medicina, come poſta lu la
vet Oo t21 1 ta d'un erta, e lunga, e ſtraripevol roccia,' oue mat puofli, tra
per la brevità della vita,ei molti, e gravi peri coli, che vi s’incontrano per
huom pervenire; e tale,e tan to, che vale a torre il pregio a quanti e'ne
ſoggiugne;im perocchè ſe cotante malagevolezze ha la medicina per fe medelima,
ei, che dovea far altro, fe non ſe a tutto sforzo. agevolarne il ſentiero? e
pur coʻſuoi Aforiſmi il varco sì fattamente impruna, che ove huom dietro a lui
mettaſi in cammino,a diftento fenza offefa potrà ritrarne il piede.Do vea ben
avviſar Ippocrate, chela brevità, ove l'oſcurità non iſchifi, quanto ſcema allo
ſcrittor di fatica, al lettore altrettanto ne aggiugne. E nel vero chi potrebbe
confide rar quanto ftento dovettero durar tutti coloro, che prima di Galieno ſi
dieder briga d'interpetrar l'opere d'Ippocra te; e pur nientedimeno non uſciron
dal laberinto, come vuol Galieno; il qual ſoggiugne lui aver primieramente
porto il filo da poterlo ſpiar tutto, e ritornare in ſalvamé to; quantunque
v'há chi non gliele vuol credere, e affer ma coſtantemente ch'egli vi ſia
rimalo avvolpacchiato,co me tutt'aleri; e ne ci reca la ragion dicendo, che ſe
vera mente per Galieno foſſero ſtati compreſi i ſentimenti d'Ip pocrate,
cotante quiſtioni, e piati dopo lui non ſarebboe no inſurti, per indovinar, che
diavol d'inſegnamenti ſian que' d'Ippocrate,maſſimamente negli Aforiſmi. Orail
té. po, che in ván fi logora in sì fatti litigj,nó ſarebbe meglio, e con
maggior pro nell'inveſtigar tante coſe, che fann'huo po allame licina,
opportunamente impiegato? Ma nella feconda parte di queſto primoAforiſmo, poi
chè tanto gli è a cuore la brevità, a che perder parole per dire,che, acciocchè
il medico adempier poffa felicemente il ſuo uficio, abbiſogni che vi concorrano
l'opere dello in fermo, de’famigliari, e tutt'altre eſteriori coſe al biſogno
fian preſte? O utiliſſimo, o raro, e non mai caduto in mé. te umana conſiglio
del diviniflimo Ippocrate ! e Monna Berta, e Monna Nonna ſomigliantemente non
l'averebbe ſaputo? Ma il ſecondo Aforiſmo, per la cui eſpoſizione veggiam
venire fino a villane parole i Chioſatori, e alqua 1 le più coſto con aringo
d'ornate ciance, che con faldezze di dottrina, cerca difar riparo Galieno a
petto degli argo menti, che incontro gli avventa Giuliano: non contien al tro
certamente, ſalvo che unadottrina molto volgare, tanto baſſa, ch’un Maeſtro
Simone, non che altri G verge gnerebbe d'averla meſſa in dozzina, maſſimamente
ſules prima fronte d'un libro di tanta eſpettazione; ella è tales: le
vacuazioni, che per vomito, o di ſotto ſpotaneamente avvengono, ſe fian tali,
quali eſſer denno, giovano, e age volmente ſi collerano; e ſe ilvuotamento
de’vaſi tal lia,qual çiler dee, giova, e ſi tollera. Orlaſciando da parte
ftare, che con chiarezza, e brevità maggiore potea cotal diviſa mento
ſpiegarſi, per avventura dicendo, cheſe l'arte, o la natura vuoterà ciò che
pecca nel corpo, fie di giovamento l'evacuazione: lo quì chiederci, chemifoſſe
moftro, ove ſia l'altiſſima ſapienza, ove il ſottile intendimento del Prin cipe,
e dell'inventore, come Galien lo dice, della razio nal medicina Ippocrate;
adunque in faccenda di cotanta lieva haſſi a giudicar degli eventi: A che
dunque vagliol tanti ſiſtemi di razional medicina, sì lungamente, eintan ti
libri da lui regiſtrati? A che giova l'aver eglicotanto ra gionato degli
uinori, e dell'altre cagioni delle malattie, e delle altre coſe confacenti alla
medicina,ſe al miglior huo po non gli vagliono un frullo,egli abbiſogna, ch'a
ſuomal grado,alla fallace empirica abbia ricorſo. Ma più oltre: onde fe
meſtieri ad Ippocrate dirigiſtrar tale avvertimento nel divin volume degli
Aforiſmi, ſe non v'ha perſona così ſcicmpiata tra'l vulgo, che molto bene non
ſappia, che al lor, chenon reca moleſtia allo infermo, e ch'egli ſe n’ap
profitta, che tale qual eller deeſiaſi la vacuatione; ma do vea certamente,
&aurebbe fatto il meglio,avviſare Ippo crate, che quantunque non ne tragga
alcun diſagio l'infer mo, e che imınantinente dopo la vacuazioncegli guariſca,
avvenir può talora, che l'umor vuotato non ſia tale, quale vacuar ſi dec;imperciocchè
ben potrebbe egli di leggieri avvenire, che dopo la vacuazione di qualche
materia, la quale niente aveſſe che fare colmale, riſtoraſleli l'infermo Oo 2
per qualche vacuazione inſenſibile di ciò, che cagiona il male,fattanel
medeſimo tempo. Nedee ciò recar maravi glia, ſe talora ne’più gravi, e pericolofi
malori, quanto più rigoglioſi,cotanto menome, e fottili ſono la cagioni, che
l'adoperano; e ben ſovente avviene fenfibilc vacuazione per opera di
quelmovimento,cheſi fa nel corpo nello ſcio glierli, e nell'ufcir fuora, e nel
mutar faccia, fito, o movi mento que corpicciuoli, onde il mal ſi cagiona: a
pruova conoſcendoſi, che huom ſuda, vomita, e manda fuori per altre parti
quantità d'umori, e ſi ſgrava immantinente dal male; che ſe non uſciſſe allora
o pietra, o altro, che'l ca gionaſſe, ogn’un di certo giudicherebbe, che per la
vacua zion di quelle materie foffe l'infermo riſanato. In confer mazion di ciò
che lo dico, in quci, che ſon morſi dalle vi pere noi veggiamotutto di dopo
preſi gli antidoti vacuarſi per vomito, e per ſudore gran copia dimaterie nel
tempo medeſiino, che guariſcono; e pure quelle non han coſa del mondo che fare
col veleno della vipera, il quale in altro non conſiſte, che in una
piccioliſſima, e poco men ch'insé fibile ſoſtanza, la quale rappigliandone il
ſangue nelle ve ne toſto n’uccide. Ma che non veggiamotutto di nelle poſteme; e
nelle ferite, ed in altre ſorti di malattie vuotar fi copia d'umori ad eſſe non
pertinenti,c guarire, ma per al tra cagione,gl'infermid e quinci poiinginn.icii
medici con falaſli, e purgagioni, ed Jorinojoſi, cimportuni rimedj i loro
infermi crudelmente ſogliono malmenare; giudican do così imitar l'opere della
natura; e per aver talvolta av viſto, che qualche febbre, o altro male ſi ſia
diminuito dopo un grand'uſcimento di ſangue: comandan poi, che nelle febbri ſi
tragga langue. Ne per altro parimente,nulla curando l'avviſo d'Ippocrate, e di
Galieno,ſi vagliono del le purgigioni nel principio, nell'accreſcimento,e nel
vigo re delle malattic, ſe non ſe dall'aver eglino veduto, come chè radillime
volte, che dopo eſſerſi vacuata qualche ma teria in que’rempi lia migliorato, e
riſanato qualche infer mo; e queſto è quello, s'io non vado errato, che dovca
norar Ippocrate negli aforiſmi. Ma ne meno ſempre che quelle materie ſi vuotano,
quali appunto da vuotar ſono, ciò vien lievemente comportato dall'infermo;
concioffie coſachè molte volte elleno tra per la loro mordacità, e per la
delicatezza della parte, per la quale ſi vuotano, e per altre cagioni ancora
recar ſogliono noja grande agl'infer mi; come Ippocrate medeſimo ſe ſteſſo
dimenticando al trove avviſa; ma non ſenza ragione Giuliano prover bia, e
ripiglia Ippocrate dicendo, ch'egli incominciando queſto aforiſmo afferma come
vera una propoſizione non miga per lui provata, ne dimoſtrata in prima, cioè,
che naſcan le malattie dalla foprabbondanza ſolamente, o dal cambiamento degli
umori in altra qualità di quella, che in prima aveano, la qualvien da'medici,
corrottela, chiama ta; ch'egli però giudica,che ove non ſi ſcorga legno di cor
rottela d'umori,che la ſoperchianza ſia de’inali cagione. Coſa, la quale
foggiugne Giuliano, in modo veruno in tender noir fi puote, ne è vera:
imperocchè fe ciò foſſe, eglinon ha dubbio, che tutte in fermità agevolmente
gua rir potrebbonſi: ne fi vedrebbe giammai lunghezza di ina lattia: e una ſola
la maniera di tutte curarle certamente fac rebbe; imperocchè ciaſcun potrebbe
agevolmente qualo ra a grado gli foſse, effendo ciò in ſua mano, comeilmal l'affale,
così toſto ripararvignon gli biſognando a ciò altro, falvo che fa ſola
vacuazione, la quale in qualunque tein po porre ſi può in opera col ſegnare,
ſe'l male ſarà cagio. nato dal ſangue, e fe dalla flemma, e dalla collera,condar
loro acconce medicine. Riſponde Galieno all'argomento di Giuliano con dire, che
allora oltragli umori, abbia an cora nelle parti falde del corpo qualche vizio;
perchè va cuito l'umore dura ancora il male; ma ſe nel inale,ficome Ippocrate
ſuppone, tengono gráī parte gli umori, dovrebbe almeno tanto quanto fcemarlo il
vuotamento di quelli; il che certamente non avviene; anzi Galieno medeſimo ri
portando in ciò molte fperienze, coſtantemeure altrove il niega. Ma come allor,
che fon crudele materienel princi pio de’mali,quando le parti ſalde non ſon
potute ancora contaminar da eſſe, le vacuazioni riefcono nocevoli, non che
infruttuoſe: e allo incontro poi, licomecon Ippocrao te afferma Galieno, elle
giovano affai,e colgono via il ma lenel loro ſcemo, quando non può eſſere, che
non ſiano rimaſte offeſe gravemente, e contaminate le partiſalde, le quali in
tutto il tempo delmale in varieguiſe moleſtate, e ſconce ne vennero? adunque
direbbe Giuliano, non avran nulla che fare con quelle malattie le diſcorrenti
ſoſtāze del corpo; e allor, che li veggono dopo la vacuazion di qual che umoré
ceſſar le malattie, ciò non avvien certamente per la vacuazione,comeIppocrate
afferma. Ma par egli certa mente, che Ippocratemedefimo non troppo fitidi in
ciò della ſua dottrina; imperocchè avviſa egli poi nell'ultima parte
dell'aforiſmo, che convengafi aver riguardo al paeſe, alla ſtagione, e alle
mulattie, e all'età, ove da far Giala va cuazione. Ma per tacer della ſtagione,
dell'età, e del paeſe, onde niuna certezza trar ſi puote, con qual argo mento
in tata incertezza delle coſe dell'arte potrà mai rin venire il inedico fe fia,
e qualſia quella parte diſcorrente, che cagioni l'infermità? Credeſi la collera
cagionar la ter zana: la malinconia, la quartana: e pure queſte alla va
cuazione, che penſan fare i medici di tali umori, non ce dono:'maſivincono
ſenza vacuazion’alcuna colla ſcorza del Perù, e con altre molte sì fatte
medicine. Il terzo Aforiſmo per mio avviſo parve al Paracelſo co tener dottrina
di sì poca conſiderazione, che egli lo tra sformò sì, che in tutto è diverſo da
quello d'Ippocrate;ma ſe cosi debbonſi chiofare, e interpetrare i detti degli
auto ri, egli ſe'l veda · Dice Ippocrate, lo ſtato degli Atleti, i quali ſian
pervenuti al ſommo della bontà eſſer pericoloſo; imperocchè non potendo
poſare,ne vantaggiarli in meglio, convien, che vada al peggio; e che però
dipreſente huopo faccia vuotargli. Primicramente la ragion d'Ippocrate, la
quale ha dato cagione di quiſtionar canto, e d'aggirarſi fra vani argomenti al
Forli alSermoneta, e ad altri ozioſi cervelli, è troppo rozza nel vero., e
materiale, e più li ſten de aſſai di ciò, che Ippocrate s'avviſa; imperocchè
perpe tuamente ſe la detta ragione aveſſe luogo, sìfatte perſone dovrebbono
andaralpeggio; il che falſo ſi ſperimenta; e ben ſi conoſcerebbe apertamétc per
ciaſcuno la falſità del la menzionataragione d'Ippocrate, s'egli come far
dovea, l'aveſſe con più parole ſpiegata, comepofcia fecero i ſuoi chioſatori,
dicendo, che non poffan mantenerſi nello ſta-, to preſente, nepofare: perchè
continuamente cibandoſi sì fatti huomini, e ingenerandoſi in loro il chilo, e'l
fangue, c queſto ad ogni ora diſtribuendoli per le parci del corpo, ne
potendoſi a quello unire per non eſſervi luogose peròſo verchiandos debba di
neceſſità cambiar in peſſimo il lorot timo ſtato. Ma non poſer mente coſtoro
alla copia grande. del ſangue, e delPaltre tuţte diſcorrenti parti, e ſalde
del. le loro foſtanze, checontinuamente G dileguano, e per sé.. fibili,e p
cieche ſtrade efco fuora da'corpi degli huomini p. la continua formentazione di
quello, che in aliti lotciliſi-. mi mai ſempre gli va ſciogliendo; e quanto più
abbonde vole, e di buona condizione è il ſangue, tanto più egli è vigoroſo, e
valevole ne'ſuoimovimenti, e nell'altre ſue operazioni; e quindi
ſcorgonſimolcijemolti dicotali huo mini ftar bene lungo tempo: e
comechènondimeno qual-, che volta coſtoro pur ne pericolino, ciò non èmiga già
per la ragione per Ippocrate apportata; maperchè venendo ta lora oltre al
dovere per qualche cagione di fuora a muo-, verfi, e a rarificarſi ſoverchiamente
il ſangue, ſi rompono ivaſi, che'l contengono: 0 pure quello diſcorrendo in co
pia grande nelle parti falde delcorpo, cdivi fermatofi, or una, or un'altra
ſorte di mali, e talvolta con impedir affar to la circolazione del ſangue
repétina morte alcresì cagio na; e ciò è quanto dovea il noſtro buon Ippocrate
avvi fare. Appreffo fålla egli gravemente, ſenza dubbio, in tacendo come, e in
qual maniera s'abbia negli Atleti a tor. via la pienezza; ſe colle vacuazioni,
o pur colla dicta; s'egli quì intende di quella vacuazione, che ſi fa colla
die. ta, comedicono i chioſatori di queſto aforiſmo,dovea pur certamente egli
avviſare quando ciò far convenga colla ſc. la dieta, e quando altrimenti e in
sì fatta maniera non in fruttuoſi affacco,e vani farebbono ſta i per avventura
i ſu: i avvertimenti. Imprende poi ne ſeguenti aforiſmiinfino al venteſimo a
far paroleIppocrate dietro al cibar degl'infermi; e come chè in lor ſi contenga
qualche utile avvertimento, pur col Puſato ſuo modo intrigato del favellare,
confonde quelle materie, che meſtier fenza fallo gli facea illuſtrare; eſſen do
nel vero la maniera del cibar gl'infermi una delle coſe più neceſſarie a ſapere
in medicina; eavendo in quegli aforiſmi alcune regole, alle quali fa meſtieri d
' eccezione, le dovea egli almeno accennare; ed era aſſai più neceſſario
l'inſegnar ciò, che le tant' altre bazzicatu re, in cui inutilmente di certo
ſpende egli tante parole das vegghia, come quello, che agevolmente lapute
ſono,e co noſciute per ogn’uno. E in verità, chi è, che non ſappia eziandio fra
quelli, che non mai ſtudiarono in medicina, che ne'mali lunghi s'abbian’a
mantener le forze dello in fermo, e conſeguentemente, che dar non gli ſi debba
a ſpi luzzico il cibo, ma un poco più largamente x Chiè, che non conoſca, che
nell'acceſſioni della febbre, non ſi debba a niun modo cibare il malato? ma sì
general legge dover cgli riſtrigaendo avviſar, ch'alcuna fata anche ciò far
colz venga. Nel duodecimo aforiſmo fi da briga, e ragionevolme te nel vero
Ippocrate, di narrac i ſegnali delle durate delle malattie; ma in materia di sì
gran lieva, e onde, com'e gli medeſimo avviſa, depende il diritto regolaméto
del nu tricar gl'infermi,ſecondo il ſuo coſtume, ofcuro, e intral Lito favella,
e con poche parole ſi toglie dal doffo ogni ſeccaggine; tralaſciando non per
ſuo mal talento, ma per ſuo poco ſapere di far motto de'polſi. E quanto al fat
to deglieſempli, egli è molto ſcarſo: recandone un ſolo della pleureſi, e
nemeno in quella fi trova ſempre eſſer ve che apparendo nel cominciamento di
quella lo ſputo, il male abbia poco a durare. Va errato parimente Ippo crate in
dar intera credenza a ſudori, alle fecce, e ſpezial mente all'orina; la quale
per tralaſciar altre ragioninon tutta li ſepara dal ſangue;maparte di eſſa
trapelando dal ſacco latteo per una breviſſima ſtrada tragittaſi alle reni; e
ro, comechè una sì fatta ſtrada ignoraffe Ippocrate, dovca pur cgli por mente
ad alcuni beveraggi, che appena tranghiot titi, di preſente ſi orinano: e agli
ſparagi, al Terebinto, e ad altre coſe, che ſenza toccar punto il ſangue
alterano sé, fibilmente l'orina. Nel tredecimo aforiſmo dice Ippocrate,
cheivecchi portano agevolmenteil digiuno; e quindi paſſa a far paro le
dell'altre età. Ma queſto è un'errormaſchio; imperoc chè dal continuo
ſperimento ne fi fa chiaro, ch'a’vecchi tra per la lor debolczza,e perchè poco
nutrimento traggo no da'cibi, aſſai ſpeſſo faccia meſtier riſtorarſi. E
verilimo troviain noi l'avviſo di Celſo: inediam facillimè fuftinet media
etates, minus juvenes, minimè pueri, et fenectutes confećti. Vien
poil'Aforiſmodecimoquarto, il qual tanto ammi rar ſi ſuoledaʼnoſtri medici, cioè,
che coloro, i quali cre ſcono, abbiano in copia grandeil caldo innato, e che
per ciò faccia lor meſtiere abbondevol cibo, alorimenti il cor po ſi conſumi.
Ma non avviſano coſtoro, che alcuni peſci creſcono oltremodo, e non che eglino
caldi fieno, anzi só freddi si fattamente, che lc loro interiora
agghiacciate,no altrimenti che neve li ſentono: come avviſa de’luccj del la
nuova Francia il Padre Giuſeppe Breſſani: ho aperto (dic' egli) il luccio ancor
vivo, e trovato il freddo del ſuo ſtomaco, quafi inſopportabile alla mia maro.
Altra coſa adunque co vien certamente dire, che ſia quella, per la cui opera
ben,' digeſtendoſiicibi, e altra cagion concorrendovi creſcano glianimali; e a
quella in prima dovea por mente Ippocra te, e poi diterminare; ma eglia ciò non
badando, indias poco ſiegue a dire nell'altro aforiſino, che di verno, o di
primavera fiano le viſcere per natura caldiſſime, ei louni lunghiſſini; e
perciò in quelle ſtagioni più largo cibo dar ſi debba;concioliecofachè l'innato
calore allor creſca, cui maggior cibo certamente abbiſogna, e che di tal coſa
nes fan pruova l'età, egli Atleti. Ma che fan qui tantc parole a ſpiegar una sì
breve ſen tenza: ecco l'uſata felicità del ſuo breviffimo ſtile; ma ab biz Рp
biaſi pur ciò per niente, egli non è tuttoda trafandar fotro ſilenzio, che
quantunquevero in tutti huomini, per tacer d'altri animali, ciò che
diceIppocrate ſi ſperimentaſſe, che diverno, e di primavera affai meglio
fmaltiſcanſi i cibi: la ragione nondimeno, che di ciò e' ne reca è falſa;
concior fiecofachè falfo apertamente ſia, che nelle menzionatcſta gioni
caldiſſime fiano leviſcere degli animali; e perchè ciò vero fofle, nemen nulla
montcrebbe: non facendoſi altri méte dal calore la digeſtione de'cibi: ficome
ne ſiamo omai tanto accertati, chenon fa luogo, che lo vi ſpenda parola. Perchè
in van brigafi Galieno di recare in concio d'Ippo crate le ragioni
fanciulleſched'Ariſtotele, che le viſcere di verno caldiffime fiano, perchè il
caldo, come ſenſo egliavel fe, e del circoſtante freddo ſentiſſe l'offeſe, alle
più naſco fe interiora ſi rifugga; e certamentecotal ſciocca filoſofia, che i
luoghi ſotterra caldi ſiano di verno, e freddi di ſtate, per lo Termofcopio
falſa apertamente ravvifaſi, comeché tali pajano a noi, che di ſtate caldi, e
di verno freddi v’en triamo dentro. Ma avvegnachè a pro d'Ippocrate dir
potrebbeſi, che di verno per eſſer chiuli i poridegli animali ſi venga aritener
quella ſoſtanza, che di ſtate eſce fuori, la quale da al ſan gue col movimento
il calore: non però di meno, come fiè accennato, manifcſtamente in noi ſtesſi
ravviliamo le parti dentro del noſtro corpo tutte, non altrimenti, che quelle
di fuora, effer più affai calde di ſtato, che diverno; ne per altro nella detta
ſtagione così volentieri acque freſche, e altri raffreddari liquori beviamo; ne
Ippocrate medefimo oferebbe ciò negare; il quale dice altrove, che di verno s'
ingenera la flemma, ſecondo luifreddiflimo umore, eche avvengano lunghe, e
cagionate da tardi, lenti, e freddi umori le malattie. Ma Galieno volendo le
parti del ſuo maeſtro difendere, immagina sì fatta malagevolezzaceſare, con
dire, che di ftate ſian calde, maggiormentc che diverno le viſcere, di quel
caldo, ch'egli avveniticcio, e foreſtiere chiama,ma non già miga deicaldo
innato. Chiama egli caldo innato una i 1 1 remo. una aerea acquoſa ſoſtanza
d'un calor mite, e ſoave inſieme con gli animali nata, e avveniticcio allo
incontro poi chia ma un caldo terreo mordace affocato; e di queſto egli di ce
nell'infelice difeſa del precedente aforiſmo d'Ippocrate contra Lico, che
abbondevoli fiano maggiormente i giova ni, e di quello i fanciulli. Ma quanto
ciò poco, anzi nulla approdi a difefa d'Ippocrate, noi or brievemenre dimoſtre
Primieramente convien ſapere, che'l calore negli anima li naſce tutto dal
ſangue; perclié folea dire l'Arveo, altro non eſſere il caldo innato, che'l
ſanguemedeſimo: folusnē pefanguis eft calidum innatum, ſeu primo natus calor
ani. malis, uti ex obſervationibus noſtris circa generationem ani. malium,
præfertim pulli in ovo luculenter conftat: utentia, multiplicare fit
fupervacuum. Argomento manifeſtiſimo è di ciò, ch'io dico lo ſcorgere,
ch'abbandonata dal ſangue qualunque parte dell'animale, immantenente ogni calor
viene ella a perdere: e ſe mai eſce dall'animale tutto fuori il ſangue, ben
toſto dal cuore, dalle vene, dall'arterie, da altre parti falde tutto il calor
fi diparte. Vano, e falſo adunque è ciò, che con Ariſtotelecomunemente dir ſi
ſuo le, il cuore effer fonte del calore: ne ſo lo vedere, come in sì fatta
opinione compiaceſſeſi quel grandiſſimo filoſo fante Renato delle Carte;
imperocchè agevolmente egli avviſar potea il cuore noneſſer più caldo, che
l'altre vilce re deglianimali. Ma fe'l ſangue (e ciò avviſa infra gli al tri il
noſtro Ippocrate ) per ſe ſteſſo non è caldo, convien! inveſtigare, onde il
calore in prima gli avvenga,e la cagio ne per la quale caldo mai ſempre
nell'arterie, e nelle vene quello mantieneſi. Credettero alcuni degli antichi,
che'l fangue ſi riſcaldi, e caldo continuamente ſi mantenga, perlo movimento,
che dal cuore, o dall'arterie egli conti nuo riceve; ma non baſta certamente un
si debile movie, mento a ingenerar nel ſangue sì gran calore; anzi prima che'l
cuore, e che l'arterie ſi faccian vedere nell'huomo, caldo vi ſi ſperimenta il
ſangue; ne meno a ciò baſtevole è certamente il ſuo perpetuo muoverſiin giro;
ma chiunque P p 2 pon mente alla materia, onde ingeneraſi il ſangue, più age?
volmente peravventura inveſtigar ne potrà la cagione. E gli faſſi séza dubbio
il sāgue del Chilo, e'l Chilo s'inge nera d'erbe, e di frutta, e di carni, che
altresì dell'erbe, e del le frutta vennero fatte, e ingenerate; or sì fatte
vegetabili ſostanze, come ancora le minerali,per la formentazione ſo la
divengon calde sì factamente, che ſenza aver d'altro bi ſogno., mentre dura la
forinentazione, dura parimente in loro più, o meno il calore; cofa,la quale nel
mofto, c in al tri ſomiglianti fughi da chiunque mente vi pone ad ogni ora
ravviſar eglifi puote; ma d'altra affai più nobile, e più maraviglioſa maniera
certamente e' ſi pare quella formen tazione,che faffi nel fangue, la quale in
parte è ſomiglian te a quella, che avvenir ſcorgeſi alle diſcorrenti ſoſtanze
minerali; onde avviene che lo ſpirito,che per chimica ma no dal ſangue li trae,
ſia gran fatto diffimile da quello che ſi tragge dal vino e da altri ſughi
formientati vegetabili trar fi ſuole. Ma come veramente una tanta opera nel
ſangue fi faccia, e qual ne ſia la cagione, non mi par tempo oppor tuno a
conghietturare; e baſti per ora ſolamente ſapere, la formentazioneeſſer quella,
la quale diliberando nel fan, gue i ſemi del fuoco da que'ritegni, per li quali
non pote vano eglino muoverſi di quel moto mai ſempre dilatante propio delfuoco,
v'ingenera, e vi mantiene continuo il ca lore;ma nel ſangue poi(o in altro ſugo
al fangue equivale te )de’peſci, o d'altri ſomigliáti animali, no mai calor fi
rav vila; cõcioffiecofachè i femi del fuoco in lor fieno, o molto pochi, o in
sì fatta guiſa con altri, et altri ſemi di varie altre coſe avviluppati,che mal
ſi poſſono eglino per lo movime to della formétazione,conechè grāde e’lia
agevolınéte ſvi luppare. Ma che che fja di ciò, uno ſolo è certamente per
manevole negli animali il calore, il quale, or naturale, or non naturale porrà
dirſi, fecondochè convenevole, o non convencvole e farà alla natura di quelli.
Ma fe'l ſangue concinuo va cõſumandoſi cô ingenerarſene ſempre mainuo vo,
intanto,che dopo qualche giorno non ne riman più goc cia alcuna del vecchio,
certamente convien dire ch'appena ne'fanciullinon inolto guari dopo i loro
naſciinenti il caldo innato ritrovar puoſſi; ed ecco, s'io pur non m'inganno,
ca duti, e ſparti a terra fin dalle fondamenta i maggiori argo menti in difeſa
della doctrina d'Ippocrate, portati per Ga licno. Ma per ritornare al noſtro
propoſito: di ſtate pllo calore dell'aria circonſtante, la qual continuamente
dagli huomi niper la reſpirazione li bee, e per le ſoſtanze del volante. ſalc,
che'n quella, più, che in altra ſtagione nell'aria ſi ri trovano, sformatamente
la formentazione del ſangue, e in eſſo in prima, e poi nelle viſcere divien più
grande,e pa riinente ilcalore; allo incontro poi il verno, mancando all' aria
que'ſali, e tra per queſto, e per la ſua freddezza ſi di minuiſce colla
formentazione, così nel ſangue,come nelle viſcere neceſſariamente il calore; ne
per altra cagione nel le parti di Settentrione il ſangue, e le viſcere,
maſſimame te di verno non molto calde ſcorgonſi ncgli animali, e in alcuni di
eſli mancar affatto ſi ravviſa ogni fcintilluzza di calore,sì fattamente, che
per ogn’uno trapaſſati ſi ſtimereb bono; ne pare dalla verità lontano ciò che
de' Lucumori narra Sigiſmondo Libero: Dicono che agli kuominidi Lucu morie:
coſa mirabile, e incredibile, e che ha più della favo la, che del verifimile:
fuole intervenire, chequelli per ciaſ cun'anno, cioè a' ventiſette del meſedi
Novembre, nel qual giorno appreffo de', Ruteni è la feſta di S. Giorgio, muojano,6
chepoi nella ſeguenteprimavera a'ventiquattro d'Aprile al la fimilitudine delle
ranocchie di nuovo riſuſcitino. Ma che che faſi di quelli: lo dico, che ſe
Ippocrate, e Galieno aveſſer voluto veramente filoſofare, avrebber per avven
tura ritrovato la vera ragione, per la quale di verno, e di primavera i cibi
meglio aſſai fi digeſtiſcano, eſſere ſolo per chè a que’tempi quella nobiliſima
ſoſtanza, la quale fico municâ dal ſangue allo ſtomaco, e fa la
digeſtione,affai più vigoroſa, e forte fia, che di ſtate non è, in cui per lo
calore oltremodo in quello accreſciuto ſi diſlipa, e fi dilegua; cf fendo ella,
comechè accender non fi poffa, vie più dello {pirito delvino volante, e ſottile;
e per mancamento d'u pa co na cotal
ſoſtanza ſenza fallo avviene, che gli huomini, co mechèpiù caldi, men gagliardi
ſi ſentano, e atanti della perſona. Ma nc.men ſe ſi concedeſſe a Galieno, che
v'abbian ve ramente due ſorti di caldo negli animali, ſarebbe ciò pun-, to per
giovare ad Ippocrate; concioſliecoſachè, o innato, o avveniticcio che'l caldo
fi concepiſca, purchè e' s'avanzi.nell'animale, conſumerà ſenza fallo il corpo
diquello; la onde ſe fi ammette la ragion da Ippocrate nel precedente aforiſmo
recata, converrà certamente dire, ch'a' giovani più ch'a' fanciulli, e che di
ſtate più che di verno abbon devol cibo faccia meſtiere; ma ciò Ippocrate, e
Galieno fe'l vedano, che per altro poiifanciulli più largamente eſ ſer denno
cibati; sì perchè abbiſogna lor copia di materia per creſcere, sì perchè la lor
ſoſtanza più agevolmente fi dillipa; e quantunque di ſtate abbian più biſogno
di riſtoro, e dicibo gli animali, nondimeno non molto bene, e per fettamente in
quel tempo facendofi la digeſtione, convien che parchi ſiano alquanto eglino
nel cibarſi. Ma lo laſcia to aveva di rammentarvi, che Ippocrate medeſimo
rifiuta incautamente ciò, che Galien delle due ſorti di caldo, a pro di lui
dice; imperocchè Ippocrate reca l'eſemplo degli atle ti, in cui certamente il
caldo avveniticcio, è quel che ſovrabbonda; tralaſcio ciò che dice parimente
Ippocrates, cheivecchj per avere ſcarſità di calore, non ainmalino co sì, come
i giovani difebbri acute; co che pare, che ne me no il calor de'febbricoſi,
ſecondo Ippocrate, differiſca dal l'innato, ſalvo che per gradi. Maper mio
avviſo la colpa tutta non è miga già diGalieno, ma d'Ippocratc; imperoc chè
egli,comechè no'l dica apertamente, ſuppone le due ſorti di caldo; perchè nel
medegmo aforiſmo a ſe medeli mo e'viene a contraddire. Nell'aforiſmo ſedecimo
fi dice, chci cibi umidiconven gono a 'febbricitanti tutti. Ma a color, che
patiſcon coti diane febbri, o terzane, diquelle chechiamāli(purie, i qua per
tutto il corſo del male tengono lo ſtomaco, e l'altres viſcere ripiened'acquoſe,
ed unnidiſſime ſoſtanze, lo per me li me non sò, comegli umidi cibi poſſan
unqueinai approda re. Lafciando egli poi di favellar più de'cibi, fa ſtrano pal
faggio Ippocrate alle medicine purgative; foggiugnendo nell'aforiſmo venteſimo,
che quelle coſe, le quali o figiu dicano, o giudicate interamente già ſono, non
ſi debbano muovere, e ne con medicine, ne con altro irritare, ma lila fcin così
ſtare; ſentenza, la quale con altre de' libri degli aforiſmi volle Ippocrate,
che ſi leggeſſe nel libro degli umori, ed in altre ſue opere, e contiene ſenza
fallo uil, atiliffimo avvertimento;mapotea certamente Ippocrate far di meno
ditorſi una sì tatta briga, cotanto ella è chia ra, e manifeſta coſa; e nel
vero chi ignorar mai potrebbe, avvegnachè non inai ſtudiato abbia in medicina,
che ad huom perfettamente guarito della malattia, non che lava cuazione, che
potrebbe di nuovo ſcopigliare il ſano ordi namento del corpo, ma niuna altra
forte di rimedio non faccia meſtiere? Ma forſe ſcorger dovette Ippocrate, che i
medici de'ſuoi tempi, non altrimenti che li facciano og. gidì que' de’noftri, o
poco, o nalla vi badavano; e ciò per mioavviſo avviene, perchè di lor natura i
medici avidi ſon mai ſempre di far coli, chepaja al vulgo grande; come è il
vuotar con ſalafli, e con purgative medicine; e van cer cando ogniora qualche
apparente cagione di poter ciò egli no fare;eforſe che'l medeſimo Ippocrate non
gliele porge allor ch'e ' dice in un'altro aforiſmo, che ciò che rimane dopole
malattie foglia dinuovo ingenerarle? ma chi ben riguarda la coſa, apertainente
ſcorge, che non ſolamente in ciò,che accénato abbiamo,maquaſi in tutte altre
materie ritrovano i medici ciò, che lor fa inefticre, nell'opere d'Ip pocrate;
e queſta certamente è la cagione, per cuida'no Atri Setteggianti ſia Ippocrate
in qualche pregio tenuto. Ma che che lia di ciò, dovea annoverar Ippocrate
minutamen te i ſegni, per li quali ravviſar poſſa il medico, che'l male
interamente lia andato via; c que'ch'egli altrove, e Galić nelle chioſe
brievemére produce in mezzo,quáto ſianofal laci ognun per ſe ſteſſo conoſcer
puote. Doveva pariméte Ippocrate ſpiegar diligenteméte,che ſia ciò che rimane
do po le malattic; es aitro e' non dice, niente certamenteegli inſegna, chenon
ſia a tutti ben noto. Dice indi nell'aforiſmo venteſimo primo Ippocrate, che
ciò che vuotar fi dee,per le ſtrade, onde ha egli cominciato ad uſcir fuori, e
per li convenevoli luoghi convenga vuo tarlo. Qui il gran macſtro delle più
aſcoſe materie dell'ar te, non fi dipartendo dall'uſato ſuo coſtume, imprende
ad inſegnare faccenda, eziádio alle madrine manifefta; e non fa menzione di
niuno di quegli avvertimenti, i quali dovca egli negli aforiſmicertamente
regiſtrare; cioè quali vera mente li licno que'luoghi, ch'egliappella
convenevoli, come talora tra per la delicatezza d'alcune parti, e per le
mordacità de’lughi, o per altra cagione convenga al me dico altrimenti operare
di quel,che li faccia la natura. Vien poſcia quell’Aforiſmo altrove da noi
recaro, che contiene nel vero un'ammaeſtramento molto, e molto ne ceffario a
ſaperſi dal medico intorno al tempo delle purgam gioni nelle malattie; ma
da’ſeguaci d'Ippocrate, e diGa licno, come abbiam dimoſtrato,in niunconto
tenuto. Mów la colpa, s'Io pur non vado errato, in gran parte ſi dec ad
Ippocrate attribuire, ilquale dovea certamente ſcriver co ſa di sì gran momento
d'altra miglior forma,e produrre in mezzo le ragioni, e le ſperienze, che fanno
al propoſito, e poſſono la verità dalui inſegnata appieno aʼmedici perſua dere.
Ma il buono Ippocrate ciò traſandando logora il té po in narrar altre inutili
novelluzze; anzi con recar egli quell'altro Aforiſmo:nel cominciamento de’mali,
ſe pu re ti pare, che s'abbia a muovere, tu muoverai: séza giugner altro,
comecertamente dovea eglifare,da cagione di por re in dubbietà ciò che prima
avea egli inſegnato. Nell’Aforiſmo ventitreeſimo ripete Ippocrate vanamé te ciò
ch'egli altre fiate avea detto;ma ciò ch'e'poſcia v'ag giugne, egli è
certamente un'avviſo così fuor di ragione, che giuſtamente da più avveduri
medicanti, comechè per altro ſuoi parziali,vien traſandato; cioè che vuotar fi
deb ba fin’allo sfinimento, ſe mai ne ficcia inelticri, purchè pof ſa
comportarlo l'infermo. Maquinon ha dubbio nuno, che Ippocrate dato c'non abbia
il cervello a rimpedulare; imperciocchè non ſi rammenta, che poco addietro
corali vuotamenti avea egli oltremodo biafiinati, ſaggiamente ſti mádogli di
grādilimo riſchio; quantunque egli in ſe ritor nato altrove poidi nuovo gli
rifiuti.Ma più v'è di male, che Ippocrate no fa parola niuna diqual vuotaméto
intēder vo glia; ſe di quel, che per li ſalaſli, come ſpiega Filoteo, o pure
diquel, che per le purgagioni s'adopera; come rac coglier fi può da ciò, che in
prima egli ha detto; o diquel che fafli, e per gli uni, e per l'altre,comevuol
Galieno, il quale ſcioccamente approva nelle chioſe la menzionata, dottrina
dell'Aforiſmo, Ma ſe mai d'un sì grave fallo ſcu ſazion ritrovar poteſſe
Ippocrate, e vero foſſe ancora in qualche malattia haver luogo sì fatte
eſtreme,e mortali va cuazioni, Io ſaper vorrei da lui,comemai cotali purgagioni
s'abbiano a porre in opera sì, che o giúgano appunto allo sfinimento,o
no’ltrapaffino anche di molto; perciocchè con graviſſimo riſchio del povero
infermo sì fattamente ancora operar potrebbono, che colle liquide ſoſtanze
curte ſi vuo caſſero päriméte le falde,anzil'anima ácora, e 12 vita;séza chè p
cercana (periéza abbiamo, che debile, e ſpoſfata puc gativa medicina ralormolto
vuoti, e groſſo calice d'ama riſſimo, e violentiſſimo beveraggio nulla non
operi, ſecon dochè 'l corpo, più, o menvi et ritrova adatto;perchè trop po
pericoloſo nel vero riuſcirebbe a porre in opera l'avviſo d'Ippocrate,
ponendoci a troppo ſtretto riſchio d'ammaz zar l'infermo, o di nulla giovarlo.
Ma poſto, che ciò che inſegna Ippocrate ſi poreifc dal medico ſicuramente legui
re, qual pro per Dio a’milerellilanguéti mai ne avverrebbe, ſe di neceſſità le
più nobili, e utili foſtāze del corpo s'avreb bono ad un'ora a vuotare? e quì
ci accade d'avviſar la ſcioc ca pecoraggine d'alcuni medicāti de'noſtri tempi,
i quali no avendo ardimento d'imnitar Ippocrate, e Galieno nel ſe gnare fino
allo sfinimento, l'imitano poi nell'uſare violen tillime, e
nocevoliſſimepurgagioni: follemente immagi nando,nel far grandemente vuotare,
tutto il ſapere, e'l va lore del medico, e l'eccellenza dellamedicina
confiftere; e RI pure il medeſimo lormaeſtro Ippocrate apertamente avvi ſa,che
non miga per la quantità s'abbiano a ſtimare le pur gagioni, ma per la qualità
degli umori,che ſi vuotano.Ma trapaſſando al ſeguente Aforiſmo:ciò che ſi dice
in quello, giàvenne detto in prima nell'Aforiſmo ventidueſimo; per chè
chiaramente ſi vede, che Ippocrate follemente riſpar miando le parole nel
biſogno maggiore, le conſuma poi, ove non fa meſtieri; ma non una, o due fiate
egli in ciò ſi vede fallare; e ſimigliantemente ciò, che ſi dice nell'ulti mo
aforiſmo, fù detto già nel ſecondo;perchè egli vien giu dicato ragionevolmente
vano, e ſoverchio da Galieno,che che fi dicano in contrario gli altri
chioſacori:onde non è da farne più motto. Egli era sì agevole impreſa ad
Ippocrate il dettar aforif mi, che lo immagino, che egli dormendo ancora ne com
poneſle; imperocchè non ſolamente in queſta, ma in cuce ' altre ſue opere gliva
egli ſeminando; e quelche più dej recar maraviglia ſiè, che ne reca alcuniegli
ſovente, che colla materia, la qual ſi tratta non han punto che fare; ma quando
di ciò lo vado ricercando la cagione, ritrovo da al tro una sì fatta agevolezza
non procedere, ſe non fe dal ſuo poco intendimento, e dal non diſaminar lui
bene le coſe; perchè fi verifica in Ippocrate quel faggio avviſo d'Ariſto tele,
che coloro, che a poche coſe riguardano agevolmea te diterminano; e quindi
avviene, ch'egli tratto tratto diſguiſato, econfuſo non ſerba ordine, o maniera
alcuna, a guiſa de’noſtri Romanzatori, i quali di palo in fraſca ſem pre
faltando, quando men s'aſpetra, rompendo il fil del ra gionamento ci laſciano,
e d'alcro imprendono a ragionare. Malafciam Bradamante, e non v'increfca V dir,
che così reſti in quell'incanto, Che quandoſarà il tempo, ch'ella n'eſca La
farò ufcire, c Ruggier' altrettanto, Come raccende il guſto il mutare efca,
Così mipar, che la mia iſtoria quanto Or quà; or là più variata ſia, Mero a chi
l'udirà nojoſafia. Così il noſtro Ippocrate ora laſciando di favellar delle
purgagioni,nelſecodo libro a far parole del ſonno trapaſſa, dieědo: il ſonno
ove in alcuna malattia fia tormentoſo ne addita quella eſſer mortifera; ma ſe
ſarà egli giovevole,ne fa avviſati non eſſer mortale. Egli l'ha indovinato
certamente alla prima; e non veg giam noi tutto di trap.affar molti, emolti,
che tempo del male piacevol ſonno agiatamente ſopiva: e allo incontro rimaner
in vita altri, che nelle loro malattie da funcſtif limiſogni,o da altro
aſpramente fur dormendo travagliatis Or non avvien quaſi ſempre
nell'avanzamento dell’avute malattie, che gli infermi più moleſtia in ſonno,
ch'in veg. ghiando patiſcono? e purnondimeno eſli per la più parte riſanano;
oltr’a ciò le terzane, e tutt'altre febbri intermit centi fogliono il più delle
volte con faſtidioſi ſonni gli am, malati sformatamente annojare: e pur le sì
fatte,ſecondol' avviſo del medeſimo Ippocrate,non fon di riſchio veruno; e
quantunque,per parere diGalieno, Ippocrate non intenda, di favellar de fonnida
tali febbri avvegnenti, pur nondi meno era il diritto ch'egli l'aveffe
apertamente ſpiegato, ne miga alla diſcrezion de'chioſatori, o de' lettori
laſciato. Nel ſecondo Aforiſmo afferma Ippocrate, che ſe'l ſon no la farnetichezza
raccheta, vada ben la biſogna. Ma che è ciò per Dio, ch'egli dice; Io vo
conceder, che talor vaglia, ne vi ha chi il nieghi, ch'un placido, e ſoave
ſonno valevole ſia una ſinaniante farnetichezza ad attutare: eche aver fano
l'intelletto ſia coſa non che buona, maottima; ma ſe un sì fatto giovamento
s'aveſſe altronde, che dal sô no, domine ſe ſarebbe male? e ſe ſarebbe ancor
bene,ab biſognava certamente Ippocrate dir nell' Aforiſmo: buona coſa è, che i
farnetici dal lor farneticare riſanino; e five drebbe ſenza fallo regiſtrata
una dottrina nel divino volu medegli Aforiſmi da fare ſcorno alla concluſione
di quel ſovrano collegio de’medicanti, la ove tutti conchiuſcro, che Mecenase
non aveva ſonno, E queſt'era cagion,che non dormiva ”. Ma quanto meglio avrebbe
fatto Ippocrate, e quanto Q92 con avanzaméto della medicina ſpeto avrebbe egli
il tem po, ſe in vece delle sì fatte novelluzze aveſſe impreſo a rac corre, e a
dimoſtrarne di quanto riſtoramento ne fia il ſon none come allettar fi poffa a
recarne quelle tante utilità,on de ragionevolmente ilParacelſo ebbe a gridare:
fomnus Jant um arcanum eft in medicina ut libenter ab aliquo fcire velim, abfit
difto error, an, et qua medicina fit, quæ in omnibus morbis, tampræfens, et repentinumfit
auxilium, adeoque corpori, acfanitati condueat æquè ac fomnus. Co sì col grave
fafcio di penſieri ſogliono i malati laſciar an che i più oſtinati dolori della
perſona, allorche luſingando loro le pupille il ſonno dolcemente gli abbandona
in fule piume; laonde non ſenza qualche ragione l'autore dell'in no ad Orfeo
attribuito,chiama il ſonno Re degli huomini, c degli dei Somnequies rerum,placidifſime
fomne Deorum, Paxanimi, quem cura fugit,tu pectora duris, Feſa minifteriis
mulces, reparaſque labori. Canta Ovidio; e Seneca Tuque à domitor Somne malorum,
requiesanimi, Pars humanamelior vitae E'I Caſa O ſonno, o dela queta umida
ombrofa Noite placido figlio, o de’mortali Egri conforto, oblio dolce de'mali
Si gravi, ond'è la vita aſpra, e nojosa E'lTallo Padre Orche m'arde l'a febbre
gorche'l vigore Vital m'invola il duolo acerbo, e rio, Col ramo: molle
dell'onde d'obblio Torrai laluce agli occhi, ame l'ardore; ne altro rimedio
ritrovò Erminia (appo il maggiore deno Itri Poeti ).a? ſuoi dolori,che'l ſonno
Cibo non prendegià, che de'ſuoi mali Solo fi paſce, e för di pianto ha fete;
Ma'l funno, che de'miſeri mortali E' coiſko dolce obblio poſa, e quiet thing
Son. DelSig. Lionardodi Capoa 309 Sopš coʻfenfi i ſuoidolori, e l'ali Diffefe
fuura lerplacide, e chete. Ma comechè ciò fia vero, pocomontava a noi certame
te il faperlo, fe non fappiamo inſieme chenti, e quali ſiano irimedj daciò
operare;perchèdovea certamente Ippocra te diviſare inſieme degli argomenti,
onde a’malati ſi può chiamare il ſonno; e comechèoſtinato ingannarlo: e non
folamente dire cheil ſonno approdi a corali infermi. Ma forſe lo vado errato;
perciocchè non fo com'egli il pur rivelò af fuo Signor de la Sciambre, e fe,
che colui n'in fegnaffe i ſentimenti di lui, o per fua dappocaggine, o per la
ſua natural mutolezza in prima naſcoſi: conciofoffe co fa, che chioſandocolui
queſto ſecondolibro, ſcritto aveffe: nel titolo: nova ratioexplanandi
aphoriſmos Hippocratis, per quam uſusaphoriſmorum ab Hippocrate intenti, nec
ta. mea conſcriptireperiuntur. Econ queſte magnifiche pro. meſſe venendo egli
poi al poſtro Aforiſmo, dice per fenté za d'Ippocrate: ad praxim revocabitur
hæc prognofis, ſiis ejufmodi effe&tibus appoſitis remediis fomnus
concilietur. Ma prima,chc a lui ne diè la curaIppocrate alParacelſo d'avvi
ſarlo, il quale nelle chioſe del derro Aforiſmo diſſe: Som nifera
quomodocunqueea vocentur àquolibetmedico fummo perè conſideranda Junt;
fomnusenim medicina ef ſuperans omnia arcana gemmarum ', cu lapillorum
pretioforum. Qui Natura Arcantfomniferumexconvenienti effentia desīte ptum,rectè
applicare novit,is magni apud ægrotosfaciendus eff. Non igitur folum
defomnisnaturalibusHippocrates bic loquitur,fed oportet ut euminrelligatis,
fcut medicum ex pertum, qui ex fpiritu medicina locutus eft, non ut Humori Ba,
qui ignorat quid fit fomniferum,fed ut artifex. Mache mivo Io più nel farnerico
degli Aforiſmi d'Ippocrate lun gamente avvolgendo, i quali di sì picciola
levatura ſono, quára per noifin'ora s'è accénata. Vegga pur chiunquecó animo
tranquillo, e ripofato, e veramente da filoſofo daw niuna paſſione imbardaro,
e'sì gli giudichi cutti, e ſottil mente gliſtacci, cheſenza troppa fatica
logorarviagevol mente ritroverà eſſer i rimanenti tutti della medeſima va glia
diquelli, che fin quì diviſati abbiamo:eche malamē: te allogata abbian l'opera
in affibbiarvi tante chioſe, eco mentiſopra,i noſtri medici, mallimamente il
narrato Signor della Sciambre, il quale lo non sò con qual arte s’indovis ni, e
a noivoglia comunicar corteſemente ciò che Ippo crate avea intenzione di dire,
e'l racque ſolamente per ri ſerbare al ſuo valoroſo ſegretario la gloria d'una
sì magui. fica impreſa. Ma ſe bene Ippocrate detto veramente aveſ ſe ciò che il
Signor della Sciábre diviſa, e pretende aver il maeſtro a bello ſtudio tacciuto,
gran coſa pur cgli non fa rebbe, come ſi può ſcorgere nelle ſue chiole. Ma
incom portabile certamente, e' mi pareil Signor de la Sciambre, Aon ſolamente,
perchè in ogniaforíſino coſtantemente egli afferma queſto, o quell'altro aver
Ippocrate avuto in men te di dire,ma eziandio, perchè talora in materie
chiariffime ci vuol'egli far vedere per roſſo il giallo, ficome quando p
ſoftenerche'l, ſuo modo di medicare non travii dagl'inſe gnamenti d'Ippocrate,
vuol farne a credere colui aver avu to in animo, che ancora fuori del
gonfiamento le crude materie vuotar fi debbano; error,che in verità non mai gli
porè cadere a niun modo in penſiero. Or ſe la potente faſcinazione
dellepaſſioni non aveſſe magagnate le menti de'chiofatori, eglino ſiſarebbono,
fe lo diritto eſtimo, da per ſe del poco, 0 niun valore del volume degli
Aforiſmi agevolmente avveduti, almen per quelli che perentro ma nifeſtamente
falfi vi s'avviſano; intanto, che ne meno il tanto parzial d'Ippocrate Galieno,
e altri ſeguaci di quel lo gli han voluti torre a difendere. Ma comechè cotanto
imbardato fi moftri Galieno delle dottrine d'Ippoctate pur egli falſo a cento,
c mille pruove confeſſa apertamente ayer lui ritrovato quell’Aforiſmo, il qual
dice, che ſe mai la rete efca del ventre fuori, abbia di neceſſità a infracidire.
Machi falſo parimente non ravviſa quell'altro, ove inten de Ippocrate didarne
certi ſegnali da conoſcer le donne in cinte, dicendo; ſe conoſcer tu vorrai
quando la femmina gravida ſia, innanzich'ella vada a coricarſi, dalle bere la
mulla, e s'ella ſarà moleftata da’dolori del ventre, di certo, che ſarà
gravida: ſe nulla ſentirà ella nonaverà concetto.E fe l'aforiſmo è falſo,
abbiſogna anche dir, che in vano ſi becchiil cervello Galieno per recare la
cagione, perchè abbia a farſi dopo il definare cotal operazione; è falſo diſ fe
Avicenna,chedell'error dell’Aforiſmo in parte s'avvide, che tal fatto avvenga a
quelle donne, che non hanno in co ftumetal beveraggio; imperocchè a quelle
donne, le qua li per addietro non mai l'aſſaggiarono, o gravide, o non, gravide,
che ſiano elleno, foglia talora la mulla dolori di ventre cagionare: il che
avviene ancora dalla mulla com, poſta coll'acqua piovana, della quale alcuni
immaginano aver Ippocrate favellato. Falſo pariméte ſcorgeſi l’Aforiſ mo, che
mortale ſia a donna gravida ogni acuta malattia. L'Aforiſmo, di cui
meritevolmente dice il Santoro: ne, mofana mentis defenderet hunc aphoriſmum:
cioè, che co loro, de'quali l'orina è fabbionoſa abbian la pietra nella
veſcica, che che a difeſa d'Ippocrate il Zecchi ſi dica, egli è così
apertamente falfo, che Ippocrate medeſimo altrove lo rifiuta, e ripiglia
fortemente alcuni antichi medici, che ciò dicevano · Galieno ancora avvifa la
ſua falſità, e dice eſſer errore d'Ippocrate, o dc'copiſti, e che l'Aforiſmo do
vea dire, o nella veſcica, o nelle reni; ma con cutta que fta aggiunta di
Galieno, falſo altresì tutto di egli ſi ſperi menta.e Girolamo Cardano nelle
chiofe,dice lui ſteſſo per lo ſpazio di trenta anni aver avuto l'orina
ſabbionoſa, ſen za aver avuta mai menoma pietra, o nelle reni, o nella ve fcica.
Soggiugne oltre a ciò, che di dieci perſone appena che una additar ſe ne poſſa,
che non abbia l'orine ſabbjo noſe: e pure rari fon coloro, che han pietre nelle
reni, e radiſſimi coloro, che l'han nella veſcica. E oltre a ciò egli racconta,
che gli Spagnuoli poco men che tutti fan l'orina ſabbionofa, e nondimeno
pochiſſimi vi ſono infra loro, che patifcano il mal della pietra. Ma non
menofalſo è quello altro aforiſmo,che'n bocca de’medici tutto di eſſer veggia
mo,cioè,che que'febbricofi,i quali fan corbida l'orina, qua le è quella de
giumenti, o hanno attualmente, o auranno di preſente dolor nel capo. E
quell'altro, che a coloro, a ’ quali nelle febbri ogoigiorno viene il rigore,
ogni giorno le febbri ſi tolgano. E quell'altro, di cui Giulio Ceſare della
Scala, così a Girolamo Cardano ragiona: nequemés ægrotat, ut falfo voluit
Hippocrates, cum dolorem, quo cru ciamur non ſentimus: comechè non vera ſi
trovi la ragione, checolui poi ne recà ſoggiugnendo:fed quoniam dolentem ad
locum fubfidii ergo diſtracti ſpiritus non repreſentantur, imaginationi. E
quegl’aicri, ch' alle femmine, alle quali corrono imeſtrui,e agli Eunuchi,non
mai vegna loro la po dagra. Maquale ſciocca femminella nõ riderà ſtrabocche
volmcntc in udendo quell'aforiſmo, che i malchi per lo più s'ingenerino nella
parte deſtra della donna, e le fem mine nella ſiniſtra? E di quell'altro, che
ſe la donna aura conceputo maſchio, ſi vedrà ben colorita in volto; mares avrà
conceputa femmina, farà pallida; e di quell'altro: ſe una donna non ſarà
gravida, e vuoi ſapere ſe concepirà,co prila bene con panni, e di ſotto adopera
ſuffumigji e feľo dore per entro il corpo vedrai, che vada alla bocca, e alle
nari, ſappi, che per ſe ella non è ſterile. Taccio altri, altri aforiſini
intorno alla medicinal materia, che fan vede re, che Ippocrate poco avea che
fare certamente quando fcriveva un tal libro, ſe vi pone sì fatte fraſche, che
ſe ben vere elle foſſero, non però di meno non ſono tali, che debu ban
regiſtrarſi in un'opera nella quale intende Ippocrate inſegnare le più ſegrete
coſe dell'arte. Ma ad altro facendo paſſaggio: già noi veduto abbiamo quanto
poco Ippocrate intelo foffe della natura delle co fe pertinenti alla medicina;
ma ſpezialmente anche ſi pa che niente fi fu egli certamente ſcorto della ſto
ria delle parti del corpo umano, e degli ufici di quel lc, e del modo, col
quale adoperano, come ogn'un può ſcorgere in tutti i ſuoi libri, che non fa
meſtieri, ch’lo ne faccia parola. Solamente narrerò, come per ſaggio dell'
altre coſe, ſicome intorno a ciò filoſofi egli una fiata, di cendo, che quelle
parti, che ſono ampie nel ventre, e ftret te nella bocca, com'è la veſcica, il
capo, e lå matrice, ſon fatte per attrarre, eche apcrtamente queſte sformatamen
re, 1 1 1. te tras 1 i ; te traggono, e ſon pieni degli attratti umori; ene
reca per ragione il vederſische colla bocca aperta nulla ſi trae, e che
fporgendoſi in fuori poi, e ſtrignendoſi le labbra, e adata tandovi una fiſtola,ſi
trae agevolmente ciò che ſi vuole, e che le ventoſe, le quali ſogliono
appiccarſi per attrar re dalla carne, ſiano ampie nel ventre, e ſtrette verſo
la bocca; ccco le fue parole: Το μειο ελκύσει εφ' εαυτό, και έπεσα σας υγρότη
εκ τέ άλε σώματG-, πότερον τα κοίλα π, και εκπτ. παμύα, ή του στρεά της και
τρο/γύλα, και του κοίλα τε, και ές στνον εξ ευρές. συνη μία, δύναιτ' αν μάλιστα,
οίμαι μύτσι τα τοιαύτα εις ενόςσυγγ μένα εκ κοίλε ε, και ευρίG-' καζ μανθάνειν
δε δεί αυτα έξωθεν εκ τω. φανερών • τέτο με γαρ,τησόματι κεχίωώς, υγρόν δεν
αναστάσεις προσμελήναςδε, και συσείλας και πιέσεις τε τα χίλεα · έτι τε αύλον
ποθέ. μυς, ρηιδίως αναστάσεις αν ό, τι θέλας • τούτο δε, αί στκύαι ποζαλό μίμαι
εξ ευρές ως πνώτερον ενενωμέναι πες τούτη τεχνέαται, προς το έλκαν από της
σαρκος, και επιστά αλλά και πολ α τοιούτοςοπα · των δ ' έσω του ανθρώπς φύσης,
χήμα τοιούτον• κυρίς τε, και κεφαλή, και υπέ es γυναιξί - και φανερώς αύτο
μάλιαάλκει και πλήρεςέπν επαρκτα υγρό Tuloi aici. Non occorre, che Io mi dia
briga in diſaminar si fatte fanfáluche, potendo ogn'ın per ſe medeſimo ravvi
fare, ſolamente in udirle ſoluna fiata, che contengono più errori, che parole.
Egli vuole, che la veſcica tragga l’o. rina; il che tanto è, quanto s’un
diceffe,che'l letto del ma re tragga l'acqua da'fiumi;e'l medeſimo dir ſi puote
del ca po, e della matrice. Ben ſi pare poi, ch'egli ignorimolte di quelle
ſtrade, per le quali le diſcorrentiſoſtanze ſi por tano in diverſe parti del
corpo. Ma egli è diſadatto l'eséplo della bocca, e delle ventoſe, comechè egli
pur ſi cõcedeſſe, ch’elleno adoperaffero per traimento, ficome fin ' a' dìno
ſtri han follemente creduto, e inſegnato le ſcuole; ma qual maraviglia, che ciò
Ippocrate aveſſe affermato, s'cgli ſcriſ ſe ancora nel libro della natura del
fanciullo, che lo ſpirito caldo tragga a ſe lo ſpirito freddo, e ſe ne nutrichi:
Távce δε, σκόσα θερμαίνεταικαι πνεύμαέχει το δε πνεύμα ρήγνυσι, ποιέει οι οδον
αυτ έωυτώ, και χωρέσα έξω · αυτό δε το θερμαινόμενον έλκα ες έωυτο αύθις έτερον
πνεύμα,ψυχρόν δια της βαγής, αφ' και τρέφεται. Νce vero cioche diccAndrea
diLorézc, cheIppocrate ſapeſſe títo dinotomia Rr quanto gli faceva luogo per la
medicina; concioſliecolache dubitar non ſi poſſa,che molte, e molte coſe di
notomia, che neceſſarie séza fallo ſono alla medicina razionale,igno te affatto
gli foſſero; imperocchè, per tacer d'altro,cgli è certamente neceſſario a
quella il conofeer chenti, e quali fieno i movimenti dell'arterie, le itrade
del chilo, l'aggira mento del ſangue, la fabbrica, e gli ufici delle giandole,
e altre, e altre molte coſe, delle qnaliniuna conrezza ebbe egli giammai;
nondimeno avvegnachè queſte, e altre co Scaffai, pertinenti alla medicina
ignoraffe Ippocrate, non ſi può negare, cheegli molto nous'avanzaffe ſopra
tutti gli altri medici de'ſuoitempi, per quel, che noi fappiamo, il che da
altro certamente non nacque, che dal talento natu Tale, che egli ebbe adatto
aſſai al ineſtier della medicina, il quale ajutò egli, e accrebbe ſommamente in
coltivan do oltremodo quella parte alla medicina, molto neceſ faria, qual è
ſenza fallo l'offervazione; e nel vero Ippocra te fu un curioſo oſſervatore;
perchè ebbe a dire di lui Ga lieno, ch'egli affai più coſe colla ſperienza, che
colla ra gione conoſceſſe; e il meglio certamére avrebbe fatto egli, le
trafandate tutte altre biſogne, a queſta ſola inteſo ſem pre aveſſe; e ſenza ad
altro inframmetterſi aveſſe folamen te narrata la nuda, e femplice ſtoria
intorno agl'infermi da lui medicati; ma nondimeno non ſi ſcorge aver egli tanti
felicità nell’ofſervazioni Ippocrate, che, o per poca dili genza, o per alcro,
che ſi fia egli ſovente non inciampizma quel, ch'è peggio, anche talora in coſe
agevoli molto ad offervare e fallare ſcioccamente ſi vedese ciò ch ' e'nenar ra,
ne men per avventura il direbbe un rozzo, ed ineſperto huomo dicontado. Ma in
quella parte poi della medicina, ch'alla dieta ap partiene egli li portò nel
vero così bene Ippocrate, che niu na cofa par che glimanchi; e di certo e' ne
meriterebbe una grandiſſima loda, ſe queſto medeſimo non faceſſe aperta mente
conoſcere, ch'egli ſtato foſſe molto manchevole, e difettoſo in quel, che più
propio, e neceſario egli è in me dicina, e in cui conſiſte, ed è riporta
l'eccellenza, anzi l'cf fere tutto del medico; cioè nella concezza
de'inedicamen ti: maſſimamente di quelli, che tali veramente ſono, e che
da’moderni, ſpecifici chiamanſi; i quali ſenza cagionar ne vacuazione, ne
movimento altro niuno han virtù d'eſtin guere il male, e riſtorar l'infermo;
ina comechè in ciò affai mancaffe Ippocrate, purebbe egli tanto
intendimento,che ne'mali acuti della ſola dieta per lo più ſi valſe, rade volte
adoperando i vuotamenti, come colui, che ben conoſceva, ch'eziandio con yuotare
gran quantità d'umori, le malat tie per lo più ſi mantengano nel loro vigore.
Ma che poco foſte inteſo de medicamentiſpecifici Ippocrate, ſipareaper, tamente
da chiunque ſi da cura di legger i libri degli Epi demj, ne'quali ſi veggon le
malattie ne'terminiloro fatali, o in bene,o in male eſſere oftinatamente
terminate; c alcu. na fin’al centeſimo giorno eſſer durata. Si ſcorge ancora
ciò nelle medicine, le quali egli adopera, come quelle che pericoloſe ſono, e
poco efficaci, come ſono infra l'altre ch' Io taccio, comea tutti conoſciute,
le cantarelle, di cui egli ſi vale temerariamente in verità nell'Idropiſia,e in
altri ma li dando cinque di effe, e togliendone ſcioccamente il ca po, i piedi,
e l'ali, che potrebbono in parte rintuzzare il lor veleno; e racconta Galicno,
ch’un medico per ciò aver yo luto fare aveffe ucciſo miſerevolmente un'infermo;
ma tã. to e' ſi compiacque di sì beſtial medicamento Ippocrate, che con peffimo
conſiglio e' vuol, che le cantarelle ſi met tano entro la matrice per vuotarla
de’malvagi umori; ove pone egli in opera ancora l'Aglio, il Pepe, e la
Sandaraca, la quale,comemoſtra il Mattioli, è una ſpezie d'orpimen to velenoſo
corroſivo, cd altre, ed altre cauterizzāti medi cine; il che volendo
ſcioccamente un medico de’noſtri tem pi parzial molto d'Ippocrate una fiata
iinitare, riduſſea, pèſſimo ſtato una povera inferma.Neper altro,che p máca
méto ď' efficaci medicine nell'interne infiamagioni ſegnar ſuole Ippocrate fin
allo sfinimento; c quel che ſi è il peg gio, e Galieno malagevolmente il
comporta contro le ſue medeſime regole,nella pleureſi,ſe nelle parti interiori
ſi ſtea da il dolore, ſolve egli il ventre coll’elleboro, e col peplio, Rr 2 Ma
chi voleſſe annoverar le mal preparate, violcntise veler noſe oltremodo, c
ſtrabbocchevoli medicinc,che ſuol por re in opera Ippocrate, elle ſon tali,
chei medeſimi ſuoi fee guaci meritevolmente l'han poſte in miſuſo. Ne per al
tro parimente egliconfiglia, che la febbre non s’abbia a mi tigare nella punta,
per fette giorni, e ſi debba dar largamé, te bere,o aceto co mniele, o aceto
con acqua: Ineueſten we xex άσθαι ή πυρετόν μη παύεινέστα ημερέων ποτέ δε
χρήσθω,ή οξυμε aixpýtw,vi šče xzi üfatı:oltre a ciò ſoggiugne egli poco ap
preſſo,che nel quinto, e nel ſettimo giorno ſi debbano por re in opera
gagliardiflimemedicine da ſpurgare ben bene il petto,acciocchèil ſettimo giorno
menmoleſto all'infermo poi fi faccia fentire: και έτι τή αίματη, και την έκτη
ισχυροτύτοιστ χρέεσθαι τσιστν επαναχρεμπτηeίοισι φαρμάκοισι, ως την εβδόμην δια
jnásoe spegno dydyn. Ma da queſto,e dal non eſſer ben lui ſcor to dell'altre
coſe della medicina naſce il peſſimo conſiglio, ch'egli da al medico:che non
avédo egli contezza del male adoperar debbamedicine,manon molto gagliarde; e ſe
co un tal argométo ſcemerà il male,gli addicerà,che curar e'l debba
coll'aſciugare; ma ſe'l male non ne ſcemerà, e ne di verri piti graveil
citrario fardovrafi: Τών νουσημάτων,ών μη επί 5ηταί τις, φάρμακον είσαι μη
ισχυρό,. ήν δε ράων γένηται, δίδεικται «δος, εύπεπιέον έσιν ισχνάναντα • ήν δε
μη ραων ή, άλλα χαλεπώτερον Xu tavavila. Dalle quali parole, e da quel che indi
appreſſo edice apertamente ſi ravviſa aver Ippocrate voluto in tendere, che il
medico,non ſappiendo qual male l'infermo paciſca,fi vaglia delle purgative medicine;
e che altro per Dio avrebbe mai potuto Maeſtro Simone nello ſtudio di -Bologna
a'ſuoi ſcolari infegnare Magli ſcherzi laſciádo, intorno a ciò certaměte parmi
più faggio aſſai il coſiglio d ' Avicenna, il quale vuole,che il medico no
conoſcêdo ilma Ic, altro farnon debba, ſalvo che preſcrivere all'infermo una
rigoroſa dieta, e intáto ſtar cauto, cariguardo per po, ter quello per qualche
ſegnal fotcilmente avviſare. Ma della fuadebolezza ben avvedutofi Ippocrate,
per guadagnarſi il buon nome, ſeguendo egli il coſtume degli alori medici,
cheabbiamonarraci, coll'arti, e colle giun, 1 terie Del Sig.Lionardodi Capoa.
317 terie ricoprir cercolla, perchè diede opera grande agli arr tivedimenti, e
ne ſcriſſe molti libri; ne per altro cgli com pole ancora illibro degli
inſogni; opera ridevole allai nel vero, la qual ſembraverainente fatta per huon,
che lo gnando færnetichi; perchè mi maraviglio forte della follia di Giulio Ceſare
della Scala, che ſi diè briga d ' appiccar gli sù un comento. Divulgò altresì
Ippocrate per la me deſima cagione quel celebre ſuo ridevole giuramento, in cui
no lo lo fe più ammirar ſi debba la ſua ſciépiezza, o law fua malizia. Quelle
cofe, ch'e' giura Io non le reco; ma ben può ſcorger ciaſcuno,che elle vi ſono
poſte tutte per farlo credere huomopio, e divoro, non altrimenti, che Ser
Ciappelletto per la ſua falſa confeſſione. Ma nientedi meno non furono
baſtevolitanti se sivarj artificj, ch'egli non cadeſſe dalſuo buon nome, e che,
come egli mede fimo confefſiz, più biaſimo affai,che gloria dal mcdicare e ’ no
riportaſſe;ilche non ſolamente gli avvenne,permio av viſo, dal non aver lui
avuto niuna contezza di nobili, e va loroſe medicine, per le quali egli in
pregio montaffe,e l'ac quiſtata gloria e' non perdeffe, qualora in qualche
finiſtro accidéte in medicãdo incorreſſe; ma ancora dal coprendere aſſai bene
Ippocratc, ammacſtrato dalle ſue continue of ſervazioni, i viluppi, e
l'incertezze della ſua arte, e qua to poco ſia il frutto, o'l giovamento, che
poſſa da'ſuoi ar gomenti huom ritrarre; perchè egli ſcarſo anzi che no mai
ſempre fu d'imporre ne'mali acuti que'rimedi chegrā di chiamanſi da'Greci;
temendo oltremodo di ciò, che age volmente ſeguirne poteſſe; ne coſtumava egli,
come ab biam veduto, trar ſangue nelle febbri, ſe non fe quando ſcorgevale da
grandi, e interne infiammagioni accompa gnate: ne purgar coſtumava, ſe non ſe
molto di rado, e nel cominciamento ſolo de'mali acuti; perchè n'era talora ol
tremodo biaſimato dalle genti minute, le quali giudica vano, comechè grave
foffe, e di riſchio il male, eſſerne nondimeno piggiorato l'infermo, ſolamente
per la tra. ſcuraggine, e manchevolezza del medico che non ci avel ſe al tempo
con valevoli purgagioni, e con replicati falafi fatto riparo; ſıcome la ſciocca
rubaldaglia deʼmedici allor forſe avea per coſtume; i quali in ſomiglianti
malattie mol ti, e varj medicamenti,ficome egli narra, adoperavano, non
altrimenti, ch'or ſi facciano poco men, che tutti i Ga lieniſtide’noftritempi.
Cosìnella paſſata ctà videroi no. ftriantichi con biaſimi di traſcuragginc
indegnamente ol traggiato, o proverbiato maiſempre Proſpero Marziano, e prima
di lui anche GirolamoCardano;i quali ſaggi,e avve duriſſimieſsédo in gir dietro
ad Ippocrate le medeſinc tac cc del lor maeſtro agevolmére ſi guadagnarono.E a'
tempi noftri abbiamo pure uditi i brôtolaméti, erimproccjcutto di ſcagliati a
Paulo Emilio Ferrillo, per eſſer lui nelle febbri dal preſcrivere le purgagioni
ritroſo; e indi a poco acerba mente cffer proverbiato Diego Raguſi, perciocchè
nel ſegnare, e nell'uſare le purgative medicine fedelisſimo ſe guace
d'Ippocrate, e del Marziano ſi dimoſtrava, ne mo riva giammai infermo, chenon
ne veniffe loro rimprove rata la dappocaggine, e traſcuratezza d'aver colui
ſenza gli acconcj medicamenti miſeramente laſciato morire. Com tanto il non
operare ſecondo la folle opinione del cieco vulgo, grave crrore, e biaſımevole
ſempremai fi giudi ca e; maggiormente allor, che no li ficgue ciò, che comu
mente dalla traccia de' menovili maeſtri coſtumar ſi ſuole, 1 1 RA 319 1, des S
É ſtanco, c anſante pellegrino, cui lunga, e faticoſa ſtrada ancor rimane,
acciocchè pofla gli ſmarriti ſpiriti rivocando, al fine diterminato agiatamente
pervenire,or in ombroſa felva al canto di piacevole uſi gnuolo s’arreſta,or
indilettevol poggiore fpirãdo fi ſiede,or lūgo la riva d'un qualche fuggére, e
chia risſimo fiumicello ſi slaccia or in un pratello di freſchiſ fima, e
minatiffimaerba ripieno, e di vaghi fiori,dolceme te ripoſa; e ſe Natura
rizzare, e ſparger volles come huom crede, in mezzo agli fpaziofi campidel
inare tante, e tante Iſole, acciocchè quando a'Soli più tiepidi s'accolgono,ri
trovaſſero agios e poſa ne'loro lunghiſſimi voli le varies tormedegli uccelli;
ragionevolmente dobbiam noi, o Sig. poichè sì dura, e malagevole imprefa di
dover ragionādo traſcorrere le ſcuole de più famoſi medici abbia già comin
ciata ragionevolméte dico dobbiam noi talora interrāpédo i noſtri lúghi
ragionaméti préder nuova lena; e táto più, che vie più ſghembo, e inviluppato
ſentiero di quello, chedie tro n'abbiam laſciato, orci ſi fa innanzi;
imperocchè ab } biano, ficome avere potutofin'ora comprendere, piena
mentediinoſtro,ſe'l mio avviſo non m'inganna, a quanto mal riuſciſſe a coranti
valene'huomini il volere alcun fifte ma di razional medicina ſtabilire; e
fornigliante di molt’al. tri appreſſo andrein diviſando;avvegnachèa trattar
dico ſtoro aſſai più grandemalagevolezza s'incontri; imperoc chè di loro opere
nulla a' noſtri tempi non ſe ne ſerba, e quelle poche, e intralciate memorie,
che di eſſe abbia mo, maffimamente appo Galieno, o poco, o nulla n’appro dado a
farne diviſar di loro dottrine; imperciocchè quel buon huomo, tra perchè non
l'intendeva, e anche, perchè vezzatamente ſtudiavali d'oſcurare, e porre a
fondo ogni lor fama, e gride, cosìſconce,o travolte le ci narra talora, che a
gran pena illor intendimento ſe ne può ritrarre, Ma comunque ſia la biſogna,
Iomiargomenterò ſecondo mia poffa d'illuſtrar quanto poſſibil fia i loro
ſentimenti e la lor dottrina ſtacciando, ſeguitar la coſtuma del noſtro im
preſo diviſamento. E tralaſciando quì in primadi far parole d'Apollonio,di
Diſippo, e d'alcun' altri ſcolari d'Ippocrate:i quali per va rj, e diverſi
ſentieri avviandoſi, a varie, e diverſe altre ſet te di medicina dicder
principio: come di quelli,de qualial tro non ho che dire, ſe non che alcuni di
loro vennero ini vituperevolguiſa crattatida Eraſiſtrato: darem comincia mento
dal famoſo Diocle. Dico adunque, ch'e' fi puòbé ammirare, e commendare la ſua
grandiflima corteſia, o umanità veramente ſingulare, colla quale, come teſtimo
nia Galieno,uſar ſolea con gl'infermi; ma tion già la ſua dottrina, eſſendo
molto rare quelle notizie, che a noiper venute ne ſono; ſi legge nientedimeno
ancor oggi una ſua cpiftola del inodo del conſervar la ſanità, dove permio av
viſo non ha coſa per cui meriti egli quelle ſomme lodiche dagli ſcrittori, e
particolarmente da Galicno sfoggiataméte inveſtire gli vengono; nesébra punto
chesì fatta piſtola Gia degna di quel ſapientiffimo Principe, al quale ella è
fcrit ta; vi ſi ſcorge tuttavia, che Diocleera aſſai vago dell'A ſtronomia, e
che ben poco egli gradiva le compoſte medicine, e che non moito gli erano a
cuore le purgagioni. Per quel poi, che di lui vada dicendo Galieno, egli ha Dio
cle per fondamenta del ſuo ſiſtema il caldo, e'l freddo, e'l fecco, e l'umido;
de'quali i due primi,agenti, e gli altri pa zienti e' vuol, che fieno. Dottrine,
che quanto dal vero modo di filufofare vadan lontane, altra fiata avendone lo
fatto ſermone, non fa lungo, ch'al prefente più il dimoſtri; ma comechè Diocle
d'altiſimo intendimento, e ben acco cio al filoſofare ſi foſſe, non però di
meno, o per manca mento di maeſtro, o di guida, ch'al diritto fentiero l'avel
fe fcorto, o per altro, che ciò operato aveſfe;ſconciamente laſciandoſi trarre
a’hiſicofi impigli della dialettica, sì, e tal mente bambo, e ſcempiato ne
divenne, ch'oltre a' già detti crrori, impreſe a foftenere, non eſſer
altrimenti il ſu dore, vuotamento naturale;e quantunque a Galieno ſem braſſer
molto probabili fue ragioni, nondimeno da colui, come troppo durauna
talopinione, e come ripugnante, e contraria all'evidenza de'ſenſi vien forte
bialimata, e rifill tata. Ma quanto molto poco in filoſofando in medicina egli
s'avanzaffe Diocle, chiaramente il ci da egli medefi mo a conoſcere, quando
favella della malattia ipocondria ca, di cui un libro ben'intero e compofe, il
quale ſcëpia to, emancheyolc ftimnafi per Galieno; ma che che nedica colui,
degno certamenteini pare di grandiflima foda quel libro; imperocchè ci fa
vedere il fuo componitore eſſerfi molto ben avveduto della incertezza della
medicina, da che tutto ſoſpettofos e rentonc e' ſempre ſe'n va in con
ghietturando le cagioni delle maraviglioſe, e ſtrane appa senze di quel male.
Dice infra l'altre coſe in quel ſuo libro Diocle,doverſi fo ſpettare in coloro,
che ſon travagliati da’mali ipocondria ci, non quelle venc, che ricevono
l'alimento dal ventrico lo, abbian aſſai più calore del convenevole, e'l ſangue
in effo loro ſia più groſſo aſſai divenuto; concioliecoſachè cerca coſa ſia le
menzionate vene eſſere in quelli oppilate i edice ciò argomentarſi
dall'alimento, ch'al corpo accon ciamente non ſi diſtribuiſce, e nel
ventricolo, indigeſto ri Sf inane;mane; quando davanti per li meati ſi ricevea,e
per la mag gior parte con agevolezza s'avvallava al ventre, come dal vomito poi
manifeſtamente s'avviſa, quandoil giorno ap preſſo così guaſto ſi rece, per non
eſſerſi diſtribuito al cor po il cibo; mache'l calore in sì fatti infermi fiz
più del na turale ſoverchievole, agevolmente fi ravviſi, così dall'in focamento,
che a loro avviene, come da quelle coſe,che anche lor li danno; imperocchè
giovevoli eglino ſperimé tano i cibi freddi, i quali ſogliono certamente
rintuzzare, e fpegner in parte il calore: τες δε φυσώδεις καλεμόες, υπολαμ.
βάνειν δεί πλέον έχειν το θερμόν του ποσήκοντG- εν ταις Φλεψί Gίς εκ της γασρος
την κοφίω δεχομλύαις · και το αίμα πεπαχιώθαι τούτων δηλοί γαρ ότι μου έσι
έμφeαξις περί ανώς τις φλέβες τω μηκαταδέ χεθα το σώμα την τοπίω · αλ' εν τη
γασρί διαμένειν ακατέργασον» πρό τερον των πόρων τοίχων αναλαμβανόντων, τα δε
πελα αποκρινάντων ας τω κάτω κοιλίαν και το τη δευτεραία εμών αυτες έχ υπαγόνων
ας το σώ. μα των στίων · ότι δε το θερμόν πλέον εα του καιτου φύσιν» μόλις αν
της κατανοήσσεν, έκ τε των καυμάτων των γινομένων αυτούς, και της ποσ φοράς •
φαίνονlαι γαρ υπό των ψυχρών όφελούμενοι σιτίων•ταδε πιανα το θερμόν καταψύχων,
και μαραίνουν σωθεν. Soggiugnc indi appreſſo Diocle, che affermino al cuni
eſfer infiammata in sì fatto male la bocca dello ſto. maco, la qual s'uniſce
con gl'inteſtini, e per la infiamma gione quella parimente oppilarſi, e vietar,
che i cibi non calino giù agl’inteſtininel tempo opportuno, e ſtabilito; perchè
dimorando i cibi poi,oltre alconvenevole nello ſto maco,cagionino igonfiamenti,
e'l calore, e l'altre coſe tur te, che menzionate per lui in prismafi fono:
Λέγεσι δε πνες επι των τοιούλων παθών ή σόμα της γασρος το συνεχές των εντέρω
φλεγμαί ΥΑν, δια δε την φλεγμονίω έμπε πξάχθαι, και κωλύειν καταβαίνουν τα
σιτία ας το έντερον τοϊς τεταγμένοι χρόνοις· τούτα δε γιγνομένα, πλείονα χρόνο
του δέον- έντή γατε μένονά, τους πάγκες παρασκευάζει,και τα καύμαζ, και τ'
άλατα πποειρημένα, Egli vien Diocle ripigliato da Galieno, perchè infra le
tante coſe, ch'egli in mezzo produce, del timore, c della triſtezza, che propie
ſono delmale ipocondriico, e'punto non favelli, ma Galien medeſimo diciò poi lo
ſcuſa, fog giugnendo dallo ſteſso nome del male farli ciò manifeſto, impertanto
Diocle non averne fatto menzione; ma nondi meno a Galieno non diſpiace la
maniera del filoſofa te di Diocle intorno a ciò;maſolamente forte fi maravi
glia, dicendo eſſer una quiſtione degna da fare, perchè non abbia Diocle recata
la cagione, per la quale in sì fat to male venga la mente offeſa:masì fatta
quiſtione, s'egli vi aveſſe poſto bé méte, nó gli era molto agevole a folvere;
imperocchè ragionevolmente nel vero non volle darſi bri ga niuna Diocle di
produrre in mezzo coſa,qualegli non avea avuta fortuna d'inveſtigare: nel che
avrebbe certame, te il meglio fatto ad imitarlo Galieno, il quale così ſcon
ciaméte ebbediciò a filoſofare, che meritòd'efferne acerba mére proverbiato,e
deriſo da’luoi medeſimi parziali. Ma noi laſciādo da parte ſtare
Galieno,diciamono molto bene nel vero aver de'maliipocondriaci filoſofato
Diocle; cõciof ficcofachè in priina, per tacer d'altro,non continuo ſi avviſi
ſmoderato calore nello ſtomaco, o nelle parti vicine, ma talora fredde
ſenſibilmente ſi ſcorgano in coloro, che pa ciſcono sì fatto male; perchè
convicn certamente giudica re, che'l calore quandunquc in lor ſi trovijalcro
non ſia, ſal vo che un effetto del male medeſimo; la qual certezza fal fa
apertamente ne fa conoſcere l'opinion teſtè rapportatas da Diocle, di coloro
iquali ſtimavano cóſiſter sì fatto ma le in una infiammagione, o altro ſimile
della bocca del Pi loro. Gli argomenti poi, che reca Diocle per far pruova
della ſua opinione quanto deboli fieno, e fallaci, non fa meſtieri, ch'lo dica;
concioltecofachè ogn’un per ſe ſteſ ſoconoſcerpuò, che da cibi, chefreddi egli
appella,ſovés te ſaccrefca oltremodo ilmale, comechè talora ſembrich ' cglino
lo mitighino in qualche parte, col rintuzzar la mor dacità de'ſughi secol
reprimere la ſtrabocchevol lor fora mentazione. Chi poi ben riguarda alla
fabbrica, call'ufi cio delle vene, le quali picciole nelle loro boccucce ſi van
tratto tratto allargando, perchè acconce, e valevoli firé dono a ricevere più
agevolmenteil ſangue, s'avvede inco tanente quanto dal ver ſi diparta la
ſentenza di Diocle,co tanto cómendara, e tenuta in pregio dal vulgo de medici,
SI 2 che le che le vene meſeraiche ſi poſſano oppilare. Ma fievolej molto
certamente ſi pare l'argomento, onde provar imma gina Diocle eſſer negli
ipocondriaci le vene meſeraiches: oppilate, perchè l'alimento al corpo in lor
non fi diſtribui ſca: imperocchè dovea Diocle conſiderare, che non diſtria
buendofi l'alimento al corpo dell'animale,non guari dité. po egli in vita durar
potrebbe, e chemolti,e molti ipocó driaci, anche forti talora, e vigoroſi
fin’all'ultima vecchiz ja veggionſi tutto dì pervenire; falſo adunque ſi è ciò
chè di loro va filoſofando Diocle; ſenzachè ben chiaro ognun vede la parte più
ſottile dell'alimento,qual è quella la qua. P le vene meſeraiche,com'egli ſtima
al corpo li diſtribui fce, continuo trapelare, e diſcorrere agl'inteſtini,
avvegna chè la parte di luipiù groſſa nello ſtomaco rimanga. Mavi dovea altresì
por mente, e inveſtigar Diocle, onde avve gna, che'l cibo nello ſtomaco degli
ipocondriaci,indigeſto rimanendo,non n’eſca fuori nel tempo uſato; ma certamé
te s'egli innoltrato ſi foſſe nella ſpeculazione delle coſe 112 turali,ne
avrebbe di leggieri ritrovata per avventura la ca gione; e tanto più, che pur
egli avviſa nello ſtomaco degli ipocondriaci la pontica, e ſtitica acetoſità,
la quale non permettendo, che'l cibo ben ſi digeſtilca,increſpa,e ſtrigne la
bocca del Piloro, per inodo, che dallo ſtomaco non pof ſano nel tempodovuto
calari cibi agl'intcftini. Ma laſcia do di ciò più favellare: non ineno e' ſi
ſcorge il modo del filoſofare in conghietturando di Diocle, da ciò,ch'egli dice:
appo Plutarca: επι δε τοϊς φαινομένοις δοαται ο πυρετόςεπιγενόμG" nečuvala,
noi Prey Movad,sy 6x6õves, cioè: le cose, le quali a noi manifeſtamēte fi fă
vedere,additano le nafcofe: poichè ſi vede la febbre,colleferite,colle
infiammagioni, e cõ i gavoccioli ac compagnarſi; dal che certamente egli vuol
cavare Diocle, che in quelle febbri, nelle quali nulla appare di fuori del le
menzionate coſe, ficno entro al corpo elleno, o altro fimile, che colla febbre
parimente s'accompagni. E rav viſaſi eziandio la maniera del filoſofare di
Diocle allor che appo il medeſimo Plutarco va inveſtigando le cagioni, per le
quali i maſchij ſtendi ſono.4.0 disocyóvoustousaideges,na es' Del Sig.Lionardo
diCapoa. 325 Θα το μήθ' όλως εύνες σπέρμα πιοΐεσθαι,ή παeg το έλαήoν του δέοντG.
και παρά το άγονον είναι το σπέρμα, ή καλα παράλυσιν των μορίον, κατα λοξότη
του καυλού μη δυναμένε τον γόνον ευθυβολεϊν,ή περί το ασύμ Mergov tæv
porów.alo's Tajvané saory oñs peýrsas. Ma oltraciò ſappia di Diocle aver lui,
contro quel, che avca inſegnato Ippo crate negli aforiſmi avviſato, l'itterizia,
d'ognitempo,ch' ella ſopravegna alla febbre eſſer giovcvole; al che cgli poi
aggiugner volle, che ſopravegnendo all'itterizia la febbre, mortifera coſa
quella ſia: arquatum morbum, ſono parole di Celſo, Hippocrates ait, fi poft
feptimum diem febricitante agrofupervenit, tutum effe, mollibus
tantummodoprecordiis fübftantibus; Diocles ex toto, fi poft febrem oritur,etiam
pro defe, fi pofthanc febris, occidere. Ma non meno dell'afo riſmo d'Ippocrate
la ſentenza di Diocle falſa cutto di fi ſperimenta. Coltivò egli poigrandemente
la notomia, ma come qucl rozzo ſuo ſecolo comportava, poco felicemente nel vero;
non però di meno cgli in ciò è da commendare;m2 séza fallo poi a ſommo onore
attribuir gli ſi dee, l'eſſer lui ſtato il primo, ch'aveſſe ofrto pubblicar con
un libro partia colare al mondo le coſe, ch'egli avviſate avea nel far no tomia
degli animali. Ma procedendo più oltre ci ſi fa davanti l'altro famoſo Principe
deʼRazionali inedici Pralfagora, cotanto celebras to, c in pregio tenuto da
Galieno, il quale diſſe eller lui ſtato in tutte le parti della medicina
eccellentiſſimo, e in tendentiſfimo di tutte le più ſottili (peculazioni delle
coſe naturali. Ma di queſt'huomo non è per mio avviſo da far giudicio diverſo
da quel, che di Diocle noi teltè fas; cemmo; poichè iinitando in ciò Diocle,
portò Praffagora, altresì opinione dalle quattro primieramente comuni qui lità
appellate dirivar tutte l'operazioni della natura; e con queſta credenza
camminando avanti, di neceilità dovette, da uno in altro crror tratto
inceſpicare. Oltra ciò viens forte Praſlagora biaſimato da Galieno, perchè egli
ſcrivel fe con tanta oſcuritàche ſembrano fc fue ſentenze enigmi da tener mai
ſempre in biltento il lettore. Ma con pace. pur ! 326 Ragionamento Quinto pur
di Galieno,Io non giudico queſt'errore cotanto propio di Praſſagora, che non ne
ſia ſopratutto da cacciar lamedia cina medeſima, per la grandifinna incertezza
di quel la; onde imaeſtri più accorti, e malizioſi, per non farſi torre in
fallo foglion sì facramente ſcrivere chenon ſi pof fa per niuno ne’lor veri
ſentimenti penetrare. Ma impertáto fallò grádeméte Praſſagora,e lervi di pel
fimo eſemplo agli altri Razionali medici, che dopo lui furono, e
particolarmente a Galieno, in voler con ſue ciar le farne calandrini, ecercare
di render poſſibile l'impoſſi bile, cioè certa, l'incertezza della razional
medicina. Vien biaſimato anche Prafſagora da Galieno, ch'aven do egli in prima
detto, che gli umori non ſi contengano al trimenti dentro l'arterie, cerchi
nondimeno egli poi d'in ſegnare, e minutamente additando vada, come per opera
del toccamento avviſar, eglinon ſi poſſa quali umori fia-. no quelli, che nell'
arterie ſi naſcondono; ma lo immi gino, che in ciò non ſi contraddiceſſe
altrimenti Pralſago 11, come dice Galieno, ma ch'aveſse egliportato opinio che
allor, che l'huomo è rano non abbia alcro nell'ar terie, che ſangue, ma che
infermando egli poi altri umari ancor vi diſcorrano; ne potea egli in verità
altrimenti di rc, s'egli pur non era affatto di ſenno fuori. Che ſia vero
quanto lo dico,apertamente ſi ſcorge in ciò, che il mede fimo Galieno di lui
riferiſce, cioè ch'egli ne men nelle ve ne credea che vi ſieno gli umori. Ma
errò certamente, e in iſconcia guiſa Praſsagora, in portando opinione l'arterie
cambiarli finalmente in nervi; avvegnadiochè difender s'ingegnino giuſta ogni
lor pof ſa si ſtrana, e dal vero apertamente lontana opinioncscome favorevole
al lor Ariſtotele, il Cefalpino, il Reuſnero, e'l Marziano; ma di non poco
biaſimo degno ſi rende appo molti antichi ſcrittori Praſsagora per lo ſtrano, e
crudel modo, col quale egli intende, che s'abbia a medicar l’lleo, volendo egli
infra gli altri rimcdi,che all'infermo fi faccia vomitare, e dopo il vomito gli
li tragga il ſangue, emol to forte gli ſi premano collc mani, il ventre, e
gliinteſtini, cal nes e alla per fine poi col ferro ſi taglino; ond'ebbe a dire
ra gionevolmente Celio Aureliano: quo probatur magnificam mortem Praxagoram
magis quam curationem voluife fcri bere; ſenzachè vié egli tacciato dal
medeſimo Celio, ch'e'li yaleſse anche nel curarlo degli ſconcj rimedi
d'Ippocrate: Aliquos etiã poft vomitum phlebotomat,&vento perpodicem replet,
ut Hippocrates. Item libris de caufis, atquepaſſio nibus,& curationibus
vinum dulce dari jubet, d rurſum Hippocratis ordinem ſequitur congerens omnia
peccata. Macon qual eccellenza di dottrina, e con qual artificio pervenir
aveffe potuto al principato della razional medici na il celebratiſſimo
diſcepolo di Praſſagora, Pliſtonico, chi farà mai che poſſa ſpiegarlo fra le sì
ſcarſe memo rie, che di lui ne ſon rimaſe? Io permeſolamente, e ap pena ne lo
quanto per Galicno all'avviluppata, eſcarfamé te ſe ne racconta: e gli ſi
afcrive ciò a ſomma losa,cioè che raffermaſſe egli quanto in prima diviſato
avea Ippocrate de’quattro umori; la qual coſa ſe tale è veramente, qual ſi
jarra egli, ne fa apertamente vedere, quíto troppo grofa ſolanaméte foffe
căminato Pliſtonico in filoſofando; ina no dimeno pur ſembra, che qualche
ſcintilluzza di lume in quelle folte tenebre, e oſcure egliſcorgeſſe allor,
chej porta opinione, che le digeriſca il cibo nello ſtomaco putrefacendoſi; il
che nel vero fu aſſai ad inveſtigar ma lagevole a lui, che non avea contezza
niuna di Chi mica, e veramente il cibo nello ſtomaco non maiſi ſcioglie, e muta
natura, fe non vi concorre l'opera d'una pronta, c velociffima filoſofica
putrefazione. Scriffe Pliftonico della materia de'medicamenti, macom'egliin ciò
li portafle al cri.per meve'ldica. Ma trapaſſando ad altri, Io non potrei
dire,ne'l mio det to ritroverebbe agevolmente crcdéza, in qual pregio ſovra
tutt'altri Principi della Razional medicina il grand'Erofilo s'avázaſſe.E
certamente degli ſtudi della notomia egli mol to ſi conobbe, e gli poſſon ceder
ſenza contraſto la maggio ranza non pur Galicno, ficome giudica dirittamente il
Vera ma quant'altri notomiſti prima, e dopo lui nella Grc 1 fatio, cii cia
tutta fiorirono. E quanto alla dialettica, egli cotanto lungamente divifonnes e
tanto minutamente, che il vulgo ſciocco dalle tante fraſche delle quiſtioni,
delle diftinzio ni,e diffinizioni, e argomentioffuſcato,comeſe da ſovrano nume
ftate fofſer dettate, le dottrine di lui celebraya oltre modo, e riveriya. Ma
il tanto ſtudio della dialettica do vert'eſſere alla ſetta d'Erofilo dinon
picciol damnaggio; e quinci forſe avvenne, che molti, o sfidando d'intender
pienamente le tante ſottigliezze di lui, e altri a niun pre gio, comevani, e
inutili arzigogoli avendole, ad altre ſcuole ſi rivolgeſſero. Ma impertanto la
ſua dottrina ritro vò inolti, e gravi ſeguaci, e fù aflai commendara; anzi
narra Strabone,che infin nella Frigia v'era a'ſuoi tempi una famola ſcuola
della dottrina d'Erofilo. Or Io, quantunque a voler dire il vero eſtimi, che
gran pro alla notomia abbia apportato Erofilo, nondimeno fembramifarfallon da
Ro. manzo quel del Falloppio: Contradicere Herophilo in Ana tomicis,eſt
contradicere Evangelio.Ma ebbe Erofilo per co ſtume di paleſar séza riguardo
niuno ciò che a fui veraméte parea delle coſese cotraddiſſe quando egli
ſtimava, che ine ſtier ve ne foffe, a tutti gli antichi, non la perdonando ne
meno al ſuo divin Maeſtro Praſagora. Fuegli molto prati co nella materia
demedicamenti,e fcrille parecchi volumi del modo, come ſe nc debbano imedici
valere; il che fu gli agevole affai, avendo egli logorato tutti i giorni della
ſua vita in far prove, e fperienze;per le quali non ſi può ne gare, ch'e'non
merti grandiſſima loda; comechè non cſen do a noi pervenute, niuna utilità del
mondo abbian potu to recarci. Ebbe vétura Erofilo d'abbatterſi nelle vene
fartee;ma egli traſcurato, sì bella opportunità laſciofſi uſcir delle mani, non
dandoſi cura d'ilveſtigarne il lor proceſſo, e l'uſo; ma di cotal negligenza è
fomigliantemente da accagionar Ga lieno, e tutti quegli altri notomiſti,
chedopolui anche ſe ne rimarono. Non molto diffimile dal fallo d'Erofilo fi fu
quello del noſtro Bartolomeo di Euſtachio, il quale avendo sitrovato il canal
pettorale, non ſi diè briga d'altro, e la 1 fcion fcionne il penſiero al
Pecchetti, a cui meritevolmente la gloria tutta di così gran fatto ſi dee. Ma
ritornando ad Erofilo: non fu egli nel vero molto fe lice in ritrovar coſe
grandi, e maraviglioſe, o molto com mendevoli in ſagaceNotomilta; avvegnachè
tutto dì ta gliar ſoleſſe non ſolamente i cadaveri, ma eziandio vivi gli
huomini. Scelleratezza tanto crudele, tanto infame, e vi tuperevole, e degna
d'eterno biaſimo,che val ſolo ad oſcu rar ogni ſuo pregio, e a far conoſcere al
niondo ad un'ora, quanto la fierezza de'medici, il diritto delle naturali, del
le divine, e delle umane leggitraſandando, oltre palli law crudeltà d'ogni più
fiero tiranno; perchè a gran ragione certamente ebbe a gridare il gran Padre
Tertulliano: He rophilus ille medicus, aut lanius, quifeptingentos exſecuit, ut
naturam ſcrutaretur, qui homines odit, ut noſlet. Man prima di lui Cornelio
Cello, dopo aver detto,ch'Erofilo, ed Eraſiſtrato aveano alle lor notomie vivi
gli huominide ſtinati, cosi ách'egli un cosìabbominevol misfatto deteſta:
crudele vivorum hominum alvum, atque præcordia incidi, et falutishumanæ
præfidem artem, nonfolumpeftem alicui, fed hanc etiam atrociffimam inferre.
Sopra tutto s'affaticò Erofilo nella materia de polſi, la quale,valendoſi egli
della muſica, cercò d'illuſtrare, e di ti durre a perfezione, per modo, che
nulla vi ſi aveſſe di vātag gio a diſiderare; ma tanto, e tanto egli vi ebbe a
ſofiſtica re, che meritevolmente forſe perGalieno,e per altri ne venne più
d'una volta ripreſo, e proverbiato;mad'altra parte per altriſommamente
commendato, come ſi può ve. dere in Plinio. Arteriarü pulfus in cacumine maxime
merebro rū evidens in modulos certos,legeſq; metricas, per atates, fta bilis,
aut citatus, aut tardus defcriptus ab Herophilo medici na vate miranda arte. E
queſto accrebbe in modo la ſua fama, e buon nome, che nulla più; promettendoſi
cgli, e dando altrui ad intendere, che col mezo de'polli, com' ab biamo con
Galieno accennato, poſſanſi avviſare ancor les coſc impoſſibili a conoſcere;
come ne’barbari ſecoli comu liemere li vider poſcia farei medici coll'orinc,
colle quali fa Tt cean veduta diconoscere pienamente lo ſtato de'malati, e
de’lani; di che ancor qualche veſtigio tuttavia nella noſtra Italia, e altrove
ne rimane. Mache / a'tempi noſtri in va rie.guiſe noipur veggiamo da qualche
medico ſcaltrito porre in uſo si fatte frodi, e riportarne ſempremai premj, e
laudi non ordinarie. Ne è da maravigliare; perciocchè il mondo gode in tal
guila d'effer ſemprcmai uccellato; il che apertamente ſi fa vedere dalla grande
ſtima, chevien fatta della Srologia, e della Gabbala, e d'altre arti vane, e ſu
perſtizioſe; e tanto prevalſe, e montò in pregio con fomi glianti artificila
gloria d'Erofilo, che di baſſo, e rintuzza to intendimento', e come della ſua
dottrina incapaci venis van giudicati coloro, che ſi dipartivano dalla ſua
ſcuola; perchè diſſe Plinio di lui favellando: nimiam propter ſubti bitatem
defertus: e della ſua ſetta facendo parole: deſerta hac Secta eft, quoniam
neceffe erat in ea literas ſcire. S'af faticò parimente Erofilo, come Galien
riferiſce, in inve itigar la natura dell'erbe; e dir ſolea, non haver così gra
ve, e pericoloſa malattia,che non ſi poteſſe coll’erbe curare; ma non però di
meno il valor di molte di quellenou effer conoſciuto, e alcune di loro gran
virtù avere ', le qua li tutto dìda noi fi calpeſtano: inde plerofque, fono parole.
di Plinio, ita video exiſtimare, nihil non herbarum vi effici poffe, fed
plurimarum vires effeincognitas, quorum innume 70 fuitHerophilus claras
medicina, à quoferunt dictü quaf dam fortaſſis,etiam calcatas prodeffe. Solea
far altresi grá diffima ſtima Erofilo dell'Elleboro; il quale, come altrove
vien ſcritto dal medeſimo Plinio, veniva pareggiato da lui ad un fortiſſimo
Capitano; perchèturbate egli avendo en tro il corpo tutte le coſe,foffe poi il
primoa uſcirne: elleború fortiſſimi Ducis fimilitudini aquabat; concitatis enim
intus omnibus,ipfum in primis exire.Mada ciò apertamente ſcor geſi, che poca, o
niuna contezza aveſſe Erofilo di quelle nobiliſſime medicine, le quali ſenza
recar moleftia, e dan no niuno ſon valevoli a domar le più gravoſe, e feroci ma
lattie: e ch'egli altresì ignoraſſe ilmodo, per lo quale la fciandogli intera
la parte giovevolemedicinale,ſi toglie all '. Elleboro la velenofa; ſenzachè
non è miga vero ciò ch'e. gli trancaméteafferma, che l'Elleboro fia il primo ad
uſci re; imperocchè talora non li diparte dallo ſtomaco, e dall altre viſcere
allo ſtomaco proſſimane,ſe nõfe ha fatto vuo far egli all'infermo in prima
quanto di cattivo, e di buono nel ſuo corpo ſi ritrovava. Non è ſtato adűque in
medicina il valor d'Erofilo così grande, quale il ci narra millantan do la fama,
Ma doveva Io certamente aſſai prima far parole di Me necrate da Siracuſa; il
quale col fuo ſtrano modo di filoſo fare, e di medicare rinnovar volle l'antico
uſo di Apollo, e d'Eſculapio, facendoſi venerar come un Dio. Ma a bello ſtudio
venne da me tralaſciato, per non haver Io potuto p quanto lo mi vi fia
affaticato, niuna contezza aver mai dėl ſuo liſtema; ritrovo ſolamente di lui,
ch'egli ſcriſſe, per quel,che ne narri Galieno, un libro de'medicamenti, de
quali egli molti da ſe ſteſſo trovò, Fu egli Meneçrate così ſuperbo, ambizioſo,
e vano, che non volle egli giammai denajo, o altro premio dagſinfer mi di mal
caduco, che guarivano per le ſue mani; folo ri. chicdea, che eglino ſuoi ſervi
fi doveſſero confeſſare, e che col nome di Giove l'aveſſero a chiamare, e come
Gio ve il doveſſero onorarc.Solea egli ſpeſſo in mezzo a coloro, traveſtiti,
chi da Ercole, chi da Apollo, chi da Eſcula pio, chi da altro Dio minore, a
guiſa di Giove con coro na d'oro in teſta, colla veſte di porpora, e collo
ſcettro in mano farſi in pubblico vedere, 1.a qual si ſciocca traco tanza
imitar volle Ottaviano Ceſare, quando, come rac conra Suetonio, con gli abiti
d'Apollo fra huomini, e fra donne rappreſentanti Dij, e Dec, e'feder yolle in
un ſono tuofo convito; Cum primum iftorum conduxit menfa choragum, $exque Deus
vidit Mallia, exque deas; Impia dum Phabi Cafar mendacialudit, Dum nova divorum
cænat adultera: Omnia fe à terris, tunc Numina declinarunt, Fugit auratos
luppiter ipfe thronos, Tt 2 1 Mapiacevole egli è a udire ciò che avvennea
Menecran te con Filippo Rè diMacedonia, comechè Plutarco dicas con Ageſilao Rè
di Sparta; ſcriſſe a Filippo egli in sì fatta guifa Φιλίπσω Μενεκράτης ο Ζεύς
εν πτά θαν: maFilippo trattado lo da pazzo, qual egli veraméte era, così gli
riſpoſe: dínia πος Μενεκμάτα υγιαίνειν συμβελεύω σοι ποσάγαν σεαυτόν επί τοϊςκα
στο Ανήκυραν τόποις · ηνίδετο δε άeg δια τούτωνόππαραφρονώο ανήρ. Vna volta
anche il medeſimoRè invitò Menecrate a deſinar ſeco,egli fe porre un deſco da
parte, facédoglidar cótinua méte incenſo, in tépo,che gli altri convitati in
altra tavolas allegramente ciurmavanſi, e facevan gozzoviglia. Mene crate nel
principio fommamente godeva dell'onore fattogli dal Rè, come å un Dio; ma
poichè gli ſopravenne la fame, e gli fè vedere, ch'egli era huono, comegli
altri, fi parcì dolendofi, e lagnandofi fortemente della beffa fattagli dal Rè.
Mi ſi fan davanti ora Neſiteo, Filotimo, Eudemo, e M2 rino, i quali comechè
ſommamente cominendati, e in pre gio avuti foſſero da Galieno, è da dir
nondimeno, che no troppo bene filoſofaſſero cglino in medicina, c che molto
poco altresì valeſſero in notomia; ficome da qualche lor ſentimento rapportato
dalmedeſimo Galicno, apertamen tc per ognun ravviſar ſi puotc. Maintra le ſette
più chiare, e più famoſe, che nell'air tiche ſcuole già s'inſegnavano della
razional medicina (ſe cgli s'ha riguardo alcorſo non mai interrotto Per volger
d'anni, oper girar di luftri) che nelle Città, e nelle Provincie più nobili s
ove la greca fapienza era in pregio, glorioſamente fiorirono: o le pur fi mira
all'onore, alla fama, e al numero ragguardevole de lor maeſtri, niuna
certamente, s'Io pur non vado errato egliſembra, che agguagliar fi poffa, non
che antiporre a quella, che da Crilippo in prima ritrovata, indi per opera di
Medio, e d'Ariſtogene celebri tra' ſuoi ſcolari,maſopra tutto per Eraſiſtrato
ſommamente accreſciuta ne vennc, e ftabilit2. Quinci ſi può agevolmente
conghietturare ché te, e quale egli ſtato ſi foſſe il fapcre, l'avvedimento,
law ſperienza, e l'induſtria d'Erafiltrato, che di Criſippo,d'A riſtogene, e di
Medio nulla v’abbiam che dire; ma ciò più aſſai in verità argomentarlece da
quelle pochiſſiine coſes comechè tronche, e ſmozzicate, Che fan col duro tempo
afpro conflitto, che di lui nell'altrui opere, e più che in altre, in quelle de
ſuoi einuli tuttavia ſi leggono; nelle quali pariinente egli moſtrò quanto, e
quanto oltre condotto fi foffe per le più dure, c ſpinoſe malagevolezze
dell'arte; intanto che ad acquiſtar meritamente e' ne venne la Signoria curta
della medicina; e non ſenza ragione certamente venncgià da al cuni
valent'huominicreduto, ch'egli laſciato di gran lun ga s'aveſse addietro
nonch’altri, Apollo, Eſculapio,e Peo ne medeſimo. Così egli da Appiano
Aleſsandrino,venne appellato meetóvuje @u,c Galieno parimé: e con orreuoli, e
riverēti maniere trattandolo, 11011 iſdegnò di ragguagliarlo ad Ippocrate;
chiamando egli l'uno, e l'altro: iv dožoTátis iørção. E avvegnadiochè pure
alcuna fiara moſſo, o dal zelo della verità, o dall'invidia, o dall'emulazione,
o daw troppo altieris e ſuperbi portamenti de'parreggiatiei ſegua ci di lui,
ſconciamenre egli lo biaſimise prendaa gabbole ſue opinioni; nientedimeno in
tanto pregio, e in sì gran, yenerazione ebbe Galieno la dottrina d'Eraliftraro,
ches prender volle fatica di commentarmolte delle ſue opere: e di lui favella
più d'una fiara con molto riguardo, e onor di parole; e mi ricorda, ch'una
volta infra l'altre togliendo egli ad impugnar una ſua opinione, ſcuſando quali
il ſuo troppo ardimento con eſo luicosì ne favella: Si compiac cia di grazia
Eraſiſtrato, che in quella guiſa appunto,e col la medeſimalibertà lo tratri lui,
e le ſue quam le egli trattar mai ſempre ebbe in coſtume Ippocrate, ela
doctrina di quello. Ne fi dee anche aſcrivere a poca lodo d'Eraſiſtraco,
ch'egli, comenarra Galieno, ſi foſſe ſtato il primo autore, e introduttore
della vera arte ginnaſtica, e che per opera del ſuo ſenno, e della ſuamano in
piede ſi ri metteſſe; anzi ſi ritornaſſe in vita la notomia, la quale per
infingardia degli antichi medici già affacco caduta, e ſpen ta fe ne giacea. Ma
1 opere, colla ! Ma qual maniera egli tenelle Eraliitrato nell'inveſtigare le
cagioni in ſeno della natura appiattate, e naſcoſe, e quai foſſero i ſuoi
ſentimentiintorno a ' principi delle coſe ſenfi bili, malagevole molto egli è
ad avviſare; impertanto ſi ſcorge apertiſſimamente, ch’Eraſiſtraço era affai
libero nel filoſofare, e oltremodo ſchiyo, anzi nimico di far pompa appo il
vulgo di mentito, e apparente ſapere; onde mai non ſi vide ricovrar egli alla
franchigia tanto da’ſofiſti uſi ta, e praticata, delle facoltà, e d'altre
fimili vanillime novelle, e ciance, le quali non altro in verità, che Nomije
fenza ſoggetto Įdolifono, nelle malagevoli, e inviluppate tenzoni della
filoſofia, e della medicina; nella qualcoſa,comechè ne doveſſe Era fiftrato con
ogni ragione, s'Io pur diritto eſtimo, ſomma lode ritrarre, malignamente troppo
in verità, e a gran for to funne ripreſo, e vituperato da Galieno; il quale
oltre a ciò ardiſce anchetemerariamente a vituperarlo, e a biafi marlo, perchè
ſempremai moſtrato ſi foſſe ſul filoſofeggia re, duro, e implacabile avverſario
dell'opinioni d'Ariſtote le, nulla curando, che ſuo avolo ſtato e' fi foſse;
col qua le, e coʻPeripatetici in una ſola coſa convenne, ciò fu nell' affermar
coſtantemente, che per la natura niéte a caſo mai vegna fatto, e poſto in
opera.. Ma non rammentò Galieno, che Ariſtotele, ed Erafi Atrato convengono
bene inſieme anche nel dire, che le re ni, e la milza non fervano a coſa niuna;
ma della milza. prima di tutti ſcriſſe colui ad Ippocrațe, parlando della na
tura dell'huomo, παλίων απέναντι £'δα, πάγμα μηδέν αιτίμο». Furicevuta una tal
opinione da Rufo da Efeſo, il quale dif ſe,che la milza foſse anánt, ni
avevéeyn,mano già da’ſco Jari d'Eraſiſtrato, come que’, che diſsero, che la
milza preparaſse al fegato il ſugo da generare buon ſangue, tör το σπλάγχνον
περπαρασκευάζειν το ήπατπ τ έκ ή σιτίων χυμόν ής α' Mateu xensă girsar, Ma
benchè Erafiltrato sì grande, e sì valent'huomo ſi foſſe, e che tanto dalla
natura foſſe favo. reggiato, e di rari doni, ç maraviglioſi arricchito, c per
ső mo sforzo di ſtudio molto avanti fontille nelle coſe dellam! natura, e che
colla altezza del fuo anino ſtudiato fi folle di aggiugnere anche talora fin la
dove forſe non potè per addietro pervenire altro intendimento mortale: e coll'e
ftremo diſua poſſa di formareſi foſſe argomentato il fiſte ma della ſua
razional medicina ſommamente perfecto, e compiuto; nientedimeno più d'una fiata
dal diritto ſentier della verità inolto, e molto lungi ſi trova; e ſi leggon di
lui alcune ſtrane, e ſconce opinioni, comeche in alcune a cor to accagionato
talora e' ne vegna da Galieno', e in alcun con aſſai fievoli, evane ragioni
riprovato; il che ravviſa no talvolta, e ſono coſtretti a confeſſare i
medeſimiGalie niſti ancora Ma nientedimeno a grandiſſima ragion certamente vien
da Galieno aſpramente ripigliato Erafiftrato per aver dct to egli, che
nell'arcerie nello ſtato naturale dell'huomo no v'abbia ſangue, ma ſolo ſpirito
vitale, ſecondo lui:e fpiri to' animale ſecondo Criſippo ſuo maeſtro; coſa',
della qua le, così evidentemente ne appare il contrario, che forte mimaraviglio,
come Galieno quantunque abbondevole d'ozio, e di ciance aveſse potuto darſi
briga di compilare un libro intero per impugnarlo. Ma, o Quanto è'l poter d'una
preſcritta ufaniza ! equanto dileggieri un’huompaſſionato in gravi falli quaſi
inavveduramente traſcorre. I ſeguaci d'Eraſiſtrato per niu na ragionedel mondo,
neper evidenza de'ſenſi, che loro apertamente additaffe il contrario,
abbandonar mainon vollero i ſentimenti del lormaeſtro"; il quale non
altrime ti, che ſe Dio ſtato foſse', ſe preſtar lece in ciò fede a Ga lieno
ſolevan eglino ammirare', e venerare; avendo per vero, e ſaldo, e indubitato
ogni ſuo qualunque detto. Ma ritornando a noſtra materia; egli è da creder, che
dall'o pinion, che reſtè abbiā noi rapportata, prendeſse cagione d'inſegnar poi
Eraſiſtrato, altro non eſser la febbre, che un movimento inuſitato del ſangue,
che dalle vene, dove naturalmente riſiede, all'arterie tragittiſi: e cheſicome
al lor, che non ſoffiano i venti, pofa abbonacciato, E nelſuo letto il
marfenz'onda giace; ma ſoffiando poi fortemente Oſtro o, Aquilone enfia, ed
eſce fuori impetuoſo, e rapido dall'uſate ſue ſpon de, e inonda, ed allaga le
piagge tuttc, c le campagne vici ne; così anche, fe non v'ha coſa, che l'agiti,
o'lcommuo va, dimori placido il ſangue nelle vene:maſe per ſoverchia abbondanza
gonfio, o per altra cagione ſoſpinto, e agita to mai venga, sboccando ſubito
dalle vene, ratto all'arte rie diſcorra, e ſe quindi dallo ſpirito, che in eſso
dimora ſia altrove riſpinto, vada a fermarſi, e ſtagni in quelle cic che ſtrade,
dove terminano l'arterie; e quivi riſtrignen doſi, crappigliandoſi, formerà
l'infiainmagione; e la feb. bre; ecco le ſue parole rapportate da
Plutarco:Nuperds isi zí. νημα αίματG- παρεπιπλωκός ας του τα πνεύματG- αγγείο
απιοαιρέτως γινόμενον • καθάπερ γαρ επί της θαλάττης, αν μηδέν αυτήν κινη ήρες
μί, ανέμε δε έμπνέοντG- βιαία παρά φύσιν, τότε εξ όλης κυκλεται. ούτω και εν τω
σώματι, όταν κινηθήτο αίμα και τότε εμπίπτει μες στο αγγα των πνευμάτων,
πυρέμενον δε θερμαίνει το όλον σώμα. Αrtifciofotis trovato nel vero, ma che
appoggiato in aſsai poco falde fó damenta non può far, cheda ſe ſteſso non
crolli, e rovini. Manon laſcerò già lo quì di narrare ciò che immagina. alcuno,
ch'altri ſi foſsero intorno a ciò iyeri ſentimenti d ' Eraſiſtrato, e
chemal'inteſi, e peggio ſpiegati a noiſien pervenuti; e tanto più, che come
Galienoavviſa,Eraſiſtra to a ſtudio oſcuro alle volte Con giri diparole
obblique incerte recar ſuole le ſue opinioni; e che perlo ſpirito egli abbia?
intender voluto un ſangue ſottiliſſiino,e di quelle particel le, onde ſi forman
l'etere, e l'aere per la più parte ripicno. Macheche ſia di queſto, certamente
ſi deecgli credere, ch? a niuna guiſa mai avrebbe Erafiltrato dato fuori così
inve riſimili, e vane fanfaluche, ſea lui foſse pervenuta qualche menoma
contezza del vero movimento del ſangue; e pure egli vi fu molto da preſso:
imperocchè ravviso, e conob be, che dalle vene all'arterie, comechè vi lien le
ſtrade, na turalmente non ſi tragitti il ſangue; il che diede poſcia ca gione a
Galieno d'affermare, che l'arterie traggano il ſan gue dalle vene. Qui
riſtette, ne paſsò più avanti Eraſiſtra to, comechè la ſua gran virtù molto
bene il valeſſe, merce che non già alla Grecia, ina alla noſtra Italia era la
glo ria riſerbata dello ſcoprire l'aggiramento del ſangue. Oltre a ciò ſi pare,che
ſommaméte lodar ſi debba Eraliftra 10, perchè al ſuo grande avvedimento, e
induſtria aſcon der no li potè il ſugo nutritivo ma: pur fallò egli in immagi
nando, che quel ſolamente ſerviſſe a nutricare i nervi, ſe è vero ciò che ne
narra Galieno. Conobbe ancora Erafiftrato le vene lattee; niétedimeno rinvenir
non ne ſeppe l'uſo; s'accorſe egli anche, ed è egli non picciolo ſuo vanto,
che'l reſpirare non diedes già a noi natura, comeimmaginò con Ippocrate,
Diocle, e Ariſtotele, Perchè'l caldo delcor temprato fia. Ma non potè penetrar
egli nientedimenoil vero,'e propio uſo della reſpirazione: e perchè alcuni
animali fieno ſtati formati sì, che debbano reſpirare; imperocchè contendes
Erafiltraco, che la reſpirazione ad altro non vaglia, fe non fe a poterempier
d'aere Parterie; coſa, che da per fe appar dal vero così apertamente lontana,cheimutilmente
colle fue ciance Galieno impréde a dimoſtrarla alțresì tale.Mafe Eraſiſtrato
aveſſe avviſato, che il sague,tutto che no appaja di coſe diffimiglievoli eſſer
cópofto, pur contenga molte, e molte parti dinatura diverſisſime avrebbe potuto
agevol mente ſpiegare, qual ſia la neceſſità dell'aere, e della refpi razione
neglianimali; imperocchè avviene, che nel ſepa rarli dalſangue la parte più
ſottile, e per così dire, ſpirito ſa, ſi faccia anche neceſſariamente
ſeparazione di varie al tre parti groſſe;come nella formentazione del moſto, e
d'al tre liquide foſtanze chiaranxente ravviſaſi; queſte groffe porzioni, forza
è, che s'abbattano, ſeparate cheelleno ſo no, o nell'acre, o in altro corpo
ſimile, il quale contenga pori acconci a riceverle, e che ricevutele, ſia
valevole a tragittarle fuori de'vafi:a quella guiſa appunto, che al ráno
s'appaltano le lordure, le quali imbrattano il panno, e che col ráno ſe ne van
via; e ſe perdiſgrazia dell'animale qual che tratto di tempo, quancunque aſſai
menomo, non fao V u ceſſe nel ſangue una cal purificazione, intoppando agevol
mente negli anguſti vaſi dieſſo colle craffe porzioni ſepa rate i ſottiliſſimi
formentāti corpicciuoli,ſarebbono queſti incontanente coſtretti ad abbandonare
il movimento loro dılacante; e ſeoltre a'formentanti corpicciuoli aurà nel são
gue abbondanza di ſoſtanze d'altro genere, ma altresì vo lanti, tra le quali
viliano in copia grande i ſemi del fuoco, così queſti, come quelle non
incontreranno molta diffi coltà a liberarſi da' ritegni; e ſe vi ſi aggiugnerà
qualche altra circonſtanza, onde, e l'uno, e l'altro movimento, e di
formentazione, e dicalore rieſca grande, e notabilmée te impetuoſo, allora cgli
grande oltremodo converrà ch ' avvegna la ſeparazione: per lo che non baſtando.
dilatare, il ſangue dalle groſſe, c importune porzioni quell'aere,che
inceſſantemente negli animali per li pori trapela, abbiſo gna, che altra aria
mediante la reſpirazione fi beva; e di quì ravviſato ſenza fallo avrebbe
Eraſiſtrato, che parecchi animali no poſſano vivere colla ſola traſpirazione,
maloro faccia huopo pariméte della reſpirazione; e ſe'l moviméto formentante
non ſarà molto grande, ne verrà da notabile, calore accompagnato, allor
l'animale avrà di pochiſſimo aere biſogno, e baſteragliquello, che, o colla
ſola traſpi sazione, o con qualche forte ancora di imperfetta reſpira zione
ſuccerà;e p cal cagione poſſono détro alle acque vie vere i peſci; imperocchè
nell'acque, benchè aere non vi ſia almeno che ſenſibile appaja, vi ſono
impertanto parecchi, e parecchj aliti, i quali cosìdalla terra, come altronde
gli vengono ad ogn'ora ſomminiſtrati; e trapelando queſtinel corpo de'peſci,
adempiono il medeſimo uficio dell'aere col riportarvi quelle ſoſtanze, che, o
nel fangue, o ne'liquori al ſangue equivalenti impedir potrebbono la
formentazio ne, col mettergli giù nell'acqua, acciocchè l'acqua ſe n’ abbia a
ſcaricare, comunicandola all'aere più vicino; il che ſe mai lor viene impedito,
rimangono i peſci poco ftanto privi di vita. Nell'uovo poi, e nell'utero
eſſendo i mo vimenti dell'animale non molto grandi, e maſſimamente fra queſti
il formentante, ed eſſendo anche oltremodo mol lise li; e pieghevoli, e poroſi
i ſuoi vali, può baſtar ſolamente quell'aere,che per li pori vi trapela; e ſe
mai dal freddo, o da altra cagione vegan chiuſi i pori,nõ entrādovi più l'aria,
ceſſa nell'uovo, e nell'utero la formentazione del ſangue, e ſe ne muore
l'animale; ſenzachè non è di picciolo mo mento a mantener il debile moto
formentativo nell'anima le racchiuſonell’vuovo,ilpicciolo,e rimeſso eſteriore
caldo, che o dalla chioccia,o dalla fornace, o dal fime gli vié comum nicato; e
come tutto dì veggiamo,nc'vaſi ermeticaméte fi gillati, il calore del bagno,o
del fime è valevole a far sì, che non ſi attuti, anzi duri, e fi accreſca nc'liquori
la formen tazione. Aggiugneſi, che mal ſi può render volante quel la
nobiliſſima ſoſtanza, la quale continuamente a vivificar le parti dell'animale
dal ſangue lor ſi communica,ſenza l'ac re, in cui mai ſempre troyanſi
quc'volanti corpicciuoli, che ajutano la formentazione. Ma laſciando queſto
ſtare al preſente, forſe noi cammi namo dietro la guida d'un cieco; e altra
peravventura ſa rà la vera opinione d'Eraſiſtrato, la quale a dir il vero vien
portata in sì fatta maniera da Galieno, che ſembra ch'egli, o non l'aveſſe
inteſa, o non l'aveſſe voluta intendere, come fa anch'egli nel rapportare quellaltre
opinioni d'Eraſiſtra to intorno alla cagione,per la quale ſe ne muojan gli ani
mali nelle mofete. Vuole Eraſiſtrato, per quel che ne nar ri Galieno, che ſe ne
muojan gli animali nelle mofete, e nelle ſtanze chiuſe, einfette o dagli
alitidella calce, o dal fummo de carboni, per ritrovarli in sì fatti luoghi
l'aere ad un tal grado ſommo di tenuità ridotto, chene fi riceva dall'arterie,
ne ricevuto per eſſe ſi poſſa ritenere; ma con grandiflima facilità fe n'eſca
fuori; laonde per mancamen to di ſpirito egli ſe ne muoja neceſſariamente
l'animales. Prende a gabbo una tal ſentenza Galieno, e dice, che do vea dire
più toſto Eraſiſtrato,che ficome nel pane, ne’logu mi, e in altre ſomiglianti
vivande fi ritrova una qualità as noi contraria, così ancora una sì fatta
diſpoſizione d'ae re ſia bcnigna, e amica agli ſpiriti, e un'altra maligna, es
nimica. Vu 2 M2 1 !. Ma nondimeno
conobbe chiaramente Galieno la vani rà del ſuo ragionamento; onde vien
coſtretto a confeſſare d'eſſergli di ciò naſcoſa la vera cagione; come ſi può
vedere nel libro dell'utilità della reſpirazione; ma che che ſia di Galieno, lo
ammiro grandemente l'acutezza dell'ingegno d'Eraſiſtrato, e'l ſuo modo non
guari lontano dal vero filo fofare intorno a tal faccenda;e forſe la fua
opinione ſe ſi va fottilmente vagliando non ſi ritroverà tale, quale la s'im
magina, o la fi dipigne Galieno; il quale a dir il vero ſem brami troppo groſſo
in ciòse materiale,anzi che no, facen dofi egliacredere, che Eraſiſtrato da lui
medeſimo in sigra pregio avuto aveſſe ſognar mai potuto che Paer pregno del
fummo de carbonizfia del puro aere piu tenue, e più ſottile. Ma lo per me porto
fermiſlina opinione,chc Eraſiſtrato aveſſe fatto differéza tra fúmo e acre,
come da ognun falfi fra l'aere, e l'acqua;e che non altro per tenue aveſſe
egliin tendervoluto, che picciolo, o poco: imperocchè la p.2 rola asfilos,
della quale e' li valſe, ſecondochè dice Galie no ſteſſo, non ſolamente ſuol
eſfer preſa da'Greci antichi a fignificare quel che noi Italiani diciamo
foteile, e che da' Jatini ſi dice tenuis;ma ancora per dinotare,come ſi può ve
derein Ariſtotele, e in qualch'altro autore di que' tempi, quel, che i latini
chiamano, cxiguus, e noi picciolo, o po co diciamo. Or chidomine non fa, che la
dove è aſſai de ſo il fummosivi ſi ritrovi in meno quãtità l'aere? Conferma fi
ciò che lo dico dalle ſteſſe ragioni d'Eraliſtratos per Ga lieno recate;
imperocchè ſe l'aere delle mofetc, e di sì fat si luoghi egli foffe tal
veramente, qual Galien dice ch’af fermiErafiltrato, ch'egli ſia, cioè troppo
ſottile:con gran di ſlīmaagevolezza ſenza fallo penetrar egli potrebbe alles
art erie; concioſliecoſachè le ſoltanze diſcorrenti tutte, qu anto più ſottili
ſono, tanto più convenga, che compo he, e formate licno di minutiffime
penetrevoli particelle; lao nde ſcimunito affatto ſarebbe Eraſiſtrato in
dicédo,che per eſſer l'aere delle mofete troppo ſottile, tragittar egli no lip
offa volentieri alle arterie; ma entrarvi poi allo incontro malagevolmente vi
potrà l'aere qualora eſſendo egli pochiſfimo venga con copia grande di denfe, e
groſſe fo ſtanze accompagnato. Ma non ſi ſarebbe vanamente nel vero aggirato
infra tante ciuffole, e anfanie Erafiltrato, ro con diligenza degna d'un sì
grande filoſofante aveſſe poſta ben mente alla natura delle mofete; perchè
agevolmente aurebbe per avventura rinvenuta la vera cagione, per liza quale in
quellamuojono glianimalisin iſcorgédo la mofe ta eſſer una diſcorréte ſoftāza
più groſſa, e grieve affai dell? aria; e comechè nõ umida, in altro poi non
guari dall'acqux disſomigliāte;e gli aliti della mofeta unirſi nella guiſa me
deſima appunto,che veggiam infieme unirki i zampillidel le acque, e mátenerf nelle
cocavità nõ meno ſtrettamente uniti infieme, e congiunti, che que' dell'acqua
nelle fon tane fi facciano; e non altrimenti che l'acqua incontrando declivo il
terreno, correr alla in giù la mofeta. Errò pari mente Eraſı trato la dove
c'credette eller la carne non al. tro, ch'un accozzaméto di ſangue
rappigliatose raſſodato, da che la carne è veramente un compoſto di picciole, c
mi nute fibre; e di fibre parimenté vengon formate le piccio liffime
glandolette, che ſparſe perentro, e ſeminate vifo no; c quantunque la carne del
fegato, e della milza paja, nella prima viſta una mafſa di ſangue, pur
nondimeno tal non ritroveralla chiunque mettédola in acqua a macerare, faccia,
che ſe ne ſepari quel ſangue, che vi ftà meſcolato; che allora manifeſtamente
delle già dettc fibre tutta appa rirà ella refuta. Ma paſſando ad altro, che in
Erafiſtrato lo ho ritro vato; egli mi ſembra, che ſi foſſe in qualche ſembian
za di verità incontrato in diviſando delle febbri, in quella guiſa, che s'è da
noiaccennata; non conſiſtendo verame te in altro la natura della febbre, ſe non
ſe in un tal certo movimento non ordinario, e non naturale del ſangue; ma non
prende egli a ſpiegar mai poſcia, anzine men cura, per quelche fappiamo per
bocca di Galieno, d'andar inveſti gando, come a razionalmedico fa meſtieri, le
cagioni,on de ciò poſſa avvenire; il che avrebbe potuto fareegli age
volmenteper avventura,ſe li foſſe innoltrato maggiormen te nella filoſofia; ne
gli mancò, al mio credere, ingegno, ne animo ad una tanc'impreſa acconcio; ma
gli vennero meno gli ſtrumenti, i quali la ſola Chimica da lui nonco noſciuta
ſomminiſtrar gli potea Ma che cheſia di questo, non potè celarſi all'acutezza
del ſuo intendimento, che la digeſtion del cibo non ſi fà al trimenti dal
calore; ma inveſtigar nondimeno, e rinvenis non ſeppe egli mai que'
ſottiliſſimi vapori nel ſangue, onde il cibo ſidivide, e li rompe in
minutiſſime parti nello ſto maco; e comeche conoſceſſe ben egli ancora il
ſangue non eſſer da ſecaldo, non potè egli nondimeno però penetrar mai, onde, e
come il ſangue caldo diveniffe, e fi conſer vaſſe negli animali. Maper far
qualche parola dietro all' eſercizio del ſuo meſtiere: egli maneggiò l'arte
Eraſiſtrato così magnificamente, che niun'altro tanto mai più,ne pri ma, ne
poi, per quello, che noi ſappiamo sì ragguardevol mente la ritenne. Ma egli non
ha però dubbio niuno,che col profondo ſapere, colla gran fua diligenza, e
induſtria gli s'accompagnaſſe proſperevole anche la fortuna: la qua le al
maggior huopo nonmancò di favoreggiarlo, avendo egli dalla vicina morte
ſottratto, e penetratane la cagione a tutti naſcoſa della graviſſima malatcia
del regal giovanet to Antioco figliuolodi Seleuco,il quale in ſua lode così fa,
vella appo il noſtro loyrano lirico E ſe non foſe la diſcreta aita Del fiſico
gentil, che ben s'accorſe, L'età fua ſul fiorire era finita, Or chi è per Dio,
che apertamente non conoſca aver avu to in ciò grandiſſima parte la fortuna. E
non potea egli agevolmente ingannarviſi Eraſiſtrato, e in vece dell'oro, delle
dignità ſupreme, degli onori, e della gloria immor tale, ch'e'guadagnonne,
obbrobrio, e vituperio eterno riportarne? Ma in ciò imitar lo volle anzi
emularlo Galie no, le pur è vero il ſuo magnifico racconto allorche e' ſco
verſe quella Romana femmina eſſer preſa forte dell'amor di Pilade ballerino; c
comechè egli vanti aver in ciò ſupe lato rato il medeſimo Erafiftrato, ſe pur
tale appunto andò law biſogna, qual egli la narra, non però di meno per eſſere
fata colei viliſſimadonnicciuola, non ne riportò Galieno, ſe non quella gloria,
ch'egli a ſe medeſimo attribuiſce, in iſcrivendo a Poſtumo talconvenente. Ma
per toccar qualche coſa intorno alla maniera del medicare tenuta da
Erafiltrato,fi pare,ch'egli nonmolto ſi Je i Salopsi ſoddisfece, ne troppo ſi
valſe delle purgagioni: delle quali affatto ſi tenne egli nelle febbri; e dar
ſolamente le ſolea in altre malattie, che'lrichiedeario; ſi portava egli sì
fattamente con gli infermi,che ſenza lor molta moleſtia, e riſchio alcuno
recare, e ſenza porgerne loro cagione, fol con iſtrettamente cibargli,
felicemente conſeguire ſperava ciò che altri dalle purgagioni, e da’ ſalaſli
attendeano. Ma nonmeno Eraſiſtrato, di quel che Criſippo ſuo maes ftro s'aveſſe
già adoperato, ftudioſſi egli ancora di ridurre alla ſua antica ſemplicità innocentee,
inerme la greca me dicina; vietando ſeveramente i ſalafi, i quali s'erano a po
co a poco in tutte le ſette della medicina introdotti; per chè ſi vede chente,
e quale e' fi foſſe il valore, e quanto grande l'animo di Criſippo, e
d'Eraliſtrato, i quali ebbero ardimento primieramente di far fronte
all'oſtinata bruzza glia del vulgo, e rincuzzare una già quaſi preſcritta
uſanza nella medicina. Ma le ragioni delle quali eglino fi valſe ro a ciò
perſuadere,vengon deliderate da Galieno; ne accé na egli una ſola d'Eraſiſtrato:
la quale ſiè, che nel ribut tamento del ſangue non ſi dee ſegnare, acciocchè
per lo mancamento di eſſo non vegna poi coſtretto il medico a cibare fuor di
tempo l'infermo; e in ciò loda grandemente egli Criſippo ſuo maeſtro, il qual
dice, che in ciò ebbe ri guardo,non ſolo alpreſente, ma all'imminente male anco
ra; concioſſiecoſachè al ributcamento del ſangue agevol mente ſeguir ne ſoglia
l'infiammagione, in cuiilcibare ric fce ſenza fallo molto, e molto pericoloſo
a' poveri infermi; ed egli è forteda temere, che chiunque dopo l'etſer legna zo
dee portar la famc gran tempo, non vegna a mancare; indi poſcia ſoggiugne, che
per sì fatta maniera adoperan doni doſi nel medicare Crilippo, n'acquiitaſſe
lode, e gloria immortale. Mas'altra ragione di ciò ne recalle Erafiſtrato, Io
no'l ſaprei diterminare; non potendoſi preſtar fede in si fatta materia a
Galieno; cercando egli, come avviſa eziandio alcun de'ſuoi più parziali ſeguaci,
a diritto, e a roveſcio il meglio ch'e'potea d’avvallar la gloria, e la
famad'Erafi ſtrato; c anche talora tentando a forza di ſofiſmi, e dica lunnia
(trappargli di mano la ſignoria della medicina. Recar ſi veggiono in mezzo da
Galieno alcune frivolei ragioni de'parteggianti d'Eraſiftrato; ma da Galieno
me. delino per avventura fognate. Maegli ſi dee fermamen te credere, che non
poteano mai, ne Criſippo, ne Erafi. ſtrato, ne Medio, ne Ariftogene bandire,
introdurre, mantenere in piede poi una maniera sì da quella diverſa ch'era
comunemente in uſo, ſenza farne ben prima pruos va con qualcheprobabili
ragioni, colle quali moſtraffera eſſere ſtati a ciò fare tratti di peceſſità, e
non da vaghezza alcuna; ne poteano altrimenti facendo difenderſi ne'lini ftri
avvenimenti delle malattie; e forſe Criſippo, o pure Erafiltrato qualche libro
particolare ne compofe non per venuto alle mani di Galieno; il quale dice
chiaramente una volta, che l'opere di Criſippo crano molto vicine a ſmar richi,
e ad eſſer ſommerſe in perpetuadimenticanza. Ma quando primieramente cominciato
foſle nella Gre cia un sì crudel coſtume d'aprir col ferro, o col morſo di
velenoſi vermini le vene, e colla luſinghevole ſperanza di fottrarla a'
preſenti, o a'ſopravegnenti mali,impoverir dell? unico ſuo ſoſtentamento la
vita, egli è coſa malagevolen aſſai nel certo,anzi per avventura impoſſibile a
diſtinguere; folamente,che non ſi poſſa porre in dubbio e' mi pare,che'l crar
ſaugue,nemolto nepoco, ne'primni antichillimi tempi della medicina appoi Greci
in uſo niuno noirera; ne Ome ro, il qual non iſdegna con abbaſſarſi alle più
menome par ticolarità delle coſe porre in non cale la dignità, e la gran dezza,
e magnificenza convenevole all'eroico poeta, livi de giammai far mézione alcuna
del ſegnare nella cura del le ferite di Marte, diMenelao, d'Euripilo, e di
Macaone; perchè, per tacer d'Achille, e di Patroclo, ne Podalirio ne Macaone,
eſſendo favoloſo ciò che di lai narrali intorno a tal convenente per Celio
Rodigino, ne Chironę lor maeſtro, ne Eſculapio lor padre, ne Apollo lor avolo,
ne Peone medico di Giove conobbero, e.miſero mai in uſo i ſalafli, e ne meno fi
fa fe'l fegnare,da loro mcdelimi i Gre ci trovaſſero, o pur da altri popoli
l'apprendeſſero;macer tamente ciò non poterono iGrecidagli Egizaj antichi ap
parare, i quali per teſtimonianza di Socrate,da noi altro ve apportata,non ſi
valfero mai di rimedi pericoloſi; ne ore no da’moderni: imperciocchè coſtoro,
come avviſa Dio doro, altra ſorte dirinedj non ebber mai in uſo, fuoriſo
Jamente, che criſtei, digiuni, purgative medicinc,e vomi tive. E ſi pare, che
dagli Egizzj nell'altenerſi oglino mai ſempre da’lalaſli veniſſero imitati i
fapiéciflimi popoli Chi neli, nel cui paeſe, che poco cede in grandezza
all'Europa, ma l'avanza di gran lunga nel numero degli abitatori,non di vide
mai, comedicemmonoi già, trar ſangue in infer mità vcruna; il cui eſemplo han
ſeguito quei della Coccin cina, del Giappone,e tutti quegli altri popoli porti
in quell' eſtremo tratto della terra, che bagnata viene dall'Oceano orientale;
e in modo tale abborriſcono i Cineſi medici i falali, che ne i Saraceni, allora
quando i Tartari occupa rono quell' imperio, neinoſtrive l'han mai potuti intro
durre.? Ma che che ſia di queſto, chi poſe in uſo primiero il trar ſangue, Io
immagino, che fi movcffe, e ſpinto vi. foffe, non già come immaginò Plinio (ſeguito
in ciò fol lemente dalMontano, e dal Vonio) dall'eſemplo del caval lo del fiume;
non eſſendo miga vero ciò, che ſe neraccon ta, come. Avempalace Arabomedico
avvisò; ma dallo ſcor gere forſe, che dopo qualche ſpontaneo uſcimento di fan
gue,o dalle narici, o da altra parte ſi vedea cedere in qual che parte il malc
e sì crebbe l'uſo del ſegnare nella Grc cia, checonvenne, che Ippocrate,
c.prima gli altri più ani tichi landaſſero a poco a poco riſtrignendo, sfidando
per It' ! d ſe per avventura di torlo via affatto Ma non ſarà forſe fuor del
noſtro propofito a rap portare ora alcuna delle tante ragioni, colle quali po
trebbeſijs’Io pur non vado errato, sì fatta opinione difen dere. La vita degli
animali (dico ora vita, largamente parlando x quello, ſenza cui al corpo,
comechè compiuto, e ſufficientemente organizzato; non può l'anima accoppiar ſi,
o ſtar tantoquantoin lui ) egli ſembra, che in altro ve ramente non confifta,
che nel ſangue, o in qualche altro- li quore alſangue equivalente, che in
alcuni animali in vece di quello (i mira. Coſa, la quale non può punto dottarſi
da chiunque avviſa, che collo ſcemo del ſangue fcemaſi agli aniinali anche
manifeſtamente la vita; perchè ſe non per forte diſtretta, e neceſſità quello
non li convience vuotar negli animali. Ma delle due maniere, colle quali il
ſangue menomac puoſli, ciòſono, ocom trarlo fuora a viva forza da'vafi, che'l
contengono, o con dar ſtrettamé te', e a riguardo il cibo; il trarlo certamente
è quello, il qual reca nocimento, e danno maggiore, e più gli animam li
affraliſce; concioſliecoſachèfgorgando il ſangue, con quello inſiemene
ſvaporano quelleſottiliſſime volanti ſo ſtanze: per le quali, e del chilo
s'ingenera il ſangue, cin, priina de'cibi s'ingenera il chilo; ne può il ſangue
mantc werſi nel ſuo ſtato, nevivificare le parci dell'animale, ſenza loro; il
che apertamente da chiunque mente vi ponga; po tendoſi di leggieri avvilare,
non fa luogo, ch'Io ne faccia parole. Quinci chiaramente ſi vede, c'l confeffa
il medeſimo Ga lieno, che potendofi, qualor ne faccia meſtieri, acconcia mente
coldigiuno menomare il ſangue, non fia ciò da fare in modo alcuno coltrarlo
fuor delie vene,maſſimaméteove ègrade malattia;imperocchè quelle nobiliflime
foſtāze,che detro abbiamo effer nelſangue, ajutano oltreinodo gl’in fermia ſtar
vigoroſi della perſona ſenza eſſere diſvenuti, affranti dal male, e giovano
affai al mantenimento di quel li, cafar laro ricoverar la ſalute; perchè quanto
più gra voſe, e di riſchio ſono le malattie, più nocevole certamente è il erar
fangue, e men fi eonviene. Malaſciandoda parte ſtare ciò che berlingando diceſi
Galieno intorno al dovere fcemareil fangue, onde preſeg cagione i ſuoi ſeguaci
di continuo aggirarli infra vane, e inutili contefe: certa coſa è, che'l ſangue
può eſſer nocevo le agli animali, o per ſoverchio di rigoglio, e d'abbondan za,
per cui o di preſente cagionar puofli in quelligrave ma latcia, o perchè egli è
sì, e talmente piggiorato in tutto, in parte, che traligni dalla ſua natura, e
non ſi conformica quella dell'animale:0 pure perchèegli inſieme e malvagio, e
ſoprabbondevole s'avviſa. Ora in tutti, etre queſti caſi certiſſima coſa è,
che'l ſegnare è fommamente nocevole E per cominciar dal ſoverchio del sāgue,
chi negherà quel lo non eller mica vizio nella perſona: ficome anche vizio egli
non è nella vita civile l'effer riccamöte fornito a denari, o d'altro,che
meſtier faccia ad huomo per bene, e agiatame te vivere. E apertamente avviſafi,
che coloro, che fom mamente in ſangue abbondano, ſon più d'aleri forci, e be
atanti della perſona. Ma ficome la copia delle ricchezze, comechè buona coſa
quanto a ſe, pure ad uſo cattivo da gli huomini adoperandori, ſuol di
gravidanni talora eſſer cagione: così anche l'abbondanza del ſangue, avvegna
chè buona, e laudevole fia,può talora nuocere, ſeconda mente che per noi ſopra
il fecondo aforiſmo del primo li bro d'Ippocrate già fu accennató. Orrel
foverchio del ſangue può táto nella perſona adou perare, che ragionevolmente ne
debba temere il medico, poco ſenno ſenza fallo farà di lui a volervi riparar
col fa Jaffo: potendo ben eglicon imporre ſtretto digiuno ciò ac conciamente
fornire. E ſe'l male è già fufficientemente appiccato, ne di quello il ſangue
punto più s'inframerre; che monterà egli attutar la canapa, acciocchè la
girandola già preſa di foco non ſi conſumi? o pur che monterà egli ſpuntar la
ſpada, perchè la ferita fattane fi ſaldi? E ſe pur dura oſtinato il ſangue a
tener mano al male, oglirecas qualche impedimento alla cura di quello, può bene
il me dico avveduto ſenza ricorrere al pericoloſo partito della X X 2 1: { so
laſſo, con imporre all'infermo, che più o meno fi riman ga da' cibi: o più,
o'meno, ſicomcli conviene, menomar lo. Nein ciò è da riguardare a ciò che in
contrario ſi dice Galieno, cioè, ch'alcuni corpi v’abbia, i quali non così
agevolmente potľano il digiuno comportare, per eſſer egli no caldi, e ſecchi in
compleſſione,e come e' dice, collerici; '. concioſliecofachè, per tacere, che
ritrovar non ſi poſſa mai ficcità ove ſia gran ſangue, maſſimamente laudevole,e
buo no, qual G ſuppone: e che la collcra non s'inframetta pun. to nelle vene,
nelle quali, come altrove diviſato abbiamo, ne meno in que'mali, che ſecondo
effo Galieno dalla col lera avvengono, nelle vene ſi trova: e che in sì fatti
corpi non poſſa eſſer troppo abbondevole il ſangue per lo ſmalti mento, che
continuo di quello falli: può bene il medico co medicine, che attutino la
collera, e con beveraggi, che non facciano ſe non ſe pochiſſimo ſangue,
acconciamente a ciò dar riparo; ſenzachè in cotali corpi, i quali oltremo do
abbondan di collera,ſicome faggiamente avviſano Ip pocrate, e Avicenna,ſon
pericoloſi iſalasſi; e ſe ciò fonte, c'huom collera aveſse nelle vene,
impoſibil certamente egli ſarebbe, che non n'aveſſe ancor nello ſtomaco: nel
qual caſo ne men Galieno medeſimo ardirebbe a trar ſan. guc agli infermi, per
qualunque gran male cglino aver ſero, Ma ſe'lſangue è malvagio, o cgli è per ſe
ſteſſo tale, o pur altronde la reezza gli vien comunicata. Se altronde gli vien
comunicata, non che giovi mai il falaſſo, anzi egli è ſommamente nocevole;
imperciocchè, non che per lo trar del ſangue ſi ſcemi mai il mále,anzi ne
monterà egli maggiormente, c più fiero, e rigoglioſo diverranne, ufcé do
inſieme col ſangue quelle nobilisſime ſoſtanze, che di cemmo: le quali poſſono,
e nel ſangue, e in quella parte, ond’al ſangue diſcorre il male, rintuzzarne
l'impero:e ſcio gliendo, e aminendandocacciar via dal corpo per cieche, o per
ſenſibili ſtrade quel caccivo ſugo, onde cotanto attri ſtivali il ſangue. Echi
voleſse ammendare il ſangue coil cavarne dalle vene, farebbe come colui che con
trarre acqua da un lago, in cuicontinuo acqua ſalmaſtra, o dall'int. teriora
della terra,o altronde trapeli, voleſſe quelle addol cire. Ma ſe'l ſangue per
ſe ſteſſo è cattivo, con trarne parte, non mé cal rimane, qualſe vin ravvolto,
o aguzzo emend.:re ſperaſſe mai ſcimunito contadino, con trarne dalla botte al
quáti maſtelli; ſenzachè l'infermo, perdendo anchequel le menzionate fpiritualı
ſoſtanze, le quali ſole poſſono i difetti del ſangue ainmcndare, il nuovo
ſangue, cheper quelle s'ingenera, e'l chilo diverranno mai ſempre pig giori. E
quinci apertamente avviſar puofli, che ne merz faccia luogo il ſegnare, quando
il ſangue nella perſona ab bondevole inſieme, e viziofo ritrovali. Ma per farci
più addentro nella preſente quiſtione: l'al terazione, o'l cambiamento del
ſangue, o egli è in tut to effo, o pure in qualche una, o più delle ſue parti,
ość. fibili, o inſenſibili ch'elle ſiano ſi trova; oveche ſi covi il difetto,certaméte
inutile affatto, e dáncvole ſarebbe il crar lo; concioffiecoſachè il l'angue in
guiſa meſcolato per lo continuo movimento della tormentazione, e confuſo ne
vali ſi ritrova,, che non men della parte vizioſa di quello, la buona ancora
col ſalaſſo fuori ne ſcorga; perchè queſta, debile, e infiebolita rimaſa, meno
certamente potrà rin tuzzare, e ammendare l'avanzo della cattiva. Ma potrebbe
per avventura alcun dire, incontrar tal volta ne'malati, che il ſangue loro ſia
tutto buono: ma che ſol qualche ſoſtanza di qualità cattiva, o dentro a’ vaſi
in generata, o altronde in quelli venuta,come vermini, e altre fomiglianti
ſtrane coſe, chenel ſangue talora anche d'huo mini ſani ſi ſcorgono, renda
quello vizioſo; e allora col fa laſlo ſi poſſon molto bene quelle vuotare; ne
per altra ra gione alcune malattie ſcemanſi talora, o affatto li ſpegno no per
uſcimento di ſangue dalle nari, o da altra parte del la perſona. Io certamente,
ſe ciò foſſe vero, a sì fatto argomento non ſaprei lo che riſpondermi: e non
che a ſegnare diſtor nerei i noſtri medici, anzi a ciò ſommamente confortar gli
devrei; ma in verità altrimenti va la biſogna; perciocchè, o che nel ságue la
vizioſa foſtáza s'ingeneri, o che altróde a quello avvegna,no guaridopo il
ſuomagagnaméto tra plo moviméto in giro del ſangue,e per quel della formentazio
ne, convien, che quella sì, eralmente ſi meſcoli, e li ri volga inſieme con
quello, che è buono, che ſe di tutti, e due non ſi ſgoccino interamente i vaſi,
certamente non ſe ne potrà egli giammai tutto il malvagio ſpiccare. Anzico me
in tutt'altri vuotamenti avviene, anche in quelli, chej per più larga bocca ſi
fanno, certana coſa è, che allora il fangue piùpuro, e più ſottile più
agevolmente ne ſpiccia fuora, rimanendo ſempre quaſi inorchia in fondo ilmalv.2
gio; ſenzachè può talvolta ne pori de'vaſi sì facramente fare inframeſfa la
cattiva ſoſtanza, che per trarne tutto il ſangue ne mencertamente quindi
ſpiccar ſi potrebbe. Ma ſerbiſi pure ella ſolamente nel ſangue, e per lo
cotinuo ri volgimento di quello ella ancora ſimuova: certamente il caſo ſolo
operar potrebbe, che in paſſando per lo ſpiraglio della vena, trattadalla foga
del ſangue ancor ella per la medeſima ſtrada fuora ne ſgorgaſſe. Ma certamente
il co trario tutto di avvenir veggiamo, maſſimamente nel velen della vipera: il
qual penetrato una volta entro il ſangue,no ſi può quindi per ſalaſſi ritrarre
giammai, ſe non ſe quando di preſente ſi taglia l'offeſa parte; perciocchè
allora non penetrato ancor molto addentro il veleno, inſieme col fan gue fe
n'elce fuora. Ne dee ſempre il medico avveduto prender guardia d' imitar co' ſuoi
argomenti in ogni coſa la natura; concioſ fiecorachè non può egli ſapere comc,
quando, e perchè quella opcri. Avvien talora, che s’alleggj, o affatto ſpe
gnaſi qualche malattia dopo uſcimento di ſangue;percioc chè nel tempo medeſimo
incontra per avventura, che la ca gion vera del male, la qual nó avea coſa che
fare col sāgue, come altrove è detto, ſi è tolta via. Talora la cagion del
malce nel ſangue: ma dalle partiſalde nel tépo medefimo dell'ufciméto, o poco
avanti, e prima,che mclcolată fi fof ſe con tutto il ſangue, a quello mandata;
e talora, perchè nel 4 1 1 3 1Ael medeſimo tempo ella del ſangue ſi è partita:
e giunta... alle boccucce de'vali colla ſua mordacità le ſtimola,leapre, e
inſieme col fangue n'eſce fuora. Or fe poteſſe il medico mai per ſenno avviſar
sì fatte coſe; forfe ſarebbegli permel ſo talvolta il ſegnare; ma perciocchè
egli èmalagevole al fai, anzi impoßībile a comprenderle, impoſſibile altresì ſi
rendea lui la pericoloſa impreſa di poter col ſalaſſo vin cer le malattie.
Perchè quando egli follemente s'arriſchia ad adoperarlo, ſi pone inmano della
fortuna:e'l nocimen to, e'l danno è ſicuro, e'l giovamento molto incerto, che
ne poffa all'infermo ſeguire; e maggiormente che rariſſi me fiate ciò che lo
hodetto incontrar fi vede.Perchè ſcioc chi ſon da ripurar ſenza fallo coloro,
che da quelle pochiſ. fiine volte, che felicemente per opera della natura ciò
av. vcnire ſcorgono gvoglion, che parimente dall'arte ſempre mai ſeguir debbawo
Mafe nel fangue farà per avventura in parte ſcema to il movimento in giro, o
quel della formentazione, allora ccrcamente, non che rieſca giovevole, ma
dannoſo olcremodo ſi ſperimenta il Talaſſo; imperciocchè per quello fcemandoli
quelle parti, onde al ſangue cagionanſi eſimo vimenti, diverranno eglino ſenza
fallo minori;ma le i movimenti faran creſciuti, comechè fembri, che per ſegnare
debban ceflare, fcemandoſiquelle ſoſtanze nel la perſona, onde effi' movimenti
procedono: non però di meno rimanendo in piede la cagione non naturale, per cui
il' moviméto in giro, e quel della formentazione nelſangue accreſciuto ſi era,
nonſolamentevano ſarà il falaſſo, ma altresì ſommamente nocevole; perciocchè
con quello fi vé gono a tor via dal fangue le ſoſtanze ſpirituali, le quali ſo
le poſlon vincere, e ſgombrare la cagione non naturale,per cui que’movimenti
oltre al dovere, sformatamente accre fciuti ſi erano; ſenzachè in que'movimenti
sì factamente avanzati, ſi fà grandiſſima perdita di Sangue: e poco, o nulla fi
dee cibar l'infermo; perchèfe vorreio a quello col ſalaſſo ancora torre il
ſangue, egli correrà certamente grá diſſimo pericolo della vita. Ma ſe'l ſangue
li ferma in qualche parte falda del corpo, come veggiamonelle infiammagioni
avvenire, allora non è da ſcemare il ſangue co'ſalaſli: ma sì ſi dee prender
guar dia, che ſi toglian via le cagioni, onde quello a fermarſi quivi fu
coſtretto se ciò non ſolamente, perchè il ſangue allor dalla febbre, che
s'accompagna coll'infiammagione, grandemente ſcemaſi, e perchè poco, o nulla
ſidee l'infer mo cibare: ma ancora, perchè quantunque ſe ne traggu
daʼvafi,quel,che rimane,ſi fermerà pure Oſtinato quivi,e tā to più,quáto ſarà
facto men vigoroſo il ſangue a più oltre pasſare;come veggiamo ne'mali della
gola, e della pleureli avvenire; ę fcorto manifeſtamente ſi è allor che ſpina,
o al tra fomigliante coſa ſi ficca nella carne, che con quantun que ſangue
trarre, non ſi può far sì, che non vi accorra in fiammagione: evi ſi ripara
ſolamente con trarne la ſpinews ſenzachè col ſalaſſo dipartédoſi dal corpo ciò
che ſcioglier puote il ſangue rattenuto nella parte offefa, ne viene av
montaremaggiormente il male. Neha luogo niuno certa mente quì, o la derivazione,
o la rivulſione, che chia mano i medici, percui eglino tutto dì ſono a zuffc,
eacă teſe in volendo riconciliare alcuni luoghi d'Ippocrate, e di Galieno: i
quali variamente ne favellano; imperciocchè movendo di continuo il ſangue in
giro, da qualunque par te egli ſi tragga, ſempre ne liegue il medeſiino: c
niente ri lieva quantunque l'arterie ſi ſegnaſſero; imperciocchè vuo. tandoſi
l'una parte del ſangue da'vaſi colla lanciuola, inco tanente nuovo ſangue
dall'altra vi diſcorre: ficome in fiue micello avviene, le cuiacque per varj
ravvolgimenti ricor rando a guiſa diconfuſo labirinto s'incontrano: E mentr’ei
vien,se, che ritorna, affronta, E comechè i moderni per no li dipartire in
medicando da gli uſi comuni, ſi ſtudjno, e s'affarichino dicoglier pruove; no
però di meno apertaméte ſi vede cheindarno li beccano i geti; per maniera,che
un di loro ebbe manifeftaméte a co feffare, che in ciò deſli ſtare alla ſola
ſperienza; comcchè al cuni più ſaggi,e avveduti affermino le ſperiēze tutte
recate dagli antichi a queſto propofito eſſer fallaci, e vane.Perchè
ragionevolmére temevano i più famoſi Galienifti, che fiori vano a que'tempi che
da prima ſparſeſi la circolazion del ſangue,no ſe n'aveſse a travolger tutto, e
andar a foqqua dro l'uſo del medicare comunemente ricevuto; e queſta fi fu una
delle cagioni, perchè un sì lodevol ritrovato tanto lor rincreſceſse.; el
principal.degli argomenti, che contro a ciò giammai fi ftudiaffero di fare il
Riolano, il Primero fio, il Pariſano,e altri ſi fu, che come narra l'Arveo:
ftão se circuitu phlebotomia nonrevelli; quit ſanguisnibilominus parti
affetteimpellatur. Ma comechènó ſapeſſe l'avvedu tisſimoGio:Battiſta Elmonte
dell'aggirainento del ſangue, pure ebbe egli tanto d'intendimento,chegiunſea
conoſcer ja vanità della revulſionc,,.e della dirivizionc,allor che iit facendo
paroic della punta c'diſle: Quam circumfpečte ſunt Scholæ in fermocinalibus,
&artificialibus: que in natura nil nifi ludicra ſunt! Quoniam etiamfi vena
cubiti ufque in cavam totum depleat cruorem: do hecconſequutive èvena azygos
cruorem extrahat; fcire tamen deberent ſcholæftatim poft, totumiterum cruorem
æqualiter in venas reftitui: adeò licet.vena cubiti tatapoffetevacuari (quodnunquam
) tamé mox iterum totus cruor equareturper totum venarum cótex tum. Vnde
manifeſtum fit vanas efle revulfionis, deri vationis nanias: quippe quibus
conceſſis adhuc non nifi pro paucula mora inſervirent intenţiopi, Perchè ad
alcuna delle dette ragioni, per tacer della ſperienza, riguardando per
avventura quegli antichiſſimi medici della Grecia, i quali prima d'Ippocrate
fiorirono, ma in quel tempo, che'l ſegnare era già nella Grecia in trodotto,
furono così ritroſi, e guardinghi in crar ſangue: ne mai oſarono ſegnar nelle
febbri, anche ardentiflime.Ne Ippocrate medeſimo, come ſi vede
nc’libride'luoghi dell' huomo, e in altre ſue opere, fegnò giammai nelle febbri,
ſe non folamente in quelle, che da grande infiammagione dentro cagionanſi; e in
alcuni mali vuole egli di ſtrettamen te, che da ſegnar ſia con tal convegna,
che non vi ſia feb bre; e avviſa egli oltre a ciò una fiata, che dopo lungo
uſci Y y nicht mento di ſangue dalla matrice d'una donna, le ſopraven ne la
febbre: coſa,la qual veggiamoanchenoi più d'una volta avvenire. Ne è punto vero
ciò che dice Galicno, che Ippocrate porti opinione, che in tutte acute, egrandi
malattie ſia datrar ſangue;concioſliece ſachè in quel luogo per noigià recato,
in cui ſi conrende da Galieno', che ciò egli affermi, egli nel vero non di
tutti mali acuti vuol che s'intenda, ma di que'ſolamente, de'quali egli quivi
ragio na, sì veramente, che ſien grandi; e imperò vípoſe la par ticella deg che
i Latini dicono fed, o pure verùm, e noi diciamo ma: della qual particella
Galieno in ſu quel luogo non fa menzione alcuna, e artaramente la tace per
poter quello recare a ſuo concio; perchè i ſeguaci d'Ippocrate forte ne'l
tacciano, dicendo, ch'egli falſato aveſſe il teſto d'Ippocrate. Ne è da tacere
quanto Galien ſi maravigli, perchè una cal ſentenza non ſia ſtata poſta da
Ippocrate negli aforiſmi; e perchè egli altresì non abbia detto, che ne'mali
grandi anche non acutiſi debba trar fangue. Ma ne men da’Galieniſti medeſimi
viene ricevuto e ap provato il lor macſtro Galieno in quel ſuo famoſo decco:
che in tutte febbri ottima coſa ſia a trar ſangue, non fola mente in quelle,
ch'egli chiama finoche, ma in quelle an. cora,che da putrefcenza d'umori fon
cagionate. E nel ve o eglino in ciò gran ſenno fanno a laſciar da parte la reve
renda autorità del lor maeſtro, e ſtar guardinghi, e ritroſi di cavar ſangue in
tutte ſorte di febbri; anzi licome eglino nella quartana, e nella terzana
ſemplice di ſegnar ſi guar dano,così nelle altre ancora ſe sbandeggiaſſero
affatto i ſa laſli, o quanto miglioriſarebbon da eſler giudicati, e più
aſſennati aſſai del lor medeſimo maeſtro; concioliecolachè nelle febbri
maſſimamente acute, e più in quelle, che ſino che chiama Galieno, per la
ſtrabocchevole formentazione, e per lo troppo riſcaldamento del langue, cotato
egli liſce ma, e s'affraliſce, e s'infieboliſce la perſona, che pericolo ſo
alfai, e nocevole riuſcirebbegli ilfalaſſo;ſenzachè dal la ſcarſezza del cibo
ancora, e per lo poco ſmaltimento di quello s’aſſottigliano sì fattitebbricoli,
e quali a buccia eſtreina dimagrano. Ma avvegnapure, che con ſegnare
rinfreſcaſſeli veram mente il fangue, ilche in cotalifebbri non ſi ſcorge, ſe
non fe di rado, eperpochiſſimo ſpazio di tempo avvenire, ri furgendo teſteſo
vie più che mai impetuoſo, e fervente il calore; non però,dimeno aſſai
ſciocchezza certamente fa rebbe a volerper poco rinfreſcamento pericolar
graveme te la perſona, e manifeſtamente porla a riſchio dimorte;
perciocchèſovepti volteincontra, che dopo il falaſſo vol gendofi a maligna la
febbre., più coſto n'uccida. E fe pur vogliam rinfreſcare il ſoverchio calor
ne'malati: che non cercar di ſcemarlo con argomenci acconcj, ſenza metterci al
pericoloſo partico de ſalaſſis che non cercar rimedj da to glier la cagione,onde
nel ſangue colla formentazione il ca lore ſtrabocchevolmente ècreſciuto, laſciando
in lui quel la vital ſoſtanza, che ſola puòl'infermo ne' ſuoi mali aju tare? Ma
ſopratutto certamente vorrei Io domādare ad Ippo. crate, e Galieno, perchè
eglino diſideravan, che ſi traef fe ſangue fin’allo sfinimento dello infermo
nelle febbri ca gionate da grandi infiammagioni dentro, maſſimamente.ne' mali
della gola, e della punta? perciocchè in quelli, fico me il inedeſimo Galieno
inſegna, ogni ſperanza di riſto ramento nelvigor.dello infermo allagaſi; ilqual
ceſſando molti ſe ne veggion miſeramente morire, eziandio nel di.chino del male,
non avendo in lor virtù, perla fiebolezza, da poter il puzzo già cotto, e
digeſtito ſpurgare. Ma ſe Galieno non vuole,che ſi tragga ſangue a'fanciul li
prima del quatroidecimo anno per qualunque graviſſimo male elli abbiano, non
per altro certamente, ſe non ſe per la grandiſſima inſenſibil vacuazione, che
continuo coloro fanno: perchè farà eglida trar ſangue nelle febbri, malli
anamente sipoche, e in quelle dell'interne infiamagioni,per cui l'inſenſibil
vacuazione, che fasſi negli infermi è ſenzaw paragone affai maggior di quella
de'fanciulli? Ma per avventura egli non fu Galieno così amico di ſe gnare.,
comeſi fanno a credere i ſuoi Galieriſti; e forſe più per oggia, e diſpecto,
ch'egli aveva nella nimica ſerta di Y y a d'Eraliftrato, cotanto egli commendò
i ſalali, che per ra. gion, che veramente ve'l traeſſe; perchè con tante leggi,
' e convegne, e riguardi egli ne riſtrigne l'uſo, che certa mente delle
diecivolte, che i noſtri Galieniſti ſegnano, ſe bé li mir231on ne ſaran due per
avventura ſecondo il vero ſentimento del lor maeſtro Galieno adoperate; e
rariſſiine volte certamente quelle ſarebbono, che ſegnar ſi dovreb be ſecondo
il lor Galicno; ma eglino credendo d'adoperar bene nelle malattie, con porre
ayanti un sì gran rincdio,e sì giovevole, qual e' dicono; non curano di trarre
a' mini feltisſimo riſchio i malati, ordinando largamente i falasſi in ogni
malattia ſenza riſpetco alcuno, anche contro i divi lamenti del lor medeſimo
maeſtro. E comechè Galieno, come teſtè diciavano, n'aveſſe una volta inſegnato,
che ottimo ſia a ſegnare in tutte ſorte di febbri,pur quando poi più
minutamente nevuol divifare raccontando ad una ad una al ſuo Glaucone le
maniere di toglier via le febbri, quaſi dimentico del falaſſo no nefà motto
niuno nella cu ra della ſemplice terzana la qual ſecondo lui muove dapll
treſcenza d'umori; e nella cura della terzana baltarda egli dubitoſo, e in nube
ne favella, tempellando nel ſuo ani mo tra'l ſoſpetto, e la paura di non
offender con sì fatto medicamento gl'infermi. Perchè ragionevolmente il Ro
rario di ciò avveduto, forte proverbiandolo diinunifeſta contraddizione nc'ſuoi
ſentimenti l'accagiona: quum aliud videatur proponere in univerſali methodo,
ficome e' dicu, quàmin particulari exequatur. Ma non che Galieno die fcendendo
al particolare, a ciò che prima accennato ave va in univerſale, minutamente fi
conformi; anzi cotanto fciocco, ebalordo egli è nelle ſue regole, come già
diviſa to abbiamo, che in preſcrivendole in univerfale, fache ſo vente l'una
all'altra contraſti, e vicendevolmente fi com battano. Così nel libro del modo
di medicar per via di fa lasſi,contro il rapportato duo diviſamento dice: lo
dimos ftrerò in queſto libro, che non che a ciaſcuno convenevol fia il falaſſo,
anziche ne men coloro, ch'abbondan oltre fiodo ia langue, fian da ſegnare, ſe
prima manifeſtamente non fa non ſappiafi. di qual natura fia l'abbondanza del
lor fan gue: e quale lo ſtato dello infermo, e gli anni, e'l luogo, e la
ſtagione, e la complesſion dell'aria ſia: e chenti, e quali fegniabbia egli
patito' o patiſca nelcorſo della fua ma lattia; per ciaſcuna delle quali
convenienze dice egli di do verne inaniteſtamente dimoſtrare, che molti ſenza
graviſ fimo for dáno ſegnar non ſi poffano. Ecco le ſue parole: Εγω επιδείξω
κατατον εξής λόγον, και μόνον άπαντας και δεομένες φλεβοτομίας, αλ' εδέ τες
πληθωρικές αυτούς, εαν μη πεότερον αυτό το πλή θG-, οποίον πτην φύσιν εα
διορίστι μετα τούτα την έξιν του κάμνονlG Xoxíarte, xai megy, noi xwegen wij,
satíscos, @osc te thonyera, sche όσα περεστ τω κάμνονασυμπώμας καθ' έκασον γαρ
τούτωνεπιδείξω πολ. λους μη φέρον ως αβλαβώς την φλεβοτομίαν. Ωltre acio avendo
Galieno nel libro cótro di Eraſiftrato, e altrove inſegnato, che del ſoverchio
ſangue trar G debba copioſamente infino allo sfinimento; nel quarto libro poi
del inetodo eglicer tamcnre in miglior ſenno rinvenuto affermanon cffer il ſo
verchio ſangue indizio del ſalaffo; perciocchè ſe huom ſa no sformatamente in
ſangue abbonda, non è egli si toſto da ſegrare: ma sì fi dee con purgagioni, e
con menomargli il cibo, c con iftropicciamenti e, altri rimedj ajirtare. Co sì
anche egli inſegna nell'undecimo del ſuo metodo, che nella febbre ſinoca no
debba il medico troppa copia di sã gre allo infermo trarre: acciocchè il debito
alimento alles parti rimanga, ne fia ſtretto l'infermo per ricoverar le
ſinarrite forze a doverſi troppo ghiottamente nutricare; non però di meno egli
medeſimo altrove dice ſe aver nella febbre finoca fino allo sfinimento ſegnato.
Ma più che in ogn'altronel nono libro del metodo moſtra affai ma nifeftaméte
Galieno quáto egli ondeggiáre, e dubbioſo in torno al ſegnar fia;
conciosſiecofachè egli quivi dica do verſi trar ſangue di preſente a'malati di
febbre finoca ſenza punto por cura che fia ilfeſto, o'l decimo giorno, o altro
giorno critico: e ciò diſtrettamente egli comanda ſenza ri fpecto alcuno.
Matoſto poi rivolgendoſi,indi a poco ſog. giugne, che ſe peravventura da altri
medici, o dagli asli ſtenti, o dal malato medeſimo ti verrà ciò vietato, allor
tu: debbj imporgli beveraggi d'acquafredda,e agghiacciata potendoli ciò
ſicuramente adempiere ſenza nocimento al. cuno dello infermo; e ſe ciò pure
ſicuramente adoperarnon ſi puote, allor comanda,che il medico ſi debba ad altri
ri. medj rivolgere forſe più accoci di queſti. Dal quale diviſa méto
manifeftaméte s'avviſa quáto poco fperava Galieno nel falaſſo a dover guarir la
febbre ſinocajāzi qnāto egli no men del ſalaſſo temeva anche dell'acqua fredda:
la qual ſe.condo lui ſmaga la perſona, affieboliſce le membra, e ren de crudi
gli umori, e ſveglia tremori, e dibattimenti nel corpo, e cagiona
nonpocamalagevolezza nel reſpirare. E ſe con molta ragione egli ebbe nel libro
primo del metodo a coinmendare oltremodo gli antichi medici; i qualicosì
ritroſi, e guardinghi erano in permettere agli in. fermi vino,o acqua, o altro
rinfreſcamento della loro ſete; che non altrimenti, che i rigorofi Capitani
a’ſoldati comā dino, o i Principia i lor popoli, cosi eglino in ciò ſtretta
mente ubbidir ſi facevano da' loro infermi: certamente Galieno, ſc avelle
creduto eſſer neceſario il falaſſo a cota li febbri, avrebbe egli il ſuo medico
conligliato,che ripu gnando altri medici, o gli aſſiſtenti, o l'infermo
medeſimo, di quello ſi rimaneſſe; maſe più a capital ſenza fallo auuto
l'aveſſe, egli ſaldo, e oſtinato nelſuo proponimento avrebe be pur confortato
ilſuo medico a doverlo metter avanti, o pure d’abbádonardi preſente la cura
dello infermo; ficome altrove in ciò che conoſce neceſſario al ſalvamento de'ma
lati, più volte il ſuo medico diſtrettamente egli ammo niſce Mache direm noi
quanto egli generalmente poca ftima faccia de Calaſſic poco in lor lifidi?
maſſimamétein quelli bro, quando contro ad Eraſiſtrato maggiormente aiz zato, e
riſcaldato vuol provar quanto ſia convenevole, neceſſario a'malari il ſegnare;allora
nel maggior caldo del la pugna, quali ſchivando la propoſta, che cotanto in pri
ma avea preſa per la punta, li rivolge contro coloro,i qua li giovani, e mal
pratici in medicare, temerariamente ove non ſi conviene adoperano il Calaſſo; e
sì cutta la colpa riverſa ſopra coloro, i quali quantunque nel cominciamento
del male traggan ſangue', dice nondimeno,cheper lor dap pocaggine ſpeſſo
gravemente pericolano gl'infermi; per chè conchiude egli diſiderar più toſto,
che cotali nuovi uc celloni non s'infrámettano dibiſogna così pericoloſa,e più
toſto per ſalvamento demalatiſe ne rimangano. Mamol to aftuto, e malizioſo
ch'egli è, ſe per prender riparo di cotanti mal capitati infermi per lo ſalaito,
n'accagiona la tracotanza, e la befraggine de'giovani e mal praticime dici:
come ciò colpa foſſe dell'età di coforo, e non più to fto del medeſimo
medicamento; perciocchè egli dice', e manifeſtamente confeffa, maggiore aſſai
eſſere il numero di que’malati, che per malamence ſegnarſi ſi morirono, che, di
coloro, a'quali tratta non fu mai goccia di ſangue. Eal la per fine egli
conchiude, che gran danno, e nocimento agl'infermi apportano que'medici, che giudicano
nel co minciamento di tutte tebbri doverſi crar ſangue. Ma che che ſia
dell'opinione diGalieno,la continua ſpe rienza di ciò baſtantemente ammaeſtrar
ne puote: e ſe li beri d'ogni neo di paſſione negli uſcimenti delle malattie
riguardiamo, ben coinprender pofliamo quelle per ſalaſli non eſſer mai ſcemare,
le per avventura giunte non ſienoa' termini loro facali se da ſe ſono ſenza
argomento alcunori ſtate; ma non così negli altri rimedi, i qualivantar poſſo
no di riparar veramente alle malattie, e cacciarle fuora dalla perſona per lor
virtù, e giovamento; ficome nelle terzana, e nella quartana avviſar puoſli: le
quali non cede do a’ſalalli; o alle purgagioni, pur dalla ſcorza del Perù só
vinte, e fignoreggiate; perciocchè quella ſolamente è ri medio acconcio loro,e
non già il falaſſo, o la purgagione,le quali coſe più coſto offédono,che
giovano in corali malat tie.Nein ciò voglio lo diftédermi al preſente,co farne
lun ghe pruove: ſolamente rapporterò l'avvenimento del Sere niſlimo Cardinal
Infante;al quale comechè per li tanti ſa laffi non foſſe rimaſta gocciola
difangue nella perſona,pur. dura, e oſtinata la ſua febbre non ceſsò mai, ne
rifinò, fin chè cacciollo diqueſta mortal vita. Anno 1641 Noven bris diſſectum
fuit curpus Principis FerdinandiHiſpaniarum Regis fratrisCard. Toletani, qui
89.diebus tertiana febri agitatus obiit ætatis 32.annorum. Etenim fublatis
cordes bepate, cu pulmone, adeoque difettis venis,arteriis, vix cochlear
cruoris in cavuum thoracis confiuxit; planè nimiru hepar oftendit exangue: cor
verò inſtar crumena flaccidum: biduo enim ante mortem plus ediffet,fi ipfi
conceffum fuiffet, Fuit enim per venæ feitiones, purgationes, hirudineſque ità
exhauftus, ut dixi; non definebat tamen tertiana fuum sypă Servare. Ne muove
punto ciò, che ſi porta per Galieno, ſe pur cgliè vero, di quelmalato difebbre
ſinoca, che ſegnato da lui fino allo sfinimento ſi guarì; concioffiecoſachè
veg. giam noi molti, e molti guarir turto dì da și facte febbri ſenza
verſargoccia di ſangue; ed'altra parte infiniti anche ſono coloro,come
teſtimonia il medeſimo Galieno, i qua li fino allo sfinimento ſegnati G
morirono; e coloro ancora, i quali a peſſimo ſtato della lor ſalute ne giunſero:
e coloro, i quali anche per teſtimonianza del medeſimo Galieno,co loro
grandiſſimo riſchio,dopo ſegnati fino allo sfinimento, affieboliti, e
raffreddati di tutta lor perſona n'ebbero ſudo ri grandiffimi, e ſoccorrenze,
comechè poi loro ne folie ccffata la febbre. Ne di ciò è punto da maravigliare;
con cioſliceofachè tra per lo perdimento del ſangue,e degli ſpi riti s'agitino,
e ſi perturbino sì fattamente le parti (alde, e diſcorrenti della perſona, che
per lo ftrabocchevol rime ſcolamento ſe ne viene a fommuovere,e disſipare la
cagione della lor malattia: e sì rimangono liberi, e lani di preſente co non
poca maraviglia de’inedeſimi medicanti. Così veg giamo per ira, o per timore, o
per altra grave, e ſubitana paffione le gotte, e le quartane, e altre dure, e
pertinaci malattie eſſer di preſente riſtate. Quinci manifeſtamente ſi
comprende, ſciocchi oltremo do, e ſcimuniti eſſer coloro, i quali per picciol
ſalaffo per fuadonſi aggiugnere a ciò, chè Galieno con largamen te trar ſangue
fino allo sfinimento aggiugner fi crede va; perciocchè coſtoro per non porſi a
riſchio d'ammazzare i malati nonolano loro con iftrabocchevolmente rea gnargli
torre affatto le forze,e sì porli in bilico della lor vie ta; ma si
mezzanamente ſegnandogli certamente non po tranno mai muover a rimeſcolamento
le parti falde', e di fcorrenti del corpo, onde taloramaraviglioſamente,come
chê con non poco riſchio della perſona, ſi riftanno le ma. lartie; perchè
da’loro falaffi altro certamente ſperar non ſi può, che certisſimo danno, e
nocimento ſenza ſperanza di riſtoramento alcuno ne'malati. E fenza fallo gran
ſenno fanno coloro, che ne più, ne meno ſegnano, pereſſer i ſa lasfi ne'malati,
o gravemente dannofi, e di riſchio, o affat to inutili. E a ciò riguardando i
più pratici, e vecchi nel meſtier deilamedicina,ritrofi oltremodo, e guardinghi
ſo 110 nel fegnare: ficome Raſi, e altri valeuti medici nell'ulti-, ma lor
vecchiaja dalle continue pruove addottrinati, nois mai; ſe non molto di rado, e
con grandisſimo riguardo ſi videro adoperare i ſalasſi. Mainoitri medici,
comechè di ciò pure fien ſufficientemente ſgannati, e ricreduti, pure per non
metter affatto in miſaſo l'antichisſima coſtuma de ſalasſi, e si laſciare anche
in ciò la medicina del lor mac. ſtro Galicno, così ſcarſamente, e a biſtento
ſegnano, ch'o ve gli antichi medici largaméte traevano il fangue a libbre,
coſtoro ſolamente il traggono a pochisſime once; ritenen do così ſolamente in
nome, e per veduta l'eſler Galieniſti in trar ſangue, quando in verità non
ſono. Ma per ritornare allamedicina d' Eraſiſtrato, egli fem bra, per quel che
nemoftriGalieno, che della materia de medicamenti egli ſi foſse allai ben
conoſciuto; e viencegli oltrcmodo da Galien celebrato: perciocchè pellegrinando
egli, e non avendo una fiata in acconcio una ſua medicina per lo ſtomaco,
ponetie ſaggiamente in opera alcuni ſughi d'erbe,le quali quivi abbondanteméte
erano;eGalien pari mente di luiracconta, che trovandoſi cgli medeſimo un giorno
infermo in contado, e abbiſognandogli al ſuoma lc il paſtello d'Androne, ne
potendolo quivi avere, in luq go di quello aſſai felicemente adoperò il ſugo
del Rovo; c ſoggiugne Galieno, chee'non venne Eraliſirato a ciò fa Z Z 1 1010
re ſoſpinto altrimenti, o perſuaſo', come millantavano Sea rapione, e Menodoto,
dal paſſaggio, o argomento dal fi mile al fimile, non avendolomiglianza niuna
tra'l paſtello d'Androne, e'l ſugo del Rovo,madalla general contezza, la qual
egli avea della facoltà de'ſemplici; per la cui' mea deſima ſcorta,ad
emulazioned'Eraſiſtrato ritrovò poiGa lieno parimente quel medicamento, che'l
fa tanto ſtraboce chevolmére pavoneggiare,cioè il ſugo delle noci.Or penſa te
voi che ſchiamazzio avrebbe farto egli, e qual loda avrebbea ſe ', e ad Erafiltrato
attribuita Galieno, ſe qual che menoma delle chimiche medicine aveſſer potuto
mai eglino rinvenire. Ma ne Eraſiſtrato, ne Galieno ſeppero mai', che nel ſugo
del Rovo, e delle noci viabbia un ſale adatto a ſciogliere molte, e molte di
quelle materie, onde ingenerar fi loglion le poſteme; e che non ſolo i fughi
già detti ſono riſtrignitivi,mavalevoli anche a fare cambiar na tura a quelle
acetoſe ſoſtanze', oude s'ingenerano l'infiam magioni. E quinci ſi ſcorge
apertamente, chevada errata in ciò la medicina razionale antica, la qual ſi
crede, uſana do medicamenti sì fatti nel primo cominciamento dell'in
fiammagioni, porre in opera coſe, che di ripercuotere, o di riſtrignere
ſolamente abbian valore. Maritornando a noſtro propoſito: bé potea anche effer
agevolmente vero ciò che diceano que’gran lumi dell'em pirica medicina,
Serapione, e Menodoto, che da qualche ſomiglianza no penetrata da Galieno tra'l
Rovo,c'l paſtel lo d'Androne indotto ſtato foſſe Erafiſtrato a ciò fare; e in
verità tra'l Rovo, e la Galla,per tacer del vitriolo, onde vien formato il
paſtello d'Androne, potea non che Eraſi ſtrato, ma huom di mezzano intendimento
di leggieri av viſare eſſer non poca lomniglianza. Maquanto sì fatta ſo
miglianza poſſa ingannare, non ſi richiede gran forza di loica a farlo vedere;
e ſe, come pare a Galicno, Eraſiſtra to avea una general contezza
de’medicamenti per quella acquiſtata, certamente egli l'avea per iſperienza, o
da fe, o da altri fatra, la quale agevolmente può eſſer fallace: 0 pure per via
di ragioni non meno della ſperienza ſoſpettes d'errori, e d'inganno.; perchè in
un punto cosi principale manchevole, difettoſo, e incerto il fiftemadella
razional medicina d'Eraſſtratoanche ritro.yafi. Ma trapaſſando ad altri: Io non
ſaprei dire s'empirico e ſi foſſe, opur razionale quel famoſo medicante
Petronas, il quale dopo Ippocrate, maprima d'Erafiftrato ebbe ad introdurre un
iſtrano, e non più veduto, o intero modo di medicar le febbri. Solea coprir
egli i febbricoſi di tanti pannilani,che loro ſi yeniffe a creſcere olcremodo
il caldo, e la ſece; matantoſto, che incominciava il febbril caldo as ſcemare,
ei facea loro pienetazze trangugiare di freſc'.ac qua, il ſudore aſpettandone;
il quale ſe non compariva, di nuovo tacealorbere nuovaacqua, e proccurava
ch'eglino vomitaſſero; riſtata poi la febbre, gli cibava di carne di porco
arroſta, econcedea loro liberamente il vino; maſe la febbre non ſi partiva,
facea bere agli ammalati acquad calda, e fale per render lubrico il corpo; e in
queſto tutti igrantrovati della ſua medicina eran ripoſti. Mamipare da non
dover logorare indarno il temponella cenſura d'un sì fatto modo di medicare; e
comechè in alcune fortidi febbri, e in qualche huomo gagliardo, e ben atante
della perſona non foſſe per avventura fuor di ragione il farlo tuttavia in
tutte ſorti di febbri, in tutte perſone, egli fem bra certamére una ſciocchezza
non punto diverſa da quel la d'alcuni medici de'noftri tempi: i quali non con
altro che.colle purgagioni, e co'ſalali immaginano ciaſcuna gene razion
dimalattic rilanare. E più ragionevole certamente egli ſembra la manicra del
medicare alcune febbri, dagli Albaneſi uſara; i quali nel cominciamento di
quelle foglion dare all'infermo vin generoſomeſcolato.con iſpezierie, fimile al
vino ippocra tico, e al vin brugiato degli Inghileſi. Ma quino ſi può certaméte
lodare il cófiglio diCornelio Celſo, che nelle febbri lente tratto tratto
fidebbail corpo imbagnar con acqua fredda meſcolata con olio; che in tal guiſa
egli credette, che ſi verrebbe a riſvegliar il riprezzo, e conſeguentemente
anche il calore, ondeagevolmente ne Z 2 2 po potrebbel'ammalato guarire: fæpe
igitur, egli ſcrive, et aquafrigida, cui oleam foc adječium, corpus ejus
pertractan-, dumeft; quoniam interdum fic evenit, ut horror oriatur, ds. fiat
initium quoddam novi motus, exque eo, quum magis corpus incaluit,fequatur etiam
remiffio. Ma quantunque alcuna fiata a ciſo poſſa il fatto nella guiſa da lui
deſcritta accadere, ed agli ammalati alcun pro avvenire; pur non dimeno ſenza
manifeſto riſchio non va la biſogna; impe rocchè ſe altrimenti riuſcirà,
n'andrà ſenza fallo da male in peggio l'infermo. E quinci fi ſcorge con quanta
ragio ne abbian laſciato i Galieniſti il pericoloſo modo, col qual guarito aver
fi gloriava la febbre finoca Galieno, confar uſcire il ſangue dalle vene per
via del falaſſo, fino allo sfi nimento dello infermo; da chefacendoſi gran
movimento nel corpo fogliono i ſudori copioſiſſimi,e l'uſcite del corpo, e'l
vomito anche talora, come avviſa il medeſimo Galicno, avvenire; per li quali, e
per le quali o ſperano, che debba mancare affatto,oin parte la febbre. Ma in
vano certa mente eglino poi attendono tal opera da’lor piccioli ſalallı; al che
non dovette aver riguardo Avicenna,la ove diſſe el fer meglio affai accreſcere
il numero, che la quantità de’la laffi; cioè più cofto in più volte il ſangue,
che tutto inſie metrarlo fuori, Ma per più d'una pruova avviſando il
grand'Atenco, fra quante traverſe, fra quanti viluppi, fra quante incertezze
vacillanti s'andaſſer ad ogn'ora aggirando le varie, e tra effo loro
diſcordanti dottrine, che per le fcuole più cele bri della razional medicina
nellaGrecia s'inſegnavano,im preſe anch'egli una fabbrica di novello fiſtema di
medici na; perchè tutte le forze del fuo acutiffimo intendimento egli vi poſe
in opera; c tanto in ciò fare ebbe ſeconda las fortuna, che da molti
valent’huomini vennero a gara le ſue opinioni ricevute, e approvate; e per
tutto quel tempo, che le lettere fiorirono nella Grecia, e nel Romano impe. rio,
celebre fi manterne la ſua Setta, e in buon nome, las qua le ſpirituale venne
chiamata; imperocchè una fortiliſ ſin a fpiritual ſoſtanza clla immaginava; la
qual per tutti i 1 corpidell'Vniverſo diſcorrendo mai ſempre, e penetrando, non
meno il grande, che'l picciol mondo regger doveſſe; é dove ella non foſſe
primjeramente offeſa,non poteaſi, fe condo il ſuo ſentimento, male alcuno
ingenerarſi; il qual diviſaméto ſi parve egli, che’n parte adombrar voleße Vir
gilio in prima dicendo. Principio cælum, duterram,campofque liquentes,
Lucentemque globum Luna, Titaniaque aſtra Spiritus intusalit:totamque infufa
per artus Mens agitat molem, et magno fecorpore mifcet. E poi Torquato Taſſo
Ele menzogue antiche Di chifiloſofando, e menie, e Spirto Dieda queſta mondana,
ed ampia mole? Il qualper entr'a lei trapaſa, e ſpira; Com'a lor parve, e'l
Cielo, e l'ima terra, E laſpera delſollucente, e vaga, E’l globo de la Luna, e
l'auree ſtelle, E de l'aria, e del mare i larghi campi Nutre, e miſto al gran
corpo in varj modi, Move agitando le diverſemembra? Ebbe la ſetta fpirituale
oltre ad Ateneo, e a Criſippo fuoi principi, e alMagno, ad Agatino, ad Erodoto,
altri, e al tri valentiffimi huomini, che colle loro opere univerſalmé te avute
a grado,ſommamente la nobilitarono, e l'illuſtra rono; e fra gli altri
Archigene:il quale, tra per lo medica che felicemente mai ſempre fece, e per li
tanti doctiſ ſimilibri, ch'e' diede fuora, ne'quali non laſciò cofa, ne grande,
ne piccola, che trattata diligentemente per luino foſſe nella medicina, non ha
che cedere a niuno, ch'abbia o prima, o dopo lui ſcritto, e medicato
infra'Greci; im pertanto per la ſoverchia applicazione alla loica, onde a gran
ragione talora vien Archigene accagionato da Galie no: e per valerſieglino
della filoſofia degli ſtoici, i manca mentidella quale altrove da Noi fien
conti, difettoſo, e fallace moltoegli riuſcì il loro fiſtema di medicina razio
nale. Oltre re, Oltre a queſto e'miſembra, che riprovino eglino me deſimi il
loro ſiſtema; imperocchè in medicando le malat tie, poco, anzinulla a sì fatto
Spirito badar fogliono; con che danno a divedere non altro eſſer queſto loro
ſpirito, ſalvo che un gentil trovato per fare parer maraviglioſa al vulgo la
lor medicina. Doveano adunque eglino provar in prima con ſaldiđimi argométi
eſſervi un cotale ſpirito; indi diligentemente inveſtigare, chente,equal li fia
la ſua nas tura, cioè qual figura qual, grandezza, equal movimento abbiano le
particelle, che'l compongono, e come egli fac cia le ſue operazioni nelcorpo
umano, e come nell'inge nerarſi le malattie egli offeſo vegna; e in qual guiſa
dar li pofla a'ſuoi diſordinamenti compenſo.. Poco men che crucciato ſi
maraviglia Plinio, in pone do egli mente alle ſtravaganti pur troppo, e
maraviglioſes felicità nelvero d'Aſclepiade;huomo com'e'dice, quan to al
naſcimento, di condizionemolto vile, e di maſtro di ritorica ch'egli era in
prima, perciocchè aſſai poco gli fruttava, in un tratto medico divenuto. E sì,
e tanto egli adoperò, che nuova ſembianza in breviſſimo tempo ve ſtir facendo
alla medicina, a rimaner ne veonero l'antiche regnanti ſette ſconvolte tutte, e
poco men, che affatto op preſe, e abbattute; ed egli folo vincitore,e
trionfante de gli altri medici, a guiſa di perpetuo dittatore nella Città
donna,e capo del mondo, ne ordinò a ſuo talento, e ne diſpoſe le leggi:
ſupremo, e aſſoluto arbitro, della vi ta, e della morte diquelpopolo, nelle cui
mani ſtava la morte, cla vita d'ogn’uno ripoſta. Ma fermamente egli fi dee
credere, che a tanta grandezza perveniſſe Aſclepia de, non tanto com’alcuno
immagina, ch'egli ottimo e pro to parlatore ſi foſſe, quanto che colſenno, e
col valor no punto ordinario viſi portaffe, comechè la fortuna anch'el la vi
concorreſſe con qualche gran fatto; quale appunto di fu quello, che vien
narrato dallo ſteſſo Plinio; ch'eſſendo ſi un giorno egli a caſo incontrato in
un miſerello, che per morto era portato alla ſepoltura, facendolo egli a caſa
rie tornare, con valevoli argomenti in perfetta ſanità il rimiſe. Eben 1 túrós,
E ben palesò egli al mondo la grandezza del ſuo animo', e la ſingolar fua
prudenza: allor, che prevedendo la fa tal rovina del gran Re di Ponco Mitridate,
generoſamente diſprezzando la gran ſomma dell'oro da colui per amba fciadori
offertagli, ricusò d'andare alla ſua corte. Malale tezza del ſuo acutifſimo
intendimento appieno benmoſtra no quelle, che delle tante, e tante ſue
opereſcarſiſſimes particelle a noi ſono rimaſe; nelle quali ſi vede apertainéa
te, che non iſchivando egli mafagevolezza niuna, ne ſi fermardo nella prima
buccia delle coſe, s'ingegnava ſeco do ogni ſua poſſa d'internarſi nc più
ripoſti ſecreti della na Primieramente vuol egli Aſclepiade, che non già per
caſo, ma di neceſſità, e per l'indirizzamento della natura ognicoſa avvegna
nell'Vniverſo: e che fa natura altro ve ramente non ſia, che'l corpo medeſino,
o'l ſuo moto: per la cui perpetua, e iron mai ſtanca opera i corpicciuoli, i
qua li cosìpiccinli ſono, ch'alla menteſola permeſſo viene co prendergli,
veloci, e ratti, e con volante foga fra' effo lo ro incontrandoſi, e con
vicendevoli percoffe, l'un coll'al tro cozzando, e forte battendoſi, fi vengano
a ſminuzza rc, e a dividere in minutilíme, e innumerabili ſchegge; le quali con
diverſi movimenti andando l'una verſo l'altra, e inſiemeaccoppiandoſi, e
congiugnendoſi, prive d'ogni qualità, col moro, col numero, colla grandezza,
collow figura, e coll'ordine le coſe, e l'apparenze tutte ſenſibili
producano;ne eſſere fuor di ragione,egli poiſoggiugne,che ſien privi diqualità
i corpicciuoli; concioſliecoſachè altro dal tutto, altro dalle parti ne ſegua;
l'argento è bianco, ma nera è la ſua radicura; il corno ènegro, mala ſua
polvere è bianca; ma dovetre dir egli ancora, che le qualità altro non fieno, o
per me'dire altro non le faccia apparire, che'l concorrimento, la figura, e’l
fito, e la grandezza, e l'or dine, e'l moto di que'corpicelli; perchè allor che
concor rono inſieme piccioliſſimi corpicelli, o ſperali, o piramida li, e con
dilatante moto velociſſimamente ver noi fi lancia no, a formar ne vengono quel
ſentimento, che dicalore ſi chiaina. Dice oltre a ciò
Aſclepiade,chenell'accozzarſi inſieme, appigliandoſi le particelle, o ſchegge
ſuddette nel formar le membra degli animali, vi laſciano molti, e molti ſpazj
vuoti, per opera delſolo intendimento compreſi, varj di grandezza, e di figura;
i qualiſe aperti fi mantengono al tragitto de ſughi, ſi mantiene l'animale ſano,
callo incon tro, ſe impediti fono per la dimora de'corpicelli,a far li vê gono
ſecondo la varietà delle parti, e degli ſpazj, varie, e diverſe le malattie; ma
non però già tutte malattie, ſecon do Aſclepiade, avvengono per la dimora
de'corpicciuoli, fe non ſe alquante ſolamente, come la freneſia, il lecargo, le
puinte, e lefebbri grandi; ma altre poi avvengono per ſoverchio aprimento: e
s'ingenerano per la curbazione de ſughi, e degli ſpiriti, per la quale
ſtrabocchevolmente s’al. largano gliſpazj, come nella fame canina, e nella
fover, chia magrezza ſi vede: 0 nuovi ſpazj a viva forza in non, convenevoli
luoghi ſi aprono, come nell'Idropiſia acca de, Vuole oltre a ciò Aſclepiade,
che non iftiano le cagioni operatrici de’mali ne'liquidi corpi ripofte; ma nel
vero al tro quelle non eſſerç, ſe non ſe le cagioni antecedenti. Si ride egli
di quel grande ſchiamazzio, che fanno i medici in. torno a'giorni critici;
portando opinione, che d'ogni tem po, com'egli avea avviſato, poſſano creſcere,
e ſcemare, o ſpegnerſi affatto le malattie. Ma per accénar qualche coſa intorno
all'altre parti del la medicina d'Aſclepiade: egliamo di condurre iſuoi infer
mial deſiderato fine della ſalute, con moleſtargli il men, ch'c'potea; avendo
ſempre in bocca quelle celebri ſue pa role, che vengon per Cornelio Cello
rapportate: tutè,citò, jucundè;perchè cra egli nimiciſſimo di que'medicamenti,
che così ſovente, e per lo più fuor di teinpo venivan da al tri medici
adoperaticon incerțillima ſperanza d'avere a re, care qualche giovamento
agl'infermi; e allo incontro con ſeguirne loro licuriſſimo, e pronto il danno,
ela nojx;per chè chiamar egli folea la medicina degli antichi, medita zion
della morte; e molto ben’ayyisādo l'accortiſſimo huomo, e di sì fatte coſe
aſſai intendente, quanto poco atten der fi poteſſe dal'incertezza della
medicina, e dalla fiebo lezza de'ſemplici, o compoſti medicamenti, che in que'
tempi erano in uſo, nel ſapere ben regolar la vita col ci bo, coll'eſercitar le
mébra,e altresì fatte piacevoli cole, poco men che tutto il sómo del ben
medicar ripofc. E nel vero ciò non fe già egli, come huom crede, da neceſſità
alcuno ſtretto,per no aver contezza, ne men mezzanamite de’rimedj; anzi egli ſi
fu della materia de’medicamenti co sì ſemplici, come compoſti sì ben conoſciuto,
che ſicoine Galien dice, egregiamente cgli ne ſcriſſe: e molti, e molti
medicamenti di ſuo ingegno egli ritrovò, e poſe primiera mente in uſo, e ne
compoſe un particolarlibro; i qualime dicamenti, non che da altri foffer mai
tacciati, anzida’ine deſimi ſuoi emuli, e avverſarj commendatioltremodo, e
fovente adoperatifurono; infra’quali ſi ammira per Galic no quel celebre
impiaſtro per le piaghe, che non ſi dee ri muovere, ſe non ſe dopo tre
giornizonde fi pare,che Aſcle piade apriſſe la ſtrada alnuovo modo in queſto
ſecolo in trodotto di medicar le ferite. Oltre a ciò abborrì egli ſoprammodo le
purgagioni; ma fivalſe de criſtei. Danrò ancora, come racconta Plutarco,
ivomiti, che troppo frequentemente allora erano in ufo, e che a' tempi noſtri
ancora fi uſano da alcuni i quali per dir la colle parole di Cornelio Celſo:
quotidiè ejiciendo, vo randi facultatem moliuntur: ma non già egli il tolſe
affatto dalla medicina,anzivuol'egli, che nelle terzane ſi proccu ri il vomito;
del quale, com'c'medeſimo narrazli ſervìnel curar quella nobile femmina di
Samotracia. Ne ſi dee qui tacere, che ſi pare,ch'Aſclepiade vicino ftato foſſe
ad aver contezza dell'elatere dell'aria, come ravviſar ſi puote dal le ſeguenti
parole di Plutarco, avvegnachè coſtuimoſtrino aver ogni particolarità compreſa
de ſentimétid'Aſclepiade: υπομιμνήσκα δε αυπ επι της κλεψύδρας Ασκληπιάδης και
τον με πνεύμα να χώνης δίκην συνίσησεν, αιτίαν δε της αναπνοής την εν τω θώρακι
λεία μέρειαν υπο τίθεται • πεος ήν τον έξωθεν αερα ράν, τε και φέρεσθαι παχυμε.
ρη άνε πάλιν δε αποθεϊσθαι,μηκέπτε θώρακG- οί'ε πόντος μήτ' έπεισ A23 1 re δέχεσθαι, μήθ' υπρεϊν • υπολειπομένα δέ
τιν G- εν τω θώρακι λελομερές dei begyiQ (šgaię o nav ixreiveron ) neos Tšto
nánar có trw umojéves βαρύτης του εκτός αντεπεισφέρεται αυτοι δε ταϊς σκύις
ασικάζα: την δε και προαίρεσιν αναπνοήν γίνεσθαί φησι συναγομένων των εν τω
πνεύ μονι λελοτάτων πόρων,και των βρογχίων πνεμένων » τη γας ημετέρα G.
&υπακούει πιοαιρέσει. · Machi potrebbe mainarrar tutt'altri diviſamenti, e
opi nioni, le quali fallo Iddio, come riferite vengono; e per la più parte da
chi punto non l'intendea; e talor anche da al cuni per vggia, e mal talento a
ſtudio guaſte, e travolte. Il che oltremodo malagevole rende la cenſura del
ſiſtema della ſua medicina; pur lo brievemente ne dirò in qualche coſa il mio
ſentimento. E primjeramente parmi, ch'aveſſe errato aſſai ſconcia mente
Aſclepiade nella notomia; portando egli opinione con Ariſtotele, ed Eraſiſtrato,
che le reni non abbiano al cuna operazione: echeciò, che ſi bee, ſciolto in
vapori ſe'n vada nella veſcica,dove poſcia li ftipi in orina; delche meritevolmente
vien egli ripigliato da Galieno; comechè a gran torto dal medeſimo venga poi
biaſimato, perchè c' non fi vaglia della facoltà ſeparatrice, che vuol dire in
buo ſenſo, perchè egli non ſi metta a filoſofare con ciance, e anfanie. Ma fuor
d'ogni ragione,e a corto non meno sfac ciatamente fi accagiona per Galieno
Aſclepiade, dicendo, che contro l'evidenza de'ſenſi egli aveſſe negato, che
quel le coſe,le qualiognun vede, che vanno verſo quelle,dalle quali ſi crcde
eſſer elleno tratte,veramente vi vadano;che certamente non potea egli sì
milenſo, e ſciocco eſſere un tanto huomo, Negò ben'egli la facoltà attrattiva,
e co'buoni filoſofan ti ſtimò eſſere per lo lume della ragione
manifeftiffimo,che ne ſomiglianza mai, ne facoltà, ne altra coſa del mondo
potrebbe far sì, che un corpo moveſſe altro corpo ſenza toccarlo, o per ſe
ſteſſo, o per altro corpo da ſe parimente tocco, e moſſo; poichè a trarre a ſe
un corpo lontano fa certamente meſtiere uncino, o fune, o altro ſomigliante
appiccatojo, che'l prenda. Ma non poſſo lo laſciar di forte non ridire,
quantunque volte rammento quella ragione, colla quale Galieno con tro
Aſclepiade,ed Eraſiſtrato, e altri buoni filoſofantiſen za vederne altro,fermanente
credette, ſe averela virtù at trattiva già faldamente provata; dic'egli,che per
induſtria d'alcuniladroncelli, i quali poneano vaſi di creta pieni d' acqua
nelle carrette del grano, quello ne creſceva manife ftaméte dipeſo;coſa la
quale avvenir nó potea,fecondochè cgli ſtima, ſe'l grano non aveſſe la virtù
attrattiva; concio foſſecoſa che eſſendo egli diſcorſo per tutte fette di medi
cina rinvenir non aveſſe mai potuto ragione alcuna, che in ciò punto
l'appagaſſe. Quinci ſi pare,che meritevolinen te il Veſſalio avendo anch'egli
avvifata un'altra cotal ra gione a queſta poco, o nulla diſſimile, prorompeſſe
in sì fatte parole motteggiã do i libri della dimoſtrazione di Ga licno:profeito
ſiGaleni libri de demöftratione, cjufmodi crebris Scatent demonſtrationibus,que
ipfi et fimodo aufim proloqui) non infrequens, ac poriſfimum in
quamplurimumGalenusex celluit anatome ſunt, non eſt ut eos libros tantopere
expecte mus. Ma laſciando ad altri più di noi ozioſi ſopra ciò fa vellare,
certamente venner conoſciute molte, e molte coſe di notomia per Aſclepiade, che
avrebbono fenza fallo po tuto render chiaro, e ragguardevole oltremodo il ſuo
ſite ma: comechè paruto fo fe, ch'egli aveſſe portata opinio ne, che'l
nutrimento alle parti non diſcorreſſe per quel cá mino, che co'nunemente per
ciaſcun ſi credea; impertanto immaginò egli, di ſottiliſſimo vapore in guiſa
portarſi per tutte parti dei corpo il cibo crudo; ma non diſse perchè, e comeſi
ſmaltiſca nello ſtomaco per renderſi valevole a pe netrare in quegli
anguſtiſſimi ſpazj da lui immaginati. Ad imitazione poid'Aſclepiadevolle
l'Ofmanno, che in forma di vapore il chilo dalle vene, e dalle arterie
miſeraiche tratto veniſse. Ma prima d’Aſclepiade pare che Eraclito, Ariſtotele,
ed Eralitrato aveſser detto, che in guiſa della ruggiada il chilo, e l'alimento
per lo corpo ſi ſpargeſse. Ma laſciando di favcllar di queſte coſe, nelle
quali, non ſolo Aſclepiade, ma tutt'altri Greci andarono errati; egli Aaa 2 è
ben 1 cerco, che dovea minutamente Aſclepiade per dar l'ultimo compimento alla
ſua dotcrina più avanti diſami nando riconoſcere, chenti, equali, e dove
veramente fof ſero nelle membradeglianimali gli ſpazi, e la grandezza, e la
figurą, e'l fito, e l'ordine, e'lmovimento di quei cor picelli, i quali o
affatto, o in parte turandogli, o più del convenevole dilatandogli, o altri
nuovi ſpazj formando ſien poi cagione, ſecondochè egli vuole d'ingenerare i
mali negli huomini; perchè fa meſtieri aver piena contezza di tutti corpicelli,
onde le parti diſcorrenti, e falde vengan compoſte; e ciò non
ſappiendoſi,malagevolmente potralli, come a razional medico fi convienc, alcun
ſicuro, e certo rimedio per ragion ritrovare. Dove poicgli dice farſi la
freneſia, il letargo, la punta, ele febbri da'corpicelli, chenegli ſpazj
inframelli dimora no, perchè egli non ſoggiugne (o forſe no'l ſappiam noi
s'egli il Gfacefle ) quale quegli abbian grandezza, e figu ra e, come ſeano
compoſti, e accozzati infra loro que'pic cioli buchi? e avvegna pure,ch'egli
accennalle avvenir la contina dal rattenimento de corpicelligrandi, la terzanz
de'piccioli, e la quartana de’menomi: non è però queſto ſuo parere ſaldamente
raſſodato dalle ragioni, ch'egli rap porta; anzi pajon'elle molto leggieri: e
ſono queſte, che i corpicelli grādi più agevolmére gli ſpazj riemoiano; e più
agevolméte gli ſgõbrino,e i piccioli meno;ma ſe la biſogna pur così
andaſſe.com'e'diviſando ne ragiona,queſta contez za fola al medico razionale
non baſterebbe al ſuo intendi. mento fornire; ma di ſaper anche il movimento,
la figura, el ſito di quelli farebbe a lui meſtieri, ficome poco 'addie tro noi
dicevamo; e ſe impoſſibile per avventura una sì fąt ta impreſa pare che ſia da
poterſi per intelletto umano co durre a capo, yana ſenza dubbio ricſce ogni
induſtria, ogni argomento d'Aſclepiade, o di qualunque altro ingegno, che di
ſtabilir ſetta veruna di razional medicina preſuma ), E avvegnachè Aſclepiade,
come detto abbiamo aſſai ben inteſo fi foſſe della materia de'medicamenti, a
modo che, comeperGalieno ſi narra, egli ſolo, e Dioſcoride d'ogni ſorta
dimedicamenti,cosìdell'erbe,come degli arbori,deld le frutta,de' ſughi, de'
liquori, e d'altre, e altre coſc fof ſero pienamente informati: nientedimeno,
ſe le pruover che intorno alla loro natura, e al loro operare egli nellas ſua
opera recò, ancora di leggeſſero, ſi troverebbono, per quel che ſi è accennato,
ſolamente probabili, o forſe po co falde ragioni;e meſtier certamente farebbe
ad Aſcle piade, alla fola ſperienza, non men che altro più vile Em. pirico
ricorrere. Ma ben ciò conobbe egli, ne'l diffimulò punto, e confeſsò apertamente,
altro la medicina non ef fere, ch'una cotal ſemplice conghiettura; onde ebbe a
dire Plinio, ch'egli: medicinam ad caufas reuocando conjectur.i fecit: o come
legge Giacopo Dalecampj: conjecturalem fecit. Nel curar le febbri terzane,e
quartane egli ſembra,che non molco bene (comechè'l contrario dica Cornelio Cel
ſo)faceſſe in laſciando la coſtuma di Cleofanto antichillimo medico, ilquale
alquanto ſpazio avanti al cominciar della febbre uſava dare aglinfermi il vino,
e bagnar loro con acqua calda la teſta; ove in inolte altre coſe i coſtui
avviſi era uſo di ſeguitare. Vuolanche Aſclepiade, chenon ſi tragga mai ſangue,
fuor ſolamente ne'dolori; e ciò perchè facendof queſti da’ grandi corpicelli
nelle parti ſalde fermati, c rattenuti, ſe condo il ſuo ſentimento, gli pare,
che ſi poſſan trar fuora dagli ſpazj per opera del ſalaiſo. Maegli ſenz'altro
fallò; sì perchè i piccioliflimi, e velo ciſſimicorpicelli,che formano il fuoco,
cagionar ſoglio no il dolore: come anche perchè converrebbe per la me deſima
ſua ragione trar ſangue nella contina; il che da lui inceſſantemente ſi
nicga;ſenzachè,ſe com'egli immagina, i corpicelli fermati negli ſpazj ſono
cagione de'mali,e queſti tutti nelle parti ſalde conſiſtono: e le liquide,
benchè fuor di modo abbondino ne'vaſi, non ne ſono cagioni vere, e preſenti, ma
ſolo antecedenti: che monterà egli il trar fuo ra mai le parti liquide de’vaſi
per la cura de dolori Mache che ſia di ciò, egli non mi par, che ſi poſſa punto
dubitare, chc 374 RagionamentoQuinto 1 } che profondiffimi fi foſſero i
ſentimenti d'Aſclepiade,e che cgli, il quale tra'greci medicimaggiore, e più
alta contez za ebbe delle cole della natura e ſolo ardì a ſpiar tutto, e a
ſcriver tutto, ciaſcun maeſtro più valoroſo ", e più rino mato in medicina
a molto ſpazio dietro ſi laſcj; perchè fai meſtieri dire, che grandiflimo danno
per la perdita dello ſue opere fia alla medicina, calla filoſofia ſeguito,
Quinci ſi vede, che ſcarſemolto, per non dir altro, ſem bran le lodi,colle
quali Plinio volle onorare Aſclepiadeo Afclepiadi Prufienfi, condita nova feéta,fpretis
legatis, doo pollicitationibus Mithridatis Regis reperta ratione,qua vinü agris
medetur,relato è funere homine, ofervato,ſed ma xime/ponfione falta cum fortuna,
ne medicus crederetur fi unquam invalidus ullo modofuiſſet ipfe, et victor
fuprema in ſenecta lapſu ſcalară exanimatus eſ. Ma laſciando Aſclepiade,che pur
troppo n’abbiam dete to, e trapaſſando ad altri ſetteggianti medici; qual e ſi
foſſe veramente il ſiſtema della medicina del famofiffimo Antonio Muſa, lo non
poſſo ne meno immaginare, non che diviſare; e fe'l favore, e l'autorità
d'Ottavio Ceſare potè farlo prevalere a tutt'alori di que'tempi: non per tanto
fù cgli da tátoge baſtevole a mantenerne vive le memorie ap po i pofteri.
Potrebbe di leggieri eſſere, ch'egli per mag giormentepareggiar Temiſone ſuo
maeſtro, fifoffe fatto di qualche nuova forte di metodica medicina inventore.
Veggiam di lui ſolamente alcune forme, o ricette di co pofizion di medicamenti
aſſai volgari, e di molta poca co ſiderazione, dalle quali nulla comprender
puoſſi dalla maniera per lui tenuta nel medicare Ottavio,tutta travolta da
quella di Cimolio; perciocchè Ottavio, licome narra Suetonio, quia calida
curari non poterat, frigidis curari coa &tus authore Antonio Muſa. Perchè
potrebbe ragionevol mente dubitare alcuno, non egli empirico foſſe ſtato di ſet
ta; ma per avventura a ciò fare da qualche apparente ra gione egli fu moſſo.
Neciò è nuovo, che i razionali ſiva gliano di tal regola; poichè il fece
Ippocrate ancora; co mechè egli poi moſtri, ch'aveſſe altro in animo, con
inſegnare una fiata il contrario, la ove diſſe,che chiunque ope ra con ragione,
avvegnachè ſenza profitto, e infelicemen te fi faccia, dee coſtantemente
camminare per la ſteſſa ſtra da: návraisatakóyov meséori,xai pen'govojévwv *
xara'dégor,designer swßaives, i inapoy, pérovt QuTð dóžavo iš devās, il che da
cao gione a molti medici di pericolar ſovente i loro infermi; i quali
veggendoapertamente, che a mal fine rieſcon pure le lor cure, non per tanto ſe
ne riniangono, o ad altro divi ſo volgono i loro intendimenti, con graviffimo
dan no de' cattivelli. E mi ricorda in acconcio di ciò aver letto in un coral
autore ', che avendogli ſcritto un ſuo ſcolare, che avea egli per più d'una
pruova cono ſciuto, che'l ſegnare in alcune febbri ', che allora la Città di
Vinegia fieramente malmenavano, conduceva a ficura morte gl'infermi: impertanto
ſe n'era egli rimaſo cô nolto giovamento di quelli: egli replicogli una gran
vit lania, chiainandolo ſciocco empirico, biaſimando il ſuo fa lutevol diviſo,
non altrimenti, che ſe colui aveſſe una gra ve ſcelleratezza comeſſo; e
diſſegli ſpacciatamente, che tor naſſe al falaſſo di prima, nulla curando, che
gl'intermi per ciò fare certamente fe ne moriſfero; e in ciò rammentogli la
teftè apportata dottrina d'Ippocrate; non avviſando,che comechè verilimo ſia il
detto d'Ippocrate, nientedimeno è ragionevolmente da ſoſpettare non ſia
manchevole, e fal lace la ragione, allor che non le riſponde l'uſcimento. E chi
ſa poi tra le tante incertezze dell'arte, qual ſia la vera, e legittima ragione?
ma come ſaggiamente avviſa Galie no,non è peſo da tutte braccia, ne opera
d'huom di poca dottrina il ciò poter ben avviſare. Egli li fu Antonio Muſa, per
quel che s'argomenti dal ſoprannome impoſtogli, d'ingegno aſſai nobile, ed
elegá te; ne per altro Euripide nel Palamede chiamò colui col medeſimo
ſoprannome: εκτάνετ' εκτάνετε ταν πάνσοφον, μεν ουδέν αλγύνεσαν αηδόνα μούσαν.
Maqual fi foſſe veramente l'eleganzadell'ingegno d'An conio Muſa,
manifeſtamente ſcorger ſi può da quelvaghiſ, fimoEpigrammadi Virgilio. Cuivenus
ante alios Divi, Divumqueforores Cuneta,nequeindigno Mufa dedere bona. Caneta
quibus gaudetPhabus,chorus ipſeq; Phabi Doctior o quiste Mufa fuiſse poteſt? O
quis se in terrisloquitur jucundior uno, Clejo nam certè candida non loquitur.
Sivalſe Antonio Muſadella carne delle vipere, enedam va mangiare con non poco
giovamento a coloro che da in fanabili piaghe languivano: i quali
maraviglioſamente con incredibil velocità, ſe'l ver dice Plinio, ne guariyano.
Io yo meco diviſando,che'lMuſa aveſſe ciò appreſo dal vale tiſſimo tra'greci
mediciCratero, cotāto daCicerone in iſcri védo ad Attico,celebrato;dicui narra
Porfirio che riſanato aveſſe un miſerello ſchiavo, cui in iſtrana guiſa dall of
Ia la pelle ſpiccavaſı, fol coldargli mangiar vipere prepa rate a guifa di
pefci: Kegπρούτου ικττού οικέτης ξένων περιπεσών νο τήματα, των σαρκών απόφασιν
λαβεσών εκ των οδών, τοίς μου ωφέλι ούδέν, ιχθύω- δε κόπο ίχα εκευασθένη, και
βρωθένπδιεσώθη της σαρκός συγ 2014 nbbons. Ma ſopra ogn'altro medicainento ſi
ſervì Anto nio Muſa de bagnidell'acqua fredda; e egli, e'l ſuo fratel do
Euforbo medico di Giuba RediMauritania ne introdur fc primiero l'uſosappo il
quale in sì grande ſtima Euforbo crâ, che zvédo egli ritrovata un'erbamedicinale,volle,che
colnome d'Euforbo foſſe chiamata. Mail Muſa folea ba gnare i ſuoi inferini
prima nell'acque calde,voladosper mio avviſo, aprir loro in prima bene i pori,
acciocchè le fredde poimegliovi poteſſero penetrare; quindi entroall' acque
fredde gli laſciava agghiacciare.Del qual modo di medica se così narra Orazio
nelle ſue piſtole,dimádádo Numonio Valla, ſe in Salerno, e in Velia foſſe così
fredda l'aria,che dimorandovi egli poteſſegli giovare a'ſuoi mali; percioc. chè
il ſuo medico Antonio muſa, freddiſſima gliele richies deva per dover prendervi
i bagni freddi. Aua Quæ fit hyems Velie,quodCalum Vala Salerni, Quorum hominum
regio, &qualis via.(nam mihiBajas Mufa fupervacuasAntonius, &tamen
illis Mefacit inviſum: gelida cumperluur unda Per medium frigus; ſanè myrteia
relinqui, Dictaque ceſsantem nervis elidere morbum Sulfura contemni, vicus
gemit, invidus ægris: Quicaput, et ftomachum fupponerefontibusaudent Clufinis,
Gabiosquepetunt, et frigida rura. Ma certamente ebbegran ventura il Muſa, che
dopo l'el ferſi bagnato in sì fatta guiſa Ottavio, guariſi d'una gra villima
inalattia; comechè dica Plinio, che ciò foſſe avve nuto per opera delle
lattughe,delle quali egli cibavalo co tro il parere di Cimolio; perchè fu
queſti della caſa di Ot tavio ſcacciato fuora; indi cominciarono i Romani ad
uſar ſovente nelle lor menſe le lattughe, che per averle anche fuor di teinpo,
riſerbavanle nell'oſſimele. Per la qual cura Antonio Muſa in sì rilevato ſtato
montonne, e in cotanto credito, cheoltre alle ricchezze, agli onori, e
a'privilegi, che per ſe non ſolo, ma per tutti altresì i medici ottenne,
l'adulatore Senato rizzogli una ſtatua di bronzo nel ſegno d'Eſculapio, come ne
da teſtimonianza Suèronio: Medico Antonio Mufa, cujus opera ex ancipiti morbo
convaluerunt, ſtatuam, çre collaro juxta fignum Eſculapii ftatuerunt. E fe'l
mio avviſo non m'inganna, d'oro gliele avrebbe certa mente rizzata, ſe più
coſto Ottavio morto ne foſſe;percioc chè non bene allora ſtabilita ancora la
tirannide, n'avreb be per avventura la libertà egli ricupcrata; e veramente ſe
la fortuna fecondato aveſſe il diſiderio de'Romani, non ſa. rebbe riſtato per
lui di far co'ſuoi bagni ciò che Bruto, ne Caffio, ne Seſto Pompeo, ne
Marc'Antonio con tanta oſte per mare, e per terra non avean potuto adoperare. E
bé ſi vide quanto nocevole e' foſſe il modo del medicare del Muſa, quando da
lui in sì fatta guiſa trattato, come narra Dion Callio, ſe ne morì Marcello;
perchè di preſente e'per denne !, gloria, che guadagnata s’avea; non ſi dee
imper 1.2. P; CXLV2Livi, come o telo 378 Ragionamento Quinto poteva nel Dione
dicc, che allora buccinayaſî,che eglicon que' ſconci rimedj lo faceſſe a bello
ſtudio morire; anzi morilli Mar. cello in Baja, come teſtimonia Properzio, il
quale viſse a que'tempi His preſſus Stygiasvultum demiſit in undas Errat, in
veftro fpiritusille lacu. Neſembramiveriſimile ciò, che ne va conghietturando
quel ſottiliſſimo inveſtigatore, e d'ogni rara dottrina ſovra no maeſtro
Giuſeppe della Scala, facendoſi egli a credere, che Properzio cosìvezzatamente
la biſogna rivolgeſſe per ‘iſcagionar Livia, e fargliene ſervigio; 'perciocchè
allor ſu ſpicavaſi, che in ciò ella certamente aveſſe tenuto mano;vo luit, ſono
ſue parole, gratificari ei, que de ejus morte ſu Specta fuitLivi& Aguftę.
Ein vero non ha dubbio alcuno, che per machinazione di Livia no meno morir le
acque di Baja Marcello,che in quelle di Stabia, la dove alriferir di Servio
egli moriſli; e ficome immagina il mede Simo Giuſeppe,la ſua morte avvenne
nell'acque acetoſe di quella fonte, che a tempo di Plinio chiamavali di Medio.
Io porto opinione,che'lMufa bagnaffe più d'una fiata Mar cello nell'acque calde
di Baja, e poi,com'e’avea per coſtu me, nelle fredde il poneſſe, e che alla
fine nell'acquecalde colui abbandonaffe la vita; ne dal narrainento di
Properzio argomentar fi puote: Marcellum in aquis Bajanis fulz merſum interije:
coine va interpetrando lo Scaligero;im perocchè altro nő,è il ſentiméto di
Properzio, fe no ſe Mar cello effer morto per quell’acque,colle quali,eſsédo
egli si tiſicuzzo, e triſtanzuolo, e col Toverchio lor calore, o rõpe dogli
qualche interno tumore, il ſoffogallero: o di ſover chio creſcendo il moviméto
del ſangue li diffipaſſero le ſot tiliffime particelle, dalle quali depéde.la
vita negli animali, onde repétemente egli mādafle fuori l'anima;coli, la quale
eziādio ad altri è avvenuta; ne veraméte fi puote sõmerge re niuno in
que’bagni, ſe a viva forza altri non ve l’affoghi; onde maggiormente avrebbe
dato cagione alle genti diſu ſpectare non ciò foſſe per opera di Livia avvenuto;
e ca to balti del Muſa aver fin'ora accennato. Ma paſſiam oltre a dir di Clinia
da Marſiglia. Fu la guiſa del coſtui medica. re nel vero ſtranamolco,e
ſuperſtizioſa: imperocchè infi gnevaſi egli di non darmaia malato niuno,o cibo,
o medi cina, fuor ſolamente, che in certi puntiaſtrologici di fito, o
dicongiunzioni della luna, o d'altri corpi celefti: e bert gli approdarono sì
fatte malizie; poichè montò in sì buon nome, e fama appo i Romani,che
oltremodoricco in brie, ve tempo ne divenne;delle quali ricchezze, parte cgli
co funionne largamente per cinger di novelle mura la propia patria, e parte
alla medeſima ne fe dono, acciocchèpoter Le riſtorar quelle, quando huopo ciò
lor foſſe. Ma lo non prenderò a dar giudicio dietro il fiſterna del la ſua
medicina, non avendene niuna certa, e ſicura con tezza; ma mi darò briga di far
paleſe la ſciocchezza di lui, conoſcendoſi molto bene da chiunque abbià fior
d'inten dimento non eſſer altro la ſtrologia da lui in medicãdo ado perata,
ch'un ſottile, e malizioſo ritrovamento per paſcer divanc ciance, e promeſſe le
troppo credule perſone. Ma forſe, come i Romani ſi ſervirono degliauguri
ſecondochè la neceſſità il richiedea: ne folean giámai darcominciamé to
all'impreſe, ne trar fuora gli cſerciti, ne far giornate, nc alcuna coſa di
confiderazione, o civile, o militare ado perare, ne mai ſarebbon andati a
gucreggiare, ſe prima non perſuadevano a l'ofte, che gli augurj avean promeſſo
loro la vittoria, affinchè i Coldati maggiormente incorag. giati prédeſſero
ſperanza divincere: dalla quale ſperanza ſpeſſo certamente naſce la vittoria:
così Clinia valevali della ſtrologia, acciocchè gl'infermi deſſero piena fede
alle medicine loro preſcritte; e forſe ſe ne valſe altresì egli per iſchivare,
quádo più in cõcio gli era di preſcrivere qualche medicina, la quale da lui non
convenevole al male foſſe ftata ſtimata;ma dalla minuta gente giovevole, e
neceſſaria giudicata; valevaſi dico della ſtrologia appunto a quella guiſa, che
coll' artificio degli Auguri i Capitani Romani fi rimanevano dal
coinbattere,quando giudicavano non do ver la battaglia a lieto fine dover per
loro riuſcire. Il ſiſtemadimedicina di Carmide conyenne ſenza fallo, Bbb 2 che
cono. 1 che foſſe non meno fciocco,che ſtrano, come quello, che poſti in non
cale, e dannati, e vituperati, i diviſamenti di tutti gli altri medicijalle più
rigide ſtagionidell'anno glin fermi, avvegnachè vecchi nell'acque gelide
fommergeva; iinpertanto ritrovò gran ricevitori,come Plinio ed altri di Ma per
venire allamedicina di Galieno, vana per avvé tura, eſoverchia giudicherà
alcuno la mia fatica in abbu rattarla; imperciocchè chiunque avvedutamente
v'affiſe rà lo ſguardo, ben toſto ſcorgerà i mancamenti, e i difetti di quella:
i quali non tanto dalla natura medeſima della medicina, quanto dal ſiniſtro
modo del filoſofar di Galie no naſcer fiveggono;. il quale avvedutiſſimo in
fuggire il ranno caldo di ſpiegar diſtintamente le particolarità della medicina,
ch'e'medefimoconfeſſa, e proteſta eſſer tanto a ' medici neceffarie: a bello
ſtudio par, che riltando in s l'ali, o dando lunghe, e inutili aggiratc, a
quelle ſpiegar ne giammai ſcender non voglia. Perchè luo mal grado gli è pur di
meſtiere d'abbatterſi,e d'impaſtojarſi ne'mede fimigruppi, e nodi, ove
parimente i Metodici, e gli Empi rici tutti s'impigliano. Così con le medeſime
ſue pruove, con che egli lorcerca d'abbattere, gli ſi ſcagliano pur con tra i
ſuoi nimici;e dicendo, ch'egli inneſta in ſu'lſecco, or dinando falſamente il
ſuo liſtema, e ponendo a ſuo talento i fondamentialla medicina, niegano
conſtantemente gli eleincnti', e gli minori, e l'altre coſe cutre '; ove egli
coil poco ſode, ed efficacipruove la gran machina della ſua medicina pianta, ed
appoggia. Ma lo ciò al preſente trala fciando, renderommi lecito di brevemente
accennare, che di Galieno la medicina non ifpieghi punto il vero, e fiſio
comodo come naſcano, o naſcer poſſano le quattro fue prime qualità,ma ſolamente
le ponga già nate; ne men, quella tanto quanto ne diviſa,in qualcoſa il lor
eſser conſi ita; perchè poi valeyol non è a manifeſtar la maniera del loro
operare, ne quant’oltre la lor forza fi ſtenda, ne pur gli effetti che per lc,
o per accidente da lor fortiſcono. Ma come egli maile natura delle qualità
ſpiegar potea, ſe la > natura della materia, dalla quale quelle dirivano ed
in cui, coine e' medeſimo dice, e naſcono, e muojono, giámai inve Aigar egli
non cura; il che quanto monti, agevolmente da ciò potrà comprenderli, che
traſandato il conoſcimento delle qualità l'economia degli animali, ne la natura
delle malattie, ne le cagioni diquelle, ne i medicamenti mede fimi non ſi
potranno in modo veruno comprendere. Per chè non ſarà medico, che abbattendoſi
in qualità di ſover chio rigoglioſe, o manchevoli di ciò cheal corpo richieg
gafi, poſsa mai,la ragione adoperando alla debita propor zione ad agguaglianza
ammendandole riporle; e ne men per la medeſima cagione provar egli mai non ſi
potrà, in che conſiſta la árminatío, o nimiſti, che tra loro eſser fi dice;
perchè anche ne fiegue, che non ſi ſappiano, ne convenevolméte ſi poſſano
perGalicno ľaltre qualità ſpie gare, che ſeconde chiamanli,e che egli
pocoriguardando a ciò che gli antichi nel lib.della vecchia medicina ne nar
rano, giudica, che cheno non pofsan cola alcuna opcrare; € pure avviſar egli
poteva, che l'acetofo, per eſemplo,avve gnachè freddo, o caldo, o temperato,
pur nelle ferite meſ lo, dolore, e infiammagione apporti;e che non altrimenti,
che dal caldo, dallacetoſo anche l'acetoſo s'ingeneri; e ſe Pamaro fembra a lui
effetto del caldo, il caldo eziandio na fca dall' amaro Macertamente ſe Galieno
aveſſe bene avviſata la natura delle prime qualità, iion avrebbe giamai fopra
quelle il fiſtema della medicinapiantato; concioſſie coſachè ben egli compreſo
avrebbe non eſser quelle baſtá ti a ſpiegar tutto ciò, che nella naturä vedeſi.
Perchèi più ſcorti tra ſeguaci di ſua ſchiera, ove s’abbattono a diviſar delle
coſe della natura, fono ftretti ricorrere alla propria foſtanza, o pur alla
forina eſsenziale, all'amiſtà, o alla ni miſtàgalla fimigliáza, o diſimiglianza
tra le coſc, e alle qua lità naſcoſe; che è tanto quanto a dire a cagioni,
delle qua li nulla non ſi ſa, ne ſaper fi puote. Quindi: per racer del
Fernelio, e del Severino: il ſottilif fimo Andrea Libavio amico per altro di
Galieno, colſe ca gione di dire: in magneticis, quum omnia elementa excufse
runt, elementarii medici nibil inveniunt,nec de proprio ſubje cto virtutis, nec
de caufa prima. Mala vero funt princi. pia artis ea, qua inexplicatam tādem
relinquüt quæſtionem. Talia verofuntelementa Galenicorum: ex quibus non potes
demonſtrare rationem facti offis, carnis, fuccini,magnetis, et cetera ſecundum
formam eſsentialem. E Daniel Senner ti, pertacer d'altri aſsai, cosi
diſse:ubicumque pluribus eçdē affectiones, et qualitates infunt, per commune
quoddams principum infint neceſse eſt;ſicut omnia ſunt gravia pro pier terram,
calida propter ignem. At colores,odores, Sapores efse progosov, fimilia alia,
mineralibus, metallis, gema mis, lapidibus,plantis, animalibus infunt. Ergo per
com mune aliquod principium, et ſubjectum infunt. At tale prin cipium non funt
elementa: nullam enim hatent ad tales qua litates producendas potentiam. Ergo
alia principia unde fluant inquirenda funt. Ed una tal neceſſità molto bene
avviſando molti degli antichi, e poco men, che tutti imo derni Galieniſti, ſe
maicoſa alcuna malagevole, ed oſcura intorno all'economia degli animali a
ſpiegare imprendono, o ſcorger intendono la natura,e la cagione di qualche ſtra
na, c non conoſciuta malattia, allora abbandonato affac to il lor maeſtro
Galjeno, e poſta in non cale ogni ſua dot trina, ed ogni diviſamento della ſua
razionale, e vana mie dicina, a’nuovi ſiſtemi de'Chimici filoſofanti toſto
s’appi gliano, E ben di ciò avvideſi anch'egli Galieno; e rimirando alla
manchevolezza,e dappocaggine delle ſue fondamen ta, dopo aver più, e più fiate
diſegnato, le facoltà non có fiftere in altro, che nel temperamento, o
meſchianza delle quattro primnequalità, avviſando alla perfine mal poterli con
quello l'opere della facultà baſtantemente ſpiegare, così ſcagionandoſi
apertamente confeſsa, che eſso per non ſaper la natura della cagion factrice,
la chiama facoltà, o potenza; c però dice eſser nelle vene una certa potenza da
ingenerare il ſangue, e nello ſtomaco un vigor di cuocere', e nel cuor di
palpitare; e in tutt'altre parti del corpo eſser anche una tal potenza
d'adoperar quelle coſe, chcin eſse ſi fanno. Con cheGalicno apertamente
confeſſa cgli me defimo, le facoltà, che coſa mai elle ſi ſiano, affatto non ſa
pere; e ſolamente così per via di ragionamento chiamarle. Ma non fi potrebbono
con parole ſpiegare, tante elleno, e tante ſono, quelle fiate, che per Galien
ſi ricorre ad una cagione, la qual eglimedeſimo, non ardiſce, o corporca, o
incorporea determinare; e che egli ignorando, che coſa ſia veramente, inſieme
col vulgo coſtumacol nome di Na tur'a appellarla. E ridevole veramente ſi è la
maniera,col la quale egli una fiata imprende a ſpiegar,come le partide gli
animalifacciano le loro operazioni;dice egli, che ſico me al comandamento di
Vulcano, ſecondo finge Omern, i mantici da ſe ſteſſi mandavan fuori, o'più, o
neno il fiato; e le dózelle d'oro da ſe ſi muoveano; cosinel corpo degli
animali niuna coſa eſſer immobile, ed ozioſa; imperocchè dal ſupremo facitore
alcune divine virtù ſono ſtate impreſ fe alle parti di quelli, sì che le vene
non ſolo il nutrimento dello ſtomaco deducono: ma l'attraggono, e lo preparano
al fegato; ilquale così preparato da' ſuoi ſervi ricevendo lo, gli da l'ultima
perfezione di ſangue: müstepOuengo εποίησεν αυτοκίνητα τουτου Ηφαίςκαι
δημιουργήμα, και τας μια φύσας ευθύς άμα τα κελεύσαι τον δεσπότην, παντοίων,
εύκρηκτον αύτμηνεξανι είσας: τοις δε θεραπείνας εκάνας τας χρυσας ομοίως αυτά
τώ δημιουργώ κινουμένας εξ αυτών ούτω μοι και συνοεί κατά το του ζώου σώμα
μηδέν αρ. γον μήτ' ακίνητον, άλα πάντα μεία της πεσούσης καζασκευής βίας τινας
αυτοϊς δυνάμεις τουδημιουργού χαρισαμύου,κοή, τας μέν φλέβας, ου πα eaγούσας
μόνον την τξοφήν εκ της γασφος, ' έλκούσας άμα και πιο παρασκευαζούσας το ήπατι
τον ομοιόταν εκείνων τόπον, ως αν και eαπλησίας αυτώ φύσεωςυπαρχού σας, και την
πξώην βλάσησεν, εξεκεί YOU MEWCimpéva. Ed è anche manchevole la medicina di Ga
lieno, per non faperſi in quella il meſtiere, e l'uficio di mol e molte parti
del corpo; perchè malamente l'economia degli animali, ed ondenaſcan le malattie,
ei luoghi, e le cagioni, e gli effetti di quelli vi ſi potrà convenevolmente
ſpiare. Concioffiecofachè Galieno medeſimo principe, e titrovator di quella,
non ebbe ne men ventura di ravviſar baſtan te, j 384 ' Ragionamento Quinto
baſtantemente la coſtruttura, e gli ufici delle parti dalı conoſciute;non che
d'abbatterſi mainel: canale del Ver ſungio, o nelle vereacquoſe, o nelle vene
lattee, o in alą tre, cd altre infinite coie da’moderni deſcritte. Ne ſeppe
cgli ne men per ombra il vero movimento del cuore, e dei fingue: ritrovato, del
quale ſecondo l'avviſo dell'inge. gnoſilliino Renato, nullum majus, et utilius
in medicina eft. Ne del vero cammin del chilo ſeppe boccata; le quali due coſe
ſole di tanto pregio, e di tanta conſiderazione parve l'o al nobiliſſimo
filoſofante Pietro Gaſſendo, che meritc volméte egli chiamarle ſoleai due poli
della medicina; e de queſti due trovati, che l'un l'altro conferma maggiormen
te, craſſoda, egli ſommo contento prender ſoleva, quindi fperando, che'la
medicina, quando che fosſe, aveſſe avuto a ritrovar qualche coſa diſaldo a pro
degli huomini; malli. mamente in quella parte, in cui dall'economia degli ani
maliella s’argomenta di riſtorar la perduta ſanità; almen finattanto, che
novello lume lo dimoſtraffe l’orſa;imperoc chè della volgar medicina, che tutta
ſi briga in diſaminar le qualità, ed in aggiugner ciance a ciance, eglicēto
niun non facea: Ma perciocchè queſta ſarebbe opera da trattar con maggior agio,
e tempo in un'intero volume, laſcerolla al preſente, riſtrignendomi ſolamente
in un capo, ch'a dover lo quì brievemente accennar mi tira. · La maggiore, c
principal parte, e pił d'altra alcuna nel meltier della medicina
neceffaria,ſenza alcun dubbio quel la fiè, che alla materia de'cibi, e
de'medicamenti s'appar: tiene; or queſta nella medicina di Galieno è certamente
tutta impirica;conſeguentemente a tutte quelle jacertezze, e a tutti quegli
errori, e falli ſottopoſta, che Galicno me deſimo, ei ſuoi ſeguaci tanto, e sì
factamente negli Impiri ci dannano, erimordono. Ed è ciò dicanta conſiderazio
ne, e rilievo, che in utili a baſtanza, c infruttuofe, e vane le contezze cutte
della medicina, ſe mai clla in altre parti alcuna n’aveſc, render puote: le
qualitutte ad altro non fono indirizzate, che a diviſare, et proporre agli
ammalati i cibi, siinçlicamen:1, 3? fu conced.fipreselierelli 13,45's ra,
medicina di Galieno s'abbia certa, e ſicura contezza dell'ea conomia delcorpo
umano, della cagione, e della natura de’mali, e d'altre ſomiglianti coſe molte
a ciò pertinenti, ed acconce:qual pro giammai peropera di tali notizie dal la
razional medicinapotrà ritrarſi? certamente per quel che Io micreda, niuno, ſe
non ſi prenda inſieme a diviſar con efficaci, e ben certe ragioni, come,e qual
ſorte di me dicamenti, e dicibida dar ſiano agli ammalati. E ciò cos me mai
vorráno i Galieniſti convenevolmére porre in ope, ſenza in prima pieno, e
faggio conoſcimento dellana, tura, e della propietà di quelli avere? Ma queſto
per lor non avendofi, avvegnachè d'eſfer razionali millantino,cm pirica
certamente, e incerta farà da dire la lor medicina; per tal modo, che non ne
potrà ſe non-ſelargamente il no. bile, e laudeyol titolo dell'Arte meritare. Ed
interviene nella medicina ciò che ſi vede anche nella Loica avvenire; che per
una menoma particella, che nella definizione, o nel partimento, o nel
fillogiſmo dubbiofa fia, ed incerta, toſto dubbioſo, e incerto il tutto anche
diviene; e per una pic cioliſſima taccherella ſi sfregia. Senzachè la medicina
in tanto è arte, e conſeguenteinente certa, in quanto ella ha ficuri, e
certimezzi, quali ſono ſenza fallo i inedicamenti, ei cibi, per ritrarre il ſuo
bramato, ed aſpettato fine della ſalute degli huomini. Adunque non eſſendo
queſti certi, ç ſicuri, conſeguentemente non ſarà da dir veramente arte la lor
medicina. Perchè poi veggiamo iGalieniſti medici, quanto più avveduti, e più
dorti eglino ſono, tanto più dubbiofi, e tertennanti ſempremai medicare; ne
dalla lor doctrina, e diligenza mai nulla di certo promettere. Nequáto in fin
quì ho detto ha biſogno alcuno di pruo va; imperocchè manifeftiffima coſa è,
che Galieno mede ſimo, non che altri, con iſchiettezza veramenteda filoſo fo, e
degna di lui, molte, e molte fiate apertamente il co felli; ed una infra
l'altre mordendo, e biaſimando alcuni medici de'ſuoi tempi, che troppo
arditamente ſtudiavanſi di inveſtigare per via di ragione da’ſoli effetti la
natura, e la proprictà de’medicamenti; dicendo: non laſciaremoin Сcc. tanto,
380 Ragionamento Quinto tanto, paffar ſenza gaſtigo la ſoverchia tracotáza di
coloro, i quali dalla coſtruttura, e dal colore, e dall'odore, e dal fa pore, e
dalpeſo, e dalla leggerezza di ciaſcuna coſa del modo,la di lei propria virtù
diſpiar s'argométano. Quindi appreſſo ſoggiugne, che tutta la ragione
d'eſaminare, e giudicar bene la biſogna nella ſperienza ſopra tutto confi iter
debbia, avvegnachè v'abbia aſſai de’medici, chequel la traſandata, ſolamente in
avviſar ſe vermiglia, o di buono odor la roſa ſia vanamente s'indugj. Ed a ciò
anche riguar dando di Galieno il fedeliſſimo interpetre, Vallelio, così al la
fine prorompe. Modoillud unum ftatuimus nullum effe certum argumenti locum ad
inveniendum, rei cujuſpiam temperamentum ex ſecundis qualitatibus; fed ex modo,
quo nos afficiunt ſolum; ita ut in hac doctrina nullum locum ra tio kabeat, fed
tota fit empirica. Con la qual ſentenzas certamente egli abbatte infin da'
fondamenti, cmanda au terra la medicina tutta del ſuo maeſtro, e ſpezialmente
ciò che egli medeſimo nelle ſue côtroverſie avea in prima infra l'altre
sbracciate arditamete millantato: Poj]Galenum non amplius interpollis ars fuit,fed
perpetuo eadem veris de monftrationibus confirmata. Ma certamente s'egli
riſuſci taffe a' tempi noſtri il Valleſio, rimarrebbeſi per innanzidi gracchiar
più del ſuo divino Galieno; e ricreduto a’moder ni ritrovati, non più di colui
vanterebbe: nihil ti ejus in ventis adhuc eſse additum: quoniam hic author
nihil, quod ad artis attinet conſtitutionem non reliquit inventum, quod
pofteriſuperadderent. E tanto più, che il Valleſio fu ſempre amiciſſiino della
verità: poichè, per tacer d'altro, non ſi ritien per quella di rimproverare a
Ippocrate medeſimo.co. tanto da lui ſtimato, il non ſaper punto di Loica; e più
ma nifeſto ſi vede nel fin delle ſue fatiche intorno alla ſacra fi loſofia, ove
infra l'altre coſe accreſcendo il numero degli elementi dice, che quelli non
ſiano ſtati mai, ne fuora del corpo miſto eſſer poffano: i quali (ſon ſue
parole ) actu qui. dem nullibi, potentia vero in omnibus miſtis eſse dicimus. E
ben’egli avvedutoſi de’vaneggiamenti, e degli errori di Ariſtotele,
ſpezialmente intorno alla materia prima, dice. manifeſtamente, e confeſſa, che
quella Aggira, ed avviluppa il capo agli huomini. Ma laſciando queſto ſtare al
preſente, dirò coſa non da trapaſſar forſe ſenza qualche ammirazione; anche il
mede fimo Galieno, nonche altri s'avvide eller tutta la ſua razio nal dottriaa
non altro, che vaneggiamenti, cd inutili ciar le; poichè avendo egli ſognato,
che ſarebbon guariti due infermi, ſe lor tratto fi foſſe dall'arterie della
inan deſtra copioſo il ſangue, ei prontamente gliele craſſe, e tutt'altri ſuoi
ſtudj,ſpeculazioni, e fatiche in non cale ponendo, fe guì l'indirizzamento d'un
vanillimo ſogno;e certamente un tal fatto appo me non ritroverebbe niuna fede,
ſe Galieno medeſimono’l confeſſaſſe; ed Io il ridirovvi colle parole di lui;
πξοτζαπείς υπό τήνων όνειρά τον δυοϊν εναργώς μοι γενομένον, ήκον επι την εν τω
μείζξυ λιχανού τε και μεγάλου δακτύλου της δεξιάς χει ρος αρτηρίαν, επέτρεψα
ερείν, άχρις αν αυτομάτως παύσηται το αίμα, κελεύσαντG- ούτω τε ονείρατG- ερρύη
μεν εν εδ' όλη λίτζα • παραχρή μα δεσπεύσατο χρόνιον άλγημα κατ' εκείνο μάλισα
το μέρG- ερείδον ένθα συμβάλα τα διαφράγματι το ή παρ' εμοί μεν ουν τούτο
συνέβη νέω την • ηλικίαν όντι • θεραπευτής δε του θεού εν περγαμω χρονίου
πλευράς αλ γήματG- απηλλάγη δι ’ αρτηριοτομίας,εν άκρα και τη χaei γενομένης
και εξ ονείρα G- επι τούτο ελθών και αυτος. Ho lo tralaſciato a bello ſtudio di
riferir poi ad uno ad uno, come fanno il Veſſalio,ed altri,ed altri
notomiſti,tan ti, e tanti errori, che nel deſcriver le parti del corpo uma no
preſi furono per Galicno: per non recarvi consì lungo racconto più di noja, che
per avventura non ſi conviene. Ne menomiho preſo briga d'avviſarciò,che a
ciaſcuno è manifeſto, che l'opere di Galieno ſenza alcun paragone ſian più di
vane ciance, che di coſe ripiene; sì che quantū Andrea Lacuna l'accorciaffe, a
più picciol volume po tca ſenza fallo riſtrignerle. Ne meno ho curato accennar
come coſa a tutti nota, chc la dottrina inſegnata da Ga lieno, per la più parte
ſia colta di pelo ad altri ſcrittori; e tal volta male da lui inteſa, c peggio
ſpiegata. Ho trala ſciato altresì per la medeſima ragione, di narrar come Ga
lien poco intendente fi paja delic ſentenze di Democrito, Ссс 2 di que 1 di
Placone, e d'Ariſtotele, e come al roveſcio anch'egli ſovente ſpiegar fi vegga
i ſentimenti d'Epicuro;comechè da un particolar maeſtro n'aveſſe egli la
filoſofia epicurea ap parata; il che ſovente anche egli fa dell'opinioni
d'Eralia Itrato, d’Aſclepiade, e d'altri Setteggianti; avvegnachè eº millanti,
che di tutte ſette e' ſtato foſſe nella ſua giovanez za da più celebri maeſtri
di quelle addoctrinato. Ho tra laſciato anche di far parola dello ſconcio modo
del filofo fare, che mai fempreGalieno adopera, non iſccndendo mai alle
particolarità delle coſe; e ſe talor e'fi pare, che viſcenda, il fà per
modotale,che'l traſcurarlo ſenza fallo farebbe menmale. E nelvero chi è, che
non conoſca,co me per lui ſcioccamente ſi filoſofi dietro agli clementi, a'
temperamenti, agli ſpiriti', al caldo innato agliumori; la natura delle quali
coſe non mai filoſoficamente egli ſpiega; ne mai pruova, ſe non ſe con ſole
parole la lor eliſtenza? Chi non fa poi, come egli ſcorriamente favelli
dell'inge ncrazione, del naſcimento, del creſcimento dell'huomo, e come
follemente e' ragioni dell'ingenerazionedelchilo, e del ſangue, della natura, e
degli uficj, delle parti, e di tut te altre coſe all’huomo appartenenti? Chi è
per Dio, che non iſcorga, com'egli facendofimenare per la barba dagli
ſtrolaghi, vanamente favolegojde giorni critici, e com'e. gli oltremodo vancggj
in facendo parole della materia del la natura, delle cagioni, e deglicfetti
delle febbri, e d'al tri mali, e particolarmente dell’Apopleſſia,e
dell'Epilcilia. dicendo egli, amendue queſti mali avvenire per l'oppila zione
de’ventricoli del cervello fatta da freddo, groſo, e tenace umore; recandone
per ragione, che di preſenta faccianſi, e di preſente finiſcano; o eſſendogli
caduto dal la memoria, o ponendo in non cale d'aver lui altra fiata,più al vero
conformandofi, argomentato il palpitar del cuore di botto ingenerandoſi, e di
botto riſtando; di neceſſità ca gionarſi da ſoſtanza aerea, e ſottile; ſenzachè
ſe ver folle, com’ei dice, dall'intera oppilazion de’ventricoli del cervel lo
l'Apoplefia, e dalla non intera l’Epileſia ingenerarſi, converrebbe chemai
ſempre dall’Epileſſia cominciaſſe l'A popiel ra, poplellia: e che queſta in
quella mai ſempre terminalſe; il che non ſi avviſa, ſe non ſe di rado; ma ciò
fa vedere le gran traſcuraggine di Galieno nelle coſe della medicina, che non
curoffi mai di aprir cadaveri; perciocchè aurebbe rinvenuto in alcuno oppilati
i ventricoli del cervello, il quale no foſſe morto d'apoplesſia,o
d'epileſſia;ed altri eſſer morto di sì fatti mali, ſenza tenere ne' ventricoli
del cer vello umore niuno. Laonde potrebbe a Galieno addattarſi molto bene
quelcelebre detto d'Ariſtotele:87 @ gu dangrasa γα, αλα μαντεύεται το
συμβησόμενον εκ τείκότων, και προλαμβάνει και ως ουτως έχον και πειν γινόμενον
ούτως. Or non fi coglie da ciò che è detto, che Galieno della coſtruttura delle
parti del cervello, e del loro uficio non ſapeffe boccata? il che da egli anche
chiaramenre ad inten dere, allor, ch'ci fa parole degli altri mali della teſta;
ed ora mi ſovviene,come follemente ei filoſofi dietro alla pau ed alla
triſtizia de'malinconici, in così dicendo: ficome le tenebre eſteriori
apportano ſpavento a quegli huomini, cheaudaci, o fapienti non ſono, così la
malinconia col fuo colore offuſcando, ed ottenebrando la ſedia dell'anima, le
reca timore; ne' qualiderti è certamente da ammirare, che ſié più errori che
parole; e moſtrafi chiaraméte per eſli, che Galieno niéte foſſe della natura
dell'anima, edi quella delle qualità intcſo:eche nó ſapeſſe, che coſa foſſe la
luce, che coſa foſſe il colore, ne come le ſenſibilità, e l'immagi nazionc, o'l
diſcorſo in noi fi facciano; perchè ragione volmente nel vero, comechè non a
baſtanza ne vien egli per Averroe proverbiato, e deriſo. Or come per Dio huom,
che ſuperficialmente filoſofu della natura, e delle cagioni delle malattie, mai
può in medicando della ragione valerſi?.e certamente, per ta cer d'altro, a
Galicno ne meno una terzana ſemplice gli verrà mai fatto poter con ragione
operando ſecondo i ſuoi diviſamenti medicare; imperocchèquantunquegli ſi con
ceda eſſer vero ciò ch'e' finge della terzana, cioè, che ſi cagioni la terzana
dalla collera, la quale fuor delle vene s'imputridiſca:e s'abbia p cofa
provata,e vera la ſua rego la, che la,
che curar ſi debba per li contrarj; le Galien non fa la natura della collera,
come potrà ſaper mai come s’impu tridiſca, e che imputridir la faccia,e come
per la putreſce za vi s'accenda, e ſi comunichi al corpo il calore: e d'onde
egli potrà coglier gli argomenti ad inveſtigare ciò che all' altro ſia
contrario? lo ſo ben, ch'e' dice la collera eller un umor caldo, e
ſecco,corriſpondente all'elemento del fuo co; ma s'ei non fa qual ſia la natura
del calore, e della ſic cità, e del fuoco,certamente nulla ei non ſaprà della
colle ra, ne comprender mai potrà, come ella, e per chi s'im putridiſca, e come
ella cagioni la febbre, e comea ciò ſi poffa dar compenſo. Certamente meglio
partito egli avrebbe preſo, ſe della ſola impirica valuto li foſſe;la qua le,
ſecondo quel, ch'eglimedeſimoafferma, è aſſai mens fallace della falfa
razionale, Ne meno lo dirò, ch'ebbeGalíeno avvegnachè compi laſſe tutto
Dioſcoride,diſagio di buoni, ed efficaci medica menti: c che egli la più gran
parte delle compoſte medici nedegli altri inedicimeſcolò nelle ſue opere: e che
adope raffe ogni maggior diligenza, per apparar rimedj, ricercă dogli eziandio
infra altri ſetteggianti, e cra’volgari impiri ci; perchè diſperato egli anco
di ciò, fu coſtretto ne'falar fi, nelle purgative medicine, e nella dieta, e
ne'giornicri sici tutte ſue ſperanze riporre. Or ſe a queſte,e ad altre cole,
che ſe Io voleli ad una ad una narrare per ora non ne verrei a capo, aveſſe
avuto Gi rolamo Cardano riguardo, certamente e non avrebbe fra quei ſuoi dodici
più ſottili ingegni del modo meſſo Galie no in iſchiera, nc mai ſi ſarebbe
laſciato traſcorrer dalla penna ultimus fubtilitate ſed clariſimus arte Galenus
metho dis, pulſibus, atque diſsectionibus. Ma quanto a queſt'ul tima parte,ben
qual ſi foſſe Galieno, il riconobbe, e l'ad ditò il Veffalio, che più del
Cardano ne fudi gran lungu informato. De' poiſi poi,che coſa potea indovinarne
mai colui, che per iſpiegarne la cagione, alla facoltà ricorſe, ne punto ſeppe
de’movimenti del ſangue? Ma nella loica, quanto egli poco valce, il dica Aver
roc, i 1 tropo ſtudio. roc, il dican aldri, che tanti errori gli ſcoprirono in
doſſo. Ma queſto è il veleno di tutte ſue opere, il della loica: e fe Galien
conobbeſi bene della loica, ficome pare al Cardino, che monta ciò, s'egli non
ſapea,ne pro to avea fra le mani ciò ch'avea eglicolla loica a diviſare? e
tanto baſti avere al preſente della medicina di Galien fiz vellato; e dicoloro,
che dopo lui vennero, paſſeremo omai a far brievemente parole, comechè
novelliſiſtemino ritrovaſſer eglino di medicina. Furono di così poco taléto
que' che dopo Galieno ſcriſ ſero in medicina, che non ſoppero altro, che le
coſe mede fime dagli antichi già dette, malamente per lor compreſe, e peggio
rapportate, compilare; anzi in ciò pur cotanto bambi, e goccioloni
diinoſtrarõſi,che tralaſciando perdap pocaggine le migliori, ſolaméte alla
ſchiuma inteſero; per chè Giuliano Cefare avendo commeſſo ad Oribaſio, che di
tutti antichi libri di medicina il più bel fiore coglieſe ', mal puotè vedere
il ſuo deſiderio a nobil fine códotto; per ciocchè colui non altro che di
fraſche, e di novelle,e di va niſſiine anfanie ſolamente fe faſcio. Ma dovea
purGiulia no, ſe filoſofante era, qual ſi ſtudiava di far vedere ad al trui,
avviſar ben cgli eſſer queſta d'altri omeri loma, che dello ſciocco
berlingatore d'Oribafio; ne alcuna coſa di pregio certamente atrendere da
quegli infeliciſſimi tempi potcaſi, ove i medici anche eglino nelle loro
dottrine reſi ſervi,parean ſol nati a ſeguir prontamente i fallimenti, e gli
errori de'ſecoli traſandati, edi queimaeſtri, i quali ſicome da ciò che
addietro da noi è detto ſi può agevolmente ri trarre, anzi alle ciance, e alle
lunghe dicerie, che alle fal de operazioni avean l'animotutto, e'l penſiero
rivolto. E sì, e tanto queſta ſconcia, e biaſimevol coſtuma crebbe, e
diſcorſeper tutto a que' tempi, che i medeſimi impirici, ancora,laſciando da
parte le loro pruove, e le ſperienze, tutti nelle ciuffole, e ne'ben compoſti
cicalamenti ancor ella s'impigliarono; perchè meritevolmére Galieno una fiata
fi biaſimava di quel valentiffimo medico di tal ſetta, ch'avef fe voluto
logorar la ſua induſtria, e'l tempo in contraſtare ! ic le ſette razionali;
perchè in iſperimentare, e in medicare folamente adoperandoſi maggior frutto
certamente confe guito n'avrebbe. E fe gran ſenno quell'altro dottiſſimo
impirico, ch'or mi ricorda eſſere dalmedeſimo Galieno co loda mézionato: il
quale a un inferino, che avea dato orecs chic ad una lunghiſſima diceria tenuta
dietro alle cagioni, alla natura, a’ſegni, e a’rimedj della ſua malattia per un
ciarlatore razionale, così diſſe; Io per me non ſaprei io, ond'è, che tu più
coſto debbi attenerti alle vane ciance di coſtui, che alle tante, e tante
pruove fatte permefin'ora; dal che moſſo lo infermo, diede di botto comıniato
al van ſofiſta, e nelle mani dello ſperimentato impirico rimiſeſi. Ma
certamente cotanto ciarlare, e anfaneggiare appararo no gli antichi incdicanti
greci dal ſoverchio ſtudio della loica;avvegnachè per quella intorno
alrimanéte,anzigua fti che addottrinati ftati foſſero in avviſar le cagioni, e
vere ragioni delle coſe: cotanto ſconcia, e travolta l'adoperava no. E forſe in
ciò potrebbon ritrovar pietà, non che per dono, ſe già l'oſtinazione, e la
fracotanza d'alquanti di lo ro non foſſe giunta a tale, che per fermo eglino
ebbero, e per coſtante, così veramente andar le biſogne della natų. ra, come
eglino le îi davano ad intendere, Ritroſi ancora ſi parvero, e negligenti affai
i Greci mę, dici nell'inveſtigar le parti così diſcorrenti, come faldede gli
animali; e poco o nulla s’affaticarono per iſpiarne l'e, conomnia, e
l'ingenerazioni, e gliavanzamenti delle ma lattie; ma ſour'ogn'altra coſa ſi
vider traſcurati in raccon tar la ſtoria de'medicamenti, la quale così dubbia,
incer ta, e favoloſa eſſer s'avviſa, come ſe a ſtudio di tal formar la ſtato
foſſe il lor principale intendimento; tante, e sì ſpeſ ſe fraſche, e novelle ſi
troyano colla verità in quella me ſcolare, e confuſe, E ben ſi ſcorge ciò dalla
raccolta, che ne fe il noſtro Plinio; ina foyra tutto dal volume di Diofco ride,
il qual da varjantichi autoriritraendo le virtù de'mc dicamenti ſenz'avviſar ſe
vere, o falſe elle fi foſſero, di tut te pienamente fece faſtello; e tali
vengono poi per Galic no, per Oribalio, per Paplo, per Aczio, per Simon Seti
trat tiatto tratto deſcritte, quali appunto.le.laſciò Dioſcoride regiſtrate; ſe
non ſe ſcioccamente (forſe per far ſembiante, che da coloro erano ſtate le coſe
affai minuramente difa minare ) in qual grado il ſemplice, o caldo o freddo,o.umis
do, oſecco egli.fi foffe v'aggiunſero.. Ma ſe talora in qualche menomiſlima
parte vien per lo ro mai Dioſcoride ripigliato, certamente il fanno dove e *
no'l merita; ficoinc allo.incontro il commendano, dove no'l vale. Ne lo ciò
dico per diftorre imedici dalla lettu ra di Dioſcoride, ch'egliè anzi permio
avviſo il volume di lui la miglior' opera di quante della medicina de' Greci
alle noſtre mani ne lian pervenute: ma perchè eglino vi ſia cauri, guardinghi,
e ſenza rigoroia efaininazione alle cofe per lui riferite alla rinfuſa non dian
intera credenza. E quinciancor manifeftamente s'avviſa, che non che nulle
giovaffe.a'Greci la Razional traccia a difcernere le facoltà de'medicamenti,
anziella di vantaggio loro oltremodo nocque; perciocchè più veritieri aflai
trovanfi i rapporti delle virtù de’ſemplici appo i barbareſchi popoli, privi,
digiuni di lettere, che nelle limite, e ben culte ſtorie loro. Io tralaſcio di
far parole de’medicamenti compoſti de’Gre ci, che afai chiaro fi pare,
quantodalla fortuna, dal caſo, anzi che daila ben regolata loro ragione ne
vengano di viſati; mal porendofi dirittamente accozzare, e comporre infieme
imedicamenti femplicida colui, che di quellinon fia pienamente informato. E ben
s'avvidero i Greci ine dicanti più ſagaci,.e più ſtimari della. poco lieta
uſcita de' loro medicamenti; perchè andando per innanzi maggior mente a
riguardo: folamente nel preſcrivere fobrio, e ben regolato vivere, l'arte
tutra,e'l ſommodel medicare ripo fero; e sì, e tanto-in.ciò furono ritenuti, e
rigorofi, ch'a molti infermi più giorni ogni cibo vierano, cad altri la fo la
mulla permettevano. Poco accorti in mole'altre coſe li videro i Greci medici;
perciocchè per iſpiarequanto lor foſſe ſtato poſſibile deca gioni delle
malattie di tanti infermimorti nelle lor mani no fi diedero maicuca d'aprire
icadaveri; avvegnachè una tal Did diligézainutile altrui poſſa sebrare,eflendo
malagevol mol to lo inveſtigare ſe ciò che guaſto nelle interiora ſi ritrova,
più toſto ſia effetto,che cagion delmale; pur nondimeno alcuna fiata
potrebbeperavventura a qualcheutilità riuſci re. Ma quelche più rilieva, ne
meno fcriſſero i Grecile ſtorie de'mali, ſe però non le ci ha tolte la
lunghezza del tempo; e quelle poche, chenoi ne abbiam focco nome da Ippocrate,
elleno ſon cosi rozze, ed imperfette, che r.2- ' gionevolmente huom favoloſe le
crede. Perchè non è po co da lodare il diviſo di que'moderni, che ſi ſono
attentati di ſcriverle, comeche Pabbian poſcia meſſo infelicemente in opera, o
perchè lor venne in talento di raccontar le ma raviglie, ſicome fece Amato
nelle ſue ſtorie:0 pure, perchè dalla faſcinazione delle ſette adombrati',
vider le coſe al trimenti diquel ch'elle erano; ſe pur non ſon elli imalizio fi,
che le coſe ſempre aroveſcio, e travolte ne vogliono da re a divedere; ſicome
alcuni di loro cento, e mille fperien ze, matutte falſe, per difender le loro
opinioni tutto di van recando. Egli furon poi i Greci cosi per vaghezza
brigāti, eriot tofi che, tal ſovente videli, nonche ad altri,ma a ſe me d'elimi
far contraſto; ſe bene in ciò non tanto eglino ſono da accagionare, quanto i
viluppi, e le malagevolezze di quell'arte, che eglino cotanto con biftentis e
vigilie, e fudori ſtudiaronſi d'illuſtrare, emaggiormente offuſcaro no; perchè
non ſenza rifa da huom di ſano intendimento leggerafſí la millanteria di Pelope
Maeſtro di Galieno, il qual vantava di ciaſcuna coſa di medicina ſaper la vera;
incontraſtabil cagione. E già parmi leggiermente avet cocca, e traſcorſa tutta
la medicina de'Greci;e quantunque non abbia lo fatra ſpezial menzione d’Areteo,
il cuili bro per avventura ſembra ſcritto con diligenza maggior di quanti ne
fon rimaſi interi della medicina deGreci,e con filoſofica libertà; pur non è da
maravigliarvene, perciocchè egli contien le dottrine medeſime da noi più fiate
diſami nate, e riprovate. Finalmente ſi conoſce, che non hanno gran coſa i
Greci in medicina adoperato; imperocchè les aveſfer qualche coſa di pro eglino
mai rinvenuto, certame te qualche veſtigio appo gli autori, chealle noſtre mani
so pervenuti,ne apparirebbe. Ma chedovrem noi dire della Arabeſca medicina ella
fu tanto nel paſſato ſecolo abburattata, e premuta,che par che d'altra
eſaminazione non le faccia più meſtiere. E ciò maggiormente, che dagli Arabi fu
maiſempre il filoſofar in inedicina di Galieno ſuperſtizioſamente ſeguito; del
cui mancamento molte coſe abbiam noiragionato. Ma egli è in iſtato più
miſerevole la loro ſcuola, che dove alcunas volta Ippocrate, e Galieno non
dipartendoſi dalla ragio ne il ver dicono, ella ſconciamente gli abbandona. Nel
rimanente poi, e ſpezialmente nella materia de ſemplici: di leggieri immaginar
nonpuoſli, quanto ſciocchi ſi ſiano i diviſamenti degli Arabi;imperocchèbaſtava
lor ſolamente aver letto, o pur udito, che per Galicno una coſa ſi affer maſſe,
che immantinente per vera la credevano.Perchè poi gli Arabi ignorarono la greca
favella, l'un ſemplice, e l'un malore per l'altro ſpeſſe fiate colfero in
iſcambio; e de’libri della natomia de'greci molte coſe, emolte non inteſero; ma
gran male queſto non ſarebbe ſtato per avventura, fe di vantaggio qualche lor
ſogno non ci aveſſer frāmeſſo. Ed anvegnachè fra’medicamenti dagli Arabi
ritrovati ve ne abbia forſe saluno, che a que' de Greci prevaglia., niente
dimeno nulla,.o poco ciò monta riſpetto al grave, e incom parabil danno,
ch'apportarono gli Arabial mondo colla ver introdotto l'uſo del zucchero, per
cui ſi fono sbandeg giate perpetuamente le Sape, le Mulſe, gli Offimeli ſem
plici, e compoíti, e in tante guiſe formati; e ſono a lor ſuc ceduti con
graviſſiino danno degl'infermi,i ſciroppi; con cioliecoſachè ſotto il doice del
zucchero,un enordaciſſimo, e pungentiffimo fale ſi naſconda, valevole colla ſua
morda cità a ingenerarferventiſſimo caldo; ed egli oltre a ciò ab bonda il
zucchero d'una cotal tenacità oppilante, e perciò alle viſcere nocevole
oltremodo, e nimici; della quale il miele è affatto privo, mercè, che le apiil
rendon volatile, Ddd 2 é fottile, e penetrante e, quaſi ad una celeſtial
quinteffens za il riducono; perchè facendo nelle viſcere il miele poca dimora,
poca, o niuna offeſa può certamenteil ſuo fale re carne, che men acuto anche, e
mordace del ſale del zuc chero ſi ſperimenta. Maſenza più diftendermi in queſto,
ayendovifaſtiditi pur troppo, lo fo quì fine al mio ragio mare. vele Icome al partir della fredda ſtagione,
dal grave peſo delle neviſgombra la terra, tutta lieta:, e feſteggiante
ringiovaniſce, e allo ſpirar de'tiepidi zeffiretti laſciando ležiarſe, e
ſquallide ſpoglie; di vaghi fio ri, e di fronzute piante fi riveſte; e fiabe
belliſce: cosìparimente;o Signori,le ſcienze, e le più no bili artiscellati
ifuriofi diſcorrimenti de'barbari, che mala mentemalmenare l'aveano,
cominciarono aʼnoſtri più yi cini tempiper l'Italica induſtria tratto tratto a
farſi vedere, a poco a poco riacquiſtando l'antico', e forſe altro più rag
guardevole ſplendore.Già la Greca, e la Latina favella,d'o, gni ſcienza
antichemadri, riſurte fiorivano; già la Poeſia ', egli ſtudjtutti del ben
parlare erano in ſu'l far frutto; ne l'Archițettura più, 12.Muſica,o la Pittura,
o ciaſcuna altra arte abbattutalanguiva; ma pur la medicina ſola;e la Filoſofia
nel comun ſollevamento, in vil ſervaggio vivens do ſe ne giacevano oppreffe,
efgombinate dal barbareſco giogo d'Ariſtotele, e di Galieno; quando piacque
finalme. te a colui, che impoſe a tutte umane coſe aver fine, che fi
levala 3 1 Ievaffer fuſo
alquantianimigrandi, e generoli, quali NOR G fperavano, e non poteano per huom
mai immaginarſi, ch, avallar doveſſerola ſignoria di coloro, e la medicina, e
la filoſofia alla primieralibertà, e al perduto pregio riporres O ſpiriti
veramente generoſi, e da elſer commendati per quantoil mondo durerà; i quali
ardirono prima di far ri paro all'impetuoſo torrente dell'abuſo comune; e ad op
porſi sforzatamente all'univerſalconſentimento delle gen ti. Maggior gloria
certamente fu di coſtoro, i quali furo no i primi a rompere il guado a sì ardua
impreſa, e arice ver a battaglia affrontata i pertinaci ſeguitatori di Galieno:
che di coloro, i quali in prima ſetteggiando a lor talento, nel confuſo
rimeſcolamento della medicina s'argomenta rono di trarla moltitudine ancor
libera a’lor ſentimenti; c. s'eglino, i quali riduſſero la medicina a qualche
più toſto apparente,ch'eſiſtente ſtato di perfezione, ed i primi ri trovatori
di quella in cima d'altiſſima gloria aſcefero,e for montarono: che farà da dir
di coſtoro, i quali, non che ab battuti e'fi foſſero in terren ſoluto,e d'ogni
erbaccia purga to: anzi cotanto duro, e mafagevole, e ſpiuoſo il ritrova rono,
che ben convenne loro in prima durar lunga fatiga a liberarlo da’bronchi, e
da'pruni, c da’ravvolti ſterpi,che l'ingrombavano,anziche vi poteſſero granello
riporre. Ne ſembra certamente cotanto malagevolel'introdurre da pri ma alcuna
coſtuma infra le rozze genti: quanto egli è du To, e quaſi impoſſibile, allor
che quelle già auſare viſono, e tutto che indurate,a far loro cambiar uſanza,
ericre derle, e ſgannarle de loro errori; perchè è da dire, ches molto maggior
vanto foſſe deʼriſtoratori della guaſta, e mal menata medicina a rimetter fe
medeſimi in prima, e poi gli altri al diritto ſentiero: che non fu di coloro, i
quali non incontrarono malagevolezza niuna d'invecchiata, cpre ſcritta uſanza
da ſuperare. Ma ciò al preſente laſciando, trapaſſeremo a narrar
de'noſtrivaloroſi moderni, ſecondo il noſtro diviſamento; e diremo chente, e
quali ſiano le loro opinioni intorno alle coſe più ragguardevoli della me
dicina. Egli fembracertamente, che prima diciaſcun'altro l'al cilimo Chimico, e
filoſofante Bafilio Valentino, monaco diS.Benedetto: fatto capo a' ſuoi tempi
nella Lamagna co tro la ſignoreggiante medicina di Galieno, e quella degli
Arabi, perpiù d'una prưova conobbe a deboliſme fonda menta quelle attenerſi, e
in ſü’l ſecco ſenza fallo effer in peſtate;concioffiecoſachèprive di ragioni,e
manchevoliol tremodo d'efficaci medicamenti végano alla per fine ſtret re a
riporre tutta loro ſperanza di vincer le pertinaci,e gra vi malattie nella ſola
natura: comcchè co ' falalli,e colle purgagioni, e con altriſconcj, e violenti
rimedi render la ſogliono ſovente ſpoſfata, e poco acconciza fofferir la vio
lenza del male. Perchè argomentoſſi dicomporrenuove forti di medicamenti
profittevoli a malati ſenza riſchio di piggiorar loro con quelli di nulla la
conpleſſione. E con ciofoſſecofa,che eglivalentiſſimo Chimico foſſe, e molto in
folver icorpi maſſimamente minerali affaticafléfi, diede egli cominciamento a
quel ſuo famoſiſſimo ſiſtema di medicina, chepoicompiuto,e perfezionato venne
da Teo fraſto Paracelſo. Ma comechè ponga egli per fondamen to della fua
medicina que’tre principi, de'quali anche ſer veli il Paracelſo: çiò ſono zolfo,
ſale, e mercurio; non però di meno diſcorda egli non poco dal Paracelſo in ciò,
che egli giudica corali principj ingenerarſi dagli elementi. Nel qualſuo
ſentimento certamente egli non poco falla, laſciandoli ſcioccamente menare alla
piena del folle vulgo in ſupporregli elementi; perciocchè ben doveva egli avvi
ſare, quelli ſolamente eſſer nel cervello d'Ariſtotele, e di Galieno: e che
tutti loro argomenti, malimamente quel lo, che ſembra aver qualche ſembianza di
vero, cioè, che icorpi tutti in iſciogliendoſi, a quelli come aloro primi
componenti ritornino, ſiano yani, e fallaci; alla qualcoſa fare bédovevalo
ajutare lanotomia vitale;mal'aver lui uſa. to qualche tempo nelle ſcuole in ciò
pur dovette abbaci narlo. Adunque egli giudica, che tutte coſe abbian lor
materia, e lor forma, onde poi prenda dirivo ciaſcuna lo ro operazione: e che
queſta dalle ſtelle venga ingenerata,e dagli elementi formata, e da’tre
principj ſolfo, fale, e mer curio prodotta, e perfezionata; ma pur.dice egli
una fiaca l'acqua eſſer la primamateria ditutte le coſe; que, ſon fue parole,
exficcatione ignis, et aëris in terram formata eft. Oltre a ciò egli afferma,
in ciaſcuna coſa dimorar cotali fpi riti vivificanti operativi, i quali G
nutrichino, e fi foftenti no de'corpi, ne'quali albergano: che in queſti
ſpiritila vir tù, e la forza d'effi corpi ſpezialmente conſiſta; ma come chè
queſte, e altre fraſche aſſaiintorno alla natura di sì fat ti ſpiriti egli vada
ſcrivendo, pur ſi potrebbono le ſue parole intendere allegoricamente, e con
ſentimento forſe da non diſpregiarſi: ſe non ſe moſtra manifeſtamente così in:
ciò, comein altri ſuoi divifamenti eſſere ſtato lui molto [um perſtizioſo, e
vano nel ſuo filoſofare. Perchè o colpa foſſe de'tempi, o altro, che il ſi
faceſſe, comechè egli intenden tiffimo foſſe ſtato della vital notomia, e che
con quella ma raviglioſe coſe aſſaioperate aveſſe, avviſando ſottilmente i più
naſcoſi ſegreti della natura; non però di meno non ſe ne ſeppeegli sì ben
ſervire, che penetrare aveſſe potutoi veri principj,onde le operazioni, e
gliefferci de vegetabi li, degli animali, e de'minerali procedono. Mapure egli,
come non poco arricchita aveſſe de' ſuoi comiendevoli ritrovati, e di
ſottiliffimi divifamenti la me dicina, e che ſaggiamente giudichi infra l'altre
coſe, che dal lavorio delle chiniche preparazioni de' corpi naturali ne
lieguano,naſcere il certo conoſcimento di cotal arte;im pertāto.egli
manifeftamête avviſando l'incertezza di qucl la, ne conſiglia, econforta a
riguardar ſempre all'uſcimen to de’rimedj; perciocchè dal nocimento, e
dall'utile, che quelli recano a'malati, può il medico avveduto prender có
figlio, ſe debba più per innanzi adoperargli. o nulla, quanto al fatto del
medicare, il Va lentino delle chimiche operazioni fi valſe; imperocchè qua
tunque belli, e grandi, e copiofi medicamenti gli venine ro, mercè la chimica
conoſciuti; la cui vircù egii profone damente ſpiò: e più avanti facendoſi
giugneſſea penetrar la propietà de' tre principi nondimeno non tols'egli a {pie
1 Ma poco, gi!re Del Sig. Lionardo di Capoa 401 gare, come da quelli
s'ingenerino, el guariſcano i mali. La quale imprela certamente fu dopo luidal
Paracelſo, ſe non compiutamente fornita, a grande ſtato condotta; av vegnachè
il Valentino non tralaſciaſſe affatto di metternes fuora da quando in quando
qualche profittevole ammae ſtramento; ſicomeè quello chea’mali ch’abbian fatto
cal lo, e di ſoverchio ſi fian radicati in corpo, ſolo le fifle me dicine
approdar poſſano, ficome quelle, che fin dalle ra dici gli sbarbano; le non
fiſſe ſaggiamente a quell'acques piovane aſſomigliando, le quali toſto
diſcorrendo per le Atrade, non penetrano per fonghe, o per foſſati fin nelles
viſcere della terra. Siinigliante è quell'altro ſuo avviſo, che Come d'affe
ftraechiodo con chiodo, così l'un ſimile vaglia l'altro a curare; allegandonc
l'eſem plo del veleno, il quale non altrimenti che la calamita ſi faccia il
ferro, tragge, ed aſſorbiſce l'altro veleno; ed in veggendo egli, che l'acqua
arzente guariſce la Riſipola, immaginò, che il caldo di quella l'interior
calore di queſta attraeſe. Ma da queſto diviſamento può ciaſcuno far con,
ghiettura, ch'egli entrato ne’valti regni della natura, qui vi poi li ſmarriſfe,
ne fructo, e pro che dovea ne riportaſ ſe; imperocchè s'egli ſi foſſe
dirittamente appoſto, avreb be detto, che ingenerandoſi la Riſipola
dall'acetoſità, gli Alcali volanti dello ſpirito del vino ciò adoperino; il che
ben ebbe inteſo il Paracelſo, onde potè cotant'erbe di ſimi li alcali volanti
ripiene,valevoli a far contraſto all'acetoſità delle ferute agevolmente
rinvenire, e compornc tanti be veraggi, che vulnerarj ſon detri. Maciò, ch'è di
maggior conſiderazione, cgli non curò mai il Valentino d'inveſtigare (il che
forſe a lui non guari malagevole ſtato ſarebbe) la figura, e tutt'altre
proprietà di quelle particelle, onde i tre principj ſono formati, eco me, ed
onde le loro operazioni avvengano; in tal guiſa avrebbe egli potuto
felicementenella filoſofia innolcrādoſi ſcorgere, come il ſuo Vulcano fia
conoſcitore, egiudica tore ditutte le coſe ne’ere principj ſolvendole, ficome
e'di Eec CC CON ce con quelle parole,
che dal tedeſco idiomanel latino così furono dalChercringio portate; Quum
Chalybs durif fimusfilice duro ſolidoque percutirur, ignis ignem excitat,
commotione vehementi, et - accenſione eliciente occultum ful phur, fiveignis
occultus manifeftatur.commotione ifta vehe menti, eper aërem accenditur, ita ut
verè, et efficaciter ardeat; fali maner: in cinere, &mercurius inde fe
proripit una cum ſulphure ardente. Ma ſe mai avutoegli aveſſe pie na
contezzadella naturadel fuoco,di cuipoteva informar ſi dalle continue
operazioni, che gli ſe ne parávano innanzi agli occhj;séza fallo,egli in
sifatramaniera none avreb be ragionato.. E ſe in cocal guiſa foſſe andato
confidcrara mente negli alti miſterj della natura innoltrandoſi, NTOI farebbe
ſtato da cotanta maraviglia ſoprapreſo per lo con tinuo ſcambiamento delvino in
aceto. Ne ſarebbe egli ſta to nelle ſue opinioni cotanto bergolo, e poco
ſtabile;:fe forſe ciò non avvenne in lui dall'accorgimento, ch'eglieb be del
noſtro corto intendimento, e dalle malagcvofezze in cuici avvegniamnoi fovente
in filoſofando. Il perchè preſe ad eſclamare una fiata. Bone Deus !'natura à
nobis bominibus quodammodo indignatur tota: pervideri ! cum vi tri noftratempus
conftitueris adeobreve, et cu verus omnia judex multa refervaveris tibi in
creaturis; que non ſcientiæ, fed admirationi noftræ reliquiſti. Ma tempo è omai
di venire a Teofraſto Paracelſo; ne già m'invicrò lo per la ſtrada dall'Eraſto,
dal Cortino, dal Riolano padre, e da altri famoſi Galieniſti calcata; i quali a
biaſimar in lui ciò,che eglino medeſimi non comprende vano fi miſero, porgendo
giufta cagione ał gran Ticone di dire: Paracelſus pluribus oppugnatus quam
intellectus; e lor fatica impiegando intorno a materie bazzeſche,e gher minelle
s'ardirono a rimbcccar quelle ragioni, che già più fortunatamente avea il
Paracelſo contro illoro Ariſtotele, e'llor Galicno adoperate: intorno a' quali
ſoleva il Para celſo dire, che con una ſola ſperienza arebbe cento ſuppo fte
dimoſtrazioni d'Ariſtotele abbattute, e mandate a ter ra; ma rimarrò ſolamente
pago di toccar pochiſſime coſe di mio talento, e ſpezialmente quelle, ſopra le
quali il di ftema tutto di lui vien piantato.. Lamedicina del Paracelſo,
quantunqueragionevolme te a chi può dar di queſte coſe perfettogiudicio molto
più veriſimile dell'altre razionali fi paja, e che tanto ne' pro fondi miſteri
della natura innoltrata, e profondata lilia, cheminutamente ragguardar poſſa a
quelle minuzie, per le quali ſolamente l'arti alla debita perfezione montarpor
fano: ediſceſa ſi veggia più di tutt'altre medicine, ad ogni
menomillunaparticella diſtintamente Itacciare: coſa, la quale già tanto da
Galieno fu nella medicina fofpirata; e quantunque nel diviſarle cagioni,e la
natura delle målar tie, e diciù, ch'a quelle, ed all'economia degli animali
s'appartenga, valentiſſimo egli fia: edil ſuo autore abbia trovati, e
poſtiglorioſamente in uforimedj valevoli, ed ac concj a riſanare ancheque’mali
giudicati per addiecro infia nabili dagli antichi; e quantınque alcuno dir
giuſtamen te vaglia, aver lui aſſai più di lume, e di vantaggio, e d'ui tile
recato al mondo co'foli ſuoi libri del Tartaro, che co® loro infiniti, e
voluminoſi libri di medicina tutt'altri fcric tori, così Greci, come Latini
inſieme s'ayefſer mai fac to; non però di meno chiunque con occhio filoſofico,
e fpaffionato ben ſotcilmente vi badalſe,agevolmente ravvi far potrebbe la
dottrina per lei inſegnata eſſer alquanto manchevole, ed intralciata, e le ſue
saccherelle, comechè minori forſe dell'altre, avere anch'ella. E tutto ciò
certamente avviene tra per la natura della medicina, impoſſibile a comprendere
ad intendiméto uma no, come di ſopra baſtantemente è detto; ed ancora per chè
il Paracelſo a tante, e sì diverſe, e ſtranemaraviglie da lui nuovamente nella
natura offervate, a guiſa d'occhio da troppa luce abbagliato, Che dal troppo
veder men'alto intende, tutto vinto, e tremolante più oltre non osò guatare:
ſule prime ſoglie della natura riſterteſi, ove maggiormente a fpiarla per tutto
inuoltrar fi dovea; così Nun altrimenti ſtupido fiturba Ece 2 Il montanaro, e
rimirando ammuta, Quando rozzo, e ſalvatico s'inurba. Perchènon men, cheGalieno
già de'ſuoi principj s’aveffe fatto: grazioſamente immaginandoſi la natura
della corpo rea ſoſtanza, e delle quattro primjere da lui dette Relol lacee
qualità: ene men inveſtigando onde avvenir poſfa, ch'elleno sì poco valevoli
ſiano nel corpo umano ad opera re, e cheniuna parte abbiano nelle gravi
inalattie; e per altre,ed altre ragioni,nelle medeſime tacce delle quali ac
cagionali Galieno poco meno incorrer fi vede. Così il Pate racelſo intorno
a'ſuoi principj non miga già, ſicomea buo.si filoſofíte covenivaſi,riguardò
alla natura, o alla proprietà, o a’modi del loro operare;ſenza le quali
contezze non può certamente, ſe non murarſi a ſecco, e poco durevol ſiſtema di
razional medicina in piè rizzarſi. Ma acciocchè quanto Io dico più apertamente
ſcorger ſi poſſa, convien la coſaw più minutamente diſaminare. Queſta
grandiſſimamaſſa dellVniverſo e' fi pare, che da Teofraſto Paracelſo venga in
due globi partita: uno al to, che due elementiin ſe contiene, ciò ſono il fuoco,
Paria: e un'altro più baſſo, che ſomigliante due altrine ha, e ſono l'acqua, e
la terra. I quali quattro Elementi chia manfi ancora da lui
vacuitadi;perciocchè vuoti d'ogni cor po eglino ſono:altrimenti no potrebbono
da' corpi agevol mente efſer ingombri. Sono adunque gli elementi incorpo
rei,cioè a dire privi d'ognicorporea diméfone. Ma in que Ha vacuità dice egli,
chela luce, e le ſeminali ragioni di tutte cole dal loprano Facitore meſſe
furono, allorches quello, di nulla criò da prima l'Univerſo; quindi v'aggiun ſe
le ſembianze, e le coperte propie de corpi, le qualiallor che quelli veſtono,
varie, e diverſe coſe ci producono. Per quel, che ſi poſſadall'opere del
Paracelſo argomentare: i principi primi delle coſe fon di due inaniere;
perciocchè, o ſono principj propiamente tali, o alcuni di que', ch'elemé ti comunemente
diconſi. Gli elementi ſono due, uno è fecco, il qual terra dannata, e cenere,
carena anche tal volta chiamaſi: l'altro è umido, il qual flemmafi dice. La
terra dannata non ha virtù alcuna, ſalvo che d'aſſor bere, e impiaſtrica,come
dicono; e la flemma parimente al tro non adopera, che ammollare, e inumidire;
perchè ſon dette principi paſſivi. Ma non ſolamente la ficcità, e l'umidore,
giudica il Pa racelſo, che in nulla s'adoperino in queſta maſſa mondiale; ma
quell'altre dire qualità ancora,che dalle ſcuole agli ele menti s'attribuifcono,
dice egli ad altro non ſervire, fuor folamente, che a riſcaldare,o a
raffreddare; perchè da lui, tutte, e quattro chiamanſi Relollacee, cioè a dire
ſeioperd te, e ozioſe; perciocchè non hanno elleno virtù alcuna ſe minale.
Nelche ſi pare, che il Paracelſo imitare abbia vo Juto Ariftotele, ilquale vuol,
che i ſemi tucti ſian d’unco tal calore forniti, propiamente celeſte, e diverſo
affatto dal calore elementare. Perchè è da dire, che fecondamente chè giudica
il Paracelſo, le quattro volgari qualità altro non adoperino, che cccitare, e
riſvegliare le féminali virtù nc'corpi,ove clle ſono. Ma i principj propiamente
tali, che attivi egli chiama; ſono anchetre, fecondo lui; ciò ſono il Sale, il
Solfo, e'l Mercurio. Egli è il ſale una ſoſtanza ſalda, ſavorofa, la, qual
disfaſli, e ſolveſi volentieriper acqua,e per caldo derato fi ſecca, e li
raſſoda: e per ſoverchio fuoco ſi fonde. Il ſolfo è un corpo liquido, untuoſo,
agevole ad accender fi. E dalſale vengon tutti ſapori alle coſe: e per lo ſolfo
gli odori in quelle fpirano. Ma il Mercurio è un coralli quore fottiliſſimo,
echiariſſimo, il quale per la ſua ſottie gliezza in tutto penetrando,
agevolmente ſi diſperde, ei fvaniſce. Or sì fatti principi giuſta i ſentimenti
del Paracelſo abbi fognan tutti neceſſariamente a comporre, egenerare cia fcuna
coſa del mondo; perciocchè il ſale è il fondamento di tutta la faldezza
de'corpi; e non potendoſi il fale meſcola re, s'egli in primanon li ſolve in
minutiſſime particelle, fa meſtieri della fleminaa ciò adoperare. Ma la flemma
non può meſcolarli col fale per cóporre i corpi,ſenza l'ajuto del ſolfo; il
qual parimente per la ſua untuoſità non potendo mo: ſi age 406 Ragionamento
Sefto fi agevolmente partire, ficomefi conviene, abbiſogna dell' acqua; la
qualcompreſa, e impregnata del ſale ſciolto, fonde il ſolfo, e maggiormente
disfallo, acciocchè poſla diſcorrere, e meſcolarſi acconciamente a formarle
coſe del mondo. Vien poiil mercurio, il quale a guiſa d'anima nel corpo, per
cutto penetra, e diſcorre; ma in niunama niera potrà certamente ingenerarſi
fermo, e ben faldo cor po, ſe per la terra dannata in prima non ſi ſuccia,
es’at trae la ſoverchia acqua, chesformatamentel'ammolla: per la qual terra
finalmente alla debita perfezione, e all'ultimo for compimentole maſſe tutte de
corpidivengono. Per le quali coſe dimoſtrandone il Paracelſo, che
diſtruggendofi qualunque corpo, in queſte cinque ſoſtanze folamente fi lolva: e
contendendo, che cotaliſoſtanze non poſſano cer tamente per cola del mondo in
altro giammai cambiarli, o folverſi: egli inſiemeraffermail ſuo diviſamento, e
abbat te ſenza fallol'opinione d'Ariſtotele, e di Galicno intorno a’loro priini
quattro elementi. E sì avendo ben tutto ciò che fa meſtieri alla natura
de’principi, queſte ſole ſue ſoftá ze, e non altre dice il Paracelſo eſſeri
veri principi delle core. Ma Io per manifeſtare il mio parere intorno a cotal
di viſo del Paracelſo, non vo'ora opporgli, che y’abbia alcu ni corpi, i quali,
come affermal'Elmonte, e altri valoroſi maeſtri in Chimica, non ſi poſſano
maidisfare, o fciorre nelle loktanze da lui avviſate; ficome certamente è l'oro,
e'l mercurio volgare;perciocchèegli agevolmente riſponder potrebbe, ſe aver
bene cotali corpi ſoluti; comcchè ciò 2 coloro malagevol fia, ſenza il vero
artificio adoperare. Ne meno dirò, che cotali ſoſtanze s’ingenerino di nuovo
allor che disfannoſi i corpi: e che prima in quelli in niun modo alliguavano;
perciocchè potrebbe egli ancor dire, che'lle gno per qualche ſpazio di tempo
macerato nell'acqua, le poi ſi brucia, non dimoſtra nulla di ſale: ſegno
manifeſtif fimo, che'l ſale allor, che in bruciandofi il legno nonmace rato ſi
pare, era in priina nellegno: e che dal legno l'ac qua n’avea tratto colſuo
maccramento il ſale; anzi dirà il Paracelſo eſſer alcuni corpi, ne'quali ſenza
artificio alcuno, e ſenza ſolverſi v'appajano manifeſtamente cotali principi,
ſicome nelle ſugne, e in altri corpi grafli', e uotuolije nelle ulive anche non
ſolute il ſolfo-apertamente li ſcorge; per ciocchè in quello ſommamente
abbondano; ne a trar da quelli il ſolfo fa luogo lungo ftudio di chimica, o ben
fati colo favorio di diligentemaeſtro; che poſfiamo dire eſſer il ſolfo quivi
tratto per l'artificio del fuoco, e in canta abbon danzaefferſi di preſente
ingenerato. Nepuò il fuoco, per direvole, e gagliardo, ch'egli fiaſi ciò
adoperare; percioc chè dalla terra dannata', o dalla flemma, ove fólfo,ne mer.
curio, ne fale non alligna, non ſi potrà per opera difuo co, orlalaro chimico
ſtrumento trarne goccia giammai. Tralaſcerò pure di dire collElmonte, che
dall'arena; dalla ſelce, non maiſolfo, o mercurio ſi può trarre; per ciocchè
riſpõderebbe il Paracelſo in cotalicorpieſſer quel le ſoſtanze cotanto ſcarſe,
e poche, che nel volerle diſa minare ſi difperdono. Ne recherò, che per far
pruova diciò l'Elmonte con ſuo ſottiliffimo artificio ſciolle in un purisſimo
ſale l'arene, e le pietre: le quali s'avvisò egli no aver perciò perduto nulla
del loro primjero peſo; percioc chè fa pochiilimaquantità delſolfo,
edelmercurio ſvapo raci,quello cotanto poco fa menomare,che malagevolmen te fi
pud per huomo avviſare; ſenzachè ben può penetrar qualche coſa in eſſi corpi,
quando ſolvonfi,la quale riſtorar poſla il perdimento delle ſoſtanze, che ne
ſvaporano. Ne dirò pur coll'Elmonte, ſcambiarſi infra loid vicen devolmente
corali principj; conciofoſſecofa, che egli con maraviglioſo artificio ſcambiato
aveſſe il ſale in olio, e l'o lio poi tramutato in acqua; perciocchè non così
agevol mente il Paracelſo avrebbegli in ciò preſtato tede, fe pri ma con gli
occhj propj non l'aveſſe veduto. E medeſima menteciò riſponderebbe il Paracelſo
a quell'altra novella dell'Elmonte, ove egli vantaſi da ſedici once di gromma
di vino aver tratto per diſtilazione un'oncia d'acqua, due once, e mezza di
ſale, e dodici d'olio, perchè egli n’argo menta poi contro al Paracelſo, che
l'olio ſi ſia nuovamente dal Cale acetoſo della gromma ingenerato;
conciofoſſecofa, che ſe tanta quantità d'olio ſtata in prima vi foſſe,ſarebbe
et a più d'un ſegno certamente manifeſtaţa. Ė alla per fine laſceròmolti, e
molti altriargomenti da rintuzzare il ſiſtema del Paracelſo, e i ſuoi principj:
ficome quelli, a' quali cgli agevolmente riparar potrebbe. Sola mente dirò, che
quantunque lo ſcioglimento ottimo mnez zo fia da dovereavviſarei principi delle
coſe; non però di meno tra per la ſcarſezza degli ſtruinenti, e di tutto ciò,ch
' a perfettamente fornirlo ſi conviene, e ancora per lamala gevolezza
dellavorio, ſi rende quaſi egli impoſſibile; ſen zachè nello ſcioglimento delle
coſe,moltec molte lor por zioni delle più ſottili, e però forſe più operative
fa mestier, che ſvaporino, e ſi diſperdano prima di potereſſer avviſa te; c
altre comechè pur virimangano, nondimeno per la loro picciolczza non si poſſan
comprendere, non che per altra notomia più ſottile diſaminare. Ma ſopra
qualunque altro argomento, che ſoſpetti rens de i principi delParacelſo quello
ſiè,che colle ſuddette ſue cinque ſoſtanze egli non iſpiega, ne ſpiegar
certamente po tea, come da loro le ſenſibili qualità ad ognun conoſciu te, e
quelle, ch'egli chiama Cherionie s’ingenerino,eco me operino, ſe pure il fanno;
ne è maraviglia, che'l Para celſo ciò non abbia adempier potuto: da che egli
non ſa qual ſia la lor natura; ne certamente ſaperla, anzine meno inveſtigarla
egli giammai poteva, non ſappiendo la natura della ſoſtanza,onde quelle
produconſi. Perchè egli fa meſtier confeſſare, che la medicina del Paracelſo
manche vole nella ſua maggior parte ſi ſia. E ſe egli cotanto valoroſo ſi foſſe
ſtato in iſcienza, qual veramente giudicavaſi, dovea ben'egli in avviſando, che
co'ſuoi principj non ſi potea render ragione dell'apparenze delle coſe, prender
quinci cagione di ſoſpettarenon certa mente altri foffero i veri principj di
quellc, e quindi forte ſtudiarſi d'inveſtigargli; perciocchè ſe a ciò aveſſe
porav ventura egli indugiato; ſenza fallo avviſato avrebbe, le varie, e diverſe
figure delle menomiſſime particelle eſſer de'ſuoi principj cagione; perchè
agevolmenteargomentar n'avrebbepotuto come, e perchè quelli operaffero: eche
non eglino, ma il corpo medeſimo in varie, e diverſe brice fgrecolatose
partito, forſe delle coſe del mondo il vero prin cipio, onde poi ciaſcuna
operazione di quelle prendeſſera dice, e cominciamento. Ma intorno alla maniera
dei medicare del Paracelſo, ſe credenza preſtar ſi deve a que’libri, che ſotto
ſuo nome vanno, èda dire, chemolto vaga, e in coſtante ella ſi foſ fe, e di
pochiſſima fermezza. Il che altronde certamente non nacque, ſe non fe
dall'avvederſi, ch'egli fe in medicão do, dell'incertezza grande dell'arte; non
però di meno egli pur convien confeffare, niuno,per quel che ſi ſappia, aver
avuto corante, e cotanto efficaci, evalevoli medicine a fgombrar le più
pertinaci, e diſperate malattie, quanto il Paracelſo; e sì ſaggiamente ſeppele
egli a tempo adope rare, che non fu certamente infra gli antichi medico co
tanto valoroſo, e avveduto, ch'a molto ſpazio, così nell' uno, come nell'altro
non gliandaſic dietro. Perchè in tā to pregio, e rinomèa montonne egli preſſo
le genti, che non huomo mortale tanto, o quanto della medicina cono ſciuto,ma
non altrimenti che dal Cielo per ſalvamento del genere umanomandato comunemente
giudicavanlo. Ne v'increſca al preſente aſcoltarne anche da altri le lo di,
ancorachè alcuni di loro per uggia, e mal talento con biechi occhj il
guardaſſero. Ecco il doctiſſimo Spondano, il qual ſovente lumc, e occhio della
Germania folea chia marlo, così di luifcrive: creditur habuiſse præftantiffimum
illud vellus aureum, quod Iafon apud Colchos conquifivit: (Intelligunt me qui
Suidam legerunt) quo defperatos mor bos fanavit; ande magietiam opinionem apud
quofdam cele bres viros, quod magis miror, eft confequutus. E prima dello
Spondano, Corrado Geſneri, comeche parzial di Galieno, e di lui per invidia
inimico, pur dalla verità ſtret to ebbe a dire: audio multos paffim ab eo in
morbis deſpera tis curatos: et ulcera maligna ab eo feliciter ſanata. E al
trove egli n'avea detto: Paracelſus noftra memoria mugus Fff FJOR (nondubito.quin hoc nomen magis
fanèintelligas', ut apud Perfas ufurpatum fuit) admirabilis homo, notusamicis qui.
bufdam meis; à vicinis noftris Helvetiis oriundus, perva. gatus magnam
Orbispartem: chimica arte y qaamipfe puto ſpagiricamvocat, excellentisfimus
omnium, ita utper eam metalla immutaret. E'l dottisſimo Geometra, e filoſofo
Pietro Ramo di lui parlando fcrive:in intima natura viſce ra ficpenitus
introivit, metallorum, ſtirpiumque vires, facultates tàmincredibili ingenii
acumine exploravit,acper vidit, ad morbos defperatosi, et hominum opinione
infana biles, percurandum,ut cum Teofraſto nataprimum medicina, perfett'aque.
videatur. Madel ſuo incóparabilvalore; e delle maraviglie adope. xate da lui in
medicina;piena teſtimoniāza ne rende la Città tutta, e la dottiſſima Accademia
di Balilea, e'l Comun di Norimberga, ove egli per tante maravigliole ſue pruove
ragguardevol molto, e famoſo divenne: intanto che ragio nevolmente ftipiditone
il Zemeo avvedueisfiino ſcrittor de'ſuoi tempi,cosìdi lui dice: Apud Germanos:
nunc Thea phraſtus quidam vir adolefcens'exiſtit, cui parem Orbis.non fert:doctioremme
legiſememor non ſum.. E Melchiorre, Adamo dilui pur raccontando dice: eum
ingenio acutisfimo, acferè divino fuiſſepreditum: din univerſa philofophia tàm
ardur, tum arcana', abdita eruiſse mortalium nemi nem: lepra, podagra,
hydrope,aliiſqueinfanabilibus malis, defperatis mulios liberaſse: "idie
per duas horas Ba flee tum aétiuamtumcontemplativam philofophiam fumma
diligentia, magnoque auditorum fructu eſseinterpretatum doctrină,quam non ex
Hippocrate, fed experientia aſsegur sus erat. E'l Barthio pur di lui dice: Ego
de Theopbralo pre clarèfentio: admiranda praffitit; ſed qui cum perfectè intel
ligat, et quæ ipfe fecit faciat, nondum audivi. Ę France fco Oporino fuo
famigliare, per veduta anche di lui racco ta: pari induſtria novi ipſum
leprofos, bydropicos, e pilepti cos, podagricos, morbo venereo infectos,
aliofque innume ros infirmos gratis fanare. Id quod Galenici Doctores non fine
notabili dedecore non potuerunt imitari; unde in magnum apud
quoslibèt.contemptum inciderunt. E'l me delimo Oporino in quella lettera
appunto, ove fraſtorna to dagli emuli dilui, e fommoſſoanch'egli in truppa, a
rabbioſa monte mälmenarlo, infra le tante, e tantc menzogne, e cacce, che per
isfregiarlo farnesicando ſi fogna (del che gravemente poi pencilſı, ſicomene
narra Michel Toſite ) pur non potè tanto diffimulare, che apertamente talvolta
non confeffaſſe eſſere il Paracelſo valentiffiino medico, aver prontamentetra
le mani mirabilem faciendi medicinä in omni morborum genere promptitudinem,
felicitatem, Quindi di luinarrando foggiugne, che in curandis vulne ribus,
etiam deploratiffimis miracula edidit, nulla victus præfcripta, aut obſervata
ratione. E de'ſuoi mirabili, e valevoli argomenti maravigliato: laudano fuo,
dice, ita gloriabatur, ut non dubitarit affirmare ejus folius ufu ses mortuis
vivas reddere pole; idque aliquoties, dum apud ipfum fui, ipfe declaravir.
Macelebre ſopra tutte fiè la teſtiinonianza, che fe del le maraviglioſe cure
del Paracelſo il SereniſſimoArciveſco vo di Salburgo, il quale dopo averlo
altamente anorato in vita, e faccigli in morte famofiflimi eſcqui: volle, che
nel Ja lapida del fuo ſepolcro fi leggerle queſto orrevole ſopra ſcritto;
Conditur hic Philippus Teophraſtusinfignis medicine doctor, quidira illa
vulnera Lepram,podagram,Hydropem, aliaque infanabilia corporis.contagia,
mirifica arte fubftulis, ac bona fua in pauperesdiftribuenda, callosandaque
curavit. Ma:2pertamente tutto dì ſi ſperimenta il valor di qual che medicina
del Paracelſo, comeche delle men nobiliel la li fia, alla contezza noſtra
pervenuta; perchè tutto dà i più valenti Chimici ſtudianti per rinvenirne alere
nelle ſue opere. Ma delle medicinedelParacelſo aſſai bene ſcorro Giovan
Battiſta Elmonte, tuttochè ſuo emulo, ebbe a dio re eller quelle così rare, e
prezioſe, che meritevolmente il gloriofo ſoprannome di Monarca degli arcani ne
avelle egli riportato. Maavvegna pure, checotanto valorolo foſſe ſtato il P.2
racclſo in medicina, qual noiraccontato abbiamo; non però di meno non ſempre ſi
veggono i rimedi di lui a liero ffa ne riuſcire: e ciò maggiormente teſtimonia
la non macura morte,che fopravennegli a mezzo il corſo della fua vita, cioè a
dire nell'anno quaranſetteſimo; dalla quale nó li po tè egli per argomento
niuno fchermire: comechè cotanti diſperati infermi dall'orlo della ſepoltura
ſottratti aveſſe, e quaſi di mano a morte sforzaraméte ritolti; e pur egliavea
detto in prima: nullus morbus fuo medicamine defituitur. Che ſe'l maggior
medicante del mondo non potè ceſsar la violenza del ſuo fato, e adoperarsì
co'ſuoi valevoli, co prezioſi medicamenti,che la ſua vita a'più vecchi anni ſi
ri ſerbaſſe, che dovrem noi ſperar mai di certo dalla medici na, attenendoci a
rimedjdeboli, eſpoſſati, per falvainen to delle noſtre vite? Ma egli
ſcagionando in ciò l'incertez za grandiſſima dell'arte, che pur troppo avveduto
ſe n'eray e roveſciandone follemente la cagione a'forcunoſi fati, dice che in
baha di quelli ſia l'uſcimento de’rimedj interamente ripoſto; perciocchè da
quellola vita, e la morte noſtra de pende; quod autem, dice egli, parlando
dell'incertezza de' medicamenti, ium medicine, tum his atentes perfæpè à fa
talibusgravius vexentur, &cuentum conditioni medicina AC curſuinatura
adverfum omnino experiantur;ideo nobis fa Gere debet, ut inde diſcamus nimis
obftixatam de hac fragili vita fiduciam,ac fpem deponere. Etfi enim nocentia
fimul omnia, &medicinarum fimulomnium virtutes, morbo rum genuinascaufas;
ac bis oppofit& remedia debita plenè teneamus: nibilominus tamen
hancconfidentiam incumbes fan tum infringit facilè, ftatum formum omnem
deftruit; cui nos non modo non obluétari quicquam poſsumus, ſed fatali bus
caufs nofmet nudos totos potiøs objicimus, utpote que nos in folidum
mortalesfaciani, noftraque molimina infrin, gant, et providentiam noftram, ac
confilia univerſa ever Ma de'medicamenti di lui cotanto poco approfittar ne
poſſiamo, che comechè egli valentiſſimo medico, e filorow fante ftato foſſe,
pur le ſue opere in gran parte inutili, infruttuoſe ne rieſcono; cotanto piatto,
e imbacuccato tant. egli ſi fu ne'ſuoi ſentimenti,ch'a ben rugumargli malage
voliſſimamente ſe ne può cavar nulla di buono. Eoche foſſe ſtata invidia
aʼmedeſimi ſuoi ſeguaci, o altro ch'a ciò far lo ſpigneſſe,dique'ſuoi
maraviglioſi medicamenti, on de cotanta fama egli accattofſi, pochi egli ne
volle inſe gnare:. e que'pochi cotanto monchi, e oſcuri ne fcriffe, che ben ne
laſciò nel farnetico di doyerne inveftigar con lunga fatica la traccia;
de'quali egli medeſimo favellanda, dice: in quibus afsequendis paucisfimi
fcopum contingent., Perchè alcuni inviluppativiſi ſconciamente vi favellarono,
togliendo in cambiouna coſa per altra, e sì con quelli pig giorando gl'infermi
delle loro malattie, e ſovente anche uccidendogli. Vuole egli, che ciaſcuna
malattia, toltenc quelle, che richiedono la mano del medico per dover curarſi,
e quelle ancora, che dalle ſole qualità relolacce avvengono, le quali ſenza
argomento alcuno d'arte ſi guariſcono, dalle impurità ſemplici del ſale, o del
mercurio, o del ſolfo, o da tutte queſte foſtanze so da parte di eſſe
s'ingeneri no. Ma comechèegli cotanto danno ne dica da quelle av venirne: ſe
noi non ſappiamo, ne egli punto ne ſpiega qual ſia veramente la natura loro, ne
anche certainente avviſar poſſiamodi che forte d'impurità quelle loro fiano,
accioc chè acconciamente alle malattie da quello inoſſe riparar posſiamo. Le
medicine, dice il Paracelſo, effer debbono ſomigliá ti al inale, ch'è da curare;
perciocchè quantunque ognun fappia, che le malattie fian contrarie alla ſanità
delle gen ti, e che perciò vincer ſi debbano con argomenti contrar alla lor
natura; non però di meno le medicine, le quali G convengono alle malattie eſſer
debbono pure della mede fima lor generazione; perciocchè altrimenti mala
pruovan vi farebbono a raccattar la ſanità. Quinci ſi è, che'l Para celſo dopo
aver avviſato tre eſſer i generi delle malattie, così dica: caveat itaque
medicus ne arbores duas in unams curam inferat:fed teneat regulas,morbis
mercurialibus dan dum ejſe mercurium: morbis falinis,falem:morbisfulphureis,
ſulphur; unicuilibet nimirum morbo fuum appropriatum ficut convenit. Ma in
buona fe, che ha egli che fare la ſomiglianza con la cura delle malattie?
Perchè ebbe egli la ragione l'Elmo te di forte biaſimarnelo: igroravit bonus
ille vir, quod ifta non fintagentia fufficienter ad fanationem requifita. Ne
ciò è ſempre vero, che le coſe più agevolmente poſſano alle ſomiglianti
penetrare, cmeſcolarſi inſieme; ecome il me deſimo Paracelſo diffe:quodlibet
fuumfimile comprebendere. fuum fimile,non diverſum; perciocchè avviſiamo noi
tutto giorno in molte, e molte coſe il contrario avvenire. Ele pur talvolta
incontra, che s'accozzino, certamente per al tracagione egli
s'adoperajāzicotáto ciò è falſo,che per co trario alcuno dir potrebbe più p
diverſità, che p ſomiglia za inſieme le coſe accozzarſi: ficome i corpiconcavi
ſono, i quali ſtrettiſſimaméte a’ritõdi s’uniſcono;nei corpi ſpea rali, o
ritondi, comechè fomigliantiſſimi infra lorofiano, poffono in alcun modo
convenirſi: avvegnachè pur ſi con vegnanoi quadrati. Perchè dica pure a ſuo
seno il Paracel fo:Scorpio ſcorpionem curat, realgar ſuŭ realgar, mercurius
fuummercurium, meliſir fuam melilă; che ditanta mara viglia non ſarà certamente
cagione la ſomigliáza;anzitute' altro di quello, che egli va diviſando;
perciocchè, per ta cer dell'altre coſe, nello ſcorpione i pori auſati per lungo
tempo a ritenere in ſe quel ſuo veleno, e acconcj anche a riceverlo, più
agevolmente il ricevono dalla ferita, ch'egli fa nella carne d'alcuno, che non
poſſon riceverlo l'altre parti ſane vicine diquella; perchè movendo per la
forme tazione le particelle delveleno nella fcrita, volentiericol loro
diſcorrimento nello ſcorpione paffano, e a riccrti me deſimi, onde uſcirono, fi
ritornano. E queſte ſono le con tezze,che deve avere il medico avveduto per
doverpren. der argomento da porre avantile fue medicine, e non già le
ſomiglianze, o altre fraſche, le quali agevolmente poſ fono ingannarlo, e
mettere per la mala via iwiſeri infermi. Che ſe noiveggiamo alla giornata a'
mali del ſale aceroſo porfi conſiglio collaflomma, e colla terra dannata, e
altri mali guarirli con diſſomiglianti rimedi, perchè do vrem noidire,che la
ſomiglianza fola poffá diſmalare i cat tivelli infermi, e nello ſtato
ſalutevole del primiero vigore riporgli? Maſu riccvaſi pure', comevera,la
regola del Pa. racelſo intorno a'generi de'medicamenti, e ſia pur la fomi
glianza da ſeguire in medicando; come potrà mai il media co avveduto avviſare
qual forte di ſale, o di mercurio, o di folfo daelegger ſia per riſtorar
de’ſuoi mali l'infermo, feu prima egli pienamente no coprenda la gencrazion di
quel ſi, ch'a ciò il conduffero. Conviene adunque al medico fa pere quali ſien
quelle particelle, che forman l'apparenza dell'aceroſità nel fal dell'aceto's
quali l'amaritudine nel ſal della coloquintida, ſc ragionevolmente egli
proceder vuo Ic nel ſuo meſtiere. · Ma fe'l Paracelſo ebbe la medicina
univerſale, come è coſtante famaaverla lui apparata nel fuo lungo pellegri
naggio, non facea meſtieri ſapere; o'avvifar niuna disì fata re coſe, ne'curar
di vene łatice, o di acquoſe, ne della doc cia del Virfungo, o della
circulazion del ſangueso dal tri, e d'altrimoderniritrovati: comeche ſembri
aldortifia mo Vitiſchio aver parte luidi queſte coſe felicemente avvi fate. E
cócioſliecofachè l'univerfal medicina ſenza riguar dare a età o oa compleſſione,
o ad altra coſa del mondo, igualméte torte malattie vanti di guarire;Io non ſo
lorper chè il Paracelfo a si fåtte fraſche foſſelli: attenuto, ſe egli diquella
erisì ben fornito; perciocchè quella diceni eller ſomigliante albalſamo
naturale, e perciò valevole a invi gorirlo, e ajutario sì fattamente, ch'egline
ſolva, vinci, e diſtrugga le cinture ſeminali di qualunque ſorte zonda l'e
malattie curte prendon dirivo. Diceſi balſamo naturale dal Paracelfo' una coral
ſpiriz tuale ſoſtanza di principi puriſſimi compoſta, e participan te della
natura celeſtiale: onde ella è quafi incorporea ye incorruttibile; adunque
corale eller conviene l'univerſal medicina, e che ſia partecipe di
tuttiprincipj, acciocchè in ciaſcuna malattia approdar poffa. Ma certamente non
che il Paracelſo cotal medicina avuta aveſſe giammai, anzie egli fola il creder,
che quella ci ſia, o pofla mai eſſere:av: vegna pure, chealquanti medicamenti
di lui fieno ſtati va levoli a ſgomberar molte, e diverſe generazioni di graviſ
fime malattie. Ma egli tante,e tante ſortidi medicine ado però nelle ſue cure,
e argomentoffi dicomporre, e lavora te con ſuo gran biſtento, e noja
degl'infermi, che certa mente a cið recar non s'avrebbe dovuto, ſe quella ſua
uni verſal medicina conoſciuta aveſſe; ſenzachèegli, ſe non voleva pur
logorarla nelle cure baſſe, e menovili, ſarebbe fene almen ſervito perſe
medeſimo, allorche da graviſſi ma malattia ſorpreſo anzi tempo morilli, e prima
d'aggiu gnere all'anno cinquanteſimo della ſua vita. Ma ſe eglifof fefi pur
nella filoſofia tanto, o quanto innoltrato, no avreb be sì fatte millanterie
ſcagliate del ſuo valore, e della vir tù della ſua univerſal medicina. Ne meno
egli certamente detto avrebbe, che l'huomo per la ſola immaginazione va levol
ſia anche fuora del corpo a far le maraviglie, cche i caratteri, e le immagini
ſcolpite nelle piaſtre, e porta te adoſſo poteſſero ſchermir le genti dalle
inalattie, e libe rarle da quelle; ne farebbeli follemente ſognato, che'l ſole
fo ne'corpi degli animaliſidiſtilli, ſi fublimi, ſi riverberi, fi calcini, e ſi
fonda: onde poi mettan fuora varie, e diver fe forte di malattie: e che'l ſale,
e'l mercurio in noi ſimi gliante ſi diſtillino, fi ſublimino, e ficalcinino
cagionando le malattie: è che'l mercurio aſſottigliato oltremodo per la
ſoverchia circulazione ſia cagione delle ſubitane morti, e repentine:e che noi
puntalmente n'aſſomigliamo all'univer fo, e neſiamo vere imınagini in ciaſcuna
noſtra parte: e che i tre principj in noi cotante generazioni di malattie prodı
cano, quante ci ha coſe create: e tante, e tant'altre ciuffo le, e aggiramenti,
che ſe tutti fil filo gli vorrei narrare,non così agevolmente ne verrei a capo.
E tutto ciò a lui avvē ne per diſagio di profonda filoſofia. Ma per avventura
egli non fu cotanto ſciocco, qualnoi giudichiamo dalle man chezze dell'opere
fue; perciocchè quelle da' ſuoi malevoli per uggia, c per diſpetto cosìdiſguiſate,
e travolte furo no con torne alcune ſentenze per entro, e altrs, o ſciocche, o
fanciulleſche, o empie vezzataméte frapporrvi,che omai tralignano dallo
ſplendor d’un tant'huomo, enon ſembran più ſue. E alcune ancora affatto non ſon
fue, licome il medeſimo Oporino, che così fellonoſamente rubbellogli ſi,
manifeſtamente rafferma; perchè non dovrebbeſi certa mente coglier cagione per
quelle d'accoccaglierla, c dir glicne male; ſenzachè manifeſta coſa è, che
quelle, che ragionevolmente ſon da credere opere ſue, vennero perla più parte
ſolamente dalai diſegnate, ne più poi per innan zi rivedute; perciocchè egli
dal ſuo focoſo, e diſcorrevo {e ingegno traportato inteſe ſolamente in prima a
ritrovar le coſe, e quali dal profondo della natura cavarle, con in tendimento
poi di più minutamente a ſuo bell'agio quelle ſtacciare,.e diſaminare, per
poter metter avanti con eterna fama del fuo valore quelſuolodevoliſſimo
ſiſtema, che im preſe a diſegnare; e per avventura ſarebbegli venuto fatto, s'a
ciò tempo aveſſe avuto; ma la morte, ch'improvviſo gli fopravvenne, fe riuſcire
a vuoto i ſuoi diſegnamenti, e non laſciogli agio di fornirgli; perchè rotto a
mezzo della fa rica ilſuo lavorìo,cosìmonco, e diviſato rimaſe, qualnoi
veggiamo. Ed è anche opinione d'alcuni, che le menzio oate ſue opere foſfono
componimenti de'ſuoi ſcolari; per ciocchè egli uſava folamente a boce inſegnar
loro i ſuoi ſentimenti, ſecondo la coſtuma di quc'rempi; e quelli poi gli
cópilavano in iſcrittura, molte coſe giugnendovi dellor capriccio,e molte non
ben copreſe travolgendo a lor talen to in tutt'altro, cheegli li voleva dire. E
ciò tanto più ne ſi fa manifeſto, quanto in eſli ſuoi libri più fiate le medeſi
me ſue coſe ſon ripetite, ſecondochè da diverli ſuoi ſcolari furono accolte;
anzi dal loro natio tedeſco linguaggio nel Jatino idioina ſcioccamente
traportate da perſone diciò poco, o nulla intendenti, così confuſe, c
inviluppate di vennero, che malagevolmente ne vien fatto ad avviſarne, iveri
ſentiméti dell'Autore; col qualdifetto aggiūta anche l'ofcurezza, ch'egli a
bello ſtudio argomentolli frapporvi, certamente oſcuriſſimi, e malagevoli
oltremodo quelli ne, rieſcono; conciofoſſecoſa,cheartatamente il Paracelſo co
Ggg sì piatto, e imbaccuccato ne' ſuoi ſentimenti con nubi di riboboli, e
d'enimmi i ſacroſanti miſterj:della natura avef ſe coperti,per far quelli
ſolamente, e con lunga fatica agli huomini dotti, e di maggiore intendimento
comprendere, enaſcondergli alla minuta: bcuzzaglia:delle genti, o comes diſſe
il Berni Alle brigate goffe, agli animali; Che con la viſta non pafsan gli
occhiali. Ilche ſenza fallo infra gli altri fu dalBorricchio avviſaperchè egli
dice: ne Eleufina ſacra.profanè Viiverſi pro fituerent: gnarus, id factiraſse
Egyptias, et Pythago ne affeclas ſacheche la di ciò, non ſono impertanto da
ſpregiare i ſuoi diviſamenti intorno alle coſe della medicina; percioc chè per
tacer de’ſuoi medicamenti, de' quali ſe vier mai quella priva, poco men, che
come corpo morto ſenza vita rimane: non può certamente eſſere ne filoſofo,
nemedico valoroſo colui che non ſappia appieno ciò,che dellecoſe della
natura:glorioſamente.Paracelſo n’abbia diviſato.. Fra Tomaſſo Campanella,
comechè d'acutiffiino inten dimento, e libero filoſofante e' ſi foſſe, pur sì
fattamente tratto tratto favella delle cofe naturali, cheben ne da.aw divedere
quanto più agevole impreſa ſia lo ſchivar quegli errori', ove gli altri incorli
ſono, che il ritrovar la verità. Nocquegli più che altro ſommaméte in ben
filoſofare nel lamedicina,l'averlui-troppa credenza. voluto preſtare alle
opinionidel Teleſio ſuo maeſtro, per tacer della ſtrologia, e d'altre vane
ciurmerie,c.indovinelli, ove egli fanciulle ſcamente dilettavaſi; e l'averfi
dato follemente a credere, che cotali.coſe, o enti favoloſi da lui ſolamente
immagi nati abbian parte nelle cofe della natura; perchè non è da maravigliare
ſe'l ſiſtema della medicina, dalui fabbri cato, manchevole oltremodo, e
difettuoſo riuſciffe. Al la qual coſa fu egli anche cagione il non aver lui
eſercitato gianmai cotal meſtiere: ficome anche nocque a Cornelio Celſo;
perciocchè aflai per avventura ſarebbonfi vantag. giati, ſe per pruova
ſperimentato aveſſero i lor diviſamenti. Ma ſopra tuttonocqueal Campanella il
no eſſerfi eglipũ to conoſciuto di nocomia; perchè egli poi traſcorfe in co
tanti errori, e aggiramenti, dicendo il fegato efferfonte, c origine del ſangue
e la milza del fiele: e che tutto dal cervello provenga: Organum fpiritus, dice
egli, cor Jan guinis jecur,fplen fellis, et alia aliorum; omnia autemiſta
cerebrocauſsam habent;arteria vocalis manifeftè ex.com pite oritur, ubi et
ftipitem amplisfimum haber:igitur& alia; Junt enim ejufdem fubftantia, d
originis. Etanti, e tantal. tri falli egli preſe nella notomia anche in coſe
manifeſtiffi me, e a ciaſcunconoſciute,che ragionevolmente di lui cb be a dire
ilLindeno: Quid horum eft, quod fenfus teftis omni exceptione major manifefta
fallitatis etiam Anatomi corumpueris damnate.convincit? Ma non però di meno fep
pebenegliil Campanella da quel gran Padre di Chicas Santa,GiovanniCrifoftomo
appararc, che'l nutrimento p una cotal cortiliffima foftanza; la quale ſpirito
appella Cri foſtomo, dal cervello infieme colfenfo, e col movimento all'altre
membra degli animali fi difpenfi;comechèpai egli di ciò dimenticato,altramente
favelli..: Ma che direm nai del fiſtema di lui, della nuova arte di
medicare,ch'egli ne compone? Vuole eglicol Telefio il caldo ſolamente,
e'/freddo effer primi principj di tutte co fe, i quali egli chiamaagenti: e
l'umidità, e la ſiccità ef fer ſolamente diſpoſizioni della materia, ceffetti
di quelli; intanto che la materia delcaldo aflottigliata divenga umi da: e ſi
rondafecca, ingroffata dal freddo. Ne l'umido có altro può accompagnarfi, fuor
folamente che col caldo: nè'l ſecco con altro, che col freddo; perciocchè
ſel'umido s'accompagnerebbe col freddo: 04 fecco col caldo, dice eghi, che
ſarebbon da quelli toſto diſtrutti. Anzi dice egli, che'l caldo fia cagione
dell'umido.: e'l freddo del ſecco; perciocchè il caldo ſolve le coſe, e le
allarga, e l'aſſorti glia: e'l freddo per contrario le indura, le ſtrigne, e le
co ftipa. E queſti due principj dice egli effer foſtanze, o for me eſſenziali,
de quali accozzate alle lor materie formino il Cielo, c la Terra; perchè anche
due, e non quattro vuo Ggg 2 fe egli, che ſian da dire gli elementi. E le forme
dice efier nuovamente introdotte nelle coſe dalla potenza della na tura agente,
non già dal feo della materia cavate. Maquel,che più è ridevole in lui ſi è,chc
dice egli eſſer: altri principj incorporei, che régan parte nel componiméto
delle colc; daʼqualivuol egli, che prenda dirivo ciaſcunas operazione la
qualda'volgarifiloſofanti alle qualità occul te delle coſe s'attribuiſce. E
queſti principj incorporei, o primalità, ch'egli chiama, vuol egli, cheſiano
lapotenza, la ſapienza, e l'amore; onde ciaſcuna coſa voglia, poffaw, e
conoſca:onde anche quella prenda naturalmente ſenſo della propia conſervazione.
Ma quanto poco vero fia sì fatto diviſamento de’princi pj della natura,non fa
meſtier, ch'lo ſpieghi; potendo cia fcuno per fe agevolmente avviſare, non
ſolamente il caldo, e'l freddo effer nella natura, ma altre, e altre coſe diver
filime da quelle; ſenzachè non ifpiegando il Campanella la natura del caldo, e
del freddo in che veramente conſiſtay mal può inveſtigar poi, non che
dichiarare, fe quelli vera mente operino, e come; imperciocchè ſovente
egliſoftá ze chiamandole,par che ne voglia certamente uccclare; poichè egli
medeſimo dice, la materia ſola eſſer propiamé te ſoſtanza, e non altro; perchè
manifeſtamente s'avviſa, che il Campanella nel primo ſuo filoſofare, e in ſu la
ſoglia appunto di quello ſconciamente fdrucciolando cadele: e grandiſſimo
tratto dalla vera ſtrada della filoſofia forvia to erraſſe; perchè
poicertierrori, e aggiramenti gliene ſeguirono, che nulla più; prendendo egli
in cambio della mido il diſcorrente, che è ſuo genere, e non iſpiegando la
natura di quello, ne del ſecco, o del dolce,, o dell'amaro, o di tuce'altre
ſenſibili qualitadi. Negran fatto v’abbiſo gna a dimentirlo delle operazioni
de'ſuoi principj;percioc chè per ciaſcun, che riguardiall'acqua, che per lo
freddo congelata fi rarifica, agevolmente ſi può avviſare, che non feiapre il
freddo condenſi le coſe. Mache è ciò ch'egli di ce, che le coſe inanimate
abbian ſenſo certamente a ciò credere, per tutti gli argomenti del mondo, ne
egli,ne il Tea lefio, ne l'Elmente,che in ciò volle ſeguirgli, m’indurreb bono.
Ma ſpiegar poi non può egli in modo quelle ſue prima lità, c'huom finte da lui
non le creda, e aver la loro eſiſté za tutta nel cervello ſolo dell'autore;
perchè non sà cgli dir neanchecome vengan quelle a incorporarſi nelle coſe ſen
fibili dell'univerſo,eda far tutte quelle maraviglioſe ope razioni, che da lor
procedere tutto dinoi veggiamo. Ma per darci ad intendere, che le coſe tutte
abbian ſenſo, do vea certainente egli prima farci vedere in quelle gli orga ni,
i quali render le poſſano del ſenſo capaci. Vuole il Campanella,che l'huomo ſi
componga del fal do, dell'umido, dello ſpirito, e dell'anima; e che la ſal
dezza dalla denſità naſca, e queſta dallo ſpeſſo, e fulto ac eozzamento delle
parti ſi componga; perchè dice egli, che le coſe condenſe, e falde, sì
attamente, che di vantaggio più riſtrigner non fi poſſono reſiſtano al
toccamento,e fem brin dure.E d'altra parte dice naſcer l'umidezza per diſa gio
di parti;e per alkargamento diquelle che ſon diradate,e folute, dice eglieffer
la ſpiritualità: la qual non che reſiſta al toccamento, anziella dileguiſ
immantinente,e fugge da ognjintoppo. Ma purdice egli alcune volte gli ſpiriti
operar faldamé te per l'unione non già corporale, ma ſicomeeglichiama,
affettiva:dalla quale invigoriti incontro la forza, che lor fatta viene,
riſcuotonſi quelli, e combattendo diſcacciano ciò, cheloro è d'impedimento.
Soggiugne CAMPANELLA (vedasi), ch’alle parti ſaldefaccia me ftier dell'umide
per dover nutricarſi delle parti di quelles più groſſe, e per non dover
ſeccarſi, erõperſi:e per cõrra rio l'umide delle falde abbiſognare, come divafo,
o di ri cetto, che loro dia luogo,e le ſoſtenga. Ma agli ſpiriti,di ec egli,
far luogo le parti umide,acciocchè dalla lotti gliezza diquelleſi nutrichino: e
le falde ancora, acciocchè appiccati quivi dimorino, e non ſi portin via; e per
con trario l'umore abbiſognare dello ſpirito, acciocchè quello premendo il cibo,
e traendone il fucco, il formi: e ſomi gliante, acciocchè per quello ſi
riſcaldi, e diſcorra; e al ſaldo ancora convenirli loſpirito, acciocchè per
quello ſo ſtener fi poffa, e muoverſiovein concio gli venga. E alla perfine
dice egli che l'anima abbia ancor ella biſognodello ſpirito, acciocchè per
opera di quello itu dioſamente muova il corpo, e la ſcienza delle coſe natu
rali apprenda; perciocchè l'anima da'corporei oggettief ſer non può mofla,ſe
nonſe permezzo dello Ipirito: dalle cui paflioni ella vien rattenuta, o reſa
prontaalle ſue ope fazioni. Ma lo ſpirito allo incontro haegli ancor biſogno
dell'anima in quanto egli è umano: e acciocchè maggior. mente egli perfecco ſi
renda nelle ſue primalità, e più valo roſo nelle ſue operazioni, e più
ragionevole nel reggimen to delcorpo. Main quanto eglièanimale,1100 chemeſtier
gli faccia l'anima, anzi egli fortemente contro quella com batte, maggior
capital facendo degli agj propj di ſe, e del fuo corpo,che de
celeſtialidell'anima. Adunque dice egli, effer corali vicende fommamente
neceſſarie a ben viverle genti; che le alcuna per mala ventura in quelle
traſandaffe, toſto le malattie mettan fuora: le quali ſciogliendo l'uma na
compoſizione, ne diſpongono alla morte. Ma quali ragioni adopererò lo per
mádare a terra si fat to fiftema, e rintuzzare il diviſamento del Campanella?
Egli non ha dubbio veruno, che nella maggior parte di quello cotanto egli dalla
natura s'allontani, e trafandi,che ſenza ch'Io l'accenni agevolmente ciaſcuno
per ſe medefi mo il può avviſare. Ma s'egli pure fondar voleva ſiſtema di
razional medicina, conveniva in prima molto bene la natura del corpo
inveſtigare, e di ciò che a quello avvenir poffa: ficome fecero quegli antichi
greci filoſofanti, i quali egli follemente in quella piſtola,ch'egli ſcrive al
Gaffendi forte biaſima, e riprende. La qual coſa egli certamente nonfacendo,
comechè egli col ſuo acuto intendiméto mol ti, emolci errori di Galieno, e de
ſeguacidi lui ſcoperti aveffe: pure per manchezza non poco danno gliene ſeguì;
perciocchè egli così poco acconciamente della natura del le malattie, e delle
cagioni,e de'ſegni e delle cure di quel le imprende a ragionare, che
ineritevolmente ne fu ſghi» gnato, e carminato da tuttimedicide'ſuoi tempi;non
pe rò dimeno fra cotante fue ſconcezze famoſa: ſenza fallo fi è quella
ſentenza, ch'cgli reca intorno alla natura dellow febbre: ne ſaper puoffi, ſe
egli dáll'Elmonte, o pur l'El, monte da lui tolia l'aveſſe; imperocchè
ſcriſſero coſtoro nelmedeſimo tempo; ma ad amcnduc n'avez dato forfe cagione
disì. Fattamente filoſofar della febbre Roderigo Veig... Io la rapporteròcolle
proprie parole del Cápanel la: Febris, dice egli, eft fpontanea.extraordinaria fpiritas
agitatio, inflammatioque ad pugnam contra irritantem mora bificam cauſam: quam
fic.calefacit, agitar, digerisque, red ditque expulfioniapsan, vel
extinétioni', velmeliorationi. Macomechè la febbre tutto ciò faceffe, nonperò
di meno offendendo ella ſoprammodo le operazioni, è ella cert2; mente da dir
malattia; ſenzachè Io non ſolo, come lo ſpi rito poſſa aver ſentimenti: e non
altrimenti, che s'egli ani mal foſſe, quando gli metra bene, riſcuotaſi, e
s'apparec chj di combattere contro ciò che'l molefta, e gli reca in toppoalle
ſue operazioni. Cofia, la quale delcervellodel Campanella
fofamëte,e:dell'Elmonte immaginar ſi poteva: Ma intorno a medicamenti,
eglivuole,che la cura quan to a ſeda far ſia perli contrari: ma per accidente
talora dal le cofe comigliantiancor ſi elegga; e alcuna fiata gli uni,ė gli
altri meſcolando compor fi convenga, acciocchè il foa migliante appiccandoſi
alfomiglianteaſe l'attragga;quin. di il contrario combatrendolo il difçacci.
Orcome egli fti ma le genti disi groffa paſta, che ne vuol far Calandrinis
dandone a divedere sì fatre favole x Reca égli in pruova il fapone: fiquidem,
dice, Sapone ex oleo, cinere, da calces confefto maculas olei ex panno
extrabimus: oleo invitantej oleum, et alliciente: cinere, calce fimul
expellentibus, Quare, ſoggiugne poi, maculas vini ex calce, di vino fa. pone
confecto educes; fihanc nofti magiam. Ma doveva av viſar pure il Campanella,
non già per la fomiglianza, che pulla opera, l'olio con l'olio fi meſcola, el
vino col vino; i mil 424 Ragionamento Sesto 1 1 ma per la figura, e per la
diſpoſizione delle loro particel le; e doveva egli pure inveftigar la cagione,
per la quale la cenere, ela calcina radendo l'olio della veſte,allettaco. come
egli dice, dall´altro olio, quello ne portin via; per-. ciocchè ſe a ciò egli
badato avrebbe, ben ſarebbeſi accor. to coral purgamento altronde non naſcere,
che dalla figu ra delle particelle de'ſali di quelli, i qualiſe mai loro ven
gono colti, la calcina, ne la cenere, ne anche il ſapone, che di lor fi lavora,
non ſaranno d'efficacia alcuna; ſenza. chè fe per fomiglianza è, che l'olio del
ſapone attragga l'olio dalle veſti, e con la ſua amicizia ne lo ſpegoli, e dia
vella:qual ſomiglianza giammai ritroverà il ſapone in curtº altre macchie de'
panni lini, che così gli imbianca so puc Laſciando il ſapone, qual ſomiglianza
avrà egli il bucato con quelle: 0'1 fummo del ſolfo colle macchie de'veli? cer
tamente non altra, che quella,che ha la granata colla ſpaz zatura della caſa, o
l'erpice, elamarra colle zolle. Soggiugneil Campanella, che quando ſi vuol
preſcrive re purgativa medicina, ineſcolar ſi debbano talora i ſimili
co’contrarj, appunto come il ſapone da lui diviſato;accioca chè i ſimili
ateraggano'a ſe gli umori, ei contrari poi ſcac ciandogli fuora gli purghino. E
quinci, dice egli, nella compoſizion dell'utriaca ſi meſcola la carne della
vipera, acciocchè dal veleno di quella il veleno s'attragga, e dagli aromati
poi ſi diſcaccj. Ma alla Croce di Dio, chi non ſa, o chinon ha per pruova
avviſato,che la carne della vipera non ſia veleno? Perchè falſo, e vano eſſendo
affatto il ſuo diviſamento intorno alle compoſizioni de’medicamenti: come, e
quando de ſomiglianti,ede'contrarj, o ſemplici, o meſcolatinelle cure delle
malattie ſervir nc convengu: a'conſigli di lui certamente in niun modo attener
nedob biamo, fe a liero fine delideriamo i noſtri medicamentido ver riuſcire.
Fu egli ancora cotanto poco fcorto della natura de' me dicamenti, che per tacer
d'altri falli in ciò da lui preſi,dif ſe egli, che le coſe fredde non ſi
convengano puntoal le cargo: perciocchè eſtinguino gli ſpiriti; e pure il
caltoreo, il quale è argomento acconcio aſſai ad affrenar la violenza di quel
folto, che cagiona il letargo, avvalora gli fpiriti. Dice egli ancora, che
l'antimonio crudo gagliardiffimaw medicina ſia. Mapiù ſconciamente egli
trafanda in pre ſtando fede alle fraſche del Maeſtro Agoſtino del Roſli in
quella ricetta, in cui colui dice, che ſi tragga il mercurio dell'argento, e
che quello ſi meſcoli, e s'uniſca con l'arien to vivo volgare per dover
lavorarne il precipitato da cura re il mal franceſe. Ma ridevole ſopra tutto ſi
è quel ſuo di viſo di dover colle ventoſe d'oro trarre il inercurio dall'of ſa
degl'infermi:fi Hydrargyrus,dice egli, offa penetrarit,nec expellipoffit,
cucurbitulisex auro confectis facilè educitur, tractione vacui; Sympathia
fimulnaturarum. Ma comechè in molte, e molte coſe, ficome accennato abbiamo
falli il ſiſtema del Campanella, e ſia ſopra de boliſſime fondamenta murato;
impertanto non è affatto da ſpregiare quel ſuo libro della medicina; perciocchè
può egli a chi ſaggiamente l'adoperi non poco giovamento recare; eſſendo nel
vero egli ſtato un de' maggiori inge gni e più valoroſi, che la noſtra Italia,
e'l noſtro ſecolo ab. bia alleyati. Ma Roderigo Caſtello anch'egli della
debolezza della medicina di Gilicno reſo avveduto,imprende forte a com batterla,
e mandarla al ſuolo; e proteſtando di dovere gli inſegnamenti del ſuo Ippocrate
ſeguitare, ſi biaſima oltre modo delle dottrine d'Ariſtotele, e di Galieno, e
diſtinta mente egli i loro falli ſcoprendo va dagli antichi Greci filo fofanti
ad accattar contezze di buona medicina; ma non gli venne cotanto fatto, chenon
deſſe anch'egli in iſconcj, e biaſimevoli errori, giudicando follemente in
prima eſle re gli atomi delle prime qualità forniti; quindi in tanti, e sì
grandi vaneggiamentie' traſcorre,che lungo ſarebbe quì ad uno ad
unoannoverargli. Ma ſopra tutto fi ftudia egli di darne a divedere ciò che il
Paracelſo prima di lui inſegna to n’aves: cioè a dire, che il mondo picciolo
ritenga in fer tutte le parti, e tutte l'apparenze, che nel mondo grande ſi
veggono. E mentre egli da ciaſcuno qualche ſentiinento Hhh imbolando
s'argomenta da cotanti meſcolamenti ſconcj, e mal conformi far forgere un nuovo
ſiſtema di medicina propio di ſe, filoſofandoora col Paracelſo, e ora con Ga
lieno, avviluppa il tutto, e comediſſe colui, Confunde le dueleggi a ſe mal
note. Ma egli convien ora far parole dell'ingegnoſiſſimo ſiſte ma di medicina
diGiovan Battiſta Elmonte; il quale,a vo lerne liberamente dir ciò che me ne
paja, aſſai più felice lun go tratto fu in abbattere, e ſpiantare gli altrui
edifici,che in fondare, e in iftabilir fermamente i ſuoi, comechèdimol ti, e
molti nobili, e utiliſſimi ritrovati venifle fatto alla ſua induſtria
d'arricchir la medicina. Il materiale principio di tutte le coſe ſenſibili
dell'univerſo, appo l'Elmonte,è l'ac qua, non intervenendo nella compoſizione
de'corpi miſti altramente l'aria, ne il fuoco, come quello, che non è ſo ftanża,
ne accidente, ma morte delle coſe; argomen taſi provar una cotal fua opinione,
con dire, che ciaſcuno corpo del mondo poſſa ſempre che ſi voglia in ſale
căbiar fi; e'l ſale poi per opera del circolato del Paracelſo, in ac qua
d'altrettanto peſo ridurſi. Oltre a queſto dice l'Elmo te l'acqua eſſer
ſempliciſſima, e benchè contenga ella in qualche modo il ſale, il mercurio, e'l
ſolfo,i quali da quel la per natura', e per arte ſeparare giammai non ſi
ponno;ne ſono veramente ſale, folfo, e mercurio, come tali da eſſo appellati,
per eſſer a quelli ſimili, e per non ſapergli altri menti ſpiegare; no vuolc
egli però, che l'acqua di ſolfo, di fale, e di mercurio coinpoſta venga. Ma che
che ſia dicið egli ſcorgeſi apertamente, che l'Elmonte non manifeftis pūto,
come far ſenza falloe'douea, che coſa l'acqua vera mente fiafi; ne fpiega di
qual natura fornita l'aveſle L'alta cagion, che da principio diede A le coſe
create ordine, eftato; anzi egli manifeſtamente confeſſando di non ſaperne boc
cata, conforta, e rimuove chiunque d'imprender la natura dell'acqua s’affatica:
così di quella dicendo, Quis unquam mortalium novit quid fit aqua? qua tamen
creatorum eft maximè obvia, aperta,viſibilis,atranslucida? tantum enim de ea
fcit rufticus, vel idiota quantum philofophus:něpè æquam liter illam concipiunt
per obſervationem fenfuum: quod fit.corpusgrave, liquidum, humidum,digitocedens,
fluidum, amotoque digito ſerecludéns, calorisſuſceptivum,attenuabia le in
vaporem:nemo tamē novit internam aquaquidditatem, vel quare liquida
fit,anhumida. Ma in vero egli ha il corto l’Elmonte a ragionar sì fatra mente
dell'acqua; imperocchè s'egli così ſolamente di.com loroſchiamazzatoaveſſei
quali a coſto dicicalecci apprefa fo il volgo,il nobile, e laudevol titolo di
filoſofanti compe rar ſi vogliono,vero per avventura egli detto avrebbe; im
perciocchè affermado eglino l'acqua eſſer un tal corpo dal la natura compoſto,e
meſcolato d'atto, e di potenza, ei freddo, e umido, ne ſpiegundo poi qual ſia
l'atto, per lo quale l'acqua a partir ſi viene da cuce'altre coſe, che acqua
non ſono, e in che conſiſta la potenza, e come ſi maturi nell'atto, e venga a
perfezione, sì che acqua, se non altra coſa più coſto quella divenga: ne
diviſando, che coſa las freddezza fia, ed onde avvegna il diſcorrimento, ne per
qualcagione alcuni de'corpi liquidi, e corſoj, umoroſi an. cor ſiano, ed altri
no:nulla certamente vengono ad inſe ghare intorno all'acqua, ne più di ciò
che'l popolazzo mi nuto ſenza il lor diviſamento ne ſappia. Ma fe l’Elmonte
aveſſe mai ben fiſamente riguardato 2 * dialogi di Platone, e a que'pochi
mnaraviglioſi avanzi del le divine opere, ch'ancor fi riſerbano di Democrito, o
al diviſar degli altribuoni filoſofanti: o pur s'egli, ficome conveniva, dagli
effetti rapportati, di penetrar poipiù ad dentro nelle cagioni di quelle
ſottilmente ſtudiato ſifoffe: o alla natura de' corpi diſcorrenti aveſſe poſto
mente: Io ſon ben certo, che in cotal guila dell'acqua egli ragiona. to non
avrebbe: e altro certamente egli principio di tutte coſe naturali, che quella,la
cui natura di non ſaper libe raméte cõfeffa,determinato
avrebbe;perciocchèconvenen do tuor d'ogni dubbio all'acqua il diſcorrimento, a
queſta guiſa poteva ben egli riuſcir nella più ſicura ſtrada da avvi. far la
natura di quella. E certamente in ciò, che ſi apro Hhh 2 no, e ſi fendono
agevolmente i corpi diſcorrenti, e da cida ſcuna parte anchemenomiſſima, in
ogni tempo ſon pene trabili: e dallo ſpargerſi di quelli, e diſcorrer
liberamente per tutto: e dal riempiere gli ſpazj, e adattarſi agevolme te alla
figura del vuoro, che ingombrano, intanto che al tra forma non hanno fuor
ſolamente quella, che loro da vali, che gli contengono, e chediſcorrer non gli
lafciano, vien preſcritta: e dall'avviſare, che ogni particella loro
participando delle medeſime propietà di eſli, diſcorrentes anch'ella fia:
ottimamente raccoglier egli poteva dovere eſſer icorpi diſcorrenti compoſti di
menome particelle, i1f ſenſibili, e tra eſſo loro in atto partite, e fpiccate
per un.. cotal movimento continuo, che non mai le laſcia appicca re, e
congiugnerſi inſieme. La qualcoſa egli avviſando agevolmente fatto gli veniva
di poter la natura dell'acqua apparare, e si riparare all'ignoranza, ch'egli di
se medeſi mo ne confeffa; concioffiecoſachè eſſendo l'acqua oltre modo
diſcorrente, egli è da dir che ſia un'accoglimento di menome, e inſenſibili
particelle, le quali sì fattamente fixo no accozzate,eammaſſate inſieme, che
ſembrino a'noſtri ſentimenti una ſola coſa: avvegnachè in atto elle ſiano fe
parate, e partite,intanto che inſieme non maiforte fi ſtrin gano, ne meno per
alcuno de’loro lati: e ſeguentemente continuo ſi muovano. E ſcorto egli avrebbe
altresì noi avvenir loro sì fatto movimento dal caldo; concioffiecofa chè
l'acque, comechè fredde elle fiano, e poco mé che ag ghiacciate: non però di
meno non ſono elle meno diſcor rentije-ſdrucciolevoli delle calde,ſe non già
ſiano in ghiac. cioammaſſate;perchè avrebbe eglicertamente detto che'l
movimento, checosì l'acqua ſciolta ritiene, abbia le par cicelle ſue, o da ſe
medeſimo, o altronde che dal caldo a: quelle comunicate;: perciocchè l'acqua,
almeno perquel che noi avviſiamo, cede cheta al toccamento, e da luo go a ’
ſaldi corpi ſenza vederſi. ella punto muovere: e di lataſi a'raggi della luce:
e riceve entro di ſe particelle di ſale marino, e d'altri corpi cheper la
ſomiglianza, che hā no con quello, parimente eſſi vengono ſali appellati: avve
gnachè muovēdo in noi molre,e diverſe varietà di ſentime ti nell'organo del
guſto, convengano eſſer diverſamente foggiati; i quali corpi penetrando per mezzo
effe particel le, ingombrano gli ſpazj piccioliſſimi tramezzati: o pure
ingombrano gli angolije i cătoncelli che quelle colle for fi gure formano,
intanto che vi ſi poſſano acconciamente le diverfe figure delle particelle
faline allogare. E moltise molti d'effi tramezzamentiper tal maniera compoſti,
e or dinari ſono, che agevolmente per entro, e ſenza niun rite gno diſcorrer vi
poſfä fa luce. E oltre a ciò riguardando l'Elmõte all'operazioni dell'acqua,
avviſato ben'egli avreb be eſſer quella un di que' corpi diſcorrenti,
ch'agevolme te a'ſaldicorpi s'appiccano, i quali tanto, o quanto fier poroſi: e
che fi fpargano ſopra tutti quelli, e penetrino lo ro dentro, c talotta anche
in parte, o in tutto gli ſolvano; perchè comunemente diceſi l'acqua eſſer
umida. E come chè egli nc ſembrieſſer l'acqua tenera oltremodo, e molo le; non
però di meno egli alquanto d'aſprezza avviſato an che v'avrebbe, avvegnachè
dipoco momento elia fia:non iſpiccadofi l'acqua agevolméte da'corpi ſaldi sì, e
talmen te,che quelliaffatto sgocciolati nerimągano; e quincianch ' egli
comprender avrebbe potutonó effer le particelle dellº acquada tutte parti
cotanto terſe; e liſciatesquali per av vécura iminagina ilDeſcartes.Alle quali
coſe tutte ſe l’El mõte ben fiſamente riguardato aveſſe, certamente egli ar
gomentata n'aurebbe la figura d'effe particelle, ficome ferono già ne’primi
tempi Pittagora, Timco, Platone, altri, i quali la immaginarono icafoedrica: 0
pure ſicome de’giorni noftri l'accennato Deſcartes, il quale giudicata l'ha
cilindrica, e pieghevole, e guizzante a guifr d'anguil le: 0 ficome
l'incomparabil filoſofante Gio: Alfonſo Bor relli, il qual.cosi'ne favella:
lanugo quedam tenuis, &de bilis inveſtiens.quodlibet aqua minimum, ſcilicet
concipide bet interna, et individua qualibet aquæparticula, ſolidad's &dura:
cujus figura octaedra. E avvifato ancora l'Elmon te avrebbe eſſer le particelle
dell'acqua d'una medeſimas foggia infra loro, o almeno poco diſſomiglianci; la
qual forma loro, o affatto non ſi può in altra cambiarc, o egli è cotanto
malagevole, che grandillima fatica meſtier vi fa rebbe a ciò operare; ne fino
a'tempi noſtri ciò ad alcuno è venuto fatto, ne mai, per quanto Io poſſa
comprendere, certamente verrà per innanzi:acciocchèin altra figura l'ac qua ſi
tramuti. E ciò egli anche avviſa l’Elmonte, e vera mente per ognun yedeſi, che
non riceva l'acqua fcambia mento alcuno ſenſibile:avvegnadio che a qualunque
ingiu ria ella ſi eſponga., o di caldo, o di freddo,o di altra imma ginabile
qualità; ſe non ſe riſerbandone ſolamente quella, che ella in agghiacciando
riceve, o riducendoſi in vapore; per le qualiè coſa manifeſta, e all'Elmonte
ben conoſciu che non già la figura delle particelle dell'acqua, ma il ſito
ſolamente, e'l movimento di quelle ficam bia.Maſenza far tante parole, l'acqua
racchiuſa entro una guaſtadetta ermeticamente, come ſi dice, ſuggellata das
Criſtofano Clavio, la quale dopo cotant'anni nel Collegio Romano della
Compagnia di Giesù dimoſtraſi: ella s'avvi ſa non punto dall'eſſer ſuo naturale
mutata; e altre acque ancora per più,e più ſecoli intere,elane pariméte li fon
mā tenute séza ricevere oltraggio veruno dal tépo; perchè ſen za fallo è da
dire eſſer quelle di tempera dura, emalage vole aſſai a ſolverſi,
dall'onnipotente facitore da prima fabbricate: Adunqueragionevolmente può dirſi
dell’El. monte, che de'principi delle coſe naturali Nonpinſe l'occhio infino
alla prima onda. E per avventura dobbiam noi confeffare, il medeſimo
all’Elinonte eſſergià intervenuto, che in prima di lui al Pa racelſo fortito
era: che ove maggiormente egli ſciarpillar figli occhi perpiù veder
conveniva,quivi tralandındo,più, ch'altrove ſerrati gli aveſſe; ed avvegnachè
di ſottiliſimo intendimento, emaraviglioſo foſſeſi l'Elmonte,pure abba gliato
al troppo luine della natura per troppo veder rintuz zato ſi fofle și come
ilſol, cheſi cela egli ſteſſo Per troppa luce, quando il caldo ha roſe Le
temperanze de'vapori Speli: c firta e fatto groſſo dall'abbondantiſſimapiena de
curioſi:fegreti di quella Quaſi torrente,ch'alta vena preme foverchiando il
letto, ed allagando le prode;pertroppo ri goglio diſperſo ſi foſſe. E quinci
certamente viene, che nello ſpiegar l'economia degli animali, qualche fiata
ricorre ancoregli alle facoltà, nonmeno,cheGalieno fi aveſſe fatto; ne di ciò
pago pro duce egli in mezzo alcuni ſtrani arzigogoli, e nuovighiri bizzi del
ſuo cervello:altri ne toglic in preſto dal Paracel fo, come gli Archei, i Blas',
i Magnali;e quelFormento, il quale per dirlo colle ſue ſteſſe parole, eft ens
creatum form male, quod neque fubftantia, neque accidensfed, neutrum » per
motum lucis ignis magnalisformarum conditumàmundi principio in locis fue
monarchia, ut femina preparet;exiſtat, a precedat; con che', e con altre molte
fue fantaſie, le qua li lo per non rediarvinon ridico, da apertamente a
divedere l'Elmonte, ch'egli non già nel mondo noftro, di cui tutto di nuove, c
nuove maraviglie egli ſcopriva,main un mon do da lui immaginato filoſofava.
Tanto, e tanto poi egli involto fi fu nella notomia vita le, ch'egli traſcurò
la morta, ne di queſta ſeppe altro di quel, che n'era ſtato già ſcritto; perchè
alcuniaffatto non ſeppe', ed altri, poco curioſo non curò de’modernitrovati; i
qualimolto approdato avrebbono; rendendo ad un'ora più credibili, e manifeſte
alcunedelle ſue opinioni; perchè sé bra ', che forſe non abbia tutto il torto a
morderlo, e biaſſa marlo il Gliſſonio, quando così di lui diſſe; hic auctor,
utu eunque acerrimi ingenii,in eo fuitminus felix, quod.veteri placitis
rariffime aſsétitur,& vix,nifi in iis rebus,in quibus il li ex certisſimis,
demonftratis neotericorum obſervationibus manifeſte coarguuntur Ma ſe dalla
maniera del medicare argomentar lece il va lor de’ſiſtemi della medicina,
certamente in ciò quello dell' Elmonte tutt'altria molto ſpazio ſilaſcia
addietro. Per ciocchè oltre alla contezza delle buone, e valevoli medi cine,,
ch'egli ebbe pronte così ſempre fra le mani, cotan to egli vanraggioſli negli
ſtudi del ſuo meſtiere, e di si acum to intendimento fu, ch'avviſando i graviflimi
danni, che per li ſalaſſi, e per.le purgagionipoſſono intervenire: e'l veleno,
che per entro quelle ſi naſconde: così nimico ne fu, e così ritroſo
d'adoperarle, che come confeſſa Andrea Cel lario, comechè Galieniſta ', baud
paucis medicam artem profitentibus oculos aperuit. Ne laſcioſſi in ciò menare
alla piena del ſecolo,oalla famoſiſſima rinomea del Paracel lo, che non aveffe
egli ſolamente intefo quelle medicine, operare, le quali ſenza recar moleftia,
o noja alcuna allo in. fermo, fan vuotare ſolamente ciò che cagiona il male.Per
chè egliin cotanto pregio,e onor crebbeneadoperando ciò anche nelle più gravi,
e pericoloſe malattie, che daGalie niſti medeſiıni, non che da altri, ne venne
ſommamente commendato, e quaſia miracolo tenuto. Così infra gli altri Andrea
Cellario in facendo parole di lui, e del Paracelſo nel terzo tomo dei fuo
Atlante celeſte, Chymicarum, dice, operationum adjumento admiranda hatte nus
præftiterunt, ac talia medicamenta produxerunt quæin morbis illis natura humana
penetrantibus arêtius, altius fe infinuantibus, et remediis à natura productis
cedere ne Sciis, primas terent, &vulgaria medicamina longe ſuperăta E per
tacer di Daniello Orftio, Nicolò Franchimorc famo fillimo maeſtro
infra'Galieniſti nell'Accademia di Praga, in una piſtola mandata
all'Arciveſcovo di Colonia,dilui di ce: Helmont pater tanti fiebat Bruxellis,
ut non niſi deſperati ad illum quafi ad ſacram anchoram confugerent: quorum non
exiguum numerum ab orcifaucibus eripiebat; enon ceſſaro no i rabbioſinimici
d'orrevolmente commendarnelo, ſtret ti a ciò dalle maraviglioſe cure di lui,per
tacer de’liberi mc dicáti Frāceſco Glišonio, cd Olao Borrichio, che nó ſi veg
gion mai ſtanchi di ſommamentelodarlo. Ma cotantielo gj pur nulla fono in
riſpetto di ciò, ch’in ſua loda vantano i più nobili filoſofanti del noſtro
ſecolo, ciò ſono il Gallen do, elBoile, ed altrimolci di non poco pregio. Ma
doler ne dobbiamo eternaméte dell'Elinõte,come di quello, che niuna delle ſue
nobili, e prezioſe incdicinema 1 wifeſtar ci abbia voluto, e quancunque
ilParacelfo nie al tri valenci Chimicigliene aveſſero dato eſemplo; non do vea
pure egli, che sì corteſe, umano, e compallionevole dell'altrui miſerie
unquemai moſtroflisin ciòimitargli. Ne da coſa, che di tanto pro era al mondo
rutro,dovea diftos lui, lamalignità d'alcunimedicanti, i qualificome uſura
parono ingiuſtamente gran parte de' ſuoitrovati ſenza fag di lui menzione, così
parimente avrebbon fatto delle ſues medicine. Ma ſe egli più lungamente
l'Elmonte viſſuto foſſe, con dar compimento alla ſua maggior opera, che la cera,
ed imperfetra in man del ſuo figlio rimafe, avrebbes forſe di sì fátti
medicamenti alquanto più apertamente fas vellato, Ma affai più tardi certamente
di quel, che fi richiedev. per avventura miſeſi in alletto Pier Giovan Fabbri a
dar cominciamento all'opera del ſuo novello ſiſtema della ra zional
medicinazimperocchè egli da prima dietro la vanità dell'Alchimia per convertire
in oroi più vili metalli conſu. mò lungo tempo, ed appreſſo trapaſsò ben ſei
luftti medi. cando altrui, ſicome egli ſteſſo confcſſa, ſenza alcun fruta to
mai ritrarne; ne maigli venne fatto di ritrovare in tutto quanto quel tempo
medicina, chevalevole a domarfolie le malattie; e quantunque egli dì, e norte
ſtudiato avelle attentamente ne’libri d'Ippocrate,e di Galieno, e molti cu
daveri aperti d'huomini, e di bruti, per inveſtigar l'efficie ti, e le
materiali cagioni dc’mali: non mai potè giugnere a ravviſare i luoghi de'
putridi umori, ne in parte veruna di ſano, o d'inferm'huomo, o la collera, o la
flemma, o la malinconia putrefacte ſcorger giammai. Il perchè pres'e gli per
partito, di voler,laſciando le altrui autorità a nons calere,per ſe medeſimo
metterſi ne'più cupi pelaghi della filoſofia navigando; e poi i ſuoitrovati al
giudicio de'fa vj, e diſcreti eſtimatori delle coſe rimettere, così dicen do:
Si rationes mea, cu experientia non optimę videan tur, trutinentur,
&ponderentur diſquiſitione naturali, ut Aquid falſi continere
videanturrejiciantur omnino, Celia minentur prorſus à fcholis: quod fi vero
probe experiantur lii quid 1 1 434 * Ragionamento Sefto 1 quid ni.
amplexabuntur,tutabuntur. Primieramente avviſa il Fabbrila materia, onde fon le
Senſibilicoſeformate efferpalpabile, viſibile, e falda na giddiſtinguerſi dalla
forma, la quale fecodo luisaltro no es cheuna propriedeionatæ, virtùnella
materia,laquale poits chè è ufcica fuori sidiſtingueda lei,come dalla ſua cagio
nel'effetto. Ondeagevolmente può ſcorgerſi,che ſefalſe andato il Fabbriin si
fatca guiſa piùavantifiloſofando, faa rebbe egli per avventura a qualche buon
terminepervenu po: ma egli appenamefſoli in camino, ſmarrì il diritto fen:
tiero.. Immaginò il Fabbri la prina materia non eſſer.al extocheil fale
dell’Vniverſo nelquale il folfo ilmercurio, ed'un'altro ſale ſi contêga: e
credette ', che queſto medeſir no áveffe voluto dire Ariſtotele, la dove della
priina mate ria cosiofcuramente favella. Vuoldivantaggio egli, chę tutte le
coſe, omallimamente l'huomo abbiano dentro di ſe un tale fpirito volanto
oleremodo, e diſcorrente, di cui tutteleſueparticompoſtebeno, ed'onde tutte
l'operazioni della vita, e tutte quelle coſe avvengano, che ſi oſſervano
nellemalattie. Queſto ſpirito, dic' egli, che nel fegato e alquantogre /fo: ma
più ſottile nel cuore e ſottiliffimondi seżvello; naſcere:ad un parto colfeme,
e nel'naſcere venir dalle ftelle arricchito della luce, la quale ſecondo lui
èlau farma eſſenzialc, non ſolo dello ſpirito, ma di tutt'altres coſe del mondo...
Stimapariméte il Fabbri:altro veraméte non effer. Ja na tura, falvochelaluce',
e che dallaluce ilmovimento, e la quiete a'corpitutti dell'univerſo dirivi, e
ſecondo più, o meno, che lo spirito participidella luce, tanto più, o me,
noegli nelle ſue operazionivigoroſo, e potente divenga, Immaginaancora
ilFabbricheentrije penetri l'anima dell? huomo allo ſpirito, e che lo ſpirito
poia tutte le parti del ſuo corpo l'anima uniſcaaMa:Io pur troppo lūgone diver,
reiſe volcliquitute'altri ſtrani ſuoi diviſaméti narrarvijne midarò impaccio di
contraſtarglije gittarglia terra aduna ad uro ', facendomia credere, che
ciaſcun da per ſe in ſen dendogliraccontare,o.in legendogli ſia per accorgerſi
coſto della lorvanica. E cerramenteſe alcuna coſav'hadibuone no nel Fabbri
yella è colta di peſo.al Paracelſo, all’Elmon të, e ad altri valorofi Chimici:
marelle eſſendo poi da lui có altre volgariopinioniaccozzato vengono a perder
tāto del lor valore, che ſembrano prezioſegemme dal vil fangoia cretate. Or
quantoal fatto del medicare e'non ha dubbio, ch'al ſai dappoco ſi dimoſtraſſe
il Fabbris imperocchè tralaſcian, doda parte tutt'altre mal fatte fue cure:
nella peripneu. monia vuolegli, ch'abbondantemente abbia da principio a trarſi
ſangueallo infermo, c poi collc viole; e collo fpiri to del vitriolos o con
altri simili argomenti abbia z rinfre fčatli quel caldo, che collo ſpirito
della vita di foverchio nc'polmoni ribolla: ed il feguente giorno
coll'antimonio ábbia aprocacciarfegli il vomito, acciocchè con tal move mento
venga ad aprirli alcunapoftema, ove vi ſia. Ein tãto fi cibi l'infermo d'orzate
colſal della prunella, e collo { pirito del vitriolo.Orchi mai divifar potrebbe
più folli di vifaméti di queſti e ben per'talie'medeſimo gli conobbes poichè
altrove confeſſa, che le più valevoli medicine alla peripneumoniafianla verga
del Toro,e'lſangue dell'Irco. E certamente dagli acetoſi medicamenti, che altro
maiſe non ſe grave danno avvenirpotrebbe a coloro, che di pe ripneumonia
patiſcono; la qualgiuſta i fencimenti del Fab bri,dall'acetolità s'ingenera; e
oltre aciòcol purgare l'in fermo con sìpotente vomitivo, poich'egli è divenuto
fpof fáto, e fievole per l'antecedente falaſſo, qualpro ſe nepos trebbe per lui
fperare? mafopra tutto dal trar fangue, qual buono avvenimento ne potremo
giammai attendere? Ed o quanto fe più ſenno il Fabbri, allorche dall'Elmonte ay
viſato,de'ſalaffi altrove in altra guiſa favellando, ne diffes:
MirorParifienfium medicorumpertinacitatem, curationem febrium, et ferèmorborum
omnium in fanguinismisſione lar. ga, ocopiofa collocantium: cum fepe fæpius
caulja moru. borum, et potisfimumfebrium tam continuarum, intermite sentium non
refedeat in fanguine, imovirtus s proprietas: lii curana curandi morborum omniü
in fanguine collocetur,cum arcbeūs visalis fanitatis economus, et morborum
amniumcuratorin fanguine refideat: ea fublata,dlarga manu effufo effundan, tur
etiam unacumſanguine vitalisſpiritus, undevires tola luntur, di diffunduntur,
&perinde tota rotius corporis nad Cura debilis admodum fit, do curatio
etiam morborum omniū, que ab ipſa naturadependetevaneſcit;ita ut loco illius
fubfc quaturmors; aut incurabilismorbus, E quinciſcorger li puote altresìchiaramente,quáro
bere gol fi foſſe,e incoſtante ne'ſuoipareri il Fabbri, e quanto malagevole; c
dura impreſa lia lo ſcaricarſi delle falle opi nioni fin dalla prima giovanezza
concette, e per vere al. cun tempoi fermamente credute; il che nella ſtoria
della cure da luifatte più chiaramente ſi ſcorge;nella quale fto ria, e nel
divilainento altresì delle chimiche medicine po trebbe da luiper
avventuralealcămaggiore, epiù ſincerità d'animo ricercarfi; maciò traſändando,
quanto al ſuo liſte maſo replicherò, licome poco addietro accennava, che troppo
vacillante, e caduco e'fia,eche il Fabbri poco, o niente non badando ad
inveltigar la natura de'ſuoi primi principj,forz'è,ch'egli abbia a rimanerſene
fenza poter mai de’loro effetti aſſegnar la vera cagione. - Ma la SignoraD.
Oliva Sambuco, della quale lodovea molto addietro, l'ordine de'tempi (erbando,
far parolesar vegnachè ſtudiata ſi foſſe continuo di ſvilupparli dagli er: rori
de’mueſtri, e delle dottrine già da loro imbevute: pur tanto non potè ella
dimenticarle', che non vi frameſchiaffe qualche ſentimento di quelli talvolta
entro al ſuo ſiſtema Svétura nella quale i più famoſi filoſofanti veggőfiancora
incorrere; perchè la ſua medicina non altrimenti, che quel le deglialtri
razionali, è manchevole, e difertuofa; edan co tale ventura certamente le
avvenne, per non aver ellow avuta cortezza della chimica.Ma nocquenon poco
a'ſuoi divifamenti l'aver ella più di quel, che fi dovea,preſtata... credenza
alle parole di Platone; et non eſſerfi a que’rem pi aperca ancor la {trada
della vera filofofia. Immagina la Signora D.Oliva effer l'huomo ana travol ta
pianta, le cui radici fian nel cervello, onde un bianco fugo dipartendoſi ſe'n
vada il tronco, i rami, è tutto il ri manence a mutrire, tal ſugo bianco vuol
che ſia freddo, umido; mache nel fegato facendoſi roſſo: caldo, e umido
altresìdivenga; e che nel cuor finalmente ſcambiato in să gue, in caldo, e
fecco fi muri. Il calor del cuore crede ela la, che ſerva all'huomo, come it
caldo del ſole alle pian te; e che'l bianco fugo faccia l'uficio de quattro
elementis fcorrere dal cerebro cotal ſugo per la pelle, per li nervize per le
dilicate pellicelle, o membrane, che vogliam dire, delle vene:mapoiin roſſo, e
ſanguigno umor convertitos per altre vie, cioè per le vene, e per le arterie
ritornare. Or queſto fugo ove ſia malignato,fuor delle proprie vie sboce cando
per tutt'altre parti del corpo ſconvenevolmente an dar penetrando, contro il
provveduto ordinamento della natura. Tutto adunque il Florido,e vigoroſo ſtato
di queſtº arbore, vuolella, chedalle radici, cioè a dire dal cerebro avvenga:
la dove fc quella, che pia madre fi appella, la dura madre toccando, ftiano
ambedue ſollevate, e diſteſes e quali alcranio appiccare,
allorvederſiverdeggiante, e fiorita tutta la pianta: ma ſe mai divengan vizze,
o alqua to s'abbaffino, fanguire parimenre lei; e quando finalmen te la pia
madre ſia dalla dura totalmente ſtaccata allor non poter avere a niun modo più
vita. Con queſto trovato, o purcon queſta ſomiglianza dell'arbore, vaella tutti
i con. venenti della vita, e della morte, e della generazione, u della
corruttura dell'huomo, e de rimedi, e delle malatı tie acconciamente fpiegando.
Tali ſono i divilamenti dietro alla medicina della Signo ra D. Oliva; i quali
comeche pajanoin gran parte dal vc to lontani, purealcuni di loro ſon tali, che
non poffeno. fenza lunghi encomj, enon ordinaria maraviglia guardar fi;
edIomifarò lecito d'arrogare a sì valoroſa donnaquel che già della poereſſa
Sulpizix diſfè Giulio Ceſare della Scala:ut tamlaudabilis heroina ratio
habeatur non anime objicere ei iudicii ſeveritatem: Ma crapaſsado al
ſiſtemadella medicina di Tomaſo Vil lifio; egli ſipare, ch'in fula foglia
appunto diquello con ciamente fdrucciolandovaneggj. Imperocchèavendoegli
Popinion d'Ariſtotele rifiutata intorno a' principj delle cos fe, ficome troppo
groſſa, e ſciocca: e quella di Democri to, e d'Epicuro, ficomefoverchiamente
ſottile, e da’ſenli lontana: alla perfinc egli alnuovo diviſainenco de'Chimi ci
tutto s'appoggia, e vuolche ciaſcunacoſa di ſpirito (co sì chiama egli ilmercurio
).di ſale, di ſolfo, d'acqua, e di terra formata ſia; perciocchè in quelli
ciaſcun corpo ſenga bilmente ſi riſolva. E con quelto cinque ſoſtanze, in ciò,
che elleno ne'corpi compoſtihanmovimento e proporziou ne, ſi ſtudiacgli, e
s'affatica di dar ragione dell'apparen ze cutre della natura, e ſpezialmente
diquelle,ch'alla mc dicina s'appartengono. E comechè egli apertamente con felli
cotali ſoſtanze non eſſer ſemplici, ma comporte, e me ſcolate; pur tutto il ſuo
diviſamento quì egli fermando,no fi prendepiù avanti briga di ſpiar di cheforte
priacipj fora fono quelli, onde le ſue prime cinque ſoſtanze ſon compo fte;
anzi egli dice, che non avendoviragionc, o ſtrada al cuna da potergli avviſare,
ſciocchezza ſia l'entrar nel fara netico didoverciò fornire:e qualunque coſa ſe
ne dica eller più coſto un grazioſo diviſamento, e voler giudicarc allas
ventura, ea riſchio delle.cofe del mondo, che conſaldez za di buona filoſofia
ragionarne. Ma quantochè egli con ciò di ſcagionar la ſua dappocaggine
s'argomenti, imper: tanto maggiormente in altri, e altri ſuoi divifamenci egli
s'accagiona; perciocchèa chiben vi ponga menre, tuttoil fuo filoſofare,
avvegnachè egli contro i buoni filoſofi fa vellando, dica procudere,autfomniare
philofophiam me nola le, lubens profiteor; altro nel vero egli non è, ch'un
andare alla cieca, e taftonc,ſenza certezza alcuna. Ma ciò laſcia do ſtare, o
non s'avvede egli, o s'infigne di non accorgerſi in dicendo chelo ſpirito una
coral ſoſtanza fortidiguna, ë voláte Gia; che spiegar uc doveva come cotal
ſostanza s'av valli, e fi deprima, c come poi ſi cſalti, e come con gli al tri
principj ſi meſcoli: c comc ammendi, e affreni i ftraboc chevoli diſordinamentidel
ſolfo', e del ſale: é comequela to tante, e tant'altre operazioni faccia, le
quali egligliat tribuiſce. Certamente non mai egli ſaper potrà diche. for te
particelle quelle: fiano, ondela ſottigliezza dello ſpirito diriva; e
colcoccare, che colmuovere ora in uno, oras ialtro modofogliono negli altri
corpioperare. Eben'e gli dovera (ficomca buon filoſofante ſi conviene, ilqual
fondar voglia ſiſtema di cazionalmedicina) dalle appareze degli effetti la
natura delle loro cagioniinveſtigare: cav vifare, chenon puòlo ſpirito effer
diſcorrevole, ſe di pre fente nonceda atutti corpi ſaldi, che perentrovi
paſlino je perchèeglièda dire', cheloſpirito ſia in molte, e moltes particelle
diviſo: le quali continuo movendo infra loro sé.. pre ſeparate ftiano;ne lo
ſpirito,foctile,c volante efferpuðn e per cutto perretrare, ſe le ſue
particelle picciolitime non fono, esì fåttamente foggiate, che molti gomiti 20
angoli, non abbiano. Neper darragione dell'opere del ſolfo giova ſapere eſ fer
quello, licomc egli dice, di coſtruttura alquauto più groffa', emaggioredi
quella dello ſpirito; e che da quello nafca il calore, cla varietà de'cofori, e
degli odori alle co fe, e l'a lor bruttezza, e bellezza: c per la più parte la
di verſità de' ſapori; perciocchè quantımqne tutto ciò vero fi foffe,cheegli
ſenza niuna pruova farne grazioſamente, afferma, ben
potevaeglidall'apparenze,che dal fólfo vega giamo, argomentar, che le
particelle diquello comeche, in continuo movimento anch'elle fteano;ficome
quelle dela 16 fpirito e fiano peròmeno pulite, e ſdrucciolantii, calia quanto'
famoſc. E què è danocare, come il Villiſio vada divifando dellacomplellion del
fuoco; egli dopoaver ava vifato effer quello ſomigliantiſſimo alla materia
prima de Peripatetici, in ciò che in tutto partire in niuna dice quel, lb
allignare, così poi faggiamente ſi ſpiega:Ignis exfuina tura nullibi
exiſtentiam, ac certum durationis modum obtin net. Quindifoggiugne: formaignir
omninòdepēdet à para siculisfulphureis infubjecto quopiam agglomeratis.y - cona
fërrimerumpentibus a quodque ignis nihil fit aliud, quam ejuſmodiparticularum
impetuofius concitarum motus, deras ptio.Ma s'egliaveſſe mai poſtomente alle
particelledel fol fo, le qualieſſendo di neceſlità ramoſe, per la loro figuras
non così acconce ſono a muover velocemento, e a penetrar ne'corpi più duri, e
fpeffi, ficome far veggiamo al fuoco: il qual perciò dice Democrico aver gli
atomi ſuoi ritondi: non avrebbe certamente eglicosì di quello filoſofato. Ma
Signori ancor Io immaginava una volta cosi andac la biſogna del fuoco, qualla
giudica il Villiſio: e acciocchè ceſſar poteſli le malagevolezze propoſte,
mecomedeſimo penſava doverſi i ramidel ſolfo piegare in ingenerando il fuoco, e
in ſe medeſimi ravvolti formar cotante ſperette, acciocchè agevolmente muovere,
e penetrar poteſſero; ma meglio poi il mio divilamento vagliando, ricreduto,
igannato inutaiparere. Convien dunque dire, chele pare ticelle componenti il
folto diduefogge ſiano, una ramoſa, e un'altra ritonda. E cosìſomigliante
doveva egli delle particelle de'fali filoſofare, e ſpiar le vere cagioni dell'o
perazioni di quelli,e di que’loro ftati, ch'egli chiamafram fionis, volatizationis,&
fluoris:quali egli ſpiega co ſole pa role ſenza recarne giovamēto alcuno. E
certaméte non per altro ciò egli adopera, cheper non curar d'inveſtigare la na
túra, e la propietà de'componenti di quelli. E doveva bé egli quanto più ciò
era malagevole a fornire, cotanto mag giormente argomentarſi perogni ſtrada
diaggiugnere infin dove colla mano, ecol ſenno arrivarpoteffe: e cið mallima
mente egli col conſiglio dell'incomparabile Boile, edal. tri valorofiffimi
filoſofanci fornirpoteva; ma egli per cele far farica non volle di cotante
biſogne imbrigarſi: perchè poi diſguiſata, e ſconcia la ſua filoſofia ne
divenne. Eles non da altro, almeno dagli effetti de'ſali,ch'e' continuo da
vanti agli occhi avevasben egli in ciò, che quelli folvonli nell'acqua, e a
temperato fuoco ſeccanfi, ca gagliardo fi fondono avviſar poteva la natura
delle loro particelle, e di quelle di tutt'altre generazioni de' ſali: e ancora
in ciò che quelli,davolanti divengono fiſſi, e da fiffi di nuovo volar ti. E
Gimigliante da ciò ben'egli inveſtigar poteva in che convengano le
particelleinfra loro, le qualicotante gener razionidifali compongono; e in ciò
ancora, che i volanti ſali agevolmente le loro propierà lafciano, divenendo da
aſpri, e amari, e acetofi: dolci, e foavis e per contrario da dolci,e
ſoavi:acetofi,e aſpri, e amari; e alla per fine inciò, che i ſali di qualúque
ſorte ſiano, ftranaméte cambiadoli, e laſciádo illoro natie ſapore, e
ditutt'altre propietadiſpo gliádoſisin ſalfezza ſolamēte ſi rivolgano;perciocchè
da ciò tutco ben'egli argométar poteva eſſer i ſali compoſti dipar ticelle
acconce a cambiar figura: 0 pure non eſſer quelle in loro d'una medeſima forma,
madivarie, e diverſe figuu te foggiate. Quindi oltre paſſando avviſare' poteya',
iſali acetofi, in ciò che recano acerbiflimi dolori, eſfer d'acutif fimc
particelle compoſti: e l'altre generazioni de' fali cſfer più, o meno di
quelleforniti, ſecondainenteche più o me no il palato nepungono. E così anche
dell'acqua, e della terra dannata certame te a lui faceva meſtierdi filoſofare,
ſe aggiugner voleva al ragguardevol nome di buon filoſofante. E comechè negat
non fi poffa che per la maggior parte riuſcir ſogliano gli ar gomenti tanto, o
quanto probabili folamente, e ragione. voli ſenza ſaldezza alcunadicerta verità;
non però dime. no egli è il migliore affai, ſtudiarſi, e affaticarſi per via di
conghietture,ed'argomenti d'aggiugnere a ciò, cheper noi non ſappiamo: checosì
ſenza nulla imbrigarfi d'inve ftigarne, laſciarlo vergognoſamente in non calere
pernou Ara dappocaggine: Ne lo al preſente midarò briga d'eſaminare il poco lo
devolfiloſofare del Villiſio intorno alla formentazione, al ſangue, alle orine,alle
febbri, e ad altre malattie; percioc chè ognuno agevolmente veder può, che non
è altrimenti ſaldo filoſofare il ſuo, ma ſolamente ragionarea riſchio, e a voto
ſenza fondamento alcuno; e ben potrebbe per buo monegarſi poco men ch'ogni coſa,
ch'egli afferma, ſenza timore d'eſſer dalle ſue anfanie, e da'ſuoi aggiramenti
rim beccato. Ma non però di meno montò egli in qualche buo nome dei ſuo
meſtiere, per eſſere Atato egli molto avventurato ne’luoi emoli; perciocchè
de’ſuoi tempi abbatteſt in tal, che nulla ſappiédo delle coſe della natura,
volle ſcioc camente e con fanciulleſchi argomenti carminarlo; per chè non durò
molta fatica il dottiſiino Lovero ſuo ſegua ce', non tanto d'inframmetterſi
della difeſa di lui, quanto per ricredere, e rintuzzare la tracotata beffaggine
dello ſciocco Galieniſta; e nel vero ſe filoſofo ſtato foſſe il Mea La, avrebbe
egli minutamente ciò che lo ho accennato del la medicina delVilliſio in prima
detto. Ma nella notomia il Villifio fu molto ſcorto, e avveduto, intanto che
non v'ha notomiſta alcuno, che meglio di lui, e più ſottilmente le parti del
cervello ſpiare aveſſe;ma da cià altro certamente noi raccoglier non poſſiamo,
che la pro poſta da noi cotante fiate dimoſtrata,ora maggiorméteper fuadere:
cioè a dire che vano, e inutil ſia il diviſar di me. dicina razionale: ne
medico poter giainmai in quella tane to, o quanto
vantaggiarſiz.conciolliccoſachè dalla lunghif fima, e inolto ſcorta
diſaminazione, ch'egli fa dell'uficio delle parti del cervello, non altro
certamente ora ne ſap piamo,chequello, che in prima fapevamo:: cioè a dire
nulla di certo. Quanto alla maniera del medicare fu egli ſenza fallo ſciocco,,
e infelice aſſai; perciocchè dopo aver appreſa, ed eſercitata la medicina a
quella guiſa, che in Inghilterra comunemente coſtumavali:volendo egli
filoſofare ſopra quella, ſi perſuaſe, che le continue ſperienze, così.dover fi
medicare additato aveſſero; perchè non guari egli lontan facendofia'comunali
rimedi, nel ſuo ſiſtema,ſtudiof ſi di darne a credere eller quellii veri
argomenti da raccato tarne la ſanità, ricoprendo con sì fattoavviſola ſua
beſſage gine, c non rinvenendo nulla per giovamento de'cattivelli, inferini'.
Anzi vi fu di peggio nella ſua medicina, che non che valevole argomento egli
mai ritrovato aveſſe: anzi in qualche biſognatalvolta, ove i volgarimedici bene
ado peravano, egli diverſamente ſentendo dipartiſlene. Ma prima difar parola
della maniera del ſuo medicare, egli conviene avviſare, cſſer poco ragionevole
ciò che 1 1 d egli giudica, cioè, che la febbre finoca puerida,ficome egli dice,
per eſſenza ſempremaiſia: e che la pleureſi, la peri pneumonia, l'infiammagion
della gola, e altri fomiglianti mali ſiano effetti, e non cagioni della febbre;
conciollie cofachè ciò manifeftamenteripugnar ſi vegga all'evidenza:
avviſandoſi fempremai tratto tratto avanzarſi, e ſcemarla febbre, ſicome Icema,
o creſce l'enfiagione; anzi talora prima d'apparir la febbre: il dolore, c
l'enfiagione appa fiſcono: e cominciandoſi poi la ſoſtanza ivi cntro racchiu
fa'a formentare, e a comunicarſi al ſangue, e far ſaccajan comincia altresì la
febbre. Ma più manifeſto ciò s'avviſa nelle ferite, e allor che qualche
ſcheggia, o ſpina, o altrás ſomigliante coſa nella-carne ſi ficca;perciocchè
ivi a poco accendefi la febbre nella piaga ſolaméte, enelle parti prof ſimane,
e talor anche pertutto il corpoſi fpande; e leav vien, che le fibre alcuna
fiata enfino, ciò nulla rilievaan dover far pruova del ſuo diviſamento;
perciocchè quella medeſima cnfiagioneſarà anch'ella cagion della febbre, no già
effetto, ſicome immagina il Villilio; concioſliecoſachè manifeſtamente s'avviſi
in sì fatte eiffiagioni rattenerſi il ſangue, e dal ſuo uficio rifturfi; perchè
poi naíce la febbre; ne ciò potrebbe in piun côto negare il Villifio,
confeſsado egli medeſimo quefta verità: Ab ejuſmodi tumore,dice egli
dellenfiamento delle fibre, calor, e dolor in parte intendű. tur: fanguis in
motu ſuo magis perturbatur: adeoque febris accenfa plus aggravatur. Ma non men
vano, e falſo è ciò ch'egli giudica dell'ingencrazionedelle febbri, che chir
mano intermittenti; la quaic opinione potrei lo agevolme te rifiutare:ma
perciocchè egli è manifeſta aſſai la ſua fal lanza, e per non dilungarmitroppo
me ne rimango.Sola mente dico ciò lui fare perpoternella cura delle febbrila
biaſimevol coftuma de ſalafi ritenere; nella qual certame te cotanto egli è più
de'Galieniſti medeſimi tracotato, che ovei più avvedutifra loro nella terzana
intermittétenõ ar diſcono a trar sāgue, egli pur vuol, che trar fi debba,
accioce chè col ſuo mcnomamēto il sāgue fi rinfranchi, e ſi rinfre ſchi, e
mcnos'accenda, e più liberamente ſenza riſchio ď K k k incendimento diſcorrer
poſſa, e riandar perla perſona.Ma ſe aveffe avviſato il Villiſio le terzane
intermittenti divenir talora per li falalli contine, certamente cgli non
avrebbe così follcmente ragionato. M2 apertamente ſi vede, ch'egli dictro alla
bruzzagliai de’volgari medicanti, più negli effetti de’mali, che nelles cagioni
di quelli s'indugia. E per favellar con lui, ſecon do iſuoi medeſimi ſentimenti,
ſe la terzana s'ingenera, per ciocchè il facgue ſtrabocchevolmente mordace, e
punge te,non intride, e matura toſto il ſucco nutritivo: mala maggior parte di
quello in una cotal materia nitro - ſulfurca corrompendo muta: come potrafli
ella maiper lalafo am mendare, ſe il ſangue, che riman nella perſona, anch '
egli mordace, e pungente vi rimane? certainente egli ancora, ſe non ſi addolcia,
farà valevole a corromperc, e guaſtare il ſucco nutritivo, e ingenerar la
febbre; anzi tanto mag giormente, quanto per lo ſuo fcemo, più debole, e
fpoſfato diviene a rintuzzar quella mordacità, che'l corrompe,me nomandoſi in
lui quella nobiliſſima ſoſtanza,che ſolamente poteva nel ſuo intero affinamento
ritornarlo; perchè poi il ſangue, che di nuovo s’ingenera, diverrà ſenza fallo
pig. giore: e non ben digeftédoſi il cibo, il ſucco nutritivo yer rà anche a
ingenerarſi cattivo: e manterrannc quel calo re, checol ſalaſſo iinmagina di
ſcemare il Villiſio;ſenzachè è egli inolto di riſchio il ſegnar nella terzana;
perciocchè tra per lo cibo, che dentro dallo ſtomaco de’inalaci ſi cor rompe,e
per lo sfoggiato calore,ch'allottigliando, e diradi. la collcra nel ſuovalo
avvić,chequella nello ſtomaco ſi tra sfonda, e cotanto mal cagioni: ſicome a
quel giovinetto nobile intervenne, di cui narra il medeſimo Villiſio,che no
oſtante la cardialgia avendolo cgli fitco ſegnare, piggioró ne sì fatcamente,
chequali ne fu per debolezzamorto, gliene ſeguirono fieriſſimivomiti,e ſpalime,
c rivolgime ci d'inceſtini: ne alleggioll in lui il dolore, ſe non ſe nel de
clinamento del male. Vuole ancora il Villiſio, che trarſi debba fangue nello
febbri, ch'egli chiama efiimcre, e nella finoca putrida, ac ciocchè perlo
falaſſo diradandoſi il ſangue fia ventato: e le particelle calde di quello per
affoltata non ſi accendano; ſi. coinc adoperar veggiamo a contadini, i quali
rivolgendo, e ſcioperando il fieno difoverchio riſcaldato, fannogli pré dere
rinfreſcamento. Ma egli è certamente ſogno del Vil lilio, che liquorsche
continuo muova, e diſcorra, ficome il ſangue, abbia quelle particelle,
ch'egliſcioccamente chiama calde, le quali poſſano ſtare ammonzicchiate,e af
faſtcllate, ficome ficno in palco, maſſimainente, che pic cioliflime, e ritonde
quelle fono, e ſi muovon rapidiſſim.2 mente allor che fanno il calore; perchè
malagevolmente ſtar poſſono inſieme, ſe da qualche materia viſcoſa, e tenz ce
non ſianoben prima appiccate. Perchè è da dire, che fconcio, e ridevole
oltrcmodo ſia il paragon del fieno dal Villiſio apportato,in cui lo
ſtrignimento premendone il fucco cagiona la formentazione, e'l riſcaldamento.
Maw oquanto meglio egli avrebbe adoperato, ſe non già con falalli, ma con
rimcdj acconcja ciò fare, ſicomealtrove per noi è detto, ſi foſſe argomentato
di ſventolare il ſangue, edirinfreſcarlo. Ma egli più oltre traſandando vuol
che da ſegnar fiano anche i fanciulli: quandoil medeſimo Ga lieno, che de
ſalaſli fu cotanto amico, e altri antichi medi cistutti ad una giudicano efſer
quelli ſommamente a' fan ciulli dannevoli, e da fuggire. E avvegnadiochè egli
molce novelle ne racconti d'alcuni febbricoli da lui felice mente col fataſſo
guariti; non però di meno, ficome egli medeſimo teftimonia, non pochi ancora ne
poſe per la ma la via; ne è da credere, che coloro che ne camparono,fof fcro da
falaſiajutati: anzi per qualche altro argomento, o cagion da’lui non conoſciuta
celsò loro la febbre: e fuma raviglia, che infermo, chenon potè reſiſtere alla
febbre ', aveſſe poi la febbre inſieme, e'l mal del falaſſo contraftato. Che ſe
veggiuno noi alcuni avvelenati ſenza cóſiglio niu no campare, e altri cadere
ftraboccati da alto ſenzafiaccar fi il collo: ele ſcoppiate delle bombarde
alcuna volta non colpire, perchè dobbiam noi dire i ſalali ſolamente, per chè
talvolta non ammazzino, non effer mali? Ma ben disi travolto diviſamento
portonne egli la pena il Villiſio; per ciocchè co'ſuoicari
ſalasſi-egli-medeſimo s'ucciſe. Ma gľ Inghilefi, huominicotanto pertraffichi, e
per uſanze co noſciuti di tutte coftume della maggior parte del mondo, Io non
sò lo come ſi laſcino ciecaméte portare alle beſlag gini de’loro medici, e non
più toſto rimirino alle varie, ¿ diverſe nazioni, colle quali eglino uſano, che
ſenza laper mai di lanciuole, o dimignatte, e ſenza 'logorar goccia di ſangue
ſtan bene delle perſone: e ſe pure infermano, altri argomenti coſtumano a
raccattar la ſanità, che i nocevoli ſalaffi. E per non andar ricercando
detl’Indie, e d'altres a noi rinnotiſfime partijagevolméte ciò potrebbono
avviſa re da’Mori: i quali, ſicome teſtimonia quel gran Maeſtro in divinità
Tomaſſo Campanella, le malattie tutte col ſolo di giuno, e colle unzioni, e co
' tropicciamenti curama. Ma non meno ſciocco, e poco avveduto nelie purgagio
niegli ſi fu il Vihiſio; concioffiecofachè egli talora ſenza riguardare al
tempo delmale toſto le purgative medicine,e le vomitative impor foglia, con
graviffimo danno degli in ferini; e ciò egli vuole anche dove la febbreſia
grande, d'accendimento dentro agevolmente temer fi poſſa. Ma quanto poco fermo
e' ſi foſſe nelle ſue regole il Vil lifio, manifeſtamente egli medeſimo il ci
da a divedere, al for che dopo averdiviſato ſecondo fua poſſa a che debba il
medico riguardare per dovere acconciamente i ſalaſſi, e le purganti medicine
adoperare, maſſimamente nelle feb bri peſtilenzioſe, e maligne: alla per fine
avviſando egli la vanità de'ſuoi diviſaınenti, e dimentito della certezza della
medicina razionale, non altrimenti, che ſe volgare impi rico e' fi foffe,
conſiglia imedicifuoi ſeguaci, che ſi laſci. no ſolamente in ciò alla ſperienza
guidare. In his cafibus, ſon fue parole, prater medicicujuſque privatum
judiciums; experientia potiffimam mededi rationem fuppeditat; cã enim hæ febres
primo graffantur,finguli ferèfingula tētăt remedia: diex eorum fuccesſibus una
collatis facilè edifcitur, qua li demum methodo innitendum erit, donec ultimo
crebro ten tamine, feu tranſeuntiuin veftigiis via quafi regia, « Lata ád
bujuſmodi affectuum rationem texitur, variiſque obſerva tionibus,
monitiſquemunita, Or quinci manifeſtainente comprēder puoſli quanto po co egli
affidato nel fuo fiſtema di medicina, il tutto nel ſens; no, e
nell'intendimento de'mediciavveduti roveſciaſſe, giu dicando non eſſer rimedio
cotanto certo, di cui noi poffil mo vivere a ſicuranza. Ma non ſi dec egli
nondimeno privar della meritata lo de il Villiſio, per eſſes e' ſtato
certamente il primiero tra' Chimicimedicanti,ch'abbia avuto ardimento, rendendo
giuſta ogniſua poſſa cagioni veriſimili di tutte le coſe, di fabbricar un
ordinato ſiſtema di medicina razionale, e ſopra tutto per quelbel libro, ch'ei
compoſe della Farmaceutica razionale; ove egli s'ingegna di dar ragione
dell'operazio ni tutte, che ſi fanno ne'corpi umani dalle medicine. Ma non già
egli però, come par,chemillanti con queſte paroleg. Spartam hanc fcilicet
operationis pharmaceutice Ætiologiam, prius fere intactam, fi nunc temere
agreflus, non dignefatis abfoluero, veniam utcunque merebor, quia terram non
modo: incognitam,fed, GvaldeSalebrofam,&quafi labyrintheam peragrare.
incumbebat, fù’l priino aqueſta opera; poichè il Paracelſo, e l'Elmonte, ſopra
i diviſamenti de'quali áp-, poggia tutta la ſua machina il Villiſio, ne
trattarono, tut tochè non ordinatamente aſſai n'aveffero eglino favellato Ma ne
a queſti, nc al Villiſio, per non aver eglino conſide rata innanzi tratto, e
riandata con diligenza la natura del la coſa, cioè que’principi primi,
ondederivano immedia tamente le operazioni de'medicamenti, riuſcì il-finir una
sì commendevoleimpreſa, con quellafelicità, che le avca no eglino dato
principio. Malaſciando dipiù ragionar del Villiſio, e del ſuo liſte ma, a quel
di Franceſco delle Boe Silvio trapaſſeremo;egli fin da primi anni il Silvio,
licome di lui narra Luca: Schache negli ſtudi d'Ariſtotele, e di Galieno
involto, do po lungo tempo a ciò logorato, veggendo alla fine, la Chi mica di
que' tempi a grandiſſima altezza ſormontata per le maraviglioſe cure
dell'incomparabile Giovan Batrifta El monte, di cui ſopra è detto, a quella
apparare con tutto il ſuo intendimento, e con non ordinaria fatica ſi rivolſe;
e conoſciuti i grandillimi errori, e ſconcezze delle volgári dottrine, per non
dovervender la ſua ſcienza a minuto, ne? più ſaldi ſtudi delle buone arti sì, e
tanto innoltroffi, cher grandiſſimo, e famoſo ne divenne: e di molte, e
laudcvoli conoſcenze arricchito miſeſi a diſcorrere pergli ſtrabocche voli
campi della medicina. Ma ſicome ardito,e poco cſper co Nocchiere, avvegnachè di
ſarte, di - gomene, di ve le, di boffolo, e di tutto ciò, ch'a ben corredata
nave fac cia meſtiere, ſufficientemente ſia fornito: impertanto per nuovi, e
nonconoſciuti mari navigando, no ſappiendo egli poi ben quelli adoperare,
miſerevolmente inghiottito vi muore; così il Silvio, comechè dibuona
filoſofia,per quel ch'e' medeſimo dice: e di non ordinaria medicina fornito,
non però dimeno non ſappiendo egli quelle adoperare,ſcó- - ciamente fallovvi, e
quaſi nocchier mal pratico negli alti maroſi del ſuo meſtiere appena
ſciogliendo, fortunolamen te annego. Ma potrebbe alcun recare in dubbio, ſe
ſcor ro in filoſofia si bene il Silvio si foffe veramente itato, co me
eglinevuoi dare a divedere; e nelvero per quel che comprender poſſiamo dalle
fue opere, egli ſembra, che no molto addentro e' la ſpiaſſe, comechè una fiata
dalla ra dezza, che adopera il fuoco ne'corpi,cgli argomēri le parci celle di
quello effer piramidali; non però di meno egli po co conoſcendoſi eſſer
profittato nella buona filoſofia, co mechè,i per quel, ch'e'nedica, trentatrè
anni continuo in appararla e' ci aveſſe logorati, proteſtando le ſue
dappocaggini, manifeſtamente dice: optabile foret naturalium rerum principia
vera, eorundemque numerum certum, qualitates legitimas via,methodoq;
mathematicis demõltrari. Ma nella medicina razionale più alquanto egli ardimé
toſo, volle il ſuo ſiſtema diviſarne, dicendo tre umori prin cipali eſſer
ne'corpi degli animali: cioè il ſucco pancreatico, la collera, e la flemma; i
quali nel ſottile inteſtino adunā. doli inſieme, e meſcolandoli, quell'umor
poicompongano, che da lui è detto triumvirale; che il ſucco pancreatico di
ſangue, edi ſpiriti animali dentro al pancrea s'ingenere quindi agli inteſtini
per la celebre 'doccia del Virfungio diſcorra; chela collera ſi formi di ſangue
dentro alla ve ſcica del fiele; e che ſia ella abbondevole aſſai diſale ama ro,
e volante, e comee'dice, liffiviale, da poča acqua foo Luto: in cui alquanto
d'olio, e di volante ſpirito anche s'av viſi; che la flemma ſi crii della
ſaliva, la qualdegli ſpiriti animali, e della più ſalda, e tenace parte del
ſangue com pofta, dalle glandole delle maſcelle per le docce, che falia vali
diconft, alla bocca trapeli, e continuo tranghiorten doſi dentro allo ſtomaco
diſcenda: e quivi le ſue tuniches ainmorbidando digeſtiſca i cibi;
quindiallinteſtino fottilc pianamente trapelando ivi s'accolga,c per la più
gran par te dimori. Venir la flemma di molta acqua, e di poco fpi rito aceroſo,
e volante se dipochiſſimo olio, e ſale lillavia le compoſta; perchèin quella
una gran virtù formentantea ritrovarſi; il ſucco pancreatico ingenerarſi degli
ſpiriti ani mali, e del ſanguenel pancrea: e che fia eglialquanto ace toſo: ne
dalla flemmadiffomigliante, ſe non ſe più alqua to ſottile; che ſi tragittiegli
perlo canal del Virſungio al fotcile inteſtino, la dovenel meſcolarſi ch'egli
fa colla collera, perla contraria diſpoſizione dell'amaro di quella,
edell'acetofodi eſſo,a riſvegliàr fi venga un cotal bollimé to, per lo quale la
parte più groſſa, e limacciola ſi ſeparije queſta giù per gl'inteſtini
s'avvalli: e quella per le venes lattce diſcorrendo al cuore aggiugna; e la
flemma anco ra nel fuo ribolliméto fi ſolva: e che la parte ſua più diſcor
rente, e ſottile inſieme colla maggior parte della collora, e del fucco
pancreatico traſcorrano parimente al cuore: ove la fermezza, e’lcompimento
deano al ſangue; e'l lor rima nente diſcendendo giù per gl’inteſtini groili, e
alle fecces! meſcolandoſi, quelle maggiormente colorate, e tenaci ré. dere,
Cosìavendo formato con queſti tre ſoli umori il fi ftema tutto della ſua
medicina il Silvio, dal guaſtamento, e perturbazione di effi vuol, che tutte le
febbri dirivino; concioſliecoſachè ritrovandoſi talvolta per qualche cagio ne
il pancrea oppilaco, quivi il pancreatico fucco oltre all' LII uſaço dimorando,
maggiormente acetoſo divenga, e mor: dace; perchè egli poi faccia
negl'inteſtini un bollimento grande, c ſtrabocchevole aſſai più dell'uſato: e
naſcerne la febbre, qualdicono intermittente. E ſe quella parte della collora,
della flemma, c del ſucco pancreatico, la quale al cuor ſi tragetta, non ſia
ben condizionata, ella nel deltro ventricolo di quello un'altro diverſo
ribolliméto riſ veglj, e le contine febbri cagioni. Ma troppo lungo fa rebbe il
voler qui raccontare comedal rimeſcolamento di tutti, e tre queſtiumori vuole
il Silvio, che ciafcuna maa, lattia ne*corpi umani s'ingeneri. Io non ſaprei lo
di leggier narrare quante miſchie, quan te conteſe, eriotte abbia riſvegliate
infra' medici un cosi ftrano ſiſtema, così vivendo il Silvio, come anche dopo
ſua morte; ma lo diciò non curando al preſente, folamente per quanto a mio
propoſito s'appartiene, dico eſſer vera mente ingegnoſo, claudevoleil
diviſamento del Silvio, e quale appunto a un cotanto valent'huomo conveniya; ma
perciocchè egli tutto grazioſamente afferma ſenza nium pruova fare delle ſue
ſtranezze farà quello da dircertamēte una ben compoſta novella per tener a bada
con ſue ciarle l'ignoranza del vulgo, e preffo quello accattar titolo di va
lorofo filoſofante;machi ſpia più addentro, non veggen do comepoffano effer
tali quei tre umori, quali e' glide fcrive, ecome poffano aver poſlanza di
cagionare i bolli menti, e le febbri, e tutt'altre malattie, che egli racconti,
poco certamente a capitale il ciene. Anzi radillime volte nella flemma, e nel
ſucco pancreatico l'acetofità egli avvi far ſi puore; ſenzachè nel pancrea non
ſi è giammai per al cuno acetofità, ne poca, nemolta avvifara: e pure dovreb be
ad ognora quella trovarviſi, le nel Pancrea s’ingeneraf fe, e s'accoglieffe
veramenteil fucco acetofo; perchè ra de volte ancora quel bollimento, ch'egli
immagina,negli inteſtini da quelli riſvegliar puoſli; anzi è egli imposſibi le,
che per l'acetoſità il bollimento avvegna: ficome per pruova veggiamo, che il
liquor del fiele collo ſpirito del vitriolo, o delſale, o con altro acetoſo
umore meſcolato ri bolla: che che in contrario fi dica Olaaldo Crollio, da cui
peravventura ciò apparò il Silvio: il qual contendendo co tro la manifeſta
ſperienza, ne vuol dare adivedere, chelo ſpirito del vitriolo a ſtomaco,
cheabboudi in collera,bol Jimento cagioni. Maſenza fallo egli di gran lunga
s'aggi, 1.3 il Silvio a dir, che gli ſpiriti animali ſiano aceroſi; per
ciocchè, fe ciò foffe, inervicontinudrattratti, e in malei Itato ne ſarebbono:
ſappicndo ben ciaſcuno, che l'acctori tà, ſicomc (triguente, e lazza, e
pugnereccia, a’nerviol tremodo contraria, e nimica fia. Ma chela ſaliva allo
ſmaltimento de'cibinelnostro ſton macobaltevol fia, comechè ella pur gli ſia
diqualche gio vamento, chiunque al maraviglioſo artificio del digeſtimé. to non
abbia poſtomente, potrà folamente crederlo. E ſopra tutto è da maravigliare di
ciò ch'e dice delle febbri intermittenti; perciocchè ſe quelle dall'acetofità
fi cagionalſero, ſenza dubbiogl'Ipocondriaciad ognorafi vch drebbono, e terzane,
e quartane patire; poichè in loro fo pra tutti il ſucco delPancrea, ficome
anche il medeſimo Silvio confefla, oltremodo acetoſo s'avviſa. Ma riſerbando a
più agiato tempo sifatte conſiderazio ni: ciò che toglie maggiormente l'eſſere
razionalmedico al Silvio, e'l fiſtemadilui manda a terra, fiè, che egli trasa
dando le fondamenta, a niuna cura prende l'inveſtigar la natura di quelle prime
ſoſtanze de Chimici, ſule quali egli fonda la fua medicina. Mache che Gadella
ſua filoſofia, il modo certamente del ſuo medicare, comechèpovero, e manchevole
degli arcani dell'Elmonte, e del Paracelſo, non poco dee effer commendato;
perciocchè egli usò le volgarichimicheme. dicine, e masſimamente l'alloppiate
connon ordinaria fe licità,, e pregiodel ſuo nome; fe non ſe quanto egli preſtò
alle purgagioni troppa credenza: ele pole talora in opera, ove in tutto, e
pertutto diſconvenivano: avvegnachè pur guardingo, e ritrofo alquantoegli ſtato
ne foſſe. E come chè cgli dicoloro, che così volonteroſi ſono a ſegnare, só
mamente ſi biaſimaffe, non però di meno per non dipartir LIT 2 ſi dall' folo
può contrariare almale. Oltre a queſto la formentl fidall'uſo comune, andò a
bello ſtudio accattando cagioni di ſegnare ancornelle febbriintermittenti: ove
egli affer ma non aver luogo niuno il fataſlo.Immagina poi egli, che faccia
luogo il ſegnare nelle febbri finoche,acciocchèilsā gue ſtrabocchevolmente
radificato non rompa i vaſi,o fac cia qualche altro gran male; non avviſando,
che con altri ficuriargomenti, quandociòpur s'aveſſea temere, dar vi fi può
compenſo, ſenza tor via, col trar ſangue, ciò che zione,tutto che grande, nel
fangue,non li dee con -iſpogliar lo della ſua vital ſoſtanza impedire, poichè
per quella ſteſ ſa formentazione, grande eccitandoſi, o fenfibile, o inſen
fibile vacủazione, fi difcaccian fuori del corpo le cagioni delle malattie, il
che s'impediſce certamente col ſegnare. Dopo il Silvio,mi ſi fa davanti Lazaro
Meffonieri, il qua le troppo libero, coltre alconvenevole ardito, imprende a
determinar delle più ardue', epiù ripoſte quiſtioni, di cui piatiſfer mai con
lungo ſtudio ifilolofanti. Primieramente egli ſtabiliſce effer principidelle
coſe il mercurio, il fales, e'l folfo, e dice quefti, licome in cotante arche,
o matrici contenerſi negli elementi; i quali ſecondo l'avviſo di lui, fon
quattro:cioè il fuoco, efficiente cagion di tutte altre coſe, in cui niun
principio egli v'alloga; l'aere, in cui ri fiede il mercurio;l'acqua, ove
ſtanzia il fale; e la terra in cui dimora il ſolfo. Il fuoco ond'ogni altro
elemental mo to deriva, vien dal folto ajutato, ed eccitato dal mercu rio; e
ſue proprietà ſono il dar movimento al mercurio, il riſplendere, il riſcaldare,
l'attrarre a fc le cofe oleaginoſe, e Peſſere attutato dall'acqua; l'aria
colfuo mercurio fa fare a ſegno il fuoco; il mercurio è un certo ſpirito aeree,
il qual coagula l'acqua, e'l fal volante rappiglia, e che afo fai bene col fuo
ſal fiſſo s’uniſce,ed al ſolfo cótraſta.Dimo ra ilmercurio ne'luoghi piùdalle
vie del ſole rimoti, fico me ſono amendue i poli;l'acqua tiene una ftrettiſſima
ami, ſtà col ſale, e nimiſtà grande allo incontro poi colſolfo. La terra
opprimeilfuoco, e quanto ella è del ſolfo amica, altrettanto ſi moſtra nimica
del fale. Indi deltemperamento il Meſonieri vegnendo a favel lare, così ne
divifa: il temperamento è un'armonia delles quattro prime qualità, avvegnente
dalmeſcolamento de gli clementi, e de’naturali principj:(Delle qualità, che gli
elementi compongono, due ne ſono attive, e due paſſive: attive ſono il calore,
e la freddezza, paflive l'umidità, e la ſiccità. Tre coſe vihan nell'univerſo
manifeſtamente calde, il ſole nelmondo celeſte, il fuoco nel mondo ele, mentale,
e lo ſpirito vitale nelmondo animale, e tre allo incontro manifeſtamente fredde,
la Luna, il mercurio, lo ſpirito animale. Alcune ſtelle divantaggio vi han
nelmo do celeſte,dilornatura calde, e altre freddo, ma occulta mente; e altresì
nel mondo elementale altre coſe calde fredde, macelatamente, o accidentalmente
ſi trovano: umidifſime ſoſtanze fon da per ſe l'acqua, e l'olio; ſecchiſ fime
la terra, e'l fale. Maicorpimiſti divengono umidi,o ſecchi, allor che conalcuna
delle già dette coſe 's accop piano. Le ſeconde qualità daglielementi, e da
principi naturali variamente fra eſfo loro meſcolati dirivano. I 12 pori
ditutte coſe naſcon dal ſale, gli odori dal folfo, lam durezza dalla terra, e
dal fale: la mollezza, e tenerezza, dall'acqua. Ed ecco in brevei lunghi
diviſamenti del Mel fonieri ridotti:ne'quali egli nel vero indarno tenta
diridur re in un corpo folo, membra cotanto fra effo lor diſcorda ti, che non poffono
a niuna guiſa acconciarfi. E quinci ſcorger puoli, che quantunque egli molto
ſtelle in fu l'av vifo pernon laſciarſi trarre, e cader col yulgo de filoſofan
ti in errore; pur nondimeno non potè affatto obliar le ſcon ce, e falſe
opinioni, che cotanto tempo han tenuto maga gnate le ſcuole; le quali ', come
faggiamente,il Verulamio avviſa: Elementorum commentum, quod avide à medicis
acceptum, quatuor complexionum, quatuor humorum, qua juor primarum qualitatum
conjugationes poft fe traxit, tan quam malignum aliquod, infauftum fidus
infinitam, et medicine,nec non compluribus mechanicis rebusfterilitatem
attuliſje, Maciò che egli poivi aggiugne del ſuo il Meſfonieri, in tut curto,e
pertutto inverigmile fembri; ficomcè il dir; che il mercurio freddiffima,
emobiliffimafortazaſi ſia;e che ſte colà ne paeſi al polo vicinijed
alorcedaltre sì fatte fanfalu che', che lo non mi do briga diriferire, per non
logorare fuor di propoſito il tempo. Mada tanti, e sì varj,e sìftra ni ſuoi
arzigogoli, nonmai vien fatto alMeſfooieri di co glier coſa che vaglia a dar
ragione di quelle apparenze,ché tutto dì nel grande, e nel picciolo li fan
vedere.i ': Vuole oltre a queſto il Meffonieri, che di tutte l'azioni del
noſtro corpo ſien cagione gli ſpiriti animali, e vitali; lo fpirito animale,
dic'egli,è della natura del mercurio, aereos freddiffimo, e dalcervello
perlinervi, e perle membrane penetra, e fa il ſentimento, ed ogn'altra azione
animales; fi nutriſce della ſalſa, e acquola parte del ſangue; lo ſpiri to
vitale è della natura del fuoco, ed egli è il primo a muo vere, e a far impeto
nel corpo, e a ſuegliar lo ſpirito anima lé, il quale da per ſeimmobile,e privo
di ſentimento farebo be; tragittaſi dal cuore perle vene, e per le arterie
infieme col ſangue, e forma i dibattimenti de'polli. Nell'uniones d'amendue
queſti ſpiriti conſiſte la vita dell'huomo, e nella ſeparazione, perlo
coptrário,la morte. Maconcedaſi, che dal ver lontano non ſia ciò, che divi ſa
il Meffonieri,vorrei fapere, onde argomenti egli eſſere lo ſpirito animale
freddiffimo, ed immobile, e participar del la natura di quel mercurio aereo da
lui ſognato, e paſcerfin. enudricarſi del fale foluto dall'acquoſa parte del
ſangue; e come parimenté egli provar poſſa aver lo ſpirito vitale na tura di
fuoco, e dar lui il moto, e'l vigore allo ſpirito ani male. Ma formentandoſi
continuo il ſangue nel corpo dell'huomo, e comunicando egli ſempremai più, ome
no calore a cucce le parti delcorpo, come, e dove por trà mai l'animale ípirito
olcremodo freddo, e inmo bile ingenerarſi? Coavien parimcnte poi, che'l Mcf
ſonieri ci additi il modo, col quale s’uniſcano fralo ro, el diſuniſcano si
farciſpiriti; e altresì, che ſaper egli cifaccia, onde avvenga,che'l caldo
eſtremo dello ſpirito yitale non difrugga, e diſlipi lo ſpirito animale; ccoine
al lo incontro l'ecceſſivo freddo dello ſpirito animale non am morzi, ed
eſtingua lo ſpirito vitale. Laſcio di narrare,quanto il Meffonieri
nell'aſſegnare gli uficj alle parti del corpo umano, vada ſovente errato; e
quanto egli poco felicemente lt vaglia (non riconoſcendo Je tali ) d'alcune
falſe opinioni di Galieno; ma accennerò fol tanto ciò che follemente va
diviſando dietro allo in generarſi delle malattie: dicendo, che qualor l'azione
dell' animale, o del vitale ſpirito ſia impedita, gli huominiven gano
damaloritravagliati; sì che le malattie propriamen te favellando fien tutte
negli ſpiriti, e meno propriamente poi negli humori, e nelle altre parti
delcorpo; e la cura delle malattie tutte in altro non conſiſtere, ſalvo che in
tor via quelle cofe, che impediſcono l'azioni degli ſpiriti je conchiuder, che
tutto ciò con cinque generazioni ſole di medicamenti fare agevolmente ſi poſſa.
Ma a queſti, cad altri diviſamenti, ch'egli poſcia produ ce in mezzo in facendo
parole delle particolari malattie,no fa certamente luogo d'argomenti per
moſtrargli fall. Fi, nalmente la maniera delmedicare del Meſfonieriaſſai roz za
nel vero, e materiale effer ſi vede. Ma poichè da uno in un altro ſiſtema
paſſando fin quì lią giunti lo non voglio trafandar tacitaméte Franceſco Mea.
ra celebre medicante nell'Ibernia. Fu coſtui della ſchiera deGalieniſtiin prima:
ma avviſando egli poi quanto all'o pera del medicinare mal veniffero ad huopo
le vane ciance di Galieno, impreſe a metter fuori un'altro ſiſtema di ra zional
medicina; nel quale egli fu tutto inteſo ad accozza. re inſieme le dottrine di
Galieno con quelle di Paracelſo, in quella ftrana guiſa appunto, che pittor
farebbe, ſe mai te Ita umana fopra un collo di cavallo tutto coperto di penne
di varj, augelli e dipigner voleſſe. Forte egli rimproccia tutti coloro che
ichimici principj ofano dinegare: cô que fte parole. Et miror profecto qua
fronte quiſquam experien tia Scientia omnis, et cognitionis inventrici)
repugnare prefumat, nifi pro ratione fufficiat, multos pudere, cos pige me
quiequam denovo admittere, quod confirmat& eorum upinioni adverfetur, à quo
ne látum quidem unguem recedere Suftinent, ne prius non recte fapuille
videantur: multos taria ta cum fatuitate, ne dicam Idololatria, Hippocratem,
Ari ftotelem; aGalenum venerari videas,utquicquid ab illis non dictum, non
dicendum, quicquid abillis incognitum, no cognofcendum putent; e molto appreffo
fi briga in moſtrar, che in natura v'abbiano sì fatti principj; sì veramente
però, che non debba a crederſi, che ſian primi; imperocchèegli vuole, che della
materia,della forma, e della privazione i quattro elementiſi formino, c'di
queſti facciali il ſale, il ſolfo, e'l mercurio, che ſon terzi principi; i
quali finalmél te col vario accozzamento loro, quanto v'hanell'univerſo
coinpongano, Ed ecco, ſecondo lui, onde formanſi le parti ſalde, e di.
ſcorrenti del corpo umano: e particolarmēte i quattro umo ri di Galieno;
ne’quali, allor, che il ſale, il ſolfo, e'l mer curio ſtan così bene adattati,
che non vengano fra ello lo ro a tetizone, n'avviene la ſanità, e per contrario
lemalat tie. Diviſa egli, ſecondo l'avviſo dechimici, lungamente de'ſali;
dicendo, che altri ſe ne ravviſano nella flenna ſas lata, come è il fal comune,
e'l ſalgemma; altri nella flem ma acetofa, e in cerca fpecie di malinconia
parimente acç. tofa, come è il ſale armoniaco; e così ancora diſcorre ra
gionando degli altri ſali, che ſono negli altri umori. Vna sì fatta dottrina fu
introdotta primieramente nelle fcuole per alcuni ſeguaci del
Paracelſo;immaginado eglino con ciòfare,che celtaſſero le perſecuzioni chelor
faceano i Galieniſtis ma lor non venne fatto il diſegno; anzi, come in tute
gare civili avvenir ſuole, cui non voglia ad alcuna delle fazioni attenerſi,
eglino divennero d'ambedue le par ti nimici; e come alga, o ondamarina, che
da'contrarjvé. ti ſia, or quinci, orquindi agitati, così l'opinioni di coſto ro
furono da'Paraceláſti, e daGalieniſticótraſtate. Il per chè anche noi ſenza quì
intertenerci immaginamo, che da quel, che di Galieno, e di Paracelſo addietro
abbiam di: viſato, rimanga ilſiſtema del Meara baſtantemente impu gnato;
imperocchè, ſe ne con gli elementi, ne co’principi chimici poſſono i varj
avvenimenti del corpo umano fpię garfi: di ſeguente è da dir, che ove ancor
vero foſſe (il che non potrebbe a niun modo concederſi)che i princpj chimi ci
daglielementi ſi formino, ne men coſa, che monti una frullo Gi farebbe mai a
pro della medicina ſcoperta. Quanto nocimto recar poſſa a ben filoſofare il non
eſser l'huomo'da prima indirizzato per diritta via, il ci fa mani feftaméte
vedere Frāceſco Gliſſonio;il quale comechè d'ala tiffimo intendimento fornito,
e nella notomia, e in alte cofe alla medicina appartenenti oltremodo avanzato
fi foſ: fe; impertanto non ſeppe egli sì, e tanco ſchivare le ſcom ee opinioni
nella gioventù appreſe, che intriſo alquanto, e guaſto non ne rimaneſle. E ben
ne diè egli manifcfti ſegni nel ſuo ſiſtema di razional medicina, allor che
veriſſimo giudicando il diviſamétode'Chimici dictro a’principj del le coſe
naturali,vuol, che il mercurio, o ſia lo ſpirito, e l'olio, c'l ſale, ela
flemma, e'l capo morto, o terra dan nata fian l’ultime particelle, nelle quali
le coſe o per ingen gno, o per induſtria umana folver li poſſano. Ma dicia
avendo lo altrovci miei ſentimenti paleſati, qon fa luogo al preſente, che lo
di vantaggio ncragioni. Credeegli accordar queſte cinque ſoltanze con gli ele
menti d'Ariftotele, dicendo l'elemento del fuoco allo ſpiri to riſpondere, e
quello dell'aria all'olio, e quel dell'acquz alla flemma, a quel della terra
alla terra dannata, e allale. Ma in buona fe,Signori,chi non avviſa, che'l
fuoco non abbia punto che fare col mercurio il quale comechè foco siliflimo ſia,
e che le particelle, che'l compongono lian, piccioliffime', nonſono però elle
tali, che tutte quelle ope razioni, chedalfuoco naſcer veggiamo, adoperar poſla
ao. E ne men certamente l'olio potrà mai quella attegné. za coll'aria avere, la
qual peravventura immagina il Glif fonio; perciocchè l'aria, comechè
diſcorrevole, c vagas oltremodo ſia, non è perciò umida, ne ad accenderſi,o bru,
ciare acconcia, Ma avvegnachè l'acqua alla flemma ſia pure in qualche parte
conforme: che compenſo prenderà egli il Gliſſonio a voler duc diverſillims cofs,
quali ſono il Mmm file, slaai Cáte jela terra dannata, porre d'accorto, e far
ch'una coſt fola, e un ſolo elemento elle fiano E fe pur v'ha infra loro
qualche attegnenza, nondimeno fallò egli no poco Ari ſtotele a porre quattro, e
non più toſto cinque elementi, e principj delle coſe; perchè ſcompigliata', e
ſconvolta ner diviene oltremodo la filoſofia d'Ariftotcle: la qual folle mente
il Gliſſonio con quella del Paracelſo ſi ſtudia di ri conciare. Ma ſufficienti
non parendo si fatti principj al Gliſſonio a falvar l'apparenze della natura,
egli in luogo di ſpiar ſottile mente,ſicome far doveva,i vcri principj onde
fiicópongono quelli, al Paracello, e all'Elmonte per dappocaggine ſi ri fugge,
e togliendo da foro ciò, cheeſli degli Archei mil lantando dicono: e giugnédovi
di vantaggio molte altres fraſche del ſuo, ſcioccamente con si fatti ripari di
riſtorar la ſua cadente Gloſofia s'argomenta: dandone apertamente a divedere
con quanto poco ſenno imbolato egli aveſſe il piggior di que’libri di
que'valent huomini','tralandando d? altra parte coranti buoni, e pregiatiſſimi
diviſamemi, chę coloro in altre coſe,e fpezialmente intorno alla via da do ver
curar gl'infermi han laſciati Almondo, che giacea pien d'alto errore.".
Dice adunque il Gliffonio eſſer l'Archeo un cotale ſpi rito reggicore, il qual
negli ſpiriti di qualunque coſa,il.ca lor vitale, e attuale riſvegli: e muova,
e rilievi tutte le cor loro facoltà natūrali: e altri ſoſtegna: e ciaſcuna
natural parte dal corrompimento difenda: tenendola buona fperā. zagli fpiriti,
iquali egli in feſta, e lietamente fa vivere. Quindi il Gliffonio le varie
generazioni degli Archei di ftintamente va rapportando, ein prima quella
dell'Archeo dell'uovo»; il qual primieramente eglidice, che habbia lo fpirito
ſuo innato, il quale a tutt'altri elementi dell'uovo fi gnoreggi; e oltre a ciò
contenga ancora, ma ſol virtualmé te l'infiuffo vitale, e animale, e che fia
ancora delle tre prime facoltà naturali fornito, le quali egli percipientes,
appetente, e movente chiama, da una ſpezial diſpoſizione circonſcricte, c
terminate. La facoltà percipiente, dicu, egli, che l'Idea dell'uovo, e quella
ancor dell'animale dam ingenerarhi, o della pianta in ſe comprenda;
imperciocchè l'Archeodi quelli, non ſolamente ſemedeſimo,e gli effer, ti, i
quali egli può produrre, conoſce; ma l'idea ancora dell'animale, o della pianta
ravviſa; ſappiendo oltre a ciò il modo' ancora, e l'ordineditutta ſua
formazione, e qual fa tempo acconcio a mandır avanti le ſue operazioni. La
diſpoſizione della facoltà appetente compréde in ſe l'amor della natura rappreſentata
per l'idea,e una cotal brama di quella limitata, sìche ſoſpeſa reſti laſua
potenza infino al sempo opportuno. E ultimamente, la diſpoſizione della faç
coltà movēte porta con ſçco la ſua virtù formatrice, euna tanta operazione
valevole, e acconcia, maches'indugi all'opportunità dell'attualeformentazione.
Oltre a ciò vuole egli, che l'Archeo nell'uovo anche dopo l'eſſer fuoriquello
uſcito dall'ovaja,ligato alquáto ję pigro nerimanga; perciocchè le ſenza il
conſiglio della chioccią, o d'altro ſomigliante ajuto la formentazion dello
animale rentaſſc, ad infelice fine ogniſuo ſtudio riuſcireb be. Quindi egli
alquante propoſizioni pertinenti alla na. tura di quello va ſpiegando,
facendoſi a credere ſe averba ftantemente ogni ſuo diviſamento ſpiegato per gli
avvifi dell'ingegnoſo Malpighinell'uovo. L'Archeo, dice egli,di tutto il corpo
già formato è di tre maniere: naturale, vita le, e animale; il primo in due
ſole coſe è differente da quel ch'egli è già ſtato nell'uovo: l'una fiè, che
egli in quello avca già ſolamente la forza d'operare: e poi nel corpo for mato,
in atto già opera; e l'altra ſi è, che al preſente egli in un caſamento già
fabbricato abita, e dimora: al quale in, acto egli fignoreggia. Ha cgli due
miniſtri generaliſciò for no l'Archeo vitale, e l'Archeo animale; e oltre a
coſtoro di diverfi altri particolari miniſtri egli è fornito, quali ſono ſenza
dubbio gli Archei del fegato, de’polmoni, del ven tricolo, della matrice, e
d'altre parti del corpo a qualche uficio dalla natura dell'animal ſorteggiate.
L'Archeo vi tale, licoine il ſole è di tutto ciò, che la terra produce prin
çipal cagione, così eglią tutte parti del corpo l'effetto iq Mmm 2 fluiſce,
comechè da le ſolo niuna coſa egli ſpecificar polfa. L'Archeo animale agli
ſpiriti animali tutti è ſopraftante, i quali nel ſucco nutritivo abitano, e
dimorano. E dalla perturbazione, e rimeſcolamento di coteſti Archei vuole egli,
chele malattie tutte ne avvengano. Ma egli ſarebbe un logorar vanamente le
parole, ſe fil filo annoverarc Io vorrei i diviſamenti tutti del Gliffonio
intorno agli Archei. Dirò ſolamente apparer manifeſto, ch'egli in luogo di
ſpiegar, ſicome egli intende, la natura degli Archei, il che traſandato a
ſtudio venne dall’Elmon te, vie più oſcura, e inviluppata la rende. E doveva
pure cgli avviſare, che di quelle cofe, che nonci ſono, ne eſſer poſſono,
quantomaggiormente ſe ne favella, tanto men ſe i nedice;ne ſi può ſenza
maraviglia conſiderare, come uns sì ſottile, e avveduto notomiſta, qualſenza
fallo ſi è il Glif ſonio, eſſendoſi ſottilmente argomentato d'inveſtigar con
fua fatica anche le più merome bazzecole da altri poco curate, foffe poi sì
vocolo, e traſcurato in ciò, che folle mente ammannare aveſſe potuto cotante
ciuffole,e giunte rie, non meno a' ſentimenti, che alla ragion lontane. Ma non
tanto del Gliffonio, quanto di tutti quali i va Ient huominiun tal fallo ſi è
ſtato; i qualiper aver più mi nutamente le maraviglioſe operazioni della
naturaavviſa tc, diffidando per for manchezza d'inveſtirne le cagioni
corporali, e far che da quelle tutte dipender poteffero,fi rifuggirono a sì
fatte fraîche, e ne compoſero cagioni fia tc, e favoloſe, onde natura.
Diſdegnofa fen 'duole, e fene'ricbiama. Maſopra tutti in ciò è certamente da
biaſimare il fallo del Gliffonio; il qual manifeſtamente affermando, fe cfſer
pago, e contento a ' principj chimici, e a que primicorpi, che coloro chiamano
componenti, avvegnachè egli con felli poterſi più olere coll'intendimento
procedere traſcor: se egli poi ſconciamente a favolar degli Archei, e sicon
fondere, e invituppar la fua filoſofia con arzigogoli, non men vani, e ridevoli
di quelli de'folleggianti peripatetici Ma che è ciò, ch'egli dice de’pori di
noitra buccia,negan do affatto quegli eſſerci mai? c pur dice egli, che perquel
la ſottiliſſimeloftanze fuor del noſtro corpo continuo tra pelino. La qual coſa
nel vero cotanto ridevole fiè, quan to le pruove ancora ridevoli ſi ſono,
leqnali egli ſciocca mente a ciò raffermar va cogliendo. Ma chi non iſmaſcel
berebbe delle riſa in avviſare i forciliſfimi argomenti, co' quali ſi ſtudia, e
s’affatica il Voffio giovane di fare in ciò le fue parti? Tralaſcio a bello
ſtudio, comeche aſſai vi ſarebbe da di re, ciò che egliintorno alle maniere di
ſeparar le parti de corpimiſti ragiona · Solamente accennerò quanto egli di
que’ſcioglimenti diviſa, i quali, ficome egli dice, avvengo no per
congregationem, vel attractionem magneticam, fi ve fimilarem. E in prima va
egli rapportando quelcomun proverbio: che'l ſomigliáte del ſuo fomigliante
goduzquint di egli loggiugne, che ſicome gli animali dilettanli oltre modo di
quelli della tor generazionc, così anche eſſer ra gionevole ad argomentardelle
coſe, che nonabbiano ani ma; imperciocchè ciafcuna coſa del mondo per narurat
tz Jento la confervazion di se difidera,la quale da’ſomiglianti avviene: e
fugge il ſuo diſtruggimento', il quale per li ſuoi contrarj le incontra.
Finalmente cglicoichiude: ex dictis conftat, quod per attractionem fimilarem,
five magneticam intelligam.nempe alle &tationem, five incitamentum, quo
cora pus naturale ad aliud fui fimile fertur. Ma qual coſa in buona fe più
ſciocca, e ridevole può per travolto, e ſcempiatocervello immaginarfi
giammaisquí to queſta del Gliffonio, il quale a cutte inſenſate foſtanze il
conofcimento, e'l poterf a fua balìa muovere actribui ſce? certamente fe di
baona ragione voleva egli filoſofare, dovea pure avvifare,che le cofe, che
ſtanchete, e fenzów movimento, ſe già non fono animate, tali ſempre fe ne ſtao
no, infin che per urto da altricorpi tocche, e fofpinte di fuo luogo non
partano.Eſe non piace pure al Gliſſonio ciò, che naturalmente filoſofando
ragionan que' valent' huomini, de qualiegli l'opinion rapporsa incorno all'an
dar del ferro alla calamita, doyea ben egli alcra più ragio nevol inaniera
inveſtigare, onde ciò ayviene. Ma direbbő per avventura coloro iquali
follemente avviſa il Gliſſonio aver con ſue ragioni abbattuti, infra l'altre
coſe eller nella calamita una tale ordinanza di pori dirittamente dall'aſſe, il
qual dicon magnetico, del quale eſcan continuo fuora particelle ſottiliſſime, e
ſpiritali aſſai: e che ſian nel ferro i pori pieni di particellemagnetiche
travoltę infra loro, inviluppate per maniera, che entrandovi le ſottiligime
para ticelle fpiritali, che efcon fuora della calamita, faccian, l'uficio della
formentazione riſvegliando in quelle il movi mento; le quali poi movendo verſo
il polo magnetico, dis rizzino, ci fianchidel ferro forte percuotano: e sì
quello co’loro colpi innanzi {pingano; ma nella calamita -ancora farſi un cotal
rimeſcolamento di particelle ſpiritali, le qua. li urtano in eſſa, e ancor la
ſpingono intanto, chevicende volmente incontro moyendo dagl' innumerabili
corpice ciuoli d'entro ſoſpinti, corrano a cozzarſi. Ne ciò deves punto recár
maraviglia, che la calamita ancorada ſua parte fi muoya, comeche più tarda, e
lenta i perciocchè ſe nel acqua il ferro, e la calamita ſi pongano,da qualche
legno o altrá ſomigliante leggiera ſoſtanza ſoſtenuti, intanto che ſopránocanti
poſſano andarea gall.2, ſcorgefi toſto il ferro notar verſo la calamita, e la
calamita d'altra parte verſo il ferro. E ſe ciò pure non ſoddisfaceſſe al
Gliſſonio a voler cotanta maraviglia ſpiegare, dovrebbeegli in alera, e altra
maniera-la cagione di quella inveſtigare. Maad altro fac cendo paſſaggio, èegli
ſommamente damaravigliar della troppo ſcimunita ſchiettezza del Gliſſonio;
perciocchè có tro i propjſentimenti talvolta alle comuni opinioni del vul. go
laiciali ſcioccamente traportare: ficome,per tacer d'al tro, manifeſto avviſaſi
in ciò che egli de'quattro volgari umori va ragionando; cioè;che con util
grande della media cina un tal diviſamento rinvenuto foſſe: e che ragionevol
mente damedici feguir debbafi, ficome loro molto pro fittevole, e acconcio a
dover porre in opera le purgagioni, e altre ſorte di votamenti; eche Galien
d'altri diviſamengi degli umori infrămetterſi non volle, ficome poco utili alla
medicina. Madi ciò egli toſto pētuto dice eſſervi un quin to umore, cioè a dire
il ſucco nutricāte, il qual giudica egli effer soinmamente a ſaperſi neceſſario,no
che utile a chibe neje lodevolmente apparar voglia la medicina; e pure il fuo
Galien di quello nulla ragiona, ne moftra certamente pun to ſaperſene. Ne è
vero ciò, che egli millanta di Galieno, eſſer quello non poco commendevole per
avere cotal divi ſamento da primaritrovato; concioſliecoſachè poſto che loda
pur nedoveſſe all'inventor ſeguire, certiſſima cofa. ſia, che la dottrina
de’quattro umori molte centinaja d'an ni, anzi che Galien naſceſſe divulgata
già foſſe nelle ſcuo le della medicina. Ma ſe il Gliſſonio intéder vuole di
que. gli uinori, che in varie, e varie parti del corpo fan dimora, non mica già
quattro, ne cinque, ma molti, e molti egli no ſono, de' quali alcuno non ſi è
forſe ancora ſcoverto. Nelle vene, e nelle arterie poi non trovarſi queſti
quattro umori, ſi è moſtro già; ed i più ſcorti,e celebri fra'Galienia
ftimedeſimil'han conoſciuto. Vn divifamento poi quaľ è quel di Galieno dietro
agli umori, che non ſi da niuna cu. ra d'inveſtigar la natura delle coſe, non
ſolamente utile niuno, ma danno graviſſimo alla medicina ha recato Maquanto al
medicare, comechè ſcorto molto, eave veduto egli ſi moſtri il Gliffonio in
conſiderando una fiata, che'l trar fangue nella Rachitide niun giovaméto rechi
allo infermo;nonperò di meno non ardiſce eglia riprovare una sì
biaſimcvolcoſtuma dagl'Impirici in Inghilterra, ficome cgli afferma, introdotta.
Non propone egli medicamen to, che volgar non ſia; ne contento d'un ſol
medicamento, molti e molti inutilmente nemeſcola inſieme non men che gli altri
medicanti ſi facciano;e in ciò,per cacer d'altro, da egli manifeſtamente a
divedere quanto mal fornito'lia d'efficaci, e valevoli medicine. E ciò baſti
avere al preſen té del ſiſtema del Gliffonio accennato; il qual per altro è
certamente non poco da commendare; maſſimamente per la ſomma, e maraviglioſa
diligenza, e ſollecitudine da lui pſara nelle coſe dellanoromine Ma di troppo
lungo tempo abbilognerei, fe lo voleli eſaminare i fiſtemi cutti dellamedicina
dell'Ogelande, del Regio, del Moebbio, del Carlettone, delBartoli, e d'altri
ſcrittori. A baſtanza potrà ciaſcuno in leggêdo le loro ope re da ſe fteſſo
accorgerſi, che il più di loro poveri d'intendi mento, e ſcarſi di partito per
quanto facica vi duraſſero,ra de fiate han potuto dar paſſo ſenza la ſcorta
d'altri ſetteg gianti,l'opinioni de'quali tutto cheda loroſtravolte,abbia mo
noi a ſufficienza conſiderate,e riandate; e altri di loro, fra'quali il
Tacchenio,il Travagino,il Sualve,ilFlúdize'l Fo lio fon così groſſi, e
materiali ne'loro diviſamenti, che non fa huopo,che ſe ne abbia a far menzione
alcuna particola re: Adunque chiaramente conoſccſi, che da que primi tempi, che
ebbecominciamento la razional medicina lino a giorni noſtri,per quanta
induſtria, e diligenza, che da'fi lolofanti antichi, emoderni vi ſi fia
adoperata, e per qua te coſe per la morta, e per la vital notomia liaoſi nelle
ani. mali, nelle minerali, e nelle vegetali ſoſtanze novellamen te ſcoverte, e
per quantepruove, e ſperienze da'ſaggi, u avveduti medicanti in sì lungo
proceſſo dicempo nelle cus te delle malattic fieno adoperace, non ſe n'è potuto
giam mai rierar nulla di ſaldo a ſtabilir per cercano conoſcimer to, e per vera
ragione dottrina niuna. Ma non dee ciò re car maraviglia a cui tanto, o quanto
alle ragioni pongas mente; per le quali, s’Io pur non vado errato,apercamen-,
te conoſceſi quanto ad huom’malagevole, anzi impoffibile affatto riefca lo
ftabilir luftema alcuno di razionalmedicin na; e ſe pure dalle preterite.coſe
giudicar delli di quelle, che debbono avvenire, per tanti,e canti, che
infelicemente, vi ſon naufragaci non mai ſi vedrà capitarne a ſalvamento
ſeggettante alcuno; e ficome... Chi folca il lido perde l'opra, e'l tempo, così
avverrà certamente a ciaſcun' altro, che tenterà una ſimile impreſa 3 ne
potrafli così nel filolofare in medicina, comenell'adoperarla prometter
ficuramente d'aggiugnere a ſaper la natura de'mali,e come, e perchè ne noftri
corpi s'ingenerino, e come riparar vi ſi polia. Anzi, o infeliciflia condizione
di noi mortali ! nel continuo ſu buglio, e rimeſcolamento dellamedicinaper
fatica, e di ligenza, che adoperata viſia, chi mai fin'ora avviſare ha potuto,
che coſa ſia un piccioliſſimo catarro, che ne mo-. leſti? e. venne queſta
veritàmolti, e molti ſecoli avanti co noſciuta per tacerdi Pitagora)da
Empedocle,da Acrone,da altri antichi filoſofáci:e da Platone, il quale della
incertezza della medicina favellado ebbe a dire ήν δε καλούσε μενΙατζικής
βοήθεια δε πε και αύτη χεδόν όσον ώρεψύχα καύμαπ ακαϊρα, και πάση τοίς
τοιούτοις ληίζονταιτην των ζώον φύσιν, ευδοκιμον δε ουδέν τούτων είς αφίαντην
αληθειάτην άμεσα γαρδόξοις φφάται τοπιζόμα. Venne altresìconoſciutaqueſta
verità, oltre a Seſto Empirico, da Cornelio Celſo:allorche diſſe della medicina
favellando: eft enim bęc ars conjecturalis,neq;ei refpondent,non folum có.
jecture ſed nec etiã experientię per; nulla diredel Cardi-: nal Cuſano, e
d'aleri moderni. E a ciò ſenza fallo riguar dádo i più ſaggi, e ſcienziati
popoli della Grecia, quali ve ramente fur gli Acenieſi: allor che maggiormente
in Aten ne fioriva la filoſofia, e le buone letterc, traſcurarono la medicina,
no facendone niun capitale, come ſi può vede re nel Pluto d'Ariſtofane Ούκούν
ιατρον εισαγωγών έχρήν τινο Tis dñi iarsós ész vũv šv tñ wóriet;.. Ούπ γας ο
μιθος ουδέν έσ', ούθ ' η τέχνη.. E dietro agli Atenieſi anche iRomani; i quali
avveduti, c ſagaci in yotar dalla Grecia il copioſo teſoro di tutte le buone
arti, e ſcienze, la medicina ſolamente d'imprender non curarono; anzi dice
Plinio: Populus Romanus neque 46-; cipiendis artibus lentus: medicinæ etiam
amicus: donec ex pertam damnavit; e dagli Eccleſiaſtici ſcrittori vien anco
l'uſo di sì fatto meſtiere ſommamente abborrito, e danna to; infra'quali il
Balſamone Patriarca d'Antiochia così dela; le manchevolezze di quello avveduto,
ne manifeſta: avve-, gnachè la medicina pur quella veramente fia, che produces
© riſerba la ſalute ſecondo lo intendimento de laggi: non dimeno non può ella
al ſuo fine aggiugnere; ed Arnobio;, Medici curătanimal humi natū, ut confisú
fcientia veritate; fed in arte ſuſpicabilipofitum, conjecturarum eſtimationi
bus nutans; e'l medelimo ne ſcrive llidoro Pcluſiost: clo Nnn niin 1 406
Ragionamento Sesto migliantemente con molra vaghezza Stefano Veſcovo di Tornaja:
Hippocratisin ebo Galeni diſcipulos, ut mihi confu lant conſulo: incerta famper
ab iis oracula deportans, qui in vafevitreo coloris, et fubftantiæ peccata
diſcernunt. Perchè 9. Chieſa, come l'apportaro Patriarca Balfamone ne nar
ra,Puro, e'l meſtiet del medicare a fuoi Cherici interdiſſe: adunque, egli dice,
non è certamente ragionevole, che il Sacerdote, oʻI Diacono, o altro qualunque
Cherico tra fcurando un minifterio irrepréfibile, che già impreſe y oraw
s'impieghi ad er meſtice mutevole, edubbioſo, e alfai fo vente fallace. E S.
Bernardo volle, chei fuoi MonacidiS. Naftagia nelle loro malattie non fi
ſerviſler: punto de' me dici; al che riguardando per avventura Franceſco
Petrarca huom di ſaldo, e intero giudicio,ſcrivédo a un ſuo amicogli diede
queſto ſalutevol conſiglio: Nulla eft rectior ad falute via,quă medico caruifje.
E certamente, molto ben per mio avviſo venne conoſciuto al Petrarca,quel che
dopo lui avvi sò l'avvedutiſſimo Franceſco Berni, 2.4. La medicina como fue
erbe, e coſe diri Che fa? caccia carote a tutti mali..'.... Infin che l'huom
perſempre fa ripoſe. Queſtofece ella al figlio d'un gran Rede noftri tempi; il
qualeavvedutofi de vaneggiamentidella medicina, alla fine fece boto scomedarra
Giorgio Orni: Si Deus aliam prolem largiatur, nullo se ampliusmedico ufurum. E
per ciò oltremodo fu ſaggio l'avvifo diquel profodo cd ampio pelago d'ogni più
rara, ed antica doctrina Giuſeppe della Scála, il quale ricusò,come narra
Daniele Einlio,ognicoſi glio de'medicāti nell'ultima fua inferinità; ptaceredi
quel gran filoſofante Franceſe; il qualecoll'altezza del ſuo inté. dimentoporè
montar ſu la vetta del più belſapere; Io di co Michel diMontagna, che nelle ſue
infermità rifiutò sê premai l'operade’medicanti: defichepoſcia valevoliflime's
ragioni e' ci reca ne'ſuoibelliſſimi volumi. Neparmi qui da dovere trapaſſar
lottó filenzio quel convenente di Do menico Sala, celebre lector di medicina
nella famofiffima ſcuola di Padová; il quale canto non potè tenerli, che alla
fine, un giorno non apriffe a' fuoi fcolári quel che e' del la Del
Sig.LionardadiCapoa. 467 la medicina ſentiva, inqueſta difinizione: Medicina ef
ars * illudendimundum, &à qua totus mundusdelufus eft. La qual definizione
porſe cagione a Rafael Carrara di chiarir, ſi affatto della vanità d'effa, di
tralaſciarne l'eſercizio, e di cantare in quel ſuo giocoſo ſonetto Ben diſe
quel grand'huom lettor primero Nela Città d'Antenore fondata, La medicina deve
eſſer chiamaja Arte da mincbionar il mondo intero. Ma chealtrondegir
richiedendoteſtimonianze di colo ro, che a faccia ſcoverta abbia la medicina
guarata. Non folea Mario Zuccaro (a ciaſcun di noi ben conoſciuto ) no ſolea,
dico, ſovente dire a' ſuoi ſcolari: miferi, ed infer lici noi, félmondo
arrivale a faper maile,debolezze nofire, che ne meno ne poffiam promettere
colla noſtra médicina d'a yere a guarir un picciolo carbõcello,certamēte chene
cõverreh be apparar altro meſtiere? E quinciè avvenuto poi,c'huomi ni d'acuto
intédiméto, e di ſano giudicio, e di profondo fą. pere, e di nobil'animo
forniti,pulla abbian curato d’eſer citarla; infra i quali per tacer.canţi
antichi diligenti inve ſtigatoridelle coſe, ſavj interpetri della natura, ed
altri huomini inſigni dc'tempi noftri, lol faro menzione del no ſtro
Col’Antonio Stigliola, riſtoratore della Pitagorica filoſofia: e di Gio;
Alfonſo Borrelli chiaro, ed eccellente in ogni ſcienza. Anzi quinciè egli
avvenuto, che i medeſimi razionali medici,i quali moſtrano che più
diciaſcun'altro tengono a gran capitale la mcdicina, l'abbjan, nel maggior
hyopo mcNain son çalere. Intorno allaqual coſa miricorda d'un medico infra’più
venerandi di queſta noftra Città,ch'eſſen do non ha guari dell'ultimo ſuo male
infermato, e vani veg gédo riųſcire,e ſenza pro gli argométituttidella ſua medi
cina, diſperato alla fine miſeſi in mano d'un famoſo fpe -ziale; ed
eſſendoſicolui una volta rimaſodi viſitarlo, egli impaziente entro una carrozza
fattoſi, un picciolo in atc raſſo allogare, comepotè il, inen male; alla
bottega delo ſpeziale andollene a richiamarſi agram ente della graſcura tezza
dilui; cd avendogli par iſcurarſi colui detto: A voi Nnni non fa meſtieri la
mia opera, imperocchè quando vi foffe in grado porreſte avereil Sig. tale (così
un principaliffimo medico nominandogli, e di'lui amiciſimo) allora tutto
crucciato l'infermo ripigliollo dicendo, io vo'da voi ſola mente effer
medicato; e ſareiben folle, ſe volelli mettere in balia delle ciarle di lui la
cura di mia ſalute. E dalla medelima incertezza della medicina avvien,che P lo
più i medici, ſe'l vero avviſanomolti,e graviſſimi autori Sien così ingorda, e
sì crudelcanaglia; poichè non potêdo mercè della lor opera promettere alcu na
coſa dicerto, abbiſogna loro, che alle giunterie, e alle frodi abbian ricorſo
peraccattar lode,ed eſtimazione. Ne fon elleno mica nuove le loro aſtuzie: ma
fino a'tempi di Galieno, per tacer de’più antichi, eran ſommamente in vi gore.E
cui non è noto quel celebre diviſamento di Galicno, tolto per la più parte da
Ippocrate, ov'egli mette nella via chi che ſi voglia, acciocchè buon medico
divenga: in que. fta guiſa? In primad'ogni altra cofa è da diviſar delle viſi
tazioni de' medici; perciocchè alcuniinfermi rade, e altri ſpeſſe volte
deſiderano eſſer viſitati.Non dec egli il medico ove il malato riposādo dimora
étrar facédo romore co'pie di, ſicome fanno alcuni; o alzando di ſoverchio la
voce: acciocchè ſvegliato colui non abbia a lagnarli, che gli ſia rotto in
teſta il ſonno. Ma i ragionamenti de'medici in al cuni ſono ſciocchi, e ſenza
ſenno, ſicome per rapporto di Bacchio, d'un cotal Callinatte racconta Zeuſi: il
quale ef fendo da un infermo domandato,' ſe di ſua malattia morir doveffe,
rifpofe con quelle parole, ει μή σε λητωκαλλίταις γά yato, e ad un altro
infermo ſomigliantemente riſpoſe: Κατθανε και ΠάτροκλG- όπερ στο πολών αμάνων.
Morio Patroclo ancor di tepiù degno. Oltre a queſto dee effer il medico
affettatuzzo della per ſona, e grazioſo in entrando, e in ſedendoſi, acciocchè
nó gli ſiano fatte le ſcherne; ma non cotanto tronfio, e traco tato, ina
mezzanamente grave, ſe non ſe per avventura amaffe meglio l'infermo vederlo
alquanto modeſto, e umi le, o di ſoverchio altazzoſo. E ſomigliante dobbiam noi
dire de’veſtimenti del medico, i quali ancoramezzanamé te debbono eſſer
foggiati, ne cotanto ricchi, e nobili, che troppo tracorato il dimoftrino: ne
cotanto ofcuri, eruſti cani, che il facciano poco a capital tenere dove egli
ufaw; ſe non ſe ancora agli infermi, otroppo ornati otroppo vie li piaceffero.
Così anchela tonditura de'capelli eſfer dee a grado degliinferini, i quali egli
medica; perciocchè ins corte d'Antonino padredi Commodo,ciaſcun famiglio per
imitar la coſtuma dello Imperadore, fino alla cuticagnato, devafi; perchè Lucio
chiamavagli tutti Mimi; e per con trario i famigli di Lucio lūghe,e belle
chiome nudrivano. I medici ancora aver debbono l'unghie nette, e ben forbice; e
fe per avventura putiffe loro il fiato, o le dicella, o tutta la perſona,a modo
di becco, fpiacevole odore gittaſſe, fi debbon eglino d'odoriferi unguenti,
od’acque nanfe for nire, prima che ad altri medicar fi preparino. Ma purvoleſſe
Iddio, che queſti, e non altri foſſero i lo ro artificj; eglino di vantaggio
ricorrono alle frodi, alle in vidie, alle maladizionije ed altre illecite
ſtrade, acciocchè fopra gli altri avanzarfi poffano, e maggiormentein pre gio,
e ſtima ſorinontare. Così vedeli, che un medicobia fima; e danna i medicamenti
dell'altro; tutto che que'me deſimi ſiano, ch'egli appunto diviſati n'avrebbe,
s’a lui foffe toccata in prima la volta. Al quale, ed anche pega gior misfatto
non vergognoſli Aſclepiade di confortare i fuoi ſcolari, fe vogliam dar fede a
Celio Aureliano che'l rapportascosìdilui dicendo. Primo etenim invidiosè jubet
fi qua ante ipſum medicus adhibuit, repudianda. At fi non adbibuerit,tuncprobanda,
tanquamlegitimaputans ut hæc aliis adhibentibus noceant, ipfomedeantur. Earrab,
biato ſeguace et Afclepiade moſtrolli il famoſo Gabriel Zerbi, allor,
cheſcriffe: Medicus aliorum remedia ne lave det,utſupra vulgaresfapere videatur;
e l'aſtioſo Teſſalo fpinſe l'Imperador Nerone a diſpregiar tutt'altri: rabies
quadă,comenarra Plinio, in omnisævi medicos perorans. E d'un tal medico ne
narra il giuriſconſulto Alfeno: medicus libertus, quod pataret, fi libertiſui
medicinam nonfacerevt, multo plures imperansesſibi habiturum, poftulabat, ut
feques rentur fet; netie opus facereni, Ed'un altro medico narra Calliodoro,
che delbarbaro Tiranno Teodorico un sì fat, to privilegio iinpetraffe: inter
faburis magiftros folusbabea, ris eximius: et omnesjudicio quo cedant, qui fe
ambitiones maruzcontentionis.excruciant; eſto arbiterartis egregie,e04
rumquediſtingue confli& us, quos judicare folusfolebat affe Etus. Or li
potea penſarmai ſcimunitaggine maggiore di queſto maeſtro Scimmione? Egli aveva
a ſedere a ſcrannaa giudicar le più intratriate quiftionidella natura, come ſe
la medicina forſe arte da mattonar le ſtrade, a da far bambuc cj; o comeſemonna
Natura ſtata foſſe una maſſaja fante, ſcá, preſta a ſeguire icomandamenti del
Sere. Ne è da die favolofa affatto la novella di que’medici, che per uggia ze
mal talento guaſtarono, e atterrarono diſpetroſamente; bagni di Pozzuoli; e di
que'ribaldi ancora, che il mede fimo ferono alle pregiatiſime acque medicinali
della valle d'Anfánto, di cui ancor vive la famaappreſo que delpae ſe Irpino.
Perchè ragionevolmente forte l'avvedutiſfuno Pietro d'Aponamorde, e sfregia il
medico, chiamandolo talora: Invidie pelagus, derrationis organum, ambitionis
perforatam clepſydram;aliena veritatis contradictorem gar. rulum, propriæ
ignorantia conftantiffimum defenforem, et inexcufabilem ægrorü neglecturē:c
ancor faggiamente avvila il Magati colà ove fi lagna, che'l ſuo govello modo
dime dicare non avrebbe trovato gran fatto ricevitori: da che no- sébrava di
molto pro.aʼmedici,i qualimzi ſempre fono alla propia utilicà,e al vil guadagno
intefi;foggiugnédocgli: denociniis, atque affentationibus, ut potentium gratia
uti ad queftum poffint, facram medicinam fædare,c libiitfis æter nas infamiæ
notasinurere nihili faciunt. E Giulio Celules della Scala nella fua poetica,
de’medici parlando: turban, dice, videmus à primis literarü rudimentis continuo
ſe ipſam eo fenomine venditantem, invidam, maledicam; cbtrecta tricem; novam
ſpeciem cynicorum yavaram, temulentamus Supinam, ignavam fimul,asq; ignaram. E
GirolamoCar dano di finiſſimo giudicio; e più che altri del meſtier della
"incdicina intcndcnte, vuol; che da eſa neceflarianente 5 avvegna,che
taliticnoquei, chefeſercitaiio: medicina ! facit, ſono le ſue parole,nonreruin
memoris, fed verborü:1 callidos y verſatiles ingenio;inuidos avaros; idolofos,
las boriofos, non ingeniofos, de minime graves s opus enim coni rúm, d
exercitatio minusquam liberalis eft: e altrove pa rimente de medici avea detto:
funt autem improbi fermèi omnes noftra ætate, adeò ut nihil pejus excogitari
poffit. Perchè gli ftrolaghiallogando la medicina conſervatrices ſotto labalia
del Toro, e di Venere, onde huom fi consi dace, per quel che eſſi dicono,ad
ogni force d'impudicizitz e di diſonore: c la medicina curativa ſotto quella
diMarte, edello Scorpione, fer gran fenno a dovere sì fatti fregj in veſtire,
come ne diviſa il mentóvato Conciliatore; il qua-> le ſoggiúgne, chedalle
ſtelle medefime, onde venir ſuole l'eccellenza de’medici nel for meſtiere, vēga
anche loro la malvagità de'coſtumi; perchè finalmente ei conchiude,um",
eccellente, e perfetto médico nonpoter eſfere ſe non fer fcellerato huomo, e
malvagio; ed avvegáachè vani, efol li fien ſempremai da giudicare i
cicaleccj.delfa ftrologia: è nondimenodacredere, chegl’intendenti dell'arte,ciò
cut to a bella poſta fingeffero per adattár le coſtellazioni a quelle coſe,
chetuttogiorno nel meſtier della medicina', e ne’profeſſori diquella
s'offervano's Má chi mai ilmaltalento, e l'uggia demedicinarrar ba ftantemente
potrebbe, e come ſtizzoſamente l'un l'altro tutt'ora ſi carminano, efimalmenano.
Egli è coſa pur manifeſti a ciaſcuno l'avere gli aſtioſi medicidi Danimarca
tracollato dalla grazia del loro Rè it benigniffimo,e inge gnofifſimo Ticone
della perduta ftronomia famoſiſſimo ri. ſtoratore, intanto, chegliene fư tolta
l'Iſola, e la Rocca d'Vraniburgo, di cui egli era Signore: e sité tanto mara
vigliofe operazioni', é ordignidella ſtronómia, ele nobi lißime chimiche fucine
rovinarono, che appená oggi,non ſenza lagrime, fe neriſerba la memoria: E
l'ombra foldi si gran corpo appare. Ma ſcelleraggine così grande di tradir
nemichevolmente la patria, ſpogliandola di quello fplendentiffimo lume, non pur
delSettentrione,madel mondo tutto, onde foſſe sõi moſſa a commetterla la
cagneſcatabbia di que'ribaldi me dici, da cheIo non potrei ſenza lagrime
narrarlo, dicalo in mia vece Pier Gaſſendi: Erant in his medici quidam, qui
videntes non modo exDania, fed ex regionibus etiam cete ris maximam egrorum
turbam ad Tychonem confugere, cu Spagyrica illiusremedia, quę quibuslibet
gratis largiebatur expertifeliciter, ac morborumetiam valgo habitorum infa
nabilium levamen fentire, livore inſigni cxardefcebant, cu quapotenant apud
quoslibet,procereſquepotisſimum, quibus preftabant operam,ipfius nomen
traducebant, E o quanti ale tri eſempli della coſtoro invidia rapportar potrei,
ſe non che troppo ne ſarei per andare alla lunga. Apollo crudca liſſimamente
ucciſe il celebre medicante, e, pocta Lino, la qui inorte pianſero eziandio le
genti barbare; per lo che gli Egizi una flebile canzone ſopra tal convenente
com poſero, appellato in lor lingua Emaneco, ci Greci Lino, la chiamarono.
Ippocrate, comeſcrive Andrea antichiſe funo medico, inſidioſamente brụciò la
nobile, e ricchiffima Libreria diGnido; e quindi egli poi per tcina fuggiſli. A
Quinto, medico famofiffimo, dice Galicno, fu meſtieri gombcrar Roma di
prelente, per ceſſarele ribalderic d'al tri medici. E in Roina pure attoſſicato
da’rivali luentura.. tamente moriffi un grandisſimo medico, come narra Gin
lieno, ilquale anco di ſe narra, che egli fieramente perſe guitato yenne da
parteggiantimedici di quel tempo. E per nulla dir quì delle occulte inſidie, c
machinazioni, e delle trappole, e frodi ordinate dagli Arabi medicanti inverſo
Avicenna, Avanzavarre, e Raſi: quai vili trattamenti nó fi ferono poi a Raimodo
Lullio, ad Arnoldo da Villanova, a Pier d'Abbano, c ad altri molti letterati di
vaglia, perli maligni medici di que' tempi? il dicano pure le fughe, gli elilj,
le prigionie; per tacer delle ſatire, dell'invettive del le falſità, delle
tradigioni, onde que’valent huomini có punti oltremodo, e travagliati ne
vennero; imperocchè di sì fatto memorie per la tralcutaggine degli ſcrittori di
que tempi Debil aura di fama appena giugne. E laſciando da parte ftare, come
coſa dinon tanto rilie? vo, quanto i limiti dell'oneſtade oltre paſſafle in
favellan do, é in iſcrivendo Maeſtro Gio: della Penna, (chea 'di ſuoi con aura
di grido popolare in queſta noſtra Città eſer citar fi vide la medicina, contro
Maeſtro Frāceſco Zannel li; egli è ben certo, che più d'un buonno ſcienziato, e
il. luſtre trafſe già a fondo l'ardente, e peftifera invidia di Maeſtro Dino
dal Garbo medico Fiorentino. Ma quandº altri, e quanti nobili e illuſtri
medici, oltre al Veſalio a mal partito menòla velenoſarabbia, e le cupide
ambizioſe voglie di meſſer Giacomo Silvio ! collacui eſtrema aya rizia
ſcherzando quelgran Poeta Scozzeſe finſe, che ſcola piti foſſero nella lapida
della ſua ſepoltura i ſeguenti verke Sylvius bic fitus eft, gratis,qui nil
dedis unquam, Mortuus, et gratis quod legis ifta,doles. Ma quali onteper Dio, o
quali ingiurienon ſoftenner que! virtuoſi,che con eſfolui cócorrevano alla cura
degl'infermi, dallamaladizione, e dall'altezzola, e sfrenata tracotanza
delGalieniſta ineffer Frăceſco Rabalefio così reoze malva gio huomo,che
d'accordo col Marotto motteggevol Poeta egliosò di gittar le prime födaméta
dell'ercſia nella Frácia? e da Michel Servetto, la cuiempietà era inteſa a
rinovellar gli errori di Paolo da Samoſata, e di Marcello Ancirano: e
dall'empia, e ſopraſtante arroganza di Giorgio Biandra ti, e di Franceſco
Stancato pur esli Galieniſti;per opera di cui ribellando ſi fottraffe alla
cattolica fede il giovanetto Principe Giovanni Sepuſio, e quindi ſen? vennead
infeſtar dell'Arianeſimo colla più parte dell'Ongaria la nobilisſima Proviácia
tutta della Tranſilvania. E che non fe contro i poverimediciſuoi emoli la
barbara fierezza di Giacomo da Carpi; il quale rinovando la lagrimevol
carnificina d'E raſiſtrato, e d'Erofilo,osò, come narra Paolo Giovio, far
notomia, non già d'un reo alla morte condennato, come i già detti due Greci
facevano, ma vie più ſpietatamente d'un innocente infermo alla ſua cura
commeſſo. E per far omai paſſaggio a coſe più note, e men forſe moleſte: che
Ooo non oſarono, che non imprefero, che non machinarono a danni del Paracelſo i
Galieniſti medici della Germania? Necertamente è da credere il Paracelſo averſi
lui ſteſſo tal briga adoſſo recata perricredere, e rintuzzare il lor rives
ritisſimo Ser Galieno: conciosficcoſächè così fieramentes ancora eglino
perſeguitarono, e malmenarono Lionardo Fuſio, Giovan Cratone, e Andrea Mattioli;
il quale con meche Italiano, e di patria. Sanefe, con eſfo foro dimora. va; e
altri', e altrimedici,purGalieniftige della formede, fima banda parzionali; e
fomigliáte ferono i Galieniſti me dici Italiani a Gio: Battiſta Montano, a
Girolamo Fracaſto. ro, ea Matteo Curzio, comechè queſti tutti afpada tratta la
dottrina di Galieno difendeffero: e nel medeſimotempo eglino unitamente contro
Giovanni Argenterio diGalien nimicocongiurarono. Nedi coralrabbia innocenti ſi
ſer barono quegli altri pur Italianimedici,che ſtizzoſamente et 'avventarono
contro il dottiſſimo Girolamo Cardano. Ne dágli Italiani altresì, c
daʼFranceſimedici tralaſcioffi quá lunque ſtrada d'oſcurarc, e deſtinguere quel
chiariffimo lume dell'eloquenza e d'ognidottrina incendétifſimo Gilt, lio
Ceſare della Scala;'eche non tentarono imaeſtridella famoſt ſcuola diMöpelieri
per abbattere il celebraciſſimo Rondelezj, e'l Giuberti, la cuiimpareggiabile,
e non or dinaria dottrina ſopra tutt'altre ſcuole d'Europa di gran lunga
poggiar gli facea?Ne tono nuove le rabbioſe invidie, el'affrontarebattaglie
d'e’medici di Parigi controil Quer eetano ', il Torqueto, il Baucineto,
l'Arveto, il Libaviowe tiaſcun'altro Chimico di que'tempi, da noi in parteancor
più addietro accennate. È chinon falacruccioſa invetti va compoſta in Parigi da
Germano Cortin contro i Para eelliſti fornita dicalunnie'ye di fofiſmi tutti
fanciulleſchi, fenza fermezza:niuna didimoſtramento? Matroppo lungo ne
verreišs’Io diſtintamente narrar vo leffi le travaglie; e le noje;che nella
Lamagna,nella Dania, nella Franciada’rabbioſi rivali fofferirono Pier Severino,
Michel Tofſite, Bernardo Perotti, Girardo Dornei,Mar tino Rolando,, Oſualdo
Crollio, ealtri infinitimedici doro tiffimi, e avveduti affai; i quali ſempre,
o nella fama, a nell'avere, o nella perſonalungamente fur'oltraggiati. E fenza
andar mendicando eſempli di fuora, laſciando das parte ftare le non meritare
perſecuzioni del noſtro Antonio Altomari,abbiam purnoi con gli occhi, o congli
orecchi baſtantemente per addietro compreſo la rabbia de'medici nella noſtra
Città contro il Ferrillo, e lo Schipani, e'l For tunato, e'l Ricci, per tacer
d'altri, e malmenato da rabbio. filime trafitture d'invidia il Macaone delle
noſtre contrade Marc Aurelio Severini (le cui doctiflime opere in molte, varie
lingue traportate non mai per tempo diincaricate la ranno) così egliperaccuſad'invidiofi
rivali,ſenza riguardo alcuno averli a'meritidella fua perſona, fu prima
incarcerz to, e poſcia toltoglilo ſpedale ove eglia cocantiſpacciati infermi
già la ſalute maraviglioſamente avea riportata, alla fine de' ſuoi beni
ſpogliato, Ma delle malvagità de'. medici, quali coſe tralaſcerò lo, o quali ne
ridiro? E pero chè non fo lo côte ad una ad una le ingiufte uccifioni, che
medici innocentiffimi há per altio d'altri medici miſcrevol mente patito: fra
le quali mi rammenta prima di tutt'altre quella ſpietatiſlimaal celebre
Virsūgio data da quell'infa me medico Scozzeſe,nó peraltra cagione, come ſcrive
Giz no Leoniceno, ſe non ſe, per dirlo colle parole di lui: ob con munem in
praxi novatam operam, &à Virſungio non teme re traduct am tăta in virum
honeſtisſimum flagravitinvidia. Ma in paragone di tutte queſte, lagrimevole
oltremodo è la narrazione del gloriogfimo martire, che ora beato gode nella
preſenza di Dio,Pantaleonc: a cui tanto, e si fatta -mente porè l'invidia
de’mcdici, che accuſacolo all' Impe cradore di Roma Maffimiano, non mai fi:
rimaſero, finchè " non videro per man del manigoldo dal buſto l'onorata te
Ita ſpiccarſi. Mache dalla medicina medelma avvenga, che i medici fian così,comeabbiam
diviſato malvagi,polliam farne più chiaro argométo,perciocchè eglino no pur
nelle noſtre par ti, dove parch'abbiſogni più d'un artificio ne'medici: ma
anche la dove gli huomini ſon grosſige materiali, anzi che Ooo 110, 1 2 no, ufano altresìi medici malizie; ed inganni
per accie ditarſi nelfor meſtiere. E per tacer d'altre parti: nell'Ia die
Orientali, come riferiſce Francefco Silvio, Solent muka ti medici ad febrium
variarum curationem acus aureas lone gas, ac tenuisſimas in varias corporis
partesintrudere, atq; ita putant febres miraculofe curare; e nel Tapui danno a
di vedere a' cattivelli infermi, che la cagion di lor malattie fian certe
pietre, o animali, o ſterpi, o coſe fimili, le qua li e'dicon, che gliele
traggon dicorpo a forza di medicine, e vomitivi; e in tal guifa fi fanno a
credere per grandiflimi bacalari; e in tanta reputazione ne montano, che anche
i Re loro invidiandofa, voglion effer diloro ſchiera. Nel ta muova Francia poi,
ficome teſtimonia il Padre Brel fani, i medici danno ad intendere a que’popoli,
che tutti i medicamenti infallibilmente le infermità guariſcano: ed ove no’l
facciano dicon'eſfer il mal ſovranaturale, a cui ſovranatural rimediofaccia
meſtiere; e tali aggiungono ef fere per la più parte le vomitive medicine, e só
quei volpo. ni sì deſtri, checol vomito vi meſcolan di botto, ſenza che altri
lor tolga in fallo, o ciocchetta di capelli, o pietra, o legno, o altro ſimile;
il qual ſenza durar molta fatica per fuadono altrui eſler la malefica fættura,
la quale anche ta tor fan veduta di cavarlz fuori colla pūca d'un coltello, che
tengono infra le dita, o altrove naſcofo; e ſe poiavviens, che
piggioril'infermo, cglino ſoggiugnendo, che il mal d' un altro Demonio
fifaccia, il rimedio replicano; e quando finalmente lo infermo fe ne muoja, ſi
fan loro ſcuſe, con dir, ch'il Demonio,che l'uccide, è del lor più potente; c
in cal guiſa quei ghiottoncelli queſte, e millalcre novelluzze da ridere a
quegli imboccano. Or ſe la medicina è tales, che da per fe delle frodi, e degli
ingamni abbiſogna, deb bonſi ſtimare certamente oltremodo felici que'popoli,
che cosi zorîchi, c barbarida noi vengon detti;.poichè a loro è conceduto
privilegio sì grande di non avere a provar l'o pera dicoſtoro. Felicisſimi
furono adunque i terreni del · la Libia y dell'Arcadia, e d'altre fimili
Regioni, in cui si dannofa gente allignar per alcun tempo non ſi vide:
felicisſimo per fei ſecoli il Popolo Romano, il cui fenno che pote da
debolisſimi iniz; ſollevare alla ſignoria del mondo la fua
Repubblica,faggiaméteper lo detto ſpazio di tempo vietò affatto l'uſo
de'medici. Felicisſima in ciò la gente del contado, che il lor conſiglio non
curando,della vita allus ga il dubbio corſo; onde dieron cagione ad Ercole
Bentis voglio di cantare in loro loda Però ſaggioilvillan, chiam'io,che quando
Égli ba la febbre,che più arde se bolle Non va cura di medico cercando; Ma
nelgran parafiſmo il fiaſco tolle De l'acqua,.e tanto bee chepoi diviens
Diſalubre ſudor fovente molle: Overa l'ombra de la viti amene Il Settembre o
l'Agofto a luva mezzo A fare il corpo lubrico fen ' viene; E la manna, el
Riobarbarodiſprezza, La piumangbiunti, il ſervizial, la curi, Che tolgon
l'appetito, e la fortezza, DifeLafcia diſporre a la natura: Che ſe dato è
diſopra,chetu mora, Non ti guarrà dieta,o lunga cura. E più avanti E narraci un
villan nofiro canutog Ch'altro nonmangia, cheformaggio,mentre Ha febbre; emai
non hamedico-auuto. E nonvoglio (foggiunse egbi) che m'entre Nojofo, e
diſpiacevoleGriflero, Neamara medicina in queſto ventre, Ede la febbre
nel'ardor più foera Votai fovente in vece di ſillopa Di moſto un capacisſimo
bicchiero. E forſe,che farà queſto qualchenovellar dipocca, o da orator
menſonieros Michel diMontagna filoſofante,un de più grandi', che peravventura
abbia avuto la Francia, o fommamente veridico,non cinarr'egli, che in un
villaggio, ove inai non vi bazzicavaalcun medico,conmiglior ſanità, ch'altrove
vivevafi? Maſenza entrare in alcie provincicis ciò non veggiamoa pruova rutto
dìnell'Italia echiepper Dio di noiche, non ſappia ciò, che molt'anni avveniffe
in quella terra, chenon avendo mai per addietro ravviſata faccia dimedicoil
Signor di effa immaginandofarle ungrá pro un ve n'introduſe, ilquale
co'falaslijpurgagioni, cve Icicanti, e altri rimedj, ivi non primanominati, non
che praticati, ſeppe sì ben pelarla, ch'eravicino ad eſſer vo ta d'abitatori:
ed avvedutiſene i vafſalli,a guiſa di cani mordenti ſi ferono a doffo al padrone,
e lo sforzarono ad mandarne via il medico. Manon ſo come caduto dalla. memoria
mi'era ciò che al noſtro propofita avviſano il fan moſisſimo Adriano Turnebo,
huomio di fingolar giudicio, e di chiara fede: Animadversi, ſctive, in
dyfenteriæ popu • larimorbo, in vicis de pagis, qui medicina non utuntur,
mortuos, aut nullos,aut paucos: in quibufdamurbibus plu. rimos elatus à medicis
maximofumptu:e Pier Gaffendi huo mo inſignede'tempi noftri: ex iis; qui medicas
adhibent, aliquiſanantur, aliqui moriuntur;pari modo aliqui Sanar jur, aliqui
moriunturex iis qui non adhiberi: avvegnachè eglipoinell'ultimaſua infermità
per non diſpiacere aʼme dicanti ſuoi amici ciò traſandandoſi facefle da loro
con re plicati ſalasſi uccidere; e quel celebre medicante Lazaro Meſfonieri
ache dice: multi fineullis auxiliis fpontè fanátur. in agris, et pauperes
medicis deftituti. Malaſciando que ſto ſtare al preſente, tra per la dubbiezza
dell'arte, tra per la varietà delle opinionidelle ſette; e per la nequizia; e
malvagità degli artefici fu egli ſempreragion di ſaggio, e avveduto governo il
non darloro orecchja determinar fol lemente coſa alcuna in medicina; e infra
tanti ſubugli di ſchiere, e fazioni non ſi yide mai faggio Principe, o ben,
ordinato reggimento vietar a mediconiuno, che con paro le, e con fattinon
paleſaſſe iſuoi liberi ſentimenti. Così con loro ragioni non poteronmai o
Erafiftrato ſommamé te caro al Re Antioco, o Aſclepiade amato aſſai, e tenuto
in pregio dal gran Pompeo, o Antonio Mofaonorato, e careggiato da Ottaviano
Ceſare, o Vezio valente adultero dell'Imperadrice Meſſalinamoglie di Claudio, o
l'am, inicislimo dell'Imperador Nerone, Teffalo, far sì, che a medici di
contrarie fette gi per comandamento de loro Principi foſſe il medicar vietato e
in lor diſpetto liberer fempremai fr tennero le fchierenemiche. Cosi fempremai
in Romàse in tutt'altre parti delmondo, nomeno i Razio nali, che i Metodici, e
gl'Impirici liberaméte il lormeſtie re eſercitavano, ciaſcun di loro ugualmente
il privilegio della cittadinanza di Romagodendo. E dopo le rovines dell'Impero
Romano noir ſi videinfragli Arabimedico vā caggiato ſopra altri: ne a'feguaci
d'Avicennafu maiper opera de ſeguaci diRaſi', o d Avenzoárre il medicarvieta4
to. Ne infra''noftri ancora, comeche cotanto l'Arabeſche dottrineper tutto
ſormontalfero, comeaddietro è narrato, non però di menonon poterono far sì, che
affatto abbats tutane foſſe la ſchiera de’lornimicisſimi Galieniſti;ned'al tra
parte poreron mai coſtoro dallor buornome pūto far gli cadere; e avvegnache con
ſátire, einvettive lungamen te piatifféro; nondiineno di nulla mai', o
reggimento, o maeſtrato, o Signoria vi s'inframmiſe, ne Principe', che faggio,
oavveduto foffe's colle maia parteggiarncalcunod Ein vero, non Sommo Pontefice,
o Re delle Spagne, o Imperadore;o Re della Francia, o dell'Inghilterra; o della
Suezia,o della Dania; o altro Principe;oRepubblica mai; ch," Io ſappia, ſi
legge nelle ſtorie, che voluto aveſſe prēder bri gadellegare; o
dellediffenzionide’medici. Ne il Re della Francia soi.parlamenti diquella ',e
ſpezialmente queldi Parigi, città in cui fivide lapiù lunga', e la piùfieracon
tefa infra i medici Chimici', e Galieniſti; avvegnachèmols to ſtimolato ne
foſſedalla ſcuola di Parigi, volle mai inan dare avanti i decreti diquella,
nulla curandole ciarle di PierGregorio da Tolofa (il qual ſe tanto nella
filoſofia,e negli altri buoni ſtudi del Lullio foſſefi innoltrato,quan to nella
Loica di lui s'avantaggiò, certamentenon aureb be egliuna sivergognoſa briga
impreſa ) diedeagio a ' Pas racelfifti di liberamente ſempremedicare;e ad
ontapure del Galieniſta Riolanoilvecchio, edi cute'altri nimici, tư di 480
Ragionamento Seſto di quel gran Principe ſempre in grazia il dottiffimo Giu
ſeppe Quercetano medico, e conſiglier dilui: e come egli certamente il valeva,
ne fu da lui ſommamente onorato; e quantunque perquella ſcuola infra l'altre
chimiche medi cine foffe affatto vietato il dover dare l'antimonio per en tro:
pure non che tal divieto aveſſe avuto effetto alcuno, a i Miniftri del
Parlaméto Paveſſer mai co' loro arrefti raffer maco, anzi l'ancimonio per
ciaſcun medico liberamente adoperavaſi,comechè nelle cure delle medeſime
perſones reali. Ei Miniftri, e ireggimenti tutti de’noftri Invitriffa mi
Redelle Spagne, così ne'paeſi balli, come in tuce'altres Provincie della loro
Monarchia ſempre hapermeſſo,le tur tavia permettono l'uſo libero del medicare
a' ſeguaci del Paracelfo, e dell'Elmonte, e del Silvione del Villifio, fen-) za
ritegno alcuno; ſpregiando ſempremai, e rifiutando de maladizioni, ei rapporti
de Galieniſti. Che ſe mai Prins cipe, o Maestrato inframmetter tałora s'ha
voluto, e por mano in affare pertinente alla medicina,e alcuna ſua cola,
comechè menoma a certa, e determinata legge ligare, bea fiè veduto perpruova,
che ogni loro ſtatuto, a ſconcio, e non laudevolefine ſempremai è riuſcito;
come ſi vide av venire, oltre a quel, che è detto, allor, che perconſiglio de
Napoletanimedici venne perla Prammatica del 15620 Puſo della manna sforzata,
qual dicono, come velenoſo vietato; la quale fa meſtiere rivocarla. con per
metterſi çſprettamente l'uſo della manna dell’Orno, e del Fraſſino, che poco
prima era ſtata ſeveramente proibita. E no poffo no arroſsare in leggere
que'rimproveri fatti dal Clufio, e dalMattioli, il quale in cotalguiſa favella:
Er. rano non poco i medici Napoletani co’loro Protomedici; i qua li fanno
proibire ſotto graviſſime pene, che non ſi debba ven. der la manna, che riſuda
dalla ſcorza del frasſino, e dell'ora 10, la qual chiamanomanna sforzata,
immaginandofis cle nonſia buona acofaveruna, imperocchè queſta, oltre che pur
ga ſenzamoleftia alcuna, e daffi ficuramente alle donne gra videin ogni tempo
della gravidezza, è fantiffima, ed eccel, Lentisfima medicina nelle petecchie,
e febbri maligné, e pelli, lenzia DeSig. Lionardo di Capod 487:
Jenziali,eſſendo che il fraſſino ha manifeſta virtù controtua ti velewi; però
laſcimo omai iProtomedici Napoletani di peria reguitar coloro, che cavano
lamanna dalfrasſino, e non pris vino gli huomini dicosì prezioſo medicamento
non conoſciuto da loro, febene viforopiù propinqui di Noi. E ben ſi vede
altresì in quanti errori ſieno ircorſi alcuni Giudici in laſciandola guidare a'
ſentimenti d'alcuni medi ci: che ben lungo catalogo recar ne potrei. Macontente
rommi al preſente di mentovarne ſolamente un'eſemplo di non poca conſiderazione,
che facendoſi troppo ſemplice mente alcuni Dottori di legge a credere, i
bambini nati di otto meſi non potere naturalmente vivere, come avviſavali Ippocrate,
del quale il loro Bartolo portando opinione i diviſamenti della natura cſfer
non guari diffimili alle leggi umane, dice: ftandum eft libris Hippocratis
tanquam ad théticis: giudicarono quelle eſſere vere ſconciature, e das dover
eſſere d'ogni eredità incapaci; nel quale errore laſciaronſi traportare
l'Alciato, e'l Cujacio, e altri au tori di lieva in legge. Perchè il noſtro
Matteo degli Af flicti ne rapporta una deciſione; ove in modo giudicoſlinel
noſtro tribunale per haver data intera credenza a' medici, che dal Caranza
dottor di legge ſpagnuolo ne fu ripigliato con queſte parole: venit improbandum
judicium Protomedi ci Ferdinandi Regis primi Neapolis, et aliorum quos Affli
Etus decif. 236. num.4, valentisfimos Philofophos appellat: eorumque ductu
Sacrum Confilium Neapolitanum octavo mē fenatum materna fucceffionis incapacem
declaraffe afferit; ut meritò decifionem iftam, d predictorum judicium impugna
verit Boërius dec. 220.in fine,neque enim ita magnifacien dum eft judicium
illud Confiliis philofophorum, medicorü relatorum ab Afflicto fup.ut ab eo
quiſquam non malit diſce dere, quam à veritate. Maciò ſopra tutto ſi ſcorge da
quel,che narra quell'av veduto,e giudicioſo ragguardator delle coſc Giacomo Tua
no; dice egli, che d'ordine d'Errigo Quarto Re di Frácia, il gran Lemoſiniere,
e altri ſuoi famigliari, che co'i may giori valent’hu onini di ciaſcun meſtiere
tenner conſiglio ppp i dair 1 3 di dar
compenſo agli abuli della famoſa accademia di Pa. rigi, e che infra l'altre
leggi, e ſtatuti diviſarono delle bi. fogne della medicina: ordinando, che i
medici di quella ſcuola doveſſero legger l'opere d'Ippocrate, e ogni ſua
opinione puntualmente ſeguire:medicos ſono, parole del, to ſtatuto, rapportate
dal Tuano, ut leges fibi prafcriptas tee neant, divinum Hippocratem diligenter
legant, præcepta ejus religiosèfervent. Empiricam caveant, neque ea ullo modo
utantur. Ma cotale ſtatuto non potè giamınai eſſer poſto in opera; e in vero,
ſeque’valent’huomini aveſſero innan zi tratto conſiderata, e riandata cotal
biſogna, e riguarda to alla varietà delle ſette, e delle opinioni, e
all'incertez za di tal profeſſione, non avrebbono così ſciocco divieto mandaco
fuora. E tanto più, che que' inedici, che con figliarono una cal legge, ne
prima, ne poi i diviſamen ti d'Ippocrate oſſervarono; e in iſpezialità nel
purgare, e nel ſegnare,come nel ſecondo ragionamento avviſam mo; ſenzachè il
non valerſi dell'empirica medicina è contro l'ammaeſtramento del medeſimo
Ippocrate; e an zi tutti medici vengono di neceſſità aſtretti a yalerſi delle
impirica, come da quel ch'è detto agevolmente coglier fi puore; perchè gli
ſteſſi riformatori convenne certamen te, che alcuna fiato, per non dir altro,
veniſſero con em piriche medicine curati, ſpezialmente ſe furono morſi da can
rabbioſo, o daſcorpioni, o da altri velenoſi animali. E già parmi o Signori,
ſe'l mio avviſo non m'ingannnas che per quel che da noifin qui ragionato foſſe
de tantidi vieri della medicina, che ſaldinon nai ſono fungo tempo durati:
delle diverle, e ſoventi fiate contrarie guiſe di me dicare, e dalle si varic,
e tante opinioni, che fra i medici di tempo intépo ſono venute inſư,
impoſſibili a porſi mai im alcun patto d'accordo: dalla lunga incertezza disì
dubbio fo, ed inviluppato meſtiere, il quale non ha in ſe dottrina, o principj,
ſui quali huomo unquemai poſta porre alcun menomo fondamento: e dal maltalento
demediciinvidio fise maligni, affai manifefte fi pajano le grandi malagevo
lezze, acui s'avvengono tutti coloro,che d'ordinar lebis ſogne della medicinafi
danno alcuna cura. E perciò lag. gio ſembrami lavviſo di quella Città, o di
que'Regni, ch' avendo forſe a pruova legià dette verità conoſciute, non
vogliono in alcun modo prenderfene briga, ſeguendo in queſta guiſa la coſtuma
dell'accorto poeta, il quale, coine Orazio faggiamente avviſa, que Deſperat
tractata nitefcere poffe, relinquit. Talfu il fano conſiglio del Signor Duca
diMedinaceliVi cerè nella Cicilia; il qual non che andar voleſſe a ſeconda di
coſtoro, anzi prendendole a gabbo, ſcheroù le ambizio ſe,e avare bramedi
Filippo Ingraſſia Protomedico di quell' Iſola; il quale a diritto, ed a
roveſcio volcva i maliſcalche ſoggetti alla ſua giuriſdizion ridurre; perchè
pubblicò unu libro, ove ingegnofli di far chiaro (ne v'ebbe per avventura a
durare la maggior fatica del modo) che la medicina degli huomini,edelle beſtie
in nulla foffero fra ello lor differéti, * e che fra medico, e maliſcalco altro
di divario non v'abbia, che ſolamente nel pome. Ma lo finalmente non lo fe
altri poſla più a propoſito metterci innnanzi agli occhj l’infelice fine, a cui
pervengono tutte le ordinazioni in affári di mc dicina; e ſpezialmente quelle
che fatte ſono a richieſta, o a conſiglio de'inedici, quanto Trajano Boccalini:
allor che narra, aver Apollo per ſecondar le perſuaſioni d'Ippocrate tenuto a
conſiglio alquantimedici,a cagion di voler ripa rare ad alcuni diſordini
ch'avvenivano nel medicare: ma per l'ordinazioni di tali riformatori, non pure
no iſcemaro no in alcun patto, ma vie più moltiplicarono le malattie; e le
morti giunſero a tale, ch'egli rimaſe forte maravigliato: (ſon parole del
Boccalini) ch'una diliberazione fatta con ze lo di tăta carità aveſſe potuto
fortire il fine infelice d'una tan to calamitofa confuſione; onde bruttamente
da Ippocrate chia mandoſi offeſo, eſchernito, che ſotto zelo d'apparente carità
verſo il benpubblico, con quel pernizioſoricordo aveſſe volu to aprirſiſtrada
all'eſercizio della ſua ambizione: inpubblica udienza, con indignazionegrande
disfece il collegio, con ani Ppp 2 mo dia 484 Ragionamento Sefta mo
diliberatififimo di far contro Ippocrate qualche notabile rifentimento".
Orecco le riufcite di que'riſolvimenti, ches goglion prenderſi d'un arte
cosìfallace, e manchevole, Eche ix ſuobaso mai por ha certezzha 1 RASr 220
Bbiam finora fufficientemente diviſato, o Signori; delle dubbietà,.e incortezze
del la medicina,malagevoliaffaiperhuomo, anzi impoſſibili a ſuperare:'infra le
quali ondeggiandociaſcuno continuo s'aggirai; non altrimenti, che picciola, e
malforni ta barca irr tempeſtoſo pelago dimare da'fortunoſi ventije dalflottar
dell'onde dibattuta', e percoffa'traballa; o mal pratico viandante il
qualecoleo da oſcura'norte,in folta, non conoſciuta ſelva;per travolti-bronchi,
e fterpi andan do, quafiin cófuſo-laberinto s'aggiri, séza potermai riuſci re a
dritto ſentiero, ch'a falvamento il conduca'. Perchè non potendoſi in così
intralciato meftiere via, o modo al cunoavviſare, convienr'certamente, che'l
tutto a poſta, e ad abitrio didifcreto, e'ayveduto medico fi rimetta. Aduna que
avendo ilmedicoperle maniun sì grave affare, chento ſenzafallo è dagiudicar la
vita, e la ſanitàdi ciaſcuno,dse egliconogni ſollecitudine,e con ogniarte
ingegnarſi di far: giovamentoagl'infermi commeſt alla cura dilui, al mio gliormodo
cheſi poſſa; çfecondochè la condizione d'un tal meſtiere comporta. E (come a
coloro, cherompon per tempeſta in mare, i qualiad ogni picciol cravicello, o
pan chettirgi appigliano,così parimente dee il medico negl'ince: uob; maroſi
della ſua profeſſione valerſi di que’tutti i Jabuli argomenti, che gli li fanno
avanti; an corchè non ben ſicuro egli ſia,che con quelli sì degna im preſa
poſſa ridurre a quel fine, al quale l'avrà indirizzita. E quinci ſi è, che
quantunque poco,o niuna certanza recar poſlano al ſuo meſtiere le corezze,che
per le cofe,o vedute, olette, o perlo imperfetto, emāchevole umano modo dific
loſofare s'acqui &ano; egliimpertanto deein tutte quante Je coſe alla
medicina perrigenti eſerbene ſcorto, e cono ſciuto, chiunque voglia con qualche
profitto, e laudevol mente cſercitarla; perchè fa meſtiere, che lo attenendo le
promeſſe già fatte in ſu’l principio di queſti ragionamenti, vegga minutamente
chente, e quali coſe a fare un buon medico, e perfetto,in quanto ſi poſſa
umanamente, c quan to la condizione d'una tal biſogna comporti, ſi riclrieggia
no e per tutti diviſatamente diſcorra. Egli ſembra certamente che non vada err
ato Ippocra te, o chiunqueegli (i foſſe l'autor del libro dell'arte, quan do
dice, ch'a coloro, che vogliono all'altezza della medi cina mόrare faccia
meftieri φύσεG-, διδασκαλίας, τόσο ευφυές,
tendopatíns,Qinomovins,xpóvx,cioènatura acconciaze nobilize vira tuoficoſtumi,
e luogo allo ſtudiarconvenevole, e buon alleva mentoinfin da fanciullezza,
einduſtria, e tempo. Richiedeſi in prima natural genio, ſecondo lui; conciolo
fiecofachè mancando talvolta, vano affatto, e inutile ogni ftudio, e ogni
diligenza riuſcirebbe. Ne è vera l'opinione del vulgo, cheſolo alla poeſia
vuolch’abbiſogni quella na, turale inclinazione, dache alla medicina apparare,
e tute? altre ſcienze ancora convien favorevole averla; vero fem premai ciò che
dice il noſtro Dante ſperimentandoſi: Sempre natura,ſefortuna trova Diſcorde
aſe, cum'ogn'altra ſemente Fuor di ſua region fa mala prova; Eſe'l mondo la giù
ponce mente Al fondamento,che Natura pone, Seguen. Del Sig.Lionardodi Capoa.
487 Seguendo lui auria buona la gente. Ma voi torcete a la religione Tal chefu
natoa cignerſi la ſpada, E fare Re ditalcb'è dafermone Onde la traccia voſtra è
fuor di ſtrada. Ma più ch'a tutt'altri meſtieri, alla medicina natural ta lento
richiederſi, egli ſi porrà chiaro a chiunque badar vo glia,ch’afmedico talora
improvviſo, ſenza aver potuto in prima dello infermo, o della natura di lui
molto diſtinta contezza, o eſperimento, convenga diviſar me dicamentijanzi che
dal malore iľvigore almalato ſia colto, o le forze; eďove ancor queſte ſiano
all'ultimo ſcemo per venute,no perciò sbigottire allora, ma prendendo cuore, e
ardire a novelle cure lollevare lo intendimento. Alla qual coſa fare, chi non
avviſa, che fano giudicio, e ſpedito in gegno, e natural ſagacità v’abbiſogni,
c tale appunto qual fa meſtiere per avventura a'gra Capitani, e a'comandatori
diguerra. E mi ricorda a tal propoſito, che il Signor di Molluch chiariſſimo
capitano dir Tolea, ch ' ove il general della battaglia, iit veggendo rotte le
ſue ſquadre', e ſcon fitto l'eſercito,egli, o da vergognago da timore oppreſſo,
il ſenno, e l'ardir non perdeſſe ad'un ora, ſempremai buo na ſperanza gli
rimarrebbe da poter raccozzare i ſparpa gliati, e fuggitiviſoldati, e
incoraggiargli di bel nuovo a fronteggiar l'ofte vittorioſa. Ma potrebbealcun
dire,che natura perapparar medicina punto non abbia luogo; o che fe per
appararla vi pur biſogni, certamente cotale inchina. zione, eabilità ciaſcun di
noi egualmente l'abbia; impc rocchè, direbb’cgli, quantunque lo ſappia molti, e
molti eſſer coloro, che per naturaľripugnanza di genio, o d'ate titudine in
altre arti, appena aſſaggiatele, dalla impreſa fi fian riſtati: pur d'uno normi
ricorda', ch'avendo l'a nimo alla medicina rivolto, non ne fia medico poſciano
e'n buono ſtato divenuto. Eforſe ciò avviene, perchè eſ fendo la medicina al
mondo rominamente neceſſaria per riparare a cotante malattie', il
ſommoProvveditores n'ab bïaciaſcun baſtevolmente d'attitudine fornito per
apparar lized eſſerne da tanto; ma a ciò ſi riſponde i ſovrani conli gli
dell'eterno facitore dell'univerſo non eſſer dato di po tere ſpiare al corto
intender noftro, come temerariamente altri pur s'attenta di fare: ma ſe a
qualche conghiettura ne fi daiſe mai luogo, lo direi che anziperchèdi ſommo
pro, c di gran pregio èla medicina, perciò non eſſer peſo di tut tebraccia, ma
di pochisfime; ſicome avvien delle coſe più perfette, le quali ſono altresì più
rare. Maintorno abuonicoſtumi,che fiorir debbo in colui che d'eſſer medico
intéda, fu egli queſto sétiméto del méziona to autore,ſeguito comuneméteda
tutti;anziGalieno mede fimo in un luogo dice,cbe colui, ch'èxibaldo, e di mala
co ſciéza no puòmainegli Studi d'un tal meſtiere vataggiarſi. Ne lo ſtenderommi
al preſente in ragionar del.conoſci. mento delle lingue; imperocchè della
Greca, della Latina, e forfe acor dell'Arabeſca,e dcHa Tedeſca egli è allai
chia ro,che p iſtudiar ne’libri in quelle cópoſti,bone,e interame te delle
medeſimedobbiamo eſſere inteſe: anzi il dottiffimo Samuel Bocciardi porta
opinione chesõmaméteal medico ſia neceffaria la lingua Ebraica. Eforſe anche
con qualche ſoverchio di diligenza per lo riſchio, chedal non pienamen té
intenderle ne può ſeguire; il che avviſando l'avvedutiſ fimo Arnaldo da
Villanova ſtrettamente ne l'accomandò; cne lo diè per regola nell'apparar
medicina, con queſte parole: Notitia nominum prodeft ad doctrinam. Et nulla
profeéto ars, curiofius, cautius vigilantius homini diſcenda, traétanda,
meditanda eft, quammedicina, qua nulla eft pe riculofior: quippe quum in ea
verſetur falushominum, vi ta; per tacer della Loica, che richiede Galieno nel
medico; il troppo ſtudio della quale nuoce, non ch'altro, a chiun que veramente
approfittar ſi voglia nella filoſofia, eſpe zialmente nella medicina,poichè
eſſendo l'intelletto avvez zo a quelle coſe finte, non fa poſcia dipartirſene
allor, che delle vere, e ſenſibili ſoſtanze imprendea filoſofare; onde
faggiamente quella grand’alına del ſaggio Galileo folea paragonare i Loici agli
artefici degli ſtrumenti muſia cali, i quali tutto dimaneggiandogli, non ſanno
poi quan doloro biſogna, ſe non ſe rozzamente valerience Ma la norma ſicura
de'perferri, e dimoſtrativi fillogiſmi ſolamente dalla Geometria ci ſi porge: e
malamente al ſi curo fornito loico, e conſeguentemente buon medico ſarà colui,
a cui per le mani gcoinetriche dimoſtrazioni tutt'orx non ſono. E certamente
avea la ragione, l'autor della pi ftola a Teſſalo di tanto iſtantemente quello
confortare, e fpignere allo ſtudio della Geometria, e dell'Arilmetica: poichè
la notizia di cotali ſcienze, oltre agli altri concj,che arrecar ſuole, dice
egli: tlu fug'us o &uréple FE xxA THA Qvyesépleas a et ti tò év inagixí
óvño Jou răvő mi yeusercioè,apporta chiarezza, e fortigliezza nell'intendimento,
acciocchè poffa ben rintraca: ciar tutte quelle coſe, che all'uſo della
medicina abbiſognano. E diſtintamente poi va dimoſtrando di quanco pro fia ad
un medico faper Geometria, affermando ancora lommamen te giovevole, e
neceſſaria eſſere a ben comprendere le deslogate offa, e l'altre biſogno nella
medicina. Mamol to avanti avrebbe egli certaméte della Geometria detto: ſe
oltre a ciò ſaputo aveſſe,che séza quella, poco, o nulla inté der ſi può
delmovimento de'muſcoli, e de’mali della viſta, e d'altre belliſſime dottrine
molto alla notizia dell'ordina mento del corpo umano utili, e neceſſarie. Ma fe
(come più avanti dimoſtreremo) giammai non può eſſer medico, chifiloſofo in
priina non fia: c per apparar filoſofia, la Geo metria è ſommamente di
meſtiere;egli è pur manifeſto,che il medico debba efter Geometra. Ne può punto
dubitara ſi il convenir cotanto a ' filoſofila Geometria; concioſſicco ſachè
abbiamo nelle ſtorie, che gli antichi filoſofanti, tan to biſognevole
ſtimaſſero la Geometria nelle loro ſcuole, che no volcan,cheniuno in quelle
entraſſe,ſe prima inGeo metria ſtudiato pienamente non aveſſe. E'l gran Galileo
de’ Galilei, grandiſſimo maeſtro di coloro, ch’alla vera, e dalda filoſofix
attendono, diſſe; In un vaſto volume farfe ne'lafiloſofia tutta deſcritta: e
quello eſserne ſempreinnanzi agli occhi aperto, cioè a dir l'univerfo; ma non
mai poterviſe leggere, fc in prima la lingua, e i caratteri, co' quali egliè
Scritto, perfetiamente non s'apparino. Egli è ſcritto, dics in lingua
matematica, e i caratteri ſono triangoli, cerchi, - Q29 altre 1 >
altrefiguregeometriche,sēza i qualimezziè impoffibile adin të der
umanamenteparola: ſenza queſti, è un'aggirarſi vana. měte per un'ofcuro
laberinto. Comendaſi adunque oltremo do il ſaggio conſiglio dell'avvedutiſſimo
Cardano, il qual mi ricorda, ch'avrebbe voluto, che niuno in medicina non ſi
foſſe mai convertato, il quale, mathematicas perfecte no calleret, per dirlo
colle ſue parole; del che recandone la ragione, ſoggiugne: Nam his folum, nec
fallere, nec falli contingit; unde qui in illis peritusfuerit,non eſt
veriſimile in propria arte velle ſuperioribus, &fuis, ac fibi ipſi impo
were. Ma oltre alla Loica, e Geometria, la Stronomia, la Mu fica, e altri
nobili, e liberali ſtudj in un perfetto medico Galieno richiede; e della Muſica
favellando Tomaſſo Cá panella dice:medicusnon ignoret, qui foni, quos motus in (piritu,adquas
bonas operationes excitět,ut medicinales fint;i quali ſtudj,ſecodo lo ſteſſo
Galieno, il primo luogo appreſſo Mercurio ingombrano; e con molte, e ben
compoſte pa role l'utilità, che da quelli ſi trae, va egli ne'ſuoi ſcrit ti
diviſando, e quanto egli avanzato ſe ne foſſe; ſenzachè, dic'egli, ſe il medico,
non è di ſtronomia intendente, gran tratto ei ſi dilungherà da’ſentimenti
d'Ippocrate, il qual non pur conforta i medici tutti ad appararla, ma molte co
ſe ha egli ne'ſuoi libri ſcritte, le quali ſenza ſaper di ſtro nomia,
impoflibil certamente fie, che per huomo s'inten dano. Ma nel vero lo non
ſaprei mai comprendere, come ben ſi poſſa medicare, ſenza ſapere, il naſcimento,
e loco caſo delle ſtelle, e la varietà de climi,e altre ſomiglianti co le,
neceſſarie al meſtier della medicina, le quali tutte la ftronomia ne inſegna.
Eragionevolmente tutti coloro ch ' un tale ſtudio, come vano, e inutile
a'medici biaſimano, punge, e proverbia il buon Franceſco Vallefio, dicen do,
che la ſtronomia vien da alcuni giudicata coſa alla medicina affatto inutile,
non per altra cagione, ſe non per chè poſſano in cotal guiſa ſchifare lo
ſvergognamento, che dal non ſaperla gliene naſcerebbe. Perchè il non mai abaſtanza
lodato Ipparco aſſomigliava ilmedico ignorante di ſtronomia ad occhio privo
della viſiva potenza; e'l famo fiſſimo infra gli ArabiAlbumazar,dice chela
ſcienza delle ſtelle a quella della medicina, principio, eguida ſia. Ma fe la
Stronomia richiedefi a'medici, non men di quella certamente fa loro meſtieri il
ſaper le ſtorie delle coſe, che avvengono al mondo; concioffiecofachè oltre al
ſaper di quelle, i principi, egli avanzamenti delle piſto lenze, e d'altre
aſſai malattie, manifeftamente talvolta an che comprendonſi le cagioni
de’malije i rimedj, ch'a quel li talvolta hanno approdato, e ciò, che per
pruova ha noc.ciuto, e giovato agli huomini: e aſſai pienamente ſi com prende
quanto dalla lezion di Tucidide aveſſe Galieno tratto di profitto, e altri
aſſai medici di gran lieva, e malli manente da quello artificioſo narramento di
lui della fie ra, e lunga peſtilenza del Peloponneſo, traportato poi co tanta
eleganza, e così ben da Lucrezio nel luo natio idio mi. Ma ſopra tutto ſenza
dubbio la natural filoſofia al medico ſi richiede; imperciocchè, fe perfettamente
egli ſaper dee la natura, è l'economia tutta del corpo uma no, le cagioni, così
d'entro, come di fuora delle malat tie, le qualità, e le coinpleſſioni
dell'aria, delle acque,de' vegetali, degli animali,e de’minerali turti:
conſeguente méte egli ďee ſtudiare in filoſofia,nó come dicono, di primº occhio,
e diſcorrendo: ma in quella con ogni intendimen to, e ſtudio involgerſi, e
riconcentrarſi, e in apprenderla, pienamente con ogni sforzo, e con ogni opera
affaticarſi. Perchè il Paracello chiamar folea la filoſofia madre, e fon
damento della medicina; e Ariſtotele n'impone, che il me dico cominciar debba,
ove il filoſofo finiſca; che altro non vuol dir, per mio avviſo, che il medico
dal filoſofo non dif feriſca, ſalvo che nell'operare: e che la medicina altro
no fia, ch'una operatrice filoſofia. Folle adunque, e danne vole oltremodo è da
giudicar certamente il conſiglio d'A vicenna: che il medico ſenza più avanti
ricercare, appa gar ſi debba a' detti de filoſofiintorno alle coſe naturali;
Raq 2 ne logorar punto di tépo in abburattargli,e far pruova del la verità;
concioffiecoſachè il medico in eſaminandogli no che dall'arte ſua fi diparta
giammai, come ſcioccamente s'avviſa Avicenna, anzi allor maggiormente vi
s'interna, e profonda, e più maturamente l'apprende. E bene imma gino lo, che a
ciò riguardando eſfo Avicenna, avviſaffe pienamente il biaſimo grande, che di
tal conſiglio guada gnare egli medeſimo ſi poteva i perchè altro non te in tue
to il corſo della ſua vita ',' che attentamente ſpeculare, e contemplar le coſe
della natura. Miglior ſenza fallo fu l'avviſo di Galieno, il qual ſopra ciò
ben’un libro inte. ro compoſe con queſto titolo densos iarbós, og QorbootG.per
* chè e' medeſimo dille altrove, il medicare una piaga non, effer impreſa da
tutte braccia, ma di color ſolamente che le coſe tutte della natura hanno
davanti agli occhi. Ma dove lo traſandava il buono Ippocrate: il qual giudicò
fi loſofia, e medicina eſſer compagne ſtrette, e ſorelle,giua te, ed
avviticchiate; e ſimigliantemente Cornelio Celſo afferma, amendue coſtoro d'un
medeſimo parto eſſer nate, così ſcrivendo: Primomedendifcientia pars fapientia
habe batur; ut &morborum curatio, dow rerum nature contempla tio fub iiſdem
auctoribus nata fit;c di ciò ne apporta ragio ne: fcilicet his hanc maximè
requirentibus, qui corporum fuo rum robora inquieta cogitatione, nocturnaque
vigilia mi nuerant. Ideoque multos ex Sapientia profeſsoribus peritos ejus
fuiffe accepimus. E egli è pur troppo manifeſto,quan to Pittagora, Empedocle, e
Democrito, e Platonc, e altri grandiſſimi filoſofi più di qualunque altro Greco
nel le ſecrete coſe della natura innoltrati, più di tutt'altri me dici della
Grecia ancor s'avanzaſſero; ſenzachè i fonda tori, e i Principi di ciaſcuna
ſcuola di medicina, eziandio della Metodica, e della Impirica, eilor più
rinomati ſe guaci, tutti concordementenegliſtudi della natural filoſo fia
s'eſercitarono. Perchè il fimile certamente ciaſcun al tro mcdico de’tempi
noſtri dovrà fare; e di lor direbbeſi po ſcia con quelle voci d'Ippocrate innsós
gap Quómo, iostec, cioè a dire: il medico filoſofo è ſomigliante a un Dio. E 1
1 quantunque,come ſopra abbiamodimoſtro, aſſai poco al baſſo, e loſco intender
noſtro nelle coſe naturali di ſaper ſia conceduto; nondimeno queſto ſteſſo ci
da a divedere effer neceſſario al medico lo ſtudio della filoſofia, acciò egli
pof fa agevolmente accorgerſi, non aver la medicina certezza alcuna; e a queſto
avendo certamente riguardo, diceva Cornelio Celfo: natura rerum contemplativ,
quamvis non faciat medicum aptiorem, tamen medicine reddit perfectum. Oltre
alla naturalfiloſofia, la morale ancora a'medici ſi conviene; concioſGecofaché,
ſe come di ſopra è detto per ſentimento d'Ippocrate, di buoni, e laudevoli
coſtumief ſer dee fregiato il medico, Io non ſaprei già, come a tal pre gio mai
aggiugner poteſſe colui, che coile natural filoſofia la moraleancora non
accoppj; ſenzachè la moral filoſofia è quella, cha per oggetto Panino
dell'huomo, e in quello ſuol riconoſcere i malori,e lecagioni,e gli effetti di
quelli,e darvi baſtante compenſo, ed efficace ajuto. Orcome po trà il medico
adoperando il ſuo meſtiere, con valevoli me dicamenti fanar gli ammalati del
corpo, ſe in prima le ma lattie dell'animo loro non toglie? cioè a dire, ſe non
fa di filoſofia morale a Imperciocchè i mali tutti del corpo, come da prima, e
principalcagione, da alcuna paſſion dell'ani mo ſovente naſcer ſogliono, la
qual certamente ne cono fcerc, ne rimuover potrà il medico giãmai, fe dalla
moral filoſofia no ſia fcorto. Tanta enim,dice Sinforiano Cãpegio, per tacer
altri, eſt animi, &corporis neceffitudo, ut ſua om nia bona, ac mala,
velint nolint, invicem communicent. Per chè della nostra anima facendo parole
cantò il Guarino. Qwell’immortal, che null'ha di terreno A terrenidifetti ancor
foggiace. E Platone nel Carmide lungaméte ciò va diviſando; la qual coſa ancora,
ficome teltimonia Ippocrate avea in coſtu me di fare Eſculapio s il quale
appreſa certamente l'a vea da Chirone ſuo maeſtro: e ſe pure dopo ſi è co
minciato a feparare l’un meſtier dall'altro, non èmara viglia, dice Malfmo
Tirio: perciocchè la medeſima artu di curare il corpo, così in fc ftella diviſa,
e lacera ſi vede,: chic 494 Ragionamento Settimo che altri ha cura dimedicar
ſolamente gli occhi, altri law veſcica, e altri altra parte del corpo. Ma con
quanto di fcadimento, c danno dell'arte, e de’maeſtri di quella, per nulla dir
de’poveri infermi, ciò avveniffe,che partite, e ſceverate queſte due
profeſſioni abbiano i medici, ſolamen te inteſi a curare il corpo, ſenza badar
punto alle malattie dentro, lo dicano tante, c tante malvagità, e ribalderie
operate daʼmedici, come di ſopra dicemmo; concieſlico fachè non ſon per altra
cagione i biaſimi tutti a' medici, e alla medicina medeſima proceduti,che
dall'aver clli traſcua rata l'arte dirender ſe medeſimi in prima, e poi gli
alţri tute si della verità, della giuſtizia, e dell'oneſtà lodeyoli ama, tori.
Ne per altro chiama Ippocrate, per mio avviſo, il medico filoſofo ſomigliante a
un Dio, fe non perchè dal medico filoſofo non ſia da ſcompagnar cotal parte
cotan 10 eziandio giovevole, e neceſſaria alla medicina. Per chè guardando a
tutto ciò Galieno, cercò di riparar ſe condo ſua poſla a tanto diſordinamento,
e di riunir di nuovo, e rannodar la medicina colla morale filoſofia: onde
compoſe quel libro, ove e' moſtra, comes’abbiano a cono ſcere,per doverſi
guarire,i difetti dell'animo; e quell'altro, del ravviſare, e del medicare
dell'anime le malattie. Ebé chiaramente ſi vede quanto in ciò, che inſegna
altrui e' me defimo profittaſle; concioſſiccoſachè, come di ſe medeſimo egli
narra, era egli avvezzo a ſoffrire, e a portarein pace i caſi.umani, e d'animo
grande, e immobile, ne ſi crolla va punto agli urti di rea fortuna: ne perdita
di beni, o altra maggiore ſventura era per farlo ſmagare:ne movealo onor di
gloria, o burbanza divana ambizione, o qualunqne altra coſa maggiormente al
mondo ſi pregia.. Mail medico avendo a guwar le malattie de' corpi uma ni, ea
provvedere a quelle, che ſono a venire,non ha dub bio alcuno, che ſopra tutto
egli della natura del corpo umano aſſai pienamente dee eſſere doctrinato, e di
quelle coſeancora, che riſtorare il poſſano dalle cagioni, ovale. volmente
ceſfarle. Or chiunque voglia,per quanto glifia dalla debolezza dell'umano
intendimento conceduto, per venire a qualcheconoſciméto della natura del corpo
uma no, gli conviene in prima il ſito, la figura, l'ordinamento, e la grandezza,e
l'uficio delic parti di quello diligétemente inveſtigare: alla qual coſa
manifeſto è, che ſenza l'ajuto della notomia egli aggiugner non poffa: perchè
della me dicina folea dir faggiamente Cello: incidere mortuorum corpora
difcentibus neceffarium. La qual neceſſità inolto bé gli antichi medici
conſiderando, come pienamente nete ſtimonia Galieno, a ufare i noromici
ſegamenti fin da fan ciullezza diligentemente s'avezzano. E oltre a ciò egli
dee bene inveſtigare, e con ogni ſtudio maggiore andar rintracciando la
propietà, o la natura dell'Erera,dell'aria, dell'acqua, della terra, della Luna,
del Sole, e di tutt'al tri Pianeti del Cielo; da'quali corpi tutti continuo
fotti liffime, e non vedute ſoſtanze ſgorgano, quali a pro, e qua li a
dannodell'umane vite. Quindi s'andrà egli pian piano innoltrando a ricercar le
naſcoſe virtù de'minerali, de've gerali, e degli animali tutti, oide il cibo, e
imedicamenti per gli huoinini ſi coinpongono. Cola,la quale cotanto al medico è
neceſſaria, che d'effa ſola ſi vanta Apollo preſſo l'ingegnoſo Poeta latino
Inventum medicina meum eſt: opifexque per orbem Dicor: &herbarum fubješta
potentia nobis. E'I Mantovano Omeroper unico fregio del ſuo lodato Medico
riconoſce Scire poteftates herbarum, ufumque medendi. E l'altiſſimo Toſcano
Poeta E già l'antico Erotimo, chenacque In riva al Pò, s'adopra in ſuaſalute:
Il qual de l'erbe, e de le nobil'acque Ben conoſceva ogniuſo, ogni virtute.
Intorno alla qual coſa folea ben dir Oribaſio, che fenza un tal conoſcimento
non fi poſſa dirittamente mádare ava ti la medicina έχ οίόν τε είναι χωρίς
ταύτης ιατρεύαν όρθώς. Ε gia molto prima di lui la notizia de'ſemplici in più
luoghi de' ſuoi libri affai avea accomādara Galieno, i quali paſſo pal ſo
potrannoſi da’curiofi ſcolari vedere: e ame baſterà al preſente per raccorciar
la lunghezza in così chiara materia d'apportare un ſolo, over'dice: chiunque
nel medicare vorrà da tutte parti eſſer ajutato,egli coviene in prima eſser
molto bene ſcorto, e auſato nelle piante, e negli aniinalise ne'metallize in
ciaſcun'altra cofa terreſtra, delle quali ſervir noi ci ſogliamo ad uſo di
medicamenti, e infra quelle, le più eſquiſite ſceglier ſappia;
concioffiecoſachè non eſſen do egli in sì fatte coſe dottrinato, ſe mai oferà
un talme Aiere imprendere, ſappiendo, ſolamente in ciarle la nor na del
medicare,non mai ſaprà adoperar coſa degna di me dico, Quinci ſi pare quanto
errino i medici, comequelli, che pongono queſta parte, cotanto alla medicina
necella ria,in mano degli ſpeziali; concioſſiccoſachè, come avvi fa il
doctiſſimo Fabio Colonna: in quo ille medebitur medi. cusiſilocis contingat
pharmacopolis carentibus, artem exerce re? an ne verbis? c più avanti trapaſſa
l'avvedutiſlimo Pier Caſtelli a minacciarne i mali, che di cotal traſcuraggine
agevoliſſimamente ne poſſono ſeguire: medicus, dice egli, neſcit quod agro
præfcribit: Pharmacopæus ignorat preſcri ptum medicementum: Rufficus herbarius,
qui fæpèlegere ne fcit, &à nemine doceripoteft, cafu colligit fimplicia:
&hoc modopreparatamedicine rarò fanitatem, fepiffimemortem afferunt,
ignorantiæ finem; e quàforſe egli li parrà ad alcu chc per troppo afpri, e
faticoſi ſentieri avendo il me dico condotto, omai delle tante, e tante
malagevolezzo, che noi diviſate gli abbiamo, ſenza altra fatica durare ſia per
venire a capo. Ma egli va alcrimenti la biſogna, rima nendo ancora dopo tanti
viaggi nuovi altri pachi lontani troppo, e non conoſciutia piè volgare: oye fra
bålzi, e di rupi, per iſcoſceſi, e avviluppati ſenticri con gran ſudore, e
biftento giugner ſi dee. Egli è il vero, che giunto poi quivi, trova ben cento,
e mille vaghezze allettaprici, luſinghiere. Già parę di udirvi dire
concordemente, che lo voglia favellar della Chimica, nella qual ſi comprende
tutto il bello, tutto il vago, tutto il maravi glioſo, che può mai operar la
natura,o l'ingegno umano. Ne 10, zia 2 Del Sig.Lionardo di Capoa. 497, Ne Io fe
cento bocche,, e lingue cento Avesſi, e ferrea lena, e ferrea voce, alcuna
menoma parte de' pregj di sì iluſtre, e glorioſo me ftiere potrei
narrare.Ditelo intáto voi in mia vece, o arti il luftrio, rare fcienze, o
nobilisſimi ſtudi di quella figliuoli'; voi dilettoſe, giovevoli, e neceſſarie
al gencre umano arti dell'agricoltura, del fabbricare, del navigare, della mili
della ſcultura, della pittura, della filoſofia, della me dicina: voi facendo
teſtimonianza della grandezza, e dellº eccellenza della Chimica,narrate pure,
come da effa -i vo ftri natali, il voſtro accreſcimento, ilvoſtro ſplendor trac
fte: dite come a'voſtri intendimentiporſe la materia, age volò l'opera:
Netacete pure, o ultime pruove' dell'uma na induſtria, gloriofiffime memorie
dell'antichità d'Egittor prezioſo nepente commendato dalla ſonora troba de gra
deOmero, che co’ſentimenti inſieme i dolori, e gli affan ni de’greci Campioni
potcſti aſſonnare; ricchiſſime coppes allanſonti; e voi cento,e cento altre
Egizie maraviglie, che tolte a noi dal teinpo, appena chi vi preſti fede ritro
vare interamente potere. Voi ſuperbe piramidi di Mem fi, voi effigiati
obeliſchi di Tebe,che all'eternità confc crati Roder non può del tempo
invidalima, fare pur chiara l'eccellenza della Chimica; e ne'metalli, e nelle
gemme, cnegli artificioſi ordigni da quella portivi raccotate i ſuoi pregj,e le
fue glorie eternaméte innalzate. Ne mé taccia il tépo quanto a capital tenuta
foſſe la chini ca dagli antichi,chegiudicando Diocleziano baftar quella ſola
agli Eğizj per frõteggiare, e mandar giù le glorietutte del Romano Imperio,
comenarra colui appo Suida,diedes alle fiame tutti i volumi di sì nobil
meſtiere, va reixnucios χρυσού, και αργύρε τους παλαιούς γεγραμμένα βιβλια
διερευνησαμG έκαυσε και προς το μηκέτι πλούτον Αίγυπλίοις, έκ τ τοιαύτης
προσγίνεσθαι τέχνης, μηδέ χρημάτων αυτουςβαρβούν ας πρεσία του λοιπού Ρωμαί oss
auliceiv. Ma quanto la Chimica faccia meſtieri alla medicina, da ciò pienamente
ſi può ravviſare, che ſenza quella non può Rrr valevolinente operare, ne è da
dir arte ſicuramente la mes dicina; perciocchè, fe come abbiamo di ſopra lunga
mentedivifaro, in cicchi, e confufilimi laberinti: invi luppata la medicina,
nulla mai dicerto fermamenteriſer ba, non v'ha più valevol lucerna, o più
ſicura guida da poter giugnere a qualche veriſimil conoſcenza delle coſe, che
la vera, echimicąſperienza. Enel vero, che giove rebbe mai al medico il ſapere
ad una ad'una le partitutte annoverare, e ſcernere del corpo umano, ſe.poi
della nas tura, e del miniſtero diquelle digiuno. ſi foffe..? certo, che nulla;
licome nulla ancor monterebbe, che notii fiini glifoſſero i ſemplici tutti,
eivegetali, e gli aniinali, ei minerali, ſenza ſapere lui la propietà', e
l'efficacia di quelli. Perchè a inveſtigar la propietà, e Puficio delle par ti
del corpo umano lungamente affaticandoſi gli antichi fi loſofanti, fenza la
traccia della chimica a poco felice fine le loro opere riuſcir fi videro: e ciò,
tra perchè iſegui,į le conghietture, onde di prenderle immaginarono, poco men
che ſempre fallaci, evane fi erano: e ancora perchè parecchj di coloro, il
tutto a quelle,, che chiaman prime qualità diridurre s'ingegnarono, dovēdoſi
per loro più to fto altre, edaltre qualità ſpiarc,dalle quali molto più,che
dalle prime, le operazionidelcorpo umano, come è detto, dipendono. Matroppo
malagevoli alcune di quelle fono, e ad intendimento umano moltonaſcoſe; così
ayviluppatou fono, e infra lor intralciate le particelle cutte, onde s'in
generano:: 0 per la troppa debilezza de'lor movimenti, o per la picciolezza;,.e
cenuità di quelle, o per altre fomi gliati cagioniagli organi de’noftri
ſentiméti celandoſi,non ne laſciano alla verità pienamente penetrare; Namneque
pulueris interdum ſentimusadhæfum Corpore, nec membris incuffam fidere cretam,
Nec nebulam noctu, neque araneitenuiafila Obvia fentimusquandoobretimur euntes.
Così ancor vanamente ſtudiandoſi gli antichi filoſofanti di comprender la
natura, e la propietà dell'aere, dell'ac que, della terra, delle piante, degli
animali, e de' mine rali, DelSig. Lionardo di Capoa 497 rali, in non pochi
errori inavvedutamente incorſero:; maw pur della loro dappocaggine ricreduti
Ippocrate, Teofra 1to,, Diofcoride, e altri famoſi antichi filoſofanti, sfidan
doſi di poter quella con piena, e perfetta ragionegiam mai ſcoprire, ſenza più
addentro vanamente innoltrarſi in fu la lola corteccia ſi riſtarono., quel
ſolamente ſcrivendo ne, che per lungapruova già ſperimentato:n'avevano. H che
diè cagiondi iclamare a quel gran lume della filoſofia, edell'eloquenza Romana:
mirari licet, quæ fint animad venfa à medicis herbarum genera, qua radicum ad
morſus beſtiarum, ad oculorum morbus, ad vulnera; quorun uim, aique naturam
ratio nuſquam explicavit: utilitate, con ars eft, &inuentor probatues,
&indi a poco ſoggiugne:quod ſcămone et radix ad purgandum,quod ariſtolochia
ad morfus ferpentum poffit, videmus, quod fatis eft; cur posſit,nefcimus. E
comeche altri filoſofanti, emedicidi grido, dallapore, dall'odore, e daaltre
ſimiglianti qualità d'inveſtigar ſi ſtu diaſſero, come, o caldi, o freddi, o
ſecchiidetti ſemplici foſſero, onde poila virtù di radificare, o di ſtrignere,
o di riſtorare, o d'altro argomentar poteſſero: inutilenondime no,e vano ſempre
da'brioni filofotanti il loro ſtudio fu giu dicato; e'l medeſimo Galicno, non
che altri dice, queſta eſſere una ſtrada, oltre ad ogni creder dubbievole., c
falla ce; ſenzachè ben rade voltc dal caldo, dal freddo, dall'u ! mido, o dal
ſecco -naíce: ma vifan la più parte l'amaro, e l'acetofo, ed altre fomiglianti
qualità, che ſeconde chia mano. Oltre a ciò, v'ha parecchi de'ſemplici,chène
odo re alcuno, ne ſaporc, ne altra manifeſta qualità avendo, só poi di
grandiſfime virtù, eziandio belzoardiche, e veleno ſe dotati. E chi mai colla
ſola guida de' ſenti potrebbe av viſar, che l'acqua ftigia, che in niuna
ſenſibil qualità dall acqua comunale differente fi ſcorge, cosi peſtilenzioſa,
en mortal poi ſia? Solola Chimica con ſue pruove faccendio manifeſti i naſcoſi
veleni di quella potrebbe avátiagli occhi di ciaſcuno quegli acutiſſimi ſali
porre,che già valevoli furo nel fior degli ani, e'nel caldo delle vittorie a
roder crudelmé te al grande Aleſſandro le viſcere ed ogni altra coſa conſu R.15
2 mano, fuor ſolamente l'unghie degli aſimi, come dice Plu tarco: e.de'cavalli
avea detto Pauſania,, Trogo, e Curzio; ed Eliano delle Corna degli aſini della
Scitia; e di quelle delle muledice Plinio:ungulas tătùmmularum repertas, ne que
aliam materiā, quæ non proderetur à venena ſtygis agudo E Vitruvio: conſervare
antë eam, &continere nihil aliud po teſt nifi mulina ungula. Machi potrebbe
mai credere, cheſotto la dolcezza del miele, e dei zucchero cotanto piacevoli
alguſto,e ſoavi, a covino poi alcuni ſpiriti pungenti, e roditori non molto
dall'acqua forte, e dall'acqua.regia diſſomiglianei? delle quali gli acutiſſimi
ſpiriti net vitriolo, nel nitro, nell' allu me, e nel ſal comune s'appiattano;
e che nel ſolfo diqua, lunque ſapore ignudo, c digiuno dimori un ſale oltremo
do acecolo, c roditore; e che nell'olio delle ulive due fali fi ragunino, uno
acutiſſimo, c aſſai valovole a rodere, e l'altro ſoprammodo piacevole, e ſoave;
e che l'acqua pu ra, e ſchietta, che continuo ſi beve, e ſembra al guſto co
tanto inſipida, ritengi un fale sì fattamenteacuto, e pene trevole, che ben
balta egliſolo in minutiſſime particelle a fminuzzare, e ſtricolare quel
duriſſimo metallo, ch'alle fiąmme, ed a'fuochi punto non cede; echenelle viole,
nel ke lattughe, nelle roſe, ne'papaveri,, e in altre ſimiglianti ierbe, e
fiori, giudicati anzi freddi che no dagli erranti medici, un cotalc
ſpirito-affocato, ed ardente mícoſo li ftia, dallo ſpirito del vino non punto
diſſomigliante. Vanillimi adunque, e fallaci i ſentieri ſono, ch’a ravviſar le
qualità de'ſemplici gli antichimedici s'impreſero: e per giugnere alyero
conoſcimento delle coſe, cgliè di meſtiere,che pré-. diamo ad avviarci Per
ſentier nuovi a nullo anco dimoſtri: cioè (viſcerando, e minutamente partendo
ciaſcun corpo per opera della vitaf notomia, la quale Sempre a vincer ſe beffa
oprando intefa noi veggiamo oggidi a sì bello ſtato eſſer condotta. E quanto sì
nobilc,e glorioſo meſtiere per aggiugnere a'no Itri intcadimenti aveſſe luogo,
ben conobbelo il curiofiſla mo Ga. for mo Galieno, allor che con ogni sforzo la
natura dell'accto ftudiandoſi d'inveſtigare, lungamente indarno diſiderando fi,
così ebbe a dire: In queſta coſa Io non ſon per tentar tutte le ſtrade, e
tenterò di far ogni pruova, acciocchè poftafi qualchearte, oqualche
ingegnoritrovare, col qua le ſeparar ſi poſſano le parti contrarie nell'aceto,
ſicomeſuol farſi nel latte. Macertomala pruova vi fe egli Galieno,na giugnendo
a ciò, che per ogni menomo ſcolaretto dell'ar te agevolisſimamente s'adopera.
Or quat maraviglia fa rebbe all'orgogliofoGalieno,c quáto da inenoora li ftime
rebbe', fe nel meſtier della medicina dopo tantiſtudj,e tan ti fudori daun
giovane Chimico frvedeſſe a lungo ſpazio avanzare? nonpur ſappiendo coſtoro in
due diverſe ſoltan zel'aceto partire, il che grandisſimo vantaggio reputave
Galieno, main altre, ed altre molte quello agevolmente freverare: le quali
ſottopoſte poi al ſottile,e profondo eſa minamento de filaſofi, con dar
probabile,e verifimile con tezza delle lor varie; e diverſe propietà, le tante,
e tanto maraviglioſe operazionidell'aceto ne vengono a manife ftare. Oltre a
ciò lo immagino altresì, che s'egli aveſſes mai il curioſisſimo Galieno
qualchemenomacontezza del la Chimica, comeche rozza; e imperfetta aver potut?,
11011 đì -ſarebbe certainéte maieglimaravigliato, come ſotto una sì grande
virtù di riſtrignere, quanta è nel vitriolostanto, tanto calorc covar fr
poteffc.- Imperocchè egli con far di quello notomia agevolmente,el’una, e
l'altra ſoſtanza ri. trovata v'avrebbe, onde poi d'amendue gli effetcidi riſcal
dare inſieme, e di riſtrignere pienamente n’avrebbe la ca gion compreſa.
Efeaveſſemaidiviſar voluto come il me deſimo ſpirito del vitriolo dueeffetti in
- fra le contrariope rar mai poteſſe, ſciogliendo aleuni corpi caldiſſimi, e
rap prendendo d'altra parte alcuni liquidi, e fortili, e.volanti troppo, ch'a
qualunque oſtinato ghiaccio ligar non lila fciano: 0 como manchevole, e
imperfetto il ſuo filoſofar..conoſciuto avrebbe. Or di queſta nobilisſima arte
non meno per avventura, che già ſi ſtimaſſe anticamente il pe netrar la, dove
F101 902 RagionamentoSettimo Fuor d'incognito fonte il nila muove, tra per le
tenebre folte disì antica età, e maggiormente per la non poca cura, che ebbero
ſempre i ſuoi maeſtri di ferbarla a bello ſtudio naſcoſa a' più altiingegni;o
punto no iſcrivendone, o ſcrivendone purcon ritegno, e riguardo, accennandola
con ignoti geroglifici,c.con intralciati eniin. mi, e con oſcure allegorie, e
favoloſi racconti inviluppan dola:malagevolemolto,e confuſo per certo, e poco
mē,che impoſſibile rendeſi a volerne il ſuo primo incominciamento rapportare;
cofa,la quale in tutt'altre biſogne di conſidera zione avvenir fimigliāteméte
ſi vede. Ma che che di ciò Gia,.che di sì nobil ritrovato deali la gloria
all'antica Paleſtina, o pure alla Fenicia,o all'Egitto, o alla China, o a qualū
quealtra parce forſe più ragionevolmente la contraſta: egli è coſa ben certa,e
ben da ſe medeſima appare eller la Chi mica antichiſſima, e da’più rimoti tempi
eller ritrovata nel mondo, avvegnachè alcuni non affatto il concedano; e Sao
muelBocciardi dica: novum effe inventum della Chimica favellando, nec illius
quenquam meminiffe ante Iulium Firs micum; il che pienamente teſtimoniano
Euſebio,e Zoſimo; e Suida, c ſpezialmente il Firmico, il quale tutto che fio
tilſe a'répi di Coſtantino, pure traſſe le ſueſcritture, come ei medelimo ne
narra, dall'opere antichiſſime de'Caldei, es degli Egizj; onde dice il teſtè
menzionato Euſebio, che aveffe la Chimica apparata Democrito:Aquóxer Qu
Abdueírris φύσικο- φιλόσοφG- ήκμασεν εν Αιγύπου μυηθας υπο Οσάνς του Μήδε σαν
λέντG- έν Αίγυπω πα αξε τών τηνικαύζ Βαπλίων Περσών άρχων 7 εν Αι. γύπω ιερών
εν τω ιερώτΜέμφεως συν άλοις ιερεύσι και φιλοσόφους, εν οίς ήν και Μαρία της
εβραία σοφή. Και Παμμένης συνέγραψε περί χρυσού, αργύρα, και λίθων, και
περφύρgς λοξώς'. ομοίως δε και Μαρία εσ ηγέθε σαν παρ' ο'τανε, ως πολσίς και
σοφούς αινίγμασι κρύψαντες την τέχνην. Μa che Democrito ſapeſſe la chimica, ſi
può apertamente ve dere in quel che dice di luiSencca in una ſua piſtola: exce
dit porro vobiseundem Democritum invenifle, quemadmodūs decoétus calculus in
fmaragdum converteretur, qua hodieque coétura inventi lapides coctiles
colorantur; le quali parole di Seneca fan.conoſccre quanto vada.crrato Giuſeppe
della Sca For conto Scala; in facendoſi a credere non avere ſcritto altrimenti
Euſebio, che Democrito nell'Egitto foſſe ſtato in Chimie ca addourinato,ma
aveſſe ne'libri d'Euſebio un tal racco to, aggiunto, untal Pandoro monaco; e
comcchè ſi conce deſſe a Samuel Bocciardi, Oſtane non eſſere ſtato giammai in
Egitto, e ch'eglimorto {ifoffe gran pezza innanzi, che colà andaſſe Democrito;
impertanto qualch' altro di cotal nomepotrebbe effere ch’aveſſe qualche
operazione chimi ca a Democrito inſegnata. Ma ſe pure Euſebio errato aver ſenel
nome, da ciò non puòargomentarſi eflerturto il rac Ma ben l'antichità della
chimica affai: appieno dimoArano le fabbriche degli iſtrumenti dell'agricoltura,
las qual ſenza dubbio, niuno colmondo medeſimo nacque adi un'ora:: e'l modo di
coporre il pane, o dipremerdåll'uva, od'altre frutte il vino, e l'artificio
veramente maraviglioſo di fabbricare i vetri, e diformar le gemme, e'l meſtier
del la milizia, e d'altre antichisfimearti giovevoli non poco, e neceſſarie al
genere umano; le quali ſenza la Chimica non fi poteron mai certamente
ritrovare.. Edella ſua antichif lima lega collamedicinaben ſi può ravviſar
qualche veſti gio appreſſo Teofraſto, ed altri antichi ſcrittori: e da qualche
medicamento ancora delle volgari botteghe ſi può co prendere non eſſer sì nuova
cotal arte, e da’moderni inge gni ritrovata. Mache che ſia di ciò: egliè
certamente l'uo. ficio, o'l meftier dell'arte chimica di ſciorre i corpi unici,
e di congiugnere inſieme i diviſi.. E quantunque ella ſia uns fpezial arte, che
da ſe medeſima reggafi, ne le faccia ne ftieri, o la medicina, o alcra arte, di
cui dipender debba; non però di meno per li molti, é diverſi fini, in cui gli
ar tefici le loro chimiche operazioni talora indirizzar ſoglio. no, ella infra
varie altre arti ſovente s'acconta;, ma in tre ſpezie principalınente è partita.
La primaſiè, che ſolve, ed uniſce tutti metalli imperfetti p condurgli a
quellaper fezione (come coloro s'avviſano j che l'oro in ſe contiene:e queſta
vien chiamata da’Greci aepurunanida, La ſeconda ſi è la filoſofia,per la quale
sì fatte operazioni s'indiţizzano a fin 1 dico di conoſcere, e ravviſare la
natura, e la propietà delle co fe a' ſenſi ſottopoſte. La terza- ſi è la medica,
che il mede fimoſimigliantemente adopera per iſpiare; e conoſcerpie namente la
patura de corpiumani, e- giudicar delle ſanità, e delle malattie, e dell'arie,
e dell'acque, e demedicamć ti, e di tutt'altre coſe schad huomo faccian
meſtieri: e an cora acciocchè i medicamenti per quella ſoavi, e grazioſi fi
rendano, e di maggior efficacia,e ſicurtà per noi ſi ſpe rimentino: e ſi poſſa
ad un'ora più felicemente il veroje conyenevole loro uſo inſegnare. Comunque
però ſi dica no, o ſi faccian gli artefici, egli è ben chiaro -effer la Chimi
ca una cotal arte da per ſe fola; colla quale tanto ha che far la medicina,
quanto delle matematiche, o d'altri ſtudij e virtù certamente s’inframinette;
ſe non ſe per avventura dobbiam dire,che maggiore, e più manifeſta utilità
recau alla medicinata Chimica, che tull'altri ſtudi di ſopra ac cennati
unitiinſieme, e rannodati ſi facciano. Perchè come medico Chimico
-ſuolchiamarſi dal volgo colui, che del la Chinica tanto quanto per lamedicina
ſi ſerve, così ſo migliantemente o ſtronomico, o geometra, o muſioo chia mar
colui-fi vorrebbe, che per maggior profitto inmedici na trarre, di sì fatti
ſtudi picnamente fi conoſce. Ma noi nondimeno del comuni favellare l'ulo
ſeguendo, chimnico medico, o chimico filoſofante-colui chiameremo, che del la
chinica arte, o per medicare, o per filoſofare quando meſtier gli faccia ſervir
Si fuole. Madall'uficio, edal fin della Chimica chiaro'fimiglia temente ſi
comprende quanto quclla ne vaglia, e n'ajusi,a1 ži ſicuramente détro alle
ſecrete coſe della natura metter ne poſſa. E ſe veriſſimo cgli mai ſeinpre ſi
crede, ch'allej naſcoſe coſe Non trova ingegno-umano aperto il varco: chi può
mai porre in dubbio, che lo ſcioglimento de'corpi naturali - il più ſcuro, e'l
più agevol modofia da pervenirea qualche conoſcimento dique’principj, onde
compoſti, e formati i naturali corpi ſono: come appunto dallo ſciogli incnto
dc'corpi artificioſi, comed'orioli; o d'altri ſimiglia. ti ingegni fi vengon
toſto a ravviſar le parti, che quei comº ponevano; il che ben conoſcédo i primi
padri,e maeſtri del la natural filoſofia, Pittagora, Parmenide, Anaſimandro,
Democrito, e altri ſaggj filoſofanti dalle continue conſide razioni, che
attentamente ſempre facevano nello ſciogli mento delle coſe, che daʼnoſtri
ſentimentiſi comprendo no le quali noi diciam corpi naturali,di quelle iprimi
prin cipj inveſtigar mai ſempre ſi ſtudiarono. Ne d'altro argo méto fervifli
Ippocrate a forınar l'opinione de'quattro pri mielementi, ſe non ſe di quello
della reſoluziou del corpo umano; nella qual coſa egli fu poi da Ariſtotele
ſeguito: dicendo, nella carne,nel legno, ed in altri ſimiglianti cor pi
contenerſi virtualmente il fuoco,e la terra, poichè aper tamente ſe ne
ſeparano; ma nel fuoco poi noneſſervi altri menti legno, ne carne, ne in atto,
ne in potenza; imper ciocchè le vi foffero, certamente ſe ne ſeparerebbono. E
tal ſentimento dalla torma tutta de’lor feguaci vić abbracó ciato; a'quali
ſeinbra aver aſſai bene ſtabiliti i quattro pri mi clementi, con dire, in
bruciandoſi una pianta aver vi, oltre al fuoco la cenere, che è terra, e'l
fumino, che è aria: e la groinma, la qual riſudando n’addita non mancar vi
anche dell'acqua. Ma quanto ſpoſata, e fievole una sì fatta pruova fia,ben
pienaméte il coprede ogni meromo ſcolaretto in chimnica, cui troppo ben ſi
manifeſta il macaméto, e i difetti di cota le ſcioglimento; concioſliecofachè
in ardendoſi sì fatti corpi,molte, e varic favoleſche, oltre a quelle, che per
la picciolezza in conto verun çavviſar non ſi poſſono, aperta mente per l'aria
ſparpagliar-ne veggiamo: ne è da dire la cenere, il fummo, la fiamma, e
l'umidore eller corpi ſem plici, e non compoſti, che queſti ancora ove più minu
tainente fi folvano, e inſino a primi ſenſibili componenti fi partano,
ravviſanfi compoſti di particelle di natura, en d'operazione diverſi, come
quelle, che contengono un'ac qua ſemplice, ed infipida, ſenza altra virtù,
falvo che d'u mettare: e un'olio puro, ed acceſibile,e uno ſpirito ſottile, e
penetrante, e un ſal volante, che ha in ſe, non micno il ſapo Sss re, che le che la virtù tutta del legno: le ceneri
altresì fon com poſte di ſoſtanze diſſimili, ciò ſono un ſale fiffo acconcio a
fonderſi nel fuoco, ed a ſcioglierſi nell'umido, ed una ter ra priva di ſapore,
e di efficacia. E corale ſcioglimento no come il volgare degli antichi in pochi
corpi ſi può dimo ſtrare, ma col conſiglio della chimica, poco men, che in
tutti corpinaturali adattar puoſli; oltre a ciò poi più addé troil chimico
facendoſi argomentar potrà i ſapori di tutte coſe dal ſal venire in quelle
contenuto, egli odori dal ſol, fo, e dal mercurio la penetrazione; e per tacer
d'altro,più oltre ancora procedendo ritroverà, che i ſemi del liquido, e
ſottiliſſimo fuoco nel ſolfo alberghino; o che ſian quellia guiſa d'acutiſſime
piramidette, o dipiccioliſfimi globi: e che il ſolfo ſia d'uncinute particelle,
e aggavignate com poſto. E così pian piano ricercando la figura delle parti
celle del fale, è degli altri chimici principj trapaſſerà a {piegare con
probabili conghietture tutte le operazioni di quelli. Così pariinéte dalle
chimiche oſſervazioni avviſato, po trà chiche ſia inveſtigare,come far ſi
poſſano le piovese i grā. dini: come s'ingenerinoi tuoni,i lápise le ſaette:come
dalla forza delle folgori fi dileguise fi föda il ferro della ſpada,rie manédo
illeſa la guaina: come piovano foventi fiate pietre, ſangue, elatte, e come
alla fine ſi formino le ſtelle caden o; le cagionidelle qualicole, e altre
molte, potemo ogo gi col giovamento della chimica, non ſolo aſſai veriſimile
mente conghietturare, ma coll'opere, e coll'eſercizio prat tico imitare;
imperocchè fifaccia dell'oro una polvere nel la fornace chimica; che dagli
effetti oro fulminante appel laſi, la quale acceſa, fa non folo lo ſtrepito, e
lo ſtroſcia del tuono, ma anche ilcolpo, e la violenza della faeţea; il che fa
altresì quella polvere da ' chimici parimente ri trovata, la qual tonante
chiamano. Così parimente raccoglieſi dall'evaporazioni dell'acque piovane
eſtives, un ſale, chemeſcolato con egaal porzione di ſalnitro,e có una
particella di ſolfo fa an coral meſcolamento, che ac celo li fonde in pietra.
Ma di troppo più tempo avrei bi fogno ſe voleffi Io far parole ditutte altre
maraviglie dela le quali le cagioni naſcoſe per addietro, e inviluppare agli
intendimenti de’noftrimaggiori ora per argomenro delle chimiche ſperienze ne fi
rendono in qualche maniera pia ne, e manifeſte. Perchè non è forſe dadubitare,
che ſe l'arte Chimica pervenuta foſſe a notizia degli antichi greci
filoſofanti, non avrebber certaméte coloro nelle loro ſcuo le huom ricevuto,
che prima in quella non foſſe alcun té po uſato, e ben lungo vantaggio tratto
n’aveſſe; e per mio avviſo con maggior ragionedi quella, onde Platone, e se
nocrate volean, che nel filoſofare non foffero ammelli com loro, che della
Geometria digiuni foffero, come teſtimo: niano Laerzio, Suida, ed altri; perchè
nella fronte dell'an drone dell'Accademia quelle famoſeparole ſcolpite legge
váli oudéis ayemjétentos sioitw. Concioffiecofachè la chimica fola il più certo,
e ſicuro fenticro lia,da condurre alla na tural filoſofia; edella ſola porger
ne fappia le chiavi, con cui quelle ſalde,e diamantine porte differrar in
qualche modo ſi poffano, ove i più cari, e ricchi tefori deita natu ra fon
riſerbati: perchè a ciò riguardando non ebbe il cor to certamente il
famoſiſſimo Meſue di chiamare per van. taggio, e per eccellenza floſofi, e
ſapienti coloro, che del la Chimicaconvenevolmente s'intendono. Ma per
diſcendere al più particolar giovamento, che della Chimica raccor fucle la
medicina: Io dico primiera mente, ch'a bene ſpiarla natura de’viventi, e
ſpezialmente delcorpo umano, e la ſua ben regolata economia,la chimi ca
lommamente abbia luogo, e la ſua vital notomia; im perciocchè ſiafi pure
coll’opere della morta notomia a mol te, emolte coſe aggiunto, le quali gli
antichi ſapicaci ravviſar non poterono; e lungo tratto vi crrarono: e ſap piaſi
pure per quella il vero movimento del cuore, e del ſangue: e che il ſangue non
s'ingeneri nel fegato, o nelle vene, fecondochè con molti altri, così antichi,
comemo derni porta opinion Galieno: ne men nel cuore,ſicome im » magina
Aristotele: c ſappiaſi anche, che il chilo tragittiſi non per le vene
miſeraiche, ficome vollono gli antichi me Sss dici; 508 RagionamentoStrimo
dici; maper le vene lattee al ſacco latteo; onde poi meſco laro col ſangue
trapaſſa al cuore: e ſappiaſi eziandio, che vi ha le vene acquofe: c come, e
per quali ſtrade l'orina per le reni trapelando alla veſcica s'ayvalli: ecento,
e mille altri moderni trovati degli ingegnofi notomiſti de’noftri tempi, de
qualierano affatto digiune Legentiantiche ne l'antico errore; anzi concedaſi
altresì volentieri (il che non mai sì di leg gieri conceder dovremmo ) che la
notomia già all'ultima mano ſia giunta; e che de'tempi noſtri ſe ne ſappia
quanto mai per tutti i ſecoli ſe ne potrà per innanzi ſcoprire, o fa pere:non
per tanto non potrà di tutto concio ſervire al me. dico per farlo a quella
perfezion ſormontare, che al ſuo meſtier.Sirichiede; anzidopo tante, e tante
fatiche ſaprà cgli ſolamente una vaga, c dilettevole ſtoria delle parti del
corpo umano: utiliſſima certamente, anzi neceſſaria a do ver ſapere; ma non
baſtevole già, ne meno a poter in par te fondare, e mandare avanti una
verifimile razionalme dicina: per la quale fa meſtieri ſaper le cagioni dentro,
ele probabili ragioni delle coſe, non già la ſola ſtoria, e'l ſem plice
racconto di quelle. Ne da dir egli è ſaper pienamen te l'economia del corpo
umano quel medico, il quale non potrà render ragione della natura della
generazione, del movimento delcuore, del ſangue, del chilo, degli umori
acquoſi, e d'altre parti così correnti, come ſaldodelcorpo umano, c della
propietà,e operazione di ciaſcuna di quel le; le quali coſe inveſtigare
impoffibile certamente è ſenza dovere a chimici ſcioglimenti ricorrere; per
virtù de'quali Avicenna d'inveſtigare ſtudiosſi l'umidore dell'oſſa, e de' peli:
ed affermò,cheavendo egli ſtillato nella boccia parti eguali d'offa, e di peli,
uſcì dell'offa maggiore abbon danza d'acqua, e d'olio, e minor di feccia:
perchè dic'egli, che l'oſſa più umide, c più ſuccoſe fieno. Ma no pure a ben
filoſofare i Chiinici dello ſcioglimēto de corpiſervir fi debbono,ma co
argométo ácora ditutt'al tre operazioni dell'arte,bé poſſono veriſimilmente
ſpiegare, come tanta varieti di cibi nella ſoſtanza, e nel colore dilli mili ſi
traſmuti ſoventi fiate in un bianchillimo, et unifor me licore, che chilo
appellaſı; come poſcia il candore del chilo in ſanguinoſa roffezza ſi
trasformi; e donde il cuore abbia il ſuo movimento, e'l ſuo calore, cioè
aſſomigliana do la concozion de'cibial diſcioglimento, over disfacimé to
decorpiſolidi, in virtù di convenienti liquori; la gene razione della
bianchezza nel chilo, e del roſſore nel fan gue, alla trasformazionedel colore
nel latte vergine, e nell'eſſenza del fatirione, e altre ſimili coſe; la
continua produzione del calore nel cuore, e nel ſangue: al fervore, che per la
formētazione s'ingenera ne’liquori de' corpi ve. getabili. E cotanto montano
per mio avviſo sì fatticono ſcimenti, che ſenza quelli nonſi può coſa del mondo
intor, no alle malattie, a’lor effetti, e cagionigiammai diviſare; ne in altre
faccendo delcorpo umano, coſa alcuna di con ſiderazione potrà per huom maidirſi,
fe minutamente les dette coſe, e molte, e molt'altre per virtù della Chimica in
prima diligentemente non s'inveftighino, le quali tutte lungo ſarebbe al
preſente volerle quìfil filo narrare. Ma non men utile, non men giovevole, e
neceſſaria cgli è certamente ancora al medico l'arte de Chimici,colla qua le
egliponendo ad una rigoroſa, e ſottile eſaminazione l'aria, le terre, l'acqua,
le piante, e gli animali, eimine rali corpi, attentamente poine ſpia, e ne
conghiettura la natura di ciaſcuna coſa; e di qualunque lor menoma parti cella
le propietà, elevirtù, ele maniere tutte dell'adope rare con probabili, e
ſimili conghietture ravviſa. E nel vc ro queſto, che ciaſcun di noi, e
tutt'altri corpi di quà giù ſempremai circonda, penctra, avviva, emantiene, valtiſ
fimo, e diſcorrente, e lieve, e ſereno, e ſottiliſſimo cor po dell' aria: la
quale l'acutiſfimno infra gli antichi Ita liani noſtri Timeo di ſgretolate, e
minucillime particel le di ben venti facce compone, non è egligià miga ſem,
plice corpo, come il volgo follemente s'avviſa;ma di varie, e diverſe ſoſtanze
compoſto inſieme, emeſcolato. Sorgo no queſte dalla baſſa terra talora,
edall'acque, che quella, irrigano, e forſe anche dalla luna, dal ſole, c da
altri corpi superiori vi piovono; per li qualil'aria, o più, o menoalla
reſpirazione, e agli altri biſogni degli animali acconcia fi rende, poichè
nelle cimedegli altiſimi monti, ove non giungono l'eſalazioni dell'acqua, e
della terra, gli animali fi foffogano; perchè poi in coloro in varie guiſe le
malattie naſcer veggiamo; perchè canrò Virgilio ſubito cùm tabida membris
Corrupto cæli tractu, miſerandaque venit Arboribufque,fatiſque
lues,lethiferannus. Ma tali particelle meſcolate inſieme, e nell'aria coufuſe
aſſai malagevolmente per certo, aozi in niun modo ravvi-, far ſi poſſono, ſe
non ſi partan prima', ſolvendoſi ciaſcu na di loro ne' ſuoi primi componenti.
Il che con ma raviglioſo artificio da alcun de'più eſercitati, e più intens
denti Chimici felicemente operar ſi ſuole: e ben ſi ſcorges omai a tal ſegno la
coſtoro induſtria avanzata, che per ope: ra del famoſo Drebellj,parche vi ſi
fia già ritrovato perre ftituirlo all'aere, qualora ne veniſſe egli privo,quelnobilif
ſimo eliſlire, che giuſta i ſentimenti di Paracello vita infó de a quanto Qui
nel mondotra noiſimuove, et fpira; che perciò egli vitale l'appellasper cui
l'aere non ſolamente agli animali,maalle piante cziandio oltremodo neceffaria
eller li conoſce; e ben di eſſo felicemente avvaler ſi vide to ſteſſo Drebelli,
allorche egliquella maraviglioſa bar chetta da lui fatta a richicſta del Re
Giacomo della Gran Brettagna con iftupor di tutti ſotto acquanel Tamigi fena
vigare; coméchè il detto eliſfire altro ancor faccia, cioè folvå, e precipiti
giù quelle ſoſtanze nell'aere, che'l ren dono mai atco alla relpirazione. Ma
l'acqua, la quale per bevanda, e per altri infiniti ug è cotanto biſognevole,
quantunque chiariſſima, e traſpa rente, c pura a tutta poffa fi ſcelga, eli
proccuri; e che al fapore, all'odore, e alla leggerezza, ea tutt'altri ſesnali
ſempliciſſimo corpo in prima neſembri; pur riandata poi, oltre a diverſe
foſtanze, che meſcolare vi ſi trovano, ſe ne cava ancora un tal ſaie sì
fattamente acuto, e pugnereccio, che JEI che di nulla ha che cedere in forza
aque'ſali,onde per l'ac qúa regia quel duriſſimo metallo fi ſcioglie,
comediſopra accennammo, che a qualunque violenza di fuoco, ſaldo, e
oftinatiſſimo mai ſempre contraſta; perchè è dacredere nó bene operar coloro,
che il diſtillar acqua per limbicchi di metallo, e maffimamente di piomboagli
ſpeziali permet tono; conciosſiecofachè roſicchiato alquanto dallamorda cità di
quel fale il piombo, e trameſtandoſi l'uno all'altro, vengonoinſieme a
corrompere,e meſcolare; e guaſtar ma lamente la ſoſtanza diquell'acqua, che
ftillaſi:e allora veg giamo coforarſi a poco a pocol'acqua, e a guiſa di latte
biancheggiare, quando diſtillata a campana di piombo có altra femplice, e non
diſtillara acqua ſimefcola; ilche fag giamente avvifarono già i dottiſſimi
Accademici del Cinně 80. Ma che che fia di ciò, oltre al ſale, il ſolfo altresì,
e'l mercurio, e la flemma, ela terra dannata ritrovò nell'ace qua il dottismo
medico, e chimico filoſofante Borricchio. E che diremonoi de ſemidi tantis e
tanti vegetali semine rali, e animali, cheper la glorioſisſima induſtria
d'alcunº altro Chimico nell'acqua ancor ſi avviſano: il che diede per avventura
cagione agli Egizzjdi giudicarla primera, e univerfal materia ditutte
coſecreate, da'quali tolſe Ome ro a dire: Ωκεανόν πθεών γίνεσαν και η μητέρα
τηθε ePautore di que' verſi attribuici ad Orfeo Ωκεανόόσπερ γένεσις παντεσσι
τέτυκάι. Ωκεανών πεώτG», καλιρρόσυ ήρξαι γάμοια oʻpos saoryvártee góptopýtoege
TyIwTHEY, E’I noſtro poeta, per tacer Virgilio, Catullo, ed altri, ſe. condo il
medeſimo ſentimento avendo egli al fuo Filagli teo fatto ragionare in prima
della terra, Pur non è ella il gran principio immenſo, Ilgranprincipiodele
coſeeterno, Benchèmadre fichiami, e velta: et vanti La reggia, ei figli
ſuoidivize giganti, fa poi, che coluiſoggiunga: Mafo degna di fede,èfama antica
L'Ocean de le coſe.è vecchio padre. Il qual ſentimento fu anche di Talerc
Mileſio, il qual ncl. la ſcuola de ſapienticosì preſſo Auſonio va dicendo
Milefius Thales, aquam qui principem Rebus creandis dixi. E ciò dal vedere egli,
come fasſi a credere Ariftotele, effer umido, così il ſeme, onde s'ingenera
l'animale, come il cibo del qual ſi nutrica: e dal credere, come riferiſce
Plutarco, il ſole, e le ſtelle da'vaporidell'acqua nutrirſi, o dall'avviſare
ch'ogni qualunque coſa dall'acqua nafca, ed in ella diffolvafi, comc racconta
Euſebio. Malo immagi. no, che Talete non già principio delle coſe abbia voluto
eſſer l'acqua, ma giudicato aveſſe aver d'acqua in primas avuta ſembianza e,
forma quella materia, onde poiſecon do il ſuo avviſo i corpi tutti ſenſibili
del mondo si formaro no; ciò parimente ravviſar ſi puote dallo ſcoliaſte
d'Efiodo, allor che dice, il caos d'Eliodo, altro non eſſere, che l'ac qua. Ma
non men dell'acqua, e dell'aria ſi dee ancora prender cura delle terre, c con
attentisſima eſaminazione conſide rarle, ove certamente infra tante, e
tant'altre ſoſtanze,che Vallignano foglion diverſe, e varie ſorti di minerali'
ritro varſidagli; aliti de'quali reſa talora peftilenzioſa, e corrot ta l'aria,
o l'acqua, o le piante, o le frutca, nuove, edi verfe guiſe di malattie ſovente
cagionano: ne altronde, per quel che già Io ini creda, quelle gravisſime
febbricomor tal riſchio degli ammalati in cotali ſtagioni dell'anno accé der fi
fogliono, che per cambiamento d'aria avvenir comu nemente fi giudicano, ſe non
ſe da sì fatti aliti, e ſuapora menti de'minerali, che pervenendo al noſtro
corpo, e dall' aria, ed all'acqua, e da' cibi quivi racchiuſi, e ingozzati,
ſcoppiano poi per la loro abbondanza, e ſoverchio vigore in ardentisſime
malattie; imperoccliè in quelle ſtagioni il fervor del fole facendo venir ſu
gli alitį arſenicali, vitrio lati., nitrofi, e ſulfurei dalle occulte miniere
della terra, rende l'aria dannoſa, e nociva alla unana ſalute; concioſ
fiecolachè in ponçido noi mente alle chimiche operazioni e 1 o ravvifarido,
come alcune ſoſtanze, le quali comechè ſc parate ſi prendano ſenza alcun
nocumento per la bocca, im pertanto confuſe formano un mortifero veleno, come
nel ſolimato ſi vede, del quale ogni qualunque menoma parti cella mortalmente
offende, potrasſi agevolmente conoſce re, come reſpirādofi ne'viaggi ora aliti
mercuriali, o a'mer curiali equivalenti, ed ora ſalini, pofſa produrſi nel cor.
po noſtro una ſoſtanza non guari disſimile al ſolimato ed indi poi quelle
mortali infermità di cambiamento da ria appellate agevolmente s'ingenerino. E
ciò vien conferinato dalla ſperienza, come quella, che ci dimoſtra, ivi avvenir
le malattie di cambiamenti d'aria, ove ravviſa fi maggior varietà diminerali,
ed ove il calor del ſole per cuota maggiormente; ne da altro, che da aliti
velenoli, e nocevoli de'minerali da crederè, che s'accendano ancora quell'altre
febbri non men malvagc, e non men peſtilenzio ſe delle prime, che avventandoſi
tratto tratto con lor vio lenza alle Città, e a' contadi, e a’villaggi tutti,
fogliono così infra breve ſpazio di tempo impoverir d'abitatori le contrade. Ed
abbiam noi pure con gli occhi proprivedu to quanti, e quanti da sì fatte
cagioni nella noſtra Città miſerabilmente morti ſiano, e ſpezialmente ne'meſi
addie tro, quando crudelmente diſcorrendo in alcuni luoghi la peſtilenzial
febbre, laſciò vuoto, e diſpopolato il Borgo Sant'Antonio, ed altre terre,non
ſolo della Campagna Fe lice, ma d'altre Provincie ancora del Regno noſtro. Ed è
egli neceſſaria ancora ſoprammodo a'mcdici la chi mica acciocchè eglino con
l'ajutodi quella valevoli a ſpiar la natura, e la propietà de'cibi, e
de'ſemplici medicamen ti render ſi poſſano; conciosſiecofachè quantunquc vero
egli foſſe ciò che Galieno medeſimo coſtantemente niega's c rifiuta;che i
ſapori, e gli odori, ed altre ſoiniglianti qua lità, certi, e ſicuri ſegnali
della natura de'cibije deʼmedica menti ſiano, pure perciocchè gli organi
de’noſtri ſentimen ti di sì ſottiltempera, c di sì acuto intendimento non ſono,
che poſlan ſempremzi ben comprendergli, egli ne fw certamente meſtieri per
iſcorta de'ſenſi rintuzzatil'Ermetica notomia, la quale partendo i corpi, ed
eſaltandone le qualità (per ſervirmi d'una voce dell'arte ) quelle poi ma
nifeſte a'curioſi, e ſenſibili maggiormente offerir poffa. E quale avviſo
potrebbe mai per huom' prenderfi dal ſolo fpiamento de ſenſi intorno a
que'cibi,e a que'medicaméti: che pur ven'hà molti: edanche intorno a
que'veleni, che privi affatto,e ignudi d'odore,e di ſapore,e d'altre ſimigliá
ți qualità, di tanto vigore, e di sì inaraviglioſa efficacia ſi conoſcon poiper
pruova, qualia danno, c quali a prode gli huomini, chc nulla più? E quale
argomento prenderem noi dal ſapor di quelle coſe, che di ſoave dolcezza maſche.
rate in prima, come già altra volta abbiam detto, ne lufin gano il palato, e la
lingua, e poi tranguggiate, nello lo maco formentandoſi, le viſcere,
cgl'inteſtini crudelmeute, n'offendono? Coſa,la quale nel zucchero, e nel mele,
e in ciaſcun'altra ſimigliante coſa manifeſtamente fi ſperiméra, Che dolce al
guſto, a la ſaluteè rea; perchè facendo le beffe a' volgari medici il
motteggevol Berni, così proverbioſamente ne favella: Il melperchèmangiato
altrui diſtempre, E’n collera ſi volti; a cui l'amaro Danno coſtor, che fan
tutte le tempre: Queſto ſecreto così degno, e raro Maſtro Simon ftudiandoil
Porcografo Scoperſe a Brun, che gli fu già si caro. Or fa tu l'argomento o
Babualo, Edì, fe'l mele in cullera ſi volta, Segno è, che d'amarezza non è
caſo. Ma comechè così alla ſcoperta n'ingannino i ſentimenti ilmele,
e'lzucchero con far veduta d'eſſer cotanto dolci, foavi; pure de’lor falli
agguati ne fan pienamente avveduti le chimiche machinazioni, con
darnemanifeſtamentea di vedere, nel zucchero, e nel mele un ſale acutiffimo
naſcon derſi, nonmolto a quel dell'acqua forte, e dello ſpirito del nitro
dicimile: Quis mellis dulcedinem nefcit? dice Pier Severino: nibilominusin
tanta dulcedine latent Spiritus illi acutisfimi, qui ubi exaltantur, et ad
extremitatem ducuntur,venenatā perniciē represētāt.Eprima dilui Baſilio Vale.
tini già detto aveva:jā vero ex illo fuavisfimiq;faporismeile Corroſivă
peffimü, atq; præfens venenum præpararipoteft. Or va medico ingannato, e
ſciocco, e giudica pur dalle qua lità, ch'a prima faccia viſcorgi,le cofe della
natura; con danna la rigidezza nel ſal comune per la rabbiofa ſete, ch '
accenderſi da quello sformatamente rimiri: ch'ad ontz pur della tua
mellonaggine han ſaputo i Chimici un fales aceroſo rinvenirvi ad attitare anche
agl'Idropici più ane lanti la fete. E che direm poi del pepe, che così mordace;
e pungente, puré un dolciſimo, e ſoaviffimo fale in ſe na fconde? E che d'altre,
e d'altre pruove infinite, che per interamente fpiegarle vi vorrebbono lunghi
volumi, non che piccoli diſcorſi di ragionamenti? Sarà dunque da con. chiudere,
che noi per quanto con tutta noftra poffa a ſpia: rei ſegreti delle coſe del
mondo ci adoperiamo, pur nonui ne poſſiamo fe nonſolamentele priincbucce
comprendere; perchè ſe chimica mano non le parge, c riſolve, e diſtinta mente
elaminandone le parti, le naſcoſe interiora di qucl le non ci addita, e le
operazioni, e'l convenevol modo di farlo, certamente chiunque ciò follemente
intende Ne l'onde folca, é ne l'arene femina. Eben di ciò fe manifeſta pruova
il Cardano,che col lim. bicco, e colla Chimica giunſe a ciò che comprender mai
non poterono, o Ariſtotele, o Galieno; e ciò fu, che nó fappiendo coſtoro la
cagione, perchè cotanto noccia il vi no,maſſimamente generoſo, e pretto a
colui, che paciſca di mal caduco,egli ſolamente colla ſcorta della Chimica potè
a fuo credere affai veriſimile ritrovarla:hoc verò dico (sõ ſue parole) nõ
cõvelli puerosà vini potu ob caliditatem;quum neq; pipere,neq;aliis aromatibus
id eveniat: neq;quod fithumidū; nă vel noeft, vel lac longè humidius, à quo
tamen non convel tuntur. Caufsa ergo eft aqua ardens, quæ in illo continetur:
que quum latuerit Ariftotelem; et Galenum, meritò in Aris fotele admirationis
cauffam præbuit, in Galeno multa perpe tam commentandi; eftautem abundantior,
quo vinum craf Ttt. 2 pius eft. Ma ſe'l Cardano ſtato e’li foffe meglio inteſo
nelle faccende della chimica, aurebbe certamente una aſſai più veriſimile
cagione di ciò nel vino ſcorta, e avviſata: im perocchè oltre allo ſpirito
ardente, che giova anzi che no al mal caduco, evvi un ſal fiffo acetoſo
nemiciſſimo delle parti tutte nervoſe, del qual aſſai più, che dello ſpirito
ardente egli è il vino groſſo abbondevole, e copioſo. Ma intorno alle fattezze,
così dentro, come fuori delle coſe, giovevoli oltremodo a raffigurarne anche le
vir tù dc'ſemplici, non comporta al preſente la ſtrettezza del tempo, ch’lo
tanto quanto ne ragioni;le quali per non dir d'altri vedeſi aver tolte dal
Paracelſo, e da altrichimici au tori, comechè di lor non faccia punto mézione,e
averle de ſcritte nella ſua Pitognomica il noſtro curiofiffino, emol to
de’ſegreti della natura intédente Gio: Battiſta dalla por, ta. Maniuno
certamente ha, che con maggior diligenzas per quel che me ne paja, e più
felicemente ne tratti (per ta cer del Crollio, e del Quercetano) quáto Federigo
Elvezio, E coinechè noi fin qui de'ſemplici medicaméti detto ab kiamo, non però
di meno è da credere la Chimica a'com poſti, clavoratimaggiormente abbiſognare.
Furon que fi ingegnoſi trovati del mondo già adulto; imperciocchè
negliannidell'oro, e nella felice etade, quando i pomi, e le ghiande Eran del
corpo umanlodevolpaſto: nelle ſemplici piante la germogliante medicina
ſolamentes confifteva; e allora non men che le ſchiette vivande, i me dicamenti
ancora Vſar le fortunate antichegenti; ma creſciuta poi oltremodo col tempo, e
comprenden doſi dagli huomini eſſer nclle piante qualche parte inutile per
avventura, c qualch'altra forſe nocevole, eglino di par tir l'une dall'altre
per lor biſogne avvedutamente propoſe ro; quindi tra perchè non ſi fapeva, o
non ſi potea purlaw parte nociva, è inutile dalla buona ſeparare, e anche per
chè così diviſe, debile molto, e sforzata la parte medicinal He rimaneva,
qualch'altra pianta forſe ſaggiamente v’ag 1 4 giunſero valevole ariſtorare i
mancamenti, e i difetti del la prima, é a far sì, che quella nulla, o poco
nocer potef fe; anzi ſe pur Pabbiſognaſſe, quindi la ſua virtù notabile mente
avanzar nedovefle. Così tratto tratto cominciaro no nel mondo a comporſiinſieme,
e meſcolarſi i medica menti; e ſarebbe pure aſſai bene potuta riſtare in tale fta
to la biſogna, ſe già tanti, e tanti indiſcreti, e ſmo dati medicinon aveſſer
quindi preſo agio di ſtrabocchevol mente ſcompigliare, e confonder la medicina
tota, con ac cozzare inſieme; e meſcolar cotanti medicamenti per ren der la
medicina, o più malagevole, o di maggiorpregio al mondo; e componendo inſieme
una lunga ſchiera di cento ſemplici medicamcnti, ne formarono talora uirconfuſo,
e inviluppatiſſimo guazzabuglio. Cofa, la quale ſommoſſe i più faggi, e
avveduti medici, ed inveſtigatori della natu ra a lūghisſime quercle,come
d'Erafiftrato narra Plutarco con quette parole: Ερgσίστρατοδιέλεγχε την
ατοπίαν, και περιεργίας με μεζλικα, και βοτανικα, και θηeμακα, και τα από γής,
και θαλάθης εις Te Quroovyzeegwúras oxandryce Citocécouvlas iv mitocrívy, og
díxua, και εν ύδρελαίω τηνιατζικην απολιπε. ΜαEragrafo biamo ol tremodo
l'indiſcrezione, e la curiofità di coloro, che i minera Li infieme, e le piante,
e gli animali, e ciò che mena laterra, o naſce in marein unomeſcolarono; che
più fennd af'ai avreb ber fatto, fe daparte laſciate cotantecoje folamente
co’farri, colle zucche, e coll'Idreleo aveſſer l'arte della medicina ter
minaia. E l'avvedutiffimo, e bé parlante Plinio.fraudes ho minum,&ingeniorum
capture officinas invenere ifas, in quibus ſua' cuique homini venalis
promittitur vita. E chi non maraviglierebbeſi di tante, e tante coſe, ch'a com
por la Triaca, o'l Mitridate, concorrer debbono, dan ftancare i ſpeziali,non
che a raccorle,maſolamente in leg. gendone le ricette/ Theriace, diſſe altrove
il medeſimo Pli nio, vocatur excogitara compofitio luxuriæ; fit ex rebus ex
ternis, quum tot remedia dederit natura, quę fingula ſuffi, cerent.
Mithridaticum antidotum ex rebus quinquaginta quatuor componitur, interin nullo
pondere equali, et qua. rundam rerum fexagefima denarii unjus imperata. Que
Deorumperfidiam iftammonftrante? hominum enim fubtilin tas tanta effe non
potuit. E avvegnachè cotali medicamen ti fiao poi nell'opera buoni, ed efficaci
riuſciti, non ne ſom però mai da troppo commendare i primilor ritrovatorizim
perciocchè nel comporgli da prima, e nel lavorargli non con avveduto, e ſano
giudicio certamente adoperarono, ma a riſchio, e a caſo alcune di quelle coſe
togliendo (che pure alcune vi ſon ſoverchie ſenza pro niuno, c viſi potreb.
bono anche dell'altre, e forſe con maggior ſenno, più ef ficaci aggiugnere)il
tutto e nella ſceltage nel povero,e nels la quantità di ciaſcuna ciecamente
alla ventura riniſero, non guardando minutamente comeſi richiedeva, al valor di
quelle, ne punto efaminandole. Impreſa per molti ca pi malagevol troppo, e
quaſi ad huom diſperata; ſenzachè nel meſcolarſi,nel diſporſi, e nel
formentarſi inſieme i sé plici,varj, ediverſi mutamenti ſovence avvenir ne
foglio 110; iqualicertamente non è da dire, ch'aveſſer mai que primi
ritrovatori di quelli pienamente avviſar potuto. Per chè comenell'incendio di
Corinto quel ricco metallo co tanto dalle ſtorie celebrato nella fortunofa
meſcolanza di altri metalli alla vçntura formofli, così nõ meno il caſo an cora
ha parimente portato, ch'il Mitridate, la Triaca, o s'altra v'ha fomigliante
compoſizione, giovevoli, ed effica ci rimedi per molte, e graviſſime malattie
fortunoſamente fian divenuti. Ma che che di ciò ſia, manifeſta coſa è poterſi
molto be De l'antico ufo rinovando, colle ſole piante medicare; la qual forte
di medicina, dirò con Adriano Turnebo,huom di varia, ed eſquiſita letteratura:
fortaffe ad morborum fani taiem efficacioreft,quam illa confuforum miſcellanea
compo fitis; magno mortalium, et difpendio, et damnointroducta. £ noi per tacer
de' bruti animali, che felicemente ad ogn ora l'adoperano il veggiamo pur fare
alla giornata a parec chj de'noſtri contadini, ne ha guari,cheil Caritrero,
famo filimo medico Tedeſco, con ufar medicando le ſemplici piante, non
ordinaria lodå guadagnoſli; e i popoli inge gnofillimi del Braſile,iſicome
riferilce Guglielmo Pifone, medi DelSig.Lionardo diCapoa. $19 medicamentis
fimplicibus utuntur, noftraque derident, quia compofira; e degli abitacori del
Mellico, Fra Martino Igna zio ne' ſuoi viaggj, così dice: los Indios fon
grandesberbo-, larios, ycuran fempre con ellas, demanera, che cafi non hay
enfermedad para la qual no ſepan remedio, y le den:ya eſtacaufa viven muyfanos,
y cafi per maravillamueron, que noſea quando el humido radical ſe conſuma: ed
in quel va ito, e quaſi immenſo tratto dipaefe della China, comete ſtimonia il
Padre Matteo Riccio, fi è medicato permolti, e molti ſecoli, e ſi medica
tuttavia, ed aſſai felicemente coll uſo delle folc erbe. E certamente come la
natura delle ſchiette, e non meſcolate vivandeoltreinodo ſi dilecta, Nam
varieres Vt noceant homini credas, memor illius eſcę, Que fimplex vlim tibi
federit; at fimulaffis Miſcueris elixa, fimulconchylia turdis; Dulciafe in
bilem vertent,ftomacboque tumultum Lenta feret pituita: vides ut pallidus omni
Cæna deſurgat dubia? quin corpus onuftum Heſternis vitiis animum quoque
pregravatuna Atque affigit humo divineparticulam aura. Così anche ſchietti, e
non compoſti medicamenti per riſtorarſi richiede; perchè Plinio: non fecit,
diffe, ceraia, malagmata, emplaftra, collyria, antidotaparens illa, ac di vina
rerum artifex: officinarum hæc, imo veriusavaritia commenta funt. Pure, poichè
la coſtuma de’meſcolati, co me de'ſemplici medicamenti, è tanto oggidà nel modo
avā zata, che per legge è quafi da ciaſcun ricevuta, e ſi veggo. no sì fatti
rimedinelle botteghedegli ſpezialicötinuamen te a calca difpenfare: convenevol
cofa egli certamente, anzi neceffaria mi pare, dovere il medico degli unis e
degli altri piena, e ficura contezza avere; e oltre a ciò nelle ma niere del
lavorare i compoſti medicamenti eſſer ottiinamé te ammaeſtrato. E certamente, o
quanto farebbe egliil migliore, ſe il medico medeſimo i rimedj, che diviſa, po
• neſſe in opera, e non ci foſſero ſpeziali, i quali tri per l'in gordigia del
danajo, e per la loro ignoranza il tutto traſcu rata: 1 1 ratamente abborracciaffero; o almeno
lavoraffcro imedici qualche medicamento dimaggior conſiderazione, laſcian-, do
ſolamente in man degli ſpeziali i più volgari, e meno vili: come già
coſtumavano (ſecondo il narrar di Galieno ) Archigene, Andromaco, Apollonio,
Critone, Pacchio,e altri famoſiffimi medici antichi; i quali non iſdegnarono ď.
ufar ſovente un così giovevole, e aobil meſtiere; an, zi lo ſteſſo Galieno
vantaſi oltremodo d'aver lui mede fimoa ſue mani la triaca lavorata; avyegnachè
di que’tein pi, come e'medeſimo ne fa teſtimonianza, e molto addie-: tro ancora,
il meſtier delmedico da quello dello ſpeziale diviſo anche trovaffefi,come
avvifa infra gli altri Plinioidid cEdo, che alcunimedici de'ſuoi tépi no li
davan cura niuna dicoporre imedicaméti,gefepropriú,ſono ſue parole,medie cine
ſolebat:ene'répia noi più vicini ebberoi medici ancora le
lorbotteghe;avvegnachè conventati, e onorati molto ſi foffero, e in quelle
alcuni medicamenti ad uſo di vende re riſerbaroro: come dal Decameron
delBoccaccio nel la novella del Maeſtro Simone agevolmente ſi può cópren dere;
a cui Bruno dicea: e ſappiate, che quelle camere ſono nonmenoodorifere che
fienoi boffoli delleſpeziedella bottega voftra, quando voi fate peftare il
comino. El Fernelio, ed altri famofiffimi medicihan coſtumato pure di comporno
alcuno s perchè l'avvedutiſlimo Orazio Eugenj loda foin mamente coloro, che
imedicamenti pe’loro ammalatian ſue mani lavorano. Ne dovrebbe ilmedico
certamente vergognarſi a pur farlo 3 perciocchè,comedice Primeroſio, remedia
abfque medico curant,non autem medicus abſque re mediis; præftantior igitur
medico erit remediorum natura: quare ea præparare, &componere medicum non
dedecet, qui naturæ tantum miniſter eft. E nel vero egli è queſo un meſtier sì
nobile, e lodevole, che non che i filoſofi di mag gior lieva, e ſpezialmente
Ariſtotele l'abborriſſero, e l'a veſſero in diſpregio, anzi i Principi d'alto
affarc ſovente l'adoperarono, e'l tennero a conto. Or ſe il medico medeſimo a
pro de'ſuoi infermi lavorar dee ser deeimedicamenti,e ſconvenevol coſa non è a
ſalvamento degli huomini l'adoperarviſi; come potrà giammai, quan tunque faggio,
e avveduto egli ſia ', porre in opera, e com porre i più malagevoli rimcdj,
ſenza avere in prima bene, uſate, e ſperimentate lungo tempo le maniere, e gli
artifi cj, co’quali ſi compongono? iinperciocchè l'efficacia, e'l valor di
quelli dal niodo dell'apparecchiargliin gran parte depende. O come potrà mai
pienamente diviſar de'ſempli ci, de'inodi, co'quali tra loro quelli accozzar ſi
debbono, e tramcſtare? perchè Giacomo Silvio intendentisſimo di cotali affari
vuol, che chiunque a bene imprender l'arte della medicina indirizzar ſi
voglia,debba alinen per lo ſpa zio di quattro anni avercontinuo in prima uſato,
ebazzi cato con gli ſpeziali nelle botteghe loro; et quidem exifti mo, dice
anche Pier Caſtelli, oprimum medicum hujus fu cultatis debere effe
expertiſſimum: alioquin fore, utfere fem. per in præfcribendis medicamentis
compofitis erret. Mari tornando, onde partiti eravamo: ch’al inedico faccia
biſo gnola Chimica, quanto al fatto delle compoſte medicine, egli non è da
porre in forſe; poichè ſi ſcorge omai di per; tutto eſſer in uſo le
chimichemedicine; perchè ſe'l medico non aurà piena corezza delle faccéde
pertinenti a coral ar re, come potrà inai quando meſtier glie ne ficcia, o
colle fue propic manicomporle, o adoperarle, o conoſcere al meno, c riparare
aldanno, che quelle aveſſero per avven tura cagionato; o ſe forſe da altri
medici diviſati foffero, raffermare i loro sériinéti, o rintuzzargli,ſecodo
egligiudi chcrà, che ſi convegna per lo miglior dell'ammalato. E nel vero come
potrà mai adoperar medicinenti un medico, ſe non ſe intendentistimo della
natura, e delle propietà delle parti, chic’lcompongono, e degli effetti ancora,
e del mo do del loro operare? E come potrà mai egli ſaggiamente ordinargli ad
argomento d'una, o d'altra malattia; e divi. farle ſtagioni, e itempi, in che
fan da dire, c alle conj: pleſſionidegl'infermi, e all'età ragionevolmente
adattaro gli? o comcpotrà mai loro ordinare il inodo di prenderglis e diviſarne
la quantità: 0 temendo di qualche riſchio rin Vuu tuiz Ragionamento Settimo
tuzzarne, e attutarne la troppa violenza, o contro quella agli ammalati di
qualche yalevole ajuto di preſente ſoccor rere; o toglier lenoje, ei fastidi,
che ſovente ingenerar ſo gliono? Non è certamente cosìagevole, ſecondo i ſenti
menti del medeſimo Galieno, il poter medicamenti adope rare a colui, cui
conoſciuta in priina, e manifeſta molto bé non ſia la virtù di quelli, e la
forza per la quale gli effetti n ' avvengono. Or che di grazia avrebbe detto
Galieno, re: qualche contezza pur delle chimiche medicine, comechè
leggeriffima, gli foſſe all'orecchio pervenuta? Certamente conſiderando egli le
ſtrane maniere, e malagevoli del loro operare, ayrebbe ne' medici ricercato
ſtudio, cavvedia mento maggiore; e non che piane,e facili, e ſenza trop po
riguardo giudicate l'avrebbe, ma pericoloſiſſime a ſpe rimentare, e da troppo
più, ch'a popolar medico non lico viene. Or vadano pure coteſti medici di
cromba marina, e colla ſola doctrina del lor macſtro Galieno a far pruova
de'chimici medicamenti a coſto della vita dc'inileri amma lati ſcioccaméte
s'attentino,che vedran pure a funeſto, e la grimeyol fine le loro mal ardite
follie sépremai riuſcire;im, perciocchè ne dalle ſcritture di Galieno, o
d'Ippocrateme defimo, ne da altri lor ſeguaci, che della chimica medici na
nulla certamente s'inteſero, comprender mai potranno coſa alcuna intorno
a'chimici medicamenti; ne dalle rego le, che già coloro ne laſciarono fi può
trarre argomento 2 comporne alcuno; ſo per quelle le propietà de'inedicamé
timedefimi della lor comunal medicina, nc anche avviſar fi poſſono: perciocchè,
ficome è detto, in quelli ancora il chiariſſimo lume della Chimica ne fa
meſtieri.Ne quelno biliſſimo pronipote del gran Re di Damaſco, Giovanni fi
gliuol di Melue nella chimica medicina, e in quella di Ga lieno, maſſimamente
intorno alle purgagioni eſercitato, n' avrebbe mai conſigliato, cſfer ſempre da
leggere, e ſtudiar ne’libri de'fapienti (cosìchiama egli per eccellenza i chi
mici) s'aveſſe giudicato averfi ciò potuto baſtevolmente in que' diGalieno, c
dc ſuoi ſeguaci apparare:netanti, etā ti valentillimi Galicniſti avrebber poi
il conſiglio di Meſue qual DelSig.Lionardo di Capoa. qual legge ſeguito c, con
molta fatica ne'volumi, e nelles fucinc de'Chimici lungamente ſudatinon
ſarebbono. E licomc ad huom poco giova l'eſſere nell'antico meſtier dell'armi
baſtevolmére eſercitato, ſe poi ad abbatter Roc che, e Caſtella,e ſorprender
Città:dimine, d'archibugj, di bombe, d'artiglierie, e d'altri nuovi, emoderni
ſtru menti, ed ordigrida guerra dalui per addietro nô mai più veduti, o
ſperimentati, ſervir ſi vuole; ma conviene in pri mache da nuovo maeſtro, e
intendentiſiino di quelli pic namente apprefi gli abbia,e come,e quando, o per
offefa, periſcherno da adoperar ſiano: così nulla ancora a'medici approda il
ſaper coloro compiutamente quanto mnai nell’: antica, e volgare fcuola diGalieno
apparar ſi poſſa, ſe mai chimici medicamenti uſar ſaggiamente intendono; ma
egli fa di meſtieri, che ben anche in prima da Chimico macſtro apprcli gli
abbia, e la maniera d'adoperargli, e l'arte di bé comporgli pienamente abbia
apparata; imperciocchè fe così sfornito dell'arte, e ſconſigliato ſi vorrà ad
impreſa çotanto matta, e malagevole arriſchiare, certo mala pruo va vi farà il
ſuo orgoglio; e rimettendo il medicamento al Izventura, e alla cieca andando, a
manifeſto, e certiſlimo pericolo la ſua fama iuliemc, e'l falvamento
dell'anmala to alla fuacura commeſſo porrà. Così quella famoſa ſci mitarra
diquell'invittillimo Eroe Georgio Caſtriota, la cúi memoria ancor teme, e trema
l'infedel popolo ſaracino, diceſi, che in man di Macometto Re de’Turchi le ſue
glo rioliflime pruove laſciate aveſſe: ita plerique medicine, dice a noltro
concio Teodoro Chercringio, chymice præſertim, aut mortue,aut (quod deplorandum
magis) mortisfæpè cauf ſefunt, quando non animantur periti Doétorismanu, qui no
verit eas tempore, &loco adminiſtrare. Così anche dopo l'infelici pruove
per lui fatte nella gioſtra, Colui ch'indoffo il non fuo cuojo haveva, Come
l'afino già queldel leone, il viliſfimo Martano, lo dico,ritornato in Damaſco
fu qui vilungamente ſcherno delle femmine, e de'fanciulli. Ma tanto più da
piangercè, comechèdirifi ancor degna ia,la Vull liioc ſciòcca tracotanza
dicoſtoro ', quanto in malamente uſan do le chimiche medicine, quantunquc
ſicure, e piacevoli quelle ſieno, pur n’ammazzano crudelmente gli ammalati.
Così il dotto Galieniſta per altro, e avveduto molto To waffo Eraſto collo
ſpirito del vitriolo un cattivello infer mo empiamente a morte conduſſe per no
aver lui nel fuo maeſtro Galieno la natura, e l'uſo di cotal medicamento
apparato; che ſe egli dal Severino, dal Penoto, dal Dor neo, o da altro
profeffor della Chimica medicina;da lui cos tanto biaſimatas appreſo aveſſe, e
pienamente conoſciuto come, o quando lo ſpirito del vitriolo da dar ſia,
certame tc eglicotanto misfatto comıneſſo non avrebbe. 's E forſe, che nel
medeſimo fallo appunto dell'Eraſto no ſi è quì bruttamente cader veduto non ha
guari un credu to, e molto ſtimato Galienifta, il qual collo ſpirito fimi
gliantemente del vitriolo un miſerabile infermo, cui, per troppo ghiottamente
eſſerſi riempiuto di freddi, e aceto ſi liquori, fi era riſerrato il perto,
infelicemente ſtrago Jandolo licciſe? E piaceſſe pure al Cielo, che per l'abuſo
di sì fatto mc dicamento non fi vedeſſero tutto giorno miſerabilmente molte, e
molte perſone morire. Egli è coſa troppo mani fefta, ſe pur merita fede la
ſtoria rapportata dal Checher manni, di quell'Elettor Paladino, cui per l'uſo
dello ſpirito del vitriolo l'interiora tutto guaſtc, e roſe ritrovaronfi. Ne
giova punto a cellare il pericolo de'ſuoi peftilenzioſi effet zi l'adoperarlo
con ritegno, e riguardo, e ſcarſamente uſar lo, teinperandolo anche talvolta
con acqua, o altriſomi glianti liquori; concioſiecoſachè dato più, e più volte
co minciapianamente ad operare, ea poco a poco rodendo, infin le tuniche del
ventricolo, ſpietatamente alla per fine conſuma, c divora. Così talvolta al
continuo ftillar d'ofti nata goccia mancano finalmente i duri macigni. Et
leviter quamvis quod crebro tunditur ietu, Vincitur in longo ſpacio tandem,
atque labafcit. E pur lo ſpirico del vitriolo per altro cosìbenigno,e pia
cevole ſi ſperimenta, che ben felicemente a'fanciulli anco:. ra da di C. 1 ra
dacolui, che cautamente ſervir ſe ne ſappia fuol darli.? E ſe'l vitriolo
baltevole a guarir la quarta parte de'rnali da quel grand'huomo in medicina
Teofraſto Paracelſo vienu giudicato,ben da colui ancora il ſuo ſpirito vien
fomma mente lodato con chiamarlo quartampharmacopolii partēs et lapidem
angularem in officinis pharmacopoeorum; avve gnachè cotefto ſpirito, che
comunalmente nelle botteghe degli ſpeziali per ciaſcun fi diſpenſa, non fia
veramente quellofpiritodi vitriolo cotanto da Chimici commêdato na altro più
groffo, e di minor virtù, e giovamento di fuello.: ! is Ma per ritornare a'
grofliffimi errori, ne'qualiper nons aper di Chimica fogliono i medici, comechè
faggj, e av veduti, talvolta ſmucciare, egliè pur manifeſto a ciaſcun quanto
fcioccamente, e fanciulleſcamente dell'antimonio il dottiſſimo infra’ſeguaci di
Galieno, Mercuriale favelli. E chi non iſcoppierebbe delle rifa in conſiderando
la mel ionaggine di quel famoſiſſimo Gåſieniſta, e cotanto nella lottrina del
fuo maeſtro eſercitato, Aleſſandro Maffaria? vvegnachè più toſto da pianger
fiat, che da ridere la com fioro ignoranza per li ſconcj avvenimenti, e
funeſti, che ne fuguono. Egliadunque intorno al medeſimo antimonio dopo averne
cosìinfelicemente favellato, venendone all' lifo del darlo, e diviſando in che
quantità da dar fia,in und fua cotal ſciocca ricetta,cosi ragiona: Recipe
antimonii pre parati 8.3. Orchi Domine giammai il fentimento compré der ne
potrebbe ſenza andar dalle gabbolc a ricercar ſe de fiori, o del gruogo, o del
vetro, o d'altre, e d'altre molte medicine, che foglion farſi dell'antiinonio,
abbia intender voluto? Ecco appreſſo il nottro Antonio Santorelli nella volgar
dottrina de Greci, e degli Arabi maeſtri famoſifli moſcrittore, diviſar
dell'acqua arzente in una delle fue opere così ſcioccamente, che nulla più.
Ecco il dottiſſimo Galieniſta Giovanni Eurnio così traſcurato in favellar del
fale del vitriolo vomitivo, cheda piacevoliſſimo chequel, loè, facendolo
fomigliante nella violenza all'ariento vivo precipitato, ed al vetro
dell'antimonio, lo riftrigne, eris fpar ' 526 Ragionamento Settimo. ſparmia a
nôn darlo all’ammalatosſe non nella quantità ſo la di due minutiſſime granella
digrano. Ecco d'altra parte il più illuſtre, e famoſo medico de'ſuoi tempi
Guglielmo Rondelezji doftar forte, e temere, non la raſchiatura del dente del
Cignale rattenga talvolta nelmal della punta lo fputo;nel qualviluppo
certamente egli involto non fareb be, ſe nella maniera del filoſofar de chimici
in medicina baftevolmente avanzato fi foffe; concioffiecoſachè cota li rimedi
per lo loro Alcali volante mai ſempre operiuo; il qualpenetrando, e
trameſtandoſi colfale aceroſo, che nel le vene, e nella punta s'accoglie,
eſciogliendo le dutez ze dell'apoſtema, agevolmëte quindi per ogni via così
aper ta, come occulta,non che per quella ſola dello ſputo,ne fa ſpiccar fuora
la inateria tutta inſaccata. E ſe cotal via di filoſofare quell'altro
famoſiſſimo Medico Prevozio te nutå aveſſe,certamente, che ne anche eglicosì
ſcioccamé te temuito ayrebbe di dar nelle febbri maligne agli ainma
latiil.corno del cervio. Ma come, o in qual guiſa a sì no bilmente
filoſofar'nelle maraviglioſe operazioni della chi mica potrebbon mai
indirizzarſi i tondi, c goccioloniGa lieniſti, ſe nelle coſe più piane, e più
manifeſte di quellow, anche v'ha infra loro chi Come notturno augel nemico
alſole cieco affatto ', e rintuzzato d’intendimento vive? Egli non può narrarſi
certamente ſenza ſmaſcellar delle riſa la peco raggive di quel famoſo
conventato Galieniſta nell’Acade mia diGroninga, il qual troppo
fanciulleſcamente giudica va lo ſcoppio, c'l tuono dell'oro fulminante per
opera de ' Diavoli avvenire: e ciò turto pauroſo attendeva, non altri menti,
che il Macſtro Simon fi faceſſe, quando ſu la beſtia imperverſata, e nabiffante
inyer la Conteſſa di Civillari ini corſo andava. Nuper aurum fulminansracconta
il Chippe ro, cujus fi granum unum, aut duo carbone defuper lentè ac cendas,
bombardam minorem fonitu aquat,ſi non antecellit; ut meritoridenda fie
Freitagii focordia;&contradicendi ftu dium; dum tale quid fieripofle
naturaliter denegat, ctſi oma ninò effectus evidentia cuvincatur, ad Dæmones
hujus cauſam refert: dignum certè hac patella operculum, et hoc philos fopho
hæcphilofophia., Egli è dunque da conchiudere eſſer la chimica ſomma mente
neceſſaria alla medicina tra per li medeſimi volgari medicamenti de'Galienifti,
e più aſſai per quelli, che di el fa Chimica ſon propi, e che per opera
diquella, e de' ſuoi ftrumenti ſolamente ſi compongono; e maggiormente in
quelli l'arte ſottiliſſima della Chimica fi conviene; che co me è già detto,
così pericoloſi ſono,e da temere inmaneg giarſiper le ſtrane, e non ordinarie
maniere del loro opera re. E concioſliecoſachè v'abbia cotali rimedj non
iſcorti alla lingua, e alle nare, e d'ogni ſenſibile qualità affatto ignudi,
che per regole d'ordinaria medicina non può la lor natura agevolmente
comprenderſi: egli è di ineſtieri certa mente per non fallar nell'avviſargli,
alla chinica notomia ſopratutto ricorrere;ſenzachè havvi alcuni particolari me
dicamenti, detti ſpecifici, i quali convien fenza fallo, ch'a chiuſi occhi, e
ſcioccamente lavori, e maneggi chiunque del meſtiere, c del modo del filoſofar
de Chimici non è bé dottrinato, e intendente affui; perciocchè sì fatte
ricettev: nella pratica della medicina, così brevis ce ſecche, ecalor confule,
e incerte ne'buoni ſcrittori ſi trovano, che per im broccarnela quantità, o'l
tempo, o la maniera d'uſarle, o le malattie, nelle quali da adoperar ſono,
malagevole cer tanente ſarà ad intendimento umano; ed è ſolo de' Chi
miciragionevolmente, e ſenza fofpetro alcuno l'adoperar lc, e ſervirſenic
calora, dove lor faccia meſtieri, con effer in prima fotcilmente filoſofando
nella lor natura ben penetra ti; e per quel che permeſſo ad huom ſia, con aver
le loro qualità baſtevolmente compreſc. Cofa, la quale quanto monti a dover
ceſare i riſchjge i danni, cheda sì fatti me dicamenti naſcer poſſono, pur
troppo è a ciaſcun manife fta. Ne è già punto maraviglia, ſe gli arditi, e poco
avve duti Galieniſti ſcioccamente inframmertédoviſi,la lor par te ancor vifanno:
ſe come è detto, anche nell'adoperare i. Jor medeſimi medicamenci van carponi,
e brancolando per l'incertezza,quaſi ciechi al bujo; e in quelli maſſimamente,
a’quali dan nomedi virtù occulta, cioè a dire di ragion no conoſciuta, e non
punto da lor compreſa, credendo così la lor groffezza, e laloro ſciocca
pecoraggine coprire. Ma d'altra parte i chimici medici filoſofanti innoltrandoſi
quá to per huon ſi puote nella contezza demedicamenti,eco noſcendo aſſai
veriſimilmére la natura dc'mali, e le cagioni, onde avvengono, ſicome con
avveduto, e probabile divi famento fortilmente ragionar ne ſanno, così con loro
no bili, ed efficaci argomenti digran vantaggio riparando ſo-, vente al genere
uinano, degni d'immortal gloria, ed'eter na fama ſirendono..., mily Magià
baſtevolmente dimoſtrato quáto a color, che me. dicare intendono faccia
meſtier: la Chimica: a divilar de' chimici medicamenti, e quanto ſovente ne
lian neceſſari. trapaſſeremo. Ma comechè lo di ciò fivellar per comuns
giovamento m'ingegnj, e ne renda maggiormente avvedu-. ti gli huomini delmondo,
pur dubito, non alcuni dannā- ) do,ebiaſimando sì fatti rimedj inalgrado per
avventura me ne fappiano. Dunque dirà taluno, queſt' altra nuova ſorte
dipeſtilenza all'uman genere mancava? e non baſta va forſe a impoverir di gente
le provincie, e i Regni, il vuo tar di quel prezioſo liquore,a cui s'attiene la
noſtra vita, per, ogni menomacagion le vene; e co'duri cauterj, e con crui deli
veſcicanti, e altriricroyati di barbare, e ſtrane nazioni martoriar
miſerabilmente le genti:e a toglier alle parti più ſodedel corpo umano il
debito nutrimento, e la virtù di ravvivarlo, e di riſtorarlo alle liquide: uſar
le ſcamonces, gli elaterj, le colloquintide, ilatirj, i pepli, gli Elleborin,
iTurbitti, iMezerj, le ſquame del raine, le pietre lazule, e tante, e
tant'altre forţi di nocevolislimi veleoi più ches, di riſtorativi argomenti
dell'antica volgar medicina, ſe non vi congiuravano ancora a noſtro comun danno
i potentiffi mi precipitati, i mercurj divita, 0 Alcarotti, come altri gli
chiama, i verri, i fiori, e altri cento violentiffimi vomi tivi tratti
dell'antimonio,del vitriolo, del mercurio, o d'al tro qualunque più
peſtilenzioſo minerale? Deh piaceſſo pure al grande Iddio, che, o non mai uel
mondo foſſeliin he trodotta la medicina; o almen, che non inai ella ſtata ſi
for ſe colla ſpagirica arte accoppiata, e delle nuove, e ſtrane
fortide'medicamentidiquella dannevolmente accreſciuta: che mé malcerto ne
farebbe dalle malattie medeſime inter venuto di quel, che tutto dì oggi per mā
de’medici miſera bilmente proviamo. Or s'accreſcano pure a ſtruggimento, e
ſterminio delle noſtre vite nuovi, e muovi ſtrumenti di mora te; e
gl'ingegniumani s'aſſottiglino,e s'affannino, e ſudina a gara per imprédere
un'eſercizio così in fauſtojcosì crudele, che nemeno a'ſuoimedeſimi artefici
ſuol perdonare, che im appreſsãdoſi ſolamëte a'fornelli no debban ſovente
correr manifeſto pericolo delle perſone. Così morifli ancor gio vane il Tedeſco
Teofraſto, non già da’maligni Galieniſtip invidia atroflicato,
ficomecomunemente per tutto allor buccinavaſi,ma al parer dell'Elmonte,buo
giudice in sì fata te coſe,da’medeſimi minerali; che continuamente e' manego
giava; dal cui nocevole, e peſtilezioſo fummo l'Elmon te medeſimo confeſla ſe
eſſere ſtato più fiate in grandiſſimi riſchj della vita condotto. Così anche a
' tempi noftrive duto abbiamo quel cattivello nella ſtrada delle Campane dagli
ſpiriti del nitro, e del vitriolo, e da altri minerali do po continuo tremore,
ch'e' n'apprefe, e dopo lunghe, e gravi malattie miſerabilmente alla fine
morirſi. Orqual danno dovrà egli intervenirne a colui, che quaſi cibi inno
centivolentier gliſi tracanna, fe cotanto nocevole, e dan noſo è l'avergli
ſolamente davanti Ripone tra' ſuoi egregi vanti la Chimica di ſapere oltremodo
i medicamenti delle parti inutili, e nocevoli ſpogliare, e di rendergli benigni
aſſai, ed efficaci; ma per tacere, che alcuni di quelli (e'l confeflano comechè
mal volétieri i loro artefici medeſimi) deboli, e ſpotſati, e di niun momento
dal ſuo maneggiar diventano, parecchi, e parecchj (coſa la quale certamé te è
peggio aſſai, e dura oltremodo a ſofferire ) di mezza Haméte nocevoli, che in
prima erano, o pur tali ſi dimoſtra vano, rendegli la chimica col preparargli
non altrimenti, che imedeſimipiù fieri toſſichi, crudeliffimi, e micidiali.
Dica pur queſta nobiliflima Città: quanti, e quanti nel tempo della paſſata
peſtilenza con dolori acerbiffimi di vi. ſcere n'aveſſe fatti morire quel
velenofiffimo ariento vivo precipitato, ch'angelica polvere allora chiamavano,
pro poſto allordal Protomedico di que'tépi a comun ſalvamé. to degli ammalati,e
co pubblico editto diyolgato colle ſtá pe. E ragionevolmente per avventura
dubitonne alcuno, ſe più huomini allora per la potentisſima violenza di quet
medicamento, o per la medeſima peſtilenza mancaliero. Edo quanti, e quanti alla
giornata veggonfi privi di vi ta, o cagionevoli reſi della perſona per opera di
chimici ri medj, de’quali la maggior parte conſiſte in lavorare i mine sali;i
quali dalla noſtra natura affatto rimosſi,altro mai, che dolori, noje, malattie,
e morti recarnon poſſono. Odafi per Dio ciò, che di coteſti Chimici, e della
loro ſcuola di dica ildoctisſimo Erafto, l'eloquentisſimo Cortino, il ſot
tilisſimo Riolano il padre, e la ſcuola famoſisſima tutta di Parigi. Odaſi come
con ſaldisſimeragioni nuovamente gli rintuzzi, e mandi giù l'acutisſimo
peripatetico filoſofo, e Galieniſta Ermanno Corringio; e ſopratutto ſi riguardi
a ciò, che dalle genti pe’mal capitati infermicontro a'chi ci medicamenti
tutt'or querelando ſi dica, e le beſtemmie atroci, che per tutto contro lor ſi
ſcagliano. Deh sbandi ſcafi per Dio da queſta Città, sì nocevole, c dannoſo me
ftiere, e con rigoroſisſimi divieti ſi mandin fuora delle bota teghe degli ſpeziali,
e da tutt'altri luoghi le chimiche me dicine. Ne già mé ſaggj nel vero, e
avveduti eſfer dobbiam noi de'medici Melaneli, che il dannevole uſo
dell'Alcarot to vietarono; e ſe ſono, e con ogniragione, da' noſtri fta tuti
proibiti gli uſi degli archibugetti e degli ſtili, e d'altre ſomiglianti
arme,come nocevoli algenere umano, quan. tunque tal volta a ſchermo dell'onore,
e della perſona pur buone fiano; perchè non ſaran da yietar poi medicine sì fie
re, emaligne,che ſe mai pure di recar qualche giovamento fan ſembiante, allor
più crudelmente inſidiar la vita fi fpe rimentano. Sono o Signori, sì fatte
querele, e rimproccj in grā par te per opera dc'malvagj Galieniſti contro la
Chimica, ei ſuoi DelSig.Lionardo di Capoa. 530 ſuoi medicamenti fovente
adoperari; i quali gittando la polvere innanzi agli occhi della balſa,minuta,e
troppo cre dula gēte, fan loro a vedere che ichimici medicamenti più ch’altri
ammazzar fogliano, e che tutto il malc, che nel cu rare altrui intervenir ſuole,
da color ſolamente avvegnavi perchè la ſciocca torma del popolo da for moſſa
lamente volmente gli biaſima; e con torti, evani giudizj ſovra i chimici, i
misfatti de'Galieniſti medeſimi, o le violenze del male empiamente riverla; E
parla più di quel, che meno intende. Ed è egli certamente cotal diſavventura a
tutt'altri me. dici ancor comune d'eſſer sépremai accagionati della mor te
degl'infermi: non moritur æger fine infamia medici: diſse Plinio e pural tépo
dilui, o no v'era, o no avea púto che fır nelle noſtre contrade, o in quelle de
Greci,colla medicina la Chimica. Così non giugnendo i medicamenti a rintúż zar
la violenza del inale, ed eſſendone diterminata alla per fine la meta della
noſtra vita', è certamente da dire có quel valent'huomo, che nella medicina
tutt'altro avvenir ſoglia, che in ciaſcun'altro meſtier ſi coſtumi; perocchè
dove i mã. camenti degli Artefici a'difetti dell'arte comunalméte s'im putano,
ſolamente in medicina il mancamento dell'arte aʼmedici cattivelli ſovente fi
riverſa; e fon talvolta inde gnamente accagionatidi ciò, che per argomento
umano imposſibile ad operare. Perchè certamente intorno a ' misfatti de’medici
da prudente huomo, e aſſennato non è da preſtare agevolmente fede a’rapportati
masſimamente da altri medici per malavoglienza, o per nimiſtà, ficome di ſopra
baſtantemente diviſato abbiamo con l'eſemplo d ' Aſclepiade; eſſendo pur troppo
vero quel detto di Curzio: iai diverſis rebus id folet fieri,ut alius in alium
culpam refe rat. Ne già è mio intendimento, che di cocal quereia al cun
de'noltri medici al preſente fi punga, come a ſe pro piamente inveſtita;
perciocchè lo quì in general ragionare intendo del cattivo coſtume d'alcuni
medici; cben ſo, che così quì, comealtrove v'ha de'medici dabbene, c onorati
affai, e di qualunque gran loda dignisſimi: avregnachè talvolta pur alcun di
loro daʼfalſi rapporti ingannato, NÓIL. già per altio, e permalayoglienza,
maper troppa ſua dab benaggine vi falli. Pur male a noſtr’huopo comincia tal
volta leggeriſſimavoce, non ſo donde, o falſa, o vera, ch' ella fiali, che
roſto per tutto ſi buccina, c s'accreſce:intan to, che agevoliſſimamente dalla
bafla plebe, e dalle troppo credulaperſone vi ſi preſta fede; i quali non che
vogliano ſottilmente caminar comela biſogna paſſata ſia, anzi tal volta ſenza
ſaper come, o quando, c da chi cominciata ſia, volentier la s'inghiottono: et fepè
etiam quod falſo creditu eft, veri vicem obtinuit. Perchè poiveggiamo della mor
te di taluno accagionarſene medico, che non che viſitato giammai l'aveſſe; anzi
ne men chi colui foffe, o dove ſi foſſe dimorato per avventura fapeva; pure
comechè a sì fatta diſavvetura ciaſcunmedico ſoggiaccia,nó però di meno ſo pra
tutt'altripar ch'a’miſerichimici maggiorméteella con traſti, quantunque
certamente maggiori, e più gravi dan ni da'volgari medicamenti alla giornata
avvenir veggiamo, che da’Chimici; e pure quelli ſovente alla gravezza incon
traftabile del male, non alla dappocaggine del medico ac tribuir ſi fogliono:
dove di queſtinel contrario, laſciata dw parte qualunque altra cagione,
folamente i chimici medi camenti s'infamano; maſtimamente per coloro, i quali
nul la fappiendone, come di nuove, e non conoſciute coſe ſo ſpettando, ſempre
ne temono; follemento mai ſempre,e in tutte le faccéde vera ſtimado quella
séréza di Cornelio Ta cito:fuper omnibus negotiis melius,atq;rectius olim
provisü:et quæ cuvertuntur in deterius mutari. Ed è pur da aggiugnere a ciò
quell'altra cagione che per opera de’malvagi, e invi dioſi Galieniſti
s'accrefcon mai ſempre i timori della ſcioc ca plebe, intanto che ne men
poſſono ficuramente i chimi ci medicide' più volgari, e comunali medicamenti
talor fer virſi; che pur diquelli il vulgo ignorante teme; dove d'al tra parte
fe dalla greggia de creduti Galieniſtichimiche medicine, comechè violenti, e
pericoloſe loro fien porte ', tantoſto alla cieca, e ſenza tema alcuna le fi
tracannano, volendo pertinacemente anzi che a'chimici,ne'loromedeſig 1 mi
medicaméti, ſtarſene agli ſtrani, e talora ſciocchi Galie niſti, cui ne men per
nomequelli conoſciutiſono: non che ne ſapeſſer mai le qualità, e glieffetti,
che ne'corpi umani quelli adoperar ſogliono. Non niego però, che tal
malavventura ne' Chimici di non eſſer agevolmente creduti, eglino medeſimi
talvolta la ſi procaccino, quando o per ſoverchio dicompasſione, che han
de’miſeri ammalati, o per vaghezza di dover gưa rire gli abbandonati
da'Galieniſti, ambizioſi s'inframmer tono di medicare i diſperati, e voglion
quaſi dall'orlo del feretro trarre i morci.È la ſciocca géte n’aſpetta pur le
ſtra vaganze, quaſi foſſe propio de Chimicil'adoperare i mira coli; quando
forfe i Galieniſti non han faputo per poco co figlio la creſcente malattia
attutare, con dar loro al tempo iconvenevoli medicamenti; perciocchè
Principiisobſta: ferò medicina paratur, Quum malaper longas invaluere moras.
Anzi con avere i Galieniſti medicati talvolta a roveſcio, e alla cieca gli
ammalati, malignamente poi, ea gran tor to ne vien ripreſo,e cacciato il
Chimico,e i fuoi rimedi bia fimati. E a tal fegno pure giugner veggiamo la
iniquitoſa malizia d'alcun medico, che di quel medeſimo infermo, cl egli
ſpacciato in prima, e già laſciato aveva, attribuiſce poi difpertoſamente
altruila morte, e i chimici medicamé te di colui empiamente n'accagiona. Così
non vergognof fi il Foreſto a ſcriver purc, che colgruogo di Marte un co
tal’Empirico ammazzato aveſſe un'ammalato tutto mar cio, e corrorto, e com'egli
medefimo narra, già moribon do, e fpirante. E piaceſſe pure a Iddio,che non
foſſe giūrå a tāto l'affocata malavogliéza di sì fatti ſquafimodei, che già
reputādofia vergogna il falvaméto,che allo infermo da loro ſpacciato avvenir
puore per cófiglio de'chimici, e già temédone gli avāzi,nó prédeſſero alcuna
briga di far pruo va delle loro bugie, con dar qualche ftorpio a’riſtoramenti
dello infermoze ſe pure in lor diſpetto neguariſce l'āmala to,nó folaméte
delmedico, che'l fanò, madi lui medeſimo capitali nimici rimangono; ficome di
quel Cote diffe quel motteggevol Satirico Italiano: Ha buon ز occhio, buon vifo;
buon parlare, Bella lingua, buon / puto, e buon toffire; Queſti fon ſegni, che
non vuol morire; Maimedici lo voglion 'ammazzare: Perchè non ci ſarebbe il loro
onore, S'egli ufciffe lor vivodalle mani, Avendo detto, egli è Spacciato, e
more. Ma come teftè ragionavamo con la lor ſoverchia pictà in voler curare
infermidiniuna ſperanza, danno agio i Chi mici a i ſoffiamenti degli invidiofi
Galieniſti, e cadono tal volta dal buo nomedivaléti medici. Ne certaméte p
altro Ippocrate vieta aʼmedicanti il dover por mano agli infermi difperati; e
quell'altro famoſo ſcrittore Arabo ne conſiglia a non doverci arriſchiare a
prender cura di malagevoli, sfidate malattie, ſe non vogliamo pure guadagnar
titolo di cattivi medici; e anche avviſa Cello, prudentis hominis eft, eum, qui
fervari nonpoteſt, non attingere: nec fubire.fufpia cionem ejus, ut occifi,
quem forsipfius peremit. E a ciò an che riguardado Galieno parimente ne
conſiglia a dover la fciare alſolo predicimento cotali infermi, ſenza dar loro
niuna ſorte dimedicaméto, per no logorare indarno.i rime. dj,e fargli infam uea
torto preſſo il vulgo, õde poi ſi laſcian via, quando forſe ad altri ammalati
di minor riſchio giove voli ſono. E nella medeſiına guiſa Aleſſandro de Benedet
ti: prudentis medici, dice, ef,inſanabiles, &defperatos mor bos nun curare;ne
hominem occidiſſe, quifua forte interitu rus erat, exiſtimetur. E che direm noi
di que'chimici medicamenti, che talor de perſone ſi lavorano, e ſi diſpenſano,
che dichimica, ne dimedicina ne ſan boccata? Enel vero eglitāto omai è cre
ſciuto l'abuſo delfabbricare malamente, anzi abborrare i rimedjchimici,
cheda'Ciurmadori, e da Cerretani, edas viliflime femminelle uſar pubblicamente
ſi veggono, e ven dong a macco in ſu le panche, e per le fiere abbondanteme te
li ſpacciano, e ben ſovente fi comprano anche dagli ſpe ziali, e da’medici per
diſpenſargli poi a 'loro ammalati;šć zachè da Galieniſti medeſimi calor
s'imprendono, e teme ruri. rariaméte dagli ſciocchiffimi uccelloni yeggőli
ordinare, e lavorare alla cieca. Navem agere ignarusnavis timer: abrotanum ager
Non audet,nifi quididicit dare.Quodmedicorum eft Promittuntmedici;tractant
fabrilia fabri. E s'attendono purecoteſti medici di tromba marina de' noſtri
tempi a maneggiar biſogne di cotanta conſiderazio ne, e di cotanto riſchio:
certamente ſe ad infelice fine poi rieſcono, e veggonfiatcriſtar le caſe, e le
famiglie, non gli innocenti rimedi biaſimar ſe ne vogliono, ma color ſola
doperano; non altrimenti, che ſe ſpada, o archibuſo daw furioſa mano moſſo fia,
non n'è lo ſtrumento da accagionas. re, ma la follia ſolamente dello ſcherano.
Ne ſan coſtoro quanto ſenno abbiſogni in medicare, e ſpezialmente con argomenti
chimici, a cuicertamente di maggiore avvedi mento e di più ſaldo giudicio fa
luogo; che le malamente s'adoperano, maſſimamente le purganti medicine, ove il
medico non abbia in dandole riguardo al tempo, lità del male, all'età dello
infermo, o alla natura di lui, o alla ſtagione dell'anno, certamente colui mal
ne capiterà: Temporibus medicina valet: data tempore profunt, Et data non apto
tempore vina nocent; Quin etiam accendas vitia, irriseſque vetando,
Temporibusfinon aggrediareſuis. E o quanti per Dio ſe neſon veduti e fe ne
veggono tut tavia correr pericolo, e morirne talvolta anche col medica mento in
corpo per traſeutaggine, e colpa de’ſoli medici ignorāti,e ſciocchi? Quante
volte per beſſaggine degli ſcé pj Galieniſti ſono ſtate biaſimate le manne, le
roſe, le caſ. fie, e anche l'aloé, di cui non ſi trova al comun parere mę.
dicamento più innocente, e benigno? E ſe alcun prende rebbe cura di guarire
ammalato, ſe egli nel cominciar d'in terna infiammagione, o nell'acerefciinento,
e nel vigor di quella deſſegli ſcioccamente a tracanar chimica purgagio ne,
qual colpa poi ſarebbe egli dell'arte, ſe coluimalamé te adoperandola
l'ammalato n'uccideffc? Certamente niu. najper. alla qua: 51 na;perciocchè come
Ippocrate medeſimo, e Galieno di viſano, anche le lor purgative medicine allora
ſon peſtilen zioſe, e da non uſarſi; perchè a' mali precipitoſi,e ftraboc
chevolmente imperverſiti non ha certamente la medicina più ſicuro conſiglio,
che il guadagnar tempo con iſchermi readagio, e tenere a bada la foga del male,
ſenza voler glili alla rincontra oſtinatamente opporre có purgative me dicine,
masſimamente gagliarde; che alla zuffa,che in un medeſimo tempo due si
oſtinati,esì poffenti nimici dentro dall'ammalato farebbono, certamente egli
n'andrebbe cof peggio:neq;ulla alia fpes,diffe avveducillimaméte Cello, ir
malis magnis eft,quã utimpetum morbi trahendo aliquis effum giat, porrigaturque
in id tempus, quod curationi locum pre Stet:così parlavano que'buoniantichi,
che ne'ſalafli, e nel le purgative medicineſolaméte credeano eſſer ripoſte le
cu re de'più gravi malori; ma i moderni da'chimici addottri nati bé fanno
co'rimedj valevoli, e generoſi,ına che non of fendono punto lo infermo, eche in
ogni tempo ſicuriffima mente ſi poſſono adoperare darvi compenſo, ſenza ſtarſe
neſcioperati, e neghittofi ad afpettare il ſoccorſo, che non è dalla natura
forſe per venir giammai. Ma ciò da parte laſciando noi pur troppo veduto
abbiamo nelle febbriche delpaſſato anno han malmenato, e quaſi abbattuto il Bor
go Sant'Antonio,e altri luoghi vicini, effer così malaméte riuſcite le
purgagioni, e altri ſomigliāti rimedi;perchè a grā ventura recaronſi poique'
poveri infermi, che non ebber agio di comperarſi la morte a contanti
ne'medicamenti,che uſavanſi; e ſtando alla bada ſolamente della natura,così sé.
za rimedj la lor vita ſerbaronſi. E per cacer d'altri, il me deſimo anche
eſſeravvenuto novellamente in Francia, rac conta l'Autor della giunta
all'oſſervazioni di Lazaro Ri yerj. - Éfe egli è dannevole oltremodo, e di
riſchio lo - Atuzzi cargli umori crudi, e non debitamente maturati, certamé te
il medico ne farebbe da biaſimare, non l'arte, ſe contro i giuftiffimi divieti
d'Ippocrate, e di Galieno s'inframmet. teſſe di purgare ammalato, in cui fian
crudi gli umori ſex 2:2 en za enfiamento alcuno: in morbis quoquenihil eft
magis peri culofum, quam immatura medicina,comechè non medican-. te, avviso Seneca;
perchè ſeguendo i ſentimenti de' ſuoi maeſtri avvedutiſſimaméte in queſto capo
Aleſſandro Maf ſaria, danna, e sbandiſcenelle febbril'uſo dell'Antimonio, come
nocevole oltremodo agli ammalati: e allora, egli di ce maggiormente farſi a
conoſcere il danno, che dalle purgagioni, oltre al convencvol tempodate ne
fiegue,qua do più gravoſo, e di maggior riſchio fiè il male; concior fiecofachè
nelle lievi malattie, che molto non piggiorano dal ſuo naturale ſtato
l'inferino, poco nocimento ricever, certo egli ne foglia; perciocchè o ſe
n'allunga il male,ficc me Ippocrate,e Galieno diviſano, o pursì poco cagionevol
della perſona coluinerimane, che nulla il medico quan tunque accorto, ed
eſercitato Gali, comprender mai ne puote. A torto anche vien biaſimata la
Chimica d'adoperar fo laniente i minerali; e ben detto è a baſtanza contro la
ſci munitaggine di alcuni,quanto ricca, e abbondevole di ine dicamenti ella
ſia; c nel vero, ne l’Ericina ebbe mai,o l'Ar denna, o s'altra al mondo è più
vaſta, e più folta ſelva,tã ti alberi, tante belve, quanto ricca, e abbondante
è la chi. mica di cofe a’luoi medicaméti accóce;e prédöli a loro uſo, non
ſolamente i minerali dalla terra,madagli animali anco ra, e dalle piante
abbondantemente i rimedi ſi formano; perchè troppo ſcarſa, e mendica pur
ſarebbe da dire la rapportata ſomiglianza; perciocchè quanto cuopre il Cies: lo,
abbraccia l'aerc, nutrica la terra, e'lmarchiude, tutto alla Chimica
giuridizion ſoggiace: e'l meno di che ella s'inframmette ſono i minerali;
concioſliecofachè non abbia ſolamente in fua balia i falnitriji ſalicomunisi
vitrioli, i fer ri, i rami, e gli argenti, c gli ori, e le gemme, comcchè di
queſt'ultime coſe ſolamente i perfettiſſini Chimici, o icat tivi, non già i
inczzani ſervir li fogliano;ma e radici anco ra, c tronchi, e frondi, e ſughi
di cento, e mille infra lo ro diverſiffime piante, e anche tutte parti ſalde, e
diſcor renti di tanti, e sì varj animali,di cui la Chimica i ſuoi me Yyy dica
538 RagionamentoSettimo dicamenti in sìvarie, e tante guife ordina, e lavora.:
Ne perchè la chimica medicina ne' minerali talora s'a doperi,e s'affarichi, è
per huom da tacciarne: anzi fom mamente da efferne commendata lo la giudico;
concioffie coſachè non ſono i minerali altrimenti, comealcun di loro follemente
ſognoſli, veleni, e toſſichi:anzi non poco in vero molti e molti diesſi
all'umangenere giovano,e approdano; e ciò a tutti buoni ſcrittori aſſai
manifeſto egli fi è, anche antichi, che liberamente, e fenza niun
ſoſpettomettevan gli in opera, e così fchietti, comecon altre coſe meſcolati
l'uſavano; il che ſenza troppa fatica durare agevolmente moſtrar potrei:
maſſimamente, cheper tutti manifeftamé te ſi ſa quanto Ippocrate della ſquama
del rame fovente fi ſerviſle; e Dioſcoride no conſiglia, e conforta a dar per
bocca liberamente il vitriolo: e ne'tempi antichi anche s'a doperava il
mercurio: e ancora a' dì noftri nella colica, e ne'vermi, e in altri
ſimiglianti mali ordinaſi da tutti medi ci, anche a'fanciulli del lactime,
ſenza ſofpetto dinocimé to alcuno;e ſe fra’minerali v'han di que', che velenofi
fo no, ve n'haparimente di queſti, ed in maggior copia fra' vegetabili. Maſe
egli avvien mai pure, che alquanti deʼnedicame ei de'Chimici,compoſti divengano
fpoffati, e debili, egli ciò non dee a colpa della chimica aſcriverſi:ma
de’poco av veduti artefici, e de’medici, i quali intendenti non ſono delle
chimiche preparazioni, e ravviſar non ſanno quai mea dicamenti ſenza alcun
preparamento fiano da porre in ope ra, e quali gli richicggano. E ſe
divantaggio i Chimici da'vclenofi, emicidiali ſemplici ſoglion trarre
ſalucevoliſ fimi antidoti, ciò loro a fomma gloria dee riputarſi, che ciaſcun
di loro fuor d'ogn’uſo Pieghi natura ad opre altere, e frane. E ſe'l
precipitato, e'l ſolimato, che potentiſſimi veleni ſono, cavanfi dalmercurio, e
da altri minerali, non ne ſon però quelli da biaſimare, ne i chimici medeſimi,
che gli compongono; concioffiecofachè anche l'oppio, e altres molte comunali
medicine, avvegnachè rieſcan poi vele nofc Di C. noſeall'opera, pur da ſemplici
non mica velenoſi compon ganſi, ne perciò tanto quanto ilor fabbricatori ſe
n'acca gionino: e ne balti ſolo al preſente fapere, che ciò non, lia ſpezial
biaſimo della Chimica; e ſe da quella i pre cipitati, ci ſolimati fabbricaronſi
al mondo, no fu già,per chè s'aveſſer quelli ad operar mai ad uſo alcuno
dimedici na, ma per altre, e altre biſogne; ne perſona ſe non priva affatto
d'intendimento per dover medicar giammai gli la vorò;perchè ſe quel temerario
Bacalare aveſſe púto in chi mica ſtudiato, non avrebbe egli giammai ardito ad
impor re agli infermi per coſa delmondo il precipitato, il qual da tucci buoni
ſcrittori vien daʼmedicaméti sbadito, come ma nifeftiſfimo veleno;e ſpezialmére
dal Quercctauo,có queſte parole:precipitatú in aqua furti à nobis omninò
improbatar: 0 có quell'altre,ch'e' ſoggiugne:hæc, et fimilia effe Empiricorii
fecreta, quæbuccinatorum inftar pro maximismyfteriis pro mulgant. Ne perchè i
minerali lian da noſtra natura citra: nci, e rimoſi, dovrà ciò darne punto di
briga; e ſe pur co tal ragione aveſſe luogo, dovrebbervi eſſer a parte anche i
Galiçniſti in rintuzzarla, i quali non men deChimicime defimila pietra lazula,e
l'oro, el’ematite, ci giacimi, e'l bolarmcnico, e le pietre giudaichc, c altre,
e altre ſomiglia. ti medicine lovente adoperano. Ma lo per non darmene troppa
briga ſervisõini al preſente di quelle parole del Tā.chio là dove d'un cotal
balordo, che con ſimiglianti fanfa luche ftuzzicavalo così cgli al ſuo Oiſtio
ſcrive: oppugnant, dice egli,medicamenta ex metallis parata, ideo quia non iis
alamurfed; nec cornu cervi nos alit,neque uniones, aliaque pleraque. Quænos
alunt impura ſuntimnia, do quefacilē mutationem ſuſcipiunt,fed quotidie agunt
in balſamum na turæ, cum corrumpendo in fenium; labefactatis viribus noftri
corporis facile illareficiuntur vegetabilibus; fed fixio illa in fixa;
mineralia figuntſpiritus, purificant, et exaltant. E prima di lui Avdrea
de'Mattioli, così del biſogno de’mi nerali ne ſcriſſe: ibi tum alibi, tã in
chronicis morbis eſt ani: madvertendum, ubi tota malafanguinea in univerſo vena
rum ambitu corrupta eft, et referta multorum morborum fe Yуу 2 minariis, tunc
ii inquam morbi citra metallica devinci vix pollunt; avvegnachè egli poi
faggiamente ne configli a non dovere i Chimici medicamenti adoperare colui che
di chi mica pienamente non ſi conoſca; il che noi baſtantemente altrove dicemmo.
At qui, dice egli, ejufmodi morbos ci tra ſcientiam res metallicas tractandi
aggrediuntur, ii ple rumque re infecta cummagno dedecore, et fui, &artis me
dicine defiftunt. Ma ſopratutto baſti recar qui le parole di GiacomoPrimeroſio
Galieniſta di primo grido: Cauffa eft, egli dice,cur plurimi Chymica hec
reformidēt;quia creduntur ſcilicet sti metallicis. Et fanè certum eft plurimos
Nebulones, qui hoc pallio technas ſuastegunt, metallicis fæpè, &malè
præparatis, et malèadhibitis uti; verum ut jamfupra dixi mus, eadem eft materia,
et fubjeétum uperationis Pharma copæi utriuſque tàm Chimici, quàm vulgaris;
neque minus vegetabilibus utitur Chymicus, quàm qui dicitur Galenicusze non
guari appreffo foggiugne. Nonne maximè probanda eft ars illa, qua fi quandoiis
utitur, variè, &eleganter pre parata,non integra exhibet? Ne meno è da
dire, che perchè i foro fummi ſian peſtile zioſi, e nocevoli liano anch'eglino
tali i minerali; percioc chè apertiffimamente veggiamo ſenza punto di danno il
falnitro, e'l vitriolo, elfal comune alla giornata ufarli, e'l fal comune
maſſimamente in tutte vivande da ciaſcun porſi; i cui fumıni certamente, come
que d'altri,e d'altri minerali, nocevolilfinni fono. Pure non è coſa cotanto
utile, e gio vevole al genere umano, che nonnepoiſa talvolta anches nuoceren
Nilprodeft, quod non læderepoffit idem. Igne quid
utilius? fi quis tamen urere tecta Cæperit, audaces inftruit igne manus. Eripit
interdum, modo dat medicina falutem. Le ragioni poi, e le teſtimonianze
dell'Eraſto, del Riola no, e d'altri sì fatti Galieniſti han canto dello ſceno,che
da lor medeſime a baſtanza ſi rifiutano; e comechè per mani feſta, coftinata
malavoglienza fianfi queſti ftudiati dimor der la Chimica, e ſozzainente
lacerarla, e quaſi metterla 1 in fon Del Sig.Lionardodi Capoa 541 1 in fondo;
pure non han potuto far sì, che ſtretti talvolta dalla propia coſciēza, o dalle
nimiche ragioni abbattutis no l'abbianomanifeſtamente approvata. Così l’Eraſto
medelia mo, che moſtroffi più ch'altro Galieniſta acerbo, e fiero ni mico della
chimica, purnel proemio di quell'operc,ch'eico tro il Paracelſo fcriffe,nó potè
no commendarla;e la ſcuola tutta di Parigi pur la permette,e l'adopera,ficome
raccota il Riolano; il qual comechè nimico a ſpada tratta le fi dimo ſtraſſe,
pur delle chimiche medicine,comeãcorfece l'Eraſto, ſerviſſzavvegnachè talora p
loro ſcimunitaggine ad infeli cc fine gli uſciſſero. Ma côtro a’piacitori, e
a'maladicéti Ga lieniſti adoperarono gloriofaméte le péne a ſchermo della
chimica nelle loro dottisſime Apologie il regio Protomedi co Torqueto, e
l'Arueto, e'l Baucinero celebri e famoſiſſimi maeſtri in medicina: e oltre ad
infiniti altri il famoſo, e ben parlante Libavio nella ſua Alchiinia trionfante,di
cuicon ) aringa di lode diſſe il Caſtelli: Alchimie dignitatem adeo re Kituit
Libavius contra fcholă Parifiensë,ut nihil amplius addi polje videatur; ma
ſopra tutti imalzi, e difende la chimica il ſottiliſſimo Borricchio, non men
celebre, che dotto let tor di quella, nella famoſa reale Accademia d’Afnia; il
qual sì fattamente rimbeccale ciance del Corringio, che nulla più. Ma quanto
poco ſenno aveſſer facto i medici meſaneſi in proibendo l'uſo dell'Alcarotto,
apertamente ſi vede dalla poca ſtima in cui vennetenuto il loro divieto; poichè
non men,che prima in Melano, e altrove le genti tutte l'adope rarono; e oltre
alla gloria molte ricchezze guadagnoſſi Vittorio Algoreto per sì fatto
medicamento, il quale altro * non è, che il mercurio di vita;comechè p naſcõder
sì caro fegreto il nieghino gli eredi del medeſimo Algoreti; e forte mi
maraviglio, che alQuercetano, sì bene ſcorto nelle chimiche operazioni, e che
tutto dì l'avea fra le mani, non veniſſe fatto ciò ravviſare. Ed è egli
pregiato l’Alca. rotto, eziandio daʼmedici volgari, e Galieniſti, e per buo na,
e giovevol medicina per tutto ſtimato; ma pur ſi vuos le in ufarlo aver
riguardo a' tempi,alla quantità,e agli ama · malati; ne fi dee prendere ſenza
conſiglio di medici faggi in chimica, e conoſciuti affai; perciocchè ſe da
perſone dappocomallavorato folle, o foſſe pur ſenza riguardo at cuno preſo,
certamente nuocer potrebbe, e a riſchio della perſona talvolta ancorcondurre;
ſicome non ha guari, ava venne a un Barone d'alto affare, il qual per conſiglio
d'un corale ſciocco,e temerario Galienifta avendone trangugis to ſoverchiamente,
con acerbiffimi dolori, feno'l receva di preſente, certamente nemoriva. Ma di
ciò ſenza dubbio, non n'è dabiaſimare il medicamento, ma la follia più coſto
del medico, cheoltre al dover l'iinpone; e più quella dell' ammalato, che alla
cieca, e ſenza riguardo alcuno ſe'l tra caima. E ben ſarebbe il migliore, ſe
laſciando da parte i volgariGalicniſti sì fatti medicamenti,non s'inframmettel
ſero púto di ciò, che non ſanno; e come cantò colui Velperfectèartem diſcant,
vel non medeantur; Namfialiæ peccant artes,tolerabile ceriè eft: Hæc vero nifi
fit perfecta, eft plenapericli, Et fævit,tanquam occulta, aique domeſtica
peſtis. Ma noi luiluppati dasì fatte conteſe, trapaſſereino intanto a far
qualche parola dell'antimonio, come di quello, ch'al noftro parlamento diede in
prima cagione, L'ancimonio, che da alcunicertamente non fuor d'ogni ragione
chiamato viene colonna, e baſe della medicina,egli sébra nel vero una corale
ſtrana; e nuova ſorte di minerale di variege fra loro diverſe parti copoſta, e
si lazza,e acerba, che ragionevolmére alle poma anzi che mature fiano è raf
ſomigliata;imperciocchè tra per la troppo meſcolanza, che in ſe ritiene, e per
l'inegual proporzione delle parti,che'l co pongono, non eſſendo potuto alla
debita maturità, e per fezion di inccallo pervenire, così trameltato, e inal
com poſto ſe ne giace. La ſua ſtrana natura ', c le ſuc maravi gliole qualità
malagevolmenteravviſar ſi poſſono, non che per huom narrare; concioliecofachè
quaſi Proteo de'minc rali in facendoſi dilui notomia, in tante, e sì fatte
guiſc fi ſcambi, e traſmutische inviluppativi i più famoſi maeſtri della 1 Del
Sig.Lionardodi Capos. 543, ikclla chimica, dopo molci, e diverfi argomenti, e
ſperien ze, ſtupidi alla per fine, e d'ogni loro avviſo ricreduti ſi ri mangono.
Ma perquanto col noſtro intendimento com prender ne poſſiano, due forri di
zolfo par che abbia nellº Antimonio: l’una fiffa, e pura oltremodo, in cui le
ţinture tutte,e i ſemi de'metalli e ſpezialmente dell'oro ſi rinvégo ao: pchè
daalcuni degli ſpagirici filaſofati,matrice de'me talli vié chiamato
l'Antimonio; l'altra fiè di zolfo dalla sé biáza del comun zolfo poco o nulla diverſa;
perciocchè no filla, mainquieta y e volante, e oltremodo vaga ella è;per chè
potentiſſimage:ſoperchievole nelleſue operazioni viene da ciaſcun giudicara.
Havvioltre a ciò un cal mercurio me, tallico indigcfto, il qual corto più, che
ſe mercurio vivo non foſſe, della natura del piombo alquanto ritiene;e as
queſta parte, che certamente è la maggiore nell'ancimonio, alori la violenza
attribuiſcono, e'l poter, ch'egli ha nell'o perare; anche havvi alcune parti
arſenicali, in cui ſecondo. chè altri ne dicano, il ſuo veleno veramente ſi
ſerba; c per fine havvi nell'Antimonio una cotal ſoſtanza groffase terre ftra,
la qual della ſua matrice ſommamente participando, con quella inſieme,e con ſue
particelle congiugoc,emelco la le parti arſenicali, e quelle del primo zolfo, c
delmercu rio indigeſto, e del ſale ancora di natura vitriolato, che pur ven’ha:
a cuila malvagità tutta, e'l veleno altri aſſegnò, che tanto all'uſo, e
all'operazione ſconcio lo rende. Ma l'Antimonio crudo non inuove punto vomito,
ne tanco, o quanto a colui, che'l prenda offender ſuole; perchè ne Galieno
medeſimo, ne Dioſcoride, ne altri buoni Autori de'ſecoli addietro l'allogară
mai infra’veleni, o nel catalogo delle vomitive medicine l'ānoverarono anzi
Diofcoride medeſimo ne conſiglia, e conforta a toglier via la poſſanza vomitiva
dell'Elacerio, con meſcolarvi deutro dell’Antimonio,e così temperandolo
ammendarlo; percioc chè ſenza dubbio ha l'Elarerio più del veleno, che del me
dicamento, ſe violento, e rigoglioſo il ſenciamo, che se vorrai purgare, ſono
le parole di Dioſcoride, ove egli nar ra dell'Elaterio, meſcolavi altrettanto
di ſale ed'Antimonio, 444 - 544 Ragionamento Settimo 1 quanto farà meſtieri,laſciandoall'altrui
diſcrezione il divri Jarne la doſe: seisn &è mois diam vooõoty aj di autoữ
xabagors. ei pea ούν θέλεις κα το κοιλίαν καθαίρειν, διπλάσιον αλών, μίξας, και
είμ plaws over gewoon e Il che eglicertamentefatto non avrebbe, s'aveſſe mai,
comechè leggiermente, ſoſpettato, non forte velenoſo, enocevole l'antimonio.
Nicolò Mirelio poi, it qual con accuratezza non ordinaria accolſe inſieme le ri
cette più nobili de’medicamenti, ch'adoperaſſer mai ne’té pi antichi ipiù
famoſi medici Greci, annovera l'antimonio infra iſemplici dell’Antidoto,ch'egli
del Gengiovo chiana. E Baſilio Valentini narra, ch'a' ſuoi tempi dell’antimonio
ingraſſavanſi i porci: e nell’Efemeridi, o giornalieri dell'In ghilterra
abbiamo, che tutto dì oggi i porci, le vacche, ci cavalli ſe n'ingraſſano,al
peſo d'unadráma,e anche di mez za oncia per volta prendendone; e in molte
contrade del noſtro Regno coſtumaſ a prender l’Antimonio dalle donne gravide in
quantità d'unanocciuola, ſenza danno, o noci mento niuno, e'l chiamano
volgarmente allegra cuo ré; e nella inedeſima noſtra Città in molte malattie
uſali a ber l'acqua dell'antimonio con grandiſſimno gio vamento degli ammalati;
e nella Francia, e anche altrove, l'Antimonio crudo, ſicome per M. de la Febure
di ciò pie namente inteſo ſi racconta, fe donne tout les jours tout crud par la
bouche fansaucun accident, emeſmes aux enfans à la mammelle: e que de plus on
le met boüillir juſques au poids d'une demie livre dans les decoctions contre
la verolle, &qu'on le met de meſmes en infufion à froid dans de l'eau pour
ouvrir le ventre gepour ofter les obſtructions des viſce 1 5 Ma ſciolte da
quegli intoppi, c da'legami, chea freno, e a bada la lor violenza tenevano le
nocevoli particelle dell'antimonio, o ſaligne, o ſulfuree, o mercuriali, o arſe
nicali, ch'elle ſieno (perciocchè grandisſime quiſtioni, ei contefe intorno a
ciò infra'Chimici filoſofanti tutt'or vifo no ) non ſi può di leggier credere
quantenoje, e ſconcisſi mi danni quelle recar ſogliano,con fondere, e
diſtruggere, e liquefar non ſolamente le parti umide, ma le falde ancora del
corpo umano'; riſvegliando anche vomitiimpetuofif fimi, e purgando per baffo,finattanto,che
colvigor talvol ta lo ſpirito, e la vita miſeramente ne manchi. Ma tacer non fi
dee, che ritrovali talora in qualche miniera, Anti monio, cheſenza niuna
preparazione voiniti, e fluffi ſoglia cagionare; ſenzáchè'talora nello ſtomaco
di colui, che'l prende, può eſſer coſa, che ſciolga da’legami lalparte ve
Jenofa, perchè l'antimonio d'ogni miniera, parimente può ciò fare; e quel'è la
cagione, che ſpinge alcuni autori a fa vellar così variamente della facoltà
dell'antimonio crudo: Ma che che ſia di ciò, ſe per opera, e argomento d'avve
dutiffimo maeſtro reprimuto alquanto, e rintuzzato il loc nocevoliſſimo veleno
neſia, certamente allora valevole e Pantimonio a vincere, e ſgomberare ogni
peſtilenzioſo ma lore, ove a tempo, e acconciamente, e con riguardo per huom ſi
dea; concioffiecofachè non ſolamente egli ne pur ghi, cvuoti dentro, ma ſovente
ancora diſſolva, e miglio ri, e ſgomberi ciò che nel corpo di maligno, e
cattivo così nelle falde, come nelle diſcorrenti parti peravventura ritrova; il
che certamente a niuna altra forte di medicamé to, o purganre, o vomitivo,
ch'egli fia agevolmente ſi co cede. Nec conftat, dice il Zuelfero, ex
vegetabilibus unicũ emeticum, grad nainore cum periculoexhiberi pifit, quàm
aniimonium dextere, ac debitè præparatum; nunquam enim tormina ventris,
convulhones, hypercatharſin, fluxumque nimium colliquativumcauffabit, etiam fi
frigida ſuperbiba tur. E egli però quelta malagevoliſſima impreſa,e difficil
molto, p mio avviſo, anzi impoſſibile affatto ad artificio umano; perciocchè la
parte velenoſa nell’Antimonio ſi è quella, che muovelo ſtomaco a recere, e
ſcioglie il ventre: la qual certamente quantunque volte vi rimane, non ſi può
in modo alcuno accutare, che a qualche perſona alla fine,o in qualche tempo non
abbia gravemente a nuocere. Nej per altroʻi Chimici autori ora in biaſimo, or
in lode de'varj apparecchiamenti dell'antimonio purgante, o vomitivo fa vellar
ſempre ſogliono, ſe non fe per lo grare, e ftraboc chevol riſchio, che
agevolmente vi ſi corre. E quel ſapientiſſimo nuomo nella Chimicafiloſofia, e
nella medicina pas rimente ſublime, e ſingolare Giovan Battiſta Elinonte ſolea
dire: Antimonium,quandiu vomitum, aut fedes movet, mercurius revivificaripoteft,
venena funt: non boni virirea media. Soglioſi dell'antimonio ſublimare i
fiori;e ſi fôde egli an che in vetro, e in regolo; e'l mercurio di vita, e'l
gruogo ancor ſe ne forma: purganti inſieme, e vomitive me dicine. E per
cominciar dal vetro, il qual comechè in viſta di nulla ſi paja dall'ordinario
vetro differente; pure comunicar ſuole minutiſſime, e però inſenſibili, e
cieche particelle velenoſe al vino, o ad altro ſomigliante liquore, in cui per
qualche ſpazio di tempo ſia dimorato. Egli è il vetro dell'Antimonio commendato
aſſai da quel nobiliffi mo Vicerè dell'Olſazia Enrico Ranzovio, Strolago infie
me, e medico famofiflimo, e Guerriero, e Poeta; e dalGeri neri ſomigliantemente,
e dall'Andernachi, e dal Langio, e dal Mattioli è ſommamente lodato. Ma Pietro
Severini d'altra parte grandiſſimo maeſtro in Chimica, e in medici na, forte il
biaſima, e danna; dicendo, che avvegnachè in quello cotanto fuoco trapaſfato
ſia, non ſe n'è però il buon giamai dalcattivo potuto ſeparare.E de'ſuoi
ſentimenti an cora ſi fan feguaci altri, ed altri famoſi medici, e chimici con
apportarne molti eſempli d'infelicisſimi avvenimenti. Vitrum antimonii, dice
Giuſeppe Quercetani, quo bodie multi imperiti maximo cum damuo utuntur,
perniciofum eft medicamentum; quod ſwoarſenicali fpiritu facultatem irri
tandoexpultricem, perſuperiora, einferiora magna cum perturbatione ducat,
evacuetque; quod ego probare nullo mom do poffum. Dal che moſſo Duncano Borrero
anch'egli ri fiutandolo, affatto dalla medicina il bandiſce, dicendo: Vitrum
hic antimonii fciens omitto, tanquam pernicioſum medicamentum; e'l dortisſimo
medico, e Chimico Teodo ro Cherchringio parimente del vetro dell'antimonio dice,
che comechè alcun guarito pur ne ſia, non eft tanti ifta for. tuita quorundam
fanitas, ut propterea, vel unius hominis vita exponendafit periculo. Vidienim
quum ager tantùm femiun. DelSig.Lionardo diCapoa. $47 Jemiunciam fumpfiſjes
infafionis, eum poft ingenies vomitus, et fupercatharticasvacuationes,fubito
efflare animă. Ata binc ille lachryma, hinc clamoresifti contra Chymicos inſur
gunt; tanquamfiarti imputanda effet aliquorum Pſeudochya micorum impia
temeritas, quorum nihil refert quotfuneribus impleant domos; modo unus; alterve
fanatuseorum ebuccines fama, &illi audiant magni Doctorės, emungantque
rufticis pecuniam. Ma avvegnachè egli medeſimo una cotaltem pera, ecorrezione
del vetro dell'antimonio rapporti, la qualdice egliefſer ſicurisſima, e séza
riſchio alcuno in ado perarlı; purecomeegli biaſima ſommamente', e riprova
quella; che dal Ranzovio, e dal Mattioli, e da altri uſa vali, così verrà un
tempo chi da qualche finiftro avve nimento moffo, dannerà, e riproverà anche la
ſua. Mi Ιο quanto a me intorno a' vetri dell'antimonio non fa prei certamente
che dirmene; non avédo mai fatta pruo. va di quell'avvertimento del Rolfincio,
ove c'dice: quane do coctio inſtituitur, favellando del vetro dell'antimonio
col vino bollico, fupernatan'scuticula arſenicalis aufertur;" E foglion
certamente sì fatti veli naſcer da'ſali, comenel bollir del ranno
manifeftainente oiſervali; perchè ſomiglia temente potrebbe dall’Alcali
ingenerarſi il velo nel vetro dell'antimonio, e non dall'arſenico, ficome il
Rolfincios avviſa. Ma che che di ciò ſia, in biſogna dicotanta confi derazione,
lo conſiglierei i lavoranti ad eſſer anzi ſover chianente ſcrupololi, che no, e
a ſeguire il conſiglio del Rolfincio, e a dubitare non forſe così foſſe, come
cgli dices - Defiori dell'antimonio dal Zappata, e da altri cotanto commendati,così
il teſtèmentovato Quercetano favella: Antimonii vitrum idem ferociterpræfat,quod
ejus flos;idq; obe Spiritum quendam album, et arſenicalem ipfi infitum quě nec
à floribusego exulare exiſtimem; quippe quos adeo afro citer corpus concutere,
ac devexare foleant tìm vomitu, tùm dejectionibus, ut res non caréat periculo.
E con lui anche ac cordãdofi Baſilio Valentini,dice pariinente i fiori
dell'anti monio effer nacevolisſimi, e velenoſi. Z z z Mai Regolo anche dagli
antichimedici imperocchè coa hoſciuto, ne fáno ſpezialmézione Dioſcoride,e
Plinio (av, vegnachè vi fallaſſero no poco in giudicar, che quello altro non
foſſe, che Antimonio in piombo cambiato ) è da’buoni Chimici avviſato per
medicaméto violentisſimo ancora,ed oltremodo di riſchio. E ciò anche a'
Galieniſti medeſimi fu purtroppo conoſciuto; infra’quali il Priineroſio,così
dan nandolo nefavella; omnem retinet antimonii malignitatem, qua antea fub
terreo excremento sopita latebat: edindi ap preſſo: fed quum omnes pravas, e
horrendas antimonii vi res adhuc posfideat, poculum indè confeftum
perniciofiffi mum effe neceffe eft; ideo puriores Chymici hoc ab ufæ me dico
amninò ablegarunt. Ed un della ſcuola di Lazaro Ri verj parlando del Regolo,
così per ſentiméto del fuo mae ftro ne ragiona: Calix chymicus toties in
obſervationibus no Bris nominatus, communiterque adeo omnibus confectus non eft,
ut nonnulli arbitrabantur, et arbitrantur ex regulo An timonii vulgaris.
Exregulo quidem eft:fed tertii gradus, qui longè differt àvulgari; quamvis
etiam multi boc utan zur non finepericulo bibentium. Ma il gruogo de metalli,
col cui uſo cotanto avantaggiar fi potèl'imperial medico Martin Rollando, e in
tanto ono re, e ricchezze formontare, è così chiamato dal Querceta no, perchè
ſecondochè egli ne dica, dell'antimonio tutti metalli s'ingenerano, e
fpezialmente l'oro, l'argento, e'l piombo: egli è comunalmente da’buoni
ſcrittori il mens violento, e men pericoloſo infra le vomitive medicine an
rimoniali giudicato.Ma perocchè l'Alcali del nitro nőben? anche tutta la parte
velenofa dell'antimonio ha tolta e pur gata, o p me dirc legata:la qual
certaméteè quella cheare. cer muove, ben li può di eſſo dire, che comechè per
ope ra d'eccellente, e ſperimentata mano nel meſtier della chi mica temperato
fi foffe, pure pofftan dire che L'ira s'intiepidi, ma non s'eftinfo perchè
ſoſpettar fempre dee l'accorto, e prudentemedia co, non ne ll'adoperarfi,alcun
ſiniſtro avvenimento ne ſe gua; perci occhè pure, comechè di rado fortir ne
fogliono, Ed havvi un'altra malagevolezza nel gruogo, imposſibil quafi a
ſuperare; perocchè quantunque con la medeſimas proporzione del nitro, e
dell'antiinonio diſpoſto fia, c quá ¢unque con tutte le medeſime circonſtanze
lavorato į pure, talvolta più;o men vigoroſo ſortir ſuole, e sì da ſe mede fimo
differente, che in dubbio ſempre, e in timore delle ſue ſtrane qualità ne
tiene, ne per accorto, e ſperimentato che l'Artefice fia, potrà maicome, o
perchè ciò avvegna baſtantemente comprendere; ſenzachè cotalimedicamen ti recar
fogliono talora uſcite copioſisſimedi ſangue, o la egli, perchè fi rompa
qualche apoſtema dentro dall'huo mo,e con quello alcun vaſo grande ancora’del
corpo: o che tra per la violenza del vomito, e quella del medicamento alcun
altro ſe n'apra, e ſi roinpano, e ſquarcino l'interiora: oche partendofi dalle
viſcere, e dibucciandofi la mucilag gine, la quale infra gli altri ſuoi ufi, a
guiſa di veſte copré dole, difenderale dagli oltraggj de’ſali acuti, e pugnerec
cj, o d'altre ſoſtanze, quelle ignude,e ſcoperte rimanendo, dal medicamento
s'offendano: e rodanſi anche dalla me deſima violenza del medicaméto gli orli
de’vaſi delſangue; i quali aperti, eſquarciati, comechè picciolisſimi, pure
così numeroſi quivi ſono che ſgorgar oc può in ranta copia il fangue, quanto
n'uſcirebbe per avventura dal rompime to di qualche vaſo ben grande. E comechè
di ciò n'abbia parecchi eſempli; masſimamente nella noſtra Città; purs
baſterammi al presēte rapportarquì una ofſervazione dell' avvedutis ſimno
Vartone recata dal Gliffonio con queſte pa role: Huc referamus hiſtoriam, quam
mihi communicavit clarisfimus V varton, mulieris cujuſdam, quæ à fumptu pharm
macoafperiore in enormem fanguinis vomitum inciderat,cui, que ventriculum poft
obitum vocatusaperuerat. Nulla com paruit vena, fivèrupta, five exefa; cæterùm
in cavitate ventriculi adhuc nonnihil fanguinis reftitit; fiquidem multò
maximam ejus partem ante obitum rejecerat. Fortè dum mi ratur unde ea fanguinis
copia promanaret, dorfo.cultri inte riorem tunicam, ut penitiusreminfpiceret
deterfit: boc facto innumera fanguinis pūčtula in ſuperficie deterfafenfimcomo
pare Ragionamento Settimo parebant; ipfa quoque funica quaficutis derafa:
cuticules 1. E che diremo noi de'copiofiffimi ſudorifreddi, e viſcoſi, ch'uſcir
fogliono dagli ammalati per opera dell'antimonio sì fattamente lavorato i
Certamente cotali ſudori,che chia man diaforeticizangofce,e noje, e
ſvenimentirecar foglio no, e talora anche con toglier agl'infermi
miſerabilmente la vita; avvegnachè cotali effetti non dall' antimonio fo.
lamente, madalle manne ancora, e dalle roſe avvenir fo gliano, ed eziandio da
altremedicine, che per comun conſentimento più ſicure, e piacevoli, e innocenti
tenu te fono: memini non defuiffe, dice il Libavio, qui Caffia fumpta omnia
pateretur, que illi,qui venenum hauferuns. Nedi ciò è daprender maraviglia;
perciocchèil medeſimo veleno, che è nell'antimonio, è anche nella Callia, non
che nella manna, e nelle roſe, e in altre ſomiglianti media cine;
perchèſoverchiamente preſe, o fuor del convenevol temporecar ſogliono talora
gli effetti medeſimi dell' anti monio. Neq;enim,dice il medeſimoLibavio,in
favellando pur della Caſſià,parum acrem inde elicimus liquorem: tur batorem
nimirumillum alui. E finalmente il mercurio di vita è egli vero, e legitimo
parto dell'Antimonio, non men di quel, cheſiali il gruogo; comechè il
Billicchio vanamente li perſuada eſſer quello operadel mercurio, non
dell'antimonio. Ma egli è ſenza dubbio men temperato, emen gaſtigato del gruogo;
e fe guentemente maggiorinoje, e moleſtie recar ſuolea'corpi umani per la parte
maligna, e velenofa, che in eſſo preva le; perchè men certamente agli
ammalatidar ſe ne vuole; che non ſi dà del gruogo. Ecomechè be fi poſſa in eſſo
co tal vizio perarte.correggere, e ammendare, e più forfes chc da'volgari
maettri non ſi coſtuma; tuttavia per quanto diligentemente per huomo lavorato
ſia, temer fempre, e fofpettarne dobbiamo; ſenzachè il mercurio divita, come
Cutt'altre medicine d'antimonio vomitive, ſovente imediči da' loro avvifi
ingannar ſuole, o nulla, o ſoverchiamente operando. Ma non perchè dannoſi
talora, e pericoloſi ad uſare co tali medicamenti ſiano, ſi vuol perciò dalla
medicina l'uſo dell'antimonio affatto sbandire; conciofliecoſachè ben an che
fabbricar ſe ne potranno nobilisfini rimedj dadover darſi ſenza tema di
nocimento niuno anche a’vecehj e a'bā. bini, e alle donne groſſe, ficome
agevolmente compren der ſi può dall'opere del Valentini, delParacelfo, e dell?
Elinonte. E comechè non ſia impreſa da tutti il compor cotali poderoſi
medicamenti, ma innocenti però, e piace. voli e di qualunque veleno
difarmaci;non però di meno sér za troppafatica durarc potrannoſi
agevolmentelavorarda chiunque mezzanamente uſato ſia nella Chimica, que'po chi
inedicamenti, che vanno attorno; come il belzoardico minerale, l'antimonio
diaforetico, e altre ſomigliantime dicine, nelle quali comechè attutato affatto,e
ſpento il ves Jen ſia, pur sifattamente ligato ſe ne giace, Ch'a guiſa di leon
quando fopofa: non ſogliono, anzi non poffono perpoter ch'elle abbiano, colle
lor pungentiffime particelle offender giammai, ne ad huomonocimento alcuno
apportare; non altrimenti, che innocenti anche in alcuni legni, e nellolio, e
nella pietra focaja que piccioliſſimicorpicciuoli ſi giacciano,de'quali il
concorſo, il movimento, la figura, l'ordine, e'l ſito formano il fuoco. Eben
diſs’Io non effer anche nell'antimonio dia foretico eſtinta, e fmorzata affatto
la ferocia; concioffieco ſachè fondédoſi quello inkegolo,cagagliardiffima forza
di fuoco ſtaccadoſi allora gli alcali,o pur cábiádo sebianza, i quali il vigor
del veleno affrenavano,e'ltenevano a badari ſvegliaſi di nuovo, e riforge la
fua primiera,e natia fierezza. Quinci ſi vede,quanto dal ver fi diparta il
Villiſio, il qual vuole, che l'antimonio diaforetico, altro non ſia, ch'unw
ſemplice terra dannata, e che come tale ad altro e' non và glia, ch'ad
aſforbire, ea dar luogo nelle ſue vacuità a que' fali acuti,chefogliono
travagliar le viſcere: e che egli non abbia niuna facoltà diaforetica; ma ſe al
Villifio foſſe ved nuto fatto d'avviſare i maraviglioſi effetti dell'antimonio
diaforetico, certamente in altra maniera n'aurebbe favellato,comeche Pantimonio
diaforetico ſi ſia veduto nellofte: maco d'alcuno non men,che la polvere di
Sicilia, detta del Chiaramonte, e altre terre ſimiglianti,per la gran forza de
faliivi dimorāti talora impietrarſi; il che però da béiſcor to chimico ſcanfare
aſſai bene ſi puote. Maciò laſciando di parte ſtare: e'manifeſtamente fi
comprende eſſer nell'anti monio la parte velenola fiſſa; e forſe arſenicale,e
non come altri vanamenté s'avviſa, volante, e vaga. Ma ſe ciò è ve ro,
potrebbono per avventura ritrovarſi nelle viſcere delle ammalato ſughi così
potenti, che colla loro efficacia vale. voli foſſero ad operar quivi tutto ciò,
che far ſuole violen tiſfimo fuoco ne'fornelli, ſciogliendo nell'antimonio
diafo retico gli alcali, e riſvegliando la parte arſenicale ad ope rar dentro
le viſcere la ſua uſata peſtilenza: e allora chin? aflicurerà dell’acerbiffime
noje, e dolori, e ſtracciamenti di viſcere, che recar ſuol l’antimonio, non
altrimenti che ad uſo de'fiori, o di vetro lavorato ſia. Così ſperimentiamo
talora,che lo ſchietto, ed innoccnte mercurio, meſcolato dentro dall'huomo,coll'acetoſo
ſale, che vi ritrova, gua ftali agevolmente, es’aguzza, a guiſa di
violentisſimo pre cipitato; intanto chei medeſimi effetti di quello crudelmé te
adopera; e ciò manifeſtamente ſi può comprendere dal le pillole del Barbaroſſa,e
da’fumi, e dalle unzioni, e da al tre ſoinigliantimedicine. Ma poſto che
lavorato per ogni verſo l'antimonio sépre nocevole, e velepoſo all'uman genere
rieſca, non ſono però da biaſimare cento,e mille altri medicamenti chimici
giovevoli affai, e falutevoli ſommamente ſperimentati.Ma qualunque pur fieno i
violenti rimedi della Chimica medi cina, maggiori nondimeno, e più
peſtilenzioſi aſſai ne ha ſempre la volgar de Galieniſti, ſecondo il ſentimento
cos mune di loro medeſimi: Magis igitur familiare eſe medicis (dice il
Primeroſio ) qui Galenici dicuntur, ideft qui veterē Sequunturdiſciplinam,validisfimis.
uti medicamentis, quæ Chymici,aut raròin ufum adhibent, autſaltem melius pre
parata. Nec verum eft à Chymicis omnia valentisfimo ignis calore præparari;
fapillimè mitiffimus calor adhibetur. Sed præterea ipſe Galenus docet igne
valido pharmaca plurimai acrimoniam, mordacitatem omnem deponere. Etcertum eft,
egli poi ſopraggiugnc,arte hac fpagirica ditta, et fero ciſſima medicamenta
edomari, et plurima alias venenata ademptis deleteriis partibus evadere
cardiaca. Perchè an che ſecondo i ſentimenţi d'un sì nobile, e valoroſo Galie
niſta, e d'altri affai,ch'Io non rapporto pernon tediarvi, gli ellebori, le
colloquintide, gli elaterj, le ſcamionee, e al tri non pochi violentiſſimi
medicamêti diſegnatine dall'an tica gróffal medicina, i quali già ella più
forſe ad offende reinteſa, che a riparare all'umana ſalute,fin da barbaré có
trade a carisſimo prezzocomprando recati avea, ora incr cè ſolaméte della
Chimica raddolcito il natio amarore, e pofta giù l’nfata fierezza, Ambrofios
præbent fuccosoblita nocendi. Aft ego, dice quel fedeliſſimo ſegretario della
natura cotan te volte da noi, coniechè non mai a baſtanza commendato Gio:
Battiſta Elmonte: aft ego volens paterno animo corri gere furiofam medicaminum
vim, intelligo rerum vires pri ftinas manere debere, infui radicem introverti, vel
fub ſui fimplicitate transformari in dotes illas latitantes clanculum fub cuftode veneno: vel
de novo partas ratione additaperfectionis. Quopacto colocynthislaxativam,atque
deletericam qualitatem introvertit; emergitque ex imo vis. reſolutiva, morborů
chronicorum curatrix egregia. Id enim Paracelſus in tintura Lilii antimonii cum
laude attentavit; filuit tamen, vel neſcivit fieri idimin omnibus prorſus anima
tium, &vegetabilium venenis per falem ſuum circulatums: Siquidem omne
venenum ipforum perit,fi in entia prima re dierint. E queſto è appunto quel
veramente maraviglioſo artificio, di cui favellando Giovan da Bagnolo una volta
diſſe: Generata naturalia inferiora loco durioris compaginis conflata, et alta
magnifactione, propter duritiem nequeant abhominum mentibus diruiabſque
magnorum philofophorum artificio. Perchè ritornando al propoſto di prima, è da
co chiudere, utilisſime molto, e neceſſaric al genere umano Аааа effor
Ragionamento Settimo 1 eller lechimiche medicine. E nel vero có quali
valevoliar gometi poreron mai cotanti miracoli operare, eguarir ma li giudicati
per addietro indomabili, e sfidanzati, l'Elmon, te, e'l Paracelſo, ſe non fe
per opera delle chimiche loro medicine? Eglino certamente con queſto meſtier
poteronſi guadagnare il glorioſo titolo de'inaggiori medici del mon do: e per
queſto ſentiero in tanta altezza di pregia monto il Paracelſo, che
ragionevolmente meritonne il famoſo no medimonarca della medicina. Ma oltre a
ciò ſono i Chimici intendentiſlimi de'ſempli, ci, e della lor natura: e ben
ſanno ſciogliergli a tempo cô trarne la parte inutile, e nocevole, e ſerbar
folamente pus ra, e intera la medicinale: ne loro punto naſcoſi ſono i gra. di,
e le qualità del fuoco, e gli ſtrumenti tutti, egli ordi gni acconci a lavorare,
e'l tempo, e l'altre circonſtanze a ciò confacenti oſſervano. Quindi dal loro
faggio, e avve durisſimo operare forgon poi tantiprezioſisſimi medicamé, ti: e
fanno dal vino, e di altri vegetabili, e viventi, e miş nerali corpicavar
ricchisſimielisliri, e olj,e tiņture, e fali, ed eſſenze, e ſpiriti
ſottilisſiini oltremodo, e ſommamente penetranti, e valevoli a riſtorare, eadar
dipreſente ripa ro alla mancante vita; e a richianare addietro i ſpirie ei
vaghi, e fuggitivi negli sfinimenti, e nelle ſincopi, e ne più gravi, e mortali
malori; in cui convien di preſente con prelto, c valevole argomento ſoccorrere.
Nea ciò fare al tro che la Chimica efficacisſimamedicina è valevole, cbi ftāte;
perciocchè a’ınali gravoli, e non agevoli ad effer vinci fembran certamente
bazzicature i volgari, e comunali rią medj; ne a tuto ſenzadubbio le più
ſquiſite ricette di Ga, lieno poſlono aggiugnere. Inde illa, gridaforte
ſtupidito il principe degli ſpagnuoliGalienilti LodovicoMercati,pro dierant
miracula in diuturnis malis,quaprofunda ele ſolens, diſtillatorum aque
ardentis, quinie eflentia, auripotabi. lis, fi ſcuſi nel Mercati, ignorante
dell'arte, la follia del preſtar credenza all'oro potabile: e la manchevole
ragione, ch'egli reca de’mąraviglioſi effetti delle chimiche medici, ne, così
ſoggiugnendo, Chymica enim arte fumma compan ratur Del Sig. Lionardodi Capoa.
555: ratur miſtis tenuitas, quæ duplieiter malis peritioribus profi cit, quia
cedit ad imum, radiceſque mali penitus evellit, do quia cum toto affecto luco
penitusconverfatur, &mifcetur; ità ut facilealteret, &devincat. E
quindi ancor moſſo quel gran inaeſtro in divinità, e in ragion civile Martin
del Rio, comechè egli per altro non ſappiendo bé la coſa, creda col Mercati,
econ altri mal pratici del meſtiere; che ſia vera mente oro potabile quel
liquore che alcuni chimici ſoglio no chiamartale: ſommamentela Chimica loda, e
innalza, ei ſuoi valevoli medicamenti commenda. Quam ego arré, dice egli della
Chimica, qua medicine adminiculatur janë laudo, &venerur, ut phyſiologie
fatum præftantifimum, in ventricem auri porabilis, reinonminusutilis adſanandum,
quàm ad alendum, ac quoad fieripoteſvitam prorogardam. Ma che cerco lo co
raccor tutti quegli autori,chelodanole chimiche medicinezánoverar col
poetasqual degl'alti boſelti a terra caggia Numero delle ſparſe aride frodi?
trapaſſero dunque a diviſardell'altro capo propoſto, cioè a dire a clti
lavorare, e compor le chimiche medicine fi convenga. - E in prima dico, che
chiunquc lavorar chimici medica menti intenda, e meſtier di tuo riſchio, è di
tanta confi derazione imprender voglia, egli della chimica filofofia, è della
medicina ancora intendentisſiino eller debbà, eco noſcer appieno, e comprender
lanatura, e gli effetti di ciò che s'abbia a comporre; concioſliecoſachè
quantunque di tutto il chimico filoſofo aver piena contezza poſa', e cia ſcun
medicamento ottimamente comprendere, pure ſenza lungo, e avvedutiflimo
guatamento delle coſe,e ſenza ofat la medicina, mal fenza dubbio i ſuoi
medicamenti faprà fabbricare. E ciò bene avviſando il Valentini, e’l Para celſo,
e l'Elmõtese'l Quercetano, e'l Dornei, e'l Penoto; e'l Severini, e'l Crollio,
etutt'altri famoſimedici Chimici, no ofarono mai confidare, fe non ſe
allemedeſimelor manile compoſizione delle lor medicine; anzi que' due gran lumi
della Chimica medicina, il Paracelſo, e l'Elmonce foven te d'alcuni lor
famigliariforte fi biaſimano ', ch’ardiſſerò a comporre', e difpenfarc i
Chimici inedicamenticon gravey Аааа 2 dan 55.6 Ragionamento Settimo danno, e
riſchio deglinfermi, e con non poca taccia della Chimica. Ne per altro in vero
in tanta infainia,e ſcherno cadde cotal meſtiere, e tuttavia ſi biafima, e fi
vitupera dalle genti, quanto, che i ſuoi graviſſimimedicamentiin man tutt'ora
di ſciocchiſſime, e temerarie perſone ſon mal menari. Perchè meritainente
idetti valent'huomini, e altri Chimici aſſainon laſcian maidi continuo
conſigliare,econ fortare i medici a non commetter traſcuratamête all'altrui
cura, e talento i ragguardevoli lor medicamenti; dicendo alcuni di eſſo loro,
coluiſolamente effer vero medico, che a ſue propie mani le ſue medicine ſi
lavori. Quo circa illum demum cum Crollio, dice Criſtoforo Glucradt, verè genui
num elle medicum cenfemus, qui medicamenta debitè cogni ta, non ratione, ut
rationalesmedicifaciunt, fed propriaſua manupreparare, et à veneno, et feculentiis
ſuis feparares repurgare, &ad puram fimplicitatem reducere didicit; eaque
imperito non committere coguo; e prima di lui n'avea recata la cagione il
Penoto, facilius eſt, R. fcribere, do ad im peritum coquumablegare agrotum,
quàm in ipſa naturę pe netralia carbonibus, cineribuſque ſordidum ingredi,&
pro mereindè magno fudore, quod ipſe egro exhibeat. E ſe'l lavo rio de' grandi
antidoti licome, avviſa Galieno, propiamé tc al medico s'appartiene: perchè
narrali, ch’i Romani Im peradori nel comporla triaca il ſervigio de’baſſi
ſpeziali ri fiutando, a valorofi medici ſolamente il commetteſſero:Io non lo
comead altrui, chc a medico il lavorar le Chiniche medicine impor ſi debba;
perciocchè molte, e molte di quelle di maggior vigore, ed efficacia fornite
ſono; perchè certamente maggiore avvedutezza, e intendiméto richieg gono, che
la triaca medeſima,o qualunquealtro più famo jo antidoto, che gliantichi medici
componeffer inai; eres la lor compoſizione malne ſortiſce, aſſai più certamente
ne può di danno, e di nocimento avvenire; imperciocchè molti, e molti de
chimicimedicamenti ſon così dilicati, e pericoloſi in lavorarſi, cheper ogni
menomo fallo, o tra ſcutaggine, che vi ſi commetta, graviſſima certamente, e
mortal rovina ne può ſeguire. Perchè l'incomparabile Resnato delle Carte così
alla Principeffa Palatina ſua diſcepola ſcrivendo ragiona: Caurè etiam fecit
celfitudo ſua, quod non luerit Chymicis remediis uti; nàm quantumvis longa expe
rientia illorum vires comprobatę fuerint, tamen, vel minima in eorum
preparatione, etiam quum optimè fieri creduntur, variatio, poteft illorum
qualitates ità immutare, ut non re media fint, fed venena; ſenzachè, ſe'l
medico non vorrà pu re apparare a fabbricare,e comporre le chimiche medicine,
come egli potrà mai i diverſize iſtrani mutamenti avviſare, che alcune di
quelle, eziandio ottimamente compofte, e apparecchiate far fogliono? come
afficurarſi mai delle pe ricoloſe qualità dell'antimonio diaforetico? il qual
ſecondo gli avvisi dell'avvedutiſſimo Zuelfero, quocunque modo fe và cum folo
nitro, aut addito etiam tartaro præparatum fit, traétu temporis aëri expoſirum
pravam, da quaſ maligram induit naturam, fumptumqueintrà corpus, cordis
anguſtias, lipothymias, vomitufque, et fimilia prava ſymptomata pro creat. Come
potrà egli mai d'altri medicamenti comedel gruogo del metallo, comprenderla
vera, e giuſta quanti tà, ch’ad ammalato ſia da dare? la qual certamente non da
altro li miſura, e conoſce, ſe non ſe dal ſaper l'operazione dell'Alcali, che
in ſu le parti arſenicali dell'Antimonio più, o meno è fatta: e quella ſenza
dubbio comprender non fi può, fuor ſolamente per iſperienza, e per pruova, con
far ne ſaggio in darlo ſcarſamente agli ammalati, e con rite gno in prim?:
quindi a poco a poco andarlo accreſcendo finattanto ch’alla ſua convenevol
quantità giuſtamente ſi pervéga: oltre a queſto havviancora alcune virtù di
medi camenti, che come di ſopradetto è, avvegnachè nella me deſimacompoſizione,
e qualità de'ſemplici, cnelmedeſi mo tempo,e gradidi fuoco lavorate ſiano, pur
diverſame te o più, o men vigoroſe, e valevoli ſortir ſogliono; in torno alla
qual coſa non è tempo ora acconcio a filoſo fare,comechè molto da dir vi
ſarebbe; ma pur come potrà egli tante, e sì fatte ſorti di lavorj
comprendere,ſenza aver le in prima ne'fornelli, e con fottiliſſimoocchio ſpiate?
co me poi diviſarne agli ammalati i medicamenti, lenza pun to conoſcergli? Ma
558 Ragionamento Settimo Maperciocchè infinitirimcdj a'medici pur s'apparten
gono, iquali eglino nonpotrebbono certamente tutti fora nire feinza tralaſciar
le viſite più neceſſarie degli ammalati; o altre lor bifogne: dico, chenon
haluogo al medico cur ti rimedj a ſue man lavorare, ma que' ſolamente, che di
maggior conſiderazione, e di maggior riſchio agl'infermi fono; commettendo
ſolainencei medicamcnti piùmenovi li, e più ſicuria ' pubblici, e
fedeliſpeziali, da lui per pruo va già in primaconoſciuti dattanco; eſſendovi
anche egli talvolta in fu'llavorio per maggior ſicurezza, quando la biſogna
peravventura il richiedeſſe. Ma convienmiritor: nar addietro; imperocchè caduto
dalla mente miera di ri ferire a fuo luogo, quanto la Chimicas'appartenga
fapere, a coloro, che ben intender vogliano gli ſcritti demedici; certamente
non che altri, ma i libri medefimi de' Galieniſti la richieggono.E nel vero chi
mai potrebbe séza riſchio di groſiſſimi falli,malfornito a tal meſtiere,pormano
a'volu: mi d'Arnaldo, o d'altri antichi, e moderni Galieniſti? E ' no è
peravvétura purtroppo manifeſto,quáti falli preli abbia no i troppo séplici, e
feiocchiGalieniſti in iſpor l’opere di qualche autore per non eſſerſi da loro
laputo diChimica perchè ragionevolmente Giovani da Bagnuolo, Galieniſta medico,
e chimico eccellentisſimo, cosi querelandofi ſcla ma: Hoc voluit Ioannes
Damafcenus in herbarum decoctio nibus; diſtillationibus, quamvis corruptê, di
impiè intel bigatur abignorantibus diftillaturiam artem,nefciétibus evela
bereelementa à fimplicibus, tantum affumuns aquam endi: viæ primam,oprojiciunt
aërem, ignem; non fpretos à doctis medicis benèintelligentibus naturæ principia,
et fecres ta: à doctisſimo viro Ioannéa Rupe feiffa: hoc voluit in selligere
Ben Cene in tertio lib.fen. 20. cap. 18. de fingular. med. ad augendum coitum,
ubi toquitur de commiſtione falis Strucorum cum vitellis ovorum,
&patentiffimum eft falem no poffe confici, nifi perdiſtillationem; ducum
prima aqua dif folvere cinerem, abluere primam aquam, terram albifi cando, ut
docent fapientes. Ma prima di lui ciò ravviſato avea Antonio de Ferrariſuo
maeſtro, c compatriota'nelle fue chiofe ſopra la cantica d'Avicenna.
Vadiinoſtrando egli poi quanto lia meſtier la Chimica a 'medici per ben in
tender gli Autori, con produrre in mezzo molti, emol ci altriluoghid'Avicenna
male iſpoſtiso mal preſi daʼmedi ci, per non conoſcerli di chimica; e
centoaltri ne potreme míonoi quì ſomigliantemente annoverare, ſe dal tempo ne
foſſe permeſſo. Maperchè ho laſciato lo anche di rammo tare la Chimica
efferoltremodo neceſſaria aʼmediciper po ter ben conoſcere, e ravviſare tante,
e sì fatte guiſe dime dicamenti, che fabbricar tutto giorno, edifpenſar da mol
ti, e molti artefici fi fogliono / intorno aquali i ſemplici Galieniſti in
nulla fappiendoſi delle lor vircùconoſcere, ſom vente a' rapporti de’medeſimi
componitori diaeceſſità les ne ſtanno digiuni affatto, e privi ritrovandoſi di
qualunque contezza dichimica; ſenza la quale comporcocali medica, menti, ne in
quali forti di malattie, in qual' età, in quales ftagione convenevolmente da
uſar fieno, appieno compré der potráno:cõciofſiccofachè cotali ricette fovéte
appreſſo i buoni autori s'incontrino, i quali appena ſi pare,che l'ab. biano
ne'lor volumi groſſamente accennate, non che par. titamente ſpiegate, e
deſcritte, coprendo a bello ſtudio, e inviluppando imiſterjpiù pregiati, e più
profondi dellar te, per non logorargli yanamente infra le genti volgari,cu
dibaſſo intendimento. E quinci poi ingannati da’loro fal fi avviſi impongono
vapamente agli ammalati alcunisime dj, che chiaman prezioſi; facendoſi a
crederc, che fien tali, quando veramente fon viliffime bazzicature, e
fanfaluche di niun pregio; fe non vezzatamentele impongono per aver parte
poiall'ingordiffime baratterie degli ſpeziali. Ma coſtuma fu mai ſempre de'
medici il dar a divedereu effer di pregio grande i loro medicamenti; ficomc per
ta cer di Pallada, teſtimonia Sereno Samonico: Multos pratereamedici componere
fuccos Afuerunt; preciofa tamen quum veneris emptum. Falleris,fruftraque
immenſa numifmatafundeso E per non dir nulla del file dell'oro, che cotanto
alcuni ſopranmodo millantano: come potrà egli un buon medico diſpor 560
Ragionamento Settimo diſporſi mai ad ordinare al ſuo ámalato beveraggio di quel
che chiamāſale d'argēto,ſenza pūto le qualità diquello fa pere? Oh ſep chimica
conoſceſſero i Galieniſti giámai,che cofa ſia quel malvagio medicamento,
certamente non ne ſarebbono cotanto a'ſuoi infermiliberali, perciocchè non è
egli, ne eſſer può giammai ſal d'argento; ma sbriciolati, e ſottiliſſimi
ſcamuzzoli del medefimo metallo uniti inſie me, e rappreſi dalle particelle di
quegli eſaltati fali acuti, e peſtilenzioſi, onde già roſi, e ſgretolati
furono; perchè cer tamente la medeſima qualità riſerbar debbono di que' fali,
e'l'medeſimo effetto peravventura adopererebbono, che dal vitriol del rame far
fi ſuole; perchè Giuſeppe Don zelli nell'arte della Chimica conoſciuto aſſai,
così ne dice: Quanto al mioſentimentoſtimo vanità le virtù, cheſipredia canodel
ſald'argento; e credo, che abbia indebolite più bor fe, che corroborati
cervelli. Anzi tanto più velenoſo,e mal vagio cotal ſale fi è, quanto più del
vitriolo del rame, o ď altro peſtilenzioſo veleno rode,e morde le viſcere, e
ſpie tatamente ſtracciandole ſtrabocchevolmente ne muove a recere gli
inteſtini, e l'anima; perchè con dolori acerbillimi correr ne potremmo anche
mortal pericolo, ſe non che co tanto poco dar ſe ne ſuole, che agevolmente, o
la natura medeſima, o altri medicamentiviriparano. E’lmedeſimoancora da dir
ſarebbe dell'olio dell'oro, e dell'oro, che chiaman potabile, del qual
certamente niun mai ſervir dovrebbeſi, ſe non aveſſe egli in prima per più
d'una pruova baſtantemente compreſo non poterli quello in niun modo ne'primicri
ſembianti ritornare, e prender di nuovo forma di metallo,laſciato avēdo affatto
d'eſſer tale. La qual coſa da quel grā maeſtro dell'arte Elmõte ben con.
ſigliata ne fu allor, che diſſe: ne metallicum ullum arcanu intra corpus
accipiatis, nifi prius redditum fit volatile, din nullum metallum reduci
poffit. Eche direm noidelle tinture de coralli, delle perle,del le
quint'effenze, che millantar fogliono,degli ſmeraldi,de zaffiri, e de’rubini,
cd'altre ſomiglianti gemme, le quali veramente,ne filoſofiche tinture, nc
eſſenze non ſono con cior sor ciosfecofachè a farle tali, egli convenga in
prima ſcioglier filoſoficamente que'corpine'primicris loro principj collo pera,
e col conſiglio degli Alchaeft, e d'altri ſomiglianti li quori: le qualicoſe
altro veramente non ſono, ſecondo il ſentimento d'alcuni valent' huomini, che
Sogni d'infermi, e fole di Romanzi; e nõ men vane, e bugiarde, che l'eroiche
sbracciate del Rc Artù, e lemillanterie di Lancillotto, di Triſtano, ed'altri
crranti Cavalieri,che dimenzogneempion carte. E ſepur vere coſe, e non
vanisſime dicerie elle fono, ficome al quanti guari autori han voluto pur
credere, cgli però ſo 110 sì inviluppate; e cieche, e rimoſſe dal noſtro
intendi mento, chemalagevoliſſimamente per huom ſe ne potreb beorma rinvenire;
così, ſe pur lealmente ne diviſano i mae Itri, e Senatori della Chimica
Repubblica, come il Valen tini, il Paracelſo, l’Elmonte, e altri, l'han ſapute
co' loro riboboli, ed cninmisì bene avvolgere, e intralciare, che impoſſibile
omai ne ſembra l'impreſa. Perchè lo ſciogli incnto, che comunemente far pe
veggiamo, altro certa mente non è, ch'un minuto ſtrirolamento, o ſceveraniento
delle parti, fatto, come è detto,da’ſaliacuti elaltati,e per ciò ſoinmamente
velenoſi, i quali meſcolativi per entro, e forte appiccativi non ſe ne
potrebbono per tutte le bucate del mondo toglier giammai; ſenzachè i bricioli
dell'oro, o delle gemme,o d'altra ſomigliante coía dura, ſcioltije ſgre tolati,
e a que’ſali appiccati, ceſano, e fraſtornano l'ope razioni degli Alcali;
intanto che non potendogli quelli da tutre parti inſiemeunire, no rieſcono
valevoli ad iſpogliar glidella lor natia acrimonia,con rendergli ottuſi affatto,
e rintuzzati delle lor ſottiliſſime punte; ficoinenel tartaro vitriolato far
ſogliono, ove sì fatto intertenimento non hí 110. E ſe i fali pur non vi
rimancſſcro, ma per opera d'ec cellente, e ſaggio maeſtro già tutti interamente
ne goin beraſſero, certamente iminuzzoli dc'corpicciuoli ſciolti, c sbriciolati
non reggerebber pure a galla nuorando in ſu i pori delle umide ſoſtanze, ma
tantoſto in fondo al valo sõ. mergerebbonſi; ne meno ſcioglicrebbonſipunto per
gli Bbbb wwin 502 Ragionamento Settimo umidi aliti nel deliquio; come gli
intendenti del meſtier fa vellano. E di ciò ben fi può far manifeſta
pruova,conme ſcolarvi dentro l'Alcali del tartaro; concioffiecofachè bcn allor
di preſente fi vegga l'argento, e l'oro, e le gem me calar giù, e far
toſtofondaccio: comechè alcuni cotali paltonieri, e giuntatori de’noftriſecoli
pur ſi ſtudjno di di moftrarne il contrario: circumfuranei fallaces,come dice
il grand'Elmonte,qui aurum, et argentum furripientes aliud in borum locum
fuppofuere; incontro a’quali giuntatori al trove riſerberommia ragionare. Ma
de' lavoratori di sì fatti medicaméti,così dice lo ſteſ fo Elmonte, huomo per
univerſal conſentimento di tutti letterati intendentiffimo di ciò giudicato.
Pudendam pa riter deploro fimplicitatem illorum, qui foliatum aurum, gē
maſquecontufas hominibusmagnaſpepropinant,magno ven dentesfuam
ignorantiamfinondolum; quafi ftomachusinde, welminimum expectetfubfidium.
Subtilior, ideoque magis condolendus efterror eorum, quiaurum, argentum,coralia,
perlas, atque fimilia per liquores acidos corrodunt, atque dif folvere
videntur;putantque hoc pacto intra venas admiffum iri, verè ſuasproprietates
nobiſcum communicatura.Nefciät enim, ah neſciunt acidum venis hoſtile; ideoque
peregrina diſſolventiúfuperata, et tranſmutata aciditate,ejufmodi me talla,&
lapides pulveré effesatante; qui utcunquein tenuiffi mum pollinemfit
redaétus,nihil tamen à ſtomacho conficitur, aut nobisfuas vires partitur. Ed
Angelo Sala nel meſtier della Chimica ofercitato affai, e ferino, e veritiero
ſcritto Te: omnes illi, ſclama, qui talibus portentofis promifis, quo rum ne
minimum re ipfa præftare pofunt, multum gloriantur, Banquam.agyrta,
&impoftores babendi funt; licet ab aliqui bus, intendendo egli di coloro
appunto, de' quali noi ra gionato abbiamo: ſciocchi,e ignoranti della Chimica,
qui facilè vanis perſuafionibus ducuntur, tanquam profundi ar. canorum naturæ
fcrutatores fufcipiantur,magniquefiant, da contra ab iiſdem ingenuisfine
oſtentatione quantum in artis poteſtate eft exhibentes negligantur. E prima di
ciò avea egli detto: meritò fufpeéti habentur, qui primam dari materia philofophorum
tùm ad quorumcunque morborum curationem, tùmadmetallorum tranfmutationem,
multis, jiſque ad oſtë tationem, et fraudem comparanis rationibus probare conan
tur. Qui ex auro, quod necfummaignis violentia, autul lo corroſivo cogi poteft,
ut vim fuam metallicam exuat, se liquorempotabilemverum fine peregrina miſtura
conficere poffe jactitant. Qui non folùm colorem, innatam tin &tu ram ex
omnibus metallis, lapidibus presiofos, fed etiam fpi ritus, olea, et ſales non
minus, ac exvegetabilibus fe fepa rare poffe profitentur: Qui ex.talco, corpore
illu metallico, et incombuſtibili, balſamicum, &temperatumliquorem ad per
petuam faciei venuftatem promittunt. Qui veram tincturam coraliurum ejufdem
cumipfis coraliis coloris, faporis, &tem peramenti, majoris tamen virtutis
ad Epilepſie, et Melan cholie curationem vendunt; du ex ipfis margaritis talē
quin tamellentiam,quæ humidum radicale confumptum meliusquá ullumaliud fimplex,aut
compofitumreftituat. E quancunque gli acuti lali ſoglian talor raddolcirli al
quanto, o per me'dir mitigarhi accozzádoſi in modo co'mi nuzzoli
demetalliſciolti, che le lor fottiliffimepunteaca biar fito ne vengano, come
nel vitriolodel ferro agevolmé te fi può vedere; non,però di meno il più delle
volte il con trario n'avviene; perciocchè le punte delle particelle, che
compongono i fali, accozzandoſi talvolta con gli sbricio latiminuzzi de’metalli,
vengon si fartamente a ſchierarſi, e comporſi, ch’a guiſa di pungentiſſime
ricciaje, od’aſpri riccj fieramente aguzzandoſi, ed arruffandoſinefquarcia no
le viſcere ', e con mortali punzecchiamenti talor n’ucci dono; ficomealla
giornata nel ſoliinato, e nel precipitato, e achenell'oro ſciolto p l'acqua
regia avvenir veggiamo. Perchè l'avvedutiflimo Chimico Ofualdo Crollio, dicoral
oro favellando, dannandone ſommamente l'uſo,non datur, dice, illo nocentius
toxicum. Ed io porto pur ferma opi nione, che da sì fatti medicamenti, ſe non
ſi deſſero tanto miſuratamente, e a ſpiluzzico, non nien gravi, e manifeſti
danni ſeguirebbono, che dal ſolimato, e dal precipitato avvenir ſogliono;
perchè non ardirebbono imedici ſcioc Bbbb 2 chi, c 564 RagionamentoSettimo chi,
e ignoranti, ſe nella chimica eſercitati foffero, cotali medicamenti,
anzinocevoliſſimiveleni, a'loro ammalati per cagion veruna imporre; e
comprenderebbon pure che corali, che chiaman riſtorativi, in luogo di dovere
agli in fermi sfidati lc ſmarrite forze ravvivare, inaggiormente gliele abbattono.
E ſappiano pure, che ſecondochè nes dicano i più veritieri Chimici, più agevole
aſſai è a fabbri car di nuovo l'oro, che'l già fatto diſtruggere. Ne è
dacredere, che quell'olio d'oro tanto celebre, e famoſo in Portogallo, curi, e
ſaldi le ferite con altro, ches co'ſali roditori, ed acuti dell'acqua regia,
che if diffolve; perciocchè corrugando quelli, e riſtrignendo i vaſi acquo fi
del noſtro corpo, nó fanno alla ferita umore alcuno trape lare; perchè gli
ſpiriti de ſali frizzanti, e lazzi la virtù dell' olio dell'oro, o ſia egli oro
potabile, è certamente da attri buire; che per altro, ficome diceva colui,
l'oro sì fattamé. te ſciolto troppo ſpoſfato, e di niun momento ſenza il fal
roditore egli riuſcirebbe: ma affai a ingordo pregio paghe rebbeſi quel poco
d'utile, che rade volte ricever fe ne ſuo le, ſe paragonafial riſchio, in cui
la vita del malato mani feftamente incorre. Ne altrimenti è da credere degli ap
parecchiamentidelle perle, de’coralli, e dellc gemme; perocchè, come di ſopra
detto è, sì fattamente nel loro Atritolamento gli acuti fali vi s’appiccano,
che per quindi torgli vano affatto, e inutile ogniſtudio riuſcirebbc.' Emi
ricorda pure eſſer capitato una volta alle mani del Donzel li un talmagiſtero
di ſmeraldi, che manifeſtamente di que' ſali, onde compoſto era, putiva; e
quelvalent'huomoall? aperto riſchio della perfona colui ſottraffe, che di
preſente predere il doveva. Perchè i buoniChimicisépre dal far co tali
apparecchiamenti ſono ſtati oltremodo guardinghi; e'l Gluctradio medeſimo
ne'cométi, ch'ei fe in fu'l libro delſuo Beguino, forte gli biaſima, e danna.
Anzi quantunque il Cratone nel meſtier di cotali medicine ragionevolméte da
ſeguitar non fia; non però di meno in ciò, chcnarra delle perle, egli ſenza
dubbio ſembra dir vero. Acetum radi catum, ſon ſue parolefua, acrimonia, et vi
corroſiva, atq; cauſtica non modo margaritas, verum alia etiam diſolvere;
&in cinerem quafi redigere, atque quemadmodum Chymiſte loquuntur, calcinare
polje nemini dubium eft. Huc autem no eft fpiritum margaritarum elicere, fed
totam earumfubftan. tiam corrumpere. D.Vaoylelius ſenior mihi narravit Epiſco
pumn Vratislavienſem Gaſparem Logum, magiſterium hocper larumperſuaſum à
fratrefepèporrectum à Paracelfifta quo dam ebibife, atque eo demortuo tunicas
ventriculi nigras, egy corruptas apparuiſe. Eodem eventu ufam effe Marchionis
Iohannis conjugem, in qua ventriculi tunicæ planè fuerunt erofa. E ciò
certamente avvenir debbe dal non aver ſapu to il componitore di quellavorjo
qual cofa apprèffo'l Para cello ſia veramente l'aceto radicato, e dall'averſi
egli ſervi to in luogo di quello d'un cotal liquore minerale oltre modo acuto,
e roditore. E quantunque diciò per avven tura non ſi poſſa ne'magiſterj delle
perle, e decorallifac ti per opera d'alcuni piacevoli fali, o liquori
vegetabili dottare,tuttavia comechè ſi cõfacciaio a qualche āmalato, pure in
molte,e molte malattie comuneméte ſi dánano;per chè in luogo d'abbeverarſi di
quel ſale acetoſo, che nelle noſtre viſcere calor ritrovano, accreſcendolo
maggiormen te, le cagionidelle inalattie ne multiplicano. Ma chi baſtevole
ſarebbe giammai a raccontar le frodi, c le baratteric, che in sì fatte materie
tutto giorno com metter fi fogliono? Ed è egli recente ancor la memoria in
queſtaCittà di quel Polacco, chevedeva a carisſimo prez zo lo ſpirito del nitro
per l'Alcacſt; e di quel gran Barbar ſoro Ciciliano, ilquale con ſue ciarle, e
giunterie molti, e molti ne preſe faccendo Calandrini gli huomini, e dando a
diveder loro l'elitropia fu per lo mugnone, vendendo, e di fpenſando la tintura
del verderame per quella degli ſme raldi, c'l biſmuto calcinato con acqua forte,
e ſciolto, co me dicono, per deliquio, in luogo di veraciſſimo latte di perle;
e f quel che minor male certamente era ) Peliſſire di propierà per balſamo di
Criſto, e la cintura del Chermes per quella de'coralli. Così bé ſapea
falſeggiar sì fatte ma raviglie, come colui, cui fa dire il noſtro Dante la giu
nella: decima bolgia dello Inferno: Sì vedrai ch'Io fon l'ombra di Capocchio,
Che falfaili metalli con Alchimia: E ten deiricordar ſeben, t'adocchio,
Com'Iofui dinatura buona foimia. E non ha guari di tempo; cheda qualche
malvagio fpe? ziale comunemente vendevali (edimedici pur l'imponeva no a'loro
infermi ſotto nome d’eſtratto di caffia ) la caffia medeſima, ineſcolatovi
dentro gutgummi: e queſto mede fimo pure meſcolar ſoleva nell'eſtratto del
Rabarbaro per renderlo maggiormente efficace, e vigoroſo, con quel dá no, e
nocimento de’miſeri ammalati,che immaginar poſfia mo; e gli ſcimuniti, e
balordi medici ignoranti affatto dela la Chimica, ingaonacine
reſtavano,giudicando ſcioccamé te maggiorſempre, e più vigoroſa negli eſtratti
l'efficacia dellemedicine dover riuſcire. E ſomigliantemente dall'ignoranza
della chimica anco ra avviene, che i baccelloni, e ſemplici medici credendo di
foverchio agli Artefici, veggonfi tutto dì mandar fuora varie, e diverſe
moſtruoſe, e ridevoliricette di medicines, le quali o non inai fi videro al
mondo, o folamente ne’libri di poco pregio, o dalle bocche, o dalle penne di
chi trop po lor crede furono appreſe; ma quanti danni ne fian ſegui ti a’poveri
infermi, chi potràmairaccontare:Dirò lo fola mente, ch'un celebre Galieniſta
de'noftri tempi per aver lerro forle egli il Tirocinio delBeguino, o altro
ſomiglia te libro di Chimica, ftimandofi egli già gran maeſtro in quella, preſe
ardire d'ordinare a una cattivellainferma lo fpirito del nitro volgare fchietto;
e comechè lo ſpeziale tá to quanto intendente della biſogna a tutta ſua poſſa
il con traſtafle, pur colei preſolo, dopo acerbilliini dolori nabif fando, e
rabbiando fe ne morì. Ma di sì ſciocche, e irra gionevoli ricette ben ne potrei
Io un lungo catalogo qui diviſare, ſe non che per troppa modeſtia me ne taccio;
temendo non diciò ſe n'adiraſſe alcuno, come di fallo per avventura da ſe
maffimamente commeflo; ſenzachè v'ha perſona, ch’avendonc finora un lunghisſimo
ordine intel R 1 iuto, ne, futo, infra non lungo tempo forſe divolgandolo, farà
intors, no aciò la vaghezza de'curioſi interamente paga. E dall'ignoranza della
Chimica medefinamente avvic che tutto di daʼmedici il ſale del vitriolo ordinar
ſi co ftumi; il che certamente non avverrebbe, fe ſapeſſefi qua to
eglioltremodo malagevol fia il comporlo; e che gli ſpe ziali in vece del ſale
del vitriolo, dar fogliano il vitriolo medeſimo bianco, o pure il vitriolo
riprodotto dal capo: morto, ſicome dicono; il quale talvolta aſſai più del
vetro medeſiino, e de'fiori dell'Antimonio violento ſuol riuſcire; cagionando
acerbillimi dolori nelle viſcere, e talora anche manifeftamcnte uccidendo. Così
non ha guari di tempo per pochi granelli di cſſo moriſli in Caſtel
nuovomiſerabil mente rabbiando Gio:Battiſtade'Benedetti ftrolago di gra grido.
Ma i noſtri ſciocchi, e baccelloni medici immagi nando di porre in opera un
benigniſſimo, e piacevol medi camento, in luogo di quello un crudelifimo, c
micidial ve leno ne vengono talvolta ad ordinare. E ſon' anchei medicinegli
ſpiriti de'corpi vegetabili da? mueftridiſtillatori, ſommamente beffati;
perciocchè colo ro cavar gli ſogliono per limbicchi di rame con gravilli mo
danno di colui, che prender gli dec; conciolliecoſa chè la flemma di que' corpi
formentati, gravida di quel ſale acetoſo, che non mai partir ſe ne può, trae
ſoven te qualche nocevol particella della campana, e con la ſua mordacità tanto
quanto la rode, e la ſminuzza. Quinci poi a poco a poco, ne l’huom ſe nc può in
prima avvedere,[con volge, e morde le viſcere, e diſtempera il corpo, cagione
vole oltremodo, e difettoſa l'economia di quello renden do. Ma veggo Signori
che s’lo diſtintaméte narrar vi volei gli errori tutti ne' quali incorrono i
medici p nó ſaper pūto di chimica troppo lūgo, e ſtucchevole ne diverrebbe il
mio ragionaméto; perchè ritornando di nuovo ad avvercirglin confortargli, e
ſcongiurarglia non inframmetterſi d'impre ſa di tanto riſchio, fe pienamente
non ne fan riuſcire, dico di nuovo, che laſcjno da parte ſtare le
pericoloſisſime medicine della Chimica, e ſolo alle lor menovili, ccomunali
attendano: Ludere qui neſcit campeftribus abftinet armis; Indoctuſque pila,
diſcive, trochive quieſcit, Ne ſpiſſa riſum tollant impunècorona. E perchè dirò
lo non reſterà anche un medico della Chi mica ignorante
d'ordinarchimichemedicine?masſimamé re, che non ne fieguono le ſcherne di lui,
ma la morte de gli infermi; perchè a ragion lagnavaſi il Sennerti d'alcuni
maeſtriScimmionide'ſuoi tempi, i quali, com'egli dice, quum rerum Chymicarum
planè ignari fint,ne tamen Chymi cis aliqua ex parte inferiores videantur,
chymica medicame ta, quorum vires, et præparationis modum ignorant, fatis
periculosè ufurpant. Or che direbbe egli, s'ancor vivendo vedeſſe la tracotanza
del noſtro ſecolo, e ſcorgeſſe pures in queſta noftra Città, in queſto Regno
non eſſere ſpeziale anzi no eller barbiere, non eſſer cerrerano,non doniccico:
1a, che non componga Chimicimedicamenti:non effermc dico, che non gli ordini,
appena che ne ſappia il noine, o bene, o malc, in tutte ſortidimalattie? Anzi,
che direb be egli pure, ſe vedeſſe cotali Squaſimodei de'noftri tempi andar
tronfj, e pettoruti biaſimando la Chimica in cotali, che forſe ſaggiamente, e
con prudenza l'adoperano, quan do eglino ignoranti, e non punto intendenti di
quella più ch' alcun' altro poi follemente delle chimiche medicinc fi ſervono?
E comechècotalimaeſtri zucche al vento diſa per tutto miliantino; pur nulla
conoſcendoſidella vecchia, e della nuova medicina, abborrano, e meſcolano alla
groſ ſa il tutto, con danno, e rovina di chilor crede. Ma per favellare appunto
de'tempi noſtri, dice l'avve. dutisſimo, eingegnoſisſimo Roberto Boile,Obfervo
noviſ fimis annis Chymiam ceptam efe (uti meretur) à viris doctis, quiprius
eamfpreverant, excoli; ejuſquefcientiam à pluri bus, qui ipfam nunquam
coluerunt, arrogari,ne eam ignora. re exiſtimentur. Vndè faftum quodplures
Chymicorum de rebus philofophicis notiones fumptæ fint pro conceſis, atque in
uſum verſa; et fic ab eximiis admodum ſcriptoribus,tiim phyſicis, tùm medicis
adopsate. E finalmente anche ſe alla medicina non foſſe meſtier la chimica, a
che ragunarſi a giornate tāti parlamenti, e tante ſcuole di Chiinica nella
Germania, nellaFrácia, nell'Inghil terra, e in altri molti famoſisſimiluoghi
d'Europa? A che tanti valentisſimi medici (de'quali alquanti più famoſi Ga
dieniſti per brevità ſolamente rapporterò ) avrebber durate tante fatiche,
ſparſi tanti ſudori, vegghiate tante notti per imprenderla, per appararla? E
per racer d'Avicenna, di Rali, di Meſue, d'Abulcafi, e d'altri famoſi medici
Arabi, e ſomigliantemente di Ramondo Lulli, d’Arnaldo da Vil lanova, e d'altri
di que'barbari, e infelici tempi: quanto ſudor vi ſparſero Giovanni da
Bagnuolo,Gio:Battiſta Món tano: Giacomo Silvio grandiffimo parteggiano
diGalieno, Giovan Fernelio, Corrado Geſneri, Teodoro Zuingero, Andrea
de'Mattioli,Gio: Giacomo Veccheri, Gabriel Fal loppio, Felice de' Platteri,
Martin Rollando, Anſelmo Boezio, Girolamo Cardano, Giulio Cefare della Scala,
Gregorio, e Daniello Orftio, Pietro Caſtelli, Marco Aure lio Severini, Daniel
Sennerti, Girolamo de'Roſli, Andrea Cefalpini, e Giovanni Eurnio, e Giovan
Cratonc? il qual, come alcun'altro deʼmentovati, comeche con ogni sforzo in
prima ſtudiato li foſſe di contraſtare, e abbatter la Chi mica, pure alla per
fine tratto dalla verità volle appararla, e ſeguirla; e introduſſe in Vienna,
com ' egli narra, nel la Corte Imperiale molti ſalutevoli, e nobili medicamē.
ti; perchè poi ne fu da altri medici fieramente perſeguita to, e biaſimato. Ed
egli ſembra certamente ſventura ſin golar della Chimica, fe pur egli non è
anche di tutt' altre cofe grandi, e magnifiche: poichè non s'arri fchia alcun
giammai a tacciar coſa, di che pienamente non ſappia, e non ne ſia in prima a
baſtanza informato:ma folo la Chimica fi biaſima, e s'accagiona da chi men
n'in-. tende; e giugne a tanto l'invidia,e la malavoglienza de'bef fardi, che
con arrabbiati morſi fan lacerare empiamente un meſtier,dicui appena fanno il
nome.: Machi baſterebbe giammai ad annoverar tutti coloro, Сccc chc 570
Ragionamento Settimo che le chimiche medicine adoperano? certamente non è
medico a'tempi noſtri, ch'abbia fior di ſenno, che per be ne ciò fare, con ogni
ſtudio diligenteméte nó appari la chi mica; e ſi è ciò ſolaméte vantaggio della
noſtra ctà, o della noftra fioritiffima Italia nella quale anche
a'tempiaddietro la Chimica da tutte genti,che tanto quáto n’ebber contez za
avidiſſimamente fu ricevuta. E Pier Caſtelli ad un co tal meſtolone, che
inutile, e ſoverchia a'medici giudicava fa, fciat,diſſe, in Germaniamedicină
exercere Chymiæ igna rum non poffe, &vixin Gallia, et in Italia; e'l teſtè
men tovato Daniello Orſtio: encomia Chymie non opus eft, ut hic recenfeam: quia
verum eft, quod habet alicubi Heur nius: ceſpitat, jam profecto fine hacarte
medicina. E prima dicoſtoro avea già detto il Mattioli: medicum abſolutum effe
non poſſe; immo nec mediocrem quidem, qui in Chymica non fit exercitatus: nella
qual ſentenza fu dopo ancora Da niel Sennerti, e in varj altri luoghi
l'accennato Caſtelli, tant'altri valenti ſcrittori, Ch'a nominar perduta opra
ſarebbe. Ho traſandato a bello ſtudio di avviſare quanto l'uſo della Chimica ſi
diſtenda nella maggior parte dell'arti più curio fe, e più utili al genere
umano: imperocchè l'acqueodori fere, gli olj, tanta varietà di liſcj, che
lavoranſi per orname to delle donne, le gioje artificiali, che dalla Chimica,
qua fi emula della natura produconſi, la varietà de'colori, che formanſi per
uſo della pittura, le paſte da indorare, e lac que da partire i metalli, che
continuamente adoperanſi dagli Orafi, tutti ſono effetti, coperazionidella
Chimica; delle quali la ſola operazione della menzionata acqua da partire i
metalli, diè cagione di tanta maraviglia a quel grā lume delle buone lettere
Budeo, che nel terzo libro de Af se, ebbe a dire: hujus eft id artificium, ut
vi aqua medicata, quam Chryſulcam appellant,quantulamcunqueauri partem argento,
aut cuivis metallo illitam, aut confufam,nullo di Spendio abſtrabat, ita ut
inauraturis nibil jam depereat mă do, niſi quod ufu interteritur. Res omnino
fupenda auri ar gentiquequotamcunque portionem ex ære eximere, etiã, quod magis
mireris manente vafculi forma quaſa interdum, a inani, veluti quadam idea à
materia abſtracta. E l’Alciato ammirò pariinente la medeſima acqua in chiolando
il teſto della legge Idem Pomponius, S. fed fi D. de rei vind. nella quale ſi
dice, che'l rame miſchiato con argento non può ſepararſi,e però nõ vi può aver
luogo la vindicazione, qual dicono: onde e' ſcriſſe potuit hæc sētētia Vlpiani
têpore obſer vari, hodie forte aliud erit, etenim inventa eſt ars,qua Chry
ſulcæ aqua viaurum à quocunque alio metallo fepararipoteft, cujus rei quamvis
pauci ſintartifices, vixque finguli in ma gnis Civitatibus, cum tamen ſeparatio
fieri poffit, apparèt non effe fuprafcripta rationi hodie locum. Ma cotali
brighe a'cervelli più ozioſi de' noſtri laſciana do:poichè la chimica eſſer così
giovevole, e oltremodo ne cellaria alla medicina baltevolmente è detto,
trapaſſeremo ora a diviſare delle ſtrade, perle quali aggiugner ſi poſſa alla
contezza di sì nobil meſtiere. Primieramente colui che nel faticoſo meſtier
della Chimica eſercitar ſi voglia, conviene, che non ſolo, comc Teobaldo
avviſa, ſia nel latino idioma ben addottrinato: ma d'altri, e d'altri ancora
egli abbia conoſcimento:concioffiecoſachè in molte lingue del la Chimica i
volumi ſiano ſcritti, e con tanti eniminio eri boboli inviluppati, come altrovc
dicemmo,che ben richie dono ſottiliſſimi, c.alti cervelli per iſpiegargli: Ea
fuit om nium hactenus invidia, dice di lor querelandoli Geremia Bartio, idque
præpofterum occultandi ftudium, ac labor, ut non tantum à fe inventa artificia
ſpagyrica, tanquam eleuf, na facra celarint: ſed veterum etiam arcana,
fimpliciori, apertiorique orationis genere propalata, impofioria perplexi tate,
do notarum hieroglyphicarum obſcuritate, in tenebras ipfis Cimmeriis, et Ægyptiis
denfiores conjecerint. E oltre a queſto deeil Chimicoper lo ſciogliméto e per
l'inneſtamé. to de’naturali corpi aver diligentemente ſtudiato in fiſica, e
conſeguentemente in Geometria, e in tutte altre ſcienze ad imprender filica
ſommamente neceſſarie; ſenza le qua li mal certamente può egli il ſuo
intendimento fornire,quáa tuinqueavveduto fit, e valoroſo aſſai: così quel
famolin C cc c 2 mo medico; e chimico Arnaldo da Villanova: quicunque ad
hancfcientiam vultpervenire, &non eſs philofophus, fa tuus eft; per tacere
il Morieno, e altri. Maconviene oltrº a ciò,che per internarſi nelle cupe, e
profonde ſpecula zioni della natura, ne' tre vaftiffimi reami di quella con ra
pidiffimo ingegno traſcorra, e molto in eſli ſpii, molto co prenda, e avviſi
tutte quelle coſe, ch'e' continuo aver dee tra le mani, e vada pure per
inveſtigare nuove coſe; cer cando per lande, e per valli, e per colli, e per
fiumi, e per nuovi mari Fior varj, e varie piante, erbe diverſe, c oltr'a ciò
augelli, e peſci, e altri infiniti animali, e minic re, e gemme, e altre, e
altre fatiche a sì lungo meſtiere appartenenti volentieri imprenda, come già
fecero que chiarisſimi lumi dell'arteRamondo Lullio, e Teofraſto Pa racelſo.
Oltr’a ciò egli è di meſtieri al chimico eſſer otti mamente avviſato della
natura, e delle qualità di tutti gli ordigni, e ſtrumenti del meſtiere, e
ſopratutto del fuoco; € fottilmente anche comprendere checo’ſemi di quello sé
premai ſi vengono ad accoppiarealquãte particelle, o fali gne, o d'altre ſorte
di quelle coſe, che ſi lavorano; perchè poi vengono oltremodo a variarſene gli
effetti, e l'opera zioni delle chimiche medicine. Macertamente Nõ è pareggio da
picciola barca, e troppo fuor dimiſura n’allungherei il ragionamento,fee tutto
ciò,ch'ad un perfetto Chimico abbiſogna recar quà partitamente lo vi volesſi;
ſolamente non laſcerò di nuovo d'avviſar coſa importantisſima a mio credere a
cal meſtie re: ed è, che il voler da’ſoli libridegli autorila chimica ap parare,
è impreſa oltremodo malagevole,e dura affai,mal ſimamente a colui,cheper la
filoſofia, e per la medicina ſervir ſe ne yuole. La qualcoſa, ſicome
dicemmo,ſopra tutto naſce dall'aver quella gli avveduti ſcrittori a bello Audio
con enimmi,e viluppi intralciata; e ciò fanno per. non manifeſtare a tutta
gente i ſegreti più profondi dell'ar te; nella qual cofa adoperano certamente
gran ſenno, ſe guitando i conſigli degli antichisſimi padri dell'arte gli Ege.
Del Sig.Lionardodi Capoa. 573 Egéziaci ſapientiperciocchè;, come cancò quel
giocondo ſatirico Fiorentino nel ſuo Orlando rifatto, Le cofe belle prezioſe, e
care, Saporite, foavi, e delicate Scoverie in man non fi debbon portare, Perchè
da'porci non ſiano imbrattate. Perchè poi molti, e molti, che ſi ſono
affaticati, e s'af fatican tuttavia di ſpiegare gli aſcoſi ſentimenti de’Chimi
ci maeſtri, ne rimangono certamente di gran lunga ingan nati, e ſovente ancora
ne' loro errori traggonnon volendo coloro, che creduli troppo preſtan lor fede;
masſimamen te nelle bifogne di maggior conſiderazione della medicina, come fon
quelle intorno alle qualiora noi ragioniamo. E quel, che maggiorméte accreſce
la malagevolezza fiè,che fpesſiſlime fiate, quandofan ſembianza di parlar
manife ſtamente, e alla ſcoperta ſenza aggiramenti di parole, al lor
maggiormente n’inviluppano. Omnium rerum, avvi fa il gran Claudio Salmaſio, quæ
ad hanc fcientiam perti nent vocabula, ab ufu, et confuetudine
communifubmoveritt auctores fui, &peculiarem fibi dialectum vindicarunt, fa
lis myſtis tanti arcani intelle &tam. Fornaculam fortem, ve caminum, in quo
argentum,& aurum fundebatur,quod ore hiāti, &patulo effet.E fu ancora
conoſciuto dal ſapiêtisſimo Boile,dicédo egli quelle parole.Hæcpropterea
adjicio, quod qui vel ullatenus in rebus Chymicis eft verfatus, non poteft no
ex obſcuro corum ambiguo, et ferè ænigmatico tradendi, que docere præſe ferunt,modo
percipere; ipfis. confilium non effe, st intelligantur,nifi à filiis artis
(utvocant, nec vel ab iis quidemfine difficultate, et incerti
ſucceffusexperimentis;adeo ut eorum nonnulli vix unquam tàm candide loquantur,
quă guando trita inter ipforum fententia utuntnr: ubi palàm la quuti fumus, ibi
nihil diximus. E’l dottiſſimo Samuel Boc ciardi in favellado della chimica, ars
enim ipſa tam eft abdi ta, ut in ejus cognitione adipiſcenda oleum, et operam
miſe rè perdant pleriquemortalium. Et qui adeptos ſe putāt quaſ cæteris hanc
gloriã inviderët,tot verborü involucris,atq; am bagibus artis arcana
obtegunt;ut videant, ideo folü fcripfiffe ut nõ intelligerent? E peraddurre di
ciò un ſolo efemplo, chi non crederebbe interamente al Beguino, ea tant'altri
moderni autori eſſere lo ſpirito del nitro diſtillato coi bo lo,
quelmedeſimoappunto, che gli antichi Chimiciin, molte malattie di darper bocca
uſavano? Epur la biſogna non va così; perciocchè quel degli antichi d'altra,e
più sé plice maniera componevali; e lo ſpirito rapportato dal Be guino, non
ſolamentenon giova, anzi n'offende notabil mente le viſcere; perchè molti della
lor perſona mal capi tati ne ſono, per avere i medici ſoverchiamente al Beguino
preſtato credenza; come dicemmo teſtè di quella cattivel. la inferma: ecento, e
mille altri eſempli addur ſe ne po trebbono. E quinci avvien poi, che non ſi
veggono a’dì noſtri quelle maraviglioſe cure, che ſi leggono già per iná degli
antichi Chimici eſſer fatte;avvegna pure,che que'me deſimi lor medicamenti
ne’loro ſcritti ſi ritrovino, ma sì in viluppati, e alla groſſa diſegnati, che
inal certamente per huom ſi poſſono adoperare. E a ciò ben dovea riguarda re
Pier Caſtelli, che troppo mal conſigliato, il libro de mendaciis Chymicorum,
con ſua poca loda compoſe. Or veggali di grazia chente, e quali fian le malage
volezze; le quali intorno a un sì faticoſo meſtier s'in contrano, e come ſe ne
poffa in ſoli due meſi huom mai ſuis luppare, ficome non meno ſciocco, che
malizioſo fi ſtudia di darnea divedere, il Billicchio; quando egli ſotto gli
ann maeſtramenti di Angelo Sala per imprender quel poco, ch' ei ne feppe, tanto
tempo infelicemente logorovvi. E concioſliecoſachè cotalarte più operativa, che
ſpecu lativa fia: egli è di meſtieri all'avveduto Chimico,anzi coll' uſo, e
colla ſperienza, che col rivolger de’libri appararla; perchè poco
ragionevolmente colui i ſuoi ſcolari confor taya, dicendo Vos exemplaria Gebri
Nocturna verſate manu, verfate diurna; perciocchè quantunque in ſui libri
diGebro, e d'altri fa. moſi Chimici molto li poffa apparare, non però di meno
ſe non ſi pruova col fuoco: econ altri chimici ſtrumenti,ciò, che Del Sig.
Lionardo di Capoa che ne'libri ' de’valét'huomini ſi legge indarno di pienamen
te ſaperlo vantar huom puore; perchè il Chimico prudéte, e avveduto è da dir,
che più co'carboni, e co'fornelli che coʻlibri uſar debbia; ne per altro
certamente detto viene il chimico, filoſofo pe'l fuocò. E comechè dura oltremo,
do, e malagevole talcoſaneſembri, pure chiunque d'in tendere a sì glorioſo
ſtudio preſume, ſappia innanzi tratto, ché Της δ' αρετής ιδρώG θεοί πτοπίροιθεν
έθηκαν Α'θάνατοι, μακρος δε και όρθιG- ομG-επ' αυτίω, Και τζηχυς το πρώτον:επήν
δ' εις άκρονίκητα, Ρηϊδίη δ'ήπατοι πέλα χαλεπήπτε εούσα. Innanzi a la virtù
poſto i ſudori Hannoglieterni, et immortali Dü: Aleiper lungo, ed erto calle
vaſſi, Che duro inprima appar, ma quando alfommo Si giugne, agevol èquel,
ch'aſpro apparve; ma per paſſar ad altro non fa certamente meſtiere, ch'Io
avvili, potendofi agevolmente da quel ch'è detto cogliere, che dee colui, che
pretende avanzarſi in medicina ſtudiar in tutte le ſette di quella; ne in
meſtier di tanta conſide. razione, quant'è la ſalute, e la vita degli huomini
haw egli a riſparmiar fatica in rivoltar qualunque libro, ne ar roffarfi di
ſpiarne da qualunque perſona, per appararne co ſa di comun giovamento, e di
qualche pro-alla inedicina; perciocchè ſicome avviſa l'intendentiſſimo Plinio:
nullus adeò malus liber eft, ex quo non quidpiam utilitatis erui pof fit. E
Giuſeppe della Scala: ego ſum is, qui ab omnibus di Scere volo,neque tam malum
librumeffeputo, ex quo non alia quem fruitum colligere poffim. Ne è perſona
cotanto ſcioca ca, e balorda, da cui talvolta non poſſaſi apparare qualche coſa,
eſſendo vero il detto d'Eſchilo πελάκι του και μωρος ανήρ κα @ καίρον είπε, che
per tacere altri, il Padre della giocoſa poeſia toſcana nell'Orlando rifatto,
così gentilmente cantando ſpiegò Haqualche volta un Ortolanparlato, Cofe molto
a propoſito a la gente. Ma particolarmente de’medici favellando ſcriſſe a tal
pro, poſito Conſalvodi Toledo famoſo medico de'ſuoi tempi, e Arciveſcovo di
Lione: prudens le&tor, vel auditor, omnes libenter audit, omnia legit: non
fcripturam, non perfonam, non doctrinam Spernit:ab omnibus indifferenter, quod
fibi deeffe videtur querit, non quantum fciat,fed quantum igno ret, confiderat.
E'l Quercetano anch'egli dice, ch'un co tale ſconoſciuto contadino tolſe
d'addoſſo d'un gran per ſonaggio la ſeccaggine d'un moleftiffimo capogirlo, cui
no aveapotuto porre alcun compenſo, e vani erano riuſcitii molti, e varj
conſigli de' valentiſſimimedici. E fenza dia partirſi da queſta noſtra Città,
egli è gran tempo, ch'ado perar folevanſi dalla gente volgare efficaciffimi
rimedi per li bozzoli della gola, e perle ſcrofole; e al mal della pun ta
guarire alcuniuſavanocon feliciſſime riuſcite,aftenendo ſi da’ falafli, l'olio
del lino, l'olio dell'olive, il ſangue del becco, il ſalnitro, l'incenſo, la
pece, la raſchiatura delde te del Cinghiale, i fiori del papavere roſli, la
calce, il gen giovo, e'l zafferano; nella colica la cenere d'alcuni legni,
nella riſipola il ſangue della lepre, il ranno, e l'acqua del vitriolo, e della
calce, e altrimolti medicamenti, che non fa meſtieri, ch'lo quì rapporti;il
perchè ſembra degno, an zi di commendazione, che no l'avviſo del Paracelſo, il
qua le vuole, che'l medico non ſempre debba uſare co'letterati, e bazzicar
nelle ſcuole, come ſe da lor ſolamente, e non altronde ancora s'apparaſſe tutto
ciò, ch’alla medicina ri chiedefi; ma gli convenga anche girne dalle
vecchiarelle, dalle zingane,da'ciurmadori, e da’vecchj, e ſperimentati
contadini; dalle cui ſcuole talvolta apprenderanne aſſai più, ch’altrove per
avventura non farebbe; e quinci fi coglie, the'l medico, non menche del chimico
è detto, debba an dar ſe poſſibil fia,per dirla co'verſi del poeta Peregrinando
da'piùfreddi cerchi Del noſtro mondo a gli Etiopi acceſi. E queſto ancora,
acciocchè egli avviſar poſſa la varietà, o la natura delle terre, delle
minicre,dell’acque, degliani mali, dell'aria, delle ſtagioni, de'coſtumi,
de'cibi, delle bevande, delle medicine, delle malattie, e delle maniere di
ciaſchedun paeſe. Ma con tutto, che tanto, e tanto af faticato egli s'abbia il
medico per apprender le contezze già dette,no dee ftimar già ſe eſſere al fommo
grado della medicina pervenuto: concioffiecofachè ne men vero ſia ciò che
l'Elmonte dice, che in tutta l'Europa appena un ſolo medico ſi trovi:imperocchè
queſto ſteſſo ne'maggiori bi ſogni troveraſſi dal ſuo ſaper ingannato; come ſi
vide, per tacer del Paracelſo, nell'Elmonte medeſimo, che forſe quell'uno ſi
era, il quale non potè ſe medeſimo del mal del la punta guarire;e pure di
queſto male,e de'ſuoirimedj egli più d'ogn'altro medico ragionevolmente
filoſofaro avea. Ma laſciando ciò daparte ſtare, mi par tempo omai, che
veggiamo, quali efſer debbano i maeſtri, i quali introdur poſlano lo ſcolare al
conoſcimento di táte ſcienze, quali ab biamo avviſato ellerneceſſarie alla
medicina. E conciofi ſiecoſachè di ſopra ſia per noi detto, infra l'altre coſe
al medico la notizia dell'erbc ſommamente abbiſognare; conveniente coſa mi
parrebbe, acciocchè gli ſcolari in ciò avanzar ſi poteſſero, d'un compiuto,
eperfetto giardin de femplici lenoſtre ſcuole ornare, e quivi un'eſpertiſimo er
bolajo ritenere, il quale gliele doveſſe ad una ad una ad ditare, con iſpiegar
loro la natura, i nomi, e gli effetti di quelle; acciocchè avveduramente poi
ciaſcuno uſar le do velle. E ciò tanto monta al comun deila medicina, che
ragionevolmére il Caſtellicosì ne ſcriſſe: ficutmedicus fim plicium ignarus non
eft bonus medicus, ita Academia, quæ horto fimplicium publico caret, non eft
perfecta Academiae. E poco addietro egli medeſimo avea molti, e molti danni
annoverati, che per non eſſer nelle ſcuole della medicina il giardino
de'ſemplici, avvenirnefogliono. E certamente niun maiſaprebbe, comechè ſagace,
cavveduto molto ſi foffe, giugner al vero conoſcimento de ſemplici alla me
dicina appartenenti, ſenza aver huom, che d'efli affai pie namente informato
innanzi tratto diligentemente gliele inſegnale. La qual coſa fu da Galieno
avviſata, allorche dilic, parlando de'ſemplici: Convien certamente, che non
Dddd nina, una, o due, o tre volte,ma tratto tratto gli vada minutame te
offervando con qualche'maeſtro, il qualgliele additi,come bocca gliele inſegni.
E altrove: Quinci immagino i giovani valorofi eller non pocoſpronatia
comprender la materia de medicamenti; eglino medeſimi non una, o due, e tre
fiates ma ſoventi volte ravviſandola; concioficofachè la vera co tezza delle
coſe apparenti coldiligente gratamento de ſenfi ap prender fi foglia. Ed
altrove ancora biaſimando coloro, i quali di ſapere per veduta le coſe
lordiſegnate non curano: diſſe:Sonocoſtoro fomigliantiffimi a Banditori, i
qualii ſe gnali tutti, e i marchi d'unoſchiavofuggitivo, comeche mai non
l'abbian veduto, a ſuon di tromba vanpubblicando; im perciocchè apparando ciò
eglino daaltrui, comecanzone il vă per tutto poirecitando; che ſe per avventura
intervenije, cbe il pubblicato a bando loro dinanzi capitale, eglino certa
menteper tutto ciò no'lravviſerebbono. E ciò tanto mag giormente avviene,
quanto,che da’libri ſolamente degli Icrittori non ſi poſſono agevofmente
apprendere, tra perlaz traſcuraggine di coloro nel dipignergli, e diſegnargli,e
per le contele, ch'intorno a quelli ſovente infra ſe hanno go anche pe’molti, e
moltinomi, che i ſemplici hanno, chia mandoſi diverſamente da ciafcuno. Coſa,
la qual cotanto fe ſudare, e affaticare il doctiſſimo Ruellj; perciocchè, co mc
egli dice: in berbulæ cujufdam facie repreſentanda, no tas tam variè delineant,
utquidvisaliud potius, quam ſtir pemipfam demonftrare videantur: aut cerie
eandem multi plici prorſus effigie: quæ antalis ufquam effe poffit pleriqaw
omnes dubitant. Quare me tantorum impulit virorumdift fidium, per vaftas ire
regionum multarum ſolitudines, invia montium juga peragrare, lacus inacceffos
Inftrare, abditas terra fibras fcrutari, hiantes vallium ſequi ſpecus, vel cum
corpufculi bajus periculo præcipitia nonnunquam tentare, ut inſpectu eriam, ne
dum cognitione res ipfas comprehenderem. E ciò certamente fu non poca fatica
d'un tanto valenthuo mo, e convenevole a ciaſcuno, ch'a sì fatro meſtiere in
tender preſuma.Se non ſe noi in ciò riſparmiar ne potrem ino, con apparar quì
in un ben fornito giardino tutte l'era be da ! be da confarſi ad ulo di
medicina, ſenza andarle raccoglie do con tanto ſconcio, e riſchio delle noſtre
perſone. Ag. giungafi a ciò, ch'abbiamo detto che l'orto de'ſemplici tão to più
nelle noſtre ſcuole, ed entro queſta medeſima noſtra Città biſognevoi ne fia,
quanto che, come ben Dioſcorido avviſa ad acquiſtar pienamente cotali
conoſcenze ne con vegna, e nel tempo,che germogliano, e nel tempo, che creſcono,
e nel tempo, che languiſcono le piante diligen temente confiderare: τον δε
βελόμενον εν τούτοις εμπειρίαν έχεις deti na to ye try agtsQuñ Erasnov ix tūs
gãsexuá(over, aig ade Ogexedeafso παρτυγχάνειν • ούτεγαν ότι βλάση εν πτυχηχώς
μόνον δύναται το ακ μαζον γνωρίσει ούτε έωes κως το ακμάζονα και το αρτοφυές
επιγνώναι.. Perchè a ciò riguardādo ilComū di Piſa,di Perugia, di Bo. logna, di
Mompelicri, di Parigi, e d'altre molte Città d'Eu ropa,hánocógrádiſſima loda
nelle loro ſcuole i séplicitut tiin ragguardevoli giardini piātati.Maſopra
tutti in ciò s'a váza il famoſiflimo, e comendevole Orto di Padova find a
ducento anni addietro di tutti i più ſtrani, e ſconoſciuti sé plici, ch'a
medicina ficcian meſtieri compiutamente forni to; del qual mai ſempre han
tenuto cura huomini in tal meſtiere, e in tutt'altre parti di medicina
intendentiflimi: ficome certamente fu Luigi Mondelli, Luigi dell' Anguil Jara,
Melchior Guilandini, Giacomo Antonio Cortufio, Proſpero Alpino, Giovan Prevozi,
il Cavalier Veslinci Giovanni Rodio, ed altri molti per le lor famoſe opere in
iſtampa pubblicate almondo chiariſſimi. Ne certamente con táto ſtudio ciò fatto
avrebbono que fapientiflimi huomini, cotanta ſpeſa, e tempo logorandovi, fe a
più d'una pruova il grá biſogno di sì fatto giardino pie namente avviſato non
aveſſero; il qual ſenzadubbio più, ch'altrove, in queſta noſtra Città, in
queſte noſtre ſcuole apertamente ſi ſcorge, non avendovi ne pur uno mezzana
mente inteſo de’ſemplici, a cui per una, comechè non mol to ſtrana, e
ſconoſciuta pianta ricorrer ſi poſſa; da poi che la paffata piſtolenza tutti
gliene tolſe. Intanto, che l'av vedutiſlimo Giuſeppe Donzelli, che in ciò pochi
ebbe a ſc pari, infra i ſemplici, de'quali in una cotal bottegaalai fi Dddd 2 1
-mofaa compor s’avea la Triaca, fei, o ſette adulterini un giorno riconobbene.
Or che della noſtra Città, e delle no ftre ſcuole quel famofo ſcrittor direbbe,
che sì ebbe a ſcla mare? Conveniens in omnibus V niverſitatibushurtus fimpli
ciumpublicus non folum ad warięweden perfectionem Academia, &ut
diſeantjuniores medici, atque Pharmacopei,feu ad ur bis ornamentum, decus, fed
quod maximum, quod optă dum, ad civium ſalutem neceſſarius omninò eft. Quot
nãq; quafo errata à pharmacopæis in fimplicium delectu committi tur? quot agri
indè necantur? E cócioſliecoſachè ſia dimoſtro ſopra più,e più altre con tezze
a un medico abbiſognare; e ſpezialméte lo ſtudio del le lingue, farebbe
meſtiere introdurre ne'noſtri ftudj, mae Ari di lingua greca; perciocchè séza
quella malagevolmére potrà ne’libri degli antichi huom vātaggiarſi;eſlendo quel
li in greca favella compoſti; e comechè nel latino traporta ti già tutti or ne
ſiano; non però di meno molte fiate i vol garizzatori non a baſtanza eſſendo, o
della materia, o del la lingua intendenti, in non pochi errori ſono incorſi; e
per tacer d'altri, o quante, e quante fiatc vien ripigliato da' Galieniſti, e
tolto in fallo ſconciamente Avicenna peraver Jui troppo di leggieri preftato
fede a coloro, che nell'ara beſco idioma avevano i greci autori traslatati.E
certamen te qual inai Xi!rem noi per ficuro, e fedel traslatatore,ſe an che
Plinio, anzi il inedefino Cicerone,che così pratico fu della greca favella, pur
malamente alcune delle greche pa role nel latino trafportando,da molti
avvedutiſſimi ſcritto ri ne vien forte accagionato? Ma meſtier anche farebbe ri
ſtorar la vuota ſcuola della filoſofia, ein man de'medici ri porla, come già
prima coſtumavaſi. Ma della notomia lo non ſo che dir mi debba; certiſtima coſa
eſſendo, che do po Marco Aurelio Severini le noſtre ſcuole mai non abbia no
Notomiſta avuto; ſenzachè il medeſimo Marc Aurelio, o perchè di fcco cotal
biſogna le riſpondeffe,o che gli fta tuti, no’l richiedefſono, pochiſſima cura
ei ſe ne dava. Egli, silo non vado errato, una faccenda di tanta conſiderazio
ne, e di tanta lieva si dovrebbe eſſer ordinata, che un di ligen Del Sig.
Lionardo di Capoa 181 ligéte notomiſta alle ſcuole s'introducefle, e facédofi
ada giare di tutto ciò che biſogno a lui fia,un giorno alınen pec ogni
ſettimana la notomia diqualche particolar membro d'animal faceffe; perciocchè
in sì fatta guiſa non ha dub bio, che a'giovani, perchè perfetti notomiſti
diveniſſero, agevole ſtrada fi ſcoprirebbe. Non fo poi lo fe ben fitro vino
inſieme unite le due cattedre della notomia, e della cirugia, e come di due
peſi cotanto gravi un medeſimo let tore acconciamente ſcaricar fi poſſa; perchè
loderei, che queſte due ſcuole amendue di ſomma conſiderazione, e d' igual
fatica ſi partiſsero, e dibuona ragione da due valen ti maeſtri ſi reggeffero.
E fomigliantemete anche direi del. le matematiche, le quali cotanto biſognevoli
fono al co mune, che non ſolamente per la medicina, e per la filoſofia fan
meſtieri, ma per l'arti della guerra ancora, c per la na vigazione, e per le
mercatanzic, e per tutto il civil con mercio. Ma oltre a tutte queſte ſcuole,
che noi abbiamo dovrebbeſila ſcuola della Chiinica imporre; la quale per
quel,chie già ne fia baſtantemente per noidetto, così gio vevole, e neceffaria
è al genere umano, ne da'folilibriſen za la guida d'un buono, et cccellente
maeſtro apparar mai baſtantemente ſi puote; e non ha il torto l'avvedutisſimo,
ed aſſai ben conoſciuto di sì fatte coſe Monſignor Giovan ni Cianpoli, a
vituperare, e biaſimare la dappocaggine delle ſcuole p no avervi la chimica
introdotta; ma ſpezial méte al noſtro ſtudio la ſcuola della chimica fa
meſtiere: avédoſi a far notomia dell'acquc minerali di Pozzuoli, e d ' Iſchia,
alle quali i noſtri medici ſenza eſſer della lor natura conoſciuti grå novero
d'ammalati poco faggiamente códá nano; quátúque talvolta non pocx ſciagura
necoglieſſe ad alcuno; alcheanche por mére dovea il noſtro Capaccio, quãdo
diſſe: Medici hoc têpore (Sed quis medicus? quiGaleni tantum methodum
legerit?qui impunè homines occidit? ) cum mihil reliqui habeant medendis
corporibus, vel cum re ipfa. ignorent, quo morbigenere ægri fins affecti, ad
aquas Baja. nas eos rejiciunt, quas nemini unquam prodeffe cognovi. No. vi
tamen ftolidos noftræ ætatis homines, quificaci eò profici Scan ' 582
RagionamentoSettimo fcantur, jam ſe videre, caciores indè reverſicontendunt. E
certamente una cotal biſogna a comun giovamento fornir fi dovrebbe; perciocchè
non abbiam noi fin'ora ſcrittor di lieva avuto, ilqualdiſtintamente eſaminate
l'abbia, come chè il Iaſolino ſcriva eſſerſi valuto dell'opera d'un certo
Chimico per eſaminare i bagni d'Iſchia; dal quale ingan nato, follemente
credette eſſer non ſo quali miniere di fo le, e diluna in quelle acque. Ma per
accennar qualche coſa dell'altre parti della mea dicina: Io richiederei, che i
Lettori di ella, oltre alle yolgari opinioni d'Ippocrate, e diGalieno ſpiegar
dover fero tutt'altre ſentenze degli antichi, e moderni autori,ac ciocchè gli
ſcolari, ſicomeGalieno, c altri famoſi valend huominigià ferono, di tutto ciò
chenella medicina ſi trat: ta,appieno inforınar ſi poſſano; e ſe bene sì fatte
contezze di poco, o niun momento fieno alla medicina, avendo noi a fufficienza
dimoſtrato eſſer quella per ſe ſteſſa incerta, e fallace, e che niuna ſetta di
quella abbia in ſe dottrina, che vi ſi poſſa per huom alcuno ſtabile fondamento
porre, ne coſa di certo mai determinare; impertanto potranno agevolmente
ayviſare i giovani in ponendo mente alla va rietà delle ſecte, e dell'opinioni,
e alle varie, e ſoventi fia te contrarie maniere di medicare, che fra i medici
ditem ро in tempo ſono venyte in ſu, qual via nel meſtier del me 'dicare debban
genere, Ne in queſta guiſa alcun contraſto allo ſtatuto del noſtro Regno mai fi
farebbe, ficome alcuni daquelle parole: li bros authenticos tam Hippocratis,
quamGaleni in fcholis da Geant: vorrebbono argomentare, c ftabilire; e che
altro, che la dottrina d'Ippocrate,e di Galieno nons’avelſe a inſegna: re;
cócioſliecofachè col dipartirli talvolta da Galicno,i sé timenti di Galieno
medeſimomaggiormente fifoguano; ne potrà a buona ragionechiamarli ſeguace di
Galieno colui, il quale non faccia, come Galieno adoperò, ſcegliendo datutti
libri il migliore, ſicome a ciò fare egli i ſuoi ſcola. w inſtantemente
conforta. Solo - nó laſcerò d'avvertire ſo pra l'accennato ſtatuto, ſecondo le
fpoſizioni d'alcuni, che sion vietò la legge per quelle parole,il ſeguire,
einſegnare; ancoraaltri nonininori autori; coſtumando le leggi, qua do vogliono
riſerbare, e vietar tutt'altre coſe, diſegnarle con quelle particelle duntaxat,
tantummodo, folum, che i Dottori chiamano taſſative; ſenzachè, ſe colla mente
del Legislatore vogliam noi ſporre la legge, come ragio, nevolmente è da fare,
certamente non che lo ſpiegare an, che altri nomen famoſi autori vietato ne fia,
anzi egli n'è apertamente conceſſo, o per medire impoſto; conciollie cofachè
l'intendimento del legislatore in ordinando una si fatta legge,, altro
certainente ſtato non ſia, ſecondo che da quella ſi puòcomprendere, ſe non ſe
di formare un, perfetto ge valentemedico; il quale, conte già abbiam di
moſtrato,cal divenir non potrebbe, s'egli di tutto ciò che fin'ora in medicina
è ſcritto piena contezza non abbia. E. certamente ſe l'Imperador
Federicoamici!limo, e bene in formato delle buone lettere', che fe lo ſtatuto,
e Pier delle Vigne,per quanto cõportaffer que'barbari tempi, ſciéziato huomo,
che ſcriſfelo, econrpilollo, aveſſer mai potuto di tantie sinobili ritrovati, e
dottrine de" novelli medici, e filoſofanti alcuna concezza avere, eglino
ſenza dubbio non pure permeſſo,ma commendato anche avrebbono,che nelle ſcuole a
pro del Comune ſpoſti, einſegnati ſi foffero. E tanto più del noſtro avviſo ora
noici rendiam ſicuri, qua to che riguardando alla volgar coſtuma di quel
barbaro, e rozzo ſecolo, veggiamo apertamente, che corale ſtatuto, o no
mandolfi mai di que’tempiad effetto;o pur ſe andò avā ti, fu preſo ſempre in
quelmedeſimo ſentimento, nel quale ora noi lo ſpiegamo; inperciocchè in Padova,
e altrove la dottrina degli Arabiallor pubblicamente ſi ſponeva; e ab biamo,
chepiù che d'Ippocrate,e di Galieno,i medicaméti di Ralis,d'Avicena,c di
Meſueallor ſi coſtumavano; anzi in queſte noſtre ſcuole medeſime,laſciati da
parce i Greci maeſtri, con comandamento đe’noftri maeſtrati il trattato delle
febbri d'Avicenna allor leggevaſi,per racer del nono di Rafi: cum publico bujus
almeCivitatis juſu ordinariams Avicennale &turam de febribushoc anno
interpretarer, fcrifle già 584 Ragionamento Settimo 1 gia Paolo Tucca, famoſo
maeſtro in medicina di queſta noſtra Città. Ne altre doitrine in vero, o
diviſamenti,ſe nó que'degliArabi,quà sépre ſono ſtati ſeguitati in medicá do,
licome già baſtantemente per noi ſi diffe; e tuttaviade' noftri cempi ancor
ſeglionfi; ſegnal certiſſimo, che i me deſimi ancora ne ſiano ſtati ſempre
nelle ſcuole de maeſtri inſegnati. Ne Giovanni degli Argentieri, oftinatiſlimo
nimico di Galicno, e de'Galieniſti tucci,havrebbe quì midi potuto liberamente
mandar giù le loro doterine, aper tamente cozzandovi, ſe per legge ne foſſe
ſtato impo ſto a dover āzi Ippocrate, c Galieno,che la verità medeli ma, e la
ſperienza ſeguire. E che direm noi di cotanti al tri autori, che da ſentimenti
di Galieno traſandando, ove la verità il richiedeva apertamente il
contraſtarono? certa mére male a lor huopo táta tracotáza impreſſa avrebbono,
ſe contro i divieti imperiali altronde, che da Ippocrate, e da Galieno raccolta
l'arte faticoſisſima della medicina nel - le ſcuole inſegnata aveſſero.E lo mi
fo a credere,che tāto ito doposì fatto ſtatuto,comeche foſſer preſi a leggerfi
i di ſegnati autori, pur tutt'altro chequelli ſpiegar dovevanſi;ne in modo
alcuno da’ſentiméti di coloro la medicina tutta di pēder poteva: poichè allora
pochisſime opere d'Ippocratese di Galieno dall'arabeſco nel latin linguaggio
ſconce,e gua íte, e tutte piene di barbarie erano traportate: e l'opere
d'Ippocrate poco certamente a capital tenute furono dagli Arabi; de'quali la
doctrina allora per tutto trionfando fio riva; intanto, che Avicenna per comun
yoce era principe della medicina chiamaco. E tanto parmial preſente della
traccia, che tener debbano nell'inſegnare i pubblici mae ſtri della medicina
aver baſtantemente accennato. Ma lo ben m'accorgo, che alpreſente ne verrebbe a
huopo, chu attenédo le promeſſe già fatte, diviſar de’mnaeſtri della filo Cofia,
comeanch'esſidebbiano eſſer liberi, e non appiccar-, fi all'altrui autorità
nell'inſegnare; ma di ciò nel ſeguente ragionamento farem parole, Rai più
illuftri, è più glorioſi pregidi que ſta oltre ad ogn'altra
d'Italia,belliſſima,e amena Città,è da giudicare: p mio avviſo laver ella
ſempremai, o prodotti, o al tronde a lei venuti corteſeinente accolti, % 9 e
albergati pellegrini ingegni, e ſaggi, ſcorti, e liberi nello inveſtigare i
ripoſti, e profondimiſte rj della natura. E nel vero per non far parole de' più
anti chi tempi, chi è di voi, che non ſappia, che quìBernardi no Teleſio, cui
diede ilcuore innanzi ad ogn'altro di fron teggiare i maggiori tiranni della
filoſofia, che quella avea no a vile, e duriſſimo fervaggio miſeramente
condotta, co poſe, e diè fuora que ſuoipregiatiſſimilibri della natura delle
coſe? Chi è di voi che non ſappia, che quì pariméte poi Sertorio Quattrománi,
Aſcanio Perfio, L.atino Tácredi, Tomaſo Cápanella,Vincézo,c Giovan Battiſta
della Por ta, Col’Antonio Stigliola,Frāceſco Muti,e altri, e altri egre gj
filoſofanti ſcosſero virilmente il giogo impoſto alle ſcuo. le dell'autorità
degli antichi mnaeſtri, della quale dubitar Еесс punto non che farle
alcuncontraſto avrebbe il coinune cõ lentimento delle genti a ſomma ſcempiezza
recato? Vlti mamente, chi è divoi, che non ſappia, e che non abbia co’propi
occhjveduto, che quì cbbe cominciamentoquel la nonmai baftevolmente commendata
accademia, che de. gl'inveſtiganti appellofli, ſol perchè era intendiméto di
lei, poftergata ogni qualunque autorità d'huomo mortale, alla ſcorta della
ſperienza ſolamente, e del ragionevol diſcorſo andar dictro per iſpiar le
cagioni de'naturali avvenimentia Echi giammai potrebbe colle dovute lodi tutti
i nobili fpi riti, che in tal famoſa aſſemblea felicemente filoſofar fi vi dero
rammentare? Ella ricoveroſſi, come voi ben ſapete, ſotto la protezion di D.
Andrea Concubletti già Marche fe d'Arena, ch'ebbe l'animo intefo a vincer la
virtù de’luoi maggiori, i quali fur ſempremai larghiſſimi favoreggiato ri delle
lettere più eſquiſite; e annoverò ella fra'ſuoipiù ca si un Monfignor Caramuele,
un Daniello Spinola,un Frá ceſco, e Gennaro d’Andrea, un Gio: Battiſta Capucci,
un Luc' Antonio Porzio, un D.Michele Gentile, un To maffo Cornelio, e altri, e
altri curiofi, e ſagaci interpreti della natura, che collor fenno, e ftadio,e
gloriofe fatiche generoſamente s'oppofero all'impetuofo torrente delPabu fo,
chegià ſtabilito, e accreſciuto diforze dal conſentimen to deglihuomini,e
dallautorità che gli avea data il tempo, alvero, e alla ragione ſovraftar
avviſavanſi; huomini vera mente d’immortal gloria degni, e certamente da commen
dare, e da avere in pregio vie più di que' primi, che alla fi Jofofia diedero
operá, ecominciamento; conciofficcoíachè; fe eglino difcorrendo regolatamente,
e oſſervando con dili genza saperfono la ftrada alla contezza delle coſe
naturali, altro veramente noh fecero, ſaluo chc fecondare quef rego lamento,
per lo quale caminar fogliono l'arti, e le fcienze, e l'altre coſe tutte di
quaggiù, le quali cominciando da roz zi, e baffi principi, dal cattivo, e men
buono, al buono, indi al migliore e alla fine a qualche ſtato di perfezione
aggiuo gono; ne a queſta opera fare altra malagevolezza s’incontra di quella
dell'applicazione,e della fatica,ſenza le quali non è dato agli huomini
acquiſtare utile, o onore veruno. Ma ove p rammendare ciò che p fatal legge
delle coſe umane, o per altro accidente fia venuto una fiata in dichinamento, e
corruttura, primieramente hanſi a ſuperare i gravi impedi menti del mal abito
già fatto per lo conſentimento della moltitudine, e per la lunghezza del tempo
fortemente ra: dicato negli animi; e dopoauer ciò operato durar fi debbom no
parimente le medeſime fatiche, ſe non maggiori, che durarono que'primi autori,
e padri della filoſofia; perchè non è lingua,non è penna,che gli poſſa a
baſtanzacommen dare. Maio perchè tante volte pazientemente avete degna to
d'aſcoltarmi,o Signori,in queſto ultimo mio ragionamen to, che dovrò fare, ſe
non ſe incoraggiarviad una sì bella impreſa di liberamente filoſofare, e
diviſarvi altresì quanto di liberi filoſofanti, e maeſtri le noſtre ſcuole
abbiſognino; ne a ciò fare veruna induſtria, veruno ſtudio, veruna fati ca
reputerò vana, e inutile: imperocchè ove ſia ſeguito il mio avviſo., ſpero, che
a voi ſomma gloria alcomun ſom mo pro, camefelice termine di queſte poche
fatiche, che per altrui utilità ho durate, ſia per ſeguirnezeper dare omai
comincianento,dico, ch'egli ſembrerebbe ad alcuni ben fatto aſſai, che s'aveſſe
a rinovellare l'antico, e ormai per lungo ſpazio in tralaſciato uſo di ſporre a
parola p parola il teſto d'Ariſtotele. E quancunque il miglior partito ſareb
be,intorno a ciò imitando le più famoſe ſcuole d'Europa,ri pigliare l'antichiſfima
traccia già tenuta da’ Greci nello in ſegnare, Oye poi queſta non li voleſſe
ſeguire, certamente giudicherei il men male, che ſi faceſſer le chioſe in ſu'l
già detto teſto d'Ariſtotele; imperocchè in sì fatta maniera grande ſcemo ne
verrebbe il numero innumerabile di quel le quiſtioni, in cui, e'l tempo,e'l
cervello, non men de’mac ſtri,vilogorano tutto di milerevolmente gli ſcolari;
sì ve ramente, che poi i maeſtri a quella guila, e con quella li bertà l'opere
d’Ariſtotele aveſſero a trattare, colla quales cgli quelle di Platone, e
d'altri antichi trattar ſolea. E co me a ſuo eſemplo fecero poi delle ſue
mcdefime Tcofraſto, Ermia, Filopono, caltri, e altri ſuoi più nobili ſeguacije
Ессе 2 clio 588 Ragionamento Ottavô chioſatori, cioè a dir, ch'egli s'aveſſe
minutamente a cri vellare ogni fuo detto, diſaininar a fpiluzzico ogni ſua ra
gione, econ nuovi,ė nuovi ſaggi provare, e riprovare ogni fperienza, ch'egli
aver fatto teſtimonia nelle coſe della na tura; e ficomene'miſterjdalla Divina
eterna fapienza, che ne ingannar ſi plote, ne ingannare altrui a noi già
rivelati, nő dobbiamo più oltre inveſtigare; così nelle dottrine in. fegnatene
da’šiloſofi,e particolarmente dallo Stagirita,egli fi dee ſempreinai ſtare in
ſu l'avviſo,ed aprir, come fuol dir fi, mille occhi, e mille, per veder ſe ciò,che
egli nel ſuo indice ne ſcriſſe ficonformi coll'ampio, e immenſo volun
medell'Vniverfo. Ma perchè chiaro appaja, e ſi poſſa quaſi diſli toccar cô mani
quáto mal ſicurain quallivoglia materia ſia la dottri na d'Ariſtotele,ne daremo
ora, comechè breve, qualche faggio; e primieramente in que ſentimenti, che da
criſtia no orecchio fenz'orrore no potrebbongiammai udirſizcioè, che l'eterno
Dio non ſia il gran fattore dell'Vniverſo, e de gli huomini: ne di noi punto fi
brighi, ne con noi voglia, o poſſa uſare in alcunaguiſa, ne in ſonno, ne in
vegghia: e ch'egli non ſia colui, ond'ogni bene avvenga. Che la per
fertabeatitudine fol nella preſente vita neli conceda, ſen za alcun godimento
nellaltra poterfi ſperare. Che la det ta beatitudine nella fola virtù non
confifta: ma le fac cia meſtiere de'beni della fortuna: dipartendoſi dal parcr
del ſuo Macſtro Platone (cotanto commendato dal gran Padre Agoſtino ) colà ove
diſſe, cſſere la perfetta beatitu dine non altrocheil godimento di Dio. Che
buona ſia l'é pia legge di Minoffe,il quale volca, chelecito foffe il pec car
cótra a natura, acciocchè nó creſceffe oltre al cõvene vole il numero
de'cittadini. Che gli huomini abbian la vera fapienza: burlandoſi di Simonide,
che detto avea effer Dio folamente il ſapiente; e ftizzandoſi contro Platone,
ches ſcriſſe eſſere l'umana ſapienza vile, e bazzeſca. Che igio, vani debbano
fraftornarhi, comcincapaci, dalle morali dio fcipline. Che la modeſtia non fia
virtù: nc virtù di fortez za ſia il ſofferir pazientemente le ingiuric, la
povertà, gli 1 efilj, la morte, o altri infortunj: le quali coſe, come em pie
la medefima gentilità condannerebbe, che fortiſſimi sé, za contraſto ſtimò
Meltiade nel ſoſtener la prigionia,Temi ftocle l'eſilio, Socrate la morte. Ma
che direm poi di quel ſuo ſentimento dietro all'eters nità del mondo,tante, e
tante volte da lui ridetto, e pro varo, facendo contro il vero arme i
ſofiſmi?Che dell'empie fuc beſtemmie intorno alla natura del grande Iddio, il
qua le ſcioccamente egli chiama (wor, cioè a dire animale. E a lui di vantaggio
egli l'onnipotenza, ela providenza, elas libertà dell'operare empiamente toglie;
oltre a ciò non potendo talor la fuafolle, e pertinace miſcredenza celare,
apertamente dice eſſere la religione un politico ritrovato da tener a freno le
genti, e che la dignità del Sacerdozio debba compartirli a' ſoldati veterani. E
che diremo intor no alle pene, e premj, che dila ſi danno ſecondo l'operes che
di quà per noi fatte fono: E che direm’anche dello in ferno, il qual egli dice
effer certamente novella da vegliar de; morendocon noi l'anime ancora, ne altra
coſa di noi reſtando dopo morte, fe non ſe il freddo cadavero, ſenza,
fentimento niuno? e tali alla per finc Ariſtotele ne trattadig come Se fate
foſſim’anime di ferpi. Ma non verrei mai a fine, ſe tutte quì diſtintamente re
car lo voleſſi le fue empie, e peſtilenzioſe doctrine, dalle quali contaminato
il miſcredente Arabo chioſacore in's prima; e poi altristolſero l'occaſione di
comporre, e di co pilare quell'infame libro,de'tre ſeduttori del mondo. Quin ci
apertamente fi pare con qualita ragione detto aveſſe già Lattanzio Firmiano:
Deum non colit, nec curat omninò Ari Hoteles: e prima di lui il grande Origene
nel libro, cli’ei ſcriſſe cótro Celſo Epicureo,avea già detto eſſere Ariſtote
le piggiore aſſai d'Epicuro; e dipiù biaſima Origene mole? altre malvagità,e
ſcelleratezze inAriſtotele,e la peripateti ci ſcuola tutta ne taccia; e'l beato
Serafino da Fermo, e S. Vincenzo Ferreri abboininando, e maladicendo la dottri
na d'Ariſtotele, e quella d'Averroe ſuo ſeguace ſoleva.gri dareeffer
quellephialas ire Dei projectas fuper aquasfapië tiæ chriſtiane, unde facte
furtamare, ficut abfynthium; per chè anche la venerabile ſua ordine avca
ſeveramente proi. bito a’ſuoi frati il leggere l'opere d'Ariſtotele. E ben ſi
paa re, cometeſtimoniano Laerzio Diogene, Ammonio, Cle mente d’Aleſſandria, e
altri, ch'Ariſtotele rivolto fi foſſes agli ſtudidella filoſofia per
ordinazione di quel Diavolo, che ſotto il mérito nome d'Apolline già dar ſoleya
le riſpo Ite in Delfo;ne altra cagione ritrova San Girolamo alla Arriana ereſia,
che dottrine d'Ariſtotele: Arriana berefis argumentationum rivos, de
Ariſtotelæo forte mutuatur: fic enim Arrianos inperfidiam iviſse cognovimus,dum
Chri Si generationem putant ufufaculialligandam, relinquunt Apoftolum,
fequuntur Ariſtotelem, E S. Baſilio il magno ſchermendo, e vituperando
oltremodo l'Ereſiarca Euno mio dice, che coll'armi d'Ariſtarele tentava egli
d'abbat tere, e diſtruggere Criſto; e ſpezialmente in un luogo, ov? egli dice:
deh laſcia forſennato il malvagio, e danneyole gærrir d'Ariſcotele: laſcia io
c'avverto quel velenoſo, e pe ſtilenzial ſuo favellare intorno alla natura
dell'anima: è in tutto caccia via da te quelle ſue mondane ſentenze, copi nioni.
Or ſe nelle coſe, che abbiam noi di certo, come loni quelle della noſtra ſanta
Fede, così manifeſtamente Ari ſtotele graſandò; certamente dovremmo noi anche
nell'al tre tenerlo ſoſpetto, e dubitarne continuo degli uſati ſuoi crrorijanzi
dovremmo pure giudicar falſo apertamente tut te quelle ſue premeſſe, dalle
quali egli pervia di neceffarie cõſeguéze ſuol cavare gli ſciocchiſſimi ſuoi
falli intorno alla noftra sáta Fede.E veraméte il ſiſtema in ſu'l quale egli
ap. poggia, o tutta, o la maggior parte della ſua vana filoſo fia,egliè
l'eternità della materia, del movimento, del mon do, delle intelligenze: la
neceſſità di Dio nell'operarc,e la virtù finita di lui: e altri, e altri
ſentimenti a queſti fomi glianti. Ma che dire noi di quelle coſe
d’Ariſtotele,le quali quã tunque per la noſtra S. Fede non fi determinino,pur
la Ipe 1 ricn DelSig. Lionardo di Capoa اور rienza così manifeftamente ora a
noile dimoſtra, che nulla più èda dubitarne? O forſe negando noi fede agli
occhi noſtri medeſimi, e dimentendone i ſentimenti, e le dimo ſtranze, crederem
noi oſtinatamente ad Ariſtotele, e non ne prenderem pure faggio da altri più
avveduti, e men cre. duli ſcrittori i quali in buona verità affermino ſe avere
fpe rimentato tutt'altro di ciò, cheAriſtotele nefcrive: Adun que perchè
credere noi,che l'arco celeſte nó poffa maggior d'un mezzo cerchio apparere,
quando contro l'avviſo d'A: riftotele, Franceſco Pico della Mirandola, il
Campanella, il Gaſſendi, il Blancani, ed altri molti maggiore affai l'of
ſervarono? Anzi Io l'ho purriguardato, che non ſol mag giore, del mezzo cerchio
apparir foglia, ma talvolta anco ra in un cerchio compiuto, e intero, dove il
Sol fia alto, e l'huom da qualche monte aſſai rilevato ilriguardi. E dell' arco
celeſte lunare,perchè'giudicherem noi eſſer quello co tanto malagevole
aformarſi, che ne' plenilunj ſolamente apparer radiſfime volte ne foglia: anzi
le egh è pur vero (perciocchè vien comunemente giudicato, maffimamente da
Alberto Magno per una delle più favolofe novelle d'A riſtotele ) cgli dovrebbe
pur più ſovente apparere, che non Polervòcolui in due fole volte per lo
lunghiffimo ſpazio di cinquant'anni; quafi egli in ciaſcuna notte dicotanto tem
po ſenza prender mai ſonno foſſe ſtato ſempre a bada al ſe reno per riguardarlo;
non altrimenti che Fra Puccio ftayaſi digiuno orádo alle ſtelle, mentre la fua
donna rinchiuſa có colui troppo alla ſcapeſtrata ruzz.ava. Ma degli errori d'A
riſtorelein si fatte materie ne diſcorrono appieno il Tele fio, il Campanella,
ed altri eccellenti autori. Ma che direm noi della proporzione, e
convenenza,che infra fe hanno nel mondo peripatetico quaſi in ben librata
bilancia in andar ſu le coſe leggiere, e giù le gravi? E la fciando per ora ad
Ariſtotcle il creder, ch'ei fa fuor d'ogni ragione effere la leggerezza non men
che la gravezza me delima, qualità delle coſe: e come poi per ſua dappocag gine
lafciando di ſpiegare d'amédue la natura ad altro tra paſli: dirò ſolamente
della ſua fciocchilimatracotanza il non volere far pruova di ciò, che ſogna,
che una pietra di mille libre fcenda mille volte più preſto, ch'un altra d'una
libra; potendo con durar poca fatica,ravviſare, che que due mobili, tutto che
tanto diſuguali di peſo, diſcendano però eguali in velocità. E chedirem noi
intorno aciò, che Ariſtotele vaneggia do ne vuol dare a divedere delle coſe,
che poſte in acqua, o ſcendano giù, o galleggino? e come egli tratto dalla
ſuaſciocca maniera del filoſofare, vuol,che peropera della larghezza, o
ſtrettezza della figura, o fendan l'acqua,o nuo tino a galla coſe più gravi
aſſai dell'acqua medeſima, non riguardando egli punto alle vere cagioni, che in
ciò con venir poſſano. Intorno alla qualcoſa così ſmentito, eri creduto ne fu
egli dal noſtro ſottiliſſimo Galilei, che nutta più ne ſarebbe il favellarne.
Ma che direm noi dell'acque del mare? onde egli appre. ſe il noſtro Ariſtotele
eſſer quelle più dolci aſſai, e men fan late nel fondo,che di ſopra li ſieno?
Ahi quanto cauti gli huomini efer denno Preſso a color,che non veggon pur
l'opra; Ma per entro i penfier miran col fenno. Così traſcurati, e bambi ſi ſon
laſciati trarre a ' ſuoi ſco cj, e difettoſi fillogiſmi i poco avveduti,e
troppo creduli ſuoi ſeguaci, che nulla curandodi vederlo per pruova,giu rano,
ch'egli ſia infallibile verità: quum hoc, dice Giulio Ceſare dalla Scala, pro
comperto,veroque habeatur, in fun do maris aquas dulces effe. Ma Franceſco
Patrizio huomo di maraviglioſo ſapere, e di non ordinario avvedimento così
operando pur con tutte diligêze diviſarene dallo Sca ligero, ritrovando alla
per fine il contrario, ne ſcrive: quñi mare ftaretplacidiffimum, nec itineris
tantillum navis confi ceret, nullo Spirante vento experiri libuit, vafe
cattitering ejufmodi, quale ipſe deſcribit, funi longiffimo alligato, quem
nautæ fcandalium vocant, et altero leviore funiculo operculo accommodato, ita
ut attractus illud aperire poſſet. Itaques manibus propriis utrumquefunem in
mare demifimus: vas cafu plumbo pilotico fenfim ad fundumpervenit altiffimum,
ſcilicet CXLVII.: quum fenfiterramtenere, minorem funem traxi, operculum
referavi. Extraximus opertum mari ple. num, falfo, amaroque, baud
majorefalfedine, vel minore quàmquod in ſuperficie pofitum vafe alio
guftabamuscompa rando. Ma finalmēte intorno a ciò n'ha rimoſſa ogni dub biezza
il chiariſſimo Boile, il qual dice, che non ſolo i tuf fatori moderni inghileſi
han fempremai aſſaggiata l'ac qua nel fondo del mare ſalſa, non men, che quella
diſopra; anzi dipiù in cerci luoghi della zona corrida ritrovato no una fiata
nel fondo del mare pezzolinidiſale, e ſe ne ſervirono a lor agio per condir le
vivande i peſcatori. Nó diffimile altresì da queſto dell'acqua ſalſa è quel,
che Ari {totele apporta ne’libri delle ſue metcore, intorno al vino; affermando
con franchezza grande, che i vapori del vino ſi vengano a cambiare in acqua
toſto che ſi riſtringano. Ne men groffa di queſta è quell'altra ridevol
balordag gine del noſtro natural filoſofante,intorno al rame; la qual parimente
nelle ſue meteore volle, che ſi leggeſſe;cioè, che'l ramenon ſi poſſa per coſa
del inondo įn altro color tignere. E quinci veggafi pure quanto male a lor
huopo i filoſofi nan turali non ſappian di Chimica. E che direm noi intorno
a’mari, i quali dice Ariſtotele eſſer molti, e molti, che non ſi congiungano inſieme,
trat tone ſolamente il mar roſſo; il qualſecondo il ſuo avviſe, p piccioliſſime
focinell'Oceano Atlático entrar ſi vede Nar ra ancora egli, e follemente
giudica i Beti, e la Dannoja naſcer da’monti Pirenei; e nel Parapamiffo l.2 lor
prima fő te avere il Battro, el Coaſpe, e l'Indo, e l’Araſle, cche da queſto
poi li venga eglia diramareil Tapai. Coſe tutte manifeſtamente falle, e
impoſſibili;concioſliecoſachè fap pia ben ciaſcuno tanto quãto di ciò
intendente, che'l Coal pe per la Perſia diſcorra, e di la dalla Perſia il
Battro allin Battriana Provincia dea nome, e l'Indo naſca nell'Indiwi perchè
non è da credere, che fiumi diſcorrenti in Provin cie cotanto infra fé lontane,
e rimoſſe, in un modelimo luogo tutti, e da una medeſiına fonte ſorgano; c'l
Tanai ſa ben ciaſcuno, che naſca ne'inonti Rifci. Ma di più dice Ffff
Ariſtotele, che nella Liguria un fiume grandiflimo; e non minor del Po
s'inghiotta tutto, e fi divori dalla terra, e quindi dinuovo poi rinaſcendo
diſcorra altrove. Ma in corno al primo naſcimento de'fiumitutti,egli molto
ſcioc camente parlando dice, che ciaſcun fi formi, es’ingeneri negli altiſſimi
monti dal vaporoſo aere per virtù del freddo a viva forza riſtretto, e condenſo,
e diſtillante continuo in acqua nelle naſcoſe caverne, e nelle picciole buche
della terra; e quindi poi fa che prendano perpetuo movimento con una cotal
gravezza, la quale perrocce, e per burrati, eper lande, e pervalli faccendo
l'acqua diſcorrere, eca dere La fa inquieta, inftabile, e vagante. Nel qual
modo follemente filoſofando fa egli nafcer non folamente piccioli fiumicelli, e
fonti, e poveri rivi, ma no ne ferba anche i più ſuperbi, e vaſti fiumi del
mondo. La qual coſa quanto ſia ſciocca, e da ridere, ben può comprenderlo
chiunque ha favilfuzza d'intendiinento, fen za ch’lo più ne dica. Eche direm
noi di quella così ſmiſu. sata, e incredibile altezza del monte Caucaſos Baja,
ch'avanza inver quante novelle, Quante mai differ favole, ecarote Stando
alfuoco a filar le vecchiarelle. Eglimillantando delle cime di quello dice, che
fino alla terza parte della notte ſian dalfole illuminate; che fatta ne la
ragione ſecondochène ſcrive il ſottiliſſimo Peripate tico filofofante Giacomo
Mazzoni, farebbe il monte dal tezza almen di ſettant'otto miglia noſtre
Italiane per linea perpendicolare; c quì non può non gridar eoli: papa in quos
aculeos imprudens me conjeci! rident enim hoc Ariſtotelis dictum Mathematici;
putant enim eum pueriliter lapfum efle. Cæterum ego dico eum ſequutum effe
famam. La quale ſču fa del Mazzoni Io non lo ſe maggiormente debba fcagio nare,
o tacciare il noſtro veritiero, e accortiſſimo Filoſofo. Ma d'altra parte
Giuſeppe Blancani famoſifſimo Matema tico, cercando a biftento di menomar
cotanta altezza del Mazzoni, la riſtrigne ſolamente a miglia cinquantadue; qua
DelSig.Lionardo di Capoa. 509 quia tamen, ſoggiugne poi, adhuo omnem veritatem
nimium exfuperat; e biaſimandoſi forte della ſcuſa del Mazzonifa piertiores
judicent, dice, num recte philofophus, cujus eſiree condita, &abditadocere,
excufetur,fedicatur eum popula. rem famamfequutum effe. Ma fe falla così
ſconciamente Ariſtotele in narrando con ſe falſe per vere, non meno errar ſuole
egli talora in rifiu. tar come mentite, e falſe quelle, che manifeftamente ſon
vere. Così egli nega efſer il vero ciò che cutto dà ſperimé €2 avvenire nelle
contrade della Paleſtina, e propriamente in quel miſerabil luogo, in cui già
cadde Fiamma dal Cielo in dilatate faldea E di natura vendicò t'offeſe Sovra le
genti, in maloprar sì falde. Fu già terra feconda,almopaeſe; Hor acque for
bituminofe, e calde, E fteril lago, e quanto ei volge, e gira, Compreſs'èl'aria,
egrave il lezzo fpira. Di quel fetidohumorgiammainon beve L'affaticato
peregrina, e laſo, Non greggia, non armento:e cofa greve, (Benchefia gravepur,
qual ferro;of affo,) Sornuota quaſi abete,od orno leve: L'huom non s'attuffa
mai, ne giugneal baſſo. Cosìagevole egli è Ariſtotele a negare, e ad affermare
a fuo talento tutto ciò, ch'e' vuole, fenza aver riguardo niuno alla verità. E
volle Ariſtotele anche oſtinaramente contendere, e negare contro l'avviſo di
molti valent'huo mini, fotto la torrida Zona la terra eſſer abitabile. Ma che
direm Noi della Galaſſia, o vogliam dire cerchio di lat te, il quale fecondo
Ariſtotele è un incendio perpetuo bruciate nella region dell'aria per
l'eſalazioni, che dal le baſſe valli, e dagli alci monti vi manda continuo la
cerra; errore così grande, che anche i più cari ſeguaci di lui ſe n'avvidero, e
apertamente ne'l ripigliarono; in torno alla qual coſa, ſon veramente degne da
notar quel le parole d'Olimpiodoro avvedutiſſimo ſuo interpetre, colle Ffff 2
quali 1 596 Ragionamento Ottava quali egli comincia a chioſar quel luogo: il
Reo (dic' egli, fervendoſi del volgar detto ) è di miglior condizione dell
attore; concioffiecoſachè allegando tutti gli antichi filoſo fanti nel ciel la
Galaffia, ſolamente Ariſtotele portando falſa opinione, nell'aria ła pone;
perchè il Campanella eb be a dire:hancfententiam nemo fequacum ſectatur, nifi
ftul si quidam:fra' quali non vergognoſli di porre il ſuo nome
CeſareCremonini:mathematica,et rationis expertes;e Aver roe, il quale così a
capital tiene la reverenda autorità del ſuo caro Ariſtotele, che tranguggiar
volentieri fi fuole tutte ſuc bagatelle, e ſue bugie, quantunque groſſe,e fmi
ſurate elle fieno, pur ciò non potè a niun inodo inghiottire. Ma che direbbono
a’giorni noſtri il Cremonini, e gli altri oſtinati fuoi ſeguaci, fe mercè del
Teleſcopio guataſfero quelle tanto picciole ſtellucce, ch’ammucchiare inſieme,
e riſtrette laſsù formano la Galaſſia, edi quà ne fembrano per la lor
picciolezza una confufa liſta appena di mal di ſtinto ſplendore; il chefenza
conſiglio del Teleſcopio be conobbe il fottiliſſimo Democrito, allor che, come
Plu tarco, e Macrobio teſtimoniano,difſe eſfer la faſcia del latte non
altro,che moltitudine di ſtelle fiffe in quella parte tan to picciole,e non
vedute diſtintamente a noi per la lor pic ciolezza, non già perchè allumate non
fian dal ſole per lo tramezzamento della terra, come falſamyente ne vuol dar a
diveder Ariſtotele ch'abbia detto Democrito, per avval lare il buon nome di
quello, con accagionarlo d'un mani feftisſimo errore. Ma chi non fa quanto egli
fiafi apertaméte aggirato Aristotele intorno al luogo, e alla generazion delle
stelle comete, e quanto fanciulleſcamente e'ne diviſi; e già n'è prie troppo a
ciaſcun manifefta la verità, avendone sì ben fa vellato il noſtro Ipparco (che
tal meritamente dal Gaſſer di vien chiamato Ticone ) e l'ingegnofisſimo
Chepleri, e cotant'altri moderni Aſtronomi, e filoſofanti, i quali n’hā così
dimentito, e ricreduto Ariſtotele, chenulla più. E che direm noi intorno
all'incorruttibiltà,come dicono del Cie lo, intorno alla natura del ſole, e
dell'altre ſtelle? E che direm noi della favoloſa novella della sfera del
fuoco? Ne. mi farò ora a voler dir della Terra, la qual ne’libri del Cie lo
avendo Ariſtotele poſta ritonda, pure ſpagato, dice ne’ libri delle
meteore,ch'ella inverſo Settentrione, alquanto più rilevata, e alta filia. Nedi
ciò anche contento, ne’li bri medeſimi delle meteore, come ſe caduto gli foffe
della memoria, ciò, che non guari addietro n'avea ſcritto, portas opinione
eſſer la terra, non già ritonda,ma da due lati pia na a guiſa ditamburo,o di
cilindro, o dirottame di colom na: ftando ella, ſon ſue parole, non
altrimenti,che tamburo; perciocchètale è lafigura della terra: equantunque ſi
paja ch'eifavelli della terra abitabile, di queſta anche aveans favellato gli
antichi filoſofi, i quali egli biaſima travolgen do i lor ſentiméti;mache che
ſia di ciò, falfo pariméte ſi è, la terra abitabile efſer a guiſa di tamburo;
ondeebbe a di re il Tallo, comechè peripatetico e' fi foffe: Tal che nonſembra
l'habitata terra Timpano più,come affermando inſegna Il gran Maeſtro di color,chefanno.
Ma delle contradizioni, e mutamenti d'Ariſtotele,i que. li quafi in ogni carta
delle ſue opere s’incontrano, lun gofarebbe ora a dire; le quali così manifeſte,
e così ſpeſ fe ne'ſuoi libri ſono, chei inedeſimiſuoi parziali non oſan negarle.
E conciosſiecofachè molti famoſi ſcrittori s'ab biano preſo briga di
fcoprirgliele, tralaſcerò lo al preſen te di più divifarne. Solamente non vo
lafciar di trarne a noſtro concio, cheAriſtotele avvegnachè tutt'altro inoſtrar
volefle,filoſofar folea non meno incerto e dubbioſo, che il luo maeſtro Platone,
e Socrate ſi aveſſer già fatto; e feco dochè più in concio gli rendevali
ſerviva delle opinioni al trui; e quelle, e queſte, or abbracciando, or
rifiutan do a ſuo talento, non altrimenti che noi nelle varie ſta gioni
dell'anno de' noſtri veſtimenti facciamo. E certa mente lo direi co'l
dottisſimo Ramo,la filoſofia d'Ariſtotele da quelle vane ciance in fuora, che
dir ſi poſſono propia mente ſue, eſfer una confufa meſcolanza de ſentimene ti
degli antichi ſoventemente da lui non troppo bene capi 598 Ragionamento Ottavo
1 2 4. 4 capiti, e malamente ſpiegati; ficome in più luoghi delle ſue opere
manifeſtamente fi fcorge. Collecta femel iftafunt, dite l'accennato Ramo, de
multis, magnis infinitorum authorum; et operum vigiliis; recognita nufquam funt.
E piaceſſe pureal Cielo, ch’a’tempi noftridurati pur foſſero imalandati libri
di quegli antichivalent'huomini,che più agevolmente ſenza fallo ne ſarebbe
creduta cotanta verità, E quinciſi pare, con quanta ragione detto aveſſe
l'iſtorico Timeo appo Suida, eſſer Ariſtotele ditardo, ed ottuſo in tendimero:
Tίμαι φησιν κατ ' Αριστοτέλες,είναι αυτονευσχερή,θρα συν, πιοπιτή,αλ' ου
σοφισών,όψιμαθή.μισον υπάρχοντας το πολυήμητου ιαπιείον αποκεκλεικόG, και στις
πασαν αυλήν, και σκηνήν έμπισηδηκόα. Timeo diſse contr’Ariftotele, efser lui impronto,
orgoglioſo, rintuzzato d'intendimēto,eda ciaſcuno odiato: il qual con ſue
maladizionifi fe ftrada in tutte le corti, e per ogni ſcena pro verbiava; che
che ſi dica il Cauſabono: il qualpoco, o nul la inteſo di sì fatte faccende
dice, in favellando di Timeo, falfifima enim omniaquæcunq; dedivino viro
epitimæus ifte nugatuseft. E le inai ſidee dar alcun luogo alle conghiet ture,
più balordo, e ſciocco eſſer veramente ſtaro di quel, chc Timco, ed Eliano
ancora ne raccontano e ſembra cer tamente Ariſtotele;perciocchèegli ben
vent'anni conſumo nella feuola di Platone,e periſtudio,e ſudor, ch'e'vi logo
raffe,nó potè mai avāzarne più che forſe ſi ſarebbe approfit tato il più
minutoícolaretto. E ciò maggiormente ſilaſcia credere dall'aver lui molto
ſcioccaméte apprefe alcune sé téze del ſuo maeſtro, e molto ſtorpiatele, e
malmenatelei. Ma di ciò forte altrove più agiatamente diremo. E ritor: nando
ora a ciò, che propoſto avevamo, cioè a rapportar come ſconciamente Ariſtotele
cerca talora di contraſtare, ed abbattere gli altrui veri ſentimenti:
maraviglioſo certa mente, e degno aſſai da notarſi e' miſembra qucl, che egli
dice del ragnolo: ed è,che avendo già detto in prima De mocrito, che le
ſottiliſſime fila, onde ilragnatelo con arti icioſo lavorio teſſer ſuole
maraviglioſamente le fuc tele, egli dentro le ſue viſcere le ingenerise per lo
fondo le trag ga per quella parte ch'è bello il tacere;levofli incótanente fuſo
Ariſtotele, e opponendoli orgogliolamente a un tan to huomo, diſſe, che
Democrito in ciò manifeftamente fal lava, e che le fila forminſi dal ragnatelo
per tutte parti del ſuo corpo, a guiſa di corteccia, o di lanugine, chetut ta
gli vadano coprendo la buccia; o non altrimenti che s? avventino le penne
dell'Itrice: ου διμύανται δ ' αφιέναι οι αράχναι το αράχνιον, ευθύς γεννώμενον,
ουδ' έσωθεν, ως αν περιθωμα, καθάπερ φησί ΔημόκριτGάλ ’ από του σώματG- οίον
φλοιόν, ή του βάλον τοίς Dertiv,oi'or ai uspiges: cioè i ragnateli nati appena
mādan fuq ri le fila,non già dalleparti dentro aguiſa di fecce d'anima li, come
falfamente immagina Democrito, madalleparti di fuori, aguiſa d'una ſcorza, opur
di quegli animali, che ſono gliano, Jaettano i peli, come è l'Iſtrice, Ma quì
non ſi può ſenza maraviglia coſiderare la traſcu raggine,e lentezza de’poco
curioſi peripateticisi quali se zabadar puntoalla verità del fatto,confarne
pruova han cosìvergognoſamente ſeguito il parere d’Ariſtotele, laſcia do
daparte quello di Democrico;ilquale tutto il corſo del la ſua vita, che fu
affai ben lungo, in far eſperienze avea logorato; e tanto più degni di biafimo
ſi rendono, quanto che l'impreſa non richiedeva cotanto fenno, e avvedimen to,
o fatica per venirne a capo: che ben ancora le feminel le delcontado, e
imuratori, e gli ſpazzacamini avveder ſe ne poſſuno, allor, che ne’lor piccioli
abituri veggono fa re il tombo agl'induſtriofi ragnuoli, per inteſſer le ragne
alle moſche. Ma fu egli certaméte cagioned'un sì folle errore l' aver eſli dato
intera credenza ad Ariſtotele.E nel vero, chi mai ſoſpettar avrebbe potuto,
eſſere ſtato Ariſtotele così fciocco, e ardimentoſo nel ſuo lcrivere, che
manifeſtame te aveffe voluto contraddire al divino Democrito ſenza aver lui in
prima ſottilmente conſiderata la biſogna, e ſpe rimentata per più d'una pruova
co’propi occhj. la ſua ragio ne; maſſimamente,che a doverne far ſaggio non gli
era me ftieri inviar mefli ad Aleſsandro, e farli venir dalla Media, o
dall'Ircania, c dalle più rimoſſe contrade dell'Indie nuo ve, e non più
conoſciute belve; che ben poteva egli nella camminata della ſua caſa propia
veder ne*cáconi i ragnuoli filare; Coo Ragionamento Ottaud; filare;pchèvalſe
tátol'autorità d'Ariſtotele,che in coſa co tāto manifeſta ſe ne ſarebbe per
avvétura ancoroggi ſepol tala verità, avédo ad Ariſtotelecreduto l'Aldovrádi,e
cota. ti altri famoſi ſcrittori,ſe la ſperienza nõ aveſſe nõ ha guari moſtro
pienamente aver Democrito la ragione, peropera del curiofiflimo Giuſeppe
Blancani in prima, e poi di Tom maſo Moufeto: acceptomanu bacillo Araneum
quendam:dia ce il Blancani: ex iis, quicirculares telas, quas nonnulli, et quidem
aptè labyrinthos appellant, ingenio utique mathe matico contexunt,fic adii, ut
Araneuspro arbitrio ſuper bar cillum liberè inambularet; dum ipſe interim
curiofius illums obfervarem quanam videlicet ex parte filum foras ederet: cum
ecce tibiaraneus experienti mibi ultro favensfefe exba culo demiſit, ita tamen
ut ex filo fuoin aëre fufpenfus rema neret: cum primum obferuo ipſum inverſum,
hoc eſt capice deorſum, ventre ſurſum pendere; ut autem acutius cerne rem eum
opacecuidam rei oppofui, ne pre nimia luce tenuiffi mum aranei filum aciem
oculorum effugeret; quo facto cla riſfimè videbam filum ſeceſſu Aranei prodire.
Mamolti ſe coli prima del Blancani avea ciò parimente ravviſato il ſa gaciſſimo
Plinio; mane a Plinio, ne al Blancani volle pre ítar credenza il Vosſio padre:
così poco acconcio egli eb be l'intendimento a diviſar delle cole della natura.
Ma poichè deʼragnateli facciam parole,non tralaſcerò di conſi derare quanto
dietro al partorire di quegli il noſtro Ariſto tele vanamente anco s'aggiri,
dicendo partorire i ragnoli cotali vermicelli vivi, e non già le uova, come
alcuni im maginano; ma quanto ciò ſia dalvero lontano, dicalo in miz vece il
diligentisſimo Redi; il quale narra, che per tut te diligenze, ch'egli ulate v’aveſſe,
non avea mai veder po tuto ne’ragnateli ſe non l'ovare, e dalle lor uova poi
nalce. re i piccioli ragnolini; Ma non meno è da notare ilgravif fimo fallo
d'Ariſtotele intorno al Canclo in dicendo efferli ingannati coloro, tra'quali
fu Erodoto, che diceano il Ca melo aver più di quattro ginocchjie pur
chiaramente ſcor geli, il Camelo, comc Erodoto dicea,aver ſei ginocchji e le
cotāto intorno a coinunali e ben conoſciuti aniinali ſcioc chinen camente
Ariftotele travede che dovrem noi credere di que's più rimoſſi alle noſtre
contrade, e meno uſati,de quali egli nátrâ cotante ſtrane, e incredibili
novelle, e più affai, che me diceffe mai fra Cipolla a que’ſemplicicontadini da
Cero taldo? Narra egli del Lione Ariſtotele, che non abbia mi dolle alcune
nell'offa maggiori del ſuo corpo; ma che ſola mente in alcune delle picciole,
cioè delle gambe ne abbia, avvegnachè sì ſottili, e poche quelle ſiano, che
par,che af fatto eglinon ne aveſſe; onde egli avviſa poi naſcere l'in vincibil
fortezza del Lione. Ma quanto ciò falfo fia, non pure per Ateneo, che forte ne
’ ripiglia, ne ſi fa chiaro;ma dopo lui ancora più apertamente fu dimoſtrato
dal chiarif fimo Borricchio; il quale aperti due gran lioni in Afnias, reggia
di Danimarca,vide egli avere in molte delle loroof ſa copia grandiſſima di
midollc; e prima del Borricchio fu ravviſato in queſta noftra patria in un
Lione del Signor D.Tiberio Carrafa, Principe di Biſignano: il quale fu tro vato
parimente pieno di midolle; e quinci apertamente fcorgeſi, quanto a torto ſiano
accagionati, e biaſimati da’ critici ſeguaci d'Ariſtotele il noſtro dotiſfimo
Stazio,paver lui poſto in bocca ad Achillo que'verli nec ullis Vberius fatiaffe
famem, sedſpiſſa Leonum Viſcera ſemianimefque libens traxiffe medullas: et gran
Lodovico Arioſto, quando fa egli, che la maga Melilla affacciandoti nella forma
d'Atlante, all'effeminato Ruggicri così dica: Dimidolle già d'Orſi, e di Lioni
Ti porſi.io dunque li primi aiimenti; perciocchè dicono non aver midolle i
Lioni; il che an che credendo ad Ariſtotele il Mazzoni, ricorre per difen der
l'Arioſto, giuſta il ſuo coſtumein quella ſua infelice di feſa di Dante, a
ſottigliezze così vane, e puerili, ch' egli ſteſſo vien aſtretto a chiamarle
altrove ſofiſtiche, e cavillo fe: Ma non meno ſciocco è quell'altro crror
d'Ariſtotele, diccndo egli aver i Lioni così dure, e falde l'offa, che fre
gandoſi inſieme, agevolmente ſe ne tragga il fuoco; non altri oli 12 ull Do le
Gggg 602 Ragionamento Ottavo altrimenti, che avvenir loglia nella pictra focaja.
Ma ciò manifeſtamente fperimentoſli falſo in que' menzionatiLio ni d'Afnia, i
quali comechè fortis e gagliarde l'offa avelle ro, non però di meno per
diligenza, chevi fi adoperaffe, non ſe ne potè trar mai picciolisluna ſcintilla
di fuoco;, fen zachèſe ciò pur foſſe vero,non ne dovea però cavare Aria ftotele
per via d'argomento l'invincibil durezza di cotali offa; concioſliecofachè anco
in fregandoſi due tron molto dure, e pieghevoli canne d'India, o due molliflimc
ferole, o altri simili legniaccender ſi foglia il fuoco anzicorpi, che fian
talmente duri,che in fregandoſi no li roinpano in qual che parte, non poſſono
accender in niuna maniera il fuoco. Dice oltre a ciò Ariſtotele, eſfer l'olla
del collo del Lione, comeanche quelle del Lupo non rotte, e partite, ficome
tutt'altri animali le hanno, e poi per opera de’nodi con giunte; ma tutte
intere, e diſtefe in ſu lo ſchenale sì fat taméte, che in niun modo ſi poffan
piegare; ma in ciò, oltre a Giulio Ceſare dellaScala ritrovollo in fallo ed
apertame. te lo convinſe di bugiardo, il Borricchio; dicendo, per ve duta fermamente
di que’Lioni,quorum colla vertebris ſuis, et articulis pulcherrimè diſtincta
erant. Finalmente afferma Ariſtotele eller l'orina del Lione di ſconcio, e
ſpiacevolisſimo'odore; ondeavvien poi, dice egli, che i cani fiutar fogliono
gli alberi, perciocchè il Lio AC, come il cane appoggia una delle coſce al
pedal dell'al bero, quando e' vuole ſtallare; c più appreffo ſoggiugne: e
lafcia il Lionegrave, e iníopportabil puzzo negli avan zi de cibi, ch'egli
divorar ſuole; e ciò avvenir Ariſtore Je ſoggiugne dal peſſimofiato, che il
Lione fpira; percioc che, come e narra, le interiora oltremodo putono al Lio ne.
Coſa, la quale manifeſtamente da a divedere nõ aver mai Ariſtotele alcũ Lione
aperto, o teſtè occiſo,veduto.Ma troppo lúgo ne diverrei, fe tutt'altre novelle
d'Ariſtotele in torno alLionerecarlo què voleſli; pchè tacerò acheciò, che:
Ariſtotele fognò del Camclo; immaginado egli ſu'l dolfo di quello ungrá gobbo;non
avvisādo, il Camelo no averlo maggiore deporci,e de'canize che quella
eminéza,la quale nel DelSig.Lionardo di Capoa. 603 nel Camelo ſi ſcorge fia
formata da'peli; c ciò, che e' fogaz del Camaleõte,dicédo no averil Camaleõte
ſangue, ſe no ſe vicino al cuore; ed eſſerdi carne prive le ſuemaſcello; e'l
principio della coda. Ne addurrò per la medeſima ra gione i ſuoi ragionamenti
dietro al Coccodrillo alle Aqui le, e ad altri molti animali, che
manifeftamente per prud va ora falſiffimi eſſere fi ſcorgono;e tuttavia
da'famoſi ſcrit tori de’tempi noftri ne fon notati; me ſolamente è qucftas
ventura del noſtro ſecolo; imperocchè nc'traſandati tempi ancora v’hebbe degli
affennati, e diligenti ſcrittori, i quali de'ſuoi groſi, e infiniti falli
intorno alla ſtoria degli animali manifeſtamente Ariſtotele dimentirono; ed
Afinio Pollione, quel famofiffimo, e ſaggio oratore rivale di Mar co Tullio
Cicerone, incontro a’lunghi volumi d'Ariſtotele ben diece libri compoſe della
natura degli animali; il qual fe pur egli affatto non era ſenza giudicio, e
ſcimunito, ben è da credere, che con chiare, ſalde, e ragionevoli fpcricn že
n’aveſſe fgannati, e ricreduti de' grandisſimi crrori prefi in quc'libri per
Ariſtotcle: c più veritieramente narrata la natura, o le factezze di corali
animalida lui ben conoſciu ti; ma la rubberia del tempo netolle cotali fatiche.
Ebé s'avvide ancheAteneo dell'infinite bugie narrate da Ari ftotele; ond’ebbe a
dire; con qual cura, ö diligenza, potè mai egligiugnere a fapere, che coſa fi
facciano i peſci nel ma re, come dormano, e qual ſia il lor vitto,o qual Proteo,
o qual Nereo uſcito fuori del pelago alla riva andò araggua. gliargliene. Come
gli porè effer noto lo spazio della vitae dell' Api, e delle Moſche; ove mai
potè vedere un' edere nata da corni d'un cervio; e dopo aver narrato queſte, e
cent'altre novelluzze da ridere, e da tenere a bada la bruz zaglia deʼlettori,
dette da Ariſtorele in fu la ſtoria degli animali, riſtucco alla per fine di
più annoverarne, trala fcio 1o, dic'egli, di narrar molte coſe,e multe,nelle
quali ma nifeftamente lo fpeziale, cioè Ariftotele fi vede avere ſconcia mente
delirato. Ma quanto al fatto della ſtoria degli ani mali, Io porto fermislima
opinione, non effer vero ciò che narran dilui alcuni, e che buccinavaſigià (ficome
riferiſce Gggg 2 Atenco) nella ſua patria Stagira; cioè, ch'egli avuto aveſſe
Ariſtotele dalla liberalità del Magno Aleſſandro, per po refla più
acconciamente fornire ottocento talenti, che ſo condo la ragion del dottisſimo
Budeo giungono alla ſom ma di quattrocento ottantamila ſcudi de’noftri tempi: e
che per una sì glorioſa, e mirabil opera gli foſſer deſtinati, co me narra
Plinio:aliquot millia hominum in totius Afic,Gree ciæque tractu parere
juffa,omnium,quos venatus,piſcatuſque slebant,quibufque vivaria, armenta,
piſcine, aviaria in cura erant, ne quid ufquam gentium ignoraretur ab ea
quospercontando quinquaginta fermèvolumina de animali bus condidit. E’n queſto
parer ini conferma in prima la va rietà degli ſcrittori in narrar queſto fatto;
imperocchè Elia no ſagaciffimo ſcrittore, e raro nell'inveſtigar le greche an
tichità, dice, che la ſomma de’danari, non già da Alellar dro, ma da Filippo ad
Ariſtotele foſſe ſtata donata. Co fazla quale affatto inverifimil ſi pare;
conciosliecoſachè a Filippo tra per le continue guerre, ch'e' fece in Grecia, e
perle grandi impreſe, ch'e' diſegnava contro la poderoſif kima Monarchia
Perſiana, gli faceva meſtiere, anzi d'accu mudar danari, che di ſpendergli,e
ſcialacquargli in peſchie rejo vivaj, in uccellami, in cacciagioni, o
ſomiglianci co fe. Aleſſandro poi,priina d'incominciar la guerra contro Dario,
ad altro certamente dovette badar, ch'a ſomigliã ti ſcacciapenſieri; fcozachè
non avea sì gran dominio daw poter ſeguire ciò,chc Plinio millanta; manel tempo
della guerra, oltrechè la cura dell'armi era valevole a fraſtornar gli
ogn'altra impreſa egli di più era allor divenuto si nimi co d'Ariftotele, che
per fargli onta, e diſpetto,mnādò Am baſciadori, e doni a Senocrate ſucceſſor
di Platone, e fie ro emulo d'Ariftotele. E dirò ancora, che ſe mai Ariſto tele
ebbe parte ne’teſorid Aleffudro, in tutto altro certa mente l'aveffe inveſtico,
che in acquiſtar notizia, e contez za delle coſe della natura. Neglimancò agio
da farlozim perocchè egli era, come ne da teſtimonianza Tineo:760578
γαςείμαργον, έψαρτυτήν, επ σάμα φερόμενον εν πάσιν: cioè gram paraſito, e
divorator delle più ghiotte vivande, ne fi ritene va di gos va difvögliarſi di
qualunque cibo. E in oltre non gli mann cò quel pizzicore, per cuii giovani
male il loro avere ſpé, dendo, le più fiate miſeramente ne capitano; e tinto
s'in veſchiò nella pania, che per amor venne in furore, e matto; e come narra
Laerzio,sì fortemente innamoroſli della con cubina d'Ermia, che a leicosì
immolò, come a Cerere Eleuſina folean già fare gli Atenieſi; e per tali
cagionia tal ſegno di miſeria pervenne, che alla fine riduſſeli vergo,
gnoſamente a tradir la patria a’Macedoni: poi tolſe a fare il foldato,ove ne
meno eſſendoviſi niente avantaggiato, vode le far borrega di ſpeziale; e anche
per civanzarſi nonver gognavafi di vender quell'olio, ove in prima bagnandoſi
avea depoſto le ſozzure tutte del corpo; e con fimili ſtiti. chezze s’avvisò di
dar compenfo per avventura agli ſcia facquamenti di quella prodigalità, con cui
difperfe,e con fumò tutto il paterno retaggio. Io adunque mi fo a cres dere,
ch'egli non nai vedefle notomie di morti, non ches di vivi animali; e che
folamente ne ſcriveſſe per udito yes per ciò, che ne’libri degli antichi
fconciaméte forſe appre lo n'aveva, o immaginato. Perchèpoi così alla rimpazza
ta confonde, é meſcola il tutto, ragionando de' nervi, es delle vene, cheben'a
lui fi potrebbe adattare quel verſo di Orazio Delphinum ſylvis
appingit,fluctibus apram. Così cgli follemente immagina naſcer i nervi,e le
venej tutte dalcuore; il qual dice ſolamente eſſer quello, onde il ſenſo, ei
movimenti negli animali fi facciano; ne ad al tro fervire il cervello, fuor
folamente, che ad alleggiare, e temperare l'abbondevol caldo del cuore. E
ſomiglianti altre balordaggini, e fcipitezze narra: anzi maggiori affaiz in
ſomma intorno alla fabbrica, diſpoſizione, ed ufici del le parti del corpo
umano tanti,e tanti falli commiſe,che ben potè dir Ateneo: coſe tali ſcriffe
Ariftotele, parlando della ſtoria degli animali, 'che come dice il Comico,
daglá ufcempiati,e pecoroni quaſi a fravaganza,quaſi a miracoloſ gredoro. E ben
fi parc, che Galicno medeſimo foffeſi con lui portato modeftamente, anzi che
no, allor che diſſe po + 1 CO Ariſtotele conotcerti di notomia. E ben’a
noftr'huopo di que' ſettanta libri, i quali, ſecondochè Antigono ne ſcriva,
Ariſtotele intorno agli animali compoſe, ſolamen te que’pochi ſe ne leggono,
che il tempone laſciò; per ciocchè maggiori cagioni di fallare i ſuoi
favorevoli avrebbono; fi enim,dice ſaggiamente il Borrichio,compen dii peccata
numerari vix poffunt, illa operis totius modo ex tarent, effent fortaſſis
innumerabilia. E queſte adunque só ic gran pruove dell'ingegno maraviglioſo del
divino Ari ftotcle queſte le riuſcite delle tante ſpeſe, del tanto aju
to,ch'egli ebbedalla liberalità del grand'Aleſſandro? que Ite le ripoſte
notizie, ch'egli acquiſtò dalle tante fatiches da lui durare? Ma ſenza venir
tinto buccinato, fenza tan ti ſoccorſi, e ajuti, o quant'oltre, non dirò
Democrito, no dirò Eraſiſtrato,non dirò Erofilo,non dirò altri antichi, ma un
folo Arveo ne'confini d'un Iſola riſtrerto, o quant'oltre avanzoſli, sì
chemeritevolmente, e ne ſtupiſce l'aman ſa pere, e l'amira il preſente ſecolo,
el celebrerà il futuro, Ma che direi noi intorno all'altre coſe della natura,
cu gencralınére in tutta la filoſofia naturale? Eglicosì ſciocco, e gocciolonc
fu Ariſtotele, che diffidandoſi di parteggiar lo in ogni ſuo fallo,iſuoi
medefimi ſeguaci,talor vergogno ſamente l'abbandonarono. E per nulla dir de'
Greci; o d' Avicenna, d’Algazele, e d'altri Arabi filoſofanti,qualno ftro buon
peripatetico per Dio fu così teſo, e oſtinato,che talor da lui apertamente non
fi partiſſe? cper tacer d'altri, ilBeato Alberto, lume della Criſtiana ſapienza,
e della venerabile Ordine de'Domenicani, avendo l'opere d'Ari ftotele ſpiegate,
niuna delle ſueopinioni approvar volle; anzi così proteftando i ſuoi ſentimenti
alla per fin conchiu de: in his nihil dixi ſecundum opinionem meam propriam,
fed juxta pofitiones peripateticorum; et ideo illos laudet, velre prehendat,
non me.E quel gran maeſtro in divinità e in peri patetica filoſofia Benedetto
Pereira della Compagnia di Giesù, il quale in quel ſuo libro de rerum
naturaliums, principiis, dopoaver largamente conſiderati i poco fermi
argomenti, c fillogiſmi, con cui le coſe dubbic, e incertes. fievolinente egli
tratta, cosi:della ſua natural filoſofia dice: doctrinam rerum naturalium, quam
nobis fcriptam reliquit Ariſtoteles, fi quis velitbeneſentire, propriè loqui,
nous poteft dici abfolutè,din totum ſcientia; perciocchè riguar dando alle
fondamenta di quella, e ravviſandole,che falſe, e che dubbie, e malamente con
falde, c naturali ragioni raf fermate, ficome il medeſimo Ariſtotele
teſtimonia, dicendo eſſer quelle ſolamente dialettiche: ragionevolmente poi e':
ne tragge, e conchiude alla fine: quum igitur phyſica Arifto telis fit falfa
pars, pars autem topica tantum probabilia.. contineat, non poteft dici
abfolutè, et in totum fcientia. Ma acciocchè perciaſcuno ſcorger (ipoffa,
quanto inu tile, quanto vana, quáto priva d'ogni falda dottrina egli ſi fia la
filofofia d'Ariſtotele, conviene innanzi tratto da più alto principio imprender
la cola. Dico adunque, che per due ſtrade ayviar fi foleano coloro, che
agognavano alla ſublime altezza della natural filoſofia pervenire; una, ches
quantunque falli, è nondimeno agevole, e piana, echiun que per quella prende il
camino, non fida cura veruna di cſaminare, e riandare minutamente le coſe
naturali, ma sē. preinai fe ne ſta fu l'univerſalità de'termini, e de'
vocaboli, quali a ragionar di tutte apparenze della natura ſenza du rar molta
fatica adattar ſi poſſono; e comechèſembri, che tutto dicano, che tutto
ſpianino:impertanto, altro non ſo no veramente eglino,ſalvo che vanillime
ciance,fra le qua li non altrimenti che ſi faceffero un tempo, ſe'l ver dice l'
Arioſto, que’franceſchi, e faraceni cavalieri nel palagio in cantato d'Atlute
aggirar tutto dì veggiamo confuſi gl'in cauti, e poco avveduti, fenza mai venir
a capo d'alcuna ve rità; ma l'altra ſtrada, quanto più erta,ſtraripevole,e
ardua, altrettanto nel vero è più nobile, e più gloriofa. Queſtas calcar
generofamente li videro i diligenti inveſtigatori del le coſc, ei ſavj interpetridella
natura; i quali diſcorrendo regolatamente, ed offervando con diligenza,
guatavano quaſi a ſpiluzzico le coſe naturali. Dopo queſti incomin ciarono a
poco a poco ne'tempi ſeguenti gli altri a traviac da queſto diritto ſenticro,
ed a tenere la falfa ſtrada;o che ſe'l faceſſero perdebolezza d'ingegno, o per
non durar fiatica,o p vana ambizione di farſi capi più tolto in quel cores
rotto modo, che eſſer ſeguaci degli altri nella vera, c legit tima maniera di
filoſofare. E fu tanta certamente loro ſchiera, e sì copioſa, che ben pochi ne
rimaſero nell' arin go del buono filoſofare; di cui potrebbe ben dirdi Pochi
fon, perchè rara è vera gloria: i quali per quelche già da quelle ſcarle
memorie, che noi rabbiamo comprender fi poffa, furono Anafſagora,Empe docle,
Leucippo, cd altri pochi, Che colle dita annoverar fi ponno; perchè
ragionevolmente ebbe a dire quel ſatirico: Rari philofophi: numerus vix
efttotidem,quod Thebarum porta, vel divitis oftia Nili. Ma ſopra tutti
l'incomparabile Democrito adeguando il tutto col ſuo vaftiliſimo ingegno (ini
giova dirlo colle pa role di Petronio Arbitro ) etatem inter experimenta con
fumpfit; e con principj veramente naturali, cioè a dir ſenli bili,così
maraviglioſamente ragionò di ciaſcuna coświ ch’alla natura appartener fi poffe,
che a gran ragione nel vero Seneca dopo averlo detto antiquorum omnium fubtilif
fimum,antiſtitem literarum.ſapientiæ caput: a chiamar l'ebbe lingua della
natura; perchè non guari dopo venendo Pla tone, e diffidandoſi di poterlo col
ſuo ingegno ragguaglia re, per uggia, e per invidia volle rabbioſamente
dareallo fiamme tutte le divine opere di lui; poſe in non calere co tal vero, e
lodevol modo diſpecular diritcamente le coſe della natura, e con univerſali, c
apparenti ragioni avvilup pò il cutto. La qual maniera difiloſofare,
concioffiecofa chè agevol foffe, fu poi ſeguita,e abbracciata da ciaſcuno,
rimanendo quaſi morta,e ſpenta la natural filoſofia; ſe non ſe dopo la morte
d'Ariſtotele levoſſi ſuſo il ſaggio Epi curo, ecol ſuo avvedutiſſimo ingegno
ripreſe, e riſtorò la morta filoſofia, e la fece di nuovo fiorir ne' ſuoi
doctiſſimi orti, ove rinaſcendo viffe, e morio. Perchè non ebbe il torto per
avventura Dionigi d'Alicarnaſſo in chiamando il filoſofofar di quei tempi un
vano berlingare, e cinguettar di vegliardi ozioſi, e ſcioperati, a ' giovani
ignoranți. E Cleante ancora faggiamente ebbe a dire, che gli antichi aveſſero
nelle coſe filoſofato,ei moderni ſolamente in pa role. Qualdunquefia maraviglia,
ſe così mal concia, malmenata la filoſofia, non potea vantaggiarli nella Grecia.
Perchè ragionevolmente diſſe quell'Egeziaco San cerdote nel Timeo, chei Greci
eran ſempre giovaniſlimi,e fanciulli: emlwes del muides is ', gépur di enlew
oux iso, certè ha bent, dice Franceſco Baccone, id quod puerorum eft, ut ad
garriendum prompti fint; generare autem nonpoffint. Così perduta, e ſpenta la
buona filoſofia, poco a capi tal tenendoſi i libri diquella, nc punto per huom
riſerban doſi, o traſcrivendoſi, avvennc, che infra breve ſpazio di tempo con
comune ſcoſcio delle buone lettere, affatto fi perderono; rimanendo ſolamente
que’libri de' yani çiarla tori, che al guaſto, e corrotto ſecolo erano in
pregio; ne? quali poteſe ben paſcerfi,e nutricar l'ambizioſa vanità de Greci.
Ea tanta caduta della buona filoſofia s'aggiunſes poi l'allagamento de'Barbari
nell' Imperio Romano, nel quale andandone a ruba ogni coſa, que'pochi libri,
che pur v'erano rimaſi, fi perderonſi,; e come dice il teſtè rap porcaco
Bacconc, doctrina humana velut naufragium per. pefa eft; et philofophia
Ariftotelis, o Platonis tanquam, tabula ex materia leviori, minus ſolida per
fluctus tem porum fervatæ ſunt. I qualilibri dapoi imbolati, lo non ſo come,
dagli Arabi ſi tramandarono inſiemecolla ſerya, e apparente filoſofia, come
altra volta fu detto alle noſtre contrade; e queſta è quella filoſofia,che
infino a' dì noftri con tanta loda è ſtata ſempremai ſeguita, e tuttavia nelle
Icuole comunemente s'inſegna: e a cui dicevam, che già poneſſe le prime
fondamenta Platone; il quale avvegna chè ravviſaſle il yero, e diritto modo
difiloſofare: percioc chè difficil molto, e malagevole gli ſembrava a ſeguirlo,
lalciofſi talora anch'egli portare alla corrente de' ſofiſmi Ma non però di
meno non laſciò talvolta il vero modo di filoſofare; comeagevolmente egli
ravviſar fi puote ne'ſuoi Dialoghi, e malimamente in quello, ch'egli intitola
il Ti Hhhh.. meo, o della natura. Perchè ben ſi pare, ch'egli ſaggia mente
foſſeli attentato di gir anche per quel medeſimo sé tiero, per cui già
Democrito, e gli altri primipadri, e ve rije ſovrani maeſtri della filoſofia
avviatiſi erano;ma come sébra ad Ariſtotele, no ſegui egli troppo felicemente
l'im preſo aringo, e di gran lunga a Democrito addietro reſtoffi. Πλάτων μεν,
fono parole d'Ariftotele, περί γενέσεως έσκέψατο,28 φθοράς όπως υπάρχει τοϊς
πάγμαστεκαι σερί γενέσεως ού πάσης, αλλα της ή στοιχείων πώςδε σάρκες, ή όσα
και η άλων και των τοιούτων, ουδεν·έτι, ουδε. περι αλοιώσεως, ουδε περί
αυξήσεως, ένα τρόπον υπάρχει τους πράγμα στν · όλο- δε παρα τα έπιπολής περί
ουδενός ουδείς επίσησεν, έξω Δημα reíte;cioè Platone cöfiderò la fula generazione
e'l corrõpimēta delle coſe;ne già di tutte,ma degli elemêtifolamēte; trabaſcia
doariguardare, come formifla carne, el'offa, e gli altrifo miglianti corpi; ne
demutamenti, o come s'accreſcano,o pig giorino cotai corpi feceparola alcuna.
Finalmëte nonfu niuno, fe non ſe alla rimpazzata,e lentaměte, che ragionaſſe
mai de' mutamēti delle coſe,da Democrito in fuora.Ecomechè que Ito riprédiméto
fatto da Ariſtotele al ſuo maeſtro egli sébrë all'intendentiſſimo Patrizio un
manifeſto, e falfſſimo appo ſtamento, e maladizione dell'invidia dilui; pur non
ha tut to il corto Ariſtotele in così fattamente ragionare; imper ciocchè
quantūque Platone in molti luoghi delle ſue ope re baſtantemento favellato
aveſſe della generazion delle pictre, de'venti, delle gragnuole, de’nuvoli,del
criſtallo, della neve, della rugiada,delvino, dell'olio, e d'altri fi ghi: e
ſomigliantemente filoſofato de ſapori, degli odoris e de'colori delle coſe, e
detto altresì de’mutamenti e degli accreſcimenti di quelle; e quantunque anche
ſpezial mé. zione aveſſe fatta della carne, e dell’oſsa, ecome quelles
s'ingenerino; pur no così addētro innoltroſi ne'ſuoi ragio namenti,che toccato
aveſse diſtintamente, come con que? ſuoi quattro corpi fi doveſſono mai formar
cotante coſe; perchèparve,ch'egliaveſse cominciato a filoſofar colmo do vero,
che ſi conveniva; ma poifmagato a mezzo corſo foſſe ricoverato all'apparente. E
queſto è quel, che vuole dir di lui Ariſtotele, biafimatone a torto dal
Patrizio nella difeſa del ſuo Platone. Ma fu egli anche Platone traſcu rato a
ſpiegar comeſi doveſſero partire, o accozzar que fuoi primi corpi, pereffer
valevoli a produrre negli organi de' noftriſentimenti gli odori, e i ſapori, e
i colori delle coſe; perchè ragionevolmente ſoggiugne Ariſtotele, niun maeſtro
in filoſofia, fuor ſolamente Democrito, aver ad dentro ſpiato fino agli ultimi
fondi i principj delle coſe. E ciò agevolmente fi può comprendere dallemedeſime
paro le di Platone; il qual così nel ſuo Timeo dice: To dº osoīvowle φησιν ώδε
γίώ διατρήσας καθαρgν, και λείαν ανεφύρgσε, και έδευσε μυε λώ, και μετα τούτη
άς πύρ αυτο εν τίθησι μετ' εκείνο δε εις ύδωρ βάλει και πα Αιν δε εις σύρ,αύθις
τι εις ύδωρ"μεταφέρον δ ' ούτως πολάκις εις εκάτερονυπ ' se je Dowăsnutev
dzepyáo mo. L'offo vēne formato in queſta guiſa; minuzzădo in prima la terra
pura, é netta,meſcolalla, e inu midilla colle midolla;quindila poſe nel
fuoco;quindiattuffolla nell'acqua;quindidinuovo la poſe nel fuoco;e
cosìriponendola molte frate or nel fuoco, or nell'acqua, sì, e tanto fece, che
dell'acqua, e del fuocoquello alla per fin venne a ingene. rarfi. Or chi domine,
non direbbe con Ariſtotele, eſſer que. Ito filoſofare alla groſſa colle fole
parole, ſenza veder più in là, che la ſola buccia delle coſe perciocchè ſe la
terra, come vuol Platone, era pura, e ſchietta, non era, meſtier certamente di
sbriciarla; che ſe i cubi, de' quali, ſecondo lui, ella è formata, così
ammaſſati, e riſtretti ſta vano, che ſegnale alcun di partiinento non avevano,
già quelli veritieramente non eran mica da dir cubi; e ſeguen temcntc non era
dadir terra quella, ma una cotal maſſa, che tritata, e minuzzata così ſe ne
poteva formar terra, come acqua, comeanche qualunque altra coſa del mondo,
ſecondo le particelle,in cui partir ſi poteva. Perchè me ftier certamente non
era d'accattare altronde fuoco, o ac qua per lavorar quaſi in fucina,
temperando l'oſſo,ſe tutto abbondevolmente in ſe aveva. E ſe i cubi eran
partiti, e affacciati nella lor debita figura, che coſa mai potea cosi divili,
e sbriciolati tenergli non il vuoto,che perlui coſta - tcinente ſi niega; non
altra diſcorrente ſoſtanza, e irrego Hhla h 2 lar un 0121 Ragionamento Ottavo
Jarmente figurata; imperocchè ne diquattro foli corpiscos meegli vuole
verrebbono a comporſi le coſe cutte del mo. do; ne la terra pura farebbe, e da
niun'altra coſa non tra meſtata. O forſe i già detti cubi poteva il ſolo moto
tener diviſi? nia dovendo ciaſcun di loromuoverſi,ed eſſer d'ogni banda
ſceverato oltre molte altre inconvenienze, n'occor re queſta, che non già un
corpo ſaldo, ficomeè la terra: main diſcorrente verrebbero a comporre. E
lomigliāte anchea queſta maniera di filoſofare fu quel diviſamento del medeſimo
Placone intorno alla generazion. della carne, e de' nervi;ch'egli narra nel
medeſimo Dialo go del Timeo; il qualccrtamente non è altro, che una va ga, e
ben compoſta diceria; che con vane parole allettan do i ſemplici, e poco
intendenti delle coſe naturali, fa, ch egli faccia ritratto di gran filoſofante
Al vulgo ignaro, et a l'inferme menti. Perchè non haegli il torto Ariftotele in
dir,che il ſuo mae ftro non trapalli più, che la prima buccia delle coſe in
filo fofando, e nons'immerga troppo ne'naſcondigli più ſco noſciuti della
natura. Di più, dice Ariftotele, e libera mente confeffa, che ſciogliere i
corpi fino alla lor ſuperfi cie, come fa Placone, ſia coſa affatto ſconvenevole;
per ciocchè dalle ſuperficie non ſi poffono generar qualità, altra cofa, ſe non
folamente corpi faldi; il chepuò ben far Democrito co’fuoi acomi. E non molto
dopo ſoggiugne: Democrito fembra aver certamente ſpecolata con propia, e
convenevol ragione la natura delle coſe. E comechè in parte ingannaſſefi
Ariſtotele in ciò dicendo; perciocchè bé fi ſpiega nelTimeo, come talora il
caldo s'ingeneri ſenza ricorrere alla ſuperficie: non però di meno ha egli per
al tro non poca ragione in biaſimarne il ſuo maeſtro, ſembraa do a ciaſcun '
ch’abbia ſenno, ſoverchio alfai, e ſconvene vole quello ſcioglimento de
corpiinfino alla ſuperficie. E noi, le il tempo ce'l concedeffe, ne
ragioneremmo per av, ventura più alfai, e forſe altrove ne diremo; ma non è al
preſente da traſandar, che ſei quattro corpi di Platone poſſono più ſottilmente
ſtricolarli, e minuzzarſi in altre fi gure, come ſi pare,ch'egli in qualche
fuogo de'ſuoi ſcritti accennar voglia; vano certamente, e foverchio è a dire,
che que'cotali corpicciuoli colle lor figure, e facce dean cominciamento alle
coſe tutte del mondo; e non più tolto un ſolo corpo, il qual poi in molti
corpicciuoli di moka te, e varie figure partito foſſe. Ma fe pur vogliams
contendere, che ne ftritolar, ne partire in modo niu no que' corpi li poſſano,
lo.non fo come quattro cor pi ſolamente a formar tante, e tante diverſe coſe,
che noi ci veggiamo, baſtanti pur ſiano. Ne meno fo lo certa mente comprendere,
come poffan que'quattro corpi cial cun luogo affatto ingombrare. Il che anche
avvisò Ariſto tele; comechè egli troppo fanciullefcamente in ciò fallaffe,
portando opinione, che le piramidi foffer valevoli a riem piere ciaſcuno ſpazio;
nel qual manifefto errore ſmuccian do poi incorfero dietro a luituttiſuoi
interpetri, e feguaci; e ne fur forte biaſimati dal P. Giuſeppe Blancani, e
prima di lui da Gio: Battiſta de' Benedetti e dall'impareggiabil Geometra
Franceſco Maurolico. Ma in cotanti fdruccioli, e malagevolezze abbattendo fi
l'avvedutisſimo Platone, riſtando in fu le primeormes del ſuo ſpeculare,non
ebbe ardimento d'innoltrarſi d'avā. taggio ne'maraviglioſi ſegreti della
natura;e quaſi nocchier rotto per tempeſta in mare, che lentamente vada ridendo
i più ſicuri lidi, non s'arriſchio d'ingaggiarſimaggiormen te nell'aſprezze del
filoſofare, e folo andò pian piano, e có ritegno palpando le prime facce delle
coſe. Ne ciò ba Stando a renderlo ſicuro da' pericoli, non volendo ne ans che
affermare alcuna, comechè leggeriffima cofa, feces quaſi in iſcena comparir
perſonaggi a favellar diverfaméter ciaſcú ſecodo il ſuo ſentiméto, delle coſe
del mondo,e for mò Dialoghi,e ragionamenti in nome altrui per ceſſare i m
ordimenti delle varie ſcuole della filoſofia. Ma lo ſcal trito, e fagace
Ariſtotele all' apparence filoſofia con ogni sforzo, e con tutto lo ſtudio del
ſuo ingegno riyol gendoſi, cercò artificioſamente la coſa naſcondere: e tanto
operò, che venne in grado di primo filoſofante del mon 614 Ragionamento Ottauo
mondo appreſſo il vulgo;ma qualeſi foffe il ſuoartificio lo brevemente vi
dimoſtrerò. Compofe egli quel libro cotão to pregiato da' ſuoiparziali, nel
quale delle ſole cores aſtratte impreſe a favellare: e ad eſemplo degli
antichi, or di Teologia, or di ſapienza, or diprima filoſofia altiera mente
chiamollo; i quali titoli fur tutti poi da' ſuoi inter petri nel ſolo titolo
della Metafiſica cambiati. Intorno al qual libro ſarebbe molto da dire;ma chi
pur n'è vago di qualche contezza, vegga Franceſco Patrizio, e MarioNi zolio, e
Pietro Ramo ilquale con l'uſata ſua libertà,e di ligenza eſaminandolo, trovollo
alla fine non eſſer altro, che la medeſima loica d'Ariſtotele, con diverſe
parole, e nuovo ordine travolta: e una ſconcia, emalcompoſta me ſcolanza, e
guazzabuglio di ſoli vocaboli; perchè manifc ftamente avvedutofene Nicolò da
Damaſco, il cui faggio intendimento iguale a quel di Teofraſto, o d'Ariſtotele
medeſimo fureputato, comechèegli de'parteggianti d'A riſtotele, c Peripatetico
ſi foffe: pur giudicollo inucile af fatto alconoſcimento delle coſe; e
de'medeſimi ſenti menti fu anche Plutarco. Ma che che di ciò ſia, immagi nò
Ariſtotele aver baſtantemente con cotal libro dato a divedere, ch'egli aveſſe
diſtintainente diviſato delle coſe univerſali, e ſtratte, per non doverle poi
meſcolar colle fi fiche, come avean fatto gli antichi,i quali perciò ne furda
lui gravemente biaſimati,e ripreſi: comechè a torto, fico mei medeſimi ſuoi
peripatetici confeſſano. Ma poco cer tamente in ciò approdogli la ſua
ſcalterita avvedutezza; perciocchè non è huomo tanto quanto intendente delle
coſe del mondo,ch'abbattendoſi ne' libri della ſua natural filoſofia non
s'avviſi tantoſto a’primi foglieffer quella tutta apparente, e ideale, ne
ſerbare in fe coſa alcuna di ſaldo. Pur piacque oltremodo a no pochi sì fatto
modo di ſchera zar filoſofando, parendo egli vago aſsai, e ingegnoſoallas
ſembraglia de'giovani; i quali s'avviſavano concotali va ni, e folli
diviſamenti, e millanterie già pienamente ſaper tutto, quando per avventura non
ſapevan nulla.E la ſcioc ca torma del popolo vi pur correva, maravigliando ſommamente
di cotanti termini ſtratti, e fantaſtichi, comes nuovi, e non ancor comprehi
dagli ſcolari di baſſo inten dimento, e da dover richieder più profonda, e
ſottil dot trina, checoloro non aveano; Semper enimſtolidi magis admirantur,
amantq; Inverfis qua fub verbis latitantia cernunt. E per maggiormente farci
veder la luna, come ſuoldir fi, nel pozzo, cominciò eglimalizioſamente a voler
ragio nare di coſe naturali; e in ogni ſuo capo imprende a dir có qualche
menoma faldezza di vera filoſofia; ma toſto ricor re agli uſati fofifmi,non
iſpiegando mai nulla di vero,ne manifeſtando qual foffe la natura delle coſe,
di cui egli fa vella; ne come di nuovo naſcano, o yengan meno, ne co me
patiſcano, o operino nel mondo. Al che riguardando infra gli altri Plutarco,
comechè egli non fofse cotanto ſao gace, pur delle vane ciace di lui avveduto;
l'allogò di gran lunga dietro al divino Democritose co-maggior ragione in vero
di quella pla qualeAriſtotele al fuo maeſtro Platone medeſimaméte Democrito
átepofto avea. Ne in ciò cota to teneri,.e parzionali d'Ariſtotele i moderni
filoſofanti fono, che reſi talvolta avveduri de'ſuoi trafandamentisan che i pià
cari ſeguaci di lui, forte non l'accagionino: e infra gli altri
quell'avvedutisſimo fuo Chioſatore, il Padre Ni colò Cabbei; il quale,comechè
peripatetico di gran rino meanpur volle apertamétemanifeſtarlo in chiosådo le
me teore del ſuomaeſtro.Quia iſte Philofophus (dice ) maximè pollebat ingenio
metaphyfico, edapprimè ei arridebatphilofo pbariper metapbyficasabſtractiones:
ubi adres phyſicas de venitur, quia ad hos ingenio fuo nonferebatur, ingenii
vires nonacuit; ed in un altro luogo: Ariſtoteles magismetaphy ficis
obſervationibus affuetus, quam phyficis obfervatur. E finalmente egli conchiude:
fed fenties in rebusphyſicis Ari Stotelem non potuiſje metamſapientiæ
attingere. Enelvero chi ſarà maicolui, che riſtucco forte, e faſtie dito delle
ſue vane dicerie no'l biaſimi, e rimproveri, rin venendo in lui più, e maggiori
tacce affai', che non vi rava viſa il Cabbei? Egli primieramente togliendo ad
imitazio ne d'O 616 Ragionamento Ottavo ned'Ocello Lucano(ſe pur egli è
l'autore di quel libro,che gli viene attribuito ) e diPlatone, oſia di Timeo, a
fabbri. car la grandiſſima maſſa dell’Vniverſo tutta fantaſtica, tut ta
metafiſica, e apparente, prele per principi delle coſe sé. fibili, e vere,
terminitutticonfuli, e generali, e da' noftri sétiméti affatto rimoſſi;del che
forteegli è da accagionare; mallimamente, ch'egli medeſimo avvisò pur una fiata,
do ver delle coſe ſenſibili effer ſenſibili parimente i principj; e ciò cotanto
egli giudicò vero, che preſene ſconciamente a carminare gli antichifiloſofapti.
Egli ſono i principi, onde Ariſtocele vuole, che forma te le coſe tutte
ſenſibili ſi foſſero, così larghi, e lontani, che ben yi ſi poſſono agevolmente
ricoverare curci que'fiſici principi, che varic, e diverſe ſchiere
de'filoſofanti,così an tiche, comemoderne alle coſe naturali impongono. E ciò
ben ne diedea conoſcere il famoſo ChenelmoDigbinobi lillimo filoſofante del
noſtro ſecolo, allor che con lodevo le artificio volendo prender gli oſtinati;
e provani peripa terici, fece ſembiante d'effer anch'cgli cocale. Il qual arti
ficio dopo il Digbi, molci valenc'huomini d'uſare anche ſi Audiarono. Ma laſciando
ciò al preſente ſtare, non iſpie gando mai Ariſtotele ciò, che in fiſica ſia
quello, a cuive ramente poſſa adattarſi quella generale, e confuſa ſua difi
zione della materia, e della forma:nulla certamente ad in ſegnare e' viene. E
nel vero, chemonta per Dio a ſapere, che ciò che di nuovo in queſto vaſto
teatro del mondo ap pariſce, e s'ingenera, e li forma, non era in prima tale,
po tendo eſservi? ed ecco la gran maraviglia, naſcoſa in prima a tutt'altri
antichi filoſofanti, che egli con tante bel faggini millantando innalza,
chiamandola privazione; più ragionevolinente forſe da Platone detta occaſione,
e non principio delle coſe. Ma che direm noi degli altri due non men ridevoli
principi delle coſe, cioè a dir materia, e forma, ſopra le quali fondamenta
egli la generazion tutta dell'univerſo va fabbricando? Poveri filoſofanti
antichi; voi per iftudio, e ſudori non ſapeſte trovar diviſamenti sì bclli;
Ariſtotele ſolo ſeppela nateria delle coſe cſser po 1 tel tenza, overo in potenza a divenir tali coſe, e
la forma alla per fineeſſer un cotal-atto, che dandoalla materia perfe zione,
la mandi avanti, e la faccia eſfer propiamente tale. E queſto è quel, che con
tanti riboboli, e aggiramenti, e lunghe dicerie eglide’principj delle coſe
ragiona. Ma per Dio, ſe non fi fa in che conſiſta la fiſica natura della mate
ria, cioè a dire iti cui cada cal potenza a divenir quefta, o quell'altra coſa.,
come potrà mai ſaperſi poi la fiſica natura della forma, e ciò che abbia afarſi,
acciocchè la materia imprender poffa o queſta, o quell'altra diterminata coro
per informarſi? e ſe queſte pur non ſi fanno, comepotrā. mai ſaperſi le qualità,
l'opere, e le paſſioni delle coſe., come, e che, c perchè l'operazioni
ſortiſcano? Se a giovane, il quale apparar voleſſe a fabbricar glio riuoli,dopo
molte, e molte vaneciance e' diceffe per fine il maeſtro: attendi figlio, e
nota ben tutte mie parole, ch' Jo brievemente ora intendo di manifeftarti il
maraviglioſo modo da compor gli oriuoli: egli primieramente convienu ſapere.,
che l'oriuolo fabbricaſ d'una cotal coſa, che non è mica già oriuolo; perchè ſe
oriuolo ella già foſse, non potrebbe divenir oriuolo;ma agevolmente ella può
venir oriuolo per.coſa acconcia a farla co effetto coral divenire: certamente,che
udédo cotali novelle lo ſcolare, e avveden doſi d'eſler uccellato, Goaffe
direbbe, maeſtro voi dite bene; ina quel che lo volea ſapere Io,era qual coſa è
quel 12 cotal materia, che voi dite non eſser mica oriuolo, ina agevole a venir
tale; e quali ſono quelle coſe, per le qua lidivien tale; ma non ritraendone
alla fin riſpoſta, fe pri mieramente di faſso, o di legno,o di ferro,od'altro
l'oriuol fi debba comporre; e poi con quai mezzi, e lavorj ſi fac ciz,
ſchernito, ed ingannato il ' laſcerebbe colla ſua mala ventura. Or così appunto
ſcherniſce, e beffil Ariſtotcle. i luoi peripatetici. Ma Eudemo un de’più cari,
e più famoſi ſcolari d'Aristotele, ponendo in non cale l'autorità del maeſtro,
çome in altre coſe già fatto aveva, diſse la materia delle natura li coſe eſser
vero, c propiamente corpo; la qual ſentenzas fu poifermamenteabbracciata da
quel famoſo, e ſortii pe Iiii 018 Ragionamento Ottavo 1 ripatetico noſtro
ItalianoAndrea Ceſalpini.Ma comechè il Cefalpini in ciò moltoſi ſtudiaſſe, pur
non ritrovandolive Itigio alcuno dell'opere d'Eudemo, ove appiccar fi potef fe,
reſtò di farſi più avanti, e l'impreſa in ſu'l buono abbadono. Nemenopotè
ſeguirſi il diviſo d'Averroe intorno a cotal biſogna; il qual diſſe doverſi
aſſegnare alla materia, comeaccidentile dimenſioniincerte, e indeterminate; per
chè non potendoſi a niun partito ſcufare ciò, che dice Ariſtotele intorno alla
materia ', ne men riparando in par te gli errori di lui, con iſtorcere, e
piegar le fue parole in altri, e diverſi ſentimenti, ragionevolmente il bialima,
e'l proverbia il dottiſſimo greco Padre S. Baſilio Magno,dice do: ſe la materia
d'Ariſtotele eſsendo incorporea non è, ne: che, ne qualc, ne quanto, ſarà
certamente ella, come S.. Giuſtino parimente conchiudc, unacoſa.finta: cioè a
dire: una fantaſima, una chimera. Ma avviſando pure Ariſtotele, che in sì fatta
maniera fia. fofofandode primiprincipjdelle coſe; perdeva affatto il no me di
natural filoſofante, ricorre finalmente', ma troppo tardi a coſe ſenſibili; e
pone egli i quattro volgari elemen ti, come ſecondi principj decorpidiquaggiù;
ma non ave do ſpiegata la fiſica natura della materia, e della forma,on de
fecondo lui compoſtivengono gli elementi, no può ſpie gare (come avea fatto in
prima Empedoclc, Tinco;e Plizo tone, componendogli dipicciolillimi
corpicciuoli) natu ralmente procedendo, la vera eſſenza diquelli; perchè gli va
diſegnando', e deſcrivendo colle lor qualità; maegli poi, come a natural
filoſofo conveniva fare, le nature del le qualità non infegna; anzinepure dar
briga ſi vuole d'in veſtigarle; ed appenadeſcrive, rozzamente narrando al
cunipochi loro effetti aperti, e manifeſtiad ognuno; ed'in quegli anche talora
sì ſconciamente e'fallar ſuole', che nul fa più; ficomeallor, che francamente
egli afferma, che'l freddo uniſca tutte le coſe diqualunque genere elle ſi lie
no; e pur dovea egli avviſare, che'l freddo ralora coniſce. mare il movimento
all' acqua, chenon le facea calare a fondo, ſepara quelle coſe, che non
convengono nella gravità, e.che di diverſo genere ſono. Così parimente erra
Ariſtotele allor chedice, il caldo fceverar le coſe, che di diverſo genere
ſono,, da quelle, che convengono inſieme nel genere medeſiino; imperocchè
uficio del fuoco ſia col fuo rapidiſſimomovimento di ſceverar l'unedall'altre,
cut te le coſe,, che ſiano di qualunque genere, comechè talo ra (il che
ingannòAriſtotele )ritrovandoſi rimoſſo il cal do, non vieri, che le coſe più
gravi calando più giù ſi ſepa rino dalle men gravi. Manon meno fallar {i vede
Ariſto tele allor che egli imprendendo a narrar la natura dell'us mido,
definiſce contro a'ſuoimedeſiınidiviſamenti la ſpe zie colla definizione del
genere; dicendo: ma l'umido è quello, che dileggieri ricevendol'altrui termini,
non può in ſe ſteſso.contenerſi: uygóv dè, tè dóessevoixdin õp.com evőeisov or.
E no ha dubbio, che una coral definizione non avvegua al di fcorrente, di
cuiegli è ſpezie l'umido.; poichè il diſcorren te altro non ſignifica, ſe non
ſe quel.corpo, il quale diſcor re, s'inſinua, e penetra agevolmente, compreſo
cede's e non fa reſiſtenza; perchè non eſſendo da ſe terminato prende
dileggieril'altrui termine. Ma l'umido, oltre a queſto s'avviticchia in sì
fatta guiſa a ' corpi ſaldi,che:ſi ré de ſenſibile; laonde altro.nonè, ſe non
che una ſpecie di diſcorrente. E fe l'umido pure è tale, quale il ci.deſcrive
Ariſtotele, certamente egli non dovrebbeſi poſcia dirſi fec,.co.il fuoco.con
Ariſtotele, maumido; anzi umidiflimo con Bernardino Teleſio, ed Antonio Perſio
converrebbe chia marſi. Ne vale a pro d'Ariſtotele ciò che dice Giacomo
Zabarella, l'umido convenire in qualche guiſa al fuoco, no già per ſe, eſſendo
il fuoco ſecco per fe, ma per accidente: cioè ricevere agevolméte il fuoco il
termine altrui,non già per la ſiccità: non convenendo il ciò fare a tutti i
corpi fece chi: ma per la tenuità delle parti di quello; anzi contra ſtando la
ficcità del fuoco a quel corpo, che terminar lo yo leſſe, avvien, ch'egli non
riceva così agevolmente, come i corpi umidi far fogliono, il termine altrui. Ma
ſc noi il contrario ſperimentiamo di ciò, che dice il Zabarella, adattandoſi
aſſai più dell'acqua, cdell'aere il Iiii fuoco a quel termine, che da altri
corpi preſcritto'gli vie ne: oltre ad ogn'altro elemento umido dovrà dirſi il
fuoco; che non per altro nel vero Ariſtotele, e i ſuoi ſeguaci affer inano
cfler aſſai più dell'acqua, e fominaméte umida l'aria, perchè ſe la ſomma
umidità conviene al fuoco, egli non aurà certamente parte niuna in quello la
ſiccità; laonde ne anche per accidente il fuoco potrà ſecco mai dirſi. Enel
vero la narrazione del fecco da Ariſtotele rapportata,in cui egli in vece del
ſecco par che deſcriva il corpo ſaldo, in di cendo, il ſecco eſſer quello, che
ſi contiene agevolmente da ſe ſteffo, c malagevolmente prende l'altrui termine:
Engordà, no evóerson pèr cireiw opw, duodessor dè, egli non può con venire in
modo veruno al fuoco. Or come adunque il Za barella oſa affermare, che'l fuoco
fia per ſe ſecco? Oltre a ciò,ſe'l fuoco è per ſe tenue, ſarà anche per fe
umido i e ſe il tenue, per quel, che ne dica Ariſtotele,è ſpecie dell'u mido,
e’l fuoco non ſolamente da per ſe è tenue, ma nella tenuità l'aria, non che gli
altri elementi,vince d'aſſai; con verrà ſenza fallo confeſſare giuſta la
dottrina d'Ariſtotele, per fe,e vie più d'ogn'altro elemento eſſer umido il
fuoco. Ma vorrei faper quì da Giacomo Zabarella, e da Ar cangeloMercenario, che
volle darſi ſpezialmente una si fatta briga: onde, e come potraſli giugnere mai
a ſaperes che'l fuoco fia ſecco forſe daglieffetti? ma ond'è, che il folc, per
tacer d'altri, giuſta il ſentimento d'Ariſtotele non è altrimenti caldo,
comechè produca calore? ſenzachè il fuoco, come afferma Ariſtotele
medeſimo,ſovente ingenc rar ſuole l'umidità; come nel ghiaccio, ne'metalli,
einu altre coſe molte ſcorger e' li puote; e ſe ogni qualunque corpo, o pure i
più di eſſi,fi poſſono fondere in vetro, chi ardirà di dire, che'l fuoco non
ſia valevole a inge nerar l'umidità > E fe mai tutte le coſe, o la maggior
parte di eſſe in vetro per ſua opera fi cambiaffcro, non di rebbe ciaſcheduno,
che'l fuoco le rendeſſe umide primadi fermarle in vetro? oltre a ciò allora
quando l'acqua, ſecon, do Ariſtotele immagina, vien dal fuoco cambiata in aria,
certamente quella maggior umidi à, per cui aria l'acqua divie Del Sig.Lionardo
di Capoa. 621 diviene, in lei s'ingenera dal fuoco. Ma forſe ſarà ſecco il
fuoco, perchè, come fcioccamente ſi da egli ad intendere un barbaro autore, ſi
ſente da noi ſecco? Ma dal noſtro sé. ſo apertamente ſi ſcorge, che il fuoco ha
tutte le propietà agli umidicorpi da Ariſtotele attribuito. Ma forſe per fi
nirla argomentar fi potrà la ſiccità del fuoco dal ſuo calo re; ma eſſendo
propio del calore, comc Ariſtotele dice, il rarificare, certamente da ciò umido
più coſto, che fecco dovrebbe il fuoco argomentarfi. Dice altri, Ariſtotele non
l'umido, ma il diſcorrente aver definito; e che fi legge umido nelle fue opere,
per colpa di coloro che dallaGreca nella Latina favella trasla tarono i ſuoi
libri; poichè eſſendoſi valuto e’della parola sygov nella menzionata
definizione, che appo iGreci ora ſignificar vuole qualſifia corpo difcorrére,
or fi riſtrigne ad aſprinier ſolo quel, che tra corpi diſcorrenti tien vigore
do umidire, e chehumidum, vien detto da’latini. Eglino non bene intendendo i
ſentimenti d'Ariſtotele, immaginaro no aver fui l'umido definito;perchè
foggiūgono poi: a torto anche vien accagionato Ariftorele d'incoſtanza, e di co
traddizione; perchè d' talora dica,Pacqua eſfer più umida dell'aere, e talora
affermi (il che una fiata ſembrò pazzia a Galieno ) l'aria eſſer più umida
dell'acqua. Ma quanto poco, anzi nulla rilievi a pro d'Ariſtotete ciò, che
fingono coſtoro, chiarainente ſi conofce; imperocchè Ariſtotele in coſa
appartenente a' fondamenti della ſua filoſofia non dovea ſervirfi di vocaboli
ambigui, e dubbiofi; e ſe non v'erano i propj nella fua lingua, il che appena
mi ſi laſcia credere, che aveſſe potuto avvenire, eſſendo ella così ric ca, e
copiofa divoci, non gli avrebbon mancati modi, e vie di chiaramente fpiegare
ciò che cgli dovea dire. Ne li può Ariftotele ſcufaredelle contraddizioni;impe
rocchè, per tacer d'altro, dice egli una volta, che la tera ra ſi trovi in
tutti i miſti, perchè i corpimiſti, fpezialmen te i più grandiper lo più nel
luogo propio della terra ſi tro vano; ma Pacqua, perchè fa ellameſticre a
terminare i cor pi compofti, effere lei ſola di que’ſemplici corpi, che
terminare dileggieri dale poſſonoyn rifugão ivendéggumasaza έκαςον είναι
μάλιστακαι και πλείστον έντων οικείων τόπω·ύδωρ δε δια το δείν μεν δελζεται το
σύνθε % και μόνον δε είναι των απλών ευόμισαν το ύδως. Dal le quali parole
chiaramente fi coglie., che o abbia Ariſtote. le definir voluto l'umido, o pure
il diſcorrente; attribuen-. do egli all'acqua, come propia dote, e non comunea
verun altro elemento il potere agevolmēte da ſe terminare; il che certaméte
contro quel,ch'altre volte detto egli avea, viene a determinare l'acqua ſola,
eſcludendone l'aria, eller o umida, o diſcorrente, M,a nella ragione, che
Ariftotele di ciò indi a poco rapporta, ſi vale ſenzafallo della parola vypov a
denotar l'umido; e dice eſſer quello, il quale ha, forza dicontenere,
riſtrignere, e coaglutinare la terra,la quale ſenza l'acqua verrebbe a
diſſiparl.; perchè eſſer:cgli.conchiude, l'acqua parimente neceſſaria alla
compoſizio. ne de'miſti, con queſte parole: én dè ry Tosningav ávev Tš vggs μη
δύναθα συμμένειν. άλα τούτ' είναι τοσυνέχον ή γαρ εξαιρεθείη - λέως εξ αυτής το
υγρόν διαπίστοι αν• Ovc fcοrgerfi puote, che alla terra ancora convenga la
definizione dell'umido data per Ariſtotele; nell'opinione del quale ſi pare,
che a niuno degli elementi convenga la definizione,ch'egli del ſecco rapporta;
ma di ciò ad altri laſciando il diviſare, es Jaſciando ad altri eziádio la
briga di moſtrare, ch'Ariſtore le dagli effetti ſtelli,comechè pochi ch'egli
rapporta nelles incnzionate definizioni,potca agevolmente cogliere la na tura
di ciò ch'egli dice freddo, e umido: caldo, e ſecco: e così poi far anco di
que', che chiama lor differenze; accen però ſolamente ch’Ariſtotele alior che
fa parole del tenue, in dicendo, che il tenue compoſto fia di picciolo
parti,per che ricampie το δε λεπον αναπληρικόν(λεπτομερές γαρ και το μικρομε.
pès avænangıxóv.)noſtra ſeguir l'opinione di Democrito e che nella guiſa, che
detto abbiamo,filoſofare, comechè rozza mente e ſi vede del tenue; il che dovea
certamente c'fare, anche dell'altre qualità. Ma vediamo ora come Ariſtotcle a
ſpiegar infelicemen te imprenda la natura del movimento, in cui non ha dub bio,
che conllte cutta la nzural filoſofia. Primieramente cyli cgligiúdica eſfer
ilmovimento un cotal genere,il qualej comprenda l'alterazione, l'accreſcimento,
la diminuzione, la generazione, e’Imovimento, che chiaman locale. In di
diſegna, e definiſce ilmovimento nel primo, e nel ſeco do capitolo della fiſica,
in cotal guila: rov Suv áués.Övr. ÉVTE. dexaci, ģTovorov, cioè endelechia di
quella coſa, la quale è inpotenza, in quanto ella è tale; ed altrove: aivos,
évtené.. geta toī XIVSTOU, xuvytor, cioè, il movimento egli ſi è endelechia
della coſa, la quale tien potenza a muoverſi, in quanto ella tien la detta
potenza. Orchi domine non comprende ſe eſ ſer beffato, e uccellato da:
Ariſtotele?maſſimamente, che: egli medeſimo inſegna dover eſſerela definizione
più mani feſta, e più conoſciuta affiidella coſa, che ſi definiſce;per chè
diceGiovanniMagiro, famoſo peripatetico, eſſere cotal definizione biafimevole',
e vizioſa: atque ob eam.cau-. fäm in nonnullorum reprehenfiones incurrit. Ma.
Simplicio nondimeno dice', effer quella ſommamente artificioſa, e quaſi divina;
ſpiegandoli, emanifeſtandoſi con eſlå in una certa maniera maravigliofamente la
natura del movimen to. MaCicerone, e Porfirio affermano ', effer quella voce
ŁYTENÉXAtjun vago, e artificioſo ritrovato d'Ariſforele, per uccellar le genti;
e nel vero di cotal voce ſoven ti fiate ſervisſi Ariſtotele, non ſolamente per
ifpiegare il moviinento, ma l'anima ancora, e quella ſua nuova mtura: anzi
ilmedeſimoIddio (coſe ſenza fillo fra eſfo lo ro aſſai diverfe ) con talnomee'
ſcioccamente chiama. Per chè ben diffe l'avvedutisſimo Ramo: Entelechiæ fue
Ariſtoteles nimium conceſſit nimium indulſit. Ma ſu conceda fiad Ariſtotele
così bel diviſo, ne s'atté ti aſcun di privarlo della ſua endelechia; e reſti a
quellas comedice motteggevolmente il medeſimo autore, inveſti to in dore il
rcametutto della filoſofia; e che più? 'perdonili anche a lui ', che contro le
regole della dialettica con voci equivocoſe EQUIVOCOSE, e oſcure le definizioni
formar fi poſſano:'ela vocc iv terémax",prendaſi pure nella definizion del
moto,non già per perfezione acquiſtata, e compita, mache tuttavia fi vadi
acquiſtando, comepar che e' voglia: o per me”di re, per la ſtrada p la quale la
perfezione s'acquiſti; la qua le ſtrada certamente anch'ella in qualche modo è
perfezio ne; perchè meritevolmente è da chiamar con nome di at to della coſa,
comechè imperfetto; la qual li è in poten za a mandarſi all'atto perfetto, cioè
a dir alla forma, in quanto alla materia la coſa è in potenza,cioè a dire in
qua to può ella effettualmente imprenderla. Or dove eglino ſono, dove
conſiſtono quelle tante, e sì ſtrane maraviglie, millantate da Simplicio? Quid
dignum tanto feretbic promiffor hiatu? Parturient montes, naſcetur ridiculus
mus. Apporta Ariſtotele per ifpiegar maggiormente la coſa, l'eſemplo dei rame,
il quale comechè poffa divenire ſtatua, nondiincno quel movimento, col quale
egli poi vienead acquiſtar la perfezione, e la forma di {tatua, non appartic ne
punto al rame, in quanto, ch'egli è rame, ina folame te in quanto egli può
divenire, o eflere ftatua xaaxos, dice egli,κίνησίς έσιν ου γαρ το αυτό το
χαλκώείναι, και διωάμει τινί κινητώ, έπει et αυτον ω απλώς, και κατα τον λόγον,
ω αν και του χαλκού, και ganzes, ÉV TERÉNHO, xívyos, Mache montano alla
filoſofia si fatri ravvolgimentidiyaneparole, echiè per Dio, cheno ravviſi,e
non ſappia, appartener propriamente al muro, che può eſſer bianco, la
ſtrada,o'l mezzo di dover eſſer tale, in quanto cgli eſſer vi poſſa > Chi
ciò mai ardà a negare? Ma dell'atto, e della potenza, non ſolamente ſervir ſi
voller Ariſtotele per iſporre, e ſpiegare la nariua del movimento; anzi in
molte, emolte altre opportunità egli sì fattamente gli ripete,che
ragionevolmente infaſtidito Bernardino Te. lelio ebbe a dire: Magnos mehercule
Ariſtoteles, ut ingenuè fatetur ipſe, actus potentiave diſtinctioni gratias
debet;cu jus nimirum upe ex anguftiis quibuſvis evadere nibildefpe rat; il che
parimente venne avviſato da Antonio Perfio. E nel vero Ariſtotele ſpelle volte
ſi ſerve dell'atto, e della potenza per rattoppare, e rabberciar le ſue
Idruſcite does trine; e certamente quelle duc voci il traggono da’più ma
lagevoli,e intralciati laberinti della națural filoſofia. Ma ſe finalmente
definir mai voleſs Ariſtotele quel movimento, che chiaman locale, certamente
egli converreba be ricorrere alla general definizione del moviméto, có giu
gnervi d'avantaggio qualche diviſamēto proprio del moto locale. La qual coſa:
ſecondo lui,non ſarebbe molto ma lagevole a fornire; comeeper raffermar la ſua
ingegnoſif lima definizione del movimento ne fa pruova nell'altera zione, così
definendola: l'alterazione, è atto di quella coſa, la quale ſi può alterare, in
quanto ch'ella alterar fi puote: αλλοίωσης μεν γαρ, και του αυλοιωτού ή
αλοιωτών, εντελέχω. Adunque così ancora andrebbe, ſecondo Ariſtotele,nelmo
vimento del luogo la definizione: egli è il movimento del luogo, endelechia,
cioè atto della coſa, che ſi può lotal méte muovere, in quáto ella ſi può
localmente muovere; la qual definizione,ſe accóciaméte ſpiegherebbe la natura
del movimento locale, dicalo in mia vece il medeſimo Ariſto tele, che in
trattando del moto locale, a valer non ſe n'ebe be. Matacer non fi dee
certamente quì, che Pier Ramo avviſando non dovere effer il genere d'una coſa,
genere anche delle ſpecie di quella, perciocchè troppo rimoſſo, e lontano le
ſarebbe: preſe agio di gravemente punger Ari ftotele collarori di lui medeſimo,
così dicendo: Hic ende lechia rurſusnon imperfecta,fed abfoluta exprimitur;
&ta mrenfo genus effet motus, non poſsetefseproximum genus cui libet
motusfpeciei. Ma chi poi voleſſe eſaminare, e riandare le altre definizioni
d'Ariſtotele, rinverrebbe veriſſimo sé. za fallo l'avviſo di Lodovico Vives; il
quale, comechè non fi vegga mai pago di lodarlo, impertanto ebbe a dire: Ari
Stoteles eſt in definiendo vafer, occultus adeo, ut pleraquefine idcircò in
ejus philofophia incerta, da perplexa, parum etiam vera; dum magis curat quem
in modum reprehenfionem ex cludat, quàm ut afserat verum. E perciò funneanche
da Attico, eda Temiſtio alla ſeppia aſſomigliato. Ma tanto e tanto Ariſtotele
dell'oſcurezzaſi compiacque, e così ſo vente in iſcrivendo uſolla, ch’ebbe a
dir di lui ragionevol mente nel vero il P. Elizzaldi: Summa laus Ariſtotelis ob
fcuritas fuit. E quantunque Ammonio s'attenti di ſcuſa re Ariſtotele, dicendo
Ariſtotele eſsere ſtato oſcuro a bel Kkkk lo ſtu 626 Ragionamento Ottavo rezza,
lo ſtudio, non per altro, ſe non ſe per iſpaventar coll'oſcu ed eſcludere
dagliſtudi della filoſofia, e dalla lezio de'ſuoi libri gli huomini d'ottuſo, e
baſſo intendimento; il che ſi pare, che'l medeſimo Ariſtotele dir voleſle in
quel la lettera, fe pur fu ſua, e non da' ſuoi ſeguaci finta, ch'e gli ſcritta
l'aveſſe ad Aleſſandro, che da Aulo Gellio venne nella latina lingua traslatata
s'ngoja nixovs libros, quos edi tos quereris, non perinde, ut arcana
abfcondiros,neque editos ſcito effe, neque non editos; quoniam iis ſolis, qui
nos au diunt, cognobiles erunt; impertanto sì malamente venne fatto ad
Ariſtotele d'aſcădere la vera cagione del ſuo ſcri yere così oſcuramente, che
fu ravviſata da ognuno in gui ſa, che non poſſon far dimeno i medeſimi
peripatetici ta Jora di non confeſſarla apertamente; e per tacer di Simplią cio,
diTemiſtio, e d'altri molti: l'autor della cenſura de'libri d'Ariſtotele dopo
averlo ſtrabocchevolmente commenda to, alla fine purdice in facendo parole
delle ſue oſcurez ze: Accedebatad hæc ingenium viri te&tum, et callidums,
&metuens reprehenfionis, quod inhibebat eum ne proferret interdum aperte,
quæ fentiret; inde tam multa per ejus ope ra obſcura, et ambigua. Ma laſciando
ciò ſtare alpreſente, nomeno che nella definitione,egliſi ſcorge eſſer
Ariſtotele infelice nella diviſione del moto.Vuolegli,comeè detto,ſei eſſere le
ſpezie del moto: cioè generazione, corruttura,al terazione,accreſcimento,diminuimiento,
e moto locale; ma a chiunque bene, e ſottilmente la coſa ragguarda, niuna altra
forte di movimento ſi fu avanti nella natura, ſe non ſe locale; e nel vero
tutte le ſpecie addotteperperAriſtotele, altro non ſono,ſalvo che movimenti
locali; e ſi pare,che'l medeſimo Ariſtotele ciò anche confelli;
concioſliecoſachè dica egli una volta, che'l moto locale ſia il primo de’moti,
eche niuna delle p lui mézionate ſpezie del moto ſi poſſa no ritrovar "
inquemai diſcopagnate dalmoto locale; ed uną altra fiata apertamente affermi,
che il ſolo moto locale ſia quello, che dir ſidebba propriamente moto. Divide
Ari ſtotele primieramente ilmoto locale in ſemplice, e miſto; ſemplice chiama
egli quel movimento, il quale è ſempre mai uniforme,e fimile a ſe medeſimo. Il
moto semplice è di due maniere, retto,e circolare;cöcioffiecoſache di due mas
niere ſiano le grádezze séplicirerte pariméte,e circolari; la qual ragione,quáto
frivola,quanro yana fazlaſciù a voi a conſiderare, Il moto çircolare, il quale
ſolamentegiuſta il ſuo avvilo, è perfetto, e regolare; vuole Ariſtotele eller
quello, che fi få intorno almezzo; ma il retto allo incon tro eſſer quello, che
faffi in ſuſo, ed alla in giù, Mataçé do, che avviſar dovea Ariſtotele
que’movimenti, ch'egli immagina farſi intorno al çētro della terra, non eſſer
altra mente circolari ', ma ellittici, follemente nel yero egli fi da ad
intendere avermoto ſemplice nell'univerſo, che retto non ſia; imperocchè
qualunque corpo, cheſi muove convien certamente, che ſe'n vada ad occupare il
luogo a ſe più vicino; perchè ſarà mai ſempre ogni ſuo moto ret to, e formerà
mai ſempre col muoverſi linee rette; laonde i moti obbliqui tutti,cácora
que’che circolari ſi chiamano, altro non ſono, che moltiſſimi, e poço men chę
infinitimo vimenti retri; i quali ad ogn' ora facendo angoli, a formar vengono
moltiſlime, e poco men, che infinite linee rette; laonde niun moto del mondo
farà circolare; imperciocchè niun moto, che in giro fi faccia mantener il corpo
maiſemi pre potrà dal centro ugualmente lontano; il che richiede Ariſtotels nel
inoto circolare. E quinci ſcorgeragevolme. te li puorc, quanto dal ver ſi
diparta ciò che appreſo Ari ftorelc diviſa, poço faggiamente, confondendo i
membri della diviſione, dicendoil moto ſemplice eller di tre ma niere: l'una di
quello, che ſi fa intorno al mezzo, o lia centro: l'altra diquello, che ſi fa
dal mezzo; e l'altra di quel, che ſi fa almezzo; ma degna ſenza fallo è d'aſcol
tarſi con grandiſſime riſa la cagion,che di sì fatta diviſio ne cgli
reca,françamëte affermando tre eſſer i ſemplici mos vimenti; concioſliecofachè
abbiano i corpi tre dimenſioni, Quinci li coglie eller falſa, e vana del pari
la menzionata diviſione del moto d'Ariſtotele; enon aver moto veruno
nell'univerſo, che compoſto eſſendo del retto, e del circo Jare, miſto con
Ariſtotele dir veramente ſi poſſa. Ma trapaſſando a quella diviſione del moto,
così cele bre ne’libri d'Ariſtotele, in naturale, e violento:veramen te in
iſpiegare i membri di quella oltremodo vario, ed in conſtante e ' li moſtra;
perciocchè una fiara dice, il moto violento eſſer quello ch'altrõde vien
comunicato; il che ſe vero fofſe, vana ſarebbe la fua diviſione; imperocchè
ogni moto, giuſta Ariſtotele, altronde procede; e un'altra vole ta poi, no
badado a ciò che prima avea detto,egli afferming comechè da altri cagionato
effer poffa, trondimeno alcun movimento eſſer naturale. Vltimamente Ariſtotele
vuole, che quel moto djr ſi debba violento, il quale venga cagio nato da
eſterna cagione in un corpo, che il ripugni; maſe il moto altro veramente egli
non è, fe non cambiamento di luogo, e al corpo non meno è natural queſto, che
quell altro luogo: certamente al corpo niun moto ſarà mai vio lento; e ogni
qualunquemoto, che nell'univerſo ſi faccia, dovrà dirfi naturale. Ne la terra, o
altro corpo dique'che chiamanli gravi da ſe, comeinſieme col vulgo immagina
Ariſtotele gripugna il ſalir in alto, quantunque ſi paja a noi, che non
veggiamo que' corpi, che la ſpingono giù, e fan ch'ella ripugni il ſalire. Non
ſembra finalmente conforme a quel ſuo famofo detto, ch'ogni coſa, che ſi muove,
per alrri ſi muova, la diviſione,ch’Ariſtotele reca del movime to, in quel, che
vien fatto da fe, e propio chiamato, e in quel, che da altri faſli, e per
accidenteè detto. Ma una cotal diviſione mi fa ſovvenir, come ſconciamente
fallò Ariſtotele nel dire, che'l generante muova ancor quando è lontano; anzi
ancor quando più non è; e che le ſue intel ligenze muovano moralmente; il che
ancora di colui che'l tutto muove empiaméte oſa egli affermare; che tanto egli
è nel vero, quanto dire, che le intelligenze muovano non movendo le ſpere
celeſti dalui ſognate. Ma dovea Ariſto tele avviſare, chela maniera
dell'operare del Sovrano Mo narca dell’Vniverſo è molto lontana, e differéte da
quella, che'l più acuto umano intendimento poſſa vnquemai im-, maginare;e
comeegli già traſſe dal nulla le corporee ſoftá ze colla fola volőtà, colla
quale potè dar loro il moro anzi gliele diede ſenza fargli puntomeſtier di
toccamento veru no; e che Iddio ancora fa, che gli Angioli parimentes. comeche
inviſibili fpiriti,pofanomuovere, avvegnachè nă tocchino le corporee ſoftanze;
e laſciando di riferire, che dican di ciò Guglielmo da Parigi, l’Aureolo, e
altrimae Ari in divinità, iquali non fi prendon briga più che tanto di venir a'
particolari: Io vado conghietturando, che: dar poſſano il moviméto gli Angioli
a ' corpi,in quella gui ſa per avventura, colla quale fuole l'anima
ragionevolea allor che muove il ſuo corpo; la quale certamente altro nā fa
allorche muove qualche membro, ſalvo che dar altra determinazione per opera
della volontà a que' rapidiffimi movimenti di que’minutiſſimicorpicciuoli, che
continuo dal fangue vengon per l'arterie a'nervi compartiti. Argo mentali eſser
vero ciò dall'oſservare, che ficome ſcema, o creſce in cotalicorpicciuoli il
movimento, così più o me no all'anima di muovere le mébra del noſtro corpo vié
per meſso; non altriméti forſe l'Angelo, comechè non ſia lor forma, come è
l'anima del corpo, muoveicorpi determi nando altrimentii moti de'piccioliſſimi
corpicciuoli,ch'en tro lor fono, o pure que' dell'aria, o dell'etere, che gli
penetra,e gli circonda; e'n quella guiſa, che'l vento soľ acqua muover logliono
le piume, e le frondi, faccian ancor cglino cambiar luogo a queſto, e a quel
corpo; ed eſsen do il moto delle particelle, che l'etere compongono, rapi
diſſimo:può l’Angela determinandolo condurre in brevif fimo tempo da un luogo a
un'altro,comechè lontaniffimos icorpi. Ma laſciando queſta curioſa digreſſione
a ' facri Teologi, e al noſtro Ariſtotele ritornando, lo dico,che no men, che
s'aveſse fatto del moto, ſcioccamente falla in di viſando del luogo: imperocchè
egli dice eſsere il luogo quella immaginata ſuperficie delcorpo, ove la coſa
allo gata ſia; la quale opinione, comechè egli la toglieſse di peſo comealcun
giudica daPlatone, o da Archita,dal quale tolſe anche quella fconcia diviſione
dell'ente cotanto da Lorenzo della Valle, e da altri deriſa, pure egli sì
disfor mata la ci reca, che nel vero ſembra, che più toſto egli ab. + bia 630
Ragionamento Ottavo bia ſecondarvoluto l'opinionedelvulgo, il quale non fa
diſtinguere il vaſo dal luogo: che adombrar i ſentimenti di que'valent'huomini;
e sì ſciocca, c irragionevole parves una sì fatta opinione a Filopono, per
tacer d'altri Peripa tetici, che acerbamente ne ripigliò il maeſtro; e nel yero
ſe'l luogo, comeragion perſuade, e Ariſtotele medelimo inſegna, appartiene a
qualſifia minima particella del corpo locato, dovrà ſenza fallo il luogo aver
parimente riſpetto a qualunquc minima particella del corpo locato,e farli da
quella ingombrare dimaniera; che a tutto il corpo locato corriſponda tutto il
luogo, ea qualunque minima particel la del corpo corriſponda ugual
minimaparticella di luogó. Conie potrà mai dunque conſiſtere la natura delluogo
nels la ſuperficie più vicina del corpo contiguo, la quale a cir condare, e ad
abbracciar viene il corpo locato, ed è affat to fuora di tutte le particelle di
eſſo corpo; perchène ſegui rebbe, chemoyendoſi un corpo, non ſi moverebbono tut
te le parti di eſſo, per tacer d'altre; e d'altre ſconvenevo lezze
a'peripatetici medefimimolto ben conoſciute. Ma per nulla dir di ciò, che dice
Ariſtotele del tempo, il qual ſe la mente noftra non ſi deſfe brigadi partire,
e di numerar il movimento; in niun modo ſecondo lui ci ſarebbe: chen ti,per Dio
ſono i diviſamenci d'Ariſtotele, dietro allana tura, e alla propietà del corpo?
E laſciando ciò ad altri cô ſiderare, accennerò ſolo quanto egli vanamente
s'aggiri in yolendo filoſofar, oltre alle qualità menzionate, della ra rità, e
della denfità prime, comedicç'una volta ditutte ale tre qualità del corpo,Si fa
egli follemente a credere, mora ſo da leggeriſſime ragioni, poter un corpo
rarificandoſi in grandire, e ſenza giunta d'altro corpo ingombrare mag gior
luogo, di quel che prima egli ingombrava, e maggior di fe divenire;e allo
incontro poi ſenza eſſer in nulla ſcema 10, e ſenza entrar l'une delle ſue
particelle entro l'altre,po tercondéſandoſiingombrar il corpo minore ſpazio di
quel, che prima egli ingombrava, e divenir minore di quel ches prima egliera,
Machi potrà mai ridire, come ſconciamē. te egli poi favelli della luce, come
de' colori, come de? (1 pori, come degli odori, comedell'altre ſenſibili
qualità.: Ma non è mio intendimento di volervi quì ad uno ad uno tutti i
fallimenti d'Ariſtotele narrare; che ſe un tal filo pré delli di ragionare,
certamente non ne verrei mai a capo; c nel vero ov'egli follemente non
aggiroffi in filoſofando di que'corpi,ch'egli chiamaſemplicide’miſti, edelle
lor qua lità? E quanto ſpiacevoli in verità ad udire ſon que’lunghi, e fuor di
propoſito diviſamenti, ch'egli fa del Cielo, dell'a. nima, e delle ſue
operazioni, dell' aere, de' venti, delle piove, de'fulmini, dellaneve, del
tremuoto, dell'altera zione, dell'accreſcimento, della diminuzione delmeſcola
mento, della generazione, della corruttura, c d'altre coſe naturali non
iſpiegate certamente da lui naturalmente, fi come facea meſtieri: chenti, ſono
le diviſioni, chenti, gli argomenti, in che fu egli sì infelice, che ne meno eb
be ventura di poter le più vere propoſizioni provare. Ma ſopratutto in
Ariſtotele mi par da notare, ch'egli in tutte le ſue opere ſi ſtudia colla ſua
loica d'avviluppar mai ſem pre la verità, e di crollare, e mandar a terra i
buoni, e veri ſentimenti de' più celebrifiloſofanti; perchè da Santo Am brogio
venn'egli chiamato:ftudiofus impugnāde veritatis;ç molto avātidi lui per le
medeſime ragioni l'antichiſſimoPa dre Tertulliano avea detto la dialettica
d'Ariſtotele:artificē Aruendi, &deftruendi verfipellem in fcientiis coactam
in co jecturis duram, in argumentis operatoriam contentionum ', moleftam etiam
fibi ipfiomnia tractantem, ne quid omnino tractaverit. Ma non ſo come fuggito
mi era dalla memoria ciò che Io avea determinato di dirvi del bel diviſamento,
ch ' Ari ſtocele fa delmondo. Afferma egli il mondo di neceſſità eſſer perfetto,
avendo egli larghezza, lunghezza, eſpel ſezza;dalle quali dimenſioni in fuora,
altra grandezzaw, non v'abbia, dache queſte tre ſole ſon tutte le coſe; e ove
fiano due, allora non diciamo tutti,ma ambodue,& aggiu gnendo a tre, allora
in prima diciam tutti; il che effer di sì fatta maniera, la natura il ci
inſegni, ece l'additi: c.chę per tal cagione,ci ſoggiugne cotal numero uſavali
ne'ſacri ficj; nel che Ariſtotele fra tantiaggiramenti avviluppofli, non per
altro, ſalvo che per iſpiegar alcuni ſencimenti de Pittagorici, da lui
malamente inteſi. Quindi apertamé te appare, quantograndefata ſi dia la
cracotanza di quel miſcredente Arabo Vano immaginator d'ombre, e di fole:
d'Averroe in dico, il quale privo affatto d'intendimento ärdì a dire eſſer
Ariſtotele la norma, el'idea a noi prepoſta dalla naturaper maraviglia di tutti
iſecoli, e per addicar ne l'ultimo sforzo, e l'intero compimento d'ogni umanaj
perfezione: e che egli venne a noi conceduto dall'eterna providenza per noſtro
ajuto; nelle cuiopere non s'è potu to per lo travalicamento di quindici ſecoli
error alcuno ri trovare; e in fine ch'a miracolo Natura il fece, e poi ruppe la
ſtampa; anzi tanto s'avanzò oltre la follia d'Averroe, che diffe, fe ad
Ariftotele folo voler dare intera credenza infra tutti gli altri huomini del
mondo; e ne meno eccettuonne il fantili. mo Profeta Moisè, qualor difle aver
Moisè dette molte coſe, ma niuna provata; al che aggiugner volle, per tacer
d'altro, quell'altra beſtemmia; che coloro, i quali affer mano Iddio ritrovarſi
per tutto, ſian fanciulli, e che di ſtruggano, e mandino a terra l'ordine tntto
delle cagioni naturali. MacomechèAverroe foſſe di sì ottuſo, e ballo
intendimento: impertanto valſe tanto la ſua autorità appo gli Arabi, che
vennero a gara da tutti abbracciare, e come verità infallibili credute furono
le dottrine d'Ariſtotele; laõde cõvēnè aʼnoſtri Teologi, p.poter cõvincere i
ſeguaci di Macometto,quella dottrina,che appo loro era in pregio, ed iſtima
apparare; e introdurre nelle ſcuole la filoſofia di Ariſtotele, o pure quella,
che ſi contiene ne' libri, che ſi leggon ſotto il ſuo nome; căcioffiecoſachè
dietro a tal con venente gran piari fieno infra gli ſcrittori. E veramente
alcune di quelle non pajono d'Ariſtotele, come p teſtimo niāze di Tullio,di
Laerzio, di Suida, e d'altri antichi ſcrit tori,e di Mario Nizolio, e di
Frāceſco Patrizi, e d'altri mo derni autori fi può affermare; nondimeno però
nei, co une que me que', cheveggiamo concordevolmente in tutte quell opere, che
portano in fronte il nome d'Ariſtotele, da libri neobanuárwv in fuori,
l'iſteſſo modo di filoſofare: portiai moopinionceſfer tutte d'Ariſtotele, o
pure da qualche ſuo ſcolare ſcritte ſecondo i diviſamenti del maeſtro: Mala
ſciando ciò ſtare al preſente, chiaro da quel che ſi è fin'o ra detto fivede,
non eſſere conſentimento comune degli huomini in eleggere Ariftotele per
primicro filoſofante; perciocchè nel lungo travalicamento di cotanti anni, dopo
le prime voci del ſuo nome, forte vanamente infra gli Araa bi per dappocagine,
e ſciempiezza del loro intendimento, gli altri tutti corſero lor dietro
Qualcapra all'altra perſentiero alpeftro: non con fermo, e ragionevole avviſo,
perchè non eſſendo vi elezione d'animo faggio, e avveduto, è da dir con Bac
cone, coitio, non confenfus; e come dice il Ciampoli, copia comune, non già
opinione comune. E nel vero ponendo in no cale l'originale, ad altro non
badarono le ſcuole, ſe non ſe a far copie continue di quelle ſconce; e mat
fatte copie del lor primiero maeſtro Ariſtotele: cd a ciò anche fare i
ſemplici,e rozzi ſcolari coſtrignendo;perchè non ſenza ca gione fu detto dc'
peripatetici da Lorenzo della Valle, il quale veramente fu ilprimo, che liberò
la filoſofia da quel cieco,e miſero fervaggio,in cui miſerevolmére giaceva fot
topoſta:Pudet referre apud quofdam elle morem initiandi di fcipulos,
&jurejurando adigendi, nunquam ſe Ariſtoteli re pugnaturos: genus hominum
fuperftitiofum, atque vecors, defe ipfo malè meritum; cum ſe facultate fraudent
indagă då veritatis; quos fi reprehendere jure optimo poſſumus, quod hanc ſibi
legem impofuerunt, qua tandem infectatione caſti. gare debemus, fi hanc legem
in alios transferunt; ſenzachèno dee giudicarſi opinion comune in filoſofia
quella, che nella fchiera de volgari filoſofi ſoli, avvegnachè innumerabi le,
alligna; ma più dalla qualità degli avveduti ragguarda tori delle coſe, che
dalla copioſa ſembraglia del popolo è da ſtimare; perciocchè, come teſtimonia
il Romino Ora tore, la filoſofia, dipochigiudicatori s'appaga, cabello L111
ftudio ſchifa la moltitudine a lei ſoſpetta, e odioſa: eft phia lofophia paucis
contenta judicibus, multitudinemque conful ty fugiens, eique ipfi, et fufpe ta,
et invifa; eragionevol mente in verità; imperocchè, come ſaggiamente avviſa il
Baccone: nihil multis placet, nifi imaginationem feriat, auf intelleétum
vulgarium rationum nodis adftringat;perchè dir ſoleva Ariſtotele folamente in
favellando la parte maggio re, ma nel giudicar poi la minor parte doverfimai
ſempre {eguire. Ma ciò, che de' Peripatetici abbiam noi ſin ora diviſato, deſli
ſenza fallo anche dire degli altri parteggian çi; de'quali tutti ebbe a dire
quel valent'huomo, noneſſer credenza infra’filoſofi così ſtrana, e rimoſſa
dalla ragione, che non abbia ritrovati i ſuoi difenſori. E sì abbondevole fu
nel vero la greca filoſofia di sì fatte ſconce, e inveriſi mili opinioni, che
non ſenza cagione fu detto da Varrone nemo ægrotus quicquamfomniat Tam infandum,
quod nonaliquis dicat philofophus. ma prima potrei col Poetacotar nella diſerta
piaggia l'are nege nel mar turbato l'onde,che gire ad uno ad uno anno verando
degli antichi filoſofi i fallimenti; de quali più forſe ne ſarebbon conoſciuti,
ſe a noi foſſero pervenute tutt'altre opere di coloro, dicui Già lunga notte
involve i nomi, e l'opre. Maavendovi, come di ſopra avviſammo, infra' greci me.
dici alcunivalentiſſimi maeſtri, i quali ſi valſero dell'opi nioni di Zenone, e
d'Epicuro in filoſofando delle coſedel la medicina, nõ farà per avventura fuor
del noſtro propo fito il brievemente accennare i miei ſentimenti intorno al la
ſtoica, ed epicurea filoſofia. E per cominciar dalla ſtoi ca: grande certamente
ſi fu la follia di Zenonedella ſetta ſtoica primo maeſtro, e fondatore, il
quale avendo ben potuto fcorgere quanto ſi foffe oltre avanzato ſopra tutti i
greci filoſofantiDemocrito nella vera ſtrada del filoſofa re, volle nondimeno
più coſto gir dietro alla traccia di co loro, che apertamente avean da quella
traviato; e Com? mechè men vaneggiante affai d'Ariſtotele Zenon fi mo Atri in
iſpiegar le coſe della natura, non però di meno egli ancora nelle maggiori
ſtrette fuolentrar nel pecoreci cio, ſenza divifar nulla di ſaldo. Così in
ragionando delo la mareria la delcrive largaméte con termini (tratti e genes
rali,come appūto diviſato in prima n'avea Pittagora, e Pla. tone,e Ariſtotele;
della qual coſa ragionevolmēte ne fu egli force biaſimato da Seſto Empirico;
eavvegnapure,ch'egli cófesſaſſe eſſer vero corpo la materia, e chiamaſſe la
forma nõ cagione, ma parte delle coſe:nondimeno non iſpiegando appreſſo, che
coſa veramente la formalia, e in che conſi ſta la natura del corpo, e come
formar variamente fi poffa, e ne meno ſcendendo poialparticolar delle qualità,
mani feſtando, e dichiarando chente fia la lor natura, ecomes ingenerino: è da
dir, che neile medeſime ſconvenevolezze egli ancorcada, nelle quali già in
prima detto abbiamo eſ. ſer Platone, e Ariſtotele vergognoſamente caduci. Ma
non ſembra vero ciò che Cicerone, e altri fcrittori riferiſcono di Zenone, che
egli aveſſe per efficiente cagio. ne conoſciuto il ſolo fuoco; imperocchè egli
coinpone le coſe de’quattro volgari elementi; e alle loro qualità attri buiſce,
o tutte, olamaggior parte dell'operazioni natura. li, comech'egli in ciò poco
felicemente s'adoperi, per nốt aver inveſtigato in prima, come certamente
conveniva, la propietà diquelli; e quinci avvien poi;che Zenone di quel le, che
ſeconde qualità chiamanſi, così confuſamente an che favelli, comeſipuò vedere
allor ch'egli dice, eſſer i colori le primediſpoſizioni della materia. Dice ben
egli Zenone, che ſon due i primi principi delle coſe: paſ ſivo l'uno, cioè la
materia, ſoſtanza ſecondo lui priva di qualità: Paltro attivo, quale ingenera
ogni coſa, e vienda lui col nome d'Iddio, e di natura chiamato; e queſto vuol
Zenone, ch'altro non fia, ſe nõ ſe un ſottiliffimo fuoco do. tato di ragione, e
di ſapienza, il quale per tutto diſcorra, il tutto abbraccj,il tutto penetri; e
che dalle varie, c varie materie in cui egli ſi trovi,varj,e varj nomi poſcia
egli rice va.Ma quanto ciò ſia lõtano dalla ragione, nofa certamen. te
meſtieri, ch' lo duri fatica per darlovi a divedere. E Lill 2 nel vero ſe mai
Zenone argomentato ſi foffe d'inveſtigar, comeché rozzamente la natura del
fuoco,non avrebbe po tutomai concepirnella ſua mente così folle, e pazza opi
nione; anzi ne men avrebbe egli detto eſſer l'anime noſtre, caldi, e
ſottiliſſimi fpiriti, tratti, come rapporta Seneca: ex illisfempiternis ignibus,quæſidera,
acflellas vocamus,, veluti ſcintillas quafdam afrorum interris defiliiffe,
atque alieno loco exiife. Concioffiecofachè il fuoco, il quale al cro non è ſe
non fe un'adunamento di piccioliffimi corpic ciuoli, o sferici, o
piramidali,non pofſa ne ſentire, ne in tendere, ne far niun'altra operazione,
che l'anima far ſuo. le; perchè non avrebbe poi anco detto Zenone l'anime ef
fer mortali, e quelle dappoco, e baffe, qualieſſere giudica l'animne degli
ſciocchi, e ignoranti Cbe viſſer fenza fama, e ſenza lodo col corpo infieme
attutarſi, emorire; e quelle de’dotti fo lamente che, fon più vigoroſe, dover
durare ciaſcuna ſe condo il fuo potere, come fiaccole acceſe in tenacemate ria
fino all'ultimo ſcoſcio del mondo: fi ut fapientibus pla cet, dicea Tacito di
Zenone, e degli ſtoici, non cam corpo re extinguuntur magnæ animæ; il qual
luogo chioſando il dottiſſimo Lipfio: nota, dice, magnas arimas;minutæ igitur,
et fatuæ pereunt,aut non diu manent. La quale opinione motteggiando
l'eloquentiſfimo Romano: Stoici, dice, uſu ram nobis largiuntar tanquam
cornicibus: dia manſuros ajūt animos, ſemper negant. E quinci follemente
temevano gli Stoici ilmorir ſommerfi neĪPacque; imperocchè ſtimava no, che
l'aniine, come quelle, ch'eran di fuoco,veniſſero cſtinte dall'acque. Ma cotal
crcdenza ella mi ſembra, che molto più antica di Zenone ſtata fi foſſe;
imperocchè non per altro certamente quel grand'Eroe, d'Aſia ter rore, e'l
fagace Vliſe, e'l fortiffimo Duca Trojano moſtra no aver cotanto in orrore il
morir affogati nell'acque: ingemit Æneas, dice Servio, non propter mortem, fed
pro ptermortisgenus; grave eft enim fecundum Homerum perire naufragio, quia
anima eft ignea &, extingui videtur in ma ri contrario elemento.Ma
piacevole è nel vero a udire il di viſamento's ch'eglifa Zenone, intorno alla
generazion del mondo; dice egli, che Iddio ſtava primieramente in ſe ſtel ſo
raccolto, il che non ſo lo, come poſſa dirſi mai del fuo € 0; e che indi poi la
materia tutta in aria prima, e l'aria ape preffo in acqua cambiafle; e che
ficomenel ventre della femmina fi contiene il ſeme, così ſteſſe parimente
nell'ae: qua una materia abile a ingenerar tutte le coſe; e che pri mieramente
ingeneraſſe Iddio diquella materia i quattro elementi, cioè il fuoco, l'acqua,
l'aria, e la terra; e poidi queſti,tuttii corpi miſti formati veniffero. Il
fuoco ſecon do Zenone è caldo, e l'acqua è liquida, l'aria è fredda, e la terra
è arida; ma l'ordine col quale, c lic ſtelle, e gli altri ragguardevolicorpi
dell'univerſo s’ingeneraſſero; vie ne ſpiegato da Zenone in sì fatta guiſa.
Afferma egli, che nel ſupremo luogo foſſe collocato quelfuoco, il quale per la
gran fua: ſottigliezza vien detto ctere; e che in lui pri micramente naſceſfero
le ſtelle fiſſe; indi appreſſo l'ervanti, indi appreſſo l'aria., indi appreffo
l'acqua; e ultimamente la terra, la quale ſta in mezzo collocata; mafolte ben
fa rei Io a logorar il tempo nel racconto di queſte, e altre sì fatte empiezze,
che ci vuol dare ad intendere Zenone. Ma non meno ſtoltamente erra Zenolie in
ſecondando i fentimenti d'Omero', togliendo non ſolo la libertà dell’o perare
agli huomini; ına ſottoponendo alla violenza delFa to il: mcdeſimo Iddio;
perchè cantò Lucano, per tacer Se neca, Fileinone, e Manilio: Sive parensrerum,
quum primum informia regna, Materiamq; rudem flamma cedente recepit Tinxit in
æternum caufsas, quæcunéta coërcent; Se quoque Lege tenens, et fecula jufa
ferentem Fatorum immoto divifit limite mundum. E prima di Lucano, quel greco
poeta, così traslatato da Cicerone: Quod fore paratum eft,id fummum exfuperat
lovem; perchè dicono non poter nulla Iddio contro la violenza del Fato; ne lui
medeſimo poter iftorcere; o piegar l'opere de gli eterni provvedimenti; laonde
ſccodo i ſentimenti di Ze none 638 Ragionamento Ottavo 1 nonediſse Seneca,o
qualūquefi ful'autor di quella tragedia Non illa Deovertiſe, licet Que nexa
ſuis currunt cauſſis. E a ciò ponendo mente Luciano, piacevolmente deriden
do,come è fua usāza, gli Stoici, fa,che l'orgoglioſo Ciniſco ſeguace di
Zenone,tratto da cotali ſentiměti, temerariamć. te diſpregjGiove, e gli Dii
tutti, non temendo punto del le ſue folgori, ſe dal fato non gli erano
deſtinate; poichè gli Diitutti, e Giovemedeſimo erano al fato ſoggetti; u che
così gli Dii come gli huomini erano ſervi delleParche; ne potere far coſa del
mondogli Dii, per menoma,ch'ella ſi foſſe, che dalle Parche non foſſe in prima
ordinata, e lun gamente compoſta. Perchè altro gli Dii non effer, che mi niſtri,
e ſergentidelle Parche, o per mc' dire ſtrumenti di quelle, come la ſcure, e'l
trivello. E con queſte ſtoiche beſtemmie fa ch'egli ſi rida di Giove; il quale
oleremodo fi vanta di quella famoſa catena delle coſe del modo appreſ ſo Omero.
Il medeſimo Stoico poi giudica appo lo fteſſo Luciano eſſer anzile
Parchemedeſime, che Giove da pre gare, ſe lc Parche per prieghi pur ſi
moveſſero; poichè al le Parche, e non a Giove l'imperio tutto del mondo, c'1
primo reggimento de' fatiè da attribuire. Mano è da in tralaſciar,ch'avviſando
anche l'aſtutiſlimo Macometto,per nulla dir di Lutero, e di Calvino, eſſer
corale opinione molto in concio a'ſuoi fatti, preſela, ed inſegnolla nel ſuo
Alcorano, acciocchè preſti maiſempre, e arditi i ſuoi po. poli, ponendo giù
ogni timor della morte, a magnanime,e pericoloſe impreſe prontamente
s’eſponeſſero; perchè a co tal credenza riguardando il Taffo, pole in bocca al
valo roſo Rede'Turchi, Solimano, Giriſ pur Fortuna O buona, orea, com'è laſsù
preſcritto. Ma non meno ſciocca èquell'altra credenza di Zenone intorno a '
peccati, ch'egli follemente vuole, che tutti ſiano uguali, e che ne più, ne
meno falli colui, che ſpogli cru delmente della vita il ſuo propio padre, di
colui, che allor, che ciò far non convenga ammazzi un bruto anima le.
Equell'altra intorùo al ſuo ſapiente;il qual'eglivuole, chenon altrimenti, che
ſe la filoſofia l'aveſſe dell'umana natura poſto in bando,no’l muova amore,non
ira,non odio, non timore, ne qualúque altra più violéta paſſione. Senti menti
in verità, per dirla coll'Arioſto, Convenientia un huomfatto diſtucco; ed Io
per me non ſo come s'aveſſe giammai potuto fognar - Zenone una sì fatta novella,
ch'un huomopoffa viver nel mondo libero, e Sciolto da tutte qualitati umane.
Manon queſti ſolamente ſono,ma altri, e altri i falli che Zenone, e iſuoi
Stoici prendono, alla noſtra fede, ed alla natura ſteſſa ripugnanti; perchè non
pocomimaraviglio, come cotato preſſo alcuno ſiano commendate, e in pregio
tenute quelle memorie,chedi loro rimágono; e ſpezialmé te l'opere di Seneca;
imperciocchè non è punto, com 'egli follemente s'avviſano le genti, quell’
aſtuto Stoico, re ligioſo, e dabbene; concioffiecoſâche, ſe ben fifamente vi
fibadi, in altro non s'argomentiSeneca ne'ſuoi libri, ch'a toglier dal mondo
ogni coſtuma dipietà, e direligione; comechè faccia ſembiante nelle ſue
dottrine, di'rigorofilli mo Anacoreta, e poco men, che di perfettiſſimo Criſtia
no; e a prima faccia appaja, qual farſi vedervolle anche il fuo maeſtro Zenone,
Virtutis verd cuſtos, rigidus que ſatelles. Ma ritornando a Zenone, egliſi
parve, che talora Ze. none fi foſſe avvicinato al ſegno in filofofando delle
coſe naturali; come quando egli per iſpiegar la maniera, nella quale faſli la
viſta, diſſe l'occhio valerſi della aria teſa, co med'un baſtoneper conoſcer le
coſe viſibili; del quale esé. plo fi valſe poi così a propofito Renato delle
Carte. Com nobbe ancora Zenone, comeche a durar non viaveffe mols ta fatica,,
effer il ſole più grande della terra. Argomentò al. tresì egli da' ſuoi effetti
non eſser altro il ſole, ſe non le fuoco; ma da quelli certamente avviſar non
ſi puote, come egli immagina', eſser quel fuoco, ond' è forma to il ſole,ſincero,
e puriſſimo. Ma non ha dubbio,che Zeno Zenone s'ingannò grandemente,
immaginando participar la luna aſsai più dell'altre erranti ſtelle, della
natura della terra: per eſserella più di eſso loro alla terra vicina; im
perciocchè non ha che far con ciò punto la vicinanza, e nó v'ha ragion alcuna,
la quale perſuader ci poſsa, che la lu na differiſca púto dagli altri pianeti;
e oltre a ciò mal inten dendo Zenone la ſentenza degli antichi filoſofi, i
quali di cevano comunicarfra di eſso loro inſieme p via di piccio liſſimi
corpicciuoli dall'une all'altre continuo mandati, le ſtelle erranti, e fiſse, e
la terra: afferma, che le ftelle, co me quelle, ch'animaliſono, dal mondodi
quaggiù riceva no il loro alimento; e venir il ſole nutricato dal mare, la luña
dall'acque dolci, e l'altre Atelle dalla terra; m2 perta cer d'altri difetti
della filoſofia di Zenone, in ciò ſopra tut to fu egli oltremodo manchevole,
checoltivò molto più di quel, che certamente a natural filofofo fi conveniva,
gli ftudi della Loica, onde conveme, che i ſeguacidilui, for ſe aſsai più di
que'priini peripatetici,nelle inutili fortigliez ze dialettiche intrigati,
vennero ragionevolmente da Ga lieno contenzioſi chiamati; e quinciavvenne,
ch'eglino no poterono gran fatto vantaggiarſi nello ſpecular le coſe della
natura; onde ebbe a dire il medeſimo Galieno, che gli Stoici nelle inutili coſe
erano alsai eſercitati, ma rozzi poi allo incontro in quelle di momento,e poco
eſperti ſi dimo Atravano. Malaſciando Zenone, trapaſseremo a ragionar d'Epicuro..
Primieramente per mio avviſo mai fi par certaméte, che convengano ad Epicuro
quelle ſtrabocchevoli lodi, che, da pallionati luoi ſeguaci, c ſpezialmente da
Lucrezio gli vengono attribuite icon dire jufra l'altre millanterie, ch'
Epicuro non huom mortale, ma Iddio ſi foſse;e ch'egli pri ma di tutt'altri
rinveniſse la vera ſapienza; e chc Epicuro anche fi foſse Quel, che i termini
tolfe al vaſto mondo, Le fiammeggiantimura a terraſparſe, E'l vano immenfo col
penſier traſcorſe. Imperocchè, per tralaſciar ch’Epicuro altro in verità nõ
faceffe, che traſcrivere le ſentenze di Democrito: i falli menti del quale non
maiegli diſcoverſe, non che rammen daſſe: anzi ſe mai egli da’ſentiméti di
Democrito ſi diparti, incorſe in graviſfimi falli. E gliporrò opinione Epicuro,
che da una infinita, ed immenſa corporea ſoſtanza, qual ſecondo lui altro non è,
ſe non ſe un radunamento d'infiniti corpicciuoli di varie, ¢ varie grandezze, e
figure, e da uno ſpazio parimente im menfo, qual'egli vuoro d'ogni corpo eſſer
crede,fia copoſte l'univerfose che fenza regolaméto d'intelligenza veruna, a
caſo, ed a ventura, dalmoto, dall'accozzaméto,e dall'or dinamento, ſolo di
que'corpicciuoline fian nati,non ſola mente queſto, in cuinoiabitiamo, ma più,
e più mondi, Aggiunſe egli al diritto movimento de corpicciuoli (che apparò da
Democrito) di ſuo altresi quell'altro moto pie gato,ed obbliquo, acciocchè
dalle varie maniere di quello poteſſero cotante coſe ingenerarſene: e cocal
movimento torto, eglidiffe naſcer dalla chinacura de' corpicciuoli, quali
movendo per diritto, ed in altri corpiceiuoli incop pando, neceflariamente
doveſſero in iftrigando piegarlize non men dell'altre coſe del mondo empiamente
eſtimò Epicuro eſſer compoſte le noſtre anime, come dice Lu crezio Corporibus
parvis, do levibus,atq; ratundis. Ma fe noi riguardiamo, non ſolaméte alla
diverſità del le coſe del mondo, ma anche alla lor vaghezzase perfezio ne, e
come nulla non vi ſtia a bada, ma all'acconcio fine venga mai ſempre
convenevolmente dirizzata: non può in niun modo da ciaſcun comprenderli, come a
riſchio, per caſo, ſenza ſottiliffima macaria di gran maeſtro debba effer
formata; e per non trarre argomenti dalle ſtelle, dad ſole, dall'huomo e da
altre,e altre opere maggiori d'Iddio, mi contenterò ſolo di far parole di
alcuni piccioli animales ti, come ſono le moíche, le zanzare, le formiche,
l'Api, gli Acari, c altei afſai cotanto menomi, e ſottili, ch’appe col
microſcopio, tanto quanto, cavviſar li poſſono; e pu re fono in loro da
ammirar, ſomipamente quelle picciolilli M in m in me par 642 Ragionamento
Ottavo 1 me particelle, così ben compoſto, e formate, come nella notomia degli
huomini medeſimi, e d'altri animali più grā di fi veggono. Sono
que'corpicciuoli anch'eglino forniti de’lor membri; ne mancan lornella teſta i
piccioliſſimi oc chiolini, e negli occhi le palpebre, e le tuniche, e tutto
ciò, ch’ad occhio ben compoſto per rimirar fi conviene; e nel capo è anche loro
il cervello, le glandole, le membrane ', ei ſottiliſſiminerbolini; da' quali il
poco ſugo nutritivo al rimanente del corpicciuolo ti dirama, e comparte. E che
dirò lo dello ſtomaco, delcuore, e d'altri fomiglianti me bricelli? che
dell'offa, e delle vene, e dell'arterie, e del facco latteo, e de'vaſi acquoſi,
e di cotante altre menomif fime particelle, chente, e quali a ben fornito corpo
ſi ri chieggiono? e che delle loro piccioliſſime anime, le quali anch'elle nel
reggimento tutto del corpo dimorano, e ri fvegliano i ſentimenti, e fá chc
muovano i membriceili alle fue opazioni:e céto, emillaltri maraviglioſi effetti
in quel lo adoperano?Ma ſopra tutto è da por menteal loro indu ftrioro ingegno;
e per non dire al preſente dell'api, è da maravigliar ſommamente dell'induſtre,
e faticoſa formica, Che'l vitto onde fi pafca alfreddo verno Ripon la ſtate,
ebenchè lunge ancora Sian difagion moleſta i giorni algenti, Neghittofa non
ceffa,e non s'allenta La negra turba,, anzi ſe freſsa avvezza Ne le fatiche, e
per gli adufti campi Fervel'opra nonmen, che l'ore,e'lgiorno, Fin ch’abbia ne
fuoi ſpecchiil gran ripoſto. E avendo forſe quella per pruova appreſo effer la
ſementa, onde poſcia germoglian le piáte, no altro, che le piáteme de lime
dentro della buccia raccolte, e riſtrette, per ceſſar l'aſprezza del verno:
come apertamente col microſcopio noiveggiamo: avvedutamente per non farle
ſorgere a più piacevol ftagione Ela con l'unghie propie, incide, eſega I
carifratti, e inumiditi al ſole Gli aſciuga, e ſecca, el bel tempo fereno
Spiando già prevede i lieti giorni. Talche quand'ella i grani a'raggi eſpone
Pioggia nonſtilla da lofcure nubi, Ediſerenità l'indicio è certo. Quinci ripor
ne le ſuecelle anguſte L'aſciutta meffe, e poi la ſerba, e parte Cuſtode, e
diſpenziera. E’ntenta a l'opre E nonfol mentre ilſoleaccende icampi, Ma le
fatiche ſuenotturne ancora Dal Ciel rimira la rotonda luna: E quelle più ſerene,
e calde nutti Tolte al dolce ripoſo, al queto ſonno Aggiugneal travagliar
continuo, e lungo. Ne è da traſandare ciò che delle formiche oervò Clea te.
Vide egli un giorno alquáte formichetrar dal lor for micajo il cadavero d'una
formica, e portarlo a un'altro vi cin formicajo; e quivi giunte uſcirne;come
chiamate,alerc formiche, e andar loro incontro, e accontarſi quaſi ragio nando
di lor bifogne; e indi a poco ritornarſene quelle ch? erano uſcite nella lor
buca, e di nuovo quindiriuſcire,e ri trovar le foreſtiere,come rientrate
foffero nella buca a re car l'imbaſciata di quelle alle lor compagne; è
conſiglia teſi del cadavere della lor compagna foſfer poi ritornate a
patteggiarne la riſcoſſa: e ciò due, o tre fiate facendo, alla fine dopo
cotante aggirare, quaſi eſſendo di convegna de loro piaci, andaronoalla buca, e
fi recarono loro un verme per taglia della morta fórmica, il qual prendendoli
quelle di fuora, e laſciando il patteggiato cadavere, n'andar via; ed elle
raddoſsãdoſi il cadavere ritornarono nella lor tana, quaſi per dover quello
ſotterrare. Néminormaraviglia è ciò che Io un giorno fattomi per diporto ad una
fineſtra di mia cafi oſſervai. Era in quella una formica, la qual ripoſtali in
guato, non altrimenti, chei'ragnuoli ſi faccia no, preſe per lo piede unamoſca,
la qual forte dibatten dofi, e ſcooendoſi, indarno di fuggir slargomentava; ma
pur la piccioliſſima formica non potendo portarſela, o uc ciderlai,
ſtrettamente fiffa la riteneva, fiache giuntavi a ca Mmmm 2 ſo un'altra formica
partiffi.di preſente, e ricornò con alire formiche a condurli a forza la prcda
dentro dal lor formi cajo. Ma perchène G faccia maggiorméte manifeſto,qua to
ſtolta fia ', cd'irragionevole la menzionata opinione d'E picuro,e quanto fia
grave l'ingiuria, che per quella vien fatta all'autore dellanatura, egli ne
fameâiere,che alqua to più di ciò, che per avventura abbiſognerebbe in diſami
narla c'intertegniamo. Dico adunque, che una ſoſtanza fia quella, onde cotanti
aſpetti, e sì diverſe ſembianze di coſe n'appajono in queſto gran Teatro
dell'univerſo, eſle re egli ſtato parere, in cui non pur Democrico ed Epicu
ro:mailmedeſimo Ariſtotele (il qual più,.chalari fa ve duta diportarne
contrariaopinione,dicomun conſentimé to convengono. E tanto par che coſtui
voleſse dire colà: nell'ottavo libro della metafiſica: ove feriſse eſsere una,
medefima coſa l'ultima materia, e laforma; e fimilmente non eſser differenci
nelfubbietto la materiais e la privazio. ne(del chc.a torto altrove
egliavevaripigliato Platone ) e che ſolo l'incelletto fra:cſso lor le
diſtinguaje nel ſecondo della fiſica; ſcrivendo, che la forma non maipoſsa
dalla, materia fceverarfi, ſe non ſe in mente noftra,ficome a niū modo può
fepararſi la ſchiacciatura dal naſo;:e nel ſecon do dell'anima: ove avvifa vano
eſsere l'inveſtigar, ſe l'ani ma ſia altra cofa dakcorpo diverſa;ſicome non è
da elami. nare, fe la figura, che imprende la cera, fia da quella di itinaa. E
finalıncnte il medeſimo par che confermis quan do ſpeſso ſpeſso va affermando,
la forma eſser quiddità della coſa; che a ſua favella vuol dire la formaeſser
perfe zione dellamateria,la qualiove capace diperfezione,mām. deria s'appella:ovegià
perfetta conſideriſi,forma:fi-dice. Ne altriméti in verità creder poteva: chiin
Dio, nelibertà, ne cnnipotenza riconoſceva;ondepotuto aveſse dal niente criando
le forme (le quali ſe-veramente altro foſser, che ka materia, folla
creationepotrebbe dar loro Peſsere, che che in contrario nedicano i
peripatetici ) e afuo talento la materia informarne. -Mache queſta ſoſtanza, di
cui ragioniamo,altro,non ſia che corpo inminutisme particelle di grandezza,
difigura; di fito, di moto, e d'ordine diverſe,sbriciolaco', e diviſo, fuinſegnamêto
che da Fenicjappreſero i primi Greci filor fofanti scomechè Democrico, più
ch'altri, in primachia ramente diviſato l'aveſse. Maqueſta ſentenza medefima ne
fa vedere eſserci ne ceſsario un'infinita onnipotenza, e ſapienza valevole a
dir ſporre, e ordinare in tante guiſe, e comunicare ivarſ mo vimenti alla già
dettämateria. E ciò ben conobbe da pri ma, per quel ch’lo ſappia, il
fapientiflimo Greco Filolo. fante Talete Milefio; e confeſsollo manifeftamente,
di cendo appreſso Cicerone: Aquam efse initium rerum:Derim autem eam mentem,
quæ ex aqua cuneta fingerei. E da lui l'appreſero poi Ippone, e Ippia,.e
cotant'altri antichi filo fofi, i quali tutti concordevolmente giudicarono
eſserci unamentc,o una fapienza infinitajlaqualpartédo,e fceve rando queſta
maſsa comune, e ordinandola, c movendola, doveſse cambiarla in cotante guiſe,
quali noiveggiamo.E cotalmente vollè anche il grande Anafsagora, che dalla
materia lua ſimilare, comedicono g.componcise ciaſcunai coſa del mondo: comcchè
a torto poinefoſse egliprover biato, e biaſimato oltremodo da Ariſtotele, cola
ove diſ ſe, ch’Anaſsagora d'un sè fatto ritrovato ſi foſse voluto: ſcioccamente
ſervire, per dar ragione dell'apparenze nas turali: non altrimenti, che ſervir
fi fogliono i tragici Poc tidelle loro machine piſciorre i nodi più inviluppati
del le favole; edelimedeſimo ſentimento di Talete furonoan che Platone, o
Timeo'; ed è da credere pure, che dal fon datore dell'Italiana filoſofia,
Pittagora, e damolt’altri fa * mofi,.e ſaggj filoſofanti ſtata foſse in prima
inſegnata. Ma però tutti i sì fatti filoſofanti ad un tratto ſtrabocchevol
mente fallarono in negando oftinatamente eſser cotal fox ftanza uſcita dalle
mani onnipotenti dell'Eterno Fattore, dicendo eſser quella ſempremaiſtata
ererna. E forſe non guari illoro errore fu avāzato da quel d'Epicuro,o di De
mocrito;i quali ciò checoloro alla mente operatrice afcrifo ſero, attribuirono
al caſo; imperocchè la divina, ed eter 1 li e ne be 12 2 na onnipotenza
eltimarono deboliífimo artefice cheſol yao leſſe della già eliftéte materia
varie machinazioni formar ne; e così attribuendole il poco: ilmolto, anzi il
tutto negaronle, com'è il poter criare dal niente; perchè dicono follemente,
che'l ſovrano Facitore in fabbricando il mon do, tutta la materia nell'opera
conſumaſſe; e quinci avve niſſe poi, che un ſolo e'ne formafle. Ma ritornando
ad Epicuro: non ci dee rucar maraviglia, s'egli sì ſconciarné te
dell'onnipotenzadel grande Iddio favellaffe; imperoc chè egli nonmeno ſciocco,
che empio, immagino Iddio eſſer un'animale di ſembiante umano, come quello,
ch'è più bello di tutt'altri;ma nondimeno ſtimò noneſſer Iddio corpo altrimenti,
ina quafi corpo: ne aver Iddio ſangue, maquaſiſangue: Dice Epicuro,oltre a ciò,
che gli Dii ſian vaghi, adorni, e riſplendenti, e che le membra fieno umane; ma
chenon abbian però uficio niuno; e che l'al bergo degli Diilia in quello ſpazio,
che vuoto rimane in fra que’tanti, e tantimondi per luifognati. Toglie affat to
Epicuro empiainente poi la giuſtizia,e la provedenza di vina; e afferma, che
Iddio non cura punto di Noi, Nec bene pro meritis capitur,nec tangitur.ira; i !
e riinettendo Epicuro il tutto nelle mani della volubile, ei cieca fortuna,con
iſcioccaggine, e ſcempiezza eſtrema le attribuiſce De la terra, e del Ciel lo
ſcettro,e'l regno. Ma'laſciando di più diviſar di queſte, e d'altre fimili em
piczze d'Epicuro, ad ogn’un conoſciute: Io non ſo per me. come difender mai fi
poſſa di’kuoi ſeguaci ciò che Epicuro dice de'ſuoi atoini, chenon poffin
dividerſi'; imperocchè, quantunqué menomiſfimi; oltre adogni umana credenzali
concepiſcano, ben potranno dividerſi da uno, o da più ato mi, ch'a guiſa di
piramide acuti, meno di loro piccioli fia no; ne fa punto luogo il dire, che
non avendo nell'atomo vuoto alcuno, 110'l poſſan penetrare altri atomi, ne
fender lo, ne dividerlo in parti;concioſliecofachè:ben potrà quell atomo, chefendere,
e partire ilvoglia, con replicati colpi a poco a poco penetrarlo, e dividerlo,
ma ſi può creder 1 1 1 1 impertanto, che ſia queſta una quiſtione vana, e che o
no mai; o rariſſime fiate avvenir poffa, che un'atomo per al tro ſi fenda, e ſi
divida; concioſſiecoſachè quantunque li tenti di fare la diviſione di qualche
atomo, che in corpo faldo ſi trovi, non potendo'effer maiqueiľatomoaffatto có
gli altri atomi avviticchiato, e congiunto, ſicome a chiun quedirittamente
ragguarda la cofa, egli è manifeſto: gli riuſcirà aſſai più agevole in
ricevendo i colpi cedere, e diſ giugnerſi dagli altri atomi compagni, a fe
vicini, che'l romperhi.S'argomenta eſſer vero ciò che lo immagino,dal vedere,
che alcuni corpi faldiſfimi ſi ritrovano, i quali per qualunque forza, che
l'arte, o la natura viadoperi, non ſi pofſon giammai in altri cambiare; il che
altronde certamé te naſcer eglinon puote, fe no ſe dall'eſſer que’corpicciuo li
tutti, che gli compongono nella figura, e'nella grandez Za non guari diſſimili
infra effo loro, e dal non venir que gli mai rotti, e in particelle diviſi. Ma
non mi par, che lo clebba logorar il tempo in rifiutar l'opinione del Vacuod
Epicuro, apertamente perognuno ifcorgendofi falfa; co mechè valentiſſimi
filoſofi cerchino pure farla apparer vera; poichè per tacer altri imbratti,
concedendoſi ilva. cuo,converrebbe, cheli toccaſſero, e non fi toccaſſero l'u
nos e Paltro di que'corpi,infra’quali fi fingeffe inframmeſ fo il vuoto. Oltre
a queſto, fe infiniti gli atomiſono, ſe condo Epicuro: faran ſenza fallo
ripieni di corpi tutti gli fpazj;ne vi avrà ſpazio vuoto alcuno nell'univerſo;
in cui, comechè iinmenfo egli il faccia: Io non veggio lo, come infiniti corpi,
e ſpazio vuoto infinito immaginar mai poteſ fe Epicuro. Ma non in ciò ſolamente
fallar ſi vede Epicuro: maal tri, e altri errori ancor egli commettc;infra i
quali mi par certamente degno oltremodo da ridere quel, ch'egli,non già per
aver troppo creduto a’ſeñfi, come Cartefio crede, maperfuafo da troppo fievoli
argomenti, afferma,poter ef ſere il ſole o tanto, o poco più, o poco meno
grande di quel, ch'a noi ſi faccia vedere; ne men certamente rideyo le ſi è ciò,
che Epicuro immagina della figura della terra, del -0 vo 1 i 648 Ragionamento
Ottavo - del naſcimento, e aell'occaſo dellole, della luna, e dell'al tre
erranti, e fiſſe ſtelle:: degli Idoli, o ſian ſimulacri, che ci s'appreſentan,
ſecondo egli penſa, allorche noi veggia mo, e immaginiamo, le coſe;matroppo.tedioſo
diverrei, s'ogni fallimento d'Epicuro voleffi lo quì riferire: maſſi
mamentequei, ne qualierrò egli inſiemecon gli altri filo fofanti della Grecia;
perchè ragionevolmente forſe dir di tutti fi potrebbe ciò che d’Ariftotele, e
di Platone dicea S. Giuſtino, con quelle parole: ſe l'invenzione della veri sà,
come d'accordo ciaſcua vuole, è ilfine della filoſofia, Io non lo come coſtoro,
i quali nonebber niuna-contezza della verità, fi debban veramente
chiamarfiloſofi.E ragio nevolmente ancora S. Clemente d'Aleſſandria afferma che
la greca filoſofia, a riſchio, e per ventura, come alcuni vogliono, ſuole
rinvenir la verità; e ſe pur talvolta la ritro va:allora pur la prende
lievemente, e alla sfuggita,ſenza troppo minutamenteconſiderarla; e come altri
poicredo no, crae ella ſua origine dal Diavolo; edopo altri biafimi, conchiude
egli alla fine, efſer tutti rubaidi,e huomini ſcel leratiſſimi coloro, i quali
appo i Grecicol nome di filoſo fanti ſi chiamavano. Ma certamente troppo a
lungo, e più diquel,che al fi 1o del noſtro ragionamento forſe conveniva ſon
traſcorſo a favellar dell'antiche filoſofie;ma non ſi dee impertanto pe rò
inutile, e ſoverchio ciò reputare; poichè un de' più ma lagevoli,e de'meno
forſe conoſciuti impedimenti,ch’abbia arreſtato il corſo della filoſofia, Ga
ſtato quello dell'averſe fatto a credere gli huomini, chei greci
filoſofiaveſſero fco perto, e compreſo tutto ciò, chenel vaſtiſlimo reame del
la natura ſcoprire, ecomprender li yola per intendimento umano; ne per aloro
certa.nente, che per una tal folle cre denza egli è avvenuto,che quel
tempo,checertaméte ſpé dercucco di dovea in inveſtigar con eſperienze, e con
ragio ni le coſe naturali, fi fia vanamente ſpeſoin andar cercan do quali ſiano
ſtati iveri ſentimenci, o di queſto,o di quel to zuore; perchè dicea il Signor
di Montagna: car les opin mions des bommes font, recevesà la fuitte des
creances an ciennes, par authoritè, &à credit, commeſi c'eſtoit religion
Lloy.On reçoit comme unjargon ce qui eneſtcommunement tenu:on reçoit cette
veritè, avec tout for baſtiment, de ato telage d'arguments, odepreuves, comme
un corps ferme; ſolide, qu'on n'esbranle plus, qu'on ne juge plus. Au contraire, chacun à qui mieuxmieux, va plaſtrani, &con fortant cette
creance receuë, de tout ce que peut fa raiſon in qui eft un útilſoupple,
contournable, et accommodableà tous te figure. Ainf je remplit le
monde, feconfit enfadeze; den menfogne. Ce qui faict qu'on ne doubte de guere
des choſes, c'eſt que les comunes impreſſions onne les efl ayeja mais, on n '
en fondepoint lepied, où gitlafaute, älafois bleſſe: on ne debat, que ſur les
branches: onne demande pas fi cela eſt vray, mais s'il a eſte cinſin ou ainfin
entendu E quinci derivar anche ſuole quella gran malagevolez za avviſata da
Galieno, la quale ſi ſperimenta da chiun que vuoi ritrarre i ciechi
parteggianti dal torto loro, e fal hace camino; e nel vero cotanto danno
apportar fogliono le falſe apprefe opinioni, che eziandio a coloro, che mene
daci han ſcoverti, e ravviſati gli autori di quelle,non per mettontalora, che
fiyantaggin nella buona filoſofia s co me apertamente ſcorger ſi puote in Pier
Ramo, ed in al tri molti si quali, quantunque aveſsero ben conoſciute le
ſconvenevolezze della filoſofia d'Ariſtotele, non poterono alla buona ſtrada
giammai pervenire: ne in cotonjuno for trarſi dalla maniera del filoſofare
d'Ariſtotele;ę ciò perche, çome avviſa Renato: opinionibus ejus jam imbuti
fuerant in juventute, quia ea fola infcholis docentur; adeoq; illis præoc
cupatusfuit ipforum animus, ut ad verorum principiorumid Hotitiam pervenire non
potuerint. Anzi Ariſtotele medeſimo, leggendo i volumidegli an tichi filoſofi,
concepctie alcuno di que'ſentimenti onde, inavvedutamente poi traſcorſe in
cotanti crrori. Così logo gendo egli in Ocello Lucano il melc cffer dolcc,perché
ca gioni in noi ſentimenti di dolcezza, tratto anch'egli dall' altrui errore,
!! c a ciò punto badando, non dubitò di fer mamcareil medelino narrare,
giudicando la dolcezza,co Nnnn me rute 1 650 Ragionamento Ottavo me tutt'altre
qualità veramente nelle coſe, e non ne’ſenti menti confiftere. Che fe
egliaveffe: avvilato, il medeſimo cibo ſenza punto dimutamento ad un palato,
dolce,e foa ve: a un'altro poi amaro, e diſpiacevole parere, come la
colloquintida amariſſima a noi,dolce oltremodo a’topi, e ſoave li fa ſentire:
certamente egli non così improvviſo avrebbe raffermata cofa non vera; e
avrebbepur dubitato, non forſe ne' cibi foſſer corali particelle, dital forma,
e così ordinate, e moſſe,, che in diverſi palati, or di dol cezza, or
d'amarezza faceſſer ſeinbiante. Enella medeli, ma maniera cento, e mille altre
ſciocchiſſime opinionid'A. riſtotele potrei lo quì rapportare, le quali appreſe
egli da. gli antichi filoſofanti. Ne ciò è maraviglia; perciocchè p iſtudio, e
fatica, che vi ſi logori', non ſi poſſono così affac to sbarbicare dalla mentei
già allignati ſentimenti,e ban deggiargli affatto che non ritornino talvolta,
quando men ſi temano. Cosi avvien appunto ad una botte, o altro va ſo guaſto
putente di vin ravvolto', o -inagrito, la quale av vegnachè forte fi’rada,
eſilavi: non però dimeno non ſi puòella cotanto per diligenza purgare', che non
ne prenda anche il nuovo vin',che vi ſi pone, e dibreve anch'egli non dia la
volta, concioſliecoſachè quantunque bennetto, e forbito fipaja ilvalo', pur
ne'ſuoi pori minutiſſime particel te ancora ſi naſcondono, le quali ſpiccatene
da quelle del nuovo vino, o altro ſomigliante liquore, che vi ſi pone,
trameſtandofi loro, agevolmente vi nuotano per entro, per opera della
fermentazione poi creſcono",intanto, che infra brieve ſpazio di tempo
tutto il corrompono. Così avvenir ſuole nell'anima,la quale priva, e ſpogliata
affat to delle antiche notizic,da ſe medeliina in filoſofído nuo ve notizie
proccuri in luogo dell'antiche introdurre; eri porre; poichè le nuove
ſpezialmente, ſea ciò ſpinte ſono da quelmovimento, chenello ſpeculare
neceſſariamente ſi fa, eccitano, per qualche ſomiglianza, che è tra loro,
alcuna dell'antiche, che a caſo rimaſta, ma celata viftia; dalla quale poi
sēzamolta malagevolezza infecte elle ne riman gono. E comechè ciò baſtantemente,
per quel ch'Io micredaj a ciaſcun lia manifeſto, pur d'avantaggio ne può eſſer
chiar ro per ciò, che nella memoria artificiale fortir ne ſuole Sogliono coloro,
che all'arte,veramente maraviglioſa del ricordarſi ſtudioſamente
intédono,d'alcuniſpeziali luoghi valerſi quali ſiá loro sépre ſenza fatica
niuna nella memo ria, come uſati, e domeſticiaffai, e oltre a ciò ſiano in
qualche guiſa ſomiglianti, o uguali alle coſe che ſi voglio no ricordare;
acciocchè quando poi fia meſtieri, nel fuo proprio luogociaſcuna coſa
appiccata, dipreſente rinven gano; e le coſe già alla memoria preſenti,loro
facciano ve nire avanti le lontane. Delche certamente ne fa manifeſta pruovà
ciò che ſovente noi ſperimentiamo; che in ragio nando d'arca, o di forziere,
che in noſtra caſa ſia, ne fov viene tolto di libro, o di veſtimento,o d'altra
coſa ripoſtavi; eda divifamenti de palagj,o delle terre, ſubito ne ſi rap
preſentan coloro, ch’ividimorano, o che da prima gli fab bricarono, o che un
tempo ancor vi ſono dimorati: Cosi anche un'amico né fa rimcmbrar d'altro
amico: e anche de nimici di ciaſcuno, io nominandolo ne ſovviene. Perchè al
noſtro amorofo M.Franceſco Petrarca, il ſolomovimé. to dell'aura, dolcemente
faceva venire avanti madonna Laura, eltempo ch'e' da primamirandola ſe
n'innamoro: L'aura ferens, che fra verdi fronde Mormorando a ferir nel volto
viemme Fammiriſouvenirquard'amor diemme Le prime piaghe sì dolci je profonde;
E'l bel viſo veder, ch'altri m'aſconde, Che ſdeguo, o geloſia celato temme. Ma
veggio, e per avventura con qualchevoftra noja eſ. fermi troppo dilungato in
ragionando, e affai più certamë te di quel, cheaveva lo già propoſto di fare;
non per tan to prima d'imporre a’miei ragionamenti fine, mi convienu tirar la
coſa un poco più avanti. Dico adunque, che non giová punto,cheſieno ben inteſi
gli fcolariin filoſofia » in chimica, in medicina, e in tutte altre coſe, che
diſopra diviſammo al medico far meltieri, ſe finiti i loro ſtudi egli Nnnn: 2
no per 052 Ragionamento Ottavo ao per convenevole ſpazio di tempo non ufino
qualche ſpedale, con por mente ivi alle malattie, e alle maniere, che vengon
tenute nel medicarle; e qual pro,e qual danno ricevan daʼmedicamentiglinfermi;
ed egli è coſa nel vero queſta così rilevante, che non ſi dovrebbe certamente
co ventar mai fcolare, il quale con fedi autentiche, e con te ſtimonj non
provaſſe aver lui in ciò fare tutta la ſua indu ftria, e diligenza adoperata.
Sidovrebbe oltre a ciò prima di conventarlo ftrettaméte eſaminar lo ſcolare per
limae ftri delle ſcuole, a ciò deſtinati, in tutte le coſe all'arte ap
partenenti, e ſpezialmente nella chimica; la qual cotanto dicemmo effer a'
medici neceſſaria, e di tanto riſchio a co loro, chepienamente non la
poſſeggono; e a ciò certamen te con ogni rigore, ligati con facramenti, econ
pene do vrebbono intendere imaeſtri,oltrea queſto de coſtumian cora dello
fcolare converrebbe, che minutamente fi ricer caſſe, acciò per ogni capo
s'eleggeſſero medici, quali gli abbiam noi giuſta ogninoſtra pofſa al prefente
diviſati; e sì forfe per innanzi cefferebbono, quanto l'incertezza di co tal
meſtiere comporta, i fallimenti de'medici: e'l co mune in qualche parte ſe ne
riſtorerebbe; ne da altro cer tamente naſce, ſe non fe dal non uſarhi queſte
diligenze nell'accademie, allor che vi ficonventáno gli ſcolari, che così
fortemente vengano elleno talora biaſimate:approba jiones,dice il Primeroſio,
fapienterà majoribus inftitutæ,ele gantes ſunt quidem, et neceffaria, fed
deberent diligentius obſervari. At jam omnia negliguntur, nam quibuslibet
guantumvis ſeiolis gradus exbibetur doctoratus unde ft, utex quibuſdam
Academiisredeant ductores parum da fti, nihil minus, quam apti ad medicinam,
aut docendam, aut faciendam. Ne perciò giudico lo convenevole, come alcuni
vogliono, che i medici giovani, ſpezialmente que', che in Salerno furono
conventati, fian di nuovo daeſami nare; imperciocchè baſtar dee
quell'eſaminazione, allas quale eſli foggiacquero prima d'eſser conventati,
accioc chè fenz'altra pruova tare del lor ſapere poſsano per innan zi
liberamente medicare. Nealoriinenti volle il Re Rug gieci Normanno, ove per
legge comandò non poterſi il pericoloſo meſtier della medicina uſare ſenza
ſpezial lice za de' regjminiſtri a ciò deſtinati; e l'Imperador Federi go pur
v'aggiunfo, chei medici del ragguirdevol Colle gio diSalerno doveſſero effer
teſtiinong, che colui, che aw medicare inprenda, da tanto ſia; perciocchè
parlando de gli Impirici, folamente i conventati manifeſtamente ne ri ferbarono;
ne vollono eſſere da eſaminar coloro, a’quali la cura d'efaninare altrui era
per lor commeſſa. Così An drea d'Iſernia ſpiegando que’capitoli dice delle
bollettes delle licenze: Doctor medicinæ practicabitfine literis, quia
fuitexaminatus, quando fuit doctoratus, &approbatus; for cut ibi diximus de
Advocatis.. E Matteo degli Afflitti. pa. rimente dice efferſi ciò mai fempre
oſſervato, che iconvé tati di Napoli, o di Salerno fenz'altra bolletta, per
tutto il noſtro Regno, poſlan liberamente andarmedicando:ne altrimenti effer
mai avvenuto: eft fciendum,dice l’Afflitti, quod à tanto tempore, in cujus
contrarium memoria hominio non-exiſtit,nunquam fuit fervatum, quod magiftri
medicine approbati in Collegio medicorum Salerni, vel Neapolis ha beat quarere
literas Officialium Regis, vellicentiam à Rege, vel vicerege medieandi in
Regno. Perchè ſarebbe molto ſco cio il mādarſi ciò avanti; e larebbe certamente
un togliere l'autorità a'noftri Collegj di più conventar perſona in me dicina;
cioè a dire, di dar licenza di liberamente me dicare; ſenzachè non ſapreiIo
certamente, quali medici farebbon da eſaminare; perciocchè egualmente i giovani,
ei vecchi, anzi maggiormente nel vero i vecchj ne han data cagione di farne
richiedere a parlamento. Ma come potrebbon le ſecrete eſaminazioni a buó fine
giammai riu. fcire, fe per averle conoſciute ſcempie ', e manchevoli, i
Principi, e le Comunità ne’loro reggimenti han,, per mio avviſo le pubbliche
eſaminazioniinſtituite. Sogliono re carſi per eſemplo coloro, che queſta
novella eſaminazione de’mediciintrodur vogliono, i legiſti; i quali da non mol
to tempo in qua ſogliono eſſer eſaminati, quantunque co ventati:maben
dovrebbono avvertire, che gli Avvocati non mai vollono ſoggiacere atale
eſaminamento: eleggendo anzi d'abbadonare il meſtiere, quátūquel'eſaminazione
aveſse a farsi da'supremi ministri, e in alfai orrevol maniera; e sol rimase, che
coloro ragionevolmente nel vero vi foggia ceffero, a'quali, o alcun governo, o
altro onore s’aggiu gneſſc. Ne men giudico lo ragionevole quel diviso di dover
eſa minarsi almeno i nostri medici in Chiinica; da che la Chimica cotanto necessaria
alla medicina eſfer narramıno; per ciocchè da cotali esaminazioni grandi ſconcj
certamen te al nostro comun ne feguirebbono, per molte, e mol te cagioni, le
quali lo taccio al preſente per eſſer ciò ba ftantemente, a ciaſcun manifeſto;
ſenzachè i vecchj anco ra, anzi con maggior ragione, che i giovani, farebbon da
eſaminare; richiedendoſi.comunemente a ciaſcun medico la chimica, ed eſsendo
aſſai meglio i giovani, che i vecchi medici inteſi di quella. Ma de’volgari
impirici farebbe da prendere, ſe pur si potesse, strettiſſima cura, acciocchè
per lordappocaggine al cun nocimento al noſtro comune non ſiegua; e comechè
intorno a coſtoro baſtantemente di ſopra la detto, pure fi dee por mente a ciò
ch'avviſa Galieno, allor ch'eglidice, che il curar qualunque, avvegnachè
leggeriſſimomale, d' altri non ſia, ſe non ſe ſolamente di coloro, i quali di
tutta la medicina pienamente fian inteſi; concioſliecorachè uns male foglia
ſovente con altro male eſſer congiunto; e ſo glian talora, o per.cagion delle
medicine, o peraltro sì fat to accidente ſopragiugnere: cheda colui, ch'un ſol
medi camento ſappia, non ſi poſſa dar compenſo. Oltre a que fto, nel conoſcerſi
delle malattie, aſai ſovente glimpirici s'ingannano: togliendo in cambio
ſcioccamente una per al tra, e contrarj rimed, talora imponiendo; nella qual
mala ventura, comedicemmo, cadono talora, anche i più ſcie ziati medici per la
dubbiezzade'ſegnali. Perchè ſarebbe certamente il migliore victar a coteſti
volgari Empirici il medicare;e miglior séza fallo ſarebbe ſtato il provvedime
to del Senato di Parigi, fe del tutto aveſſe agli Empirici il medicar proibito,
e non permeſſo loro il farlo lol coll'ap prova poter mc provagione,e licenza
de’dotti medici;ed ebbe il torto di la gnarſi di loro Anneo Roberto dicendo,
che all’onta di tut te le proibizioni eglino il capo alzaſſero; imperciocchè no
mai aſſolutaméte allo incotro furon: proibiti,ſë ſotto condi. zion ſi
permiſero,perchè daʼmedicijnõoſtante il gran male, ch'ei fanno di leggieri
ottengono la licenza del dicarc. Ma tacer non fi dec ciò, che degl'impirici
racconta Giacomo Silvio: in montepeſſulano's clarifima, et antia quiſſima
medicinæ academia, fi quis borum nebulonum feme: dicummentiatur, mox raptus in
afinumftrigofum, fiin venitur fcabidum, ſublimistollitur, averfus, urbe tota
cir. cumducitur,Scommatisundique incefitur, conſpuitur,pulfa; tur, laceratur, fordibusomnis
generis conſpurcatur; ceu olim Sacra illa mafilienfium vittima:poftremo expiata
urbe ejici tur, illuc nunquam rediturus, niſi malo ſuomaximo. Magià baſtantemente
ſecondo noſtra possa avendo de medici ragionato, trapaſſeremo a diviſare al
preſente de gli Speziali,i quali debbon lavorare i medicamenti; maffia mamente
chimici; il quale fu il ſecondo capo, onde mofle il noſtro ragionamento.
Veggiam dunque brevemente, quali coſe, e quante abbiſognino a colui che voglia
van taggiarſi in sìnobilmeſtiere. Immagina il volgo, che age volitima faccenda
fia a ſaper fabbricare imedicaméti; per chè in man di perſone di poco ſapere,
edipoca licva ado perar ſi rimira. Mio quanto di lungo certamente coſtoro
ingannati ci vivono! imperciocchè atal meſtier richiedonſi poco men, che tutte
altre códizioni,ch'a coloro ſon d'huo po ) che il rimanente tutto della
medicina apparar bene, e lodevolmente intendono; e ciò ſenza, che lo troppa
fati ca vi duri, agevolmente ſi può comprendere per coloro che alle biſogne
tutte d'una cotalarte fiſamente riguardano. Ma concioſliecolachè i guaſti, e
biaſimevoli coſtumi del ſe colo ciò non comportino ', dovrebbe almen chi
deſidera una tanta impreſa leguire,oltre alla ſua natura, e a'genero fi, c
lodevolicoſtumi,eſſer mezzanamente, per tacer dell' Araba, almeno della latina,
c della greca lingua inteſo, per dover poi intendere i varj, e diverſi
ſcrittori, che nell' una, e nell'altra lingua materie a ciò appartenenti deſcri
vono. Appresso egliè dimeſtieri aver continuo tra le ma ni pronta, e
apparecchiata la conoſcenza, non folamente di que’vegetabili,o minerali, o
animali, che maneggiar fo vente coſtuma, ma di quelli ancora, che nelle ſtrane,
enon ordinarie compoſizioni de’medicamenti gli poteſſero tale ra dal medico
venirimpofte. Dovrebbe oltre a ciò eſler pienamente informato degli ſtrumenti
tutti, e ordigni dell' arte, e delle convenenze, e proporzioni ancora, che alcu
ni di quelli han co’ſemplici, de' quali egli nel ſuo lavorio ſervir li dee. Ma
ſopra tutto convien, che la propietà, e la natura del fuoco egli perfettamente
ſappia; acciocchè poi comprender appieno,e ravviſar poſſa quelle alterazio ni,
che indi le medicinali compoſizioni ricever fogliano; alla qual coſa certamente
aggiugner non potrà colui, che non prenderà per guida, e per iſcorta la Chimica;
ſenza la quale Io non veggio, come bene, e lodevolmente per huố li poſſa un sì
malagevole meſticre adoperare; ſenzachè migliore aſſai, e di maggior giovamento
all'uman genere farebbe, ficome altrove abbiam detro, ſe da ſoli medici i
medicamenti li lavoraffero; perciocchè, quanto a me, lo non ſo a niyn modo
comprendere, comemai perfettamen te fabbricargli colui poſsa, il qual non abbia
in prima le manicre tutte del loro operare con gli occhj propi piena mente
conoſciure. Perchè dovrebbono finalmente gli ſpe ziali, oltre alle ſopradetre
coſe, avere in prima tanto qua to ſtudiato in medicina, ed in qualche ſpedale
co ' pro pj occhj all' operazioni de’medicamenti riguardato. E ſcorgendofi omai
in tutte botteghe di ſpeziali aver non poca quantità di chimici medicamenti,
non ſi dovrà più avanti dubitare, convenir lo ſpeziale almen per queſto ca po
eſser della Chimiea baftevolmente inteſo, e ſperto, In quanto alle Chimiche
medicine poi, comcchè per noi fia ſtato di ſopra baſtantemente raffermato, che
il fabbri. carle propiamente appartenga a medici; non però di meno da
cheimedici, o non vogliono per lor tracoranza, o non fanno, o non poſsono
invilupparvili,lo aſsai ben giudiche ici, rei, ch' a' ſoli speziali, e a tali,
quali noi diviſamino ſe ne commetteſse ſtrettamente la cura; ne altra privata
perſoni s'inframmetteſse di lavorarne alcuna; male compoſizioni de'più
pericoloſi, e rilevanti medicamenti, o da medici lo li, come dicemmo lavorar ſi
dovrebbero, o almen dagli ſpeziali in preſenza de'medici. Ne è da dir con
alcuni, po terſi alle ſconvenevolezze tutte ripararare colla ſola eſa
minazione, che delle medicine chimiche fi' faceſse allor che ſiviſitano, come
dir ſi ſuole, le ſpezierie; concioffie coſachè vana ſenza dubbio, e inutile
cotal eſaminazione riuſcircbhe: per non poterſi mai, per ſogno niuno, lorvir tù,
e lor forza baſtantemente avviſare. Echi mai ne' bof foli delle botteghe, la
bontà, e finezza del mercurio di vi ta, dell'antimonio diaforetico,
delbelzoardico minerale, e d'altri, e d'altri sì fatti medicamenti d'odore, e
di ſapore affatto privi,per pruova de’ſentimenti avviſar mai ſapreb be, e
l'eccellenza, e la perfezione ridirne, ſenza eſsey irl prima cgli ſtato
preſente al lor lavorio E tanto queſta ma iagevolezza dell'indovinare i chimici
medicamenti anche per li macſtri di quelli è grande, che cziandio de'più me
nomi,e comunalinon ſi può nulla di certo fovétemente di viſare; ſicome
que'ſali, che fiffi diconſi ci danno apertamen te a divedere; imperocchè i fali
fiſi, per nulla dire del fa pore, che in tutti il medeſinio appare,ne alle
varie manie re, chcin criſtallizandofi, per valermi d'una parola dell' arte,
ſoglion figurarſi: ne a' varj colori,de'quali veſtono il precipitato colcotare,
ne ad altro ſegnale può niuno macſtro, comęchè ſperto, e ſaggio in chimica,
certamente ravviſare, e ſicuramente de terminare di qual pianta, di qual
animale ſieno; conciofficcofachè parecchj ſali di diverliſt me piante fra eſſo
loro,prender ſogliano in criſtallizandoſi la medeſima figura, e del color
medeſimo veſtir anche ſo gliano il colcotare; ma onde ciò avvegna, non fa iuogo
ora, che lo imprenda ad inveſtigare, eſſendo oltre traſcor ſo tanto co’miei
ragionamenti, che mi convien riſerbare, più d'una coſa al nostro proposito
appartenente, ad altra, Oooo più agiata opportunità; la quale ſe miverrà mai,
come pero, diviferonne forſe pienamente, e di vantaggio in uno ſpezial libro,
il quale lo ora ſto intero a comporre. DI CAPUA, Leonardo
Nacque a Bagnoli Irpino (prov. Avellino) il 10 ag. 1617, da famiglia
agiata. Nella sua Vita di Lionardo di Capoa, l'Amenta ci dice che il D. si
dedicò agli studi con passione, tanto da esibire all'età di undici anni una
appropriata conoscenza dei fondamenti della fede, un retto uso della retorica e
dello scrivere in latino. Seguì una sua sorella a Napoli, dove frequentò la
scuola dei padri della Compagnia di Gesù, studiando per sette anni filosofia e
teologia. A diciotto anni si dedicò agli studi giuridici e quindi alla
medicina, dei cui fondamenti classici si mostrerà critico precoce. A ventidue
anni, carico di libri e di progetti di ricerca, fece ritorno a Bagnoli, con
l'intenzione di approfondire le sue conoscenze naturali e anatomiche. Negli
anni seguenti prende forma il suo pensiero critico intorno al giudizio dei
sensi, all'incertezza delle cose e alla fallacia delle apparenze e quindi alla
inadeguatezza del giudizio secondo ragione. Degli anni di ritiro a Bagnoli non
abbiamo ulteriori notizie biografiche. L'Amenta ci riferisce di una certa
attività letteraria: duemila sonetti amorosi in stile petrarchesco, composti
nell'arco di tre anni; due tragedie alla maniera di G. Della Porta, Il martirio
di s. Tecla e Ilmartirio di s. Caterina; alcune commedie; una favola
boschereccia; infine, innumerevoli scritti in prosa, tutti andati perduti a
causa di un assalto di banditi, subito dal D. in viaggio per Napoli. Non
sappiamo quando si stabilì definitivamente a Napoli. Poiché, comunque, ciò non
accadde anteriormente ai primi degli anni Quaranta, si può ragionevolmente
ritenere che la sua venuta a Napoli fosse incentivata dal ritorno di Tommaso
Cornelio, di cui era amico, reduce da un lungo viaggio a Firenze, Bologna e
Roma, dopo una lunga preparazione alla scuola galileiana e un contatto col
Torricelli nonché con un ambiente favorevole al libertinismo e alla nuova
scienza. Dal Cornelio, che nel '53 otterrà una cattedra di matematica e poi di
medicina teoretica, il D. viene indirizzato alla ricerca scientifica nella
linea segnata dal Galilei e da Cartesio. L'opzione era senz'altro a favore di
quel nuovo mondo che la filosofia sperimentale sembrava introdurre all'interno
di una cultura legata al passato e organizzata politicamente. Ai primi degli
anni Sessanta, gli animi già possono dirsi divisi da controversie e da uno
spirito polemicistico per nulla produttivo. Particolarmente ostile la medicina
ufficiale nei confronti dei "moderni", essa arriverà a far sopprimere
la divulgazione di un libro di S. Bartoli così come osteggerà le lezioni di
chimica e la difesa di essa quale scienza fondamentale per il rinnovamento
della medicina. È il periodo della lettura dei grandi filosofi
contemporanei di Europa, da Bacone a Galilei, a Hobbes e Cartesio. La volontà
di emulare quei grandi e di fondare anche a Napoli la "nuova
filosofia" condusse il D., con il Cornelio, F. D'Andrea, P. Lizzardi, G.
A. Borelli ed altri, a dar vita all'Accademia degli Investiganti. Di ritorno
nel 1649 da un viaggio a Roma, il Cornelio aveva portato con sé a Napoli, anche
per esplicita richiesta del D., quanti più libri possibile sui nuovi orizzonti
filosofico-scientifici. L'Accademia veniva fondata l'anno successivo; fu poi
disciolta nel 1657 a causa della peste e poi ricostituita nel 1662 sotto la
protezione di Andrea Concublet marchese d'Arena. Essa ebbe un ruolo specifico
nella vita intellettuale e civile napoletana, orientata negli anni Cinquanta ad
un risveglio culturale. Si tenevano rapporti letterari e scientifici con
sodalizi d'Oltralpe, in particolare con la Società reale di Londra e con
l'Accademia delle scienze di Parigi. Si tenevano salotti, alcuni dei quali
specializzati nelle singole discipline. La casa del D. era frequentata in
particolar modo da medici antigalenisti. Lo stesso Vico, da giovane, frequentò
la casa del D., tanto da essere ascritto al novero degli appartenenti al
partito capuistico, durante la polemica iniziata verso il 1680 intorno alla
natura dell'iride tra il D. e Domenico Aulisio. Uno degli scritti che contribuì
a caratterizzare l'ambito della ricerca scientifica e il clima delle
controversie tra l'Accademia e la cultura tradizionale fu il Parere.
L'opera è del 1681. Con essa, affrontando il problema della filosofia naturale
e razionale, il D. si proponeva di dimostrare "quanto vana, quanto priva
d'ogni salda dottrina fosse la filosofia di Aristotele" (p. 94). Questo è
il punto centrale della disamina critica del D., nonché il motivo primo delle
future polemiche. Di esse parlò anche il Vico nella sua Autobiografia. Il
Parere manifesta la esigenza di un nuovo orientamento di pensiero. Vi si
dichiara di condividere le idee dei "modemi nostri filosofanti", quali
Copernico e Keplero, Bruno e Galilei, Bacone, Cartesio, Gassendi, Boyle, nonché
il "dottissimo Obbes". Tutti questi filosofi, stimati per la loro
opposizione agli aristotelici, i quali opprimono lo spirito e la ricerca
scientifica, insegnano a "sostener la filosofica verità" e a
"far mostra in ogni luogo d'esser libero". E queste rivendicazioni,
peraltro giuste, sembrano essere per gli Investiganti la cosa più importante,
prioritaria anche rispetto alla necessità di far luce sulla incompatibilità di
pensiero tra filosofi così lontani e così entusiasticamente accolti quali un
Cartesio e un Hobbes. Il che può gettare il sospetto sulle reali possibilità
degli Investiganti di andare oltre una senz'altro positiva, ma poco
costruttiva, operazione di rinnovamento culturale di tipo sincretistico. Nella
Napoli degli anni Ottanta, quella libertà dell'indagare, aprendo la possibilità
di una riflessione generale sulla vita, si traduceva, invero, anche sul piano
civile, in una critica degli eccessi nell'uso del potere politico,
amministrativo e culturale delle varie classi dominanti. In breve si assiste ad
una radicale politicizzazione della cultura, da cui lo stesso Parere non rimase
esente. L'Amenta ci riferisce che la pubblicazione del Parere fu proibita
per il suo spirito di opposizione alla corte pontificia (p. 46). In questo contesto
vanno lette le Lettere apologetiche che il gesuita G. B. De Benedictis aveva
scritto per confutare il Parere. La polemica avrà notevoli ripercussioni,
indirettamente anche durante il "processo agli ateisti", e
coinvolgerà un Valletta e un Gravina. Il D. fu difeso dalle Lettere da uno dei
più rinomati e colti avvocati dell'ambiente anticurialistico e
antiaristotelico: Francesco D'Andrea. Il De Benedictis rappresentava la
parte più attiva della Accademia dei Discordanti, seguaci di Aristotele. Il
gesuita, nelle sue Lettere pubblicate nel 1694 con lo pseudonimo di Benedetto
Aletino (il processo agli ateisti durava già da sei anni), tacciava di
"libertini" e "ateisti" i seguaci della nuova filosofia con
i suoi due allettamenti: la "novità" dell'opinione e la
"libertà" dell'opinare (Benedetto Aletino, Lettere apologetiche in
difesa della teologia scolastica e della filosofia peripatetica dedicate al
Sig. D. Carlo Francesco Spinelli principe di Tarsia, Napoli). Egli presentava
il D. e i suoi amici, quali il D'Andrea e il Grimaldi, come giansenisti,
sebbene quelli avversassero il giansenismo ed ogni rigorismo morale, oltre al
fatto che solo dopo la morte del Vico il giansenismo fa la sua comparsa a
Napoli, e più nella forma dell'atteggiamento antigesuitico e regalista che come
dottrina teologica. Tuttavia questi erano i principali capi d'accusa rivolti al
D. e ai capuisti, colpiti indirettamente attraverso i loro allievi o
simpatizzanti nel processo svoltosi a Napoli tra il 1688 e il 1697 per volere
della Curia di Roma. La congregazione dell'Inquisizione scrive al
cardinale I. Caracciolo, arcivescovo di Napoli, per metterlo in guardia dai
pericoli derivanti dalla propagazione delle idee di Cartesio. Veniva
consigliato di stroncare la diffusione di quelle idee e di comunicare alla
congregazione il loro apparire. Alla lettera del cardinale fece seguito a
Napoli la dispersione degli Investiganti e l'isolamento di quanti sembravano
aderire alle nuove idee. Sappiamo anche che nel 1685, al tempo della visita di
G. Burnet a Napoli, erano rivolte al D. e ai capuisti quelle stesse accuse che,
a detta del Burnet, venivano rivolte al Valletta e ai suoi seguaci, i quali
erano "vus de mauvais oeil par le clergé, qui les traite d'athées et de
disciples de Pomponatius" (cfr. F. Nicolini, Aspetti della vita
italo-spagnuola..., Napoli 1934, p. 202). Il processo agli ateisti fu visto da
molti come un processo alle stesse idee propagatesi a Napoli in favore
dell'atomismo, del gassendismo, del cartesianesimo. In tal senso lo intese il
Valletta, il quale vide nella opposizione al pensiero aristotelico e in una
nuova riappropriazione della tradizione platonica, non esclusi Pitagora e
Democrito, il mantenimento della integrità della fede stessa. Il Valletta
arriverà a sostenere che la filosofia aristotelica è l'unica causa e origine di
tutte le eresie, opinione che venne sostenuta anche dal Vico nella sua Historia
filosofica. Le affermazioni del Valletta facevano invero da eco a quanto
scriveva D. nel suo Parere: e cioè che non si vuole negare l'autorità di
Aristotele, ma si esige che essa sia convalidata e suffragata
dall'esperienza. Sullo stesso piano si manterrà la Risposta del D'Andrea
alle Lettere del De Benedictis: essa, infatti, difendendo il pensiero del D.,
si profila nell'orizzonte di una polemica intesa in senso antiscolastico e non
in senso antimetafisico. Il che equivale a dire che il vero oggetto della controversia
era il "metodo" dell'indagine scientifica e non i fondamenti
metafisici del conoscere umano. In aperto conflitto erano non singole dottrine
ma due modi di vedere opposti, inconciliabili. Ne è prova la polemica sorta,
immediatamente dopo la pubblicazione del Parere, tra il D. e l'Aulisio. Il
Cotugno ritiene che la polemica, tra i fautori del naturalismo e i conciliatori
del meccanicismo con la teologia, indicasse in realtà un atteggiamento
orientato nel senso di un moderatismo. Ad ogni modo, non si andò, nei confronti
del D., oltre le confutazioni dottrinali e gli attacchi polemici; per quanto
riguarda il processo agli ateisti, poi, il D. non fu coinvolto personalmente,
sebbene imputati, quali un Giannelli e un De Cristofaro, sostenessero di aver
appreso da lui le prime nozioni della nuova filosofia. Né gli atti conclusivi
del processo intaccarono la memoria del D., morto ormai da due anni. Il
D. aveva superato già i quarant'anni di età, quando si sposò con la giovane
Annamaria Orilia. Abitarono nel rione di S. Gennaro all'Olmo, nei cui libri
battesimali fu registrata nel 1673 una loro figlia, morta appena nata. Nella
loro casa si discuteva anche di letteratura. Il Vico, nella sua Autobiografia,
confermando il giudizio dell'Amenta, ebbe a scrivere del D.:
"L'eruditissinio C. aveva rimessa la buona favella toscana in prosa,
vestita tutta di grazia e di leggiadria" (p. 21). Invero, il D.
diede il suo contributo per il superamento delle forme parossistiche del
marinismo esasperato, che a Napoli aveva assunto la forma di un
"secentismo del secentismo". Il D. darà egli stesso il modello d'una
teoria letteraria con la sua biografia storica su Andrea Cantelmo, che ben
presto fu assunta come manifesto letterario dai capuisti: ritorno all'aureo
toscano del Trecento e del Cinquecento, quale necessità basilare d'un retto
formarsi in prosa della lingua e dello stile di uno scrittore. Il
processo agli ateisti era ancora aperto e le polemiche di certo non mitigate,
quando il 17 giugno 1695, a Napoli, il D. venne a mancare. Fu sepolto nella
chiesa di S. Pietro a Maiella e sulla sua tomba fu tenuto un "elogio
funebre", che ne esaltò non solo la figura morale e cristiana, ma anche la
statura intellettuale di maestro e di guida. La prima e più complessa
opera è senz'altro il Parere di C. Divisato in otto ragionamenti, nei quali
partitamente narrandosi l'origine e il progresso della medicina, chiaramente
l'incertezza della medesima si manifesta, pubblicato a Napoli nel 1681;
ristampato nel 1689 a Napoli, dove vide una terza ristampa nel 1695. L'ultima
edizione, accresciuta delle Lezioni intorno alla natura delle mofete, in tre
tomi, in 80, fu pubblicata a Bologna nel 1714. Esso ebbe molta risonanza nella
cultura del tempo; contro di esso scrisse il già ricordato De Benedictis.
Muovendo dalla tesi secondo cui Aristotele ha ignorato la prova sperimentale,
il D. intuisce la necessità di orientarsi verso una nuova filosofia della
"mente". Invero, il D. pensa la mente come realtà connessa con il
processo della natura, non allontanandosi con ciò dai ragionamenti svolti dal
Cornelio nei suoi Progymnasmata physica del 1663 circa la teoria
dell'etere-mente. Fondamentale è per il D. il discorso intorno agli aspetti
chimici della materia e ad una implicita metafisica, inerente alla originaria
forza interna alla materia, ripresa ed ampliata nelle Lezioni sulle mofete. Il
punto di partenza è la questione dell'"aria", sviluppata secondo la
teoria dei corpi eterei. Questa è pensata come condizione di possibili attività
implicite in ogni punto dell'universo così che la stessa cartesiana "res
cogitans" conosce solo in quanto sollecitata dalle "sensazioni"
provocate dal movimento materiale delle cose, necessariamente ordinato in senso
teleologico. Bisogna dire che il D. non riesce a separarsi del tutto dalla
tradizione sensistica e vitalistica del Rinascimento. Sebbene egli affermi di
affidarsi, in ultima sede, alla "prova sperimentale", la sua teoria
dell'etere-mente, che soprattutto gli impedisce una piena accoglienza e
comprensione di Cartesio, è profondamente radicata nella tradizione di un
Telesio e d'un Bruno. Consentaneamente al modello proposto dal Cornelio, il D.
ascrive molta importanza alla chimica, alle scienze sperimentali e mette al
primo posto la matematica. Nel Parere egli asserisce che per essere medico
bisogna prima essere filosofo, ma per essere filosofo bisogna in primo luogo
sapere di "geometria" (Parere..., Bologna). Ilmedico, dunque, deve
essere ricercatore e teorico della scienza; a causa delle incertezze della
medicina, cui fa riscontro la "oscurità" della filosofia, il medico
deve prepararsi in tutte le scienze. E l'"eruditissimo" D. (il Vico
mise in rilievo più la sua crudizione che una qualche originalità di pensiero)
rimanda alla sapienza degli antichi, i quali si accontentavano del "solo
probabile" nello spiegare le cause delle realtà naturali. Invero tutto il
Parere è teso a dimostrare perché la medicina debba mantenersi entro i limiti
dell'esperienza e della "debole" ragione. Tuttavia il pensiero del D.
trova le maggiori difficoltà proprio in ciò che costituisce il rapporto tra
esperienza e ragione. Nel 1683 il D. stampa a Napoli le Lezioni intorno
alla naturadelle mofete. L'opera è introdotta da una specie di filosofia della
storia, in cui è sviluppato il rapporto tra storia e scienza. Nel 1689,
obbedendo ad una richiesta della regina Cristina di Svezia, il D. aggiunge al
Parere i Tre ragionamenti intorno all'incertezza deimedicamenti, pubblicato a
Napoli. L'opera fu ristampata con l'aggiunta di una presentazione di T.
Donzelli, a Napoli. Del 1693 è la Vita di Andrea Cantelmo, edita a Napoli.
L'opera è legata al tema dell'individuo. Vengono descritti i rapporti tra virtù
e fortuna, tra storia individuale e storia naturale, tra ragione e
natura. Fonti e Bibl.: N. Amenta, Vita di Lionardo di Capoa, Venezia; G.
B. Vico, Autobiografia, a cura di B. Croce, Bari, Riccio, Cenno stor. delle
Accademie fiorite nella città di Napoli, in Arch. stor. per le prov. nap.,
Cotugno, La sorte di G. B. Vico e le polemiche scientifiche e letterarie, Bari,
Nicolini, La giovinezza di G. B. Vico, Bari, Badaloni, Introd. a G. B. Vico, Milano, Mastellone,
Pensiero politico e vita culturale a Napoli nella seconda metà del Seicento,
Messina-Firenze 1965, pp. 90, 157- 176; A. Quondam, Minima dandreiana: prima
ricognizione sul testo delle "risposte" di F. d'Andrea a Benedetto
Aletino, in Riv. stor. ital., Osbat, L'Inquisizione a Napoli. Il processo agli
ateisti, Roma, Alcesto Cilleneo (arcade). Nome compiuto: Lionardo di Capova. Lionardo
di Capoa. Leonardo di Capua. Keywords: filosofia romana, Aristotele, filosofia,
ragione debole, La Crusca, comunicazione, platone. Incertezza, investigare,
gl’investigante, vestigia lustrat. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice,“Grice e Capua,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Carabellese:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’arena e la
pietra -- la sabbia e la roccia – il segno – scuola di Molfetta – filosofia
barese – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Molfetta). Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Molfetta, Bari, Puglia. Grice: “I
love Carabellese; his masterpiece is ‘the rock and the sand,’ which reminds me
of Tuke’s Cornwall! – Tuke captured some dialectic on the sand and rocks, which
I’m sure were common in Ostia, too, back in the day! Carabellese speaks of a
‘semiotic scandal’ so it all connects with my pragmatics of dialectics or
conversation.” Studia
a Napoli e Roma. Insegna a Palermo e a Roma.A partire da una critica ferrata
alla dottrina cartesiana (Le obbiezioni al cartesianesimo; il metodo, l’idea,
la dualita; Il circolo vizioso in Cartesio) porta a compimento studi critici su
diversi autori, tra i quali spiccano Kant e Rosmini. Elabora la dottrina dell'ontologismo
critico, in cui l'essere non è mero oggetto della coscienza ma è a essa
intrinseco come fondamento irriducibile, cioè essere-di-coscienza, che in
ultima istanza altri non è che Dio (che, come già asseriva Vico, "è"
e non "esiste"). Difese
l'oggettività essenziale dell'essere e la filosofia, non come sapere
specialistico trincerato, ma come operatrice per l'umanità tutta così che la
coscienza filosofica esplica quella teoria che nel diversificarsi concreto
della spiritualità risulta necessariamente implicita. E allora lo sforzo della
filosofia non potrà mai, quindi, essere compiuto atto seppure la teoria si
attui sempre in una pratica, che è l'altro termine del concreto. Insomma
Carabellese difese la filosofia come ascesa teoretico-razionale a realtà
teologiche, o come sentiero che volge al fondamento comune della vita politica
e che alla politica rimane irriducibile. Altre opere: Critica del concreto; Il
problema della filosofia da Kant a Fichte; Il problema teologico come
filosofia; L'idealismo italiano; L'idea politica d'Italia; Da Cartesio a
Rosmini. Fondazione storica dell'ontologismo critico. L'essere e la
manifestazione. L'essere e la manifestazione: Dialettica della Forme. L'essere.
Filosofo della coscienza concreta, Ravenna, Edizioni del Girasole. La sabbia e
la roccia: l'ontologia critica di Pantaleo C.. Il problema dell'io in C..
Metafisica in C.. Kant e C. Dizionario
Biografico degl’italiani. Autolimitazione della metafisica critica? Momenti
della recezione italiana di Fichte con particolare riferimento all'ontologismo
critico di Carabellese. E anche per lui lo gnoseologismo era il fraintendimento
della vera scoperta di Kant, ed era all ' origine della moderna... intesa come
« scoperta » deriva quell ' approfondimento dei concetti tradizionali che il
Semerari chiama « lo scandalo...seDalla filosofia intesa come « scoperta »
deriva quell ' approfondimento dei concetti tradizionali che il Semerari chiama
“lo scandalo linguistico,” cioè la terminologia dell ' Ontocoscienzialismo, a
prima vista sconcertante. See also the important chapter " Lo scandalo
linguistico, " in G. Semerari, La sabbia e la roccia. Merleau - Ponty,
Sens et non - sens, Paris, Nagel; It. trans. by Caruso, Senso e non senso, Milan, Il
Saggiatore. La ontologia di C., così, si prospetta come una ontologia della
coscienza assiologica e semantica, ossia come una critica antinaturalistica e
antipsiscologistica dei valori e dei significati dell’essere. L’importanza del
lavoro filosofico carabellesiano, secondo Semerari, consiste nell’esigenza
radicale di lavorare alle radici del linguaggio filosofico, di andare al di là
della storia già fatta, come scrive Semerari citando C., scendendo sino ai suoi
presupposti: ciò significa portandosi al grado zero della parola per reinventare
il linguaggio filosofico e le connessioni che in esso si sono stabilite lungo
la sua storia, a partire dalla cosa stessa, ossia dall’essere in cui la
coscienza è già implicata. Scrive Semerari: «Sotto questo riguardo non si può
trascurare la convergenza con la ontologia critica di quella parte della
filosofia linguistica contemporanea per la quale, al limite tra fenomenologia,
esistenzialismo e analitica, porre la questione del linguaggio è portarsi al
grado zero della parola, al silenzio come radice di ogni possibilità
linguistica, fare giudice della critica del linguaggio, com’è stato
suggestivamente detto, la ‘coscienza silenziosa’. singolari di Coscienza si
costituiscono come soggetti pensanti in comunicazione tra loro. L’alterità
dell’altro io presuppone l’identità dell’io che lo esperisce come altro.
Reciprocamente la coscienza della propria identità egologica richiede il
rapporto di alterità come intrinseco all’essere stesso dell’io. L’alterità
sempre afferma chi dice io, il quale ciò dicendo, anche trascendentalmente si
distingue, senza per questo separarsi assolutamente, da un chi che riconosce di
fronte a sé. Con questo chi egli afferma una relazione reciproca con la quale
attua l’egoità. Soggettività ed egoità pura sono sempre pura alterità. L’alterità
di ciascun io è, come scrive C., «l’insondabile residuo di meità intraducibile
in esperienza dell’altro. Ma questa intraducibilità, che è il limite che la
meità ha nell’esperienza, non prova che l’alterità sia soltanto di esperienza e
non pura, ma prova, precisamente, il contrario, e cioè che, a fondamento
dell’alterità empirica, c’è l’alterità pura come schietta egoità.. Alterità e
non assolutezza dell’io L’Essere di coscienza richiede la compattezza non la
relazione fra Oggetto universale, Dio, e soggettività molteplice. La relazione
è fra i soggetti: infatti, l’io come uno esistente, implica necessariamente
l’altro, che è sempre un altro io, sottolinea C. Diversamente l’io assoluto
fichtiano, dilaga nella coscienza, identificandosi con essa, riducendo
l’oggettività a negazione; ma resta così l’io nella sua solitudine e, senza
l’altro, cade nel nulla del non pensare. L’io fichtiano, nell’interpretazione
del C., elimina gli altri io dalla coscienza, assolutizzandosi, ma in tal modo
perde la meità, approdando all’Unico, che egli vede come una nuova forma di
eleatismo. C. sottolinea che se non è da percorrere l’identificazione dell’io
con la coscienza, tuttavia questo non conduce alla cancellazione della meità;
invece, pensare l’immediata appartenenza del me all’essere di coscienza, non
assolutizzando il me, apre ad intendere gli altri. Non l’annullamento del me
costituisce la base per la relazione responsabile in sede etica (Lévinas), ma
proprio partendo dal me, per C. si giunge agli altri come altri “di” me,
esistenti nella loro singolarità, non si giunge agli altri “da” me. Il me
esistente nella purezza dell’Essere di coscienza apriori di cui parla C., in
primo luogo non si identifica con il corpo, in quanto quest’ultimo trova il suo
limite nell’altro corpo e, più in generale nell’altra cosa: «Io, come
innegabile esigenza di coscienza non sono, o se volete, non sono affatto corpo.
pur mio. Ora la differenza fra me, che pur sono uno esistente, e il mio corpo,
che anch’esso è uno, sta proprio (non se ne può trovar altra) nel limite, che
il mio corpo trova negli altri corpi, e che io non trovo, se non voglio cadere
nell’assurdo di ritenere me il mio corpo» C. rifiuta l’ipotesi materialistica,
perché se l’io si identificasse con il corpo non potrebbe affermare nemmeno la
propria corporeità, ossia che il corpo è suo. Nella concezione materialistica
l’io si identifica con il corpo che diventa la radice dell’opposizione con gli
altri. Se si realizzasse questa identificazione in realtà si avrebbe la
soppressione dell’io come uno di coscienza, e anche gli altri non sarebbero più
altri uno di coscienza. Il nulla del non pensare si porrebbe
contraddittoriamente come l’essere. Anche la concezione spiritualistica che
intende l’io come spirito finito, ha come esito la riduzione dell’io a corpo,
perché sostenere la limitatezza dello spirito implica sottoporlo al limite,
come il corpo, eliminando così il me. Anche se Fichte ha evitato la riduzione
dell’io al corpo, non ha tuttavia salvato la meità identificando l’io con la
coscienza. Infatti nell’io empirico il me è sostanzialmente ridotto a corpo, a
non-io. Solo l’Io, unico, assoluto pone se stesso. In Hegel, poi, ogni residuo
di meità è tolta nel Soggetto assoluto. L’io perciò è spirito infinito, ma da
questo non deriva per C. che venga eliminata la distinzione dell’io dal tu
nella coscienza, ossia che vengano tolti gli altri, con il rischio di tornare a
Fichte. Per il filosofo italiano «togliere il limite è affermare gli altri»,
non annullarli; infatti, per giungere alla negazione dell’altro, o degli altri,
«bisogna prima ammettere – osserva C. – che gli altri, in quanto tali,
escludano l’uno di tale essere, e che l’uno esclude gli altri; bisogna cioè
cominciare proprio con l’opporre ad uno gli altri dall’uno, ritenendoli diversi
ed opposti a questo e cioè col presupporre che uno (io) sia la coscienza, e gli
altri no, e perciò siano non io, non coscienza. Cioè bisogna cominciare col
presupporre la empirica limitazione dei corpi, la quale appunto, nella
identificazione di me col corpo mio, fa ritenere me, col mio corpo, coscienza e
gli altri, che col loro corpo limitano il corpo mio, non coscienza». Già ne Il
problema teologico come filosofia C. afferma, polemizzando con Fichte, che la
molteplicità soggettiva non è semplicemente empirica, ma pura, condizione
trascendentale della “concretezza”; la singolarità non è solitudine, ma
relazione reciproca nel pensare, sentire, agire l’Universale/Dio. L’io
esistente, singolare, è uno, e come tale è ciascuno, essenzialmente altro. «Il
singolare è quell’uno, di cui si sa l’alterità, ed è perciò ogni uno, ciascuno,
unusquisque. Uno che non sia ciascuno, non è uno. E, ancora più incisivamente:
«Io sono altro: solo così “sum qui sum”» L’altro, spirito infinito come l’io,
per C. non è esteriore, né eterogeneo rispetto al me, non si risolve in una
identificazione con l’oggetto realisticamente inteso. Nell’ultimo sistema C. sostiene
l’“identità” dei soggetti pensanti, portando alle estreme conseguenze la
determinazione dell’omogeneità, senza però indicare come possano differenziarsi
i soggetti l’uno dall’altro. Il rischio dell’annullamento dell’alterità, pur se
non voluto, è evidente; infatti per spiegare il darsi della molteplicità
soggettiva egli parla di alterazione, come moltiplicazione infinita riferendola
però non all’uno, al soggetto, ma all’Unico, ossia all’essenza divina, al che.
Tuttavia, se la moltiplicazionealterazione è riferita da C. all’Unico, non
all’uno: allora l’altro, è un altro uno, ossia un altro soggetto, oppure un
impossibile altro Unico? Ed essendo l’Unico non soggettivo, come possono
derivarne i soggetti? In realtà possiamo muovere anche a C. l’osservazione di
involgersi in una sorta di circolo fra Dio e io, in quanto se da un lato Dio è
la qualità infinita di cui l’io è terminazione, moltiplicazione/alterazione,
nello stesso tempo a Dio, in quanto non soggettivo, sono necessari i soggetti
pensanti. L’uno di cui parla C. è l’io che immediatamente si intuisce
singolare, e che altrettanto immediatamente avverte l’alterità: «Uno che non
sia ciascuno, non è uno», afferma eloquentemente. Egli sente il pericolo di
ricondurre e ridurre la meità ad una ciascunità di identici, perdendo
l’originalità e l’inconfondibilità di ciascuno nei confronti degli altri.
Tuttavia per C. invece proprio il recupero dell’altro consente la realizzazione
di sé. Ma, se si andasse più profondo in questo amor di me spirituale, che è, o
dovrebbe essere, l’amor proprio, se si sviluppasse ciò a cui esso mi costringe,
si vedrebbe, che, se io veramente voglio dare una positività a questa negazione
del “non tu”, se non voglio divenire un puro e semplice “non” devo considerare
me come uno tale che possa e debba riversare l’amor di me uno in altro uno, che
è uno come me, cioè devo riconoscere l’unità, che sono io, nell’alterità.
L’amor mio proprio, che non voglia essere soltanto amor del mio corpo, è
proprio amor dell’altro. L’amor proprio spirituale non mi costringe alla
assolutezza (unicità e incondizionatezza) della mia unità, ma proprio alla sua
alterità: l’amore è sempre amore di altro: è la grande scoperta di Cristo. La
struttura dell’essere di coscienza apriori richiede l’alterità e Dio o, in
altri. termini, l’uno molteplice e l’Unico: in tal modo è la stessa struttura
coscienziale a dare fondamento alla carità. L’amor proprio e l’originalità di
ciascuno si afferma e realizza nella relazione e nel riconoscimento degli
altri: «Io facendo dagli altri riconoscere me tra essi, e riconoscendo me come
altro, non tolgo ma affermo la mia originalità». Per C. l’amor di sé ha insita
l’esigenza della relazione con l’altro; solamente chi concepisce l’io come
l’Unico chiuso in se stesso, privo di meità e di relazione, il solo, parla di
offesa dell’amor proprio, ma in realtà non si avvede che quell’Unico non è più
nemmeno soggetto. Tuttavia i problemi restano: la relazione con l’altro
identico rischia di essere più un narcisistico rispecchiamento, che una vera
relazione, più una sorta di moltiplicazione dell’Unico, un suo reiterarsi che
il faticoso cammino del riconoscersi. Fra i soggetti nella loro purezza, per
cui sono infinitamente penetrativi e interi nella loro relazione, l’identità è
già data immediatamente: ma allora non si comprendono gli erramenti, le lotte e
gli scontri a livello empirico. L’altro per C. è un altro me, non la negazione
del me. Ineludibile il riferimento al Parmenide platonico e all’opposizione che
Platone pone tra uno e altri. Per C., sulla base dell’essere di coscienza, tale
opposizione non si dà; alla domanda del Socrate platonico su quel che siano gli
altri, quando io sia, si può rispondere, che essi, non sono altri dall’uno ma
altri uno, sono perciò altri “me”. C. individua la causa della “cacciata” degli
altri dalla coscienza nella erronea identificazione della coscienza concreta
con l’io: per tale scambio l’io annulla la “qualità” di cui insieme agli altri
è individuazione senza esaurirla. Nello stesso tempo si annulla la “quantità”
pura, restando il solo, che cade nell’assurdo di non essere né soggetto, né
oggetto. L’io infinitamente aperto, illimitato, identico, intero pur se
nell’essenziale relazione, di cui parla C. è apriori, non si identifica con il
singolo uomo vivente, limitato nello spazio e nel tempo: essere condizionato e
limitata persona dell’esperienza, presuppone essere soggetto incondizionato e
illimitato nell’essere di coscienza puro. Sembra presentarsi una scissione fra
il soggetto in quanto pensante e l’uomo vivente spazio-temporalmente, fra
miglior coscienza e coscienza empirica, per utilizzare in chiave euristica espressioni
di Schopenhauer, che riflette sulla duplicità della coscienza, non facendo
ancora riferimento alla volontà come principio metafisico. Però proprio il
pensare, da lui inteso in senso ampio come intendere, sentire e volere che si
esplicano nell’attività spirituale umana, esige il livello della purezza
coscienziale. Come abbiamo visto in precedenza, per C. l’assolutizzazione della.
Cfr. A. Schopenhauer, La dottrina dell’idea, antologia a cura di Mirri,
Armando, Roma. dimensione spazio-temporale, ossia del limite, condurrebbe
all’annullamento dell’attività spirituale umana. C. non intende semplicemente
opporre la propria concezione a quella fichtiana, ma intende condurne
all’estremo le conseguenze, ipotizzando una sorta di esperimento mentale.
Infatti, se l’Io si ritenesse assoluto e si arrogasse il diritto di sopprimere
il tu, riducendolo soltanto a sua esperienza, allora «rimarrebbe sì, solo Io,
ma solo in quanto avrebbe soppresso il tu e quindi anche l’esperienza, che egli
ne ha: non ci sarebbero più i tu, che egli dovrebbe dimostrare essere soltanto
io empirici: gli altri non sarebbero empirici, non ci sarebbero. Or senza i tu
(altri) ci sarei ancora io (uno)?»18. In realtà, per C. c’è un'unica soluzione,
che esclude la fine tragica della disputa: «Non c’è dunque altra via d’uscita
da esso, se non quella che io non mi contenti di ricambiare la tuità, ma gli
ricambi proprio la meità, riconosca in lui non un tu posto da me (Fichte) ma un
altro io, e perciò mentre gli riconosco la meità, che egli non mi riconosce,
gli contesto il diritto di trasformarsi in Io assoluto, mostrandogli che così
egli sopprime se stesso come io, e nega l’assoluto facendolo, lui, sapere e
parlare come Io, Dio, ossia l’Unico, non è soggetto, ma come qualità infinita,
costituisce l’essenza di cui i molti soggetti sono individuazione o
moltiplicazione, con tutti i problemi che ne conseguono20, compreso il
possibile l’esito fichtiano. Secondo C. si può dire che «sono l’identico io
proprio perché siamo due»: se fosse eliminato il tu come altro me, riducendolo
ad esperienza, sarebbe eliminato anche quel consentire in cui consiste la
stessa esperienza. Non solo l’esperienza richiede la dimensione comunitaria, ma
in generale il pensare, che è essenzialmente un convenire, un cum-sapere21 l’Universale,
Dio. Quel cum non è un'aggiunta irrilevante, in quanto la dimensione
intersoggettiva, comunitaria, è essenziale a tutte le forma dell’attività
spirituale umana. «Ci sarà – afferma C. –, anzi c’è senza dubbio, quella
empirica alterità, nella quale ciascuno di noi presenta all’altro un
insondabile residuo di meità intraducibile in esperienza dell’altro, ma questa
intraducibilità, che è il limite che la meità ha nella esperienza, non prova
che l’alterità sia soltanto di esperienza e non pura, ma prova precisamente, il
contrario, e cioè che, a fondamento dell’alterità empirica, c’è l’alterità pura
come schietta egoità, prova che il limite empirico, che separa me da te,
persone viventi, non è la stessa alterazione pura di noi altri due, ciascuno
singolare; io, alterazione pura, per la quale ciascuno, con la propria unità è
immesso nell’altro uno, Cfr. F. Valori, Il problema dell’io in C.. Cfr. in
proposito C., La coscienza. immissione, senza della quale è assurdo non solo
l’innegabile consentimento ma anche la divergenza di noi nell’alterità nostra;
consentimento, e divergenza, per i quali noi, ciascuno come altro, siamo tanti
soggetti dell’Unico, che è immanente a noi molti. La differenza fra le egoità
si dà solo a livello empirico, a livello trascendentale e metafisico i soggetti
sono identici, interi23 e, nello stesso tempo infinitamente penetrativi. C. contrasts the rock of concrete, temporal, plural, relational being in
the light of which the problem of the origin, of the foundation, of validity
cannot be given up, with the sand of historicist becoming, of the historicist
succession of the facts in which law and value coincide with the succession
itself. The metaphor of sand and rock used by the same C. in his later writings
is taken up by Semerari in the title of an essay dedicated to critical
ontologism. This metaphor gives us a good idea of the fundamental theoretical
instance relating to the problem of history. Such a theoretical instance is
asserted by Carabellesian ontology in its opposition to historicism through the
ontological recovery of time and of existence and by contrast as well with the
interpretation, traceable in Heidegger, of time and existence as the outside,
as the not of meta–temporal and meta–existential Being, that is, as its decayed
phenomena21.”La responsabilita profonda, grave, se una se ne vuol trovare, e
questo aver SCAMBIATA LA SABBIA DELL’IERI, OGGI, E DOMANI, SEPARATI, AVER
SCAMBIATA LA SABBIA DEL “FUI” PER LA ROCCIA DELL’ “ESSERE” -- l’eterno – nell’eterno -- nella roccia,
l’ieri, l’oggi, e il domani non sono separati ne successivi – la copula S EST P
– non S FUI P --. La
responsabilita profonda e di questa coscienza storicista, che si resolve
appunto nel credere che tutta la CASA umana sia FATTA SU SABBIA [on sand, not
on rock]– e DI SABBIA. Abbandoniamo questa coscienza storicista di Croce, che
spessso si nasconde, forse piu intransigente anche nel dommatismo ultramondano
degl’ANTI-STORICI, che pur soltanto UNA SABBIOSA STORIA (la storia della
semiotica, la storia di Vitruvio) concedeno all’umana attivita consapevole.
CERCHIAMO LA ROCCIA al di sotto di questo SGRETOLAMENTE (la greta), che sono i
successive e separati ieri, oggi, e domani. CI riuscira forse cosi di ritrovare
il fondamento e di trarre anche dallo SCAVO DI FONDAZIONE, PER LA COSTRUZIONE
DELLA NOSTRA CASA, materiale piu atto che non sia quello datoci dal SABBISO
SUCCEDERSI DI ETA UMANE E COSMICHE. Certo nessuna costruzione noi uomini
pensanti possiame fare SULLA ROCCIA se queso nostro PENSARE NON TOCCA LA
ROCCIA. Nessuna costruzione possiamo fare se nostro pensare no ha LA ROCCIA A
SUO INTIMO FONDAMENTO. Ma tanto meno potremo alcuna costruzione fare SE
INTENDIAMO FARLA CON POLVERE di idee che si facciano sorgere o tramonatre con
la storia. Su Polvere e di polvere non si costruisce. Si COSTRIUCE SOLO CON
PIETRA [stone] DURA [hardened – D. Paul] SULLA ROCCIA. ROCCIA E L’ESSERE
SPIRITUALE CHE *dura* -- durazione, duro – ETERNO.” Omnis ergo, qui audit verba
mea haec et facit ea, assimilabitur viro sapienti, qui aedificavit domum suam
supra petram. 25 Et descendit pluvia, et
venerunt flumina, et flaverunt venti et irruerunt in domum illam, et non
cecidit; fundata enim erat supra petram. 26 Et omnis, qui audit verba mea haec
et non facit ea, similis erit viro stulto, qui aedificavit domum suam supra
arenam. Et descendit pluvia, et
venerunt flumina, et flaverunt venti et irruerunt in domum illam, et cecidit,
et fuit ruina eius magna ”. Nome compiuto: Pantaleo Carbellese.
Keywords: la sabbia e la roccia – il segno, lo scandalo del significato, io/tu,
Husserl, intersoggetivita, intersoggetivo, interpersonal, interattivo –
interazione, azione sociale – orientazione all’altro, razionalita strategica,
razionalita comunicativa, complessita intensionale, il significato, i
significati, l’nsieme, la comunita, il noi. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Carabellese,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Caracciolo:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del colloquio – scuola
di San Pietro di Morubio – filosofia veronese – filosofia veneta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (San Pietro di Morubio). Filosofo
veronese. Filosofo veneto. Filosofo italiano. San Pietro di Morubio, Verona,
Veneto. Grice: “I like Caracciolo – at Harvard, I joked on
Schlipp, and stated that Heidegger was then the greatest (grossest, in German)
living philosopher – as he then was, living --. Caracciolo has dedicated his
life to translate Heidegger’s ‘Dutch’ mannerism into the ‘volgare’: and now I
have concluded that Heidegger is perhaps the grossest dead philosopher – “in
cammino verso il linguaggio: il dire originario” –“. Grice: “Note that Caracciolo’s ‘cammino’
translates Heidegger’s ‘weg’ – my ‘way’ of words – but for Heidegger is ‘way
to’ (weg zur) – as it should!” cf. Speranza, “in cammino verso la
conversazione” – versus “il cammino della convresazione’ –“ Grice: “Note that
in Italian, unlike German, you drop the otiose ‘the’ of ‘way – “Nel cammino” is
o-kay, but “in cammino” is the choice by Caracciolo!” – cf. Aligheri, ‘nel
cammino’ OF his life, towards heaven, or paradise, that is.” Studia a
Verona e Pavia. Fa la conoscenza di Olivelli, con il quale collaborò alla
stesura dei Quaderni del ribelle. Olivelli divenne uno dei più noti martiri
della Resistenza e a lui Caracciolo dedica un saggio, “Teresio Olivelli:
biografia di un martire” (Brescia). Insegna a Pavia, Lodi, Brescia, e Genova. La
sua filosofia si sviluppa inizialmente all'interno della tradizione crociana,
ma poi acquisisce tratti più originali a contatto con Jaspers, Löwith e
Heidegger. In cammino verso il Linguaggio. Di particolare interesse e
importanza sono i suoi studi sul nichilismo a partire da Leopardi e sulla
dimensione religiosa dell'esistenza. Nella sua riflessione egli ha pure
mostrato una forte attenzione per il rapporto tra pensiero e poesia, tra
pensiero e musica. Altre opere: “L'estetica di Croce nel suo svolgimento e nei
suoi limiti (Torino); L'estetica e la religione di Croce (Arona); Estetica
(Brescia); Etica e trascendenza, Brescia); Arte e pensiero nelle loro istanze
metafisiche. I problemi della "Critica del giudizio", Milano); Studi
kantiani, Napoli); La persona e il tempo, Arona; Saggi filosofici, Genova);
Studi jaspersiani, Milano); La religione come struttura e come modo autonomo
della coscienza, Milano); Arte e linguaggio, Milano); Religione ed eticità,
Napoli); Löwith, Napoli); Nichilismo, Napoli); Nichilismo ed etica, Genova); Studi
heideggeriani, Genova); Nulla religioso e imperativo dell'eterno, Genova); Politica
e autobiografia, Brescia); Leopardi e il nichilismo, Milano); La virtù e il
corso del mondo (Alessandria); L'assolutezza del Cristianesimo e la storia
delle religioni, Napoli); Filosofia della religione; In cammino verso il
Linguaggio; Theophania. Lo spirito della religione antica. Filosofia umana.
Esistenza e Trascendenza. Lo spazio della trascendenza. La prospettiva estetica
ed etico-religiosa. Caracciolo. Sentieri del suo filosofare. Unterwegs zur
Sprache. In cammino verso il linguaggio. Herrmann, Die Sprache. Il Linguaggio.
Die Sprache im Gedicht. Il linguaggio nella poesia. Eine Erörterung von Georg
Trakls Gedicht. Aus einem Gespräch von der Sprache. Zwischen einem Japaner und einem Fragenden. Das Wesen der Sprache. L’essenza
del linguaggio. Das Wort. La parola. Il verbo. Der Weg zur Sprache. In cammino
verso il linguaggio. Essere e tempo. La riflessione esplicita sul linguaggio. ζῷον
λόγον ἔχον. Ermeneutica e metodo storico-ermeneutico. Il ‘non’ come fondamento.
Più in alto della realtà sta la possibilità. La Kehre. L’essere: un problema
che rimane problema. Poesia. L'arte come messa in opera della verità.
Hӧlderlin. Il tempo della povertà. Il pensiero come Kehre. In cammino verso il
silenzio. La differenza e il fondamento. In cammino verso il linguaggio: il
dire originario. In cammino verso il linguaggio: il suono del silenzio.
“Heidegger is the greatest living philosopher”. Heidegger In cammino
verso il linguaggio Curatore: C. Mursia. Heidegger scrisse In cammino verso il
linguaggio. Ci sono alcune cose interessanti e volevo proporvele questa sera.
Innanzi tutto l’esordio in cui è molto chiaro e molto deciso dice: L’uomo
parla, noi parliamo nella veglia e nel sonno, parliamo sempre anche quando non
proferiamo parola ma ascoltiamo o leggiamo soltanto perfino quando neppure
ascoltiamo o leggiamo ma ci dedichiamo a un lavoro o ci perdiamo nell’ozio, in
un modo o nell’altro parliamo ininterrottamente, parliamo perché il parlare ci
è connaturato. Il parlare non nasce da un particolare atto di volontà, si dice
che l’uomo è per natura parlante, e vale per acquisito, che l’uomo a differenza
della pianta e dell’animale è l’essere vivente capace di parola, dicendo questo
non si intende affermare soltanto che l’uomo possiede accanto ad altre capacità
anche quella del parlare, si intende dire che proprio il linguaggio fa dell’uomo
quell’essere vivente che egli è in quanto uomo. L’uomo è uomo in quanto parla,
è la lezione di Humboldt, resta però da riflettere che cosa significhi
“l’Uomo”. Ora considera una poesia di Kraus: Quando la neve cade alla finestra
a lungo risuona la campana della sera, per molti la tavola è pronta, la casa è
tutta in ordine. Alcuni nel loro errare giungono alla porta per oscuri
sentieri, aureo fiorisce l’albero delle grazie, la fresca linfa della terra,
silenzioso entra il viandante, il dolore ha pietrificato la soglia, là
risplende in pura luce, sopra la tavola, pane e vino. La sua ferita piena di
grazie lenisce la dolce forza dell’amore “o nuda sofferenza dell’uomo” colui
che muto ha lottato con gli angeli. Ve l’ho letta visto che ne parla, che cosa “chiama”
la prima strofa? Perché lui dice che il linguaggio è qualcosa che “chiama” le
cose letteralmente dice “il linguaggio parla” ma come parla? Dove ci è dato
cogliere questo suo parlare? questo già è interessante perché non è l’uomo, ma
è il linguaggio che parla, dice: innanzi tutto in una parola già detta, in
questa infatti il parlare si è già realizzato, il parlare non finisce in ciò
che è stato detto. Qui sentirete a breve echeggiare anche molte cose di Lacan e
di altri. In ciò che è stato detto il parlare resta custodito, in ciò che è
stato detto il parlare riunisce il modo del suo perdurare, è ciò che grazie ad
esso perdura, il suo perdurare, la sua essenza, ma per lo più, e troppo spesso,
ciò che è stato detto noi lo incontriamo soltanto come il passato del parlare.
// Lui considera la prima strofa e dice: che cosa “chiama” la prima strofa?
Chiama cose, dice loro di venire, dove? Non certo qui, nel senso di farsi
presenti fra ciò che è presente, sicché per esempio la tavola di cui parla
Kraus venga a collocarsi fra le file di poltrone da loro occupate, il
luogo 2 dell’arrivo che è con-chiamato nella chiamata, è una presenza
serbata intatta nella sua natura di assenza, è questo il luogo in cui quel
nominante chiamare dice alle cose di venire, in una assenza, poi preciserà fra
breve il chiamare è un invitare tenete conto che sta dicendo della parola è
l’invito alle cose ad essere veramente tali per gli uomini, la “caduta della
neve” (qui cita un’altra strofa di Kraus) porta gli uomini sotto il cielo che si
oscura inoltrandosi nella notte, il suonare della “campana della sera” li porta
come mortali di fronte al divino, “casa” e “tavola” vincolano i mortali alla
terra, le cose che la poesia nomina in tal modo “chiamate”, adunano presso di
sé cielo e terra, i mortali e i divini, i quattro “cielo, terra, i mortali e i
divini” costituiscono nel loro relazionarsi una unità originaria, le cose
trattengono presso di sé il quadrato dei “quattro”, in questo adunare e
trattenere consiste l’esser cosa delle cose, l’unitario quadrato di cielo e
terra, mortali e divini, immanente all’essenza delle cose in quanto cose, noi
lo chiamiamo “il mondo”. La poesia nominando le cose le chiama in tale loro
essenza, queste nel loro essere e operare come cose dispiegano il mondo, nel
mondo esse stanno e in questo loro stare nel mondo è la realtà e la loro
durata, le cose in quanto sono e operano come tali portano a compimento il
mondo. Nel tedesco antico “portare a compimento” si dice “bern, bären” donde i
termini “gebären” “generare” e “Gebärde” “gesto”, quanto mettono in atto la
loro essenza le cose sono cose, in quanto mettono in atto la loro essenza esse
generano il mondo. La prima strofa chiama le cose al loro esser tali, dice loro
di venire, tal dire chiamando le cose le chiama presso, le invita, al tempo
stesso sospinge verso le cose, affida queste al mondo da cui si manifestano,
per questo la prima strofa nomina non soltanto cose ma insieme il mondo, chiama
i molti che come mortali fanno parte del quadrato del mondo, le cose condizionano
i mortali ciò a questo punto significa: le cose visitano di volta in volta i
mortali sempre e solo insieme col mondo. La prima strofa parla nell’atto che
dice alle cose di venire, la seconda strofa parla in modo diverso dalla prima
eccetera … qual è la questione qui? Importante perché ci sta dicendo che c’è il
mondo che è fatto di che cosa? “dei, mortali, cielo, terra”, il mondo è ciò per
cui le cose sono quelle che sono, adesso ve la dico in modo molto più semplice
e capirete subito: “le cose” sono gli enti, il “mondo” è l’Essere. In questa
posizione sta dicendo che senza il mondo cioè senza l’“Essere”, che poi questo
mondo, lui è preciso qui quando dice “la caduta della neve” per esempio nel
verso “porta gli uomini sotto il cielo che si oscura inoltrandosi nella notte e
il suonare della campana della sera li porta come mortali di fronte al divino”
cioè queste parole costruiscono la scena entro la quale la “cosa” può apparire,
come se fosse, adesso preciseremo meglio, come se la “cosa” fosse una sorta di
significante, adesso sto un po’ stravolgendo ma per farvi capire, il “mondo” il
significato, senza significante non c’è significato e viceversa, il significato
cioè ciò che questa “cosa”, questa parola produce, se lui nomina il “suonare
della campana” è chiaro che questo suonare della campana evoca qualcosa, evoca
il divino, evoca la religione, evoca tantissime cose, adesso lui ne cita solo
una, ma potrebbero essere sterminate ed è all’interno di questo che l’ente
compare, Intervento: come se le cose potessero apparire solo in questa scena
che è il “mondo”. Esattamente, però senza gli enti il mondo non c’è. Intervento:
il mondo è la totalità degli enti? Sì, esattamente, poi: Come il chiamare che
nomina la cose chiama presso e rimanda lontano, così il dire che nomina il
“mondo” è invito a questo a farsi vicino e al tempo stesso lontano. Cosa vuole
dire che “chiama presso e rimanda lontano” questo “chiamare”? le chiama le cose
parlando, io chiamo le cose quindi è come se me le avvicinassi ma mentre avvicino
queste cose, queste cose si allontanano anche, si allontanano perché di cosa
sono fatte? Intervento: c’è sempre quell’assenza di prima. Sì, queste parole
sono assenti, nel senso che non sono lì in quanto tali, sono lì sempre in
quanto riferite al mondo ecco: esso, il chiamare, affida il mondo alle cose e
insieme accoglie e custodisce le cose nello splendore del mondo, il mondo
concede alle cose la loro essenza. Quindi è questo mondo, questa scena, io
adesso uso dei termini che lui non usa ma solo per rendere le cose più
semplici, è questo “mondo” che dà alle cose la loro essenza, qui sembra essere
ancora platonico, questo mondo 3 potrebbe essere pensato come il mondo
delle idee ed è questo mondo delle idee che da alle cose, agli aggeggi la loro
essenza. Le cose d’altra parte fanno essere il mondo, il mondo consente le
cose. Il parlare delle prime due strofe parla nell’atto che sollecita le cose a
venire verso il mondo e il mondo verso le cose- tenete sempre conto che sta
descrivendo cosa fa il linguaggio: neppure però costituiscono soltanto una
coppia, mondo e cose non sono infatti realtà che stiano l’una accanto
all’altra, esse si compenetrano vicendevolmente, compenetrandosi i due passano
attraverso una linea mediana, in questo si costituisce la loro unità, per tale
unità sono intimi linea mediana e l’intimità, per indicare tale linea la lingua
tedesca usa il termine “das …” il “fra” “fra mezzo” la lingua latina dice
“inter”, all’“inter” latino corrisponde il tedesco “unter”. Intimità di mondo e
cosa non è fusione - ora cominciate a pensare a queste due cose “mondo e cosa”
come significato e significante e adesso vi dirò perché non è una fusione fra
le due cose, pensate a De Saussure, L’intimità di mondo e cosa regna soltanto
dove mondo e cosa nettamente si distinguono e restano distinti, nella linea che
è a mezzo tra i due, nel fra mezzo di mondo e cosa, nel loro “inter”, questo
“unter, domina lo stacco. ora adesso non so se è già il caso di dire qua, ecco
qui comincia con la questione della “differenza”: L’intimità di mondo e cosa è
nello stacco, “Schied” “del frammezzo” e nella “dif-ferenza” “Unter Schied”, il
termine “differenza” è qui sottratto all’uso corrente e consueto non indica un
concetto generico nella cui area rientrino molteplici specie di differenza, la
“dif-ferenza” di cui qui si parla esiste solo come quest’una e unica, la
dif-ferenza regge, non però con essa identificandosi, quella linea mediana nel
modo e nella relazione alla quale, e grazie alla quale, mondo e cose trovano la
loro unità, l’intimità della dif-ferenza è l’elemento unificante della diafora,
di ciò che differenziando porta e compone, la dif-ferenza porta il mondo al suo
esser mondo, porta le cose al suo esser cose, portandoli a compimento li porta
l’un verso l’altro. Il termine “dif-ferenza” non indica per ciò più una
distinzione posta tra oggetti del pensiero presentativo – Oggetti del pensiero
presentativo sono quelli che il pensiero mostra, presenta – né la differenza è
solo una relazione oggettivamente esistente tra mondo e cosa, che il pensiero
presentativo venendovisi a imbattere possa constatare, né la differenza è
comunque relazione tra mondo e cosa destinata ad essere in un ulteriore momento
negata e trascesa – cioè non può togliersi – la differenza di mondo e cosa fa
che le cose emergano come quelle che generano il mondo, fa che il mondo emerga
come quello che consente le cose. La dif-ferenza è la dimensione in quanto
misura nella sua interezza facendo essere nella sua propria essenza lo spazio
di mondo e cosa, la differenza come linea mediana di mondo e cose rappresenta
generandola la misura in cui mondo e cosa realizzano la loro essenza, nel
nominare che chiama “cosa” e “mondo” quel che è propriamente nominato è la
dif-ferenza. A questo punto è ovvio che ciascuno di voi ha pensato
necessariamente a Derrida, il quale Derrida ha preso a man bassa da Heidegger
ma tra breve sarà ancora più evidente, lui, Derrida ha preso Heidegger e lo ha
riletto con De Saussure dice: “Questo chiamare” ricordate prima ha detto del
chiamare: Questo chiamare è l’essenza del parlare, la dif-ferenza è la chiamata
dalla quale soltanto ogni “chiamare” è esso stesso chiamato, alla quale
pertanto ogni possibile “chiamare” appartiene. // Il linguaggio parla in quanto
suono nella “quiete” (adesso dirà che cosa intende) la quiete acquieta,
(ovviamente) portando mondo e cose alla loro essenza, il fondare e comporre
mondo e cose nel modo dell’acquietamento è l’evento della dif-ferenza, il
linguaggio, il suono della quiete è in quanto “la dif-ferenza”, è come farsi
evento, l’essere del linguaggio è l’evenire della dif-ferenza. Il suono della
quiete non è nulla di umano, certo l’uomo è nella sua essenza parlante, il
termine “parlante” significa qui che emerge ed è fatto se stesso dal parlare
del linguaggio. (lui è preciso su questo cioè non è l’uomo che parla, è il
linguaggio che parla, e il linguaggio non è un ente, non è un oggetto al pari
degli altri, infatti quando la logica parla di “linguaggio oggetto” compie un
abominio per Heidegger, perché il linguaggio non è un oggetto, mai può essere
oggetto dunque: In forza di tale evenire l’uomo nell’atto che è dalla lingua
portato a se stesso, alla sua propria essenza continua ad appartenere
all’essenza del linguaggio, al suono della quiete (cioè è l’uomo che appartiene
all’essenza del linguaggio non viceversa) tale evento (il suono della quiete)
si realizza in quanto l’essenza del linguaggio (il suono della quiete) si
avvale del parlare dei mortali per essere dai mortali percepita come appunto
“suono della quiete”, solo in quanto 4 gli uomini rientrano nel dominio
del suono della quiete, i mortali sono a loro modo capaci di un parlare
attuantesi in suoni. Il parlare dei mortali è un “nominante chiamare”, (questo
è fondamentale in Heidegger lo ripeto “il parlare è un nominante chiamare”) è
invito alle cose e al mondo farsi presso muovendo dalla semplicità della
differenza. La pura del parlare mortale è la parola della poesia, l’autentica
poesia non è mai un modo più elevato della lingua quotidiana vero è piuttosto il
contrario, che cioè il parlare quotidiano è una poesia dimenticata come
logorata nella quale a stento è dato ancora percepire il suono di un autentico
chiamare. Ecco la questione che sta ponendo è esattamente quella che pone
Derrida, questo suono, questo suono silenzioso che non si sente ma che tuttavia
è ciò che costituisce la condizione della parola che chiama, beh è ciò che
Derrida ha elaborato come “differance”, lui usa per indicare questo suono che
non c’è, usa questo esempio, lui scrive in francese “difference” in francese si
scrive così, però a “difference” sostituisce alla e una a, scrivendo quindi
“differance” che in francese è scorretto perché si scrive “difference”, però
dice anche cambiando la e con la a, il suono della parola in francese “differance”
non cambia, è esattamente lo stesso cioè questa e non si sente, che metta la e
o metta la a, è uguale, non si sente, cioè quella cosa che lui chiama la
“differance” è esattamente questo suono muto, che tuttavia è quella cosa che
consente alla parola di essere tale e cioè di, mettiamola così, lui, forse
dovrei aggiungere qualcosa, lui, Derrida muove a queste considerazioni partendo
da De Saussure, dal segno di De Saussure “significante/significato” e quindi
ciò che dice è che questa barra è quella che divide il significante dal
significato ma è quella che compone il segno, senza questa barra che distingue
il significante dal significato il segno non c’è, però questa barra si scrive,
si mette il trattino, come faceva De Saussure, ma non c’è, non suona né nel
significante né nel significato ecco questa barra è la “dif-ferance”, è quella
cosa che non compare, che non ha suono però è la condizione perché il segno sia
segno, cioè perché la parola sia la parola è indeterminabile cioè questo suono
di cui parla qui Heidegger il “suono della quiete” è questo suono, senza questo
“cosa e mondo”, adesso la dico in modo molto rozzo ma si sovrapporrebbero l’uno
altro, l’ente, cesserebbe di essere tale perché l’ente è tale perché inserito
all’interno del mondo, e il mondo è tale perché esiste un ente che lo pone in
essere, esattamente come il significante e il significato. Heidegger non parla
né di significante né di significato, non gliene importa assolutamente nulla,
per lui il mondo è l’essere, è l’esserci “Dasein”. Ciò che a noi interessa
invece è intendere come anche in Heidegger si siano poste delle questioni molto
precise intorno al linguaggio, soprattutto rispetto al fatto che il linguaggio
non è un oggetto, non è una proprietà dell’uomo, non è una sua facoltà tra
altre, ma è il linguaggio che parla, ricordate la famosa asserzione di Lacan
quando dice “ça parle” cioè qualcosa parla, viene da qui ovviamente, è stato
Heidegger a porre la questione in termini precisi, tali per cui ha preso atto
del fatto che il linguaggio non è una proprietà, è questo che dice, non è una
proprietà, non è un ente, non è qualcosa di cui gli umani dispongano ma è il
linguaggio che parla. Che significa questo per quanto ci riguarda? Significa
una cosa importante: è il linguaggio a parlare e a costruire l’uomo, e anche le
cose, perché Heidegger dice che le chiama, le chiama alla presenza, però di
fatto il linguaggio è quella struttura, come andiamo dicendo da tempo, senza la
quale non sarebbe possibile per gli umani il dirsi tali, non sarebbe possibile
costruire nessun pensiero, nulla. Quindi lui dice che il linguaggio “chiama le
cose”, sì, le chiama nel senso che le crea, le produce letteralmente, e in
effetti non lo dice, forse lo usa da qualche parte, non usa la parola
“costruire” ma in ogni caso ciò che sta dicendo è che il linguaggio è quella
cosa che in un certo senso, adesso permettetemi di dire questa cosa che ad
Heidegger non piacerebbe, ma “preesiste” l’uomo in un certo senso, “preesiste”
tra virgolette, perché è come se il linguaggio fosse da sempre lì, è questo
mondo all’interno del quale qualche cosa può apparire. Ed è una posizione molto
interessante che per altro moltissimi hanno ripreso, tutti coloro che si sono
minimamente interrogati intorno al linguaggio in qualche modo hanno tenuto
conto di queste asserzioni di Heidegger, questo testo è celeberrimo “In cammino
verso il linguaggio” 5 Intervento: scusi, dicendo appunto dell’uomo e del
linguaggio, non dice che il linguaggio “costruisce” o “inventa” l’uomo, ma dice
che il linguaggio fa qualsiasi cosa, però non è giunto a dire che l’uomo non
esisterebbe in quanto uomo, se non ci fosse il linguaggio? Nel senso che
mantiene l’uomo un’entità che parla, che dice delle cose, o no? Dice in modo
molto chiaro: Il linguaggio fa dell’uomo quell’essere vivente che egli è in
quanto uomo, Dice ancora: La parola è cenno e non segno, nel senso di semplice
denotazione la logica ma anche la linguistica ha sempre considerato la parola
come un segno denotante qualche cosa, un segno linguistico che denota un
aggeggio qualunque, lui dice che la parola è cenno, accennare a qualche cosa,
alludere a qualche cosa, riferirsi indirettamente a qualche cosa, come dire
lasciare che questa cosa appaia senza una determinazione precisa, cioè senza
una denotazione, la denotazione appunto “de nota”, la denotazione dice qual è
il significato di una cosa, ricordate la differenza fra denotazione e
connotazione? Dicendo che la parola è cenno, qua nella parte in cui fa questo
dialogo ipotetico con un giapponese, è come dire che la parola indica qualche
cosa ma che è al di là della parola, la parola è un cenno in quanto indica il
mondo all’interno del quale questa parola è inserita, ma lo accenna, non lo
determina, non lo può determinare. Intervento: lo potrebbe determinare
l’esserci, “Dasein”? è l’“esserci” nel mondo che determina la cosa, ovviamente
di volta in volta. Sì, Heidegger oscilla però in genere tende a considerare che
l’essere non può stare senza l’ente, altre volte invece sembra dire che, così
notava Severino, che l’Essere possa darsi senza l’ente, cosa abbastanza
improbabile, è come dire “un significante senza un significato” che cos’è? È
niente. Intervento: non ho capito: che l’ente possa esserci senza l’essere,
significante senza significato? Heidegger dice che l’ente e l’essere non
possono darsi l’uno senza l’altro, così come, stavo dicendo, allo stesso modo
come il significante e il significato non possono darsi l’uno senza l’altro. In
questo senso dicevo, allora qui si riferisce a “Sein und Zeit”: Si trattava e
si tratta, era ed è, di evidenziare l’essere dell’essente, certamente non più
alla maniera della metafisica ma in modo che l’essere stesso si manifesti,
l’essere stesso, ciò significa la presenza di ciò che può farsi presente, (la
“presenza di ciò che può farsi presente”) vale a dire la differenza dei due
momenti sulla base dell’unità, è questa differenza che esige l’uomo per la sua
propria essenza … che è come dire cioè l’essere stesso, a questo punto se lui
lo pone come la differenza dei due momenti “cosa/mondo” sulla base dell’unità,
sulla base del fatto che sono inscindibili, dice che allora: è questa
differenza che esige l’uomo per la sua propria essenza cioè questa differenza
tra il fatto che mondo e cosa pur essendo assolutamente inscindibili sono
tuttavia separati, è da lì che l’uomo trae la sua essenza, dal fatto che il
significante e il significato cioè ogni parola che dice mostra si presentifica
qualche cosa, nel senso che chiama qualche cosa ma mentre chiama la cosa,
chiama anche il mondo all’interno del quale questa cosa è inserita e senza il
quale mondo non esisterebbe neppure … Intervento: è molto vicino alla
semiotica, in fondo parla di connessioni … Tutti coloro che si sono addentrati
in queste questioni, e questa è un’altra cosa che forse compare in ciò che vado
dicendo ultimamente, si sono trovati a interrogare questioni molto simili,
perché quando si incomincia a riflettere sul modo in cui funziona il linguaggio
è inevitabile accorgersi che la parola è all’interno di qualche cosa, per
Heidegger è il mondo, per Greimas non è più il mondo ma un contesto di segni
all’interno del quale il nucleo segnico acquista un significato, per la
psicanalisi è la parola che non si può intendere se a questa parola non vengono
associati tramite associazioni libere le connessioni alle quali è agganciata.
Modi di interrogare una questione che sono sì differenti però incontrano molto
spesso quasi una stessa direzione da seguire, quasi gli stessi elementi
Intervento: però l’uomo incontrando il mondo lo simbolizza nella parola? Può
accadere certo, siamo però già verso Lacan (lo evoca) sì evocandolo può anche
simbolizzarlo, se vuole, non è proibito. Ecco qui parla del “non pensato”
sempre riferendosi indirettamente alla differenza perché è l’impensato, non si
può pensare la differenza in quanto tale, così come non può 6 neanche
dirsi perché non c’è ma pur non essendoci in quanto ente costituisce, come dice
Heidegger quel suono muto che tuttavia è ciò che consente a questi due elementi
la cosa e il mondo di stare distinti ma al tempo stesso uniti. Intervento: non
avevo conosciuto Heidegger su questo aspetto. All’Università … Su alcune cosa
ha riflettuto attentamente, soprattutto intorno al linguaggio qui incomincia a
parlarne in modo abbastanza esplicito già nel suo primo scritto “Essere e
tempo” poi mano a mano riflettendo intorno all’Essere si accorge che una
riflessione intorno all’Essere comporta una riflessione intorno al linguaggio
necessariamente. Il parlare inteso nella sua pienezza significante trascende
sempre la dimensione puramente fisico sensibile del suono ovviamente il parlare
non è soltanto il suono ma il linguaggio come significato fattosi suono o segno
scritto è qualcosa di essenzialmente soprasensibile, qualcosa che perennemente
oltrepassa il puramente sensibile, il linguaggio così inteso è per sua
costitutiva natura metafisico.) È la metafisica che rappresenta, badate bene:
si parla, si rappresenta, se si rappresenta si compie un’operazione metafisica.
Poi sul volere sapere: Il voler sapere e l’avida richiesta di spiegazioni non
portano mai a un interrogare pensante, nel volere sapere si cela già sempre la
presunzione di un auto coscienza che si appella a una ragione auto fondata e
alla sua razionalità, il volere sapere non vuole che si stia in ascolto di
fronte a ciò che è degno di essere pensato. Intervento: è una forma di
controllo Esattamente, e poi c’è la seconda parte di cui ci occuperemo nel
prosieguo perché ciò che stiamo facendo è straordinariamente vicino a ciò che
qui Heidegger ci sta dicendo, lui non ha dubbi sul fatto che l’uomo è quello
che è, perché c’è il linguaggio, non ha nessun dubbio lo pone proprio nelle
prime pagine il che comporta ovviamente delle implicazioni, perché se l’uomo
non è se non nel linguaggio allora, dice lui giustamente, occorre porsi in
ascolto del linguaggio, che non significa ascoltare quello che qualcuno dice,
ma porsi in ascolto del linguaggio e porsi in ascolto della domanda che c’è nel
linguaggio, nella chiamata che il linguaggio è, il linguaggio è un chiamare le
cose e fra le cose, chiama anche l’uomo nonostante che sia l’uomo la condizione
perché ci sia questa chiamata. Questa è una questione sempre presente in
Heidegger, infatti è stato accusato di “umanismo”, “accusato” tra virgolette,
mentre lui si è sempre difeso da questo, la sua non è una posizione
esistenzialista, ha dovuto attraversare l’esistenzialismo perché l’unico
esistente è l’uomo, questo accendisigari per Heidegger non esiste, c’è, ma non
esiste, solo gli umani esistono cioè soltanto coloro che sono in condizioni di
porre la domanda, questo aggeggio, questo accendino non fa nessuna domanda. Per
Heidegger l’uomo è il portatore in un certo senso del linguaggio, forse non
necessariamente l’unico, però a quanto ci consta per il momento si, e questo,
sempre per Heidegger, è fondamentale perché l’uomo può trarre la verità, cioè
la verità sull’essere e quindi il fatto che l’essere non sia nient’altro che
l’esserci dell’uomo in quanto progetto ciascuna volta, solamente nel dialogo.
Nel dialogo tra umani ovviamente, ma un dialogo dove le cose si interrogano,
dove si mantiene aperta la domanda non la chicchera, il parlare per il sentito
dire, il sentito dire vuole dire anche averlo letto da qualche parte, ma non
averlo interrogato in modo autentico. Interrogare in modo autentico e lasciarsi
interrogare dalla cosa: una qualunque cosa pone delle questioni, per esempio
“che cos’è?” o quando mi trovo all’interno di un progetto su come posso
utilizzare quella certa cosa, pone comunque sempre delle domande, l’uomo è
sempre all’interno di questo domandare, continuamente. Questo è il domandare
autentico, quello che si lascia interrogare da ciò che sta dicendo, da ciò che
sta facendo, le cose che sta incontrando, non da colui che invece si precipita
a dare la risposta o come dicevo prima ha la fretta di sapere tutto
dimenticandosi della domanda. Nella parte successiva ci saranno delle cose
molto interessanti da dire. per esempio sulla poesia che per lui è importante
perché la poesia accenna, e in questo accennare lascia che la parola chiami le
cose, senza fermarle, senza bloccarle, senza mortificarle ma le lascia essere,
lasciar essere questo è sempre stato fondamentale per Heidegger. Heidegger
prosegue: La ricerca scientifica e filosofica mira da qualche tempo (siamo nel
‘59) in modo sempre più deciso a costruire ciò che viene chiamato
“metalinguaggio” (qui ce l’ha con i filosofi analitici) giustamente pertanto la
filosofia scientifica che si prefigge di costruire tale super linguaggio,
intende se stessa come metalinguistica. Metalinguistica suona come metafisica,
non soltanto suona “come” ma è, la metalinguistica è infatti la metafisica
della totale trasformazione tecnica di ogni lingua in semplice strumento
interplanetario di informazione, metalinguaggio e sputnik, metalinguistica e
tecnica missilistica sono la stessa cosa. // (Poi cita una poesia, una poesia
di Stefan George, il titolo è Das Wort (la parola). Meraviglia di lontano o
sogno io portai al lembo estremo della mia terra e attesi fino a che la grigia
Norna (Norna è la dea del fato, del destino) il nome trovò nella sua fonte,
meraviglia o sogno potei allora afferrare consistente e forte ed ora fiorisce e
splende per tutta la marca. (la marca è un territorio di confine) Un giorno
giunsi colà dopo un viaggio felice con un gioiello ricco e fine, ella cercò a
lungo e al fine mi annunciò “qui nulla di eguale dorme sul fondo”, al che esso
sfuggì alla mia mano e mai più la mia terra ebbe il tesoro, così io appresi
triste la rinuncia: “nessuna cosa è dove la parola manca”. Un numero infinito
di persone considera non di meno anche questa cosa dello sputnik un prodigio,
questa “cosa” che gira vertiginosamente in uno spazio del mondo ove non è
mondo, e per molti essa era ed è tutt’ora un sogno, prodigio e sogno della
tecnica moderna, la quale dovrebbe essere la meno disposta a riconoscere valido
il pensiero che sia la parola a procurare alle cose la loro esistenza, non le
parole ma le azioni contano nei calcoli dell’ossessivo calcolare planetario,
lasciamo la fretta del pensare, non è proprio anche questa “cosa” quel che essa
è, e così come essa è, in nome del suo nome? Certamente. Se l’affrettare nel
senso del massimo potenziamento tecnico della velocità, di quella velocità nel
cui spazio temporale soltanto le macchine e i congegni moderni possono essere
quello che sono, (questi marchingegni sono quelli che sono perché esiste la
velocità cioè esiste il concetto di velocità) se l’affrettare dunque, non
avesse parlato all’uomo e non l’avesse posto sotto il suo comando, (sta
parlando della tecnica ovviamente) questo comando non avesse spinto e disposto
l’uomo alla fretta, se la parola di un tale disporre non avesse parlato non ci
sarebbe nessuno sputnik, nessuna cosa è là dove la parola manca. La parola del
linguaggio e il suo rapporto con la cosa, con qualunque cosa che è sotto il
riguardo dell’essere e il modo di essere della cosa stessa resta un enigma.
(l’enigma sarebbe il rapporto fra la parola e la cosa, ecco già questo dice
delle cose perché nessuna cosa è dove la parola manca, beh la dice già lunga
sul fatto che se non c’è la parola, se manca la parola non c’è nessuna cosa,
non c’è nulla. Questo Heidegger l’aveva inteso molto bene ovviamente, non è un
caso che riprenda questa poesia di Stefan George) Dice poi: l’ultimo verso
infatti appunto “nessuna cosa è dove la parola manca” in tedesco “Kein ding ist
wo das Wort gebricht” l’ultimo verso potrebbe allora avere anche un significato
diverso da quello di un asserzione e costatazione volta nella forma del
discorso indiretto che dice “nessuna cosa è dove la parola manca”, quel che
segue i due punti, dopo la parola “rinuncia” (perché ci sono due punti dopo
“così io presi triste la rinuncia: nessuna cosa è dove la parola manca”) non
indica ciò cui si rinuncia, ma indica l’ambito entro cui la rinuncia deve
immettersi, indica il comando a consentire e accordarsi al rapporto fra parola
e cosa ora esperito, (“ora” esperito nel momento in cui si dice allora si
esperisce la cosa, allora c’è la cosa, e la cosa è quello che è) ciò di cui il
poeta ha preso la rinuncia è la sua precedente opinione nei riguardi del
rapporto fra cosa e parola, rinuncia concerne il rapporto poetico con la parola
a lui fino a quel momento consueto, la rinuncia è la disposizione a un rapporto
diverso, nel verso “Kein ding sei wo das Wort gebricht” “sai” non sarebbe
allora sul piano grammaticale un congiuntivo (“sai” vuol dire “sia”,
l’indicativo è “ist”) al posto dell’indicativo “ist” bensì una forma
dell’imperativo, un ordine cui il poeta obbedisce per rispettarlo anche in
futuro, nel verso “nessuna cosa “sia” laddove la parola manca”, il “sia”
significherebbe allora “non considerare d’ora in poi una cosa come esistente
dove la parola manca” (è un imperativo categorico” e non so per quale via mi ha
evocato le parole di Parmenide “sulla via del non essere non ti ci
incamminerai, ma seguirai la via dell’Essere.” Con quel “sia” inteso come
8 comando, il poeta si dispone ad accettare quella rinuncia per cui egli
abbandona la convinzione che qualcosa esista, già esista, anche quando la
parola manca. (Non c’è già la cosa) Che significa rinuncia? La parola
“Verzicht” Rientra nell’aria del verbo “verzeihen”; una locuzione antica dice
“Sich eines Dinges verzeihen”, e significa “abbandonare qualcosa”
“rinunciarvi”. Zeihen corrisponde al latino dicere, all’antico alto tedesco
“sagan” (il sagen del tedesco moderno), da cui “saga”. La rinuncia è un
Entsagen, letteralmente un “disdire”. Nella sua rinuncia il poeta dice “no” al
suo precedente rapporto con la parola, questo soltanto? No. Nell’atto in cui
rifiuta qualcosa, già gli è stato destinata una chiamata alla quale egli non si
sottrae più. (nella sua rinuncia, dice, rinuncia soltanto all’idea che qualcosa
ci sia anche senza la parola? già questa è una bella rinuncia. Rinuncia di
fronte a ciò che incontro, a pensare che questa cosa che incontro sia già lì
prima che io la dica, prima della parola, non che io la dica propriamente, però
aggiunge no, non è proprio così, ciò a cui non si sottrae è ciò che gli è stato
destinato “una chiamata alla quale egli non si sottrae più”. Chi lo chiama a
quella maniera, se non la parola?) In termini più chiari il poeta ha capito che
solo la parola fa sì che la parola appaia e sia pertanto presente come quella cosa
che è, la rinuncia che il poeta apprende è della natura di quella compiuta
rinuncia alla quale soltanto è dato attingere ciò che da lungo nascosto è
propriamente già destinato. Il poeta esperisce la sua vocazione di poeta come
una chiamata alla parola, ma cosa raggiunge il poeta? Non una semplice nozione,
seguendo questa chiamata, egli giunge nel rapporto della parola con la cosa,
questo rapporto non è però una relazione fra la cosa da una parte e la parola
dall’altra (qui c’è la parola e lì c’è l’ente e la relazione è in mezzo) la
parola stessa è il rapporto che via via incorpora e trattiene in sé la cosa, in
modo che essa è una cosa. Sulle prime e per lungo tratto pare che alla fonte
del linguaggio (poi dirà che è la parola la fonte dell’Essere) il poeta abbia
bisogno di portare soltanto le meraviglie che lo incantano (qui sta sempre
commentando la poesia di George) e i sogni che lo estasiano, pare che le parole
che a quella fonte egli va, con non incrinata fiducia, a cercare siano solo
quelle che convengono a quanto di meraviglia e sogno ha preso corpo nella sua
fantasia, prima di allora il poeta, confermato in questo dalla felice riuscita
delle sue precedenti composizioni poetiche, era dell’opinione (qui sta parlando
di George) dell’opinione che le cose poetiche meraviglia e sogni avessero già,
da e per sé, garanzia di esistenza (come ciascuno pensa) e che tutto
consistesse poi nel saper trovare per esse anche la parola atta ad esprimerle e
rappresentarle. (non è questo il pensiero comune?) Sulle prime e a lungo è
parso che le parole fossero come pigli che afferrano ciò che già esiste, ed è
per sé esistente considerato, e ad esso danno consistenza ed espressione
portandolo così a bellezza. (qui ripete ancora una parte della poesia): Qui
meraviglia e sogni, là nomi che afferrano gli uni e gli altri fusi in uno e la
poesia era nata, tutto fuso insieme, bastava essa a quello che è il compito del
poeta dar vita a ciò che permane, perché duri e sia? Ad un certo punto giunge
però Stefan, per Stefan George il momento nel quale il poetare che fino allora
gli era stato consueto, quel poetare sicuro di sé viene bruscamente meno
riportandogli alla mente la parola di Hölderlin, ma ciò che permane fondano i
poeti, infatti un giorno il poeta arriva il viaggio per di più è stato buono e
anche per questo egli è pieno di speranza, dalla dea del destino carica d’anni
e chiede il nome per il gioiello ricco e fine che porta sulla mano (questo
gioiello ricco e fine è la parola) solo che lei chiede il nome della parola (e
questo crea qualche problema) questo non è meraviglia di lontano e neppure
sogno, la dea cerca a lungo ma invano, alla fine gli annuncia “nulla d’eguale
dorme qui sul fondo” (non c’è la parola per dire la parola, “nulla d’eguale”
cioè nulla che sia come il gioiello ricco e fine che gli sta sulla mano) la
parola capace di far essere quel gioiello che sta semplicemente lì sulla mano
quello che esso è, una tale parola dovrebbe scaturire da quella sicura custodia
che riposa nella quiete di un sonno profondo, soltanto una parola veniente di
lì potrebbe portare e fermare il gioiello nella ricchezza e gentilezza del suo
semplice essere. (Ripete le parole del poeta) “Nulla di eguale dorme qui sul
fondo” a tal dire esso sfuggì alla mia mano (questo gioiello) e mai più la mia
terra ebbe il tesoro. Il fine ricco gioiello che era lì sulla mano non giunge
all’essere di una cosa, non diventa tesoro cioè ricchezza custodita nella
poesia di quella terra, il poeta non precisa la natura del gioiello che non
poté divenire tesoro della sua terra ma che gli donò tuttavia l’esperienza
del 9 linguaggio, l’occasione di apprendere quella rinuncia nella quale
l’abdicazione corrisponde, da parte del rapporto fra parola e cosa, l’assenso a
un disvelamento, l’oggetto ricco e fine è cosa diversa dalla meraviglia di
lontano oppure sogno, se poi la parola canta il cammino poetico proposto
proprio di Stefan George è lecito pensare che nel gioiello sia adombrata la
delicata ricchezza della semplicità che nell’ultimo periodo della sua attività
si presenta al poeta come ciò che deve essere detto “la parola della parola”.
Qui Heidegger affronta una questione, poi diremo mano a mano, e se la porta
appresso perché ovviamente non ha soluzione cioè quella parola che è
all’origine della parola, e la Norna, la dea del destino, del fato glielo dice
qui “sul fondo non giace nulla di simile”, non c’è, non c’è il fine, il limite
del linguaggio, il punto da cui comincia. Certo che non c’è, Heidegger poi lo
allude, lo allude nel dire autentico del poeta e il dire autentico del poeta è
quello che ovviamente nel pensiero di Heidegger è quello che lascia dire
l’Essere, lo lascia apparire, lo disvela, l’ἀλήθεια. Però ciò che qui il poeta
cerca di fatto è la parola della parola, cioè l’essenza propriamente della
parola, ma qui si scontra contro un qualche cosa che non c’è perché è la parola
che dà l’essenza alle cose, dà l’Essere alle cose, e quindi ci vorrebbe un
altro Essere che dia Essere all’Essere della parola, la cosa non avrebbe più
senso. Heidegger lo pone come una sorta di enigma, però di fatto non possiamo
parlare di enigma quanto piuttosto del tentativo di dare anche alla parola o
meglio di trasformare la parola in ente, lui dirà tra un po’ che la parola non
è un ente al pari di qualunque altro, è un'altra cosa, è ciò che da l’accesso
all’ente, infatti lo dice utilizzando la poesia “nulla è là dove la parola
manca”, se nulla è là dove la parola manca è ovvio che anche la parola potrebbe
essere intesa come ente, ma a questo punto la cosa non funziona più. L’apparire
di qualche cosa che è il λόγος, lo vedremo più avanti, λόγος non inteso come il
discorso, il racconto, la ragione, nulla di tutto ciò, il λόγος è una delle
forme dell’Essere per Heidegger, è questo logos che consente l’apertura cioè il
linguaggio consente l’aprirsi della parola che nomina qualche cosa, nel momento
in cui nomina qualche cosa questa cosa è. C’è. Intervento: la parola è ciò che
differenzia l’istinto dalla pulsione. Intervento: l’uomo, diciamo, arrivando a
possedere la parola nominando gli oggetti, qualificandosi come possessore della
parola, identificandosi come ciò che padroneggia la realtà, come il bambino che
si distacca dall’uniforme primordiale sia come essere sociale, essere sociale
organizza la società che si differenzia dal gruppo indistinto dall’orda
primitiva, o comunque dai gruppi degli animali. Intervento: dal branco degli
animali, esattamente grazie, ecco possedendo la parola ecco io la intenderei
così. Heidegger ha un’opinione differente, perché dice: “quando poniamo una
domanda al linguaggio, una domanda sulla sua essenza, già del linguaggio deve
esserci stato fatto dono, non possiamo chiederci qualcosa sul linguaggio se già
non possediamo il linguaggio, se vogliamo porre una domanda sull’essenza,
sull’essenza cioè del linguaggio allora anche del significato di “essenza” ci
deve essere già stato fatto dono, domanda “a” e domanda “su” presuppongono qui,
come sempre, che ciò cui e su cui va la domanda abbia già fatto giungere la
parola sollecitatrice, ogni posizione di domanda è possibile solo in quanto ciò
che si fa problema ha già iniziato a parlare e a dire di se stesso. // (cita
ancora la frase: nessuna cosa è dove la parola manca) Accenna al rapporto tra
parola e cosa prospettando il modo che la parola stessa risulti il rapporto, in
quanto essa trae all’essere (la parola) e mantiene nell’essere ogni cosa
(qualunque essa sia), senza la parola che si identifica con la forza del
rapporto, il complesso delle cose, il mondo, sprofonda nel buio insieme all’io
che porta all’estremo lembo della propria terra, alla fonte dei nomi ciò che ha
incontrato di meraviglia e di sogno. Perché quel che ci interessa è
un’esperienza, un essere in cammino, noi oggi in questa lezione che segna il
passaggio tra la prima e la terza conferenza (in genere la seconda fa questo,
il passaggio fra la prima e la terza) rifletteremo sul cammino, è necessaria al
riguardo un’osservazione preliminare dato che la maggior parte di loro si
occupa in prevalenza di ricerca scientifica, (il pubblico che aveva)nelle
scienze la via al sapere va sotto il nome di metodo, “metodo” “μετα ὁδός”
“attraverso il cammino” “lungo il cammino”, il metodo non è specie nella
scienza moderna un puro strumento al servizio della scienza 10 anzi al
contrario è il metodo che ha assunto a proprio servizio la scienza. Questo
fatto è stato visto in tutta la sua portata per la prima volta da Nietzsche,
che così ne parla nelle annotazioni che seguono, queste fanno parte del corpus
degli inediti pubblicato postumo dal titolo “Der Wille zur Macht” “La volontà
di potenza”. La prima dice “ciò che caratterizza il nostro XIX secolo non è la
vittoria della scienza ma la vittoria del metodo scientifico sulla scienza”.
L’altra notazione incomincia con la proposizione “Le idee più importanti furono
trovate per ultime, ma le idee più importanti sono i metodi” in realtà anche
Nietzsche è giunto assai tardi a scoprire questo rapporto tra metodo e scienza
e precisamente l’ultimo anno della sua lucidità mentale nel 1888 a Torino.
Nelle scienze non solo il tema viene posto dal metodo ma viene immesso nel
metodo e vi resta sottoposto, la corsa folle, che oggi trascina le scienze
verso mete che esse stesse ignorano, ha la sua forza propulsiva nel
potenziamento e nel progressivo assoggettamento alla tecnica del metodo e delle
possibilità a questo intrinseche, nel metodo è tutta la potenza del sapere, il
tema rientra nel metodo. Bene vi lascio riflettere su queste questioni,
mercoledì prossimo riprendiamo questo testo. Vi rileggo la poesia di Stefan
George perché la riprende si chiama “La parola”, Das Wort: Meraviglia di
lontano o sogno io portai al lembo estremo della mia terra e attesi fino a che
la grigia Norna il nome trovò nella sua fonte, meraviglia o sogno potei allora
afferrare consistente e forte ed ora fiorisce e splende per tutta la marca. Un
giorno giunsi colà dopo viaggio felice con un gioiello ricco e fine, ella cercò
a lungo e alfine mi annunciò “qui nulla d’eguale dorme sul fondo”. Al che esso
sfuggì alla mia mano e mai più la mia terra ebbe il tesoro, così io appresi
triste la rinuncia “nessuna cosa è dove la parola manca”. C’è da dire qui che
la questione che sta ponendo questa poesia è interessante perché di fatto sta
chiedendo alla Norna di fornirgli, dicevamo l’altra volta, la parola della
parola, e cioè un qualche cosa che è fuori della parola e che dovrebbe
garantire l’essere della parola. Ovviamente cercare la parola fuori dalla
parola è un problema, tant’è che la Norna, saggia, dice “qui nulla d’eguale
dorme sul fondo” e allora lui ha appreso la rinuncia: non troverà mai qualche
cosa che da fuori della parola possa garantire la parola. Intervento: sarebbe
il significato del significato? Non esattamente, perché il significato del
significato è ancora un altro significato, quindi un altro termine, un altro
elemento linguistico, qui cerca invece proprio la garanzia, cioè il qualche
cosa che è fuori dal linguaggio e che dia alla parola la sua consistenza.
“Nessuna cosa è dove la parola manca” accenna al rapporto tra parola e cosa,
prospettandolo in modo che la parola stessa risulti il rapporto, in quanto essa
trae all’essere e mantiene nell’essere ogni cosa, qualunque essa sia. //
Infatti fra le primissime cose cui diede voce il pensiero occidentale rientra
il rapporto tra cosa e parola e precisamente nella figura del rapporto tra
essere e dire, questo rapporto sorprende il pensiero in modo così subitaneo e
sconvolgente da dirsi in una sola parola, esso suona “λόγος”, ma ancora più
sconcertante è per noi il fatto che in tutto questo non si fa un’esperienza pensante
del linguaggio, nel senso cioè che il linguaggio stesso in base a quel rapporto
giunga propriamente a dirsi. Cioè sta dicendo che il linguaggio non “si dice”
nel senso che non c’è modo di aggirare il linguaggio, di uscire dal linguaggio
e poi di lì parlare del linguaggio sapendo di che cosa si sta parlando, non c’è
uscita dal linguaggio Se sempre il linguaggio ricusa, in questo senso, la sua
essenza (cioè non dice mai che cosa realmente è, perché appunto dovrebbe uscire
fuori dalla parola) allora questo rifiuto fa parte dell’essenza del linguaggio
(il rifiuto della Norna). Il linguaggio non solo si trattiene così in se stesso
nel nostro corrente parlarlo, ma trattenendosi esso in sé, con la sua origine
nega la sua essenza a quel pensiero presentativo nel quale comunemente ci
muoviamo, per questo non possiamo nemmeno più dire che l’essenza del linguaggio
sia il linguaggio dell’essenza (come diceva prima) a meno che la parola
“linguaggio” non indichi nel secondo caso qualcosa d’altro che cioè quel
rifiuto dell’essenza del linguaggio a dirsi, proprio esso, parla. (In altri
termini sta dicendo che il linguaggio non dice se 11 stesso, si trattiene
dal dire di se stesso nell’accezione che indicavo prima, e cioè come se volesse
parlare da fuori il linguaggio per dire che cos’è esattamente il linguaggio, si
trattiene dal fare questo. Heidegger dice che non possiamo nemmeno più dire che
l’“essenza del linguaggio sia il linguaggio dell’essenza” come diceva prima e
cioè che l’essenza del linguaggio, ciò che è più proprio al linguaggio è il
linguaggio dell’essenza, il linguaggio dell’essenza è quel linguaggio che parla
di ciò che è proprio, a meno che, dice, questo linguaggio non lo si intenda
nelle due cose in modo differente e cioè nel secondo caso intendendo che è proprio
lui che parla e cioè il linguaggio dell’essenza è ciò che parla continuamente,
il linguaggio dell’essenza vale a dire sarebbe, per dirla con Heidegger, il
“dire originario”, quel dire cioè che muove nel momento in cui è qualcosa,
qualcosa appare e questo dire lascia che ciò che appare interroghi, ciò che si
dice, a questo punto, il “λόγος” ciò che fa esistere le cose, a questo punto è
lui, è soltanto lui che parla. Qui c’è adesso forse qualcosa che è ancora più
chiaro, dice:) “Nessuna cosa è (sia) dove la parola manca”. Così suona la
rinuncia del poeta e noi abbiamo aggiunto che qui viene in evidenza il rapporto
fra cosa e parola. (Il rapporto tra cosa e parola è importante perché è ciò che
la metafisica ha sempre cercato di stabilire con certezza, lì c’è la parola e
lì c’è la cosa, però è un problema come dicevamo la volta scorsa, è la
questione tipica della metafisica e cioè il problema del “terzo uomo” come
diceva già Aristotele, cioè c’è un terzo elemento che deve fare da tramite tra
i due, il problema è che questo terzo elemento che deve consentire il bloccarsi
di questa relazione tra cosa e parola, anziché compiere questo rinvia la cosa
all’infinito, perché poi dopo il “terzo uomo” c’è il quarto, c’è il quinto c’è
il sesto e così via all’infinito e quindi non raggiungerà mai la cosa): Abbiamo
anche detto che “cosa” (lui lo mette tra virgolette) indica qui ogni possibile
essente quale ne sia il modo d’essere. (cioè qualunque cosa) Abbiamo detto
ancora riguardo alla parola, che questa non solo sta in rapporto con la cosa ma
porta la cosa che di volta in volta nomina, la cosa in quanto essente che è e
tale, “è”(tra virgolette) in questo reggendola, trattenendola, dandole per così
dire il sostentamento a essere cosa, questo sarebbe il parlare autentico (la
parola che fa essere ciò che dice, nel momento in cui dice le cose è in quel
momento che esistono, che sono quello che sono. È questo che sta dicendo.
Conseguentemente abbiamo detto che la parola non si limita ad essere in
rapporto con la cosa ma che la parola stessa è ciò che porta e serba la cosa
come cosa. (che è ancora di più che “la parola stessa è la cosa”, perché la
parola è ciò che porta e “mantiene” e fa perdurare la cosa in quanto cosa, dice
che la “parola in quanto ciò che porta e serba è il rapporto stesso”. Qui
badate bene che dice “è il rapporto stesso” anzi l’ha già detto varie volte,
come dire che questo rapporto tra parola e cosa è la parola stessa, quindi non
c’è più la parola e la cosa ma c’è una relazione tra parola e cosa, nel senso che
la parola rende la cosa quella che è, e solo la parola può farlo, cioè il
λόγος, e questo è la parola. Qui si potrebbe anche fare un accenno alla
questione della metafisica, così come trascorre da Platone fino a Heidegger,
non è altro che lo spostare una cosa presente a una cosa che presente non è, e
che deve dare il senso, il significato a ciò che è presente, da qui tutte le
distinzioni dalle più antiche alle più recenti: “sensibile – ultrasensibile”,
“immanente – trascendente”, “significante – significato”, “enunciazione –
enunciato”, l’ultimo in ordine di tempo: “conscio – inconscio”. Per questo dico
che tutta questa struttura è metafisica, è metafisica sempre in questa
accezione ovviamente, cioè ciò che questo significato di “metafisica” che, come
dicevo, trascorre da Platone fino ad Heidegger, indica che ciascuna volta in
cui qualche cosa deve la sua esistenza, la sua essenza, il suo significato, a
qualche cos’altro, questa è una struttura metafisica. Che ha degli effetti
ovviamente, perché comporta la supposizione che una certa cosa sia quello che è
in base a quell’altra, quindi quell’altra dà alla prima il suo significato, lo
ferma, lo blocca e che quindi questo secondo elemento costituisca l’essenza,
potremmo quasi dire, del primo, bloccandolo nel significato, ciò che potrebbe,
dico “potrebbe”, consentire un passo fuori, ammesso che sia possibile, dalla
metafisica. È da considerare che invece ciò che dà il significato al primo
elemento costituisca anche questo un elemento che trae il proprio significato
da altro, poi da altro, poi da altro ancora e così via all’infinito, a questo
punto non c’è la possibilità di bloccare un significato 12 ovviamente, ma
questo significato, come ci dice la semiotica, non è altro che un rinvio
continuo, infatti, a quella serie di contrapposizioni potremmo anche aggiungere
quella di Greimas, cioè i sememi danno un senso ai semi nucleari ché da solo,
di per sé, il sema nucleare non significa niente. Ora è chiaro che è il
linguaggio che è strutturato così, per questo da tempo sto dicendo che la
metafisica illustra il modo in cui il linguaggio funziona, né più né meno, per
cui non hanno neanche tutti i torti i metafisici a dire che non c’è uscita
dalla metafisica. Posta in questi termini in effetti non c’è uscita dalla metafisica,
e neanche attraverso la via immaginata da Heidegger ovviamente): La “parola per
la parola” non è dato trovarla là dove il destino dona il linguaggio (cioè se
c’è il linguaggio allora la parola per la parola non c’è, una parola che dica
la parola in modo definitivo, l’ultima parola sulla parola, non c’è, non si
trova perché c’è il linguaggio, il linguaggio che nomina e fa essere, quindi
non c’è), linguaggio che nomina e fa essere per l’essente, non c’è la parola
che dica l’essenza del linguaggio, perché questa sia e come essente splenda e
fiorisca la parola per la parola un tesoro certamente ma un tesoro non
conquistabile per la terra del poeta, e per il pensiero? Può il pensiero?
Quando il pensiero cerca di meditare la parola poetica (cioè la parola autentica
per Heidegger) questo si rivela: la parola, il dire non ha essere. Il nostro
modo corrente di concepire si ribella quando gli si propone un pensiero così
audace. Scritte o parlate ognuno pur vede e sente delle parole, esse sono.
Possono essere come cose, realtà afferrabili dai nostri sensi, basta solo per
far l’esempio più banale aprire un dizionario è pieno di “cose” stampate,
certamente puri vocaboli, non una sola parola, poiché la parola grazie alla
quale i vocaboli si fanno parola, un dizionario non è in grado né di captarla
né di custodirla, dove dobbiamo andare a cercare la parola? dove il dire?
Dall’esperienza poetica della parola ci viene un cenno che può essere di grande
aiuto: la parola non è cosa, nulla di essente, invece noi abbiamo cognizione
delle cose quando per esse c’è a disposizione la parola allora la cosa è. Ma
qual è la natura di questo “è”, “la cosa è”? e questo “è” è anch’esso una cosa
sovrapposta a un’altra, messale su come un cappuccio, noi non troviamo mai
questo “è” come cosa sopra altra cosa, per questo “è” la situazione è la stessa
che per la parola, questo “è” non fa parte delle cose che sono più di quanto
non lo faccia la parola. (sta dicendo che la parola non è, nel senso
dell’Essere, cioè come lo intende la filosofia comunemente, e cioè come ente,
qui allude al fatto che la parola non sia determinabile, così come lo è per
esempio un vocabolo, un lessema, quindi intende con parola ovviamente un’altra
cosa.) Improvvisamente ci risvegliamo dalla sonnolenza di un pensare frettoloso,
e scorgiamo qualcosa di diverso in ciò che l’esperienza del linguaggio dice,
riguardo alla parola gioca il rapporto fra questo “è” che per sé non è, e la
parola che si trova nella stessa situazione che cioè non è nulla che sia, (qui
sta cercando di complicare le cose, adesso vediamo se) né l’“è” nella parola
hanno l’essenza della cosa, (l’abbiamo detto prima: non sono enti) l’Essere né
ha il rapporto con l’“è” la parola al quale è affidato il compito di concedere
via, via un “è”, (sta dicendo che né questo è, quando diciamo che “la parola è
qualcosa”, questo “è” per lui costituisce un problema, diciamo “la parola è”,
“è” cosa? infatti né l’“è” né la parola in questa frase hanno l’essenza della
cosa, cioè non hanno l’Essere) né ha (soggetto l’Essere) il rapporto fra l’“è”
e la parola, ciò non di meno, né l’“è”, né la parola e il dire di questa,
possono venire cacciati nel vuoto del niente (non sono niente, qualcosa pur
sono) Che indica l’esperienza poetica della parola quando il pensiero riflette
su di essa? Essa rimanda a quel degno d’essere pensato, pensare il quale si
pone al pensiero fino dai tempi più antichi e anche se in modo velato come suo
proprio compito, esso rimanda a quello di cui in tedesco può dirsi “es gibt
senza che possa dirsi “ist” cioè è, “gibt” “esso dà” “si offre”, di ciò di cui
può dirsi “est gibt” fa parte anche la parola (adesso incomincia a intravedersi
che cosa intende con quello che sta dicendo “la parola non è, propriamente, ma
è ciò che si dà, ciò che si offre”.)forse non solo anche, ma prima di ogni
altra cosa, in modo tale che nella parola e nella sua essenza si cela quello
che “gibt” appunto “dà”, nella parola si cela quello che essa stessa da. Della
parola pensando con rigore non dovremmo mai dire “es ist” cioè “essa è” ma “es
gibt”, ciò non nel senso di quando si dice “es gibt Worte” “qualcosa dà la
parola” ma nel senso che la parola stessa dà, non è qualcosa che dà la parola
ma è la parola che dà, la parola: la datrice. Ma che dà la parola? 13
secondo l’esperienza poetica e la tradizione più antica del pensiero la parola
dà: l’Essere (ecco perché prima diceva che la parola non è l’Essere, la parola
dà l’Essere) Ma se così stanno le cose allora in quel “es, das gibt” “esso, il
dare” noi dovremmo pensando cercare la parola come ciò stesso che dà e mai è
dato. La parola “es gibt” si trova in tedesco usata in molteplici modi, si dice
per esempio “es gibt an der sonningen Halde Erdbeeren” “ci sono fragole sul
pendio soleggiato”, “là ci sono le fragole”, nella nostra riflessione “es gibt”
è usato diversamente non “des gibt …” “si dà la parola” ma “es das Word gibt…”
cioè “essa la parola dà”. Quando Freud dice “Wo es war, soll Ich werden” questo
“es” può essere inteso benissimo come “qualcosa” “là dove qualcosa era occorre
che io avvenga” è una delle traduzioni che sono state fatte di questa frase.
Così dilegua completamente lo spettro dell’“es” davanti al quale molti e a
ragione trovano sconcerto, ma ciò che è degno di essere pensato resta, si fa
anzi evidente, questa realtà semplice e inafferrabile che noi indichiamo con
l’espressione “es, das word, gibt” si rivela come ciò che propriamente è degno
di essere pensato e cioè che “essa” la parola da, per la determinazione di
questo mancano ancora da per tutto i termini di misura forse il poeta li
conosce ma il suo poetare ha appreso la rinuncia e tuttavia con la rinuncia
nulla ha perduto (la rinuncia era quella del poeta di avere quella parola che
dice la parola stessa, a questo rinuncia perché la Norna dice che non ce l’ha)
il gioiello però gli sfugge certamente ma sfugge nella forma comportata
dall’esser per esso negata la parola (questo gioiello sfugge, ma sfugge in che
senso? Sfugge perché gli sfugge la parola per dirlo) Negare è trattenere ma qui
appunto si rivela l’aspetto sorprendente del potere proprio della parola, il
gioiello (che è la parola) non si dissolve affatto nell’inerte insignificanza
del niente, (qui si riferisce a quando prima diceva, che la parola non è
Essere, non ha l’Essere) la parola non sprofonda nella banale incapacità di
dire (non è che la parola non può dirsi perché non siamo capaci a dirla, dice:)
no, il poeta non abdica alla parola tuttavia il gioiello si sottrae nel mistero
che riempie di stupore … per questo il poeta come dicono i versi introduttivi
al canto medita anche più di prima, compone ancora, compone cioè un dire e in
forma anche diversa da quella di prima. (ecco qui dicendo che non è la parola
che si dà, ma è la parola che dà, ovviamente pone la parola come già aveva
fatto in precedenza come λόγος in quanto Essere, nell’accezione che indica
Heidegger ovviamente, cioè di “Dasein” “esserci”) Se però l’affinità tra
poetare e pensare è quella del dire, allora siamo portati a supporre che
l’evento domini come quel dire originario con il quale il linguaggio ci dice
della sua essenza, il suo dire non si perde nel vuoto esso ha già sempre
raggiunto il segno, che altro è questo segno se non l’uomo? Che l’uomo è uomo
solo se ha risposto affermativamente alla parola del linguaggio, se è assunto
nel linguaggio perché lo parli (ovviamente, questo dicevo è importante perché
la presenza dell’uomo è ciò che fa, per Heidegger, la possibilità stessa
dell’esserci, “esserci” riguarda l’esistente, l’esistente è l’uomo. Per questo
si trova a dire molto spesso che l’Essere è il dialogo da uomo a uomo, perché
la parola abita l’uomo. Anche le nuove teorie cioè i metodi della misurazione
dello spazio e del tempo, la teoria della relatività e dei quanti e la fisica
nucleare, non hanno cambiato in nulla il carattere parametrico di spazio e
tempo (in tutte queste discipline i concetti di spazio e tempo sono sempre
esattamente gli stessi, quelli per esempio di Anassagora) e nemmeno sono in
grado di produrre un simile cambiamento, se ne fossero capaci ne verrebbe a
crollare l’intero apparato della moderna scienza tecnica della natura. (perché
non avrebbe più questi parametri sui quali è stata costruita ogni cosa) Tutto
parla contro, in primo luogo la caccia alla formula fisica capace di
interpretare il cosmo in termini matematici, la famosa teoria del “Tutto”,
sennonché ciò che spinge al perseguimento affannoso di tale formula non è
primariamente la passione personale dei ricercatori, ché questi si trovano ad
essere quel che sono in forza di un esigenza prepotente che coinvolge e domina
il pensiero moderno nella sua globalità, fisica e responsabilità, “bello!” e
nella difficile situazione di oggi importante, ma resta una partita doppia
dietro la quale si cela un passivo che non può essere sanato né da parte della
scienza, né da parte della morale, sempre poi che sanabile sia. (Naturalmente
poi qual è questo passivo che rimane? La dico così brutalmente “è il non sapere
ciò che stanno facendo”, con tutto ciò che questo comporta ovviamente, poi ecco
l’ultimo capitoletto si chiama “la parola”. Qui fa delle domande, tre domande):
(Ripete di nuovo il verso 14 finale “Nessuna cosa è (sia) dove la parola
manca) Si è tentati di trasformare il verso finale in un’asserzione “Nessuna
cosa è dove la parola manca” dove qualcosa “es gebrit” “manca” cioè c’è una
frattura, un danno, “recar danno a una cosa” vuol dire sottrarle qualcosa,
farle mancare qualcosa, non c’è cosa dove la parola manca, solo quando c’è la
parola per dirla la cosa è, (allora ecco le tre domande): 1) Che è la parola
per avere tale potere? 2) Che è la cosa per avere bisogno della parola per
essere? 3) Che significa qui “essere”, dal momento che appare come un dono
conferito alla cosa dalla parola? (qui riassume in una parola tutto ciò che ha
detto nel libro praticamente. Cioè l’Essere stesso appare come “un dono
conferito alla cosa dalla parola”, qui è chiarissimo … Intervento: risponde
alle domande poi, perché qui è un po’ antropocentrico? Si può dire anche di
Heidegger che sia antropocentrico, anche se a lui non sarebbe piaciuto, infatti
per lui l’uomo è oggetto di interesse, cioè l’esistenzialismo, solo perché si
accorge che l’esistenza dell’uomo è la condizione per potere fare un discorso
sull’Essere, cioè dice che non c’è l’Essere senza l’uomo, cioè senza colui che
parla, senza colui che fa essere le cose.) Il primo verso della poesia dà la
risposta “meraviglia di lontano o sogno” “nomi” per quello di cui al poeta
giunge notizia di lontano come di cosa meravigliosa o per quello che lo visita
nel sogno, l’uno e l’altro sono considerati dal poeta senza ombra di dubbio
come realtà reali, come qualcosa che è, realtà che egli tuttavia non vuole
tenere per sé ma vuole rappresentare, per questo occorrono i nomi. Tali nomi
sono parole per mezzo delle quali ciò che già è e per tale è tenuto, assume
così consistente concretezza che da quel momento splende e fiorisce e così
facendo esercita tutta la regione e il dominio che è proprio della bellezza … i
“nomi” sono le parole che rappresentano (Qui si può intendere in due modi,
perché “i nomi sono le parole che rappresentano” può intendersi sia in questo
modo e cioè che i nomi sono parole che rappresentano qualche cos’altro, ma
anche che “i nomi rappresentano altre parole”. I nomi sono le parole che
rappresentano parole rappresentanti altre cose, oppure i nomi sono le parole
che rappresentano, sono le parole stesse che rappresentano i nomi,) Essi (i
nomi) propongono all’immaginazione ciò che già è, grazie alla loro virtù
rappresentativa i nomi testimoniano il loro decisivo dominio sulle cose, è l’esigenza
stessa dei nomi che porta il poeta a poetare, per raggiungerli egli deve prima
giungere con i viaggi là dove … Sono due casi, nel primo caso potremmo dire che
“nomina sunt consequentia rerum” nel secondo “nomina non sunt consequentia
rerum” “i nomi sono la conseguenza delle cose” nel secondo “i nomi non sono la
conseguenza delle cose”. I nomi che la fonte custodisce (qui si riferisce
sempre alla poesia di George) sono come qualcosa che dorme, che ha bisogno solo
di essere destato per servire come rappresentazione delle cose, nomi e parole
sono come un solido patrimonio finalizzato alle cose, che poi viene utilizzato
per rappresentarle, sennonché la fonte, alla quale fino a quel momento il dire
poetico ha attinto le parole cioè i nomi che rappresentano la realtà, non dona
più nulla. Quale esperienza fa qui il poeta? Soltanto quella che quando si
tratta del gioiello portato sulla mano il nome non si trova? (il gioiello è
sempre la parola) soltanto quella che ora il gioiello deve sì restare senza nome,
ma può tuttavia restare sulla mano del poeta? No, altro accade e ha dello
sconcertante, ma sconcertante non è né il fatto che manca il nome, né il fatto
che il gioiello scompare con il mancare della parola, è quindi la parola che
trattiene il gioiello nel suo essere presente: (cioè la parola trattiene se
stessa) la parola, nient’altro che la parola lo prende e lo porta a tale esser
presente e in questo lo serba, la parola presenta improvvisamente un altro più
alto potere, non è più solo la presa sulla realtà, come presenza già colta
dall’immaginazione, quella presa che consiste nel dare un nome, non è soltanto
mezzo per rappresentare ciò che sta dinnanzi, al contrario (qui veniamo alla
questione) è la parola che conferisce la presenza cioè l’Essere, nel quale
qualcosa si manifesta come essente, quest’altro potere della parola trae su di
sé l’attenzione del poeta in modo brusco e improvviso, al tempo stesso però la
parola che ha quel potere manca, perciò il gioiello dilegua, non per questo si
dissolve nel nulla, resta un tesoro che poi il poeta non potrà mai custodire
nella sua terra, (che cosa si dilegua, che cosa manca? Qui non siamo nella
questione della “mancanza a essere”, siamo al fatto che ciò che manca è quella
parola che da fuori del linguaggio finalmente dica che cos’è veramente la
parola. Il nome che si dà alla parola è un’altra parola, non è qualcosa che da
fuori 15 dovrebbe garantire che sia esattamente quella cosa. E qui
insiste sul fatto che la parola fa sì che la cosa sia, cosa tutt’altro che irrilevante)
Il tesoro e la terra del poeta mai giunge a possedere, è la parola per
l’essenza del linguaggio, la potenza e la vita della parola scorta d’improvviso
(qual è la potenza della parola? il fatto di fare essere le cose) il suo essere
e operare vorrebbe pervenire alla parola, alla sua propria parola ma la parola,
per l’essenza della parola, non viene concessa. La parola che dica che cosa
veramente è, è questo che non viene concesso, è questo che manca, in questo
senso diceva. L’ultimo capitoletto “In cammino verso il linguaggio” che poi dà
il nome al testo. Ecco qui parla dell’¡λήθεια: il testo di Aristotele evidenzia
con un dire chiaro e sobrio quella classica struttura in cui si cela l’essenza
del linguaggio inteso come parlare, le lettere indicano i suoni, i suoni
indicano le affezioni dell’anima, le affezioni indicano le cose che colpiscono
l’anima, il “mostrare” “das Zeigen” è quello che costituisce e regge l’intera
impalcatura, in modo vario, velando e disvelando, esso il mostrare, porta qualcosa
ad apparire, fa che ciò che appare sia avvertito e ciò che viene avvertito sia
considerato (cioè esista) quando riflettiamo sul linguaggio in quanto
linguaggio già abbiamo abbandonato il modo di procedere rimasto finora consueto
nella riflessione sul linguaggio. Non possiamo più andare alla ricerca di
concetti generali come “energia” “attività” “lavoro” “forza spirituale”
“visione del mondo”, espressione sotto i quali condurre il linguaggio come un
caso particolare di tale generalità. Anziché spiegare il linguaggio come questa
o quest’altra cosa fuggendone in tal modo lontano, il cammino verso il
linguaggio vorrebbe fare esperire il linguaggio come linguaggio, nell’essenza
del linguaggio, il linguaggio è sì compreso, ma afferrato per mezzo di altro da
esso è il famoso metalinguaggio (di cui diceva prima il metalinguaggio come
metafisica) se volgiamo invece l’attenzione unicamente al linguaggio come
linguaggio, questo pretende allora da noi che mettiamo finalmente in evidenza
tutto quello che fa parte del linguaggio in quanto linguaggio (è quello che ho
cercato di fare in questi anni intendendo che cosa fa funzionare il linguaggio)
Nel parlare rientrano i parlanti, ma il rapporto tra parlanti e parlare non è
riducibile a quello tra causa ed effetto (se no sarebbe come dire che qualcosa
dà la parola, mentre lui è stato preciso, “è la parola che dà”, ma cosa dà? Le
cose, l’Essere.) I parlanti trovano piuttosto nel parlare il loro essere
presenti, presenti a che? A ciò con cui parlano, presso cui dimorano in quanto
realtà che sempre già li riguarda, è quanto dire “gli altri, le cose, tutto ciò
che fa che queste siano cose, queste precise cose e quelli gli altri quei
concreti altri” (questo fa la parola, fa esistere tutte queste cose qui) A
tutto questo ora in un modo, ora in un altro già sempre è andato l’appello del
parlare. // Ma come sono pensati il parlare e il “parlato”, nel breve racconto
che si è precedentemente fatto del linguaggio? Essi si rivelano già come ciò
per cui e in cui qualcosa si fa parola, giunge a farsi evidente in quanto
qualcosa è detto. Dire e parlare non sono la stessa cosa, uno può parlare,
parla senza fine, e tutto quel parlare non dice nulla, un altro invece tace,
non parla e può col suo non parlare dire molto, ma che significa dire, “sagen”
in tedesco? Per esperire questo è necessario attenersi a ciò che la lingua
tedesca già costringe a pensare con la parola “sagen”. “Sagan” significa
“mostrare” “far che qualcosa appaia” “si veda” “si senta” // Ciò che fa essere
il linguaggio come linguaggio è il dire originario “die saghe” in quanto
“mostrare” “die Zeige”, il mostrare proprio di questo non si basa su un qualche
segno ma tutti i segni traggono origine da un mostrare nel cui ambito e per i
cui fini soltanto acquistano la possibilità di essere segni. (Ma non sta
proprio in questo mostrare, nel fatto che tutti i segni traggono origine da un
mostrare che si impianta la metafisica stessa, la sua stessa possibilità? Ma ne
riparleremo perché è una questione tutt’altro che semplice) // (siamo alla fine
volevo riprendere le tre domande che faceva prima, adesso possiamo rispondere a
ciò che si è domandato): Il dire originario è mostrare, in tutto ciò
(ricordate: il dire originario è mostrare. Questo è il dire originario per
Heidegger) in tutto ciò che ci volge la parola, che ci tocca come oggetto di
parola o parola, che ci si partecipa, che in quanto non detto è in attesa di
noi, non solo ma in quello stesso parlare, che noi veniamo mettendo in atto,
che è operante il mostrare sempre e comunque, in virtù di questo che ciò che è
presente appare, ciò che è assente dispare. Questo (è sempre il dire originario
il soggetto) dischiude ciò che è presente nel suo esser presente (che sembra
una ripetizione inutile “dischiude il suo essere presente nel suo essere presente”
ma il fatto che qualcosa sia presente per Heidegger non è così automatico,
occorre qualcosa che dischiuda, apra l’orizzonte entro il quale qualche cosa
può essere presente, non basta che sia presente perché che sia presente da sé
non significa niente se non c’è il linguaggio che fa essere presente.) il dire
originario domina compone in unità la libera distesa di quella radura … da dove
viene il mostrare? La domanda vuol sapere troppo e troppo in fretta (non è che
possiamo sapere tutto subito) gioverà accontentarsi di osservare la natura e
l’origine del moto presente nel mostrare, non è necessaria qui una lunga
ricerca è sufficiente l’intuizione repentina, non obliabile e perciò sempre
nuova, di ciò che, sì, è a noi familiare, ma che noi tuttavia lungi dal
riconoscere nel modo che ci conviene neppure cerchiamo di conoscere, questa
realtà sconosciuta e non di meno familiare da cui ogni mostrare del dire
originario trae il proprio moto, è per ogni essere presente ed essere assente
l’alba di quel mattino nel quale soltanto può trovare inizio la vicenda del
giorno e della notte. Alba che insieme l’ora prima e l’ora più remota tale
realtà appena ci è dato nominarla, essa è l’“ort” che non tollera
“Er-örterung”. Il tempo che non concede di essere raggiunto perché è luogo di
tutti i luoghi e di tutti gli spazi del gioco del tempo, noi la chiameremo con
una parola antica e diremo: ciò che muove nel mostrare del dire originario è lo
“Eignen”. Lo Eignen adduce ciò che è presente e assente in quello che gli è
proprio, cosicché emergendone la cosa presente e assente, si rivela nella sua
vera identità e resta se stessa. // Il linguaggio non si irrigidisce in se
stesso nel senso di un narcisismo di tutto dimentico tranne che di sé, come
sarebbe potuto apparire, (eventualmente) come dire originario il linguaggio è
il mostrare appropriante, che appunto prescinde da sé per dischiudere così per
mostrare la possibilità di rilevarsi nella figura che gli è propria, (cioè il
linguaggio consente alla cosa di mostrarsi e permette anche alla cosa di
mostrarsi per quello che è. Il linguaggio è questa possibilità delle cose di
essere quelle che sono. Ma non toglie alle cose il fatto che sono quelle che
sono.) Il linguaggio che parla dicendosi cura che il nostro parlare, ascoltare
il dire che non ha suono, corrisponda a quel che esso (linguaggio) viene
dicendo, in tal modo anche il silenzio che non di rado si pone a fondamento del
linguaggio, come sua scaturigine, è già un corrispondere (corrispondere alla
chiamata del dire, ovviamente, cioè del λόγος. La conclusione sarà a questo
punto la risposta a quelle tre domande.) Poiché noi uomini, per essere quelli
che siamo, restiamo immessi nel linguaggio, né mai possiamo uscirne e posarci a
un punto da cui ci sia dato circoscriverlo con lo sguardo, noi vediamo il
linguaggio sempre solo in quanto il linguaggio stesso già si è affissato su di
noi (appoggiato su di noi, fissato su di noi) ci ha appropriato a sé, il fatto
che del linguaggio ci è precluso il sapere, (perché per sapere sul linguaggio
bisognerebbe uscire dal linguaggio e tutte queste storie) il sapere inteso
secondo la concezione tradizionale fondata sull’idea che conoscere sia
rappresentare, non è certamente un difetto bensì il privilegio grazie al quale
siamo eletti e attratti in una sfera superiore, in quella in cui noi assunti a
portare a parole il linguaggio dimoriamo come immortali insomma siamo fortunati
ad essere parlanti. Allora le tre domande alle quali potete, a questo punto,
rispondere voi stessi: Che è la parola per avere tanto potere? È l’Essere è il
logos. Perché la parola ha tanto potere? Perché è ciò che in quanto Essere è
ciò che consente alle cose di apparire, ma che è la cosa per avere bisogno
della parola per essere? La parola ha bisogno della parola per essere la cosa,
e quindi è quella cosa che diventa cosa soltanto se la parola la fa essere
cosa. Terza domanda: che significa qui Essere dal momento che appare come un
dono conferito alla cosa dalla parola? che significa qui Essere? Λόγος,
nient’altro che λόγος e bell’è fatto. Ecco, io vi ho fatto considerare queste
cose perché non è tanto il fatto del contenuto delle affermazioni di Heidegger
quanto il modo in cui approccia la questione del linguaggio, in un modo che lui
direbbe “non presentativo” cioè non mostra, non dice che cos’è il linguaggio
come fa la linguistica, come fa la filosofia del linguaggio, come fa la
filosofia in generale approcciando il linguaggio come ente, perché sta qui la
differenza ontologica: ente/Essere. Il linguaggio è Essere non è ente. Sono
considerazioni interessanti che possono portare ad altre considerazioni,
possono aprire altre vie, per questo motivo vi ho letto alcune cose di questo
testo di Martin Heidegger. The uttered speech of private
life is fluctuating and variable. In every period it varies according to
the age, class, education, and habits of the speaker. His social
experience, traditions and general background, his ordinary tastes and
pursuits, his intellectual and moral cultivation are all reflected in
each man’s conversation. These factors determine and modify a man’s mode
of speech in innumerable ways. They may affect his pronunciation, the
speed of his utterance, his choice of vocabulary, the shade of meaning he
attaches to particular words, or turns of phrase, the character of such
similes and metaphors as occur in his speech, his word order and the
structure of his sentences. But the individual speaker is also
affected by the character of those to whom he speaks. He adjusts himself
in a hundred subtle ways to the age, status, and mental attitude of the
company in which he finds himself. His own state of mind, and the mode of
its expression are unconsciously modified by and attuned to the varying
degree of intimacy, agreement, and community of experience in which he
may stand with his companions of the moment. Thus an
accomplished man of the world, in reality, speaks not one but many
slightly different idioms, and passes easily and instinc- tively, often
perhaps unknown to himself, from one to another, according to the
exigence of circumstances. The man who does not possess, to some extent
at least, this power of adjustment, is of necessity a stranger in eveuy
company but that of one particular type. No man who is not a fool will
consider it proper to address a bevy of Bishops in precisely the same way
as would be perfectly natural and suitable among a party of fox-hunting
country gentlemen. A learned man, accustomed to choose his own
topics of conversation and dilate upon them at leisure in his College
common room where he can count upon the civil forbearance of other people
like himself, would be thought a tedious bore, and a dull one at that, if
he carried his pompous verbiage into the Officers’ Mess of a smart
regiment. 'A meere scholler is but a woefull creature says Sir Edmund
Verney, in a letter in which he discusses a proposal that his son should
be sent to Leyden, and observes concerning this ‘ 'tis too private for a
youth of his yeares that must see company at convenient times, and studdy
men as well as bookes, or else his bearing may make him rather ridiculous
then esteemed ^ There is naturally a large body of colloquial
expression which is common to all classes, scholars, sportsmen, officers,
clerics, and the rest, but each class and interest has its own special
way of expressing itself, which is more or less foreign to those outside
it. The average colloquial speech of any age is at best a compromise
between a variety of different jargons, each evolved in and current among
the members of a particular section of the community, and each, within
certain social limits, affects and is affected by the others. Most men
belong by their ciicumstanccs or inclinations to several
speech-communities, and have little difficulty in maintaining Ihhmsclvcs
creditably in all of these. The wider the social opportunities and
experience of the individual, and the keener his lin- guistic instinct,
the more readily does he adapt himself to the company in which he finds
himself, and the more easily docs he fall into line with its accepted
traditions of speech and bc aiing. But if so much variety in
the details of colloquial usage exists in a single age, with such
well-marked differences between the conventions of each, how much greater
will be the gulf which separates the types of familiar conversation in
different ages. Do we realize that if we could, by the workings of some
Time Machine, be suddenly transported back into the seventeenth century,
most of us would find it extremely difficult to carry on, even among the
kind of people most nearly corresponding with those with whom we are
habitually associated in our present age, the simplest kind of decent
social intercourse? Even if the pronunciation of the sixteenth century
offered no difficulty, almost every other element which goes to make up
the medium of communication with our fellows would do so. We
should not know how to greet or take leave of those we met, how to
express our thanks in an acceptable manner, how to ask a favour, pay a
compliment, or send a polite message to a gentleman's wife. We should be
at a loss how to begin and end the simplest note, whether to an intimate
friend, a near relative, or to a stranger. We could not scold a footman,
commend a child, express in appropriate terms admiration for a woman’s
beauty, or aversion to the opposite quality. We should hesitate every
moment how to address the person we were talking to, and should be
embarassed for the equivalent of such instinctive phrases as look here,
old man ; my dear chap ; my dear Sir ; excuse me ; I beg your pardon
; I’m awfully sorry; Oh, not at all; that 's too bad ; that ’s most
amusing ; you see ; don't you know ; and a hundred other trivial and
meaningless expressions with which most men fill out their sentences. Our
innocent impulses of pleasure, approval, dislike, anger, disgust, and so
on, would be nipped in the bud for want of words to express them. How
should we say, on the spur of the moment what a pretty girl 1 ; what an
amusing play I ; how clever and witty Mr. Jones is ! ; poor woman ;
that's a perfectly rotten book ; I hate the way she dresses ; look here,
Sir, you had better lake care what you say ; Oh, shut up ; I'm hanged if
I'll do that ; I’m very much obliged to you. I'm sure ? It is
very probable that we perfectly grasp the equivalents of all these and a
thousand others when we read them in the pages of Congreve and his
contemporaries, but it is equally certain that the right expressions
would not rise naturally to our lips as we required them, were we
suddenly called upon to speak with My Lady Froth, or Mr. Brisk. The
fact is that we should feel thoroughly at sea in such company, and should
soon discover that we had to learn a new language of polite society. In
illustrating the colloquial style of the fifteenth century we have to be
content, either with the account of conversations given in letters, or
with such other passages from letters of the period as appear to be
nearest to the speech of everyday life. The following
passages are from the Shillingford Letters, to which reference is
repeatedly made in this book (see p. 65, &c.}, and are extracted from
the accounts given by the stout and genial Mayor of Exeter, in letters to
his friends, of his conversations with the Chancellor during his visit to
London. Shillingford begins by referring to himself as ‘ the Mayer
but suddenly changes to the first person in describing the actual
meeting, again returning for a moment to the impersonal phrase.
Jolm Shillingford* ‘The Saterdey next (28 Oct. 1447)
tberafter the mayer came to West- minster sone apon ix. atte belle, and
ther mette w* my lorde Chanceller atte brode dore a litell fro the steire
fote comyng fro the Sterrechamber, y yn the courte and by the dore
knellyng and salutyng hym yn the moste godely wyse that y cowde and
recommended yn to his gode and gracious lordship my feloship and all the
comminalte, his awne peeple and bedmen of the Cite of Exceter. He seyde
to the mayer ij tymes “ Well come ’’ and the tyme “Right well come
Mayer'’ and helde the Mayer a grete while faste by the honde, and so went
forth to his barge and w* hym grete presse, lordis and other, &c. and
yn especiall the tresorer of the kynges housholde, w* wham he was at right
grete pryvy communication. And therfor y, mayer, drowe me apart, and
mette w* hym at his goyng yn to his barge, and ther toke my leve of hym,
seyyng these wordis, “ My lord, y wolle awayte apon youre gode lordship
and youre better leyser at another tyme He seyde to me ayen, “Mayer, y
pray yow hertely that ye do so, and that ye speke w* the Chief Justyse
and what that ever he will y woll be all redy”. And thus departed. A
little later: * Nerthelez y
awayted my tyme and put me yn presse and went right to my lorde
Chaunccller and seide, “My lorde y am come at your coinmaundc- ment, but
y se youre grete bysynesse is suchc that ye may not attencle ”, He seide
“Noo, by his trauthe and that y myght right well se”. Y scide “Yee, and
that y was sory and hadde pyty of his grete vexacion”. He seide “ Mayer,
y moste to morun ride by tyme to the Kyng, and come ayen this wyke : ye
most awayte apon my comyng, and then y wol speke the justise and attende
for yow ” &c. He seyde “ Come the morun Monedey ” (the Chancellor was
speaking on Sunday). .. “the love of God ” Y seyde the tyme was to
shorte, and prayed hym of Wendysdey ; y enfourmed hym (of t)he grete
malice and venym that they have spatte to me yn theire answeris as hit
appercth yn a copy that y sende to yow of. My lorde seide, “ Alagge
alagge, why wolde they do so ? y woll sey right sbarpely to ham therfor
and y nogh Brews* The following brief extracts from the
letters of Brews, the affianced wife of Jolm Fasten (junior) are like a
ray of sunlight in the dreary wilderness of business and litigation,
which are the chief subjects of correspondence between the Pa&tons.
Even this Iove*letter is not wholly free from the taint, but the girl's
gentle affection for her lover is the prevailing note* * Yf
that ye cowde be content with that good and my por persone I wold be the
meryest mayclen on grounde, and yf ye thynke not your selffe soe
satysfyed or that ye myght hafe much mor good, as I hafe ujtidyrstonde be
youe afor ; good trewe and iovyng volentyne, that ye take no such labur
iippon yowe, as to come more for that matter, but let it passe, and never
more to be spokyn of, as I may be your trewe lover and bedewoman during
my lyfe .’ Pas ton Letters^ hi, A few years later Mrs. Fasten writes to her
'trewe and Iovyng volentyne ' : ' My mother in lawe thynketh longe
she here no word from you. She is in goode heaie, blissed be God, and al
yowr babees also. I marvel I here no word from you, weche greveth me ful
evele. I sent you a letter be Basiour sone of Norwiche, wher of I have no
word.’ To this the young wife adds the touching postscript : ' Sir I pray
yow if ye tary longe at London that it wii plese to sende for me, for I
thynke longe sen I lay in your armes.’ Paston Letie?-Sj Sir Thomas More. No figure in the
eaily part of Henry VIII’s reign is more distin- guished and at the same
time more engaging than that of Sir Thomas More* A few typical records of
his conversation, as preserved by his devoted biographer and son-in-law
Roper, are chosen to illustrate the English of this time. The context is
given so that the extracts may appear in Roper's own setting.
'Not long after this the Watter baylife of London (sonietyme his
servaunte) liereing, where he had beene at dinner, certayne Marchauntes^
liberally to rayle against his ould Master, waxed so discontented
therwith, that he hastily came to him, and tould him what he had hard:
"and were I Sir” (quoth he) " in such favour and authoritie
with my Prince as you are, such men surely should not be suffered so
villanously and falsly to misreport and slander me. Wherefore 1 would
wish you to call them before you, and to there shame, for there lewde
malice to punnish them.” Who smilinge upon him sayde, " Watter
Baylie, would you have me punnish them by whome 1 reccave more benefit!
then by you all that be my frendes ? Let them a Gods name speakc as
lewdly as they list of me, and shoote never soe many airowcs at me, so
long as they do not hitt me, what am I the worse? But if the should once
hitt me, then would it a little trouble me : howbeit, I trust, by Gods
helpe, (here shall none of them all be able to touch me. I have more
cause, Water Bayly (I assure thee) to pittie them, then to be angrie with
them.” Such frutfiill communication had he often tymes with his familiar
frendes. Soe on a tyme walking a long the Thames syde with me at Chelsey,
in talkinge of other thinges he sayd to me, " Now, would to God,
Sonne Roger, upon condition three things are well estab- lished in
Christendome, I were put in a sacke, and here presently cast into the
Thames.” " What great thinges be these, Sir ” quoth I, " that should
move you $0 to wish?” "Wouldest thou know, sonne Roper, what they
be” quoth he? “Yea marry, Sir, with a good will if it please you”, quoth
I, “ I faith, they be these Sonne ”, quoth he. The first is, that where
as the most part of Christian princes be at mortall warrs, they weare at
universal peace. The second, that wheare the Church of Christ is at this
present soare afflicted witli many heresies and errors, it were well
settled in an uniformity. The third, that where the Kinges matter of his
marriage is now come into question, it were to the glory of God and
quietnesse of all parties brought to a good conclusion : ’’ where by, as
I could gather, he judged, that otherwise it would be a disturbance to a
great part of Christ endome/ ‘ When Sir Thomas Moore had continued
a good while in the Tower, my Ladye his wife obtayned license to see him,
who at her first comminge like a simple woman, and somewhat worldlie too,
with this manner of salutations bluntly saluted him, ‘‘What the good
yeai'e, Moore” quoth shee, I marvell that you, that have beene
allwayes hitherimto taken for soe wise a man, will now soe playe the
foole to lye here in this close filthie prison, and be content to be
shutt upp amonge myse and rattes, when you might be abroad at your
libertie, and with the favour and good will both of the King and his
Councell, if you would but doe as all the Bushopps and best learned of
this Realme have done. And seeing you have at Chelsey a right fayre
house, your librarie, your books, your gallerie, your garden, your
orchards, and all other necessaries soe handsomely about you, where you
might, in the companie of me your wife, your children, and houshould be
merrie, I muse what a Gods name you meane here still thus fondlye to
tarry.’' After he had a while quietly hard her, “ I pray thee good Alice,
tell me, tell me one thinge.” “ What is that ? ” (quoth shee). “ Is not
this house as nighe heaven as myne owne?” To whome shee, after her
accustomed fashion, not likeinge such talke, answeared, “ Tilh valie,
Tille valle ” “How say you, Alice, is it not soe?” quoth he. Bone deus,
bone Deusy man, will this geare never be left?” quoth shee. “Well
then Alice, if it be soe, it is verie well. For I see noe great cause
whie I should soe much joye of my gaie house, or of any thinge
belonginge thereunto, when, if I should but seaven yeares lye buried
under ground, and then arise, and come thither againe, I should not fayle
to finde some Iherin that would bidd me gett out of the doores, and tell
me that weare none of myne. What cause have I then to like such an house
as would soe soone forgett his master?” Soe her perswasions moved him but
a little.* The last days of this good man on earth, and some of his
sayings just before his death, are told with great simplicity by Roper.
We cannot forbear to quote the affecting passage which tells of Sir
Thomas More’s last parting from his daughter, the writer’s wife.
‘When Sir Tho. Moore came from Westminster to the Towreward againe,
his daughter my wife, desireous to see her father, whome shee thought
shee should never see in this world after, and alsoe to have his finall
blessinge, gave attendaunce aboutes the Towre wharfe, where shee knewe he
should passe by, eVe he could enter into the Towre. There tarriinge for
his coininge home, as soone as shee sawe him, after his blessinges on
her knees reverentlie receaved, shoe hastinge towards, without
consideration and care of her selfe, pressinge in amongest the midst of
the thronge and the Companie of the Guard, that with Hollbards and Billes
weare round about him, hastily ranne to him, and then openlye in the
sight of all them embraced and tooke him about the necke, and kissed him,
whoe well likeing her most daughterlye love and affection towards him,
gave her his fatherlie blessinge, and manye goodlie words of comfort besides,
from whome after shee was departed, shee not satisfied with the former
sight of her deare father, havinge respecte neither to her self, nor to
the presse of the people and multitude that were about him, suddenlye
turned backe againe, and rann to him as before, tqoke him about the
necke, and divers tymes togeather most lovinglay kissed him, and at last
with a full heavie harte was fayne to departe from him; the behouldinge
whereof was to manye of them that were present thereat soe lamentablcj
that it made them for very sorrow to mourne and weepe.’ In his last
letter to his ' dearely beloved daughter, written with a Cole Sir Thomas
More refers to this incident :' And I never liked your manners better,
then when you kissed me last. For* I like when daughterlie Love, and
deare Charitie hath noe leasure to looke to worldlie Curtesie
Next morning ‘ Sir Thomas even, and the Utas of St. Peeter in the
yeare of our Lord God, earlie in the morninge, came to him Sir
Thomas Pope, his singular trend, on messedge from the Kinge and his
Councell, that hee should before nyne of the clocke in the same morninge
suffer death, and that therefore fourthwith he should prepare himselfe
thereto. Pope sayth he, for your good tydinges I most hartily
thankyou. I have beene allwayes^ bounden much to the Kinges Highnes for
the benehtts and honors which he hath still from tyme to tyme most
bounti- fully heaped upon mee, and yete more bounden I ame to his Grace
for putting me into this place, where I have had convenient tyme and
space to have remembraunce of my end, and soe helpe me God most of all
Pope, am I bound to his Highnes, that it pleased him so shortlie to ridd
me of the miseries of this wretched world. And therefore will I not fayle
most earnestlye to praye for his Grace both here, and alsoe in another
world, .And I beseech you, good Pope, to be a meane unto his Highnes,
that my daughter Margarette may be present at my buriall.’’ “ The King is
well contented allreadie*' (quoth M^’ Pope) ‘‘that your Wife, Children
and other frendes shall have free libertie to be present thereat “O how
much be- hoiilden” then said Sir Thomas Moore “am I to his Grace, that
unto my poore buriall vouchsafeth to have so gratious Consideration.*’
Wherewithal! Pope takeinge his leave of him could not refrayne from
weepinge, which Sir Tho. Moore perceavinge, comforted him in this wise, “
Quiete yourselfe good M^ Pope, and be not discomforted. For I trust that
we shall once in heaven see each other full merily, where we shall bee
sure to live and love togeather in joyfull blisse eternally.Wolsey.
The Ij/e of Wolsey, by George Cavendish, a faithful and devoted
servant of the Cardinal, who was with him on his death-bed, gives a
wonderfully interesting picture of this remarkable man, in affluence and
in adversity, and records a number of conversations which have a
convincing air of verisimilitude. The following specimens are taken from
the Kelmscott Press edition of 1893, which follows the spelling of the
author's MS. in the British Museum. ‘ After ther departyng^ my lord
came to the sayd howsse of Eston to his lodgyng, where he had to supper
with hyme dyvers of his frends of the court. And syttyng at supper, in
came to hyme Doctor Stephyns, the secretary, late ambassitor unto Rome ;
but to what entent he came I know not ; howbeit my lord toke it that he
came bothe to dissembell a certeyn obedyence and love towards hyme, or
ells to espie hys behaviour, and to here his commynycacion at supper. Not
withstandyng my lord bade hyme well come, and commaundyd hyme to sytt
down at the table to supper; with whome my lord had thys commynycacion
with hyme under thys maner. Mayster Secretary, quod my lord, ye
be-welcome home owt of Rally; whan came ye frome Rome? Forsothe, quod he,
I came home allmost a monethe agoo ; and where quod my lord have you byn
ever sence? Forsothe, quod he, folowyng the court this progresse. Than
have ye hunted and had good game and pastyme. Forsothe, Syr, quod he,
and so I have, I thanke the kyngs Majestie, What good greyhounds have
ye? quod my lord. I have some syr quod he. And thus in huntyng, and
in lyke disports,, passed they all ther commynycacion at supper. And
after supper my lord and he talked secretly together until it was
mydnyght or they departed.’ Than all thyng beyng ordered as it is before
reherced, my lord prepared hyme to depart by water. ^ And before his
departyng he com- maundyd Syr William Gascoyne, his treasorer, to se
these thyngs byfore remembred, delyverd safely to the kyng at his
repayer. That don, the seyd Syr William seyd unto my lord. Syr I ame
sorry for your grace, for I understand ye shall goo strayt way to the
tower. Ys this the good comfort and councell, quod my lord, that ye can
geve your mayster in adversitie? Yt hathe byn allwayes your naturall
inclynacion to be very light of credytt, and mych more lighter in
reporting of false newes, I wold ye shold knowe, Syr William, and all
other suche blasphemers, that it is nothyng more false than that, for I
never, thanks be to god, deserved by no wayes to come there under any
arrest, allthoughe it hathe pleased the kyng to take my howse redy
furnysshed for his pleasyr at this tyme. I wold all the world knewe, and
so I confesse to have no thyng, other riches, honour, or dignyty, that
hathe not growen of hyme and by hyme ; therefore it is my verie dewtie to
surrender the same to hyme agayn as his very owen, with al my hart, or
ells I ware and onkynd servaunt. Therefore goo your wayes, and geve good attendaunce
unto your charge, that no thyng be embeselled.’ ‘And the next day we
removed to Sheffeld Parke, where therle of Shrews- bury lay within the
loge, and all the way thetherward the people cried and lamented, as they
dyd in all places as we rode byfore. And whan we came in to the parke of
Sheffeld, nyghe to the logge, my lord of Shrewesbury, with my lady his
wyfe, a trayn of gentillwomen, and all my lords gentilmen, and yomen,
standyng without the gatts of the logge to attend my lords commy ng,
to receyve hyme with myche honor ; whome therle embraced, sayeng these
words. My lord quod he, your grace is most hartely welcome unto me, and
glade to se you in my poore loge ; the whiche I have often desired ; and
myche more gladder if you had come after another sort. Ah, my gentill
lord of Shrewesbury quod my lord, I hartely thanke you ; and allthoughe I
have no cause to rejoyce, yet as a sorowe full hart may joye, I rejoyce
my chaunce, which is so good to come into the hands and custody of so noble
a persone, whose approved honor and wysdome hathe byn allwayes right well
knowen to all nobell estats. And Sir, howe soever my ongentill accusers
hathe used ther accusations agenst me, yet I assure you, and so byfore
your lordshipe and all the world do I protest, that my demeanor and
procedyngs hathe byn just and loyall towards my soverayn and liege lord ;
of whose behaviour and doyngs your lordshipe hathe had good experyence ;
and evyn accordyng to my trowthe and faythfulnes, so I bescche god helpe
me in this my calamytie. I dought nothyng of your Irouthe, quod therle,
tlierfore my lorde I beseche you be of good chere and feare not, for I
have receyved letters from the kyng of his owen hand in your favour and
entertaynyng the whiche you shall se. Sir, I ame nothyng sory but that I
have not wherwith worthely to receyve you, and to entertayn you accordyng
to your honour and my good wyll ; but suche as I have ye are most hartely
welcome therto, desiryng you to accept my good wyll accordyngly, for I
wol not receyve you as a prisoner, but as my good lord, and the kyngs
trewe faythfull subjecte ; and here is my wyfe come to salute you. Whome
my lord kyst barehedyd, and all hir gentilwomen ; and toke my lords
servaunts by the hands, as well gentilmen and yomen as other. Then these
two lords went arme in arme into the logge, conductyng my lord into a
fayer chamber at thend of a goodly gallery within a newe tower, and here
my lord was lodged.’ Here are some short portions of dialogue between Wolsey and
his friends, just before his death : * Uppon Monday in the
mornyng, as I stode by his bedds' side, abought viii of the clocke, the
wyndowes beyng cloose shett, havyng wake lights burnyng uppon the
cupbord, I behyld hyme, as me seemed, drawyng fast to his end. He
perceyved my shadowe uppon the wall by his bedds side, asked who was
there. Sir I ame here, quod I. Howe do you ? quod he to me. Very well
Sir, if I myght se your grace well. What is it of the clocke ? quod he to
me. Forsothe Sir, quod I, it is past viii. of the clocke in the mornyng.
Eight of the clocke, quod he, that cannot be, rehersing dyvers times
eight of the clocke, eight of the clocke. Nay, nay, quod he at the last,
it cannot be viii of the clocke, for by viii of the clocke ye shal loose your
mayster ; for my tyme drawyth nere that I must depart out of this world.’‘
Mayster Kyngston farewell. I can no moore, but why she all thyngs to have
good successe. My tyme drawyth on fast. I may not tary with you. And
forget not I pray you, what I have seyd and charged you with all : for
whan I ame deade, ye shall peradventure remember my words myche better.
And even with these words he began to drawe his speche at lengthe and his
tong to fayle, his eyes beyng set in his hed, whos sight faylled hyme ;
than we began to put hyme in rembraunce of Christs passion, and sent for
the Abbott of the place to annele hyme ; who came with all spede and
mynestred unto hyme all the servyce to the same belongyng ; and caused
also the gard to stand by, bothe to here hyme talk byfore his deathe, and
also to here wytnes of the same ; and incontinent the clocke strake viii,
at whiche tyme he gave uppe the gost, and thus departed he this present
lyfe.’Latimer. The Sermons of Bp. Latimer present good examples^ of
colloquial oratory, and the style is but little removed from the
colloquial style of the period. The following are from the Sermon of the
Ploughers, preached. ' For they that be lordes vyll yll go to plough. It
is no mete office for them. It is not semyng for their state. Thus came
up lordyng loiterers. Thus crept in vnprechinge prelates, and so haue
they longe continued. ‘ For how many vnlearned prelates haue we now
at this day ? And no maruel. For if ye plough men yat now be, were made
lordes they woulde cleane gyue ouer ploughinge, they woulde leaue of
theyr labour and fall to lordyng outright, and let the plough stand. And
then bothe ploughes nor walkyng nothyng shoulde be in the common weale
but honger. For euer sence the Prelates were made Loordes and nobles, the
ploughe standeth, there is no worke done, the people starue.
‘ Thei hauke, thei hunt, thei card, they dyce, they pastyme m theyr
pre- lacies with galaunte gentlemen, with theyr daunsmge mmyons, and
with theyr freshe companions, so that ploughinge is set a syde. And by
tne lordinge and loytryng, preachynge and ploughinge is cleane gone .
‘But^iiowe for the defaulte of vnpreaching prelates me thinke I coulde
gesse what myghte be sayed for excusynge of them : They are so troubeled
wyth Lordelye lyuynge, they be so placed in palacies, couched m courte^
ruffelynge in theyr rentes, daunceyng in theyr dominions, burdened with
ambassages, pamperynge of theyr paunches lyke a monke that maketh
his jubilie, moundiynge in their maungers, and moylynge in their gaye
manoures and mansions, and so troubeled wyth loy terynge in theyr
Lordeshyppes : that they canne not attende it. They are other wyse
occupyed, some in the kynges matters, some are ambassadoures, some of the
pryuie counsell, some to furnyslie the courte, some are Lordes of the
Parliamente, some are presidentes, and some comptroleres of myntes. Well,
well. Is thys theyr duetye? Is thys theyr offyee? Is thys theyr
callyng? Should we haue ministers of the church to be comptrollers of the
myntes ? Is thys a meete office for a prieste that hath cure of soules ?
Is this hys charge ? I woulde here aske one question : I would fayne
knowe who comp- trolleth the deuyll at home at his parishe, whyle he
comptrolleth the mynte ? If the Apostles mighte not ieaue the office of
preaching to be deacons, shall one Ieaue it for myntyng ? ’
Wilson’s Ar^e of Rhetorique (1560) has a section 'Of deliting the
hearers, and stirring them to laughter ’ in which are enumerated ' What
are the kindes of sporting, or mouing to laughter'. The subject is
illustrated by various ' pleasant ' stories, which if few of them would
now make us laugh, are at least couched in a very easy and colloquial
style and enlivened by scraps of actual conversation. The most amusing
element in the whole chapter is the attitude of the writer to the
subject, and the combination of seriousness and scurrility with which it
is handled. ' The occasion of laughter’ says Wilson, 'and themeane
that maketh us mery ... is the fondnes, the filthines, the deformitie,
and all such euill be- hauiour as we see to be in other? ... Now when we
would abashe a man for some words that he hath spoken, and can take none
aduauntage of his person, or making of his bodie, we either doubt him at
the first, and make him beleeue that he is no wiser then a Goose : or els
we confute wholy his sayings with some pleasaunt iest, or els we
extenuate and diminish his doings by some pretie meanes, or els we cast
the like in his dish, and with some other devise, dash hym out of
countenance : or last of all, we laugh him to scorne out right, and
sometimes speake almost neuer a word, but only in continuaunce, shewe our
selues pleasaunt’. ^p. 136. ‘ A frend of mine, and a good fellowe,
more honest then wealthie, yea and more pleasant then thriftie, liauing
need of a nagge for his iourney that he had in hande, and being in the
countrey, minded to go to Parlnaie faire in Lincolnshire, not farre from
the place where he then laie, and meeting by the way one of his
acquaintaunce, told him his arrande, and asked him how horses went at the
Faire. The other aunswered merely and saidc, some trot sir, and some
amble, as farre as I can see. If their paces be altered, I praye you tell
me at our next meeting. And so rid away as fast as his horse could cary
him, without saying any word more, whereat he then being alone, fel a
laughing hartely to him self, and looked after a good while, vntil the
other was out of sight.’ p. 140. 'A Gentleman hauing heard a Sermon
at Panics, and being come home, was asked what the preacher said. The
Gentleman answered he would first heare what his man could saie, who then
waited vpon him, with his hatte and cloake, and calling his man to him,
sayd, nowe sir, whate haue you brought from the Sermon. Forsothe good
Maister, sayd the seruaunt your cloake and your hatte- A honest true
dealing seruaunt out of doubt, piaine as a packsadclle, bauing a better
soule to God, though his witte was simple, then those haue, that vnder
the colour of hearing, giuc them selues to priuie picking, and so bring
other mens purses home in their bosomes, in the steade of other mens
Sermons.’ pp. 14X-2. These two stories are intended to illustrate
the point that ' We shall delite the hearers, when they looke for one
ansvvere, and we make them a cleane contrary, as though we would not seeme
to vnderstand what they would haue ^Churlish aunsweres like
the hearers sometimes very well. When the father was cast in judgement, the
Sonne seeing him weepe : why weepe you Father? (quoth he) To whom his
Father aunswered. ^What? Shall I sing I pray thee seeing by Lawe I am
condemned to "dye. Socrates likewise bieing^ mooued of his wife,
because he should dye an innocent and guiltlesse in the Law: Why for shame
woman (quoth he) wilt thou haue me to dye giltic and deseruing. When one
had falne into a ditch, an other pitying his fall, asked him and saied :
Alas how got you into that pit ? Why Gods mother, quoth the other, doest
thou aske me how I got in, nay tell me rather in the mischiefe, how I
shall get out.’ The nearest approach to the colloquial style in
Bacon is to be found in the Apophthegms, in which are scraps of
conversation. A few may be quoted, if only on account of the
author. ‘ Master Mason of Trinity College, sent his pupil to an
other of the fellows, to borrow a book of him, who told him, I am loth to
lend my books out of my chamber, but if it please thy tutor to come and
read upon it in my chamber, he shall as long as he will.” It was winter,
and some days after the same fellow sent to M^‘ Mason to borrow his
bellows ; but M^’ Mason said to his pupil, ‘‘ I am loth to lend my
bellows out of my chamber, but if thy tutor would come and blow the fire in
my chamber, he shall as long as he will.” ApophtJi. There were fishermen
drawing the river at Chelsea: M^* Bacon came thither by chance in the
afternoon, and offered to buy their draught : they were willing. He
askcvl them what they would take ? They asked thirty shillings. M^ Bacon
offered them ten. They refused it. Why then said M^* Bacon, I will be
only a looker on. They drew and catched nothing. Saith M^ Bacon, Are not
you mad fellows now, that might have had an angel in your purse, to have
made merry withal, and to have warmed you thoroughly, and now you must go
home with nothing. Ay but, saith the fishermen, we had hope then to make
a better gain of it. Saith M^’ Bacon, ‘‘ Well my master, then I will tell
you, hope is a good breakfast, but it is a bad supper.” Otway^s Comedies
have all the coarseness and raciness of dialogue of the latter half of
the seventeenth century, and a pretty vein of genuine comicality. They
are packed with the familiar slang and colloquialisms of the period. A
few passages from Friendship in Fashion illustrate at once the speech and
the manners of the day. Enter Lady SQUEAMISH at the Door,
Sir Noble Clmnsey, Hah, my Lady Cousin ! Faith Madam you see I am
at it. Malagene, The Devil’s wit, I think ; we could no sooner talk
of wh but she must come in, with a pox
to her. Madam, your Ladyship’s most humble Servant. Ldy Squ.
Oh, odious ! insufferable ! who would have thought Cousin, you would have
serv’d me so fough, how he stinks of wine, I can smell him hither. How
have you the Patience to hear the Noise of Fiddles, and spend your time
in nasty drinking ? Sir Noble, Hum ! ’tis a good Creature : Lovely
Lady, thou shalt take thy Glass. Ldy Sgu, Uh gud ; murder 1 I
had rather you had offered me a toad. B b Sir N, Then
Malagene, here’s a Health to my Lady Cousin’s Pelion upon Ossa. [Drinks
and breaks the Ldy Squ, Lord, dear Malagene what ’s that ?
MaL A certain Place Madam, in Greece, much talk’t of by the Ancients
; the noble Gentleman is well read. Ldy Squ. 'Nay he’s an ingenious
Person I’ll assure you. Sir N. Now Lady bright, I am wholly thy
Slave: Give me thy Hand, I’ll go straight and begin my Grandmother’s
Kissing Dance ; but first deign me the private Honour of thy Lip.
Ldy Squ. Nay, fie Sir Noble 1 how I hate you now ! for shame be not
so rude : I swear you are quite spoiled. Get you gone you good-natur’d
Toad you. [Exetmti\ Malagene, . . . I’m a very good Mimick ;
I can act Punchinello, Scara- mouchir, Harlequin, Prince Prettyman or
anything. 1 can act the rumbling of a Wheel -barrow.
Valentine, The rumbling of a Wheel-barrow ! MaL Ay, the
rumbling of a Wheel-barrow, so I say Nay more than that, I can act a Sow
and Pigs, Saussages a broiling, a Shoulder of Mutton a roasting : I can
act a fly in a Honey-pot, Truman, That indeed must be the Effect of
very curious Observation. MaL No, hang it, I never make it my
business to observe anything, that is Mechanicke. But all this I do, you
shall see me if you will : But here comes her Ladyship and Sir Noble.
Ldy Squ, Oh, dear M^ Truman, rescue me. Nay Sir Noble for Heav’n’s
sake. Sir N, I tell thee Lady, I must embrace thee : Sir, do you
know me ! I am Sir Noble Clumsey : I am a Rogue of an Estate, and I live
Do you want any money ? I have fifty pounds. VaL Nay good Sir
Noble, none of your Generosity we beseech you. The Lady, the Lady, Sir
Noble. Sir N. Nay, ’tis all one to me if you won’t take ft, there
it is. Hang Money, my Father was an Alderman. MaL ’Tis pity
good Guineas should be spoil’d, Sir Noble, by your leave. [Picks up
the Guineasl\ Sir N. But, Sir, you will not keep my Money ?
MaL Oh, hang Money, Sir, your Father was an Alderman. Sir N,
Well, get thee gone for an Arch-Wag I do but sham all this while i ^but
by Dad he ’s pure Company. Lady, once more I say be civil, and come kiss
me. VaL Well done Sir Noble, to her, never spare. Ldy
Squ, I may be even with you tho for all this, Valentine : Nay dear Sir
Noble : M^ Truman, I’ll swear he’ll put me into Fits. Sir N, No,
but let me salute the Hem of thy Garment, Wilt thou marry me?
[LTneels.] MaL Faith Madam do, let me make the Match.
Ldy Squ, Let me die Malagene, you are a strange Man, and Fll swear
have a great deal of Wit. Lord, why don’t you write ? MaL Write? I
thank your Ladyship for that with all my Heart. No I have a Finger in a
Lampoon or so sometimes, that ’s all. Truman, But he can act.
Ldy Squ, I’ll swear, and so he does better than any one upon our
Theatres; I have seen him. Oh the English Comedians are nothing, not
comparable to the French or Italian: Besides we want Poets. SirN,
Poets! Why I am a Poet; I have written three Acts of a Play, and have
nam’d it already. ’Tis to be a Tragedy. Ldy Squ. Oh Cousin, if you
undertake to write a Tragedy, take my Counsel : Be sure to say soft
melting tender things in it that may be moving, and make your Lady’s
Characters virtuous whatever you do. Sir N. Moving I Why, I can
never read it myself but it makes me laugh : well, ’tis the pretty’st
Plot, and so full of Waggery. Ldy Sgti, Oh ridiculous I
Mai But Knight, the Title ; Knight, the Title. Sir N, Why let
me see ; ’tis to be called The Merry Conceits of Love ; or the Life and
Death of the Emperor Charles the Fifth, with the Humours of his Dog
Boabdillo. Mai PI a, ha, ha. . Ldy Squ, But dear Malagene, won’t
you let us see you act a little something of Harlequin? I’ll swear you do
it so naturally, it makes me think Fm at the Louvre or Whitehall all the
time. [Mai acis.] O Lord, don’t, don’t neither ; I’ll swear you’ll make
me burst. Was there ever any- thing so pleasant ? Trwn, Was
ever anything so affected and ridiculous ? Her whole Life sure is a
continued Scene of Impertinence. What a damn’d Creature is a decay’d
Woman, with all the exquisite Silliness and Vanity of her Sex, yet none
of the Charms ! [Mai s^peaks in PunchinelMs voicei\ Ldy Squ, O
Lord, that, that ; that is a Pleasure intolerable. Well, let me die if I
can hold out any longer. A Comparison between the Stages, wiih an
Examen of the Generous Conqueror^ printed in 1702, is a dialogue between
^ Two Gentlemen’, Sullen and Ramble (see below), and ^a Critick’,upon the
plays of the day and others of an earlier date. The style is that of easy
and natural familiar con- versation, with little or no artificiality, and
incidentally, the tract throws light upon contemporary manners and social
habits. The following examples are designed to illustrate the colloquial
handling of indifferent topics, and the small-talk of the early
eighteenth century, as well as the treatment of the immediate subject of
the essay. Sullen. They may talk of the Country and what they will,
but the Park for my money. Ramble. In its proper Season I
grant you, when the Mall is pav’d with lac’d shoes ; when the Air is
perfum’d with the rosie Breath of so many fine Ladies ; when from one end
to the other the Sight is entertain’d with nothing but Beauty, and the
whole Prospect looks like an Opera. Sull And when is it out of
Season Ramble ? Ram. When the Beauties desert it ; when the absence
of this charming Company makes it a Solitude : Then Sullen, the Park is
to me no more than a Wilderness, a very Common ; and a Grove in a country
Garden with a pretty Lady is by much the pleasanter Landscape.
Sull To a Man of your Quicksilver Constitution it may be so, and
the Cuckoo in May may be Music t’ee a hundred Miles off, when all the
Masters in Town can’t divert you. Ram. I love everything as
Nature and the Nature of Pleasure has con- triv’d it ; I love the
Town in Winter, because then the Country looks aged and deform’d ;
and I hate the Town in Summer, because then the Country is in its Glory,
and looks like a Mistress just drest out for enjoyment. Sull Very
well distinguish’d : Not like a Bride, but like a Mistress. Ram. I
distinguish ’em by that comparison because I love nothing well enough to
be wedded to ’t : I’m a Proteus in my Appetite, and love to change my
Abode with my Inclination, Sull I differ from you for the very Reason
you give for your change ; the Town is evermore the same to me ; and tho*
the Season makes it look after another manner, yet still it has a Face to
please me one way or other, and both Winter and Summer make it agreeable,
pp. 1-3* B b 2 Here is a conversation during dinner at
the ' Blew Posts \ Critik, What have you order’d ?
Ramh. A Brace of Carp stew’d, a piece of Lamb, and a Sallet ; d’ee
like it ? Crit, I like, anything in the World that will indure
Cutting : Prithee Cook make haste or expect I shall Storm thy
Kitchin. SulL Why thou’rt as hungry as if thou hadst been keeping
Garrison in Mantua : I don’t know whether Flesh and Blood is safe in thy
Company. CriL I wish with all my Heart thou wert there, that thou
mightst under- stand what it is to fast as 1 have done : Come, to our
Places • . . the blessed hour is come. . . . Sit, sit . . . fall to,
Graces are out of Fashion. Ramb. I wish the Charming Madam Subligny
were here. CriL Gad so don’t 1 : I had rather her P'eet were pegg’d
down to the Stage; at present my Appetite stands another way : Waiter,
some Wine ., . or I shall choak. . Suit, This Fellow eats like an
Ostrich, the Bones of these great Fish are no more to him than the Bones
of an Anchovy ; they melt upon his Tongue like marrow Puddings.
Crit Ay, you may talk, but I’m sure I find ’em not so gentle ; here
’s one yet in my Throat will be my death ; the Flask . . . the Flask . .
., Ramb. But Critick, how did you like the Play last Night ?
Crit. I’ll tell you by and by, Lord Sir, you won’t give a Man time to
break his Fast: This Fish is such washy Meat ... a Man can’t fix his
knife in ’t, it runs away from him as if it were still alive, and was
afraid of the Hook : Put the Lamb this way. SulL The Rogue
quarrels with the Fish, and yet you cou’d eat up the whole Pond ; the
late Whale at Cuckold’s point, with all its oderiferous Gar- badge, wou’d
ha’ been but a Meal to him : Well, how do you like the Lamb ? does that
feel your knife? Crit. A little more substantial, and not much :
Well, I shou’d certainly be starv’d if I were to feed with the French, I
hate their thin slops, their Pot- tages, Frigaces, and Ragous, where a
Man may bury his Hand in the Sauce, and dine upon Steam : No, no, commend
me to King Jemmy’s English Surloin, in whose gentle Flesh a Man may
plunge a Case-knife to the tip of the Handle, and then draw out a Slice
that will surfeit half a Score Yeoman of the Guard. Some Wine ye Dog . .
. there ., . now I have slain the Giant ; and now to your Question . . .
what was it you askt me ? Ramb. Won’t you stay the Desert ? Some
Tarts and Cheese ? Crit I abominate Tarts and Cheese, they’re like
a faint After-kiss, when a Man is sated with better Sport ; there ’s no
more Nourishment in ’em, than in the paring of an Apple. Here Waiter take
away. . . . Ramb. Then remove every Thing but the Table-cloth.’,
. Ramb. Here Waiter send to the Booksellers in Pell mell for the
Generous Conqueror and make haste . ., you say you know the Author
Critick. Crit. By sight I do, but no further ; he ’s a Gentleman of
good Extraction, and for ought I know, of good Sense. Ramb.
Surely that’s not to be questioned; I take it for granted that a Man that
can write a Play, must be a Man of good Sense. Crit That is not
always a consequence, I have known many a singing Master have a worse
voice than a Parish Clerk, and I know two dancing Masters at this time,
that are directly Cripples : . . . A Ship-builder may fit up a Man of War
for the West Indies, and perhaps not know his Compas : Or a great
Trpelier, with Heylin, that writ the Geography of the whole World, may,
like him, not know the way from the next Village to his own House.
Ramb. Your Comparisons are remote M*^ Critick. Cfit. Not so
remote as some successful Authors are from good sense ; Wit and Sense are
no more the same than Wit and Humour; nay there is even in Wit an uncertain
Mode, a variable Fashion, that is as unstable as the Fashion of our
Cloaths : This may be proved by their Works who writ a hundred Years ago,
compar’d with some of the modern ; Sir Philip Sidney, Don, Overbury, nay
Ben himself took singular delight in playing with their Words : Sir
Philip is everywhere in his Arcadia jugling, which certainly by the
example of so great a Man, proves that sort of Wit then in Fashion ; now
that kind of Wit is call’d Punning and Quibbling, and is become too low
for the Stage, nay even for ordinary Converse ; so that when we find a
Man who still loves that old fashion’d Custom, we make him remarkable, as
who is more remarkable than Capt. Swan. Ramb. Nay, your
Quibble does well now a Days, your best Comedies tast of ’em ; the Old
Batchelor is rank. Crit. But ’tis every Day decreasing, and Queen
Betty’s Ruff and Fardin- gale are not more exploded ; But Sense
Gentlemen, is and will be the same to the World’s end. SulL
And Nonsense is infinite, for England never had such a Stock and such
Variety. Ramb. Yet I have heard the Poets that flourish’d in the
last Reign but two, complain of the same Calamity, and before that Reign
the thing was the same : All Ages have produced Murmurers ; and in the
best of times you shall hear the Trades-man cry Alas Neighbour ! sad
Times, very hard Times .., not a Penny of Money stirring .Trade is quite
dead, and nothing but War . . . War and Taxes . . . when to my knowledge
the gluttonous Rogue shall drink his two Bottles at Dinner, and his Wife
have half a Score of rich Suits, a purse of Gold for the Gallant, and
fifty Pounds worth of Gold and Silver Lace on her under Petticoats.
Sail, Nay certainly, this that Ramble now speaks of is a great Truth;
those hypocritical Rogues are always grumbling; and tho’ our Nation never
had such a Trade, or so much Money, yet ’tis all too little for their
voracious Appetites : As I live says he, I can’t afford this Silk one
Penny cheaper d’ee mind the Rogues
Equivocation ? as I live ^that is, he lives like a Gen- tleman but let
him live like a Tradesman and be hang’d ; let him wear a Frock, and his
Wife a blew Apron. Ramb, See, the Book ’s here : go Waiter and shut
the Door. pp. 76-9. The dialogue of Hichardson, ' sounynge in moral
vertu ^ devoid of all the lighter touches, is typical of the age that was
beginning, the age of reaction against the levities and negligences in
speech and conduct of the seventeenth and early eighteenth
centuries. The following conversation of rather an agitated
character, between a mother and daughter, is from Letter XVI, in Clarissa
Ifarlozue{i*j4S): * • * • My mother came up to me. I love, she was
pleased to say, to come into this appartment. No emotions child I No flutters
! Am I not your mother FAm I not your fond, your indulgent mother P- Do
not discompose me by discomposixig Do not occasion me uneasiness, when I
would glveyau nothing but pleasure. Come my dear, we will go into
your closet. . . . PI ear me out and then speak ; for I was going to
expostulate. You are no stranger to the end of M^ Solmes’s visits O
Madam! Hear me out; and then speak. He is not indeed everything I wish
him to be : but he is a man of probity and has no vices No vices Madam ! Hear
me out child. You have not behaved much
amiss to him : we have seen with pleasur *. that you have not O Madam,
must I not now speak ! I shall have done pre.‘ fently, A young creature
of your virtuous and pious turn, she was pleased ! say, cannot surely
love a predicate ; you love your brother too well, to wish p see any one
who had like to have killed him, and who threatened youri incles and
defies us all You have had your own way six or seven times : v|? | w^nt
to secure you against a man so vile. Tell me (I have a right to know)
whether you prefer this man to all others ? Yet God forbid that I should
know you do ; for such a declaration would make us all miserable. Yet
tell me, a.re your affections engaged to this man ? I know
what the inference would be if I had said they were not You hesitate You
answer me not You cannot answer me Rising Nevermore will I look upon you
with an eye of favour O Madam, Madam ! Kill me not with your displeasure I
would not, I need not, hesitate one moment, did I not dread the
inference, if I answer you as you wish. Yet be that inference what it
will, your threatened displeasure will make me speak. And I declare to
you, that I know not my own heart if it be not absolutely free. And pray,
let me ask my dearest Mamma, in what has my conduct been faulty, that
like a giddy creature, I must be forced to marr^r, to save me from from
what ? Let me beseech you Madam to be the Guardian of my reputation \ Let
not your Clarissa be precipitated into a stale she wishes not to enter
into with any man ! And this upon a supposition that otherwise she shall
marry herself, and disgrace her whole family. When then,
Clary [passing over the force of my plea] if your heart be free O my
beloved Mamma, let the usual generosity of your dear heart operate in my
favour.^ Urge not upon me the inference that made me hesitate. I
won’t be interrupted, Clary You have seen in my behaviour to you, on this
occasion, a truly maternal tenderness ; you have observed that I have
undertaken the task with some reluctance, because the man is not everything
; and because I know you carry your notions of perfection in a man too
high. Dearest Madam, this one time excuse me ! Is there then any danger
that I should be guilty of an imprudent thing for the man’s sake you hint
at ? Again interrupted! Am I to be questioned, and argued with? You
know this won’t do somewhere else. You know it won’t. What reason
then, ungenerous girl, can you have for arguing with me thus, but because
you think from my indulgence to you you may ? What can I say
? What can I do ? What must that cause be that will not bear being argued
upon ? Again ! Clary Harlowe Dearest Madam forgive me : it was always
my pride and my pleasure to obey you. But look upon that man see but the
disagreeableness of his person Now, Clary, do I see whose pei'son you
have in your eye ! Now is M^’ Solmes, I see, but coinparatively
disagreeable ; disagreeable only as an« other man has a much more
specious person. But, Madam, are not his manners equally so 1 Is
not his person the true representation of his mind ? That other man is
not, shall not be, anything to me, release me from this one man, whom my
heart, unbidden, resists. Condition thus with your father. Will he
bear, do you think, to be thus dialogued with? Have I not conjured you,
as you value my peace What is it that / do not give up ?*~-This very
task, because I apprehended you would not be easily persuaded, is a task
indeed upon me. And will you give up nothing ? Have you not refused as
many as have been offered to you ? If you would not have us guess for
whom, comply ; for comply you must, or be looked upon as in a state of
defiance with your whole family. And saying thus she arose, and went from
me.’ Miss AusteiL. The following examples of Miss
Austen’s dialogue are not selected because they are the most sparkling
conversations in her works, but rather because they appear to be typical
of the way of speech of the period, and further they illustrate Miss
Austeff s incomparable art. The first passage is ixomEmma^ which was
written between i8ii and 3^5 i8i6. Mr. Woodhouse and his
daughter have just received an invitation to dine with the Coles,
enriched tradespeople who had settled in the neighbourhood. Emma's view
of them was that they were ' very respect- able in their way, but they
ought to be taught that it was not for them to arrange the times on which
the superior families would visit them On the present occasion, however,
‘ she was not absolutely w^ithout inclina- tion for the party. The Coles
expressed themselves so properly there was so much real attention in the
manner of it so much consideration for her father/ Emma having decided in
her own mind to accept the invitation some of her intimate friends were
going it remained to explain to her father, the ailing and fussy Mr.
Woodhouse, that he would be left alone without his daughter s company for
the evening, as it was out of the question that he should accompany her.
‘ He was soon pretty well resigned.’ ‘ I am not fond of
dinner-visiting ” said he ; “I never was. No more is Emma. Late hours do
not agree with us. I am sorry and Cole should have done it. I think it
would be much better if they would come in one afternoon next summer and
take their tea with us ; take us in their afternoon walk, which they
might do, as our hours are so reasonable, and yet get home without being
out in the damp of the evening. The dews of a summer evening are what I
would not expose anybody to. However as they are so very desirous to have
dear Emma dine with them, and as you will both be there [this refers to
his friend Weston and his wife], and Knightley too, to take care of her I
cannot wish to prevent it, provided the weather be what it ought, neither
damp, nor cold, nor windy.” Then turning to Weston with a look of gentle
reproach “Ah, Miss Taylor, if you had not married, you would have staled
at home with me.” “ Well, Sir ”, cried Weston, as I took Miss
Taylor away, it is incumbent upon me to supply her place, if I can ; and
I will step to M^’® Goddard in a moment if you wish it.” . . . With this
treatment M^ Woodhouse was soon composed enough for talking as usual. “
He should be happy to see M^*® Goddard. He had a great regard for
Goddard; and Emma should write a line and invite her. James could take
the note. But first there must be an answer written to M’^® Cole.”
“ You will make my excuses, my dear, as civilly as possible. You will
say that I am quite an invalid, and go nowhere, and therefore must
decline their obliging invitation ; beginning with my comj^limentsy of
course. But you will do everything right. I need not tell you what is to
be done. We must remember to let James know that the carriage will be
wanted on Tuesday. I shall have no fears for you with him. We have never
been there above once since the new approach was made ; but still I have
no doubt that James will take you very safely ; and when you gel there
you must tell him at what time you would have him come for you again ;
and you had better name an early hour. You will not like staying late.
You will get tired when tea is over.” “ But you would not wish me
to come away before I am tired, papa ? ” Oh no my love ; but you
will soon be tired. There will be a great many people talking at once.
You will not like the noise.” “But my dear Sir,” cried M^’ Weston,
“if Emma comes away early, it will be breaking up the party.”
“ And no great harm if it does ” said Woodhouse. “ The sooner every
party breaks up the better.” “ But you do not consider how it may appear
to the Coles. Emma’s going away directly after tea might be giving
offense. They are good-natured people, and think little of their own
claims ; but still they must feel that anybody’s hurrying away is no
great compliment ; and Miss Woodhouse’s doing it would be more thought of than
any other personas in the room. You would not wish to disappoint and
mortify the Coles, I am sure, sir; friendly, good sort of people as ever
lived, and who have been your neighbours these /en years.”
‘^No, upon no account in the world, Weston, I am much obliged to
you for reminding me. I should be extremely sorry to be giving them any
pain. I know what worthy people they are. Peny tells me that Cole never
touches malt liquor. You would not think it to look at him, but he is
bilious M^' Cole is very bilious. No, I would not be the means of giving
them any pain. My dear Emma we must consider this. I am sure rather than
run any risk of hurting and Cole you would stay a little longer than you
might wish. You will not regard being tired. You will be perfectly safe,
you know, among your friends.” Oh 5^es, papa. I have no fears at
all for myself ; and I should have no scruples of staying as late as
Weston, but on your account. I am only afraid of your silting up for me.
I am not afraid of your not being ex- ceedingly comfortable with Goddard.
^ She loves piquet, you know ; but when she is gone home I am afraid you
will be sitting up by youiself, instead of going to bed at your usual
time ; and the idea of that would entirely destroy my comfort. You must
promise me not to sit up.” * The next example is in a very
different vein. It is from Sense and Sensibility (chap, xxi) and records
the mode of conversation of the Miss Steeles. These two ladies are among
Miss Austen's vulgar characters, and their speech lacks the restraint and
decorum which her better-bred personages invariably exhibit. While the
Miss Steeles’ con- versation is in sharp contrast with that of the Miss
Dashwoods, with whom they are here engaged, both in substance and manner,
it evidently passed muster among many of the associates of the latter,
especially with their cousin Sir John Middleton, in whose house, as
relations of his wife's, the Miss Steeles are staying. Apart from the
vulgarity of thought, the diction appears low when compared with that of
most of Miss Austen's characters. As a matter of fact it is largely the
way of speech of the better society of an earlier age, which has come
down in the world, and survives among a pretentious provincial
bourgeoisie. What a sweet woman Lady Middleton is” said Lucy Steele .
'‘And Sir John too ” cried the elder sistei', “ what a charming man he is
! And what a charming little family they have ! I never saw such fine
children in my life. I declare I quite doat upon them already, and indeed
I am always destractedly fond of children.” "I should guess so” said
Elinor with a smile “from what I witnessed this morning.” “I
have a notion” said Lucy, “you think the little Middletons rather too
much indulged ; perhaps they may be the outside of enough ; but it is
natural in Lady Middleton; and for my part I love to see children full of
life and spirits ; I cannot bear them if they are tame and quiet”
“I confess ” replied Elinor, “that while I am at Barton Park, I
never think of tame and quiet children with any abhorrence. And how do
you like Devonshire, Miss Dashwood ? (said Miss Steele) I suppose you
were very sorry to leave Sussex. In some suiyrise at the familiarity of
this question, or at least in the manner in which it was spoken, Elinor
replied that she was. “Norland is a prodigious beautiful place, is
not it?” added Miss Steele, “We have heard Sir John admire it
excessively,” said Lucy, who seemed to think some apology necessary for
the freedom of her sister. “ I think MISS LUCY STEELE
B11 every one admire it ’'replied Elinor, “who ever saw the
place; though it is not to be supposed that any one can estimate its
beauties as we do." “ And had you many smart beaux there ? I
suppose you have not so many in this part of the world ; for my part I
think they are a vast addition always." “ But why should you
think " said Lucy, looking ashamec^ of her sister, “that there are
not as many genteel young men in Devonshire as Sussex." “ Nay,
my dear, Fm sure I don’t pretend to say that there an’t. Fm sure there ’s
a vast many smart beaux in Exeter ; but you know, how could I tell what
smart beaux there might be about Norland? and I was only afraid the Miss
Dashwoods might find it dull at Barton ; if they had not so many as they
used to have. But perhaps you young ladies may not care about beaux, and
had as lief be without them as with them. For my part, I think they are
vastly agreeable, provided they dress smart and behave civil. But I can’t
bear to see them dirty and nasty. Now, there’s Rose at Exeter, a pro-
digious smart young man, quite a beau, clerk to Simpson, you know, and
yet if you do but meet him of a morning, he is not fit to be seen. I sup-
pose your brother was quite a beau, Miss Dashwood, before he married, as
he was so rich ? " “ Upon my word," replied Elinor, “I
cannot tell you, for I do not per- fectly comprehend the meaning of the
word. But this I can say, that if he ever was a beau before he married,
he is one still, for there is not the smallest alteration in
him." “ Oh ! dear 1 one never thinks of married men’s being
beaux they have something else to do." “Lord!
Anne", cried her sister, “you can talk of nothing but beaux; you will make Miss Dashwood believe you think
of nothing else."’ It is not surprising that ‘ “ this specimen
of the Miss Steeles’" was enough. The vulgar freedom and folly of
the eldest left her no recommendation and as Elinor was not blinded by
the beauty, or the shrewd look of the youngest, to her want of real
elegance and artlessness, she left the house without any wish of knowing
them better Greetings and Farewells. Only the slightest
indication can be given of the various modes of greet- ing and bidding
farewell These seem to have been very numerous, and less stereotyped in
the fifteenth and sixteenth centuries than at present. It is not easy to
be sure how soon the formulas which we now employ, or their ancestral
forms, came into current use. The same form often serves both at meeting
and parting. In 1451, Agnes Paston records, in a letter, that
"after evynsonge, Angnes Ball com to me to my closett and dad me
good evyn \ In the account, quoted above, p. 362, given by Shillingford
of his meetings with the Chancellor, about 1447, he speaks of
"saluting hym yn the moste godely wyse that y coude ' but does not
tell us the form he used. The Chancellor, however, replies "
Welcome^ ij times, and the tyme Right met come Mayer'% and helde
the Mayer a grete while faste by the honde I In the sixteenth
century a great deal of ceremonial embracing and kissing was in vogue.
Wolsey and the King of France, according to Cavendish, rode forward to
meet each other, and they embraced each other on horseback. Cavendish
himself when he visits the castle of the Lord of Cr^pin, a great
nobleman, in order to prepare a lodging for the Cardinal, is met by this
great personage, who ^ at his first coming embraced me, saying I was
right heartily welcome'. Henry VIII was wont to walk with Sir Thomas
More, ' with his arm about his neck \ The actual formula used in greeting
and leave-taking is too often un- recorded. When the French Embassy
departs from England, whom Wolsey has sb splendidly entertained,
Cavendish says ' My lord, after humble commendations had to the French
King bade them adieu'. The Earl of Shrewsbury greets the Cardinal thus ‘
My Lord, your Grace is most heartily welcome unto me', and Wolsey replies
‘Ah my gentle Lord of Shrewsbury, I heartily thank you '. It
is not until the appearance of plays that we find the actual forms of
greeting recorded with frequency. In Roister Doister, there are a fair
number: God heepe thee worshipful Master Roister Doister; Welcome my good
wenche ; God you saue and see Nourse ; and the reply to this Welcome friend Merrygreeke; Good flight Roger
old farewell Roger old knaue ; well mef^ I bid you right welcome, A
very favourite greeting is God he with you, God continue your
Lordship is a form of farewell in Chapman's Monsieur D'Olive, and God-den
‘ good evening occurs in Middleton's Chaste Maid in Cheapside. Sir Walter
Whorehoimd in the same play makes use of the formula ‘ I embrace your
acquaintance Sir \ to which the reply is vows your service Str\
Massinger's New Way to pay old Debts contains various formulas of
greeting. I ain still your creature^ says Allworth to his step-mother
Lady A. on taking leave ; of two old domestics he takes leave with ‘ rny
service to both \ and they reply ‘ ours waits on you In reply to the
simple Farewell Tom, of a friend, All worth answers ^ All joy stay with
you \ Sir Giles Overreach greets Lord Lovel with ‘ Good day to My Lord '
; and the prototype of the modern how are you is seen in Lady Allworth's
‘ Hoiv dost thou Marrall P ' A graceful greeting in this play is ‘ Fou
are happily encountered'. The later seventeenth-century comedies
exhibit the characteristic urbanity of the age in their formulas of
greeting and leave-taking. ‘ A happy day to you Madam is Victoria's
morning compliment to Mrs. Goodvile in Otway's Friendship in Fashion, and
that lady replies ‘ Dear Cousin, your humble servant'. Sir Wilfull
Witwoud in Congreve's Way of the World, says ‘ Save you Gentleman and
Lady ' on entering a room. His younger brother, on meeting him, greets
him with ‘ Four servant Brother", and the knight replies ‘ servant!
Why yours Sir, Four servant again ; "s heart, and your Friend and
Servant to that \ Tm everlastingly your humble servant, deuce take me
Madam, says Mr. Brisk to Lady Froth, in the Double Dealer.
Your servant is a very usual formula at this period, on joining or
leaving company. In Vanbrugh's Journey to London, Colonel Courtly on
entering is greeted by Lady Headpiece Colonel your servant; her daughter
Miss Betty varies it with^ Four servant Colonel, and the visitor replies
to both Ladies, your most ohedienL Mr. Trim, the formal coxcomb in
ShadwelFs Bury Fair, parts thus from his friends Sir, I kiss your hands ;
Mr, Wildish -S’/r your most humble servant; Trim Oldwii I am your most
faithful servant; Mr. Oldwit Four servant sweet il/'* Trim, Four
servant, madam good morrow to you, is Lady Arabella's greeting to Lady
Headpiece, who replies to you Madam (Vanbrugh's Journey to London). The
early eighteenth century appears not to differ materially from the
preceding in its usage. Lord Formal in Fielding's Love in Several
Masques, says Ladies your most humble servafit, and Sir Apish in the same
play Four Ladyships everlasting creature^ Epistolary
Formulas. The writing of letters, both familiar and formal, is such
an inevitable part of everyday life, that it seems legitimate to include
here some examples of the various methods of beginning and ending private
letters from the early fifteenth century onwards. A proper and
exhaustive treatment of the subject would demand a rather elaborate
classification, according to the rank and status of both the writer and
the recipient, and the relation in which they stood to each other whether
master and servant, or dependant, friend, subject, child, spouse, and so
on. In the comparatively few examples here given, out of many
thousands, nothing is attempted beyond a chronological arrangement The
status and relationship of the parties is, however, given as far as
possible. We note that the formula employed is frequently a conventional
and more or less fixed phrase which recurs, with slight variants, again
and again. At other times the opening and closing phrases are of a more
personal and individual character. 1418. Archbp* Chichele to
Hen. V, Signs simply: your preest and bede- man. Ellis, i. i. 5.
142 5. IVilL Fasten to . Right worthy and worshepfull Sir. I recom-
maunde me to you, &c. Ends : Almyghty God have you in his
governaunce. Your frend unknowen. Past. Letters, i. 19-20.
1440. Agnes to Will. Fasten. Inscribed: To my worshepful housbond
W. Paston be this letter takyn. Dere housbond I reccommaunde me to yow.
Ends : The Holy Trinite have you in governaunce. P. L. . Dtike of Buckingham to
Lord Beau 7 nont, Ryght worshipful and with all my herte right enterly
beloved brother, I recomaunde me to you, thenking right hastili your good
brotherhode for your gode and gentill letters. I beseche the blissid
Trinite preserve you in honor and prosperite. Your trewe and feithfull
broder H. Bukingham. P. L- i. 61-2. 1443. Margaret to John Paston.
Ryth worchipful husbon, I reccomande me to yow desyryng her tel y to her
of your wilfar. Almyth God have you in his kepyn and sendo yow helth,
Yorys M. Paston. P. L. i. 48-9. 1444. James Gresham to Will.
Fasten. Please it your good Lordship to wete, &c. Ends : Wretyn right
simply the Wednesday next to fore the Fest. By your laiost symple
servaunt P. L. i, 50. 1444, Duchess of Norfolk to J. Past 07 i.
Ryght tmsty and entirely wel- bclovcd we grete you wel hertily as we kan,
. . and siche agrement as, &c. ... we shall duely performe yt with
the myght of Jesu who haff you in his blissed keping. P. L. i. 57,
1444. Sir R. Ckamberlayn to Agn. Paston. Ryght worchepful cosyn, I
comand me to you. And I beseche almyty God kepe you. Your Cosyn Sir Roger
Chamberlain. 1445. Agnes to Edm. Fasten. To myn welbelovid sone. I
grete you wel. Be your Modre Angnes Paston. COLLOQUIAL IDIOM 1449, Marg, to
John Paston. Wretyn at Norwych in hast, Be your gronyng Wyfr.-~i.
76“7- 1449. Same to sa 7 ne. No mor I wryte to ^ow atte this tyme*
Your Mar- karyte Paston. i. 42-3. 1449. John Paston, Ends :
Be ^owre pore Broder* . E Its. ^ Clare to J, Paston, No raore I wrighte to
50 w at this tyme, but Holy Cost have 50W in kepyng. Wretyn in haste on
Scynt Peterys day be candel lyght, Be your Cosyn E. C. P. L. i.
89-90. 1450. Duke of Suffolk to his son. My dear and only
welbeloved sone. Your trewe and lovynge fader Suffolk. P. L. i. 12
1-2. 1450, IVilL Lomme to J, Paston, I prey you this bille may
recomaunde me to mastrases your moder and wyfe. Wretyn yn gret hast at
London. P.L. i. 126. . y.
Gresham to ^ my Mats ter Whyte Esguyer\ After due recomen- dacion I
recomaund me to yow. 1450. J, Paston to above, James Gresham, I
pray you labour for the, &c. i. 145* 1450. Justice
Yelverton to Sir J, Fastolf, By your old Servaunt William Yelverton
Justice. P, L. i. 166. 1453. Agnes toJ, Paston, Sone I grete you
well and send you Godys blessyng and myn. Wretyn at Norwych ... in gret
hast, Be your moder A. Paston. P. L. i. 259. . J, Paston to
Earl of Oxford* Youre servaunte to his powr John Paston. P. L. i.
276, 1454. Lord Scales to J, Paston, Our Lord have you in
governaunce. Your frend The Lord Scales. P. L. i. 289. 1454,
Thomas Howes to J, Paston, I pray God kepe yow. Wiyt at Castr hastly ij
day of September, Your owne T. Howes. P. L. i. 301. 1454. The same.
Your chapleyn and bedeman Thomas Howes. *i. 31 8. 1455. /• PoLstolf
to Duke of Norfolk, Writen at my pore place of Castre, Your humble man
and servaunt. P. L. i. 324. 1455. /. Cudworth, Bp. of Lmcoln^ to J,
Patton, And Jesu preserve you, J. Bysshopp of Lincoln. P.L. i. 350. 1456. Archbp,
Bourchier to Sir J, Fastolf, The blissid Trinitee have you everlastingly
in His keping, Written in my manoir of Lamehith, Your feith- full and
trew Th, Cant. P. L. i. 382. 1456 (Nephew to uncle). H, Fylinglay
to Sir J, Fastolf Ryght wor- shipful unkell and my ryght good master, I
recomniaund me to yow wyth all my servys. And Sir, my brother Paston and
I have, &c. Your nevew and
servaunt P. L. i. 397. 1458. John Jerningham to Marg, Paston. Nomor
I wryte unto you at this tyme. . . . Your owne umhle servant and cosyn J.
J. P, L. i. 429. 1458 (Daughter to her mother). Elh, Poynings to
Agn, Paston, Right worshipful and my most entierly belovde moder, in the
most lowly maner I recomaund me unto your gode moderhode. . . . And Jesu
for his grete mercy save yow. By your humble daughter. P. L. . Chancellor
and University of Oxford to Sir John Say, Ryght wor- shipful our trusty
and entierly welbeloued, after harty commendacyon. . . . Ends : yo’-'
trew and harty louers The Chancelir and Thuniversite of Oxon- ford. Ellis.
1477. John Paston to Ms mother* Your sone and humbyll servaunt P. P. L. iii. 176. 1481-4. Edm,
Paston to Ms mother, umble son and servant. P. L. J, Paston to Ms mother. Your sone
and trwest servaunt P. h* iii. 290. 1482. Margery Paston to
her hushaftd. No more to you at this tyme, Be your servaunt and bede
woman. iii. 293, 1485. Duke of Norfolk to J, Faston. Welbelovyd frend I
cummaund me to yow. I shall
content you at your metyng with me, Yower lover J. Nor- folk. iii.
320, 1485. Eliz, Browne to J. Paston. Your loving awnte E. B.
1485. Duke of Suffolk to f Paston, Ryght welbeloved we grete you
well. ., . Suffolk, yor frende. iii. 324-5. 1490. Bp* of
Durham to Sir fohn Paston* IH2, Xps*. Rygiit wortchipful sire, and myne
especial and of long tyme apprevyd, trusty and feythful frende, I in myne
hertyeste wyse recommaunde me un to you. . ., Scribyllyd in the moste
haste, at my castel or manoir of Aucland the xxvij of Januay. Your own
trewe luffer and frende John Duresme. iii. 363. 1490. Lumen H ary
son to Sir f Past on. Onerabyll and well be lov^^'d Knythe, I commend me
on to 5our masterchepe and to my lady 5owyr wyffe. ., . No mor than God
be wyth 50W, L. H. at ^ouyr comawndment. 1503. Q. Margaret of
Scotland to her father Hen. VII. My moste dere iorde and fader in the
most humble wyse that I can thynke I recommaunde me unto your Grace
besechyng you off your dayly blessyngys. . . . Wrytyn wyt the hand of
your humble douter Margaret. Ellis i. i. 43. Hen. VI J to his
Mother.^ the Countess of Richmond. Madam, my most enterely wilbeloved
Lady and Moder . . . with the hande of youre most humble and lovynge
sone. Ellis, i. i. 43-5. Margaret to Hen. VI 1 . My oune suet and
most deare kynge and all my worldly joy, yn as humble manner as y can
thynke I recommand me to your Grace ... by your feythful and trewe
bedewoman, and humble modyr Mar- garet R, Ellis Q. Margaret oj Scotland
to Hen. VI IL Richt excellent, richt hie and mithy Prince, our derrist
and best belovit Brothir. . . . Your louyn systar Margaret. Ellis, i. i.
65. (The Queen evidently employed a Scottish Secre- tary.)
1515. Margaret to Wolsey. Yours Margaret R. Ellis, i. i. 131.
1515. Thos. Lord Howard, Lord Admiral, to Wolsey. My owne gode
Master Awlmosner. . . . Scrybeled in gret hast in the Mary Rose at
Plymouth half o^' after xj at night . . . y^ own Thomas Howard.
. West Bp. of Ely to Wolsey. Myne especiall good Lorde in my most
humble wise I recommaund me to your Grace besechyng you to con- tynue my
gode Lorde, and I schall euer be as I am bounden your dayly bedeman. . .
. Y^ chapelayn and bedman N 1 . Elien. c. 1520. Archbp. Warham to
Wolsey. Please ityo^ moost honorable Grace to understand. ... At your
Graces commaundement, Willm. Cantuar. Ellis, iii. I. 230. Also : Euer, your own
Willm. Cantuar. Langland Bp. of Lincoln to Wolsey. My bownden duety
mooste lowly remembrede unto Your good Grace. . . . Yo^ moste humble
bedisman John Lincoln. Ellis, iii. l. 248. Cath, of Aragon to
Princess Mary. Doughter, I pray you thinke not, &c. Ellis. . Your
lovyng mother Katherine the Queue. Archibald, E. of Angus.
Addresses letter to Wolsey : To my lord Car- dinallis grace of Ingland. Ellis,
iii. i. 291. 1521. Bp. Tunstal to Wolsey. Addresses letter : to the
most reverend fader in God and his most singler good Lorde Cardinal. Ellis,
iii. i* 273. Ends a letter : By your Gracys most humble bedeman
Cuthbert TunstalL Ellis - . Duke of Buckingham to Wolsey,
Yorys to my power E. Bukyngham. Gccvin Douglas, Bp. of
Dunkeld, to Wolsey. ZgI chaplan wy^ his lawfull seruyse Gavin bischop of
Dunkeld. Ellis, iii. i. 294- Zo^ humble servytor and Chaplein of Dunkeld.
Ellis, iii. i. 296. Zo^ humble seruytor and dolorous Chaplan of Dunkeld.
Ellis, iii. i. 303- Wolsey to Gardiner {afterwards Bp. of Winchester)*
Ends : Your assurjd lover and bedysman T. Car^s Ebor. Ellis, i. 2. 6.
Again : Wryttyn hastely at Asher with the rude and shackyng hand of your
dayly bedysman and assuryd frende T. Car^^® Ebor. 1532.
T/ios, AudUy {Lord Keeper) to CromwelL Yo^' assured to his litell Thomas Audeley
Gustos Sigiili. Edw. E, of Hertford {afterwards Lord Protector).
Thus I comit you to God hoo send yo^‘ lordshep as well to far as I would
mi selfe . . . w^ the hand of yo^ lordshepis assured E. Hertford.
Hen. VI 11 to Catherine Parr. No more to you at thys tyme swethart
both for lacke off tyme and gret occupation off bysynes, savyng we pray
you in our name our harte blessyngs to all our chyldren, and
recommendations to our cousin Marget and the rest off the laddis and
gentyll women and to our Consell alsoo. Wryttyn with the hand off your
lovyng howsbande Henry R. Ellis, i. 2. 130. Princess Mary to
CromwelL Marye Princesse. Maister Cromwell I commende me to you. Ellis,
i. 2. 24, Prince Edward to Catherine Parr. Most honorable and
entirely beloued mother. . . . Your Grace, whom God have ever in his most
blessed keping. Your louing sonne, E. Prince. Ellis, i. 2. 1. . Henry Radclyf E. of Sussex,
to his wife. Madame with most lovyng and hertie commendations. Ellis, i.
2. 137. Princess Elizabeth to Ediv. VI. Your Maiesties humble
sistar to com- maundement Elizabeth. Ellis, i. 2. 146 ; Your Maiesties
most humble sistar Elizabeth. Ellis Princess Elizabeth to
Lord Protector. Your assured frende to my litel power Elizabeth. Ellis,
i. 2. . Edward VI to Lord Protector Somerset. Derest Uncle. . . •
Your good neuew Edward. Ellis, ii. i. . Q.Mary to Lord
Admiral Seymour. Your assured frende to my power Marye. Ellis, i. 2.
153. Princess Elizabeth to Q. Mary (on being ordered to the Tower).
Your Highnes most faithful subjec that hath bine from the begining and
wyl be to my ende, Elizabeth. (Transcr.). Ellis, ii. 2. 257.
, Princess Elizabeth to the Lords of the Council. Your verye
lovinge frende, Elizabeth- Ellis, ii. 2. 213. 1554, Henry
Darnley to Q. Mary of England. Your Maiesties moste bounden and obedient
subjecte and servant Henry Darnley. Queen Dowager to Lord Admiral
Seymour. By her ys and schalbe your humble true and lovyng wyffe duryng
her lyf Kateryn the Quenc. Ellis, i. 2. 152. Q. Mary to
Marquis of Winchester, Your Mystresse assured Marye the Queue. -Ellis,
ii. 2. 252. Sir John Grey of Pyrgo to Sir William Cecil. It is a
great while me thinkethe, Cowsine Cecill, since I sent unto you. ... By
your lovyng cousin and assured frynd John Grey. Ellis, ii, 2. 73-4; Good
cowsyne Cecil!. ., . By yo^ lovyng Cousine and assured pouer frynd
dowring lyfe John Grey. Ellis, ii. 2.
276. Lady Catherine Grey, Cmmtess of Hertford, to Sir W, Cecil.
Good cosyne Cecill . . . Your assured frend and cosyne to my small power
Katheryne Hartford. Ellis, ii. 2. 278 ; Your poore cousyne and assured
frend to my small power Katheryne Hartford. Ellis, ii. 2. 287.
1564. Sir W. Cecil to Sir Thos. Smith. Your assured for ever W.
Cecill. Ellis, ii. 2. 295 ; Yours assured W. Cecill Ellis, ii, 2. 297 ;
Your assured to command W, Cecill Ellis, ii. 2, 300. 1 .
Duchess of Somerset to Sir W. Cecil. Good M^ Secretary, yf I have let you
alone all thys whyle I pray you to thynke yt was to tary for my L, of
Leycesters assistans. ... I can nomore . ., and so do leave you to God
Yo’^ assured lovyng frynd Anne Somerset, Ellis, ii. 288. Christopher
Jonson, Master of Winchester^ to Sir W, CeciL Right honourable my duetie
with all humblenesse consydered. . . . Your honoures most due to
commando, Christopher Jonson. Ellis, ii. 2. 313. 1569. Lacfy
Stanhope to Sir W, CeciL Right honorable, my humble dewtie premised. Your
honors most humblie bound Anne Stanhope. Ellis, il 2. 324., 1574. Sir
Philip Sidney to the E. of Leicester, Righte Honorable and my singular
good Lorde and Uncle. . . . Your L. most obedi. . ., Philip Sidney.
Works, p. 345. 1576. Sir Philip Sidney to Sir Francis Walsingham,
Righte Honorable ... I most humbly recommende my selfe unto yow, and
leaue yow to the Eternals most happy protection, ., . Yours humbly at
commawndement Philipp Sidney. 1578. Sir Philip Sidney to
Edward Molineux^ Esq. (Secretary to Sir H. Sidney), Molineux, Few words
are best My letters to my father have come to the eyes of some. Neither
can I condemn any but you. . . . (The writer assures M. that if he reads
any letter of his to his father ^ without his commandment or my consent,
I will thrust my dagger into you. And trust to it, for I speak it in
earnest’. . . .) In the meantime farewell. From court this last of May 1
578, By me Philip Sidney. p. 328. 1580. Sir Philip Sidney to his
brother Robert. My dear Brother . . . God bless you sweet boy and
accomplish the joyful hope I conceive of you., . . Lord I how I have babbled :
once again farewell dearest brother. Your most loving and careful brother
Philip Sidney. 1582. Thomas Watson ^ To the frendly Reader^ (in
Passionate Centurie of Love). Courteous Reader, . . and so, for breuitie
sake aprubtlie make and end ;
committing the to God, and my worke to thy fauour. Thine as thou art his,
Thomas Watson. Anne of Denmark to James L Sir ... So kissing your
handes I remain she that will ever love Yow best, Anna R. Ellis, i. 3.
97. c. 1585. Sir Philip to Walsingham. Sir, . . your louing cosin
and frend. In several letters to Walsingham Sidney signs *your humble
Son’. ^ 1586. Wm. Webbe to Ma. (= ^ Master ’) Edward Sulyard
Esquire (Dedi- catory Epistle to the Discourse of English Poetrie). May
it please you Syr, thys once more to beare with my rudenes, &c. ... I
rest, Your worshippes faithfull Seruant W. W. 1593. Edward
Alleyn to his wife. My good sweete mouse . . . and so swett mouse
farwell. Mem. of Edw. Alleyn, L 36; my good sweetharte and loving mouse .
. . thyn ever and no bodies else by god of heaven. ibid. , Thos.,
Lord Buckhurst, afterwards Earl of Dorset^ to Sir Robert CeciL Sir . . .
Your very lo: frend T. Buckhurst. 1 , Sir W. Raleigh to Cecil. S*^
I humblie thanke yow for your letter ., . S^ I pray love vs in your
element and wee will love and honor yow in ours and every wher. And
remayne to be comanded by yow for evermore W Ralegh. 1602.
Same to same. Good Secretary. . . . Thus I rest, your very loving and
assured frend T, Buckhurst, Works, xxxiv-xi. 1603. Same to same. My
very good Lord. . ♦ . So I rest as you know, Ever yours T. Buckurst
1605, Same to same. ... I pray God for your health and for mine own
and so rest Ever yours ... 1607. Same to the University of Oxford.
Your very loving friend and Chancellor T. Dorset xlvi. cr. .
Sir Menry Wotton to Henry Prince of Wales. Youre zealous pooie servant H.
W. Ellis, i. 3* loo. Q. Anne of Denmark to Sir George Villiers
(afterwards Duke of Buc- kingham). My kind Dog. # • . So wishing you all
happiness Anna R. Ellis, i. 3, ICO. Charles Duke of York to Prince
Heniy. Most loving Brother I long to see you, . . . Your H. most loving
brother and obedient servant, Charles. Ellis, i. 3. 96. 1612.
Prince Charles to James L Your most humble and most obedient sone
and servant Charles. Ellis, i. 3. 102. Same to Viljiers. Steenie,
There is none that knowes me so well as your- self. ., . Your treu and
constant loving frend Charles P. Ellis, i. 3. 104. King Jaynes to
Buckingham or to Prince Charles, My onlie sweete and deare chylde I pray
thee haiste thee home to thy deare dade by sunne setting at the furthest.
Ellis, i. 3. 120. Sa 7 ne to Buckingham, My Steenie. . . . Your
clear dade, gosseppe and stewarde.
Ellis, i. 3, 159. Same to both. Sweet Boyes. . . . God
blesse you both my sweete babes, and sende you a safe and happie returne,
James R. Ellis, i. . Prmce Charles a?id Buckingham to James, Y’our
Majesties most humble and obedient sone and servant Charles, and your
humble slave and doge Steenie.Ellis, Buckingham to James. Dere Dad,
Gossope and Steward. . . • Your Majestyes most humble slave and doge Steenie.
Ellis, i, 3. 146-7. 1623. Lord Herbert to James, Your Sacred
Majesties most obedient, most loyal, and most affectionate subjecte and
servant, E. Herbert The letters of Sir John Suckling (Works, ii,
Reeves et Turner) are mostly undated, but one to Davenant has the date
1629, and another to Vane that of 1632. The general style is
more modern in tone than those of any of the letters so far referred to.
(See on Suckling’s style, pp. 152-3.) The beginnings and endings, too,
closely resemble and are sometimes identical with those of our own
time. To Davenant, Vane, and several other persons of both sexes,
Suckling signs simply ^ Your humble servant J. S.’, or 'J. Suckling’. At
least two, to a lady, end * Your humblest servant The letter to
Davenant begins ‘WilL; that to Vane ‘Right Honorable’. Several
letters begin ‘ Madam ‘ My Lord one begins ‘ My noble friend
another ‘ My Noble Lord several simply ‘ Sir The more fanciful
letters, to Aglaura, begin ‘ Dear Princess ’, ‘ Fair Princess ’, ‘ My
clear Dear ‘ When I consider, my dear Princess ’, &c. One to a cousin
begins ‘ Honest Charles The habit of rounding off the
concluding sentence of a letter so that the valedictory formula and the
writer’s name form an organic part of it, a habit very common in the
eighteenth century in Miss Burney, for instance is found in Suckling’s
letters. For example : ‘ I am still the humble servant of my Lord
that 1 was, and when I cease to be so, I must cease to be John
Suckling’; ‘yet could never think myself unfortunate, while I can write myself
Aglaura her humble servant ’ ; ‘ and should you leave that lodging, more
wretched than Montferrat needs must be your humble servant J. S.’, and so
on. The longwindedness and prolixity wiiich generally distinguish
the openings and closings of letters of the fifteenth and the greater
part of the sixteenth century, begin to disappear before the end of the
latter period. Suckling is as neat and concise as the letter-writers of
the eighteenth century. ‘Madam, your most humble and faithful
servant' might serve for Dr. Johnson. Most of our modern formulas
were in use before the end of the first half of the seventeenth century,
though some of the older phrases still survive. But we no longer find
" I commend me unto your good master- ship, beseeching the Blessed
Trinity to have you in his governance and such-like lengthy
introductions. The Correspondence of Dr. Basire (see pp. 163-4) is very
instructive, as it covers the period from 1634 to 1675, by which latter
date letters have practically reached their modern form. Dr. Basire
writes in 1635-6 to Miss Frances Corbet, his fiancee, 'Deare Fanny ^
Deare Love ^ ^ Love and ends ' Your most faithfuil frend J. B.', 'Thy
faithful frend and loving servaunt J. B.", 'Your assured frend and
loving well-wisher J. B/, 'Your ever iouing frend J. B.' When Miss Corbet
has become his wife, he constantly writes to her in his exile which
lasted from 1640 to 1661, letters which apart from our present purpose
possess great human and historical interest. These letters generally
begin ' My Dearest', and ' My deare Heart', and he signs himself ' Your
very Iouing husband', 'Yours, more than ever', 'Your faithful husband', '
My dearest. Your faithful friend ', ' Yours till death ' Meanewhile
assure your selfe of the constant love of My dearest ^Your loyall husband The lady to
whom these affectionate letters were addressed, bore with wonderful
patience and cheerfulness the anxieties and sufferings incident upon a
state bordering on absolute want caused by her husband's depriva- tion of
his living under the Commonwealth, his prolonged absence, together with
the cares of a family of young children, and very indifferent health. She
was a woman of great piety, and in her letters ‘ many a holy text around
she strews ' in reply to the religious soliloquies of her husband. Her
letters all begin ' My dearest ’, and they often begin and close with
pious exclamations and phrases 'Yours as much as euer in the Lord, No,
more thene euer ' ; ' My dearest, I shall not faile to looke thos plases
in the criptur, and pray for you as becometh your obedient wife and
serunt in the Lord F. B. ’ ; another letter is headed ' Jesu 1 and
ends ' I pray God send vs all a
happy meting, I ham your faithful in the Lord, F. B.' Many of the letters
are headed with the Sacred Name. Others of Mrs. Basire's letters end 'Farwall
my dearest, I ham yours faithful for euer'; 'I euer remine Yours
faithfuil in the Lord'; 'So with my dayly prayers to God for you, I
desire to remene your faithfuil loveing and obedient wif '.
It may be worth while to give a few examples of beginnings and ends
of letters from other persons in the Basire Correspondence, to illustrate
the usage of the latter part of the seventeenth century. These
letters mostly bear, in the nature of an address, long superscrip- tions
such as 'To the Reverend and ever Honoured Doctour Basire, Prebendary of
the Cathedral Church in Durham. To be recommended to the Postmaster of
Darneton' (p. 213, dated 1662). This letter, from Prebendary Wrench
of Durham, begins ' Sir and ends ' Sir, Your faithfuil and unfeigned
humble Servant R. W.' In the same year the Bishop of St. David's
begins a letter to Dr. Basire '
Sir and ends ' Sir, youre uerie sincere friend and seruant, Wil. St,
David's, The Doctor's son begins ' Reverend Sir, and most loving
Father ' and ends with the same formula, adding ' Your very obedient Son,
P. B ^ p. 221. To his Bishop (of
Durham) Dr. Basire begins 'Right Rev. Father in God, and my very good
Lord ending ' I am still, My L<i, Your Lp 3 . faithfull Servant Isaac
Basire’. In 1666 the Bishop of Carlisle, Dr. Rainbow, evidently an old
friend of Dr. B/s, begins 'Good Mr. Archdeacon and ends ' I commend you
and yours to God’s grace and remaine,'Your very faithfull frend Edw,
Carlioi’, p. 254. In 1668 the Bishop of Durham begins ' M^
Archdeacon ’ and ends ' In the interim I shall not be wanting at this
distance to doe all I can, who am, Sir, Your very loving ffriend and
servant TJo. Duresme', p. 273. Dr. Barlow, Provost of Queen’s, begins 'My
Reverend Friend’, and ends ‘Your prayers are desired for, Sir, Your
affectionate friend and Seruant, Tho. Barlow’. Dr. Basire begins a letter
to this gentleman ‘ Rev. Sir and
my Dear Friend ’ . ., ending ' I remain, Reverend Sir, Your affectionate
frend, and faithful servant To his son Isaac, he writes in 1664 'Beloved
Son’, ending ‘So prays your very lovinge and painfull Father, Isaac
Basire ’. Having now brought our examples of the various types of
epistolary formulas down to within measurable distance of our own
practice, we must leave this branch of our subject. Space forbids us to
examine and illus- trate here the letters of the eighteenth century, but
this is the less necessary as these are very generally accessible. The
letters of that age, formal or intimate, but always so courteous in their
formulas, are known to most readers. Some allusion has already been made
(pp. 20-1) to the tinge of ceremoniousness in address, even among
friends, which survives far into the eighteenth century, and may *be seen
in the letters of Lady Mary Montagu, of Gray, and Horace Walpole, while
as late as the end of the century we find in the letters of Cowper,
unsurpassed perhaps among this kind of literature for grace and charm,
that combination of stateliness with intimacy which has now long passed
away. Exclamations, Expletives, Oaths, &e. Under these
heads comes a wide range of expressions, from such as are mere
exclamations with little or no meaning for him who utters or for him who
hears them, or words and phrases added, by way of emphasis, to an
assertion, to others of a more formidable character which are
deliberately uttered as an expression of spleen, disappointment, or rage,
with a definitely blasphemous or injurious intention. In an age like
ours, where good breeding, as a rule, permits only exclamations of the
mildest and most meaningless kind, to express temporary annoyance,
disgust, surprise, or pleasure, the more full-blooded utterances of a
former age are apt to strike u$ as excessive. Exclamations which to those
who used them meant no more than ' By Jove ’ or ' my word ’ do to us,
would now, if they were revived appear almost like rather blasphemous
irreve- rence. It must be recognized, however, that swearing, from its
mildest to its most outrageous forms, has its own fashions. These vary
from age to age and from class to class. In every age there are
expressions which are permissible among well-bred people, and others
which are not. In certain circles an expression may be regarded with
dislike, not so much because of any intrinsic wickedness attributed to it,
as merely because it is vulgar. Thus there are many sections of society
at the present time where such an expression as ‘ O Crikey * is not in
use. No one would now pretend that in its present form, whatever may
underlie it, this exclamation is peculiarly blasphemous, but many persons
would regard it with disfavour as being merely rather silly and
distinctly vulgar. It is not a gentleman’s expression. On the other hand,
^ Good Heavens \ or ^ Good Gracious \ while equally innocuous in meaning
and intention, would pass muster perhaps, except among those who object,
as many do, to anything more forcible than ‘ dear me \ Human
nature, even when most restrained, seems occasionally to require some
meaningless phrase to relieve its sudden emotions, and the more devoid of
all association with the cause of the emotion the better will the
exclamation serve its purpose. Thus some find solace in such a formula as
‘ O liitle haiC which has the advantage of being neither particularly
funny nor of overstepping the limits of the nicest decorum, unless indeed
these be passed by the mere act of expressing any emotion at all. It is
really quite beside the mark to point out that utterances of this kind
are senseless. It is of the very essence of such outbursts the mere
bubbles on the fountain of feeling ^that they are quite unrelated to any
definite situation. There is a certain adjective, most offensive to
polite ears, which plays apparently the chief r 61 e in the vocabulary of
large sections of the community. It seems to argue a certain poverty of
linguistic resource when we find that this word is used by the same
speakers both to mean absolutely nothing being placed before every noun,
and often adverbially before all adjectives and also to mean a great deal
everything indeed that is unpleasant in the highest degree. It is rather
a curious fact that the word in question while always impos- sible,
except perhaps when used as it were in inverted commas, in such a way
that the speaker dissociates himself from all responsibility for, or
proprietorship in it, would be felt to be father more than ordinarily
intolerable, if it were used by an otherwise polite speaker as an
absolutely meaningless adjective prefixed at random to most of the nouns
in a sen- tence, and worse than if it were used deliberately, with a
settled and full intent. There is something very terrible in an oath torn
from its proper home and suddenly implanted in the wrong social
atmosphere. In these circumstances the alien form is endowed by the
hearers with mysterious and uncanny meanings ; it chills the blood and
raises gooseflesh. We do not propose here to penetrate into the sombre
history of blasphemy proper, nor to exhibit the development through the
last few centuries of the ever-changing fashions of profanity. At every
period there has been, as Chaucer knew a companye Of yonge
folk, that haunteden folye, As ryot, hasard, stewes and
tavemes, Wher-as with harpes, lutes and gitemes, They daunce and pleye at
dees both day and night, And ete also and drinken over hit
might, Thurgh which they doon the devel sacrifyse Within the
develes tempel in cursed wyse, By superfiuitee abhominable;
c c 2 Hir othes been so grete and so dampnable^
That it is grisly for to here hem swere; Our blissed lordes
body they to-tere; Hem though te Jewes rent him noght
y-nough. We are concerned, for the most part, with the milder sort
of expres- sions which serve to decorate discourse, without symbolizing
any strong feeling on the part of those who utter them. Some of the
expletives which in former ages were used upon the slightest occasion,
would certainly appear unnecessarily forcible for mere exclamations at
the present day, and the fact that such expressions were formerly used
so lightly, and with no blasphemous intention, shows how frequent
must have been their employment for familiarity to have robbed them of
all meaning. So saintly a person as Sir Thomas More was accustomed,
according to the reports given of his conversation by his son-in-law, to
make use of such formulas as a Gods name^ p. xvi ; would to God, ibid. ;
in good faith, xxviii, but compared with some of the other personages
mentioned in his Life, he is very sparing of such phrases. The Duke of
Norfolk, ‘his singular deare friend*, coming to dine with Sir Thomas on
one occasion, ‘ fortuned to find him at Church singinge in the quiere
with a surplas on his backe ; to whome after service, as the(y) went
home togither arme in arme, the duke said, “ God body, God body, My
lord Chauncellor, a parish Clark, a parish Clarke ! On another occasion
the same Duke said to him ^ By the Masse, Moore, it is perillous
strivinge with Princes ... for Gode's body, Moore, Indignatio principis
mors est *, p. xxxix. In the conversation in prison, with his wife,
quoted above, p. 364, we find that the good gentlewoman ‘ after her
accustomed fashion * gives vent to such exclama- tions as ‘ What the
goody ear e Moore ' : Tille mile, tille vallc ' ; ^ Bone deus, hone
Deus man \ ‘ I muse what a Gods name you meane here thus fondly to
tarry*. At the trial of Sir Thomas More, the Lord Chief Justice swears by
St, Julian ‘ that was ever his oath p.
li. ‘ Tilly folly, Sir John, ne’er tell me and ‘ What the good year
! ' are both also said by Mrs. Quickly in Henry IV, Pt. II, ii. 4. Marry,
which means no more than ‘ indeed *, was a universally used expletive in
the sixteenth century, Roper uses it in speaking to More, Wolsey uses
it, according to Cavendish ; it is frequent in Roister Doister, and is
con- stantly in the mouths of Sir John Falstaff and his merry
companions. By sweete Sanct Anne, by cocke, by gog, by cocks precious
potsiick, kocks nownes, by the armes of Caleys, and the more formidable
by the passion of God Sir do not so, all occur in Roister Doister, and
further such exclama- tions as O Lords, hoigh dagh !, I dare sweare, I
shall so God me saue, I make God a vow (also written avow), would Christ
I had, &c. Meaning- less imprecations like the Devil take me, a
mischiefe take his token and him and thee too are sprinkled about the
dialogue of this play. The later plays of the great period offer a mine
of material of this kind, but only a few can be mentioned here. What a
Devil (instead of the Devil), what a pox, hfr lady, bounds, d blood, Gods
body, by the mass, a plague on thee, are among the expressions in the
First Part of Henry IV, In the Second Part Mr. Justice Shallow swears by
cock and pie. By the side of these are mild formulas such as Tm a Jew
else^ Tm a rogue if I drink today. In Chapman’s comedies there is a
rich sprinkling both of the slighter forms of exclamatory phrases, as
well as of the more serious kind. Of the former we may note j/ faitk^ Ur
lord^ Ur lady, by the Lord, How the divell (instead of how a devil), all
in A Humorous Day's Mirth ; He he sworne, All Fooles; of the latter kind
of expression Gods precious soles., H. D. M. ; sjoot, shodie, God^s my
life, Mons. D'Olive ; Gods my passion, H. D. M. ; swounds, zwoundes,
Gentleman Usher. Massinger's New Way to pay old Debts has 'slight,
'sdeath, and a fore- shadowing of the form of asseveration so common in
the later seventeenth century in the phrase ‘ If I know the mystery may I
perish ii. 2, It is to the dramatists of the later seventeenth and
early eighteenth century that the curious inquirer will go for expletives
and exclamatory expressions of the greatest variety. Otway, Congreve, and
Vanbrugh appear to excel all their predecessors and contemporaries in the
fertility of their invention in this respect. It is indeed probable that
while some of the sayings of Mr. Caper, my Lady Squeamish, my Lady
Plyant, my Lord Foppington, and others of their kidney, are the creations
of the writers who call these ' strange pleasant creatures ' into
existence, many others were actually current coin among the fops and fine
ladies of the period. Even if many phrases used by these characters are artificial
con- coctions of the dramatists they nevertheless are in keeping with,
and express the spirit and manners of the age. If Mr. Galsworthy or
Mr. Bernard Shaw were to invent corresponding slang at the present day,
it would be very different from that of the so-called Restoration
Dramatists. The bulk of the following selection of expletives and oaths
is taken from the plays of Otway, Congreve, Wycherley, Mrs. Aphra
Behn, Vanbrugh, and Farquhar. A few occur in Shadwell, and many
more are common to all writers of comedies. These are undoubtedly
genuine current expressions some of which survive. Among the
more racy and amusing are : Ld me
die : ‘ Let me die your Ladyship obliges me beyond expression* (Mr.
Saunter in Otway's Friendship in Fashion) ; ^ Let me die, you have a
great deal of wit' (Lady Froth, Congreve's Double Dealer); also much used
by Melantha, an affected lady in Dryden's Marriage \ la Mode. . .
1 Ld me perish ‘ I'm your humble servant let me perish ' (Brisk,
Double Dealer) ; also used by Wycherley, Love in a Wood.
^le (Vanbrugh's Relapse), Death and eternal iartures Sir, I
vow the packet's (= pocket) too high (Lord Foppington), Burn
me if I do (Farquhar, Way to win him). Mai me, ^ rat my packet
handkerchief (Lord Foppington). Never Never stir if it did not'
(Caper, Otway, Friendship in Love) ; * Thou shalt enjoy me always,
dear, dear friend, never stir '• BU take my death you're handsomer
' (Mrs. Millamont, Congreve, Way of the World)., Bm a
Person (Lady Wishfort, Way of the World). Stap my vitals (Lord Foppington
; very frequent). Split my wmdpipe Lord Foppington gives his
brother his blessing, on finding that the latter has married by a trick
the lady he had designed for himself 'You have married a woman beautiful
in her person, charming in her airs, prudent in her canduct, canstant in
her inclina- tions, and of a nice marality split my windpipe
As I hope to breathe (Lady Lurewell, Farquhar, Sir Harry Wildair),
Tm a Dog if do (Wittmore in Mrs. Behn’s Sir Patient Fancy).
By the Universe (Wycherley, Country Wife). I swear and
declare (Lady Plyant) ; / swear and vow (Sir Paul Plyant, Double Dealer)
; I do protest and vow (Sir Credulous Easy, Aphra Behn’s Sir Patient
Fancy) ; I protest I swoon at ceremony (Lady Fancyfull, Vanbrugh,
Provok'd Wife) ; 1 profess ingenuously a very discreet young man (Mrs,
Aphra Behn, Sir Patient Fancy). Gads my hfe (Lady Plyant).
O Crimine (Lady Plyant). O Jeminy (Wycherley, Mrs. Pinchwife,
Country Wife). Gad take me, between you and I, I was deaf on both
ears for three weeks after (Sir Humphrey, Shadwell, Bury Fair).
ril lay my Life he deserves your assistance (Mrs. Sullen, Farquhar,
Beaux' Strategem). By the Lord Harry (Sir Jos. Wittol, Congreve,
Old Bachelor). the universe (Wycherley, Mrs. Pinchwife, Country
Wife). Gadzooks (Heartfree, Vanbrugh, Provok'd Wife) ; Gadt s Bud
(Sir Paul Plyant, Double Dealer) ; Gud soons (Lady Arabella, Vanbrugh,
Journey to London) ; Marry-gep (Widow Blackacre, Wycherley, Plain Dealer)
; ^sheart (Sir Wilful, Congreve, Way of the World) ; Eh Gud, eh Gud
(Mrs. Fantast, Shadwell, Bury Fair); Zoz I was a modest fool; ads^- zoz
(Sir Credulous Easy, Devonshire Knight, Aphra Behn, Sir Petulant Fancy);
'D's diggers Sir (a groom in Sir Petulant Fancy); ^sheart (Sir Wilf.
Witwoud, Congreve, Way of the World); odsheart (Sir Noble Clumsey, Otway,
Friendship in Fashion); Adsheart (fkx Jos, Wittol, Congreve, Old
Bachelor) ; Gadswouns (Oldfox, Plain Dealer). By the side of marry,
frequent in the sixteenth and seventeenth centuries, the curious
expression Marry come up my dirty cousin occurs in Swift's Polite
Conversations (said by the young lady), and again in Fielding's Tom Jones
said by the lady's maid Mrs. Honor. With this compare marry gep above,
which probably stands for ' go up Such expressions as Lard are
frequent in the seventeenth-century comedies, and the very
modern-sounding as sure as a gun is said by Sir Paul Plyant in the Double
Dealer. The comedies of Dryden contain but few of the more or less
mild, and fashionable, semi-bantering exclamatory expressions which
enliven the pages of many of his contemporaries ; he sticks on the whole
to the more permanent oaths 'sdeath, ^sblood, &c. It must be allowed
that the dialogue of Dry den's comedies is inferior to that of Otway or
Congreve in brilliancy and natural ease, and that it probably does not
reflect the familiar colloquial English of the period so faithfully as
the conversation in the works of these writers. Dryden himself says, in
the Defense of the Essay of Dramatic Poesy, ' I know I am not so fitted
by Nature to write Comedy : 1 want that Gaiety of Flumour which is
required to it. My Conversation is slow and dull, my Humour Saturnine and
reserv’d : In sliortj I am none of those who endeavour to break all Jests
in Com- pmy, or make Repartees It may be noted that the
frequent use almost in ever;^ sentence of such phrases as A/ me perish,
hum me, and other meaningless interjec- tions of this order, is
attributed by the dramatists only to the most frivolous fops and the most
affected women of fashion. The more serious characters, so far as such
exist in the later seventeenth-century comedies, aie addicted rather to
the weightier and more sober sort of swearing. It is perhaps unnecessary
to pursue this subject beyond the* first third of the eighteenth century.
Farquhar has many of the manner- isms of his slightly older
contemporaries, and some stronger expressions, e. g. ‘ There was a
neighbour's daughter I had a woundy kindness for Truman, in Twin Rivals ;
but Fielding in his numerous comedies has but few of the objurgatory
catchwords of the earlier generation. Swearing, both of the lighter kind
as well as of the deliberately profane variety, appears to have
diminished in intensity, apart from the stage country squire, suc h
as Squire Badger in Don Quixote, who says ^ShodUkins and ecod, and Squire
Western, whose artless profanity is notorious. Ladies in these plays, and
in Swift's Polite Conversations, still say lard, O Ltid, and la, and
mercy, ^shuhs, God bless my eyesight, but the rich variety of expression
which we find in Lady Squeamish and her friends has vanished. Some few of
the old mouth-filling oaths, such as zounds, ^sdeath, and so on, still
linger in Goldsmith and Sheridan, but the number of these available for a
gentleman was very limited by the end of the century. From the beginning
of the nineteenth century it would seem that nearly all the old oaths
died out in good society, as having come to be considered, from
unfamiliarity, either too profane or else too devoid of content to serve
any purpose. It seems to be the case that the serious oaths survive
longest, or at any rate die hardest, while each age produces its own
ephemersil formulas of mere light expletive and asseveration.
Hyperbole ; Compliments ; Approval ; Disapproval ; Abuse, Very
characteristic of a particular age is the language of hyperbole and
exaggeration as found in phrases expressive on the one hand of
compliments, pleasure, approval, amusement, and so on, and of disgust,
dislike, anger, and kindred emotions, on the other. Incidentally, the
study of the different modes of expressing such feelings as these leads
us also to observe the varying fashion in intensives, corresponding to
the present-day awfully, frightfully, and the rest, and in exaggeration
generally, especially in paying compliments. The following
illustrations are chiefly drawn from the seventeenth century, which
offers a considerable wealth of material. It is wonderful what a
variety of expressions have been in use, more or less transitorily, at
different periods, as intensives, meaning no more than i>iry, very
much, &c. Rarely in Chapman^s Gentleman Usher ^How did you like me aunt? 0 rarely, rarely \
^Oh lord, that, that is a pleasure intolerahU \ Lady Squeamish in Otway’s
Friendship in Love ; ‘Let me die if that was not extravaganily pleasant
vtry amusing), ibid. ; ^ I vow he himself sings a tune extreme prettily \
ibid. : ‘ I love dancing immoderately \ ibid. ; ‘ O dear ’tis violent hot
\ ibid. ; ‘ Deuce take me if your Ladyship has not the art of surprising
the most naturally in the world I hope you'll make me happy in
communicating the Poem Brisk in Congreve's Double Dealer ; ‘With the
reserve of my Honour, I aSvSure you Careless, I don't know anything in
the World I would refuse to a Person so meritorious You’ll pardon my want
of expression', Lady Plyant in Double Dealer; to which Careless replies ‘O
your “Xadyship is abounding in all Excellence^ particularly that of
Phrase ; My Lady Froth is very well in her Accomplishments But it is when
my Lady Plyant is not thought of if that can ever be ' ; Lady Plyant : ‘O you overcome me That is so excessive' ;
Brisk, asked to write notes to Lady Froth's Poems, cries ‘ With all my
Heart and Soul, and proud of the vast Honour let me perish ‘ I swear
Careless you are very alluring^ and say so many fine Things, and nothing
is so moving as a fine Thing. ., . Well, sure if I escape your
Importunities, I shall value myself as long as I live, I swear ; Lady
Plyant. The following bit of dialogue between Lady Froth and Mr. Brisk
illustrates the fashionable mode of bandying exaggerated, but i*ather
hollow compliments. ‘ Ldy P. Ah Gallantry to the last degree Brisk
was ever anything so well bred as My Lord ? Brisk Never anything but your
Ladyship let me perish. Ldy F, O prettily turned again ; let me die but
you have a great deal of Wit. Mellefont don^t you think Brisk has a World
of Wit ? MeUefont O yes Madam. Brisk O dear Madam Ldy F» An mfinite deal! Brisk, O Heaven
Madam. 'Ldy F. More Wit than Body. Brisk Pm everlastingly your humble
Servant^ deuce take me Madam. Lady Fancyful in Vanbrugh’s Provok'd
Wife contrives to pay herself a pretty compliment in lamenting the
ravages of her beauty and the con- sequent pretended annoyance to herself
‘ To confess the truth to you, Fm so everlastingly fatigued with the
addresses of unfortunate gentlemen that were it not for the extravagancy
of the example, I should e'en tear out these wicked eyes with my own
fingers, to make both myself and mankind easy Swift's Polite
Conversations consist of a wonderful string of slang words, phrases, and
clicMs^ all of which we may suppose to have been current in the
conversation of the more frivolous part of Society in the early
eighteenth century. The word pure is used for very ‘ this almond pudden
is pure good ’ ; also as an Adj., in the sense of excellent^ as in ‘ by
Dad he's pure Company \ Sir Noble Clumsey's summing-up of the 'Arch- Wag'
Malagene. To divert in the characteristic sense of ‘amuse', and instead
of this ‘ Well ladies and gentlemen, you are pleased to divert
yourselves'. Lady Wentworth speaks of
her ‘munckey' as ‘ full of devertin tricks and twenty years earlier Cary
Stewkley (Verney), taxed by her brother with a propensity for gambling,
writes ‘ whot dus becom a gentilwoman as plays only for divariion I hope
I know The idiomatic use of obliging is shown in the Polite
Conversations, by Lady Smart, who remarks, in answer to rather excessive
praise of her house ‘ My lord, your lordship is always very obliging ' ;
in the same sense Lady Squeamish says 'I sweai*e Mr. Malagene you are a
very obliging person \ Extreme amusement, and approval of the
persons who provoke it, are frequently expressed with considerable
exaggeration of phrase. Some instances are quoted above, but a few more
may be added^. ‘ A you mad slave you, you are a ticUing Acior\ says
Vincentio to Pogio in Chapman’s Gentleman Usher. Mr. Oldwit,
in Shadwelbs Bury Fair, professes great delight at the buffoonery of Sir
Humphrey : ‘ Forbear, pray forbear ; you'll be the death of me ; 1 shall
break a vein if I keep you company, you arch Wag you, Well Sir Humphrey
Noddy, go thy ways, thou art the ar«hesT Wit and Wag. I must forswear thy
Company, thou'lt kill me elsei' The arch wag asks ' What is the World
worth without Wit and Waggery and Mirth ? and describing some prank he
had played before an admiring friend, remarks Mf you’d seen his Lordship
laugh! I thought my Lord would have killed himself. He desired me at last
to forbear ; he was not able to endure it! 'Why what a notable Wag^s
this" is said sarcastically in Mrs. Aphra Behn’s Sir Patient
Fancy. The passages quoted above, pp. 369-71, from Otway’s
Friendship in Love illustrate the modes of expressing an appreciation of
' Waggery In the tract Reasons of Mr. Bays for changing his
religion (1688), Mr. Bays (Dryden) remarks a propos of something he
intends to write ^you 'll half kill
yourselves with laughing at the conceit and again ' I protest Ml’ Crites
you are enough to make anybody split with laugh- ing', Similarly 'Miss’
in Polite Conversation declares 'Well, I swear you'll make one die with
laughing The language of abuse, disparagement, contempt, and
disapproval, whether real or in the nature of banter, is equally
characteristic. The following is uttered with genuine anger, by
Malagene Goodvile in Otway’s Friendship in Love, to the njusicians who
are entertaining the company ' Hold, hold, what insufferable rascals are
these ? Why you scurvy thrashing scraping mongrels, ye make a worse noise
than crampt hedgehogs. ’Sdeath ye dogs, can’t you play more as a
gentleman sings ? ’ The seventeenth-century beaux and fine
ladies were adepts in the art of backbiting, and of conveying in a few
words a most unpleasant picture of an absent friend 'O my Lady Toothless’
cries Mr. Brisk in the Double Dealer, ' O she ’s a mortifying spectacle,
she "s always chewing the cud like an old Ewe ’ ; ' Fie M*^ Brisk,
Eringos for her cough ’ pro- tests Cynthia ; Lady Froth : ' Then that t’other great strapping
Lady I can't hit of her name ; the old fat fool that paints so
exorbitantly ’ ; Brisk : ' I know whom you mean But deuce take me I can't
hit of her Name neither Paints d’ye say ? Why she lays it on with a
trowel’ Mr. Brisk knows well how to 'just hint a fault ' Don't you
apprehend me My Lord? Careless is a very honest fellow, but harkee ^you
under- stand me somewhat heavy, a little shallow or so Lady
Froth has a picturesque vocabulary to express disapproval '0 Filthy M**
Sneer? he's a nauseous figure, a most fulsamic Fop . Nauseous and filthy
are favourite words in this period, but are often used so as to convey
little or no specific meaning, or in a tone of rather affectionate banter.
^ He ’s one of those nauseous offerers at wit Wycherley’s Country Wife ;
^ A man must endeavour to look wholesome ’ says Lord Foppington in
Vanbrugh's Relapse, ‘lest he make so nauseous a figure in the side box,
the ladies should be compelled to turn their eyes upon the Play ’ ; again
the same nobleman remarks ‘ While I was but a Knight I was a very nauseous
fellow ’ ; and, speaking to his tailor I shall never be reconciled to
this nauseous packet A remarkable use of the verb, to express a simple
aversion, is found in Mrs. Millamont’s ^ I nauseate walking ; 'tis a
country divertion ' (Congreve, Way of the World). In the Old
Bachelor, Belinda, speaking of Belmour with whom she is Th In^e, cries
out, at the suggestion of such a possibility
‘ Filthy Fellow I Oh I love your hideous fancy I Ha, ha, ha, love a
Man 1 ' In the same play Lucy the maid calls her lover, Setter, ‘ Beast,
filthy toad ’ during an exchange of civilities. ‘ Foh, you filthy toad I
nay, now IVe done jesting ’ says Mrs. Squeamish in the Country Wife, when
Horner kisses her. ‘Out upon you for a filthy creature' cries ‘Miss^ in
the Polite Conversations, in reply to the graceful banter of
Neverout. Toad is a term of endearment among these ladies ; ‘ I
love to torment the confounded toad' says Lady Fidget, speaking of Mr.
Horner for whom she has a very pronounced weakness. ‘ Get you gone you
good- natur’d toad you ' is Lady Squeamish's reply to the rather outre
compli- ments of Sir Noble. Plague (Vb.), plaguy^ plaguily
are favourite expressions in Polite Con- versations. Lord Sparkish
complains to his host ‘ My Lord, this venison is plaguily peppered ' ; '
'Sbubs, Madam, I have burnt my hand with your plaguy kettle ' says
Neverout, and the Colonel observes, with satisfaction, that ‘ her
Ladyship was plaguily bamb'd ‘ Don't be so teizing ; you plague a body so
! can't you keep your filthy hands to yourself? ' is a playful rap
administered by ‘ Miss ' to Neverout. Strange is another word used
very indefinitely but suggesting mild disapproval ‘ I vow you'll make me
hate you if you talk so strangely, but let me die, I can't last longer '
says Lady Squeamish, implying a certain degree of impropriety, which
nevertheless makes her laugh ; again, she says, ‘I'll vow and swear my cousin
Sir Noble is a strange pleasant creature We have an example
above of exorbitantly in the sense of ‘out- rageously', and the adjective
is also used in the same sense ^‘Most exorbitant and amazing' is Lady
Fantast’s comment, in Bury Fair, upon her husband's outburst against her
airs and graces. We may close this series of illustrations, which might
be extended almost indefinitely, with two from the Verney Memoirs, which
contain idiomatic uses that have long since disappeared. Susan Verney,
wishing to say that her sister's husband is a bad-tempered disagreeble
fellow, writes ‘poore peg has married a very humersome cros boy as ever I
see' (Mem.). Edmund Verney, Sir Ralph's heir, having had a quarrel with a
neigh* bouring squire concerning boundaries and rights of way, describes
him as ‘very malicious and stomachfull' (Mem.). The phrase ‘as ever
I see' is common in the Verney letters, and also in the Wentworth
Papers. Preciosity, &c. We close this chapter with some
examples of seventeenth-century preciosity and euphemism. The most
characteristic specimens of this kind of affected speech are put by the
writers into the mopths of female characters, and of these we select
Shadwell's Lady Fantast and her daughter (Bury Fair), Otway's Lady
Squeamish, Congreve's Lady Wishfort, and Vanbrugh's Lady Fancyful in the
Provok'd Wife. Some of the sayings of a few minor characters may be added
; the waiting- maids of these characters are nearly as elegant, and only
less absurd than their mistresses. Luce, Lady Fantast's
woman, summons the latter's stepdaughter as follows : ^ Madam, my Lady
Madam Fantast, having attir'd herself in her morning habiliments, is
ambitious of the honour of your Ladyship's Company to survey the Fair ' ;
and she thus announces to her mistress the coming of Mrs. Gertrude the
stepdaughter : ‘ Madame, M^s Gatty
' will kiss your Ladyship's hands here incontinently '. The ladies Fan-
tast, highly respectable as they are in conduct, are as arrant,
pretentious, and affected minxes as can be found, in manner and speech,
given to interlarding their conversation with sham French, and still more
dubious Latin. Says the daughter
‘To all that which the World calls Wit and Breeding, I have always
had a natural Tendency, a penchen^ derived, as the learned say, ex
traduce, from your Ladyship : besides the great Prevalence of your
Ladyship's most shining Example has perpetually stimulated me, to the
sacrificing all my Endeavours towards the attaining of those inestimable
Jewels ; than which, nothing in the Universe can be so much a mon gre, as
the French say. And for Beauty, Madam, the stock I am enrich'd with,
comes by Emanation from your Ladyship, who has been long held a Paragon
of Perfection : most Charmanf, most Tuant! ‘Ah my dear Child' replies the
old lady, ‘II alas, alas 1 Time has been, and yet I am not quite gone .
When Gertrude her stepsister, an attractive and sensible girl, comes in
Mrs. Fantast greets her with ‘ Sweet Madam Gatty, I have some minutes
impatiently expected your Arrival, that I might do myself the Great
Honour to kiss your hands and enjoy the Favour of your Company into the
Fair ; which I see out of my Window, begins to fill apace.'
To this piece of afifectation Gatty replies very sensibly, ‘ I got ready
as soon as e'er I could, and am now come to wait on you ', but old
Lady Fantast takes her to task, with ‘ Oh, fie, Daughter ! will you never
attain to mine, and my dear Daughter's Examples, to a more polite way
of Expression, and a nicer form of Breeding ? Fie, fie ; I come to wait
on you! You should have said; I assure you Madam the Honour is all
on my side ; and I cannot be ambitious of a greater, than the sweet
Society of so excellent a Person. This is Breeding/ ‘Breeding!' exclaims
Gatty, ‘ Why this had been a Flam, a meer Flam And with this judgement,
we may leave My Lady Fantast. We pass next to Lady Squeamish, who is
rather ironically described by Goodvile as ‘the most exact Observer of
Decorums and Decency alive Her manner of greeting the ladies on entering,
along with her cousin Sir Noble Clumsey, if it has the polish, has also
the insincerity of her age' Dear Madam Goodvile, ten thousand Happinesses
wait on you ! Fair Madam Victoria, sweet charming Camilla, which way
shall I express my Service to you ? Cousin your honour, your honour to
the Ladies. Sir Noble : Ladies as low as
Knee can bend, or Head can bow, I salute you all : And Gallants, I am
your most humble, most obliged, and most devoted Servant/ The
character of this charming lady, as well as her taste in language, is
well exhibited in the following dialogue between her and Victoria.
Oh my dear Victoria ! the most unlock’d for Happiness ! the pleasantest
Wlc^ent ! the strangest Discovery ! the very thought of it were enough to
cure Melancholy. Valentine and Camilla, Camilla and Valentine, ha, ha,
ha, Viet, Dear Madam, what is ’t so transports you ?
Ldy Sqti, Nay ’tis too precious to be communicated : Hold me, hold
me, or I shall die with laughter
ha, ha, ha, Camilla and Valentine, Valentine and Camilla, ha, ha,
ha 0 dear, my Heart’s broke. Viet, Good Madam refrain your Mirth a
little, and let me know the Story, that I may have a share in it.
Ldy Squ, An Assignation, an Assignation tonight in the lower Garden ; by strong good Fortune I overheard it all just
now but to think of the pleasant
Consequences that will happen, drives me into an Excess of Joy beyond all
sufferance. Viet, Madame in all probability the pleasantest
Consequence is like to be theirs, if any body’s ; and I cannot guess how
it should touch your Ladyship in the least. Ldy Squ, O Lord,
how can you be so dull ? Why, at the very Hour and Place appointed will I
greet Valentine in Camilla’s stead, before she can be there herself ;
then when she comes, expose her Infamy to the World, till I have thorowly
revenged my self for all the base Injuries her Lover has done me.
Viet But Madam, can you endure to be so malicious ? Ldy Squ,
That, that ’s the dear Pleasure of the thing ; for I vow I’d sooner die
ten thousand Deaths, if I thought I should hazard the least Temptation to
the prejudice of my Honour. Viet, But why should your Ladyship run
into the mouth of Danger? Who knows what scurvy lurking Devil may stand
in readiness, and seize your Virtue before you are aware of him ?
Ldy Squ, Temptation? No, I’d have you know I scorn Temptation: I
durst trust myself in a Convent amongst a Kennel of cramm’d Friers:
Besides, that ungrateful ill-bred fellow Valentine is iny mortal
Aversion, more odious to me than foul weather on a May-day, or ill smell
in a Morning. No, were I inclined to entertain Addresses, I assure you I
need not want for Servants ; for I swear I am so perplexed with
Billet-Doux^ every day, I know not which way to turn myself: Besides
there’s no Fidelity, no Honour in Mankind. O dear Victoria I whatever you
do, never let Love come near your Heart : Tho really 1 think true Love is
the greatest Pleasure in the World.’ And so we let Lady
Squeamish go her ways for a brazen jilt, and an affected, humoursome
baggage. If any one wishes to know whither her ways led her, let him read
the play. Only one more example of foppish refinement of speech
from this play the remarks of the whimsical Mr. Caper to Sir Noble
Clumsey, who coming in drunk, takes him for a dandng-master ^ I thought you had known me’ says he,
rather ruefully, but adds, brightening 'I doubt you may be a little overtaken.
Faith, dear Heart, Fm glad to see you so merry I ’ The
character of Lady Wishfort in the Way of the World is perhaps one of the
best that Congreve has drawn; her conversation in spite of the deliberate
affectation ir^ phrase is vivid and racy, and for all its preciosity has
a naturalness which puts it among the triumphs of Con- greve’s art. He
contrives to bring out to the full the absurdity of the lady’s
mannerisms, in feeling and expression, to combine these with vigour and
ease of diction, and to give to the whole that polish of which he is the
unquestioned master in his own age and for long after. The position
of Lady Wishfort is that of an elderly lady of great ouii ward propriety
of conduct, and a steadfast observer of decorum, in sjl^ch no less than
in manners. Her equanimity is considerably upset by the news that an
elderly knight has fallen in love with her portrait, and wishes to press
his suit with the original. The pretended knight is really a valet in
disguise, and the whole intrigue has been planned, for reasons into which
we need not enter here, by a rascally nephew of Lady Wishfort’s. This,
however, is not discovered until the lover has had an interview with the
sighing fair. The first extract reveals the lady discussing the coming
visit with Foible her maid (who is in the plot). I shall never recompose
my Features to receive Sir Rowland with any Oeconomy of Face Fm
absolutely decayed. Look, F oible. Foible, Your Ladyship has
frown’d a little too rashly, indeed Madam. There are some Cracks
discernible in the white Varnish. Ldy W, Let me see the Glass
Cracks say’st thou ? Why I am arrantly flead (e. g. flayed) I look like
an old peel’d Wall. Thou must repair me Foible before Sir Rowland comes,
or I shall never keep up to my picture. F, I warrant you, Madam ; a
little Art once made your picture like you ; and now a little of the same
Art must make you like your Picture. Your Picture must sit for you,
Madam. Ldy W, But art thou sure Sir Rowland will not fail to come ?
Or will he not fail when he does come? Will he be importunate, Foible,
and push? For if he should not be importunate ... I shall never break
Decorums I shall die with Confusion ; if I am forc’d to advance O
no, I can never advance. ... I shall swoon if he should expect Advances.
No, I hope Sir Rowland is better bred than to j)ut a Lady to the
Necessity of breaking her Forms. I won’t be too coy neither. I won’t give
him Despair But a little Disdain is not amiss ; a little Scorn is
2X\mm%,--Foible.--h little Scorn becomes your Ladyship . Ldy IV. Yes, but Tendeimess becomes me
best A Sort of a Dyingness You see that Picture has a Sort of a Ha Foible
! A Swimmingness in the Eyes Yes, I’ll look so My Neice affects it but
she wants Features. Is Sir Rowland handsom ? Let my Toilet be remov’d
I’ll dress above. I’ll receive Sir Rowland here. Is he handsom ? Don’t
answer me. I won’t know : I’ll be surpris’d ; He’ll be taken by Sm-
prise. By Storm Madam. Sir Rowland’s a brisk Man. TV. Is he ! O then
he’ll importune, if he ’s a brisk Man. I shall save Decorums if Sir
Rowland importunes. I have a mortal Terror at the Apprehension of
offending against Decorums. O Pm glad he ’s a brisk Man. Let my things be
remov’d good Foible*’ The next passage reveals the lady ready
dressed, and expectant of Sir Rowlands arrival. ‘Well, and how do I look Foible! Z; Most
killing well, Madam. Ldy IV, Well, and how shall I receive him ? In what
Figure shall I give 39S colloquial IDIOM his
Heart the first Impression ? There is a great deal in the first
Impression, Shall I sit? No, I won’t sit I’ll walk ay I’ll walk from the
door upon his Entrance; and then turn full upon him No, that will be too
sudden. I’ll lie, ay Ell lie down I’ll receive him in my little
Dressing-Room. There *s a Couch Yes, yes, I’ll give the first Impression
on a Couch I won’t lie neither, but loll, and lean upon one Elbow; with
one Foot a little dangling off, jogging in ^ thoughtful Way Yes Yes
and then as soon as he appears, start, ay, start and be surpris’d,
and rise to meet him in a pretty Disorder Yes O, nothing is more alluring than a Levee from
a Couch in some Con- fusion It shews the Foot to Advantage, and furnishes
with Blushes and recomposing Airs beyond Comparison. Hark ! there ’s a
Coach.’ .^t it is when theure du Berger draws near, as she
supposes, that Lady Wishfort rises to the subiimest heights of expression
: Well, Sir Rowland, you have the Way, you are no Novice in the Labyrinth
of Love— You have the Clue But as I’m a Person, Sir Rowland, you must not
attribute my yielding to any sinister Appetite, or Indigestion of Widow-
hood ; nor impute my Complacency to any Lethar^ of Continence I hope you
don’t think me prone to any iteration of Nuptials If you do, I protest I
must recede or think that I have made a Prostitution of Decorums, but in
the Vehemence of Compassion, or to save the Life of a Person of so much
Importance Or else you wrong my Condescension If you think the least
Scruple of Carnality was an Ingredient, or that Here Foible enters
and announces that the Dancers are ready, and thus puts an end to the
scene at its supreme moment of beauty and absurdity. Even Congreve could
not remain at that level any longer. It is worth while to record
that in this play, a maid, well called Mincings announces ‘ Mem, I am
come to acquaint your Laship that Dinner is impatient The hostess invites
her guests to go into dinner with the phrase ‘ Gentlemen, will you walk ?
' This chapter and book cannot better conclude than with a typical
piece of seventeenth-century formality. May it symbolize at once the
author's leave-taking of the reader and the eagerness of the latter to
pursue the subject for himself. The passage is from the
Provok’d Wife : ‘ Lady FancyfuL
Madam, your humble servant, I must take my leave. Lady Brute. What,
going already madam ? Ldy F. I must beg you’ll excuse me this once
; for really 1 have eighteen visits this afternoon. .{Goin^ Nay, you
shan’t go one step out of the room. Ldy B. Indeed I’ll wait
upon you down. Ldy F. No, sweet Lady Brute, you know I swoon at
ceremony. Ldy B, Pray give me leave Ldy F. You know I won’t I^dy B.
You know I must. Ldy F. Indeed you shan’t Indeed I will Indeed you
shan’t Ldy B. Indeed I will. Ldy F. Indeed you shan’t. Indeed,
indeed, indeed, you shan’t’ [Exit running. They follow. Nome
compiuto: Alberto Caracciolo. Keywords: il colloquio, in cammino verso il
linguaggio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Caracciolo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Caramella:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale degl’eroi di Vico – scuola
di Genova – filosofia genovese – filosofia ligure -- filosofia italiana – Caritone
e Melanippo -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Genova). Filosofo
genovese. Filosofo ligure. Filosofo italiano. Genova, Liguria. Grice:”I like
Caramella – like me, he is into the metaphysics of conversation! And he reminds
me that I should re-read Vico!” -- Grice:
“I like Caramella; he prefaced Fichte’s influential tract on ‘la filosofia
della massoneria’ – but also wrote on more orthodox subjects like Kant,
Cartesio, Bergson, and most of them!” – Grice: “Like me, he thought truth is
found in conversation!” Ancora al liceo, comincia a collaborare con Gobetti,
il quale gli affida la trattazione della filosofia su “Energie Nove”. Dopo un
primo contatto con PGobetti e La Rivoluzione liberale, su segnalazione di
questi, entra in collaborazione con Radice, da cui apprese le dottrine del
neo-idealismo di Croce e Gentile. Dopo la laurea, insegna a Genova. Per le sue
idee antifasciste fu arrestato e rinchiuso prima nelle carceri di Marassi a
Genova, e poi fu trasferito a San Vittore a Milano; fu scarcerato, ma venne
sospeso dall'insegnamento e dalla libera docenza. Ottenne, per intercessione di
Croce, l'incarico di filosofia a Messina. Vinse la cattedra a Catania. Prese
parte ai convegni organizzati dalla Scuola di mistica fascista Insegna a Palermo, ereditando la cattedra che
era stata di Gentile. Il suo allievo principale, che ne cura il lascito, è Armetta,
docente alla Pontifica Facoltà Teologica di Sicilia. La sua vasta cultura, gli permise di vedere
la continuità della filosofia antica romana classica e e, nell'ambito della
filosofia italiana, l'unità delle opposte dialettiche nella legge vivente dello
spirito e nel dinamismo della natura e della storia. Apprezzato storico della
filosofia. La sua filosofia si può definire un neo-idealismo crociano e
gentiliano, ma reinterpretatto alla luce dello spiritualismo. La sua filosofia
supera lo storicismo e la dottrina crociana degli opposti e dei distinti, e si
esprime nell'interpretazione della pratica come eticità storica.. La religione
e la teosofia rappresentano la possibilità dello spirito attento da un lato
alla concretezza dell'uomo e dall'altro all'ineffabilità. Lo spirito, anziché
risolversi nella filosofia, colloca il proprio progresso in intima unità con il
progresso della filosofia stessa: da un lato è esclusa la riduzione dello
spirito ad atteggiamento pratico; dall'altro, le è conferito una distinta
funzione teoretica. Altre opere: “Problemi
e sistemi della filosofia, Messina); “Religione, teosofia e filosofia”; “Logica
e Fisica” (Roma); “La filosofia di Plotino e il neoplatonismo” Catania);
Ideologia”; “Metafisica, filosofia dell'esperienza”; “Metalogica, filosofia
dell'esperienza” (Catania); “Autocritica, in: Filosofi italiani contemporanei,
M.F. Sciacca, Milano); “L'Enciclopedia di Hegel, Padova); “La filosofia dello
Stato nel Risorgimento, Napoli); “Introduzione a Kant, Palermo); “Conoscenza e
metafisica, Palermo); “La mia prospettiva etica, Palermo); “Carteggio con Croce.
Carteggio. La dialettica del vero e del certo nella "metafisica
vichiana" di C., in Miscellanea di scritti filosofici in memoria di
Caramella, Palermo. Ontologia storico-dialettica di C..Lo spirito nella
filosofia di C..C.. La verità in dialogo. Carteggio con Radice.Dizionario
biografico degli italiani. Il linguaggio come auto-analisi. 2 C., La cultura
ligure nell’alto Medioevo, in II Comune di Genova, La recente Vita d
i Bruno, con documenti e inediti 1, in cui Vincenzo Spampanato lia potuto
finalmente sintetizzare oltre vent’anni di ricerche bruniane, mi suggerisce
l’opportunità di un breve eenno sul soggiorno del filosofo nella n o s tra
regione, così sulla base di quanto lo Spampanato ha messo novamente in luce
come su quella delle antiche notizie da lui rinfrescate. Cel resto l’unica
seria esposizione dei fatti che stiamo per narrare era, prima delle dotte
pagine dello Spampanato, nella biografia del Berti2: ma sommaria e imprecisa
per molti rispetti. Arrivò il Bruno in Genova poco prima della domenica delle
Palme, nell’anno in cui la festa cadeva il 15 aprile? Cont raria m en te al
parere del Berti, il quale sostiene non essere capace di prova che il filosofo
sia entrato nella nostra città, dobb iam o infatti tener presente una scena del
Candelaio dove tino dei protagonisti giura, entrando in scena, sulla benedetta coda dell’asino, che adorano i
Genoesi’3 », e il passo correlativo dello Spaccio d e lla B e stia trio n fa n
te, che dice proprio così: Ho visto io i
religiosi di Castello in Genova mostrar per breve tempo e far baciare la velata
coda, dicendo: non toccate, baciate: questa è la santa reliquia di quella
benedetta asina che fu fatta degna di portar il nostro Dio dal monte Oliveto a
Jerosolina. Adoratela, baciatela, -porgete limosina: Centum accipietis, et vita
aeternam possidebitis». I religiosi di
Castello» sono, è evidente, i Domenicani di Santa Maria di Castello, dove
uffiziavano: e la preziosa reliquia doveva certo esser mostrata 1 Messina,
Principato, Vedi, per l’argomento di questa com unicazione, Torino, Paravia,
ed. Spampanato (Bari, Laterza), ed. Gentile (Dial. morali di G. B.), Quetifet
Echard, S c rip t. ord. praed., t. il, p. in. Società Ligure di Storia Patria -
al p opolo nella precisa circostanza della commemorazione del giorno in cui
Gesù discese trionfante su ll’asina a Gerusalemme 1. Il Bruno veniva da Roma,
um ile fu ggiasco. A v ev a avu to notizia che il processo istruttorio p
endente presso l’inquisizione, per i sospetti di erodossia avanzati contro di
lui, non annunziava buon esito: e così, deposto l’ abito, si diresse verso la
valle Padana. Più tardi raccontò egli stesso, ai giudici di V enezia, di essere
andato subito a N oli. Ma è prob abile c h e la peste, da cui quella plaga fu
proprio in quel torno di rem po violentemente aiflitta, lo abbia genericam ente
con sigliato a v o lgersi verto la Liguria, contrada m eno infetta, o non
ancora raggiunta dal contagio, e a fermarsi alm eno qualche giorno a Genova. Le
sarcastiche espressioni dello Spaccio ci fanno im m aginare agevolmente il
Bruno là sulla piazzetta della vetusta ch iesa romanica, pieno l’animo non già
di ammirazione estetica perla caratteristica facciata o per gli ornamenti
molteplici dell’ interno, eh’ è tutto un m usaico di con q uiste orientali, - e
tanto meno di interesse psicologico e religioso per la folla affluente ed
effluente dal tempio, - ma di cruccio e disdegno: lui da poco a ccostatosi alle
nuove idee dei riformatori oltremontani, lui per questo costretto a fuggire di
patria e dall’ am ato convento napoletano di San Domenico Maggiore, dove gli
allievi p endevano dalla sua parola, dottamente teologizzante. La peste arrivò
presto, anzi subito, anche a Genova; a Milano l’ ambasciatore veneto Ottaviano
di Mazi ne aveva già n o tizia tre giorni dapo il 15 aprile, il m ercoledì
santo 2. E allora il Bruno, com e ci attestano, questa volta, più veracem ente,
le sue note dichiarazioni ai giudici veneti, se ne andò a N oli. Forse il
ricordo dantesco, che per lui u m anista p oteva con tar qualche cosa, e la
simiglianza del nom e con quello della sua Nola; forse la persistente libertà
della piccola repubblica, e anche, chissà, qualche lettera di raccomandazione,
qualche c o n siglio di amico lo spinsero in quel tranquillo rifugio, l’
unico veramente tranquillo per lui nella storia delie sue lunghe
peregrinazioni. Andai a Noli, territorio
genoese, d ove m i intrattenni quattro o cinque mesi a insegnar la gram m atica
a’ putti ». Io 1 Per la storia d ella re
liqu ia v. Imbriani, Natanar II in Propu gnatore, Vili, M utin elli, Storia
arcana ed aneddotica d’Italia, Società Ligure di Storia Patria - biblioteca
digitale - stetti in Noli circa quattro o cinque mesi, insegnando la grammatica
a’ figliuoli e leggendo la Sfera o certi gentiluomini...1 ». Lo Spampanato, per
ragioni di coerenza con ulteriori dati biografici, pensa che il soggiorno sia
durato un po’ più di quattro mesi. Comunque, le occupazioni del Nolano a Noli
sono ben chiare: l’ esule cercava di trar qualche mezzo di vita con lezioncine
private. Ma anche leggeva la Sfera a
certi gentiluomini »: la Sfera, cioè il famoso trattato di Giovanni da
Sacroboseo, professore alla Sorbona e monaco domenicano quasi contemporaneo di
Dante: che si soleva considerare come perfetta e sintetica esposizione di una
teoria fisico-geometrica fondamentale per l’astronomia tolemaica, (la teoria
delle sfere celesti), e che Γ insinuarsi dell’ ipotesi copernicana aveva, nella
seconda metà del Cinquecento, rimesso in gran voga2. Persino a Noli era dunque
penetrato il novello interesse del secolo per i problemi astronomici; perfino a
Noli alcuni giovani signori sentivano il bisogn o di stipendiare un povero
erudito piovuto di lontano perchè spiegasse loro il sistema del mondo. E il
Bruno cominciava di quia occuparsi direttamente di quelle indagini che fur o n
o oggetto delle polemiche da lui sostenute in Inghilterra e che formano
l’argomento della Cena delle Ceneri. Non possiamo n atu ralm e n te sapere (a
meno che venissero fuori i quaderni di queste sue legioni liguri) s’ egli già a
Noli professasse la dottrina copernicana, servendosi della Sfera per criticare
il sistema tolem aico: o invece, come il Galilei ne’ suoi corsi allo Studio di
Padova, si limitasse all’illustrazione del classico libretto. Un sacerdote
napoletano, anzi padre Iazzarista, Raffaele de Martinis, che p otè consultare
gli atti del Santo Uffizio, asserisce nella sua biografia del Bruno che a
questi fu intentato in Vercelli un processo (che sarebbe il quarto dopo i primi
due di Napoli 1 Docc. veneti, vili, c. 8 r-v. (SPAMPANATO). Vedi A. Pellizzar i,
Il quadrivio nel Rinascimento (Genova, Perrella). Bruno (Napoli). Ma cfr.
Amabile, in Atti Acc. Scienze mor. e politiche di Napoli n.; espampanato (e
anche Tocco in Arch. fiir Gesch. der P h ilo s., Bonghi, ne La Cultura, Gentile,
Bruno e il pensiero del Rinascimento, [Firenze, Vallecchi Società Ligure di
Storia Patria - e il terzo di Roma) dalla Inquisizione dello Repubblica g e n o
vese»: ma dell’asserzione importantissima (secondo la quale si potrebbe proprio
pensare aver il Bruno palesato ancora una volta la sua eterodossia
nell’insegnamento di Noli) il De Martinis non dà, e confessa di non aver potuto
trovare, le prove. E la notizia non pare affatto fondata, posto che manca ogni
riferimento a questo processo genovese nei posteriori documenti processuali di
Venezia, e di Roma dove pur dovrebbe trovarsi, posto che a Vercelli non ci
consta che il Bruno facesse soggiorno (nè quindi l’inquisizione genovese
avrebbe avuto ragione alcuna di perseguirvelo).
Eppoi me partii de là [da Noli] ed andai prima a Savona, dove stetti
circa quindeci giorni; e da Savona a Turino, dove non trovando trattenimento a
mia satisfazione venni a Venezia per il Po1 ». Da Venezia, di lì a due mesi, a
Padova; da Padova a Brescia, Bergamo, Milano. Qui rivestì l’ abito, e poi per
Buffalora, Novara, Vercelli, Chivasso, Torino, Susa arrivò alla Novalesa, sotto
il Cenisio. Un giorno ancora e fu in Francia, oltre monti, lanciato per la gran
carraia della Sua fortuna. Troverà onori, trionfi accademici, soddisfazioni di
filosofo e di scrittore; ma la queta pace di Noli, mai più. C. 1 Docc. veti.,
c. La Logica di Porto Reale. Con Prefazione di Santino. Storia del pensiero e
del gusto letterario in Italia ad uso dei licei. La scuola di mistica
fascista e la discoperta del vero VICO L'azione combinata della storiografia al
bianchetto e della credulità strisciante fra le righe del conformismo
teologico, ha fatto sparire la notizia della sfida al neoidealismo, che fu
lanciata dalle avanguardie cattoliche inquadrate nella scuola milanese di
mistica fascista. In tal modo la memoria storica degli italiani è stata privata
della nozione necessaria a contrastare seriamente l'ideologia totalitaria e ad
avviare gli studi filosofici su un cammino di ricerca opposto a quello
tracciato dall'intossicante influsso del gramscismo. Un percorso, quella
anticipato dalla scuola di mistica fascista, che avrebbe messo capo ad
un'evoluzione del Novecento - un'autentica rivoluzione italiana - di segno
contrario al coatto e calamitoso trasferimento (narrato da Zangrandi) degli
intellettuali fascisti nel partito di Togliatti. L'accertata esistenza di una
forte opposizione cattolica alla filosofia di matrice hegeliana, comunque, fa
crollare i due pilastri della mistificazione comunista: la leggenda della
complicità cattolica con l'ideologia anticomunista prevalente in Germania -
leggenda sintetizzata dal calunnioso slogan Pio XII papa di Hitler» - e la
rappresentazione degli intellettuali italiani nella figura di un coacervo
nazifascista, redento in extremis dalla longanimità del partito
staliniano. La vicenda degli oppositori italiani all'idealismo rivela,
invece, l'autonomia, la straordinaria vitalità e l'attitudine del pensiero
cattolico ad entusiasmare ed orientare i giovani studiosi, che avevano aderito
al fascismo senza separarsi dalla radice religiosa della patria italiana.
Curiosamente, l'autorità del pensiero cattolico si rafforzò nella prima fase
della II guerra mondiale, quando la Germania nazionalsocialista sembrava
avviata a vincere la guerra. Dopo che il governo italiano ebbe sottoscritto
l'alleanza con la Germania, il dubbio si era, infatti, diffuso fra i giovani,
causando la divisione dell'area fascista in due opposte scuole di pensiero: una
corrente maggioritaria, intesa a metter fine al dominio della cultura tedesca e
perciò risoluta a percorrere la via d'uscita indicata dalla tradizione
cattolica, e una corrente minoritaria, rimasta fedele ai princìpi
dell'idealismo e perciò decisa a seguire le avanguardie germaniche sulla via
del fanatismo e dell'estremismo anticristiano. Espressione del fermento in atto
durante quegli anni cruciali è un magnifico saggio di Tripodi, interprete delle
novità introdotte nella scuola milanese di mistica fascista da Schuster e dal
fondatore dell'Università cattolica del Sacro Cuore, il francescano Gemelli
(confronta Il pensiero politico di Vico e la dottrina del fascismo», Milani).
Tripodi, grazie ad una profonda conoscenza della filosofia italiana tentò un
audace confronto tra lo storicismo cristiano di VICO e la dottrina politica di MUSSOLINI. L'affinità
del fascismo e della scienza nuova, nell'acuta analisi di Tripodi, non è
causata dalle letture (Mussolini, infatti, non cita mai Vico) ma dalla comune
tendenza a riconoscere che maestra non è la mente di questo o quell'uomo che
razionalmente pone un principio, ma la storia delle attività di tutti gli
uomini che si svolgono come debbono svolgersi perché provvidenzialmente si
compia la socialità che ad esse è intrinseca». La scelta di Tripodi cade su
Vico poiché fu perenne nel suo spirito la distinzione tra la sostanza divina e
quella delle creature, tra l'essenza o ragion di essere di Dio e quella delle
cose create, come fu perenne ed inequivocabile la inintelligibilità di Dio se
ricercata nel mondo bruto della natura anziché in quello della storia, nella
quale la Provvidenza si manifesta, chiamando gli uomini a collaboratori della
divinità». Pubblicato e presto rimosso dalla censura di sinistra e
dall'indifferenza di destra, il saggio di Tripodi raccoglie e approfondisce i
risultati delle ricerche iniziate da quegli studiosi cattolici (nel testo sono
citati Chiocchetti, Vecchio, Amerio, Gemelli, Olgiati, C., Orestano, Carlini e
Giuliano) che avevano sostenuto l'irriducibilità della tradizione italiana alla
filosofia tedesca, confutando le tesi di Croce e di Gentile su VICO precursore
dell'idealismo. Tripodi afferma, ad esempio, che il pensiero fascista, per
quanto concerne l'ontologia, ha sempre creduto nella finitezza dell'umano,
riconoscendo che esiste una parete invalicabile, sulla quale lo spirito umano
non può scrivere che una sola parola, Dio» mentre gli idealisti, convinti di
sfondare quella parete, hanno spiegato la dottrina fascista attraverso il
monismo soggettivista o le dimostrazioni immanentistiche, falsando così gli
inequivocabili atteggiamenti dualistici di essa. Di qui il ribaltamento
della linea neoidealista e la scelta dello storicismo cristiano di VICO quale
orizzonte filosofico della tradizione vivente in Italia malgrado gli apparenti
successi della modernità: La stessa barriera che Vico oppone, in nome della
genuinità del pensiero italiano al razionalismo, la oppone il fascismo all'idealismo.
Né GENTILE, né CROCE, anche se il primo ha la camicia nera e cercò di darla al
secondo pongono gli estremi della nostra dottrina». Tripodi indica in VICO
l'antagonista dell'irrealismo e del soggettivismo dominanti nell'età moderna:
Vico non può essere idealista perché la sua filosofia impugna Cartesio e fa
impugnare in Kant gli iniziatori delle dottrine, costruite unicamente su di una
realtà interiore». La filosofia vichiana, inoltre, è apprezzata perché
rivendica la responsabilità dell'azione umana nei fatti della storia che altre
indagini speculative avevano invece interpretato o come involuti in una
meccanica autonoma e materiale o come creazione ideale definita dal pensiero
che l'aveva posta. La coscienza delle proprie virtù creatrici della storia non
deve però indurre l'uomo a dimenticare che la causa prima di esse sta al di
fuori della sua singolarità terrena. E non al di fuori perché affidata al caso
o al fato, ma perché contenuta nella volontà di Dio e rappresentata nella linea
tracciata dalla sua divina provvidenza». L'invito a separare il destino
dell'Italia fascista dalle chimere del razionalismo e dalle suggestioni
dell'attivismo prometeico e dell'amor fati, non poteva essere formulato con
maggiore chiarezza. Nelle penetranti tesi formulate da Tripodi è in qualche modo
anticipato lo schema della strategia culturale elaborata, nel dopoguerra, dai
pensatori dell'avanguardia cattolica (Vecchio, Petruzzellis, Sciacca, Noce,
Tejada, Montano, Grisi, Torti) che nella filosofia di VICO vedranno lo
strumento adatto a contrastare e battere i poteri dell'astrazione hegeliana
trasferita, intanto, nella parodia inscenata dal gramscismo. La posta in gioco
era la corretta impostazione della dottrina del diritto naturale, in ultima
analisi la soluzione del problema riguardante il rapporto tra la giustizia
ideale e le cangianti leggi che i popoli producono nel corso della loro storia.
Dagli scritti giuridici di Vico, Tripodi trasse una indicazione che gli permise
di risolvere il problema senza nulla concedere alle dottrine storicistiche contemplanti
un pensiero dell'assoluto che evolve nel tempo: esiste non una separazione ma
una diversa gradazione d'intensità etica tra giustizia e diritto. La prima è un
diritto naturale soprastorico, che è patrimonio universale e depositario del
sommo vero. Il secondo è dato dall'insieme delle norme che il mondo delle
nazioni partitamente elabora nel suo progressivo avvicinamento alla giustizia».
Di qui l'indicazione di due altri motivi del consenso fascista alla scienza
nuova: il fermo rifiuto delle astrazioni suggerite dal contrattualismo e la
confutazione delle teorie utilitaristiche, che ritengono l'interesse materiale
unica molla delle azioni umane. Nella definizione del comune fondamento
della teoria dello Stato, Tripodi sostiene, pertanto, che nel pensiero di Vico
come in quello di Mussolini la Provvidenza fa prevalere la solidarietà
sull'istinto egoistico: la provvidenza ha il suo più alto attributo nel senso
della socialità che perennemente richiama agli uomini, facendo loro vincere il
senso egoistico per cui vorrebbero tutto l'utile per se e niuna parte per lo
compagno». Tripodi conclude il suo ragionamento affermando che l'unitario
ordine di idee nel quale relativamente alla concezione dello Stato si muovono
la dottrina vichiana e quella fascista» è dimostrato dalla condivisione del
fine soprannaturale: l'uomo trova nello Stato l'organizzazione storica che gli
consente di realizzare quei principi morali conferitigli dalla divinità e con
ciò di assolvere alla sua stessa funzione trascendente di uomo». E' evidente
che l'identificazione della dottrina fascista con la filosofia vichiana era,
per Tripodi, un mezzo usato al fine rafforzare la convinzione sulla necessità,
imposta dai dubbi destati dall'alleanza con il nazionalsocialismo, di rompere
con la cultura prevalente in Germania e di condurre all'approdo cattolico le
vere ragioni dell'ideologia fascista. E' però incontestabile che le tesi
di Tripodi erano un ottimo strumento per estinguere l'ipoteca che la filosofia
tedesca aveva acceso sulla cultura italiana. Non a caso, nel dopoguerra,
Tripodi occupò un posto di prima fila nel gruppo degli intellettuali dell'INSPE
(Vecchio, Costamagna, Ottaviano, Marzio, Teodorani, Volpe, Sottochiesa,
Tricoli, Siena, Grammatico, Rasi) l'istituto che progettava la trasformazione
del MSI di Arturo Michelini in avanguardia di una moderna e rigorosa destra
cattolica. L'attenzione prestata da Pio XII all'evoluzione del MSI in
conformità alle tesi di Tripodi, aprivano le porte del futuro alla destra. Il
congresso del MSI, che doveva tenersi a Genova, doveva, infatti, approvare in
via definitiva la lungimirante linea culturale e politica di Tripodi, mandando
a vuoto i progetti dell'oligarchia favorevole all'apertura a sinistra.
Purtroppo la tollerata (dai democristiani) violenza della piazza comunista
impedì lo svolgimento di quel congresso, respingendo il MSI nel sottosuolo
dionisiaco del pensiero moderno e nelle magiche grotte del tradizionalismo
spurio. La lunga immersione nell'area dell'indigenza filosofica impoverì a tal
punto la cultura di destra che, quando la discesa in campo di Berlusconi offrì
un'altra occasione all'inserimento nella politica di governo, la classe
dirigente del MSI, ottusa dalla retorica almirantiana ed espropriata dal
pensiero neodestro, non seppe produrre altro che le esangui e rachitiche tesi
di Fiuggi. Nato a Genova da Eleucadio e da Delfò, segui gli studi
classici nella città natale. Ancora liceale, cominciò a collaborare a Energie
nuove di Gobetti, con il quale aveva preso contatto epistolare, dicendosi
lettore entusiasta del periodico e seguace della dottrina filosofica crociana.
Gobetti, ormai orientato verso interessi più specificamente politici, affidò al
giovane C. la trattazione sulla rivista dei temi filosofici. Su segnalazione di
GOBETTI (si veda), Radice comincia ad accogliere i suoi scritti su L'Educazione
nazionale. In linea con l'orientamento pedagogico idealistico del
Lombardo Radice, fin dall'inizio degli anni Venti il C. prese le distanze dal
positivismo pedagogico con un contributo (Studi sul positivismo pedagogico,
Firenze), nato proprio da un suggerimento del pedagogista siciliano che glielo
aveva proposto come tema di studio. È qui osteggiato un pensiero ispirato
agli schemi dell'evoluzionismo deterministico e del positivismo scientifico; in
particolare e avversato il meccanicismo naturalistico biologicoevolutivo
(Spencer e Ardigò), cui viene opposta la concezione umanistica dell'educazione
di un Angiulli, di un Siciliani, di un Gabelli. Un'idea di fondo anima le critiche
del C.: è inutile ogni speculazione teoretica che non sappia apportare nuove
indicazioni pedagogiche per il miglioramento delle condizioni di vita umana,
sociale e pratica. Nello stesso orizzonte critico degli Studi si muovono
Le scuole di Lenin (Firenze), La pedagogia di Gioberti e la Guida bibliografica
della pedagogia, specialmente italiana e recente, che faceva seguito alla
Bibliografia ragionata della pedagogia (Milano) scritta in collaborazione con
Radice. Nutrito di idee democratiche, che gli facevano ritenere inadeguato
per l'obiettivo della costruzione di una "nuova Italia" il vecchio
quadro politico postunitario, il C. si impegnò politicamente partecipando alla
costituzione a Genova di un gruppo democratico di sinistra, che aveva tra i
leader Codignola. Collaborò sia all'Arduo, sia al quotidiano socialriformista
Il Lavoro. In particolare, tipico dei gruppo di pedagogisti che, in certo
qual modo, si ponevano nell'ambito del pensiero gentiliano (verso cui anche il
C. veniva avvicinandosi sulla scia del Lombardo Radice, sia pure su posizioni
autonome), è il tema dell'educazione come strumento di realizzazione di una
coscienza democratico-nazionale. Da qui, anche per l'influsso delle idee
gobettiane, l'attenta considerazione di quanto veniva fatto in quel campo in
Unione Sovietica, all'indomani della rivoluzione bolscevica. In Le scuole di
Lenin l'ammirazione con cui il C. guardava al piano scolastico educativo
diretto da Lunačarskij era determinata in concreto dalla considerazione che si
trattava di una rivoluzione culturale unica nella storia dell'umanitàl tesa
all'elevazione delle classi inferiori per farle partecipare alla guida della
società; la critica più forte, propria della formazione laico-democratica del
C., stava nella denuncia del carattere dogmatico delle idee del Lunačarskij,
quando questi sosteneva che la sua scuola del lavoro non era disgiungibile dal
sistema sociale comunista e dal controllo politico del partito. Conseguita la
laurea in filosofia, ottenne presso l'università di Genova la libera docenza in
storia della filosofia e vinse il concorso per le grandi sedi per la cattedra
di filosofia, pedagogia ed economia negli istituti magistrali, ottenendo come
sede Genova. Frattanto la collaborazione con Gobetti, che più che un sodalizio
intellettuale aveva costituito un formativo comune impegno politico-sociale
all'insegna del programma di democrazia liberale, lo portò in breve tempo allo
scontro con il fascismo ormai trionfante. è la diffida dei prefetto di Torino
contro la Rivoluzione liberale (alla quale il C. collabora) e i suoi redattori.
La conferma di questo impegno politico e intellettuale, il C. la offrì
ulteriormente curando la pubblicazione postuma di Risorgimento senza eroi
(Torino) del Gobetti e continuando a far uscire IlBaretti, pur orientando la
rivista sempre più verso temi letterari e filosofici onde evitare scontri
ancora più aspri con il regime. Nel 1926, grazie al Croce, che ormai era
divenuto per lui - come per tanti altri antifascisti - "maestro di
libertà", assunse la direzione della collana "Scrittori
d'Italia" edita da Laterza. Nel maggio di quell'anno fu costretto a
rinunciare alla collaborazione all'Enciclopedia Italiana, a cui era stato
invitato dal Gentile, per gli atttacchi mossigli dalla stampa di regime.
Il dissenso dalla politica del fascismo ne provoco l'arresto; rinchiuso prima
nelle carceri. di Marassi a Genova e quindi trasferito a S. Vittore a Milano,
fu scarcerato. Venne sospeso dall'insegnamento e dalla libera docenza. Le
accuse - come si legge in una lettera al Croce (in Il Dialogo) - erano tra
l'altro di aver collaborato "al giornale socialistoide-democratico Il
Lavoro" di Genova e di aver avuto rapporti con l'associazione antifascista
Giovane Italia, insomma di essere "in una condizione di incompatibilità
con le direttive generali del governo". Scagionato anche grazie
all'intervento del Croce, il C. fu riammesso all'insegnamento e la libera
docenza gli fu restituita con d. m. Venne però destinato all'istituto
magistrale di Messina, dove prese servizio. Dall'ottobre di quell'anno
ottenne l'incarico di filosofia e storia della filosofia e di pedagogia presso
il magistero dell'università di Messina. Mantenne questi incarichi finché vincitore
di più concorsi, fu chiamato a coprire la cattedra di pedagogia nell'università
di Catania. Passa alla cattedra di filosofia teoretica, conseguendo
l'ordinariato. Furono questi anni di studio intenso. Pur nel crocianesimo
di base, si intravvede in Religione, teosofia, filosofia (Messina) e in Senso
comune. Teoria e pratica (Bari) lo sforzo di plasmare un proprio e originale
impianto teoretico. In dialogo con i principali pensatori dell'idealismo
tedesco e italiano, il C. si misura particolarmente con la crociana logica dei
distinti. L'indagine si muove sul terreno dell'attività teoretico-pratica dello
Spirito. Particolarmente Religione, teosofia, filosofia rappresenta questo
tentativo compiuto dal C. per una revisione del sistema idealistico: vi è fatta
emergere l'esigenza di un pensiero spirituale più attento da una parte alla
concretezza dell'uomo e dall'altra alla ineffabilità di Dio. Perseguendo tale
assunto, nella ricerca di un ordine della verità oltre la logica e la nozione
di storia del Croce, il C. ripercorre in Senso comune le tappe storiche del
pensiero occidentale, ricostruendo la genesi della dualità dello Spirito nella
filosofia greca e poi seguendola nel suo sviluppo e nel suo problematicizzarsi
nel pensiero moderno. La concezione della filosofia come educazione e storia,
la stretta connessione tra la filosofia e la sua storia pongono il C.
medianamente tra Croce e Gentile, e tuttavia nel senso di una sicura
indipendenza dal loro pensiero. La sua posizione teoretica può essere così
schematizzata: la teoresi è fondamentalmente caratterizzata dalla dialettica
dei distinti, mentre la prassi genera lo scontro tra gli opposti; la sintesi
dei distinti non è un tertium quid da essi distinto, ma consiste nella loro
stessa inscindibile relazione. La loro circolarità consente, come riaffermerà
in Ideologia (Catania), di guardare alla pratica come alla realizzazione della
teoria, così che si può parlare e di un finalismo teoretico della pratica e di
un finalismo pratico della teoria. All'approfondimento critico dei
neoidealismo italiano, il C. affianca l'approfondimento del rapporto tra
ricerca filosofica e fede religiosa. Egli mantiene costante il dialogo tra
filosofia, scienza e fede nelle trattazioni della piena maturità: Ideologia
(Catania), Metalogica: filosofia dell'esperienza, Metafisica vichiana
(Palermo), in cui è auspicata la possibilità della sopravvivenza del problema
metafisico nell'orizzonte di una metafisica rinnovata, Conoscenza e metafisica.
In quest'ultima opera è affrontato il rapporto verità-conoscere, con l'intento
di delimitare i confini del sapere scientifico e di affermare razionalmente la
capacità di intelligere la realtà della rivelazione. Qui la religione, anziché
risolversi nella filosofia, colloca il proprio progresso in intima unità con il
progresso della filosofia stessa: da un lato è esclusa la riduzione della
religione ad atteggiamento pratico; dall'altro, le è conferita una distinta
funzione teoretica. La piena adesione del C. allo spiritualismo cristiano,
dunque, fa si che sia elusa la riduzione della filosofia a metodologia, senza
dover rinunciare alla fondamentale esigenza di criticità, e che l'interesse si
concentri su quelle istanze spiritualistiche, invero in lui presenti dagli anni
giovanili sia come atteggiamento di vita - lo si evince dalle Lettere dal
carcere - sia come ricerca originale di pensiero. In tal senso, l'adesione allo
spiritualismo cristiano va dunque letta più nella prospettiva della continuità,
dinamica e perciò trasformantesi e trasformante, che in quella della
svolta. Durante la sua lunga e proficua attività accademica, il C.
ricoprì numerose cariche, tra cui quella di preside della facoltà di lettere e
filosofia dell'università di Catania; fu presidente di sezione del British
Council di Catania e presidente di sezione della Società filosofica italiana a
Catania e a Palermo; fu anche presidente di sezione dell'Associazione
pedagogica italiana. A Palermo si era stabilito definitivamente allorché venne
chiamato prima alla cattedra di pedagogia e poi a quella di filosofia teoretica
presso la facoltà di lettere e filosofia. Il C. morì a Palermo. Opere:
Per un elenco completo si rinvia a Bibliografia degli scritti di C., a cura di
T. Caramella, in Miscellanea di studi filosofici in memoria di C. (Atti
dell'Accad. di scienze lettere e arti di Palermo), Palermo. Oltre alle opere
citate ci limitiamo a ricordare qui: Bergson, Milano; Antologia vichiana,
Messina, Breve storia della pedagogia, La filosofia di Plotino e il
neoplatonismo, Catania; Autocritica, in Filosofi italiani contemporanei, a cura
di Sciacca, Milano L'Enciclopedia di Hegel, Padova; La filosofia dello Stato
nel Risorgimento, Napoli; Introduzione a Kant, Palermo La pedagogia tedesca in
Italia, Roma; Pedagogia. Saggio di voci nuove, Fonti e Bibl.: Roma, Arch.
centrale dello Stato, Casellario politico centrale, Per l'epistolario del C.
contributi in: Lettere dal carcere di C., in Giornale di metafisica, Carteggio
con Croce e Gobetti, in Il Dialogo, Carteggio Radice-C., a cura di T.
Caramella, Genova. Vedi inoltre: M.F. Sciacca, Profilo di C., in Annali della
facoltà di magistero della università di Palermo, Di Vona, Religione e filosofia nel pensiero
giovanile di C., Conigliaro, Verità e dialogo nel pensiero di C., in Il
Dialogo, Guzzo, C., in Filosofia, Sciacca, Il pensiero di C., in Atti
dell'Accad. di scienze lettere e arti di Palermo, Sofia, Il dialogo di S. C.
con gli uomini d'oggi, in Labor, Cafaro, Commemoraz. di C., in Nuova Riv.
pedagogica, Piovani, La dialettica del vero e del certo nella "metafisica
vichiana" di C., in Miscellanea di scritti filosofici in memoria di C.,
Palermo Ganci, C., Raschini, Commemoraz. del prof. S. C., in Giornale di
metafisica, Brancato, C.: senso fine e significato della storia, Trapani; V.
Mathieu, Filosofia contemporanea, Firenze; P. Prini, La ontologia
storico-dialettica di C., in Theorein, Pareyson, Inizi e caratteri del pensiero
di C., in Giornale di metafisica, Corselli, La vita dello spirito nella
filosofia di C., in Labor, Raschini, Storiografia e metafisica nella
interpretazione vichiana di C., in Filosofia oggi; M. Corselli, La figura di
C., in Labor, Sciacca, C. filosofo, pedagogista, educatore, in Pegaso. Annali
della facoltà di magistero della università di Palermo. δικά, ώς φησιν
Ηρακλείδης ο Ποντικός εν τω περί
Ερωτικών. ούτοι Φανέντες επιβουλεύοντες Φαλάριδί, Chariton& Melanippus και
βασανιζόμενοι αναγκαζόμενοί τε λέγειν τους συν- confpirant ειδότας,ουμόνονουκατείπον, αλλά καιτονΦάλα-
adν.Ρhala ριν αυτόν είς έλεον ' των βασάνων ήγαγον, ως α π ο λύσαι αυτουςπολλά
επαινέσαντα. διοκαιοΑπόλ. λων, ησθείς επί τούτοις, αναβολην του θανάτου το
Φαλάριδίέχαρίσατο, τούτο έμφήνας τουςπυν θανομέ νουςτης Πυθία ςόπωςαυτόεπιθώνται
έχρησέτεκαι cπερί των αμφί τον Χαρίτωνα, προτάξας του εξαμέ τρου το πεντάμετρον,
καθάπερ ύστερον και Διονύσιος 'Αθηναίος εποίησεν, ο επικληθεις Χαλκους, εν τοις
Έλεγείοις. έστιδεοχρησμόςόδε ετε -- Ευδαίμων Χαρίτων και Μελάνιππος έφυ,
θείαςαγητηρες έφαμερίοις φιλότατος. 1 Perperamέλαιονms. Εp. et moxα πολαύσαι1ns.
A.proαπολύσαι. α> 737 Σ 2 Alibi άγητήρες. 2 amasius, ut ait Heraclides
Ponticus in libro de Amatoriis. Hi igitur deprehensi insidias ftruxisse
Phalaridi et tormentis subiecti quo coniuratos denunciare coge rentur, non modo
non denunciarunt, fed etiam Phala rin ipsum ad misericordiam tormentorum
commoverunt, ut plurimum collaudatos dimitteret. Quare etiam Apollo, delectatusfacto,
moram mortisindullit Phalaridi, hoc ipsum declarans his qui ipsum de ratione,
qua tyran num adgrederentur, consuluerunt: atque et iamde Charitone et
Melanippo oraculum edidit, in quo pentame ter praepofitus hexametro erat;
quemadmodum etiam poftea Dionysius Athenienfis, isqui Aeneuseft cognomi natus,
in Elegiis fecit. Erat autem oraculum hocce Felix et Chariton et Melanippus
erat, mortalium genti auctores coeleftis amoris. Nome compiuto: Santino
Caramella. Keywords: il culto dell’eroe, gl’eroi, il culto degl’eroi, Niso ed
Eurialo, Nicodemo, gl’eroi di Vico, “la verita in dialogo”, soggetto,
intersoggetivita, lo spirito oggetivo, spiriti intersoggetivi, Apollo su
Nicodemo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Caramella,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Caramello:
la ragione conversazionale e l’implictatura conversazionale dell’interpretare –
scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Torino). Filosofo
torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “I
love Caramello – he exemplifies all that I say about latitudinal and
longitudinal unities of philosophy – Aquinas is a ‘great,’ and Caramello has
dedicated his life to him!” Studia al prestigioso
liceo classico Gioberti di Torino, entra in seminario e riceve l'ordinazione
presbiteriale con una speciale dispensa papale dovuta alla giovane età a cui aveva
completato gli studi. Si laurea a Torino. Insegna a Torino, e Chieri. Studia e
cura Aquino. Praemittit autem huic operi philosophus prooemium, in quo
sigillatim exponit ea, quae in hoc libro sunt tractanda. Et quia omnis scientia
praemittit ea, quae de principiis sunt; partes autem compositorum sunt eorum
principia; ideo oportet intendenti tractare de enunciatione praemittere de
partibus eius. Unde dicit: primum oportet constituere, idest definire
quid sit nomen et quid sit verbum. In Graeco habetur, primum oportet poni et
idem significat. Quia enim demonstrationes definitiones praesupponunt, ex
quibus concludunt, merito dicuntur positiones. Et ideo praemittuntur hic solae
definitiones eorum, de quibus agendum est: quia ex definitionibus alia
cognoscuntur. Si quis autem quaerat, cum in libro praedicamentorum de
simplicibus dictum sit, quae fuit necessitas ut hic rursum de nomine et verbo
determinaretur; ad hoc dicendum quod simplicium dictionum triplex potest esse
consideratio. Una quidem, secundum quod absolute significant simplices
intellectus, et sic earum consideratio pertinet ad librum praedicamentorum.
Alio modo, secundum rationem, prout sunt partes enunciationis; et sic
determinatur de eis in hoc libro; et ideo traduntur sub ratione nominis et
verbi: de quorum ratione est quod significent aliquid cum tempore vel sine
tempore, et alia huiusmodi, quae pertinent ad rationem dictionum, secundum quod
constituunt enunciationem. Tertio modo, considerantur secundum quod ex eis
constituitur ordo syllogisticus, et sic determinatur de eis sub ratione
terminorum in libro priorum. Potest iterum dubitari quare, praetermissis
aliis orationis partibus, de solo nomine et verbo determinet. Ad quod dicendum
est quod, quia de simplici enunciatione determinare intendit, sufficit ut solas
illas partes enunciationis pertractet, ex quibus ex necessitate simplex oratio
constat. Potest autem ex solo nomine et verbo simplex enunciatio fieri, non
autem ex aliis orationis partibus sine his; et ideo sufficiens ei fuit de his
duabus determinare. Vel potest dici quod sola nomina et verba sunt principales
orationis partes. Sub nominibus enim comprehenduntur pronomina, quæ, etsi non
nominant naturam, personam tamen determinant, et ideo loco nominum ponuntur:
sub verbo vero participium, quod consignificat tempus: quamvis et cum nomine
convenientiam habeat. Alia vero sunt magis colligationes partium orationis,
significantes habitudinem unius ad aliam, quam orationis partes; sicut clavi et
alia huiusmodi non sunt partes navis, sed partium navis coniunctiones.
His igitur præmissis quasi principiis, subiungit de his, quæ pertinent ad
principalem intentionem, dicens: postea quid negatio et quid affirmatio, quæ
sunt enunciationis partes: non quidem integrales, sicut nomen et verbum
(alioquin oporteret omnem enunciationem ex affirmatione et negatione compositam
esse), sed partes subiectivæ, idest species. Quod quidem nunc supponatur,
posterius autem manifestabitur. Sed potest dubitari: cum enunciatio
dividatur in categoricam et hypotheticam, quare de his non facit mentionem,
sicut de affirmatione et negatione. Et potest dici quod hypothetica enunciatio
ex pluribus categoricis componitur. Unde non differunt nisi secundum
differentiam unius et multi. Vel potest dici, et melius, quod hypothetica
enunciatio non continet absolutam veritatem, cuius cognitio requiritur in
demonstratione, ad quam liber iste principaliter ordinatur; sed significat aliquid
verum esse ex suppositione: quod non sufficit in scientiis demonstrativis, nisi
confirmetur per absolutam veritatem simplicis enunciationis. Et ideo
Aristoteles prætermisit tractatum de hypotheticis enu nciationibus et
syllogismis. Subdit autem, et enunciatio, quæ est genus negationis et
affirmationis; et oratio, quæ est genus enunciationis. Si quis ulterius
quærat, quare non facit ulterius mentionem de voce, dicendum est quod vox est
quoddam naturale; unde pertinet ad considerationem naturalis philosophiæ, ut
patet in secundo de anima, et in ultimo de generatione animalium. Unde etiam
non est proprie orationis genus, sed assumitur ad constitutionem orationis,
sicut res naturales ad constitutionem artificialium. Videtur autem ordo
enunciationis esse præposterus: nam affirmatio naturaliter est prior negatione,
et iis prior est enunciatio, sicut genus; et per consequens oratio
enunciatione. Sed
dicendum quod, quia a partibus inceperat enumerare, procedit a partibus ad
totum. Negationem autem, quæ divisionem continet, eadem ratione præponit
affirmationi, quæ consistit in compositione: quia divisio magis accedit ad
partes, compositio vero magis accedit ad totum. Vel potest dici, secundum
quosdam, quod præmittitur negatio, quia in iis quæ possunt esse et non esse,
prius est non esse, quod significat negatio, quam esse, quod significat
affirmatio. Sed tamen, quia sunt species ex æquo dividentes genus, sunt simul
natura; unde non refert quod eorum præponatur. Præmisso prooemio, philosophus accedit ad propositum exequendum. Et quia
ea, de quibus promiserat se dicturum, sunt voces significativæ complexæ vel
incomplexæ, ideo præmittit tractatum de significatione vocum: et deinde de
vocibus significativis determinat de quibus in prooemio se dicturum promiserat.
Et hoc ibi: nomen ergo est vox significativa et cetera. Circa primum duo facit:
primo, determinat qualis sit significatio vocum; secundo, ostendit differentiam
significationum vocum complexarum et incomplexarum; ibi: est autem quemadmodum
et cetera. Circa primum duo facit: primo quidem, præmittit ordinem
significationis vocum; secundo, ostendit qualis sit vocum significatio, utrum
sit ex natura vel ex impositione; ibi: et quemadmodum nec litteræ et
cetera. Est
ergo considerandum quod circa primum tria proponit, ex quorum uno intelligitur
quartum. Proponit enim Scripturam, voces et animæ passiones, ex
quibus intelliguntur res. Nam passio est ex impressione alicuius agentis; et
sic passiones animæ originem habent ab ipsis rebus. Et si quidem homo esset
naturaliter animal solitarium, sufficerent sibi animæ passiones, quibus ipsis
rebus conformaretur, ut earum notitiam in se haberet; sed quia homo est animal
naturaliter politicum et sociale, necesse fuit quod conceptiones unius hominis
innotescerent aliis, quod fit per vocem; et ideo necesse fuit esse voces
significativas, ad hoc quod homines ad invicem conviverent. Unde illi,
qui sunt diversarum linguarum, non possunt bene convivere ad invicem. Rursum si
homo uteretur sola cognitione sensitiva, quæ respicit solum ad hic et nunc,
sufficeret sibi ad convivendum aliis vox significativa, sicut et cæteris
animalibus, quæ per quasdam voces, suas conceptiones invicem sibi manifestant:
sed quia homo utitur etiam intellectuali cognitione, quæ abstrahit ab hic et
nunc; consequitur ipsum sollicitudo non solum de præsentibus secundum locum et
tempus, sed etiam de his quæ distant loco et futura sunt tempore. Unde ut homo conceptiones suas etiam his qui distant secundum locum et his
qui venturi sunt in futuro tempore manifestet, necessarius fuit usus Scripturæ.
Sed quia logica ordinatur ad cognitionem de rebus sumendam, significatio vocum,
quæ est immediata ipsis conceptionibus intellectus, pertinet ad principalem
considerationem ipsius; significatio autem litterarum, tanquam magis remota,
non pertinet ad eius considerationem, sed magis ad considerationem grammatici.
Et ideo exponens ordinem significationum non incipit a litteris, sed a vocibus:
quarum primo significationem exponens, dicit: sunt ergo ea, quæ sunt in voce,
notæ, idest, signa earum passionum quæ sunt in anima. Dicit autem ergo, quasi
ex præmissis concludens: quia supra dixerat determinandum esse de nomine et
verbo et aliis prædictis; hæc autem sunt voces significativæ; ergo oportet
vocum significationem exponere. Utitur autem hoc modo loquendi, ut dicat,
ea quæ sunt in voce, et non, voces, ut quasi continuatim loquatur cum prædictis.
Dixerat enim dicendum esse de nomine et verbo et aliis huiusmodi. Hæc autem
tripliciter habent esse. Uno quidem modo, in conceptione intellectus; alio
modo, in prolatione vocis; tertio modo, in conscriptione litterarum. Dicit
ergo, ea quæ sunt in voce etc.; ac si dicat, nomina et verba et alia
consequentia, quæ tantum sunt in voce, sunt notæ. Vel, quia non omnes voces
sunt significativæ, et earum quædam sunt significativæ naturaliter, quæ longe
sunt a ratione nominis et verbi et aliorum consequentium; ut appropriet suum
dictum ad ea de quibus intendit, ideo dicit, ea quæ sunt in voce, idest quæ
continentur sub voce, sicut partes sub toto. Vel, quia vox est quoddam
naturale, nomen autem et verbum significant ex institutione humana, quæ advenit
rei naturali sicut materiæ, ut forma lecti ligno; ideo ad designandum nomina et
verba et alia consequentia dicit, ea quæ sunt in voce, ac si de lecto
diceretur, ea quæ sunt in ligno. Circa id autem quod dicit, earum quæ sunt in
anima passionum, considerandum est quod passiones animæ communiter dici solent
appetitus sensibilis affectiones, sicut ira, gaudium et alia huiusmodi, ut
dicitur in II Ethicorum. Et verum est quod
huiusmodi passiones significant naturaliter quædam voces hominum, ut gemitus
infirmorum, et aliorum animalium, ut dicitur in I politicæ. Sed nunc sermo est
de vocibus significativis ex institutione humana; et ideo oportet passiones
animæ hic intelligere intellectus conceptiones, quas nomina et verba et
orationes significant immediate, secundum sententiam Aristotelis. Non enim
potest esse quod significent immediate ipsas res, ut ex ipso modo significandi
apparet: significat enim hoc nomen homo naturam humanam in abstractione a
singularibus. Unde non potest esse quod significet immediate hominem
singularem; unde Platonici posuerunt quod significaret ipsam ideam hominis
separatam. Sed quia hoc secundum suam abstractionem non subsistit realiter
secundum sententiam Aristotelis, sed est in solo intellectu; ideo necesse fuit
Aristoteli dicere quod voces significant intellectus conceptiones immediate et
eis mediantibus res. Sed quia non est consuetum quod conceptiones
intellectus Aristoteles nominet passiones; ideo Andronicus posuit hunc librum
non esse Aristotelis. Sed manifeste invenitur in 1 de anima quod passiones animæ
vocat omnes animæ operationes. Unde et ipsa conceptio intellectus passio dici
potest. Vel quia intelligere nostrum non est sine phantasmate: quod non est
sine corporali passione; unde et imaginativam philosophus in III de anima vocat
passivum intellectum. Vel quia extenso nomine passionis ad omnem receptionem,
etiam ipsum intelligere intellectus possibilis quoddam pati est, ut dicitur in
III de anima. Utitur autem potius nomine passionum, quam intellectuum: tum quia
ex aliqua animæ passione provenit, puta ex amore vel odio, ut homo interiorem
conceptum per vocem alteri significare velit: tum etiam quia significatio vocum
refertur ad conceptionem intellectus, secundum quod oritur a rebus per modum
cuiusdam impressionis vel passionis. Secundo, cum dicit: et ea quæ
scribuntur etc., agit de significatione Scripturæ: et secundum Alexandrum hoc
inducit ad manifestandum præcedentem sententiam per modum similitudinis, ut sit
sensus: ita ea quæ sunt in voce sunt signa passionum animæ, sicut et litteræ
sunt signa vocum. Quod etiam manifestat per sequentia, cum dicit: et
quemadmodum nec litteræ etc.; inducens hoc quasi signum præcedentis. Quod enim
litteræ significent voces, significatur per hoc, quod, sicut sunt diversæ voces
apud diversos, ita et diversæ litteræ. Et secundum hanc expositionem, ideo non
dixit, et litteræ eorum quæ sunt in voce, sed ea quæ scribuntur: quia dicuntur
litteræ etiam in prolatione et Scriptura, quamvis magis proprie, secundum quod
sunt in Scriptura, dicantur litteræ; secundum autem quod sunt in prolatione,
dicantur elementa vocis. Sed quia Aristoteles non dicit, sicut et ea quæ
scribuntur, sed continuam narrationem facit, melius est ut dicatur, sicut
Porphyrius exposuit, quod Aristoteles procedit ulterius ad complendum ordinem
significationis. Postquam enim dixerat quod nomina et verba, quæ sunt in voce,
sunt signa eorum quæ sunt in anima, continuatim subdit quod nomina et verba quæ
scribuntur, signa sunt eorum nominum et verborum quæ sunt in voce. Deinde cum
dicit: et quemadmodum nec litteræ etc., ostendit differentiam præmissorum
significantium et significatorum, quantum ad hoc, quod est esse secundum
naturam, vel non esse. Et circa hoc tria facit. Primo enim, ponit quoddam
signum, quo manifestatur quod nec voces nec litteræ naturaliter significant. Ea
enim, quæ naturaliter significant sunt eadem apud omnes. Significatio autem
litterarum et vocum, de quibus nunc agimus, non est eadem apud omnes. Sed hoc
quidem apud nullos unquam dubitatum fuit quantum ad litteras: quarum non solum
ratio significandi est ex impositione, sed etiam ipsarum formatio fit per
artem. Voces autem naturaliter formantur; unde et apud quosdam dubitatum fuit,
utrum naturaliter significent. Sed Aristoteles hic determinat ex similitudine
litterarum, quæ sicut non sunt eædem apud omnes, ita nec voces. Unde manifeste
relinquitur quod sicut nec litteræ, ita nec voces naturaliter significant, sed
ex institutione humana. Voces autem illæ, quæ naturaliter significant, sicut
gemitus infirmorum et alia huiusmodi, sunt eadem apud omnes. Secundo,
ibi: quorum autem etc., ostendit passiones animæ naturaliter esse, sicut et
res, per hoc quod eædem sunt apud omnes. Unde dicit: quorum autem; idest sicut
passiones animæ sunt eædem omnibus (quorum primorum, idest quarum passionum
primarum, hæ, scilicet voces, sunt notæ, idest signa; comparantur enim
passiones animæ ad voces, sicut primum ad secundum: voces enim non proferuntur,
nisi ad exprimendum interiores animæ passiones), et res etiam eædem, scilicet
sunt apud omnes, quorum, idest quarum rerum, hæ, scilicet passiones animæ sunt
similitudines. Ubi attendendum est quod litteras dixit esse notas, idest signa
vocum, et voces passionum animæ similiter; passiones autem animæ dicit esse
similitudines rerum: et hoc ideo, quia res non cognoscitur ab anima nisi per
aliquam sui similitudinem existentem vel in sensu vel in intellectu. Litteræ
autem ita sunt signa vocum, et voces passionum, quod non attenditur ibi aliqua
ratio similitudinis, sed sola ratio institutionis, sicut et in multis aliis
signis: ut tuba est signum belli. In passionibus autem animæ oportet attendi
rationem similitudinis ad exprimendas res, quia naturaliter eas designant, non
ex institutione. Obiiciunt autem quidam, ostendere volentes contra hoc
quod dicit passiones animæ, quas significant voces, esse omnibus easdem. Primo
quidem, quia diversi diversas sententias habent de rebus, et ita non videntur
esse eædem apud omnes animæ passiones. Ad quod respondet Boethius quod
Aristoteles hic nominat passiones animæ conceptiones intellectus, qui numquam
decipitur; et ita oportet eius conceptiones esse apud omnes easdem: quia, si
quis a vero discordat, hic non intelligit. Sed quia etiam in intellectu potest
esse falsum, secundum quod componit et dividit, non autem secundum quod
cognoscit quod quid est, idest essentiam rei, ut dicitur in III de anima;
referendum est hoc ad simplices intellectus conceptiones (quas significant
voces incomplexæ), quæ sunt eædem apud omnes: quia, si quis vere intelligit
quid est homo, quodcunque aliud aliquid, quam hominem apprehendat, non
intelligit hominem. Huiusmodi autem simplices conceptiones intellectus sunt,
quas primo voces significant. Unde dicitur in IV metaphysicæ quod ratio, quam
significat nomen, est definitio. Et ideo signanter dicit: quorum primorum hæ
notæ sunt, ut scilicet referatur ad primas conceptiones a vocibus primo
significatas. Sed adhuc obiiciunt aliqui de nominibus æquivocis, in
quibus eiusdem vocis non est eadem passio, quæ significatur apud omnes. Et
respondet ad hoc Porphyrius quod unus homo, qui vocem profert, ad unam
intellectus conceptionem significandam eam refert; et si aliquis alius, cui
loquitur, aliquid aliud intelligat, ille qui loquitur, se exponendo, faciet
quod referet intellectum ad idem. Sed melius dicendum est quod intentio
Aristotelis non est asserere identitatem conceptionis animæ per comparationem
ad vocem, ut scilicet unius vocis una sit conceptio: quia voces sunt diversæ
apud diversos; sed intendit asserere identitatem conceptionum animæ per comparationem
ad res, quas similiter dicit esse easdem. Tertio, ibi: de his itaque
etc., excusat se a diligentiori harum consideratione: quia quales sint animæ
passiones, et quomodo sint rerum similitudines, dictum est in libro de anima.
Non enim hoc pertinet ad logicum negocium, sed ad naturale. Postquam
philosophus tradidit ordinem significationis vocum, hic agit de diversa vocum
significatione: quarum quædam significant verum vel falsum, quædam non. Et circa
hoc duo facit: primo, præmittit differentiam; secundo, manifestat eam; ibi:
circa compositionem enim et cetera. Quia vero conceptiones intellectus præambulæ
sunt ordine naturæ vocibus, quæ ad eas exprimendas proferuntur, ideo ex
similitudine differentiæ, quæ est circa intellectum, assignat differentiam, quæ
est circa significationes vocum: ut scilicet hæc manifestatio non solum sit ex
simili, sed etiam ex causa quam imitantur effectus. Est ergo
considerandum quod, sicut in principio dictum est, duplex est operatio
intellectus, ut traditur in III de anima; in quarum una non invenitur verum et
falsum, in altera autem invenitur. Et hoc est quod dicit
quod in anima aliquoties est intellectus sine vero et falso, aliquoties autem
ex necessitate habet alterum horum. Et quia voces significativæ formantur ad
exprimendas conceptiones intellectus, ideo ad hoc quod signum conformetur
signato, necesse est quod etiam vocum significativarum similiter quædam
significent sine vero et falso, quædam autem cum vero et falso. Deinde
cum dicit: circa compositionem etc., manifestat quod dixerat. Et primo, quantum
ad id quod dixerat de intellectu; secundo, quantum ad id quod dixerat de
assimilatione vocum ad intellectum; ibi: nomina igitur ipsa et verba et cetera.
Ad ostendendum igitur quod intellectus quandoque est sine vero et falso,
quandoque autem cum altero horum, dicit primo quod veritas et falsitas est
circa compositionem et divisionem. Ubi oportet intelligere quod una duarum
operationum intellectus est indivisibilium intelligentia: in quantum scilicet
intellectus intelligit absolute cuiusque rei quidditatem sive essentiam per
seipsam, puta quid est homo vel quid album vel quid aliud huiusmodi. Alia vero
operatio intellectus est, secundum quod huiusmodi simplicia concepta simul
componit et dividit. Dicit ergo quod in hac secunda operatione intellectus,
idest componentis et dividentis, invenitur veritas et falsitas: relinquens quod
in prima operatione non invenitur, ut etiam traditur in III de anima. Sed circa
hoc primo videtur esse dubium: quia cum divisio fiat per resolutionem ad
indivisibilia sive simplicia, videtur quod sicut in simplicibus non est veritas
vel falsitas, ita nec in divisione. Sed dicendum est quod cum conceptiones
intellectus sint similitudines rerum, ea quæ circa intellectum sunt dupliciter
considerari et nominari possunt. Uno modo, secundum se: alio modo, secundum
rationes rerum quarum sunt similitudines. Sicut imago Herculis secundum se
quidem dicitur et est cuprum; in quantum autem est similitudo Herculis
nominatur homo. Sic etiam, si consideremus ea quæ sunt circa intellectum
secundum se, semper est compositio, ubi est veritas et falsitas; quæ nunquam
invenitur in intellectu, nisi per hoc quod intellectus comparat unum simplicem
conceptum alteri. Sed si referatur ad rem, quandoque dicitur compositio,
quandoque dicitur divisio. Compositio quidem, quando intellectus comparat unum
conceptum alteri, quasi apprehendens coniunctionem aut identitatem rerum,
quarum sunt conceptiones; divisio autem, quando sic comparat unum conceptum
alteri, ut apprehendat res esse diversas. Et per hunc etiam modum in vocibus
affirmatio dicitur compositio, in quantum coniunctionem ex parte rei
significat; negatio vero dicitur divisio, in quantum significat rerum
separationem. Ulterius autem videtur quod non solum in compositione et
divisione veritas consistat. Primo quidem, quia etiam res dicitur vera vel
falsa, sicut dicitur aurum verum vel falsum. Dicitur etiam quod ens et verum convertuntur. Unde videtur quod etiam
simplex conceptio intellectus, quæ est similitudo rei, non careat veritate et
falsitate. Præterea, philosophus dicit in Lib. de anima quod sensus propriorum
sensibilium semper est verus; sensus autem non componvel dividit; non ergo in
sola compositione vel divisione est veritas. Item, in intellectu divino nulla
est compositio, ut probatur in XII metaphysicæ; et tamen ibi est prima et summa
veritas; non ergo veritas est solum circa compositionem et divisionem. Ad
huiusmodi igitur evidentiam considerandum est quod veritas in aliquo invenitur
dupliciter: uno modo, sicut in eo quod est verum: alio modo, sicut in dicente
vel cognoscente verum. Invenitur autem veritas sicut in eo quod est verum tam
in simplicibus, quam in compositis; sed sicut in dicente vel cognoscente verum,
non invenitur nisi secundum compositionem et divisionem. Quod quidem sic
patet. Verum enim, ut philosophus dicit in VI Ethicorum, est bonum
intellectus. Unde de quocumque dicatur verum, oportet quod hoc sit per
respectum ad intellectum. Comparantur autem ad intellectum voces quidem sicut
signa, res autem sicut ea quorum intellectus sunt similitudines. Considerandum
autem quod aliqua res comparatur ad intellectum dupliciter. Uno quidem modo,
sicut mensura ad mensuratum, et sic comparantur res naturales ad intellectum
speculativum humanum. Et ideo intellectus dicitur verus secundum quod
conformatur rei, falsus autem secundum quod discordat a re. Res autem naturalis
non dicitur esse vera per comparationem ad intellectum nostrum, sicut posuerunt
quidam antiqui naturales, existimantes rerum veritatem esse solum in hoc, quod
est videri: secundum hoc enim sequeretur quod contradictoria essent simul vera,
quia contradictoria cadunt sub diversorum opinionibus. Dicuntur tamen res aliquæ
veræ vel falsæ per comparationem ad intellectum nostrum, non essentialiter vel
formaliter, sed effective, in quantum scilicet natæ sunt facere de se veram vel
falsam existimationem; et secundum hoc dicitur aurum verum vel falsum. Alio
autem modo, res comparantur ad intellectum, sicut mensuratum ad mensuram, ut
patet in intellectu practico, qui est causa rerum. Unde opus artificis dicitur
esse verum, in quantum attingit ad rationem artis; falsum vero, in quantum
deficit a ratione artis. Et quia omnia etiam naturalia comparantur ad
intellectum divinum, sicut artificiata ad artem, consequens est ut quælibet res
dicatur esse vera secundum quod habet propriam formam, secundum quam imitatur
artem divinam. Nam falsum aurum est verum aurichalcum. Et hoc modo ens et verum
convertuntur, quia quælibet res naturalis per suam formam arti divinæ
conformatur. Unde philosophus in I physicæ, formam nominat quoddam
divinum. Et sicut res dicitur vera per comparationem ad suam mensuram,
ita etiam et sensus vel intellectus, cuius mensura est res extra animam. Unde
sensus dicitur verus, quando per formam suam conformatur rei extra animam
existenti. Et sic intelligitur quod sensus proprii sensibilis sit
verus. Et hoc etiam modo intellectus apprehendens quod quid est absque
compositione et divisione, semper est verus, ut dicitur in III de anima. Est
autem considerandum quod quamvis sensus proprii obiecti sit verus, non tamen
cognoscit hoc esse verum. Non enim potest cognoscere habitudinem conformitatis
suæ ad rem, sed solam rem apprehendit; intellectus autem potest huiusmodi
habitudinem conformitatis cognoscere; et ideo solus intellectus potest
cognoscere veritatem. Unde et philosophus dicit in VI metaphysicæ quod veritas
est solum in mente, sicut scilicet in cognoscente veritatem. Cognoscere autem
prædictam conformitatis habitudinem nihil est aliud quam iudicare ita esse in
re vel non esse: quod est componere et dividere; et ideo intellectus non
cognoscit veritatem, nisi componendo vel dividendo per suum iudicium. Quod
quidem iudicium, si consonet rebus, erit verum, puta cum intellectus iudicat
rem esse quod est, vel non esse quod non est. Falsum autem quando dissonat a
re, puta cum iudicat non esse quod est, vel esse quod non est. Unde patet quod
veritas et falsitas sicut in cognoscente et dicente non est nisi circa
compositionem et divisionem. Et hoc modo philosophus loquitur hic. Et quia
voces sunt signa intellectuum, erit vox vera quæ significat verum intellectum,
falsa autem quæ significat falsum intellectum: quamvis vox, in quantum est res
quædam, dicatur vera sicut et aliæ res. Unde hæc vox, homo est asinus, est vere
vox et vere signum; sed quia est signum falsi, ideo dicitur falsa.
Sciendum est autem quod philosophus de veritate hic loquitur secundum quod
pertinet ad intellectum humanum, qui iudicat de conformitate rerum et intellectus
componendo et dividendo. Sed iudicium intellectus divini de hoc est absque
compositione et divisione: quia sicut etiam intellectus noster intelligit
materialia immaterialiter, ita etiam intellectus divinus cognoscit
compositionem et divisionem simpliciter. Deinde cum dicit: nomina igitur
ipsa et verba etc., manifestat quod dixerat de similitudine vocum ad
intellectum. Et primo, manifestat propositum; secundo, probat per signum; ibi:
huius autem signum et cetera. Concludit ergo ex præmissis quod, cum solum circa
compositionem et divisionem sit veritas et falsitas in intellectu, consequens
est quod ipsa nomina et verba, divisim accepta, assimilentur intellectui qui
est sine compositione et divisione; sicut cum homo vel album dicitur, si nihil
aliud addatur: non enim verum adhuc vel falsum est; sed postea quando additur
esse vel non esse, fit verum vel falsum. Nec est instantia de eo, qui per
unicum nomen veram responsionem dat ad interrogationem factam; ut cum quærenti:
quid natat in mari? Aliquis respondet, piscis. Nam intelligitur verbum quod
fuit in interrogatione positum. Et sicut nomen per se positum non
significat verum vel falsum, ita nec verbum per se dictum. Nec est instantia de verbo primæ et secundæ personæ, et de verbo exceptæ
actionis: quia in his intelligitur certus et determinatus nominativus. Unde est
implicita compositio, licet non explicita. Deinde cum dicit: signum autem
etc., inducit signum ex nomine composito, scilicet Hircocervus, quod componitur
ex hirco et cervus et quod in Græco dicitur Tragelaphos; nam tragos est hircus,
et elaphos cervus. Huiusmodi enim nomina significant aliquid, scilicet quosdam
conceptus simplices, licet rerum compositarum; et ideo non est verum vel
falsum, nisi quando additur esse vel non esse, per quæ exprimitur iudicium
intellectus. Potest autem addi esse vel non esse, vel secundum præsens tempus,
quod est esse vel non esse in actu, et ideo hoc dicitur esse simpliciter; vel
secundum tempus præteritum, aut futurum, quod non est esse simpliciter, sed
secundum quid; ut cum dicitur aliquid fuisse vel futurum esse. Signanter autem
utitur exemplo ex nomine significante quod non est in rerum natura, in quo
statim falsitas apparet, et quod sine compositione et divisione non possit
verum vel falsum esse. Postquam philosophus determinavit de ordine
significationis vocum, hic accedit ad determinandum de ipsis vocibus
significativis. Et quia principaliter intendit de enunciatione, quæ est
subiectum huius libri; in qualibet autem scientia oportet prænoscere principia
subiecti; ideo primo, determinat de principiis enunciationis; secundo, de ipsa
enunciatione; ibi: enunciativa vero non omnis et cetera. Circa primum duo
facit: primo enim, determinat principia quasi materialia enunciationis,
scilicet partes integrales ipsius; secundo, determinat principium formale,
scilicet orationem, quæ est enunciationis genus; ibi: oratio autem est vox
significativa et cetera. Circa primum duo facit: primo, determinat de nomine,
quod significat rei substantiam; secundo, determinat de verbo, quod significat
actionem vel passionem procedentem a re; ibi: verbum autem est quod
consignificat tempus et cetera. Circa primum tria facit: primo, definit nomen;
secundo, definitionem exponit; ibi: in nomine enim quod est equiferus etc.;
tertio, excludit quædam, quæ perfecte rationem nominis non habent, ibi: non
homo vero non est nomen. Circa primum considerandum est quod definitio
ideo dicitur terminus, quia includit totaliter rem; ita scilicet, quod nihil
rei est extra definitionem, cui scilicet definitio non conveniat; nec aliquid
aliud est infra definitionem, cui scilicet definitio conveniat. Et ideo
quinque ponit in definitione nominis. Primo, ponitur vox per modum generis, per
quod distinguitur nomen ab omnibus sonis, qui non sunt voces. Nam vox est sonus
ab ore animalis prolatus, cum imaginatione quadam, ut dicitur in II de anima. Additur
autem prima differentia, scilicet significativa, ad differentiam quarumcumque
vocum non significantium, sive sit vox litterata et articulata, sicut biltris,
sive non litterata et non articulata, sicut sibilus pro nihilo factus. Et quia de significatione vocum in superioribus actum est, ideo ex præmissis
concludit quod nomen est vox significativa. Sed cum vox sit quædam res naturalis,
nomen autem non est aliquid naturale sed ab hominibus institutum, videtur quod
non debuit genus nominis ponere vocem, quæ est ex natura, sed magis signum,
quod est ex institutione; ut diceretur: nomen est signum vocale; sicut etiam
convenientius definiretur scutella, si quis diceret quod est vas ligneum, quam
si quis diceret quod est lignum formatum in vas. Sed dicendum quod
artificialia sunt quidem in genere substantiæ ex parte materiæ, in genere autem
accidentium ex parte formæ: nam formæ artificialium accidentia sunt. Nomen ergo
significat formam accidentalem ut concretam subiecto. Cum autem in definitione
omnium accidentium oporteat poni subiectum, necesse est quod, si qua nomina
accidens in abstracto significant quod in eorum definitione ponatur accidens in
recto, quasi genus, subiectum autem in obliquo, quasi differentia; ut cum
dicitur, simitas est curvitas nasi. Si qua vero nomina accidens significant in
concreto, in eorum definitione ponitur materia, vel subiectum, quasi genus, et
accidens, quasi differentia; ut cum dicitur, simum est nasus curvus. Si igitur nomina rerum artificialium significant formas accidentales, ut
concretas subiectis naturalibus, convenientius est, ut in eorum definitione
ponatur res naturalis quasi genus, ut dicamus quod scutella est lignum
figuratum, et similiter quod nomen est vox significativa. Secus autem esset, si
nomina artificialium acciperentur, quasi significantia ipsas formas
artificiales in abstracto. Tertio, ponit secundam differentiam cum dicit:
secundum placitum, idest secundum institutionem humanam a beneplacito hominis
procedentem. Et per hoc differt nomen a vocibus significantibus naturaliter,
sicut sunt gemitus infirmorum et voces brutorum animalium. Quarto, ponit
tertiam differentiam, scilicet sine tempore, per quod differt nomen a verbo.
Sed videtur hoc esse falsum: quia hoc nomen dies vel annus significat tempus.
Sed dicendum quod circa tempus tria possunt considerari. Primo quidem, ipsum
tempus, secundum quod est res quædam, et sic potest significari a nomine, sicut
quælibet alia res. Alio modo, potest considerari id, quod tempore mensuratur,
in quantum huiusmodi: et quia id quod primo et principaliter tempore mensuratur
est motus, in quo consistit actio et passio, ideo verbum quod significat
actionem vel passionem, significat cum tempore. Substantia autem secundum se
considerata, prout significatur per nomen et pronomen, non habet in quantum
huiusmodi ut tempore mensuretur, sed solum secundum quod subiicitur motui,
prout per participium significatur. Et ideo verbum et participium significant
cum tempore, non autem nomen et pronomen. Tertio modo, potest considerari ipsa
habitudo temporis mensurantis; quod significatur per adverbia temporis, ut
cras, heri et huiusmodi. Quinto, ponit quartam differentiam cum subdit:
cuius nulla pars est significativa separata, scilicet a toto nomine; comparatur
tamen ad significationem nominis secundum quod est in toto. Quod ideo est, quia
significatio est quasi forma nominis; nulla autem pars separata habet formam
totius, sicut manus separata ab homine non habet formam humanam. Et per hoc
distinguitur nomen ab oratione, cuius pars significat separata; ut cum dicitur,
homo iustus. Deinde cum dicit: in nomine enim quod est etc., manifestat
præmissam definitionem. Et primo, quantum ad ultimam particulam; secundo,
quantum ad tertiam; ibi: secundum vero placitum et cetera. Nam primæ duæ particulæ manifestæ sunt ex præmissis; tertia autem
particula, scilicet sine temporeit, manifestabitur in sequentibus in
tractatu de verbo. Circa primum duo facit: primo, manifestat propositum
per nomina composita; secundo, ostendit circa hoc differentiam inter nomina simplicia
et composita; ibi: at vero non quemadmodum et cetera. Manifestat ergo primo
quod pars nominis separata nihil significat, per nomina composita, in quibus
hoc magis videtur. In hoc enim nomine quod est equiferus, hæc pars ferus, per
se nihil significat sicut significat in hac oratione, quæ est equus ferus.
Cuius ratio est quod unum nomen imponitur ad significandum unum simplicem
intellectum; aliud autem est id a quo imponitur nomen ad significandum, ab eo
quod nomen significat; sicut hoc nomen lapis imponitur a læsione pedis, quam
non significat: quod tamen imponitur ad significandum conceptum cuiusdam rei.
Et inde est quod pars nominis compositi, quod imponitur ad significandum
conceptum simplicem, non significat partem conceptionis compositæ, a qua
imponitur nomen ad significandum. Sed oratio significat ipsam conceptionem
compositam: unde pars orationis significat partem conceptionis compositæ.
Deinde cum dicit: at vero non etc., ostendit quantum ad hoc differentiam inter
nomina simplicia et composita, et dicit quod non ita se habet in nominibus
simplicibus, sicut et in compositis: quia in simplicibus pars nullo modo est
significativa, neque secundum veritatem, neque secundum apparentiam; sed in
compositis vult quidem, idest apparentiam habet significandi; nihil tamen pars
eius significat, ut dictum est de nomine equiferus. Hæc autem ratio differentiæ
est, quia nomen simplex sicut imponitur ad significandum conceptum simplicem,
ita etiam imponitur ad significandum ab aliquo simplici conceptu; nomen vero
compositum imponitur a composita conceptione, ex qua habet apparentiam quod
pars eius significet. Deinde cum dicit: secundum placitum etc.,
manifestat tertiam partem prædictæ definitionis; et dicit quod ideo dictum est
quod nomen significat secundum placitum, quia nullum nomen est naturaliter. Ex hoc enim est nomen, quod significat: non autem significat naturaliter,
sed ex institutione. Et hoc est quod subdit: sed quando fit nota, idest quando
imponitur ad significandum. Id enim quod naturaliter significat non fit, sed
naturaliter est signum. Et hoc significat cum dicit: illitterati enim soni, ut
ferarum, quia scilicet litteris significari non possunt. Et dicit potius sonos
quam voces, quia quædam animalia non habent vocem, eo quod carent pulmone, sed
tantum quibusdam sonis proprias passiones naturaliter significant: nihil autem
horum sonorum est nomen. Ex quo manifeste datur intelligi quod nomen non
significat naturaliter. Sciendum tamen est quod circa hoc fuit diversa
quorumdam opinio. Quidam enim dixerunt quod nomina nullo modo naturaliter
significant: nec differt quæ res quo nomine significentur. Alii vero dixerunt
quod nomina omnino naturaliter significant, quasi nomina sint naturales
similitudines rerum. Quidam vero dixerunt quod nomina non naturaliter
significant quantum ad hoc, quod eorum significatio non est a natura, ut
Aristoteles hic intendit; quantum vero ad hoc naturaliter significant quod
eorum significatio congruit naturis rerum, ut Plato dixit. Nec obstat quod una
res multis nominibus significatur: quia unius rei possunt esse multæ
similitudines; et similiter ex diversis proprietatibus possunt uni rei multa
diversa nomina imponi. Non est autem intelligendum quod dicit: quorum nihil est
nomen, quasi soni animalium non habeant nomina: nominantur enim quibusdam
nominibus, sicut dicitur rugitus leonis et mugitus bovis; sed quia nullus talis
sonus est nomen, ut dictum est. Deinde cum dicit: non homo vero etc.,
excludit quædam a nominis ratione. Et primo, nomen infinitum; secundo, casus
nominum; ibi: Catonis autem vel Catoni et cetera. Dicit ergo primo quod non
homo non est nomen. Omne enim nomen significat aliquam naturam determinatam, ut
homo; aut personam determinatam, ut pronomen; aut utrumque determinatum, ut
Socrates. Sed hoc quod dico non homo, neque determinatam naturam neque
determinatam personam significat. Imponitur enim a
negatione hominis, quæ æqualiter dicitur de ente, et non ente. Unde non homo
potest dici indifferenter, et de eo quod non est in rerum natura; ut si
dicamus, Chimæra est non homo, et de eo quod est in rerum natura; sicut cum
dicitur, equus est non homo. Si autem imponeretur a privatione, requireret
subiectum ad minus existens: sed quia imponitur a negatione, potest dici de
ente et de non ente, ut Boethius et Ammonius dicunt. Quia tamen significat per
modum nominis, quod potest subiici et prædicari, requiritur ad minus suppositum
in apprehensione. Non autem erat nomen positum tempore Aristotelis sub quo
huiusmodi dictiones concluderentur. Non enim est oratio, quia pars eius non
significat aliquid separata, sicut nec in nominibus compositis; similiter autem
non est negatio, id est oratio negativa, quia huiusmodi oratio superaddit
negationem affirmationi, quod non contingit hic. Et ideo novum nomen imponit
huiusmodi dictioni, vocans eam nomen infinitum propter indeterminationem
significationis, ut dictum est. Deinde cum dicit: Catonis autem vel
Catoni etc., excludit casus nominis; et dicit quod Catonis vel Catoni et alia
huiusmodi non sunt nomina, sed solus nominativus dicitur principaliter nomen,
per quem facta est impositio nominis ad aliquid significandum. Huiusmodi autem
obliqui vocantur casus nominis: quia quasi cadunt per quamdam declinationis
originem a nominativo, qui dicitur rectus eo quod non cadit. Stoici autem
dixerunt etiam nominativos dici casus: quos grammatici sequuntur, eo quod
cadunt, idest procedunt ab interiori conceptione mentis. Et dicitur rectus, eo
quod nihil prohibet aliquid cadens sic cadere, ut rectum stet, sicut stilus qui
cadens ligno infigitur. Deinde cum dicit: ratio autem eius etc., ostendit
consequenter quomodo se habeant obliqui casus ad nomen; et dicit quod ratio,
quam significat nomen, est eadem et in aliis, scilicet casibus nominis; sed in
hoc est differentia quod nomen adiunctum cum hoc verbo est vel erit vel fuit
semper significat verum vel falsum: quod non contingit in obliquis. Signanter
autem inducit exemplum de verbo substantivo: quia sunt quædam alia verba,
scilicet impersonalia, quæ cum obliquis significant verum vel falsum; ut cum
dicitur, poenitet Socratem, quia actus verbi intelligitur ferri super obliquum;
ac si diceretur, poenitentia habet Socratem. Sed contra: si nomen
infinitum et casus non sunt nomina, inconvenienter data est præmissa nominis
definitio, quæ istis convenit. Sed dicendum, secundum Ammonium, quod supra
communius definit nomen, postmodum vero significationem nominis arctat
subtrahendo hæc a nomine. Vel dicendum quod præmissa definitio non simpliciter
convenit his: nomen enim infinitum nihil determinatum significat, neque casus
nominis significat secundum primum placitum instituentis, ut dictum est.
Postquam philosophus determinavit de nomine: hic determinat de verbo. Et circa
hoc tria facit: primo, definit verbum; secundo, excludit quædam a ratione
verbi; ibi: non currit autem, et non laborat etc.; tertio, ostendit
convenientiam verbi ad nomen; ibi: ipsa quidem secundum se dicta verba, et
cetera. Circa
primum duo facit: primo, ponit definitionem verbi; secundo exponit eam; ibi:
dico autem quoniam consignificat et cetera. Est autem considerandum quod
Aristoteles, brevitati studens, non ponit in definitione verbi ea quæ sunt
nomini et verbo communia, relinquens ea intellectui legentis ex his quæ dixerat
in definitione nominis. Ponit autem tres particulas in definitione verbi:
quarum prima distinguit verbum a nomine, in hoc scilicet quod dicit quod
consignificat tempus. Dictum est enim in definitione nominis quod nomen
significat sine tempore. Secunda vero particula est, per quam distinguitur
verbum ab oratione, scilicet cum dicitur: cuius pars nihil extra
significat. Sed cum hoc etiam positum sit in definitione nominis, videtur
hoc debuisse prætermitti, sicut et quod dictum est, vox significativa ad
placitum. Ad quod respondet Ammonius quod in definitione nominis hoc positum
est, ut distinguatur nomen ab orationibus, quæ componuntur ex nominibus; ut cum
dicitur, homo est animal. Quia vero sunt etiam quædam orationes quæ componuntur
ex verbis; ut cum dicitur, ambulare est moveri, ut ab his distinguatur verbum,
oportuit hoc etiam in definitione verbi iterari. Potest etiam aliter dici quod
quia verbum importat compositionem, in qua perficitur oratio verum vel falsum
significans, maiorem convenientiam videbatur verbum habere cum oratione, quasi
quædam pars formalis ipsius, quam nomen, quod est quædam pars materialis et
subiectiva orationis; et ideo oportuit iterari. Tertia vero particula
est, per quam distinguitur verbum non solum a nomine, sed etiam a participio
quod significat cum tempore; unde dicit: et est semper eorum, quæ de altero prædicantur
nota, idest signum: quia scilicet nomina et participia possunt poni ex parte
subiecti et prædicati, sed verbum semper est ex parte prædicati. Sed hoc
videtur habere instantiam in verbis infinitivi modi, quæ interdum ponuntur ex
parte subiecti; ut cum dicitur, ambulare est moveri. Sed dicendum est quod
verba infinitivi modi, quando in subiecto ponuntur, habent vim nominis: unde et
in Græco et in vulgari Latina locutione suscipiunt additionem articulorum sicut
et nomina. Cuius ratio est quia proprium nominis est, ut significet
rem aliquam quasi per se existentem; proprium autem verbi est, ut significet
actionem vel passionem. Potest autem actio significari tripliciter: uno modo,
per se in abstracto, velut quædam res, et sic significatur per nomen; ut cum
dicitur actio, passio, ambulatio, cursus et similia; alio modo, per modum
actionis, ut scilicet est egrediens a substantia et inhærens ei ut subiecto, et
sic significatur per verba aliorum modorum, quæ attribuuntur prædicatis. Sed
quia etiam ipse processus vel inhærentia actionis potest apprehendi ab
intellectu et significari ut res quædam, inde est quod ipsa verba infinitivi
modi, quæ significant ipsam inhærentiam actionis ad subiectum, possunt accipi
ut verba, ratione concretionis, et ut nomina prout significant quasi res
quasdam. Potest etiam obiici de hoc quod etiam verba aliorum modorum
videntur aliquando in subiecto poni; ut cum dicitur, curro est verbum. Sed
dicendum est quod in tali locutione, hoc verbum curro, non sumitur formaliter,
secundum quod eius significatio refertur ad rem, sed secundum quod materialiter
significat ipsam vocem, quæ accipitur ut res quædam. Et ideo tam verba,
quam omnes orationis partes, quando ponuntur materialiter, sumuntur in vi
nominum. Deinde cum dicit: dico vero quoniam consignificat etc., exponit
definitionem positam. Et primo, quantum ad hoc quod dixerat quod consignificat
tempus; secundo, quantum ad hoc quod dixerat quod est nota eorum quæ de altero
prædicantur, cum dicit: et semper est et cetera. Secundam autem particulam, scilicet: cuius nulla pars extra significat, non
exponit, quia supra exposita est in tractatu nominis. Exponit ergo primum quod
verbum consignificat tempus, per exemplum; quia videlicet cursus, quia
significat actionem non per modum actionis, sed per modum rei per se
existentis, non consignificat tempus, eo quod est nomen. Curro vero cum sit
verbum significans actionem, consignificat tempus, quia proprium est motus
tempore mensurari; actiones autem nobis notæ sunt in tempore. Dictum est autem
supra quod consignificare tempus est significare aliquid in tempore mensuratum.
Unde aliud est significare tempus principaliter, ut rem quamdam, quod potest
nomini convenire, aliud autem est significare cum tempore, quod non convenit
nomini, sed verbo. Deinde cum dicit: et est semper etc., exponit aliam
particulam. Ubi notandum est quod quia subiectum enunciationis significatur ut
cui inhæret aliquid, cum verbum significet actionem per modum actionis, de
cuius ratione est ut inhæreat, semper ponitur ex parte prædicati, nunquam autem
ex parte subiecti, nisi sumatur in vi nominis, ut dictum est. Dicitur ergo
verbum semper esse nota eorum quæ dicuntur de altero: tum quia verbum semper
significat id, quod prædicatur; tum quia in omni prædicatione oportet esse
verbum, eo quod verbum importat compositionem, qua prædicatum componitur
subiecto. Sed dubium videtur quod subditur: ut eorum quæ de subiecto vel
in subiecto sunt. Videtur enim aliquid dici ut de subiecto, quod essentialiter
prædicatur; ut, homo est animal; in subiecto autem, sicut accidens de subiecto
prædicatur; ut, homo est albus. Si ergo verba significant actionem vel
passionem, quæ sunt accidentia, consequens est ut semper significent ea, quæ
dicuntur ut in subiecto. Frustra igitur dicitur in subiecto vel de subiecto. Et
ad hoc dicit Boethius quod utrumque ad idem pertinet. Accidens enim et de
subiecto prædicatur, et in subiecto est. Sed quia Aristoteles disiunctione
utitur, videtur aliud per utrumque significare. Et ideo potest dici quod cum
Aristoteles dicit quod, verbum semper est nota eorum, quæ de altero prædicantur,
non est sic intelligendum, quasi significata verborum sint quæ prædicantur,
quia cum prædicatio videatur magis proprie ad compositionem pertinere, ipsa
verba sunt quæ prædicantur, magis quam significent prædicata. Est ergo
intelligendum quod verbum semper est signum quod aliqua prædicentur, quia omnis
prædicatio fit per verbum ratione compositionis importatæ, sive prædicetur aliquid
essentialiter sive accidentaliter. Deinde cum dicit: non currit vero et
non laborat etc., excludit quædam a ratione verbi. Et primo, verbum infinitum;
secundo, verba præteriti temporis vel futuri; ibi: similiter autem curret vel
currebat. Dicit ergo primo quod non currit, et non laborat, non proprie dicitur
verbum. Est enim proprium verbi significare aliquid per modum actionis vel
passionis; quod prædictæ dictiones non faciunt: removent enim actionem vel
passionem, potius quam aliquam determinatam actionem vel passionem significent.
Sed
quamvis non proprie possint dici verbum, tamen conveniunt sibi ea quæ supra
posita sunt in definitione verbi. Quorum primum est quod significat tempus,
quia significat agere et pati, quæ sicut sunt in tempore, ita privatio eorum;
unde et quies tempore mensuratur, ut habetur in VI physicorum. Secundum est
quod semper ponitur ex parte prædicati, sicut et verbum: ethoc ideo, quia
negatio reducitur ad genus affirmationis. Unde sicut verbum quod significat
actionem vel passionem, significat aliquid ut in altero existens, ita prædictæ
dictiones significant remotionem actionis vel passionis. Si quis autem
obiiciat: si prædictis dictionibus convenit definitio verbi; ergo sunt verba;
dicendum est quod definitio verbi supra posita datur de verbo communiter
sumpto. Huiusmodi autem dictiones negantur esse verba, quia deficiunt a
perfecta ratione verbi. Nec ante Aristotelem erat nomen positum huic generi
dictionum a verbis differentium; sed quia huiusmodi dictiones in aliquo cum
verbis conveniunt, deficiunt tamen a determinata ratione verbi, ideo vocat ea
verba infinita. Et rationem nominis assignat, quia unumquodque eorum
indifferenter potest dici de eo quod est, vel de eo quod non est. Sumitur
enim negatio apposita non in vi privationis, sed in vi simplicis negationis.
Privatio enim supponit determinatum subiectum. Differunt tamen huiusmodi verba
a verbis negativis, quia verba infinita sumuntur in vi unius dictionis, verba
vero negativa in vi duarum dictionum. Deinde cum dicit: similiter autem
curret etc., excludit a verbo verba præteriti et futuri temporis; et dicit quod
sicut verba infinita non sunt simpliciter verba, ita etiam curret, quod est
futuri temporis, vel currebat, quod est præteriti temporis, non sunt verba, sed
sunt casus verbi. Et differunt in hoc a verbo, quia verbum consignificat præsens
tempus, illa vero significant tempus hinc et inde circumstans. Dicit autem
signanter præsens tempus, et non simpliciter præsens, ne intelligatur præsens
indivisibile, quod est instans: quia in instanti non est motus, nec actio aut
passio; sed oportet accipere præsens tempus quod mensurat actionem, quæ
incepit, et nondum est determinata per actum. Recte autem ea quæ consignificant
tempus præteritum vel futurum, non sunt verba proprie dicta: cum enim verbum
proprie sit quod significat agere vel pati, hoc est proprie verbum quod
significat agere vel pati in actu, quod est agere vel pati simpliciter: sed
agere vel pati in præterito vel futuro est secundum quid. Dicuntur etiam
verba præteriti vel futuri temporis rationabiliter casus verbi, quod
consignificat præsens tempus; quia præteritum vel futurum dicitur per respectum
ad præsens. Est enim præteritum quod fuit præsens, futurum autem quod erit præsens.
Cum autem declinatio verbi varietur per modos, tempora, numeros et personas,
variatio quæ fit per numerum et personam non constituit casus verbi: quia talis
variatio non est ex parte actionis, sed ex parte subiecti; sed variatio quæ est
per modos et tempora respicit ipsam actionem, et ideo utraque constituit casus
verbi. Nam
verba imperativi vel optativi modi casus dicuntur, sicut et verba præteriti vel
futuri temporis. Sed verba indicativi modi præsentis temporis non dicuntur
casus, cuiuscumque sint personæ vel numeri. Deinde cum dicit: ipsa itaque etc.,
ostendit convenientiam verborum ad nomina. Et circa hoc duo facit: primo,
proponit quod intendit; secundo, manifestat propositum; ibi: et significant
aliquid et cetera. Dicit ergo primo, quod ipsa verba secundum se dicta sunt
nomina: quod a quibusdam exponitur de verbis quæ sumuntur in vi nominis, ut
dictum est, sive sint infinitivi modi; ut cum dico, currere est moveri, sive
sint alterius modi; ut cum dico, curro est verbum. Sed hæc non videtur esse
intentio Aristotelis, quia ad hanc intentionem non respondent sequentia. Et
ideo aliter dicendum est quod nomen hic sumitur, prout communiter significat
quamlibet dictionem impositam ad significandum aliquam rem. Et quia etiam ipsum
agere vel pati est quædam res, inde est quod et ipsa verba in quantum nominant,
idest significant agere vel pati, sub nominibus comprehenduntur communiter
acceptis. Nomen autem, prout a verbo distinguitur, significat rem sub
determinato modo, prout scilicet potest intelligi ut per se existens. Unde
nomina possunt subiici et prædicari. Deinde cum dicit: et significant
aliquid etc., probat propositum. Et primo, per hoc quod verba significant
aliquid, sicut et nomina; secundo, per hoc quod non significant verum vel
falsum, sicut nec nomina; ibi: sed si est, aut non est et cetera. Dicit ergo
primo quod in tantum dictum est quod verba sunt nomina, in quantum significant
aliquid. Et hoc probat, quia supra dictum est quod voces
significativæ significant intellectus. Unde proprium vocis significativæ est
quod generet aliquem intellectum in animo audientis. Et ideo ad ostendendum
quod verbum sit vox significativa, assumit quod ille, qui dicit verbum,
constituit intellectum in animo audientis. Et ad hoc manifestandum inducit quod
ille, qui audit, quiescit. Sed hoc videtur esse falsum: quia sola
oratio perfecta facit quiescere intellectum, non autem nomen, neque verbum si
per se dicatur. Si enim dicam, homo, suspensus est animus audientis, quid de eo
dicere velim; si autem dico, currit, suspensus est eius animus de quo dicam.
Sed dicendum est quod cum duplex sit intellectus operatio, ut supra habitum
est, ille qui dicit nomen vel verbum secundum se, constituit intellectum
quantum ad primam operationem, quæ est simplex conceptio alicuius, et secundum
hoc, quiescit audiens, qui in suspenso erat antequam nomen vel verbum
proferretur et eius prolatio terminaretur; non autem constituit intellectum
quantum ad secundam operationem, quæ est intellectus componentis et dividentis,
ipsum verbum vel nomen per se dictum: nec quantum ad hoc facit quiescere
audientem. Et ideo statim subdit: sed si est, aut non est, nondum
significat, idest nondum significat aliquid per modum compositionis et
divisionis, aut veri vel falsi. Et hoc est secundum, quod probare intendit.
Probat autem consequenter per illa verba, quæ maxime videntur significare
veritatem vel falsitatem, scilicet ipsum verbum quod est esse, et verbum
infinitum quod est non esse; quorum neutrum per se dictum est significativum
veritatis vel falsitatis in re; unde multo minus alia. Vel potest intelligi hoc
generaliter dici de omnibus verbis. Quia enim dixerat quod verbum non
significat si est res vel non est, hoc consequenter manifestat, quia nullum
verbum est significativum esse rei vel non esse, idest quod res sit vel non
sit. Quamvis enim omne verbum finitum implicet esse, quia currere est currentem
esse, et omne verbum infinitum implicet non esse, quia non currere est non
currentem esse; tamen nullum verbum significat hoc totum, scilicet rem esse vel
non esse. Et hoc consequenter probat per id, de quo magis videtur cum
subdit: nec si hoc ipsum est purum dixeris, ipsum quidem nihil est. Ubi
notandum est quod in Græco habetur: neque si ens ipsum nudum dixeris, ipsum
quidem nihil est. Ad probandum enim quod verba non significant rem esse vel non
esse, assumpsit id quod est fons et origo ipsius esse, scilicet ipsum ens, de
quo dicit quod nihil est (ut Alexander exponit), quia ens æquivoce dicitur de
decem prædicamentis; omne autem æquivocum ÆQVIVOCVM GRICE per se positum nihil
significat, nisi aliquid addatur quod determinet eius significationem; unde nec
ipsum est per se dictum significat quod est vel non est. Sed hæc expositio non
videtur conveniens, tum quia ens non dicitur proprie æquivoce, sed secundum
prius et posterius; unde simpliciter dictum intelligitur de eo, quod per prius
dicitur: tum etiam, quia dictio æquivoca non nihil significat, sed multa
significat; et quandoque hoc, quandoque illud per ipsam accipitur: tum etiam,
quia talis expositio non multum facit ad intentionem præsentem. Unde Porphyrius
aliter exposuit quod hoc ipsum ens non significat naturam alicuius rei, sicut
hoc nomen homo vel sapiens, sed solum designat quamdam coniunctionem; unde
subdit quod consignificat quamdam compositionem, quam sine compositis non est
intelligere. Sed neque hoc convenienter videtur dici: quia si non significaret
aliquam rem, sed solum coniunctionem, non esset neque nomen, neque verbum,
sicut nec præpositiones aut coniunctiones. Et ideo aliter exponendum est, sicut
Ammonius exponit, quod ipsum ens nihil est, idest non significat verum vel
falsum. Et rationem huius assignat, cum subdit: consignificat autem quamdam
compositionem. Nec accipitur hic, ut ipse dicit, consignificat, sicut cum
dicebatur quod verbum consignificat tempus, sed consignificat, idest cum alio
significat, scilicet alii adiunctum compositionem significat, quæ non potest
intelligi sine extremis compositionis. Sed quia hoc commune est omnibus
nominibus et verbis, non videtur hæc expositio esse secundum intentionem
Aristotelis, qui assumpsit ipsum ens quasi quoddam speciale. Et ideo ut magis
sequamur verba Aristotelis considerandum est quod ipse dixerat quod verbum non
significat rem esse vel non esse, sed nec ipsum ens significat rem esse vel non
esse. Et hoc est quod dicit, nihil est, idest non significat aliquid esse.
Etenim hoc maxime videbatur de hoc quod dico ens: quia ens nihil est aliud quam
quod est. Et sic videtur et rem significare, per hoc quod dico quod et esse,
per hoc quod dico est. Et si quidem hæc dictio ens significaret esse
principaliter, sicut significat rem quæ habet esse, procul dubio significaret
aliquid esse. Sed ipsam compositionem, quæ importatur in hoc quod dico est, non
principaliter significat, sed consignificat eam in quantum significat rem
habentem esse. Unde talis consignificatio compositionis non sufficit ad
veritatem vel falsitatem: quia compositio, in qua consistit veritas et
falsitas, non potest intelligi, nisi secundum quod innectit extrema
compositionis. Si vero dicatur, nec ipsum esse, ut libri nostri habent,
planior est sensus. Quod enim nullum verbum significat rem esse vel non esse,
probat per hoc verbum est, quod secundum se dictum, non significat aliquid
esse, licet significet esse. Et quia hoc ipsum esse videtur compositio quædam,
et ita hoc verbum est, quod significat esse, potest videri significare
compositionem, in qua sit verum vel falsum; ad hoc excludendum subdit quod illa
compositio, quam significat hoc verbum est, non potest intelligi sine
componentibus: quia dependet eius intellectus ab extremis, quæ si non
apponantur, non est perfectus intellectus compositionis, ut possit in ea esse
verum, vel falsum. Ideo autem dicit quod hoc verbum est consignificat
compositionem, quia non eam principaliter significat, sed ex consequenti;
significat enim primo illud quod cadit in intellectu per modum actualitatis
absolute: nam est, simpliciter dictum, significat in actu esse; et ideo
significat per modum verbi. Quia vero actualitas, quam principaliter significat
hoc verbum est, est communiter actualitas omnis formæ, vel actus substantialis
vel accidentalis, inde est quod cum volumus significare quamcumque formam vel
actum actualiter inesse alicui subiecto, significamus illud per hoc verbum est,
vel simpliciter vel secundum quid: simpliciter quidem secundum præsens tempus;
secundum quid autem secundum alia tempora. Et ideo ex consequenti hoc verbum
est significat compositionem. Postquam philosophus determinavit de nomine et de
verbo, quæ sunt principia materialia enunciationis, utpote partes eius
existentes; nunc determinat de oratione, quæ est principium formale
enunciationis, utpote genus eius existens. Et circa hoc tria facit: primo enim,
proponit definitionem orationis; secundo, exponit eam; ibi: dico autem ut homo
etc.; tertio, excludit errorem; ibi: est autem oratio omnis et cetera.
Circa primum considerandum est quod philosophus in definitione orationis primo
ponit illud in quo oratio convenit cum nomine et verbo, cum dicit: oratio est
vox significativa, quod etiam posuit in definitione nominis, et probavit de
verbo quod aliquid significet. Non autem posuit in eius definitione, quia
supponebat ex eo quod positum erat in definitione nominis, studens brevitati,
ne idem frequenter iteraret. Iterat tamen hoc in definitione orationis, quia
significatio orationis differt a significatione nominis et verbi, quia nomen
vel verbum significat simplicem intellectum, oratio vero significat intellectum
compositum. Secundo autem ponit id, in quo oratio differt a nomine et
verbo, cum dicit: cuius partium aliquid significativum est separatim. Supra
enim dictum est quod pars nominis non significat aliquid per se separatum, sed
solum quod est coniunctum ex duabus partibus. Signanter autem non dicit: cuius
pars est significativa aliquid separata, sed cuius aliquid partium est
significativum, propter negationes et alia syncategoremata, quæ secundum se non
significant aliquid absolutum, sed solum habitudinem unius ad alterum. Sed quia
duplex est significatio vocis, una quæ refertur ad intellectum compositum, alia
quæ refertur ad intellectum simplicem; prima significatio competit orationi,
secunda non competit orationi, sed parti orationis. Unde subdit: ut dictio, non ut affirmatio. Quasi dicat: pars orationis est
significativa, sicut dictio significat, puta ut nomen et verbum, non sicut
affirmatio, quæ componitur ex nomine et verbo. Facit autem mentionem solum de
affirmatione et non de negatione, quia negatio secundum vocem superaddit
affirmationi; unde si pars orationis propter sui simplicitatem non significat
aliquid, ut affirmatio, multo minus ut negatio. Sed contra hanc
definitionem Aspasius obiicit quod videtur non omnibus partibus orationis
convenire. Sunt enim quædam orationes, quarum partes significant aliquid ut
affirmatio; ut puta, si sol lucet super terram, dies est; et sic de multis. Et
ad hoc respondet Porphyrius quod in quocumque genere invenitur prius et
posterius, debet definiri id quod prius est. Sicut cum datur definitio alicuius
speciei, puta hominis, intelligitur definitio de eo quod est in actu, non de eo
quod est in potentia; et ideo quia in genere orationis prius est oratio
simplex, inde est quod Aristoteles prius definivit orationem simplicem. Vel
potest dici, secundum Alexandrum et Ammonium, quod hic definitur oratio in communi.
Unde debet poni in hac definitione id quod est commune orationi simplici et
compositæ. Habere autem partes significantes aliquid ut affirmatio, competit
soli orationi, compositæ; sed habere partes significantes aliquid per modum
dictionis, et non per modum affirmationis, est commune orationi simplici et
compositæ. Et ideo hoc debuit poni in definitione orationis. Et secundum hoc
non debet intelligi esse de ratione orationis quod pars eius non sit
affirmatio: sed quia de ratione orationis est quod pars eius sit aliquid quod
significat per modum dictionis, et non per modum affirmationis. Et in idem
redit solutio Porphyrii quantum ad sensum, licet quantum ad verba parumper
differat. Quia enim Aristoteles frequenter ponit dicere pro affirmare, ne
dictio pro affirmatione sumatur, subdit quod pars orationis significat ut
dictio, et addit non ut affirmatio: quasi diceret, secundum sensum Porphyrii,
non accipiatur nunc dictio secundum quod idem est quod affirmatio. Philosophus
autem, qui dicitur Ioannes grammaticus, voluit quod hæc definitio orationis
daretur solum de oratione perfecta, eo quod partes non videntur esse nisi
alicuius perfecti, sicut omnes partes domus referuntur ad domum: et ideo
secundum ipsum sola oratio perfecta habet partes significativas. Sed tamen hic
decipiebatur, quia quamvis omnes partes referantur principaliter ad totum
perfectum, quædam tamen partes referuntur ad ipsum immediate, sicut paries et
tectum ad domum, et membra organica ad animal: quædam vero mediantibus partibus
principalibus quarum sunt partes; sicut lapides referuntur ad domum mediante
pariete; nervi autem et ossa ad animal mediantibus membris organicis, scilicet
manu et pede et huiusmodi. Sic ergo omnes partes orationis principaliter
referuntur ad orationem perfectam, cuius pars est oratio imperfecta, quæ etiam
ipsa habet partes significantes. Unde ista definitio convenit tam orationi
perfectæ, quam imperfectæ. Deinde cum dicit: dico autem ut homo etc.,
exponit propositam definitionem. Et primo, manifestat verum esse quod dicitur;
secundo, excludit falsum intellectum; ibi: sed non una hominis syllaba et
cetera. Exponit ergo quod dixerat aliquid partium orationis esse
significativum, sicut hoc nomen homo, quod est pars orationis, significat
aliquid, sed non significat ut affirmatio aut negatio, quia non significat esse
vel non esse. Et
hoc dico non in actu, sed solum in potentia. Potest enim aliquid addi, per
cuius additionem fit affirmatio vel negatio, scilicet si addatur ei
verbum. Deinde cum dicit: sed non una hominis etc., excludit
falsum intellectum. Et posset hoc referri ad immediate dictum, ut sit
sensus quod nomen erit affirmatio vel negatio, si quid ei addatur, sed non si
addatur ei una nominis syllaba. Sed quia huic sensui non conveniunt verba
sequentia, oportet quod referatur ad id, quod supra dictum est in definitione
orationis, scilicet quod aliquid partium eius sit significativum separatim. Sed quia pars alicuius totius dicitur proprie illud, quod immediate venit
ad constitutionem totius, non autem pars partis; ideo hoc intelligendum est de
partibus ex quibus immediate constituitur oratio, scilicet de nomine et verbo,
non autem de partibus nominis vel verbi, quæ sunt syllabæ vel litteræ. Et ideo
dicitur quod pars orationis est significativa separata, non tamen talis pars,
quæ est una nominis syllaba. Et hoc manifestat in syllabis, quæ quandoque
possunt esse dictiones per se significantes: sicut hoc quod dico rex, quandoque
est una dictio per se significans; in quantum vero accipitur ut una quædam
syllaba huius nominis sorex, soricis, non significat aliquid per se, sed est
vox sola. Dictio enim quædam est composita ex pluribus vocibus, tamen in
significando habet simplicitatem, in quantum scilicet significat simplicem
intellectum. Et ideo in quantum est vox composita, potest habere partem quæ sit
vox, inquantum autem est simplex in significando, non potest habere partem
significantem. Unde syllabæ quidem sunt voces, sed non sunt voces per se
significantes. Sciendum tamen quod in nominibus compositis, quæ imponuntur ad
significandum rem simplicem ex aliquo intellectu composito, partes secundum
apparentiam aliquid significant, licet non secundum veritatem. Et ideo subdit
quod in duplicibus, idest in nominibus compositis, syllabæ quæ possunt esse
dictiones, in compositione nominis venientes, significant aliquid, scilicet in
ipso composito et secundum quod sunt dictiones; non autem significant aliquid
secundum se, prout sunt huiusmodi nominis partes, sed eo modo, sicut supra
dictum est. Deinde cum dicit: est autem oratio etc., excludit quemdam
errorem. Fuerunt enim aliqui dicentes quod oratio et eius partes significant
naturaliter, non ad placitum. Ad probandum autem hoc utebantur tali
ratione. Virtutis naturalis oportet esse naturalia instrumenta: quia natura non
deficit in necessariis; potentia autem interpretativa est naturalis homini;
ergo instrumenta eius sunt naturalia. Instrumentum autem eius est oratio, quia
per orationem virtus interpretativa interpretatur mentis conceptum: hoc enim
dicimus instrumentum, quo agens operatur. Ergo oratio est aliquid naturale, non
ex institutione humana significans, sed naturaliter. Huic autem rationi,
quæ dicitur esse Platonis in Lib. qui intitulatur Cratylus, Aristoteles
obviando dicit quod omnis oratio est significativa, non sicut instrumentum
virtutis, scilicet naturalis: quia instrumenta naturalia virtutis interpretativæ
sunt guttur et pulmo, quibus formatur vox, et lingua et dentes et labia, quibus
litterati ac articulati soni distinguuntur; oratio autem et partes eius sunt
sicut effectus virtutis interpretativæ per instrumenta prædicta. Sicut enim
virtus motiva utitur naturalibus instrumentis, sicut brachiis et manibus ad
faciendum opera artificialia, ita virtus interpretativa utitur gutture et aliis
instrumentis naturalibus ad faciendum orationem. Unde oratio et partes eius non sunt res naturales, sed quidam artificiales
effectus. Et ideo subdit quod oratio significat ad placitum, idest secundum
institutionem humanæ rationis et voluntatis, ut supra dictum est, sicut et
omnia artificialia causantur ex humana voluntate et ratione. Sciendum tamen
quod, si virtutem interpretativam non attribuamus virtuti motivæ, sed rationi;
sic non est virtus naturalis, sed supra omnem naturam corpoream: quia
intellectus non est actus alicuius corporis, sicut probatur in III de anima.
Ipsa autem ratio est, quæ movet virtutem corporalem motivam ad opera
artificialia, quibus etiam ut instrumentis utitur ratio: non sunt autem
instrumenta alicuius virtutis corporalis. Et hoc modo ratio potest etiam uti
oratione et eius partibus, quasi instrumentis: quamvis non naturaliter
significent. Postquam philosophus determinavit de principiis enunciationis, hic
incipit determinare de ipsa enunciatione. Et dividitur pars hæc in duas: in
prima, determinat de enunciatione absolute; in secunda, de diversitate
enunciationum, quæ provenit secundum ea quæ simplici enunciationi adduntur; et
hoc in secundo libro; ibi: quoniam autem est de aliquo affirmatio et cetera.
Prima autem pars dividitur in partes tres. In prima, definit enunciationem; in
secunda, dividit eam; ibi: est autem una prima oratio etc., in tertia, agit de
oppositione partium eius ad invicem; ibi: quoniam autem est enunciare et
cetera. Circa primum tria facit: primo, ponit definitionem enunciationis;
secundo, ostendit quod per hanc definitionem differt enunciatio ab aliis
speciebus orationis; ibi: non autem in omnibus etc.; tertio, ostendit quod de
sola enunciatione est tractandum, ibi: et cæteræ quidem relinquantur.
Circa primum considerandum est quod oratio, quamvis non sit instrumentum
alicuius virtutis naturaliter operantis, est tamen instrumentum rationis, ut
supra dictum est. Omne autem instrumentum oportet definiri ex suo fine, qui est
usus instrumenti: usus autem orationis, sicut et omnis vocis significativæ est
significare conceptionem intellectus, ut supra dictum est: duæ autem sunt
operationes intellectus, in quarum una non invenitur veritas et falsitas, in
alia autem invenitur verum vel falsum. Et ideo orationem enunciativam definit
ex significatione veri et falsi, dicens quod non omnis oratio est enunciativa,
sed in qua verum vel falsum est. Ubi considerandum est quod Aristoteles
mirabili brevitate usus, et divisionem orationis innuit in hoc quod dicit: non
omnis oratio est enunciativa, et definitionem enunciationis in hoc quod dicit:
sed in qua verum vel falsum est: ut intelligatur quod hæc sit definitio
enunciationis, enunciatio est oratio, in qua verum vel falsum est.
Dicitur autem in enunciatione esse verum vel falsum, sicut in signo intellectus
veri vel falsi: sed sicut in subiecto est verum vel falsum in mente, ut dicitur
in VI metaphysicæ, in re autem sicut in causa: quia ut dicitur in libro prædicamentorum,
ab eo quod res est vel non est, oratio vera vel falsa est. Deinde cum
dicit: non autem in omnibus etc., ostendit quod per hanc definitionem
enunciatio differt ab aliis orationibus. Et quidem de orationibus imperfectis
manifestum est quod non significant verum vel falsum, quia cum non faciant
perfectum sensum in animo audientis, manifestum est quod perfecte non exprimunt
iudicium rationis, in quo consistit verum vel falsum. His igitur prætermissis,
sciendum est quod perfectæ orationis, quæ complet sententiam, quinque sunt
species, videlicet enunciativa, deprecativa, imperativa, interrogativa et
vocativa. (Non tamen intelligendum est quod solum nomen vocativi casus sit
vocativa oratio: quia oportet aliquid partium orationis significare aliquid
separatim, sicut supra dictum est; sed per vocativum provocatur, sive excitatur
animus audientis ad attendendum; non autem est vocativa oratio nisi plura
coniungantur; ut cum dico, o bone Petre). Harum autem
orationum sola enunciativa est, in qua invenitur verum vel falsum, quia ipsa
sola absolute significat conceptum intellectus, in quo est verum vel
falsum. Sed quia intellectus vel ratio, non solum concipit in seipso
veritatem rei tantum, sed etiam ad eius officium pertinet secundum suum
conceptum alia dirigere et ordinare; ideo necesse fuit quod sicut per
enunciativam orationem significatur ipse mentis conceptus, ita etiam essent
aliquæ aliæ orationes significantes ordinem rationis, secundum quam alia
diriguntur. Dirigitur autem ex ratione unius hominis alius homo ad tria: primo
quidem, ad attendendum mente; et ad hoc pertinet vocativa oratio: secundo, ad
respondendum voce; et ad hoc pertinet oratio interrogativa: tertio, ad
exequendum in opere; et ad hoc pertinet quantum ad inferiores oratio
imperativa; quantum autem ad superiores oratio deprecativa, ad quam reducitur
oratio optativa: quia respectu superioris, homo non habet vim motivam, nisi per
expressionem sui desiderii. Quia igitur istæ quatuor orationis species non
significant ipsum conceptum intellectus, in quo est verum vel falsum, sed
quemdam ordinem ad hoc consequentem; inde est quod in nulla earum invenitur
verum vel falsum, sed solum in enunciativa, quæ significat id quod mens de
rebus concipit. Et inde est quod omnes modi orationum, in quibus invenitur
verum vel falsum, sub enunciatione continentur: quam quidam dicunt indicativam
vel suppositivam. Dubitativa autem ad interrogativam reducitur, sicut et
optativa ad deprecativam. Deinde cum dicit: cæteræ igitur relinquantur
etc., ostendit quod de sola enunciativa est agendum; et dicit quod aliæ quatuor
orationis species sunt relinquendæ, quantum pertinet ad præsentem intentionem:
quia earum consideratio convenientior est rhetoricæ vel poeticæ scientiæ. Sed
enunciativa oratio præsentis considerationis est. Cuius ratio est, quia
consideratio huius libri directe ordinatur ad scientiam demonstrativam, in qua
animus hominis per rationem inducitur ad consentiendum vero ex his quæ sunt
propria rei; et ideo demonstrator non utitur ad suum finem nisi enunciativis
orationibus, significantibus res secundum quod earum veritas est in anima. Sed
rhetor et poeta inducunt ad assentiendum ei quod intendunt, non solum per ea quæ
sunt propria rei, sed etiam per dispositiones audientis. Unde rhetores et poetæ
plerumque movere auditores nituntur provocando eos ad aliquas passiones, ut
philosophus dicit in sua rhetorica. Et ideo consideratio dictarum specierum
orationis, quæ pertinet ad ordinationem audientis in aliquid, cadit proprie sub
consideratione rhetoricæ vel poeticæ, ratione sui significati; ad
considerationem autem grammatici, prout consideratur in eis congrua vocum
constructio. Postquam philosophus definivit enunciationem, hic dividit eam. Et
dividitur in duas partes: in prima, ponit divisionem enunciationis; in secunda,
manifestat eam; ibi: necesse est autem et cetera. Circa primum
considerandum est quod Aristoteles sub breviloquio duas divisiones
enunciationis ponit. Quarum una est quod enunciationum quædam est una simplex,
quædam est coniunctione una. Sicut etiam in rebus, quæ sunt extra animam,
aliquid est unum simplex sicut indivisibile vel continuum, aliquid est unum
colligatione aut compositione aut ordine. Quia enim ens et unum convertuntur, necesse est sicut omnem rem, ita et
omnem enunciationem aliqualiter esse unam. Alia vero
subdivisio enunciationis est quod si enunciatio sit una, aut est affirmativa
aut negativa. Enunciatio autem affirmativa prior est negativa, triplici
ratione, secundum tria quæ supra posita sunt: ubi dictum est quod vox est
signum intellectus, et intellectus est signum rei. Ex parte igitur vocis,
affirmativa enunciatio est prior negativa, quia est simplicior: negativa enim
enunciatio addit supra affirmativam particulam negativam. Ex parte etiam
intellectus affirmativa enunciatio, quæ significat compositionem intellectus,
est prior negativa, quæ significat divisionem eiusdem: divisio enim naturaliter
posterior est compositione, nam non est divisio nisi compositorum, sicut non
est corruptio nisi generatorum. Ex parte etiam rei, affirmativa enunciatio, quæ
significat esse, prior est negativa, quæ significat non esse: sicut habitus
naturaliter prior est privatione. Dicit ergo quod oratio enunciativa
una et prima est affirmatio, idest affirmativa enunciatio. Et contra hoc quod
dixerat prima, subdit: deinde negatio, idest negativa oratio, quia est
posterior affirmativa, ut dictum est. Contra id autem quod dixerat una,
scilicet simpliciter, subdit quod quædam aliæ sunt unæ, non simpliciter, sed
coniunctione unæ. Ex hoc autem quod hic dicitur argumentatur Alexander
quod divisio enunciationis in affirmationem et negationem non est divisio
generis in species, sed divisio nominis multiplicis in sua significata. Genus
enim univoce prædicatur de suis speciebus, non secundum prius et posterius:
unde Aristoteles noluit quod ens esset genus commune omnium, quia per prius prædicatur
de substantia, quam de novem generibus accidentium. Sed dicendum quod
unum dividentium aliquod commune potest esse prius altero dupliciter: uno modo,
secundum proprias rationes, aut naturas dividentium; alio modo, secundum
participationem rationis illius communis quod in ea dividitur. Primum autem non
tollit univocationem generis, ut manifestum est in numeris, in quibus binarius
secundum propriam rationem naturaliter est prior ternario; sed tamen æqualiter
participant rationem generis sui, scilicet numeri: ita enim est ternarius
multitudo mensurata per unum, sicut et binarius. Sed secundum impedit univocationem generis. Et propter hoc ens non potest
esse genus substantiæ et accidentis: quia in ipsa ratione entis, substantia, quæ
est ens per se, prioritatem habet respectu accidentis, quod est ens per aliud
et in alio. Sic ergo affirmatio secundum propriam rationem prior est negatione;
tamen æqualiter participant rationem enunciationis, quam supra posuit,
videlicet quod enunciatio est oratio in qua verum vel falsum est. Deinde
cum dicit: necesse est autem etc., manifestat propositas divisiones. Et primo,
manifestat primam, scilicet quod enunciatio vel est una simpliciter vel
coniunctione una; secundo, manifestat secundam, scilicet quod enunciatio
simpliciter una vel est affirmativa vel negativa; ibi: est autem simplex
enunciatio et cetera. Circa primum duo facit: primo, præmittit quædam, quæ
sunt necessaria ad propositum manifestandum; secundo, manifestat propositum;
ibi: est autem una oratio et cetera. Circa primum duo facit: primo, dicit
quod omnem orationem enunciativam oportet constare ex verbo quod est præsentis
temporis, vel ex casu verbi quod est præteriti vel futuri. Tacet autem de verbo
infinito, quia eumdem usum habet in enunciatione sicut et verbum negativum.
Manifestat autem quod dixerat per hoc, quod non solum nomen unum sine verbo non
facit orationem perfectam enunciativam, sed nec etiam oratio imperfecta.
Definitio enim oratio quædam est, et tamen si ad rationem hominis, idest
definitionem non addatur aut est, quod est verbum, aut erat, aut fuit, quæ sunt
casus verbi, aut aliquid huiusmodi, idest aliquod aliud verbum seu casus verbi,
nondum est oratio enunciativa. Potest autem esse dubitatio: cum
enunciatio constet ex nomine et verbo, quare non facit mentionem de nomine,
sicut de verbo? Ad quod tripliciter responderi potest. Primo quidem, quia nulla
oratio enunciativa invenitur sine verbo vel casu verbi; invenitur autem aliqua
enunciatio sine nomine, puta cum nos utimur infinitivis verborum loco nominum;
ut cum dicitur, currere est moveri. Secundo et melius, quia, sicut supra dictum
est, verbum est nota eorum quæ de altero prædicantur. Prædicatum autem est
principalior pars enunciationis, eo quod est pars formalis et completiva
ipsius. Unde vocatur apud Græcos propositio categorica, idest prædicativa.
Denominatio autem fit a forma, quæ dat speciem rei. Et ideo potius fecit
mentionem de verbo tanquam de parte principaliori et formaliori. Cuius signum
est, quia enunciatio categorica dicitur affirmativa vel negativa solum ratione
verbi, quod affirmatur vel negatur; sicut etiam conditionalis dicitur
affirmativa vel negativa, eo quod affirmatur vel negatur coniunctio a qua
denominatur. Tertio, potest dici, et adhuc melius, quod non erat intentio
Aristotelis ostendere quod nomen vel verbum non sufficiant ad enunciationem
complendam: hoc enim supra manifestavit tam de nomine quam de verbo. Sed quia
dixerat quod quædam enunciatio est una simpliciter, quædam autem coniunctione
una; posset aliquis intelligere quod illa quæ est una simpliciter careret omni
compositione: sed ipse hoc excludit per hoc quod in omni enunciatione oportet
esse verbum, quod importat compositionem, quam non est intelligere sine
compositis, sicut supra dictum est. Nomen autem non
importat compositionem, et ideo non exigit præsens intentio ut de nomine
faceret mentionem, sed solum de verbo. Secundo; ibi: quare autem etc., ostendit
aliud quod est necessarium ad manifestationem propositi, scilicet quod hoc quod
dico, animal gressibile bipes, quæ est definitio hominis, est unum et non
multa. Et eadem ratio est de omnibus aliis definitionibus. Sed huiusmodi
rationem assignare dicit esse alterius negocii. Pertinet enim ad metaphysicum;
unde in VII et in VIII metaphysicæ ratio huius assignatur: quia scilicet
differentia advenit generi non per accidens sed per se, tanquam determinativa
ipsius, per modum quo materia determinatur per formam. Nam a materia
sumitur genus, a forma autem differentia. Unde sicut ex forma et materia fit
vere unum et non multa, ita ex genere et differentia. Excludit autem quamdam
rationem huius unitatis, quam quis posset suspicari, ut scilicet propter hoc
definitio dicatur unum, quia partes eius sunt propinquæ, idest sine aliqua
interpositione coniunctionis vel moræ. Et quidem non interruptio locutionis
necessaria est ad unitatem definitionis, quia si interponeretur coniunctio
partibus definitionis, iam secunda non determinaret primam, sed significarentur
ut actu multæ in locutione: et idem operatur interpositio moræ, qua utuntur
rhetores loco coniunctionis. Unde ad unitatem definitionis requiritur quod
partes eius proferantur sine coniunctione et interpolatione: quia etiam in re
naturali, cuius est definitio, nihil cadit medium inter materiam et formam: sed
prædicta non interruptio non sufficit ad unitatem definitionis, quia contingit
etiam hanc continuitatem prolationis servari in his, quæ non sunt simpliciter
unum, sed per accidens; ut si dicam, homo albus musicus. Sic igitur Aristoteles
valde subtiliter manifestavit quod absoluta unitas enunciationis non impeditur,
neque per compositionem quam importat verbum, neque per multitudinem nominum ex
quibus constat definitio. Et est eadem ratio utrobique, nam prædicatum
comparatur ad subiectum ut forma ad materiam, et similiter differentia ad
genus: ex forma autem et materia fit unum simpliciter. Deinde cum dicit:
est autem una oratio etc., accedit ad manifestandam prædictam divisionem. Et
primo, manifestat ipsum commune quod dividitur, quod est enunciatio una;
secundo, manifestat partes divisionis secundum proprias rationes; ibi: harum
autem hæc simplex et cetera. Circa primum duo facit: primo, manifestat ipsam
divisionem; secundo, concludit quod ab utroque membro divisionis nomen et
verbum excluduntur; ibi: nomen ergo et verbum et cetera. Opponitur autem
unitati pluralitas; et ideo enunciationis unitatem manifestat per modos
pluralitatis. Dicit ergo primo quod enunciatio dicitur vel una absolute,
scilicet quæ unum de uno significat, vel una secundum quid, scilicet quæ est
coniunctione una. Per oppositum autem est intelligendum quod enunciationes
plures sunt, vel ex eo quod plura significant et non unum: quod opponitur primo
modo unitatis; vel ex eo quod absque coniunctione proferuntur: et tales
opponuntur secundo modo unitatis. Circa quod considerandum est, secundum
Boethium, quod unitas et pluralitas orationis refertur ad significatum; simplex
autem et compositum attenditur secundum ipsas voces. Et ideo enunciatio
quandoque est una et simplex puta cum solum ex nomine et verbo componitur in
unum significatum; ut cum dico, homo est albus. Est etiam quandoque una oratio,
sed composita, quæ quidem unam rem significat, sed tamen composita est vel ex
pluribus terminis; sicut si dicam, animal rationale mortale currit, vel ex
pluribus enunciationibus, sicut in conditionalibus, quæ quidem unum significant
et non multa. Similiter autem quandoque in enunciatione est pluralitas
cum simplicitate, puta cum in oratione ponitur aliquod nomen multa significans;
ut si dicam, canis latrat, hæc oratio plures est, quia plura significat, et
tamen simplex est. Quandoque vero in enunciatione est pluralitas et compositio,
puta cum ponuntur plura in subiecto vel in prædicato, ex quibus non fit unum,
sive interveniat coniunctio sive non; puta si dicam, homo albus musicus
disputat: et similiter est si coniungantur plures enunciationes, sive cum
coniunctione sive sine coniunctione; ut si dicam, Socrates currit, Plato
disputat. Et secundum hoc sensus litteræ est quod enunciatio una est illa, quæ
unum de uno significat, non solum si sit simplex, sed etiam si sit coniunctione
una. Et similiter enunciationes plures dicuntur quæ plura et non unum
significant: non solum quando interponitur aliqua coniunctio, vel inter nomina
vel verba, vel etiam inter ipsas enunciationes; sed etiam si vel
inconiunctione, idest absque aliqua interposita coniunctione plura significat,
vel quia est unum nomen æquivocum ÆQVIVOCVM GRICE, multa significans, vel quia
ponuntur plura nomina absque coniunctione, ex quorum significatis non fit unum;
ut si dicam, homo albus grammaticus logicus currit. Sed hæc expositio non
videtur esse secundum intentionem Aristotelis. Primo quidem, quia per
disiunctionem, quam interponit, videtur distinguere inter orationem unum
significantem, et orationem quæ est coniunctione una. Secundo, quia supra
dixerat quod est unum quoddam et non multa, animal gressibile bipes. Quod autem
est coniunctione unum, non est unum et non multa, sed est unum ex multis. Et
ideo melius videtur dicendum quod Aristoteles, quia supra dixerat aliquam
enunciationem esse unam et aliquam coniunctione unam, vult hic manifestare quæ
sit una. Et
quia supra dixerat quod multa nomina simul coniuncta sunt unum, sicut animal
gressibile bipes, dicit consequenter quod enunciatio est iudicanda una non ex
unitate nominis, sed ex unitate significati, etiam si sint plura nomina quæ
unum significent. Vel si sit aliqua enunciatio una quæ multa significet, non
erit una simpliciter, sed coniunctione una. Et secundum hoc, hæc enunciatio,
animal gressibile bipes est risibile, non est una quasi coniunctione una, sicut
in prima expositione dicebatur, sed quia unum significat. Et quia oppositum per oppositum manifestatur, consequenter ostendit quæ
sunt plures enunciationes, et ponit duos modos pluralitatis. Primus est, quod
plures dicuntur enunciationes quæ plura significant. Contingit autem aliqua
plura significari in aliquo uno communi; sicut cum dico, animal est sensibile,
sub hoc uno communi, quod est animal, multa continentur, et tamen hæc
enunciatio est una et non plures. Et ideo addit et non unum. Sed melius est ut
dicatur hoc esse additum propter definitionem, quæ multa significat quæ sunt
unum: et hic modus pluralitatis opponitur primo modo unitatis. Secundus modus
pluralitatis est, quando non solum enunciationes plura significant, sed etiam
illa plura nullatenus coniunguntur, et hic modus pluralitatis opponitur secundo
modo unitatis. Et secundum hoc patet quod secundus modus unitatis non opponitur
primo modo pluralitatis. Ea autem quæ non sunt opposita, possunt simul esse.
Unde manifestum est, enunciationem quæ est una coniunctione, esse etiam plures:
plures in quantum significat plura et non unum. Secundum hoc ergo possumus
accipere tres modos enunciationis. Nam quædam est simpliciter una, in quantum
unum significat; quædam est simpliciter plures, in quantum plura significat,
sed est una secundum quid, in quantum est coniunctione una; quædam sunt
simpliciter plures, quæ neque significant unum, neque coniunctione aliqua
uniuntur. Ideo autem Aristoteles quatuor ponit et non solum tria, quia
quandoque est enunciatio plures, quia plura significat, non tamen est
coniunctione una, puta si ponatur ibi nomen multa significans. Deinde cum
dicit: nomen ergo et verbum etc., excludit ab unitate orationis nomen et
verbum. Dixerat enim quod enunciatio una est, quæ unum significat: posset autem
aliquis intelligere, quod sic unum significaret sicut nomen et verbum unum
significant. Et ideo ad hoc excludendum subdit: nomen ergo, et verbum dictio
sit sola, idest ita sit dictio, quod non enunciatio. Et videtur, ex modo
loquendi, quod ipse imposuerit hoc nomen ad significandum partes enunciationis.
Quod autem nomen et verbum dictio sit sola manifestat per hoc, quod non potest
dici quod ille enunciet, qui sic aliquid significat voce, sicut nomen, vel
verbum significat. Et ad hoc manifestandum innuit duos modos utendi
enunciatione. Quandoque enim utimur ipsa quasi ad interrogata respondentes; puta
si quæratur, quis sit in scholis? Respondemus, magister. Quandoque autem utimur
ea propria sponte, nullo interrogante; sicut cum dicimus, Petrus currit. Dicit
ergo, quod ille qui significat aliquid unum nomine vel verbo, non enunciat vel
sicut ille qui respondet aliquo interrogante, vel sicut ille qui profert
enunciationem non aliquo interrogante, sed ipso proferente sponte. Introduxit
autem hoc, quia simplex nomen vel verbum, quando respondetur ad
interrogationem, videtur verum vel falsum significare: quod est proprium
enunciationis. Sed hoc non competit nomini vel verbo, nisi secundum quod
intelligitur coniunctum cum alia parte proposita in interrogatione. Ut si quærenti,
quis legit in scholis? Respondeatur, magister, subintelligitur, ibi legit. Si
ergo ille qui enunciat aliquid nomine vel verbo non enunciat, manifestum est
quod enunciatio non sic unum significat, sicut nomen vel verbum. Hoc autem
inducit sicut conclusionem eius quod supra præmisit: necesse est omnem
orationem enunciativam ex verbo esse vel ex casu verbi. Deinde cum dicit: harum autem hæc simplex etc., manifestat præmissam
divisionem secundum rationes partium. Dixerat enim quod una enunciatio est quæ
unum de uno significat, et alia est quæ est coniunctione una. Ratio autem huius
divisionis est ex eo quod unum natum est dividi per simplex et compositum. Et
ideo dicit: harum autem, scilicet enunciationum, in quibus dividitur unum, hæc
dicitur una, vel quia significat unum simpliciter, vel quia una est
coniunctione. Hæc quidem simplex enunciatio est, quæ scilicet unum significat.
Sed ne intelligatur quod sic significet unum, sicut nomen vel verbum, ad
excludendum hoc subdit: ut aliquid de aliquo, idest per modum compositionis,
vel aliquid ab aliquo, idest per modum divisionis. Hæc autem ex his coniuncta,
quæ scilicet dicitur coniunctione una, est velut oratio iam composita: quasi
dicat hoc modo, enunciationis unitas dividitur in duo præmissa, sicut aliquod
unum dividitur in simplex et compositum. Deinde cum dicit: est autem
simplex etc., manifestat secundam divisionem enunciationis, secundum videlicet
quod enunciatio dividitur in affirmationem et negationem. Hæc autem divisio
primo quidem convenit enunciationi simplici; ex consequenti autem convenit
compositæ enunciationi; et ideo ad insinuandum rationem prædictæ divisionis
dicit quod simplex enunciatio est vox significativa de eo quod est aliquid:
quod pertinet ad affirmationem; vel non est aliquid: quod pertinet ad
negationem. Et ne hoc intelligatur solum secundum præsens tempus, subdit: quemadmodum
tempora sunt divisa, idest similiter hoc habet locum in aliis temporibus sicut
et in præsenti. Alexander autem existimavit quod Aristoteles hic
definiret enunciationem; et quia in definitione enunciationis videtur ponere
affirmationem et negationem, volebat hic accipere quod enunciatio non esset
genus affirmationis et negationis, quia species nunquam ponitur in definitione
generis. Id autem quod non univoce prædicatur de multis (quia scilicet non
significat aliquid unum, quod sit unum commune multis), non potest notificari
nisi per illa multa quæ significantur. Et inde est quod quia unum non dicitur æquivoce
de simplici et composito, sed per prius et posterius, Aristoteles in præcedentibus
semper ad notificandum unitatem enunciationis usus est utroque. Quia ergo
videtur uti affirmatione et negatione ad notificandum enunciationem, volebat
Alexander accipere quod enunciatio non dicitur de affirmatione et negatione
univoce sicut genus de suis speciebus. Sed contrarium apparet ex hoc,
quod philosophus consequenter utitur nomine enunciationis ut genere, cum in
definitione affirmationis et negationis subdit quod, affirmatio est enunciatio
alicuius de aliquo, scilicet per modum compositionis, negatio vero est
enunciatio alicuius ab aliquo, scilicet per modum divisionis. Nomine
autem æquivoco non consuevimus uti ad notificandum significata eius. Et ideo
Boethius dicit quod Aristoteles suo modo breviloquio utens, simul usus est et
definitione et divisione eius: ita ut quod dicit de eo quod est aliquid vel non
est, non referatur ad definitionem enunciationis, sed ad eius divisionem. Sed
quia differentiæ divisivæ generis non cadunt in eius definitione, nec hoc solum
quod dicitur vox significativa, sufficiens est definitio enunciationis; melius
dici potest secundum Porphyrium, quod hoc totum quod dicitur vox significativa
de eo quod est, vel de eo quod non est, est definitio enunciationis. Nec tamen ponitur affirmatio et negatio in definitione enunciationis sed
virtus affirmationis et negationis, scilicet significatum eius, quod est esse
vel non esse, quod est naturaliter prius enunciatione. Affirmationem autem et
negationem postea definivit per terminos utriusque cum dixit: affirmationem
esse enunciationem alicuius de aliquo, et negationem enunciationem alicuius ab
aliquo. Sed
sicut in definitione generis non debent poni species, ita nec ea quæ sunt
propria specierum. Cum igitur significare esse sit proprium affirmationis, et
significare non esse sit proprium negationis, melius videtur dicendum, secundum
Ammonium, quod hic non definitur enunciatio, sed solum dividitur. Supra enim
posita est definitio, cum dictum est quod enunciatio est oratio in qua est
verum vel falsum. In qua quidem definitione nulla mentio facta est nec de
affirmatione, nec de negatione. Est autem considerandum quod artificiosissime
procedit: dividit enim genus non in species, sed in differentias specificas.
Non enim dicit quod enunciatio est affirmatio vel negatio, sed vox
significativa de eo quod est, quæ est differentia specifica affirmationis, vel
de eo quod non est, in quo tangitur differentia specifica negationis. Et ideo
ex differentiis adiunctis generi constituit definitionem speciei, cum subdit:
quod affirmatio est enunciatio alicuius de aliquo, per quod significatur esse;
et negatio est enunciatio alicuius ab aliquo quod significat non esse. Posita divisione enunciationis, hic agit de oppositione partium
enunciationis, scilicet affirmationis et negationis. Et quia enunciationem esse
dixerat orationem, in qua est verum vel falsum, primo, ostendit qualiter
enunciationes ad invicem opponantur; secundo, movet quamdam dubitationem circa
prædeterminata et solvit; ibi: in his ergo quæ sunt et quæ facta sunt et
cetera. Circa
primum duo facit: primo, ostendit qualiter una enunciatio opponatur alteri;
secundo, ostendit quod tantum una opponitur uni; ibi: manifestum est et cetera.
Prima autem pars dividitur in duas partes: in prima, determinat de oppositione
affirmationis et negationis absolute; in secunda, ostendit quomodo huiusmodi
oppositio diversificatur ex parte subiecti; ibi: quoniam autem sunt et cetera.
Circa primum duo facit: primo, ostendit quod omni affirmationi est negatio
opposita et e converso; secundo, manifestat oppositionem affirmationis et
negationis absolute; ibi: et sit hoc contradictio et cetera. Circa primum
considerandum est quod ad ostendendum suum propositum philosophus assumit
duplicem diversitatem enunciationis: quarum prima est ex ipsa forma vel modo
enunciandi, secundum quod dictum est quod enunciatio vel est affirmativa, per
quam scilicet enunciatur aliquid esse, vel est negativa per quam significatur
aliquid non esse; secunda diversitas est per comparationem ad rem, ex qua
dependet veritas et falsitas intellectus et enunciationis. Cum enim enunciatur
aliquid esse vel non esse secundum congruentiam rei, est oratio vera; alioquin
est oratio falsa. Sic igitur quatuor modis potest variari enunciatio,
secundum permixtionem harum duarum divisionum. Uno modo, quia id quod est in re
enunciatur ita esse sicut in re est: quod pertinet ad affirmationem veram; puta
cum Socrates currit, dicimus Socratem currere. Alio modo, cum enunciatur
aliquid non esse quod in re non est: quod pertinet ad negationem veram; ut cum
dicitur, Æthiops albus non est. Tertio modo, cum enunciatur aliquid esse quod
in re non est: quod pertinet ad affirmationem falsam; ut cum dicitur, corvus
est albus. Quarto modo, cum enunciatur aliquid non esse quod in re est: quod
pertinet ad negationem falsam; ut cum dicitur, nix non est alba. Philosophus
autem, ut a minoribus ad potiora procedat, falsas veris præponit: inter quas
negativam præmittit affirmativæ, cum dicit quod contingit enunciare quod est,
scilicet in rerum natura, non esse. Secundo autem, ponit
affirmativam falsam cum dicit: et quod non est, scilicet in rerum natura, esse.
Tertio autem, ponit affirmativam veram, quæ opponitur negativæ falsæ, quam
primo posuit, cum dicit: et quod est, scilicet in rerum natura, esse. Quarto
autem, ponit negativam veram, quæ opponitur affirmationi falsæ, cum dicit: et
quod non est, scilicet in rerum natura, non esse. Non est autem intelligendum
quod hoc quod dixit: quod est et quod non est, sit referendum ad solam
existentiam vel non existentiam subiecti, sed ad hoc quod res significata per
prædicatum insit vel non insit rei significatæ per subiectum. Nam cum dicitur,
corvus est albus, significatur quod non est, esse, quamvis ipse corvus sit res
existens. Et sicut istæ quatuor differentiæ enunciationum inveniuntur in
propositionibus, in quibus ponitur verbum præsentis temporis, ita etiam
inveniuntur in enunciationibus in quibus ponuntur verba præteriti vel futuri
temporis. Supra enim dixit quod necesse est enunciationem constare ex verbo vel
ex casu verbi. Et hoc est quod subdit: quod similiter contingit, scilicet
variari diversimode enunciationem circa ea, quæ sunt extra præsens tempus,
idest circa præterita vel futura, quæ sunt quodammodo extrinseca respectu præsentis,
quia præsens est medium præteriti et futuri. Et quia ita est, contingit omne
quod quis affirmaverit negare, et omne quod quis negaverit affirmare: quod
quidem manifestum est ex præmissis. Non enim potest affirmari nisi vel quod est
in rerum natura secundum aliquod trium temporum, vel quod non est; et hoc totum
contingit negare. Unde manifestum est quod omne quod affirmatur potest negari,
et e converso. Et quia affirmatio et negatio opposita sunt secundum se, utpote
ex opposito contradictoriæ, consequens est quod quælibet affirmatio habeat
negationem sibi oppositam et e converso. Cuius contrarium illo solo modo
posset contingere, si aliqua affirmatio affirmaret aliquid, quod negatio negare
non posset. Deinde cum dicit: et sit hoc contradictio etc.,
manifestat quæ sit absoluta oppositio affirmationis et negationis. Et primo,
manifestat eam per nomen; secundo, per definitionem; ibi: dico autem et cetera.
Dicit ergo primo quod cum cuilibet affirmationi opponatur negatio, et e
converso, oppositioni huiusmodi imponatur nomen hoc, quod dicatur contradictio.
Per hoc enim quod dicitur, et sit hoc contradictio, datur
intelligi quod ipsum nomen contradictionis ipse imposuerit oppositioni
affirmationis et negationis, ut Ammonius dicit. Deinde cum dicit: dico autem
opponi etc., definit contradictionem. Quia vero, ut dictum est, contradictio
est oppositio affirmationis et negationis, illa requiruntur ad contradictionem,
quæ requiruntur ad oppositionem affirmationis et negationis. Oportet autem
opposita esse circa idem. Et quia enunciatio constituitur ex subiecto et prædicato,
requiritur ad contradictionem primo quidem quod affirmatio et negatio sint
eiusdem prædicati: si enim dicatur, Plato currit, Plato non disputat, non est
contradictio; secundo, requiritur quod sint de eodem subiecto: si enim dicatur,
Socrates currit, Plato non currit, non est contradictio. Tertio, requiritur
quod identitas subiecti et prædicati non solum sit secundum nomen, sed sit
simul secundum rem et nomen. Nam si non sit idem nomen, manifestum est quod non
sit una et eadem enunciatio. Similiter autem ad hoc quod sit enunciatio una,
requiritur identitas rei: dictum est enim supra quod enunciatio una est, quæ
unum de uno significat; et ideo subdit: non autem æquivoce, idest non sufficit
identitas nominis cum diversitate rei, quæ facit æquivocationem. Sunt autem et
quædam alia in contradictione observanda ad hoc quod tollatur omnis diversitas,
præter eam quæ est affirmationis et negationis: non enim esset oppositio si non
omnino idem negaret negatio quod affirmavit affirmatio. Hæc autem diversitas
potest secundum quatuor considerari. Uno quidem modo, secundum diversas partes
subiecti: non enim est contradictio si dicatur, Æthiops est albus dente et non
est albus pede. Secundo, si sit diversus modus ex parte prædicati: non enim est
contradictio si dicatur, Socrates currit tarde et non movetur velociter; vel si
dicatur, ovum est animal in potentia et non est animal in actu. Tertio, si sit
diversitas ex parte mensuræ, puta loci vel temporis; non enim est contradictio
si dicatur, pluit in Gallia et non pluit in Italia; aut, pluit heri, hodie non
pluit. Quarto, si sit diversitas ex habitudine ad aliquid extrinsecum; puta si
dicatur, decem homines esse plures quoad domum, non autem quoad forum. Et hæc
omnia designat cum subdit: et quæcumque cætera talium determinavimus, idest
determinare consuevimus in disputationibus contra sophisticas importunitates,
idest contra importunas et litigiosas oppositiones sophistarum, de quibus
plenius facit mentionem in I elenchorum. Quia philosophus dixerat oppositionem
affirmationis et negationis esse contradictionem, quæ est eiusdem de eodem,
consequenter intendit distinguere diversas oppositiones affirmationis et
negationis, ut cognoscatur quæ sit vera contradictio. Et circa hoc duo facit:
primo, præmittit quamdam divisionem enunciationum necessariam ad prædictam
differentiam oppositionum assignandam; secundo, manifestat propositum; ibi: si
ergo universaliter et cetera. Præmittit autem divisionem enunciationum quæ
sumitur secundum differentiam subiecti. Unde circa primum duo facit: primo,
dividit subiectum enunciationum; secundo, concludit divisionem enunciationum,
ibi: necesse est enunciare et cetera. Subiectum autem enunciationis est nomen
vel aliquid loco nominis sumptum. Nomen autem est vox significativa ad placitum
simplicis intellectus, quod est similitudo rei; et ideo subiectum enunciationis
distinguit per divisionem rerum, et dicit quod rerum quædam sunt universalia,
quædam sunt singularia. Manifestat autem membra divisionis dupliciter: primo
quidem per definitionem, quia universale est quod est aptum natum de pluribus
prædicari, singulare vero quod non est aptum natum prædicari de pluribus, sed
de uno solo; secundo, manifestat per exemplum cum subdit quod homo est
universale, Plato autem singulare. Accidit autem dubitatio circa hanc
divisionem, quia, sicut probat philosophus in VII metaphysicæ, universale non
est aliquid extra res existens. Item, in prædicamentis dicitur quod secundæ
substantiæ non sunt nisi in primis, quæ sunt singulares. Non ergo videtur esse
conveniens divisio rerum per universalia et singularia: quia nullæ res videntur
esse universales, sed omnes sunt singulares. Dicendum est autem quod hic
dividuntur res secundum quod significantur per nomina, quæ subiiciuntur in
enunciationibus: dictum est autem supra quod nomina non significant res nisi
mediante intellectu; et ideo oportet quod divisio ista rerum accipiatur
secundum quod res cadunt in intellectu. Ea vero quæ sunt coniuncta in rebus
intellectus potest distinguere, quando unum eorum non cadit in ratione
alterius. In qualibet autem re singulari est considerare aliquid quod est
proprium illi rei, in quantum est hæc res, sicut Socrati vel Platoni in quantum
est hic homo; et aliquid est considerare in ea, in quo convenit cum aliis
quibusdam rebus, sicut quod Socrates est animal, aut homo, aut rationalis, aut
risibilis, aut albus. Quando igitur res denominatur ab eo quod convenit illi
soli rei in quantum est hæc res, huiusmodi nomen dicitur significare aliquid
singulare; quando autem denominatur res ab eo quod est commune sibi et multis
aliis, nomen huiusmodi dicitur significare universale, quia scilicet nomen
significat naturam sive dispositionem aliquam, quæ est communis multis. Quia
igitur hanc divisionem dedit de rebus non absolute secundum quod sunt extra
animam, sed secundum quod referuntur ad intellectum, non definivit universale
et singulare secundum aliquid quod pertinet ad rem, puta si diceret quod
universale extra animam, quod pertinet ad opinionem Platonis, sed per actum
animæ intellectivæ, quod est prædicari de multis vel de uno solo. Est autem considerandum quod intellectus apprehendit rem intellectam
secundum propriam essentiam, seu definitionem: unde et in III de anima dicitur
quod obiectum proprium intellectus est quod quid est. Contingit autem quandoque
quod propria ratio alicuius formæ intellectæ non repugnat ei quod est esse in
pluribus, sed hoc impeditur ab aliquo alio, sive sit aliquid accidentaliter
adveniens, puta si omnibus hominibus morientibus unus solus remaneret, sive sit
propter conditionem materiæ, sicut est unus tantum sol, non quod repugnet
rationi solari esse in pluribus secundum conditionem formæ ipsius, sed quia non
est alia materia susceptiva talis formæ; et ideo non dixit quod universale est
quod prædicatur de pluribus, sed quod aptum natum est prædicari de pluribus.
Cum autem omnis forma, quæ nata est recipi in materia quantum est de se,
communicabilis sit multis materiis; dupliciter potest contingere quod id quod
significatur per nomen, non sit aptum natum prædicari de pluribus. Uno modo,
quia nomen significat formam secundum quod terminata est ad hanc materiam,
sicut hoc nomen Socrates vel Plato, quod significat naturam humanam prout est
in hac materia. Alio modo, secundum quod nomen significat formam, quæ non est
nata in materia recipi, unde oportet quod per se remaneat una et singularis;
sicut albedo, si esset forma non existens in materia, esset una sola, unde
esset singularis: et propter hoc philosophus dicit in VII Metaphys. quod si
essent species rerum separatæ, sicut posuit Plato, essent individua. Potest autem
obiici quod hoc nomen Socrates vel Plato est natum de pluribus prædicari, quia
nihil prohibet multos esse, qui vocentur hoc nomine. Sed ad hoc patet
responsio, si attendantur verba Aristotelis. Ipse enim non divisit nomina in
universale et particulare, sed res. Et ideo intelligendum est quod universale
dicitur quando, non solum nomen potest de pluribus prædicari, sed id, quod
significatur per nomen, est natum in pluribus inveniri; hoc autem non contingit
in prædictis nominibus: nam hoc nomen Socrates vel Plato significat naturam
humanam secundum quod est in hac materia. Si vero hoc nomen
imponatur alteri homini significabit naturam humanam in alia materia; et sic
eius erit alia significatio; unde non erit universale, sed æquivocum ÆQVIVOCVM
GRICE. Deinde cum dicit: necesse est autem enunciare etc., concludit divisionem
enunciationis. Quia enim semper enunciatur aliquid de aliqua re; rerum autem quædam
sunt universalia, quædam singularia; necesse est quod quandoque enuncietur
aliquid inesse vel non inesse alicui universalium, quandoque vero alicui
singularium. Et est suspensiva constructio usque huc, et est sensus:
quoniam autem sunt hæc quidem rerum etc., necesse est enunciare et cetera. Est
autem considerandum quod de universali aliquid enunciatur quatuor modis. Nam
universale potest uno modo considerari quasi separatum a singularibus, sive per
se subsistens, ut Plato posuit, sive, secundum sententiam Aristotelis, secundum
esse quod habet in intellectu. Et sic potest ei aliquid attribui dupliciter.
Quandoque enim attribuitur ei sic considerato aliquid, quod pertinet ad solam
operationem intellectus, ut si dicatur quod homo est prædicabile de multis,
sive universale, sive species. Huiusmodi enim intentiones format intellectus
attribuens eas naturæ intellectæ, secundum quod comparat ipsam ad res, quæ sunt
extra animam. Quandoque vero attribuitur aliquid universali sic considerato,
quod scilicet apprehenditur ab intellectu ut unum, tamen id quod attribuitur ei
non pertinet ad actum intellectus, sed ad esse, quod habet natura apprehensa in
rebus, quæ sunt extra animam, puta si dicatur quod homo est dignissima
creaturarum. Hoc enim convenit naturæ humanæ etiam secundum quod est in
singularibus. Nam quilibet homo singularis dignior est omnibus creaturis
irrationalibus; sed tamen omnes homines singulares non sunt unus homo extra
animam, sed solum in acceptione intellectus; et per hunc modum attribuitur ei
prædicatum, scilicet ut uni rei. Alio autem modo attribuitur universali, prout
est in singularibus, et hoc dupliciter. Quandoque quidem ratione ipsius naturæ
universalis, puta cum attribuitur ei aliquid quod ad essentiam eius pertinet,
vel quod consequitur principia essentialia; ut cum dicitur, homo est animal,
vel homo est risibilis. Quandoque autem attribuitur ei aliquid ratione
singularis in quo invenitur, puta cum attribuitur ei aliquid quod pertinet ad
actionem individui; ut cum dicitur, homo ambulat. Singulari autem
attribuitur aliquid tripliciter: uno modo, secundum quod cadit in
apprehensione; ut cum dicitur, Socrates est singulare, vel prædicabile de uno
solo. Quandoque autem, ratione naturæ communis; ut cum dicitur,
Socrates est animal. Quandoque autem, ratione sui ipsius; ut cum dicitur,
Socrates ambulat. Et totidem etiam modis negationes variantur: quia omne quod
contingit affirmare, contingit negare, ut supra dictum est. Est autem hæc
tertia divisio enunciationis quam ponit philosophus. Prima namque fuit quod
enunciationum quædam est una simpliciter, quædam vero coniunctione una. Quæ
quidem est divisio analogi in ea de quibus prædicatur secundum prius et
posterius: sic enim unum dividitur secundum prius in simplex et per posterius
in compositum. Alia vero fuit divisio enunciationis in affirmationem et
negationem. Quæ quidem est divisio generis in species, quia sumitur secundum
differentiam prædicati ad quod fertur negatio; prædicatum autem est pars
formalis enunciationis; et ideo huiusmodi divisio dicitur pertinere ad
qualitatem enunciationis, qualitatem, inquam, essentialem, secundum quod
differentia significat quale quid. Tertia autem est huiusmodi divisio, quæ
sumitur secundum differentiam subiecti, quod prædicatur de pluribus vel de uno
solo, et ideo dicitur pertinere ad quantitatem enunciationis, nam et quantitas
consequitur materiam. Deinde cum dicit: si ergo universaliter
etc., ostendit quomodo enunciationes diversimode opponantur secundum
diversitatem subiecti. Et circa hoc duo facit: primo, distinguit diversos modos
oppositionum in ipsis enunciationibus; secundo, ostendit quomodo diversæ
oppositiones diversimode se habent ad verum et falsum; ibi: quocirca, has
quidem impossibile est et cetera. Circa primum considerandum est quod cum
universale possit considerari in abstractione a singularibus vel secundum quod
est in ipsis singularibus, secundum hoc diversimode aliquid ei attribuitur, ut
supra dictum est. Ad designandum autem diversos modos attributionis inventæ
sunt quædam dictiones, quæ possunt dici determinationes vel signa, quibus
designatur quod aliquid de universali, hoc aut illo modo prædicetur. Sed quia
non est ab omnibus communiter apprehensum quod universalia extra singularia
subsistant, ideo communis usus loquendi non habet aliquam dictionem ad
designandum illum modum prædicandi, prout aliquid dicitur in abstractione a
singularibus. Sed Plato, qui posuit universalia extra singularia subsistere,
adinvenit aliquas determinationes, quibus designaretur quomodo aliquid
attribuitur universali, prout est extra singularia, et vocabat universale separatum
subsistens extra singularia quantum ad speciem hominis, per se hominem vel
ipsum hominem et similiter in aliis universalibus. Sed universale secundum quod
est in singularibus cadit in communi apprehensione hominum; et ideo adinventæ
sunt quædam dictiones ad significandum modum attribuendi aliquid universali sic
accepto. Sicut autem supra dictum est, quandoque aliquid attribuitur
universali ratione ipsius naturæ universalis; et ideo hoc dicitur prædicari de
eo universaliter, quia scilicet ei convenit secundum totam multitudinem in qua
invenitur; et ad hoc designandum in affirmativis prædicationibus adinventa est
hæc dictio, omnis, quæ designat quod prædicatum attribuitur subiecto universali
quantum ad totum id quod sub subiecto continetur. In negativis autem prædicationibus
adinventa est hæc dictio, nullus, per quam significatur quod prædicatum
removetur a subiecto universali secundum totum id quod continetur sub eo. Unde
nullus dicitur quasi non ullus, et in Græco dicitur, udis quasi nec unus, quia
nec unum solum est accipere sub subiecto universali a quo prædicatum non
removeatur. Quandoque autem attribuitur universali aliquid vel removetur ab eo
ratione particularis; et ad hoc designandum, in affirmativis quidem adinventa
est hæc dictio, aliquis vel quidam, per quam designatur quod prædicatum
attribuitur subiecto universali ratione ipsius particularis; sed quia non
determinate significat formam alicuius singularis, sub quadam indeterminatione
singulare designat; unde et dicitur individuum vagum. In negativis autem non
est aliqua dictio posita, sed possumus accipere, non omnis; ut sicut, nullus,
universaliter removet, eo quod significat quasi diceretur, non ullus, idest,
non aliquis, ita etiam, non omnis, particulariter removeat, in quantum excludit
universalem affirmationem. Sic igitur tria sunt genera affirmationum in
quibus aliquid de universali prædicatur. Una quidem est, in qua de universali
prædicatur aliquid universaliter; ut cum dicitur, omnis homo est animal. Alia,
in qua aliquid prædicatur de universali particulariter; ut cum dicitur, quidam
homo est albus. Tertia vero est, in qua aliquid de universali prædicatur absque
determinatione universalitatis vel particularitatis; unde huiusmodi enunciatio
solet vocari indefinita. Totidem autem sunt negationes oppositæ. De
singulari autem quamvis aliquid diversa ratione prædicetur, ut supra dictum
est, tamen totum refertur ad singularitatem ipsius, quia etiam natura
universalis in ipso singulari individuatur; et ideo nihil refert quantum ad
naturam singularitatis, utrum aliquid prædicetur de eo ratione universalis
naturæ; ut cum dicitur, Socrates est homo, vel conveniat ei ratione
singularitatis. Si igitur tribus prædictis
enunciationibus addatur singularis, erunt quatuor modi enunciationis ad
quantitatem ipsius pertinentes, scilicet universalis, singularis, indefinitus
et particularis. Sic igitur secundum has differentias Aristoteles
assignat diversas oppositiones enunciationum adinvicem. Et primo, secundum
differentiam universalium ad indefinitas; secundo, secundum differentiam
universalium ad particulares; ibi: opponi autem affirmationem et cetera. Circa
primum tria facit: primo, agit de oppositione propositionum universalium
adinvicem; secundo, de oppositione indefinitarum; ibi: quando autem in
universalibus etc.; tertio, excludit dubitationem; ibi: in eo vero quod et cetera.
Dicit ergo primo quod si aliquis enunciet de subiecto
universali universaliter, idest secundum continentiam suæ universalitatis,
quoniam est, idest affirmative, aut non est, idest negative, erunt contrariæ
enunciationes; ut si dicatur, omnis homo est albus, nullus homo est albus.
Huius autem ratio est, quia contraria dicuntur quæ maxime a se distant: non
enim dicitur aliquid nigrum ex hoc solum quod non est album, sed super hoc quod
est non esse album, quod significat communiter remotionem albi, addit nigrum
extremam distantiam ab albo. Sic igitur id quod affirmatur
per hanc enunciationem, omnis homo est albus, removetur per hanc negationem,
non omnis homo est albus. Oportet ergo quod negatio removeat modum quo prædicatum
dicitur de subiecto, quem designat hæc dictio, omnis. Sed super hanc remotionem
addit hæc enunciatio, nullus homo est albus, totalem remotionem, quæ est
extrema distantia a primo; quod pertinet ad rationem contrarietatis. Et ideo
convenienter hanc oppositionem dicit contrarietatem. Deinde cum dicit:
quando autem etc., ostendit qualis sit oppositio affirmationis et negationis in
indefinitis. Et primo, proponit quod intendit; secundo, manifestat propositum
per exempla; ibi: dico autem non universaliter etc.; tertio, assignat rationem
manifestationis; ibi: cum enim universale sit homo et cetera. Dicit ergo
primo quod quando de universalibus subiectis affirmatur aliquid vel negatur non
tamen universaliter, non sunt contrariæ enunciationes, sed illa quæ
significantur contingit esse contraria. Deinde cum dicit: dico autem non
universaliter etc., manifestat per exempla. Ubi considerandum est quod non
dixerat quando in universalibus particulariter, sed non universaliter. Non enim intendit de particularibus enunciationibus, sed de solis
indefinitis. Et hoc manifestat per exempla quæ ponit, dicens fieri in
universalibus subiectis non universalem enunciationem; cum dicitur, est albus
homo, non est albus homo. Et rationem huius expositionis ostendit, quia homo,
qui subiicitur, est universale, sed tamen prædicatum non universaliter de eo prædicatur,
quia non apponitur hæc dictio, omnis: quæ non significat ipsum universale, sed
modum universalitatis, prout scilicet prædicatum dicitur universaliter de
subiecto; et ideo addita subiecto universali, semper significat quod aliquid de
eo dicatur universaliter. Tota autem hæc expositio refertur ad hoc
quod dixerat: quando in universalibus non universaliter enunciatur, non sunt
contrariæ. Sed hoc quod additur: quæ autem significantur contingit esse
contraria, non est expositum, quamvis obscuritatem contineat; et ideo a
diversis diversimode exponitur. Quidam enim hoc referre voluerunt ad
contrarietatem veritatis et falsitatis, quæ competit huiusmodi enunciationibus.
Contingit enim quandoque has simul esse veras, homo est albus, homo non est
albus; et sic non sunt contrariæ, quia contraria mutuo se tollunt. Contingit tamen quandoque unam earum esse veram et alteram esse falsam; ut
cum dicitur, homo est animal, homo non est animal; et sic ratione significati
videntur habere quamdam contrarietatem. Sed hoc non videtur ad propositum
pertinere, tum quia philosophus nondum hic loquitur de veritate et falsitate
enunciationum; tum etiam quia hoc ipsum posset de particularibus
enunciationibus dici. Alii vero, sequentes Porphyrium, referunt hoc ad
contrarietatem prædicati. Contingit enim quandoque quod prædicatum negatur de
subiecto propter hoc quod inest ei contrarium; sicut si dicatur, homo non est
albus, quia est niger; et sic id quod significatur per hoc quod dicitur, non
est albus, potest esse contrarium. Non tamen semper: removetur enim aliquid a
subiecto, etiam si contrarium non insit, sed aliquid medium inter contraria; ut
cum dicitur, aliquis non est albus, quia est pallidus; vel quia inest ei
privatio actus vel habitus seu potentiæ; ut cum dicitur, aliquis non est
videns, quia est carens potentia visiva, aut habet impedimentum ne videat, vel
etiam quia non est aptus natus videre; puta si dicatur, lapis non videt. Sic
igitur illa, quæ significantur contingit esse contraria, sed ipsæ enunciationes
non sunt contrariæ, quia ut in fine huius libri dicetur, non sunt contrariæ
opiniones quæ sunt de contrariis, sicut opinio quod aliquid sit bonum, et illa
quæ est, quod aliquid non est bonum. Sed nec hoc videtur ad propositum
Aristotelis pertinere, quia non agit hic de contrarietate rerum vel opinionum,
sed de contrarietate enunciationum: et ideo magis videtur hic sequenda
expositio Alexandri. Secundum quam dicendum est quod in indefinitis
enunciationibus non determinatur utrum prædicatum attribuatur subiecto
universaliter (quod faceret contrarietatem enunciationum), aut particulariter
(quod non faceret contrarietatem enunciationum); et ideo huiusmodi
enunciationes indefinitæ non sunt contrariæ secundum modum quo proferuntur.
Contingit tamen quandoque ratione significati eas habere contrarietatem, puta,
cum attribuitur aliquid universali ratione naturæ universalis, quamvis non
apponatur signum universale; ut cum dicitur, homo est animal, homo non est
animal: quia hæ enunciationes eamdem habent vim ratione significati; ac si
diceretur, omnis homo est animal, nullus homo est animal. Deinde cum
dicit: in eo vero quod etc., removet quoddam quod posset esse dubium. Quia enim
posuerat quamdam diversitatem in oppositione enunciationum ex hoc quod
universale sumitur a parte subiecti universaliter vel non universaliter, posset
aliquis credere quod similis diversitas nasceretur ex parte prædicati, ex hoc
scilicet quod universale prædicari posset et universaliter et non
universaliter; et ideo ad hoc excludendum dicit quod in eo quod prædicatur
aliquod universale, non est verum quod prædicetur universale universaliter.
Cuius quidem duplex esse potest ratio. Una quidem, quia talis modus prædicandi
videtur repugnare prædicato secundum propriam rationem quam habet in
enunciatione. Dictum est enim supra quod prædicatum est quasi pars formalis
enunciationis, subiectum autem est pars materialis ipsius: cum autem aliquod
universale profertur universaliter, ipsum universale sumitur secundum
habitudinem quam habet ad singularia, quæ sub se continet; sicut et quando
universale profertur particulariter, sumitur secundum habitudinem quam habet ad
aliquod contentorum sub se; et sic utrumque pertinet ad materialem
determinationem universalis: et ideo neque signum universale neque particulare
convenienter additur prædicato, sed magis subiecto: convenientius enim dicitur,
nullus homo est asinus, quam, omnis homo est nullus asinus; et similiter
convenientius dicitur, aliquis homo est albus, quam, homo est aliquid album.
Invenitur autem quandoque a philosophis signum particulare appositum prædicato,
ad insinuandum quod prædicatum est in plus quam subiectum, et hoc præcipue cum,
habito genere, investigant differentias completivas speciei, sicut in II de
anima dicitur quod anima est actus quidam. Alia vero ratio potest accipi ex
parte veritatis enunciationis; et ista specialiter habet locum in
affirmationibus quæ falsæ essent si prædicatum universaliter prædicaretur. Et
ideo manifestans id quod posuerat, subiungit quod nulla affirmatio est in qua,
scilicet vere, de universali prædicato universaliter prædicetur, idest in qua
universali prædicato utitur ad universaliter prædicandum; ut si diceretur,
omnis homo est omne animal. Oportet enim, secundum prædicta, quod hoc prædicatum
animal, secundum singula quæ sub ipso continentur, prædicaretur de singulis quæ
continentur sub homine; et hoc non potest esse verum, neque si prædicatum sit
in plus quam subiectum, neque si prædicatum sit convertibile cum eo. Oporteret
enim quod quilibet unus homo esset animalia omnia, aut omnia risibilia: quæ
repugnant rationi singularis, quod accipitur sub universali. Nec est
instantia si dicatur quod hæc est vera, omnis homo est omnis disciplinæ
susceptivus: disciplina enim non prædicatur de homine, sed susceptivum
disciplinæ; repugnaret autem veritati si diceretur, omnis homo est omne
susceptivum disciplinæ. Signum autem universale negativum, vel
particulare affirmativum, etsi convenientius ponantur ex parte subiecti, non
tamen repugnat veritati etiam si ponantur ex parte prædicati. Contingit enim huiusmodi enunciationes in aliqua materia esse veras: hæc
enim est vera, omnis homo nullus lapis est; et similiter hæc est vera, omnis
homo aliquod animal est. Sed hæc, omnis homo omne animal est, in quacumque
materia proferatur, falsa est. Sunt autem quædam aliæ tales enunciationes
semper falsæ; sicut ista, aliquis homo omne animal est (quæ habet eamdem causam
falsitatis cum hac, omnis homo omne animal est); et si quæ aliæ similes, sunt
semper falsæ: in omnibus enim eadem ratio est. Et ideo per hoc quod philosophus
reprobavit istam, omnis homo omne animal est, dedit intelligere omnes
consimiles esse improbandas. Postquam philosophus determinavit de oppositione
enunciationum, comparando universales enunciationes ad indefinitas, hic determinat
de oppositione enunciationum comparando universales ad particulares. Circa quod
considerandum est quod potest duplex oppositio in his notari: una quidem
universalis ad particularem, et hanc primo tangit; alia vero universalis ad
universalem, et hanc tangit secundo; ibi: contrariæ vero et cetera.
Particularis vero affirmativa et particularis negativa, non habent proprie
loquendo oppositionem, quia oppositio attenditur circa idem subiectum;
subiectum autem particularis enunciationis est universale particulariter
sumptum, non pro aliquo determinato singulari, sed indeterminate pro quocumque;
et ideo, cum de universali particulariter sumpto aliquid affirmatur vel
negatur, ipse modus enunciandi non habet quod affirmatio et negatio sint de
eodem: quod requiritur ad oppositionem affirmationis et negationis, secundum præmissa.
Dicit ergo primo quod enunciatio, quæ universale significat, scilicet
universaliter, opponitur contradictorie ei, quæ non significat universaliter
sed particulariter, si una earum sit affirmativa, altera vero sit negativa
(sive universalis sit affirmativa et particularis negativa, sive e converso);
ut cum dicitur, omnis homo est albus, non omnis homo est albus: hoc enim quod
dico, non omnis, ponitur loco signi particularis negativi; unde æquipollet ei
quæ est, quidam homo non est albus; sicut et nullus, quod idem significat ac si
diceretur, non ullus vel non quidam, est signum universale negativum. Unde hæ
duæ, quidam homo est albus (quæ est particularis affirmativa), nullus homo est
albus (quæ est universalis negativa), sunt contradictoriæ. Cuius ratio
est quia contradictio consistit in sola remotione affirmationis per negationem;
universalis autem affirmativa removetur per solam negationem particularis, nec
aliquid aliud ex necessitate ad hoc exigitur; particularis autem affirmativa
removeri non potest nisi per universalem negativam, quia iam dictum est quod
particularis affirmativa non proprie opponitur particulari negativæ. Unde
relinquitur quod universali affirmativæ contradictorie opponitur particularis
negativa, et particulari affirmativæ universalis negativa. Deinde cum
dicit: contrariæ vero etc., tangit oppositionem universalium enunciationum; et
dicit quod universalis affirmativa et universalis negativa sunt contrariæ;
sicut, omnis homo est iustus, nullus homo est iustus, quia scilicet universalis
negativa non solum removet universalem affirmativam, sed etiam designat
extremam distantiam, in quantum negat totum quod affirmatio ponit; et hoc
pertinet ad rationem contrarietatis; et ideo particularis affirmativa et
negativa se habent sicut medium inter contraria. Deinde cum dicit:
quocirca has quidem etc., ostendit quomodo se habeant affirmatio et negatio
oppositæ ad verum et falsum. Et primo, quantum ad contrarias; secundo, quantum
ad contradictorias; ibi: quæcumque igitur contradictiones etc.; tertio, quantum
ad ea quæ videntur contradictoria, et non sunt; ibi: quæcumque autem in
universalibus et cetera. Dicit ergo primo quod quia universalis affirmativa et
universalis negativa sunt contrariæ, impossibile est quod sint simul veræ.
Contraria enim mutuo se expellunt. Sed particulares, quæ contradictorie
opponuntur universalibus contrariis, possunt simul verificari in eodem; sicut,
non omnis homo est albus, quæ contradictorie opponitur huic, omnis homo est
albus, et, quidam homo est albus, quæ contradictorie opponitur huic, nullus
homo est albus. Et huiusmodi etiam simile invenitur in contrarietate rerum: nam
album et nigrum numquam simul esse possunt in eodem, sed remotiones albi et
nigri simul possunt esse: potest enim aliquid esse neque album neque nigrum,
sicut patet in eo quod est pallidum. Et similiter contrariæ enunciationes non
possunt simul esse veræ, sed earum contradictoriæ, a quibus removentur, simul
possunt esse veræ. Deinde cum dicit: quæcumque igitur contradictiones etc.,
ostendit qualiter veritas et falsitas se habeant in contradictoriis. Circa quod
considerandum est quod, sicut dictum est supra, in contradictoriis negatio non
plus facit, nisi quod removet affirmationem. Quod contingit dupliciter. Uno
modo, quando est altera earum universalis, altera particularis, ut supra dictum
est. Alio modo, quando utraque est singularis: quia tunc negatio ex necessitate
refertur ad idem (quod non contingit in particularibus et indefinitis), nec
potest se in plus extendere nisi ut removeat affirmationem. Et ideo singularis
affirmativa semper contradicit singulari negativæ, supposita identitate prædicati
et subiecti. Et ideo dicit quod, sive accipiamus contradictionem universalium
universaliter, scilicet quantum ad unam earum, sive singularium enunciationum,
semper necesse est quod una sit vera et altera falsa. Neque enim contingit esse
simul veras aut simul falsas, quia verum nihil aliud est, nisi quando dicitur
esse quod est, aut non esse quod non est; falsum autem, quando dicitur esse
quod non est, aut non esse quod est, ut patet ex IV metaphysicorum.
Deinde cum dicit: quæcumque autem universalium etc., ostendit qualiter se
habeant veritas et falsitas in his, quæ videntur esse contradictoria, sed non
sunt. Et circa hoc tria facit: primo proponit quod intendit; secundo, probat
propositum; ibi: si enim turpis non probus etc.; tertio, excludit id quod
facere posset dubitationem; ibi: videbitur autem subito inconveniens et cetera.
Circa primum considerandum est quod affirmatio et negatio in indefinitis
propositionibus videntur contradictorie opponi propter hoc, quod est unum
subiectum non determinatum per signum particulare, et ideo videtur affirmatio
et negatio esse de eodem. Sed ad hoc removendum philosophus dicit quod quæcumque
affirmative et negative dicuntur de universalibus non universaliter sumptis,
non semper oportet quod unum sit verum, et aliud sit falsum, sed possunt simul
esse vera. Simul enim est verum dicere quod homo est albus, et, homo non est
albus, et quod homo est probus, et, homo non est probus. In quo
quidem, ut Ammonius refert, aliqui Aristoteli contradixerunt ponentes quod
indefinita negativa semper sit accipienda pro universali negativa. Et hoc
astruebant primo quidem tali ratione: quia indefinita, cum sit indeterminata,
se habet in ratione materiæ; materia autem secundum se considerata, magis
trahitur ad id quod indignius est; dignior autem est universalis affirmativa,
quam particularis affirmativa; et ideo indefinitam affirmativam dicunt esse
sumendam pro particulari affirmativa: sed negativam universalem, quæ totum
destruit, dicunt esse indigniorem particulari negativa, quæ destruit partem,
sicut universalis corruptio peior est quam particularis; et ideo dicunt quod
indefinita negativa sumenda est pro universali negativa. Ad quod etiam inducunt
quod philosophi, et etiam ipse Aristoteles utitur indefinitis negativis pro
universalibus; sicut dicitur in libro Physic. quod non est motus præter res; et
in libro de anima, quod non est sensus præter quinque. Sed istæ rationes non
concludunt. Quod enim primo dicitur quod materia secundum se sumpta sumitur pro
peiori, verum est secundum sententiam Platonis, qui non distinguebat
privationem a materia, non autem est verum secundum Aristotelem, qui dicit in
Lib. I Physic. quod malum et turpe et alia huiusmodi ad defectum pertinentia
non dicuntur de materia nisi per accidens. Et ideo non oportet quod indefinita
semper stet pro peiori. Dato etiam quod indefinita necesse sit sumi pro peiori,
non oportet quod sumatur pro universali negativa; quia sicut in genere
affirmationis, universalis affirmativa est potior particulari, utpote
particularem affirmativam continens; ita etiam in genere negationum universalis
negativa potior est. Oportet autem in unoquoque genere considerare id quod est
potius in genere illo, non autem id quod est potius simpliciter. Ulterius
etiam, dato quod particularis negativa esset potior omnibus modis, non tamen
adhuc ratio sequeretur: non enim ideo indefinita affirmativa sumitur pro
particulari affirmativa, quia sit indignior, sed quia de universali potest
aliquid affirmari ratione suiipsius, vel ratione partis contentæ sub eo; unde
sufficit ad veritatem eius quod prædicatum uni parti conveniat (quod designatur
per signum particulare); et ideo veritas particularis affirmativæ sufficit ad
veritatem indefinitæ affirmativæ. Et simili ratione veritas particularis
negativæ sufficit ad veritatem indefinitæ negativæ, quia similiter potest
aliquid negari de universali vel ratione suiipsius, vel ratione suæ partis.
Utuntur autem quandoque philosophi indefinitis negativis pro universalibus in
his, quæ per se removentur ab universalibus; sicut et utuntur indefinitis
affirmativis pro universalibus in his, quæ per se de universalibus prædicantur.
Deinde cum dicit: si enim turpis est etc., probat
propositum per id, quod est ab omnibus concessum. Omnes enim concedunt quod
indefinita affirmativa verificatur, si particularis affirmativa sit vera.
Contingit autem accipi duas affirmativas indefinitas, quarum una includit
negationem alterius, puta cum sunt opposita prædicata: quæ quidem oppositio
potest contingere dupliciter. Uno modo, secundum perfectam contrarietatem,
sicut turpis, idest inhonestus, opponitur probo, idest honesto, et foedus,
idest deformis secundum corpus, opponitur pulchro. Sed per quam rationem ista
affirmativa est vera, homo est probus, quodam homine existente probo, per
eamdem rationem ista est vera, homo est turpis, quodam homine existente turpi.
Sunt ergo istæ duæ veræ simul, homo est probus, homo est turpis; sed ad hanc,
homo est turpis, sequitur ista, homo non est probus; ergo istæ duæ sunt simul
veræ, homo est probus, homo non est probus: et eadem ratione istæ duæ, homo est
pulcher, homo non est pulcher. Alia autem oppositio attenditur secundum
perfectum et imperfectum, sicut moveri opponitur ad motum esse, et fieri ad
factum esse: unde ad fieri sequitur non esse eius quod fit in permanentibus,
quorum esse est perfectum; secus autem est in successivis, quorum esse est
imperfectum. Sic ergo hæc est vera, homo est albus, quodam homine existente
albo; et pari ratione, quia quidam homo fit albus, hæc est vera, homo fit
albus; ad quam sequitur, homo non est albus. Ergo istæ duæ sunt simul veræ,
homo est albus, homo non est albus. Deinde cum dicit: videbitur autem
etc., excludit id quod faceret dubitationem circa prædicta; et dicit quod
subito, id est primo aspectu videtur hoc esse inconveniens, quod dictum est;
quia hoc quod dico, homo non est albus, videtur idem significare cum hoc quod
est, nullus homo est albus. Sed ipse hoc removet dicens quod neque idem
significant neque ex necessitate sunt simul vera, sicut ex prædictis manifestum
est. Postquam philosophus distinxit diversos modos oppositionum in
enunciationibus, nunc intendit ostendere quod uni affirmationi una negatio
opponitur, et circa hoc duo facit: primo, ostendit quod uni affirmationi una
negatio opponitur; secundo, ostendit quæ sit una affirmatio vel negatio, ibi:
una autem affirmatio et cetera. Circa primum tria facit: primo, proponit quod
intendit; secundo, manifestat propositum; ibi: hoc enim idem etc.; tertio,
epilogat quæ dicta sunt; ibi: manifestum est ergo et cetera. Dicit ergo
primo, manifestum esse quod unius affirmationis est una negatio sola. Et hoc
quidem fuit necessarium hic dicere: quia cum posuerit plura oppositionum
genera, videbatur quod uni affirmationi duæ negationes opponerentur; sicut huic
affirmativæ, omnis homo est albus, videtur, secundum prædicta, hæc negativa
opponi, nullus homo est albus, et hæc, quidam homo non est albus. Sed si quis
recte consideret huius affirmativæ, omnis homo est albus, negativa est sola
ista, quidam homo non est albus, quæ solummodo removet ipsam, ut patet ex sua æquipollenti,
quæ est, non omnis homo est albus. Universalis vero negativa includit quidem in
suo intellectu negationem universalis affirmativæ, in quantum includit
particularem negativam, sed supra hoc aliquid addit, in quantum scilicet
importat non solum remotionem universalitatis, sed removet quamlibet partem
eius. Et sic patet quod sola una est negatio universalis
affirmationis: et idem apparet in aliis. Deinde cum dicit: hoc enim etc.,
manifestat propositum: et primo, per rationem; secundo, per exempla; ibi: dico
autem, ut est Socrates albus. Ratio autem sumitur ex hoc, quod supra dictum est
quod negatio opponitur affirmationi, quæ est eiusdem de eodem: ex quo hic
accipitur quod oportet negationem negare illud idem prædicatum, quod affirmatio
affirmavit et de eodem subiecto, sive illud subiectum sit aliquid singulare,
sive aliquid universale, vel universaliter, vel non universaliter sumptum; sed
hoc non contingit fieri nisi uno modo, ita scilicet ut negatio neget id quod
affirmatio posuit, et nihil aliud; ergo uni affirmationi opponitur una sola
negatio. Expositio Peryermeneias, lib. 1 l. 12 n. 4 Deinde cum dicit: dico
autem, ut est etc., manifestat propositum per exempla. Et primo, in
singularibus: huic enim affirmationi, Socrates est albus, hæc sola opponitur,
Socrates non est albus, tanquam eius propria negatio. Si vero esset aliud prædicatum
vel aliud subiectum, non esset negatio opposita, sed omnino diversa; sicut
ista, Socrates non est musicus, non opponitur ei quæ est, Socrates est albus;
neque etiam illa quæ est, Plato est albus, huic quæ est, Socrates non est
albus. Secundo, manifestat idem quando subiectum affirmationis est universale
universaliter sumptum; sicut huic affirmationi, omnis homo est albus, opponitur
sicut propria eius negatio, non omnis homo est albus, quæ æquipollet
particulari negativæ. Tertio, ponit exemplum quando affirmationis subiectum est
universale particulariter sumptum: et dicit quod huic affirmationi, aliquis
homo est albus, opponitur tanquam eius propria negatio, nullus homo est albus.
Nam nullus dicitur, quasi non ullus, idest, non aliquis. Quarto, ponit exemplum
quando affirmationis subiectum est universale indefinite sumptum et dicit quod
isti affirmationi, homo est albus, opponitur tanquam propria eius negatio illa
quæ est, non est homo albus. Expositio Peryermeneias, lib. 1 l. 12 n. 5 Sed
videtur hoc esse contra id, quod supra dictum est quod negativa indefinita
verificatur simul cum indefinita affirmativa; negatio autem non potest
verificari simul cum sua opposita affirmatione, quia non contingit de eodem
affirmare et negare. Sed ad hoc dicendum quod oportet quod hic dicitur
intelligi quando negatio ad idem refertur quod affirmatio continebat; et hoc
potest esse dupliciter: uno modo, quando affirmatur aliquid inesse homini
ratione sui ipsius (quod est per se de eodem prædicari), et hoc ipsum negatio
negat; alio modo, quando aliquid affirmatur de universali ratione sui
singularis, et pro eodem de eo negatur. Deinde cum dicit: quod igitur una
affirmatio etc., epilogat quæ dicta sunt, et concludit manifestum esse ex prædictis
quod uni affirmationi opponitur una negatio; et quod oppositarum affirmationum
et negationum aliæ sunt contrariæ, aliæ contradictoriæ; et dictum est quæ sint
utræque. Tacet autem de subcontrariis, quia non sunt recte oppositæ, ut supra
dictum est. Dictum est etiam quod non omnis contradictio est vera vel falsa; et
sumitur hic large contradictio pro qualicumque oppositione affirmationis et
negationis: nam in his quæ sunt vere contradictoriæ semper una est vera, et
altera falsa. Quare autem in quibusdam oppositis hoc non verificetur, dictum
est supra; quia scilicet quædam non sunt contradictoriæ, sed contrariæ, quæ
possunt simul esse falsæ. Contingit etiam affirmationem et negationem non
proprie opponi; et ideo contingit eas esse veras simul. Dictum est autem
quando altera semper est vera, altera autem falsa, quia scilicet in his quæ
vere sunt contradictoria. Deinde cum dicit: una autem affirmatio etc.,
ostendit quæ sit affirmatio vel negatio una. Quod quidem iam supra dixerat, ubi
habitum est quod una est enunciatio, quæ unum significat; sed quia enunciatio,
in qua aliquid prædicatur de aliquo universali universaliter vel non
universaliter, multa sub se continet, intendit ostendere quod per hoc non
impeditur unitas enunciationis. Et circa hoc duo facit: primo, ostendit quod
unitas enunciationis non impeditur per multitudinem, quæ continetur sub
universali, cuius ratio una est; secundo, ostendit quod impeditur unitas
enunciationis per multitudinem, quæ continetur sub sola nominis unitate; ibi:
si vero duobus et cetera. Dicit ergo primo quod una est affirmatio vel negatio
cum unum significatur de uno, sive illud unum quod subiicitur sit universale
universaliter sumptum sive non sit aliquid tale, sed sit universale
particulariter sumptum vel indefinite, aut etiam si subiectum sit singulare. Et exemplificat de diversis sicut universalis ista affirmativa est una,
omnis homo est albus; et similiter particularis negativa quæ est eius negatio,
scilicet non est omnis homo albus. Et subdit alia exempla, quæ sunt manifesta.
In fine autem apponit quamdam conditionem, quæ requiritur ad hoc quod quælibet
harum sit una, si scilicet album, quod est prædicatum, significat unum: nam
sola multitudo prædicati impediret unitatem enunciationis. Ideo autem
universalis propositio una est, quamvis sub se multitudinem singularium
comprehendat, quia prædicatum non attribuitur multis singularibus, secundum
quod sunt in se divisa, sed secundum quod uniuntur in uno communi. Deinde cum
dicit: si vero duobus etc., ostendit quod sola unitas nominis non sufficit ad
unitatem enunciationis. Et circa hoc quatuor facit: primo, proponit quod
intendit; secundo, exemplificat; ibi: ut si quis ponat etc.; tertio, probat;
ibi: nihil enim differt etc.; quarto, infert corollarium ex dictis; ibi: quare
nec in his et cetera. Dicit ergo primo quod si unum nomen imponatur duabus rebus,
ex quibus non fit unum, non est affirmatio una. Quod autem dicit, ex quibus non
fit unum, potest intelligi dupliciter. Uno modo, ad excludendum hoc quod multa
continentur sub uno universali, sicut homo et equus sub animali: hoc enim nomen
animal significat utrumque, non secundum quod sunt multa et differentia ad
invicem, sed secundum quod uniuntur in natura generis. Alio modo, et melius, ad
excludendum hoc quod ex multis partibus fit unum, sive sint partes rationis,
sicut sunt genus et differentia, quæ sunt partes definitionis: sive sint partes
integrales alicuius compositi, sicut ex lapidibus et lignis fit domus. Si ergo
sit tale prædicatum quod attribuatur rei, requiritur ad unitatem enunciationis
quod illa multa quæ significantur, concurrant in unum secundum aliquem dictorum
modorum; unde non sufficeret sola unitas vocis. Si vero sit tale prædicatum
quod referatur ad vocem, sufficiet unitas vocis; ut si dicam, canis est
nomen. Deinde cum dicit: ut si quis etc., exemplificat quod dictum est,
ut si aliquis hoc nomen tunica imponat ad significandum hominem et equum: et
sic, si dicam, tunica est alba, non est affirmatio una, neque negatio una. Deinde cum dicit: nihil enim differt etc., probat quod dixerat tali
ratione. Si tunica significat hominem et equum, nihil differt si dicatur,
tunica est alba, aut si dicatur, homo est albus, et, equus est albus; sed istæ,
homo est albus, et equus est albus, significant multa et sunt plures
enunciationes; ergo etiam ista, tunica est alba, multa significat. Et hoc si
significet hominem et equum ut res diversas: si vero significet hominem et
equum ut componentia unam rem, nihil significat, quia non est aliqua res quæ
componatur ex homine et equo. Quod autem dicit quod non differt dicere, tunica
est alba, et, homo est albus, et, equus est albus, non est intelligendum
quantum ad veritatem et falsitatem. Nam hæc copulativa, homo est albus et equus
est albus, non potest esse vera nisi utraque pars sit vera: sed hæc, tunica est
alba, prædicta positione facta, potest esse vera etiam altera existente falsa;
alioquin non oporteret distinguere multiplices propositiones ad solvendum
rationes sophisticas. Sed hoc est intelligendum quantum ad unitatem et
multiplicitatem. Nam sicut cum dicitur, homo est albus et equus est albus, non
invenitur aliqua una res cui attribuatur prædicatum; ita etiam nec cum dicitur,
tunica est alba. Deinde cum dicit: quare nec in his etc., concludit ex præmissis
quod nec in his affirmationibus et negationibus, quæ utuntur subiecto æquivoco,
semper oportet unam esse veram et aliam falsam, quia scilicet negatio potest
aliud negare quam affirmatio affirmet. Postquam philosophus determinavit de
oppositione enunciationum et ostendit quomodo dividunt verum et falsum oppositæ
enunciationes; hic inquirit de quodam quod poterat esse dubium, utrum scilicet
id quod dictum es t similiter inveniatur in omnibus enunciationibus vel
non. Et circa hoc duo facit: primo, proponit dissimilitudinem; secundo, probat
eam; ibi: nam si omnis affirmatio et cetera. Circa primum considerandum
est quod philosophus in præmissis triplicem divisionem enunciationum
assignavit, quarum prima fuit secundum unitatem enunciationis, prout scilicet
enunciatio est una simpliciter vel coniunctione una; secunda fuit secundum
qualitatem, prout scilicet enunciatio est affirmativa vel negativa; tertia fuit
secundum quantitatem, utpote quod enunciatio quædam est universalis, quædam
particularis, quædam indefinita et quædam singularis. Tangitur autem hic quarta
divisio enunciationum secundum tempus. Nam quædam est de præsenti, quædam de præterito,
quædam de futuro; et hæc etiam divisio potest accipi ex his quæ supra dicta
sunt: dictum est enim supra quod necesse est omnem enunciationem esse ex verbo
vel ex casu verbi; verbum autem est quod consignificat præsens tempus; casus
autem verbi sunt, qui consignificant tempus præteritum vel futurum. Potest
autem accipi quinta divisio enunciationum secundum materiam, quæ quidem divisio
attenditur secundum habitudinem prædicati ad subiectum: nam si prædicatum per
se insit subiecto, dicetur esse enunciatio in materia necessaria vel naturali;
ut cum dicitur, homo est animal, vel, homo est risibile. Si vero prædicatum
per se repugnet subiecto quasi excludens rationem ipsius, dicetur enunciatio
esse in materia impossibili sive remota; ut cum dicitur, homo est asinus. Si
vero medio modo se habeat prædicatum ad subiectum, ut scilicet nec per se
repugnet subiecto, nec per se insit, dicetur enunciatio esse in materia
possibili sive contingenti. His igitur enunciationum differentiis consideratis,
non similiter se habet iudicium de veritate et falsitate in omnibus. Unde
philosophus dicit, ex præmissis concludens, quod in his quæ sunt, idest in
propositionibus de præsenti, et in his quæ facta sunt, idest in enunciationibus
de præterito, necesse est quod affirmatio vel negatio determinate sit vera vel
falsa. Diversificatur tamen hoc, secundum diversam quantitatem enunciationis;
nam in enunciationibus, in quibus de universalibus subiectis aliquid
universaliter prædicatur, necesse est quod semper una sit vera, scilicet
affirmativa vel negativa, et altera falsa, quæ scilicet ei opponitur. Dictum
est enim supra quod negatio enunciationis universalis in qua aliquid
universaliter prædicatur, est negativa non universalis, sed particularis, et e
converso universalis negativa non est directe negatio universalis affirmativæ,
sed particularis; et sic oportet, secundum prædicta, quod semper una earum sit
vera et altera falsa in quacumque materia. Et eadem ratio est in enunciationibus singularibus, quæ etiam
contradictorie opponuntur, ut supra habitum est. Sed in enunciationibus, in
quibus aliquid prædicatur de universali non universaliter, non est necesse quod
semper una sit vera et altera sit falsa, qui possunt ambæ esse simul veræ, ut
supra ostensum est. Et hoc quidem ita se habet quantum ad propositiones,
quæ sunt de præterito vel de præsenti: sed si accipiamus enunciationes, quæ
sunt de futuro, etiam similiter se habent quantum ad oppositiones, quæ sunt de
universalibus vel universaliter vel non universaliter sumptis. Nam in materia
necessaria omnes affirmativæ determinate sunt veræ, ita in futuris sicut in præteritis
et præsentibus; negativæ vero falsæ. In materia autem impossibili, e
contrario. In contingenti vero universales sunt falsæ et particulares sunt veræ,
ita in futuris sicut in præteritis et præsentibus. In indefinitis autem,
utraque simul est vera in futuris sicut in præsentibus vel præteritis.
Sed in singularibus et futuris est quædam dissimilitudo. Nam in præteritis et
præsentibus necesse est quod altera oppositarum determinate sit vera et altera
falsa in quacumque materia; sed in singularibus quæ sunt de futuro hoc non est
necesse, quod una determinate sit vera et altera falsa. Et hoc quidem dicitur
quantum ad materiam contingentem: nam quantum ad materiam necessariam et
impossibilem similis ratio est in futuris singularibus, sicut in præsentibus et
præteritis. Nec tamen Aristoteles mentionem fecit de materia contingenti, quia
illa proprie ad singularia pertinent quæ contingenter eveniunt, quæ autem per
se insunt vel repugnant, attribuuntur singularibus secundum universalium
rationes. Circa hoc igitur versatur tota præsens intentio: utrum in
enunciationibus singularibus de futuro in materia contingenti necesse sit quod
determinate una oppositarum sit vera et altera falsa. Deinde cum dicit: nam si omnis affirmatio etc., probat præmissam
differentiam. Et
circa hoc duo facit: primo, probat propositum ducendo ad inconveniens; secundo,
ostendit illa esse impossibilia quæ sequuntur; ibi: quare ergo contingunt
inconvenientia et cetera. Circa primum duo facit: primo, ostendit quod in
singularibus et futuris non semper potest determinate attribui veritas alteri
oppositorum; secundo, ostendit quod non potest esse quod utraque veritate
careat; ibi: at vero neque quoniam et cetera. Circa primum ponit duas rationes,
in quarum prima ponit quamdam consequentiam, scilicet quod si omnis affirmatio
vel negatio determinate est vera vel falsa ita in singularibus et futuris sicut
in aliis, consequens est quod omnia necesse sit vel determinate esse vel non
esse. Deinde cum dicit: quare si hic quidem etc. vel, si itaque hic quidem, ut
habetur in Græco, probat consequentiam prædictam. Ponamus enim quod sint duo
homines, quorum unus dicat aliquid esse futurum, puta quod Socrates curret,
alius vero dicat hoc idem ipsum non esse futurum; supposita præmissa positione,
scilicet quod in singularibus et futuris contingit alteram esse veram, scilicet
vel affirmativam vel negativam, sequetur quod necesse sit quod alter eorum
verum dicat, non autem uterque: quia non potest esse quod in singularibus
propositionibus futuris utraque sit simul vera, scilicet affirmativa et
negativa: sed hoc habet locum solum in indefinitis. Ex hoc autem quod necesse
est alterum eorum verum dicere, sequitur quod necesse sit determinate vel esse
vel non esse. Et hoc probat consequenter: quia ista duo se convertibiliter
consequuntur, scilicet quod verum sit id quod dicitur, et quod ita sit in re.
Et hoc est quod manifestat consequenter dicens quod si verum est dicere quod
album sit, de necessitate sequitur quod ita sit in re; et si verum est negare,
ex necessitate sequitur quod ita non sit. Et e converso: quia si ita est in re
vel non est, ex necessitate sequitur quod sit verum affirmare vel negare. Et
eadem etiam convertibilitas apparet in falso: quia, si aliquis mentitur falsum
dicens, ex necessitate sequitur quod non ita sit in re, sicut ipse affirmat vel
negat; et e converso, si non est ita in re sicut ipse affirmat vel negat,
sequitur quod affirmans vel negans mentiatur. Est ergo processus huius
rationis talis. Si necesse est quod omnis affirmatio vel negatio in
singularibus et futuris sit vera vel falsa, necesse est quod omnis affirmans
vel negans determinate dicat verum vel falsum. Ex hoc autem sequitur quod omne
necesse sit esse vel non esse. Ergo, si omnis affirmatio vel negatio
determinate sit vera, necesse est omnia determinate esse vel non esse. Ex hoc
concludit ulterius quod omnia sint ex necessitate. Per quod triplex genus
contingentium excluditur. Quædam enim contingunt ut in paucioribus, quæ
accidunt a casu vel fortuna. Quædam vero se habent ad utrumlibet, quia scilicet
non magis se habent ad unam partem, quam ad aliam, et ista procedunt ex
electione. Quædam vero eveniunt ut in pluribus; sicut hominem canescere in
senectute, quod causatur ex natura. Si autem omnia ex necessitate evenirent,
nihil horum contingentium esset. Et ideo dicit nihil est quantum ad ipsam
permanentiam eorum quæ permanent contingenter; neque fit quantum ad
productionem eorum quæ contingenter causantur; nec casu quantum ad ea quæ sunt
in minori parte, sive in paucioribus; nec utrumlibet quantum ad ea quæ se
habent æqualiter ad utrumque, scilicet esse vel non esse, et ad neutrum horum
sunt determinata: quod significat cum subdit, nec erit, nec non erit. De eo
enim quod est magis determinatum ad unam partem possumus determinate verum
dicere quod hoc erit vel non erit, sicut medicus de convalescente vere dicit,
iste sanabitur, licet forte ex aliquo accidente eius sanitas impediatur. Unde
et philosophus dicit in II de generatione quod futurus quis incedere, non
incedet. De eo enim qui habet propositum determinatum ad incedendum, vere
potest dici quod ipse incedet, licet per aliquod accidens impediatur eius
incessus. Sed eius quod est ad utrumlibet proprium est quod, quia non
determinatur magis ad unum quam ad alterum, non possit de eo determinate dici,
neque quod erit, neque quod non erit. Quomodo autem sequatur quod nihil sit ad
utrumlibet ex præmissa hypothesi, manifestat subdens quod, si omnis affirmatio
vel negatio determinate sit vera, oportet quod vel ille qui affirmat vel ille
qui negat dicat verum; et sic tollitur id quod est ad utrumlibet: quia, si esse
aliquid ad utrumlibet, similiter se haberet ad hoc quod fieret vel non fieret,
et non magis ad unum quam ad alterum. Est autem
considerandum quod philosophus non excludit hic expresse contingens quod est ut
in pluribus, duplici ratione. Primo quidem, quia tale contingens non excludit
quin altera oppositarum enunciationum determinate sit vera et altera falsa, ut
dictum est. Secundo, quia remoto contingenti quod est in paucioribus, quod a
casu accidit, removetur per consequens contingens quod est ut in pluribus: nihil
enim differt id quod est in pluribus ab eo quod est in paucioribus, nisi quod
deficit in minori parte. Deinde cum dicit: amplius si est album etc.,
ponit secundam rationem ad ostendendum prædictam dissimilitudinem, ducendo ad
impossibile. Si enim similiter se habet veritas et falsitas in præsentibus et
futuris, sequitur ut quidquid verum est de præsenti, etiam fuerit verum de
futuro, eo modo quo est verum de præsenti. Sed determinate nunc est verum
dicere de aliquo singulari quod est album; ergo primo, idest antequam illud
fieret album, erat verum dicere quoniam hoc erit album. Sed eadem ratio videtur
esse in propinquo et in remoto; ergo si ante unum diem verum fuit dicere quod
hoc erit album, sequitur quod semper fuit verum dicere de quolibet eorum, quæ facta
sunt, quod erit. Si autem semper est verum dicere de præsenti quoniam est, vel
de futuro quoniam erit, non potest hoc non esse vel non futurum esse. Cuius
consequentiæ ratio patet, quia ista duo sunt incompossibilia, quod aliquid vere
dicatur esse, et quod non sit. Nam hoc includitur in
significatione veri, ut sit id quod dicitur. Si ergo ponitur verum esse id quod
dicitur de præsenti vel de futuro, non potest esse quin illud sit præsens vel
futurum. Sed quod non potest non fieri idem significat cum eo quod est
impossibile non fieri. Et quod impossibile est non fieri idem significat cum eo
quod est necesse fieri, ut in secundo plenius dicetur. Sequitur ergo ex præmissis
quod omnia, quæ futura sunt, necesse est fieri. Ex quo sequitur ulterius, quod
nihil sit neque ad utrumlibet neque a casu, quia illud quod accidit a casu non
est ex necessitate, sed ut in paucioribus; hoc autem relinquit pro
inconvenienti; ergo et primum est falsum, scilicet quod omne quod est verum
esse, verum fuerit determinate dicere esse futurum. Ad cuius evidentiam
considerandum est quod cum verum hoc significet ut dicatur aliquid esse quod
est, hoc modo est aliquid verum, quo habet esse. Cum autem aliquid est in præsenti
habet esse in seipso, et ideo vere potest dici de eo quod est: sed quamdiu
aliquid est futurum, nondum est in seipso, est tamen aliqualiter in sua causa:
quod quidem contingit tripliciter. Uno modo, ut sic sit in sua causa ut ex
necessitate ex ea proveniat; et tunc determinate habet esse in sua causa; unde
determinate potest dici de eo quod erit. Alio modo, aliquid est in sua causa,
ut quæ habet inclinationem ad suum effectum, quæ tamen impediri potest; unde et
hoc determinatum est in sua causa, sed mutabiliter; et sic de hoc vere dici
potest, hoc erit, sed non per omnimodam certitudinem. Tertio, aliquid est in
sua causa pure in potentia, quæ etiam non magis est determinata ad unum quam ad
aliud; unde relinquitur quod nullo modo potest de aliquo eorum determinate dici
quod sit futurum, sed quod sit vel non sit. Deinde cum dicit: at vero
neque quoniam etc., ostendit quod veritas non omnino deest in singularibus
futuris utrique oppositorum; et primo, proponit quod intendit dicens quod sicut
non est verum dicere quod in talibus alterum oppositorum sit verum determinate,
sic non est verum dicere quod non utrumque sit verum; ut si quod dicamus, neque
erit, neque non erit. Secundo, ibi: primum enim cum sit
etc., probat propositum duabus rationibus. Quarum prima talis est: affirmatio
et negatio dividunt verum et falsum, quod patet ex definitione veri et falsi:
nam nihil aliud est verum quam esse quod est, vel non esse quod non est; et
nihil aliud est falsum quam esse quod non est, vel non esse quod est; et sic
oportet quod si affirmatio sit falsa, quod negatio sit vera; et e converso. Sed
secundum prædictam positionem affirmatio est falsa, qua dicitur, hoc erit; nec
tamen negatio est vera: et similiter negatio erit falsa, affirmatione non
existente vera; ergo prædicta positio est impossibilis, scilicet quod veritas
desit utrique oppositorum. Secundam rationem ponit; ibi: ad hæc si verum est et
cetera. Quæ talis est: si verum est dicere aliquid, sequitur quod illud sit;
puta si verum est dicere quod aliquid sit magnum et album, sequitur utraque
esse. Et ita de futuro sicut de præsenti: sequitur enim esse cras, si verum est
dicere quod erit cras. Si ergo vera est prædicta positio dicens quod neque cras
erit, neque non erit, oportebit neque fieri, neque non fieri: quod est contra
rationem eius quod est ad utrumlibet, quia quod est ad utrumlibet se habet ad
alterutrum; ut navale bellum cras erit, vel non erit. Et ita ex hoc sequitur
idem inconveniens quod in præmissis. Ostenderat superius philosophus ducendo ad
inconveniens quod non est similiter verum vel falsum determinate in altero
oppositorum in singularibus et futuris, sicut supra de aliis enunciationibus
dixerat; nunc autem ostendit inconvenientia ad quæ adduxerat esse impossibilia.
Et circa hoc duo facit: primo, ostendit impossibilia ea quæ sequebantur;
secundo, concludit quomodo circa hæc se veritas habeat; ibi: igitur esse quod
est et cetera. Circa primum tria facit: primo, ponit inconvenientia
quæ sequuntur; secundo, ostendit hæc inconvenientia ex prædicta positione
sequi; ibi: nihil enim prohibet etc.; tertio, ostendit esse impossibilia
inconvenientia memorata; ibi: quod si hæc possibilia non sunt et cetera. Dicit
ergo primo, ex prædictis rationibus concludens, quod hæc inconvenientia
sequuntur, si ponatur quod necesse sit oppositarum enunciationum alteram
determinate esse veram et alteram esse falsam similiter in singularibus sicut
in universalibus, quod scilicet nihil in his quæ fiunt sit ad utrumlibet, sed
omnia sint et fiant ex necessitate. Et ex hoc ulterius inducit alia duo
inconvenientia. Quorum primum est quod non oportebit de aliquo consiliari:
probatum est enim in III Ethicorum quod consilium non est de his, quæ sunt ex
necessitate, sed solum de contingentibus, quæ possunt esse et non esse.
Secundum inconveniens est quod omnes actiones humanæ, quæ sunt propter aliquem
finem (puta negotiatio, quæ est propter divitias acquirendas), erunt superfluæ:
quia si omnia ex necessitate eveniunt, sive operemur sive non operemur erit
quod intendimus. Sed hoc est contra intentionem hominum, quia ea intentione
videntur consiliari et negotiari ut, si hæc faciant, erit talis finis, si autem
faciunt aliquid aliud, erit alius finis. Deinde cum dicit: nihil enim
prohibet etc., probat quod dicta inconvenientia consequantur ex dicta
positione. Et circa hoc duo facit: primo, ostendit prædicta inconvenientia
sequi, quodam possibili posito; secundo, ostendit quod eadem inconvenientia
sequantur etiam si illud non ponatur; ibi: at nec hoc differt et cetera. Dicit
ergo primo, non esse impossibile quod ante mille annos, quando nihil apud homines
erat præcogitatum, vel præordinatum de his quæ nunc aguntur, unus dixerit quod
hoc erit, puta quod civitas talis subverteretur, alius autem dixerit quod hoc
non erit. Sed si omnis affirmatio vel negatio determinate est vera, necesse est
quod alter eorum determinate verum dixerit; ergo necesse fuit alterum eorum ex
necessitate evenire; et eadem ratio est in omnibus aliis; ergo omnia ex
necessitate eveniunt. Deinde cum dicit: at vero neque hoc differt etc.,
ostendit quod idem sequitur si illud possibile non ponatur. Nihil enim differt,
quantum ad rerum existentiam vel eventum, si uno affirmante hoc esse futurum,
alius negaverit vel non negaverit; ita enim se habebit res si hoc factum
fuerit, sicut si hoc non factum fuerit. Non enim propter nostrum affirmare vel
negare mutatur cursus rerum, ut sit aliquid vel non sit: quia veritas nostræ
enunciationis non est causa existentiæ rerum, sed potius e converso. Similiter
etiam non differt quantum ad eventum eius quod nunc agitur, utrum fuerit
affirmatum vel negatum ante millesimum annum vel ante quodcumque tempus. Sic
ergo, si in quocumque tempore præterito, ita se habebat veritas enunciationum,
ut necesse esset quod alterum oppositorum vere diceretur; et ad hoc quod
necesse est aliquid vere dici sequitur quod necesse sit illud esse vel fieri;
consequens est quod unumquodque eorum quæ fiunt, sic se habeat ut ex
necessitate fiat. Et huiusmodi consequentiæ rationem assignat per hoc, quod si
ponatur aliquem vere dicere quod hoc erit, non potest non futurum esse. Sicut
supposito quod sit homo, non potest non esse animal rationale mortale. Hoc enim
significatur, cum dicitur aliquid vere dici, scilicet quod ita sit ut dicitur.
Eadem autem habitudo est eorum, quæ nunc dicuntur, ad ea quæ futura sunt, quæ
erat eorum, quæ prius dicebantur, ad ea quæ sunt præsentia vel præterita; et
ita omnia ex necessitate acciderunt, et accidunt, et accident, quia quod nunc
factum est, utpote in præsenti vel in præterito existens, semper verum erat
dicere, quoniam erit futurum. Deinde cum dicit: quod si hæc possibilia
non sunt etc., ostendit prædicta esse impossibilia: et primo, per rationem;
secundo, per exempla sensibilia; ibi: et multa nobis manifesta et cetera. Circa
primum duo facit: primo, ostendit propositum in rebus humanis; secundo, etiam
in aliis rebus; ibi: et quoniam est omnino et cetera. Quantum autem ad res
humanas ostendit esse impossibilia quæ dicta sunt, per hoc quod homo manifeste
videtur esse principium eorum futurorum, quæ agit quasi dominus existens suorum
actuum, et in sua potestate habens agere vel non agere; quod quidem principium
si removeatur, tollitur totus ordo conversationis humanæ, et omnia principia
philosophiæ moralis. Hoc enim sublato non erit aliqua
utilitas persuasionis, nec comminationis, nec punitionis aut remunerationis,
quibus homines alliciuntur ad bona et retrahuntur a malis, et sic evacuatur
tota civilis scientia. Hoc ergo philosophus accipit pro principio manifesto
quod homo sit principium futurorum; non est autem futurorum principium nisi per
hoc quod consiliatur et facit aliquid: ea enim quæ agunt absque consilio non
habent dominium sui actus, quasi libere iudicantes de his quæ sunt agenda, sed
quodam naturali instinctu moventur ad agendum, ut patet in animalibus brutis.
Unde impossibile est quod supra conclusum est quod non oporteat nos negotiari
vel consiliari. Et sic etiam impossibile est illud ex quo sequebatur, scilicet
quod omnia ex necessitate eveniant. Deinde cum dicit: et quoniam est
omnino etc., ostendit idem etiam in aliis rebus. Manifestum est enim etiam in
rebus naturalibus esse quædam, quæ non semper actu sunt; ergo in eis contingit
esse et non esse: alioquin vel semper essent, vel semper non essent. Id autem
quod non est, incipit esse aliquid per hoc quod fit illud; sicut id quod non
est album, incipit esse album per hoc quod fit album. Si autem non fiat album
permanet non ens album. Ergo in quibus contingit esse et non esse, contingit
etiam fieri et non fieri. Non ergo talia ex necessitate sunt vel
fiunt, sed est in eis natura possibilitatis, per quam se habent ad fieri et non
fieri, esse et non esse. Deinde cum dicit: ac multa nobis manifesta etc.,
ostendit propositum per sensibilia exempla. Sit enim, puta, vestis nova;
manifestum est quod eam possibile est incidi, quia nihil obviat incisioni, nec
ex parte agentis nec ex parte patientis. Probat autem quod simul cum hoc quod
possibile est eam incidi, possibile est etiam eam non incidi, eodem modo quo
supra probavit duas indefinitas oppositas esse simul veras, scilicet per
assumptionem contrarii. Sicut enim possibile est istam vestem incidi, ita
possibile est eam exteri, idest vetustate corrumpi; sed si exteritur non
inciditur; ergo utrumque possibile est, scilicet eam incidi et non incidi. Et
ex hoc universaliter concludit quod in aliis futuris, quæ non sunt in actu
semper, sed sunt in potentia, hoc manifestum est quod non omnia ex necessitate
sunt vel fiunt, sed eorum quædam sunt ad utrumlibet, quæ non se habent magis ad
affirmationem quam ad negationem; alia vero sunt in quibus alterum eorum
contingit ut in pluribus, sed tamen contingit etiam ut in paucioribus quod
altera pars sit vera, et non alia, quæ scilicet contingit ut in pluribus.
Est autem considerandum quod, sicut Boethius dicit hic in commento, circa
possibile et necessarium diversimode aliqui sunt opinati. Quidam enim
distinxerunt ea secundum eventum, sicut Diodorus, qui dixit illud esse
impossibile quod nunquam erit; necessarium vero quod semper erit; possibile
vero quod quandoque erit, quandoque non erit. Stoici vero distinxerunt hæc
secundum exteriora prohibentia. Dixerunt enim necessarium esse illud quod non
potest prohiberi quin sit verum; impossibile vero quod semper prohibetur a
veritate; possibile vero quod potest prohiberi vel non prohiberi. Utraque autem
distinctio videtur esse incompetens. Nam prima distinctio est a posteriori: non
enim ideo aliquid est necessarium, quia semper erit; sed potius ideo semper
erit, quia est necessarium: et idem patet in aliis. Secunda autem assignatio
est ab exteriori et quasi per accidens: non enim ideo aliquid est necessarium,
quia non habet impedimentum, sed quia est necessarium, ideo impedimentum habere
non potest. Et ideo alii melius ista distinxerunt secundum naturam rerum, ut
scilicet dicatur illud necessarium, quod in sua natura determinatum est solum
ad esse; impossibile autem quod est determinatum solum ad non esse; possibile
autem quod ad neutrum est omnino determinatum, sive se habeat magis ad unum
quam ad alterum, sive se habeat æqualiter ad utrumque, quod dicitur contingens
ad utrumlibet. Et hoc est quod Boethius attribuit Philoni. Sed manifeste
hæc est sententia Aristotelis in hoc loco. Assignat enim rationem
possibilitatis et contingentiæ, in his quidem quæ sunt a nobis ex eo quod sumus
consiliativi, in aliis autem ex eo quod materia est in potentia ad utrumque
oppositorum. Sed videtur hæc ratio non esse sufficiens. Sicut enim
in corporibus corruptibilibus materia invenitur in potentia se habens ad esse
et non esse, ita etiam in corporibus cælestibus invenitur potentia ad diversa
ubi, et tamen nihil in eis evenit contingenter, sed solum ex necessitate. Unde
dicendum est quod possibilitas materiæ ad utrumque, si communiter loquamur, non
est sufficiens ratio contingentiæ, nisi etiam addatur ex parte potentiæ activæ
quod non sit omnino determinata ad unum; alioquin si ita sit determinata ad
unum quod impediri non potest, consequens est quod ex necessitate reducat in
actum potentiam passivam eodem modo. Hoc igitur quidam attendentes
posuerunt quod potentia, quæ est in ipsis rebus naturalibus, sortitur
necessitatem ex aliqua causa determinata ad unum quam dixerunt fatum. Quorum
Stoici posuerunt fatum in quadam serie, seu connexione causarum, supponentes
quod omne quod in hoc mundo accidit habet causam; causa autem posita, necesse
est effectum poni. Et si una causa per se non sufficit, multæ causæ ad hoc
concurrentes accipiunt rationem unius causæ sufficientis; et ita concludebant
quod omnia ex necessitate eveniunt. Sed hanc rationem solvit Aristoteles
in VI metaphysicæ interimens utramque propositionum assumptarum. Dicit enim
quod non omne quod fit habet causam, sed solum illud quod est per se. Sed illud
quod est per accidens non habet causam; quia proprie non est ens, sed magis
ordinatur cum non ente, ut etiam Plato dixit. Unde esse musicum habet causam,
et similiter esse album; sed hoc quod est, album esse musicum, non habet
causam: et idem est in omnibus aliis huiusmodi. Similiter etiam hæc est falsa,
quod posita causa etiam sufficienti, necesse est effectum poni: non enim omnis
causa est talis (etiamsi sufficiens sit) quod eius effectus impediri non
possit; sicut ignis est sufficiens causa combustionis lignorum, sed tamen per
effusionem aquæ impeditur combustio. Si autem utraque propositionum prædictarum
esset vera, infallibiliter sequeretur omnia ex necessitate contingere. Quia si
quilibet effectus habet causam, esset effectum (qui est futurus post quinque
dies, aut post quantumcumque tempus) reducere in aliquam causam priorem: et sic
quousque esset devenire ad causam, quæ nunc est in præsenti, vel iam fuit in præterito;
si autem causa posita, necesse est effectum poni, per ordinem causarum
deveniret necessitas usque ad ultimum effectum. Puta, si comedit salsa, sitiet:
si sitiet, exibit domum ad bibendum: si exibit domum, occidetur a latronibus.
Quia ergo iam comedit salsa, necesse est eum occidi. Et ideo Aristoteles ad hoc
excludendum ostendit utramque prædictarum propositionum esse falsam, ut dictum
est. Obiiciunt autem quidam contra hoc, dicentes quod omne per accidens
reducitur ad aliquid per se, et ita oportet effectum qui est per accidens
reduci in causam per se. Sed non attendunt quod id quod est per accidens
reducitur ad per se, in quantum accidit ei quod est per se, sicut musicum
accidit Socrati, et omne accidens alicui subiecto per se existenti. Et
similiter omne quod in aliquo effectu est per accidens consideratur circa
aliquem effectum per se: qui quantum ad id quod per se est habet causam per se,
quantum autem ad id quod inest ei per accidens non habet causam per se, sed
causam per accidens. Oportet enim effectum proportionaliter referre ad
causam suam, ut in II physicorum et in V methaphysicæ dicitur. Quidam
vero non attendentes differentiam effectuum per accidens et per se, tentaverunt
reducere omnes effectus hic inferius provenientes in aliquam causam per se,
quam ponebant esse virtutem cælestium corporum in qua ponebant fatum, dicentes
nihil aliud esse fatum quam vim positionis syderum. Sed ex hac causa
non potest provenire necessitas in omnibus quæ hic aguntur. Multa enim hic
fiunt ex intellectu et voluntate, quæ per se et directe non subduntur virtuti cælestium
corporum: cum enim intellectus sive ratio et voluntas quæ est in ratione, non
sint actus organi corporalis, ut probatur in libro de anima, impossibile est
quod directe subdantur intellectus seu ratio et voluntas virtuti cælestium
corporum: nulla enim vis corporalis potest agere per se, nisi in rem corpoream.
Vires autem sensitivæ in quantum sunt actus organorum corporalium per accidens
subduntur actioni cælestium corporum. Unde philosophus in libro de anima
opinionem ponentium voluntatem hominis subiici motui cæli adscribit his, qui non
ponebant intellectum differre a sensu. Indirecte tamen vis cælestium corporum
redundat ad intellectum et voluntatem, in quantum scilicet intellectus et
voluntas utuntur viribus sensitivis. Manifestum autem est quod passiones virium
sensitivarum non inferunt necessitatem rationi et voluntati. Nam continens
habet pravas concupiscentias, sed non deducitur, ut patet per philosophum in
VII Ethicorum. Sic igitur ex virtute cælestium corporum non provenit necessitas
in his quæ per rationem et voluntatem fiunt. Similiter nec in aliis
corporalibus effectibus rerum corruptibilium, in quibus multa per accidens
eveniunt. Id autem quod est per accidens non potest reduci ut in causam per se
in aliquam virtutem naturalem, quia virtus naturæ se habet ad unum; quod autem
est per accidens non est unum; unde et supra dictum est quod hæc enunciatio non
est una, Socrates est albus musicus, quia non significat unum. Et ideo
philosophus dicit in libro de somno et vigilia quod multa, quorum signa præexistunt
in corporibus cælestibus, puta in imbribus et tempestatibus, non eveniunt, quia
scilicet impediuntur per accidens. Et quamvis illud etiam impedimentum secundum
se consideratum reducatur in aliquam causam cælestem; tamen concursus horum,
cum sit per accidens, non potest reduci in aliquam causam naturaliter
agentem. Sed considerandum est quod id quod est per accidens potest ab
intellectu accipi ut unum, sicut album esse musicum, quod quamvis secundum se
non sit unum, tamen intellectus ut unum accipit, in quantum scilicet componendo
format enunciationem unam. Et secundum hoc contingit id, quod secundum se per
accidens evenit et casualiter, reduci in aliquem intellectum præordinantem;
sicut concursus duorum servorum ad certum locum est per accidens et casualis
quantum ad eos, cum unus eorum ignoret de alio; potest tamen esse per se
intentus a domino, qui utrumque mittit ad hoc quod in certo loco sibi
occurrant. Et secundum hoc aliqui posuerunt omnia quæcumque in hoc mundo
aguntur, etiam quæ videntur fortuita vel casualia, reduci in ordinem providentiæ
divinæ, ex qua dicebant dependere fatum. Et hoc quidem aliqui stulti
negaverunt, iudicantes de intellectu divino ad modum intellectus nostri, qui
singularia non cognoscit. Hoc autem est falsum: nam intelligere divinum et
velle eius est ipsum esse ipsius. Unde sicut esse eius sua virtute comprehendit
omne illud quod quocumque modo est, in quantum scilicet est per participationem
ipsius; ita etiam suum intelligere et suum intelligibile comprehendit omnem
cognitionem et omne cognoscibile; et suum velle et suum volitum comprehendit
omnem appetitum et omne appetibile quod est bonum; ut, scilicet ex hoc ipso
quod aliquid est cognoscibile cadat sub eius cognitione, et ex hoc ipso quod
est bonum cadat sub eius voluntate: sicut ex hoc ipso quod est ens, aliquid
cadit sub eius virtute activa, quam ipse perfecte comprehendit, cum sit per
intellectum agens. Sed si providentia divina sit per se causa
omnium quæ in hoc mundo accidunt, saltem bonorum, videtur quod omnia ex
necessitate accidant. Primo quidem ex parte scientiæ eius: non enim potest eius
scientia falli; et ita ea quæ ipse scit, videtur quod necesse sit evenire.
Secundo ex parte voluntatis: voluntas enim Dei inefficax esse non potest;
videtur ergo quod omnia quæ vult, ex necessitate eveniant. Procedunt
autem hæ obiectiones ex eo quod cognitio divini intellectus et operatio divinæ
voluntatis pensantur ad modum eorum, quæ in nobis sunt, cum tamen multo
dissimiliter se habeant. Nam primo quidem ex parte cognitionis vel
scientiæ considerandum est quod ad cognoscendum ea quæ secundum ordinem
temporis eveniunt, aliter se habet vis cognoscitiva, quæ sub ordine temporis
aliqualiter continetur, aliter illa quæ totaliter est extra ordinem temporis.
Cuius exemplum conveniens accipi potest ex ordine loci: nam secundum
philosophum in IV physicorum, secundum prius et posterius in magnitudine est
prius et posterius in motu et per consequens in tempore. Si ergo sint multi
homines per viam aliquam transeuntes, quilibet eorum qui sub ordine
transeuntium continetur habet cognitionem de præcedentibus et subsequentibus,
in quantum sunt præcedentes et subsequentes; quod pertinet ad ordinem loci. Et ideo quilibet eorum videt eos, qui iuxta se sunt et aliquos eorum qui
eos præcedunt; eos autem qui post se sunt videre non potest. Si autem esset
aliquis extra totum ordinem transeuntium, utpote in aliqua excelsa turri
constitutus, unde posset totam viam videre, videret quidem simul omnes in via
existentes, non sub ratione præcedentis et subsequentis (in comparatione
scilicet ad eius intuitum), sed simul omnes videret, et quomodo unus eorum
alium præcedit. Quia igitur cognitio nostra cadit sub ordine temporis, vel per
se vel per accidens (unde et anima in componendo et dividendo necesse habet
adiungere tempus, ut dicitur in III de anima), consequens est quod sub eius
cognitione cadant res sub ratione præsentis, præteriti et futuri. Et ideo præsentia
cognoscit tanquam actu existentia et sensu aliqualiter perceptibilia; præterita
autem cognoscit ut memorata; futura autem non cognoscit in seipsis, quia nondum
sunt, sed cognoscere ea potest in causis suis: per certitudinem quidem, si
totaliter in causis suis sint determinata, ut ex quibus de necessitate
evenient; per coniecturam autem, si non sint sic determinata quin impediri
possint, sicut quæ sunt ut in pluribus; nullo autem modo, si in suis causis
sunt omnino in potentia non magis determinata ad unum quam ad aliud, sicut quæ
sunt ad utrumlibet. Non enim est aliquid cognoscibile secundum quod est in
potentia, sed solum secundum quod est in actu, ut patet per philosophum in IX
metaphysicæ. Sed Deus est omnino extra ordinem temporis, quasi in arce æternitatis
constitutus, quæ est tota simul, cui subiacet totus temporis decursus secundum
unum et simplicem eius intuitum; et ideo uno intuitu videt omnia quæ aguntur
secundum temporis decursum, et unumquodque secundum quod est in seipso
existens, non quasi sibi futurum quantum ad eius intuitum prout est in solo
ordine suarum causarum (quamvis et ipsum ordinem causarum videat), sed omnino æternaliter
sic videt unumquodque eorum quæ sunt in quocumque tempore, sicut oculus humanus
videt Socratem sedere in seipso, non in causa sua. Ex hoc autem quod homo videt
Socratem sedere, non tollitur eius contingentia quæ respicit ordinem causæ ad
effectum; tamen certissime et infallibiliter videt oculus hominis Socratem
sedere dum sedet, quia unumquodque prout est in seipso iam determinatum est.
Sic igitur relinquitur, quod Deus certissime et infallibiliter cognoscat omnia
quæ fiunt in tempore; et tamen ea quæ in tempore eveniunt non sunt vel fiunt ex
necessitate, sed contingenter. Similiter ex parte voluntatis divinæ
differentia est attendenda. Nam voluntas divina est intelligenda ut extra
ordinem entium existens, velut causa quædam profundens totum ens et omnes eius
differentias. Sunt autem differentiæ entis possibile et necessarium; et ideo ex
ipsa voluntate divina originantur necessitas et contingentia in rebus et
distinctio utriusque secundum rationem proximarum causarum: ad effectus enim,
quos voluit necessarios esse, disposuit causas necessarias; ad effectus autem,
quos voluit esse contingentes, ordinavit causas contingenter agentes, idest
potentes deficere. Et secundum harum conditionem causarum, effectus dicuntur
vel necessarii vel contingentes, quamvis omnes dependeant a voluntate divina,
sicut a prima causa, quæ transcendit ordinem necessitatis et contingentiæ. Hoc
autem non potest dici de voluntate humana, nec de aliqua alia causa: quia omnis
alia causa cadit iam sub ordine necessitatis vel contingentiæ; et ideo oportet
quod vel ipsa causa possit deficere, vel effectus eius non sit contingens, sed
necessarius. Voluntas autem divina indeficiens est; tamen non omnes effectus
eius sunt necessarii, sed quidam contingentes. Similiter autem aliam radicem
contingentiæ, quam hic philosophus ponit ex hoc quod sumus consiliativi, aliqui
subvertere nituntur, volentes ostendere quod voluntas in eligendo ex
necessitate movetur ab appetibili. Cum enim bonum sit obiectum voluntatis, non
potest (ut videtur) ab hoc divertere quin appetat illud quod sibi videtur
bonum; sicut nec ratio ab hoc potest divertere quin assentiat ei quod sibi
videtur verum. Et ita videtur quod electio consilium consequens semper ex
necessitate proveniat; et sic omnia, quorum nos principium sumus per consilium
et electionem, ex necessitate provenient. Sed dicendum est quod similis
differentia attendenda est circa bonum, sicut circa verum. Est autem quoddam
verum, quod est per se notum, sicut prima principia indemonstrabilia, quibus ex
necessitate intellectus assentit; sunt autem quædam vera non per se nota, sed
per alia. Horum autem duplex est conditio: quædam enim ex necessitate
consequuntur ex principiis, ita scilicet quod non possunt esse falsa,
principiis existentibus veris, sicut sunt omnes conclusiones demonstrationum.
Et huiusmodi veris ex necessitate assentit intellectus, postquam perceperit
ordinem eorum ad principia, non autem prius. Quædam autem sunt, quæ non ex
necessitate consequuntur ex principiis, ita scilicet quod possent esse falsa
principiis existentibus veris; sicut sunt opinabilia, quibus non ex necessitate
assentit intellectus, quamvis ex aliquo motivo magis inclinetur in unam partem
quam in aliam. Ita etiam est quoddam bonum quod est propter se appetibile,
sicut felicitas, quæ habet rationem ultimi finis; et huiusmodi bono ex
necessitate inhæret voluntas: naturali enim quadam necessitate omnes appetunt
esse felices. Quædam vero sunt bona, quæ sunt appetibilia propter finem, quæ
comparantur ad finem sicut conclusiones ad principium, ut patet per philosophum
in II physicorum. Si igitur essent aliqua bona, quibus non existentibus,
non posset aliquis esse felix, hæc etiam essent ex necessitate appetibilia et
maxime apud eum, qui talem ordinem perciperet; et forte talia sunt esse, vivere
et intelligere et si qua alia sunt similia. Sed particularia bona, in quibus
humani actus consistunt, non sunt talia, nec sub ea ratione apprehenduntur ut
sine quibus felicitas esse non possit, puta, comedere hunc cibum vel illum, aut
abstinere ab eo: habent tamen in se unde moveant appetitum, secundum aliquod
bonum consideratum in eis. Et ideo voluntas non ex necessitate
inducitur ad hæc eligenda. Et propter hoc philosophus signanter radicem
contingentiæ in his quæ fiunt a nobis assignavit ex parte consilii, quod est
eorum quæ sunt ad finem et tamen non sunt determinata. In his enim in quibus
media sunt determinata, non est opus consilio, ut dicitur in III Ethicorum. Et
hæc quidem dicta sunt ad salvandum radices contingentiæ, quas hic Aristoteles
ponit, quamvis videantur logici negotii modum excedere. Postquam philosophus ostendit esse impossibilia ea, quæ ex prædictis
rationibus sequebantur; hic, remotis impossibilibus, concludit veritatem. Et
circa hoc duo facit: quia enim argumentando ad impossibile, processerat ab
enunciationibus ad res, et iam removerat inconvenientia quæ circa res
sequebantur; nunc, ordine converso, primo ostendit qualiter se habeat veritas
circa res; secundo, qualiter se habeat veritas circa enunciationes; ibi: quare
quoniam orationes veræ sunt et cetera. Circa primum duo facit: primo, ostendit
qualiter se habeant veritas et necessitas circa res absolute consideratas;
secundo, qualiter se habeant circa eas per comparationem ad sua opposita; ibi:
et in contradictione eadem ratio est et cetera. Dicit ergo primo, quasi ex
præmissis concludens, quod si prædicta sunt inconvenientia, ut scilicet omnia
ex necessitate eveniant, oportet dicere ita se habere circa res, scilicet quod
omne quod est necesse est esse quando est, et omne quod non est necesse est non
esse quando non est. Et hæc necessitas fundatur super hoc principium:
impossibile est simul esse et non esse: si enim aliquid est, impossibile est
illud simul non esse; ergo necesse est tunc illud esse. Nam impossibile non
esse idem significat ei quod est necesse esse, ut in secundo dicetur. Et similiter, si aliquid non est, impossibile est illud simul esse; ergo
necesse est non esse, quia etiam idem significant. Et ideo manifeste verum est
quod omne quod est necesse est esse quando est; et omne quod non est necesse
est non esse pro illo tempore quando non est: et hæc est necessitas non
absoluta, sed ex suppositione. Unde non potest simpliciter et absolute dici
quod omne quod est, necesse est esse, et omne quod non est, necesse est non
esse: quia non idem significant quod omne ens, quando est, sit ex necessitate,
et quod omne ens simpliciter sit ex necessitate; nam primum significat
necessitatem ex suppositione, secundum autem necessitatem absolutam. Et quod
dictum est de esse, intelligendum est similiter de non esse; quia aliud est
simpliciter ex necessitate non esse et aliud est ex necessitate non esse quando
non est. Et per hoc videtur Aristoteles excludere id quod supra dictum est,
quod si in his, quæ sunt, alterum determinate est verum, quod etiam antequam
fieret alterum determinate esset futurum. Deinde cum dicit: et in
contradictione etc., ostendit quomodo se habeant veritas et necessitas circa
res per comparationem ad sua opposita: et dicit quod eadem ratio est in
contradictione, quæ est in suppositione. Sicut enim illud quod non est absolute
necessarium, fit necessarium ex suppositione eiusdem, quia necesse est esse
quando est; ita etiam quod non est in se necessarium absolute fit necessarium
per disiunctionem oppositi, quia necesse est de unoquoque quod sit vel non sit,
et quod futurum sit aut non sit, et hoc sub disiunctione: et hæc necessitas
fundatur super hoc principium quod, impossibile est contradictoria simul esse
vera vel falsa. Unde impossibile est neque esse neque non esse; ergo necesse
est vel esse vel non esse. Non tamen si divisim alterum accipiatur, necesse est
illud esse absolute. Et hoc manifestat per exemplum: quia necessarium est
navale bellum esse futurum cras vel non esse; sed non est necesse navale bellum
futurum esse cras; similiter etiam non est necessarium non esse futurum, quia
hoc pertinet ad necessitatem absolutam; sed necesse est quod vel sit futurum
cras vel non sit futurum: hoc enim pertinet ad necessitatem quæ est sub
disiunctione. Deinde cum dicit: quare quoniam etc. ex eo quod se habet
circa res, ostendit qualiter se habeat circa orationes. Et primo, ostendit
quomodo uniformiter se habet in veritate orationum, sicut circa esse rerum et
non esse; secundo, finaliter concludit veritatem totius dubitationis; ibi:
quare manifestum et cetera. Dicit ergo primo quod, quia hoc modo se habent
orationes enunciativæ ad veritatem sicut et res ad esse vel non esse (quia ex
eo quod res est vel non est, oratio est vera vel falsa), consequens est quod in
omnibus rebus quæ ita se habent ut sint ad utrumlibet, et quæcumque ita se
habent quod contradictoria eorum qualitercumque contingere possunt, sive æqualiter
sive alterum ut in pluribus, ex necessitate sequitur quod etiam similiter se
habeat contradictio enunciationum. Et exponit consequenter quæ sint illæ res,
quarum contradictoria contingere queant; et dicit huiusmodi esse quæ neque
semper sunt, sicut necessaria, neque semper non sunt, sicut impossibilia, sed
quandoque sunt et quandoque non sunt. Et ulterius manifestat quomodo similiter
se habeat in contradictoriis enunciationibus; et dicit quod harum
enunciationum, quæ sunt de contingentibus, necesse est quod sub disiunctione
altera pars contradictionis sit vera vel falsa; non tamen hæc vel illa
determinate, sed se habet ad utrumlibet. Et si contingat quod altera pars
contradictionis magis sit vera, sicut accidit in contingentibus quæ sunt ut in
pluribus, non tamen ex hoc necesse est quod ex necessitate altera earum
determinate sit vera vel falsa. Deinde cum dicit: quare manifestum est
etc., concludit principale intentum et dicit manifestum esse ex prædictis quod
non est necesse in omni genere affirmationum et negationum oppositarum, alteram
determinate esse veram et alteram esse falsam: quia non eodem modo se habet
veritas et falsitas in his quæ sunt iam de præsenti et in his quæ non sunt, sed
possunt esse vel non esse. Sed hoc modo se habet in utriusque, sicut dictum
est, quia scilicet in his quæ sunt necesse est determinate alterum esse verum
et alterum falsum: quod non contingit in futuris quæ possunt esse et non esse.
Et sic terminatur primus liber. Postquam philosophus in primo libro
determinavit de enunciatione simpliciter considerata; hic determinat de
enunciatione, secundum quod diversificatur per aliquid sibi additum. Possunt
autem tria in enunciatione considerari: primo, ipsæ dictiones, quæ prædicantur
vel subiiciuntur in enunciatione, quas supra distinxit per nomina et verba;
secundo, ipsa compositio, secundum quam est verum vel falsum in enunciatione
affirmativa vel negativa; tertio, ipsa oppositio unius enunciationis ad aliam.
Dividitur ergo hæc pars in tres partes: in prima, ostendit quid accidat
enunciationi ex hoc quod aliquid additur ad dictiones in subiecto vel prædicato
positas; secundo, quid accidat enunciationi ex hoc quod aliquid additur ad
determinandum veritatem vel falsitatem compositionis; ibi: his vero
determinatis etc.; tertio, solvit quamdam dubitationem circa oppositiones
enunciationum provenientem ex eo, quod additur aliquid simplici enunciationi;
ibi: utrum autem contraria est affirmatio et cetera. Est autem considerandum
quod additio facta ad prædicatum vel subiectum quandoque tollit unitatem
enunciationis, quandoque vero non tollit, sicut additio negationis infinitantis
dictionem. Circa primum ergo duo facit: primo, ostendit quid accidat
enunciationibus ex additione negationis infinitantis dictionem; secundo,
ostendit quid accidat circa enunciationem ex additione tollente unitatem; ibi:
at vero unum de pluribus et cetera. Circa primum duo facit: primo, determinat
de enunciationibus simplicissimis, in quibus nomen finitum vel infinitum
ponitur tantum ex parte subiecti; secundo, determinat de enunciationibus, in
quibus nomen finitum vel infinitum ponitur non solum ex parte subiecti, sed
etiam ex parte prædicati; ibi: quando autem est tertium adiacens et cetera.
Circa primum duo facit: primo, proponit rationes quasdam distinguendi tales
enunciationes; secundo, ponit earum distinctionem et ordinem; ibi: quare prima
est affirmatio et cetera. Circa primum duo facit: primo, ponit rationes
distinguendi enunciationes ex parte nominum; secundo, ostendit quod non potest
esse eadem ratio distinguendi ex parte verborum; ibi: præter verbum autem et
cetera. Circa primum tria facit: primo, proponit rationes distinguendi
enunciationes; secundo, exponit quod dixerat; ibi: nomen autem dictum est etc.;
tertio, concludit intentum; ibi: erit omnis affirmatio et cetera. Resumit
ergo illud, quod supra dictum est de definitione affirmationis, quod scilicet
affirmatio est enunciatio significans aliquid de aliquo; et, quia verbum est
proprie nota eorum quæ de altero prædicantur, consequens est ut illud, de quo
aliquid dicitur, pertineat ad nomen; nomen autem est vel finitum vel infinitum;
et ideo, quasi concludens subdit quod quia affirmatio significat aliquid de
aliquo, consequens est ut hoc, de quo significatur, scilicet subiectum
affirmationis, sit vel nomen, scilicet finitum (quod proprie dicitur nomen, ut
in primo dictum est), vel innominatum, idest infinitum nomen: quod dicitur
innominatum, quia ipsum non nominat aliquid cum aliqua forma determinata, sed
solum removet determinationem formæ. Et ne aliquis diceret quod id quod in
affirmatione subiicitur est simul nomen et innominatum, ad hoc excludendum
subdit quod id quod est, scilicet prædicatum, in affirmatione, scilicet una, de
qua nunc loquimur, oportet esse unum et de uno subiecto; et sic oportet quod
subiectum talis affirmationis sit vel nomen, vel nomen infinitum. Deinde
cum dicit: nomen autem etc., exponit quod dixerat, et dicit quod supra dictum
est quid sit nomen, et quid sit innominatum, idest infinitum nomen: quia, non
homo, non est nomen, sed est infinitum nomen, sicut, non currit, non est
verbum, sed infinitum verbum. Interponit autem quoddam, quod valet ad
dubitationis remotionem, videlicet quod nomen infinitum quodam modo significat
unum. Non enim significat simpliciter unum, sicut nomen finitum, quod
significat unam formam generis vel speciei aut etiam individui, sed in quantum
significat negationem formæ alicuius, in qua negatione multa conveniunt, sicut
in quodam uno secundum rationem. Unum enim eodem modo dicitur aliquid, sicut et
ens; unde sicut ipsum non ens dicitur ens, non quidem simpliciter, sed secundum
quid, idest secundum rationem, ut patet in IV metaphysicæ, ita etiam negatio
est unum secundum quid, scilicet secundum rationem. Introducit autem hoc, ne
aliquis dicat quod affirmatio, in qua subiicitur nomen infinitum, non
significet unum de uno, quasi nomen infinitum non significet unum. Deinde cum dicit: erit omnis affirmatio etc., concludit propositum scilicet
quod duplex est modus affirmationis. Quædam enim est affirmatio, quæ constat ex
nomine et verbo; quædam autem est quæ constat ex infinito nomine et verbo. Et
hoc sequitur ex hoc quod supra dictum est quod hoc, de quo affirmatio aliquid
significat, vel est nomen vel innominatum. Et eadem differentia potest accipi
ex parte negationis, quia de quocunque contingit affirmare, contingit et
negare, ut in primo habitum est. Deinde cum dicit: præter verbum
etc., ostendit quod differentia enunciationum non potest sumi ex parte verbi.
Dictum est enim supra quod, præter verbum nulla est affirmatio vel negatio.
Potest enim præter nomen esse aliqua affirmatio vel negatio, videlicet si
ponatur loco nominis infinitum nomen: loco autem verbi in enunciatione non
potest poni infinitum verbum, duplici ratione. Primo quidem, quia infinitum
verbum constituitur per additionem infinitæ particulæ, quæ quidem addita verbo
per se dicto, idest extra enunciationem posito, removet ipsum absolute, sicut
addita nomini, removet formam nominis absolute: et ideo extra enunciationem
potest accipi verbum infinitum per modum unius dictionis, sicut et nomen
infinitum. Sed quando negatio additur verbo in enunciatione posito, negatio
illa removet verbum ab aliquo, et sic facit enunciationem negativam: quod non
accidit ex parte nominis. Non enim enunciatio efficitur negativa nisi per hoc
quod negatur compositio, quæ importatur in verbo: et ideo verbum infinitum in
enunciatione positum fit verbum negativum. Secundo, quia in nullo variatur
veritas enunciationis, sive utamur negativa particula ut infinitante verbum vel
ut faciente negativam enunciationem; et ideo accipitur semper in simpliciori
intellectu, prout est magis in promptu. Et inde est quod non diversificavit
affirmationem per hoc, quod sit ex verbo vel infinito verbo, sicut
diversificavit per hoc, quod est ex nomine vel infinito nomine. Est autem considerandum quod in nominibus et in verbis præter differentiam
finiti et infiniti est differentia recti et obliqui. Casus enim nominum, etiam
verbo addito, non constituunt enunciationem significantem verum vel falsum, ut
in primo habitum est: quia in obliquo nomine non concluditur ipse rectus, sed in
casibus verbi includitur ipsum verbum præsentis temporis. Præteritum enim et
futurum, quæ significant casus verbi, dicuntur per respectum ad præsens. Unde
si dicatur, hoc erit, idem est ac si diceretur, hoc est futurum; hoc fuit, hoc
est præteritum. Et propter hoc, ex casu verbi et nomine fit enunciatio. Et ideo
subiungit quod sive dicatur est, sive erit, sive fuit, vel quæcumque alia
huiusmodi verba, sunt de numero prædictorum verborum, sine quibus non potest
fieri enunciatio: quia omnia consignificant tempus, et alia tempora dicuntur
per respectum ad præsens. Deinde cum dicit: quare prima erit affirmatio
etc., concludit ex præmissis distinctionem enunciationum in quibus nomen
finitum vel infinitum ponitur solum ex parte subiecti, in quibus triplex
differentia intelligi potest: una quidem, secundum affirmationem et negationem;
alia, secundum subiectum finitum et infinitum; tertia, secundum subiectum
universaliter, vel non universaliter positum. Nomen autem finitum est ratione
prius infinito sicut affirmatio prior est negatione; unde primam affirmationem
ponit, homo est, et primam negationem, homo non est. Deinde ponit secundam
affirmationem, non homo est, secundam autem negationem, non homo non est.
Ulterius autem ponit illas enunciationes in quibus subiectum universaliter
ponitur, quæ sunt quatuor, sicut et illæ in quibus est subiectum non
universaliter positum. Prætermisit autem ponere exemplum de enunciationibus, in
quibus subiicitur singulare, ut, Socrates est, Socrates non est, quia
singularibus nominibus non additur aliquod signum. Unde in huiusmodi
enunciationibus non potest omnis differentia inveniri. Similiter etiam prætermittit
exemplificare de enunciationibus, quarum subiecta particulariter ponuntur, quia
tale subiectum quodammodo eamdem vim habet cum subiecto universali, non
universaliter sumpto. Non ponit autem aliquam differentiam ex parte verbi, quæ
posset sumi secundum casus verbi, quia sicut ipse dicit, in extrinsecis
temporibus, idest in præterito et in futuro, quæ circumstant præsens, est eadem
ratio sicut et in præsenti, ut iam dictum est. Postquam philosophus distinxit
enunciationes, in quibus nomen finitum vel infinitum ponitur solum ex parte
subiecti, hic accedit ad distinguendum illas enunciationes, in quibus nomen
finitum vel infinitum ponitur ex parte subiecti et ex parte prædicati. Et circa
hoc duo facit; primo, distinguit huiusmodi enunciationes; secundo, manifestat
quædam quæ circa eas dubia esse possent; ibi: quoniam vero contraria est et
cetera. Circa primum duo facit: primo, agit de enunciationibus in quibus nomen
prædicatur cum hoc verbo, est; secundo de enunciationibus in quibus alia verba
ponuntur; ibi: in his vero in quibus et cetera. Distinguit autem huiusmodi
enunciationes sicut et primas, secundum triplicem differentiam ex parte
subiecti consideratam: primo namque, agit de enunciationibus in quibus
subiicitur nomen finitum non universaliter sumptum; secundo de illis in quibus
subiicitur nomen finitum universaliter sumptum; ibi: similiter autem se habent
etc.; tertio, de illis in quibus subiicitur nomen infinitum; ibi: aliæ autem
habent ad id quod est non homo et cetera. Circa primum tria facit: primo,
proponit diversitatem oppositionis talium enunciationum; secundo, concludit
earum numerum et ponit earum habitudinem; ibi: quare quatuor etc.; tertio,
exemplificat; ibi: intelligimus vero et cetera. Circa primum duo facit: primo,
proponit quod intendit; secundo, exponit quoddam quod dixerat; ibi: dico autem
et cetera. Circa primum duo oportet intelligere: primo quidem, quid est hoc
quod dicit, est tertium adiacens prædicatur. Ad cuius evidentiam considerandum
est quod hoc verbum est quandoque in enunciatione prædicatur secundum se; ut
cum dicitur, Socrates est: per quod nihil aliud intendimus significare, quam
quod Socrates sit in rerum natura. Quandoque vero non prædicatur per se, quasi
principale prædicatum, sed quasi coniunctum principali prædicato ad
connectendum ipsum subiecto; sicut cum dicitur, Socrates est albus, non est
intentio loquentis ut asserat Socratem esse in rerum natura, sed ut attribuat
ei albedinem mediante hoc verbo, est; et ideo in talibus, est, prædicatur ut
adiacens principali prædicato. Et dicitur esse tertium, non quia sit tertium prædicatum,
sed quia est tertia dictio posita in enunciatione, quæ simul cum nomine prædicato
facit unum prædicatum, ut sic enunciatio dividatur in duas partes et non in
tres. Secundo, considerandum est quid est hoc, quod dicit quod quando
est, eo modo quo dictum est, tertium adiacens prædicatur, dupliciter dicuntur
oppositiones. Circa quod considerandum est quod in præmissis enunciationibus,
in quibus nomen ponebatur solum ex parte subiecti, secundum quodlibet subiectum
erat una oppositio; puta si subiectum erat nomen finitum non universaliter
sumptum, erat sola una oppositio, scilicet est homo, non est homo. Sed quando
est tertium adiacens prædicatur, oportet esse duas oppositiones eodem subiecto
existente secundum differentiam nominis prædicati, quod potest esse finitum vel
infinitum; sicut hæc est una oppositio, homo est iustus, homo non est iustus:
alia vero oppositio est, homo est non iustus, homo non est non iustus. Non enim
negatio fit nisi per appositionem negativæ particulæ ad hoc verbum est, quod
est nota prædicationis. Deinde cum dicit: dico autem, ut est iustus etc.,
exponit quod dixerat, est tertium adiacens, et dicit quod cum dicitur, homo est
iustus, hoc verbum est, adiacet, scilicet prædicato, tamquam tertium nomen vel
verbum in affirmatione. Potest enim ipsum est, dici nomen, prout quælibet
dictio nomen dicitur, et sic est tertium nomen, idest tertia dictio. Sed quia
secundum communem usum loquendi, dictio significans tempus magis dicitur verbum
quam nomen, propter hoc addit, vel verbum, quasi dicat, ad hoc quod sit
tertium, non refert utrum dicatur nomen vel verbum. Deinde cum dicit:
quare quatuor erunt etc., concludit numerum enunciationum. Et primo, ponit
conclusionem numeri; secundo, ponit earum habitudinem; ibi: quarum duæ quidem
etc.; tertio, rationem numeri explicat; ibi: dico autem quoniam est et cetera.
Dicit ergo primo quod quia duæ sunt oppositiones, quando est tertium adiacens
prædicatur, cum omnis oppositio sit inter duas enunciationes, consequens est
quod sint quatuor enunciationes illæ in quibus est, tertium adiacens, prædicatur,
subiecto finito non universaliter sumpto. Deinde cum dicit: quarum duæ quidem
etc., ostendit habitudinem prædictarum enunciationum ad invicem; et dicit quod
duæ dictarum enunciationum se habent ad affirmationem et negationem secundum
consequentiam, sive secundum correlationem, aut analogiam, ut in Græco habetur,
sicut privationes; aliæ vero duæ minime. Quod quia breviter et obscure dictum
est, diversimode a diversis expositum est. Ad cuius evidentiam
considerandum est quod tripliciter nomen potest prædicari in huiusmodi
enunciationibus. Quandoque enim prædicatur nomen finitum, secundum quod
assumuntur duæ enunciationes, una affirmativa et altera negativa, scilicet homo
est iustus, et homo non est iustus; quæ dicuntur simplices. Quandoque vero prædicatur
nomen infinitum, secundum quod etiam assumuntur duæ aliæ, scilicet homo est non
iustus, homo non est non iustus; quæ dicuntur infinitæ. Quandoque vero prædicatur
nomen privativum, secundum quod etiam sumuntur duæ aliæ, scilicet homo est
iniustus, homo non est iniustus; quæ dicuntur privativæ. Quidam ergo sic
exposuerunt, quod duæ enunciationes earum, quas præmiserat scilicet illæ, quæ
sunt de infinito prædicato, se habent ad affirmationem et negationem, quæ sunt
de prædicato finito secundum consequentiam vel analogiam, sicut privationes,
idest sicut illæ, quæ sunt de prædicato privativo. Illæ enim duæ, quæ sunt de
prædicato infinito, se habent secundum consequentiam ad illas, quæ sunt de
finito prædicato secundum transpositionem quandam, scilicet affirmatio ad
negationem et negatio ad affirmationem. Nam homo est non iustus, quæ est
affirmatio de infinito prædicato, respondet secundum consequentiam negativæ de
prædicato finito, huic scilicet homo non est iustus. Negativa vero de infinito
prædicato, scilicet homo non est non iustus, affirmativæ de finito prædicato,
huic scilicet homo est iustus. Propter quod Theophrastus vocabat eas, quæ sunt
de infinito prædicato, transpositas. Et similiter etiam affirmativa de
privativo prædicato respondet secundum consequentiam negativæ de finito prædicato,
scilicet hæc, homo est iniustus, ei quæ est, homo non est iustus. Negativa vero
affirmativæ, scilicet hæc, homo non est iniustus, ei quæ est, homo est iustus.
Disponatur ergo in figura. Et in prima quidem linea ponantur illæ, quæ sunt de
finito prædicato, scilicet homo est iustus, homo non est iustus. In secunda
autem linea, negativa de infinito prædicato sub affirmativa de finito et
affirmativa sub negativa. In tertia vero, negativa de privativo prædicato
similiter sub affirmativa de finito et affirmativa sub negativa: ut patet in
subscripta figura.Sic ergo duæ, scilicet quæ sunt de infinito prædicato, se
habent ad affirmationem et negationem de finito prædicato, sicut privationes,
idest sicut illæ quæ sunt de privativo prædicato. Sed duæ aliæ quæ sunt de
infinito subiecto, scilicet non homo est iustus, non homo non est iustus,
manifestum est quod non habent similem consequentiam. Et hoc modo exposuit
herminus hoc quod dicitur, duæ vero, minime, referens hoc ad illas quæ sunt de
infinito subiecto. Sed hoc manifeste est contra litteram. Nam cum præmisisset
quatuor enunciationes, duas scilicet de finito prædicato et duas de infinito,
subiungit quasi illas subdividens, quarum duæ quidem et cetera. Duæ vero,
minime; ubi datur intelligi quod utræque duæ intelligantur in præmissis. Illæ
autem quæ sunt de infinito subiecto non includuntur in præmissis, sed de his
postea dicetur. Unde manifestum est quod de eis nunc non loquitur. Et
ideo, ut Ammonius dicit, alii aliter exposuerunt, dicentes quod prædictarum
quatuor propositionum duæ, scilicet quæ sunt de infinito prædicato, sic se
habent ad affirmationem et negationem, idest ad ipsam speciem affirmationis et
negationis, ut privationes, idest ut privativæ affirmationes seu negationes. Hæc
enim affirmatio, homo est non iustus, non est simpliciter affirmatio, sed
secundum quid, quasi secundum privationem affirmatio; sicut homo mortuus non
est homo simpliciter, sed secundum privationem; et idem dicendum est de
negativa, quæ est de infinito prædicato. Duæ vero, quæ sunt de finito prædicato,
non se habent ad speciem affirmationis et negationis secundum privationem, sed
simpliciter. Hæc enim, homo est iustus, est simpliciter affirmativa, et hæc,
homo non est iustus, est simpliciter negativa. Sed nec hic sensus convenit
verbis Aristotelis. Dicit enim infra: hæc igitur quemadmodum in resolutoriis
dictum est, sic sunt disposita; ubi nihil invenitur ad hunc sensum pertinens.
Et ideo Ammonius ex his, quæ in fine I priorum dicuntur de propositionibus, quæ
sunt de finito vel infinito vel privativo prædicato, alium sensum
accipit. Ad cuius evidentiam considerandum est quod, sicut ipse dicit,
enunciatio aliqua virtute se habet ad illud, de quo totum id quod in
enunciatione significatur vere prædicari potest: sicut hæc enunciatio, homo est
iustus, se habet ad omnia illa, de quorum quolibet vere potest dici quod est
homo iustus; et similiter hæc enunciatio, homo non est iustus, se habet ad
omnia illa, de quorum quolibet vere dici potest quod non est homo iustus.
Secundum ergo hunc modum loquendi, manifestum est quod simplex negativa in plus
est quam affirmativa infinita, quæ ei correspondet. Nam, quod sit homo non
iustus, vere potest dici de quolibet homine, qui non habet habitum iustitiæ;
sed quod non sit homo iustus, potest dici non solum de homine non habente
habitum iustitiæ, sed etiam de eo qui penitus non est homo: hæc enim est vera,
lignum non est homo iustus; tamen hæc est falsa, lignum est homo non iustus. Et ita negativa simplex est in plus quam affirmativa infinita; sicut etiam
animal est in plus quam homo, quia de pluribus verificatur. Simili etiam
ratione, negativa simplex est in plus quam affirmativa privativa: quia de eo
quod non est homo non potest dici quod sit homo iniustus. Sed affirmativa
infinita est in plus quam affirmativa privativa: potest enim dici de puero et
de quocumque homine nondum habente habitum virtutis aut vitii quod sit homo non
iustus, non tamen de aliquo eorum vere dici potest quod sit homo iniustus. Affirmativa
vero simplex in minus est quam negativa infinita: quia quod non sit homo non
iustus potest dici non solum de homine iusto, sed etiam de eo quod penitus non
est homo. Similiter etiam negativa privativa in plus est quam negativa
infinita. Nam, quod non sit homo iniustus, potest dici non solum de homine
habente habitum iustitiæ, sed de eo quod penitus non est homo, de quorum
quolibet potest dici quod non sit homo non iustus: sed ulterius potest dici de
omnibus hominibus, qui nec habent habitum iustitiæ neque habent habitum
iniustitiæ. His igitur visis, facile est exponere præsentem litteram hoc
modo. Quarum, scilicet quatuor enunciationum prædictarum, duæ quidem, scilicet
infinitæ, se habebunt ad affirmationem et negationem, idest ad duas simplices,
quarum una est affirmativa et altera negativa, secundum consequentiam, idest in
modo consequendi ad eas, ut privationes, idest sicut duæ privativæ: quia
scilicet, sicut ad simplicem affirmativam sequitur negativa infinita, et non
convertitur (eo quod negativa infinita est in plus), ita etiam ad simplicem
affirmativam sequitur negativa privativa, quæ est in plus, et non convertitur.
Sed sicut simplex negativa sequitur ad infinitam affirmativam; quæ est in
minus, et non convertitur; ita etiam negativa simplex sequitur ad privativam
affirmativam, quæ est in minus, et non convertitur. Ex quo patet quod eadem est
habitudo in consequendo infinitarum ad simplices quæ est etiam
privativarum. Sequitur, duæ autem, scilicet simplices, quæ relinquuntur,
remotis duabus, scilicet infinitis, a quatuor præmissis, minime, idest non ita
se habent ad infinitas in consequendo, sicut privativæ se habent ad eas; quia
videlicet, ex una parte simplex affirmativa est in minus quam negativa
infinita, sed negativa privativa est in plus quam negativa infinita: ex alia
vero parte, negativa simplex est in plus quam affirmativa infinita, sed
affirmativa privativa est in minus quam infinita affirmativa. Sic ergo patet quod
simplices non ita se habent ad infinitas in consequendo, sicut privativæ se
habent ad infinitas. Quamvis autem
secundum hoc littera philosophi subtiliter exponatur, tamen videtur esse
aliquantulum expositio extorta. Nam littera philosophi videtur sonare diversas
habitudines non esse attendendas respectu diversorum; sicut in prædicta
expositione primo accipitur similitudo habitudinis ad simplices, et postea
dissimilitudo habitudinis respectu infinitarum. Et ideo simplicior et magis
conveniens litteræ Aristotelis est expositio Porphyrii quam Boethius ponit;
secundum quam expositionem attenditur similitudo et dissimilitudo secundum
consequentiam affirmativarum ad negativas. Unde dicit: quarum, scilicet quatuor
præmissarum, duæ quidem, scilicet affirmativæ, quarum una est simplex et alia
infinita, se habebunt secundum consequentiam ad affirmationem et negationem; ut
scilicet ad unam affirmativam sequatur alterius negativa. Nam ad affirmativam
simplicem sequitur negativa infinita; et ad affirmativam infinitam sequitur
negativa simplex. Duæ vero, scilicet negativæ, minime, idest non ita se habent
ad affirmativas, ut scilicet ex negativis sequantur affirmativæ, sicut ex
affirmativis sequebantur negativæ. Et quantum ad utrumque similiter se habent
privativæ sicut infinitæ. Deinde cum dicit: dico autem quoniam etc.,
manifestat quoddam quod supra dixerat, scilicet quod sint quatuor prædictæ
enunciationes: loquimur enim nunc de enunciationibus, in quibus hoc verbum est
solum prædicatur secundum quod est adiacens alicui nomini finito vel infinito:
puta secundum quod adiacet iusto; ut cum dicitur, homo est iustus, vel secundum
quod adiacet non iusto; ut cum dicitur, homo est non iustus. Et quia in neutra
harum negatio apponitur ad verbum, consequens est quod utraque sit affirmativa.
Omni autem affirmationi opponitur negatio, ut supra in primo ostensum est. Relinquitur ergo quod prædictis duabus enunciationibus affirmativis
respondet duæ aliæ negativæ. Et sic consequens est quod sint quatuor simplices
enunciationes. Deinde cum dicit: intelligimus vero etc., manifestat quod supra
dictum est per quandam figuralem descriptionem. Dicit enim quod id, quod in
supradictis dictum est, intelligi potest ex sequenti subscriptione. Sit enim quædam
quadrata figura, in cuius uno angulo describatur hæc enunciatio, homo est
iustus, et ex opposito describatur eius negatio quæ est, homo non est iustus;
sub quibus scribantur duæ aliæ infinitæ, scilicet homo est non iustus, homo non
est non iustus. In qua descriptione apparet quod hoc verbum est, affirmativum
vel negativum, adiacet iusto et non iusto. Et secundum hoc diversificantur
quatuor enunciationes. Ultimo autem concludit quod prædictæ enunciationes
disponuntur secundum ordinem consequentiæ, prout dictum est in resolutoriis,
idest in I priorum. Alia littera habet: dico autem, quoniam est aut homini aut
non homini adiacebit, et in figura, est, hoc loco homini et non homini
adiacebit. Quod quidem non est intelligendum, ut homo, et non homo accipiatur
ex parte subiecti, non enim nunc agitur de enunciationibus quæ sunt de infinito
subiecto. Unde oportet quod homo et non homo accipiantur ex parte prædicati.
Sed quia philosophus exemplificat de enunciationibus in quibus ex parte prædicati
ponitur iustum et non iustum, visum est Alexandro, quod prædicta littera sit
corrupta. Quibusdam aliis videtur quod possit sustineri et quod signanter
Aristoteles nomina in exemplis variaverit, ut ostenderet quod non differt in
quibuscunque nominibus ponantur exempla. BOEZIO. COMMENTARII in LIBRUM
ARISTOTELIS IIEPI EPMHNEIAS RECENSUIT CAROLUS MEISER. PARS POSTERIOR SECUNDAM
EDITIONEM ET INDICES CONTINENS. CHE T HILLr L,v-LIPSIÆ IN ÆDIBUS B. G.
TEUBNERI. LIPSIÆ: B. G. TETJBNERI. In secundæ editionis textu recensendo lii
libri manu scripti mihi præsto fuerunt: S codex (Salisb. 10) bibliothecæ
Palatinæ Vindobonensis (Endlicheri) qui continet f. 1 8V versionem continue
scriptam libri Aristotelici itEQi EQiirjvecag, quam littera 2J signavi, deinde
f. 9 176v sex libros Boetii commentariorum. F codex Frisingensis Monacensis s.
XI et X: vetustior manus s. X incipit a f. (editionis Basileensis = nostræ
editionis). T codex (Tegernseensis) Monacensis, qui f. 1 56v priorem editionem
expositionis BOEZIO, f. 57v 65v versionem continuam, quam 1. % signavi, f.
66v191 secundam editionem complectitur. E codex (Ratisb. S. Emm. 582)
Monacensis 14582 s. XI. Præter hos quattuor codices, quorum plenam scripturæ
discrepantiam studio legentium proposui, hi quattuor alii libri a mehic aut
illic inspecti et difficilioribus locis excussi sunt: X codex Einsidlensis 301
s. X, in quo non pauca desiderantur: nam desunt, 17 huius editionis conposita
sit possibile non necessarium, postremo desinit in verba de contingenti et de
possi (sic), ut finis quinti et sextus liber totus perierit. J codex
Einsidlensis PRÆFATIO. G codex Sangallensis 830 s. XI. B codex Bernensis, in
quo desunt p. 383, 1 ut in eo et dicit. Hos omnes codices ex uno eodemque fonte
fluxisse inde apparet, quod eædem in omnibus lacunæ, eædem interpolationes,
eadem vitiorum genera deprehenduntur, et de lacunis quidem conferas præterea de
interpolationibus autem iisdem vero cunctos vitiis foedatos esse ut demonstrem,
satis erit unum aut alterum ex plurimis passim obviis proferre exemplum, nam et
p. 361, ubi Peripatetica interrogationis divisio proditur, cum in codicibus
nostris v. 8 sqq. legatur: 'non dialecticæ autem interrogationis duæ sunt
species, sicut audivimus docet 5, manifestum est pro vocabulo corrupto
audivimus 5 Eu de mus restituendum fuisse, 23 quin recte scripserim: ad
tenacioris memoriæ subsidium 5, cum codices inperversa scritione t elatior is
consentiant, quis est qui dubitet? confer præterea locum illum in omnibus
æqualiter libris turbatum. Pro fundamento autem textus constituendi codicem S
habui, omnium longe præstantissimum, qui non raro ceteris fidelius veræ
scripturæ vestigia servaverit, confer e. c. ubi huius codicis lectio a bonum 5
propius ad verum ad unum 5 accedit quam reliquorum ad bonum 5, hoc unum
dolendum est, quod a correctore quodam, quamquam multa emendata sunt, tamen
ipsis locis difficillimis ita rasuris depravatus est, ut quid primitus in eo
scriptum fuerit sæpe dinosci non possit, nec tamen multum interest, cum propter
similitudinem ceterorum codicum fere semper quid S habuerit ex aliis suspicari
liceat. V Codici S plerumque consentit F, nisi quod in hoc librarius interdum
pravo varietatis studio et verba transposuisse et pro solitis rariora vocabula
inculcasse videtur, nam cum hic codex p. 395, 20 pro voce Socratem mire
elimannum posueri, quod aperte falsum est, iure in dubium vocari potest, num
recte aliis locis hunc codicem solum contra ceterorum consensum secutus sim.
quare hos locos notare velim et quid F habeat, quid ceteri adscribam: F
ceterip. , 21 autumant putant itidem similiter infit dicit , 1 potiores
meliores 246, 20 itidem similiter. Ad S et F libros optimos proxime accedit E,
et ipse optimæ notæ idemque pulcherrime et diligentissime scriptus, a secunda
manu et in S (= S2) et in E (= E2), rarius in F (= F2) multa egregie sunt
emendata. N J G et ipsi in optimis numerandi sunt et intima cognation cum S F E
coniuncti, sed vix quidquam novi ex iis elicitur, quod non in ceteris
reperiatur. Minus fidei codici T tribuendum est, quippe qui fere semper cum
secunda manu codicis G (= G2) consentiat, ut quæ in G supra lineam vel in
margine leguntur in T in textum irrepserint, quare nec interpolationibus vacat
et variæ lectiones promiscue iuxta positæ inveniuntur, sunt tamen quæ in hoc
codice melius quam in ceteris servata videantur. Minimæ auctoritatis et omnium
deterrimus est codex B (plerumque = E2), qui pauca emendavit, plurima demendo
addendo mutando turbavit ac miscuit. Ut in prima, sic in secunda editione
lemmata non plenum Aristotelis textum exhibent, sed pauciora in secunda
editione desiderantur, quorum quædam in E Boetii comment. II. a**VI PRÆFATIO. a
secunda manu in margine et in B sunt addita, ceteram B sæpius prima tantum et
postrema Aristotelis verba expositioni BOEZIO præmittit, quæ vocula 'usque5
(vel 'reliqua usque5) iunguntur. De versione BOZIO ana libri Aristoteliei Ttegi
eQ[ir}- vaiccg eiusque a nostro Aristotelis textu discrepantia in Fleckeiseni
annal. vol. CXVII . 247 253 disputavi. Monachii mense Martio a. MDCCCLXXX. Car.
Meiser. Boezio. IH LIBRVM ARISTOTELIS nEPI EPMHNEIAS COMMENTARII. SECVNDA
EDITIO. BOEZIO (vedasi) comment. S = codex (Salisb. n. 10) Vindobonensis n. 80.
( E præmissa translatio). F = codex Frisingensis
Monacensis T = codex (Tegernseensis) Monacensis (X = præmissa translatio). E =
codex (Ratisb. S. Emm. n. 582) Monacensis n. 14582. N = codex Einsidlensis . J
= codex Einsidlensis G = codex Sangallensis. B = codex Bernensis b = editio
Basileensis BOEZIO COMMENTARIORVM IN LIBRVM ARISTOTELIS IIEPI EPMHNEIA2 SECVNDÆ
EDITIONIS LIBER PRIMYS. Alexander in commentariis suis hac se inpulsum causa
pronuntiat sumpsisse longissimum expositionis laborem, quod in multis ille a
priorum scriptorum sententiis dissideret: mihi maior persequendi operis causa
est, quod non facile quisquam vel transferendi vel etiam commentandi continuam
sumpserit seriem, nisi quod Vetius Prætextatus priores BOEZIO VIRI ILLVSTRIS EX
CONSVLV ORDINE (CONS ORD F) IN PERIERMENIAS ARISTOTOLIS (ARESTOTELIS F)
EDITIONIS SECVNDÆ LIBER I INCIPIT. SF A-M-S-B- SECVNDA ÆDITIO IN LIBRVM PERI
HERMENIAS INCIPIT. GT BOEZIO VIRI ILL ÆDITIONIS SCDÆ IN PERIERMENIAS ARIST- LIB
I INCIPIT. J BOEZIO VIRI CLARISSIMI ET ILLVSTRIS EX CONSVLARI ORDINE PATRICII
SCDÆ EDITIONIS EXPO SITIONV IN ARISTOTELIS PERIHERMENIAS INCIPIT LIBER I E
titulum om. NB 1 Alexander longissimum om. N 2 longissimg T 4
dissidet F 6 etiam om. F 1* ed.Bas SECVNDA EDITIO postremosque analyticos non
vertendo Aristotelem LATINO SERMONE tradidit, sed transferendo Themistium, quod
qui utrosque legit facile intellegit. ALBINO quoque de isdem rebus scripsisse
perhibetur, cuius ego geometricos quidem libros editos scio, de DIALECTICA uero
diu multumque quæsitos reperire non valui, sive igitur ille omnino tacuit, nos
prætermissa dicemus, sive aliquid scripsit, nos quoque docti viri imitati
studium in eadem laude versabimur. sed quamquam multa sint Aristotelis, quæ
SUBTILISSIMA PHILOSOPHIÆ arte celata sint, hic tamen ante omnia liber nimis et
acumine sententiarum et verborum brevitate constrictus est. quocirca plus hic
quam in X prædicamentis expositione sudabitur. Prius igitur quid VOX sit
definiendum est. hoc enim perspicuo et manifesto omnis libri patefiet intentio.
VOX est æris per linguam percussio, quæ per quasdam gutturis partes, quæ
arteriæ vocantur, ab animali profertur, sunt enim quidam alii SONI, qui eodem
perficiuntur flatu, quos lingua non percutit, ut est tussis, hæc enim flatu fit
quodam per arterias egrediente, sed nulla linguæ inpressione formatur atque
ideo nec ullis subiacet elementis, scribi enim nullo modo potest, quocirca vox
hæc non dicitur, sed tantum sonus, illa quoque potest esse definitio vocis, ut
eam dicamus SONUM esse cum quadam imaginatione SIGNIFICAND, vox namque cum
emittitur, SIGNIFICATIONIS alicuius causa profertur, tussis vero cum sonus sit,
nullius SIGNIFICATIONIS causa subrepit 3 Qu§ qui T 4 eisdem E 5 ergo T 6 repp.
sic semper codices 7 omnino ille T 12 nimis tacumine T omnis om. F intentio de
voce SG-J et in marg. T definitio vocis E diff vocis F2 19 guturis F alicuius
SIGNIFICATIONIS G2 in marg. tusis F 30 subripit S surripit GT I. 5 potius quam
profertur, quare quoniam noster flatus ita sese habet, ut si ita percutitur
atque formatur, ut eum lingua percutiat, vox sit: si ita percutiat, ut terminato
quodam et circumscripto sono vox exeat, LOCUTIO fit quæ Græce dicitur Xs%ig.
locutio enim est ARTICULATA VOX (neque enim hunc sermonem id est Xe%iv
dictionem dicemus, idcirco quod cpccGiv dictionem interpretamur, Xi%iv vero
locutionem), cuius locutionis partes sunt litteræ, quæ cum iunctæ fuerint, unam
efficiunt vocem coniunctam conpositamque, quæ locutio prædicatur. sive autem
aliquid quæcumque vox SIGNIFICET, ut est hic sermo “homo”, sive omnino nihil,
sive positum alicui nomen SIGNIFICARE possit, ut est “HLITYRI” (hæc enim vox
per se cum nihil SIGNIFICET, posita tamen ut alicui nomen sit SIGNIFICABIT),
sive per se quidem nihil SIGNIFICET, cum aliis vero iuncta designet, ut sunt
coniunctiones: hæc omnia locutiones vocantur, ut sit propria locutionis forma
vox conposita quæ litteris describatur, ut igitur sit locutio, voce opus est id
est eo sono quem percutit lingua, ut et vox ipsa sit per linguam determinata in
eum sonum qui inscribi litteris possit, sed ut hæc locutio SIGNIFICATIVA sit,
illud quoque addi oportet, ut sit aliqua significandi imaginatio, per quam id
quod in voce vel in locutione est proferatur: ut certe ita dicendum sit: si in
hoc flatu, quem per arterias emittimus, sit linguæ sola percussio, vox est; sin
vero talis percussio sit, ut in litteras redigat sonum, locutio; quod si vis
quoque quædam imaginationis adda- 1 quoniam dei. S2 om. F 2
percutitur atque formatur g2p2g2g. percuti atq. formari SFEN, percuti atq.
formari possit T (possit supra lin. GJ) ut cu eu B 3 sit] est STGNJ ( corr. S2)
5 fit] sit S2FE2 lexis codices, item et 8 lexin, 7 phasin 9 literæ in marg. S
quæ coniunctæ S, corr. S2 13 alicuius SF 14 blythyri SG blithyri NT blytbiri
EF? {in fine suprascr. s F) 21 et ut b 22 scribi? 28 fit T tur, illa
SIGNIFICATIVA vox redditur. concurrentibus igitur his tribus: linguæ
percussione, articulato vocis sonitu, imaginatione aliqua proferendi fit
interpretatio, interpretatio namque est vox articulata per se ipsam 5
SIGNIFICANS, quocirca non omnis vox interpretatio est. sunt enim ceterorum
animalium voces, quæ interpretationis vocabulo non tenentur, nec omnis locutio
interpretatio est, idcirco quod (ut dictum est) sunt locutiones quædam, quæ
significatione careant et cum per se quædam non significent, iunctæ tamen cum
aliis significant, ut coniunctiones. interpretatio autem in solis per se
significativis et articulatis vocibus permanet. quare convertitur, ut quidquid
sit interpretatio, illud significet, quidquid significat, interpretationis
vocabulo nuncupetur, unde etiam ipse quoque Aristoteles in libris quos de
poetica scripsit locutionis partes esse syllabas vel etiam coniunctiones
tradidit, quarum syllabæ in eo quod sunt syllabæ nihil omnino significant,
coniunctiones vero consignificare quidem possunt, PER SE VERO NIHIL DESIGNANT,
interpretationis vero partes hoc libro constituit nomen et verbum, quæ scilicet
per se ipsa SIGNIFICANT, nihilo minus quoque orationem, quæ et ipsa cum vox sit
ex significativis partibus iuncta significatione non caret quare quoniam non de
oratione sola, sed etiam de verbo et nomine, nec vero de sola locutione, sed
etiam de SIGNIFICATIVA locutione, quæ est interpretatio, hoc libro ab
Aristotele tractatur, id circo quoniam in 16 Ar. Poet. c. 20. 1 significatiua
b: significatio SG-TE, significatione FS1 2E2? redditur uox T 4 interpretatio
om. SNF, in marg. addunt GE quæ namq; S2F 10 iunctæ F: iuncta ceteri 14 illud
quoq; E arte poetica S2FE 23 post orationem addit partem esse tradidit S2F cum
om. T 28 in hoc S2F ab om. T I. 7 verbis atque nominibus et in significativis
locutionibus nomen interpretationis aptatur, a communi nomine eorum, de quibus
hoc libro tractabitur, id est ab interpretatione, ipse quoque de
interpretatione liber inscriptus est. cuius expositionem nos scilicet quam 5
maxime a Porphyrio quamquam etiam a ceteris transferentes Latina oratione
digessimus, hic enim nobis expositor et intellectus acumine et sententiarum
dispositione videtur excellere, erunt ergo interpretationis duæ primæ partes
nomen et verbum, his enim 10 quidquid est in animi intellectibus designatur;
his namque totus ordo orationis efficitur, et in quantum vox ipsa quidem
intellectus significat, in duas (ut dictum est) secatur partes, nomen et
verbum, in quantum vero vox per intellectuum medietatem subiectas intellectui
res demonstrat, significantium vocum Aristoteles numerum in X prædicamenta
partitus est. atque hoc distat libri huius intentio a prædicamentorum in
denariam multitudinem numerositate p. 291 collecta, ut hic quidem tantum de
numero SIGNIFICANTIUM vocum quæratur, quantum ad ipsas attinet voces, quibus
significativis vocibus intellectus animi designentur, quæ sunt scilicet
simplicia quidem nomina et verba, ex his vero conpositæ orationes:
prædicamentorum vero hæc intentio est: de significativis rerum vocibus in
tantum, quantum eas medius animi SIGNIFICET intellectus, vocis enim quædam
qualitas est nomen et verbum, quæ nimirum ipsa illa decem prædicamenta
significant, decem namque prædicamenta numquam sine aliqua verbi qualitate vel
30 nominis proferentur, quare erit libri huius intentio de significativis
vocibus in tantum, quantum con- 1 in om. E 3 in hoc S2F 9
dispositio S corr. S2 10 partes primæ T 11 intellectus F corr. F1 totius F 18
in hoc T 20 in tantum? 26 uocibus tractare F, uoc. dicere TE, tractare inmarg.
S 31proferuntur S2F 32 signatiuis S corr. S2 8 SECVNDA EDITIO ceptiones animi
intellectus que significent, de decem prædicamentis autem libri intentio in
eius commentario dicta est, quoniam sit de significativis rerum vocibus, quot
partibus distribui possit earum signifi- 5 catio in tantum, quantum per sensuum
atque intellectuum medietatem res subiectas intellectibus voces ipsæ valeant
designare, in opere vero de poetica non eodem modo dividit locutionem, sed
omnes omnino locutionis partes adposuit confirmans esse locu- 10 tionis partes
elementa, syllabas, coniunctiones, articulos, nomina, casus, verba, orationes,
locutio namque non in solis significativis vocibus constat, sed supergrediens
significationes vocum ad articulatos sonos usque consistit, quælibet enim syllaba
vel quodlibet nomen vel quælibet alia vox, quæ scribi litteris potest,
locutionis nomine continetur, quæ Græce dicitur sed non eodem modo
interpretatio. huic namque non est satis, ut sit huiusmodi vox quæ litteris
valeat adnotari, sed ad hoc ut aliquid quoque significet, prædicamentorum vero
in hoc ratio constituta est, in quo hæ duæ partes interpretationis res
intellectibus subiectas designent, nam quoniam decem res omnino in omni natura
reperiuntur, decem quoque intellectus erunt, quos intellectus quoniam verba
nominaque significant, decem omnino erunt prædicamenta, quæ verbis atque
nominibus DESIGNENTUR, duo vero quædam id est nomen et verbum, quæ ipsos
significent intellectus, sunt igitur elementa interpretationis verba et nomina,
propriæ vero partes 30 quibus ipsa constat interpretatio sunt orationes,
orationum vero aliæ sunt perfectæ, aliæ inperfectæ. 7 Ar. Poet. c. . 3
pro quoniam: cum F 4 quod F 7 arte poetica FE2, arte in marg. S 17 lexis FTE 31
aliæ uero inp. TE, aliæ inperf. om. S in marg. addit S2 I. 9 perfectæ sunt ex
quibus plene id quod dicitur valet intellegi, inperfectæ in quibus aliquid
adhuc plenius animus exspectat audire, ut est Socrates cum Platone. nullo enim
addito orationis intellectus pendet ac titubat et auditor aliquid ultra exspectat
audire, perfectarum vero orationum partes quinque sunt: deprecativa ut Iuppiter
omnipotens, precibus si flecteris ullis, Da deinde auxilium, pater, atque hæc
omina firma, imperativa ut Yade age, nate, voca Zephyros et labere pennis,
interrogativa ut Dic mihi, Damoeta, cuium pecus? an Meliboei? vocativa 0 pater,
o hominum rerumque æterna potestas, enuntiativa, in qua veritas vel falsitas
invenitur, ut Principio arboribus varia est natura serendis, huius autem duæ
partes sunt, est namque et simplex oratio enuntiativa et conposita. simplex ut
dies est, lucet, conposita ut si dies est, lux est. in hoc igitur libro LIZIO
de enuntiativa simplici oratione disputat et de eius elementis, nomine scilicet
atque verbo, quæ quoniam et significativa sunt et significativa vox articulata
interpretationis nomine continetur, de communi (ut dictum est) vocabulo librum
de interpretatione appellavit, et Theophrastus quidem in eo libro, quem de
adfirmatione et negatione conposuit, de enuntiativa oratione tractavit, et Stoici
quoque in his libris, quos ttsqI a^tco^uzcov appellant, de isdem 7 Yerg. Æn. II
689. 691 9 Yerg. Æn. IY 223 11 Yerg. Ecl. III 1 12 Yerg. Æn. X 18 14 Yerg.
Georg. II 9 9 omnia TE 10 pinnis S^1 11 damgta T 12 melibei T ut b :'om.
codices, alterum o om. SFE1 15 creandis Vergilii codices 16 et om. E est et conp. S2FE2 lux est F2E2 21 uox et art. S2FE2 27 peri axiomaton
codices 5 10 15 20 25 nihilominus disputant, sed illi quidem et de simplici et
de non simplici oratione enuntiativa speculantur, Aristoteles vero hoc libro
nihil nisi de sola simplici enuntiativa oratione considerat. Aspasius quoque et
5 Alexander sicut in aliis Aristotelis libris in hoc quoque commentarios
ediderunt, sed uterque Aristotelem de oratione tractasse pronuntiat, nam si
oratione aliquid proferre ut aiunt ipsi interpretari est, de interpretatione
liber nimirum veluti de oratione per scriptus est, quasi vero sola oratio ac
non verba quoque et nomina interpretationis vocabulo concludantur. æque namque
et oratio et verba ac nomina, quæ sunt interpretationis elementa, nomine
interpretationis vocantur, sed Alexander addidit inperfecte sese habere libri
titulum: neque enim designare, de qua oratione perscripserit, multæ namque ut
dictum est sunt orationes; sed adiciendum vel subintellegendum putat de
oratione illum scribere philosophica vel dialectica id est, qua verum falsumque
valeat expediri sed qui semel solam orationem interpretationis nomine vocari
recipit, in intellectu quoque ipsius inscriptionis erravit, cur enim putaret
inperfectum esse titulum, quoniam nihil de qua oratione disputaret adiecerit?
ut si quis interrogans quid est homo? alio respondente animal culpet ac dicat
inperfecte illum dixisse, quid sit, quoniam non sit omnes differentias
persecutus, quod si huic, id est homini, sunt quædam alia communia ad nomen
animalis, nihil tamen inpedit perfecte demonstrasse, quid homo esset, eum qui
animal dixit: sive enim differentias addat quis sive non, hominem animal esse
necesse est. eodem quoque modo et de oratione, si quis hoc concedat primum,
nihil aliud interpretationem dici nisi orationem, 5 alios libros in hunc? 21
recepit? 21.22 scriptionis S^1 23. 24 adiecit T 26 non o. diff. sit E 30 addit
T interpretatione F I. 11 cur qui de interpretatione inscripserit et de qua
interpretatione dicat non addiderit culpetur, non est. satis est enim libri
titulum etiam de aliqua continenti communione fecisse, ut nos eum et de
nominibus et verbis et de orationibus, cum bæc omnia uno interpretationis
nomine continerentur, supra fecisse docuimus, cum bic liber ab eo de
interpretatione notatus est. sed quod addidit illam interpretationem solam
dici, qua in oratione possit veritas et falsitas inveniri, ut est enuntiativa
oratio, fingentis est ut ait Porphyrius significationem nominis potius quam docentis,
atque ille quidem et in intentione libri et in titulo falsus est, sed non eodem
modo de iudicio quoque libri buius erravit. Andronicus enim librum bunc
Aristotelis esse non puta,quem Alexander vere fortiterque redarguit, quem cum
exactum diligentemque Aristotelis librorum et iudicem et repertorem iudicarit
antiquitas, cur in huius libri iudicio sit falsus, prorsus est magna
admiratione dignissimum, non esse namque proprium Aristotelis bine conatur
ostendere, quoniam quædam Aristoteles in principio libri huius de intellectibus
animi tractat, quos intellectus animæ passiones vocavit, et de bis se plenius
in libris de anima disputasse commemorat, et quoniam passiones animæ vocabant
vel tristitiam vel gaudium vel cupiditatem vel alias huiusmodi adfectiones,
dicit Andronicus ex boc probari hunc librum Aristotelis non esse, quod de
huiusmodi adfectionibus nihil in libris de anima tractavisset, non intellegens
in hoc libro Aristotelem passiones animæ non pro adfectibus, sed pro
intellectibus posuisse, his Alexander multa alia addit argumenta, cur hoc opus
Aristotelis maxime esse videatur, ea namque dicuntur hic, quæ sententiis
Aristotelis quæ sunt de enuntia- [5. 6 continentur F 6
cum om. F1 hæc S, corr. S2 10. 11 potius sign. nom. S2F et animæ T in supra lin. T vocabat b prius pro om. S1 Hic E1 5 12
SECVNDA EDITIO] tione consentiant; illud quoque, quod stilus ipse propter
brevitatem pressior ab Aristotelis obscuritate non discrepat; et quod
Theophrastus, ut in aliis solet, cum de similibus rebus tractat, quæ scilicet
ab Aristotele ante tractata sunt, in libro quoque de adfirmatione et negatione,
isdem aliquibus verbis utitur, quibus hoc libro Aristoteles usus est. idem
quoque Theophrastus dat signum hunc esse Aristotelis librum: in omnibus enim,
de quibus ipse disputat post magistrum, leviter ea tangit quæ ab Aristotele
dicta ante cognovit, alias vero diligentius res non ab Aristotele tractatas
exsequitur, hic quoque idem fecit, nam quæ Aristoteles hoc libro de
enuntiatione tractavit, leviter ab illo transcursa sunt, quæ vero magister eius
tacuit, ipse subtiliore modo considerationis adiecit. addit quoque hanc causam,
quoniam Aristoteles quidem de syllogismis scribere animatus num- quam id recte
facere potuisset, nisi quædam de propositionibus adnotaret. mihi quoque videtur
hoc subtiliter perpendentibus liquere hunc librum ad analyticos esse
præparatum, nam sicut hic de simplici propositione disputat, ita quoque in
analyticis de simplicibus tantum considerat syllogismis, ut ipsa syllogismorum
propositionumque simplicitas non ad aliud nisi ad continens opus Aristotelis
pertinere videatur, quare non est audiendus Andronicus, qui propter passionum
nomen hunc librum ab Aristotelis operibus separat. Aristoteles autem idcirco
passiones animæ intellectus vocabat, quod intellectus, quos sermone dicere et
oratione proferre consuevimus, ex aliqua causa atque utilitate profecti sunt:
ut enim dispersi homines colligerentur et legibus vellent esse subiecti
civitatesque condere, utilitas quædam fuit et causa, quocirca 3 et b: uel codices
15 subtilior S1 16 addidit E 17 pro scribere: est T 19 hoc uidetur F 22 in om.
F1 29 uocauit E I c, 1. 13 quæ ex aliqua utilitate veniunt, ex passione quoque
provenire necesse est. nam ut divina sine ulla sunt passione, ita nulla illis
extrinsecus utilitas valet adiungi: quæ vero sunt passibilia semper aliquam
causam atque utilitatem quibus sustententur inveniunt quocirca huiusmodi
intellectus, qui ad alterum oratione proferendi sunt, quoniam ex aliqua causa
atque utilitate videntur esse collecti, recte passiones animi nominati sunt, et
de intentione quidem et de libri inscriptione et de eo, quod hic maxime
Aristotelis liber esse putandus est, hæc dicta sufficiunt, quid vero utilitatis
habeat, non ignorabit qui sciet qua in oratione veritas constet et falsitas. in
sola enim hæc enuntiativa oratione consistunt, iam vero quæ dividant verum
falsumque quæve definite vel quæ varie et mutabiliter veritatem falsitatemque
partiantur, quæ iuncta dici possint, cum separata valeant prædicari, quæ
separata dicantur, cum iuncta sint prædicata, quæ sint negationes cum modo
propositionum, quæ earum consequentiæ aliaque plura in ipso opere considerator
poterit diligenter agnoscere, quorum magnam experietur utilitatem qui animum
curæ alicuius investigationis adverterit, sed nunc ad ipsius Aristotelis verba
veniamus. Primum oportet constituer, quid nomen et quid verbum, postea quid est
negatio et adfirmatio et enuntiatio et oratio. Librum incohans de quibus in
omni serie tractaturus sit ante proposuit, ait enim prius oportere de 2 sunt
om. F1 5 inuenient E 8 animæ? 11 sufficiant b 16 patiantur T 16. 17 quæ iuncta
om. F, in marg. quæ iunctim F2? 17.18 iuncta cum om. S1 20.21 consideratior
SF*T 21 quorum ego: quarum codices 22 curæ ego: cura codices 23 ipsius om. F 25
quid Ar. xL: quid sit codices 26 sit uerbum codices præter 2/E2 est om. 2%
{eras, in S) quibus disputaturus est definire, hic enim constituere definire
intellegendum est. determinandum namque est quid hæc omnia sint id est quid
nomen sit, quid verbum et cetera, quæ elementa interpretationis esse
prædiximus, sed adfirmatio atque negatio sub interpretatione sunt, quare nomen
et verbum adfirmatio- nis et negationis elementa esse manifestum est. his enim
conpositis adfirmatio et negatio coniunguntur. exsistit hic quædam quæstio, cur
duo tantum nomen et verbum se determinare promittat, cum plures partes
orationis esse videantur, quibus hoc dicendum est tantum Aristotelem hoc libro
definisse, quantum illi ad id quod instituerat tractare suffecit, tractat
namque de simplici enuntiativa oratione, quæ scilicet huiusmodi est, ut iunctis
tantum verbis et nominibus conponatur. si quis enim nomen iungat et verbum, ut
dicat Socrates ambulat, simplicem fecit enuntiativam orationem, enuntiativa
namque oratio est ut supra memoravi quæ habet in se falsi verique
designationem, sed in hoc quod dicimus Socrates ambulat aut veritas necesse est
contineatur aut fal- sitas. hoc enim si ambulante Socrate dicitur, verum est,
si non ambulante, falsum, perficitur ergo enuntiativa oratio simplex ex solis
verbis atque nominibus quare superfluum est quærere, cur alias quoque quæ
videntur orationis partes non proposuerit, qui non totius simpliciter
orationis, sed tantum simplicis enuntiationis instituit elementa partiri,
quamquam duæ propriæ partes orationis esse dicendæ sint, nomen 30 scilicet
atque verbum, hæc enim per sese utraque significant, coniunctiones autem vel
præpositiones nihil omnino nisi cum aliis iunctæ designant; participia verbo
cognata sunt, vel quod a gerundivo modo 2 definire om. S1 17 et T 22. 23 est
verum F 25 quæ om. S1 26 proposuit T 33 uerbis E2? vero verbo editio princeps
conata T gerundi FXE (gerunti? F) I c. 1. 15 veniant vel quod tempus propria
significatione contineant; interiectiones vero atque pronomina nec non adverbia
in nominis loco ponenda sunt, idcirco quod aliquid significant definitum, ubi
nulla est vel passionis significatio vel actionis, quod si casibus horum quædam
flecti non possunt, nihil inpedit. sunt enim quædam nomina quæ monoptota
nominantur, quod si quis ista longius et non proxime petita esse arbitretur,
illud tamen concedit, quod supra iam diximus, non esse æquum calumniari ei, qui
non de omni oratione, sed de tantum simplici enuntiatione proponat, quod tantum
sibi ad definitionem sumpserit, quantum arbitratus sit operi instituto
sufficere, quare dicendum est Aristotelem non omnis orationis partes hoc opere
velle definire, sed tantum solius simplicis enuntiativæ orationis, quæ sunt
scilicet nomen et verbum, argumentum autem huius rei hoc est. postquam enim
proposuit dicens: primum oportet constituere, quid sit nomen et quid verbum,
non statim inquit, quid sit oratio, sed mox addidit et quid sit negatio, quid
adfirmatio, quid enuntiatio, postremo vero quid oratio, quod si de omni
oratione loqueretur, post nomen et verbum non de adfirmatione et negatione et
post hanc de enuntiatione, sed mox de oratione dixisset, nunc vero quoniam post
nominis et verbi propositionem adfirmationem, negationem et enuntiationem et
post orationem proposuit, confitendum est, id quod ante diximus, non orationis
universalis, sed simplicis enuntiativæ orationis, quæ dividitur in
adfirmationem atque negationem, divisionem partium facere voluisse, quæ sunt
nomina et verba, hæc enim per se ipsa intellectum simplicem servant, 1. 2 continent
F 7 monopta S concedat b 10 calumpniari E eum? tantum de E2 enuntiatione om. S1
12 sumpserat F 14 omnes SFT 20 et om. F 26 et negationem et F 31 uerba et
nomina F „ quæ eadem dictiones vocantur, sed non sola dicuntur, sunt namque
dictiones et aliæ quoque: orationes vel inperfectæ vel perfectæ, cuius plures
esse partes supra iam docui, inter quas perfectæ orationis species est
enuntiatio, et hæc quoque alia simplex, alia con- posita est. de simplicis vero
enuntiationis speciebus inter philosophos commentatoresque certatur, aiunt enim
quidam adfirmationem atque negationem enuntiationi ut species supponi oportere,
in quibus et Porphyrius est: quidam vero nulla ratione consentiunt, sed
contendunt adfirmationem et negationem æquivoca esse et uno quidem enuntiationis
vocabulo nuncupari, prædicari autem enuntiationem ad utrasque ut nomen
æquivocum ÆQVIVOCVM GRICE, non ut genus univocum; quorum princeps Alexander
est. quorum contentiones adponere non videtur inutile, ac prius quibus modis
adfirmationem atque negationem non esse species enuntiationis Alexander putet
dicendum est, post vero addam qua Porphyrius hæc argumentatione dissolverit.
Alexander namque idcirco dicit non esse species enuntiationis adfirmationem et
negationem, quoniam adfirmatio prior sit. priorem vero adfirmationem idcirco
conatur ostendere, quod omnis negatio adfirmationem tollat ac destruat, quod si
ita 25 est, prior est adfirmatio quæ subruatur quam negatio quæ subruat, in
quibus autem prius aliquid et posterius est, illa sub eodem genere poni non
possunt, ut in eo titulo prædicamentorum dictum est qui de his quæ sunt simul
inscribitur. amplius: negatio omnis, inquit, divisio est, adfirmatio conpositio
atque coniunctio. cum enim dico Socrates vivit, vitam cum Socrate coniunxi; cum
dico Socrates non vivit, vitam a Socrate disiunxi. divisio igitur quædam
negatio est, coniunctio adfirmatio. conpositi autem est con- 1 eædem SF sola
ego: solæ codices 2 quoq; ut b . est species F 5 alias alias E2 12 unum S1T 22
fit T I c. 1. iunctique divisio, prior est igitur coniunctio, quod est
adfirmatio; posterior vero divisio, quod est negatio, illud quoque adicit, quod
omnis per adfirmationem facta enuntiatio simplicior sit per negationem facta
enuntiatione, ex negatione enim particula negativa 5 si sublata sit, adfirmatio
sola relinquitur, de eo enim quod est Socrates non vivit si non particula quæ
est adverbium auferatur, remanet Socrates vivit. simplicior igitur adfirmatio
est quam negatio, prius vero sit necesse est quod simplicius est. in quantitate
etiam quod ad quantitatem minus est prius est eo quod ad quantitatem plus est.
omnis vero oratio quantitas est. sed cum dico Socrates ambulat, minor oratio
est quam cum dico Socrates non ambulat, quare si secundum quantitatem
adfirmatio minor est, eam priorem quoque esse necesse est. illud quoque
adiunxit adfirmationem quendam esse habitum, negationem vero privationem, sed
prior habitus privatione: adfirmatio igitur negatione prior est. et ne singula
persequi laborem, cum aliis quoque modis demonstraret adfirmationem negatione
esse priorem, a communi eas genere separavit, nullas enim species arbitratur
sub eodem genere esse posse, in quibus prius vel posterius consideretur, sed
Porphyrius ait sese docuisse species enuntiationis esse adfirmationem et
negationem in his commentariis quos in Theophrastum edidit; hic vero Alexandri
argumentationem tali ratione dissolvit, ait enim non oportere arbitrari,
quæcumque quolibet modo priora essent aliis, ea sub eodem genere poni non
posse, sed quæ- cumque secundum esse suum atque substantiam priora vel
posteriora sunt, ea sola sub eodem genere non ponuntur, et recte dicitur, si
enim omne quidquid si om. S^E1 16 quoq. priorem F esse om. SF separaret SF,
separabat S2F2, separat T nullus SF1 aliquid prius GrTE consideratur F 26 iis
F2 Boetii comxnent. prius est cum eo quod posterius est sub uno genere esse non
potest, nec primis substantiis et secundis commune genus poterit esse
substantia; quod qui dicit a recto ordine rationis exorbitat, sed quemadmodum
quamquam sint primæ et secundæ substantiæ, tamen utraque æqualiter in subiecto
non sunt et idcirco esse ipsorum ex eo pendet, quod in subiecto non sunt, atque
ideo sub uno substantiæ genere conlocantur: ita quoque quamquam adfirmationes
negationibus in orationis prolatione priores sint, tamen ad esse atque ad
naturam propriam æqualiter enuntiatione participant, enuntiatio vero est in qua
veritas et falsitas inveniri potest, qua in re et adfirmatio et negatio æquales
sunt, æqualiter enim et adfirmatio et negatio veritate et falsitate
participant, quocirca quoniam ad id quod sunt adfirmatio et negatio æqualiter
ab enuntiatione participant, a communi eas enuntiationis genere dividi non
oportet, mihi quoque videtur quod Porphyrii sit sequenda sententia, ut
adfirmatio et negatio communi enuntiationis generi supponantur, longa namque
illa et multiplicia Alexandri argumenta soluta sunt, cum demonstravit non modis
omnibus ea quæ priora sunt sub communi genere poni non posse, sed quæ ad esse
proprium atque substantiam priora sunt illa sola sub communi genere constitui
atque poni non posse. Syrianus vero, cui Philoxenus cognomen est, hoc loco
quærit, cur proponens prius de negatione, post de adfirmatione pronuntiaverit
dicens: primum oportet constituere, quid nomen et quid verbum, postea quid est
negatio et adfirmatio. et primum quidem nihil proprium dixit, quoniam in quibus
et ad- 1 posterius] prius S^E1 6 utræque b 8 sint E 13 et post re om. F 16 ad
ego addidi: om. codices pro a: et SF supponatur SF multiplica F ^ quid sit n.
codices 31 est om. F primum S: primo S2 et ceteri I c. 1. firmatio potest et
negatio provenire, prius esse negatio, postea vero adfirmatio potest, ut de
Socrate sanus est. potest ei aptari talis adfirmatio, ut de eo dicatur Socrates
sanus est; etiam huiusmodi potest aptari negatio, ut de eo dicatur Socrates
sanus non est. quoniam ergo in eum adfirmatio et negatio poterit evenire, prius
evenit ut sit negatio quam ut adfirmatio. ante enim quam natus esset: qui enim
natus non erat, nec esse poterat sanus, liuic illud adiecit: servare LIZIO
conversam propositionis et exsecutionis distributionem. hic enim prius post
nomen et verbum de negatione proposuit, post de adfirmatione, dehinc de
enuntiatione, postremo vero de oratione, sed proposita definiens prius
orationem, post enuntiationem, tertio adfirmationem, ultimo vero loco
negationem determinavit, quam hic post propositionem verbi et nominis primam
locaverat, ut igitur ordo servaretur conversus, idcirco negationem prius ait
esse propositam, qua in expositione Alexandri quoque sententia non discedit,
illud quoque est additum, quod non esset inutile, enuntiationem genus
adfirmationis et negationis accipi oportere, quod quamquam (ut dictum est) ad
prolationem prior esset adfirmatio, tamen ad ipsam enuntiationem id est veri
falsique vim utrasque æqualiter sub enuntiatione ab Aristotele constitui, id
etiam Aristotelem probare, præmisit enim primam negationem, secundam posuit
adfirmationem, quæ res nihil habet vitii, si ad ipsam enuntiationem adfirmatio
et negatio ponantur æquales, quæ enim natura æquales sunt, nihil retinent
contrarii indifferenter acceptæ, est igitur ordo quo proposuit: primum totius
orationis est. potest T 2 non est F; non supra lin. SE; sanus est delet S2 de
eo om. T1 6 eo? 8 post esset addit potuit dici sanus non est T, in marg. G2
enim om. F, eras, in E et hinc E primum F ergo T est F (in rasura) probare
dicit FTE2S2(m»Mf^.) probare dr Misit G (suprascr. dicit Premisit G2) enim om.
E1 quod F, quoq. T elementum, nomen scilicet et verbum, post hæc negationem et
adfirmationem, quæ species enuntiationis sunt, quorum genus id est
enuntiationem tertiam nominavit, quartam vero orationem posuit, quæ ipsius
enuntiationis genus est. et horum se omnium definitiones daturum esse promisit,
quas interim relinquens atque præteriens et in posteriorem tractatum differens
illud nunc addit quæ sint verba et nomina aut quid ipsa significent, quare
antequam ad verba Aristotelis ipsa veniamus, pauca communiter de nominibus
atque verbis et de his quæ significantur a verbis ac nominibus disputemus, sive
enim quælibet interrogatio sit atque responsio, sive perpetua cuiuslibet
orationis continuatio atque alterius auditus et intellegentia, sive hic quidem
doceat ille vero discat, tribus his totus orandi ordo perficitur: rebus,
intellectibus, vocibus, res enim ab intellectu concipitur, vox vero
conceptiones animi intellectusque significat, ipsi vero intellectus et
concipiunt subiectas res et significantur a vocibus, cum igitur tria sint hæc
per quæ omnis oratio conlocutioque perficitur, res quæ sub- iectæ sunt,
intellectus qui res concipiant et rursus a vocibus significentur, voces vero
quæ intellectus designent, quartum quoque quiddam est, quo voces ipsæ valeant
designari, id autem sunt litteræ, scriptæ namque litteræ ipsas significant
voces, quare quattuor ista sunt, ut litteræ quidem significent voces, voces
vero intellectus, intellectus autem concipiant res, quæ scilicet habent quandam
non confusam neque fortuitam consequentiam, sed terminata naturæ suæ
ordinatione constant, res enim semper comitantur eum qui ab ipsis concipitur
intellectum, ipsum vero intellectum vox sequitur, sed voces elementa id est
quarum? res vocibus om. F, in marg. add. F1? significent SF suæ naturæ E
constat SE comitatur F2 eum dei. F2 intellectus F I c. 1. litteræ, rebus enim
ante propositis et in propria substantia constitutis intellectus oriuntur,
rerum enim semper intellectus sunt, quibus iterum constitutis mox significatio
vocis exoritur, præter intellectum namque vox penitus nihil designat, sed
quoniam voces sunt, idcirco litteræ, quas vocamus elementa, repertæ sunt,
quibus vocum qualitas designetur, ad cognitionem vero conversim sese res habet,
namque apud quos eædem sunt litteræ et qui eisdem elementis utuntur, eisdem
quoque nominibus eos ac verbis id est vocibus uti necesse est et qui vocibus
eisdem utuntur, idem quoque apud eos intellectus in animi conceptione
versantur, sed apud quos idem intellectus sunt, easdem res eorum intellectibus
subiectas esse manifestum est. sed hoc nulla ratione convertitur, namque apud quos
eædem res sunt idemque intellectus, non statim eædem voces eædemque sunt
litteræ. nam cum ROMANUS, Græcus ac barbarus simul videant equum, habent quoque
de eo eundem intellectum quod equus sit et apud eos eadem res subiecta est,
idem a re ipsa concipitur intellectus, sed Græcus aliter equum vocat, alia
quoque vox in equi significatione ROMANA est et barbarus ab utroque in equi
designatione dissentit, quocirca diversis quoque voces proprias elementis
inscribunt, recte igitur dictum est apud quos eædem res idemque intellectus
sunt, non statim apud eos vel easdem voces vel eadem elementa consistere,
præcedit autem res intellectum, intellectus vero vocem, vox litteras, sed hoc
converti non potest, neque enim si litteræ sint, mox aliqua ex his significatio
vocis exsistit, hominibus namque qui litteras ignorant nullum nomen quælibet
elementa significant, quippe quæ nesciunt, nec si voces 1 positis F habent T
sit om. F1 designi- ficatione S1 intellectum res F 31 consistit E sint, mox
intellectus esse necesse est. plures enim voces invenies quæ nihil omnino
significent, nec intellectui quoque subiecta res semper est. sunt enim
intellectus sine re ulla subiecta, ut quos centauros vel chimæras poetæ
finxerunt, horum enim sunt intellectus quibus subiecta nulla substantia est.
sed si quis ad naturam redeat eamque consideret diligenter, agnoscet cum res
est, eius quoque esse intellectum: quod si non apud homines, certe apud eum,
qui propriæ divinitate substantiæ in propria natura ipsius rei nihil ignorat,
et si est intellectus, et vox est; quod si vox fuerit, eius quoque sunt
litteræ, quæ si Ignorantur, nihil ad ipsam vocis naturam, neque enim, quasi
causa quædam vocum est intellectus aut vox causa litterarum, ut cum eædem sint
apud aliquos litteræ, necesse sit eadem quoque esse nomina: ita quoque cum
eædem sint vel res vel intellectus apud aliquos, mox necesse est intellectuum
ipsorum vel rerum eadem esse vocabula, nam cum eadem sit et res et intellectus
hominis, apud diversos tamen homines huiusmodi substantia aliter et diverso
nomine nuncupatur, quare voces quoque cum eædem sint, possunt litteræ esse
diversæ, ut in hoc nomine quod est homo: cum unum sit nomen, diversis litteris
scribi potest, namque Latinis litteris scribi potest, potest etiam Græcis,
potest aliis nunc primum inventis litterarum figuris, quare quoniam apud quos
eædem res sunt, eosdem intellectus esse necesse est, apud quos idem intellectus
sunt, voces eædem non sunt et apud quos eædem voces sunt, non necesse
significant F 3 est semper E omnes T2 Denm b 10 snbst. div. E 13 nataram
pertinet F2 14 quædam causa F ut enim cum S2F pro litteræ: uoces E2 easdem E2
pro nomina: literas E2 18 mox non S2FE2 25 namque potest in marg. F res om. F1
non eædem (non supra lin .) F prius sunt om. F I c. 1. est eadem elementa
constitui; dicendum est res et intellectus, quoniam apud omnes idem sunt, esse
NATURALITER constitutos, voces vero atque litteras, quoniam diversis hominum
positionibus permutantur, NON ESSE NATURALITER, SED POSITIONE, concludendum est
igitur, quoniam apud quos eadem sunt elementa, apud eos eædem quoque voces sunt
et apud quos eædem voces sunt, idem sunt intellectus; apud quos autem idem sunt
intellectus, apud eosdem res quoque eædem subiectæ sunt: rursus apud quos eædem
res sunt, idem quoque sunt intellectus; apud quos idem intellectus, non eædem
voces; nec apud quos eædem voces sunt, eisdem semper litteris verba ipsa vel
nomina designantur, sed nos in supra dictis sententiis elemento atque littera
promiscue usi sumus, quæ autem sit horum distantia paucis absolvam, littera est
inscriptio atque figura partis minimæ vocis articulatæ, elementum vero sonus
ipsius inscriptionis: ut cum scribo litteram quæ est a, formula ipsa quæ
atramento vel graphio scribitur littera nominatur, ipse vero sonus quo ipsam
litteram voce proferimus dicitur elementum, quocirca hoc cognito illud dicendum
est, quod is qui docet vel qui continua oratione loquitur vel qui interrogat,
contrarie se habet his qui vel discunt vel audiunt vel respondent in his
tribus, voce scilicet, intellectu et re (prætermittantur enim litteræ propter
eos qui earum sunt expertes), nam qui docet et qui dicit et qui interrogat a
rebus ad intellectum profecti per nomina et verba vim propriæ actionis exercent
atque officium (rebus enim subiectis ab his capiunt intellectus et per nomina
verbaque 0 14 designentur T doctis S1 . min. p. art. voc. E littera T pro a: id T 20 grafio STE 24. 25 vel qui F1 29 profecti ego :
profecto SFE, profectu T, profectus S2F2E2 exercent ego: exercet codices atque
in marg. S pronuntiant), qui vero discit vel qui audit vel etiam qui respondet
a nominibus ad intellectus progressi ad res usque perveniunt, accipiens enim is
qui discit vel qui audit vel qui respondet docentis vel dicentis vel
interrogantis sermonem, quid unusquisque illorum dicat intellegit et
intellegens rerum quoque scientiam capit et in ea consistit, recte igitur
dictum est in voce, intellectu atque re contrarie sese habere eos qui docent,
dicunt, interrogant atque eos qui discunt, audiunt et respondent, cum igitur
hæc sint quattuor, litteræ, voces, intellectus, res, proxime quidem et
principaliter litteræ verba nominaque significant, hæc vero principaliter
quidem intellectus, secundo vero loco res quoque designant, intellectus vero
ipsi nihil aliud nisi rerum significativi sunt, antiquiores vero quorum est
Plato, Aristoteles, Speusippus, Xenocrates hi inter res et significationes
intellectuum medios sensus ponunt in sensibilibus rebus vel imaginationes
quasdam, in quibus intellectus ipsius origo consistat, et nunc quidem quid de
hac re Stoici dicant prætermittendum est. hoc autem ex his omnibus solum
cognosci oportet, quod ea quæ sunt in litteris eam significent orationem quæ in
voce consistit et ea quæ est vocis oratio quod animi atque intellectus
orationem designet, quæ tacita cogitatione conficitur, et quod hæc intellectus
oratio subiectas principaliter res sibi concipiat ac designet, ex quibus
quattuor duas quidem Aristoteles esse NATURALITER dicit, res et animi
conceptiones, id est eam quæ fit in intellectibus orationem, idcirco quod apud
omnes eædem atque inmutabiles sint; 6 et om. S1 uerba et nomina S2F, nomina et
uerba (in ras .) E hæc designant in marg. E significationes F 16 //usippus S,
siue usippus S2FT nunc om. SFT dicunt SF et quod S2FE2 est om. S1 uocis est F 24
quod dei. S2, om. FE 29 intellectus S1 I c. 1. duas vero NON NATURALITER, SED
POSITIONE constitui, quæ sunt scilicet verba nomina et litteræ, quas idcirco
NATURALITER fixas esse non dicit, quod ut supra demonstratum est non eisdem
vocibus omnes aut isdem utantur elementis, atque hoc est quod ait: Sunt ergo ea
quæ sunt in voce earum quæ sunt in anima passionum notæ et ea quæ scribuntur
eorum quæ sunt in voce, et quemadmodum nec litteræ omnibus eædem, sic nec voces
eædem, quorum autem hæc primorum notæ, eædem omnibus passiones animæ et quorum
hæ similitudines, res etiam eædem, de his quidem dictum est in his quæ sunt
dicta de anima, alterius est enim negotii. Cum igitur prius posuisset nomen et
verbum et quæcumque secutus est postea se definire promisisset, hæc interim
prætermittens de passionibus animæ deque earum notis, quæ sunt scilicet voces,
pauca præmittit, sed cur hoc ita interposuerit, plurimi commentatores causas
reddere neglexerunt, sed a tribus quantum adhuc sciam ratio huius
interpositionis explicita est. quorum Hermini quidem a rerum veritate longe
disiuncta est. ait enim idcirco Aristotelen de notis animæ passionum
interposuisse sermonem, ut utilitatem propositi operis inculcaret, disputaturus
enim de vocibus, quæ sunt notæ animæ passionum, recte de his quædam ante
præmisit, nam cum suæ nullus animæ passiones ignoret, notas quoque cum animæ
passionibus non nescire utilissimum est. neque enim illæ cognosci possunt nisi
per voces quæ sunt 1 non om. S1 4.5 eisdem FE noces eædem F Ar.: eædem uoces
ceteri hæ codices cf. p. 43, 6 12 animæ sunt codices : sunt om. Ar. cf. ed. I
hæ 27, he§ X: eædem ceteri 14 dicta post anima X enim om. X1 (enim est X2)
definire se F neglexerunt h: neglexerant codices . explicata E ( corr . E2)
Aristotelem F SECVNDA EDITIO earum scilicet notæ. Alexander vero aliam huius-
modi interpositionis reddidit causam, quoniam, iquit, verba et nomina
interpretatione simplici continentur, oratio vero ex verbis nominibusque
coniuncta est et in ea iam veritas aut falsitas invenitur; sive autem quilibet
sermo sit simplex, sive iam oratio coniuncta atque conposita, ex his quæ
significant momentum sumunt (in illis enim prius est eorum ordo et continentia,
post redundat in voces): quocirca quo- 10 niam significantium momentum ex his
quæ signifcantur oritur, idcirco prius nos de his quæ voces ipsæ significant
docere proponit, sed Herminus hoc loco repudiandus est. nihil enim tale quod ad
causam propositæ sententiæ pertineret explicuit. Ale- 15 x and er vero strictim
proxima intellegentia prætervectus tetigit quidem causam, non tamen principalem
rationem Aristotelicæ propositionis exsolvit. sedPor- phyrius ipsam plenius
causam originemque sermonis huius ante oculos conlocavit, qui omnem apud
priscos philosophos de significationis vi contentionem litemque retexuit, ait
namque dubie apud antiquorum philosophorum sententias constitisse quid esset
proprie quod vocibus significaretur, putabant namque alii res vocibus designari
earumque vocabula esse ea quæ sonarent in vocibus arbitrabantur, alii vero incorporeas
quasdam naturas meditabantur, quarum essent significationes quæcumque vocibus
designarentur: Platonis aliquo modo species incorporeas æmulati dicentis hoc
ipsum homo et hoc ipsum equus non hanc cuiuslibet subiectam substantiam, sed
illum ipsum hominem specialem et illum ipsum equum, universaliter et
incorporaliter co- 2 interprætationis T pro iam: autem S, om. F 7
significantur b 13 ad in marg. E 20 de om. F1 apud om. E1 22 sententiæ S1 24
eorum/////q; SE, eorumq; T uocubula T 25 sonarent ego: sonauerunt S, sonauerint
S2FE, sonuerint T 31 equum significare T I c. 1. gitantes incorporales quasdam
naturas constituebant, quas ad significandum primas venire putabant et cum
aliis item rebus in significationibus posse coniungi, ut ex his aliqua enuntiatio
vel oratio conficeretur, alii vero sensus, alii imaginationes significari
vocibus arbitrabantur. cum igitur ista esset contentio apud superiores et hæc
usque ad Aristotelis pervenisset ætatem, necesse fuit qui nomen et verbum
significativa esset definiturus prædiceret quorum ista designativa sint.
Aristoteles enim nominibus et verbis res subiectas significari non putat, nec
vero sensus vel etiam imaginationes, sensuum quidem non esse significativas
voces nomina et verba in opere de iustitia sic declarat dicens cpvdeL yaQ
ev&vg diriQ^rai tcc rs votf- { Lata nal ta aiGfrri [luta, quod interpretari
Latine potest hoc modo: NATURA enimdivisa sunt intellectus et sensus, differre
igitur aliquid arbitratur sensum atque intellectum, sed qui passiones animæ a
vocibus significari dicit, is non de sensibus loquitur, sensus enim corporis
passiones sunt, si igitur ita dixisset passionescorporis a vocibus significari,
tunc merito sensus intellegeremus, sed quoniam passiones animæ nomina 'et verba
significare proposuit, non sensus sed intellectus eum dicere putandum est. sed
quoniam imaginatio quoque res animæ est, dubitaverit aliquis ne forte passiones
animæ imagi- Ar. fragm. coli. VRose 76 2 per quas se F2 9 designativa b:
designificatiua codices 14 dirjQ7]Tcu ego (cf. Ar. 1162,22 eth. Nic. VIII, 14:
sv&vs yocQ di7iQi]Tcu tu %Qya v.ul S6TLV sxsQu uvSqos Y.ui yv- vaixog):
anhphtai SGNJTE; verba Græca om. F (rsEl FAP EY& et alia in marg. F2),
dicens hic deest grecum quod interpretari B 15 AIZTHMATA EN Latine om. F 16
potes VRose statim ego add.: om. codices diuersa E2 est N 19 a om. S*F 23
designificare F 26 animæ om. F nationes, qnas Græci (pavraCiag nominant, dicat,
sed hæc in libris de anima verissime diligentissimeque separavit dicens etircv
de cpavraoCa eteqov epaOeog nal unoepaGeag' Gvintloxr} yaQ vorj[icctav etirlv
ro ccArjfreg 5 xcd ro tyevdog. rd de tcqcotcc vocata t C dioCcei rov [. irj
cpavrccANTAZMsl codices pro rj: N codices 7 interpretatur EN aliquid S2F .
demonstret T, corr. T2 quis F 25 idem ( pro id est) T2 26 pro qui: quid S, quod
S2F I c. 1. ginatio quædam primæ figuræ sunt, supra quas velut fundamento
quodam superveniens intellegentia nitatur, nam sicut pictores solent designare
lineatim corpus atque substernere ubi coloribus cuiuslibet exprimant vultum, sic
sensus atque imaginatio naturaliter in animæ perceptione substernitur, nam cum
res aliqua sub sensum vel sub cogitationem cadit, prius eius quædam necesse est
imaginatio nascatur, post vero plenior superveniat intellectus cunctas eius
explicans partes quæ confuse fuerant imaginatione præsumptæ. quocirca
inperfectum quiddam est imaginatio, nomina vero et verba non curta quædam, sed
perfecta significant. quare recta Aristotelis sententia est: quæcumque in
verbis nominibusque versantur, ea neque sensus neque imaginationes, sed solam
significare intellectuum qualitatem, unde illud quoque ab Aristotele fluentes
Peripatetici rectissime posuerunt tres esse orationes, unam quæ scribi possit
elementis, alteram quæ voce proferri, tertiam quæ cogitatione conecti unamque
intellectibus, alteram voce, tertiam litteris contineri, quocirca quoniam id
quod significaretur a vocibus intellectus esse Aristoteles putabat, nomina vero
et verba significativa esse in eorum erat definitionibus positurus, recte
quorum essent significativa prædixit erroremque lectoris ex multiplici veterum
lite venientem sententiæ suæ manifestatione conpescuit. atque hoc modo nihil in
eo deprehenditur esse superfluum, nihil ab ordinis continuatione se- iunctum.
quærit vero Porphyrius, cur ita dixerit: sunt ergo ea quæ sunt in voce, et non
sic: sunt si quod S^1 7 ait. sub om. F enim (pro eius) E 10 confuse b: confusæ
SF, confusa TE in im. S2, in yma- ginationem F præsumpta T imaginationis SFE1?
18 sit ( pro possit) S1 19 cogitationem SFE conecti ego : conectit codices,
connectitur b 21 teneri F, corr. F2 esse om. T1 ad T igitur voces; et rursus
cur ita et ea quæ scribuntur et non dixerit: et litteræ, quod resolvit hoc
modo, dictum est tres esse apud Peripateticos orationes, unam quæ litteris
scriberetur, aliam quæ proferretur in voce, tertiam quæ coniungeretur in animo,
quod si tres orationes sunt, partes quoque orationis esse triplices nulla
dubitatio est. quare quoniam verbum et nomen principaliter orationis partes
sunt, erunt alia verba et nomina quæ scribantur, alia quæ dicantur, alia quæ
tacita mente tractentur, ergo quoniam proposuit dicens: primum oportet
constituere, quid nomen et quid verbum, triplex autem nominum natura est atque
verborum, de quibus potissimum proposuerit et quæ definire velit ostendit, et
quoniam de his nominibus loquitur ac verbis, quæ voce proferuntur, idem ipsum
planius explicans ait: sunt ergo ea quæ sunt in voce earum quæ sunt in anima
passionum notæ et ea quæ scribuntur eorum quæ sunt in voce, velut si diceret:
ea verba et nomina quæ in vocali oratione proferuntur [H. P. Grice: UTTER]
animæ passiones denuntiant, illa autem rursus verba et nomina quæ scribuntur
eorum verborum nominumque SIGNIFICANTIÆ præsunt quæ voce proferuntur [H. P.
Grice: UTTER], nam sicut vocalis orationis verba et nomina CONCEPTIONES [not
passions] animi intellectusque significant, ita quoque verba et nomina illa quæ
in solis litterarum formulis iacent ijjorum verborum et nominum significativa
sunt quæ loquimur, id est quæ per vocem sonamus, nam quod ait: sunt ergo ea quæ
sunt in voce, subaudiendum est verba et nomina, et rursus cum dicit: et ea quæ
scribuntur, idem subnectendum rursus est verba scilicet vel nomina, et quod
rursus 1 cur om. F1 proferetur F2T post nomen ras. sex vel octo litt.
in S quid sit n. codices ergo om. SF uerba rursus F uerba orationis F . cum
dicit rursus F vel] et b I c. 1. adiecit: eorum quæ sunt in voce, addendum
eorum nomimum atque verborum quæ profert atque explicat vocalis oratio, quod si
nihil deesset omnino, ita foret totius plenitudo sententiæ: sunt ergo ea verba
et nomina quæ sunt in voce earum quæ sunt in anima passionum notæ et ea verba
et nomina quæ scribuntur eorum verborum et nominum quæ sunt in voce, quod
communiter intellegendum est, licet ea quæ subiunximus deesse videantur, quare
non est disiuncta sententia, sed primæ propositioni continua. nam cum quid sit
verbum, quid nomen definire constituit, cum nominis et verbi NATURA sit
multiplex, de quo verbo et nomine tractare vellet clara significatione
distinxit, incipiens igitur ab his nominibus ac verbis quæ in voce sunt, quorum
essent significativa disseruit, ait enim hæc passiones animæ designare. illud
quoque adiecit quibus ipsa verba et nomina quæ in voce sunt designentur, his
scilicet quæ litterarum formulis exprimuntur, SED QUONIAM NON OMNIS VOX
SIGNIFICATIVA EST, VERBA VERO VEL NOMINA NUMQUAM SIGNIFICATIONIBUS VACANT
QUONIAMQUE NON OMNIS VOX QUÆ SIGNIFICAT QUÆDAM *POSITIONE* DESIGNAT, SED
*QUÆDAM NATURALITER*, UT LACRIMÆ, GEMITUS ATQUE MÆROR – ANIMALIUM QUOQUE CETERORUM
QUÆDAM *VOCES NATURALITER ALIQUID OSTENTANT* UT EX CANUM LATRATIBUS IRACUNDIA
EORUMQUE ALIA QUADAM VOCEM BLANDIMENDA *MONSTRANTUR --verba autem et nomina
positione significant neque solum sunt verba et nomina voces, sed voces
significativæ nec solum significativæ, sed etiam QUÆ POSITIONE DESIGNENT
ALIQUID, NON NATURA: non dixit: sunt igitur voces earum quæ sunt in anima
passionum notæ, namque neque omnis VOX SIGNIFICATIVA quæ sunt in v. nomina in
marg. sunt] sunt designantes TGr et uerba
et T vel] et b vacant ego: vacarent
codices, carent b que om. S1 quadam S2E moerorem S, merore FE nam FT est et
SUNT QUÆDAM *SIGNIFICATIVÆ* QUÆ *NATURALITER* NON POSITIONE SIGNIFICENT, quod
si ita dixisset, nihil ad proprietatem verborum et nominum pertineret, quocirca
noluit communiter dicere voces, sed dixit tantum ea quæ sunt in voce, vox enim
universale quiddam est, nomina vero et verba partes, pars autem omnis in toto
est. verba ergo et nomina quoniam sunt intra vocem, recte dictum est ea quæ
sunt in voce, velut si diceret: quæ intra vocem continentur intellectuum
designativa sunt, sed hoc simile est ac si ita dixisset: vox certo modo sese
habens significat intellectus. non enim ut dictum est nomen et verbum voces
tantum sunt, sicut nummus quoque non solum æs inpressum quadam figura est, ut
nummus vocetur, sed etiam ut alicuius rei sit pretium: eodem quoque modo verba
et nomina non solum voces sunt, sed POSITÆ AD QUANDAM INTELLECTUUM
SIGNIFICATIONEM, vox enim quæ nihil designat, ut est GARALUS, licet eam grammatici
figuram vocis intuentes nomen esse contendant, tamen eam nomen philosophia non
putabit, nisi sit posita ut designare animi aliquam conceptionem eoque modo
rerum aliquid possit, etenim nomen alicuius nomen esse necesse erit; sed si vox
aliqua nihil designat, nullius nomen est; quare si nullius est, ne nomen quidem
esse dicetur, atque ideo huiusmodi vox id est significativa non vox tantum, sed
verbum vocatur aut nomen, quemadmodum nummus non æs, sed proprio nomine nummus,
quo ab alio ære discrepet, nuncupatur, ergo hæc Aristotelis sententia qua ait
ea quæ sunt in voce nihil aliud designat nisi eam vocem, quæ non solum vox sit,
sed quæ cum vox sit habeat tamen aliquam proprietatem et 4 dicere pro dixit T.
des. s. intell. T, corr. T2 nummos S1 garulus F putabit ego: putavit codices
aliq. rer. F dicitur T ideo om. F1 non nummus in marg. S qua ait om. F1 I c. 1.
aliquam quodammodo figuram positæ significationis inpressam. horum vero id est
verborum et nominum quæ sunt in voce aliquo modo se habente ea sunt scilicet
significativa quæ scribuntur, ut hoc quod dictum est quæ scribuntur de verbis
ac nominibus dictum quæ sunt in litteris intellegatur, potest vero hæc quoque
esse ratio cur dixerit et quæ scribuntur: quoniam litteras et inscriptas
figuras et voces, quæ isdem significantur formulis, nuncupamus (ut a et ipse
sonus litteræ nomen capit et illa quæ 10 in subiecto ceræ vocem significans
forma describitur), designare volens, quibus verbis atque nominibus ea quæ in
voce sunt adparerent, non dixit litteras, quod ad sonos etiam referri potuit
litterarum, sed ait quæ scribuntur, ut ostenderet de his litteris dicere quæ in
scriptione consisterent id est quarum figura vel in cera stilo vel in membrana
calamo posset effingi, alioquin illa iam quæ in sonis sunt ad ea nomina
referuntur quæ in voce sunt, quoniam sonis illis nomina et verba iunguntur. sed
Porphyrius de utraque expositione iudicavit dicens: id quod ait et quæ
scribuntur non potius ad litteras, sed ad verba et nomina quæ posita sunt in
litterarum inscriptione referendum, restat igitur ut illud quoque addamus, cur
non ita dixerit: sunt ergo ea quæ sunt in voce intellectuum notæ, sed ita earum
quæ sunt in anima passionum notæ, nam cum ea quæ sunt in voce res
intellectusque significent, principaliter quidem intellectus, res vero quas
ipsa intellegentia con- prehendit secundaria significatione per intellectuum
medietatem, intellectus ipsi non sine quibusdam passionibus sunt, quæ in animam
ex subiectis veniunt rebus, passus enim quilibet eius rei proprietatem, 3 sese
E 5 et F scriptas b se de? . quæ inscriptione T menbrana F proposita F illas Tl si T . medietatibus (pro pass.) T BOEZIO (si
veda) comment. II. quam intellectu conplectitur, ad eius enuntiationem
designationemque contendit, cum enim quis aliquam rem intellegit, prius
imaginatione formam necesse est intellectæ rei proprietatemque suscipiat et
fiat vel passio vel cum passione quadam intellectus perceptio, hac vero posita
atque in mentis sedibus conlocata fit indicandæ ad alterum passionis voluntas,
cui actus quidam continuandæ intellegentiæ protinus ex intimæ rationis
potestate supervenit, quem scilicet explicat et effundit oratio nitens ea quæ
primitus in mente fundata est passione, sive, quod est verius, significatione
progressa oratione progrediente simul et significantis seorationis motibus
adæquante, fit vero bæc passio velut figuræ alicuius inpressio, sed ita ut in
animo fieri consuevit, aliter namque naturaliter inest in re qualibet propria
figura, aliter vero eius ad animum forma transfertur, velut non eodem modo ceræ
vel marmori vel chartis litteræ id est vocum signa mandantur. et imaginationem
Stoici del PORTICO a rebus in animam translatam loquuntur, sed cum adiectione
semper dicentes ut in anima, quocirca cum omnis animæ passio rei quædam
videatur esse proprietas, porro autem designativæ voces intellectuum
principaliter, rerum dehinc a quibus intellectus profecti sunt significatione
nitantur, quidquid est in vocibus significativum, id animæ passiones designat,
sed hæ passiones animarum ex rerum similitudine procreantur, videns 4 intellegi
T (corr. T1) intellectio T Hæc T 8 quidem F quem actum F, actum supra lin. J,
s. actum supra lin. S2 oratione ego: oratio codices; oratio suprascr. s.
explicat S2, oratio explicat F significatione dei et post simul transponit F2
(E in marg.: aliter siue quod est verius significatione progrediente oratio
progressa simul et se signif. or. mot. adæq.) metibus S1, mentibus F1
transferetur T, corr. T2 17 vel om. F a om. S1 25 nitatur S^1 animorum SFE et
T^1 I c. 1. namque aliquis sphæram vel quadratum vel quamlibet aliam rerum
figuram eam in animi intellegentia quadam vi ac similitudine capit, nam qui
sphæram viderit, eius similitudinem in animo perpendit et cogitat atque eius in
animo quandam passus imaginem id cuius imaginem patitur agnoscit, omnis vero
imago rei cuius imago est similitudinem tenet: mens igitur cum intellegit,
rerum similitudinem conprehendit. unde fit ut, cum duorum corporum maius unum,
minus alterum contuemur, a sensu postea remotis corporibus illa ipsa corpora
cogitantes illud quoque memoria servante noverimus sciamusque quod minus, quod
vero maius corpus fuisse conspeximus, quod nullatenus eveniret, nisi quas semel
mens passa est rerum similitudines optineret. quare quoniam passiones animæ
quas intellectus vocavit rerum quædam similitudines sunt, idcirco Aristoteles,
cum paulo post de passionibus animæ loqueretur, continenti ordine ad
similitudines transitum fecit, quoniam nihil differt utrum passiones diceret an
similitudines, eadem namque res in anima quidem passio est, rei vero
similitudo, et Alexander hunc locum: sunt ergo ea quæ sunt in voce earum quæ
sunt in anima passionum notæ et ea quæ scribuntur eorum quæ sunt in voce, et
quemadmodum nec litteræ omnibus eædem, sic nec voces eædem hoc modo conatur
exponere: proposuit, inquit, ea quæ sunt in voce intellectus animi designare et
hoc alio probat exemplo, eodem modo enim ea quæ sunt in voce passiones animæ
SIGNIFICANT, quemadmodum ea quæ scribuntur voces DE-SIGNANT, ut id quod ait et
ea quæ 1 aliquis om. T, aliqui E feram S, speram S2FT ui§ (pro vi ac) SF speram
FT duum S2F2 sciamusque ego: sciemusq. codices mens om. T pass. animæ editio
princeps inscribuntur SFE eædem uoces codices enim modo F scribuntur ita
intellegamus, tamquam si diceret: quemadmodum etiam ea quæ scribuntur eorum quæ
sunt in voce, ea vero quæ scribuntur, inquit Alexander, notas esse vocum id est
nominum ac verborum ex hoc monstravit quod diceret et quemadmodum nec litteræ
omnibus eædem, sic nec voces eædem, SIGNVM namque est vocum ipsarum
significationem litteris contineri, quod ubi variæ sunt litteræ et non eadem
quæ scribuntur varias quoque voces esse necesse est. hæc Alexander. Porphyrius
vero quoniam tres proposuit orationes, unam quæ litteris contineretur, secundam
quæ verbis ac nominibus personaret, tertiam quam mentis evolveret intellectus,
id Aristotelem significare pronuntiat, cum dicit: sunt ergo ea quæ sunt in voce
earum quæ sunt in anima passionum notæ, quod ostenderet si ita dixisset: sunt
ergo ea quæ sunt in voce et verba et nomina animæ passionum | notæ, et quoniam
monstravit quorum essent voces SIGNIFICATIVÆ, illud quoque docuisse quibus
SIGNIS [“Words are not signs” – H. P. Grice] verba vel nomina panderentur
ideoque addidisse et ea quæ scribuntur eorum quæ sunt in voce, tamquam si
diceret: ea quæ scribuntur verba et nomina eorum quæ sunt in voce verborum et
nominum notæ sunt. nec disiunctam esse sententiam nec (ut Alexander putat) id
quod ait: et ea quæ scribuntur ita intellegendum, tamquam si diceret: sicut ea
quæ scribuntur id est litteræ illa quæ sunt in voce significant, ita ea quæ
sunt in voce notas esse animæ passionum, primo quod ad simplicem sensum nihil
addi oportet, deinde tam brevis ordo tamque necessaria orationis non est
intercidenda partitio, tertium vero quoniam, si similis significatio est
litterarum vo- 5 quo TE1 eædem F, eedem T quæ F aristotelen T 18 prius et om.
TE et b sunt om. SF primum? quidem quod b deinde quod b tamque] tamquam T esset
E2 I c. 1. cumque, quæ est vocum et animæ passionum, oportet sicut voces
diversis litteris permutantur, ita quoque passiones animæ diversis vocibus
permutari, quod non fit. idem namque intellectus variatis potest vocibus
significari, sed Alexander id quod eum superius sensisse memoravi boc probare
nititur argumento, ait enim etiam in hoc quoque similem esse significationem
litterarum ac vocum, quoniam sicut litteræ non naturaliter voces, sed positione
significant, ita quoque voces non naturaliter intellectus animi, sed aliqua
positione designant, sed qui prius recepit, ut id quod Aristoteles ait: et ea
quæ scribuntur ita dictum esset, tamquam si diceret: sicut ea quæ scribuntur,
quidquid ad hanc sententiam videtur adiungere, æqualiter non dubitatur errare,
quocirca nostro iudicio qui rectius tenere volent Porphyrii se sententiis
adplicabunt. Aspasius quoque secundæ sententiæ Alexandri, quam supra posuimus,
valde consentit, qui a nobis in eodem quo Alexander errore culpabitur. LIZIO
vero duobus modis esse has notas putat litterarum, vocum passionumque animæ
constitutas: uno quidem positione, alio vero naturaliter. atque hoc est quod
ait: et quemadmodum nec litteræ omnibus eædem, sic nec voces eædem, nam si
litteræ voces, ipsæ vero voces intellectus animi naturaliter designarent, omnes
homines isdem litteris, isdem etiam vocibus uterentur, quod quoniam apud omnes
neque eædem litteræ neque eædem voces sunt, constat eas non esse naturales, sed
hic duplex lectio est. Alexander enim hoc modo legi putat oportere: quorum
autem hæc primo- oporteret E 11 recipit S, corr. S2 quam Alexander in marg. S
vocum om. S1 . eædem v. codices hisdem S2F2TE hisdem SF2TE hæ codices rum NOTÆ,
eædem omnibus PASSIONES animæ et quorum eædem similitudines, res etiam eædem,
volens enim Aristoteles ea quæ positione significant ab bis quæ aliquid
DE-SIGNANT NATVRALITER segregare hoc interposuit: ea quæ POSITIONE (thesei, not
physei – Grice) SIGNIFICANT varia esse, ea vero quæ naturaliter apud omnes
eadem, et incobans quidem a vocibus ad litteras venit easque primo non esse
naturaliter significativas demonstrat dicens: et quemadmodum nec litteræ
omnibus eædem, sic nec voces eædem, nam si idcirco probantur litteræ non esse
naturaliter significantes, quod apud alios aliæ sint ac diversæ, eodem quoque
modo probabile erit voces quoque NON NATURALITER SIGNIFICARE, quoniam singulæ
hominum gentes non eisdem inter se vocibus conio quantur. volens vero
similitudinem intellectuum rerumque subiectarum docere NATVRALITER constitutam
ait: quorum autem hæc primorum notæ, eædem omnibus passiones animæ, quorum,
inquit, voces quæ apud diversas gentes ipsæ quoque diversæ sunt SIGNIFICATIONEM
retinent, quæ scilicet sunt animæ passiones, illæ apud omnes eædem sunt, neque
enim fieri potest, ut quod APVD ROMANOS “homo” intellegitur lapis apud barbaros
intellegatur, eodem quoque modo de ceteris 25 rebus, ergo huiusmodi sententia
est, qua dicit ea quæ voces significent apud omnes hominum gentes non mutari,
ut ipsæ quidem voces, sicut supra monstravit cum dixit quemadmodum nec litteræ
omnibus eædem, sic nec voces eædem, apud plures diversæ sint, illud vero quod
voces ipsæ significant apud omnes homines idem sit nec ulla ra- 1 animæ sunt
codices inchoatis T significas S1, signifitivas T colloquuntur b ait S, quod
ait TE (quod dei. E1?) apud om. F, add. F1 qui T modo quoq. F 29 apud ego: cum
apud codices fit F I c. 1. tione valeat permutari, qui sunt scilicet intellectus
rerum, qui quoniam naturaliter sunt permutari non possunt, atque hoc est quod
ait: quorum autem hæc primorum notæ, id est voces, eædem omnibus passiones
animæ, ut demonstraret voces quidem esse diversas, quorum autem ipsæ voces
significativæ essent, quæ sunt scilicet animæ passiones, easdem apud omnes esse
nec | ullratione, quoniam sunt constitutæ naturaliter, permutari, nec vero in
hoc constitit, ut de solis vocibus atque intellectibus loqueretur, sed quoniam
voces atque litteras non esse naturaliter constitutas per id significavit, quod
eas non apud omnes easdem esse proposuit, RURSUS INTELLECTUS QUOS ANIMÆ
PASSIONES VOCAT PER HOC ESSE NATURALES OSTENDIT, QUOD *APUD OMNES IDEM SINT, a
quibus id est intellectibus ad res transitum fecit, ait enim quorum hæ
similitudines, res etiam eædem hoc scilicet sentiens, quod res quoque
naturaliter apud omnes homines essent eædem: sicut ipsæ animæ passiones quæ ex
rebus sumuntur apud omnes homines eædem sunt, ita quoque etiam ipsæ res quarum
similitudines sunt animæ passiones eædem apud omnes sunt, quocirca quoque
naturales sunt, sicut sunt etiam rerum similitudines, quæ sunt animæ passiones.
H er minus vero huic est expositioni contrarius. dicit enim non esse verum
eosdem apud omnes homines esse intellectus, quorum voces significativæ sint,
quid enim, inquit, in æquivocatione dicetur, ubi unus idemque vocis modus plura
significat? sed magis hanc lectionem veram putat, ut ita 30 sit: quorum autem
hæc primorum notæ, hæ omnibus passiones animæ et quorumhæ similitudines, res
etiam hæ: ut demonstratio vi- 4 hæ codices animæ sunt codices quarum b: quorum
codices homines F, corr. F2 res quoq. b sunt F autem ovi.deatur quorum voces
significativæ sint vel quorum passiones animæ similitudines, et lioc
simpliciter accipiendum est secundum Her minum, ut ita dicamus: quorum voces
significativæ sunt, illæ sunt animæ passiones, tamquam diceret: animæ passiones
sunt, quas significant voces, et rursus quorum sunt similitudines ea quæ
intellectibus continentur, illæ sunt res, tamquam si dixisset: res sunt quas
significant intellectus. sed Porphyrius de utrisque acute subtiliterque iudicat
et Alexandri magis sententiam probat, hoc quod dicat non debere dissimulari de
multiplici æquivocationis significatione, nam et qui dicit ad unam quamlibet
rem commodat animum, scilicet quam intellegens voce declarat, et unum rursus
intellectum quemlibet is qui audit exspectat, quod si, cum uterque ex uno
nomine res diversas intellegunt, ille qui nomen æquivocum ÆQVIVOCVM GRICE dixit
designet clarius, quid illo nomine significare voluerit, accipit mox qui audit
et ad unum intellectum utrique conveniunt, qui rursus fit unus apud eosdem
illos apud quos primo diversæ fuerant animæ passiones propter æquivocationem
nominis. neque enim fieri potest, ut qui voces POSITIONE SIGNIFICANTES A NATVRA
eo distinxerit quod easdem apud omnes esse non diceret, eas res quas esse
naturaliter proponebat non eo tales esse monstraret, quod apud omnes easdem
esse contenderet, quocirca Alexander vel propria sententia vel Porphyrii
auctoritate probandus est. sed quoniam ita dixit Aristoteles: quorum autem hæc
primorum notæ, eædem omnibus passiones animæ sunt, quærit Ale- . suptiliterq.
SE 11 hoc dei. S2, om. F quod F: quo STEGN, quoque E2 dicit E2 voce eras, in F
utrique? 17 designat T quod T nomen S1 distinxerint T quos (suprascr. d) S, qui
(in marg. quod) T eas] is? demonstraret T pro porphirii E hæ codices I c. 1. x
and er: si rerum nomina sunt, quid causæ est ut primorum intellectuum notas
esse voces diceret Aristoteles? rei enim ponitur nome, ut cum dicimus “homo”
SIGNIFICAMUS (ROMANI) quidem intellectum, rei tamen nomen est id est animalis
rationalis mortalis, cur ergo non primarum magis rerum notæ sint voces quibus
ponuntur potius quam intellectuum? sed fortasse quidem ob hoc dictum est,
inquit, quod licet voces rerum nomina sint, tamen non idcirco utimur vocibus,
ut res significemus, sed ut eas quæ ex rebus nobis io innatæ sunt animæ
passiones, quocirca propter quorum significantiam voces ipsæ proferuntur, recte
eorum primorum esse dixit notas, in hoc vero Aspasius permolestus est. ait
enim: qui fieri potest, ut eædem apud omnes passiones animæ sint, cum tam
diversa sententia de iusto ac bono sit? arbitratur Aristotelem passiones animæ
non de rebus incorporalibus, sed de his tantum quæ sensibus capi possunt
passiones animæ dixisse, quod perfalsum est. neque enim umquam intellexisse
dicetur, qui fallitur, et fortasse quidem passionem animi habuisse dicetur,
quicumque id quod est bonum non eodem modo quo est, sed aliter ARBITRATVR,
intellexisse vero non dicitur. Aristoteles autem cum de similitudine loquitur,
de intellectu pronuntiat, neque enim fieri potest, ut qui quod bonum est malum
esse arbitratur boni similitudinem mente conceperit, neque enim intellexit rem
subiectam. sed quæ sunt iusta ac bona ad positionem omnia naturamve referuntur,
et si de iusto ac bono ita loquitur, ut de eo quod civile ius aut civilis in- 1
quod T causa S F dixerit b pro tamen: quidem T sunt E, corr. E2 quidem post
dictum F 10 nris STE (corr. S2E2) sint S præter T esse prim. F id S, cum id TE
(cum dei. E2) quidem (pro quod est) T quo S2F2: quod SFTE dicetur? si om. S1
ita om. F1 iuria dicitur, recte non eædem sunt passiones animæ, quoniam civile
ius et civile bonum positione est, non natura, naturale vero bonum atque iustum
apud omnes gentes idem est. et de deo quoque idem: cuius quamvis diversa
cultura sit, idem tamen cuiusdam eminentissimæ naturæ est intellectus, quare
repetendum breviter a principio est. partibus enim ad orationem usque pervenit:
nam quod se prius quid esset verbum, quid nomen constituere dixit, hæ minimaæ
orationis partes sunt; quod vero adfirmationem et negationem, iam de conposita
ex verbis et nominibus oratione loquitur, quæ eædem rursus partes sunt
enuntiationis, et post enuntiationis propositionem de oratione loqui proposuit,
cuius ipsa quoque enuntiatio, pars est. et quoniam ut dictum est triplex est
oratio, quæ in litteris, quæ in voce, quæ in intellectibus est, qui verbum et
nomen definiturus esset eaque significativa positurus, dicit prius quorum
significativa sint ipsa verba et nomina et incohat quidem ab his nominibus et
verbis quæ sunt in voce dicens: sunt ergo ea quæ sunt in voce et demonstrat
quorum sint SIGNIFICATIVA adiciens earum quæ sunt in anima passionum notæ. rursus
nominum ipsorum verborumque quæ in voce sunt ea verba et nomina quæ essent in
litteris constituta significativa esse declarat dicens et ea quæ scribuntur
eorum quæ sunt in voce, et quoniam quattuor ista quædam sunt: litteræ, voces,
intellectus, res, quorum litteræ et voces positione sunt, natura vero res atque
intellectus, demonstravit voces non esse naturaliter, sed positione per hoc
quod ait non easdem esse apud omnes, sed varias, ut est et quemadmodum nec 1
non recte F a ego add.: om. codices 8 quod om. T 15. 16 or. est F 16 postrem. in om. FE ea quæ FE positurus b: positurus
est codices sign. sint F eorum SFE litteras et voces? per om. SFT quod b:
quo///F, quo STE I c. . litteræ omnibus eædem, sic nec voces eædem. ut vero
demonstraret intellectus et res esse naturaliter, ait apud omnes eosdem esse
intellectus, quorum essent voces significativæ, et rursus apud omnes easdem
esse res, quarum similitudines essent animæ passiones, ut est quorum autem hæc
primorum notæ, scilicet quæ sunt in voce, eædem omnibus passiones animæ et
quorum hæ similitudines, res etiam eædem, passiones autem animæ dixit, quoniam
alias diligenter ostensum est omnem vocem animalis aut ex passione animæ aut
propter passionem proferri, similitudinem vero passionem animæ vocavit, quod secundum
LIZIO nihil aliud intellegere nisi cuiuslibet subiectæ rei proprietatem atque
imaginationem in animæ ipsius reputatione suscipere, de quibus animæ
passionibus in libris se de anima commemorat diligentius disputasse, sed
quoniam demonstratum est, quoniam et verba et nomina et oratio intellectuum
principaliter significativa sunt, quidquid est in voce significationis ab
intellectibus venit, quare prius paululum de intellectibus perspiciendum ei qui
recte aliquid de vocibus disputabit, ergo quod supra passiones animæ et
similitudines vocavit, idem nunc apertius intellectum vocat dicens: Est autem,
quemadmodum in anima aliquotiens quidem intellectus sine vero vel falso,
aliquotiens autem cui iam necesse est horum alterum inesse, sic etiam in voce;
circa conpositionem enim et divisionem est falsitas veri- . eædem v. codices
et] ut intellectus esse quarum b: quorum codices 6 hæc E Ar. : hæ Eet ceteri 8
animæ sunt codices aliud S: aliud est est aliud TE ait. quon.] quomodo E 22
perspiciendum S: persp. est S2FTE de om. SF disputauit S^F1TE 28 cui Ar. <p
cf. ed. I: cum codices 30 autem falsitas veritasq; veritas fals. ceteri SECVNDA
EDITIO tasque. nomina igitur ipsa et verba consimilia sunt sine conpositione
vel divisione intellectui, ut homo vel album, quando non additur aliquid; neque
enim adhuc verum aut falsum est. huius autem signum hoc est: hircocervus enim
significat aliquid, sed nondum verum vel falsum, si non vel esse vel non esse
addatur, vel simpliciter vel secundum tempus. Nome compiuto: Pietro Caramello.
Keywords: interpretare, peryermeneias, Aquino, blityri – blythyri SG blithyri
NT blythiri EF? (in
fine suprascr. S F)”. “signatiuis” “significativis” garalus garulus F. --
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,“Grice e Caramello, »
The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
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