LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO" A-Z B BO

 

Luigi Speranza -- Grice e Bondonio: la ragione conversazionale e il raziocinio conversazionale – scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia. filosofia italiana -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (Roma). Abstract. Grice: “When I was approached to deliver the lectures on aspects of reason and reasoning, I should have mentioned Bondonio!” Grice: “When I did some linguistic botanizing on this, I somehow underestimated that Italian form, ‘raziocinio’! The Italian word ‘raziocinio’ ultimately derives from the Latin verb RATIO-CINARI. This verb means ‘to reckon, compute, calculate; to deliberate,  meditate; to reason, argue, infer.’ The verb RATIO-CINARI itself is a compound formed from ‘ratio,’ meaning ‘reckoning, calculation,’ but also ‘judgment, rason. This term stems from the Latin ‘reri,’ meaning ‘to reckon, calculate, or also ‘to think, believe.’ -CINARI. This element is probably connected to ‘conari,’ meaning ‘to endeavour, to try.’ Therefore ‘raziocinio’ encapsulates the idea of ‘logical and methodical reasoning, or ‘the process of logical reasoning,’ derived from the Latin verb reflecting these actions. -cinor is a suffix generally thought to derive from cano – to sing, to recite. Cfr. Vati-CINOR, sermo-CINOR. Ratiocinate first appears in 1643 in the writings of DIGBY. Grice: “Warnock and I would argue that -CINOR – given that RATIO-CINOR is modelled after VATI-CINOR – is redundant, or otiose!” Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio.  tw ro3''2o-!S6i> SULL’IMPORTANZA DEL RAZIOCINIO: STUDIO STORICO-CRITICO Brignolo. AL MIO INSIGNE MAESTRO VALDARNINI (si veda), PROFESSORE DI FILOSOFIA A BOLOGNA QUESTO SAGGIO DEDICO IN SEGNO DI VERO AFFETTO E DI PROFONDA GRATITUDINE. Che un uomo sappia più (l’un altro nasce quasi unicamente (la questo, che no deduca più conseguenze dell’ago dagli stessi principi. Eosmiki. Il Lizio nei Primi Analitici da del sillogismo una definizione che si può applicare cosi al ragionamento deduttivo come all’induttivo, quantunque per solito lo contrapponesse all’epagoge, vera e propria induzione. Nel Medio Evo e nei tempi moderni, presso i filosofi inglesi, prevalge il criterio eh come espressione esclusiva della ecuzi «he è auel però considerata la natura del raziocinio, che è quel procedimento della mente con cui essa per' iene a conoscere e ad affermare la convenienza ° «a npugnK» di due idee mediante una terza idea, 1 * °, forma (ondamentale di ogni argom^o^S^» poi la sua struttura, esso è la forma ttp» 4MgJ argomentazione deduttiva. Sotto questo duplice aspetto ci proponiamo di studiare il sillogismo. Mettendone in rilievo il vero valore, e combattendo le obiezioni mos- segli da alcuni filosofi. Esporremo prima brevemente le dottrine espresse dai filosofi di ogni età intorno all’importanza del raziocinio, senza addentrarci in minute discussioni, accontentandoci di esporre come la teoria sillogistica siasi costituita, quale importanza le abbiano attribuito i filosofi posteriori al Lizio, in che modo infine alcuni di essi si siano ribellati alla dottrina del Lizio, ed altri nell’età moderna abbiano preteso di rifare e migliorare l’opera del più grande filosofo della Grecia. Esamineremo e combatteremo poscia le obiezioni mosse contro il raziocinio, per venire quindi a stabilirne la reale importanza come mezzo efficace all’acquisto di nuove conoscenze; pregio che non gli può disconoscere se non colui il quale nega le idee universali ed ogni inferenza da esse. Il Raziocinio in Aristotele. Il raziocinio ha avuto precedenti? Ecco la domanda che prima si affaccia alla mente di colui che voglia studiarne un po’addentro la storia. E il pensiero corre spontaneo a coloro i quali per primi parvero seguire certe norme nei loro ragionamenti, cioè ai sofisti. Ma ben tosto il LIZIO colla sua opera Hspì .oywuoC vi è?, È7ray©y?i; (2). Si può muovere dal principio e dalla legge al fatto, o dal fatto alla legge ed al principio. Nel primo caso si ha il sillogismo vero e proprio o deduzione. Nel secondo l'induzione: processi opposti fra loro, sebbene, dice il LIZIO, l’induzione si possa formulare in sillogismi che sono perciò la forma elementare del ragionamento. Ma in che cosa differisco il sillogismo del LIZIO dalla divisione dell’ACCADEMIA? È questo un punto da chiarire prima di procedere alla esposizione della dottrina del LIZIO. Dopo aver esposto il suo metodo di dimostrazione, il LIZIO dice che la divisione per generi è « puy.póv 3* f trf P £0v . ewévvj; pcQtóou » cioè del metodo al Apistico, e serve a scoprire le relazioni delle essenze Arist., Anal. Post.' I. 1S. Arist, Anal. Pr., II. 03 ’ Arist., Anal. Post., I.~30 fra loro. La divisione ha due gravi difetti: 1° di supporre in luogo di dimostrare, e di cercare arbitrariamente una delle due alternative della divisione stessa; 2° di prendere per medio il termine più generale. Essa è quindi un sillogismo impotente, che fa non una dimostrazione ma un’ipotesi, e conclude sempre un termine più esteso di quello che si tratta di concludere. Nelle dimostrazioni regolari si scende dal termine maggiore al medio, meno esteso. Nella divisione, al contrario, si prende sempre l’universale per termine medio. Per citare un esempio. Se si deve PROVARE CHE l’uomo è mortale, la divisione platonica stabilisce prima che ogni animale è mortale o immortale. Aggiunge, poi, che l'uomo è animale e conclude: che l'uomo è mortale O immortale » il che NON è punto ciò che si vuole provare. La divisione ci dice solo in questo caso che l’uomo è mortale O immortale. Che sia mortale è solo un’IPOTESI, NON già una CONCLUSIONE dimostrata. Oltre di ciò, “mortale O immortale” è *più esteso* di “mortale” solo. L’errore che falsa il metodo della divisione è la scelta del termine medio, il quale non può essere se non una specie del termine maggiore o un attributo della conclusione -- onde la divisione del genere in specie, non essendo che una parte del metodo sillogistico, richiede un compimento. Vi è una divisione della specie in generi, ed una divisione del genere nella specie, e queste due divisioni  Arist. - Anal. Post., IT. 5 e segg. - Ami Post., Aliai. Pr. I. 31. (2) Arist., Anal. Pi’., I, 1- frr? ijjr,p m sw A r r?r p poste alcune cose, da esse deriva qualcosa di diverso da ciò che esse sono. Il sillogismo consta perciò di tre termini; il medio e due estremi, uno maggiore e l’altro minore. O, se vogliamo, DUE PREMESSE collegate tra loro in modo da avere in comune il termine medio, e da farne SEGUIRE PER NECESSITÀ una terza proposizione che vi era inclusa. Il termine medio poi non ha sempre la stessa relazione verso gli estremi: perocché o esso è contenuto nel maggiore e comprende il minore (1* figura); o comprende sotto di sè il maggiore e il minore (2* figura); o infine è compreso sotto il maggiore e il minore (3“ figura). Onde la 1* figura soltanto è perfetta e vale tanto per le conclusioni affermative quanto per le negative; la seconda e la terza per lo contrario sono imperfette, perchè quella conclude solo negativamente, questa solo particolarmente. IJ_ congegno del Sillogismo è dunque riposto nel nesso triHe premesse "e ciò che ne segue, e nella necessità ai tale lega me. Ma poiché vi sarebbe connessione anche se le premesse fossero false, purché la conclusione nascesse necessariamente da quelle, così distinse il Sillogismo dalla Dimostrazione o Apodissi, che richiede la verità delle proposizioni sulle quali si fonda. II vero e proprio Sillogismo è lo scientifico e dimostrativo, che deduce la conclusione da cause vere e proprie, e, per valerci delle sue parole, « TsXsiov w.èv oùv [xaXw] t I- r'i' nix. 7730 Tac 7 JCOV. bsso è la forma per eccellenza del ragionamento,  Arist. — Anal. Pcst., II, 2. il più perfetto istrumento per la scoperta e l’esposizione della verità, perchè risponde alle condizioni dell'esistenza reale, esprime il procedimento della natura, che va dal genere alla specie. La forma del ragionamento ha la sua ragione nel contenuto suo; il Sillogismo risponde alla natura dell’essere. Il Sillogismo è l’unione di due termini per mezzo di un terzo; si cerca se un tal predicato conviene o no ad un soggetto. Per risolvere la questione, si va in traccia di un termine medio e lo si paragona successivamente con ambo i termini, e secondo i rapporti di convenienza o sconvenienza che presenta.con essi, si conclude alla'convenienza o sconvenienza dei due termini estremi. Onde il Sillogismo dimostra sempre alcunché di una cosa, « ó >J.h -z: 7uUoy-.7y.ò; rò zztz rivo; Ss’utvufft Az rovi pW'j (1) ». Ogni dimostrazione è pertanto un «truUoyt- C \jM s-« 7 T 7 ip.ovaó;  » e col semplice Sillogismo è in questa relazione : « ‘h p-sv yà? wnoywua; rt;, ó criAT.oys'jp.ò; àz où r.y.'jy. x-ooì'.C'-S (o). » Non occorrendo qui di fare una minuta esposizione della dottrina logica di Aristotele, sorvoliamo su tutto ciò che si riferisce alla costruzione del Sillogismo alle sue figure, a’ suoi modi, alla maniera di ridurlo a suoi elementi ed alle sue forme rigorose (4). noi basta di studiare quei punti della dottrina dello Staggita, dai quali apparisce qual conto egli facesse de (1) Arist.  Anni. Post., II, 6.  Arist.  Anal. Post, I, 2.  Cfr. S l’espo!iz!Òne > fattar!o da B. du ?T den a ^^ t . = ^ « ElemeBta Logict l 2 Ari‘stoteleae »'e specialmente i pavagr. 20-21 e 33-36. X — 14 ! o iaJL Raziocinio ; e ci fermiamo innanzi lutto sui capitoli nei quali parla della ricerca del termine medio (1). Ciò che Aristotele dice in essi ci dimostra che egli riguardava il Raziocinio non solo come un semplice modo di esposizione formale, ma anche come un istrumento di scoperta. Altrove, nei Topici, confrontando l’induzione colla deduzione aveva detto: « .Vrt Ss yj :piv è-3ty 5 6 15.  > Arist.  Topici I, 10.  15  essenziali dagli accidentali, i veri dai probabili ; prenderli universali, perchè non v’ha Sillogismo senza universali; l’universalità poi dovrà essere nel soggetto, non nell’attributo. Questa ricerca non è semplice analisi di linguaggio; e per Aristotele il termine medio non importa per sè, ma per ciò che rappresenta. I veri termini del Sillogismo aristotelico non sono, come avverte un illustre critico, « nè le proposizioni, nè i termini, ma i fatti e le leggi, o meglio, le idee che realizzano negli individui i progressi della natura in moto verso Dio (1) ». Aristotele conclude i suoi precetti sulla ricerca del termine medio con queste parole: « -y.~ u.i'i ò.r/y.’ tz; -spi è/AKSiplzi is-tl jt xpxàoijvxi; » i principi di ogni scienza non ci possono essere dati che dall’esperienza, ma una volta conosciuti la dimostrazione sillogistica s’incarica di mostrarne i rapporti. Negli Analitici Primi Aristotele analizza il Sillogismo in sè, negli Analitici Posteriori ne mostra l’applicazione alla scienza-e studia in qual modo lo spirito arriva a conoscere qualche cosa cou certezza. Il primo principio che pone lo Stagirita e che serve di fondamento all’intiera sua teoria è che ogni apprendimento intellettuale proviene da una conoscenza anteriore; ce ne possiamo convincere con l’esame dei metodi che seguono le varie scienze. La Logica procede per Sillogismo e per Induzione, l'uno partente da principi universali, accordati, l’altra dal particolare evidente di per se stesso (2). E come 1 Induzione è quella forma di ragionamento per la quale dall esame (1) Janet e Séailles — Histoire de la pHlosophie. (2) Arist., Anal. Post., I Cfr. anche Saint-Hilaire, « De la logique d’Aristote » Voi. I, pag- 277 e segg. o confronto di più casi osservati si sale ad un principio generale, che comprende non i soli casi osservati ma anche altri i quali hanno con quelli somiglianze e comunanza, così la Deduzione è qualunque forma di ragionamento riducibile a quello schema da lui chiamato Sillogismo. Sapere una cosa in modo vero e stabile, non accidentale e sofistico, è conoscere la causa di questa cosa, che la fa essere tale quale è senza che possa essere altrimenti: l’unico mezzo di sapere così le cose è il «zuXXoywy.ò; èmcrryipovarf;. E però la Dimostrazione deve di necessità partire da principi più cogniti che non sia la conclusione; devono essere veri, primitivi, immediati, anteriori alla conclusione e da essi come da causa quella deve dipendere (1). Posto quindi che la scienza dimostrativa deve discendere da principi necessari e che le cose in sè sono quelle ' essenzialmente necessarie, ne segue che il Sillogismo dimostrativo deve derivare da cose in sè. Alla fine degli Analitici Primi Aristotele si fa a ricercare come si formano neH’intelligenza i principi che servono di base così alla Dimostrazione come al Sillogismo; o afferma che i concetti universali non si possono ottenere sillogizzando, ma si acquistano con l’Induzione- « Il compito di fornire i principi sui quali si fonda la Deduzione, egli dice, spetta all’osservazione dei fatti particolari che costituiscono il campo di ricerca di ogni scienza. Così per quel che riguarda l’astronomia tale compito spetta alle osservazioni astronomiche ; perocché non si potranno fare deduzioni circa determinati fenomeni celesti, finché essi non siano stati  Arist.  Anal. Post., I, 2. (2) Arist.  Anal. Post., I, 6. Sì . _.L . convenientemente analizzati e compresi. Lo stesso vale per tutte le altre scienze ed arti, nelle quali si potranno presto trovare le dimostrazioni quando siano stati studiali a dovere i fatti cui esse si riferiscono (1) ». Tale dottrina egli applicò per quanto si poteva ai tempi suoi nei libri naturali, politici e morali. Poiché credeva fermamente che non v'è universale senza Induzione, nò Induzione senza il Senso (2), l'Induzione prepara il Sillogismo, la cui funzione consiste nel termine medio, scoperto appunto dall’Induzione (3). E perchè somministri concetti generali e sia vera l'Induzione, che è preceduta.dal senso, dall'osservazione e dall'esperienza, deve considerare tutti gli individui di una data specie e ricavarne i caratteri essenziali, comuni e costanti. L’argomentazione deduttiva poi ha il compito di ridurre ciò che è incerto al massimo grado di certezza; essa serve ad assicurare della verità di proposizioni solo probabili, collegandole ad altre sulle quali non si può sollevare alcun dubbio, allo stesso modo che nelle matematiche si confermano le proprie asserzioni coi primi principi matematici indiscutibili, di evidenza immediata. Questa è la dottrina dello Stagirita, con la quale pose e risolse una delle più grandi questioni, che agitò tutto il Medio Evo e formò l’oggetto della filosofìa dei secoli XVIII 0 e XIX 0. Da queste poche considerazioni apparisce chiaramente che la Sillogistica aristotelica è ben lontana dal vuoto Arist.  Anal. Pr„ I, 30. Ed AQUINO (vedasi) più tardi disse: « Impossibile est speculari universalia absque inductione. » Arist. — Anal. Post., I, 18 e II, 19. (1) Saint-Hilnire - De la logique d’Aristote. formalismo, prevalso più tardi in coloro i quali si dissero seguaci del grande filosofo. Perocché egli ammette che la dipendenza dei concetti espressa nel sillogismo rispecchia la dipendenza causale della realta; e.quantunque molto oggi occorra sfrondare dalla sua Sillogistica, rimane però fermo, come osserva giusta?- mente il Masci, il principio che ogni dimostrazione è dall’uiiiversale, « vi piv ò-óonc,i' ex toù xafloXoo. » Tutte le specie di prova prendono valore dai principi, dalle leggi, dagli assiomi, cioè da proposizioni aventi valore universale; e su di esse si fondano tanto il Sillogismo deduttivo (apodittico), quanto l’ó èq Ì7raY&>Yvi; du^Xo^w’po;, che Aristotele ammise esplicitamente nei Primi Analitici e che non avrebbe valore, se non avesse alcun fondamento il principio di causa. Perciò il procedimento di sussunzione è essenziale nel Sillogismo, e la figura che lo rappresenta è fondamentale. Soltanto bisogna tener presente che la sussunzione quantitativa non è la vera, e che sono legittime tutte le forme di ragionamento che rannodano una conseguenza ad un principio. Questa è l’importanza attribuita da Aristotele al Sillogismo. Altri discuta sul valore della sua logica: a noi basta far rilevare che egli non solo coordinò materiali già esistenti, ma in gran parte anche creò; onde dobbiamo riconoscergli pienamente il diritto, che si arroga egli stesso, di invocare « riconoscenza per tutte le scoperte fatte. » È suo vauto l’aver dato la teoria compiuta del Raziocinio, dettando quelle Arist. Anal. Pr., Masci, Elementi di filosofia – Logica. Tennemann  Storia della Filosofia. Arist.  Elenchi Sopii., cap. XXXIII. regole che durano anche oggidì con la costante tradizione di ventitré secoli; egli conobbe per primo il Sillogismo ipotetico, e, rilevato il valore dell’Induzione, osservò che in fondo ogni ragionamento conclusivo è sillogistico, e ridusse a tal forma l’Esempio, l’Obiezione, l’Abduzione. l'Entimema e l’Induzione stessa, giacché in essa l'illazione è la stessa premessa •maggiore del Sillogismo deduttivo, e il termine medio è lo stesso soggetto dell’illazione risoluto nelle sue specie A coloro poi i quali sostengono che Aristotele ha latto solo della logica applicata, eccettuata la dottrina delle tre figure, poiché per la Dimostrazione si è occupato del necessario, che la logica pura non deve conoscere, e pel Sillogismo si è occupato della modalità delle proposizioni, di cui la logica pura non si deve interessare, non sappiamo far cosa migliore che ripetere le parole del Saint-Hilaire: « Ce répoche n’est pas jusie, et l’exemple de Kant qui n a pas exclu la modalité de sa logique, toute pure qu’elle est, devait ótre un avvertissement suffìsant. Il est vrai •qu’on blàme Kant tout aussi bien qu’ Aristote. Mais pourquoi veut - on proscrire la modalité de la théorie du syllogisme? Parce qu’ elle fait entrer, dit-on, la malière de la pensée dans un science qui ne devrait, s’enquerir qua des formes. Si ceci etait exact, il faudrait en effet que la logique s’abstint de toute •recherche sur les modales, et qu’ elle dit avec M. Hamilton, parodiant une sorte de proverbe scholastique: -De modali non gustabit logicus. Aristotele intravide del pari la quarta figura sillogistica. Anal. Pr. I, 8. Il f^azioeinio dopo Aristotele. Dopo Aristotele la teoria del Raziocinio non andò soggetta a notevoli cambiamenti; quel che mutò ne fu il senso, perchè la logica andò scostandosi a poco a poco dalla ontologia per avvicinarsi alla grammatica. Teofrasto, amico di Aristotele e continuatore dell’opera sua, aggiunse ai quattro modi della prima figura cinque modi indiretti; più tardi Galeno, a detta di Averroè, svolse una quarta figura del Sillogismo. Innovazione importante fu il maggiore sviluppo dato al Raziocinio ipotetico, al quale del resto già aveva alluso lo stesso Aristotele. Ad ogni modo, Boezio ne attribuì a Teofrasto e ad Eudemo la scoperta, e a sè il merito di averne dato per primo la teoria (2). Gli Stoici si occuparono molto della Logica, che ritennero importantissima, sia per l’educazione dello spirito, sia per la dimostrazione della verità; essi ridussero però il Sillogismo ad una forma puramente grammaticale, e trattarono solo dell’apodittico, perdendosi a ricavare dai cinque modi semplici un’infinità di altri non sera- W « IloXÀo: ciz v.a.'. értpoi jrspaivovrai si; ù~o6sccco; ou; èn’T/.vltxvGxi ùz~. /.ai /.«0apw;. » Anal. Pi\, I, 33.  Theophrastus vero vir omnium doctrinae capax renani tantum suramas exquiritur; Eudemus latiorem docendi gra- ditur viam, sed ita ut voluti quaedam seminarla sparsisse, nullum tamen frugis videatur extulisse proventum ». (Boezio - De Syllogismo hvpotetico, pag. GOG). plicij come ebbe ad avvertire Cicerone (1). Gli Scettici infine, con Pirrone di Elide, ammisero che nè con la ragione, nò coi sensi, ci è dato di conoscere le cose; e siccome non possiamo affermare alcun predicato di nessuna cosa, ognuna dev’essere indifferente per noi. Qual conto facessero gli Scettici del Raziocinio apprendiamo dalle Iluppovjìa-. ‘Vjro-ujrwffst; di Sesto Empirico, il quale lo considerò nè più nè meno che un circolo vizioso. Sia data ad esempio la proposizione « Puomo è animale », dice egli; l’afl’ermazione è confermata dalle proposizioni singolari per Induzione; e se si trova un caso solo contrario agli altri, la proposizione universale non è più vera. Quando pertanto diciamo: « Ogni uomo è animale, Socrate è uomo, dunque Socrate è animale » e dalla proposizione universale vogliamo derivarne una particolare, cadiamo in un modo vizioso di prova. L’Induzione poi, afferma Sesto Empirico, come quella che dai casi particolari vuol giungere all’universale, è anche più impugnabile: poiché se si percorreranno solo alcuni casi essa non sarà fondata, potendo benissimo accadere che un caso particolare lasciato a parte si riscontri poi contrario all’universale; se poi si vorranno percorrere tutti i particolari si intraprenderà una operazione impossibile, essendo essi infiniti e non circoscritti entro alcun limite (3). Concludendo, Sesto Empirico, sia nelle Ipotiposi Pirroniane, sia nell’altra sua opera IT?ò; p-kQ/i- jA«moó?, sostenne che nessun sillogismo, nè alcuna catena di sillogismi varrà mai a farci acquistare alcuna  Cicerone  Topici, Fiorentino, Storia della Filosofia. Sesto Empirico — Pirroniane Ipotiposi, II - 14. cognizione nuova, e che la Deduzione non è la forma tipica del ragionamento, ma un artifìcio degno dt sofisti, per celare altrui la nostra ignoranza. In tal modo Sesto Empirico fu il primo a levar la voce contro- il valore del Raziocinio: altre e più gravi accuse ad esso muoveranno i filosofi delle età posteriori. É inutile fermarsi a parlar degli Eclettici (1), che non produssero nulla dimuovo nella dottrina sillogistica, nè di Galeno, al quale, come già dicemmo, fu attribuita la scoperta della 4* figura; nè vale la pena di discorrere di Apuleio e di Boezio, il quale fu 1 autore della teoria intorno al Sillogismo ipotetico (2). Che cosa aggiunsero o innovarono gli Scolastici nella teoria del Raziocinio? Il Prantl osserva che « intuito il Medio Evo non un autore produce da sò un pensiero suo proprio, ma tutta la coltura di quel tempo è dipendente ed è determinata dall’ambito del materiale tradizionale che trova (3) ». Per più di cinque secoli infatti lo studio della sillogistica, tale quale era stato creato da Aristotele, divenne generale; esso fu coltivato da Arabi e Cristiani. Unico merito di quell'età fu di avere inventato quella terminologia ingegnosa, che con l'uso di lettere e di parole facilitò l’apprendimento della Sillogistica. Michele. Pseilo nel 1020 scrisse un compendio della Logica Aristotelica, il quale tradotto da Guglielmo Shyreswood e da Pietro Ispano servì come testo alle scuole di filosofìa dell'Oc- (1) Cfr. a questo proposito Saint-Hilaire « De la logique d’Aristote, cap. G-10, Voi. ri. *.quod. igitur apud scriptores graecos perquam rarissimos strictim atque confuse, apud latinos vero nullos reperì * (De Syllog. hypot., pag. 606). Ob Prantl Storia della filosofia in Occidente. cidenle. Le surriferite parole del Prantl però non vanno prese in senso troppo assoluto; chè quantunque la Scolastica abbia seguito in generale la tradizione e la sapienza filosofica antica, non mancarono però pensatóri i quali tentarono altre vie, precorrendo in certo qual modo l’avvenire. Il primo e il più grande fra tutti fu Ruggero Cacone, che levò la voce contro la validità della Deduzione, e magnificò oltremodo l’Esperienza, tanto che lo si può dire 'il'vero precursore dello sperimentalismo. Egli che esperimentò ed osservò, per quanto i tempi lo consentivano, scrisse nell’ Opus Maius che « Duo sunt modi cognoscendi, scilicet per argu mentum et éxperimentum . Argumentum concludit et facit nos concludere quaestionem, sed non certificat neque removet dubitationem, ut quiescat animus in intuitu veritatis nisi eam invenit via expe- rientiae ». E più oltre: « Ciò è manifesto nelle matematiche, dove potentissima è la dimostrazione. Chi volesse dimostrare, senza esperienza, che un triangolo è equilatero, egli non sarà pienamente persuaso finché non veda ciò per esperienza, vale a dire per l’intersezione di due circoli tracciati con un raggio eguale alla linea data, dalla quale intersezione si conducono due linee agli estremi della linea data  »• Infine: « Sine experientia nihil sufficienter sciri potest... haec sola scientiarum domina speculativarum. Egli intraprese la riforma del metodo scientifico, e unendo in felice accordo l’esperienza col ragionamento, aprì la via ai rinnovatori del metodo sperimentale com- R. Bacone — Opus Maius, Pars IV, cap. I. Cfr. A. V aldarmm « Il Metodo Sperimentale da Aristotele a Galileo ». pag. 12. (2) R. Bacone,Op. M.] prensivo. Perocché Bacone matematico ed astronomo riconobbe l’influsso della luna sulle maree, intuì l’attrazione universale, ebbe forse l’idea del cannocchiale, e molte delle moderne scoperte divinò in modo meraviglioso. E se errori anche volgari, inevitabili in quei tempi, non mancano nelle sue opere, le divinazioni meravigliose e le importanti scoperte attestano la potenza della mente di lui, che per tal rispetto può considerarsi come anello mediano che unisce Aristotele con Leonardo da Vinci, con Francesco Bacone da Verulamio e con Galileo. Ma le massime dottrine del monaco inglese furono allora soffocate dall’autorità del dogma e della scuola; prima che potessero farsi strada, occorreva che da un lato la Riforma, dall’altro il Risorgimento classico rinnovassero le coscienze e la Scienza. Il Pelrarca ed il Boccaccio furono tra i primi a scagliarsi contro gli Aristotelici. Il cantore di Laura se la prendeva in modo speciale con la sillogistica, pur ammirando altamente l’ingegno sovrano dello Stagirita. « Oh ! costoro, perchè sono tanto diversi dal loro maestro? » diceva egli parlando dei sillogizzanti filosofi suoi contemporanei. « Come non ridere, esclamava, di quelle meschine conclusioni, con le quali cotesti dotti infastidiscono sé e gli altri, e consumano la vita intera in tali inezie a quella inutili e perciò dannose? » « Se già vecchi, egli concludeva, non sappiamo ancora staccarci dalla scuola dialettica che ci divertì da fanciulli, vuol dire che forse ci piacerà ancora andare a cavalcioni sopra una canna e farci di nuovo d ondolare nella culla dei bambini. (1) » Gli (1) Petrarca — Epistolae de rebus familiaribus I, G-9 - Traduzione del Fracassetti.Umanisti della corte dei Medici andarono anche più innanzi: cercarono di diminuire i meriti e l’autorità dello Stagirita, pretendendo fra l'altre cose, di trovare in Platone le tre specie di Sillogismo. Lorenzo Valla nelle sue Dialecticae Disputaliones avvicinò la Logica e la Retorica, e combattendo Aristotele, gli contrappose Platone, Cicerone, Quintiliano « Quominus, scriveva egli, ferendi sunt recentes peripatetici qui interdicunt libertate ab Aristotele dissenfiendi, quasi sophos hic noster philosophus et quasi nemo hoc antea feceri. Anche Cicerone, aggiunge Valla, da la palma della filosofia a Platone, « quare, conclude, illis contemplis ac spretis, si quae sunt, quae quarn in Aristotele melius dici possent, ea tentabo ipse melius dicere ». Il primo però, che in Logica tentasse la riforma d 1 cui si sentiva universalmente il bisogno, fu Pietro Ramo, il quale nelle Animadversiones in Dialecticam Aristotelis, biasimò gli ammiratori esagerati dello . Stagirita, ai quali, del resto, contrappose 1 esempio stesso del loro maestro, che senza rispetto alcuno per l’antichità cercava liberamente il vero. Atteggiandosi a riformatore della Dialettica il Ramo afleimò che bisognava prendere la natura per guida; ma poi poco coerente a se stesso chiamò il Sillogismo « unica veritatis exsplorandae via, ed in sostanza alla Logica antica non seppe contrapporre altro che un miscuglio 1 Retorica attinta alle opere di Cicerone e di Quintiliano • In Italia Telesio e Campanella intravidero al di là della Logica il metodo; chè anzi il primo di essi sosteneva nell’opera sua che bisogna stai e a a e. 1 Valla  Dialecticae disputationes - Praetatio.monianza dei sensi e si propose di guardare solo nei fatti, non in altro e di riconoscere per fonte unica d'ogni sapere il senso: concepì in sostanza una Fisica perfettamente induttiva. Così pure in Inghilteria Gilbert per scrutare i segreti della natura dava il primato all'esperienza, e dalla percezione dei sensi risaliva alle cause dei fenomeni, ed ai sensi univa l’aiuto della ragione, necessaria, secondo lui, a far progredire ogni scienza. E da noi ancora l’illustre filosofo naturalista Andrea Cesalpino faceva il più gran conto dell’esperienza, e ai vani sillogismi della Scolastica opponeva un metodo composto di tre processi mentali distinti: l’Induzione, la Divisione e la Definizione. Ma tutti costoro furono preceduti da un altro uomo dì sommo ingegno, Leonardo daVinci,ilquale dotalo di straordinaria penetrazione espresse qua e là nelle sue opere scientifiche sentenze che per la loro profondità oltrepassano il suo secolo. « L’esprit géome- trique, dice di lui il Venturi, le guidoit par tout, soit dans l’art d’analyser un objet, soit dans l’enchàinement du discours, soit dans le soin de généraliser toujours ses ideés. Per ciò che si riferiva alle scienze naturali, egli non era mai soddisfatto di una proposizione, se non l’aveva verificata con l’esperienza; pensava che innanzi tutto conviene fare qualche esperimento e che nella ricerca dei fenomeni della natura bisogna osservare il metodo. La natura comincia, e \eio, col ragionamento, e finisce con l’esperienza; dod a; Telesio  Prefazione all’opera  De reruin natura mxta propria principia ...Venturi, Essai sur les ouvrages scientifiques de Vinci, pag. 4. importa; a noi, secondo Leonardo da Vinci, conviene prendere la via opposta; perchè l’interprete degli artifici della natura è l'esperienza. Bisogna quindi consultare quest’ultima, e variarne le circostanze, finché noi ne abbiamo desunte regole generali; esse poi ci. dirigono nelle ulteriori ricerche. Così scriveva Leonardo da Vinci un secolo prima di Francesco Bacone. Del resto il metodo del Vinci, come avverte giustamente il Val- darnini, fu scientifico e comprensivo,nonescludendola ragione e l’applicazione della matematica nello studio della natura. Egli riconobbe infatti l’armonia tra l’Esperienza e il Raziocinio, ed affermo esplicitamente che « Chi si promette dalla sperienza quel che non è- in lei si discosta dalla ragio. Ma la via per la quale la scienza doveva fare grandi e così rapidi progressi fu trovata da Galilei,, il sommo nostro scienziato. Prima ancora del Novum Organum di Bacone, e del Discorso sul metodo di Renato Cartesio, Galileo praticò largamente il metodo sperimentale induttivo, i cui punti fondamentali sono dal Magalotti espressi nella Prefazione ai Saggi di Naturali esperienze dell'Accademia del Cimento.' Essi sono in ordine progressivo: 1 c somme verità degli assiomi naturali che stanno ne l’anima; 2° la geometria; 3° l'esperienza; 4 il ragionamento che la guida; 5° il confronto delle espenenze dei dotti per conoscere da questi, provando e riprovando, la verità. In tal modo fu novatore rispetto alla filosofia medievale, perchè diede giance \aore 1) Yaldarniui - ; itaque spes est una », concludeva, « in inductione vera. Nè basta; chè altrove aggiungeva: « Nullo modo fieri potest, ut axiomata per argumentationem constituta ad inventionem novorum operum valeant; quia subtilitas naturae subtilitatem argumentandi multis partibus superai. Sed axiomata a particularibus rite et ordine abstracta, nova particularia rursus facile indicant et designant; itaque scientias reddunl activa. Nel* introduzione al De Augmenlis scientiarum rimproverava alla logica antica di essersi solo occupala del Raziocinio; e per reazione respingeva assolutamente la dimostrazione sillogistica. Per tutte queste considerazioni egli lasciava al Raziocinio piena giurisdizione « in Artes populares et opinabiles, tamen ad Naturam rerum inductione per omnià, et tam ad maiores propositiones quara ad minores ulimur; induci Bac. Nov. Org., Aph . Bac. Nov. Org.. I Api»  . Bac. Nov. Org., I Aph 12, (Il Bac. Nov. Org., I Aph U •ó) Bac. Nov. Org.. I Aph, 24. Bac. De Augmentis scientiarum Disp. part. ctionem censemus eam esse demonstrandi formam quae sensum tuetur, et Naturarci premit, et operibus imminet ac fere immiscetur ». Come Aristotele si sforzava di provare che in ogni moto dei corpi vi è alcunché che sta in quiete, e introduceva elegantemente la favola di Atlante, il quale diritto sulla persona reggeva il mondo, così, diceva Bacone, gli uomini desiderano ardentemente di avere un punto che regga i fluttuanti moti del pensiero, temendo che essi abbiano a precipitare, « nescientes profecto eurn qui certa nimis propere captaverit, in dubiis finiturum; qui autem iudicium tempestive cohi- buerit. ad certa perventurum. Riassumendo, Bacone attribuì al Raziocinio due difetti principali: 1° Esso non permette di arrivare ai principi, e'anche le sue premesse il più delle volte riposano sull’Induzione. 2° La Deduzione non è in rapporto con la sottigliezza della natura, e non può convenire se non alle scienze popolari. Non va però dimenticato che Bacone non disdegnò in modo assoluto gli assiomi razionali, e proclamava la necessità di unire il discorso con l’esperienza. « L’uomo, egli ebbe a dire, ministro e interprete della natura, tanto conosce ed opera, quanto ebbe osservato nell’ordine di essa, o con 1 e- sperienza o con la ragione. » In tal guisa presunse di abbattere l’edifizio innalzato di Aristotele col suo sapiente « opyàvov; » e noi, pur riconoscendo che la Scienza non avrebbe rapidamente progredito senza l'aiuto poderoso di sommi pensatori i quali, come il grande filosofo inglese, insegnarono nuove vie, e le aprirono più spaziosi orizzonti, non possiamo I fi) Bac., De aug. scient.. V. •!.meno di affermare che Aristotele meritava di esseregiudicato con molto maggior rispetto, e lopeia sua tenuta in queiralta stima alla quale ha diritto. Difatto per dirla col Saint-Hilaire, giudicare Aristotele é giudicare lo spirito umano, non solo in uno dei suoi più illustri rappresentanti, ma in se stesso, poiché con lo Stagirita facciamo comparire avanti a noi tutto il passato dello spirito umano. Senonchè v’è una giustificazione alle esagerate invettive di Bacone da Verulamio contro la sillogistica antica; egli non poteva ribellarsi contro quella interminabile e immane catena di errori, che a’ suoi tempi si opponeva ad ogni progresso delle scienze, senza scagliarsi contro il Sillogismo, che per l’indole sua si era prestato a dare una apparenza di verità e d'indiscutibilità a tutte le aberrazioni dei tanti pensatori medioevali. E mentre affermava apertamente ch’egli voleva « reiicere syllogi- smurn », forse riconosceva che della sillogistica non aveva già abusato l’autore suo, ma i Neoplatonici e più tardi gli Scolastici, i quali valendosi del Raziocinio avevano diffuso tutti quegli errori, di cui risentivansi vivi più che mai i danni a’ suoi tempi, in tutti i rami del sapere. Con Cartesio e Bacone si inizia la filosofia moderna, poiché entrambi cominciarono con la critica severa del passato, dubitarono della loro scienza, poi ne divennero certi, fondandola l’uno sul puro pensiero, l’altro sull’esperienza: quegli si valse a preferenza della Deduzione, questi dell’Induzione. Cartesio sdegnò ogni sapere- che non fosse trovato dalla propria riflessione, volle trovare da sé, e il suo punto di appoggio  Samt-Hilairo - De la logique d’Avistote. Preface, pag. XLIfu la coscienza: sottraendo tutto, rimane per lui il pensieio, onde il famoso . « Cogito ergo sum »; e trovata la vera conoscenza potè poi dedurne le altre. Tanto egli quanto la sua scuola notarono che la Logica antica eia troppo complessa, occupava eccessivamente lo spirito, e poteva giovare ad esporre, non a scoprire la verità, non era in grado di dare principi, e non serviva ad altro che a parlare verosimilmente di ciò che si ignora. Il metodo di Cartesio poi, in partieoiar modo, era deduttivo; ma il Sillogismo per lui serviva ad esporre i risultati di ogni ricerca; lo spirito solo bensì poteva, secondo lui, scoprire i principi reali, le nature semplici. Onde la Deduzione cartesiana si occupava solo con, metodo analitico della verità, e non della sua espressione formale, e tutto subordinava all’intuizione diretta dello spirito. Appena potè svincolarsi dalla soggezione dei maestri, Cartesio, come narra nel suo Discorso sul Metodo cessò affatto dagli studi intrapresi, e si diede a viaggiare, a frequentare persone di diverse condizioni, a raccogliere esperienze, con l’intento di non cercare più altra scienza se non quella che poteva trovare in se stesso e nel gran libro del mondo. Il primo vantaggio ricavatone fu di « ne rien croire trop fermement de ce qui ne m’avoit été persuadé que par l’exemple et par la coutume. Così si liberò .a poco a poco degli errori e fece un bel giorno il proposito di studiare se stesso e di adoperare tutte le. forze dello spirito a cercare le vie che esso deve seguire. Da giovane aveva appreso la Logica, la Geometria, Cartesio, Discours de la méthode l’Algebra, tre scienze che dovevano servirgli per il suo disegno. Ma, dopo le assidue cure da lui poste nel ricercare il vero, si accorse che nella Logica il Sillogismo e le sue regole servono a spiegare agli altri le cose che si sanno, non già ad apprenderle. Per di più la Logica antica era, secondo lui, « si abstrainte à la consideration des figures, quelle ne peut exercer l’entendement sans fatiguer beaucoups l’imagination. E perchè le molte regole offuscano la chiarezza di una scienza, ai molti precetti della Logica sostituì queste quattro regole, alle quali promise di attenersi fedelmente: 1° Non si deve aver per vera alcuna cosa, se non si riconosce evidentemente tale. Devesi dividere ciascuna difficoltà per meglio risolverla. Si conducano per ordine i pensieri, cominciando dagli obbietti più semplici e facili a conoscersi e andando ai più complessi. 4° Si facciano enumerazioni così intere da essere ben certi di non aver trascuralo nulla. Concludendo, la logica Cartesiana ripudiò tutte le artificiosità della Sillogistica antica, esaltò l’uso del- 1 analisi matematica nella ricerca della verità ; sdegnò occuparsi dell’espressione formale della verità stessa, e come abbiamo già detto, tutto subordinò all’intuizione diretta, ed all’attività dello spirito. Nuovi colpi alla validità del Raziocinio da Locke, nel suo Saggio sull’intendimento umano, nel quale negò che lo spirito umano apprenda a ragionare con le regole del Sillogismo: il Raziocinio per lui non è utile a scoprire la falsità di un argomento e non serve affatto ad accrescere le nostre conoscenze: Cartesio, Disc. de la mét., tutt al piu è utile come arte di far valere disputando quel po’ di conoscenza che abbiamo, senza nulla aggiungere. Ed ecco in qual modo pervenne a queste conclusioni. Nel Saggio citato si propose due fini: 1 di combattere 1 innatismo delle idee; 2° di dimostrare 3 origine empirica di tutte le nostre conoscenze, riannodandosi in tal modo alla dottrina di Bacone e combattendo la filosofia Cartesiana. L'intelletto, pel Locke, è un foglio bianco in cui non sono caratteri di sorta: ve li scrive sopra il senso, poiché « nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu; Le idee poi sono semplici e complesse; queste ultime sono combinazióni di idee semplici, le quali alla loro volta nascono dalla sensazione e dalla riflessione. Stabiliti questi punti fondamentali della sua dottrina, il Locke negò recisamente il valore del Raziocinio, poiché, secondo lui, esso non aiuta la ragione se non nel mostrare le relazioni che passano fra le idee di una proposizione; ma anche in ciò l'uso suo è assai limitato; queste relazioni si scoprirebbero anche senza il suo soccorso. E quanti sono quegli uomini che, incapaci di formare un Sillogismo, ragionano tuttavia giustamente ! Del resto è assai dubbio che anche coloro i quali conoscono l’arte e le regole del Raziocinio se ne servano per ragionare, essendo tale metodo troppo lento, e correndo la mente umana molto più veloce. Coloro poi i quali sono penetrati bene addentro nella conoscenza di tali regole, non sono punto ceni, in virtù di un’argomentazione sillogistica, che la conclusione discenda dalle premesse; essi fanno una semplice supposizione. Se il Sillogismo fosse il vero e solo strumento della ragione, e l’unico mezzo di giungere alle conoscenze, bisognerebbe ammettere che prima di Aristotele non vi fosse alcuno che conoscesse qualche cosa con la ragione. Questa forma di argomentazione non porta con sè nè chiarezza nè convinzione; chè essa è suscettibile del falso come ogni più semplice specie di ragionamento, ed anzi, come forma artificiosa, è più atta ad imbrogliare la mente che ad istruirla e a dissiparle attorno le nebbie. Onde, conclude Locke, dobbiamo valerci di qualche altro mezzo per giungere alla conoscenza, e, con tutto il rispetto allo- Stagirita, riconoscere che « Dio non è stato cosi poco liberale cogli uomini, da abbandonarli come semplici creature di due piedi, senza piume e con ugne lunghe, finché Aristotele non li avesse fatti animali ragionevoli col Sillogismo. » L’uomo ha la potenza di ragionare e di apprendere le relazioni delle sue idee. Se dobbiamo quindi scoprire i difetti di un ragionamento, non abbiamo che da spogliarlo delle idee superflue, le quali mescolate in quelle da cui dipende la conseguenza sembrano mostrarne, una dove non è ; quindi confrontare queste idee; e senza tutte le noiose finezze del Sillogismo scopriremo la loro convenienza o sconvenienza. Queste furono le critiche del Locke, il quale negò inoltre che il Raziocinio aiuti la mente a fare nuove scoperte, ed ammise che esso serve tutt’al piò a convincere gli uomini dei loro errori e dei loro inganni, a disporre le prove che già si conoscono, venendo sempre dopo la cognizione dalle verità, e a far valere disputando la conoscenza che si possegga, senza nulla aggiungere. Nel Raziocinio infine scoprì un altro gravissimo difetto. Ogni ragionamento sillogistico, egli osservò, per essere concludente deve avere una proposizione generale: or bene parrebbe che noi non potessimo nè ragionare nè aver conoscenze di cose particolari. Ma ogni ragionamento, come ogni conoscenza, non verte che sulle idee esistenti nella mente di ciascun uomo, ognuna delle quali non è che un esistenza particolare; e le cose sono obbietto delle conoscenze umane in quanto sono conformate a queste idee particolari che ha l’uomo nella mente. L’universalità consiste in ciò che le idee particolari, le quali ne sono soggetto, sono tali che ad esse più d’un caso particolare può essere conforme, e più d’una cosa particolare può essere da loro rappresentata. Come Giovanni Locke aveva ripreso ed ampliato le critiche di Bacone alla dottrina sillogistica, così Niccolò Malebranche riprese le obiezioni di Cartesio. « La logique d’Aristote, secondo lui, n’est pas de grand usage, a cause qu’ elle occupe trop l’esprit, et qu’ elle le détourne de l’attention qu' il devroit ap- porter aux sujets qu’ il examine. Le regole che diede il filosofo per la ricerca della verità sono oltre modo semplici; la prima è che bisogna sempre conservare l’evidenza nei ragionamenti per scoprire il vero senza timore di sbagliare; onde noi non dobbiamo ragionare se non su cose delle quali abbiamo idee chiare e precise, e cominciare dalle cose più semplici e più facili, ed arrestarci a lungo prima di intraprendere la ricerca delle più complesse e diffìcili. Il Malebranche sostenne che bisogna comprendere bene lo stato della questione da risolvere, ed avere idee distinte sui termini per poterli paragonare, e (1J Locke, Saggio filosofico sull’intelletto umano. Cfr. anche il Saggio del Locke compendiato dal Winne e tradotto da Soave, Voi. II, pag. 110-113. (2J Malebranche, De la recerche de la Verité, lib. VI, cap. 1. scoprire i rapporti cercati. Quando poi questi non si scoprono paragonando le cose immediatamente fra loro, allora bisogna scoprire, con qualche sforzo della mente, una o più idee che possano servire come di misura comune per riconoscere per mezzo loro i rapporti che vi sono tra esse. Così il filosofo francese continuò l’opera del sommo suo connazionale, disconoscendo ogni valore alla Sillogistica di Aristotele, e tentando di rinnovare la Scienza con l'uso dell’analisi matematica. Il Malebranche fu imitato e seguito fedelmente dal- l’Arnauld e dal Nicole, i quali rimproverarono alla Logica aristotelica di essere in molte parti imbarazzante ed inutile. La Logica di Portoreale che, come avverte il Cantoni (3), diede l’ultimo tracollo all’Aristotelismo scolastico, « perchè lo colpì in quella parte che costituiva la maggior sua forza, cioè nella parte formale », ebbe il merito di essere pei suoi tempi d’una grande originalità ed arditezza, e di preparare il trionfo della riflessione personale sui pregiudizi dell’autorità. Giovanni Locke aveva negato che lo spirito umano apprenda a ragionare con le regole del Sillogismo e che con esse si acquistino nuove conoscenze; Cartesio d altro lato aveva accusato la Logica antica di essere tioppo complessa ed aveva sostenuto che il Raziocinio è metto a scoprire la verità, ed utile solo ad esporle; Guglielmo Leibniz, pure ammettendo che della Sillo- gistica si f osse fatto un grande abuso, sorse col Nuovo (2)^nanld nCh T ~ D6, la D rech - de la Veri* lib. VI. cap. Piefalione àu et ^t-Royal. - Cfr. anche Compayi a.' asU * * L ^“ (') . Cantoni — Storia della Filosofia, pag. 269 - 260 . Saggio sull'intendimento, a sostenerne la reale utilità, è da grande filosofo ne fece uno studio veramente profondo (1). Egli avvertì giustamente che la forma scolastica del Sillogismo si usa poco e sarebbe troppo lunga ed imbrogliata se la si volesse adoperare seriamente; ma con tutto ciò riconobbe nel Raziocinio UDa delle più belle invenzioni dello spirito umano (2). Al Locke, il quale aveva detto che il Sillogismo non serve che a vedere la connessione delle prove in un solo esempio, rispondeva che sarebbe ridicolo voler argomentare alla maniera scolastica nelle deliberazioni a causa della prolissità imbarazzante di quella forma di ragionamento: non per questo è men vero, che nelle più importanti deliberazioni della vita una logica severa è necessaria, poiché gli uomini si lasciano abbagliare dall’eloquenza e dall’autorità, dagli esempi male applicati e dalle conseguenze fallaci. Sostenne poi che tesservi molti uomini i quali pure ignorando del tutto le regole della Sillogistica ragionano dirittamente, non porta già a disconoscere l’utilità del Raziocinio, allo stesso modo che non si può negare l’utilità della matematica, solo perchè alcuno, senza aver appreso l’aritmetica, sa fare conti anche difficili. E contro il Locke, il quale aveva affermato che anche i Raziocini possono diventare sofistici, osservò giustamente che le loro stesse leggi servono a riconoscerne la falsità: e se il Sillogismo non vale nè a convincere, nè a (1) Leibniz, Nuovo Saggio sull’intendimento, lib. VI, cap. I, e lib. IV, cap. 1G., . (2) « C’est ne espèce da mathéinatique, dice il Leibniz, dont l’importance n’est pas assez connue; et l'on peut dire qu un ar d’infallibilité y est contenu, pourvu qu’on sache, et qu on puisse s’en bien servir. » Saggio ecc. lib. IV cap. I. convertire alcuno, non è già per la sua inettitudine, ma perchè l’abuso delle distinzioni e dei termini male intesi ne rende l’uso troppo prolisso (1). Infine notò che solo nella conoscenza intuitiva si vede immediatamente il legame delle idee e delle verità ; ma la dimostrazione fondata su idee medie è quella che ci dà una conoscenza ragionata, e ciò perchè il legame dell’idea media con le estreme è necessaria. Ecco in qual modo Guglielmo Leibniz seppe rivendicare il valore del Raziocinio, a torto disconosciuto così dagli Empirici, come dai Razionalisti, che l’avevano preceduto. Ma ben presto un altro filosofo insigne sorse a riprendere la critica contro la Sillogistica, ed a parlare con disprezzo di quello che Aristotele aveva considerato come istrumento di cui si serve la ragione umana nell acquisto delle conoscenze. Contro Aristotele erano insorti Bacone, Locke, Cartesio; contro il Leibniz si levò il Condillac; più tardi contro il Kant insorgeranno il Mill e lo Spencer, e mentre i Logici inglesi si sforzeranno di rifare la Logica aristotelica, in Italia fi Galluppi, il Rosmini ed il Gioberti sosterranno ancora una volta l’utilità del Raziocinio. Quando il Voltaire, abbandonata rin£Thilt.err fl ritm-nè (Oeuvres philosophiques a e Leibniz voi. I., cap. I. avec introd, p. P. Janet, e come già il Montesquieu aveva divulgato la costituzione inglese, cosi egli, ardente seguace del Locke,, fece noto ai Francesi il Saggio sull’intendimento- umano, che ebbe tosto non pochi ammiratori: primo e più grande fra tutti il Condillac. Questi da principio seguì le traccie del filosofo inglese nel Saggio sull'origine delle conoscenze umane, e terminò poi nel più schietto sensismo. Nella Logica, nella quale seppe- imprimere un’orma d’originalità come pochi altri filosofi, parlò della Sillogistica con grande disprezzo,, e- credette di annientare il valore del Raziocinio \&r lendosi di questo ragionamento: Ogni giudizio da noi pronunciato può includerne implicitamente un altro- non espresso; se diciamo ad esempio che un corpo è- pesante, affermiamo implicitamente che esso cadrà se non sarà sostenuto (1). Quando perciò un giudizio è contenuto in tal modo in un altro, si può pronunciare come una derivazione del primo, e dicesi perciò che ne è la conseguenza. Ciò posto, fare un Raziocinio- non è altro che pronunciare due giudizi di questa specie; e nei nostri Raziocini come nei giudizi non- v’hanno se non sensazioni. Il secondo giudizio nel suesposto Raziocinio è sensibilmente racchiuso nel primo e non v’è bisogno di cercarlo; ma se il secondo- giudizio non si mostrasse nel primo,, allora farebbe d'uopo cercarlo, cioè passando dalla cosa nota ai-- l’ignota, si dovrebbe scorrere per una serie di giudizi intermedi per vederli tutti successivamente contenutigli uni negli altri, fino a scoprire che il secondo gidizio è una conseguenza del primo. Ogni ragionamento è un calcolo; non consiste nell’andare dal generale al.  Condillac, Logique, Pait. I, cap. 7- particolare, dal contenente al contenuto, ma dal medesimo al medesimo, cambiando i segni; suo principio è l’identità, suo procedimento unico è la sostituzione. 11 tipo di questo genere di ragionamento è il ragio- nemento algebrico, al quale tutte le altre forme si possono ridurre. Nè importa obbiettare che così si piocede in Matematica, ove il Raziocinio si fa per equazioni; giacché avviene lo stesso anche per le altre scienze: equazioni, giudizi, proposizioni sono la medesima cosa. In ogni questione scientifica sono contenuti implicitamente i dati, altrimenti essa sarebbe insolubile; il trovarli è separarli e distinguerli in una espressione in cui non si trovano che implicitamente; e per sciogliere la questione bisogna tradurre l’espressione in un’altra, nella quale tutti i dati si mostrano in maniera esplicita e distinta. L’artificio del Raziocinio è dunque lo stesso in tutte le scienze: come in Matematica si stabilisce la questione traducendola in néfla „iù * SCie " ze si ‘‘“lisce tradendola è ann i, n^ MeSprmi °" e: 6 1“^» la questione che uóatri C " e la 5ci °* lie »»n è altro z '° ne vixz “onTluro'ohe™! “riputo “Si^T 0 ” 6 S 6 " 0 ™ 1 * Particolari, e non ci ° “ n ° SCenM a—ce che  Condillac — Loeiaun p»,.* tt C2; Cond. _ Loo- P 8 '! tt o Cap - 8 ’ tt) yn - n > ca P- 8 - {ó ) 0ona - — Art. do Denser pL», resto riconosceva altrove che non =; f ’ Cap ' 6 ' 11 Coudillac del della verità se non unendo in un J T f° gl ' essi nella ricerca unendo in un solo metodo l’analisi e la sintesi. Onde il Sillogismo, che è il grande strumento della Sintesi, è perfettamente inutile, e seguire la Sillogistica è far consistere il ragionamento nella forma del discorso più che nello sviluppo dellè idee (1). E nulla vi è di più frivolo che questo metodo, perocché non importa punto la forma del ragionamento:  pag. 48. osserva che non propriamente l’Hamilton ma un altro filosofo, Giorgio Bentham (1827), riconobbe la necessità di dare al predicato una quantità uguale a quella del soggetto; perii primo però l’Hamilton riconobbe le con- seguenze di tale principio e le sistemò definitivamente (1). Emanuele Kant aveva fatto distinzione tra la forma e la materia della conoscenza; il filosofo inglese poi diede il nome di pensiero all’elemento formale, considerò il pensiero come l’opera degli atti dell'in- tendimento, pei quali noi elaboriamo i materiali fornitici dalle facoltà rappresentative, quindi come confronto, analisi, sintesi di attributi, nozioni, giudizi, e riguardò la Logica quale scienza delle leggi del pensiero. Essa, secondo Hamilton, non considera le cose come esistono in sé, ma solo le forme generali del pensiero, sotto le quali la mente le conosce, è in sostanza scienza puramente formale, non garantisce nè le premesse nè la conclusione, ma solo la conseguenza di questa da quelle; e il Raziocinio è l’affermazione esplicita della verità di una proposizione, nell’ipotesi chealtre proposizioni, le quali la contengono, siano vere. La Logica considera non gli atti, ma i prodotti dell’intendimento, e le leggi fondamentali a cui essa è sottomessa sono tre: di identità, di causalità e del mezzo escluso, le quali non possono essere negate, perchè altrimenti bisognerebbe negare anche la possibilità del pensiero. Avendo la Logica per oggetto a forma del pensiero, (proseguiamo nell’esposizione della dottrina dell’Hàmilton, quale risulta dai Frammenti di Filosofia tradotti dal Peisse) per compiere l’opera sua deve poter esprimere totalmente il senso de e nozioni, Hamilton, Progments de philosophie, farad, par L. Peisse.dei giudizi, dei ragionamenti che considera, deve poter enunciare nel linguaggio tutto ciò che è contenuto impiicitaniente nel pensiero. Da quanto si è detto deriva l a teoria d eila quantità del predicato. Ogni proposizione è composta di un soggetto e di un predicato, uniti da una copula; noi pensiamo il soggetto con una quantità determinata e dalla sua quantità risulta quella della proposizione. Ma il predicato è sempre pensato in maniera quantitativamente indeterminata? Spesso si esprime senza unirgli un segno preciso di quantità, come in quest’esempio: « tutti gli uomini sono mortali », senza dire se si intende parlare di tutti i mortali o solo di qualcuno. Vi sono però casi in cui il linguaggio esprime la quantità anche del predicalo, come in quesl’altro esempio: « nell’uomo non vi ha di grande che lo spirito ». Potrebbe quindi nascere il dubbio che vi fossero eccezioni nel pensiero, come ve ne sono nel linguaggio: per risolvere tale questione consideriamo l'atto dell'intendimento pel quale uniamo un predicato ad un soggetto. Una nozione è l’idea dell’insieme degli attributi generali per cui una pluralità di obbietti individuali coincide; è un tutto puramente ideale che lo spirito è costretto a formare per classificare nel pensiero e separare nel linguaggio gli obbietti vari della sua conoscenza. Attribuire un predicato ad un soggetto è pensare questo obbietto individuale in una nozione data: dire per es. « l’uomo è animale », è porre la nozione « uomo » sotto la nozione «animale». Ma per pensare un concetto sotto un altro bisogna conoscere non solo che l’uno è parte dell’altro, ma anche qual parte ne e; onde il predicato è pensato sempre e necessaria- 1 mente con una quantità uguale a quella del soggetto.li linguaggio che bada solo ad esprimere ciò che si pensa, non come si pensa, non va tanto pel sottile, ma la^ Logica deve enunciare tutto ciò che è IMPLICITAMENTE [cf. H. P. Grice, IMPLICIT REASONING – Aspects of reasoning – implicature, explicature] contenuto nel pensiero ed assegnare ai predicati di tutte le proposizioni una quantità determinata. Venendo poi all'applicazione di questa teoria, se il predicato è sempre implicitamente pensato e dev'essere espresso come una quantità determinata, se questa •quantità è uguale a quella del soggetto, se la proposizione è in ultima analisi un'equazione, ogni ragionamento va da quantità uguale a quantità uguale, ogni Sillogismo è in fondo una_serie di equazioni tra ‘membri equivalenti. Non si deve più parlare di maggiore, minore, termine medio ecc.; il tipo di ogni ragionamento è: A = B; B = C; dunque A = C. Due sono poi le specie di ragionamento, poiché, se assolutamente •considerati tutto e parti sono identici, nell’ordine del pensiero si può concepire prima il tutto per dividerlo nelle sue parti, con una analisi mentale, o prima le parti per riunirle in un tutto, con una sintesi mentale: si ha così un ragionamento deduttivo ed uno induttivo. L’Induzione riposa sul principio che ciò che appartiene alle parti appartiene al tutto, ed ogni ragionamento induttivo si può mettere in forma sillogistica A è B, X, Y, Z è A ; dunque X, Y, Z è B; la differenza del Sillogismo ordinario è che nella forma suesposta 1 uno dei termini della conclusione in luogo di essere un tutto è una enumerazione di parti: la quale devessere compiuta nell’Induzione formale, mentre nella reale. non può mai essere (1). Ragionare non è dunque, per concludere, ar rie ~(i; Liard - Op. Cit., pag. 60-G9 ed Hamilton, op. cit. trare una nozione in un’altra, ma sostituire in proposizioni date nozioni equivalenti a nozioni equivalenti; onde tutti i Raziocini riposano sul principio della sostituzione dei simili, in virtù del quale in ogni proposizione una nozione può essere sostituita da un’altra equivalente; il ragionamento è, in altri termini, un atto di confronto o di giudizio mediato, perchè ragionare è riconoscere che due nozioni sono tra di loro nella relazione di tutto e di parte, ed hanno lo stesso rapporto con una terza. Questa è la teoria con la quale l’Hamilton pretese di aver riempito le lacune del sistema aristotelico, e di averlo nel tempo stesso semplificato e liberato da tutte le regole imbarazzanti ed inutili. Non ci sembra però che il filosofo inglese abbia per questo riguardo così bene meritato della logica formale; e quantunque la critica mossagli da Stuart Mill non sia, a nostro avviso, in tutto fondata, nè priva di esagerazioni, crediamo tuttavia che egli non vada molto lungi dal vero quando afferma che le nuove forme introdotte nella Sillogistica non offrono maggior vantaggio delle antiche; chè anzi vi hanno introdotto ' nuove e serie complicazioni. « Le nuove forme, dice Mill, noni offrono praticamente alcun vantaggio; v’è poco merito ad averle inventate, e poco vantaggio a servirsene, al meno che noi le vogliamo riguardare come un esercizio di ginnastica mentale, utile a rafforzare le facoltà intellettuali degli scolari. - /l I filosofi inglesi seguaci di Hamilton si sforzarono Mill, La philosophie de Hamilton (trad. Cattive 8 ’ 493 ‘ ? fr ' anChe Bain * Lo o‘ c l ue deductive ed indu- ct.ve » trad. par G. Compayré, Voi. I. pag. 129-181 e pag.269-2G6. sempre più di rinnovare la vecchia Logica, allargando la base della Logica deduttiva, e dando della Deduzione una teoria generale, che abbracciasse tutti i casi ai quali questo metodo è applicabile. E se noi volessimo parlare convenientemente di De Morgan, di Booles, di Jevons, dovremmo estenderci troppo a lungo, e usciremmo dai modesti confini che sin dal principio abbiamo proposti, al nostro studio. Onde ci limiteremo ad accennare brevissimamente come ognuno dei tre filosofi nominati svolgesse le idee dell’Hamilton, rimandando chi fosse desideroso di vedere trattata con ampiezza e profondità questa materia agli scritti magistrali del Bain e del Liard (1). Il Morgan, al pari dell’Hamilton, considerò la Logica come una scienza puramente formale, che nulla ha a vedere con la materia della conoscenza e solo studia le leggi di azione del pensiero, e non tratta se non delle cose in relazione col pensiero e di questo in relazione con quelle. Vi ha per lui- inferenza quando le due premesse sono universali, o quando, una sola essendo particolare, il termine m e d i o  h a _qu. sperimentali; le seconde sono comprensive di tutto ciò che del creato può venire a cognizione dell’uomo. Seguace di Galluppi fu invece, per quel che si rife- ( risce al Raziocinio, il Rosmini, il quale come già nel Nuovo Saggio erasi proposto il problema della conoscenza, ricercando il punto ove sensibililà ed intelletto si congiungono insieme per produrla, così nella Logica combattè Bacone perchè aveva preteso che solo con l’Induzione si riuscisse a scoprire le verità, contrapponendola al Sillogismo, relegato fra gli istrumenti vani ed inutili. Il Raziocinio, pel filosofo di Rovereto « dimostra la precedenza della verità ueH’uomo a lutti i trovaraenti particolari del pensiero. » Esso ha valore sia nel campo teorico sia nel pratico: perocché pel primo riguardo bisogna considerare: 1° che solo l’uomo esercitato nelle inferenze si mantiene coerente nei ragionamenti; 2° che il ragionamento acquista con l’illazione precisione e chiarezza; 3° che una dottrina non è ridotta in forma di scienza se non quando essa è ridotta ad un principio del quale tutto ciò che essa contiene sia una serie di conseguenze le une derivate dafie altre; 4° che l’inferire le conseguenze da principi conduce alla scoperta di nuove verità; 5° che le inferenze scoprono nuovi veri non solo nella dialettica e nella metafisica, ma anche nella fisica. Nel campo 1; Bufalini -Quesiti sul metodo scientifico. Proemio. Rosi; “T ~ L ° SÌCa N ’ 1002 - °P->. Secondo il affermai 30 certo ^P^to aveva ragione l’Euler quando Sillogismo V 6 *-° gni ve “ til dev e essere la conclusione di un Uogismo, le cui premesse siano indubitabili. pratico poi il Raziocinio è di somma importanza: perchè l’uomo il quale mostra coerenza nei pensieri e nei ragionamenti suole essere coerente in atte le sue azioni; perchè anche negli uffici privati e pubblici il più efficace principio è quello della coerenza, laddove l'incocrenza rende deboli i governi stessi, e guasta l'esito di ogni grande impresa. Di queste dottrine si fecero sostenitori anche il Mamiani, il quale affermò apertamente che il pensiero se non fosse aiutato'dal Raziocinio non potrebbe in molti casi farsi strada à scoprire attinenze recondite piene di grande dottrina (1); e Gioberti che, dopo aver sostenuto il progresso discorsivo essere il successivo conoscimento che l'uomo ha dell’atto creativo e del progresso cosmico (2), nella Teoria del Sovranaturale scriveva: « Il progresso che la causa efficiente fa dal principio sino alla fine nello svolgimento successivo della creazione, corrisponde al processo intellettuale che fa la mente dai primi principi sino alle ultime conseguenze nella esplicazione successiva della scienza, e che si Chiama discorso. Per tal guisa il ragionamento dell’uòmo è parallelo ed analogo col processo della natura, e là logica, ossia la sillogistica, si riscontra nella cosmologia  ». (i; ROVERE (si veda) afferma cbe l’elemento estrinseco del ragionare importa assai più di quanto si creda ai giorni nostri, onde' ammonisce che non si deve distruggere l’opera della Scolastica,, ma ravvivarla con più largo spirito filosofico. (Del Rinnova-, mento della filosofia antica italiana.  Cap. XIII, pag. 110). (2) Gioberti — Introduzione allo Studio della Filosofia, Voi. Il,' pa.  Gioberti — Teorica del Sovranaturale. Compiuta così rapidamente l'esposizione delle dottrine dei filosofi intorno al valore del Raziocinio, ci rimane a farne una critica equa e severa, per poter poi m fine dedurre un giudizio che non pecchi di esagerazione. Poiché la logica posteriore ad Aristotele non fu, per dirla con un acuto critico francese, che un - « eco dei filosofi o un’opposizione impotente contro teorio che si appoggiano sulla verità (1) ». E quel che ò più, esagerarono i filosofi dell’una e dell altra specie;, gli uni rendendo la Logica aristotelica un vuoto formalismo e sostenendo il valore del Raziocinio là ove non dovevano; gli altri combattendolo anche in ciò- in cui non era impugnabile. Ed in vero, come vedemmo, comincia contro la Sillogistica di Aristotele un'opposizione fierissima, la quale credette di abbattere, ma non riuscì che a far vieppiù risplendere la gloria di quell’opera immortale. Tale movimento contrario allo Stagirita cominciò col Ramo in Francia, e per mezzo di Bacone e Cartesio continuò fino al Locke, spirito profondo, il quale seppe per un istante far disprezzare l’opera che per circa venti secoli aveva istruito lo spirito umano; finché col Coudillac parve che tutta l'ammirazione per Aristotele fosse svanita affatto, nè si ricordassero i principi e la storia del - l'Analitica antica, nè più si distinguesse la pura e genuina dottrina dello Stagirita dai travestimenti che l'età di mezzo le aveva imposti. Fu vanto del Leibniz 1 aver proclamato che Aristotele non era irreconciliabile con lo spirito moderno, e l’avere sostenuta la importanza innegabile del Sillogismo, che egli chiamò una delle più belle invenzioni dello spirito umano. (1) Saint-Hilaire — De la logique d’Aristote. La reazione del Leibniz fu continuata dal Kant, •dall’Euler, dal Lambert, seguendo la sentenza del sommo filosofo di Kónisberg, che alla Logica quale •era stata fissata da Aristotele nulla v ! era da aggiungere. Poi contro il Alili, il Bain, lo Spencer, i quali nel giudicare il Sillogismo avevano ripreso le antiche teorie degli Scettici, insorsero nella stessa Inghilterra 1’Hamilton, il Mor- -san, il Booles, benché cercassero a torto di semplifi- care un’opera che non ne aveva bisogno, e riuscissero invece ad imbrogliarla e ad ottenebrarla, e, molto meglio, in Italia l’utilità del Raziocinio fu sostenuta dai più grandi pensatori, dal Galluppi al Rosmini, dal Gioberti al Mamiani. Ed a ragione; poiché la Logica antica non è falsa, bisogna saperla applicar bene: come avvertiva il nostro grande Galilei; e la scoperta del Sillogismo, vanamente contestata, porta in se stessa qualche cosa di prodigioso, come osserva Saint-Hilaire. Rien ne la revèle avant Aristote, scrisse il grande critico francese, après lui rien ne la peut renverser. Une école de plnlosophie a tentò inutilement aprés dixhuit siécles, d’en nier la vórité et la valeun ses efforts impuissants n’out pu prévaloir; 1 esprit philosophique, à l’heure qu ’il est. vit de nouveau •de la foi aristotélique, et il croit, d’après elle, à des principos genéraux et indemontrables dans l’intelli- gence, sources de la démonstration et du syllogisme. Saint-Hilaire, De la logique cl’Aristote. Critica delle obiezioni mosse eontro il valore del Raziocinio. Le obiezioni mosse da alcuni filosofi contro il genuino valore del Raziocinio possono dividersi in due categorie: le prime riguardano il Sillogismo come forma tipica' di ogni argomentare deduttivo, le seconde lo riguardano come fondamento dcirinduzione: delle une e delle altre dobbiamo fare una critica breve, ma più che sarà possibile esatta; e cominciamo senz’altro dalle obiezioni della prima specie. La legge principale del Raziocinio è che la maggiore contenga la conclusione: da essa trae la sua forza il Sillogismo, ad essa si riducono le altre otto regole riferentisi ai termini ed alle proposizioni. Ebbene, Mill, Erberto [cf. ERBERTO GRICE] Spencer e tutti gli altri Logici inglesi della loro scuola affermano che appunto per essere la conclusione contenuta nelle premesse il Raziocinio è del tutto inutile. Bisogna però intendersi intorno al significato da darsi alle parole « contenuto nelle premesse. Con tale espressione intendiamo di dire che la conclusione è contenuta IMPLICITAMENTE – cf. H. P. Grice, Aspects of reaoning, Implicit reassoning, Implicature, Explicature] nella maggiore, perchè se vi fosse contenuta « esplicitamente la maggiore sarebbe particolare e non più universale. Ma è regola del Sillogismo che nulla si può concludere da due premesse particolari. La conclusione è adunque nota in virtù del Raziocinio che rende esplicita la notizia prima implicita, o per lo meno, nei casi in cui la conclusione fosse già nota prima come fatto, eleva la notizia al grado di scienza. In realtà l’illazione non ha servito a formare le premesse, e non è vero che una proposizione generale si possa applicare solo ai casi nei quali è stata verificata; l’esperienza stessa contraddice l'affermazione, giacché quando affermo: Tutti gli uomini sono mortali, Caio è uomo, Caio dunque è mortale », il caso di Caio ancora vivente non ha potuto servire a formare la premessa generale. Talora il Sillogismo anche di sussunzione può essere ben più diffìcile, potendo essere difficilissimo vedere se un soggetto si riporta o no ad una classe avente una determinata proprietà, o la ragione per la quale un soggetto ha o non ha una proprietà qualunque. Naturalmente la conclusione dev’essere contenuta nelle premesse, e il- Raziocinio è precisamente l’operazione del pensiero necessaria per dare forma logica dimostrativa alla contenenza della illazione nelle premesse. Del resto la maggiore non ha una universalità puramente quantitativa, la quale sarebbe distrutta da un solo caso particolare contrario, ma è una legge, cioè un universale quantitativo. L’operazione sillogistica, come fu avvertito acutamente. non è quindi diversa nel Sillogismo di sussunzione dalla funzione interpretativa del magistrato che applica la legge al caso speciale, operazione anche questa non facile e dalla quale si riconosce il valore del giurista. Senza contare che non tutti i Sillogismi sono e tipo di quello citato da Stuart Mill; poiché ve ne sono alcuni nei quali non si applica solo una regola generale ad un caso speciale, ma in cui le due piemessc Masci, Elementi di filosofia, Logica. sono proposizioni generali, e la conclusione è una proposizione generale che non può essere provata con Tlnduzione, senza ricorrere ad esperienze del tutto diverse da quelle dalle quali le premesse sono state provate. Questo è il ragionamento che ha luogo quando noi veniamo a conoscere che un dato fenomeno X ha costante relazione con un altro Y, non valendoci di una generalizzazione ottenuta dall’aver osservato i fatti nei quali si riscontra la connessione tra X e Y, ma servendoci della conoscenza ehe abbiamo di una relazione tra X ed un terzo fenomeno Z e tra Y e lo stesso Z. In tal caso non v’ha dubbio che con la Deduzione perveniamo a nuove cognizioni, a scoprire cioè certe analogie che la semplice osservazione non ci avrebbe fatto percepire. E, per concludere, il dire che ciò che si afferma nella conclusione è già compreso nelle premesse è precisamente un mettere sempre più in luce l’importanza del Raziocinio, perchè si viene a dire che con esso colui il quale sapientemente trae le sue deduzioni rende fruttuose le premesse di cui si serve nel suo ragionamento, al modo stesso che il lavoratore con l’opera indefessa rende fruttuosa la terra, traendo alla luce i tesori che essa nasconde. Del resto i Logici inglesi a provare la inutilità del Raziocinio si valgono pei primi di un Sillogismo vero e proprio: Quel che è conosciuto, essi dicono, non ha bisogno di essere provato; ma una illazione contenuta nelle prèmesse è nota; dunque non ha bisogno di essere piovata. Or bene o essi considerano veramente inutile il Raziocinio, e in tal caso non vediamo la ragione per cui se ne debbano valere nelle loro dimostrazioni, e specialmente poi in questa; o di fatto lo erodono giovevole alla ricerca della verità, e non sappiamo perchè debbano con tanto accanimento disconoscerne a parole il valore. Cosi cade anche l’obiezione che il sillogismo sia viziato da una petizione di principio, poiché l’illazione non ha servito a formare la premessa, e la validità di questa è indipendente da quella dell’altra; obiezione sorta perchè la Logica delle scuole considerava la maggiore come universale semplicemente quantitativo, laddove l’universalità della premessa esprime non già una somma, ma una legge. Se il Sillogismo fosse il rapporto analitico dei concetti, distribuiti secondo la loro estensione, servirebbe a classificare formalmente i concetti, non già a scoprire nuovi veri: onde il Raziocinio non è punto un sofisma, come pretese qualche filosofo. Mill, di fronte alla inconfutabilità di questa verità, cambiò la teoria del ragionamento in generale e del deduttivo in ispecial modo, e sostenne che inesso non si procede dal generale al particolare, ma dal particolare al particolare. Da ogni esperienza, sono press’ a poco le sue parole, nasce l’aspettativa che il caso futuro sarà simile a quello sperimentato, e la fede cresce a mano a mano che aumentano le esperienze accordantisi; la maggiore è un registro abbreviato di inferenze, una assicurazione che le esperienze passa e singolare a legge e giunga al principio die il furto deve andare impunito, vede meglio tutta l’enormità dell’assoluzione. Il Sillogismo poi, secondo Mill,,rj 0 va perché il ragionamento fondato sulle regole ha maggior evidenza e persuasione di quello fondato sui precedenti e sugli esempi. Non occorre dopo quello che abbiamo detto sopra fermarci molto a confutare l'opinione del filosofo inglese: è chiaro che egli confonde il processo psicologico, il quale va dal particolare al particolare, col procedimento logico, che ha per ufilcio di dire quando l’inferenza è legittima: ed è tale quando la maggiore non è un registro di inferenze ina una vera legge. Onde, concludendo, nel Raziocinio: « Tutti gli uomini sono mortali: TIZIO (si veda) è uomo; Tizio dunque è mortale, si può dedurre la mortalità di Tizio quando consta che egli è uomo. Che so la proposizione generale fosse un semplice registro di inferenza, e una somma dei particolari osservati, se esprimesse un semplice ricordo del passato, nulla si potrebbe inferire dei particolari futuri. Ma qual meraviglia se Stuart Mill con tanto accanimento impugnò il valore del Raziocinio? Egli riguardo alle idee universali ed al principio di causalità la pensava come Hume [cf. Grice, HUMEIAN NATURE], il quale non solo negava ogni valore oggettivo all’idea di sostanza come Locke, e la realtà delle idee astratte come Berckeley, ma sosteneva che non possiamo nò percepire nè dimostrare la causalità, quindi l’ammettiamo per abito, perchè associamo due fatti che vediamo succedersi costantemente l’uno all’altro. Un obiezione che a tutta prima potrebbe parer grave fu pure mossa da alcuni Logici contro il Raziocinio; essi dissero che la sua efficacia sta tutta nella con- nessione di nostri giudizi, quindi non ci assicura che della loro coerenza; esso è nè più nè meno di una tecnica delle relazioni dei concetti, che ha un ufficio secondario nella prova scientifica. Così il Sillogismo viene concepito alla maniera di Bacone, il quale gli negò ogni valore oggettivo per sè e lo stimò in tutto subordinata airinduzione, la sola adatta a scoprire i principi delle scienze. Per ammettere vera e legittima ouest’obiezione bisognerebbe credere con Pirrone Ene- side. no e LEONZIO (si veda) che la verità non esiste e che noi non la possiamo conoscere in sè, avendo le nostro cognizioni valore solo relativo. Colui il quale pertanto no°i sottoscrive allo scetticismo assoluto, vero suicidio del pensiero, come ben fu definito (1), nè d aiti a par e si appaga del dommatismo, che ammette il combacia- mento assoluto tra la mente e la realtà, perchè con- trario ai risultati della filosofia critica e non consentito dalla ragione e dall'esperienza inuminate, nè ha fede nel semiscetticisrao Kantiano, giu m ier o »e surriferita degna in tutto della filosofia dell «neono scibile II vero è che la connessione dei nostri 0 iud.z non è mera legge formale subiettiva del P^ sie ™;“ a essa deriva dalla connessione delle cose nel . . a La forma della conoscenza non può stare d,s 'unto dalla materia; nè il pensiero da un qui tesato; Le nostre cognizioni non possono essere vere M non sono conformi alla natura deg i o iie, a ’l la il Baziocinio non deve essere vero solo quanto a la forma, cioè alla °e a dizi, ma anche per quel che riguarua natura dell’oggetto su cui verte il ragio ValdarniaL (si veda), Saggi di filosofia teoretica. il Sillogismo assicurandoci della coerenza dei nostri pensieri ci garantisce che essi sono conformi alla realtà. Erberlo Spencer ha creduto che manchi un principio- fondamentale, un assioma sul quale si fondi il valore della Deduzione sillogistica: principio che, secondo il suo sistema filosofico dovrebbe essere unico, ed avere valore oggettivo, essere cioè una legge della realtà, non solo del pensiero. Ciò sarebbe vero se si concepisse la conoscenza come imitazione passiva, copia della realtà; ma la conoscenza nel suo procedimento logico deve essere considerata come lavoro di sintesi e di analisi mentale, che passa per una serie più o meno lunga di nessi ideali per giungere al nesso reale. E affermando l’intelletto affermiamo la realtà di un ente, capace per sua natura d’intendere, pensare e cogliere il vero; il pensiero si radica nella realtà e partecipa dell essere universale: ed infine corre un'intima armonia tra le leggi formali del pensiero e le leggi reali che governano la natura dell’essere intelligibile. « Se la conoscenza, osserva giustamente il Masci, è via alla realtà, se questa via è quella delle forme logiche e specialmente del ragionamento, il principio di queste non deve dire quale dev'essere la realtà, ma quale dev'essere il procedimento del pensiero per apprenderla mediatamente, cioè quando essa è l’oggetto dell’esperienza diretta. Un tale principio non potrebbe essere un principio della realtà, bensì solo un principio del pensiero nella ricerca mediata e indiretta della realtà, lo schema di un procedimento che ha in sè stesso quel carattere di logica evidenza che è criterio di verità. Masci, Elementi di Filosofia Logica. I Logici non sono d’accordo sul principio logico formale del Raziocinio, e se Aristotele formò detto principio tanto sotto il rapporto dell’estensione, quanto, sotto quello del contenuto dei concetti, la Logica tradizionale lo espresse col « dictum d e omni et de- nullo », Kant la formulò nel « nota notae est nota rei; repugnans notae repugnat rei ipsi », altri come- l’Hamilton lo presentarono nella forma dell’eguaglianza delle parti col tutto, lo stesso Spencer ammise che l’istituzione dell'identico è il procedimento generale dei raziocinio, e già il nostro CAMPANELLA (si veda) affermato che la virtù di concludere questo da quello è nel sillogismo per forza di identità. Ma a dire il vero i principi sui quali si fondala legittimità dei nostri raziocini, non meno di quella, dei nostri giudizi, sono i tre che emanano immediatamente dalla nozione di ente: quello di identità, :l quale, applicato alla quantità, si trasforma nell’assioma il tutto è maggiore delle parti, ed alla causalità nell’altro non v’ha effetto senza causa; quello di contraddizione, e quello di mezzo escluso. In fatti come il secondo e il terzo sono fondamento del sillogismo di seconda figura, cosi il rapporto di principio ad effetto è il fondamento del raziocinio ipotetico, e pel disgiuntivo vale il principio dell’alternativa, che è una forma di quello. Concludendo, questo principio non ò oggettivo ma formale, non è legge della natura ma del pensiero, non è l’assioma, ma gli assiomi fondamentali del pensare, i primi ed evidentissimi, che non sono dimostrabili, ma si devono ammettere come incontrastabili: essi sono la base di ogni ramo della [CAMPANELLA (si veda), Universalis philosophia. scienza, non essendo essa se non un sistema di cognizioni dimostrate e dipendenti da un solo principio, o in breve, come vuole Gioberti l’esplicazione di un principio. Tali assiomi infine non derivano già dal senso, nè da un intuito primitivo; chè la nostra natura non ha alcuna determinazione, bensì l’attitudine- a conoscere gl’obbietti, come e quando a lei si presentano; e come il senso percepisce diretta- mente il sensibile, così l’intelletto coglie l'intelligibile e in tal modo noipossiamo percepire con le nostre facoltà l’essere ideale e reale delle cose. Qui cade in acconcio di rispondere due parole a coloro i quali pur concedendo che il raziocinio serva all’applicazione dei principi ai casi particolari, mettono fuori di esso I Induzione inventrice dei principi. Anche nell’Induzione è sempre sottinteso un principio universale, da cui parte e su cui si appoggia ogni ragionamento induttivo. L’assioma è il seguente: « Ciò che in una data specie di cose è sempre avvenuto in un dato modo, avvei rà sempie in questa stessa specie nella maniera medesima, quando le circostanze siano le stesse; ciò equivale a dire che la natura è governata da leggi fisse e costanti. Ma, di grazia, donde deriva questo principio, se non dagli altri di causalità e di sostanza, dai quali trae tutta la sua forza? Onde l’Induzione considerata sotto questo rispetto può mettersi sempre in forma di Sillogismo, e può benissimo definirsi « la funzione della mente per la quale applicando un principio universale ad alcuni fatti particolari da noi ossei vati, questi generalizziamo con una proposizione esprimente un principio od una legge generale che Gioberti, Introduzione allo studio della filosofìa. ooi affermiamo esistere in natura. Del resto uno dei principi di tutte le nostre conoscenze è il principio di causa, che ha un valore universale, ideale e reale; ideale appunto perchè è la forma di ogni conoscenza; reale, perchè nei modi e limiti suoi tutto il mondo ci si svela. Lo stesso Mill è costretto a riconoscere questi principi supremi razionali, che sono necessari all’analogia, all’induzione imperfetta e alla deduzione; e, osserva giustamente il Cantoni, non si può concludere da un particolare ad un particolare senza ammettere implicitamente come valido il principio generale, e non si può dare vera, assoluta universalità ad un giudizio senza presupporre i principi supremi della ragione. Rimane ad esaminare l’ultima delle obiezioni mosse al Sillogismo, come forma tipica di ogni argomentare deduttivo. Alcuni Logici, tra cui Cantoni, osservarono che il Sillogismo non corrisponde a tutte le argomentazioni rigorosamente conclusive. Le regole dei modi di prima figura sono: la maggiore dev'essere sempre universale, ma può essere affermativa o negativa; la minore dev’essere sempre affermativa, ma può essere universale o particolare; la conclusione ha sempre la qualità della maggiore e la quantità della minore. Se dunque la minore in un Sillogismo di prima figura in tutti i suoi modi dev’essere affermativa, questo Sillogismo (che cita il Cantoni) « soltanto gli esseri liheri nelle loro azioni sono responsabili, i pazzi non sono liberi, dunque i pazzi non sono responsabili, in forza di quel soltanto conclude Corte, Elementi di filosofia. Cantoni, Elementi di Filosofia. Logica. PEIRETTI (si veda), Compendio di Logica generale. legittimamente. Non occorre una lunga discussione per dimostrare che questa obiezione non regge, poiché quando si dice che la minore dev’essere affermativa, si intende in senso logico, non già grammaticale; onde nel Raziocinio surriferito la minore è grammaticalmente negativa, ma logicamente affermativa, che equivale a dire: i pazzi sono non-liberi. E veniamo ad esaminare le obiezioni mosse contro il Raziocinio come fondamento dell'Induzione; perocché ad alcuni Filosofi non parve che questa prenda dal Sillogismo la sua forza, come non era sembrato che ogni specie di argomentazione deduttiva prendesse da esso la sua chiarezza. Abbiamo già accennato in breve al principio che governa l’Induzione, ora aggiungiamo che essa conchiude dai fatti alle cause, dai fenonemi alle leggi, dal particolare all’universale, in forza della Deduzione stessa, pei seguenti principi impliciti, che, come avverte acutamente Martini, si collegano in forma di Sillogismo. Ciò che pur variati gli aggiunti si è osservato essere fenomeno o legge costante in molti particolari, in circostanze diverse dev’essere effetto non delle circostanze diverse ma di quello che nei particolari è costante e comune. Ora ciò che nei molti particolari, nel resto diversi, è solo costanto e comune è la loro natura. Dunque que fenomeno o legge costante in essi osservata é effetto della loro natura. Ma ciò che è effetto di alcuna na- tura si ha da verificare in tutti gli esseri che hanno la natura medesima. Dunque si verificherà in tutti i particolari della stessa natura, benché non ancora Firenzo^m diFilosofia - P«MS- 58 (Paravia osservati. » Qui si riduce quella legge che molti assegnano come fondamento dell’Induzione: le leggi di natura non mutano, ove per legge di natura si vogliono intendere non solo le leggi fisiche, ma anche quelle che, fondate sulle realtà, sono regolatrici dell’umano pensiero e discorso. Così intesa, è questa legge il principio che dà all'Induzione la forza di produrre certezza scientifica, benché muova dal particolare contingente. Ciò premesso, ritorniamo all'argomento: la prima delle obiezioni della seconda specie, òche il sillogismo non sia il tipo ordinario di ogni nostro ragionamento, e non vi sia necessità che noi ci serviamo sempre di tal forma. Quando si considerasse del Sillogismo la sola materia, l’osservazione sarebbe esatta ed avrebbe una certa importanza. Ma se si considera la legge fondamentale del raziocinio e l’inferenza del particolare dall’universale si vede che, se si è dispensati dall’e- sprimere sempre il principio universale che contiene la conclusione, però si è costretti sempre a suppor- velo almeno implicito, e la stessa Induzione dà luogo alle conclusioni generali in forza di un sillogismo sottinteso come vedemmo. L'osservazione poi di coloro i quali affermano che ragionando nessuno adopera la forma sillogistica, non ha alcun valore, perchè nulla impedisce che la mente possa nella pratica intuire nessi remoti e sopprimere un certo numero di nessi intermedi. Allo Spencer, che nei Principi di psicologia afferma esservi ragionamenti i quali non potrebbero mettersi in forma sillogistica e cita in proposito alcuni esempi, si deve osservare che egli non doveva accontentarsi di affermare, ma aveva anche l’obbligo di dimostrare tale impossibilità, la quale nel fatto é solo relativa ; e del resto solo perchè qualche ragionamento non si lascia disporre negli schemi sillogistici, non si può perciò rigettare tutto quanto il sillogismo. A coloro infine i quali affermano che il Raziocinio deduttivo non forma compiutamente tutti i procedimenti del pensiero nel ragionare si può osservare che neanche l'Induzione generalizzatrice dello scienzato non è per lo più prodotto di un discorso pei singoli casi, che spesso da un solo caso lo scienziato vede le condizioni della validità di una legge, Che se dal non essere formulalo il ragionamento si dovesse concludere che non c'è, allora la Logica dovrebbe, come osserva giustamente Masci, cedere il suo dominio tutto alla Psicologia. La prova segue la scoperta, ma non per questo è meno necessaria per convertire in sicuro possesso le verità trovate. Mill [cf. H. P. Grice, “MORE GRICE TO THE MILL”] e Bain osservarono che il Raziocinio é la riprova dell’Induzione; è un processo di verificazione. Onde fu detto che Mill non annientò il valore del Sillogismo; ma, di grazia, quando ammette che esso non serve alla scoperta di alcuna verità, noti viene a disconoscergli ogni importanza? Un’Induzione dal particolare al generale seguita da una Deduzione, osserva il filosofo inglese, è una forma in cui possiamo ragionare; ed è indispensabile porre in forma sillogistica un ragionamento, quando abbiamo dubbi sulla sua legittimità. Ed anche ciò è vero, perchè ufficio del Raziocinio è quello di smascherare gli errori dei falsi ragionamenti; ed in tal modo non solo esso è strumento di scoperta della verità, ma ha anche un [Masci, Logica, Masci, Logica. compito altamente nobile.se è vero che, come afferma Genovesi, gli uomini dove non siano aggirati dal falso hanno sempre bastante forza a vedere le più importanti verità. Bain condivise il parere del Mi 11, sostenendo che uno dei grandi servigi che rende la forma sillogistica è di analizzare, di mettere in tutta la loro luce e di presentare ad un esame separato le parti differenti di una serie o di una catena di ragionamenti. E'sta bene il Raziocinio ha un reale valore come fondamento dell’Induzione, segue che ne divenga la riprova. Ma non per questo l’obiezione ha valore universale, perché nelle scienze di deduzione si danno Sillogismi che sono unica forma di ragionamento possibile, nè occorre esemplificare, poiché infiniti sono i casi, anche nella sola Matematica, che confermano quest osservazione. Del resto se in natura noi vediamo che l’universale contiene il particolare, il Raziocinio non può non essere il tipo perfetto di ogni argomentazione. Veniamo all'ultima e più universale obiezione: «il Raziocinio non vale alla scoperta del vero ; esso serve tntt’ al più a chiarire e ordinare i nostri concetti. Che realmente compia questo secondo ufficio non vi ha dubbio alcuno, ed anche in ciò consiste la sua importanza, perchè se i concetti sono oscuri e non si vede la dipendenza loro non si possono dire scientifici; perocché conoscere scientificamente una cosa equivale, per dirla con VICO (si veda), a conoscerla ne suoi principi, e nelle ragioni. È questa un utilità del raziocinio che si può esperimentare quotidianamente. Ma Genovesi  Logica per i giovanetti. Bain, Logica deduttiva e induttiva. ben piccola sarebbe l’utilità del raziocinio se si limitasse a ordinare le nostre conoscenze; esso serve pure a condurre lo spirito all’acquisto di nuova scienza, che ci sarebbe impossibile acquistare senza il suo aiuto. Su questo punto importantissimo ritorneremo in seguito, qui basterà che ci fermiamo ad una semplice e brevissima confutazione dell’obiezione, ripetuta da Logici di tutti i tempi, a cominciare da Sesto Empirico, per venire Ano a Bacone.e poi giù giù fino a Mill ed alla sua scuola, che cioè il sillogismo non vale alla scoperta del vero. Prenderemo le mosse da un. passo della logica di Cantoni, nel quale l’insigne professore dell’Ateneo di Pavia fa sua la obiezione espressa già in altri termini da Mill e da Baili. Con la prima figura, egli dice, che da alcuni' è riguardata come la forma fondamentale e tipica del ragionamento umano, si viene ad affermare di una specie una proprietà deh suo genere. Ora un ragionamento simile pei" solito non si usa nè per dimostrare- le proprietà di un oggetto, nè per discopricele, giacché- solitamente noi Affermiamo che un oggetto appartiene- ad un dato genere quando vi abbiamo osservato e riscontrato le sue proprietà più essenziali ; così non è- naturale questo Raziocinio: Gli organici muoiono; gli animali sono organici, dunque anch’ essi muoiono; perchè tale qualità del morire si è dovuta riscontrare negli animali prima di dirli organici. Cantoni va anche più in là quando afferma che « tali Raziocini valgono ancor meno nella Matematica, la quale nella costruzione stessa dei concetti viene via via attribuendo- alle specie tutte le proprietà dei loro generi senza [Cantoni, Logica. bisogno dei Sillogismi. Or bene ciò non ci pare conforme al vero. Lo dimostra per noi Martini già citato. Nell’esempio surriferito egli osserva a Cantoni:  nSagnosi stesso poi diceva parlando del Sillogismo che esso et l’argomento delle scienze (Logica, Hegel - Logica, per « enumerationem simplicem », l’£7:«Ycdy/i 7ravrwv è cosa puerile, e non esclude la possibilità d’un caso particolare contrario, il quale la distrugga. Nell’Induzione scientifica l’osservatore dopo aver riscontrato un numero di casi sufficiente la compie legittimando la conclusione con principi universali, come la legge di causalità, nella formola di essa, secondo la quale cause simili in condizioni simili producono effetti simili. Nè l’Induzione sarebbe possibile senza anticipazione del ragionamento sull’esperienza. Galilei ci offre bellissimi esempi di questo procedimento: l'osservazione dei fatti suscitava nell’animo suo un’idea, che era come la presupposta spiegazione di essi ; su di quella ragionando cercava di ricondurre i fatti stessi come a loro principio. E così egli procedeva non solo per Induzione ma anche per via di Deduzione; questa però era sempre provvisoria; ipotetica, perchè ad ogni passo del ragionamento il filosofo naturalista sentiva il bisogno di riscontrare la verità dell’ipotesi coi fatti osservati, e di variare quella secondo la natura di questi: soltanto dopo mature e assidue riflessioni convertiva in tesi la primitiva deduzione. Giustamente perciò Navi Ile  osservava che in ogni ordine di ricerche il metodo si compone di tre elementi diti; Aristotele Aliai. Pr. Naville, La logiqué de l’hypothése. v L’hypotliése, dice Naville, intervient dans l’observation et la verification; 1 observation intervient dans 1* l’hypotése, dont elle forme le poiut de depart et dans la vérification, dont elle est la substance. La vérification enfili est inseparable do l’observation qui est son instrument, et de 1* hypothése qu’elle a pour but de detruire ou de confirmer. La mdthode est dono triple dans ^on unite, et une dans sa triplicité. stinti ma inseparabili: osservazione, supposizione e verificazione. Gli esempi di Galilei abbondano, ne riferiremo alcuni fra i più chiari e famosi. Il testo di Aristotele il quale afferma che la caduta dei corpi è in ragione del loro peso fa dubitare Galileo; egli vede che i chicchi di grandine muovendo insieme ed essendo di diversa dimensione arrivano contemporaneamente a terra; ne induce che 1 affermazione dello Stagi ri ta è falsa. Procedendo più oltre col discorso forma un assioma e suppone che qualsiasi grave discenda con una velocità, la quale si può alterare senza far violenza al suo corso naturale. Finalmente stabilisce la legge che gli spazi percorsi da un grave che cade sono proporzionali ai quadrati dei tempi impiegati a percorrerli, astrazion fatta dal peso: cerca poi la conferma della legge nelle osservazioni della discesa dei corpi pel piano inclinato. Ma è meglio riferire il passo importantissimo di Galilei relativo alla sua scoperta. Nelle Esercitazioni filosofiche di Antonio Rocco, filosofo 'peripoletico, così egli sciiveva. « Resta che io produca le ragioni che oltre alla esperienza confermano la mia proposizione, sebbene pei assicurare l’intellplto, dove arriva l’esperienza, non ò necessaria la ragione, la quale io produrrò si pei vostro beneficio, sì ancora perchè prima fui persuaso dalla ragione che assicurato dal senso. Io un assioma, da non essere revocato in du io a nessuno, e supposi qualsivoglia corpo grave discen en e aver nel suo moto grado di velocità dalla natuia 1 untato ed in maniera prefisso, che volerglielo alterare col crescere la velocità e diminuirgliela non si potesse fare senza usargli violenza per ritardargli o concitar^, 1 il detto suo limitato corso naturale. Formato questo discorso mi figurai colla mente due corpi uguali in mole ed in peso, quali fossero due mattoni, li quali da una medesima altezza in un medesimo istante si partissero; questi, non si può dubitare che scenderanno con pari velocità, cioè colrassegnata loro dalla natura, la quale se da qualche altro mobile dee loro essere accresciuta, è necessario che questo con velocità maggiore si muova. Ma se si figureranno i mattoni nello scendere unirsi ed attaccarsi insieme, quale sarà di loro quello che aggiungendo impeto all’altro gli raddoppi la velocità, stantechè ella non può essere accresciuta da un sopravveniente mobile, se con maggior velocità si muove? Conviene quindi concedere che il composto di due mattoni non alteri la loro prima velocità. Da ciò Galilei conclude deduttivamente c ìe se due corpi di materia uguale e di peso diverso cadono con velocità differente, ciò non dipende dalla differenza di peso ma da quella di forma, la quale fa i eie i mezzo in cui discendono opponga alla loro caduta una. resistenza differente. La scoperta della legge di inerzia è dovuta quasi esclusivamente al procedimento deduttivo perchè il l’imno^« q- iTfi ne r Dlalogo dei massimi sistemi affermò Sent ; ' glUngGrVÌ S0,  COn 'Suzione. Nè tnShll P r 7 DedUZÌ ° ne i! Galilei coprii! ;r d °i d „c' h av r dell ° ( * ™ è “ Olanlsotbbri- mento « „ a,eva caEUAlrneMe visto l’ingrandi- “ 8geU ' ? fabl,ricat0 “ telescopio^ ritrovai di “n «r P | r Vm, dÌSC ° rS °- Questo ertiselo coarta,Clr ° sol ° 0 dl P"> di uno; di u „ s „| 0 „ pu6 Gol.l», Prose scelte ed annotile da A. Conti. Cap.VIII. j essere perchè la sua figura è convessa cioè più grossa nel mezzo che verso gli estremi, o è concava, cioè più f. sottile nel mezzo, o è compresa tra superficie parallele, ma questo non altera punto gl’oggetti visibili col crescergli o diminuirgli; la concava gli diminuisce, la convessa gli accresce bene, ma gli mostra assai indistinti ed abbagliati, dunque un vetro solo non basta per produrre l’effetto. Passando poi a due e sapendo che il vetro di superficie parallela non altera niente, come s’è detto, conchiusi che l’effetto non poteva neanche seguire dall’accoppiamento di questo con alcuno degli altri due. Onde mi restrinsi a voler esperimentare quel che facesse la composizione degli altri due, cioè del convesso e del concavo, e vidi come questo mi dava l'intento ». 11 moto di Venere intorno al sole è da lui dedotto dal vederla falcata scemare e crescere come la luna . Infine Galileo dedusse resistenza dei monti e delle profondità della luna, dalle ombre e dai lumi non meno che dall’orlo smerlato e luminoso della luna che scemava, apparenze che, secondo lui, escludevano che la luna fosse una sfera liscia e pulita. E tanta era la sua fiducia nel Raziocinio, che a prò posito di quest’ultima scoperta egli afferma nel Dialogo dei Massimi sistemi (Giorn.) « Se 10 0SS1 nella Luna stessa, non credo che io potessi con mano toccar più chiaramente l’asprezza della sua super eie di quello che io me la scorga ora con l'apprensione del discorso ». Così egli praticava il metodo sperimen- 1 tale, e laddove Francesco Bacone, il grande suo con temporaneo, non faceva alcuna scoperta ed acco tì leva Galilei - Dialogo dei Massimi Sistemi., Giorn. IH  Galilei, Dialogo dei Mass. Sisfc., Giorn. anche ne’ suoi scritti errori volgari, egli arricchiva la scienza di sempre nuove e straordinarie scoperte, e guidalo dal suo genio non solo osservava ma divinava, nè mai trascurava di accompagnare il ragionamento all'esperienza. Che dire poi del Newton? Induttivamente egli dalle leggi di Keplero ricavò la legge della gravitazione universale; laddove ragionando deduttivamente sull’ipotesi che la deviazione della luna dalla tangente fosse un caso della gravità terrestre, e calcolandone il valore (riconosciuto poi conforme al vero) trovò l’identità tra la gravità terrestre e l’attrazione esercitata dalla terra sulla luna  Il Bode dalla legge generale di continuità da lui scoperta nei corpi celesti argomentò all’esistenza di uno o più pianeti fra Giove e Marte, il che è poi verificato con la scoperta di Cerere. Pallade, Vesta e Giunone. Leverrier solo appoggiandosi al calcolo e al Raziocinio vide, prima che fosse scoperto al telescopio, un lontanissimo pianeta, Nettuno, e ne definì con precisione la grandezza, la posizione e l’orbita. Il Torricelli infine, quantunque verificasse che l’aria è pesante coll’invenzione del barometro, già prima di tale sua invenzione dopo aver osservato alcune qualità sensibili dell’aria aveva concluso deduttivamente che l’aria doveva essere pesante come tutti gli altri corpi. A tanto può condurre il Raziocinio spinto alle ultime [Newton adopero nelle sue dimostrazioni il metodo sintetico di cui avevano dato l’esempio gli antichi geometri greci, e lo preferì ai metodi analitici allora seguiti generalmente. Cfr. Rossi I principi Newtoniani della Filosofia naturale, in Riv. Ital. di fìsosof. sue conseguenze! Perocché la conquista di così straordinarie verità, quali quelle del Galilei e del Newton acquistate alla scienza, non si poteva assolutamente fare con semplici procedimenti di paragone, con generalizzazioni fondate sull’aver scoperto alcune analogie; ben altre attività della mente si richiedevano a tant’opera! L'Induzione sola sarebbe stata infruttuosa; si richiedeva anche la Deduzione, ma sapientemente adoperata; non certo come l’usavano gli antichi, specialmente nello studio dei fatti naturali. Per i moderni da Galileo in poi la Deduzione ha avuto un grande valore nel percepire le ultime analogie tra fenomeni in apparenza diversi e non riducibili alle stesse leggi. Abbiamo detto per i pensatori e scienziati moderni, perché, come avverte un dotto scrittore in un suo opuscolo, per gli scienziati antichi spiegare un fenomeno non voleva già dire farne l’analisi o determinare le leggi della sua produzione, ma ravvicinarlo o identificarlo con altri più comuni, da loro meglio conosciuti. Dal Raziocinio non pretendevano altro che questo servizio, laddove esso sapientemente usato, come vedemmo, può spesso precorrere 1 esperienza, farci spingere le teorie alle loro conseguenze ultime, farci vedere fino a qual segno una legge renda conto di tutti i particolari di un dato fatto. Dalle considerazioni da noi esposte e dai numerosi esempi addotti ci pare si possa concludere che la ricerca induttiva non è mai compiuta di per sé sola. Il procedimento induttivo e il deduttivo si integrano a vicenda Vailati  Il metodo deduttivo come strumento di ricerca. Lettura d’introduzione al corso di lezioni sulla storia della Meccanica, tenuto a Torino (Roux Pressati). come operazioni inverse, e mentre il primo è la verificazione della legge nel fatto, il secondo ne è la verificazione. nella teoria, cioè la spiegazione. Le due vie, dice Conti, continuamente si incrociano. L’un metodo senza l’altro dà nel falso o resta incompiuto; la Deduzione senza Induzione o forma principi arbitrari e non gli applica con precisione, o gli applica a caso; l’Induzione senza Deduzione non ha regole, nè mostra l’attinenza di ragione per cui si va dal noto all’ignoto, cioè da un principio evidente alla conseguenza. Nè questo è tutto, chè le stesse verità sperimentali acquistano il più alto grado di certezza quando si giunga ad applicar loro il calcolo matematico, il quale è il più bell'esempio di procedimento deduttivo e viene non solo ad ordinarle le verità, ma anche a dar loro una consistenza che altrimenti sa- sebbe vano sperare, non potendosi dire ritrovata una verità se è di ancor dubbia esistenza. È inutile parlare dell’importanza del Raziocinio nelle scienze deduttive in generale, nè vi è bisogno di ricordare che tanto colui il quale impara le Matematiche, quanto chi le insegna procedono per via di sillogismo. E vero che, come affermava Bufalini, le scienze furono povere e superstiziose finché le guidò la filosofia speculativa, e che solo la filosofia sperimentale fece fare ad esse rapidi e prodigiosi progressi. Ma non v’è chi non riconosca che i Peripatetici e specialmente gli ultimi della scuola abusarono del Raziocinio trascurando l’Induzione. Coi loro metodi non fecero avanzare le scienze fisiche durante secoli e secoli dal punto in cui le ave- Conti, Storia della filosofia. -vano condotte i Greci, salvo arditi tentativi di Bacone. Ed invero dai principii che il sole è più nobile della terra, che il riposo è più nobile del movimento, che il moto circolare è il più perfetto, che la natura ha orrore del vuoto, non potevasi trarre alcuna spiegazione di fatti naturali, nè dare alcuna spiegazione di fatti naturali, nè fare alcuna scoperta. Ma non bisogna però dimenticare che le scienze giunte allo stadio deduttivo sono di gran lunga più ricche e meglio costituite di quelle che sono ancora costrette, ogni qualvolta si presentano nuovi casi, a fare sempre nuove generalizzazioni, in mancanza di una generalizzazione ultima, atta a ricollegare deduttivamente tutte le sue parti. L’astronomia ha fatto rapidi progressi ed ha raggiunto quel grado di perfezione che ora l'adorna in virtù di una sola gcneializznzione, l’attrazione universale; e cosi la Fisica, pel principio dell’equivalenza delle forze; e la stessa Chimica moderna non esisterebbe senza l’ipotesi che dicesi teoria atomica, nè l'Ottica senza quella che la luco sia un movimento ondulatorio. Che dire poi della Meccanica? Vailati avvertiva giustamente in una sua pregevolissima Lettura tenuta pochi anni or sono all’Università di Torino, che le prime esperienze che fecero progredire la Meccanica furono, più che interrogazioni rivolte alla natura- « veri cimenti a cui l’assoggettavano per sfidarla quasi a rispondere diversamente da quel che avrebbe dovuto.Talora pareva che fossero indotti a sperimentare più per convincere gli altri che se stessi ; poiché i fatti soli potevano scuotere gli increduli. E noi già recammo parecchi esempi del Galilei, più eloquenti di lunghi discorsi. Vailati. In ogni scienza ritrovate le leggi semplici incomincia un procedimento inventivo della Deduzione, che può essere una riduzione od una sintesi. Quantoè rimasta più indietro laStoria naturale! E ciò perché sebbene la teoria dell’evoluzione sia una generalizzazione ultima rispetto- alla Biologia, tuttavia non è così certa nelle sue ipotesi, nè così compiuta nelle sue leggi da potersi affidare al procedimento deduttivo nelle dimostrazioni e ricerche. Perciò fin quando non si dimostri che nella cellula germinativa sono tutti gli elementi costitutivi delle- specie, ed anche i germi del sentire, dell intendere, del volere; fin quando non cesserà di essere un arcano come da un atto meccanico si passi ad un atto psichico, la teoria di Darvin e di Spencer potrà allcttare molte menti, - ma non sarà riconosciuta quale accertata verità scientifica. Onde l’applicazione della Deduzione alle scienze è desiderabile pel loro progresso; e tali vantaggi ha posto splendidamente in luce Vailati nel suo scritto già da noi citato. Uno di questi vantaggi consiste per lui nel reciproco controllo che le proposizioni legate per mezzo della Deduzione sono poste in grado di esercitare le une sulle altre, e nel vicendevole appoggio che vengono così a prestarsi mettendo in certo modo in comune la forza complessiva di tutti i fatti e di tutte lo verifiche di cui ciascuna di esse dispone. Altro vantaggio infine è quello che si riferisce « alla capacità che ha la deduzione di semplificare e facilitare la descrizione e la caratterizzazione dell’andamento dei fenomeni al cui studio si applica, permettendoci di rappresentare nelle nostra mente le leggi che li regolano mediante Vailati. un minimo numero di proposizioni abbracciane ciascuna un insieme, il più possibilmente esteso, di fatti particolari e casi speciali. Onde apparisce chiaro che il raziocinio è ben più d’un semplice ordinatore, di un istrumcnto tassonomico che vale a scoprire nuovi veri in ogni ramo del sapere. Le scienze poi non vanno divise in due campi, in deduttive e induttive, esclusiva- mente, in quantoche Deduzione e Induzione, come già vedemmo, si integrano a vicenda in ogni scienza, e si può parlare tutt’al più della prevalenza di un metodo sull’altro, non mai di contrasto. Come non è possibile separare l’Analisi dalla Sintesi, perocché se ogni Analisi nella ricerca ha per fine una Sintesi ogni Sintesi è il risultamento della composizione di precedenti Analisi; così non si può disgiungere la deduzione dall’induzione, perchè quella muove o da principi raggiunti con l’Induzione, o da ipotesi, ossia principi formulati analogicamente, conforme agli induttivi; e d’altro lato alcuni procedimenti, coi quali l’Induzione cerca di raggiungerei principi sono deduttivi, come si vede nel metodo di differenza. Bisogna poi sempre tener presente che in ogni scienza occorre ad ogni passo la spiegazione la quale in sostanza è una Deduzione, una riduzione del particolare all’universale, una generalizzazione. Che più? Tutte le scienze da induttive tendono, come già dicemmo, a diventare deduttive, ed in’ciù consiste la loro perfezione, sia estensiva sia intensiva. E, per concludere, in tutte le scienze se si trovano nuove cognizioni di fatti con l’osservazione esterna ed interna, col ragionamento e con la riflessione si acquistano nuove VailatL. cognizioni razionali; con 1 Induzione si arriva a scoprire verità generali nei concetti particolari; col Raziocinio si scoprono le attinenze particolari nelle verità generali e nei principi puri e sperimentali; ed infine non già il Senso con l’Esperienza e l'Induzione, ma la Ragione assorge ai principi supremi, li furmola, e li- applica alle stesse scienze sperimentali. Perocché . i principi generali, di perse stessi, per dirla con Conti, sono astratti e nulla insegnano, e sono come- tesoro, che, posseduto non si spende nè si mette in commercio e quindi non serve a nulla. Onde il metodo- più acconcio per far progredire ogni scienza è il comprensivo, creato e sapientemente seguito dal nostro’ Galilei. Il vero scienziato deve partire dai summi principi della ragione, ingiustamente dal Locke, dal Borckeley e dall'I-Iume considerati infecondi nella scienza- perchè astratti ed universali. Essi sono indispensabili; al progresso del sapere: indi è necessaria la Matematica- e specialmente la Geometria, perchè, per dirla con GALILEI (si veda), l’universo è scritto in lingua matematica, o- i caratteri sono triangoli, cerchi ed altre figure geometriche,  o in altri termini, i fatti naturali e le proprietà dei corpi si riducono ad attinenze certe di numero o di spazio; perchè le leggi di natura si rendono, per la mente nostra, generali e costanti ove siano sottoposte al calcolo. Viene poscia in campo l'Esperienza, ma questa deve sempre essere sorretta dal Discorso, nè ad essa lo scienziato deve affidarsi troppo ciecamente, ricordando le autee parole da Magalotti nel Proemio ai Sugffi Conti o Sartini Filosofia elementare. Cfr. anche Conti e Sartini. di Naturali esperienze dell'Accademia del Cimento. Conviene camminare con molto riguardo, che la troppa fede all’esperienza non ci faccia travedere e ci inganni, essendoché alle volte prima eh’ ella ci mostri la verità, manifesta dopo levati quei primi velami delle falsità più palesi, ne fa scorgere certe apparenze ingannevoli,ch’hanno sembianze di vero [Da ultimo non deve mai trascurarsi l’autorità scientifica, che giova ed evitare ogni eventuale inganno delle proprie osservazioni e dei propri ragionamenti. Questo è il vero metodo scientifico e non altro; esso è gloria nostra, ed ha rinnovalo tutte le scienze e nuovi trionfi è ancora destinato a riportare pel bene dell’umanità. Non possiamo chiudere questo nostro breve studio sul Raziocinio senza accennare ad un altro suo pregio che nessuno vorrà disconoscere, cioè all’efficacia che esso ha nella formazione del carattere. Poiché il Sillogismo facendo vedere ogni fatto particolare collegato con un principio generale abitua gli uomini alla coerenza, che trasportala nelle azioni dicesi carattere. E giustamente osserva Kant che bisogna operare come se la massima dell'azione dovesse divenire legge universale della natura. Ma alla dottrina Kantiana sublime nella sua rigidezza, non sa uniformarsi se non colui il quale, per dirla con Rosmini, si esercita ed abitua nella coerenza dei pensamenti, enonlasciando sterili in se stessi i principi ne deduce le ultime conti) Magalotti, Saggi di naturali esperienze dell’Accademia del Cimento, Proemio  e A. Valdarnini  Il metodo sperimentale ecc. Kant, Fondamenti della Metafisica dei Costumi, e Critica della Ragion Pratica. ' .. /i\ il rii-attere infatti è 1 abitudine di seguenze - stabilita e di attenervisi fcrysrs rr^rr ! tondamente del carattere è lord,ne morale e . dovere, ma perchè possa effettuare, cosinegl uou« come nelle nazioni è necessario che tutte le nostre hcoltà "li atti della mente, e le libere operazioni .1 proposito i mezzi e l’intento, fondati sul senUmento è sull’idea della legge morale e del dovere armonizzino fra loro e siano rivolti al vero e piu elevato flne della vita umana e della civile società. » E se c vero, come vuole lo Smiles, che la nobiltà del carattere è quanto vi ha di meglio nell'umana natura ; se vero che il carattere stesso degli individui e dei popoli è la forza più potente nel mondo morale, il Raziocinio che fortemente concorre a formarlo ci rende un altro grande c segnalato servigio. La coscienza morale poi è complessa: richiede in primo luogo a conoscenza della legge; indi la coscienza di un fatto volontario reale o intenzionale; infine la constatazione che l'atto è conforme alla legge o disforme da essa. Onde la coscienza morale fu da alcuno definita mo to bene: « il giudizio della ragion pratica ultimo circa i particolari fatti umani, dedotti dagli universali pnn-  Rosmini — Logica, N. 994.,010  FIORENTINO (vedasi) Elementi di Filosofia -olZ.  Yaldarnini  Elementi di Etica e di diritto, pag* cipì del costume, » e può considerarsi come la con- f clusione di un Raziocinio la cui premessa maggiore è data dai primi principi morali, e la minore dalla coscienza del fatto posto o da porre. j Il nostro lavoro è compiuto: in esso abbiamo cercato di seguire sempre il vero, senza curarci di attenerci ! più a questo che a quel sistema filosofico, nè di abbandonarci ad esagerate affermazioni. Dallo studio dei più grandi scrittori di Logica ci è parso che in generale si sia trasceso; da alcuni attribuendo al Raziocinio una soverchia importanza che esso non ha, da altri disconoscendogli ogni valore. Nessuno ha mai potuto nè potrà in avvenire infirmare validamente l’utilità e le regole del Raziocinio, che, esposte in antico da Aristotele, furono riferite in ogni età, e dal nostro Galilei opposte di continuo ai falsi Peripatetici dell’età sua. Ricordiamo sempre che se le scienze hanno progredito nell’età moderna in modo così meraviglioso, ciò è stato perchè non il solo metodo autoritario e deduttivo o lo sperimentale induttivo, ma entrambi felicemente congiunti in accordo armonico le guidarono nel loro cammino. E rammentiamo ancora che, come ammonisce molto saviamente Conti, un empirismo senza rigore di ragionamento e senza guida dei sovrani principi è accozzaglia di fatti, non è scienza, nè troverà mai leggi universali, com’è l’attrazione del Newton e le Conti, Storia della Filosofia. oscillazioni del Galilei. Un idealismo senza osservazione dei fatti, che induca e deduca fuor di quello che essi mostrano, non è altro che tela di ragno, un soffio la disfà, e ce l’insegna la storia. Nè ciò vale solo pei fatti esteriori, ma per gli interni altresì; e come 1 tìsici così hanno i filosofi nel Galilei un maestro sicuro. » Il suo metodo e quello della sua scuola ha dato alla scienza così splendidi risultati, che i grandi scienziati non lo abbandonarono più. « Una è la verità; e se la verità ci si palesa dagli insegnamenti di Galileo, è impossibile che essa stia in insegnamenti contrari.  Paj. 5 6 20 70 88 ■ 105. - 20 linea 23 in luogo (lì irfatfe leggi idi 'os 48 P 22 » delio P della G5 P 15 » rendono P rendono 07 P 15 » Teoria Teorica 70 P 20 > contenuto P contenuta 71 » 23 p quantitativo qualitativo ■ 75 P 1 » di > dei 75 » 7 p subordinata subordinalo 77 » 29 9 i pròni P primi 73 > 10- P percepire conoscere 80 » 0 » che > chi 83 P 9 > E sta bene » li sta beile; 93 » 20 P peripotetioo peripatetico- 90 • 19 » al »■ colhh. Nome compiuto: Pier Vincenzo Bondonio. Bondonio. Keywords: raziocinio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bondonio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Boniolo: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’atleta del vicolo -- le regole e il sudore – filosofia del sudore – scuola di Padova – filosofia padovana – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimmin-Pool Library (Padova). Filosofo padovano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Padova, Veneto. Grice: “I like Boniolo; especially that he takes ‘antichita’ seriously – he is right on the emphasis on ‘argomentare’ but obviously the balance shoud be between epagoge and diagoge – I would like to see more diagoge! He has philosophised on other topics, too!” Cresciuto nel Petrarca Basket, debutta in prima squadra diventando in quell'anno il più giovane giocatore di Serie A. Giocò con il Petrarca Basket. Presidente. Laureato a Padova, insegna a Padova, Roma, Milano, e Ferrara. Studia I fondamenti filosofici della biomedicina e sulle loro implicazioni etiche, in collaborazione con diversi istituti e fondazioni mediche milanesi. Svolge ricerca in ambito filosofico, in particolare sulla filosofia della ricerca biomedica e della pratica clinica, nonché di etica pubblica e individuale. Si è occupato anche di filosofia della scienza di filosofia della fisica, di storia della filosofia e della fisica contemporanee. Il suo lavoro  è documentato da saggi pubblicati su riviste.  Membro dell'Accademia dei Concordi di Rovigo.  Altre opere: “Mach e Einstein. Spazio e massa gravitante” (Armando Editore); “Linguaggio, realtà, esperimento” (Piovan); “Metodo e rappresentazioni del mondo. Per un'altra filosofia della scienza” (Bruno Mondadori); “Filosofia della scienza” (Bruno Mondadori); “Questioni di filosofia e di metodologia delle scienze sociali” (Borla); Introduzione alla filosofia della scienza” (Bruno Mondadori); “Il limite e il ribelle: etica, naturalismo, darwinismo” (Cortina);. Argomentare” (Bruno Mondadori); “Individuo e persona. Tre saggi su chi siamo” (Bompiani); “Strumenti per ragionare: logica e teoria dell'argomentazione” (Bruno Mondadori); “Il pulpito e la piazza. Democrazia, deliberazione e scienze della vita” (Cortina); “Le regole e il sudore. Divagazioni su sport e filosofia” (Raffaello Cortina); “Strumenti per ragionare” (Pearson Italia spa); “Conoscere per vivere. Istruzioni per sopravvivere all'ignoranza” (Meltemi); “Filosofia della fisica, Bruno Mondadori, J. von Neumann, I fondamenti matematici della meccanica quantistica, Il Poligrafo); Storia e filosofia della scienza. Un possibile scenario italiano” (Le Scienze); “La legge di natura. Analisi storico-critica di un concetto” (McGraw Hill); “Laicità. Una geografia delle nostre radici” (Einaudi); “Filosofia e scienze della vita. Un'analisi dei fondamenti della biologia e della medicina” (Bruno Mondadori); “Passaggi. Storia ed evoluzione del concetto di morte cerebrale” (Il Pensiero Scientifico Editore); “Etica alle frontiere della biomedicina. Per una cittadinanza consapevole” (Mondadori); Consulenza etica e decision-making clinico. Per comprendere e agire in epoca di medicina personalizzata” Pearson Italia spa,.Poincaré, Opere epistemologiche, Mimesis. Mimesis,. Etica alle frontiere della biomedicina. Per una cittadinanza consapevole (Mondadori).  Apoxyómenos Apoxyomenos Pio-Clementino Inv1185.jpg Autore Lisippo Data Copia latina dell'età claudia da un originale bronzeo circa Materialemarmo pentelico Altezza205 cm UbicazioneMusei Vaticani, Città del Vaticano Coordinate 41°54′24.23″N 12°27′12.65″E  L'Apoxyómenos (traslitterazione dal participio grecoἀποξυόμενος, "colui che si deterge") è una statua bronzea di Lisippo, databile al 330-320 a.C. circa e oggi nota solo da una copia marmorea (marmo pentelico) di età claudia del Museo Pio-Clementinonella Città del Vaticano. Si conoscono inoltre varie copie con varianti.   Dettaglio  La testa Storia Modifica La statua bronzea dell'Apoxyómenos, assieme ad un'altra statua di Lisippo che rappresentava un leonegiacente, si trovò, in epoca successiva, ad abbellire e ornare le terme di Agrippa in Roma. Tiberio, affascinato dall'opera, provò a portarla nel suo palazzosul Palatino, ma dovette poi ricollocarla a posto per le proteste dei Romani.  Una versione marmorea fu rinvenuta nel 1849 nel quartiere romano Trastevere, nel vicolo delle Palme, che da quel ritrovamento, prese poi il nome di "vicolo dell'Atleta".Unitamente alla statua furono ritrovate anche le statue del Toro frammentario e il Cavallo di bronzo.  L'opera venne esposta, quasi subito, nei Musei Vaticani (Città del Vaticano), inizialmente nella camera del Mercurio, nel cortile ottagonale, quindi fu rimossa e spostata al Braccio Nuovo. Nel 1924 fece il percorso a ritroso e ritornò nella Camera dell'Hermes, dove ci fu un nuovo, più accurato restauro effettuato dal Galli. Questi, tra le altre cose, tolse il dado posto dal Tenerani nella mano destra, provvide a rifare lo strigile, effettuò la sostituzione di vari perni esistenti e infine, vi integrò molto accuratamente le dita distese. La statua trovò la sua collocazione definitiva nella stanza più propriamente detta Gabinetto dell'Apoxyómenos. Nel 1994 la scultura fu oggetto di una profonda e completa opera di pulitura.  La statua fin dal suo ritrovamento ebbe subito una grandissima notorietà mondiale: di essa fu diffuso il calco in gesso, in numerose copie e in varie parti d'Europa. Una copia del calco, venne richiesta anche dallo scultore Shakespeare Wood, al quale venne donata, per essere poi collocata nell'Accademia di Belle Arti di Madras. In tale occasione e per tale finalità fu realizzata una copia cosiddetta "forma buona", vale a dire, una particolare matrice in gesso; di questa operazione, rimasero visibili le tracce fino a quando fu effettuato l'ultimo restauro.  Una variante del tipo dell'Apoxyómenos è il cosiddetto Atleta di Lussino, un originale bronzeo. Una più simile a quest'ultima, ma con le braccia reggenti un vaso si trova nella galleria degli Uffizi.  Descrizione Modifica L'Apoxyómenos raffigura un giovane atleta nell'atto di detergersi il corpo con un raschietto di metallo, che i Greci chiamavano ξύστρα e i Romani strigilis, in italiano striglia. Era uno strumento dell'epoca, di metallo, ferro o bronzo, che era usato solo dagli uomini e, principalmente, dagli atleti per pulirsi dalla polvere, dal sudore e dall'olio in eccesso che veniva spalmato sulla pelle prima delle gare di lotta.[1] L'atleta è quindi raffigurato in un momento successivo alla competizione, in un atto che accomuna vincitore e vinto.[4]  La versione dei Musei Vaticani si presume sia stata eseguita in un'officina romana di buona qualità, pure se, ad una più attenta analisi, resta qualche piccola imperfezione e decadimento di livello; ne è un particolare esempio la resa della zona interna del braccio sinistro. La statua risulta nella sua totalità sostanzialmente completa e tuttora in condizioni molto buone. Piccoli particolari rovinati si possono riscontrare nella punta del naso, mancante, diverse scheggiature relative all'orecchio sinistro, ai capelli, a una delle mascelle e anche allo zigomo sinistro. Esistono due fratture sul braccio destro; una è situata alla metà circa del bicipite e una seconda sopra il polso. Il braccio sinistro riporta una frattura alla spalla, dove si possono anche notare piccole perdite di materiale e una seconda frattura al polso.  Su una vasta zona dell'avambraccio destro sono evidenti le tracce di leggere corrosioni e di un'antica azione del fuoco. In una delle mani mancano tutte le dita e si notano fori di perni che risalgono ad un precedente restauro.  Mancano anche il pene e una parte dei genitali nella zona inferiore. La gamba sinistra rivela una frattura sotto l'anca. La gamba destra rivela due fratture; sotto la caviglia e sotto il ginocchio.  Stile Modifica Col gesto di portare in avanti le braccia (tesa la destra e piegata la sinistra), la figura segnò una rottura definitiva con la tradizionale frontalità dell'arte greca: le statue precedenti avevano infatti il punto di vista ottimale davanti (un retaggio delle collocazioni dei simulacri nelle celle dei templi), mentre in questo caso per godere appieno del soggetto si deve girargli intorno. Con tale innovazione l'opera è considerata la prima scultura pienamente a tutto tondo dell'arte greca.  La figura si muove ormai nello spazio con una grande naturalezza, con una posizione a contrapposto che deriva dal Doriforo di Policleto; in questo caso però entrambe le gambe sostengono l'atleta e la sua figura è leggermente inarcata verso la sua sinistra, seguendo quel gusto per la dinamica e l'instabilità maturato da Skopas qualche anno prima. Esso si protende nello spazio con audacia, col peso caricato sulla gamba sinistra (aiutata da un sostegno a forma di tronco d'albero) e con una lieve torsione del busto, che spezza irrimediabilmente la razionalità del chiasmopolicleteo, cosicché i pesi non sono più distribuiti con simmetria sull'asse mediano. Il corpo dell'opera è percorso da una linea di forza ondulata e sinuosa, che dà l'impressione allo spettatore che l'opera possa in qualche modo andargli incontro.  Il corpo è snello, con una testa più piccola del tradizionale 1/8 dell'altezza del canone di Policleto, in modo da assecondare un'innovativa visione prospettica, che tiene conto del punto di vista dello spettatore piuttosto che della reale antropometria della figura. Scrisse a tale proposito Plinio che Lisippo «soleva dire comunemente che essi [gli scultori a lui precedenti] riproducevano gli uomini come erano, ed egli invece come all'occhio appaiono essere» (Naturalis Historia).  Apoxyomenos, su museivaticani.va.. ^ Vicolo dell'atleta, su romasegreta.it. . ^ a b Apoxyómenos, su treccani.it, Treccani.  ^ a b Lisippo di Scicione: l’Apoxyomenos, su instoria.it. Voci correlate Lisippo Policleto Scopas Atleta di Lussino Strigile Borrelli, APOXYOMENOS, in Enciclopedia dell'Arte Antica, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Paolo Moreno, APOXYOMENOS, in Enciclopedia dell'Arte Antica, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1994. Portale Scultura: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di scultura Doriforo scultura di Policleto  Atleta di Lussino scultura greca  Eros con l'arco. Nome compiuto: Giovanni Boniolo. Keywords: le regole e il sudore, sweat, sudore, instrument to oil, and get sweat off, strigila, strigil, cricket, golf, football. Grice, captain of the football team at Corpus Christi. His philosophy tutor taught him to play golf. Competed in cricketshire for Oxfordshire. Founding member of the Demi-Johns, ‘philosopher and cricketer’, ‘cricketer and philosopher’. Sluga learns cricket from Grice. References to cricket in THE TIMES. ‘rules of games’ – “The conception of values” – rule, “we don’t like rules, except rules in games and to keep quiet in colleges!” --  Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Boniolo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Bonomi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei quattro elementi – scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library-- (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “Bonomi is undoubtedly a Griceian – my favourite is his account of the copula – as in ‘The wrestlers are good’ – in terms of what Bonomi, after Donato, calls ‘aspetto’ – S is P, S was P, S will be P, Be P!, and so on – Most of his philosophising is Griceian, such as his explorations on what he calls ‘the ways of reference,’ ‘image’ and ‘name’ in terms of  ‘significato,’ and ‘rappresentazione,’ – he is a Griceian in that he respects ‘la struttura logica’ and leaves whatever does not fit to the implicaturum!”  Insegna a Milano. Nei lavori di filosofia del linguaggio (“Le vie del riferimento” – Milano, Bompiani – “Universi di discorso” – Milano, Feltrinelli) concentra il proprio interesse verso il ruolo che l'apparato concettuale svolge nella determinazione dei contenuti semantici grazie ai quali ci riferiamo a oggetti ed eventi del mondo circostante.  Il suo saggi teoreticamente più impegnativo (“Eventi mentali”, Milano, Il Saggiatore) tratta invece delle modalità logiche che sono alla base delle procedure con cui, nel linguaggio, rappresentiamo i contenuti cognitivi di altri soggetti. Si è poi occupato della struttura semantica degli universi narrativi, concentrandosi in particolare sul ruolo che hanno le cosiddette espressioni indicali nel determinare la struttura spazio-temporale di un testo  (“Lo spirito della narrazione”, Bompiani).  Un saggio di semantica formale è dedicato alla struttura degli enunciati temporali (“Tempo e linguaggio. Introduzione alla semantica del tempo e dell'aspetto verbale”, Bruno Mondatori). A metà strada fra realtà autobiografica e immaginazione si colloca invece la opera narrativa (“Io e Mr Parky”, Bompiani), nella quale si descrivono i mutamenti che intervengono nella vita di una persona che scopre di essere affetta da una patologia neurodegenerativa. Altre opere: “Esistenza e struttura, saggio su Merleau-Ponty, il Saggiatore, Milano); “Sintassi e semantica nella grammatica tras-formazionale” (Milano, Il Saggiatore); “Le immagini dei nomi” (Milano, Garzanti). “Gli analitici lo fanno meglio. Le ragioni di un successo crescente anche tra i filosofi italiani cresciuti nella tradizione continentale, in La Stampa. Scuola di Milano. A DARK and mysterious art, called Alchemy,  which originated with the Arabian sages  about the seventh century, was the parent of  the brilliant and enchanting science of Che-  Baistay. Philosophers of the polemical schools main-  tained that Fire, Air, Earth, and Water, were the Four Elements of Nature; but the disciples  of Alchemy denied the validity of this doctrine,  and asserted that Salt, Sulphur, and Mercury,  were the Three Elements, from whose admixture  or union emanated the various productions of  the a,nima.l, vegetable, and mineral kingdoms. Both notions were erroneous, as the sequel  will prove, but that of the alchemists rapidly  excited intense interest, because it led to the  performance of curious experiments, and to the  observance of strange phenomena attendant  upon the mixture of adds, salts, spirits, and  metala  B  U im  pROMB golci^ ami ieSd findk td  hrrfr^ V>f»^^ duit tiie noe afl»adt»iiL of d  (ftimdhf fA Salt, Salphur, and Mercnrr of tl  ^/r»#» ii^aS wr/tUd eaaase ite TraBSHntaciija ini   Th^» ffAvht^mt^f therefore, consfcroctei powe  fifl f^rrirt^'^^ wvfmUid curious stills^ alembic  I'i^.hdn, t^titf'^)tUmf and much costly and con  fillf'Mf^d h^pnmim for extractrug strong acid  «nJlM, Mifid w<ilvt»fif.«, from minerals and earths.   A1jI»mI ljy llu^Mo tliny (jommenced an arduox  MhrtH'li llihiHwIuMd. mII Nature, for an imaginai   substance, which they named the Philosopher's stone; a minute fragment of this miracle of art,  when discovered, and thrown upon molten lead,  was destined to alter the proportions of its three  supposed elements, to cleanse it fix)m impurity  and dross, and transmute it into pure and effulgent gold  From the laboratories of Arabia, the principles of this seductive art soon spread over  ITALIA, and all ranks of society joined in wild  pursuit of the golden phantom for a long succession of ages; vain was their incessant toil and labour, it eluded their anxious grasp, and instead  of enjoying riches and splendour, they invariably  languished in poverty and misery. The alchemists, baffled in the acquisition of  metallic treasure, sought after a powerful liquid  for dissolving all things; but this was quickly  abandoned, because an Universal solvent could  not be retained in their retorts or crucibles. Ultiniately they dared to think Immortality  within their reach, and presumptuously endea-  voured to prepare a medicine to prevent the  decay of nature, and prolong life to an indefinite  extent; but disease and death were the grim  attendants upon the operators, who trusted to obtain an Elixir of life amidst the poisozi fiimes of the furnace.   Such were the three grand objects of alchern art, and though abortive in regard to their at:::;^  ticipated results, yet productive of the good eflFec:of inducing philosophers to descend from disput^-'^  upon words, to experiments upon things. Accordingly, out of the vast mass of intricat^^ materials accumulated by the alchemists, a fe^^' master minds were enabled to select, examin and classify valuable facts, striking experimentsf^  and wonderful phenomena, which had been  either abandoned or forgotten during the infatuated pursuits now briefly described.   The gradual introduction of metallic pre-  parations into Medicine, as substitutes for the  drugs and simples of its ancient practice, and of  others into the arts and manufactures, conjoined  with the publication of essays concerning these  and other experimental facts, eventually drew  the attention of civilized society to the utility of  the labours of the philosophers, who engaged  upon the ruins of the once dearly cherished, yet  delusive art, and in an incredibly short time,  like the fabled Phoenix of Arabia, Chemistry  soared from the ashes of Alchemy. Chemistiy, guided by accurate experiment  sound theory, has attained its just rank in  circle of the sciences, and has proved the Unate connexion of its beautiful facts and  trines, with the wonderful phenomena of the  d, and their great utility when judiciously  applied to the arts of life, in aid of the wants,  orts, and luxuries of mankind. The votary of Chemistry is not chained to  ^Q flaming furnace in fruitless labour after gold,  ^or compelled to invoke witchcraft and magic  for the production of an universal solvent, nor  immured in the dark laboratory, amidst deadly  exhalations, to discover the art of prolonging  life; no! in this happy age, the fetters of  ignorance and superstition are shattered by the  powerful hand of Truth, and he comes forth  with freedom into the glowing sunlight of Phi-  losophy, as the servant and interpreter of  Nature; he looks abroad into the rich and mag-  nificent Universe, calls the delightful scenery all  his own, the mountains, the valleys, the oceans,  the rivers, and the sky; through these wide  bounds he is free at will to choose Whate'er bright spoils the florid earth contains,Whatever the waters, or the ambient air. All present him with perfect instances of tb^  consummate wisdom of the Almighty God, wb created a World so fraught with beauty, and \K  their examination he gains materials for refle^^  tion and research, which, if properly applied axxpursued, not only enlighten and adorn, hv  exalt and purify his mind, teaching him to ap  preciate the miraculous workings of an Omid  potent and Eternal Power. Chemisfay is the most instructive and de  lightfiil study that can be pursued, because it i  purely a science of Experiment; no anticipatioit  can be formed as to the results which will ensu^  upon the presentation of different substances U each other.  By making experiments with great attentior  and accuracy, and intently studying the results,  philosophers soon discovered the real nature oi  the Four Ancient, and the Three Alchemical  Elements; a short account of the conclusiom  which are thus established will furnish a correct  notion of the modem meaning of the term  Elements, which will frequently occur during  the present inquiry.   Fire is not a peculiar or distinct principle, but a result of intense attraction between two  i   '- or Q^Qpe substancea Air is a mixture of two   S^^QB, called Oxygen and Nitrogen. Earth is a   ooQapound of Oxygen and numerous Metala " ^ter is a compound of Oxygen and a gas *   ^ed Hydrogen. Salt is a compound of a vapour called Ohio-  ^e, and a metal called Sodiimi; but the com-   P^xxents of Sulphur and Mercury are unknown, "^^lefore these two substances are called Ele-   °^^xits, to denote that they have not been   8*Udysed, and in this acceptation of the term   C^Xygen, Nitrogen, Hydrogen, Metals, and several   ^ther substances, are Elements; altogether there  ^e Fifty -six such Elements: their names are shown in the following list. Aluminum. A metal thus named from the Latin  dt/u/men, clay. Antdcont. a metal thus named from the Greek  am, agoMisty and imvos, movJc, because  several monks were poisoned by its preparations.  Arsenic. A metal thus named from the Qmk   apcrsytKoy, powerful, on aoooont of iti   strengA aa a poison.  Bariu^l a metal extracted from Baiyta^ ft   heavy mineral thus named frx>m the Gieekj   ^apvs, weight. Bismuth. A metal said to be thus named byi he   German miners, from wiesarruitte, a Uoomr   ing meadow, because of the variegatied   hues of its tarnish. Boron. A non-metallic combustible, obtained   from Borax, a substance so called from the Arabic, burvJc, brillicmt,  Bromink a non-metallic incombustible liquid. Its name is derived from the Greek, Spufjoi, stench, on account of the insupportable   odour of its vapour.  Cadmium. A metal thus named from the Greek   xaSjw.gia, cola/mine, an ore of zinc.  Calcium. A metal thus named from the Latin calx, Ivme. Carbon. A non-metallic combustible, thus named from the Latin carbo, coaL  Cerium. A metal thus named in honour of the   planet Ceres.  Chlorine. A non-metallic incombustible vapour, thus called from the Greek yO^^pos, green, in  aUusion to its colour.   HRomuM. A metal thus named from the Greek  XP<»f^oC) colour, on account of the varied  hues which its compounds assume.   OBALT. A metal thus named after Kobold, a  sprite or gnome of the German mines. OLUMBIUM. A metal thus named from its dis-  covery in a mineral from CoVwmbia,   DPPER A metal thus named from being ori-  ginally wrought in Cyprus. DDYMITJM. A metal thus named from SiJiz/Aoi,  twins, on account of its resemblance to  Lantanum. LUORINK A non-metallic iminflammable va-  pour, extracted from fluor-spa/r,   LUCINUM. A metal extracted from a mineral  named Glucina; a term derived from the  Greek yXvKv;, sweet, on account of such  taste being communicated by its compounds.   DLD. A metal the etymology of whose 5tiame is  uncertain. YDROGEN. A non-metallic inflammable-: gas,  and being an element of water, it is thus  called from the Greek if^cjp, water, t^d  yBvcj, to generate.   K  Bume a red colour; hence ite name tiOM   ' the Greek ^ dSw», a rose. Selenium. A non-metallic inflammable ela  ment, thus named in honour of the moOE  from the Greek atMvn, the nwon.  SrucRTM. A metal thus named from the Latin   SlLTXB. A metfd, ihe oii^ of whose name is   obecnra.  SoDiuiL A metal obtained from the ashes oJ   a plant called the solaola «m2a.  StbontiuU. a metal extracted from a minera]   discoTersd at j%vn<Ja«.  Sdlphdb. a non-metaUio cnmbustible, whoBC   name is probably of Arabic eztntct^on.  Tbxlukium. a metal thus named in honour o:   the Earth, from the Latin TeUAia, the earth.  Thobintju. a metal thus named in honour o:   the Saxon deitj Thor.  Tin. a metal, the origin of whose name is t  matter of doubt  TiTANiUH. A metal thus named in honour o:   the Tita/ns of heathen mythology,  TtraGSTENUM. A metal thus named from th<   Swedish word tUTigaten, heavy-stone, fron   which it was extracted. ^Hanium. a metal thus named in honour of  the planet Uranus,   ^Akadium. a metal thus najned in honour of Vcmadis, a Scandinavian deity.   TTranjM. A metal extracted from a mineral  found at Ytterby.   ZlKa A metal supposed to be thus named from  the Grerman zi/nJcen, ruiUa.   ZmcoKTCTM. A metal obtained from a gem  called zircoon, by the Cingalese, in allu-  sion to its four-cornered shape.   By far the greater number of the above  host of elements have been elicited by chemical  analysis; very few are presented absolutely pure  by Nature. The Elements may be thus classed:  L Forty-four Metals, Aluminum, Antimony,  Arsenic, Barium, Bismuth, Cadmium, Calcium, Cerium, Chromium, Cobalt, Columbium, Cop-  per, Didymium, Glucinum, Gold, Iridium, Iron,  Lantanum, Lead, Lithium, Magnesium, Manganesium. Mercury, Molybdenum, Nickel, Osmium, Palladium, Platinum, Potassium, Rhodium, Silicium, Silver, Sodium, Strontium, Tel-  lurium, Thorinum, Tin, Titanium, Tungstenmn, Cnac^rcoL TjoimSizsl. YmrmB Zsnc, and 1   IL Tla^ie Gaae&. HrdrQeoL Qo?ai. v   IIL Two Vapcrais. CIjctom* awi FhuHin  V. fSx NoEHiXfcetallic s^aA^ Baran. Cuboi  l^/ijlx*^; Pb</«]>lKAi2£, Selfiimmi. zuA Solphur.   Tl^ H*JpporteirE fA combosdon are BromiiM  CJU^^riuLtf;; FliK/nne, Iodine, and QxygtoL   Ti><<:; O/tnlHutibl^s are. Boron. CarlMMi, H]  dr'>g<^^ Vhf^hfjmu^ Selenium, and Snlphm:   It miitst fie particularly remembered that tli  (itM^mhA doe« not affirm these suhstances to I  Um^ Ai/fmif^f or AWJute Elements of Xature  ou iiit', ^yyutrary, }kh d^r/^ms it extremely probabl  tliiit th'ry rrjAy }>^5 aiialysed or decomposed i  the ^y;ijr«-r; of time, but until this be effectei  he «tyl<?« them Elements for convenience <  diw'.'ijwjion, and as a confession of the limits <  hiii aiialyti/;al skilL   Tlie (yliemist investigatf^js the habitudes <  tlies^i KlefrK^itH, dis^^^ivers how they combine 1  form (Join(>oijndH, and how these combine t  form I)oubl(} compounds; he ascertains th  Weight in which tliesc Primary and Secondary combinations ensue, and how the elements of  all known compounds may be separated; he  determines the laws which preside over all  these changes, and studies to apply such know-  ledge to the interpretation of natural pheno-  mena, and to useful purposes in the arts of life.  Throughout these extensive researches the  Chemist depends entirely upon Experiment;  and the marvels which it reveals are referrible  to the exertion of a power which promotes union  between elements and compounds, even though  their natures be strongly opposed. This power is called Chemical Attraction, Attraction of Composition, or Chemical Affinity,  the latter term being used in a figurative sense,  to suggest the idea of peculiar attachments  between different substances, under the influ-  ence of which they combine so that their indi-  vidual characters are totally changed and disguised. Thus, the Elements Hydrogen and Oxygen,  are gases viewless as air, the one combustible,  the other incombustible, and they are opposed  in other respects, but they have mutual affinity,  and combine to form the liquid Compound  called Water. Quattro elementi Lingua Segui Modifica Il riferimento a quattro elementi (aria, acqua, terra e fuoco) è comune a tutte le cosmogonie.  Tanto l'Oriente quanto l'Occidente hanno concepito una stretta connessione tra il microcosmo umano e il macrocosmo naturale. Dall'equilibrio degli elementi dipendeva la vita della specie umana e la sopravvivenza del cosmo: l'universo ordinato, sorto dal caos, era governato da personificazioni divinizzate dei quattro elementi. Tiziano Concerto campestre, Parigi, Museo del Louvre  La donna alla fonte è una personificazione dell'Acqua. Il suonatore di liuto rappresenta il Fuoco. L'uomo con i capelli scompigliati dal vento simboleggia l'Aria. La donna di spalle raffigura la Terra. Storia del concetto in Occidente. Uno dei sette sapienti, Talete di Mileto, indica nell'acqua il principio di ogni cosa, Eraclito nel fuoco, i sacerdoti magi nell'acqua e nel fuoco, Euripide nell'aria e nella terra. Pitagora in verità, Empedocle, Epicarmo e altri filosofi della natura sostennero che gli elementi primordiali sono quattro, aria fuoco terra acqua. VITRUVIO, De architectura) Nella tradizione ellenica gli elementi sono quattro: il fuoco (Fire symbol (alchemical).svg), la terra (Earth symbol (alchemical).svg), l'aria (Air symbol (alchemical).svg), e l'acqua (Water symbol (alchemical).svg).  Rappresentano nella filosofia greca, nell'aritmetica, nella geometria, nella medicina, nella psicologia, nell'alchimia, nella chimica, nell'astrologia e nella religione i regni del cosmo, in cui tutte le cose esistono e consistono.  Empedocle Modifica Platone sembra che si riferisca agli elementi con il termine stoicheia, rifacendosi alla loro origine presocratica. Essi infatti si trovano già elencati dal filosofo ionico Anassimene di Mileto e poi da Empedocle di GIRGENTI, il primo a proporre quattro elementi che chiama rizòmata (rizoma al plurale) "radici" di tutte le cose, immutabili ed eterne.  «Empedocle occupa un posto a parte nella storia della filosofia presocratica. Se si prescinde da quella figura poco conosciuta e per qualche verso mitica che è Pitagora, egli appare in effetti il primo autore dell'Antichità a voler riunire contemporaneamente in un solo e medesimo sistema concezioni filosofiche e credenze religiose. nessun pensatore prima di lui aveva inserito all'interno di un quadro filosofico questa corrente di idee mistiche delle quali si troverà più tardi l'eco nelle iscrizioni funerarie dell'Italia meridionale e nei dialoghi di Platone: per Empedocle, infatti, come per gli anonimi autori delle iscrizioni funerarie, l'uomo, essendo di origine divina, non raggiungerà la vera felicità che dopo la morte, quando si riunirà alla compagnia degli dèi.»  Afferma Empedocle di GIRGENTI. Conosci innanzitutto la quadruplice radice Di tutte le cose: Zeus è il fuoco luminoso, Era madre della vita, e poi Idoneo, Nesti infine, alle cui sorgenti i mortali bevono. Secondo una interpretazione Empedocle indicherebbe Zeus, il dio della luce celeste come il Fuoco, Era, la sposa di Zeus è l'Aria, Edoneo (Ade), il dio degli inferi, la Terra e infine Nesti (Persefone), l'Acqua.  Secondo altri interpreti i quattro elementi designerebbero divinità diverse: il fuoco (Ade), l'aria(Zeus), la terra (Era) e l'acqua (Nesti-Persefone).  L'unione di tali radici determina la nascita delle cose e la loro separazione, la morte. Si tratta perciò di apparenti nascite e apparenti morti, dal momento che l'Essere (le radici) non si crea e non si distrugge, ma è soltanto in continua trasformazione.  L'aggregazione e la disgregazione delle radici sono determinate dalle due forze cosmiche e divine Amore e Discordia (o Odio), secondo un processo ciclico eterno. In una prima fase, tutti gli elementi e le due forze cosmiche sono riunite in un Tutto omogeneo, nello Sfero, il regno dove predomina l'Amore. Ad un certo punto, sotto l'azione della Discordia, inizia una progressiva separazione delle radici. L'azione della Discordia, non è ancora distruttiva, dal momento che le si oppone la forza dell'Amore, in un equilibrio variabile che determina la nascita e la morte delle cose, e con esse quindi il nostro mondo. Quando poi la Discordia prende il sopravvento sull'Amore, e ne annulla l'influenza, si giunge al Caos, dove regna la Discordia e dove è la dissoluzione di tutta la materia. A tal punto il ciclo continua grazie ad un nuovo intervento dell'Amore che riporta il mondo alla condizione intermedia in cui le due forze cosmiche si trovano in nuovo equilibrio che dà nuovamente vita al mondo. Infine, quando l'Amore si impone ancora totalmente sulla Discordia si ritorna alla condizione iniziale dello Sfero. Da qui il ciclo ricomincia.  Il processo che porta alla formazione del mondo è quindi una progressiva aggregazione delle radici. Tale unione, lungi dall'avere un benché minimo carattere finalistico, è assolutamente casuale. E tale casualità si evidenzia a proposito degli esseri viventi. All'inizio infatti le radici si uniscono a formare arti e membra separati, che solo in seguito si uniranno, sempre casualmente tra di loro. Nascono così mostri di ogni specie (come ad esempio il Minotauro), che, dice GIRGENTI quasi anticipando Darwin, sono scomparsi solo perché una selezione naturale favorisce alcune forme di vita rispetto ad altre, meglio organizzate e perciò più adatte alla sopravvivenza.  Le IV radici sono anche alla base della gnoseologia di Empedocle. Egli infatti sostenne che i processi della percezione sensibile (modificata dagli oggetti esterni) e della conoscenza razionale fossero possibili solo in quanto esisteva una identità di struttura fisica e metafisica tra il soggetto conoscente, ossia l'uomo, e l'oggetto conosciuto, ossia gli enti della natura. Sia l'uomo che gli enti erano formati da analoghe mescolanze quantitative delle quattro radici ed erano mossi dalle medesime forze attrattive e repulsive. Questa omogeneità rendeva possibile il processo della conoscenza umana, che si basava dunque sul criterio del simile, tesi esattamente opposta a quella di Anassagora: l'uomo conosceva le cose perché esse erano simili a lui. Infatti così affermò Empedocle: «noi conosciamo la terra con la terra, l'acqua con l'acqua, il fuoco con il fuoco, l'amore con l'amore e l'odio con l'odio.  Ad ognuno di essi Platone associò nel Timeo uno dei solidi platonici: il tetraedro al fuoco, il cubo alla terra, l'ottaedro all'aria, l'icosaedro all'acqua. A questi IV elementi Aristotele ne aggiungerà un V: la quintessenz che egli chiama etere e che costituisce la materia delle sfere celesti.  Per Pitagora di CROTONE la successione aritmetica dei primi IV numeri naturali, geometricamente disposti in  un tetrakys – argomento -- secondo un triangolo equilatero di lato quattro, ossia in modo da formare una piramide, aveva anche un significato simbolico: a ogni livello della tetraktys corrisponde uno dei quattro elementi. Rappresentazione della tetraktys a piramide. Livello I: Il punto superiore: l'Unità fondamentale, la compiutezza, la totalità, il Fuoco. Livello II. I due punti: la dualità, gli opposti complementari, il femminile e il maschile, l'Aria. Livello III. I tre punti: la misura dello spazio e del tempo, la dinamica della vita, la creazione, l'Acqua  Livello IV. I quattro punti: la materialità, gli elementi strutturali, la Terra  La medicina e la psicologia ippocratiche Modifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Teoria umorale.  I quattro elementi della filosofia antica, base per lo sviluppo della teoria umorale. Ippocrate di Coo elabora la teoria umorale, che rappresenta nell'Occidente il più antico tentativo di fornire un'eziologia per le malattie e una classificazione per i tipi psicologici e somatici.  Secondo Empedocle, ogni radice possiede una coppia di attributi: il fuoco è caldo e secco; l'acqua fredda e umida; la terra fredda e secca; l'aria calda e umida. Ippocrate tentò di applicare tale teoria alla natura umana definendo l'esistenza di quattro umori base, ossia bile nera, bile gialla, flegma e sangue (umore rosso):  il fuoco corrisponderebbe alla bile gialla; la terra alla bile nera (o melancolia, in greco Melàine Chole); l'aria al sangue; l'acqua al flegma. Il buon funzionamento dell'organismo dipenderebbe dall'equilibrio degli elementi, mentre il prevalere dell'uno o dell'altro causerebbe la malattia.  A questi elementi e umori corrispondono quattro temperamenti, pertanto la teoria ippocratica è anche una teoria della personalità. La predisposizione all'eccesso di uno dei quattro umori definirebbe un carattere psicologico e insieme una costituzione fisica:  il malinconico, con eccesso di bile nera, è magro, debole, pallido, avaro, triste; il collerico, con eccesso di bile gialla, è magro, asciutto, di bel colore, irascibile, permaloso, furbo, generoso e superbo; il flemmatico, con eccesso di flegma, è grasso, lento, pigro e sciocco; il tipo sanguigno, con eccesso di sangue, è rubicondo, gioviale, allegro, goloso e dedito ad una sessualità giocosa. Secondo i racconti mitologici e folcloristici, ogni elemento sarebbe inoltre animato da un suo specifico spirito elementare, detto anche «elementale», che Paracelso riteneva realmente operante dentro di essi, dedicando loro un trattato, il Liber de nymphis, sylphis, pygmaeis et salamandris, così suddividendoli:  le Salamandre che sono gli elementali del fuoco; le Ondine gli elementali dell'acqua; le Silfidi gli elementali dell'aria; gli Gnomi gli elementali della terra. L'etere, il pémpton stoichêion, 'quinto elemento e un elemento che, secondo Aristotele, si anda a sommare agli altri IV: il fuoco, l'acqua, la terra, e l'aria.  Secondo gli alchimisti, l'etere sarebbe il composto principale della pietra filosofale, fungendo da matrice o materia prima degli altri elementi. La storia dell'etere inizia con Aristotele, secondo il quale era l'essenza del mondo celeste, diversa dalle quattro essenze (o elementi) di cui si riteneva composto il mondo terrestre: terra, aria, fuoco e acqua. Aristotele credeva che l'etere fosse eterno, immutabile, senza peso e trasparente. Proprio per l'eternità e l'immutabilità dell'etere, il cosmo era un luogo immutabile, in contrapposizione alla Terra sublunare, luogo di cambiamento. Lo stesso concetto venne espresso alcuni secoli più tardi da PACIOLI (si veda), neoplatonico, che coinvolge anche le strutture matematiche e geometriche. Secondo PACIOLI (si veda), infatti, il cielo, il quinto elemento, aveva la forma di un dodecaedro, struttura perfetta secondo lo studioso. Successivamente gli alchimisti medievali indicarono con l'etere o quintessenza la forza vitale dei corpi, una sorta di elisir di lunga vita: Quella cosa che muta i metalli in oro possiede altre virtù straordinarie: come, ad esempio, conservare la salute umana integra sino alla morte e di non lasciar passare la morte (se non dopo due o trecento anni). Anzi, chi la sapesse usare potrebbe rendersi immortale. Questo lapisnon è certamente nient'altro che seme di vita, gheriglio e quintessenza dell'intero universo, da cui gli animali, le piante, i metalli e gli stessi elementi traggono sostanza.»  (Komensky, da Labirinto del mondo e paradiso del cuore) I chimici supposero che la quintessenza non fosse altro se non un elisir ottenuto dalla quinta distillazione degli elementi; da questa ultima accezione la quintessenza ha anche assunto un significato più ampio di caratteristica fondamentale di una sostanza o, più in generale, di una branca del sapere.   La raffigurazione dei quattro elementi (da sinistra) terra, acqua, aria e fuoco, con le sfere alla base rappresentanti i simboli dell'alchimia. La chimica Stato della materia. Secondo ODIFREDDI,  i IV elementi concreti: cioè terra, acqua, aria e fuoco, oggi noi li associamo rispettivamente agli stati solido, liquido e gassoso della materia, e all'energia che permette di trasmutare uno nell'altro (ad esempio, il ghiaccio in acqua, e l'acqua in vapore). I quattro elementi in fisica sono associati agli stati solido (terra), liquido (acqua), gassoso (aria) e plasma(fuoco), quest'ultimo definito il "quarto stato" della materia, estende il concetto di fuoco, considerato gas ionizzato della categoria dei plasmi terrestri, come anche i fulmini e le aurore, nell'universo costituisce più del 99% della materia conosciuta: il plasma è infatti la sostanza di cui sono composte tutte le stelle e le nebulose.  L'astrologia Modifica  I segni zodiacali suddivisi in base al loro elemento: terra, fuoco, aria, acqua Segno zodiacalee Triplicità. Nell'astrologia occidentale i segni sono divisi in:  segni di fuoco (Ariete, Leone, Sagittario) segni di terra (Toro, Vergine, Capricorno) segni d'aria (Gemelli, Bilancia, Aquario) segni d'acqua (Cancro, Scorpione, Pesci) In tal modo essi formano complessivamente le quattro triplicità.   La rappresentazione simbolica del microcosmo e del macrocosmo si ritrova nell'antico segno del pentacoloche combina cioè in un unico segno tutta la creazione, ovvero l'insieme di processi su cui si basa il cosmo. Le cinque punte del pentagramma interno simboleggiano i cinque elementi metafisici dell'acqua, dell'aria, del fuoco, della terra e dello spirito. Questi cinque elementi sintetizzerebbero i gruppi in cui si organizzano tutte le forze elementali, spiritiche e divine dell'universo.  Il rapporto tra i vari elementi rappresentati all'interno del pentacolo è ritenuto una riproduzione in miniatura dei processi su cui si basa il cosmo. Questo processo inizia dall'elemento dello spirito, il quale si manifesta dando origine a tutto ciò che esiste. La creazione si verifica partendo dalla divinità e scendendo verso la punta in basso a destra, simboleggiante l'acqua, ovvero la fonte primaria e sostentatrice della vita sulla Terra. Dall'acqua ebbero origine le primissime forme elementari di vita, le quali poi evolsero con il passare dei millenni staccandosi dall'elemento primordiale. Dall'acqua il processo creativo risale verso l'aria, la quale rappresenta le forme di vita sufficientemente evolute da potersi organizzare da sole, prendendo coscienza del proprio sé. Questi esseri, dalla loro innocenza originaria, si evolvono e si organizzano moralmente e tecnologicamente, procedendo lungo la linea orizzontale verso la terra a destra. La terra simboleggia il massimo grado di evoluzione che un'epoca può supportare, quando questo diviene troppo ingente avvengono delle ricadute, sotto vari punti di vista, ma innanzitutto sotto il profilo spirituale. L'essere si allontana dallo spirito, degradando verso il basso, il fuoco, simboleggiante l'apice della degenerazione. In seguito alla depressione avviene però sempre una ripresa, un ritorno alle origini, in questo caso allo spirito, l'essere umano riscopre la spiritualità. Nella tradizione ebraica è ampia la letteratura sui quattro elementi di cui se ne riportano tanto la simbologia tanto le corrispondenze nella Creazione. Ricordando anche il testo di El'azar da Worms Il segreto dell'Opera della Creazione, oltre allo Zohar, il testo più importante che ne tratta l'argomentazione secondo l'interpretazione mistica ebraica è il Sefer Yetzirah, la cui sapienza risale ad Avraham: questo testo argomenta il confronto tra le Sefirot, i quattro elementi, le lettere ebraiche, i pianeti, i segni zodiacali, i mesi e le parti del corpo umano.  Se ne discute anche in altri testi di Qabbalah ed è tra i principali oggetti di studio del percorso esoterico ebraico definito Ma'asseh Bereshit, lo Studio dell'Opera della Creazione. Si ritiene che il mondo sia stato creato con la Torah le cui parole sono formate da lettere ebraiche che, permutate, sono il riferimento della Sapienza divina da cui sorse la parola di Dio al fine di creare ogni cosa esistente. Derivando dal significato delle lettere la loro corrispondenza con le creature e le create è così possibile avvicinarsi alla sapienza della Qabbalah che permette di cogliere il significato segreto proprio di esse.  Lo Zohar afferma che i quattro elementi fuoco, acqua, aria e terra corrispondono ai quattro metalli: oro, rame, argento e ferro; un'ulteriore corrispondenza è quella del Nord, del Sud, dell'Est e dell'Ovest. Dopo averne descritto i rapporti, lo Zohar continua l'esposizione ammettendo che, come si contano così 12 elementi, si possono contare 12 pietre preziose corrispondenti alle dodici tribù d'Israele, cosa confermata poi dalle fattezze degli Urim e Tummim.  Importante anche il confronto con i quattro venti.  I quattro elementi, uniti nel corpo vivente, con la morte si separano.  Con lo studio della Torah l'uomo si eleva al di sopra dei quattro elementi dominandoli anche nel proprio corpo e talvolta, in questo, si collega alle quattro figure metaforiche della Merkavah  Cristianesimo Modifica  Il profeta Elia, di José de Ribera. Secondo il primo libro dei Re, Elia sul monte Oreb entrò in una caverna per passarvi la notte, quand'ecco il Signore gli disse: «Che fai qui, Elia?».  Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. (1Re 19, 9.11-12, su laparola.net. Per l'esegesi biblica di Carlo Maria Martini,   «Al versetto [11 e] 12 abbiamo i quattro segni: vento, terremoto, fuoco, mormorio di un vento leggero. Non si dice che il Signore fosse in quest'ultimo ma si nega che fosse nei primi tre. È un passo ricchissimo di simboli che rimandano a tante altre pagine bibliche, un passo oscuro perché non riusciamo bene a capirlo: Jahvé era o non era nel mormorio di un vento leggero? E perché altrove, nella Scrittura, Dio è nel fuoco mentre qui non lo è?  Sempre per Martini, Anche nel Nuovo Testamento troviamo i primi tre segni del racconto di Elia: "rombo, come di vento che si abbatte gagliardo", "lingue come di fuoco", quando ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò, e tutti furono pieni di Spirito santo. Il vento, il fuoco, il terremoto sono simboli ben noti in tutta la Scrittura; hanno significato la presenza del Signore sul Sinai, nel cammino del deserto, e sono stati ripresi dai Salmi. Non troviamo però il vento leggero. Ciò significa che, tanto per l'ebraismo quanto per il cristianesimo, è dubbio che le manifestazioni relative almeno ai primi tre dei quattro elementi costituiscano una teofania, sia per Mosè ed Elia sul Sinai/Oreb sia per la Pentecoste. Letteratura apocalitticaUso del termine. Pensiero orientale Pensiero hinduista Il pancha mahabhuta, o "cinque grandi elementi", nell'Hinduismo sono:  khsiti o bhumi (terra) ap o jala (acqua) agni o tejas (fuoco) marut o pavan (aria o vento) byom o akasha (etere). Gli hindu credono che Dio usò l'aakasha per creare i restanti quattro elementi, e che la conoscenza dell'uomo sia nell'archivio akashiko.  Pensiero del buddhismo antico Modifica Nella letteratura Pali, i mahabhuta ("grandi elementi") o catudhatu ("quattro elementi") sono terra, acqua, fuoco e aria. Nel primo buddhismo, erano alla base per la comprensione della sofferenza, e per la liberazione dell'uomo dalla sofferenza.  Gli insegnamenti del Buddha riguardanti i quattro elementi li raggruppano come base delle reali sensazioni, più che un pensieri filosofici. Gli elementi erano quindi intensi come "caratteristiche" o "proprietà" di varie sensazioni:  la coesione era una proprietà dell'acqua. la solidità e l'inerzia erano proprietà della terra. l'espansione e la vibrazione erano proprietà dell'aria. il calore era una proprietà del fuoco. I suoi insegnamenti dicono che ogni cosa è composta da otto tipi di 'kalapas', il cui gruppo principale è composto dai quattro elementi, mentre il gruppo secondario è composto da colore, odore, gusto e alimento, derivati dai primi quattro elementi.  Gli insegnamenti del Buddha precedono quelli dei quattro elementi nella filosofia greca. Questo può essere spiegato perché furono inviati 60 arhat nel mondo conosciuto al tempo per diffondere i suoi insegnamenti.   Il pensiero tradizione giapponese usa cinque elementi chiamati, go dai, letteralmente, cinque grandi. Gli elementi sono:  terra, che rappresenta le cose solide acqua, che rappresenta le cose liquide fuoco, che rappresenta le cose distrutte aria, che rappresenta le cose mobili vuoto, che rappresenta le cose che non sono nella vita quotidiana. Pensiero cinese Lo stesso argomento in dettaglio: Xing. Si ritiene che anche la filosofia tradizionale cinesecontenga degli «elementi» come nella filosofia grecaclassica: nel taoismo infatti sono presi in considerazione tre termini affini a quelli occidentali, l'acqua il fuoco e la terra, più altri due, il legno e il metallo, per un totale di cinque, wu xing in cinese, sebbene più che di elementi si tratti di fasi in movimento all'interno di un ciclo, come spiega Cheng:  «La traduzione convenzionalmente adottata di wuxing con "Cinque Elementi" presenta innanzitutto l'inconveniente di non rendere conto dell'aspetto dinamico della parola xing, camminare, "andare", "agire"). Inoltre non vi è qui nulla in comune con i quattro elementi o radici costitutivi dell'universo - fuoco, acqua, terra, aria - individuati da Empedocle nel V secolo a.C., ma sembrano essere originariamente concepiti in una prospettiva essenzialmente funzionale, più come processi che come sostanze.   (Cheng, Storia del pensiero cinese) Si tratta a ogni modo di distinzioni storicamente poco accettate, ad esempio i mongoli hanno accolto nel novero degli elementi sia quelli cinesi che quelli occidentali. Analogie tra i due sistemi sono rinvenibili nel fatto che l'elemento cinese del legno si avvicina maggiormente al concetto occidentale dell'aria, poiché entrambi corrispondono alle qualità del punto cardinale est, della primavera, dell'infanzia e della crescita, mentre il metallo sembra inglobato nelle proprietà occidentali della terra, quali l'ovest, l'autunno e il declino. La terra in Cina occupa propriamente il centro della rosa dei venti, ed è più che altro la matrice degli altri quattro elementi, come in Occidente lo è la prima materia o etere. La peculiarità della concezione cinese consiste semmai nel carattere trasmutatorio dei suoi cinque elementi, da intendere come forze attive o facoltà dinamiche. La loro origine si perde nella preistoria cinese ed è difficilmente ricostruibile. La prima descrizione delle caratteristiche dei Wuxing la troviamo nello Shujing («Classico della Storia»):  «L'acqua consiste nel bagnare e nello scorrere in basso; il fuoco consiste nel bruciare e nell'andare in alto; il legno consiste nell'essere curvo o diritto; il metallo consiste nel piegarsi e nel modificarsi; la terra consiste nel provvedere alla semina e al raccolto. Ciò che bagna e scorre in basso produce il salato, ciò che brucia e va in alto produce l'amaro; ciò che è curvo o diritto produce l'acido; ciò che si piega e si modifica produce l'acre; ciò che provvede alla semina e al raccolto produce il dolce. (Shu-ching, Il grande progetto) Questi Cinque Agenti sono in relazione tra di loro e danno vita a molte altre serie di cinque combinazioni complementari ai Wuxing stessi: i punti cardinali ed il centro, le note musicali, i colori, i cereali, le sensazioni, ecc. Sempre nello Shujing, nella sezione detta "Grande Norma" si fanno seguire ai Wuxing Cinque Funzioni:  «Poi è quella delle Cinque Funzioni. La prima è il comportamento personale; la seconda è la parola; la terza la visione; la quarta l'udito; la quinta il pensiero. Il comportamento personale deve essere decoroso, la parola ordinata; la visione chiara; l'udito distinto; il pensiero profondo. il decoro dà solennità, e l'ordine dà regolarità, la chiarezza dà intelligenza, la distinzione dà deliberazione; la profondità dà saggezza. (Shu-ching, La grande norma. Rappresentazione dei due cicli: in verde quello generativo che procede in senso orario dal padre al figlio (in rosso quello inverso di riduzione o impoverimento); ed in blu le linee dirette del ciclo di controllo con cui il nonno inibisce il nipote. I cinque pianeti maggiori del nostro sistema sono associati e prendono il modo degli elementi: Venere è oro (metallo), Giove è legno, Mercurio è acqua, Marteè fuoco e Saturno è terra. In aggiunta, la Lunarappresenta lo Yin e il Sole lo Yang.  Lo Yin, lo Yang e i cinque elementi sono temi ricorrenti dello I Ching, il più antico testo classico cinese, che descrive la cosmologia e filosofia cinese.  La dottrina delle cinque fasi descrive due cicli di equilibrio, uno generativo e creativo (, shēng), e l'altro dominante e distruttivo, , kè. Generativo il legno alimenta il fuoco il fuoco crea la terra (cenere) la terra genera il metallo il metallo raccoglie l'acqua l'acqua nutre il legno Distruttivo il legno divide la terra la terra assorbe l'acqua l'acqua spegne il fuoco il fuoco scioglie il metallo il metallo abbatte il legno Gli elementi nella cultura di massa. I regista francese Luc Besson ha girato il film di fantascienza Il quinto elemento.  La Walt Disney Company Italia ha prodotto dei racconti a fumetti e una serie di film a cartoni animati (W.I.T.C.H.) ideati da  Elisabetta Gnone dove le protagoniste incarnano i poteri degli elementi naturali.  Sempre nei fumetti, i superpoteri dei Fantastici 4, supereroi della casa editrice Marvel Comics, sono basati sui quattro elementi naturali.  I Gormiti sono basati sugli elementi naturali e hanno poteri collegati ad essi.  La rock band italiana dei Litfiba negli anni novanta ha pubblicato 4 album che compongono la tetralogia degl’elementi", dedicando un disco ad ogni elemento naturale: El Diablo (rappresentante il "fuoco"), Terremoto (la "terra"), Spirito (l'"aria") e Mondi Sommersi (l'"acqua"). Marson, Archetipi di territorio, Alinea Editrice,  Battistini, Simboli e Allegorie, Milano, Electa, O' Brien, Empedocle in Il sapere greco. Dizionario critico, Torino, Einaudi, Empedocle, I presocratici, Gallimard, Kingsley, Misteri e magia nella filosofia antica. Empedocle e la tradizione pitagorica, Il Saggiatore, Tinaglia, Pensiero primario NPT, Lampi di stampa, Mariucci, Il Sapere degli Antichi Greci, SteetLib, Empedocle, Reale, Per una nuova interpretazione di Platone, Odifreddi, Le menzogne di Ulisse. L'avventura della logica da Parmenide ad Amartya Sen, Milano, Longanesi, Milano, TEA, Corinne Morel, Dizionario dei simboli, dei miti e delle credenze, Firenze, Giunti Editore, Sala, Gabriele Cappellato, Viaggio matematico nell'arte e nell'architettura, ed. Franco Angeli, Geymonat, Gianni Micheli, Corrado Mangione, Storia del pensiero filosofico e scientifico, Volume 1, Garzanti, Paracelso, Liber de nymphis, sylphis, pygmaeis et salamandris et de caeteris spiritibus, trad. it. in Paracelso, Scritti alchemici e magici, Phoenix, Genova Magee, Hegel e la tradizione ermetica, Mediterranee, Puliafito, Feng Shui: armonia dei luoghi, Hoepli, Abbri, Le terre, l'acqua, le arie. La rivoluzione chimica del Settecento, Bologna, il Mulino, Rogoff, Ed., IEEE Transactions on Plasma Science, Agrippa, Of Occult Philosophy, su esotericarchives, trad. French, The Key of Solomon, Mathers.  Spagnoli, Cabala e Antroposofia, NaturaSofia, Martini, Il dio vivente. Riflessioni sul profeta Elia, Casale Monferrato, Piemme, Cf. Atti At 2, 2-3, su laparola, Cf. Atti, su laparola.net..  Martini, Bertagni, La teoria indù dei cinque elementi - Da Studi sull'Induismo (René Guénon) ^ Anne Cheng, Storia del pensiero cinese, Vol I, Dalle origini allo studio del mistero, Einaudi, Walters, Il libro completo dell'astrologia cinese, Gremese, Walters, Puliafito, Feng Shui: armonia dei luoghi, Puliafito, Leonardo, La Filosofia Cinese, Da Confucio a Mao Tse-tung, Biblioteca Universale Rizzoli, Leonardo, La Filosofia Cinese, Da Confucio a Mao Tse-tung, Biblioteca Universale Rizzoli, Yu-lan, Storia della filosofia cinese, confucianesimo, taoismo, buddismo, Mondadori, Cles, Rigotti, Schiera, Aria, terra, acqua, fuoco: i quattro elementi e le loro metafore, Bologna, Il Mulino.  Portale Antropologia   Portale Astrologia   Portale Bibbia   Portale Filosofia   Portale Mitologia   Portale Religioni Fuoco (elemento) uno dei quattro elementi classici  Terra (elemento) uno dei quattro elementi tradizionali  Wu Xing. Nome compiuto: Andrea Bonomi. Keywords: i quattro elementi, “minimal use of transformations” (Grice), chronological logic, time-relative identity, The Grice-Myro theory of identity, A. N. Prior, Chomsky, ways of reference, referring, existence and structure, imagery and naming, universe of discourse, mental event, psychological inter-subjectivity, indicale, Grice on embedeed psychological attitudes Operator, Addressee, Sender, propositional content. I want you to know that p, Iinform you that p, I want you to want to do p, I force you to do P, etc. Symbols in “Aspects of Reason”, Op1 Op2 Op3 Op4 judicative volitive indicative informative intentional imperative interrogative reflective inquisitive reflective Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bonomi,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Bontadini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale neo-classica –de-ellenizante –I nazionalisti romani – Appio – scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Milano). Filosofo milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “I would call Bontadini a Griceian; first, he likes sports, like I do; second he is a neo-classical (as I am) and a anti-anti-metaphysicist, as I am!” --  “Se Dio non ci fosse, il mondo sarebbe contraddittorio»  (G. Bontadini, Saggio di una metafisica dell'esperienza). Esponente di spicco del movimento neotomista, che ebbe presso Milano uno dei suoi più importanti punti di riferimento e diffusione. Iscrittosi presso Milano quando essa aveva iniziato le sue attività, ma non era ancora riconosciuta dal governo italiano, egli fu il terzo laureato assoluto dell'ateneo, presso il quale fu poi professore di filosofia teoretica. Ha insegnato anche presso l'Urbino, Milano e Pavia. Pur rifacendosi alla metafisica classica, quella aristotelica e tomistica, Bontadini si dichiara "neoclassico" intendendo evidenziare il nuovo ruolo che quell'antica metafisica può svolgere nella filosofia contemporanea.  Egli infatti definisce se stesso come «un metafisico radicato nel cuore del pensiero moderno».  Rifacendosi alla filosofia idealistica ne apprezza soprattutto la «verità metodologica» che ha evidenziato il ruolo della coscienza, del cogito cartesiano, nel cogliere il significato dell'essere pur considerandolo come altro, diverso dalla soggettività della coscienza stessa, realizzando cioè una identità tra il soggetto e l'oggetto, tra l'intelletto e la sensibilità che riporta in luce l'antica teoria parmenidea dell'identità di Essere e Pensiero.  Un Parmenide, quello di Bontadini, che non esclude la constatazione del divenire, da un lato, e la denuncia della sua contraddittorietà, dall'altro. Due protocolli che fanno capo rispettivamente ai due piloni del fondamento: l'esperienza e il principio di non contraddizione (primo principio). I due protocolli sono tra loro in contraddizione, e tuttavia godono entrambi del titolo di verità  sono verità, però, che in quanto prese nell'antinomia (antinomia dell'esperienza e del logo) si trovano a dover lottare contro un'imputazione di falsità. Giacché l'esperienza oppugna la verità del logo e il logo quella dell'esperienza».  Il sapere Una nuova concezione del sapere è alla base del pensiero di Bontadini che ne ribadisce l'origine nell'esperienza che però va intesa non più come risultato delle operazioni della ragione (razionalismo) o come ricezione passiva dei dati empirici (empirismo), ma come "presenza": mentre la gnoseologia contemporanea continua a concepirla nell'ambito di un dualismo dell'essere e del conoscere, correlando così il problema metafisico a quello del conoscere e facendo nascere la questione, di difficile soluzione, di quale correlazione possa esserci tra il pensiero e la realtà.  Ma ogni qual volta si considera ciò che si ritiene sia "al di là" del pensiero, questo inevitabilmente è nel pensiero, appartiene al pensiero stesso.  Quindi ogni esperienza come presenza è assoluta, perché non costruita, ed è totale, poiché ogni singolo fatto empirico fa parte di essa.  L'unità dell'esperienza Si arriva quindi alla concezione di "unità dell'esperienza" dove tra l'esperienza e il pensiero si sviluppa quel rapporto di circolarità che costituisce il sapere.  Ma secondo l'insegnamento di Parmenide l'essenza dell'esperienza è il divenire che si presenta come contraddittorio nella sua realtà di essere e di esistere inteso come opposto al non essere.  Come può il sapere allora basarsi su una struttura contraddittoria di essere e divenire?  «Il divenire si presenta cioè contraddittorio; anzi come la stessa incarnazione della contraddittorietà (l'identificarsi del positivo e del negativo), come la smentita alla suprema e immediata identità: l'essere è. La soluzione in Dio creatore «L'ente, che è temporale in quanto empirico, è eterno in quanto divino».  La contraddizione insita nel divenire cioè può essere superata nell'esistenza di Dio creatore. La contraddizione del divenire è superata con la dottrina della creazione, in quanto quella identificazione dell'essere e del non essere, che riscontriamo nell'esperienza, è ora vista come il risultato dell'azione dell'Essere, di Colui che crea dal non essere l'essere. Ma l'essere poi non ricade, divenendo, nel nulla?  Non si può, risponde Bontadini, pensare assurdamente che l'essere sia distrutto dal nulla ma il mondo creato da Dio è diverso da Lui ma insieme coincide nella sua creazione non alterando la sua essenziale immutabilità. Severino, traendo le conclusioni dalla concezione del suo maestro Bontadini  in un saggio pubblicato su la Rivista di filosofia neo-scolastica dal titolo “Ritornare a Parmenide” elimina ogni differenza tra l'immutabilità di Dio e quella del mondo soggetto al divenire per cui ogni cosa è eterna come è eterno Dio.  Rispose con toni duramente ironici Bontadini in un articolo dal titolo“Sozein ta fainomena”. Io mi chiesi con quale barba si trovi, nel mondo dell'essere, il mio alter ego immutabile. Giacché, da quando ero matricola venendo fino ad oggi, di barbe io ne ho cambiate molte centinaia. Ora, se poniamo che tutte sono immutabili, mi pare che non troverei abbastanza superficie sul mio corpoquello fissato per l'eternitàper fare posto a tutte. Ribadì quindi la sua concezione del principio di creazione che permette di superare la contraddittorietà del divenire tramite l'azione creatrice di Di, «in quanto quella identificazione dell'essere e del non-essere, che riscontriamo nell'esperienza, è ora vista come il risultato dell'azione dell'essere (azione indiveniente dell'essere indiveniente). Altre opere: “Saggio di una metafisica dell'esperienza” (Milano, Vita e pensiero); “Studi sull'idealismo” (Urbino, Argalia); “Dall'attualismo al problematicismo. Studi sulla filosofia italiana contemporanea” (Brescia, Scuola); “Studi sulla filosofia dell'età cartesiana” (Brescia, La scuola); “Dal problematicismo alla metafisica. Nuovi studi sulla filosofia italiana contemporanea, Milano, Marzorati); “Indagini di struttura sul gnoseologismo moderno” (Brescia, La scuola); Il compito della metafisica” (Milano, Fratelli Bocca); “Studi di filosofia moderna, Brescia, La scuola); “Conversazioni di metafisica” (Milano, Vita e pensiero); Metafisica e de-ellenizzazione” (Milano, Vita e pensiero); “Appunti di filosofia, Milano, Vita e pensiero), “Metafisica e de-ellenizzazione”; “Sull'aspetto dialettico della dimostrazione dell'esistenza di Dio”. Espulso per le sue posizioni filosofiche dalla Cattolica di Milano. Sembra qui tornare il Deus sive Natura di Spinoza. “Sozein ta fainomena”. Dal diveniente all'immutabile. Studio sul pensiero di Gustavo Bontadini, prefazione di Emanuele Severino, Venezia: Cafoscarina,. Bontadini e la metafisica.  L'Essere è Persona. Riflessioni su ontologia e antropologia filosofica in Gustavo Bontadini, Orthotes, Napoli-Salerno. Francesco Saccardi, Metafisica e parmenidismo. Il contributo della filosofia neoclassica, Orthotes, Napoli-Salerno. Dizionario di filosofia. SIEKE. APPIO. Historische disöertation, welche... ^M vi "^r.  eingereicht hat. Marburg, Thesis. Marburg. APPIVS CLAVDIUS CÆCVS CENSOR. HisTORiscFiE Dissertation, WELCHE ZUR ErLAKGUXG DER DoCTüRWÜRDE BEI DER Philosophischen Facultät DER KÖNIGLICHEN Universität Marburg EINGEREICHT HAT -- SIEKE.  MARBURG. Der Censor APPIO ist schon den Alten ein Problem  gewesen. Die Quellenberichte, welche uns vorliegen, geben  uns keineswegs ein einheitliches und übereinstimmendes Bild;  wir werden vielmehr zwischen den einzelnen Gewährsmännern  sowohl in Bezug auf die Thatsachen, als auch auf das Urteil  über den Censor und seine politische Wirksamkeit die grössten  Unterschiede und Widersprüche finden. Von den alten Autoren  haben sich, wie das natürlich ist, die Differenzen auf die neueren  Forscher übertragen.   In diesem Widerstreit der Meinungen galt es für mich,  eine feste Grundlage für alle Erörterungen zu finden. Und  diese glaube ich in dem Satze sehen zu müssen, dass der  Bericht Diodors über die Censur der älteste, reinste und beste  ist, welcher uns überliefert ist. Von diesem Berichte müssen  wir bei jeder einzelnen Frage ausgehen, ihn überall zu Grunde  legen. Von keinem neueren Forscher scheint mir dieser  quellenkritische Grundsatz konsequent durchgeführt zu sein.   Dies zu versuchen, ist die Aufgabe der folgenden Abhandlung. Amtsantritt und Amtsdauer des Censors App. Claudius.   Die Quellen, aus denen fast allein die Kenntnis von der  Censur des APPIO und überhaupt seiner Persönlichkeit und politischen Wirksamkeit fliesst, sind Diodor und LIVIO. Verschiedener zu-  fälliger Erwähnungen des Censors bei anderen Schriftstellern  sowie seines Elogiums (Corp. Inscr. lat.),  welches die Ämterlaufbahn giebt, werden wir im Gange der  Darstellung zu gedenken haben. Ich stelle die Berichte der  beiden Hauptquellen im Zusammenhang voraus.   Diod. lautet: 'Ev dt "Fotfifi xartx lomov tot  iviamov ri^n^rai; «Aovto xai rovTViv o eteQOi: '^titiio^ K'/Mudiog  inmoov l%on' tov avvctiixoyTa yUvxiov Ilkuriiov tio'A/m nur  ^GTituiiav vo/ulfiMv ixivf^ae, xat n^onov fih to xaloö^ttrov  ^'ATiTtiOvvÖMQ and atadiiov oydoi-xoma xmi-yayfv dg rijv 'Piofn;v  xai TiolXd Tiov dt]/iWaio)r xQ^Jf^ckm' eig lavrr^r n]v xazaaxevfjv  dvi^kcjasv av€v doyitiatog rijc; aiyxh'^iov. fif-uc dt ravta lijg  a^'avTOv xh^&eiat^g ''AnTiiag oöov rd 7cktov fitQOi; d^oig  areQeoig xartarQwaev and 'Pio/iit^g f^x^i^ Kanvi^g ovroi: tov  öiaöTrjltiaTOi; aradiviv Tiltiown'*' i^dnon' rovi;  /.dv vnsQtxovTai; öiaüxcci^fag roug dt (paQayyviöfig ?} xoilovg  dvalrifi^iaaiv d^iohlyotg iSiocooccg xaravi^hoatv dnaöag rag  ör^liwalag n()oa6dovgy auzod de juvi^juelov d&dvarov xaTehnev  dg xoivrjv evx{)j]aTiav cpiloTifiT^d^eig' xatejiii^t dt xai rijv auyxh]TOv  ov tovg evyevslg xai nQOtxovTag xdig a'^uofiaac 7i()ogyiid<pcov  ^lovovg, uig r^v si^oS, dlkd nollovg xai rtov d7iBXtvd^i{)iov vlovg  dvt^u^B^ i(f olg ßaQtojg tfSQOv oi xavx^o/nevoi Tijg eoyeveiag*  edioxe dt Toig noUTaig xai ti]y t^ovalav onoi TiQoaiQoh'TO rifii^-  aaa^ar ro dt okov dQclt' rtOrjaavQiafutvov xax" avrov TiaQa rolg  iTiKpavtatdioig rdv <p^dvov i^txhve rd Tt^oaxomHy^iöi tiov  dllojv Tiohtviv dvTiiay^ia xaTaoxevd^on' rjj rwv svyevdjv dkko-  TQiozr^Tt TTJv 7ia(td lioY nokhov evvoiav xai xaid fitv T?jv tiov  Innkiiv doxijtiaaiav ovdevdg dcfsü.eTO rdv 'innov, xard dt r?}v  TcJv avvtdQtJv xatayQaipi]}' oudtva tiov ddo^ovvTon' avyxh]TixLov  t^tßakevj onti) j}y td^og noielv rolg rifirjaJg, a^' oi fih vnaTOi  did TOV (fO^drov xa) duc rd ßovltotha Tolg tniffareOTaTOig x«-  ()U€Gi)^ai oimy/or n)v Oüyyh]TOv ov ti)v vrid toütov xaraleyelöav,  dlld T}]v und Ttr7v n()oyty€V7^^itru)v tifirjiör xcaayqacptlöav  o dt di^jiwg jOiTOig fitv dvTi7T()dTTiov, Tift dt ^AnnUi* ov/ii(pikoTt  jitovuti'og Xia f/;r nor dcoytTtor 7ii)oay('tyt]r ßtßcucoaai ßov?,6fitrog  dyo()dvofior tiktio trg tniifartaititag dyoi>avoftiag vidv  dnelevd^iiiov rralov 0/Mßiov, og n^onog ' FiD^ialuv TavTrjg Trjg  di)xrjg f-V<7« naiodg vh' dtdov'/.tixoTog.ddt^'AnniogzijgdQyrjg  dno/.v&e}g xai tov andTijg avyxlrjtovip^ovov 8vkaßr;^€lg  nQoaenoiijO^r^ rvcpkdg elvai xai xar oixiav ejAeivsv. LIVIO: Et censura clara eo anno APPIO et C. Plautii fuit, memoriae tarnen felicioris ad posteros nomen  Appi, quod viam munivit et aquam in urbem duxit, eaqüe unus perfecit, quia ob infamem atque invidiosam senatus lectionem verecundia victus collega magistratu se abdicaverat: APPIO iam inde antiquitus insitam pertinaciam familiae gerendo solus  censuram obtinuit Itaque consules, qui eum annum secuti sunt,  C. Junius Bubulcus tertium et Q. Aemilius Barbula iterum, initio anni questi apud populum deformatum ordinem prava  lectione senatus, qua potiores aliquot lectis praeteriti essent,  negaverunt eam lectionem se, quae sine recti pravique discrimine ad gratiam et libidinem facta esset, observaturos, et  senatum extemplo citaverunt eo ordine, qui ante censores App. Claudium et C. Plautium fuerat. Permulti iam anni erant, cum inter patricioa  magistratus tribunosque nulla certamina fuerant, cum ex ea  familia, cui velut fato lis cum tribunis et plebe erat, certamen  oritur. APPIO (si veda) CLAUDIO censor circumactis decem et octo mansibus, quod Æmilia lege finitum censuræ spatium temporis erat, cum C. Plautius collega eius magistratu se abdicasset, nulla vi compelli, ut abdicaret, potuit. P. Sempronius erat  tribunus plebis, qui finiendae censuræ intra legitimum tempus  actionem susceperat, non populärem magis quam iustam nee  in vulgus quam optimo cuique gratiorem (Schluss): Haec taliaque cum dixisset, prendi censorem et in vincula duci iussit. adprobantibus sex tribunis  actionem collegae tres appellanti APPIO (si veda) CLAUDIO auxilio fuerunt, summaque invidia omnium solus censuram gessit. APPIO censorem petisse consulatum, comitiaque eius ab L. Furio tribuno plebis interpellata, donec se censura abdicarit, in quibusdam annalibus invenio. creatus consul, Ceterum Flavium dixerat aedilem fore nsis  factio, APPIO (si veda) CLAUDIO censura vires nacta, qui senatum primus  libertinorum filiis lectis inquinaverat et, posteaquam eam  lectionem nemo ratam habiiit, nee in curia adeptus erat, quas  petierat opes urbanas, humilibus per omnes tribus divisis forum   et campum corrupit ex eo tempore in duas partes discessit civitas: aliud integer populus fautor et cultor bonorum, aliud forensis factio tenebat, donec Q. Fabius et P. Decius  censores facti, et Fabius, simul concordiae causa, simul ne humillimorum in manu comitia essent, omnem forensem turbam excretam in quattuor tribus coniecit urbanasque eas appellavit.  adeoque eam rem acceptam gratis animis fcrunt, ut Maximi cognomen, quod tot victoriis non pepererat, hac ordinum temperatione pareret Diodor berichtet die Wahl des APPIO zum Censor  zu Ol.  Er erzahlt, man habe in diesem Jahre den  APPIO und Lucius (sie!) Plautius zu Censoren gewählt.  Es ist dies das Jahr der Varronischen Zählung oder das  Jahr  v. Chr., das Jahr der Consuln Q. Fabius und C.  Marcius (Diod.). Zugleich erzählt er an dieser Stelle  alles, was er von der Censur zu berichten hat; nur  noch einmal erwähnt er späterhin den App. Claudius, nämlich  als Consul des Jahres Ol. 118 d. i. des Jahres aer. V.  V. Chr. Livius, welcher die Nachrichten über den Censor annalistisch zersplittert, setzt den Amtsantritt der Censoren App.  Claudius und Gaius (!) Plautius unter das Consulat des M., 1 TL 44* Ä6r. VÄrr.   Valerius und P. Decius (IX, 29), d. h. m das Jahr 312 v. chr.  Zum Jahre ^ berichtet er, dass App. Claudius nach Verlauf  von IS Monaten, welches nach der lex Aemilia die gesetzmässige Dauer der Censur war, sein Amt nicht niedergelegt,  sondern es, obwohl sein College C. Plautius abgedankt habe, bis zur Bewerbung um das Consulat 1. J. -^  fortgeführt habe (IX, 42, 3). Es besteht also im chronologischen Ansatz der Censur  zwischen Diodor und Livius eine Differenz von zwei Jahren.  Die neueren Forscher schliessen sich sämtlicii, olnie die  Differenz zu erörtern, dem Livius an (vgl. Xiebuhr, K. G. Mommsen, R. G. R. Forsch, Wir w^erden jedoch den Ansatz Diodors als den richtigen  erkennen. Schon das allgemeine Quellenverhältnis der beiden Autoren,  ihr Wert und ihre Glaubwürdigkeit, wird bei der Entscheidung  der Frage von Bedeutung sein. Es ist eine seit Niebuhr feststehende Thatsache, dass die  bei Diodor erhaltenen Berichte über die ältere römische Ge-  schichte eine weit bessere und glaubwürdigere Tradition sind  als die livianisclien (Xiebuhr, R. G. Kissen, Rhein. Museum XXV,  27; vgl. dagegen Schwegler, R. G. 11, 22. III, 199). Während diese von Fälschungen völlig durchsetzt sind, bis in das  geringste Detail durch die Tendenz rhetorischer Ausschmückung  und Erweiterung und patriotischer Verherrlichung entstellt  sind und infolge dessen eine sehr trübe Quelle bieten, so  weisen die Berichte Diodors, so wenig ihrer sind, und so knapp und lücken-  haft diese wenigen auch sind (vgl. jNFommsen, R. Forsch. Chron. Niebuhr, R. G. Volquardsen, Quelle Diodors 11) eine fast reine und unver-  fälschte Tradition auf.   Die Quelle, aus der Diodor geschöpft hat, reicht eben in  relativ alte Zeit hinauf. Freilich lä^st sich sein Gewährsmann  nicht mit Bestimmtheit nachweisen ; es ist nicht erwiesen, dass  Fabius, der älteste römische, noch griechisch schreibende  Annalist, Diodors Quelle sei (Petavius, Doctr. Tempi. Lib. IX,  C. 55. Wesseling zu Diodor XI, 1. Xiebuhr, R. G. II  192 A. 629 if., wo aber das 13, und 14. Buch Diodors ausgenommen ist. Mommsen, Chron. 221. R. Forsch. Fabius und Diodor." Vgl. dagegen Schwegler, R. Gesch. Peter, Zur Kritik der Quellen der ältesten römischen  Geschichte, 118 f. Nitzsch, Rom. Annalistik, 227. Niese,  Hermes XIII, 412 f. Thouret, Fleckeisens Jahrbücher, Splb.  1880. Meyer, Rhein. Museum); es ist leere Hypothese, dass Diodor aus der angeblich ältesten Redaktion der römischen  Annalen, welche der Schützling und Parteigenosse unseres App.  Claudius, derÄdil Gn.Flavius, bewerkstelligt haben soll, geschöpft  habe (Nitzsch, R. Annalistik, 229 if. ; vgl. Momnisen, Chronol.  R. G. I, 467. R. Forsch. Schwegler, R. G.); ebenso hypothetisch ist die Behauptung, dass L. Piso,  ein Annalist aus der Grachenzeit, Diodors Quelle sei (Clason,  Heidelberger Jahrbücher 1872 S. 35. R. G. I, 17. Klimke,  Diodor und die röm. Annalistik. Colni, Philologus 1883. S. 1  bis 22; vgl. Mommsen, R. Forsch. 11, 338 A); ganz in der  Luft aber schwebt die neueste Ansetzuug Matzats, der in  L. Cincius Alimentus, neben Fabius dem ältesten römischen  Annalisten, Diodors Gewährsmann sieht (Matzat, R. Chronol.; vgl. Niese, Piniol. Anzeiger 1884 S. 554 f.). Aber wenn auch alle diese Versuche, die Quelle Diodors mit Sicherheit zu ermitteln, misslungen sind, so ist dieselbe dennoch in  relativ alte Zeit hinaufzusetzen (vgl. Rhein. Museum 37, 617).  Dagegen gehören die Quellen des Livius fast nur der  sullanischen und nachsullanischen Zeit oder sogar der cicero-  nischen und augusteischen an, wo der Fälschungs- und Aus-  schmückungsprozess der Annalistik in vollem Gange war.  Zuweilen nennt Livius zwar ältere Gewährsmänner, den Fabius, Cincius, Piso; aber sehr wahrscheinlich hat er diese nur  aus zweiter Hand benutzt oder höchstens an dieser oder jener  Stelle kurz eingesehen. Meistens nennt Livius als Gewährsmänner Namen wie Lic. Macer, Val. Antias, Aelius Tubero, von deren ersterem es z. B. feststeht, dass er ein Geschichts-  fälscher im verwegensten Sinne des Wortes war (Mommsen,  R. Forsch. I, 1 ff. II, 315 f. Seeck, Kalendertafeln der Pon-  tifices S. 42 ff.). Alle Fälschungen darf man freilich nicht  diesen Männern zuschreiben, es giebt Anhaltspunkte, dass die Ausschmückung der Annalen selbst zu Ciceros Zeiten fort-  geführt wurde (Niese, Observationes de annalibus Romanis^  Marburg 1885 L 13). Im einzelnen lassen sich die livianischen  Berichte nicht auf bestimmte Quellen zurückführen. Man hat  ^s zwar, wie für die 3., 4. und 5. Dekade (Nissen, Kritische  Untersuchungen über die Quellen der 4. und 5. Dekade des  Livius. Böttcher, Quellen des Livius im 21. und 22. Buch),  «o auch für die 1. Dekade zu thun versucht (Nitzsch, Röm.  Annalistik; Clason, R. G.); aber die Mittel, die man dabei  -angewandt hat, leisten keine Bürgschaft für die Wahrheit der  Resultate (vgl. Peter, Zur Kriiik der Quellen S. ü ff. Mommsen,  R. Forsch). Das dargelegte Quellenverhältnis zwischen Diodor und  Livius, wonach Diodor eine weit ältere und getreuere Ueber-  lieferung giebt als LIVIO, lässt sich für die Kriegsgeschichte,  Verfassungsgeschichte sowie auch für die Zeitrechnung und  die Fasten, auf denen die Chronologie beruht, nachweisen. Mommsen hat an schlagenden Beispielen die Güte der diodo-  rischen Tradition gegenüber der sonstigen, namentlich der  livianifcchcn, nachgewiesen (R. Forsch. II, 222 fl'.). Zwei der  Mommsenschen Beispiele betreffen die Fasten (die Consuln  des Jahres 433, die Consulartribunenliste a. a. O.). Selbst  bei chronologischen Einzelan?ätzen ist derjenige Diodors, wenn  €r von dem des Livius abweicht, immer der richtige.   Gerade in der Zeit des sog. zweiten Samnterkrieges, in  welche die Censur unseres App. Claudius fällt, können wir  mehrfach bei Livius Verschiebungen von Ereignissen um  mehrere Jahre finden, so berichtet Livius den Waffenstillstand  des Jahres 320 zu 318 (IX, 20 vgl. Rhein. Museum 25, 34;,  so setzt er den Anfang des Etruskerkrieges schon ins  Jahr 312 (LIVIO, Diodor Fleckeisens  Jahrb. Splb.).   Das allgenn'ine QuellenverhälMiis, wie wir es dargestellt  haben, weist darmif hin. 'lass wii in Betreff des Zeitansatzes  der Censur unseres Ajjp. Claudius bei Livius eine Verschie-  bung anzunehmen und dem Diodor zu folgen haben werden. Zudem lassen sich hierfür eine Reihe von sachlichen Gründen  geltend machen. Zunächst ist zu erwähnen, dass sich in des  Livius eigener Erzählung Spuren von der ünwahrscheinkeit  seines Ansatzes finden. Wenn nämlich Livius den Amts-  antritt des Censors in das Jahr 312 setzt und  zum Jahre 310 berichtet, dass die 18 Monate,  in welchen App. Claudius nach der lex Aemilia gesetz-  mässiger Censor war, abgelaufen seien, so folgt daraus, dass  sich die 18 ]\Ionate auf ;> Jahre erstreckt liätten, und dass  App. Claudius seine Censur in der zweiten Hälfte des Jahres  312 angetreten habe. Nun aber ist nach allem, Avas wir von  diesen Verhätnissen wissen, ziemlich sicher, dass die Censoren  gewöhnlich kurz nach dem Amtsansritt der ihre Wahl leitenden  Oberbeamten, der Consuln, d. i., um hier nur eine allgemeine  Bestimmung zu geben, im Frühjahr gewählt wurden i]\Iommsen,  Str. II, 324 ff.)? sodass also die 18 Monate jedes Mal schon  im nächsten Jahre abliefen. Eine Erstreckung der Censur  über 3 Jahre ist nirgends bezeugt, vielfach aber ist überliefert,  dass das Lustrum, der Abschluss der censorischen Thätigkeit,  im folgenden Jahre stattfand (De Boor,  fasti censorii S. 9., LIVIO De Boor, S.  10, Liv. X, 47, 2. i. J. 209. De Boor S. 15, Liv.  XXVII, 36, 6 cf. 11, 7 u. s. w.). So wird auch die Censu  des App. Claudius, solange sie rechtmässig war, t^ich nicht  über 3 Jahre erstreckt haben. Vielmehr wird durch diese  Angabe des Livius sein chronologischer Ansatz sehr unwahr-  scheinlich gemaclit.   De Boor (fasti censorii) hat die zwischen Diodor und  Livius bestehende Differenz zu Gunsten des livianischen An-  satzes so auszugleichen versucht, da^s er annimmt, Diodor  habe die Censur deswegen zum Jahre 310 behandelt, weil er  unter diesem Jahre in seiner Quelle die wichtigsten Ereignisse  der Censur, die Zwietracht des App. Claudius mit seinem  Collegßn C. Plautius und die Uebertretung des über die  Dauer der Censur gegebenen Gesetzes (lex Aemilia) von  Seiten des App. Claudius, berichtet gefunden hätte. Diese Annahme hebt aber einerseits nicht das Bedenken, welches  über die Ausdehnung der Censur oben geltend gemacht ist,  und dann widerspricht sie direkt den Worten Diodors, dessen  Bericht so beginnt: tv <)t ' Pv'tiii] zcaa rovrov iny triavrov   /444 \ ^ f ',' t f " # 1f -J Tiiirini^ hi/.inro y.ca lovntv o fTfooc, ^iTTcrio^ hhxv-  tho^ etc. —   Man könnte nun für den livianischen Ansatz anführen,  dass sowohl die Capitolinischen Fasten, als auch Frontin und  Cassiodor mit Livius übereinstimmen. Frontin (de aquis 5)  und Cassiodor setzen die Censur unter das Consulat des M.  Valerius und P. Decius d. h. in das Jahr 312. Aber dies  hat unserer Ansicht nach absolut keine Bedeutung; denn die  gesamte nachlivianische Geschichtschreibung über die römische  Republik ruht auf den Schultern des Livius, alle Historikei*^  nach Livius gebrauchen ihn als Gewährsmann, so haben auch  sor.der Zweifel Frontin und Cassiodor diese chronologische  Angabe aus Livius geschöpft.   Von grösserer Bedeutung schon könnte es sein, dass die  Capitolinischen Fasten gleichfalls mit Livius übereinstimmen,  indem sie berichten (C. J. L, I, 432 z. J. ^, De Boor, a. a.  O. S. 8), dass im Jahre 312 App. Claudius und C. Plautius  das 2ß. Lustrum gefeiert hätten. Es pflegen nämlich die  Capitolinischen Fasten zum Antrittsjahr der Censoren die  Lustration zu berichten, obwohl das Lustrum doch als Schluss-  akt der censorischen Thätigkeit gegen Ende der Censur, also  im 2. Jahre der Censur, abgehalten wurde (Mommsen, Str. 11^  326 A.).   Aber auch diese Uebereinstimmung des Livius mit den  Capitolinischen Fasten kann nichts für den livianischen Ansatz  beweisen. Es ist zwar sicher, dass die Fasten des Livius^  obwohl die Capitolinischen Fasten, als Livius schrieb, schon  auf dem Forum standen (Mommsen, R. Forsch), doch  von den letzteren unabhängig sind, und dass zwischen beiden  die grundsätzlichen Differenzen bestehen, welche überhaupt  die Fasten der Jahrtafel (Fasti Capitolini, Chronograph v. J.  354, Idatius, Paschalchronik) von denen der Chroniken <Diodor, Dionys, Livius, Cassiodor) trennen, deren wesent-  lichste die ist, dass die Jahrtafel die sog. 4 Diktatorenjahre  <v. Chr.) der chronologischen Aus-  gleichung wegen eingefügt hat, während die Chroniken  -dieselben weder nennen noch zählen (Mommsen, R. Chronol.  110 ff.). Aber ebenso sicher ist, dass die Capitolinischen  Fasten, wie die gesamte Jahrtafel, aus keiner besseren und  früheren Quelle geflossen sind als die des Livius, während  <iie Fasten und die Chronologie des Diodor auf derselben guten, alten Quelle beruhen, aus denen seine Berichte ge-  flossen sind (vgl. Rhein. Museum). Es giebt eine  Menge Beispiele dafür, dass, während Livius und die  €apitolinisclien Fasten gefälschte oder entstellte Fasten und  falsche Chronologie haben, Diodor die echten Fasten bewahrt  und die richtige Chronologie giebt (vgl. Mommsen, R. Forsch II,  222 u. passim). Deshalb geben wir auch hier dem diodorischen  Ansatz den Vorzug.   Es bedarf noch der Untersuchung, wie derselbe in die  Reihe der Lustren und Censoren, die uns, obzwar nicht von  'Quellen ersten Ranges überliefert ist, passt. Die Vorgänger  des App. Claudius in der Censur traten ihr Amt i. J. 318 an.  Darin stimmen die Capitolinischen Fasten mit Diodor und  Livius überein (C. J. L. I, 432 z. J. ^f, Diod. XIX, 10  Liv. IX, 20, 5). Wenn die beiden letzten dies auch nicht  ausdrücklich sagen, so berichten sie doch, dass in diesem  Jahre die Tribus Falerna und Ufentina neu eingerichtet seien.  Die Neueinrichtung der Tribus war aber ein censorisches  Geschäft (LIVIO, cf. Mommsen, Str. II,  361 m. A. 1.) Zwischen dem Amtsantritt, und füglich auch  dem Lustrum, dieser Censoren und demjenigen des App.  Claudius und C. Plautius lagen demnach, wenn wir dem  Livius und den Capitolinischen Fasten folgen, 6 Jahre (318—312);  wenn wir mit Diodor den Amtsantritt des App. Claudius ins  Jahr 310 setzen, 8 Jahre (318—310). Die nächsten Censoren,  M. Valerius und C. Junius, wurden im Jahre 307 gewählt  <fasti Capit. C. J. L. I, 432 z. J. ^J^ Liv. IX, 43,25). Das  Lustrurn des App. Claudius und C. Plautius ist also nach  Livius vierjährig (312—307), nach Diodor zweijährig;  das Jahr 309 ist nämlich als Diktatorenjahr nicht zu berechnen^   Die Nachfolger in der Censur, Q. Fabius u. P. Decius,  bind nach dem Zeugniss des Livius (IX, 46, 13,) und der Ca-  pitolinischen Fasten ((J. J. L. z. J. ~) i. J. 304 gewählt; efv  liegen also zwischen ihrem Amtsantritt und dem ihrer Vor-  gänger drei Jahre. Das Lustrum des Q. Fabius^  u. P. Decius war dreijährig; die folgenden Censoren traten  nämlich ihr Amt i. J. 300 an, wie ^loramsen aus den Resten  der Capitolinischen Fasten eruiert hat (C.,1. L. I, 566  z. J. ~) ; das Jahr 303 ist dabei als Diktatorenjahr nicht zu  rechnen.   Schon aus dieser Reihe der Lustren, welche dem des-  App. Claudius und C. Plautius unmittelbar vorangingen und  folgten, geht hervor, dass das Lustrum kein bestimmter Zeit-  raum damals gewesen sein kann. In der späteren Zeit, seit  dem hannibalischen Kriege, wurde als regelmässige Frist des-  Lustrums 5 Jahre festgesetzt und es ist lange so durchgeführt  worden (De Boor, fasti censorii S. 15 — 20), bis die beginnende  Revolution das Institut erschütterte und bald ganz zerstörte  (Mommsen, Chronol. 161. Str. II, 318). In der früheren  Zeit waren die Lustrenintervalle ganz imbestimmt ; es werden  Lustren von 3, 4, 5 und mehr Jahren überliefert (De Boor,  a. a. 0. S. 1  14), ja eins wird ausdrücklich als siebzehn-  jährig bezeichnet (Dionys XI, 63). Eine solche Unregel^  mässigkeit kann doch offenbar nicht erklärt werden, wenn  man nicht für die frühere Zeit auf die Annahme des Lustrums^  als einer festen Zeitfrist verzichtet; falsch ist es, wenn  Mommsen meint, das Lustrum sei, wie die griechische Olym-  piade, ursprünglich ein vierjähriger Zeitraum gewesen, aber  es sei dies nur als Minimaldauer festgesetzt worden (Chronol.  158. Str. II, 316): es sind ja doch mehrere dreijährige  Lustren sicher bezeugt ; unbewiesen ist ferner, wenn De Boor  als anfängliche Minimaldauer des Lustrums drei Jahre ansetzt  (a. a. 0. S. 43 f.).  Die Dauer des Lustrums war ohne Zweifel von der all-  gemeinen Lage des Staates abhängig, je nach den Bedürfnissen  war das Lustrum länger oder kürzer. Für mehrere Lustren  ist es bezeugt, dass sich ihre Kürze aus der Lage der Zeit  erklärt z. B. für die des Jahres 89 u. 92 v. Chr. (vgl. Rhein.  Museum 25, 487).   Da nun das Lustrum ursprünglich kein fester Zeitraum  war, so widerspricht dem die Annahme des appianischen  Lustrums als eines zweijährigen  nicht, obgleich  kein anderes von solcher Kürze nachweisbar ist. Diese aber  erklärt sich aus den Zeitverhältnissen von selbst : Die Patrizier  waren durch die Anordnungen des Censors App. Claudius,  seine senatus lectio und Tribusänderung, hart getroffen und  suchten so schnell als möglich dieselben zu nichte zu machen  (s. unten, vgl. Niebuhr, R. G. III, 374. Mommsen, Chronol.). Deshalb wählten sie schon zwei Jahre nach  dem Amtsantritt des App. Claudius, also gleich im Jahre  nach des Appius Lustration, i. J. 307, neue Censoren, den  M. Valerius u. C. Junius. Da aber diese Censoren nichts  erreichen konnten — wir wissen nicht, aus welcher Ursache,  da von ihrer Amtsführung nichts überliefert ist (Liv., VALERIO MASSIMO) — so wurden schon nach weiteren  drei Jahren, i. J. 304, neue Censoren in den Personen des  Q. Fabius u. P. Decius gewählt, welche alsbald die Tribus-  verteilung des App. Claudius rückgängig machten oder  wenigstens umänderten (s. unten). Auch die anstössige Senats-  liste des App. Claudius (s. unten) wurde von den Patriziern  sogleich umgestossen, u. zwar sofort von den Consuln des  folgenden Jahres. Dies waren, wenn wir, wie es richtig ist,  mit Diodor den Amtsantritt des App. Claudius in das Jahr  310 setzen — das Jahr 309 ist Diktatorenjahr — die  Consuln d. J. 308, Q. Fabius u. P. Decius (Diod., LIVIO). Also haben, wenn wir der guten Quelle Diodors  folgen, dieselben Männer, welche als Censoren i. J. 304 die  Tribusänderung des App. Claudius rückgängig gemacht haben,^  als Consuln i. J. 308 die Senalsliste des App. Claudius umgestossen. Und es ist diese Thatsache in sich sehr wahr-  scheinlich: denn nachdem die ersten Nachfolger des App.  Claudius in der Censur die Abschaffung der Tribusänderung  des App. Claudius nicht hatten erreichen können, ist es sehr  natürlich, dass die Patrizier nun die Männer, welche schon  als Consuln so energisch gegen die Neuerungen des App.  Claudius vorgegangen waren, zu Censoren wählten.   Dies von der Kritik hergestellte Zusammentreffen scheint  mir unsere Ansiclit, dass Diodors chronologischer Ansatz der  richtige sei, wesentlich zu stützen.   In den Quellen des Livius ist also die Censur von 310  auf 312 verschoben: der Grund dieser Verschiebung hängt  mit der Ansiclit des Livius über die Amtsdauer des APPIO zusammen, worüber wir nun zu sprechen haben.   Die Censur ist nach der Ueberlieferung (Liv. IV, 8,  Dion. XI, 63, Zonaras VII, 19, Val. Max IV, 13, Frontin,  de aquis 5) bei ihrer Einsetzung (443 v. Chr.) als fünfjährige  Magistratur bestimmt worden. Die lex Aemilia d. J. 434  V. Chr. soll sie dann auf 18 Monate beschränkt haben (Liv.). Wahrscheinlich aber ist sie überhaupt erst i. J.  434 V. Chr. eingesetzt worden u. von Anfang an auf 18 Mo-  nate beschränkt gewesen (Mommsen, Chronol., Str. II, 322,  vgl. dagegen Rhein. Museum 25, 480 ff.).   Die angeführte lex Aemilia nun hat APPIO, so  erzählt Livius, eigenmächtig übertreten, indem er nach Ver-  lauf von 18 Monaten sich das Amt selbst prorogierte  (LIVIO). Betrachten wir die Angaben des  Livius hierüber, so müssen wir zunächst das Resultat einer  Mommsenschen Abhandlung berücksichtigen: „Die patrizischen  Claudier" (Rom. Forsch.). Mommsen hat darin  nachgewiesen, dass in den jüngeren römischen Annalen, bei  Livius u. Dionysius u. bei den aus diesen schöpfenden Sueton  u. Tacitus alle Glieder der alten und hochadligen gens Claudia  eine ähnliche oder dieselbe Rolle spielen, indem sie sämtlich  vom höchsten Adelstolz und höchster Feindseligkeit gegen die  Plebs beseelt sind. Nicht bloss wird dies häufig von der  geiiB Claudia im allgemeinen ausgesagt (gens superbissima in  plebem Romanam LIVIO), sondern man lässt alle Claudier,  welche auf dem politischen Schauplatz auftreten, harte Kämpfe  mit der Plebs und den Volkstribunen auskämpfen. Ja, es^  kehren sogar häufig Reden von Claudiern gegen die Plebs oder  umgekehrt claudierfeindliche Reden von Volkstribunen wieder,  worin sich offenbar die Erfindung ausdrückt. Dass Livius  oder Dionysius die Erfinder seien, wird Niemand annehmen.  Mommsen meint, die Fälschung sei in politischer Tendenz ge-  schehen, ein wütender Claudierfeind zur Zeit der Bürger-  kriege habe die Annalen in solch claudierfeindlichem Smne  gefälscht: und zwar sei dies L. Macer gewesen. Die letzte  Behauptung ist völlig unbewiesen, und was die Erfindung  selbst angeht, so glaube ich nicht, dass sie in politischer  Tendenz geschehen ist ; sie scheint vielmehr aus der rlietorischen  Strömung, welche die römische Geschichtschreibung beherrscht,  geflossen. Man suchte nach allen Mitteln, die Erzählung ausschmückend zu erweitern, und wie so vieles in den Annalen,  z. B. die meisten Schlachtberichte, nach feststehenden Mustern  erzählt wurde, so wurden, da vielleicht ein Claudier ein  adelstolzer Junker war, alle Claudier schablonenhaft als Volks-  feinde behandelt.   Dieselbe Rolle ist nun auch unserm Censor übertragen,  was wir zunäclist und besonders aus der Erzählung von der  ungesetzlichen Fortführung der Censur ersehen. Livius be-  richtet hierüber zuerst, App. Claudius, heisst es  da, vollendete die Bauten allein, weil sein College C. Plautius  aus Scham über die ruchlose und gehässige Senatsliste ab-  dankte, während Appius mit dem alten Claudiertrotze die  Censur weiterführte. Daraus muss geschlossen werden, dass  C. Plautius abgedankt habe, ohne die senatus lectio zu  billigen, oder wenigstens gleich nach ihrer Vollendung. Da  aber die Censoren die senatus lectio kurz nach dem Amts-  antritt vornahmen (Mommsen, Str. II, 3i)6, Lange, Alter-  thümer, Willems, le senat de la republique Romaine), was auch nach der Ordnung der Erzählung bei Diodor und Livius in der Censur des App. Claudius ge-  schehen zu sein scheint, so müsste C. Plautius vor Ablauf der  18 Monate abgedankt haben (vgl. Weissenborn, Livius zu IX,  29, 7. Willems, a. a. 0. I, 186). Dies hat schon Frontin  (de aquis) aus Livius' Worten gefolgert; er sagt: sed  quia is (Plautius) intra annum et sex menses deceptus a  collega . . . abdicavit se censura. Aber an einer späteren  Stelle sagt Livius selbst, dass C. Plautius nach  Verlauf von 18 Monaten vom Amte abgetreten sei. Er  widerspricht sich also ausdrücklich. Von dem Verhältnis des  App. Claudius zu seinem Collegen wissen wir nur, dass  letzterer alles that oder thun musste, was Appius wollte (Diodor  a. a. O. : VTitjxoov f/wv tov avvcc()xovTCi Aevy.iov nkavTiov)^  also eine untergeordnete Rolle spielte. Er hätte ja die  senatus lectio durch seinen Widerspruch vernichten können.  An das Verliältnis des App. Claudius zu C. Plautius hat die  Fälschung des Livius offenbar angeknüpft. Sie ist gemacht,  um den Censor, den Claudier, als ungesetzlich handelnden  Mann darzustellen, dass er gegen das Gesetz der Collegialität  (Mommsen, Str. IT, 312) die Censur allein fortgeführt habe.  Aber damit begnügte sich der Fälscher noch nicht. Er  erdichtete auch noch eine Fortführung des Amtes über die  gesetzmässige Dauer hinaus. „Viele Jahre, so beginnt Livius  hierüber zu erzählen, waren schon vergangen, seit  zwischen den patrizischen Magistraten und den Volkstribunen  keine Streitigkeiten stattgefunden hatten, als aus der Familie,  quae velut fatalis ad lites cum tribunis ac plebe erat, sich  ein Kampf erhob. App. Claudius konnte nach Ablauf der  gesetzmässigen Frist der Censur nicht bewogen werden, sein  Amt niederzulegen. Der Volkstribun P. Sempronius übernahm  die Aufgabe, ihn zur Abdankung zu zwingen. Livius setzt  selbst hinzu, dass diese actio ebenso populär als gerecht und  auch dem Volke angenehm gewesen sei, w^ie den Optimaten;  dennoch rechnet er sie zu den Streitigkeiten, welche den  Claudiern mit der Plebs und ihren Tribunen gleichsam vom  Schicksal beschieden gewesen seien. Der Tribun Sempronius erinnerte nun den Ap]). Claudius ener-iscli an die lex Aemilia.  Dieser erwiderte, dnss dies Gesetz nur für die beim Erlass  desselben amtierenden Censoren bindend gewesen wäre,  während alle danach gewählten Censoren und also auch er  selbst nicht von ihm betroffen würden ; denn, sagt er, id quod  postremum popuhis iussisset, ius ratumque esse. Wie  sophistisch dieses Zwölftafelgcsetz hier angewandt wird, liegt auf der Hand. Eine rechtliche Begründung für die Amtsverlängernng, die dem App. Claudius in den l\lund gelegt  werden könnte, fehlt völlig; aber darauf kam es auch den  Fälschern nicht an, sie wollten eben den Claudier als einen  jedes Gesetz verachtenden Mann darstellen. Alsdann lä&st  Livius den Tribun Sempronius eine längere Rede lialten, in welcher der gens Claudia ein langes Sündenregister  vorgehalten ^'ird. Es kehren, wie erwähnt, solche claudier-  feindliche Reden oder auch Reden von Claudiern gegen die  Plebs sehr häufig bei Livius wieder (vgl. II, 56, 57. IV, 48.  Y 3 — 6. VI, 40, 41 u. a.) u. sie stehen sämtlich auf dem-  selben Niveau, d. h. sie sind sämtlich erdichtet, entstanden aus  dem rhetorischen Bedürfnis der Annalisten ihre Erzählung  auszuschmücken. Dennoch, so erzählt Livius weiter, stehen  dem App. Claudius sechs Volkstribunen bei, und er führt  summa invidia omnium ordinum die Censur allein w^elter.   Die inneren Unwahrscheinlichkeiten, die wir in diesem Berichte dargelegt haben, machen uns sehr misstrauisch gegen  denselben. Dazu kommt aber noch eine ganze Reihe von  Gründen, durch welche der ganze Bericht als völlig un-  historisch erwiesen wird. Zunächst ergeben sich einige aus  Livius selbst. Wenn Livius den Tribun Sempronius sagen  lässt: „Satis est aut diem aut mensem censurae adicere?  triennium, inquit, et sex menses ultra quam licet Aemilia  lege censuram et solus geram% so folgt daraus, dass Livius  annimmt, APPIO habe das Amt fünf Jahre beibehalten  wollen, und da er ausser einer Andeutung (s. unten) nichts  weiter hierüber sagt, so scheint er auch anzunehmen, App.  Claudius habe dies durchgeführt. Der Verfasser von „de viris illustribus" hat dies offenbar aus der Angabe des Livius  gefolgert, wenn er sagt: censuram solus omnium quinquen-  nis obtinuit. Von der Abdankung des Censors sagt Livius  selbst nichts, er führt nur eine Version an, dass  nämlich Appius Claudius noch als Censor sich um das  Consulat ])eworben hätte, aber vom Tribun L. Furius ge-  zwungen sei, die Censur niederzulegen, und dann zum Consul  gewählt sei: Livius scheint sich dieser Version anzuschliessen.  Danach hat also App. Claudius seine Censur am Ende d. J.  308 niedergelegt; das konnten die Annalisten nicht ändern,  weil 307 neue Censoren und Appius Claudius selbst für  dieses Jahr als Consul in den Magistratsfasten verzeichnet   waren.   Nun liegen nach den Capitolinischen Fasten zwischen  312 und 307 zwar 5 Jahre, nicht aber so bei Livius, da er  ja das Diktatorenjahr 309 nicht kennt und zählt: seine An-  sicht, App. Claudius habe die Censur 5 Jahre hindurch be-  hauptet, wird also durch seine eignen Angaben widerlegt.   Dass App. Claudius sich noch als Censor um das Con-  sulat beworber habe, ist eine Erfindung eines Annalisten, der  dem Censor ausser den genannten Ungesetzlichkeiten noch  ^as Streben nach der Cumulierung zweier hoher Amter an-  dichtete, um ihn noch schärfer als Verächter aller Gesetze  darzustellen.   Bei dieser ganzen Erdichtung von der gewaltsamen Proro-  gation der Censur durch App. Claudius hat man ohne Zweifel  nach Analogie dessen verfahren, was von dem Ahnen unseres  Oensors, dem Decemvirn gleichen Kamens, überliefert ist, der  decemvir in annum creatus, altero anno se ipse creavit, tertio  nee a se nee ab ullo creatus fasces et imperium obtinuit (LIVIO).   Nach unserer Ansicht ist demnach der Bericht des Livius  über die gesetzwidrige Amtsverlängerung des Censors von  Anfang bis Ende erfunden. Dafür spricht ausser der oben  gegebenen Kritik des Berichtes . entscheidend folgende Er-  w^ägung : App. Claudius hat nach der guten Nachricht Diodors   i. J. 310 die Censur angetreten, wir Laben das als historisch  nachgewiesen. Am Ende des Jahres 308 muss er aber ab-  gedankt haben, einmal weil 307 neue Censoren in den Ma-  gistratslisten erscheinen (Liv. IX, 43, 25. C. J. L. I, 432 z. J.  ^), und dann weil App. Claudius selbst i. J. 307 zum Con-   307 ' '   sul gewählt wurde (Diod. XX, 45. Liv. IX, 42, 3. C. J. L. I,   432 z. J. ^).   Zwischen 310 und 307 liegen aber nur zwei Jahre, also  kann die Censur kaum länger als 18 Monate gedauert haben.   Dennoch halten die meisten neueren Forscher, obwohl  sie zugeben, dass in der Erzählung des Livius Vieles er-  dichtet und übertrieben sei, an der Annahme der Prorogation,  der Censur fest. Ja Niebuhr (R. G.), Lange (Alterth. I,  85 ff.), Siebert (Appius Claudius S. 67 ff.) u. a. folgen dem  Livius fast in dem ganzen, offenbar erfundenen Detail, dass er  die Censur 5 Jahre habe beibehalten wollen, dass er das Con-  sulat der Censur habe cumulieren wollen u. a.   Nur stellen sie, wovon nichts überliefert ist, eine Hypo-  these über den Zweck der Amtsfortführung auf. App. Clau-  dius, meinen sie, habe sich deshalb sein Amt verlängert, um  seine grossartigen Bauten zu Ende zu führen, und damit keinem  andern die Ehre der Vollendung zufalle.   Mommsen schliesst sich dieser Hypothese an, nur ver-  mutet er, es sei keine ungesetzliche Prorogation gewesen. Es  bestand nämlich in der That die Einrichtung, dass die Censur,  wenn 18 Monate nicht genügten, prorogiert wurde „ad  opera, quae censores locassent, probanda et ad sarta tecta  exigenda^' (LIVIO, cf. Mommsen, Str. II, 324 m. Anm.  1, 2.). Es sei nun, wenn man alles Incriminieren und Moti-  vieren, welches den Claudiererzählungen anzuhaften pflege,  ausscheide, sehr wahrscheinlich, dass auch des App. Claudius  Amtsverlängerung nur eine solche gesetzmässige Prorogation  sei (ähnlich Madvig, Verfassung und Verwaltung.  Herzog, Geschichte und System l, 273). Aber dagegen ist  zu sagen, dass grade die Ungesetzlichkeit in dem Berichte    <ias Wesentliche ist, dann, dass die kolossalen Bauten, die  des Censors Namen tragen, auch schliesslich in vier oder  fünf Jahren nicht vollendet werden konnten, woran schon  Niebuhr erinnert (R. G.). Ausserdem ist wohl bei  einer solchen gesetzmässigen Prorogation (ex instituto) immer  beiden Censoren das Amt verlängert, weil, wie Mommsen  selbst sagt, (Str. II, 312 m. Anm, 6), das Prinzip der CoUe-  gialität bei der Censur mit besonderer Strenge gehandhabt  wurde. Und wenn nun Mommsen dennoch meint (a. a. 0.),  dass die appianische Prorogation diesem Prinzip nicht wider-  streite, so scheint mir das keineswegs ein bindender Schluss  zu sein. Endlich liegen, was das Entscheidende ist, zwischen  dem Amtsantritt des App. Claudius und dem seiner Nach-  folger überhaupt nur zwei Jahre (310 — 307 s. oben); die  Censur kann ihm also kaum, jedenfalls nicht 4 oder 5 Jahre  prorogiert sein.   Wiederholen wir kurz unsere Resultate: App. Claudius  trat seine Censur i. J. 310 v. Chr. an und behielt sie ganz gesetzmässig 18 Monate lang mit seinem Collegen C. Plautius,  der ihm völlig zu Willen war {vTir/.oog),   Wir kommen nun zu den Thaten des Censors.   Cap. 2.  Die Bauthätigkeit des App. Claudius.   Eine Hauptseite der censorischen Thätigkeit war die Re-  gulierung der Gemeindeeinnahmen (mit Ausnahme der persön-  lichen, directen Vermögenssteuer, des Tributums) und der Ge-  meindeausgaben.   Nach der römischen Finanzpraxis wurden die indirecten  Staatseinnahmen von jeglichem ertragsfähigen Staatsgut (Zölle,  Gemeindeland, Ausbeutung von Flüssen, Seen, Bergwerken u.a.)  nicht direct vom Staate erhoben, sondern an einzelne Unter-  nehmer zur Ausnutzung gegen eine bestimmte Entrichtung  an die Staatskasse verpachtet.   Ebenso Hess der Staat die Lieferungen, die er brauchte,  und die Arbeiten, die er vornehmen Hess, an Private verdingen  (locare opera publica od. sarta tecta od. ultro tributa).     99     Die Censoren waren es, welche mit diesen Verpachtungen  beider Art betraut waren. Aber sie standen dabei unter der  Oberaufsicht des Senates. Neue Zölle konnten sie z. B. nur  mit Bewilligung des Senates anordnen, der Senat konnte cen-  sorische Verpachtungen rückgängig machen, die Pachtsumme   ^rmässigen u. a.   Bei vielen Ausgabeposten wurde den Censoren nicht bloss  die Verdingung, sondern auch die Überwachung, Leitung und  schliessliche Übernahme der Arbeit übertragen (Polyb. 6, 17  Liv. 42, 3 faciendum oder reficiendum curare C. J. L. I,.   p. 177, n. 605).   Dies geschah namentlich bei den öfFentlichen Bauten, bei  Reparaturen (z. B. des Circus Liv. 41, 27, der Mauern Liv.  6, 32, der Strassen Liv. 29, 37. 41, 47, Wasserleitungen,  Frontin. aq. 95 u. a.) wie bei Neubauten (z. B. bei Tempeln,  Basiliken, Theatern, Brücken, Heerstrassen, u. a.). Nach  dieser Seite hin wird die censorische Competenz gradezu als  Fürsorge für die Bauten aufgefasst. Aber auch hierbei waren  sie vom Senat abhängig. Vor allem musste der Senat die-  Gelder verwilligen; nur wenn und insoweit es der Senat ge-  stattete, konnten die Censoren das aerarium in Anspruch nehmen,,  und zwar durch Vermittlung der Quästoren, welche als Ver-  walter der Staatskasse die Gelder einnahmen und auszahlten.  Der Senat bewilligte den Censoren eine Bauschsumme (pe-  cunia decreta Liv. 39, 44. Polyb. G), jedoch als certa pe-  cunia, und zwar gewöhnlich eine gewisse Quote der Staats-  einnahmen (vectigal annuum Liv. 40, 46. 44, 16). Was die  Censoren im einzelnen damit anfangen wollten, war ihre Sache.  Inwieweit sie darin vom Senat abhängig waren, ob sie z. B.  zu Neubauten die Einwilligung des Senates einholen mussten  (cf. Liv. 36, 36), lässt sich nicht bestimmen.   Soviel musste ich im allgemeinen über diese Seite des  censorischen Amtes vorausschicken, um die Thätigkeit des-  App. Claudius in dieser Hinsicht richtig zu würdigen.   Die Censur des App. Claudius ist nämlich die erste, bei  der uns dies censorische Geschäft in der Überlieferung entgegeniritt, und APPIO nacht von dieser Seite semes  Amtes in so grossartiger und zugleich von der gewöhnlichen  und späteren Handhabung dieses Rechtes verschiedentlich in  so abweichender Art Gebrauch, wie es kaum wieder ge-   schehen ist. .   Über die Bauthätigkeit des Censors App. Claudius sind  ausser den Notizen bei Diodor und Livius noch die Angaben  des S. Julius Frontinus in seiner Schrift „de aquis Romae" zu  benutzen. Ohne Zweifel beruhen die Angaben Frontins, der unter  dem Kaiser Nerva 97 n. Chr. curator aquarum war (Fronün 1. c.  Einleitung), auf eigener Erfahrung und Anschauung. Ausführ-  lich und klar beschreibt er auch die aqua Appia, berichtet, wo-  her sie kommt, wie lang sie ist, welchen Weg sie nimmt etc.  Was er sonst über die Censur des App. Claudius beibringt,  ist offenbar aus den Hvianischen ähnlichen Quellen geschöpft.  Auch Diodors Angaben sind relativ ausführlich, und mit Recht  nimmt Mommsen an, dass der vielgereiste Verfasser (Diodor  1, 4) hier aus eigener Anschauung spricht (Mommsen, Rom.   Forsch. II, 284 A. 90). LIVIO berührt die Bauten des Appius nur ganz kurz;  doch ist bemerkenswert, dass er, während er im allgemeinen  sowohl in dem Sachlichen als in der Beurteilung sehr von  Diodor abweicht, im Lobe der Bauthätigkeit des Censors mit  ihm übereinstimmt. Er sagt (IX, 29,6): et censura clara  eo anno App. Claudii et C. Plautii fuit, memoriae tamen  felicioris apud posteros quod viam munivit et aquam in urbem  duxit, und bei Diodor heisst es: caror d^ ^nriiehn' c^Jcaarov   Die Bauwerke, welche des App. Claudius Censur ver-  ewigen, sind die Wasserleitung und die Heerstrasse, welche  beide seinen Namen tragen, die via und aqua Appia.   Es war nämlich das Recht des bauleitenden Beamten, den  öffentlichen Gebäuden, natürlich mit Ausnahme der Tempel,  seinen Namen beizulegen; seit App. Claudius ist dies wenig-  stens zumeist geschehen, und es scheint sein Beispiel dies Recht  hervorgebracht zu haben, da sich vor ihm keine solche Fälle nachweisen lassen. Die grossartigen Bauwerke der Republik  in der Stadt Rom sind fast alle nach ihren Erbauern genannt,  die mit wenigen Ausnahmen Censoren sind (Beispiele : basilica  Porcia, Aemilia-Fulvia, Sempronia; circus Flaminius. Die  Erbauer der Bauten ausserhalb Roms sind nicht Censoren,  ausgenommen von zwei Heerstrassen, der via Appia und Flaminia). Die aqua Appia ist der älteste und erste Trinkwasser-  aquadukt Roms, deren es später so viele gab. Bis zur Zeit  des Appius hatte man sich mit dem Wasser mehrerer Quellen  und Brunnen (Frontin I, 4: putei, worunter auch Cisternen  bejrriften werden können. Kiebuhr, R. G. III, 359 A. 24)  begnügt, ja man hatte Tiberwasser getrunken (Frontin a. a. O.j.  Der Ruhm, die Quellen gefunden zu haben, aus denen  die aqua Appia gespeist wurde, wird dem Collegen des Appius,  L. Plautius, zugeschrieben, der deshalb den Beinamen Venox  (von Vena) erhalten haben soll (Frontin I, 5. Fasti Capit.  C. J. L. I, 432 ad a. 442: qui in hoc honore Venox appel-  latus est). Das Bedenken Drumanns, dass dies Cognomen  nicht von vena abgeleitet sei, da hiervon besser Venosus ge-  bildet werde, sondern mit dem häufig in der gens Plautia  wiederkehrenden Cognomen Venno oder Veno (vgl. Liv. VIII,  19, IX, 20) identisch sei, scheint in der That begründet.  Die Quellen, welche diese etymologische Ableitung geben,  leisten nicht hinlänglich Gewähr für die Richtigkeit derselben ;  es scheint nur ein Versuch der Erklärung des Cognomens zu  sem, wie wir von dem des Appius selbst mehrere finden werden.  Den Lauf der aqua Appia beschreibt Frontin (I, 5) fol-  gendermaassen : Concipitur Appia in agro Lucullano via Prae-  nestina inter milliarium septimum et octavum deverticulo sinis-  trorsus passuum septingentorum octoginta; ductus eius habet  longitudinem a capite usque ad Salinas, qui locus est ad por-  tam Tergeminam, passuum undecim millium centum nonaginta:  ex eo rivus est subterraneus — offenbar absichtlich unter-  irdisch, damit das Wasser nicht abgeschnitten würde (Niebuhr, R. G.) — passuum undecim millium centum triginta : supra terram substructio et opus arcuatum proximum  portam Capenam — ein Mauerwerk, welches wahrscheinlich  die sog. XII portae bildete (vgl. Siebert, APPIO S. 63).   Jungitur ei ad Spem veterem in confinio hortorum Torquatianorum ramus Augustae ab Augusto in supple-  mentum eius additus hie via Praenestina ad milliarium  sextum deverticulo sinistrorsus passuum nongentorum octoginta  proxime viam Collatiam accipit fontem, cuius ductus usque  ad Gemellos efficit rivo subterraneo passuum sex millia tre-  centos sexaginta. Incipit distribui Appia imo Publica clivo  ad portam Trigeminam (Frontin, de aq. I, 5. cf. Kiebuhr,  R. G. III, 356 ff\ Siebert, App. Claud. S. 62 f. Becker,  Handbuch I, 702. Jordan, Topogr. der Stadt Rom I, 456.  <jf. „Auetor de viris illustr." 34, der die aqua „Anienem'^  nennt, was oifenbar ein Schreibfehler ist. Eutrop II, 4 nennt  sie „aqua Claudia", die erst von Kaiser Claudius ausge-  führt ist).   Wie Frontin angiebt (s. oben) hatte man in dem Thal  zwischen dem Caelius und Aventinus ein Mauerwerk von nur  60 Schritt nötig; daraus zieht Kiebuhr mit Recht den Schluss,  dass die Gänge nicht eben sehr tief gelegt waren (R. G.).   Die aqua Appia war von den 9 Wasserleitungen, die  €s zur Zeit des Kaisers Claudius gab, die zweitniedrigste  (Siebert a. a. O. 62). Sie konnte daher nur den niedrigsten  Stadtteilen, der Vorstadt, dem Circus, dem Velabrum, dem  Vicus Tuscus, vielleicht noch der Subura, Wasser zuführen  und selbst diesen kaum in ausreichendem Maasse (Kiebuhr,   R. G. III, 361). Das grössere der Bauwerke des Censors ist jene Heer-  strasse, welche gleichfalls seinen Kamen trägt. Es scheint  aber nicht die älteste ihrer Gattung zu sein ; bei der  via Latina und Salaria weist der Käme auf höheres Alter hin,  (Kiebuhr, R. G. III, 359). Die späteren Heeresstrassen, welche  in Italien censorische Bauten (Flaminia, Aemilia), in den  v" r . -a i. "a > <  ~ 26 Provinzen und im cisalpinisclien Gallien consularisclie Baute»  sind (Aemilia in Gallia cisalpina, Postmnia ebenda, Doniitia in  iS^arbonensis u. a.), sind alle nach ihren Erbauern genannt;,  die via Appia wäre also die erste, bei der dies geschehen  ist, sodass also allgemein das Beispiel des App. Claudius das  Recht der Eponymie für die bauleitenden Beamten hervor-  gebracht zu haben scheint.   Es führte die via A])i)ia an der ]\[eeresküste entlang  durch die Städte Terracina, Fuudi, lAIola bis nach Capua.  Durch die pomptinischcn Sümpfe hat erst Trajan die Strasse  gebaut. App. Claudius hat durch dieselben wahrscheinlich,  nur einen Damm gelegt, während man als lleeresstrasse  durch die Sümpfe von Velitrae nach Terracina damals die-  via Setina benutzte (Niebuhr, R. G.).   Diodor berichtet, dass App. Claudius die via Appia von-  Rom bis Capua mehr als 1000 Schritte weit zum grössten  Teil mit festen Steinen gepflastert habe (//^o/c; ateoeolg-  yxalöTQOJüev), Nissen (Pompejanische Studien S. 519) meint,  dies sei nicht recht: Diodor und seine Gewährsmänner  hätten ihre eigene Zeit vor Augen, wenn sie von der  Pllasterung der via Appia sprächen (ebenso der Verfasser  von „de viris illustribus" 34 und Procop, bell. got. I, 14).  Denn erst i. J. 29G sei die erste Strecke der via Latina  saxo quadrato (Peperinplatten, Kiebuhr, Nissen,  a. a. O.) gepflastert, und zwar eine semita von der porta Ca-  pena bis zum Marstempel, so berichte LIVIO.. Dann  hätten i. J. 293 die curulischen Aedilen die Chaussee von dort  bis nach Bovillae silice (Lavapolygonen, s. Niebuhr und Nissea  a. a. 0.) zu pflastern fortgefahren (Liv. X, 47). ]\lir scheint  aber durch diese Notizen des Livius das Zeugnis Diodors  noch nicht aufgehoben zu werden. Es ist zwar zuzugeben,,  dass App. Claudius die Chaussee nicht schon mit der Kunst  und in der herrlichen Weise gepflastert habe, wie die römi-  schen Heerstrassen später gepflastert wurden. Aber der Aus-  druck Diodors {yMCtocQtoü'F — bedecken, bestreuen) braucht  o-ar nicht von einer eigentlichen Pflasterung verstanden zu  werden; und dann sagt Diodor auch nur, dass Appius de»  grösseren Tlieil (n> 'ixUmy uioog) der Strasseso ausgeführt habe.  Worin die wesentliche Arbeit beim Bau dieser Chaussee  bestand, sagt Diodor mit deutlichen Worten: 7('7r rorrtüv  riwg fdr v7ie()tyoviic^ (hanyMif^as, tov^ (>^ ijcyir/ytodets K  y.inhw^ <}vah;ufia(JLV u'^io/jr/oii: fif/rRr^W.c yaniW/AOüF etc...  Dass das Terrain, über welches die Strasse führen sollte, ge-  ebnet wurde, Anhöhen abgetragen und Thäler ausgefüllt wurden, dass der Grundbau solid und bequem hergestellt wurde, darin bestand zunächst die Hauptarbeit, darin das Ver-  dienst des App. Claudius. Deshalb konnte er mit Repht die  Heerstrasse als sein Werk betrachten, und derselben sein  Name beigelegt werden. Keineswegs aber kann sie App. Clau-  dius schon ganz in der grossartigen Weise vollendet haben,,  in der sie später den Namen regina viarum erhielt.   Mitten in den pomptinischcn Sümpfen, unmittelbar an der  via legte App. Claudius das forum Api)ii an, das jetzt noch  als Foro Appio existiert (vgl. IMommsen, U. Forsch., Niebuhr, 11. G. HL 358. Lange, Alterth.). Hier  scheint er sich selbst eine statua diademata gesetzt zu haben,.  woraus das Gerücht entstanden ist, dass er sich Italien per  clientelas habe unterwerfen wollen. Denn was Sueton (Tib. 2>  über einen gewissen Claudius Drusus sagt, bezieht sich, wie  Mommsen überzeugend dargethan hat (R. Forsch. II, 305 ff.  vgl. Niebuhr, R. G. HI, 355 ff. und Strebe, xM. L. Drusus,  Diss. Marburg), auf unsern App. Claudius.   Diodor setzt beim Bericht über die aqua Appia hinzu r  xcd TioUix TOJV dj;iioouov yorjuucor fig icwn.r T/;r yMiaüxevy-  ccn-hoaev avev d(r/itcaü^ zi^g ücyyhpov; und weiter unten beim  Bericht über die via Appia: xtaco7;/.oKJ6v c^tJüc^c,- 7«^* (5';.«o<^'W  nooooöov^ Wir bemerkten, dass in späterer Zeit die Censoren.  in Bezug auf ihre Ausgaben ganz vom Senat abhängig waren^  indem ihnen eine pecunia certa angewiesen wurde. Wenn  nun Diodor sagt, dass App. Claudius die Staatsgelder urfir  düyftcnog Tr^s; övyyli[iov verwandt habe, so kann er entweder  me'i'nen, dass zur Zeit des Appius lür die censorischen Aus- -jviibcii tlas ^)uyitlc iP^^ ar/yli\inv noch nicht nötig gewosen sei,  oder, was nilher liegt, dass APPIO venuüge seiner  energischen Persönlichkeit sicli von der Abhängigkeit vom  Senate in seinen Geldausgabcn zum öftcntlichen Nutzen trei-  gemaclit habe. Jedenfalls folgt aus der Thatsache, das App.  •Claudius das öoyficc des Senates ganz übergehen konnte, die  weitere, dass die Grenze der Befugnis des Senats und des  Zensors bei den Staatsausgaben nicht gesetzlich scharf gezoecen war, und dass das Schalten der Censoren zu dieser Zeit  freier war als später.   Ein drittes Bauwerk, welches App. Claudius ausführte,  ist der Tempel der Bellona d. i. der griechischen 'Evvu) (Liv. X,  19. Ovid, fasti, 6, 203. C. J. L. I, 287: Elogium des Appius  Claudius); es fällt dies aber erst in seine spätere Lebenszeit.  Ap]-). Claudius ist es aber entgegen der Mommsenschen An-  nahme (K. Forsch. I, 308) nicht gewesen, der in diesem Tempel die Ahnenbilder seiner Vorfahren autgestellt hat (vergl.  Starck, Verhandlungen der dtsch. rhilologenversammlung zu  Tübingen, Lpz..). Auf diese Fragen jedoch  brauche ich, da sie sich nicht auf die Ccnsur beziehen, füglich  nicht einzugehen.   Jn der gewaltigen Bautliätigkcit drückt sich sehr prägnant  •der politische Charakter dos Ccnsors und seine politischen Ten-  denzen aus. „Er warf^', sagt ]\Ionnnscn treifend, „das veraltete  Bauernsystem des Si)arschatzsammeln bei Seite und lelirtc  seine ]\Iitbüvger die ölfentlichen jNIittel in würdiger V\Visc zu  gebrauchen'' (R.- G.). App. Claudius war, wie wir bei  allen seinen politischen Maassnahmen sehen werden, ein De-  mokrat, und zwar förderte er besonders die Verkehrsinteressen,  die der städtischen Bevölkerung; dazu passt vortrefflich, dass  wir ihn als Beförderer des griechischen Einflusses in Kom  kennen lernen, was sich sclion in dem Bau eines Tempels zu  Ehren einer rein griechischen Gottheit ausdrückt.   Vortrefflich passt zu solchen politischen Tendenzen die  Bauthätigkeit des App. Claudius .und die Richtung, in der er  .sie entfaltete.  Cap. 3.  Die Senatsliste und die Rittermusterung des App. Claudius.   Die senatus lectio des App. Claudius ist die erste, über  •welche uns etwas Bestimmtes überliefert ist. Es ist dcshalb-  von liohem Wert, dass wir grade über sie den Bericht eines  80 alten und bewährten Autors, wie ihn Diodor benutzt hat,,  besitzen. Schon zur Zeit des App. Claudius, das sagt Diodor  deutlich, war es Sitte {i}v tO-o^), die euyerelg und u^uoftuöt  nqohyfivieg in den Senat zuzuschreiben {7Toni:'/ou(fetr). Von-  dieser Gewohnheit nun, erzählt Diodor, sei App. Claudius in-  sofern abgewichen, als er nicht bloss diese hinzuschrieb,-  sondern auch viele Freigelassenensöhne darunter niischte-  (avtfu^e jToAAotv ycd ich' dTiF?.8i)0^t()0)v tiovi;),   Livius erzählt zwar zu dem Jahre der Censur selbst nur,  dass die senatus lectio infamis und invidiosa gewesen sei, dass^  sie sine recli pravique discrimine geschehen sei, dabei potiores-  aliquot übergangen seien. Offenbar berichteten seine Quellen  an dieser Stelle nichts Spezielles von der Senatsliste; und  diese hatten die Wahl von Libertinensöhnen in den Senat  ohne Zweifel übergangen, weil eine solche Maassregel dem  hocharistokratischen Charakter, welchen sie dem App. Clau-  dius beilegen, widers])rochcn hätte. Livius selbst aber fügt  an einer späteren Stelle, die, wie wir darthun werden,  aus einer anderen und besseren Quelle geschö])ft ist, hinzu,,  dass App. Claudius den Senat zuerst durch Libertinensöhne   befleckt habe. Auch von anderen Geschichtschreibern wird die senatus  lectio des App. Claudius erwähnt. Sueton sagt im Leben  des Claudius (24) : (Claudius imperator) Appium Caecum censorem generis sui proauctorem libertinorum tilios in senatum  adlegisse docuit, ignarus temporibus Appii et deinceps ali-  quamdiu libertinos dictos non ipsos qui manu mitterentur sed  ingenuos ex his pracreatos.   Aus welcher Quelle Sueton diese Nachricht hat, wisse»  wir nicht; manche neuere Forscher halten sie für richtig; sie cineu also, dass u,>tcr libcrtini ursi,rü,.glich nicht Frei-  gelassene, d. h. ge^-esene Sklaven, sondern deren ^öhne verstanden seien (Momnisen, Str. I, 387 f. m. Ann,. Madvg, \ erf.  u Verhalt. I, 137. Siel.crt, Ap,.. Claud. 23 ft. A\ os.senborn.  zu Liv IX, 4C, 1 u. 10). Mommsen, der frülier auch diese  Ansicht vertrat, hat neuerdings seine Meinung etwas geändert  (Str III 422 m. Anm. 2 u. 3). In späterer Zeit hicssen  libcrtini diejenigen, welche Servituten, servierunt oder manu  missi .sunt. Wenn nun Sucton sagt, früher seien als l.bevt.n.  die Sühne solcher Freigelassenen bezeichnet, so schen.t er zu  meinen, dass die Freigelassenen selbst liberti genannt seien..  Dies ist aber sprachlich unmöglich, was durch die Analogien  divus - divinus, masculus - masculinus bewiesen wird (W lUenis,  le sönat, I, 184,n. A. 3). Ausserdem widerspricht einer  solchen Annahme der feststehende Unter-schicd der beiden Be-  zeichnungen : beide bez-eichnen nämlich allein den gewesenen  Sklaven, nur dass bei libertinus derselbe nach seiner allge-  meinen bürgerlichen Stellung, bei libertus aber nach dem  Verhältniss zu seinem Herrn verstanden wird (Mommsen,   Str. III, 423). . c . A   So kann also die Stelle Suetons nicht gefasst werden.   Ernesti meint, Sueton wolle sagen, zur Zeit des App. Claudius  seien nicht bloss die Freigelassenen, sondern auch ihre  Sühne libcrtini genannt. Diese Interpretation setzt allerdings  eine ungenaue Ausdrucksweisc bei Sueton voraus; aber sie  kann ja richtig sein, obwohl auch dies noch unbewiesen bleibt.  Es ist ohne jeden Zweifel, dass alle andern Schriftsteller  unter libcrtini nur die Freigelassenen, und zwar für alle Zeiten,  verstehen. Alle beziehen die senatus lectio unseres Censors  auf die Söhne gewesener Sklaven. Diodor nennt die von App.  Claudius in den Senat Aufgenommenen c}Tre).i'^ii>iov wotv,  und von dem i. J. 304 zum curulischen Aedil gewählten An-  lönger unseres Censors, dem Cn. Flavius, sagt er direkt, er  sei der Sohn eines gewesenen Sklaven gewesen (rr«ro<.,- «»  dsdov/.suxöms). Hiermit stimmen alle andern Gewährsmänner  überein: Livius (IX, 46), der Kaiser Claudius (Sueton 1. c), TACITO (si veda) (ann.), Plutarch (Pomp.). Wir werden  -also mit diesen Autoren annehmen müssen, dass Söhne von  Freigelassenen, niclit Enkel, wie Sueton meint, von App. Clau-  <lius in den Senat aufgenommen seien.   Wertlos ist die Angabe des Verfassers von „de viris  illustribus" (34), dass App. Claudius Libertinen selbst in den  Senat aufgenommen habe.   Die Freigelassenen selbst wie ihre Söhne waren eben,  ^a sie mit dem Makel der Knechtschaft behaftet waren, ob-  Äwar nicht durch Gesetz, sondern nur durch das Herkommen  Tom Senat wie von der l\Iagistratur ausgeschlossen (Mommsen,  Str. l, 459 f.)» während die Enkel der Freigelassenen zu allen  Zeiten zu den ingenui gehört haben (Mommsen, Str. III, 422),  und von den plebejischen Geschlechtern, deren Glieder im  Senat sassen, stammen sicher manche von Libertinen ab  (Willems, le s^nat, I, 188). Indem nun App. Claudius I.iber-  tinensöhne in den Senat wählte, warf er den staatsrechtlichen  Usus, wonach sie vom Senat und von der Magistratur aus-  geschlossen waren, um. Und dies ist der Grund, weshalb  die senatus lectio unseres Censors für so schimpf lieh galt und  den Adel aufs äusserste erbitterte (Diod. 1. c. : i(p' olg ßaQtvf^  i'(feQOV oi yMVXiouaroi 7a/> Fvyeveiai;).   Il2in hat nun die von App. Claudius in den Senat auf-  genommenen Libertinensöhne näher bestimmen zu können ge-  glaubt. Willems meint, es seien solche Libertinensöhne ge-  wesen, welche seit dem .1.  v. Chr. Volkstribunen gewesen  .seien (le senat, I, 185 m. Anm. 5). In dieses Jahr ungefähr  setzt nämlich Willems die lex Ovinia, durch welche bestimmt  wurde, dass optimus quisque ex omni ordine — d. h. nach  Willems omni ordine magistratuum et curulium et plebeiorum   in den Senat gewählt werden sollte. Nach diesem Gesetze   * hätten, meint Willems, nicht bloss gewesene Consuln, Prätoren,  <>urulische Aedilen, sondern auch Volkstribunen und plebejische  Aedilen gewählt werden müssen. Dass die von App. Claudius in den Senat gewählten  Libertinensöhne gewesene Volkstribunen seien, glaubt Willems daraus folgern zu können, dass zu diesem Amte welches zehn  Männer jedes Mal zusammen bekleideten, d,e L.bertmensohne  leichteren Zutritt hatten als zu irgend einem andern Wir  wissen niehts darüber, dass in dieser Zeit schon em L.ber-  tinensohn zum Volkstribunat gelangt sei; L. Macer L.v IX,  46, 3), dessen Zeugnis sehr wenig gilt, überliefert allem dass  Cn. Fiavius vor seiner Aedilität (i. J. 304) sclK,n Volkstnbun  gewesen sei. Es ist dies aber sehr unwahrschemhch, da vor  ier Tribusänderung des App. Claudius das St.mmrecht d r  niedri-en Bürger in den Tributcomitien wenig Gewicht hatte   (s. unten).,. ^, xj„„;i   Wie hypothetisch dieser Schluss ist, liegt auf der Hand..  Und dass überhaupt die gewesenen Tribunen hätten in der.  Senat gewählt werden müssen, ist nichts als Vemmtung.  Willems behauptet es nach seiner Auslegung der lex Ovinia.  Ich habe mich auf diese Frage, weil sie memem Ziele fern  liegt, nicht einzulassen, will nur erwähnen, dass m der lex  Ovinia unter omnis ordo, aus dem optimus quisque m den Se-  „at gewählt werden sollte, nicht omnes ordines magis ra uum  et curulium et plebeiorum (Willems a. a. OO, auch nicht blos.  ordines magistratuum curulium (Lange, R. Alterth. I, «U  de plebiscito Ovinio et Atinio. Progr. 7 ff.) zu vers eben  sind sondern dass die Worte am einfachsten und natürlichsten  als der gesamte Bürgerstand zu fassen sind (Hotmann, der rom.  Senat S 7 ff., Becker, Handbuch, II, 2, 300 .Herzog Gesch.  u. System 1,882 f. Mommsen, Str. H, 39o, 397 -• Anm^ 1).  Die senatus lectio des App. Claudius war nicht bloss  wecen der Aufnahme von Libertinensöhnen anstössig, sondern  auch deshalb, weil App. Claudius nicht, wie es die Censoren  zu thun hatten, die anrüchigen Senatoren ausstiess (Diod. 1. c.  o,]J^m rc.> döo^ocvTcov avyy2rjry.ä^v tS^ßale), Beachten wir  aber den Grund, welchen Diodor für diese Maassregel angiebt:  Weil App. Claudius, sagt er, sich bei den Patriziern äusserst  verhasst gemacht habe, so mied er es, bei irgend einem an-  dern Bürger anzustossen, und in dieser Absicht unterliess er  auch die Reinigung der Senatsliste von anrüchigen Personen VeOTUTOL^ TÜV (fd^üVOV^ i^l'xklVF TO TlQOOXÜTlTeiVTlVt liOV tikXcüV   tioXltwv xai xaia rtiv riov owtö^icüv xarayQatfr^v ovdh'ct etc.  Diod. 1. c).   In demselben Gedanken nahm er auch bei der Rittermusterung  (equitum recognitio oder census) keinem sein Ritterpferd  (Diod. : xa) xara Trjv tcüv ltitifhov doxLf.iaolav ovdh'a difFiXero  Tov 'iTtJiov), Es ist dies die einzige Notiz, welche wir über  die Rittermusterung des App. Claudius haben. Sein Auftreten  dabei steht aber im Einklang mit seiner politischen Stellung,  die Diodor mit den Worten bezeichnet: ccvTiTayf^a xaxaaxF vciCiov   Die Senatsliste unseres Censors ist aber bald wieder um-  gestossen worden. Die Consuln beriefen, so erzählt Diodor,  aus Hass und zugleich um sich dem Adel gefällig zu zeigen,  den Senat nach der früheren Liste, {sid^" ol fih v^raTot did  zov (fMvov xal did to ßovkEöd^ai rolg sTiKpavsaTaTOic; /«(»/Led^ar  övvijyov irjv GvyxXr^cov etc. Diod. 1. c.)   Damit stimmt Livius über ein (IX, 30, 1,2): Consules  negaverunt eam lectionem observaturos esse et senatum ex-  templo citaverunt eo ordine, qui ante censores App. Claudium  et C. Plautium fuerat.   Diodor erzählt die Zurückweisung der appianischen Senats-  liste zu demselben Jahr, wo App. Claudius sein Amt antrat (310  V. Chr.). Daraus darf man aber nicht schliessen, dass es von den  Consuln dieses selbigen Jahres geschehen sei. Das war nicht  der Fall, nicht sowohl, weil Livius, der den Amtsantritt des  App. Claudius in das Jahr 312 setzt, die Zurückweisung der  Senatsliste zum folgenden Jahr 311 erzählt und den Con-  suln d. J., C. Jun. Bubulcus und P. Aem. Barbula, zuschreibt,  als deshalb, weil die Censoren nach den Consuln und zwar  unter ihrem Vorsitz gewählt wurden, im ersten Jahr der Cen-  sur also immer der Senat schon in der früheren Ordnung zu-  sammen getreten war (Mommsen, Str. II, 396). Und diese  Annahme widerstreitet dem Diodor keineswegs, da er öfters  Ereignisse, die sich auf mehrere Jahre verteilen, zusammen erzählt, wofür die Erzählung der Gallierkriege (Diod. XIV,  113 ff) ein klares Beispiel giebt. Diodor deutet d,es an  unserer Stelle klar genug an, indem er die Zurückwe.sung  der Senatsliste zugleich mit der ebenfalls nieht m das Jahr  310 .gehörenden Wahl des Cn. Flavius zum Aedden am  Schlüsse seines Berichtes erzählt und mit dra anknüpft.   Wenn wir nun mit Diodor den Amtsantritt des App.  Claudius h. d. J. 310 setzen, so müssen -- J"-'™-: ^^^JJ  die Senatsliste von den Consuln des Jahres 308 -oO.» ^ em  Diktatorenjahr - umgestossen ist. D.ese waren (f 1 abms  und P Decius (Diod. XX, 37). Es sind d.es dieselben Manner,  welche als Censoren i. J. 304 die Tribusänderung des App.  Claudius rückgär>gig machten (s. unten). Wir sähe,, m d.esem  von der Kritik hergestellten Zusammentreften emen kratt.gen  Beweis für die Richtigkeit des chronologischen Ansatzes   Aus den Angaben Diodors folgt, dass schon die Vor-  gänger des App. Claudius und C. Plautius in der Censur eine  lenatsliste aufgestellt haben; er sagt ausdrücklich, dass die  Consuln den Senat berufen hätten o*^ ir:v vm> tinnov y.ara-  }a^^8lmv dl/M t^v vn.) u^n' .r^oy. /fr^7'^ rrn- xt//yo>r  yaia^'oaifeiaar. Diese unzweideutige Angabe scheint mir ent-  scheidend für eine weitere Streitfrage, welche sich an die  Senatsliste des App. Claudius knüpft. Es ist nämhch die An-  Sicht aufgestellt worden, dass die senatus lectio des App.  Claudius überhaupt die erste censorische sei, und dass die  lex Ovinia, welche das Amt der Senatswahl von den Consuln  auf die Censoren übertragen hat, im Jahre der Censur des  App. Claudius oder kurz vorher gegeben worden sei. Die  lex Ovinia ist uns von Festus an einer etwas verderbten stelle  überliefert (ed. Müller: praete riti senatores quondam  in opprobrio non erant, quod ut reges sibi legebant sublege-  bantque, quos in consilis publico haberent, ita post exactos  eos consules quoque et tribuni militum c. p. coniunctissimos  sibi quosque patriciorum et deinde plebeiorum legebant, donec  Ovinia tribunicia intervenit, qua sanctum est, ut censores ex omni ordine optimum quemque legerent, quo factum est, ut  >qui praeteriti essent et loco moti haberentur ignominiosi").  Über die vielen Streitfragen in Bezug auf dies Plebiscit  vgl. Hofman, der röm. Senat S. 3 if. Willems, le senat,  153 ff. u. a. Uns geht nur die Frage nach der Datierung  an. Dieselbe ist nicht überliefert.   Man bringt nun die lex Ovinia in engen Zusammenhang  mit der senatus lectio des App. Claudius (Mommsen, Str. II,  395 m. A. 1. Willems, le senat, I, 185 ff.). Es gebe, so  meint man, kein anderes Beispiel dafür, dass eine censorische  senatus lectio von den Consuln umgestossen sei. Und wenn  die Censoren schon lange diese Befugniss gehabt hätten, so  hätten die Consuln nicht gewagt, die appianische Senatsliste  zu ignorieren. Wenn man dagegen annehme, dass App. Clau-  dius und C. Plautius zum ersten Male als Censoren den Senat  zusammengesetzt haben, so erkläre es sich leicht, dass die  Consuln, zu deren Amtskreis bis dahin die Senatswahl gehörte,  die Liste des App. Claudius hätten umstossen können, zumal  dieselbe gegen Gesetz und Herkommen Verstössen habe.   Es ist diese Deduction reine Hypothese; von unsern  Quellen w^ird als Grund der Verwerfung der appianischen  senatus lectio ganz allein ihre Ungesetzlichkeit oder vielmehr  ihr Verstoss gegen das Herkommen angegeben ; und es scheint  dies zur Erklärung auch völlig zu genügen.   Zudem sagt ja Diodor mit klaren Worten, dass schon  die früheren Censoren den Senat gewählt hätten, und diesem  •bestimmten und guten Zeugnis glaube ich mehr Gewicht bei-  legen zu müssen als den unbestimmten Worten des Livius  (IX, 33 senatum citaverunt eo ordine qui ante censores App.  Claudium et C. Plautium fuerat). Wir werden also den Er-  lass der lex Ovinia jedenfalls vor das Jahr 318, wo die Amts-  vorgänger des App. Claudius Censoren wurden, setzen. Ge-  nauer dem Datum nachzuforschen ist nicht meine Aufgabe.   Allerdings können wir in der Umstossung der appiani-  schen senatus lectio von Seiten der Consuln noch einen Nach-  klang eines ehemals senatorischen Rechtes bemerken. Die  Consuln vom J. 308 werden sich bei ihrer That ohne Zweifel  darauf berufen haben, dass die Senatswahl ursprünglich ein  consularisches Recht war.   Was ist nun von der Senatsliste unseres Censors zu ur-  teilen? Welche politische Absicht verfolgte er bei der Ein-  wahl von Libertinensöhnen? Auch hierüber bestehen die  grössten Differenzen zwischen den neueren Forschern. Nie-  buhr (R. G. III, 344 ff".) und mehrere Anhänger (Lange,  R. Alterth. Herzog, Gesch. u. Syst.  Siebert, App. Claudius) halten an dem Grundcharakter  fest, welcher der Politik des App. Claudius von Livius bei-  gelegt wird, d. h. sie meinen, App. Claudius sei ein strammer  Aristokrat gewesen und habe nur die hohe und höchste No-  bilität mit allen seinen censorischen Maassregeln fördern wollen.  Diesem politischen Charakter widerspricht nun off'enbar die  senatus lectio, durch welche die niedrigste Bevölkerungsklasse  der Libertinen begünstigt wurde, sowie auch die Tribusänderung  des App. Claudius. Auf eigenthümliche Weise suchen die ge-  nannten Forscher diesen Widerspruch zu lösen. Der Adel, so  führt Niebuhr aus, und also auch der Senat zerfalle damals in  zwei Klassen, die patrizische Kobilität, welche schon sehr ab-  genommen habe, und die plebejische Nobilität, welche jene zu  überflügeln drohe. App. Claudius nun, selbst aus einem alt-  und hochadligen Geschlecht stammend, habe seine ganze poli-  tische Thätigkeit in den Dienst des alten patrizischen Adels  gestellt und den plebejischen Adel herabdrücken wollen. Dies  erkenne man aus seinen späteren Thaten: J. J. 299 v. Chr.  habe er gegen die lex Ogulnia gestimmt (LIVIO (si veda)), als  Kandidat für das Consulat (LIVIO (si veda)) i. J.  und als  interrex (Cic. Brutus XIV, 55) habe er mit aller Macht da-  nach gestrebt, dass die Patrizier die beiden Consulnstellen  wieder erlangten (Niebuhr, R. G.). Durch die Aufnahme  von Libertinensöhnen in den Senat, dessen grösster Teil schon  damals dem plebejischen Adel angehört habe, habe er diesen  nur insultieren und sich dafür rächen wollen, dass er bis jetzt,  eben durch die Verhinderung des plebejischen Adels, noch nicht zum Consulat gelangt sei (R. G. III, 345). Andere  fingieren eine sog. „Coalitionspartei" (Siebert, a. a. O.),  deren Ziel gewesen sei, eine enge Verbindung zwischen der  patrizischen und plebejischen Nobilität im politischen Leben  herzustellen. Gegen diese sei besonders die politische Thätig-  keit unseres Censors gerichtet gewesen. Um sie herabzu-  drücken, habe er die Libertinensöhne in den Senat aufge-  nommen, damit sie die Zahl der Anhänger der alten Nobilität  vergrössern sollten.   Die UnWahrscheinlichkeit steht dieser Ansicht an der  Stirn geschrieben. Sie könnte sich allein stützen auf zwei  Angaben des Livius, wo dieser den App. Claudius nach seiner  Censur altpatrizische Standesvorrechte vertreten lässt. Dass diese  aber Dichtungen sind, erfunden nach der bekannten Claudier-  schablone, werden wir in anderm Zusammenhange nachweisen  (s. unten). Wir fassen die politische Bedeutung der Senats-  liste in dem positiven Sinne, dass App. Claudius Libertinen-  söhne in den Senat aufnahm, weil er das libertinische Element  und überhaupt die niederen Volksschichten begünstigte und  in ihren politischen Rechten fördern wollte. Die Demagogie,  die sich in der appianischen senatus lectio, wie in der ge-  sammten censorischen Thätigkeit ausdrückt, ist in dem Berichte  Diodors klar gesagt, was selbst die Gegner zugeben müssen  {Siebert, a. a. 0. 21).   C a p. 4.   Die Tribusänderung des App. Claudius und ihre Verwerfung  durch die Censoren d. J. 304 v. Chr., Q. Fabius und P. Decius.   Die Änderung, welche App. Claudius mit der Tribus-  ordnung vornahm, gilt allgemein als die wichtigste und ein-  schneidendste seiner censorischen Maassregeln. Sie wurde  schon von den zweiten Nachfolgern des App. Claudius und  O. Plautius, den Censoren Q. Fabius und P. Decius d. J. 304    V. Chr., umgestossen; daher ist diese Censur in den Rahmen  unserer Betrachtung mit hinein zu ziehen.   Über die Tribusänderung des App. Claudius liegen un&  drei Berichte vor : Diodor XX, 36. Livius IX, 46. Plutarch,  Popl. 7. Die Gegenmassregel des Fabius erwähnen: Liv. IX^  46. Val. Max. II, 2, 9 und der Auetor de viris illustribus 32^  von denen die beiden letzten Angaben wertlos sind. Diese Berichte sind aber weder hinlänglich ausführlich  und klar, noch stimmen sie so überein, dass sie, aus einander  ergänzt, ein genaues und deutliches Bild von des Appius  Claudius Tribusänderung geben. Zudem wissen wir im übrigen  vom Wesen der Tribus, ihrer Bedeutung und praktischen Ver-  wendung im Staat äusserst wenig. Es kann daher nicht  Wunder nehmen, dass dies Edikt des App. Claudius von seiner  gesamten censorischen Thätigkeit am meisten umstritten ist.  Vieles freilich, was von den Gelehrten zur Begründung ihrer  Ansichten über die Tribusänderung des App. Claudius vor-  gebracht wird, ist lediglich Vermutung; und wenn derselben  auch bei der Knappheit der Überlieferung Raum gegeben  wird, so scheint mir doch das, was vermutet und aus der  Überlieferung gefolgert wird, von dem, was wirklich unzwei-  deutig überliefert wird, streng geschieden werden zu müssen.  In Bezug auf die Überlieferung unseres Gegenstandes ist die  Grundfrage, welchem Berichte wir das Hauptgewicht beilegen  sollen, ob dem diodorischen oder dem livianischen. Nach  unsern Erörterungen im ersten Kapitel über den Wert und  das Verhältnis der beiden Quellen ist die Frage für uns schon  dahin entschieden, dass wir von Diodors Berichte auszugehen  und ihn zu Grunde zu legen haben. Wenn seine Angabe  auch äusserst kurz ist, so werden w^ir doch finden, dass sie,  genau und wortgetreu ausgelegt, das Edikt des Censors über  die Tribusänderung in der knappsten Weise, vielleicht mit  den Worten des Ediktes selbst, richtig wiedergiebt, ohne frei-  lich seine Bedeutung oder Wirkung auch nur zu berühren.  Den Bericht des Livius glauben wir zur Ergänzung heran-  ziehen zu dürfen, wir haben Gründe dafür, dass er da, wo er von der Tribusänderung des App. Claudius und ihrer Ver-  werfung durch Q. Fabius spricht, aus einer besseren Quelle  schöpft, als sein hauptsächlicher Gewährsmann dieses ganzen  Abschnittes ist (s. unten), und wir werden sehen, dass seine  Angaben in Bezug auf die Wirkung der appianischen Tribus-  änderung mit den Schlüssen, die wir aus Diodors Worten  ziehen müssen, wohl übereinstimmen; daher werden wir auch  seinen Angaben über die Censur des Fabius, wo er die einzige  Quelle ist, und w^elche er offenbor von demselben Gewährs-  mann hat, in gewissem Grade Vertrauen entgegen bringen.   Erörtern wir zunächst kurz, was wir von der Tribus-  ordnung vor der Censur des App. Claudius, ihrem Wesen  und ihrer Bedeutung weissen, weil dies notwendig zum Ver-  ständnis der appianischen Änderung ist.   Die Tribus sind von Haus aus lokale Bezirke. Das be-  weisen viele Quellenbelege (Dionys IV, 14. Liv.  Verrius Flaccus b. Gellius XVIII, 7. Laelius Felix b. Gelhus  XV, 27), die ich in anderm Zusammenhang, wo ich erörtere,  wie die lokale Grundlage der Tribusordnung zu fassen ist,  behandeln werde. Das beweisen vor allem die Namen der  einzelnen Tribus. Zunächst haben die 4 städtischen Tribus  örtliche Namen: Die Sucusana von der Sucusa (Subura)  (Jordan, Topogr. v. Rom I, 185 f. 199), die Esquilina vom  mons Esquilinus (Jordan I, 183 f.), die Palatina vom mons  Palatium (Jordan), die Collina vom collis sc. Qui-  rinalis (Jordan, I, 180 f.). Alsdann ist die lokale Grundlage  evident für alle in historischer Zeit seit 389 errichteten  Tribus, deren Namen von Seeen, Flüssen, Städten ge-  nommen sind oder sonstigen örtlichen Ursprungs sind (vgl.  Moramsen, Str. III, 171 A. 1—8. 172 A. 1—9. Kubit-  schek, de Rom. tribuum origine et propagatione bei Be-  handlung der einzelnen Tribus). Wenn die ältesten sechszehn  Tribus auch nach alten patrizischen Geschlechtern genannt  sind, so gilt für sie dennoch dasselbe örtliche Prinzip: es  wird z. B. neben der Tribus Pupinia der ager Pupinius ge-  nannt (s. Kubitschek a. a. O. S. 10). Grotefend vermutet, dass   erst i. J.  mit der Tribus Crustumina die Lokaltribus ein-  gerichtet sei (Imp, Rom. trib. descr. S. 3). Aber dem ist  entgegen zu halten, dass doch die tribus urbanae, welche nach  der Überlieferung zuerst geschaffen sind, schon Namen ört-  lichen Ursprungs tragen.   Die Benennung von 16 Tribus nach patrizischen Ge-  schlechtern erklärt man so, dass die Tribus von der gens,  deren Grundbesitz der Tribusbezirk umfasste, den Namen er-  halten habe (Mommsen, Str.). Das die Geschlechter im  frühesten Gemeindeleben Roms von grosser Bedeutung gewesen  sind, ist ohne Zweifel, und es kann leicht sein, dass, als das  damals noch kleine römische Gebiet in Tribus zerlegt wurde,  die einzelnen Tribus nach den Geschlechtern genannt wurden,  deren Grundbesitz hauptsächlich den Tribusbezirk bildete.  Aber es kann ja auch möglich sein, dass die gentilizischen  Namen erst später erfunden sind. Genug, der Grundsatz, dass  die Tribus ursprünglich Territorialbezirke sind, wird allgemein  anerkannt. Nur ist man uneinig, in welcher Weise die lokale  Grundlage der Tribus zu fassen ist. Damit hängen aufs engste  die verschiedenen Ansichten von der Tribusänderung des App.  Claudius zusammen.   Mommsen fasst die lokale Grundlage der Tribus in eigen-  tümlichem Sinne, er meint, dass die Tribuseinteilung anfangs  nur eine Einteilung des römischen Privatgrundbesitzes (ager  privatus) gewesen sei (Rom. Trib. 17, 151 ff. Rom. Forsch.). „Die Tribus, sagt er bei der neuesten und ausführ-  lichsten Auseinandersetzung dieser seiner Ansicht (Rom. Staatsr.  III, 164), kommt nur dem Grundstück zu, welches im quiri-  tischen Eigentum steht oder stehen kann. Die Einzeichnung  von Grundstücken in die Tribus ist nicht Folge der Grenz -  erweiterung, sondern der Ausdehnung des Privateigentums,  mag diese nun erfolgen durcii die Adsignation von Gemeinde-  land an römische Bürger, wohin namentlich die Gründung  der Bürgerkolonien gehört, oder durch Aufnahme von Halb-  bürger- oder Nichtbürgergemeinden in das Vollbürgerrecht."  Der ursprüngliche Privatbodenbesitz ist nach Mommsens  Ansicht der an Haus und Garten (Str. III, 24). Dann  wurde das personale Eigentum ex iure Quiritium auf den  Orundbesitz überhaupt übertragen, was dasselbe ist als die  Erstreckung der Tribus von der Stadt auf die Flur (Str.). Demnach hat sich die Tribuseinteilung anfangs  (bei der Giündung durch Servius TuUius) nur auf die Stadt  bezogen (Str.) und ist erst, als die Flur quiritisches  Eigentum ward, auf sie bezogen worden. Diese Übertragung  ivird ausgedrückt durch die Einrichtung der 16 ältesten Tribus,  ivelche ihre Namen von den Geschlechtern, deren Grundbesitz  sie umfassten, erhielten: die Flur war ja Anfangs lediglich  Geschlechtsbesitz und zerfiel in Geschlechtsäcker, deren Auf-  teilung eben die Einrichtung der ältesten ländlichen Tribus  bedeutet (Str. III, 168, 170).   Aus der Bodentribus ist die personale abgeleitet ; und da  «ich die Bodentribus anfangs nur auf den ager privatus bezog,  so folgt für Mommsen daraus, dass ursprünglich nur die  Römer die Tribus hatten, welche am ager privatus ex iure  <5uiritium partizipierten d. h. anfangs standen nur die An-  sässigen (adsidui-adsidentes, locupletes = qui in loco sunt) in  den Tribus, einerlei ob dies Patrizier oder Plebejer waren  (Rom. Forsch. I, 151 f. 154. Rom. Trib. 151 ff. Str. II,  ^71 f. Str. III, 182 ff.). Der Besitzer von Privatgrund-  stücken stand in der Tribus, in welcher sein Grundstück lag ;  und mit dem Grundstück ist die personale Tribus von dem  jedesmaligen Besitzer gewonnen und verloren worden. Die  Personaltribus ist also wandelbar (Str.), während die  Bodentribus unwandelbar ist, indem das einer Tribus zuge-  schriebene Grundstück späterhin nicht in eine andere über-  tragen werden kann (Str. II, 371; III, 162).   Die Tribus in personaler Hinsicht umfassen also die ge-  samte Bürgerschaft, Patrizier wie Plebejer, welche am ager  privatus partizipieren. Aber dies ist keineswegs die Gesamt-  bürgerschaft (R. Str. III, 182. R. Forsch. 154). Alle nicht  ansässigen Bürger stehen eben ausserhalb der Tribus.Die personale Tribus ist nun der Inbegriff aller Pflichten '  und Rechte, welche dem Bürger aus der Bodentribus er-  wachsen ; sie ist das Zeichen desjenigen Bürgers, der zur Be-  steuerung und Aushebung fähig ist und das Stimmrecht be-  sitzt. Steuer-, Heer- und Stimmordnung beruhen auf der  Tribusordnung, sodass die Tribulen, d. h. die Ansässigen, und  nur diese, nach Tribus diesen ihren Pflichten und Rechten  nachkamen. Was zunächst die Kriegspflicht imd das Stimm- |  recht betrifft, so gilt für beides die Tribus als Qualifikation^  nur mit dem Unterschied, dass diese schlechthin an den Grund-  besitz, Dienstpflicht und Stimmrecht dagegen an einen Minimal-  satz von Grundbesitz geknüpft ist (III, 247). Denn wenn  auch die 5 Abstufungen, welche König Servius in Heer- und  Stimmordnung geschaffen hat, in Geldansätzen überliefert sind^  so sind diese doch anfangs vermutlich in Landmaass aus-  gedrückt (s. Gründe Mommsens Str. III, 247): die 1. Klasse  hat den Besitz einer Hufe (wahrscheinlich c. 20 iugera) und  die vier niederen den Besitz einer Dreiviertel-, Halb-  Viertel- und Kleinstelle (c. 20 jug.) erfordert, während  Eigentümer von kleinerem Grundbesitz nicht zu den Grund-  besitzern gezählt sind (Str.). Innerhalb dieser Grenze  war die Bürgerschaft, von den Censoren in Centurien formiert  und zwar nach dem Prinzip der gleichmässigen Verteilung  der Tribulen einer jeden Tribus in sämtliche Centurien, zu  Waflendienst und Abstimmung berechtigt. Die Nichtgrund-  besitzer und Vermögenslosen gehörten in eine Zusatzcenturie  (accensi velati), deren Stimmrecht aber bei ihrer Masse illu-  sorisch war (Str. III, 284), und die zwar in der Ordnung des  exercitus centuriatus ihre Stelle hatten, aber vom Waffendienst  ausgeschlossen waren (Str. III, 281, 82). Zwischen der Heer-  und Stimmordnung einerseits und der Steuerordnung anderer-  seits bestehen nach Mommsen keine inneren Beziehungen  (III, 230). In älterer Zeit ist nur Grund und Boden und das,  was wesentlicher Bestandteil der Ackerwirtschaft ist (Sklaven,  Zug- und Lastvieh), steuerpflichtig. Indessen gilt dies nur für  die Grundbesitzer, d. h. die Tribulen. Ihnen entgegengesetzt sind  die Aerarier „die Steuerpflichtigen" im eminenten Sinn, diesehaben nämlich nach Mommsen von Haus aus Steuern vonL  sämtlichen Mobiliarvermögen entrichtet, während sie, wie wir  erwähnten, in Heer- und Stimmordnung nur scheinbar berück-^  sichtigt waren. Späterhin, es scheint ziemlich früh, setzt  Mommsen hinzu, wurde das tributum allgemein, also auch für  die Grundbesitzer, zur Vermögenssteuer; so war also der  Gegensatz zwischen Grundbesitzern (= Tribulen) und Arariern  in Frage gestellt (Str. II, 262 ff.). Unmittelbar hieran knüpft  Mommsen seine Ansicht über die Tribusänderung des Censors  Appius Claudius. Bleiben wir zunächst hier stehen. Wir haben das System  Mommsens von dem Wesen und der ursprünglichen Bedeutung der Tribus kurz in seinem Zusammenhang dargelegt, um zu  zeigen, wie der Grundgedanke des Systems, dass der Grund-  besitz ursprünglich das Requisit für den römischen Vollbürger  gewesen ist, zwar consequent, aber zu sehr schematisch und  doktrinär durchgeführt ist, und um nun unsere Kritik der  Mommsenschen Ansicht anzureihen und unsere eigene ab-  weichende Ansicht zu entwickeln.   In den späteren Zeiten der römischen Geschichte, seit  dem Bundesgenossenkrieg, war der lokale Zusammenhang  der Tribus, welcher bei einer Bodeneinteilung jedenfalls ur-  sprünglich vorauszusetzen ist, völlig zerstört. Nach dem ge-  nannten Kriege, durch welchen die meisten bisher bundes-  genössischen italischen Städte und Staaten das römische  Vollbürgerrecht und damit die Tribus erlangten, verteilte man  die neuen Vollbürgergemeinden in die bestehenden 35 Tribus,  sodass nun die einzelnen Tribus, lokal gefasst, aus zerstückelten,  über ganz Italien verbreiteten Landcomplexen bestanden. Eine  Zusammenstellung der zu den einzelnen Tribus gehörigen Ge-  meindeterritorien ergiebt die Italia tributim descripta (CICERONE (si veda), de  pet. cons. 8, 30), welche Grotefend mustergültig, soweit es  möglich, rekonstruiert hat („Imperium Romanum tributim  descriptum" Hannover 1863 vgl. Kubitschek, de Romanarum  tribuum origine et propagatione. Abhdl. des arch. - epigr^   Seminars. Wien 1882). Schon in Italien schrieb man grössere  Territorien einer bestimmten Tribus zu (wie z. B. Calabrien  der Fabia, Campanien der Falerna, u. a. vgl. Kubitschek) *, und in der Kaiserzeit, als der Zuwachs des römischen  Gebietes immer grösser wurde, pflegte man oft ganze Länder-  massen einzelnen Tribus einzuverleiben (so wurden die neuen  Vollbürgergemeinden von Spanien der Quirina und Galeria,  die von Gallia Narbonensis der Voltinia zugeteilt vgl. Kubitschek).   Indem eine Gemeinde in das Vollbürgerrecht aufge- ]  nommen wurde, wurden alle in ihr heimatsberechtigten frei-  gebornen Bürger einer bestimmten Tribus zugewiesen. Sie  ist also der Ausdruck der Zugehörigkeit 1. zur communis  patria Roma und 2. zur Sonderheimat, der domus (origo) und  der aus dieser Zugehörigkeit erwachsenden politischen Pflichten  und Rechte; sie ist das Zeichen der Heimatsberechtigung in  einer römischen Vollbürgergemeinde. Es ist dies inschriftlich  so ausgedrückt und sehr vielfach belegt, dass hinter den  Namen die Bezeichnung der Ingenuität, der Tribus und des  Heimatsortes gesetzt wird. (Z. B.: L. Cornelius. L. F. Vel.  Secundinus. Aquileia. Grotefend.) Die Qualifikation  für die Tribus ist die Ingenuität: Jeder Freigeborne in einer  neuen Vollbürgergemeinde erhält die Tribus seiner Heimat  und damit eine persönliche und erbliche Rcchtsqualität, die  nicht durch Adoption (Grotefend) noch durch den In-  <iolat, selbst wenn der Übergesiedelte zu Magistratswürden in,€einem neuen Wohnort gelangte (Grotefend 21), affiziert wurde.  Kur bei Aussendung einer römischen Colonie (colonia  <5ivium Romanorum) mussten die Ausgesandten ihre ange-  stammte Tribus mit der Tribus der Colonie vertauschen (Grotefend).   In der Auff'assung dieser Bedeutung der jüngeren Tribus,  wie wir sie hauptsächlich aus den Inschriften kennen, herrscht  im allgemeinen Übereinstimmung (Grotefend. Vorbemerkungen.  Mommsen, R. Forsch. I, 151 fl". R. Str.).  Mommsen, der als Qualifikation für die Tribus älterer Form  den Grundbesitz annimmt, giebt nun selbst zu, dass die  spätere Tribus vom Grundbesitz unabhängig gewesen sei. Er  hat also die Pflicht zu erklären, wie und wann sich diese  radikale Veränderung im Wesen der Tribus vollzogen haty.  dass aus der Tribus, welche das Zeichen der Ansässig-  keit ist, die Tribus geworden ist, welche die origo, die  Heimatsberechtigung in einer Vollbürgergemeinde ausdrückt.  Staatsrecht II, 341 A. 2 nennt er dieselbe eine ebenso  bekannte und sichere wie in ihrer Entstehung schwierig zu  erklärende Umgestaltung. Er giebt zu, dass über das Auf-  kommen der theoretisch wie praktisch gleich tief einschneiden-  den Änderung nichts berichtet werde (Str. III, 781). Aber  sie stimme so vollkommen mit der Tendenz des Bundes-  genossenkriegs, dass sie mit voller Sicherheit auf ihn zurück-  geführt werden könne. Er beschreibt dann die Änderungen^  welche seit Einführung des neuen Prinzips mit den Tribus-  verhältnissen in lokaler und personaler Hinsicht vorgenommen  sein müssten (Str.). Was die Stadt Rom selbst  angehe, so sei auch für ihre Bürger, die füglich keine Sonder-  heimat und also keine Ortsangehörigkeit hätten, irgend einmal  durch Gesetz die Tribus als eine persönliche und erbliche  vom Grundbesitz unabhängige Rechtsqualität fixiert worden,  sodass jeder Bürger diejenige Tribus, die er infolge seines  dermaligen Grundbesitzes eben inne hatte, als persönliche über-  kam und auf seine Nachkommen vererbte (R. Forsch. I, 153).  Die Patrizier hätten sich die Tribus selbst gewählt bei dem  Eintreten der neuen Ordnung: daher komme es, dass zwei  der ältesten Patriziergeschlechter, die Aemilier und Manlier,  in der Palatina erschienen, die ihrem Adelstolz durch diese  Tribus des königlichen Rom hätten Ausdruck geben wollen.  (Str.)   Die Auff'assung Mommsens von der lokalen Grundlage  der Tribus ist also die, dass dieselbe sich anfangs auf den  ager privatus Romanus, und personal auf die Ansässigen bezogen  habe, später dagegen auf das Territorium einer Vollbürger-  gemeinde und personal auf alle freigeborne in diesem Territorium Heimatsbereclitigten ; die Entwicklung vom ersten zum  letzten Prinzip liabe sich im Bundesgenossenkrieg vollzogen.  Abgesehen davon, dass die jüngere und ältere Tribus nach  dieser Auffassung nicht die geringste Verwandtschaft mit ein-  ander haben, sondern etwas ganz und gar Fremdes, Verschiedenes, ja Entgegengesetztes ausdrücken, würde es doch  äusserst merkwürdig sein, wenn eine solche gänzliche Um-  wandlung der rechtlichen Bedeutung der Tribus auch nicht  die geringste litterarische Spur hinterlassen hätte, zumal sie  doch in ziemlich später Zeit geschehen sein soll. Und dass  «ie absolut unbezeugt ist, muss Mommsen selbst zugeben.   Die Erklärung einer solchen radikalen Umwandlung fehlt  zudem bei Mommsen völlig. Denn was er über die allmäh-  liche Einwirkung der Ortsangehörigkeit auf die Personaltribus  (Str.) und über das Verhältnis beider (Str. III,  782 ff.) sagt, wird man doch nicht als Erklärung gelten lassen  können. Es erheben sich aber überhaupt gegen eine solche  Umwandlung der Tribus die gewichtigsten Bedenken. Zu-  nächst wäre, vorausgesetzt einmal, dass aus der Tribus der  Grundsässigkeit die des Territoriums einer Vollbürgergemeinde  entstanden sei, der Zweck einer solchen Umwandlung absolut  nicht abzusehen. Bei der Aufnahme einer Vollbürgergemeinde  wies man die gesamten Bürger derselben, einerlei ob Grund-  besitzer oder nicht, einer bestimmten Tribus zu. Warum  zeichnete man denn z. B. bei der Aufnahme Tusculums nicht  bloss den ager Tusculanus und die Eigentümer an demselben  in die papirische Tribus? So wäre ja das alte Prinzip ge-  wahrt worden. Ein weiterer Widerspruch ist folgender: Auf die Stadt  Rom selbst ist das neue Prinzip nicht vom Anfang seines  Aufkommens an bezogen worden: denn aus der Zunahme  der Vollbürgergemeinden hat es sich ja erst entwickelt. Wenn  also für Rom noch die alte Ordnung bestand, d. h. nach  Mommsen, wenn nur die Grundbesitzer in den ländlichen  Tribus standen, während die nicht Grundansässigen in den  4 tribus urbanae zusammengedrängt waren, so standen die  Bürger einer Vollbürgergemeinde sämtlich in einer ländlichen  Tribus, sodass z. B. ein nichtansässiger Tuskulaner vor dem  nichtansässigen Römer ein Vorrecht hatte, indem jener in der  Papiria stand, dieser aber in eine der städtischen Tribus ge-  hörte. Welches Missverhältnis dies bei dem Dignitätsunter-  :schiede der tribus urbanae und rusticae (s. unten) gewesen  wäre, liegt auf der Hand.   Der entscheidende Grund ergiebt sich aus folgender Er-  wägung : Dass die Tribus der späteren Form vom Grundbesitz  unabhängig ist, giebt auch Mommsen zu. Kun aber bezieht  sich die Hauptquellenstelle (CICERONE (si veda), pro Flacco), auf  welche Mommsen seinen Grundsatz, dass die Tribus - Distrikte  des ager privatus Romanus seien, stützt (Mommsen, Str. II,  360 mit A. 2 u. 3. Rom. Trib. 3), auf die Zeit Ciceros, wo,  auch nach Mommsen, die neue Tribusordnung schon bestand.  Wenn Cicero den Decianus fragt: sintne ista praedia censui  censendo ... in qua tribu denique ista praedia censuisti?  fio geht doch daraus mit Evidenz hervor, dass noch damals  der Grundbesitz in der Tribus stand. Und dass er dies stets  sethan hat and der Grundbesitz stets für die Tribus von Be-  deutung gewesen ist, werden wir in anderm Zusammenhang  erörtern. Keinesfalls aber kann die angeführte Stelle dazu  benutzt werden, um die Ansicht, dass die Tribus sich ur-  sprünglich lediglich auf den ager privatus bezogen  habe, zu stützen.   Alle diese Erwägungen führen zu dem Resultate, dass  eine Entwicklung, wie sie Mommsen annimmt, von einer Tribus,  welche die Grundansässigkeit ausdrückte, zu einer solchen,  welche, vom Grundbesitz unabhängig, die Zugehörigkeit zu  einer Vollbürgergemeinde bezeichnete, nicht stattgefunden  haben kann. Da nun das Wesen der späteren Tribus fest-  steht, so muss die Mommsensche Auffassung von der ursprüng-  lichen Tribus falsch sein.   Und in der That ist der Satz, dass die Tribus sich ur-  sprünglich lediglich auf den Grundbesitz b^ogen habe, den  Mommsen freilich stets als quellenmässig belegt bezeichnet  und in seinen Consequenzen darlegt, gänzlich unbewiesen.  Zunächst ist scharf zu betonen, dass er keineswegs in dei>  Quellen bezeugt ist und ledighch eine kühne Hypothese ist.,|  Nirgends findet sich bei den alten Autoren, so oft sie auch  die Tribuseinteilung erwähnen, eine Angabe, dass die An-  sässigkeit die Grundbedingung für das Stehen in der Tribute  sei. Und es wäre dies doch sehr zu verwundern, wenn ein  so klares Prinzip so scharf durchgeführt wäre, wie ea  Mommsen annimmt, zumal dasselbe, wenigstens für die tribu&  rusticae, bis in die späte historisch helle Zeit gegolten   haben soll.   Welches war aber die lokale Grundlage der Tribusord-  nung? Was sagen die Alten darüber? Unserer Ansicht nach  war die Tribuseinteilung eine geographische Distriktseinteilung  des gesamten römischen Gebietes, eine nackte Zerlegung in  Bezirke, und zwar war sie von Haus aus dazu bestimmt, eine  Volks einteilung zu sein mit dem Zwecke, im Staatsleben  praktisch verwandt zu werden. Die Tribus wurde also vom  Lokal auf die Person übertragen und zwar, wie das natürlich  ist, in der Weise, dass alle, die in dem Bezirke einer Tribus  wohnten, dieser Tribus angehörten, um in ihr ihre politischem  Pflichten und Rechte zu erfüllen. Das Domizil bestimmte  also ursprünglich die Tribus.   Eine Reihe direkter Quellenbelege lassen sich für diese  unsere Auffassung geltend machen. Wenn Laelius Felix  (b. Gellius XV, 27) die Tributcomitien so definiert, dass in  ihnen ex regionibus et locis abgestimmt würde, so kann das-  nicht anders aufgefasst werden, als dass nach Bezirken und  Wohnsitzen abgestimmt werde. Mit regiones meint er offen-  bar die lokalen Tribusbezirke, nach denen geordnet die Bürger-  schaft abstimme, und mit loca die Wohnsitze der Einzelnen.  Durchaus müsste, wenn der Grundbesitz das notwendige Re-  quisit für das Stehen in der Tribus also das Stimmen in den  Tributcomitien wäre, dies possessorische Prinzip in einer De*  finition der Tributcomitien ausgedrückt sein. Dionys erwälint direkt die Beziehung zwischen Tribus  und Domizil. Nacli ihm richtete König Servius die  Tribus ein rjf-jnom^ Hfiyxcoij^^ dTrodf-i'^ca^' ()ruuo()ic{^ vjü'Tre(i   ül/.iuY {-'yMüH}^ üiy.rl ; ausserdem lässt Dionys den  König Servius demjenigen, der in eine bestimmte Tribus  eingeschrieben sei, verbieten '/Mitßari-ti' uh^ku oiy.rüiv.   Wenn diese Angaben auch keineswegs im einzelnen zu  glauben sind, so folgt doch daraus, dass Dionys meint, der  Wohnort habe die Zugehörigkeit zur Tribus bestimmt. Und  das ist unserer Ansicht nach sicher der Fall gewesen.   Wenn Avir in diesem Sinne die lokale Grundlage der  Tribus auflassen, lässt sich das, was uns vom Verhältnis  der Tribulen unter einander überliefert ist, sehr einfach und.  natürlich erklären. Es was ein nachbarlicher Geist, so wird  uns mehrfach berichtet, der sie verband. Freilich wäre dies  ja auch denkbar, wenn die Tribus nur die Grundbesitzer um-  fasst hätten. Aber es ist mehrfach bezeugt, dass grade zwischen  den niederen und höheren Tribulen einer Tribus dies Nahver-  hältnis bestand (der geringe Mann wird von seinem vornehmen  Tribusgenossen zu Tisch gezogen Horaz ep. I, 13, 15 und  beschenkt Sueton, Aug. 4 und anderes; vgl. Mommsen, Str. III,  197 f.). Es war das gemeinsame Interesse des Wohnbezirks  (Cic. pro Roscio IG, 47: tribules vel vicinos meos), welches  die Tribulen mit einander verband (so z. B. wie die Censoren  i. J. 204 in einigen Tribus den Salzpreis erhöhten).   Und dies weist eben darauf hin, dass die Tribus rein   lokale Bezirke sind.   Wie viel leichter lassen sich bei dieser Auffassung der  lokalen Grundlage der Tribus die anderen Quellenstellen ver-  stehen, welche die Lokalität der Tribus erwähnen! Die Worte  des Livius (I, 4o): (Servius Tullius) quadrifariam urbe divisa  regionibus collibusque partes eas tribus appellavit sind doch,  meine ich, viel naturgemässer so auszulegen, dass S. Tullius  das gesamte Stadtgebiet in vier rein lokale Bezirke teilte, als  so, dass der im Stadtgebiet gelegene ager privatus in vier Tribus zerlest sei. Dasselbe gilt von dem Ausdruck des  Dionys, dass S. Tullius die Stadt in 4 to.-ax«, <fcm zerlegt  habe. Dionys sagt selbst, wie er ro.-r,.o,aufgefasst wissen  will, und auch Livius hat nach den ob.gen Worten die  lokale Bedeutung der Tribus nicht anders aufgetasst. Schliess-  lich führe ich noch die Erklärung der Tribus an, welche  Verrius Flaccus (b. Gellius XVIII, 7) giebt: tribus d.c.  et pro loco et pro iure et pro hominibus. Auch hier ist  locus einfach und natürlich als Wohnort zu fassen. Wenn  also Mommsens Anschauung von dem Wesen der Tnbus einer-  seits auf einer gezwungenen Quelleninterpretation beruht, so  erheben sich anderseits dagegen auch viele sachliche Be-   Der Tribule. d. h. nach Mommsen der Grundbesitzer, hat  diejenige persönliche Tribus, in deren lokalem Bezirk sein  Grundbesitz lag. Wie aber war es, wenn Jemand in mehreren  Tribusbezirkcn Grundstücke besass? Persönlich konnte doch  Jeder nur in einer Tribus stehen (Mommsen, Str. 111, 1»^),  und in der Steuerrolle konnte Jeder nur einmal seinen Platz  finden In einem solchen Falle, vermutet Mommsen, habe die  Wahl der Personaltribus und die EinSchätzungssumme vom  Censor besthumt werden müssen. Die Willkür, die in einer  solchen Sachlage liegt, giebt Mommsen selbst zu (11, d7 J t.;.  So hätte es also Grundstücke gegeben, deren Tribus sich  nicht auf den Eigentümer übertrug.   Dasselbe trat ein, wenn Personen, die nicht Bürger sein  konnten, - etwa Frauen oder Ausländer - römischen ager  privatus erwarben. Auch dann sei, meint Mommsen (Str.;]) die Übertragung der Bodentribus auf die Personen tort-  gcfallen, so dass also für die Tribus in diesem Falle der Um-  stand, dass Jemand nicht aktiver römischer Bürger sein konnte,  wichtiger war als der Grundbesitz.   Wie sich gegen die Auffassung des Tribulen Bedenken  erheben, so auch' gegen die des Nichttribulen, des Arariers.  Die Annahme, es seien die Ärarier eine den Tribulen absolut  entgegengesetzte Bürgerklasse, sie seien ohne Stimmrecht und Heerespflicht und nur stärker besteuert, ist lediglich Hypo-  these ; sie beruht allein auf der häufig wiederkehrenden Formel  der censorischen nota „tribu movere et aerarium facere".  Aus derselben geht allerdings hervor, dass das aerarium facere  häutig mit tribu movere verbunden war, aber nicht, dass es  identisch ist. Dies kann es vielmehr nicht gewesen sein. Das  folgt deutlich aus einem Bericht des LIVIO (si veda), wo er erzählt, der  Censor M. Livius habe 34 Tribus zu Arariern gemacht (Liv.). Da nach Mommsen tribu movere in späterer Zeit gleich einer  Versetzung in die tribus urbanae ist, so müssten also damals alle  Tribulen in die städtischen Tribus versetzt sein, was Unsinn  ist. Tribu movere kann nicht dasselbe sein wie aerarium facere ; dazu stimmt, dass letzteres mehrfach allein genannt wird  (LIVIO (si veda0, IL Gellius). Wer Ärarier  war, brauchte noch nicht tribu motus zu sein ; das folgt gleich-  falls aus dem angeführten Bericht des Livius. Der tribu  motus war aber immer aerarius: also ist der eine Begriff  weiter als der andere.   Tribu movere heisst die Tribus ändern lassen (Liv. 45,  15 : tribu movere nihil aliud est quam mutare iubere tribum).  Was dies für Nachteile mit sich brachte, wissen wir absolut  nicht. Die Ärarier aber sind nichts als eine Art Strafklasse,  die höher besteuert war. Livius deutet die Art dieser will-  kürlichen Straf besteuerung an, wenn er berichtet (IV, 24),  Mam. Aemilius sei zum aerarius octuplicato censu gemacht,  d. h. zum Ärarier unter Erhöhung seiner Steuerpflicht um  das Achtfache (vgl. Soltau, Volksversamml., Madvig,  Verf. u. Verw.). Hiermit ist der absolute Gegensatz auf-  gehoben, welchen Mommsen zwischen Tribulen und Arariern  annimmt, als seien alle Ärarier Nichttribulen.   Das Resultat dieser Erörterungen besteht darin, dass die  Mommsensche Theorie von der Tribusordnung, als sei sie an-  fangs lediglich eine Einteilung des ager privatus, und als  ständen nur die Grundbesitzer in den Tribus, nicht recht sein  kann. Die lokale Grundlage besteht vielmehr, wie wir aus  den Quellen gefolgert haben und jetzt noch weiter erörternd beweisen werden, darin, dass die Tribuseinteilung eine einfache  geographische Distriktseinteilung des gesamten römischen Ge-  bietes war. Diese lokale Grundlage ist stets dieselbe geblieben: deutlich lässt sie sich noch in der späten Zeit erkennen, wo Mommsen einen völligen Umschwung im Wesen  der Tribus annimmt. Denn nachdem man zu dem Grundsatz ge-  kommen war, keine neuen Tribusbezirke mehr einzurichten,  konnte man füglich das angegebene lokale Prinzip nur wahren,  wenn man das ganze Gebiet einer neuen Vollbürgergemeinde  einer der bestehenden Tribus zuwies. Und so geschah es:  nach demselben einfachen lokalen Prinzip, nach welchem das  gesamte römische Gebiet in Tribusbezirke zerlegt war, schrieb  man die späteren neuen Vollbürgerterritorien einem jener Ur-  bezirke zu. Nur der örtliche Zusammenhang, welcher für die  Urbezirke bestand, ward dadurch aufgehoben ; das war aber eine notwendige Folge davon, dass man keine neue Bezirke  seit d. J. 241 v. Chr. stiftete. Es liegt nicht in meinem  Plane, zu erörtern, aus welchen Gründen man zu diesem  Grundsatz kam, die Zahl der Tribus nicht mehr zu vermehren,  noch auch, nach welchen Prinzipien man später die neuen  Vollbürgerterritorien an die einzelnen Tribus verteilte. Darin  dass man bei der Neuaufnahme einer Vollbürgergemeinde ihr  ganzes Territorium einer Tribus zuschrieb, zeigt sich dasselbe  lokale Prinzip, welches wir von Anfang an anzunehmen haben.  Von dem Lokal wurde die Tribus auf die Person übertragen.  In späterer Zeit gehörte derjenige zum Verbände einer Voll-  bürgergemeinde, also in die Tribus dieser Gemeinde, der in  ihrem Territorium heimatsberechtigt war. Dass die Heimats-  berechtigung in der Regel mit dem Domizil zusammenfiel,  liegt in der Natur der Sache; aber es ist ausdrücklich be-  zeugt, dass solche, welche in andere Städte übersiedelten, die  Tribus ihrer Heimat behielten (Mommsen, R. Forsch.).  In früherer Zeit war in dieser Hinsicht das Domizil ent-  scheidend. Wer in dem Bezirke einer Tribus wohnte, hatte  persönlich diese Tribus, und mit dem Wechsel des Wohn-  sitzes ward auch die Tribus gewechselt. Die Personaltribu&  ist also auch nach unsrer Ansicht wandelbar. IMit diesen  Unterschieden der Personaltribus in späterer und früherer Zeit,  werden wir sehen, hängt das Edikt des App. Claudius eng  zusammen.   Die lokale Grundlage der Tribus in dem Sinne, wie wir  entwickelt haben, nimmt schon Niebuhr an (R. G.).  Wenn wir auch in allem andern, was er über die Tribus und  ihre ursprüngliche Bedeutung annimmt, ihm widersprechen  müssen, so hat er doch das lokale Prinzip, auf dem die  Tribusordnung beruht, richtig erkannt, dass sie nämlich eine  einfache Distriktseinteilung ist und in persönlicher Hinsicht  alle in dem Distrikte einer Tribus Wohnenden umfasst. Von  Niemanden ist diese Ansicht angenommen, nur Clason (Kritische  Erörterungen über den röm. Staat.) vertritt sie,  leitet sie aber weder beweisend ab, noch verfolgt er ihre  Consequenzen in der politischen Verwendung der Tribusord-  nung. Die Übertragung der Tribus vom Lokal auf die Per-  son geschah in der Weise, dass, grade wie später die Per-  sonen, welche dem Territorium einer Vollbürgergemeinde an-  gehörten, der Tribus derselben zugeschrieben wurden, auch  früher die Tribus auf die Personen, welche ihrem Bezirke an-  gehörten, übertragen wurde. Doch war dazu eine bestimmte  Qualifikation notwendig. Diese war in späterer Zeit die In-  genuität. Wann dies Prinzip aufgekommen, habe ich nicht  zu erörtern; es scheint erst sehr spät (Mommsen, R. Staatsr. III,  439 ff.j. In früherer Zeit und ursprünglich bestand diese  Grenze nicht. Vielmehr haben ursprünglich alle in dem Be-  zirke einer Tribus wohnenden römischen Bürger auch personal  diese Tribus gehabt. Die Qualifikation für die Personaltribus  war also ursprünglich das Bürgerrecht, und zwar das Bürger-  recht schlechthin und unbeschränkt.   Die Ansicht Niebuhrs (R. G. I, 457 f.), dass ursprüng-  lich nur die Plebejer in den Tribus gestanden hätten, wird  schon dadurch widerlegt, dass die 16 ältesten ländlichen Tribus  ^atrizische Geschlechtsnamen tragen. Die Schriftsteller bezeichnen ausdrücklich die 35 Tribu»  als identisch mit dem ganzen römischen Volke (z. B. CICERO (si veda), de  leg.: populus fuse in tribus convocatus und viele andere  Stellen), und nirgends schliessen sie einen Teil der Gesamt-  bevölkerung aus, was bei der Annahme einer distriktartigen  Einteilung des gesamten Gebietes sehr erklärlich und natur-   gemäss ist.   Selbst die Freigelassenen haben ursprünglich in den  Tribus gestanden. Denn wenn Dionys und Zonaras über-  liefern, dass S. Tullius den Libertinen das Bürgerrecht ge-  geben habe und sie in die Tribus (Zon. VII, 9), und zwar  in die 4 tribus urbanae (Dion. IV, 22) aufgenommen habe,  so besagt dies jedenfalls soviel, dass das römische Staatsrecht,  indem es die Tribus der Freigelassenen auf S. Tullius, den  mythischen Urheber des römischen Verfassungslebens, zurück-  führt, keine Zeit kannte, wo die Freigelassenen nicht in den  Tribus gestanden hätten. Die Freigelassenen haben ja von  Haus aus das Bürgerrecht, wenn auch ein zurückgesetztes.  Und da sie deshalb dem Staate gegenüber Pflichten und  Rechte, wenn auch in geringerem Masse, hatten, so mussten  sie auch in den Abteilungen der Bürgerschaft Platz linden,  welche dazu bestimmt waren, damit die Bürgerschaft nach  ihnen ihren Pflichten und Rechten dem Staate gegenüber ge-  nüge (vgl. über die Tribus der Libertinen Becker, Hdb. II,  1, 96 ff. Madvig, Verf. u. Verw. I, 203. Clason, App.   Claud.).   In der politischen Bedeutung nämlich liegt das weitere  wesentliche Moment der Bedeutung der Tribusordnung.  Sie ist dazu geschaffen, und dieser Zweck ist ihr von Haus  aus eigentümlich, dass sie im Staatsleben praktisch zu politisch-  administrativen Zwecken verwandt werde. Denn was hätte  eine solche geographische Distriktseinteilung für einen Wert,  wenn sie nicht von Anfang an dazu bestimmt gewesen wäre,  eine Volkseinteilung zu sein, dass die Bürgerschaft, nach  diesen Distrikten geordnet, ihren politischen Pflichten und  Rechten nachkomme? Die Tribusordnung ist von Anfang an  die Voraussetzung der Steuerordnung, Heerordnung und Stimm-  ordnung. Die Alten selbst betrachten diese politisch - admi-  nistrative Verwendung der Tribus als ihren Zweck. Dionys  sagt vom König Servius (IV, 14) : Ta^ y.cauyoaifd^ tlov oya-  Tivncov ycci nc^ Fi^7ii>a§F.i^ n^n' y^njicktov rag yivofihag etg ra  oroaTiomyi} vmi rag aUag /of/c.,-, ag ^yaorov ^'ösi toj y.oivco  Tiuolyeiv, inyÄTi yard rag iQflg cfr/Mg rag yerimg, (k tcqoteqov,  cWm 'xard rag rhra^ag rag romy^g rag v(f' kwnw diarayßeiaag  tTCOulro. Dasselbe ergiebt sich aus den Etymologien, welche  von dem Worte tribus gegeben werden. VARRONE (si veda) (d. 1. 1.) sagt: tributum dictum a tribubus quod ea pecunia, quae  populo imperata erat, tributim a singulis pro portione census  exigebatur, und Livius umgekehrt: (Servius) partes  urbis tribus appellavit, ut ego arbitror, a tributo. Diese Ety-  mologien haben selbstverständlich als solche keinen Wert; sie  beweisen nur, dass sich die Schriftsteller die Steuerordnung und  die Tribuseinteilung als unzertrennlich dachten; ebenso haben  auch ohne Zweifel Heer- und Stimmordnung von Anfang an  auf der Tribusordnung beruht.   Ich kann, wenn ich die politische Bedeutung der ur-  sprünglichen Tribus darlegen will, selbstverständlich nicht alle  die einzelnen Fragen, die zum Teil äusserst schwierig sind,  und über die noch lange nicht die Akten geschlossen sind,  sowie über die politischen und administrativen Institute, bei  denen die Tribuseinteilung praktisch verwandt worden ist,  handeln : ich habe mich lediglich darauf zu beschränken, dar-  zulegen, in welchem Verhältnis die Tribus zu Steuer-, Heer-  und Stimmordnung stehen. Der Akt, welcher eine allgemeine  Zählung der Bürger bezweckte, um nach ihren eidlichen Aus-  sagen über ihre Verhältnisse ihre Bürgerpflichten und Bürger^  rechte zu bestimmen, ist der Census, die Schätzung (vgl.  Mommsen, Str. H,  Madwig, Verf. u. Verw. I,^ .).  Diese nun beruht unmittelbar und allein auf der Tribusein-  teilung. Denn tributim mussten alle römischen Bürger auf  dem Marsfelde vor dem Censor erscheinen und ihre eidlichen  Angaben über Namen, Alter, Vermögen machen. (Dionys.). Darin dass beim Census durchaus alle  Bürger mcldungspfliclitig waren (Ladungsbefehl b. Varro 1. 1.  6, 86: omnes Quirites, Liv. 1, 44: lex de incensis etc. Cic.  pro Cluent. 34. Dion. IV, 15), und dies tributim geschah,  sehe ich einen neuen Fingerzeig dafür, dass die Tribus auch  alle Bürger umtasst haben: von einer Schätzung, die nicht  tributim geschehen wäre, erfahren wir absolut nichts. Momm-  sen hilft sich, indem er für seine ausser der Tribus stehenden  Ärarier eine besondere Schätzung, welche derjenigen der  Tribulen folgte, annimmt (Str. II, 343). Auf dem Census  beruht zunächst die Bestimmung des Tributum, der direkten  Vermögenssteuer (Mommsen, Str. III, 228. Madvig, Verf. u.  Verw. ). Der Bürger musste sein Vermögen de-  klarieren, und der Censor hatte es abzuschätzen zum Zweck  der Besteuerung. Als steuerpflichtig werden die verschieden-  sten Gegenstände bezeichnet (cf. Mommsen, Str. II, 363 m.  A. 1). Das hauptsächlichste steuerpflichtige Objekt ist, zumal  vor dem Aufkommen der Geldwirtschaft, der Grundbesitz:  m Grundbesitz hat Anfangs wohl allein, wie das natürlich  ist und allgemein angenommen wird, der Pwcichtum bestanden,  und auch später ist dies vielfach der Fall gewesen. Da nun  die o-esamte Schätzung und also auch die Deklarierung des  steuerfähigen Vermögens tributim geschah, so musste auch  der Grundbesitz tributim zum Zweck der Besteuerung ab-  geschätzt werden d. h., wenn man will, auch der ager pri-  vatus stand in der Tribus. Es ist dabei natürlich, dass an-  fangs, wo die Personaltribus an das Domizil gebunden war,  dies in der Tribus geschah, in dessen Bezirk der Grund-  besitzer wohnte, mochte sein Grund])esitz oder Teile desselben  auch in den Bezirken andrer Tribus liegen. So allein, glaube  ich, können die Quellenstellen, die von agri censui censendo  oder der Tribus von Grundstücken sprechen, ausgelegt werden.  (Festus, epit. CICERONE (vedasi) pro Flacco). Dies ist das  Verhältnis von tribus und ager privatus, welches, wie Cic. pro  Flacco 32, 79 beweist, stets so geblieben.   Auf dem Census beruht ferner die gesamte sog. servianische Klasseneinteilung und Centurienverfassung. Da der  Census nach Tribus geschah, so folgt, dass zwischen Tribus-  einteilung und der Centurienverfassung ein Zusammenhang be-  stehen muss. Für die sog. reformierte Centurienverfassung,  welche seit der Mitte des dritten vorchristlichen Jahrhunderts  bestand (vgl. Mommsen, Str. III, 280), steht das Verhältnis  ziemlich fest, schon seit Pantagathus (vgl. die neusten Ab-  weichungen Mommsens vom bekannten Schema Str.). Aber damit habe ich mich nicht zu befassen. Auch  für die ältere sog. servianische Centurienverfassung ist ein  Verhältnis zur Tribusordnung anzunehmen, wenngleich nichts  <lavon überliefert ist. Mommsen hat das wahrscheinliche Ver-  hältnis nachgewiesen (Trib. Str.). Sein  Resultat ist dies, dass das leitende Prinzip bei der Centuriation  ^die gleichmässige Verteilung der Tribulen einer jeden Tribus  in sämtliche Centurien, also die Zusammensetzung einer jeden  Centurie aus gleich vielen Tribulen aller Tribus" gewesen sei.  Aber mehr als approximativ hätte diese Gleichmässigkeit im  besten Falle nicht sein können. Ganz so wie Mommsen das  Prinzip der Centuriation annimmt, kann es unmögUch gegolten  haben. Denn wenn eine jede Centurie aus gleich vielen  Tribulen aller Tribus zusammengesetzt worden wäre, so würde  dadurch vorausgesetzt, dass in jedem Tribusbezirk gleich viel  Bürger einer jeden Censusklasse gewohnt hätten, dass also  alle Tribus an Kopfzahl und Vermögen sich einander gleich  gewesen wären, was, selbst approximativ, unmöglich der Fall  gewesen sein kann, wie Polyb. VI, 20 (s. unten die Inter-   pietation) beweist.   Das Prinzip der gleichmässigen Centuriation ist wohl  nur auf die Angehörigen einer Tribus von gleichem Census  zu beziehen, sodass die in einer Tribus wohnenden Bürger  mit gleichem Census in die Centurien ihrer Censusklasse gleich-  massig verteilt wurden. Und selbst so eingeschränkt, kann  das Prinzip keineswegs als Gesetz gegolten haben, sondern  ist vielfach, wie Mommsen sehr wahrscheinlich macht (Str.), der Machtvollkommenheit der Censoren überlassen : vielleicht sind auch noch andere Dinge bei der Centuriation berücksichtigt (s. unten). Für die nicht klassischen Tribulen d. h.  die Bürger, deren Census den Satz der untersten Klasse nicht  erreichte, kam die Centuriation überhaupt nicht in Frage ; sie  standen in einer Zusatzcenturie. Wenn sich auch kein be-  stimmtes Verhältnis zwischen der Tribusordnung und der  älteren Centurienverfassung nachweisen lässt, so müssen sie  doch in notwendigem Zusammenhang stehen ; es folgt die&  eben schon daraus, dass die Centurienordnung auf dem Census^  und dieser auf den Tribus beruht.   Direkt auf der Tribusordnung ruhten die Tributcomitien,  Sie waren diejenige Volksversammlung, in welcher unmittelbar  nach Tribus, Mann für Mann, viritim, ohne Rücksicht auf  Census oder Unterschied des Standes und der Stellung ab-  gestimmt wurde (Dionys VII, 59 CICERONE (vedasi) de leg. III, 19 Liv. 39,^  15 u. a.).   Wir haben das Wesen der Tribus dahin festgestellt, das»  sie lediglich einfache, lokale Bezirke sind, dass alle römischen  Bürger, welche in dem Bezirke einer Tribus wohnen, auch  persönlich dieser Tribus angehören, und zwar, um in derselben .  ihre politischen Pflichten und Rechte auszuüben. So können  wir zur Erörterung der Tribusänderung des App. Claudius  übergehen.   Wir gehen aus von der besten Überlieferung Diodors.  Wenngleich seine Angabe äusserst knapp ist und vielleicht  mehrfache Auslegung zulassen könnte, so glaube ich doch,,  dass sie, wortgetreu aufgefasst, klar, deutlich und wahr ist.  Diodor sagt (XX, 36): i^dioite rolg Tio/Ajai^ ij]v e^ovaiav otiol  TiQoaiQolvTO xif.uaaal>ca d. h. er gab den Bürgern die Erlaub-  nis, sich schätzen zu lassen, wo d. h. in welcher Tribus sie  wollten. Mit Recht hat Dindorf die Worte, welche in einigen  Handschriften folgen: 'Acd iv unoia Tig ßov/.8Tai cpv/,fi TccTzea-  d^ai gestrichen, da sie dasselbe bedeuten wie die vorhergehen-  den. Wenn Siebert (App. Caudius S. 50) die Worte otiol tt^^o-  aiQolvTO TifojaaaS^ta auf die Klassen bezieht, während die  folgenden iv oTioia iig ßauXerat (fvXfi TaTTeoO^at nach seiner 'i!-  Meinung die Tribus bezeichnen, so ist die Tautologie, die in  dem Zusatz läge, noch nicht aufgehoben, weil, wer in der  Tribus stand, auch nach dem Census in die Klassen aufge-  nommen werden musste; zudem widerspricht Sieberts Auslegung den Worten Diodors; denn er -giebt selbst zu, das&  der Census bei der Bestimmung der Klasse massgebend war :  die Bürger konnten sich also die Klasse nicht wählen {7i()oaL~  QohTo), sondern der Censor hatte sie nach dem Census in  die bestimmte Klasse zu setzen.   Noch willkürlicher ist der Versuch Gerlachs („Griechischer  Einfluss in Rom" Basel), die Worte iv  OTioirf rtg ßovkeTai (fvl^ Tcareoü^ca als echt zu erweisen.   Appius Claudius gab nach Diodors Worten den Bürgern  die Erlaubnis, sich in der Tribus, in welcher sie wollten^  schätzen zu lassen. Der Ton liegt auf den Worten oTiot  TiQOaiQoh'TO, und es folgt aus ihnen, dass vor App. Claudius  die Bürger sich nicht in jeder beliebigen Tribus schätzen lassen  durften, sondern, so fahren wir nach unseren obigen Erörte-  rungen fort, in der Tribus, in deren lokalem Bezirke sie  wohnten. Es stimmt dies so genau und klar zusammen, dass  Diodors Worte nicht anders ausgelegt werden können, wenn  man ihnen nicht Gewalt anthun will. Diodor bezieht die Ände-  rung, die Appius Claudius mit den Tribus vornahm, zunächst  auf die Schätzung {jL^irfiaad^ai)', da aber auf dem Census^.  der eben nach den Tribus vorgenommen wurde, Steuer-^  Heer- und Stimmordnung, wie wir sahen, beruhte, so musste  das Edikt des App. Claudius natürlich und notwendig auf  alle diese Verhältnisse zurückwirken. Die Änderung des  App. Claudius bestand also darin, dass er die Personal-  tribus von dem Wohnsitz löste, dass er den Zwang be-  seitigte, nach welchem der römische Bürger für die Aus-  übung seiner politischen Pflichten und Rechte an den Bezirk  seines Wohnortes geknüpft war; an Stelle des früheren  Domizilzwangs für die Ausübung der Bürgerpflichten und  Bürgerrechte setzte App. Claudius also die Freizügigkeit.  Absoluter Domizilzwang hat wohl nie bestanden, obwohl dies Dionys vom König Servius einführen lässt; also ist  wohl auch Tribuswechsel gestattet gewesen: aber vor Appius  <^laudius konnte letzterer nur die Folge des ersteren sein,  nur wer sein Domizil in einen andern Tribusbezirk verlegte,  erhielt auch personal diese andere Tribus und kam in ihr  seinen politischen Obliegenheiten nach. Seit der Censur des  App. Claudius konnte jeder Bürger in jeder beliebigen Tribus  sich schätzen lassen und seinen politischen Pflichten und  Rechten nachkommen, jeder im Bezirk einer städtischen Tribus  wohnende Bürger in jeder beliebigen städtischen und länd-  lichen und umgekehrt.   Den Zweck, welchen App. Claudius mit seinem Edikte  verfolgte, seine Wirkung und Bedeutung werden wir, soweit  und was sich darüber festsetzen lässt, unten erörtern; sehen  war zunächst, w^as die anderen Berichte über die Tribusände-  rung des App. Claudius sagen.   Livius übergeht in dem Jahre, in welches er die Censur  <les App. Claudius setzt, die Tribusänderung desselben vöUig.  Ohne Bedenken kann man annehmen, dass seine Quelle, der  «r an dieser Stelle folgt, gleichfalls davon schwieg. Und es  scheint dies bei dem Standpunkt, den die Quellen des Livius  dem App. Claudius und überhaupt der gens Appia gegenüber  einnehmen, nicht wunderbar. In anderm Zusammenhang haben  wir bereits erwähnt, dass der gens Claudia in der späteren  römischen Annalistik eine merkwürdige, durchweg erkennbare  Rolle angedichtet ist: alle Appii Claudii werden seit Livius  und besonders von ihm als ultraconservative Vertreter des  Adelsregimentes dargestellt. Nach demselben Schema ist auch  unser Censor geschildert (9, 34). Es hätte nun die Massregel  der Tribusänderung, welche, wie wir noch genauer betrachten  -werden, durchaus demagogisch ist, mit dem politischen Charakter, den die spätere Annalistik dem App. Claudius beilegt,  keineswegs übereingestimmt: so überging man dieselbe eben.  Zu einem späteren Jahre jedoch, dem Jahre der Adilität des  €n. Flavius (304), berührt Livius kurz die Tribusänderung  des App. Claudius, und es ist höchst wahrscheinlich, dass er  an dieser Stelle (9, 4G von ceterum bis Schluss) aus einer  andern, und zwar bessern, Quelle geschöpft hat. Er berichtet  nämlich in diesem Kapitel (9, 46) zunächst die Wahl des  Cn. Flavius zum Ädilen, alsdann dessen Amtsführung und  kehrt schliesslich mit ceterum wieder zur Wahl zurück, um  noch neues Detail über dieselbe beizubringen. Es ist dies  offenbar ein Compositionsfehler, der sich am besten so erklärt,.  dass man annimmt, Livius habe nach Abschluss seiner Er-  zählung in einer neuen Quellle andere Angaben gefunden  über die Wahl des Cn. Flavius, die er nun anhangsweise bei-  fügte (cf. Seeck, Kalendertafel der Pontifices). Dass  diese Quelle eine bessere ist als die, welcher Livius sonst  über App. Claudius folgt, geht daraus hervor, dass er die  Massregeln des App. Claudius erwähnt, welche als dema-  gogische dem ihm sonst von Livius beigelegten politischen  Charakter widersprechen, und das Demagogische derselben  sogar ohne Hehl ausdrückt.   Es heisst bei Livius a. a. 0.: Ceterum Flavium dixerat  aedilem forensis factio Appii Claudii censura vires nacta, qui  senatum primus libertinorum filiis lectis inquinaverat et postea-  quam eam lectionem nemo ratam habuit nee in curia adeptus  erat quas petierat opes urbanas humilibus per omnes tribus  divisis forum et campum corrupit. Den Gedanken, dass App.  Claudius, weil er nach dem Scheitern seiner senatus lectio  nicht die erstrebten opes urbanas erreicht hatte, dies nun durch  seine Tribusänderung bezweckt habe, werfen wir weg: es ist  offenbar eine causale Verbindung der beiden Massregeln, die  Livius selbst hergestellt hat, und die aus der allgemeinen  Auffassung des Livius von dem politischen Streben des App.  Claudius geflossen ist. Nach Livius besteht die Tribusände-  rung des App. Claudius darin, dass derselbe die humiles über  alle Tribus verbreitet habe und so die Tributcomitien (forum)  und die Centuriatcomitien (campum sc. Martium) verschlechtert,   heruntergebracht habe.   Unter humiles versteht Livius nie eine bestimmte Bürger-  klasse, es ist bei ihm nur der Gegensatz von nobilis, potens opuleritus, bedeutet also im allgemeinen niedrig, an Geburt,  Stand oder Macht und Vermögen (cf. Siebert).  Zuweilen versteht Livius darunter auch die ärmeren Plebejer. Und ein solcher allgemeiner Begriff,  den Livius stets mit humilis verbindet und daher sicher auch  hier, passt vortrefflich zu unserer Auffassung von des App.  Claudius Tribusänderung.   Es ist naturgemäss anzunehmen, dass die Bewohner der  Stadt Rom dichter zusammenwohnten als die des umliegenden  flachen Landes, ferner dass die Stadtbewohner zum grössten  Teil zu den mittleren und unteren Volksschichten gehörten,  seien es Kaufleute, Handwerker oder ein sonstiges städtisches \  Gewerbe Treibende. Zu den Reichen werden die Stadtbe- i  wohner in ihrer grossen Masse nicht zählen können, zumal in  ältester Zeit nicht, wo der Grundbesitz der alleinige Reich-  tum war. Dabei ist nicht ausgeschlossen, dass reiche Grund-  besitzer in der Stadt wohnten und umgekehrt Nichtgrund-  besitzer auf dem Lande, wie für die spätere Zeit der Repu-  blik es vielfach bezeugt ist, dass Grundbesitzer in der Stadt  wohnten (s. unten). Ihrer grossen ]\Iasse nach waren aber  die Städter einmal dichter zusammengedrängt und dann ärmer  als die Masse der Landbewohner. Zur Ausübung ihrer poli-  tischen Pflichten und Rechte waren sie nun an die Tribus  ihres Wohnplatzes gebunden, und es ist nicht zweifelhaft,  dass sie in diesem d. h. ni den tribus urbanae von jeher  das Übergewicht gehabt haben. Aber es standen den städ-  tischen Tribus von jeher eine grössere Anzahl ländlicher  gegenüber, in denen ohne Zweifel die Reicheren und  Reichsten die Überzahl ausmachten. Zur Zeit des App. Clau-  dius standen 21 ländliche gegen die 4 städtischen Tribus.  Vermöge der Überzahl der Bezirke der ländlichen Tribulen  hatte diese also stets, vor allem in den Tributcomitien, die  Oberhand, während das Stimmrecht der ärmeren und ärmsten  Tribulen, die in der Stadt zusammengedrängt waren, ziemlich  illusorisch war, da nur die Abstimmung der 4 tribus urbanae precLde Macht in den Comitien m we chen d- Kopfzahl  entschied, zu erlangen, sich über d.e l^^^^f ^ Jj \^breiteten und so vern,öge ihrer Masse '" -«1^ "/ J" „meisten ländlichen Tribus das Übergewicht -lang -Und  dies sagt ia eben Livius mit nicht misszuverstehenden Worten  (ipp C humilibus per on,nes tribus divisis forun, corrup.t .  Ltht so leicht erklärbar ist der Zusatz des Livius, dass durch  JSicht so leiciii. Stimmrecht in den Centuriatcomitien   diese Massregel auch das Stimmrecht m ae  verschlechtert sei (eampum sc. Martmm corrupit). Denn de  Erklärung Clasons, -'»^r campus se. d^ u.  .eine ländliche Tribus, unter forum d.e S;-";-J '^;;.  comitien zu verstehen, wird doch schon aus dern g'-f J^^J  fällig weil darin eine Tautologie läge, mdem das Ubei gewicht  Tln gesamten Tributcomitien dasjenige - /-.-f"/;^  Tribusbezirken voraussetzt. Wenn bei der Centunafon das  Szt dir gleichmässigen Verteilung der TrlbtUen em. jeden  Tribus auf alle Centurien Gesetz gewesen wäre, so hatten schon  n; Claudius die hunüles auf die Centurien der d.em^.us  entsprechenden Klasse gleichmässig verteil --d- ^^Tg  Aber dass dem nicht so gewesen ist, wird d-h die Wnkun  des appianischen Ediktes bewiesen. Liyius sagt, dass durch  die Verteilung der humiles auf alle Tribus auch das Stimm  thl il den Lturiatcomitien verschlechtert worden sei ; als  gewannen die humiles, indem sie sich auf alle T"bus zer  Eeuten, auch mehr Geltung in den C-turi^-—,. je mehr Tribus sie -;^ VklTsiorl^Tu: aTf t  langten sie auch von da aus. Ls kann sicn u letzte höchstens vorletzte Censusklasse beziehen, da de  dltber Stehenden wohl nicht mehr zu den humiles gezahlt  werden können. So liegt hier das Verhältnis zwisciien Tribus und Cen-  turien; aber wie es zu erklären ist, ist mir unmöglich zu  finden. Die ]\[achtvollkommenheit der Censoren, die dies zu  regeln hatte, genügt auf keinen Fall zur Erklärung (vgl.  Mommsen, Str.). Sei ihm, wie es wolle, wir dürfen  dem Livius glauben, dass die Wirkung des appianischen  Ediktes sich nichi bloss auf die Tribut-, sondern auch auf die  Centuriatcomitien geäussert hat.   Aber damit hören auch unsere Nachrichten über die  Wirkung des Ediktes auf. Ob es und welchen Einfluss es auf  Steuererhebung und Aushebung geübt hat, ist kaum zu er-  mitteln. Die Zahl der Steuer- und aushebungspÜichtigen Bürger  wurde durch dasselbe nicht vergrössert, sondern es trat durch die  Massregel nur eine andere Verteilung der Tribulen über die  Tribus ein. Also trat wohl eine Veränderung der Tribulen-  anzahl in den meisten Tribus ein, indem sich viele Bürger  nicht in ihrer Heimattribus sondern in einer andern schätzen  Hessen; aber das Gesamtresultat der Aushebung und Steuer-  erhebung musste, da die Zahl der zu beiden Verpflichteten  nicht vermehrt wurde, füglich dasselbe bleiben. Das Edikt  hatte wesentlich nur die oben ausgeführte, von Livius über-  lieferte politische Wirkung, dass es durch die Freistellung der  Tribuswahl das Stimmrecht der humiles verbesserte. Und  wenn hierin der hauptsächlichste, wenn nicht ehizige, Zweck  des Censors selbst beim Erlassen des Ediktes bestanden hat,  so stimmt dies vortrefflich mit seinem gesamten politischen  Charakter. Er war Neuerer und Demagog, begünstigte die  niederen Volksschichten und besonders die städtische Be-  völkerung. Ohne Zweifel ist der Samniterkrieg, der ja  unter der Censur des App. Claudius geführt wurde, auf die  demokratische Massregel von Einfluss gewesen. Die W^ehr-  kraft des römischen Volkes musste in diesen Jahren aufs  höchste gespannt werden, und da die unteren Schichten die  meisten Krieger stellten, so war es zeitgemäss, wenn unser  volksfreundlicher Censor deren politischen Rechte förderte.  Die Tribusänderung des App. Claudius ist sehr wohl denkbar mit der alleinigen Wirkung auf die Comitien, be-  sonders die Tributcomitien. Alles, was sonst von neueren  Gelehrten über die Wirkung der appianischen Massregel auf  Steuerordnung und Aushebung aufgestellt ist, ist unbeglaubigt;  besonders gilt dies von Mommsens Ausführungen, die aller-  dings consequent mit seiner Ansicht über das ursprüngliche  Wesen der Tribus und die Tribusänderung- des App. Clau-  dius zusammenhängen. Anfangs steuerten nach Mommsen  die Tribulen d. h. die Grundbesitzer nur vom Grundbesitz,  während die Ararier von jeher vom ganzen Vermögen steuerten.  Bald aber ward auch für die Tribulen aus der Grund-  steuer eine Vermögenssteuer. Und hieran consequent an-  knüpfend, verband App. Claudius die persönliche Tribus  statt mit dem Grundbesitz mit dem Vermögensbesitz schlecht-  hin oder vielmehr mit dem Bürgerrecht, indem er die Ararier  in die Tribus aufnahm, sie also den Tribulen gleichstellte  (Str. II, 375). In Folge des Ediktes, dass sich jeder Bürger,  in welcher Tribus er wolle, schätzen lassen dürfe, konnte^  während früher nur der Ansässige in der Tribus seines Grund-  besitzes gestanden hatte, jetzt sowohl der Ansässige in eine  andere als auch der Nichtansässige, der bisher ausserhalb der  Tribus gestanden hatte, in jede beliebige Tribus eintreten.  Die natürliche Wirkung des Erlasses sei die gewesen, dass  sich die besitzlose, in Rom zusammengedrängte Menge über  alle Tribus verteilt habe (Rom. Trib.) : es habe sich  diese Wirkung geäussert auf Stimm-, Heer- und Steuerordnung,  in Bezug auf die erstere sowohl in den Tribut- als den Cen-  turiatcomitien. Für die Tributcomitien sei es klar, ebenso  für die (Centuriatcomitien, da jeder, der in die Tribus neu  aufgenommen werde, auch in die Centurien gelangen müsse  je nach dem Census. (Rom. Trib. Str.). Da  nun die Centurien sowohl dem Zwecke der Abstimmung als  dem des lleerdienstes dienten, so hätten die Nichtansässigen  seit App. Claudius auch ihre Stellung in der Wehrordnung.  Nur sei das letztere an einen Minimalsatz von Vermögen ge-  knüpft. Dieses, das ursprünglich, wie alle Censussätze, in Bodenmass ausgedrückt sei, könne in der Epoche des App.  Claudius nur in schweren Ass angesetzt sein, grade wie die  gesamten Censussätze (40,000, 30,000, 20,000, 10,000, 4400  Ass, letzteres der Miniraalsatz. Str)   In Bezug auf die Steuerordnung sei durch die Censur  des Appius der Vermögensbesitz schlechthin auch für die  Tribulen d. h. die Grundbesitzer als Objekt der Besteuerung  festgesetzt worden (Str. III. 249). Grade dieser Punkt ist  1^ geeignet, um mit der Kritik der Mommsenschen Ansicht ein-  zusetzen. Mommsen macht nämlich selbst den Zusatz,  dass die Censur des App. Claudius nicht wohl denkbar sei,  wenn nicht damals schon das Tributum allgemein zur Ver-  mögenssteuer geworden wäre, d. h. wenn nicht damals schon  auch die grundsässigen Leute vom ganzen Vermögen gesteuert  hätten (Str. II, 363 A. 4). Appius Claudius habe nur die  Consequenz daraus gezogen, indem er die Ärarier auch an  Rechten den Tribulen gleichstellte. Mommsen erkennt also  an, dass der faktische Gegensatz, der nach seiner Ansicht  zwischen Ärariern und Tribulen bestand, dass jene vom ganzen  Vermögen steuerten, diese nur vom Grundbesitz und also die  bessere Steuerklasse waren, schon vor der Censur des Appius  Claudius aufgehoben sei. Mindestens müsste man doch beides  als gleichzeitig ansetzen; denn die Gleichstellung in den  Pflichten gegenüber dem Staate hätte doch naturgemäss die  Gleichstellung in den Rechten zur notwendigen und sofortigen   Folge gehabt.   Aber überiiaupt steht diese Ansicht von der Tribusände-  rung des App. Claudius auf schwachen Füssen. Wie ge-  zwungen ist zunächst die Interpretation der Quellenstellen,  wenn man sie in Mommsens Sinne auflassen will. Sagt denn  Diodor oder Livius ein Wort oder liegt in ihren Notizen auch  nur eine Andeutung, dass die Massregel des App. Claudius  in der Neuaufnahme von Nichttribulen bestanden hätten?  Vv'arum hätten diese Schriftsteller, wenn sie die appianische  Massregel so aufFassten, wie Mommsen meint, nicht deutlich  gesagt, dass App. Claudius viele bisherige Nichttribulen in <lie Tribus aufnahm und dann allen Tribulen das Recht gab,  «ich in einer beliebigen Tribus schätzen zu lassen? Diodor  und Livius selbst können also die Massregel unmöglich in  Mommsens Sinne gefasst haben, denn sonst hätten sie ja,  müsste man annehmen, das Wesentliche derselben, die Neu-  aufnahme bisheriger Nichttribulen, nicht gesagt. Nein!  Beide sprechen nur von einer anderen Verteilung der Tribulen.  Es hängt diese Ansicht Mommsens, die von vielen Seiten,  nur hier und da mit nebensächlichen Abweichungen vertreten  wird (Niebuhr R. G. I, 477, ITI — . Alterth.  70, 98, ist darin Mommsens Vorgänger, hat die Ansicht  nur nicht im einzelnen so genau ausgeführt. Herzog, Gesch.  und System I, 269 fl*. Ihne, Rom. Gesch. I, 366 fl*. u. a.)  eng zusammen mit seiner Auflassung vom ursprünglichen Wesen  der Tribusordnung, die wir oben widerlegt zu haben glauben.  Wie unwahrscheinlich ist es, um den oben ausgeführten Grün-  den noch eine hierhin gehörende Erwägung vom historischen  Standpunkt aus hinzuzufügen, dass eine ganze Bevölkerungs-  klasse mit einem Male in die Rechte der Vollbürger eingesetzt  sei. Denn es umfassten doch nach Mommsen die Ararier d. h.  die Nichtgrundbesitzer die ganze gewerbetreibende und die  „ganze in Rom zusammengedrängte besitzlose Menge" (R.  Trib.), deren Gesamtzahl doch sehr gross gewesen sein  muss, da sie durch die Verteilung auf alle Tribus in der  Mehrzahl der Tribus die Majorität erlangt hat, sodass sie  z. B. die noch nicht dagewesene Wahl eines Libertinensohnes  zum Curulaedilen durchsetzen konnte. Diese Nichtgrund-  besitzer müssen demnach nach Mommsen, da doch Centuriat-  und Tributcomitien den populus („die patriizisch - plebejische  Bürgerschaft") ausmachen, bis auf App. Claudius aus dem  Begrifl* des populus ausgeschieden werden. Die ganze grosse  Bevölkerungsklasse der Nichtansässigen lebte also Jahrhunderte  lang bis zum Jahre 310 v. Chr. ohne jede Teilnahme an  den politischen Rechten der Bürger lediglich als Steuerzahler.  Und nirgends wird von einem Versuche dieser grossen Be-  ^ölkerungsklasse, sich die politischen Vollbürgerrechte zu erringen, berichtet, wie es doch die plebs gethan hat. Erst da&  Machtedikt eines Schatzungsbeamten setzte sie in die Voll-  bürgerrechte ein. Ziehen wir hinzu, dass nirgends in unser»  Quellen weder von einer ursprünglichen Ausschliessung der  Nichtgrundbesitzer aus den Tribus, d. h. den VoUbürgerrechten^  noch von einer Neu aufnähme derselben durch Appius Clau-  dius auch nur eine Andeutung gemacht wird, so kann man  wohl das gesamte System Mommsens als hinfällig bezeichnen,  zumal wenn dessen Consequenzen, wie wir bei der Erörterung,  der Censur des Fabius darthun werden, bestimmten, von  Quellen ersten Ranges überlieferten Thatsachen widersprechen.  Ausser Diodor imd Livius erwähnen noch einige alte  Autoren die Tribusänderung des App. Claudius: Plutarch,.  Popl. 7. Val. Max. II, 2, 9. Valerius Maximus hat, wie  man auf den ersten BHck erkennt, aus Livius geschöpft und  kann, da er nichts neues beibringt, übergangen werden. Plu-  tarch sagt a. a. O. : (Ova/Joio^) rov Orndlxior t.iJ>}](pioc(ro  ngviTOv tmekevd^eimv ty,elr<n' tv 'Piöur yeviO&ai TToUxr.v xal  (fl^etv ifjijffov I] ijOv'/MiTO (f>(ita()iH :TO(K;rfiit;0ivTa. Tol^; dt  aklot^ ccTislecdiooii; oipf- y.ca uem riolvv yomov tiovoiav   Diese Stelle ist der Ausgangspunkt für die von manchen  Neueren, in einigen Variationen, vertretene Ansicht, dass die  Massregel des App. Claudius sich lediglich auf die Frei-  gelassenen bezogen habe, indem man meint, der präciseren  Angabe Plutarchs über die vom appianischen Edikt Betroffenen  vor den ungenaueren des Diodor und Livius den Vorzug geben  zu dürfen.   Madvig lässt die Freigelassenen mit der übrigen besitz-  losen hauptstädtischen Einwohnermasse von Anfang an auf  die 4 tribus urbanae beschränkt sein (Verf. u. Verw. 1, .),.  während die übrigen Bürger je nach der Lage ihres Grund-  besitzes in die Tribus eingezeichnet wären. In den städtischen Tribus hätten die Libertinen seit Ser-  vius Tullius, wie Dionys überliefere, das Stimm  recht gehabt. Zwar sei diese Beschränkung: in und wieder durchbrochen, aber immer wieder zur Geltung  gekommen und habe bestanden, so lange es Volksversamm-  lungen gegeben habe. Die erste Aufhebung dieser Beschrän-  kung sei eben das Edikt des App. Claudius, welches den  Freigelassenen den Zutritt zu allen Tribus gestattet habe.   Siebert fasst den Begrift der Leute, auf welche sich das  Edikt des App. Claudius bezogen habe, noch enger. Er  meint, es seien davon nur die grundsässigen Libertinen betroifen;  das Prinzip der Ansässigkeit für die ländlichen Tribus habe  der Censor nicht aufgehoben, sondern nur die grundsässigen  Libertinen den ingenui gleichgestellt, indem er sie und ihre  ISöhne, welche beide mit den nichtansässigen Freigelassenen  und nichtansässigen Freigebornen bisher auf die städtischen  Tribus eingeschränkt waren, in die ländlichen Tribus  aufnahm, und zwar in diejenige, in welcher sie ansässig waren ;  in Folge dessen habe er sie auch in die Klassen und Cen-  turien aufgenommen, während sie vorher von diesen ausge-  schlossen waren und in der letzten Zusatzcenturie gestimmt  hatten. In diesem Sinne interpretiert Siebert in äusserst gezwungener Weise die Angaben aller Autoren über App.  -Claudius (l. c. S.). Ausgehend von der Auffassung  ;Niebuhrs über den politischen Charakter des App. Claudius  als eines streng patrizischen Politikers bringt nun Siebert die  Tribusändrung in der Weise mit den angeblich patrizischen  Tendenzen in Einklang, dass er annimmt, App. Claudius habe  die Libertinen begünstigt, um sich auf sie gegen die plebejische  Nobilität und die Coalitionspartei, deren Ziel die Verbindung er patrizischen und plebejischen Nobilität gewesen sei, zu   stützen.   Nach Lange sind unter den humiles, welche das Edikt  <les Censors betraf, sowohl die nichtansässigen Freigeborenen  als die gesamten Freigelassenen, einerlei ob ansässig oder  nicht, zu verstehen. Diese habe App. Claudius, wenn sie es  wünschten, in die Tribus des Landes eingezeichnet. Das  Prinzip der Grundsässigkeit sei also für die Tribus aufgehoben  nicht aber für die discriptio classium et centuriarum. Diese  sei von App. Claudius' Edikt nur insofern berührt, als die^  ansässigen Freigelassenen auch in die Klassen und Cen-  turien gelangt seien (Lange, Altert.). Soltau, nach  dessen Ansicht das Prinzip der Grundsässigkeit zur Zeit der  Decemvirn durchbrochen ist (Entstehung u. Zusammensetzung  der altröm. Volksversammlungen) lässt den App.  Claudius nur die Libertinen in die Tribus aufnehmen (a. a,  O.).   Diesen Ansichten gegenüber muss zunächst die Frage  aufgeworfen werden, ob der einzige Plutarch, der für gewöhn-  lich seine Nachrichten über römische Geschichte aus späten»  Quellen schöpft, das Gewicht hätte, dem Diodor und Livius  vorgezogen zu werden. Letztere können nämlich sicher nicht  die Tribusändrung des App. Claudius allein auf die Frei-  gelassenen bezogen haben. Denn es wäre doch wahrlich  wunderbar, wenn sie diese allein als vom appianischen Edikt  betroffen angenommen hätten und sich dabei so unbestimmt  ausgedrückt hätten (Diodor: ol Tiollxm. Liv. humiles), während  sie doch bei der senatus lectio des Censors die von Appius  in den Senat Aufgenommenen ganz bestimmt als Libertinen -  söhne bezeichnen. Aber sagt denn Plutarch wirklich, das&  sich die Tribusändrung des Censors allein auf die Freigelassenen,  bezogen habe? Vindicius, so berichtet er, erhielt zur Be-  lohnung von Valerius Poplicola das Bürgerrecht und die  Erlaubnis, sich eine Tribus, welcher er angehören wolle, zu  wählen ; daran knüpft er die Bemerkung : col^ (U ttlloi^ dne-  ^evd^'ciioig e^ovoiar ffi/^ipou ör^(.it(yioytov vöioi^e ^'ATiTTiot^, Das  kaim doch nicht heissen, dass App. Claudius den Freigelassenen^  das Bürgerrecht gegeben habe, da dies doch noch mehr als  das Stimmrecht umfasst, sondern es bezieht sich auf das, was-  Plutarch vom Stimmrecht des Vindicius gesagt hat; Plutarch  meint also ohne Zweifel, dass App. Claudius den Libertinen  dasselbe Stimmrecht gegeben habe, wie Valerius dem Vin-  dicius, d. h. das Recht, die Stimme in der Tribus, in welchei?.  sie wollen, abzugeben. Und so gefasst enthalten die Worte Plutarchs offenbar  Wahrheit. Denn dass die Freigelassenen zum grössten Teile  von städtischem Gewerbe lebten und unter den humiles urbam  eine grosse, wenn nicht die grösste, Anzahl ausmachten, ist  an sich schon wahrscheinlicli und folgt auch daraus, dass eme  der wichtigsten Wirkungen der appianischen Tribusänderung  die Wahl eines Libertinensoimes zur curulischen Aeddität  gewesen ist (s. unten), dass also die vom appianischen Edikt  Betroffenen vom libertinischen Element dominiert wurden.   Aber allein können die Freigelassenen nicht diejenigen  gewesen sein, auf welche sich das Edikt bezog. Das sagt  kein Schriftsteller, selbst Plutarch nicht, und es wird be-  sonders dadurch bewiesen, dass erst im 6. Jahrhundert der  Stadt ein rechtlicher Unterschied zwischen libertini und ingenui  festgesetzt wurde, indem um das Jahr 220 v. Chr. die liberum  auf die 4 tribus urbanae beschränkt wurden (Liv. Ep. 20. cf.  Mommsen, Str. III, 436 ff Madvig, Verf. und Verw. I, 203 f.).  Auch Mommsen lässt die Freigelassenen nur einen Teil  derer sein, auf welche sich die Massregel des App. Claudius  bezog, und zwar hätten sie unter den Bürgern, denen sie vor  allem zum Vorteil gereichte, an Zahl besonders hervorgeragt.  Die Libertinen, meint er (R. Trib., Str.),  hätten unter den nicht grundsässigen ohne Zweifel die erste  Stelle eingenommen, weil es ihnen bei „der noch ungebrochenen  Erbgutsqualität ^ unmöglich, wenngleich nicht verboten, ge-  wesen sei, Grundbesitz zu erwerben. Deshalb hätte die That  des Appius, die Aufhebung des Prinzipes der Grundsässigkeit  für die Personaltribus, allenfalls als Verleihung des Stimm-  rechtes an die Freigelassenen bezeichnet werden können, wie  es Plutarch thue. Es hängt diese Ansicht, wie man sieht,  eng mit der allgemeinen Auffassung Mommsens von der Tribus-  ändrung des App. Claudius zusammen.   Recapitulieren wir kurz unsere Resultate: Die Tribus-  ändrung war eine lokale Distriktseinteilung, sie war von Haus  aus dazu bestimmt, eine politische Volkseinteilujig zu sein,  d. h. sie hatte den Zweck, dass die Bürger nach ihr geordnet ihre Ptlichten und Rechte gegenüber dem Staate erfüllten.  Sie umfasste daher die gesamte Bürgerschaft (mit P]inschluss  der Freigelassenen): die Tribus in personaler Beziehung be-  zeichnete also das Bürgerrecht schlechtliin. Der Bürger war  in Bezug auf die Ausübung der Rechte, welche ihm die Tribus  gewährte, an die Tribus seines Wohnortes gebunden. Diesen  Domizilszwang für die Tribusordnung hob App. Claudius auf.  Es hatte dies die natürliche Wirkung, dass sich die in der  Stadt zusammengedrängte Masse der niedrigen Volksschichten  über alle Tribus verbreiteten, um einen ihrer Kopfzahl ent-  sprechenden Einfluss in den einzelnen Tribus zu gewinnen;  sie erhielten so' in den Tributcomitien die Oberhand und auch  in den Centuriatcomitien gewannen sie grössere Geltung.   Es haben sich Spuren in der Überlieferung erhalten, dass  die humiles von ihrem neuen Rechte, in jede beliebige Tribus  eintreten zu dürfen, ausgiebig und leidenschaftlich Gebrauch  gemacht haben, vielleicht dass sie sich planmässig über die  einzelnen Tribusbezirke verteilt haben, um in möglichst vielen  oder allen Tribus vermöge ihrer Kopfzald — und diese muss  gross gewesen sein die Majorität zu erlangen. Livius sagt: ex eo tempore (vgl. Weissenborn z. d. St.: seit  der Censur des Appius Claudius) in duas partes discessit  civitas: aliud integer populus fautor et cultor bonorum, aliud  forensis factio tenebat, doncc etc. ; es sind hier unter der  forensis factio die Leiter der Bewegung zu verstehen, welche  bezweckte, auf Grund der appianischen Tribusänderung die  humiles möglichst planmässig über die Tribus zu verteilen,  um ihnen in den meisten Tribus die Majorität zu verschaffen,  während der integer populus diejenigen bezeichnet, welchen  nichts daran lag oder liegen wollte, dass die humiles so in  ihren Rechten gefördert wurden, und welche sich daher an der  Bewegung nicht beteiligten. Die humiles, zu deren Nutzen  A.pp. Claudius sein Edikt der Tribusändrung erlassen hat,  scheinen also ihr neues Recht energisch benutzt zu haben.   Einen grossen Erfolg erreichten sie sechs Jahre nach dem  Erlass des Ediktes: sie setzten nämlich in den Tributcomitien ciie Wahl eines Libertinensohnes, des Cn. Flavius, zum curu-  lischen Aedilen durch. Dass diese Wahl mit der Censur des App.  Claudius zusammenhängt, ist sicher bezeugt (s. unten). Diodor  sagt a. a. O.: o di- drjuo^ TOthoig f-dv dvTi7TQdTT0)v (d. i. rolg  iTiKpaveOTcnoig) t(;7 di- ^Atttiui) o i luf i /.OTijiiObuerog y.a) t/]v tlov  dtoyerolr TFQOayioyj]}' ßsßcatoaai ßoch^ievog^ dyn^aroiwr eilezo  ^rjg tTiKfarearFnag ccyooavoiiiag vlor uTte/.rvd^H^no FvaTov 0l(xßiov  etc. ; und Livius : ceterum Flavium dixerat aedilem forensis  factio App. Claudii censura vires nacta. Die Nobilität hatte zwar sogleich im folgenden Jahr nach  der Abdankung des App. Claudius (d. i. im J. 307) neue  Censoren, M. Valerius und C. Junius, gewähl t, offenbar so  schnell, um die Tribusändrung des App. Claudius rückgängig  zu machen. Aber diese erreichten nichts, wir wissen nicht,  warum. Kach sehr kurzem Lustrum, drei Jahren, wählten sie  nun zwei Männer zu Censoren, welche schon als Consuln  d. J.  energisch gegen eine Neuerung des App. Claudius vor-  gegangen waren, den Q. Fabius und P. Decius.   Diesen gelang es auch, die Tribusändrung des App. Clau-  dius umzustossen.   Über die Censur des Q. Fabius und P. Decius ist allein  der Bericht des Livius (IX, 46) von Wert. Wir haben er-  örtert, dass der Abschnitt, in welchem Livius hiervon berichtet  (IX, 46 von ceterum bis Schluss), aus einer andern und  besseren Quelle geschöpft ist. Valerius Maximus (II, 2, 9)  kann, weil er den Livius benutzt hat und nichts neues bei-  bringt, bei Seite gelassen werden ; ganz wertlos ist wegen ihrer Nachlässigkeit die Angabe des Auetor de viris illustribus 32:  censor libertinos tribubus amovit. Es heisst bei Livius a. a. O.: Fabius simul concordiae causa simul, ne humillimorum in manu comitia essent, omnem  forensem turbam excretam in quatuor tribus coniecit urbanas-  que eas appellavit; adeoque eam rem acceptam gratis animis  ferunt, ut Maximi cognomen, quod tot victoriis non pepererat,  hac ordinum temperatione pareret. Dieser Bericht wird von den Forschern je nach ihrem  verschiedenen Standpunkt, den sie der Massregel des App^  Claudius gegenüber einnehmen, ausgelegt. Mommsen nimmt  an, dass Fabius für die seitdem sogenannten ländliclien Tribu»  den Zustand wieder eingeführt habe, der vor Appius war,  d. h. dass für sie ländlicher Grundbesitz wieder das Requisit  wurde. Die vier städtischen dagegen, in deren lokalem Be-  reich die forensis turba domiziliert war, habe er den nicht  ansässigen Bürgern überlassen und habe sie, die nicht minder  ländliche gewesen waren, deshalb die städtisclien genannt.  (R. Trib. 154.) Von Ansässigen seien vermutlich mir die  nicht zahlreichen Hausbesitzer ohne Landbesitz in den städti-  schen Tribus geblieben (Str. III, 186). Dass so in den Tribut-^  comitien das Übergewicht der ansässigen Bürger w^ieder her-  gestellt wurde, sei klar; und dafür, dass die Nichtansässigen  sich nicht aus den vier städtischen Tribus über alle Centurien  verbreiteten, habe die Machtvollkommenheit der Censoren sorgen  müssen. (R. Trib. 155. Str.).   Es steht und fällt diese Ansicht mit der Auffassung vom  Wesen der Tribus und der Änderung, die App. Claudius damit  vornahm. Aber gerade an dieser Stelle erheben sich noch  einige gewichtige Bedenken, welche das ganze Mommsensche  System treffen.   Mommsen meint, dass in den städtischen Tribus nur  Nichtansässige und höchstens w^enige städtische Hausbesitzer,  also zumeist die ärmeren und ärmsten Bürger, ständen. Es  müssen aber in ihnen Bürger aller Censusklassen gestanden  haben. Das geht deutlich aus dem Ausliebungsbericht des  Polybius hervor. Von der Aushebung sind  nach Polybius überhaupt au.sgeschlossen die Libertinen und alle,  deren Census 4000 Ass nicht erreichte. Nach dem Berichte  des Polybius werden nun die einzelnen Tribus nach dem Loose  vorgerufen imd dann für 4 Legionen je 4 und 4 ausgewählt.  Da die Dienstpflicht und die Ausrüstung sich nach dem Census  abstufte, so muss innerhalb der einzelnen Tribus die Aushebung  nach den Censusklassen stattgefunden haben. Also müssen doch alle Censusklassen in allen Tribus vertreten sein, also  auch in den städtischen (vgl. Niese, Göttinger gelehrte Anzeigen).   Auch in den städtischen Tribus müssen demnach die höchsten  Censusklassen vertreten gewesen sein. Für die spätere Zeit  ist dies wirklich nachgewiesen. Senatoren erscheinen mehrfach  in städtischen Tribus: Ein Aemilier (C. J. L.), ein  Manlier (C. J. L.), ein Nummier (C. J. L.)  in der Palatina, ein Sestius (Bull, de corr. Hellen.),  ein Coponius (Josephus, Archäol.), ein Matius^  (C. J. L.), welches sämtlich Senatoren sind (vgL  Mommsen Str.  f. Niese, Gott. Gel. Anz. a. a. O.).  Mommsen übersieht dies freilich nicht, er weiss es auch zu  erklären: In der späteren Zeit, so sagt er, sei die Bedeutung^  der Tribus ganz anders geworden, und zwar seit dem Sozial-  krieg ; sie habe seitdem eine persönliche und vom Grundbesitz  unabhängige, nur die origo d. h. die Heimatsberechtigung in  einer Vollbürgergemeinde ausdrückende Rechtsqualität be-  zeichnet. Auch auf Rom selbst sei diese neue Bedeutung^  übertragen; und als dies geschehen sei, da hätte sich ein  jeder seine Tribus wählen können oder seine frühere behalten  können. So seien die genannten Patrizier in die städtischen  gelangt: und die altadligen Manlier und AemiHer hätten füg-  lich ihrem Adelstolz durch die Wahl der Tribus des könig-  lichen Rom Ausdruck geben wollen (Str.). Die Un-  wahrscheinlichkeit steht dieser Erklärung an der Stirn  geschrieben. Wozu nimmt man eine solche Wandlung in der  Bedeutung der Tribus an, die so künstlich erklärt werden  muss, und die zu dem ganz und gar unbezeugt ist. Nach  unserer Ansicht erklärt sich der Umstand, dass später auch  die ersten Censusklassen in den städtischen Tribus vertreten  sind, einfach so, dass sie auch in früherer Zeit und von Anfang:  an darin haben stehen dürfen und gestanden haben.   Diejenigen Forscher, welche die Tribusändrung des App^  Claudius allein auf die Libertinen beziehen, müssen dasselbe^  auch von der Massregel des Fabius behaupten; sie meinem also, dass die Libertinen von Fabius auf die 4 städtischen  Tribus beschränkt seien. Auf die einzehien Variationen dieser  Ansicht (Madvig, Verf. u. Verw. Lange, Altert. Siebert, App. Claud.) und ihre Widerlegung brauche  ich nicht einzugehen, nachdem wir nachgewiesen, dass des  Appius Massregel nicht allein die Libertinen betroffen haben   kann.   Wie nun hat Q. Fabius die Tribuaiindrung des App. Claudius rückgängig gemacl\t?   Die wichtigste und den Optimaten so unangenehme Wirkung  des appianischen Edikts war die gewesen, dass die urbani  Jiumiles sich über alle Tribus verteilten und besonders die  Abstimmungen der Tributcomitien völlig in ihre Gewalt bekamen. Diese Wirkung musste nun ausgeglichen werden.  Und Fabius bewirkte dies dadurch, dass er den humiles nicht  mehr alle Tribus, sondern nur eine kleine Anzahl frei Hess.  Omnem forensem turbam excretam in quatuor tribus coniecit  urbanasque eas appellavit, sagt Livius. Fabius schied also  die forensis turba, die humiles aus, d. h. er schied sie aus  <ler Zahl der übrigen Tribulen und den Gesetzen, welche für  diese galten, aus, nahm ihnen das Recht, sich in jeder beliebigen  Tribus zu schätzen, und beschränkte sie auf vier Tribus, und  zwar, wie sich das natürlich ergab, auf die ihres Wohnsitzes,  die städtischen. Der Domizilszwang für die Ausübung der  Rechte, welche mit der Tribus verbunden waren, blieb nach  wie vor aufgehoben. Nur auf die humiles bezog sich das  Edikt des Fabius, während für alle andern Bürger die An-  ordnung des App. Claudius auch weiterhin zu Rechte bestand,  sodass sich dieselben also in jeder beliebigen ländlichen  oder städtischen Tribus schätzen lassen konnten, welches  letztere aber kaum vorgekommen ist, da es wertlos war. Die  Massregel bezweckte nur das Übergewicht der humiles urbani  ^u brechen, welches diese nach dem Edikt des App. Claudius  vermöge ihrer Kopfzahl in den Tributcomitien erlangt hatten,  und dies wurde dadurch erreicht, dass den humiles die vier  «tädtischen Bezirke angewiesen wurden, in welchen sie allein ihre politischen Rechte ausüben durften. Innerhalb derselben  wird dem Einzelnen die Wahl der Tribus überlassen sein^  sodass also auch für sie nicht wieder der alte Domizilszwang  für die Ausübung der politischen Rechte eingesetzt wurde.   Das Edikt des Fabius bezog sich demnach ledighch auf  die humiles urbani, deren Vorteil App. Claudius mit seiner  Tribusänderung bezweckt hatte. Aber Fabius kann unmög-  lich als die, welche sein Edikt betraf, nur ganz unbestimmt  die humiles genannt haben, er muss eine bestimmte Grenze  gezogen haben für die, welche in der Folge nur in den  städtischen Tribus ihre politischen Rechte ausüben durften.  Es ist darüber nichts überliefert. Kahe liegt die Vermutung^  dass die Beschränkung sich auf diejenigen bezog, welche den  Minimalcensus nicht erreichten. Doch ist das eine blosse  Vermutung.   Wenn Livius sagt: urbanas eas appellavit, so heisst das  nicht, dass diese Tribus vorher noch nicht bestanden hätten^  oder dass die Bezeichnung tribus urbanae von Fabius er-  funden wäre. Da aber jetzt durch ein Gesetz der in der  Stadt wohnenden niederen Volksmasse die vier städtischen  Tribus speziell angewiesen wurden, so verband sich mit dem  Begriff der tribus urbanae seitdem der Begriff der geringer  geachteten Tribus gegenüber den rusticae; und so scheint  Livius den obigen Ausdruck zu fassen: Fabius habe die  Tribus urbanae zuerst so in dem geringschätzigen Sinn ge-  nannt. Damit ist nicht ausgeschlossen, dass nicht Patrizier  oder sonstige reiche Grundbesitzer in den städtischen Tribut  nach Fabius stehen konnten. Gestattet war es nach unserer  Auffassung der Massregel des Fabius, und es ist nach den  angeführten Beispielen sicher. Vielleicht sind es solche,  welche in der Stadt wohnten und es vorzogen, ihre politischen  Rechte am Wohnort zu üben oder aus einem andern Grund.   Wie durch die Massregel des Fabius das Uebergewicht  der humiles in den Tributcomitien gebrochen wurde, ist klar.  Aber auch in weniger Centurien müssen sie verteilt sein, da.     "sie in weniger Tribus standen. Doch dies ist eben ein völlig  unbekannter Punkt (s. oben). Die Bedeutung und der Zweck der Massregel des Fabius  lag darin, dass sie das Uebergewiclit der humiles in den  meisten Tribus brach.   Und dies war eine grosse That, seitdem dieselben schon  sechs Jahre lang ihr neues Recht, sich in allen Tribus  schätzen zu lassen, gebraucht hatten. Fabius erhielt davon  den Namen des Grossen (Liv. a. a. O.). Sonstiges über den Censor App. Claudius Caecus   und Schlussurteil.   Der Neuerungssinn unseres Censors hat sich auch auf  andern Gebieten bethätigt. Ich erwähne kurz, dass er sich  auch mit litterarischen Dingen, Eloquenz, Poesie, Grammatik,  Orthographie, befasst haben soll (Cic. Tusc., Priscian, Dig.. Hart. . vgl. Mommsen,  Rom. Forsch.).   Alsdann habe ich zwei Anordnungen des App. Claudius  über sakrale Dinge zu nennen. Die erste ist die Austreibung  der Pfeifergilde aus dem Tempel des Jupiter. Livius   erzählt diese heitere Geschichte genauer (vgl. Censorin. d. d.  n. 12. OVIDIO (si veda), fasti, Val. Max. II, 5, 4); man  kann aber nicht wissen, in wie weit sie historisch ist (vgl.  Mommsen, R. Forsch. Lange, Alterth.). Eine  zweite Änderung des App. Claudius im Götterkult ist die  Uebertragung des Herkuleskult von der gens der Potitier auf  Gemeindesklaven (LIVIO (si veda) cf. Festus, VARRONE (si veda), L. L., Val. Max., Macrob. Saturn.). Historisch scheint daran die Uebernahme des Her-  kuleskult von Seiten des Staates zu sein, der ihn dann durch  Staatssklaven ausüben Hess (Preller, Mjthol. 651. Marquardt,  Staatsalterth. Niebuhr, III, 362. Schwegler, R. G.).  Mit der Potitierlegende steht in unserer Ueberlieferung  unseres Censors Beiname Caecus im Zusammenhang. Die  Götter seien durch jene Massregel erzürnt, erzählt Livius  <^), und hätten ihn einige Jahre nach seiner Censur mit  Blindheit geschlagen. Daher habe er seinen Beinamen er-  halten. Aber diese Annahme wird schon dadurch widerlegt,  •dass App. Claudius in den Fasten noch zwei Mal, i. J., als Consul erscheint (Diod.). Es ist diese  Erzählung ohne Zweifel nur ein Versuch, das Cognomen zu  erklären, der aber durch die angegebene Thatsache als falsch  "bewiesen wird; denn was CICERO (si veda) (Tusc. disp.)  sagt, APPIO (si veda) CLAUDIO habe sich, obwohl er blind gewesen sei,  keinem Amte entzogen, ist doch nicht zu glauben. Ein eben-  so zu beurteilender Erklärungsversuch des Beinamens ist die  Nachricht Diodors, dass App. Claudius ^iji; di)yf^g diioi.v^tig  xal lor icTTO r/;s' avyy.hWov ifih'.vov ev'Ucßr.^rt)^ tc oo^- tTTOirOrj  TV(fi/Mg elvai y.u) xar^ oiy.iar iiietrer. In Diodors eignen Fasten  erscheint App. Claudius i. J.  bereits wieder als Consul  (Nitzsch, Rom. Annal. Mommsen, Forsch.).   Die natürlichste Erklärung des Beinamens ist die, dass  man annimmt, App. Claudius sei im Alter erblindet; einige  Autoren melden dies (Liv. ep., CICERONE (si veda) de senect., Plut. Pyrrh. . Appian, Samn.  Dionys.); und  viele neuere Forscher folgen ihnen (vgl. dagegen Mommsen,  R. Forsch.). Sicher nachweisen lässt es sich nicht,  denn in den ältesten Annal en ist es nicht überliefert. Das  geht daraus hervor, dass der alte Gewährsmann Diodors eine  so falsche und merkwürdige Erklärung des Beinamens geben  konnte.   Die Aemter, welche App. Claudius ausser der Censur  bekleidet hat, führt sein Elogium (C. J. L. I, S.  N.  ) auf, welches auch einige Thaten berichtet. Es  lautet: Appius Claudius C. F. Caecus Censor. cos. bis dict.  interrex III. Pr. II. aed. cur. IL Q. Tr. mil. III complura  oppida de Samnitibus cepit, Sabinorum et Tuscorum exercitum fudit, pacem iieri cum Pyrrho prohibuit, in censura viam Appiam stravit et aquam in urbem adduxit, aedem Bellonae  facit.   Ich komme nun zu einer wichtigeren Frage, zur Erörte-  rung des Zusammenhangs der Censur des APPIO mit  der Ädihtät des Cn. Flavius im J. 304 (über die Schwierig,  keiten des chronologischen Ansatzes der Adilität vgl. Liv.   PLINIO (si veda), n. h. Mommsen, Chron.  Matzat, Chron. I, ". Seeck, Kalendertafeln f. Soltau, Prolegomena zu einer röm. Chron. 4 ff.).   Cn. Flavius war der Sohn eines Freigelassenen (Diod:  TiuT{id^ (oy ()8dov'/.evy,(hü^). Als solcher ist er zuerst zu einem  curulischen Amte gelangt. Bald scheint dies öfter vorge-  kommen zu sein ; in einem Briefe Philipps V. von Makedonien  an die Larisäer (Hermes) heisst es, dass die Römer  im Unterschiede von den Griechen die freigelassenen Sklaven  zum Bürgerrecht und zu den Amtern zulassen. Cn. Flavius  verdankte seine Wahl der Tribusänderung des App. Clau-  dius. Die curulischen Adilen wurden in den Tributcomitien  gcAvählt, was bei dieser Gelegenheit zuerst erwähnt wird (Pisa  b. Gellius . Livius  2, der aus Piso wört-  lich geschöpft hat). Wir haben erörtert, dass durch die appia-  nische Tribusänderung die niederen Bevölkerungsklassen das  Übergewicht in den Tributcomitien erhalten haben, sodass sie  einen solchen Erfolg, wie die Wahl eines Libertinensohnes^  zum curulischen Ädilen, erzielen konnten. Diodor und Livius  erwähnen klar genug den Zusammenhang der Tribusänderung  des App. Claudius mit der Wahl des Cn. Flavius zum  Ädilen (Diod.: o ()i- ()/;/i()s" f^;^ \i7i7iUi) oi\u(fi'/.OTtfiouf.i€vOi;  xui Ttjv diayev(^)i' 7r{iüir/vr/i]r ßeßati'lGai ßou/.uuerOi^ cr/OQm'ojnor  eilfjo etc. Liv: ceterum Flavium dixerat aedilem forensis  factio Appii Claudii censura vires nacta). App. Claudius und  Cn. Flavius haben überhaupt wahrscheinlich in nähern Be-  ziehungen zu einander gestanden. Eine Nachricht lässt den  Flavius vor seiner Aedilität Schreiber des App. Claudius sein  (Plin. a. -a. O.j. Cn. Flavius führte sein Amt ganz im Sinne  seines Meisters, des App. Claudius. Das beweisen seine  Thaten, auf die ich aber nicht einzugehen habe. Die Forscher  shid sich noch nicht einig darüber (vgl. LIVIO (si veda), CICERONE (si veda) pro Murena, PLINIO. n. h., Mommsen, Röm. Forsch. Seeck, Kalendertafeln). Ohne Zweifel ist, dass die Thaten des Cn. Flavius den-  selben demokratischen Neuerungssinn zeigen als diejenigen des  App. Claudius.   Über App. Claudius hat schon der gute Gewährsmann  Diodors dieses Urteil, tioIICc toIv TtaT^ycliov voiiliicor ly.ivr^ae.  sagt Diodor von unserm Censor. Dem gegenüber haben  einige Notizen jüngerer Autoren, woraus folgen würde, dass App.  Claudius speziell hocharistokratische Tendenzen in seiner Po-  litik verfolgt habe, kein Gewicht. Die Nachrichten des LIVIO (si veda),  App. Claudius habe i. J.  die lex Ogulnia, wonach vier  Pontifices und fünf Augurn aus der Plebs hinzugewählt  werden sollten, mit allen Mitteln zu vereiteln gesucht, er habe  als Kandidat für das Konsulat (nach CICERONE (si veda). Brut. als  interrex, was er i. J. 399 (LIVIO (si veda)) war,) die zweite  Konsulstelle den Patriziern zurückzugewinnen versucht, diese  Nachrichten sind, was Mommsen (R. Forsch.) dar-  gethan hat, erfunden: wer wird es glauben, dass ein Mann  wie App. Claudius, nachdem er als Censor die niederen Volks-  schichten mit seinen Massnahmen begünstigt hat, nun einige  Jahre später extrem aristokratische Tendenzen verfolgen konnte?  Offenbar sind diese Nachrichten erfunden nach dem Schema,  nach welchem alle Claudier als Volksfeinde in der jüngeren  Annalistik dargestellt sind. Unserer Ansicht nach war unser Censor ein demo-  kratischer Neuerer, ein Urteil, welches schon, wie gesagt, der  Gewährsmann Diodors gehabt hat. Er begünstigte und  förderte die niedrigen und niedrigsten Volksschichten, be-  sonders die städtische Bevölkerung^klasse, den Handelsstand  und das in ihm am meisten vertretene libertinische Element.  Dazu passt vortreff'lich, dass wir ihn als Beförderer des  griechischen Einflusses kennen lernen; und schliesslich lässt  sich in diesem Zusammenhange recht klar sein letztes politisclies Auftreten, seine bekannte Senatsrede gegen den Gresandten des Pyrrlms, verstehen. Nur in dieser Auffassung  lässt sich ein harmonisclies Bild von dem politischen Charakter  unseres Censors, von seinen politischen Absichten und Zielen  herstellen. Lebenslauf. I Icli, Theodor Ludwig Carl Sieke, Solin des Volksschulllehrers Friedrich Sieke zu Marburg, bin geboren zu Mengringhausen im Fürstentum Waldeck; Ich bekenne mich zur evangelischen Confession. Die erste  Ausbildung erhielt ich von meinem Vater, trat Ostern  in die Quarta des Marburger Gymnasiums, welches icli Ostern  mit dem Zeugniss der Reife verliess. Ich bezog als-  dann die Universität Marburg, um mich dem Studium der  '^eschichte, germanischen und klassischen Piiilologie zu  idmen. Ich hörte Vorlesungen bei den Herren Professoren  Bergmann, Birt, Caesar, Cohen, Fischer, Justi, Koch,  -enz, Lucae, Niese, Varrentrapp, Schmidt, beteiligte mich  nehrere Semester an den Uebungen der historischen Semi- liare, des althistorischen unter Leitung des Herrn Professor  Niese, des neuhistorischen unter Leitung der Herren Professoren  nz und Varrentrapp, war Mitglied des germanistischen Semi-lars des Herrn Professor Lucae und wohnte den pliilo-  Bophischen Uebungen des Herrn Professor Bergmann bei.  fm Sommer-Semester besuchte ich die Universität Berlin  md hörte dort Vorlesungen bei den Herren Professoren  Delbrück, Kiepert, Koser, Roediger, Scherer, v. Treitschke  md Zeller. Allen diesen Herren spreche ich an dieser Stelle meinen  iefsten Dank aus, besonders den Herren Professoren Niese  and Varrentrapp. I>ruck von Gebrüder Gotthelft in Casael. Nome compiuto: Gustavo Bontadini. Keywords: la neoclassica, neoclassico come concetto contradittorio o ironico -- storia della filosofia, storia della filosofia italiana, de-ellenizzazione”, appio primo filosofo romano in lingua Latina -- “conversazioni metafisiche”, “conversazione metafisica”, “gnoseologia”, “gnoseologismo”, “problematicismo”, “metafisica dell’esperienza”, ens, essential, l’essere, essere, verbo, nome, sostantivo, copula, parmenideismo, severino, la porta di Velia, Grice Vx, x izz x. Grice, RAA, Reductio ad absurdum.  Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bontadini,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Bontempelli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del sintomo – scuola di Pisa –filosofia pisana – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Pisa). Filosofo pisano. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Pisa, Toscana. Grice: “Bontempelli knows that the Romans never liked the Greek ‘symptom,’ but ‘coincidence’ seems weak: x means y if y coincides with x, or if x is a symptom of y.’ (‘those spots mean measles’ – and ‘dog’ means that there is a dog.”” -- “I suppose my favourite Bontempelli is his section on Roman philosophy in his history of philosophy series!” – H. P. Grice: “I am ventured to use ‘symptom’ as a verb – after all, the Romans had SIGNUM, but also SIGNARE or SIGNIFICARE, SYMBOLO, but also SIMBOLEGGIARE”. And I’m very pleased the OED recognizes the ‘rare’ ‘to symptom,’ transitive, and the more convoluted – first used by Coleridge, apparently, ‘symptomitise’ and related forms. There is the other Massimo Bontempelli, nato a Como. Como-born Massimo Bontempelli had a son, called Massimo Bontempelli. Massimo Bontempello ha un cugino, nipotte di Massimo Bontempelli: Alessandro Bontempelli. Nato a Pisa, dopo il conseguimento della laurea in filosofia, Bontempelli dedica all'insegnamento negli istituti superiori, alla realizzazione di manuali scolastici di storia e filosofia e alla stesura di saggi di argomento filosofico. Storico di impostazione marxiana, e originale pensatore filosofico di orientamento neoidealista, realizza i suoi più importanti contributi imperniando lo studio dei processi storici attorno alla categoria di "modo di produzione". Tematizza con attenzione le strutture sociali entro i modi di produzione neo-litico, nomade-pastorale, prativo-campestre, antico-orientale, asiatico, africano, meso-americano, schiavistico, colonico, feudale e capitalistico, elaborando su queste basi una ri-costruzione della genesi sociale dei fenomeni filosofici. Rilevante è la sua interpretazione della figura storica di Gesù, ricostruita entro una totalità sociale a partire dalla analisi dell'economia pianificata del modo di produzione antico-orientale palestinese, sulla scorta di una prospettiva metodologica storico-scientifica nei confronti dei vangeli. Come storico della filosofia ha studiato in particolare il pensiero platonico, neo-platonico e la dialettica hegeliana. Come pensatore filosofico originale viene collocato da Costanzo Preve all'interno della corrente del neo-idealismo italiano, essendo il suo pensiero fortemente influenzato dalla Scienza della Logica hegeliana. Muove dalle profonde critiche al nichilismo contemporaneo e al relativismo anti-metafisico per approdare ad un tentativo di rifondazione onto-assiologica degli orizzonti di senso dell'esistenza umana sulla scorta di una indagine della natura trascendentale dell'uomo, alla luce di un superamento della polarità dualistica empiria/trascendenza. Si dedica alla critica serrata della sinistra politica e allo sviluppo del tema della decrescita.  Altre saggi: “Il senso della storia antica. Itinerari e ipotesi di studio” (Milano, Trevisini); “Antiche strutture sociali mediterranee” (Milano, Trevisini), “Storia e coscienza storica” (Milano, Trevisini); Per il triennio; “Civiltà e strutture sociali dall'antichità al medioevo” (Milano, Trevisini); “Antiche civiltà e loro documenti” (Milano, Trevisini); “Civiltà storiche e loro documenti” (Milano, Trevisini, Per il triennio); “Filosofia:  Il senso dell'essere nelle culture occidental” (Milano, Trevisini); Filosofia, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici PRESS,. [riedito nel  in versione aggiornata dalle edizioni Accademia Vivarium Novum] “Eraclito e noi”” (Milazzo, Spes); “Percorsi di verità della dialettica antica” (Milazzo, Spes); “Nichilismo, verità, storia” (Pistoia, CRT); “Gesù. Uomo nella storia, Dio nel pensiero” (Pistoia, CRT); “La conoscenza del bene e del male, Pistoia, CRT); “La disgregazione futura del capitalismo mondializzato, Pistoia, CRT); “Tempo e memoria, Pistoia, CRT); “Il concetto di realtà e il nichilismo contemporaneo, Pistoia, CRT); “L'agonia della scuola italiana” (Pistoia, CRT); “Un sentiero attraverso la foresta hegeliana, Pistoia, CRT); “Eraclito e noi. La modernità attraverso il prisma interpretativo eracliteo, CRT, Diciamoci la verità, "Koiné" n.6, Pistoia, CRT, Le sinistre nel capitalismo globalizzato, Pistoia, CRT, Un nuovo asse culturale per la scuola italiana, CRT, Pistoia, L'arbitrarismo della circolazione autoveicolare, Pistoia, CRT, -- very Griceian: Grice: “D. K. Lewis drew his example of the arbitrariness of a convention from Massimo Bomtempelli.” Il sintomo e la malattia. Una riflessione sull'ambiente di Bin Laden e su quello di Bush” (Pistoia, CRT, -- cf. Grice: “I took the example, ‘those spots mean measle’ from Bontempelli, “Il sintomo e la malattia” – “Il SINTOMO” -- [ristampato nel  dalla casa editrice Petite Plaisance] Diciamoci la verità, CRT, Pistoia); “Il respiro del Novecento. Percorso di storia” (Pistoia, CRT, Il mistero della sinistra’ (Genova, Graphos,  La Resistenza Italiana. Dall'8 settembre al 25 aprile. Storia della guerra di liberazione, Cagliari, CUEC, La sinistra rivelata” (Bolsena, Massari, Il Sessantotto. Un anno ancora da scoprire, Cagliari, CUEC  [ristampato nel ] Civiltà occidentale” Genova, Il Canneto,. Marx e la decrescita, Trieste, Abiblio,. Platone e i preplatonici. Morale in Grecia, introduzione di Antonio Gargano, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici PRESS); “Un pensiero presente:  scritti su Indipendenza, Roma, Indipendenza Editore Francesco Labonia,. Capitalismo globalizzato e scuola, Roma, Indipendenza Editore Francesco Labonia, La sfida politica della decrescita, Roma, Aracne,. Gesù di Nazareth, Pistoia, Petite Plaisance; “Il respiro del Novecento, "Koiné" n.6, Pistoia, CRT); “Metamorfosi della scuola italiana, "Koiné" n.4, Pistoia, CRT, Visioni di scuola. Buoni e cattivi maestri, "Koiné" n.5, Pistoia, CRT, Scienza, cultura, filosofia, "Koiné" n.8, Pistoia, CRT. I cattivi maestri, in I Forchettoni Rossi, Roberto Massari, Bolsena, Massari. Addio al professor Massimo Bontempelli, Il Tirreno.  Bontempelli individua, in diverse epoche, un feudalesimo ario, cinese, indiano, iranico del regno dei Parti, del Vicino Oriente islamico, del Ghana e infine il feudalesimo occidentale.   Gesù uomo nella storia, Dio nel pensiero (uaar)  Costanzo Preve, Ideologia italiana. Saggio sulla storia delle idee marxiste in Italia, Milano, Vangelista, 1993 (p. 201 sgg.)  Marxismo modo di produzione. Una vita semplice, una mente scintillante,Le idee forti di Massimo Bontempelli. Il bene come processo possibile concreto: natura umana e ontologia sociale.  u a  be US  (2 Se Um   %. Pr pn d Der  sd g,’ fr  Ben =  Ri  » e Wu  sIGM FREUD Hemmung, Symptom  und Angst    re et. Van A 1.1 ee ne ia he Hemmung, Symptom  und Angst von  Freud  Internationaler Psychoanalytischer Verlag  Leipzig u RE ai Zürich, Psychoanalytischer Verlag, Ges. m. b. H., Wien Druck: Elbemühl Papierfabriken und Graphische Industrie A.G.  Wien, Rüdengasse ıı I. Unser Sprachgebrauch läßt uns in der Beschreibung pathologischer Phänomene SYMPTOME und Hemmungen  unterscheiden, aber er legt diesem Unterschied nicht  viel Wert bei. Kämen uns nicht Krankheitsfälle vor,  von denen wir aussagen müssen, daß sie nur Hemmungen und keine SYMPTOME zeigen, und wollten wir  nicht wissen, was dafür die Bedingung ist, so brächten  wir kaum das Interesse auf, die Begriffe Hemmung  und SYMPTOM gegeneinander abzugrenzen. Die beiden sind nicht auf dem nämlichen Boden erwachsen. Hemmung hat eine besondere Beziehung zur Funktion und bedeutet nicht notwendig etwas Pathologisches, man kann auch eine normale Einschränkung einer Funktion eine Hemmung derselben nennen. SYMPTOM hingegen heißt soviel wie Anzeichen  eines krankhaften Vorganges. Es kann also auch eine Hemmung ein SYMPTOM sein. Der Sprachgebrauch verfährt dann so, daß er von Hemmung spricht, wo eine einfache Herabsetzung der Funktion vorliegt, von SYMPTOM [“Those spots are a symptom of measles”], wo es sich um eine ungewöhnliche Abänderung derselben oder um eine neue Leistung handelt. In vielen Fällen scheint es der Willkür überlassen, ob man die positive oder die negative Seite des pathologischen Vorgangs betonen, seinen Erfolg als SYMPTOM oder als Hemmung bezeichnen will. Das alles ist wirklich nicht interessant und die Fragestellung, von der wir ausgingen, erweist sich als wenig fruchtbar.Da die Hemmung begrifflich so innig an die Funktion geknüpft ist, kann:man auf die Idee kommen, die verschiedenen Ichfunktionen daraufhin zu untersuchen, in welchen Formen sich deren Störung bei  den einzelnen neurotischen Affektionen äußert. Wir  wählen für diese vergleichende Studie: die Sexualfunktion, das Essen, die Lokomotion und die Berufsarbeit. Die Sexualfunktion unterliegt sehr mannigfaltigen  Störungen, von denen die meisten den Charakter  einfacher Hemmungen zeigen. Diese werden als psychische Impotenz zusammengefaßt. Das Zustandekommen der normalen Sexualleistung setzt einen sehr  komplizierten Ablauf voraus, die Störung kann an  jeder Stelle desselben eingreifen. Die Hauptstationen  der Hemmung sind beim Manne: die Abwendung  der Libido zur Einleitung des Vorgangs (psychische Unlust), das Ausbleiben der physischen Vorbereitung  (Erektionslosigkeit), die Abkürzung des Aktes (Ejaculatio praecox, die ebensowohl als POSITIVES SYMPTOM beschrieben werden kann, die Aufhaltung desselben  vor dem natürlichen Ausgang, Ejakulationsmangel,  das Nichtzustandekommen des psychischen Effekts, der Lustempfindung des Orgasmus. Andere Störungen erfolgen durch die Verknüpfung der Funktion mit  besonderen Bedingungen, perverser oder fetischistischer  Natur. Eine Beziehung der Hemmung zur Angst kann  uns nicht lange entgehen. Manche Hemmungen sind  offenbar Verzichte auf Funktion, weil bei deren Ausübung Angst entwickelt werden würde. Direkte Angst  vor der Sexualfunktion ist beim Weibe häufig; wir  ordnen sie der Hysterie zu, ebenso das ABWEHRSYMPTOM des Ekels, das sich ursprünglich als nachträgliche Reaktion auf den passiv erlebten Sexualakt einstellt, später bei der Vorstellung desselben auftritt. Auch eine großse Anzahl von Zwangshandlungen erweisen sich als Vorsichten und Versicherungen gegen  sexuelles Erleben, sind also phobischer Natur. Man kommt da im Verständnis nicht sehr weit;  man merkt nur, daß sehr verschiedene Verfahren verwendet werden, um die Funktion zu stören: die  bloße Abwendung der Libido, die am ehesten zu  ergeben scheint, was wir eine reine Hemmung heißen, die Verschlechterung in der Ausführung  der Funktion, die Erschwerung derselben durch  besondere Bedingungen und ihre Modifikation durch  Ablenkung auf andere Ziele,ihre Vorbeugung durch Sicherungsmaßregeln, ihre Unterbrechung  durch Angstentwicklung, sowie sich ihr Ansatz nicht  mehr verhindern läßt, endlich eine nachträgliche REAKTION, die dagegen protestiert und das Geschehene  rückgängig machen will, wenn die Funktion doch  durchgeführt wurde.  Die häufigste Störung der Nahrungsfunktion ist  die Efunlust durch Abziehung der Libido. Auch  Steigerungen der Eßlust sind nicht selten; ein Eßzwang motiviert sich durch Angst vor dem Verhungern,  ist wenig untersucht. Als hysterische Abwehr des  Essens kennen wir das Symptom des Erbrechens.  Die Nahrungsverweigerung infolge von Angst gehört  psychotischen Zuständen an (Vergiftungswahn). Die Lokomotion wird bei manchen neurotischen  Zuständen durch Gehunlust und Gehschwäche gehemmt,  die hysterische Behinderung bedient sich der  motorischen Lähmung des Bewegungsapparates oder  schafit eine spezialisierte Aufhebung dieser einen  Funktion desselben (Abasie). Besonders charakteristisch  sind die Erschwerungen der Lokomotion durch Ein-  schaltung bestimmter Bedingungen, bei deren Nicht-  erfüllung Angst auftritt (Phobie). Die Arbeitshemmung, die so oft als isoliertes SYMPTOM Gegenstand der Behandlung wird, zeigt uns  verminderte Lust oder schlechtere Ausführung oder  Reaktionserscheinungen wie Müdigkeit (Schwindel, Er-  brechen), wenn die Fortsetzung der Arbeit erzwungen wird. Die Hysterie erzwingt die Einstellung der Arbeit  durch Erzeugung von Organ- und Funktionslähmungen,  deren Bestand mit der Ausführung der Arbeit unvereinbar ist. Die Zwangsneurose stört die Arbeit durch  fortgesetzte Ablenkung und durch den Zeitverlust bei  eingeschobenen Verweilungen und Wiederholungen.   Wir könnten diese Übersicht noch auf andere  Funktionen ausdehnen, aber wir dürfen nicht erwarten,  dabei mehr zu erreichen. Wir kämen nicht über die  Oberfläche der Erscheinungen hinaus. Entschließen wir  uns darum zu einer Auffassung, die dem Begriff der  Hemmung nicht mehr viel Rätselhaftes beläßt. Die  Hemmung ist der Ausdruck einer Funktions-  einschränkung des Ichs, die selbst sehr ver-  schiedene Ursachen haben kann. Manche der Mecha-  nismen dieses Verzichts auf Funktion und eine allgemeine Tendenz desselben sind uns wohlbekannt.   An den spezialisierten Hemmungen ist die Tendenz  leichter zu erkennen. Wenn das Klavierspielen, Schreiben  und selbst das Gehen neurotischen Hemmungen unter-  liegen, so zeigt uns die Analyse den Grund hiefür in  einer überstarken Erotisierung der bei diesen Funk-  tionen in Anspruch genommenen Organe, der Finger  und der Füße. Wir haben ganz allgemein die Einsicht  gewonnen, dafs die Ichfunktion eines Organs geschädigt  wird, wenn seine Erogeneität, seine sexuelle Bedeutung,  zunimmt. Es benimmt sich dann, wenn man den  einigermaßen skurrilen Vergleich wagen darf, wie eine Köchin, die nicht mehr am Herd arbeiten will, weil  der Herr des Hauses Liebesbeziehungen zu ihr ange-  knüpft hat. Wenn das Schreiben, das darin besteht,  aus einem Rohr Flüssigkeit auf ein Stück weißes  Papier fließen zu lassen, die symbolische Bedeutung  des Koitus angenommen hat, oder wenn das Gehen  zum symbolischen Ersatz des Stampfens auf dem Leib  der Mutter Erde geworden ist, dann wird beides,  Schreiben und Gehen, unterlassen, weil es so ist, als  ob man die verbotene sexuelle Handlung ausführen  würde. Das Ich verzichtet auf diese ihm zustehenden  Funktionen, um nicht eine neuerliche Verdrängung  vornehmen zu müssen, um einem Konflikt mit  dem Es auszuweichen. Andere Hemmungen erfolgen offenbar im Dienste  der Selbstbestrafung, wie nicht selten die der be-  ruflichen Tätigkeiten. Das Ich darf diese Dinge  nicht tun, weil sie ihm Nutzen und Erfolg bringen  würden, was das gestrenge Über-Ich versagt hat. Dann  verzichtet das Ich auch auf diese Leistungen, um  nieht in Konflikt mit dem Über-Ich zu geraten.   Die allgemeineren Hemmungen des Ichs folgen  einem einfachen anderen Mechanismus. Wenn das Ich  durch eine psychische Aufgabe von besonderer Schwere  in Anspruch genommen ist, wie z. B. durch eine  Irauer, eine großartige Affektunterdrückung, durch  die Nötigung, beständig aufsteigende sexuelle Phantasıen niederzuhalten, dann verarmt es so sehr an der  ihm verfügbaren Energie, dafs es seinen Aufwand an  vielen Stellen zugleich einschränken muß, wie ein  Spekulant, der seine Gelder in seinen Unternehmungen  immobilisiert hat. Ein lehrreiches Beispiel einer solchen  intensiven Allgemeinhemmung von kurzer Dauer konnte  ich an einem Zwangskranken beobachten, der in eine  lähmende Müdigkeit won einbis mehrtägiger Dauer  bei Anlässen verfiel, die offenbar einen Wutausbruch  hätten herbeiführen sollen. Von hier aus mufß auch  ein Weg zum Verständnis der Allgemeinhemmung zu  finden sein, durch die sich die Depressionszustände  und der schwerste derselben, die Melancholie, kenn-  zeichnen.  Man kann also abschließend über die Hemmungen  sagen, sie seien Einschränkungen der Ichfunktionen,  entweder aus Vorsicht oder infolge von Energie-  verarmung. Es ist nun leicht zu erkennen, worin  sich die Hemmung vom Symptom unterscheidet. Da  Symptom kann nicht mehr als ein Vorgang in oder  am.Ich beschrieben werden. Die Grundzüge der SYMPTOMBILDUNG sind längst  studiert und in hoffentlich unanfechtbarer Weise aus-  gesprochen worden. Das SYMPTOM sei Anzeichen und  Ersatz einer unterbliebenen Triebbefriedigung, ein Erfolg  des Verdrängungsvorganges. Die Verdrängung geht  vom Ich aus, das, eventuell im Auftrage des Über-  Ichs, eine im Es angeregte Triebbesetzung nicht mitmachen will. Das Ich erreicht durch die Verdrängung,  daß die Vorstellung, welche der Träger der unliebsamen Regung war, vom Bewußtwerden abgehalten  wird. Die Analyse weist oftmals nach, daß sie als unbewußste Formation erhalten geblieben ist. So weit  wäre es klar, aber bald beginnen die unerledigten  Schwierigkeiten. Unsere bisherigen Beschreibungen des Vorganges  bei der Verdrängung haben den Erfolg der Abhaltung  vom Bewußtsein nachdrücklich betont, aber in anderen  Punkten Zweifel offen gelassen. Es entsteht die Frage,  was ist das Schicksal der im Es aktivierten Triebregung, die auf Befriedigung abzielt? Die Antwort  war eine indirekte, sie lautete, durch den Vorgang der  Verdrängung werde die zu erwartende Befriedigungs-  lust in Unlust verwandelt, und dann stand man vor  dem Problem, wie Unlust das Ergebnis einer Triebbefriedigung sein könne. Wir hoffen den Sachverhalt  zu klären, wenn wir die bestimmte Aussage machen,  der im Es beabsichtigte Erregungsablauf komme infolge  der Verdrängung überhaupt nicht zustande, es gelingt  dem Ich, ihn zu inhibieren oder abzulenken. Dann  entfällt das Rätsel der Affektverwandlung bei der  Verdrängung. Wir haben aber damit dem Ich das  Zugeständnis gemacht, daß es einen so weitgehenden  Einfluß auf die Vorgänge im Es äußern kann, und  sollen verstehen lernen, auf welchem Wege ihm diese  überraschende Machtentfaltung möglich wird.   Ich glaube, dieser Einfluß fällt dem Ich zu infolge  seiner innigen Beziehungen zum Wahrnehmungssystem,  die ja sein Wesen ausmachen und der Grund seiner  Differenzierung vom Es geworden sind. Die Funktion  dieses Systems, das wir W-Bw genannt haben, ist mit  dem Phänomen des Bewußstseins verbunden; es empfängt  Erregungen nicht nur von außen, sondern auch von  innen her und mittels der Lust-Unlustempfindungen,  die es von daher erreichen, versucht es, alle Abläufe  des seelischen Geschehens im Sinne des Lustprinzips  zu lenken. Wir stellen uns das Ich so gerne als ohn-  mächtig gegen das Es vor, aber wenn es sich gegen einen Triebvorgang im Es sträubt, so braucht es blof3  ein Unlustsignal zu geben, um seine Absicht durch  die Hilfe der beinahe allmächtigen Instanz des Lust-  prinzips zu erreichen. Wenn wir diese Situation für  einen Augenblick isoliert betrachten, können wir sie  durch ein Beispiel aus einer anderen Sphäre illustrieren.  In einem Staate wehre sich eine gewisse Clique gegen  eine Mafsregel, deren Beschluß den Neigungen der  Masse entsprechen würde. Diese Minderzahl bemächtigt  sich dann der Presse, bearbeitet durch sie die souve-  räne „Öffentliche Meinung“ und setzt es so durch,  daf$ der geplante Beschluf3 unterbleibt.   An die eine Beantwortung knüpfen weitere Frage-  stellungen an. Woher rührt die Energie, die zur Erzeugung des Unlustsignals verwendet wird? Hier weist  uns die Idee den Weg, daß die Abwehr eines un-  erwünschten Vorganges im Inneren nach dem Muster  der Abwehr gegen einen äußeren Reiz geschehen  dürfte, daß das Ich den gleichen Weg der Verteidi-  gung gegen die innere wie gegen die äußere Gefahr  einschlägt. Bei äußerer Gefahr unternimmt das  organische Wesen einen Fluchtversuch, es zieht zunächst die Besetzung von der Wahrnehmung des  Gefährlichen ab; später erkennt es als das wirk-  samere Mittel, solche Muskelaktionen vorzunehmen,  dafs die Wahrnehmung der Gefahr, auch wenn man  sie nicht verweigert, unmöglich wird, also sich dem  Wirkungsbereich der Gefahr zu entziehen. Einem solchen Fluchtversuch gleichwertig ist auch die Verdrängung. Das Ich zieht die (vorbewußte) Besetzung  von der zu verdrängenden Triebrepräsentanz ab und  verwendet sie für die Unlust-(Angst-)Entbindung. Das  Problem, wie bei der Verdrängung die Angst entsteht,  mag kein einfaches sein; immerhin hat man das Recht,  an der Idee festzuhalten, daß das Ich die eigentliche  Angststätte ist, und die frühere Auffassung zurück-  zuweisen, die Besetzungsenergie der verdrängten Regung  werde automatisch in Angst verwandelt. Wenn ich  mich früher einmal so geäußert habe, so gab ich  eine phänomenologische Beschreibung, nicht eine meta-  psychologische Darstellung.   Aus dem Gesagten leitet sich die neue Frage ab,  wie es ökonomisch möglich ist, daß ein bloßer Abziehungs- und Abfuhrvorgang wie beim Rückzug der  vorbewufßsten Ichbesetzung Unlust oder Angst erzeugen  könne, die nach unseren Voraussetzungen nur Folge  gesteigerter Besetzung sein kann. Ich antworte, diese  Verursachung soll nicht ökonomisch erklärt werden,  die Angst wird bei der Verdrängung nicht neu erzeugt,  sondern als Affektzustand nach einem vorhandenen  Erinnerungsbild reproduziert. Mit der weiteren Frage  nach der Herkunft dieser Angst, wie der Affekte  überhaupt, verlassen wir aber den unbestritten  psychologischen Boden und betreten das Grenzgebiet  der Physiologie. Die Affektzustände sind dem Seelen-  leben als Niederschläge uralter traumatischer Erlebnisse einverleibt und werden in ähnlichen Situationen  wie Erinnerungssymbole wachgerufen. Ich meine, ich  hatte nicht Unrecht, sie den spät und individuell erwor-  benen hysterischen Anfällen gleichzusetzen und als  deren Normalvorbilder zu betrachten. Beim Menschen  und ihm verwandten Geschöpfen scheint der Geburts-  akt als das erste individuelle Angsterlebnis dem Aus-  druck des Angstaffekts charakteristische Züge geliehen  zu haben. Wir sollen aber diesen Zusammenhang nicht  überschätzen und in seiner Anerkennung nicht übersehen, daß ein Affektsymbol für die Situation der  Gefahr eine biologische Notwendigkeit ist und auf  jeden Fall geschaffen worden wäre, Ich halte es auch  für unberechtigt anzunehmen, daß bei jedem Angst-  ausbruch etwas im Seelenleben vor sich geht, was  einer Reproduktion der Geburtssituation gleichkommt.  Es ist nicht einmal sicher, ob die hysterischen Anfälle,  die ursprünglich solche traumatische Reproduktionen  sind, diesen Charakter dauernd bewahren.   Ich habe an anderer Stelle ausgeführt, daß die  meisten Verdrängungen, mit denen wir bei der  therapeutischen Arbeit zu tun bekommen, Fälle von  Nachdrängen sind. Sie setzen früher erfolgte  Urverdrängungen voraus, die auf die neuere  Situation ihren anziehenden Einfluß ausüben. Von  diesen Hintergründen und Vorstufen der Verdrängung  ist noch viel zu wenig bekannt. Man kommt leicht  in Gefahr, die Rolle des Über-Ichs bei der Verdrängung zu überschätzen. Man kann es derzeit nicht  beurteilen, ob etwa das Auftreten des Über-Ichs die Abgrenzung zwischen Urverdrängung und Nachdrängen  schafft. Die ersten, sehr intensiven,  Angstaus-  brüche erfolgen jedenfalls vor der Differenzierung des  Über-Ichs. Es ist durchaus plausibel, daß quantitative  Momente, wie die übergroße Stärke der Erregung  und der Durchbruch des Reizschutzes, die nächsten  Anlässe der Urverdrängungen sind.   Die Erwähnung des Reizschutzes mahnt uns wie  ein Stichwort, daß die Verdrängungen in zwei unter-  schiedenen Situationen auftreten, nämlich wenn eine  unliebsame Triebregung durch eine äußere Wahr-  nehmung wachgerufen wird, und wenn sie ohne solche  Provokation im Innern auftaucht. Wir werden später  auf diese Verschiedenheit zurückkommen. Reizschutz  gibt es aber nur gegen äußere Reize, nicht gegen  innere Triebansprüche.   Solange wir den Fluchtversuch des Ichs studieren,  bleiben wir der SYMPTOMbildung ferne. Das SYMPTOM  entsteht aus der durch die Verdrängung beeinträch-  tisten Triebregung. Wenn das Ich durch die Inan-  spruchnahme des Unlustsignals seine Absicht erreicht,  die Triebregung völlig zu unterdrücken, erfahren wir  nichts darüber, wie das geschieht. Wir lernen nur  aus den Fällen, die als mehr oder minder mißglückte  Verdrängungen zu bezeichnen sind.   Dann stellt essich im Allgemeinen so dar, dafs die Triebregung zwar trotz der Verdrängung einen Ersatz  gefunden hat, aber einen stark verkümmerten, ver-  schobenen, gehemmten. Er ist auch als Befriedigung  nicht mehr kenntlich. Wenn er vollzogen wird, kommt  keine Lustempfindung zustande, dafür hat dieser  Vollzug den Charakter des Zwanges angenommen.  Aber bei dieser Erniedrigung des Befriedigungs-  ablaufes zum SYMPTOM zeigt die Verdrängung ihre  Macht noch in einem anderen Punkte. Der Ersatz-  vorgang wird wo möglich von der Abfuhr durch die  Motilität ferngehalten; auch wo dies nicht gelingt,  mufS er sich in der Veränderung des eigenen Körpers  erschöpfen und darf nicht auf die Außenwelt übergreifen; es wird ihm verwehrt, sich in Handlung um-  zusetzen. Wir verstehen, bei der Verdrängung arbeitet  das Ich unter dem Einfluß der äußeren Realität und  schließt darum den Erfolg des Ersatzvorganges von  dieser Realität ab.   Das Ich beherrscht den Zugang zum Bewußtsein  wie den Übergang zur Handlung gegen die Außen-  welt; in der Verdrängung betätigt es seine Macht  nach beiden Richtungen. Die Triebrepräsentanz  bekommt die eine, die Triebregung selbst die andere  Seite seiner Kraftäußerung zu spüren. Da ist es denn  am Platze, sich zu fragen, wie diese Anerkennung der  Mächtigkeit des Ichs mit der Beschreibung zusammen-  kommt, die wir in der Studie „Das Ich und das Es“  von der Stellung desselben Ichs entworfen haben.  Wir haben dort die Abhängigkeit des Ichs vom Es  wie vom Über-Ich geschildert, seine Ohnmacht und  Angstbereitschaft gegen beide, seine mühsam aufrecht  erhaltene Überheblichkeit entlarvt. Dieses Urteil hat  seither einen starken Widerhall in der psychoanaly-  tischen Literatur gefunden. Zahlreiche Stimmen  betonen eindringlich die Schwäche des Ichs gegen  das Es, des Rationellen gegen das Dämonische in uns  und schicken sich an, diesen Satz zu einem Grund-  pfeiler einer psychoanalytischen Weltanschauung zu  machen. Sollte nicht die Einsicht in die Wirkungs-  weise der Verdrängung gerade den Analytiker von so  extremer Parteinahme zurückhalten?   Ich bin überhaupt nicht für die Fabrikation von  Weltanschauungen. Die überlasse man den Philosophen,  die eingestandenermafßsen die Lebensreise ohne einen  solchen Baedeker, der über alles Auskunft gibt,  nicht ausführbar finden. Nehmen wir demütig die  Verachtung auf uns, mit der die Philosophen vom  Standpunkt ihrer höheren Bedürftigkeit auf uns herabschauen. Da auch wir unseren narzißtischen Stolz  nicht verleugnen können, wollen wir unseren Trost in  der Erwägung suchen, daß alle diese Lebensführer rasch veralten, daß es gerade unsere kurzsichtig  beschränkte Kleinarbeit ist, welche deren Neuauflagen  notwendig macht, und daß selbst die modernsten  dieser Baedeker Versuche sind, den alten, so bequemen und so vollständigen Katechismus zu ersetzen.  Wir wissen genau, wie wenig Licht die Wissenschaft  bisher über die Rätsel dieser Welt verbreiten konnte;  alles Poltern der Philosophen kann daran nichts  ändern, nur geduldige Fortsetzung der Arbeit, die  alles der einen Forderung nach Gewißheit unter-  ordnet, kann langsam Wandel schaffen. Wenn der  Wanderer in der Dunkelheit singt, verleugnet er  seine Ängstlichkeit, aber er sieht darum um nichts  heller. Um zum Problem des Ichs zurückzukehren: Der  Anschein des Widerspruchs kommt daher, daf wir  Abstraktionen zu starr nehmen und aus einem kom-  plizierten Sachverhalt bald die eine, bald die andere  Seite allein herausgreifen. Die Scheidung des Ichs  vom Es scheint gerechtfertigt, sie wird uns durch  bestimmte Verhältnisse aufgedrängt. Aber anderseits  ist das Ich mit dem Es identisch, nur ein besonders  differenzierter Anteil desselben. Stellen wir dieses  Stück in Gedanken dem Ganzen gegenüber, oder hat  sich ein wirklicher Zwiespalt zwischen den beiden  ergeben, so wird uns die Schwäche dieses Ichs offenbar. Bleibt das Ich aber mit dem Es verbunden, von  ihm nicht unterscheidbar, so zeigt sich seine Stärke.  Ähnlich ist das Verhältnis des Ichs zum Über-Ich; für  viele Situationen fließen uns die beiden zusammen,  meistens können wir sie nur unterscheiden, wenn sich  eine Spannung, ein Konflikt zwischen ihnen hergestellt  hat. Für den Fall der Verdrängung wird die Tatsache entscheidend, daß das Ich eine Organisation ist,  das Es aber keine; das Ich ist eben der organi-  sierte Anteil des Es. Es wäre ganz ungerechtfertigt,  wenn man sich vorstellte, Ich und Es seien wie zwei  verschiedene Heerlager ; durch die Verdrängung suche  das Ich ein Stück des Es zu unterdrücken, nun  komme das übrige Es dem Angegriffenen zu Hilfe  und messe seine Stärke mit der des Ichs. Das mag  oft zustande kommen, aber es ist gewifs nicht die  Eingangssituation der Verdrängung; in der Regel  bleibt die zu verdrängende Triebregung isoliert. Hat  der Akt der Verdrängung uns die Stärke des Ichs  gezeigt, so legt er doch in einem auch Zeugnis ab für  dessen Ohnmacht und für die Unbeeinflußbarkeit der  einzelnen Triebregung des Es. Denn der Vorgang,  der durch die Verdrängung zum SYMPTOM geworden  ist, behauptet nun seine Existenz außerhalb der  Ichorganisation und unabhängig von ihr. Und nicht er  allein, auch alle seine Abkömmlinge genießen das-  selbe Vorrecht, man möchte sagen: der Extraterritorialität, und wo sie mit Anteilen der Ichorganisation  assoziativ zusammentreffen, wird es fraglich, ob sie  diese nicht zu sich herüberziehen und sich mit diesem  Gewinn auf Kosten des Ichs ausbreiten werden. Ein  uns längst vertrauter Vergleich betrachtet das SYMPTOM  als einen Fremdkörper, der unaufhörlich Reiz- und  Reaktionserscheinungen in dem Gewebe unterhält,  in das er sich eingebettet hat. Es kommt zwar vor, daß der Abwehrkampf gegen die unliebsame  Triebregung durch die SYMPTOMbildung abgeschlossen  wird; soweit wir sehen, ist dies am ehesten bei der  hysterischen Konversion möglich, aber in der Regel  ist der Verlauf ein anderer; nach dem ersten Akt  der Verdrängung folgt ein langwieriges oder nie zu  beendendes Nachspiel, der Kampf gegen die Trieb-  regung findet seine Fortsetzung in dem Kampf gegen  das SYMPTOM. Dieser sekundäre Abwehrkampf zeigt uns zwei  Gesichter — mit widersprechendem Ausdruck. Einer-  seits wird das Ich durch seine Natur genötigt, etwas  zu unternehmen, was wir als Herstellungs- oder Versöhnungsversuch beurteilen müssen. Das Ich ist eine  Organisation, es beruht auf dem freien Verkehr und  der Möglichkeit gegenseitiger Beeinflussung unter all  seinen Bestandteilen, seine desexualisierte Energie bekundet ihre Herkunft noch in dem Streben nach Bindung  und Vereinheitlichung und dieser Zwang zur Synthese  nimmt immer mehr zu, je kräftiger sich das Ich entwickelt. So wird es verständlich, daß das Ich auch versucht, die Fremdheit und Isolierung des SYMPTOMs  aufzuheben, indem es alle Möglichkeiten ausnützt, es  irgendwie an sich zu binden und durch solche Bande  seiner Organisation einzuverleiben. Wir wissen, daß  ein solches Bestreben bereits den Akt der SYMPTOM-  bildung beeinflußt. Ein klassisches Beispiel dafür sind  jene hysterischen SYMPTOMe, die uns als Kompromifszwischen Befriedigungs- und Strafbedürfnis durchsichtig  geworden sind. Als Erfüllungen einer Forderung des  Über-Ichs haben solche SYMPTOMe von vorneherein  Anteil am Ich, während sie anderseits Positionen des  Verdrängten und Einbruchsstellen desselben in die  Ichorganisation bedeuten; sie sind sozusagen Grenz-stationen mit gemischter Besetzung. Ob alle primären  hysterischen SYMPTOMe so gebaut sind, verdiente  eine sorgfältige Untersuchung. Im weiteren Verlaufe  benimmt sich das Ich so, als ob es von der Er-  wägung geleitet würde: das SYMPTOM ist einmal da  und kann nicht beseitigt werden; nun heißt es, sich  mit dieser Situation befreunden und den größtmög-  lichen Vorteil aus ihr ziehen. Es findet eine Anpassung  an das ichfremde Stück der Innenwelt statt, das  durch das SYMPTOM repräsentiert wird, wie sie das  Ich sonst normalerweise gegen die reale Außenwelt  zustande bringt. An Anlässen hiezu fehlt es nie. Die  Existenz des Symptoms mag eine gewisse Behinde-  rung der Leistung mit sich bringen, mit der man eine  Anforderung des Über-Ichs beschwichtigen oder einen  Anspruch der Außenwelt zurückweisen kann. So wird  das Symptom allmählich mit der Vertretung wichtiger  Interessen betraut, es erhält einen Wert für die  Selbstbehauptung, verwächst immer inniger mit dem  Ich, wird ihm immer unentbehrlicher. Nur in ganz  seltenen Fällen kann der Prozeß der Einheilung eines  Fremdkörpers etwas ähnliches wiederholen. Man kann die Bedeutung dieser sekundären Anpassung an das  Symptom auch übertreiben, indem man aussagt, das  Ich habe sich das Symptom überhaupt nur ange-  schafft, um dessen Vorteile zu genießen. Das ist  dann so richtig oder so falschh wie wenn man die  Ansicht vertritt, der Kriegsverletzte habe sich das  Bein nur abschießen lassen, um dann arbeitsfrei von  seiner Invalidenrente zu leben.   Andere Symptomgestaltungen, die der Zwangs-  neurose und der Paranoia, bekommen einen hohen  Wert für das Ich, nicht weil sie ihm Vorteile, sondern  weil sie ihm eine sonst entbehrte narzißtische  Befriedigung bringen. Die Systembildungen der Zwangs-  neurotiker schmeicheln ihrer Eigenliebe durch die  Vorspiegelung, sie seien als besonders reinliche oder  gewissenhafte Menschen besser als andere; die Wahn-  bildungen der Paranoia eröffnen dem Scharfsinn und  der Phantasie dieser Kranken ein Feld zur Betätigung,  das ihnen nicht leicht ersetzt werden kann. Aus all  den erwähnten Beziehungen resultiert, was uns als  der (sekundäre) Krankheitsgewinn der Neurose  bekannt ist. Er kommt dem Bestreben des Ichs, sich  das Symptom einzuverleiben, zu Hilfe und verstärkt  die Fixierung des letzteren. Wenn wir dann den Ver-  such machen, dem Ich in seinem Kampf gegen das  Symptom analytischen Beistand zu leisten, finden wir  diese versöhnlichen Bindungen zwischen Ich und  Symptom auf der Seite der Widerstände wirksam. Es wird uns nicht leicht gemacht, sie zu lösen. Die beiden  Verfahren, die dasIch gegen das Symptom anwendet,  stehen wirklich in Widerspruch zu einander.   Das andere Verfahren hat weniger freundlichen  Charakter, es setzt die Richtung der Verdrängung  fort. Aber es scheint, daß wir das Ich nicht mit dem  Vorwurf der Inkonsequenz belasten dürfen. Das Ich ist  friedfertig und möchte sich das Symptom einverleiben,  es in sein Ensemble aufnehmen. Die Störung geht  vom Symptom aus, das als richtiger Ersatz und  Abkömmling der verdrängten Regung deren Rolle  weiterspielt, deren Befriedigungsanspruch immer wieder  erneuert und so das Ich nötigt, wiederum das Unlust-  signal zu geben und sich zur Wehre zu setzen.   Der sekundäre Abwehrkampf gegen das Symptom  ist vielgestaltig, spielt sich auf verschiedenen Schau-  plätzen ab und bedient sich mannigfaltiger Mittel.  Wir werden nicht viel über ihn aussagen können, wenn  wir nicht die einzelnen Fälle der Symptombildung  zum Gegenstand der Untersuchung nehmen. Dabei  werden wir Anlaß finden, auf das Problem der Angst  einzugehen, das wir längst wie im Hintergrunde lauernd  verspüren. Es empfiehlt sich, von den Symptomen,  welche die hysterische Neurose schafft, auszugehen;  auf die Voraussetzungen der Symptombildung bei der  Zwangsneurose, Paranoia und anderen Neurosen sind  wir noch nicht vorbereitet. IV Der erste Fall, den wir betrachten, sei der einer  infantilen hysterischen Tierphobie, also z.B. der gewifs  in allen Hauptzügen typische Fall der Pferdephobie  des ‚ Kleinen Hans‘. Schon der erste Blick läßt uns  erkennen, daß die Verhältnisse eines realen Falles  von neurotischer Erkrankung weit komplizierter sind  als unsere Erwartung, solange wir mit Abstraktionen  arbeiten, sich vorstellt. Es gehört einige Arbeit dazu,  sich zu orientieren, welches die verdrängte Regung,  was ihr Symptomersatz ist, wo das Motiv der Verdrängung kenntlich wird. Der kleine Hans weigert sich, auf die Straße zu  gehen, weil er Angst vor dem Pferd hat. Dies ist  der Rohstoff. Was ist nun daran das Symptom: die  Angstentwicklung, die Wahl des Angstobjekts, oder  der Verzicht auf die freie Beweglichkeit, oder mehreres  davon zugleich? Wo ist die Befriedigung, die er sich  versagt? Warum muß er sich diese versagen? Siehe: Analyse der Phobie eines fünfjährigen Knaben. (Ges.  Schriften) Es liegt nahe zu antworten, an dem Falle sei  nicht so viel rätselhaft. Die unverständliche Angst  vor dem Pferd ist das Symptom, die Unfähigkeit, auf  die Straße zu gehen, ist eine Hemmungserscheinung,  eine Einschränkung, die sich das Ich auferlegt, um  nicht das Angstsymptom zu wecken. Man sieht ohne  weiteres die Richtigkeit der Erklärung des letzten  Punktes ein und wird nun diese Hemmung bei der  weiteren Diskussion außer Betracht lassen. Aber die  erste flüchtige Bekanntschaft mit dem Falle lehrt uns  nicht einmal den wirklichen Ausdruck des vermeint-  lichen Symptoms kennen. Es handelt sich, wie wir  bei genauerem Verhör erfahren, gar nicht um eine  unbestimmte Angst vor dem Pferd, sondern um die  bestimmte ängstliche Erwartung: das Pferd werde ihn  beifsen. Allerdings sucht sich dieser Inhalt dem Bewußt-  sein zu entziehen und sich durch die unbestimmte  Phobie, in der nur noch die Angst und ihr Objekt  vorkommen, zu ersetzen. Ist nun etwa dieser Inhalt  der Kern des Symptoms?   Wir kommen keinen Schritt weiter, so lange  wir nicht die ganze psychische Situation des Kleinen  in Betracht ziehen, wie sie uns während der  analytischen Arbeit enthüllt wird. Er befindet sich  in der eifersüchtigen und feindseligen Ödipusein-  stellung zu seinem Vater, den er doch, so weit die  Mutter nicht als Ursache der Entzweiung in Betracht  kommt, herzlich liebt. Also ein Ambivalenzkonflikt, gut begründete Liebe und nicht minder berech-  tigter Haß, beide auf dieselbe Person gerichtet.  Seine Phobie muß ein Versuch zur Lösung dieses  Konflikts sein. Solche Ambivalenzkonflikte sind sehr  häufig, wir kennen einen anderen typischen Ausgang  derselben. Bei diesem wird die eine der beiden mit-  einander ringenden Regungen, in der Regel die zärt-  liche, enorm verstärkt, die andere verschwindet. Nur  das Übermaß und das Zwangsmäßige der Zärtlichkeit  verrät uns, daf3 diese Einstellung nicht die einzig  vorhandene ist, daß sie ständig auf der Hut ist, ihr  Gegenteil in Unterdrückung zu halten, und läßt uns  einen Hergang konstruieren, den wir als Verdrängung  durch Reaktionsbildung (im Ich) beschreiben.  Fälle wie der kleine Hans zeigen nichts von solcher  Reaktionsbildung; es gibt offenbar verschiedene Wege,  die aus einem Ambivalenzkonflikt herausführen.  Etwas anderes haben wir unterdes mit Sicherheit  erkannt. Die Triebregung, die der Verdrängung unter-  liegt, ist ein feindseliger Impuls gegen den Vater.  Die Analyse lieferte uns den Beweis hiefür, während  sie der Herkunft der Idee des beifßenden Pferdes  nachspürte. Hans hat ein Pferd fallen gesehen, einen  Spielkameraden fallen und sich verletzen, mit dem er  Pferd gespielt hatte. Sie hat uns das Recht  gegeben, bei Hans eine Wunschregung zu konstruieren,  die gelautet hat, der Vater möge hinfallen, sich  beschädigen wie das Pferd und der Kamerad. Beziehungen zu einer beobachteten Abreise lassen ver-  muten, daß der Wunsch nach der Beseitigung des  Vaters auch minder zaghaften Ausdruck gefunden  hat. Ein solcher Wunsch ist aber gleichwertig mit  der Absicht, ihn selbst zu beseitigen, mit der mör-  derischen Regung des Ödipuskomplexes. Von dieser verdrängten Triebregung führt bis jetzt  kein Weg zu dem Ersatz für sie, den wir in der  Pferdephobie vermuten. Vereinfachen wir nun die  psychische Situation des kleinen Hans, indem wir  das infantile Moment und die Ambivalenz wegräumen;  er sei etwa ein jüngerer Diener in einem Haushalt,  der in die Herrin verliebt ist und sich gewisser  Gunstbezeugungen von ihrer Seite erfreue. Erhalten  bleibt, dafß er den stärkeren Hausherrn haßt und ihn  beseitigt wissen möchte; dann ist es die natürlichste  Folge dieser Situation, daß er die Rache dieses Herrn  fürchtet, daß sich bei ihm ein Zustand von Angst vor  diesem einstellt — ganz ähnlich wie die Phobie des  kleinen Hans vor dem Pferd. Das heißt, wir können  die Angst dieser Phobie nicht als Symptom bezeichnen;  wenn der kleine Hans, der in seine Mutter verliebt  ist, Angst vor dem Vater zeigen würde, hätten wir  kein Recht, ihm eine Neurose, eine Phobie, zuzu-  schreiben. Wir hätten eine durchaus begreifliche  affektive Reaktion vor uns. Was diese zur Neurose  macht, ist einzig und allein ein anderer Zug, die  Ersetzung des Vaters durch das Pferd. Diese Verschiebung stellt also das her, was auf den Namen  eines Symptoms Anspruch hat. Sie ist jener andere  Mechanismus, der die Erledigung des Ambivalenzkonflikts ohne die Hilfe der Reaktionsbildung gestattet.  Ermöglicht oder erleichtert wird sie durch den Um-  stand, daß die mitgeborenen Spuren totemistischer  Denkweise in diesem zarten Alter noch leicht zu  beleben sind. Die Kluft zwischen Mensch und Tier  ist noch nicht anerkannt, gewif3 nicht so überbetont  wie später. Der erwachsene, bewunderte, aber auch  gefürchtete Mann steht noch in einer Reihe mit dem  großen Tier, das man um so vielerlei beneidet, vor  dem man aber auch gewarnt worden ist, weil es  gefährlich werden kann. Der Ambivalenzkonflikt wird  also nicht an derselben Person erledigt, sondern gleich-  sam umgangen, indem man einer seiner Regungen  eine andere Person als Ersatzmann unterschiebt.  Soweit sehen wir ja klar, aber in einem anderen  Punkte hat uns die Analyse der Phobie des kleinen  Hans eine volle Enttäuschung gebracht. Die Entstellung,  in der die Symptombildung besteht, wird gar nicht  an der Repräsentanz (dem Vorstellungsinhalt) der zu  verdrängenden Triebregung vorgenommen, sondern  an einer davon ganz verschiedenen, die nur einer  Reaktion auf das eigentlich Unliebsame entspricht.  Unsere Erwartung fände eher Befriedigung, wenn  der kleine Hans an Stelle seiner Angst vor dem  Pferd eine Neigung entwickelt hätte, Pferde zu mißshandeln, sie zu schlagen, oder deutlich seinen Wunsch  kundgegeben hätte, zu sehen, wie sie hinfallen, zu  Schaden kommen, eventuell unter Zuckungen verenden  (das Krawallmachen mit den Beinen). Etwas der Art  tritt auch wirklich während seiner Analyse auf, aber  es steht lange nicht voran in der Neurose und  — sonderbar wenner wirklich solche Feindseligkeit,  nur gegen das Pferd, anstatt gegen den Vater gerichtet,  als Hauptsymptom entwickelt hätte, würden wir gar  nicht geurteilt haben, er befinde sich in einer Neurose.  Etwas ist also da nicht in Ordnung, entweder an  unserer Auffassung der Verdrängung oder in unserer  Definition eines Symptoms. Eines fällt uns natürlich sofort  auf: Wenn der kleine Hans wirklich ein solches Ver-  halten gegen Pferde gezeigt hätte, so wäre ja der  Charakter der anstößigen, aggressiven Triebregung  durch die Verdrängung gar nicht verändert, nur deren  Objekt gewandelt worden.   Es ist ganz sicher, daß es Fälle von Verdrängung  gibt, die nicht mehr leisten als dies; bei der Genese  der Phobie des kleinen Hans ist aber mehr geschehen.  Um wieviel mehr, erraten wir aus einem anderen  Stück Analyse.   Wir haben bereits gehört, daß der kleine Hans  als den Inhalt seiner Phobie die Vorstellung angab,  vom Pferd gebissen zu werden. Nun haben wir.später  Einblick in die Genese eines anderen Falles von Tier-  phobie bekommen, in der der Wolf das Angsttier war, aber gleichfalls die Bedeutung eines Vaterersatzes hatte."  Im Anschluß an einen Traum, den die Analyse durch-  sichtig machen konnte, entwickelte sich bei diesem  Knaben die Angst, vom Wolf gefressen zu werden,  wie eines der sieben Geifjlein im Märchen. Daß der Vater des kleinen Hans nachweisbar ‚‚Pferdl‘‘ mit ihm  gespielt hatte, war gewiß bestimmend für die Wahl  des Angsttieres geworden; ebenso lief3 sich wenigstens  sehr wahrscheinlich machen, daf3 der Vater meines  erst im dritten Jahrzehnt analysierten Russen in den  Spielen mit dem Kleinen den Wolf gemimt und  scherzend mit dem Auffressen gedroht hatte. Seither  habe ich als dritten Fall einen jungen Amerikaner  gefunden, bei dem sich zwar keine Tierphobie ausbildete, der aber gerade durch diesen Ausfall die  anderen Fälle verstehen hilft. Seine sexuelle Erregung  hatte sich an einer phantastischen Kindergeschichte  entzündet, die man ihm vorlas, von einem arabischen  Häuptling, der einer aus eßbarer Substanz bestehenden  Person (dem Gäingerbreadman), nachjagt, um ihn zu  verzehren. Mit diesem eßbaren Menschen identifizierte  er sich selbst, der Häuptling war als Vaterersatz  leicht kenntlich und diese Phantasie wurde die erste  Unterlage seiner autoerotischen Betätigung. Die Vorstellung, vom Vater gefressen zu werden, ist aber  typisches uraltes Kindergut; die Analogien aus der  Bd.) Mythologie (Kronos) und dem Tierleben sind allgemein  bekannt.   Trotz solcher Erleichterungen ist dieser Vorstellungs-  inhalt uns so fremdartig, daß wir ihn dem Kinde nur  ungläubig zugestehen können. Wir wissen auch nicht,  ob er wirklich das bedeutet, was er auszusagen scheint,  und verstehen nicht, wie er Gegenstand einer Phobie  werden kann. Die analytische Erfahrung gibt uns aller-  dings die erforderlichen Auskünfte. Sie lehrt uns, daß  die Vorstellung, vom Vater gefressen zu werden, der  regressiv erniedrigte Ausdruck für eine passive zärtliche  Regung ist, die vom Vater als Objekt im Sinne der  Genitalerotik geliebt zu werden begehrt. Die Ver-  folgung der Geschichte des Falles läßt keinen Zweifel  an der Richtigkeit dieser Deutung aufkommen. Die  genitale Regung verrät freilich nichts mehr von ihrer  zärtlichen Absicht, wenn sie in der Sprache der  überwundenen Übergangsphase von der oralen zur  sadistischen Libidoorganisation ausgedrückt wird.  Handelt es sich übrigens nur um eine Ersetzung der  Repräsentanz durch einen regressiven Ausdruck oder  um eine wirkliche regressive Erniedrigung der genital-  gerichteten Regung im Es? Das scheint gar nicht  so leicht zu entscheiden. Die Krankengeschichte des  russischen Wolfsmannes spricht ganz entschieden  für die letztere ernstere Möglichkeit, denn er benimmt  sich von dem entscheidenden Traum an schlimm,  quälerisch, sadistisch und entwickelt bald darauf eine richtige Zwangsneurose. Jedenfalls gewinnen wir die  Einsicht, daf3 die Verdrängung nicht das einzige Mittel  ist, das dem Ich zur Abwehr einer unliebsamen Triebregung zu (sebote steht. Wenn es ihm gelingt, den  Trieb zur Regression zu bringen, so hat es ihn im  Grunde energischer beeinträchtigt, als durch die Ver-  drängung möglich wäre. Allerdings läßt es manchmal  der zuerst erzwungenen Regression die Verdrängung  folgen. |   Der Sachverhalt beim Wolfsmann und der etwas  einfachere beim kleinen Hans regen noch mancherlei  andere Überlegungen an, aber zwei unerwartete Ein-  sichten gewinnen wir schon jetzt. Kein Zweifel, die  bei diesen Phobien verdrängte Triebregung ist eine  feindselige gegen den Vater. Man kann sagen, sie wird  verdrängt durch den Prozeß der Verwandlung ins  Gegenteil; an Stelle der Aggression gegen den Vater  tritt die Aggression, die Rache, des Vaters gegen  die eigene Person. Da eine solche Aggression ohne-  dies in der sadistischen Libidophase wurzelt, bedarf  sie nur noch einer gewissen Erniedrigung zur oralen  Stufe, die bei Hans durch das Gebissenwerden ange-  deutet, beim Russen aber im Gefressenwerden grell  ausgeführt ist. Aber außerdem läßt ja die Analyse  über jeden Zweifel gesichert feststellen, daß gleich-  zeitig noch eine andere Triebregung der Verdrängung  erlegen ist, die gegensinnige einer zärtlichen passiven  Regung für den Vater, die bereits das Niveau der genitalen (phallischen) Libidoorganisation erreicht hatte.  Die letztere scheint sogar die für das Endergebnis  des Verdrängungsvorganges bedeutsamere zu sein, sie  erfährt die weitergehende Regression, sie erhält den  bestimmenden Einfluß auf den Inhalt der Phobie. Wo  wir also nur einer Triebverdrängung nachgespürt  haben, müssen wir das Zusammentreffen von zwei  solchen Vorgängen anerkennen; die beiden betroffenen  Triebregungen — sadistische Aggression gegen den  Vater und zärtlich passive Einstellung zu ihm — bilden  ein (Gegensatzpaar, ja noch mehr: wenn wir die  Geschichte des kleinen Hans richtig würdigen, erkennen  wir, daß durch die Bildung seiner Phobie auch die  zärtliche Objektbesetzung der Mutter aufgehoben  worden ist, wovon der Inhalt der Phobie nichts verrät.  Es handelt sich bei Hans beim Russen ist das weit  weniger deutlich um einen Verdrängungsvorgang,  der fast alle Komponenten des Ödipuskomplexes betrifft,  die feindliche wie die zärtliche Regung gegen den Vater  und die zärtliche für die Mutter.   Das sind unerwünschte Komplikationen für uns, die  wir nur einfache Fälle von Symptombildung infolge  von Verdrängung studieren wollten und uns in dieser  Absicht an die frühesten und anscheinend durch-  sichtigsten Neurosen der Kindheit gewendet hatten.  Anstatt einer einzigen Verdrängung fanden wir eine  Häufung von solchen vor und überdies bekamen wir  es mit der Regression zu tun. Vielleicht haben wir die Verwirrung dadurch gesteigert, daß wir die beiden  verfügbaren Analysen von Tierphobien — die des  kleinen Hans und des Wolfsmannes durchaus auf  denselben Leisten schlagen wollten. Nun fallen uns  gewisse Unterschiede der beiden auf. Nur vom kleinen  Hans kann man mit Bestimmtheit aussagen, daß er  durch seine Phobie die beiden Hauptregungen des  Ödipuskomplexes, die aggressive gegen den Vater  und die überzärtliche gegen die Mutter, erledigt; die  zärtliche für den Vater ist gewif) auch vorhanden, sie  spielt ihre.Rolle bei der Verdrängung ihres Gegensatzes,  aber es ist weder nachweisbar, daß sie stark genug  war, um eine Verdrängung zu provozieren, noch dafs  sie nachher aufgehoben ist. Hans scheint eben ein  normaler Junge mit sog. „positivem‘‘ Ödipuskomplex  gewesen zu sein. Möglich, daß die Momente, die wir  vermissen, auch bei ihm mittätig waren, aber wir  können sie nicht aufzeigen, das Material selbst unserer  eingehendsten Analysen ist eben lückenhaft, unsere  Dokumentierung unvollständig. Beim Russen ist der  Defekt an anderer Stelle; seine Beziehung zum weib-  lichen Objekt ist durch eine frühzeitige Verführung  gestört worden, die passive, feminine Seite ist bei  ihm stark ausgebildet und die Analyse seines Wolfs-  traumes enthüllt wenig von beabsichtigter Aggression  gegen den Vater, erbringt dafür die unzweideutigsten  Beweise, daß die Verdrängung die passive, zärtliche  Einstellung zum Vater betrifft. Auch hier mögen die anderen Faktoren beteiligt gewesen sein, sie treten  aber nicht vor. Wenn trotz dieser Unterschiede der  beiden Fälle, die sich nahezu einer Gegensätzlichkeit  nähern, der Enderfolg der Phobie nahezu der nämliche  ist, so muß uns die Erklärung dafür von anderer Seite  kommen; sie kommt von dem zweiten Ergebnis unserer  kleinen vergleichenden Untersuchung. Wir glauben  den Motor der Verdrängung in beiden Fällen zu kennen  und sehen seine Rolle durch den Verlauf bestätigt,  den die Entwicklung der zwei Kinder nimmt. Er ist  in beiden Fällen der nämliche, die Angst vor einer  drohenden Kastration. Aus Kastrationsangst gibt der  kleine Hans die Aggression gegen den Vater auf; seine  Angst, das Pferd werde ihn beißen, kann zwanglos ver-  vollständigt werden, das Pferd werde ihm das Genitale  abbeißßen, ihn kastrieren. Aber aus Kastrationsangst  verzichtet auch der kleine Russe auf den Wunsch,  vom Vater als Sexualobjekt geliebt zu werden, denn  er hat verstanden, eine solche Beziehung hätte zur  Voraussetzung, daß er sein Genitale aufopfert, das,  was ihn vom Weib unterscheidet. Beide Gestaltungen  des Ödipuskomplexes, die normale, aktive, wie die  invertierte, scheitern ja am Kastrationskomplex. Die  Angstidee des Russen, vom Wolf gefressen zu werden,  enthält zwar keine Andeutung der Kastration, sie  hat sich durch orale Regression zu weit von der  phallischen Phase entfernt, aber die Analyse seines  Traumes macht jeden anderen Beweis überflüssig. Es ist auch ein voller Triumph der Verdrängung,  daß im Wortlaut der Phobie nichts mehr auf die  Kastration hindeutet.   Hier nun das unerwartete Ergebnis: In beiden  Fällen ist der Motor der Verdrängung die Kastrations-  angst; die Angstinhalte, vom Pferd gebissen und vom  Wolf gefressen zu werden, sind Entstellungsersatz für  den Inhalt, vom Vater kastriert zu werden. Dieser  Inhalt ist es eigentlich, der die Verdrängung an sich  erfahren hat. Beim Russen war er Ausdruck eines  Wunsches, der gegen die Auflehnung der Männlich-  keit nicht bestehen konnte, bei Hans Ausdruck einer  Reaktion, welche die Aggression in ihr Gegenteil  umwandelte. Aber der Angstaffekt der Phobie, der  ihr Wesen ausmacht, stammt nicht aus dem Verdrängungsvorgang, nicht aus den libidinösen Besetzungen  der verdrängten Regungen, sondern aus dem Verdrängenden selbst; die Angst der Tierphobie ist die  unverwandelte Kastrationsangst, also eine Realangst,  Angst vor einer wirklich drohenden oder als real  beurteilten Gefahr. Hier macht die Angst die Verdrängung, nicht, wie ich früher gemeint habe, die Ver-  drängung die Angst.   Es ist nicht angenehm, daran zu denken, aber es hilft nichts, es zu verleugnen, ich habe oftmals den  Satz vertreten, durch die Verdrängung werde die  Triebrepräsentanz entstellt, verschoben u. dgl., die  Libido der Triebregung aber in Angst verwandelt.  Die Untersuchung der Phobien, die vor allem berufen  sein sollte, diesen Satz zu erweisen, bestätigt ihn also  nicht, sie scheint ihm vielmehr direkt zu widersprechen.  Die Angst der Tierphobien ist die Kastrationsangst  des Ichs, die der weniger gründlich studierten Agoraphobie scheint Versuchungsangst zu sein, die ja genetisch mit der Kastrationsangst zusammenhängen muß.  Die meisten Phobien gehen, so weit wir es heute  übersehen, auf eine solche Angst des Ichs vor den  Ansprüchen der Libido zurück. Immer ist dabei die  Angsteinstellung des Ichs das Primäre und der Antrieb  zur Verdrängung. Niemals geht die Angst aus der  verdrängten Libido hervor. Wenn ich mich früher  begnügt hätte zu sagen, nach der Verdrängung er-  scheint an Stelle der zu erwartenden Äußerung von  Libido ein Maß von Angst, so hätte ich heute  nichts zurückzunehmen. Die Beschreibung ist richtig  und zwischen der Stärke der zu verdrängenden  Regung und der Intensität der resultierenden Angst  besteht wohl die behauptete Entsprechung. Aber  ich gestehe, ich glaubte mehr als eine bloße Be-  schreibung zu geben, ich nahm an, daß ich den  metapsychologischen Vorgang einer direkten Umsetzung der Libido in Angst erkannt hatte; das kann  ich also heute nicht mehr festhalten. Ich konnte auch  früher nicht angeben, wie sich eine solche Umwandlung  vollzieht. Woher schöpfte ich überhaupt die Idee dieser Umsetzung? Zur Zeit, als es uns noch sehr ferne lag,  zwischen Vorgängen im Ich und Vorgängen im Es zu  unterscheiden, aus dem Studium der Aktualneurosen.  Ich fand, daß bestimmte sexuelle Praktiken, wie Coitus  interruptus, frustrane Erregung, erzwungene Abstinenz  Angstausbrüche und eine allgemeine Angstbereitschaft  erzeugen, also immer, wenn die Sexualerregung in  ihrem Ablauf zur Befriedigung gehemmt, aufgehalten  oder abgelenkt wird. Da die Sexualerregung der Aus-  druck libidinöser Triebregungen ist, schien es nicht  gewagt, anzunehmen, daf die Libido sich durch die  Einwirkung solcher Störungen in Angst verwandelt.  Nun ist diese Beobachtung auch heute noch gültig;  anderseits ist nicht abzuweisen, daß die Libido der  Es-Vorgänge durch die Anregung der Verdrängung eine  Störung erfährt; es kann also noch immer richtig sein,  daß sich bei der Verdrängung Angst aus der Libido-  besetzung der Triebregungen bildet. Aber wie soll  man dieses Ergebnis mit dem anderen zusammenbringen, daß die Angst der Phobien eine Ich-Angst ist,  im Ich entsteht, nicht aus der Verdrängung hervorgeht, sondern die Verdrängung hervorruft? Das scheint  ein Widerspruch und nicht einfach zu lösen. Die  Reduktion der beiden Ursprünge der Angst auf einen  einzigen läft sich nicht leicht durchsetzen. Man kann  es mit der Annahme versuchen, daß das Ich in der  Situation des gestörten Koitus, der unterbrochenen  Erregung, der Abstinenz, Gefahren wittert, auf die es  mit Angst reagiert, aber es ist nichts damit zu machen.  Anderseits scheint die Analyse der Phobien, die wir  vorgenommen haben, eine Berichtigung nicht zuzulassen. Von liguet! Wir wollten die Symptombildung und den sekun-  dären Kampf des Ichs gegen das Symptom studieren,  aber wir haben offenbar mit der Wahl der Phobien  keinen glücklichen Griff getan. Die Angst, welche im  Bild dieser Affektionen vorherrscht, erscheint uns nun  als eine den Sachverhalt verhüllende Komplikation. Es  gibt reichlich Neurosen, bei denen sich nichts von  Angst zeigt. Die echte Konversionshysterie ist von  solcher Art, deren schwerste Symptome ohne Bei-  mengung von Angst gefunden werden. Schon diese  Tatsache müßte uns warnen, die Beziehungen zwischen  Angst und Symptombildung nicht allzu fest zu knüpfen.  Den Konversionshysterien stehen die Phobien sonst so  nahe, daß ich mich für berechtigt gehalten habe,  ihnen diese als ‚Angsthysterie anzureihen. Aber  niemand hat noch die Bedingung angeben können,  die darüber entscheidet, ob ein Fall die Form einer  Konversionshysterie oder einer Phobie annimmt, niemand  also die Bedingung der Angstentwicklung bei der  Hysterie ergründet. Die häufigsten Symptome der Konversionshysterie,  eine motorische Lähmung, Kontraktur oder unwillkür-  liche Aktion oder Entladung, ein. Schmerz, eine Halluzination, sind entweder permanent festgehaltene oder  intermittierende Besetzungsvorgänge, was der Erklärung  neue Schwierigkeiten bereitet. Man weiß eigentlich  nicht viel über solche Symptome zu sagen. Durch die  Analyse kann man erfahren, welchen gestörten  Erregungsablauf sie ersetzen. Zumeist ergibt sich, daß  sie selbst einen Anteil an diesem haben, so als ob  sich die gesamte Energie desselben auf dies eine  Stück konzentriert hätte. Der Schmerz war in der  Situation, in welcher die Verdrängung vorfiel, vor-  handen; die Halluzination war damals Wahrnehmung, die motorische Lähmung ist die Abwehr einer Aktion,  die in jener Situation hätte ausgeführt werden sollen,  aber gehemmt wurde, die Kontraktur gewöhnlich eine  Verschiebung für eine damals intendierte Muskel-  innervation an anderer Stelle, der Krampfanfall Aus-  druck eines Affektausbruches, der sich der normalen  Kontrolle des Ichs entzogen hat. In ganz auffälligem  Maße wechselnd ist die Unlustempfindung, die das  Auftreten der Symptome begleitet. Bei den perma-  nenten, auf die Motilität verschobenen Symptomen,  wie Lähmungen und Kontrakturen, fehlt sie meistens  gänzlich, das Ich verhält sich gegen sie wie unbe-  teiligt; bei den intermittierenden und den Symptomen  der sensorischen Sphäre werden in der Regel deutliche Unlustempfindungen verspürt, die sich im Falle  des Schmerzsymptoms zu exzessiver Höhe steigern  können. Es ist sehr schwer, in dieser Mannigfaltigkeit  das Moment herauszufinden, das solche Differenzen  ermöglicht und sie doch einheitlich erklären läßt. Auch  vom Kampf des Ichs gegen das einmal gebildete  Symptom ist bei der Konversionshysterie wenig zu  merken. Nur wenn die Schmerzempfindlichkeit einer  Körperstelle zum Symptom geworden ist, wird diese  in den Stand gesetzt, eine Doppelrolle zu spielen.  Das Schmerzsymptom tritt ebenso sicher auf, wenn  diese Stelle von außen berührt wird, wie wenn die  von ihr vertretene pathogene Situation von innen her  assoziativ aktiviert wird, und das Ich ergreift Vor-  sichtsmaßregeln, um die Erweckung des Symptoms  durch äußere Wahrnehmung hintanzuhalten. Woher  die besondere Undurchsichtigkeit der Symptombildung  bei der Konversionshysterie rührt, können wir nicht  erraten, aber sie gibt uns ein Motiv, das unfrucht-  bare Gebiet bald zu verlassen. Wir wenden uns zur Zwangsneurose in der  Erwartung, hier mehr über die Symptombildung zu  erfahren. Die Symptome der Zwangsneurose sind im  allgemeinen von zweierlei Art und entgegengesetzter  Tendenz. Es sind entweder Verbote, Vorsichtsmaßregeln, Bußen, also negativer Natur, oder im Gegen-  teil Ersatzbefriedigungen, sehr häufig in symbolischer  Verkleidung. Von diesen zwei Gruppen ist die negative, abwehrende, strafende, die ältere; mit der Dauer des Krankseins nehmen aber die aller Abwehr spotten-  den Befriedigungen überhand. Es ist ein Triumph der  Symptombildung, wenn es gelingt, das  Verbot mit der  Befriedigung zu verquicken, so daß das ursprünglich  abwehrende Gebot oder Verbot auch die Bedeutung  einer Befriedigung bekommt, wozu oft sehr künstliche  Verbindungswege in Anspruch genommen werden. In  dieser Leistung zeigt sich die Neigung zur Synthese,  die wir dem Ich bereits zuerkannt haben. In extremen  Fällen bringt es der Kranke zustande, daß die meisten  seiner Symptome zu ihrer ursprünglichen Bedeutung  auch die des direkten Gegensatzes erworben haben,  ein Zeugnis für die Macht der Ambivalenz, die, wir  wissen nicht warum, in der Zwangsneurose eine so  große Rolle spielt. Im rohesten Fall ist das Symptom  zweizeitig, d. h. auf die Handlung, die eine gewisse  Vorschrift ausführt, folgt unmittelbar eine zweite, die  sie aufhebt oder rückgängig macht, wenngleich sie  noch nicht wagt, ihr Gegenteil auszuführen.   Zwei Eindrücke ergeben sich sofort aus dieser  flüchtigen Überschau der Zwangssymptome. Der erste,  daß hier ein fortgesetzter Kampf gegen das Verdrängte unterhalten wird, der sich immer mehr zu  ungunsten der verdrängenden Kräfte wendet, und  zweitens, daß Ich und Über-Ich hier einen besonders  großen Anteil an der Symptombildung nehmen.   Die Zwangsneurose ist wohl das interessanteste und dankbarste Objekt der analytischen Untersuchung,  aber noch immer als Problem unbezwungen. Wollen  wir in ihr Wesen tiefer eindringen, so müssen wir  eingestehen, daß unsichere Annahmen und unbe-  wiesene Vermutungen noch nicht entbehrt werden  können. Die Ausgangssituation der Zwangsneurose ist  wohl keine andere als die der Hysterie, die not-  wendige Abwehr der libidinösen Ansprüche des Ödipus-komplexes. Auch scheint sich bei jeder Zwangsneurose  eine unterste Schicht sehr früh gebildeter hysterischer  Symptome zu finden. Dann aber wird die weitere  Gestaltung durch einen konstitutionellen Faktor ent-  scheidend verändert. Die genitale Organisation der  Libido erweist sich als schwächlich und zu wenig  resistent. Wenn das Ich sein Abwehrstreben beginnt,  so erzielt es als ersten Erfolg, daf3 die Genitalorgani-  sation (der phallischen Phase) ganz oder teilweise auf  die frühere sadistisch-anale Stufe zurückgeworfen wird.  Diese Tatsache der Regression bleibt für alles folgende  bestimmend.   Man kann noch eine andere Möglichkeit in  Erwägung ziehen. Vielleicht ist die Regression nicht  die Folge eines konstitutionellen, sondern eines zeitlichen Faktors. Sie wird nicht darum ermöglicht  werden, weil die Genitalorganisation der Libido zu  schwächlich geraten, sondern weil das Sträuben des  Ichs zu frühzeitig, noch während der Blüte der sadi-  stischen Phase eingesetzt hat. Einer sicheren Entscheidung getraue ich mich auch in diesem Punkte  nicht, aber die analytische Beobachtung begünstigt  diese Annahme nicht. Sie zeigt eher, dafs bei der  Wendung zur Zwangsneurose die phallische Stufe  bereits erreicht ist. Auch ist das Lebensalter für den  Ausbruch dieser Neurose ein späteres als das der  Hysterie (die zweite Kindheitsperiode, nach dem  Termin der Latenzzeit), und in einem Fall von sehr  später Entwicklung dieser Affektion, den ich studieren  konnte, ergab es sich klar, daß eine reale Entwertung  des bis dahin intakten Genitallebens die Bedingung  für die Regression und die Entstehung der Zwangs-  neurose schuf."   Die metapsychologische Erklärung der Regression  suche ich in einer „Triebentmischung“, in der Ab-  sonderung der erotischen Komponenten, die mit  Beginn der genitalen Phase zu den destruktiven  Besetzungen der sadistischen Phase hinzugetreten waren.   Die Erzwingung der Regression bedeutet den  ersten Erfolg des Ichs im Abwehrkampf gegen den  Anspruch der Libido. Wir unterscheiden hier zweck-  mäßig die allgemeinere Tendenz der „Abwehr“ von  der „Verdrängung“, die nur einer der Mechanismen  ist, deren sich die Abwehr bedient. Vielleicht noch  klarer als bei normalen und hysterischen Fällen erkennt  man bei der Zwangsneurose als den Motor der Abwehr  Be an    2 n S. Die Disposition zur Zwangsneurose. (Ges. Schriften,  den Kastrationskomplex, als das Abgewehrte die  Strebungen des Ödipuskomplexes. Wir befinden uns  nun zu Beginn der Latenzzeit, die durch den Unter-  gang des Ödipuskomplexes, die Schöpfung oder Kon-  solidierung des Über-Ichs und die Aufrichtung der ethischen und ästhetischen Schranken im Ich gekenn-  zeichnet ist. Diese Vorgänge gehen bei der Zwangs-  neurose über das normale Maß hinaus; zur Zerstörung  des Ödipuskomplexes tritt die regressive Erniedrigung  der Libido hinzu, das Über-Ich wird besonders strenge  und lieblos, das Ich entwickelt im Gehorsam gegen  das Über-Ich hohe Reaktionsbildungen von Gewissen-  haftigkeit, Mitleid, Reinlichkeit. Mit unerbittlicher,  darum nicht immer erfolgreicher Strenge wird die  Versuchung zur Fortsetzung der frühinfantilen Onanie  verpönt, die sich nun an regressive (sadistisch-anale) Vor-  stellungen anlehnt, aber doch den unbezwungenen Anteil  der phallischen Organisation repräsentiert. Es liegt ein  innerer Widerspruch darin, dafs gerade im Interesse  der Erhaltung der Männlichkeit (Kastrationsangst) jede  Betätigung dieser Männlichkeit verhindert wird, aber  auch dieser Widerspruch wird bei der Zwangsneurose  nur übertrieben, er haftet bereits an der normalen  Art der Beseitigung des Ödipuskomplexes. Wie jedes  Übermaß den Keim zu seiner Selbstaufhebung in  sich trägt, wird sich auch an der Zwangsneurose  bewähren, indem gerade die unterdrückte Onanie  sich in der Form der Zwangshandlungen eine immer weiter gehende Annäherung an die Befriedigung  erzwingt.   Die Reaktionsbildungen im Ich der Zwangsneuro-  tiker, die wir als Übertreibungen der normalen Cha-  rakterbildung erkennen, dürfen wir als einen neuen  Mechanismus der Abwehr neben die Regression und  die Verdrängung hinstellen. Sie scheinen bei der  Hysterie zu fehlen oder weit schwächer zu sein.  Rückschauend gewinnen wir so eine Vermutung,  wodurch der Abwehrvorgang. der Hysterie ausge-  zeichnet ist. Es scheint, daß er sich auf die Ver-  drängung einschränkt, indem das Ich sich von der  unliebsamen Triebregung abwendet, sie dem Ablauf  im Unbewußstten überläßt und. an ihren Schicksalen  keinen weiteren Anteil nimmt. So ganz ausschließend  richtig kann das zwar nicht sein, denn wir kennen ja  den Fall, daf$ das hysterische Symptom gleichzeitig  die Erfüllung einer Strafanforderung des Über-Ichs  bedeutet, aber es mag einen allgemeinen Charakter  im Verhalten des Ichs bei der Hysterie beschreiben.   Man kann es einfach als Tatsache hinnehmen, daß  sich bei der Zwangsneurose ein so strenges Über-Ich  bildet, oder man kann daran denken, daß der funda-  mentale Zug dieser Affektion die Libidoregression ist,  und versuchen, auch den Charakter des Über-Ichs  mit ihr zu verknüpfen. In der Tat kann ja das Über-  Ich, das aus dem Es stammt, sich der dort einge-  tretenen Regression und Triebentmischung nicht entziehen. Es wäre nicht zu  verwundern, wenn es  seinerseits härter, quälerischer, liebloser würde als  bei normaler Entwicklung. Während der Latenzzeit scheint die Abwehr der  ÖOnanieversuchung als Hauptaufgabe behandelt zu  werden. Dieser Kampf erzeugt eine Reihe von Symptomen, die bei den verschiedensten Personen in  typischer Weise wiederkehren und im allgemeinen  den Charakter des Zeremoniells tragen. Es ist sehr  zu bedauern, daß sie noch nicht gesammelt und  systematisch analysiert worden sind; als früheste  Leistungen der Neurose würden sie über den hier  verwendeten Mechanismus der Symptombildung am  ehesten Licht verbreiten. Sie zeigen bereits die Züge,  welche in einer späteren schweren Erkrankung so  verhängnisvoll hervortreten werden : die Unterbringung  an den Verrichtungen, die später wie automatisch  ausgeführt werden sollen, am Schlafengehen, Waschen  und Ankleiden, an der Lokomotion, die Neigung zur  Wiederholung und zum Zeitaufwand. Warum das so  geschieht, ist noch keineswegs verständlich; die Subli-  mierung analerotischer Komponenten spielt dabei eine  deutliche Rolle. Die Pubertät macht in der Entwicklung der   Zwangsneurose einen entscheidenden Abschnitt. Die  in der Kindheit abgebrochene Genitalorganisation setzt  nun mit großer Kraft wieder ein. Wir wissen aber,  daß die Sexualentwicklung der Kinderzeit auch für den Neubeginn der Pubertätsjahre die Richtung vorschreibt. Es werden also einerseits die aggressiven  Regungen der Frühzeit wieder erwachen, anderseits  muß ein mehr oder minder großer Anteil der neuen  libidinösen Regungen — in bösen Fällen deren Ganzes die durch die Regression vorgezeichneten Bahnen  einschlagen und als aggressive und destruktive Absichten auftreten. Infolge dieser Verkleidung der  erotischen Strebungen und der starken Reaktions-  bildungen im Ich, wird nun der Kampf gegen die  Sexualität unter ethischer Flagge weitergeführt. Das  Ich sträubt sich verwundert gegen grausame und  gewalttätige Zumutungen, die ihm vom Es her ins  Bewufßstsein geschickt werden, und ahnt nicht, daß es  dabei erotische Wünsche bekämpft, darunter auch  solche, die sonst seinem Einspruch entgangen wären.  Das überstrenge Über-Ich besteht um so energischer  auf der Unterdrückung der Sexualität, da sie so  abstoßende Formen angenommen hat. So zeigt sich  der Konflikt bei der Zwangsneurose nach zwei Rich-  tungen verschärft, das Abwehrende ist intoleranter,  das Abzuwehrende unerträglicher geworden ; beides  durch den Einfluß des einen Moments, der Libido-  regression.   Man könnte einen Widerspruch gegen manche  unserer Voraussetzungen darin finden, daß die unlieb-  same Zwangsvorstellung überhaupt bewußt wird. Allein  es ist kein Zweifel, daß sie vorher den Prozeß der Verdrängung durchgemacht hat. In den meisten ist  der eigentliche Wortlaut der aggressiven Triebregung  dem Ich überhaupt nicht. bekannt. Es gehört ein  gutes Stück analytischer Arbeit dazu, um ihn bewußt  zu machen. Was zum Bewußtsein durchdringt, ist in  der Regel nur ein entstellter Ersatz entweder von  einer verschwommenen, traumhaften Unbestimmtheit,  oder unkenntlich gemacht durch eine absurde Ver-  kleidung. Wenn die Verdrängung nicht den Inhalt  der aggressiven Triebregung angenagt hat, so hat sie  doch gewiß den sie begleitenden Affektcharakter  beseitigt. So erscheint die Aggression dem Ich nicht  als ein Impuls, sondern, wie die Kranken sagen, als  ein bloßer ‚„‚Gedankeninhalt‘, der einen kalt lassen  sollte. Das Merkwürdige ist, daß dies doch nicht der  Fall ist.   Der bei der Wahrnehmung der Zwangsvorstellung  ersparte Affekt kommt nämlich an anderer Stelle zum  Vorschein. Das Über-Ich benimmt sich so, als hätte  keine Verdrängung stattgefunden, als wäre ihm die  aggressive Regung in ihrem richtigen Wortlaut und  mit ihrem vollen Affektcharakter bekannt, und behandelt  das Ich auf Grund dieser Voraussetzung. Das Ich, das  sich einerseits schuldlos weiß, muß anderseits ein  Schuldgefühl verspüren und eine Verantwortlichkeit  tragen, die es sich nicht zu erklären weiß. Das Rätsel,  das uns hiemit aufgegeben wird, ist aber nicht so  groß), als es zuerst erscheint. Das Verhalten des Über-Ichs ist durchaus: verständlich, der Widerspruch im  Ich beweist uns nur, daß es sich mittels der Verdrängung gegen das Es verschlossen hat, während es  den Einflüssen aus dem Über-Ich voll zugänglich  geblieben ist.‘ Der weiteren Frage, warum das Ich  sich nicht auch der peinigenden Kritik des Über-Ichs  zu entziehen sucht, macht die Nachricht ein Ende,  daf dies wirklich in einer großen Reihe von Fällen  so geschieht. Es gibt auch Zwangsneurosen ganz ohne  Schuldbewußtsein; soweit wir es verstehen, hat sich  das Ich die Wahrnehmung desselben durch eine neue  Reihe von Symptomen, Bußhandlungen, Einschränkungen zur Selbstbestrafung, erspart. Diese Sym-  ptome bedeuten aber gleichzeitig Befriedigungen ma-  sochistischer Triebregungen, die ebenfalls aus der  Regression eine Verstärkung bezogen haben.   Die Mannigfaltigkeit in den Erscheinungen der  Zwangsneurose ist eine so großartige, daß es noch  keiner Bemühung gelungen ist, eine zusammenhängende  Synthese aller ihrer Variationen zu geben. Man ist  bestrebt, typische Beziehungen herauszuheben und  dabei immer in Sorge, andere nicht minder wichtige  Regelmäßigkeiten zu übersehen.   Die allgemeine Tendenz der Symptombildung bei  der Zwangsneurose habe ich bereits beschrieben. Sie  geht dahin, der Ersatzbefriedigung immer mehr Raum ı) Vgl. Reik, Geständniszwang und Strafbedürfnis,  SEHE. u  auf Kosten der Versagung zu schaffen. Dieselben  Symptome, die ursprünglich Einschränkungen des Ichs  bedeuteten, nehmen dank der Neigung des Ichs zur  Synthese später auch die von Befriedigungen an, und  es ist unverkennbar, daf3 die letztere Bedeutung all-  mählich die wirksamere wird. Ein äußerst einge-  schränktes Ich, das darauf angewiesen ist, seine  Befriedigungen in den Symptomen zu suchen, wird  das Ergebnis dieses Prozesses, der sich immer mehr  dem völligen Fehlschlagen des anfänglichen Abwehr-  strebens nähert. Die Verschiebung des Kräfteverhält-  nisses zugunsten der Befriedigung kann zu dem  gefürchteten Endausgang der Willenslähmung des Ichs  führen, das für jede Entscheidung beinahe ebenso  starke Antriebe von der einen wie von der anderen  Seite findet. Der überscharfe Konflikt zwischen Es  und Über-Ich, der die Affektion von Anfang an  beherrscht, kann sich so sehr ausbreiten, daf keine  der Verrichtungen des zur Vermittlung unfähigen  Ichs der Einbeziehung in diesen Konflikt entgehen  kann. VI Während dieser Kämpfe kann man zwei symptom-  bildende Tätigkeiten des Ichs beobachten, die ein  besonderes Interesse verdienen, weil sie offenbare  Surrogate der Verdrängung sind und darum deren  Tendenz und Technik schön erläutern können. Viel-  leicht dürfen wir auch das Hervortreten dieser Hilfs-  und Ersatztechniken als einen Beweis dafür auffassen,  dafs die Durchführung der regelrechten Verdrängung  auf Schwierigkeiten stößt. Wenn wir erwägen, dafs bei  der Zwangsneurose das Ich soviel mehr Schauplatz  der Symptombildung ist als bei der Hysterie, daß  dieses Ich zähe an seiner Beziehung zur Realität und  zum Bewußtsein festhält und dabei alle seine intellek-  tuellen Mittel aufbietet, ja, daß die Denktätigkeit  überbesetzt, erotisiert, erscheint, werden uns solche  Variationen der Verdrängung vielleicht näher gebracht.   Die beiden angedeuteten Techniken sind das  Ungeschehenmachen und das Isolieren. Die  erstere hat ein großes Anwendungsgebiet und reicht  weit zurück. Sie ist sozusagen negative Magie, sie  will durch motorische Symbolik nicht die Folgen  eines Ereignisses (Eindruckes, Erlebnisses), sondern  dieses selbst „wegblasen“. Mit der Wahl dieses  letzten Ausdruckes ist darauf hingewiesen, welche  Rolle diese Technik nicht nur in der Neurose, sondern  auch in den Zauberhandlungen, Volksgebräuchen und  im religiösen Zeremoniell spielt. In der Zwangsneurose  begegnet man dem Ungeschehenmachen zuerst bei  den zweizeitigen Symptomen, wo der zweite Akt den  ersten aufhebt, so, als ob nichts geschehen wäre, wo  in Wirklichkeit beides geschehen ist. Das zwangsneurotische Zeremoniell hat in der Absicht des Unge-  schehenmachens seine zweite Wurzel. Die erste ist  die Verhütung, die Vorsicht, damit etwas Bestimm-  tes nicht geschehe, sich nicht wiederhole. Der Unter-  schied ist leicht zu fassen; die Vorsichtsmafßregeln  sind rationell, die „Aufhebungen‘ durch Ungeschehen-  machen irrationell, magischer Natur. Natürlich muß  man vermuten, daß diese zweite Wurzel die ältere,  aus der animistischen Einstellung zur Umwelt stam-  mende ist. Seine Abschattung zum Normalen findet  das Streben zum Ungeschehenmachen in dem Ent-  schluß ein Ereignis als ‚»on arrive“ zu behandeln,  aber dann unternimmt man nichts dagegen, kümmert  sich weder um das Ereignis noch um seine Folgen,  während man in der Neurose die Vergangenheit  selbst aufzuheben, motorisch zu verdrängen sucht. Dieselbe Tendenz kann auch die Erklärung des in  der Neurose so häufigen Zwanges zur Wieder-  holung geben, bei dessen Ausführung sich dann  mancherlei einander widerstreitende Absichten zu-  sammenfinden. Was nicht in solcher Weise geschehen  ist, wie es dem Wunsch gemäß hätte geschehen  sollen, wird durch die Wiederholung in anderer Weise  ungeschehen gemacht, wozu nun alle die Motive hin-  zutreten, bei diesen Wiederholungen zu verweilen. Im  weiteren Verlauf der Neurose enthüllt sich oft die  Tendenz, ein traumatisches Erlebnis ungeschehen zu  machen, als ein symptombildendes Motiv von erstem  Range. Wir erhalten so unerwarteten Einblick in eine  neue, motorische Technik der Abwehr oder, wie wir  hier mit geringerer Ungenauigkeit sagen können, der  Verdrängung.   Die andere der neu zu beschreibenden Techniken  ist das der Zwangsneurose eigentümlich zukommende  Isolieren. Es bezieht sich gleichfalls auf die motorische Sphäre, besteht darin, daß nach einem unlieb-  samen Ereignis, ebenso nach einer im Sinne der Neu-  rose bedeutsamen eigenen Tätigkeit, eine Pause ein-  geschoben wird, in der sich nichts mehr ereignen  darf, keine Wahrnehmung gemacht und keine Aktion  ausgeführt wird. Dies zunächst sonderbare Verhalten  verrät uns bald seine Beziehung. zur Verdrängung.  Wir wissen, bei Hysterie ist es möglich, einen trau-  matischen Eindruck der Amnesie. verfallen zu lassen,  bei der Zwangsneurose ist dies oft nicht gelungen,  das Erlebnis ist nicht vergessen, aber es ist von  seinem Affekt entblößt und seine assoziativen Bezie-  hungen sind unterdrückt oder unterbrochen, so daß  es wie isoliert dasteht und auch nicht im Verlaufe  der Denktätigkeit reproduziert wird. Der Effekt dieser  Isolierung ist dann der nämliche wie bei der Ver-  drängung mit Amnesie. Diese Technik wird also in  den Isolierungen der Zwangsneurose reproduziert, aber  dabei auch in magischer Absicht motorisch verstärkt.  Was so auseinandergehalten wird, ist gerade das, was  assoziativ zusammengehört, die motorische Isolierung  sol eine Garantie für die Unterbrechung des  Zusammenhanges im Denken geben. Einen Vorwand  für dies Verfahren der Neurose gibt der normale  Vorgang der Konzentration. Was uns bedeutsam als  Eindruck, als Aufgabe erscheint, soll nicht durch  die gleichzeitigen Ansprüche anderer Denkverrichtun-  gen oder Tätigkeiten gestört werden. Aber schon im  Normalen wird die Konzentration dazu verwendet,  nicht nur das Gleichgültige, nicht Dazugehörige, sondern  vor allem das unpassende Gegensätzliche fernzuhalten.  Als das Störendste wird empfunden, was ursprüng-  lich zusammengehört hat und durch den Fortschritt  der Entwicklung auseinandergerissen wurde, z. B. die  Äußerungen der Ambivalenz des Vaterkomplexes in  der Beziehung zu Gott oder die Regungen der Ex-  kretionsorgane in den Liebeserregungen. So hat das Ich normalerweise eine große Isolierungsarbeit bei der  Lenkung des Gedankenablaufes zu leisten, und wir  wissen, in der Ausübung der analytischen Technik  müssen wir das Ich dazu erziehen, auf diese sonst  durchaus gerechtfertigte Funktion zeitweilig zu ver-  zichten.   Wir haben alle die Erfahrung gemacht, daß es  dem Zwangsneurotiker besonders schwer wird, die  psychoanalytische Grundregel zu befolgen. Wahr-  scheinlich infolge der hohen Konfliktspannung zwischen  seinem Über-Ich und seinem Es ist sein Ich wach-  samer, dessen Isolierungen schärfer. Es hat während  seiner Denkarbeit zuviel abzuwehren, die Einmengung  unbewußter Phantasien, die Äußerung der ambi-  valenten Strebungen. Es darf sich nicht gehen lassen,  befindet sich fortwährend in Kampfbereitschaft. Diesen  Zwang zur Konzentration und Isolierung unterstützt  es dann durch die magischen Isolierungsaktionen, die  als Symptome so auffällig und praktisch so bedeut-  sam werden, an sich natürlich nutzlos sind und den  Charakter des Zeremoniells haben.   Indem es aber Assoziationen, Verbindung in  Gedanken, zu verhindern sucht, befolgt es eines der  ältesten und fundamentalsten Gebote der Zwangsneu-  rose, das labu der Berührung. \Wenn man sich  die Frage vorlegt, warum die Vermeidung von  Berührung, Kontakt, Ansteckung in der Neurose eine  so große Rolle spielt und zum Inhalt so komplizierter Systeme gemacht wird, so findet man die Antwort,  daß die Berührung, der körperliche Kontakt, das  nächste Ziel sowohl der aggressiven wie der zärt-  lichen Objektbesetzung ist. Der Eros will die Berüh-  rung, denn er strebt nach Vereinigung, Aufhebung  der Raumgrenzen zwischen Ich und geliebtem Objekt.  Aber auch die Destruktion, die vor der Erfindung  der Fernwaffe nur aus der Nähe erfolgen konnte,  muß die körperliche Berührung, das Handanlegen,  voraussetzen. Eine Frau berühren ist im Sprach-  gebrauch ein Euphemismus für ihre Benützung als  Sexualobjekt geworden. Das Glied nicht berühren ist  der Wortlaut des Verbotes der autoerotischen Befrie-  digung. Da die Zwangsneurose zu Anfang die ero-  tische Berührung, dann nach der Regression die als  Aggression maskierte Berührung verfolgte, ist nichts  anderes für sie in so hohem Grade verpönt worden,  nichts so geeignet, zum Mittelpunkt eines Verbotsystems  zu werden. Die Isolierung ist aber Aufhebung der  Kontaktmöglichkeit, Mittel, ein Ding jeder Berührung  zu entziehen, und wenn der Neurotiker auch einen  Eindruck oder eine Tätigkeit durch eine Pause isoliert,  gibt er uns symbolisch zu verstehen, daß er die  Gedanken an sie nicht in assoziative Berührung mit  anderen kommen lassen will.   So weit reichen unsere Untersuchungen über die  Symptombildung. Es verlohnt sich kaum, sie zu resu-  mieren, sie sind ergebnisarm und unvollständig ge- Siem. Freud blieben, haben auch wenig gebracht, was nicht schon  früher bekannt gewesen wäre. Die Symptombildung  bei anderen Affektionen als bei den Phobien, der  Konversionshysterie und der Zwangsneurose in Betracht  zu ziehen, wäre aussichtslos ; es ist zu wenig darüber  bekannt. Aber auch schon aus der Zusammenstellung  dieser drei Neurosen erhebt sich ein schwerwiegendes,  nicht mehr aufzuschiebendes Problem. Für alle drei  ist die Zerstörung des Odipuskomplexes der Ausgang,  in allen, nehmen wir an, die Kastrationsangst der  Motor des Ichsträubens. Aber nur in den Phobien  kommt solche Angst zum Vorschein, wird sie einge-  standen. Was ist bei den zwei anderen Formen aus  ihr geworden, wie hat das Ich sich solche Angst  erspart? Das Problem verschärft sich noch, wenn wir  an die vorhin erwähnte Möglichkeit denken, daß die  Angst durch eine Art Vergährung aus der im Ablauf  gestörten Libidobesetzung selbst hervorgeht, und  weiters: steht es fest, daß die Kastrationsangst der  einzige Motor der Verdrängung (oder Abwehr) ist?  Wenn man an die Neurosen der Frauen denkt, muß  man das bezweifeln, denn so sicher sich der Kastrations-  komplex bei ihnen konstatieren läßt, von einer  Kastrationsangst im richtigen Sinne kann man bei  bereits vollzogener Kastration doch nicht sprechen. Kehren wir zu den infantilen Tierphobien zu-  rück, wir verstehen diese Fälle doch besser als alle  anderen. Das Ich muf also hier gegen eine libidinöse  Objektbesetzung des Es (die des positiven oder  des negativen Odipuskomplexes) einschreiten, weil es  verstanden hat, ihr nachzugeben brächte die Gefahr  der Kastration mit sich. Wir haben das schon erörtert  und finden noch Anlaß, uns einen Zweifel klar zu  machen, der von dieser ersten Diskussion erübrigt ist.  Sollen wir beim kleinen Hans (also im Falle des posi-  tiven Odipuskomplexes) annehmen, daß es die zärt-  liche Regung für die Mutter oder die aggressive gegen  den Vater ist, welche die Abwehr des Ichs heraus-  fordert? Praktisch schiene das gleichgültig, besonders  da die beiden Regungen einander bedingen, aber ein  theoretisches Interesse knüpft sich an die Frage, weil  nur die zärtliche Strömung für die Mutter als eine  rein erotische gelten kann. Die aggressive ist wesent-  lich vom Destruktionstrieb abhängig, und wir haben immer geglaubt, bei der Neurose wehre sich das Ich  gegen Ansprüche der Libido, nicht der anderen  Triebe. In der Tat sehen wir, daf$ nach der Bildung  der Phobie die zärtliche Mutterbindung wie ver-  schwunden ist, sie ist durch die Verdrängung gründ-  lich erledigt worden, an der aggressiven Regung hat  sich aber die Symptom- (Ersatz-) Bildung vollzogen.  Im Falle des Wolfsmannes liegt es einfacher, die ver-  drängte Regung ist wirklich eine erotische, die  feminine Einstellung zum Vater, und ah ihr vollzieht  sich auch die Symptombildung.   Es ist fast beschämend, daß wir nach so langer  Arbeit noch immer Schwierigkeiten in der Auffassung  der fundamentalsten Verhältnisse finden, aber wir  haben uns vorgenommen, nichts zu vereinfachen und  nichts zu verheimlichen. Wenn wir nicht klar sehen  können, wollen wir wenigstens die Unklarheiten schart  sehen. Was uns hier im \Wege steht, ist offenbar  eine Unebenheit in der Entwicklung unserer Trieb-  lehre. Wir hatten zuerst die Organisationen der Libido  von der oralen über die sadistisch-anale zur genitalen  Stufe verfolgt und dabei alle Komponenten des Sexual-  triebs einander gleichgestellt. Später erschien uns der  Sadismus als der Vertreter eines anderen, dem Eros  gegensätzlichen Triebes. Die neue Auffassung von den  zwei Iriebgruppen scheint die frühere Konstruktion  von den sukzessiven Phasen der Libidoorganisation zu  sprengen. Die hilfreiche Auskunft aus dieser Schwierigkeit brauchen wir aber nicht neu zu erfinden. Sie  hat sich uns längst geboten und lautet, daß wir es  kaum jemals mit reinen Triebregungen zu tun haben,  sondern durchwegs mit Legierungen beider Triebe in  verschiedenen Mengenverhältnissen. Die sadistische  Objektbesetzung hat also auch ein Anrecht, als eine  libidinöse behandelt zu werden, die Organisationen  der Libido brauchen nicht revidiert zu werden, die  aggressive Regung gegen den Vater kann mit dem-  selben Anrecht Objekt der Verdrängung werden wie  die zärtliche für die Mutter. Immerhin setzen wir als  Stoff für spätere Überlegung die Möglichkeit beiseite,  daf3 die Verdrängung ein ProzefS ist, der eine beson-  dere Beziehung zur Genitalorganisation der Libido hat,  daß das Ich zu anderen Methoden der Abwehr  greift, wenn es sich der Libido auf anderen Stufen  der Organisation zu erwehren hat, und setzen wir  fort. Ein Fall wie der des kleinen Hans gestattet  uns keine Entscheidung; hier wird zwar eine aggressive  Regung durch Verdrängung erledigt, aber nachdem  die Genitalorganisation bereits erreicht ist.   Wir wollen diesmal die Beziehung zur Angst  nicht aus den Augen lassen. Wir sagten, so wie das  Ich die Kastrationsgefahr erkannt hat, gibt es das  Angstsignal und inhibiert mittels der Lust-Unlust-  Instanz auf eine weiter nicht einsichtliche Weise den  bedrohlichen Besetzungsvorgang im Es. Gleichzeitig  vollzieht sich die Bildung der Phobie. Die Kastrationsangst erhält ein anderes Objekt und einen entstellten  Ausdruck: vom Pferd gebissen (vom Wolf gefressen),  anstatt vom Vater kastriert zu werden. Die Ersatz-  bildung hat zwei offenkundige Vorteile, erstens, dafß  sie einem Ambivalenzkonflikt ausweicht, denn der  Vater ist ein gleichzeitig geliebtes Objekt und zweitens,  daf3 sie dem Ich gestattet, die Angstentwicklung ein-  zustellen. Die Angst der Phobie ist nämlich eine  fakultative, sie tritt nur auf, wenn ihr Objekt Gegen-  stand der Wahrnehmung wird. Das ist ganz korrekt;  nur dann ist nämlich die Gefahrsituation vorhanden.  Von einem abwesenden Vater braucht man auch die  Kastration nicht zu befürchten. Nun kann man den  Vater nicht wegschaffen, er zeigt sich immer, wann  er will. Ist er aber durch das Tier ersetzt, so braucht  man nur den Anblick, d. h. die Gegenwart des  lieres zu vermeiden, um frei von Gefahr und Angst  zu sein. Der kleine Hans legt seinem Ich also eine  Einschränkung auf, er produziert die Hemmung, nicht  auszugehen, um nicht mit Pterden zusammenzutreffen.  Der kleine Russe hat es noch bequemer, es ist kaum  ein Verzicht für ihn, daß er ein gewisses Bilderbuch  nicht mehr zur Hand nimmt. Wenn die schlimme  Schwester ihm nicht immer wieder das Bild des auf-rechtstehenden Wolfes in diesem Buch vor Augen  halten würde, dürfte er sich vor seiner Angst gesichert  fühlen. Ich habe früher einmal der Phobie den Charakter einer Projektion zugeschrieben, indem sie eine innere  Triebgefahr durch eine äußere Wahrnehmungsgefahr  ersetzt. Das bringt den Vorteil, daß man sich  gegen die äußere Gefahr durch Flucht und Ver-  meidung der Wahrnehmung schützen kann, während  gegen die Grefahr von innen keine Flucht nützt. Meine  Bemerkung ist nicht unrichtig, aber sie bleibt an der  Oberfläche. Der Triebanspruch ist ja nicht an sich  eine Gefahr, sondern nur darum, weil er eine richtige  äußere Gefahr, die der Kastration, mit sich bringt.  So ist im Grunde bei der Phobie doch nur eine  äußere Gefahr durch eine andere ersetzt. Daß das  Ich sich bei der Phobie durch eine Vermeidung oder  ein Hemmungssymptom der Angst entziehen kann,  stimmt sehr gut zur Auffassung, diese Angst sei nur  ein Affektsignal und an der ökonomischen Situation  sei nichts geändert worden.   Die Angst der Tierphobien ist also eine Affekt-reaktion des Ichs auf die Gefahr; die Gefahr, die  hier signalisiert wird, die der Kastration. Kein anderer  Unterschied von der Realangst, die das Ich normaler-  weise in Gefahrsituationen äußert, als daf3 der Inhalt  der Angst unbewußt bleibt und nur in einer Entstellung  bewußt wird.   Dieselbe Auffassung wird sich uns, glaube ich, auch  für die Phobien Erwachsener giltig erweisen, wenngleich  das Material, das die Neurose verarbeitet, sehr viel    reichhaltiger ist und einige Momente zur Symptombildung hinzukommen. Im Grunde ist es das nämliche.  Der Agoraphobe legt seinem Ich eine Beschränkung  auf, um einer Triebgefahr zu entgehen. Die Triebgefahr  ist die Versuchung, seinen erotischen Gelüsten nachzu-  geben, wodurch er wieder wie in der Kindheit die  Gefahr der Kastration, oder eine ihr analoge, herauf-  beschwören würde. Als Beispiel führe ich den Fall eines  jungen Mannes an, der agoraphob wurde, weil er  befürchtete, den Lockungen von Prostituierten nach-  zugeben und sich zur Strafe Syphilis zu holen. Ich weiß wohl, daf viele Fälle eine kompliziertere  Struktur zeigen und dafs viele andere verdrängte Trieb-  regungen in die Phobie einmünden können, aber diese  sind nur auxiliär und haben sich meist nachträglich mit  dem Kern der Neurose in Verbindung gesetzt. Die  Symptomatik der Agoraphobie wird dadurch kompli-  ziert, daßß das Ich sich nicht damit begnügt, auf etwas  zu verzichten; es tut noch etwas hinzu, um der Situation  ihre Gefahr zu benehmen. Diese Zutat ist gewöhnlich  eine zeitliche Regression in die Kinderjahre (im extremen  Fall bis in den Mutterleib, in Zeiten, in denen man gegen  die heute drohenden Gefahren geschützt war) und tritt  als die Bedingung auf, unter der der Verzicht unter-  bleiben kann. So kann der Agoraphobe auf die Straße  gehen, wenn er wie ein kleines Kind von einer Person  seines Vertrauens begleitet wird. Dieselbe Rücksicht mag  ihm auch gestatten, allein auszugehen, wenn er sich nur  nicht über eine bestimmte Strecke von seinem Haus entfernt, nicht in Gegenden geht, die er nicht gut kennt  und wo er den Leuten nicht bekannt ist. In der Aus-  wahl dieser Bestimmungen zeigt sich der Einfluß der  infantilen Momente, die ihn durch seine Neurose be-  herrschen. Ganz eindeutig, auch ohne solche infantile  Regression, ist die Phobie vor dem Alleinsein, die im  Grunde der Versuchung zur einsamen Önanie aus-  weichen will. Die Bedingung der infantilen Regression  ist natürlich die zeitliche Entfernung von der Kindheit.   Die Phobie stellt sich in der Regel her, nachdem  unter gewissen Umständen auf der Straße, auf der  Eisenbahn, im Alleinsein — ein erster Angstanfall  erlebt worden ist. Dann ist die Angst gebannt, tritt  aber jedesmal wieder auf, wenn die schützende Be-  dingung nicht eingehalten werden kann. Der Mechanismus  der Phobie tut als Abwehrmittel gute Dienste und  zeigt eine große Neigung zur Stabilität. Eine Fort- setzung des Abwehrkampfes, der sich jetzt gegen das  Symptom richtet, tritt häufig, aber nicht notwendig, ein.   Was wir über die Angst bei den Phobien erfahren  haben, bleibt noch für die Zwangsneurose verwertbar.  Es ist nicht schwierig, die Situation der Zwangsneurose  auf die der Phobie zu reduzieren. Der Motor aller  späteren Symptombildung ist hier offenbar die Angst des  Ichs vor seinem Über-Ich. Die Feindseligkeit des Über-  Ichs ist die Gefahrsituation, der sich das Ich entziehen  muß. Hier fehlt jeder Anschein einer Projektion, die  Gefahr ist durchaus verinnerlicht. Aber wenn wir uns  fragen, was das Ich von seiten des Über-Ichs befürchtet,  so drängt sich die Auffassung auf, dafs die Strafe des  Über-Ichs eine Fortbildung der Kastrationsstrafe ist.  Wie das Über-Ich der unpersönlich gewordene Vater  ist, so hat sich die Angst vor der durch ihn drohenden  Kastration zur unbestimmten sozialen oder Gewissens-  angst umgewandelt. Aber diese Angst ist gedeckt,  das Ich entzieht sich ihr, indem es die ihm auferlegten  Gebote, Vorsichten und Bußhandlungen gehorsam aus-  führt. Wenn es daran gehindert wird, dann tritt sofort  ein äußerst peinliches Unbehagen auf, in dem wir das  Äquivalent der Angst erblicken dürfen, das die Kranken  selbst der Angst gleichstellen. Unser Ergebnis lautet  also: Die Angst ist die Reaktion auf die Gefahr-  situation; sie wird dadurch erspart, daß das Ich etwas  tut, um die Situation zu vermeiden oder sich ihr zu  entziehen. Man könnte nun sagen, die Symptome  werden geschaffen, um die Angstentwicklung zu ver-  meiden, aber das läßt nicht tief blicken. Es ist richtiger  zu sagen, die Symptome werden geschaffen, um die  Gefahrsituation zu vermeiden, die durch die Angst-  entwicklung signalisiert wird. Diese Gefahr war aber  in den bisher betrachteten Fällen die Kastration oder  etwas von ihr Absgeleitetes.   Wenn die Angst die Reaktion des Ichs auf die  Gefahr ist, so liegt es nahe, die traumatische Neurose,  welche sich so häufig an überstandene Lebensgefahr  anschliefst, als direkte Folge der Lebens- oder Todesangst mit Beiseitesetzung der Abhängigkeiten des Ichs  und der Kastration aufzufassen. Das ist auch von den  meisten Beobachtern der traumatischen Neurosen des  letzten Krieges geschehen, und es ist triumphierend ver-  kündet worden, nun sei der Beweis erbracht, dafs eine  Gefährdung des Selbsterhaltungstriebes eine Neurose  erzeugen könne ohne jede Beteiligung der Sexualität  und ohne Rücksicht auf die komplizierten Annahmen  der Psychoanalyse. Es ‘ist in der Tat aufserordentlich  zu bedauern, daß nicht eine einzige verwertbare Analyse  einer traumatischen Neurose vorliegt. Nicht wegen des  Widerspruches gegen die ätiologische Bedeutung der  Sexualität, denn dieser ist längst durch die Einführung  des Narziffmus aufgehoben worden, der die libidinöse  Besetzung des Ichs in eine Reihe mit den Objekt-  besetzungen bringt und die libidinöse Natur des Selbst-  erhaltungstriebes betont, sondern weil wir durch den  Ausfall dieser Analysen die kostbarste Gelegenheit zu  entscheidenden Aufschlüssen über das Verhältnis  zwischen Angst und Symptombildung versäumt haben.  Es ist nach allem, was wir von der Struktur der  simpleren Neurosen des täglichen Lebens wissen, sehr  unwahrscheinlich, daß eine Neurose nur durch die  objektive Tatsache der Gefährdung ohne Beteiligung  der tieferen unbewufßten Schichten des seelischen  Apparats zustande kommen sollte. Im Unbewußsten ist  aber nichts vorhanden, was unserem Begriff der Lebens-  vernichtung Inhalt geben kann. Die Kastration wird  sozusagen vorstellbar durch die tägliche Erfahrung der  Trennung vom Darminhalt und durch den bei der  Entwöhnung erlebten Verlust der mütterlichen Brust;  etwas dem Tod Ähnliches ist aber nie erlebt worden  oder hat wie die Ohnmacht keine nachweisbare Spur  hinterlassen. Ich halte darum an der Vermutung fest,  dafs die Todesangst als Analogon der Kastrationsangst  aufzufassen ist, und dafß die Situation, auf welche das  Ich reagiert, das Verlassensein vom schützenden Über-  Ich  den Schicksalsmächten ist, womit die  Sicherung gegen alle Gefahren ein Ende hat. Außer-  dem kommt in Betracht, daf3 bei den Erlebnissen, die  zur traumatischen Neurose führen, äußerer Reizschutz  durchbrochen wird und übergroße Erregungsmengen  an den seelischen Apparat herantreten, so dafs hier  die zweite Möglichkeit vorliegt, daß Angst nicht nur  als Affekt signalisiert, sondern auch aus den ökono-  mischen Bedingungen der Situation neu erzeugt wird. Durch die letzte Bemerkung, das Ich sei durch  regelmäßig wiederholte Objektverluste auf die Kastration  vorbereitet worden, haben wir eine neue Auffassung  der Angst gewonnen. Betrachteten wir sie bisher als  Affektsignal der Gefahr, so erscheint sie uns nun, da  es sich so oft um die Gefahr der Kastration handelt,  als die Reaktion auf einen Verlust, eine Trennung. Mag auch mancherlei, was sich sofort ergibt, gegen  diesen Schluß sprechen, so muß uns doch eine sehr  merkwürdige Übereinstimmung auffallen. Das erste Angsterlebnis des Menschen wenigstens ist die Geburt  und diese bedeutet objektiv die Trennung von der  Mutter, könnte einer Kastration der Mutter (nach der  Gleichung Kind — Penis) verglichen werden. Nun wäre  es sehr befriedigend, wenn die Angst als Symbol einer  Trennung bei jeder späteren Irennung wiederholt  würde, aber leider steht einer Verwertung dieses Zu-  sammenstimmens im Wege, daß ja die Geburt subjektiv  nicht als Trennung von der Mutter erlebt wird, da  diese als Objekt dem durchaus narzifßstischen Fötus  völlig unbekannt ist. Ein anderes Bedenken wird  lauten, daß uns die Affektreaktionen auf eine Trennung  bekannt sind, und daß wir sie als Schmerz und Trauer,  nicht als Angst empfinden. Allerdings erinnern wir  uns, wir haben bei der Diskussion der Trauer auch  nicht verstehen können, warum sie so schmerzhaft ist. Es ist Zeit, sich zu besinnen. Wir suchen offenbar  nach einer Einsicht, die uns das Wesen der Angst  erschließt, nach einem Entweder—Oder, das die  Wahrheit über sie vom Irrtum scheidet. Aber das ist  schwer zu haben, die Angst ist nicht einfach zu erfassen.  Bisher haben wir nichts erreicht als Widersprüche,  zwischen denen ohne Vorurteil keine Wahl möglich  war. Ich schlage jetzt vor, es anders zu machen; wir  wollen unparteisch alles zusammentragen, was wir  von der Angst aussagen können, und dabei auf die  Erwartung einer nahen Synthese verzichten.   Die Angst ist also in erster Linie etwas Empfundenes.  Wir heißen sie einen Affektzustand, obwohl wir auch  nicht wissen, was ein Affekt ist. Sie hat als Empfindung  offenbarsten Unlustcharakter, aber das erschöpft nicht  ihre Qualität; nicht jede Unlust können wir Angst  heifßen. Es gibt andere Empfindungen mit Unlust-  charakter (Spannungen, Schmerz, Trauer) und die  Angst mufS außer dieser Unlustqualität andere Besonder-  heiten haben. Eine Frage: Werden wir es dazu bringen, die Unterschiede zwischen diesen verschiedenen Unlust-  affekten zu verstehen? Aus der Empfindung der Angst können wir immer-  hin etwas entnehmen. Ihr Unlustcharakter scheint eine  besondere Note zu haben; das ist schwer zu beweisen,  aber wahrscheinlich; es wäre nichts Auffälliges. Aber  außer diesem schwer isolierbaren Eigencharakter nehmen  wir an der Angst bestimmtere körperliche Sensationen  wahr, die wir auf bestimmte Organe beziehen. Da  uns die Physiologie der Angst hier nicht interessiert,  genügt es uns, einzelne Repräsentanten dieser Sensa-  tionen hervorzuheben, also die häufigsten und deut-  lichsten an den Atmungsorganen und am Herzen.  Sie sind uns Beweise dafür, dafß motorische Inner-  vationen, also Abfuhrvorgänge an dem Granzen der  Angst Anteil haben. Die Analyse des Angstzustandes  ergibt also ı) einen spezifischen Unlustcharakter,  2) Abfuhraktionen, 3) die Wahrnehmungen derselben.   Die Punkte 2) und 3) ergeben uns bereits einen  Unterschied gegen die ähnlichen Zustände, z. B.  der Trauer und des Schmerzes. Bei diesen gehören  die motorischen Äußerungen nicht dazu; wo sie vor-  handen sind, sondern sie sich deutlich nicht als Bestand-  teile des Ganzen, sondern als Konsequenzen oder  Reaktionen darauf. Die Angst ist also ein besonderer  Unlustzustand mit Abfuhraktionen auf bestimmte Bahnen.  Nach unseren allgemeinen Anschauungen werden wir  glauben, daß der Angst eine Steigerung der Erregung zugrunde liegt, die einerseits den Unlustcharakter  schafft, andererseits sich durch die genannten Abfuhren  erleichtert. Diese rein physiologische Zusammenfassung  wird uns aber kaum genügen; wir sind versucht,  anzunehmen, dafß ein historisches Moment da ist,  welches die Sensationen und Innervationen der Angst  fest an einander bindet. Mit anderen Worten, daß  der Angstzustand die Reproduktion eines Erlebnisses  ist, das die Bedingungen einer solchen Reizsteigerung  und der Abfuhr auf bestimmte Bahnen enthielt, wodurch  also die Unlust der Angst ihren spezifischen Charakter  erhält. Als solches vorbildliches Erlebnis bietet sich  uns für den Menschen die Geburt, und darum sind  wir geneigt, im Angstzustand eine Reproduktion des  Greburtstraumas zu sehen. Wir haben damit nichts behauptet, was der Angst  eine Ausnahmsstellung unter den Affektzuständen ein-  räumen würde. Wir meinen, auch die anderen Affekte  sind Reproduktionen alter, lebenswichtiger, eventuell  vorindividueller Ereignisse und wir bringen sie als allgemeine, typische, mitgeborene hysterische Anfälle  in Vergleich mit den spät und individuell erworbenen  Attacken der hysterischen Neurose, deren Genese und  Bedeutung als Erinnerungssymbole uns durch die  Analyse deutlich geworden ist. Natürlich wäre es sehr  wünschenswert, diese Auffassung für eine Reihe anderer  Afiekte beweisend durchführen zu können, wovon  wir heute weit entfernt sind. Die Zurückführung der Angst auf das Geburts-  ereignis hat sich gegen naheliegende Einwände zu  verteidigen. Die Angst ist eine wahrscheinlich allen  Organismen, jedenfalls allen höheren zukommende  Reaktion, die Geburt wird nur von den Säugetieren  erlebt, und es ist fraglich, ob sie bei allen diesen die  Bedeutung eines Traumas hat. Es gibt also Angst  ohne Geburtsvorbild. Aber dieser Einwand setzt sich  über die Schranken zwischen Biologie und Psychologie  hinaus. Gerade weil die Angst eine biologisch unent-  behrliche Funktion zu erfüllen hat, als Reaktion auf  den Zustand der Gefahr, mag sie bei verschiedenen  Lebewesen auf verschiedene Art eingerichtet worden  sein. Wir wissen auch nicht, ob sie bei dem Menschen  ferner stehenden Lebewesen denselben Inhalt an Sen-  sationen und Innervationen hat wie beim Menschen.  Das hindert also nicht, daf3 die Angst beim Menschen  den Geburtsvorgang zum Vorbild nimmt. Wenn dies die Struktur und die Herkunft der  Angst ist, so lautet die weitere Frage: Was ist ihre  Funktion? Bei welchen Gelegenheiten wird sie reprodu-  ziert? Die Antwort scheint naheliegend und zwingend  zu sein. Die Angst entstand als Reaktion auf einen  Zustand der Gefahr, sie wird nun regelmäßig reprodu-  ziert, wenn sich ein solcher Zustand wieder einstellt.   Dazu ist aber einiges zu bemerken. Die Inner-  vationen des ursprünglichen Angstzustandes waren  wahrscheinlich auch sinnvoll und zweckmäßig, ganz  a  so wie die Muskelaktionen des ersten hysterischen An-  falls. Wenn man den hysterischen Anfall erklären will,  braucht man ja nur die Situation zu suchen, in der  die betreffenden Bewegungen Anteile einer berech-  tigten Handlung waren. So hat wahrscheinlich während  der Geburt die Richtung der Innervation auf die  Atmungsorgane die Tätigkeit der Lungen vorbereitet,  die Beschleunigung des Herzschlags gegen die Ver-  giftung des Blutes arbeiten wollen. Diese Zweckmäßig-  keit entfällt natürlich bei der späteren Reproduktion  des Angstzustandes als Affekt, wie sie auch beim  wiederholten hysterischen Anfall vermißt wird. Wenn  also das Individuum in eine neue Gefahrsituation gerät,  so kann es leicht unzweckmäßig werden, daß es mit  dem Angstzustand, der Reaktion auf eine frühere  Gefahr antwortet, anstatt die der jetzigen adäquaten  Reaktion einzuschlagen. Die Zweckmäßigkeit tritt aber  wieder hervor, wenn die Gefahrsituation als heran-  nahend erkannt und durch den Angstausbruch signa-  lisiert wird. Die Angst kann dann sofort durch ge-  eignetere Maßnahmen abgelöst werden. Es sondern  sich also sofort zwei Möglichkeiten des Auftretens der  Angst: die eine, unzweckmäßige, in einer neuen Gefahr-  situation, die andere, zweckmäßige, zur Signalisierung  und Verhütung einer solchen. Was aber ist eine „Gefahr‘‘? Im Geburtsakt  besteht eine objektive Gefahr für die Erhaltung des  Lebens, wir wissen, was das in der Realität bedeutet. Aber psychologisch sagt es uns gar nichts. Die Gefahr  der Geburt hat noch keinen psychischen Inhalt.  Sicherlich dürfen wir beim Fötus nichts voraussetzen,  was sich irgendwie einer Art von Wissen um die  Möglichkeit eines Ausgangs in Lebensvernichtung an-  nähert. Der Fötus kann nichts anderes bemerken  als eine großartige Störung in der Ökonomie seiner  narzißtischen Libido. Große Erregungssummen dringen  zu ihm, erzeugen neuartige Unlustempfindungen, manche  Organe erzwingen sich erhöhte Besetzungen, was wie  ein Vorspiel der bald beginnenden Objektbesetzung  ist; was davon wird als Merkzeichen einer ‚Grefahr-  situation‘ Verwertung finden?   Wir wissen leider viel zu wenig von der seelischen  Verfassung des Neugeborenen, um diese Frage direkt  zu beantworten. Ich kann nicht einmal für die Brauch-  barkeit der eben gegebenen Schilderung einstehen. Es  ist leicht zu sagen, das Neugeborene werde den Angst-  affekt in allen Situationen wiederholen, die es an das  Geburtsereignis erinnert. Der entscheidende Punkt  bleibt aber, wodurch und woran es erinnert wird.   Es bleibt uns kaum etwas anderes übrig, als die  Anlässe zu studieren, bei denen der Säugling oder  das ein wenig ältere Kind sich zur Angstentwicklung  bereit zeigt. Rank hat in Das Irauma  der Geburt einen sehr energischen Versuch gemacht, [Rank, Das Trauma der Geburt und seine Bedeutung  für die Psychoanalyse. Internat. Psychoanalyt. Bibliothek.  die Beziehungen der frühesten Phobien des Kindes  zum Eindruck des Geburtsereignisses zu erweisen,  allein ich kann ihn nicht für geglückt halten. Man kann  ihm zweierlei vorwerfen: Erstens, dafs er auf der Vor-  aussetzung beruht, das Kind habe bestimmte Sinnes-  eindrücke, insbesondere visueller Natur, bei seiner  Geburt empfangen, deren Erneuerung die Erinnerung  an das Greburtstrauma und somit die Angstreaktion  hervorrufen kann. Diese Annahme ist völlig unbewiesen  und sehr unwahrscheinlich; es ist nicht glaubhaft, dafs  das Kind andere als taktileund Allgemeinsensationen vom  Geburtsvorgang bewahrt hat. Wenn es also später  Angst vor kleinen Tieren zeigt, die in Löchern ver-  schwinden oder aus diesen herauskommen, so erklärt  Rank diese Reaktion durch die Wahrnehmung einer  Analogie, dieaber dem Kinde nicht auffällig werden kann.  Zweitens, daß Rank in der Würdigung dieser späteren  Angstsituationen je nach Bedürfnis die Erinnerung an die  glückliche intrauterine Existenz oder an deren trauma-  tische Störung wirksam werden läßt, womit der Willkür  in der Deutung Tür und Tor geöffnet wird. Einzelne  Fälle dieser Kinderangst widersetzen sich direkt der  Anwendung des Rank schen Prinzips. Wenn das Kind  in Dunkelheit und Einsamkeit gebracht wird, so sollten  wir erwarten, dafs es diese Wiederherstellung der  intrauterinen Situation mit Befriedigung aufnimmt, und  wenn die Tatsache, daß es gerade dann mit Angst  reagiert, auf die Erinnerung an die Störung dieses Glücks durch die Geburt zurückgeführt wird, so kann  man das Gezwungene dieses Erklärungsversuches:nicht  länger verkennen.   Ich muf3 den Schluß ziehen, daß die frühesten  Kindheitsphobien eine direkte Rückführung auf den  Eindruck des Geburtsaktes nicht zulassen und sich  überhaupt bis jetzt der Erklärung entzogen haben.  Fine gewisse Angstbereitschaft des Säuglings ist unver-  kennbar. Sie ist nicht etwa unmittelbar nach der  Geburt am stärksten, um dann langsam abzunehmen,  sondern tritt erst später mit dem Fortschritt der  seelischen Entwicklung hervor und hält über eine  gewisse Periode der Kinderzeit an. Wenn sich solche  Frühphobien über diese Zeit hinaus erstrecken, er-  wecken sie den Verdacht einer neurotischen Störung,  wiewohl uns ihre Beziehung zu den späteren deutlichen  Neurosen der Kindheit keineswegs einsichtlich ist.   Nur wenige Fälle der kindlichen Angstäufßserung  sind uns verständlich; an diese werden wir uns halten  müssen. So, wenn das Kind allein, in der Dunkelheit,  ist und wenn es eine fremde Person an Stelle der ihm  vertrauten (der Mutter) findet. Diese drei Fälle reduzieren  sich auf eine einzige Bedingung, das Vermissen der  geliebten (ersehnten) Person. Von da an ist aber der  Weg zum Verständnis der Angst und zur Vereinigung  der Widersprüche, die sich an sie zu knüpfen  scheinen, frei.   Das Erinnerungsbild der ersehnten Person wird GB ., Siem. Freud    gewif) intensiv, wahrscheinlich zunächst halluzinatorisch  besetzt. Aber das hat keinen Erfolg und nun hat es  den Anschein, als ob diese Sehnsucht in Angst um-  schlüge. Es macht geradezu den Eindruck, als wäre  diese Angst ein Ausdruck der Ratlosigkeit, als wüßte  das noch sehr unentwickelte Wesen mit dieser sehn-  süchtigen Besetzung nichts Besseres anzufangen. Die  Angst erscheint so. als Reaktion auf das Vermissen  des Objekts und es drängen sich uns die Analogien  auf, daf®? auch die Kastrationsangst die Trennung  von einem hochgeschätzten Objekt zum Inhalt hat,  und daß die ursprünglichste Angst (die „Urangst“  der Geburt) bei der Trennung von der Mutter ent-stand. Die nächste Überlegung führt über diese Betonung  des Objektverlustes hinaus. Wenn der Säugling nach  der Wahrnehmung der Mutter verlangt, so doch nur  darum, weil er bereits aus Erfahrung weiß, daß sie  alle seine Bedürfnisse ohne Verzug befriedigt. Die  Situation, die er als „Gefahr“ wertet, gegen die er  versichert sein will, ist also die der Unbefriedigung, des Anwachsens der Bedürfnisspannung,  gegen die er ohnmächtig ist. Ich meine, von diesem  Gesichtspunkt aus ordnet sich alles ein; die Situation  der Unbefriedigung, in der Reizgrößen eine unlustvolle  Höhe erreichen, ohne Bewältigung durch psychische  Verwendung und Abfuhr zu finden, muß für den Säug-  ling die Analogie mit dem Geburtserlebnis, die Wiederholung der Gefahrsituation sein; das beiden Gemein-  same ist die ökonomische Störung durch das Anwachsen  der Erledigung heischenden Reizgrößen, dieses Moment  also der eigentliche Kern der „Gefahr“. In beiden  Fällen tritt die Angstreaktion auf, die sich auch noch  beim Säugling als zweckmäßig erweist, indem die  Richtung der Abfuhr auf Atem- und Stimmuskulatur  nun die Mutter herbeiruft, wie sie früher die  Lungentätigkeit zur Wegschaffung der inneren Reize  anregte. Mehr als diese Kennzeichnung der Gefahr  braucht das Kind von seiner Geburt nicht bewahrt  zu haben. Mit der Erfahrung, daß ein äußeres, durch Wahr-  nehmung erfaßbares Objekt der an die Geburt mahnenden  gefährlichen Situation ein Ende machen kann, ver-  schiebt sich nun der Inhalt der Gefahr von der öko-  nomischen Situation auf seine Bedingung, den Objekt-  verlust. Das Vermissen der Mutter wird nun die  Gefahr, bei deren Eintritt der Säugling das Angst-  signal gibt, noch ehe die gefürchtete ökonomische  Situation eingetreten ist. Diese Wandlung bedeutet  einen ersten großen Fortschritt in der Fürsorge für  die Selbsterhaltung, sie schließt gleichzeitig den Über-  gang von der automatisch ungewollten Neuentstehung  der Angst zu ihrer beabsichtigten Reproduktion als  Signal der Gefahr ein.   In beiden Hinsichten, sowohl als automatisches Phänomen wie als rettendes Signal, zeigt sich die Angst als Produkt der psychischen Hilflosigkeit des  Säuglings, welche das selbstverständliche Gegenstück  seiner biologischen Hilflosigkeit ist. Das auffällige  Zusammentreffen, daß sowohl die Geburtsangst wie die  Säuglingsangst die Bedingung der Trennung von der  Mutter anerkennt, bedarf keiner psychologischen  Deutung; es erklärt sich biologisch einfach genug aus  der Tatsache, daf3 die Mutter, die zuerst alle Bedürf-  nisse des Fötus durch die Einrichtungen ihres Leibes  beschwichtigt hatte, dieselbe Funktion zum Teil mit  anderen Mitteln auch nach der Geburt fortsetzt.  Intrauterinleben und erste Kindheit sind weit mehr ein  Kontinuum, als uns die auffällige Zensur des Geburtsaktes glauben läßt. Das psychische Mutterobjekt  ersetzt dem Kinde die biologische Fötalsituation. Wir  dürfen darum nicht vergessen, daf3 im Intrauterin-  leben die Mutter kein Objekt war, und daß es damals  keine Objekte gab.   Es ist leicht zu sehen, daß es in diesem Zusammen-  hange keinen Raum für ein Abreagieren des Geburtstraumas gibt, und daß eine andere Funktion der  Angst als die eines Signals zur Vermeidung der  Gefahrsituation nicht aufzufinden ist. Die Angst-  bedingung des Objektverlustes trägt nun noch ein  ganzes Stück weiter. Auch die nächste Wandlung der  Angst, die in der phallischen Phase auftretende  Kastrationsangst, ist eine Irennungsangst und an die-  selbe Bedingung gebunden. Die Gefahr ist hier die Irennung von dem Genitale. Ein vollberechtigt  scheinender Gedankengang von Ferenczi läßt uns  hier die Linie des Zusammenhanges mit den früheren  Inhalten der Gefahrsituation deutlich erkennen. Die hohe  narzifßtische Einschätzung des Penis kann sich darauf  berufen, daß der Besitz dieses Organs die Gewähr für  eine Wiedervereinigung mit der Mutter (dem Mutterersatz) im Akt des Koitus enthält. Die Beraubung  dieses Gliedes ist soviel wie eine neuerliche Trennung  von der Mutter, bedeutet also wiederum, einer unlust-  vollen Bedürfnisspannung (wie bei der Geburt) hilflos  ausgeliefert zu sein. Das Bedürfnis, dessen Ansteigen  gefürchtet wird, ist aber nun ein sSpezialisiertes, das  der genitalen Libido, nicht mehr ein beliebiges wie in  der Säuglingszeit. Ich füge hier an, daf3 die Phantasie  der Rückkehr in den Mutterleib der Koitusersatz des  Impotenten (durch die Kastrationsdrohung Gehemmten)  ist. Im Sinne Ferenczis kann man sagen, das  Individuum, das sich zur Rückkehr in den Mutter-  leib durch sein Genitalorgan vertreten lassen wollte,  ersetzt nun regressiv dies Organ durch seine ganze  Person.   Die Fortschritte in der Entwicklung des Kindes,  die Zunahme seiner Unabhängigkeit, die schärfere  Sonderung seines seelischen Apparats in mehrere  Instanzen, das Auftreten neuer Bedürfnisse, können  nicht ohne Einfluß auf den Inhalt der Gefahrsituation  bleiben. Wir haben dessen Wandlung vom Verlust  des Mutterobjekts zur Kastration verfolgt und sehen  den nächsten Schritt durch die Macht des Über-Ichs  verursacht. Mit dem Unpersönlichwerden der Eltern-  instanz, von der man die Kastration befürchtete, wird  die Gefahr unbestimmter. Die Kastrationsangst ent-  wickelt sich zur Gewissensangst, zur sozialen Angst.  Es ist jetzt nicht mehr so leicht anzugeben, was die  Angst befürchtet. Die Formel: „Trennung, Ausschluß  aus der Horde‘, trifft nur jenen späteren Anteil des  Über-Ichs, der sich in Anlehnung an soziale Vorbilder  entwickelt hat, nicht den Kern des Über-Ichs, der der  introjizierten Elterninstanz entspricht. Allgemeiner aus-  gedrückt, ist es der Zorn, die Strafe. des Über-Ichs,  der Liebesverlust von dessen Seite, den das Ich als  Gefahr wertet und mit dem Angstsignal beantwortet.  Als letzte Wandlung dieser Angst vor dem Über-Ich  ist mir die Todes-(Lebens-)Angst, die Angst vor der  Projektion des Über-Ichs in den Schicksalsmächten  erschienen.   Ich habe früher einmal einen gewissen Wert auf  die Darstellung gelegt, daß es die bei der Verdrän-  gung abgezogene Besetzung ist, welche die Verwen-  dung als Angstabfuhr erfährt. Das erscheint mir nun  heute kaum wissenswert. Der Unterschied liegt darin,  daß ich vormals die Angst in jedem Falle durch einen  ökonomischen Vorgang automatisch entstanden glaubte,  während die jetzige Auffassung der Angst als eines  vom Ich beabsichtigten Signals zum Zweck der Beeinflussung der Lust-Unlustinstanz uns von diesem  ökonomischen Zwange unabhängig macht. Es ist  natürlich nichts gegen die Annahme zu sagen, daß  das Ich gerade die durch die Abziehung bei der  Verdrängung frei gewordene Energie zur Erweckung  des Affekts verwendet, aber es ist bedeutungslos  geworden, mit welchem Anteil Energie dies geschieht.   Ein anderer Satz, den ich einmal ausgesprochen,  verlangt nun nach Überprüfung im Lichte unserer  neuen Auffassung. Es ist die Behauptung, das Ich sei  die eigentliche Angststätte; ich meine, sie wird sich  als zutreffend erweisen. Wir haben nämlich keinen  Anlaß, dem Über-Ich irgendeine Angstäußerung zuzu-  teilen. Wenn aber von einer „Angst des Es die  Rede ist, so hat man nicht zu widersprechen, sondern  einen ungeschickten Ausdruck zu korrigieren. Die  Angst ist ein Affektzustand, der natürlich nur vom  Ich verspürt werden kann. Das Es kann nicht Angst  haben wie das Ich, es ist keine Organisation, kann  Gefahrsituationen nicht beurteilen. Dagegen ist es ein  überaus häufiges Vorkommnis, daß sich im Es Vor-  gänge vorbereiten oder vollziehen, die dem Ich  Anlaß zur Angstentwicklung geben; in der Tat sind  die wahrscheinlich frühesten Verdrängungen, wie die  Mehrzahl aller späteren, durch solche Angst des Ichs  vor einzelnen Vorgängen im Es motiviert. Wir unter-  scheiden hier wiederum mit gutem Grund die beiden  Fälle, daß sich im Es etwas ereignet, was eine der    88 Siem. Freud    Gefahrsituationen fürs Ich aktiviert und es somit  bewegt, zur Inhibition das Angstsignal zu geben, und  den anderen Fall, daß sich im Es die dem Geburts-  trauma analoge Situation herstellt, in der es automatisch  zur Angstreaktion kommt. Man bringt die beiden  Fälle einander näher, wenn man hervorhebt, daf der  zweite der ersten und ursprünglichen Gefahrsituation  entspricht, der erste aber einer der später aus ihr  abgeleiteten Angstbedingungen. Oder auf die wirklich  vorkommenden Affektionen bezogen: daß der zweite  Fall in der Ätiologie der Aktualneurosen verwirklicht  ist, der erste für die der Psychoneurosen charakteri-  stisch bleibt.   Wir sehen nun, daf wir frühere Ermittlungen  nicht zu entwerten, sondern bloß mit den neueren  Einsichten in Verbindung zu bringen brauchen. Es ist  nicht abzuweisen, daß bei Abstinenz, mißbräuchlicher  Störung im Ablauf der Sexualerregung, Ablenkung  derselben von ihrer psychischen Verarbeitung, direkt  Angst aus Libido entsteht, d. h. jener Zustand von  Hilflosigkeit des Ichs gegen eine übergroße Bedürfnis-  spannung hergestellt wird, der wie bei der Geburt in  Angstentwicklung ausgeht, wobei es wieder eine gleich-  gültige, aber nahe liegende Möglichkeit ist, daß gerade  der Überschuß an unverwendeter Libido seine Abfuhr  in der Angstentwicklung findet. Wir sehen, daß sich  auf dem Boden dieser Aktualneurosen besonders  leicht Psychoneurosen entwickeln, das heißt wohl, daß Femmung, Symptom und Angst 89    das Ich Versuche macht, die Angst, die es eine Weile  suspendiert zu erhalten gelernt hat, zu ersparen und  durch Symptombildung zu binden. Wahrscheinlich  würde die Analyse der traumatischen Kriegsneurosen,  welcher Name allerdings sehr verschiedenartige  Affektionen umfaßt, ergeben haben, daf3 eine Anzahl  von ihnen an den Charakteren der Aktualneurosen  Anteil hat.   Als wir die Entwicklung der verschiedenen Gefahr-  situationen aus dem ursprünglichen Geburtsvorbild  darstellten, lag es uns ferne zu behaupten, dafs jede  spätere Angstbedingung die frühere einfach außer  Kraft setzt. Die Fortschritte der Ichentwicklung tragen  allerding dazu bei, die frühere Gefahrsituation zu entwerten und beiseite zu schieben, so daf man  sagen kann, einem bestimmten Entwicklungsalter sei  eine gewisse Angstbedingung wie adäquat zugeteilt.  Die Gefahr der psychischen Hilflosigkeit pafst zur  Lebenszeit der Unreife des Ichs, wie die Gefahr des  Objektverlustes zur Unselbständigkeit der ersten Kinder-  jahre, die Kastrationsgefahr zur phallischen Phase, die  Über-Ichangst zur Latenzzeit. Aber es können doch  alle diese Gefahrsituationen und Angstbedingungen  nebeneinander fortbestehen bleiben und das Ich auch  zu späteren als den adäquaten Zeiten zur Angstreaktion veranlassen, oder es können mehrere von  ihnen gleichzeitig in Wirksamkeit treten. Möglicherweise bestehen auch engere Beziehungen zwischen der wirksamen Gefahrsituation und der Form der auf sie  folgenden Neurose.'   Als wir in einem früheren Stück dieser Unter-  suchungen auf die Bedeutung der Kastrationsgefahr  Seit der Unterscheidung von Ich und Es mußte auch unser  Interesse an den Problemen der Verdrängung eine neue Belebung  erfahren. Bisher hatte es uns genügt, die dem Ich zugewendeten  Seiten des Vorgangs, die Abhaltung vom Bewußtsein und von der  Motilität und die Ersatz- (Symptom-) Bildung ins Auge zu fassen, von  der verdrängten Triebregung selbst nahmen wir an, sie bleibe im  Unbewußten unbestimmt lange unverändert bestehen. Nun wendet  sich das Interesse den Schicksalen des Verdrängten zu, und wir  ahnen, daß ein solcher unveränderter und unveränderlicher Fortbestand nicht selbstverständlich, vielleicht nicht einmal gewöhnlich  ist. Die ursprüngliche Triebregung ist jedenfalls durch die Ver-  drängung gehemmt und von ihrem Ziel abgelenkt worden. Ist aber  ihr Ansatz im Unbewußten erhalten geblieben und hat er sich  resistent gegen die verändernden und entwertenden Einflüsse des  Lebens erwiesen? Bestehen also die alten Wünsche noch, von  deren früherer Existenz uns die Analyse berichtet? Die Antwort  scheint naheliegend und gesichert: Die verdrängten alten Wünsche  müssen im Unbewußten noch fortbestehen, da wir ihre Abkömmlinge,  die Symptome, noch wirksam finden. Aber sie ist nicht zureichend,  sie läßt nicht zwischen den beiden Möglichkeiten entscheiden, ob  der alte Wunsch jetzt nur durch seine Abkömmlinge wirkt, denen  er all seine Besetzungsenergie übertragen hat, oder ob er außerdem  selbst erhalten geblieben ist, Wenn es sein Schicksal war, sich in  der Besetzung seiner Abkömmlinge zu erschöpfen, so bleibt noch  die dritte Möglichkeit, daß er im Verlauf der Neurose durch Re-  gression wiederbelebt wurde, so unzeitgemäß er gegenwärtig sein  mag. Man braucht diese Erwägungen nicht für müßig zu halten;  vieles an den Erscheinungen des krankhaften wie des normalen  Seelenlebens scheint solche Fragestellungen zu erfordern. In meiner  Studie über den Untergang des Ödipuskomplexes bin ich auf den  Unterschied zwischen der bloßen Verdrängung und der wirklichen  Aufhebung einer alten Wunschregung aufmerksam geworden.   bei mehr als einer neurotischen Affektion stießen,  erteilten wir uns die Mahnung, dies Moment doch  nicht zu überschätzen, da es bei dem gewiß mehr  zur Neurose disponierten weiblichen Geschlecht doch  nicht ausschlaggebend sein könnte. Wir sehen jetzt,  daf3 wir nicht in Gefahr sind, die Kastrationsangst für  den einzigen Motor der zur Neurose führenden Abwehr-  vorgänge zu erklären. Ich habe an anderer Stelle  auseinandergesetzt, wie die Entwicklung des kleinen  Mädchens durch den Kastrationskomplex zur zärtlichen  Objektbesetzung gelenkt wird. Gerade beim Weibe  scheint die Gefahrsituation des Objektverlustes die  wirksamste geblieben zu sein. Wir dürfen an ihrer  Angstbedingung die kleine Modifikation anbringen, daß  es sich nicht mehr um das Vermissen oder den realen  Verlust des Objekts handelt, sondern um den Liebes-  verlust von seiten des Objekts. Da es sicher steht,  daß die Hysterie eine größere Affinität zur Weiblich-  keit hat, ebenso wie die Zwangsneurose zur Männlich-  keit, so liegt die Vermutung nahe, die Angstbedingung  des Liebesverlustes spiele bei Hysterie eine ähnliche  Rolle wie die Kastrationsdrohung bei den Phobien,  die Über-Ichangst bei der Zwangsneurose.  IX Was jetzt erübrigt, ist die Behandlung der Be-  ziehungen zwischen Symptombildung und Angst-  entwicklung.   Zwei Meinungen darüber scheinen weit verbreitet  zu sein. Die eine nennt die Angst selbst ein Symptom  der Neurose, die andere glaubt an ein weit innigeres  Verhältnis zwischen beiden. Ihr zufolge würde alle  Symptombildung nur unternommen werden, um der  Angst zu entgehen; die Symptome binden die psychi-  sche Energie, die sonst als Angst abgeführt würde,  so dafß® die Angst das Grundphänomen und Haupt-  problem der Neurose wäre. |   Die zumindest partielle Berechtigung der zweiten  Behauptung läßt sich durch schlagende Beispiele er-  weisen. Wenn man einen Agoraphoben, den man auf  die Straße begleitet hat, dort sich selbst überläßt,  produziert er einen Angstanfall; wenn man einen  Zwangsneurotiker daran hindern läßt, sich nach einer  Berührung die Hände zu waschen, wird er die Beute    MHemmung, Symptom und Angst einer fast unerträglichen Angst. Es ist also klar, die  Bedingung des Begleitetwerdens und die Zwangs-  handlung des Waschens hatten die Absicht und auch  den Erfolg, solche Angstausbrüche zu verhüten. In  diesem Sinne kann auch jede Hemmung, die sich das  Ich auferlegt, Symptom genannt werden.   Da wir die Angstentwicklung auf die Gefahr-  situation zurückgeführt haben, werden wir es vor-  ziehen zu sagen, die Symptome werden geschaffen,  um das Ich der Gefahrsituation zu entziehen. Wird  die Symptombildung verhindert, so tritt die Gefahr  wirklich ein, d. h. es stellt sich jene der Geburt analoge  Situation her, in der sich das Ich hilflos gegen den  stetig wachsenden Triebanspruch findet, also die erste  und ursprünglichste der Angstbedingungen. Für unsere  Anschauung erweisen sich die Beziehungen zwischen  Angst und Symptom weniger eng als angenommen  wurde, die Folge davon, daß wir zwischen beide das  Moment der Gefahrsituation eingeschoben haben. Wir  können auch ergänzend sagen, die Angstentwicklung  leite die Symptombildung ein, ja sie sei eine not-  wendige Voraussetzung derselben, denn wenn das Ich  nicht durch die Angstentwicklung die Lust-Unlust-  Instanz wachrütteln würde, bekäme es nicht die Macht,  den im Es vorbereiteten, gefahrdrohenden Vorgang  aufzuhalten. Dabei ist die,Tendenz unverkennbar, sich  auf ein Mindestmaß von Angstentwicklung zu be-  schränken, die Angst nur als Signal zu verwenden,    94 Sigm. Freud    denn sonst bekäme man die Unlust, die durch den  Triebvorgang droht, nur an anderer Stelle zu spüren,  was kein Erfolg nach der Absicht des Lustprinzips  wäre, sich aber doch bei den Neurosen häufig genug  ereignet.   Die Symptombildung hat also den wirklichen Erfolg,  die Gefahrsituation aufzuheben. Sie hat zwei Seiten;  die eine, die uns verborgen bleibt, stellt im Es jene  Abänderung her, mittels deren das Ich der Gefahr  entzogen wird, die andere uns zugewendete zeigt,  was sie an Stelle des beeinflußten Triebvorganges  geschaffen hat, die Ersatzbildung. Wir sollten uns aber korrekter ausdrücken, dem  Abwehrvorgang zuschreiben, was wir eben von der  Symptombildung ausgesagt haben, und den Namen  Symptombildung selbst als synonym mit Ersatzbildung  gebrauchen. Es scheint dann klar, daß der Abwehr-  vorgang analog der Flucht ist, durch die sich das Ich  einer von außen drohenden Gefahr entzieht, daß er  eben einen Fluchtversuch vor einer Triebgefahr darstellt.  Die Bedenken gegen diesen Vergleich werden uns zu  weiterer Klärung verhelfen. Erstens läßt sich ein-wenden, daß der Objektverlust (der Verlust der Liebe  von seiten des Objekts) und die Kastrationsdrohung  ebensowohl (Gefahren sind, die von außen drohen, wie  etwa ein reißsendes Tier, also nicht Triebgefahren.  Aber es ist doch nicht derselbe Fall. Der Wolf würde  uns wahrscheinlich anfallen, gleichgültig, wie wir uns  gegen ihn benehmen; die geliebte Person würde uns aber  nicht ihre Liebe entziehen, die Kastration uns nicht  angedroht werden, wenn wir nicht bestimmte Gefühle  und Absichten in unserem Inneren nähren würden. So  werden diese Triebregungen zu Bedingungen der  äußeren Gefahr und damit selbst gefährlich, wir können  jetzt die äußere Gefahr durch Maßregeln gegen innere  Gefahren bekämpfen. Bei den Tierphobien scheint die  Gefahr noch durchaus als eine äußerliche empfunden  zu werden, wie sie auch im Symptom eine äußserliche  Verschiebung erfährt. Bei der Zwangsneurose ist sie  weit mehr verinnerlicht, der Anteil der Angst vor dem  Über-Ich, der soziale Angst ist, repräsentiert noch den  innerlichen Ersatz einer äußeren Gefahr, der andere  Anteil, die Gewissensangst, ist durchaus endopsychisch.   Ein zweiter Einwand sagt, beim Fluchtversuch  vor einer drohenden äußeren Gefahr tun wir ja nichts  anderes, als daß wir die Raumdistanz zwischen uns  und dem Drohenden vergrößern. Wir setzen uns ja  nicht gegen die Gefahr zur Wehr, suchen nichts an  ihr selbst zu ändern, wie in dem anderen Falle, daß  wir mit einem Knüttel auf den Wolf losgehen oder  mit einem Gewehr auf ihn schießen. Der Abwehr-  vorgang scheint aber mehr zu tun, als einem Flucht-  versuch entspricht. Er greift ja in den drohenden  Triebablauf ein, unterdrückt ihn irgendwie, lenkt ihn  von seinem Ziel ab, macht ihn dadurch ungefährlich.  Dieser Einwand scheint unabweisbar, wir müssen ihm    96 Siem. Freud    Rechnung tragen. Wir meinen, es wird wohl so sein,  dafß es Abwehrvorgänge gibt, die man mit gutem  Recht einem Fluchtversuch vergleichen kann, während  sich das Ich bei anderen weit aktiver zur Wehre  setzt, energische Gegenaktionen vornimmt. Wenn der  Vergleich der Abwehr mit der Flucht nicht überhaupt  durch den Umstand gestört wird, dafs das Ich und  der Trieb im Es ja Teile derselben Organisation sind,  nicht getrennte Existenzen, wie der Wolf und das Kind,  so daf jede Art Verhaltens des Ichs auch abändernd  auf den Triebvorgang einwirken muß.   Durch das Studium der Angstbedingungen haben  wir das Verhalten des Ichs bei der Abwehr sozusagen  in rationeller Verklärung erblicken müssen. Jede Gefahr-  situation entspricht einer gewissen Lebenszeit oder  Entwicklungsphase des seelischen Apparats und er-  scheint für diese berechtigt. Das frühkindliche Wesen  ist wirklich nicht dafür ausgerüstet, große Erregungs-  summen, die von außen oder innen anlangen, psychisch  zu bewältigen. Zu einer gewissen Lebenszeit ist es  wirklich das wichtigste Interesse, daß die Personen,  von denen man abhängt, ihre zärtliche Sorge nicht  zurückziehen. Wenn der Knabe den mächtigen Vater  als Rivalen bei der Mutter empfindet, seiner aggressiven  Neigungen gegen ihn und seiner sexuellen Absichten  auf die Mutter inne wird, hat er ein Recht dazu, sich  vor ihm zu fürchten, und die Angst vor seiner Strafe  kann durch phylogenetische Verstärkung sich als Kastrationsangst äußern. Mit dem Eintritt in soziale  Beziehungen wird die Angst vor dem Über-Ich, das  Gewissen, zur Notwendigkeit, der Wegfall dieses  Moments die Quelle von schweren Konflikten und  Gefahren usw. Aber gerade daran knüpft sich ein  neues Problem.   Versuchen wir es, den Angstaffekt für eine Weile  durch einen anderen, z. B. den Schmerzaffekt, zu  ersetzen. Wir halten es für durchaus normal, daß das  Mädchen von vier Jahren schmerzlich weint, wenn ihm  eine Puppe zerbricht, mit sechs Jahren, wenn ihm die  Lehrerin einen Verweis gibt, mit sechzehn Jahren,  wenn der Geliebte sich nicht um sie bekümmert, mit  fünfundzwanzig Jahren vielleicht, wenn sie ein Kind  begräbt. Jede dieser Schmerzbedingungen hat ihre  Zeit und erlischt mit deren Ablauf; die letzten, defini-  tiven, erhalten sich dann durchs Leben. Es würde  uns aber auffallen, wenn dies Mädchen als Frau und  Mutter über die Beschädigung einer Nippsache weinen  würde. So benehmen sich aber die Neurotiker. In  ihrem seelischen Apparat sind längst alle Instanzen  zur Reizbewältigung innerhalb weiter Grenzen aus-  gebildet, sie sind erwachsen genug, um die meisten  ihrer Bedürfnisse selbst zu befriedigen, sie wissen längst,  daß die Kastration nicht mehr als Strafe geübt wird,  und doch benehmen sie sich, als bestünden die alten  Gefahrsituationen noch, sie halten an allen früheren  Angstbedingungen fest. Die Antwort hierauf wird etwas weitläufig aus-  fallen. Sie wird vor allem den Tatbestand zu sichten  haben. In einer großen Anzahl von Fällen werden die  alten Angstbedingungen wirklich fallen gelassen, nach-  dem sie bereits neurotische Reaktionen erzeugt haben.  Die Phobien der kleinsten Kinder vor Alleinsein,  Dunkelheit und vor Fremden, die beinahe normal zu  nennen sind, vergehen zumeist in etwas späteren  Jahren, sie ‚wachsen sich aus‘, wie man von manchen  anderen Kindheitsstörungen sagt. Die so häufigen  Tierphobien haben das gleiche Schicksal, viele der  Konversionshysterien der Kinderjahre finden später  keine Fortsetzung. Zeremoniell in der Latenzzeit ist  ein ungemein häufiges Vorkommnis, nur ein sehr  geringer Prozentsatz dieser Fälle entwickelt sich später  zur vollen Zwangsneurose. Die Kinderneurosen sind  überhaupt  soweit unsere Erfahrungen an den  höheren Kulturanforderungen unterworfenen Stadt-  kindern weißer Rasse reichen  regelmäßige Episoden  der Entwicklung, wenngleich ihnen noch immer zu  wenig Aufmerksamkeit geschenkt wird. Man vermißt  die Zeichen der Kindheitsneurose auch nicht bei einem  erwachsenen Neurotiker, während lange nicht alle  Kinder, die sie zeigen, auch später Neurotiker werden.  Es müssen also im Verlaufe der Reifung Angst-  bedingungen aufgegeben worden sein und Gefahrsituationen ihre Bedeutung verloren haben. Dazu  kommt, daß einige dieser Gefahrsituationen sich da-    Femmung, Symptom und Angst     durch in späte Zeiten hinüberretten, daß sie ihre  Angstbedingung zeitgemäß modifizieren. So erhält  sich z. B. die Kastrationsangst unter der Maske der  Syphilisphobie, nachdem man erfahren hat, daß zwar  die Kastration nicht mehr als Strafe für das Gewähren-  lassen der sexuellen Gelüste üblich ist, aber daß  dafür der Triebfreiheit schwere Erkrankungen drohen.  Andere der Angstbedingungen sind überhaupt nicht  zum Untergang bestimmt, sondern sollen den Men-  schen durchs Leben begleiten, wie die der Angst vor  dem Über-Ich. Der Neurotiker unterscheidet sich  dann vor den Normalen dadurch, dafs er die Reak-  tionen auf diese Gefahren übermäßig erhöht. Gegen  die Wiederkehr der ursprünglichen traumatischen  Angstsituation bietet endlich auch das Erwachsensein  keinen zureichenden Schutz; es dürfte für jedermann  eine Grenze geben, über die hinaus sein seelischer  Apparat in der Bewältigung der Erledigung heischen-  den Erregungsmengen versagt.   Diese kleinen Berichtigungen können unmöglich  die Bestimmung haben, an der Tatsache zu rütteln,  die hier erörtert wird, der Tatsache, daf$ so viele  Menschen in ihrem Verhalten zur Gefahr infantil  bleiben und verjährte Angstbedingungen nicht über-  winden; dies bestreiten, hieße die Tatsache der Neu-  rose leugnen, denn solche Personen heifst man eben  Neurotiker. Wie ist das aber möglich? Warum sind  nicht alle Neurosen Episoden der Entwicklung, die mit Erreichung der nächsten Phase abgeschlossen  werden?. Woher das Dauermoment in diesen Reaktionen auf die Gefahr? Woher der Vorzug, den der  Angstaffekt vor allen anderen Affekten zu geniefsen  scheint, daß er allein Reaktionen hervorruft, die sich  als abnorm von den anderen sondern und sich als  unzweckmäßig dem Strom des Lebens entgegen-  stellen? Mit anderen Worten, wir finden uns unver-  sehens wieder vor der so oft gestellten Vexierfrage,  woher kommt die Neurose, was ist ihr letztes, das  ihr besondere Motiv? Nach jahrzehntelangen analy-  tischen Bemühungen erhebt sich dies Problem vor  uns, unangetastet, wie zu Anfang.  Die Angst ist die Reaktion auf die Gefahr. Man  kann doch die Idee nicht abweisen, daß es mit dem  Wesen der Gefahr zusammenhängt, wenn sich der  Angstaffekt eine Ausnahmsstellung in der seelischen  Ökonomie erzwingen kann. Aber die Gefahren sind  allgemein menschliche, für alle Individuen die näm-  lichen; was wir brauchen und nicht zur Verfügung  haben, ist ein Moment, das uns die Auslese der Indi-  viduen verständlich macht, die den Angstaffekt trotz  seiner Besonderheit dem normalen seelischen Betrieb  unterwerfen können, oder das bestimmt, wer an dieser  Aufgabe scheitern muß. Ich sehe zwei Versuche vor  mir, ein solches Moment aufzudecken; es ist begreif-  lich, daß jeder solche Versuch eine sympathische  Aufnahme erwarten darf, da er einem quälenden Be-  dürfnis Abhilfe verspricht. Die beiden Versuche  ergänzen einander, indem sie das Problem an ent-  gegengesetzten Enden angreifen. Der erste ist vor  mehr als zehn Jahren von Alfred Adler unternommen worden; er behauptet, auf seinen innersten  Kern reduziert, daf3 diejenigen Menschen an der  Bewältigung der durch die Gefahr gestellten Aufgabe  scheitern, denen die Minderwertigkeit ihrer Organe  zu große Schwierigkeiten bereitet. Bestünde der Satz  Simplex sigillum veri zurecht, so müßte man eine  solche Lösung wie eine Erlösung begrüßen. Aber  im Gegenteile, die Kritik des abgelaufenen Jahrzehnts  hat die volle Unzulänglichkeit dieser Erklärung, die  sich überdies über den ganzen Reichtum der von der  Psychoanalyse aufgedeckten Tatbestände hinaussetzt,  beweisend dargetan.   Den zweiten Versuch hat Rank in Das Trauma der Geburt unternommen.  Es wäre unbillig, ihn dem Versuch von Adler in  einem anderen Punkte als dem einen hier betonten  gleichzustellen, denn er bleibt auf dem Boden der  Psychoanalyse, deren Gedankengänge er fortsetzt und  ist als eine legitime Bemühung zur Lösung der ana-  Iytischen Probleme anzuerkennen. In der gegebenen  Relation zwischen Individuum und Gefahr lenkt Rank  von der Organschwäche des Individuums ab und aut  die veränderliche Intensität der Gefahr hin. Der  Geburtsvorgang ist die erste Gefahrsituation, der von  ihm produzierte ökonomische Aufruhr wird das Vor-bild der Angstreaktion;, wir haben vorhin die Ent-  wicklungslinie verfolgt, welche diese erste Gefahr-  situation und Angstbedingung mit allen späteren verbindet, und dabei gesehen, daß sie alle etwas Ge-  meinsames bewahren, indem sie alle in gewissem  Sinne eine Trennung von der Mutter bedeuten, zuerst  nur in biologischer Hinsicht, dann im Sinn eines  direkten Objektverlustes und später eines durch in-  direkte Wege vermittelten. Die Aufdeckung dieses  großsen Zusammenhanges ist ein unbestrittenes Ver-  dienst der Rankschen Konstruktion. Nun trifft das  Trauma der Geburt die einzelnen Individuen in ver-  schiedener Intensität, mit der Stärke des Traumas  variiert die Heftigkeit der Angstreaktion, und es soll  nach Rank von dieser Anfangsgröße der Angst-  entwicklung abhängen, ob das Individuum jemals ihre  Beherrschung erlernen kann, ob es neurotisch wird  oder normal.   Die Einzelkritik der Rankschen Aufstellungen ist  nicht unsere Aufgabe, bloß deren Prüfung, ob sie zur  Lösung unseres Problems brauchbar sind. Die Formel  Ranks, Neurotiker werde der, dem es wegen der  Stärke des Geburtstraumas niemals gelinge, dieses  völlig abzureagieren, ist theoretisch höchst anfechtbar.  Man weiß nicht recht, was mit dem Abreagieren des  Traumas gemeint ist. Versteht man es wörtlich, so  kommt man zu dem unhaltbaren Schluß, daß der  Neurotiker sich um so mehr der Gesundung nähert,  je häufiger und intensiver er den Angstaffekt repro-  duziert. Wegen dieses Widerspruches mit der Wirk-  lichkeit hatte ich ja seinerzeit die Theorie des Abreagierens aufgegeben, die in der Katharsis eine so  große Rolle spielte. Die Betonung der wechselnden  Stärke des Geburtstraumas läßt keinen Raum für den  berechtigten ätiologischen Anspruch der hereditären  Konstitution. Sie ist ja ein organisches Moment,  welches sich gegen die Konstitution wie eine Zu-fälligkeit verhält und selbst von vielen, zufällig zu  nennenden Einflüssen, z. B. von der rechtzeitigen  Hilfeleistung bei der Geburt abhängig ist. Die Rank-  sche Lehre hat konstitutionelle wie phylogenetische  Faktoren überhaupt außer Betracht gelassen. Will  man aber für die Bedeutung der Konstitution Raum  schaffen, etwa durch die Modifikation, es käme viel  mehr darauf an, wie ausgiebig das Individuum auf die  variable Intensität des Geburtstraumas reagiere, SO  hat man der Theorie ihre Bedeutung geraubt, und  den neu eingeführten Faktor auf eine Nebenrolle ein-  geschränkt. Die Entscheidung über den Ausgang in  Neurose liegt dann doch auf einem anderen, wiederum  auf einem unbekannten Gebiet.   Die Tatsache, daß der Mensch den Geburtsvor-  gang mit den anderen Säugetieren gemein hat,  während ihm eine besondere Disposition zur Neurose  als Vorrecht vor den Tieren zukommt, wird kaum  günstig für die Ranksche Lehre stimmen. Der Haupt-  einwand bleibt aber, daß sie in der Luft schwebt,  anstatt sich auf gesicherte Beobachtung zu stützen. Es  gibt keine guten Untersuchungen darüber, ob schwere    Aemmung, Symptom und Angst und protrahierte Geburt in unverkennbarer Weise mit  Entwicklung von Neurose zusammentreffen, ja, ob so  geborene Kinder nur die Phänomene der frühinfantilen  Ängstlichkeit länger oder stärker zeigen als andere.  Macht man geltend, daf präzipitierte und für die  Mutter leichte Geburten für das Kind möglicher-  weise die Bedeutung von schweren Traumen haben,  so bleibt doch die Forderung aufrecht, dafS Geburten,  die zur Asphyxie führen, die behaupteten Folgen mit  Sicherheit erkennen lassen müßten. Es scheint ein  Vorteil der Rankschen Ätiologie, daß sie ein Moment  voranstellt, das der Nachprüfung am Material der  Erfahrung zugänglich ist; solange man eine solche  Prüfung nicht wirklich vorgenommen hat, ist es  unmöglich, ihren Wert zu beurteilen. Dagegen kann ich mich der Meinung nicht an-  schließen, daß die Ranksche Lehre der bisher in der  Psychoanalyse anerkannten ätiologischen Bedeutung  der Sexualtriebe widerspricht; denn sie bezieht sich  nur auf das Verhältnis des Individuums zur Gefahrsituation und läßt die gute Auskunft offen, dafs, wer  die anfänglichen Gefahren nicht bewältigen konnte,  auch in den später auftauchenden Situationen sexueller  Gefahr versagen muß und dadurch in die Neurose  gedrängt wird.   Ich glaube also nicht, daß der Ranksche Versuch  uns die Antwort auf die Frage nach der Begründung  der Neurose gebracht hat, und ich meine, es läfst sich noch nicht entscheiden, einen wie großen Beitrag zur  Lösung der Frage er doch enthält. Wenn die Unter-  suchungen über den Einfluß schwerer Geburt auf die  Disposition zu Neurosen negativ ausfallen, ist dieser  Beitrag gering einzuschätzen. Es ist sehr zu besorgen,  daß das Bedürfnis nach einer greifbaren und einheitlichen letzten Ursache‘‘ der Nervosität immer un-  befriedigt bleiben wird. Der ideale Fall, nach dem  sich der Mediziner wahrscheinlich noch heute sehnt,  wäre der des Bazillus, der sich isolieren und reinzüchten  läßt, und dessen Impfung bei jedem Individuum die  nämliche Affektion hervorruft. Oder etwas weniger  phantastisch: die Darstellung von chemischen Stoffen,  deren Verabreichung bestimmte Neurosen produziert und  aufhebt. Aber die Wahrscheinlichkeit spricht nicht für  solche Lösungen des Problems.   Die Psychoanalyse führt zu weniger einfachen,  minder befriedigenden Auskünften. Ich habe hier nur  längst Bekanntes zu wiederholen, nichts Neues hinzu-  zufügen. Wenn es dem Ich gelungen ist, sich einer  gefährlichen Triebregung zu erwehren, z. B. durch  den Vorgang der Verdrängung, so hat es diesen Teil  des Es zwar gehemmt und geschädigt, aber ihm  gleichzeitig auch ein Stück Unabhängigkeit gegeben  und auf ein Stück seiner eigenen Souveränität ver-  zichtet. Das folgt aus der Natur der Verdrängung,  die im Grunde ein Fluchtversuch ist. Das Verdrängte  ist nun „vogelfrei‘, ausgeschlossen aus der großen Organisation des Ichs, nur den Gesetzen unterworfen,  die im Bereich des Unbewußten herrschen. Ändert  sich nun die Gefahrsituation, so daß das Ich kein  Motiv zur Abwehr einer neuerlichen, der verdrängten  analogen Triebregung hat, so werden die Folgen der  Icheinschränkung manifest. Der neuerliche Triebablauf  vollzieht sich unter dem Einfluß des Automatismus,  — ich zöge vor zu sagen: des Wiederholungszwanges,  — er wandelt dieselben Wege wie der früher ver-  drängte, als ob die überwundene Gefahrsituation noch  bestünde. Das fixierende Moment an der Verdrängung  ist also der Wiederholungszwang des unbewufsten Es,  der normalerweise nur durch die frei bewegliche  Funktion des Ichs aufgehoben wird. Nun mag es  dem Ich mitunter gelingen, die Schranken der Verdrängung, die es selbst aufgerichtet, wieder ein-  zureißßen, seinen Einfluß auf die Triebregung wieder-  zugewinnen und den neuerlichen Triebablauf im Sinne  der veränderten Gefahrsituation zu lenken. Tatsache  ist, daß es ihm so oft mißlingt, und daß es seine  Verdrängungen nicht rückgängig machen kann. Quanti-  tative Relationen mögen für den Ausgang dieses  Kampfes maßgebend sein. In manchen Fällen haben  wir den Eindruck, daf die Entscheidung eine zwangs-  läufige ist, die regressive Anziehung der verdrängten  Regung und die Stärke der Verdrängung sind so groß,  daß die neuerliche Regung nur dem Wiederholungs-  zwange folgen kann. In anderen Fällen nehmen wir den Beitrag eines anderen Kräftespiels wahr, die An-  ziehung des verdrängten Vorbilds wird verstärkt durch  die Abstoßung von Seiten der realen Schwierigkeiten,  die sich einem anderen Ablauf der neuerlichen Trieb-  regung entgegensetzen. Dafß dies der Hergang der Fixierung an die Ver-  drängung und der Erhaltung der nicht mehr aktuellen  Gefahrsituation ist, findet seinen Erweis in der an  sich bescheidenen, aber theoretisch kaum überschätz-  baren Tatsache der analytischen Therapie. Wennwir  dem Ich in der Analyse die Hilfe leisten, die es in  den Stand setzen kann, seine Verdrängungen aufzu-  heben, bekommt es seine Macht über das verdrängte  Es wieder und kann die Triebregungen so ablaufen  lassen, als ob die alten Gefahrsituationen nicht mehr  bestünden. Was wir so erreichen, steht in gutem  Einklang mit dem sonstigen Machtbereich unserer  ärztlichen Leistung. In der Regel muß sich ja unsere  Iherapie damit begnügen, rascher, verläßlicher, mit  weniger Aufwand den guten Ausgang herbeizuführen,  der sich unter günstigen Verhältnissen spontan ergeben  hätte.   Die bisherigen Erwägungen lehren uns, es sind  quantitative Relationen, nicht direkt aufzuzeigen, nur  auf dem Wege des Rückschlusses faßbar, die darüber  entscheiden, ob die alten Gefahrsituationen festgehalten  werden, ob die Verdrängungen des Ichs erhalten  bleiben, ob die Kinderneurosen ihre Fortsetzung finden oder nicht. Von den Faktoren, die an der  Verursachung der Neurosen beteiligt sind, die die  Bedingungen geschaffen haben, unter denen sich die  psychischen Kräfte mit einander messen, heben sich  für unser Verständnis drei hervor, ein biologischer,  ein phylogenetischer und ein rein psychologischer. Der  biologische ist die lang hingezogene Hilflosigkeit und  Abhängigkeit des kleinen Menschenkindes. Die Intrau-  terinexistenz des Menschen erscheint gegen die der  meisten Tiere relativ verkürzt; es wird unfertiger als  diese in die Welt geschickt. Dadurch wird der Ein-  fluß der realen Aufßenwelt verstärkt, die Differen-  zierung des Ichs vom Es frühzeitig gefördert, die  Gefahren der Außenwelt in ihrer Bedeutung er-  höht und der Wert des Objekts, das allein gegen  diese Gefahren schützen und das verlorene Intrau-  terinleben ersetzen kann, enorm gesteigert. Dies bio-  logische Moment stellt also die ersten Gefahrsituationen  her und schafft das Bedürfnis, geliebt zu werden, das  den Menschen nicht mehr verlassen wird.   Der zweite, phylogenetische, Faktor ist von uns  nur erschlossen worden; eine sehr merkwürdige Tat-  sache der Libidoentwicklung hat uns zu seiner An-  nahme gedrängt. Wir finden, daß das Sexualleben  des Menschen sich nicht wie das der meisten ihm  nahestehenden Tiere vom Anfang bis zur Reifung  stetig weiter entwickelt, sondern daß) es nach einer  ersten Frühblüte bis zum fünften Jahr eine energische   Siem. Ireud    Unterbrechung erfährt, worauf es dann mit der  Pubertät von neuem anhebt und an die infantilen  Ansätze anknüpft. Wir meinen, es müßte in den  Schicksalen der Menschenart etwas Wichtiges vorge-  fallen sein, was diese Unterbrechung der Sexualent-  wicklung als historischen Niederschlag hinterlassen hat.  Die pathogene Bedeutung dieses Moments ergibt sich  daraus, dafß die meisten Triebansprüche dieser kind-  lichen Sexualität vom Ich als Gefahren behandelt und  abgewehrt werden, so daf die späteren sexuellen  Regungen der Pubertät, die ichgerecht sein sollten,  in Gefahr sind, der Anziehung der infantilen Vorbilder  zu unterliegen und ihnen in die Verdrängung zu folgen.  Hier stoßen wir auf die direkteste Ätiologie der Neu-  rosen. Es ist merkwürdig, daß der frühe Kontakt mit  den Ansprüchen der Sexualität auf das Ich ähnlich  wirkt, wie die vorzeitige Berührung mit der Aufßen-  welt.   Der dritte oder psychologische Faktor ist in einer  Unvollkommenheit unseres seelischen Apparates zu  finden, die gerade mit seiner Differenzierung in ein  Ich und ein Es zusammenhängt, also in letzter Linie  auch auf den Einfluß der Außenwelt zurückgeht. Durch  die Rücksicht auf die Gefahren der Realität wird das  Ich genötigt, sich gegen gewisse Triebregungen des  Es zur Wehre zu setzen, sie als Gefahren zu be-  handeln. Das Ich kann sich aber gegen innere Trieb-  gefahren nicht in so wirksamer Weise schützen wie    Flemmung, Symptom und Angst III    gegen ein Stück der ihm fremden Realität. Mit dem  Es selbst innig verbunden, kann es die Triebgefahr  nur abwehren, indem es seine eigene Organisation ein-  schränkt und sich die Symptombildung als Ersatz für  seine Beeinträchtigung des Triebes gefallen läßt. Er-  neuert sich dann der Andrang des abgewiesenen  Triebes, so ergeben sich für das Ich alle die Schwierig-  keiten, die wir als das neurotische Leiden kennen.   Weiter muß ich glauben, ist unsere Einsicht in das  Wesen und die Verursachung der Neurosen vorläufig  nicht gekommen. Im Laufe dieser Erörterungen sind verschiedene  Themen berührt worden, die vorzeitig verlassen werden  mußten und die jetzt gesammelt werden sollen, um  den Anteil Aufmerksamkeit zu erhalten, auf den sie  Anspruch haben.    A MODIFIKATIONEN FRÜHER GEÄUSSERTER  ANSICHTEN    a) Widerstand und Gegenbesetzung    Es ist ein wichtiges Stück der Theorie der Ver-  drängung, daß sie nicht einen einmaligen Vorgang dar-  stellt, sondern einen dauernden Aufwand erfordert.  Wenn dieser entfiele, würde der verdrängte Trieb,  der kontinuierlich Zuflüsse aus seinen Quellen erhält,  ein nächstes Mal denselben Weg einschlagen, von dem  er abgedrängt wurde, die Verdrängung würde um  ihren Erfolg gebracht oder sie müßte unbestimmt oft wiederholt werden. So folgt aus der kontinuierlichen  Natur des’ Triebes die Anforderung an das Ich, seine  Abwehraktion durch einen Daueraufwand zu versichern.  Diese Aktion zum Schutz der Verdrängung ist es, die  wir bei der therapeutischen Bemühung als Wider-  stand verspüren. Widerstand setzt das voraus, was  ich als Gegenbesetzung bezeichnet habe. Eine  solche Gegenbesetzung wird bei der Zwangsneurose  greifbar. Sie erscheint hier als Ichveränderung, als  Reaktionsbildung im Ich, durch Verstärkung jener Ein-  stellung, welche der zu verdrängenden Triebrichtung  gegensätzlich ist (Mitleid, Gewissenhaftigkeit, Reinlichkeit). Diese Reaktionsbildungen der Zwangsneurose sind  durchwegs Übertreibungen normaler, im Verlauf der  Latenzzeit entwickelter Charakterzüge. Es ist weit  schwieriger, die Gegenbesetzung bei der Hysterie auf-  zuweisen, wo sie nach der theoretischen Erwartung  ebenso unentbehrlich ist. Auch hier ist ein gewisses  Maß von Ichveränderung durch Reaktionsbildung un-  verkennbar und wird in manchen Verhältnissen so auf-  fällig, daß es sich der Aufmerksamkeit als das Haupt-  symptom des Zustandes aufdrängt. In solcher Weise  wird z. B. der Ambivalenzkonflikt der Hysterie gelöst,  der Haß gegen eine geliebte Person wird durch ein  Übermaß von Zärtlichkeit für sie und AÄngstlichkeit  um sie niedergehalten. Man muß aber als Unter-  schiede gegen die Zwangsneurose hervorheben, daß solche Reaktionsbildungen nicht die allgemeine Natur von Charakterzügen zeigen, sondern sich auf ganz  spezielle Relationen einschränken. Die Hysterika z. B.,  die ihre im Grunde gehafstten Kinder mit exzessiver  Zärtlichkeit behandelt, wird darum nicht im ganzen  liebesbereiter als andere Frauen, nicht einmal zärtlicher für andere Kinder. Die Reaktionsbildung der  Hysterie hält an einem bestimmten Objekt zähe fest  und erhebt sich nicht zu einer allgemeinen Disposition des Ichs. Für die Zwangsneurose ist gerade  diese Verallgemeinerung, die Lockerung der Objekt-  beziehungen, die Erleichterung der Verschiebung in  der Objektwahl charakteristisch.   Eine andere Art der Gegenbesetzung scheint der  Eigenart der Hysterie gemäfßser zu sein. Die verdrängte  Triebregung kann von zwei Seiten her aktiviert (neu  besetzt) werden, erstens von innen her durch eine  Verstärkung des Triebes aus seinen inneren Erregungs-  quellen, zweitens von außen her durch die Wahr-  nehmung eines Objekts, das dem Trieb erwünscht  wäre. Die hysterische Gegenbesetzung ist nun vor-  zugsweise nach außen gegen die gefährliche Wahrnehmung gerichtet, sie nimmt die Form einer beson-  deren Wachsamkeit an, die durch Icheinschrän-  kungen Situationen vermeidet, in denen die Wahr-  nehmung auftreten müßte, und die es zustande bringt,  dieser Wahrnehmung die Aufmerksamkeit zu ent-  ziehen, wenn sie doch aufgetaucht ist. Französische  Autoren (Laforgue) haben kürzlich diese Leistung der Hysterie durch den besonderen Namen ‚Skotomisation ausgezeichnet. Noch auffälliger als bei  Hysterie ist diese Technik der Gegenbesetzung bei  den Phobien, deren Interesse sich darauf konzentriert,  sich immer weiter von der Möglichkeit der gefürch-  teten Wahrnehmung zu entfernen. Der Gegensatz in  der Richtung der Gegenbesetzung zwischen Hysterie  und Phobien einerseits und Zwangsneurose anderseits scheint bedeutsam, wenn er auch kein absoluter  ist. Er legt uns nahe anzunehmen, dafs zwischen der  Verdrängung und der äußeren Gegenbesetzung, wie  zwischen der Regression und der inneren Gegen-  besetzung (Ichveränderung durch Reaktionsbildung)  ein innigerer Zusammenhang besteht. Die Abwehr der  gefährlichen Wahrnehmung ist übrigens eine allgemeine  Aufgabe der Neurosen. Verschiedene Gebote und  Verbote der Zwangsneurose sollen der gleichen Ab-  sicht dienen.   Wir haben uns früher einmal klargemacht, dafs  der Widerstand, den wir in der Analyse zu über-  winden haben, vom Ich geleistet wird, das an seinen  Gegenbesetzungen festhält. Das Ich hat es schwer,  seine Aufmerksamkeit Wahrnehmungen und Vorstel-  lungen zuzuwenden, deren Vermeidung es sich bisher  zur Vorschrift gemacht hatte, oder Regungen als die  seinigen anzuerkennen, die den vollsten Gegensatz zu  den ihm als eigen vertrauten bilden. Unsere Bekämp-  fung des Widerstandes in der Analyse gründet sich  auf eine solche Auffassung desselben. Wir machen  den Widerstand bewufst, wo er, wie so häufig, infolge  des Zusammenhanges mit dem Verdrängten selbst  unbewußt ist; wir setzen ihm logische Argumente ent-  gegen, wenn oder nachdem er bewußt geworden ist,  versprechen dem Ich Nutzen und Prämien, wenn es  auf den Widerstand verzichtet. An dem Widerstand  des Ichs ist also nichts zu bezweifeln oder zu be-  richtigen. Dagegen fragt es sich, ob er allein den  Sachverhalt deckt, der uns in der Analyse entgegen-  tritt. Wir machen die Erfahrung, daß das Ich noch  immer Schwierigkeiten findet, die Verdrängungen rück-  gängig zu machen, auch nachdem es den Vorsatz  gefaßt hat, seine Widerstände aufzugeben, und haben  die Phase anstrengender Bemühung, die nach solchem  löblichen Vorsatz folgt, als die des Durcharbeitens bezeichnet. Es liegt nun nahe, das dynamische Moment  anzuerkennen, das ein solches Durcharbeiten notwendig  und verständlich macht. Es kann kaum anders sein,  als dafß® nach Aufhebung des Ichwiderstandes noch  die Macht des Wiederholungszwanges, die Anziehung  der unbewußstten Vorbilder auf den verdrängten Trieb-  vorgang, zu überwinden ist, und es ist nichts dagegen  zu sagen, wenn man dies Moment als den Widerstand des Unbewußten bezeichnen will. Lassen  wir uns solche Korrekturen nicht verdrießen; sie sind  erwünscht, wenn sie unser Verständnis um ein Stück  fördern, und keine Schande, wenn sie das frühere nicht widerlegen, sondern bereichern, eventuell eine  Allgemeinheit einschränken, eine zu enge Auffassung  erweitern.   Es ist nicht anzunehmen, daß wir durch diese  Korrektur eine vollständige Übersicht über die Arten  der uns in der Analyse begegnenden Widerstände  gewonnen haben. Bei weiterer Vertiefung merken wir  vielmehr, daß wir fünf Arten des Widerstandes zu  bekämpfen haben, die von drei Seiten herstammen,  nämlich vom Ich, vom Es und vom Über-Ich, wobei  sich das Ich als die Quelle von drei in ihrer Dynamik  unterschiedenen Formen erweist. Der erste dieser drei  Ichwiderstände ist der vorhin behandelte Ver-  drängungswiderstand, über den am wenigsten  Neues zu sagen ist. Von ihm sondert sich der Über-  tragungswiderstand, der von der gleichen Natur  ist, aber in der Analyse andere und weit deutlichere  Erscheinungen macht, da es ihm gelungen ist, eine  Beziehung zur analytischen Situation oder zur Person  des Analytikers herzustellen und somit eine Ver-  drängung, die blof3 erinnert werden sollte, wieder wie  frisch zu beleben. Auch ein Ichwiderstand, aber ganz  anderer Natur, ist jener, der vom Krankheitsgewinn  ausgeht und sich auf die Einbeziehung des Symptoms  ins Ich gründet. Er entspricht dem Sträuben gegen  den Verzicht auf eine Befriedigung oder Erleichterung.  Die vierte Art des Widerstandes den des Es  haben wir eben für die Notwendigkeit des Durcharbeitens verantwortlich gemacht. Der fünfte Wider-  stand, der des Über-Ichs, der zuletzt erkannte,  dunkelste, aber nicht immer schwächste, scheint dem  Schuldbewußtsein oder Strafbedürfnis zu entstammen;  er widersetzt sich jedem Erfolg und demnach auch  der Genesung durch die Analyse.  Angst aus Umwandlung von Libido Die in diesem Aufsatz vertretene Auffassung der  Angst entfernt sich ein Stück weit von jener, die mir  bisher berechtigt schien. Früher betrachtete ich die  Angst als eine allgemeine Reaktion des Ichs unter  den Bedingungen der Unlust, suchte ihr Auftreten  jedesmal ökonomisch zu rechtfertigen und nahm an,  gestützt auf die Untersuchung der Aktualneurosen,  daß Libido (sexuelle Erregung), die vom Ich abge-  lehnt oder nicht verwendet wird, eine direkte Abfuhr  in der Form der Angst findet. Man kann es nicht  übersehen, daß diese verschiedenen Bestimmungen  nicht gut zusammengehen, zum mindesten nicht not-  wendig aus einander folgen. Überdies ergab sich der  Anschein einer besonders innigen Beziehung von Angst  und Libido, die wiederum mit dem Allgemeincharakter  der Angst als Unlustreaktion nicht harmonierte.   Der Einspruch gegen diese Auffassung ging von  der Tendenz aus, das Ich zur alleinigen Angststätte  zu machen, war also eine der Folgen der im ‚Ich  und Es‘ versuchten Gliederung des seelischen Apparates. Der früheren Auffassung lag es nahe, die Libido  der verdrängten Triebregung als die Quelle der Angst  zu betrachten; nach der neueren hatte vielmehr das  Ich für diese Angst aufzukommen. Also Ichangst oder  Trieb-(Es-)Angst. Da das Ich mit desexualisierter  Energie arbeitet, wurde in der Neuerung auch der  intime Zusammenhang von Angst und Libido gelockert.  Ich hoffe, es ist mir gelungen, wenigstens den Wider-  spruch klar zu machen, die Umrisse der Unsicherheit  scharf zu zeichnen. Die Ranksche Mahnung, der Angstaffekt sei,  wie ich selbst zuerst behauptete, eine Folge des  Geburtsvorganges und eine Wiederholung der damals  durchlebten Situation, nötigte zu einer neuerlichen  Prüfung des Angstproblems. Mit seiner eigenen Auf-  fassung der Geburt als Trauma, des Angstzustandes  als Abfuhrreaktion darauf, jedes neuerlichen Angst-  affekts als Versuch, das Trauma immer vollständiger  abzureagieren, konnte ich nicht weiter kommen. Es  ergab sich die Nötigung, von der Angstreaktion auf  die Gefahrsituation hinter ihr zurückzugehen.  Mit der Einführung dieses Moments ergaben sich  neue Gesichtspunkte für die Betrachtung. Die Geburt  wurde das Vorbild für alle späteren Grefahrsituationen,  die sich unter den neuen Bedingungen der veränderten  Existenzform und der fortschreitenden psychischen  Entwicklung ergaben. Ihre eigene Bedeutung wurde  aber auch auf diese vorbildliche Beziehung zur Gefahr eingeschränkt. Die bei der Geburt empfundene Angst  wurde nun das Vorbild eines Affektzustandes, der die  Schicksale anderer Affekte teilen mußte. Er reprodu-  zierte sich entweder automatisch in Situationen, die  seinen Ursprungssituationen analog waren, als unzweck-  mäßige Reaktionsform, nachdem er in der ersten  Gefahrsituation zweckmäßig gewesen war. Oder das  Ich bekam Macht über diesen Affekt und reproduzierte  ihn selbst, bediente sich seiner als Warnung vor der  Gefahr und als Mittel, das Eingreifen des Lust-Unlust-  mechanismus wachzurufen. Die biologische Bedeutung  des Angstaffekts kam zu ihrem Recht, indem die Angst als die allgemeine Reaktion auf die Situation  der Gefahr anerkannt wurde; die Rolle des Ichs als  Angststätte wurde bestätigt, indem dem Ich die Funk-  tion eingeräumt wurde, den Angstaffekt nach seinen  Bedürfnissen zu produzieren. Der Angst wurden so  im späteren Leben zweierlei Ursprungsweisen zuge-  wiesen, die eine ungewollt, automatisch, jedesmal öko-  nomisch gerechtfertigt, wenn sich eine Gefahrsituation  analog jener der Geburt hergestellt hatte, die andere,  vom Ich produzierte, wenn eine solche Situation nur  drohte, um zu ihrer Vermeidung aufzufordern. In  diesem zweiten Fall unterzog sich das Ich der Angst  gleichsam wie einer Impfung, um durch einen abge-  schwächten Krankheitsausbruch einem ungeschwächten  Anfall zu entgehen. Es stellte sich gleichsam die Gefahrsituation lebhaft vor, bei unverkennbarer Tendenz, dies peinliche Erleben auf eine Andeutung, ein Signal,  zu beschränken. Wie sich dabei die verschiedenen  Grefahrsituationen nacheinander entwickeln und doch  genetisch mit einander verknüpft bleiben, ist bereits  im einzelnen dargestellt worden. Vielleicht gelingt es  uns, ein Stück weiter ins Verständnis der Angst einzudringen, wenn wir das Problem des Verhältnisses  zwischen neurotischer Angst und Realangst angreifen.   Die früher behauptete direkte Umsetzung der Libido  in Angst ist unserem Interesse nun weniger bedeut-  sam geworden. Ziehen wir sie doch in Erwägung, so  haben wir mehrere Fälle zu unterscheiden. Für die  Angst, die das Ich als Signal provoziert, kommt sie  nicht in Betracht; also auch nicht in all den Gefahr-situationen, die das Ich zur Einleitung einer Verdrängung bewegen. Die libidinöse Besetzung der ver-  drängten Triebregung erfährt, wie man es am deut-  lichsten bei der Konversionshysterie sieht, eine andere  Verwendung als die Umsetzung in und Abfuhr als  Angst. Hingegen werden wir bei der weiteren Diskussion der Gefahrsituation auf jenen Fall der Angst-  entwicklung stoßen, der wahrscheinlich anders zu beurteilen ist. Verdrängung und Abwehr Im Zusammenhange der Erörterungen über das  Angstproblem habe ich einen Begriff  oder bescheidener ausgedrückt: einen Terminus  wieder auf-  Siem. Freud    genommen, dessen ich mich zu Anfang meiner Studien  vor dreißig Jahren ausschließend bedient und den ich  späterhin fallen gelassen hatte. Ich meine den des  Abwehrvorganges.” Ich ersetzte ihn in der Folge durch  den der Verdrängung, das Verhältnis zwischen beiden  blieb aber unbestimmt. Ich meine nun, es bringt einen  sicheren Vorteil, auf den alten Begriff der Abwehr  zurückzugreifen, wenn man dabei festsetzt, daß er die  allgemeine Bezeichnung für alle die Techniken sein  soll, deren sich das Ich in seinen eventuell zur Neu-  rose führenden Konflikten bedient, während Verdrän-  gung der Name einer bestimmten solchen Abwehr-  methode bleibt, die uns infolge der Richtung unserer  Untersuchungen zuerst besser bekannt worden ist.  Auch eine bloß terminologische Neuerung will  gerechtfertigt werden, soll der Ausdruck einer neuen  Betrachtungsweise oder einer Erweiterung unserer Ein-  sichten sein. Die Wiederaufnahme des Begriffes Ab-  wehr und die Einschränkung des Begriffes der Ver-  drängung trägt nun einer Tatsache Rechnung, die  längst bekannt ist, aber durch einige neuere Funde an  Bedeutung gewonnen hat. Unsere ersten Erfahrungen  über Verdrängung und Symptombildung machten wir  an der Hysterie; wir sahen, daß der Wahrnehmungs-  inhalt erregender Erlebnisse, der Vorstellungsinhalt  pathogener Gedankenbildungen vergessen und von der  Siehe: Die Abwehr-Neuropsychosen, Ges, Schriften, Bd. 1. Reproduktion im Gedächtnis ausgeschlossen wird, und  haben darum in der Abhaltung vom Bewußtsein einen  Hauptcharakter der hysterischen Verdrängung erkannt.  Später haben wir die Zwangsneurose studiert und  gefunden, daß bei dieser Affektion die pathogenen  Vorfälle nicht vergessen werden. Sie bleiben be-  wußt, werden aber auf eine noch nicht vorstellbare Weise ‚isoliert‘, so daß ungefähr der-  selbe Erfolg erzielt wird wie durch die hysterische  Amnesie. Aber die Differenz ist groß genug, um  unsere Meinung zu berechtigen, der Vorgang, mittels  dessen die Zwangsneurose einen Triebanspruch be-  seitigt, könne nicht der nämliche sein wie bei  Hysterie. Weitere Untersuchungen haben uns gelehrt,  daß bei der Zwangsneurose unter dem Einfluß des  Ichsträubens eine Regression der Triebregungen auf  eine frühere Libidophase erzielt wird, die zwar eine  Verdrängung nicht überflüssig macht, aber offenbar in  demselben Sinne wirkt wie die Verdrängung. Wir  haben ferner gesehen, dafß die auch bei Hysterie anzunehmende Gegenbesetzung bei der Zwangsneurose  als reaktive Ichveränderung eine besonders große Rolle  beim Ichschutz spielt, wir sind auf ein Verfahren der  „Isolierung‘‘ aufmerksam worden, dessen Technik wir  noch nicht angeben können, das sich einen direkten  symptomatischen Ausdruck schafft, und auf die magisch  zu nennende Prozedur des „Ungeschehenmachens‘, über  deren abweisende Tendenz kein Zweifel sein kann, die  Sigm. Freud    aber mit dem Vorgang der ‚Verdrängung‘ keine  Ähnlichkeit mehr hat. Diese Erfahrungen sind Grund  genug, den alten Begriff der Abwehr wieder einzu-  setzen, der alle diese Vorgänge mit gleicher Tendenz Schutz des Ichs gegen Triebansprüche umfassen  kann, und ihm die Verdrängung als einen Spezialfall  zu subsumieren. Die Bedeutung einer solchen Namen-  gebung wird erhöht, wenn man die Möglichkeit erwägt,  daf3 eine Vertiefung unserer Studien eine innige Zu-  sammengehörigkeit zwischen besonderen Formen der  Abwehr und bestimmten Affektionen ergeben könnte,  z. B. zwischen Verdrängung und Hysterie. Unsere  Erwartung richtet sich ferner auf die Möglichkeit einer  anderen bedeu samen Abhängigkeit. Es kann leicht  sein, daßß der seelische Apparat vor der scharfen  Sonderung von Ich und Es, vor der Ausbildung eines  Über-Ichs, andere Methoden der Abwehr übt als nach  der Erreichung dieser Organisationsstufen.  Der Angstaffekt zeigt einige Züge, deren Unter-  suchung weitere Aufklärung verspricht. Die Angst hat  eine unverkennbare Beziehung zur Erwartung; sie  ist Angst vor etwas. Es haftet ihr ein Charakter von  Unbestimmtheit und Objektlosigkeit an; der Femmung, korrekte Sprachgebrauch ändert selbst ihren Namen,  wenn sie ein Objekt gefunden hat, und ersetzt ihn  dann durch Furcht. Die Angst hat ferner außer ihrer  Beziehung zur Gefahr eine andere zur Neurose, um  deren Aufklärung wir uns seit langem bemühen. Es  entsteht die Frage, warum nicht alle Angstreaktionen  neurotisch sind, warum wir so viele als normal aner-  kennen; endlich verlangt der Unterschied von Real-  angst und neurotischer Angst nach gründlicher Wür-  digung.   Gehen wir von der letzteren Aufgabe aus. Unser  Fortschritt bestand in dem Rückgreifen von der Re-  aktion der Angst auf die Situation der Gefahr. Nehmen  wir dieselbe Veränderung an dem Problem der  Realangst vor, so wird uns dessen Lösung leicht.  Realgefahr ist eine Gefahr, die wir kennen, Realangst  die Angst vor einer solchen bekannten Gefahr. Die  neurotische Angst ist Angst vor einer Gefahr, die wir  nicht kennen. Die neurotische Gefahr mufs also erst  gesucht werden; die Analyse hat uns gelehrt, sie ist  eine Triebgefahr. Indem wir diese dem Ich unbe-  kannte Gefahr zum Bewußtsein bringen, verwischen  wir den Unterschied zwischen Realangst und neuro-  tischer Angst, können wir die letztere wie die erstere  behandeln.   In der Realgefahr entwickeln wir zwei Reaktionen,  die affektive, den Angstausbruch, und die Schutz-  handlung. Voraussichtlich wird bei der Triebgefahr dasselbe geschehen. Wir kennen den Fall des zweck-  mäfßligen Zusammenwirkens beider Reaktionen, indem  die eine das Signal für das Einsetzen der anderen  gibt, aber auch den unzweckmäfßligen Fall, den der  Angstlähmung, daß die eine sich auf Kosten der  anderen ausbreitet.   Es gibt Fälle, in denen sich die Charaktere von  Realangst und neurotischer Angst vermengt zeigen. Die Gefahr ist bekannt und real, aber die Angst vor  ihr übermäßig groß, größer als sie nach unserem Urteil  sein dürfte. In diesem Mehr verrät sich das neurotische  Element. Aber diese Fälle bringen nichts prinzipiell  Neues. Die Analyse zeigt, daß an die bekannte Real-  gefahr eine unerkannte Triebgefahr geknüpft ist.   Wir kommen weiter, wenn wir uns auch mit der  Zurückführung der Angst auf die Gefahr nicht begnügen. Was ist der Kern, die Bedeutung der  Gefahrsituation? Offenbar die Einschätzung unserer  Stärke im Vergleich zu ihrer Größe, das Zugeständnis  unserer Hilflosigkeit gegen sie, der materiellen Hilf-  losigkeit im Falle der Realgefahr, der psychischen Hilf-  losigkeit im Falle der Triebgefahr. Unser Urteil wird  dabei von wirklich gemachten Erfahrungen geleitet  werden; ob es sich in seiner Schätzung irrt, ist für  den Erfolg gleichgültig. Heißen wir eine solche erlebte  Situation von Hilflosigkeit eine traumatische; wir  haben dann guten Grund, die traumatische Situation  von der Gefahrsituation zu trennen. Es ist nun ein wichtiger Fortschritt in unserer  Selbstbewahrung, wenn eine solche traumatische Situa-  tion von Hilflosigkeit nicht abgewartet, sondern vorhergesehen, erwartet, wird. Die Situation, in der die Bedingung für solche Erwartung enthalten ist, heiße die  Gefahrsituation, in ihr wird das Angstsignal gegeben.  Dies will besagen: ich erwarte, daß sich eine Situation  von Hilflosigkeit ergeben wird, oder die gegenwärtige  Situation erinnert mich an eines der früher erfahrenen  traumatischen Erlebnisse. Daher antizipiere ich dieses  Trauma, will mich benehmen, als ob es schon da  wäre, solange noch Zeit ist, es abzuwenden. Die Angst ist also einerseits Erwartung des Traumas, anderseits  eine gemilderte Wiederholung desselben. Die beiden  Charaktere, die uns an der Angst aufgefallen sind,  haben also verschiedenen Ursprung. Ihre Beziehung  zur Erwartung gehört zur Gefahrsituation, ihre Unbestimmtheit und ÖObjektlosigkeit zur traumatischen  Situation der Hilflosigkeit, die in der Grefahrsituation  antizipiert wird. Nach der Entwicklung der Reihe: Angst  Gefahr  Hilflosigkeit (Trauma) können wir zusammenfassen: Die Gefahrsituation ist die erkannte, erinnerte,  erwartete Situation der Hilflosigkeit. Die Angst ist die  ursprüngliche Reaktion auf die Hilflosigkeit im Trauma,  die dann später in der Gefahrsituation als Hilfssignal  reproduziert wird. Das Ich, welches das Trauma passiv  erlebt hat, wiederholt nun aktiv eine abgeschwächte Reproduktion desselben, in der Hoffnung, deren Ablauf selbsttätig leiten zu können. Wir wissen, das Kind  benimmt sich ebenso gegen alle ihm peinlichen Eindrücke, indem es sie im Spiel reproduziert; durch  diese Art von der Passivität zur Aktivität überzugehen, sucht es seine Lebenseindrücke psychisch zu  bewältigen. Wenn dies der Sinn eines „Abreagierens  des Traumas‘ sein soll, so kann man nichts mehr  dagegen einwenden. Das Entscheidende ist aber die  erste Verschiebung der Angstreaktion von ihrem Ur-  sprung in der Situation der Hilflosigkeit auf deren  Erwartung, die Gefahrsituation. Dann folgen die weiteren  Verschiebungen von der Gefahr auf die Bedingung der  Gefahr, den Objektverlust und dessen schon erwähnte  Modifikationen. Die Verwöhnung des kleinen Kindes hat die uner-  wünschte Folge, daß die Gefahr des Objektverlustes das Objekt als Schutz gegen alle Situationen der  Hilflosigkeit  gegen alle anderen Gefahren über-  steigert wird. Sie begünstigt also die Zurückhaltung  in der Kindheit, der die motorische wie die psychische  Hilflosigkeit eigen sind.   Wir haben bisher keinen Anlaß gehabt, die  Realangst anders zu betrachten als die neurotische  Angst. Wir kennen den Unterschied; die Realgefahr  droht von einem äußeren Objekt, die neurotische  von einem Triebanspruch. Insoferne dieser Triebanspruch etwas Reales ist, kann auch die neurotische Angst als real begründet anerkannt werden.  Wir haben verstanden, daß der Anschein einer be-  sonders intimen Beziehung zwischen Angst und Neurose sich auf die Tatsache zurückführt, daß das Ich  sich mit Hilfe der Angstreaktion der Triebgefahr  ebenso erwehrt wie der äußeren Realgefahr, daß aber  diese Richtung der Abwehrtätigkeit infolge einer  Unvollkommenheit des seelischen Apparats in die  Neurose ausläuft. Wir haben auch die Überzeugung  gewonnen, dafs der Triebanspruch oft nur darum zur  (inneren) Gefahr wird, weil seine Befriedigung eine  äußere Gefahr herbeiführen würde, also weil diese  innere Gefahr eine äußere repräsentiert.   Anderseits muß auch die äußere (Real-) Gefahr  eine Verinnerlichung gefunden haben, wenn sie für das  Ich bedeutsam werden soll; sie muf3 in ihrer Beziehung  zu einer erlebten Situation von Hilflosigkeit erkannt  werden." Eine instinktive Erkenntnis von aufSen drohen-  der Gefahren scheint dem Menschen nicht oder nur  in sehr bescheidenem Ausmaf3 mitgegeben worden zu [Es mag auch oft genug vorkommen, daß in einer Gefahrsituation,  die als solche richtig geschätzt wird, zur Realangst ein Stück Trieb-  angst hinzukommt. Der Triebanspruch, vor dessen Befriedigung das  Ich zurückschreckt, wäre dann der masochistische, der gegen die  eigene Person gewendete Destruktionstrieb. Vielleicht erklärt diese  Zutat den Fall, daß die Angstreaktion übermäßig und unzweckmäßig,  lähmend, ausfällt. Die Höhenphobien (Fenster, Turm, Abgrund)  könnten diese Herkunft haben; ihre geheime feminine Bedeutung  steht dem Masochismus nahe.    Freud: Hemmung, Symptom und Angst  Siem. Freud    sein. Kleine Kinder tun unaufhörlich Dinge, die sie in  Lebensgefahr bringen, und können gerade darum das  schützende Objekt nicht entbehren. In der Beziehung  zur traumatischen Situation, gegen die man hilflos ist,  treffen äußere und innere Gefahr, Realgefahr und  Triebanspruch zusammen. Mag das Ich in dem einen  Falle einen Schmerz, der nicht aufhören will, erleben,  im. anderen Falle eine Bedürfnisstauung, die keine  Befriedigung finden kann, die ökonomische Situation  ist für beide Fälle die nämliche und die motorische  Hilflosigkeit findet in der psychischen Hilflosigkeit  ihren Ausdruck.   Die rätselhaften Phobien der frühen Kinderzeit  verdienen an dieser Stelle nochmalige Erwähnung. Die  einen von ihnen — Alleinsein, Dunkelheit, fremde  Personen — konnten wir als Reaktionen auf die  Gefahr des Objektverlusts verstehen; für andere —  kleine Tiere, Gewitter u. dgl. — bietet sich vielleicht  die Auskunft, sie seien die verkümmerten Reste einer  kongenitalen Vorbereitung auf die Realgefahren, die  bei anderen Tieren so deutlich ausgebildet ist. Für  den Menschen zweckmäßig ist allein der Anteil dieser  archaischen Erbschaft, der sich auf den Objektverlust  bezieht. Wenn solche Kinderphobien sich fixieren,  stärker werden und bis in späte Lebensjahre anhalten,  weist die Analyse nach, daf ihr Inhalt sich mit Trieb-  ansprüchen in Verbindung gesetzt hat, zur Vertretung  auch innerer Gefahren geworden ist.  Zur Psychologie der Gefühlsvorgänge liegt so wenig  vor, daf$ die nachstehenden schüchternen Bemer-  kungen auf die nachsichtigste Beurteilung Anspruch  erheben dürfen. An folgender Stelle erhebt sich für  uns das Problem. Wir mufsten sagen, die Angst werde  zur Reaktion auf die Gefahr des Objektverlusts. Nun  kennen wir bereits eine solche Reaktion auf den  Objektverlust, es ist die Trauer. Also wann kommt  es zur einen, wann zur anderen? An der Irauer, mit  der wir uns bereits früher beschäftigt haben,’ blieb  ein Zug völlig unverstanden, ihre besondere Schmerz-  lichkeit. Daß die Trennung vom Objekt schmerzlich  ist, erscheint uns trotzdem selbstverständlich. Also  kompliziert sich das Problem weiter: Wann macht  die Trennung vom Objekt Angst, wann Trauer und  wann vielleicht nur Schmerz?   Sagen wir es gleich, es ist keine Aussicht vor-  handen, Antworten auf diese Fragen zu geben. Wir  werden uns dabei bescheiden, einige Abgrenzungen  und einige Andeutungen zu finden.   Unser Ausgangspunkt sei wiederum die eine  Situation, die wir zu verstehen glauben, die des Säug-  lings, der anstatt seiner Mutter eine fremde Person  erblickt. Er zeigt dann die Angst, die wir auf die   ı) S. Trauer und Melancholie, Ges. Schriften, Bd. V. 193 Siem. Freud    Gefahr des Objektverlustes gedeutet haben. Aber sie  ist wohl komplizierter und verdient eine eingehendere  Diskussion. An der Angst des Säuglings ist zwar kein  Zweifel, aber Gesichtsausdruck und die Reaktion des  Weinens lassen annehmen, daß er außerdem noch  Schmerz empfindet. Es scheint, daß bei ihm einiges  zusammenflieft, was später gesondert werden wird. Er  kann das zeitweilige Vermissen und den dauernden  Verlust noch nicht unterscheiden; wenn er die Mutter  das eine Mal nicht zu Gesicht bekommen hat, benimmt  er sich so, als ob er sie nie wieder sehen sollte, und  es bedarf wiederholter tröstlicher Erfahrungen, bis er  gelernt hat, daf3 auf ein solches Verschwinden der  Mutter ihr Wiedererscheinen zu folgen pflegt. Die  Mutter reift diese für ihn so wichtige Erkenntnis,  indem sie das bekannte Spiel mit ihm aufführt, sich  vor ihm das Gesicht zu verdecken und zu seiner  Freude wieder zu enthüllen. Er kann dann sozusagen  Sehnsucht empfinden, die nicht von Verzweiflung  begleitet ist.   Die Situation, in der er die Mutter vermißt, ist  infolge seines Mißverständnisses für ihn keine Gefahr-  situation, sondern eine traumatische, oder richtiger,  sie ist eine traumatische, wenn er in diesem Moment  ein Bedürfnis verspürt, das die Mutter befriedigen soll;  sie wandelt sich zur Gefahrsituation, wenn dies  Bedürfnis nicht aktuell ist. Die erste Angstbedingung,  die das Ich selbst einführt, ist also die des Wahr-    Memmung, nehmungsverlustes, die der des Objektverlustes gleich-  gestellt wird. Ein Liebesverlust kommt noch nicht in  Betracht. Später lehrt die Erfahrung, dafs das Objekt  vorhanden bleiben, aber auf das Kind böse geworden  sein kann, und nun wird der Verlust der Liebe von  seiten des Objekts zur neuen, weit beständigeren  Gefahr und Angstbedingung.   Die traumatische Situation des Vermissens der  Mutter weicht in einem entscheidenden Punkte von  der traumatischen Situation der Geburt ab. Damals  war kein Objekt vorhanden, das vermifst werden  konnte. Die Angst blieb die einzige Reaktion, die zu-  stande kam. Seither haben wiederholte Befriedigungs-  situationen das Objekt der Mutter geschaffen, das  nun im Falle des Bedürfnisses eine intensive, „sehn-  süchtig‘ zu nennende Besetzung erfährt. Auf diese  Neuerung ist die Reaktion des Schmerzes zu beziehen.  Der Schmerz ist also die eigentliche Reaktion auf  den Objektverlust, die Angst die auf die Gefahr,  welche dieser Verlust mit sich bringt, in weiterer  Verschiebung auf die Gefahr des Objektverlustes selbst.   Auch vom Schmerz wissen wir sehr wenig. Den  einzig sicheren Inhalt gibt die Tatsache, dafßß der  Schmerz  zunächst und in der Regel  entsteht,  wenn ein an der Peripherie angreifender Reiz die  Vorrichtungen des Reizschutzes durchbricht und nun  wie ein kontinuierlicher Triebreiz wirkt, gegen den die  sonst wirksamen Muskelaktionen, welche die gereizte Stelle dem Reiz entziehen, ohnmächtig bleiben. Wenn  der Schmerz nicht von einer Hautstelle, sondern von  einem inneren Organ ausgeht, so ändert das nichts  an der Situation; es ist nur ein Stück der inneren  Peripherie an die Stelle der äufseren getreten. Das  Kind hat offenbar Gelegenheit, solche Schmerzerlebnisse  zu machen, die unabhängig von seinen Bedürfnis-  erlebnissen sind. Diese Entstehungsbedingung des  Schmerzes scheint aber sehr wenig Ähnlichkeit mit  einem Objektverlust zu haben, auch ist das für den  Schmerz wesentliche Moment der peripherischen  Reizung in der Sehnsuchtssituation des Kindes völlig  entfallen. Und doch kann es nicht sinnlos sein, dafs  die Sprache den Begriff des inneren, des seelischen,  Schmerzes geschaffen hat und die Empfindungen des  Objektverlusts durchaus dem körperlichen Schmerz  gleichstellt.   Beim körperlichen Schmerz entsteht eine hohe,  narzißßtisch zu nennende Besetzung der schmerzenden  Körperstelle, die immer mehr zunimmt und sozusagen  entleerend auf das Ich wirkt. Es ist bekannt, daf wir,  bei Schmerzen in inneren Organen, räumliche und  andere Vorstellungen von solchen Körperteilen  bekommen, die sonst im bewußten Vorstellen gar nicht  vertreten sind. Auch die merkwürdige Tatsache, dafs  die intensivsten Körperschmerzen bei psychischer  Ablenkung durch ein andersartiges Interesse nicht zu-  stande kommen: (man darf hier nicht sagen; unbewußt  FHemmung, Symptom und Angst bleiben), findet in der Tatsache der Konzentration der  Besetzung auf die psychische Repräsentanz der  schmerzenden Körperstelle ihre Erklärung. Nun scheint  in diesem Punkt die Analogie zu liegen, die die  Übertragung der Schmerzempfindung auf das seelische  (sebiet gestattet hat. Die intensive, infolge ihrer  Unstillbarkeit stets anwachsende Sehnsuchtsbesetzung  des vermißten (verlorenen) Objektes schafft die-  selben ökonomischen Bedingungen wie die Schmerz-  besetzung der verletzten Körperstelle und macht es  möglich, von der peripherischen Bedingtheit des Körper-  schmerzes abzusehen! Der Übergang vom Körper-  schmerz zum Seelenschmerz entspricht dem Wandel  von narzißtischer zur Objektbesetzung. Die vom Be-  dürfnis hochbesetzte Objektvorstellung spielt die Rolle  der von dem Reizzuwachs besetzten Körperstelle.  Die Kontinuität und Unhemmbarkeit des Besetzungs-  vorganges bringen den gleichen Zustand der psychischen Hilflosigkeit hervor. Wenn die dann entstehende  Unlustempfindung den spezifischen, nicht näher zu beschreibenden Charakter des Schmerzes trägt, anstatt  sich in der Reaktionsform der Angst zu äußern, so  liegt es nahe, dafür ein Moment verantwortlich zu  machen, das sonst von der Erklärung noch zu wenig  in Anspruch genommen wurde, das hohe Niveau der  Besetzungs- und Bindungsverhältnisse, auf dem sich  diese zur Unlustempfindung führenden Vorgänge vollziehen. Siem. Freud  Wir kennen noch eine andere Gefühlsreaktion auf  den Objektverlust, die Trauer. Ihre Erklärung bereitet  aber keine Schwierigkeiten mehr. Die Trauer entsteht  unter dem Einfluß der Realitätsprüfung, die kate-  gorisch verlangt, daß man sich von dem Objekt  trennen müsse, weil es nicht mehr besteht. Sie hat  nun die Arbeit zu leisten, diesen Rückzug vom Objekt  in all den Situationen durchzuführen, in denen das  Objekt Gegenstand hoher Besetzung war. Der schmerz-  liche Charakter dieser Trennung fügt sich dann der  eben gegebenen Erklärung durch die hohe und un-  erfüllbare Sehnsuchtsbesetzung des Objekts während  der Reproduktion der Situationen, in denen die Bindung an das Objekt gelöst werden soll. Kö @ “s NET 5) a r  pn nn > FRI 4 > Ak er nicr  4 i  n mn;  Pan be  En ‚ — ®  Pe u  “  2,  ”  0  ’3  ni  -  ww."  A  %  ’ > >  „„  7  5   - 2  “  MH  4  9  |  et  e-  i P  D  a  -  ie  u;  i  D    h 5 - et Er 3 a % 0 Pr  r . r.. ’ ) n I F j u er en ur . Bi  i + 2 Le £ > . "u i We ü ‚v i en u j  2 Br 5 er A = hr  Eh 5 Ra IE ION ZUR)  Br. f = en k er u WR LD 1 i ’ „. N  # Dar. . h Pa r r . za et 12 7  Be N A Nr Ra Sl NV  hi DE * im . r „* Ei ne. 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Freud  und Angst  En  un  on  =  In  =  E  u. Nome compiuto: Massimo Bontempelli. Keywords: il sintomo, “la filosofia pre-platonica secondo Diogene”, “il viaggio di Platone in Italia”, “Il parricidio parminedeo di Platone”, “il platonismo latino” “Boezio e l’aristotelismo”, “ficino”, “telesio e campanella”, “galilei”, “storia e ragione in Vico” “Hegelianismo italiano” “Vera”, “Spaventa” “Jaja” – “idealism italiano” “Croce” “Gentile” “il concetto di stato in Gentile” “Severino e il neo-parmenedismo”, Vattimo e l’implicatura debole, la debolezza della communicazione in Eco”, implicatura sintomatica, sintoma.  “feudalesimo ario” --. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bomtempelli,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Sparnza -- Grice e Bonvecchio: la ragione conversazionale el’implicatura conversazionale di Dumezil e Marte – la scoperta di 1992 dei delinquenti – al Quirinale -- guerriero – la triada Giove Marte Giano -- marziale – scuola di Pavia – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (Pavia). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Pavia, Lombardia. Grice: “Bonvecchio is a good one; of course, he has philosophised on what Italian philosophers have philosophised most: ‘e amore’ – only he calls it eros --.”  “This is strange: this Italian fascination with the Hellenism: one BAD thing about the Hellenic or Grecian lingo is that they have FOUR words for ‘love’: philos, eros, agape, charitas – Cicero followed William of Ockham’s razor, ‘do nott multiply words’ – and translated them all by ‘amore’ – Now, with Bonvecchio, it’s not just, as with Tonny Bennett, just ‘amore,’ – iit’s amore ‘come simbolo’, that is, as used in communication – as per Socrates with Alcebiades – the daemon, Amore, is the metaxu – so there is a communication of Apollo and Dioniso via love – all VERY philosophical, and actually very Oxonian – vide Walter Pater!” Laureatosi in Filosofia Teoretica presso l'Pavia inizia la sua carriera accademica come borsista, contrattista e ricercatore presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della stessa Università. Insegna "Filosofia della Politica" nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Palermo. Nello stesso ambito dottrinale insegna nel 1990 nell'Università degli Studi di Trieste sino al 2001. Da questo stesso anno è Professore di Filosofia delle Scienze Sociali nel Corso di Laurea di Scienze della Comunicazione della Facoltà di Scienze MM. FF. NN. dell'Università degli Studi dell'Insubria dove dal 2003 diviene vicedirettore del Dipartimento di Informatica e Comunicazione.  Claudio Bonvecchio è stato iniziato alla Massoneria presso la loggia del Grande Oriente d'Italia Cardano di Pavia, dove ha ricoperto varie cariche. Grande Oratore del Grande Oriente d'Italia in seno alla Giunta guidata dal Gran Maestro Stefano Bisi, nel  è stato eletto Gran Maestro aggiunto.  Dal 5 dicembre  è componente del Cda della Fondazione Luigi Einaudi Onlus.  Altre opere: Particolarmente dedito agli studi sulla simbologia e sulla mitologia politica. “Immagine del politico. Saggi su simbolo e mito politico” (Milani, Padova); “Imago imperii imago mundi” (Milani, Padova); “L'ombra del potere. Il lato oscuro della società: elogio del politicamente scorretto” (Red, Como); “La lanza di Marte; o il simbolico nella guerra” (Milani, Padova). “La spada e la corona: studi di simbolica politica” (Barbarossa, Milano); Gli’arconti di questo mondo. Gnosi: politica e diritto” (Edizioni Trieste, Trieste); “Il pensiero forte, Settimo Sigillo, Roma); “Apologia dei doveri dell'uomo” (Terziaria, Milano); “La maschera e l'uomo” (Franco Angeli, Milano); “Il coraggio di essere” (Dadò, Lugano); “Europa degli Eroi Europa dei mercanti. Itinerari di ribellione” (Settimo Sigillo, Roma); “Inquietudine e verità” (Giappichelli, Torino); “Dove va l'idea di Tradizione” (Settimo Sigillo, Roma); “Il sacro e la cavalleria” (Mimesis Edizioni, Milano); “Esoterismo e Massoneria, Mimesis Edizioni, Milano); “I Viaggi dei Filosofi” (Mimesis Edizioni, Milano); “La Filosofia del Signore degli Anelli” (Mimesis Edizioni, Milano); “Ripensare l'identità. Per una geopolitica dell'anima europea” (Settimo Sigillo, Roma); “Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo. Un percorso nella post-modernità” (ScriptaWeb, Napoli); “La Magia e il Sacro: saggi Inattuali” (Mimesis Edizioni); “Eros come simbolo” (Amore, Cupido). AlboVersorio, Milano); L'orologio dell'Apocalisse. La fine del mondo e la filosofia” (AlboVersorio, Milano,. Scritti in onore Simboli, politica e potere. Scritti in onore di Claudio Bonvecchio, Paolo Bellini, Fabrizio Sciacca ed Erasmo S. Storace, AlboVersorio, Milano. Università dell'Insubria[collegamento interrotto]  Grande Oriente d'Italia  Convegno a Matera: Europa, Libera muratoria, cultura  Claudio Bonvecchio scheda nel sito dell'Università degli Studi dell'Insubria. Filosofia Filosofo del XX secoloFilosofi italiani Professore1947 20 gennaio PaviaMassoni.  The Archaic Triad is a hypothetical divine triad, consisting of the three allegedly original deities worshipped on the Capitoline Hill in Rome: Jupiter, Mars and Quirinus.[1] This structure was no longer clearly detectable in later times, and only traces of it have been identified from various literary sources and other testimonies. Many scholars dispute the validity of this identification.  Description Edit Georg Wissowa, in his manual of the Roman religion, identified the structure as a triad on the grounds of the existence in Rome of the three flamines maiores, who carry out service to these three gods. He remarked that this triadic structure looks to be predominant in many sacred formulae which go back to the most ancient period and noted its pivotal role in determining the ordo sacerdotum, the hierarchy of dignity of Roman priests: Rex Sacrorum, Flamen Dialis, Flamen Martialis, Flamen Quirinalis and Pontifex Maximus in order of decreasing dignity and importance. He remarks that since such an order no longer reflected the real influence and relationships of power among priests in the later times, it should have reflected a hierarchy of the earliest phase of Roman religion. Wissowa identified the presence of such a triad also in the Umbrian ritual of Iguvium where only Iove, Marte and Vofionus are granted the epithet of Grabovius and the fact that in Rome the three flamines maiores are all involved in a peculiar way in the cult of goddess Fides. However Wissowa did not pursue further the analysis of the meaning and function of the structure (which he called Göttersystem) he had identified.  Dumézil's analysis Edit Georges Dumézil in various works, particularly in his Archaic Roman Religion advanced the hypothesis that this triadic structure was a relic of a common Proto-Indo-European religion, based on a trifunctional ideology modelled on the division of that archaic society. The highest deity would thus be a heavenly sovereign endowed with religious, magic and legal powers and prerogatives (connected and related to the king and to priestly sacral lore in human society), followed in order of dignity by the deity representing braveness and military prowess (connected and related to a class of warriors) and lastly a deity representing the common human worldly values of wealth, fertility, and pleasure (connected and related to a class of economic producers). According to the hypothesis, such a tripartite structure must have been common to all Indoeuropean peoples on accounts of its widespread traces in religion and myths from India to Scandinavia, and from Rome to Ireland. However it had disappeared from most societies since prehistoric times, with the notable exception of India.  In Vedic religion the sovereign function was incarnated by Dyaus Pita and later appeared split into its two aspects of uncanny and awe inspiring almighty power incarnated by Varuna and of source and guardian of justice and compacts incarnated by Mitra. Indraincarnated the military function and the twins Ashvins(or Nasatya) the function of production, wealth, fertility and pleasure. In human society the raja and the class of the brahmin priests represented the first function (and enjoyed the highest dignity), the warrior class of the kshatriya represented the second function and the artisan and merchant class of the vaishya the third.  Similarly in Rome Jupiter was the supreme ruler of the heavens and god of thunder, represented on earth by the rex, king (later the rex sacrorum) and his substitute, the Flamen Dialis, the legal aspect of sovereignty being incarnated also by Dius Fidius, Mars was the god of military prowess and a war deity, represented by his flamen Martialis; and Quirinus the enigmatic god of the Roman populus ("people") organised in the curiae as a civilian and productive force, represented by the Flamen Quirinalis.  Apart than from the analysis of the texts already collected by Wissowa, Dumezil stressed the importance of the tripartite plan of the regia, the cultic centre of Rome and official residence of the rex. As recorded by sources and confirmed by archeological data it was devised to lodge the three major deities Iupiter, Mars, and Ops, the deity of agricultural plenty, in three separate rooms.  The cult of Fides involved the three Flamines Maiores: they were carried to the sacellum of the deity together in a covered carriage and officiated with their right hand wrapped up to the fingers in a piece of white cloth. The association with the deity that founded divine order (Fides is associated with Iupiter in his function of guardian of the supreme juridical order) underlines the mutual interconnections among them and of the gods they represented with the supreme heavenly order, whose arcane character was represented symbolically in the hidden character of the forms of the cult.  The spolia opima were dedicated by the person who had killed the king or chief of the enemy in battle. They were dedicated to Jupiter in case the Roman was a king or his equivalent (consul, dictator or tribunus militum consulari potestate), to Mars in case he was an officer and to Quirinus in case he was common soldier.[6] The sacrificial animals too were in each case the ones of the respective deity, i. e. an ox to Jupiter, solitaurilia to Mars and a male lamb to Quirinus.  Besides Dumézil analysed the cultural functions of the Flamen Quirinalis to better understand the characters of this deity. One important element was his officiating on the feriae of the Consualia aestiva ( of the Summer), which associated Quirinus to the cult of Consus and indirectly of Ops (Ops Consivia). Other feriae on which this flamen officiated were the Robigalia, the Quirinalia that Dumezil identifies with the last day of the Fornacalia, also named stultorum feriae because on that day the people who had forgot to roast their spelt on the day prescribed by the curio maximus for their own curia were given a last chance to make amends, and the Larentalia held in memory of Larunda. These religious duties show Quirinus was a civil god related to the agricultural cycle and somehow to the worship of Roman ancestry.  In Dumézil's view the figure of Quirinus became blurred and started to be connected to the military sphere because of the early assimilation to him of the divinised Romulus, the warring founder and first king of Rome. A coincident facilitating factor of this interpretation was the circumstance that Romulus carried with himself the quality of twin and Quirinus had a correspondence in the theology of the divine twins such the Indian Ashvins and the Scandinavian Vani. The resulting interpretation was the mixed civil and military, warring and peaceful personality of the god.  A detailed discussion of the sources is devoted by Dumézil to showing that they do not support the theory of an agrarian Mars. Mars would be invoked both in the Carmen Arvale and in Cato's prayer as the guardian, the armed protector of the fields and the harvest. He is definitely not a deity of agricultural plenty and fertility.  It is also noteworthy that according to tradition Romulus established the double role and duties, civil and military, of the Roman citizen. In this way the relationship between Mars and Quirinus became a dialectic one, since Romans would regularly pass from the warring condition to the civil one and vice versa. In the yearly cycle this passage is marked by the rites of the Salii, they themselves divided into two groups, one devoted to the cult of Mars (Salii Palatini, created by Numa) and the other of Quirinus (Salii Collini, created by Tullus Hostilius).  The archaic triad in Dumézil's view was not strictly speaking a triad, it was rather a structure underlying the earliest religious thought of the Romans, a reflection of the common Indoeuropean heritage. This grouping has been interpreted as a symbolic representation of early Roman society, wherein Jupiter, standing in for the ritual and augural authority of the Flamen Dialis (high priest of Jupiter) and the chief priestly colleges, represents the priestly class, Mars, with his warrior and agricultural functions, represents the power of the king and young nobles to bring prosperity and victory through sympathetic magic with rituals like the October Horse and the Lupercalia, and Quirinus, with his source as the deified form of Rome's founder Romulus and his derivation from co-viri ("men together") representing the combined military and economic strength of the Roman people.  According to his trifunctional hypothesis, this division symbolizes the overarching societal classes of "priest" (Jupiter), "warrior" (Mars) and "farmer" or "civilian" (Quirinus). Though both Mars and Quirinus each had militaristic and agricultural aspects, leading later scholars to frequently equate the two despite their clear distinction in ancient Roman writings, Dumézil argued that Mars represented the Roman gentry in their service as soldiers, while Quirinus represented them in their civilian activities. Although such a distinction is implied in a few Roman passages, such as when Julius Caesar scornfully calls his soldiers quirites ("citizens") rather than milites ("soldiers"), the word quirites had by this time been dissociated with the god Quirinus, and it is likely that Quirinus initially had an even more militaristic aspect than Mars,[citation needed] but that over time Mars, partially through synthesis with the Greek god Ares, became more warlike, while Quirinus became more domestic in connotation. Resolving these inconsistencies and complications is difficult chiefly because of the ambiguous and obscure nature of Quirinus' cult and worship; while Mars and Jupiter remained the most popular of all Roman gods, Quirinus was a more archaic and opaque deity, diminishing in importance over time.  References Edit ^ Ryberg, Inez Scott "Was the Capitoline Triad Etruscan or Italic?". The American Journal of Philology. Festus s.v. ordo sacerdotum p. 299 L 2nd. ^ Wissowa cited the following sources as supporting the existence of this triad: Servius ad Aeneidem VIII 663 on the ritual of the Salii, priests who use the ancilia in their ceremonies and are under the tutelage of Jupiter, Mars and Quirinus; Polybius Hist. III 25, 6 in occasion of a treaty stipulated by the fetials between Rome and Carthage; Livy VIII 9, 6 in the formula of the devotio of Decius Mus; Festus s.v. spolia opima, along with Plutarch Marcellus 8, Servius ad Aeneidem on the same topic. Wissowa Religion und Kultus der Roemer Munich.  Dumézil,  La religion romaine archaique, Paris. Festus s.v. spolia opima; L 2nd who has Ianus Quirinus, which let it possible an identification of Quirinus as an epithet of Ianus. ^ G. Dumézil La religion romaine archaique Paris; It. tr. Milano. Quirinus Roman deity  Flamen Priest in ancient Rome  Flamen Quirinalis High priest of Quirinus in ancient Rome  Wikipedia Content is available under CC BY-SA 3.0 unless otherwise noted. Palazzo del Quirinale ospiterà nelle sale della Palazzina Gregoriana la mostra L’arte di salvare l’arte. Frammenti di storia d’Italia, curata dal Prof. Francesco Buranelli. L’esposizione è realizzata in occasione dell’anniversario dell’istituzione del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, un reparto specializzato dell’Arma dei Carabinieri istituito per contrastare i crimini a danno al nostro patrimonio storico artistico.  E’ davvero un onore ed un emozione per noi guidoniani partecipare alla mostra “L’Arte di Salvare l’arte”. Con un pizzico d’orgoglio siamo lieti di annunciare che è stata esposta la nostra “Triade Capitolina”, fiore all’occhiello del Museo di Montecelio, presente anche sull’homepage del sito del Quirinale all’interno della sezione in cui viene presentata la mostra.   Ringraziamo il Generale dei Carabinieri Fabrizio Parrulli, Comando Carabinieri di Tutela del Patrimonio Culturale, per l’invito a questo prestigioso evento. Una presenza davvero gradita nell’inaugurazione è stata quella della signora Ena, vedova del Generale Roberto Conforti il quale, con la sua instancabile opera all’interno dell’Arma dei Carabinieri, riuscì a recuperare la Triade Capitolina sottraendola alla criminalità.  La presenza della Triade al Quirinale rappresenta un volano importantissimo per la crescita culturale e turistica della nostra Guidonia su cui tutta l’Amministrazione punta tantissimo.   Per tutte le informazioni sulla mostra è possibile visitare il sito: http://palazzo. quirinale.it/…/_art…/arte-salva_home. Nome compiuto: Claudio Bonvecchio. Keywords: marziale, simbolo della repubblica romana, simbolo dell’impero, imago impero, imago mundi, Romolo, primo re, la corona del re. La spada, il guerriero. Guerra, longobardo, guerra ostrogoto, bellum romanum, bellum civile, etimologia di ‘mascara’, il concetto di eroe, Europa degl’eroi, italia degl’eroi, gl’eroi, Bruno, furore eroico, Vico, eta eroica, equites, cavalleria, massima stirpe guerriera romana, Mars, Marte, marziale, Marte, padre di Romolo, Marte, emblema della guerra, marziale, campo marzio, Marte, l’archeologia di Boni, mistica fascista, imago imperi, guerriero, Romolo re corona, emblem della republica, eta degl’eroi, fascism, fascist imagery. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bonvecchio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

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