LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO" A-Z B BO
Luigi
Speranza -- Grice e Bondonio: la ragione conversazionale e il raziocinio
conversazionale – scuola di Roma – filosofia romana – filosofia lazia.
filosofia italiana -- Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Roma). Abstract.
Grice: “When I was approached to deliver the lectures on aspects of reason and
reasoning, I should have mentioned Bondonio!” Grice: “When I did some
linguistic botanizing on this, I somehow underestimated that Italian form,
‘raziocinio’! The Italian word ‘raziocinio’ ultimately derives from the Latin
verb RATIO-CINARI. This verb means ‘to reckon, compute, calculate; to
deliberate, meditate; to reason, argue,
infer.’ The verb RATIO-CINARI itself is a compound formed from ‘ratio,’ meaning
‘reckoning, calculation,’ but also ‘judgment, rason. This term stems from the
Latin ‘reri,’ meaning ‘to reckon, calculate, or also ‘to think, believe.’
-CINARI. This element is probably connected to ‘conari,’ meaning ‘to endeavour,
to try.’ Therefore ‘raziocinio’ encapsulates the idea of ‘logical and
methodical reasoning, or ‘the process of logical reasoning,’ derived from the
Latin verb reflecting these actions. -cinor is a suffix generally thought to
derive from cano – to sing, to recite. Cfr. Vati-CINOR, sermo-CINOR.
Ratiocinate first appears in 1643 in the writings of DIGBY. Grice: “Warnock and
I would argue that -CINOR – given that RATIO-CINOR is modelled after VATI-CINOR
– is redundant, or otiose!” Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano.
Roma, Lazio. tw ro3''2o-!S6i> SULL’IMPORTANZA
DEL RAZIOCINIO: STUDIO STORICO-CRITICO Brignolo. AL MIO INSIGNE MAESTRO
VALDARNINI (si veda), PROFESSORE DI FILOSOFIA A BOLOGNA QUESTO SAGGIO DEDICO IN
SEGNO DI VERO AFFETTO E DI PROFONDA GRATITUDINE. Che un uomo sappia più (l’un
altro nasce quasi unicamente (la questo, che no deduca più conseguenze dell’ago
dagli stessi principi. Eosmiki. Il Lizio nei Primi Analitici da del sillogismo
una definizione che si può applicare cosi al ragionamento deduttivo come
all’induttivo, quantunque per solito lo contrapponesse all’epagoge, vera e
propria induzione. Nel Medio Evo e nei tempi moderni, presso i filosofi
inglesi, prevalge il criterio eh come espressione esclusiva della ecuzi «he è
auel però considerata la natura del raziocinio, che è quel procedimento della
mente con cui essa per' iene a conoscere e ad affermare la convenienza ° «a
npugnK» di due idee mediante una terza idea, 1 * °, forma (ondamentale di ogni
argom^o^S^» poi la sua struttura, esso è la forma ttp» 4MgJ argomentazione
deduttiva. Sotto questo duplice aspetto ci proponiamo di studiare il sillogismo.
Mettendone in rilievo il vero valore, e combattendo le obiezioni mos- segli da
alcuni filosofi. Esporremo prima brevemente le dottrine espresse dai filosofi
di ogni età intorno all’importanza del raziocinio, senza addentrarci in minute
discussioni, accontentandoci di esporre come la teoria sillogistica siasi
costituita, quale importanza le abbiano attribuito i filosofi posteriori al
Lizio, in che modo infine alcuni di essi si siano ribellati alla dottrina del Lizio,
ed altri nell’età moderna abbiano preteso di rifare e migliorare l’opera del
più grande filosofo della Grecia. Esamineremo e combatteremo poscia le
obiezioni mosse contro il raziocinio, per venire quindi a stabilirne la reale
importanza come mezzo efficace all’acquisto di nuove conoscenze; pregio che non
gli può disconoscere se non colui il quale nega le idee universali ed ogni
inferenza da esse. Il Raziocinio in Aristotele. Il raziocinio ha avuto
precedenti? Ecco la domanda che prima si affaccia alla mente di colui che
voglia studiarne un po’addentro la storia. E il pensiero corre spontaneo a
coloro i quali per primi parvero seguire certe norme nei loro ragionamenti,
cioè ai sofisti. Ma ben tosto il LIZIO colla sua opera Hspì .oywuoC vi è?,
È7ray©y?i; (2). Si può muovere dal principio e dalla legge al fatto, o dal
fatto alla legge ed al principio. Nel primo caso si ha il sillogismo vero e
proprio o deduzione. Nel secondo l'induzione: processi opposti fra loro,
sebbene, dice il LIZIO, l’induzione si possa formulare in sillogismi che sono
perciò la forma elementare del ragionamento. Ma in che cosa differisco il sillogismo
del LIZIO dalla divisione dell’ACCADEMIA? È questo un punto da chiarire prima
di procedere alla esposizione della dottrina del LIZIO. Dopo aver esposto il
suo metodo di dimostrazione, il LIZIO dice che la divisione per generi è «
puy.póv 3* f trf P £0v . ewévvj; pcQtóou » cioè del metodo al Apistico, e serve
a scoprire le relazioni delle essenze Arist., Anal. Post.' I. 1S. Arist, Anal.
Pr., II. 03 ’ Arist., Anal. Post., I.~30 fra loro. La divisione ha due gravi
difetti: 1° di supporre in luogo di dimostrare, e di cercare arbitrariamente
una delle due alternative della divisione stessa; 2° di prendere per medio il
termine più generale. Essa è quindi un sillogismo impotente, che fa non una
dimostrazione ma un’ipotesi, e conclude sempre un termine più esteso di quello
che si tratta di concludere. Nelle dimostrazioni regolari si scende dal termine
maggiore al medio, meno esteso. Nella divisione, al contrario, si prende sempre
l’universale per termine medio. Per citare un esempio. Se si deve PROVARE CHE
l’uomo è mortale, la divisione platonica stabilisce prima che ogni animale è
mortale o immortale. Aggiunge, poi, che l'uomo è animale e conclude: che l'uomo
è mortale O immortale » il che NON è punto ciò che si vuole provare. La divisione
ci dice solo in questo caso che l’uomo è mortale O immortale. Che sia mortale è
solo un’IPOTESI, NON già una CONCLUSIONE dimostrata. Oltre di ciò, “mortale O
immortale” è *più esteso* di “mortale” solo. L’errore che falsa il metodo della
divisione è la scelta del termine medio, il quale non può essere se non una
specie del termine maggiore o un attributo della conclusione -- onde la
divisione del genere in specie, non essendo che una parte del metodo
sillogistico, richiede un compimento. Vi è una divisione della specie in
generi, ed una divisione del genere nella specie, e queste due divisioni Arist. - Anal. Post., IT. 5 e segg. - Ami
Post., Aliai. Pr. I. 31. (2) Arist., Anal. Pi’., I, 1- frr? ijjr,p m sw A r r?r
p poste alcune cose, da esse deriva qualcosa di diverso da ciò che esse sono.
Il sillogismo consta perciò di tre termini; il medio e due estremi, uno
maggiore e l’altro minore. O, se vogliamo, DUE PREMESSE collegate tra loro in
modo da avere in comune il termine medio, e da farne SEGUIRE PER NECESSITÀ una
terza proposizione che vi era inclusa. Il termine medio poi non ha sempre la
stessa relazione verso gli estremi: perocché o esso è contenuto nel maggiore e
comprende il minore (1* figura); o comprende sotto di sè il maggiore e il minore
(2* figura); o infine è compreso sotto il maggiore e il minore (3“ figura).
Onde la 1* figura soltanto è perfetta e vale tanto per le conclusioni
affermative quanto per le negative; la seconda e la terza per lo contrario sono
imperfette, perchè quella conclude solo negativamente, questa solo
particolarmente. IJ_ congegno del Sillogismo è dunque riposto nel nesso triHe
premesse "e ciò che ne segue, e nella necessità ai tale lega me. Ma poiché
vi sarebbe connessione anche se le premesse fossero false, purché la
conclusione nascesse necessariamente da quelle, così distinse il Sillogismo
dalla Dimostrazione o Apodissi, che richiede la verità delle proposizioni sulle
quali si fonda. II vero e proprio Sillogismo è lo scientifico e dimostrativo,
che deduce la conclusione da cause vere e proprie, e, per valerci delle sue
parole, « TsXsiov w.èv oùv [xaXw] t I- r'i' nix. 7730 Tac 7 JCOV. bsso è la
forma per eccellenza del ragionamento,
Arist. — Anal. Pcst., II, 2. il più perfetto istrumento per la scoperta
e l’esposizione della verità, perchè risponde alle condizioni dell'esistenza
reale, esprime il procedimento della natura, che va dal genere alla specie. La
forma del ragionamento ha la sua ragione nel contenuto suo; il Sillogismo
risponde alla natura dell’essere. Il Sillogismo è l’unione di due termini per
mezzo di un terzo; si cerca se un tal predicato conviene o no ad un soggetto.
Per risolvere la questione, si va in traccia di un termine medio e lo si
paragona successivamente con ambo i termini, e secondo i rapporti di
convenienza o sconvenienza che presenta.con essi, si conclude alla'convenienza
o sconvenienza dei due termini estremi. Onde il Sillogismo dimostra sempre
alcunché di una cosa, « ó >J.h -z: 7uUoy-.7y.ò; rò zztz rivo; Ss’utvufft Az
rovi pW'j (1) ». Ogni dimostrazione è pertanto un «truUoyt- C \jM s-« 7 T 7
ip.ovaó; » e col semplice Sillogismo è
in questa relazione : « ‘h p-sv yà? wnoywua; rt;, ó criAT.oys'jp.ò; àz où
r.y.'jy. x-ooì'.C'-S (o). » Non occorrendo qui di fare una minuta esposizione
della dottrina logica di Aristotele, sorvoliamo su tutto ciò che si riferisce
alla costruzione del Sillogismo alle sue figure, a’ suoi modi, alla maniera di
ridurlo a suoi elementi ed alle sue forme rigorose (4). noi basta di studiare
quei punti della dottrina dello Staggita, dai quali apparisce qual conto egli
facesse de (1) Arist. Anni. Post., II,
6. Arist. Anal. Post, I, 2. Cfr. S l’espo!iz!Òne > fattar!o da B. du
?T den a ^^ t . = ^ « ElemeBta Logict l 2 Ari‘stoteleae »'e specialmente i
pavagr. 20-21 e 33-36. X — 14 ! o iaJL Raziocinio ; e ci fermiamo innanzi lutto
sui capitoli nei quali parla della ricerca del termine medio (1). Ciò che
Aristotele dice in essi ci dimostra che egli riguardava il Raziocinio non solo
come un semplice modo di esposizione formale, ma anche come un istrumento di
scoperta. Altrove, nei Topici, confrontando l’induzione colla deduzione aveva
detto: « .Vrt Ss yj :piv è-3ty 5 6 15.
> Arist. Topici I, 10. 15
essenziali dagli accidentali, i veri dai probabili ; prenderli universali,
perchè non v’ha Sillogismo senza universali; l’universalità poi dovrà essere
nel soggetto, non nell’attributo. Questa ricerca non è semplice analisi di
linguaggio; e per Aristotele il termine medio non importa per sè, ma per ciò
che rappresenta. I veri termini del Sillogismo aristotelico non sono, come
avverte un illustre critico, « nè le proposizioni, nè i termini, ma i fatti e
le leggi, o meglio, le idee che realizzano negli individui i progressi della
natura in moto verso Dio (1) ». Aristotele conclude i suoi precetti sulla
ricerca del termine medio con queste parole: « -y.~ u.i'i ò.r/y.’ tz; -spi
è/AKSiplzi is-tl jt xpxàoijvxi; » i principi di ogni scienza non ci possono
essere dati che dall’esperienza, ma una volta conosciuti la dimostrazione sillogistica
s’incarica di mostrarne i rapporti. Negli Analitici Primi Aristotele analizza
il Sillogismo in sè, negli Analitici Posteriori ne mostra l’applicazione alla
scienza-e studia in qual modo lo spirito arriva a conoscere qualche cosa cou
certezza. Il primo principio che pone lo Stagirita e che serve di fondamento
all’intiera sua teoria è che ogni apprendimento intellettuale proviene da una
conoscenza anteriore; ce ne possiamo convincere con l’esame dei metodi che
seguono le varie scienze. La Logica procede per Sillogismo e per Induzione,
l'uno partente da principi universali, accordati, l’altra dal particolare
evidente di per se stesso (2). E come 1 Induzione è quella forma di
ragionamento per la quale dall esame (1) Janet e Séailles — Histoire de la pHlosophie.
(2) Arist., Anal. Post., I Cfr. anche Saint-Hilaire, « De la logique
d’Aristote » Voi. I, pag-
277 e segg. o confronto di più casi osservati si sale ad un principio generale,
che comprende non i soli casi osservati ma anche altri i quali hanno con quelli
somiglianze e comunanza, così la Deduzione è qualunque forma di ragionamento
riducibile a quello schema da lui chiamato Sillogismo. Sapere una cosa in modo
vero e stabile, non accidentale e sofistico, è conoscere la causa di questa
cosa, che la fa essere tale quale è senza che possa essere altrimenti: l’unico
mezzo di sapere così le cose è il «zuXXoywy.ò; èmcrryipovarf;. E però la
Dimostrazione deve di necessità partire da principi più cogniti che non sia la
conclusione; devono essere veri, primitivi, immediati, anteriori alla
conclusione e da essi come da causa quella deve dipendere (1). Posto quindi che
la scienza dimostrativa deve discendere da principi necessari e che le cose in
sè sono quelle ' essenzialmente necessarie, ne segue che il Sillogismo
dimostrativo deve derivare da cose in sè. Alla fine degli Analitici Primi
Aristotele si fa a ricercare come si formano neH’intelligenza i principi che
servono di base così alla Dimostrazione come al Sillogismo; o afferma che i
concetti universali non si possono ottenere sillogizzando, ma si acquistano con
l’Induzione- « Il compito di fornire i principi sui quali si fonda la
Deduzione, egli dice, spetta all’osservazione dei fatti particolari che
costituiscono il campo di ricerca di ogni scienza. Così per quel che riguarda
l’astronomia tale compito spetta alle osservazioni astronomiche ; perocché non
si potranno fare deduzioni circa determinati fenomeni celesti, finché essi non
siano stati Arist. Anal. Post., I, 2. (2) Arist. Anal. Post., I, 6. Sì . _.L .
convenientemente analizzati e compresi. Lo stesso vale per tutte le altre
scienze ed arti, nelle quali si potranno presto trovare le dimostrazioni quando
siano stati studiali a dovere i fatti cui esse si riferiscono (1) ». Tale
dottrina egli applicò per quanto si poteva ai tempi suoi nei libri naturali,
politici e morali. Poiché credeva fermamente che non v'è universale senza
Induzione, nò Induzione senza il Senso (2), l'Induzione prepara il Sillogismo,
la cui funzione consiste nel termine medio, scoperto appunto dall’Induzione
(3). E perchè somministri concetti generali e sia vera l'Induzione, che è
preceduta.dal senso, dall'osservazione e dall'esperienza, deve considerare
tutti gli individui di una data specie e ricavarne i caratteri essenziali,
comuni e costanti. L’argomentazione deduttiva poi ha il compito di ridurre ciò
che è incerto al massimo grado di certezza; essa serve ad assicurare della
verità di proposizioni solo probabili, collegandole ad altre sulle quali non si
può sollevare alcun dubbio, allo stesso modo che nelle matematiche si
confermano le proprie asserzioni coi primi principi matematici indiscutibili,
di evidenza immediata. Questa è la dottrina dello Stagirita, con la quale pose
e risolse una delle più grandi questioni, che agitò tutto il Medio Evo e formò
l’oggetto della filosofìa dei secoli XVIII 0 e XIX 0. Da queste poche
considerazioni apparisce chiaramente che la Sillogistica aristotelica è ben
lontana dal vuoto Arist. Anal. Pr„ I,
30. Ed AQUINO (vedasi) più tardi disse: « Impossibile est speculari universalia
absque inductione. » Arist. — Anal. Post., I, 18 e II, 19. (1) Saint-Hilnire -
De la logique d’Aristote. formalismo, prevalso più tardi in coloro i quali si
dissero seguaci del grande filosofo. Perocché egli ammette che la dipendenza
dei concetti espressa nel sillogismo rispecchia la dipendenza causale della
realta; e.quantunque molto oggi occorra sfrondare dalla sua Sillogistica,
rimane però fermo, come osserva giusta?- mente il Masci, il principio che ogni
dimostrazione è dall’uiiiversale, « vi piv ò-óonc,i' ex toù xafloXoo. » Tutte
le specie di prova prendono valore dai principi, dalle leggi, dagli assiomi,
cioè da proposizioni aventi valore universale; e su di esse si fondano tanto il
Sillogismo deduttivo (apodittico), quanto l’ó èq Ì7raY&>Yvi;
du^Xo^w’po;, che Aristotele ammise esplicitamente nei Primi Analitici e che non
avrebbe valore, se non avesse alcun fondamento il principio di causa. Perciò il
procedimento di sussunzione è essenziale nel Sillogismo, e la figura che lo
rappresenta è fondamentale. Soltanto bisogna tener presente che la sussunzione
quantitativa non è la vera, e che sono legittime tutte le forme di ragionamento
che rannodano una conseguenza ad un principio. Questa è l’importanza attribuita
da Aristotele al Sillogismo. Altri discuta sul valore della sua logica: a noi
basta far rilevare che egli non solo coordinò materiali già esistenti, ma in
gran parte anche creò; onde dobbiamo riconoscergli pienamente il diritto, che
si arroga egli stesso, di invocare « riconoscenza per tutte le scoperte fatte.
» È suo vauto l’aver dato la teoria compiuta del Raziocinio, dettando quelle
Arist. Anal. Pr., Masci, Elementi di filosofia – Logica. Tennemann Storia della Filosofia. Arist. Elenchi Sopii., cap. XXXIII. regole che
durano anche oggidì con la costante tradizione di ventitré secoli; egli conobbe
per primo il Sillogismo ipotetico, e, rilevato il valore dell’Induzione,
osservò che in fondo ogni ragionamento conclusivo è sillogistico, e ridusse a
tal forma l’Esempio, l’Obiezione, l’Abduzione. l'Entimema e l’Induzione stessa,
giacché in essa l'illazione è la stessa premessa •maggiore del Sillogismo
deduttivo, e il termine medio è lo stesso soggetto dell’illazione risoluto
nelle sue specie A coloro poi i quali sostengono che Aristotele ha latto solo
della logica applicata, eccettuata la dottrina delle tre figure, poiché per la
Dimostrazione si è occupato del necessario, che la logica pura non deve
conoscere, e pel Sillogismo si è occupato della modalità delle proposizioni, di
cui la logica pura non si deve interessare, non sappiamo far cosa migliore che
ripetere le parole del Saint-Hilaire: « Ce répoche n’est pas jusie, et
l’exemple de Kant qui n a pas exclu la modalité de sa logique, toute pure
qu’elle est, devait ótre un avvertissement suffìsant. Il est vrai
•qu’on blàme Kant tout aussi bien qu’ Aristote. Mais pourquoi veut - on
proscrire la modalité de la théorie du syllogisme? Parce qu’ elle fait entrer,
dit-on, la malière de la pensée dans un science qui ne devrait, s’enquerir qua
des formes. Si ceci etait exact, il faudrait en effet que la logique s’abstint
de toute •recherche sur les modales, et qu’ elle dit avec M. Hamilton,
parodiant une sorte de proverbe scholastique: -De modali non gustabit logicus. Aristotele intravide del pari la
quarta figura sillogistica. Anal. Pr. I, 8. Il f^azioeinio dopo Aristotele.
Dopo Aristotele la teoria del Raziocinio non andò soggetta a notevoli
cambiamenti; quel che mutò ne fu il senso, perchè la logica andò scostandosi a
poco a poco dalla ontologia per avvicinarsi alla grammatica. Teofrasto, amico
di Aristotele e continuatore dell’opera sua, aggiunse ai quattro modi della
prima figura cinque modi indiretti; più tardi Galeno, a detta di Averroè,
svolse una quarta figura del Sillogismo. Innovazione importante fu il maggiore
sviluppo dato al Raziocinio ipotetico, al quale del resto già aveva alluso lo
stesso Aristotele. Ad ogni modo, Boezio ne attribuì a Teofrasto e ad Eudemo la
scoperta, e a sè il merito di averne dato per primo la teoria (2). Gli Stoici
si occuparono molto della Logica, che ritennero importantissima, sia per
l’educazione dello spirito, sia per la dimostrazione della verità; essi
ridussero però il Sillogismo ad una forma puramente grammaticale, e trattarono
solo dell’apodittico, perdendosi a ricavare dai cinque modi semplici
un’infinità di altri non sera- W « IloXÀo: ciz v.a.'. értpoi jrspaivovrai si;
ù~o6sccco; ou; èn’T/.vltxvGxi ùz~. /.ai /.«0apw;. » Anal. Pi\, I, 33. Theophrastus vero vir omnium doctrinae capax
renani tantum suramas exquiritur; Eudemus latiorem docendi gra- ditur viam, sed
ita ut voluti quaedam seminarla sparsisse, nullum tamen frugis videatur
extulisse proventum ». (Boezio - De Syllogismo hvpotetico, pag. GOG). plicij
come ebbe ad avvertire Cicerone (1). Gli Scettici infine, con Pirrone di Elide,
ammisero che nè con la ragione, nò coi sensi, ci è dato di conoscere le cose; e
siccome non possiamo affermare alcun predicato di nessuna cosa, ognuna
dev’essere indifferente per noi. Qual conto facessero gli Scettici del
Raziocinio apprendiamo dalle Iluppovjìa-. ‘Vjro-ujrwffst; di Sesto Empirico, il
quale lo considerò nè più nè meno che un circolo vizioso. Sia data ad esempio
la proposizione « Puomo è animale », dice egli; l’afl’ermazione è confermata
dalle proposizioni singolari per Induzione; e se si trova un caso solo
contrario agli altri, la proposizione universale non è più vera. Quando
pertanto diciamo: « Ogni uomo è animale, Socrate è uomo, dunque Socrate è
animale » e dalla proposizione universale vogliamo derivarne una particolare,
cadiamo in un modo vizioso di prova. L’Induzione poi, afferma Sesto Empirico,
come quella che dai casi particolari vuol giungere all’universale, è anche più
impugnabile: poiché se si percorreranno solo alcuni casi essa non sarà fondata,
potendo benissimo accadere che un caso particolare lasciato a parte si
riscontri poi contrario all’universale; se poi si vorranno percorrere tutti i
particolari si intraprenderà una operazione impossibile, essendo essi infiniti
e non circoscritti entro alcun limite (3). Concludendo, Sesto Empirico, sia
nelle Ipotiposi Pirroniane, sia nell’altra sua opera IT?ò; p-kQ/i- jA«moó?,
sostenne che nessun sillogismo, nè alcuna catena di sillogismi varrà mai a
farci acquistare alcuna Cicerone Topici, Fiorentino, Storia della Filosofia. Sesto
Empirico — Pirroniane Ipotiposi, II - 14. cognizione nuova, e che la Deduzione
non è la forma tipica del ragionamento, ma un artifìcio degno dt sofisti, per
celare altrui la nostra ignoranza. In tal modo Sesto Empirico fu il primo a
levar la voce contro- il valore del Raziocinio: altre e più gravi accuse ad
esso muoveranno i filosofi delle età posteriori. É inutile fermarsi a parlar
degli Eclettici (1), che non produssero nulla dimuovo nella dottrina
sillogistica, nè di Galeno, al quale, come già dicemmo, fu attribuita la
scoperta della 4* figura; nè vale la pena di discorrere di Apuleio e di Boezio,
il quale fu 1 autore della teoria intorno al Sillogismo ipotetico (2). Che cosa
aggiunsero o innovarono gli Scolastici nella teoria del Raziocinio? Il Prantl
osserva che « intuito il Medio Evo non un autore produce da sò un pensiero suo
proprio, ma tutta la coltura di quel tempo è dipendente ed è determinata
dall’ambito del materiale tradizionale che trova (3) ». Per più di cinque
secoli infatti lo studio della sillogistica, tale quale era stato creato da
Aristotele, divenne generale; esso fu coltivato da Arabi e Cristiani. Unico
merito di quell'età fu di avere inventato quella terminologia ingegnosa, che
con l'uso di lettere e di parole facilitò l’apprendimento della Sillogistica.
Michele. Pseilo nel 1020 scrisse un compendio della Logica Aristotelica, il
quale tradotto da Guglielmo Shyreswood e da Pietro Ispano servì come testo alle
scuole di filosofìa dell'Oc- (1) Cfr. a questo proposito Saint-Hilaire « De la
logique d’Aristote, cap. G-10, Voi. ri. *.quod. igitur apud scriptores graecos
perquam rarissimos strictim atque confuse, apud latinos vero nullos reperì *
(De Syllog. hypot., pag. 606). Ob Prantl Storia della filosofia in Occidente.
cidenle. Le surriferite parole del Prantl però non vanno prese in senso troppo
assoluto; chè quantunque la Scolastica abbia seguito in generale la tradizione e
la sapienza filosofica antica, non mancarono però pensatóri i quali tentarono
altre vie, precorrendo in certo qual modo l’avvenire. Il primo e il più grande
fra tutti fu Ruggero Cacone, che levò la voce contro la validità della
Deduzione, e magnificò oltremodo l’Esperienza, tanto che lo si può dire
'il'vero precursore dello sperimentalismo. Egli che esperimentò ed osservò, per
quanto i tempi lo consentivano, scrisse nell’ Opus Maius che « Duo sunt modi
cognoscendi, scilicet per argu mentum et éxperimentum . Argumentum concludit et
facit nos concludere quaestionem, sed non certificat neque removet
dubitationem, ut quiescat animus in intuitu veritatis nisi eam invenit via
expe- rientiae ». E più oltre: « Ciò è manifesto nelle matematiche, dove
potentissima è la dimostrazione. Chi volesse dimostrare, senza esperienza, che
un triangolo è equilatero, egli non sarà pienamente persuaso finché non veda
ciò per esperienza, vale a dire per l’intersezione di due circoli tracciati con
un raggio eguale alla linea data, dalla quale intersezione si conducono due
linee agli estremi della linea data »•
Infine: « Sine experientia nihil sufficienter sciri potest... haec sola
scientiarum domina speculativarum. Egli intraprese la riforma del metodo
scientifico, e unendo in felice accordo l’esperienza col ragionamento, aprì la
via ai rinnovatori del metodo sperimentale com- R. Bacone — Opus Maius, Pars
IV, cap. I. Cfr. A. V aldarmm « Il Metodo Sperimentale da Aristotele a Galileo
». pag. 12. (2) R. Bacone,Op. M.] prensivo. Perocché Bacone matematico ed
astronomo riconobbe l’influsso della luna sulle maree, intuì l’attrazione
universale, ebbe forse l’idea del cannocchiale, e molte delle moderne scoperte
divinò in modo meraviglioso. E se errori anche volgari, inevitabili in quei
tempi, non mancano nelle sue opere, le divinazioni meravigliose e le importanti
scoperte attestano la potenza della mente di lui, che per tal rispetto può
considerarsi come anello mediano che unisce Aristotele con Leonardo da Vinci,
con Francesco Bacone da Verulamio e con Galileo. Ma le massime dottrine del
monaco inglese furono allora soffocate dall’autorità del dogma e della scuola;
prima che potessero farsi strada, occorreva che da un lato la Riforma,
dall’altro il Risorgimento classico rinnovassero le coscienze e la Scienza. Il
Pelrarca ed il Boccaccio furono tra i primi a scagliarsi contro gli
Aristotelici. Il cantore di Laura se la prendeva in modo speciale con la
sillogistica, pur ammirando altamente l’ingegno sovrano dello Stagirita. « Oh !
costoro, perchè sono tanto diversi dal loro maestro? » diceva egli parlando dei
sillogizzanti filosofi suoi contemporanei. « Come non ridere, esclamava, di
quelle meschine conclusioni, con le quali cotesti dotti infastidiscono sé e gli
altri, e consumano la vita intera in tali inezie a quella inutili e perciò
dannose? » « Se già vecchi, egli concludeva, non sappiamo ancora staccarci
dalla scuola dialettica che ci divertì da fanciulli, vuol dire che forse ci
piacerà ancora andare a cavalcioni sopra una canna e farci di nuovo d ondolare
nella culla dei bambini. (1) » Gli (1) Petrarca — Epistolae de rebus
familiaribus I, G-9 - Traduzione del Fracassetti.Umanisti della corte dei
Medici andarono anche più innanzi: cercarono di diminuire i meriti e l’autorità
dello Stagirita, pretendendo fra l'altre cose, di trovare in Platone le tre
specie di Sillogismo. Lorenzo Valla nelle sue Dialecticae Disputaliones
avvicinò la Logica e la Retorica, e combattendo Aristotele, gli contrappose
Platone, Cicerone, Quintiliano « Quominus, scriveva egli, ferendi sunt recentes
peripatetici qui interdicunt libertate ab Aristotele dissenfiendi, quasi sophos
hic noster philosophus et quasi nemo hoc antea feceri. Anche Cicerone, aggiunge
Valla, da la palma della filosofia a Platone, « quare, conclude, illis
contemplis ac spretis, si quae sunt, quae quarn in Aristotele melius dici
possent, ea tentabo ipse melius dicere ». Il primo però, che in Logica tentasse
la riforma d 1 cui si sentiva universalmente il bisogno, fu Pietro Ramo, il
quale nelle Animadversiones in Dialecticam Aristotelis, biasimò gli ammiratori
esagerati dello . Stagirita, ai quali, del resto, contrappose 1 esempio stesso
del loro maestro, che senza rispetto alcuno per l’antichità cercava liberamente
il vero. Atteggiandosi a riformatore della Dialettica il Ramo afleimò che
bisognava prendere la natura per guida; ma poi poco coerente a se stesso chiamò
il Sillogismo « unica veritatis exsplorandae via, ed in sostanza alla Logica
antica non seppe contrapporre altro che un miscuglio 1 Retorica attinta alle
opere di Cicerone e di Quintiliano • In Italia Telesio e Campanella intravidero
al di là della Logica il metodo; chè anzi il primo di essi sosteneva nell’opera
sua che bisogna stai e a a e. 1 Valla
Dialecticae disputationes - Praetatio.monianza dei sensi e si propose di
guardare solo nei fatti, non in altro e di riconoscere per fonte unica d'ogni
sapere il senso: concepì in sostanza una Fisica perfettamente induttiva. Così
pure in Inghilteria Gilbert per scrutare i segreti della natura dava il primato
all'esperienza, e dalla percezione dei sensi risaliva alle cause dei fenomeni,
ed ai sensi univa l’aiuto della ragione, necessaria, secondo lui, a far
progredire ogni scienza. E da noi ancora l’illustre filosofo naturalista Andrea
Cesalpino faceva il più gran conto dell’esperienza, e ai vani sillogismi della
Scolastica opponeva un metodo composto di tre processi mentali distinti:
l’Induzione, la Divisione e la Definizione. Ma tutti costoro furono preceduti
da un altro uomo dì sommo ingegno, Leonardo daVinci,ilquale dotalo di
straordinaria penetrazione espresse qua e là nelle sue opere scientifiche
sentenze che per la loro profondità oltrepassano il suo secolo. « L’esprit
géome- trique, dice di lui il Venturi, le guidoit par tout, soit dans l’art
d’analyser un objet, soit dans l’enchàinement du discours, soit dans le soin de
généraliser toujours ses ideés. Per ciò che si riferiva alle scienze naturali, egli
non era mai soddisfatto di una proposizione, se non l’aveva verificata con
l’esperienza; pensava che innanzi tutto conviene fare qualche esperimento e che
nella ricerca dei fenomeni della natura bisogna osservare il metodo. La natura
comincia, e \eio, col ragionamento, e finisce con l’esperienza; dod a;
Telesio Prefazione all’opera De reruin natura mxta propria principia
...Venturi, Essai sur les ouvrages scientifiques de Vinci, pag. 4. importa; a
noi, secondo Leonardo da Vinci, conviene prendere la via opposta; perchè
l’interprete degli artifici della natura è l'esperienza. Bisogna quindi
consultare quest’ultima, e variarne le circostanze, finché noi ne abbiamo
desunte regole generali; esse poi ci. dirigono nelle ulteriori ricerche. Così
scriveva Leonardo da Vinci un secolo prima di Francesco Bacone. Del resto il
metodo del Vinci, come avverte giustamente il Val- darnini, fu scientifico e
comprensivo,nonescludendola ragione e l’applicazione della matematica nello
studio della natura. Egli riconobbe infatti l’armonia tra l’Esperienza e il
Raziocinio, ed affermo esplicitamente che « Chi si promette dalla sperienza
quel che non è- in lei si discosta dalla ragio. Ma la via per la quale la
scienza doveva fare grandi e così rapidi progressi fu trovata da Galilei,, il
sommo nostro scienziato. Prima ancora del Novum Organum di Bacone, e del
Discorso sul metodo di Renato Cartesio, Galileo praticò largamente il metodo
sperimentale induttivo, i cui punti fondamentali sono dal Magalotti espressi
nella Prefazione ai Saggi di Naturali esperienze dell'Accademia del Cimento.'
Essi sono in ordine progressivo: 1 c somme verità degli assiomi naturali che
stanno ne l’anima; 2° la geometria; 3° l'esperienza; 4 il ragionamento che la
guida; 5° il confronto delle espenenze dei dotti per conoscere da questi,
provando e riprovando, la verità. In tal modo fu novatore rispetto alla
filosofia medievale, perchè diede giance \aore 1) Yaldarniui - ; itaque spes
est una », concludeva, « in inductione vera. Nè basta; chè altrove aggiungeva:
« Nullo modo fieri potest, ut axiomata per argumentationem constituta ad
inventionem novorum operum valeant; quia subtilitas naturae subtilitatem
argumentandi multis partibus superai. Sed axiomata a particularibus
rite et ordine abstracta, nova particularia rursus facile indicant et
designant; itaque scientias reddunl activa. Nel* introduzione al De Augmenlis
scientiarum rimproverava alla logica antica di essersi solo occupala del
Raziocinio; e per reazione respingeva assolutamente la dimostrazione
sillogistica. Per tutte queste considerazioni egli lasciava al Raziocinio piena
giurisdizione « in Artes populares et opinabiles, tamen ad Naturam rerum
inductione per omnià, et tam ad maiores propositiones quara ad minores ulimur;
induci Bac. Nov. Org., Aph . Bac. Nov. Org.. I Api» . Bac. Nov. Org., I Aph 12, (Il Bac. Nov.
Org., I Aph U •ó) Bac. Nov. Org.. I Aph, 24. Bac. De Augmentis
scientiarum Disp. part. ctionem censemus eam esse demonstrandi formam quae
sensum tuetur, et Naturarci premit, et operibus imminet ac fere immiscetur ». Come Aristotele si sforzava di
provare che in ogni moto dei corpi vi è alcunché che sta in quiete, e
introduceva elegantemente la favola di Atlante, il quale diritto sulla persona
reggeva il mondo, così, diceva Bacone, gli uomini desiderano ardentemente di
avere un punto che regga i fluttuanti moti del pensiero, temendo che essi
abbiano a precipitare, « nescientes profecto eurn qui certa nimis propere
captaverit, in dubiis finiturum; qui autem iudicium tempestive cohi- buerit. ad
certa perventurum. Riassumendo, Bacone attribuì al Raziocinio due difetti
principali: 1° Esso non permette di arrivare ai principi, e'anche le sue
premesse il più delle volte riposano sull’Induzione. 2° La Deduzione non è in
rapporto con la sottigliezza della natura, e non può convenire se non alle
scienze popolari. Non va però dimenticato che Bacone non disdegnò in modo
assoluto gli assiomi razionali, e proclamava la necessità di unire il discorso
con l’esperienza. « L’uomo, egli ebbe a dire, ministro e interprete della
natura, tanto conosce ed opera, quanto ebbe osservato nell’ordine di essa, o
con 1 e- sperienza o con la ragione. » In tal guisa presunse di abbattere
l’edifizio innalzato di Aristotele col suo sapiente « opyàvov; » e noi, pur
riconoscendo che la Scienza non avrebbe rapidamente progredito senza l'aiuto
poderoso di sommi pensatori i quali, come il grande filosofo inglese,
insegnarono nuove vie, e le aprirono più spaziosi orizzonti, non possiamo I fi)
Bac., De aug. scient.. V. •!.meno di affermare che Aristotele meritava di
esseregiudicato con molto maggior rispetto, e lopeia sua tenuta in queiralta
stima alla quale ha diritto. Difatto per dirla col Saint-Hilaire, giudicare
Aristotele é giudicare lo spirito umano, non solo in uno dei suoi più illustri
rappresentanti, ma in se stesso, poiché con lo Stagirita facciamo comparire
avanti a noi tutto il passato dello spirito umano. Senonchè v’è una
giustificazione alle esagerate invettive di Bacone da Verulamio contro la
sillogistica antica; egli non poteva ribellarsi contro quella interminabile e
immane catena di errori, che a’ suoi tempi si opponeva ad ogni progresso delle
scienze, senza scagliarsi contro il Sillogismo, che per l’indole sua si era
prestato a dare una apparenza di verità e d'indiscutibilità a tutte le aberrazioni
dei tanti pensatori medioevali. E mentre affermava apertamente ch’egli voleva «
reiicere syllogi- smurn », forse riconosceva che della sillogistica non aveva
già abusato l’autore suo, ma i Neoplatonici e più tardi gli Scolastici, i quali
valendosi del Raziocinio avevano diffuso tutti quegli errori, di cui
risentivansi vivi più che mai i danni a’ suoi tempi, in tutti i rami del
sapere. Con Cartesio e Bacone si inizia la filosofia moderna, poiché entrambi
cominciarono con la critica severa del passato, dubitarono della loro scienza,
poi ne divennero certi, fondandola l’uno sul puro pensiero, l’altro
sull’esperienza: quegli si valse a preferenza della Deduzione, questi
dell’Induzione. Cartesio sdegnò ogni sapere- che non fosse trovato dalla
propria riflessione, volle trovare da sé, e il suo punto di appoggio Samt-Hilairo - De la logique d’Avistote.
Preface, pag. XLIfu la coscienza: sottraendo tutto, rimane per lui il pensieio,
onde il famoso . « Cogito ergo sum »; e trovata la vera conoscenza potè poi
dedurne le altre. Tanto egli quanto la sua scuola notarono che la Logica antica
eia troppo complessa, occupava eccessivamente lo spirito, e poteva giovare ad
esporre, non a scoprire la verità, non era in grado di dare principi, e non
serviva ad altro che a parlare verosimilmente di ciò che si ignora. Il metodo
di Cartesio poi, in partieoiar modo, era deduttivo; ma il Sillogismo per lui
serviva ad esporre i risultati di ogni ricerca; lo spirito solo bensì poteva,
secondo lui, scoprire i principi reali, le nature semplici. Onde la Deduzione
cartesiana si occupava solo con, metodo analitico della verità, e non della sua
espressione formale, e tutto subordinava all’intuizione diretta dello spirito.
Appena potè svincolarsi dalla soggezione dei maestri, Cartesio, come narra nel
suo Discorso sul Metodo cessò affatto dagli studi intrapresi, e si diede a
viaggiare, a frequentare persone di diverse condizioni, a raccogliere
esperienze, con l’intento di non cercare più altra scienza se non quella che
poteva trovare in se stesso e nel gran libro del mondo. Il primo
vantaggio ricavatone fu di « ne rien croire trop fermement de ce qui ne m’avoit
été persuadé que par l’exemple et par la coutume. Così si liberò .a poco a poco
degli errori e fece un bel giorno il proposito di studiare se stesso e di
adoperare tutte le. forze dello spirito a cercare le vie che esso deve seguire.
Da giovane aveva appreso la Logica, la Geometria, Cartesio, Discours de la méthode
l’Algebra, tre scienze che dovevano servirgli per il suo disegno. Ma, dopo le
assidue cure da lui poste nel ricercare il vero, si accorse che nella Logica il
Sillogismo e le sue regole servono a spiegare agli altri le cose che si sanno,
non già ad apprenderle. Per di più la Logica antica era, secondo lui, «
si abstrainte à la consideration des figures, quelle ne peut exercer
l’entendement sans fatiguer beaucoups l’imagination. E perchè le molte regole offuscano
la chiarezza di una scienza, ai molti precetti della Logica sostituì queste
quattro regole, alle quali promise di attenersi fedelmente: 1° Non si deve aver
per vera alcuna cosa, se non si riconosce evidentemente tale. Devesi dividere
ciascuna difficoltà per meglio risolverla. Si conducano per ordine i pensieri,
cominciando dagli obbietti più semplici e facili a conoscersi e andando ai più
complessi. 4° Si facciano enumerazioni così intere da essere ben certi di non
aver trascuralo nulla. Concludendo, la logica Cartesiana ripudiò tutte le
artificiosità della Sillogistica antica, esaltò l’uso del- 1 analisi matematica
nella ricerca della verità ; sdegnò occuparsi dell’espressione formale della
verità stessa, e come abbiamo già detto, tutto subordinò all’intuizione
diretta, ed all’attività dello spirito. Nuovi colpi alla validità del
Raziocinio da Locke, nel suo Saggio sull’intendimento umano, nel quale negò che
lo spirito umano apprenda a ragionare con le regole del Sillogismo: il
Raziocinio per lui non è utile a scoprire la falsità di un argomento e non
serve affatto ad accrescere le nostre conoscenze: Cartesio, Disc. de la mét.,
tutt al piu è utile come arte di far valere disputando quel po’ di conoscenza
che abbiamo, senza nulla aggiungere. Ed ecco in qual modo pervenne a queste
conclusioni. Nel Saggio citato si propose due fini: 1 di combattere 1 innatismo
delle idee; 2° di dimostrare 3 origine empirica di tutte le nostre conoscenze,
riannodandosi in tal modo alla dottrina di Bacone e combattendo la filosofia
Cartesiana. L'intelletto, pel Locke, è un foglio bianco in cui non sono
caratteri di sorta: ve li scrive sopra il senso, poiché « nihil est in
intellectu quod prius non fuerit in sensu; Le idee poi sono semplici e
complesse; queste ultime sono combinazióni di idee semplici, le quali alla loro
volta nascono dalla sensazione e dalla riflessione. Stabiliti questi punti fondamentali
della sua dottrina, il Locke negò recisamente il valore del Raziocinio, poiché,
secondo lui, esso non aiuta la ragione se non nel mostrare le relazioni che
passano fra le idee di una proposizione; ma anche in ciò l'uso suo è assai
limitato; queste relazioni si scoprirebbero anche senza il suo soccorso. E
quanti sono quegli uomini che, incapaci di formare un Sillogismo, ragionano
tuttavia giustamente ! Del resto è assai dubbio che anche coloro i quali
conoscono l’arte e le regole del Raziocinio se ne servano per ragionare,
essendo tale metodo troppo lento, e correndo la mente umana molto più veloce.
Coloro poi i quali sono penetrati bene addentro nella conoscenza di tali
regole, non sono punto ceni, in virtù di un’argomentazione sillogistica, che la
conclusione discenda dalle premesse; essi fanno una semplice supposizione. Se
il Sillogismo fosse il vero e solo strumento della ragione, e l’unico mezzo di
giungere alle conoscenze, bisognerebbe ammettere che prima di Aristotele non vi
fosse alcuno che conoscesse qualche cosa con la ragione. Questa forma di
argomentazione non porta con sè nè chiarezza nè convinzione; chè essa è
suscettibile del falso come ogni più semplice specie di ragionamento, ed anzi,
come forma artificiosa, è più atta ad imbrogliare la mente che ad istruirla e a
dissiparle attorno le nebbie. Onde, conclude Locke, dobbiamo valerci di qualche
altro mezzo per giungere alla conoscenza, e, con tutto il rispetto allo-
Stagirita, riconoscere che « Dio non è stato cosi poco liberale cogli uomini,
da abbandonarli come semplici creature di due piedi, senza piume e con ugne
lunghe, finché Aristotele non li avesse fatti animali ragionevoli col
Sillogismo. » L’uomo ha la potenza di ragionare e di apprendere le relazioni
delle sue idee. Se dobbiamo quindi scoprire i difetti di un ragionamento, non
abbiamo che da spogliarlo delle idee superflue, le quali mescolate in quelle da
cui dipende la conseguenza sembrano mostrarne, una dove non è ; quindi
confrontare queste idee; e senza tutte le noiose finezze del Sillogismo
scopriremo la loro convenienza o sconvenienza. Queste furono le critiche del
Locke, il quale negò inoltre che il Raziocinio aiuti la mente a fare nuove
scoperte, ed ammise che esso serve tutt’al piò a convincere gli uomini dei loro
errori e dei loro inganni, a disporre le prove che già si conoscono, venendo
sempre dopo la cognizione dalle verità, e a far valere disputando la conoscenza
che si possegga, senza nulla aggiungere. Nel Raziocinio infine scoprì un altro
gravissimo difetto. Ogni ragionamento sillogistico, egli osservò, per essere
concludente deve avere una proposizione generale: or bene parrebbe che noi non
potessimo nè ragionare nè aver conoscenze di cose particolari. Ma ogni
ragionamento, come ogni conoscenza, non verte che sulle idee esistenti nella
mente di ciascun uomo, ognuna delle quali non è che un esistenza particolare; e
le cose sono obbietto delle conoscenze umane in quanto sono conformate a queste
idee particolari che ha l’uomo nella mente. L’universalità consiste in ciò che
le idee particolari, le quali ne sono soggetto, sono tali che ad esse più d’un
caso particolare può essere conforme, e più d’una cosa particolare può essere
da loro rappresentata. Come Giovanni Locke aveva ripreso ed ampliato le
critiche di Bacone alla dottrina sillogistica, così Niccolò Malebranche riprese
le obiezioni di Cartesio. « La logique d’Aristote,
secondo lui, n’est pas de grand usage, a cause qu’ elle occupe trop l’esprit,
et qu’ elle le détourne de l’attention qu' il devroit ap- porter aux sujets qu’
il examine. Le regole
che diede il filosofo per la ricerca della verità sono oltre modo semplici; la
prima è che bisogna sempre conservare l’evidenza nei ragionamenti per scoprire
il vero senza timore di sbagliare; onde noi non dobbiamo ragionare se non su
cose delle quali abbiamo idee chiare e precise, e cominciare dalle cose più
semplici e più facili, ed arrestarci a lungo prima di intraprendere la ricerca
delle più complesse e diffìcili. Il Malebranche sostenne che bisogna
comprendere bene lo stato della questione da risolvere, ed avere idee distinte
sui termini per poterli paragonare, e (1J Locke, Saggio filosofico
sull’intelletto umano. Cfr. anche il Saggio del Locke compendiato dal Winne e
tradotto da Soave, Voi. II, pag. 110-113. (2J Malebranche, De la recerche de la
Verité, lib. VI, cap. 1. scoprire i rapporti cercati. Quando poi questi non si
scoprono paragonando le cose immediatamente fra loro, allora bisogna scoprire,
con qualche sforzo della mente, una o più idee che possano servire come di misura
comune per riconoscere per mezzo loro i rapporti che vi sono tra esse. Così il
filosofo francese continuò l’opera del sommo suo connazionale, disconoscendo
ogni valore alla Sillogistica di Aristotele, e tentando di rinnovare la Scienza
con l'uso dell’analisi matematica. Il Malebranche fu imitato e seguito
fedelmente dal- l’Arnauld e dal Nicole, i quali rimproverarono alla Logica
aristotelica di essere in molte parti imbarazzante ed inutile. La Logica di
Portoreale che, come avverte il Cantoni (3), diede l’ultimo tracollo
all’Aristotelismo scolastico, « perchè lo colpì in quella parte che costituiva
la maggior sua forza, cioè nella parte formale », ebbe il merito di essere pei
suoi tempi d’una grande originalità ed arditezza, e di preparare il trionfo
della riflessione personale sui pregiudizi dell’autorità. Giovanni Locke aveva
negato che lo spirito umano apprenda a ragionare con le regole del Sillogismo e
che con esse si acquistino nuove conoscenze; Cartesio d altro lato aveva
accusato la Logica antica di essere tioppo complessa ed aveva sostenuto che il
Raziocinio è metto a scoprire la verità, ed utile solo ad esporle; Guglielmo
Leibniz, pure ammettendo che della Sillo- gistica si f osse fatto un grande
abuso, sorse col Nuovo (2)^nanld nCh T ~ D6, la D rech - de la Veri* lib. VI.
cap. Piefalione àu et ^t-Royal. - Cfr. anche Compayi a.' asU * * L ^“ (') .
Cantoni — Storia della Filosofia, pag. 269 - 260 . Saggio sull'intendimento, a
sostenerne la reale utilità, è da grande filosofo ne fece uno studio veramente
profondo (1). Egli avvertì giustamente che la forma scolastica del Sillogismo
si usa poco e sarebbe troppo lunga ed imbrogliata se la si volesse adoperare
seriamente; ma con tutto ciò riconobbe nel Raziocinio UDa delle più belle
invenzioni dello spirito umano (2). Al Locke, il quale aveva detto che il
Sillogismo non serve che a vedere la connessione delle prove in un solo
esempio, rispondeva che sarebbe ridicolo voler argomentare alla maniera
scolastica nelle deliberazioni a causa della prolissità imbarazzante di quella
forma di ragionamento: non per questo è men vero, che nelle più importanti
deliberazioni della vita una logica severa è necessaria, poiché gli uomini si
lasciano abbagliare dall’eloquenza e dall’autorità, dagli esempi male applicati
e dalle conseguenze fallaci. Sostenne poi che tesservi molti uomini i quali
pure ignorando del tutto le regole della Sillogistica ragionano dirittamente,
non porta già a disconoscere l’utilità del Raziocinio, allo stesso modo che non
si può negare l’utilità della matematica, solo perchè alcuno, senza aver appreso
l’aritmetica, sa fare conti anche difficili. E contro il Locke, il quale aveva
affermato che anche i Raziocini possono diventare sofistici, osservò
giustamente che le loro stesse leggi servono a riconoscerne la falsità: e se il
Sillogismo non vale nè a convincere, nè a (1) Leibniz, Nuovo Saggio
sull’intendimento, lib. VI, cap. I, e lib. IV, cap. 1G., . (2) « C’est ne
espèce da mathéinatique, dice il Leibniz, dont l’importance n’est pas assez
connue; et l'on peut dire qu un ar d’infallibilité y est contenu, pourvu qu’on
sache, et qu on puisse s’en bien servir. » Saggio ecc. lib. IV cap. I. convertire
alcuno, non è già per la sua inettitudine, ma perchè l’abuso delle distinzioni
e dei termini male intesi ne rende l’uso troppo prolisso (1). Infine notò che
solo nella conoscenza intuitiva si vede immediatamente il legame delle idee e
delle verità ; ma la dimostrazione fondata su idee medie è quella che ci dà una
conoscenza ragionata, e ciò perchè il legame dell’idea media con le estreme è
necessaria. Ecco in qual modo Guglielmo Leibniz seppe rivendicare il valore del
Raziocinio, a torto disconosciuto così dagli Empirici, come dai Razionalisti,
che l’avevano preceduto. Ma ben presto un altro filosofo insigne sorse a
riprendere la critica contro la Sillogistica, ed a parlare con disprezzo di
quello che Aristotele aveva considerato come istrumento di cui si serve la
ragione umana nell acquisto delle conoscenze. Contro Aristotele erano insorti
Bacone, Locke, Cartesio; contro il Leibniz si levò il Condillac; più tardi
contro il Kant insorgeranno il Mill e lo Spencer, e mentre i Logici inglesi si
sforzeranno di rifare la Logica aristotelica, in Italia fi Galluppi, il Rosmini
ed il Gioberti sosterranno ancora una volta l’utilità del Raziocinio. Quando il
Voltaire, abbandonata rin£Thilt.err fl ritm-nè (Oeuvres philosophiques a e
Leibniz voi. I., cap. I. avec introd, p. P. Janet, e come già il Montesquieu
aveva divulgato la costituzione inglese, cosi egli, ardente seguace del Locke,,
fece noto ai Francesi il Saggio sull’intendimento- umano, che ebbe tosto non
pochi ammiratori: primo e più grande fra tutti il Condillac. Questi da
principio seguì le traccie del filosofo inglese nel Saggio sull'origine delle
conoscenze umane, e terminò poi nel più schietto sensismo. Nella Logica, nella
quale seppe- imprimere un’orma d’originalità come pochi altri filosofi, parlò
della Sillogistica con grande disprezzo,, e- credette di annientare il valore
del Raziocinio \&r lendosi di questo ragionamento: Ogni giudizio da noi
pronunciato può includerne implicitamente un altro- non espresso; se diciamo ad
esempio che un corpo è- pesante, affermiamo implicitamente che esso cadrà se
non sarà sostenuto (1). Quando perciò un giudizio è contenuto in tal modo in un
altro, si può pronunciare come una derivazione del primo, e dicesi perciò che
ne è la conseguenza. Ciò posto, fare un Raziocinio- non è altro che pronunciare
due giudizi di questa specie; e nei nostri Raziocini come nei giudizi non-
v’hanno se non sensazioni. Il secondo giudizio nel suesposto Raziocinio è
sensibilmente racchiuso nel primo e non v’è bisogno di cercarlo; ma se il
secondo- giudizio non si mostrasse nel primo,, allora farebbe d'uopo cercarlo,
cioè passando dalla cosa nota ai-- l’ignota, si dovrebbe scorrere per una serie
di giudizi intermedi per vederli tutti successivamente contenutigli uni negli
altri, fino a scoprire che il secondo gidizio è una conseguenza del primo. Ogni
ragionamento è un calcolo; non consiste nell’andare dal generale al. Condillac, Logique, Pait. I, cap. 7-
particolare, dal contenente al contenuto, ma dal medesimo al medesimo,
cambiando i segni; suo principio è l’identità, suo procedimento unico è la
sostituzione. 11 tipo di questo genere di ragionamento è il ragio- nemento
algebrico, al quale tutte le altre forme si possono ridurre. Nè importa
obbiettare che così si piocede in Matematica, ove il Raziocinio si fa per
equazioni; giacché avviene lo stesso anche per le altre scienze: equazioni,
giudizi, proposizioni sono la medesima cosa. In ogni questione scientifica sono
contenuti implicitamente i dati, altrimenti essa sarebbe insolubile; il
trovarli è separarli e distinguerli in una espressione in cui non si trovano
che implicitamente; e per sciogliere la questione bisogna tradurre
l’espressione in un’altra, nella quale tutti i dati si mostrano in maniera
esplicita e distinta. L’artificio del Raziocinio è dunque lo stesso in tutte le
scienze: come in Matematica si stabilisce la questione traducendola in néfla
„iù * SCie " ze si ‘‘“lisce tradendola è ann i, n^ MeSprmi °" e: 6
1“^» la questione che uóatri C " e la 5ci °* lie »»n è altro z '° ne vixz
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n ° SCenM a—ce che Condillac — Loeiaun
p»,.* tt C2; Cond. _ Loo- P 8 '! tt o Cap - 8 ’ tt) yn - n > ca P- 8 - {ó )
0ona - — Art. do Denser pL», resto riconosceva altrove che non =; f ’ Cap ' 6 '
11 Coudillac del della verità se non unendo in un J T f° gl ' essi nella
ricerca unendo in un solo metodo l’analisi e la sintesi. Onde il Sillogismo,
che è il grande strumento della Sintesi, è perfettamente inutile, e seguire la
Sillogistica è far consistere il ragionamento nella forma del discorso più che
nello sviluppo dellè idee (1). E nulla vi è di più frivolo che questo metodo,
perocché non importa punto la forma del ragionamento: pag. 48. osserva che non propriamente
l’Hamilton ma un altro filosofo, Giorgio Bentham (1827), riconobbe la necessità
di dare al predicato una quantità uguale a quella del soggetto; perii primo
però l’Hamilton riconobbe le con- seguenze di tale principio e le sistemò
definitivamente (1). Emanuele Kant aveva fatto distinzione tra la forma e la
materia della conoscenza; il filosofo inglese poi diede il nome di pensiero
all’elemento formale, considerò il pensiero come l’opera degli atti dell'in-
tendimento, pei quali noi elaboriamo i materiali fornitici dalle facoltà
rappresentative, quindi come confronto, analisi, sintesi di attributi, nozioni,
giudizi, e riguardò la Logica quale scienza delle leggi del pensiero. Essa,
secondo Hamilton, non considera le cose come esistono in sé, ma solo le forme
generali del pensiero, sotto le quali la mente le conosce, è in sostanza
scienza puramente formale, non garantisce nè le premesse nè la conclusione, ma
solo la conseguenza di questa da quelle; e il Raziocinio è l’affermazione
esplicita della verità di una proposizione, nell’ipotesi chealtre proposizioni,
le quali la contengono, siano vere. La Logica considera non gli atti, ma i
prodotti dell’intendimento, e le leggi fondamentali a cui essa è sottomessa
sono tre: di identità, di causalità e del mezzo escluso, le quali non possono
essere negate, perchè altrimenti bisognerebbe negare anche la possibilità del
pensiero. Avendo la Logica per oggetto a forma del pensiero, (proseguiamo
nell’esposizione della dottrina dell’Hàmilton, quale risulta dai Frammenti di
Filosofia tradotti dal Peisse) per compiere l’opera sua deve poter esprimere
totalmente il senso de e nozioni, Hamilton, Progments de philosophie, farad,
par L. Peisse.dei giudizi, dei ragionamenti che considera, deve poter enunciare
nel linguaggio tutto ciò che è contenuto impiicitaniente nel pensiero. Da
quanto si è detto deriva l a teoria d eila quantità del predicato. Ogni
proposizione è composta di un soggetto e di un predicato, uniti da una copula;
noi pensiamo il soggetto con una quantità determinata e dalla sua quantità
risulta quella della proposizione. Ma il predicato è sempre pensato in maniera
quantitativamente indeterminata? Spesso si esprime senza unirgli un segno
preciso di quantità, come in quest’esempio: « tutti gli uomini sono mortali »,
senza dire se si intende parlare di tutti i mortali o solo di qualcuno. Vi sono
però casi in cui il linguaggio esprime la quantità anche del predicalo, come in
quesl’altro esempio: « nell’uomo non vi ha di grande che lo spirito ». Potrebbe
quindi nascere il dubbio che vi fossero eccezioni nel pensiero, come ve ne sono
nel linguaggio: per risolvere tale questione consideriamo l'atto
dell'intendimento pel quale uniamo un predicato ad un soggetto. Una nozione è
l’idea dell’insieme degli attributi generali per cui una pluralità di obbietti
individuali coincide; è un tutto puramente ideale che lo spirito è costretto a
formare per classificare nel pensiero e separare nel linguaggio gli obbietti
vari della sua conoscenza. Attribuire un predicato ad un soggetto è pensare
questo obbietto individuale in una nozione data: dire per es. « l’uomo è
animale », è porre la nozione « uomo » sotto la nozione «animale». Ma per
pensare un concetto sotto un altro bisogna conoscere non solo che l’uno è parte
dell’altro, ma anche qual parte ne e; onde il predicato è pensato sempre e
necessaria- 1 mente con una quantità uguale a quella del soggetto.li linguaggio
che bada solo ad esprimere ciò che si pensa, non come si pensa, non va tanto
pel sottile, ma la^ Logica deve enunciare tutto ciò che è IMPLICITAMENTE [cf.
H. P. Grice, IMPLICIT REASONING – Aspects of reasoning – implicature,
explicature] contenuto nel pensiero ed assegnare ai predicati di tutte le
proposizioni una quantità determinata. Venendo poi all'applicazione di questa
teoria, se il predicato è sempre implicitamente pensato e dev'essere espresso
come una quantità determinata, se questa •quantità è uguale a quella del
soggetto, se la proposizione è in ultima analisi un'equazione, ogni
ragionamento va da quantità uguale a quantità uguale, ogni Sillogismo è in
fondo una_serie di equazioni tra ‘membri equivalenti. Non si deve più parlare
di maggiore, minore, termine medio ecc.; il tipo di ogni ragionamento è: A = B;
B = C; dunque A = C. Due sono poi le specie di ragionamento, poiché, se
assolutamente •considerati tutto e parti sono identici, nell’ordine del
pensiero si può concepire prima il tutto per dividerlo nelle sue parti, con una
analisi mentale, o prima le parti per riunirle in un tutto, con una sintesi
mentale: si ha così un ragionamento deduttivo ed uno induttivo. L’Induzione
riposa sul principio che ciò che appartiene alle parti appartiene al tutto, ed
ogni ragionamento induttivo si può mettere in forma sillogistica A è B, X, Y, Z
è A ; dunque X, Y, Z è B; la differenza del Sillogismo ordinario è che nella
forma suesposta 1 uno dei termini della conclusione in luogo di essere un tutto
è una enumerazione di parti: la quale devessere compiuta nell’Induzione
formale, mentre nella reale. non può mai essere (1). Ragionare non è dunque,
per concludere, ar rie ~(i; Liard - Op. Cit., pag. 60-G9 ed Hamilton, op. cit.
trare una nozione in un’altra, ma sostituire in proposizioni date nozioni
equivalenti a nozioni equivalenti; onde tutti i Raziocini riposano sul
principio della sostituzione dei simili, in virtù del quale in ogni
proposizione una nozione può essere sostituita da un’altra equivalente; il
ragionamento è, in altri termini, un atto di confronto o di giudizio mediato,
perchè ragionare è riconoscere che due nozioni sono tra di loro nella relazione
di tutto e di parte, ed hanno lo stesso rapporto con una terza. Questa è la
teoria con la quale l’Hamilton pretese di aver riempito le lacune del sistema
aristotelico, e di averlo nel tempo stesso semplificato e liberato da tutte le
regole imbarazzanti ed inutili. Non ci sembra però che il filosofo inglese
abbia per questo riguardo così bene meritato della logica formale; e quantunque
la critica mossagli da Stuart Mill non sia, a nostro avviso, in tutto fondata,
nè priva di esagerazioni, crediamo tuttavia che egli non vada molto lungi dal
vero quando afferma che le nuove forme introdotte nella Sillogistica non
offrono maggior vantaggio delle antiche; chè anzi vi hanno introdotto ' nuove e
serie complicazioni. « Le nuove forme, dice Mill, noni offrono praticamente
alcun vantaggio; v’è poco merito ad averle inventate, e poco vantaggio a
servirsene, al meno che noi le vogliamo riguardare come un esercizio di
ginnastica mentale, utile a rafforzare le facoltà intellettuali degli scolari.
- /l I filosofi inglesi seguaci di Hamilton si sforzarono Mill, La philosophie
de Hamilton (trad. Cattive 8 ’ 493 ‘ ? fr ' anChe Bain * Lo o‘ c l ue deductive
ed indu- ct.ve » trad. par G. Compayré, Voi. I. pag. 129-181 e pag.269-2G6.
sempre più di rinnovare la vecchia Logica, allargando la base della Logica
deduttiva, e dando della Deduzione una teoria generale, che abbracciasse tutti
i casi ai quali questo metodo è applicabile. E se noi volessimo parlare
convenientemente di De Morgan, di Booles, di Jevons, dovremmo estenderci troppo
a lungo, e usciremmo dai modesti confini che sin dal principio abbiamo
proposti, al nostro studio. Onde ci limiteremo ad accennare brevissimamente
come ognuno dei tre filosofi nominati svolgesse le idee dell’Hamilton,
rimandando chi fosse desideroso di vedere trattata con ampiezza e profondità
questa materia agli scritti magistrali del Bain e del Liard (1). Il Morgan, al
pari dell’Hamilton, considerò la Logica come una scienza puramente formale, che
nulla ha a vedere con la materia della conoscenza e solo studia le leggi di
azione del pensiero, e non tratta se non delle cose in relazione col pensiero e
di questo in relazione con quelle. Vi ha per lui- inferenza quando le due
premesse sono universali, o quando, una sola essendo particolare, il termine m
e d i o h a _qu. sperimentali; le
seconde sono comprensive di tutto ciò che del creato può venire a cognizione
dell’uomo. Seguace di Galluppi fu invece, per quel che si rife- ( risce al
Raziocinio, il Rosmini, il quale come già nel Nuovo Saggio erasi proposto il
problema della conoscenza, ricercando il punto ove sensibililà ed intelletto si
congiungono insieme per produrla, così nella Logica combattè Bacone perchè
aveva preteso che solo con l’Induzione si riuscisse a scoprire le verità,
contrapponendola al Sillogismo, relegato fra gli istrumenti vani ed inutili. Il
Raziocinio, pel filosofo di Rovereto « dimostra la precedenza della verità
ueH’uomo a lutti i trovaraenti particolari del pensiero. » Esso ha valore sia
nel campo teorico sia nel pratico: perocché pel primo riguardo bisogna
considerare: 1° che solo l’uomo esercitato nelle inferenze si mantiene coerente
nei ragionamenti; 2° che il ragionamento acquista con l’illazione precisione e
chiarezza; 3° che una dottrina non è ridotta in forma di scienza se non quando
essa è ridotta ad un principio del quale tutto ciò che essa contiene sia una
serie di conseguenze le une derivate dafie altre; 4° che l’inferire le
conseguenze da principi conduce alla scoperta di nuove verità; 5° che le
inferenze scoprono nuovi veri non solo nella dialettica e nella metafisica, ma
anche nella fisica. Nel campo 1; Bufalini -Quesiti sul metodo scientifico.
Proemio. Rosi; “T ~ L ° SÌCa N ’ 1002 - °P->. Secondo il affermai 30 certo
^P^to aveva ragione l’Euler quando Sillogismo V 6 *-° gni ve “ til dev e essere
la conclusione di un Uogismo, le cui premesse siano indubitabili. pratico poi
il Raziocinio è di somma importanza: perchè l’uomo il quale mostra coerenza nei
pensieri e nei ragionamenti suole essere coerente in atte le sue azioni; perchè
anche negli uffici privati e pubblici il più efficace principio è quello della
coerenza, laddove l'incocrenza rende deboli i governi stessi, e guasta l'esito
di ogni grande impresa. Di queste dottrine si fecero sostenitori anche il
Mamiani, il quale affermò apertamente che il pensiero se non fosse aiutato'dal
Raziocinio non potrebbe in molti casi farsi strada à scoprire attinenze
recondite piene di grande dottrina (1); e Gioberti che, dopo aver sostenuto il
progresso discorsivo essere il successivo conoscimento che l'uomo ha dell’atto
creativo e del progresso cosmico (2), nella Teoria del Sovranaturale scriveva:
« Il progresso che la causa efficiente fa dal principio sino alla fine nello
svolgimento successivo della creazione, corrisponde al processo intellettuale
che fa la mente dai primi principi sino alle ultime conseguenze nella esplicazione
successiva della scienza, e che si Chiama discorso. Per tal guisa il
ragionamento dell’uòmo è parallelo ed analogo col processo della natura, e là
logica, ossia la sillogistica, si riscontra nella cosmologia ». (i; ROVERE (si veda) afferma cbe l’elemento
estrinseco del ragionare importa assai più di quanto si creda ai giorni nostri,
onde' ammonisce che non si deve distruggere l’opera della Scolastica,, ma
ravvivarla con più largo spirito filosofico. (Del Rinnova-, mento della filosofia
antica italiana. Cap. XIII, pag. 110).
(2) Gioberti — Introduzione allo Studio della Filosofia, Voi. Il,' pa. Gioberti — Teorica del Sovranaturale. Compiuta
così rapidamente l'esposizione delle dottrine dei filosofi intorno al valore
del Raziocinio, ci rimane a farne una critica equa e severa, per poter poi m
fine dedurre un giudizio che non pecchi di esagerazione. Poiché la logica
posteriore ad Aristotele non fu, per dirla con un acuto critico francese, che
un - « eco dei filosofi o un’opposizione impotente contro teorio che si
appoggiano sulla verità (1) ». E quel che ò più, esagerarono i filosofi
dell’una e dell altra specie;, gli uni rendendo la Logica aristotelica un vuoto
formalismo e sostenendo il valore del Raziocinio là ove non dovevano; gli altri
combattendolo anche in ciò- in cui non era impugnabile. Ed in vero, come
vedemmo, comincia contro la Sillogistica di Aristotele un'opposizione
fierissima, la quale credette di abbattere, ma non riuscì che a far vieppiù
risplendere la gloria di quell’opera immortale. Tale movimento contrario allo
Stagirita cominciò col Ramo in Francia, e per mezzo di Bacone e Cartesio
continuò fino al Locke, spirito profondo, il quale seppe per un istante far
disprezzare l’opera che per circa venti secoli aveva istruito lo spirito umano;
finché col Coudillac parve che tutta l'ammirazione per Aristotele fosse svanita
affatto, nè si ricordassero i principi e la storia del - l'Analitica antica, nè
più si distinguesse la pura e genuina dottrina dello Stagirita dai
travestimenti che l'età di mezzo le aveva imposti. Fu vanto del Leibniz 1 aver
proclamato che Aristotele non era irreconciliabile con lo spirito moderno, e
l’avere sostenuta la importanza innegabile del Sillogismo, che egli chiamò una
delle più belle invenzioni dello spirito umano. (1) Saint-Hilaire — De la
logique d’Aristote. La reazione del Leibniz fu continuata dal Kant,
•dall’Euler, dal Lambert, seguendo la sentenza del sommo filosofo di Kónisberg,
che alla Logica quale •era stata fissata da Aristotele nulla v ! era da
aggiungere. Poi contro il Alili, il Bain, lo Spencer, i quali nel giudicare il
Sillogismo avevano ripreso le antiche teorie degli Scettici, insorsero nella
stessa Inghilterra 1’Hamilton, il Mor- -san, il Booles, benché cercassero a
torto di semplifi- care un’opera che non ne aveva bisogno, e riuscissero invece
ad imbrogliarla e ad ottenebrarla, e, molto meglio, in Italia l’utilità del
Raziocinio fu sostenuta dai più grandi pensatori, dal Galluppi al Rosmini, dal
Gioberti al Mamiani. Ed a ragione; poiché la Logica antica non è falsa, bisogna
saperla applicar bene: come avvertiva il nostro grande Galilei; e la scoperta
del Sillogismo, vanamente contestata, porta in se stessa qualche cosa di
prodigioso, come osserva Saint-Hilaire. Rien ne la revèle avant
Aristote, scrisse il grande critico francese, après lui rien ne la peut
renverser. Une école de plnlosophie a tentò inutilement aprés dixhuit siécles,
d’en nier la vórité et la valeun ses efforts impuissants n’out pu prévaloir; 1
esprit philosophique, à l’heure qu ’il est. vit de nouveau •de la foi
aristotélique, et il croit, d’après elle, à des principos genéraux et
indemontrables dans l’intelli- gence, sources de la démonstration et du
syllogisme. Saint-Hilaire,
De la logique cl’Aristote. Critica delle obiezioni mosse eontro il valore del
Raziocinio. Le obiezioni mosse da alcuni filosofi contro il genuino valore del
Raziocinio possono dividersi in due categorie: le prime riguardano il
Sillogismo come forma tipica' di ogni argomentare deduttivo, le seconde lo
riguardano come fondamento dcirinduzione: delle une e delle altre dobbiamo fare
una critica breve, ma più che sarà possibile esatta; e cominciamo senz’altro
dalle obiezioni della prima specie. La legge principale del Raziocinio è che la
maggiore contenga la conclusione: da essa trae la sua forza il Sillogismo, ad
essa si riducono le altre otto regole riferentisi ai termini ed alle
proposizioni. Ebbene, Mill, Erberto [cf. ERBERTO GRICE] Spencer e tutti gli
altri Logici inglesi della loro scuola affermano che appunto per essere la
conclusione contenuta nelle premesse il Raziocinio è del tutto inutile. Bisogna
però intendersi intorno al significato da darsi alle parole « contenuto nelle premesse.
Con tale espressione intendiamo di dire che la conclusione è contenuta IMPLICITAMENTE
– cf. H. P. Grice, Aspects of reaoning, Implicit reassoning, Implicature,
Explicature] nella maggiore, perchè se vi fosse contenuta « esplicitamente la
maggiore sarebbe particolare e non più universale. Ma è regola del Sillogismo
che nulla si può concludere da due premesse particolari. La conclusione è
adunque nota in virtù del Raziocinio che rende esplicita la notizia prima
implicita, o per lo meno, nei casi in cui la conclusione fosse già nota prima
come fatto, eleva la notizia al grado di scienza. In realtà l’illazione non ha
servito a formare le premesse, e non è vero che una proposizione generale si
possa applicare solo ai casi nei quali è stata verificata; l’esperienza stessa
contraddice l'affermazione, giacché quando affermo: Tutti gli uomini sono
mortali, Caio è uomo, Caio dunque è mortale », il caso di Caio ancora vivente
non ha potuto servire a formare la premessa generale. Talora il Sillogismo
anche di sussunzione può essere ben più diffìcile, potendo essere
difficilissimo vedere se un soggetto si riporta o no ad una classe avente una
determinata proprietà, o la ragione per la quale un soggetto ha o non ha una
proprietà qualunque. Naturalmente la conclusione dev’essere contenuta nelle
premesse, e il- Raziocinio è precisamente l’operazione del pensiero necessaria
per dare forma logica dimostrativa alla contenenza della illazione nelle
premesse. Del resto la maggiore non ha una universalità puramente quantitativa,
la quale sarebbe distrutta da un solo caso particolare contrario, ma è una
legge, cioè un universale quantitativo. L’operazione sillogistica, come fu
avvertito acutamente. non è quindi diversa nel Sillogismo di sussunzione dalla
funzione interpretativa del magistrato che applica la legge al caso speciale,
operazione anche questa non facile e dalla quale si riconosce il valore del
giurista. Senza contare che non tutti i Sillogismi sono e tipo di quello citato
da Stuart Mill; poiché ve ne sono alcuni nei quali non si applica solo una
regola generale ad un caso speciale, ma in cui le due piemessc Masci, Elementi
di filosofia, Logica. sono proposizioni generali, e la conclusione è una
proposizione generale che non può essere provata con Tlnduzione, senza
ricorrere ad esperienze del tutto diverse da quelle dalle quali le premesse
sono state provate. Questo è il ragionamento che ha luogo quando noi veniamo a
conoscere che un dato fenomeno X ha costante relazione con un altro Y, non
valendoci di una generalizzazione ottenuta dall’aver osservato i fatti nei
quali si riscontra la connessione tra X e Y, ma servendoci della conoscenza ehe
abbiamo di una relazione tra X ed un terzo fenomeno Z e tra Y e lo stesso Z. In
tal caso non v’ha dubbio che con la Deduzione perveniamo a nuove cognizioni, a
scoprire cioè certe analogie che la semplice osservazione non ci avrebbe fatto
percepire. E, per concludere, il dire che ciò che si afferma nella conclusione
è già compreso nelle premesse è precisamente un mettere sempre più in luce
l’importanza del Raziocinio, perchè si viene a dire che con esso colui il quale
sapientemente trae le sue deduzioni rende fruttuose le premesse di cui si serve
nel suo ragionamento, al modo stesso che il lavoratore con l’opera indefessa
rende fruttuosa la terra, traendo alla luce i tesori che essa nasconde. Del
resto i Logici inglesi a provare la inutilità del Raziocinio si valgono pei
primi di un Sillogismo vero e proprio: Quel che è conosciuto, essi dicono, non
ha bisogno di essere provato; ma una illazione contenuta nelle prèmesse è nota;
dunque non ha bisogno di essere piovata. Or bene o essi considerano veramente
inutile il Raziocinio, e in tal caso non vediamo la ragione per cui se ne
debbano valere nelle loro dimostrazioni, e specialmente poi in questa; o di
fatto lo erodono giovevole alla ricerca della verità, e non sappiamo perchè
debbano con tanto accanimento disconoscerne a parole il valore. Cosi cade anche
l’obiezione che il sillogismo sia viziato da una petizione di principio, poiché
l’illazione non ha servito a formare la premessa, e la validità di questa è
indipendente da quella dell’altra; obiezione sorta perchè la Logica delle
scuole considerava la maggiore come universale semplicemente quantitativo,
laddove l’universalità della premessa esprime non già una somma, ma una legge.
Se il Sillogismo fosse il rapporto analitico dei concetti, distribuiti secondo
la loro estensione, servirebbe a classificare formalmente i concetti, non già a
scoprire nuovi veri: onde il Raziocinio non è punto un sofisma, come pretese
qualche filosofo. Mill, di fronte alla inconfutabilità di questa verità, cambiò
la teoria del ragionamento in generale e del deduttivo in ispecial modo, e
sostenne che inesso non si procede dal generale al particolare, ma dal
particolare al particolare. Da ogni esperienza, sono press’ a poco le sue
parole, nasce l’aspettativa che il caso futuro sarà simile a quello
sperimentato, e la fede cresce a mano a mano che aumentano le esperienze
accordantisi; la maggiore è un registro abbreviato di inferenze, una
assicurazione che le esperienze passa e singolare a legge e giunga al principio
die il furto deve andare impunito, vede meglio tutta l’enormità
dell’assoluzione. Il Sillogismo poi, secondo Mill,,rj 0 va perché il
ragionamento fondato sulle regole ha maggior evidenza e persuasione di quello
fondato sui precedenti e sugli esempi. Non occorre dopo quello che abbiamo
detto sopra fermarci molto a confutare l'opinione del filosofo inglese: è
chiaro che egli confonde il processo psicologico, il quale va dal particolare
al particolare, col procedimento logico, che ha per ufilcio di dire quando
l’inferenza è legittima: ed è tale quando la maggiore non è un registro di
inferenze ina una vera legge. Onde, concludendo, nel Raziocinio: « Tutti gli
uomini sono mortali: TIZIO (si veda) è uomo; Tizio dunque è mortale, si può
dedurre la mortalità di Tizio quando consta che egli è uomo. Che so la
proposizione generale fosse un semplice registro di inferenza, e una somma dei
particolari osservati, se esprimesse un semplice ricordo del passato, nulla si
potrebbe inferire dei particolari futuri. Ma qual meraviglia se Stuart Mill con
tanto accanimento impugnò il valore del Raziocinio? Egli riguardo alle idee
universali ed al principio di causalità la pensava come Hume [cf. Grice,
HUMEIAN NATURE], il quale non solo negava ogni valore oggettivo all’idea di
sostanza come Locke, e la realtà delle idee astratte come Berckeley, ma
sosteneva che non possiamo nò percepire nè dimostrare la causalità, quindi
l’ammettiamo per abito, perchè associamo due fatti che vediamo succedersi
costantemente l’uno all’altro. Un obiezione che a tutta prima potrebbe parer
grave fu pure mossa da alcuni Logici contro il Raziocinio; essi dissero che la
sua efficacia sta tutta nella con- nessione di nostri giudizi, quindi non ci
assicura che della loro coerenza; esso è nè più nè meno di una tecnica delle
relazioni dei concetti, che ha un ufficio secondario nella prova scientifica.
Così il Sillogismo viene concepito alla maniera di Bacone, il quale gli negò
ogni valore oggettivo per sè e lo stimò in tutto subordinata airinduzione, la
sola adatta a scoprire i principi delle scienze. Per ammettere vera e legittima
ouest’obiezione bisognerebbe credere con Pirrone Ene- side. no e LEONZIO (si
veda) che la verità non esiste e che noi non la possiamo conoscere in sè,
avendo le nostro cognizioni valore solo relativo. Colui il quale pertanto no°i
sottoscrive allo scetticismo assoluto, vero suicidio del pensiero, come ben fu
definito (1), nè d aiti a par e si appaga del dommatismo, che ammette il
combacia- mento assoluto tra la mente e la realtà, perchè con- trario ai
risultati della filosofia critica e non consentito dalla ragione e
dall'esperienza inuminate, nè ha fede nel semiscetticisrao Kantiano, giu m ier
o »e surriferita degna in tutto della filosofia dell «neono scibile II vero è
che la connessione dei nostri 0 iud.z non è mera legge formale subiettiva del P^
sie ™;“ a essa deriva dalla connessione delle cose nel . . a La forma della
conoscenza non può stare d,s 'unto dalla materia; nè il pensiero da un qui tesato;
Le nostre cognizioni non possono essere vere M non sono conformi alla natura
deg i o iie, a ’l la il Baziocinio non deve essere vero solo quanto a la forma,
cioè alla °e a dizi, ma anche per quel che riguarua natura dell’oggetto su cui
verte il ragio ValdarniaL (si veda), Saggi di filosofia teoretica. il
Sillogismo assicurandoci della coerenza dei nostri pensieri ci garantisce che
essi sono conformi alla realtà. Erberlo Spencer ha creduto che manchi un
principio- fondamentale, un assioma sul quale si fondi il valore della
Deduzione sillogistica: principio che, secondo il suo sistema filosofico
dovrebbe essere unico, ed avere valore oggettivo, essere cioè una legge della
realtà, non solo del pensiero. Ciò sarebbe vero se si concepisse la conoscenza
come imitazione passiva, copia della realtà; ma la conoscenza nel suo
procedimento logico deve essere considerata come lavoro di sintesi e di analisi
mentale, che passa per una serie più o meno lunga di nessi ideali per giungere
al nesso reale. E affermando l’intelletto affermiamo la realtà di un ente,
capace per sua natura d’intendere, pensare e cogliere il vero; il pensiero si
radica nella realtà e partecipa dell essere universale: ed infine corre
un'intima armonia tra le leggi formali del pensiero e le leggi reali che
governano la natura dell’essere intelligibile. « Se la conoscenza, osserva
giustamente il Masci, è via alla realtà, se questa via è quella delle forme
logiche e specialmente del ragionamento, il principio di queste non deve dire
quale dev'essere la realtà, ma quale dev'essere il procedimento del pensiero
per apprenderla mediatamente, cioè quando essa è l’oggetto dell’esperienza
diretta. Un tale principio non potrebbe essere un principio della realtà, bensì
solo un principio del pensiero nella ricerca mediata e indiretta della realtà,
lo schema di un procedimento che ha in sè stesso quel carattere di logica
evidenza che è criterio di verità. Masci, Elementi di Filosofia Logica. I
Logici non sono d’accordo sul principio logico formale del Raziocinio, e se
Aristotele formò detto principio tanto sotto il rapporto dell’estensione,
quanto, sotto quello del contenuto dei concetti, la Logica tradizionale lo
espresse col « dictum d e omni et de- nullo », Kant la formulò nel « nota notae
est nota rei; repugnans notae repugnat rei ipsi », altri come- l’Hamilton lo
presentarono nella forma dell’eguaglianza delle parti col tutto, lo stesso
Spencer ammise che l’istituzione dell'identico è il procedimento generale dei raziocinio,
e già il nostro CAMPANELLA (si veda) affermato che la virtù di concludere
questo da quello è nel sillogismo per forza di identità. Ma a dire il vero i
principi sui quali si fondala legittimità dei nostri raziocini, non meno di
quella, dei nostri giudizi, sono i tre che emanano immediatamente dalla nozione
di ente: quello di identità, :l quale, applicato alla quantità, si trasforma
nell’assioma il tutto è maggiore delle parti, ed alla causalità nell’altro non
v’ha effetto senza causa; quello di contraddizione, e quello di mezzo escluso.
In fatti come il secondo e il terzo sono fondamento del sillogismo di seconda
figura, cosi il rapporto di principio ad effetto è il fondamento del raziocinio
ipotetico, e pel disgiuntivo vale il principio dell’alternativa, che è una
forma di quello. Concludendo, questo principio non ò oggettivo ma formale, non
è legge della natura ma del pensiero, non è l’assioma, ma gli assiomi
fondamentali del pensare, i primi ed evidentissimi, che non sono dimostrabili,
ma si devono ammettere come incontrastabili: essi sono la base di ogni ramo
della [CAMPANELLA (si veda), Universalis philosophia. scienza, non essendo essa
se non un sistema di cognizioni dimostrate e dipendenti da un solo principio, o
in breve, come vuole Gioberti l’esplicazione di un principio. Tali assiomi
infine non derivano già dal senso, nè da un intuito primitivo; chè la nostra
natura non ha alcuna determinazione, bensì l’attitudine- a conoscere gl’obbietti,
come e quando a lei si presentano; e come il senso percepisce diretta- mente il
sensibile, così l’intelletto coglie l'intelligibile e in tal modo noipossiamo
percepire con le nostre facoltà l’essere ideale e reale delle cose. Qui cade in
acconcio di rispondere due parole a coloro i quali pur concedendo che il raziocinio
serva all’applicazione dei principi ai casi particolari, mettono fuori di esso
I Induzione inventrice dei principi. Anche nell’Induzione è sempre sottinteso
un principio universale, da cui parte e su cui si appoggia ogni ragionamento
induttivo. L’assioma è il seguente: « Ciò che in una data specie di cose è
sempre avvenuto in un dato modo, avvei rà sempie in questa stessa specie nella
maniera medesima, quando le circostanze siano le stesse; ciò equivale a dire
che la natura è governata da leggi fisse e costanti. Ma, di grazia, donde
deriva questo principio, se non dagli altri di causalità e di sostanza, dai
quali trae tutta la sua forza? Onde l’Induzione considerata sotto questo
rispetto può mettersi sempre in forma di Sillogismo, e può benissimo definirsi
« la funzione della mente per la quale applicando un principio universale ad
alcuni fatti particolari da noi ossei vati, questi generalizziamo con una
proposizione esprimente un principio od una legge generale che Gioberti, Introduzione
allo studio della filosofìa. ooi affermiamo esistere in natura. Del resto uno
dei principi di tutte le nostre conoscenze è il principio di causa, che ha un
valore universale, ideale e reale; ideale appunto perchè è la forma di ogni
conoscenza; reale, perchè nei modi e limiti suoi tutto il mondo ci si svela. Lo
stesso Mill è costretto a riconoscere questi principi supremi razionali, che
sono necessari all’analogia, all’induzione imperfetta e alla deduzione; e,
osserva giustamente il Cantoni, non si può concludere da un particolare ad un
particolare senza ammettere implicitamente come valido il principio generale, e
non si può dare vera, assoluta universalità ad un giudizio senza presupporre i
principi supremi della ragione. Rimane ad esaminare l’ultima delle obiezioni
mosse al Sillogismo, come forma tipica di ogni argomentare deduttivo. Alcuni
Logici, tra cui Cantoni, osservarono che il Sillogismo non corrisponde a tutte
le argomentazioni rigorosamente conclusive. Le regole dei modi di prima figura
sono: la maggiore dev'essere sempre universale, ma può essere affermativa o
negativa; la minore dev’essere sempre affermativa, ma può essere universale o
particolare; la conclusione ha sempre la qualità della maggiore e la quantità
della minore. Se dunque la minore in un Sillogismo di prima figura in tutti i
suoi modi dev’essere affermativa, questo Sillogismo (che cita il Cantoni) «
soltanto gli esseri liheri nelle loro azioni sono responsabili, i pazzi non
sono liberi, dunque i pazzi non sono responsabili, in forza di quel soltanto
conclude Corte, Elementi di filosofia. Cantoni, Elementi di Filosofia. Logica.
PEIRETTI (si veda), Compendio di Logica generale. legittimamente. Non occorre
una lunga discussione per dimostrare che questa obiezione non regge, poiché
quando si dice che la minore dev’essere affermativa, si intende in senso
logico, non già grammaticale; onde nel Raziocinio surriferito la minore è
grammaticalmente negativa, ma logicamente affermativa, che equivale a dire: i
pazzi sono non-liberi. E veniamo ad esaminare le obiezioni mosse contro il
Raziocinio come fondamento dell'Induzione; perocché ad alcuni Filosofi non
parve che questa prenda dal Sillogismo la sua forza, come non era sembrato che
ogni specie di argomentazione deduttiva prendesse da esso la sua chiarezza.
Abbiamo già accennato in breve al principio che governa l’Induzione, ora
aggiungiamo che essa conchiude dai fatti alle cause, dai fenonemi alle leggi,
dal particolare all’universale, in forza della Deduzione stessa, pei seguenti
principi impliciti, che, come avverte acutamente Martini, si collegano in forma
di Sillogismo. Ciò che pur variati gli aggiunti si è osservato essere fenomeno
o legge costante in molti particolari, in circostanze diverse dev’essere
effetto non delle circostanze diverse ma di quello che nei particolari è
costante e comune. Ora ciò che nei molti particolari, nel resto diversi, è solo
costanto e comune è la loro natura. Dunque que fenomeno o legge costante in
essi osservata é effetto della loro natura. Ma ciò che è effetto di alcuna na-
tura si ha da verificare in tutti gli esseri che hanno la natura medesima.
Dunque si verificherà in tutti i particolari della stessa natura, benché non
ancora Firenzo^m diFilosofia - P«MS- 58 (Paravia osservati. » Qui si riduce
quella legge che molti assegnano come fondamento dell’Induzione: le leggi di
natura non mutano, ove per legge di natura si vogliono intendere non solo le
leggi fisiche, ma anche quelle che, fondate sulle realtà, sono regolatrici
dell’umano pensiero e discorso. Così intesa, è questa legge il principio che dà
all'Induzione la forza di produrre certezza scientifica, benché muova dal
particolare contingente. Ciò premesso, ritorniamo all'argomento: la prima delle
obiezioni della seconda specie, òche il sillogismo non sia il tipo ordinario di
ogni nostro ragionamento, e non vi sia necessità che noi ci serviamo sempre di
tal forma. Quando si considerasse del Sillogismo la sola materia,
l’osservazione sarebbe esatta ed avrebbe una certa importanza. Ma se si
considera la legge fondamentale del raziocinio e l’inferenza del particolare
dall’universale si vede che, se si è dispensati dall’e- sprimere sempre il
principio universale che contiene la conclusione, però si è costretti sempre a
suppor- velo almeno implicito, e la stessa Induzione dà luogo alle conclusioni
generali in forza di un sillogismo sottinteso come vedemmo. L'osservazione poi
di coloro i quali affermano che ragionando nessuno adopera la forma
sillogistica, non ha alcun valore, perchè nulla impedisce che la mente possa
nella pratica intuire nessi remoti e sopprimere un certo numero di nessi
intermedi. Allo Spencer, che nei Principi di psicologia afferma esservi
ragionamenti i quali non potrebbero mettersi in forma sillogistica e cita in
proposito alcuni esempi, si deve osservare che egli non doveva accontentarsi di
affermare, ma aveva anche l’obbligo di dimostrare tale impossibilità, la quale
nel fatto é solo relativa ; e del resto solo perchè qualche ragionamento non si
lascia disporre negli schemi sillogistici, non si può perciò rigettare tutto
quanto il sillogismo. A coloro infine i quali affermano che il Raziocinio
deduttivo non forma compiutamente tutti i procedimenti del pensiero nel
ragionare si può osservare che neanche l'Induzione generalizzatrice dello
scienzato non è per lo più prodotto di un discorso pei singoli casi, che spesso
da un solo caso lo scienziato vede le condizioni della validità di una legge,
Che se dal non essere formulalo il ragionamento si dovesse concludere che non
c'è, allora la Logica dovrebbe, come osserva giustamente Masci, cedere il suo
dominio tutto alla Psicologia. La prova segue la scoperta, ma non per questo è
meno necessaria per convertire in sicuro possesso le verità trovate. Mill [cf.
H. P. Grice, “MORE GRICE TO THE MILL”] e Bain osservarono che il Raziocinio é
la riprova dell’Induzione; è un processo di verificazione. Onde fu detto che
Mill non annientò il valore del Sillogismo; ma, di grazia, quando ammette che
esso non serve alla scoperta di alcuna verità, noti viene a disconoscergli ogni
importanza? Un’Induzione dal particolare al generale seguita da una Deduzione,
osserva il filosofo inglese, è una forma in cui possiamo ragionare; ed è
indispensabile porre in forma sillogistica un ragionamento, quando abbiamo
dubbi sulla sua legittimità. Ed anche ciò è vero, perchè ufficio del Raziocinio
è quello di smascherare gli errori dei falsi ragionamenti; ed in tal modo non
solo esso è strumento di scoperta della verità, ma ha anche un [Masci, Logica,
Masci, Logica. compito altamente nobile.se è vero che, come afferma Genovesi,
gli uomini dove non siano aggirati dal falso hanno sempre bastante forza a
vedere le più importanti verità. Bain condivise il parere del Mi 11, sostenendo
che uno dei grandi servigi che rende la forma sillogistica è di analizzare, di
mettere in tutta la loro luce e di presentare ad un esame separato le parti
differenti di una serie o di una catena di ragionamenti. E'sta bene il
Raziocinio ha un reale valore come fondamento dell’Induzione, segue che ne divenga
la riprova. Ma non per questo l’obiezione ha valore universale, perché nelle
scienze di deduzione si danno Sillogismi che sono unica forma di ragionamento
possibile, nè occorre esemplificare, poiché infiniti sono i casi, anche nella
sola Matematica, che confermano quest osservazione. Del resto se in natura noi
vediamo che l’universale contiene il particolare, il Raziocinio non può non
essere il tipo perfetto di ogni argomentazione. Veniamo all'ultima e più
universale obiezione: «il Raziocinio non vale alla scoperta del vero ; esso serve
tntt’ al più a chiarire e ordinare i nostri concetti. Che realmente compia
questo secondo ufficio non vi ha dubbio alcuno, ed anche in ciò consiste la sua
importanza, perchè se i concetti sono oscuri e non si vede la dipendenza loro
non si possono dire scientifici; perocché conoscere scientificamente una cosa
equivale, per dirla con VICO (si veda), a conoscerla ne suoi principi, e nelle
ragioni. È questa un utilità del raziocinio che si può esperimentare
quotidianamente. Ma Genovesi Logica per
i giovanetti. Bain, Logica deduttiva e induttiva. ben piccola sarebbe l’utilità
del raziocinio se si limitasse a ordinare le nostre conoscenze; esso serve pure
a condurre lo spirito all’acquisto di nuova scienza, che ci sarebbe impossibile
acquistare senza il suo aiuto. Su questo punto importantissimo ritorneremo in
seguito, qui basterà che ci fermiamo ad una semplice e brevissima confutazione
dell’obiezione, ripetuta da Logici di tutti i tempi, a cominciare da Sesto
Empirico, per venire Ano a Bacone.e poi giù giù fino a Mill ed alla sua scuola,
che cioè il sillogismo non vale alla scoperta del vero. Prenderemo le mosse da
un. passo della logica di Cantoni, nel quale l’insigne professore dell’Ateneo
di Pavia fa sua la obiezione espressa già in altri termini da Mill e da Baili.
Con la prima figura, egli dice, che da alcuni' è riguardata come la forma
fondamentale e tipica del ragionamento umano, si viene ad affermare di una
specie una proprietà deh suo genere. Ora un ragionamento simile pei"
solito non si usa nè per dimostrare- le proprietà di un oggetto, nè per
discopricele, giacché- solitamente noi Affermiamo che un oggetto appartiene- ad
un dato genere quando vi abbiamo osservato e riscontrato le sue proprietà più
essenziali ; così non è- naturale questo Raziocinio: Gli organici muoiono; gli
animali sono organici, dunque anch’ essi muoiono; perchè tale qualità del
morire si è dovuta riscontrare negli animali prima di dirli organici. Cantoni
va anche più in là quando afferma che « tali Raziocini valgono ancor meno nella
Matematica, la quale nella costruzione stessa dei concetti viene via via
attribuendo- alle specie tutte le proprietà dei loro generi senza [Cantoni, Logica.
bisogno dei Sillogismi. Or bene ciò non ci pare conforme al vero. Lo dimostra
per noi Martini già citato. Nell’esempio surriferito egli osserva a
Cantoni: nSagnosi stesso poi diceva
parlando del Sillogismo che esso et l’argomento delle scienze (Logica, Hegel -
Logica, per « enumerationem simplicem », l’£7:«Ycdy/i 7ravrwv è cosa puerile, e
non esclude la possibilità d’un caso particolare contrario, il quale la
distrugga. Nell’Induzione scientifica l’osservatore dopo aver riscontrato un
numero di casi sufficiente la compie legittimando la conclusione con principi
universali, come la legge di causalità, nella formola di essa, secondo la quale
cause simili in condizioni simili producono effetti simili. Nè l’Induzione
sarebbe possibile senza anticipazione del ragionamento sull’esperienza. Galilei
ci offre bellissimi esempi di questo procedimento: l'osservazione dei fatti
suscitava nell’animo suo un’idea, che era come la presupposta spiegazione di
essi ; su di quella ragionando cercava di ricondurre i fatti stessi come a loro
principio. E così egli procedeva non solo per Induzione ma anche per via di
Deduzione; questa però era sempre provvisoria; ipotetica, perchè ad ogni passo
del ragionamento il filosofo naturalista sentiva il bisogno di riscontrare la
verità dell’ipotesi coi fatti osservati, e di variare quella secondo la natura
di questi: soltanto dopo mature e assidue riflessioni convertiva in tesi la
primitiva deduzione. Giustamente perciò Navi Ile osservava che in ogni ordine di ricerche il
metodo si compone di tre elementi diti; Aristotele Aliai. Pr. Naville, La
logiqué de l’hypothése. v L’hypotliése, dice Naville, intervient dans
l’observation et la verification; 1 observation intervient dans 1* l’hypotése,
dont elle forme le poiut de depart et dans la vérification, dont elle est la
substance. La vérification enfili est inseparable do l’observation qui est son
instrument, et de 1* hypothése qu’elle a pour but de detruire ou de confirmer. La mdthode est dono triple dans
^on unite, et une dans sa triplicité. stinti ma inseparabili: osservazione,
supposizione e verificazione. Gli esempi di Galilei abbondano, ne riferiremo
alcuni fra i più chiari e famosi. Il testo di Aristotele il quale afferma che
la caduta dei corpi è in ragione del loro peso fa dubitare Galileo; egli vede
che i chicchi di grandine muovendo insieme ed essendo di diversa dimensione
arrivano contemporaneamente a terra; ne induce che 1 affermazione dello Stagi
ri ta è falsa. Procedendo più oltre col discorso forma un assioma e suppone che
qualsiasi grave discenda con una velocità, la quale si può alterare senza far
violenza al suo corso naturale. Finalmente stabilisce la legge che gli spazi
percorsi da un grave che cade sono proporzionali ai quadrati dei tempi
impiegati a percorrerli, astrazion fatta dal peso: cerca poi la conferma della
legge nelle osservazioni della discesa dei corpi pel piano inclinato. Ma è
meglio riferire il passo importantissimo di Galilei relativo alla sua scoperta.
Nelle Esercitazioni filosofiche di Antonio Rocco, filosofo 'peripoletico, così
egli sciiveva. « Resta che io produca le ragioni che oltre alla esperienza
confermano la mia proposizione, sebbene pei assicurare l’intellplto, dove
arriva l’esperienza, non ò necessaria la ragione, la quale io produrrò si pei
vostro beneficio, sì ancora perchè prima fui persuaso dalla ragione che
assicurato dal senso. Io un assioma, da non essere revocato in du io a nessuno,
e supposi qualsivoglia corpo grave discen en e aver nel suo moto grado di
velocità dalla natuia 1 untato ed in maniera prefisso, che volerglielo alterare
col crescere la velocità e diminuirgliela non si potesse fare senza usargli
violenza per ritardargli o concitar^, 1 il detto suo limitato corso naturale.
Formato questo discorso mi figurai colla mente due corpi uguali in mole ed in
peso, quali fossero due mattoni, li quali da una medesima altezza in un
medesimo istante si partissero; questi, non si può dubitare che scenderanno con
pari velocità, cioè colrassegnata loro dalla natura, la quale se da qualche
altro mobile dee loro essere accresciuta, è necessario che questo con velocità
maggiore si muova. Ma se si figureranno i mattoni nello scendere unirsi ed
attaccarsi insieme, quale sarà di loro quello che aggiungendo impeto all’altro
gli raddoppi la velocità, stantechè ella non può essere accresciuta da un
sopravveniente mobile, se con maggior velocità si muove? Conviene quindi
concedere che il composto di due mattoni non alteri la loro prima velocità. Da
ciò Galilei conclude deduttivamente c ìe se due corpi di materia uguale e di
peso diverso cadono con velocità differente, ciò non dipende dalla differenza
di peso ma da quella di forma, la quale fa i eie i mezzo in cui discendono
opponga alla loro caduta una. resistenza differente. La scoperta della legge di
inerzia è dovuta quasi esclusivamente al procedimento deduttivo perchè il
l’imno^« q- iTfi ne r Dlalogo dei massimi sistemi affermò Sent ; ' glUngGrVÌ
S0, COn 'Suzione. Nè tnShll P r 7 DedUZÌ
° ne i! Galilei coprii! ;r d °i d „c' h av r dell ° ( * ™ è “ Olanlsotbbri-
mento « „ a,eva caEUAlrneMe visto l’ingrandi- “ 8geU ' ? fabl,ricat0 “
telescopio^ ritrovai di “n «r P | r Vm, dÌSC ° rS °- Questo ertiselo coarta,Clr
° sol ° 0 dl P"> di uno; di u „ s „| 0 „ pu6 Gol.l», Prose scelte ed
annotile da A. Conti. Cap.VIII. j essere perchè la sua figura è convessa cioè
più grossa nel mezzo che verso gli estremi, o è concava, cioè più f. sottile
nel mezzo, o è compresa tra superficie parallele, ma questo non altera punto gl’oggetti
visibili col crescergli o diminuirgli; la concava gli diminuisce, la convessa
gli accresce bene, ma gli mostra assai indistinti ed abbagliati, dunque un
vetro solo non basta per produrre l’effetto. Passando poi a due e sapendo che
il vetro di superficie parallela non altera niente, come s’è detto, conchiusi
che l’effetto non poteva neanche seguire dall’accoppiamento di questo con
alcuno degli altri due. Onde mi restrinsi a voler esperimentare quel che facesse
la composizione degli altri due, cioè del convesso e del concavo, e vidi come
questo mi dava l'intento ». 11 moto di Venere intorno al sole è da lui dedotto
dal vederla falcata scemare e crescere come la luna . Infine Galileo dedusse
resistenza dei monti e delle profondità della luna, dalle ombre e dai lumi non
meno che dall’orlo smerlato e luminoso della luna che scemava, apparenze che,
secondo lui, escludevano che la luna fosse una sfera liscia e pulita. E tanta
era la sua fiducia nel Raziocinio, che a prò posito di quest’ultima scoperta
egli afferma nel Dialogo dei Massimi sistemi (Giorn.) « Se 10 0SS1 nella Luna
stessa, non credo che io potessi con mano toccar più chiaramente l’asprezza
della sua super eie di quello che io me la scorga ora con l'apprensione del
discorso ». Così egli praticava il metodo sperimen- 1 tale, e laddove Francesco
Bacone, il grande suo con temporaneo, non faceva alcuna scoperta ed acco tì
leva Galilei - Dialogo dei Massimi Sistemi., Giorn. IH Galilei, Dialogo dei Mass. Sisfc., Giorn.
anche ne’ suoi scritti errori volgari, egli arricchiva la scienza di sempre
nuove e straordinarie scoperte, e guidalo dal suo genio non solo osservava ma
divinava, nè mai trascurava di accompagnare il ragionamento all'esperienza. Che
dire poi del Newton? Induttivamente egli dalle leggi di Keplero ricavò la legge
della gravitazione universale; laddove ragionando deduttivamente sull’ipotesi
che la deviazione della luna dalla tangente fosse un caso della gravità
terrestre, e calcolandone il valore (riconosciuto poi conforme al vero) trovò
l’identità tra la gravità terrestre e l’attrazione esercitata dalla terra sulla
luna Il Bode dalla legge generale di
continuità da lui scoperta nei corpi celesti argomentò all’esistenza di uno o
più pianeti fra Giove e Marte, il che è poi verificato con la scoperta di
Cerere. Pallade, Vesta e Giunone. Leverrier solo appoggiandosi al calcolo e al
Raziocinio vide, prima che fosse scoperto al telescopio, un lontanissimo
pianeta, Nettuno, e ne definì con precisione la grandezza, la posizione e
l’orbita. Il Torricelli infine, quantunque verificasse che l’aria è pesante
coll’invenzione del barometro, già prima di tale sua invenzione dopo aver
osservato alcune qualità sensibili dell’aria aveva concluso deduttivamente che
l’aria doveva essere pesante come tutti gli altri corpi. A tanto può condurre
il Raziocinio spinto alle ultime [Newton adopero nelle sue dimostrazioni il
metodo sintetico di cui avevano dato l’esempio gli antichi geometri greci, e lo
preferì ai metodi analitici allora seguiti generalmente. Cfr. Rossi I principi
Newtoniani della Filosofia naturale, in Riv. Ital. di fìsosof. sue conseguenze!
Perocché la conquista di così straordinarie verità, quali quelle del Galilei e
del Newton acquistate alla scienza, non si poteva assolutamente fare con
semplici procedimenti di paragone, con generalizzazioni fondate sull’aver
scoperto alcune analogie; ben altre attività della mente si richiedevano a
tant’opera! L'Induzione sola sarebbe stata infruttuosa; si richiedeva anche la Deduzione,
ma sapientemente adoperata; non certo come l’usavano gli antichi, specialmente
nello studio dei fatti naturali. Per i moderni da Galileo in poi la Deduzione
ha avuto un grande valore nel percepire le ultime analogie tra fenomeni in
apparenza diversi e non riducibili alle stesse leggi. Abbiamo detto per i
pensatori e scienziati moderni, perché, come avverte un dotto scrittore in un
suo opuscolo, per gli scienziati antichi spiegare un fenomeno non voleva già
dire farne l’analisi o determinare le leggi della sua produzione, ma
ravvicinarlo o identificarlo con altri più comuni, da loro meglio conosciuti.
Dal Raziocinio non pretendevano altro che questo servizio, laddove esso
sapientemente usato, come vedemmo, può spesso precorrere 1 esperienza, farci
spingere le teorie alle loro conseguenze ultime, farci vedere fino a qual segno
una legge renda conto di tutti i particolari di un dato fatto. Dalle
considerazioni da noi esposte e dai numerosi esempi addotti ci pare si possa
concludere che la ricerca induttiva non è mai compiuta di per sé sola. Il
procedimento induttivo e il deduttivo si integrano a vicenda Vailati Il metodo deduttivo come strumento di
ricerca. Lettura d’introduzione al corso di lezioni sulla storia della
Meccanica, tenuto a Torino (Roux Pressati). come operazioni inverse, e mentre
il primo è la verificazione della legge nel fatto, il secondo ne è la
verificazione. nella teoria, cioè la spiegazione. Le due vie, dice Conti,
continuamente si incrociano. L’un metodo senza l’altro dà nel falso o resta
incompiuto; la Deduzione senza Induzione o forma principi arbitrari e non gli
applica con precisione, o gli applica a caso; l’Induzione senza Deduzione non
ha regole, nè mostra l’attinenza di ragione per cui si va dal noto all’ignoto,
cioè da un principio evidente alla conseguenza. Nè questo è tutto, chè le
stesse verità sperimentali acquistano il più alto grado di certezza quando si
giunga ad applicar loro il calcolo matematico, il quale è il più bell'esempio
di procedimento deduttivo e viene non solo ad ordinarle le verità, ma anche a
dar loro una consistenza che altrimenti sa- sebbe vano sperare, non potendosi
dire ritrovata una verità se è di ancor dubbia esistenza. È inutile parlare
dell’importanza del Raziocinio nelle scienze deduttive in generale, nè vi è
bisogno di ricordare che tanto colui il quale impara le Matematiche, quanto chi
le insegna procedono per via di sillogismo. E vero che, come affermava
Bufalini, le scienze furono povere e superstiziose finché le guidò la filosofia
speculativa, e che solo la filosofia sperimentale fece fare ad esse rapidi e
prodigiosi progressi. Ma non v’è chi non riconosca che i Peripatetici e
specialmente gli ultimi della scuola abusarono del Raziocinio trascurando
l’Induzione. Coi loro metodi non fecero avanzare le scienze fisiche durante
secoli e secoli dal punto in cui le ave- Conti, Storia della filosofia. -vano
condotte i Greci, salvo arditi tentativi di Bacone. Ed invero dai principii che
il sole è più nobile della terra, che il riposo è più nobile del movimento, che
il moto circolare è il più perfetto, che la natura ha orrore del vuoto, non
potevasi trarre alcuna spiegazione di fatti naturali, nè dare alcuna
spiegazione di fatti naturali, nè fare alcuna scoperta. Ma non bisogna però
dimenticare che le scienze giunte allo stadio deduttivo sono di gran lunga più
ricche e meglio costituite di quelle che sono ancora costrette, ogni qualvolta
si presentano nuovi casi, a fare sempre nuove generalizzazioni, in mancanza di
una generalizzazione ultima, atta a ricollegare deduttivamente tutte le sue
parti. L’astronomia ha fatto rapidi progressi ed ha raggiunto quel grado di
perfezione che ora l'adorna in virtù di una sola gcneializznzione, l’attrazione
universale; e cosi la Fisica, pel principio dell’equivalenza delle forze; e la
stessa Chimica moderna non esisterebbe senza l’ipotesi che dicesi teoria
atomica, nè l'Ottica senza quella che la luco sia un movimento ondulatorio. Che
dire poi della Meccanica? Vailati avvertiva giustamente in una sua
pregevolissima Lettura tenuta pochi anni or sono all’Università di Torino, che
le prime esperienze che fecero progredire la Meccanica furono, più che
interrogazioni rivolte alla natura- « veri cimenti a cui l’assoggettavano per
sfidarla quasi a rispondere diversamente da quel che avrebbe dovuto.Talora
pareva che fossero indotti a sperimentare più per convincere gli altri che se
stessi ; poiché i fatti soli potevano scuotere gli increduli. E noi già recammo
parecchi esempi del Galilei, più eloquenti di lunghi discorsi. Vailati. In ogni
scienza ritrovate le leggi semplici incomincia un procedimento inventivo della
Deduzione, che può essere una riduzione od una sintesi. Quantoè rimasta più
indietro laStoria naturale! E ciò perché sebbene la teoria dell’evoluzione sia
una generalizzazione ultima rispetto- alla Biologia, tuttavia non è così certa
nelle sue ipotesi, nè così compiuta nelle sue leggi da potersi affidare al
procedimento deduttivo nelle dimostrazioni e ricerche. Perciò fin quando non si
dimostri che nella cellula germinativa sono tutti gli elementi costitutivi delle-
specie, ed anche i germi del sentire, dell intendere, del volere; fin quando
non cesserà di essere un arcano come da un atto meccanico si passi ad un atto
psichico, la teoria di Darvin e di Spencer potrà allcttare molte menti, - ma
non sarà riconosciuta quale accertata verità scientifica. Onde l’applicazione
della Deduzione alle scienze è desiderabile pel loro progresso; e tali vantaggi
ha posto splendidamente in luce Vailati nel suo scritto già da noi citato. Uno
di questi vantaggi consiste per lui nel reciproco controllo che le proposizioni
legate per mezzo della Deduzione sono poste in grado di esercitare le une sulle
altre, e nel vicendevole appoggio che vengono così a prestarsi mettendo in
certo modo in comune la forza complessiva di tutti i fatti e di tutte lo
verifiche di cui ciascuna di esse dispone. Altro vantaggio infine è quello che
si riferisce « alla capacità che ha la deduzione di semplificare e facilitare
la descrizione e la caratterizzazione dell’andamento dei fenomeni al cui studio
si applica, permettendoci di rappresentare nelle nostra mente le leggi che li
regolano mediante Vailati. un minimo numero di proposizioni abbracciane
ciascuna un insieme, il più possibilmente esteso, di fatti particolari e casi
speciali. Onde apparisce chiaro che il raziocinio è ben più d’un semplice
ordinatore, di un istrumcnto tassonomico che vale a scoprire nuovi veri in ogni
ramo del sapere. Le scienze poi non vanno divise in due campi, in deduttive e
induttive, esclusiva- mente, in quantoche Deduzione e Induzione, come già
vedemmo, si integrano a vicenda in ogni scienza, e si può parlare tutt’al più
della prevalenza di un metodo sull’altro, non mai di contrasto. Come non è
possibile separare l’Analisi dalla Sintesi, perocché se ogni Analisi nella
ricerca ha per fine una Sintesi ogni Sintesi è il risultamento della
composizione di precedenti Analisi; così non si può disgiungere la deduzione
dall’induzione, perchè quella muove o da principi raggiunti con l’Induzione, o
da ipotesi, ossia principi formulati analogicamente, conforme agli induttivi; e
d’altro lato alcuni procedimenti, coi quali l’Induzione cerca di raggiungerei
principi sono deduttivi, come si vede nel metodo di differenza. Bisogna poi
sempre tener presente che in ogni scienza occorre ad ogni passo la spiegazione
la quale in sostanza è una Deduzione, una riduzione del particolare
all’universale, una generalizzazione. Che più? Tutte le scienze da induttive
tendono, come già dicemmo, a diventare deduttive, ed in’ciù consiste la loro
perfezione, sia estensiva sia intensiva. E, per concludere, in tutte le scienze
se si trovano nuove cognizioni di fatti con l’osservazione esterna ed interna,
col ragionamento e con la riflessione si acquistano nuove VailatL. cognizioni
razionali; con 1 Induzione si arriva a scoprire verità generali nei concetti
particolari; col Raziocinio si scoprono le attinenze particolari nelle verità
generali e nei principi puri e sperimentali; ed infine non già il Senso con
l’Esperienza e l'Induzione, ma la Ragione assorge ai principi supremi, li
furmola, e li- applica alle stesse scienze sperimentali. Perocché . i principi
generali, di perse stessi, per dirla con Conti, sono astratti e nulla
insegnano, e sono come- tesoro, che, posseduto non si spende nè si mette in
commercio e quindi non serve a nulla. Onde il metodo- più acconcio per far
progredire ogni scienza è il comprensivo, creato e sapientemente seguito dal
nostro’ Galilei. Il vero scienziato deve partire dai summi principi della
ragione, ingiustamente dal Locke, dal Borckeley e dall'I-Iume considerati
infecondi nella scienza- perchè astratti ed universali. Essi sono
indispensabili; al progresso del sapere: indi è necessaria la Matematica- e
specialmente la Geometria, perchè, per dirla con GALILEI (si veda), l’universo
è scritto in lingua matematica, o- i caratteri sono triangoli, cerchi ed altre
figure geometriche, o in altri termini, i
fatti naturali e le proprietà dei corpi si riducono ad attinenze certe di
numero o di spazio; perchè le leggi di natura si rendono, per la mente nostra,
generali e costanti ove siano sottoposte al calcolo. Viene poscia in campo
l'Esperienza, ma questa deve sempre essere sorretta dal Discorso, nè ad essa lo
scienziato deve affidarsi troppo ciecamente, ricordando le autee parole da
Magalotti nel Proemio ai Sugffi Conti o Sartini Filosofia elementare. Cfr.
anche Conti e Sartini. di Naturali esperienze dell'Accademia del Cimento. Conviene
camminare con molto riguardo, che la troppa fede all’esperienza non ci faccia
travedere e ci inganni, essendoché alle volte prima eh’ ella ci mostri la
verità, manifesta dopo levati quei primi velami delle falsità più palesi, ne fa
scorgere certe apparenze ingannevoli,ch’hanno sembianze di vero [Da ultimo non
deve mai trascurarsi l’autorità scientifica, che giova ed evitare ogni
eventuale inganno delle proprie osservazioni e dei propri ragionamenti. Questo
è il vero metodo scientifico e non altro; esso è gloria nostra, ed ha rinnovalo
tutte le scienze e nuovi trionfi è ancora destinato a riportare pel bene
dell’umanità. Non possiamo chiudere questo nostro breve studio sul Raziocinio
senza accennare ad un altro suo pregio che nessuno vorrà disconoscere, cioè
all’efficacia che esso ha nella formazione del carattere. Poiché il Sillogismo
facendo vedere ogni fatto particolare collegato con un principio generale
abitua gli uomini alla coerenza, che trasportala nelle azioni dicesi carattere.
E giustamente osserva Kant che bisogna operare come se la massima dell'azione
dovesse divenire legge universale della natura. Ma alla dottrina Kantiana
sublime nella sua rigidezza, non sa uniformarsi se non colui il quale, per
dirla con Rosmini, si esercita ed abitua nella coerenza dei pensamenti,
enonlasciando sterili in se stessi i principi ne deduce le ultime conti)
Magalotti, Saggi di naturali esperienze dell’Accademia del Cimento,
Proemio e A. Valdarnini Il metodo sperimentale ecc. Kant, Fondamenti
della Metafisica dei Costumi, e Critica della Ragion Pratica. ' .. /i\ il
rii-attere infatti è 1 abitudine di seguenze - stabilita e di attenervisi
fcrysrs rr^rr ! tondamente del carattere è lord,ne morale e . dovere, ma perchè
possa effettuare, cosinegl uou« come nelle nazioni è necessario che tutte le
nostre hcoltà "li atti della mente, e le libere operazioni .1 proposito i
mezzi e l’intento, fondati sul senUmento è sull’idea della legge morale e del
dovere armonizzino fra loro e siano rivolti al vero e piu elevato flne della
vita umana e della civile società. » E se c vero, come vuole lo Smiles, che la
nobiltà del carattere è quanto vi ha di meglio nell'umana natura ; se vero che
il carattere stesso degli individui e dei popoli è la forza più potente nel
mondo morale, il Raziocinio che fortemente concorre a formarlo ci rende un
altro grande c segnalato servigio. La coscienza morale poi è complessa:
richiede in primo luogo a conoscenza della legge; indi la coscienza di un fatto
volontario reale o intenzionale; infine la constatazione che l'atto è conforme
alla legge o disforme da essa. Onde la coscienza morale fu da alcuno definita
mo to bene: « il giudizio della ragion pratica ultimo circa i particolari fatti
umani, dedotti dagli universali pnn- Rosmini — Logica, N. 994.,010 FIORENTINO (vedasi) Elementi di Filosofia -olZ. Yaldarnini
Elementi di Etica e di diritto, pag* cipì del costume, » e può
considerarsi come la con- f clusione di un Raziocinio la cui premessa maggiore
è data dai primi principi morali, e la minore dalla coscienza del fatto posto o
da porre. j Il nostro lavoro è compiuto: in esso abbiamo cercato di seguire
sempre il vero, senza curarci di attenerci ! più a questo che a quel sistema
filosofico, nè di abbandonarci ad esagerate affermazioni. Dallo studio dei più
grandi scrittori di Logica ci è parso che in generale si sia trasceso; da
alcuni attribuendo al Raziocinio una soverchia importanza che esso non ha, da
altri disconoscendogli ogni valore. Nessuno ha mai potuto nè potrà in avvenire
infirmare validamente l’utilità e le regole del Raziocinio, che, esposte in
antico da Aristotele, furono riferite in ogni età, e dal nostro Galilei opposte
di continuo ai falsi Peripatetici dell’età sua. Ricordiamo sempre che se le
scienze hanno progredito nell’età moderna in modo così meraviglioso, ciò è
stato perchè non il solo metodo autoritario e deduttivo o lo sperimentale
induttivo, ma entrambi felicemente congiunti in accordo armonico le guidarono
nel loro cammino. E rammentiamo ancora che, come ammonisce molto saviamente Conti,
un empirismo senza rigore di ragionamento e senza guida dei sovrani principi è
accozzaglia di fatti, non è scienza, nè troverà mai leggi universali, com’è
l’attrazione del Newton e le Conti, Storia della Filosofia. oscillazioni del
Galilei. Un idealismo senza osservazione dei fatti, che induca e deduca fuor di
quello che essi mostrano, non è altro che tela di ragno, un soffio la disfà, e
ce l’insegna la storia. Nè ciò vale solo pei fatti esteriori, ma per gli interni
altresì; e come 1 tìsici così hanno i filosofi nel Galilei un maestro sicuro. »
Il suo metodo e quello della sua scuola ha dato alla scienza così splendidi
risultati, che i grandi scienziati non lo abbandonarono più. « Una è la verità;
e se la verità ci si palesa dagli insegnamenti di Galileo, è impossibile che
essa stia in insegnamenti contrari. Paj.
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beile; 93 » 20 P peripotetioo peripatetico- 90 • 19 » al »■ colhh. Nome
compiuto: Pier Vincenzo Bondonio. Bondonio. Keywords: raziocinio. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bondonio,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Boniolo: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell’atleta del vicolo -- le regole e il sudore – filosofia del
sudore – scuola di Padova – filosofia padovana – filosofia veneta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimmin-Pool
Library (Padova).
Filosofo padovano. Filosofo veneto. Filosofo italiano.
Padova, Veneto. Grice: “I like Boniolo; especially that he takes ‘antichita’
seriously – he is right on the emphasis on ‘argomentare’ but obviously the
balance shoud be between epagoge and diagoge – I would like to see more
diagoge! He
has philosophised on other topics, too!” Cresciuto nel Petrarca Basket, debutta
in prima squadra diventando in quell'anno il più giovane giocatore di Serie A.
Giocò con il Petrarca Basket. Presidente. Laureato a Padova, insegna a
Padova, Roma, Milano, e Ferrara. Studia I fondamenti filosofici della
biomedicina e sulle loro implicazioni etiche, in collaborazione con diversi
istituti e fondazioni mediche milanesi. Svolge ricerca in ambito filosofico, in
particolare sulla filosofia della ricerca biomedica e della pratica clinica,
nonché di etica pubblica e individuale. Si è occupato anche di filosofia della
scienza di filosofia della fisica, di storia della filosofia e della fisica
contemporanee. Il suo lavoro è documentato
da saggi pubblicati su riviste. Membro dell'Accademia dei Concordi di
Rovigo. Altre opere: “Mach e Einstein. Spazio e massa gravitante” (Armando
Editore); “Linguaggio, realtà, esperimento” (Piovan); “Metodo e
rappresentazioni del mondo. Per un'altra filosofia della scienza” (Bruno
Mondadori); “Filosofia della scienza” (Bruno Mondadori); “Questioni di
filosofia e di metodologia delle scienze sociali” (Borla); Introduzione alla
filosofia della scienza” (Bruno Mondadori); “Il limite e il ribelle: etica,
naturalismo, darwinismo” (Cortina);. Argomentare” (Bruno Mondadori); “Individuo
e persona. Tre saggi su chi siamo” (Bompiani); “Strumenti per ragionare: logica
e teoria dell'argomentazione” (Bruno Mondadori); “Il pulpito e la piazza.
Democrazia, deliberazione e scienze della vita” (Cortina); “Le regole e il
sudore. Divagazioni su sport e filosofia” (Raffaello Cortina); “Strumenti per
ragionare” (Pearson Italia spa); “Conoscere per vivere. Istruzioni per
sopravvivere all'ignoranza” (Meltemi); “Filosofia della fisica, Bruno
Mondadori, J. von Neumann, I fondamenti matematici della meccanica quantistica,
Il Poligrafo); Storia e filosofia della scienza. Un possibile scenario
italiano” (Le Scienze); “La legge di natura. Analisi storico-critica di un
concetto” (McGraw Hill); “Laicità. Una geografia delle nostre radici”
(Einaudi); “Filosofia e scienze della vita. Un'analisi dei fondamenti della biologia
e della medicina” (Bruno Mondadori); “Passaggi. Storia ed evoluzione del concetto
di morte cerebrale” (Il Pensiero Scientifico Editore); “Etica alle frontiere
della biomedicina. Per una cittadinanza consapevole” (Mondadori); Consulenza
etica e decision-making clinico. Per comprendere e agire in epoca di medicina
personalizzata” Pearson Italia spa,.Poincaré, Opere epistemologiche, Mimesis. Mimesis,.
Etica alle frontiere della biomedicina. Per una cittadinanza consapevole (Mondadori).
Apoxyómenos Apoxyomenos Pio-Clementino Inv1185.jpg Autore Lisippo Data Copia
latina dell'età claudia da un originale bronzeo circa Materialemarmo pentelico
Altezza205 cm UbicazioneMusei Vaticani, Città del Vaticano Coordinate 41°54′24.23″N
12°27′12.65″E L'Apoxyómenos
(traslitterazione dal participio grecoἀποξυόμενος, "colui che si
deterge") è una statua bronzea di Lisippo, databile al 330-320 a.C. circa
e oggi nota solo da una copia marmorea (marmo pentelico) di età claudia del
Museo Pio-Clementinonella Città del Vaticano. Si conoscono inoltre varie copie
con varianti. Dettaglio La testa Storia Modifica La statua
bronzea dell'Apoxyómenos, assieme ad un'altra statua di Lisippo che
rappresentava un leonegiacente, si trovò, in epoca successiva, ad abbellire e
ornare le terme di Agrippa in Roma. Tiberio, affascinato dall'opera, provò a
portarla nel suo palazzosul Palatino, ma dovette poi ricollocarla a posto per
le proteste dei Romani. Una versione marmorea fu rinvenuta nel 1849 nel
quartiere romano Trastevere, nel vicolo delle Palme, che da quel ritrovamento,
prese poi il nome di "vicolo dell'Atleta".Unitamente alla statua
furono ritrovate anche le statue del Toro frammentario e il Cavallo di
bronzo. L'opera venne esposta, quasi subito, nei Musei Vaticani (Città
del Vaticano), inizialmente nella camera del Mercurio, nel cortile ottagonale,
quindi fu rimossa e spostata al Braccio Nuovo. Nel 1924 fece il percorso a
ritroso e ritornò nella Camera dell'Hermes, dove ci fu un nuovo, più accurato
restauro effettuato dal Galli. Questi, tra le altre cose, tolse il dado posto
dal Tenerani nella mano destra, provvide a rifare lo strigile, effettuò la
sostituzione di vari perni esistenti e infine, vi integrò molto accuratamente
le dita distese. La statua trovò la sua collocazione definitiva nella stanza
più propriamente detta Gabinetto dell'Apoxyómenos. Nel 1994 la scultura fu
oggetto di una profonda e completa opera di pulitura. La statua fin dal
suo ritrovamento ebbe subito una grandissima notorietà mondiale: di essa fu
diffuso il calco in gesso, in numerose copie e in varie parti d'Europa. Una
copia del calco, venne richiesta anche dallo scultore Shakespeare Wood, al
quale venne donata, per essere poi collocata nell'Accademia di Belle Arti di
Madras. In tale occasione e per tale finalità fu realizzata una copia
cosiddetta "forma buona", vale a dire, una particolare matrice in
gesso; di questa operazione, rimasero visibili le tracce fino a quando fu
effettuato l'ultimo restauro. Una variante del tipo dell'Apoxyómenos è il
cosiddetto Atleta di Lussino, un originale bronzeo. Una più simile a
quest'ultima, ma con le braccia reggenti un vaso si trova nella galleria degli
Uffizi. Descrizione Modifica L'Apoxyómenos raffigura un giovane atleta
nell'atto di detergersi il corpo con un raschietto di metallo, che i Greci
chiamavano ξύστρα e i Romani strigilis, in italiano striglia. Era uno strumento
dell'epoca, di metallo, ferro o bronzo, che era usato solo dagli uomini e,
principalmente, dagli atleti per pulirsi dalla polvere, dal sudore e dall'olio
in eccesso che veniva spalmato sulla pelle prima delle gare di lotta.[1]
L'atleta è quindi raffigurato in un momento successivo alla competizione, in un
atto che accomuna vincitore e vinto.[4] La versione dei Musei Vaticani si
presume sia stata eseguita in un'officina romana di buona qualità, pure se, ad
una più attenta analisi, resta qualche piccola imperfezione e decadimento di
livello; ne è un particolare esempio la resa della zona interna del braccio
sinistro. La statua risulta nella sua totalità sostanzialmente completa e
tuttora in condizioni molto buone. Piccoli particolari rovinati si possono
riscontrare nella punta del naso, mancante, diverse scheggiature relative
all'orecchio sinistro, ai capelli, a una delle mascelle e anche allo zigomo
sinistro. Esistono due fratture sul braccio destro; una è situata alla metà
circa del bicipite e una seconda sopra il polso. Il braccio sinistro riporta
una frattura alla spalla, dove si possono anche notare piccole perdite di
materiale e una seconda frattura al polso. Su una vasta zona
dell'avambraccio destro sono evidenti le tracce di leggere corrosioni e di
un'antica azione del fuoco. In una delle mani mancano tutte le dita e si notano
fori di perni che risalgono ad un precedente restauro. Mancano anche il
pene e una parte dei genitali nella zona inferiore. La gamba sinistra rivela
una frattura sotto l'anca. La gamba destra rivela due fratture; sotto la
caviglia e sotto il ginocchio. Stile Modifica Col gesto di portare in
avanti le braccia (tesa la destra e piegata la sinistra), la figura segnò una
rottura definitiva con la tradizionale frontalità dell'arte greca: le statue
precedenti avevano infatti il punto di vista ottimale davanti (un retaggio
delle collocazioni dei simulacri nelle celle dei templi), mentre in questo caso
per godere appieno del soggetto si deve girargli intorno. Con tale innovazione
l'opera è considerata la prima scultura pienamente a tutto tondo dell'arte
greca. La figura si muove ormai nello spazio con una grande naturalezza,
con una posizione a contrapposto che deriva dal Doriforo di Policleto; in
questo caso però entrambe le gambe sostengono l'atleta e la sua figura è
leggermente inarcata verso la sua sinistra, seguendo quel gusto per la dinamica
e l'instabilità maturato da Skopas qualche anno prima. Esso si protende nello
spazio con audacia, col peso caricato sulla gamba sinistra (aiutata da un
sostegno a forma di tronco d'albero) e con una lieve torsione del busto, che
spezza irrimediabilmente la razionalità del chiasmopolicleteo, cosicché i pesi
non sono più distribuiti con simmetria sull'asse mediano. Il corpo dell'opera è
percorso da una linea di forza ondulata e sinuosa, che dà l'impressione allo
spettatore che l'opera possa in qualche modo andargli incontro. Il corpo
è snello, con una testa più piccola del tradizionale 1/8 dell'altezza del
canone di Policleto, in modo da assecondare un'innovativa visione prospettica,
che tiene conto del punto di vista dello spettatore piuttosto che della reale
antropometria della figura. Scrisse a tale proposito Plinio che Lisippo «soleva
dire comunemente che essi [gli scultori a lui precedenti] riproducevano gli
uomini come erano, ed egli invece come all'occhio appaiono essere» (Naturalis
Historia). Apoxyomenos, su museivaticani.va.. ^ Vicolo dell'atleta, su
romasegreta.it. . ^ a b Apoxyómenos, su treccani.it, Treccani. ^ a b Lisippo di Scicione: l’Apoxyomenos, su
instoria.it. Voci correlate Lisippo Policleto Scopas Atleta di Lussino Strigile
Borrelli, APOXYOMENOS, in Enciclopedia dell'Arte Antica, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Paolo Moreno, APOXYOMENOS, in Enciclopedia
dell'Arte Antica, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1994. Portale Scultura:
accedi alle voci di Wikipedia che trattano di scultura Doriforo scultura di
Policleto Atleta di Lussino scultura greca Eros con l'arco. Nome
compiuto: Giovanni Boniolo. Keywords: le regole e il sudore, sweat, sudore,
instrument to oil, and get sweat off, strigila, strigil, cricket, golf,
football. Grice, captain of the football team at Corpus Christi.
His philosophy tutor taught him to play golf. Competed in cricketshire for
Oxfordshire. Founding member of the Demi-Johns, ‘philosopher and cricketer’,
‘cricketer and philosopher’. Sluga learns cricket from Grice. References to
cricket in THE TIMES. ‘rules of games’ – “The conception of values” – rule, “we
don’t like rules, except rules in games and to keep quiet in colleges!” -- Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, “Grice e Boniolo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Bonomi: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dei quattro elementi – scuola di Roma – filosofia romana –
filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, The Swimming-Pool Library-- (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice:
“Bonomi is undoubtedly a Griceian – my favourite is his account of the copula –
as in ‘The wrestlers are good’ – in terms of what Bonomi, after Donato, calls
‘aspetto’ – S is P, S was P, S will be P, Be P!, and so on – Most of his
philosophising is Griceian, such as his explorations on what he calls ‘the ways
of reference,’ ‘image’ and ‘name’ in terms of
‘significato,’ and ‘rappresentazione,’ – he is a Griceian in that he
respects ‘la struttura logica’ and leaves whatever does not fit to the
implicaturum!” Insegna a Milano. Nei lavori di filosofia del linguaggio (“Le
vie del riferimento” – Milano, Bompiani – “Universi di discorso” – Milano,
Feltrinelli) concentra il proprio interesse verso il ruolo che l'apparato
concettuale svolge nella determinazione dei contenuti semantici grazie ai quali
ci riferiamo a oggetti ed eventi del mondo circostante. Il suo saggi teoreticamente più impegnativo
(“Eventi mentali”, Milano, Il Saggiatore) tratta invece delle modalità logiche
che sono alla base delle procedure con cui, nel linguaggio, rappresentiamo i
contenuti cognitivi di altri soggetti. Si è poi occupato della struttura
semantica degli universi narrativi, concentrandosi in particolare sul ruolo che
hanno le cosiddette espressioni indicali nel determinare la struttura spazio-temporale
di un testo (“Lo spirito della
narrazione”, Bompiani). Un saggio di
semantica formale è dedicato alla struttura degli enunciati temporali (“Tempo e
linguaggio. Introduzione alla semantica del tempo e dell'aspetto verbale”,
Bruno Mondatori). A metà strada fra realtà autobiografica e immaginazione si
colloca invece la opera narrativa (“Io e Mr Parky”, Bompiani), nella quale si
descrivono i mutamenti che intervengono nella vita di una persona che scopre di
essere affetta da una patologia neurodegenerativa. Altre opere: “Esistenza e
struttura, saggio su Merleau-Ponty, il Saggiatore, Milano); “Sintassi e
semantica nella grammatica tras-formazionale” (Milano, Il Saggiatore); “Le
immagini dei nomi” (Milano, Garzanti). “Gli analitici lo fanno meglio. Le
ragioni di un successo crescente anche tra i filosofi italiani cresciuti nella
tradizione continentale, in La Stampa. Scuola di Milano. A DARK and
mysterious art, called Alchemy, which originated with the Arabian
sages about the seventh century, was the parent of the brilliant
and enchanting science of Che- Baistay. Philosophers of the
polemical schools main- tained that Fire, Air, Earth, and Water,
were the Four Elements of Nature; but the disciples of Alchemy
denied the validity of this doctrine, and asserted that Salt, Sulphur,
and Mercury, were the Three Elements, from whose admixture or union
emanated the various productions of the a,nima.l, vegetable, and mineral
kingdoms. Both notions were erroneous, as the sequel will prove, but
that of the alchemists rapidly excited intense interest, because it led
to the performance of curious experiments, and to the observance of
strange phenomena attendant upon the mixture of adds, salts, spirits,
and metala B U im pROMB golci^ ami ieSd findk td hrrfr^
V>f»^^ duit tiie noe afl»adt»iiL of d (ftimdhf fA Salt, Salphur, and
Mercnrr of tl ^/r»#» ii^aS wr/tUd eaaase ite TraBSHntaciija ini
Th^» ffAvht^mt^f therefore, consfcroctei powe fifl f^rrirt^'^^
wvfmUid curious stills^ alembic I'i^.hdn, t^titf'^)tUmf and much costly
and con fillf'Mf^d h^pnmim for extractrug strong acid «nJlM, Mifid
w<ilvt»fif.«, from minerals and earths. A1jI»mI ljy llu^Mo tliny
(jommenced an arduox MhrtH'li llihiHwIuMd. mII Nature, for an
imaginai substance, which they named the Philosopher's stone;
a minute fragment of this miracle of art, when discovered, and thrown
upon molten lead, was destined to alter the proportions of its
three supposed elements, to cleanse it fix)m impurity and dross,
and transmute it into pure and effulgent gold From the laboratories of
Arabia, the principles of this seductive art soon spread over ITALIA, and
all ranks of society joined in wild pursuit of the golden phantom for a
long succession of ages; vain was their incessant toil and labour, it eluded
their anxious grasp, and instead of enjoying riches and splendour, they
invariably languished in poverty and misery. The alchemists, baffled
in the acquisition of metallic treasure, sought after a powerful
liquid for dissolving all things; but this was quickly abandoned,
because an Universal solvent could not be retained in their retorts or
crucibles. Ultiniately they dared to think Immortality within their
reach, and presumptuously endea- voured to prepare a medicine to prevent
the decay of nature, and prolong life to an indefinite extent; but
disease and death were the grim attendants upon the operators, who trusted
to obtain an Elixir of life amidst the poisozi fiimes of the
furnace. Such were the three grand objects of alchern art, and
though abortive in regard to their at:::;^ ticipated results, yet
productive of the good eflFec:of inducing philosophers to descend from
disput^-'^ upon words, to experiments upon things. Accordingly, out
of the vast mass of intricat^^ materials accumulated by the alchemists, a
fe^^' master minds were enabled to select, examin and classify valuable
facts, striking experimentsf^ and wonderful phenomena, which had
been either abandoned or forgotten during the infatuated pursuits now
briefly described. The gradual introduction of metallic pre-
parations into Medicine, as substitutes for the drugs and simples of its
ancient practice, and of others into the arts and manufactures,
conjoined with the publication of essays concerning these and other
experimental facts, eventually drew the attention of civilized society to
the utility of the labours of the philosophers, who engaged upon
the ruins of the once dearly cherished, yet delusive art, and in an
incredibly short time, like the fabled Phoenix of Arabia, Chemistry
soared from the ashes of Alchemy. Chemistiy, guided by accurate
experiment sound theory, has attained its just rank in circle of
the sciences, and has proved the Unate connexion of its beautiful facts
and trines, with the wonderful phenomena of the d, and their great
utility when judiciously applied to the arts of life, in aid of the
wants, orts, and luxuries of mankind. The votary of Chemistry is not
chained to ^Q flaming furnace in fruitless labour after gold, ^or
compelled to invoke witchcraft and magic for the production of an
universal solvent, nor immured in the dark laboratory, amidst
deadly exhalations, to discover the art of prolonging life; no! in
this happy age, the fetters of ignorance and superstition are shattered
by the powerful hand of Truth, and he comes forth with freedom into
the glowing sunlight of Phi- losophy, as the servant and interpreter
of Nature; he looks abroad into the rich and mag- nificent
Universe, calls the delightful scenery all his own, the mountains, the
valleys, the oceans, the rivers, and the sky; through these wide
bounds he is free at will to choose Whate'er bright spoils the florid
earth contains,Whatever the waters, or the ambient air. All present him
with perfect instances of tb^ consummate wisdom of the Almighty God, wb
created a World so fraught with beauty, and \K their examination he gains
materials for refle^^ tion and research, which, if properly applied
axxpursued, not only enlighten and adorn, hv exalt and purify his mind,
teaching him to ap preciate the miraculous workings of an Omid
potent and Eternal Power. Chemisfay is the most instructive and de
lightfiil study that can be pursued, because it i purely a science of
Experiment; no anticipatioit can be formed as to the results which will
ensu^ upon the presentation of different substances U each
other. By making experiments with great attentior and accuracy,
and intently studying the results, philosophers soon discovered the real
nature oi the Four Ancient, and the Three Alchemical Elements; a
short account of the conclusiom which are thus established will furnish a
correct notion of the modem meaning of the term Elements, which
will frequently occur during the present inquiry. Fire is not
a peculiar or distinct principle, but a result of intense attraction
between two i '- or Q^Qpe substancea Air is a mixture of
two S^^QB, called Oxygen and Nitrogen. Earth is a
ooQapound of Oxygen and numerous Metala " ^ter is a compound of
Oxygen and a gas * ^ed Hydrogen. Salt is a compound of a
vapour called Ohio- ^e, and a metal called Sodiimi; but the
com- P^xxents of Sulphur and Mercury are
unknown, "^^lefore these two substances are called Ele-
°^^xits, to denote that they have not been 8*Udysed, and in
this acceptation of the term C^Xygen, Nitrogen, Hydrogen, Metals,
and several ^ther substances, are Elements; altogether
there ^e Fifty -six such Elements: their names are shown in the
following list. Aluminum. A metal thus named from the Latin dt/u/men, clay. Antdcont.
a metal thus named from the Greek am, agoMisty and imvos, movJc,
because several monks were poisoned by its preparations. Arsenic. A
metal thus named from the Qmk apcrsytKoy, powerful, on aoooont of
iti strengA aa a poison. Bariu^l a metal extracted from
Baiyta^ ft heavy mineral thus named frx>m the Gieekj
^apvs, weight. Bismuth. A metal said to be thus named byi he
German miners, from wiesarruitte, a Uoomr ing meadow, because
of the variegatied hues of its tarnish. Boron. A non-metallic
combustible, obtained from Borax, a substance so called from
the Arabic, burvJc, brillicmt, Bromink a non-metallic incombustible
liquid. Its name is derived from the Greek, Spufjoi, stench, on account of
the insupportable odour of its vapour. Cadmium. A metal thus
named from the Greek xaSjw.gia, cola/mine, an ore of zinc.
Calcium. A metal thus named from the Latin calx, Ivme. Carbon. A
non-metallic combustible, thus named from the Latin carbo, coaL
Cerium. A metal thus named in honour of the planet Ceres.
Chlorine. A non-metallic incombustible vapour, thus called from the Greek
yO^^pos, green, in aUusion to its colour. HRomuM. A metal
thus named from the Greek XP<»f^oC) colour, on account of the
varied hues which its compounds assume. OBALT. A metal thus
named after Kobold, a sprite or gnome of the German mines. OLUMBIUM. A
metal thus named from its dis- covery in a mineral from CoVwmbia,
DPPER A metal thus named from being ori- ginally wrought in
Cyprus. DDYMITJM. A metal thus named from SiJiz/Aoi, twins, on
account of its resemblance to Lantanum. LUORINK A non-metallic
iminflammable va- pour, extracted from fluor-spa/r, LUCINUM.
A metal extracted from a mineral named Glucina; a term derived from
the Greek yXvKv;, sweet, on account of such taste being
communicated by its compounds. DLD. A metal the etymology of whose
5tiame is uncertain. YDROGEN. A non-metallic inflammable-:
gas, and being an element of water, it is thus called from the
Greek if^cjp, water, t^d yBvcj, to generate. K Bume a
red colour; hence ite name tiOM ' the Greek ^ dSw», a
rose. Selenium. A non-metallic inflammable ela ment, thus named in
honour of the moOE from the Greek atMvn, the nwon. SrucRTM. A metal
thus named from the Latin SlLTXB. A metfd, ihe oii^ of whose name
is obecnra. SoDiuiL A metal obtained from the ashes oJ
a plant called the solaola «m2a. StbontiuU. a metal extracted from
a minera] discoTersd at j%vn<Ja«. Sdlphdb. a non-metaUio
cnmbustible, whoBC name is probably of Arabic eztntct^on.
Tbxlukium. a metal thus named in honour o: the Earth, from the
Latin TeUAia, the earth. Thobintju. a metal thus named in honour o:
the Saxon deitj Thor. Tin. a metal, the origin of whose name is
t matter of doubt TiTANiUH. A metal thus named in honour
o: the Tita/ns of heathen mythology, TtraGSTENUM. A metal
thus named from th< Swedish word tUTigaten, heavy-stone,
fron which it was extracted. ^Hanium. a metal thus named in honour
of the planet Uranus, ^Akadium. a metal thus najned in honour
of Vcmadis, a Scandinavian deity. TTranjM. A metal extracted
from a mineral found at Ytterby. ZlKa A metal supposed to be
thus named from the Grerman zi/nJcen, ruiUa. ZmcoKTCTM. A
metal obtained from a gem called zircoon, by the Cingalese, in
allu- sion to its four-cornered shape. By far the greater
number of the above host of elements have been elicited by chemical
analysis; very few are presented absolutely pure by Nature. The
Elements may be thus classed: L Forty-four Metals, Aluminum,
Antimony, Arsenic, Barium, Bismuth, Cadmium, Calcium, Cerium,
Chromium, Cobalt, Columbium, Cop- per, Didymium, Glucinum, Gold, Iridium,
Iron, Lantanum, Lead, Lithium, Magnesium, Manganesium. Mercury,
Molybdenum, Nickel, Osmium, Palladium, Platinum, Potassium, Rhodium, Silicium,
Silver, Sodium, Strontium, Tel- lurium, Thorinum, Tin, Titanium,
Tungstenmn, Cnac^rcoL TjoimSizsl. YmrmB Zsnc, and 1 IL Tla^ie
Gaae&. HrdrQeoL Qo?ai. v IIL Two Vapcrais. CIjctom* awi FhuHin
V. fSx NoEHiXfcetallic s^aA^ Baran. Cuboi l^/ijlx*^;
Pb</«]>lKAi2£, Selfiimmi. zuA Solphur. Tl^ H*JpporteirE fA
combosdon are BromiiM CJU^^riuLtf;; FliK/nne, Iodine, and QxygtoL
Ti><<:; O/tnlHutibl^s are. Boron. CarlMMi, H]
dr'>g<^^ Vhf^hfjmu^ Selenium, and Snlphm: It miitst fie
particularly remembered that tli (itM^mhA doe« not affirm these
suhstances to I Um^ Ai/fmif^f or AWJute Elements of Xature ou
iiit', ^yyutrary, }kh d^r/^ms it extremely probabl tliiit th'ry rrjAy
}>^5 aiialysed or decomposed i the ^y;ijr«-r; of time, but until this
be effectei he «tyl<?« them Elements for convenience <
diw'.'ijwjion, and as a confession of the limits < hiii aiialyti/;al
skilL Tlie (yliemist investigatf^js the habitudes <
tlies^i KlefrK^itH, dis^^^ivers how they combine 1 form (Join(>oijndH,
and how these combine t form I)oubl(} compounds; he ascertains th
Weight in which tliesc Primary and Secondary combinations ensue, and how
the elements of all known compounds may be separated; he determines
the laws which preside over all these changes, and studies to apply such
know- ledge to the interpretation of natural pheno- mena, and to
useful purposes in the arts of life. Throughout these extensive
researches the Chemist depends entirely upon Experiment; and the
marvels which it reveals are referrible to the exertion of a power which
promotes union between elements and compounds, even though their
natures be strongly opposed. This power is called Chemical
Attraction, Attraction of Composition, or Chemical Affinity, the
latter term being used in a figurative sense, to suggest the idea of
peculiar attachments between different substances, under the influ-
ence of which they combine so that their indi- vidual characters are
totally changed and disguised. Thus, the Elements Hydrogen and
Oxygen, are gases viewless as air, the one combustible, the other
incombustible, and they are opposed in other respects, but they have
mutual affinity, and combine to form the liquid Compound called
Water. Quattro
elementi Lingua Segui Modifica Il riferimento a quattro elementi (aria, acqua,
terra e fuoco) è comune a tutte le cosmogonie. Tanto l'Oriente quanto
l'Occidente hanno concepito una stretta connessione tra il microcosmo umano e
il macrocosmo naturale. Dall'equilibrio degli elementi dipendeva la vita della
specie umana e la sopravvivenza del cosmo: l'universo ordinato, sorto dal caos,
era governato da personificazioni divinizzate dei quattro elementi. Tiziano
Concerto campestre, Parigi, Museo del Louvre La donna alla fonte è una
personificazione dell'Acqua. Il suonatore di liuto rappresenta il Fuoco. L'uomo
con i capelli scompigliati dal vento simboleggia l'Aria. La donna di spalle
raffigura la Terra. Storia del concetto in Occidente. Uno dei sette sapienti,
Talete di Mileto, indica nell'acqua il principio di ogni cosa, Eraclito nel
fuoco, i sacerdoti magi nell'acqua e nel fuoco, Euripide nell'aria e nella
terra. Pitagora in verità, Empedocle, Epicarmo e altri filosofi della natura
sostennero che gli elementi primordiali sono quattro, aria fuoco terra acqua. VITRUVIO,
De architectura) Nella tradizione ellenica gli elementi sono quattro: il fuoco
(Fire symbol (alchemical).svg), la terra (Earth symbol (alchemical).svg),
l'aria (Air symbol (alchemical).svg), e l'acqua (Water symbol
(alchemical).svg). Rappresentano nella filosofia greca, nell'aritmetica,
nella geometria, nella medicina, nella psicologia, nell'alchimia, nella
chimica, nell'astrologia e nella religione i regni del cosmo, in cui tutte le
cose esistono e consistono. Empedocle Modifica Platone sembra che si riferisca
agli elementi con il termine stoicheia, rifacendosi alla loro origine
presocratica. Essi infatti si trovano già elencati dal filosofo ionico
Anassimene di Mileto e poi da Empedocle di GIRGENTI, il primo a proporre
quattro elementi che chiama rizòmata (rizoma al plurale) "radici" di
tutte le cose, immutabili ed eterne. «Empedocle occupa un posto a parte
nella storia della filosofia presocratica. Se si prescinde da quella figura
poco conosciuta e per qualche verso mitica che è Pitagora, egli appare in
effetti il primo autore dell'Antichità a voler riunire contemporaneamente in un
solo e medesimo sistema concezioni filosofiche e credenze religiose. nessun
pensatore prima di lui aveva inserito all'interno di un quadro filosofico
questa corrente di idee mistiche delle quali si troverà più tardi l'eco nelle
iscrizioni funerarie dell'Italia meridionale e nei dialoghi di Platone: per
Empedocle, infatti, come per gli anonimi autori delle iscrizioni funerarie,
l'uomo, essendo di origine divina, non raggiungerà la vera felicità che dopo la
morte, quando si riunirà alla compagnia degli dèi.» Afferma Empedocle di
GIRGENTI. Conosci innanzitutto la quadruplice radice Di tutte le cose:
Zeus è il fuoco luminoso, Era madre della vita, e poi Idoneo, Nesti infine,
alle cui sorgenti i mortali bevono. Secondo una interpretazione Empedocle
indicherebbe Zeus, il dio della luce celeste come il Fuoco, Era, la sposa di
Zeus è l'Aria, Edoneo (Ade), il dio degli inferi, la Terra e infine Nesti
(Persefone), l'Acqua. Secondo altri interpreti i quattro elementi
designerebbero divinità diverse: il fuoco (Ade), l'aria(Zeus), la terra (Era) e
l'acqua (Nesti-Persefone). L'unione di tali radici determina la nascita
delle cose e la loro separazione, la morte. Si tratta perciò di apparenti
nascite e apparenti morti, dal momento che l'Essere (le radici) non si crea e
non si distrugge, ma è soltanto in continua trasformazione.
L'aggregazione e la disgregazione delle radici sono determinate dalle due forze
cosmiche e divine Amore e Discordia (o Odio), secondo un processo ciclico
eterno. In una prima fase, tutti gli elementi e le due forze cosmiche sono
riunite in un Tutto omogeneo, nello Sfero, il regno dove predomina l'Amore. Ad
un certo punto, sotto l'azione della Discordia, inizia una progressiva
separazione delle radici. L'azione della Discordia, non è ancora distruttiva,
dal momento che le si oppone la forza dell'Amore, in un equilibrio variabile
che determina la nascita e la morte delle cose, e con esse quindi il nostro
mondo. Quando poi la Discordia prende il sopravvento sull'Amore, e ne annulla
l'influenza, si giunge al Caos, dove regna la Discordia e dove è la
dissoluzione di tutta la materia. A tal punto il ciclo continua grazie ad un
nuovo intervento dell'Amore che riporta il mondo alla condizione intermedia in
cui le due forze cosmiche si trovano in nuovo equilibrio che dà nuovamente vita
al mondo. Infine, quando l'Amore si impone ancora totalmente sulla Discordia si
ritorna alla condizione iniziale dello Sfero. Da qui il ciclo ricomincia.
Il processo che porta alla formazione del mondo è quindi una progressiva
aggregazione delle radici. Tale unione, lungi dall'avere un benché minimo
carattere finalistico, è assolutamente casuale. E tale casualità si evidenzia a
proposito degli esseri viventi. All'inizio infatti le radici si uniscono a
formare arti e membra separati, che solo in seguito si uniranno, sempre
casualmente tra di loro. Nascono così mostri di ogni specie (come ad esempio il
Minotauro), che, dice GIRGENTI quasi anticipando Darwin, sono scomparsi solo
perché una selezione naturale favorisce alcune forme di vita rispetto ad altre,
meglio organizzate e perciò più adatte alla sopravvivenza. Le IV radici
sono anche alla base della gnoseologia di Empedocle. Egli infatti sostenne che
i processi della percezione sensibile (modificata dagli oggetti esterni) e
della conoscenza razionale fossero possibili solo in quanto esisteva una
identità di struttura fisica e metafisica tra il soggetto conoscente, ossia
l'uomo, e l'oggetto conosciuto, ossia gli enti della natura. Sia l'uomo che gli
enti erano formati da analoghe mescolanze quantitative delle quattro radici ed
erano mossi dalle medesime forze attrattive e repulsive. Questa omogeneità
rendeva possibile il processo della conoscenza umana, che si basava dunque sul
criterio del simile, tesi esattamente opposta a quella di Anassagora: l'uomo
conosceva le cose perché esse erano simili a lui. Infatti così affermò
Empedocle: «noi conosciamo la terra con la terra, l'acqua con l'acqua, il fuoco
con il fuoco, l'amore con l'amore e l'odio con l'odio. Ad ognuno di essi
Platone associò nel Timeo uno dei solidi platonici: il tetraedro al fuoco, il
cubo alla terra, l'ottaedro all'aria, l'icosaedro all'acqua. A questi IV
elementi Aristotele ne aggiungerà un V: la quintessenz che egli chiama etere e
che costituisce la materia delle sfere celesti. Per Pitagora di CROTONE la
successione aritmetica dei primi IV numeri naturali, geometricamente disposti in un tetrakys – argomento -- secondo un
triangolo equilatero di lato quattro, ossia in modo da formare una piramide,
aveva anche un significato simbolico: a ogni livello della tetraktys
corrisponde uno dei quattro elementi. Rappresentazione della tetraktys a
piramide. Livello I: Il punto superiore: l'Unità fondamentale, la compiutezza,
la totalità, il Fuoco. Livello II. I due punti: la dualità, gli opposti
complementari, il femminile e il maschile, l'Aria. Livello III. I tre punti: la
misura dello spazio e del tempo, la dinamica della vita, la creazione, l'Acqua
Livello IV. I quattro punti: la materialità, gli elementi strutturali, la
Terra La medicina e la psicologia ippocratiche Modifica Magnifying glass
icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Teoria umorale. I quattro
elementi della filosofia antica, base per lo sviluppo della teoria umorale.
Ippocrate di Coo elabora la teoria umorale, che rappresenta nell'Occidente il
più antico tentativo di fornire un'eziologia per le malattie e una
classificazione per i tipi psicologici e somatici. Secondo Empedocle,
ogni radice possiede una coppia di attributi: il fuoco è caldo e secco; l'acqua
fredda e umida; la terra fredda e secca; l'aria calda e umida. Ippocrate tentò
di applicare tale teoria alla natura umana definendo l'esistenza di quattro
umori base, ossia bile nera, bile gialla, flegma e sangue (umore rosso):
il fuoco corrisponderebbe alla bile gialla; la terra alla bile nera (o
melancolia, in greco Melàine Chole); l'aria al sangue; l'acqua al flegma. Il
buon funzionamento dell'organismo dipenderebbe dall'equilibrio degli elementi,
mentre il prevalere dell'uno o dell'altro causerebbe la malattia. A
questi elementi e umori corrispondono quattro temperamenti, pertanto la teoria
ippocratica è anche una teoria della personalità. La predisposizione
all'eccesso di uno dei quattro umori definirebbe un carattere psicologico e
insieme una costituzione fisica: il malinconico, con eccesso di bile
nera, è magro, debole, pallido, avaro, triste; il collerico, con eccesso di
bile gialla, è magro, asciutto, di bel colore, irascibile, permaloso, furbo,
generoso e superbo; il flemmatico, con eccesso di flegma, è grasso, lento,
pigro e sciocco; il tipo sanguigno, con eccesso di sangue, è rubicondo,
gioviale, allegro, goloso e dedito ad una sessualità giocosa. Secondo i
racconti mitologici e folcloristici, ogni elemento sarebbe inoltre animato da
un suo specifico spirito elementare, detto anche «elementale», che Paracelso
riteneva realmente operante dentro di essi, dedicando loro un trattato, il
Liber de nymphis, sylphis, pygmaeis et salamandris, così suddividendoli:
le Salamandre che sono gli elementali del fuoco; le Ondine gli elementali
dell'acqua; le Silfidi gli elementali dell'aria; gli Gnomi gli elementali della
terra. L'etere, il pémpton stoichêion, 'quinto elemento e un elemento che,
secondo Aristotele, si anda a sommare agli altri IV: il fuoco, l'acqua, la
terra, e l'aria. Secondo gli alchimisti, l'etere sarebbe il composto
principale della pietra filosofale, fungendo da matrice o materia prima degli
altri elementi. La storia dell'etere inizia con Aristotele, secondo il quale
era l'essenza del mondo celeste, diversa dalle quattro essenze (o elementi) di
cui si riteneva composto il mondo terrestre: terra, aria, fuoco e acqua.
Aristotele credeva che l'etere fosse eterno, immutabile, senza peso e
trasparente. Proprio per l'eternità e l'immutabilità dell'etere, il cosmo era
un luogo immutabile, in contrapposizione alla Terra sublunare, luogo di
cambiamento. Lo stesso concetto venne espresso alcuni secoli più tardi da
PACIOLI (si veda), neoplatonico, che coinvolge anche le strutture matematiche e
geometriche. Secondo PACIOLI (si veda), infatti, il cielo, il quinto elemento,
aveva la forma di un dodecaedro, struttura perfetta secondo lo studioso. Successivamente
gli alchimisti medievali indicarono con l'etere o quintessenza la forza vitale
dei corpi, una sorta di elisir di lunga vita: Quella cosa che muta i metalli in
oro possiede altre virtù straordinarie: come, ad esempio, conservare la salute
umana integra sino alla morte e di non lasciar passare la morte (se non dopo
due o trecento anni). Anzi, chi la sapesse usare potrebbe rendersi immortale.
Questo lapisnon è certamente nient'altro che seme di vita, gheriglio e
quintessenza dell'intero universo, da cui gli animali, le piante, i metalli e
gli stessi elementi traggono sostanza.» (Komensky, da Labirinto del mondo
e paradiso del cuore) I chimici supposero che la quintessenza non fosse altro
se non un elisir ottenuto dalla quinta distillazione degli elementi; da questa
ultima accezione la quintessenza ha anche assunto un significato più ampio di
caratteristica fondamentale di una sostanza o, più in generale, di una branca
del sapere. La raffigurazione dei quattro elementi (da sinistra)
terra, acqua, aria e fuoco, con le sfere alla base rappresentanti i simboli
dell'alchimia. La chimica Stato della materia. Secondo ODIFREDDI, i IV
elementi concreti: cioè terra, acqua, aria e fuoco, oggi noi li associamo
rispettivamente agli stati solido, liquido e gassoso della materia, e
all'energia che permette di trasmutare uno nell'altro (ad esempio, il ghiaccio
in acqua, e l'acqua in vapore). I quattro elementi in fisica sono associati
agli stati solido (terra), liquido (acqua), gassoso (aria) e plasma(fuoco),
quest'ultimo definito il "quarto stato" della materia, estende il
concetto di fuoco, considerato gas ionizzato della categoria dei plasmi
terrestri, come anche i fulmini e le aurore, nell'universo costituisce più del
99% della materia conosciuta: il plasma è infatti la sostanza di cui sono
composte tutte le stelle e le nebulose. L'astrologia Modifica I
segni zodiacali suddivisi in base al loro elemento: terra, fuoco, aria, acqua
Segno zodiacalee Triplicità. Nell'astrologia occidentale i segni sono divisi
in: segni di fuoco (Ariete, Leone, Sagittario) segni di terra (Toro,
Vergine, Capricorno) segni d'aria (Gemelli, Bilancia, Aquario) segni d'acqua
(Cancro, Scorpione, Pesci) In tal modo essi formano complessivamente le quattro
triplicità. La rappresentazione
simbolica del microcosmo e del macrocosmo si ritrova nell'antico segno del
pentacoloche combina cioè in un unico segno tutta la creazione, ovvero l'insieme
di processi su cui si basa il cosmo. Le cinque punte del pentagramma interno
simboleggiano i cinque elementi metafisici dell'acqua, dell'aria, del fuoco,
della terra e dello spirito. Questi cinque elementi sintetizzerebbero i gruppi
in cui si organizzano tutte le forze elementali, spiritiche e divine
dell'universo. Il rapporto tra i vari elementi rappresentati all'interno
del pentacolo è ritenuto una riproduzione in miniatura dei processi su cui si
basa il cosmo. Questo processo inizia dall'elemento dello spirito, il quale si
manifesta dando origine a tutto ciò che esiste. La creazione si verifica
partendo dalla divinità e scendendo verso la punta in basso a destra,
simboleggiante l'acqua, ovvero la fonte primaria e sostentatrice della vita
sulla Terra. Dall'acqua ebbero origine le primissime forme elementari di vita,
le quali poi evolsero con il passare dei millenni staccandosi dall'elemento
primordiale. Dall'acqua il processo creativo risale verso l'aria, la quale
rappresenta le forme di vita sufficientemente evolute da potersi organizzare da
sole, prendendo coscienza del proprio sé. Questi esseri, dalla loro innocenza
originaria, si evolvono e si organizzano moralmente e tecnologicamente,
procedendo lungo la linea orizzontale verso la terra a destra. La terra
simboleggia il massimo grado di evoluzione che un'epoca può supportare, quando
questo diviene troppo ingente avvengono delle ricadute, sotto vari punti di
vista, ma innanzitutto sotto il profilo spirituale. L'essere si allontana dallo
spirito, degradando verso il basso, il fuoco, simboleggiante l'apice della
degenerazione. In seguito alla depressione avviene però sempre una ripresa, un
ritorno alle origini, in questo caso allo spirito, l'essere umano riscopre la
spiritualità. Nella tradizione ebraica è ampia la letteratura sui quattro
elementi di cui se ne riportano tanto la simbologia tanto le corrispondenze
nella Creazione. Ricordando anche il testo di El'azar da Worms Il segreto
dell'Opera della Creazione, oltre allo Zohar, il testo più importante che ne
tratta l'argomentazione secondo l'interpretazione mistica ebraica è il Sefer
Yetzirah, la cui sapienza risale ad Avraham: questo testo argomenta il
confronto tra le Sefirot, i quattro elementi, le lettere ebraiche, i pianeti, i
segni zodiacali, i mesi e le parti del corpo umano. Se ne discute anche
in altri testi di Qabbalah ed è tra i principali oggetti di studio del percorso
esoterico ebraico definito Ma'asseh Bereshit, lo Studio dell'Opera della
Creazione. Si ritiene che il mondo sia stato creato con la Torah le cui parole
sono formate da lettere ebraiche che, permutate, sono il riferimento della
Sapienza divina da cui sorse la parola di Dio al fine di creare ogni cosa
esistente. Derivando dal significato delle lettere la loro corrispondenza con
le creature e le create è così possibile avvicinarsi alla sapienza della
Qabbalah che permette di cogliere il significato segreto proprio di esse.
Lo Zohar afferma che i quattro elementi fuoco, acqua, aria e terra
corrispondono ai quattro metalli: oro, rame, argento e ferro; un'ulteriore corrispondenza
è quella del Nord, del Sud, dell'Est e dell'Ovest. Dopo averne descritto i
rapporti, lo Zohar continua l'esposizione ammettendo che, come si contano così
12 elementi, si possono contare 12 pietre preziose corrispondenti alle dodici
tribù d'Israele, cosa confermata poi dalle fattezze degli Urim e Tummim.
Importante anche il confronto con i quattro venti. I quattro elementi,
uniti nel corpo vivente, con la morte si separano. Con lo studio della
Torah l'uomo si eleva al di sopra dei quattro elementi dominandoli anche nel
proprio corpo e talvolta, in questo, si collega alle quattro figure metaforiche
della Merkavah Cristianesimo Modifica Il profeta Elia, di José de
Ribera. Secondo il primo libro dei Re, Elia sul monte Oreb entrò in una
caverna per passarvi la notte, quand'ecco il Signore gli disse: «Che fai qui,
Elia?». Gli fu detto: «Esci e fermati
sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento
impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al
Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma
il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il
Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero.
(1Re 19, 9.11-12, su laparola.net. Per l'esegesi biblica di Carlo Maria
Martini, «Al versetto [11 e] 12 abbiamo i quattro segni: vento,
terremoto, fuoco, mormorio di un vento leggero. Non si dice che il Signore
fosse in quest'ultimo ma si nega che fosse nei primi tre. È un passo
ricchissimo di simboli che rimandano a tante altre pagine bibliche, un passo
oscuro perché non riusciamo bene a capirlo: Jahvé era o non era nel mormorio di
un vento leggero? E perché altrove, nella Scrittura, Dio è nel fuoco mentre qui
non lo è? Sempre per Martini, Anche nel Nuovo Testamento troviamo i
primi tre segni del racconto di Elia: "rombo, come di vento che si abbatte
gagliardo", "lingue come di fuoco", quando ebbero terminato la
preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò, e tutti furono pieni di
Spirito santo. Il vento, il fuoco, il terremoto sono simboli ben noti in tutta
la Scrittura; hanno significato la presenza del Signore sul Sinai, nel cammino
del deserto, e sono stati ripresi dai Salmi. Non troviamo però il vento
leggero. Ciò significa che, tanto per l'ebraismo quanto per il cristianesimo, è
dubbio che le manifestazioni relative almeno ai primi tre dei quattro elementi
costituiscano una teofania, sia per Mosè ed Elia sul Sinai/Oreb sia per la
Pentecoste. Letteratura apocalitticaUso del termine. Pensiero orientale Pensiero
hinduista Il pancha mahabhuta, o "cinque grandi elementi",
nell'Hinduismo sono: khsiti o bhumi (terra) ap o jala (acqua) agni o
tejas (fuoco) marut o pavan (aria o vento) byom o akasha (etere). Gli hindu
credono che Dio usò l'aakasha per creare i restanti quattro elementi, e che la
conoscenza dell'uomo sia nell'archivio akashiko. Pensiero del buddhismo
antico Modifica Nella letteratura Pali, i mahabhuta ("grandi
elementi") o catudhatu ("quattro elementi") sono terra, acqua,
fuoco e aria. Nel primo buddhismo, erano alla base per la comprensione della
sofferenza, e per la liberazione dell'uomo dalla sofferenza. Gli
insegnamenti del Buddha riguardanti i quattro elementi li raggruppano come base
delle reali sensazioni, più che un pensieri filosofici. Gli elementi erano
quindi intensi come "caratteristiche" o "proprietà" di
varie sensazioni: la coesione era una proprietà dell'acqua. la solidità e
l'inerzia erano proprietà della terra. l'espansione e la vibrazione erano
proprietà dell'aria. il calore era una proprietà del fuoco. I suoi insegnamenti
dicono che ogni cosa è composta da otto tipi di 'kalapas', il cui gruppo
principale è composto dai quattro elementi, mentre il gruppo secondario è
composto da colore, odore, gusto e alimento, derivati dai primi quattro
elementi. Gli insegnamenti del Buddha precedono quelli dei quattro
elementi nella filosofia greca. Questo può essere spiegato perché furono
inviati 60 arhat nel mondo conosciuto al tempo per diffondere i suoi
insegnamenti. Il pensiero tradizione
giapponese usa cinque elementi chiamati, go dai, letteralmente, cinque grandi.
Gli elementi sono: terra, che rappresenta le cose solide acqua, che
rappresenta le cose liquide fuoco, che rappresenta le cose distrutte aria, che
rappresenta le cose mobili vuoto, che rappresenta le cose che non sono nella
vita quotidiana. Pensiero cinese Lo stesso argomento in dettaglio: Xing. Si
ritiene che anche la filosofia tradizionale cinesecontenga degli «elementi»
come nella filosofia grecaclassica: nel taoismo infatti sono presi in
considerazione tre termini affini a quelli occidentali, l'acqua il fuoco e la
terra, più altri due, il legno e il metallo, per un totale di cinque, wu xing
in cinese, sebbene più che di elementi si tratti di fasi in movimento
all'interno di un ciclo, come spiega Cheng: «La traduzione
convenzionalmente adottata di wuxing con "Cinque Elementi" presenta
innanzitutto l'inconveniente di non rendere conto dell'aspetto dinamico della
parola xing, camminare, "andare", "agire"). Inoltre non vi
è qui nulla in comune con i quattro elementi o radici costitutivi dell'universo
- fuoco, acqua, terra, aria - individuati da Empedocle nel V secolo a.C., ma
sembrano essere originariamente concepiti in una prospettiva essenzialmente
funzionale, più come processi che come sostanze. (Cheng, Storia del
pensiero cinese) Si tratta a ogni modo di distinzioni storicamente poco
accettate, ad esempio i mongoli hanno accolto nel novero degli elementi sia
quelli cinesi che quelli occidentali. Analogie tra i due sistemi sono
rinvenibili nel fatto che l'elemento cinese del legno si avvicina maggiormente
al concetto occidentale dell'aria, poiché entrambi corrispondono alle qualità
del punto cardinale est, della primavera, dell'infanzia e della crescita,
mentre il metallo sembra inglobato nelle proprietà occidentali della terra,
quali l'ovest, l'autunno e il declino. La terra in Cina occupa propriamente il
centro della rosa dei venti, ed è più che altro la matrice degli altri quattro
elementi, come in Occidente lo è la prima materia o etere. La peculiarità della
concezione cinese consiste semmai nel carattere trasmutatorio dei suoi cinque
elementi, da intendere come forze attive o facoltà dinamiche. La loro origine
si perde nella preistoria cinese ed è difficilmente ricostruibile. La prima
descrizione delle caratteristiche dei Wuxing la troviamo nello Shujing
(«Classico della Storia»): «L'acqua consiste nel bagnare e nello scorrere
in basso; il fuoco consiste nel bruciare e nell'andare in alto; il legno
consiste nell'essere curvo o diritto; il metallo consiste nel piegarsi e nel
modificarsi; la terra consiste nel provvedere alla semina e al raccolto. Ciò
che bagna e scorre in basso produce il salato, ciò che brucia e va in alto
produce l'amaro; ciò che è curvo o diritto produce l'acido; ciò che si piega e
si modifica produce l'acre; ciò che provvede alla semina e al raccolto produce
il dolce. (Shu-ching, Il grande progetto) Questi Cinque Agenti sono in
relazione tra di loro e danno vita a molte altre serie di cinque combinazioni
complementari ai Wuxing stessi: i punti cardinali ed il centro, le note
musicali, i colori, i cereali, le sensazioni, ecc. Sempre nello Shujing, nella
sezione detta "Grande Norma" si fanno seguire ai Wuxing Cinque
Funzioni: «Poi è quella delle Cinque Funzioni. La prima è il comportamento
personale; la seconda è la parola; la terza la visione; la quarta l'udito; la
quinta il pensiero. Il comportamento personale deve essere decoroso, la parola
ordinata; la visione chiara; l'udito distinto; il pensiero profondo. il decoro
dà solennità, e l'ordine dà regolarità, la chiarezza dà intelligenza, la
distinzione dà deliberazione; la profondità dà saggezza. (Shu-ching, La grande
norma. Rappresentazione dei due cicli: in verde quello generativo che procede
in senso orario dal padre al figlio (in rosso quello inverso di riduzione o
impoverimento); ed in blu le linee dirette del ciclo di controllo con cui il
nonno inibisce il nipote. I cinque pianeti maggiori del nostro sistema sono
associati e prendono il modo degli elementi: Venere è oro (metallo), Giove è
legno, Mercurio è acqua, Marteè fuoco e Saturno è terra. In aggiunta, la
Lunarappresenta lo Yin e il Sole lo Yang. Lo Yin, lo Yang e i cinque
elementi sono temi ricorrenti dello I Ching, il più antico testo classico
cinese, che descrive la cosmologia e filosofia cinese. La dottrina delle
cinque fasi descrive due cicli di equilibrio, uno generativo e creativo (生, shēng), e
l'altro dominante e distruttivo, 克, kè.
Generativo il legno alimenta il fuoco il fuoco crea la terra (cenere) la terra
genera il metallo il metallo raccoglie l'acqua l'acqua nutre il legno
Distruttivo il legno divide la terra la terra assorbe l'acqua l'acqua spegne il
fuoco il fuoco scioglie il metallo il metallo abbatte il legno Gli elementi
nella cultura di massa. I regista francese Luc Besson ha girato il film di
fantascienza Il quinto elemento. La Walt Disney Company Italia ha
prodotto dei racconti a fumetti e una serie di film a cartoni animati
(W.I.T.C.H.) ideati da Elisabetta Gnone dove le protagoniste incarnano i
poteri degli elementi naturali. Sempre nei fumetti, i superpoteri dei
Fantastici 4, supereroi della casa editrice Marvel Comics, sono basati sui
quattro elementi naturali. I Gormiti sono basati sugli elementi naturali
e hanno poteri collegati ad essi. La rock band italiana dei Litfiba negli
anni novanta ha pubblicato 4 album che compongono la tetralogia degl’elementi",
dedicando un disco ad ogni elemento naturale: El Diablo (rappresentante il
"fuoco"), Terremoto (la "terra"), Spirito
(l'"aria") e Mondi Sommersi (l'"acqua"). Marson,
Archetipi di territorio, Alinea Editrice, Battistini, Simboli e Allegorie, Milano,
Electa, O' Brien, Empedocle in Il sapere greco. Dizionario critico, Torino,
Einaudi, Empedocle, I presocratici, Gallimard, Kingsley, Misteri e magia nella
filosofia antica. Empedocle e la tradizione pitagorica, Il Saggiatore,
Tinaglia, Pensiero primario NPT, Lampi di stampa, Mariucci, Il Sapere degli
Antichi Greci, SteetLib, Empedocle, Reale, Per una nuova interpretazione di
Platone, Odifreddi, Le menzogne di Ulisse. L'avventura della logica da
Parmenide ad Amartya Sen, Milano, Longanesi, Milano, TEA, Corinne Morel,
Dizionario dei simboli, dei miti e delle credenze, Firenze, Giunti Editore,
Sala, Gabriele Cappellato, Viaggio matematico nell'arte e nell'architettura,
ed. Franco Angeli, Geymonat, Gianni Micheli, Corrado Mangione, Storia del
pensiero filosofico e scientifico, Volume 1, Garzanti, Paracelso, Liber de
nymphis, sylphis, pygmaeis et salamandris et de caeteris spiritibus, trad. it.
in Paracelso, Scritti alchemici e magici, Phoenix, Genova Magee, Hegel e la
tradizione ermetica, Mediterranee, Puliafito, Feng Shui: armonia dei luoghi,
Hoepli, Abbri, Le terre, l'acqua, le arie. La rivoluzione chimica del
Settecento, Bologna, il Mulino, Rogoff, Ed., IEEE Transactions on Plasma
Science, Agrippa, Of Occult Philosophy, su esotericarchives, trad. French, The
Key of Solomon, Mathers. Spagnoli,
Cabala e Antroposofia, NaturaSofia, Martini, Il dio vivente. Riflessioni sul
profeta Elia, Casale Monferrato, Piemme, Cf. Atti At 2, 2-3, su laparola, Cf.
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Guénon) ^ Anne Cheng, Storia del pensiero cinese, Vol I, Dalle origini allo
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Universale Rizzoli, Leonardo, La Filosofia Cinese, Da Confucio a Mao Tse-tung,
Biblioteca Universale Rizzoli, Yu-lan, Storia della filosofia cinese,
confucianesimo, taoismo, buddismo, Mondadori, Cles, Rigotti, Schiera, Aria,
terra, acqua, fuoco: i quattro elementi e le loro metafore, Bologna, Il Mulino.
Portale Antropologia Portale Astrologia Portale
Bibbia Portale Filosofia Portale Mitologia
Portale Religioni Fuoco (elemento) uno dei quattro elementi
classici Terra (elemento) uno dei quattro elementi tradizionali Wu
Xing. Nome compiuto: Andrea Bonomi. Keywords: i quattro elementi, “minimal use
of transformations” (Grice), chronological logic, time-relative identity, The
Grice-Myro theory of identity, A. N. Prior, Chomsky, ways of reference,
referring, existence and structure, imagery and naming, universe of discourse,
mental event, psychological inter-subjectivity, indicale, Grice on embedeed
psychological attitudes Operator, Addressee, Sender, propositional content. I
want you to know that p, Iinform you that p, I want you to want to do p, I
force you to do P, etc. Symbols in
“Aspects of Reason”, Op1 Op2 Op3 Op4 judicative volitive indicative informative
intentional imperative interrogative reflective inquisitive reflective Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bonomi,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Bontadini: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale neo-classica –de-ellenizante –I nazionalisti romani – Appio – scuola
di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Milano). Filosofo
milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “I
would call Bontadini a Griceian; first, he likes sports, like I do; second he
is a neo-classical (as I am) and a anti-anti-metaphysicist, as I am!” -- “Se Dio non ci fosse, il mondo sarebbe
contraddittorio» (G. Bontadini, Saggio di una metafisica dell'esperienza).
Esponente di spicco del movimento neotomista, che ebbe presso Milano uno dei
suoi più importanti punti di riferimento e diffusione. Iscrittosi presso Milano
quando essa aveva iniziato le sue attività, ma non era ancora riconosciuta dal
governo italiano, egli fu il terzo laureato assoluto dell'ateneo, presso il
quale fu poi professore di filosofia teoretica. Ha insegnato anche presso
l'Urbino, Milano e Pavia. Pur rifacendosi alla metafisica classica, quella
aristotelica e tomistica, Bontadini si dichiara "neoclassico"
intendendo evidenziare il nuovo ruolo che quell'antica metafisica può svolgere
nella filosofia contemporanea. Egli infatti definisce se stesso come «un
metafisico radicato nel cuore del pensiero moderno». Rifacendosi alla
filosofia idealistica ne apprezza soprattutto la «verità metodologica» che ha
evidenziato il ruolo della coscienza, del cogito cartesiano, nel cogliere il
significato dell'essere pur considerandolo come altro, diverso dalla
soggettività della coscienza stessa, realizzando cioè una identità tra il
soggetto e l'oggetto, tra l'intelletto e la sensibilità che riporta in luce
l'antica teoria parmenidea dell'identità di Essere e Pensiero. Un
Parmenide, quello di Bontadini, che non esclude la constatazione del divenire,
da un lato, e la denuncia della sua contraddittorietà, dall'altro. Due
protocolli che fanno capo rispettivamente ai due piloni del fondamento:
l'esperienza e il principio di non contraddizione (primo principio). I due
protocolli sono tra loro in contraddizione, e tuttavia godono entrambi del
titolo di verità sono verità, però, che
in quanto prese nell'antinomia (antinomia dell'esperienza e del logo) si
trovano a dover lottare contro un'imputazione di falsità. Giacché l'esperienza
oppugna la verità del logo e il logo quella dell'esperienza». Il sapere
Una nuova concezione del sapere è alla base del pensiero di Bontadini che ne
ribadisce l'origine nell'esperienza che però va intesa non più come risultato
delle operazioni della ragione (razionalismo) o come ricezione passiva dei dati
empirici (empirismo), ma come "presenza": mentre la gnoseologia
contemporanea continua a concepirla nell'ambito di un dualismo dell'essere e
del conoscere, correlando così il problema metafisico a quello del conoscere e
facendo nascere la questione, di difficile soluzione, di quale correlazione
possa esserci tra il pensiero e la realtà. Ma ogni qual volta si
considera ciò che si ritiene sia "al di là" del pensiero, questo
inevitabilmente è nel pensiero, appartiene al pensiero stesso. Quindi
ogni esperienza come presenza è assoluta, perché non costruita, ed è totale,
poiché ogni singolo fatto empirico fa parte di essa. L'unità dell'esperienza
Si arriva quindi alla concezione di "unità dell'esperienza" dove tra
l'esperienza e il pensiero si sviluppa quel rapporto di circolarità che
costituisce il sapere. Ma secondo l'insegnamento di Parmenide l'essenza
dell'esperienza è il divenire che si presenta come contraddittorio nella sua
realtà di essere e di esistere inteso come opposto al non essere. Come
può il sapere allora basarsi su una struttura contraddittoria di essere e
divenire? «Il divenire si presenta cioè contraddittorio; anzi come la stessa
incarnazione della contraddittorietà (l'identificarsi del positivo e del
negativo), come la smentita alla suprema e immediata identità: l'essere è. La
soluzione in Dio creatore «L'ente, che è temporale in quanto empirico, è eterno
in quanto divino». La contraddizione insita nel divenire cioè può essere
superata nell'esistenza di Dio creatore. La contraddizione del divenire è
superata con la dottrina della creazione, in quanto quella identificazione
dell'essere e del non essere, che riscontriamo nell'esperienza, è ora vista
come il risultato dell'azione dell'Essere, di Colui che crea dal non essere
l'essere. Ma l'essere poi non ricade, divenendo, nel nulla? Non si
può, risponde Bontadini, pensare assurdamente che l'essere sia distrutto dal
nulla ma il mondo creato da Dio è diverso da Lui ma insieme coincide nella sua
creazione non alterando la sua essenziale immutabilità. Severino, traendo
le conclusioni dalla concezione del suo maestro Bontadini in un saggio pubblicato su la Rivista di filosofia
neo-scolastica dal titolo “Ritornare a Parmenide” elimina ogni differenza tra
l'immutabilità di Dio e quella del mondo soggetto al divenire per cui ogni cosa
è eterna come è eterno Dio. Rispose con toni duramente ironici Bontadini
in un articolo dal titolo“Sozein ta fainomena”. Io mi chiesi con quale barba si
trovi, nel mondo dell'essere, il mio alter ego immutabile. Giacché, da quando
ero matricola venendo fino ad oggi, di barbe io ne ho cambiate molte centinaia.
Ora, se poniamo che tutte sono immutabili, mi pare che non troverei abbastanza
superficie sul mio corpoquello fissato per l'eternitàper fare posto a tutte. Ribadì
quindi la sua concezione del principio di creazione che permette di superare la
contraddittorietà del divenire tramite l'azione creatrice di Di, «in quanto
quella identificazione dell'essere e del non-essere, che riscontriamo
nell'esperienza, è ora vista come il risultato dell'azione dell'essere (azione
indiveniente dell'essere indiveniente). Altre opere: “Saggio di una metafisica
dell'esperienza” (Milano, Vita e pensiero); “Studi sull'idealismo” (Urbino, Argalia);
“Dall'attualismo al problematicismo. Studi sulla filosofia italiana
contemporanea” (Brescia, Scuola); “Studi sulla filosofia dell'età cartesiana” (Brescia,
La scuola); “Dal problematicismo alla metafisica. Nuovi studi sulla filosofia
italiana contemporanea, Milano, Marzorati); “Indagini di struttura sul
gnoseologismo moderno” (Brescia, La scuola); Il compito della metafisica”
(Milano, Fratelli Bocca); “Studi di filosofia moderna, Brescia, La scuola); “Conversazioni
di metafisica” (Milano, Vita e pensiero); Metafisica e de-ellenizzazione”
(Milano, Vita e pensiero); “Appunti di filosofia, Milano, Vita e pensiero), “Metafisica
e de-ellenizzazione”; “Sull'aspetto dialettico della dimostrazione
dell'esistenza di Dio”. Espulso per le sue posizioni filosofiche dalla Cattolica
di Milano. Sembra qui tornare il Deus sive Natura di Spinoza. “Sozein ta
fainomena”. Dal diveniente all'immutabile. Studio sul pensiero di Gustavo
Bontadini, prefazione di Emanuele Severino, Venezia: Cafoscarina,. Bontadini e
la metafisica. L'Essere è Persona.
Riflessioni su ontologia e antropologia filosofica in Gustavo Bontadini,
Orthotes, Napoli-Salerno. Francesco Saccardi, Metafisica e parmenidismo. Il
contributo della filosofia neoclassica, Orthotes, Napoli-Salerno. Dizionario di
filosofia. SIEKE. APPIO. Historische disöertation, welche... ^M vi
"^r. eingereicht hat. Marburg, Thesis. Marburg. APPIVS CLAVDIUS
CÆCVS CENSOR. HisTORiscFiE Dissertation, WELCHE ZUR ErLAKGUXG DER
DoCTüRWÜRDE BEI DER Philosophischen Facultät DER KÖNIGLICHEN
Universität Marburg EINGEREICHT HAT -- SIEKE. MARBURG. Der Censor APPIO ist schon den Alten ein Problem gewesen.
Die Quellenberichte, welche uns vorliegen, geben uns keineswegs ein
einheitliches und übereinstimmendes Bild; wir werden vielmehr zwischen
den einzelnen Gewährsmännern sowohl in Bezug auf die Thatsachen, als auch
auf das Urteil über den Censor und seine politische Wirksamkeit die
grössten Unterschiede und Widersprüche finden. Von den alten
Autoren haben sich, wie das natürlich ist, die Differenzen auf die
neueren Forscher übertragen. In diesem Widerstreit der
Meinungen galt es für mich, eine feste Grundlage für alle Erörterungen zu
finden. Und diese glaube ich in dem Satze sehen zu müssen, dass der
Bericht Diodors über die Censur der älteste, reinste und beste ist,
welcher uns überliefert ist. Von diesem Berichte müssen wir bei jeder
einzelnen Frage ausgehen, ihn überall zu Grunde legen. Von keinem neueren
Forscher scheint mir dieser quellenkritische Grundsatz konsequent
durchgeführt zu sein. Dies zu versuchen, ist die Aufgabe der
folgenden Abhandlung. Amtsantritt und Amtsdauer des Censors App.
Claudius. Die Quellen, aus denen fast allein die Kenntnis von
der Censur des APPIO und überhaupt seiner Persönlichkeit und politischen
Wirksamkeit fliesst, sind Diodor und LIVIO. Verschiedener zu-
fälliger Erwähnungen des Censors bei anderen Schriftstellern sowie seines
Elogiums (Corp. Inscr. lat.), welches die Ämterlaufbahn giebt, werden wir
im Gange der Darstellung zu gedenken haben. Ich stelle die Berichte
der beiden Hauptquellen im Zusammenhang voraus. Diod. lautet:
'Ev dt "Fotfifi xartx lomov tot iviamov ri^n^rai; «Aovto xai rovTViv
o eteQOi: '^titiio^ K'/Mudiog inmoov l%on' tov avvctiixoyTa yUvxiov
Ilkuriiov tio'A/m nur ^GTituiiav vo/ulfiMv ixivf^ae, xat n^onov fih to
xaloö^ttrov ^'ATiTtiOvvÖMQ and atadiiov oydoi-xoma xmi-yayfv dg rijv
'Piofn;v xai TiolXd Tiov dt]/iWaio)r xQ^Jf^ckm' eig lavrr^r n]v
xazaaxevfjv dvi^kcjasv av€v doyitiatog rijc; aiyxh'^iov. fif-uc dt ravta
lijg a^'avTOv xh^&eiat^g ''AnTiiag oöov rd 7cktov fitQOi; d^oig
areQeoig xartarQwaev and 'Pio/iit^g f^x^i^ Kanvi^g ovroi: tov
öiaöTrjltiaTOi; aradiviv Tiltiown'*' i^dnon' rovi; /.dv vnsQtxovTai;
öiaüxcci^fag roug dt (paQayyviöfig ?} xoilovg dvalrifi^iaaiv d^iohlyotg
iSiocooccg xaravi^hoatv dnaöag rag ör^liwalag n()oa6dovgy auzod de
juvi^juelov d&dvarov xaTehnev dg xoivrjv evx{)j]aTiav cpiloTifiT^d^eig'
xatejiii^t dt xai rijv auyxh]TOv ov tovg evyevslg xai nQOtxovTag xdig
a'^uofiaac 7i()ogyiid<pcov ^lovovg, uig r^v si^oS, dlkd nollovg xai
rtov d7iBXtvd^i{)iov vlovg dvt^u^B^ i(f olg ßaQtojg tfSQOv oi
xavx^o/nevoi Tijg eoyeveiag* edioxe dt Toig noUTaig xai ti]y t^ovalav
onoi TiQoaiQoh'TO rifii^- aaa^ar ro dt okov dQclt' rtOrjaavQiafutvov
xax" avrov TiaQa rolg iTiKpavtatdioig rdv <p^dvov i^txhve rd
Tt^oaxomHy^iöi tiov dllojv Tiohtviv dvTiiay^ia xaTaoxevd^on' rjj rwv
svyevdjv dkko- TQiozr^Tt TTJv 7ia(td lioY nokhov evvoiav xai xaid fitv
T?jv tiov Innkiiv doxijtiaaiav ovdevdg dcfsü.eTO rdv 'innov, xard dt
r?}v TcJv avvtdQtJv xatayQaipi]}' oudtva tiov ddo^ovvTon'
avyxh]TixLov t^tßakevj onti) j}y td^og noielv rolg rifirjaJg, a^' oi fih
vnaTOi did TOV (fO^drov xa) duc rd ßovltotha Tolg tniffareOTaTOig
x«- ()U€Gi)^ai oimy/or n)v Oüyyh]TOv ov ti)v vrid toütov
xaraleyelöav, dlld T}]v und Ttr7v n()oyty€V7^^itru)v tifirjiör
xcaayqacptlöav o dt di^jiwg jOiTOig fitv dvTi7T()dTTiov, Tift dt ^AnnUi*
ov/ii(pikoTt jitovuti'og Xia f/;r nor dcoytTtor 7ii)oay('tyt]r ßtßcucoaai
ßov?,6fitrog dyo()dvofior tiktio trg tniifartaititag dyoi>avoftiag
vidv dnelevd^iiiov rralov 0/Mßiov, og n^onog ' FiD^ialuv TavTrjg
Trjg di)xrjg f-V<7« naiodg vh'
dtdov'/.tixoTog.ddt^'AnniogzijgdQyrjg dno/.v&e}g xai tov andTijg
avyxlrjtovip^ovov 8vkaßr;^€lg nQoaenoiijO^r^ rvcpkdg elvai xai xar oixiav
ejAeivsv. LIVIO: Et censura clara eo anno APPIO et C. Plautii fuit,
memoriae tarnen felicioris ad posteros nomen Appi, quod viam munivit et
aquam in urbem duxit, eaqüe unus perfecit, quia ob infamem atque
invidiosam senatus lectionem verecundia victus collega magistratu se
abdicaverat: APPIO iam inde antiquitus insitam pertinaciam familiae
gerendo solus censuram obtinuit Itaque consules, qui eum annum
secuti sunt, C. Junius Bubulcus tertium et Q. Aemilius Barbula
iterum, initio anni questi apud populum deformatum ordinem prava
lectione senatus, qua potiores aliquot lectis praeteriti essent,
negaverunt eam lectionem se, quae sine recti pravique discrimine ad gratiam et
libidinem facta esset, observaturos, et senatum extemplo citaverunt eo
ordine, qui ante censores App. Claudium et C. Plautium
fuerat. Permulti iam anni erant, cum inter patricioa magistratus
tribunosque nulla certamina fuerant, cum ex ea familia, cui velut fato
lis cum tribunis et plebe erat, certamen oritur. APPIO (si veda) CLAUDIO
censor circumactis decem et octo mansibus, quod Æmilia lege finitum censuræ
spatium temporis erat, cum C. Plautius collega eius magistratu se
abdicasset, nulla vi compelli, ut abdicaret, potuit. P. Sempronius
erat tribunus plebis, qui finiendae censuræ intra legitimum tempus
actionem susceperat, non populärem magis quam iustam nee in vulgus quam
optimo cuique gratiorem (Schluss): Haec taliaque cum dixisset,
prendi censorem et in vincula duci iussit. adprobantibus sex tribunis
actionem collegae tres appellanti APPIO (si veda) CLAUDIO auxilio fuerunt, summaque
invidia omnium solus censuram gessit. APPIO censorem petisse consulatum,
comitiaque eius ab L. Furio tribuno plebis interpellata, donec se censura
abdicarit, in quibusdam annalibus invenio. creatus consul, Ceterum
Flavium dixerat aedilem fore nsis factio, APPIO (si veda) CLAUDIO
censura vires nacta, qui senatum primus libertinorum filiis lectis
inquinaverat et, posteaquam eam lectionem nemo ratam habiiit, nee in
curia adeptus erat, quas petierat opes urbanas, humilibus per omnes
tribus divisis forum et campum corrupit ex eo tempore in duas
partes discessit civitas: aliud integer populus fautor et cultor
bonorum, aliud forensis factio tenebat, donec Q. Fabius et P. Decius
censores facti, et Fabius, simul concordiae causa, simul ne humillimorum
in manu comitia essent, omnem forensem turbam excretam in quattuor tribus
coniecit urbanasque eas appellavit. adeoque eam rem acceptam gratis
animis fcrunt, ut Maximi cognomen, quod tot victoriis non pepererat, hac
ordinum temperatione pareret Diodor berichtet die Wahl des APPIO zum
Censor zu Ol. Er erzahlt, man habe
in diesem Jahre den APPIO und Lucius (sie!) Plautius zu Censoren
gewählt. Es ist dies das Jahr der Varronischen Zählung oder das
Jahr v. Chr., das Jahr der Consuln Q.
Fabius und C. Marcius (Diod.). Zugleich erzählt er an dieser Stelle
alles, was er von der Censur zu berichten hat; nur noch einmal erwähnt er
späterhin den App. Claudius, nämlich als
Consul des Jahres Ol. 118 d. i. des Jahres aer. V. V.
Chr. Livius, welcher die Nachrichten über den Censor annalistisch
zersplittert, setzt den Amtsantritt der Censoren App. Claudius und Gaius
(!) Plautius unter das Consulat des M., 1 TL 44* Ä6r. VÄrr.
Valerius und P. Decius (IX, 29), d. h. m das Jahr 312 v. chr. Zum Jahre
^ berichtet er, dass App. Claudius nach Verlauf von IS Monaten, welches
nach der lex Aemilia die gesetzmässige Dauer der Censur war, sein Amt nicht
niedergelegt, sondern es, obwohl sein College C. Plautius abgedankt habe,
bis zur Bewerbung um das Consulat 1. J. -^ fortgeführt habe (IX, 42,
3). Es besteht also im chronologischen Ansatz der Censur zwischen
Diodor und Livius eine Differenz von zwei Jahren. Die neueren Forscher
schliessen sich sämtlicii, olnie die Differenz zu erörtern, dem Livius an
(vgl. Xiebuhr, K. G. Mommsen, R. G. R. Forsch, Wir w^erden jedoch den Ansatz
Diodors als den richtigen erkennen. Schon das allgemeine
Quellenverhältnis der beiden Autoren, ihr Wert und ihre Glaubwürdigkeit,
wird bei der Entscheidung der Frage von Bedeutung sein. Es ist eine
seit Niebuhr feststehende Thatsache, dass die bei Diodor erhaltenen
Berichte über die ältere römische Ge- schichte eine weit bessere und
glaubwürdigere Tradition sind als die livianisclien (Xiebuhr, R. G.
Kissen, Rhein. Museum XXV, 27; vgl. dagegen Schwegler, R. G. 11, 22. III,
199). Während diese von Fälschungen völlig durchsetzt sind, bis in das
geringste Detail durch die Tendenz rhetorischer Ausschmückung und
Erweiterung und patriotischer Verherrlichung entstellt sind und infolge
dessen eine sehr trübe Quelle bieten, so weisen die Berichte Diodors, so
wenig ihrer sind, und so knapp und lücken- haft diese wenigen auch sind
(vgl. jNFommsen, R. Forsch. Chron. Niebuhr, R. G. Volquardsen, Quelle Diodors
11) eine fast reine und unver- fälschte Tradition auf. Die
Quelle, aus der Diodor geschöpft hat, reicht eben in relativ alte Zeit
hinauf. Freilich lä^st sich sein Gewährsmann nicht mit Bestimmtheit
nachweisen ; es ist nicht erwiesen, dass Fabius, der älteste römische,
noch griechisch schreibende Annalist, Diodors Quelle sei (Petavius,
Doctr. Tempi. Lib. IX, C. 55. Wesseling zu Diodor XI, 1. Xiebuhr, R. G.
II 192 A. 629 if., wo aber das 13, und 14. Buch Diodors
ausgenommen ist. Mommsen, Chron. 221. R. Forsch. Fabius und Diodor." Vgl.
dagegen Schwegler, R. Gesch. Peter, Zur Kritik der Quellen der ältesten
römischen Geschichte, 118 f. Nitzsch, Rom. Annalistik, 227. Niese,
Hermes XIII, 412 f. Thouret, Fleckeisens Jahrbücher, Splb. 1880. Meyer,
Rhein. Museum); es ist leere Hypothese, dass Diodor aus der angeblich
ältesten Redaktion der römischen Annalen, welche der Schützling und
Parteigenosse unseres App. Claudius, derÄdil Gn.Flavius, bewerkstelligt
haben soll, geschöpft habe (Nitzsch, R. Annalistik, 229 if. ; vgl.
Momnisen, Chronol. R. G. I, 467. R. Forsch. Schwegler, R. G.); ebenso
hypothetisch ist die Behauptung, dass L. Piso, ein Annalist aus der
Grachenzeit, Diodors Quelle sei (Clason, Heidelberger Jahrbücher 1872 S.
35. R. G. I, 17. Klimke, Diodor und die röm. Annalistik. Colni, Philologus
1883. S. 1 bis 22; vgl. Mommsen, R. Forsch. 11, 338 A); ganz in der
Luft aber schwebt die neueste Ansetzuug Matzats, der in L. Cincius
Alimentus, neben Fabius dem ältesten römischen Annalisten, Diodors
Gewährsmann sieht (Matzat, R. Chronol.; vgl. Niese, Piniol. Anzeiger 1884 S.
554 f.). Aber wenn auch alle diese Versuche, die Quelle Diodors mit
Sicherheit zu ermitteln, misslungen sind, so ist dieselbe dennoch in
relativ alte Zeit hinaufzusetzen (vgl. Rhein. Museum 37, 617). Dagegen
gehören die Quellen des Livius fast nur der sullanischen und
nachsullanischen Zeit oder sogar der cicero- nischen und augusteischen
an, wo der Fälschungs- und Aus- schmückungsprozess der Annalistik in
vollem Gange war. Zuweilen nennt Livius zwar ältere Gewährsmänner, den
Fabius, Cincius, Piso; aber sehr wahrscheinlich hat er diese nur aus
zweiter Hand benutzt oder höchstens an dieser oder jener Stelle kurz
eingesehen. Meistens nennt Livius als Gewährsmänner Namen wie Lic. Macer, Val.
Antias, Aelius Tubero, von deren ersterem es z. B. feststeht, dass er ein
Geschichts- fälscher im verwegensten Sinne des Wortes war (Mommsen,
R. Forsch. I, 1 ff. II, 315 f. Seeck, Kalendertafeln der Pon- tifices S.
42 ff.). Alle Fälschungen darf man freilich nicht diesen Männern
zuschreiben, es giebt Anhaltspunkte, dass die Ausschmückung der Annalen
selbst zu Ciceros Zeiten fort- geführt wurde (Niese, Observationes de
annalibus Romanis^ Marburg 1885 L 13). Im einzelnen lassen sich die
livianischen Berichte nicht auf bestimmte Quellen zurückführen. Man
hat ^s zwar, wie für die 3., 4. und 5. Dekade (Nissen, Kritische
Untersuchungen über die Quellen der 4. und 5. Dekade des Livius. Böttcher, Quellen des Livius im 21. und 22.
Buch), «o auch für die 1. Dekade zu thun versucht (Nitzsch, Röm.
Annalistik; Clason, R. G.); aber die Mittel, die man dabei -angewandt
hat, leisten keine Bürgschaft für die Wahrheit der Resultate (vgl. Peter,
Zur Kriiik der Quellen S. ü ff. Mommsen, R. Forsch). Das dargelegte
Quellenverhältnis zwischen Diodor und Livius, wonach Diodor eine weit
ältere und getreuere Ueber- lieferung giebt als LIVIO, lässt sich für die
Kriegsgeschichte, Verfassungsgeschichte sowie auch für die Zeitrechnung
und die Fasten, auf denen die Chronologie beruht,
nachweisen. Mommsen hat an schlagenden Beispielen die Güte der
diodo- rischen Tradition gegenüber der sonstigen, namentlich der
livianifcchcn, nachgewiesen (R. Forsch. II, 222 fl'.). Zwei der
Mommsenschen Beispiele betreffen die Fasten (die Consuln des Jahres 433,
die Consulartribunenliste a. a. O.). Selbst bei chronologischen
Einzelan?ätzen ist derjenige Diodors, wenn €r von dem des Livius
abweicht, immer der richtige. Gerade in der Zeit des sog. zweiten
Samnterkrieges, in welche die Censur unseres App. Claudius fällt, können
wir mehrfach bei Livius Verschiebungen von Ereignissen um mehrere
Jahre finden, so berichtet Livius den Waffenstillstand des Jahres 320 zu
318 (IX, 20 vgl. Rhein. Museum 25, 34;, so setzt er den Anfang des
Etruskerkrieges schon ins Jahr 312 (LIVIO, Diodor Fleckeisens
Jahrb. Splb.). Das allgenn'ine QuellenverhälMiis, wie wir es dargestellt
haben, weist darmif hin. 'lass wii in Betreff des Zeitansatzes der Censur
unseres Ajjp. Claudius bei Livius eine Verschie- bung anzunehmen und dem
Diodor zu folgen haben werden. Zudem lassen sich
hierfür eine Reihe von sachlichen Gründen geltend machen. Zunächst ist zu
erwähnen, dass sich in des Livius eigener Erzählung Spuren von der
ünwahrscheinkeit seines Ansatzes finden. Wenn nämlich Livius den
Amts- antritt des Censors in das Jahr 312 setzt und zum Jahre 310
berichtet, dass die 18 Monate, in welchen App. Claudius nach der lex
Aemilia gesetz- mässiger Censor war, abgelaufen seien, so folgt daraus,
dass sich die 18 ]\Ionate auf ;> Jahre erstreckt liätten, und
dass App. Claudius seine Censur in der zweiten Hälfte des
Jahres 312 angetreten habe. Nun aber ist nach allem, Avas wir von
diesen Verhätnissen wissen, ziemlich sicher, dass die Censoren gewöhnlich
kurz nach dem Amtsansritt der ihre Wahl leitenden Oberbeamten, der
Consuln, d. i., um hier nur eine allgemeine Bestimmung zu geben, im
Frühjahr gewählt wurden i]\Iommsen, Str. II, 324
ff.)? sodass also die 18 Monate jedes Mal schon im nächsten Jahre
abliefen. Eine Erstreckung der Censur über 3 Jahre ist nirgends bezeugt,
vielfach aber ist überliefert, dass das Lustrum, der Abschluss der
censorischen Thätigkeit, im folgenden Jahre stattfand (De Boor,
fasti censorii S. 9., LIVIO De Boor, S. 10, Liv. X, 47, 2. i. J. 209. De
Boor S. 15, Liv. XXVII, 36, 6 cf. 11, 7 u. s. w.). So wird auch die
Censu des App. Claudius, solange sie rechtmässig war, t^ich nicht
über 3 Jahre erstreckt haben. Vielmehr wird durch diese Angabe des Livius
sein chronologischer Ansatz sehr unwahr- scheinlich gemaclit.
De Boor (fasti censorii) hat die zwischen Diodor und Livius
bestehende Differenz zu Gunsten des livianischen An- satzes so
auszugleichen versucht, da^s er annimmt, Diodor habe die Censur deswegen
zum Jahre 310 behandelt, weil er unter diesem Jahre in seiner Quelle die
wichtigsten Ereignisse der Censur, die Zwietracht des App. Claudius mit
seinem Collegßn C. Plautius und die Uebertretung des über die Dauer
der Censur gegebenen Gesetzes (lex Aemilia) von Seiten des App. Claudius,
berichtet gefunden hätte. Diese Annahme hebt aber einerseits nicht das
Bedenken, welches über die Ausdehnung der Censur oben geltend gemacht
ist, und dann widerspricht sie direkt den Worten Diodors, dessen
Bericht so beginnt: tv <)t ' Pv'tiii] zcaa rovrov iny triavrov
/444 \ ^ f ',' t f " # 1f -J Tiiirini^ hi/.inro y.ca lovntv o
fTfooc, ^iTTcrio^ hhxv- tho^ etc. — Man könnte nun für den
livianischen Ansatz anführen, dass sowohl die Capitolinischen Fasten, als
auch Frontin und Cassiodor mit Livius übereinstimmen. Frontin (de aquis 5) und Cassiodor setzen die Censur unter das
Consulat des M. Valerius und P. Decius d. h. in das Jahr 312. Aber
dies hat unserer Ansicht nach absolut keine Bedeutung; denn die
gesamte nachlivianische Geschichtschreibung über die römische Republik
ruht auf den Schultern des Livius, alle Historikei*^ nach Livius gebrauchen
ihn als Gewährsmann, so haben auch sor.der Zweifel Frontin und Cassiodor
diese chronologische Angabe aus Livius geschöpft. Von
grösserer Bedeutung schon könnte es sein, dass die Capitolinischen Fasten
gleichfalls mit Livius übereinstimmen, indem sie berichten (C. J. L, I,
432 z. J. ^, De Boor, a. a. O. S. 8), dass im
Jahre 312 App. Claudius und C. Plautius das 2ß. Lustrum gefeiert hätten.
Es pflegen nämlich die Capitolinischen Fasten zum Antrittsjahr der
Censoren die Lustration zu berichten, obwohl das Lustrum doch als
Schluss- akt der censorischen Thätigkeit gegen Ende der Censur,
also im 2. Jahre der Censur, abgehalten wurde (Mommsen, Str. 11^
326 A.). Aber auch diese Uebereinstimmung des Livius mit den
Capitolinischen Fasten kann nichts für den livianischen Ansatz beweisen.
Es ist zwar sicher, dass die Fasten des Livius^ obwohl die
Capitolinischen Fasten, als Livius schrieb, schon auf dem Forum standen
(Mommsen, R. Forsch), doch von den letzteren unabhängig sind, und dass
zwischen beiden die grundsätzlichen Differenzen bestehen, welche
überhaupt die Fasten der Jahrtafel (Fasti Capitolini, Chronograph v.
J. 354, Idatius, Paschalchronik) von denen der Chroniken <Diodor,
Dionys, Livius, Cassiodor) trennen, deren wesent- lichste die ist, dass
die Jahrtafel die sog. 4 Diktatorenjahre <v. Chr.) der chronologischen
Aus- gleichung wegen eingefügt hat, während die Chroniken
-dieselben weder nennen noch zählen (Mommsen, R. Chronol. 110 ff.). Aber
ebenso sicher ist, dass die Capitolinischen Fasten, wie die gesamte
Jahrtafel, aus keiner besseren und früheren Quelle geflossen sind als die
des Livius, während <iie Fasten und die Chronologie des Diodor auf
derselben guten, alten Quelle beruhen, aus denen seine Berichte ge-
flossen sind (vgl. Rhein. Museum). Es giebt eine Menge Beispiele dafür,
dass, während Livius und die €apitolinisclien Fasten gefälschte oder
entstellte Fasten und falsche Chronologie haben, Diodor die echten Fasten
bewahrt und die richtige Chronologie giebt (vgl. Mommsen, R. Forsch
II, 222 u. passim). Deshalb geben wir auch hier dem diodorischen
Ansatz den Vorzug. Es bedarf noch der Untersuchung, wie derselbe in
die Reihe der Lustren und Censoren, die uns, obzwar nicht von
'Quellen ersten Ranges überliefert ist, passt. Die Vorgänger des App. Claudius in der Censur traten ihr Amt i. J.
318 an. Darin stimmen die Capitolinischen Fasten mit Diodor und
Livius überein (C. J. L. I, 432 z. J. ^f, Diod. XIX, 10 Liv. IX, 20,
5). Wenn die beiden letzten dies auch nicht ausdrücklich sagen, so
berichten sie doch, dass in diesem Jahre die Tribus Falerna und Ufentina
neu eingerichtet seien. Die Neueinrichtung der Tribus
war aber ein censorisches Geschäft (LIVIO, cf. Mommsen, Str. II,
361 m. A. 1.) Zwischen dem Amtsantritt, und füglich auch dem Lustrum,
dieser Censoren und demjenigen des App. Claudius und C. Plautius lagen
demnach, wenn wir dem Livius und den Capitolinischen Fasten folgen, 6
Jahre (318—312); wenn wir mit Diodor den Amtsantritt des App. Claudius
ins Jahr 310 setzen, 8 Jahre (318—310). Die nächsten Censoren, M.
Valerius und C. Junius, wurden im Jahre 307 gewählt <fasti Capit. C.
J. L. I, 432 z. J. ^J^ Liv. IX, 43,25). Das Lustrurn des App. Claudius
und C. Plautius ist also nach Livius vierjährig (312—307), nach Diodor
zweijährig; das Jahr 309 ist nämlich als Diktatorenjahr nicht zu
berechnen^ Die Nachfolger in der Censur, Q. Fabius u. P.
Decius, bind nach dem Zeugniss des Livius (IX, 46, 13,) und der Ca-
pitolinischen Fasten ((J. J. L. z. J. ~) i. J. 304 gewählt; efv liegen
also zwischen ihrem Amtsantritt und dem ihrer Vor- gänger drei Jahre. Das
Lustrum des Q. Fabius^ u. P. Decius war dreijährig; die folgenden
Censoren traten nämlich ihr Amt i. J. 300 an, wie ^loramsen aus den
Resten der Capitolinischen Fasten eruiert hat (C.,1. L. I, 566 z.
J. ~) ; das Jahr 303 ist dabei als Diktatorenjahr nicht zu rechnen.
Schon aus dieser Reihe der Lustren, welche dem des- App. Claudius
und C. Plautius unmittelbar vorangingen und folgten, geht hervor, dass
das Lustrum kein bestimmter Zeit- raum damals gewesen sein kann. In der
späteren Zeit, seit dem hannibalischen Kriege, wurde als regelmässige
Frist des- Lustrums 5 Jahre festgesetzt und es ist lange so
durchgeführt worden (De Boor, fasti censorii S. 15 — 20), bis die
beginnende Revolution das Institut erschütterte und bald ganz
zerstörte (Mommsen, Chronol. 161. Str. II, 318). In der früheren
Zeit waren die Lustrenintervalle ganz imbestimmt ; es werden Lustren von
3, 4, 5 und mehr Jahren überliefert (De Boor, a. a. 0. S. 1 14), ja eins wird ausdrücklich als
siebzehn- jährig bezeichnet (Dionys XI, 63). Eine solche Unregel^
mässigkeit kann doch offenbar nicht erklärt werden, wenn man nicht für
die frühere Zeit auf die Annahme des Lustrums^ als einer festen Zeitfrist
verzichtet; falsch ist es, wenn Mommsen meint, das Lustrum sei, wie die
griechische Olym- piade, ursprünglich ein vierjähriger Zeitraum gewesen,
aber es sei dies nur als Minimaldauer festgesetzt worden (Chronol.
158. Str. II, 316): es sind ja doch mehrere dreijährige Lustren sicher
bezeugt ; unbewiesen ist ferner, wenn De Boor als anfängliche
Minimaldauer des Lustrums drei Jahre ansetzt (a. a. 0. S. 43 f.).
Die Dauer des Lustrums war ohne Zweifel von der all- gemeinen Lage des
Staates abhängig, je nach den Bedürfnissen war das Lustrum länger oder
kürzer. Für mehrere Lustren ist es bezeugt, dass sich ihre Kürze aus der
Lage der Zeit erklärt z. B. für die des Jahres 89 u. 92 v. Chr. (vgl.
Rhein. Museum 25, 487). Da nun das Lustrum ursprünglich kein
fester Zeitraum war, so widerspricht dem die Annahme des
appianischen Lustrums als eines zweijährigen nicht, obgleich kein anderes von
solcher Kürze nachweisbar ist. Diese aber erklärt sich aus den
Zeitverhältnissen von selbst : Die Patrizier waren durch die Anordnungen
des Censors App. Claudius, seine senatus lectio und Tribusänderung, hart
getroffen und suchten so schnell als möglich dieselben zu nichte zu
machen (s. unten, vgl. Niebuhr, R. G. III, 374. Mommsen, Chronol.).
Deshalb wählten sie schon zwei Jahre nach dem Amtsantritt des App.
Claudius, also gleich im Jahre nach des Appius Lustration, i. J. 307,
neue Censoren, den M. Valerius u. C. Junius. Da aber diese Censoren
nichts erreichen konnten — wir wissen nicht, aus welcher Ursache,
da von ihrer Amtsführung nichts überliefert ist (Liv., VALERIO MASSIMO) — so
wurden schon nach weiteren drei Jahren, i. J. 304, neue Censoren in den
Personen des Q. Fabius u. P. Decius gewählt, welche alsbald die
Tribus- verteilung des App. Claudius rückgängig machten oder
wenigstens umänderten (s. unten). Auch die anstössige Senats- liste des
App. Claudius (s. unten) wurde von den Patriziern sogleich umgestossen,
u. zwar sofort von den Consuln des folgenden Jahres. Dies waren, wenn
wir, wie es richtig ist, mit Diodor den Amtsantritt des App. Claudius in
das Jahr 310 setzen — das Jahr 309 ist Diktatorenjahr — die Consuln
d. J. 308, Q. Fabius u. P. Decius (Diod., LIVIO). Also haben, wenn wir der
guten Quelle Diodors folgen, dieselben Männer, welche als Censoren i. J.
304 die Tribusänderung des App. Claudius
rückgängig gemacht haben,^ als Consuln i. J. 308 die Senalsliste des App.
Claudius umgestossen. Und es ist diese Thatsache in sich sehr wahr-
scheinlich: denn nachdem die ersten Nachfolger des App. Claudius in der
Censur die Abschaffung der Tribusänderung des App. Claudius nicht hatten
erreichen können, ist es sehr natürlich, dass die Patrizier nun die
Männer, welche schon als Consuln so energisch gegen die Neuerungen des
App. Claudius vorgegangen waren, zu Censoren wählten. Dies
von der Kritik hergestellte Zusammentreffen scheint mir unsere Ansiclit,
dass Diodors chronologischer Ansatz der richtige sei, wesentlich zu
stützen. In den Quellen des Livius ist also die Censur von
310 auf 312 verschoben: der Grund dieser Verschiebung hängt mit der
Ansiclit des Livius über die Amtsdauer des APPIO zusammen, worüber wir nun zu
sprechen haben. Die Censur ist nach der
Ueberlieferung (Liv. IV, 8, Dion. XI, 63, Zonaras VII, 19, Val. Max IV,
13, Frontin, de aquis 5) bei ihrer Einsetzung (443 v. Chr.) als
fünfjährige Magistratur bestimmt worden. Die lex Aemilia d. J. 434
V. Chr. soll sie dann auf 18 Monate beschränkt haben (Liv.). Wahrscheinlich aber
ist sie überhaupt erst i. J. 434 V. Chr. eingesetzt worden u. von Anfang
an auf 18 Mo- nate beschränkt gewesen (Mommsen, Chronol., Str. II,
322, vgl. dagegen Rhein. Museum 25, 480 ff.). Die angeführte
lex Aemilia nun hat APPIO, so erzählt Livius, eigenmächtig übertreten,
indem er nach Ver- lauf von 18 Monaten sich das Amt selbst
prorogierte (LIVIO). Betrachten wir die Angaben des Livius
hierüber, so müssen wir zunächst das Resultat einer Mommsenschen
Abhandlung berücksichtigen: „Die patrizischen Claudier" (Rom.
Forsch.). Mommsen hat darin nachgewiesen, dass in den jüngeren römischen
Annalen, bei Livius u. Dionysius u. bei den aus diesen schöpfenden
Sueton u. Tacitus alle Glieder der alten und hochadligen gens
Claudia eine ähnliche oder dieselbe Rolle spielen, indem sie
sämtlich vom höchsten Adelstolz und höchster Feindseligkeit gegen
die Plebs beseelt sind. Nicht bloss wird dies häufig von der geiiB
Claudia im allgemeinen ausgesagt (gens superbissima in plebem Romanam LIVIO),
sondern man lässt alle Claudier, welche auf dem politischen Schauplatz
auftreten, harte Kämpfe mit der Plebs und den Volkstribunen auskämpfen.
Ja, es^ kehren sogar häufig Reden von Claudiern gegen die Plebs
oder umgekehrt claudierfeindliche Reden von Volkstribunen wieder,
worin sich offenbar die Erfindung ausdrückt. Dass Livius oder Dionysius
die Erfinder seien, wird Niemand annehmen. Mommsen meint, die Fälschung
sei in politischer Tendenz ge- schehen, ein wütender Claudierfeind zur
Zeit der Bürger- kriege habe die Annalen in solch claudierfeindlichem
Smne gefälscht: und zwar sei dies L. Macer gewesen. Die letzte
Behauptung ist völlig unbewiesen, und was die Erfindung selbst angeht, so
glaube ich nicht, dass sie in politischer Tendenz geschehen ist ; sie
scheint vielmehr aus der rlietorischen Strömung, welche die römische
Geschichtschreibung beherrscht, geflossen. Man suchte nach allen Mitteln,
die Erzählung ausschmückend zu erweitern, und wie so vieles in den
Annalen, z. B. die meisten Schlachtberichte, nach feststehenden
Mustern erzählt wurde, so wurden, da vielleicht ein Claudier ein
adelstolzer Junker war, alle Claudier schablonenhaft als Volks- feinde
behandelt. Dieselbe Rolle ist nun auch unserm Censor übertragen,
was wir zunäclist und besonders aus der Erzählung von der ungesetzlichen
Fortführung der Censur ersehen. Livius be- richtet hierüber zuerst, App.
Claudius, heisst es da, vollendete die Bauten allein, weil sein College
C. Plautius aus Scham über die ruchlose und gehässige Senatsliste
ab- dankte, während Appius mit dem alten Claudiertrotze die Censur
weiterführte. Daraus muss geschlossen werden, dass C. Plautius abgedankt
habe, ohne die senatus lectio zu billigen, oder wenigstens gleich nach
ihrer Vollendung. Da aber die Censoren die senatus lectio kurz nach dem
Amts- antritt vornahmen (Mommsen, Str. II, 3i)6, Lange, Alter-
thümer, Willems, le senat de la republique Romaine), was auch nach der Ordnung
der Erzählung bei Diodor und Livius in der Censur des App. Claudius
ge- schehen zu sein scheint, so müsste C. Plautius vor Ablauf der
18 Monate abgedankt haben (vgl. Weissenborn, Livius zu IX, 29, 7.
Willems, a. a. 0. I, 186). Dies hat schon Frontin (de aquis) aus Livius'
Worten gefolgert; er sagt: sed quia is (Plautius) intra annum et sex
menses deceptus a collega . . . abdicavit se censura. Aber an einer
späteren Stelle sagt Livius selbst, dass C. Plautius nach Verlauf
von 18 Monaten vom Amte abgetreten sei. Er widerspricht sich also
ausdrücklich. Von dem Verhältnis des App. Claudius zu seinem Collegen
wissen wir nur, dass letzterer alles that oder thun musste, was Appius
wollte (Diodor a. a. O. : VTitjxoov f/wv tov avvcc()xovTCi Aevy.iov
nkavTiov)^ also eine untergeordnete Rolle spielte. Er hätte ja die
senatus lectio durch seinen Widerspruch vernichten können. An das
Verliältnis des App. Claudius zu C. Plautius hat die Fälschung des Livius
offenbar angeknüpft. Sie ist gemacht, um den Censor, den Claudier, als
ungesetzlich handelnden Mann darzustellen, dass er gegen das Gesetz der
Collegialität (Mommsen, Str. IT, 312) die Censur allein fortgeführt habe.
Aber damit begnügte sich der Fälscher noch nicht. Er erdichtete auch noch
eine Fortführung des Amtes über die gesetzmässige Dauer hinaus. „Viele
Jahre, so beginnt Livius hierüber zu erzählen, waren schon vergangen,
seit zwischen den patrizischen Magistraten und den Volkstribunen
keine Streitigkeiten stattgefunden hatten, als aus der Familie, quae
velut fatalis ad lites cum tribunis ac plebe erat, sich ein Kampf erhob.
App. Claudius konnte nach Ablauf der gesetzmässigen Frist der Censur
nicht bewogen werden, sein Amt niederzulegen. Der Volkstribun P.
Sempronius übernahm die Aufgabe, ihn zur Abdankung zu zwingen. Livius
setzt selbst hinzu, dass diese actio ebenso populär als gerecht und
auch dem Volke angenehm gewesen sei, w^ie den Optimaten; dennoch rechnet
er sie zu den Streitigkeiten, welche den Claudiern mit der Plebs und
ihren Tribunen gleichsam vom Schicksal beschieden gewesen seien. Der
Tribun Sempronius erinnerte nun den Ap]). Claudius ener-iscli an die lex
Aemilia. Dieser erwiderte, dnss dies Gesetz nur für die beim Erlass
desselben amtierenden Censoren bindend gewesen wäre, während alle danach
gewählten Censoren und also auch er selbst nicht von ihm betroffen würden
; denn, sagt er, id quod postremum popuhis iussisset, ius ratumque esse.
Wie sophistisch dieses Zwölftafelgcsetz hier angewandt wird,
liegt auf der Hand. Eine rechtliche Begründung für die Amtsverlängernng,
die dem App. Claudius in den l\lund gelegt werden könnte, fehlt völlig;
aber darauf kam es auch den Fälschern nicht an, sie wollten eben den
Claudier als einen jedes Gesetz verachtenden Mann darstellen. Alsdann
lä&st Livius den Tribun Sempronius eine längere Rede lialten, in
welcher der gens Claudia ein langes Sündenregister vorgehalten ^'ird. Es
kehren, wie erwähnt, solche claudier- feindliche Reden oder auch Reden
von Claudiern gegen die Plebs sehr häufig bei Livius wieder (vgl. II, 56,
57. IV, 48. Y 3 — 6. VI, 40, 41 u. a.) u. sie stehen sämtlich auf
dem- selben Niveau, d. h. sie sind sämtlich erdichtet, entstanden
aus dem rhetorischen Bedürfnis der Annalisten ihre Erzählung
auszuschmücken. Dennoch, so erzählt Livius weiter, stehen dem App.
Claudius sechs Volkstribunen bei, und er führt summa invidia omnium
ordinum die Censur allein w^elter. Die inneren Unwahrscheinlichkeiten,
die wir in diesem Berichte dargelegt haben, machen uns sehr misstrauisch
gegen denselben. Dazu kommt aber noch eine ganze Reihe von Gründen,
durch welche der ganze Bericht als völlig un- historisch erwiesen wird.
Zunächst ergeben sich einige aus Livius selbst. Wenn Livius den Tribun
Sempronius sagen lässt: „Satis est aut diem aut mensem censurae
adicere? triennium, inquit, et sex menses ultra quam licet Aemilia
lege censuram et solus geram% so folgt daraus, dass Livius annimmt, APPIO
habe das Amt fünf Jahre beibehalten wollen, und da er ausser einer
Andeutung (s. unten) nichts weiter hierüber sagt, so scheint er auch
anzunehmen, App. Claudius habe dies durchgeführt.
Der Verfasser von „de viris illustribus" hat dies offenbar aus der
Angabe des Livius gefolgert, wenn er sagt: censuram solus omnium
quinquen- nis obtinuit. Von der Abdankung des Censors sagt Livius
selbst nichts, er führt nur eine Version an, dass nämlich Appius Claudius
noch als Censor sich um das Consulat ])eworben hätte, aber vom Tribun L.
Furius ge- zwungen sei, die Censur niederzulegen, und dann zum
Consul gewählt sei: Livius scheint sich dieser Version
anzuschliessen. Danach hat also App. Claudius seine Censur am Ende d.
J. 308 niedergelegt; das konnten die Annalisten nicht ändern, weil
307 neue Censoren und Appius Claudius selbst für dieses Jahr als Consul
in den Magistratsfasten verzeichnet waren. Nun liegen
nach den Capitolinischen Fasten zwischen 312 und 307 zwar 5 Jahre, nicht
aber so bei Livius, da er ja das Diktatorenjahr 309 nicht kennt und
zählt: seine An- sicht, App. Claudius habe die Censur 5 Jahre hindurch
be- hauptet, wird also durch seine eignen Angaben widerlegt.
Dass App. Claudius sich noch als Censor um das Con- sulat beworber
habe, ist eine Erfindung eines Annalisten, der dem Censor ausser den
genannten Ungesetzlichkeiten noch ^as Streben nach der Cumulierung zweier
hoher Amter an- dichtete, um ihn noch schärfer als Verächter aller
Gesetze darzustellen. Bei dieser ganzen Erdichtung von der
gewaltsamen Proro- gation der Censur durch App. Claudius hat man ohne
Zweifel nach Analogie dessen verfahren, was von dem Ahnen unseres
Oensors, dem Decemvirn gleichen Kamens, überliefert ist, der decemvir in
annum creatus, altero anno se ipse creavit, tertio nee a se nee ab ullo
creatus fasces et imperium obtinuit (LIVIO). Nach unserer Ansicht
ist demnach der Bericht des Livius über die gesetzwidrige
Amtsverlängerung des Censors von Anfang bis Ende erfunden. Dafür spricht
ausser der oben gegebenen Kritik des Berichtes . entscheidend folgende
Er- w^ägung : App. Claudius hat nach der guten Nachricht Diodors
i. J. 310 die Censur angetreten, wir Laben das als historisch
nachgewiesen. Am Ende des Jahres 308 muss er aber ab- gedankt haben,
einmal weil 307 neue Censoren in den Ma- gistratslisten erscheinen (Liv.
IX, 43, 25. C. J. L. I, 432 z. J. ^), und dann weil App. Claudius selbst
i. J. 307 zum Con- 307 ' ' sul gewählt wurde (Diod. XX,
45. Liv. IX, 42, 3. C. J. L. I, 432 z. J. ^). Zwischen
310 und 307 liegen aber nur zwei Jahre, also kann die Censur kaum länger
als 18 Monate gedauert haben. Dennoch halten die meisten neueren
Forscher, obwohl sie zugeben, dass in der Erzählung des Livius Vieles
er- dichtet und übertrieben sei, an der Annahme der Prorogation,
der Censur fest. Ja Niebuhr (R. G.), Lange (Alterth. I, 85 ff.), Siebert
(Appius Claudius S. 67 ff.) u. a. folgen dem Livius fast in dem ganzen,
offenbar erfundenen Detail, dass er die Censur 5 Jahre habe beibehalten
wollen, dass er das Con- sulat der Censur habe cumulieren wollen u.
a. Nur stellen sie, wovon nichts überliefert ist, eine Hypo-
these über den Zweck der Amtsfortführung auf. App. Clau- dius, meinen
sie, habe sich deshalb sein Amt verlängert, um seine grossartigen Bauten
zu Ende zu führen, und damit keinem andern die Ehre der Vollendung
zufalle. Mommsen schliesst sich dieser Hypothese an, nur ver-
mutet er, es sei keine ungesetzliche Prorogation gewesen. Es bestand
nämlich in der That die Einrichtung, dass die Censur, wenn 18 Monate
nicht genügten, prorogiert wurde „ad opera, quae censores locassent,
probanda et ad sarta tecta exigenda^' (LIVIO, cf. Mommsen, Str. II, 324
m. Anm. 1, 2.). Es sei nun, wenn man alles Incriminieren und Moti-
vieren, welches den Claudiererzählungen anzuhaften pflege, ausscheide,
sehr wahrscheinlich, dass auch des App. Claudius Amtsverlängerung nur
eine solche gesetzmässige Prorogation sei (ähnlich Madvig, Verfassung und
Verwaltung. Herzog, Geschichte und System l, 273). Aber dagegen ist
zu sagen, dass grade die Ungesetzlichkeit in dem Berichte
<ias Wesentliche ist, dann, dass die kolossalen Bauten,
die des Censors Namen tragen, auch schliesslich in vier oder fünf
Jahren nicht vollendet werden konnten, woran schon Niebuhr erinnert (R.
G.). Ausserdem ist wohl bei einer solchen gesetzmässigen Prorogation (ex
instituto) immer beiden Censoren das Amt verlängert, weil, wie
Mommsen selbst sagt, (Str. II, 312 m. Anm, 6), das Prinzip der
CoUe- gialität bei der Censur mit besonderer Strenge gehandhabt
wurde. Und wenn nun Mommsen dennoch meint (a. a. 0.), dass die
appianische Prorogation diesem Prinzip nicht wider- streite, so scheint
mir das keineswegs ein bindender Schluss zu sein. Endlich liegen, was das
Entscheidende ist, zwischen dem Amtsantritt des App. Claudius und dem
seiner Nach- folger überhaupt nur zwei Jahre (310 — 307 s. oben);
die Censur kann ihm also kaum, jedenfalls nicht 4 oder 5 Jahre
prorogiert sein. Wiederholen wir kurz unsere Resultate: App.
Claudius trat seine Censur i. J. 310 v. Chr. an und behielt sie ganz
gesetzmässig 18 Monate lang mit seinem Collegen C. Plautius, der ihm
völlig zu Willen war {vTir/.oog), Wir kommen nun zu den Thaten des
Censors. Cap. 2. Die Bauthätigkeit des App. Claudius.
Eine Hauptseite der censorischen Thätigkeit war die Re- gulierung
der Gemeindeeinnahmen (mit Ausnahme der persön- lichen, directen
Vermögenssteuer, des Tributums) und der Ge- meindeausgaben.
Nach der römischen Finanzpraxis wurden die indirecten
Staatseinnahmen von jeglichem ertragsfähigen Staatsgut (Zölle,
Gemeindeland, Ausbeutung von Flüssen, Seen, Bergwerken u.a.) nicht direct
vom Staate erhoben, sondern an einzelne Unter- nehmer zur Ausnutzung
gegen eine bestimmte Entrichtung an die Staatskasse verpachtet.
Ebenso Hess der Staat die Lieferungen, die er brauchte, und die
Arbeiten, die er vornehmen Hess, an Private verdingen (locare opera
publica od. sarta tecta od. ultro tributa). 99
Die Censoren waren es, welche mit diesen Verpachtungen beider Art
betraut waren. Aber sie standen dabei unter der Oberaufsicht des Senates.
Neue Zölle konnten sie z. B. nur mit Bewilligung des Senates anordnen,
der Senat konnte cen- sorische Verpachtungen rückgängig machen, die
Pachtsumme ^rmässigen u. a. Bei vielen Ausgabeposten
wurde den Censoren nicht bloss die Verdingung, sondern auch die
Überwachung, Leitung und schliessliche Übernahme der Arbeit übertragen
(Polyb. 6,
17 Liv. 42, 3 faciendum oder reficiendum curare C. J. L. I,.
p. 177, n. 605). Dies geschah namentlich bei den öfFentlichen
Bauten, bei Reparaturen (z. B. des Circus Liv. 41, 27, der Mauern
Liv. 6, 32, der Strassen Liv. 29, 37. 41, 47,
Wasserleitungen, Frontin. aq. 95 u. a.) wie bei Neubauten (z. B. bei
Tempeln, Basiliken, Theatern, Brücken, Heerstrassen, u. a.). Nach
dieser Seite hin wird die censorische Competenz gradezu als Fürsorge für
die Bauten aufgefasst. Aber auch hierbei waren sie vom Senat abhängig.
Vor allem musste der Senat die- Gelder verwilligen; nur wenn und insoweit
es der Senat ge- stattete, konnten die Censoren das aerarium in
Anspruch nehmen,, und zwar durch Vermittlung der Quästoren, welche als
Ver- walter der Staatskasse die Gelder einnahmen und auszahlten.
Der Senat bewilligte den Censoren eine Bauschsumme (pe- cunia decreta
Liv. 39, 44. Polyb. G), jedoch als certa pe- cunia, und zwar gewöhnlich
eine gewisse Quote der Staats- einnahmen (vectigal annuum Liv. 40, 46.
44, 16). Was die Censoren im einzelnen damit anfangen wollten, war ihre
Sache. Inwieweit sie darin vom Senat abhängig waren, ob sie z. B.
zu Neubauten die Einwilligung des Senates einholen mussten (cf. Liv. 36,
36), lässt sich nicht bestimmen. Soviel musste ich im allgemeinen
über diese Seite des censorischen Amtes vorausschicken, um die Thätigkeit
des- App. Claudius in dieser Hinsicht richtig zu würdigen.
Die Censur des App. Claudius ist nämlich die erste, bei der uns
dies censorische Geschäft in der Überlieferung entgegeniritt, und APPIO nacht
von dieser Seite semes Amtes in so grossartiger und zugleich von der
gewöhnlichen und späteren Handhabung dieses Rechtes verschiedentlich
in so abweichender Art Gebrauch, wie es kaum wieder ge-
schehen ist. . Über die Bauthätigkeit des Censors App.
Claudius sind ausser den Notizen bei Diodor und Livius noch die
Angaben des S. Julius Frontinus in seiner Schrift „de aquis Romae"
zu benutzen. Ohne Zweifel beruhen die Angaben Frontins, der unter
dem Kaiser Nerva 97 n. Chr. curator aquarum war (Fronün 1. c. Einleitung),
auf eigener Erfahrung und Anschauung. Ausführ- lich und klar beschreibt
er auch die aqua Appia, berichtet, wo- her sie kommt, wie lang sie ist,
welchen Weg sie nimmt etc. Was er sonst über die Censur des App. Claudius
beibringt, ist offenbar aus den Hvianischen ähnlichen Quellen
geschöpft. Auch Diodors Angaben sind relativ ausführlich, und mit
Recht nimmt Mommsen an, dass der vielgereiste Verfasser (Diodor 1,
4) hier aus eigener Anschauung spricht (Mommsen, Rom. Forsch. II,
284 A. 90). LIVIO berührt die Bauten des Appius nur ganz kurz; doch
ist bemerkenswert, dass er, während er im allgemeinen sowohl in dem
Sachlichen als in der Beurteilung sehr von Diodor abweicht, im Lobe der
Bauthätigkeit des Censors mit ihm übereinstimmt. Er sagt (IX, 29,6): et
censura clara eo anno App. Claudii et C. Plautii fuit, memoriae
tamen felicioris apud posteros quod viam munivit et aquam in urbem
duxit, und bei Diodor heisst es: caror d^ ^nriiehn' c^Jcaarov Die
Bauwerke, welche des App. Claudius Censur ver- ewigen, sind die
Wasserleitung und die Heerstrasse, welche beide seinen Namen tragen, die
via und aqua Appia. Es war nämlich das Recht des bauleitenden
Beamten, den öffentlichen Gebäuden, natürlich mit Ausnahme der Tempel,
seinen Namen beizulegen; seit App. Claudius ist dies wenig- stens zumeist
geschehen, und es scheint sein Beispiel dies Recht hervorgebracht zu
haben, da sich vor ihm keine solche Fälle nachweisen lassen. Die
grossartigen Bauwerke der Republik in der Stadt Rom sind fast alle nach
ihren Erbauern genannt, die mit wenigen Ausnahmen Censoren sind
(Beispiele : basilica Porcia, Aemilia-Fulvia, Sempronia; circus
Flaminius. Die Erbauer der Bauten ausserhalb Roms sind nicht
Censoren, ausgenommen von zwei Heerstrassen, der via Appia
und Flaminia). Die aqua Appia ist der älteste und erste
Trinkwasser- aquadukt Roms, deren es später so viele gab. Bis zur
Zeit des Appius hatte man sich mit dem Wasser mehrerer Quellen und
Brunnen (Frontin I, 4: putei, worunter auch Cisternen bejrriften werden
können. Kiebuhr, R. G. III, 359 A. 24) begnügt, ja man hatte Tiberwasser
getrunken (Frontin a. a. O.j. Der Ruhm, die Quellen gefunden zu haben,
aus denen die aqua Appia gespeist wurde, wird dem Collegen des
Appius, L. Plautius, zugeschrieben, der deshalb den Beinamen Venox
(von Vena) erhalten haben soll (Frontin I, 5. Fasti Capit.
C. J. L. I, 432 ad a. 442: qui in hoc honore Venox appel- latus est). Das
Bedenken Drumanns, dass dies Cognomen nicht von vena abgeleitet sei, da
hiervon besser Venosus ge- bildet werde, sondern mit dem häufig in der
gens Plautia wiederkehrenden Cognomen Venno oder Veno (vgl. Liv.
VIII, 19, IX, 20) identisch sei, scheint in der That begründet. Die
Quellen, welche diese etymologische Ableitung geben, leisten nicht
hinlänglich Gewähr für die Richtigkeit derselben ; es scheint nur ein
Versuch der Erklärung des Cognomens zu sem, wie wir von dem des Appius
selbst mehrere finden werden. Den Lauf der aqua Appia beschreibt Frontin
(I, 5) fol- gendermaassen : Concipitur Appia in agro Lucullano via
Prae- nestina inter milliarium septimum et octavum deverticulo
sinis- trorsus passuum septingentorum octoginta; ductus eius habet
longitudinem a capite usque ad Salinas, qui locus est ad por- tam Tergeminam,
passuum undecim millium centum nonaginta: ex eo rivus est subterraneus —
offenbar absichtlich unter- irdisch, damit das Wasser nicht abgeschnitten
würde (Niebuhr, R. G.) — passuum undecim millium centum triginta : supra
terram substructio et opus arcuatum proximum portam Capenam — ein
Mauerwerk, welches wahrscheinlich die sog. XII portae bildete (vgl.
Siebert, APPIO S. 63). Jungitur ei ad Spem veterem in confinio
hortorum Torquatianorum ramus Augustae ab Augusto in supple- mentum eius
additus hie via Praenestina ad milliarium sextum deverticulo sinistrorsus
passuum nongentorum octoginta proxime viam Collatiam accipit fontem,
cuius ductus usque ad Gemellos efficit rivo subterraneo passuum sex
millia tre- centos sexaginta. Incipit distribui Appia imo Publica clivo
ad portam Trigeminam (Frontin, de aq. I, 5. cf.
Kiebuhr, R. G. III, 356 ff\ Siebert, App. Claud. S. 62 f. Becker,
Handbuch I, 702. Jordan, Topogr. der Stadt Rom I, 456. <jf. „Auetor de
viris illustr." 34, der die aqua „Anienem'^ nennt, was oifenbar ein
Schreibfehler ist. Eutrop II, 4 nennt sie „aqua Claudia", die erst
von Kaiser Claudius ausge- führt ist). Wie Frontin angiebt
(s. oben) hatte man in dem Thal zwischen dem Caelius und Aventinus ein
Mauerwerk von nur 60 Schritt nötig; daraus zieht Kiebuhr mit Recht den
Schluss, dass die Gänge nicht eben sehr tief gelegt waren (R. G.).
Die aqua Appia war von den 9 Wasserleitungen, die €s zur Zeit des
Kaisers Claudius gab, die zweitniedrigste (Siebert a. a. O. 62). Sie
konnte daher nur den niedrigsten Stadtteilen, der Vorstadt, dem Circus,
dem Velabrum, dem Vicus Tuscus, vielleicht noch der Subura, Wasser
zuführen und selbst diesen kaum in ausreichendem Maasse (Kiebuhr,
R. G. III, 361). Das grössere der Bauwerke des Censors ist jene
Heer- strasse, welche gleichfalls seinen Kamen trägt. Es scheint
aber nicht die älteste ihrer Gattung zu sein ; bei der via Latina und
Salaria weist der Käme auf höheres Alter hin, (Kiebuhr, R. G. III, 359).
Die späteren Heeresstrassen, welche in Italien censorische Bauten
(Flaminia, Aemilia), in den v" r . -a i. "a > <
~ 26 Provinzen und im cisalpinisclien Gallien consularisclie Baute»
sind (Aemilia in Gallia cisalpina, Postmnia ebenda, Doniitia in
iS^arbonensis u. a.), sind alle nach ihren Erbauern genannt;, die via
Appia wäre also die erste, bei der dies geschehen ist, sodass also allgemein
das Beispiel des App. Claudius das Recht der Eponymie für die
bauleitenden Beamten hervor- gebracht zu haben scheint. Es
führte die via A])i)ia an der ]\[eeresküste entlang durch die Städte
Terracina, Fuudi, lAIola bis nach Capua. Durch die pomptinischcn Sümpfe
hat erst Trajan die Strasse gebaut. App. Claudius hat durch dieselben
wahrscheinlich, nur einen Damm gelegt, während man als
lleeresstrasse durch die Sümpfe von Velitrae nach Terracina damals
die- via Setina benutzte (Niebuhr, R. G.). Diodor berichtet,
dass App. Claudius die via Appia von- Rom bis Capua mehr als 1000
Schritte weit zum grössten Teil mit festen Steinen gepflastert habe
(//^o/c; ateoeolg- yxalöTQOJüev), Nissen (Pompejanische Studien S. 519)
meint, dies sei nicht recht: Diodor und seine Gewährsmänner hätten
ihre eigene Zeit vor Augen, wenn sie von der Pllasterung der via Appia
sprächen (ebenso der Verfasser von „de viris illustribus" 34 und
Procop, bell. got. I, 14). Denn erst i. J. 29G sei die erste Strecke der
via Latina saxo quadrato (Peperinplatten, Kiebuhr, Nissen, a. a.
O.) gepflastert, und zwar eine semita von der porta Ca- pena bis zum
Marstempel, so berichte LIVIO.. Dann hätten i. J. 293 die curulischen
Aedilen die Chaussee von dort bis nach Bovillae silice (Lavapolygonen, s.
Niebuhr und Nissea a. a. 0.) zu pflastern fortgefahren (Liv. X, 47).
]\lir scheint aber durch diese Notizen des Livius das Zeugnis
Diodors noch nicht aufgehoben zu werden. Es ist zwar zuzugeben,,
dass App. Claudius die Chaussee nicht schon mit der Kunst und in der
herrlichen Weise gepflastert habe, wie die römi- schen Heerstrassen
später gepflastert wurden. Aber der Aus- druck Diodors {yMCtocQtoü'F —
bedecken, bestreuen) braucht o-ar nicht von einer eigentlichen
Pflasterung verstanden zu werden; und dann sagt Diodor auch nur, dass
Appius de» grösseren Tlieil (n> 'ixUmy uioog) der Strasseso ausgeführt
habe. Worin die wesentliche Arbeit beim Bau dieser Chaussee
bestand, sagt Diodor mit deutlichen Worten: 7('7r rorrtüv riwg fdr
v7ie()tyoviic^ (hanyMif^as, tov^ (>^ ijcyir/ytodets K y.inhw^
<}vah;ufia(JLV u'^io/jr/oii: fif/rRr^W.c yaniW/AOüF etc... Dass das
Terrain, über welches die Strasse führen sollte, ge- ebnet wurde, Anhöhen
abgetragen und Thäler ausgefüllt wurden, dass der Grundbau solid und bequem
hergestellt wurde, darin bestand zunächst die Hauptarbeit, darin das
Ver- dienst des App. Claudius. Deshalb konnte er mit Repht die
Heerstrasse als sein Werk betrachten, und derselben sein Name beigelegt
werden. Keineswegs aber kann sie App. Clau- dius schon ganz in der
grossartigen Weise vollendet haben,, in der sie später den Namen regina
viarum erhielt. Mitten in den pomptinischcn Sümpfen, unmittelbar an
der via legte App. Claudius das forum Api)ii an, das jetzt noch als
Foro Appio existiert (vgl. IMommsen, U. Forsch., Niebuhr, 11. G. HL 358. Lange,
Alterth.). Hier scheint er sich selbst eine statua diademata gesetzt zu
haben,. woraus das Gerücht entstanden ist, dass er sich Italien per
clientelas habe unterwerfen wollen. Denn was Sueton (Tib. 2> über
einen gewissen Claudius Drusus sagt, bezieht sich, wie Mommsen
überzeugend dargethan hat (R. Forsch. II, 305 ff. vgl. Niebuhr, R. G. HI,
355 ff. und Strebe, xM. L. Drusus, Diss. Marburg), auf unsern App.
Claudius. Diodor setzt beim Bericht über die aqua Appia hinzu
r xcd TioUix TOJV dj;iioouov yorjuucor fig icwn.r T/;r yMiaüxevy-
ccn-hoaev avev d(r/itcaü^ zi^g ücyyhpov; und weiter unten beim Bericht
über die via Appia: xtaco7;/.oKJ6v c^tJüc^c,- 7«^* (5';.«o<^'W
nooooöov^ Wir bemerkten, dass in späterer Zeit die Censoren. in Bezug auf
ihre Ausgaben ganz vom Senat abhängig waren^ indem ihnen eine pecunia
certa angewiesen wurde. Wenn nun Diodor sagt, dass App. Claudius die
Staatsgelder urfir düyftcnog Tr^s; övyyli[iov verwandt habe, so kann er
entweder me'i'nen, dass zur Zeit des Appius lür die censorischen
Aus- -jviibcii tlas ^)uyitlc iP^^ ar/yli\inv noch nicht nötig gewosen
sei, oder, was nilher liegt, dass APPIO venuüge seiner energischen
Persönlichkeit sicli von der Abhängigkeit vom Senate in seinen
Geldausgabcn zum öftcntlichen Nutzen trei- gemaclit habe. Jedenfalls
folgt aus der Thatsache, das App. •Claudius das öoyficc des Senates ganz
übergehen konnte, die weitere, dass die Grenze der Befugnis des Senats
und des Zensors bei den Staatsausgaben nicht gesetzlich scharf gezoecen
war, und dass das Schalten der Censoren zu dieser Zeit freier war als
später. Ein drittes Bauwerk, welches App. Claudius ausführte,
ist der Tempel der Bellona d. i. der griechischen 'Evvu) (Liv. X, 19.
Ovid, fasti, 6, 203. C. J. L. I, 287: Elogium des Appius Claudius); es
fällt dies aber erst in seine spätere Lebenszeit. Ap]-). Claudius ist es
aber entgegen der Mommsenschen An- nahme (K. Forsch. I, 308) nicht
gewesen, der in diesem Tempel die Ahnenbilder seiner Vorfahren autgestellt hat
(vergl. Starck, Verhandlungen der dtsch. rhilologenversammlung zu
Tübingen, Lpz..). Auf diese Fragen jedoch brauche ich, da sie sich nicht
auf die Ccnsur beziehen, füglich nicht einzugehen. Jn der
gewaltigen Bautliätigkcit drückt sich sehr prägnant •der politische
Charakter dos Ccnsors und seine politischen Ten- denzen aus. „Er warf^',
sagt ]\Ionnnscn treifend, „das veraltete Bauernsystem des Si)arschatzsammeln
bei Seite und lelirtc seine ]\Iitbüvger die ölfentlichen jNIittel in
würdiger V\Visc zu gebrauchen'' (R.- G.). App. Claudius war, wie wir
bei allen seinen politischen Maassnahmen sehen werden, ein De-
mokrat, und zwar förderte er besonders die Verkehrsinteressen, die der
städtischen Bevölkerung; dazu passt vortrefflich, dass wir ihn als
Beförderer des griechischen Einflusses in Kom kennen lernen, was sich
sclion in dem Bau eines Tempels zu Ehren einer rein griechischen Gottheit
ausdrückt. Vortrefflich passt zu solchen politischen Tendenzen
die Bauthätigkeit des App. Claudius .und die Richtung, in der er
.sie entfaltete. Cap. 3. Die Senatsliste und die Rittermusterung
des App. Claudius. Die senatus lectio des App. Claudius ist die
erste, über •welche uns etwas Bestimmtes überliefert ist. Es ist
dcshalb- von liohem Wert, dass wir grade über sie den Bericht eines
80 alten und bewährten Autors, wie ihn Diodor benutzt hat,, besitzen.
Schon zur Zeit des App. Claudius, das sagt Diodor deutlich, war es Sitte
{i}v tO-o^), die euyerelg und u^uoftuöt nqohyfivieg in den Senat
zuzuschreiben {7Toni:'/ou(fetr). Von- dieser Gewohnheit nun, erzählt
Diodor, sei App. Claudius in- sofern abgewichen, als er nicht bloss diese
hinzuschrieb,- sondern auch viele Freigelassenensöhne darunter
niischte- (avtfu^e jToAAotv ycd ich' dTiF?.8i)0^t()0)v tiovi;),
Livius erzählt zwar zu dem Jahre der Censur selbst nur, dass die
senatus lectio infamis und invidiosa gewesen sei, dass^ sie sine recli
pravique discrimine geschehen sei, dabei potiores- aliquot übergangen
seien. Offenbar berichteten seine Quellen an dieser Stelle nichts
Spezielles von der Senatsliste; und diese hatten die Wahl von
Libertinensöhnen in den Senat ohne Zweifel übergangen, weil eine solche
Maassregel dem hocharistokratischen Charakter, welchen sie dem App.
Clau- dius beilegen, widers])rochcn hätte. Livius selbst aber fügt
an einer späteren Stelle, die, wie wir darthun werden, aus einer anderen
und besseren Quelle geschö])ft ist, hinzu,, dass App. Claudius den Senat
zuerst durch Libertinensöhne befleckt habe. Auch von anderen
Geschichtschreibern wird die senatus lectio des App. Claudius erwähnt.
Sueton sagt im Leben des Claudius (24) : (Claudius imperator) Appium
Caecum censorem generis sui proauctorem libertinorum tilios in senatum
adlegisse docuit, ignarus temporibus Appii et deinceps ali- quamdiu
libertinos dictos non ipsos qui manu mitterentur sed ingenuos ex his
pracreatos. Aus welcher Quelle Sueton diese Nachricht hat,
wisse» wir nicht; manche neuere Forscher halten sie für richtig; sie cineu
also, dass u,>tcr libcrtini ursi,rü,.glich nicht Frei- gelassene, d.
h. ge^-esene Sklaven, sondern deren ^öhne verstanden seien (Momnisen, Str. I,
387 f. m. Ann,. Madvg, \ erf. u Verhalt. I, 137. Siel.crt, Ap,.. Claud.
23 ft. A\ os.senborn. zu Liv IX, 4C, 1 u. 10). Mommsen, der frülier auch
diese Ansicht vertrat, hat neuerdings seine Meinung etwas geändert
(Str III 422 m. Anm. 2 u. 3). In späterer Zeit hicssen libcrtini diejenigen,
welche Servituten, servierunt oder manu missi .sunt. Wenn nun Sucton
sagt, früher seien als l.bevt.n. die Sühne solcher Freigelassenen
bezeichnet, so schen.t er zu meinen, dass die Freigelassenen selbst
liberti genannt seien.. Dies ist aber sprachlich unmöglich, was durch die
Analogien divus - divinus, masculus - masculinus bewiesen wird (W
lUenis, le sönat, I, 184,n. A. 3). Ausserdem widerspricht einer
solchen Annahme der feststehende Unter-schicd der beiden Be- zeichnungen
: beide bez-eichnen nämlich allein den gewesenen Sklaven, nur dass bei
libertinus derselbe nach seiner allge- meinen bürgerlichen Stellung, bei
libertus aber nach dem Verhältniss zu seinem Herrn verstanden wird
(Mommsen, Str. III, 423). . c . A So kann also die
Stelle Suetons nicht gefasst werden. Ernesti meint, Sueton wolle
sagen, zur Zeit des App. Claudius seien nicht bloss die Freigelassenen,
sondern auch ihre Sühne libcrtini genannt. Diese Interpretation setzt
allerdings eine ungenaue Ausdrucksweisc bei Sueton voraus; aber sie
kann ja richtig sein, obwohl auch dies noch unbewiesen bleibt. Es ist
ohne jeden Zweifel, dass alle andern Schriftsteller unter libcrtini nur
die Freigelassenen, und zwar für alle Zeiten, verstehen. Alle beziehen
die senatus lectio unseres Censors auf die Söhne gewesener Sklaven.
Diodor nennt die von App. Claudius in den Senat Aufgenommenen
c}Tre).i'^ii>iov wotv, und von dem i. J. 304 zum curulischen Aedil
gewählten An- lönger unseres Censors, dem Cn. Flavius, sagt er direkt,
er sei der Sohn eines gewesenen Sklaven gewesen (rr«ro<.,- «» dsdov/.suxöms).
Hiermit stimmen alle andern Gewährsmänner überein: Livius (IX, 46), der
Kaiser Claudius (Sueton 1. c), TACITO (si veda) (ann.), Plutarch (Pomp.).
Wir werden -also mit diesen Autoren annehmen müssen, dass Söhne von
Freigelassenen, niclit Enkel, wie Sueton meint, von App. Clau- <lius in den Senat aufgenommen seien. Wertlos
ist die Angabe des Verfassers von „de viris illustribus" (34), dass
App. Claudius Libertinen selbst in den Senat aufgenommen habe.
Die Freigelassenen selbst wie ihre Söhne waren eben, ^a sie mit dem
Makel der Knechtschaft behaftet waren, ob- Äwar nicht durch Gesetz,
sondern nur durch das Herkommen Tom Senat wie von der l\Iagistratur
ausgeschlossen (Mommsen, Str. l, 459 f.)» während die Enkel der
Freigelassenen zu allen Zeiten zu den ingenui gehört haben (Mommsen, Str.
III, 422), und von den plebejischen
Geschlechtern, deren Glieder im Senat sassen, stammen sicher manche von
Libertinen ab (Willems, le s^nat, I, 188). Indem nun App. Claudius
I.iber- tinensöhne in den Senat wählte, warf er den
staatsrechtlichen Usus, wonach sie vom Senat und von der Magistratur
aus- geschlossen waren, um. Und dies ist der Grund, weshalb die
senatus lectio unseres Censors für so schimpf lieh galt und den Adel aufs
äusserste erbitterte (Diod. 1. c. : i(p' olg ßaQtvf^ i'(feQOV oi
yMVXiouaroi 7a/> Fvyeveiai;). Il2in hat nun die von App.
Claudius in den Senat auf- genommenen Libertinensöhne näher bestimmen zu
können ge- glaubt. Willems meint, es seien solche Libertinensöhne ge-
wesen, welche seit dem .1. v. Chr.
Volkstribunen gewesen .seien (le senat, I, 185 m. Anm. 5). In dieses Jahr
ungefähr setzt nämlich Willems die lex Ovinia, durch welche
bestimmt wurde, dass optimus quisque ex omni ordine — d. h. nach
Willems omni ordine magistratuum et curulium et plebeiorum in den
Senat gewählt werden sollte. Nach diesem Gesetze * hätten, meint
Willems, nicht bloss gewesene Consuln, Prätoren, <>urulische
Aedilen, sondern auch Volkstribunen und plebejische Aedilen gewählt werden
müssen. Dass die von App. Claudius in den Senat gewählten Libertinensöhne
gewesene Volkstribunen seien, glaubt Willems daraus folgern zu können,
dass zu diesem Amte welches zehn Männer jedes Mal zusammen bekleideten,
d,e L.bertmensohne leichteren Zutritt hatten als zu irgend einem andern
Wir wissen niehts darüber, dass in dieser Zeit schon em L.ber-
tinensohn zum Volkstribunat gelangt sei; L. Macer L.v IX, 46, 3), dessen
Zeugnis sehr wenig gilt, überliefert allem dass Cn. Fiavius vor seiner
Aedilität (i. J. 304) sclK,n Volkstnbun gewesen sei. Es ist dies aber
sehr unwahrschemhch, da vor ier Tribusänderung des App. Claudius das
St.mmrecht d r niedri-en Bürger in den Tributcomitien wenig Gewicht
hatte (s. unten).,. ^, xj„„;i Wie hypothetisch dieser
Schluss ist, liegt auf der Hand.. Und dass überhaupt die gewesenen
Tribunen hätten in der. Senat gewählt werden müssen, ist nichts als
Vemmtung. Willems behauptet es nach seiner Auslegung der lex
Ovinia. Ich habe mich auf diese Frage, weil sie memem Ziele fern
liegt, nicht einzulassen, will nur erwähnen, dass m der lex Ovinia unter
omnis ordo, aus dem optimus quisque m den Se- „at gewählt werden sollte,
nicht omnes ordines magis ra uum et curulium et plebeiorum (Willems a. a.
OO, auch nicht blos. ordines magistratuum curulium (Lange, R. Alterth. I,
«U de plebiscito Ovinio et Atinio. Progr. 7 ff.) zu vers eben sind
sondern dass die Worte am einfachsten und natürlichsten als der gesamte
Bürgerstand zu fassen sind (Hotmann, der rom. Senat S 7 ff., Becker,
Handbuch, II, 2, 300 .Herzog Gesch. u. System 1,882 f. Mommsen, Str. H,
39o, 397 -• Anm^ 1). Die senatus lectio des App. Claudius war nicht
bloss wecen der Aufnahme von Libertinensöhnen anstössig, sondern
auch deshalb, weil App. Claudius nicht, wie es die Censoren zu thun
hatten, die anrüchigen Senatoren ausstiess (Diod. 1. c. o,]J^m rc.>
döo^ocvTcov avyy2rjry.ä^v tS^ßale), Beachten wir aber den Grund, welchen
Diodor für diese Maassregel angiebt: Weil App. Claudius, sagt er, sich
bei den Patriziern äusserst verhasst gemacht habe, so mied er es, bei
irgend einem an- dern Bürger anzustossen, und in dieser Absicht
unterliess er auch die Reinigung der Senatsliste von anrüchigen
Personen VeOTUTOL^ TÜV (fd^üVOV^ i^l'xklVF TO TlQOOXÜTlTeiVTlVt liOV
tikXcüV tioXltwv xai xaia rtiv riov owtö^icüv xarayQatfr^v ovdh'ct
etc. Diod. 1. c). In demselben Gedanken nahm er auch bei der
Rittermusterung (equitum recognitio oder census) keinem sein
Ritterpferd (Diod. : xa) xara Trjv tcüv ltitifhov doxLf.iaolav ovdh'a
difFiXero Tov 'iTtJiov), Es ist dies die einzige Notiz, welche wir
über die Rittermusterung des App. Claudius haben. Sein Auftreten
dabei steht aber im Einklang mit seiner politischen Stellung, die Diodor
mit den Worten bezeichnet: ccvTiTayf^a xaxaaxF vciCiov Die
Senatsliste unseres Censors ist aber bald wieder um- gestossen worden.
Die Consuln beriefen, so erzählt Diodor, aus Hass und zugleich um sich
dem Adel gefällig zu zeigen, den Senat nach der früheren Liste,
{sid^" ol fih v^raTot did zov (fMvov xal did to ßovkEöd^ai rolg
sTiKpavsaTaTOic; /«(»/Led^ar övvijyov irjv GvyxXr^cov etc. Diod. 1.
c.) Damit stimmt Livius über ein (IX, 30, 1,2): Consules
negaverunt eam lectionem observaturos esse et senatum ex- templo
citaverunt eo ordine, qui ante censores App. Claudium et C. Plautium
fuerat. Diodor erzählt die Zurückweisung der appianischen
Senats- liste zu demselben Jahr, wo App. Claudius sein Amt antrat
(310 V. Chr.). Daraus darf man aber nicht schliessen, dass es von den
Consuln dieses selbigen Jahres geschehen sei. Das war nicht der Fall,
nicht sowohl, weil Livius, der den Amtsantritt des App. Claudius in das
Jahr 312 setzt, die Zurückweisung der Senatsliste zum folgenden Jahr 311
erzählt und den Con- suln d. J., C. Jun. Bubulcus und P. Aem. Barbula,
zuschreibt, als deshalb, weil die Censoren nach den Consuln und
zwar unter ihrem Vorsitz gewählt wurden, im ersten Jahr der Cen-
sur also immer der Senat schon in der früheren Ordnung zu- sammen
getreten war (Mommsen, Str. II, 396). Und diese Annahme widerstreitet dem
Diodor keineswegs, da er öfters Ereignisse, die sich auf mehrere Jahre
verteilen, zusammen erzählt, wofür die Erzählung der Gallierkriege (Diod.
XIV, 113 ff) ein klares Beispiel giebt. Diodor deutet d,es an
unserer Stelle klar genug an, indem er die Zurückwe.sung der Senatsliste
zugleich mit der ebenfalls nieht m das Jahr 310 .gehörenden Wahl des Cn.
Flavius zum Aedden am Schlüsse seines Berichtes erzählt und mit dra
anknüpft. Wenn wir nun mit Diodor den Amtsantritt des App.
Claudius h. d. J. 310 setzen, so müssen -- J"-'™-: ^^^JJ die
Senatsliste von den Consuln des Jahres 308 -oO.» ^ em Diktatorenjahr -
umgestossen ist. D.ese waren (f 1 abms und P Decius (Diod. XX, 37). Es
sind d.es dieselben Manner, welche als Censoren i. J. 304 die
Tribusänderung des App. Claudius rückgär>gig machten (s. unten). Wir
sähe,, m d.esem von der Kritik hergestellten Zusammentreften emen
kratt.gen Beweis für die Richtigkeit des chronologischen Ansatzes
Aus den Angaben Diodors folgt, dass schon die Vor- gänger des App.
Claudius und C. Plautius in der Censur eine lenatsliste aufgestellt
haben; er sagt ausdrücklich, dass die Consuln den Senat berufen hätten
o*^ ir:v vm> tinnov y.ara- }a^^8lmv dl/M t^v vn.) u^n' .r^oy. /fr^7'^
rrn- xt//yo>r yaia^'oaifeiaar. Diese unzweideutige Angabe scheint mir
ent- scheidend für eine weitere Streitfrage, welche sich an die
Senatsliste des App. Claudius knüpft. Es ist nämhch die An- Sicht
aufgestellt worden, dass die senatus lectio des App. Claudius überhaupt
die erste censorische sei, und dass die lex Ovinia, welche das Amt der
Senatswahl von den Consuln auf die Censoren übertragen hat, im Jahre der
Censur des App. Claudius oder kurz vorher gegeben worden sei. Die
lex Ovinia ist uns von Festus an einer etwas verderbten stelle
überliefert (ed. Müller: praete riti senatores quondam in opprobrio
non erant, quod ut reges sibi legebant sublege- bantque, quos in consilis
publico haberent, ita post exactos eos consules quoque et tribuni militum
c. p. coniunctissimos sibi quosque patriciorum et deinde plebeiorum
legebant, donec Ovinia tribunicia intervenit, qua sanctum est, ut
censores ex omni ordine optimum quemque legerent, quo factum est, ut
>qui praeteriti essent et loco moti haberentur ignominiosi").
Über die vielen Streitfragen in Bezug auf dies Plebiscit vgl. Hofman, der
röm. Senat S. 3 if. Willems, le senat, 153 ff. u. a. Uns geht nur die
Frage nach der Datierung an. Dieselbe ist nicht überliefert.
Man bringt nun die lex Ovinia in engen Zusammenhang mit der senatus
lectio des App. Claudius (Mommsen, Str. II, 395 m. A. 1. Willems, le
senat, I, 185 ff.). Es gebe, so meint man, kein anderes Beispiel dafür,
dass eine censorische senatus lectio von den Consuln umgestossen sei. Und
wenn die Censoren schon lange diese Befugniss gehabt hätten, so
hätten die Consuln nicht gewagt, die appianische Senatsliste zu
ignorieren. Wenn man dagegen annehme, dass App. Clau- dius und C.
Plautius zum ersten Male als Censoren den Senat zusammengesetzt haben, so
erkläre es sich leicht, dass die Consuln, zu deren Amtskreis bis dahin
die Senatswahl gehörte, die Liste des App. Claudius hätten umstossen
können, zumal dieselbe gegen Gesetz und Herkommen Verstössen habe.
Es ist diese Deduction reine Hypothese; von unsern Quellen w^ird
als Grund der Verwerfung der appianischen senatus lectio ganz allein ihre
Ungesetzlichkeit oder vielmehr ihr Verstoss gegen das Herkommen angegeben
; und es scheint dies zur Erklärung auch völlig zu genügen.
Zudem sagt ja Diodor mit klaren Worten, dass schon die früheren
Censoren den Senat gewählt hätten, und diesem •bestimmten und guten
Zeugnis glaube ich mehr Gewicht bei- legen zu müssen als den unbestimmten
Worten des Livius (IX, 33 senatum citaverunt eo ordine qui ante censores
App. Claudium et C. Plautium fuerat). Wir werden also den Er- lass
der lex Ovinia jedenfalls vor das Jahr 318, wo die Amts- vorgänger des
App. Claudius Censoren wurden, setzen. Ge- nauer dem Datum nachzuforschen
ist nicht meine Aufgabe. Allerdings können wir in der Umstossung
der appiani- schen senatus lectio von Seiten der Consuln noch einen
Nach- klang eines ehemals senatorischen Rechtes bemerken. Die
Consuln vom J. 308 werden sich bei ihrer That ohne Zweifel darauf berufen
haben, dass die Senatswahl ursprünglich ein consularisches Recht
war. Was ist nun von der Senatsliste unseres Censors zu ur-
teilen? Welche politische Absicht verfolgte er bei der Ein- wahl von
Libertinensöhnen? Auch hierüber bestehen die grössten Differenzen
zwischen den neueren Forschern. Nie- buhr (R. G. III, 344 ff".) und
mehrere Anhänger (Lange, R. Alterth. Herzog, Gesch. u. Syst.
Siebert, App. Claudius) halten an dem Grundcharakter fest, welcher der
Politik des App. Claudius von Livius bei- gelegt wird, d. h. sie
meinen, App. Claudius sei ein strammer Aristokrat gewesen und habe nur
die hohe und höchste No- bilität mit allen seinen censorischen
Maassregeln fördern wollen. Diesem politischen Charakter widerspricht nun
off'enbar die senatus lectio, durch welche die niedrigste
Bevölkerungsklasse der Libertinen begünstigt wurde, sowie auch die
Tribusänderung des App. Claudius. Auf eigenthümliche
Weise suchen die ge- nannten Forscher diesen Widerspruch zu lösen. Der
Adel, so führt Niebuhr aus, und also auch der Senat zerfalle damals
in zwei Klassen, die patrizische Kobilität, welche schon sehr ab-
genommen habe, und die plebejische Nobilität, welche jene zu überflügeln
drohe. App. Claudius nun, selbst aus einem alt- und hochadligen
Geschlecht stammend, habe seine ganze poli- tische Thätigkeit in den
Dienst des alten patrizischen Adels gestellt und den plebejischen Adel
herabdrücken wollen. Dies erkenne man aus seinen späteren Thaten: J. J.
299 v. Chr. habe er gegen die lex Ogulnia gestimmt (LIVIO (si veda)),
als Kandidat für das Consulat (LIVIO (si veda)) i. J. und als interrex (Cic. Brutus XIV, 55)
habe er mit aller Macht da- nach gestrebt, dass die Patrizier die beiden
Consulnstellen wieder erlangten (Niebuhr, R. G.). Durch die
Aufnahme von Libertinensöhnen in den Senat, dessen grösster Teil
schon damals dem plebejischen Adel angehört habe, habe er diesen
nur insultieren und sich dafür rächen wollen, dass er bis jetzt, eben
durch die Verhinderung des plebejischen Adels, noch nicht zum Consulat
gelangt sei (R. G. III, 345). Andere fingieren eine sog.
„Coalitionspartei" (Siebert, a. a. O.), deren Ziel gewesen sei, eine
enge Verbindung zwischen der patrizischen und plebejischen Nobilität im
politischen Leben herzustellen. Gegen diese sei besonders die politische
Thätig- keit unseres Censors gerichtet gewesen. Um sie herabzu-
drücken, habe er die Libertinensöhne in den Senat aufge- nommen, damit
sie die Zahl der Anhänger der alten Nobilität vergrössern sollten.
Die UnWahrscheinlichkeit steht dieser Ansicht an der Stirn
geschrieben. Sie könnte sich allein stützen auf zwei Angaben des Livius,
wo dieser den App. Claudius nach seiner Censur altpatrizische
Standesvorrechte vertreten lässt. Dass diese aber Dichtungen sind,
erfunden nach der bekannten Claudier- schablone, werden wir in anderm
Zusammenhange nachweisen (s. unten). Wir fassen die politische Bedeutung
der Senats- liste in dem positiven Sinne, dass App. Claudius
Libertinen- söhne in den Senat aufnahm, weil er das libertinische
Element und überhaupt die niederen Volksschichten begünstigte und
in ihren politischen Rechten fördern wollte. Die Demagogie, die sich in
der appianischen senatus lectio, wie in der ge- sammten censorischen
Thätigkeit ausdrückt, ist in dem Berichte Diodors klar gesagt, was selbst
die Gegner zugeben müssen {Siebert, a. a. 0. 21). C a p.
4. Die Tribusänderung des App. Claudius und ihre Verwerfung
durch die Censoren d. J. 304 v. Chr., Q. Fabius und P. Decius. Die
Änderung, welche App. Claudius mit der Tribus- ordnung vornahm, gilt
allgemein als die wichtigste und ein- schneidendste seiner censorischen
Maassregeln. Sie wurde schon von den zweiten Nachfolgern des App.
Claudius und O. Plautius, den Censoren Q. Fabius und P. Decius d. J.
304 V. Chr., umgestossen; daher ist diese Censur in den
Rahmen unserer Betrachtung mit hinein zu ziehen. Über die
Tribusänderung des App. Claudius liegen un& drei Berichte vor :
Diodor XX, 36. Livius IX, 46. Plutarch, Popl. 7. Die Gegenmassregel des
Fabius erwähnen: Liv. IX^ 46. Val. Max. II, 2, 9 und der Auetor de viris
illustribus 32^ von denen die beiden letzten Angaben wertlos sind. Diese
Berichte sind aber weder hinlänglich ausführlich und klar, noch stimmen
sie so überein, dass sie, aus einander ergänzt, ein genaues und
deutliches Bild von des Appius Claudius Tribusänderung geben. Zudem
wissen wir im übrigen vom Wesen der Tribus, ihrer Bedeutung und
praktischen Ver- wendung im Staat äusserst wenig. Es kann daher
nicht Wunder nehmen, dass dies Edikt des App. Claudius von seiner
gesamten censorischen Thätigkeit am meisten umstritten ist. Vieles
freilich, was von den Gelehrten zur Begründung ihrer Ansichten über die
Tribusänderung des App. Claudius vor- gebracht wird, ist lediglich
Vermutung; und wenn derselben auch bei der Knappheit der Überlieferung
Raum gegeben wird, so scheint mir doch das, was vermutet und aus
der Überlieferung gefolgert wird, von dem, was wirklich unzwei-
deutig überliefert wird, streng geschieden werden zu müssen. In Bezug auf
die Überlieferung unseres Gegenstandes ist die Grundfrage, welchem
Berichte wir das Hauptgewicht beilegen sollen, ob dem diodorischen oder
dem livianischen. Nach unsern Erörterungen im ersten Kapitel über den
Wert und das Verhältnis der beiden Quellen ist die Frage für uns
schon dahin entschieden, dass wir von Diodors Berichte auszugehen
und ihn zu Grunde zu legen haben. Wenn seine Angabe auch äusserst kurz
ist, so werden w^ir doch finden, dass sie, genau und wortgetreu
ausgelegt, das Edikt des Censors über die Tribusänderung in der knappsten
Weise, vielleicht mit den Worten des Ediktes selbst, richtig wiedergiebt,
ohne frei- lich seine Bedeutung oder Wirkung auch nur zu berühren.
Den Bericht des Livius glauben wir zur Ergänzung heran- ziehen zu dürfen,
wir haben Gründe dafür, dass er da, wo er von der Tribusänderung des App.
Claudius und ihrer Ver- werfung durch Q. Fabius spricht, aus einer
besseren Quelle schöpft, als sein hauptsächlicher Gewährsmann dieses
ganzen Abschnittes ist (s. unten), und wir werden sehen, dass seine
Angaben in Bezug auf die Wirkung der appianischen Tribus- änderung mit
den Schlüssen, die wir aus Diodors Worten ziehen müssen, wohl
übereinstimmen; daher werden wir auch seinen Angaben über die Censur des
Fabius, wo er die einzige Quelle ist, und w^elche er offenbor von
demselben Gewährs- mann hat, in gewissem Grade Vertrauen entgegen
bringen. Erörtern wir zunächst kurz, was wir von der Tribus-
ordnung vor der Censur des App. Claudius, ihrem Wesen und ihrer Bedeutung
weissen, weil dies notwendig zum Ver- ständnis der appianischen Änderung
ist. Die Tribus sind von Haus aus lokale Bezirke. Das be-
weisen viele Quellenbelege (Dionys IV, 14. Liv. Verrius Flaccus b.
Gellius XVIII, 7. Laelius Felix b. Gelhus XV, 27), die ich in anderm
Zusammenhang, wo ich erörtere, wie die lokale Grundlage der Tribusordnung
zu fassen ist, behandeln werde. Das beweisen vor allem die Namen
der einzelnen Tribus. Zunächst haben die 4 städtischen Tribus
örtliche Namen: Die Sucusana von der Sucusa (Subura) (Jordan, Topogr. v.
Rom I, 185 f. 199), die Esquilina vom mons Esquilinus (Jordan I, 183 f.),
die Palatina vom mons Palatium (Jordan), die Collina vom collis sc.
Qui- rinalis (Jordan, I, 180 f.). Alsdann ist die lokale Grundlage
evident für alle in historischer Zeit seit 389 errichteten Tribus, deren
Namen von Seeen, Flüssen, Städten ge- nommen sind oder sonstigen
örtlichen Ursprungs sind (vgl. Moramsen, Str. III, 171 A. 1—8. 172 A.
1—9. Kubit- schek, de Rom. tribuum origine et propagatione bei Be-
handlung der einzelnen Tribus). Wenn die ältesten sechszehn Tribus auch
nach alten patrizischen Geschlechtern genannt sind, so gilt für sie
dennoch dasselbe örtliche Prinzip: es wird z. B. neben der Tribus Pupinia
der ager Pupinius ge- nannt (s. Kubitschek a. a. O. S. 10). Grotefend
vermutet, dass erst i. J. mit der Tribus Crustumina die Lokaltribus
ein- gerichtet sei (Imp, Rom. trib. descr. S. 3). Aber dem ist
entgegen zu halten, dass doch die tribus urbanae, welche nach der
Überlieferung zuerst geschaffen sind, schon Namen ört- lichen Ursprungs
tragen. Die Benennung von 16 Tribus nach patrizischen Ge-
schlechtern erklärt man so, dass die Tribus von der gens, deren
Grundbesitz der Tribusbezirk umfasste, den Namen er- halten habe
(Mommsen, Str.). Das die Geschlechter im frühesten Gemeindeleben Roms von
grosser Bedeutung gewesen sind, ist ohne Zweifel, und es kann leicht
sein, dass, als das damals noch kleine römische Gebiet in Tribus zerlegt
wurde, die einzelnen Tribus nach den Geschlechtern genannt wurden,
deren Grundbesitz hauptsächlich den Tribusbezirk bildete. Aber es kann ja
auch möglich sein, dass die gentilizischen Namen erst später erfunden
sind. Genug, der Grundsatz, dass die Tribus ursprünglich
Territorialbezirke sind, wird allgemein anerkannt. Nur ist man uneinig,
in welcher Weise die lokale Grundlage der Tribus zu fassen ist. Damit hängen aufs engste die verschiedenen Ansichten von der
Tribusänderung des App. Claudius zusammen. Mommsen fasst die
lokale Grundlage der Tribus in eigen- tümlichem Sinne, er meint, dass die
Tribuseinteilung anfangs nur eine Einteilung des römischen
Privatgrundbesitzes (ager privatus) gewesen sei (Rom. Trib. 17, 151 ff. Rom. Forsch.). „Die Tribus, sagt er bei der neuesten
und ausführ- lichsten Auseinandersetzung dieser seiner Ansicht (Rom.
Staatsr. III, 164), kommt nur dem Grundstück zu, welches im quiri-
tischen Eigentum steht oder stehen kann. Die Einzeichnung von
Grundstücken in die Tribus ist nicht Folge der Grenz - erweiterung,
sondern der Ausdehnung des Privateigentums, mag diese nun erfolgen durcii
die Adsignation von Gemeinde- land an römische Bürger, wohin namentlich
die Gründung der Bürgerkolonien gehört, oder durch Aufnahme von
Halb- bürger- oder Nichtbürgergemeinden in das
Vollbürgerrecht." Der ursprüngliche Privatbodenbesitz ist nach
Mommsens Ansicht der an Haus und Garten (Str. III, 24). Dann wurde
das personale Eigentum ex iure Quiritium auf den Orundbesitz überhaupt
übertragen, was dasselbe ist als die Erstreckung der Tribus von der Stadt
auf die Flur (Str.). Demnach hat sich die Tribuseinteilung anfangs (bei
der Giündung durch Servius TuUius) nur auf die Stadt bezogen (Str.) und
ist erst, als die Flur quiritisches Eigentum ward, auf sie bezogen
worden. Diese Übertragung ivird ausgedrückt durch die Einrichtung der 16
ältesten Tribus, ivelche ihre Namen von den Geschlechtern, deren
Grundbesitz sie umfassten, erhielten: die Flur war ja Anfangs
lediglich Geschlechtsbesitz und zerfiel in Geschlechtsäcker, deren
Auf- teilung eben die Einrichtung der ältesten ländlichen Tribus
bedeutet (Str. III, 168, 170). Aus der Bodentribus ist die
personale abgeleitet ; und da «ich die Bodentribus anfangs nur auf den
ager privatus bezog, so folgt für Mommsen daraus, dass ursprünglich nur
die Römer die Tribus hatten, welche am ager privatus ex iure
<5uiritium partizipierten d. h. anfangs standen nur die An- sässigen
(adsidui-adsidentes, locupletes = qui in loco sunt) in den Tribus,
einerlei ob dies Patrizier oder Plebejer waren (Rom. Forsch. I, 151 f.
154. Rom. Trib. 151 ff. Str. II, ^71 f. Str. III, 182 ff.). Der Besitzer
von Privatgrund- stücken stand in der Tribus, in welcher sein Grundstück
lag ; und mit dem Grundstück ist die personale Tribus von dem
jedesmaligen Besitzer gewonnen und verloren worden. Die Personaltribus
ist also wandelbar (Str.), während die Bodentribus unwandelbar ist, indem
das einer Tribus zuge- schriebene Grundstück späterhin nicht in eine
andere über- tragen werden kann (Str. II, 371; III, 162). Die
Tribus in personaler Hinsicht umfassen also die ge- samte Bürgerschaft,
Patrizier wie Plebejer, welche am ager privatus partizipieren. Aber dies
ist keineswegs die Gesamt- bürgerschaft (R. Str. III, 182. R. Forsch.
154). Alle nicht ansässigen Bürger stehen eben ausserhalb der Tribus.Die
personale Tribus ist nun der Inbegriff aller Pflichten ' und Rechte,
welche dem Bürger aus der Bodentribus er- wachsen ; sie ist das Zeichen
desjenigen Bürgers, der zur Be- steuerung und Aushebung fähig ist und das
Stimmrecht be- sitzt. Steuer-, Heer- und Stimmordnung beruhen auf
der Tribusordnung, sodass die Tribulen, d. h. die Ansässigen, und
nur diese, nach Tribus diesen ihren Pflichten und Rechten nachkamen. Was
zunächst die Kriegspflicht imd das Stimm- | recht betrifft, so gilt für
beides die Tribus als Qualifikation^ nur mit dem Unterschied, dass diese
schlechthin an den Grund- besitz, Dienstpflicht und Stimmrecht dagegen an
einen Minimal- satz von Grundbesitz geknüpft ist (III, 247). Denn
wenn auch die 5 Abstufungen, welche König Servius in Heer- und
Stimmordnung geschaffen hat, in Geldansätzen überliefert sind^ so sind
diese doch anfangs vermutlich in Landmaass aus- gedrückt (s. Gründe
Mommsens Str. III, 247): die 1. Klasse hat den Besitz einer Hufe
(wahrscheinlich c. 20 iugera) und die vier niederen den Besitz einer
Dreiviertel-, Halb- Viertel- und Kleinstelle (c. 20 jug.) erfordert,
während Eigentümer von kleinerem Grundbesitz nicht zu den Grund-
besitzern gezählt sind (Str.). Innerhalb dieser Grenze war die
Bürgerschaft, von den Censoren in Centurien formiert und zwar nach dem
Prinzip der gleichmässigen Verteilung der Tribulen einer jeden Tribus in
sämtliche Centurien, zu Waflendienst und Abstimmung berechtigt. Die
Nichtgrund- besitzer und Vermögenslosen gehörten in eine
Zusatzcenturie (accensi velati), deren Stimmrecht aber bei ihrer Masse
illu- sorisch war (Str. III, 284), und die zwar in der Ordnung des
exercitus centuriatus ihre Stelle hatten, aber vom Waffendienst
ausgeschlossen waren (Str. III, 281, 82). Zwischen der Heer- und
Stimmordnung einerseits und der Steuerordnung anderer- seits bestehen
nach Mommsen keine inneren Beziehungen (III, 230). In älterer Zeit ist
nur Grund und Boden und das, was wesentlicher Bestandteil der
Ackerwirtschaft ist (Sklaven, Zug- und Lastvieh), steuerpflichtig.
Indessen gilt dies nur für die Grundbesitzer, d. h. die Tribulen. Ihnen
entgegengesetzt sind die Aerarier „die Steuerpflichtigen" im
eminenten Sinn, diesehaben nämlich nach Mommsen von Haus aus Steuern vonL
sämtlichen Mobiliarvermögen entrichtet, während sie, wie wir erwähnten,
in Heer- und Stimmordnung nur scheinbar berück-^ sichtigt waren.
Späterhin, es scheint ziemlich früh, setzt Mommsen hinzu, wurde das
tributum allgemein, also auch für die Grundbesitzer, zur Vermögenssteuer;
so war also der Gegensatz zwischen Grundbesitzern (= Tribulen) und
Arariern in Frage gestellt (Str. II, 262 ff.). Unmittelbar hieran
knüpft Mommsen seine Ansicht über die Tribusänderung des Censors
Appius Claudius. Bleiben wir zunächst hier stehen. Wir haben das
System Mommsens von dem Wesen und der ursprünglichen Bedeutung der Tribus
kurz in seinem Zusammenhang dargelegt, um zu zeigen, wie der Grundgedanke
des Systems, dass der Grund- besitz ursprünglich das Requisit für den
römischen Vollbürger gewesen ist, zwar consequent, aber zu sehr
schematisch und doktrinär durchgeführt ist, und um nun unsere Kritik
der Mommsenschen Ansicht anzureihen und unsere eigene ab- weichende
Ansicht zu entwickeln. In den späteren Zeiten der römischen
Geschichte, seit dem Bundesgenossenkrieg, war der lokale Zusammenhang
der Tribus, welcher bei einer Bodeneinteilung jedenfalls ur- sprünglich
vorauszusetzen ist, völlig zerstört. Nach dem ge- nannten Kriege, durch
welchen die meisten bisher bundes- genössischen italischen Städte und
Staaten das römische Vollbürgerrecht und damit die Tribus erlangten,
verteilte man die neuen Vollbürgergemeinden in die bestehenden 35
Tribus, sodass nun die einzelnen Tribus, lokal gefasst, aus
zerstückelten, über ganz Italien verbreiteten Landcomplexen bestanden.
Eine Zusammenstellung der zu den einzelnen Tribus gehörigen Ge-
meindeterritorien ergiebt die Italia tributim descripta (CICERONE (si veda),
de pet. cons. 8, 30), welche Grotefend mustergültig, soweit es
möglich, rekonstruiert hat („Imperium Romanum tributim descriptum"
Hannover 1863 vgl. Kubitschek, de Romanarum tribuum origine et
propagatione. Abhdl. des arch. - epigr^ Seminars. Wien 1882). Schon
in Italien schrieb man grössere Territorien einer bestimmten Tribus zu
(wie z. B. Calabrien der Fabia, Campanien der Falerna, u. a. vgl.
Kubitschek) *, und in der Kaiserzeit, als der Zuwachs des römischen
Gebietes immer grösser wurde, pflegte man oft ganze Länder- massen
einzelnen Tribus einzuverleiben (so wurden die neuen Vollbürgergemeinden
von Spanien der Quirina und Galeria, die von Gallia Narbonensis der
Voltinia zugeteilt vgl. Kubitschek). Indem eine Gemeinde in das
Vollbürgerrecht aufge- ] nommen wurde, wurden alle in ihr
heimatsberechtigten frei- gebornen Bürger einer bestimmten Tribus
zugewiesen. Sie ist also der Ausdruck der Zugehörigkeit 1. zur
communis patria Roma und 2. zur Sonderheimat, der domus (origo) und
der aus dieser Zugehörigkeit erwachsenden politischen Pflichten und
Rechte; sie ist das Zeichen der Heimatsberechtigung in einer römischen
Vollbürgergemeinde. Es ist dies inschriftlich so ausgedrückt und sehr
vielfach belegt, dass hinter den Namen die Bezeichnung der Ingenuität,
der Tribus und des Heimatsortes gesetzt wird. (Z. B.: L. Cornelius. L. F. Vel. Secundinus. Aquileia. Grotefend.)
Die Qualifikation für die Tribus ist die Ingenuität: Jeder Freigeborne in
einer neuen Vollbürgergemeinde erhält die Tribus seiner Heimat und
damit eine persönliche und erbliche Rcchtsqualität, die nicht durch
Adoption (Grotefend) noch durch den In- <iolat, selbst wenn der Übergesiedelte
zu Magistratswürden in,€einem neuen Wohnort gelangte (Grotefend 21), affiziert
wurde. Kur bei Aussendung einer römischen Colonie (colonia
<5ivium Romanorum) mussten die Ausgesandten ihre ange- stammte Tribus
mit der Tribus der Colonie vertauschen (Grotefend). In der
Auff'assung dieser Bedeutung der jüngeren Tribus, wie wir sie
hauptsächlich aus den Inschriften kennen, herrscht im allgemeinen
Übereinstimmung (Grotefend. Vorbemerkungen. Mommsen, R. Forsch. I, 151
fl". R. Str.). Mommsen, der als Qualifikation für die Tribus älterer
Form den Grundbesitz annimmt, giebt nun selbst zu, dass die spätere
Tribus vom Grundbesitz unabhängig gewesen sei. Er hat
also die Pflicht zu erklären, wie und wann sich diese radikale
Veränderung im Wesen der Tribus vollzogen haty. dass aus der Tribus,
welche das Zeichen der Ansässig- keit ist, die Tribus geworden ist,
welche die origo, die Heimatsberechtigung in einer Vollbürgergemeinde
ausdrückt. Staatsrecht II, 341 A. 2 nennt er dieselbe eine ebenso
bekannte und sichere wie in ihrer Entstehung schwierig zu erklärende
Umgestaltung. Er giebt zu, dass über das Auf- kommen der theoretisch wie
praktisch gleich tief einschneiden- den Änderung nichts berichtet werde
(Str. III, 781). Aber sie stimme so vollkommen mit der Tendenz des
Bundes- genossenkriegs, dass sie mit voller Sicherheit auf ihn
zurück- geführt werden könne. Er beschreibt dann die Änderungen^
welche seit Einführung des neuen Prinzips mit den Tribus- verhältnissen
in lokaler und personaler Hinsicht vorgenommen sein müssten (Str.). Was
die Stadt Rom selbst angehe, so sei auch für ihre Bürger, die füglich
keine Sonder- heimat und also keine Ortsangehörigkeit hätten, irgend
einmal durch Gesetz die Tribus als eine persönliche und erbliche
vom Grundbesitz unabhängige Rechtsqualität fixiert worden, sodass jeder
Bürger diejenige Tribus, die er infolge seines dermaligen Grundbesitzes
eben inne hatte, als persönliche über- kam und auf seine Nachkommen
vererbte (R. Forsch. I, 153). Die Patrizier hätten sich die Tribus selbst
gewählt bei dem Eintreten der neuen Ordnung: daher komme es, dass
zwei der ältesten Patriziergeschlechter, die Aemilier und Manlier,
in der Palatina erschienen, die ihrem Adelstolz durch diese Tribus des
königlichen Rom hätten Ausdruck geben wollen. (Str.) Die
Auff'assung Mommsens von der lokalen Grundlage der Tribus ist also die,
dass dieselbe sich anfangs auf den ager privatus Romanus, und personal
auf die Ansässigen bezogen habe, später dagegen auf das Territorium einer
Vollbürger- gemeinde und personal auf alle freigeborne in diesem
Territorium Heimatsbereclitigten ; die Entwicklung vom ersten zum letzten
Prinzip liabe sich im Bundesgenossenkrieg vollzogen. Abgesehen davon,
dass die jüngere und ältere Tribus nach dieser Auffassung nicht die
geringste Verwandtschaft mit ein- ander haben, sondern etwas ganz und gar
Fremdes, Verschiedenes, ja Entgegengesetztes ausdrücken, würde es doch
äusserst merkwürdig sein, wenn eine solche gänzliche Um- wandlung der
rechtlichen Bedeutung der Tribus auch nicht die geringste litterarische
Spur hinterlassen hätte, zumal sie doch in ziemlich später Zeit geschehen
sein soll. Und dass «ie absolut unbezeugt ist, muss Mommsen selbst
zugeben. Die Erklärung einer solchen radikalen Umwandlung
fehlt zudem bei Mommsen völlig. Denn was er über die allmäh- liche
Einwirkung der Ortsangehörigkeit auf die Personaltribus (Str.) und über
das Verhältnis beider (Str. III, 782 ff.) sagt, wird man doch nicht als
Erklärung gelten lassen können. Es erheben sich aber überhaupt gegen eine
solche Umwandlung der Tribus die gewichtigsten Bedenken. Zu- nächst
wäre, vorausgesetzt einmal, dass aus der Tribus der Grundsässigkeit die
des Territoriums einer Vollbürgergemeinde entstanden sei, der Zweck einer
solchen Umwandlung absolut nicht abzusehen. Bei der Aufnahme einer
Vollbürgergemeinde wies man die gesamten Bürger derselben, einerlei ob
Grund- besitzer oder nicht, einer bestimmten Tribus zu. Warum
zeichnete man denn z. B. bei der Aufnahme Tusculums nicht bloss den ager
Tusculanus und die Eigentümer an demselben in die papirische Tribus? So
wäre ja das alte Prinzip ge- wahrt worden. Ein weiterer Widerspruch
ist folgender: Auf die Stadt Rom selbst ist das neue Prinzip nicht vom
Anfang seines Aufkommens an bezogen worden: denn aus der Zunahme
der Vollbürgergemeinden hat es sich ja erst entwickelt. Wenn also für Rom
noch die alte Ordnung bestand, d. h. nach Mommsen, wenn nur die
Grundbesitzer in den ländlichen Tribus standen, während die nicht
Grundansässigen in den 4 tribus urbanae zusammengedrängt waren, so
standen die Bürger einer Vollbürgergemeinde sämtlich in einer
ländlichen Tribus, sodass z. B. ein nichtansässiger Tuskulaner vor
dem nichtansässigen Römer ein Vorrecht hatte, indem jener in der
Papiria stand, dieser aber in eine der städtischen Tribus ge- hörte.
Welches Missverhältnis dies bei dem Dignitätsunter- :schiede der tribus
urbanae und rusticae (s. unten) gewesen wäre, liegt auf der Hand.
Der entscheidende Grund ergiebt sich aus folgender Er- wägung :
Dass die Tribus der späteren Form vom Grundbesitz unabhängig ist, giebt
auch Mommsen zu. Kun aber bezieht sich die Hauptquellenstelle (CICERONE
(si veda), pro Flacco), auf welche Mommsen seinen Grundsatz, dass die
Tribus - Distrikte des ager privatus Romanus seien, stützt (Mommsen, Str.
II, 360 mit A. 2 u. 3. Rom. Trib. 3), auf die Zeit Ciceros, wo,
auch nach Mommsen, die neue Tribusordnung schon bestand. Wenn Cicero
den Decianus fragt: sintne ista praedia censui censendo ... in qua tribu
denique ista praedia censuisti? fio geht doch
daraus mit Evidenz hervor, dass noch damals der Grundbesitz in der Tribus
stand. Und dass er dies stets sethan hat and der Grundbesitz stets für
die Tribus von Be- deutung gewesen ist, werden wir in anderm
Zusammenhang erörtern. Keinesfalls aber kann die angeführte Stelle
dazu benutzt werden, um die Ansicht, dass die Tribus sich ur-
sprünglich lediglich auf den ager privatus bezogen habe, zu
stützen. Alle diese Erwägungen führen zu dem Resultate, dass
eine Entwicklung, wie sie Mommsen annimmt, von einer Tribus, welche die Grundansässigkeit
ausdrückte, zu einer solchen, welche, vom Grundbesitz unabhängig, die
Zugehörigkeit zu einer Vollbürgergemeinde bezeichnete, nicht
stattgefunden haben kann. Da nun das Wesen der späteren Tribus
fest- steht, so muss die Mommsensche Auffassung von der ursprüng-
lichen Tribus falsch sein. Und in der That ist der Satz, dass die
Tribus sich ur- sprünglich lediglich auf den Grundbesitz b^ogen habe,
den Mommsen freilich stets als quellenmässig belegt bezeichnet
und in seinen Consequenzen darlegt, gänzlich unbewiesen. Zunächst ist
scharf zu betonen, dass er keineswegs in dei> Quellen bezeugt ist und
ledighch eine kühne Hypothese ist.,| Nirgends findet sich bei den alten
Autoren, so oft sie auch die Tribuseinteilung erwähnen, eine Angabe, dass
die An- sässigkeit die Grundbedingung für das Stehen in der Tribute
sei. Und es wäre dies doch sehr zu verwundern, wenn ein so klares Prinzip
so scharf durchgeführt wäre, wie ea Mommsen annimmt, zumal dasselbe,
wenigstens für die tribu& rusticae, bis in die späte historisch helle
Zeit gegolten haben soll. Welches war aber die lokale
Grundlage der Tribusord- nung? Was sagen die Alten darüber? Unserer
Ansicht nach war die Tribuseinteilung eine geographische
Distriktseinteilung des gesamten römischen Gebietes, eine nackte
Zerlegung in Bezirke, und zwar war sie von Haus aus dazu bestimmt,
eine Volks einteilung zu sein mit dem Zwecke, im Staatsleben
praktisch verwandt zu werden. Die Tribus wurde also vom Lokal auf die
Person übertragen und zwar, wie das natürlich ist, in der Weise, dass alle,
die in dem Bezirke einer Tribus wohnten, dieser Tribus angehörten, um in
ihr ihre politischem Pflichten und Rechte zu erfüllen. Das Domizil
bestimmte also ursprünglich die Tribus. Eine Reihe direkter
Quellenbelege lassen sich für diese unsere Auffassung geltend machen.
Wenn Laelius Felix (b. Gellius XV, 27) die Tributcomitien so definiert,
dass in ihnen ex regionibus et locis abgestimmt würde, so kann das-
nicht anders aufgefasst werden, als dass nach Bezirken und Wohnsitzen
abgestimmt werde. Mit regiones meint er offen- bar die lokalen
Tribusbezirke, nach denen geordnet die Bürger- schaft abstimme, und mit
loca die Wohnsitze der Einzelnen. Durchaus müsste, wenn der Grundbesitz
das notwendige Re- quisit für das Stehen in der Tribus also das Stimmen
in den Tributcomitien wäre, dies possessorische Prinzip in einer
De* finition der Tributcomitien ausgedrückt sein. Dionys erwälint
direkt die Beziehung zwischen Tribus und Domizil. Nacli ihm richtete
König Servius die Tribus ein rjf-jnom^ Hfiyxcoij^^ dTrodf-i'^ca^'
()ruuo()ic{^ vjü'Tre(i ül/.iuY {-'yMüH}^ üiy.rl ; ausserdem lässt
Dionys den König Servius demjenigen, der in eine bestimmte Tribus
eingeschrieben sei, verbieten '/Mitßari-ti' uh^ku oiy.rüiv. Wenn
diese Angaben auch keineswegs im einzelnen zu glauben sind, so folgt doch
daraus, dass Dionys meint, der Wohnort habe die Zugehörigkeit zur Tribus
bestimmt. Und das ist unserer Ansicht nach sicher der Fall gewesen.
Wenn Avir in diesem Sinne die lokale Grundlage der Tribus
auflassen, lässt sich das, was uns vom Verhältnis der Tribulen unter
einander überliefert ist, sehr einfach und. natürlich erklären. Es was
ein nachbarlicher Geist, so wird uns mehrfach berichtet, der sie verband.
Freilich wäre dies ja auch denkbar, wenn die Tribus nur die Grundbesitzer
um- fasst hätten. Aber es ist mehrfach bezeugt, dass grade zwischen
den niederen und höheren Tribulen einer Tribus dies Nahver- hältnis
bestand (der geringe Mann wird von seinem vornehmen Tribusgenossen zu
Tisch gezogen Horaz ep. I, 13, 15 und beschenkt Sueton, Aug. 4 und
anderes; vgl. Mommsen, Str. III, 197 f.). Es war das gemeinsame Interesse
des Wohnbezirks (Cic. pro Roscio IG, 47: tribules vel vicinos meos),
welches die Tribulen mit einander verband (so z. B. wie die
Censoren i. J. 204 in einigen Tribus den Salzpreis erhöhten).
Und dies weist eben darauf hin, dass die Tribus rein lokale
Bezirke sind. Wie viel leichter lassen sich bei dieser Auffassung
der lokalen Grundlage der Tribus die anderen Quellenstellen ver-
stehen, welche die Lokalität der Tribus erwähnen! Die Worte des Livius
(I, 4o): (Servius Tullius) quadrifariam urbe divisa regionibus
collibusque partes eas tribus appellavit sind doch, meine ich, viel
naturgemässer so auszulegen, dass S. Tullius das gesamte Stadtgebiet in
vier rein lokale Bezirke teilte, als so, dass der im Stadtgebiet gelegene
ager privatus in vier Tribus zerlest sei. Dasselbe gilt von dem Ausdruck
des Dionys, dass S. Tullius die Stadt in 4 to.-ax«, <fcm zerlegt
habe. Dionys sagt selbst, wie er ro.-r,.o,aufgefasst wissen will, und
auch Livius hat nach den ob.gen Worten die lokale Bedeutung der Tribus
nicht anders aufgetasst. Schliess- lich führe ich noch die Erklärung der
Tribus an, welche Verrius Flaccus (b. Gellius XVIII, 7) giebt: tribus
d.c. et pro loco et pro iure et pro hominibus. Auch hier ist locus
einfach und natürlich als Wohnort zu fassen. Wenn also Mommsens Anschauung
von dem Wesen der Tnbus einer- seits auf einer gezwungenen
Quelleninterpretation beruht, so erheben sich anderseits dagegen auch
viele sachliche Be- Der Tribule. d. h. nach Mommsen der
Grundbesitzer, hat diejenige persönliche Tribus, in deren lokalem Bezirk
sein Grundbesitz lag. Wie aber war es, wenn Jemand in mehreren
Tribusbezirkcn Grundstücke besass? Persönlich konnte doch Jeder nur in
einer Tribus stehen (Mommsen, Str. 111, 1»^), und in der Steuerrolle
konnte Jeder nur einmal seinen Platz finden In einem solchen Falle,
vermutet Mommsen, habe die Wahl der Personaltribus und die
EinSchätzungssumme vom Censor besthumt werden müssen. Die Willkür, die in
einer solchen Sachlage liegt, giebt Mommsen selbst zu (11, d7 J
t.;. So hätte es also Grundstücke gegeben, deren Tribus sich nicht
auf den Eigentümer übertrug. Dasselbe trat ein, wenn Personen, die
nicht Bürger sein konnten, - etwa Frauen oder Ausländer - römischen
ager privatus erwarben. Auch dann sei, meint Mommsen (Str.;]) die
Übertragung der Bodentribus auf die Personen tort- gcfallen, so dass also
für die Tribus in diesem Falle der Um- stand, dass Jemand nicht aktiver
römischer Bürger sein konnte, wichtiger war als der Grundbesitz.
Wie sich gegen die Auffassung des Tribulen Bedenken erheben, so
auch' gegen die des Nichttribulen, des Arariers. Die Annahme, es seien
die Ärarier eine den Tribulen absolut entgegengesetzte Bürgerklasse, sie
seien ohne Stimmrecht und Heerespflicht und nur stärker besteuert, ist
lediglich Hypo- these ; sie beruht allein auf der häufig wiederkehrenden
Formel der censorischen nota „tribu movere et aerarium
facere". Aus derselben geht allerdings hervor, dass das aerarium
facere häutig mit tribu movere verbunden war, aber nicht, dass es
identisch ist. Dies kann es vielmehr nicht gewesen sein. Das folgt
deutlich aus einem Bericht des LIVIO (si veda), wo er erzählt, der Censor
M. Livius habe 34 Tribus zu Arariern gemacht (Liv.). Da nach Mommsen tribu
movere in späterer Zeit gleich einer Versetzung in die tribus urbanae
ist, so müssten also damals alle Tribulen in die städtischen Tribus
versetzt sein, was Unsinn ist. Tribu movere kann nicht dasselbe sein wie
aerarium facere ; dazu stimmt, dass letzteres mehrfach allein genannt
wird (LIVIO (si veda0, IL Gellius). Wer Ärarier war, brauchte noch
nicht tribu motus zu sein ; das folgt gleich- falls aus dem angeführten
Bericht des Livius. Der tribu motus war aber immer aerarius: also ist der
eine Begriff weiter als der andere. Tribu movere heisst die
Tribus ändern lassen (Liv. 45, 15 : tribu movere nihil aliud est quam
mutare iubere tribum). Was dies für Nachteile mit sich brachte, wissen
wir absolut nicht. Die Ärarier aber sind nichts als eine Art
Strafklasse, die höher besteuert war. Livius deutet die Art dieser
will- kürlichen Straf besteuerung an, wenn er berichtet (IV, 24),
Mam. Aemilius sei zum aerarius octuplicato censu gemacht, d. h. zum
Ärarier unter Erhöhung seiner Steuerpflicht um das Achtfache (vgl.
Soltau, Volksversamml., Madvig, Verf. u. Verw.). Hiermit ist der absolute
Gegensatz auf- gehoben, welchen Mommsen zwischen Tribulen und
Arariern annimmt, als seien alle Ärarier Nichttribulen. Das
Resultat dieser Erörterungen besteht darin, dass die Mommsensche Theorie
von der Tribusordnung, als sei sie an- fangs lediglich eine Einteilung
des ager privatus, und als ständen nur die Grundbesitzer in den Tribus,
nicht recht sein kann. Die lokale Grundlage besteht vielmehr, wie wir
aus den Quellen gefolgert haben und jetzt noch weiter
erörternd beweisen werden, darin, dass die Tribuseinteilung eine
einfache geographische Distriktseinteilung des gesamten römischen
Ge- bietes war. Diese lokale Grundlage ist stets dieselbe geblieben:
deutlich lässt sie sich noch in der späten Zeit erkennen, wo Mommsen einen
völligen Umschwung im Wesen der Tribus annimmt. Denn nachdem man zu dem
Grundsatz ge- kommen war, keine neuen Tribusbezirke mehr
einzurichten, konnte man füglich das angegebene lokale Prinzip nur
wahren, wenn man das ganze Gebiet einer neuen Vollbürgergemeinde
einer der bestehenden Tribus zuwies. Und so geschah es: nach demselben
einfachen lokalen Prinzip, nach welchem das gesamte römische Gebiet in
Tribusbezirke zerlegt war, schrieb man die späteren neuen
Vollbürgerterritorien einem jener Ur- bezirke zu. Nur der örtliche
Zusammenhang, welcher für die Urbezirke bestand, ward dadurch aufgehoben
; das war aber eine notwendige Folge davon, dass man keine neue Bezirke
seit d. J. 241 v. Chr. stiftete. Es liegt nicht in meinem Plane, zu
erörtern, aus welchen Gründen man zu diesem Grundsatz kam, die Zahl der
Tribus nicht mehr zu vermehren, noch auch, nach welchen Prinzipien man
später die neuen Vollbürgerterritorien an die einzelnen Tribus verteilte.
Darin dass man bei der Neuaufnahme einer Vollbürgergemeinde ihr
ganzes Territorium einer Tribus zuschrieb, zeigt sich dasselbe lokale
Prinzip, welches wir von Anfang an anzunehmen haben. Von dem Lokal wurde die Tribus auf die Person übertragen. In späterer
Zeit gehörte derjenige zum Verbände einer Voll- bürgergemeinde, also in
die Tribus dieser Gemeinde, der in ihrem Territorium heimatsberechtigt
war. Dass die Heimats- berechtigung in der Regel mit dem Domizil
zusammenfiel, liegt in der Natur der Sache; aber es ist ausdrücklich
be- zeugt, dass solche, welche in andere Städte übersiedelten, die
Tribus ihrer Heimat behielten (Mommsen, R. Forsch.). In früherer Zeit war in dieser Hinsicht das Domizil ent-
scheidend. Wer in dem Bezirke einer Tribus wohnte, hatte persönlich diese
Tribus, und mit dem Wechsel des Wohn- sitzes ward auch die Tribus
gewechselt. Die Personaltribu& ist also auch nach unsrer Ansicht
wandelbar. IMit diesen Unterschieden der Personaltribus in späterer und
früherer Zeit, werden wir sehen, hängt das Edikt des App. Claudius
eng zusammen. Die lokale Grundlage der Tribus in dem Sinne,
wie wir entwickelt haben, nimmt schon Niebuhr an (R. G.). Wenn wir
auch in allem andern, was er über die Tribus und ihre ursprüngliche
Bedeutung annimmt, ihm widersprechen müssen, so hat er doch das lokale
Prinzip, auf dem die Tribusordnung beruht, richtig erkannt, dass sie
nämlich eine einfache Distriktseinteilung ist und in persönlicher
Hinsicht alle in dem Distrikte einer Tribus Wohnenden umfasst. Von
Niemanden ist diese Ansicht angenommen, nur Clason (Kritische
Erörterungen über den röm. Staat.) vertritt sie, leitet sie aber weder
beweisend ab, noch verfolgt er ihre Consequenzen in der politischen
Verwendung der Tribusord- nung. Die Übertragung der Tribus vom Lokal auf
die Per- son geschah in der Weise, dass, grade wie später die Per-
sonen, welche dem Territorium einer Vollbürgergemeinde an- gehörten, der
Tribus derselben zugeschrieben wurden, auch früher die Tribus auf die
Personen, welche ihrem Bezirke an- gehörten, übertragen wurde. Doch war
dazu eine bestimmte Qualifikation notwendig. Diese war in späterer Zeit
die In- genuität. Wann dies Prinzip aufgekommen, habe ich nicht zu
erörtern; es scheint erst sehr spät (Mommsen, R. Staatsr. III, 439 ff.j.
In früherer Zeit und ursprünglich bestand diese Grenze nicht. Vielmehr
haben ursprünglich alle in dem Be- zirke einer Tribus wohnenden römischen
Bürger auch personal diese Tribus gehabt. Die Qualifikation für die Personaltribus
war also ursprünglich das Bürgerrecht, und zwar das Bürger- recht
schlechthin und unbeschränkt. Die Ansicht Niebuhrs (R. G. I, 457
f.), dass ursprüng- lich nur die Plebejer in den Tribus gestanden hätten,
wird schon dadurch widerlegt, dass die 16 ältesten ländlichen
Tribus ^atrizische Geschlechtsnamen tragen. Die Schriftsteller
bezeichnen ausdrücklich die 35 Tribu» als identisch mit dem ganzen
römischen Volke (z. B. CICERO (si veda), de leg.: populus fuse in tribus
convocatus und viele andere Stellen), und nirgends schliessen sie einen
Teil der Gesamt- bevölkerung aus, was bei der Annahme einer
distriktartigen Einteilung des gesamten Gebietes sehr erklärlich und
natur- gemäss ist. Selbst die Freigelassenen haben
ursprünglich in den Tribus gestanden. Denn wenn Dionys und Zonaras
über- liefern, dass S. Tullius den Libertinen das Bürgerrecht ge-
geben habe und sie in die Tribus (Zon. VII, 9), und zwar in die 4 tribus
urbanae (Dion. IV, 22) aufgenommen habe, so besagt dies jedenfalls
soviel, dass das römische Staatsrecht, indem es die Tribus der
Freigelassenen auf S. Tullius, den mythischen Urheber des römischen
Verfassungslebens, zurück- führt, keine Zeit kannte, wo die
Freigelassenen nicht in den Tribus gestanden hätten. Die Freigelassenen
haben ja von Haus aus das Bürgerrecht, wenn auch ein
zurückgesetztes. Und da sie deshalb dem Staate gegenüber Pflichten
und Rechte, wenn auch in geringerem Masse, hatten, so mussten sie
auch in den Abteilungen der Bürgerschaft Platz linden, welche dazu
bestimmt waren, damit die Bürgerschaft nach ihnen ihren Pflichten und
Rechten dem Staate gegenüber ge- nüge (vgl. über die Tribus der
Libertinen Becker, Hdb. II, 1, 96 ff. Madvig, Verf. u. Verw. I, 203.
Clason, App. Claud.). In der politischen Bedeutung nämlich
liegt das weitere wesentliche Moment der Bedeutung der
Tribusordnung. Sie ist dazu geschaffen, und dieser Zweck ist ihr von
Haus aus eigentümlich, dass sie im Staatsleben praktisch zu
politisch- administrativen Zwecken verwandt werde. Denn was hätte
eine solche geographische Distriktseinteilung für einen Wert, wenn sie
nicht von Anfang an dazu bestimmt gewesen wäre, eine Volkseinteilung zu
sein, dass die Bürgerschaft, nach diesen Distrikten geordnet, ihren
politischen Pflichten und Rechten nachkomme? Die Tribusordnung ist von
Anfang an die Voraussetzung der Steuerordnung, Heerordnung und
Stimm- ordnung. Die Alten selbst betrachten diese politisch - admi-
nistrative Verwendung der Tribus als ihren Zweck. Dionys sagt vom König
Servius (IV, 14) : Ta^ y.cauyoaifd^ tlov oya- Tivncov ycci nc^
Fi^7ii>a§F.i^ n^n' y^njicktov rag yivofihag etg ra oroaTiomyi} vmi rag
aUag /of/c.,-, ag ^yaorov ^'ösi toj y.oivco Tiuolyeiv, inyÄTi yard rag
iQflg cfr/Mg rag yerimg, (k tcqoteqov, cWm 'xard rag rhra^ag rag romy^g
rag v(f' kwnw diarayßeiaag tTCOulro. Dasselbe ergiebt sich aus den
Etymologien, welche von dem Worte tribus gegeben werden. VARRONE (si
veda) (d. 1. 1.) sagt: tributum dictum a tribubus quod ea pecunia, quae
populo imperata erat, tributim a singulis pro portione census exigebatur,
und Livius umgekehrt: (Servius) partes urbis tribus appellavit, ut ego
arbitror, a tributo. Diese Ety- mologien haben selbstverständlich als
solche keinen Wert; sie beweisen nur, dass sich die Schriftsteller die
Steuerordnung und die Tribuseinteilung als unzertrennlich dachten; ebenso
haben auch ohne Zweifel Heer- und Stimmordnung von Anfang an auf
der Tribusordnung beruht. Ich kann, wenn ich die politische
Bedeutung der ur- sprünglichen Tribus darlegen will, selbstverständlich
nicht alle die einzelnen Fragen, die zum Teil äusserst schwierig
sind, und über die noch lange nicht die Akten geschlossen sind,
sowie über die politischen und administrativen Institute, bei denen die
Tribuseinteilung praktisch verwandt worden ist, handeln : ich habe mich
lediglich darauf zu beschränken, dar- zulegen, in welchem Verhältnis die
Tribus zu Steuer-, Heer- und Stimmordnung stehen. Der Akt, welcher eine
allgemeine Zählung der Bürger bezweckte, um nach ihren eidlichen
Aus- sagen über ihre Verhältnisse ihre Bürgerpflichten und Bürger^
rechte zu bestimmen, ist der Census, die Schätzung (vgl. Mommsen, Str. H,
Madwig, Verf. u. Verw. I,^ .).
Diese nun beruht unmittelbar und allein auf der Tribusein- teilung. Denn
tributim mussten alle römischen Bürger auf dem Marsfelde vor dem Censor
erscheinen und ihre eidlichen Angaben über Namen, Alter, Vermögen machen.
(Dionys.). Darin dass beim Census durchaus alle Bürger mcldungspfliclitig
waren (Ladungsbefehl b. Varro 1. 1. 6, 86: omnes
Quirites, Liv. 1, 44: lex de incensis etc. Cic. pro Cluent. 34. Dion. IV,
15), und dies tributim geschah, sehe ich einen neuen Fingerzeig dafür,
dass die Tribus auch alle Bürger umtasst haben: von einer Schätzung, die
nicht tributim geschehen wäre, erfahren wir absolut nichts. Momm-
sen hilft sich, indem er für seine ausser der Tribus stehenden Ärarier
eine besondere Schätzung, welche derjenigen der Tribulen folgte, annimmt
(Str. II, 343). Auf dem Census beruht zunächst die Bestimmung des
Tributum, der direkten Vermögenssteuer (Mommsen, Str. III, 228. Madvig,
Verf. u. Verw. ). Der Bürger musste sein Vermögen de- klarieren,
und der Censor hatte es abzuschätzen zum Zweck der Besteuerung. Als
steuerpflichtig werden die verschieden- sten Gegenstände bezeichnet (cf.
Mommsen, Str. II, 363 m. A. 1). Das hauptsächlichste steuerpflichtige
Objekt ist, zumal vor dem Aufkommen der Geldwirtschaft, der
Grundbesitz: m Grundbesitz hat Anfangs wohl allein, wie das
natürlich ist und allgemein angenommen wird, der Pwcichtum bestanden,
und auch später ist dies vielfach der Fall gewesen. Da nun die o-esamte
Schätzung und also auch die Deklarierung des steuerfähigen Vermögens
tributim geschah, so musste auch der Grundbesitz tributim zum Zweck der
Besteuerung ab- geschätzt werden d. h., wenn man will, auch der ager pri-
vatus stand in der Tribus. Es ist dabei natürlich, dass an- fangs, wo die
Personaltribus an das Domizil gebunden war, dies in der Tribus geschah,
in dessen Bezirk der Grund- besitzer wohnte, mochte sein Grund])esitz
oder Teile desselben auch in den Bezirken andrer Tribus liegen. So
allein, glaube ich, können die Quellenstellen, die von agri censui
censendo oder der Tribus von Grundstücken sprechen, ausgelegt
werden. (Festus, epit. CICERONE (vedasi) pro Flacco). Dies ist
das Verhältnis von tribus und ager privatus, welches, wie Cic. pro
Flacco 32, 79 beweist, stets so geblieben. Auf dem Census beruht
ferner die gesamte sog. servianische Klasseneinteilung und Centurienverfassung.
Da der Census nach Tribus geschah, so folgt, dass zwischen Tribus-
einteilung und der Centurienverfassung ein Zusammenhang be- stehen muss.
Für die sog. reformierte Centurienverfassung, welche seit der Mitte des
dritten vorchristlichen Jahrhunderts bestand (vgl. Mommsen, Str. III,
280), steht das Verhältnis ziemlich fest, schon seit Pantagathus (vgl.
die neusten Ab- weichungen Mommsens vom bekannten Schema Str.). Aber
damit habe ich mich nicht zu befassen. Auch für die ältere sog.
servianische Centurienverfassung ist ein Verhältnis zur Tribusordnung
anzunehmen, wenngleich nichts <lavon überliefert ist. Mommsen hat das
wahrscheinliche Ver- hältnis nachgewiesen (Trib. Str.). Sein
Resultat ist dies, dass das leitende Prinzip bei der Centuriation ^die
gleichmässige Verteilung der Tribulen einer jeden Tribus in sämtliche
Centurien, also die Zusammensetzung einer jeden Centurie aus gleich
vielen Tribulen aller Tribus" gewesen sei. Aber mehr als
approximativ hätte diese Gleichmässigkeit im besten Falle nicht sein
können. Ganz so wie Mommsen das Prinzip der Centuriation annimmt, kann es
unmögUch gegolten haben. Denn wenn eine jede Centurie aus gleich
vielen Tribulen aller Tribus zusammengesetzt worden wäre, so würde
dadurch vorausgesetzt, dass in jedem Tribusbezirk gleich viel Bürger
einer jeden Censusklasse gewohnt hätten, dass also alle Tribus an
Kopfzahl und Vermögen sich einander gleich gewesen wären, was, selbst
approximativ, unmöglich der Fall gewesen sein kann, wie Polyb. VI, 20 (s.
unten die Inter- pietation) beweist. Das Prinzip der
gleichmässigen Centuriation ist wohl nur auf die Angehörigen einer Tribus
von gleichem Census zu beziehen, sodass die in einer Tribus wohnenden
Bürger mit gleichem Census in die Centurien ihrer Censusklasse
gleich- massig verteilt wurden. Und selbst so eingeschränkt, kann
das Prinzip keineswegs als Gesetz gegolten haben, sondern ist vielfach,
wie Mommsen sehr wahrscheinlich macht (Str.), der Machtvollkommenheit der
Censoren überlassen : vielleicht sind auch noch andere Dinge bei der
Centuriation berücksichtigt (s. unten). Für die nicht klassischen Tribulen d.
h. die Bürger, deren Census den Satz der untersten Klasse nicht
erreichte, kam die Centuriation überhaupt nicht in Frage ; sie standen in
einer Zusatzcenturie. Wenn sich auch kein be- stimmtes Verhältnis
zwischen der Tribusordnung und der älteren Centurienverfassung nachweisen
lässt, so müssen sie doch in notwendigem Zusammenhang stehen ; es folgt
die& eben schon daraus, dass die Centurienordnung auf dem
Census^ und dieser auf den Tribus beruht. Direkt auf der
Tribusordnung ruhten die Tributcomitien, Sie waren diejenige
Volksversammlung, in welcher unmittelbar nach Tribus, Mann für Mann,
viritim, ohne Rücksicht auf Census oder Unterschied des Standes und der
Stellung ab- gestimmt wurde (Dionys VII, 59 CICERONE (vedasi) de leg.
III, 19 Liv. 39,^ 15 u. a.). Wir haben das Wesen der Tribus
dahin festgestellt, das» sie lediglich einfache, lokale Bezirke sind,
dass alle römischen Bürger, welche in dem Bezirke einer Tribus wohnen,
auch persönlich dieser Tribus angehören, und zwar, um in derselben
. ihre politischen Pflichten und Rechte auszuüben. So können wir
zur Erörterung der Tribusänderung des App. Claudius übergehen.
Wir gehen aus von der besten Überlieferung Diodors. Wenngleich
seine Angabe äusserst knapp ist und vielleicht mehrfache Auslegung
zulassen könnte, so glaube ich doch,, dass sie, wortgetreu aufgefasst,
klar, deutlich und wahr ist. Diodor sagt (XX, 36): i^dioite rolg
Tio/Ajai^ ij]v e^ovaiav otiol TiQoaiQolvTO xif.uaaal>ca d. h. er gab
den Bürgern die Erlaub- nis, sich schätzen zu lassen, wo d. h. in welcher
Tribus sie wollten. Mit Recht hat Dindorf die Worte, welche in
einigen Handschriften folgen: 'Acd iv unoia Tig ßov/.8Tai cpv/,fi
TccTzea- d^ai gestrichen, da sie dasselbe bedeuten wie die vorhergehen-
den. Wenn Siebert (App. Caudius S. 50) die Worte otiol tt^^o- aiQolvTO
TifojaaaS^ta auf die Klassen bezieht, während die folgenden iv oTioia iig
ßauXerat (fvXfi TaTTeoO^at nach seiner 'i!- Meinung die Tribus
bezeichnen, so ist die Tautologie, die in dem Zusatz läge, noch nicht
aufgehoben, weil, wer in der Tribus stand, auch nach dem Census in die
Klassen aufge- nommen werden musste; zudem widerspricht Sieberts
Auslegung den Worten Diodors; denn er -giebt selbst zu, das& der
Census bei der Bestimmung der Klasse massgebend war : die Bürger konnten
sich also die Klasse nicht wählen {7i()oaL~ QohTo), sondern der Censor
hatte sie nach dem Census in die bestimmte Klasse zu setzen.
Noch willkürlicher ist der Versuch Gerlachs („Griechischer Einfluss
in Rom" Basel), die Worte iv OTioirf rtg ßovkeTai (fvl^ Tcareoü^ca
als echt zu erweisen. Appius Claudius gab nach Diodors Worten den
Bürgern die Erlaubnis, sich in der Tribus, in welcher sie wollten^
schätzen zu lassen. Der Ton liegt auf den Worten oTiot TiQOaiQoh'TO, und
es folgt aus ihnen, dass vor App. Claudius die Bürger sich nicht in jeder
beliebigen Tribus schätzen lassen durften, sondern, so fahren wir nach
unseren obigen Erörte- rungen fort, in der Tribus, in deren lokalem
Bezirke sie wohnten. Es stimmt dies so genau und klar zusammen,
dass Diodors Worte nicht anders ausgelegt werden können, wenn man
ihnen nicht Gewalt anthun will. Diodor bezieht die Ände- rung, die Appius
Claudius mit den Tribus vornahm, zunächst auf die Schätzung
{jL^irfiaad^ai)', da aber auf dem Census^. der eben nach den Tribus
vorgenommen wurde, Steuer-^ Heer- und Stimmordnung, wie wir sahen,
beruhte, so musste das Edikt des App. Claudius natürlich und notwendig
auf alle diese Verhältnisse zurückwirken. Die Änderung des App.
Claudius bestand also darin, dass er die Personal- tribus von dem
Wohnsitz löste, dass er den Zwang be- seitigte, nach welchem der römische
Bürger für die Aus- übung seiner politischen Pflichten und Rechte an den
Bezirk seines Wohnortes geknüpft war; an Stelle des früheren
Domizilzwangs für die Ausübung der Bürgerpflichten und Bürgerrechte
setzte App. Claudius also die Freizügigkeit. Absoluter Domizilzwang hat
wohl nie bestanden, obwohl dies Dionys vom König Servius einführen lässt;
also ist wohl auch Tribuswechsel gestattet gewesen: aber vor Appius
<^laudius konnte letzterer nur die Folge des ersteren sein, nur wer
sein Domizil in einen andern Tribusbezirk verlegte, erhielt auch personal
diese andere Tribus und kam in ihr seinen politischen Obliegenheiten
nach. Seit der Censur des App. Claudius konnte jeder Bürger in jeder
beliebigen Tribus sich schätzen lassen und seinen politischen Pflichten
und Rechten nachkommen, jeder im Bezirk einer städtischen Tribus
wohnende Bürger in jeder beliebigen städtischen und länd- lichen und
umgekehrt. Den Zweck, welchen App. Claudius mit seinem Edikte
verfolgte, seine Wirkung und Bedeutung werden wir, soweit und was sich
darüber festsetzen lässt, unten erörtern; sehen war zunächst, w^as die
anderen Berichte über die Tribusände- rung des App. Claudius sagen.
Livius übergeht in dem Jahre, in welches er die Censur <les App.
Claudius setzt, die Tribusänderung desselben vöUig. Ohne Bedenken kann
man annehmen, dass seine Quelle, der «r an dieser Stelle folgt,
gleichfalls davon schwieg. Und es scheint dies bei dem Standpunkt, den
die Quellen des Livius dem App. Claudius und überhaupt der gens Appia
gegenüber einnehmen, nicht wunderbar. In anderm Zusammenhang haben
wir bereits erwähnt, dass der gens Claudia in der späteren römischen
Annalistik eine merkwürdige, durchweg erkennbare Rolle angedichtet ist:
alle Appii Claudii werden seit Livius und besonders von ihm als
ultraconservative Vertreter des Adelsregimentes dargestellt. Nach demselben
Schema ist auch unser Censor geschildert (9, 34). Es hätte nun die
Massregel der Tribusänderung, welche, wie wir noch genauer
betrachten -werden, durchaus demagogisch ist, mit dem politischen
Charakter, den die spätere Annalistik dem App. Claudius beilegt,
keineswegs übereingestimmt: so überging man dieselbe eben. Zu einem
späteren Jahre jedoch, dem Jahre der Adilität des €n. Flavius (304),
berührt Livius kurz die Tribusänderung des App. Claudius, und es ist
höchst wahrscheinlich, dass er an dieser Stelle (9, 4G von ceterum bis
Schluss) aus einer andern, und zwar bessern, Quelle geschöpft hat. Er
berichtet nämlich in diesem Kapitel (9, 46) zunächst die Wahl des
Cn. Flavius zum Ädilen, alsdann dessen Amtsführung und kehrt schliesslich
mit ceterum wieder zur Wahl zurück, um noch neues Detail über dieselbe
beizubringen. Es ist dies offenbar ein Compositionsfehler, der sich am
besten so erklärt,. dass man annimmt, Livius habe nach Abschluss seiner
Er- zählung in einer neuen Quellle andere Angaben gefunden über die
Wahl des Cn. Flavius, die er nun anhangsweise bei- fügte (cf. Seeck,
Kalendertafel der Pontifices). Dass diese Quelle eine bessere ist als
die, welcher Livius sonst über App. Claudius folgt, geht daraus hervor,
dass er die Massregeln des App. Claudius erwähnt, welche als dema-
gogische dem ihm sonst von Livius beigelegten politischen Charakter
widersprechen, und das Demagogische derselben sogar ohne Hehl
ausdrückt. Es heisst bei Livius a. a. 0.: Ceterum Flavium
dixerat aedilem forensis factio Appii Claudii censura vires nacta,
qui senatum primus libertinorum filiis lectis inquinaverat et
postea- quam eam lectionem nemo ratam habuit nee in curia adeptus
erat quas petierat opes urbanas humilibus per omnes tribus divisis forum
et campum corrupit. Den Gedanken, dass App. Claudius, weil er nach dem
Scheitern seiner senatus lectio nicht die erstrebten opes urbanas
erreicht hatte, dies nun durch seine Tribusänderung bezweckt habe, werfen
wir weg: es ist offenbar eine causale Verbindung der beiden Massregeln,
die Livius selbst hergestellt hat, und die aus der allgemeinen
Auffassung des Livius von dem politischen Streben des App. Claudius
geflossen ist. Nach Livius besteht die Tribusände- rung des App. Claudius
darin, dass derselbe die humiles über alle Tribus verbreitet habe und so
die Tributcomitien (forum) und die Centuriatcomitien (campum sc. Martium)
verschlechtert, heruntergebracht habe. Unter humiles
versteht Livius nie eine bestimmte Bürger- klasse, es ist bei ihm nur der
Gegensatz von nobilis, potens opuleritus, bedeutet also im allgemeinen niedrig,
an Geburt, Stand oder Macht und Vermögen (cf. Siebert). Zuweilen
versteht Livius darunter auch die ärmeren Plebejer. Und ein solcher allgemeiner
Begriff, den Livius stets mit humilis verbindet und daher sicher
auch hier, passt vortrefflich zu unserer Auffassung von des App.
Claudius Tribusänderung. Es ist naturgemäss anzunehmen, dass die
Bewohner der Stadt Rom dichter zusammenwohnten als die des umliegenden
flachen Landes, ferner dass die Stadtbewohner zum grössten Teil zu den
mittleren und unteren Volksschichten gehörten, seien es Kaufleute,
Handwerker oder ein sonstiges städtisches \ Gewerbe Treibende. Zu den
Reichen werden die Stadtbe- i wohner in ihrer grossen Masse nicht zählen
können, zumal in ältester Zeit nicht, wo der Grundbesitz der alleinige
Reich- tum war. Dabei ist nicht ausgeschlossen, dass reiche Grund-
besitzer in der Stadt wohnten und umgekehrt Nichtgrund- besitzer auf dem
Lande, wie für die spätere Zeit der Repu- blik es vielfach bezeugt ist,
dass Grundbesitzer in der Stadt wohnten (s. unten). Ihrer grossen ]\Iasse
nach waren aber die Städter einmal dichter zusammengedrängt und dann
ärmer als die Masse der Landbewohner. Zur Ausübung ihrer poli-
tischen Pflichten und Rechte waren sie nun an die Tribus ihres
Wohnplatzes gebunden, und es ist nicht zweifelhaft, dass sie in diesem d.
h. ni den tribus urbanae von jeher das Übergewicht gehabt haben. Aber es
standen den städ- tischen Tribus von jeher eine grössere Anzahl
ländlicher gegenüber, in denen ohne Zweifel die Reicheren und
Reichsten die Überzahl ausmachten. Zur Zeit des App. Clau- dius standen
21 ländliche gegen die 4 städtischen Tribus. Vermöge der Überzahl der
Bezirke der ländlichen Tribulen hatte diese also stets, vor allem in den
Tributcomitien, die Oberhand, während das Stimmrecht der ärmeren und
ärmsten Tribulen, die in der Stadt zusammengedrängt waren, ziemlich
illusorisch war, da nur die Abstimmung der 4 tribus urbanae precLde Macht
in den Comitien m we chen d- Kopfzahl entschied, zu erlangen, sich über
d.e l^^^^f ^ Jj \^breiteten und so vern,öge ihrer Masse '" -«1^ "/
J" „meisten ländlichen Tribus das Übergewicht -lang -Und dies sagt
ia eben Livius mit nicht misszuverstehenden Worten (ipp C humilibus per
on,nes tribus divisis forun, corrup.t . Ltht so leicht erklärbar ist der
Zusatz des Livius, dass durch JSicht so leiciii. Stimmrecht in den
Centuriatcomitien diese Massregel auch das Stimmrecht m ae verschlechtert
sei (eampum sc. Martmm corrupit). Denn de Erklärung Clasons, -'»^r campus
se. d^ u. .eine ländliche Tribus, unter forum d.e S;-";-J
'^;;. comitien zu verstehen, wird doch schon aus dern g'-f J^^J
fällig weil darin eine Tautologie läge, mdem das Ubei gewicht Tln
gesamten Tributcomitien dasjenige - /-.-f"/;^ Tribusbezirken
voraussetzt. Wenn bei der Centunafon das Szt dir gleichmässigen
Verteilung der TrlbtUen em. jeden Tribus auf alle Centurien Gesetz
gewesen wäre, so hatten schon n; Claudius die hunüles auf die Centurien
der d.em^.us entsprechenden Klasse gleichmässig verteil --d- ^^Tg
Aber dass dem nicht so gewesen ist, wird d-h die Wnkun des appianischen
Ediktes bewiesen. Liyius sagt, dass durch die Verteilung der humiles auf
alle Tribus auch das Stimm thl il den Lturiatcomitien verschlechtert
worden sei ; als gewannen die humiles, indem sie sich auf alle T"bus
zer Eeuten, auch mehr Geltung in den C-turi^-—,. je mehr Tribus sie -;^
VklTsiorl^Tu: aTf t langten sie auch von da aus. Ls kann sicn
u letzte höchstens vorletzte Censusklasse beziehen, da de dltber
Stehenden wohl nicht mehr zu den humiles gezahlt werden können. So
liegt hier das Verhältnis zwisciien Tribus und Cen- turien; aber wie es
zu erklären ist, ist mir unmöglich zu finden. Die ]\[achtvollkommenheit
der Censoren, die dies zu regeln hatte, genügt auf keinen Fall zur
Erklärung (vgl. Mommsen, Str.). Sei ihm, wie es wolle, wir dürfen
dem Livius glauben, dass die Wirkung des appianischen Ediktes sich nichi
bloss auf die Tribut-, sondern auch auf die Centuriatcomitien geäussert
hat. Aber damit hören auch unsere Nachrichten über die
Wirkung des Ediktes auf. Ob es und welchen Einfluss es auf Steuererhebung
und Aushebung geübt hat, ist kaum zu er- mitteln. Die Zahl der Steuer-
und aushebungspÜichtigen Bürger wurde durch dasselbe nicht vergrössert,
sondern es trat durch die Massregel nur eine andere Verteilung der
Tribulen über die Tribus ein. Also trat wohl eine Veränderung der
Tribulen- anzahl in den meisten Tribus ein, indem sich viele Bürger
nicht in ihrer Heimattribus sondern in einer andern schätzen Hessen; aber
das Gesamtresultat der Aushebung und Steuer- erhebung musste, da die Zahl
der zu beiden Verpflichteten nicht vermehrt wurde, füglich dasselbe
bleiben. Das Edikt hatte wesentlich nur die oben ausgeführte, von Livius
über- lieferte politische Wirkung, dass es durch die Freistellung der
Tribuswahl das Stimmrecht der humiles verbesserte. Und wenn hierin der
hauptsächlichste, wenn nicht ehizige, Zweck des Censors selbst beim
Erlassen des Ediktes bestanden hat, so stimmt dies vortrefflich mit
seinem gesamten politischen Charakter. Er war Neuerer und Demagog,
begünstigte die niederen Volksschichten und besonders die städtische
Be- völkerung. Ohne Zweifel ist der
Samniterkrieg, der ja unter der Censur des App. Claudius geführt wurde,
auf die demokratische Massregel von Einfluss gewesen. Die W^ehr-
kraft des römischen Volkes musste in diesen Jahren aufs höchste gespannt
werden, und da die unteren Schichten die meisten Krieger stellten, so war
es zeitgemäss, wenn unser volksfreundlicher Censor deren politischen
Rechte förderte. Die Tribusänderung des App. Claudius ist sehr
wohl denkbar mit der alleinigen Wirkung auf die Comitien, be-
sonders die Tributcomitien. Alles, was sonst von neueren Gelehrten über
die Wirkung der appianischen Massregel auf Steuerordnung und Aushebung aufgestellt
ist, ist unbeglaubigt; besonders gilt dies von Mommsens Ausführungen, die
aller- dings consequent mit seiner Ansicht über das ursprüngliche
Wesen der Tribus und die Tribusänderung- des App. Clau- dius
zusammenhängen. Anfangs steuerten nach Mommsen die Tribulen d. h. die
Grundbesitzer nur vom Grundbesitz, während die Ararier von jeher vom
ganzen Vermögen steuerten. Bald aber ward auch für die Tribulen aus der
Grund- steuer eine Vermögenssteuer. Und hieran consequent an-
knüpfend, verband App. Claudius die persönliche Tribus statt mit dem
Grundbesitz mit dem Vermögensbesitz schlecht- hin oder vielmehr mit dem
Bürgerrecht, indem er die Ararier in die Tribus aufnahm, sie also den
Tribulen gleichstellte (Str. II, 375). In Folge des Ediktes, dass sich
jeder Bürger, in welcher Tribus er wolle, schätzen lassen dürfe,
konnte^ während früher nur der Ansässige in der Tribus seines
Grund- besitzes gestanden hatte, jetzt sowohl der Ansässige in eine
andere als auch der Nichtansässige, der bisher ausserhalb der Tribus
gestanden hatte, in jede beliebige Tribus eintreten. Die natürliche
Wirkung des Erlasses sei die gewesen, dass sich die besitzlose, in Rom
zusammengedrängte Menge über alle Tribus verteilt habe (Rom. Trib.) : es habe sich diese Wirkung geäussert auf Stimm-, Heer-
und Steuerordnung, in Bezug auf die erstere sowohl in den Tribut- als den
Cen- turiatcomitien. Für die Tributcomitien sei es klar, ebenso für
die (Centuriatcomitien, da jeder, der in die Tribus neu aufgenommen
werde, auch in die Centurien gelangen müsse je nach dem Census. (Rom.
Trib. Str.). Da nun die Centurien sowohl dem Zwecke der Abstimmung
als dem des lleerdienstes dienten, so hätten die Nichtansässigen
seit App. Claudius auch ihre Stellung in der Wehrordnung. Nur sei das
letztere an einen Minimalsatz von Vermögen ge- knüpft. Dieses, das
ursprünglich, wie alle Censussätze, in Bodenmass ausgedrückt sei, könne in
der Epoche des App. Claudius nur in schweren Ass angesetzt sein, grade
wie die gesamten Censussätze (40,000, 30,000, 20,000, 10,000, 4400 Ass,
letzteres der Miniraalsatz. Str) In Bezug auf die Steuerordnung sei
durch die Censur des Appius der Vermögensbesitz schlechthin auch für
die Tribulen d. h. die Grundbesitzer als Objekt der Besteuerung
festgesetzt worden (Str. III. 249). Grade dieser Punkt ist 1^ geeignet,
um mit der Kritik der Mommsenschen Ansicht ein- zusetzen. Mommsen macht
nämlich selbst den Zusatz, dass die Censur des App. Claudius nicht wohl
denkbar sei, wenn nicht damals schon das Tributum allgemein zur
Ver- mögenssteuer geworden wäre, d. h. wenn nicht damals schon auch
die grundsässigen Leute vom ganzen Vermögen gesteuert hätten (Str. II,
363 A. 4). Appius Claudius habe nur die Consequenz daraus gezogen, indem
er die Ärarier auch an Rechten den Tribulen gleichstellte. Mommsen
erkennt also an, dass der faktische Gegensatz, der nach seiner
Ansicht zwischen Ärariern und Tribulen bestand, dass jene vom ganzen
Vermögen steuerten, diese nur vom Grundbesitz und also die bessere
Steuerklasse waren, schon vor der Censur des Appius Claudius aufgehoben
sei. Mindestens müsste man doch beides als gleichzeitig ansetzen; denn
die Gleichstellung in den Pflichten gegenüber dem Staate hätte doch
naturgemäss die Gleichstellung in den Rechten zur notwendigen und
sofortigen Folge gehabt. Aber überiiaupt steht diese
Ansicht von der Tribusände- rung des App. Claudius auf schwachen Füssen.
Wie ge- zwungen ist zunächst die Interpretation der Quellenstellen,
wenn man sie in Mommsens Sinne auflassen will. Sagt denn Diodor oder Livius
ein Wort oder liegt in ihren Notizen auch nur eine Andeutung, dass die
Massregel des App. Claudius in der Neuaufnahme von Nichttribulen
bestanden hätten? Vv'arum hätten diese Schriftsteller, wenn sie die
appianische Massregel so aufFassten, wie Mommsen meint, nicht
deutlich gesagt, dass App. Claudius viele bisherige Nichttribulen
in <lie Tribus aufnahm und dann allen Tribulen das Recht gab,
«ich in einer beliebigen Tribus schätzen zu lassen? Diodor und Livius
selbst können also die Massregel unmöglich in Mommsens Sinne gefasst
haben, denn sonst hätten sie ja, müsste man annehmen, das Wesentliche
derselben, die Neu- aufnahme bisheriger Nichttribulen, nicht gesagt.
Nein! Beide sprechen nur von einer anderen Verteilung der Tribulen.
Es hängt diese Ansicht Mommsens, die von vielen Seiten, nur hier und da
mit nebensächlichen Abweichungen vertreten wird (Niebuhr R. G. I, 477,
ITI — . Alterth. 70, 98, ist darin Mommsens Vorgänger, hat die
Ansicht nur nicht im einzelnen so genau ausgeführt. Herzog, Gesch.
und System I, 269 fl*. Ihne, Rom. Gesch. I, 366 fl*. u. a.) eng zusammen
mit seiner Auflassung vom ursprünglichen Wesen der Tribusordnung, die wir
oben widerlegt zu haben glauben. Wie unwahrscheinlich ist es, um den oben
ausgeführten Grün- den noch eine hierhin gehörende Erwägung vom
historischen Standpunkt aus hinzuzufügen, dass eine ganze
Bevölkerungs- klasse mit einem Male in die Rechte der Vollbürger
eingesetzt sei. Denn es umfassten doch nach
Mommsen die Ararier d. h. die Nichtgrundbesitzer die ganze
gewerbetreibende und die „ganze in Rom zusammengedrängte besitzlose
Menge" (R. Trib.), deren Gesamtzahl doch sehr gross gewesen
sein muss, da sie durch die Verteilung auf alle Tribus in der
Mehrzahl der Tribus die Majorität erlangt hat, sodass sie z. B. die noch
nicht dagewesene Wahl eines Libertinensohnes zum Curulaedilen durchsetzen
konnte. Diese Nichtgrund- besitzer müssen demnach nach Mommsen, da doch
Centuriat- und Tributcomitien den populus („die patriizisch -
plebejische Bürgerschaft") ausmachen, bis auf App. Claudius aus
dem Begrifl* des populus ausgeschieden werden. Die ganze grosse
Bevölkerungsklasse der Nichtansässigen lebte also Jahrhunderte lang bis
zum Jahre 310 v. Chr. ohne jede Teilnahme an den politischen Rechten der
Bürger lediglich als Steuerzahler. Und nirgends wird von einem Versuche
dieser grossen Be- ^ölkerungsklasse, sich die politischen
Vollbürgerrechte zu erringen, berichtet, wie es doch die plebs gethan hat. Erst
da& Machtedikt eines Schatzungsbeamten setzte sie in die Voll-
bürgerrechte ein. Ziehen wir hinzu, dass nirgends in unser» Quellen weder
von einer ursprünglichen Ausschliessung der Nichtgrundbesitzer aus den
Tribus, d. h. den VoUbürgerrechten^ noch von einer Neu aufnähme derselben
durch Appius Clau- dius auch nur eine Andeutung gemacht wird, so kann
man wohl das gesamte System Mommsens als hinfällig bezeichnen,
zumal wenn dessen Consequenzen, wie wir bei der Erörterung, der Censur
des Fabius darthun werden, bestimmten, von Quellen ersten Ranges
überlieferten Thatsachen widersprechen. Ausser Diodor imd Livius erwähnen
noch einige alte Autoren die Tribusänderung des App. Claudius:
Plutarch,. Popl. 7. Val. Max. II, 2, 9. Valerius Maximus hat, wie
man auf den ersten BHck erkennt, aus Livius geschöpft und kann, da er
nichts neues beibringt, übergangen werden. Plu- tarch sagt a. a. O. :
(Ova/Joio^) rov Orndlxior t.iJ>}](pioc(ro ngviTOv tmekevd^eimv
ty,elr<n' tv 'Piöur yeviO&ai TToUxr.v xal (fl^etv ifjijffov I]
ijOv'/MiTO (f>(ita()iH :TO(K;rfiit;0ivTa. Tol^; dt aklot^
ccTislecdiooii; oipf- y.ca uem riolvv yomov tiovoiav Diese Stelle
ist der Ausgangspunkt für die von manchen Neueren, in einigen
Variationen, vertretene Ansicht, dass die Massregel des App. Claudius
sich lediglich auf die Frei- gelassenen bezogen habe, indem man meint,
der präciseren Angabe Plutarchs über die vom appianischen Edikt
Betroffenen vor den ungenaueren des Diodor und Livius den Vorzug
geben zu dürfen. Madvig lässt die Freigelassenen mit der
übrigen besitz- losen hauptstädtischen Einwohnermasse von Anfang an
auf die 4 tribus urbanae beschränkt sein (Verf. u. Verw. 1, .),.
während die übrigen Bürger je nach der Lage ihres Grund- besitzes in die
Tribus eingezeichnet wären. In den städtischen Tribus hätten die Libertinen
seit Ser- vius Tullius, wie Dionys überliefere, das Stimm recht
gehabt. Zwar sei diese Beschränkung: in und wieder
durchbrochen, aber immer wieder zur Geltung gekommen und habe bestanden,
so lange es Volksversamm- lungen gegeben habe. Die erste Aufhebung dieser
Beschrän- kung sei eben das Edikt des App. Claudius, welches den
Freigelassenen den Zutritt zu allen Tribus gestattet habe. Siebert
fasst den Begrift der Leute, auf welche sich das Edikt des App. Claudius
bezogen habe, noch enger. Er meint, es seien davon nur die grundsässigen
Libertinen betroifen; das Prinzip der Ansässigkeit für die ländlichen
Tribus habe der Censor nicht aufgehoben, sondern nur die
grundsässigen Libertinen den ingenui gleichgestellt, indem er sie und
ihre ISöhne, welche beide mit den nichtansässigen Freigelassenen und
nichtansässigen Freigebornen bisher auf die städtischen Tribus
eingeschränkt waren, in die ländlichen Tribus aufnahm, und zwar in
diejenige, in welcher sie ansässig waren ; in Folge dessen habe er sie
auch in die Klassen und Cen- turien aufgenommen, während sie vorher von
diesen ausge- schlossen waren und in der letzten Zusatzcenturie
gestimmt hatten. In diesem Sinne interpretiert Siebert in äusserst
gezwungener Weise die Angaben aller Autoren über App. -Claudius (l. c.
S.). Ausgehend von der Auffassung ;Niebuhrs über den politischen
Charakter des App. Claudius als eines streng patrizischen Politikers
bringt nun Siebert die Tribusändrung in der Weise mit den angeblich
patrizischen Tendenzen in Einklang, dass er annimmt, App. Claudius
habe die Libertinen begünstigt, um sich auf sie gegen die
plebejische Nobilität und die Coalitionspartei, deren Ziel die
Verbindung er patrizischen und plebejischen Nobilität gewesen sei,
zu stützen. Nach Lange sind unter den humiles, welche
das Edikt <les Censors betraf, sowohl die nichtansässigen Freigeborenen
als die gesamten Freigelassenen, einerlei ob ansässig oder nicht, zu
verstehen. Diese habe App. Claudius, wenn sie es wünschten, in die Tribus
des Landes eingezeichnet. Das Prinzip der Grundsässigkeit sei also für
die Tribus aufgehoben nicht aber für die discriptio classium et
centuriarum. Diese sei von App. Claudius' Edikt nur insofern berührt, als
die^ ansässigen Freigelassenen auch in die Klassen und Cen- turien
gelangt seien (Lange, Altert.). Soltau, nach dessen Ansicht das Prinzip
der Grundsässigkeit zur Zeit der Decemvirn durchbrochen ist (Entstehung
u. Zusammensetzung der altröm. Volksversammlungen) lässt den App.
Claudius nur die Libertinen in die Tribus aufnehmen (a. a, O.).
Diesen Ansichten gegenüber muss zunächst die Frage aufgeworfen
werden, ob der einzige Plutarch, der für gewöhn- lich seine Nachrichten
über römische Geschichte aus späten» Quellen schöpft, das Gewicht hätte,
dem Diodor und Livius vorgezogen zu werden. Letztere können nämlich
sicher nicht die Tribusändrung des App. Claudius allein auf die
Frei- gelassenen bezogen haben. Denn es wäre doch wahrlich
wunderbar, wenn sie diese allein als vom appianischen Edikt betroffen
angenommen hätten und sich dabei so unbestimmt ausgedrückt hätten (Diodor:
ol Tiollxm. Liv. humiles), während sie doch bei der senatus lectio des
Censors die von Appius in den Senat Aufgenommenen ganz bestimmt als
Libertinen - söhne bezeichnen. Aber sagt denn Plutarch wirklich,
das& sich die Tribusändrung des Censors allein auf die Freigelassenen,
bezogen habe? Vindicius, so berichtet er, erhielt zur Be- lohnung von
Valerius Poplicola das Bürgerrecht und die Erlaubnis, sich eine Tribus,
welcher er angehören wolle, zu wählen ; daran knüpft er die Bemerkung :
col^ (U ttlloi^ dne- ^evd^'ciioig e^ovoiar ffi/^ipou ör^(.it(yioytov
vöioi^e ^'ATiTTiot^, Das kaim doch nicht heissen, dass App. Claudius den
Freigelassenen^ das Bürgerrecht gegeben habe, da dies doch noch mehr
als das Stimmrecht umfasst, sondern es bezieht sich auf das, was-
Plutarch vom Stimmrecht des Vindicius gesagt hat; Plutarch meint also
ohne Zweifel, dass App. Claudius den Libertinen dasselbe Stimmrecht
gegeben habe, wie Valerius dem Vin- dicius, d. h. das Recht, die Stimme
in der Tribus, in welchei?. sie wollen, abzugeben. Und so gefasst
enthalten die Worte Plutarchs offenbar Wahrheit. Denn dass die
Freigelassenen zum grössten Teile von städtischem Gewerbe lebten und
unter den humiles urbam eine grosse, wenn nicht die grösste, Anzahl
ausmachten, ist an sich schon wahrscheinlicli und folgt auch daraus, dass
eme der wichtigsten Wirkungen der appianischen Tribusänderung die
Wahl eines Libertinensoimes zur curulischen Aeddität gewesen ist (s.
unten), dass also die vom appianischen Edikt Betroffenen vom
libertinischen Element dominiert wurden. Aber allein können die
Freigelassenen nicht diejenigen gewesen sein, auf welche sich das Edikt
bezog. Das sagt kein Schriftsteller, selbst Plutarch nicht, und es wird
be- sonders dadurch bewiesen, dass erst im 6. Jahrhundert der Stadt
ein rechtlicher Unterschied zwischen libertini und ingenui festgesetzt
wurde, indem um das Jahr 220 v. Chr. die liberum auf die 4 tribus urbanae
beschränkt wurden (Liv. Ep. 20. cf. Mommsen, Str. III, 436 ff Madvig, Verf.
und Verw. I, 203 f.). Auch Mommsen lässt die Freigelassenen nur einen
Teil derer sein, auf welche sich die Massregel des App. Claudius
bezog, und zwar hätten sie unter den Bürgern, denen sie vor allem zum
Vorteil gereichte, an Zahl besonders hervorgeragt. Die Libertinen, meint
er (R. Trib., Str.), hätten unter den nicht grundsässigen ohne Zweifel
die erste Stelle eingenommen, weil es ihnen bei „der noch
ungebrochenen Erbgutsqualität ^ unmöglich, wenngleich nicht verboten,
ge- wesen sei, Grundbesitz zu erwerben. Deshalb hätte die That des
Appius, die Aufhebung des Prinzipes der Grundsässigkeit für die
Personaltribus, allenfalls als Verleihung des Stimm- rechtes an die
Freigelassenen bezeichnet werden können, wie es Plutarch thue. Es hängt
diese Ansicht, wie man sieht, eng mit der allgemeinen Auffassung Mommsens
von der Tribus- ändrung des App. Claudius zusammen.
Recapitulieren wir kurz unsere Resultate: Die Tribus- ändrung war
eine lokale Distriktseinteilung, sie war von Haus aus dazu bestimmt, eine
politische Volkseinteilujig zu sein, d. h. sie hatte den Zweck, dass die
Bürger nach ihr geordnet ihre Ptlichten und Rechte gegenüber dem Staate
erfüllten. Sie umfasste daher die gesamte Bürgerschaft (mit P]inschluss
der Freigelassenen): die Tribus in personaler Beziehung be- zeichnete
also das Bürgerrecht schlechtliin. Der Bürger war in Bezug auf die
Ausübung der Rechte, welche ihm die Tribus gewährte, an die Tribus seines
Wohnortes gebunden. Diesen Domizilszwang für die Tribusordnung hob App.
Claudius auf. Es hatte dies die natürliche Wirkung, dass sich die in
der Stadt zusammengedrängte Masse der niedrigen Volksschichten über
alle Tribus verbreiteten, um einen ihrer Kopfzahl ent- sprechenden
Einfluss in den einzelnen Tribus zu gewinnen; sie erhielten so' in den
Tributcomitien die Oberhand und auch in den Centuriatcomitien gewannen
sie grössere Geltung. Es haben sich Spuren in der Überlieferung
erhalten, dass die humiles von ihrem neuen Rechte, in jede beliebige
Tribus eintreten zu dürfen, ausgiebig und leidenschaftlich Gebrauch
gemacht haben, vielleicht dass sie sich planmässig über die einzelnen
Tribusbezirke verteilt haben, um in möglichst vielen oder allen Tribus
vermöge ihrer Kopfzald — und diese muss gross gewesen sein die Majorität
zu erlangen. Livius sagt: ex eo tempore (vgl. Weissenborn z. d. St.: seit
der Censur des Appius Claudius) in duas partes discessit civitas: aliud
integer populus fautor et cultor bonorum, aliud forensis factio tenebat,
doncc etc. ; es sind hier unter der forensis factio die Leiter der
Bewegung zu verstehen, welche bezweckte, auf Grund der appianischen
Tribusänderung die humiles möglichst planmässig über die Tribus zu
verteilen, um ihnen in den meisten Tribus die Majorität zu
verschaffen, während der integer populus diejenigen bezeichnet,
welchen nichts daran lag oder liegen wollte, dass die humiles so in
ihren Rechten gefördert wurden, und welche sich daher an der Bewegung
nicht beteiligten. Die humiles, zu deren Nutzen A.pp. Claudius sein Edikt
der Tribusändrung erlassen hat, scheinen also ihr neues Recht energisch
benutzt zu haben. Einen grossen Erfolg erreichten sie sechs Jahre
nach dem Erlass des Ediktes: sie setzten nämlich in den
Tributcomitien ciie Wahl eines Libertinensohnes, des Cn. Flavius, zum
curu- lischen Aedilen durch. Dass diese Wahl mit der Censur des
App. Claudius zusammenhängt, ist sicher bezeugt (s. unten). Diodor
sagt a. a. O.: o di- drjuo^ TOthoig f-dv dvTi7TQdTT0)v (d. i. rolg
iTiKpaveOTcnoig) t(;7 di- ^Atttiui) o i luf i /.OTijiiObuerog y.a) t/]v
tlov dtoyerolr TFQOayioyj]}' ßsßcatoaai ßoch^ievog^ dyn^aroiwr
eilezo ^rjg tTiKfarearFnag ccyooavoiiiag vlor uTte/.rvd^H^no FvaTov
0l(xßiov etc. ; und Livius : ceterum Flavium dixerat aedilem forensis
factio App. Claudii censura vires nacta. Die Nobilität hatte zwar sogleich im
folgenden Jahr nach der Abdankung des App. Claudius (d. i. im J. 307)
neue Censoren, M. Valerius und C. Junius, gewähl t, offenbar so
schnell, um die Tribusändrung des App. Claudius rückgängig zu machen.
Aber diese erreichten nichts, wir wissen nicht, warum. Kach sehr kurzem
Lustrum, drei Jahren, wählten sie nun zwei Männer zu Censoren, welche
schon als Consuln d. J. energisch
gegen eine Neuerung des App. Claudius vor- gegangen waren, den Q. Fabius
und P. Decius. Diesen gelang es
auch, die Tribusändrung des App. Clau- dius umzustossen. Über
die Censur des Q. Fabius und P. Decius ist allein der Bericht des Livius
(IX, 46) von Wert. Wir haben er- örtert, dass der Abschnitt, in welchem Livius
hiervon berichtet (IX, 46 von ceterum bis Schluss), aus einer andern
und besseren Quelle geschöpft ist. Valerius Maximus (II, 2, 9)
kann, weil er den Livius benutzt hat und nichts neues bei- bringt, bei
Seite gelassen werden ; ganz wertlos ist wegen ihrer Nachlässigkeit die
Angabe des Auetor de viris illustribus 32: censor libertinos tribubus
amovit. Es heisst bei Livius a. a. O.: Fabius simul concordiae causa
simul, ne humillimorum in manu comitia essent, omnem forensem turbam
excretam in quatuor tribus coniecit urbanas- que eas appellavit; adeoque
eam rem acceptam gratis animis ferunt, ut Maximi cognomen, quod tot
victoriis non pepererat, hac ordinum temperatione pareret. Dieser
Bericht wird von den Forschern je nach ihrem verschiedenen Standpunkt,
den sie der Massregel des App^ Claudius gegenüber einnehmen, ausgelegt.
Mommsen nimmt an, dass Fabius für die seitdem sogenannten ländliclien
Tribu» den Zustand wieder eingeführt habe, der vor Appius war, d.
h. dass für sie ländlicher Grundbesitz wieder das Requisit wurde. Die
vier städtischen dagegen, in deren lokalem Be- reich die forensis turba
domiziliert war, habe er den nicht ansässigen Bürgern überlassen und habe
sie, die nicht minder ländliche gewesen waren, deshalb die städtisclien
genannt. (R. Trib. 154.) Von Ansässigen seien vermutlich mir die
nicht zahlreichen Hausbesitzer ohne Landbesitz in den städti- schen
Tribus geblieben (Str. III, 186). Dass so in den Tribut-^ comitien das Übergewicht
der ansässigen Bürger w^ieder her- gestellt wurde, sei klar; und dafür,
dass die Nichtansässigen sich nicht aus den vier städtischen Tribus über
alle Centurien verbreiteten, habe die Machtvollkommenheit der Censoren
sorgen müssen. (R. Trib. 155. Str.). Es steht und fällt
diese Ansicht mit der Auffassung vom Wesen der Tribus und der Änderung,
die App. Claudius damit vornahm. Aber gerade an dieser Stelle erheben
sich noch einige gewichtige Bedenken, welche das ganze Mommsensche
System treffen. Mommsen meint, dass in den städtischen Tribus
nur Nichtansässige und höchstens w^enige städtische Hausbesitzer,
also zumeist die ärmeren und ärmsten Bürger, ständen. Es müssen aber in
ihnen Bürger aller Censusklassen gestanden haben. Das geht deutlich aus
dem Ausliebungsbericht des Polybius hervor. Von der Aushebung sind
nach Polybius überhaupt au.sgeschlossen die Libertinen und alle, deren
Census 4000 Ass nicht erreichte. Nach dem Berichte des Polybius werden
nun die einzelnen Tribus nach dem Loose vorgerufen imd dann für 4
Legionen je 4 und 4 ausgewählt. Da die Dienstpflicht und die Ausrüstung
sich nach dem Census abstufte, so muss innerhalb der einzelnen Tribus die
Aushebung nach den Censusklassen stattgefunden haben. Also
müssen doch alle Censusklassen in allen Tribus vertreten sein, also
auch in den städtischen (vgl. Niese, Göttinger gelehrte Anzeigen).
Auch in den städtischen Tribus müssen demnach die höchsten
Censusklassen vertreten gewesen sein. Für die spätere Zeit ist dies
wirklich nachgewiesen. Senatoren erscheinen mehrfach in städtischen
Tribus: Ein Aemilier (C. J. L.), ein Manlier (C. J. L.), ein Nummier (C.
J. L.) in der Palatina, ein Sestius (Bull, de corr. Hellen.), ein
Coponius (Josephus, Archäol.), ein Matius^ (C. J. L.), welches sämtlich
Senatoren sind (vgL Mommsen Str. f. Niese, Gott. Gel. Anz. a. a. O.).
Mommsen übersieht dies freilich nicht, er weiss es auch zu erklären: In
der späteren Zeit, so sagt er, sei die Bedeutung^ der Tribus ganz anders
geworden, und zwar seit dem Sozial- krieg ; sie habe seitdem eine
persönliche und vom Grundbesitz unabhängige, nur die origo d. h. die
Heimatsberechtigung in einer Vollbürgergemeinde ausdrückende
Rechtsqualität be- zeichnet. Auch auf Rom selbst sei diese neue
Bedeutung^ übertragen; und als dies geschehen sei, da hätte sich
ein jeder seine Tribus wählen können oder seine frühere behalten
können. So seien die genannten Patrizier in die städtischen gelangt: und
die altadligen Manlier und AemiHer hätten füg- lich ihrem Adelstolz durch
die Wahl der Tribus des könig- lichen Rom Ausdruck geben wollen (Str.).
Die Un- wahrscheinlichkeit steht dieser Erklärung an der Stirn
geschrieben. Wozu nimmt man eine solche Wandlung in der Bedeutung der
Tribus an, die so künstlich erklärt werden muss, und die zu dem ganz und
gar unbezeugt ist. Nach unserer Ansicht erklärt sich der Umstand, dass
später auch die ersten Censusklassen in den städtischen Tribus
vertreten sind, einfach so, dass sie auch in früherer Zeit und von
Anfang: an darin haben stehen dürfen und gestanden haben.
Diejenigen Forscher, welche die Tribusändrung des App^ Claudius
allein auf die Libertinen beziehen, müssen dasselbe^ auch von der
Massregel des Fabius behaupten; sie meinem also, dass die Libertinen von
Fabius auf die 4 städtischen Tribus beschränkt seien. Auf die einzehien
Variationen dieser Ansicht (Madvig, Verf. u. Verw. Lange, Altert.
Siebert, App. Claud.) und ihre Widerlegung brauche ich nicht einzugehen,
nachdem wir nachgewiesen, dass des Appius Massregel nicht allein die
Libertinen betroffen haben kann. Wie nun hat Q. Fabius
die Tribuaiindrung des App. Claudius rückgängig gemacl\t? Die
wichtigste und den Optimaten so unangenehme Wirkung des appianischen
Edikts war die gewesen, dass die urbani Jiumiles sich über alle Tribus
verteilten und besonders die Abstimmungen der Tributcomitien völlig in
ihre Gewalt bekamen. Diese Wirkung musste nun ausgeglichen werden. Und
Fabius bewirkte dies dadurch, dass er den humiles nicht mehr alle Tribus,
sondern nur eine kleine Anzahl frei Hess. Omnem forensem turbam excretam
in quatuor tribus coniecit urbanasque eas appellavit, sagt Livius. Fabius
schied also die forensis turba, die humiles aus, d. h. er schied sie
aus <ler Zahl der übrigen Tribulen und den Gesetzen, welche für
diese galten, aus, nahm ihnen das Recht, sich in jeder beliebigen Tribus
zu schätzen, und beschränkte sie auf vier Tribus, und zwar, wie sich das
natürlich ergab, auf die ihres Wohnsitzes, die städtischen. Der
Domizilszwang für die Ausübung der Rechte, welche mit der Tribus
verbunden waren, blieb nach wie vor aufgehoben. Nur auf die humiles bezog
sich das Edikt des Fabius, während für alle andern Bürger die An-
ordnung des App. Claudius auch weiterhin zu Rechte bestand, sodass sich
dieselben also in jeder beliebigen ländlichen oder städtischen Tribus
schätzen lassen konnten, welches letztere aber kaum vorgekommen ist, da
es wertlos war. Die Massregel bezweckte nur das Übergewicht der humiles
urbani ^u brechen, welches diese nach dem Edikt des App. Claudius
vermöge ihrer Kopfzahl in den Tributcomitien erlangt hatten, und dies
wurde dadurch erreicht, dass den humiles die vier «tädtischen Bezirke
angewiesen wurden, in welchen sie allein ihre politischen Rechte ausüben
durften. Innerhalb derselben wird dem Einzelnen die Wahl der Tribus
überlassen sein^ sodass also auch für sie nicht wieder der alte
Domizilszwang für die Ausübung der politischen Rechte eingesetzt
wurde. Das Edikt des Fabius bezog sich demnach ledighch auf
die humiles urbani, deren Vorteil App. Claudius mit seiner Tribusänderung
bezweckt hatte. Aber Fabius kann unmög- lich als die, welche sein Edikt
betraf, nur ganz unbestimmt die humiles genannt haben, er muss eine
bestimmte Grenze gezogen haben für die, welche in der Folge nur in
den städtischen Tribus ihre politischen Rechte ausüben durften. Es
ist darüber nichts überliefert. Kahe liegt die Vermutung^ dass die
Beschränkung sich auf diejenigen bezog, welche den Minimalcensus nicht
erreichten. Doch ist das eine blosse Vermutung. Wenn Livius
sagt: urbanas eas appellavit, so heisst das nicht, dass diese Tribus
vorher noch nicht bestanden hätten^ oder dass die Bezeichnung tribus
urbanae von Fabius er- funden wäre. Da aber jetzt durch ein Gesetz der in
der Stadt wohnenden niederen Volksmasse die vier städtischen Tribus
speziell angewiesen wurden, so verband sich mit dem Begriff der tribus
urbanae seitdem der Begriff der geringer geachteten Tribus gegenüber den
rusticae; und so scheint Livius den obigen Ausdruck zu fassen: Fabius
habe die Tribus urbanae zuerst so in dem geringschätzigen Sinn ge-
nannt. Damit ist nicht ausgeschlossen, dass nicht Patrizier oder sonstige
reiche Grundbesitzer in den städtischen Tribut nach Fabius stehen
konnten. Gestattet war es nach unserer Auffassung der Massregel des
Fabius, und es ist nach den angeführten Beispielen sicher. Vielleicht
sind es solche, welche in der Stadt wohnten und es vorzogen, ihre
politischen Rechte am Wohnort zu üben oder aus einem andern Grund.
Wie durch die Massregel des Fabius das Uebergewicht der humiles in
den Tributcomitien gebrochen wurde, ist klar. Aber auch in weniger
Centurien müssen sie verteilt sein, da. "sie in weniger
Tribus standen. Doch dies ist eben ein völlig unbekannter Punkt (s.
oben). Die Bedeutung und der Zweck der Massregel des Fabius lag
darin, dass sie das Uebergewiclit der humiles in den meisten Tribus
brach. Und dies war eine grosse That, seitdem dieselben schon
sechs Jahre lang ihr neues Recht, sich in allen Tribus schätzen zu
lassen, gebraucht hatten. Fabius erhielt
davon den Namen des Grossen (Liv. a. a. O.). Sonstiges über den
Censor App. Claudius Caecus und Schlussurteil. Der
Neuerungssinn unseres Censors hat sich auch auf andern Gebieten
bethätigt. Ich erwähne kurz, dass er sich auch mit litterarischen Dingen,
Eloquenz, Poesie, Grammatik, Orthographie, befasst haben soll (Cic. Tusc.,
Priscian, Dig.. Hart. . vgl. Mommsen, Rom. Forsch.). Alsdann
habe ich zwei Anordnungen des App. Claudius über sakrale Dinge zu nennen.
Die erste ist die Austreibung der Pfeifergilde aus dem Tempel des
Jupiter. Livius
erzählt diese heitere Geschichte genauer (vgl. Censorin. d. d. n.
12. OVIDIO (si veda), fasti, Val. Max. II, 5, 4);
man kann aber nicht wissen, in wie weit sie historisch ist (vgl.
Mommsen, R. Forsch. Lange, Alterth.). Eine zweite Änderung des App.
Claudius im Götterkult ist die Uebertragung des Herkuleskult von der gens
der Potitier auf Gemeindesklaven (LIVIO (si veda) cf. Festus, VARRONE (si
veda), L. L., Val. Max., Macrob. Saturn.). Historisch scheint daran die
Uebernahme des Her- kuleskult von Seiten des Staates zu sein, der ihn
dann durch Staatssklaven ausüben Hess (Preller, Mjthol. 651.
Marquardt, Staatsalterth. Niebuhr, III, 362. Schwegler, R. G.). Mit
der Potitierlegende steht in unserer Ueberlieferung unseres Censors
Beiname Caecus im Zusammenhang. Die Götter seien durch jene Massregel
erzürnt, erzählt Livius <^), und hätten ihn einige Jahre nach seiner
Censur mit Blindheit geschlagen. Daher habe er seinen Beinamen er-
halten. Aber diese Annahme wird schon dadurch widerlegt, •dass App.
Claudius in den Fasten noch zwei Mal, i. J., als Consul erscheint (Diod.). Es
ist diese Erzählung ohne Zweifel nur ein Versuch, das Cognomen zu
erklären, der aber durch die angegebene Thatsache als falsch
"bewiesen wird; denn was CICERO (si veda) (Tusc. disp.) sagt, APPIO
(si veda) CLAUDIO habe sich, obwohl er blind gewesen sei, keinem Amte
entzogen, ist doch nicht zu glauben. Ein eben- so zu beurteilender
Erklärungsversuch des Beinamens ist die Nachricht Diodors, dass App.
Claudius ^iji; di)yf^g diioi.v^tig xal lor icTTO r/;s' avyy.hWov
ifih'.vov ev'Ucßr.^rt)^ tc oo^- tTTOirOrj TV(fi/Mg elvai y.u) xar^
oiy.iar iiietrer. In Diodors eignen Fasten erscheint App. Claudius i.
J. bereits wieder als Consul
(Nitzsch, Rom. Annal. Mommsen, Forsch.). Die natürlichste Erklärung
des Beinamens ist die, dass man annimmt, App. Claudius sei im Alter
erblindet; einige Autoren melden dies (Liv. ep., CICERONE (si veda) de
senect., Plut. Pyrrh. . Appian, Samn. Dionys.); und viele neuere Forscher
folgen ihnen (vgl. dagegen Mommsen, R. Forsch.). Sicher nachweisen lässt
es sich nicht, denn in den ältesten Annal en ist es nicht überliefert.
Das geht daraus hervor, dass der alte Gewährsmann Diodors eine so
falsche und merkwürdige Erklärung des Beinamens geben konnte.
Die Aemter, welche App. Claudius ausser der Censur bekleidet hat,
führt sein Elogium (C. J. L. I, S. N. ) auf, welches auch einige Thaten
berichtet. Es lautet: Appius Claudius C. F. Caecus Censor.
cos. bis dict. interrex III. Pr. II. aed. cur. IL Q. Tr. mil. III
complura oppida de Samnitibus cepit, Sabinorum et Tuscorum exercitum
fudit, pacem iieri cum Pyrrho prohibuit, in censura viam Appiam stravit et
aquam in urbem adduxit, aedem Bellonae facit. Ich komme nun
zu einer wichtigeren Frage, zur Erörte- rung des Zusammenhangs der Censur
des APPIO mit der Ädihtät des Cn. Flavius im J. 304 (über die Schwierig,
keiten des chronologischen Ansatzes der Adilität vgl. Liv. PLINIO (si veda), n. h. Mommsen, Chron.
Matzat, Chron. I, ". Seeck, Kalendertafeln f. Soltau, Prolegomena zu einer
röm. Chron. 4 ff.). Cn. Flavius war der Sohn eines Freigelassenen
(Diod: TiuT{id^ (oy ()8dov'/.evy,(hü^). Als solcher
ist er zuerst zu einem curulischen Amte gelangt. Bald scheint dies öfter
vorge- kommen zu sein ; in einem Briefe Philipps V. von Makedonien
an die Larisäer (Hermes) heisst es, dass die Römer im Unterschiede von
den Griechen die freigelassenen Sklaven zum Bürgerrecht und zu den Amtern
zulassen. Cn. Flavius verdankte seine Wahl der Tribusänderung
des App. Clau- dius. Die curulischen Adilen wurden in den
Tributcomitien gcAvählt, was bei dieser Gelegenheit zuerst erwähnt wird
(Pisa b. Gellius . Livius 2, der
aus Piso wört- lich geschöpft hat). Wir haben erörtert, dass durch die
appia- nische Tribusänderung die niederen Bevölkerungsklassen das
Übergewicht in den Tributcomitien erhalten haben, sodass sie einen
solchen Erfolg, wie die Wahl eines Libertinensohnes^ zum curulischen
Ädilen, erzielen konnten. Diodor und Livius erwähnen klar genug den
Zusammenhang der Tribusänderung des App. Claudius mit der Wahl des Cn.
Flavius zum Ädilen (Diod.: o ()i- ()/;/i()s" f^;^ \i7i7iUi)
oi\u(fi'/.OTtfiouf.i€vOi; xui Ttjv diayev(^)i' 7r{iüir/vr/i]r ßeßati'lGai
ßou/.uuerOi^ cr/OQm'ojnor eilfjo etc. Liv: ceterum Flavium dixerat
aedilem forensis factio Appii Claudii censura vires nacta). App. Claudius
und Cn. Flavius haben überhaupt wahrscheinlich in nähern Be-
ziehungen zu einander gestanden. Eine Nachricht lässt den Flavius vor
seiner Aedilität Schreiber des App. Claudius sein (Plin. a. -a. O.j. Cn.
Flavius führte sein Amt ganz im Sinne seines Meisters, des App. Claudius.
Das beweisen seine Thaten, auf die ich aber nicht einzugehen habe. Die
Forscher shid sich noch nicht einig darüber (vgl. LIVIO (si veda), CICERONE
(si veda) pro Murena, PLINIO. n. h., Mommsen, Röm. Forsch. Seeck, Kalendertafeln). Ohne Zweifel ist, dass die Thaten
des Cn. Flavius den- selben demokratischen Neuerungssinn zeigen als
diejenigen des App. Claudius. Über App. Claudius hat schon
der gute Gewährsmann Diodors dieses Urteil, tioIICc toIv TtaT^ycliov
voiiliicor ly.ivr^ae. sagt Diodor von unserm Censor. Dem gegenüber
haben einige Notizen jüngerer Autoren, woraus folgen würde, dass
App. Claudius speziell hocharistokratische Tendenzen in seiner Po-
litik verfolgt habe, kein Gewicht. Die Nachrichten des LIVIO (si veda),
App. Claudius habe i. J. die lex
Ogulnia, wonach vier Pontifices und fünf Augurn aus der Plebs
hinzugewählt werden sollten, mit allen Mitteln zu vereiteln gesucht, er
habe als Kandidat für das Konsulat (nach CICERONE (si veda). Brut. als
interrex, was er i. J. 399 (LIVIO (si veda)) war,) die zweite
Konsulstelle den Patriziern zurückzugewinnen versucht, diese Nachrichten
sind, was Mommsen (R. Forsch.) dar- gethan hat, erfunden: wer wird es
glauben, dass ein Mann wie App. Claudius, nachdem er als Censor die
niederen Volks- schichten mit seinen Massnahmen begünstigt hat, nun
einige Jahre später extrem aristokratische Tendenzen verfolgen
konnte? Offenbar sind diese Nachrichten erfunden nach dem Schema,
nach welchem alle Claudier als Volksfeinde in der jüngeren Annalistik
dargestellt sind. Unserer Ansicht nach war unser Censor ein demo-
kratischer Neuerer, ein Urteil, welches schon, wie gesagt, der
Gewährsmann Diodors gehabt hat. Er begünstigte und förderte die niedrigen
und niedrigsten Volksschichten, be- sonders die städtische
Bevölkerung^klasse, den Handelsstand und das in ihm am meisten vertretene
libertinische Element. Dazu passt vortreff'lich, dass wir ihn als
Beförderer des griechischen Einflusses kennen lernen; und schliesslich
lässt sich in diesem Zusammenhange recht klar sein letztes politisclies
Auftreten, seine bekannte Senatsrede gegen den Gresandten des Pyrrlms,
verstehen. Nur in dieser Auffassung lässt sich ein harmonisclies Bild von
dem politischen Charakter unseres Censors, von seinen politischen
Absichten und Zielen herstellen. Lebenslauf. I Icli, Theodor
Ludwig Carl Sieke, Solin des Volksschulllehrers Friedrich Sieke zu Marburg, bin
geboren zu Mengringhausen im Fürstentum Waldeck; Ich bekenne mich zur
evangelischen Confession. Die erste Ausbildung erhielt ich von meinem
Vater, trat Ostern in die Quarta des
Marburger Gymnasiums, welches icli Ostern mit dem Zeugniss der Reife
verliess. Ich bezog als- dann die Universität Marburg, um mich dem
Studium der '^eschichte, germanischen und klassischen Piiilologie
zu idmen. Ich hörte Vorlesungen bei den Herren Professoren
Bergmann, Birt, Caesar, Cohen, Fischer, Justi, Koch, -enz, Lucae, Niese,
Varrentrapp, Schmidt, beteiligte mich nehrere Semester an den Uebungen
der historischen Semi- liare, des althistorischen unter Leitung des Herrn
Professor Niese, des neuhistorischen unter Leitung der Herren
Professoren nz und Varrentrapp, war Mitglied des germanistischen
Semi-lars des Herrn Professor Lucae und wohnte den pliilo- Bophischen
Uebungen des Herrn Professor Bergmann bei. fm Sommer-Semester besuchte
ich die Universität Berlin md hörte dort Vorlesungen bei den Herren
Professoren Delbrück, Kiepert, Koser, Roediger, Scherer, v.
Treitschke md Zeller. Allen diesen Herren spreche ich an dieser
Stelle meinen iefsten Dank aus, besonders den Herren Professoren
Niese and Varrentrapp. I>ruck von Gebrüder Gotthelft in
Casael. Nome compiuto: Gustavo Bontadini. Keywords: la neoclassica, neoclassico
come concetto contradittorio o ironico -- storia della filosofia, storia della
filosofia italiana, de-ellenizzazione”, appio primo filosofo romano in lingua
Latina -- “conversazioni metafisiche”, “conversazione metafisica”, “gnoseologia”,
“gnoseologismo”, “problematicismo”, “metafisica dell’esperienza”, ens,
essential, l’essere, essere, verbo, nome, sostantivo, copula, parmenideismo,
severino, la porta di Velia, Grice Vx, x izz x. Grice, RAA, Reductio ad
absurdum. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bontadini,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Bontempelli: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del sintomo – scuola di Pisa –filosofia pisana – filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Pisa). Filosofo pisano. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Pisa, Toscana. Grice:
“Bontempelli knows that the Romans never liked the Greek ‘symptom,’ but
‘coincidence’ seems weak: x means y if y coincides with x, or if x is a symptom
of y.’ (‘those spots mean measles’ – and ‘dog’ means that there is a dog.”” -- “I
suppose my favourite Bontempelli is his section on Roman philosophy in his history
of philosophy series!” – H. P. Grice: “I am ventured to use ‘symptom’ as a verb
– after all, the Romans had SIGNUM, but also SIGNARE or SIGNIFICARE, SYMBOLO,
but also SIMBOLEGGIARE”. And I’m very pleased the OED recognizes the ‘rare’ ‘to
symptom,’ transitive, and the more convoluted – first used by Coleridge,
apparently, ‘symptomitise’ and related forms. There is the other Massimo
Bontempelli, nato a Como. Como-born Massimo Bontempelli had a son,
called Massimo Bontempelli. Massimo Bontempello ha un cugino, nipotte di
Massimo Bontempelli: Alessandro Bontempelli. Nato a Pisa, dopo il conseguimento
della laurea in filosofia, Bontempelli dedica all'insegnamento negli
istituti superiori, alla realizzazione di manuali scolastici di storia e
filosofia e alla stesura di saggi di argomento filosofico. Storico di
impostazione marxiana, e originale pensatore filosofico di orientamento
neoidealista, realizza i suoi più importanti contributi imperniando lo studio
dei processi storici attorno alla categoria di "modo di produzione".
Tematizza con attenzione le strutture sociali entro i modi di produzione neo-litico,
nomade-pastorale, prativo-campestre, antico-orientale, asiatico, africano, meso-americano,
schiavistico, colonico, feudale e capitalistico, elaborando su queste basi una
ri-costruzione della genesi sociale dei fenomeni filosofici. Rilevante è la sua
interpretazione della figura storica di Gesù, ricostruita entro una totalità
sociale a partire dalla analisi dell'economia pianificata del modo di
produzione antico-orientale palestinese, sulla scorta di una prospettiva
metodologica storico-scientifica nei confronti dei vangeli. Come storico della
filosofia ha studiato in particolare il pensiero platonico, neo-platonico e la
dialettica hegeliana. Come pensatore filosofico originale viene collocato da
Costanzo Preve all'interno della corrente del neo-idealismo italiano, essendo
il suo pensiero fortemente influenzato dalla Scienza della Logica hegeliana. Muove
dalle profonde critiche al nichilismo contemporaneo e al relativismo anti-metafisico
per approdare ad un tentativo di rifondazione onto-assiologica degli orizzonti
di senso dell'esistenza umana sulla scorta di una indagine della natura
trascendentale dell'uomo, alla luce di un superamento della polarità dualistica
empiria/trascendenza. Si dedica alla critica serrata della sinistra politica e
allo sviluppo del tema della decrescita. Altre saggi: “Il senso della
storia antica. Itinerari e ipotesi di studio” (Milano, Trevisini); “Antiche
strutture sociali mediterranee” (Milano, Trevisini), “Storia e coscienza storica”
(Milano, Trevisini); Per il triennio; “Civiltà e strutture sociali
dall'antichità al medioevo” (Milano, Trevisini); “Antiche civiltà e loro
documenti” (Milano, Trevisini); “Civiltà storiche e loro documenti” (Milano,
Trevisini, Per il triennio); “Filosofia: Il senso dell'essere nelle
culture occidental” (Milano, Trevisini); Filosofia, Napoli, Istituto Italiano
per gli Studi Filosofici PRESS,. [riedito nel
in versione aggiornata dalle edizioni Accademia Vivarium Novum] “Eraclito
e noi”” (Milazzo, Spes); “Percorsi di verità della dialettica antica” (Milazzo,
Spes); “Nichilismo, verità, storia” (Pistoia, CRT); “Gesù. Uomo nella storia,
Dio nel pensiero” (Pistoia, CRT); “La conoscenza del bene e del male, Pistoia,
CRT); “La disgregazione futura del capitalismo mondializzato, Pistoia, CRT); “Tempo
e memoria, Pistoia, CRT); “Il concetto di realtà e il nichilismo contemporaneo,
Pistoia, CRT); “L'agonia della scuola italiana” (Pistoia, CRT); “Un sentiero attraverso
la foresta hegeliana, Pistoia, CRT); “Eraclito e noi. La modernità attraverso
il prisma interpretativo eracliteo, CRT, Diciamoci la verità, "Koiné"
n.6, Pistoia, CRT, Le sinistre nel capitalismo globalizzato, Pistoia, CRT, Un
nuovo asse culturale per la scuola italiana, CRT, Pistoia, L'arbitrarismo della
circolazione autoveicolare, Pistoia, CRT, -- very Griceian: Grice: “D. K. Lewis
drew his example of the arbitrariness of a convention from Massimo
Bomtempelli.” Il sintomo e la malattia. Una riflessione sull'ambiente di Bin
Laden e su quello di Bush” (Pistoia, CRT, -- cf. Grice: “I took the example,
‘those spots mean measle’ from Bontempelli, “Il sintomo e la malattia” – “Il SINTOMO”
-- [ristampato nel dalla casa editrice
Petite Plaisance] Diciamoci la verità, CRT, Pistoia); “Il respiro del
Novecento. Percorso di storia” (Pistoia, CRT, Il mistero della sinistra’ (Genova,
Graphos, La Resistenza Italiana. Dall'8
settembre al 25 aprile. Storia della guerra di liberazione, Cagliari, CUEC, La
sinistra rivelata” (Bolsena, Massari, Il Sessantotto. Un anno ancora da
scoprire, Cagliari, CUEC [ristampato nel
] Civiltà occidentale” Genova, Il Canneto,. Marx e la decrescita, Trieste,
Abiblio,. Platone e i preplatonici. Morale in Grecia, introduzione di Antonio
Gargano, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici PRESS); “Un
pensiero presente: scritti su
Indipendenza, Roma, Indipendenza Editore Francesco Labonia,. Capitalismo
globalizzato e scuola, Roma, Indipendenza Editore Francesco Labonia, La sfida
politica della decrescita, Roma, Aracne,. Gesù di Nazareth, Pistoia, Petite
Plaisance; “Il respiro del Novecento, "Koiné" n.6, Pistoia, CRT); “Metamorfosi
della scuola italiana, "Koiné" n.4, Pistoia, CRT, Visioni di scuola.
Buoni e cattivi maestri, "Koiné" n.5, Pistoia, CRT, Scienza, cultura,
filosofia, "Koiné" n.8, Pistoia, CRT. I cattivi maestri, in I
Forchettoni Rossi, Roberto Massari, Bolsena, Massari. Addio al professor
Massimo Bontempelli, Il Tirreno.
Bontempelli individua, in diverse epoche, un feudalesimo ario, cinese,
indiano, iranico del regno dei Parti, del Vicino Oriente islamico, del Ghana e
infine il feudalesimo occidentale. Gesù
uomo nella storia, Dio nel pensiero (uaar)
Costanzo Preve, Ideologia italiana. Saggio sulla storia delle idee
marxiste in Italia, Milano, Vangelista, 1993 (p. 201 sgg.) Marxismo modo di produzione. Una vita
semplice, una mente scintillante,Le idee forti di Massimo Bontempelli. Il bene
come processo possibile concreto: natura umana e ontologia sociale. u a be US (2 Se Um %. Pr pn d Der sd g,’ fr Ben
= Ri » e Wu sIGM FREUD Hemmung, Symptom
und Angst re et. Van A 1.1 ee ne ia
he Hemmung, Symptom und Angst von Freud
Internationaler Psychoanalytischer Verlag Leipzig u RE ai Zürich, Psychoanalytischer
Verlag, Ges. m. b. H., Wien Druck: Elbemühl Papierfabriken und Graphische
Industrie A.G. Wien, Rüdengasse ıı I. Unser Sprachgebrauch läßt uns
in der Beschreibung pathologischer Phänomene SYMPTOME und Hemmungen
unterscheiden, aber er legt diesem Unterschied nicht viel Wert bei. Kämen
uns nicht Krankheitsfälle vor, von denen wir aussagen müssen, daß sie nur
Hemmungen und keine SYMPTOME zeigen, und wollten wir nicht wissen, was
dafür die Bedingung ist, so brächten wir kaum das Interesse auf, die
Begriffe Hemmung und SYMPTOM gegeneinander abzugrenzen. Die beiden
sind nicht auf dem nämlichen Boden erwachsen. Hemmung hat eine besondere
Beziehung zur Funktion und bedeutet nicht notwendig etwas Pathologisches,
man kann auch eine normale Einschränkung einer Funktion eine Hemmung
derselben nennen. SYMPTOM hingegen heißt soviel wie Anzeichen eines
krankhaften Vorganges. Es kann also auch eine Hemmung ein SYMPTOM sein.
Der Sprachgebrauch verfährt dann so, daß er von Hemmung spricht,
wo eine einfache Herabsetzung der Funktion vorliegt, von SYMPTOM
[“Those spots are a symptom of measles”], wo es sich um eine ungewöhnliche
Abänderung derselben oder um eine neue Leistung handelt. In vielen Fällen
scheint es der Willkür überlassen, ob man die positive oder die negative
Seite des pathologischen Vorgangs betonen, seinen Erfolg als SYMPTOM
oder als Hemmung bezeichnen will. Das alles ist wirklich nicht interessant
und die Fragestellung, von der wir ausgingen, erweist sich als wenig
fruchtbar.Da die Hemmung begrifflich so innig an die Funktion geknüpft
ist, kann:man auf die Idee kommen, die verschiedenen Ichfunktionen
daraufhin zu untersuchen, in welchen Formen sich deren Störung bei den
einzelnen neurotischen Affektionen äußert. Wir wählen für diese
vergleichende Studie: die Sexualfunktion, das Essen, die Lokomotion und die
Berufsarbeit. Die Sexualfunktion unterliegt sehr mannigfaltigen
Störungen, von denen die meisten den Charakter einfacher Hemmungen
zeigen. Diese werden als psychische Impotenz zusammengefaßt. Das Zustandekommen
der normalen Sexualleistung setzt einen sehr komplizierten Ablauf voraus,
die Störung kann an jeder Stelle desselben eingreifen. Die
Hauptstationen der Hemmung sind beim Manne: die Abwendung der
Libido zur Einleitung des Vorgangs (psychische Unlust), das Ausbleiben der
physischen Vorbereitung (Erektionslosigkeit), die Abkürzung des Aktes
(Ejaculatio praecox, die ebensowohl als POSITIVES SYMPTOM beschrieben werden
kann, die Aufhaltung desselben vor dem natürlichen Ausgang, Ejakulationsmangel,
das Nichtzustandekommen des psychischen Effekts, der Lustempfindung des
Orgasmus. Andere Störungen erfolgen durch die Verknüpfung der Funktion
mit besonderen Bedingungen, perverser oder fetischistischer
Natur. Eine Beziehung der Hemmung zur Angst kann uns nicht lange
entgehen. Manche Hemmungen sind offenbar Verzichte auf Funktion, weil bei
deren Ausübung Angst entwickelt werden würde. Direkte Angst vor der
Sexualfunktion ist beim Weibe häufig; wir ordnen sie der Hysterie zu,
ebenso das ABWEHRSYMPTOM des Ekels, das sich ursprünglich als nachträgliche
Reaktion auf den passiv erlebten Sexualakt einstellt, später bei der
Vorstellung desselben auftritt. Auch eine großse Anzahl von Zwangshandlungen erweisen
sich als Vorsichten und Versicherungen gegen sexuelles Erleben, sind also
phobischer Natur. Man kommt da im Verständnis nicht sehr weit; man
merkt nur, daß sehr verschiedene Verfahren verwendet werden, um die
Funktion zu stören: die bloße Abwendung der Libido, die am ehesten
zu ergeben scheint, was wir eine reine Hemmung heißen, die
Verschlechterung in der Ausführung der Funktion, die Erschwerung
derselben durch besondere Bedingungen und ihre Modifikation durch
Ablenkung auf andere Ziele,ihre Vorbeugung durch Sicherungsmaßregeln, ihre
Unterbrechung durch Angstentwicklung, sowie sich ihr Ansatz nicht
mehr verhindern läßt, endlich eine nachträgliche REAKTION, die dagegen
protestiert und das Geschehene rückgängig machen will, wenn die Funktion
doch durchgeführt wurde. Die häufigste Störung der Nahrungsfunktion
ist die Efunlust durch Abziehung der Libido. Auch Steigerungen der
Eßlust sind nicht selten; ein Eßzwang motiviert sich durch Angst vor dem
Verhungern, ist wenig untersucht. Als hysterische
Abwehr des Essens kennen wir das Symptom des Erbrechens. Die
Nahrungsverweigerung infolge von Angst gehört psychotischen Zuständen an
(Vergiftungswahn). Die Lokomotion wird bei manchen neurotischen
Zuständen durch Gehunlust und Gehschwäche gehemmt, die hysterische
Behinderung bedient sich der motorischen Lähmung des Bewegungsapparates
oder schafit eine spezialisierte Aufhebung dieser einen Funktion
desselben (Abasie). Besonders charakteristisch sind die Erschwerungen der
Lokomotion durch Ein- schaltung bestimmter Bedingungen, bei deren
Nicht- erfüllung Angst auftritt (Phobie). Die Arbeitshemmung, die so
oft als isoliertes SYMPTOM Gegenstand der Behandlung wird, zeigt uns
verminderte Lust oder schlechtere Ausführung oder Reaktionserscheinungen
wie Müdigkeit (Schwindel, Er- brechen), wenn die Fortsetzung der Arbeit
erzwungen wird. Die Hysterie erzwingt die Einstellung der Arbeit
durch Erzeugung von Organ- und Funktionslähmungen, deren Bestand mit der
Ausführung der Arbeit unvereinbar ist. Die Zwangsneurose stört die Arbeit
durch fortgesetzte Ablenkung und durch den Zeitverlust bei
eingeschobenen Verweilungen und Wiederholungen. Wir könnten diese
Übersicht noch auf andere Funktionen ausdehnen, aber wir dürfen nicht
erwarten, dabei mehr zu erreichen. Wir kämen nicht über die
Oberfläche der Erscheinungen hinaus. Entschließen wir uns darum zu einer
Auffassung, die dem Begriff der Hemmung nicht mehr viel Rätselhaftes
beläßt. Die Hemmung ist der Ausdruck einer Funktions- einschränkung
des Ichs, die selbst sehr ver- schiedene Ursachen haben kann. Manche der
Mecha- nismen dieses Verzichts auf Funktion und eine allgemeine Tendenz
desselben sind uns wohlbekannt. An den spezialisierten Hemmungen
ist die Tendenz leichter zu erkennen. Wenn das Klavierspielen,
Schreiben und selbst das Gehen neurotischen Hemmungen unter-
liegen, so zeigt uns die Analyse den Grund hiefür in einer überstarken
Erotisierung der bei diesen Funk- tionen in Anspruch genommenen Organe,
der Finger und der Füße. Wir haben ganz allgemein die Einsicht
gewonnen, dafs die Ichfunktion eines Organs geschädigt wird, wenn seine
Erogeneität, seine sexuelle Bedeutung, zunimmt. Es benimmt sich dann,
wenn man den einigermaßen skurrilen Vergleich wagen darf, wie
eine Köchin, die nicht mehr am Herd arbeiten will, weil der Herr des
Hauses Liebesbeziehungen zu ihr ange- knüpft hat. Wenn das Schreiben, das
darin besteht, aus einem Rohr Flüssigkeit auf ein Stück weißes Papier
fließen zu lassen, die symbolische Bedeutung des Koitus angenommen hat,
oder wenn das Gehen zum symbolischen Ersatz des Stampfens auf dem
Leib der Mutter Erde geworden ist, dann wird beides, Schreiben und
Gehen, unterlassen, weil es so ist, als ob man die verbotene sexuelle Handlung
ausführen würde. Das Ich verzichtet auf diese ihm zustehenden
Funktionen, um nicht eine neuerliche Verdrängung vornehmen zu müssen, um
einem Konflikt mit dem Es auszuweichen. Andere Hemmungen erfolgen offenbar im Dienste der
Selbstbestrafung, wie nicht selten die der be- ruflichen Tätigkeiten. Das
Ich darf diese Dinge nicht tun, weil sie ihm Nutzen und Erfolg
bringen würden, was das gestrenge Über-Ich versagt hat. Dann
verzichtet das Ich auch auf diese Leistungen, um nieht in Konflikt mit
dem Über-Ich zu geraten. Die allgemeineren Hemmungen des Ichs
folgen einem einfachen anderen Mechanismus. Wenn das Ich durch eine
psychische Aufgabe von besonderer Schwere in Anspruch genommen ist, wie
z. B. durch eine Irauer, eine großartige Affektunterdrückung, durch
die Nötigung, beständig aufsteigende sexuelle Phantasıen niederzuhalten, dann
verarmt es so sehr an der ihm verfügbaren Energie, dafs es seinen Aufwand
an vielen Stellen zugleich einschränken muß, wie ein Spekulant, der
seine Gelder in seinen Unternehmungen immobilisiert hat. Ein lehrreiches
Beispiel einer solchen intensiven Allgemeinhemmung von kurzer Dauer
konnte ich an einem Zwangskranken beobachten, der in eine lähmende
Müdigkeit won einbis mehrtägiger Dauer bei Anlässen verfiel, die offenbar
einen Wutausbruch hätten herbeiführen sollen. Von hier aus mufß
auch ein Weg zum Verständnis der Allgemeinhemmung zu finden sein,
durch die sich die Depressionszustände und der schwerste derselben, die
Melancholie, kenn- zeichnen. Man kann also abschließend über die
Hemmungen sagen, sie seien Einschränkungen der Ichfunktionen,
entweder aus Vorsicht oder infolge von Energie- verarmung. Es ist nun
leicht zu erkennen, worin sich die Hemmung vom Symptom unterscheidet.
Da Symptom kann nicht mehr als ein Vorgang in oder am.Ich
beschrieben werden. Die Grundzüge der SYMPTOMBILDUNG sind längst
studiert und in hoffentlich unanfechtbarer Weise aus- gesprochen worden.
Das SYMPTOM sei Anzeichen und Ersatz einer unterbliebenen
Triebbefriedigung, ein Erfolg des Verdrängungsvorganges. Die Verdrängung
geht vom Ich aus, das, eventuell im Auftrage des Über- Ichs, eine
im Es angeregte Triebbesetzung nicht mitmachen will. Das Ich erreicht durch die
Verdrängung, daß die Vorstellung, welche der Träger der unliebsamen
Regung war, vom Bewußtwerden abgehalten wird. Die Analyse weist oftmals
nach, daß sie als unbewußste Formation erhalten geblieben ist. So weit
wäre es klar, aber bald beginnen die unerledigten
Schwierigkeiten. Unsere bisherigen Beschreibungen des Vorganges bei
der Verdrängung haben den Erfolg der Abhaltung vom Bewußtsein
nachdrücklich betont, aber in anderen Punkten Zweifel offen gelassen. Es
entsteht die Frage, was ist das Schicksal der im Es aktivierten
Triebregung, die auf Befriedigung abzielt? Die Antwort war eine
indirekte, sie lautete, durch den Vorgang der Verdrängung werde die zu
erwartende Befriedigungs- lust in Unlust verwandelt, und dann stand man
vor dem Problem, wie Unlust das Ergebnis einer Triebbefriedigung sein
könne. Wir hoffen den Sachverhalt zu klären, wenn wir die bestimmte
Aussage machen, der im Es beabsichtigte Erregungsablauf komme
infolge der Verdrängung überhaupt nicht zustande, es gelingt dem
Ich, ihn zu inhibieren oder abzulenken. Dann entfällt das Rätsel der Affektverwandlung
bei der Verdrängung. Wir haben aber damit dem Ich das Zugeständnis
gemacht, daß es einen so weitgehenden Einfluß auf die Vorgänge im Es
äußern kann, und sollen verstehen lernen, auf welchem Wege ihm
diese überraschende Machtentfaltung möglich wird. Ich glaube,
dieser Einfluß fällt dem Ich zu infolge seiner innigen Beziehungen zum
Wahrnehmungssystem, die ja sein Wesen ausmachen und der Grund
seiner Differenzierung vom Es geworden sind. Die Funktion dieses
Systems, das wir W-Bw genannt haben, ist mit dem Phänomen des
Bewußstseins verbunden; es empfängt Erregungen nicht nur von außen,
sondern auch von innen her und mittels der Lust-Unlustempfindungen,
die es von daher erreichen, versucht es, alle Abläufe des seelischen
Geschehens im Sinne des Lustprinzips zu lenken. Wir stellen uns das Ich
so gerne als ohn- mächtig gegen das Es vor, aber wenn es sich
gegen einen Triebvorgang im Es sträubt, so braucht es blof3 ein
Unlustsignal zu geben, um seine Absicht durch die Hilfe der beinahe
allmächtigen Instanz des Lust- prinzips zu erreichen. Wenn wir diese
Situation für einen Augenblick isoliert betrachten, können wir sie
durch ein Beispiel aus einer anderen Sphäre illustrieren. In einem Staate
wehre sich eine gewisse Clique gegen eine Mafsregel, deren Beschluß den
Neigungen der Masse entsprechen würde. Diese Minderzahl bemächtigt
sich dann der Presse, bearbeitet durch sie die souve- räne „Öffentliche
Meinung“ und setzt es so durch, daf$ der geplante Beschluf3
unterbleibt. An die eine Beantwortung knüpfen weitere Frage-
stellungen an. Woher rührt die Energie, die zur Erzeugung des Unlustsignals
verwendet wird? Hier weist uns die Idee den Weg, daß die Abwehr eines
un- erwünschten Vorganges im Inneren nach dem Muster der Abwehr
gegen einen äußeren Reiz geschehen dürfte, daß das Ich den gleichen Weg
der Verteidi- gung gegen die innere wie gegen die äußere Gefahr
einschlägt. Bei äußerer Gefahr unternimmt das organische Wesen einen Fluchtversuch,
es zieht zunächst die Besetzung von der Wahrnehmung des Gefährlichen ab;
später erkennt es als das wirk- samere Mittel, solche Muskelaktionen
vorzunehmen, dafs die Wahrnehmung der Gefahr, auch wenn man sie
nicht verweigert, unmöglich wird, also sich dem Wirkungsbereich der
Gefahr zu entziehen. Einem solchen Fluchtversuch gleichwertig ist auch die
Verdrängung. Das Ich zieht die (vorbewußte) Besetzung von der zu
verdrängenden Triebrepräsentanz ab und verwendet sie für die
Unlust-(Angst-)Entbindung. Das Problem, wie bei der Verdrängung die Angst
entsteht, mag kein einfaches sein; immerhin hat man das Recht, an
der Idee festzuhalten, daß das Ich die eigentliche Angststätte ist, und
die frühere Auffassung zurück- zuweisen, die Besetzungsenergie der
verdrängten Regung werde automatisch in Angst verwandelt. Wenn ich
mich früher einmal so geäußert habe, so gab ich eine phänomenologische
Beschreibung, nicht eine meta- psychologische Darstellung.
Aus dem Gesagten leitet sich die neue Frage ab, wie es ökonomisch
möglich ist, daß ein bloßer Abziehungs- und Abfuhrvorgang wie beim Rückzug
der vorbewufßsten Ichbesetzung Unlust oder Angst erzeugen könne,
die nach unseren Voraussetzungen nur Folge gesteigerter Besetzung sein
kann. Ich antworte, diese Verursachung soll nicht ökonomisch erklärt
werden, die Angst wird bei der Verdrängung nicht neu erzeugt,
sondern als Affektzustand nach einem vorhandenen Erinnerungsbild
reproduziert. Mit der weiteren Frage nach der Herkunft dieser Angst, wie
der Affekte überhaupt, verlassen wir aber den unbestritten
psychologischen Boden und betreten das Grenzgebiet der Physiologie. Die
Affektzustände sind dem Seelen- leben als Niederschläge uralter
traumatischer Erlebnisse einverleibt und werden in ähnlichen Situationen
wie Erinnerungssymbole wachgerufen. Ich meine, ich hatte nicht Unrecht,
sie den spät und individuell erwor- benen hysterischen Anfällen
gleichzusetzen und als deren Normalvorbilder zu betrachten. Beim
Menschen und ihm verwandten Geschöpfen scheint der Geburts- akt als
das erste individuelle Angsterlebnis dem Aus- druck des Angstaffekts
charakteristische Züge geliehen zu haben. Wir sollen aber diesen
Zusammenhang nicht überschätzen und in seiner Anerkennung nicht
übersehen, daß ein Affektsymbol für die Situation der Gefahr eine
biologische Notwendigkeit ist und auf jeden Fall geschaffen worden wäre,
Ich halte es auch für unberechtigt anzunehmen, daß bei jedem Angst-
ausbruch etwas im Seelenleben vor sich geht, was einer Reproduktion der
Geburtssituation gleichkommt. Es ist nicht einmal sicher, ob die
hysterischen Anfälle, die ursprünglich solche traumatische
Reproduktionen sind, diesen Charakter dauernd bewahren. Ich
habe an anderer Stelle ausgeführt, daß die meisten Verdrängungen, mit
denen wir bei der therapeutischen Arbeit zu tun bekommen, Fälle von
Nachdrängen sind. Sie setzen früher erfolgte Urverdrängungen voraus, die
auf die neuere Situation ihren anziehenden Einfluß ausüben. Von
diesen Hintergründen und Vorstufen der Verdrängung ist noch viel zu wenig
bekannt. Man kommt leicht in Gefahr, die Rolle des Über-Ichs bei der
Verdrängung zu überschätzen. Man kann es derzeit nicht beurteilen, ob
etwa das Auftreten des Über-Ichs die Abgrenzung zwischen Urverdrängung und
Nachdrängen schafft. Die ersten, sehr intensiven, Angstaus- brüche erfolgen jedenfalls vor
der Differenzierung des Über-Ichs. Es ist durchaus plausibel, daß
quantitative Momente, wie die übergroße Stärke der Erregung und der
Durchbruch des Reizschutzes, die nächsten Anlässe der Urverdrängungen
sind. Die Erwähnung des Reizschutzes mahnt uns wie ein
Stichwort, daß die Verdrängungen in zwei unter- schiedenen Situationen
auftreten, nämlich wenn eine unliebsame Triebregung durch eine äußere
Wahr- nehmung wachgerufen wird, und wenn sie ohne solche
Provokation im Innern auftaucht. Wir werden später auf diese
Verschiedenheit zurückkommen. Reizschutz gibt es aber nur gegen äußere
Reize, nicht gegen innere Triebansprüche. Solange wir den
Fluchtversuch des Ichs studieren, bleiben wir der SYMPTOMbildung ferne.
Das SYMPTOM entsteht aus der durch die Verdrängung beeinträch-
tisten Triebregung. Wenn das Ich durch die Inan- spruchnahme des
Unlustsignals seine Absicht erreicht, die Triebregung völlig zu
unterdrücken, erfahren wir nichts darüber, wie das geschieht. Wir lernen
nur aus den Fällen, die als mehr oder minder mißglückte
Verdrängungen zu bezeichnen sind. Dann stellt essich im Allgemeinen
so dar, dafs die Triebregung zwar trotz der Verdrängung einen Ersatz
gefunden hat, aber einen stark verkümmerten, ver- schobenen, gehemmten.
Er ist auch als Befriedigung nicht mehr kenntlich. Wenn er vollzogen
wird, kommt keine Lustempfindung zustande, dafür hat dieser Vollzug
den Charakter des Zwanges angenommen. Aber bei dieser Erniedrigung des
Befriedigungs- ablaufes zum SYMPTOM zeigt die Verdrängung ihre
Macht noch in einem anderen Punkte. Der Ersatz- vorgang wird wo möglich
von der Abfuhr durch die Motilität ferngehalten; auch wo dies nicht
gelingt, mufS er sich in der Veränderung des eigenen Körpers
erschöpfen und darf nicht auf die Außenwelt übergreifen; es wird ihm verwehrt,
sich in Handlung um- zusetzen. Wir verstehen, bei der Verdrängung
arbeitet das Ich unter dem Einfluß der äußeren Realität und
schließt darum den Erfolg des Ersatzvorganges von dieser Realität
ab. Das Ich beherrscht den Zugang zum Bewußtsein wie den
Übergang zur Handlung gegen die Außen- welt; in der Verdrängung betätigt
es seine Macht nach beiden Richtungen. Die Triebrepräsentanz bekommt
die eine, die Triebregung selbst die andere Seite seiner Kraftäußerung zu
spüren. Da ist es denn am Platze, sich zu fragen, wie diese Anerkennung
der Mächtigkeit des Ichs mit der Beschreibung zusammen- kommt, die
wir in der Studie „Das Ich und das Es“ von der Stellung desselben Ichs
entworfen haben. Wir haben dort die Abhängigkeit des Ichs vom Es
wie vom Über-Ich geschildert, seine Ohnmacht und Angstbereitschaft gegen
beide, seine mühsam aufrecht erhaltene Überheblichkeit entlarvt. Dieses
Urteil hat seither einen starken Widerhall in der psychoanaly-
tischen Literatur gefunden. Zahlreiche Stimmen betonen eindringlich die
Schwäche des Ichs gegen das Es, des Rationellen gegen das Dämonische in
uns und schicken sich an, diesen Satz zu einem Grund- pfeiler einer
psychoanalytischen Weltanschauung zu machen. Sollte nicht die Einsicht in
die Wirkungs- weise der Verdrängung gerade den Analytiker von so
extremer Parteinahme zurückhalten? Ich bin überhaupt nicht für die
Fabrikation von Weltanschauungen. Die überlasse man den
Philosophen, die eingestandenermafßsen die Lebensreise ohne einen
solchen Baedeker, der über alles Auskunft gibt, nicht ausführbar finden.
Nehmen wir demütig die Verachtung auf uns, mit der die Philosophen
vom Standpunkt ihrer höheren Bedürftigkeit auf uns herabschauen. Da auch
wir unseren narzißtischen Stolz nicht verleugnen können, wollen wir
unseren Trost in der Erwägung suchen, daß alle diese Lebensführer rasch
veralten, daß es gerade unsere kurzsichtig beschränkte Kleinarbeit ist,
welche deren Neuauflagen notwendig macht, und daß selbst die
modernsten dieser Baedeker Versuche sind, den alten, so bequemen und so
vollständigen Katechismus zu ersetzen. Wir wissen genau, wie wenig Licht
die Wissenschaft bisher über die Rätsel dieser Welt verbreiten
konnte; alles Poltern der Philosophen kann daran nichts ändern, nur
geduldige Fortsetzung der Arbeit, die alles der einen Forderung nach
Gewißheit unter- ordnet, kann langsam Wandel schaffen. Wenn der
Wanderer in der Dunkelheit singt, verleugnet er seine Ängstlichkeit, aber
er sieht darum um nichts heller. Um zum Problem des Ichs
zurückzukehren: Der Anschein des Widerspruchs kommt daher, daf wir
Abstraktionen zu starr nehmen und aus einem kom- plizierten Sachverhalt
bald die eine, bald die andere Seite allein herausgreifen. Die Scheidung
des Ichs vom Es scheint gerechtfertigt, sie wird uns durch
bestimmte Verhältnisse aufgedrängt. Aber anderseits ist das Ich mit dem
Es identisch, nur ein besonders differenzierter Anteil desselben. Stellen
wir dieses Stück in Gedanken dem Ganzen gegenüber, oder hat sich
ein wirklicher Zwiespalt zwischen den beiden ergeben, so wird uns die
Schwäche dieses Ichs offenbar. Bleibt das Ich aber mit dem Es verbunden,
von ihm nicht unterscheidbar, so zeigt sich seine Stärke. Ähnlich
ist das Verhältnis des Ichs zum Über-Ich; für viele Situationen fließen
uns die beiden zusammen, meistens können wir sie nur unterscheiden, wenn
sich eine Spannung, ein Konflikt zwischen ihnen hergestellt hat.
Für den Fall der Verdrängung wird die Tatsache entscheidend, daß das Ich eine
Organisation ist, das Es aber keine; das Ich ist eben der organi-
sierte Anteil des Es. Es wäre ganz ungerechtfertigt, wenn man sich vorstellte,
Ich und Es seien wie zwei verschiedene Heerlager ; durch die Verdrängung
suche das Ich ein Stück des Es zu unterdrücken, nun komme das
übrige Es dem Angegriffenen zu Hilfe und messe seine Stärke mit der des
Ichs. Das mag oft zustande kommen, aber es ist gewifs nicht die
Eingangssituation der Verdrängung; in der Regel bleibt die zu
verdrängende Triebregung isoliert. Hat der Akt der Verdrängung uns die
Stärke des Ichs gezeigt, so legt er doch in einem auch Zeugnis ab
für dessen Ohnmacht und für die Unbeeinflußbarkeit der einzelnen
Triebregung des Es. Denn der Vorgang, der durch die Verdrängung zum SYMPTOM
geworden ist, behauptet nun seine Existenz außerhalb der
Ichorganisation und unabhängig von ihr. Und nicht er allein, auch alle
seine Abkömmlinge genießen das- selbe Vorrecht, man möchte sagen: der
Extraterritorialität, und wo sie mit Anteilen der Ichorganisation
assoziativ zusammentreffen, wird es fraglich, ob sie diese nicht zu sich
herüberziehen und sich mit diesem Gewinn auf Kosten des Ichs ausbreiten
werden. Ein uns längst vertrauter Vergleich betrachtet das SYMPTOM
als einen Fremdkörper, der unaufhörlich Reiz- und Reaktionserscheinungen
in dem Gewebe unterhält, in das er sich eingebettet hat. Es kommt
zwar vor, daß der Abwehrkampf gegen die unliebsame Triebregung durch
die SYMPTOMbildung abgeschlossen wird; soweit wir sehen, ist dies am
ehesten bei der hysterischen Konversion möglich, aber in der Regel
ist der Verlauf ein anderer; nach dem ersten Akt der Verdrängung folgt
ein langwieriges oder nie zu beendendes Nachspiel, der Kampf gegen die
Trieb- regung findet seine Fortsetzung in dem Kampf gegen das SYMPTOM.
Dieser sekundäre Abwehrkampf zeigt uns zwei Gesichter — mit
widersprechendem Ausdruck. Einer- seits wird das Ich durch seine Natur
genötigt, etwas zu unternehmen, was wir als Herstellungs- oder
Versöhnungsversuch beurteilen müssen. Das Ich ist eine Organisation, es
beruht auf dem freien Verkehr und der Möglichkeit gegenseitiger
Beeinflussung unter all seinen Bestandteilen, seine desexualisierte
Energie bekundet ihre Herkunft noch in dem Streben nach Bindung und
Vereinheitlichung und dieser Zwang zur Synthese nimmt immer mehr zu, je
kräftiger sich das Ich entwickelt. So wird es verständlich, daß das Ich auch versucht,
die Fremdheit und Isolierung des SYMPTOMs aufzuheben, indem es alle
Möglichkeiten ausnützt, es irgendwie an sich zu binden und durch solche
Bande seiner Organisation einzuverleiben. Wir wissen, daß ein
solches Bestreben bereits den Akt der SYMPTOM- bildung beeinflußt. Ein
klassisches Beispiel dafür sind jene hysterischen SYMPTOMe, die uns als
Kompromifszwischen Befriedigungs- und Strafbedürfnis durchsichtig
geworden sind. Als Erfüllungen einer Forderung des Über-Ichs haben solche
SYMPTOMe von vorneherein Anteil am Ich, während sie anderseits Positionen
des Verdrängten und Einbruchsstellen desselben in die
Ichorganisation bedeuten; sie sind sozusagen Grenz-stationen mit gemischter
Besetzung. Ob alle primären hysterischen SYMPTOMe so gebaut sind,
verdiente eine sorgfältige Untersuchung. Im weiteren Verlaufe
benimmt sich das Ich so, als ob es von der Er- wägung geleitet würde: das
SYMPTOM ist einmal da und kann nicht beseitigt werden; nun heißt es,
sich mit dieser Situation befreunden und den größtmög- lichen
Vorteil aus ihr ziehen. Es findet eine Anpassung an das ichfremde Stück
der Innenwelt statt, das durch das SYMPTOM repräsentiert wird, wie sie
das Ich sonst normalerweise gegen die reale Außenwelt zustande
bringt. An Anlässen hiezu fehlt es nie. Die Existenz des Symptoms mag
eine gewisse Behinde- rung der Leistung mit sich bringen, mit der man
eine Anforderung des Über-Ichs beschwichtigen oder einen Anspruch
der Außenwelt zurückweisen kann. So wird das Symptom allmählich mit der
Vertretung wichtiger Interessen betraut, es erhält einen Wert für
die Selbstbehauptung, verwächst immer inniger mit dem Ich, wird ihm
immer unentbehrlicher. Nur in ganz seltenen Fällen kann der Prozeß der
Einheilung eines Fremdkörpers etwas ähnliches wiederholen. Man
kann die Bedeutung dieser sekundären Anpassung an das Symptom auch
übertreiben, indem man aussagt, das Ich habe sich das Symptom überhaupt
nur ange- schafft, um dessen Vorteile zu genießen. Das ist dann so
richtig oder so falschh wie wenn man die Ansicht vertritt, der
Kriegsverletzte habe sich das Bein nur abschießen lassen, um dann
arbeitsfrei von seiner Invalidenrente zu leben. Andere
Symptomgestaltungen, die der Zwangs- neurose und der Paranoia, bekommen
einen hohen Wert für das Ich, nicht weil sie ihm Vorteile, sondern
weil sie ihm eine sonst entbehrte narzißtische Befriedigung bringen. Die
Systembildungen der Zwangs- neurotiker schmeicheln ihrer Eigenliebe durch
die Vorspiegelung, sie seien als besonders reinliche oder
gewissenhafte Menschen besser als andere; die Wahn- bildungen der
Paranoia eröffnen dem Scharfsinn und der Phantasie dieser Kranken ein
Feld zur Betätigung, das ihnen nicht leicht ersetzt werden kann. Aus
all den erwähnten Beziehungen resultiert, was uns als der
(sekundäre) Krankheitsgewinn der Neurose bekannt ist. Er kommt dem
Bestreben des Ichs, sich das Symptom einzuverleiben, zu Hilfe und
verstärkt die Fixierung des letzteren. Wenn wir dann den Ver- such
machen, dem Ich in seinem Kampf gegen das Symptom analytischen Beistand
zu leisten, finden wir diese versöhnlichen Bindungen zwischen Ich
und Symptom auf der Seite der Widerstände wirksam. Es wird uns nicht
leicht gemacht, sie zu lösen. Die beiden Verfahren, die dasIch gegen das
Symptom anwendet, stehen wirklich in Widerspruch zu einander.
Das andere Verfahren hat weniger freundlichen Charakter, es setzt
die Richtung der Verdrängung fort. Aber es scheint, daß wir das Ich nicht
mit dem Vorwurf der Inkonsequenz belasten dürfen. Das Ich ist
friedfertig und möchte sich das Symptom einverleiben, es in sein Ensemble
aufnehmen. Die Störung geht vom Symptom aus, das als richtiger Ersatz
und Abkömmling der verdrängten Regung deren Rolle weiterspielt,
deren Befriedigungsanspruch immer wieder erneuert und so das Ich nötigt,
wiederum das Unlust- signal zu geben und sich zur Wehre zu setzen.
Der sekundäre Abwehrkampf gegen das Symptom ist vielgestaltig,
spielt sich auf verschiedenen Schau- plätzen ab und bedient sich
mannigfaltiger Mittel. Wir werden nicht viel über ihn aussagen können,
wenn wir nicht die einzelnen Fälle der Symptombildung zum
Gegenstand der Untersuchung nehmen. Dabei werden wir Anlaß finden, auf
das Problem der Angst einzugehen, das wir längst wie im Hintergrunde
lauernd verspüren. Es empfiehlt sich, von den Symptomen, welche die
hysterische Neurose schafft, auszugehen; auf die Voraussetzungen der
Symptombildung bei der Zwangsneurose, Paranoia und anderen Neurosen
sind wir noch nicht vorbereitet. IV Der erste Fall, den wir
betrachten, sei der einer infantilen hysterischen Tierphobie, also z.B.
der gewifs in allen Hauptzügen typische Fall der Pferdephobie des ‚
Kleinen Hans‘. Schon der erste Blick läßt uns erkennen, daß die
Verhältnisse eines realen Falles von neurotischer Erkrankung weit
komplizierter sind als unsere Erwartung, solange wir mit
Abstraktionen arbeiten, sich vorstellt. Es gehört einige Arbeit
dazu, sich zu orientieren, welches die verdrängte Regung, was ihr
Symptomersatz ist, wo das Motiv der Verdrängung kenntlich wird. Der kleine Hans
weigert sich, auf die Straße zu gehen, weil er Angst vor dem Pferd hat.
Dies ist der Rohstoff. Was ist nun daran das Symptom: die
Angstentwicklung, die Wahl des Angstobjekts, oder der Verzicht auf die
freie Beweglichkeit, oder mehreres davon zugleich? Wo ist die
Befriedigung, die er sich versagt? Warum muß er sich diese
versagen? Siehe: Analyse der Phobie eines fünfjährigen Knaben. (Ges.
Schriften) Es liegt nahe zu antworten, an dem Falle sei nicht so
viel rätselhaft. Die unverständliche Angst vor dem Pferd ist das Symptom,
die Unfähigkeit, auf die Straße zu gehen, ist eine
Hemmungserscheinung, eine Einschränkung, die sich das Ich auferlegt,
um nicht das Angstsymptom zu wecken. Man sieht ohne weiteres die
Richtigkeit der Erklärung des letzten Punktes ein und wird nun diese
Hemmung bei der weiteren Diskussion außer Betracht lassen. Aber die
erste flüchtige Bekanntschaft mit dem Falle lehrt uns nicht einmal den wirklichen
Ausdruck des vermeint- lichen Symptoms kennen. Es handelt sich, wie
wir bei genauerem Verhör erfahren, gar nicht um eine unbestimmte
Angst vor dem Pferd, sondern um die bestimmte ängstliche Erwartung: das
Pferd werde ihn beifsen. Allerdings sucht sich dieser Inhalt dem Bewußt-
sein zu entziehen und sich durch die unbestimmte Phobie, in der nur noch
die Angst und ihr Objekt vorkommen, zu ersetzen. Ist nun etwa dieser
Inhalt der Kern des Symptoms? Wir kommen keinen Schritt
weiter, so lange wir nicht die ganze psychische Situation des Kleinen
in Betracht ziehen, wie sie uns während der analytischen Arbeit enthüllt
wird. Er befindet sich in der eifersüchtigen und feindseligen
Ödipusein- stellung zu seinem Vater, den er doch, so weit die
Mutter nicht als Ursache der Entzweiung in Betracht kommt, herzlich
liebt. Also ein Ambivalenzkonflikt, gut begründete Liebe und nicht minder
berech- tigter Haß, beide auf dieselbe Person gerichtet. Seine Phobie muß ein Versuch zur Lösung dieses Konflikts sein. Solche
Ambivalenzkonflikte sind sehr häufig, wir kennen einen anderen typischen
Ausgang derselben. Bei diesem wird die eine der beiden mit-
einander ringenden Regungen, in der Regel die zärt- liche, enorm
verstärkt, die andere verschwindet. Nur das Übermaß und das Zwangsmäßige
der Zärtlichkeit verrät uns, daf3 diese Einstellung nicht die
einzig vorhandene ist, daß sie ständig auf der Hut ist, ihr
Gegenteil in Unterdrückung zu halten, und läßt uns einen Hergang
konstruieren, den wir als Verdrängung durch Reaktionsbildung (im Ich)
beschreiben. Fälle wie der kleine Hans zeigen nichts von solcher
Reaktionsbildung; es gibt offenbar verschiedene Wege, die aus einem
Ambivalenzkonflikt herausführen. Etwas anderes haben wir unterdes mit
Sicherheit erkannt. Die Triebregung, die der Verdrängung unter-
liegt, ist ein feindseliger Impuls gegen den Vater. Die Analyse lieferte
uns den Beweis hiefür, während sie der Herkunft der Idee des beifßenden
Pferdes nachspürte. Hans hat ein Pferd fallen gesehen, einen
Spielkameraden fallen und sich verletzen, mit dem er Pferd gespielt
hatte. Sie hat uns das Recht gegeben, bei Hans eine Wunschregung zu
konstruieren, die gelautet hat, der Vater möge hinfallen, sich
beschädigen wie das Pferd und der Kamerad. Beziehungen zu einer beobachteten
Abreise lassen ver- muten, daß der Wunsch nach der Beseitigung des
Vaters auch minder zaghaften Ausdruck gefunden hat. Ein solcher Wunsch
ist aber gleichwertig mit der Absicht, ihn selbst zu beseitigen, mit der
mör- derischen Regung des Ödipuskomplexes. Von dieser verdrängten
Triebregung führt bis jetzt kein Weg zu dem Ersatz für sie, den wir in
der Pferdephobie vermuten. Vereinfachen wir nun die psychische
Situation des kleinen Hans, indem wir das infantile Moment und die
Ambivalenz wegräumen; er sei etwa ein jüngerer Diener in einem
Haushalt, der in die Herrin verliebt ist und sich gewisser
Gunstbezeugungen von ihrer Seite erfreue. Erhalten bleibt, dafß er den
stärkeren Hausherrn haßt und ihn beseitigt wissen möchte; dann ist es die
natürlichste Folge dieser Situation, daß er die Rache dieses Herrn
fürchtet, daß sich bei ihm ein Zustand von Angst vor diesem einstellt —
ganz ähnlich wie die Phobie des kleinen Hans vor dem Pferd. Das heißt,
wir können die Angst dieser Phobie nicht als Symptom bezeichnen;
wenn der kleine Hans, der in seine Mutter verliebt ist, Angst vor dem
Vater zeigen würde, hätten wir kein Recht, ihm eine Neurose, eine Phobie,
zuzu- schreiben. Wir hätten eine durchaus begreifliche affektive
Reaktion vor uns. Was diese zur Neurose macht, ist einzig und allein ein
anderer Zug, die Ersetzung des Vaters durch das Pferd. Diese Verschiebung
stellt also das her, was auf den Namen eines Symptoms Anspruch hat. Sie
ist jener andere Mechanismus, der die Erledigung des Ambivalenzkonflikts
ohne die Hilfe der Reaktionsbildung gestattet. Ermöglicht oder
erleichtert wird sie durch den Um- stand, daß die mitgeborenen Spuren
totemistischer Denkweise in diesem zarten Alter noch leicht zu
beleben sind. Die Kluft zwischen Mensch und Tier ist noch nicht
anerkannt, gewif3 nicht so überbetont wie später. Der erwachsene,
bewunderte, aber auch gefürchtete Mann steht noch in einer Reihe mit
dem großen Tier, das man um so vielerlei beneidet, vor dem man aber
auch gewarnt worden ist, weil es gefährlich werden kann. Der
Ambivalenzkonflikt wird also nicht an derselben Person erledigt, sondern
gleich- sam umgangen, indem man einer seiner Regungen eine andere
Person als Ersatzmann unterschiebt. Soweit sehen wir ja klar, aber in
einem anderen Punkte hat uns die Analyse der Phobie des kleinen
Hans eine volle Enttäuschung gebracht. Die Entstellung, in der die
Symptombildung besteht, wird gar nicht an der Repräsentanz (dem
Vorstellungsinhalt) der zu verdrängenden Triebregung vorgenommen,
sondern an einer davon ganz verschiedenen, die nur einer Reaktion
auf das eigentlich Unliebsame entspricht. Unsere Erwartung fände eher
Befriedigung, wenn der kleine Hans an Stelle seiner Angst vor dem
Pferd eine Neigung entwickelt hätte, Pferde zu mißshandeln, sie zu schlagen,
oder deutlich seinen Wunsch kundgegeben hätte, zu sehen, wie sie
hinfallen, zu Schaden kommen, eventuell unter Zuckungen verenden
(das Krawallmachen mit den Beinen). Etwas der Art tritt auch wirklich
während seiner Analyse auf, aber es steht lange nicht voran in der
Neurose und — sonderbar wenner wirklich solche Feindseligkeit, nur
gegen das Pferd, anstatt gegen den Vater gerichtet, als Hauptsymptom
entwickelt hätte, würden wir gar nicht geurteilt haben, er befinde sich
in einer Neurose. Etwas ist also da nicht in Ordnung, entweder an
unserer Auffassung der Verdrängung oder in unserer Definition eines
Symptoms. Eines fällt uns natürlich sofort auf: Wenn der kleine Hans
wirklich ein solches Ver- halten gegen Pferde gezeigt hätte, so wäre ja
der Charakter der anstößigen, aggressiven Triebregung durch die
Verdrängung gar nicht verändert, nur deren Objekt gewandelt worden.
Es ist ganz sicher, daß es Fälle von Verdrängung gibt, die nicht
mehr leisten als dies; bei der Genese der Phobie des kleinen Hans ist
aber mehr geschehen. Um wieviel mehr, erraten wir aus einem anderen
Stück Analyse. Wir haben bereits gehört, daß der kleine Hans
als den Inhalt seiner Phobie die Vorstellung angab, vom Pferd gebissen zu
werden. Nun haben wir.später Einblick in die Genese eines anderen Falles
von Tier- phobie bekommen, in der der Wolf das Angsttier war, aber
gleichfalls die Bedeutung eines Vaterersatzes hatte." Im Anschluß an
einen Traum, den die Analyse durch- sichtig machen konnte, entwickelte
sich bei diesem Knaben die Angst, vom Wolf gefressen zu werden, wie
eines der sieben Geifjlein im Märchen. Daß der Vater des kleinen Hans
nachweisbar ‚‚Pferdl‘‘ mit ihm gespielt hatte, war gewiß bestimmend für
die Wahl des Angsttieres geworden; ebenso lief3 sich wenigstens
sehr wahrscheinlich machen, daf3 der Vater meines erst im dritten
Jahrzehnt analysierten Russen in den Spielen mit dem Kleinen den Wolf
gemimt und scherzend mit dem Auffressen gedroht hatte. Seither habe
ich als dritten Fall einen jungen Amerikaner gefunden, bei dem sich zwar
keine Tierphobie ausbildete, der aber gerade durch diesen Ausfall die
anderen Fälle verstehen hilft. Seine sexuelle Erregung hatte sich an
einer phantastischen Kindergeschichte entzündet, die man ihm vorlas, von
einem arabischen Häuptling, der einer aus eßbarer Substanz
bestehenden Person (dem Gäingerbreadman), nachjagt, um ihn zu
verzehren. Mit diesem eßbaren Menschen identifizierte er sich selbst, der
Häuptling war als Vaterersatz leicht kenntlich und diese Phantasie wurde
die erste Unterlage seiner autoerotischen Betätigung. Die Vorstellung,
vom Vater gefressen zu werden, ist aber typisches uraltes Kindergut; die
Analogien aus der Bd.) Mythologie (Kronos) und dem Tierleben sind
allgemein bekannt. Trotz solcher Erleichterungen ist dieser
Vorstellungs- inhalt uns so fremdartig, daß wir ihn dem Kinde nur
ungläubig zugestehen können. Wir wissen auch nicht, ob er wirklich das
bedeutet, was er auszusagen scheint, und verstehen nicht, wie er
Gegenstand einer Phobie werden kann. Die analytische Erfahrung gibt uns
aller- dings die erforderlichen Auskünfte. Sie lehrt uns, daß die
Vorstellung, vom Vater gefressen zu werden, der regressiv erniedrigte
Ausdruck für eine passive zärtliche Regung ist, die vom Vater als Objekt
im Sinne der Genitalerotik geliebt zu werden begehrt. Die Ver-
folgung der Geschichte des Falles läßt keinen Zweifel an der Richtigkeit
dieser Deutung aufkommen. Die genitale Regung verrät freilich nichts mehr
von ihrer zärtlichen Absicht, wenn sie in der Sprache der
überwundenen Übergangsphase von der oralen zur sadistischen
Libidoorganisation ausgedrückt wird. Handelt es sich übrigens nur um eine
Ersetzung der Repräsentanz durch einen regressiven Ausdruck oder um
eine wirkliche regressive Erniedrigung der genital- gerichteten Regung im
Es? Das scheint gar nicht so leicht zu entscheiden. Die Krankengeschichte
des russischen Wolfsmannes spricht ganz entschieden für die
letztere ernstere Möglichkeit, denn er benimmt sich von dem
entscheidenden Traum an schlimm, quälerisch, sadistisch und entwickelt
bald darauf eine richtige Zwangsneurose. Jedenfalls gewinnen wir die
Einsicht, daf3 die Verdrängung nicht das einzige Mittel ist, das dem Ich
zur Abwehr einer unliebsamen Triebregung zu (sebote steht. Wenn es ihm gelingt,
den Trieb zur Regression zu bringen, so hat es ihn im Grunde
energischer beeinträchtigt, als durch die Ver- drängung möglich wäre.
Allerdings läßt es manchmal der zuerst erzwungenen Regression die
Verdrängung folgen. | Der Sachverhalt beim Wolfsmann und der
etwas einfachere beim kleinen Hans regen noch mancherlei andere
Überlegungen an, aber zwei unerwartete Ein- sichten gewinnen wir schon
jetzt. Kein Zweifel, die bei diesen Phobien verdrängte Triebregung ist
eine feindselige gegen den Vater. Man kann sagen, sie wird
verdrängt durch den Prozeß der Verwandlung ins Gegenteil; an Stelle der
Aggression gegen den Vater tritt die Aggression, die Rache, des Vaters
gegen die eigene Person. Da eine solche Aggression ohne- dies in
der sadistischen Libidophase wurzelt, bedarf sie nur noch einer gewissen
Erniedrigung zur oralen Stufe, die bei Hans durch das Gebissenwerden
ange- deutet, beim Russen aber im Gefressenwerden grell ausgeführt
ist. Aber außerdem läßt ja die Analyse über jeden Zweifel gesichert
feststellen, daß gleich- zeitig noch eine andere Triebregung der
Verdrängung erlegen ist, die gegensinnige einer zärtlichen passiven
Regung für den Vater, die bereits das Niveau der genitalen (phallischen)
Libidoorganisation erreicht hatte. Die letztere scheint sogar die für das
Endergebnis des Verdrängungsvorganges bedeutsamere zu sein, sie
erfährt die weitergehende Regression, sie erhält den bestimmenden Einfluß
auf den Inhalt der Phobie. Wo wir also nur einer Triebverdrängung
nachgespürt haben, müssen wir das Zusammentreffen von zwei solchen
Vorgängen anerkennen; die beiden betroffenen Triebregungen — sadistische
Aggression gegen den Vater und zärtlich passive Einstellung zu ihm —
bilden ein (Gegensatzpaar, ja noch mehr: wenn wir die Geschichte
des kleinen Hans richtig würdigen, erkennen wir, daß durch die Bildung
seiner Phobie auch die zärtliche Objektbesetzung der Mutter
aufgehoben worden ist, wovon der Inhalt der Phobie nichts verrät.
Es handelt sich bei Hans beim Russen ist das weit weniger deutlich um
einen Verdrängungsvorgang, der fast alle Komponenten des Ödipuskomplexes
betrifft, die feindliche wie die zärtliche Regung gegen den Vater
und die zärtliche für die Mutter. Das sind unerwünschte
Komplikationen für uns, die wir nur einfache Fälle von Symptombildung
infolge von Verdrängung studieren wollten und uns in dieser Absicht
an die frühesten und anscheinend durch- sichtigsten Neurosen der Kindheit
gewendet hatten. Anstatt einer einzigen Verdrängung fanden wir eine
Häufung von solchen vor und überdies bekamen wir es mit der Regression zu
tun. Vielleicht haben wir die Verwirrung dadurch gesteigert, daß wir die
beiden verfügbaren Analysen von Tierphobien — die des kleinen Hans
und des Wolfsmannes durchaus auf denselben Leisten schlagen wollten. Nun
fallen uns gewisse Unterschiede der beiden auf. Nur vom kleinen
Hans kann man mit Bestimmtheit aussagen, daß er durch seine Phobie die
beiden Hauptregungen des Ödipuskomplexes, die aggressive gegen den
Vater und die überzärtliche gegen die Mutter, erledigt; die
zärtliche für den Vater ist gewif) auch vorhanden, sie spielt ihre.Rolle
bei der Verdrängung ihres Gegensatzes, aber es ist weder nachweisbar, daß
sie stark genug war, um eine Verdrängung zu provozieren, noch dafs
sie nachher aufgehoben ist. Hans scheint eben ein normaler Junge mit sog.
„positivem‘‘ Ödipuskomplex gewesen zu sein. Möglich, daß die Momente, die
wir vermissen, auch bei ihm mittätig waren, aber wir können sie
nicht aufzeigen, das Material selbst unserer eingehendsten Analysen ist
eben lückenhaft, unsere Dokumentierung unvollständig. Beim Russen ist
der Defekt an anderer Stelle; seine Beziehung zum weib- lichen
Objekt ist durch eine frühzeitige Verführung gestört worden, die passive,
feminine Seite ist bei ihm stark ausgebildet und die Analyse seines
Wolfs- traumes enthüllt wenig von beabsichtigter Aggression gegen
den Vater, erbringt dafür die unzweideutigsten Beweise, daß die
Verdrängung die passive, zärtliche Einstellung zum Vater betrifft. Auch
hier mögen die anderen Faktoren beteiligt gewesen sein, sie treten
aber nicht vor. Wenn trotz dieser Unterschiede der beiden Fälle, die sich
nahezu einer Gegensätzlichkeit nähern, der Enderfolg der Phobie nahezu
der nämliche ist, so muß uns die Erklärung dafür von anderer Seite
kommen; sie kommt von dem zweiten Ergebnis unserer kleinen vergleichenden
Untersuchung. Wir glauben den Motor der Verdrängung in beiden Fällen zu
kennen und sehen seine Rolle durch den Verlauf bestätigt, den die
Entwicklung der zwei Kinder nimmt. Er ist in beiden Fällen der nämliche,
die Angst vor einer drohenden Kastration. Aus Kastrationsangst gibt der
kleine Hans die Aggression gegen den Vater auf; seine Angst, das Pferd
werde ihn beißen, kann zwanglos ver- vollständigt werden, das Pferd werde
ihm das Genitale abbeißßen, ihn kastrieren. Aber aus
Kastrationsangst verzichtet auch der kleine Russe auf den Wunsch,
vom Vater als Sexualobjekt geliebt zu werden, denn er hat verstanden,
eine solche Beziehung hätte zur Voraussetzung, daß er sein Genitale
aufopfert, das, was ihn vom Weib unterscheidet. Beide Gestaltungen
des Ödipuskomplexes, die normale, aktive, wie die invertierte, scheitern
ja am Kastrationskomplex. Die Angstidee des Russen, vom Wolf gefressen zu
werden, enthält zwar keine Andeutung der Kastration, sie hat sich
durch orale Regression zu weit von der phallischen Phase entfernt, aber
die Analyse seines Traumes macht jeden anderen Beweis
überflüssig. Es ist auch ein voller Triumph der Verdrängung, daß im
Wortlaut der Phobie nichts mehr auf die Kastration hindeutet.
Hier nun das unerwartete Ergebnis: In beiden Fällen ist der Motor
der Verdrängung die Kastrations- angst; die Angstinhalte, vom Pferd
gebissen und vom Wolf gefressen zu werden, sind Entstellungsersatz
für den Inhalt, vom Vater kastriert zu werden. Dieser Inhalt ist es
eigentlich, der die Verdrängung an sich erfahren hat. Beim Russen war er
Ausdruck eines Wunsches, der gegen die Auflehnung der Männlich-
keit nicht bestehen konnte, bei Hans Ausdruck einer Reaktion, welche die
Aggression in ihr Gegenteil umwandelte. Aber der Angstaffekt der Phobie,
der ihr Wesen ausmacht, stammt nicht aus dem Verdrängungsvorgang, nicht
aus den libidinösen Besetzungen der verdrängten Regungen, sondern aus dem
Verdrängenden selbst; die Angst der Tierphobie ist die unverwandelte
Kastrationsangst, also eine Realangst, Angst vor einer wirklich drohenden
oder als real beurteilten Gefahr. Hier macht die Angst die Verdrängung,
nicht, wie ich früher gemeint habe, die Ver- drängung die Angst.
Es ist nicht angenehm, daran zu denken, aber es hilft nichts, es zu
verleugnen, ich habe oftmals den Satz vertreten, durch die Verdrängung
werde die Triebrepräsentanz entstellt, verschoben u. dgl., die
Libido der Triebregung aber in Angst verwandelt. Die Untersuchung der
Phobien, die vor allem berufen sein sollte, diesen Satz zu erweisen,
bestätigt ihn also nicht, sie scheint ihm vielmehr direkt zu
widersprechen. Die Angst der Tierphobien ist die Kastrationsangst
des Ichs, die der weniger gründlich studierten Agoraphobie scheint
Versuchungsangst zu sein, die ja genetisch mit der Kastrationsangst zusammenhängen
muß. Die meisten Phobien gehen, so weit wir es heute übersehen, auf
eine solche Angst des Ichs vor den Ansprüchen der Libido zurück. Immer
ist dabei die Angsteinstellung des Ichs das Primäre und der Antrieb
zur Verdrängung. Niemals geht die Angst aus der verdrängten Libido
hervor. Wenn ich mich früher begnügt hätte zu sagen, nach der Verdrängung
er- scheint an Stelle der zu erwartenden Äußerung von Libido ein
Maß von Angst, so hätte ich heute nichts zurückzunehmen. Die Beschreibung
ist richtig und zwischen der Stärke der zu verdrängenden Regung und
der Intensität der resultierenden Angst besteht wohl die behauptete
Entsprechung. Aber ich gestehe, ich glaubte mehr als eine bloße Be-
schreibung zu geben, ich nahm an, daß ich den metapsychologischen Vorgang
einer direkten Umsetzung der Libido in Angst erkannt hatte; das kann ich
also heute nicht mehr festhalten. Ich konnte auch früher nicht angeben,
wie sich eine solche Umwandlung vollzieht. Woher schöpfte ich
überhaupt die Idee dieser Umsetzung? Zur Zeit, als es uns noch sehr ferne
lag, zwischen Vorgängen im Ich und Vorgängen im Es zu
unterscheiden, aus dem Studium der Aktualneurosen. Ich fand, daß
bestimmte sexuelle Praktiken, wie Coitus interruptus, frustrane Erregung,
erzwungene Abstinenz Angstausbrüche und eine allgemeine
Angstbereitschaft erzeugen, also immer, wenn die Sexualerregung in
ihrem Ablauf zur Befriedigung gehemmt, aufgehalten oder abgelenkt wird.
Da die Sexualerregung der Aus- druck libidinöser Triebregungen ist,
schien es nicht gewagt, anzunehmen, daf die Libido sich durch die
Einwirkung solcher Störungen in Angst verwandelt. Nun ist diese
Beobachtung auch heute noch gültig; anderseits ist nicht abzuweisen, daß
die Libido der Es-Vorgänge durch die Anregung der Verdrängung eine
Störung erfährt; es kann also noch immer richtig sein, daß sich bei der
Verdrängung Angst aus der Libido- besetzung der Triebregungen bildet.
Aber wie soll man dieses Ergebnis mit dem anderen zusammenbringen, daß
die Angst der Phobien eine Ich-Angst ist, im Ich entsteht, nicht aus der
Verdrängung hervorgeht, sondern die Verdrängung hervorruft? Das scheint
ein Widerspruch und nicht einfach zu lösen. Die Reduktion der beiden
Ursprünge der Angst auf einen einzigen läft sich nicht leicht durchsetzen.
Man kann es mit der Annahme versuchen, daß das Ich in der Situation
des gestörten Koitus, der unterbrochenen Erregung, der Abstinenz,
Gefahren wittert, auf die es mit Angst reagiert, aber es ist nichts damit
zu machen. Anderseits scheint die Analyse der Phobien, die wir
vorgenommen haben, eine Berichtigung nicht zuzulassen. Von liguet! Wir
wollten die Symptombildung und den sekun- dären Kampf des Ichs gegen das
Symptom studieren, aber wir haben offenbar mit der Wahl der Phobien
keinen glücklichen Griff getan. Die Angst, welche im Bild dieser
Affektionen vorherrscht, erscheint uns nun als eine den Sachverhalt
verhüllende Komplikation. Es gibt reichlich Neurosen, bei denen sich
nichts von Angst zeigt. Die echte Konversionshysterie ist von
solcher Art, deren schwerste Symptome ohne Bei- mengung von Angst
gefunden werden. Schon diese Tatsache müßte uns warnen, die Beziehungen
zwischen Angst und Symptombildung nicht allzu fest zu knüpfen. Den
Konversionshysterien stehen die Phobien sonst so nahe, daß ich mich für
berechtigt gehalten habe, ihnen diese als ‚Angsthysterie anzureihen.
Aber niemand hat noch die Bedingung angeben können, die darüber
entscheidet, ob ein Fall die Form einer Konversionshysterie oder einer
Phobie annimmt, niemand also die Bedingung der Angstentwicklung bei
der Hysterie ergründet. Die häufigsten Symptome der
Konversionshysterie, eine motorische Lähmung, Kontraktur oder
unwillkür- liche Aktion oder Entladung, ein. Schmerz, eine Halluzination,
sind entweder permanent festgehaltene oder intermittierende
Besetzungsvorgänge, was der Erklärung neue Schwierigkeiten bereitet. Man
weiß eigentlich nicht viel über solche Symptome zu sagen. Durch die
Analyse kann man erfahren, welchen gestörten Erregungsablauf sie
ersetzen. Zumeist ergibt sich, daß sie selbst einen Anteil an diesem
haben, so als ob sich die gesamte Energie desselben auf dies eine
Stück konzentriert hätte. Der Schmerz war in der Situation, in welcher
die Verdrängung vorfiel, vor- handen; die Halluzination war damals
Wahrnehmung, die motorische Lähmung ist die Abwehr einer Aktion, die
in jener Situation hätte ausgeführt werden sollen, aber gehemmt wurde,
die Kontraktur gewöhnlich eine Verschiebung für eine damals intendierte
Muskel- innervation an anderer Stelle, der Krampfanfall Aus- druck
eines Affektausbruches, der sich der normalen Kontrolle des Ichs entzogen
hat. In ganz auffälligem Maße wechselnd ist die Unlustempfindung, die
das Auftreten der Symptome begleitet. Bei den perma- nenten, auf
die Motilität verschobenen Symptomen, wie Lähmungen und Kontrakturen,
fehlt sie meistens gänzlich, das Ich verhält sich gegen sie wie
unbe- teiligt; bei den intermittierenden und den Symptomen der
sensorischen Sphäre werden in der Regel deutliche Unlustempfindungen verspürt,
die sich im Falle des Schmerzsymptoms zu exzessiver Höhe steigern
können. Es ist sehr schwer, in dieser Mannigfaltigkeit das Moment
herauszufinden, das solche Differenzen ermöglicht und sie doch
einheitlich erklären läßt. Auch vom Kampf des Ichs gegen das einmal
gebildete Symptom ist bei der Konversionshysterie wenig zu merken.
Nur wenn die Schmerzempfindlichkeit einer Körperstelle zum Symptom
geworden ist, wird diese in den Stand gesetzt, eine Doppelrolle zu
spielen. Das Schmerzsymptom tritt ebenso sicher auf, wenn diese
Stelle von außen berührt wird, wie wenn die von ihr vertretene pathogene
Situation von innen her assoziativ aktiviert wird, und das Ich ergreift
Vor- sichtsmaßregeln, um die Erweckung des Symptoms durch äußere
Wahrnehmung hintanzuhalten. Woher die besondere Undurchsichtigkeit der
Symptombildung bei der Konversionshysterie rührt, können wir nicht
erraten, aber sie gibt uns ein Motiv, das unfrucht- bare Gebiet bald zu verlassen. Wir
wenden uns zur Zwangsneurose in der Erwartung, hier mehr über die
Symptombildung zu erfahren. Die Symptome der Zwangsneurose sind im
allgemeinen von zweierlei Art und entgegengesetzter Tendenz. Es sind
entweder Verbote, Vorsichtsmaßregeln, Bußen, also negativer Natur, oder im
Gegen- teil Ersatzbefriedigungen, sehr häufig in symbolischer
Verkleidung. Von diesen zwei Gruppen ist die negative, abwehrende, strafende,
die ältere; mit der Dauer des Krankseins nehmen aber die aller Abwehr
spotten- den Befriedigungen überhand. Es ist ein Triumph der
Symptombildung, wenn es gelingt, das Verbot mit der
Befriedigung zu verquicken, so daß das ursprünglich abwehrende Gebot oder
Verbot auch die Bedeutung einer Befriedigung bekommt, wozu oft sehr
künstliche Verbindungswege in Anspruch genommen werden. In dieser
Leistung zeigt sich die Neigung zur Synthese, die wir dem Ich bereits
zuerkannt haben. In extremen Fällen bringt es der Kranke zustande, daß
die meisten seiner Symptome zu ihrer ursprünglichen Bedeutung auch
die des direkten Gegensatzes erworben haben, ein Zeugnis für die Macht
der Ambivalenz, die, wir wissen nicht warum, in der Zwangsneurose eine
so große Rolle spielt. Im rohesten Fall ist das Symptom zweizeitig,
d. h. auf die Handlung, die eine gewisse Vorschrift ausführt, folgt
unmittelbar eine zweite, die sie aufhebt oder rückgängig macht,
wenngleich sie noch nicht wagt, ihr Gegenteil auszuführen.
Zwei Eindrücke ergeben sich sofort aus dieser flüchtigen Überschau der
Zwangssymptome. Der erste, daß hier ein fortgesetzter Kampf gegen das
Verdrängte unterhalten wird, der sich immer mehr zu ungunsten der
verdrängenden Kräfte wendet, und zweitens, daß Ich und Über-Ich hier
einen besonders großen Anteil an der Symptombildung nehmen.
Die Zwangsneurose ist wohl das interessanteste und dankbarste Objekt
der analytischen Untersuchung, aber noch immer als Problem unbezwungen.
Wollen wir in ihr Wesen tiefer eindringen, so müssen wir
eingestehen, daß unsichere Annahmen und unbe- wiesene Vermutungen noch
nicht entbehrt werden können. Die Ausgangssituation der Zwangsneurose
ist wohl keine andere als die der Hysterie, die not- wendige Abwehr
der libidinösen Ansprüche des Ödipus-komplexes. Auch scheint sich bei jeder
Zwangsneurose eine unterste Schicht sehr früh gebildeter
hysterischer Symptome zu finden. Dann aber wird die weitere
Gestaltung durch einen konstitutionellen Faktor ent- scheidend verändert.
Die genitale Organisation der Libido erweist sich als schwächlich und zu
wenig resistent. Wenn das Ich sein Abwehrstreben beginnt, so
erzielt es als ersten Erfolg, daf3 die Genitalorgani- sation (der
phallischen Phase) ganz oder teilweise auf die frühere sadistisch-anale
Stufe zurückgeworfen wird. Diese Tatsache der Regression bleibt für alles
folgende bestimmend. Man kann noch eine andere Möglichkeit
in Erwägung ziehen. Vielleicht ist die
Regression nicht die Folge eines konstitutionellen, sondern eines
zeitlichen Faktors. Sie wird nicht darum ermöglicht werden, weil die
Genitalorganisation der Libido zu schwächlich geraten, sondern weil das
Sträuben des Ichs zu frühzeitig, noch während der Blüte der sadi-
stischen Phase eingesetzt hat. Einer sicheren Entscheidung getraue ich mich
auch in diesem Punkte nicht, aber die analytische Beobachtung begünstigt
diese Annahme nicht. Sie zeigt eher, dafs bei der Wendung zur
Zwangsneurose die phallische Stufe bereits erreicht ist. Auch ist das
Lebensalter für den Ausbruch dieser Neurose ein späteres als das
der Hysterie (die zweite Kindheitsperiode, nach dem Termin der
Latenzzeit), und in einem Fall von sehr später Entwicklung dieser
Affektion, den ich studieren konnte, ergab es sich klar, daß eine reale
Entwertung des bis dahin intakten Genitallebens die Bedingung für
die Regression und die Entstehung der Zwangs- neurose schuf."
Die metapsychologische Erklärung der Regression suche ich in einer
„Triebentmischung“, in der Ab- sonderung der erotischen Komponenten, die
mit Beginn der genitalen Phase zu den destruktiven Besetzungen der
sadistischen Phase hinzugetreten waren. Die Erzwingung der
Regression bedeutet den ersten Erfolg des Ichs im Abwehrkampf gegen
den Anspruch der Libido. Wir unterscheiden hier zweck- mäßig die
allgemeinere Tendenz der „Abwehr“ von der „Verdrängung“, die nur einer
der Mechanismen ist, deren sich die Abwehr bedient. Vielleicht noch
klarer als bei normalen und hysterischen Fällen erkennt man bei der
Zwangsneurose als den Motor der Abwehr Be an 2 n S. Die
Disposition zur Zwangsneurose. (Ges. Schriften, den Kastrationskomplex,
als das Abgewehrte die Strebungen des Ödipuskomplexes. Wir befinden
uns nun zu Beginn der Latenzzeit, die durch den Unter- gang des
Ödipuskomplexes, die Schöpfung oder Kon- solidierung des Über-Ichs und
die Aufrichtung der ethischen und ästhetischen Schranken im Ich
gekenn- zeichnet ist. Diese Vorgänge gehen bei der Zwangs- neurose
über das normale Maß hinaus; zur Zerstörung des Ödipuskomplexes tritt die
regressive Erniedrigung der Libido hinzu, das Über-Ich wird besonders
strenge und lieblos, das Ich entwickelt im Gehorsam gegen das
Über-Ich hohe Reaktionsbildungen von Gewissen- haftigkeit, Mitleid,
Reinlichkeit. Mit unerbittlicher, darum nicht immer erfolgreicher Strenge
wird die Versuchung zur Fortsetzung der frühinfantilen Onanie
verpönt, die sich nun an regressive (sadistisch-anale) Vor- stellungen
anlehnt, aber doch den unbezwungenen Anteil der phallischen Organisation
repräsentiert. Es liegt ein innerer Widerspruch darin, dafs gerade im Interesse
der Erhaltung der Männlichkeit (Kastrationsangst) jede Betätigung dieser
Männlichkeit verhindert wird, aber auch dieser Widerspruch wird bei der
Zwangsneurose nur übertrieben, er haftet bereits an der normalen
Art der Beseitigung des Ödipuskomplexes. Wie jedes Übermaß den Keim zu
seiner Selbstaufhebung in sich trägt, wird sich auch an der
Zwangsneurose bewähren, indem gerade die unterdrückte Onanie sich
in der Form der Zwangshandlungen eine immer weiter gehende Annäherung an die
Befriedigung erzwingt. Die Reaktionsbildungen im Ich der
Zwangsneuro- tiker, die wir als Übertreibungen der normalen Cha-
rakterbildung erkennen, dürfen wir als einen neuen Mechanismus der Abwehr
neben die Regression und die Verdrängung hinstellen. Sie scheinen bei
der Hysterie zu fehlen oder weit schwächer zu sein. Rückschauend
gewinnen wir so eine Vermutung, wodurch der Abwehrvorgang. der Hysterie
ausge- zeichnet ist. Es scheint, daß er sich auf die Ver- drängung
einschränkt, indem das Ich sich von der unliebsamen Triebregung abwendet,
sie dem Ablauf im Unbewußstten überläßt und. an ihren Schicksalen
keinen weiteren Anteil nimmt. So ganz ausschließend richtig kann das zwar
nicht sein, denn wir kennen ja den Fall, daf$ das hysterische Symptom
gleichzeitig die Erfüllung einer Strafanforderung des Über-Ichs
bedeutet, aber es mag einen allgemeinen Charakter im Verhalten des Ichs
bei der Hysterie beschreiben. Man kann es einfach als Tatsache
hinnehmen, daß sich bei der Zwangsneurose ein so strenges Über-Ich
bildet, oder man kann daran denken, daß der funda- mentale Zug dieser
Affektion die Libidoregression ist, und versuchen, auch den Charakter des
Über-Ichs mit ihr zu verknüpfen. In der Tat kann ja das Über- Ich,
das aus dem Es stammt, sich der dort einge- tretenen Regression und
Triebentmischung nicht entziehen. Es wäre nicht zu verwundern, wenn
es seinerseits härter, quälerischer, liebloser würde als bei
normaler Entwicklung. Während der Latenzzeit scheint die Abwehr der
ÖOnanieversuchung als Hauptaufgabe behandelt zu werden. Dieser Kampf
erzeugt eine Reihe von Symptomen, die bei den verschiedensten Personen in
typischer Weise wiederkehren und im allgemeinen den Charakter des
Zeremoniells tragen. Es ist sehr zu bedauern, daß sie noch nicht
gesammelt und systematisch analysiert worden sind; als früheste
Leistungen der Neurose würden sie über den hier verwendeten Mechanismus
der Symptombildung am ehesten Licht verbreiten. Sie zeigen bereits die
Züge, welche in einer späteren schweren Erkrankung so
verhängnisvoll hervortreten werden : die Unterbringung an den
Verrichtungen, die später wie automatisch ausgeführt werden sollen, am
Schlafengehen, Waschen und Ankleiden, an der Lokomotion, die Neigung
zur Wiederholung und zum Zeitaufwand. Warum das so geschieht, ist
noch keineswegs verständlich; die Subli- mierung analerotischer
Komponenten spielt dabei eine deutliche Rolle. Die Pubertät macht in der Entwicklung der Zwangsneurose
einen entscheidenden Abschnitt. Die in der Kindheit abgebrochene
Genitalorganisation setzt nun mit großer Kraft wieder ein. Wir wissen
aber, daß die Sexualentwicklung der Kinderzeit auch für den
Neubeginn der Pubertätsjahre die Richtung vorschreibt. Es werden also
einerseits die aggressiven Regungen der Frühzeit wieder erwachen, anderseits
muß ein mehr oder minder großer Anteil der neuen libidinösen Regungen —
in bösen Fällen deren Ganzes die durch die Regression vorgezeichneten
Bahnen einschlagen und als aggressive und destruktive Absichten
auftreten. Infolge dieser Verkleidung der erotischen Strebungen und der
starken Reaktions- bildungen im Ich, wird nun der Kampf gegen die
Sexualität unter ethischer Flagge weitergeführt. Das Ich sträubt sich
verwundert gegen grausame und gewalttätige Zumutungen, die ihm vom Es her
ins Bewufßstsein geschickt werden, und ahnt nicht, daß es dabei
erotische Wünsche bekämpft, darunter auch solche, die sonst seinem
Einspruch entgangen wären. Das überstrenge Über-Ich besteht um so
energischer auf der Unterdrückung der Sexualität, da sie so
abstoßende Formen angenommen hat. So zeigt sich der Konflikt bei der
Zwangsneurose nach zwei Rich- tungen verschärft, das Abwehrende ist
intoleranter, das Abzuwehrende unerträglicher geworden ; beides
durch den Einfluß des einen Moments, der Libido- regression.
Man könnte einen Widerspruch gegen manche unserer Voraussetzungen
darin finden, daß die unlieb- same Zwangsvorstellung überhaupt bewußt
wird. Allein es ist kein Zweifel, daß sie vorher den Prozeß der Verdrängung
durchgemacht hat. In den meisten ist der eigentliche Wortlaut der
aggressiven Triebregung dem Ich überhaupt nicht. bekannt. Es gehört
ein gutes Stück analytischer Arbeit dazu, um ihn bewußt zu machen.
Was zum Bewußtsein durchdringt, ist in der Regel nur ein entstellter Ersatz
entweder von einer verschwommenen, traumhaften Unbestimmtheit, oder
unkenntlich gemacht durch eine absurde Ver- kleidung. Wenn die
Verdrängung nicht den Inhalt der aggressiven Triebregung angenagt hat, so
hat sie doch gewiß den sie begleitenden Affektcharakter beseitigt.
So erscheint die Aggression dem Ich nicht als ein Impuls, sondern, wie
die Kranken sagen, als ein bloßer ‚„‚Gedankeninhalt‘, der einen kalt
lassen sollte. Das Merkwürdige ist, daß dies doch nicht der Fall
ist. Der bei der Wahrnehmung der Zwangsvorstellung ersparte
Affekt kommt nämlich an anderer Stelle zum Vorschein. Das Über-Ich
benimmt sich so, als hätte keine Verdrängung stattgefunden, als wäre ihm
die aggressive Regung in ihrem richtigen Wortlaut und mit ihrem
vollen Affektcharakter bekannt, und behandelt das Ich auf Grund dieser
Voraussetzung. Das Ich, das sich einerseits schuldlos weiß, muß
anderseits ein Schuldgefühl verspüren und eine Verantwortlichkeit
tragen, die es sich nicht zu erklären weiß. Das Rätsel, das uns hiemit
aufgegeben wird, ist aber nicht so groß), als es zuerst erscheint. Das
Verhalten des Über-Ichs ist durchaus: verständlich, der Widerspruch im
Ich beweist uns nur, daß es sich mittels der Verdrängung gegen das Es verschlossen
hat, während es den Einflüssen aus dem Über-Ich voll zugänglich
geblieben ist.‘ Der weiteren Frage, warum das Ich sich nicht auch der
peinigenden Kritik des Über-Ichs zu entziehen sucht, macht die Nachricht
ein Ende, daf dies wirklich in einer großen Reihe von Fällen so
geschieht. Es gibt auch Zwangsneurosen ganz ohne Schuldbewußtsein; soweit
wir es verstehen, hat sich das Ich die Wahrnehmung desselben durch eine
neue Reihe von Symptomen, Bußhandlungen, Einschränkungen zur
Selbstbestrafung, erspart. Diese Sym- ptome bedeuten aber gleichzeitig
Befriedigungen ma- sochistischer Triebregungen, die ebenfalls aus
der Regression eine Verstärkung bezogen haben. Die
Mannigfaltigkeit in den Erscheinungen der Zwangsneurose ist eine so
großartige, daß es noch keiner Bemühung gelungen ist, eine
zusammenhängende Synthese aller ihrer Variationen zu geben. Man ist
bestrebt, typische Beziehungen herauszuheben und dabei immer in Sorge,
andere nicht minder wichtige Regelmäßigkeiten zu übersehen.
Die allgemeine Tendenz der Symptombildung bei der Zwangsneurose
habe ich bereits beschrieben. Sie geht dahin, der Ersatzbefriedigung
immer mehr Raum ı) Vgl. Reik, Geständniszwang und Strafbedürfnis,
SEHE. u auf Kosten der Versagung zu schaffen. Dieselben Symptome,
die ursprünglich Einschränkungen des Ichs bedeuteten, nehmen dank der
Neigung des Ichs zur Synthese später auch die von Befriedigungen an,
und es ist unverkennbar, daf3 die letztere Bedeutung all- mählich
die wirksamere wird. Ein äußerst einge- schränktes Ich, das darauf
angewiesen ist, seine Befriedigungen in den Symptomen zu suchen,
wird das Ergebnis dieses Prozesses, der sich immer mehr dem
völligen Fehlschlagen des anfänglichen Abwehr- strebens nähert. Die
Verschiebung des Kräfteverhält- nisses zugunsten der Befriedigung kann zu
dem gefürchteten Endausgang der Willenslähmung des Ichs führen, das
für jede Entscheidung beinahe ebenso starke Antriebe von der einen wie
von der anderen Seite findet. Der überscharfe Konflikt zwischen Es
und Über-Ich, der die Affektion von Anfang an beherrscht, kann sich so
sehr ausbreiten, daf keine der Verrichtungen des zur Vermittlung
unfähigen Ichs der Einbeziehung in diesen Konflikt entgehen kann.
VI Während dieser Kämpfe kann man zwei symptom- bildende Tätigkeiten
des Ichs beobachten, die ein besonderes Interesse verdienen, weil sie
offenbare Surrogate der Verdrängung sind und darum deren Tendenz
und Technik schön erläutern können. Viel- leicht dürfen wir auch das
Hervortreten dieser Hilfs- und Ersatztechniken als einen Beweis dafür
auffassen, dafs die Durchführung der regelrechten Verdrängung auf
Schwierigkeiten stößt. Wenn wir erwägen, dafs bei der Zwangsneurose das
Ich soviel mehr Schauplatz der Symptombildung ist als bei der Hysterie,
daß dieses Ich zähe an seiner Beziehung zur Realität und zum
Bewußtsein festhält und dabei alle seine intellek- tuellen Mittel
aufbietet, ja, daß die Denktätigkeit überbesetzt, erotisiert, erscheint,
werden uns solche Variationen der Verdrängung vielleicht näher
gebracht. Die beiden angedeuteten Techniken sind das
Ungeschehenmachen und das Isolieren. Die erstere hat ein großes
Anwendungsgebiet und reicht weit zurück. Sie ist sozusagen negative
Magie, sie will durch motorische Symbolik nicht die Folgen eines Ereignisses
(Eindruckes, Erlebnisses), sondern dieses selbst „wegblasen“. Mit der
Wahl dieses letzten Ausdruckes ist darauf hingewiesen, welche Rolle
diese Technik nicht nur in der Neurose, sondern auch in den
Zauberhandlungen, Volksgebräuchen und im religiösen Zeremoniell spielt.
In der Zwangsneurose begegnet man dem Ungeschehenmachen zuerst bei
den zweizeitigen Symptomen, wo der zweite Akt den ersten aufhebt, so, als
ob nichts geschehen wäre, wo in Wirklichkeit beides geschehen ist. Das
zwangsneurotische Zeremoniell hat in der Absicht des Unge- schehenmachens
seine zweite Wurzel. Die erste ist die Verhütung, die Vorsicht, damit
etwas Bestimm- tes nicht geschehe, sich nicht wiederhole. Der
Unter- schied ist leicht zu fassen; die Vorsichtsmafßregeln sind
rationell, die „Aufhebungen‘ durch Ungeschehen- machen irrationell,
magischer Natur. Natürlich muß man vermuten, daß diese zweite Wurzel die
ältere, aus der animistischen Einstellung zur Umwelt stam- mende
ist. Seine Abschattung zum Normalen findet das Streben zum
Ungeschehenmachen in dem Ent- schluß ein Ereignis als ‚»on arrive“ zu
behandeln, aber dann unternimmt man nichts dagegen, kümmert sich
weder um das Ereignis noch um seine Folgen, während man in der Neurose
die Vergangenheit selbst aufzuheben, motorisch zu verdrängen
sucht. Dieselbe Tendenz kann auch die Erklärung des in der Neurose
so häufigen Zwanges zur Wieder- holung geben, bei dessen Ausführung sich
dann mancherlei einander widerstreitende Absichten zu-
sammenfinden. Was nicht in solcher Weise geschehen ist, wie es dem Wunsch
gemäß hätte geschehen sollen, wird durch die Wiederholung in anderer
Weise ungeschehen gemacht, wozu nun alle die Motive hin- zutreten,
bei diesen Wiederholungen zu verweilen. Im weiteren Verlauf der Neurose
enthüllt sich oft die Tendenz, ein traumatisches Erlebnis ungeschehen
zu machen, als ein symptombildendes Motiv von erstem Range. Wir
erhalten so unerwarteten Einblick in eine neue, motorische Technik der
Abwehr oder, wie wir hier mit geringerer Ungenauigkeit sagen können,
der Verdrängung. Die andere der neu zu beschreibenden
Techniken ist das der Zwangsneurose eigentümlich zukommende
Isolieren. Es bezieht sich gleichfalls auf die motorische Sphäre, besteht
darin, daß nach einem unlieb- samen Ereignis, ebenso nach einer im Sinne
der Neu- rose bedeutsamen eigenen Tätigkeit, eine Pause ein-
geschoben wird, in der sich nichts mehr ereignen darf, keine Wahrnehmung
gemacht und keine Aktion ausgeführt wird. Dies zunächst sonderbare
Verhalten verrät uns bald seine Beziehung. zur Verdrängung. Wir
wissen, bei Hysterie ist es möglich, einen trau- matischen Eindruck der
Amnesie. verfallen zu lassen, bei der Zwangsneurose ist dies oft nicht
gelungen, das Erlebnis ist nicht vergessen, aber es ist von seinem
Affekt entblößt und seine assoziativen Bezie- hungen sind unterdrückt
oder unterbrochen, so daß es wie isoliert dasteht und auch nicht im
Verlaufe der Denktätigkeit reproduziert wird. Der Effekt dieser
Isolierung ist dann der nämliche wie bei der Ver- drängung mit Amnesie.
Diese Technik wird also in den Isolierungen der Zwangsneurose
reproduziert, aber dabei auch in magischer Absicht motorisch
verstärkt. Was so auseinandergehalten wird, ist gerade das, was
assoziativ zusammengehört, die motorische Isolierung sol eine Garantie
für die Unterbrechung des Zusammenhanges im Denken geben. Einen Vorwand für dies Verfahren der Neurose gibt der normale
Vorgang der Konzentration. Was uns bedeutsam als Eindruck, als Aufgabe
erscheint, soll nicht durch die gleichzeitigen Ansprüche anderer
Denkverrichtun- gen oder Tätigkeiten gestört werden. Aber schon im
Normalen wird die Konzentration dazu verwendet, nicht nur das
Gleichgültige, nicht Dazugehörige, sondern vor allem das unpassende
Gegensätzliche fernzuhalten. Als das Störendste wird empfunden, was
ursprüng- lich zusammengehört hat und durch den Fortschritt der
Entwicklung auseinandergerissen wurde, z. B. die Äußerungen der
Ambivalenz des Vaterkomplexes in der Beziehung zu Gott oder die Regungen
der Ex- kretionsorgane in den Liebeserregungen. So hat das Ich
normalerweise eine große Isolierungsarbeit bei der Lenkung des
Gedankenablaufes zu leisten, und wir wissen, in der Ausübung der
analytischen Technik müssen wir das Ich dazu erziehen, auf diese sonst
durchaus gerechtfertigte Funktion zeitweilig zu ver- zichten.
Wir haben alle die Erfahrung gemacht, daß es dem Zwangsneurotiker
besonders schwer wird, die psychoanalytische Grundregel zu befolgen.
Wahr- scheinlich infolge der hohen Konfliktspannung zwischen seinem
Über-Ich und seinem Es ist sein Ich wach- samer, dessen Isolierungen
schärfer. Es hat während seiner Denkarbeit zuviel abzuwehren, die
Einmengung unbewußter Phantasien, die Äußerung der ambi- valenten
Strebungen. Es darf sich nicht gehen lassen, befindet sich
fortwährend in Kampfbereitschaft. Diesen Zwang zur Konzentration und
Isolierung unterstützt es dann durch die magischen Isolierungsaktionen,
die als Symptome so auffällig und praktisch so bedeut- sam werden,
an sich natürlich nutzlos sind und den Charakter des Zeremoniells
haben. Indem es aber Assoziationen, Verbindung in Gedanken,
zu verhindern sucht, befolgt es eines der ältesten und fundamentalsten
Gebote der Zwangsneu- rose, das labu der Berührung. \Wenn man sich die
Frage vorlegt, warum die Vermeidung von Berührung, Kontakt, Ansteckung in
der Neurose eine so große Rolle spielt und zum Inhalt so
komplizierter Systeme gemacht wird, so findet man die Antwort, daß
die Berührung, der körperliche Kontakt, das nächste Ziel sowohl der
aggressiven wie der zärt- lichen Objektbesetzung ist. Der Eros will die
Berüh- rung, denn er strebt nach Vereinigung, Aufhebung der
Raumgrenzen zwischen Ich und geliebtem Objekt. Aber auch die Destruktion,
die vor der Erfindung der Fernwaffe nur aus der Nähe erfolgen
konnte, muß die körperliche Berührung, das Handanlegen,
voraussetzen. Eine Frau berühren ist im Sprach- gebrauch ein Euphemismus
für ihre Benützung als Sexualobjekt geworden. Das Glied nicht berühren
ist der Wortlaut des Verbotes der autoerotischen Befrie- digung. Da
die Zwangsneurose zu Anfang die ero- tische Berührung, dann nach der
Regression die als Aggression maskierte Berührung verfolgte, ist
nichts anderes für sie in so hohem Grade verpönt worden, nichts so
geeignet, zum Mittelpunkt eines Verbotsystems zu werden. Die Isolierung
ist aber Aufhebung der Kontaktmöglichkeit, Mittel, ein Ding jeder
Berührung zu entziehen, und wenn der Neurotiker auch einen Eindruck
oder eine Tätigkeit durch eine Pause isoliert, gibt er uns symbolisch zu
verstehen, daß er die Gedanken an sie nicht in assoziative Berührung
mit anderen kommen lassen will. So weit reichen unsere
Untersuchungen über die Symptombildung. Es verlohnt sich kaum, sie zu
resu- mieren, sie sind ergebnisarm und unvollständig ge- Siem.
Freud blieben, haben auch wenig gebracht, was nicht schon früher
bekannt gewesen wäre. Die Symptombildung bei anderen Affektionen als bei
den Phobien, der Konversionshysterie und der Zwangsneurose in
Betracht zu ziehen, wäre aussichtslos ; es ist zu wenig darüber
bekannt. Aber auch schon aus der Zusammenstellung dieser drei Neurosen
erhebt sich ein schwerwiegendes, nicht mehr aufzuschiebendes Problem. Für
alle drei ist die Zerstörung des Odipuskomplexes der Ausgang, in
allen, nehmen wir an, die Kastrationsangst der Motor des Ichsträubens.
Aber nur in den Phobien kommt solche Angst zum Vorschein, wird sie
einge- standen. Was ist bei den zwei anderen Formen aus ihr
geworden, wie hat das Ich sich solche Angst erspart? Das Problem
verschärft sich noch, wenn wir an die vorhin erwähnte Möglichkeit denken,
daß die Angst durch eine Art Vergährung aus der im Ablauf gestörten
Libidobesetzung selbst hervorgeht, und weiters: steht es fest, daß die
Kastrationsangst der einzige Motor der Verdrängung (oder Abwehr)
ist? Wenn man an die Neurosen der Frauen denkt, muß man das
bezweifeln, denn so sicher sich der Kastrations- komplex bei ihnen
konstatieren läßt, von einer Kastrationsangst im richtigen Sinne kann man
bei bereits vollzogener Kastration doch nicht sprechen. Kehren wir
zu den infantilen Tierphobien zu- rück, wir verstehen diese Fälle doch
besser als alle anderen. Das Ich muf also hier gegen eine libidinöse
Objektbesetzung des Es (die des positiven oder des negativen
Odipuskomplexes) einschreiten, weil es verstanden hat, ihr nachzugeben
brächte die Gefahr der Kastration mit sich. Wir haben das schon
erörtert und finden noch Anlaß, uns einen Zweifel klar zu machen,
der von dieser ersten Diskussion erübrigt ist. Sollen wir beim kleinen
Hans (also im Falle des posi- tiven Odipuskomplexes) annehmen, daß es die
zärt- liche Regung für die Mutter oder die aggressive gegen den
Vater ist, welche die Abwehr des Ichs heraus- fordert? Praktisch schiene
das gleichgültig, besonders da die beiden Regungen einander bedingen,
aber ein theoretisches Interesse knüpft sich an die Frage, weil nur
die zärtliche Strömung für die Mutter als eine rein erotische gelten
kann. Die aggressive ist wesent- lich vom Destruktionstrieb abhängig, und
wir haben immer geglaubt, bei der Neurose wehre sich das Ich gegen
Ansprüche der Libido, nicht der anderen Triebe. In der Tat sehen wir,
daf$ nach der Bildung der Phobie die zärtliche Mutterbindung wie
ver- schwunden ist, sie ist durch die Verdrängung gründ- lich
erledigt worden, an der aggressiven Regung hat sich aber die Symptom-
(Ersatz-) Bildung vollzogen. Im Falle des Wolfsmannes liegt es einfacher,
die ver- drängte Regung ist wirklich eine erotische, die feminine
Einstellung zum Vater, und ah ihr vollzieht sich auch die
Symptombildung. Es ist fast beschämend, daß wir nach so
langer Arbeit noch immer Schwierigkeiten in der Auffassung der
fundamentalsten Verhältnisse finden, aber wir haben uns vorgenommen,
nichts zu vereinfachen und nichts zu verheimlichen. Wenn wir nicht klar
sehen können, wollen wir wenigstens die Unklarheiten schart sehen.
Was uns hier im \Wege steht, ist offenbar eine Unebenheit in der
Entwicklung unserer Trieb- lehre. Wir hatten zuerst die Organisationen
der Libido von der oralen über die sadistisch-anale zur genitalen
Stufe verfolgt und dabei alle Komponenten des Sexual- triebs einander
gleichgestellt. Später erschien uns der Sadismus als der Vertreter
eines anderen, dem Eros gegensätzlichen Triebes. Die neue Auffassung von
den zwei Iriebgruppen scheint die frühere Konstruktion von den
sukzessiven Phasen der Libidoorganisation zu sprengen. Die hilfreiche
Auskunft aus dieser Schwierigkeit brauchen wir aber nicht neu zu erfinden.
Sie hat sich uns längst geboten und lautet, daß wir es kaum jemals
mit reinen Triebregungen zu tun haben, sondern durchwegs mit Legierungen
beider Triebe in verschiedenen Mengenverhältnissen. Die sadistische
Objektbesetzung hat also auch ein Anrecht, als eine libidinöse behandelt
zu werden, die Organisationen der Libido brauchen nicht revidiert zu
werden, die aggressive Regung gegen den Vater kann mit dem- selben
Anrecht Objekt der Verdrängung werden wie die zärtliche für die Mutter.
Immerhin setzen wir als Stoff für spätere Überlegung die Möglichkeit
beiseite, daf3 die Verdrängung ein ProzefS ist, der eine beson-
dere Beziehung zur Genitalorganisation der Libido hat, daß das Ich zu
anderen Methoden der Abwehr greift, wenn es sich der Libido auf anderen
Stufen der Organisation zu erwehren hat, und setzen wir fort. Ein
Fall wie der des kleinen Hans gestattet uns keine Entscheidung; hier wird
zwar eine aggressive Regung durch Verdrängung erledigt, aber
nachdem die Genitalorganisation bereits erreicht ist. Wir wollen diesmal die Beziehung zur Angst nicht aus den Augen
lassen. Wir sagten, so wie das Ich die Kastrationsgefahr erkannt hat,
gibt es das Angstsignal und inhibiert mittels der Lust-Unlust-
Instanz auf eine weiter nicht einsichtliche Weise den bedrohlichen
Besetzungsvorgang im Es. Gleichzeitig vollzieht sich die Bildung der
Phobie. Die Kastrationsangst erhält ein anderes Objekt und einen
entstellten Ausdruck: vom Pferd gebissen (vom Wolf gefressen),
anstatt vom Vater kastriert zu werden. Die Ersatz- bildung hat zwei
offenkundige Vorteile, erstens, dafß sie einem Ambivalenzkonflikt
ausweicht, denn der Vater ist ein gleichzeitig geliebtes Objekt und
zweitens, daf3 sie dem Ich gestattet, die Angstentwicklung ein-
zustellen. Die Angst der Phobie ist nämlich eine fakultative, sie tritt
nur auf, wenn ihr Objekt Gegen- stand der Wahrnehmung wird. Das ist ganz
korrekt; nur dann ist nämlich die Gefahrsituation vorhanden. Von
einem abwesenden Vater braucht man auch die Kastration nicht zu
befürchten. Nun kann man den Vater nicht wegschaffen, er zeigt sich
immer, wann er will. Ist er aber durch das Tier ersetzt, so braucht
man nur den Anblick, d. h. die Gegenwart des lieres zu vermeiden, um frei
von Gefahr und Angst zu sein. Der kleine Hans legt seinem Ich also
eine Einschränkung auf, er produziert die Hemmung, nicht
auszugehen, um nicht mit Pterden zusammenzutreffen. Der kleine Russe hat
es noch bequemer, es ist kaum ein Verzicht für ihn, daß er ein gewisses
Bilderbuch nicht mehr zur Hand nimmt. Wenn die schlimme Schwester
ihm nicht immer wieder das Bild des auf-rechtstehenden Wolfes in diesem Buch
vor Augen halten würde, dürfte er sich vor seiner Angst gesichert
fühlen. Ich habe früher einmal der Phobie den Charakter einer Projektion
zugeschrieben, indem sie eine innere Triebgefahr durch eine äußere
Wahrnehmungsgefahr ersetzt. Das bringt den Vorteil, daß man sich
gegen die äußere Gefahr durch Flucht und Ver- meidung der Wahrnehmung
schützen kann, während gegen die Grefahr von innen keine Flucht nützt.
Meine Bemerkung ist nicht unrichtig, aber sie bleibt an der
Oberfläche. Der Triebanspruch ist ja nicht an sich eine Gefahr, sondern
nur darum, weil er eine richtige äußere Gefahr, die der Kastration, mit
sich bringt. So ist im Grunde bei der Phobie doch nur eine äußere
Gefahr durch eine andere ersetzt. Daß das Ich sich bei der Phobie durch
eine Vermeidung oder ein Hemmungssymptom der Angst entziehen kann,
stimmt sehr gut zur Auffassung, diese Angst sei nur ein Affektsignal und
an der ökonomischen Situation sei nichts geändert worden. Die Angst der Tierphobien ist also eine Affekt-reaktion des Ichs auf die
Gefahr; die Gefahr, die hier signalisiert wird, die der Kastration. Kein
anderer Unterschied von der Realangst, die das Ich normaler- weise
in Gefahrsituationen äußert, als daf3 der Inhalt der Angst unbewußt
bleibt und nur in einer Entstellung bewußt wird. Dieselbe
Auffassung wird sich uns, glaube ich, auch für die Phobien Erwachsener
giltig erweisen, wenngleich das Material, das die Neurose verarbeitet,
sehr viel reichhaltiger ist und einige Momente zur Symptombildung
hinzukommen. Im Grunde ist es das nämliche. Der Agoraphobe legt seinem
Ich eine Beschränkung auf, um einer Triebgefahr zu entgehen. Die
Triebgefahr ist die Versuchung, seinen erotischen Gelüsten nachzu-
geben, wodurch er wieder wie in der Kindheit die Gefahr der Kastration,
oder eine ihr analoge, herauf- beschwören würde. Als Beispiel führe ich
den Fall eines jungen Mannes an, der agoraphob wurde, weil er
befürchtete, den Lockungen von Prostituierten nach- zugeben und sich zur
Strafe Syphilis zu holen. Ich weiß wohl, daf viele Fälle eine
kompliziertere Struktur zeigen und dafs viele andere verdrängte
Trieb- regungen in die Phobie einmünden können, aber diese sind nur
auxiliär und haben sich meist nachträglich mit dem Kern der Neurose in
Verbindung gesetzt. Die Symptomatik der Agoraphobie wird dadurch
kompli- ziert, daßß das Ich sich nicht damit begnügt, auf etwas zu
verzichten; es tut noch etwas hinzu, um der Situation ihre Gefahr zu
benehmen. Diese Zutat ist gewöhnlich eine zeitliche Regression in die
Kinderjahre (im extremen Fall bis in den Mutterleib, in Zeiten, in denen
man gegen die heute drohenden Gefahren geschützt war) und tritt als
die Bedingung auf, unter der der Verzicht unter- bleiben kann. So kann
der Agoraphobe auf die Straße gehen, wenn er wie ein kleines Kind von
einer Person seines Vertrauens begleitet wird. Dieselbe Rücksicht mag
ihm auch gestatten, allein auszugehen, wenn er sich nur nicht über eine
bestimmte Strecke von seinem Haus entfernt, nicht in Gegenden geht, die er
nicht gut kennt und wo er den Leuten nicht bekannt ist. In der Aus- wahl dieser Bestimmungen zeigt sich der Einfluß
der infantilen Momente, die ihn durch seine Neurose be- herrschen.
Ganz eindeutig, auch ohne solche infantile Regression, ist die Phobie vor
dem Alleinsein, die im Grunde der Versuchung zur einsamen Önanie
aus- weichen will. Die Bedingung der infantilen Regression ist
natürlich die zeitliche Entfernung von der Kindheit. Die Phobie
stellt sich in der Regel her, nachdem unter gewissen Umständen auf der
Straße, auf der Eisenbahn, im Alleinsein — ein erster Angstanfall
erlebt worden ist. Dann ist die Angst gebannt, tritt aber jedesmal wieder
auf, wenn die schützende Be- dingung nicht eingehalten werden kann. Der
Mechanismus der Phobie tut als Abwehrmittel gute Dienste und zeigt
eine große Neigung zur Stabilität. Eine Fort- setzung des Abwehrkampfes,
der sich jetzt gegen das Symptom richtet, tritt häufig, aber nicht
notwendig, ein. Was wir über die Angst bei den Phobien
erfahren haben, bleibt noch für die Zwangsneurose verwertbar. Es ist
nicht schwierig, die Situation der Zwangsneurose auf die der Phobie zu
reduzieren. Der Motor aller späteren Symptombildung ist hier offenbar die
Angst des Ichs vor seinem Über-Ich. Die Feindseligkeit des Über-
Ichs ist die Gefahrsituation, der sich das Ich entziehen muß. Hier fehlt
jeder Anschein einer Projektion, die Gefahr ist durchaus verinnerlicht.
Aber wenn wir uns fragen, was das Ich von seiten des Über-Ichs
befürchtet, so drängt sich die Auffassung auf, dafs die Strafe des
Über-Ichs eine Fortbildung der Kastrationsstrafe ist. Wie das Über-Ich
der unpersönlich gewordene Vater ist, so hat sich die Angst vor der durch
ihn drohenden Kastration zur unbestimmten sozialen oder Gewissens-
angst umgewandelt. Aber diese Angst ist gedeckt, das Ich entzieht sich
ihr, indem es die ihm auferlegten Gebote, Vorsichten und Bußhandlungen
gehorsam aus- führt. Wenn es daran gehindert wird, dann tritt
sofort ein äußerst peinliches Unbehagen auf, in dem wir das
Äquivalent der Angst erblicken dürfen, das die Kranken selbst der Angst
gleichstellen. Unser Ergebnis lautet also: Die Angst ist die Reaktion auf
die Gefahr- situation; sie wird dadurch erspart, daß das Ich etwas
tut, um die Situation zu vermeiden oder sich ihr zu entziehen. Man könnte
nun sagen, die Symptome werden geschaffen, um die Angstentwicklung zu
ver- meiden, aber das läßt nicht tief blicken. Es ist richtiger zu
sagen, die Symptome werden geschaffen, um die Gefahrsituation zu vermeiden,
die durch die Angst- entwicklung signalisiert wird. Diese Gefahr war
aber in den bisher betrachteten Fällen die Kastration oder etwas
von ihr Absgeleitetes. Wenn die Angst die Reaktion des Ichs auf
die Gefahr ist, so liegt es nahe, die traumatische Neurose, welche
sich so häufig an überstandene Lebensgefahr anschliefst, als direkte
Folge der Lebens- oder Todesangst mit Beiseitesetzung der Abhängigkeiten des
Ichs und der Kastration aufzufassen. Das ist auch von den meisten
Beobachtern der traumatischen Neurosen des letzten Krieges geschehen, und
es ist triumphierend ver- kündet worden, nun sei der Beweis erbracht,
dafs eine Gefährdung des Selbsterhaltungstriebes eine Neurose
erzeugen könne ohne jede Beteiligung der Sexualität und ohne Rücksicht
auf die komplizierten Annahmen der Psychoanalyse. Es ‘ist in der Tat
aufserordentlich zu bedauern, daß nicht eine einzige verwertbare
Analyse einer traumatischen Neurose vorliegt. Nicht wegen des
Widerspruches gegen die ätiologische Bedeutung der Sexualität, denn
dieser ist längst durch die Einführung des Narziffmus aufgehoben worden,
der die libidinöse Besetzung des Ichs in eine Reihe mit den Objekt-
besetzungen bringt und die libidinöse Natur des Selbst- erhaltungstriebes
betont, sondern weil wir durch den Ausfall dieser Analysen die kostbarste
Gelegenheit zu entscheidenden Aufschlüssen über das Verhältnis
zwischen Angst und Symptombildung versäumt haben. Es ist nach allem, was
wir von der Struktur der simpleren Neurosen des täglichen Lebens wissen,
sehr unwahrscheinlich, daß eine Neurose nur durch die objektive
Tatsache der Gefährdung ohne Beteiligung der tieferen unbewufßten
Schichten des seelischen Apparats zustande kommen sollte. Im Unbewußsten
ist aber nichts vorhanden, was unserem Begriff der Lebens-
vernichtung Inhalt geben kann. Die Kastration wird sozusagen vorstellbar
durch die tägliche Erfahrung der Trennung vom Darminhalt und durch den
bei der Entwöhnung erlebten Verlust der mütterlichen Brust; etwas
dem Tod Ähnliches ist aber nie erlebt worden oder hat wie die Ohnmacht
keine nachweisbare Spur hinterlassen. Ich halte darum an der Vermutung
fest, dafs die Todesangst als Analogon der Kastrationsangst
aufzufassen ist, und dafß die Situation, auf welche das Ich reagiert, das
Verlassensein vom schützenden Über- Ich
den Schicksalsmächten ist, womit die Sicherung gegen alle Gefahren
ein Ende hat. Außer- dem kommt in Betracht, daf3 bei den Erlebnissen,
die zur traumatischen Neurose führen, äußerer Reizschutz
durchbrochen wird und übergroße Erregungsmengen an den seelischen Apparat
herantreten, so dafs hier die zweite Möglichkeit vorliegt, daß Angst
nicht nur als Affekt signalisiert, sondern auch aus den ökono-
mischen Bedingungen der Situation neu erzeugt wird. Durch die letzte
Bemerkung, das Ich sei durch regelmäßig wiederholte Objektverluste auf
die Kastration vorbereitet worden, haben wir eine neue Auffassung
der Angst gewonnen. Betrachteten wir sie bisher als Affektsignal der
Gefahr, so erscheint sie uns nun, da es sich so oft um die Gefahr der
Kastration handelt, als die Reaktion auf einen Verlust, eine
Trennung. Mag auch mancherlei, was sich sofort ergibt, gegen diesen
Schluß sprechen, so muß uns doch eine sehr merkwürdige Übereinstimmung
auffallen. Das erste Angsterlebnis des Menschen wenigstens ist die
Geburt und diese bedeutet objektiv die Trennung von der Mutter,
könnte einer Kastration der Mutter (nach der Gleichung Kind — Penis)
verglichen werden. Nun wäre es sehr befriedigend, wenn die Angst als
Symbol einer Trennung bei jeder späteren Irennung wiederholt würde,
aber leider steht einer Verwertung dieses Zu- sammenstimmens im Wege, daß
ja die Geburt subjektiv nicht als Trennung von der Mutter erlebt wird,
da diese als Objekt dem durchaus narzifßstischen Fötus völlig
unbekannt ist. Ein anderes Bedenken wird lauten, daß uns die
Affektreaktionen auf eine Trennung bekannt sind, und daß wir sie als
Schmerz und Trauer, nicht als Angst empfinden. Allerdings erinnern
wir uns, wir haben bei der Diskussion der Trauer auch nicht
verstehen können, warum sie so schmerzhaft ist. Es ist Zeit, sich zu
besinnen. Wir suchen offenbar nach einer Einsicht, die uns das Wesen der
Angst erschließt, nach einem Entweder—Oder, das die Wahrheit über
sie vom Irrtum scheidet. Aber das ist schwer zu haben, die Angst ist
nicht einfach zu erfassen. Bisher haben wir nichts erreicht als
Widersprüche, zwischen denen ohne Vorurteil keine Wahl möglich war.
Ich schlage jetzt vor, es anders zu machen; wir wollen unparteisch alles
zusammentragen, was wir von der Angst aussagen können, und dabei auf
die Erwartung einer nahen Synthese verzichten. Die Angst ist
also in erster Linie etwas Empfundenes. Wir heißen sie einen
Affektzustand, obwohl wir auch nicht wissen, was ein Affekt ist. Sie hat
als Empfindung offenbarsten Unlustcharakter, aber das erschöpft
nicht ihre Qualität; nicht jede Unlust können wir Angst heifßen. Es
gibt andere Empfindungen mit Unlust- charakter (Spannungen, Schmerz,
Trauer) und die Angst mufS außer dieser Unlustqualität andere Besonder-
heiten haben. Eine Frage: Werden wir es dazu bringen, die Unterschiede
zwischen diesen verschiedenen Unlust- affekten zu verstehen? Aus der
Empfindung der Angst können wir immer- hin etwas entnehmen. Ihr
Unlustcharakter scheint eine besondere Note zu haben; das ist schwer zu
beweisen, aber wahrscheinlich; es wäre nichts Auffälliges. Aber
außer diesem schwer isolierbaren Eigencharakter nehmen wir an der Angst
bestimmtere körperliche Sensationen wahr, die wir auf bestimmte Organe
beziehen. Da uns die Physiologie der Angst hier nicht interessiert,
genügt es uns, einzelne Repräsentanten dieser Sensa- tionen
hervorzuheben, also die häufigsten und deut- lichsten an den
Atmungsorganen und am Herzen. Sie sind uns Beweise dafür, dafß motorische
Inner- vationen, also Abfuhrvorgänge an dem Granzen der Angst
Anteil haben. Die Analyse des Angstzustandes ergibt also ı) einen
spezifischen Unlustcharakter, 2) Abfuhraktionen, 3) die Wahrnehmungen
derselben. Die Punkte 2) und 3) ergeben uns bereits einen Unterschied
gegen die ähnlichen Zustände, z. B. der Trauer und des Schmerzes. Bei
diesen gehören die motorischen Äußerungen nicht dazu; wo sie vor-
handen sind, sondern sie sich deutlich nicht als Bestand- teile des
Ganzen, sondern als Konsequenzen oder Reaktionen darauf. Die Angst ist
also ein besonderer Unlustzustand mit Abfuhraktionen auf bestimmte
Bahnen. Nach unseren allgemeinen Anschauungen werden wir glauben,
daß der Angst eine Steigerung der Erregung zugrunde liegt, die einerseits
den Unlustcharakter schafft, andererseits sich durch die genannten
Abfuhren erleichtert. Diese rein physiologische Zusammenfassung
wird uns aber kaum genügen; wir sind versucht, anzunehmen, dafß ein
historisches Moment da ist, welches die Sensationen und Innervationen der
Angst fest an einander bindet. Mit anderen Worten, daß der
Angstzustand die Reproduktion eines Erlebnisses ist, das die Bedingungen
einer solchen Reizsteigerung und der Abfuhr auf bestimmte Bahnen
enthielt, wodurch also die Unlust der Angst ihren spezifischen
Charakter erhält. Als solches vorbildliches Erlebnis bietet sich
uns für den Menschen die Geburt, und darum sind wir geneigt, im
Angstzustand eine Reproduktion des Greburtstraumas zu sehen. Wir
haben damit nichts behauptet, was der Angst eine Ausnahmsstellung unter
den Affektzuständen ein- räumen würde. Wir meinen, auch die anderen
Affekte sind Reproduktionen alter, lebenswichtiger, eventuell
vorindividueller Ereignisse und wir bringen sie als allgemeine, typische,
mitgeborene hysterische Anfälle in Vergleich mit den spät und individuell
erworbenen Attacken der hysterischen Neurose, deren Genese und
Bedeutung als Erinnerungssymbole uns durch die Analyse deutlich geworden
ist. Natürlich wäre es sehr wünschenswert, diese Auffassung für eine
Reihe anderer Afiekte beweisend durchführen zu können, wovon wir
heute weit entfernt sind. Die Zurückführung der Angst auf das
Geburts- ereignis hat sich gegen naheliegende Einwände zu
verteidigen. Die Angst ist eine wahrscheinlich allen Organismen,
jedenfalls allen höheren zukommende Reaktion, die Geburt wird nur von den
Säugetieren erlebt, und es ist fraglich, ob sie bei allen diesen
die Bedeutung eines Traumas hat. Es gibt also Angst ohne
Geburtsvorbild. Aber dieser Einwand setzt sich über die Schranken
zwischen Biologie und Psychologie hinaus. Gerade weil die Angst eine
biologisch unent- behrliche Funktion zu erfüllen hat, als Reaktion
auf den Zustand der Gefahr, mag sie bei verschiedenen Lebewesen auf
verschiedene Art eingerichtet worden sein. Wir wissen auch nicht, ob sie
bei dem Menschen ferner stehenden Lebewesen denselben Inhalt an
Sen- sationen und Innervationen hat wie beim Menschen. Das hindert
also nicht, daf3 die Angst beim Menschen den Geburtsvorgang zum Vorbild
nimmt. Wenn dies die Struktur und die Herkunft der Angst ist, so
lautet die weitere Frage: Was ist ihre Funktion? Bei welchen
Gelegenheiten wird sie reprodu- ziert? Die Antwort scheint naheliegend
und zwingend zu sein. Die Angst entstand als Reaktion auf einen
Zustand der Gefahr, sie wird nun regelmäßig reprodu- ziert, wenn sich ein
solcher Zustand wieder einstellt. Dazu ist aber einiges zu
bemerken. Die Inner- vationen des ursprünglichen Angstzustandes
waren wahrscheinlich auch sinnvoll und zweckmäßig, ganz a so wie die Muskelaktionen des ersten
hysterischen An- falls. Wenn man den hysterischen Anfall erklären
will, braucht man ja nur die Situation zu suchen, in der die
betreffenden Bewegungen Anteile einer berech- tigten Handlung waren. So
hat wahrscheinlich während der Geburt die Richtung der Innervation auf
die Atmungsorgane die Tätigkeit der Lungen vorbereitet, die
Beschleunigung des Herzschlags gegen die Ver- giftung des Blutes arbeiten
wollen. Diese Zweckmäßig- keit entfällt natürlich bei der späteren
Reproduktion des Angstzustandes als Affekt, wie sie auch beim
wiederholten hysterischen Anfall vermißt wird. Wenn also das Individuum
in eine neue Gefahrsituation gerät, so kann es leicht unzweckmäßig
werden, daß es mit dem Angstzustand, der Reaktion auf eine frühere
Gefahr antwortet, anstatt die der jetzigen adäquaten Reaktion
einzuschlagen. Die Zweckmäßigkeit tritt aber wieder hervor, wenn die
Gefahrsituation als heran- nahend erkannt und durch den Angstausbruch
signa- lisiert wird. Die Angst kann dann sofort durch ge- eignetere
Maßnahmen abgelöst werden. Es sondern sich also sofort zwei Möglichkeiten
des Auftretens der Angst: die eine, unzweckmäßige, in einer neuen Gefahr-
situation, die andere, zweckmäßige, zur Signalisierung und Verhütung
einer solchen. Was aber ist eine „Gefahr‘‘? Im Geburtsakt besteht
eine objektive Gefahr für die Erhaltung des Lebens, wir wissen, was das
in der Realität bedeutet. Aber psychologisch sagt es uns gar nichts. Die
Gefahr der Geburt hat noch keinen psychischen Inhalt. Sicherlich
dürfen wir beim Fötus nichts voraussetzen, was sich irgendwie einer Art
von Wissen um die Möglichkeit eines Ausgangs in Lebensvernichtung
an- nähert. Der Fötus kann nichts anderes bemerken als eine großartige
Störung in der Ökonomie seiner narzißtischen Libido. Große
Erregungssummen dringen zu ihm, erzeugen neuartige Unlustempfindungen,
manche Organe erzwingen sich erhöhte Besetzungen, was wie ein
Vorspiel der bald beginnenden Objektbesetzung ist; was davon wird als
Merkzeichen einer ‚Grefahr- situation‘ Verwertung finden? Wir
wissen leider viel zu wenig von der seelischen Verfassung des
Neugeborenen, um diese Frage direkt zu beantworten. Ich kann nicht einmal
für die Brauch- barkeit der eben gegebenen Schilderung einstehen.
Es ist leicht zu sagen, das Neugeborene werde den Angst- affekt in
allen Situationen wiederholen, die es an das Geburtsereignis erinnert.
Der entscheidende Punkt bleibt aber, wodurch und woran es erinnert
wird. Es bleibt uns kaum etwas anderes übrig, als die Anlässe
zu studieren, bei denen der Säugling oder das ein wenig ältere Kind sich
zur Angstentwicklung bereit zeigt. Rank hat in Das Irauma der
Geburt einen sehr energischen Versuch gemacht, [Rank, Das Trauma der Geburt
und seine Bedeutung für die Psychoanalyse. Internat. Psychoanalyt.
Bibliothek. die Beziehungen der frühesten Phobien des Kindes zum
Eindruck des Geburtsereignisses zu erweisen, allein ich kann ihn nicht
für geglückt halten. Man kann ihm zweierlei vorwerfen: Erstens, dafs er
auf der Vor- aussetzung beruht, das Kind habe bestimmte Sinnes-
eindrücke, insbesondere visueller Natur, bei seiner Geburt empfangen,
deren Erneuerung die Erinnerung an das Greburtstrauma und somit die
Angstreaktion hervorrufen kann. Diese Annahme ist völlig unbewiesen
und sehr unwahrscheinlich; es ist nicht glaubhaft, dafs das Kind andere
als taktileund Allgemeinsensationen vom Geburtsvorgang bewahrt hat. Wenn
es also später Angst vor kleinen Tieren zeigt, die in Löchern ver-
schwinden oder aus diesen herauskommen, so erklärt Rank diese Reaktion
durch die Wahrnehmung einer Analogie, dieaber dem Kinde nicht auffällig
werden kann. Zweitens, daß Rank in der Würdigung dieser späteren
Angstsituationen je nach Bedürfnis die Erinnerung an die glückliche
intrauterine Existenz oder an deren trauma- tische Störung wirksam werden
läßt, womit der Willkür in der Deutung Tür und Tor geöffnet wird.
Einzelne Fälle dieser Kinderangst widersetzen sich direkt der
Anwendung des Rank schen Prinzips. Wenn das Kind in Dunkelheit und
Einsamkeit gebracht wird, so sollten wir erwarten, dafs es diese
Wiederherstellung der intrauterinen Situation mit Befriedigung aufnimmt,
und wenn die Tatsache, daß es gerade dann mit Angst reagiert, auf
die Erinnerung an die Störung dieses Glücks durch die Geburt zurückgeführt
wird, so kann man das Gezwungene dieses Erklärungsversuches:nicht
länger verkennen. Ich muf3 den Schluß ziehen, daß die
frühesten Kindheitsphobien eine direkte Rückführung auf den
Eindruck des Geburtsaktes nicht zulassen und sich überhaupt bis jetzt der
Erklärung entzogen haben. Fine gewisse Angstbereitschaft des Säuglings
ist unver- kennbar. Sie ist nicht etwa unmittelbar nach der Geburt
am stärksten, um dann langsam abzunehmen, sondern tritt erst später mit
dem Fortschritt der seelischen Entwicklung hervor und hält über
eine gewisse Periode der Kinderzeit an. Wenn sich solche
Frühphobien über diese Zeit hinaus erstrecken, er- wecken sie den
Verdacht einer neurotischen Störung, wiewohl uns ihre Beziehung zu den
späteren deutlichen Neurosen der Kindheit keineswegs einsichtlich
ist. Nur wenige Fälle der kindlichen Angstäufßserung sind uns
verständlich; an diese werden wir uns halten müssen. So, wenn das Kind
allein, in der Dunkelheit, ist und wenn es eine fremde Person an Stelle
der ihm vertrauten (der Mutter) findet. Diese drei Fälle reduzieren
sich auf eine einzige Bedingung, das Vermissen der geliebten (ersehnten)
Person. Von da an ist aber der Weg zum Verständnis der Angst und zur
Vereinigung der Widersprüche, die sich an sie zu knüpfen scheinen,
frei. Das Erinnerungsbild der ersehnten Person wird GB .,
Siem. Freud gewif) intensiv, wahrscheinlich zunächst
halluzinatorisch besetzt. Aber das hat keinen Erfolg und nun hat es
den Anschein, als ob diese Sehnsucht in Angst um- schlüge. Es macht
geradezu den Eindruck, als wäre diese Angst ein Ausdruck der
Ratlosigkeit, als wüßte das noch sehr unentwickelte Wesen mit dieser
sehn- süchtigen Besetzung nichts Besseres anzufangen. Die Angst
erscheint so. als Reaktion auf das Vermissen des Objekts und es drängen
sich uns die Analogien auf, daf®? auch die Kastrationsangst die
Trennung von einem hochgeschätzten Objekt zum Inhalt hat, und daß
die ursprünglichste Angst (die „Urangst“ der Geburt) bei der Trennung von
der Mutter ent-stand. Die nächste Überlegung führt über diese
Betonung des Objektverlustes hinaus. Wenn der Säugling nach der
Wahrnehmung der Mutter verlangt, so doch nur darum, weil er bereits aus
Erfahrung weiß, daß sie alle seine Bedürfnisse ohne Verzug befriedigt.
Die Situation, die er als „Gefahr“ wertet, gegen die er versichert
sein will, ist also die der Unbefriedigung, des Anwachsens der
Bedürfnisspannung, gegen die er ohnmächtig ist. Ich meine, von
diesem Gesichtspunkt aus ordnet sich alles ein; die Situation der
Unbefriedigung, in der Reizgrößen eine unlustvolle Höhe erreichen, ohne
Bewältigung durch psychische Verwendung und Abfuhr zu finden, muß für den
Säug- ling die Analogie mit dem Geburtserlebnis, die Wiederholung der
Gefahrsituation sein; das beiden Gemein- same ist die ökonomische Störung
durch das Anwachsen der Erledigung heischenden Reizgrößen, dieses
Moment also der eigentliche Kern der „Gefahr“. In beiden Fällen
tritt die Angstreaktion auf, die sich auch noch beim Säugling als
zweckmäßig erweist, indem die Richtung der Abfuhr auf Atem- und
Stimmuskulatur nun die Mutter herbeiruft, wie sie früher die
Lungentätigkeit zur Wegschaffung der inneren Reize anregte. Mehr als
diese Kennzeichnung der Gefahr braucht das Kind von seiner Geburt nicht
bewahrt zu haben. Mit der Erfahrung, daß ein äußeres, durch Wahr-
nehmung erfaßbares Objekt der an die Geburt mahnenden gefährlichen
Situation ein Ende machen kann, ver- schiebt sich nun der Inhalt der
Gefahr von der öko- nomischen Situation auf seine Bedingung, den
Objekt- verlust. Das Vermissen der Mutter wird nun die Gefahr, bei
deren Eintritt der Säugling das Angst- signal gibt, noch ehe die
gefürchtete ökonomische Situation eingetreten ist. Diese Wandlung
bedeutet einen ersten großen Fortschritt in der Fürsorge für die
Selbsterhaltung, sie schließt gleichzeitig den Über- gang von der
automatisch ungewollten Neuentstehung der Angst zu ihrer beabsichtigten
Reproduktion als Signal der Gefahr ein. In beiden Hinsichten,
sowohl als automatisches Phänomen wie als rettendes Signal, zeigt sich
die Angst als Produkt der psychischen Hilflosigkeit des Säuglings,
welche das selbstverständliche Gegenstück seiner biologischen
Hilflosigkeit ist. Das auffällige Zusammentreffen, daß sowohl die
Geburtsangst wie die Säuglingsangst die Bedingung der Trennung von
der Mutter anerkennt, bedarf keiner psychologischen Deutung; es
erklärt sich biologisch einfach genug aus der Tatsache, daf3 die Mutter,
die zuerst alle Bedürf- nisse des Fötus durch die Einrichtungen ihres
Leibes beschwichtigt hatte, dieselbe Funktion zum Teil mit anderen
Mitteln auch nach der Geburt fortsetzt. Intrauterinleben und erste
Kindheit sind weit mehr ein Kontinuum, als uns die auffällige Zensur des
Geburtsaktes glauben läßt. Das psychische Mutterobjekt ersetzt dem Kinde
die biologische Fötalsituation. Wir dürfen darum nicht vergessen, daf3 im
Intrauterin- leben die Mutter kein Objekt war, und daß es damals
keine Objekte gab. Es ist leicht zu sehen, daß es in diesem
Zusammen- hange keinen Raum für ein Abreagieren des Geburtstraumas gibt,
und daß eine andere Funktion der Angst als die eines Signals zur
Vermeidung der Gefahrsituation nicht aufzufinden ist. Die Angst-
bedingung des Objektverlustes trägt nun noch ein ganzes Stück weiter.
Auch die nächste Wandlung der Angst, die in der phallischen Phase
auftretende Kastrationsangst, ist eine Irennungsangst und an die-
selbe Bedingung gebunden. Die Gefahr ist hier die Irennung von dem
Genitale. Ein vollberechtigt scheinender Gedankengang von Ferenczi läßt
uns hier die Linie des Zusammenhanges mit den früheren Inhalten der
Gefahrsituation deutlich erkennen. Die hohe narzifßtische Einschätzung
des Penis kann sich darauf berufen, daß der Besitz dieses Organs die
Gewähr für eine Wiedervereinigung mit der Mutter (dem Mutterersatz) im
Akt des Koitus enthält. Die Beraubung dieses Gliedes ist soviel wie eine
neuerliche Trennung von der Mutter, bedeutet also wiederum, einer
unlust- vollen Bedürfnisspannung (wie bei der Geburt) hilflos
ausgeliefert zu sein. Das Bedürfnis, dessen Ansteigen gefürchtet wird,
ist aber nun ein sSpezialisiertes, das der genitalen Libido, nicht mehr
ein beliebiges wie in der Säuglingszeit. Ich füge hier an, daf3 die
Phantasie der Rückkehr in den Mutterleib der Koitusersatz des
Impotenten (durch die Kastrationsdrohung Gehemmten) ist. Im Sinne
Ferenczis kann man sagen, das Individuum, das sich zur Rückkehr in den Mutter-
leib durch sein Genitalorgan vertreten lassen wollte, ersetzt nun
regressiv dies Organ durch seine ganze Person. Die
Fortschritte in der Entwicklung des Kindes, die Zunahme seiner
Unabhängigkeit, die schärfere Sonderung seines seelischen Apparats in
mehrere Instanzen, das Auftreten neuer Bedürfnisse, können nicht
ohne Einfluß auf den Inhalt der Gefahrsituation bleiben. Wir haben dessen
Wandlung vom Verlust des Mutterobjekts zur Kastration verfolgt und
sehen den nächsten Schritt durch die Macht des Über-Ichs
verursacht. Mit dem Unpersönlichwerden der Eltern- instanz, von der man
die Kastration befürchtete, wird die Gefahr unbestimmter. Die
Kastrationsangst ent- wickelt sich zur Gewissensangst, zur sozialen
Angst. Es ist jetzt nicht mehr so leicht anzugeben, was die Angst
befürchtet. Die Formel: „Trennung, Ausschluß aus der Horde‘, trifft nur
jenen späteren Anteil des Über-Ichs, der sich in Anlehnung an soziale
Vorbilder entwickelt hat, nicht den Kern des Über-Ichs, der der
introjizierten Elterninstanz entspricht. Allgemeiner aus- gedrückt, ist
es der Zorn, die Strafe. des Über-Ichs, der Liebesverlust von dessen
Seite, den das Ich als Gefahr wertet und mit dem Angstsignal
beantwortet. Als letzte Wandlung dieser Angst vor dem Über-Ich ist
mir die Todes-(Lebens-)Angst, die Angst vor der Projektion des Über-Ichs
in den Schicksalsmächten erschienen. Ich habe früher einmal
einen gewissen Wert auf die Darstellung gelegt, daß es die bei der
Verdrän- gung abgezogene Besetzung ist, welche die Verwen- dung als
Angstabfuhr erfährt. Das erscheint mir nun heute kaum wissenswert. Der
Unterschied liegt darin, daß ich vormals die Angst in jedem Falle durch
einen ökonomischen Vorgang automatisch entstanden glaubte, während
die jetzige Auffassung der Angst als eines vom Ich beabsichtigten Signals
zum Zweck der Beeinflussung der Lust-Unlustinstanz uns von diesem
ökonomischen Zwange unabhängig macht. Es ist natürlich nichts gegen die
Annahme zu sagen, daß das Ich gerade die durch die Abziehung bei
der Verdrängung frei gewordene Energie zur Erweckung des Affekts
verwendet, aber es ist bedeutungslos geworden, mit welchem Anteil Energie
dies geschieht. Ein anderer Satz, den ich einmal
ausgesprochen, verlangt nun nach Überprüfung im Lichte unserer
neuen Auffassung. Es ist die Behauptung, das Ich sei die eigentliche
Angststätte; ich meine, sie wird sich als zutreffend erweisen. Wir haben
nämlich keinen Anlaß, dem Über-Ich irgendeine Angstäußerung zuzu-
teilen. Wenn aber von einer „Angst des Es die Rede ist, so hat man nicht
zu widersprechen, sondern einen ungeschickten Ausdruck zu korrigieren.
Die Angst ist ein Affektzustand, der natürlich nur vom Ich verspürt
werden kann. Das Es kann nicht Angst haben wie das Ich, es ist keine
Organisation, kann Gefahrsituationen nicht beurteilen. Dagegen ist es
ein überaus häufiges Vorkommnis, daß sich im Es Vor- gänge
vorbereiten oder vollziehen, die dem Ich Anlaß zur Angstentwicklung
geben; in der Tat sind die wahrscheinlich frühesten Verdrängungen, wie
die Mehrzahl aller späteren, durch solche Angst des Ichs vor
einzelnen Vorgängen im Es motiviert. Wir unter- scheiden hier wiederum
mit gutem Grund die beiden Fälle, daß sich im Es etwas ereignet, was eine
der 88 Siem. Freud Gefahrsituationen fürs Ich
aktiviert und es somit bewegt, zur Inhibition das Angstsignal zu geben,
und den anderen Fall, daß sich im Es die dem Geburts- trauma
analoge Situation herstellt, in der es automatisch zur Angstreaktion
kommt. Man bringt die beiden Fälle einander näher, wenn man hervorhebt,
daf der zweite der ersten und ursprünglichen Gefahrsituation
entspricht, der erste aber einer der später aus ihr abgeleiteten
Angstbedingungen. Oder auf die wirklich vorkommenden Affektionen bezogen:
daß der zweite Fall in der Ätiologie der Aktualneurosen
verwirklicht ist, der erste für die der Psychoneurosen charakteri-
stisch bleibt. Wir sehen nun, daf wir frühere Ermittlungen
nicht zu entwerten, sondern bloß mit den neueren Einsichten in Verbindung
zu bringen brauchen. Es ist nicht abzuweisen, daß bei Abstinenz,
mißbräuchlicher Störung im Ablauf der Sexualerregung, Ablenkung
derselben von ihrer psychischen Verarbeitung, direkt Angst aus Libido
entsteht, d. h. jener Zustand von Hilflosigkeit des Ichs gegen eine
übergroße Bedürfnis- spannung hergestellt wird, der wie bei der Geburt
in Angstentwicklung ausgeht, wobei es wieder eine gleich- gültige,
aber nahe liegende Möglichkeit ist, daß gerade der Überschuß an
unverwendeter Libido seine Abfuhr in der Angstentwicklung findet. Wir
sehen, daß sich auf dem Boden dieser Aktualneurosen besonders
leicht Psychoneurosen entwickeln, das heißt wohl, daß Femmung, Symptom und
Angst 89 das Ich Versuche macht, die Angst, die es eine
Weile suspendiert zu erhalten gelernt hat, zu ersparen und durch
Symptombildung zu binden. Wahrscheinlich würde die Analyse der
traumatischen Kriegsneurosen, welcher Name allerdings sehr
verschiedenartige Affektionen umfaßt, ergeben haben, daf3 eine
Anzahl von ihnen an den Charakteren der Aktualneurosen Anteil
hat. Als wir die Entwicklung der verschiedenen Gefahr-
situationen aus dem ursprünglichen Geburtsvorbild darstellten, lag es uns
ferne zu behaupten, dafs jede spätere Angstbedingung die frühere einfach
außer Kraft setzt. Die Fortschritte der Ichentwicklung tragen
allerding dazu bei, die frühere Gefahrsituation zu entwerten und beiseite
zu schieben, so daf man sagen kann, einem bestimmten Entwicklungsalter
sei eine gewisse Angstbedingung wie adäquat zugeteilt. Die Gefahr
der psychischen Hilflosigkeit pafst zur Lebenszeit der Unreife des Ichs,
wie die Gefahr des Objektverlustes zur Unselbständigkeit der ersten
Kinder- jahre, die Kastrationsgefahr zur phallischen Phase, die
Über-Ichangst zur Latenzzeit. Aber es können doch alle diese
Gefahrsituationen und Angstbedingungen nebeneinander fortbestehen bleiben
und das Ich auch zu späteren als den adäquaten Zeiten zur Angstreaktion
veranlassen, oder es können mehrere von ihnen gleichzeitig in Wirksamkeit
treten. Möglicherweise bestehen auch engere Beziehungen zwischen
der wirksamen Gefahrsituation und der Form der auf sie folgenden
Neurose.' Als wir in einem früheren Stück dieser Unter-
suchungen auf die Bedeutung der Kastrationsgefahr Seit der Unterscheidung
von Ich und Es mußte auch unser Interesse an den Problemen der
Verdrängung eine neue Belebung erfahren. Bisher hatte es uns genügt, die
dem Ich zugewendeten Seiten des Vorgangs, die Abhaltung vom Bewußtsein
und von der Motilität und die Ersatz- (Symptom-) Bildung ins Auge zu
fassen, von der verdrängten Triebregung selbst nahmen wir an, sie bleibe
im Unbewußten unbestimmt lange unverändert bestehen. Nun wendet
sich das Interesse den Schicksalen des Verdrängten zu, und wir ahnen, daß
ein solcher unveränderter und unveränderlicher Fortbestand nicht
selbstverständlich, vielleicht nicht einmal gewöhnlich ist. Die
ursprüngliche Triebregung ist jedenfalls durch die Ver- drängung gehemmt
und von ihrem Ziel abgelenkt worden. Ist aber ihr Ansatz im Unbewußten
erhalten geblieben und hat er sich resistent gegen die verändernden und
entwertenden Einflüsse des Lebens erwiesen? Bestehen also die alten
Wünsche noch, von deren früherer Existenz uns die Analyse berichtet? Die
Antwort scheint naheliegend und gesichert: Die verdrängten alten
Wünsche müssen im Unbewußten noch fortbestehen, da wir ihre
Abkömmlinge, die Symptome, noch wirksam finden. Aber sie ist nicht
zureichend, sie läßt nicht zwischen den beiden Möglichkeiten entscheiden,
ob der alte Wunsch jetzt nur durch seine Abkömmlinge wirkt, denen
er all seine Besetzungsenergie übertragen hat, oder ob er außerdem selbst
erhalten geblieben ist, Wenn es sein Schicksal war, sich in der Besetzung
seiner Abkömmlinge zu erschöpfen, so bleibt noch die dritte Möglichkeit,
daß er im Verlauf der Neurose durch Re- gression wiederbelebt wurde, so
unzeitgemäß er gegenwärtig sein mag. Man braucht diese Erwägungen nicht
für müßig zu halten; vieles an den Erscheinungen des krankhaften wie des
normalen Seelenlebens scheint solche Fragestellungen zu erfordern. In
meiner Studie über den Untergang des Ödipuskomplexes bin ich auf
den Unterschied zwischen der bloßen Verdrängung und der wirklichen
Aufhebung einer alten Wunschregung aufmerksam geworden. bei mehr
als einer neurotischen Affektion stießen, erteilten wir uns die Mahnung,
dies Moment doch nicht zu überschätzen, da es bei dem gewiß mehr
zur Neurose disponierten weiblichen Geschlecht doch nicht ausschlaggebend
sein könnte. Wir sehen jetzt, daf3 wir nicht in Gefahr sind, die
Kastrationsangst für den einzigen Motor der zur Neurose führenden
Abwehr- vorgänge zu erklären. Ich habe an anderer Stelle
auseinandergesetzt, wie die Entwicklung des kleinen Mädchens durch den
Kastrationskomplex zur zärtlichen Objektbesetzung gelenkt wird. Gerade
beim Weibe scheint die Gefahrsituation des Objektverlustes die
wirksamste geblieben zu sein. Wir dürfen an ihrer Angstbedingung die
kleine Modifikation anbringen, daß es sich nicht mehr um das Vermissen
oder den realen Verlust des Objekts handelt, sondern um den Liebes-
verlust von seiten des Objekts. Da es sicher steht, daß die Hysterie eine
größere Affinität zur Weiblich- keit hat, ebenso wie die Zwangsneurose
zur Männlich- keit, so liegt die Vermutung nahe, die Angstbedingung
des Liebesverlustes spiele bei Hysterie eine ähnliche Rolle wie die
Kastrationsdrohung bei den Phobien, die Über-Ichangst bei der
Zwangsneurose. IX Was jetzt erübrigt, ist die Behandlung der Be-
ziehungen zwischen Symptombildung und Angst- entwicklung.
Zwei Meinungen darüber scheinen weit verbreitet zu sein. Die eine
nennt die Angst selbst ein Symptom der Neurose, die andere glaubt an ein
weit innigeres Verhältnis zwischen beiden. Ihr zufolge würde alle
Symptombildung nur unternommen werden, um der Angst zu entgehen; die
Symptome binden die psychi- sche Energie, die sonst als Angst abgeführt
würde, so dafß® die Angst das Grundphänomen und Haupt- problem der
Neurose wäre. | Die zumindest partielle Berechtigung der
zweiten Behauptung läßt sich durch schlagende Beispiele er- weisen.
Wenn man einen Agoraphoben, den man auf die Straße begleitet hat, dort
sich selbst überläßt, produziert er einen Angstanfall; wenn man
einen Zwangsneurotiker daran hindern läßt, sich nach einer
Berührung die Hände zu waschen, wird er die Beute MHemmung,
Symptom und Angst einer fast unerträglichen Angst. Es ist also klar, die
Bedingung des Begleitetwerdens und die Zwangs- handlung des Waschens
hatten die Absicht und auch den Erfolg, solche Angstausbrüche zu
verhüten. In diesem Sinne kann auch jede Hemmung, die sich das Ich
auferlegt, Symptom genannt werden. Da wir die Angstentwicklung auf
die Gefahr- situation zurückgeführt haben, werden wir es vor-
ziehen zu sagen, die Symptome werden geschaffen, um das Ich der
Gefahrsituation zu entziehen. Wird die Symptombildung verhindert, so
tritt die Gefahr wirklich ein, d. h. es stellt sich jene der Geburt
analoge Situation her, in der sich das Ich hilflos gegen den stetig
wachsenden Triebanspruch findet, also die erste und ursprünglichste der
Angstbedingungen. Für unsere Anschauung erweisen sich die Beziehungen
zwischen Angst und Symptom weniger eng als angenommen wurde, die
Folge davon, daß wir zwischen beide das Moment der Gefahrsituation
eingeschoben haben. Wir können auch ergänzend sagen, die
Angstentwicklung leite die Symptombildung ein, ja sie sei eine not-
wendige Voraussetzung derselben, denn wenn das Ich nicht durch die
Angstentwicklung die Lust-Unlust- Instanz wachrütteln würde, bekäme es
nicht die Macht, den im Es vorbereiteten, gefahrdrohenden Vorgang
aufzuhalten. Dabei ist die,Tendenz unverkennbar, sich auf ein Mindestmaß
von Angstentwicklung zu be- schränken, die Angst nur als Signal zu
verwenden, 94 Sigm. Freud denn sonst bekäme man die
Unlust, die durch den Triebvorgang droht, nur an anderer Stelle zu
spüren, was kein Erfolg nach der Absicht des Lustprinzips wäre,
sich aber doch bei den Neurosen häufig genug ereignet. Die
Symptombildung hat also den wirklichen Erfolg, die Gefahrsituation
aufzuheben. Sie hat zwei Seiten; die eine, die uns verborgen bleibt,
stellt im Es jene Abänderung her, mittels deren das Ich der Gefahr
entzogen wird, die andere uns zugewendete zeigt, was sie an Stelle des
beeinflußten Triebvorganges geschaffen hat, die Ersatzbildung. Wir
sollten uns aber korrekter ausdrücken, dem Abwehrvorgang zuschreiben, was
wir eben von der Symptombildung ausgesagt haben, und den Namen
Symptombildung selbst als synonym mit Ersatzbildung gebrauchen. Es
scheint dann klar, daß der Abwehr- vorgang analog der Flucht ist, durch
die sich das Ich einer von außen drohenden Gefahr entzieht, daß er
eben einen Fluchtversuch vor einer Triebgefahr darstellt. Die Bedenken
gegen diesen Vergleich werden uns zu weiterer Klärung verhelfen. Erstens
läßt sich ein-wenden, daß der Objektverlust (der Verlust der Liebe von
seiten des Objekts) und die Kastrationsdrohung ebensowohl (Gefahren sind,
die von außen drohen, wie etwa ein reißsendes Tier, also nicht
Triebgefahren. Aber es ist doch nicht derselbe Fall. Der Wolf würde
uns wahrscheinlich anfallen, gleichgültig, wie wir uns gegen ihn
benehmen; die geliebte Person würde uns aber nicht ihre Liebe entziehen,
die Kastration uns nicht angedroht werden, wenn wir nicht bestimmte
Gefühle und Absichten in unserem Inneren nähren würden. So werden
diese Triebregungen zu Bedingungen der äußeren Gefahr und damit selbst
gefährlich, wir können jetzt die äußere Gefahr durch Maßregeln gegen
innere Gefahren bekämpfen. Bei den Tierphobien scheint die Gefahr
noch durchaus als eine äußerliche empfunden zu werden, wie sie auch im
Symptom eine äußserliche Verschiebung erfährt. Bei der Zwangsneurose ist
sie weit mehr verinnerlicht, der Anteil der Angst vor dem Über-Ich,
der soziale Angst ist, repräsentiert noch den innerlichen Ersatz einer
äußeren Gefahr, der andere Anteil, die Gewissensangst, ist durchaus
endopsychisch. Ein zweiter Einwand sagt, beim Fluchtversuch
vor einer drohenden äußeren Gefahr tun wir ja nichts anderes, als daß wir
die Raumdistanz zwischen uns und dem Drohenden vergrößern. Wir setzen uns
ja nicht gegen die Gefahr zur Wehr, suchen nichts an ihr selbst zu
ändern, wie in dem anderen Falle, daß wir mit einem Knüttel auf den Wolf
losgehen oder mit einem Gewehr auf ihn schießen. Der Abwehr-
vorgang scheint aber mehr zu tun, als einem Flucht- versuch entspricht.
Er greift ja in den drohenden Triebablauf ein, unterdrückt ihn irgendwie,
lenkt ihn von seinem Ziel ab, macht ihn dadurch ungefährlich.
Dieser Einwand scheint unabweisbar, wir müssen ihm 96 Siem.
Freud Rechnung tragen. Wir meinen, es wird wohl so sein,
dafß es Abwehrvorgänge gibt, die man mit gutem Recht einem Fluchtversuch
vergleichen kann, während sich das Ich bei anderen weit aktiver zur Wehre
setzt, energische Gegenaktionen vornimmt. Wenn der Vergleich der Abwehr
mit der Flucht nicht überhaupt durch den Umstand gestört wird, dafs das
Ich und der Trieb im Es ja Teile derselben Organisation sind, nicht
getrennte Existenzen, wie der Wolf und das Kind, so daf jede Art Verhaltens
des Ichs auch abändernd auf den Triebvorgang einwirken muß.
Durch das Studium der Angstbedingungen haben wir das Verhalten des
Ichs bei der Abwehr sozusagen in rationeller Verklärung erblicken müssen.
Jede Gefahr- situation entspricht einer gewissen Lebenszeit oder Entwicklungsphase
des seelischen Apparats und er- scheint für diese berechtigt. Das
frühkindliche Wesen ist wirklich nicht dafür ausgerüstet, große
Erregungs- summen, die von außen oder innen anlangen, psychisch zu
bewältigen. Zu einer gewissen Lebenszeit ist es wirklich das wichtigste
Interesse, daß die Personen, von denen man abhängt, ihre zärtliche Sorge
nicht zurückziehen. Wenn der Knabe den mächtigen Vater als Rivalen
bei der Mutter empfindet, seiner aggressiven Neigungen gegen ihn und
seiner sexuellen Absichten auf die Mutter inne wird, hat er ein Recht
dazu, sich vor ihm zu fürchten, und die Angst vor seiner Strafe
kann durch phylogenetische Verstärkung sich als Kastrationsangst äußern.
Mit dem Eintritt in soziale Beziehungen wird die Angst vor dem Über-Ich,
das Gewissen, zur Notwendigkeit, der Wegfall dieses Moments die
Quelle von schweren Konflikten und Gefahren usw. Aber gerade daran knüpft
sich ein neues Problem. Versuchen wir es, den Angstaffekt für
eine Weile durch einen anderen, z. B. den Schmerzaffekt, zu
ersetzen. Wir halten es für durchaus normal, daß das Mädchen von vier
Jahren schmerzlich weint, wenn ihm eine Puppe zerbricht, mit sechs
Jahren, wenn ihm die Lehrerin einen Verweis gibt, mit sechzehn Jahren,
wenn der Geliebte sich nicht um sie bekümmert, mit fünfundzwanzig Jahren
vielleicht, wenn sie ein Kind begräbt. Jede dieser Schmerzbedingungen hat
ihre Zeit und erlischt mit deren Ablauf; die letzten, defini-
tiven, erhalten sich dann durchs Leben. Es würde uns aber auffallen, wenn
dies Mädchen als Frau und Mutter über die Beschädigung einer Nippsache
weinen würde. So benehmen sich aber die Neurotiker. In ihrem
seelischen Apparat sind längst alle Instanzen zur Reizbewältigung
innerhalb weiter Grenzen aus- gebildet, sie sind erwachsen genug, um die
meisten ihrer Bedürfnisse selbst zu befriedigen, sie wissen längst,
daß die Kastration nicht mehr als Strafe geübt wird, und doch benehmen
sie sich, als bestünden die alten Gefahrsituationen noch, sie halten an
allen früheren Angstbedingungen fest. Die Antwort hierauf wird etwas
weitläufig aus- fallen. Sie wird vor allem den Tatbestand zu
sichten haben. In einer großen Anzahl von Fällen werden die alten
Angstbedingungen wirklich fallen gelassen, nach- dem sie bereits
neurotische Reaktionen erzeugt haben. Die Phobien der kleinsten Kinder
vor Alleinsein, Dunkelheit und vor Fremden, die beinahe normal zu
nennen sind, vergehen zumeist in etwas späteren Jahren, sie ‚wachsen sich
aus‘, wie man von manchen anderen Kindheitsstörungen sagt. Die so
häufigen Tierphobien haben das gleiche Schicksal, viele der
Konversionshysterien der Kinderjahre finden später keine Fortsetzung.
Zeremoniell in der Latenzzeit ist ein ungemein häufiges Vorkommnis, nur
ein sehr geringer Prozentsatz dieser Fälle entwickelt sich später
zur vollen Zwangsneurose. Die Kinderneurosen sind überhaupt soweit unsere Erfahrungen an den
höheren Kulturanforderungen unterworfenen Stadt- kindern weißer Rasse
reichen regelmäßige Episoden der
Entwicklung, wenngleich ihnen noch immer zu wenig Aufmerksamkeit
geschenkt wird. Man vermißt die Zeichen der Kindheitsneurose auch nicht
bei einem erwachsenen Neurotiker, während lange nicht alle Kinder,
die sie zeigen, auch später Neurotiker werden. Es müssen also im Verlaufe
der Reifung Angst- bedingungen aufgegeben worden sein und
Gefahrsituationen ihre Bedeutung verloren haben. Dazu kommt, daß einige
dieser Gefahrsituationen sich da- Femmung, Symptom und Angst
durch in späte Zeiten hinüberretten, daß sie ihre
Angstbedingung zeitgemäß modifizieren. So erhält sich z. B. die
Kastrationsangst unter der Maske der Syphilisphobie, nachdem man erfahren
hat, daß zwar die Kastration nicht mehr als Strafe für das Gewähren-
lassen der sexuellen Gelüste üblich ist, aber daß dafür der Triebfreiheit
schwere Erkrankungen drohen. Andere der Angstbedingungen sind überhaupt
nicht zum Untergang bestimmt, sondern sollen den Men- schen durchs
Leben begleiten, wie die der Angst vor dem Über-Ich. Der Neurotiker
unterscheidet sich dann vor den Normalen dadurch, dafs er die Reak-
tionen auf diese Gefahren übermäßig erhöht. Gegen die Wiederkehr der
ursprünglichen traumatischen Angstsituation bietet endlich auch das
Erwachsensein keinen zureichenden Schutz; es dürfte für jedermann
eine Grenze geben, über die hinaus sein seelischer Apparat in der
Bewältigung der Erledigung heischen- den Erregungsmengen versagt.
Diese kleinen Berichtigungen können unmöglich die Bestimmung haben,
an der Tatsache zu rütteln, die hier erörtert wird, der Tatsache, daf$ so
viele Menschen in ihrem Verhalten zur Gefahr infantil bleiben und
verjährte Angstbedingungen nicht über- winden; dies bestreiten, hieße die
Tatsache der Neu- rose leugnen, denn solche Personen heifst man
eben Neurotiker. Wie ist das aber möglich? Warum sind nicht alle
Neurosen Episoden der Entwicklung, die mit Erreichung der nächsten Phase
abgeschlossen werden?. Woher das Dauermoment in diesen Reaktionen auf die
Gefahr? Woher der Vorzug, den der Angstaffekt vor allen anderen Affekten
zu geniefsen scheint, daß er allein Reaktionen hervorruft, die sich
als abnorm von den anderen sondern und sich als unzweckmäßig dem Strom
des Lebens entgegen- stellen? Mit anderen Worten, wir finden uns
unver- sehens wieder vor der so oft gestellten Vexierfrage, woher
kommt die Neurose, was ist ihr letztes, das ihr besondere Motiv? Nach
jahrzehntelangen analy- tischen Bemühungen erhebt sich dies Problem
vor uns, unangetastet, wie zu Anfang. Die Angst ist die Reaktion
auf die Gefahr. Man kann doch die Idee nicht abweisen, daß es mit
dem Wesen der Gefahr zusammenhängt, wenn sich der Angstaffekt eine
Ausnahmsstellung in der seelischen Ökonomie erzwingen kann. Aber die
Gefahren sind allgemein menschliche, für alle Individuen die näm-
lichen; was wir brauchen und nicht zur Verfügung haben, ist ein Moment,
das uns die Auslese der Indi- viduen verständlich macht, die den
Angstaffekt trotz seiner Besonderheit dem normalen seelischen
Betrieb unterwerfen können, oder das bestimmt, wer an dieser
Aufgabe scheitern muß. Ich sehe zwei Versuche vor mir, ein solches Moment
aufzudecken; es ist begreif- lich, daß jeder solche Versuch eine
sympathische Aufnahme erwarten darf, da er einem quälenden Be-
dürfnis Abhilfe verspricht. Die beiden Versuche ergänzen einander, indem
sie das Problem an ent- gegengesetzten Enden angreifen. Der erste ist
vor mehr als zehn Jahren von Alfred Adler unternommen worden; er
behauptet, auf seinen innersten Kern reduziert, daf3 diejenigen Menschen
an der Bewältigung der durch die Gefahr gestellten Aufgabe
scheitern, denen die Minderwertigkeit ihrer Organe zu große
Schwierigkeiten bereitet. Bestünde der Satz Simplex sigillum veri
zurecht, so müßte man eine solche Lösung wie eine Erlösung begrüßen.
Aber im Gegenteile, die Kritik des abgelaufenen Jahrzehnts hat die
volle Unzulänglichkeit dieser Erklärung, die sich überdies über den
ganzen Reichtum der von der Psychoanalyse aufgedeckten Tatbestände
hinaussetzt, beweisend dargetan. Den zweiten Versuch hat Rank
in Das Trauma der Geburt unternommen. Es wäre unbillig, ihn dem
Versuch von Adler in einem anderen Punkte als dem einen hier
betonten gleichzustellen, denn er bleibt auf dem Boden der Psychoanalyse,
deren Gedankengänge er fortsetzt und ist als eine legitime Bemühung zur
Lösung der ana- Iytischen Probleme anzuerkennen. In der gegebenen
Relation zwischen Individuum und Gefahr lenkt Rank von der Organschwäche
des Individuums ab und aut die veränderliche Intensität der Gefahr hin.
Der Geburtsvorgang ist die erste Gefahrsituation, der von ihm
produzierte ökonomische Aufruhr wird das Vor-bild der Angstreaktion;, wir haben
vorhin die Ent- wicklungslinie verfolgt, welche diese erste Gefahr-
situation und Angstbedingung mit allen späteren verbindet, und dabei gesehen,
daß sie alle etwas Ge- meinsames bewahren, indem sie alle in
gewissem Sinne eine Trennung von der Mutter bedeuten, zuerst nur in
biologischer Hinsicht, dann im Sinn eines direkten Objektverlustes und
später eines durch in- direkte Wege vermittelten. Die Aufdeckung
dieses großsen Zusammenhanges ist ein unbestrittenes Ver- dienst
der Rankschen Konstruktion. Nun trifft das Trauma der Geburt die
einzelnen Individuen in ver- schiedener Intensität, mit der Stärke des
Traumas variiert die Heftigkeit der Angstreaktion, und es soll nach
Rank von dieser Anfangsgröße der Angst- entwicklung abhängen, ob das
Individuum jemals ihre Beherrschung erlernen kann, ob es neurotisch
wird oder normal. Die Einzelkritik der Rankschen
Aufstellungen ist nicht unsere Aufgabe, bloß deren Prüfung, ob sie
zur Lösung unseres Problems brauchbar sind. Die Formel Ranks,
Neurotiker werde der, dem es wegen der Stärke des Geburtstraumas niemals
gelinge, dieses völlig abzureagieren, ist theoretisch höchst
anfechtbar. Man weiß nicht recht, was mit dem Abreagieren des
Traumas gemeint ist. Versteht man es wörtlich, so kommt man zu dem
unhaltbaren Schluß, daß der Neurotiker sich um so mehr der Gesundung
nähert, je häufiger und intensiver er den Angstaffekt repro-
duziert. Wegen dieses Widerspruches mit der Wirk- lichkeit hatte ich ja
seinerzeit die Theorie des Abreagierens aufgegeben, die in der Katharsis eine
so große Rolle spielte. Die Betonung der wechselnden Stärke des
Geburtstraumas läßt keinen Raum für den berechtigten ätiologischen
Anspruch der hereditären Konstitution. Sie ist ja ein organisches
Moment, welches sich gegen die Konstitution wie eine Zu-fälligkeit
verhält und selbst von vielen, zufällig zu nennenden Einflüssen, z. B.
von der rechtzeitigen Hilfeleistung bei der Geburt abhängig ist. Die
Rank- sche Lehre hat konstitutionelle wie phylogenetische Faktoren
überhaupt außer Betracht gelassen. Will man aber für die Bedeutung der
Konstitution Raum schaffen, etwa durch die Modifikation, es käme
viel mehr darauf an, wie ausgiebig das Individuum auf die variable
Intensität des Geburtstraumas reagiere, SO hat man der Theorie ihre
Bedeutung geraubt, und den neu eingeführten Faktor auf eine Nebenrolle
ein- geschränkt. Die Entscheidung über den Ausgang in Neurose liegt
dann doch auf einem anderen, wiederum auf einem unbekannten Gebiet.
Die Tatsache, daß der Mensch den Geburtsvor- gang mit den anderen
Säugetieren gemein hat, während ihm eine besondere Disposition zur
Neurose als Vorrecht vor den Tieren zukommt, wird kaum günstig für
die Ranksche Lehre stimmen. Der Haupt- einwand bleibt aber, daß sie in
der Luft schwebt, anstatt sich auf gesicherte Beobachtung zu stützen.
Es gibt keine guten Untersuchungen darüber, ob schwere
Aemmung, Symptom und Angst und protrahierte Geburt in unverkennbarer Weise
mit Entwicklung von Neurose zusammentreffen, ja, ob so geborene
Kinder nur die Phänomene der frühinfantilen Ängstlichkeit länger oder
stärker zeigen als andere. Macht man geltend, daf präzipitierte und für
die Mutter leichte Geburten für das Kind möglicher- weise die
Bedeutung von schweren Traumen haben, so bleibt doch die Forderung
aufrecht, dafS Geburten, die zur Asphyxie führen, die behaupteten Folgen
mit Sicherheit erkennen lassen müßten. Es scheint ein Vorteil der
Rankschen Ätiologie, daß sie ein Moment voranstellt, das der Nachprüfung
am Material der Erfahrung zugänglich ist; solange man eine solche
Prüfung nicht wirklich vorgenommen hat, ist es unmöglich, ihren Wert zu
beurteilen. Dagegen kann ich mich der Meinung nicht an- schließen,
daß die Ranksche Lehre der bisher in der Psychoanalyse anerkannten
ätiologischen Bedeutung der Sexualtriebe widerspricht; denn sie bezieht
sich nur auf das Verhältnis des Individuums zur Gefahrsituation und läßt
die gute Auskunft offen, dafs, wer die anfänglichen Gefahren nicht
bewältigen konnte, auch in den später auftauchenden Situationen
sexueller Gefahr versagen muß und dadurch in die Neurose gedrängt
wird. Ich glaube also nicht, daß der Ranksche Versuch uns die
Antwort auf die Frage nach der Begründung der Neurose gebracht hat, und
ich meine, es läfst sich noch nicht entscheiden, einen wie großen Beitrag
zur Lösung der Frage er doch enthält. Wenn die Unter- suchungen
über den Einfluß schwerer Geburt auf die Disposition zu Neurosen negativ
ausfallen, ist dieser Beitrag gering einzuschätzen. Es ist sehr zu
besorgen, daß das Bedürfnis nach einer greifbaren und einheitlichen
letzten Ursache‘‘ der Nervosität immer un- befriedigt bleiben wird. Der
ideale Fall, nach dem sich der Mediziner wahrscheinlich noch heute
sehnt, wäre der des Bazillus, der sich isolieren und reinzüchten
läßt, und dessen Impfung bei jedem Individuum die nämliche Affektion
hervorruft. Oder etwas weniger phantastisch: die Darstellung von
chemischen Stoffen, deren Verabreichung bestimmte Neurosen produziert
und aufhebt. Aber die Wahrscheinlichkeit spricht nicht für solche
Lösungen des Problems. Die Psychoanalyse führt zu weniger
einfachen, minder befriedigenden Auskünften. Ich habe hier nur
längst Bekanntes zu wiederholen, nichts Neues hinzu- zufügen. Wenn es dem
Ich gelungen ist, sich einer gefährlichen Triebregung zu erwehren, z. B.
durch den Vorgang der Verdrängung, so hat es diesen Teil des Es
zwar gehemmt und geschädigt, aber ihm gleichzeitig auch ein Stück
Unabhängigkeit gegeben und auf ein Stück seiner eigenen Souveränität
ver- zichtet. Das folgt aus der Natur der Verdrängung, die im
Grunde ein Fluchtversuch ist. Das Verdrängte ist nun „vogelfrei‘,
ausgeschlossen aus der großen Organisation des Ichs, nur den Gesetzen
unterworfen, die im Bereich des Unbewußten herrschen. Ändert sich
nun die Gefahrsituation, so daß das Ich kein Motiv zur Abwehr einer neuerlichen,
der verdrängten analogen Triebregung hat, so werden die Folgen der
Icheinschränkung manifest. Der neuerliche Triebablauf vollzieht sich
unter dem Einfluß des Automatismus, — ich zöge vor zu sagen: des
Wiederholungszwanges, — er wandelt dieselben Wege wie der früher
ver- drängte, als ob die überwundene Gefahrsituation noch bestünde.
Das fixierende Moment an der Verdrängung ist also der Wiederholungszwang
des unbewufsten Es, der normalerweise nur durch die frei bewegliche
Funktion des Ichs aufgehoben wird. Nun mag es dem Ich mitunter gelingen,
die Schranken der Verdrängung, die es selbst aufgerichtet, wieder ein-
zureißßen, seinen Einfluß auf die Triebregung wieder- zugewinnen und den
neuerlichen Triebablauf im Sinne der veränderten Gefahrsituation zu
lenken. Tatsache ist, daß es ihm so oft mißlingt, und daß es seine
Verdrängungen nicht rückgängig machen kann. Quanti- tative Relationen mögen für den Ausgang dieses Kampfes
maßgebend sein. In manchen Fällen haben wir den Eindruck, daf die
Entscheidung eine zwangs- läufige ist, die regressive Anziehung der
verdrängten Regung und die Stärke der Verdrängung sind so groß, daß
die neuerliche Regung nur dem Wiederholungs- zwange folgen kann. In
anderen Fällen nehmen wir den Beitrag eines anderen Kräftespiels wahr, die
An- ziehung des verdrängten Vorbilds wird verstärkt durch die
Abstoßung von Seiten der realen Schwierigkeiten, die sich einem anderen
Ablauf der neuerlichen Trieb- regung entgegensetzen. Dafß dies der
Hergang der Fixierung an die Ver- drängung und der Erhaltung der nicht
mehr aktuellen Gefahrsituation ist, findet seinen Erweis in der an
sich bescheidenen, aber theoretisch kaum überschätz- baren Tatsache der
analytischen Therapie. Wennwir dem Ich in der Analyse die Hilfe leisten,
die es in den Stand setzen kann, seine Verdrängungen aufzu- heben,
bekommt es seine Macht über das verdrängte Es wieder und kann die
Triebregungen so ablaufen lassen, als ob die alten Gefahrsituationen
nicht mehr bestünden. Was wir so erreichen, steht in
gutem Einklang mit dem sonstigen Machtbereich unserer ärztlichen
Leistung. In der Regel muß sich ja unsere Iherapie damit begnügen,
rascher, verläßlicher, mit weniger Aufwand den guten Ausgang
herbeizuführen, der sich unter günstigen Verhältnissen spontan
ergeben hätte. Die bisherigen Erwägungen lehren uns, es
sind quantitative Relationen, nicht direkt aufzuzeigen, nur auf dem
Wege des Rückschlusses faßbar, die darüber entscheiden, ob die alten
Gefahrsituationen festgehalten werden, ob die Verdrängungen des Ichs
erhalten bleiben, ob die Kinderneurosen ihre Fortsetzung finden oder
nicht. Von den Faktoren, die an der Verursachung der Neurosen beteiligt
sind, die die Bedingungen geschaffen haben, unter denen sich die
psychischen Kräfte mit einander messen, heben sich für unser Verständnis
drei hervor, ein biologischer, ein phylogenetischer und ein rein
psychologischer. Der biologische ist die lang hingezogene Hilflosigkeit
und Abhängigkeit des kleinen Menschenkindes. Die Intrau-
terinexistenz des Menschen erscheint gegen die der meisten Tiere relativ
verkürzt; es wird unfertiger als diese in die Welt geschickt. Dadurch
wird der Ein- fluß der realen Aufßenwelt verstärkt, die Differen-
zierung des Ichs vom Es frühzeitig gefördert, die Gefahren der Außenwelt
in ihrer Bedeutung er- höht und der Wert des Objekts, das allein
gegen diese Gefahren schützen und das verlorene Intrau- terinleben
ersetzen kann, enorm gesteigert. Dies bio- logische Moment stellt also
die ersten Gefahrsituationen her und schafft das Bedürfnis, geliebt zu
werden, das den Menschen nicht mehr verlassen wird. Der
zweite, phylogenetische, Faktor ist von uns nur erschlossen worden; eine
sehr merkwürdige Tat- sache der Libidoentwicklung hat uns zu seiner
An- nahme gedrängt. Wir finden, daß das Sexualleben des Menschen
sich nicht wie das der meisten ihm nahestehenden Tiere vom Anfang bis zur
Reifung stetig weiter entwickelt, sondern daß) es nach einer ersten
Frühblüte bis zum fünften Jahr eine energische Siem. Ireud
Unterbrechung erfährt, worauf es dann mit der Pubertät von neuem
anhebt und an die infantilen Ansätze anknüpft. Wir meinen, es müßte in
den Schicksalen der Menschenart etwas Wichtiges vorge- fallen sein,
was diese Unterbrechung der Sexualent- wicklung als historischen
Niederschlag hinterlassen hat. Die pathogene Bedeutung dieses Moments
ergibt sich daraus, dafß die meisten Triebansprüche dieser kind-
lichen Sexualität vom Ich als Gefahren behandelt und abgewehrt werden, so
daf die späteren sexuellen Regungen der Pubertät, die ichgerecht sein
sollten, in Gefahr sind, der Anziehung der infantilen Vorbilder zu
unterliegen und ihnen in die Verdrängung zu folgen. Hier stoßen wir auf die direkteste Ätiologie der Neu- rosen. Es ist
merkwürdig, daß der frühe Kontakt mit den Ansprüchen der Sexualität auf
das Ich ähnlich wirkt, wie die vorzeitige Berührung mit der Aufßen-
welt. Der dritte oder psychologische Faktor ist in einer
Unvollkommenheit unseres seelischen Apparates zu finden, die gerade mit
seiner Differenzierung in ein Ich und ein Es zusammenhängt, also in
letzter Linie auch auf den Einfluß der Außenwelt zurückgeht. Durch
die Rücksicht auf die Gefahren der Realität wird das Ich genötigt, sich
gegen gewisse Triebregungen des Es zur Wehre zu setzen, sie als Gefahren
zu be- handeln. Das Ich kann sich aber gegen innere Trieb- gefahren
nicht in so wirksamer Weise schützen wie Flemmung, Symptom und
Angst III gegen ein Stück der ihm fremden Realität. Mit dem
Es selbst innig verbunden, kann es die Triebgefahr nur abwehren, indem es
seine eigene Organisation ein- schränkt und sich die Symptombildung als
Ersatz für seine Beeinträchtigung des Triebes gefallen läßt. Er-
neuert sich dann der Andrang des abgewiesenen Triebes, so ergeben sich
für das Ich alle die Schwierig- keiten, die wir als das neurotische
Leiden kennen. Weiter muß ich glauben, ist
unsere Einsicht in das Wesen und die Verursachung der Neurosen
vorläufig nicht gekommen. Im Laufe dieser Erörterungen sind
verschiedene Themen berührt worden, die vorzeitig verlassen werden
mußten und die jetzt gesammelt werden sollen, um den Anteil
Aufmerksamkeit zu erhalten, auf den sie Anspruch haben.
A MODIFIKATIONEN FRÜHER GEÄUSSERTER ANSICHTEN a)
Widerstand und Gegenbesetzung Es ist ein wichtiges Stück der
Theorie der Ver- drängung, daß sie nicht einen einmaligen Vorgang
dar- stellt, sondern einen dauernden Aufwand erfordert. Wenn dieser
entfiele, würde der verdrängte Trieb, der kontinuierlich Zuflüsse aus
seinen Quellen erhält, ein nächstes Mal denselben Weg einschlagen, von
dem er abgedrängt wurde, die Verdrängung würde um ihren Erfolg
gebracht oder sie müßte unbestimmt oft wiederholt werden. So folgt aus der
kontinuierlichen Natur des’ Triebes die Anforderung an das Ich,
seine Abwehraktion durch einen Daueraufwand zu versichern. Diese
Aktion zum Schutz der Verdrängung ist es, die wir bei der therapeutischen
Bemühung als Wider- stand verspüren. Widerstand setzt das voraus,
was ich als Gegenbesetzung bezeichnet habe. Eine solche
Gegenbesetzung wird bei der Zwangsneurose greifbar. Sie erscheint hier
als Ichveränderung, als Reaktionsbildung im Ich, durch Verstärkung jener
Ein- stellung, welche der zu verdrängenden Triebrichtung
gegensätzlich ist (Mitleid, Gewissenhaftigkeit, Reinlichkeit). Diese
Reaktionsbildungen der Zwangsneurose sind durchwegs Übertreibungen
normaler, im Verlauf der Latenzzeit entwickelter Charakterzüge. Es ist
weit schwieriger, die Gegenbesetzung bei der Hysterie auf-
zuweisen, wo sie nach der theoretischen Erwartung ebenso unentbehrlich
ist. Auch hier ist ein gewisses Maß von Ichveränderung durch
Reaktionsbildung un- verkennbar und wird in manchen Verhältnissen so
auf- fällig, daß es sich der Aufmerksamkeit als das Haupt- symptom
des Zustandes aufdrängt. In solcher Weise wird z. B. der
Ambivalenzkonflikt der Hysterie gelöst, der Haß gegen eine geliebte
Person wird durch ein Übermaß von Zärtlichkeit für sie und
AÄngstlichkeit um sie niedergehalten. Man muß aber als Unter-
schiede gegen die Zwangsneurose hervorheben, daß solche Reaktionsbildungen
nicht die allgemeine Natur von Charakterzügen zeigen, sondern sich auf
ganz spezielle Relationen einschränken. Die Hysterika z. B., die
ihre im Grunde gehafstten Kinder mit exzessiver Zärtlichkeit behandelt,
wird darum nicht im ganzen liebesbereiter als andere Frauen, nicht einmal
zärtlicher für andere Kinder. Die Reaktionsbildung der Hysterie hält an
einem bestimmten Objekt zähe fest und erhebt sich nicht zu einer
allgemeinen Disposition des Ichs. Für die Zwangsneurose ist gerade diese
Verallgemeinerung, die Lockerung der Objekt- beziehungen, die
Erleichterung der Verschiebung in der Objektwahl charakteristisch.
Eine andere Art der Gegenbesetzung scheint der Eigenart der
Hysterie gemäfßser zu sein. Die verdrängte Triebregung kann von zwei
Seiten her aktiviert (neu besetzt) werden, erstens von innen her durch
eine Verstärkung des Triebes aus seinen inneren Erregungs- quellen,
zweitens von außen her durch die Wahr- nehmung eines Objekts, das dem
Trieb erwünscht wäre. Die hysterische Gegenbesetzung ist nun vor-
zugsweise nach außen gegen die gefährliche Wahrnehmung gerichtet, sie nimmt die
Form einer beson- deren Wachsamkeit an, die durch Icheinschrän-
kungen Situationen vermeidet, in denen die Wahr- nehmung auftreten müßte,
und die es zustande bringt, dieser Wahrnehmung die Aufmerksamkeit zu
ent- ziehen, wenn sie doch aufgetaucht ist. Französische Autoren
(Laforgue) haben kürzlich diese Leistung der Hysterie durch den besonderen
Namen ‚Skotomisation ausgezeichnet. Noch auffälliger als bei Hysterie ist
diese Technik der Gegenbesetzung bei den Phobien, deren Interesse sich
darauf konzentriert, sich immer weiter von der Möglichkeit der
gefürch- teten Wahrnehmung zu entfernen. Der Gegensatz in der
Richtung der Gegenbesetzung zwischen Hysterie und Phobien einerseits und
Zwangsneurose anderseits scheint bedeutsam, wenn er auch kein absoluter
ist. Er legt uns nahe anzunehmen, dafs zwischen der Verdrängung und der
äußeren Gegenbesetzung, wie zwischen der Regression und der inneren
Gegen- besetzung (Ichveränderung durch Reaktionsbildung) ein
innigerer Zusammenhang besteht. Die Abwehr der gefährlichen Wahrnehmung
ist übrigens eine allgemeine Aufgabe der Neurosen. Verschiedene Gebote
und Verbote der Zwangsneurose sollen der gleichen Ab- sicht
dienen. Wir haben uns früher einmal klargemacht, dafs der
Widerstand, den wir in der Analyse zu über- winden haben, vom Ich
geleistet wird, das an seinen Gegenbesetzungen festhält. Das Ich hat es
schwer, seine Aufmerksamkeit Wahrnehmungen und Vorstel- lungen
zuzuwenden, deren Vermeidung es sich bisher zur Vorschrift gemacht hatte,
oder Regungen als die seinigen anzuerkennen, die den vollsten Gegensatz
zu den ihm als eigen vertrauten bilden. Unsere Bekämp- fung des
Widerstandes in der Analyse gründet sich auf eine solche Auffassung
desselben. Wir machen den Widerstand bewufst, wo er, wie so häufig,
infolge des Zusammenhanges mit dem Verdrängten selbst unbewußt ist;
wir setzen ihm logische Argumente ent- gegen, wenn oder nachdem er bewußt
geworden ist, versprechen dem Ich Nutzen und Prämien, wenn es auf
den Widerstand verzichtet. An dem Widerstand des Ichs ist also nichts zu
bezweifeln oder zu be- richtigen. Dagegen fragt es sich, ob er allein
den Sachverhalt deckt, der uns in der Analyse entgegen- tritt. Wir
machen die Erfahrung, daß das Ich noch immer Schwierigkeiten findet, die
Verdrängungen rück- gängig zu machen, auch nachdem es den Vorsatz
gefaßt hat, seine Widerstände aufzugeben, und haben die Phase
anstrengender Bemühung, die nach solchem löblichen Vorsatz folgt, als die
des Durcharbeitens bezeichnet. Es liegt nun nahe, das dynamische Moment
anzuerkennen, das ein solches Durcharbeiten notwendig und verständlich
macht. Es kann kaum anders sein, als dafß® nach Aufhebung des
Ichwiderstandes noch die Macht des Wiederholungszwanges, die
Anziehung der unbewußstten Vorbilder auf den verdrängten Trieb-
vorgang, zu überwinden ist, und es ist nichts dagegen zu sagen, wenn man
dies Moment als den Widerstand des Unbewußten bezeichnen will. Lassen wir
uns solche Korrekturen nicht verdrießen; sie sind erwünscht, wenn sie
unser Verständnis um ein Stück fördern, und keine Schande, wenn sie das
frühere nicht widerlegen, sondern bereichern, eventuell eine
Allgemeinheit einschränken, eine zu enge Auffassung erweitern.
Es ist nicht anzunehmen, daß wir durch diese Korrektur eine vollständige
Übersicht über die Arten der uns in der Analyse begegnenden
Widerstände gewonnen haben. Bei weiterer Vertiefung merken wir
vielmehr, daß wir fünf Arten des Widerstandes zu bekämpfen haben, die von
drei Seiten herstammen, nämlich vom Ich, vom Es und vom Über-Ich, wobei
sich das Ich als die Quelle von drei in ihrer Dynamik unterschiedenen
Formen erweist. Der erste dieser drei Ichwiderstände ist der vorhin
behandelte Ver- drängungswiderstand, über den am wenigsten Neues zu
sagen ist. Von ihm sondert sich der Über- tragungswiderstand, der von der
gleichen Natur ist, aber in der Analyse andere und weit deutlichere
Erscheinungen macht, da es ihm gelungen ist, eine Beziehung zur
analytischen Situation oder zur Person des Analytikers herzustellen und
somit eine Ver- drängung, die blof3 erinnert werden sollte, wieder
wie frisch zu beleben. Auch ein Ichwiderstand, aber ganz anderer
Natur, ist jener, der vom Krankheitsgewinn ausgeht und sich auf die
Einbeziehung des Symptoms ins Ich gründet. Er entspricht dem Sträuben
gegen den Verzicht auf eine Befriedigung oder Erleichterung. Die
vierte Art des Widerstandes den des Es haben wir eben für die
Notwendigkeit des Durcharbeitens verantwortlich gemacht. Der fünfte
Wider- stand, der des Über-Ichs, der zuletzt erkannte, dunkelste,
aber nicht immer schwächste, scheint dem Schuldbewußtsein oder
Strafbedürfnis zu entstammen; er widersetzt sich jedem Erfolg und demnach
auch der Genesung durch die Analyse. Angst aus Umwandlung von
Libido Die in diesem Aufsatz vertretene Auffassung der Angst entfernt
sich ein Stück weit von jener, die mir bisher berechtigt schien. Früher
betrachtete ich die Angst als eine allgemeine Reaktion des Ichs
unter den Bedingungen der Unlust, suchte ihr Auftreten jedesmal
ökonomisch zu rechtfertigen und nahm an, gestützt auf die Untersuchung
der Aktualneurosen, daß Libido (sexuelle Erregung), die vom Ich
abge- lehnt oder nicht verwendet wird, eine direkte Abfuhr in der
Form der Angst findet. Man kann es nicht übersehen, daß diese
verschiedenen Bestimmungen nicht gut zusammengehen, zum mindesten nicht
not- wendig aus einander folgen. Überdies ergab sich der Anschein
einer besonders innigen Beziehung von Angst und Libido, die wiederum mit
dem Allgemeincharakter der Angst als Unlustreaktion nicht
harmonierte. Der Einspruch gegen diese Auffassung ging von
der Tendenz aus, das Ich zur alleinigen Angststätte zu machen, war also
eine der Folgen der im ‚Ich und Es‘ versuchten Gliederung des seelischen
Apparates. Der früheren Auffassung lag es nahe, die Libido der verdrängten
Triebregung als die Quelle der Angst zu betrachten; nach der neueren
hatte vielmehr das Ich für diese Angst aufzukommen. Also Ichangst
oder Trieb-(Es-)Angst. Da das Ich mit desexualisierter Energie
arbeitet, wurde in der Neuerung auch der intime Zusammenhang von Angst
und Libido gelockert. Ich hoffe, es ist mir gelungen, wenigstens den
Wider- spruch klar zu machen, die Umrisse der Unsicherheit scharf
zu zeichnen. Die Ranksche Mahnung, der Angstaffekt sei, wie ich
selbst zuerst behauptete, eine Folge des Geburtsvorganges und eine
Wiederholung der damals durchlebten Situation, nötigte zu einer
neuerlichen Prüfung des Angstproblems. Mit seiner eigenen Auf-
fassung der Geburt als Trauma, des Angstzustandes als Abfuhrreaktion
darauf, jedes neuerlichen Angst- affekts als Versuch, das Trauma immer
vollständiger abzureagieren, konnte ich nicht weiter kommen. Es
ergab sich die Nötigung, von der Angstreaktion auf die Gefahrsituation
hinter ihr zurückzugehen. Mit der Einführung dieses Moments ergaben
sich neue Gesichtspunkte für die Betrachtung. Die Geburt wurde das
Vorbild für alle späteren Grefahrsituationen, die sich unter den neuen
Bedingungen der veränderten Existenzform und der fortschreitenden
psychischen Entwicklung ergaben. Ihre eigene Bedeutung wurde aber
auch auf diese vorbildliche Beziehung zur Gefahr eingeschränkt. Die bei
der Geburt empfundene Angst wurde nun das Vorbild eines Affektzustandes,
der die Schicksale anderer Affekte teilen mußte. Er reprodu- zierte
sich entweder automatisch in Situationen, die seinen Ursprungssituationen
analog waren, als unzweck- mäßige Reaktionsform, nachdem er in der
ersten Gefahrsituation zweckmäßig gewesen war. Oder das Ich bekam
Macht über diesen Affekt und reproduzierte ihn selbst, bediente sich
seiner als Warnung vor der Gefahr und als Mittel, das Eingreifen des Lust-Unlust-
mechanismus wachzurufen. Die biologische Bedeutung des Angstaffekts kam
zu ihrem Recht, indem die Angst als die allgemeine Reaktion auf die
Situation der Gefahr anerkannt wurde; die Rolle des Ichs als
Angststätte wurde bestätigt, indem dem Ich die Funk- tion eingeräumt
wurde, den Angstaffekt nach seinen Bedürfnissen zu produzieren. Der Angst
wurden so im späteren Leben zweierlei Ursprungsweisen zuge- wiesen,
die eine ungewollt, automatisch, jedesmal öko- nomisch gerechtfertigt,
wenn sich eine Gefahrsituation analog jener der Geburt hergestellt hatte,
die andere, vom Ich produzierte, wenn eine solche Situation nur
drohte, um zu ihrer Vermeidung aufzufordern. In diesem zweiten Fall
unterzog sich das Ich der Angst gleichsam wie einer Impfung, um durch
einen abge- schwächten Krankheitsausbruch einem ungeschwächten
Anfall zu entgehen. Es stellte sich gleichsam die Gefahrsituation lebhaft vor,
bei unverkennbarer Tendenz, dies peinliche Erleben auf eine Andeutung, ein
Signal, zu beschränken. Wie sich dabei die verschiedenen
Grefahrsituationen nacheinander entwickeln und doch genetisch mit einander
verknüpft bleiben, ist bereits im einzelnen dargestellt worden.
Vielleicht gelingt es uns, ein Stück weiter ins Verständnis der Angst einzudringen,
wenn wir das Problem des Verhältnisses zwischen neurotischer Angst und
Realangst angreifen. Die früher behauptete direkte Umsetzung der
Libido in Angst ist unserem Interesse nun weniger bedeut- sam
geworden. Ziehen wir sie doch in Erwägung, so haben wir mehrere Fälle zu
unterscheiden. Für die Angst, die das Ich als Signal provoziert, kommt
sie nicht in Betracht; also auch nicht in all den Gefahr-situationen, die
das Ich zur Einleitung einer Verdrängung bewegen. Die libidinöse Besetzung der
ver- drängten Triebregung erfährt, wie man es am deut- lichsten bei
der Konversionshysterie sieht, eine andere Verwendung als die Umsetzung
in und Abfuhr als Angst. Hingegen werden wir bei der weiteren Diskussion
der Gefahrsituation auf jenen Fall der Angst- entwicklung stoßen, der
wahrscheinlich anders zu beurteilen ist. Verdrängung und
Abwehr Im Zusammenhange der Erörterungen über das Angstproblem habe
ich einen Begriff oder bescheidener
ausgedrückt: einen Terminus wieder
auf- Siem. Freud genommen, dessen ich mich zu Anfang meiner
Studien vor dreißig Jahren ausschließend bedient und den ich
späterhin fallen gelassen hatte. Ich meine den des Abwehrvorganges.” Ich
ersetzte ihn in der Folge durch den der Verdrängung, das Verhältnis
zwischen beiden blieb aber unbestimmt. Ich meine nun, es bringt
einen sicheren Vorteil, auf den alten Begriff der Abwehr
zurückzugreifen, wenn man dabei festsetzt, daß er die allgemeine
Bezeichnung für alle die Techniken sein soll, deren sich das Ich in
seinen eventuell zur Neu- rose führenden Konflikten bedient, während
Verdrän- gung der Name einer bestimmten solchen Abwehr- methode
bleibt, die uns infolge der Richtung unserer Untersuchungen zuerst besser
bekannt worden ist. Auch eine bloß terminologische Neuerung will
gerechtfertigt werden, soll der Ausdruck einer neuen Betrachtungsweise
oder einer Erweiterung unserer Ein- sichten sein. Die Wiederaufnahme des
Begriffes Ab- wehr und die Einschränkung des Begriffes der Ver-
drängung trägt nun einer Tatsache Rechnung, die längst bekannt ist, aber
durch einige neuere Funde an Bedeutung gewonnen hat. Unsere ersten
Erfahrungen über Verdrängung und Symptombildung machten wir an der
Hysterie; wir sahen, daß der Wahrnehmungs- inhalt erregender Erlebnisse,
der Vorstellungsinhalt pathogener Gedankenbildungen vergessen und von
der Siehe: Die Abwehr-Neuropsychosen, Ges, Schriften, Bd.
1. Reproduktion im Gedächtnis ausgeschlossen wird, und haben darum
in der Abhaltung vom Bewußtsein einen Hauptcharakter der hysterischen
Verdrängung erkannt. Später haben wir die Zwangsneurose studiert
und gefunden, daß bei dieser Affektion die pathogenen Vorfälle
nicht vergessen werden. Sie bleiben be- wußt, werden aber auf eine noch
nicht vorstellbare Weise ‚isoliert‘, so daß ungefähr der- selbe Erfolg
erzielt wird wie durch die hysterische Amnesie. Aber die Differenz ist
groß genug, um unsere Meinung zu berechtigen, der Vorgang, mittels
dessen die Zwangsneurose einen Triebanspruch be- seitigt, könne nicht der
nämliche sein wie bei Hysterie. Weitere Untersuchungen haben uns
gelehrt, daß bei der Zwangsneurose unter dem Einfluß des
Ichsträubens eine Regression der Triebregungen auf eine frühere
Libidophase erzielt wird, die zwar eine Verdrängung nicht überflüssig
macht, aber offenbar in demselben Sinne wirkt wie die Verdrängung.
Wir haben ferner gesehen, dafß die auch bei Hysterie anzunehmende
Gegenbesetzung bei der Zwangsneurose als reaktive Ichveränderung eine
besonders große Rolle beim Ichschutz spielt, wir sind auf ein Verfahren
der „Isolierung‘‘ aufmerksam worden, dessen Technik wir noch nicht
angeben können, das sich einen direkten symptomatischen Ausdruck schafft,
und auf die magisch zu nennende Prozedur des „Ungeschehenmachens‘, über
deren abweisende Tendenz kein Zweifel sein kann, die Sigm. Freud
aber mit dem Vorgang der ‚Verdrängung‘ keine Ähnlichkeit mehr hat.
Diese Erfahrungen sind Grund genug, den alten Begriff der Abwehr wieder
einzu- setzen, der alle diese Vorgänge mit gleicher Tendenz Schutz des
Ichs gegen Triebansprüche umfassen kann, und ihm die Verdrängung als
einen Spezialfall zu subsumieren. Die Bedeutung einer solchen
Namen- gebung wird erhöht, wenn man die Möglichkeit erwägt, daf3
eine Vertiefung unserer Studien eine innige Zu- sammengehörigkeit
zwischen besonderen Formen der Abwehr und bestimmten Affektionen ergeben
könnte, z. B. zwischen Verdrängung und Hysterie. Unsere Erwartung
richtet sich ferner auf die Möglichkeit einer anderen bedeu samen
Abhängigkeit. Es kann leicht sein, daßß der seelische Apparat vor der
scharfen Sonderung von Ich und Es, vor der Ausbildung eines
Über-Ichs, andere Methoden der Abwehr übt als nach der Erreichung dieser
Organisationsstufen. Der Angstaffekt zeigt einige Züge, deren
Unter- suchung weitere Aufklärung verspricht. Die Angst hat eine
unverkennbare Beziehung zur Erwartung; sie ist Angst vor etwas. Es haftet
ihr ein Charakter von Unbestimmtheit und Objektlosigkeit an;
der Femmung, korrekte Sprachgebrauch ändert selbst ihren Namen, wenn
sie ein Objekt gefunden hat, und ersetzt ihn dann durch Furcht. Die Angst
hat ferner außer ihrer Beziehung zur Gefahr eine andere zur Neurose,
um deren Aufklärung wir uns seit langem bemühen. Es entsteht die
Frage, warum nicht alle Angstreaktionen neurotisch sind, warum wir so
viele als normal aner- kennen; endlich verlangt der Unterschied von
Real- angst und neurotischer Angst nach gründlicher Wür-
digung. Gehen wir von der letzteren Aufgabe aus. Unser
Fortschritt bestand in dem Rückgreifen von der Re- aktion der Angst auf
die Situation der Gefahr. Nehmen wir dieselbe Veränderung an dem Problem
der Realangst vor, so wird uns dessen Lösung leicht. Realgefahr ist
eine Gefahr, die wir kennen, Realangst die Angst vor einer solchen
bekannten Gefahr. Die neurotische Angst ist Angst vor einer Gefahr, die
wir nicht kennen. Die neurotische Gefahr mufs also erst gesucht
werden; die Analyse hat uns gelehrt, sie ist eine Triebgefahr. Indem wir
diese dem Ich unbe- kannte Gefahr zum Bewußtsein bringen,
verwischen wir den Unterschied zwischen Realangst und neuro-
tischer Angst, können wir die letztere wie die erstere behandeln.
In der Realgefahr entwickeln wir zwei Reaktionen, die affektive,
den Angstausbruch, und die Schutz- handlung. Voraussichtlich wird bei der
Triebgefahr dasselbe geschehen. Wir kennen den Fall des zweck-
mäfßligen Zusammenwirkens beider Reaktionen, indem die eine das Signal
für das Einsetzen der anderen gibt, aber auch den unzweckmäfßligen Fall,
den der Angstlähmung, daß die eine sich auf Kosten der anderen
ausbreitet. Es gibt Fälle, in denen sich die Charaktere von
Realangst und neurotischer Angst vermengt zeigen. Die Gefahr ist bekannt
und real, aber die Angst vor ihr übermäßig groß, größer als sie nach
unserem Urteil sein dürfte. In diesem Mehr verrät sich das
neurotische Element. Aber diese Fälle bringen nichts prinzipiell
Neues. Die Analyse zeigt, daß an die bekannte Real- gefahr eine
unerkannte Triebgefahr geknüpft ist. Wir kommen weiter, wenn wir
uns auch mit der Zurückführung der Angst auf die Gefahr nicht begnügen.
Was ist der Kern, die Bedeutung der Gefahrsituation? Offenbar die
Einschätzung unserer Stärke im Vergleich zu ihrer Größe, das
Zugeständnis unserer Hilflosigkeit gegen sie, der materiellen Hilf-
losigkeit im Falle der Realgefahr, der psychischen Hilf- losigkeit im
Falle der Triebgefahr. Unser Urteil wird dabei von wirklich gemachten
Erfahrungen geleitet werden; ob es sich in seiner Schätzung irrt, ist
für den Erfolg gleichgültig. Heißen wir eine solche erlebte
Situation von Hilflosigkeit eine traumatische; wir haben dann guten
Grund, die traumatische Situation von der Gefahrsituation zu
trennen. Es ist nun ein wichtiger Fortschritt in unserer Selbstbewahrung,
wenn eine solche traumatische Situa- tion von Hilflosigkeit nicht
abgewartet, sondern vorhergesehen, erwartet, wird. Die Situation, in der die
Bedingung für solche Erwartung enthalten ist, heiße die Gefahrsituation,
in ihr wird das Angstsignal gegeben. Dies will besagen: ich erwarte, daß
sich eine Situation von Hilflosigkeit ergeben wird, oder die
gegenwärtige Situation erinnert mich an eines der früher erfahrenen
traumatischen Erlebnisse. Daher antizipiere ich dieses Trauma, will mich
benehmen, als ob es schon da wäre, solange noch Zeit ist, es abzuwenden.
Die Angst ist also einerseits Erwartung des Traumas, anderseits eine
gemilderte Wiederholung desselben. Die beiden Charaktere, die uns an der
Angst aufgefallen sind, haben also verschiedenen Ursprung. Ihre Beziehung
zur Erwartung gehört zur Gefahrsituation, ihre Unbestimmtheit und
ÖObjektlosigkeit zur traumatischen Situation der Hilflosigkeit, die in
der Grefahrsituation antizipiert wird. Nach der Entwicklung der
Reihe: Angst Gefahr Hilflosigkeit (Trauma) können wir
zusammenfassen: Die Gefahrsituation ist die erkannte, erinnerte,
erwartete Situation der Hilflosigkeit. Die Angst ist die ursprüngliche
Reaktion auf die Hilflosigkeit im Trauma, die dann später in der
Gefahrsituation als Hilfssignal reproduziert wird. Das Ich, welches das
Trauma passiv erlebt hat, wiederholt nun aktiv eine
abgeschwächte Reproduktion desselben, in der Hoffnung, deren Ablauf
selbsttätig leiten zu können. Wir wissen, das Kind benimmt sich ebenso
gegen alle ihm peinlichen Eindrücke, indem es sie im Spiel reproduziert;
durch diese Art von der Passivität zur Aktivität überzugehen, sucht es
seine Lebenseindrücke psychisch zu bewältigen. Wenn dies der Sinn eines
„Abreagierens des Traumas‘ sein soll, so kann man nichts mehr
dagegen einwenden. Das Entscheidende ist aber die erste Verschiebung der
Angstreaktion von ihrem Ur- sprung in der Situation der Hilflosigkeit auf
deren Erwartung, die Gefahrsituation. Dann folgen die weiteren
Verschiebungen von der Gefahr auf die Bedingung der Gefahr, den
Objektverlust und dessen schon erwähnte Modifikationen. Die Verwöhnung
des kleinen Kindes hat die uner- wünschte Folge, daß die Gefahr des
Objektverlustes das Objekt als Schutz gegen alle Situationen der
Hilflosigkeit gegen alle anderen
Gefahren über- steigert wird. Sie begünstigt also die Zurückhaltung
in der Kindheit, der die motorische wie die psychische Hilflosigkeit
eigen sind. Wir haben bisher keinen Anlaß gehabt, die
Realangst anders zu betrachten als die neurotische Angst. Wir kennen den
Unterschied; die Realgefahr droht von einem äußeren Objekt, die neurotische
von einem Triebanspruch. Insoferne dieser Triebanspruch etwas Reales ist, kann
auch die neurotische Angst als real begründet anerkannt werden. Wir haben
verstanden, daß der Anschein einer be- sonders intimen Beziehung zwischen
Angst und Neurose sich auf die Tatsache zurückführt, daß das Ich sich mit
Hilfe der Angstreaktion der Triebgefahr ebenso erwehrt wie der äußeren
Realgefahr, daß aber diese Richtung der Abwehrtätigkeit infolge
einer Unvollkommenheit des seelischen Apparats in die Neurose ausläuft.
Wir haben auch die Überzeugung gewonnen, dafs der Triebanspruch oft nur
darum zur (inneren) Gefahr wird, weil seine Befriedigung eine
äußere Gefahr herbeiführen würde, also weil diese innere Gefahr eine
äußere repräsentiert. Anderseits muß auch die äußere (Real-)
Gefahr eine Verinnerlichung gefunden haben, wenn sie für das Ich
bedeutsam werden soll; sie muf3 in ihrer Beziehung zu einer erlebten
Situation von Hilflosigkeit erkannt werden." Eine instinktive
Erkenntnis von aufSen drohen- der Gefahren scheint dem Menschen nicht
oder nur in sehr bescheidenem Ausmaf3 mitgegeben worden zu [Es mag
auch oft genug vorkommen, daß in einer Gefahrsituation, die als solche
richtig geschätzt wird, zur Realangst ein Stück Trieb- angst hinzukommt.
Der Triebanspruch, vor dessen Befriedigung das Ich zurückschreckt, wäre
dann der masochistische, der gegen die eigene Person gewendete
Destruktionstrieb. Vielleicht erklärt diese Zutat den Fall, daß die
Angstreaktion übermäßig und unzweckmäßig, lähmend, ausfällt. Die
Höhenphobien (Fenster, Turm, Abgrund) könnten diese Herkunft haben; ihre
geheime feminine Bedeutung steht dem Masochismus nahe.
Freud: Hemmung, Symptom und Angst Siem. Freud sein. Kleine
Kinder tun unaufhörlich Dinge, die sie in Lebensgefahr bringen, und
können gerade darum das schützende Objekt nicht entbehren. In der
Beziehung zur traumatischen Situation, gegen die man hilflos ist,
treffen äußere und innere Gefahr, Realgefahr und Triebanspruch zusammen.
Mag das Ich in dem einen Falle einen Schmerz, der nicht aufhören will,
erleben, im. anderen Falle eine Bedürfnisstauung, die keine
Befriedigung finden kann, die ökonomische Situation ist für beide Fälle
die nämliche und die motorische Hilflosigkeit findet in der psychischen
Hilflosigkeit ihren Ausdruck. Die rätselhaften Phobien der
frühen Kinderzeit verdienen an dieser Stelle nochmalige Erwähnung.
Die einen von ihnen — Alleinsein, Dunkelheit, fremde Personen —
konnten wir als Reaktionen auf die Gefahr des Objektverlusts verstehen;
für andere — kleine Tiere, Gewitter u. dgl. — bietet sich
vielleicht die Auskunft, sie seien die verkümmerten Reste einer
kongenitalen Vorbereitung auf die Realgefahren, die bei anderen Tieren so
deutlich ausgebildet ist. Für den Menschen zweckmäßig ist allein der
Anteil dieser archaischen Erbschaft, der sich auf den Objektverlust
bezieht. Wenn solche Kinderphobien sich fixieren, stärker werden und bis
in späte Lebensjahre anhalten, weist die Analyse nach, daf ihr Inhalt
sich mit Trieb- ansprüchen in Verbindung gesetzt hat, zur
Vertretung auch innerer Gefahren geworden ist. Zur Psychologie der
Gefühlsvorgänge liegt so wenig vor, daf$ die nachstehenden schüchternen
Bemer- kungen auf die nachsichtigste Beurteilung Anspruch erheben
dürfen. An folgender Stelle erhebt sich für uns das Problem. Wir mufsten
sagen, die Angst werde zur Reaktion auf die Gefahr des Objektverlusts.
Nun kennen wir bereits eine solche Reaktion auf den Objektverlust,
es ist die Trauer. Also wann kommt es zur einen, wann zur anderen? An der
Irauer, mit der wir uns bereits früher beschäftigt haben,’ blieb
ein Zug völlig unverstanden, ihre besondere Schmerz- lichkeit. Daß die
Trennung vom Objekt schmerzlich ist, erscheint uns trotzdem selbstverständlich.
Also kompliziert sich das Problem weiter: Wann macht die Trennung
vom Objekt Angst, wann Trauer und wann vielleicht nur Schmerz?
Sagen wir es gleich, es ist keine Aussicht vor- handen, Antworten
auf diese Fragen zu geben. Wir werden uns dabei bescheiden, einige
Abgrenzungen und einige Andeutungen zu finden. Unser
Ausgangspunkt sei wiederum die eine Situation, die wir zu verstehen
glauben, die des Säug- lings, der anstatt seiner Mutter eine fremde
Person erblickt. Er zeigt dann die Angst, die wir auf die ı)
S. Trauer und Melancholie, Ges. Schriften, Bd. V. 193 Siem. Freud
Gefahr des Objektverlustes gedeutet haben. Aber sie ist wohl
komplizierter und verdient eine eingehendere Diskussion. An der Angst des
Säuglings ist zwar kein Zweifel, aber Gesichtsausdruck und die Reaktion
des Weinens lassen annehmen, daß er außerdem noch Schmerz
empfindet. Es scheint, daß bei ihm einiges zusammenflieft, was später
gesondert werden wird. Er kann das zeitweilige Vermissen und den dauernden
Verlust noch nicht unterscheiden; wenn er die Mutter das eine Mal nicht
zu Gesicht bekommen hat, benimmt er sich so, als ob er sie nie wieder
sehen sollte, und es bedarf wiederholter tröstlicher Erfahrungen, bis
er gelernt hat, daf3 auf ein solches Verschwinden der Mutter ihr
Wiedererscheinen zu folgen pflegt. Die Mutter reift diese für ihn so
wichtige Erkenntnis, indem sie das bekannte Spiel mit ihm aufführt,
sich vor ihm das Gesicht zu verdecken und zu seiner Freude wieder
zu enthüllen. Er kann dann sozusagen Sehnsucht empfinden, die nicht von
Verzweiflung begleitet ist. Die Situation, in der er die
Mutter vermißt, ist infolge seines Mißverständnisses für ihn keine
Gefahr- situation, sondern eine traumatische, oder richtiger, sie
ist eine traumatische, wenn er in diesem Moment ein Bedürfnis verspürt,
das die Mutter befriedigen soll; sie wandelt sich zur Gefahrsituation,
wenn dies Bedürfnis nicht aktuell ist. Die erste Angstbedingung,
die das Ich selbst einführt, ist also die des Wahr- Memmung, nehmungsverlustes,
die der des Objektverlustes gleich- gestellt wird. Ein Liebesverlust
kommt noch nicht in Betracht. Später lehrt die Erfahrung, dafs das
Objekt vorhanden bleiben, aber auf das Kind böse geworden sein
kann, und nun wird der Verlust der Liebe von seiten des Objekts zur
neuen, weit beständigeren Gefahr und Angstbedingung. Die traumatische Situation des Vermissens der Mutter weicht in einem
entscheidenden Punkte von der traumatischen Situation der Geburt ab.
Damals war kein Objekt vorhanden, das vermifst werden konnte. Die
Angst blieb die einzige Reaktion, die zu- stande kam. Seither haben
wiederholte Befriedigungs- situationen das Objekt der Mutter geschaffen,
das nun im Falle des Bedürfnisses eine intensive, „sehn- süchtig‘
zu nennende Besetzung erfährt. Auf diese Neuerung ist die Reaktion des
Schmerzes zu beziehen. Der Schmerz ist also die eigentliche Reaktion
auf den Objektverlust, die Angst die auf die Gefahr, welche dieser
Verlust mit sich bringt, in weiterer Verschiebung auf die Gefahr des
Objektverlustes selbst. Auch vom Schmerz wissen wir sehr wenig.
Den einzig sicheren Inhalt gibt die Tatsache, dafßß der
Schmerz zunächst und in der Regel entsteht, wenn ein an der Peripherie
angreifender Reiz die Vorrichtungen des Reizschutzes durchbricht und
nun wie ein kontinuierlicher Triebreiz wirkt, gegen den die sonst
wirksamen Muskelaktionen, welche die gereizte Stelle dem Reiz entziehen,
ohnmächtig bleiben. Wenn der Schmerz nicht von einer Hautstelle, sondern
von einem inneren Organ ausgeht, so ändert das nichts an der
Situation; es ist nur ein Stück der inneren Peripherie an die Stelle der
äufseren getreten. Das Kind hat offenbar Gelegenheit, solche
Schmerzerlebnisse zu machen, die unabhängig von seinen Bedürfnis-
erlebnissen sind. Diese Entstehungsbedingung des Schmerzes scheint aber
sehr wenig Ähnlichkeit mit einem Objektverlust zu haben, auch ist das für
den Schmerz wesentliche Moment der peripherischen Reizung in der
Sehnsuchtssituation des Kindes völlig entfallen. Und doch kann es nicht
sinnlos sein, dafs die Sprache den Begriff des inneren, des
seelischen, Schmerzes geschaffen hat und die Empfindungen des
Objektverlusts durchaus dem körperlichen Schmerz gleichstellt.
Beim körperlichen Schmerz entsteht eine hohe, narzißßtisch zu
nennende Besetzung der schmerzenden Körperstelle, die immer mehr zunimmt
und sozusagen entleerend auf das Ich wirkt. Es ist bekannt, daf
wir, bei Schmerzen in inneren Organen, räumliche und andere
Vorstellungen von solchen Körperteilen bekommen, die sonst im bewußten
Vorstellen gar nicht vertreten sind. Auch die merkwürdige Tatsache,
dafs die intensivsten Körperschmerzen bei psychischer Ablenkung
durch ein andersartiges Interesse nicht zu- stande kommen: (man darf hier
nicht sagen; unbewußt FHemmung, Symptom und Angst bleiben), findet in der
Tatsache der Konzentration der Besetzung auf die psychische Repräsentanz
der schmerzenden Körperstelle ihre Erklärung. Nun scheint in diesem
Punkt die Analogie zu liegen, die die Übertragung der Schmerzempfindung
auf das seelische (sebiet gestattet hat. Die intensive, infolge
ihrer Unstillbarkeit stets anwachsende Sehnsuchtsbesetzung des
vermißten (verlorenen) Objektes schafft die- selben ökonomischen
Bedingungen wie die Schmerz- besetzung der verletzten Körperstelle und
macht es möglich, von der peripherischen Bedingtheit des Körper-
schmerzes abzusehen! Der Übergang vom Körper- schmerz zum Seelenschmerz
entspricht dem Wandel von narzißtischer zur Objektbesetzung. Die vom
Be- dürfnis hochbesetzte Objektvorstellung spielt die Rolle der von
dem Reizzuwachs besetzten Körperstelle. Die Kontinuität und Unhemmbarkeit
des Besetzungs- vorganges bringen den gleichen Zustand der psychischen
Hilflosigkeit hervor. Wenn die dann entstehende Unlustempfindung den
spezifischen, nicht näher zu beschreibenden Charakter des Schmerzes trägt,
anstatt sich in der Reaktionsform der Angst zu äußern, so liegt es
nahe, dafür ein Moment verantwortlich zu machen, das sonst von der
Erklärung noch zu wenig in Anspruch genommen wurde, das hohe Niveau
der Besetzungs- und Bindungsverhältnisse, auf dem sich diese zur
Unlustempfindung führenden Vorgänge vollziehen. Siem. Freud Wir kennen
noch eine andere Gefühlsreaktion auf den Objektverlust, die Trauer. Ihre
Erklärung bereitet aber keine Schwierigkeiten mehr. Die Trauer
entsteht unter dem Einfluß der Realitätsprüfung, die kate- gorisch
verlangt, daß man sich von dem Objekt trennen müsse, weil es nicht mehr
besteht. Sie hat nun die Arbeit zu leisten, diesen Rückzug vom
Objekt in all den Situationen durchzuführen, in denen das Objekt
Gegenstand hoher Besetzung war. Der schmerz- liche Charakter dieser
Trennung fügt sich dann der eben gegebenen Erklärung durch die hohe und
un- erfüllbare Sehnsuchtsbesetzung des Objekts während der
Reproduktion der Situationen, in denen die Bindung an das Objekt gelöst
werden soll. Kö @ “s NET 5) a r pn nn > FRI 4 >
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u. Nome compiuto: Massimo Bontempelli. Keywords: il sintomo, “la filosofia
pre-platonica secondo Diogene”, “il viaggio di Platone in Italia”, “Il
parricidio parminedeo di Platone”, “il platonismo latino” “Boezio e
l’aristotelismo”, “ficino”, “telesio e campanella”, “galilei”, “storia e
ragione in Vico” “Hegelianismo italiano” “Vera”, “Spaventa” “Jaja” – “idealism
italiano” “Croce” “Gentile” “il concetto di stato in Gentile” “Severino e il
neo-parmenedismo”, Vattimo e l’implicatura debole, la debolezza della
communicazione in Eco”, implicatura sintomatica, sintoma. “feudalesimo ario” --. Refs.: Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bomtempelli,” The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Sparnza -- Grice e Bonvecchio: la ragione conversazionale el’implicatura
conversazionale di Dumezil e Marte – la scoperta di 1992 dei delinquenti – al
Quirinale -- guerriero – la triada Giove Marte Giano -- marziale – scuola di
Pavia – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Pavia).
Filosofo
lombardo. Filosofo italiano. Pavia, Lombardia. Grice: “Bonvecchio is a good
one; of course, he has philosophised on what Italian philosophers have
philosophised most: ‘e amore’ – only he calls it eros --.” “This is strange: this Italian fascination
with the Hellenism: one BAD thing about the Hellenic or Grecian lingo is that
they have FOUR words for ‘love’: philos, eros, agape, charitas – Cicero
followed William of Ockham’s razor, ‘do nott multiply words’ – and translated
them all by ‘amore’ – Now, with Bonvecchio, it’s not just, as with Tonny
Bennett, just ‘amore,’ – iit’s amore ‘come simbolo’, that is, as used in
communication – as per Socrates with Alcebiades – the daemon, Amore, is the
metaxu – so there is a communication of Apollo and Dioniso via love – all VERY
philosophical, and actually very Oxonian – vide Walter Pater!” Laureatosi in Filosofia Teoretica presso l'Pavia inizia la
sua carriera accademica come borsista, contrattista e ricercatore presso la
Facoltà di Lettere e Filosofia della stessa Università. Insegna "Filosofia
della Politica" nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli
Studi di Palermo. Nello stesso ambito dottrinale insegna nel 1990
nell'Università degli Studi di Trieste sino al 2001. Da questo stesso anno è Professore
di Filosofia delle Scienze Sociali nel Corso di Laurea di Scienze della
Comunicazione della Facoltà di Scienze MM. FF. NN. dell'Università degli Studi
dell'Insubria dove dal 2003 diviene vicedirettore del Dipartimento di
Informatica e Comunicazione. Claudio
Bonvecchio è stato iniziato alla Massoneria presso la loggia del Grande Oriente
d'Italia Cardano di Pavia, dove ha ricoperto varie cariche. Grande Oratore del
Grande Oriente d'Italia in seno alla Giunta guidata dal Gran Maestro Stefano
Bisi, nel è stato eletto Gran Maestro
aggiunto. Dal 5 dicembre è componente del Cda della Fondazione Luigi
Einaudi Onlus. Altre opere: Particolarmente
dedito agli studi sulla simbologia e sulla mitologia politica. “Immagine del
politico. Saggi su simbolo e mito politico” (Milani, Padova); “Imago imperii
imago mundi” (Milani, Padova); “L'ombra del potere. Il lato oscuro della
società: elogio del politicamente scorretto” (Red, Como); “La lanza di Marte; o
il simbolico nella guerra” (Milani, Padova). “La spada e la corona: studi di
simbolica politica” (Barbarossa, Milano); Gli’arconti di questo mondo. Gnosi:
politica e diritto” (Edizioni Trieste, Trieste); “Il pensiero forte, Settimo
Sigillo, Roma); “Apologia dei doveri dell'uomo” (Terziaria, Milano); “La
maschera e l'uomo” (Franco Angeli, Milano); “Il coraggio di essere” (Dadò,
Lugano); “Europa degli Eroi Europa dei mercanti. Itinerari di ribellione”
(Settimo Sigillo, Roma); “Inquietudine e verità” (Giappichelli, Torino); “Dove
va l'idea di Tradizione” (Settimo Sigillo, Roma); “Il sacro e la cavalleria” (Mimesis
Edizioni, Milano); “Esoterismo e Massoneria, Mimesis Edizioni, Milano); “I
Viaggi dei Filosofi” (Mimesis Edizioni, Milano); “La Filosofia del Signore
degli Anelli” (Mimesis Edizioni, Milano); “Ripensare l'identità. Per una geopolitica
dell'anima europea” (Settimo Sigillo, Roma); “Il Cavaliere, la Morte e il
Diavolo. Un percorso nella post-modernità” (ScriptaWeb, Napoli); “La Magia e il
Sacro: saggi Inattuali” (Mimesis Edizioni); “Eros come simbolo” (Amore,
Cupido). AlboVersorio, Milano); L'orologio dell'Apocalisse. La fine del mondo e
la filosofia” (AlboVersorio, Milano,. Scritti in onore Simboli, politica e
potere. Scritti in onore di Claudio Bonvecchio, Paolo Bellini, Fabrizio Sciacca
ed Erasmo S. Storace, AlboVersorio, Milano. Università
dell'Insubria[collegamento interrotto]
Grande Oriente d'Italia Convegno
a Matera: Europa, Libera muratoria, cultura
Claudio Bonvecchio scheda nel sito dell'Università degli Studi
dell'Insubria. Filosofia Filosofo del XX
secoloFilosofi italiani Professore1947 20 gennaio PaviaMassoni. The Archaic Triad is a hypothetical divine triad, consisting of
the three allegedly original deities worshipped on the Capitoline Hill in Rome:
Jupiter, Mars and Quirinus.[1] This structure was no longer clearly detectable
in later times, and only traces of it have been identified from various
literary sources and other testimonies. Many scholars dispute the validity of
this identification. Description Edit Georg Wissowa, in his manual of the
Roman religion, identified the structure as a triad on the grounds of the
existence in Rome of the three flamines maiores, who carry out service to these
three gods. He remarked that this triadic structure looks to be predominant in
many sacred formulae which go back to the most ancient period and noted its
pivotal role in determining the ordo sacerdotum, the hierarchy of dignity of
Roman priests: Rex Sacrorum, Flamen Dialis, Flamen Martialis, Flamen Quirinalis
and Pontifex Maximus in order of decreasing dignity and importance. He remarks that
since such an order no longer reflected the real influence and relationships of
power among priests in the later times, it should have reflected a hierarchy of
the earliest phase of Roman religion. Wissowa identified the presence of such a
triad also in the Umbrian ritual of Iguvium where only Iove, Marte and Vofionus
are granted the epithet of Grabovius and the fact that in Rome the three
flamines maiores are all involved in a peculiar way in the cult of goddess
Fides. However Wissowa did not pursue further the analysis of the meaning and
function of the structure (which he called Göttersystem) he had
identified. Dumézil's analysis Edit Georges Dumézil in various works,
particularly in his Archaic Roman Religion advanced the hypothesis that this
triadic structure was a relic of a common Proto-Indo-European religion, based
on a trifunctional ideology modelled on the division of that archaic society.
The highest deity would thus be a heavenly sovereign endowed with religious,
magic and legal powers and prerogatives (connected and related to the king and
to priestly sacral lore in human society), followed in order of dignity by the
deity representing braveness and military prowess (connected and related to a
class of warriors) and lastly a deity representing the common human worldly
values of wealth, fertility, and pleasure (connected and related to a class of
economic producers). According to the hypothesis, such a tripartite structure
must have been common to all Indoeuropean peoples on accounts of its widespread
traces in religion and myths from India to Scandinavia, and from Rome to
Ireland. However it had disappeared from most societies since prehistoric
times, with the notable exception of India. In Vedic religion the
sovereign function was incarnated by Dyaus Pita and later appeared split into
its two aspects of uncanny and awe inspiring almighty power incarnated by
Varuna and of source and guardian of justice and compacts incarnated by Mitra.
Indraincarnated the military function and the twins Ashvins(or Nasatya) the
function of production, wealth, fertility and pleasure. In human society the
raja and the class of the brahmin priests represented the first function (and
enjoyed the highest dignity), the warrior class of the kshatriya represented
the second function and the artisan and merchant class of the vaishya the
third. Similarly in Rome Jupiter was the supreme ruler of the heavens and
god of thunder, represented on earth by the rex, king (later the rex sacrorum)
and his substitute, the Flamen Dialis, the legal aspect of sovereignty being
incarnated also by Dius Fidius, Mars was the god of military prowess and a war
deity, represented by his flamen Martialis; and Quirinus the enigmatic god of
the Roman populus ("people") organised in the curiae as a civilian
and productive force, represented by the Flamen Quirinalis. Apart than
from the analysis of the texts already collected by Wissowa, Dumezil stressed
the importance of the tripartite plan of the regia, the cultic centre of Rome
and official residence of the rex. As recorded by sources and confirmed by
archeological data it was devised to lodge the three major deities Iupiter,
Mars, and Ops, the deity of agricultural plenty, in three separate rooms.
The cult of Fides involved the three Flamines Maiores: they were carried to the
sacellum of the deity together in a covered carriage and officiated with their
right hand wrapped up to the fingers in a piece of white cloth. The association
with the deity that founded divine order (Fides is associated with Iupiter in
his function of guardian of the supreme juridical order) underlines the mutual
interconnections among them and of the gods they represented with the supreme
heavenly order, whose arcane character was represented symbolically in the
hidden character of the forms of the cult. The spolia opima were
dedicated by the person who had killed the king or chief of the enemy in
battle. They were dedicated to Jupiter in case the Roman was a king or his equivalent
(consul, dictator or tribunus militum consulari potestate), to Mars in case he
was an officer and to Quirinus in case he was common soldier.[6] The
sacrificial animals too were in each case the ones of the respective deity, i.
e. an ox to Jupiter, solitaurilia to Mars and a male lamb to Quirinus.
Besides Dumézil analysed the cultural functions of the Flamen Quirinalis to
better understand the characters of this deity. One important element was his
officiating on the feriae of the Consualia aestiva ( of the Summer), which
associated Quirinus to the cult of Consus and indirectly of Ops (Ops Consivia).
Other feriae on which this flamen officiated were the Robigalia, the Quirinalia
that Dumezil identifies with the last day of the Fornacalia, also named stultorum
feriae because on that day the people who had forgot to roast their spelt on
the day prescribed by the curio maximus for their own curia were given a last
chance to make amends, and the Larentalia held in memory of Larunda. These
religious duties show Quirinus was a civil god related to the agricultural
cycle and somehow to the worship of Roman ancestry. In Dumézil's view the
figure of Quirinus became blurred and started to be connected to the military
sphere because of the early assimilation to him of the divinised Romulus, the
warring founder and first king of Rome. A coincident facilitating factor of
this interpretation was the circumstance that Romulus carried with himself the
quality of twin and Quirinus had a correspondence in the theology of the divine
twins such the Indian Ashvins and the Scandinavian Vani. The resulting
interpretation was the mixed civil and military, warring and peaceful
personality of the god. A detailed discussion of the sources is devoted
by Dumézil to showing that they do not support the theory of an agrarian Mars.
Mars would be invoked both in the Carmen Arvale and in Cato's prayer as the
guardian, the armed protector of the fields and the harvest. He is definitely
not a deity of agricultural plenty and fertility. It is also noteworthy
that according to tradition Romulus established the double role and duties,
civil and military, of the Roman citizen. In this way the relationship between
Mars and Quirinus became a dialectic one, since Romans would regularly pass
from the warring condition to the civil one and vice versa. In the yearly cycle
this passage is marked by the rites of the Salii, they themselves divided into
two groups, one devoted to the cult of Mars (Salii Palatini, created by Numa)
and the other of Quirinus (Salii Collini, created by Tullus Hostilius).
The archaic triad in Dumézil's view was not strictly speaking a triad, it was
rather a structure underlying the earliest religious thought of the Romans, a
reflection of the common Indoeuropean heritage. This grouping has been
interpreted as a symbolic representation of early Roman society, wherein
Jupiter, standing in for the ritual and augural authority of the Flamen Dialis
(high priest of Jupiter) and the chief priestly colleges, represents the priestly
class, Mars, with his warrior and agricultural functions, represents the power
of the king and young nobles to bring prosperity and victory through
sympathetic magic with rituals like the October Horse and the Lupercalia, and
Quirinus, with his source as the deified form of Rome's founder Romulus and his
derivation from co-viri ("men together") representing the combined
military and economic strength of the Roman people. According to his
trifunctional hypothesis, this division symbolizes the overarching societal classes
of "priest" (Jupiter), "warrior" (Mars) and
"farmer" or "civilian" (Quirinus). Though both Mars and
Quirinus each had militaristic and agricultural aspects, leading later scholars
to frequently equate the two despite their clear distinction in ancient Roman
writings, Dumézil argued that Mars represented the Roman gentry in their
service as soldiers, while Quirinus represented them in their civilian
activities. Although such a distinction is implied in a few Roman passages,
such as when Julius Caesar scornfully calls his soldiers quirites
("citizens") rather than milites ("soldiers"), the word
quirites had by this time been dissociated with the god Quirinus, and it is
likely that Quirinus initially had an even more militaristic aspect than
Mars,[citation needed] but that over time Mars, partially through synthesis
with the Greek god Ares, became more warlike, while Quirinus became more
domestic in connotation. Resolving these inconsistencies and complications is
difficult chiefly because of the ambiguous and obscure nature of Quirinus' cult
and worship; while Mars and Jupiter remained the most popular of all Roman
gods, Quirinus was a more archaic and opaque deity, diminishing in importance
over time. References Edit ^ Ryberg, Inez Scott "Was the Capitoline
Triad Etruscan or Italic?". The American Journal of Philology. Festus s.v.
ordo sacerdotum p. 299 L 2nd. ^ Wissowa cited the following sources as
supporting the existence of this triad: Servius ad Aeneidem VIII 663 on the
ritual of the Salii, priests who use the ancilia in their ceremonies and are
under the tutelage of Jupiter, Mars and Quirinus; Polybius Hist. III 25, 6 in
occasion of a treaty stipulated by the fetials between Rome and Carthage; Livy
VIII 9, 6 in the formula of the devotio of Decius Mus; Festus s.v. spolia
opima, along with Plutarch Marcellus 8, Servius ad Aeneidem on the same topic. Wissowa Religion und Kultus der Roemer Munich. Dumézil,
La religion romaine archaique, Paris. Festus s.v.
spolia opima; L 2nd who has Ianus Quirinus, which let it possible an
identification of Quirinus as an epithet of Ianus. ^ G. Dumézil La religion romaine archaique Paris; It. tr. Milano. Quirinus Roman deity Flamen
Priest in ancient Rome Flamen Quirinalis High priest of Quirinus in
ancient Rome Wikipedia Content is available under CC BY-SA 3.0 unless
otherwise noted. Palazzo del Quirinale ospiterà nelle
sale della Palazzina Gregoriana la mostra L’arte di salvare l’arte. Frammenti
di storia d’Italia, curata dal Prof. Francesco Buranelli. L’esposizione è
realizzata in occasione dell’anniversario dell’istituzione del Comando
Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, un reparto specializzato dell’Arma dei
Carabinieri istituito per contrastare i crimini a danno al nostro patrimonio
storico artistico. E’ davvero un onore ed un emozione per noi guidoniani
partecipare alla mostra “L’Arte di Salvare l’arte”. Con un pizzico d’orgoglio
siamo lieti di annunciare che è stata esposta la nostra “Triade Capitolina”,
fiore all’occhiello del Museo di Montecelio, presente anche sull’homepage del
sito del Quirinale all’interno della sezione in cui viene presentata la
mostra. Ringraziamo il Generale dei Carabinieri Fabrizio Parrulli,
Comando Carabinieri di Tutela del Patrimonio Culturale, per l’invito a questo
prestigioso evento. Una presenza davvero gradita nell’inaugurazione è stata
quella della signora Ena, vedova del Generale Roberto Conforti il quale, con la
sua instancabile opera all’interno dell’Arma dei Carabinieri, riuscì a recuperare
la Triade Capitolina sottraendola alla criminalità. La presenza della
Triade al Quirinale rappresenta un volano importantissimo per la crescita
culturale e turistica della nostra Guidonia su cui tutta l’Amministrazione
punta tantissimo. Per tutte le informazioni sulla mostra è
possibile visitare il sito: http://palazzo. quirinale.it/…/_art…/arte-salva_home. Nome compiuto: Claudio
Bonvecchio. Keywords: marziale, simbolo della repubblica romana, simbolo
dell’impero, imago impero, imago mundi, Romolo, primo re, la corona del re. La
spada, il guerriero. Guerra, longobardo, guerra ostrogoto, bellum romanum,
bellum civile, etimologia di ‘mascara’, il concetto di eroe, Europa degl’eroi,
italia degl’eroi, gl’eroi, Bruno, furore eroico, Vico, eta eroica, equites,
cavalleria, massima stirpe guerriera romana, Mars, Marte, marziale, Marte,
padre di Romolo, Marte, emblema della guerra, marziale, campo marzio, Marte,
l’archeologia di Boni, mistica fascista, imago imperi, guerriero, Romolo re
corona, emblem della republica, eta degl’eroi, fascism, fascist imagery. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Bonvecchio,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
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