LUIGI SPERANZA, GRICE ITALO: UN DIZIONARIO -- A-Z C CA
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Castiglione: la ragione conversazionale
– filosofia italiana - Luigi Speranza (Casatico). Abstract. Grice: “When I started giving lectures and seminars – open to
every member of the university – myself being a university lecturer at this
time, and not just St. John’s Tutorial Fellow in Philoosophy – on
‘conversation,’ many thought I had become Castiglione – others, Guazzo!” Filosofo
italiano. Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi
Baldassarre Castiglione (disambigua). Baldassarre Castiglione Raffaello,
Ritratto di Baldassarre Castiglione, 1514-1515 Signore di Casatico Stemma
Nascita Casatico, 6 dicembre 1478 Morte Toledo, 8 febbraio 1529 (50 anni) Luogo
di sepoltura Santuario delle Grazie Dinastia Castiglione Padre Cristoforo
Castiglione Madre Luigia (Aloisia) Gonzaga Consorte Ippolita Torelli Figli
Camillo Anna Ippolita Religione Cattolicesimo Baldassarre Castiglione, anche
chiamato Baldassar e Baldesar (Casatico, 6 dicembre 1478 – Toledo, 8 febbraio
1529), è stato un umanista, letterato, diplomatico e militare italiano, al
servizio dello Stato della Chiesa, del Marchesato di Mantova e del Ducato di
Urbino. Casatico, ingresso di Corte Castiglioni, luogo di nascita di
Baldassarre, con stemma della famiglia La sua prosa e la lezione che offre sono
considerate una delle più alte espressioni del Rinascimento italiano[1]. Soggiornò
in molte corti, tra cui quella di Francesco II Gonzaga a Mantova, quella di
Guidobaldo da Montefeltro a Urbino e quella di Ludovico il Moro a Milano. Al
tempo del sacco di Roma fu nunzio apostolico per papa Clemente VII. La sua
opera più famosa è Il Cortegiano, pubblicata a Venezia nel 1528 e ambientata
alla corte d'Urbino, presso la quale l'autore aveva potuto vivere pienamente la
propria natura cortigiana. Tema cardine del libro è la trattazione, in forma
dialogata, di quali siano gli atteggiamenti più consoni a un uomo di corte e a
una "dama di palazzo", dei quali sono riportate raffinate ed
equilibrate conversazioni che l'autore immagina si tengano durante serate di
festa alla corte dei Montefeltro attorno alla duchessa Elisabetta Gonzaga.
Biografia Le origini e la formazione Baldassarre Castiglione Tiziano,
Ritratto di Baldassarre Castiglione, 1529 circa Nascita Casatico, 6 dicembre
1478 Morte Toledo, 8 febbraio 1529 Cause della morte febbre Luogo di sepoltura
Grazie (Curtatone), Santuario delle Grazie Etnia italiana Religione cattolica
Dati militari Paese servito Marchesato di Mantova Ducato di Urbino Unità
Cavalleria Battaglie Assedio della Mirandola 1510 voci di militari presenti su
Wikipedia Manuale Figlio di Cristoforo Castiglione (1458-1499), uomo d'armi
alle dipendenze del marchese di Mantova Ludovico Gonzaga e di Luigia Gonzaga
(1458-1542), Baldassarre nacque a Casatico, nel mantovano, il 6 dicembre del
1478[2]. Proveniente da una famiglia dedita per necessità al culto delle armi e
al prestar servizio presso signori più potenti[3], all'età di dodici anni fu
inviato, sotto la protezione del parente Giovan Stefano C.[4], alla corte di
Ludovico il Moro, signore di Milano, ove studiò alla scuola degli umanisti
Giorgio Merula, per quanto riguarda il latino, e Demetrio Calcondila, per il
greco[5]. Si impratichì invece della letteratura italiana, appassionandosi in
particolar modo a Petrarca, Dante, Lorenzo il Magnifico e Poliziano, sotto
l'umanista bolognese Filippo Beroaldo[6]. Per quanto riguarda l'esercizio e la
pratica delle armi, si formò insieme a Pietro Monte[7]. Purtroppo il soggiorno
milanese, funestato negli ultimi anni dalla morte della duchessa Beatrice
d'Este e del padre in seguito alle ferite riportate nella battaglia di Fornovo
del 1495, dovette terminare e costrinse il C., in quanto figlio primogenito, a
occuparsi degli interessi familiari a fianco della madre[2]. La parentesi
gonzaghesca Nel 1499 tornò a Mantova al servizio di Francesco II Gonzaga,
marito di Isabella d'Este[N 1], anche se, secondo la Cartwright, C. non fu mai
attratto dalla personalità rude del marchese[8]. Qui, proseguendo la tradizione
familiare, si mise al servizio di Francesco II quale cavaliere, seguendolo
prima a Pavia e poi nuovamente a Milano, dove assistette all'entrata trionfale
di re Luigi XII di Francia il 5 ottobre[5]. Rientrato a Mantova, Baldassarre si
prestò a servire il suo signore come funzionario marchionale (fu castellano di C.
nel Mantovano durante la ridiscesa di Ludovico il Moro a Milano[9]) e,
nell'autunno 1503, lo seguì nel Mezzogiorno ad affrontare gli spagnoli nella
battaglia del Garigliano, subendo, in quel 29 dicembre, una cocente
sconfitta[2]. Al servizio del Ducato d'Urbino Una corte cosmopolita
Raffaello, Ritratto di Guidobaldo da Montefeltro, 1506 circa Nel frattempo il
duca d'Urbino Guidobaldo da Montefeltro, rientrato in possesso dei suoi domini
dopo la morte di Alessandro VI[10], scese a Roma per rendere omaggio al nuovo
papa Giulio II[5]. Con la diretta conoscenza di Roma, di Urbino e del duca
Guidobaldo, C. provò «il fascino, tanto diverso, ma egualmente profondo, delle
due città»[4] rispetto alla più provinciale Mantova. Grazie anche all'interesse
della duchessa Elisabetta Gonzaga, ottenne così di essere dispensato dal
servigio al signore gonzaghesco per trasferirsi nella più promettente e amena
città marchigiana[11], anche se ciò suscitò nel marchese Francesco II un certo
risentimento verso il suo ex servitore[12]. Così, nel 1504, iniziò forse il
periodo più felice per il nobile C., entrando al servizio di una corte più
fastosa ed elegante di quella mantovana. Pur militando per il duca d'Urbino ed
essendo a capo di un manipolo di cinquanta uomini[2][13], egli poté frequentare
la corte urbinate, vero centro cosmopolita di ingegni e centro
d'eleganza: «A Urbino il C. s'incontrò con un comitato di persone
egregie, quali innanzitutto le due nobili dame, la duchessa Elisabetta Gonzaga
e madonna Emilia Pio, cognata della prima, e poi con uomini d'ingegno come
Ottaviano Fregoso [...] Federico Fregoso poi arcivescovo di Palermo, Cesare
Gonzaga, cugino del C., Giuliano de' Medici, il minore dei figli di Lorenzo il
Magnifico...» (Russo, p. 510) Luigi Russo ricorda poi anche il
conte Ludovico di Canossa e l'ormai celebre letterato veneziano e futuro
cardinale Pietro Bembo[14]. Alla corte urbinate il C. poté vivere appieno la
sua natura cortigiana, dedicandosi alla letteratura e al teatro. Nel primo
caso, si occupò dell'allestimento scenico prima dell'egloga Tirsi (1506), poi
nel 1513 de La Calandria, l'opera teatrale dell'amico e futuro cardinale Bernardo
Dovizi da Bibbiena[2][15]. In secondo luogo, raffinò ulteriormente la sua
attività cortigiana, ponendo le basi per l'esposizione teorica del buon
cortigiano nell'opera omonima. Le ambascerie e le missioni militari
Tiziano, Ritratto di Francesco Maria Della Rovere, 1538 circa La residenza a
Urbino non fu però statica: impiegato dal suo signore quale ambasciatore, fu
nell'autunno/inverno 1506[16] in Inghilterra alla corte di Enrico VII Tudor per
ringraziare il sovrano inglese della concessione a Guidobaldo dell'onore di far
parte dell'Ordine della Giarrettiera[17][18][19]. Fu in quest'occasione che
dedicò al sovrano inglese la Epistola de vita et gestis Guidubaldi Urbini
Ducis[2]. Ancora, nel maggio 1507 fu a Milano per rappresentare il duca presso
Luigi XII di Francia[20], ma fu spedito anche a Roma come ambasciatore, visti
gli strettissimi legami feudali che intercorrevano tra la Santa Sede e il
Ducato d'Urbino, ora che il titolo ducale era passato a Francesco Maria I della
Rovere, parente di Giulio II (1508)[21]. Nel frattempo, agli inizi del ducato
di Francesco Maria, C. era stato nominato dal nuovo duca di Urbino podestà di
Gubbio affinché i suoi cittadini rimanessero fedeli alla causa roveresca,
riuscendovi[22]. Durante questi anni l'umanista partecipò anche alle imprese
belliche del papa guerriero, quale per esempio l'assedio della Mirandola che si
svolse dal 19 dicembre 1510 al 20 gennaio 1511 o la presa di Bologna da parte
delle truppe urbinate[2]. Dimostratosi devoto alla causa del suo signore,
questi gli concesse il castello di Nuvilara, nel Pesarese, col titolo di
conte[22][23][24]. Presso la Roma di Leone X Raffaello, particolare
con Leone X Fu questa l'intellighenzia artistico-culturale ereditata dal nuovo
pontefice, Leone X, dalla Roma di Giulio II. Figlio di Lorenzo il Magnifico e
amico del duca e di C.[25], ebbe come ambasciatore di Francesco Maria proprio
quest'ultimo, che doveva rimanere nella capitale della cristianità per
seguitare a fare gli interessi rovereschi[26]. I tre anni che Baldassarre C.
passò alla festosa corte pontificia fecero credere al cortigiano mantovano di
«avere la sensazione che la corte [pontificia, n.d.r.] fosse quasi un duplicato
di quella urbinate»[2]: l'aver ritrovato gli antichi amici del periodo
montefeltrino, la loro frequentazione, l'essere entrato in contatto con
Raffaello e con Michelangelo, stabilendo rapporti cordiali con loro, gli fecero
credere del ritorno all'epoca felice delle feste e delle conversazioni che
spesso C. intratteneva con la colta duchessa Elisabetta Gonzaga. Come scrive il
Mazzuchelli a tal proposito: «Il Conte quivi egualmente servì il Duca ed
attese a' geniali suoi studj, conversando frequentemente col Bembo, col
Sadoleto, col Tibaldeo, e con Federigo Fregoso, e coltivando i più chiari
Professori delle belle arti, cioè Raffaello d'Urbino, Michelangelo Buonarroti,
e altri principali Pittori, Scultori ed Architetti.» (Mazzuchelli, p.
19) Inoltre, a partire dal 1513, l'autore iniziò la stesura del
Cortegiano, dando principio della sua attività anche di scrittore[27].
Purtroppo, la politica del nuovo pontefice rovinò questa chimera. Leone X,
infatti, desideroso di elevare la sua famiglia, dichiarò decaduto il duca
Francesco Maria a favore del nipote Lorenzo II, nonostante il parere negativo
del fratello del pontefice, Giuliano de' Medici duca di Nemours[28].
L'installarsi dei nuovi signori, la fuga del duca a Mantova e la dichiarata
fedeltà alla causa roveresca da parte del C. lo costrinsero a lasciare Roma per
far ritorno nei suoi vecchi domini di Casatico[15][29]. Il secondo
periodo mantovano Tiziano, Ritratto di Federico II Gonzaga, 1529 circa
Rientrato a Mantova, il 15 ottobre 1516 sposò la quindicenne[30] Ippolita
Torelli, figlia di Guido Torelli e di Francesca Bentivoglio[25]. Ristabiliti cordiali
rapporti col signore di Mantova Francesco II Gonzaga, C. trascorse degli anni
abbastanza tranquilli (si ricorda una gita a Venezia in compagnia della sposa e
della corte gonzaghesca[31]) finché nel 1519, divenuto marchese di Mantova il
giovane Federico II, fu rimandato a Roma per consolidare la posizione del nuovo
signore presso papa Leone X[32]. Nel contempo contribuì anche alla causa
roveresca facendo sì che, non appena morì Leone X, il collegio cardinalizio lo
reintegrasse nei suoi domini appena riconquistati con le armi[33]. Al
servizio del papato Rimasto vedovo nel 1520, C. si fece prete per provvedere ai
propri bisogni materiali[2] e ricevette la conferma del suo nuovo stato col
breve del 9 giugno 1521 da parte del pontefice medesimo[4]. Mandato a Roma al
conclave che elesse Adriano VI nella speranza che venisse nominato pontefice il
cardinale Scipione Gonzaga[2], servì sotto Federico Gonzaga ancora come
cortigiano e comandante militare[34][35], ma non c'era più la felicità e il
brio della corte urbinate e della Roma medicea: «Non c'è più
l'entusiasmo, la baldanza, la serenità fiduciosa di quegli anni giovanili;
ormai per lui le fatiche non sono più piaceri come lo erano allora; alla lieta
spensieratezza del giovane è subentrata la gravità dell'uomo che ha vissuto,
lavorato e sofferto, dell'uomo quale noi conosciamo, calmo, equilibrato ed un
poco triste per tutto quel male che è intorno a lui, ma che lo ha lasciato puro
di ogni macchia.» (Bongiovanni, p. 40) Tutto questo cambiò quando,
nel 1523, fu eletto al soglio pontificio il cardinale Giulio de' Medici col
nome di Clemente VII. Nunzio in Spagna Tiziano, Ritratto di Carlo V
seduto, 1548 «jeri N. Sign. [i.e. il papa Clemente VII] mandò per me, e con
molte buone parole e troppo a me onorevoli fecemi un discorso dell'amore, che
egli sempre mi avea portato per merito mio, e della fede che avea in me; ed
estendendosi molto sopra questo, mi disse che adesso gli accadea farmi
testimonio della confidenza, che aveva della persona mia: e questo, che
essendogli necessario mandare un uomo di qualità appresso Cesare [i.e.
l'imperatore Carlo V], dove si ha da trattar la somma delle cose non solo della
Sede Apostolica, ma d'Italia e di tutta la Cristianità, dopo lo aver discorso
tutti quelli, di chi egli si potesse servire in questo luogo, non avea trovato
persona da chi sperasse esser meglio servito che da me; e però desiderava che
io mi contentassi di accettar questa impresa, la quale era la più importante
che in questo tempo avesse per le mani.» (Baldessar C., Lettere, vol. 1,
p. 133) Con queste parole l'umanista riferiva a Federico Gonzaga della
nomina, annunciata il 19 luglio 1524 da parte del papa, a nunzio apostolico in
Spagna presso l'imperatore Carlo V[2]. Sciolto dal legame con il marchese di Mantova,
il 7 ottobre del medesimo anno[2][36] egli partì da Roma per occuparsi di
quest'incarico. La missione non era delle più facili, in quanto il giovane
imperatore era in lotta con il re di Francia Francesco I per la supremazia in
Italia, dove si giocava anche la sicurezza e la credibilità dello Stato
Pontificio. Sconfitto il re di Francia nella battaglia di Pavia del 1525,
Clemente VII, che per arginare lo strapotere imperiale si era alleato ai
francesi, fu invaso dalle truppe spagnole e tedesche dando origine al terribile
sacco di Roma del 1527. Il letterato fu accusato ingiustamente dal papa di non
aver saputo prevedere l'evento[37], nonostante col cardinale Salviati avesse
presentato un memoriale con cui il pontefice si congratulava della vittoria
imperiale[38]. Gli ultimi anni li dedicò alla stampa del Cortegiano, uscito a
Venezia per interesse del Bembo nel 1528, e alla disputa con Alfonso de Valdés
riguardo all'ortodossia cattolica[2]. Interno del santuario di Santa
Maria delle Grazie La morte Colpito da attacchi febbrili, C., riabilitato dalla
Curia, morì a Toledo l'8 febbraio 1529[2]. Fu inizialmente sepolto, per volontà
dell'imperatore che aveva sempre avuto grande stima di lui, nella cappella di
Sant'Ildefonso nella Metropolitana di Toledo[39]. Ai parenti che giunsero in
Spagna, l'imperatore Carlo rimpianse solennemente con queste parole il nunzio
appena scomparso: (ES) «Yo vos digo que ha muerto uno de los mejores
caballeros del mundo.» (IT) «Io vi dico che è morto uno dei migliori
gentiluomini del mondo.» (Aneddoto di Carlo V riportato in Ferroni, p. 7
e in Russo, p. 510) Dopo sedici mesi l'anziana madre, volendo adempiere
alla disposizione testamentaria del figlio, fece trasferire la sua salma a
Mantova per tumularla, accanto a quella della moglie, nel santuario di Santa
Maria delle Grazie, alle porte della città, nella tomba allestita da Giulio
Romano[40]. Nella colonna di sinistra a lato del sarcofago è inciso l'epitaffio
latino dettato da Pietro Bembo: (LA) «Baldassari Castilioni Mantuano
omnibus naturae dotibus plurimis bonis artibus ornato Graecis litteris erudito
in Latinis et Hetruscis etiam poetae oppido Nebulariae in Pisauren[si] ob
virt[utem] milit[arem] donato duab[us] obitis legation[ibus] Britannica et
Romana Hispanien[sem] cum ageret ac res Clemen[tis] VII pont[ificis] max[imi]
procuraret quattuorq[ue] libros de instituen[da] regum famil[ia][N 2]
perscripsisset postremo eum Carolus V imp[erator] episc[opum] Abulae creari
mandasset Toleti vita functo magni apud omnes gentes nominis qui vix[it]
ann[os] L m[ense]s II d[iem] I Aloysia Gonzaga contra votum superstes fil[io]
b[ene] m[erenti] p[osuit] ann[o] D[omini] MDXXIX» (IT) «A Baldassare C.
mantovano, adorno di tutte le doti naturali e di moltissime belle arti, erudito
nelle lettere greche e in quelle latine e italiane anche poeta. Avuto in dono
per il suo valore militare il castello di Novilara nei pressi di Pesaro,
portate a termine due legazioni in Inghilterra e a Roma, mentre conduceva
quella in Spagna e curava gli interessi del pontefice massimo Clemente VII,
completò di scrivere i quattro libri del Cortegiano; infine, dopo che
l'imperatore Carlo V ordinò che venisse creato vescovo di Avila, concluse la
sua vita a Toledo godendo di grande rinomanza presso tutti i popoli. Visse anni
50, mesi 2 e 1 giorno. La madre Luigia Gonzaga, superstite contro il proprio
desiderio, al figlio benemerito pose questo monumento nel 1529.»
(Epigrafe di Baldassare C., riportata in Mazzuchelli) Discendenza
Baldassarre e Ippolita ebbero tre figli:[2][41] Camillo (1517-1598),
condottiero Anna (1518 - ?), sposò Alessandro dei conti d'Arco e quindi il
conte Antonio Ippoliti di Gazoldo Ippolita (1520 - ?), sposò Ercole Turchi di
Ferrara Ascendenza Genitori Nonni Bisnonni Baldassarre C. Cristoforo C.Antonia da
Baggio Cristoforo C. Polissena Lisca Alessandro Lisca Amante
da Fogliano Baldassarre C. Antonio Gonzaga Luigi Gonzaga
Luigia Gonzaga Luigia Gonzaga Francesca degli Uberti
Gianfrancesco degli Uberti Bianca Gonzaga
Pensiero Uno scrittore non professionista Panoramica del Palazzo
dei duchi di Urbino, ove C. visse parte della sua vita C. non fu uno scrittore
professionista al pari di Pietro Bembo o di Ludovico Ariosto. La sua
testimonianza letteraria, a partire dall'opera maggiore fino alle prove minori,
era inquadrata da un lato nel tentativo di celebrare un modello di cortigiano
ideale in un'epoca in cui il principato era diventato la realtà quasi assoluta
nel contesto geopolitico italiano dell'epoca; nel secondo, invece, era quella
di un'esibizione della sua cultura personale ai fini sempre della
cortigianeria. Come scrive Giulio Ferroni: «la sua cultura ricca e varia non è
però [...] la cultura di un professionista: la letteratura è per lui
espressione del suo essere gentiluomo e un modo di partecipare alla vita della
società nobiliare»[15]. Semmai, piuttosto, se si prende il Cortegiano quale
misura del mondo C.sco, si può anche parlare di doverosa testimonianza di un
mondo che non c'è più, «un luogo mitico, immagine di una felicità
perduta»[27][N 3] devastata poi dalle guerre per il potere e il dominio tra gli
uomini[N 4]. Lasciando parola all'autore stesso: «...e come nell’animo
mio era recente l’odor delle virtú del duca Guido e la satisfazione che io
quegli anni aveva sentito della amorevole compagnia di così eccellenti persone,
come allora si ritrovarono nella corte d’Urbino, fui stimulato da quella
memoria a scrivere questi libri del Cortegiano; il che io feci in pochi giorni,
con intenzione di castigar col tempo quegli errori, che dal desiderio di pagar
tosto questo debito erano nati.» (C., Dedica, I, p. 13) Il perfetto
cortigiano In un'epoca in cui la cortigianeria era divenuto il nuovo modello
del vivere sociale presso i potenti C. fu, nella schiera dei principali
letterati dell'epoca, il «precettista della vita di corte»[42]. Nel quadro
della corte feltrina e poi roveresca, il C. delinea una serie di modi di porsi
e di comporsi da parte del cortigiano, oltreché a precise indicazioni sulla sua
condotta e alla sua formazione culturale e fisica. In sostanza, il Cortegiano
si presenta quale «moderno erede della pedagogia umanistica»[43] in quanto
l'uomo che vi si raffigura è «un uomo versatile e aperto, duttile e completo; è
esperto di armi e di politica, ma sa anche di lettere, filosofia ed arti, è
raffinato ma senza affettazione, è coraggioso e valente, ma senza
ostentazione»[43]. In sostanza, è un trattato di pedagogia rivolto a chi vive
nel mondo ristretto ed elitario delle corti. Grazia e sprezzatura
Bernardino Campi, Baldassarre C. Doti fondamentali su cui si deve poggiare il
cortigiano per C. sono la grazia e la sprezzatura. La grazia del cortigiano,
propria di una specifica classe aristocratico-nobiliare[44], è essenziale alla
vita di corte in quanto «la grazia, le maniere gentili e amabili sono dunque le
condizioni che permettono al gentiluomo di conquistare "quella universal
grazia de' signori, cavalieri e donne"»[45]. Sempre seguendo il
ragionamento di Maria Teresa Ricci, «la grazia appare dunque come una specie di
abilità che ha per scopo di piacere e convincere. Il cortegiano, come
l'oratore, deve saper commuovere, persuadere, convincere gli altri. Egli deve
essere in grado di dare sempre una "buona opinione" di sé»[46]. In
sostanza, deve saper apprendere questa capacità per poter vivere nell'ambiente
di corte. La grazia però è connessa con la cosiddetta sprezzatura, ossia la non
visibilità dello sforzo con cui il cortigiano fa manifesto della grazia
acquisita, qualità contrapposta all'affettazione, ossia «l'ostentazione di un
comportamento ricercato, di cui risulta sottolineata l'innaturalezza e
artificiosità»[47]: «Ma avendo io già più volte pensato meco onde nasca
questa grazia, lasciando quelli che dalle stelle l'hanno, trovo una regula
universalissima, la qual mi par valer circa questo in tutte le cose umane che
si facciano o dicano più che alcuna altra, e ciò è fuggir quanto più si po, e
come un asperissimo e pericoloso scoglio, la affettazione; e, per dir forse una
nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l'arte e
dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza
pensarvi.» (C., I, XXVI, p. 45) Il C. però propone, nonostante la
naturalezza della sua teoria, una vita che sia mimesi di quella reale: il
cortigiano agisce «in un teatro delle apparenze»[48] nel quale invece è
l'affettazione a dominare sulla sprezzatura e non l'incontrario.
L'esaltazione delle lettere Nella discussione dialogica del Cortegiano emerge
poi la supremazia artistica e formativa delle lettere tra le qualità del
cortigiano. Per C. «la vera gloria degli uomini è quella che si commenda
"al sacro tesauro delle lettere"»[49] in quanto tutti gli antichi,
compresi i conquistatori e i politici[50], ne seguirono le orme per una gloria
duratura nei secoli. Consigliere del principe L'umanista olandese
Erasmo da Rotterdam propose un modello pedagogico e politico in buona parte
simile a quella del C. Nel IV libro del Cortegiano si tratta dei rapporti tra
cortigiano e principe. Il discorso, tenuto da Ottaviano Fregoso, tratta di un
argomento che risulta «inatteso, in qualche modo disomogeneo con le prime tre
parti dell'opera»[51]. Il tono del discorso, infatti, risulta molto più serio e
concreto, in quanto il Fregoso (sotto il quale si cela l'animo dell'autore)
denuncia la degenerazione delle corti dovuta a cortigiani inetti e
all'immoralità dei principi. Sarà dunque il cortigiano perfetto, quello
delineato nei primi tre libri, a dover “correggere” questo stato di cose,
educando e consigliando il principe sulla strada della virtù. Il modello del
principe di C., che si rifà ancora all'Umanesimo quattrocentesco di Coluccio
Salutati e Matteo Palmieri e che trova riscontri nella pedagogia erasmiana
dell'Institutio principis christiani[52], è quanto mai lontano da quello
machiavelliano: se entrambi concordano sulla necessità della virtù del principe
per governare, C. si propone di allontanare dall'immoralità il principe, la
stessa che invece Machiavelli dichiara essere necessaria per il governo dello
Stato nei casi di necessità: «Il fin adunque del perfetto cortegiano, del
quale insino a qui non s’è parlato, estimo io che sia il guadagnarsi per mezzo
delle condicioni attribuitegli da questi signori talmente la benivolenzia e
l’animo di quel principe a cui serve, che possa dirgli e sempre gli dica la
verità d’ogni cosa che ad esso convenga sapere, senza timor o periculo di
despiacergli; e conoscendo la mente di quello inclinata a far cosa non
conveniente, ardisca di contradirgli, e con gentil modo valersi della grazia acquistata
con le sue bone qualità per rimoverlo da ogni intenzion viciosa ed indurlo al
camin della virtú.» (C., IV, 5, p. 241) Come fanno notare Salvatore
Guglielmino ed Hermann Grosser, però, il modello politico del cortigiano C.sco
è simbolo di una crisi di valori per cui il suo campo d'azione presso il
principe non è quello di un primus inter pares, quanto solo quello di un mero
consigliere, preludio alla trasformazione del cortigiano nel mero secretario
custode dei segreti indiscutibili del principe[53]. La dama di
corte Raffaello, Ritratto di Elisabetta Gonzaga, 1504-1505 Corrispettivo
dell'uomo di corte deve essere la dama di palagio, che nell'opera assume una
posizione rilevante grazie alla figura della duchessa Elisabetta Gonzaga, della
cognata Emilia Pio, di Costanza Fregoso e Margherita Gonzaga[54]. Secondo
quanto disposto dal C. nel III libro della sua opera, la dama di palazzo (o di
corte) deve essere istruita nelle belle lettere, nelle arti, nella musica e
nella danza, oltre ad essere al contempo una buona moglie ed una buona madre di
famiglia: deve essere dunque una donna «honesta», vocabolo che non indica
l'onestà come virtù morale, quanto l'adozione di certi valori etici e sociali
da cui ci si aspetterebbe da una donna di buoni costumi così come delineati
nell'opera. Per quanto riguarda la dama non ancora sposata, sarà necessario che
essa ami soltanto chi è disponibile a maritarsi con lei e deve rivolgere le
attenzioni maschili a discorsi virtuosi ed onesti, disdegnando invece le
promesse d'amore fatte in modo vago e senza alcun preciso intento di
mantenerle[55]. Fulcro della perfezione della donna di corte è rappresentato
dalla duchessa Elisabetta Gonzaga, come delineato da Uberto Motta:
«Elisabetta è la segreta sorgente a cui C. riconduce le ragioni più intime
della sua scrittura: nei temi, nei generi e nelle forme. Da lei, e
dall’incontro con lei, viene fatta discendere la scoperta e la rivelazione di
un nuovo modo di essere al mondo: la duchessa è una donna unica, l’esclusivo
prototipo della virtù e del valore, la sola compagna all’altezza del fine animo
di Guidubaldo, e a dispetto degli infortuni politici dello stato, e delle
tristezze procuratele dallo sterile matrimonio e dalla vedovanza.»
(Motta, Sotto il segno di Elisabetta. Il mito della duchessa) La
questione della lingua All'inizio del '500, davanti alla rinascita
dell'interesse del volgare dovuto all'umanesimo omonimo, ci si pose quale
dovesse essere il veicolo comunicativo da utilizzare fra gli italiani e quali
dovessero essere i modelli di questa lingua. Secondo Uberto Motta, C. si pone
nella linea dell'anticiceronianesimo appreso alla scuola milanese del
Calcondila e del Merula[56], rispondendo a quella che i critici vaglieranno
come teoria cortigiana, opposta a quella che in quegli anni Pietro Bembo stava
elaborando e che vedrà la luce con le Prose della volgar lingua. Claudio
Marazzini sintetizza così la teoria cortigiana: «la differenza tra questo
ideale linguistico e quello di Bembo sta nel fatto che i fautori della lingua
cortigiana non volevano limitarsi all'imitazione del toscano arcaico, ma
preferivano far riferimento all'uso vivo di un ambiente sociale determinato,
quale era la corte»[57]. Infatti tale posizione viene esplicitata da Federico
Fregoso nel Cortigiano nel I libro: Però io laudarei che l’omo, oltre al
fuggir molte parole antiche toscane, si assicurasse ancor d’usare, e scrivendo
e parlando, quelle che oggidí sono in consuetudine in Toscana e negli altri
lochi della Italia, e che hanno qualche grazia nella pronuncia.» (C.,
Cortegiano) Opere Il Cortegiano Lo stesso argomento in dettaglio:
Il Cortegiano. «Il tempo che egli passò in Urbino fu dunque quello che
maggiormente influì a dare quasi il segno all'arte sua. Il libro del Cortegiano
vide la luce assai appresso, ma non può negarsi che l'atteggiamento che egli
prende di fronte alla sua arte, di lì sia venuto.» (Bongiovanni)
Edizione inglese del 1603 a partire da quella di Thomas Hoby del 1561 La sua
fama è legata a Il libro del Cortegiano, trattato in quattro libri in forma
dialogica. Scritto in varie fasi, il Cortegiano si ambienta quando il duca
Guidobaldo era ancora vivo, e fu stampato a Venezia. Nel signorile ambiente
della corte di Urbino si svolgono, in quattro serate, dei dialoghi in cui si
disegna l'ideale figura del perfetto cortigiano: nobile di stirpe, vigoroso,
esperto delle armi, musico, amante delle arti figurative, capace di comporre
versi, arguto nella conversazione. Tutto il suo comportamento doveva dare
impressione di grazia e eleganza. Simile a lui la perfetta "dama di
palazzo". Serve così a comprendere non una realtà d'epoca, ma le
aspirazioni di una classe a una vita contraddistinta da un elegante ordine
razionale, un'idea di bellezza che desse alla vicenda terrena un significato
superiore ed eterno. L'opera ebbe immediata e generale fortuna in Europa e
servì da modello, anche come prosa, benché non conforme ai precetti di Pietro
Bembo: nel Cortegiano si espone anche un ideale di compostezza armoniosa nel
campo della produzione in prosa, contraddistinta da elevatezza di impianto
generale, ricchezza e fluidità, duttilità a registri diversi di
scrittura. Tirsi Frontespizio delle opere latine e volgari di
Baldesassar C., presso Giuseppe Comino, Padova
Il Tirsi è un'egloga in 55 ottave[59], elaborata insieme al cugino e
amico Cesare Gonzaga, che celebra i vari letterati presenti alla corte
urbinate, riconoscibili tramite i versi che sono stati da loro scritti. La
scena si apre con il lamento del pastore Iola per il rifiuto dell'innamorata ninfa
Galatea di unirsi a lui, quando interviene Tirsi che esalta una divinità locale
(dietro cui c'è Elisabetta Gonzaga) e tutti coloro che si sono posti sotto la
sua protezione[60]. Il chiaro retaggio virgiliano dell'opera è dovuto al fatto
che i personaggi che vi compaiono appaiono tutti nelle Bucoliche del poeta
mantovano[61], ma vi si intravedono anche stilemi tratti da Orazio, Ovidio e
Catullo, oltreché la metrica adottata nell'Orfeo del Poliziano. Fu stampato per
la prima volta nel 1553 a Venezia a cura di Anton Giacomo Corso[63]. Rime
La produzione in ambito poetico è alquanto esigua, anche se nell'epitaffio
mortuario del Bembo si parla di «litteris [...] hetruscis etiam poetae». Le
rime, concentrate nel periodo urbinate[64], per C. appaiono «come strumento di
estrinsecazione dell'identità del cortigiano» e risentono del petrarchismo
cortigiano[65] oltreché dall'influenza poetica classica. Constano di due
canzoni e di cinque sonetti, stampati dall'abate Serassi nel 1771 nel secondo
volume delle Lettere[68]. Carmina Consistono in un'egloga intitolata
Alcon, dedicata in morte dell'amico Domizio Falcone[69] e basata su metri e
tematiche estratte dalle Bucoliche e dalle Georgiche virgiliane[70], in un
poemetto col titolo Cleopatra, in elegie e in epigrammi[68]. Furono raccolti
per la prima volta da Giovanni Antonio e Gaetano Volpi nell'edizione delle
Opere volgari e latine del 1733 in numero di diciotto, cui ne fu aggiunto un
altro inedito nell'edizione delle Poesie volgari e latine del 1760 curata da
Pierantonio Serassi per un insieme di diciannove carmi. Per la precisione, i
titoli sono i seguenti: Alcon, Cleopatra, Prosopopoeia Ludovici Pici
Mirandulani, De Elisabella Gonzaga canente, Elegia qua fingit Hippolyten suam
ad se ipsum scribentem, Ad puellam in litore ambulantem, Ad eamdem, De morte
Raphaelis pictoris, De Paullo canente, De viragine, Ad amicam, Epitaphium
Gratiae puellae, Insignium domus Castilioniae descriptio, Hippolytae Taurellae
coniugis epitaphium, Eiusdem tumulus, Ex Corycianis, In Cupidinem Praxitelis,
De Julio Caesare, De amore. Epistole Oltre alle sedici epistole in
volgare[72], tra le lettere degne di menzione si ricordano il De Vita et Gestis
Guidubaldi Urbini Ducis, panegirico in prosa del duca d'Urbino presentato ad
Enrico VII d'Inghilterra in occasione della morte di Guidobaldo e tentativo di
realizzare la figura ideale di principe; e la Lettera a Papa Leone X, che
tratta delle antichità romane e del modo con cui i romani costruivano i loro
edifici[73]. La fortuna Torquato Tasso Traduzioni del Cortegiano In
Europa il nome di Baldassarre C. è intrinsecamente legato alla sua opera più
celebre, Il libro del Cortegiano, quale modello di comportamento presso le
corti. C. trovò terreno fertile in Spagna dove già nel 1536 il poeta Juan Boscán
tradusse Il Cortegiano in spagnolo[74], mentre nel 1537 fu traslato in francese
da Jacques Colin d'Auxerre (Le courtisan), nel 1561 in inglese da Thomas Hoby
(The courtier)[2][75] e nel 1565 in tedesco dal bavarese Laurentz Kratzer[76].
Seguirono traduzioni anche in latino del Cortegiano, come quella di Hieronimus
Turler la quale fu pubblicata a Wittenberg. Secondo Beffa-Negrini e lo
scrittore veronese Benini, nel XVII secolo, vi fu la traduzione dell'opera
anche in lingua russa[78]. Nel corso dei secoli Criticato parzialmente da
Torquato Tasso nel suo dialogo Il Malpiglio overo de la corte a causa delle
forti discordie che intercorrevano tra quell'ambiente e il poeta d'origine
bergamasca (ma anche per il mutato cambiamento sociale intercorso)[79], l'opera
di C. fu posta all'Indice dei libri proibiti nel 1576: il figlio di lui,
Camillo, ricevette notizia direttamente dalla Santa Sede[80]. Neanche la
versione "ripulita" di Antonio Ciccarelli permise al Cortegiano di
essere tolto dai libri proibiti, come riconfermato da papa Sisto V. Comunque Il
Cortegiano continuò a circolare e, con la fine dell'età della Controriforma, fu
visto nel XIX e nel XX secolo come l'emblema stesso del Rinascimento[82].
Opere Baldassarre C., Il libro del Cortegiano, a cura di Giulio Carnazzi,
Milano, Fabbri Editore, 2001 [1995], SBN TO01070935. Baldassarre C.,Il Libro
del Cortegiano, a cura di Ettore Bonora, commento Paolo Zoccola, , Mursia,
Milano Baldassarre C. e Cesare Gonzaga,
Rime e Tirsi, a cura di Giacomo Vagni, Bologna, I Libri di Emil, Baldessar C.,
Lettere ora per la prima volta date in luce e con annotazioni storiche
illustrate, a cura di Pierantonio Serassi, vol. 1, In Padova, presso Giuseppe
Comino, Omaggi poetici e letterari Il poeta Matteo Bandello ha dedicato a
Baldassarre C. la Novella XLIV della Prima parte. Note Esplicative ^ I rapporti
tra il C. e Isabella d'Este furono sempre improntati ad armonia per spirito di
vedute e per interessi comuni. A rappresentare l'amicizia ormai consolidata,
Isabella decise di partecipare in prima persona al corteo nuziale del C. con
Ippolita Torelli. Cfr. Bongiovanni. ^ De instituenda regum familia
("Sull'istruzione della corte dei regnanti") è il titolo latinizzato
che il Bembo dà a Il Cortegiano. ^ Per un discorso più ampio, cfr. Motta 2003,
pp. 69-168. ^ In Ferroni, p. 9. non a caso si parla di un tentativo di
«esaltare [con] questo sogno un modo di rispondere alle rovinose
"mutazioni" dell'Italia contemporanea». ^ Finucci, p. 92: «Le donne
sono presenti inoltre perché necessario, lo si metterà ben in chiaro, "non
solamente all'esser ma ancor al ben esser" (3, 40, 246) dell'uomo, della
famiglia e della corte, quindi ai valori familiari, sociali e politici che
costituiscono la società che qui con cura viene messa in scena
dall'autore.» Bibliografiche ^ Motta, Baldassarre C.: «L'opera,
all'indomani della prima edizione (1528), si afferma, a livello internazionale,
come autentico capolavoro e nuovo punto di riferimento nella letteratura etica
e politica, sulla scia dei sublimi modelli antichi di Aristotele e Cicerone, di
cui, consapevolmente, aggiorna e puntualizza la lezione.» Mutini. ^ «La
guerra come duro scotto di privazioni e di sangue, o come gioco millantato e
fastoso, era il loro appannaggio: la morte e la finzione costituivano i termini
di un'alterità in cui si celebrava, in mancanza di una struttura sociale
subordinante, l'assoluta devozione al signore...» (Mutini)
Cian. Mazzuchelli, p. 16. ^ Cartwright Bongiovanni, p. 25. ^ Cartwright But
loyally as C. served his master, Francesco Gonzaga's personality, it is evident,
never attracted him», ossia «A parte che C. servì lealmente il suo signore, la
personalità di Francesco Gonzaga, è evidente, non l'entusiasmò mai». ^
Cartwright, 1, p. 28. ^ Cartwright, 1, p. 38. ^ Mazzuchelli, pp. 16-17. ^
Martinati, p. 12. ^ Martinati, p. 13. ^ Russo, p. 510. Ferroni, p. 7. ^
Martinati, p. 16. ^ Mazzuchelli, Martinati, p. 14. ^ Cartwright, 1, p. 188:
(EN) «Henry, by the grace of God, King of England and France, Lord of Ireland,
Soveraign of the Most Noble Order of the Garter...Forasmuch as we understand
that the right noble prince, Gwe de Ubaldis, Duke of Urbin, who was heretofore,
elected to be one of the companions of the said noble Order» (IT)
«Enrico, per la grazia di Dio, Re d'Inghilterra e Francia, Signore d'Irlanda,
protettore del nobilissimo ordine della Giarrettiera...Dato che noi intendiamo
che il giusto nobile principe, Guidobaldo, Duca di Urbino, che era fino a
questo momento, eletto ad essere uno dei membri del suddetto nobile
Ordine...» ^ Martinati, p. 18. ^ La coppia ducale era senza figli per
l'impotenza di Guidobaldo e così, il 18 settembre 1504, Guidobaldo fu costretto
ad accettare come successore Francesco Maria Della Rovere, nipote del
pontefice. Cfr. Cartwright Mazzuchelli, p. 18. ^ Martinati, p. 24. ^
Bongiovanni, p. 31. Mazzuchelli, p. 19. ^ Martinati, p. 23.
Ferroni, p. 8. ^ Bongiovanni, p. 141. ^ Martinati, p. 28 e sgg. ^ Cartwright, 1, p. 411; p. 415: «Ippolita married at fifteen, and died
four years later, before she was quite twenty». ^ Mazzuchelli, p.
20. ^ Martinati Martinati, p. 41. ^ Mazzuchelli, p. 21. ^ Bongiovanni, p. 39. ^
Cartwright, 2, p. 248. ^ Mazzuchelli, p. 22. ^ Martinati, p. 47. ^ Mazzuchelli,
p. 23. ^ Martinati. ^ Pompeo Litta, Famiglie celebri di Italia. Castiglioni di
Milano., Torino, 1835. ^ Russo, 1, p. 257. Guglielmino-Grosser, p. 282. ^
Ricci, p. 237. ^ Ricci, p. 237. Il testo del Cortegiano è tratto dal capitolo
II, par. 17. ^ Ricci, p. 238. ^ Ferroni, p. 78, n. 15 §1. ^ Ferroni, p. 9. ^
Russo Russo Ferroni Scarpati, p. 435: «La rete dei valori e dei disvalori che
si disegna non è dissimile da quella tracciata da Erasmo». ^
Guglielmino-Grosser, pp. 282-283. ^ Finucci, p. 91. Ferroni, p. 88. ^
Motta Marazzini, Motta, Il libro del Cortegiano. La genesi del testo. ^ Vagni,
p. 773. ^ Vagni, p. 734. ^ Vagni 2015, p. 187. ^ Cartwright, 1, p. 159. ^ Vagni
2015, p. 192. ^ Vagni 2015, p. XXVI. Vagni 2015, p. XXV. ^ Vagni 2015, p.
XXX. ^ Mazzuchelli, p. 32. Mazzuchelli, p. 33. ^ Motta, La produzione
poetica. I carmi latini. ^ Cartwright, 1, p. 144. ^ Mazzuchelli, pp. 33-34. ^
Mazzuchelli, p. 30. ^ Mazzuchelli, p. 34. ^ Pozzi. ^ Loewenstein-Mueller, p.
349. ^ Burke, p. 64. ^ Cartwright, Cartwright, 2, p. 440. ^ Cfr. il saggio di
Cox, pp. 897-918. ^ Cartwright, 2, p. 443. ^ Cartwright Burke, IV di cop. ^ La
prima parte de le Novelle, In Lucca, per il Busdrago, 1554. Bibliografia (FR)
Roland Antonioli (a cura di), Lumieres de la Pleiade, Parigi, J. Vrin Bongiovanni,
Baldassar C., Milano, Edizioni Alpes Bonora, Baldassarre C. e il
"Cortegiano, Storia della Letteratura Italiana, Garzanti IV,
Milano,pag.210-218 Peter Burke, Le fortune del Cortegiano. Baldassarre C. e i
percorsi del Rinascimento europeo, traduzione di Annalisa Merlino, Roma,
Donzelli Cartwright, Baldassare C. the perfect courtier: his life and letters,
London, John Murray Cartwright, Baldassare C. the perfect courtier: his life
and letters London, John Murray Cian, C., Baldassarre, collana Enciclopedia
italiana, vol. 9, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana Cox, Tasso's
"Malpiglio overo de la corte: The courtier" Revisited, in The Modern
Language Review, vol. 90, n. 4, Modern Humanities Research Association Ferri,
Il racconto del Cortigiano. Vita e storie di Baldassarre C., Collana Saggi,
Milano, Solferino Ferroni, Dal Classicismo a Guicciardini (1494-1559), collana
Storia della Letteratura Italiana, vol. 6, Milano, Mondadori Finucci, La donna
di corte: discorso istituzionale e realtà ne"Il libro del cortegiano"
di B. C., in Annali d'Italianistica, vol. 7, Arizona SGuglielmino e Hermann
Grosser, Dal Duecento al Cinquecento, collana Il sistema letterario, 1. Storia,
Milano, Principato Pompeo Litta, Famiglie celebri di Italia. Castiglioni di
Milano., Torino Loewenstein e Janel Mueller (a cura di), The Cambridge History
of Early Modern English Literature, Cambridge Marazzini, La lingua italiana:
profilo storico, 3ª ed., Bologna, Il Mulino, Martinati, Notizie
storico-biografiche intorno al conte Baldassare C., Firenze, coi tipi dei
successori Le Monnier Mazzacurati, Baldassar C. e la teoria cortigiana:
ideologia di classe e dottrina Critica, in MLN Mazzuchelli, C. Baldassarre.
Articolo inedito dell'opera intitolata «Gli scrittori d'Italia», a cura di
Enrico Narducci, Estratto da Il Buonarroti, Roma, Tipografia delle scienze
matematiche e fisiche, Motta, La «questione della lingua» nel primo libro del
Cortegiano: dalla seconda alla terza redazione, in Aevum, vol. 72, n. 3,
Milano, Vita e Pensiero, Motta, C. e il mito di Urbino: studi sulla
elaborazione del "Cortegiano", Milano, Vita e Pensiero Mutini, C.,
Baldassarre, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 22, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Quondam, Questo povero cortegiano. C., il libro, la
storia, Bulzoni, Maria Teresa Ricci, La grazia in Baldassar C.: un'arte
senz'arte, in Italianistica: Rivista di letteratura italiana, vol. 32, n. 2,
Accademia Editoriale Russo, Pietro Bembo e la sua fortuna storica, in Belfagor,
Firenze, Leo S. Olschki Russo, Baldassar C., in Belfagor, Firenze, Leo S. Olschki
Scarpati, Dire la verità al Principe, in Aevum, Milano, Vita e Pensiero Vagni,
L'onorata schiera della duchessa Elisabetta. Ipotesi attributive sul Tirsi di
Baldassar C. e Cesare Gonzaga, in Aevum, Milano, Vita e Pensiero, Voci
correlate Carta Castiglioni Ducato di Urbino Marchesato di Mantova Francesco II
Gonzaga Ludovico il Moro Papa Leone X Papa Clemente VII Carlo V d'Asburgo
Guerre d'Italia Il Cortegiano Castiglióne, Baldassarre, su Treccani.it –
Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Vittorio Cian, C.,
Baldassarre, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
1931. Modifica su Wikidata Castiglióne, Baldassarre, su sapere.it, De Agostini.
Ulick Peter Burke, Baldassare C., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc.Baldassarre C., su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana.
Baldassarre C., su Dictionary of Art Historians, Lee Sorensen. Modifica su
Wikidata Opere di Baldassarre C., su Liber Liber. Modifica su Wikidata Opere di
Baldassarre C. / Baldassarre C. (altra versione), su MLOL, Horizons Unlimited.
Opere di Baldassarre C., su Open Library, Internet Archive. Opere di
Baldassarre C., su Progetto Gutenberg. Audiolibri di C., su LibriVox.
Baldassarre C., su Goodreads. Baldassarre C., in Catholic Encyclopedia, Robert
Appleton Company. Modifica su Wikidata Baldassarre C., in Archivio storico
Ricordi, Ricordi & C. Modifica su Wikidata Uberto Motta, Baldassarre C., su
internetculturale.it. In particolare: Sotto il segno di Elisabetta. Il mito
della duchessa, su internetculturale.it. La produzione poetica. I carmi latini,
su internetculturale.it. Il libro del Cortegiano. La genesi del testo, su
internetculturale.it. Mario Pozzi, La traduzione del Cortegiano e l'aspirazione
spagnola a una cultura degna della nuova condizione imperiale, su
journals.openedition.org. Predecessore Signore di Casatico Successore
Cristoforo C. Camillo C. Predecessore Nunzio apostolico in Spagna Successore
Bernardino Pimentel 1524 - 1529 Girolamo da Schio Portale Biografie
Portale Letteratura Portale Rinascimento Wikimedaglia Questa è una voce
di qualità. Categorie: Umanisti italianiLetterati italianiDiplomatici
italianiItaliani del XVI secoloNati nel 1478Morti nel 1529Nati il 6
dicembreMorti l'8 febbraioNati a Casatico (Marcaria)Morti a ToledoC.Militari
italiani del XVI secoloPoeti ed umanisti alla corte dei Da
MontefeltroDiplomatici al servizio dei GonzagaConiugi dei Torelli Sepolti nel
Santuario della Beata Vergine delle Grazie (Curtatone)[altre]. BALOESSAR
EASTUiLIONE puhulicato per cura BKI. C'ON’I'K CARLO BALDI DI
VB8MK Sraatorv 4«1 n*giio di S«ntrgo^ >• 5 /(
6 ? 552 > -ìj 54(5 ?> O P E R E V «lei
cuDtv BALDKSSAR CASTUiLlONE. VOI.UMi; l'IUMO.
F. 6'- COKTROIAAO DEL CONTE KALDHSSAR
(CASTIGLIONE PLBLICATO PEH CUBA l»Kf. C'ON’TK C;AHI.<»
BAUni »l VENUK Senitura del Regno di Serdegnn.
FIUENZE. KKLinK LE MONNIEH. 185 «. Digilized by
Goosle Digilized by Googlf Nel ripublicare, corretta
sopra i migliori testi, la princi- pale fra le opere del Conte Bàldassar
Castiglione, alla quale va più particolarmente debitore dell’alta sua fama come
scrittore, non è nostra intenzione di farla precedere dalla esposizione della
vita e dall’ esame degli altri scritti letterarii e politici dell’Autore; che
l’uno e l’altra aggiungeremo in luogo più opportuno dove ne publicheremo le
Lettere, in parte inedite, e gli altri scritti latini e volgari. Crediamo tut-
tavia non inutile premettere al presente Volume alcuna pa- rola intorno a
questa sua opera, che fu accolta con univer- sale applauso fino dal primo
apparire, e che, unica nel suo genere in Italia, viene meritamente reputata fra
le più leg- giadre scritture che vanti la lìngua nostra. Movevasi il
Castiglione, com’egli stesso riferisce, a scri- vere il Dialogo del Cortegiano
per la grata memoria degli anni passati a’ servigii di Guidubaldo da
Montefeltro duca d’Urbino; ed, introducendo ad interlocutori i principali fra i
personaggi che con lui si trovavano in quella Corte, ne traeva occasione di
encomio ai principi di Urbino, ed a’ suoi com- pagni ed amici erigeva in quest’
opera un monumento non perituro. Nel presente Dialogo tolse il
Castiglione ad imitare Pla- tone, Senofonte, e sopratutto Cicerone, nelle opere
dove cer- carono ritrarre l’ idea della perfetta Republica, del perfetto Re,
del perfetto Oratore, come il Castiglione l’ idea del per- fetto Cortegiano. Se
non che mal si apporrebbe chi, dalle a Digitized by Google
— li- cose dei nostri tempi o di quelli a noi più vicini estimando gli
usi del tempo del Castiglione, e dell’ opera traendo giudìzio dal solo titolo,
credesse raccogliersi in questo libro ridotte ad arte le vanità o nequizie che
troppo spesso infettano le corti. Lo stesso universale consenso, con che fino
dai tempi dell’Au- tore quest’opera fu ricercata e tenuta in sommo pregio den-
tro e fluori d'Italia, dimostra come, sebbene col titolo e con Li scelta degli
interlocutori il Castiglione intendesse a pagare alla corte di Urbino un
tributo di gratitudine e di lode, pure in realtà nel suo Dialogo non tanto
espresse l’idea di un perfetto Cortcgìano, quanto sodisfece ad un più vero ed
uni- versale bisogno. Il Dialogo del Cortegiano del Castiglione di- fatti nella
massima sua parte altro non è, che un trattato di morale e di bel costume, nel
quale con fine giudizio e bello stile si espone, secondo i consigli della
ragione e della espe- rienza, di quali doti da natura e dall’arte debba essere
for- nito chi voglia procacciarsi la stima e l’ affetto delle persone che lo
circondano ; soltanto in una parte del IV Libro trat- tandosi dei doveri del
Cortegiano come tale, ed insieme di quelli del principe. Il libro
incomincia con un elogio di Federico da Monte- feltro e del suo figliolo Guidubaldo
duchi di Urbino, e di va- ni fra gli uomini insigni che praticavano in quella
corte. Finge poscia l’Autore proposto da Federico Fregoso e scelto ad ar-
gomento di conversazione, il formare con parole un perfetto Cortegiano ; onde
si dimostrasse , ■ che in tutta Italia forse con fatica si ritrovariano
altrettanti cavalieri così singolari, ed, oltre alla principal profession della
cavalleria, così eccellenti in diverse cose, » come allora si trovavano alla
corte di Ur- bino. Il Conte Ludovico da Canossa, al quale ne fu dato l’in-
carico , descrive le qualità di corpo , d’ animo e di fortuna , che 0 per sè
stesse, o nella opinione altrui, valgono ad ag- giunger pregio, 0 siano esse
dono di natura, od opera dello studio e dell’arte, come scienza di lettere,
cognizione di va- Digitized by Coogle lU —
rie lingue, di musica, di disegno, di pittura. Nel primo libro inoltre v’
ha una lunga ed importante digressione, nella quale il Castiglione esprime le
sue opinioni intorno al modo di par- lare e di scrivere la nostra lingua.
Avendo cioè il Canossa dichiarato, doversi in ogni cosa con sommo studio
fi^gire rafTettaùone, e perciò anche nello scrivere e nel parlare: Ludovico da
Canossa condanna l’ uso di parole e di modi an- tiquati e caduti in desuetudine;
laddove Federico Fregoso vuole siadoprino, eccede aggiungano spesso grazia e
gravità al discorso. Colla stessa occasione l’ Autore espone la sua dottrina
intorno alla ortografia: nel che, come noteremo più sotto, dà senza dubio in
grave eccesso, svestendo la lingua italiana del proprio carattere, troppo
concedendo alla etimo- logia e ritraendo la nostra lingua alia forma
latina. Federico Fregoso, quegli stesso che aveva proposto il gioco o
ragionamento del Cortegiano, fu incaricato di prose- guirlo la seguente sera, e
nominatamente di esporre, quando e come si abbia a far uso delle buone qualità
descritte dal Conte Ludovico. Essendo quindi caduta menzione delle face zie,
Bernardo Bibiena ne discorre ampiamente, portandone molti esempii. Tutto questo
lungo tratto, nel quale, ma non servilmente, è seguito Cicerone nel secondo
Libro De Orato- re, è uno dei più ameni del Dial(^o, e quasi un riposo fra i
gravi ragionamenti delle qualità richieste nel Cortegiano. Tolta
occasione da alcuna parola che pone in bocca a Gasparo Pallavicino contro le
femine, nel terzo Libro, sotto la persona di Giuliano de’Medici il Magnifico,
l’Autore espone di quali doti debba essere ornata una perfetta Donna di
Palazzo; passa indi agli elogi delle donne, e adduce esempii di molte che
furono insigni per ogni genere di virtù; tratta del modo con che debbano
comportarsi con chi loro parli di amore; ed infine, tornando Gaspar Pallaviciuo
a dir mal delle donne, l’Autore, per bocca di Ottaviano Fregoso, conchiude, la
verità essere nel mezzo, fra i troppi biasimi del signor Ga-
*r BC H i y C oogte IV — \
sparo, e le troppe laudi che da altri erano loro state prodi- gate.
La prima parte del quarto Libro riguarda più diretta- mente i doveri del
Cortegiano, officio e fine del quale è gui- dare al bene il suo principe. Di
qui si toglie occasione di par- lare delle varie forme di reggimento degli
stati, nonché dei doveri dei principi, e come abbiano a procurare la felicità
dei loro popoli. Passa infine a trattare per bocca di Pietro Bembo delle cose
di Amore , seguendo le dottrine dei Platonici ; in tutto il qual tratto il
Castiglione è mirabile di eloquenza quanto forse non in altra fra le più belle
parli dell’ opera : e COSI compionsi i discorsi delia quarta sera, e il Dialogo
del Cortegiano. Il Castiglione scrisse questo Dialogo nel 1514, e compi-
tolo in breve tempo, a più riprese diede poi opera in limarlo ed accrescerlo.
Nel 1518 essendo stimolato dagli amici a darlo in luce, lo mandò a Giacomo
Sadoleto e a Pietro Bembo, richiedendoli di consiglio. Lo communicò anche a
Vittoria Co- lonna marchesa di Pescara : il che fu poscia occasione della pu-
blicazione dell’opera ; poiché avendone Vittoria Colonna, con- tro la fede
data, fatto trascrivere gran parte, onde se ne spar- sero copie : il
Castiglione, sebbene allora distratto in altre cose, ed inoltre avesse in mente
di aggiungere al libro parecchie cose, che già aveva ordinate nell’ animo,
pensò non dover più oltre differire a publicarlo, affinchè intanto non venisse
in luce mutilo e corrotto per mano d’altri. Due lettere del no- stro Autore,
recentemente publicate dal Conte Valdrighi, for- niscono curiose ed importanti
notizie intorno alla prima edi- zione del Cortegiano, che il Castiglione,
allora Nunzio in Ispagna, fece eseguire in Venezia presso Aldo, in foglio,
l’anno 1528: bella e nitida edizione, ma macchiata di non pochi e talor gravi
errori. Poco sopravisse il Castiglione alla publicazione del suo
Cortegiano, che intanto era stato l’anno stesso ristampato in
V Firenze dagli eredi di Filippo Giunta, edizione che fu in
breve seguita da altre parecchie. Nel 1533 gli eredi d’Aldo 10
ristampavano in minore formalo, dicendo essere più cor- retto del primo,
secondo l'esemplare iscritto di mano propria d'esso Autore; ma fatto sta che
nulla vi è mutato, e soltanto corretti i manifesti errori di impressione. Non
così la terza Aldina, fatta da Giovanni Padovano, ma ad istanza e spesa di
Riesser Federico Torresano d’Asola (1538); poiché in questa 11 testo in
più luoghi è mutato in modo, da non potersi attri- buire fuorché ad una più
diligente collazione del manoscritto. Tracce ancor più evidenti di un nuovo
esame del manoscritto si trovano nella quarta Aldina (1541), sebbene abbia pure
non pochi proprii errori. L'ultima Aldina (1547) non é che una materiale
ristampa della terza; come la quinta, in fo- glio (1545), é a un di presso una
ripetizione dell'edizione originale del 1528. Numerosissime sono le
ristampe di quest’ opera nel se- colo decimosesto, contandosene presso a
quaranta oltre le Aldine, e oltre le traduzioni che tosto se ne fecero in quasi
tutte le lingue di Europa; e ben può dirsi, che fra le opere in prosa che
illustrarono la letteratura italiana nel secolo di Leone X, non altra fu
accolta con più universale favore. — Le anzidetto edizioni, fino a quelle del
Dolce del 1 556 e del 1559, sono una materiale ristampa di alcuna delle Aldine.
Il Dolce poi asserisce bensì avere emendato il testo secondo l' esemplare del
proprio Autore ; ma é evidente ch’ei non ebbe sott’ occhio il manoscritto
originale, né appare ben certo se abbia raffron- tato almeno l'edizione Aldina
del 1528; le mutazioni nel te- sto che s’incontrano nelle edizioni del Dolce
scorgonsi fatte ad arbitrio, sebbene alcune colgano nel segno. 11 testo del
Dolce fu seguito in tutte le altre edizioni di quel secolo, com- presa quella
del Ciccarelli (1584), che diede il Cortegiano espurgato, e fu più volte
ripetuta gli anni seguenti. Se non che appunto pei vincoli frapposti alla
libera publicazione di quest' opera, più non ne fu publicata in Italia che
una sola edizione intera nei secoli decimosettimo e decimottavo, e sole tre
secondo la correzione del Ciccarelli; fra le quali tuttavia è degna di memoria
quella dei fratelli Volpi (1755), che, oltre all’ avere restituito alcuni più
innocenti fra i passi tolti dal Ciccarelli, corresse accuratamente il testo con
un diligente confronto dell’edizione originale del 1528; e su questa edi-
zione, ma coir aggiunta dei passi omessi dal Volpi, è fatta l’edizione di
Vicenza, come pure, quantunque assai negli- gentemente, quella di Milano detta
dei Classici, dalla quale derivano tutte le edizioni posteriori! In
difetto del manoscritto originale, il quale sembra es- sere passato in Francia,
e, venuto in potere del Professore Guglielmo Libri, trovarsi ora colla maggior
parte della ricca sua biblioteca in Inghilterra : ' abbiamo creduto dover
seguire esclusivamente le edizioni Aldine, tratte dall’ esemplare spe- dito di
Spagna per la stampa dall’Autore. A fondamento del- r edizione abbiamo posto
quella del 1528, la quale, non te- nuto conto degli evidenti errori
tipografici, pel testo e per r ortografìa appare avvicinarsi più che alcun’
altra all’ originale dell’Autore ; nè mai da questa ci siamo dipartiti senza
avver- tirne in nota il lettore : sebbene siansi tenute ad accurato con- fronto
anche le seguenti Aldine, delle quali abbiamo portato in nota le principali
varianti. Restano tuttavia alcuni luoghi, dove la lezione di tutte le Aldine è
evidentemente falsa; e quivi, avvertendone il lettore, abbiamo ricevuto le
emenda- zioni del Dolce o dei Volpi, e rare volte alcuna nostra con- gettura.
In fìne dell' opera riproduciamo alcuni passi del Cor- tegiano diversi da
quelli che si trovano nelle edizioni, i quali furono per la prima volta
publicati dall’Abbate Pierantonio Se- rassi, tratti dalla prima bozza del
Gortegiano, che si conser- vava e sembra conservarsi tuttora presso gli eredi
del Casti- glione. Nè vi ha dubio, che il confronto di quella bozza *
Revue des Deux-Mondes, 18S2, cahier de mai, page 325. — VII
— sarebbe di grande utilità in correggere molti luoghi dubii od
errati delle edizioni. Non lieve difficoltà ci si presentava nella scelta
della or- tografia, in che si avessero a publicare le opere del nostro Autore.
La maggior parte degli scrittori di quella età posero alla ortografìa poca
cura, scrìvendo spesso le stesse parole con diversa forma, ora strettamente
attenendosi all'etimolo- gia, ora seguendo la pronunzia volgare. Non così il
Casti- glione, il quale, non nella tessitura dei periodi, ma nella scrittura
dei vocaboli, reputa doversi conservare e conserva difatti la forma latina in
modo , che le sue opere a’ nostri giorni riescirebbero di pressoché impossibile
lettura. Noi pure opiniamo, e l’abbiamo altrove* dichiarato, doversi nella
scrittura delle voci italiane seguire piuttosto l' etimologìa, che non
l’incerta ed incostante pronunzia del volgo. Ma questa regola non deve
estendersi tant’ oltre, che più che l’ ortogra- fia si muti la forma stessa dei
vocaboli, ovvero si ammettano modi repugnanti all’ indole della nostra lingua,
figliola bensì della latina, ma avente regole, carattere, scrittura propria.
Chitolererebbe, che per popolo scrivessimo populo, come vuole il Castiglione,
edHercule, ed excepto, e così via? Ritenemmo adunque bensì costantemente la
forma di vocaboli adottata dall’Autore ; ma quanto all’ ortografìa non la
seguimmo se non in parte, onde non allontanarci di troppo dalla scrittura che
l’Autore professa voler seguire, nè tuttavia rendere il libro illegibile.
Abbiamo conservato le più importanti fra le annotazioni dei precedenti editori,
ed aggiuntone alcune nostre; alle an- notazioni abbiamo premesso brevi cenni
biografici sui perso- naggi introdotti dal Castiglione ad interlocutori nel
Dialogo. 11 testo fu con somma diligenza e a più riprese confrontato e *
Dialogo di Santo Gregorio : Volgariaamento di Fra Domenico Cavalca. Testo di
lingua ridotto alla vera letione da Carlo Baudi di Vesme. Torino, Stamperia
Reale, ISSI: nella prefazione, a pag. xii. vili
corretto sulle edizioni Aldine. Insomma non fu da noi omessa cura 0
fatica, affinchè questa nostra riesca ottima fra le edi- zioni del Cortegiano ;
e simile diligenza porremo intorno agli altri scritti del Conte Baldassar
Castiglione, che daremo fra breve, accresciuti di un gran numero di lettere
inedite, non meno importanti per argomento, che notevoli per purezza di lingua,
e per chiarezza, semplicità e nobiltà di dettato. Carlo
Vesme 1 gennaio 18S4. .1 i.
Al rsTeieado ed illastie signor DON MICHEL DE SILVA VESCOVO
DI VISEO. Quando il signor Goid’Ubaldo di Montefellro, duca d’
Urbino, passò di questa vita, io, insieme con alcun’aitri cavalieri che
l’aveano servito , restai alli servizi! del duca Francesco Maria dalla Rovere ,
erede e successor di quello nel stalo; e come nell’animo mio era re* cenle l’
odor delle virtù del duca Guido , e la satisfazione che in quegli anni aveva
sentilo dell’amorevole compagnia di cosi eccellenti per* sone, come allora si
ritrovarono nella corte d’ Urbino, fui stimolato da quella memoria a scrivere
questi Libri del Cortegiano: il che io feci in pochi giorni, con intenzione di
castigar col tempo quegli errori, che dal desiderio di pagar tosto questo
debito erano nati. Ha la fortuna già moli’ anni m’ ha sempre tenuto oppresso in
così continui travagli, che io non ho mai potuto pigliar spazio di ri- durgli a
termine, che il mio debii giudicio ne restasse contento. Ri* trovandomi adunque
in Ispagna, ed essendo d’Italia avvisato, chela signora Vittoria dalla Colonna,
marchesa di Pescara, alla quale io già feci copia del libro, contra la promessa
sua ne avea fatto trascrivere una gran parte, non potei non sentirne qualche
fastidio, dubitan- domi di molti inconvenienti, che in simili casi possono
occorrere; nientedimeno mi confìdai che l’ ingegno e prudenza di quella Signora
(la virtù della quale io sempre ho tenuto in venerazione come cosa divina )
bastasse a rimediare che pregiudicio alcuno non mi venisse dall’aver obedito a’
suoi comandamenti. In ultimo seppi, che quella parte del libro si ritrovava in
Napoli in mano di molli; e, come sono gli uomini sempre cupidi di novità ,
parea che quelli tali ten- tassero di farla imprimere. Ond’io, spaventalo da
questo pericolo, determinaimi di riveder subito nel libro quel poco che mi
compor- tava il tempo, con intenzione di publicarlo; estimando men male
lasciarlo veder poco castigato per mia mano, che mollo lacerato per man
d’altri. Cosi, per eseguire questa deliberazione, cominciai a ri- leggerlo; e subito
nella prima fronte, ammonito dal titolo, presi non mediocre tristezza, la qual
ancora nel passar più avanti mollo si accrebbe, ricordandomi, la maggior parte
di coloro che sono intro- dotti nei ragionamenti, esser già morti: che, oltre a
quelli de chi si 1 Digitized by DEDICA dell’
autore. 2 fa menzione nel proemio dell’ ultimo, morto è il
medesimo mcsscr Aifonso Ariosto, a cui il libro è’indrizzato; giovane affabile,
discre- to, pieno di soavissimi costumi, ed atto ad ogni cosa conveniente ad
uomo di corte. Medesimamente il duca Julìano de’ Medici, la cui bontà e nobii
cortesia meritava più lungamente dal mondo esser goduta. Messcr Bernardo,
Cardinal di Santa Maria in Portico, il quale per una acuta e piacevole
prontezza d’ ingegno fu gratissimo a qua- lunque lo conobbe, pur è morto. Morto
è il signor Ottavian Fre- goso, uomo a’ nostri tempi rarissimo; magnanimo,
religioso, pien di bontà, d’ ingegno , prudenza e cortesia, e veramente amico
d’onore e di virtù, e tanto degno di laude, che li medesimi inimici suoi fu-
rono sempre costretti a laudarlo; e quelle di^razie che esso co-
stantissimamente sopportò, ben furono bastanti a far fede che la fortuna, come
sempre fu, cosi è ancor oggidì contraria alla virtù. Morti sono ancor molti
altri dei nominati nel libro, ai quali parca che la natura promettesse
lunghissima vita. Ha quello che senza lacrime raccontar non si devria, è die la
signora Duchessa essa an- cor è morta; e se l’animo mìo si turba per la perdita
di tanti amici e signori miei, che m’hanno lasciato in questa vita come in una
solitudine piena d’ affanni , ragion è che molto più acerbamente senta il
dolore della morte della signora Duchessa, che di tutti gli altri, perchè essa
molto più che tutti gli altri valeva, ed io ad essa molto più che a tutti gli
altri era tenuto. Per non tardare adunque a pagar quello che io debbo alla
memoria di cosi eccellente signora, e degli altri che più non vivono, indotto
ancora dal perìcolo del libro, bollo fatto imprimere e pubiicare tale qual
dalla brevità del tempo m’ è stato conceaso. E perchè voi nè della signora
Duchessa nè degli altri che son morti, fuorehe del duca Juliano e del. Cardinal
(K 9aoU Maria in Portico, aveste notizia in vita loro, acciò che, per quanto io
posso, t'abbiate dopo la morte, mandovi questo libro, come un ritratto di
rittura della corte d’ Urbino, non di mano di Rafaello o Michel Angelo, ma di
pittor ignobile, e che solamenie sappia tirare le linee principali, senza
adornar la verità di vaghi co- leri, 0 far parer per arte di prospettiva quello
che non è. E come di’ io mi sia sforzato di dimostrar coi ragionamenti le
proprietà e condizioni di quell! che vi sono nominati , confesso non avere non
che espresso ma nè anco accennato le virtù della signora Dudiessa; perchè non
solo il mio stile non è sufficiente ad esprimerle, ma pur l’intelletto ad
imaginarle: e se circa questo o altra cosa degna di riprensione (come ben so
che nel libro molle non mancano) sarò ripreso, non contradìrò alla
verità. Ma perchè talor gli uomini tanto si dilettano di riprendere,
die DEDICA DELL ADTOBE. O riprendono ancor
quello che non merita riprensione , ad alcuni cbe mi biasimano pcrch’ io non ho
imitato il Boccaccio, nò mi sono obli- gato alla consuetudine del parlar
toscano d’ oggidì , non restarò di dire , cbe ancor che ’l Boccaccio fosse di
gentil ingegno , secondo quei tempi, e che in alcuna parte scrivesse con
discrezione ed in- dustria, nientedimeno assai meglio scrisse quando si lasciò
guidar solamente dall’ingegno ed instinto suo naturale, senz’altro studio 0
cura di limare i scrìtti suoi, che quando con diligenza e fatica si sforzò d’
esser più culto e castigato. Perciò li medesimi suoi fautori affermano, cbe
esso nelle cose sue proprie molto s’ ingannò di giu- dicio, tenendo in poco
quelle cbe gli hanno fatto onore, ed in molto quelle che nulla vagliono. Se
adunque io avessi imitato quella ma- niera di scrivere cbe in lui è ripresa da
chi nel resto lo lauda, non poteva fuggire elmen quelle medesime calunnie che
al proprio Boc- caccio son date circa questo; ed io tanto maggiori le meritava,
quanto cbe l’error suo allor fu credendo di far bene, ed or ii mìo sarebbe
stato conoscendo di far male. Se ancora avessi imitato quel modo cbe da molti è
tenuto per buono , e da esso fu men apprez- zalo, parevamì con tal imitazione
far testimonio d’ esser discorde di giudicio da colui che io imitava : la qual
cosa , secondo me, era in- conveniente. E quando ancora questo rispetto non
m’avesse mosso, io non poteva nel sobietto imitarlo, non avendo esso mai scritto
cosa alcuna di maniera simile a questi Libri del CoaTECi&NO : e nella lin-
gua , al parer mio , non doveva ; perchè la f<»za e vera regola del parlar
bene consiste più nell’ uso che in altro, e sempre è vìzio usar parole che non
siano in consuetudine. Perciò non era conveniente, ch’io usassi molte di quelle
del Boccaccio, le quali a’ suoi tempi s’ usavano, ed or sono disusate dalli
medesimi Toscani. Non ho an- cor voluto obligarmi alla consuetudine del parlar
toscano d’ oggidì; perchè il commercio tra diverse nazioni ha sempre avuto
forza di trasportare dall’una all’altra, quasi come le mercanzie, così ancor
nuovi vocaboli, i quali poi durano o mancano, secondo che sono dalla
consuetudine ammessi o reprobati ; e questo, oltre il testimonio de- gli antichi,
vedesi chiaramente nel Boccaccio, nel qual son tante pa- role franzesi,
spagnole e provenzali , ed alcune forse non ben intese dai Toscani moderni; cbe
chi tutte quelle levasse, farebbe il libro mollo minore. E perchè, ai parer
mio, la consuetudine del parlare dell’ altre cittò nobili d’Italia, dove
concorrono uomini sa vii, inge- gnosi ed eloquenti, e cbe trattano cose grandi
di governo dei stali , di lettere, d’arme e negozii diversi, non deve essere
del tutto sprez- zata; dei vocaboli cbe in questi loclii parlando s’usano,
estimo aver potuto ragionevolmente usar scrivendo quelli cbe hanno in sè
grazia. Digiiized by Google DEDICA dell’autore.
4 ed eleganm nella pronunzia, e son tenuti communemente per buoni e
significativi , benché non siano toscani, ed ancor abbiano origine di fuor
d’Italia. Oltre a questo, usansi in Toscana molli vocaboli chiaramente corrotti
dal latino, li quali nella Lombardia e nell’ altre parti d’ Italia son rimasti
integri e senza mutazione alcuna , e tanto universalmente s’ usano per ognuno,
che dalli nobili sono ammessi per buoni , e dal volgo intesi senza difficoltà.
Perciò, non penso aver commesso errore, se io scrivendo ho usato alcuni di
questi , e piut- tosto pigliato l’integro e sincero della patria mia, che’l corrotto
e guasto della aliena. Nè mi par buona regola quella che dicon molti , che la
lingua volgar tanto è più bella , quanto è men simile alla la- tina; nè
comprendo perchè ad una consuetudine di parlare si debba dar tanto maggiore
autorità che all’ altra, che, se la toscana basta per nobilitare i vocaboli
latini corrotti e manchi , e dar loro tanta grazia che, cosi mutilati, ognun
possa usarli per buoni (il che non si nega), la lombarda o qualsivoglia altra
non debba poter sostener li medesimi latini puri, integri, proprii, e non
mutati in parte alcuna , tanto che siano tolerabili. E veramente, si come il
voler formar voca- boli nuovi o mantenere gli antichi in dispetto della
consuetudine, dir si può temeraria presunzione : cosi il voler centra la forza della
medesima consuetudine distruggere e quasi sepelir vivi quelli che durano già
molti secoli, e col scodo della usanza si son difesi dalla invidia del tempo,
ed ban conservato la dignità e ’l splendor loro, quando per le guerre e ruine
d’ Italia si son fatte le mutazioni della lingua, degli edifizii, degli abiti e
costumi ; oltra che sia difficile, par quasi una iropielà. Perciò, se io non ho
voluto scrivendo osare le parole del Boccaccio che più non s’ usano in Toscana,
nè sottopormi alla legge di coloro che stimano che non sia licito usar quelle
che non usano li Toscani d’oggidl, parmi meritare escnsazione. Penso adun- que,
e nella materia del libro e nella lingua, per quanto una lingua può ajotar
l’altra, aver imitato autori tanto degni di laude quanto è il Boccaccio; nè
credo che mi si debba imputare per errore lo aver eletto di farmi piuttosto
conoscere per Lombardo parlando lom- ' bardo, che per non Toscano parlando
troppo toscano : per non fare come Teofrasto, il qual , per parlare troppo
ateniese, fu da una sem- plice vecchiarella conosciuto per non Ateniese. Ma
perchè circa questo nel primo Libro si parla a bastanza, non dirò altro, se non
che, per rimover ogni contenzione, io confesso ai miei riprensori, non sapere
questa lor lingua toscana tanto difficile e recondita ; e dico aver scritto
nella mia, e come io parlo, ed a coloro che par- lano come pari’ io : e cosi
penso non avere fatto ingiuria ad alcuno ; chè, secondo me, non è proibito a
chi si sia scrivere e parlare nella DEDICA dell’autore.
5 sua propria lingua ; nè meno alcuno è astretto a leggere o
ascol- tare quello che non gli aggrada. Perciò, se essi non vorran leggere il
mio CoRTEGiANO, non mi tonerò io punto da loro ingiuriato. Altri dicono,
che essendo tanto difllcile e quasi impossibile tro- var un uomo così perfetto
come io voglio che sìa il Cortegìano , è stato superfluo il scriverlo , perchè
vana cosa è insegnar quello che imparar non si può. A questi rispondo, che mi
contenterò aver er- rato con Platone, Senofonte e Marco Tullio, lasciando il
disputare del mondo intelligibile e delle Idee; tra le quali, si come (secondo
quella opinione) è la Idea della perfetta Republica, e del perfetto Re, e del
perfetto Oratore , cosi è ancora quella del perfetto Corte- giano: alla imagìne
della quale s’io non ho potuto approssimarmi col stile, tanto minor fatica
averanno i cortegiani d’approssimarsi con r opere al termine e méta , eh’ io
collo scrivere ho loro pro- posto ; e se, con tutto questo, non potran
conseguir quella perfezion , qual che ella si sia , eh’ io mi sono sforzato
d’esprimere , colui che più se le avvicinerà sarà il più perfetto ; come di
molti arcieri che tirano ad un bersaglio, quando ninno è che dia nella brocca,
quello che più se le accosta senza dubio è miglior degli altri. Alcuni an- cor
dicono, eh’ io ho creduto formar me stesso, persuadendomi che le condizioni eh’
io al Cortegìano attribuisco, tutte siano in me. A questi tali non voglio già
negar, di non aver tentato tutto quello eh’ lo vorrei che sapesse il Cortegiano
; e penso che chi non avesse avuto qualche notizia delle cose che nel libro si
trattano , per eru- dito che fosse stato, mal averebbe potuto scriverle : ma io
non son tanto privo di giudicio in conoscere me stesso, che mi presuma saper
tutto quello che so desiderare. La difesa adunque di queste accusazioni,
e forse di molt’ altre, rimetto io per ora al parere della commune opinione;
perchè il più delle volte la moltitudine, ancor che perfettamente non conosca,
sente però per instinto di natura un certo odore del bene e del male, e, senza
saperne rendere altra ragione, l’uno gusta ed ama, e l’altro rifluta ed odia.
Perciò, se universalmente il libro piacerà, terròllo per buono, e penserò che
debba vivere ; se ancor non pia- cerà , terròllo per malo, e tosto crederò che
se n’ abbia da perder la memoria. E se por i miei accusatori di questo commun
giudicio non restano satisfatti, conténtinsi almeno di quello del tempo; il
quale d’ ogni cosa al fin scopre gli occulti difetti, e, per esser padre della
verità e giudice senza passione, suol dare sempre della vita o morte delle
scritture giusta sentenza. Baloesar Castiglione. r by Lioosle IL PRIMO LIBRO DEL
CORTEGIANO DEL COXTE BÀLOESÀB CiETIGUONE A MESSER ALFONSO
ARIOSTO. I. Fra me stesso lungamente ho dubitato, messer Alfonso
carissimo, qual di due cose più diibcil mi fosse; o il negarvi quel che con
tanta instanza più volle m’ avete richiesto, o il farlo : perchè da un canto mi
parea durissimo negar alcuna cosa, e massimamente laudevole, a persona eh’ io
amo som- mamente, e da cui sommamente mi sento esser amato; dal- r altro ancor,
pigliar impresa, la qual io non conoscessi po- ter condur a fine, pareami
disconvenirsi a chi estimasse le giuste riprensioni quanto estimar si debbano.
In ullimo, dopo molti pensieri, ho deliberato esperimentare iu questo, quanto
ajuto porger possa alla diligenza mia quella aITczione c desi- derio intenso di
compiacere, che nelle altre cose tanto suole accrescere la industria degli
uomini. Voi adunque mi richiedete ch’io scriva, qual sia al pa- rer mio
la forma di Cortegiania più conveniente a gentiluo- mo che viva in corte de’
principi, per la quale egli possa e sappia perfettamente loro servir in ogni
cosa ragionevole, acquistandone da essi grazia, e dagli altri laude; in somma,
di che sorte debba esser colui, che meriti chiamarsi perfetto Cortegiano, tanto
che cosa alcuna non gli manchi. Onde io, considerando tal richiesta, dico, che
se a me stesso non pa- resse maggior biasimo l’ esser da voi reputato poco
amore- vole, che da tutti gli altri poco prudente, arei fuggito questa fatica,
per dubio di non esser tenuto temerario da tutti quelli che conoscono, come
difficil cosa sia, tra tante varietà di co- Digitized by
Googk 8 IL CORTEGIANO. Sturai che s’usano
nelle corti di Cristianità, eleggere la piu perfetta forma, e quasi il fior di
questa Cortegiania ; perchè la consuetudine fa a noi spesso le medesime cose
piacere e dispiacere: onde talor procede, che i costumi, gli abiti, iriti, e i
modi, che un tempo son stati in pregio, divengon vili, e per contrario i vili
divengon pregiali. Però si vede chiara- mente, che r uso più che la ragione ha
forza d’introdur cose nuove tra noi, e cancellar l’ antiche; delle quali chi
cerca giudicar la perfezione, spesso s’inganna. Per il che, cono- scendo io
questa e molte altre difficoltà nella materia propo- stami a scrivere, son
sforzato a fare un poco di escusazione, e render testimonio che questo errore
(se pur si può dir er- rore) a me è commune con voi, acciò che se biasimo avve-
nire me ne ha, quello sia ancor diviso con voi; perchè non minor colpa si dee
estimar la vostra avermi imposto carico alle mie forze diseguale, che a me
averlo accettalo. Yegniamo adunque ormai a dar principio a quello che è
nostro presupposto, e, se possibii è, formiamo un Cortegian tale, che quel
principe che sarà degno d’ esser da lui servito, ancor che poco stato avesse, si
possa però chiamar grandis- simo signore. Noi in questi Libri non seguiremo un
certo or- dine o regola di precetti distinti, che ’l più delle volle nel- r
insegnare qualsivoglia cosa usar si Suole ; ma , alla foggia di molti antichi,
rinovando una grata memoria, recilaremo alcuni ragionamenti, i quali già
passarono tra nomini singo- larissimi a tale proposito : e benché io non v’
intervenissi presenzialmente, per ritrovarmi, allor che furon delti, in In-
ghilterra, avendogli poco apresso il mio ritorno intesi da •persona che
fedelmente me gli narrò, sforzerommi a punto, per quanto la memoria mi
comporterà, ricordarli, acciò che noto vi sia quello che abbiano giudicato e
creduto di questa materia uomini degni di somma laude, ed al cui giudizio in
ogni cosa prestar si potea indubitata fede. Né fia ancor fuor di proposito, per
giungere ordinatamente al fine dove tendo il parlar nostro, narrar la causa dei
successi ragionamenti. II. Alle pendici dell’ Appennino, quasi al mezzo
della Italia verso il mare Adriatico, è posta, come ognun sa, la piccola città
d’ Urbino; la quale, benché tra monti sia, e non cosi ameni come forse
alcun* altri che vergiamo in molti lo- chi, pur di tanto avuto ha il cielo
favorevole, che intorno il paese è fertilissimo e pien di frutti; di modo che,
oltre alla salubrità dell* aere, si trova abondantissima d* ogni cosa che fa mestieri
per lo vivere umano. Ma tra le maggior felicità che se le possono attribuire,
questa credo sia la principale, che da gran tempo in qua sempre è stala
dominata da ot- timi signori; avvenga che, nelle calamità universali delle
guerre della Italia, essa ancor per un tempo ne sia restata priva. Ma non
ricercando più lontano, possiamo di questo far buon testimonio con la gloriosa
memoria del duca Fede- rico, il quale a’ di suoi fu lume della Italia ; nè
mancano veri ed amplissimi testimoni!, che ancor vivono, della sua prudenza,
della umanità, della giustizia, della liberalità, del- 1* animo invitto e della
disciplina militare : della quale pre- cipuamente fanno fede le sue tante
vittorie, le espugnazioni de* lochi inespugnabili, la subita prestezza nelle espedizioni,
l’ aver molte volte con pochissime genti fugato numerosi c validissimi
eserciti, né mai esser stato perditore in battaglia alcuna ; di modo che
possiamo non senza ragione a molli famosi antichi aguagliarlo. Questo, tra l’
altre cose sue lode- voli, nell’ aspero sito d’ Urbino edificò un palazzo,
secondo la opinione di molli il più bello che in tutta Italia si ritrovi; e d*
ogni oportuna cosa si ben lo forni, che non un palazzo ma una città in forma di
palazzo esser pareva; e non sola- mente di quello che ordinariamente si osa,
come vasi d’ ar- gento, apparamenti di camere di ricchissimi drappi d’oro, di
seta e d* altre cose simili, ma per ornamento v* aggiunse una infinità di
statue antiche di marmo c di bronzo, pitture singolarissime, instmmenli musici
d’ogni sorte; nè quivi cosa alcuna volse, se non rarissima ed eccellente.
Appresso, con grandissima spesa adunò un gran numero di eccellen- tissimi e
rarissimi libri greci, latini ed ebraici, quali tutti ornò d* oro e d* argento,
estimando che questa fosse la su- prema eccellenza del suo magno palazzo.
III. Costui adunque, seguendo il corso della natura, già di sessantacinque
anni, come era visse, cosi gloriosamente mori ; ed un figliolino di diece anni,
che solo maschio avcva, e senza madre, lasciò signore dopo sè; il qual fu Guid’
Ubaldo. Questo, come dello stalo, cosi parve che di tutte le virtù paterne
fosse erede, e subito con maravigliosa indole cominciò a promettere tanto di
sè, quanto non parca che fosse licito sperare da uno nom mortale; di modo che
estimavano gli uomini, delli egregii fatti del duca Federico iiiuno esser
maggiore, che l’avere generato un tal figliolo. Ma la fortuna, invidiosa di
tanta virtù, con ogni sua forza s’ oppose a cosi glorioso principio ; talmente
che, non es- sendo ancor il duca Guido giunto alti venti anni, s’ infermò di
podagre, le quali con atrocissimi dolori procedendo, in |M>co spazio di
tempo talmente tutti i membri gl’ impediro- no, che nè stare in piedi nè mover
si potea; e cosi restò un dei più belli e disposti corpi del mondo deformato e
guasto nella sua verde età. £ non contenta ancor di questo la foi^ tuna, in
ogni suo disegno tanto gli fu contraria, ch’egli rare volte trasse ad etTetto
cosa che desiderasse ; e benché in esso fosse il consiglio sapientissimo e
l’animo invittissimo, parea che ciò che incominciava, e nell’ arme e in ogni
altra cosa o picciola o grande, sempre male gli succedesse: e di ciò fanno
testimonio molte e diverse sue calamità, le quali esso con tanto vigor d’animo
sempre telerò, che mai la virtù dalia fortuna non fu superala; anzi, sprezzando
con l’animo valoroso le procelle di quella, e nella infermità co- me sano e
nelle avversità come fortunatissimo, vivea con somma dignità ed estimazione
appresso ognuno ; di modo che, avvenga che cosi fosse del cor|)0 infermo,
militò con onorevolissime condizioni a servizio dei serenissimi re di Napoli
Alfonso e Ferrando minore; appresso con papa Ales- sandro VI, coi signori
V’eneziani, e Fiorentini. Essendo poi asceso al pontifìcalo Julio li, fu fatto
capitan della Chiesa ; nel qual tempo, seguendo il suo consueto stile, sopra
ogni altra cosa procurava che la casa sua fosse di nobilissimi e valorosi
gentiluomini piena, coi quali mollo familiarmente viveva, godendosi della conversazione
di quelli: nella qual cosa non era minor il piacer che esso ad altrui dava, che
quello che d’altrui riceveva, per esser dottissimo nell’ una e nell’altra
lingua, ed aver insieme con la affabilità e piacevo-iezza congiunta ancor la
cognizione d’inrinile cose: ed, olire a ciò, tanto la grandezza dell’animo suo
lo stimolava, che, ancor che esso non potesse con la persona esercitar l’ opere
della cavalleria come avea già fatto, pur si pigliava grandis- simo piacer di
vederle in altrui ; e con le parole, or correg- gendo or laudando ciascuno
secondo i meriti, chiaramente dimostrava quanto giudicio circa quelle avesse ;
onde nelle giostre, nei tornìamenti, nel cavalcare, nel maneggiare tulle le
sorti d’arme, medesimamente nelle feste, nei giochi, nelle musiche, in somma in
tutti gli esercizi! convenienti a nobili cavalieri, ognuno si sforzava di
mostrarsi tale, che meritasse esser giudicalo degno di cosi nobile
commercio. IV. Erano adunque tutte l’ore del giorno divise in ono- revoli
e piacevoli esercizii cosi del corpo come dell’ animo ; ma perchè il signor
Duca continuamente, per la infirmilà, dopo cena a'ssai per tempo se n’ andava a
dormire, ognuno per ordinario dove era la signora duchessa Elisabetta Gon- zaga
a quell’ora si riduceva; dove ancor sempre si ritrovava la signora Emilia Pia,
la qual per esser dolala di cosi vivo ingegno e giudicio, come sapete, pareva
la maestra di tutti, e che ognuno da lei pigliasse senno e valore. Quivi
adunque i soavi ragionamenti e l’ oneste facezie s’ udivano, e nel viso di
ciascuno dipinta si vedeva una gioconda ilarità, talmente che quella casa certo
dir si poteva il proprio albergo della allegria: né mai credo che in altro loco
si gustasse quanta sia la dolcezza che da una amata e cara compagnia deriva,
come quivi si fece un tempo ; chè, lasciando quanto onore fosse a ciascun di
noi servir a tal'signore come quello che già di sopra ho detto, a tutti nascea
nell’ animo una somma contentezza ogni volta che al cospetto della signora
Duchessa ci riducevamo ; e parca che questa fosse una catena che lutti in amor
tenesse uniti, talmente che mai non fu concor- dia di volontà 0 amore cordiale
tra fratelli maggior di quello, che quivi tra lutti era. Il medesimo era tra le
donne, con le quali si aveva liberissimo ed onestissimo commercio; che a
ciascuno era licito parlare, sedere, scherzare e ridere con chi gli parca : ma
tanta era la reverenza che si portava al voler della signora Duchessa, che la
medesima libertà era grandissimo freno ; nè era alcuno che non estimasse
per lo maggior piacere che al mondo aver potesse il compiacer a lei, e la
maggior pena il dispiacerle. Per la qual cosa, quivi onestissimi costumi erano
con grandissima libertà congiunti, ed erano i giochi e i risi al suo cospetto
conditi, oltre agii argutissimi sali, d’una graziosa e grave maestà; chè quella
modestia e grandezza che tutti gli atti e le parole e i gesti componeva della
signora Duchessa, motteggiando e ridendo, facea che ancor da chi mai più veduta
non l’avesse, fosse per grandissima signora conosciuta. E cosi nei circostanti
imprimendosi, parea che tutti alla qualità e forma di lei temperasse; onde
ciascuno questo stile imitare si sforzava, pigliando quasi una norma di bei
costumi dalla presenza d’ una tanta e cosi virtuosa signora : le ottime
condizioni della quale io per ora non intendo narrare, non essendo mio
proposito, e per esser assai note al mondo, e molto più ch’io non potrei nè con
lingua nè con penna esprimere; e quelle che forse sariano siale alquanto
nascoste, la fortuna, come ammiratrice di cosi rare virtù, ha voluto con molte
avver- sità e stimoli di disgrazie scoprire, per far testimonio che nel tenero
petto d’ una donna in compagnia di singoiar bel- lezza possono stare la prudenza
e la fortezza d’animo, e tulle quelle virtù che ancor ne’ severi uomini sono
rarissime. V. Ma lasciando questo, dico, che consuetudine di tutti i
gentiluomini della casa era ridursi subito dopo cena alia signora Duchessa ;
dove, tra l’ altre piacevoli feste e musi- che e danze che continuamente si
usavano, talor si propo- neano belle questioni, talor si faceano alcuni giochi
inge- gnosi ad arbitrio or d’uno or d’un altro, nei quali sotto varii velami
spesso scoprivano i circonslanli allegoricamente i pensier sui a chi più loro
piaceva. Qualche volta nasceano altre disputazioni di diverse materie, ovvero
si mordea con pronti detti; spesso si faceano imprese, come oggidì chia- miamo:
dove di tali ragionamenti maraviglioso piacere si pigliava, per esser, come ho
detto, piena la casa di nobilis- simi ingegni; tra i quali, come sapete, erano
celeberrimi il signor Ottavian Fregoso, messer Federico suo fratello, il Ma-
gnifico Julian de’ Medici, messer Pietro Bembo, messer Cesar Gonzaga, il conte
Ludovico da Canossa, il signor Gaspar Pallavicino, il signor Ludovico Pio, il
signor Morello da Òr- tona, Pietro da Napoli, messer Roberto da Bari, ed
intìniti altri nobilissimi cavalieri: oltra che molti ve n’erano, i quali,
avvenga che per ordinario non slessino quivi fermamente, pur la maggior parto
del tempo vi dispensavano; come mes- ser Bernardo Bibiena, l’ Unico Aretino,
Joan Cristoforo Ro- mano, Pietro Monte, Terpandro, messer Nicolò Frisio ; di
modo che sempre poeti, musici, e d’ogni sorte uomini pia- cevoli, e li più
eccellenti in ogni facoltà che in Italia si tro- vassino, vi
concorrevano. YI. Avendo adunque papa Julio II con la presenza sua e con
r ajuto de’ Franzesi ridotto Bologna alla obedienza della sede apostolica
nell’anno MDVI, e ritornando verso Roma, passò per Urbino; dove quanto era
possibile onora- tamente, e con quel più magnifico e splendido apparato che si
avesse potuto fare in qualsivoglia altra nobil città d’Italia, fu ricevuto: di
modo che, oltre al papa, tutti i signor cardi- nali ed altri cortegiani
restarono sommamente satisfatti ; c furono alcuni, i quali, tratti dalla
dolcezza di questa compa- gnia, partendo il papa e la corte, restarono per
molli giorni ad Urbino; nel qual tempo non solamente si continuava nel- r usato
stile delle feste e piaceri ordinarli, ma ognuno si sforzava d’accrescere
qualche cosa, e massimamente nei giochi, ai quali quasi ogni sera s’attendeva.
E l’ordine d’ essi era tale, che, subito giunti alla presenza della signor.i
Duchessa, ognuno si ponea a sedere a piacer suo, o come la sorte portava, in
cerchio; ed erano sedendo divisi un uomo ed una donna, fin che donne v’ erano ,
chè quasi sempre it numero degli nomini era molto maggiore; poi, come alla si-
gnora Duchessa pareva si governavano, la quale per lo più delle volte ne
lasciava il carico alla signora Emilia. Cosi il giorno apresso la partita del
papa, essendo all’ora usata ri- dotta la compagnia al solilo loco, dopo molti
piacevoli ragio- namenti la signora Duchessa volse por che la signora Emilia
cominciasse i giochi; ed essa, dopo l’aver alquanto rifiutala taf impresa, così
disse: Signora mia, poiché pur a voi piace eh’ io sia quella che dia principio
ai giochi di questa sera , 2 Digitized by Google
14 IL CORTEGIANO. non possendo ragionevolmente mancar
d’obedirvi, delibero proporre un gioco, del qual penso dover aver poco biasimo
e men fatica: e questo sarà, che ognun proponga secondo il parer suo un gioco
non più fatto; da poi si eleggerà quello che parerà esser più degno di
celebrarsi in questa compa- gnia. — £ cosi dicendo, si rivolse al signor Gaspah
Palla vicino, imponendogli che '1 suo dicesse; il qual subito rispose: A voi
tocca, signora, dir prima il vostro. — Disse la signora Emilia: Eccovi eh’ io
1’ ho dello; ma voi, signora Duchessa, comandategli eh’ e’ sia obedienle. —
Allor la signora Du- chessa ridendo. Acciò, disse, che ognuno v’abbia ad obe-
dire, vi faccio mia locotenenle, e vi do tutta la mia auto- rità. — VII.
Gran cosa 6 pur, rispose il signor Gaspab, che sempre alle donne sia licito
aver questa esenzione di fati- che, e certo ragion saria volerne in ogni modo
intender la cagione ; ma per non esser io quello che dia priucìpio a dis-
obedire, lascierò questo ad un altro tempo, e dirò quello che mi tocca ; — e
cominciò : A me pare, che gli animi no- stri, si come nel resto, cosi ancor
nell’ amare siano di giudi- ciò diversi: e perciò spesso interviene, che quello
che all’uno è gratissimo, all’ altro sia odiosissimo; ma con tutto questo,
sempre però si concordano in aver ciascuno carissima la cosa amata; talmente
che spesso la troppo aSezion degli amanti di modo inganna il lor giudicio, che
eatiman quella persona che amano esser sola al mondo ornata d’ ogni eccellente
virtù, e senza difetto alcuno; ma perchè la natura umana non ammette queste
cesi compite perfezioni, nè si trova persona a cui qualche cosa non manchi, non
si può dire che questi tali non s’ingannino, e che lo amante non divenga cieco
circa la cosa amata. Vorrei adunque che questa sera il gioco nostro fosse, che
ciascun dicesse, di che virtù precipua- mente vorrebbe che fosse ornata quella
persona ch’egli ama; e, poiché cosi è necessario che tutti abbiano qualche mac-
chia, qual vizio ancor vorrebbe che in essa fosse: imr veder chi saprà ritrovar
più lodevoli ed utili virtù, e più escusabili vizii, e meno a chi ama nocivi ed
a chi è amato. — Avendo cosi detto il signor Gaspar, fece segno la signora
Emilia a madonna Costanza Fregosa, per esser in ordine vicina, che
seguitasse; la qual già s’apparecchiava a dire; ma la signora Duchbssà subito
disse: Poiché madonna Emilia non vuole aflaticarsi in trovar gioco alcuno,
sarebbe pur ragione che l’ altre donne participassino di questa commodità, ed
esse ancor fessino esente di tal fatica per questa sera, essendoci massimamente
tanti uomini, che non è pericolo che.mancbin giochi. — Cosi faremo, — rispose
la signora Emilia ; ed im- ponendo silenzio a madonna Costanza, si volse a
messer Cesare Gonzaga che le sedeva a canto, e gli comandò che parlasse ; ed
esso cosi cominciò : Vili. Chi vuol con diligenza considerar tutte le
nostre azioni, trova sempre in esse varii difetti; e ciò procede perchè la
natura, cosi in questo come nell’ altre cose varia, ad uno ha dato lume di
ragione in una cosa, ad un altro in un’altra: però interviene, che sapendo l’un
quello che l’al- tro non sa, ed essendo ignorante di quello che l’altro inten-
de, ciascun conosce facilmente l’ error del compagno e non il suo, ed a tutti
ci par esser molto savii, e forse più in quello in che più siamo pazzi ; per la
qual cosa abbiam ve- duto in questa casa. esser occorso, che molli i quali al
prin- cipio sono stati reputati saviissimi, con processo di tempo si son
conosciuti pazzissimi: il che d’altro non è proceduto, che dalla nostra
diligenza. Ché, come si dice che in Puglia circa gli atarantati s’ adoprano
molti instrumenti di musica, e con varii suoni si va investigando, fin che
quello umore che fa la infirmità, per una certa convenienza eh’ egli ha con
alcuno di quei suoni, sentendolo, subitosi move, e tanto agita lo infermo, che
per quella agilazion si riduce a sanità: cosi noi, quando abbiamo sentito
qualche nascosa virtù di pazzia, tanto sottilmente e con tante varie
persuasioni l’ab- biamo stimolata e con si diversi modi, ohe pur al fine inteso
abbiamo dove tendeva; poi, conosciuto lo umore, cosi ben r abbiam agitato, che
sempre s’è ridotto a perfezion di pu- blica pazzia: e chi è riuscito pazzo in
versi, chi in musica, chi in amore, chi in danzare, chi in far moresche, chi in
cavalcare, chi in giocar di spada, ciascun secondo la miniera del suo metallo;
onde poi, come sapete, si sono avuti maravigliosi piaceri. Tengo io adunque per
certo, che in ciascun di noi sia qualche seme di pazzia,, il qual risveglialo,
possa moltiplicar quasi in infinito. Però vorrei che questa sera il gioco
nostro fosse il disputar questa materia, e che ciascun dicesse : Avendo io ad
impazzir publicamente, di che sorte di pazzia si crede eh’ io impazzissi, e
sopra che cosa, giudi- cando questo esito per le scintille di pazzia che ogni
di si veggono di me uscire : il medesimo si dica di lutti gli altri, servando
l’ordine de’ nostri giochi, ed ognuno cerchi di fon- dar la opinion sua sopra
qualche vero segno ed argomento. E così di questo nostro gioco ritrarremo
frutto ciascun di noi di conoscere i nostri difetti, onde meglio ce ne potrem
guar- dare; e se la vena di pazzìa che scopriremo sarà tanto abon- dante che ci
paja senza rimedio, l’ ajuteremo, e, secondo la dottrina di fra Mariano,
averemo guadagnato un’anima, che non ila poco guadagno. — Di questo gioco si
rise molto, nè alcun era che si potesse tener di parlare : chi diceva. Io
impazzirci nel pensare, chi, Nel guardare; chi diceva, lo già son impazzilo in
amare ; e tai cose. IX. Allor FRA Serafino, a modo suo ridendo: Questo,
disse, sarebbe troppo lungo; ma se volete un bel gioco, fate che ognuno dica il
parer suo. Onde è che le donne quasi tutte hanno in odio i ratti, ed aman le
serpi; e vederete che niuno s’apporrà, se non io, che so questo secreto per una
strana via. — E già cominciava a dir sue novelle; ma la si- gnora Emilia gl’
impose silenzio, e trapassando la dama che ivi sedeva, fece segno all’ Unico
Aretino, al qual per l’or- dine toccava ; ed esso, senza aspettar altro
comandamento , Io, disse, vorrei esser giudice con autorità di poter con ogni
sorte di tormento investigar di sapere il vero da’ malfattori ; e questo per
scoprir gl’inganni d’una ingrata, la qual, con gli occhi d’angelo e cor di
serpente, mai non accorda la lingua con 1’ animo, e, con simulala pietà
ingannatrice, a niun’ altra cosa intende che a far anatomia de’ cori : nè si
ritrova cosi velenoso serpe nella Libia arenosa, che tanto di sangue umano sia
vago, quanto questa falsa; la qual non so- lamente con la dolcezza della voce e
meliflue parole, ma con gli occhi, coi rìsi, coi sembianti^ e cmt tutti i modi
è verissima Sirena. Però, poi che non m’è licito, com’io vorrei, usar le
catene, la fune o ’l foco per saper una verità, desi- dero di saperla con un
gioco, il quale è questo : Che ognun dica ciò che crede che signiflchi quella
lettera S, che la si- gnora Duchessa porta in fronte ; perchè, avvenga che cer-
tamente questo ancor sia un artiCcioso velame per poter in- gannare, per
avventura se gli darà qualche interpretazione da lei forse non pensata, e
trovarassi che la fortuna, pietosa riguardatrice dei martini degli uomini, l’ha
indotta con questo piccol segno a scoprire non volendo l’ intimo deside- rio
suo, di uccidere e sepelir vivo in calamità chi la mira o la serve. — Rise la
signora Duchessa, e vedendo 1’ Unico ch’ella voleva escusarsi di questa
imputazione. Non, disse, non parlate. Signora, che non è ora il vostro loco di
parla- re. — La signora Emilia allor si volse^ e disse : Signor Uni- co, non è
alcun di noi qui che non vi ceda in ogni cosa, ma molto più nel conoscer l’
animo della signora Duchessa ; e cosi come più che gli altri lo conoscete per
lo ingegno vo- stro divino, l’amate ancor più che gli altri; i quali, come
quegli uccelli debili di vista, che non affisano gli occhi nella spera del
sole, non possono cosi ben conoscer quanto esso sia perfetto : però ogni fatica
saria vana per chiarir questo dubio, fuor che ’l giudicio vostro. Resti adunque
questa im- presa a voi solo, come a quello che solo può trarla al fine. —
L’Unico avendo taciuto alquanto, ed essendogli pur repli- cato che dicesse, in
ultimo disse un sonetto sopra la materia predetta, dichiarando ciò che
signiGcava quella lettera S; che da molti fu estimato fatto all’improvviso, ma,
per esser inge- gnoso e colto più che non parve che comportasse la brevità del
tempo, si pensò pur che fosse pensato. X. Cosi, dopo l’aver dato un lieto
applauso in laude del sonetto, ed alquanto parlato, il signor Ottavian Frbgoso,
al qual toccava, in tal modo, ridendo, incominciò: Signori, s’ io volessi
aflermare non aver mai sentito passion d’ amore, son certo che la signora
Duchessa e la signora Emilia, an- cor che non lo credessino, mostrarebbon di
crederlo, e di- riano che ciò procede perch’ io mi son diffidato di poter mai
indur donna alcuna ad amarmi : di che in vero non ho io insili qui fallo
prova con tanta instanza, che ragionevol- mente debba esser disperato di
poterlo una volta consegui- re. Nè già son restalo di farlo perch'io apprezzi
me stesso tanto, 0 cosi poco le donne, che non estimi che molle no siano degne
d’ esser amate e servite da me; ma piuttosto spaventato dai continui lamenti d’
alcuni innamorati, i quali pallidi, mesti e taciturni, par che sempre abbiano
la propria scontentezza dipinta negli occhi ; e, se parlano, accompa- gnando
ogni parola con certi sospiri triplicali, di nuli’ altra cosa ragionano che di
lacrime, di tormenti, di disperazioni, e desiderii di morte : di modo che, se
lalor qualche scintilla amorosa pur mi s’è accesa nel core, io subito sónomi
sfor- zato con ogni industria di spegnerla, non per odio ch’io porti alle
donne, come estimano queste signore, ma per mia salute. Ho poi conosciuti
alcun’ altri in tutto contrarii a que- sti dolenti, i quali non solamente si
laudano e contentano dei grati aspetti, care parole, .e sembianti soavi delle
lor donne, ma tutti i mali condiscono di dolcezza; di modo che le guerre, l’
ire, li sdegni di quelle per dolcissimi chiamano: perchè troppo più che felici
questi tali esser mi pajono. Che se negli sdegni amorosi, i quali da quell’
altri più che morte sono reputati amarissimi, essi ritrovano tanta dolcezza,
penso che nelle amorevoli dimostrazioni debban sentir quella bea- titudine
estrema, che noi in vano in questo mondo cerchia- mo. Vorrei adunque che questa
sera il gioco nostro fosse, che ciascun dicesse, avendo ad esser sdegnala seco
queHa persona ch’egli ama, qual causa vorrebbe che fosse quella che la
inducesse a tal sdegno. Che se qui si ritrovano alcuni che abbian provalo
questi dolci sdegni, son certo che per cortesia desideraranno una di quelle
cause che cosi dolci li fa ; ed io forse m’assicurarò di passar un poco più
avanti in amore, con speranza di trovar io ancora questa dolcezza, dove alcuni
trovano I’ amaritudine ; ed in tal modo non po- tranno queste signore darmi
infamia più eh’ io non ami. — XI. Piacque molto questo gioco, e già ognuno si
prepa- rava di parlar sopra tal materia; ma non facendone la si- gnora Emilia
altramente molto, messer Pietro Bembo, che era in ordine vicino, cosi disse:
Signori, non piccol dubio ha risveglialo nell’ anioio mio il gioco
proposto dal signor Otla- viano, avendo ragionato de’ sdegni d’ amore; i quali,
avvenga che vari! siano, pur a me sono essi sempre stati acerbissimi, né da me
credo che sì potesse imparar condimento bastante per addolcirgli; ma forse sono
più e meno amari secondo la causa donde nascono. Ché mi ricordo già aver veduto
quella donna ch’io serviva, verso me turbata o per sospetto vano che da sé
stessa della fede mia avesse preso, ovvero per qualche altra falsa opinione in
lei nata dalle altrui parole a mio danno; tanto eh’ io credeva niuna pena alla
mia potersi agguagliare, eparevami che ’l maggior dolor ch’io sentiva fos.se il
patire non avendolo meritato, ed aver questa afflizione non per mia colpa, ma
per poco amor di lei. Altre volle la vidi sdegnata per qualche error mio , e
conobbi l’ira sua proceder dal mio fallo; ed in quel punto giudicava che ’l
passato mal fosse stato levissimo a rispetto di quello ch’io sentiva allora; e
parcami che Tesser dispiaciuto, e per colpa mia , a quella persona alla qual
sola io desiderava e con tanto studio cer- cava di piacere, fosse il maggior
tormento e sopra tutti gli altri. Vorrei adunque che ’l gioco nostro fosse, che
ciascun dicesse, avendo ad esser sdegnata seco quella persona ch’egli ama, da
chi vorrebbe che nascesse la causa dello sdegno, o da lei, 0 da sé stesso: per
saper qual è maggior dolore, o far dispiacere a chi s’ama, o riceverlo pur da
chi s’ ama. — XII. Attendeva ognun la risposta della signora Emilia; la qual
non facendo altrimenti molto al Bembo, si volse, e fece segno a messer Federigo
Fregoso che ’l suo gioco dicesse; ed esso subito cosi cominciò: Signora, vorrei
che mi fosse li- bito, come qualche volta si suole, rimettermi alla sentenza un
altro; eh’ io per me volentieri approverei alcun de’gio- '^chi proposti da
questi signori, perchè veramente parmi che lutti sarebbon piacevoli: por, per
non guastar l’ordine, dico, che chi volesse laudar la corte nostra, lasciando
ancor i me- riti della signora Duchessa, la qual cosa con la sua divina virtù
basteria per levar da terra al cielo i più bassi spirili che siano al mondo,
ben poria senza sospetto d’adulazion dire, che in tutta Italia forse con fatica
si ritrovariano altrettanti cavalieri cosi singolari, ed , oltre alla principal
profession della Digitized by Google 20 IL
CORTEGIANO. cavalleria, cosi eccellenti in diverse cose, come or
qui si ri- trovano: però, se in loco alcuno son nomini che meritino esser
chiamati buon Cortegiani , e che sappiano giudicar quello che alla perfezion
della Gortegiania s’appartiene, ragionevolmente s’ ha da creder che qui siano.
Per reprimere adunque molti sciocchi, ì quali per esser presuntuosi ed inetti
si credono acquistar nome di buon Cortegiano, vorrei che’l gioco di que- sta sera
fosse tale, che si eleggesse uno della compagnia, ed a questo si desse carico
di formar con parole un perfetio Cor- tegiano, esplicando tutte le condizioni e
particolar qualità che si richieggono a chi merita questo nome; ed in quelle
cose che non pareranno convenienti sia licito a ciascun con- tradire, come
nelle scole de’ filosofi a chi tien conclusioni. — Seguitava ancor più oltre il
suo ragionamento messer Fede- rico, quando la signora Emilia, interrompendolo.
Questo, disse, se alla signora Duchessa piace, sarà il gioco nostro per ora. —
Rispose la signora Duchessa : Piacemi. — Allor quasi tutti i circonstanti, e
verso la signora Duchessa e tra sè, co- minciarono a dir che questo era il più
bel gioco che far si potesse; e senza aspettar l’uno la risposta deH’altro,
facevano inslanza alla signora Emilia che ordinasse chi gli avesse a dar
principio. La qual, voltatasi alla signora Duchessa, Co- mandate, disse.
Signora, a chi più vi piace che abbia que- sta impresa; ch’io non voglio, con
eleggerne uno più che l’altro, mostrar di giudicare, qual in questo io estimi
più suf- ficiente degli altri, ed in tal modo far ingiuria a chi si sia.—
Rispose la signora Duchessa: Fate pur voi questa elezione; e guardatevi col
disobedire di non dar esempio agli altri, che siano essi ancor poco obedienti.
— XIll. Allor la signora Emilia, ridendo, disse al conte Lodovico da
Canossa: Adunque, per non perder più tempo, voi. Conte, sarete quello che averà
questa impresa nel modo che ha detto messer Federico; non già perchè ci paja
che voi siate cosi buon Cortegiano, che sappiate quel che si gli con- venga, ma
perchè, dicendo ogni cosa al contrario, come spe- rarne che farete, il gioco
sarà più bello, chè ognun averà che rispondervi; onde se nn altro che sapesse
più di voi avesse questo carico, non se gli potrebbe contradir cosa alcuna, perchè
diria la verità , e cosi il gioco saria freddo. — Subito ri- spose il Conte:
Signora, non ci saria pericolo che mancasse contradizione a chi dicesse la
verità, stando voi qui presen- te; — ed essendosi di questa risposta alquanto
riso, seguitò: Ma io veramente molto volentier fuggirei questa fatica, pa-
rendomi troppo difficile, e conoscendo in me, ciò che voi avete per burla
detto, esser verissimo; cioè eh’ io non sap- pia quello che a buon Cortegian si
conviene: e questo con altro testimonio non cerco di provare, perchè non
facendo r opere, si può estimar eh’ io noi sappia; ed io credo che sia minor
biasimo mio, perchè senza dubio peggio è non voler far bene, che non saperlo
fare. Pur essendo cosi che a voi piac- cia eh’ io abbia questo carico, non posso
nè voglio rifiutarlo, per non contravenir all’ ordine e giudicio vostro, il
quale estimo più assai che ’t mio. — Allor messer Cesare Gonzaga, Perchè già,
disse, è passata buon’ora di notte, e qui son apparecchiate molte altre sorti
di piaceri, forse buon sarà differir questo ragionamento a domani, e darassi
tempo al Conte di pensar ciò eh’ egli s’ abbia a dire; chè in vero di tal
subietto parlare improviso è difficil cosa. — Rispose il Conte: Io non voglio
far come colui, che spogliatosi in ginp- pone saltò meno che non avea fatto col
sajo; e perciò parmi gran ventura che l’ ora sia tarda, perchè per la brevità
del tempo sarò sforzato a parlar' poco, e ’l non avervi pen- salo mi escuserà,
talmente chi^ mi sarà licito dire senza biasimo tutte le cose che prima mi
verranno alla bocca. Per non tener adunque più lungamente questo carico di
obligazione sopra le spaile, dico, che in ogni cosa tanto è dif- ficil conoscer
la vera perfezion, che quasi è impossibile; e questo per la varietà dei
giudizii. Però si ritrovano molli, ai quali sarà grato un uomo che parli assai,
e quello chiama- ranno piacevole; alcuni si dileltaranno più della modestia;
alcun’ altri d’ un uomo attivo ed inquieto; altri di chi in ogni cosa mostri
riposo e considerazione: e cosi ciascuno lauda e vitupera secondo il parer suo,
sempre coprendo il vizio col nome della propinqua virtù, o la virtù col nome
del propin- quo vizio; come chiamando un prosunlnoso, lìbero; un mo- desto,
arido; un nescio, buono; un sceleralo, prudente; e medesimamente nel
reslo. Pur io estimo, in ogni cosa esser la sua perfezione, avvenga che
nascosta; e questa potersi con ragionevoli discorsi giudicar da chi di quella
tal cosa ha no- tizia. £ perchè, com’ho detto, spesso la verità sta occulta, ed
io non mi vanto aver questa cognizione, non posso laudar se non quella sorte di
Cortegiani eh’ io più apprezzo, ed ap- provar quello che mi par più simile al
vero, secondo il mio poco giudicio: il qual seguitarete se vi parerà buono,
ovvero v’ allenerete ai vostro, se egli sarà dal mio diverso. Nè io già
contrasterò che ’l mio sia miglior che ’l vostro; ciiè non so- lamente a voi
può parer una cosa ed a me un’altra, ma a me stesso poria parer or una cosa ed
ora un’ altra. XIV. Voglio adunque che questo nostro Cortegiano sia nato
nobile, c di generosa famiglia; perchè molto men si disdice ad un ignobile
mancar di far operazioni virtuose, che ad uno nobile, il qual se desvia del
cammino de’ suoi ante- cessori, macula il nome della famiglia, e non solamente
non acquista, ma perde il già acquistato; perchè la nobiltà è quasi una chiara
lampa, che manifesta e fa veder l’opere buone e le male, ed accende e sprona
alla virtù cosi col timor d’in- famia, come ancor con la speranza di laude: e
non scoprendo questo splendor di nobilita l’o|)ere degl’ignobili, essi man-
cano dello stimolo, e del timore di quella infamia, nè par loro d’esscr
ohligati passar più avanti di quello che fallo abbiano i suoi antecessori; ed
ai nobili par biasimo non giugner almeno al termine da’ suoi primi mostratogli.
Però inlervien quasi sempre, che e nelle arme e nelle altre virtuose operazioni
gli uomini più segnalali sono nobili, |>crchè la natura in ogni cosa ha
insilo quello occulto seme, che porge una certa forza e proprietà del suo
principio a lutto quello che da esso deri- va, ed a sè lo fa sìmile: come non
solamente vedemo nelle razze de’ cavalli e d’altri animali, ma ancor negli
alberi, i rampolli dei quali quasi sempre s’ assimigliano al tronco; e se
qualche volta degenerano, procede dal mal agricoltore. £ cosi intervicn degli
uomini, i quali se di buona creanza sono coltivati, quasi sempre son simili a
quelli d' onde procedono, e spesso migliorano; ma se manca loro chi gli curi
bene, di- vengono come selvalichi, nè mai si maturano. Vero è che, o
sia per favor delle Bielle o di natura , nascono alcuni accom- pagnali da tante
grazie, che par che non siano nati, ma che un qualche dio con le proprie mani
formali gli abbia , ed or- nati di tulli i beni dell’animo e del corpo; si come
ancor molli si veggono tanto inetti e sgarbati, che non si può credere se non
che la natura per dispetto o per ludibrio prodotti gli ab- bia al mondo. Questi
si come per assidua diligenza e buona creanza poco frullo per lo più delle
volte posson fare, cosi quegli altri con poca fatica vengon in colmo di somma
eccel- lenza. £ per darvi un esempio: vedete il signor don Ippolito da Esle
Cardinal di Ferrara , il quale tanto di felicità ha por- talo dal nascere suo,
che la persona, lo aspetto, le parole, e tulli i suoi movimenti sono talmente
di questa grazia com- posti ed accomodati, che tra i più antichi prelati,
avvenga che sia giovane, rapresenta una tanto grave autorità, che più presto
pare allo ad insegnare, che bisognoso d’ imparare; me- desimamente, nel
conversare con nomini e con donne d’ogni qualità, nel giocare, nel ridere e nel
motteggiare tiene una certa dolcezza e cosi graziosi costumi, che forza è che
cia- scun che gli parla o pur lo vede gli resti perpetuamente affe- zionalo.
Ma, tornando al proposito nostro, dico, che tra que- sta eccellente grazia e
quella insensata sciocchezza si trova ancora il mezzo; e posson quei che non
son da natura cosi perfettamente dotati , con studio e fatica limare e
correggere in gran parte i difetti naturali. Il Cortegiano adunque, oltre alla
nobiltà, voglio che sia in questa parte fortunato, ed ab- bia da natura non
solamente lo ingegno, e bella forma di persona e di volto, ma una certa grazia,
e, come si dice, un sangue, che lo faccia al primo aspetto a chiunque lo vede
grato ed amabile, e. sia questo un ornamento che componga e compagni tutte le
operazioni sue, e prometta nella fronte, quel tale esser degno del commercio e
grazia d’ ogni gran signore. — XV. Quivi, non aspettando più oltre, disse
il signor G a- SPAR Palla vicino: Acciò che il nostro gioco abbia la forma
ordinata, e che non paja che noi cslimiam poco l’ autorità dataci del
contradire, dico, che nel Cortegiano a me non par cosi necessaria questa
nobilita; e s’io mi pensassi dir cosa ^ Digitized by Googlc
24 IL COnXEGIANO. che ad alcun di noi fosse nova,
io addurrei molli, li quali, nati di nobilissimo sangue , son siali pieni di
vizii; e per Io contrario molti ignobili, che hanno con la virtù illustrato la
posterità loro. E se è vero quello che voi diceste dianzi, cioè che in ogni
cosa sia quella occulta forza del primo seme: noi tutti saremmo in una medesima
condizione, per aver avuto nn medesimo principio, nè più un che l’altro sarebbe
nobile. Ma delle diversità nostre e gradi d’ altezza e di bassezza credo io che
siano molte altre cause: tra le quali estimo la fortuna esser precipua; perchè
in tutte le cose mondane la veggiamo dominare, e quasi pigliarsi a gioco
d’alzar spesso fin al cielo chi par a lei, senza merito alcuno, e sepelir nel-
l’ abisso i più degni d’ esser esaltati. Confermo ben ciò che voi dite della
felicità di quelli che nascon dotati dei beni dell’animo e del corpo: ma questo
cosi si vede negl’ ignobili come nei nobili, perché la natura non ha queste
cosi sottili distinzioni; anzi, come ho detto, spesso si veggono in per- sone
bassissime altissimi doni di natura. Però non acquistan- dosi questa nobiltà nè
per ingegno nè per forza nè per arte, ed essendo piuttosto laude dei nostri
antecessori che nostra propria, a me par troppo strano voler che se i parenti
del nostro Cortegiano son stati ignobili, tutte le sue buone qua- lità siano
guaste, e che non bastino assai qneli’altre condi- zioni che voi avete
nominate, per ridurlo al colmo della per- fezione: cioè ingegno, bellezza di
volto, disposizion di persona, e quella grazia che al primo aspetto sempre lo
fac- cia a ciascun gratissimo. — XVI. Allor il conte Lunonco, Non nego
io, rispose, che ancora negli nomini bassi non possano regnar quelle mede- sime
virtù che nei nobili : ma (per non replicar quello che già avemo detto, con
molte altre ragioni che si poriano ad- durre in lande della nobiltà, la qual
sempre ed appresso ognuno è onorala , perchè ragionevole cosa è che de’ buoni
nascano i buoni) avendo noi* a formare un Cortegiano senza difetto alcuno, e
cumulato d’ogni laude, mi par necessario farlo nobile, si per molle altre
cause, come ancor per la opi- nione universale, la qual subito accompagna la
nobilità. Che se saranno dui uomini di palazzo, i quali non abbiano per prima
dato impression alcuna di sè stessi con l’opere o buo- ne 0 male: subito che s’
intenda l’ un esser nato gentiluomo e r altro no, appresso ciascuno lo ignobile
sarà molto meno estimato che ’l nobile , e bisognerà che con molle fatiche e
con tempo nella mente degli uomini imprima la buona opi- nion di sè, che T
altro in un momento, e solamente con l’ esser gentiluomo, averà acquistata. E
di quanta importanza siano queste impressioni, ognun può facilmente
comprendere: chè, parlando di noi, abbiam veduto capitare in questa casa
uomini, i quali essendo sciocchi e goffissimi, per tutta Italia hanno però
avuto fama di grandissimi Corlegiani; e benché in ultimo siano stati scoperti e
conosciuti, pur per molti di ci hanno ingannato, e mantenuto negli animi nostri
quella opinion di sè che prima in essi hanno trovato impressa, ben- ché abbiano
operato secondo il lor poco valore. Avemo ve- duti altri al principio in
pochissima estimazione, poi esser all’ ultimo riusciti benissimo. E di questi
errori sono diverse cause: e tra l’altre, la ostinazion dei signori, i quali,
per vo- ler far miracoli , talor si mettono a dar favore a chi par loro che
meriti disfavore. E spesso ancor essi s’ ingannano ; ma perchè sempre hanno
inGnili imitatori, dal favor loro deriva grandissima fama, la qual per lo più i
giudicii vanno seguen- do: e se ritrovano qualche cosa che paja contraria alla
com- mone opinione, dubitano d’ ingannar sè medesimi, e sempre aspettano
qualche cosa di nascosto: perchè pare che questo opinioni universali debbano
pur esser fondate sopra il vero, e nascere da ragionevoli cause; e perchè gli
animi nostri sono prontissimi allo amore ed all’odio, come si vede nei
spettacoli de’combatlimenti e de’ giochi e d’ogni altra sorte contenzione, dove
i spettatori spesso si affezionano senza manifesta cagione ad una delle parti,
con desiderio estremo che quella resti vin- cente e r altra perda. Circa la
opinione ancor delle qualità degli uomini, la buona fama o la mala nel primo
entrare move l’ animo nostro ad una di queste due passioni. Però inter- viene
che per lo piò noi giudichiamo con amore, ovvero con odio. Vedete adunque di
quanta importanza sia questa prima impressione, e come debba sforzarsi
d’acquistarla buona nei principi!, chi pensa aver grado e nome di buon Corlegiano. Ma
per venire a qualche particolarità, estimo che la principale e vera profcssion
del Cortegiano debba esser quella dell’ arme; la qual sopra tutto voglio che
egli faccia vivamente, e sia conosciuto tra gli altri per ardito e sforzato c
fedele a chi serve. E ’l nome di queste buone condizioni si acquisterà
facendone l’ opere in ogni tempo e loco; imperoc- ché non è licito in questo
mancar mai senza biasimo estre- mo: e come nelle donne la onestà una volta
macchiata mai più non ritorna al primo stalo, cosi la fama d’un gentiluomo che
porti l’arme, se una volta in un minimo punto si deni- ^ra per codardia o altro
rimprocchio, sempre resta vitupe- rosa al mondo e piena d’ignominia. Quanto più
adunque sarà eccellente il nostro Cortegiano in questa arte, tanto più sarà
(lesno di laude; bench’ io non estimi esser in lui necessaria quella perfetta
cognizion di cose, e l’ altre qualità, che ad un capitano si convengono; che
per esser questo troppo gran mare, ne conlenlaremo, come avemo detto, della
integrità di fede e dell’animo invitto, e che sempre si vegga esser tale:
perchè molte volle più nelle cose piccole che nelle grandi si conoscono i
coraggiosi; e spesso ne’ pericoli d’importanza, e dove son molli leslimonii, si
ritrovano alcuni i quali, benché abbiano il core morto nel corpo, pur, spinti
dalla vergogna 0 dalla compagnia, quasi ad occhi chiusi vanno inanzi, e fanno
il debito loro, e Dio sa come; e nelle cose che poco premo- no, e dove par che
possano senza esser notali restar di met- tersi a pericolo, volcnticr si
lasciano acconciare al sicuro. Ma quelli che ancor quando pensano non dover
esser d’ alcuno né mirati né veduti nè conosciuti, mostrano ardire, c non
lascian passar cosa, per minima che ella sia, che possa loro esser carico,
hanno quella virtù d’animo che noi ricerchia- mo nel nostro Cortegiano. Il
quale non volerne però che si mostri tanto fiero, che sempre stia in su le
brave parole, c dica aver tolto la corazza per moglie, e minacci con quelle
fiere guardature che .spesso avemo vedute fare a Berlo: chè a questi tali
meritamente si può dir quello, che una valorosa donna in una nobile compagnia
piacevolmente disse ad uno, ch’io pier ora nominar non voglio; il quale essendo
da lei, per onorarlo, invitalo a danzare, c rifiutando esso e questo, r
, ized Ì^.-50gU e Io adir musica, e molti altri interlenimenti
offertigli, sem- pre con dir, cosi fatte novelluzze non esser suo mestiero; in
ultimo dicendo la donna. Qual é adunque il mestier vostro? — rispose con un mal
viso. Il combattere; — allora la donna subito. Crederei, disse, che or che non
siete alla guerra né in termine di combattere, fosse buona cosa che vi faceste
molto ben untare, ed insieme con tutti i vostri arnesi di bat- taglia riporre
in un armario, finché bisognasse, per non rug- ginire più di quello che siate;
— e cosi, con molte risade'cir- constanti, scornato lascioUo nella sua sciocca
prosanzione. Sia adunque quello che noi cerchiamo, dove si veggon gl’ inimici,
fierissimo, acerbo, e sempre tra i primi; in ogni altro loco, umano, modesto e
ritenuto, fuggendo sopra tutto la ostenta- zione, e lo impudente laudar sé
stesso, per lo quale 1’ uomo sempre si concita odio e stomaco da chi ode.
— XVIII. Ed io, rispose allora il signor Gàspab, ho co- nosciuti pochi
uomini eccellenti in qualsivoglia cosa, che non laudino sé stessi: e parmi che
mollo ben comportar lor si possa; perchè chi si sente valere, quando si vede
non esser per r opere dagli ignoranti conosciuto , si sdegna che’l valor suo
stia sepolto, e forza é che a qualche modo Io scopra, per non esser defraudato
dall’ onore, che è il vero premio delle virlaose fatiche. Però, tra gli antichi
scrittori, chi mollo vale, rare volte si astien da laudar sé stesso. Quelli ben
sono in- tolerabili, che essendo di ninn merito, si laudano; ma tal non
presumiam noi che sia il nostro Corlegiano. — Allor il Conte, Se voi, disse,
avete inteso, io ho biasimalo il laudare sé stesso impudentemente e senza
rispetto: e certo, come voi dite, non si dee pigliar mala opinion d’un uomo
valoroso, che modestamente si laudi; anzi lòr quello per testimonio più certo,
che se venisse di bocca altrui. Dico ben che chi, lau- dando sé stesso, non
incorre in errore, nè a sé genera fasti- dio 0 invidia da chi ode, quello è
discretissimo, ed, oltre alle laudi che esso si dà, ne merita ancor dagli
altri; perchè è cosa difflcii assai. ~ Allora il signor Gaspar, Questo, disse,
ci avete da in^gnar voi.— Rispose il Conte: Fra gli antichi scrittori non è
ancor mancalo chi l’abbia insegnalo; ma, al parer mio, il tutto consiste in dir
le cose di modo, che paja Digitized by Google 28
IL CORTEGIANO. non che si dicano a quel fine, ma che caggìano
talmente a proposito, che non si possa restar di dirle, e sempre mostran- do
fuggirle proprie laudi, dirle pure; ma non di quella ma- niera che fanno questi
bravi, che aprono la bocca, e lascia n venir le parole alla ventura. Come pochi
di fa disse un de’ nòstri, che essendogli a Pisa stato passato una coscia con
una picca da una banda all’altra, pensò che fosse una mosca che l’avesse punto;
ed un altro disse, che non teneva spec- chio in camera, perchè quando si
crucciava diveniva tanto terribile nell’ aspetto, che veggendosi aria fatto
troppo gran paura a sè stesso. — Rise qui ognuno; ma messer Cesare Gonzaga
soggiunse: Di che ridete voi? Non sapete che Ales- sandro Magno, sentendo che
opinion d’un filosofo era che fossino infiniti mondi, cominciò a piangere, ed
essendogli domandato, perchè piangeva, rispose. Perch’io non ne ho ancor preso
un solo; — come se avesse avuto animo di pi- gliarli tolti? Non vi par che
questa fosse maggior braveria, che il dir della puntura della mosca? — Disse
allor il Conte ; Anco Alessandro era maggior uomo, che non era colui che disse
quella. Ma agli uomini eccellenti in vero si ha da per- donare quando presumono
assai di sè; perchè chi ha da far gran cose, bisogna che abbia ardir di farle e
confidenza di sè stesso, e non sia d’animo abietto o vile, ma si ben mo- desto
in parole, mostrando di presumer meno di sè stesso che non fa, pur che quella
presunzione non passi alla te- merità. — XIX. Quivi facendo un poco di
pausa il Conte, disse ri- dendo messer Bernabdo Bibiena: Ricordomi che dianzi
dice- sti, che questo nostro Corlegiano aveva da esser dotalo da natura di
bella forma di volto e di persona, con quella gra- zia che lo facesse cosi
amabile. La grazia e ’l volto bellissi- mo penso per certo che in me sia, e
perciò interviene che tante donne quante sapete ardeno dell’ amor mio ; ma
della forma del corpo sto io alquanto dubioso, e massimamente per queste mie
gambe, che in vero non mi pajono così atte com’io vorrei: del busto, e del
resto contentomi pur assai bene. Di- chiarate adunque un poco più minutamente
questa forma del corpo, quale abbia ella da essere, acciò che io possa
levarmi Digilized by Google LIBRO PRIMO.
20 dì questo dubio, e star con l’animo riposalo. — Essendosi
di questo riso alquanto , soggiunse il Conte: Certo, quella grazia del volto,
senza mentire, dir si può esser in voi, nè altro esempio adduco che questo, per
dichìarire che cosa ella sia; chè senza dubio veggiamo, il vostro aspetto esser
gratissimo e piacere ad ognuno, avvenga che i lineamenti d’esso non siano molto
delicati; ma tien del virile, e pur è grazioso; e trovasi questa qualità in
molle e diverse forme di volti. E di tal sorte voglio io che sia lo aspetto del
nostro Cortegiano , non cosi molle e feminile come si sforzano d’aver molti,
che non solamente si crespano i capegli e spelano le ciglia, ma si strisciano
con lutti que’ modi che si faccian le più lascive e disoneste femine del mondo;
e pare che nello andare, nello stare, ed in ogni altro lor atto siano tanto
teneri e lan- guidi, che le membra siano per staccarsi loro l’uno dall’al- tro;
e pronunziano quelle parole cosi afflitte, che in quel punto par che lo spirito
loro finisca: e quanto più si trovano con nomini di grado, tanto più usano tai
termini. Questi, poi che la natura, come essi mostrano desiderare di parere ed
essere, non gli ha fatti femine, dovrebbono non come buone femine esser
estimati, ma, come publiche meretrici, non so- lamente delle corti de’ gran
signori, ma del consorzio degli uomini nobili esser cacciati. XX.
Yeguendo adunque alla qualità della persona, dico bastar ch’ella non sia
estrema in piccolezza nè in grandez- za; perchè e l’una e l’altra di queste
condizioni porla seco una certa dispettosa maraviglia, e sono gli uomini di tal
sorte mirali quasi di quel modo che si mirano le cose mostruose: benché, avendo
da peccare nell’una delle due estremità, mcn male è Tesser un poco diminuto,
che ecceder la ragioncvol misura in grandezza; perchè gli nomini cosi vasti di
corpo, olirà che molte volle di ottuso ingegno si trovano, sono an- cor inabili
ad ogni esercizio di agilità: la qual cosa io desi- dero assai nel Cortegiano.
£ perciò voglio che egli sia di buona disposizione e de’ membri ben formato, e
mostri forza e leggerezza e discioltura, e sappia di tutti gli esercizi! di
persona che ad uom di guerra s’appartengono: e di questo penso, il primo dover
essere maneggiar ben ogni sorte d’arme a piedi ed a cavallo, e conoscere i
vantaggi che in esse sono, e massimamente aver notìzia di quell’arme che
s’usano ordinariamente tra’ gentiluomini ; perchè, oltre all’ operarle alla
guerra, dove forse non sono necessarie tante sottilità, intervengono spesso
differenze tra un gentiluomo e l’altro, onde poi nasce il combattere, e molte
volte con quell’ arme che in quel punto si trovano a canto: però il saperne è
cosa securissiraa. Nè son io già di quei che dicono, che allora l’arte si
scorda nel bisogno; perchè certamente chi perde l’arte in quel tempo, dà segno
che prima ha perduto il core e ’l cervello di paura. XXL Estimo ‘ancora,
che sia di momento assai il saper lottare, perchè questo accompagna molto tutte
l’arme da piedi. Appresso, bisogna che e per sé e per gli amici intenda le
querele e differenze che possono occorrere, e sia avvertito nei vantaggi, in
tutto mostrando sempre ed animo e pruden- za; nè sia facile a questi
combattimenti, se non quanto per l’onor fosse sforzato: chè, oltre al gran pericolo
che la du- biosa sorte seco porta, chi in tali cose precipitosamente e senza
urgente causa incorre, merita grandissimo biasimo, avvenga che ben gli succeda.
Ma quando si trova l’aomo es- ser entrato tanto avanti, che senza carico non si
possa ri- trarre, dee e nelle cose che occorrono prima del combattere, e nel
^combattere, esser deliberatissimo , e mostrar sempre prontezza q core; e non
far com’alcuni, che passano la cosa in dispute e punti, ed avendo la elezion
dell’arme pigliano arme che non tagliano nè pungono, e si armano come s’aves-
sero ad aspettar le cannonate; e parendo lor bastare il non esser vinti, stanno
sempre in sul difendersi e ritirarsi, tanto che mostrano estrema viltà; onde
fannosi far la baja da’ fan- ciulli: come que’dui Anconitani, che poco fa
combatterono a Pei^gia, e fecero rìdere chi gli vide — E quali furon que-- sti?
— disse il signor Gaspàb Palla vicmo. Rispose roesser Ce- sare: Dui fratelli
consobrini. — Disse allora il Conte: Al combattere parvero fratelli carnali; —
poi soggiunse: Ado- pransi ancor l’arme spesso in tempo dì paca in diversi
eser- cizii, e veggonsi i gentiluomini nei spettacoli publici alla pre- senza
de’ popoli, di donne e di gran signori. Però voglio che ’l LIBRO
PRIMO. 31 nostro Cortegiano sia perfetto cavalier
d’ogni sella; ed oltre allo aver cognìzion di cavalli e di ciò che ai cavalcare
s’ap- partiene, ponga ogni stadio e diligenza di passar in ogni cosa un poco
più avanti che gli altri, di modo che sempre tra tatti sia per eccellente
conosciuto. E come si legge d’ Alcibiade, che superò tutte le nazioni appresso
alle quali egli visse, e ciascuna in quello che più era suo proprio: cosi
questo nostro avanzi gli altri, e ciascuno in quello di che più fa professione.
E perché degli Italiani é peculiar laude il cavalcar bene alla brida, il
maneggiar con ragione massimamente cavalli aspe- ri, il correr lance e’I
giostrare, sia in questo dei migliori Italiani: nel torneare, tener un passo,
combattere una sbar- ra, sia buono tra i miglior Franzesi: nel giocare a canne,
correr tori, lanciar aste e dardi, sia tra i Spagnoli eccellente. Ma sopra
tutto, accompagni ogni suo movimento con un certo buon giudicio e grazia, se
vuole meritar quell’ universa! fa- vore che tanto s’apprezza. XXII. Sono
ancor molti altri esercizi!, i quali benché non dipendano drittamente dalle
arme, pur con esse hanno molta convenienza, e tengono assai d’una strenuità
virile; e tra questi parmi la caccia esser de’ principali, perché ha una certa
similitudine di guerra: ed é veramente piacer da gran signori, e conveniente ad
uom di corte, e comprendesi che ancora tra gli antichi era in molta
consuetudine. Conveniente é ancor saper nuotare, saltare, correre, gittar
pietre, per- ché, oltre alla utilità che di questo si può avere alla guerra,
molle volte occorre far prova di sé in tai cose; onde s’acqui- sta buona
estimazione, massimamente nella moltitudine, con la quale bisogna pur che
l’uora s’accommodi. Ancor nobile esercizio e convenientissimo ad uom di corte é
il gioco di pal- la, nel quale molto si vede la disposizion del corpo, e la
pre- stezza e discioltura d'ogni membro, e tutto quello che quasi in ogni altro
esercizio si vede. Né di minor laude estimo il volteggiar a cavallo; il quale
benché sia faticoso e difficile, fa l’uomo leggerissimo e destro più che alcun’
altra cosa; ed, oltre alla utilità, se quella leggerezza é compagnala di buona
grazia, fa, al parer mio, più bel spettacolo che alcun degli altri. Essendo
adunque il nostro Cortegiano in questi esercizii più che mediocremenle esperto,
penso che debba lasciar gli altri da canto ; come volteggiar in terra , andar
in su la corda, e tai cose, che quasi hanno del giocolare, e poco sono a
gentiluomo convenienti. Ma, perchè sempre non si può ver- sar tra queste cosi
faticose operazioni , oltra che ancor la as- siduità sazia mollo e leva quella
ammirazione che si piglia delle cose rare, bisogna sempre variar con diverse
azioni la vita nostra. Però voglio che’l Cortegiano discenda qualche volta a
più riposati e placidi esercizi!, e per schivar la invi- dia e per intertenersi
piacevolmente con ognuno, faccia tutto quello che gli altri fanno, non
s’allontanando però mai dai landevoli atti, e governandosi con quel buon
giudicio che non lo lasci incorrere in alcuna sciocchezza; ma rida, scherzi,
motteggi, balli e danzi, nientedimeno con tal maniera, che sempre mostri esser
ingenioso e discreto, ed in ogni cosa che faccia o dica sìa aggraziato. —
XXIII. Certo, disse allor messer Cesare Gonzaga, non si dovria già impedir il
corso di questo ragionamento; ma se io tacessi, non satisfarei alla libertà
ch’io ho di parlare, nè al desiderio di saper una cosa: e siami perdonato s’io,
avendo a contradire, dimanderò; perchè questo credo che mi sia licito, per
esempio del nostro messer Bernardo, il qual, per troppo voglia d’esser tenuto
bell’ uomo, ha contrafatto alle leggi del nostro gioco, domandando, e non
contradicen- do.— Vedete, disse allora la signora Dociiessa, come da nn crror
solo molti ne procedoùo. Però chi falla, e dà mal esem- pio, come messer
Bernardo, non solamente merita esser pu- nito del suo fallo, ma ancor dell’
altrui. — Rispose allora mes- ser Cesare: Dunque io. Signora, sarò esente di
pena, avendo messer Bernardo ad esser punito del suo e del mio errore. — Anzi,
disse la signora Duchessa, tutti dui dovete aver doppio castigo: esso del suo
falle, e dello aver indotto voi a fallire; voi del vostro fallo, e dello aver
imitato chi falliva. — Signora, rispose messer Cesare, io fin qui non ho
fallito; però, per lasciar tutta questa punizione a messer Bernardo solo,
tacerommi. — E già si taceva; quando la signora Emi- lia ridendo. Dite ciò che
vi piace, rispose, chè, con licenza però della signora Duchessa, io perdono a
chi ha fallito e a nir '.7r^ chi fallirà in cosi piccol fallo. —
Soggianse la signora Dccues- sa: io son contenta: ma abbiate cura che non
v’inganniate, pensando forse meritar più con Tesser clemente che con Tes- ser
giusta; perchè, perdonando troppo a chi falla, si fa in- giuria a chi non
falla. Pur non voglio che la mia austerità , per ora, accusando la indulgenza
vostra, sia causa che noi perdiamo d’udir questa domanda di messer Cesare. —
Cosi esso, essendogli fatto segno dalla signora Duchessa e dalla signora
Emilia, subito disse: XXIV. Se ben tengo a memoria, parmi, signor Conte,
che voi questa sera più volte abbiale replicato, che’l Corle- giano ha da
compagnar Toperazion sue, i gesti, gli abiti, in somma ogni suo movimento con
la grazia; e questo mi par che mettiate per un condimento d'ogni cosa, senza il
quale tulle Taltre proprietà e buone condizioni siano di poco valore. E
veramente credo io , che ognun facilmente in ciò si lascie- rebbe persuadere,
perchè, per la forza del vocabolo, si può dir che chi ha grazia, quello è grato.
Ma perchè voi diceste, questo spesse volle esser don della natura e de’ cieli ,
ed an- cor quando non è cosi perfetto potersi con studio e fatica far molto
maggiore: quegli che nascono cosi avventurosi e tanto ricchi di tal tesoro come
alcuni che ne veggiamo , a me par che in ciò abbiano poco bisogno d’altro
maestro; perchè quel benigno favor del cielo quasi al suo dispetto i guida più
alto che essi non desiderano, e fagli non solamente grati ma am- mirabili a
tutto il mondo. Però di questo non ragiono, non essendo in poter nostro per noi
medesimi Tacquistarlo. Ma quegli che da natura hanno tanto solamente, che son
atti a poter essere aggraziati aggingnendovi fatica, industria e stu- dio,
desidero io di saper con quaTarle, con qual disciplina e con qual modo possono
acquistar questa grazia, cosi negli csercizii del corpo, nei quali voi estimate
che sia tanto ne- cessaria, come ancor in ogni altra cosa che si faccia o dica.
Però, secondo che col laudarci molto questa qualità a tutti avete, credo,
generato una ardente sete di conseguirla, per lo carico dalla signora Emilia
impóstovi siete ancor, con lo insegnarci, obligaio ad estinguerla. Obligatonon
son io, disse il Conte, ad insegnarvi a diventar aggraziati, nè altro; ma
solamente a dimostrarvi qual abbia ad essere un perfetto Cortegiano. Nè io già
piglia- rci impresa di insegnarvi questa perfezione; massimamente avendo poco
fa detto che ’i Cortegiano abbia da saper lottare c volteggiare, c tant’altre
cose, le quali come io sapessi in- segnarvi, non le avendo mai imparate, so che
tutti Io cono- scete. Basta che si come un buon soldato sa dire al fabro di che
foggia e garbo e bontà hanno ad esser l’arme, nè perù gli sa insegnar a farle,
nè come le martellio tempri; cosi io forse vi saprò dir qual abbia ad esser un
perfetto Cortegiano, ma non insegnarvi come abbiate a fare |)er divenirne. Pur
per satisfare ancor quanto è in poter mio alla domanda vostra, l)enchè e’ sia
quasi in proverbio, che la grazia non s’ impa- ri: dico, che chi ha da esser
aggrazialo negli esercizii corpo- rali, presupponendo prima che da natura non
sia inabile, dee cominciar per tempo, ed imparar i principii da ottimi maestri;
la qual cosa quanto paresse a Filippo re di Macedo- nia importante, si può
comprendere, avendo voluto che Ari- stotele, tanto famoso filosofo e forse il
maggior che sia stato al mondo mai, fosse quello che insegnasse i primi
clementi delle lettere ad Alessandro suo figliolo. E degli uomini che noi
oggidì couoscemo, considerate come bene ed aggrazia- tamente fa il signor
Galeazzo Sanseverino gran scudiero di Francia tutti gli esercizii del corpo; c
questo perchè, oltre alla naturai disposizione ch’egli tiene della persona, ha
posto ogui studio d’imparare da buon maestri, ed aver sempre presso di sè
uomini eccellenti, e da ognun pigliar il meglio di ciò che sapevano: chè
siccome del lottare, volteggiare, c maneggiar molle sorti d’armi, ha tenuto per
guida il nostro messer Pietro Monte, il qual, come sapete, è il vero e solo
maestro d’ogni artificiosa forza e leggerezza, cosi del caval- care, giostrare,
e qualsivoglia altra cosa, ha sempre avuto ìnanzi agli occhi i più p>erfetti
che in quelle professioni siano stali conosciuti. XXVI. Chi adunque vorrà
esser buon discepolo, oltre al far le cose bene, sempre ha da metter ogni
diligenza per assimigliarsi al maestro, e se possibil fosse, trasformarsi in
lui. E quando già si sente aver fatto profitto, giova molto vo-
Dì- LIBRO PRIMO. 35 der diversi
uomini di tal pr9fessione, e, governandosi con qoel buon giudicio che sempre
gli ha da esser guida, andar sce* gliendo or da un or da un altro varie cose. E
come la pec- chia ne’ verdi prati sempre tra l’erbe va carpendo i fiori , COSI
il nostro Cortesiano averà da rubare questa grazia da que’che a lui parerà che
la tenghino, e da ciascun quella jtarle che più sarà landevole; e non far come
un amico no- stro, che voi tutti conoscete, che si pensava esser molto si- mile
al re Ferrando minore d’ Aragona, né in altro avea po- sto cura d’imitarlo, che
nei spesso alzar il capo, torzendo una parte della bocca, il qual costume il re
avea contratto cosi da infirraità. E di questi, molti si ritrovano, che pensan
far assai, pur che sian simili ad un grand’uomo in qualche cosa; e spesso si
appigliano a quella che in colui è sola vi- ziosa. Ma avendo io già più volle
pensalo meco onde nasca questa grazia, lasciando quegli che dalle stelle
l’hanno, trovo una regola universalissima, la qual mi par valer circa questo in
tutte le cose umane che si facciano o dicano più che al- cuna altra: e ciò è
fuggir quanto più si può, e come un aspe- rissìmo e pericoloso scoglio, la
affettazione; e, per dir forse una nuova parola, usar in ogni cosa una certa
sprezzatura, che nasconda l’arte, e dimostri, ciò che si fa e dice venir fatto
senza fatica e quasi senza pensarvi. Da questo credo io che derivi assai la
grazia: [terché delle cose rare e ben fatte ognun sa la difficoltà , onde in
esse la facilità genera gran- dissima maraviglia; e per lo contrario, il
sforzare, e, comesi dice, tirar per i capegli, dà somma disgrazia, e fa estimar
poco ogni cosa, per grande ch’ella si sia. Però si può dir quella esser vera
arte, che non appare esser arte; né più in altro si ha da poner studio, che nel
nasconderla: perché se é scoperta, leva in lutto il credito, e fa ruòmo poco
estimato. E ricórdomi io già aver letto, esser stati alcuni antichi ora- tori
eccellentissimi, i quali, tra l’altre loro industrie," sforza- vansi di
far credere ad ognuno, sé non aver notizia alcuna di lettere; e, dissimulando
il sapere, mostravan le loro ora- zioni esser fatte semplicissimamenlc, e
piuttosto secondo che loro porgea la natura e la verità, che lo studio e
l’arte: la qual se fosse stala conosciuta, aria dato dubio negli animi del
popolo di non dover esser da quella ingannali. Vedete adunque come il mostrar
l’arte, ed un cosi intento studio, levi la grazia d’ogni cosa. Qual di voi è
che non rida, quando il nostro messer Pierpaolo danza alla foggia sua, con que’
sal- telli e gambe stirale in punta di piede, senza mover la lesta, come se
tutto fosse un legno, con tanta attenzione, che di certo pare che vada
numerando i passi? Qual occhio è cosi cieco, che non vegga in questo la
disgrazia della affettazio- ne? e la grazia in molti uomini e donne che sono
qui pre- senti, di quella sprezzata disinvoltura (chè nei movimenti del corpo
molti così la chiamano), con un parlar o ridere o adattarsi, mostrando non
estimar e pensar più ad ogni altra cosa che a quello, per far credere a chi vede
quasi di non sa- per nè poter errare? — XXVII. Quivi non aspettando,
messer Bernardo Bibiena disse: Eccovi che messer Roberto nostro ha pur trovalo
chi lauderà la foggia del suo danzare, poiché tutti voi altri paro che non ne
facciale caso; chè se questa eccellenza consiste nella sprezzatura, e mostrar
di non estimare, e pensar più ad ogni altra cosa che a quello che si fa ,
messer Roberto nel danzare non ha pari al mondo; chè per mostrar ben di non
pensarvi, si lascia cader la roba spesso dalle spalle e le pan- toffolc de’
piedi , e senza raccòrrà nè l’uno nè l’altro, tuttavia danza. — Rispose allor
il Conte: Poiché voi volete pur ch’io dica, dirò ancor de’vizii nostri. Non
v’accorgete che questo, che voi in messer Roberto chiamate sprezzalura, è vera
affetta- zione? perchè chiaramente si conosce che esso si sforza con ogni
studio mostrar di non pensarvi: e questo è il pensarvi troppo; e perchè passa
certi termini di mediocrità, quella sprezzalura è affettala c sta male; ed è
una cosa che appunto riesce al contrario del suo presupposito, cioè di
nasconder l’arte. Però non estimo io che minor vizio della affetlazion sia
nella sprezzatura, la quale in sè è laudevole, lasciarsi cadere i panni da
dosso, che nella attillatura, che pur medesima- mente da sè è laudevole, il
portar il capo cosi fermo per paura di non guastarsi la zazzera, o tener nel
fondo della berretta il specchio, e ’l pettine nella manica, ed aver sem- pre
drìelo il paggio per le strade con la sponga e la scope l-
7)1 (a: perchè questa cosi fatta attilatura c sprezznliira tendono
troppo allo estremo; il che sempre è vizioso, e contrario a quella pura ed
amabile simplicità, che tanto è grata agli ani- mi umani. Vedete come un
cavalier sia di mala grazia, quando si sforza d’andare cosi stirato in su la
sella, e, come noi $o- gliam dire, alla veneziana, a comparazion d’ un altro,
che paja che non vi pensi, e stia a cavallo cosi disciolto e sicuro come se
fosse a piedi. Quanto piace più e quanto più é lau- dato un gentiluom che porti
arme, modesto, che parli poco e poco si vanti, che un altro, il qual sempre
stia in sul lau- dar sé stesso, e biastemando con braveria mostri minacciar al
mondo I e niente altro è questo, che affettazione di voler parer gagliardo. Il
medesimo accade in ogni esercizio, anzi in ogni cosa che al mondo fare o dir si
possa. — XXVllI. Allora il signor Magnifico, Questo ancor, disse, si
verifica nella musica, nella quale è vizio grandissimo, far due consonanze
perfette l’una dopo l’altra; tal che il mede- simo sentimento dell’andito
nostro l’aborrisce, e spesso ama una seconda o settima, che in sè è dissonanza
aspera cd intolcrabile: c ciò procede , che quel continuare nelle per- fette
genera sazietà, e dimostra una troppo affettata armo- nia; il che, mescolando
le imperfette, si fuggc, col far quasi un paragone, donde più le orecchie
nostro stanno sospese, e più avidamente attendono e gustano le perfette, e
dilettansi talor di quella dissonanza della seconda o settima, $ome di cosa
sprezzata. — Eccovi adunque, rispose il Conte, che in questo nóce l’
affettazione, come nell’altre cose. Dicesi ancor esser stato proverbio appresso
ad alcuni eccellentissimi pit- tori antichi , troppo diligenza esser nociva ,
ed esser stato biasimato Protogene da Apelle, che non sapea levar le mani dalla
tavola. — Disse allor messer Cesare: Questo medesimo difetto parmi che abbia il
nostro fra Serafino, di non saper levar le mani dalla tavola, almen fin che in
tutto non ne sono levate ancora le vivande. — llise il Conte, c sog- giunse:
Voleva dire Apelle, che Protogene nella pittura non conoscea quel che bastava;
il che non era altro, che ri- prenderlo d’essere affettato nelle opere sue.
Questa virtù adunque contraria alla affettazione, la qual noi per ora cbiamarno
sprezzatora, olirà che ella sia il vero fonte donde de- riva la grazia, porta
ancor seco un altro ornamento, il qua- le accompagnando qualsivoglia azione
umana per minima che ella sia, non solamente subito scopre il saper di chi la
fa, ma spesso lo fa estimar molto maggior di quello che è in effetto ; perchè
negli animi delti circonstanti imprime opi- nione, che chi cosi facilmente fa
bene sappia molto più di quello che fa, e se in quello che fa ponesse studio e
fatica, potesse farlo molto meglio. £, per replicare i medesimi esem- pii,
eccovi che un uom che maneggi l’arme, se per lanciar un dardo, ovver lenendo la
spada in mano o altr’arma, si pon senza pensar scioltamente in una attitudine
pronta, con tal facilità che paja che il corpo e tutte le membra stiano in
quella disposizione naturalmente e senza fatica alcuna , ancora che non faccia
altro, ad ognuno si dimostra esser perfettissimo in quello esercizio.
Medesimamente nel dan> zare, un passo solo, un sol movimento della persona
grazioso e non sforzato, subito manifesta il sapere di chi danza. Un musico, se
nel cantar pronuncia una sola voce terminata con soave accento in un groppetto
duplicato con tal facilità che paja che così gli venga fatto a caso, con quel
ponto solo fa conoscere che sa molto più di quello che fa. Spesso ancor nella
pittura una linea sola non stentata, un sol colpo di pen- nello tirato
facilmente, di modo che paja che la mano, senza esser guidata da studio o
d’arte alcuna, vada per sé stessa al suo termine secondo la hitmision dd
pittore, scopre chia- ramente la ecceHensa dell’artehoe , circa la opinion
della qoale ognuno poi si estende secondo il suo giudicio: e ’l me- desimo
interviene quasi d’ ogni altra cosa. Sarà adunque il nostro Cortegiano estimato
eccellente, ed in ogni cosa averà grazia, e massimamente nel parlare, se
fuggirà raSettazione: nel qual errore incorrono molli, e talor più che gli
altri, al- cuni nostri Lombardi ; i quali se sono stati un anno fuor di casa,
ritornati, subito cominciano a parlare romano, talor spagnolo 0 franzese, e Dìo
sa come; e tolto questo procede da troppo desiderio di mostrar di saper assai :
ed in tal modo r uomo mette studio e diligenza in acquistar un vizio odio-
sissimo. E certo, a me sarebbe non piccola fatica, se in quesii nostri
ragionamenti io volessi usar quelle parole antiche toscane, che già sono dalla
consuetudine dei Toscani d’ og- gidì riOntate; e con lutto questo credo che
ognun di me ri- deria. — XXIX. Allor messcr Fedeoico, Veramente, disse,
ra- gionando tra noi come or facciamo , forse saria male usar quelle parole
antiche toscane; perchè, come voi dite, da- riano fatica a chi le dicesse ed a
chi le udisse, e non senza ditfìcoltà sarebbono da molli intese. Ma chi
scrìvesse, crede- rei ben io che facesse errore non usandole , perchè dànno
molta grazia ed autorità alle scritture , e da esse risulta una lingua più
grave e piena di maestà che dalle moderne. — Non so, rispose il Conte, che
grazia o autorità possan dar alle scritture quelle parole che si deono fuggire
, non sola- mente nel modo del parlare, come or noi facciamo ( il che voi
stesso confessate), ma ancor in ogni altro che imagìnar si possa. Chè se a
qualsivoglia nomo di buon giudicio occor- resse far una orazione di cose gravi
nel senato proprio di Fiorenza, che è il capo di Toscana, ovver parlar privata-
mente con persona di grado in quella città di negozii im- portanti, o ancor con
chi fosse dimcslichissimo di cose pia- cevoli , con donne o cavalieri d’amore,
o burlando o scher- zando in feste, giochi, odove si sia, oin qualsivoglia
tempo, loco o proposito, son certo che si guarderebbe d’osar quelle parole
antiche toscane ; ed usandole , oltre al far far beffe di sè, darebbe non poco
fastidio a ciascun che lo ascoltasse. Farmi adunque mollo strana cosa usare
nello scrivere per buone quelle parole, che si fuggono per viziose in ogni
sorte di parlare; e voler che quello che mai non si conviene nel parlare, sia
il più conveniente modo che usar si possa nello scrivere. Chè pur, secondo me,
la scrittura non è altro che una forma di parlare, che resta ancor poi che l’
uomo ha parlato, e quasi una imagine o più presto vita delle parole: e però nel
parlare , il qual, subito uscita che ò la voce , si disperde, son forse
tolerabili alcune cose che non sono nello scrivere; perchè la scrittura
conserva le parole , e le sotto- pone al giudicio di chi_ legge , c dà tempo di
considerarle maturamente. E perciò è ragionevole che in questa si metta
. maggior diligenza, per farla più colla e castigala; non
però di modo, che le parole scritte siano dissimili dalle dette, ma che nello
scrivere si eleggano delle più belle che s’ usano nel parlare. E se nello
scrivere fosse licito quello che non è licito nel parlare, ne nascerebbe un
inconveniente al parer mio grandissimo: che è, che più licenza usar si poria in
quella cosa nella qual si dee usar più studio ; e la industria che si mette
nello scrivere, in loco di giovar, nocerebbe. Però certo è, che quello che si
conviene nello scrivere, si convien ancor nel parlare; e quel parlar è
bellissimo, che è simile ai scritti belli. Estimo ancora, che molto più sia
necessario Tes- ser inteso nello scrivere, che nel parlare ; perchè quelli che
scrivono non son sempre presenti a quelli che leggono, co- me quelli che
parlano a quelli che parlano. Però io laudarei che l’uomo, oltre al fuggir
molte parole antiche toscane, s’assicurasse ancor d’usare, e scrivendo e
parlando, quelle che oggidì sono in consuetudine in Toscana e negli altri lo-
chi della Italia, e che hanno qualche grazia nella pronun- cia. E parrai che
chi s’ impone altra legge, non sia ben si- curo di non incorrere in quella
affettazione tanto biasimata, della qual dianzi dicevamo.,— XXX. Allora messer
Federico, Signor Conte, disse, io non posso negarvi che la scrittura non sia un
modo di par- lare. Dico ben, che se le parole che si dicono hanno in sè qualche
oscurità, quel ragionamento non penetra nell’ animo di chi ode, e passando
senza essere inteso, diventa vano: il che non interviene nello scrivere ; chè
se le parole che usa il scrittore portan seco un poco non dirò di difficoltà,
ma d'acutezza recondita, e non cosi nota come quelle che si di- cono parlando
ordinariamente, dànno una certa maggior autorità alla scrittura, e fanno che ’l
lettore va più. ritenuto e sopra di sè, e meglio considera, e si diletta dello
ingegno e dottrina di chi scrive; e col buon giudici o affaticandosi un poco,
gusta quel piacere che s’ ha nel co nseguir le cose diflìcili. E se la
ignoranza di chi legge è tanta, che non possa superar quelle difficoltà, non è
la colpa dello scrittore, nò per questo si dee stimar che quella lingua non sìa
bella. Però, nello scrivere credo io che si convenga usar le parole toscane,
e solamente le usate dagli antichi Toscani; perchè quello è gran testimonio ed
approvato dal tempo che sian buone, e significative di quello perché si dicono
; ed oltra questo, hanno quella grazia e venerazion che l’ antiquità presta non
solamente alle parole, ma agli edificii, alle sta- tue, alle pitture, e ad ogni
cosa che è bastante a conservar- la ; e spesso solamente con quel splendore e
dignità, fanno la elocuzipn bella, dalla virtù della quale ed eleganza ogni
subietto, per basso che egli sia, può esser tanto adornato, che merita somma
lande. Ma questa vostra consuetudine, di cui voi fate tanto caso, a me par
molto pericolosa, e spesso può esser mala; e se qualche vizio di parlar si
ritrova esser invalso in molti ignoranti, non per questo parmi che si debba
pigliar per una regola, ed esser dagli altri seguitato. Oltre a questo, le
consuetudini sono molto varie, nè è città nobile in Italia che non abbia
diversa maniera di parlar da tutte r altre. Però non vi ristringendo voi a
dichiarir qual sia la migliore, potrebbe l’ uomo attaccarsi alla bergamasca
cosi come alla fiorentina, e secondo voi non sarebbe error alcu- no. Parmi
adunque, che a chi vuol fuggir ogni dubio ed es- ser ben sicuro, sia necessario
proporsi ad imitar uno, il quale di consentimento dì tutti sia estimato buono,
ed averlo sempre per guida e scudo contra chi volesse riprendere : e questo
(nel volgar dico) non penso che abbia da esser altro che il Petrarca e ’l
Boccaccio ; e chi da questi dui si disco- sta, va tentoni, come chi cammina per
le tenebre senza lu- me, e però spesso erra la strada. Ma noi altri siamo tanto
arditi, che non degnamo di far quello che hanno fatto i buoni antichi; cioè
attendere alla imitazione, senza la quale estimo io che non si possa scriver
bene. E gran testimonio di questo parmi che ci dimostri Virgilio; il quale,
benché con quello ingegno e giudicio tanto divino togliesse la speranza a tutti
i posteri che alcun mai potesse ben imitar lui, volse però imitar Omero.
— XXXI. Allor il signor Gaspar Pallavicino, Questa dis- putazion, disse,
dello scrivere, in vero è ben degna d’esser udita: nientedimeno, più farebbe al
proposito nostro se voi c’ insegnaste di che modo debba parlar il Cortegiano,
perché 4 * Digitized by Google 42 IL
CORTEGIANO. panni che n’ abliia maggior bisogno, e pki spesso gli
occórra il servirsi del parlare che dello scrivere. — Rispose il Ma- gnifico:
Anzi a Cortegiano tanto eccellente e cosi perfetto, non è dubio che l’ uno e
l’altro è necessario a sapere, e che senza queste due condizioni forse tutte l’
altre sariano non molto degne di laude: però, se il Conte vorrà satisfare al
de- bito suo, insegnerà al Cortegiano non solamente il parlare, ma ancor il
scriver bene. — Allor il Conte, Signor Magnifi- co, disse, questa impresa non
accettarò io già: chè gran sciocchezza saria la mia voler insegnare ad altri
quello che io non so; e, quando ancor lo sapessi, pensar di poter fare in cosi
poche parole quello, che con tanto studio e fatica hanno fatto appena uomini
dottissimi ; ai scritti de’ quali ri- metterei il nostro Cortegiano, se pur
fossi obligato d’ inse- gnargli a scrivere e parlare. — Disse messer Cesare :
Il si- gnor Magnifico intende del parlare e scriver volgare, e non latino ;
però quelle scritture degli uomini dotti non sono al proposito nostro : ma
bisogna che voi diciate circa questo ciò che ne sapete , chè del resto v’
averemo per escusato. — Io già l’ ho detto, rispose il Conte; ma, parlandosi
della lin- gua toscana, forse più saria debito del signor Magnifico che d’ alcun
altro il darne la sentenza. — Disse il Magnifico: Io non posso nè debbo
ragionevolmente contradir a chi dice che la lingua toscana sia più bella dell’
altre. È ben vero che molle parole si ritrovano nel Petrarca e nel Boccaccio,
che or son interlasciate dalla consuetudine d’ oggidì ; e que- ste io, per me,
non usarci mai, nè parlando nè scrivendo; e credo che essi ancor, se insin a
qui vivuli fossero, non le usarebbon più. — Disse allor messer Federico: Anzi
le usa- rebbono ; e voi altri signori Toscani dovreste rinovar la vo- stra
lingua, c non lasciarla perire, come fate; chè ormai si può dire che minor
notizia se n’abbia in Fiorenza, che in molti altri lochi della Italia. —
Rispose allor messer Bernar- do: Queste parole che non s’usano più in Fiorenza,
sono restale ne’ contadini, e, come corrotte e guaste dulia vec- chiezza, sono
dai nobili riGulale. — XXXII. Allora la signora Duchessa, Non usciam,
disse, dui primo proposito, e facciuiu che ’l conte Ludovico in&cgni
Digilized by LIBRO PRIMO. i5 al Corlcgiano il parlare e
scriver bene, e sia o toscano o co- me si voglia. — Rispose il Conte: lo già,
Signora, ho detto quello che ne so ; e tengo che le medesime regole che ser-
vono ad insegnar l’uno, servano ancor ad insegnar l’altro. Ma poiché mel
comandate, risponderò quello che m’occorre a messer Federico, il quale ha
diverso parer dal mio; e forse mi bisognerà ragionar un poco più diffusamente
che non si conviene : ma questo sarà quanto io posso dire. £ prima- mente dico,
che, seconda il mio giudicio, questa nostra lin- gua, che noi chiamiamo
volgare, è ancor tenera e nuova, benché già gran tempo si costumi ; perché, per
essere slata la Italia non solamente vessala e depredata, ma lungamente abitata
da’ Barbari, per Io commercia di quelle nazioni la lingua latina s’é corrotta e
guasta, e da quella corruzione son nate altre lingue; le quai, come i fiumi che
dalla cima dell’Apennino fanno divorzio e scorrono nei due mari, cosi si son
esse ancor divise, ed alcune tinte di latinità perve- nute per diversi cammini
quiM ad una parte e quale all’ al- tra, ed una tinta di barbarie rimasta in
Italia. Questa adun- que é stata tra noi lungamente incomposta e varia, per non
aver avuto chi le abbia posto cura, né in essa scritto, né cercato di darle
splendor o grazia alcuna: pur é poi stata alquanto più colta in Toscana, che
negli altri lochi della Ita- lia ; 0 per questo par che ’l suo fiore insino da
que’ primi tempi qui sia rimaso, per aver servalo quella nazion gentil accenti
nella pronunzia, ed ordine grammaticale in quello che si convien, più che
l’altre; ed aver avuti tre nobili scrit- tori, i quali ingeniosamente, e con
quelle parole e termini che usava la consuetudine de’ loro tempi, hanno
espresso i lor concetti: il che più felicemente che agli altri, al parer mio, é
successo al Petrarca nelle cose amorose. Nascendo poi di tempo in tempo, non
solamente in Toscana ma in tutta la Italia, tra gli uomini nobili e versati
nelle corti e ncH’arme e nelle lettere qualche studio di parlare e scrivere più
elegantemente, che non si faceva in quella prima età rozza ed incolta, quando
lo incendio delle calamità nate da’ Barbari non era ancor sedato: sonsi
lasciate molte paro- le, cosi nella città piopria di Fiorenza ed in tutta la
Tosca- Digitized by Google u IL
COUTEGIANO. na, come nel resto della Italia, ed in loco di quelle
riprese deir altre, e fattosi in questo quella mutazion che si fa in tulle le
cose umane : il che è intervenuto sempre ancor delle altre lingue. Che se
quelle prime scritture antiche la- tine fossero durate insino ad ora, vederemmo
che altra- mente parlavano Evandro e Turno e gli altri latini di que’ tempi,
che non fecero poi gli ultimi re romani e i primi consoli. Eccovi che i versi
che cantavano i Salii a pena erano dai posteri intesi ; ma essendo di quel modo
dai primi institutori ordinali, non si mutavano per riverenza della religione.
Cosi successivamente gli oratori e i poeti an- darono lasciando molle parole
usate dai loro antecessori ; chè Antonio, Crasso, Ortensio, Cicerone fuggivano
molte di quelle di Catone, e Virgilio molle d’ Ennio; e cosi fecero gli altri :
che ancor che avessero riverenza aH’antiquità, non la cslimavan però tanto, che
volessero averle quella obbliga- zion che voi volete che ora le abbiam noi;
anzi, dove lor pa- rca, la biasimavano : come Orazio, che dice che i suoi anti-
chi aveano scioccamente laudalo Plauto, e vuol poter acqui- stare nuove parole.
E Cicerone in molli lochi riprende molli suoi antecessori ; e per biasimare
Sergio Galba, afferma che le orazioni sue aveano dell’ antico ; e dice che
Ennio ancor sprezzò in alcune cose i suoi antecessori : di modo che, se noi
vorremo imitar gli antichi, non gl’ imitaremo. E Virgi- lio, che voi dite che
imitò Omero, non lo imitò nella lingua. XXXIII. Io adunque queste parole
antiché, quanto per me, fuggirei sempre d’usare, eccetto però che in certi lo-
chi, ed in questi ancor rare volte ; e parmi che chi altri- menti le usa,
faccia errore, non meno che chi volesse, per imitar gli antichi, nutrirsi
ancora di ghiande, essendosi già trovala copia di grano. E perchè voi dite che
le parole anti- che, solamente con quel splendore d’antichità, adornan tanto
ogni subiello, per basso che egli sia, che possono farlo degno di molta laude :
io dico, che non solamente di queste parole antiche, ma nè ancor delle buone
faccio tanto caso, ch’estimi debbano senza ’l suco delle belle sentenze esser
prezzale ragionevolmente ; perchè il dividere le sentenze dalle jiarole è un
divider l’anima dal corpo : la qual cosa nè nell’ uno nè nell’ altro senza
distruzione far si può. Quello adunque che principalmente importa ed è
necessario al Cortegiano per parlare e scriver bene, estimo io che sia il
sapere • perchè chi non sa, e nell’ animo non ha cosa che ineriti esser intesa,
non può nè dirla nè scriverla. Appres- so, bisogna dispor con bell’ordine
quello che si ha a dire o scrivere; poi esprimerlo ben con le parole; le q«al«,
» non m’inganno, debbono esser proprie, elette, splendide e ben composte, ma
sopra lutto usale ancor dal popolo ; per- chè quelle medesime fanno la
grandezza e pompa dell ora- zione, se colui che parla ha buon giudicio e
diligenza, e sa pigliar le più significative di ciò che vuol dire, ed
inalzarle, c come cera formandole ad arbitrio suo collocarle in tal parte e con
tal ordine, che al primo aspetto mostrino e fac- cian conoscere la dignità e
splendor suo, come tavole di pittura poste al suo buono e naturai lume. E
questo cosi dico dello scrivere, come del parlare : al qual però si richiedono
alcune cose che non son necessarie nello scrivere; come la voce buona, non
troppo sottile o molle come di femina, nè ancor tanto austera ed orrida che
abbia del rustico, ma so- nora, chiara, soave e ben composta, con la pronunzia
espe- dita, e coi modi e gesti convenienti ; li quali, al parer mio, consistono
in certi movimenti di tutto ’l corpo, non affettati nè violenti, ma temperali
con un volto accommodalo, e con un mover d’ occhi che dia grazia e s’ accordi
con le parole, e più che si può significhi ancor coi gesti la intenzione ed
affetto di colui che parla. Ma tulle queste cose sarian vane e di poco momento,
se le sentenze espresse dalle parole non fossero belle, ingegnose, acute,
eleganti e gravi, secondo 1 bisogno. Dubito, disse allora il signor Morello,
che se questo Cortegiano parlerà con tanta eleganza e gravità, fra noi si
trovaranno di quei che non lo intenderanno. Anzi da ognuno sarà inteso, rispose
il Conte, perchè la facilità non impedisce la eleganza. Nè io voglio eh’ egli
parli sem- pre in gravità, ma di cose piacevoli, di giochi, di motti c di
burle, secondo il tempo; del tutto {wrò sensatamente, c con pioiilezza e coiiia
non confusa ; nè mostri in parte alcuna vanità o sciocchezza paerìle. E quando
poi parlerà dì cosa oscura o dilBcile, voglio che e con le parole e con le
sentenze ben distinte esplichi sottilmente la intenzion sua, ed ogni ambiguità
faccia chiara e piana con un certo modo diligente senza molestia.
Medesimamente, dove occorrerà, sappia parlar con dignità e veemenza , e
concitar quegli af- fetti che hanno in sè gli animi nostri , ed accenderli o
mo- verli secondo il bisogno; talor con una semplicità di quel candore, che fa
parer che la natura istessa parli, intenerir- gli, c quasi inebbriargli di
dolcezza, e con tal facilità, che chi ode estimi eh’ egli ancor con pochissima
fatica potrebbe conseguir quel grado, e quando ne fa la prova se gli trovi
lontanissimo. Io vorrei che ’l nostro Cortegiano parlasse e scrivesse di tal
maniera; e non solamente pigliasse parole splendide ed eleganti d’ogni parte
della Italia, ma ancor lauderei che talor usasse alcuni di quei termini e
franzesi e spagnoli, che già sono dalla consuetudine nostra accettati. Però a
me non dispiacerebbe che, occorrendogli, dicesse primor; dicesse accertare,
avventurare; dicesse ripassare una persona con ragionamento, volendo intendere
riconoscerla e trattarla per averne perfetta notizia ; dicesse «n cavalier
senza rimproccio, attilato, creato d' un principe, ed altri tal termini, pur
che sperasse esser inteso. Talor vorrei che pi- gliasse alcune parole in altra
signiheazione che la lor pro- pria; e, traportandole a proposito, quasi le
inserisse come rampollo d’ albero in piA felice tronco, per farle più vaghe e
belle, e quasi per accostar le cose al senso degli occhi pro- pri!, e, come si
dice, farle toccar con mano, con diletto di chi ode o legge. Nè vorrei che
temesse formarne ancor di nuove, e con nuove hgure di dire, dedocendole con bel
modo dai Latini, come già .i Latini le deducevano dai Greci. XXXV. Se
adunque degli nomini litterati e di buon in- gegno e giudicio, che oggidì tra
noi si ritrovano, fossero al- cuni, li quali ponessino cura di scrivere del
modo che s’ è detto in questa lingua cose degne d’ esser lette, tosto la ve-
deressimo colla ed abondante di termini c di belle Rgure, e capace che in essa
si scrivesse cosi bene come in qualsivoglia altra; c so ella non fosse para
toscana antica, sarebbe italiana, commane, copiosa e varia, e qaasi come an
deli- zioso giardino pien di diversi fiori e fratti. Nè sarebbe que- sto cosa
nuova ; perchè, delle quattro lingue che aveano in consuetudine i scrittori
greci, eleggendo da ciascuna parole, modi e figure, come ben loro veniva, ne
facevano nascere un’ altra che si diceva commune, e tutte cinque poi sotto un
sol nome chiamavano lingua greca ; e benché la ateniese fosse elegante, pura e
faconda più che l’ altre, i buoni scrit- tori che non erano di nazion Ateniesi
non la affettavan tan- to, che nel modo dello scrivere, e quasi all’odore e
proprietà del suo naturai parlare, non fossero conosciuti : nè per que- sto
però erano sprezzati ; anzi quei che volevan parer troppo Ateniesi, ne
rapportavan biasimo. Tra i scrittori latini ancor furono in prezzo a’ suoi di
molti non Romani, benché in essi non si vedesse quella purità propria della
lingua roma- na, che rare volte possono acquistar quei che son d’altra na-
zione. Già non fu rifiutato Tito Livio, ancora che colui di- cesse aver trovato
in esso la patavinità, nè Virgilio, per es- ser stato ripreso che non parlava
romano; e, come sapete, furono ancor Ietti ed estimati in Roma molti scrittori
di na- zione Barbari. Ma noi, molto più severi che gli antichi, im- ponemo a
noi stessi certe nuove leggi fuor di proposito ; ed avendo inanzi agli occhi le
strade battute, cerchiamo andar per diverticoli: perchè nella nostra lingua
propria, della quale, come di tutte l’ altre, 1’ officio è esprimer bene e
chiaramente i concetti dell’ animo, ci dilettiamo della oscu- rità ; e,
chiamandola lingua volgare, volemo in essa usar pa- role che non solamente non
son dal volgo, ma nè ancor da- gli uomini nobili e litterati intese, nè più si
usano in parte alcuna ; senza aver rispetto, che tutti i buoni antichi biasi-
mano le parole rifiutate dalla consuetudine. La qual voi, al parer mio, non
conoscete bene ; perchè dite, se qualche vizio di parlare è invalso in molti
ignoranti, non pèr questo si dee chiamar consuetudine, nè esser accettato per
una re- gola di parlare; o, secondo che altre volte vi ho udito dire, volete
poi, che in loco di CapiloUo si dica Campidoglio; per Jeronimo, Girolamo;
aldace per audace; e per patrone, podron«, ed altre lai parole corrotte e
guaste; perchè cosi si tro- van scritte da qualche antico Toscano ignorante, e
perché cosi dicono oggidì i contadini toscani. La buona consuetudine adunque
del parlare credo io che nasca dagli uomini che hanno ingegno, e che con la
dottrina ed esperienza s’ hanno guadagnato il buon gindicio, e con quello
concorrono e con- sentono ad accettar lé parole che lor pajon budnc, le quali
si conoscono per un certo gindicio naturale, e non per arto o regola alcuna.
Non sapete voi, che le figure del parlare, le qnai dànno tanta grazia e
splendor alla orazione, tutte sono abusioni delle regole grammaticali, ma
accettate e confermate dalla usanza, perchè, senza poterne render altra
ragione, pia- cene, ed al senso proprio dell’ orecchia par che portino soa-
vità e dolcezza? E questa credo io che sia la buona consue- tudine; delia quale
cosi possono essere capaci i Romani, i Napoletani, i Lombardi e gli altri, come
i Toscani. \X\VI. È ben vero, che in ogni lingua alcune cose sono sempre buone:
come la facilità, il bell’ordine, l’abon- danza, le belle sentenze, le clausole
numerose; e, per con- trario, r affettazione e l’ altre cose opposite a queste
son ma- le. Ma delle parole son alcune che durano buone un tempo, poi
s’invecchiano ed in tutto perdono la grazia; altre pigliai! forza e vengono in
prezzo: perchè, come le stagioni del- r anno spogliano de’ fiori e de’ frutti
la terra, e poi di nuovo d’ altri la rivestono, cosi il tempo quelle prime
parole fa ca- dere, e Taso altre di nuovo fa rinascere, e dà lor grazia c
dignità, fin che, dall’invidioso morso del tempo a poco a poco consumate,
giungono poi esse ancora alla lor morte ; perciocché, al fine, e noi ed ogni
nostra cosa è mortale. Con- siderate che della lingua Osca non avemo più notizia
alcuna. La provenzale, che pur mo, si può dir, era celebrata da no- bili
scrittori, ora dagli abitanti di quel paese non è intesa. Penso io adunque,
come ben ha detto il signor Magnifico, che se ’l Petrarca e ’l Boccaccio
fossero vivi a questo tempo, non nsariano molte parole che vedemo ne’ loro
scritti : però non mi par bene che noi quelle imitiamo. Laudo ben som- mamente
coloro che sanno imitar quello che si dee imitare; nientedimeno non credo io
già che sia impossibile scriver uy Cuoiai LIBRO
PRIMO. 49 bene ancor senza imitare ; e massimamente in
questa nostra lingua, nella quale possiam esser dalla consuetudine ajutatì: il
che non ardirei dir nella latina. — XXXVII. Allor messer Federico, Perchè
volete voi, disse, che più s’estimi la consuetudine nella volgare che nella
latina? — Anzi, dell’ una e dell’altra, rispose il Conte, estimo che la
consuetudine sia la maestra. Ma perchè* que- gli uomini, ai quali la lingua
latina era cosi propria come or è a noi la volgare, non sono più al mondo,
bisogna che noi dalle lor scritture impariamo quello che essi aveano impa- rato
dalla consuetudine; nè altro vuol dir il parlar antico, che la consuetudine
antica di parlare: e sciocca cosa sarebbe amar il parlar antico non per altro,
che per voler più presto parlare come si parlava, che come si parla. — Dunque,
ri- spose messer Federico, gli antichi non imitavano?— Credo, disse il Conte,
che molti imitavano, ma non in ogni cosa. E se Virgilio avesse in tutto imitato
Esiodo, non gli saria passato inanzi; nè Cicerone a Crasso, nè Ennio ai suoi
an- tecessori. Eccovi che Omero è tanto antico, che da molti si crede che egli
cosi sia il primo poeta eroico di tempo, come ancor è d’ eccellenza di dire : e
chi vorrete voi che egli imi- tasse? — Un altro, rispose messer Federico, più
antico di lui, del quale non avemo notizia per la troppa antiquità. — Chi
direte adunque, disse il Conte, che imitasse il Petrarca e ’l Boccaccio, che
pur tre giorni ha, si può dir, che son stati al mondo? — Io noi so, rispose
messer Federico; ma creder si può che essi ancor avessero l’ animo indrizzato
alla imi- tazione, benché noi non sappiam di cui. — Rispose il Conte: Creder si
può che que’ che erano imitati fossero migliori che que’ che imitavano ; e
troppo maraviglia saria che così pre- sto il lor nome e la fama, se erano
buoni, fosse in tutto spenta. Ma il lor vero maestro cred’io che fosse
l’ingegno, ed il lor proprio gindicio naturale; e di questo ninno è che si
debba maravigliare, perchè quasi sempre per diverse vie si può tendere alla
sommità d’ ogni eccellenza. Nè è natura alcuna che non abbia in sè molle cose
della medesima sorte dissimili runa dall’ altra, le quali però son Ira .sè di
egual laude degne. Vedete la musica, le armonie della quale or son
5 --*■ A gravi c (arde, or velocissime e di novi modi e
vie ; niente- dimeno (ulte dilettano, ma per diverse cause : come si com-
prende nella maniera del cantare di Bidon; la quale è tanto artificiosa,
pronta, veemente, concitata, e di cosi varie me- lodie, che i spiriti di chi
ode tutti si commoveno e s’inGam- mano, e cosi sospesi par che si levino insino
al ciclo. Né mem commove nel suo cantar il nostro Marchetto Cara, ma con più
molle armonia ; chè per una via placida e piena di flebile dolcezza intenerisce
e penetra le anime, imprimendo in esse soavemente una dilettevole passione.
Varie cose an- cor egualmente piacciono agli occhi nostri, tanto che con
diflìcoltà giudicar si può quai più lor son grate. Eccovi che nella pittura
sono eccellentissimi Leonardo Vincio, il Man- (egna, Rafacllo, Michelangelo,
Georgio da Castelfranco : nientedimeno, tutti son tra sé nel far dissimili; di
modo che ad alcun di loro non par che manchi cosa alcuna in quella maniera,
perchè si conosce ciascun nel suo stil esser perfet- tissimo. Il medesimo ò di
molti poeti greci c latini, i quali, diversi nello scrivere, son pari nella
laude. Gli oratori ancor hanno avuto sempre tanta diversità tra sé, che quasi
ogni età ha prodotto ed apprezzato una sorte d’ oratori peculiar di quel tempo
; i quali non solamente dai precessori e suc- cessori suoi, ma tra sé son stati
dissimili: come si scrive ne’ Greci, d’ Isocrate, Lisia, Eschinc^ e molt’
altri, tutti ec- cellenti, ma a niun |)cró simili fuor che a sé stessi. Tra i
La- tini poi quei Carbone, Lelio, Scipione Africano, Galba, Sul- pizio, Cotta,
Gracco, Marc’ Antonio, Crasso, e tanti che saria lungo nominare, tutti buoni, e
l’un dall’ altro diversissimi; di modo che chi potesse considerar tutti gli
oratori che sono stati al mondo, quanti oratori tanto sorti di dire trovarebbe.
Farmi ancor ricordare che Cicerone in un loco introduca Marc’Antonio dir a
Sulpizio, che molti sono i quali non imi- tano alcuno, e nientedimeno
pervengono al sommo grado della eccellenza ; e parla di certi, i quali aveauo introdotto
una nova forma e figura di dir, bella, ma inusitata agli altri oratori di quel
tempo, nella quale non imilavano se non sé stessi : però aflcrma ancor che i
maestri debbano conside- rar la natura dei discepoli, e, quella tenendo per
guida, in- Digitizi^d bv Gno^Ic LIBRO PRIMO.
51 drizzarli ed ajutargli alla via che lo ingegno loro e la
natu- rai disposizion gl’ inclina. Per questo adunque, messer Fede- rico mio,
credo, se l’ uomo da sè non ha convenienza con qualsivoglia autore, non sia ben
sforzarlo a quella imitazio- ne ; perchè la virtù di quell’ ingegno s’ ammorza
e resta im- pedita, per -esser deviata dalla strada nella quale avrebbe fatto
profitto, se non gli fosse stata precisa. Non so adunque come sia bene, in loco
d’ arricchir questa lingua e darli spi- rilo, grandezza e lume, farla povera,
esile, umile ed oscura, e cercare di metterla in tante angustie, che ognuno sia
sfor- zato ad imitare solamente il Petrarca e ’l Boccaccio ; e che nella lingua
non si debba ancor credere al Poliziano , a Lo- renzo de' Medici, a Francesco
Diaceto, e ad alcuni altri che pur sono Toscani , e forse di non minor dottrina
e gindicio che si fosse il Petrarca e '1 Boccaccio. E veramente, gran miseria
saria mejlter fine e non passar più avanti di quello che s’ abbia fatto quasi
il primo che ha scritto, e disperarsi che tanti e cosi nobili ingegni possano
mai trovar più che una forma bella di dire in quella lingua, che ad essi è pro-
pria e naturale. Ma oggidì son certi scrupolosi, i quali, quasi con una religion
e misterii ineffabili di questa lor lingua to- scana, spaventano di modo chi
gli ascolta, che inducono an- cor molli uomini nobili e lilterati in tanta
timidità, che non osano aprir la bocca, e confessano di non saper parlar quella
lingua, che hanno imparata dalle nutrici inaino nelle fasce. Ma di questo parmi
che abbiam detto pur troppo; però seguitiamo ormai il ragionamento del
Cortegiano. Allora messer Fedkbigo rispose: Io voglio pur ancor dir questo
poco, che è, eh’ io già non niego che le opi- nioni e gli ingegni degli uomini
non siano diversi tra sè; nè credo che ben fosse che uno, da natura veemente e
concitato, si mettesse a scriver cose placide; nè meno un altro severo c grave,
a scriver piacevolezze: perchè in questo parmi ra- gionevole che ognuno s’
accommodi allo instinto suo proprio. E di ciò, credo, parlava Cicerone quando
disse, che i maestri avessero riguardo alla natura dei discepoli, per non far
come i mali agricoltori, che talor nel terreno che solamenre è fruttifero per
le vigne vogliono seminar grano. Ma a me non può capir nella testa, che
d’nna lingua particolare, la quale non è a tutti gli uomini cosi propria come i
discorsi ed i pensieri e molte altre operazioni, ma una invenzione conte- nuta
sotto certi termini , non sia più ragionevole imitar quelli che parlan meglio,
che parlare a caso; e che, così come nel latino l’ nomo si dee sforzar di
assimigliarsi alla lingua di Virgilio e di Cicerone, piuttosto che a quella di
Silio o di Cornelio Tacito, cosi nel volgar non sia meglio imitar quella del
Petrarca e del Boccaccio, che d’ alcun altro; ma ben in essa esprimere i suoi
propri! concetti, ed in questo attende- re, come insegna Cicerone, allo
instinto suo naturale: e cosi si troverà, che quella differenza che voi dite
essere tra i buoni oratori, consiste nei sensi, e non nella lingua.— Allor il
Conte, Dubito, disse, che noi entreremo in un gran pe- lago, e lasciaremo il
nostro primo proposito del Cortcgiano. Por domando a voi: in che consiste la
bontà di questa lin- gua? — Rispose messer Fedebico: Nel servar ben le pro-
prietà di essa, e tòrla in quella significazione , usando quello stile e que’
numeri, che hanno fatto tutti quei che hanno scritto bene. Vorrei, disse il
Conte, sapere se questo stile e questi numeri di che voi pariate, nascono dalle
sentenze o dalle parole. — Dalle parole, rispose messer Fedebico.
Adunque, disse il Conte, a voi non par che le parole di Silio e di Cornelio
Tacito siano quelle medesime che usa - Virgilio e Cicerone? nè tolte nella
medesima significazione? — Rispose messer Fedebico: Le medesime son si, ma
alcune mal osservate e tolte diversamente. — Rispose il Conte: E se d’ un libro
di Cornelio e d’un di Silio si levassero tutte quelle ' parole che son poste in
altra significazion di quello che ’ fa Virgilio e Cicerone, che sariano pochissime:
non direste voi poi, che Cornelio nella lingua fosse pare a Cicerone, e Silio a
Virgilio? e che ben fosse imitar quella maniera di dire? — XXXIX. Allora
la signora Emiliì, A me par, disse, che questa vostra disputa sia mo troppo
lunga e fastidiosa ; però fia bene a differirla ad un altro tempo. — Messer
Fede- rico pur incominciava a rispondere; ma sempre la signora Emilia lo
interrompeva. In ultimo disse il Conte: Molli vo- LIBRO
PRIMO. 55 sliono giudicare i sUii e parlar de’ numeri e
della imitazione; ma a me non sanno già essi dare ad intendere che cosa sia
stile nè numero, nè in che consista la imitazione, nè perchè le cose tolte da
Omero o da qualche altro stiano tanto bene in Virgilio, che più presto pajono
illustrate che imitate: e ciò forse procede ch’io non son capace d’
intendergli. Ma perchè grande argomento che l’ uom sappia una cosa è il sa-
perla insegnare, dubito che essi ancora poco la intendano; e che e Virgilio e
Cicerone laudino perchè sentono che da molti son laudali , non perchè conoscono
la differenza che è tra essi e gli altri: chè in vero non consiste in avere una
osservazione di due, di tre o di dieci parole usate a modo diverso dagli altri.
In Saluslio, in Cesare, in Varrone e negli altri buoni si trovano usati alcuni
termini diversamente da (luello che usa Cicerone; e pur l’ uno e l’ altro sta
bene, per- chè in cosi frivola cosa non è posta la bontà e forza d’ una lingua:
come ben disse Demostene ad Eschine, che lo mor- deva, domandandogli d’ alcune
parole le quali egli aveva usate, e pur non erano attiche, se erano mostri o
portenti; e Demostene se ne rise, e risposegU , che in questo non con-
sistevano le fortune di Grecia. Cosi io ancora poco mi cura- rci se dà un
Toscano fossi ripreso d’ aver detto piuttosto so- tis fatto che sodisfatto, ed
onorewle che orrevole, e causa che cagione, e populo che popolo, ed altre tai
cose. Allor mes- se r Fedbbico si levò in piè, e disse: Ascoltatemi, prego,
queste poche parole. — Rispose, ridendo, la signora Emilia: Pena la disgrazia
mia a qual di voi per ora parla più di que- sta materia , perchè voglio che la
rimettiamo ad un’ altra sera. Ma voi. Conte, seguitate il ragionamento del
Corte- giano ; e mostrateci come avete buona memoria, chè, credo, se saprete
ritaccarlo ove lo lasciaste, non farete poco. — XL. Signora, rispose il Coste,
il filo mi par tronco: pur, s’ io non m’inganno, credo che dicevamo, che somma
disgrazia a tulle le cose dà sempre la pestifera affettazione, e per contrario
grazia estrema la semplicità e la sprezzalura: a laude della quale, o biasimo
della affettazione, molte altre cose ragionar si potrebbono; ma io una sola
ancor dir no voglio, e non più. Gran desiderio universalmente lengon
sìiaitiz I Googie 5-i IL
CORTEGIANO. tulle le donne di essere, e, quando esser non possono,
aimcn di parer belle: perù, dove la natura in qualche parte in questo è
mancala, esse si sforzano di supplir con l’ artiGcio. Quindi nasce l’
acconciarsi la faccia con tanto studio e talor pena , I>elarsi le ciglia e
la fronte, ed usar tutti que’ modi e patire que’ fastidii, che voi altre donne
credete che agli uomini siano molto secreti, e pur tutti si sanno. — Rise quivi
Ma- donna Costanza Fbegosa, e disse: Voi fareste assai più cor- tesemente
seguitar il ragionamento vostro, e dir onde nasca la buona grazia, e parlar
della Corlegiania, che voler scoprir i difetti delle donne senza proposito. —
Anzi mollo a propo- sito, rispose il Conte; perchè questi vostri difetti di che
io parlo vi levano la grazia, perchè d’altro non nascono che da affettazione,
per la qual fate conoscere ad ognuno scoperta- mente il troppo desiderio vostro
d’ esser belle. Non v’accor- gete voi, quanto più di grazia tenga una donna, la
qual, se pur si acconcia, Io fa cosi parcamente e cosi poco, che chi la vede
sta in dubio s’ella è concia o no; che un’altra, em- piaslrala tanto, che paja
aversi posto alla faccia una masche- ra, e non osi ridere per non farsela
crepare , nè si muti mai di colore se non quando la mattina si veste; e poi
tutto il remanenle del giorno stia come statua di legno immobile, comparendo
solamente a lume di lorze, come mostrano i cauli mercatanti i lor panni in loco
oscuro? Quanto più poi di tulle piace una, dico non brutta, che si conosca
chiara- mente non aver cosa alcuna in su la faccia, benché non sia cosi bianca
nò cosi rossa, ma col suo color nativo pallidelta, e talor per vergogna o per
altro accidente tinta d’ un inge- nuo rossore, coi capelli a caso inornati e
mal composti, e coi gesti semplici e naturali, senza mostrar industria nè
studio d’ esser bella? Questa è quella sprezzata purità gratissima agli occhi
ed agli animi umani, i quali sempre temono essere dall’ arte ingannali.
Piacciono multo in una donna i bei denti, |)erchè non essendo cosi scoperti
come la faccia , ma per lo più del tempo stando nascosi, creder si può che non
vi si ponga tanta cura per fargli belli, come nel volto: pur citi ridesse senza
proposito e solamente per mostrargli, scoprirla r urte, c benché belli gli
avesse, a tutti parerla disgraziatis- Digitized by CoogI‘
LIBRO PRIMO. 55 sìmo, come lo Egnazio Catulliano.
11 medesimo è delle mani; le quali, se delicate e belle sono, mostrate ignude a
tempo, secondo che occorre operarle, e non per far veder la lor bel- lezza,
lasciano di sè grandissimo desiderio, e massimamente revestite di guanti;
perchè par che chi le ricopre non curie non estimi molto che siano vedute o no,
ma cosi belle lo ab- bia più per natura che per studio o diligenza alcuna.
Avete voi posto cura talor, quando, o per le strade andando alle chiese o ad
altro loco, o giocando o per altra causa, accade che una donna tanto della roba
si leva, che il piede e spesso un poco di gambetta senza pensarvi mostra? non
vi pare che grandissima grazia tenga, se ivi si vede con una certa don- nesca disposizione
leggiadra ed altilata nei suoi chiapinetti di velluto, e calze polite? Certo a
me piace egli molto, e credo a tutti voi altri, perchè ognuno estima che la
attila- tura in parte cosi nascosa e rare volte veduta, sia a quella donna
piuttosto naturale e propria che sforzata, e che ella di ciò non pensi
acquistar laude alcuna. XLI. In tal modo si fugge e nasconde l’
affettazione, la qual or potete comprender quanto sia contraria, e levi la
grazia d’ ogni operazion cosi del corpo come dell’ animo: del quale per ancor
poco avemo parlato, nè bisogna però la- sciarlo; chè si come l’ animo più degno
è assai che ’l corpo, cosi ancor merita esser più culto e più ornato. ■£ ciò
come far si debba nel nostro Cortegiano, lasciando li precetti di tanti savii filosoG
che di questa materia scrivono, e difGni- scono le virtù dell’animo, e cosi
sottilmente disputano della dignità di quelle: diremo in poche parole,
attendendo al no- stro proposito, bastar che egli sia, come si dice, uomo da
bene ed intiero; chè in questo si comprende la prudenza, bontà, fortezza e
temperanza d’animo, e tutte l’altre condi- zioni che a cosi onorato nome si
convengono. Ed io estimo, quel solo esser vero filosofo morale, che vuol esser
buono; ed a ciò gli bisognano pochi altri precetti , che tal volontà. E però
ben dicea Socrate, parergli che gli ammaestramenti suoi già avessino fatto buon
frutto quando per quelli chi si fosse s’ incitava a voler conoscer ed imparar
la virtù : perchè quelli che son giunti a termine che non desiderano cosa
alcuna __.niniiizixJ più che l’essere banni, facilmente conseguono
la scienza di lutto quello che a ciò bisogna; però di questo non ragione- remo
più avanti. XLII. Ma, oltre alla bontà, il vero e principal ornamento
deir animo in ciascuno penso io che siano le lettere: benché i Franzesi
solamente conoscano la nobilità delle arme, e tutto il resto nulla estimino; di
modo che, non solamente non ap- prezzano le lettere, ma le aborriscono; e tutti
i letterati ten- gon per vilissimi uomini ; e pare lor dir gran villania a chi
si sia, quando lo chiamano clero. — Allora il Magnifico Jcluno, Voi dite il
vero, rispose, che questo errore già gran tempo regna tra’ Franzesi; ma se la
buona sorte vuole che monsignor d’Angolem, come si spera, succeda alla corona,
estimo che si come la gloria dell’ arme fiorisce e risplende in Francia , cosi
vi debba ancor con supremo ornamento fiorir quella delle lettere: perchè non è
mollo ch’io, ritrovandomi alla corte, vidi questo signore, e parvemi che, oltre
alla disposizion della persona e bellezza di volto, avesse nell’ aspetto tanta
grandezza, congiunta però con una certa graziosa umanità, che ’l reame di
Francia gli dovesse sempre parer poco. Intesi da poi da molti gentiluomini , e
franzesi ed italiani , assai dei nobilissimi costumi suoi, della grandezza
dell’animo, del va- lore e della liberalità ; e tra l’ altre cose fnmmi detto,
che egli sommamente amava ed estimava le lettere, ed avea in gran- dissima
osservanza tutti e’ litterati; e dannava i Franzesi proprii dell’ esser tanto
alieni da questa professione, avendo massimamente in casa un cosi nobil Studio
come è quello di Parigi, dove tutto il mondo concorre. — Disse allor il Conte :
Gran maraviglia é che in cosi tenera età, solamente per istinto di natura,
contra l’usanza del paese, si sia da sé a sé volto a cosi buon cammino; e
perché li sud- diti sempre seguitano i costumi de’ superiori, può esser che,
come voi dite, i Franzesi siano ancor per estimar le lettere di quella dignità
che sono: il che facilmente, se vorranno intendere, si potrà lor persuadere;
perché niuna cosa più da natura é desiderabile agli uomini né più propria che
il sapere; la qual cosa gran pazzia é dire o credere che non sia sempre
buona. E s’io parlassi con essi o con altri che fossino d’opinion
contraria alla mia, mi sforzare! mostrar loro, quanto le lettere, le quali
veramente da Dio son state agli uomini concedute per un supremo dono , siano
utili e necessarie alla vita ed alla dignità nostra ; nè mi mancheriano esempi!
di tanti eccellenti capitani antichi, i quali tutti giunsero l’orna- mento
delle lettere alla virtù dell’arme. Chè, come sapete, Alessandro ebbe in tanta
venerazione Omero, che la Iliade sempre si teneva a capo del letto ; e non
solamente a questi studi!, ma alle speculazioni Glosofice diede grandissima
opera sotto la disciplina d’ Aristotele. Alcibiade le buone condizioni sue
accrebbe e fece maggiori con le lettere, e con gli ammae- stramenti di Socrate.
Cesare quanta opera desse ai studi!, ancor fanno testimonio quelle cose che da
esso divinamente scritte si ritrovano. Scipione Africano dicesi che mai di mano
non si levava i libri di Senofonte, dove instituisce sotto ’l nome di Ciro un
perfetto re. Potrei dirvi di Lucnllo, di Siila, di Pompeo, di Bruto e di moli’
altri Romani e Greci ; ma so- lamente ricordarò che Annibaie, tanto eccellente
capitano, ma però di natura feroce ed alieno da ogni umanità, infe- dele e
dispregiator degli uomini e degli dei, pur ebbe notizia di lettere e cognizion
della lingua greca ; e, s’io non erro, parmi aver letto già, che esso un libro
por in lingua greca lasciò da sé composto. Ma questo dire a voi è superfluo,
chè ben so io che tutti conoscete quanto s’ingannano i Franzesi pensando che le
lettere nuocciano all’ arme. Sapete che delle cose grandi ed arrischiate nella
guerra il vero stimolo è la gloria; e chi per guadagno o per altra causa a ciò
si move, oltreché mai non fa cosa buona, non merita esser chiamato gentiluomo,
ma vilissimo mercatante. E che la vera gloria sia quella che si commenda al
sacro tesauro delle lettere, ognun può comprendere, eccetto quegli infelici che
gustate non l’hanno. Qual animo è cosi demesso, timido ed umile, che, leggendo
i fatti e le grandezze di Cesare, d'Alessandro, di Scipione, d’ Annibaie e di
tanti altri, non s’infìammi d’ un ardentissimo desiderio d’ esser simile a
quelli, e non posponga questa vita caduca di dui giorni per acquistar quella
famosa quasi perpetua, la quale, a dispetto della O'ifììlizod by
Google 58 IL CORTEGIANO. morte, viver lo
fa più chiaro assai che prima? Ma chi non sente la dolcezza delle lettere,
saper ancor non può quanta sia la grandezza della gloria cosi lungamente da
esse conser- vata, e solamente quella misura con la età d’nn nomo, o di dui,
perchè di più oltre non tien memoria: però quésta breve tanto estimar non può,
quanto faria quella quasi perpetua, se per sua disgrazia non gli fosse velato
il conoscerla ; e non estimandola tanto, ragionevol cosa è ancor credere, che
tanto non si metta a pericolo per conseguirla come chi la conosce. Non vorrei
già che qualche avversario mi adducesse gli effetti contrarii, per riflutar la
mia opinione, allegando- mi , gli Italiani col lor saper lettere aver mostrato
poco valor nell’ arme da un tempo in qua : il che por troppo è più che vero; ma
certo ben si poria dir, la colpa d’alcnni pochi aver dato , oltre al grave
danno , perpetuo biasimo a tutti gli altri ; e la vera causa delle nostre mine
e della virtù prostrata, se non morta, negli animi nostri, esser da quelli
proceduta: ma assai più a noi saria vergognoso il publicarla, che a’ Franzesi
il non saper lettere. Però meglio è passar con silenzio quello che senza dolor
ricordar non si può ; e, fuggendo questo pro- posito, nel quale centra mia
voglia entrato sono, tornar al nostro Cortegiano. XLIV. Il qual voglio
che nelle lettere sia più che me- diocremente erudito, almeno in questi stndii
che chìamamo d’umanità; e non solamente della lingua latina ma ancor della
greca abbia cognizione, per le molte e varie cose che in quella divinamente
scritte sono. Sia versato nei poeti, e non meno negli oratori ed istorici, ed
ancor esercitato nel scriver versi o prosa, massimamente in questa nostra
lingua volgare; chè, oltre al contento che egli stesso pigliarà, per questo
mezzo non gli mancheran mai piacevoli interleni- menti con donne, le quali per
ordinario amano tali cose. £ se, o [)cr altre faccènde o per poco studio, non
giugnerà a tal perfezione che i suoi scritti siano degni di molta lande, sia
cauto in sopprimergli, per non far ridere altra! di sé, e solamente i mostri ad
amico di chi fidar sì possa ; perchè al- meno in tanto li giovaranno, che per
quella esercitazion sa- prà giudicar le cose d’altrui: chè invero rare volte
interviene, che chi non è assueto a scrivere, per erudilo che egli sia, possa
mai conoscer perfettamente le fatiche ed indastric de’ scrittori , nè gnstar la
dolcezza ed eccellenza de’ stili, e quello intrinseche avvertenze che spesso si
trovano negli an* tichi. Ed oltre a ciò, farànnolo questi stodii copioso, e,
come rispose Aristippo a quel tiranno, ardito in parlar sicuramente con ognuno.
Voglio ben perù, che ’l nostro Cortegiano fisso si tenga nell’animo un
precetto; cioè che in questo ed in ogni altra cosa sia sempre avvertito e
timido più presto che audace, e guardi di non persuadersi falsamente di sapere
quello che non sa: perchè da natura tutti siamo avidi troppo più che non si
devria di laude , e più amano le orecchie no^ stre la melodia delle parole che ci
laudano, che qualunque altro soavissimo canto o suono; e però spesso, come voci
di Sirene, sono causa di sommergere chi a tal fallace armonia , bene non se le
ottura. Conoscendo questo pericolo, si è ritro- vato tra gli antichi sapienti
chi ha scritto libri, in qual modo possa l’uomo conoscere il vero amico
dall’adulatore. Ma que- sto che giova? se molti, anzi infiniti son quelli che
manife- stamente comprendono esser adulati, e pur. amano chi gli adula, ed
hanno in odio chi dice lor il vero? e spesso paren- dogli che chi landa sia
troppo parco in dire, essi medesimi lo ajutano, e di sè stessi dicono tali
cose, che lo impuden- tissimo adulator se ne vergogna. Lasciamo questi ciechi
nel lor errore, c facciamo che ’l nostro Cortegiano sia di cosi buon gìudicio ,
che non si lasci dar ad intendere il nero per lo bianco, nè presuma di sè, se
non quanto ben chiaramente conosce esser vero ; e massimamente in quelle cose,
che nel suo gioco, se ben avete a memoria, messer Cesare ricordò che noi più
volte avevamo osate per instromento di far im- pazzir molti. Anzi, per non
errar, se ben conosce le laudi che date gli sono esser vere, non le consenta
cosi aperta- mente, nè cosi senza contradizione le confermi; ma piutto- sto
modestamente quasi le nieghi, mostrando sempre e te- nendo in efietto |>er
sua principal professione l’arme, e l’ altre buone condizioni tutte per
ornamento di quelle; e massima- mente tra i soldati, per non far come coloro
che ne’ studi! voglion parere uomini di guerra, e tra gli uomini di guerra
60 IL COKTtGlANO. litterati. In questo modo, per
le ragioni che avemo dette, fuggirà r affettazione, e le cose mediocri che farà
parranno grandissime. — XLY. Rispose quivi messer Pietro Bembo: Io non
so. Conte, come voi vogliate che questo Cortegiano, essendo litterato, e con
tante altre virtuose qualità, tenga ogni cosa per ornamento dell’ arme, e non
l’ arme e ’l resto per orna- mento delle lettere ; le quali, senza altra
compagnia, tanto son di dignità all’arme superiori, quanto l’animo al corpo, per
appartenere propriamente la operazion d’ esse all’ ani- mo, cosi come quella
delle arme al corpo. — Rispose allor il Conte: Anzi, all’animo ed al corpo
appartiene la operazion dell’arme. Ma non voglio, messer Pietro, che vói di tal
causa siate giudice, perchè sareste troppo sospetto ad una delle parti : ed
essendo già stata questa disputazione lunga- mente agitata da uomini
sapientissimi , non è bisogno rino- varla ; ma io la tengo per difllnita in
favore dell’ arme , e voglio che ’l nostro Cortegiano , poich’ io posso ad
arbitrio mio formarlo, esso ancor cosi la estimi. E se voi sete di con- trario
parer, aspettate d’ udirne una disputazion, nella qnal cosi sia licito a chi
difende la ragion dell’ arme operar l’ ar- me, come quelli che difendon le lettere
oprano in tal difesa le medesime lettere ; chè se ognuno si vaierà de’ suoi
iiistru- menti, vedrete che i litterati perderanno. — Ah, disse mes- ser
Pietro; voi dianzi avete dannati i Franzesi che poco ap- prezzan le lettere, e
detto quanto lume di gloria esse mo- strano agli uomini, e come gli facciano
immortali; ed or pare che abbiate mutala sentenza. Non vi ricorda, che
Giunto Alessandro alla famosa tomba Del fero Achille, sospirando disse :
0 fortunato, che si chiara tromba Trovasti, e chi di te si alto scrisse!
E se Alessandro ebbe invidia ad Achille non de’ suoi fatti, ma della fortuna
che prestalo gli avea tanta felicità che le cose sue fosseno celebrate da
Omero, comprender si può che estimasse più le lettere d’ Omero, che l’arme
d’Achille. Qual altro giudice adunque o qual’ altra sentenza aspettate
voi Digitized by Google f LlllKO HilMO.
61 della dignità dell’ arme e delle lettere, che quella che fu data da un
de’ più gran capitani che mai sia stato? — XLYI. Rispose allora il Contk:
Io biasimo i Franzesi che estiman le lettere nuocere alla profession dell’
arme, e tengo che a niun più si convenga Tesser litlerato che ad un uom di
guerra; e queste due condizioni concatenate, e Tuna dall’ altra ajutate, il che
è convenientissimo, voglio che siano nel nostro Cortegiano : nè per questo
parmi esser mutalo d’opinione. Ma, come ho detto, disputar non voglio qual d’
esse sia più degna di laude. Basta che i litterati quasi mai non pigliano a
laudare, se non uomini grandi e fatti gloriosi , i quali da sè meritano laude
per la propria essenzial virlute donde nascono; oltre a ciò sono nobilissima
materia dei scrittori: il che è grande ornamento, ed in parte causa di
perpetuare i scritti, li quali forse non sariano tanto letti nè apprezzati se
mancasse loro il nobile soggetto, ma vani e di poco momento. E se Alessandro
ebbe invidia ad Achille per esser laudato da chi fu, non conchiude però questo
che esti- masse più le lettere che Tarme; nelle quali se tanto si fosse
conosciuto lontano da Achille , come nel scrivere estimava che dovessero esser
da Omero lutti quelli che di lui fossero per scrivere , son certo che molto
prima averia desiderato il ben fare in sè, che il ben dire in altri. Però
questa credo io che fosse una tacita laude di sé stesso, ed un desiderar quello
che aver non gli pareva , cioè la suprema eccellenza d’un scrittore; e non
quello che già si presumeva aver con- seguito, cioè la virtù dell’arme, nella
quale non estimava che Achille punto gli fosse superiore : onde chiamollo
fortu- nato, quasi accennando, che se la fama sua per lo innanzi non fosse
tanto celebrata al mondo come quella, che era per cosi divin poema chiara ed
illustre, non procedesse perché il valore ed i meriti non fossero tanti e di
tanta laude degni, ma nascesse dalla fortuna, la quale avea parato inanti ad
Achille quel miracolo di natura per gloriosa tromba del- T opere sue ; e forse
ancor volse eccitar qualche nobile in- gegno a scrivere di sè, mostrando per
questo dovergli esser tanto grato, quanto amava e venerava i sacri monumenti
delle lettere: circa le quali ornai s’è parlato a bastanza. — G
ori E ricordomi aver già inteso, che Platone ed
Aristotele vo- gliono che rnom bene institnito sia ancor musico; e con in-
finite ragioni mostrano, la forza della musica in noi essere grandissima, e per
molte cause, che or saria lungo a dir, doversi necessariamente imparar da
puerizia; non tanto per quella superficial melodia che si sente, ma per esser
suftì- ciente ad indur in noi un nuovo abito buono, ed un costume tendente alla
virtù, il qual fa l’ animo più capace di felicità, secondo che lo esercizio
corporale fa il corpo più gagliardo ; c non solamente non nuocere alle cose
civili e deUa guerra, ma loro giovar sommamente. Licurgo ancora, nelle severe
sue leggi, la musica approvò. E leggesi , i Lacedemoni! belli- cosissimi ed i
Crelensi aver usalo nelle battaglie citare ed altri instrumenti molli; e molti
eccellentissimi capitani anti- chi, come Epaminonda, aver dato opera alla
musica; e quelli che non ne sapeano, come Temistocle, esser stati molto meno
apprezzati. Non avete voi letto, che delle prime discipline che insegnò il buon
vecchio Chirone nella tènera eia ad Achille, il qual egli nutrì dallo latte e
dalla culla, fu la musica ; e volse il savio maestro che le mani che aveano a
sparger tanto sangue Irojano, fossero spesso occupate nel suono della cilara ?
Qual soldato adunque sarà che si vergo- gni d’imitar Achille, lasciando molti
altri famosi capitani eh’ io potrei addurre ? Però non vogliate voi privar il
nostro Corlegiano della musica, la qual non solamente gli animi umani
indolcisce, ma spesso le fiere fa diventar mansuete; e chi non la gusta, si può
tener certo che abbia gli spi- riti discordanti l’ un dall’ altro. Eccovi
quanto essa può, che già trasse un pesce a lasciarsi cavalcar da un uomo per
mezzo il procelloso mare. Questa veggiamo operarsi ne’ sa- cri tempii in
rendere lande e grazie a Dio; e credibil cosa è che ella grata a lui sia , ed
egli a noi data l’ abbia per dol- cissimo alleviamento delle fatiche e fastidii
nostri. Onde spesso i duri lavoratori de’ campi sotto l’ ardente solo in-
gannano la lor noja col rozzo ed agreste cantare. Con que- sto la incolta
contadinella, che inanzi al giorno a filare o a tessere si lieva, dal sonno si
difende, e la sua fatica fa pia- cevole ; questo è giocondissimo trastullo dopo
le piogge, i venti e le tempeste ai miseri marinari ; con questo conso-
lansi i stanchi peregrini dei nojosi e lunghi viaggi, e spesso gli afflitti
prigioneri delle catene e ceppi. Cosi, per maggior argomento che d’ ogni fatica
e molestia umana la modula- zione, benché incolta, sia grandissimo refrigerio,
pare che la natura alle nutrici insegnata l’abbia per rimedio precipuo del
pianto continuo de’ teneri fanciulli ; i quali al suon di tal voce s’inducono a
riposato e placido sonno, scordandosi le lacrime cosi proprie, ed a noi per
presagio del rimanente della nostra vita in quella età da natura date. —
XLVIII. Or quivi tacendo un poco il Conte, disse il Magnifico Joluno : Io non
son già di parer conforme al si- gnor Gaspar ; anzi estimo, per le ragioni che
voi dite e per molte altre, esser la musica non solamente ornamento, ma
necessaria al Cortegiano. Vorrei ben che dichiaraste, in qual modo questa e 1’
altre qualità che voi gli assegnate siano da esser operate, ed a che tempo e
con che maniera : perchè molte cose che da sé meritano laude, spesso con 1’
operarle fuor di tempo diventano inettissime ; e per contrario, alcune che
pajon di poco momento, usandole bene, sono pregiate assai. — XLIX. Allora
il Conte, Prima che a questo proposito entriamo, voglio, disse, ragionar d’ un’
altra cosa, la quale io, perciò che di molta importanza la estimo, penso che
dal nostro Cortegiano per alcun modo non debba esser lasciata adietro; e questo
è il saper disegnare, ed aver cognizion dell’arte propria del dipingere. Nè vi
maravigliate s’ io de- sidero questa parte, la qual oggidì forse par mecanica e
poco conveniente a gentiluomo : chè ricordomi aver ietto che gli antichi,
massimamente per tutta Grecia, voleano che i fan- ciulli nobili nelle scole
alia pittura dessero opera, come a cosa onesta e necessaria, e fu questa
ricevuta nel primo grado dell’ arti liberali; poi per publico editto vetato che
ai servi non s’ insegnasse. Presso ai Romani ancor s’ ebbe in onor grandissimo;
e da questa trasse il cognome la casa no- bilissima de’ Fabii, chè il primo
Fabio fu cognominato Pitto- re, per esser in effetto eccellentissimo pittore, e
tanto dedito alla pittura, che avendo dipinto le mura del tempio della
LiBno rumo. G5 Salute, gl’ inscrisse il nome suo;
parendogli che, benché fosse nato in una famiglia cosi chiara, ed onorata di
tanti ti- toli di consolati, di trionfi e d’ altre dignità, e fosse litterato e
perito nelle leggi e numerato tra gli oratori, potesse ancor accrescere
splendore ed ornamento alla fama sua lasciando memoria d’ essere stalo pittore.
Non mancarono ancor molli altri di chiare famiglie celebrali in quest’arte;
della qual, olirà che in sé nobilissima e degna sia, si traggon molte uti-
lità, e massimamente nella guerra, per disegnar paesi, siti, fiumi, ponti,
ròcche, fortezze, e tai cose; le quali se ben nella memoria si servassero, il
che però è assai diffìcile, al- trui mostrar non si possono. E veramente, chi
non estima questa arte, parmi che molto sia dalla ragione alieno; chè la
machina del mondo, che noi veggiamo coll’ampio cielo di chiare stelle tanto
splendido, e nel mezzo la terra dai mari cinta, di monti, valli e fiumi
variata, e di si diversi alberi e vaghi fiori e d’ erbe ornata, dir si può che
una nobile e gran pittura sia, per man della natura e di Dio composta; la qual
chi può imitare, parmi esser di gran laude degno: nè a que- sto pervenir si può
senza la cognizion di molle cose, come ben sa chi lo prova. Però gli antichi e
l’ arte e gli artefici aveano in grandissimo pregio , onde pervenne in colmo di
somma eccellenza : e di ciò assai certo argomento pigliar si può dalle statue
antiche di marmo e di bronzo che ancor si veggono. £ benché diversa sia la
pittura dalla statuaria, pur runa e l’altra da un medesimo fonte, che é il buon
dise- gno, nasce. Però, come le statue sono divine, cosi ancor cre- der si può
che le pitture fossero ; e tanto più, quanto che di maggior artificio capaci
sono. — L. Allor la signora Emilia , rivolta a Joanni Cristoforo Romano,
che ivi con gli altri sedeva. Che vi par, disse, di questa sentenza?
confermarele voi, che la pittura sia capace di maggior artificio che la
statuaria? — Rispose Joanni Cri- stoforo : Io, Signora, estimo che la statuaria
sia di più fati- ca, di più arte e di più dignità, che non è la pittura. — Sog-
giunse il Conte : Per esser le statue più durabili, si poria forse dir che
fossero di più dignità ; perchè, essendo fatte I>er memoria, satisfanno più
a quello eflello perchè son fatte, e* Digitized by
Coogte 1 06 IL COHTKGIANO. che la pillura. Ma,
oltre alla memoria', sono ancor e la pit- tura e la statuaria fatte per ornare,
ed in questo la pittura è molto superiore ; la quale se non è tanto diuturna,
per dir cosi, come la statuaria, è però molto longeva; e tanto che dura, è
assai più vaga. — Rispose allor Joanni Cbistoforo : Credo io veramente che voi
parliate centra quello che avete nell’animo, e ciò tutto fate in grazia del
vostro Rafaello; e forse ancor parvi che la eccellenza che voi conoscete in lui
della pittura sia tanto suprema, che la marmoraria non possa giungere a quel
grado : ma considerate , che questa è laudo d’un artefice, e non dell’arte. —
Poi soggiunse: Ed a me par bene, che 1’ una o l’ altra sia una artiGciosa
imitazion di na- tura ; ma non so già come possiate dir che più non sia imi-
tato il vero, e quello proprio che fa la natura, in una figura di marmo o di
bronzo, nella qual sono le membra tutte ton- de, formate e misurate come la
natura le fa, che in una ta- vola, nella qual non si vede altro che la
superficie, e que’ co- lori che ingannano gli occhi : nè mi direte già, che più
pro- pinquo al vero non sia l’essere che ’l parere. Estimo poi, che la
marmoraria sia più dilllcile, perchè se un error vi vien fatto, non si può più
correggere, chè ’l marmo non si ritac- ca, ma bisogna rifar un’ altra figura ;
il che nella pittura non accade, chè mille volte si può mutare, giungervi e
smi- nuirvi, migliorandola sempre. — LI. Disse il CoKTE ridendo: Io non
parlo in grazia di Rafaello ; nè mi dovete già riputar per tanto ignorante, che
non conosca la eccellenza di Michel’Angelo e vostra e degli altri nella
marmoraria: ma io parlo dell’arte, e non degli ar- tefici. E voi hen dite vero
, che l’ una e 1’ altra è imitazion della natura; ma non è già così, che la
pittura appaja, e la statuaria sìa. Chè, avvenga che le statue siano tutte
tonde come il vivo, e la pittura solamente si veda nella superficie, alle
statue mancano molte cose che non mancano alle pittu- re, e massimamente i lumi
e 1’ ombre : perchè altro lume fa la carne ed altro fa il marmo; e questo
naturalmente imita' il pittore col chiaro e scuro, più e meno, secondo il
bisogno; il che non può far il marmoràrio. E se ben il pittore non fa la figura
tonda, fa que’ muscoli o membri tondeggiuti di sorte Digitized by
Google LlBnO PIUMO. 67 che vanno a
ritrovar quelle parli che non si veggono, con tal maniera, che benissimo
comprender si può che ’l pitlor ancor quelle conosce ed intende. Ed a questo
bisogna un al | tro artifìcio maggiore in far quelle membra che scortano e
diminuiscono a proporzion della vista con ragion di prospet- tiva; la qual per
forza di linee misurate, di colori, di lumi e d’ombre, vi mostra anco in una
superfìcie di muro dritto il piano e ’l lontano, più e meno come gli piace.
Parvi poi che di poco momento sia la imitazione dei colori naturali in
contraffar le carni, i panni, e tutte l’ altre cose colorate? Questo far non
può già il marmorario, nè meno esprimer la graziosa vista degli occhi neri o
azzurri, col splendor di que’ raggi amorosi. Non può mostrare il color de’
capegli flavi, no ’l splendor dell’ arme, non una oscura notte, non una
tempesta di mare, non que’ lampi e saette, non lo in- cendio d’ una città, no
’l nascere dell’ aurora di color di ro- se , con que’ raggi d’ oro e di porpora
; non può in somma mostrare cielo, mare, terra, monti, selve, prati, giardini,
fiumi, città nè case: il che tutto fa il pittore. LII. Per questo parmi
la pittura più nobile e più capace d’ artiQcio che la marmoraria, e penso che
presso agli anti- chi fosse di suprema eccellenza come l’ altre cose: il che si
conosce ancor per alcune piccole reliquie che restano , mas- simamente nelle
grotte di Roma; ma mollo più chiaramente si può comprendere per ì scritti
antichi, nei quali sono tante onorate e frequenti menzioni e delle opre e dei
maestri; e per quelli intendesi quanto fossero appresso i gran signori e le
republiche sempre onorali. Però si legge che Alessandro amò sommamente Apelle
Efesio, e tanto, che avendogli fatto ritrar nuda una sua carissima donna, ed
intendendo, il buon pittore per la maravigliosa bellezza di quella restarne
arden- tissìmamente inamorato, senza rispetto alcuno gliela donò: liberalità
veramente degna d’Alessandro, non solamente do- nar tesori e stati, ma i suoi
proprii affetti e desideri!; e se- gno di grandissimo amor verso Apelle, non
avendo avuto rispetto , per compiacer a lui , di dispiacere a quella donna che
sommamente amava; la qual creder si può che molto si dolesse di cambiar un
tanfo re con un |)itlurc. Narransi ancor molli altri seleni di benivolenza
d’Alessandro verso d’Apelle; ma assai chiaramente dimostrò quanto lo estimasse,
avendo per publico comandamento ordinato che niun altro pittore osasse far la
imagine sua. Qui potrei dirvi le conten- zioni di molti nobili pittori con
tanta laude e maraviglia quasi del mondo; potrei dirvi con quanta solennità eli
impe- radori antichi ornavano di pitture i lor trionfi , e ne’ lochi publici le
dedicavano, e come care le comperavano; e che siansi già trovati alcuni pittori
che donavano l’ opere sue, parendo loro che non bastasse oro nè argento per
pagarle ; e come tanto pregiata fosse una tavola di Protogene, che es- sendo
Demetrio a campo a Rodi, e possendo intrar dentro appiccandole ii foco dalla
banda dove sapeva che era quella tavola, per non abrusciarla restò di darle la
battaglia, e cosi non prese la terra; e Metrodoro, filosofo e pittore eccellen-
tissimo, esser stalo da Ateniesi mandato a Lucio Paolo per ammaestrargli i
Gglioli,ed ornargli il trionfo che a far avea. E molli nobili sciitlori hanno
ancora di quest’arte scritto; il che è assai gran segno per dimostrare in
quanta estimazione ella fosse: ma non voglio .che in questo ragionamento più ci
estendiamo. Però basti solamente dire , che al nostro Corfe- giano conviensi
ancor della pittura aver notizia, essendo one- sta ed utile, ed apprezzata in
que’ tempi che gli uomini erano di mollo maggior valore che ora non sono: e
quando mai altra utilità o piacer non se ne traesse, oltra che giovi a saper
giudicar la eccellenza delle statue antiche e moder- ne, di vasi, d’ediQcii, di
medaglie, di carnei, d'intagli e tai cose, fa conoscere ancor la bellezza dei
corpi vivi, non solamente nella delicalura de’ volti , ma nella proporzion di
tutto il resto, cosi degli uomini come di ogni altro animale. Vedete adunque
come lo aver cognizione della pittura sia causa di grandissimo piacere. E
questo pensino quei che tanto godono contemplando le bellezze d’ una donna che
par lor essere in paradiso, e pur non sanno dipingere: il che se sapessero,
arian mollo maggior contento, perchè più per- fettamente conosceriano quella
bellezza, che nel cor genera lor tanta satisfazione.>- LIII. Rise
quivi messer Cesare Gonzaga, e disse: Io già non son pittore; pur certo so
aver molto maggior piacere di vedere alcuna donna, che non aria, se or tornasse
vivo, quello eccellentissimo Apelle che voi poco fa avete nomina- to. — Rispose
il Conte: Questo piacer vostro non deriva in- teramente da quella bellezza, ma
dalla affezion che voi forse a quella donna portate; e, se volete dir il vero,
la prima volta che voi a quella donna miraste, non sentiste la mille- sima
parte del piacere che poi fatto avete, benché le bellezze fossero quelle
medesime: però potete comprender quanto più parte nel piacer vostro abbia
raffezion che la bellezza. — Non nego questo, disse messer Cesare; ma secondo
cbe ’l piacer nasce dalla affezione, cosi 1’ affezion nasce dalla bel- lezza:
però dir si può cbe la bellezza sìa pur causa del pia- cere. — Rispose il
Conte: Molte altre cause ancor spesso in- fiammano gli animi nostri, oltre alla
bellezza; come i costumi, il sapere, il parlare, i gesti, e mill’ altre cose,
le quali però a qualche modo forse esse ancor si poriano chiamar bellezze; ma
sopra tutto il sentirsi essere amato: di modo che si può ancor senza quella
bellezza di cbe voi ragionate amare ar- <lentissimamente; ma quegli amori
che solamente nascono dalla bellezza che superficialmente vedemo nei corpi ,
senza dubìo daranno molto maggior piacere a chi più la conoscerà, che a chi
meno. Però, tornando al nostro proposito, penso che molto più godesse Apelle
contemplando la bellezza di Campaspe, che non faceva Alessandro: perchè
facilmente si può creder che l’ amor dell’ uno e dell’ altro derivasse sola-
mente da quella bellezza; e che delib ;rasse forse ancor Ales- sandro per
questo rispetto donarla a chi gli parve che più perfettamente conoscer la
potesse. Non avete voi letto, che quelle cinque Fanciulle da Crotone, le quali
tra l’altre di quel ]iopolo elesse Zeusi pittore , per far di tutte cinque una
sola figura eccellentissima di bellezza, furono celebrale da molti poeti , come
quelle che per belle erano state approvate da co- lui, che perfettissimo
giudicio di bellezza aver dovea? — LIV. Quivi, mostrando messer Cesare non
restar sati- sfatto, nè voler consentir per modo alcuno che altri che esso
medesimo potesse gustare quel piacer eh’ egli sentiva di con- icmplar l.n
bellezza d’una donna, ricominciò a dire: ma in quello s’ndi un gran
calpestare di piedi, con strepito di par- lar alto: e cosi rivolgendosi ognuno
, si vide alia porta della stanza comparire un splendor di torchi, e subito
drieto giunse con molta e nobil compagnia il signor Prefetto, il qual ritor- nava,
avendo accompagnato il papa una parte del cammino; e già allo entrar del
palazzo dimandando ciò che facesse la signora Duchessa, aveva inteso di che
sorte era il gioco di quella sera, e’I carico imposto al conte Ludovico di
parlar della Cortegiania; però quanto più gli era possibile studiava il passo,
per giungere a tempo d’ udir qualche cosa. Cosi, su- bito fatto riverenza alla
signora Duchessa, e fatto seder gli altri, che tutti in piedi per la venuta sua
s’ erano levati , si pose ancor esso a seder nel cerchio con alcuni de’ suoi
gen- tiluomini; tra i quali erano il marchese Febus e Ghirardino fratelli da
Ceva, messer Ettor Romano, Vincenzo Calmela, Orazio Florido, e molti altri; e
stando ognun senza parlare, il signor Pbbfetto disse: Signori, troppo nociva
sarebbe stata la venuta mia qui, s’ io avessi impedito cosi bei ragionamenti,
come estimo che sian quelli che ora tra voi passavano; però non mi fate questa
ingiuria, di privar voi stessi e me di tal piacere. — Rispose allora il conte
Ludovico: Anzi, signor mio, penso che’l tacer a tutti debba esser molto più
grato che ’l parlare; perchè essendo tal fatica a me più che agli altri questa
sera toccata, oramai m’ ha stanco di dire, e credo tutti gli altri d’ascoltare,
per non esser stato il ragiona- mento mio degno di questa compagnia, nè
bastante alla gran- dezza della materia di che io aveva carico; nella quale
aven- do io poco satisfatto a me stesso, penso molto meno aver satisfatto ad
altrui. Però a voi, Signore, è stato ventura il giungere al flne; e buon sarà
mo dar la impresa di quello che lesta ad un altro che succeda nel mio loco;
perciò che, qua- lunque egli si sia, so che si porterà molto meglio eh’ io non
farei se pur seguitar volessi, essendo oramai stanco come sono. — LV. Non
sopporterò io, rispose il Magnifico Joliano, |)cr modo alcuno esser defraudato
della promessa che fatta m’avete; e certo so che al signor Prefetto ancor non
dispia- cerà lo intender questa parte. — E qual promessa? — disse il
tjoogle LIBRO PRIMO. 71 Conte.
Rispose il Magnifico : Di dechiarirci in qual modo abbia il Cortegiano da osare
quelle buone condizioni, che voi avete detto che convenienti gli sono.— Era il
signor Pre- fetto, benché di età puerile, saputo e discreto, più che non parea
che s’appartenesse agli anni teneri, ed in ogni suo movimento mostrava con la
grandezza dell’ animo una certa vivacità dello ingegno, vero pronostico dello
eccellente grado di virtù dove pervenir doveva. Onde subito disse : Se tutto
questo a dir resta, parmi esser assai a tempo venuto; perchè intendendo in- che
modo dee il Cortegiano usar quelle buone condizioni, intenderò ancora quali
esse siano, e così verrò a saper tutto quello che intìn qui è stato detto. Però
non riCu- tate. Conte, di pagar questo debito, d’una parte del quale già sete
uscito. — Non arei da pagar tanto debito, rispose il Conte, se le fatiche
fossero più egualmente divise ; ma lo er- rore è stato dar autorità di comandar
ad una signora troppo parziale: — e cosi, ridendo, si volse alla signora
Emilia; la qual subito disse : Della mia parzialità non dovreste voi do- lervi;
pur, poi che senza ragion lo fate, daremo una parte di questo onor, che voi
chiamate fatica, ad un altro; — e, rivoltasi a messer Federigo Fregoso, Voi,
disse, proponeste il gioco del Cortegiano; però è ancor ragionevole che a voi
tocchi il dirne una parte : e questo sarà il satisfare alla do- manda del
signor MagniGco, dechiarando in qual modo e maniera e tempo il Cortegiano debba
usar le sue buone con- dizioni, ed operar quelle cose che ’l Conte ha detto che
se gli convien sapere. — Allora messer Federico, Signora, dis- se, volendo voi
separare il modo e ’l tempo e la maniera delle buone condizioni e ben operare
del Cortegiano , volete separar quello che separar non si può, perchè queste cose
son quelle che fanno le condizioni buone e l’operar buono. Però, avendo il
Conte detto tanto e cosi bene, ed ancor par- lalo qualche cosa di queste
circostanze, e preparatosi nel- l’animo il resto che egli avea a dire , era pur
ragionevole che seguitasse insin al fine. — Rispose la signora Emilia : Fate
voi conto d’essere il Conte, e dite quello che pensate che esso direbbe ; e
cosi sarà satisfatto al tutto. — LVl. Disse allor il Calhbta : Signori,
poiché l’ora è tar- Digitized by Googte IL COnTEGIANO.
da, acciò che messer Federico non abbia escusazione alcuna di non dir ciò
che sa, credo che sia buono differire il resto del ragionamento a domani ; e
questo poco tempo che ci avanza si dispensi in qualche altro piacer senza
ambizione. — Cosi confermando ognuno, impose la signora Duchessa a madonna
Margherita e madonna Costanza Fregosa, che danzassero. Onde subito Barletta,
musico piacevolissimo e danzator ec- cellente, che sempre tutta la corte teneva
in festa, cominciò a sonare suoi instrumenti; ed esse, presesi per mano, ed
avendo prima danzato una bassa, ballarono una roegarze con estrema grazia, e
singoiar piacer di chi le vide ; poi, per- chè già era passata gran pezza della
notte, la signora Du- chessa si levò in piedi: e cosi ognuno reverentemente
presa lircnza, se ne andarono a dormire. Digiti7ec! IL
SECONDO LIBRO DEL CORTEGIANO DKI, CO?(TE BALDEStR
CASTIGI.IO>K A MESSER ALFONSO ARIOSTO. 1. Non senza
maraviglia ho piu voiic considerato, oiiuc nasca un errore, il quale, perciò
che universalmente ne’vec- cbi si vede, creder si può che ad essi sia proprio e
naturale: e questo è, che quasi tutti laudano i tempi passali e biasi- mano i
presenti , vituperando le azioni e i modi nostri u tutto quello che essi nella
lor gioventù non Tacevano ; aOer- mando ancor, ogni buon costume e buona
maniera di vive- re , ogni virtù, in somma ogni cosa, andar sempre di mal in
peggio. £ veramente par cosa molto aliena dalla ragione e degna di maraviglia,
che la età matura, la qual con la lunga esperienza suol far nel resto il
giudicio degli nomini più per- fetto, in questo lo corrompa tanto, che non si
avveggano, che se T mondo sempre andasse peggiorando, e che i padri fossero
generalmente migliori che i figlioli, molto prima che ora saremmo giunti a
quell’ ultimo grado di male, che peggiorar non può. E pur vedemo , che non
solamente ai di nostri, ma ancor nei tempi passati, fu sempre questo vizio
peculiar di quella età; il che per le scritture di molti autori antichissimi
chiaro si comprende, e massimamente dei Co- mici, iquaii più che gli altri
esprimeno la imagine della vita umana. La causa adunque di questa falsa
opinione nei vec- chi estimo io per me eh’ ella sia , perchè gli anni fuggendo
se ne porlan seco molle commodilà, e tra l’altre levano dal sangue gran parte
degli spiriti vitali; onde la compicssion si Ti IL
CORTEGIANO. inula , c (livengon debili gli organi, [ler i quali
l’anima opera le sue virtù. Però dei cori nostri in quel tempo, come allo
autunno le foglie degli alberi , caggiono i soavi fiori di con- tento, e nel
loco dei sereni e chiari pensieri entra la nubi- losa e torbida tristizia, di
mille calamità compagnata; di modo che non solamente il corpo, ma I’ animo
ancora è in- fermo; nè dei passati piaceri riserva altro che una tenace memoria,
e la imagine di quel caro tempo della tenera età, nella quale quando ci
ritrovamo, ci pare che sempre il cielo c la terra ed ogni cosa faccia festa e
rida intorno agli occhi nostri, e nel pensiero, come in un delizioso e vago
giardino, fiorisca la dolce primavera d’ allegrezza. Onde forse saria utile,
quando già nella fredda stagione comincia il sole della nostra vita,
spogliandoci di quei piaceri, andarsene verso l’occaso, perdere insieme con
essi ancor la loro memoria, c trovar, come disse Temistocle, un’arte che a
scordar inse- gnasse; perchè tanto sono fallaci i sensi del corpo nostro, che
spesso ingannano ancora il giudicio della mente. Però panni che i vecchi siano
alla condizion di quelli, che partendosi dal porlo tengon gli occhi in terra, e
par loro che la nave stia ferma e la riva si parla, e pur è il contrario; chè
il por- to , e medesimamente il tempo ed i piaceri, restano nel suo stato, e
noi con la nave della mortalità fuggendo n’andiamo r un dopo l’altro per quel
procelloso mare che ogni cosa as- sorbe e devora, nè mai più ripigliar terra ci
è concesso, anzi, sempre da conlrarii venti combattuti, al fine in qualche sco-
glio la nave romperne. Per esser adunque l’animo senile sub- jello
disproporzionalo a molti piaceri, gustar non gli può; e come ai febricitanli ,
quando dai vapori corrotti hanno il palato guasto, pajono lutti i vini
amarissimi, benché preziosi e delicati siano: cosi ai vecchi per la loro
indisposizione, alla qual però non manca il desiderio , pajon i piaceri
insipidi e freddi, e mollo differenti da quelli che già provati aver si
ricordano, benché i piaceri in sè siano i medesimi; però, sentendosene privi ,
si dolgono , e biasimano il tempo pre- sente come malo, non discernendo che
quella mutazione da sè e non dal tempo procede ; e, per contrario , recandosi a
memoria i passali piaceri , si arrecano ancor il t£mpo nel LIBRO
SECONDO. 7j quale avuti gli hanno, e però lo laudano come
buono, per- chè pare che seco porli un odore di quello che in esso sen- liano
quando era presente ; perchè in elTctto gli animi no- stri hanno in odio tutte
le cose che state sono compagne de’ nostri dispiaceri, ed amano quelle che
state sono compa- gne dei piaceri. Onde accade , che ad uno amante è caris-
simo talor vedere una finestra, benché chiusa, perchè al- cuna volta quivi ara
avuto grazia di contemplar la sua don- na; medesimamente, vedere uno anello,
una lettera, un giardino o altro loco o qualsivoglia cosa, che gli paja esser
stata consapevol testimonio de’ suoi piaceri ; e , per lo con- trario, spesso
una camera ornatissima e bella sarà nojosa a chi dentro vi sia stato prigione,
o patito v’abbia qualche al- tro dispiacere. Ed ho già io conosciuto alcuni,
che mai non beveriano in un vaso simile a quello, nel quale già avessero,
essendo infermi, preso bevanda medicinale; perchè, cosi come quella finestra, o
l’anello o la lettera, all’ uno rappre- senta la dolce memoria che tanto gli
diletta, per parergli che quella già fosse una parte de’ suoi piaceri: cosi
all’altro la camera o ’l vaso par che insieme con la memoria rapporti la
infermità o la prigionia. Questa medesima cagion credo che mova i vecchi a
laudare il passato tempo, e biasimar il pre- sente. II. Però come del
resto , cosi parlano ancor delle corti, alTermando , quelle di che essi hanno
memoria esser state molto più eccellenti e piene d’uomini singolari , che non
son quelle che oggidì veggiamo; e subito che occorrono tai ra- gionamenti,
cominciano ad estollere con infinite laudi i Cor- tegiani del duca Filippo,
ovvero del duca Borso; e narrano i delti di Nicolò Piccinino; e ricordano che
in quei tempi non si saria trovato, se non rarissime volte, che si fosse fatto
un omicidio; e che non erano combattimenti, non insidie, non inganni, ma una
certa bontà fedele ed amorevole tra tutti, una sicurtà leale; e che nelle corti
allor regnavano tanti buoni costumi, tanta onestà, che i Corlegiani tutti erano
come religiosi; e guai a quello che avesse detto una mala parola all’ altro, o
fatto pur un segno men che onesto verso una donna: e per lo contrario dicono,
in questi tempi esser tulio r opposito; e che non solamente tra i
Cortegiani è per> dato queir amor fraterno e quel viver costumato, ma che
nelle corti non regnano altro che invidie e malivolenze, mali costumi, e
dissolutissima vita in ogni sorte di vizii; le donne lascive senza vergogna,
gli uomini eOeminati. Dannano an- cora i vestimenti, come disonesti e troppo
molli. In somma riprendono infinite cose, tra le quali molte veramente meri-
tano riprensione, perchè non si può dir che tra noi non siano molti mali uomini
e scelerati, e che questa età nostra non sia assai più copiosa di vizii, che
quella che essi laudano. Farmi ben che mal discernano la causa di questa
diflcrenza, e che siano sciocchi ; perchè vorriano che al mondo fossero tutti i
beni senza male alcuno; il che è impossibile; perchè essendo il mal contrario
al bene, e ’l bene al male, è quasi necessa- rio che per la opposizione e per
un certo contrapeso l’ un sostenga e fortifichi l’altro, e mancando o crescendo
l’uoo cosi manchi o cresca l’ altro, perchè niuno contrario è senza r altro suo
contrario. Chi non sa che al mondo non saria la giustizia, se non fossero le
ingiurie? la magnanimità, se non fossero li pusillanimi? la continenza, se non
fosse la incon- tinenza? la sanità, se non fosse la infermità? la verità, se
non fosse la bugia? la felicità, se non fossero le disgrazie? Però ben (lice
Socrate appresso Platone, maravigliarsi che Esopo non abbia fatto uno apologo,
nel quale finga, Dio, poiché non avea mai potuto unire il piacere e’i
dispiacere insieme, aver- gli attaccati con la estremità, di modo che ’l
principio del- r uno sia il fin dell’ altro; perchè vedemo, niuno piacer po-
terci mai esser grato, se ’l dispiacere non gli precede. Chi può aver caro il
riposo, se prima non ha sentilo raffanno della stracchezza? chi gusta il
mangiare, il bere e ’l dormi- re, se prima non ha palilo fame, sete e sonno?
Credo io adunque, che le passioni e le infermità sian date dalla natura agli
uomini non principalmente per fargli soggetti ad esse, perchè non par
conveniente, che quella che è madre d’ogni bene dovesse di suo proprio
consiglio determinato darci tanti mali ; ma facendo la natura la sanità, il
piacere e gli altri lieni, conscguentemente dietro a questi furono congiunte le
infermità, i dispiaceri e gli altri mali. Però, essendo le virtù stale al
mondo concesse per grazia e don della natnra, subito i vizii, per quella
concatenata contrarietà, necessariamente le furono compagni ; di modo che
sempre, crescendo o man- cando r uno, forza è che cosi l’ altro cresca o
manchi. 111. Però quando i nostri vecchi laudano le corti pas- sate,
perchè non aveano gli uomini cosi viziosi come alcuni che hanno le nostre, non
conoscono che quelle an- cor non gli aveano cosi virtuosi come alcuni che hanno
le nostre; il che non è maraviglia: perchè niun male è tanto malo, quanto
quello che nasce dal seme corrotto del bene; e però producendo adesso la natura
molto miglior in- gegni che non facea allora , si come quelli che si voltano al
bene fanno molto meglio che non facean quelli suoi, cosi ancor quelli che si
voltano al male fanno molto peggio. Non è adunque da dire, che quelli che
restavano di far male per non saperlo fare, meritassero in quel caso laude
alcuna; perchè avvenga che facessero poco male, faceano però il peggio che
sapeano. E che gli ingegni di que’tempi fossero generalmente molto inferiori a
que’che son ora, assai si può conoscere da tutto quello che d’essi si vede,
cosi nelle lettere, come nelle pitture, statue, edificii, ed ogni altra cosa.
Biasimano ancor questi vecchi in noi molte cose che in sè non sono nè buone nè
male, solamente perchè essi non le faceano; e dicono, non convenirsi ai giovani
passeggiar per le città a cavallo, massimamente nelle mule; portar fodre di
pelle, nè robe lunghe nel verno; portar berretta, finché almeno non sia l’uomo
giunto a diciotto anni, ed altre tai cose: di che ve- ramente s’ingannano;
perchè questi costumi, oltra che sian commodi ed utili, son dalla consuetudine
introdotti, ed uni- versalmente piacciono, come allor piacea l’ andar in
giornea con le calze aperte e scarpette pulite, e, per esser galante, portar
tutto di un sparvieri in pugno senza proposito, e ballar senza toccar la man
della donna, ed usar molti altri modi, i quali, come or sariano goffissimi,
allor erano prezzati assai. Però sia licito ancor a noi seguitar la
consuetudine de’ no- stri tempi, senza esser calunniati da questi vecchi, i
quali spesso, volendosi laudare, dicono: Io aveva vent’anni, che ancor doimiva
con mia madre e mie sorelle, nè seppi ivi a ( Digitized
by Google 78 IL CORTEGIANO. gran tempo che
cosa fossero donne; ed ora i rancinlli non hanno appena asciutto il capo, che
sanno più malizie che in que’tempi non sapeano gli uomini fatti: nè si
avveggono, che dicendo cosi, confermano! nostri fanciulli aver più ingegno, che
non aveano i loro vecchi. Cessino adunque di biasimare i tempi nostri, come
pieni di vizii, perchè levando quelli, levariano ancora le virtù; e ricordinsi,
che tra i buoni anti- chi, nel tempo che fiorivano al mondo quegli animi
gloriosi e veramente divini in ogni virtù, e gli ingegni più che umani,
trovavansi ancor molti sceleratissimi; i quali, se vivessero, tanto sariano tra
i nostri mali eccellenti nel male, quanto que’ buoni nel bene: e di ciò fanno
piena fede tutte le istorie. IV. bla a questi vecchi penso che ornai a
bastanza sia ri- sposto. Però lascieremo questo discorso, forse ormai troppo
diffuso, ma non in tutto fuor di proposito; e bastandoci aver dimostrato, le
corti de’ nostri tempi non esser di minor laude degne che quelle che tanto
laudano i vecchi, attenderemo ai ragionamenti avuti sopra il Cortegiano, per i
quali assai facilmente comprender si può, in che grado tra l’ altre corti fosse
quella d’ Urbino, e quale era quel Principe e quella Si- gnora a cui servivano
cosi nobili spiriti, e come fortunati si poteano dir tutti quelli, che in tal
commercio viveano. V. Venuto adunque il seguente giorno, tra i cavalieri
e le donne della corte furono molti e diversi ragionamenti so- pra la
disputazion della precedente sera; il che in gran parte nasceva perchè il
signor Prefetto, avido di sapere ciò che detto s’era, quasi ad ognun ne
dimandava, e, come suol sempre intervenire, variamente gli era risposto; però
che al- cuni laudavano una cosa, alcuni un’ altra, ed ancor tra molti era
discordia della sentenza propria del Conte, chè ad ognuno non erano restate
nella memoria cosi compiutamente le cose dette. Però di questo quasi tutto ’l
giorno si parlò; e come prima incominciò a farsi notte, volse il signor
Prefetto che si mangiasse, e tutti i gentiluomini condusse seco a cena; e
subito fornito di mangiare, n’andò alla stanza della signora Duchessa; la quale
vedendo tanta compagnia, e più per tempo che consueto non era, disse: Gran peso
parmi, mcsscr Federico, che sia quello che posto è sopra le spalle vostre,
Di: UDRÒ SECONDO 79 e grande
aspellazion quella a cui corrisponder dovete. — Quivi, non aspettando che
messer Federico rispondesse: E che gran peso è perù questo? — disse 1’ Unico
Abetino: Chi è tanto sciocco, che quando sa fare una cosa non la faccia a tempo
conveniente? — Cosi di questo parlandosi, ognuno si pose a sedere nel loco o
modo usato, con attentissima aspet- tazion del proposto ragionamento. VI.
Allora messer Fkdebico, rivolto all’ Unico, A voi adunque non par, disse,
signor Unico, che faticosa parte e gran carico mi sia imposto questa sera,
avendo a dimostrare in qual modo e maniera e tempo debba il Cortegiano osar le
sue buone condizioni, ed operar quelle cose che già s’è detto convenirsegli? —
A me non par gran cosa, rispose I’Unico; e credo che basti tutto questo, dir
che’l Cortegiano sia di buon giudicio, come jersera ben disse il Conte essere
neces- sario; ed essendo cosi, penso che senza altri precetti debba poter usare
quello che egli sa a tempo e con buona maniera: il che volere più minutamente
ridurre in regola, saria troppo difiQcile e forse superfluo; perchè non so qual
sia tanto inetto, che volesse venire a maneggiar l’arme quando gli altri
fossero nella musica; ovvero andasse per le strade ballando la more- sca,
avvenga che ottimamente far lo sapesse; ovvero andando a confortar una madre, a
cui fosse morto il figliolo, comin- ciasse a dir piacevolezze e far l’ arguto.
Certo questo a niun gentiluomo, credo, inierverria, che non fosse in tutto
pazzo. — A me par, signor Unico, disse quivi messer Federico, che voi andiate
troppo in su le estremità: perchè intervien qual- che volta esser inetto di
modo che non cosi facilmente si conosce, e gli errori non son tutti pari: e
potrà occorrere che r uomo si astenerà da una sciocchezza publica e troppo
chiara, come saria quel che voi dite d'andar ballando la mo- resca in piazza, e
non saprà poi astenersi di laudar sè stesso fuor di proposito, d’ usar una
prosunzion fastidiosa, di dir talor una parola pensando di far ridere, la qual,
per esser detta fuor di tempo, riuscirà fredda e senza grazia alcuna. E spesso
questi errori son coperti d’un certo velo, che scorger non gli lascia da chi
gli fa, se con diligenza non vi si mira; e benché per molte cause la vista
nostra poco disccrna, |Mir Digiiized by Google
80 IL CORTEGIANO. sopra lutto per 1’ ambizione divien
tenebrosa : chè ognun vo- lentier si mostra in quello che si persuade di
sapere, o vera o falsa che sia quella persuasione. Però il governarsi bene in
questo, parmi che consista in una certa prudenza e giudicio di elezione, e
conoscere il più e ’l meno che nelle cose si accresce e scema per operarle
opportunamente o fuor di sta- gione. E benché il Cortegian sia di cosi buon
giudicio che possa discemere queste differenze, non è però che più facile non
gli sia conseguir quello che cerca essendogli aperto il pensiero con qualche
precetto, e mostratogli le vie e quasi i lochi dove fondar si debba, che se
solamente attendesse al generale. VII. Avendo adunque il Conte jersera
con tanta copia e bel modo ragionato della Corlegiania, in me veramente ha
mosso non poco timor e dubio di non poter cosi ben satisfare a questa nobil
audienza in quello che a me tocca a dire, come esso ha fatto in quello che a
lui toccava. Pur per farmi par- tecipe più eh’ io posso della sua laude, ed
esser sicuro di non errare almen in questa parte, non gli contradirò in cosa
al- cuna. Onde, consentendo con le opinioni sue, ed, oltre al re- sto, circa la
nobililà del Cortegiano, e lo ingegno, eia dispo- sìzion del corpo e grazia
dell’aspetto, dico, che per acquistar laude meritamente e buona estimazione
appresso ognuno, e grazia da quei signori ai quali serve, parmi necessario che
e’ sappia componere tutta la vita sua e valersi delle sue buone qualità
universalmente nella conversazion di tuffi gli uomini senza acquistarne
invidia: il che quanto in sé difBciI sia, con- siderar si può dalla rarità di
quelli che a tal termine giunger si veggono; perchè in vero lotti da natura
siamo pronti più a biasimar gli errori, che a laudar le cose ben fatte, e par
che per una certa innata malignità molti, ancor che chiara- mente conoscano il
bene, si sforzino con ogni studio ed in- dustria di trovarci dentro o errore, o
almen similitudine d’er- rore. Però è necessario, che '1 nostro Cortegiano in
ogni sua operazion sia cauto, e ciò che dice o fa sempre accompagni con
prudenza; e non solamente ponga cura d’aver in sé parti c condizioni
eccellenti, ma il tenor della vita sua ordini con tal disposizione, che ’l
tutto corrisponda a queste parti, c si vegga il medesimo esser sempre ed
in ogni cosa tal che non discordi da sè stesso, ma faccia un corpo solo di
tutte queste buone condizioni; di sorte che ogni suo atto risulti e sia com-
posto di -tutte le virtù, come dicono i Stoici esser officio di chi è savio:
benché però in ogni operazion sempre una virtù è la principale; ma tutte sono
talmente tra sè concatenate, che vanno ad un fine, e ad ogni eifelto tutte
possono concor- rere e servire. Però bisogna che sappia valersene, e per lo
paragone e quasi contrarietà dell' una talor far che l’ a ltra sia più
chiaramente conosciuta: come i buoni pittori, i quali con r ombra fanno
apparerò e mostrano i lumi de’ rilievi ; e cosi col lume profondano l’ombre dei
piani, e compagnano i colori diversi insieme di modo, che per quella diversità
l’uno e r altro meglio si dimostra, e 'I posar delle figure contrario l’ una
all’ altra le ajuta a far quell’ officio che è intenzion del pittore. Onde la
mansuetudine è molto maravigliosa in un gen- tiluomo il qual sia valente e sforzato
nell’arme; e come quella fierezza par maggiore accompagnata dalla modestia,
cosi la modestia accresce e più compar per la fierezza. Però il par- lar poco,
il far assai, e ’l non laudar sè stesso delle opere lan- devoli, dissimulandole
di buon modo, accresce l’una e l’altra virtù in persona che discretamente
sappia usar questa manie- ra ; e cosi intervien di tutte 1’ altre buone
qualità. Voglio adunque che ’l nostro Cortegiano in ciò che egli faccia o dica
usi alcune regole universali, le quali io estimo che brevemente contengano
lutto quello che a me s’appartiene di dire; e per la prima e più importante,
fugga, come ben ricordò il Conte jersera, sopra tutto raiTellazione. Appresso,
consideri ben che cosa è quella che egli fa o dice, e ’l loco dove la fa, in
pre- senza di cui, a che tempo, la causa perchè la fa, la età sua, la
professione, il fine dove tende, e i mezzi che a quello con- dor lo possono; e
cosi con queste avvertenze s’accomodi dis- cretamente a tutto quello che fare o
dir vuole. — Vili. Poi che cosi ebbe detto messer Federico, parve che si
fermasse un poco. Allor subito. Queste vostre regole, disse il signor Mobello
dì Obtonì, a me par che poco insegnino ; ed io per me tanto ne so ora, quanto
prima che voi ce le mo- straste; benché mi ricordi aucor qualche altra volta
averle udite da* frati co’ quali confessato mi sono, e parmi che le
chiamino le circostanze. ~ Rise allor messer Federico , e disse : Se ben vi
ricorda, volse jersera il Conte che la prima profession del Cortegiano fosse
quella dell’ arme , e larga- mente parlò di che modo far la doveva; |>erò
questo non re- plicaremo più. Pur sotto la nostra regola si ()olrà ancor in-
tendere, che ritrovandosi il Cortegiano nella scaramuzza o fatto d’ arme o
battaglia di terra, o in altre cose tali, dee dis- cretamente procurar d’appartarsi
dalla moltitudine, e quelle cose segnalate ed ardite che ha da fare farle con
minor com- pagnia che può, ed al cospetto di tutti i più nobili ed estimati
uomini che siano nell’esercito, e massimamente alla presenza e, se possibii è,
inanzi agli occhi proprii del suo re o di quel signore a cui serve; perchè in
vero è ben conveniente valersi dello cose ben fatte. Ed io estimo, che siccome
è male cer- car gloria falsa e di quello che non si merita, cosi sia ancor male
defraudar sè stesso del debito onore, e non cercarne quella laude, che sola è
vero premio delle virtuose fatiche. Ed io ricordami aver già conosciuti di
quelli, che, avvenga che fossero valenti, pur in questa parte erano grossieri ;
e cosi metteano la vita a pericolo per andar a pigliar una man- dra di pecore,
come per esser i primi che montassero le mura d’ una terra combattuta: il che
non farà il nostro Cortegiano, se terrà a memoria la causa che lo conduce alla
guerra, che dee esser solamente l’onore. E se poi si ritroverà armeggiare nei
spettacoli publici, giostrando, torneando, o giocando a canne, o facendo
qualsivoglia altro esercizio della persona ; ricordandosi il loco ove si trova,
ed in presenza di cui, pro- curerà esser nell’arme non meno attilato e
leggiadro che si- curo, e pascer gli occhi dei spettatori di tutte le cose che
gli parrà che possano aggiungergli grazia; e porrà cura d’ aver cavallo con
vaghi guarniracnti, abiti ben intesi, motti appro- priati, ed invenzioni
ingeniose, che a sè tirino gli occhi de’ circostanti, come calamita il ferro.
Non sarà mai degli ultimi che compariscano a mostrarsi, sapendo che i popoli, o
mas- simamente le donne, mirano con molto maggior attenzione i primi che gli
ultimi ; i)crchè gli occhi e gli animi, che nel principio son avidi di quella
novità, notano ogni minuta cosa. c di quella fanno impressione ; poi per
la continuazione non solamente si saziano, ma ancora si stancano. Però fu un
no- bile istrione antico, il qual per questo rispetto sempre voleva nelle
fabule esser il primo che a recitare uscisse. Così ancor, parlando pur d’ arme,
il nostro Cortegiano avrà risguardo alla profession di coloro con chi parla, ed
a questo accomo- darassi ; altramente ancor parlandone con nomini, altramente
con donne : e se vorrà toccar qualche cosa che sia in lande sua propria, lo farà
dissimulatamente, come a caso e per trànsito, e con quella discrezione ed
avvertenza, che jeri ci mostrò il conte Ludovico. IX. Non vi par ora,
signor Morello, che le nostre regole possano insegnar qualche cosa? Non vi par
che quello amico nostro, del qual pochi di sono vi parlai, s’avesse in tutto
scordato con chi parlava e perchè, quando, per intertenere una gentildonna, la
quale per prima mai più non aveva ve- duta, nei principio del ragionar le
cominciò a dire che aveva morti tanti uomini, e come era fiero, e sapea giocar
di spada a due mani? nè se le levò da canto, che venne a volerle in- segnar
come s’ avessero a riparar alcuni colpi d’azza essendo armato, e come
disarmato, ed a mostrar le prese di pugna- le ; di modo che quella meschina
stava in sulla croce, e par- vele un’ ora mill’ anni levarselo da canto,
temendo quasi che non ammazzasse lei ancora come quegli altri. In questi errori
incorrono coloro che non hanno riguardo alle circostanze, che voi dite aver
intese dai frati. Dico adunque, che degli esercizii del corpo sono alcuni
che quasi mai non si fanno se non in publìco, come il gio- strare, il torneare,
il giocare a canne, e gli altri tutti che dependono dall’ arme. Avendosi
adunque in questi da adope- rare il nostro Cortegiano, prima ha da procurar
d’esser tanto bene ad ordine di cavalli, d’arme e d’abbigliamenti, che nulla
gli manchi; e non sentendosi ben assettato del tutto, non vi si metta per modo
alcuno: perchè, non facendo bene, non si può escnsare che questa non sia la
profession sua. Ap- presso dee considerar molto, in presenza di chi si mostra,
e quali siano i compagni; perchè non saria conveniente che un gentiluomo
andasse ad onorare con la persona sua una festa di contado, dove i
spettatori ed i compagni fossero gente ignobile. — X. Disse allor il
signor Gasparo Palla vicino: Nel paese nostro di Lombardia non s’hanno questi
rispetti; anzi molti gentiluomini giovani trovansi, che le feste ballano tutto
’l di nel sole coi villani, e con essi giocano a lanciar la barra, lot- tare,
correre e saltare: ed io non credo che sìa male, perchè ivi non si fa paragone
della nobilità, ma della forza e destrez- za, nelle quai cose spesso gli nomini
di villa non vaglion meno che i nobili; e par che quella domestichezza abbia in
sè una certa liberalità amabile. — Quel ballar nel sole, rispose mes- ser
Federico, a me non piace per modo alcuno, nè so che guadagno vi si trovi. Ma
chi vuol pur lottar, correr e saltar coi villani, dee, al parer mìo, farlo in
modo di provarsi, e, come si suol dir, per gentilezza, non per contender con
loro; e dee l’uomo esser quasi sicuro di vincere: altramente non vi si metta;
perchè sta troppo male e troppo è brutta cosa e fuor della dignità vedere un gentiluomo
vinto da un villano, e massimamente alla lotta: però credo io che sia ben aste-
nersene, almeno in presenza di molti, perchè il guadagno nel vincere è
pochissimo, e la perdita nell’esser vinto è gran- dissima. Fassi ancor il gioco
della palla quasi sempre in pu- blico; ed è uno di que’ spettacoli , a coi la
moltitudine ap- porta assai ornamento. Voglio adunque che questo e tutti gli
altri, dall’ armeggiar in fuora, faccia il nostro Cortegiano come cosa che sua
professione non sia, e di che mostri non cercar o aspettar lande alcuna, nè si
conósca che molto stu- dio 0 tempo vi metta, avvenga che eccellentemente lo
faccia; nè sia come alcuni che si dilettano di musica, e parlando con chi si
sia, sempre che si fa qualche pausa nei ragiona- menti, cominciano sotto voce a
cantare; altri, camminando per le strade e per le chiese vanno sempre ballando;
altri, incontrandosi in piazza o dove si sia con qualche amico, si metton
subito in atto di giocar di spada o di lottare, secondo che più si dilettano. —
Quivi disse messer Cesare Gonzaga: Meglio fa un cardinale giovane che avemo in
Roma, il qual, perchè si sente ajutante della persona, conduce tutti quelli che
lo vanno a visitare , ancorché mai più non sii abbia veduli, in un suo
giardino, ed invitagli con grandissima in- slanza a spogliarsi in giuppone e
giocar seco a saltare. — XI. Rise messer Fedebico; poi soggiunse: Sono
alcuni altri esercizi!, che far si possono nel publico e nel privato, come è il
danzare ; ed a questo estimo io che debba aver ri- spetto il Cortegiano :
perché danzando in presenza di molti ed in loco pieno di popolo parmì che si
gli convenga servare una certa dignità, temperata però con leggiadra ed aerosa
dolcezza di movimenti; e benché si senta leggierissimo, e che abbia tempo e
misura assai , non entri in quelle prestezze dei piedi e duplicati rebattimenti
, i quali veggiamo che nel nostro Barletta stanno benissimo, e forse in un
gentiluomo sariano poco convenienti: benché in camera privatamente, come or .
noi ci troviamo , penso che licito gii sìa e questo , e ballar moresche e
brandi ; ma in publico non cosi , fuorché trave- stito, e benché fosse di modo
che ciascun lo conoscesse, non dà noja ; anzi per mostrarsi in tai cose nei
spettacoli pu- blici, con arme e senza arme, non è miglior via di quella;
perché lo esser travestito porta seco una certa libertà e licen- za, la quale
tra l’ altre cose fa che l’ uomo può pigliare forma di quello in che si sente
valere, ed usar diligenza ed attila- tura circa la princìpal intenzione della
cosa in che mostrar si vuole, ed una certa sprezzatura circa quello che non im-
porta, il che accresce molto la grazia : come saria vestirsi un giovane da
vecchio , ben però con abito disciolto, per potersi mostrare nella gagliardia ;
un cavaliero in forma di pastor selvatico o altro tale abito, ma con perfetto
cavallo, e leg- giadramente acconcio secondo quella intenzione: perché su- bito
r animo de’ circostanti corre ad imaginar quello che agli occhi al primo aspetto
s’ appresenta ; e vedendo poi riu- scir molto maggior cosa che non prometteva
quell’abito, si diletta c piglia piacere. Però ad un principe in tai
giochi e spettacoli, ove inter- venga fìzione di falsi visaggi, non si
converria il voler man- tener la persona del principe proprio, perché quel
piacere che dalla novità viene ai spettatori mancheria in gran parte, chè ad
alcuno non é nuovo che il prìncipe sia il principe; ed esso, sapendosi che.
nUre allo esser principe, vuol aver ancor forma di principe, perde la libertà
di far tutte quelle cose che sono fuor della dignità di principe; e se in
questi giochi fosse contenzione alcuna, massimamente con arme, poria ancor far
credere di voler tener la persona di principe per non esser battuto, ma
riguardato dagli altri; oltra che, facen- do nei giochi quel medesimo che dee
far da dovero quando fosse bisogno, levaria l’ autorità al vero, e parerla
quasi che ancor quello fosse gioco: ma in tal caso, spogliandosi il prin- cipe
la persona di principe, e mescolandosi egualmente con i minori di sé, ben però
di modo che possa esser conosciuto, col rifiutar la grandezza piglia un’altra
maggior grandezza, che è il voler avanzar gli altri non d’autorità ma di virtù,
e mostrar che ’l valor suo non è accresciuto dallo esser principe. XII.
Dico adunque che ’l Cortegiano dee in questi spel- (acoli d’arme aver la
medesima avvertenza, secondo il grado suo. Nel volteggiar poi a cavallo,
lottar, correr e saltare, pia- ccmi molto fuggir la moltitudine della plebe, o
almeno la- sciarsi veder rarissime volle; perchè non è al mondo cosa tanto
eccellente, della quale gli ignoranti non si sazieno, e non lengan poco conto,
vedendola spesso. Il medesimo giu- dico della musica : però non voglio che ’l
nostro Cortegiano faccia come molti, che subito che son giunti ove che sia, e
alla presenza ancor di signori de’ quali non abbiano notizia alcuna, senza
lasciarsi mollo pregare, si mettono a far ciò che sanno, e spesso ancor quel
che non sanno; di modo che par che solamente per quello elTelto siano andati a
farsi ve- dere, e che quella sia la loro principal professione. Venga adunque
il Cortegiano a far musica, come a cosa per passar tempo, e quasi sforzalo, e
non in presenza di gente ignobile, nè di gran moltitudine; e benché sappia ed
intenda ciò che fa, in questo ancor vogUo che dissimuli il studio e la fatica
che è necessaria in tutte le cose che si hanno a far bene, e mostri estimar
poco in sè stesso questa condizione, ma, col farla eccellentemente, la faccia
estimar assai dagli altri.— XIII. AJlor il signor Gàspar Palla vicino,
molle sorti di musica, disse, si Irovan, cosi di voci vive, come d’ instru-
menti: però a me piacerebbe intender qual sia la miglior Ira tutte, ed a che
tempo debba il Cortegiano operarla. — Bella musica, rispose
messer Fkdbrico, parmi il cantar bene a li- bro sicuramente e con bella
maniera; ma ancor molto più il cantare alla viola , perché tutta la dolcezza
consiste quasi in un solo, e con mollo maggior attenzion si nota ed intende il
bel modo e 1’ aria non essendo occupate le orecchie in più che in una sol voce,
e meglio ancor vi si disceme ogni pic- colo errore; il che non accade cantando
in compagnia, per- ché l’ uno ajuta 1’ altro. Sia sopra tutto parmi gratissimo
il cantare alla viola per recitare; il che tanto di venustà ed etS- cacia
aggiunge alle parole , che é gran maraviglia. Sono an- cor armoniosi tutti gli
instrumenli da tasti, perché hanno le consonanze mollo perfelle, e con facilità
vi si possono far molte cose che empiono 1’ animo della musical dolcezza. E non
meno diletta la musica delle quattro viole da arco, la qual é soavissima ed
artificiosa. Dà ornamento e grazia assai la voce umana a lutti questi
instrumenli, de’ quali voglio che al nostro Corlegian basti aver notizia: e quanto
più però in essi sarà eccellente, tanto sarà meglio; senza impacciarsi molto di
quelli che Minerva rifiutò ad Alcibiade, perché pare che abbiano del schifo. 11
tempo poi nel quale usar si pos- sono queste sorti di musica estimo io che sia,
sempre che r uomo si trova in una domestica e cara compagnia, quando altre
faccende non vi sono; ma sopra tutto conviensi in pre- senza di donne,, perché
quegli aspetti indolciscono gli animi di chi ode, e più i fanno penetrabili
dalla soavità della mu- sica, e ancor svegliano i spirili di chi la fa: piacemi
ben, come ancor ho detto, che si fugga la moltitudine, e massi- mamente degl’
ignobili. Ma il condimento del tutto bisogna che sia la discrezione: perché in
effetto saria impossibile ima- ginar tutti i casi che occorrono; e se il
Corlegiano sarà giu- sto giudice di sé stesso, s’accommoderà bene ai tempi, e
cono- scerà quando gli animi degli auditori saranno disposti ad udire, e quando
no ; conoscerà l’ età sua: ohé in vero non ai conviene e dispare assai vedere
un uomo di qualche grado, vecchio, canuto e senza denti, pien di rughe, con una
viola in braccio sonando, cantare in mezzo d’una compagnia di donne, avvenga
ancor che mediocremente lo facesse: e que- sto, perché il più delle volle
cantando si dicon parole amorose, e ne’ vecchi l’amor è cosa ridicola; benché
qualche volta paja che egli si diletti, tra gli altri suoi miracoli, d’ac-
cendere in dispetto degli anni i cori agghiacciati. — XIV, Rispose allora
il MAcmnco : Non private, messer Federico, i poveri vecchi di questo piacere ;
perchè io già ho conosciuti uomini di tempo, che hanno voci perfettissime, e
mani dispostissime agl’ instrumenti, molto più che alcuni gio- vani. — Non
vogho, disse messer Federico, privare i vecchi di questo piacere, ma voglio ben
privar voi e queste donne del ridervi di quella inezia ; e se vorranno i vecchi
cantare alla viola, faccianlo in secreto, e solamente per levarsi del- r animo
qne’ travagliosi pensieri e gravi molestie di che la vita nostra è piena, e per
gustar quella divinità ch’io credo che nella musica sentivano Pitagora e
Socrate. E se bene non la eserciteranno, per aver fattone già nell’ animo un
certo abito la gustaran molto più udendola, che chi non avesse cognizione:
perchè, si come spesso le braccia d’un fabro, debile nel resto, per esser più
esercitate sono più gagliarde che quelle d’ un altro uomo robusto, ma non
assueto a fati- car le braccia, cosi le orecchie esercitate nell’armonia molto
meglio e più presto la dìscerneno, e con molto maggior pia- cer la giudicano,
che l’ altre, per buone ed acute che siano, non essendo versate nelle varietà
delle consonanze musicali; perchè quelle modulazioni non entrano, ma senza
lasciare gusto di sè via trapassano da canto all’ orecchie non assuete d’
adirle : avvenga che insino alle fiere sentano qualche di- lettazion della
melodia. Questo è adunque il piacer, che si conviene ai vecchi pigliare della
musica. Il medesimo dico del danzare ; perchè in vero questi esercizii si deono
lasciare prima che dalla età siamo sforzati a nostro dispetto lasciar- gli. —
Meglio è adunque , rispose quivi il signor Morello quasi adiralo, escludere
tutti i vecchi, e dir che solamente i giovani abbiam da esser chiamati
Cortegiani. — Rise allor messer Federico, e disse rjVedele voi, signor Morello,
che quelli che amano queste cose, se non son giovani, si studiano d’ apparare;
e però si tingono i capelli, e fannosi la barba due volte la settimana: e ciò
procede, che la natura tacita- mente loro dice, che tali cose non si convengono
se non Dir;---; a’ giovani. — Risero tutte le donne,
perchè ciascuna com- prese che quelle parole toccavano al signor Morello; ed
esso parve che un poco se ne turbasse. XV. Ma sono ben degli altri
intertenimenti con donne, sosgiunse subito messer Fedeb^co, che si convengono
ai vec- chi. — E quali? disse il signor Mobello; dir le favole? — E questo
ancor, rispose messer Feoebico. Ma ogni età, come sapete, porla seco i suoi
pensieri, ed ha qualche peculiar virtù e qualche peculiar vizio ; chè i vecchi,
come che siano ordinariamente prudenti più che i giovani, più continenti e più
sagaci, sono anco poi più parlatori, avari, diSlcili, timidi; sempre gridano in
casa, asperi ai figlioli, vogliono che ognun faccia a modo loro: e per
contrario i giovani, animosi, libe- rali, sinceri, ma pronti alle risse,
volubili, che amano e dis- amano in un punto, dati a tutti i lor piaceri,
nimici a chi ìor ricorda il bene. Ma di tutte le età la virile è più tempe-
rata, che già ha lasciato le male parli della gioventù, ed an- cor non è pervenuta
a quelle della vecchiezza. Questi adun- que, posti quasi nelle estremità,
bisogna che con la ragion sappiano correggere i vizii che la natura porge. Però
deono i vecchi guardarsi dal molto laudar sè stessi, e dalfaltrc coso viziose
che avemo detto esser loro proprie, e valersi di quella prudenza e cognizion
che per lungo uso avranno acquietata, ed esser quasi oracoli a cui ognun vada
per consìglio, ed aver grazia in dir quelle cose che sanno, accommodatamente ai
pro- positi, accompagnando la gravità degli anni con una certa temperata e
faceta piacevolezza. In questo modo saranno buoni Cortegiani, ed
interterrannosi bene con uomini e con donne, ed in ogni tempo saranno
gratissimi, senza cantare o danzare; e quando occorrerà il bisogno, mostreranno
il va- lor loro nelle cose d’importanza. XVI. Questo medesimo rispetto e
giudicio abbian i gio- vani, non già di tener lo stile dei vecchi, chè quello
che all’uno conviene non converrebbe in lutto all’altro, e suolsi dir che ne’
giovani troppo saviezza è mal segno, ma di cor- regger in sè i vizii naturali.
Però a me piace mollo veder un giovane, e massimamente nell’ arme, che abbia un
poco del grave e del taciturno ; che stia sopra di sè, senza que’ modi 8
* ?cd inquieti che spesso in tal età si veggono ; perchè par che
ab- hian non so che di più che gli altri giovani. Oltre a ciò quella * maniera
cosi riposata ha in sè una certa fierezza riguardevo- le, perché par mossa non
da ira ina da giudicio, e più presto governata dalla ragione che dallo
appetito: e questa quasi sempre in tutti gli uomini di gran core si conosce; e
mede- simamente vedemola negli animali bruti, che hanno sopra gli altri
nobilitò e fortezza, come nello leone e nella aquila : nè ciò è fuor di ragione,
perchè quel movimento impetuoso c subito, senza parole o altra dimostrazion di
collera, che con tutta la forza unitamente in un tratto, quasi co'me scop- pio
di bombarda, erompe dalla quiete, che è il suo contrario, è molto più violento
e furioso che quello che, crescendo per gradi, si riscalda a poco a poco. Però
questi che, quando son per far qualche impresa, parlan tanto e saltano, né
posson star fermi, pare che in quelle tali cose si svampino; e, come ben dice
il nostro messer Pietro Monte, fanno come i fan- ciulli, che andando di notte
per paura cantano, quasi che con quel cantare da sè stessi si facciano animo.
Cosi adunque come in un giovane la gioventù riposata e matura è molto
laudevole, perché par che la leggerezza, che è vizio peculiar di quella età,
sia temperata e corretta, cosi in un vecchio è da estimare assai la vecchiezza
verde e viva, perchè pare che ’l vigor dell’ animo sia tanto, che riscaldi e
dia forza a quella debile e fredda età, e la mantenga in quello stato me-
diocre, che è la miglior parte della vita nostra. XVII. Ma in somma, non
bastaranno ancor tutte queste condizioni nel nostro Cortegiano per acquistar
quella univer- sa! grazia de’ signori, cavalieri e donne, se non arà insieme
una gentil e amabile maniera nel conversare cotidiano: e di questo credo
veramente che sia ditlìcile dar regola alcuna, per le infinite e varie cose che
occorrono nel conversare, es- sendo che tra tutti gli uomini del mondo non si
trovano dui, che siano d’animo totalmente simili. Però chi ha da accom- modarsi
nel conversare con tanti, bisogna che si guidi col suo giudicio proprio, e,
conoscendo le differenze dell’uno e dell’altro, ogni di muti stile e modo,
secondo la natura di quelli con chi a conversar si mette. Né io per me altre
regole – H. P. Grice: “the rules of the conversational game” -- circa ciò
dar gli saprei, eccello le già date, le quali sin da fanciullo, confessandosi,
imparò il nostro signor Morello. — Rise quivi la signora Emilia, e disse : Voi
fughile troppo la fatica, messer Federico: ma non vi verrà fatto» ckò pur avete
da dire fin che I’ ora sia d’ andare a lètto. — B s^io. Signo- ra, non avessi
che dire? — rispose messer Federico. Disse la signora Emilia: Qui si vedrà il
vostro ingegno ; e se è vero quello eh* io già ho inteso, essersi trovato uomo
tanto inge- gnoso ed eloquente, che non gli sia mancalo subjetto per comporre
un libro in laude d’ una mosca, altri in laude della febre quartana, un altro
in laude del calvìzio : non dà il core a voi ancor di saper trovar che dire per
una sera sopra la Cortegiania? — Ormai, rispose messer Federico, tanto ne avemo
ragionato, che ne sariano fatti doi libri ; ma poi che non mi vale escusazione,
dirò pur fin che a voi paja eh’ io abbia satisfatto, se non all’ obligo, almeno
al poter mio. XYIII. lo estimo che la conversazione, alla quale dee
principalmente attendere il Cortegìano con ogni suo studio per farla grata, sia
quella che averà col suo principe; e ben- ché questo nome di conversare importi
una certa parità, che pare che non possa cader tra ’l signore e '1 servitore,
por noi per ora la chiamaremo cosi. Voglio adunque che ’l Corlegia- no, oltre
lo aver fatto ed ogni di far conoscere ad ognuno, sé esser di quel valore che
già avemo detto, si volti con tutti i pensieri e forze dell’ animo suo ad amare
e quasi adorare il principe a chi serve, sopra ogni altra cosa ; e le voglie
sue e costumi e modi, lutti indirizzi a compiacerlo. — Quivi non aspettando
più, disse Pietro da Napoli : Di questi Gorlegiani oggidì trovarannosi assai,
perchè mi pare che in poche pa- role ci abbiate dipinto un nobile adulatore. —
Voi v’ ingan- nate assai, rispose messer Federico; perchè gli adulatori non
amano i signori nè gli amici, il che io vi dico che voglio che sia
principalmente nel nostro Cortegiano ; e ’l compiacere e secondar le voglie di
quello a chi si serve si può far senza adulare, perché io intendo delle voglie
che siano ragionevoli ed oneste, ovvero di quelle che in sé non son nè buone nè
male, come saria il giocare, darsi più ad uno esercizio ohe ad un altro ; ed a
questo voglio che il Cortegiano s’ accom- Digitized by Google
02 IL CORTEGIAXO. modi, sebbcn da natura sua vi
fosse alieno, di modo che, sempre che ’l signore lo vegga, pensi che a parlar
gli abbia di cosa che gli sia grata : il che interverrà, se in costui sarà il
buon giudicio per conoscere ciò che piace al principe, e Io ingegno e la
prudenza per saperscgli accommodare, e la de- liberala volontà per farsi piacer
quello che forse da natura gli dispiacesse; ed avendo queste avvertenze, inanzi
al prin- cipe non starà mai di mala voglia nè melanconico, nè cosi taciturno,
come molti che par che tenghino briga coi patro- ni, che è cosa veramente
odiosa. Non sarà maledico, e spe- cialmente dei suoi signori; il che spesso
interviene, chè pare che nelle corti sia una procella che porli seco questa
condi- zione, che sempre quelli che sono più beneficati dai signori, e da
bassissimo loco ridotti in alto stato, sempre si dolgono e dicono mal d’essi:
il che è disconveniente, non solamente a questi tali, ma ancor a quelli che
fossero mal trattati. Non usarà il nostro Corlegiano prosunzion sciocca ; non
sarà ap- portator di nuove fastidiose ; non sarà inavvertito in dir ta- lor
parole che offendano in loco di voler compiacere ; non sarà ostinato e
contenzioso, come alcuni, che par che non godano d’altro che d’essere molesti e
fastidiosi a guisa di mosche, e fanno profession di contradire dispettosamente
ad ognuno senza rispetto ; non sarà cianciatore, vano o bugiar- do, vantatore
nè adulatore inetto, ma modesto e ritenuto, usando sempre, e massimamente in
publico, quella reverenza e rispetto che si conviene al servitor verso il
signor; e non farà come molti, i quali, incontrandosi con qualsivoglia gran
principe, se pur una sol volta gli hanno parlalo, se gli fanno inanti con un
certo aspetto ridente e da amico, cosi come se volessero accarezzar un suo
equale, o dar favor ad un minor di sè. Rarissime volte o quasi mai non
domanderà al signor cosa alcuna per sè stesso, acciò che quel signor avendo ri-
spetto di negarla cosi a lui stesso, talor non la conceda con fastidio, che è
molto peggio. Domandando ancor per altri, osserverà discretamente i tempi, e
domanderà cose oneste e ragionevoli; ed assetlarà talmente la petizion sua,
levandone quelle parti che esso conoscerà poter dispiacere e facilitando con
destrezza le diflìcollà, che ’l signor la concederà sempre, /
LIBRO SECONDO. 93 0 se par la negherà, non
crederà aver olTeso colai a chi non ha voluto compiacere : perchè spesso i
signori, poi che hanno negato una grazia a chi con molta importunità la
domanda, pensano che colui che l’ ha domandata con tanta instanza la
desiderasse molto ; onde, non avendo potato ottenerla, debba voler male a chi
glie l’ ha negata ; e per questa credenza essi cominciano ad odiar quel tale, e
mai più noi posson ve- der con buon occhio. XIX. Non cercherà d’
intromettersi in camera o nei lo- chi secreti col signor suo non essendo
richiesto , sebben sarà di molta autorità; perchè spesso i signori, quando
stanno privatamente, amano una certa libertà di dire e far ciò che lor piace, e
però non vogliono essere nè vedati nè uditi da persona da cui possano esser
giudicati ; ed è ben conveniente. Onde quelli che biasimano i signori che
tengono in camera persone di non molto valore in altre cose che in sapergli ben
servire alla persona, panni che facciano errore, perchè non so per qual causa
essi non debbano aver quella libertà per relasciare gli animi loro, che noi
ancor volemo per rclasciar 1 nostri. Ma se’l Cortegiano, consueto di
trattar cose impor- tanti, si ritrova poi secretamente in camera, dee vestirsi
un’ altra persona, e difTerir le cose severe ad altro loco e tempo, ed
attendere a ragionamenti piacevoli e grati al signor suo, per non impedirgli
quel riposo d’ animo. Ma in questo ed in ogni altra cosa sopra tutto abbia cura
di non venirgli a fa- stidio, ed aspetti che i favori gli siano otièrti più
presto, che uccellargli cosi scopertamente come fan molti, che tanto avidi ne
sono, che pare che, non conseguendogli , abbiano da per- der la vita; e se per
sorte hanno qualche disfavore, ovvero veggono altri esser favoriti, restano con
tanta angonia, che dissimular per modo alcuno non possono quella invidia: onde
fanno ridere di sè ognuno, e spesso sono causa che i signori dian favore a chi
si sia, solamente per far loro dispetto. So poi ancor si ritrovano in favor che
passi la mediocrità, tanto s’ inebriano in esso, che restano impediti d’
allegrezza; nè par che sappian ciò che si far delle mani nè dei piedi, e quasi
stanno per chiamar la brigata che venga a vedergli e con- gratularsi seco, come
di cosa che non siano consueti mai Diy ; uy VI'
oogle 94 IL CORTEGIANO. più d’avere.
Di questa sorte non voglio che sia il nostro Cor- tegiano. Voglio ben che ami i
favori, ma non però gli estimi tanto, che non paja poter ancor star senz’ essi;
e quando gli consegue non mostri d’ esservi dentro nuovo nè forestiero, nè
maravigliarsi che gli siano offerti; nè gli rifiuti di quel modo che fanno
alcuni, che per vera ignoranza restano d’ac- cetlargli, e cosi fanno vedere ai circonstanti
che se ne cono- scono indegni. Dee ben l’ uomo star sempre un poco più ri-
messo che non comfjorta il grado suo; non accettar così facilmente i favori ed
onori che gli sono offerti, e rifiutarli modestamente, mostrando estimargli
assai, con tal modo però, che dia occasione a chi gli offerisce d’ offerirgli
con molto maggior instanza; perchè quanto più resistenza con tal modo s’ usa
nello acccttórgli, tanto più pare a quel principe che gli concede d’ esser
estimato, e che la grazia che fa tanto sia maggiore, quanto più colui che la
riceve mostra apprezzarla e più di essa tenersi onorato. E questi son i veri e
sodi fa- vori, e che fanno l’uomo esser estimato da chi di fuor li vede;
perchè, non essendo mendicati, ognun presume che nascano da vera virtù; e tanto
più, quanto sono accompa- gnali dalla modestia. — XX. Disse allor messer
Cesabk Gonzaga : Farmi che ab- biale rubalo questo passo allo Evangelio, dove
dice: Quando tei imilalo a nozxe, va, ed assellali nell’infimo loco, acciò
che venendo colui che l’ ha invilato, dica; Amico, ascendi più su;
e cosi li sarà onore alla presenza dei convitali. — Rise messer Federico, e
disse: Troppo gran sacrilegio sarebbe rubare allo Evangelio; ma voi siete più
dotto nella Sacra Scrittura ch’io non mi pensava; — poi soggiunse: Vedete come
a gran pe- ricolo si mettano talor quelli che temerariamente inanzi ad un
signore entrano in ragionamento, senza che altri li ricer- chi; e spesso quel
signore, per far loro scorno, non risponde e volge il capo ad un’altra mano, e
se pur ris|>onde loro, ognun vede che lo fa con fastidio. Per aver adunque
favor dai signori, non è miglior via che meritargli; nè bisogna che r uomo si
confidi, vedendo un altro che sia grato ad un prin- cipe per qualsivoglia cosa,
di dover, per imitarlo, esso ancor medesimamente venire a quel grado: perchè ad
ognun non si convien ogni cosa; e trovarassi talor un uomo, il qual da
natura sarà tanto pronto alle facezie, che ciò che dirà por- terà seco il riso,
e parerà che sia nato solamente per quello: e s’ nn altro che abbia maniera di
gravità, avvenga che sia di buonissimo ingegno, vorrà mettersi a farii
medesimo, sarà freddissimo e disgraziato, di sorte che farà stomaco a chi r
udirà; e riuscirà appunto quell’ asinof, che ad imitazion del cane volca
scherzar col patrone. Però bisogna che ognun conosca sé stesso e le forze sue,
ed a quello s’accommodi, e consideri quali cose ha da imitare e quali no.
— X\I. Prima che più avanti passate, disse quivi Vincen- zio Calhetz, s’
io ho ben inteso , parmi che dianzi abbiate detto che la miglior via per
conseguir favori sia il meritargli; e che più presto dee il Cortegiano aspettar
che gli siano of- ferti, che prosuntuosamente ricercargli. Io dubito assai che
questa regola sia poco al proposito, c parmi che la esperienza ci faccia molto
ben chiari del contrario: perchè oggidì po- chissimi sono favoriti da’ signori,
eccetto i prosuntuosi ; e so che voi potete esser buon testimonio d’alcuni,
che, ritrovan- dosi in poca grazia dei lor principi , solamente con la prosun-
zione si son loro fatti grati; ma quelli che per modestia siano ascesi, io per
me non conosco, ed a voi ancor do spazio di pensarvi , e credo che pochi ne
troverete. E se considerato la corte di Francia, la qual oggidì è una delle più
nobili di cristianità, troverete che tutti quelli che in essa hanno gra- zia
universale, tengon del presuntuoso; c non solamente l’uno con l’altro, ma col
re medesimo. — Questo non dite già, ri- spose messer Federico; anzi in Francia
sono modestissimi e cortesi gentiluomini: vero è che usano una certa libertà e
do- mestichezza senza cerimonia, la qual ad essi è propria e na- turale; e però
non si dee chiamar presunzione, perchè in quella sua cosi fatta maniera, benché
rìdano, e piglino pia- cere dei presuntuosi, pur apprezzano molto quelli che
loro pajono aver in sè valore e modestia. — Rispose il Calmetà: Guardate i
Spagnoli, i quali par che siano maestri della Cortegiania, e considerale quanti
ne trovate, che con donne e con signori non siano presuntuosissimi ; e tanto
più de’Fran- zesi, quanto che nel primo aspetto mostrano grandissima modestia:
e veramente in ciò sono discreti, perché, come ho detto, i signori de’ nostri
tempi tutti favoriscono que’ soli che hanno tai costumi. — XXII. Rispose
allor messcr Fkbebico: Non voglio già comportar, messer Vincenzio, che voi
questa nota diate ai signori de’ nostri tempi; perchè por ancor molti sono che
amano la modestia, ia quale io non dico però che sola basti per far l’ uom
grato: dico ben, che quando è congiunta con un gran valore, onora assai chi la
possedè; e se ella di sè stessa tace, l’ opere laudevoli parlano largamente, e
son molto più maravigliose che se fossero compagnatc dalla prosanzio- ne e
temerità. Non voglio già negar che non si trovino molti Spagnoli prosuntuosi;
dico ben, che quelli che sono assai esti- mali, per il più sono modestissimi.
Riirovansi poi ancor alcun’ altri tanto freddi, che fuggono il consorzio degli
uomini trop- po fuor di modo, e passano un certo grado di mediocrità, tal che
si fanno estimare o troppo timidi o troppo superbi; c questi per niente non
laudo, nè voglio che la modestia sia tanto asciutta ed arida, che diventi
rusticità. Ma sia il Corte- gìano, quando gli vien in proposito, facondo, e nei
discorsi de’ stali prudente e savio, cd abbia tanto giudicio, che sappia
accommodaréi ai costumi delle nazioni ove si rilrova;poi nelle cose più basse
sia piacevole, e ragioni ben d’ ogni cosa ; ma sopra tutto tenda sempre al
bene: non invidioso, non maldi- cente; nè mai s’induca a cercar grazia o favor
per via viziosa, nè per mezzo di mala sorte. — Disse allora il Calheta: Io v’
assicuro che tutte l’altre vie son molto più dubiose e più lunghe che non è
questa che voi biasimate; perchè oggidì, per replicarlo un’ altra volta , i
signori non amano se non que’ che son volli a tal cammino. — Non dite cosi,
rispose allor messcr Federico, perchè questo sarebbe troppo chiaro argomento,
che i signori de’ nostri tempi fossero lutti viziosi c mali; il che non è,
perchè pur se ne ritrovano alcuni buo- ni. Ma se ’l nostro Cortegiano per sorte
sua si troverà esser a servizio d’un che sia vizioso e maligno, subito che lo
co- nosca se ne levi, per non provar quello estremo affanno che sentono tulli i
buoni che serveno ai mali. — Bisogna pregar Dio, rispose il Calmeta, che ce gli
dia buoni, perchè quando hanno, è forza patirgli (ali quali sono ; perchè
infiniti ri- spetti astringono chi è gentilnomo, poi che ha cominciato a
servire ad un patrone, a non lasciarlo; ma la disgrazia con- siste nel
principio: e sono i Cortegiani in questo caso alla condizion di que’
malavventurati uccelli, che nascono in trista valle. — A me pare, disse messer
Federico, che ’l de- bito debba valer più che tutti i rispetti; e pur che un
gentil- uomo non lasci il patrone quando fosse in su la guerra o in qualche
avversità, di sorte che si potesse credere che ciò fa- cesse per secondar la
fortuna, o per parergli che gli mancasse quel mezzo del qual potesse trarre
utilità, da ogni altro tem- po credo che possa con ragion e debba levarsi da
quella ser- vitù, che tra i buoni sia per dargli vergogna; perchè ognun presume
che chi serve ai buoni sìa buono , e chi serve ai mali sia malo. — XXIIl.
Vorrei, disse allor il signor Ludovico Pio, che voi mi chiariste un dubio eh’
io ho nella mente; il qual’ è, se un gentiluomo, mentre che serve ad un
principe, è obli- gato ad ubedìrgli in tutte le cose che gli comanda , ancor
che fossero disoneste e vituperose. — In cose disoneste non sia- mo noi
obligati ad ubedire a persona alcuna, — rispose mes- ser Federico. E come,
replicò il signor Ludovico, s’ io starò al servizio d’ un principe il qual mi
(ratti bene, c si cenfidi eh’ io debba far per lui ciò che far si può,
comandan- domi ch’io vada ad ammazzare un uomo, o far qualsivoglia altra cosa,
debbo io rifiutar di farla? — Voi dovete, rispose messer Federico, ubedire al
signor vostro in tutte le cose che a lui sono utili ed onorevoli, non in quelle
che gli sono di danno e di vergogna: però se esso vi comandasse che face- ste
un tradimento, non solamente non sete obligato a farlo ^ ma sete obligato a non
farlo, e per voi stesso, e per non es- ser ministro della vergogna del signor
vostro. Vero è che molte cose pajono al primo aspetto buone che sono male , e
molte pajono male e pur son buone. Però è licito talor per servizio de’ suoi
signori ammazzare non un uomo ma diece milia, e far molte altre cose, le quali,
a chi non le conside- rasse come si dee, pareriano male , e pur non sono. — Ri-
spose allor il signor Gaspar Pallavicino: Deh , per vostra fè, t» ragionate
an poco sopra questo, ed insegnateci come si pos- san discerner le cose
veramente buone dalle apparenti. — Per- donatemi, disse messer Fedbbico; io non
voglio entrar qua, chè troppo ci saria che dire, ma il tutto si rimetta alla
discre- zion vostra. — XXIV. Chiaritemi almen un altro dubio, — replicò
il signor Gasparo. E che dubio? — disse messer Federico. Que- sto, rispose il
signor Gasparo. Vorrei sapere, essendomi im- posto da un mio signor
terminatamentc quello eh’ io abbia a fare in una impresa o negozio di
qualsivoglia sorte, s’ io, ri- trovandomi in fallo, e parendomi con l’operare
più o meno 0 allrimenli di quello che m’ è stato imposto, poter fare suc-
cedere la cosa più prosperamente o con più utilità di chi m’ha dato tal carico,
debbo io governarmi secondo quella prima norma senza passar i termini del
comandamento, o por far quello che a me pare esser meglio? — Kisiiose allora
messer Federico: Io, circa questo, vi darei la sentenza con lo esem- pio di
Manlio Torquato, che in tal caso per troppo pietà uc- cise il figliolo , se lo
estimassi degno di molta laude , che in vero non l’ estimo; benché ancor non
oso biasimarlo, contra la opinion di tanti secoli: perchè senza dubio è assai
pericolosa cosa desviare dai comandamenti de’ suoi maggiori, confidan- dosi più
del giudicio di sé stessi che di quegli ai quali ragio- nevolmente s'ha da
ubedire; perchè se per sorte il pensier vicn fallilo, e la cosa succeda male,
incorre l’uomo noll’er- ror della disubedienza, e ruina quello che ha da far senza
via alcuna di escusazione o speranza di perdono; se ancor la cosa vien secondo
il desiderio, bisogna laudarne la ventura, e contentarsene: pur con tal modo
s’introduce una usanza d’estimar poco i comandamenti de’ superiori ; e per
esempio di quello a cui sarà successo bene , il quale forse sarà pru- dente ed
ara discorso con ragione, ed ancor sarà stato aiu- talo dalla fortuna, vorranno
poi mille altri ignoranti e leg- gieri pigliar sicurtà nelle cose
importantissime di far al lor modo, e, per mostrar d’ esser savii od aver
autorità, desviar dai comandamenti de’signori: il che è malissima cosa, e
spesso causa d’ infiniti errori. Ma io estimo che in tal caso debba quello a
cui tocca considerar maturamente, e quasi porre io bilancia il bene e la
commodllà che gli è per venire del fare centra il comandamento, ponendo che ’l
disegno suo gli suc- ceda secondo la speranza; dall’ altra banda, contrapcsare
il male e la incommodità che glie ne nasce se per sorte, con- trafacendo al
comandamento, la cosa gli vien mal fatta: c conoscendo che '1 danno possa esser
maggiore e di più impor- tanza succedendo il male, che la utilità succedendo il
bene, dee astenersene, e servar apuntino quello che imposto gli è; e per
contrario, se la utilità è per esser di più im|)ortanza succedendo il bene, che
'1 danno succedendo il male, credo che possa ragionevolmente mettersi a far
quello che più la ragione e’I giudicio suo gli detta, e lasciar un poco da
canto quella propria forma del comandamento; per fare come i buoni mercatanti,
li quali per guadagnare l’ assai Avventu- rano il poco, ma non l’assai per
guadagnar il poco. Laudo ben che sopra tutto abbia rispetto alla natura di quel
signore a cui serve, e secondo quella si governi; perchè se fosse cosi austera,
come di molti che se ne trovano, io non lo con- sigliare! mai, se amico mio
fosse, che mutasse in parte alcu- na r ordine datogli: acciò che non gl’
intravenisse quel che si scrive esser intervenuto ad un maestro ingegnerò d’
Ate- niesi, al quale, essendo Publio Crasso Muziano in Asia, e volendo
combattere una terra, mandò a domandare un de’dui alberi da nave che esso in
Atene avea veduto, per far uno ariete da battere il muro, e disse voler il
maggiore. L’ inge- gnerò, come quello che era iutendenlissimo, conobbe quel
maggiore esser poco a proposito per tal ctTetto; e per esser il minore più
facile a portare, ed ancor più conveniente a far quella machina, mandollo a
Muziano. Esso, intendendo come la cosa era ita, fecesi venir quel povero
ingegnerò, e doman- datogli, perchè non l’avea ubedito, non volendo ammettere
ragion alcuna che gli dicesse, lo fece spogliar nudo, e bat- tere e frustare
con verghe tanto che si mori, parendogli che in loco d’ ubedirlo avesse voluto
consigliarlo: si che con questi cosi severi uomini bisogna usar molto
rispetto. X\Y. Ma, lasciamo da canto ornai questa pratica de’si- gnori, c
vengasi alla conversazione coi pari o poco diseguali; chè ancor a questa
bisogna allendere, ijcr esser univcrsal- mente più frequentala, e
trovarsi l’uomo più spesso in que- sta che in quella de’ signori. Benché son
alcuni sciocchi, che se fossero in compagnia del maggior amico che abbiano al
mondo, incontrandosi con un meglio vestito, subito a quel s’attaccano; se poi
gli ne occorre un altro meglio, fanno pur il medesimo. £ quando poi il principe
passa per le piazze, chiese o altri lochi publici, a forza di cubiti si fanno
far strada a tutti, tanto che se gli mettono al costato ; c se ben non hanno
che dirgli, pur lor voglion parlare, e tengono lunga la diceria, e rideno, e
batteno le mani e ’l capo, per mostrar ben aver faccende d’importanza, acciò
che ’l popolo gli vegga in favore. Ma poi che questi tali non si degnano di
parlare se non coi signori, io non voglio che noi degnamo parlar d’ essi.
— XXVI. Allora il MagniBco Jdliano, Vorrei, disse, mes- scr Federico,
poiché avete fatto menzion di questi che s’ac- compagnano cosi volontieri coi
ben vestiti, che ci mostraste di qual maniera si debba vestire il Cortegiano, e
che abito più se gli convenga, e circa tutto l’ ornamento del corpo, in che
modo debba governarsi ; perchè in questo veggiamo in- finite varietà : e chi si
vestp alta franzese, chi alla spagnola, chi vuol parer Tedesco; né ci mancano
ancor di quelli che si vestono alla foggia de’ Turchi ; chi porta la barba, chi
no. Saria adunque ben fatto, saper in questa confusione eleggere il meglio. —
Disse messer Fedebico: Io in vero non saprei dar regola determinata circa il
vestire, se non che l’ uom s’accomodasse alla consuetudine dei più; e poiché,
come voi dite, questa consuetudine è tanto varia, e che gl’italiani tanto son
vaghi d’abigliarsi alle altrui fogge, credo che ad ognuno sia licito vestirsi a
modo suo. Ma io non so per qual fato in- tervenga che la Italia non abbia, come
soleva avere, abito che sia conosciuto per italiano ; che benché lo aver posto
in usanza questi nuovi faccia parer quelli primi gotlìssimi, pur quelli forse
erano segno di libertà, come questi son stati au- gurio di servitù ; il qual
ormai parmi assai chiaramente adem- piuto. E come siscrive, che, avendo Dario,
l’anno prima che combattesse con Alessandro, fatto acconciar la spada che egli
portava a canto, la quale era persiana, alla foggia di Mace- LIBRO
SECONDO. 101 donia, fu interpretato dagl’ indovini che
questo signiGcava, che coloro, nella foggia de’ quali Dario aveva tramutato la
forma della spada persiana, vernano a dominar la Persia ; cosi r aver noi
mutati gli abiti italiani negli stranieri panni che signiGcasse, tutti quegli,
negli abili de’quali i nostrf erano trasformati, dover venire a subjugarci; il
che è stato troppo più che vero, cbè ormai non resta nazione che di noi non
abbia fatto preda: tanto che poco più resta che predare, e pur ancor di predar
non si resta. XXVII. Ma non voglio che noi entriamo in ragionamenti di
fastidio : però ben sarà dir degli abiti del nostro Cortegia- no ; i quali io
estimo che, pur che non siano fuor della con- suetudine, nè contrarii alla
protessione, possano per lo resto tutti star bene, purché satisfacciano a chi
gli porta. Vero è eh’ io per me amerei che non fossero estremi in alcuna par-
te, come talor suol essere il franzese in troppo grandezza, e ’l tedesco in
troppo piccolezza, ma come sono e l’uno e l’al- tro corretti e ridotti in
miglior forma dagl’ Italiani. Piacemi ancor sempre, che tendano un poco più al
grave e riposato, che al vano: però parmi che maggior grazia abbia nei vesti-
menti il color nero, che alcun altro; e se pur non è nero, che almen tenda al
scoro: e questo intendo del vestir ordina- rio, perchè non è dubio che sopra l’
arme più si convengan colori aperti ed allegri, ed ancor gli abiti festivi,
trinzati, pomposi e superbi. Medesimamente nei spettacoli pnblici di feste, di
giochi, di mascare, e di lai cose ; perchè cosi divi- sati porlan seco una
certa vivezza ed alacrità, che in vero ben s’ accompagna con l’ armi e giochi :
ma nel resto, vorrei che mostrassino quel riposo che mollo serva la nazion
spagnola, perchè le cose estrinseche spesso fan testimonio delle intrin- seche.
— Allor disse messer Cesare Gonzaga : Questo a me daria poca noja, perchè, se
un genliluom nelle altre cose vale, il vestire non gli accresce nè scema mai
reputazione. — Ri- spose messer Federico : Voi dite il vero. Pur qual è di noi
che, vedendo passeggiar un gentiluomo con una roba adosso quartata di diversi
colori, ovvero con tante slringhette e fet- tuzze annodate e fregi traversali,
non Io tenesse per pazzo o per buffone? — Nè pazzo, disse messer Pietro Bembo,
nè buf- 0 * Digiiized by Google 102
IL CORTEGIANO. fone sarebbe cosini tenuto da chi fosse
qualche tempo vivalo nella Lombardia, perchè cosi vanno tatti. — Adunque, ri-
spose la signora Duchessa ridendo, se cosi vanno lutti, op- porre non se i'ii
dee per vizio, essendo a loro questo abito tanto* conveniente e proprio, quanto
ai Veneziani il portar le maniche a corneo, ed a’ Fiorentini il cappuzzo. — Non
parlo io, disse mcsser Fedbhico, più della Lombardia che de- gli altri lochi,
perchè d’ogni nazion se ne trovano e di scioc- chi e d’avveduti. Ma per dir cii
che mi par d’importanza nel vestire, voglio che ’l nostro Cortegiano in tutto
l’abito sia pulito e delicato, ed abbia una certa conformità di mode- sta
attilatura, ma non però di maniera feminile o vana, nè più in una cosa che
nell’altra, come molti ne vederne, che pongon tanto studio nella capigliara,
che si scordano il re- sto; altri fan professione di denti, altri di barba,
altri di borzacchini, altri di berrette, altri di cuffie; e cosi intervien che
quelle poche cose più colle pajono lor prestale, e tulle r altre che sono
sciocchissime si conoscono per le loro. E questo tal costume voglio che fugga
il nostro Cortegiano, per mio consiglio ; aggiugnendovi ancor, che debba fra sè
stesso deliberar ciò che vuol parere, e di quella sorte che desidera esser
estimato, della medesima vestirsi, e far che gli abili lo ajutino ad esser
tenuto per tale ancor da quelli che non l’odono parlare, nè veggono far
operazione alcuna. — XXVllI. A me non pare, disse allor il signor Gaspab
Pal- LAviciNO, che si convenga, nè ancorché s’usi tra persone di valore,
giudicar la condizion degli uomini agli abili, e non alle parole ed alle opere,
perchè molli s’ ingannariano ; nè senza causa dicesi quel proverbio, che 1’
abito non fa il mo- naco. — Non dico io, rispose messer Federico, che per que-
sto solo s’abbiano a far i giudici! resoluti delle condizion de- gli uomini, nè
che più non si conoscano per le parole e per r opere che per gli abili : dico
ben, che ancor l’ abito non è piccolo argomento della fantasia di chilo porla,
avvenga che talor possa esser falso ; e non solamente questo, ma tutti i modi e
costumi, oltre all’ opere e parole, sono giudicio delle qualità di colui in cui
si veggono. — E che cose trovate voi, rispose il signor Gasparo, sop<">
le uuali noi possiam far giudicio, che non siano nè parole nè opere? — Disse
allor mes- ser Federico: Voi siete troppo sottile loico. Ma per dirvi come io
intendo, si trovano alcune operazioni, che, poi che son fat- te, restano ancora
, come l’ edificare, scrivere ed altre simi- li ; altre non rèstano, come
quelle di che io voglio ora inten- dere : però non chiamo in questo proposito
che *1 passeggia- re, ridere, guardare, e tai cose, siano operazioni'; e pur
tutto questo di fuori dà notizia spesso di quel dentro. Ditemi, non faceste voi
giudicio che fosse nn vano e leggier uomo quello amico nostro, del quale
ragionammo pur questa mattina, sa- bito che lo vedeste passeggiar con quel
torzer di capo, dime- nandosi lutto, ed invitando con aspetto benigno la
brigata a cavarsegli la berretta? Cosi ancora quando vedete uno che guarda
troppo intento con gli occhi stupidi a foggia d’insen- sato, 0 che rida cosi
scioccamente come que’ mutoli gozzuti delle montagne di Bergamo, avvenga che
non parli o faccia altro, non lo tenete voi per un gran babuasso? Vedete
adunque che questi modi e costumi, che io non intendo per ora che siano
operazioni, fanno in gran parte che gli nomini sian conosciuti. XXIX. Ma
un’altra cosa parrai che dia e lievi molto la riputazione, e questa è la
elezion degli amici coi quali si ha I da tenere intrinseca pratica ;
perchè indubitatamente la rà- gion vuol, che di quelli che sono con stretta
amicizia ed in- dissolnbil compagnia congiunti, siano ancor le volontà, gli
animi, i giudicii e gl’ ingegni conformi. Cosi chi conversa con ignoranti o
mali, è tenuto per ignorante o mate; e per contra- rio chi conversa con buoni e
savii e discreti, è tenuto per tale: chè da natura par che ogni cosa volentieri
si congiunga col suo simile. Però gran riguardo credo che si convenga aver nel
cominciar queste amicizie, perchè di dui stretti amici chi conosce l’uno,
subito imagina l’ altro esser della medesi- ma condizione. — Rispose allor
messer Pietro Bembo : Del ristringersi in amicizia cosi unanime, come voi dite,
parmi veramente che si debba aver assai riguardo, non solamente per r acquistar
o perdere la riputazione, ma perchè oggidì pochissimi veri amici si trovano, nè
credo che più siano al mondo quei Piladi ed Oresti, Tese! e Pirìtoi, nè
Scipioni Lelii; anzi non so per qual deslin interviene ogni di, che dui amici ,
quali saranno vivuli in cordialissimo amore moli’ anni, pur al fine l’un
l’altro in qualche modo s’ingan- nano, o per malignità, o per invidia, o per
leggerezza, o per qualche altra mala causa; e ciascun dà la colpa al compagno
di quello, che forse l’uno e l’altro la merita. Però essendo a me intervenuto
più d’una volta l’ esser ingannato da chi più amava, e da chi sopra ogni altra
persona aveva confidenza d’ esser amato, ho pensato talor da me a me, che sia
ben non fidarsi mai di persona del mondo, nè darsi cosi in preda ad amico, per
caro ed amato che sia, che senza riservo l’ uomo gli communichi tutti i suoi
pensieri come farebbe a sè stesso; perchè negli animi nostri sono tante latebre
e tanti recessi, che impossibil è che prudenza umana possa conoscer quelle
simulazioni, che dentro nascose vi sono. Credo adunque che ben sia, amare e
servire l’un più che l’altro, secondo i me- riti e ’l valore; ma non però
assicurarsi tanto con questa dolce esca d’amicizia, che poi lardi se n’abbiamo
a pentire. — XXX. Allor messer Fedebico, Veramente, disse, molto maggior saria
la perdila che ’l guadagno, se del consorzio umano si levasse quel supremo
grado d’amicizia, che, secondo me, ci dà quanto di bene ha in sè la vita nostra
; e però io per alcun modo non voglio consentirvi che ragionevol sia, anzi mi
daria il core di concludervi, e con ragioni evidentis- sime, che senza questa
perfetta amicizia gli uomini sariano mollo più infelici che tutti gli altri
animali ; e se alcuni gua- stano, come profani, questo santo nome d’ amicizia,
non è però da estirparla cosi degli animi nostri, e per colpa dei mali privar i
buoni di tanta felicità ; ed io per me estimo, che qui tra noi sia più di un
par di amici, l’amor dei quali sia indissolubile e senza inganno alcuno, e per
durar fin alla morte con le voglie conformi, non meno che se fossero que- gli
antichi che voi dianzi avete nominati ; e cosi interviene quando, oltre alla
inclinazion che nasce dalle stelle, l’ uomo s’ elegge amico a sè simile di
costumi ; e ’l lutto intendo che sia tra buoni e virtuosi, perchè l’amicizia
de’ mali non è amicizia. Laudo ben che questo nodo cosi stretto non com- prenda
0 leghi più che dui, che altramente forse saria peri- LIBRO
SECONDO. 105 coloso; perchè, come sapete, più
difficilmente s’accordano (re instrumenli di musica insieme, che dui. Vorrei
adunque che ’l nostro Cortegiano avesse un precipuo e cordial amico, se
possibii fosse, di quella sorte che detto avemo; poi, se- condo ’l valore e
meriti, amasse, onorasse ed osservasse tutti gli altri, e sempre procurasse
d’intertenersi più con gli esti- mali e nobili e conosciuti per buoni, che con
gl’ ignobili e di poco pregio ; di maniera che esso ancor da loro fosse amato
ed onorato: e questo gli verrà fatto se sarà cortese, umano, liberale, affabile
e dolce in compagnia, officioso e diligente nel servire e nell’ aver cura
dell’utile ed onor degli amici cosi assenti come presenti, sopportando i lor
difetti naturali e sopportabili , senza rompersi con essi per piccol causa , e
correggendo in sè stesso quelli che amorevolmente gli sa- ranno ricordati ; non
si anteponendo mai agli altri con cer- car i primi e i più onorali lochi; nè
con fare come alcuni, che par che sprezzino il mondo, e vogliano con una certa
austerità molesta dar legge ad ognuno; ed, oltre allo essere contenziosi in
ogni minima cosa e fuor di tempo, riprender ciò che essi non fanno, e sempre
cercar causa di lamentarsi degli amici: il che è cosa odiosissima. — XXXI.
Quivi essendosi fermalo di parlare messer Fede- rico, Vorrei, disse il signor
Gasparo Pallavicino, che voi ra- gionaste un poco più minutamente di questo
conversar con gli amici, che non fate; chè in vero vi tenete molto al ge-
nerale, e quasi ci mostrate le cose per transito. — Come per transito? rispose
messer Federico. Vorreste voi forse che io vi dicessi ancor le parole proprie
che si avessero ad usare? Non vi par adunque che abbiamo ragionalo a bastanza
di questo? — A bastanza parmi, rispose il signor Gasparo. Pur desidero io
d’intendere qualche particolarità ancor della foggia dell’ interlenersi con
uomini e con donne : la qual cosa a me par di molla importanza, considerato che
’l più del tempo in ciò si dispensa nelle corti ; e se questa fosse sem- pre
uniforme, presto verrina fastidio. — A me pare, rispose messer Federico, che
noi abbiam dato al Cortegiano cogni- zion di tante cose, che molto ben può
variar la conversazio- ne, ed accommodarsi alle qualità delie persone con le
quai ha da conversare, presupponendo che egli sia di buon giodi- cio, e
con quello si governi, e secondo i tempi lalor intenda nelle cose gravi, talor
nelle feste e giochi. — £ che giochi? — disse il signor Gaspibo. Rispose allor
messer Fedebico riden- do : Dimandiamone consiglio a fra Seratino, che ogni di
ne trova de’ nuovi. — Senza motteggiare, replicò il signor Ga- sparo, parvi che
sia vìzio nel Cortcgiano il giocare alle carte ed ai dadi? — A me no, disse
messer Federico, eccetto a cui noi facesse troppo assiduamente e per quello
lasciasse l’altre cose di maggior importanza, o veramente non per altro che per
vincer danari, ed ingannasse il compagno, e perdendo mostrasse dolore e
dispiacere tanto grande, che fosse argo- mento d' avarizia. — Rispose il signor
Gasparo: £ che dite del gioco de’scacchi? — Quello certo è gentile
intertenimento ed ingegnoso, disse messer Federico, ma parrai che un sol
difetto vi si trovi; e questo è, che si può saperne troppo, di modo che a cui
vuol esser eccellente nel gioco de’scacchi credo bisogni consumarvi molto
tempo, e mettervi tanto stu- dio, quanto se volesse imparar qualche nobii
scienza, o far qualsivoglia altra cosa ben d’ importanza ; e pur in ultimo con
tanta fatica non sa altro che un gioco : però in questo l>enso che
intervenga una cosa rarissima, cioè che la medio- crità sia più laudevole che
la eccellenza. — Rispose il si- gnor Gasparo: Molli Spagnoli trovansi
eccellenti io questo ed in molli altri giochi, i quali però non vi mettono
molto stu- dio, nè ancor lascian di far 1’ altre cose. — Credete, rispose
messer Federico, che gran studio vi mettano, benché dissi- mulatamente. Ma
quegli altri giochi che voi dite, oltre agli scacchi, forse sono come molli eh’
io ne ho veduti far pur di poco momento, i quali uou serveno se non a far
maravigliare il vulgo; (lerò a me non |>areche meritino altra laude nè al-
tro premio, che quello che diede Alessandro Magno a colui, che, stando assai
lontano, cosi ben intìlzavai ceci in un ago. XXXII. Ma perchè par che la
fortuna, come in molle altre cose, cosi ancor abbia grandissima forza nelle
opinioni degli uomini, vedesi lalor che uu gentiluomo, per ben con- dizionalo
che egli sia e dotato di molte grazie, sarà poco grato ad un signore, e, come
si dice, non gli arà sangue; c ipiesto m senza cassa alcuna
che si possa comprendere: però giungendo alla presenza di quello, e non essendo
dagli altri per prima eonosciolo, benché sia arguto e pronto nelle risposte, e
si mostri bene nei gesti, nelle maniere, nelle parole, ed in ciò che si conviene,
quel signore poco mostrarà d’ estimarlo, anzi più presto gli farà qualche
scorno; e da questo nascerà che gli altri subito s’accommodaranno alla volontà
del signore, e ad ognun parerà che quel tale non vaglia, né sarà persóna che r
apprezzi o stimi, o rida de’ suoi detti piacevoli, o ne tenga conto alcuno ;
anzi cominciaranno tutti a burlarlo, e dargli la caccia ; né a quel meschino
basteran buone rispo- ste, nè pigliar le cose come dette per gioco, ché inaino
a’paggi se gli metteranno attorno, di sorte che, se fosse il più valo- roso
uomo del mondo, sarà forza che resti impedito e burla- to. £ per contrario, se
’l principe si mostrarà inclinato ad un ignorantissimo, che non sappia né dir
nè fare, saranno spesso i costumi ed i modi di quello, per sciocchi ed inetti
che sia- no, laudati con le esclamazioni e stupore da ognuno, e pa- rerà che
tutta la corte lo ammiri ed osservi, e ch’ognun rida de’ suoi motti, e di certe
arguzie contadinesche e fredde, che più presto dovrian mover vomito che riso :
tanto son fermi ed ostinati gli uomini nelle opinioni che nascono da’ favori e
disfavori de’ signori. Però voglio che ’l nostro Cortegiano, il meglio che può,
oltre al valore, s’ ajuti ancor con ingegno ed arte ; e sempre che ha d’ andare
in loco dove sìa nuovo e non conosciuto, procuri che prima vi vada la buona
opinion di sé che la persona, e faccia che ivi s’ intenda che esso in altri
lochi, appresso altri signori, donne e cavalieri, sia ben estimato; perché
quella fama che par che nasca da molli gindicii genera una certa ferma credenza
di valore, che poi, trovando gli animi cosi disposti e preparati, facilmente
con l’ opere si mantiene ed accresce : olirà che si fugge quel fa- stidio eh’
io sento quando mi viene domandato chi sono, e quale è il nome mio. —
XXXIII. Io non so come questo giovi, rispose messer Bebnabdo Bibibnz; perchè a
me più volte é intervenuto, e, credo, a molt’ altri, che avendomi formato nell’
animo, per detto di persone di giudicio, una cosa esser di molta eccellenza,
prima che vedala l’ abbia, vedendola poi assai mi è mancala, c di gran lunga
restalo son ingannalo di quello eh’ io cslimava ; e ciò d’ allro non è
proceduto che dali'avcr troppo credulo alla fama, ed aver fallo nell’ animo mio
un tanto gran concetto, che, misurandolo poi col vero, rclTetlo, avvenga che
sia sialo grande ed eccellente, alla comparazion di quello che imaginato aveva
m’ è parso piccolissimo. Cosi dubito ancor che possa intervenir del Cortegiano.
Però non so come sia bene dar queste aspettazioni, e mandar inanzi quella fama
; perchè gli animi nostri s|>esso formano cose alle quali impossibii è poi
corrispondere, c cosi più se ne |)erde che non si guadagna. — Quivi disse
messer Fedbkicu: Le coso che a voi, ed a moli’ altri riescono minori assai che
la fama, son per il più di sorte, che l’ occhio al primo as)>ctto le può
giudicare; come se voi non sarete mai stalo a Napoli o a Ro- ma, sentendone
ragionar tanto imaginarele più assai di quello che forse poi alla vista vi
riuscirà ; ma delle condizioni de- gli uomini non intervicn cosi, perche quello
che si vede di fuori è il meno. Però se ’l primo giorno, sentendo ragionare un
gentiluomo, non comprenderete che in lui sia quel valore che avevate prima
imaginato, non cosi presto vi spogliacele della buona opinione come in quelle
cose delie quali l'occhio subito è giudice, ma aspeltarcle di di in di scoprir
qualche altra nascosta virtù, tenendo j>ur ferma sempre quella impres- sione
che v’è nata dalle parole di tanti; ed essendo poi que- sto (come io
presuppongo che sia il nostro Cortegiano) cosi ben qualificalo, ogn’ora meglio
vi confermarà a creder a quella fama, perchè con 1’ opere ve ne «larà causa, e
voi sempre estimarete qualche cosa più di quello che vederele. XXXIV. E
certo non si può negar che queste prime im- pressioni non abbiano grandissima
forza, e che molla cura aver non vi si debba; ed acciò che comjirendiale quanto
im- portino, dicovi che io ho a’ miei di conosciuto un gentiluo- mo, il quale,
avvenga che fosse di assai gentil aspetto e di modesti costumi, ed ancor
valesse nell’ arme, non era però in alcuna di queste condizioni tanto
eccellente, che non se gli Irovassino molli pari, ed ancor superiori: pur, come
la sorto sua volse, inlervenne che una donna si vollò ad amarlo fcrventissimamente,
e crescendo ogni dì qnesto amore per la dlmoslrazion di correspondenza che
faceva il giovane, e non vi essendo modo alcun da potersi parlare insieme,
spinta la donna da troppo passione scoperse il sno desiderio ad un’ al- tra
donna, per mezzo della quale sperava qualche commodi- tà. Questa né di nobilità
nè di bellezza non era punto infe- rior alla prima; onde intervenne che
sentendo ragionare così aflettuosamente di questo giovane, il qual essa mai non
aveva veduto, e conoscendo che quella donna, la quale ella sapeva ch’era
discretissima e d’ ottimo giudicio, l’amava estrema- mente, subito imaginò che
costui fosse il più bello e '1 più savio e ’l più discreto ed in somma il più
degno uomo da es- ser amalo, che al mondo si trovasse ; e cosi, senza vederlo,
tanto fieramente se ne innamorò, che non per l’ amica sua ma per sé stessa
cominciò a far ogni opera per acquistarlo, s farlo a sé corrispondente in amore
: il che con poca fatica le venne fatto, perchè in vero era donna più presto da
esser pregata, che da pregare altrui. Or udite bel caso. Non molto tempo
appresso occorse che una lettera, la qual scrivea que- sta ultima donna allo
amante, pervenne in mano d’ un’altra pnr nobilissima, e di costumi e di
bellezza rarissima, la qual essendo, come è il più delle donne, curiosa e
cupida di saper secreti, e massimamente d’ altre donne, aperse questa lette-
ra, e leggendola, comprese ch’era scritta con estremo alTetlo d’ amore; e le
parole dolci e piene di foco che ella lesse, pri- ma la mossero a compassion di
quella donna, perché mollo ben sapea da chi veniva la lettera ed a cui andava;
poi tanta hrza ebbero, che rivolgendole nell’ animo, e considerando di che
sorte doveva esser colui che avea potuto indnr quella donna a tanto amore,
subito essa ancor se ne innamorò ; e fece quella lettera forse maggior effetto,
che non averia fatto se dal giovane a lei fosse stala mandata. E come talor
inter- viene, che ’l veneno in qualche vivanda preparalo per un si- gnore
ammazza il primo che ’l gusta, cosi questa meschina, per esser troppo ingorda,
bevvè quel veneno amoroso che per altrui era preparato. Che vi debbo io dire?
la cosa fu as- sai palese, ed andò di modo, che molte donne, oltre a queste,
parte per far dispetto all’altre, parte per far come l’ altre, po- to sero
ogni industria e studio per goder dell’ amore di costai , e ne fecero per un
tempo alla grappa, come i fanciulli delle cerase: e tutto procedette dalla
prima opinione che prese quella donna, vedendolo tanto amato da un’ altra.
— XXXV. Or quivi ridendo rispose il signor Gaspabo Pal- LAviciNo: Voi per
confermare il parer vostro con ragione, m'allegate opere di donne, le quali per
lo più son fuori d’ ogni ragione; e se voi voleste dir ogni cosa, questo cosi
favorito da tante donne dovea essere un nescio e da poco uomo in eflelto;
perchè usanza loro è sempre attaccarsi ai peggiori, e, come le pecore, far
quello che veggon far alla prima, o bene o male che si sia: oltra che son tanto
invidiose Ira sé, che se costui fosse stato un mostro, pur averian voluto
rubarselo r una all’ altra. — Quivi molti cominciarono, e quasi lutti a voler
conlradire al signor Gasparo ; ma la signora Ducurssa im|K>se silenzio a
lutti; poi, pur ridendo, disse: Se ’l mal che voi dite delle donne non fosse
tanto alieno dalla verità, che nel dirlo piuttosto desse carico e vergogna a
chi lo dice che ad esse, io lasciare! che vi fosse risposto; ma non voglio che
col conlradirvi con tante ragioni come si poria, siale rimosso da questo mal
costume, acciò che del peccato vostro abbiate gravissima pena; la qual sarà la
mala opinion che di voi pi- gliaran tulli quelli, che di tal modo vi sentiranno
ragionare. — Allor messer Feubbico, Non dito, signor Gasparo, rispose, che le
donne siano cosi fuor di ragione, se beo lalor si mo- veno ad amar più per 1’
altrui giudicio che per lo loro ; per- chè i signori e molli savii uomini
spesso fanno il medesimo; e, se licito è dir il vero, voi stesso e noi altri
tutti molle vol- le, ed ora ancor, credemo più all’ altrui opinione che alla
no- stra propria. E che sia ’l vero, non è ancor mollo tempo, che essendo
appresenlati qui alcuni versi sotto ’l nome del San- nazaro, a tulli parvero
mollo eccellenti, e furono laudati con le maraviglie ed esclamazioni ; poi,
sapendosi per certo che erano di un altro, persero subito la reputazione, e
parvero inen che mediocri. E cantandosi pur in* presenza delia si- gnora
Duchessa un mottetto, non piacque mai nè fu estimato per buono, fin che non si
soj>pe che quella era com|>osizion di Josquin de Prie. Ma che più chiaro
segno volete voi delia forza della opinione? Non vi ricordale che, bevendo
voi slesso d’ un medesimo vino, dicevole lalor che era perfellissimo , lalor
insipidissimo? e qneslo, perchè a voi era persuaso che eran dui vini, l’ un di
Riviera di Genoa e l’allro di que- slo paese; e poi ancor che fu scoperto
l’errore, per modo al- cuno non volevate crederlo: tanto fermamente era
confermata nell’ animo vostro quella falsa opinione, la qual però dalle al-
trui parole nasceva. XXXVl. Deve adunque il Coiiegiano por molta cura nei
principi!, di dar buona impression di sé, e considerar come dannosa e mortai
cosa sia lo incorrer nel contrario : ed a tal pericolo stanno più che gli altri
quei che voglion far profes- sion d’ esser molto piacevoli, ed aversi con
queste sue piace- volezze acquistato una certa libertà, per la qual lor
convenga e sia licito e fare e dire ciò che loro occorre cosi senza pen- sarvi.
Però spesso questi tali entrano in certe cose, delle quai non sapendo uscire,
voglion poi ajntarsi col far riderete quello ancor fanno cosi disgraziatamente
che non riesce: tanto che inducono in grandissimo fastidio chi gli vede ed ode,
ed essi restano freddissimi. Alcuna volta, pensando per quello esser arguti e
faceti, in presenza d’onorate donne, e spesso a quelle medesime, si mettono a
dir sporchissime e disoneste parole; e quanto più le veggono arrossire, tanto
più si tengon buon Cortegiani, e tuttavia ridono, e godono tra sé di cosi belia
vir- tù, come lor par avere. Ma per ninna altra causa fanno tante pecoragini,
che per esser estimati buon compagni: questo è quel nome solo che lor pare
degno di laude, e del quale più che di niun altro essi si vantano; e per
acquistarlo si di- con le più scorrette e vituperose villanie del mondo. Spesso
s’ urtano giù per le scale, si dan de’ legni e de’ mattoni l’ un r altro nelle
reni, mettonsi pugni di polvere negli occhi, fan- nosi minar i cavalli adosso
ne’ fossi o giù di qualche poggio; a tavola poi, minestre, sapori, gelatine,
tutte si danno nel volto : e poi'ridono ; e chi di queste cose sa far più,
quello per mcglior Cortogiano o più galante da sé stesso s’apprezsa, e pargli
aver guadagnalo gran gloria; e se lalor invitano a colai sue piacevolezze un
gentiluomo, e che egli non voglia usar questi scherzi selvatichi, subito dicono
eh’ egli si tien . troppo savio c gran maestro, e che
non è buon compagno. Ma io vi vo’ dir peggio. Sono alcuni che contrastano e
mettono il prezzo a chi può mangiare e bere più stomacose c fetide cose; e
trovante tanto aborrenti dai sensi umani, che impossibil è ricordarle senza
grandissimo fastidio. — XXXVIl. E che cose possono esser queste? - disse il
signor Ludovico Pio. Rispose messer Federico: Fatevele dire al marchese Febus,
che spesso l’ha vedute in Francia, e forse gli è intervennto. — Rispose il marchese
Febus : lo non ho veduto far cosa in Francia di queste, che non si faccia ancor
in Italia; ma ben ciò che hanno di buon gl’ltaliaiy nei vesti- menti, nel
festeggiare, banchettare, armeggiare, ed in ogni altra cosa che a Cortegian si
convenga, tutto l’ hanno dai Franzesi. — Non dico io, rispose messer Federico,
che an- cor tra Franzesi non si trovino dei gentilissimi e modesti cavalieri;
ed io per me n’ho conosciuti molli veramente de- gni d’ogni laude; ma por
alcuni se ne trovan poco riguar- dati; e, parlando generalmente, a me par che
con gli Italiani più si confaccian nei costumi i Spagnoli che i Franzesi, per-
chè quella gravità riposata peculiar deti Spagnoli mi par molto più conveniente
a noi altri, che la pronta vivacità, la qual nella nazion franzese quasi in
ogni movimento si conosce; il che in essi non disdice, anzi ha grazia, perchè
loro è cosi na- turale e propria, che non si vede in loro atTcttazione alcuna.
Trovansi ben molti Italiani che vorriano pur sforzarsi d’imi- tare quella
maniera; e non sanno far altro che crollar la te- sta parlando, e far riverenze
in traverso di mala grazia, e quando passeggian per la terra camminar tanto
forte, che i slalTleri non possano lor tener drieto: e con questi modi par loro
esser buon Franzesi, ed aver di quella libertà; la qual cosa in vero rare volte
riesce, eccetto a quelli che son nutriti in Francia e da fanciulli hanno presa
quella maniera. 11 me- desimo intervien del saper diverse lingue ; il che io
laudo molto nel Cortegiano, e massimamente la spagnola e la fran- zese: perchè
il commercio dell’ una e dell’ altra nazione è molto frequente in Italia, e con
noi sono queste due più con- formi che alcuna deU’altre;e que’dui principi, per
esser po- tentissimi nella guerra e splendidissimi nella pace, sempre hanno
la corte piena di nobili cavalieri, che per tutto ’l mondo si spargono; ed a
noi pur bisogna conversar con loro. XXXVIII. Or io non voglio seguitar
più minutamente in dir cose troppo note, come che ’l nostro Cortegian non debba
far profession d’ esser gran mangiatore, nè bevitore, nè dissoluto in alcun mal
costume, nè laido e mal assettato nel vivere, con certi modi da contadino, che
chiamano la zappa e l' aratro mille miglia di lontano; perchè chi è di tal
sorte, non solamente non s’ ha da sperar che divenga buon Cortegiano, ma non se
gli può dar esercizio conveniente, al- tro che di pascer le pecore. E, per
concluder, dico, che buon saria che ’l Cortegian sapesse perfettamente ciò che
detto avemo convenirsigli, di sorte che tutto ’l possibile a lui fosse facile,
ed ognuno di lui si maravigliasse, esso di niuno; in- tendendo però che in
questo non fosse una certa durezza su- perba ed inumana, come hanno alcuni, che
mostrano non maravigliarsi delle cose che fanno gli altri, perchè essi pre-
sumon poterle far molto meglio, e col tacere le disprezzano, come indegne che
di lor si parli ; e quasi voglion far segno che niuno altro sia non che lor
pari, ma por capace d’inten- dere la profondità del saper loro. Però deve il
Cortegian fug- gir questi modi odiosi, e con umanità e benivolenza laudar ancor
le buone opere degli altri ; e benché esso si senta am- mirabile, e di gran
lunga superior a tutti, mostrar però di non estimarsi per tale. Ma perchè nella
natura umana raris- sime volte e forse mai non si trovano queste così compito
perfezioni, non dee 1’ uomo che si sente in qualche parto manco difTidarsi però
di sè stesso, nè perder la speranza di giungere a buon grado, avvenga che non
possa conseguir quella perfetta e suprema eccellenza dove egli aspira; per- chè
in ogni arte son molti lochi, oltr’ al primo, landevoli ; e chi tende alla
sommità, rare volte interviene che non passi il mezzo. Voglio adunque che ’l
nostro Cortegiano, se in qual- che cosa, olir’ all’ arme, si trovarà
eccellente, se ne vaglia e se ne onori di buon modo ; e sia tanto discreto e di
buon giu- dicio, che sappia tirar con destrezza o proposito le persone a vedere
ed udir quello, in che a lui par d’essere eccellente, mostrando sempre
farlo non per ostentazione, ma a caso, c pregato d’ altrui più presto che di
volontà sua ; ed in ogni cosa che egli abbia da far o dire, se possibii è,
sempre venga premeditato e preparato, mostrando però il tutto esser all’
improvìso. Ma le cose nelle guai si sente mediocre, toc- chi per transito,
senza fondarsici molto, ma di modo, che si possa credere che più assai ne
sappia di ciò ch’egli mostra: come talor alcuni poeti che accennavano cose
sottilissime di filosofìa 0 d’ altre scienze, e per avventura n’ intendevan
poco. Di quello poi di che si conosce totalmente ignorante non voglio che mai
faccia professione alcuna, nè cerchi d’ac- quislarne fama; anzi, dove occorre,
chiaramente confessi di non saperne. — XXXIX. Questo, disse il Calheta,
non arebbe fallo Ni- colelto, il quale essendo eccellentissimo filosofo, nè
sapendo più leggi che volare, benché un Podestà di Padoa avesse do- liberafo
dargli di quelle una lettura, non volse mai, a per- suasion di molti scolari,
desingannar quel Podestà e confes- sargli di non saperne, sempre dicendo, non
si accordar in questo con la opinione di Socrate, nè esser cosa da filosofo il
dir mai di non sapere. — Non dico io, rispose messer Fe- derico, che ’l
Cortcgian da sè stesso, senza che altri lo ri- cerchi, vada a dir di non sapere
; chè a me ancor non piace questa sciocchezza d’ accusar o disfavorir sè
medesimo : c però talor mi rido di certi uomini, che ancor senza necessità
narrano volentieri alcune cose, le quali, benché forse siano intervenute senza
colpa loro, portan però seco un’ ombra d’infamia; come faceva un cavalier che
lutti conoscete, il qual sempre che udiva far mcnzion del fatto d’ arme che si
fece in Pafmegiana contra ’l re Carlo, subito cominciava a dir in che modo egli
era fuggito, nè parca che di quella gior- nata altro avesse veduto o inteso;
parlandosi poi d’una certa giostra famosa, contava pur sempre come egli era
caduto; o spesso ancor parca che nei ragionamenti andasse cercando di far
venire a proposito il poter narrar che una notte, an- dando a parlar ad una
donna, avca ricevuto di molte basto- nate. Queste sciócchezze non voglio io che
dica il nostro Cor- tegieno, ma parai lieh che olTerendoscli occasion di
mostrarsi r' ■ in cosa di che non sappia punto, debba
fuggirla; e se pur la necessità lo stringe, confessar chiaramente di non
saperne, più presto che mettersi a quel rischio: e cosi fuggirà un bia- simo
che oggidì meritano molli, i quali, non so per qual loro perverso instinto o
giudicio fuor di ragione sempre si met- tono a far quel che non sanno, e
lascian quel che sanno. £, per confermazion di questo, io conosco uno
eccellenlissimu musico, il qual, lasciala la musica, s’ é dato totalmente a
compor versi, e credesi in quello esser grandissimo uomo, c fa ridere ognun di
sé, e ornai ha perduta ancor la musica. (Jn altro de’ primi pittori del mondo
sprezza quell’ arte dove ó rarissimo, ed èssi posto ad imparar filosofìa ;
nella quale ha cosi strani concetti e nuove chimere, che esso con tutta la sua
pittura non sapria dcpingerle. E di questi tali, infìnili si trovano. Son bene
alcuni, i quali, conoscendosi avere eccel- lenza in una cosa, fanno principal
professione d’un’altra, della qual però non sono ignoranti; ma ogni volta che
loro occorre mostrarsi in quella dove si senton valere, si mostran gagliar-
damente ; e vien lor talor fatto che la brigata, vedendogli valor tanto in
quello che non è sua professione, estima che vaglian molto più in quello di che
fan professione. Quest’ar- te, s’ella è compagnala da buon giudicio, non mi
dis|>iacc punto. — XL. Rispose allor il signor Gaspar Pallavicino :
Que- sta a me non par arte, ma vero inganno ; nè credo che si convenga, a chi
vuol esser uomo da bene, mai lo ingannare. — Questo, disse messer Federico, è
più presto un ornamento il quale accompagna quella cosa che colui fa, che
inganno ; e se pur è inganno, non è da biasimare. Non direte voi anco- ra, che
di dui che maneggian I’ arme quel che batte il com- pagno lo inganna ? e questo
è perchè ha più arie che l’ al- tro. E se voi avete una gioja, la qual
dislegala mostri esser bella, venendo poi alle mani d’ un buon oreGce, che col
le- garla bene la faccia [>arer molto più bella, non direte voi che quello
orefice inganna gli occhi di chi la vede? e pur dì quello inganno merita laude,
perchè col buon giudicio c con l’ arte le maestrevoli mani spesso aggiungon
grazia ed orna- mento allo avorio ovvero allo argento, ovvero ad una
bella 116 IL CORTEGIANO. pietra
circondandola di Gn oro. Non diciamo adunque che r arte o tal inganno, se pur
voi Io volete cosi chiamare, me- riti biasimo alcuno. Non è
ancor'disconveniente che un uomo che si senta valere in una cosa, cerchi
destramente occasion di mostrarsi in quella, e medesimamente nasconda le parti
che gli pajan poco laudevoli, il tutto però con una certa av- vertita
dissimulazione. Non vi ricorda come, senza mostrar di cercarle, ben pigliava
l’occasioni il re Ferrando di spo- gliarsi talor in giupponc? e questo, perchè
si sentiva dispo- sitissimo ; e perchè non avea troppo buone mani, rare volto o
quasi mai non si cavava i guanti? e pochi erano che di questa sua avvertenza
s’accorgessero. Farmi ancor aver letto che Julio Cesare portasse volentieri la
laurea, per nascondere il calvizie. Ma circa questi modi bisogna esser molto
pru- dente e di buon giudicio, per non uscire de’ termini ; perchè molte volte
l’uomo per fuggir un errore incorre nell’altro, c per voler acquistar laude
acquista biasimo. XLl. È adunque securissima cosa, nel modo del vivere e
nel conversare, governarsi sempre con una certa onesta mediocrità, che nel vero
è grandissimo e fermissimo scudo centra la invidia, la qual si dee fuggir
quanto più si può. Vo- glio ancor che ’l nostro Cortegiano si guardi di non acquistar
nome di bugiardo, nè di vano; il che talor interviene a que- gli ancora che noi
meritano : però ne’ suoi ragionamenti sia sempre avvertito di non uscir della
verisimilitudine, e di non dir ancor troppo spesso quelle verità che hanno
faccia di menzogna, come molti che non parlan mai se non di mira- coli, e
voglion esser di tanta autorità, che ogni incrcdibil cosa a loro sia creduta.
Altri nel principio d’ una amicìzia, per acquistar grazia col nuovo amico, il
primo di che gli parlano giurano non aver persona al mondo che più amino
;hclui, e che vorrebben volontier morir per fargli servizio, e lai cose fuor di
ragione ; e quando da luì si partono, fanno le viste di piangere, e di non
poter dir parola |)cr dolore ; cosi, per voler esser tenuti troppo amorevoli,
si fanno esti- mar bugiardi, e sciocchi adulatori. Ma troppo lungo e fati- coso
saria voler discorrer tulli i vizii che possono occorrere nel modo del
conversare: i>erò per quello eh’ io desidero net Corlegiano basii dire,
oltre alle cose già dette, eh’ el sia tale, che mai non gii manchin
ragionamenti buoni, e commodati a quelli co’ quali parla, e sappia con una
certa dolcezza re* crear gli animi degli auditori, e con motti piacevoli e
face- zie discretamente indurgli a festa e riso, di sorte che, senza venir mai
a fastidio o por a saziare, continuamente diletlL XLII. lo penso che
ormai la signora Emilia mi darà li- cenza di tacere ; la qual cosa s’ ella mi
negarà, io per le pa- role mie medesime sarò convinto non esser quel buon
Corte- gìano di cui ho parlato ; ché non solamente i buoni ragiona- menti, i
quali nè mo nè forse mai da me avete uditi, ma ancor questi miei, come voglia
che si siano, in lotto mi mancano. — Allor disse, ridendo, il signor Prefetto:
lo non voglio che questa falsa opinion resti nell’animo d’ alcun di noi, che
voi non siate buonissimo Gorlegiano; ché certo il desi- derio vostro di tacere
più presto procede dal voler fuggir fatica, che da mancarvi ragionamenti. Però,
acciò che non paja che in compagnia cosi degna come è questa , e ragio- namento
tanto eccellente, si sia lasciato a drieto parte alcu- na, siate contento d'
insegnarci come abbiamo ad usar le facezie, delle quali avete or fatta
menzione, e mostrarci l’arte che s’appartiene a tolta questa sorte di parlar
piace- vole, per indurre riso e festa con gentil modo, perchè in vero a me pare
che importi assai, e molto si convenga al Cortegiano. — Signor mio, rispose
allor messer Federico, le facezie e i motti sono più presto dono e grazia di
natura che d’arte; ma bene in questo si trovano alcune nazioni pronte più r una
che l’ altra, come i Toscani, che in vero sono acu- tissimi. Pare ancor che ai
Spagnoli sia assai proprio il mot- teggiare. Trovansi ben però molli, e di
queste e d’ ogni al- tra nazione, i quali per troppo loquacità passan talor i
ter- mini, e diventano insulsi ed inetti, perchè non han rispetto alla sorte
delle persone con le quai parlano, al loco ove si trovano, al tempo, alla
gravità ed alla modestia che essi pro- pri! mantenere devriano. — XLllI.
Allor il signor Prefetto rispose: Voi negate che nelle facezie sia arte alcuna;
e pur, dicendo mal di que’ che non servano in esse la modestia e gravità, e non
hanno rispetto al tempo ed alle persone con le qnai parlano, parmi che
dimostriate che ancor questo insegnar si possa, ed ab- bia in sè qualche
disciplina. — Queste regole, Signor mio, rispose messer Fedebico, son tanto
universali, che ad ogni cosa si confanno e giovano. Ma io ho detto nelle
facezie non esser arte, perchè di due sorti solamente parmi che se ne trovino;
delle quai l'nna s’ estende nel ragionar lungo e con- tinuato; come si vede di
alcun’ uomini, che con tanto buona grazia e cosi piacevolmente narrano ed
esprimono una cosa che sia loro intervenuta, o veduta o udita l’abbiano, che
coi gesti e con le parole la mettono inanzi agli occhi, e quasi la fan toccar
con mano: e questa forse, per non ci aver altro vocabolo, si poria chiamar
festività, ovvero urbanità. L’altra sorte di facezie è brevis^ma, e consiste
solamente nei detti pronti ed acuti, come spesso tra noi se n’odono, e de’ mor-
daci; nè senza quel poco di puntura par che abbian grazia: e questi presso agli
antichi ancor si nominavano detti; adesso alcuni le chiamano arguzie. Dico
adunque che nel primo modo, che è quella festiva narrazione, non è bisogno arte
alcuna, perchè la natura medesima crea e forma gli uomini alti a narrare
piacevolmente; e dà loro il volto, i ge- sti, la voce e le parole appropriato
ad imitar ciò che voglio- no. Nell’ altro, delle arguzie, che può far 1’ arte?
con ciò sia cosa che quel salso dello dee esser uscito ed aver dato in brocca,
prima che paja che colui che lo dice v’ abbia potuto pensate; altramente è
freddo, e non ha del buono. Però esti- mo, che ’l tutto sia opera dell’ ingegno
e della natura. — Ri- pre.se allor le parole messer Pietro Bembo, e disse: Il
signor Prefetto non vi nega quello che voi dite , cioè che la natura e lo
ingegno non abbiano le prime parli, massimamente circa la invenzione; ma certo
è che nell’animo di ciascu- no, sia pur r uomo di quanto buono ingegno può
essere, na- scono dei concetti buoni e mali, e più e meno ; ma il giudi- ciò
poi e l’ arte i lima e corregge, e fa elezione dei buoni e rifiuta i mali.
Però, lasciando quello che s’appartiene allo ingegno, dechiaraleci quello che
consìste nell’ arte : cioè, delle facezie e dei molti che inducono a ridere,
quai son convenienti al Cortegiano e quai no, ed in qual tempo o
blgitireSTjy C o< v g . modo si debbano osare; cbè questo è
quello che ’l signor Prefetto v’ addimanda. — XLIV. AUor messer Federico,
pur ridendo, disse: Non è alcun qui di noi al qual io non ceda in ogni cosa, e
mas* simamente nell’ esser faceto ; eccetto se forse le sciocchezze, che spesso
fanno rider altrui più che i bei detti, no» fossero esse ancora accettale per
facezie. — E cosi, voltandosi al conte Ludovico ed a messer Bernardo Bibiena,
disse: Eccovi i maestri di questo; dai quali, s’io ho da parlare de’ delti
giocosi, bisogna che prima impari ciò che m’abbia a dire. Rispose il
conte Lunorico: A me pare che già cominciate ad usar quello di che dite non
saper niente, cioè di voler far ridere questi signori, burlando messer Bernardo
e me; per- chè ognun di lor sa, che quello di che ci laudate, in voi è molto
più eccellentemente. Però se siete faticalo, meglio è dimandar grazia alia
signora Duchessa, che faccia differire il resto del ragionamento a domani, che
voler eoa inganni sulterfugger la fatica. — Cominciava messer Federico a ri-
spondere ; ma la signora Emilia subito l’ interruppe e disse: Non è r ordine,
che la disputa se ne vada in laude vostra; basta che tutti siete molto ben
conosciuti. Ma perchè ancor mi ricordo che voi, Conte, jersera mi deste
impntazionè eh’ io non partiva egualmente le fatiche, sarà bene che roes- ser
Federico si riposi un poco, e ’l carico del parlar delle facezie daremo a
messer Bernardo Bibiena, perchè non so- lamente nel ragionar contìnuo lo
conoscemo facetissimo, ma avemo a memoria che di questa materia più volte ci ha
pro- messo voler scrivere, e però possiam creder che già molto ben vi abbia
pensalo, e per questo debba compiutamente sa- 'tisfarci. Poi, parlato che si
sìa delle facezie, messer Federico seguirà in quello che dir gli avanza del
Cortegiano. — Allor messer Federilo disse: Signora, non so ciò che più mi avan-
zi ; ma io, a guisa di viandante già stanco dalla fatica del lungo camminare a
mezzo giorno, rìposerommi nel ragionar di messer Bernardo al suon delle sue
parole, come sotto qualche amenissimo ed ombroso albero al mormorar soave d’un
vivo fonte; poi forse, un poco ristorato, potrò dir qual- che altra eosa —
Rispose, ridendo, messer Bernardo: S’io vi mostro il capo, vedcrete
che ombra si può aspettar dalle foglie del mio albero. Di sentire il mormorio
di quel fonte vivo, forse vi verrà fatto, perch’io fui già converso in un
fonte, non d’ alcuno degli antichi Dei, ma dal nostro Fra Mariano, c da indi in
qua mai non m’ è mancala l’acqua. — Allor ognun cominciò a ridere, perchè
questa piacevolezza, di che messer Bernardo intendeva, essendo intervenuta in
Roma alla presenza di Galeotto cardinale di san Pietro in Vincola, a tutti era
notissima. XLV. Cessato il riso, disse la signora Emilia: Lasciale voi
adesso il farci ridere con l’ operar le facezie, c a noi in- segnate come
l’abbiamo ad usare, e donde si cavino, e tutto quello che sopra questa materia
voi conoscete. E, per non perder più tempo, cominciale ornai. — Dubito, disse
messer Bernabdo, che l’ora sia tarda; ed acciò che ’l mio parlar di facezie non
sia infaceto e fastidioso, forse buon sarà difle- rirlo insino a domani. —
Quivi subito risposero molti, non esser ancor, nè a gran pezza, l’ora consueta
di dar fine al ragionare. Allora, rivoltandosi messer Bernardo alla signora
Duchessa ed alla signora Emilia, lo non voglio fuggir, dis- se, questa fatica;
bench’io, come soglio maravigliarmi del- l’audacia di color che osano cantar
alla viola in presenza del nostro Jacomo Sansecondo, cosi non devrei in
presenza d’auditori che mollo meglio inlendon quello che io ho a dire che io
stesso, ragionar delle facezie. Pur, per non dar causa ad alcuno di questi
signori di ricusar cosa che imposta loro sia, dirò quanto più brevemente mi
sarà possibile ciò che mi occorre circa le cose che movono il riso ; il qual
tanto a noi è proprio, che per descriver l’ uomo, si suol dir che egli è un
animai risibile : perchè questo riso solamente negli uomini si vede, ed è quasi
sempre testimonio d’ una certa ilarità che dentro si sente nell’ animo, il qual
da na- tura è tirato al piacere, ed appetisce il riposo e ’l recrearsi ; onde
veggiamo multe cose dagli uomini ritrovate per questo effetto, come le feste, e
tante varie sorti di spettacoli. E per- chè noi amiamo que’ che son causa di
tal nostra recreazio- ne, usavano i re antichi, i Romani, gli Ateniesi, e molli
al- tri, per acquistar la benivolenza dei popoli, e pascer gli occhi e gli
aninai della moltitadine, far magni teatri ed altri pa- blici edificii ; ed ivi
mostrar nuovi giochi, corsi di cavalli e di carrette, combattimenti, strani
animali, comedie, trage- die e moresche ; nè da tal vista erano alieni i severi
fìlosoG, che spesso e coi spettacoli di tal sorte e conviti rilasciavano gli
animi affaticati in quegli alti lor discorsi e divini pensie- ri ; la qual cosa
volentier fanno ancor tutte le qualità d’ uo- mini: ché non solamente i
lavoratori de’ campi, i marinari, e tutti quelli che hanno dori ed asperi
esercizii alle mani, ma i santi religiosi, i prigionieri che d’ ora in ora
aspettano la morte, por vanno cercando qualche rimedio e medicina per
recrearsi. Tutto quello adunque che move il riso, ^ilara r animo e dà piacere,
nè lascia che in quel punto l’ uomo si ricordi delle nojose molestie, delle
quali la vita nostra è piena. Però a tutti, come vedete, il riso è gratissimo,
ed è molto da laudare chi lo move a tempo e di buon modo. Ma che cosa sia
questo rìso, e dove stia, ed in che modo talor occupi le vene, gli occhi, la
bocca e i fianchi, e par che ci voglia far scoppiare, tanto che per forza che
vi mettiamo, non è possibile tenerlo, lasciarò disputare a Democrito; il quale,
se forse ancor lo promettesse, non lo saprebbe dire. XLVI. Il loco
adunque e quasi il fonte onde nascono i ridicoli consiste in una certa
deformità; perchè solamente si ride di quelle cose che hanno in sè
disconvenienza, e par che stian male, senza però star male. Io non so
altrimenti dicbiarirlo; ma se voi da voi stessi pensale, vederete che quasi
sempre quel di che si ride è una cosa che non si con- viene, e pur non sta
male. Quali adunque siano quei modi che debba usar il Cortegiano per mover il
riso, e fin a che termine, sforzeromroi di dirvi, per quanto mi mostrerà il mio
gindicio ; perchè il far rider sempre non si convìeu al Cortegiano, nè ancor di
quel modo che fanno i pazzi e gl’ imbriachi, ed i sciocchi ed inetti, e
medesimamente i buffoni ; e benché nelle corti queste sorti d’ nomini par che si
ricbieggano, pur non meritano esser chiamali Cortegiani, ma ciascun per lo nome
suo, ed estimati tali quai sono. 11 termine e misura di far ridere mordendo
bisogna ancor esser diligentemente considerato, e chi sia qoello che si mor- de
; perchè non s’ induce riso col dileggiar un mìsero e cala- mitoso, nè ancora
un ribaldo e sceleralo publico: perchè questi par che meritino maggior castigo
che Tesser burlati; e gli animi umani non sono inclinati a beffar i miseri, ec-
cetto se quei tali nella sua infelicità non si vantassero, e fossero superbi e
prosuntuosi. Decsi ancora aver rispetto a quei che sono universalmente grati ed
amati da ognuno e potenti, perchè talor col dileggiar questi poria T uom acqui-
starsi inimicizie pericolose. Però conveniente cosa è beffare e ridersi dei
vizii collocati in pcisonc nè misere tanto che movano compassione, nè tanto
scelerate che paja che meri- tino esser condennate a pena capitale, nè tanto
grandi che un loro picco! sdegno possa far gran danno. XLVll. Avete ancor
a sapere, che dai lochi donde si cavano motti da ridere, si posson
medesimamente cavare sentenze gravi, per laudare e per biasimare, e talor con
le medesime parole: come, per laudar un uomo liberale, che metta la roba sua in
commune con gli amici, suolsi dire che ciò eh’ egli ha non è suo ; il medesimo
si può dir per biasi- mo d’ uno che abbia rubalo, o per altre male arti
acquistalo quel che tiene. Dicesi ancor: Colei è una donna d' assai, —
volendola laudar di prudenza e bontà; il medesimo poria dir chi volesse
biasimarla, accennando che fosse donna di mollL Ma più spesso occorre servirsi
dei medesimi lochi a questo proposito, che delle medesime parole : come a
questi di, stando a messa in una chiesa tre cavalieri ed una signora, alla
quale serviva d’ amore uno dei tre, comparve un povero mendico, e postosi
avanti alla signora, cominciolle a doman- dare elimosiua ; e cosi con molla
importunità e voce lamen- tevole gemendo replicò più volte la sua domanda: pur
con lutto questo, essa non gli diede mai elimosina, nè ancor gliela negò con
fargli segno che s’ andasse con Dio, ma stette sem- pre sopra di sè, come se
pensasse in altro. Disse allor il ca- valier inamorato a' dui compagni : Vedete
ciò eh’ io posso sperare dalla mia signora, che è tanto crudele, che non so-
lamente non dà elimosina a quel poveretto ignudo morto di fame, che con tanta
passion e tante volle a lei la domanda, ma ncm gli dà par licenza ; lanlo
gode di vedersi inanzi ona persona che languisca in miseria, e in van le
domandi mer- cede. — Rispose un dei dui : Questa non è crudeltà, ma un tacito
ammaestramento di questa signora a voi, per farvi co- noscere che essa non
compiace mai a chi le domanda con molla importunità. — Rispose l’altro : Anzi è
un avvertirlo, che ancor eh’ ella non dia quello che se le domanda, pur le
piace d’ esserne pregala. — Eccovi , dal non aver quella signora dato licenza
ai povero , nacque un detto di se- vero biasimo, uno di modesta laude, cd un
altro di gioco mordace. XLVIII. Tornando adunque a dechiarire le sorti
delle facezie appartenenti al proposito nostro, dico che, secondo me, di tre
maniere se ne trovano, avvenga che messer Fe- derico solamente di due abbia
fatto menzione: cioè di quella urbana e piacevole narrazion continuata, che
consiste nel- r effetto d’ una cosa ; e della subita ed arguta prontezza, che
consiste in un detto solo. Però noi ve ne giungeremo la terza sorte, che chiamamo
burle; nelle quali intervengon le nar- razioni lunghe, e i detti brevi, ed
ancor qualche operazione. Quelle prime adunque, che consistono nel parlar
continualo, son di maniera tale, quasi che 1’ uomo racconti una novella. £, per
darvi un esempio : In que’ proprii giorni che mori papa Alessandro Sesto, e fu
crealo Pio Terzo, essendo in Roma e ne! palazzo messer Antonio Agnello, vostro
mantuano, si- gnora Duchessa, e ragionando appunto della morte dell’ano e
creazion dell’ altro, e di ciò facendo varii giudici! con certi suoi amici,
disse: Signori, fin al tempo di Catullo comincia- rono le porte a parlare senza
lingua ed udir senza orecchie, ed in tal modo scoprir gli adulterii; ora, se
ben gli uomini non sono di tanto valor com’ erano in que’ tempi, forse che le
porte, delle quai molte, almen qui in Roma, si fanno do’ marmi antichi, hanno
la medesima virtù che aveano al- lora ; ed io per me credo che queste due ci
saprian chiarir lutti i nostri dubii, se noi da loro i volessimo sapere. — Al-
lor quei gentiluomini stettero assai sospesi, ed aspettavano dove la cosa
avesse a riuscire; quando messer Antonio, se- guitando pur r andar inan:fi e
’ndielro, alzò gli occhi, come all’ improviso, ad una delie due porte
della sala nella qnal passeggiavano, e fermatosi un poco, mostrò col dito a’
com- pagni la inscrizion di quella, che era il nome di papa Ales- sandro, nel
Gn del quale era un V ed I, perché signiGcas- se, come sapete. Sesto ; e disse
: Eccovi che questa porla dice: Ales$andro papa vi, che vuol signiGcare, che è
stalo papa per la forza che egli ha osata, e più dì quella si è va- luto che
della ragione. Or veggiamo se da quest’ altra pote- rne intender qualche cosa del
nuovo pontiGce; — e voltatosi, come per ventura, a quell’ altra porla, mostri
la inscrizione d’nn N, dui PP, ed un V, che signiBcava Nieolaut Papa Quinlus; e
subito disse: Oimé male nove ; eccovi che questa -dice : Nifiii Papa Valel.
— XLIX. Or vedete come questa sorte di facezie ha delle elegante e del
buono, come si conviene ad non? di corte, o vero 0 fìnto che sia quello che si
narra ; perché in tal caso è licito fingere quanto all’uom piace, senza colpa ;
e dicendo la verità, adornarla con qualche bugietta, crescendo o dimi- nuendo
secondo ’l bisogno. Ma la grazia perfetia e vera virtù di questo è il dimostrar
tanto bene e senza fatica, cosi coi gesti come con le parole, quello che l’
uomo vuole esprimere, che a quelli che odono paja vedersi inanzi agli occhi far
le cose che sì narrano. E tanta forza ha questo modo cosi espresso, che talor
adorna e fa piacer sommamente una cosa, che in sé stessa non sarà molto faceta
né ìngeniosa. E ben- ché a queste narrazioni si ricerchino ì gesti, e quella
etlica- cia che ha la voce viva, pur ancor in scritto qualche volta si conosce
la lor virtù. Chi non ride quando, nella ottava àiornata delle sue Cento
Novelle, narra Giovan Boccaccio, •come ben sì sforzava di cantare un Chirie ed
un Sanctus il prete di Varlungo quando sentia la Belcolore in chiesa? Pia-
cevoli narrazioni sono ancora in quelle di Calandrino, ed in molle altre. Della
medesima sorte pare che sia il far ridere contrafacendo o imitando, come noi
vogliam dire; nella qual cosa fin qui non ho veduto alcuno più eccellente di
messer Roberlo nostro da Bari. — L. Questa non sarà poca lande, disse
messer Kobkkto, se fosse vera, perch’io certo m’ingegnerei d’ imitare più
presto il ben che ’l male, e s’ io potes» assimigliarmi ad al Clini ch’io
conosco, mi terrei per molto felice; ma dubito non saper imitare altro che le
cose che fanno ridere, le quali voi dianzi avete detto che consistono in vizio.
— Rispose messer Bernabdo : In vizio si, ma che non sta male. E sa per dovete,
che questa imitazione di che noi parliamo non ' può essere senza ingegno ;
perché, oltre alla maniera d’ ac- commodar le parole e i gesti, e mettere
inanzi agli occhi de- gli auditori il volto e i costumi di colui di cui si
parla, biso- gna essere prudente, ed aver molto rispetto al loco, al tempo, ed
alle persone con le quali si parla, e non descendere alla buffoneria, n^ uscire
de’ termini ; le quai cose voi mirabil- mente osservate, e però estimo che
tutte le conosciate. Chò in vero ad un gentiluomo non si converria fare i volti
pian- gere e ridere, far le voci, lottare da sé a sé, come fa Berto, vestirsi
da contadino in presenza d’ognuno, come Strascino; e tai cose, che in essi son
convenientissime, per ^ser quella la lor professione. Ha a noi bisogna per
transito e nascosa- . mente rubar questa imitazione, servando sempre la dignità
del gentiluomo, senza dir parole sporche o far atti men che onesti , senza
disforcersi il viso o la persona cosi senza rite- gno ; ma far i movimenti d’
un certo modo, che chi ode e vede per le parole e gesti nostri imagini molto
più di quello « che vede ed ode, e perciò s’induca a ridere. Deesi ancor
fug- gir in questa imitazione d’ esser troppo mordace nel ripren- dere,
massimamente le deformità del volto o della persona; ché si come i vizii del
corpo danno spesso bella materia di ridere a chi discretamente se ne vale, cosi
l’usar questo modo troppo acerbamente é cosa non sol da buffone, ma an- cor da
inimico. Però bisogna, benché diSìcil sia, circa que- sto tener, come ho detto,
la maniera del nostro messer Ro- berto, che ognun contrafà, e non senza
pungerl’in quelle cose dove hanno difetti, ed in presenza d’ essi medesimi ; e
. pur ninno se ne turba, né par che possa averlo per male : e di questo non ne
darò esempio alcuno, perché ogni di in esso tutti ne vederne inhnili. LI.
Induce ancor molto a ridere, che pur si contiene eotto la narrazione, il
recitar con buona grazia alcuni difetti tf d’altri, mediocri
però, e non degni di maggior supplicio, come le sciocchezze lalor semplici,
lalor accompagnate da un poco di pazzia pronta e mordace ; medesimamente certe
af- fettazioni estreme : talor una grande e ben composta bugia. Come narrò
pochi di sono messer Cesare nostro una bella sciocchezza, che fu, che
ritrovandosi, alla presenza del Po- destà di questa terra, vide venire un
contadino a dolersi che gli era stalo rubato un asino; il qual, poi che ebbe
detto della povertà sua e dell’ inganno fattogli da quel ladro, per far più
grave la perdila sua, disse: Messere, se voi aveste veduto il mio asino, ancor
più conoscereste quanto io ho ragion di dolermi; chè quando aveva il suo basto
adosso, parea pro- priamente un Tullio. — Ed un de’ nostri incontrandosi in una
matta di capre, inanzi alle quali era un gran becco, si fermò, e con un volto
maraviglioso disse : Guardate bel bec- co I pare un san Paolo. — Un altro dico
il signor Gasparo aver conosciuto, il qual per essere antico servitore del duca
Ercole di Ferrara, gli avea offerto dui suoi piccoli figlioli per paggi; e
questi, prima che potessero venirlo a servire, erano tulli dui morti : la qual
cosa intendendo il signore, amore- volmente si dolse col padre, dicendo che gli
pesava mollo, perchè in avergli veduti una sol volta gli eran parsi molto belli
e discreti figlioli; il padre gli rispose : Signor mio, voi non avete veduto
nulla ; ché da pochi giorni in qua erano riusciti mollo più belli o virtuosi
eh’ io non arei mai potato credere, e già cantavano insieme come dui sparvieri.
— E stando a questi di un dottor de’ nostri a vedere uno, che |>er giustizia
era frustato intorno alla piazza, ed avendone com- passione, perchè ’l
meschino, benché lo spalle fieramente gli sanguinassero, andava così lentamente
come se avesse pas- seggialo a piacere per passar tempo, gli disse : Cammina,
po- veretto, ed esci presto di questo affanno. — Allor il buon uomo rivolto,
guardandolo quasi con maraviglia, stette un poco senza parlare, poi disse ;
Quando sarai frustalo tu, an- derai a modo tuo ; eh’ io adesso voglio andar al
mio. — Do- vete ancora ricordarvi quella sciocchezza, che poco fa rac- contò il
signor Duca di quell’abbate; il quale essendo pre- sente un di che ’l duca
Federico ragionava di ciò che si dovesse far di cosi gran quantità
di terreno, come s* era ca- vata per far i fondamenti di questo palazzo, che
tuttavia si lavorava, disse: Signor mio, io ho pensalo henissimo dove e’
s’abbia a mettere. Ordinale che si faccia una grandissima fossa, e quivi
riponeresi potrà, senza altro impedimento. — Rispose il duca Federico, non
senza risa: E dove metteremo noi quel terreno che si caverà di questa fossa?—
Soggiunse l’abbate: Fatela far tanto grande, che l’uno e l’altro vi^ stia. —
Cosi, benché il Dnca più volle replicasse, che quanto, la fossa si facea
maggiore, tanto più terren si cavava, mai non gli potè caper nel cervello eh’
ella non si potesse far tanto grande, che l’uno e 1’ altro metter non vi si
potesse, nè mai rispose altro se non : Fatela tanto maggiore. — Or vedete, che
buona estimativa avea questo abbate. — Lll. Disse allor messer Pietro
Bembo: £ perchè non dite voi quella del vostro commissario fiorentino? il qual
era assediato nella Castellina dai duca di Calavria, e dentro essendosi trovato
un giorno certi passatori avvelenati, che erano stali tirali dal campo; scrisse
al Duca, che se la guerra s’ aveva da far cori crudele, esso ancor farebbe por
il medi- carne in su le pallette dell’ artigliarla, e poi chi n'avesse il
peggio, suo danno — Rise messer Bernardo, e disse: Mes- ser Pietro, se voi non
stale cheto, io dirò tutte quelle che 10 stesso ho vedute e udite de’
vostri Veneziani, che non son poche, e massimamente quando voglion fare il
cavalcato- re. — Non dite, di grazia, rispose messer Pietro, che io ne tacerò
due altre hcllissime che so de’ Fiorentini. — Disse messer Bernardo: Deono
esser più presto Sanesi, che spesso vi cadeno. Come a questi di uno, sentendo
leggere in consi- glio certe lettere, nelle quali, per non dir tante volte il no-
me di colui di chi si parlava era replicato questo termine, 11 prelibalo,
disse a colui che leggeva: Fermatevi un poco qui, e ditemi ; cotesto Prelibalo,
è egli amico del nostro commune? — Rise messer Pietro, poi disse: Io parlo
de’Fio- rentini, e non de’ Sanesi. — Dite adunque liberamente, sog- giunse la
signora Ehii.ia, e non abbiale tanti rispetti. — Se- guitò messer Pietro:
Quando i signori Fiorentini faceano la guerra conira Pisani, trovaronsi talor
per le molte spese esausti di denari ; e parlandosi un giorno in consiglio
del modo di trovarne per i bisogni che occorreano, dopo l’ es- sersi proposto
molti partiti, disse un cittadino de’ più anti- chi: lo ho pensato dui modi,
per li quali senza molto im- pazzo presto potrem trovar buona somma di denari ;
e di questi l’uno è, che noi, perchè non avemo le più vive in- trate che le
gabelle delle porte di Firenze, secondo che v’ abbiam undeci porte, subito ve
ne facciam far undeci al- tre, e cosi raddoppieremo quella entrala. L’altro
modo è, che si dia ordine che subito in Pistoja e Prato s’aprino le zecche, nè
più nè meno come in Firenze, e quivi non si faccia altro, giorno e notte, che
batter denari, e tatti siano ducati d’oro; e questo partito, secondo me, è più
breve, e ancor di minor spesa. — LUI. Risesi mollo del sottil avvedimento
di questo cit- tadino ; e, racchetato il riso, disse la signora Emilia : Com-
portarete voi, mcsscr Bernardo, che messer Pietro burli così i Fiorentini,
senza farne vendetta? — Rispose, pur ridendo, messer Bebnabdo: Io gli perdono
questa ingiuria, perchè s’ egli m’ ha fatto dispiacere in burlar i Fiorentini,
hammi compiaciuto in obedir voi , il che io ancor farei sempre. — Disse allor
messer Cesabe : Bella grosseria udi’ dir io da un Bresciano, il quale essendo
stato quest’ anno a Venezia alla festa dell'Ascensione, in presenza mia narrava
a certi suoi compagni le belle cose che v’ avea vedute; e quante mercan- zie, e
quanti argenti, speziane, panni e drappi v’erano; poi la Signoria con gran pompa
esser uscita a sposar il mare in Bucenloro, sopra il quale erano tanti
gentiluomini ben ve- stiti, tanti suoni e canti, che parea un paradiso; e
diman- dandogli un di que’suoi compagni, che sorte di musica più gli era
piaciuta di quelle che avea udite, disse: Tutte eran buone ; pur tra 1’ altre
io vidi un sonar con certa tromba strana, che ad ogni tratto se ne ficcava in
gola più di dui palmi, e poi subito la cavava, e di nuovo la reficcava; che non
vedeste mai la più gran maraviglia. — Risero allora lutti, conoscendo il |)azzo
pensier di colui, che s’avea ima- ginato che quel sonatore si ficcasse nella
gola quella parto del trombone, che rientrando si nasconde. Soggiunse allor
messer Bernardo: Le affettazioni poi mediocn fanno fastidio ; ma quando son
fuor di misura, inducono da ridere assai : come talor se ne sentono di bocca d’
alcuni circa la grandezza, circa l’ esser ralente, circa la nobilità; talor di
donne circa la bellezza, circa la delicatura. Come a questi giorni fece una
gentildonna, la qual stando in una gran festa di mala voglia e sopra di sè, le
fu domanda- to a che pensava, che star la facesse cosi mal contenta; ed essa
rispose: Io pensava ad una cosa, che sempre che mi si ricorda mi dà grandissima
noja, nè levar me la posso del co- re; e questo è, che avendo il di del
gindicio universale tutti i corpi a resuscitare e comparir ignudi inanzi al
tribu- nal di Cristo, io non posso tolerar l’ affanno che sento, pen- sando che
il mio ancor abbia ad esser veduto ignudo. — Que- ste tali affettazioni, perchè
passano il grado, inducono più riso che fastidio. Quelle belle bugie mo, cosi
ben assettate, come movano a ridere, tutti lo sapete. E quell’amico nostro, che
non ce ne lassa mancare, a questi di me ne raccontò una molto eccellente.
— LV. Disse allora il MagniGco Joliano: Sia come si vuo- le, nè più
eccellente nè più sottile non può ella esser di quella che l’ altro giorno per
cosa certissima affermava un nostro Toscano, mercatante lucchese.— Ditela, —
soggiunse la signora Dochessa. Rispose il Magnifico Joliano, ridendo : Questo
mercatante, siccome egli dice, ritrovandosi una volta in Polonia, deliberò di
comperare una quantità di zibellini, coh opinion di portargli in Italia e fame
un gran guadagno; e dopo molte pratiche, non potendo egli stesso in persona
andar in Moscovia, per la guerra che era tra ’l re di Polo- nia e ’l duca di
Moscovia, per mezzo d’ alcuni del paese or- dinò che un giorno determinalo
certi mercatanti moscoviti coi lor zibellini venissero ai confini di Polonia, e
promise esso ancor di trovarvisi, per praticar la cosa. Andando adunque il
Lucchese coi suoi compagni verso Moscovia, giunse al Boriatene, il qual trovò
lutto duro di ghiaccio co- me un marmo, e vide che i Moscoviti, li quali per lo
so- spetto della guerra dubitavano essi ancor de’ Poloni, erano già su r altra
riva, ma non s’accostavano, se non quanto era largo il 6amc. Così
conosciutisi l’nn l’aKro, dopo alcuni cen- ni, li Moscoviti cominciarono a
parlar alto, e domandar il prezzo che volevano dei loro zibellini, ma tanto era
estremo il freddo, che non erano intesi ; perchè le parole, prima che 'giungessero
all’ altra riva, dove era questo Lucchese e i saoi interpreti, si gielavano in
aria, e vi restavano ghiacciate e prese di modo, che quei Poloni che sapeano il
costume, pre- sero per partilo di far un gran foco proprio al mezzo del fiume,
|)6rchè, al lor parere, quello era il termine dove giun- geva la voce ancor
calda prima che ella fosse dal ghiaccio intercetta; od ancora il fiume era
tanto sodo, che ben poteva sostenere il foco. Onde, fatto questo, le parole,
che per spa- zio d’ un' ora erano state ghiacciale, cominciarono a lique- farsi
e discender giù mormorando, come la neve dai monti il maggio; e cosi subito
furono intese benissimo, benché già gli uomini di là fossero parliti : ma
perchè a lui parve che quelle parole dimandassero troppo gran prezzo per i
zibel- lini, non volle accettare il mercato, e cosi se ne ritornò senza.
— LVI. Risero allora lutti: e messer Bbrnabdo, In vero, disse, quella eh’
io voglio raccontarvi non è tanto sottile ; pur è bella, ed è questa.
Parlandosi pochi di sono del paese 0 Mondo novamente trovato dai marinari
portoghesi, e dei varii animali e d’altre cose che essi di colà in Portogallo
ri- portano, quello amico del qual v’ho dello atfermò, aver ve- duto una scimia
di forma diversissima da quelle che noi sia- mo usali di vedere, la quale
giocava a scacchi eccellenlissi- mamente ; e, tra l’ altre volte, un di essendo
inanzi al re di Portogallo il gentiluom che portala l’avea, e giocando con lei
a scacchi, la scimia fece alcuni tratti sottilissimi, di sorte che lo strinse molto
; in ultimo gli diede scaccomalto : per- ’ebè il gentiluomo turbato, come
soglion esser lutti quelli che 'perdono a quel gioco, prese in mano il re, che
era assai ^grande, come usano i Portoghesi, e diede in su la lesta alla scimia
una grande scaccata; la qual subito saltò da banda, lamentandosi forte, e parea
che domandasse ragiono al re del torlo che le era fallo. Il gentiluomo poi la
reinvilò a giocare; essa avendo alquanto ricusalo con cenni, pur si
Digitized by f' igle LIBRO SECONDO. %
131 pose a giocar di nnovo, e, come Taltra volta avea fatto, cosi
questa ancora lo ridusse a mal termine : in ultimo, vedendo la scimia poter dar
scaccomalto al genliluom, con una nuova malizia volse assicurarsi di non esser
più battala ; e cheta- mente, senza mostrar che fosse suo fatto, pose la man
de- stra sotto '1 cubito sinistro del gentiluomo, il qual esso per delicatura
riposava sopra un guancialetto di taffettà, e pre- stamente levatoglielo, in un
medesimo tempo con la man si- nistra gliel diede matto di pedina, e con la
destra si pose il guancialetto in capo, per farsi scudo alle percosse; poi fece
un salto inanti al re allegramente, quasi per testimonio della vittoria sua. Or
vedete se questa scimia era savia, avveduta e prudente. — Allora messcr Cesare
Gonzaga, Questa, è for- za, disse, che tra l’ altre scimie fosse dottore, e di
molta an- torità; e penso che la Republica delle Scimie Indiane la man- dasse
in Portogallo per acquistar reputazione in paese inco- gnito. — Allora ognun
rise e della bugia, e della aggiunta fattagli per messer Cesare. LVII.
Cosi, seguitando il ragionamento, disse messer Bernardo: Avete adunque inteso
delle facezie che sono nel- r effetto e parlar continualo, ciò che m’occorre;
perciò ora è ben dire di quelle che consistono in un detto solo, ed hanno
quella pronta acutezza posta brevemente nella sentenza o nella parola: e
siccome in quella prima sorte di parlar fe- stivo s’ ha da fuggir, narrando ed
imitando, di rassìmig liarsi ai buffoni c parasiti, ed a quelli che inducono
altrui a ridere l>er le lor sciocchezze ; cosi in questo breve devesi
guardare il Cortegiano di non parer maligno e velenoso, e dir motti ed arguzie
solamente per far dispetto e dar nel core; |)erché tali uomini spesso per
difetto della lingua meritamente hanno castigo in tutto ’l corpo. LVllI.
Delle facezie adunque pronte, che stanno in un breve detto, quelle sono
acutissime, che nascono dalla am- biguità ; benché non sempre inducono a
ridere, perchè più presto sono laudate per ingeiiiose che per ridicole : come
pochi di sono disse il nostro messer Annibai Paleoito ad uno che gli proponea
un maestro per insegnar grammatica a’ suoi tìglioli, e poi che gliel’ ebbe
laudalo |)er molto dotto. Digitìzed by Google
132 IL CORTEGIANO. venendo al salario disse, che olire
ai denari volea nna ca- mera fornita per abitare c dormire, perchè esso non
avea letto: allor messer Annibai subito rispose : £ come può egli esser dotto,
se non ha letto? — Eccovi come ben si valse del vario signifìcalo di quel non
aver letto. Ma perché questi motti ambigui hanno molto dcH’acuto, per pigliar
l’ uomo le parole in significalo diverso da quello che le pigliano tutti gli
altri, pare, come ho detto, che più presto movano mara- viglia che riso,
eccetto quando sono congiunti con altra ma- niera di delti. Quella sorte
adunque di motti che più s’ usa per far ridere è quando noi aspettiamo d’udir
una cosa, e colui che risponde ne dice un’ altra, e chiamasi fuor d' opi-
nione. E se a questo è congiunto lo ambiguo, il motto di- venta salsissimo;
come l’altr’jeri, disputandosi di fare un bel mattonato nel camerino della
signora Duchessa, dopo molte parole voi, Joanni Cristoforo, diceste: Se noi
potessi- mo avere il vescovo di Potenza, e farlo ben spianare, saria molto a
proposito, perchè egli è il più bel matto nato eh’ io vedessi mai. — Ognun rise
mollo, perché dividendo quella parola malto nato faceste lo ambiguo ; poi
dicendo che si avesse a spianare un vescovo, e metterlo per pavimento d’un
camerino, fu fuor di opinione di chi ascoltava ; cosi riuscì il motto
argutissimo e risibile. LIX. Ma dei molti ambigui sono molle sorti ; però
bi- sogna essere avvertito, ed uccellar soltilissimamcnte alle pa- role, e
fuggir quelle che fanno il molto freddo, o che paja che siano tirate per i
capelli; ovvero, secondo che avemo detto, che abbian troppo dello acerbo. Come
ritrovandosi al- cuni compagni in casa d’un loro amico, il quale era cieco da
un occhio, e invitando quel cieco la compagnia a restar quivi a desinare, lutti
si partirono eccello uno; il qual dis- se: Ed io vi restarò, perché veggo
esserci vuoto il loco per uno ; — e cosi col dito mostrò quella cassa d’ occhio
vuota. Vedete che questo è acerbo e discorlese troppo, perchè morse colui senza
causa, e senza esser stalo esso prima punto, e disse quello che dir si poria
conira tutti i ciechi ; c tal cose universali non dilettano, perchè pare che
possano essere |>ensale. E di questa sorte fu quel detto ad un senza naso
: E dove appicchi la gli occhiali? — o : Con che fiuti (u r anno le rose?
— LX. Ma tra gli altri molti, quegli hanno bonissima gra- zia, che
nascono quando dal ragionar mordace del compagno l’uomo piglia le medesime
parole nel medesimo senso, e conlra di lui le rivolge, pungendolo con le sue
proprie ar- me ; come un litigante, a cui in presenza del giudice dal suo
avversario fu detto: Che baji tu? — subito rispose: Perchè veggo un ladro. — E
di questa sorte fu ancor, quando Ga- leotto da Narni, passando per Siena, si
fermò in una strada a domandar dell’ ostarla ; e vedendolo un Senese cosi
corpu- lento come era, disse ridendo: Gli altri portano le bolgie dietro, e
costai le porta davanti. — Galeotto subito rispose: Cosi si fa in terra di
ladri. — LXL Un’ altra sorte è ancor, che chiamiamo bitchizzi, e questa
consiste nel mutare ovvero accrescere o minuire una lettera o sillaba; come
colui che disse: Tu dei esser più dotto nella lingua latrina che nella greca. —
Ed a voi , Si- gnora, fu scritto nel titolo d’ una lettera : Alla signora Emi-
lia Impia. — E ancora faceta cosa interporre un verso o più, pigliandolo in
altro proposito che quello che lo piglia l’ au- tore, o qualche altro detto
volgato ; talor al medesimo pro- posito, ma mutando qualche parola : come disse
un gentil- uomo che avea una bratta e dispiacevole moglie, essendogli dimandato
come stava , rispose : Pensalo tu , chè Puriarum maxima juxla me cubai. — E
messer Jeronimo Donato, an- dando alle Stazioni di Roma la Quadragesima insieme
con molli altri gentiluomini, s’ incontrò in una brigala di belle donne romane,
e dicendo uno di quei gentiluomini : Quel calum steìlas, lot habet tua
Roma puellas; — subito soggiunse : Pascua quolque hados, tot habet tua
Roma cincedos, — mostrando una compagnia di giovani, che dall’ altra
banda venivano. Disse ancora messer Marc’ Antonio dalla Torre al vescovo di
Padoa di questo modo. Essendo un monasterio di donne in Padoa sotto la cura d’
un religioso estimato 12 134 IL
C0RTE6IAN0. molto di bona vita e dotto, intervenne che ’l padre,
prati- cando nel monasterio domesticamente, e confessando spesso le madri,
cinque d’esse, che altrettante non ve n’ erano, s’ ingravidorono ; e scoperta
la cosa, il Padre volse fuggire, e non seppe ; il vescovo lo fece pigliare, ed
esso subito con- fessò, per tentazion del diavolo aver ingravidate quelle cin-
que monache ; di modo che monsignor il vescovo era deli- beratissimo castigarlo
acerbamente. E perchè costui era dotto, avea molti amici, i quali tutti fecer
prova d’ajutarlo, e con gli altri ancor andò messer Marc’Antonio al vescovo per
impetrargli qualche perdono. Il vescovo per modo alcuno non gli voleva udire;
alfine, facendo pur essi ìnstanza, e raccomandando il reo, ed escusandolo per
la commodità del loco, per la fragilità umana, e per molte altre cause, disse
il vescovo : Io non ne voglio far niente, perchè di questo ho io a render
ragione a Dio ; — e replicando essi, disse il ve- scovo: Che responderò io a
Dio il di del giudicio quando mi dirà : Hedde ralionem villicalionis luce? —
rispose allor su- bito mcs.ser Marc’ Antonio: Monsignor mio, quello che dice lo
Evangelio : Domine, quinque talenta Iradiditti mihi; ecce alia quinque
superlucralus $um. — Allora il vescovo non si potè tenere di ridere, e mitigò
assai l’ira sua e la pena pre- parala al malfattore. LXll. È
medesimamente bello interpretare i nomi e fìn- ger qualche cosa , perchè colui
di chi si parla si chiami cosi, ovvero perchè una qualche cosa si faccia; come
pochi * di sono domandando il Proto da Luca, il qual, come sapete, è molto
piacevole, il vescovato di Caglio, il papa gli rispose: Non sai tu che Caglio
in lingua spagnola vuol dire laccio? e tu sei un cianciatore ; però non si
converria ad un vescovo non poter mai nominare il suo titolo senza dir bugia ;
or ca- glia adunque. — Quivi diede il Proto una risposta, la quale, ancor che
non fosse di questa sorte, non fu però men bella della proposta ; ché avendo
replicato la domanda sua più volle, e vedendo che non giovava, in ultimo disse
: Padre Santo, se la Santità Vostra mi dà questo vescovato, non sarà senza sua
ntilità, perch’ io le la.sciarò dui otllcii. — E che of- fici! hai tu da
lasciare? — disse il papa. Rispose il Proto : lo lasciarò l’ officio
grande, e quello della Madonna. — Allora non potè il papa, ancor che fosse
severissimo, tenersi di ri- dere. Un altro ancor a Padoa disse, che Calfurnio
si doman- dava cosi, perchè solea scaldare i forni. £ domandando io un giorno a
Fedra, perchè era, che facendo la Chiesa il vener santo orazioni non solamenla
per i Cristiani, ma ancor per i Pagani e per i Giudei, non si facea menzione
dei Cardinali, come dei Vescovi e d’ altri Prelati, risposemi, che i Cardi-
nali s’intendevano in quella orazione che dice: Oremus prò hosreliàs el
scùmalieis. E ’l conte Ludovico nostro disse, che io riprendeva una signora che
usava un certo liscio che molto lucea, perchè in quel volto, quando era
acconcio, cosi vedeva me stesso come nello specchio ; e però, per esser brutto,
non avrei voluto vedermi. Di questo modo fu quello di messcr Ca- millo
Palleotto a messer Antonio Porcaro, il qual parlando d’un suo compagno, che
confessandosi diceva al sacerdote che digiunava volentieri, ed andava alle
messe ed agli officii divini, e facea tutti i beni del mondo, disse : Costai in
loco d’ accusarsi si lauda ; — a cui rispose messer Camillo : Anzi si confessa
di queste cose, perchè pensa che il farle sia gran peccato. — Non vi ricorda,
come ben disse l’ altro giorno il signor Prefetto? quando Giovantomaso Galeotto
si maravi- gliava d’ un che domandava ducento ducali d’ un cavallo ; perchè
dicendo Giovantomaso che non valeva un quattrino, e che, tra gli altri difetti,
fuggiva dall’ arme tanto, che non era possibile farglielo accostare, disse il
signor Prefetto (vo- lendo riprender colui di viltà) : Se ’l cavallo ha questa
parte di fuggir dall’ arme, maravegliomi che egli non ne domandi mille ducali.
— > LXlll. Dicesi ancora qualche volta una parola medesi- ma, ma ad
altro fin di quello che s’ usa. Come essendo il si- gnor Duca per passar un
fiume rapidissimo, e dicendo ad un trombetta : Passa; — il trombetta si voltò
con la berretta in mano, e con alto di reverenza disse : Passi la Signoria Vo-
stra. — È ancor piacevol maniera di molleggiare, quando l’uomo par che pigli le
parole e non la sentenza di colui che ragiona; come quest’ anno un Tedesco a
Roma, incontrando osa sera il nostro messer Filippo Beroaldo, del qual era
dl- Digilized by Googk* IL CORTEGIANO.
136 .cepole, disse: Domine magisler, Deus del vobis bonumsero; i ’l
Beroaldo sobilo rispose ; Tibi malum cito. — Essendo an- ;or a tavola col Gran
Capitano Diego de Chignones, disse un litro Spagnolo, che pur vi mangiava, per
domandar da bere : Vino ;-rispose Diego, T no io conocisles,-poT mordere co-
lui d’ esser marrano. Disser ancor messer Jacomo Sadoleto al Beroaldo, che
affermava voler in ogni modo andare a Bolo- sna: Che causa v’induce cosi adesso
lasciar Roma, doveson tanti piaceri, per andar a Bologna, che tutta è involta
nei travagli? - Rispose il Beroaldo: Per tre conti m’è forza andar a Bologna, -
e già aveva alzati tre dita della man si- nistra per assignar tre cause dell’
andata sua ; quando mes- ser Jacomo subito interruppe, e disse : Questi tre conti
che vi fanno andare a Bologna sono, l’ uno il conte Ludovico da san Bonifacio ,
l’ altro il conte Ercole Rangone, il terzo il conte de’ Popoli. — Ognun allora
rise, perchè questi tre conti eran stati discepoli del Beroaldo, e bei giovani,
e studiavano in Bologna. Di questa sorte di motti adunque assai si ride, perchè
portan seco risposte contrarie a quello che l’ uomo aspetta d’ udire , e
naturalmente dilettaci in tai cose il nostro errore medesimo ; dal quale quando
ci troviamo ingannati di quello che aspettiamo, ridemo. LXIV. Ma i modi
del parlare e le Bgure che hanno gra- zia, i ragionamenti gravi e severi, quasi
sempre ancor stanno ben nelle facezie e giochi. Vedete che le parole
contraposte danno ornamento assai, quando una clausola contraria s’ op- pone
all’altra. 11 medesimo modo spesso è facetissimo. Come un Genoese, il quale era
molto prodigo nello spendere, es- sendo ripreso da un usurario avarissimo che
gli disse : E quando cessarai tu mai di gittar via le lue facoltà? — Allor,
rispose, che tu di rubar quelle d’ altri. — E perchè, come già avemo detto, dai
lochi donde si cavano facezie che mordano, dai medesimi spesso si possono cavar
delti gravi che laudi- no, per r uno e l’ altro effetto è mollo grazioso e
gentil mo- do quando l’ uomo consente o conferma quello che dice co- lui che
parla, ma lo interpreta altramente di quello che esso intende. Come a questi
giorni, dicendo un prete di villa la messa ai suoi popolani, dopo l’aver
publicalo le feste di quella Digitized Google LIBRO
SECONDO. 137 settimana, cominciò in nome del popolo la
confession gene- rale; e dicendo: Io ho peccalo in mal fare, in mal dire, in
mal pensare, — e quel che seguila, facendo menzion di tulli i peccati mortali ;
un compare, e molto domestico del prete, per burlarlo disse ai circostanti:
Sialo testimonii tutti di quello che per sua bocca confessa aver fallo, perch’
io in- tendo notificarlo al vescovo. — Questo medesimo modo usò Sallaza dalla
Pedrada per onorar una signora, con la quale parlando, poi che l’ebbe laudala,
oltre le virtuose condizioni, ancor di bellezza, ed essa rispostogli che non
meritava tal laudo, per esser già vecchia, le disse : Signora, quello che di
vecchio avete, non è altro che lo assomigliarvi agli angeli, che furono le
prime e più antiche creature che mai for- masse Dio. — LXV. Molto servono
ancor cosi i detti giocosi per pun- gere, come i detti gravi per laudar, le
metafore bene accom- modate, e massimamente se son risposte, e se colui che ri-
sponde persiste nella medesima metafora detta dall’ altro. E di questo modo fu
risposto a messer Palla de’ Strozzi, il quale essendo forauscito di Fiorenza ,
e mandandovi un suo per al- tri negozi!, gli disse, quasi minacciando: Dirai da
mia parte a Cosimo de’ Medici, che la gallina cova. — Il messo fece
l’ambasciata impostagli; e Cosimo, senza pensarvi, subito gli rispose : E tu da
mia parte dirai a messer Palla, che le gal- line mal possono covar fuor del
nido. — Con una metafora laudò ancor messer Camillo Porcaro gentilmente il
signor Marc’ Antonio Colonna; il quale avendo inteso, che messer Camillo in una
sua orazione aveva celebrato alcuni signori italiani famosi nell’arme, e, tra
gli altri, d’esso aveva fatto onoratissima menzione, dopo l’averlo ringrazialo,
gli disse: Voi, messer Camillo, avete fallo degli amici vostri, quello che de’
suoi denari talor fanno alcuni mercatanti, li quali quando si ritrovano aver
qualche ducato falso, per spazzarlo pongon quel solo tra molti buoni, ed in tal
modo lo spende- rlo; cosi voi per onorarmi, bench’io poco vaglia, m’avete posto
in compagnia di cosi virtuosi ed eccellenti signori, ch’io col merito loro
forsi passerò per buono. — Rispose al- lor messer Camillo : Quelli che
falsìfican li ducati sogliono 12 * Digiti' ed by
138 IL CORTEGIANO. cosi ben dorargli, che all’
occhio pajon mollo più belli che i buoni ; però se cosi si trovassero
alchimisti d’ uomini, come sì trovano de’ ducati, ragion sarebbe sospettar che
voi foste falso, essendo, come sete, di molto più bello e lucido metallo, che
alcun degli altri. — Eccovi che questo loco è communc all’ una e l’ altra sorte
di motti; e cosi sono moli’ altri, dei quali si potrebbon dar infiniti esempi!,
o massimamente in delti gravi ; come quello che disse il Gran Capitano, il
quale, essendosi posto a tavola, ed essendo giù occupali tutti i lo- chi, vide
che in piedi erano restati dui gentiluomini ilaliaoi, i quali avean servilo
nella guerra molto bene ; e subito esso medesimo si levò, e fece levar tutti
gli altri e far loco a que’ doi, e disse : Lasciate sentare a mangiar questi
signori, che se essi non fossero stati, noi altri non aremmo ora che man-
giare. — Disse ancor a Diego Garzia, che lo confortava a le- varsi d’ un loco
pericoloso, dove batteva l’artiglìaria : Dapoi che Dio non ha messo paura
nell’animo vostro, non la vo- gliate voi metter nel mio. — £ ’l re Luigi, che
oggi è re di Francia, essendogli, poco dapoi che fu crealo re, detto che allor
era il tempo di castigar i suoi nemici, che lo aveano tanto offeso mentre era
duca d’Orliens, rispose, che non toc- cava al re di Francia vendicar l’ingiurie
fatte al duca d’Orliens. LWI. Si morde ancora spesso facetamente con una
certa gravità senza indur riso; come disse Gein Ottomani, fratello del Gran
Turco, essendo prigione in Roma, che 'I giostrare, come noi usiamo in Italia,
gli parca troppo per scherzare, e poco per far da dovere. E disse, essendogli
re- ferito quanto il re Ferendo minore fosse agile e disposto della persona nel
correre, saltare, volteggiare e lai cose ; che nel suo paese i schiavi facevano
questi esercìzii, ma i signori im- paravano da fanciulli la liberalità, e di
questa si laudavano. Quasi ancora di tal maniera, ma un poco più ridicolo, fu
quello che disse l’ arcivescovo di Fiorenza al cardinale Ales- sandrino: che
gli uomini non hanno altro che la roba, il corpo e l’anima; la roba è ior posta
in travaglio dai juriscon- sulU, il corpo dai medici, e l’anima dai teologi. —
Rispose allor il Magnifico Juliano: A questo giunger si potrebbe quello che
diceva Nicotetto, cioè che di raro si trova mai ju- LIBRO SECONDO.
139 rìsconsoUo che litighi, nè medico che pigli medicina, nè teo- logo
che sia buon cristiano. — LXVII. Rise messer Bernardo, poi soggiunse: Di
questi sono inhniti esempii, delti da gran signori ed nomini gravis- simi. Ma
ridesi ancora spesso delle comparazioni, come scrisse il nostro Pistoja a
Serafino : Rimanda il valigion che l’ assi- miglia; — chè, se ben vi ricordate.
Serafino s’ assimigliava molto ad una valigia. Sono ancora alcuni che si
dilettano di comparar uomini e donne a cavalli, a cani, ad uccelli, e spesso a
casse, a scanni, a carri, a candelieri; il che lalor I ha grazia, talor è
freddissimo. Però in questo bisogna consi- { derare il loco, il tempo, le
persone, e l’ altre cose che già tante volle avemo detto. — Allor il signor
Gaspar Pallavi- GINO, Piacevole comparazione, disse, fu quella che fece il si-
gnor Giovanni Gonzaga nostro, di Alessandro Magno al si- gnor Alessandro suo
figliolo. — Io non lo so, — rispose mes- ser Bernardo. Disse il signor Gasparo:
Giocava il signor Gio- vanni a tre dadi, e, come è sua usanza, aveva perduto
molti ducati, e tottavia perdea; ed il ngaor Alessandro suo figliolo, il quale,
ancor che sia fancinOo, non gioca men volentieri che ’l padre, stava con molta
attenzione mirandolo, e parea tutto tristo. 11 conte di Pianella, che con molti
altri gentiluo- mini era presente, disse: Eccovi, signore, che ’l signor Ales-
sandro sta mal contento della vostra perdita, e si strugge aspettando pur che
vinciate, per aver qualche cosa di vinta ; però cavatelo di questa angonia, e
prima che perdiate il re- sto, donategli almen un ducato, acciò che esso ancor
possa andare a giocare co’ suoi compagni. — Disse allor il signor Giovanni: Voi
v’ingannate, perchè Alessandro non pensa a cosi piccol cosa ; ma, come si
scrive che Alessandro Magno, mentre che era fanciullo, intendendo che Filippo
suo padre; avea vinto una gran battaglia ed acquistato un certo regno, cominciò
a piangere,, ed essendogli domandato perchè pian- geva, rispose, perchè
dubitava che suo padre vincerebbe tanto paese, che non lasciarebbe che vincere
a lui : cosi ora Alessandro mio figliolo si duole e sta per pianger vedendo
ch’io suo padre perdo, perchè dubita eh’ io perda tanto, che non lasci che
perder a lui.— Digitized by Google nicsst;!
liisn.^Auuu. - — -...-oo-— — -— sia impio ; chè la cosa passa poi al
voler esser arguto nel biastcmare, e studiare di trovar in ciò nuovi modi :
onde di quello che 1’ uomo mcrila non solamente biasimo ma grave castigo, par
che ne cerchi gloria ; il che è cosa abominevole: e però questi tali, che
voglion mostrar di esser faceti con poca reverenza di Dio, meritano esser
cacciati dal consorzio d’ogni gentiluomo. Nè meno quelli che son osceni e
sporchi nel parlare, c che in presenza di donne non hanno rispetto alcuno, e
pare che non piglino altro piacer che di farle aros- sire di vergogna, e sopra
di questo vanno cercando motti ed arguzie. Come quest’ anno in Ferrara ad un
convito in pre- senza di molte gentildonne ritrovandosi un Fiorentino ed un Sanese,
ì quali per lo più, come sapete, sono nemici ; disso il Sanese per mordere il
Fiorentino: Noi abbiam maritalo Siena allo imperatore, ed avemoglidato Fiorenza
indola; — e questo disse, perchè di que’ di s’ era ragionalo che Sanesi avean
dato una certa quantità di danari allo imperatore, cil ' esso aveva tolto
la lor protezione. Rispose subito il Fiorenti- .. no : Siena sarà la
prima cavalcata (alla franzese, ma disse il vocabolo italiano); poi la dote si
litigherà a bell’ agio. — Ve- dete che il motto fu ingenioso, ma, per esser in
presenza di „ donne, diventò osceno e non conveniente. — L\1X.
Allora il signor Gaspah Paliavicino, Le donne, disse, non hanno piacere di
sentir ragionar d altro; e voi volete levargliele. Ed io per me sonomi trovato
ad arossirmi di vergogna per parole detterai da donne, mollo più spesso che da
nomini. — Di queste tai donne non parlo io, dissa messerBERHARDo; ma di quelle
virtuose, che meritano reve- renza ed onore da ogni gentiluomo. — Disse il
signor Gaspa- ro : Bisogneria ritrovare una sottil regola per conoscerle,
perchè il più delle volle quelle che sono in apparenza le mi- gliori, in
effetto sono il contrario. — Allor messcr Bernardo ridendo disse : Se qui
presente non fosse il signor Magnifico nostro, il quale in ogni loco è allegato
per protetlor delle don- ne, io pigliare! l’ impresa di rispondervi ; ma non
voglio far ingiuria a lui. — Quivi la signora Emilia, pur ridendo, disr
Digitized by Google ge : L.e don accusatore Gasparo in suo
Tvou av che da matT (5 tt. ... ragionamene dell,
donne, o seguicaie LXX. M. MOf'^ disse, onaai r»Sroii avp?!I
signor» possono motCm arguti • ^ molti lochi onde cavar * quanto
sono hanno tanto più grazi»‘ cor mou- allr. _ M «na teUa narrazione.
P^_ socre o per n» itinirg ' quando, o per accreT mente la
'''®^’®'niilituj* *^he eccedono incredibii disse Mario da me; e di questa
sorte fu quclJa ~ aranti’ ao/na, che prelato, che si tenea fani**
hasaava per non , egli entrava in San Pietro s' Disse ancora il V t*e
della lesta nell’ architravo della porf /ore era tanto nagnifìco nostro qui,
che Golpino suo sery^ soU'tI foco per magro e secco, che una mattina,
so/Ba»,j*' lo camino insin^..^®*^®®aderIo, era stato portato dal
fumo su . . . . 'd pe,. ad una di quel ®'“a; ed essendosi per
sorte traversato"^ che non era voì^ ^•nestrcne, aveva avuto tanto di
ventura A A» n VIA in.SiPmo TVIgcì» n /«/««» »_ ’ Augastino
Beva;^ '“«'eme con esso. Disse ancor mess, luto vendere il avaro,
il qual non aveva vo fera molto avvi/^"° mentre che era caro,
vedendo che pò/ cr‘ della sua camer^ '^ìlo,
per disperazione s’ impiccò ad un trav^ pilo, corse, e vi(% ’
"" sentito n ^ . il patron impiccato, e prestamente
tagliò a fune, e cosi dalla morte ; dapoi l’avaro, tornato va
Oat ^^nel servitor gli pagasse la sua fané che ta- gliala gli aNta.\li
questa sorte pare ancor che sia quello che disse Lorenzo de’ JVfcdici ad un
butTon freddo : Non mi fare- ste ridere se mi so(jg(i(.ngti, — E medesimamente
rispose ad MTV a\V.TO scÀocto, \\ quale una mattina l’avea trovato in ietto
mollo lardi, e ^\\ rimproverava il dormir tanto, dicendo- gli*. lo a quest’ ora
sono stato in Mercato Nuovo e Vec- chio, poi fuor della Porta a San Gallo,
intorno alle mura a far esercizio, ed ho fallo miU’alIre co.se; e voi ancor
dormi- " 'e? — Disse allora H-orenzo: Più vale quello che ho sognato
. che avele fallo in quattro voi. ^ ”"LXXl'Va»crb««o,
-l»»»-!» '=»» ""•«•isposla l „o«. LXxl. riprendere non voglia.
Come il “os?ra essendo a tavola con molli genl.luom.ni un d’essi, dapoi
che ebbe mangialo tulio un minestro, disse: Signor Marchese, perdonatemi e cosi
dello, cominciò a sorbire uuel brodo che gli era avanialo. Allora il Marchese
subilo disse : Domanda i>ur perdono ai porci, chè a me non fai lu ingiuria
alcuna. — Disse ancora messer Nicolò Leoiiico, per tassar un tiranno eh’ avea
falsamente fama di liberale: Pensale quanta liberalità regna in costui, che non
solameule dona la roba sua, ma ancor 1’ alimi. — LXXll. Assai genlil modo
di facezie è ancor quello che consiste in una certa dissimulazione, quando si
dice una co- ga, e tacitamente se ne intende un’altra; non dico già di quella
maniera totalmente contraria, come so ad un nano si dicesse gigante, e ad un
negro bianco, ovvero ad un brut- tissimo bellissimo, perchè son troppo
manifeste contrarietà, benché queste ancor'alcuna volta fanno ridere ; ma
quando con un parlar severo e grave giocando si dice piacevolmente quello che
non s’ha in animo. Come dicendo un geuliltiomo una espressa bugia a messer
Auguslin Foglielta, ed aOérman- dola con eOìcacia, perché gli parca pur che
esso assai dilQ- cilmeute la credesse, disse in ultimo messer Auguslino: Gen-
tiluomo, se mai spero aver piacer da voi, fatemi tanta grazia che siale
conlenlo, eh’ io non creda cosa che voi diciate. Keplicando pur costui, e
con sacramento, esser la verità, in fine disse: Poiché voi pur cosi volete, io
lo crederò jier amor vostro, perché in vero io farei ancor maggior cosa
jier voi. Quasi di questa sorte disse don Joaiini di tardona d’uno che gl
voleva partir di Roma: Al |>aror mio, costui pensa male; perchè ó tanto
sccleralo, che stando in Roma ancor col tempo potria esser cardinale. - Di
questa sorte è ancor queUo che disse Alfonso Santacroce; il qual avendo avuto
poco pri- ma alcuni oltraggi dal Cardinale di Pavia, e passeggiando fuori di
Rologna con alcuni gentiluomini presso al loco dove gl fa la giustizia, e
vedendovi un uomo poco prima impic- Di ' Google calo,
se gli tanto forte c=^ fare col Care; V seco.vdo.
rse'nn? '"’ co pare tnoU ^ ^«"VenientTaVl™^®^'® <»el|*
ironì> e salsa, e puc»s«, »« «om.n, grandi, perchè è erave vere.
Però n» «=» Ili cose giocose ed ancor nelle se_ come Catone, ®®*pione Àr
• P'’\^^iioaati, 1’ hanno usata questa dicesi e «ser o.-, . dicano minore ; ma
sopra luUi jJ stri tempi il re» Alfonso Socrate fìlosofo, ed a* no- nna
mattina p«^ *" hiangia ' Aragona ; il quale essendo ne\\\ ò\V\
evea.^ per j/ molle preziose anella eh© cosi le diede a quello”? nello
lavar delle mani, ^ rar chi fosse. Quei ^ ;® Peima gli occorse, quasi
senza tnì- sto cura a cui date pg *^''*^®ce pensò che ’l re non avesse
po.. importanza, facit esse, e che, per i pensieri di niaggioj. in questo
p/à si ^ fosse che in ludo se Io scordasse: e<j domandava ; e ^
onfermó, vedendo che *1 re più non le Urne mai parola^ -landò giorni e
settimane o mesi senza seq vicino all’ anno pensò di certo esser .sicuro. E
cosi essendo pur quando il res^ « questo gli era occorso, un* altra
mattina mano per pigliti^ mangiare, si ra presentò, e porse r orecchio,
gli cìg ; allora il re, accoslatosegli buone per un aìt^ Baslinti le
prime, chè queste saran gnosoegrave, e ^ -Vedete come il mollo è salso,
Alessandro. ^egno veramente della magnanimità LXXIV. Siir^ ^ ■^.ile
a questa maniera che tende all ironie© è ancora un altro modo, quando con oneste
parole si nomina tQ'ìa. Come disse il Gran Capitano ad un sao genVòuwcMi, 'A
Q^ale dopo la giornata della Cirignoia, e quando le cose già ^rano in securo,
gli venne incontro ar- mato riccamente qvtgnlo dir si possa, come apparecchialo
di tOTCvbaUetft •, ed aWr^r il Gran Capitano, rivolto a don Ugo di Cardoua,
disse*.* "Kon abbiate ormai più paura di tormento di mare, cbè Santo Ermo
è comparito ; — e con quella one- sta parolaio punse, perchè sapete che Santo
Ermo sempre ai marinari appar dopo la tempesta, e dà segno di tranquil- lità ;
e cosi volse dire il Gran Capitano, che essendo compa- IL
COBTEGIANO. ' .-..«ma era segno Che » pericolo già era in luUo
passalo, ^ssen ciUadim di molla aulorilà, Fi.«n..,nco«^ gU .aima„d6
sa...: 0:“*,;,, « ,»»> »«»' - «a, di Fiorenza. Rispose il signor
OUaviano . non lo conosco .nllrimcnli, ma sempre l’ho sentilo ricordare per un
sollecito soldato ; - disse allor un altro Fiorentino : edete come egli è
sollecito, che si parte prima che domandi licenza LXXV. Arguti molli son
ancor quelli, quando del par- lar proprio del compagno 1’ uomo cava quello che
esso non vorria; e di lai modo intendo che rispose il signor duca no- stro a
quel castellano che perdè San Leo, quando questo stalo fu tolto da papa
Alessandro e dato al duca Valentino; c fu, che essendo il signor duca in
Venezia in quel tempo ch’io ho dello, venivano di continuo molti de’ suoi
sudditi a dargli secrelamente notizia come passavan le cose del sialo, e fra
gli altri vennevi ancor questo castellano ; il quale dopo Faversi escusato il meglio
che seppe, dando la colpa alla sua disgrazia, disse : Signor, non dubitale, ché
ancor mi basta l’animo di far di modo, che si potrà recuperar San Leo. — Allor
rispose il signor Duca : Non ti aflaticar più in questo ; che già il perderlo è
sialo un far di modo, che ’I si possa recuperare. — Son alcun’ altri delti,
quando un uomo, cono- sciuto per ingenioso, dice una cosa che par che proceda
da sciocchezza. Come l’altro giorno disse messer Camillo Pal- Icotto d’uno:
Questo pazzo, subito che ha comincialo ad ar- ricchire, si è morto. — È simile
a questo modo una certa dissimulazion salsa ed acuta, quando un uomo, come ho
detto, prudente, mostra non intender quello che intende. Come disse il marchese
Federico di Mantua, il quale, es- sendo stimolalo da un fastidioso, che si
lamentava che al- cuni suoi vicini con lacci gli pigliavano i colombi della sua
colorahara, e tuttavia in mano ne lenea uno impiccalo per un piè insieme col
laccio, che cosi morto trovalo l’aveva, gl. rispose che si provederia. Il fastidioso
non solamente una volta ma molle replicando questo suo danno, col mostrar
sempre il colombo cosi impiccato, dicea pur : E che vi par •
Digitized by Google f LIBRQ SECONDO. . cosa? - Il
marchese ia ,j, P®*" n*en*e quel colombo non *fe^da cTe«^=^ **e
ch?’f essendosi impiccalo da sè sles- ’ A disperalo. - Quasi di lai modo
fu *^”®' ^ rasa. «3’p Ennio; che essendo andato Sci- pione a ^ per
parlargli, e chiamandol giù dalla anie gli rispose che egli non era in
casa; e Scipione nd\»3Cianifeg(3jjjgjjjg^ che Ennio proprio avea
delio alla fan ® ® ®**’egli non era in casa: cosi si partì T^on mollo
ap^JR-esso venne Ennio a casa di Scipione, e pup medesimameim lo chiamava
stando da basso; a cui Scipione 5^Va. NOc» e esimo rispose, che non era in
casa. Allora Ennio, ome non conosco io, rispose, la voce Ina? — Disse
;;%‘"fante tua discorlese; l’ altro giorno io credetti Jere a me
stesso^ ^ ”®" ^"ss* casa, e ora tu noi vuoi cre-
I.JCXVI. medesima cosa ^«Cor belìo, quando uno vien morso in qaeijg
j Ajonso esso prima ha morso il compagno; come esscn gp Carino alla corte
di Spagna, ed avendo com- ®®®*® . ^"ori giovenili e non di molta
importanza, p^j, comandamenio ^ prigione, e quivi lasciato una
nolle. 11^ ^^gnente ne fu trailo, o cosi venendo a pg, lazzo la mallina y
giunse nella sala dove eran molti cavalieri e dame; e rii prigionia, disse la
signora BoadiUa: Signor a me mollo pesava di questa vostra
disavventura, miti quelli che vi conoscono pensava- no che '1 re dove^
impiccare. — Allora Alonso subito. Signora, disse, io ancor ebbi gran
paura di questo; par aveva mi dimandaste per manto. — Vedete come aucslo ^
aiCXsNo ingenioso; perchè in Spagna, come ancor rmoHÌ al.ri lochi, usanza 6 che
quando a. mena ano alle forche, se una me»-elrice publica l’addimanda P
doAvascalUa nàU. r^i questo modo rispose ancor Rafaello p.t- uo\\Aì.v,o“ i aua
i, per farlo dire, lore a to\ cattoal. aooi f he egli ave. tm.,
Vatsavano >n an Paolo, dicendo che quelle <lne ' dove erano aan Pie
Allora Rafaello subilo disse; Xrrirho" Tn.aq.vìg.lalei ;hé lo quesH
ho fallo a soai- Digitized by Googl IL VA i aa
credere che san Pielro e àan Paolo uo studio, perchè ««cor in cielo cosi rossi
, per ver- rixVll Sono ancor arguti quei molti che hanno in sé ^ ri»
nascosta sospixion di ridere; come lamentandosi un raVlo motto, e piangendo sua
mogUe, che da ^ sles^ s'era un fico impiccala, un altro se gli accostò, e,
tiratolo per ,a veste, disse; Fratello, potrei io per grazia grandissima aver
un rametto di quel fico, per inserire in qualche albero del- 1’ orto mio? — Son
alcuni altri motti pazienti, e detti lenta- mente con una certa gravità; come,
portando un contadino una cassa in spalla, urlò Catone con essa, poi disse:
Guar- jji ^ Rispose Catone; Hai tu altro in spalla che quella cas- Ridesi ancor
quando un uomo, avendo fallo un erro- re per rimediarlo dice una cosa a sommo
studio, che par sciocca, e pur tende a quel fine che esso disegna, e con quella
s’ajnla per non restar impedito. Come a questi di, in consi- ,t\ìo di Fiorenza
ritrovandosi doi nemici, come spesso inter- viene in queste republiche, l’ uno
d’essi, il quale era di casa Altoviti, dormiva; e quello che gli sedeva
vicino,, per ride- re, benché ’l suo avversario, che era di casa Alamanni, non
parlasse né avesse parlalo, toccandolo col cubilo lo risvegliò, c disse; Non
odi tu ciò che U tal dice? rispondi, chè i Signori domandan del parer tuo. —
Allor l’Alloviti, tutto sonnacchio- so e senza pensar altro, si levò in piedi e
disse; Signori, io dico tulio i* contrario di quello che ha detto TAIamanni. —
IVbpose l’ Alamanni: Oh, io non ho dello nulla. — Subito disse l'AUoviti; Di
quello che tu dirai. — Disse ancor di questo modo maestro Serafino, medico
vostro urbinate, ad un con- tadino, il qual, avendo avuta una gran percossa in
un occhio di sorte che in vero glielo avea cavato, deliberò pur d’aul dar per
rimedio a maestro Serafino; ed esso vedendolo, ben- ché conoscesse esser
impossibile il guarirlo, per cavargli de- nari delle mani, come quella percossa
gU avea cavato l’occhio della lesta, gli promise largamente di guarirlo; e cosi
ogni di gli addimandava denari, aflermando che fra cinque o Li dì comincmria a
riaverla vista. U poyer contadiuo ^ dava quel I
poco che «''®; pur, vedendo che la cosa andava in lungo, comi»®**
medico, e dir che non sentiva miglio- ramene® ^ discernea con quell’ occhio più
che se tvoTv V *Vulo in capo. In ultimo, vedendo maestro Se-
iiiscciuea con qaeii occnio più che se „„„ - - — ' ••* capo. In ultimo,
vedendo maestro Se- rafme cYvc pi,j potea trargli di mano, disse:
Fratello mio, bisogna av^ *” Pazienza: tu hai perduto 1’ occhio, nè più
v’aè rimedio alc*^ ® voglia che lo non perdi anco queir ni- tro. — Ude*:» ®
questo il contadino, si mise a piangere e do- lersi fotte, disse: Maestro, voi
m’avete assassinato e ru- balo i mio' ci ^oari: io mi lamenterò al signor
Duca; — e facea i maggiori s®'*'|di del mondo. Allora maestro SeraQno in col-
\e,va., «-"y ‘Popparsi, Ah villan traditor, disse, dunque tu ancor
vorresti aver dui occhi, come hanno i cittadini e gj, uomini da bene? vattene
in malora: — e queste parole ac- coatpagn^ con tanta furia, che quel povero
contadino spa. ventato si ^ ^ andò con Dio, credei,- <•»« f 'Xyl t torto.
LXXyi^€ È anco bello quando si dech.ara una cosa, « si iaierpreta ^.orte di
bpagna com- parendo nna Q^aiiina a pahwzo un cavaliero, il *1“®’®®;»
brut- tissimo» ® i* *^Oglie, che era bellissima, n aliti di damasco
bianco, disse la Reina ad Che vi par, di questi dui? — Signora, rispose Alon-
so, parrai che q ^ damo e questo Io jirichiro. aooor Rafael
do-Paza. Prior di ch’egli scriveva ad una sna signora, ,i
^‘Ipiaacrinodell causa mtpeMr, barrai, diss^ c _ ^ perché ognun,,
®®“® nrpslalo al Prior diece mila aapea Toloaa aveva „„„ ,„,ava
a.„d„ ducati; ed esso, esser 8*'®“ ^„uando si dà una ammoni- di
rendergli- A questo *' jjo pur dissimulalamenle. ;U vzx t»™» aolioo. il
,..l ara Come à\ss« „oUo sapere,® per mezzo pur di Co- assav ricco,
ma di non m ^ dimandando gimo aveva cosimo , che modo gli parca che
egli costui nel governarsi bene in questo suo odicio, avesse a
tenere p . . 4o • 1 - • vpsli di rosato, e parla poco.
— Di qae- riTrrlc fJ’qucUo che disse il conte Ludovico ad uno che volea
passar incognito per un certo loco pericoloso , e non sapea come
travestirsi; ed essendone rispose- Vestili da dottore, o di qualche altro
abito da savio — Disse ancor Giannotto de’ Pazzi ad un che volea far un sajo
d’arme dei più diversi colori che sapesse trovare: Piglia pa- role ed opre del
Cardinale di Pavia. — LXXIX. Ridesi ancor d’ alcune cose discrepanti;
come disse uno l’ altro giorno a messer Antonio Rizzo d’ un certo
Forlivese; Pensale s’ è pazzo, che ha nome Bartolomnico I?d un altro; Tu
cerchi un'maeslro Stalla, e non hai caval- li: ed, A costui non manca però
altro che la roba e ’l cer- vello. — E d’ alcun’ altre che pajon
consentanee; come, a questi di, essendo stalo suspicione che uno amico nostro
avesse fatto fare una rcnunzia falsa d’ un benefìcio, essendo poi malato un
altro prole, disse Antonio Torello a quel (ale: Che slai tua far, che non mandi
per quel tuo nolaro, e vedi di carpir quest’ altro beneficio? — Medesimamente
d’ alcune che non sono consentanee; come l’ altro giorno avendo il papa mandalo
per messer Jean Luca da Ponlreraolo e per messer Domenico dalla Porla, i quali,
come sapete, son tutti dui gobbi, e fattogli Auditori, dicendo voler indrizzarc
la Rota, disse messer Latin Juvenale: Nostro Signore s’ingan- na, volendo con
dui torti indrizznr la Rota. LXXX. Ridesi ancor spesso
quandol’uomoconcede quel/o che se gli dice, ed ancor più, ma mostra intenderlo allramen
(c. Come, essendo il capitan Peralla già condotto in campo por combattere con
Aldana, e domandando il capitan Mohrr rb^ era palnno d’ Aldana a Peralla il
sacramento, previ 0 meant, che lo guardassero da esser ferito; iS -?
nl“™cvolio^e^^tcuL'?nThe"aVéI^^^ pungerlo che fosse marrano, disse;
Non sto, che senza giurare credo che non abbiale VlT a in Cristo. _É ancor
bello usar le riaforc ! T proposili; conio il noslro maeslro Marc’ Am .
Bollon da Cesena, che Io slimolava con parotcT|{;tlon''Bolt »
t ( I I Digitized by Google
Ione, lu sai libro secondo. ancor
inals/rn®^ «ar ^*«ed,a e di varii alT «««Posto «n»-, :«;» «.-• A„ir
’ aT,!' “xr ° *«- i49 “■■*'• fe»«.ret-
i^er oomedia la. — Ed av- moUo \oT\
ptir a T''^^ bisognerannc» nia; ^ — risposa tua tragedia ■ spesso «■ H'
"' una nascosta »«&ni6ca,LJ‘’t parola, nella quale i sì
yogli.. Co«»« a quello cha par™"!* A’nxv cap\lan» ■» i] «oalo
'"ofelto qui, sentendo rag/onar«v PCtAuVo, eA a.11or pjjj. s’saoi di il
più delle volte h colui che ragionava*^ P®** avventura avea vinto; e
diceod* quella terra s’ era vés/-,^ entrata che egli avea fatta i ** mogi,
yf^ualport^y '‘o nn bellissimo sajo di velluto che ** Pretèf/o.* X>ee e«sk
®empre dopo le vittorie; disse il sigfjS' talor si rispont/ì^ Ouoyo. — JVon
meno induce il riso, qaaad *” /«irte, orrer si a quello che non ha detto colui
con cui „? non ha /atto, 0 mostra creder che abbia fat-to quello dato a
visitare ^ — ^ si «.'■wucia qUeJIO c |. ®vea
fare. Come Andrea Coscia, essendo an° e lo Vo pose a sedere.
*“anda, per obedire io sederò; — e cosi LXXXU. R f. zia accasa sè qnando
I’ uomo con buona g^j,. lasciava stare im w ?* il quale
discortesemente**^ Signorìa me lo «“« sedea, disse: Poiché Vost-,
fcriavirl»* ^1 a • • a jl . _ ■m si dicendo io al cap^
qualche errore; come V altro giorno, avea nn canelIancO®"®"
Monsignor mio P che dicea messa più presto di lui, mi ri- spose; None gjj
accostatomisi all’ orecchio, disse \n 'n'^ou dico un terzo delle secrete.
— ftag/n Crivello ancor, essendo stato morto un prete a Milano, do- mandò il
benefìcio Duca, il qual pure slava in opinion di darlo ad nn altro, -^iagin in
ultimo, vedendo che altra ragio- ne non %\\ ve\ea, 1E come? disse; s’io ho
fatto amazzar il prete, perchè non mi volete voi dar il beneficio? — Ha gra-
zia ancor spesso desiderare quelle cose che non possono es- sere; come r altro
giorno un dei nostri, vedendo questi si- gnori che tatù giocatvano d’arme, ed
esso slava colcafo sopra un letto, disse: Ob come mi piacerla, che ancor questo
fosse 43 ’ Digiti- jd iiy C'nogU _ — ' ju J gTU
.., esercizio da valenle uomo e buon soldalol — È ancor bel modo e
salso di parlare, e massiniameule in persone gravi e d’ aulorilà, rispondere al
contrario di quello che vorria colui con chi si parla, ma lentamente, e quasi
con una certa con- siderazione dubiosa e sospesa. Come già il re Alfonso pruno
tl’ Araaona, avendo donalo ad un suo servitore arme, cavalli c veslimenli,
perchè gli avea detto che la notte avanU s^ enava che Sua Altezza gli dava
tutte quelle cose; e non molto ,H,i dicendogli pur il medesimo servitore, che
<1!*^ ‘.otte avea sognato che gli dava una buona quantità di Gorin
d’oro, gli rispose: Non crediate da mo inanzi ai sogni, chè „oo sono veritevoli.-Di
questa sorte rispose ancor d papa al vescovo di Cervia, il qual, per tentar la
volontà sua, gli disse: Padre Santo, per tutta «orna e per lo si dice, che
Vostra Santità mi fa governatore. - Allor il pa. Lasciategli dire, rispose, che
son ribaldi; non dubitate, che non è vero niente.— m^iii LXXXllI.
Potrei forse ancor, signori, raccorre naolU altri lochi, donde si cavano motU
ridicoli; come le con timidità, con maraviglia, con minaccia, fuor d ord.n ,
con troppo coUera; oltra di questo, certi casi ^^a tervenuU inducono il
riso; lalor la taciturnità, con una wrla maraviglia; talor il medesimo ridere
senza proposito, ma a ormai aver detto a bastanza, perchè te facezie che
me pare oim drche avemo ragionato. Quelle poi che sono ncll’etret- t
avvenga che abbian inOnite parti, pur si riducono a po- chi capi: ma nell’ una
e nell’ altra sorte la principal cosa è Io ingannar la opinion, e rispondere
altramente che quello che aspetta l’auditore; ed è forza, se la facezia ha
d’aver grazia, sia condita di quello inganno, o dissimulare o beffare o
riprendere o comparare, o qual altro modo voglia usar l’uomo. E benché le
facezie inducano tutte a ridere, fanno però ancor in questo ridere diversi
effetti: perchè alcune hanno in sè una certa eleganza e piacevolezza modesta,
altre pun- gono talor copertamente, talor publico, altre hanno del lasci-
vetto, altre fanno ridere subito che s’ odono, altre quanto (tiù vi si (lensa,
altre col riso fanno ancor arrossire, altre indù- cono nn
poco disposizion tl spesso i libro secondo. ^
«n/ini «Jan ’■**>« in tutti i modi ^Jegii auditori,
perché I s’ha da considera «gii afll
fermili, ehe, q a e ,„„„ “ '".lo .T" "■•«'■.’ina,
Ia„,„ mcruuisco.— ® atiungue il Corf^n.- p,ù e dir
piacevolea= =me ri.pe,,„ J e di non esser,,, ^ «empo, alle persone, al
gr? fastidio, tutto il giorno, j‘„ ché in vero •tn star sen» su „ '
»'ag»onamenti , e senza pi !I?,Ìl.Hàndo anco»- di chiamato facei
Guardando anuw » w, non esupr », # ^ .acci S latito acerbo e
mordace, c] «\ faceva conosci^ ,.,;r ma/irrr. ’ ver con odSo
raa»iifes(o. „„5,. !_ ^“"Sendo senza causa, o imprudenza;
ovvero Parsone troppo potenti, che ,^Plx> miserò, che è
se'eJeraie, che ^ ^''^ ^‘sere, che è crudeltà; ovve dan cfuelli che esso
ver dicendo cose che ofTeti « 1 t w^yy%'^TJ€f A. Morris o/TV»n/J#>r'o
A ig^noroiizs perchè si irav/irja rorria offendere, che é
ignoranz yunser senza r/sp^ Cum che si credon esser obligafi a dir la
cosa conte ruolfy ogni volta che possono, vada pur poi punger
osa ^ 1? I ■ parola argutan^ ^ ‘ra questi tali son quelli, che perdine •V
il ch^^*®> guardan di macular ronord’uua una nobil
donna; _ , • IJJC1 castigo, perchè m J. ^ fT,
- ^ malissima cosa, e degna di gravissimo . caso le donne
sono nel numero dei miseri, e per *a ciò essere mordale , ché non
hanno Rvroe ^ *^Jersi. Ma, oltre a questi rispetti, biso, gna che co ut
esser piacevole e faceto, sia formato d’ una certa tia ti ‘ ^ sorti di
piacevolezze, ed a quelle accomodo . j gf,gn e ’l volto; il quale
qoanl’ è più grav'G e severo e saldo, tanto più fa le cose che
argute. "V -oi , messer Federico, che pensaste di ri- posarvi sotto
questo sfi*gHato albero e nei miei secchi ragio- namenti, credo che nes siate
pentito, e vi paja esser entrato *c\V osVetta <i’t "MonVe t\ore : però
ben sarà che, a guisa di ^ralico corrten, per fuggir un tristo albergo, vi
leviate un .. icmno che 1 ’ ordinario, e seguitiale il canimin poco
più per tempo vnelrO — -Anzi, tisi vuoiti- penso di starvi piu che
prima non aveva cono io venuto , i - i . Bouu ^ però r/poscrommi
pur ancor nn a (an(o die voi ^lehb^aj)^ 7 ragic^uamenio proposto, del
quale avete burle; e di ciò non è buono che questa compagnia sia
de- fraudata da voi. Ma si come circa le faceiie ci gvete inse- gnato molle
beile cose, e fattoci audaci nello usarle, per esem- pio di lami singolari
ingegni e grand’ uomini, e principi e re e papi, credo medesimamente che nelle
burle ci darete tanto ardimento, che pigliaremo segurlà di metterne in opera
qualch’nna ancor centra di voi. — Allora messer Bebnabdo ridendo. Voi non
sarete, disse, i primi; ma forse non vi verrà fatto, perchè ornai tante n’ ho
ricevute, che mi guar- do da ogni cosa; come i cani, che, scottati dall’ acqua
calda, hanno paura della fredda. Por, poiché di questo ancor vo- lete eh’ io
dica , penso potermene espedire con poche parole. E parlili che la burla
non sia altro, che un inganno amichevole di cose che non offendano, o almen po-
co; e si come nelle facezie il dir centra l’aspettazione, cosi nelle burle il
far conira l’aspettazione induce riso. E queste tanto più piacciono e sono
laudate, quanto piu banno dello ingenioso e modesto; perchè chi vuol burlar
senza ri- spetto spesso offende, e poi ne nascono disordini e gravi ini-
micizie. Ma i lochi donde cavar si posson le burle son quasi i medesimi delle
facezie. Perù, per non replicarli, dico sola- mente, che di due sorti burle si
trovano, ciascuna delle quali in più parli poi divider si poria. L’ una è,
quando s’ inganna ingeniosamenle con bel modo e piacevolezza chi si sia; l’al-
tra quando si tende quasi una reto, e mostra un poco d’esca, talché l’uomo
corre ad ingannarsi da sè stesso. 11 primo modo è tale, quale fu la burla che a
questi di due gran signore, ch’io non voglio nominare, ebbero per mezzo d’uno
Spa- gnuolo chiamato Castiglio. — Allora la signora Duchessa, E perchè, disse,
non le volete voi nominare? — Rispose mes- ser Bebnardo: Non vorrei che lo
avessero a male. — Replicò la signora Duchessa ridendo: Non si disconvien talor
usare lo burle ancor coi gran signori; ed io già ho udito molle es- serne state
fatte al Duca Federico, al Re Alfonso d Arago- na, alla Reina donna Isabella di
Spagna, ed a molti altri gran principi; ed essi non solamente non lo aver avuto
a male, ma aver premialo largamente i burlatori. — Rispose
Digitized by Google Né f-JBno secondo.
o. — vi pi*ace^'^ quesfa speranza 1© . AUor soggiunse la
1 not iTjesser Beiin.4.i narò io. CWKSS*^-
iviivji ^ -“-IO messer s' 5 ?nora j; „o, c\.c TveUa *e e,,i Pochi di
, ^oeco Tier se*r— w iz,,, '"'ondo capKù un cor,i ..i:_
gaixii»»'''' 1 — — ui un Boniiiii *^®P**" oonladin b( tanto
ben divisa * « Ui cortegiano, i, che, avvenga cimo usalo 50/3^^?**
^“'ialaincni sapesse far altro «estie^o da eh ® ^ guardar buoi, ,
saria stato «-«uufo ’ ' avesse sentilo rasi se^doTtVa qu^
cavaire^^r" . ' --Uo^e de, f-P'!a‘o u ragi cosi e
CaslìsVvo, \n%en\c*sissinj^ ^dmale Borgia, che si chiauiav più accorto
coricgia„o ^,1 r danzatore, ballalore, , estremo desiderio di m tutta
Spagna , vennero h c dopo Io onorevoli ^iccoer^^'’ ® mandarono per
esso; ciarono a parlargli ° ’^iìzc, Io fecero sedere, e comin- d’ ognuno;
e poc/n Sbandissimo riguardo in presenza che non sapessero ban di quelli
che si trovavano presenti, Però vedendos/ c/r^^ costui era un vaccaro
bergamasco. • e\lo c tanto l’ ^ ^“*^**® signore J’inlertenevano con
tanto r^*to più che ’l buc:>^*®''®'ano, furono Io risa
grandissime; . * .,07 sempre parlava del suo nativo buHa
aveano gentiluomini die faceano la bu 1 detto a queste signore, die
costui, tra l’ altre ^ /oa^ hurlatore, e parlava eccellentemente
(ulte le '”»“^'^.^^^^‘^^/njauienle lombardo contadino: di sorte che sempre e
-^o che fingesse; o spesso si voltavano r una con ^^^^rte maraviglie, e
diceano: Udito gran coulvafa <^^ucsla lingua! — In sonimti, tanto durò
questo ta^v^’a^vcvcxvVo , che ad ognuno dolcano gli fianchi per Io rìsa; e fu
forza eVv^i esso medesimo desse tanti conlrase- gni della sua nobililà, che pur
in ultimo queste signore, ma con S)b0.n fatica, credettero ch’el fo.sse quello
che egli era. D\ questa sorte burle ogni di reggiamo; ma tra V altre
quelle son piacevoli, che al principio spaventano, ^ oi riescono in cosa
sccura; perchè il medesimo burlato si ^'d di sè stesso, vedendosi aver avuto
paura di niente. Co- mc^essendo io una notte alloggiato in Paglia, inlcrvenne
che nella medesima oslexm ov’eio io, erano ancor tre altri
Digitized by Coogle Bi misero, come spesso si fa, a giocare:
cosi non v anuo molto che uno dei dui Pistoiesi, perdendo il resto, resto senza
un quattrino, di modo che cominciò a disperarsi, e maleilire e l.iastemare
fieramente; e cosi rinegando, se n’andò a dormire. Gli altri dui avendo
alquanto giocato, deliberarono fare una burla a questo che era ito al letto.
Onde, sentendo che esso già dormiva, spensero lutti i lumi, e velarono i foco;
poi si misero a parlar allo, e far i maggiori rumori del mondo, mostrando
venire a contenzion del gioco, dicendo uno: Tu hai tolto la carta di sotto; -1’
altro negandolo, con dire : E tu hai invitato sopra flusso; il gioco vadi a
monte; e colai cose, con tanto strepilo, che colui che dormiva si ri- svegliò ;
e sentendo che costoro giocavano e parlavano cosi come se vedessero le carte,
un poco aperse gli occhi, e non vedendo lume alcuno in camera, disse: E che
diavol farete voi tutta notte di gridare? - Poi subito si rimise giù, come r*r
dormire. I dui compagni non gli diedero altrimenti risposta ma seguitarono
l’ordine suo; di modo che svegliato, cominciò a maravigliarsi; e vedendo non
era nè foco nè splendor alcuno, e che pur coslor g cavano e contendevano,
disse: E come potete voi veder 1 carte senza lume? - Rispose uno delli dnlo la
vista insieme con li denari: non vedi tu, se qui ab biam due candele? — Levossi
quello che era in letto su le bragia, o quasi adirato, disse: O eh’ io sono
ebriaco o cie- Z o yoi dite le bugie. - Li dui levaronsi, ed andarono al letto
tentoni, ridendo, e mostrando di credere che colui si facesse beffe di loro; ed
esso pur replicava: Io dico che non vi veggo. — In ultimo li dui cominciarono a
mostrar di ma- ravigliarsi forte, e l’uno disse all’ altro: Oimè, parmi eh el
dica da dovero: dà qua quella candela, e veggiamo se forse gli si fosse
intorbidata la vista. — Allor quel meschino tenne per fermo d’ esser diventalo
cieco, e piangendo dirottamente disse: O fratelli miei, io son cieco; — e
subito cominciò a chiamar la Nostra Donna di Loreto, e pregarla che gli per-
donasse le biaslemme e le maledizioni che gli aveva date per aver perduto i
denari. 1 dui compagni pur lo conforta- vano, e dicevanc ^ ^
po8«sihii» u egli è una fantas^^^ Che r hai pos a ‘ìnVa“ *'* ■
..libava 1 ’ altro, fi m capo. — OimA _ ^-. ^ ^
Roti ,. licava i; .uro . qaeaia „„„ é ia"*^'. ~ a Vf^co
: “ «vuU oThi Tn ^®egli e diceanol*!^^ ' diss«r„. ..V
misericordia a Dio. aUrimenVi cVve se hai pur la vista r altro : Guarda
ct> belli I e chi poria c tuttavia piangea pa In ultimo costoro fe. —
- uisse^^. a uio. Donna di Loreto de »«lan,e„,^ sca|.T.a ““a'"'® c
il miglior rimedio e *ie g; ed ignudo .che questo é der di qualche
medico, ^ ^ altre terre vicine, per ve- oossibile. — Allora qoe, »
mancciremo di cosa alcuna letta, a con infìDÌi& ^acri^j subito s'
inginocchiò nel aver'biastemata, fece ® amarissima penitenza dello gira
Signora di' ZeO/Te/^ ® solcane d’andare ignudo a No- 10 e Boa maagiar
offerirle un pajo d’ occhi d'argen- giunar pane *1 mercore, né ova il
venere, e di- g'annra se gli conce^;^* ®gm sabbato ad onore di
Nostra compagni, entrali in recuperar la vista. I dui ^ „„„ ip
altra camera, accesero un lume, e se ne venne ^ aualv», ®^8i®r risa del
mondo davanti a que- sto povere o , » benché fosse libero di cosi grande
affanno, come -Pensare, pur era tanto attonito della passata ^ ^ ^
solamcole non potea ridere, ma né pur parlare; e n non faceano altro che
stimo- larlo, dicendo, che era ^oijUggjo a pagar tutti questi voti, per-
chè avea ottenuta la gl^ azia domandata. ^ — ^tra sorte di burle, quando
l’uomo inganna sé stesso, darò io altro esempio, se non quello che a me
intervenne, non è gran tempo : perché a questo carnevai passalo. Monsignor mio
di San Pietro ad Vincala, 11 qual sa come lo mi piglio piacer, quando son
maschera, a‘ K lar Frali avendo prima ben ordinato ciò che fare in- tèndeva
vennè insieme un di con Monsignor d’Aragona ed ^1 i altri cardinali a certe
Gneslre in Banchi, mostrando voler star quivi a veder
passar le maschere, come é usanza d' Boina lo essendo maschera,
passai, e vedendo un Frale . sospeso, giudicai
aver :osV da un canto g^^Uo^i corsi come un famelico
trovala la ima veni , jomandatoRli chi egli era, ert falcone
“''^^^-"“^’J^^^rcloscerlo, e con molte parole esso risposlom, mostra
barigello 1’ andava cer- ''alcune male informazioni che <1* erano
avu- e cLforlarlo che venisse meco ins.no a a cancellarla, ché io quivi
lo salvarei. 11 Frale, pauroso e lutto tremante, parca che non sapesse che si
fare, e dicea dubitar, se si dilungava (l i San Celso, d’ esser preso, lo pur
facendogli buon animo, gii dissi tanto, che mi montò in groppa; ed allor a me
parvo d’ aver appien compilo il mio disegno : cosi subito cominciai a rimettere
il cavallo per Banchi, il quat andava saltellando, e traendo calci. Iinaginale
or voi, che bella vista facea un Frate in groppa d’ una maschera, col volare
del mantello e scuotere il capo inanzi c ’ndrieto, che sempre parca che an-
dasse per cadere. Con questo bel spettacolo cominciarono que’ signori a tirarci
ova dalle finestre, poi tulli i banchieri, e quante persone v’ erano; di modo
che non con maggior- impeto cadde dal ciclo mai la grandine, come da quelle
fine- stre cadcano l’ova, le quali per la maggior parie sopra di me venivano;
ed io per esser maschera non mi curava, e pareami che quelle risa fossero tulle
per lo Frale e non per me; c per questo più volle tornai .nunzi e’iidieiro per
Ban- chi, sempre con quella furia alle spalle: benché il Frale quasi piangendo
mi pregava eh’ io lo lasciassi scendere, e non facessi questa vergogna all’
alalo ; poi di nascoslo il . i- baldo si facea dar ova ad alcuni slafiìeri
posii quivi per que- sto efletlo, e mostrando tenermi sirello per non cadere me
le schiacciava nel petto, spesso in sul capo, c lalor in su la fronte medesima
; lanlo ch’io era tulio consumalo. In ultimo quando ognuno era slanco e di
ridere c di tirar ova, mi saltò d. groppa, e calatosi indietro lo scapolaro,
mostrò una gran zazzara, e disse: Alesser Bernardo, io son un famiglio di
stalla di San Pietro ad \ incula, c son quello che Kovcrna il vostro muletto. -
Allor io non so qual maggiore avessi ó dolore o.rao vergogna; pur, per men
male, mi posi a fu-irc- verso casa, c la matlina scgucnle non osava
comparerérma le risa di questa, quasi insino ades rìnovaVo iV
rider* modo di burlare cavano facezie, c alia fare una cos ^
^ solamente il hi /> durate. — * seguente, m Cosi . ^
Pian.” f “ = * «cor Che credere che 1* nomo ,
uomo vo tendo io in sul «te di «s dando insieme ccm wi
dopo cena, e an- crammo l’un 1’ ^ ^ -“in- volessimo-, e quest -*=•
perche adir il se lottare quel ponve non fes-se Persona, « dui
Franzesi, i quali vedenrf ®'ando cosi, sopragiunsero tJarono che cosa era, e ^
" 9«estp nostro' debatlo, diman- oi volerci spartire, con
Ajulatem/, dissi, sj^^ HfJestione da dovero. Allor io tosto, certi tempi di
iarra h chè questo povero gentiluomo a che adesso si vorria ^ mancamento di
cervello ; ed ecco quei dui corsero, e ■^^***' 8'*tar dal ponte nel fiume. —
Allora liMimo- ed esso, seir^ ^o presero Cesare, e tenevanlo stret- ner ch’io
era pazzo, meltea piu forza per sv joro dalle mani , e costoro
tanto più Io s * sorte, che la brigata cominciò a ve- dere ^ ognun corse;
e quanto più il buon fl":Z loZa, chè già cominciava en- trare in co
^ più gente sopragiungea ; e per la forza grande c metteva, estimavano
fermamente che volesse saltar nel ^ qyggj^ jq stringevan più: di
XùQdc che una gran b — a-igala d’ uomini lo portarono di peso )W\j
vivkvj — «-» — •• • - r — r all’ ?>t^’i’®^/gliato e senza berretta,
pallido dalla ■m •■_ rvCt V» A ^ _ ^1 : m O ■ ^ 1, ... all
<=* • collera e dalla vergogvia , chè non gli valse mai cosa che
dicesse, tra perchè quei Franzesi non lo intendevano, tra ecchè io ancor
condocsendogli all’ osteria sempre andava dolendomi deWa dvsaNN Cintura del
poverello, che fosse cosi impaz2Ul^ come avcmo detto, delle burle si
poria ma basti il replicare, che i lochi ondosi parlar delle facezie. Deg
li esempii poi ^TrZo^ZnJlJ, ché «gni di ne veggiamo; e tra
e« u T . altri , molti
piacevoli ne sono nelle Novelle dei Bocc» come quelle che facevano Bruno e
BufTalmacco al «n landnno ed a Maestro Simone, e molle altre di doni veramente
sono ingeniose e belle. Molti uomini ni/’ di questa sorte ricordomi ancor aver
conosciuti a H e ira Padoa uno scolar siciliano, chiamalo il qual vedendo
una volta un contadino che aveva di grossi capponi, fingendo volergli comperare
fece eon esso e disse che andasse a casa seco, chè, olire al 20, gli darebbe da
far colazione : e cosi Io condusse in dove era un campanile, il quale è diviso
dalla chiesi r"" ohe andar V. s. può d’ intorno; e proprio ad una
delle ^ ,ro facce del campanile rispondeva una slradella ^ Quivi Ponzio avendo
prima pensalo ciò che for intenT"'*' disse al conlad.no : Io ho giocalo
questi capponi con compagno 11 qual d.ce che questa torre circonda ben aT vanta
piedi, ed io dico di no; e appunto allora quand-Tr trovai aveva comperato
questo spago per misurarla- ni a prima che andiamo a casa, voglio chiarirmi chi
di noi ’ vinto:- e cosi dicendo, trassesi della manica quel spai/ e diello da
un capo in mano al contadine, e disse- Dà ou ^ ’ e tolse i capponi, e prese il
spago dall’altro capo- e^/’~ misurar volesse, cominciò a circondar la torre
aven’rin’„ fatto affermar il contadino e tener il spago dalla era opposta a
quella faccia che rispondeva nella sil^radeM»” alla quale come esso fu giunto,
cosi ficcò un chiodo nm’ muro, a CUI annodò il spago; e lasciatolo in lai
clielo cheto se n’ andò per quella siradetta coi ra » contadino per buon
spazio stette fermo asnetla ? colui finisse di misurare; in ullirno, poi rho
m" ° aedo. Che fate vai '«lo? _ ’»"« ebbe (|Uclio che tenea lo
spago non era Ponzio ma ' fitto nel muro, il qual solo gli restò per paBam//*!!
poni. Di questa sorte fece Ponzio infinite burle" M ir sono ancora stati
uomini piacevoli di tal mani Gonella, il Meliolo in quei tempi, ed ora il
nosTro f viano, e frate Serafino qui, e molti che tutti m in vero, questo modo
è lodevole in uomini che "“a 'acciailo altra professione; ma le
burle del Corlegiano par che si debbano allontanar un poco più dalla
scurrilità. Deesi ancora guardar che le burle non passino alla barraria; come
ve- demo molli mali uomini che vanno per lo mondo con di- verse astuzie per
guadagnar denari, fingendo or una cosa ed or un’ altra : e che non siano anco
troppo acerbe ; e sopra tutto aver rispetto e reverenza, cosi in questo come in
tutte r altre cose, alle donne, e massimamente dove in- tervenga oflesa della
onestà. — XC. Allora il signor Gasparo, Per certo, disse, messer
Bernardo, voi sete pur troppo parziale a queste donne. E perchè volete voi che
più ris|>eUo abbiano gli uomini alle donne, che le donne agli uomini? Non
dee a noi forse esser tanto caro 1’ onor nostro, quanto ad esse il loro? A voi
pare adunque che le donne debban pungere e con parole e con beffe gli uomini in
ogni cosa senza riservo alcuno, e gli uo- mini se ne stiano muti, e le
ringrazino da vantaggio? — Ri- spose allor messer Bernardo: Non dico io cho le
donne non debbano aver nelle facezie e nelle burle quei rispetti agli nomini
che avemo già delti: dico ben che esse possono con più licenza morder gli
uomini di poca onestà, che non pos- sono gli uomini mordere esse ; e questo
perchè noi stessi avemo fatta una legge, che in noi non sia vizio nè manca-
mento nè infamia alcuna la vita dissoluta, e nelle donne sia tanto estremo
obbrobrio e vergogna, che quella di chi una volta si parla male, o falsa o vera
che sia la calunnia che se le dà, sia per sempre vituperala. Però essendo il
parlar deir onestà delle donne tanto pericolosa cosa d’ offenderlo gravemente,
dico che doverne morderle in altro, e astenerci da questo ; perchè pungendo la
facezia o la burla troppo acerbamente, esce del termine che già avemo detto
conve- nirsi a gentiluomo. — XCI. Quivi, facendo un poco di pausa messer
Bernardo, disse il signor Ottavian Fhegoso ridendo: Il signor Gaspar potrebbe
rispondervi, che questa legge che voi allegate che noi stessi avemo fatta non è
forse cosi fuor di ragione come a voi pare; perchè essendo le donne animali
imiJerleltissi- mi, e di poca o ninna dignità a rispetto degli uomini,
biso- . gnava, poi che da sè non erano capaci di far
alto alcuno virtuoso, che con la vergogna e timor d’ infamia si ponesse loro un
freno, che quasi per forza in esse introducesse qual- che buona qualità ; e
parve che più necessaria loro fosse la continenza che alcuna altra, per aver
certezza dei figlioli: onde è stato forza con tutti gl’ ingegni ed arti e vie
possi- bili far le donne continenti, e quasi conceder loro che in tutte r altre
cose siano di poco valore, e che sempre fac- ciano il contrario di ciò che
devriano. Però essendo lor li- cito far tutti gli altri errori senza biasimo,
se noi le vor- remo mordere di quei difetti i quali, come avemo detto, tutti ad
esse sono conceduti, e però a loro non sono disconve- nienti nè esse se ne
curano, non moveremo mai il riso; perchè già voi avete detto che ’l riso si
move con alcune cose che son disconvenienti. — XCII. Allorla signora
Dcciiessa, In questo modo, disse, signor Ottaviano, parlate delle donne; e poi
vi dolete che esse non v’amino? — Di questo non mi doglio io, rispose il signor
Ottaviano, anzi le ringrazio, poiché con lo amar- mi non m’ obligano ad amar
loro; nè parlo di mia opinio- ne, ma dico che ’l signor Gasparo potrebbe
allegar queste ragioni. — Disse messer Bernardo: Gran guadagno in vero fariano
le donne se potessero riconciliarsi con dui suoi tanto gran nemici, quanto
siete voi e ’l signor Gasparo. — Io non son lor nemico, rispose il signor
Gasparo, ma voi siete ben nemico degli uomini ; chè se pur volete che le donne
non siano mordute circa questa onestà, dovreste mettere una legge ad esse
ancor, che non mordessero gli uomini in quello che a noi cosi è vergogna, come
alle donne la incon- tinenza. E perchè non fu cosi conveniente ad Alonso
Carillo la risposta che diede alla signora Boadilla della speranza che avea di
camparla vita, perchè essa lo pigliasse per ma- rito; come a lei la proposta,
che ognun che lo conoscea pen- sava che '1 Re lo avesse da far impiccare I E
perchè non fu cosi licito a Riciardo Minatoli gabbar la moglie di Fifip- pello
e farla venir a quel bagno, come a Beatrice far uscire del letto Egano suo
marito, e fargli dare delle bastonale da Anichino, poi che un gran pezzo con
lui giaciuta si fu? E Digilized by Google LIBRO
SECONDO. ÌG1 queir altra che si legò lo spago al dito
del piede, e fece cre- der al marito proprio non esser dessa ? Poiché voi dite
che quelle burle di donne nel Jovan Boccaccio son cosi inge- niosc e belle.
— xeni. Allora messer Bkrnardo ridendo, Signori, disse, essendo stalo la
parte mia solamente disputar delle facezie, io non intendo passar quel termine;
e già penso aver detto, perchè a me non paja conveniente morder le donne né in
delti nè in falli circa l’onestà, e ancor ad esse aver posto regola, che non
pungan gli uomini dove lor duole. Dico ben che delle burle e motti che voi,
signor Gasparo, alle- gate, quello che disse Alonso alla signora Boadilla,
avvenga che tocchi un poco la onestà, non mi dispiace, perchè è ti- ralo assai
da lontano, ed è tanto occulto che si può inten- dere semplicemente, di modo
che esso polea dissimularlo, ed alTermare non l’aver dello a quel fine. Un
altro ne disse al parer mio disconveniente molto; e questo fu, che passando la
Bcina davanti la casa pur della signora Boadilla, vide Alonso la porla tutta
dipinta con carboni, di quegli animali disonesti che si dipingono per Posterie
in tante forme; ed accostatosi alla Contessa di Castagneto, disse: Eccovi,
Signo- ra, le teste delle fiere che ogni giorno ammazza la signora Boadilla
alla caccia. — Vedete che questo , avvenga che sia ìngeniosa metafora, e ben
tolta dai cacciatori, che hanno per gloria aver attaccale alle lor porle molte
teste di Qere, pur è scurrile c vergognoso : olirà che non fu risposta; cliò il
rispondere ha molto più del cortese, perchè par che ruomo sia provocalo; e
forza è che sia all’ improviso. Ma, tornando a proposito delle burle delle
donne, non dico io che faccian bene ad ingannar i mariti, ma dico che alcuni di
quegl* in- ganni che recita Jovan Boccaccio delle donne son belli ed ingeniosi
assai, e massimamente quelli che voi proprio avete delti. Ma, secondo me, la
burla di Riciardo Minutoli passa il termine, ed ò più acerba assai che quella
di Bea- trice, chè mollo più tolse Riciardo Minatoli alla moglie di
l’ilippello, che non tolse Beatrice ad Egano suo nriarito; perchè Riciardo con
quello inganno sforzò colei , o feccia far di se stessa quello che ella non
voleva; e Beatrice ingannò suo marito per far essa di sé slessa quello che
le piaceva. XCIV. AUor il signor Gaspabo, Per ninna altra causa, disse,
si può escusar Beatrice, eccetto che per amore ; il che si deve cosi ammettere
negli uomini, come nelle donne. —Allora messer Bebnardo, In vero, rispose,
grande escusazione d’ogni fallo porlan seco le passioni d’ amore ; nientedimeno
io per me giudico che un gentiluomo di valore il qual ami, debba, cosi in
questo come in tutte 1’ altre cose, esser sincero e ve- ridico ; e se è vero
che sia viltà e mancamento tanto abomi- nevole r esser traditore ancora contra
un nemico , conside- rate quanto più si deve estimar grave tal errore contra
per- sona che s’ami: ed io credo che ogni gentil innamorato toleri tante
fatiche, tante vigilie, si sottoponga'a tanti pericoli, sparga tante lacrime,
usi tanti modi e vie di compiacere l'amala donna, non per acquistarne
principalmente il corpo, ma per vincer la ròcca di quell’ animo, spezzare quei
duris- simi diamanti, scaldar que’ freddi ghiacci, che spesso ne’ de- licati
petti stanno di queste donne; e questo credo sia il vero e sodo piacere, e ’l
fine dove tende la intenzione d’ un nobii coro: e certo io per me amerei
meglio, essendo innamoralo, conoscer chiaramente che quella a cui io servissi
mi reda- masse di core e m’ avesse donalo l’ animo, senza averne mai altra
salisfazìono, che goderla ed averne ogni copia contra sua voglia; ché in tal
caso a me pareria esser patrone d’un corpo morto. Però quelli che conseguono i
suoi desiderii per mezzo di queste burle, che forse piuttosto tradimenti che
burle chiamar si portano, fanno ingiuria ad altri; né con lutto ciò han quella
salisfazione che in amor desiderar si deve possedendo il corpo senza la
volontà. Il medesimo dico d’al- cun’ altri, che in amore osano incantesmi,
malie, e talor forza, talor sonniferi, e simili cose; e sappiale, che li doni
ancora molto diminuiscono i piaceri d’amore , perché r uomo può star in dubio
di non essere amato , ma che quella donna faccia dimostrazion d’ amarlo per trarne
uti- lità. Però vedete gli amori di gran donne essere estimati perchò par che
non possano proceder d' altra causa che da proprio e vero amore, né si dee
credere che una gran si- Digitized by Googlt LIBRO
secondo. *«*> minore, «e un 163 non l’
ama gnora mai dimostri amare veramente. — XCV. Allor il
signor Gasp ar, Io non ne^^o la intentione, le fatiche e i pericoli de^l'
*^spose, che debbano aver principalmente il fin suo
•ndrizzatr'°i7*' ■ dell’animo più che del corpo della donna ^ *
'"'Ito- • • -u_ : ma dico ria che questi
inganni, che voi negli uomini chiama(e"^r"*j° menti e nelle donne
burle, son ottimi mezzi per già *^^*^*" questo fine, perchè sempre chi
possedè il corpo dell^T*^^ * è ancora signor dell’animo; e, se ben vi ricorda
la di Filippello, dopo tanto rammarico per Io inganno da Riciardo, conoscendo
quanto più saporiti fossero ' h • deir amante che quei del marito, voltata la
sua durez dolce amore verso Riciardo, lencrissimamente da quel *** inanzi I’
amò. Eccovi che quello che non aveva potuto^f”*^”^ sollicito frequcnlare, i
doni, e tant’ altri segni cosi I mente dimostrati, in poco d’ora fece lo star
con lei Qr dete che pur questa burla, o tradimento, come vogliate fu buona via
per acquistar la ròcca di quell* animo. ^ ai messer Bkrnardo, Voi, disse, fate
un presupposto mo; chè se le donne dessero sempre 1’ animo a chi lor
,*.*®*'" il corpo, non se ne trovaria alcuna che non amasse n rito più che
altra persona del mondo; il che si vede ìq trario. Ma Jovan Boccaccio era, come
sete ancor v gran torto nemico delle donne. — ^ XCVI. Rispose il signor
Gaspar: Io non son già raico; ma ben pochi uomini di valersi trovano, che gon
mente tengan conto alcuno di donne, se ben lalor per ' che suo disegno mostrano
il conlrario. — Rispose messer Bernardo: Voi non solamente fate ingiuria allea
ne, ma ancor a lutti gli uomini che 1’ hanno in reveren ”* nienledimeno io,
come ho dello, non voglio per ora usd' del mio primo proposito delle burle, ed
entrar in iaiprej’^ cosi difficile, come sarebbe il difender le donne conira
voi* che sete grandissimo guerriero: però darò fine a questo mio ragionamento,
il qual forse è stalo mollo piu lungo che non bisognava, ma certo men piacevole
che voi non aspettavate E poi eh io veggio le donne si arsi cosi chete, e
sopportar lo ingiurie da voi cosi pazicnlemenlc come fanno, estimaró da mo
inanzi esser vera una parte di quello che ha detto il si- gnor Ottaviano, cioè
che esse non si curano che di lor sia detto male in ogni altra cosa , pur che
non siano mordute di poca onestà. — Allora una gran parte di quelle donne, ben
per averle la signora Duchessa fatto cosi cenno, si levarono in piedi, e
ridendo tutte corsero verso il signor Gasparo, come per dargli delle busse, e
farne come le Baccanti d’Or- feo, tuttavia dicendo: Ora vedrete, se ci curiamo
che dì noi si dica male. — XCVII. Cosi, tra per le rìsa, tra per lo
levarsi ognun in piedi, parve che ’l sonno, il quale ornai occupava gli occhi c
l’animo d’ alcuni, si partisse; ma il signor Gaspabo co- minciò a dire: Eccovi,
che per non aver ragione voglion valersi della forza, ed a questo modo finire
il ragionamento, dan- doci, come si suol dire, una licenza bracciesca. — Allor,
Non vi verrà fatto, rispose la signora Euilia; che, poiché avete veduto messer
Bernardo stanco del lungo ragionare, avete cominciato a dir tanto mal delle
donne, con opinione di non aver chi vi contradica; ma noi metteremo in campo un
ca- valier più fresco, che combatterà con voi, acciò che l’error vostro non sia
cosi lungamente impunito. — Cosi, rivoltan- dosi al Magnifico Juliano, il qual
fin allora poco parlato avea, disse: Voi sete estimato protcllor dell’onor
delle donne; però adesso è tempo che dimostriate non aver acquistalo questo
nome falsamente: o so per lo adielro di tal professione avete mai avuto remunerazione
alcuna, ora pensar dovete, repri- mendo cosi acerbo nemico nostro, d’obligarvi
molto più tutte le donne, e tanto, che, avvenga che mai non si faccia altro che
pagarvi, pur l’obligo debba sempre restar vivo, nò mai si possa finir di
pagare. — XCVIII. Allora il Magnifico Joluno, Signora mia, ri- spose,
parmi che voi facciate molto onore al vostro nemico, e pochissimo al vostro
difensore; perchè certo insin a qui ninna cosa ha detta il signor Gasparo
contro le donne, che messer Bernardo non gli abbia ottimamente risposto; e
credo che ognun di noi conosca, che al Cortegiano si convien aver grandissima
reverenza alle donne, e che chi è discreto e cor- Digitized by
Google libro secondo. i6o lese non deve mai scherzando
„è da dovere: per6 il Palese veri.à è noasi un metter dubio nell ,,«« i
ben che ’l Zr^or Ottaviano sia un poco uscito de termini . dicendo che
le'donne sono animali itnpcrfeUissim, , e non capaci di far atto alcuno
virtuoso, e di poca luna dignità a rispetto de- siti uomini: e perchè spesso si
a fedo a coloro che hanno molta autorità, se ben non dicono cosi
compitamente il vero, od ancor quando parlano da befle, hassi il signor
Gaspar lasciato indur dalle parole del signor Ottaviano a dire che Rii uomini
savii d’esse non tengon conto alcuno; il che è fal- sissimo; anzi, pochi uomini
di valore ho io mai conosciuti, che non amino ed osservino le donne: la virtù
delle quali, è conseguentemente la dignità, estimo io che non sia punto
infcrior a quella degli uomini. Nientedimeno, se si avesse da venire a questa
contenzione, la causa delle donno averehbe brandissimo disfavore; perchè questi
signori hanno formato un Cortegiano tanto eccellente, e con tante divine
condizio- ni, che chi averà il pensiero a considerarlo tale, injaginerà i meriti
delle donne non poter aggiungere a quel termine Ma, se la cosa avesse da esser
pari, bisognarebbe prima che un tanto ingenioso e tanto eloquente quanto sono
il confo Ludovico e raesser Federico, formasse una Donna di Palazzo con tutte
le perfezioni appartenenti a donna, cosi come essi - hanno formato il
Cortegiano con le perfezioni appartenenti ad uomo; ed allor se quel che
difendesse la lor causa fosse d’ingegno c d’eloquenza mediocre, penso che, per
esser ajulalo dalla verità, dimoslreria chiaramente, che le donne son così
virtuose come gli uomini.— Rispose la signora £,, 1 - ma:
Anzi molto più; e che cosi sia femina, e ’l vizio maschio.
— XCIX. Rise allor il signor Gaspaho, c voltatosi a messcr Nicolò Frigio,
Che ne credete voi. Frigio? — disse. Rispose il Frigio: Io ho compassione al
signor Magnifìco, il quale, ingannalo dalle promesse e lusinghe della signora
Emilia, è incorso in errore di dir quello di che io in suo servizio mi
vergogno. — Rispose la signora Emilia, pur ridendo; Rcn vi vergognarete voi di
voi stesso quando vedrete il signor Ga- Digiii.’ìd by Google
166 IL CORTEGIANO. Sparo, convinto, confessar il
suo e ’l vostro errore, e doman- dar quel perdono, che noi non gli vorremo concedere.
— Allora la signora Duchessa: Per esser l’ ora mollo larda, vo- glio, disse,
che differiamo il lullo a domani; lanlo più per- chè mi i>ar ben fallo
pigliar il consiglio del signor Magnifico: cioè che, prima che si venga a
qoesla dispula, cosi si formi una Donna di Palazzo con lulle le perfezioni,
come hanno formalo quesli signori il perielio Corlegiano. — Signora, disse
allor la signora Emiua, Dio voglia che noi non ci abbal- liamo a dar quesla
impresa a qualche congiuralo col signor Gasparo, che ci formi una Corlegiana
che non sappia far al- tro che la cucina e filare. — Disse il Fhigio: Ben è
queslo il suo proprio officio. — Allor la signora Duchessa, lo voglio, disse,
confidarmi del signor Magnifico, il qual, per esser di (juello ingegno e
giudicio che son cerla, imaginerà quella perfezion maggiore che desiderar si
può in donna, ed cspri- meralla ancor ben con le parole, e cosi averemo che
opporre alle false calunnie del signor Gasparo. — C. Signora mia, rispose
il Magnifico, io non so come buon consiglio sia il voslro, impormi impresa di
lanla im- porlanza, ch’io in vero non mi vi senio suflicienle; nè sono io come
il Conte e messer Federico, i quali con la eloquenza sua hanno formato un
Corlegiano che mai non fu nè forse può essere. Pur se a voi piace eh’ io abbia
questo carico, sia almen con quei palli che hanno avuti quest altri signori;
cioè che ognun possa dove gli parerà conlradirmi , eh’ io questo estiinarò non
conlradizione, ma ajulo; c forse col cor- reggere gli errori miei, scoprirassi
quella perfezion della Donna di Palazzo, che si cerca. — Io spero, rispose la
si- gnora Duchessa, che ’l voslro ragionamento sarà tale, che poco vi si potrà
contradire. Sicché, mellele pur 1’ animo a questo sol pensiero, e formateci una
tal donna, che questi nostri avversarli si vergognino a dir eh’ ella non sia
pari di virtù al Corlegiano: del quale ben sarà che messer Federico non ragioni
più, chè pur troppo l’ha adornalo, avendogli massimamente da esser dato
paragone d’ una donna. — A me. Signora, disse allor messer Fedeeico, ormai poco
o niente avanza che dir sopra il Corlegiano; e quello che pen-
Digitized b, ^';^oglc libro secondo. • 167 :r e
vr- re:. presa riverenlemenle licenza dalla signora Duchessa, ciascun si
fu alla stanza sna. IL TERZO LIBRO DEL CORTEGIANO, DEL COATE
DiLDESiR CASTIGLIOXB A MESSEII ALFOxNSO ARIOSTO. Leggasi che
Pilagora soltilissimamenle e con bel modo trovò la misura del corpo d’ Ercole;
e questo, che sa- pendosi, quel spazio nel quale ogni cinque anni si celebra-
van i gio.chi Olimpici in Acaja presso Elide inanzi al tempio di Giove Olimpico
esser stato misurato da Ercole, e fatto un stadio di seicento e venticinque
piedi, de’ suoi proprii; e gli altri stadii, che per tutta Grecia dai posteri
poi furono instituiti, esser medesimamente di seicento e venticinque piedi, ma
con tutto ciò alquanto più corti di quello: Pilagora facilmente conobbe a
quella proporzion quanto il piè d’ Er- cole fosse stato maggior degli altri
piedi umani; c cosi, intesa la misura del piede, a quella comprese, tutto ’l
corpo d’ Er- cole tanto esser stato di grandezza superiore agli altri uomini
proporzionalmente, quanto quel stadio agli altri stadii. Voi adunque, messer
Alfonso mio, per la medesima ragione, da questa piccol parte di tutto ’l corpo
potete chiaramente co- noscer quanto la corte d’ Urbino fosse a tutte 1’ altre
della Italia superiore, considerando quanto i giochi, lì quali son ri- trovati
per recrear gli animi affaticati dalle faccende più ar- due, fossero a quelli
che s’usano nell’ altre corti della Italia superiori. E se queste eran tali,
imaginate quali eran poi r altre operazion virtuose, ov’eran gli animi intenti
e total- mente dediti; e di questo io conndenlemente ardisco di par- lare con
speranza d’esser creduto, non laudando cose tanto Digilized by Go('
jle icy approvar libro terzo. antiche che
mi sia licito e possendo appro, quant’io ragiono col enzia"!^*” ,
*'®"**"* degni di fede, che vivono ancora, e presenzialmente
hanno veduto e conosciuto la vita e i costumi clie m quella casa
fiorirono un tempo; ed io mi tengo obligato, per quanto posso, di sfor- zarmi
con ogni studio vendicar da la mortai oblivione questa chiara memoria, e
scrivendo tarla vivere negli animi dei posteri. Onde forse per T avvenire non
mancherà chi per questo ancor porli invidia al secol nostro; chè non è alcun
che legga le maravigliose cose degli antichi , che nell’ animo suo non formi
una certa maggior opinion di coloro di chi si scrive, che non pare che possano
esprimer quei libri, av- venga che divinamente siano scritti. Cosi noi
desideramo che tulli quelli, nelle cui mani verrà questa nostra fatica, se pur
mai sarà di tanto favor degna che da nobili cavalieri e valorose donne meriti
esser veduta, presumano e per fermo tengano, la Corte d’ Urbino esser stala
molto più eccellente ed ornata d’uomini singolari, che noi non potemo scrivendo
esprimere; e se in noi fosse tanta eloquenza, quanto i„ era valore, non aremmo
bisogno d’altro testimonio per che alle parole nostre fosse da quelli che non
riiaiino vedm dato piena fede. 11. Essendosi adunque ridoUa
il seguente giorno all’ora consueta la compagnia al solilo loco, e postasi con
silenz/ó a sedere, rivolse ognun gli occhi a messer Federico ed al Magiiitico
Jtiliano, aspellando qual di lor desse principio a ragionare. Onde la Signora
Duchessa, essendo stala alqua„jó chela, Signor Magnifico, disse, ognun desidera
veder questa vostra Donna ben ornala; e se non ce la mostrate di (al modo che
le sue bellezze lulle si veggano, cstimaremo che ne siate geloso. — Rispose il
Magnifico: Signora, se io Ja tenessi per bella, la moslrarci senza altri
ornamenti, c di quel modo che volse veder Paris le Ire Dee; ma se queste donne,
che pur lo sanno fare, non mi ajulano ad acconciar- la, io dubito che non
solamente il Signor Gasparo e ’l Frigio ma tulli quest’ altri signori aranno
giusta causa di dirne male. Però, mentre che ella sta pur in qualche opinioii
di bel- lezza, forse siirà meglio lenerla occulta, e veder quello che
170 IL CORTEGIANO. avanza a messer
Federico a dir del Corlegiano, che senza dubio è mollo più bello che non può
esser la mia Donna. — ()uello eh’ io mi aveva posto in animo, rispose messer
Fede- nico, non è tanto appartenente al Corlegiano, che non si. jiossa lasciar
senza danno alcuno; anzi è quasi diversa ma-l leria da quella che sin qui s’è
ragionala. — E che cosa è egli adunque? — disse la signora Duchessa. Rispose
messer Federico: Io m’era deliberato, per quanto poteva, di chia- rir le cause
di queste compagnie ed ordini di cavalieri falli . da gran principi sotto
diverse insegne: com' è quel di San Michele nella casa di Francia; quel del
Garlier, che è sotto il nome di San Giorgio, nella casa d’Inghilterra; il
Toison d’ oro in quella di Borgogna: ed in che modo si diano queste dignità, e
come se ne privino quelli che lo meritano; onde siano nate, chi ne siano stati
gli autori, ed a che fine I’ ab- biano insliluite: perchè pur nelle gran corti
son questi cava- lieri sempre onorali. Pensava ancor, se ’l tempo mi fosse
bastato, oltre alla diversità de’ costumi che s’usano nelle corti de’ principi
cristiani nel servirgli, nel festeggiare, e farsi vedere nei spettacoli
publici, parlar medesimamente qualche cosa di quella del Gran Turco, ma mollo
più parti- colarmente di quella del Sofi re di Persia: chè, avendo io inteso da
mercatanti che lungamente son stali in quel pae- se, gli uomini nobili di là
esser mollo valorosi e di gentil co- stumi, ed usar nel conversar I un con I
altro, nel servir donne, cd in tulle le sue azioni molta cortesia e molla dis-
crezione, e, quando occorre, nell’arme, nei giochi e nelle feste molla grandezza,
molla liberalità e leggiadria, sonomi dilettato di saper quali siano in queste
cose i modi di che essi più s’appressano, in che consisleno le lor pompe ed al-
tilalure d’abiti e d’arme; in che siano da noi diversi ed in che conformi; che
maniera d’ iniertenimenti usino le lor donne, e con quanta modestia favoriscano
chi le serve per amore. Ma invero non è ora conveniente entrar in questo
ragionamento, essendovi massimamente altro che dire, e mollo più al nostro
proposito che questo. — III. Anzi, disse il signor Gasparo, e questo e
molte al- tre cose son più al proposito, che ’l formar questa Donna di
. VnW7.*o; atteso che le ««« date per Io - lejrlano , servono
ancor a a na, i>erchè cosi deve ella er rispetto ai tempi e lochi , Per
quanto com- Ina la sua imbecillità, luti» quegli alln modi di che tanto
ri ragionato, come il Cortegiano. E però in loco di questo, nn sarebbe forse
stalo male insegnar qualche particolarità U alleile che appartengono al
servizio della persona del Prin- irve che pur al Cortegian si convien saperle,
ed aver grazia farle; o veramente dir del modo che s’ abbia a tener ne- lli
eserlizii del corpo, e come cavalcare, maneggiar Tarme, lottare ed in che
consiste la dilTicolta di queste operazioni.— Disse ’allor la signora
Dbchessa ridendo: I Signori non si servono alla persona di cosi
eccellente Cortegiano, come è onesto- gli esercizii poi del corpo, e forze e
destrezze della ^rsona, lasciaremo che messer Pietro Monte nostro abbia
cura d’ insegnar, quando gli parerà tempo più commodo; oerchè ora il Magnifico
non bada parlar d’ altro che di que- sta Donna, della qual parrai che voi già
cominciate aver paura e però vorreste farci uscir di proposito. — Rispose u
FbigiÒ-. Certo è, che ira|>ertinenle e fuor di proposito è ora il parlar di
donne, restando massimamente ancora che dire del Cortegiano, perchè non si
devria mescolar una cosa con T altra. — Voi sete in grande errore, rispose
messer Cesar Gonzìoa; perchè come corte alcuna, per grande che ella sia, non
può aver ornamento o splendore in sé né allegria senza donne, nè Cortegiano
alcun essere aggraziato, p/ace. vole o ardito , nè fa mai opera leggiadra di
cavalleria, se non mosso dalla pratica e dall’ amore e piacer di donne: cosi
an- cora il ragionar del Cortegiano è sempre imperfettissimo , se le donne,
interponendovisi, non danno lor parte di quella urazia, con la quale fanno perfetta
ed adornano la Cortegia- nia. — Rise il signor Ottaviano, e disse: Eccovi un
poco di quell’esca che fa impazzir gli uomini. — IV. Allor il signor
Magnifico, voltatosi alla signora Duchessa, Signora, disse, poiché pur cosi a
voi piace, io dirò quello che m’occorre, ma con grandissimo dubio di non
satisfare; e certo mollo minor fatica mi saria formar una Si- gnora che
meritasse esser regina del mondo , che una perfetta Cortegiana: perchè di
questa non so io da che pigliarne lo esempio ; ma della regina non mi
bisogneria andar troppo lontano, c solamente basteriami imaginar le divine
condi- zioni cl'una Signora ch’io conosco, e, quelle contemplando, indrizzar
tutti i pcnsier mici ad esprimer chiaramente con le parole quello che molti
veggon con gli occhi; e quando al- tro non potessi, lei nominando solamente,
avrei satisfatto aU’obligo mio. — Disse allora la signora Duchessa: Non uscite
dei termini, signor Magnifico, ma attendete all’ordine dato, e formale la Donna
di Palazzo, acciò che questa cosi nobil Signora abbia chi possa degnamente
servirla. — Seguitò il lo adunque. Signora, acciò che si vegga che i
comandamenti vostri possono indurmi a provar di far quello ancora ch’io non so
fare, dirò di questa Donna eccellente come io la vorrei; e formata ch’io
l’averòa modo mio, non potendo poi averne altra , lerrolla come mia a guisa di
Pigmalione. E perchè il signor Gaspar ha dello , che le me- desime regole che
son date per lo Corlegiano, serveno ancor alla Donna: io son di diversa
opinione; chè , benché alcune qualità siano communi, e cosi necessarie all’uomo
come alla donna, sono poi alcun’altre che più si convengono alla donna che all’
uomo , ed alcune convenienti all’ uomo , dalle quali essa deve in lutto esser
aliena. Il medesimo dico degli eser- cii ii corpo ; ma sopra lutto parmi che
nei modi, manie- re , parole, gesti , portamenti suoi, debba la donna essere
motto dissimile dall’ uomo; perchè come ad esso conviene mostrar una certa
virilità soda e ferma , cosi alla donna sla ber* over una tenerezza molle e
delicata, con maniera in ogni suo movimento di dolcezza feminile, che nell’
andar e stare ed**" ciò che si voglia sempre la faccia parer donna, senza
sire» alcuna d’ uomo. Aggiungendo adunque questa avV®*"*®”^® ohe
regole che questi signori hanno insegnato al Coft®8*®oo, penso ben che di molte
di quelle ella debba po- lenti servire, ed ornarsi d'ottime condizioni, come
dice il sigr»®*" ^ospor; perchè molle virtù dell’ animo estimo io die
siar**^ donna necessarie cosi come all’ uomo; medesinia- mer»^® nobilità, il
fuggire l’ alTellazionc, l’csscr aggraziala da operazion sue, l’ esser di buoni
costumi, ubbo tekzo. 175 mgeniosa,
prudente, invidiosa, „o„ „a|o_ ,„?a, non vana, non . sapersi g™d .
conservar la grazia delia sua Signora anar e conservai ■«
s-""— ^ e <li (»•(: „i: aUri , far bene ed ^li esercizi,-
che si con- vengono alle donne. Parrai ben he ,n le, sia poi più neces-
saria la bellezza che nel Corlegiano perchè in vero moI(o manca a quella donna
a cui manca la bellezza. Deve ancor esser più circonspella, ed aver piu
riguardo di non dar oc casion che di sè si dica male, e far di modo che non
sola- mente non sia macchiata di colpa, ma nè anco di sospizio- ne , perchè la
donna non ha tante vie da difendersi dallo false calunnie, come ha 1' uomo. Ma
perchè il conte Ludo- vico ha esplicalo mollo minutamente la principal
profession del Corlegiano , ed ha voluto eh’ ella sia quella dell’ arme • panni
ancora conveniente dir, secondo il mio giudicio, qua[ sia quella della Donna di
Palazzo: alla qual cosa quando io averò satisfallo, pensarommi d’ esser uscito
della maggior parte del mio debito. V. Lasciando adunque quelle virtù
dell’ animo che io hanno da esser communi col Corlegiano, coìrne la prudenza la
magnanimità, la continenza, e molle altre; e medesima' mente quelle condizioni
che si convengono a tutte le donne' come r esser buona e discreta , il saper
governar le facoltà del marito e la casa sua e i figlioli quando è maritata
tulle quelle parli che si richieggono ad una buona madre famiglia: dico, che a
quella che vive in corte parrai conve- nirsi sopra ogni altra cosa una certa
affabilità piacevole, p^r la qual sappia gentilmente interlenere ogni sorte d’
uomo con ragionamenti grati ed onesti, ed accoramodali al tempo e loco , ed
alla qualità di quella persona con cui parlerà , ac compagnando coi costumi
placidi e modesti , e con quella onestà che sempre ha da componer tulle le sue
azioni , una pronta vivacità d’ingegno , donde si mostri aliena da ogni
grosseria ; ma con lai maniera di bontà , che si faccia esti- mar non men
pudica, prudente ed umana, che piacevole, ar- guta e discreta: e però le
bisogna tener una certa mediocrità diflicilc, e quasi composta di cose
contrarie, e giugneracerli termini appunto, ma non passargli. Non dove adunque
questa Donna , per volersi far estimar buona ed onesta , esser tanto ritrosa e
mostrar tanto d’aborrire e le compagnie e i ragionamenti ancor un poco lascivi,
che ritrovandovisi se ne levi ; i>ercliè facilmente si poria |>ensar
ch’ella fìngesse d’es- scr tanto austera per nascondere di sé quello ch’ella
dubi- tasse eh’ altri potesse risapere ; e i costumi cosi selvatichi son sempre
odiosi. Non deve tampoco , per mostrar d’ esser libera c piacevole , dir parole
disoneste , nè usar una certa domestichezza intemperata e senza freno, e modi
da far cre- der di sè quello che forse non è ; ma ritrovandosi a tai ra-
gionamenti , deve ascoltargli con un poco di rossore e ver- gogna.
Medesimamente fuggir un errore , nel quale io ho veduto incorrer molte ; che è,
il dire ed ascoltare volentieri chi dice mal d’ altre donne : perchè quelle
che, udendo nar- rar modi disonesti d’altre donne , se ne turbano e mostrano
non credere , ed estimar quasi un mostro che una donna sia impudica, danno
argomento che, parendo lor quel di- fetto tanto enorme, esse non lo commettano
; ma quelle che van sempre investigando gii amori dell’altre, e gli narrano
cosi minutamente e con tanta festa , par che lor n’ abbiano invidia, e che
desiderino che ognun lo sappia , acciò che il medesimo ad esse non sia ascritto
per errore; e cosi vengon in certi risi, con certi modi, che fanno testimonio
che allor scnton sommo piacere. £ di qui nasce che gli uomini, ben- ché
ascoltino volentieri, per lo più delle volle le tcDgono in mala opinione,
od hanno lor pochissimo riguar- do, ® que’modi siano invitali a
pas®^*" “vanti , e spesso poi scorrono a termini che dan loro meritamente
infamia, ed in ultimo le estimano cosi po- co, cl*e non curano il lor
commercio, anzi le hanno in fasti- dio • P®*" cuuirurio, non è uomo tanto
procace ed insolen- te, che non abbia riverenza a quello che sono
estimale buone ed oneste; perchè quella gravità temperata di sapere e bontà è
qi*nsi un scudo contra la insolenza e bestialità dei proson- tuo^i ; ‘>“‘1®
vede che una parola, un riso, un atto di lieni- volon**» P®>' minimo ch’egli
sia, d’ una donna onesta, è più appcczzalu *1“ ognuno, che tulle le
demostrazioni e carezze di cj nelle che cosi senza riservo mostran poca
vergogna; e non sono impudiche, con risi dissoluti, cilà,
insolenza, e lai costui»» scarriU , fanno 1 7ò ®on la loqua-
segno d’es- E perchè le parole sotto le quali non è subjello di
qualche importanza son vane e puerili , bisogna che la Donna di Palazzo, oltre
al giudicio di conoscere la qualità di colui con cui parla, per intertenerlo
gentilmente, abbia notizia di molte cose; e sappia, parlando, elegger quelle
che sono a proposito della condizion di colui con cui parla , e sia cauta in
non dir talor non volendo parole che lo olTendano. Si quardi, laudando sé
stessa indiscretamente, ovvero con l’es. ser troppo prolissa, non gli eenerar
fastidio. Non vada me- scolando nei ragionamenti piacevoli e da riilere cose di
i^ra- vilà , nè meno nei gravi facezie e burle. Non mostri inelia mente di
saper quello che non sa, ma con modestia cerchi d’onorarsi di quello che sa,
fuggendo, come si è dello paf. feltazione in ogni cosa. In questo modo sarà
ella ornala di buoni costumi, e gli esercizii del corpo convenienti a donna farà
con suprema grazia , e i ragionamenti suoi saranno co piosi, e pieni di
prudenza, onestà e piacevolezza; e cosi sari essa non solamente amala ma
reverita da tutto ’l mondo forse degna d’ esser agguagliata a questo gran
Corlegij,nJj ® cosi delle condizioni deiranimo come di quelle del corpo -J VII.
Avendo insin qui dello il Magnifico , si lacqu^ stette sopra di sé , quasi come
avesse posto line ai suo ra gionamenlo. Disse allora il signor Gasparo: Voi
avete vera mente , signor Magnifico , molto adornala questa Donna e fattola di
eccellente condizione : nientedimeno parmi che vi siale tenuto assai al
generale, e nominato in lei alcune cose tanto grandi , che credo vi siale
vergognato di chiarirle • e più presto le avete desiderale, a guisa di quelli
che bramano talor cose impossibili e sopranalurali , che insegnale. Però j
vorrei che ci dichiariste un poco meglio quai siano gli eser- cizii del corpo
convenienti a Donna di Palazzo , e di che modo ella debba interlencre, e quai
sian queste molte cose (li che voi dite che le si conviene aver notizia; e se
la pru- denza, la magnanimità, la continenza, e quelle molle altre virlù che
avete detto, infendele che abbian ad ajularla soia- iti- Jd by
Googli 176 IL CORTEGIANO. menlo circa il governo
della casa, dei figlioli e della fami- glia; il che però voi non volele che sia
la sua prima profes- sione: o veramente allo inlerlenere, e far aggraziatamente
questi esercizii del corpo; e per vostra fé guardate a non mettere queste
povere virtù a cosi vile officio, che abbiano da vergognarsene. — Rise il
Magnifico, e disse: Pur non * potete far, signor Gasparo, che non mostriate mal
animo ^ verso le donne; ma in vero a me pareva aver detto assai, e massimamente
presso a tali auditori; ché non penso già che sia alcun qui che non conosca,
che, circa gli esercizii del corpo, alla donna non si convien armeggiare,
cavalcare, giocare alla palla, lottare, e molte altre cose che si conven- gono
agli uomini. — Disse allora I’Unico Aretino : Appresso gli antichi s’ usava che
le donne lottavano nude con gli uo- mini; ma noi avemo perduta questa buona
usanza insieme con molt’ altre. — Soggiunse messer Cesare Gonzaga: Ed io a’
miei dì ho veduto donne giocare alla palla, maneggiar l’arme, cavalcare, andare
a caccia, e far quasi tutti gli esercizii che possa fare un cavaliere.
Vili. Rispose il Magnifico : Poi eh’ io posso formar que- sta Donna a modo mio,
non solamente non voglio ch’ella usi questi esercizii virili cosi robusti ed
asperi, ma voglio che quegli ancora che son convenienti a donna faccia con ri-
guardo, e con quella molle dclicatura che avemo detto con- venirsele ; e però
nel danzar non vorrei vederla usar movi- menti troppo gagliardi e sforzati, nè
meno nel cantar o so- nar quelle diminuzioni forti e replicate, che mostrano
più arte che dolcezza : medesimamente gl’ instrumenti di musica che ella usa,
secondo me, debbono esser conformi a que- sta intenzione. Imaginatevi come
disgraziata cosa saria veder una donna sonare tamburi, piffari o trombe, o
altri tali instrumenti ; e questo perchè la loro asprezza nasconde e leva
quella soave mansuetudine, che tanto adorna ogni alto che faccia la donna. Perù
quando ella viene a danzar o far musica di che sorte sì sia, deve indurvisi con
lasciarsene alquanto pregare, e con una certa timidità, che mostri quella
nobile vergogna che è contraria della impudenza. Deve an- ror accoimnodar gli
abiti a questa intenzione, e vestirsi di Digitized by Google
luì IVO ’TKHzo „ e le^sriera \r^ '77 aver più cura
^e//a a/fe donne WVo e deln o ^ ^^nne ni, e diverse soT^‘ questa
donn, fi.dtó« di conosce' 1“»l sono <I“es« »l,/„- »'er ftam, o Hù
acconimodati a quegl, csercieli eh' elu, ,„r«" di fare in qoe\ punto, e di
quelli servirsi: e conoscendo in sè una beUezza vaga ed allegra, deve ajuiar/a
coi movimen- ti, con le parole e con gli abiti, che tulli tendano allo alle-
gro ; cosi come un’ altra , che si senta aver maniera man- sueta e grave, deve
ancor accompagnarla coi modi di quella sorte, per accrescer quello
che è dono della natura. Cosi es- sendo un poco più grassa o più magra del
ragionevole, o bianca o bruna, ajularsi con gli abili, ma dissimulatamente più
che sia possibile; e tenendosi delicata e polita, mostrar sempre di non
mettervi studio o diligenza alcuna. IX. E perché il signor Gasparo
domanda' ancor, quai siano queste molte cose di che ella deve aver notizia, e
di che modo intertenere, e se le virtù deono servire a questo interlenimento;
dico che voglio che ella abbia cognizìon di ciò che questi signori han voluto
che sappia il Cortegiano; e di quelli csercizii che avemo detto che a lei non
si convengo- no, voglio che ella n’abbia almen quel giudìcio che possono aver
delle cose coloro che non le oprano: e questo per saper laudare ed apprezzar i
cavalieri più e meno, secondo i meri- (i. E per replicar in parie in poche
parole quello che già s’è dolio, voglio che questa Donna abbia notizia di
lettere, di musica, di pittura, e sappia danzar e festeggiare; accompa- gnando
con quella discreta modestia e col dar buona opinion <li sè ancora le altre
avvertenze che son siale insegnale al Corlegiano. E cosi sarà nel conversare,
nel ridere, nel gio- care, nel molleggiare, in somma in ogni cosa , gratissima;
ed inlertenerà accoramodalamente, e con molti e facezie convenienti a lei, ogni
persona che le occorrerà. E bene e la continenza, la magnanimità, la
temperanza, la fortezza d’animo, la prudenza e le altre virtù paja che non
impor lino allo intertenere, io voglio che eli tulle sia ornata, non tanto per
lo inlcrlencrc, benché perù ancor a questo i>os: servire, quanto per esser
virtuosa , ed acciò clie qncs c la faccian tale che meriti esser onorata,
e che ogni sua ope- razion sia di quelle composta. X. Maravigliomi
pur, disse allora ridendo il signor Ga- SPAB, che poiché date alle donne e le
lettere e la continen- za e la magnanimità e la temi>eranza, che non
vogliate an- cor che esse governino le città, e faccian le leggi, e condu- cano
gli eserciti; e gli uomini si stiano in cucina o a (ìlare. — Rispose il
Magnifico, pur ridendo: Forse che questo an- cora non sarebbe male; poi
soggiunse: Non sapete voi che Platone, il quale in vero non era molto amico
delle don- ne, dà loro la custodia della città; e tutti gli altri ofiìcii mar-
ziali dà agli uomini? Non credete voi che molte se ne tro- vassero, che
saprebbon cosi ben governar le città e gli eserciti, come si faccian gli
uomini? Ma io non ho lor daU questi oflìcii, perchè formo una Donna di Palazzo,
non una Regina. Conosco ben che voi vorreste tacitamente rinovar quella falsa
calunnia, che jeri diede il signor Ottaviano alle donne; cioè, che siano
animali imiierfettissimi, e non capaci di far allo alcun virtuoso, e di
pochissimo valore e di niuna dignità, a rispetto degli uomini: ma in vero ed
esso e voi sa- reste io grandissimo errore se pensaste questo. XI. Disse
allora il signor Gaspab: lo non voglio rino- var le coso già delle, ma voi ben
vorreste indurmi a dir qualche parola che offendesse l’ animo di queste
signore, per farmele nemiche, cosi come voi col lusingarle falsamente volete
guadagnar la toro grazia. Ma esse sono tanto discrete sopra le altre, che amano
più la verità, ancora che non sia tanto in suo favore, che le laudi false; nè
hanno a male, che altri dica che gli uomini siano di maggior dignità, e confes-
saranno che voi avete dello gran miracoli, ed attribuito alla Donna di Palazzo
alcune impossibilità ridicole, e tante vir- tù, che Socrate e Catone e tulli i
lìlosoli del mondo vi sono per niente; chè, a dir pur il vero, maravigliomi che
non abbiate avuto vergogna a passar i termini di tanto. Chè ben bastar vi dovea
far questa Donna di Palazzo bella, discreta, bnesta, affabile, e che saiiesse
inlerlencre, senza incorrere in infamia, con danze, musiche, giochi, risi,
molli, c Pat- ire cose che ogni di vedemo che s’ usano in corte; ma il
vo- Digitized by Google ^Uilvo .^iondiluUe
Ics ^ ^ Vette dat eogn'^ volte si soq «“'•'^«'rJe ancm »«. »e“ j,
„é «,pp„«,„ appena ascoVWr » mo anima/i im- perfelli, e per conse?
ente d, minor dig„Uà che gii uomini, e non capaci di q«e"« ''«'tu che sono
essi, non voglio io al- trimenti affermare, perchè il valor di queste signore
basla- ria a farmi mentire: dico ben che uomini saoien (issimi hanno
enu Ciucia**'*--' . - -- Dasia- ria a farmi mentire: dico ben che
uomini sapientissimi hanno lasciato scritto che la natura, perciò che sempre iiilende
e discena far le cose più perfette, se potesse, produrria conti-
nuamente uomini; c quando nasce una donna, è difetto o er- ror della
natura, e conira quello che essa vorrebbe fare: co- me si vede ancor d’uno che
nasce cieco, zoppo, o con qualche altro mancamento, e negli arbori molti frulli
che non maturano mai: cosi la donna si può dire animai prodotto a sorte e per
caso; e che questo sia, vedete 1’ operazion del- l’uomo e della donna, e da
quelle pigliate argomento della perfezion dell’uno e dell’ altro. Nientedimeno,
essendo que- sti difetti delle donne colpa di natura che 1’ ha prodotte tali,
non devemo per questo odiarle, nè mancar di aver loro quel rispetto che vi si
conviene; ma estimarle da più di quello che elle si siano, parrai
error manifesto. — XII. Aspettava il Magnifico Juliano che ’l signor
Gaspa- ro seguitasse più oltre; ma vedendo che già Iacea, disse: Della
imperfezion delle donne parmi che abbiate addotto una freddissima ragione; alla
quale, benché non si convenga forse ora entrar in queste sottilità, rispondo,
secondo il parer di chi sa e secondo la verità, che la sostanza in qualsivoglia
cosa non può in sé ricevere il più o il meno: chè, come niun sasso può esser
più perfettamente sasso che un altro quanto alla es- senza del sasso, nè un legno
più perfettamente legno che l’altro, cosi un uomo non può essere più
jierfellamenle u^ ino che 1’ altro; c conseguentemente non sarà il maschio più
perfetto che la femina, quanlo alla sostanza sua formale, per- ché r uno e r
altro si comprende sotto la specie dell’ uomo, c quello in che l’uno dall’
allro son ditTercnli è cosa acciden- tale, e non essenziale. Se mi direte
atlunque che l’ uomo sia più perfetto che la donna.se non quanlo alla essenza,
almcn Digitized by Google 180 IL
COHTKGIANU. Quanto agli accidenti; rispondo, che questi accidenti bisogna
che consistano o nel corpo o nell’ animo: se nel corpo, per esser l’uomo più
robusto, più agile, pm leggiero, o più tole- rante di fatiche, dico che questo
è argomento di pochissima perfezione, perchè tra gli uomini medesimi quelli che
hanno queste qualità più che gli altri non son per quelle più esti- mati; e
nelle guerre, dove son la maggior parte delle opere laboriose e di forza, i più
gagliardi non son però i più pre- giali: se nell’ animo, dico che tutte le cose
che possono in- tendere gli uomini, le medesime possono intendere ancor le
donne; e dove penetra l’ inlelletlo del uno, può penetrare eziandio
quello dell’ altra. — XIII. Quivi avendo il Magnifico Juuano fatto un
poco di pausa, soggiunse ridendo: Non sapete voi, che in filosofia si tiene
questa proposizione; che quelli che son molli di car- ne, sono alti della
mente? perciò non e dubio, che le donne, per esser più molli di carne, sono
ancor piu atte della men- te, e d’ingegno più accommodato alle speculazioni che
gli uomini. — Poi seguitò: Ma, lasciando questo, perchè voi di- ceste ch’io
pigliassi argomento della perfezion dell’un e dell’ altro dalle opere, dico, se
voi considerale gli elfelli della natura, Irovarete ch’ella produce le donne
tali come sono, non a caso, ma accommodale al fine necessario: cliè benché le
faccia del corjio non «agliarde e d’animo placido, con molle altre qualità
contrarie a quelle degli uomini, pur le condizioni dell’ uno c dell’ altro
tendono ad un sol line con- cernente alla medesima utilità. Chè secondo che per
quella debole fievolezza le donne son meno animose, per la medesi- ma sono
ancor poi più caute: però le madri nutriscono i figlio- li, i padri gli
ammaestrano, e con la fortezza acquistano di fuori quello, che esse con la
sedulilà conservano in casa, che non è minor laude. Se considerate poi l’
istorie antiche (ben- ché gli uomini sempre siano stali parcissimi nello
scrivere le laudi dello donne) e le moderne, trovarete che continua- mente la
virtù è stala tra le donne cosi come tra gli uomini; e che ancor soiiosi
trovate di quelle che hanno mosso delle guerre, c conseguitone gloriose
vittorie; governalo i regni con somma prudenza e giustizia, e fallo lutto
quello che s’ali- Digitized by Google . t-lBIVO
terzo. accusalo e difeso manzi ai ^ ’C'
eIoquentjssimamente?De/- ;^pere manuali sana lungo «arrare, nè cJi ciò
bisogna far leslimonio. Se adunque nella sostanza essenziale 1' uomo non è più
perfello della donna , «é meno negli accidenti; e di fluesto, olire la ragione,
veggonsi gli effetti: non so in che qacsla saa perte^ione. XIV. E perche
voi diceste che intento della natura é sempre di produr le cose più perfette, e
però, s* ella potes- se sempre produrria l’uonao, e che il predar la donna è
piu prèsto errore o difetto della natura che intenzione: rispondo, che questo
lotalmenle si nega; nè so come possiate dire che la natura non intenda produr
le donne, senza le quali la spe- cie umana conservar non si può, di che più che
d’ogni altra cosa è desiderosa essa natura. Perciò col mezzo di questa
*^oropagnia di maschio e di femina produco i Gglioli, i quali ^ ndono i
bcneficii ricevuti in puerizia ai padri già vecchi, bè gli nutriscono, poi gli
rinovano col generar essi an- fìgliolì, dai quali aspettano in vecchiezza
ricever '*uelto, che essendo giovani ai padri hanno prestato; onde ornatura,
quasi tornando in circolo, adempie la eternità, ed lai modo dona la immortalità
ai mortali. Essendo adunque ucslo tanto necessaria la donna quanto T uomo, non
vedo ”cr qual causa 1’ una sia falla a caso più che 1’ altro. È ben ■ero che la
natura intende sempre produr le cose più perfet- te e però intende produr 1’
uomo in specie sua, ma non più màschio che femina; anzi, se sempre producesse
maschio, faria una imperfezione; perchè come del corpo e dell’anima visulta un
composito più nobile che le sue parti, che è I’ uo- mo: cosi della compagnia di
maschio e di femina risulta un composito conservativo della specie umana, senza
il quale le parli si deslruiriano. E però maschio e femina da natura son sempre
insieme, nè può esser l’un senza l’altro: cosi quello non si dee chiamar
maschio che non ha la femina, secondo la difiìnizionc dell’uno c dell’allro; nè
femina quella che non ha il maschio. E perché un sesso solo dimostra ira-
■ic Googk- ^g2. perfezione, attribuiscono gli
antichi teologi V uno e V altro a Dio: onde Orfeo disse che Jove era maschio e
femina; e leg- gesi nella Sacra Scrittura che Dio fornnò gli uomini maschio e
femina a sua similitudine; e spesso i poeti, parlando dei Dei, confondono il
sesso. — XV. Allora il Signor Gaspabo, Io non vorrei, disse, che noi
entrassimo in tali sollililà, perchè queste donne non c’in- tenderanno; e
benché io vi risponda con ottime ragioni, esse crederanno, o almen mostraranno
di credere, eh’ io abbia il torto, e subito daranno la sentenza a suo modo.
Pur, poiché noi vi siamo entrati, dirò questo solo, che, come sapete es- ser
opinion d’uomini sapientissimi, I’ s’assimiglia alla forma, la donna alla
materia; e però, cosi come la forma é più perfetta che la materia, anzi le dà I
essere, cosi l’uomo è più perfetto assai che la donna. E ricor orni aver già
udito che un gran filosofo in certi suoi problemi dice: Onde é che naturalmente
la donna ama sempre qo® uomo che è stato il primo a ricever da lei amorosi
piaceri? e per contrario r uomo ha in odio quella donna che è stata la prima a
con- giungersi in tal modo con lui? — e, soggiungendo la causa, atTcrma, questo
essere perché in tal atto la donna riceve dal- l’uomo perfezione, e l’uomo
dalla donna imperfezione; e però ognun ama naturalmente quella cosa che lo fa
perfetto, ed odia quella che lo fa imperfetto. Ed, oltre a ciò, grande
argomento della perfezion dell' uomo e della imperfezion della donna è, che
universalmente ogni donna desidera esser uo- mo, per un certo instinto di
natura, che le insegna deside- rar la sua perfezione. — XVI. Rispose
subito il Magnifico Jcliano: Le meschine non desiderano Tesser uomo per farsi
più perfette, ma per aver libertà, c fuggir quel dominio che gli uomini si hanno
vendicato sopra esse per sua propria autorità. E la similitu- dine che voi date
della materia e forma non si confà in ogni cosa; perché non così è fatta
perfetta la donna dall’uomo, come la materia dalla forma: perché la materia
riceve I’ es- ser dalla forma e senza essa star non può, anzi quanto più di
materia hanno le forme tanto più hanno d’ imperfezio- ne, e separate da essa
son perfettissime; ma la donna non . daU’ uomo , »«UI cosi
come essa é fan» riceve lo ancor fa V>^ rfetlo lui; onde V una J
r fella da Im» ^ generare 9 la qual cosa far n ^ f:m tarfv”"
poi m àonna verso >l primo 00 n cui sia siala , e dell* odio del- ,
nomo verso la pruna donna , non darò io già a quello che LTvoslro Fdosofo ne*
suoi problemi, ma alla fermezza e h'IHà della donna, ed alla ioslabilità dell’
uomo: né senza **.' naturale; perchè essendoli maschio calido, nalural- da
quella qualità piglia la leggerezza, il molo e la in- ”**brtà- c, per
conlrario, la donna dalla frigidità la quiete * tà ferma, e più
Asse impressioni. — ^*^*%Vll- Allora la signora Emilia rivolta al si
signor Magni- materie e forme, e maschi e femiiie, e parlale
di modo giate inteso; perchè noi avemo udilo e mollo ben inteso Per
amor di Dio, disse, uscite una volta di queste vo- fico, . 4“
iAf*YT 1 A _ O Tiri £1 C.é' Il I a (Vim mA a . 1 ! >» n . 1 ...
sire che »•«»' detto il signor Ottaviano e ’l signor Ga- . tna or
non intendemo già in che modo voi ci difeu- sparo, questo mi par un uscir di
proposito, e lasciar diate. D ^ d’ognuno quella mala impressione, che di
noi nell questi nostri nemici. — Non ci date questo no- banno ora^
rispose il signor Gaspar, chè più presto si ®®’ . g gl signor Magnifico, il
qual col dar laudi false alle mostra che per esse non ne sian di vere. —
Soggìun- JnriANo: Non dubitate. Signora, che al lutto ** '• onderà; ma io non
voglio dir villania agli uomini cosi si come hanno fatto essi alle donne; e so
per senza „ alcuno che scrivesse i nostri ragionamenti, «nri6 ^ ^
» vorrei che poi »n loco dove fossero intese queste male- forme, si
vedessero senza risposta gli argomenti e le • ni che il signor Gasparo conira
di voi adduce. — Non signor Magnifico, disse allora il signor Gasparo, come
gggm negar potrete, che l’uomo per le qualità naturali '"n sia più
perfetto che la donna, la quale è frigida di sua ”omples8Ìone, e l’ uomo caUdo;
e mollo più nobile e più jier- fello è il caldo che’l freddo, per essere attivo
e produttivo; e come sapete, i cieli qua giù tra noi infondono il caldo so-
lamente, e non il freddo, il quale non entra nelle opere della torà; e
però \o esser le donne frigide di complessione, credo - 0 sia causa della viltà
e Umidità loro. — \V111. Ancor volete, rispose il Magnifico Juliano, pur
^i-ar nelle sollililà; ma vederete che ogni volta peggio ve ^^verrà: e che così
sia, udite. Io vi confesso che la cali- in sè è più perfetta che la frigidità;
ma questo non se- nelle cose miste e composite, perchè, se cosi fosse, quel *
pO che più caldo fosse, quel saria più perfetto; il che è ^ ^ perchè i corpi
temperali son perfettissimi. Dicovi an- ^ che la
donna è di coraplession frigida in comparazion * » uomo, il quale
per troppo caldo è distante dal Icmpera- * ^to; ma, quanto in sè, è
temperata, o almen più propinqua ^ ^ ^inperamcnto che non è l’uomo,
perchè ha in sè quel- li .^ido proporzionalo al calor naturale che nell’ uomo
per Y ^opP* siccità più presto si risolve e si consuma. Ha ancor Aa. tal
frigidità che resiste e conforta il calor naturale, e Io vicino al
temperamento; e nell’ uomo il superfluo caldo fa ^to riduce il calor naturale
all’ultimo grado, il quale, -andogli il nutrimento, pur si risolve; e però,
perchè ^joniini nel generar si diseccano più che le donne, spesso ?'*jgj.yiene
che son meno vivaci che esse: onde questa per- ione ancor si può attribuire
alle donne, che, vivendo più gamente che gli nomini, eseguiscono più quello che
è in- della natura che gli uomini. Del calore che infondono •*^*icli sopra noi
non si parla ora, perchè è equivoco a quello ' ^che ragioniamo; chè essendo
conservativo di tutte le cose ^ nInVin luna . rnei raltio <<nn,n
r..n.l.l» che SO" gotto ’l globo della luna, cosi
calde come fredde, non lauo*'*'" ’ anali rapresentano
tosto ie specie allo intelletto, perturbano facilmente per le cose estrinseche.
Ve esser contrario al freddo. Ma la timidità nelle donne, llvvenga
che dimostri qualche imperfezione, nasce però da iaudabil causa, che è la
sottilità e prontezza dei spiriti, i i^edercte ben molle volle
alcuni, che non hanno paura nè di morie nè d’ altro, nè con tulio ciò si
possono chiamare ardili, perchè non conoscono il pericolo, e vanno come
insensati dove ve- dono la strada, e non pensano più; e questo procede da una
certa grossezza di spirili ottusi: però non si può dire che un pazzo sia
animoso; ma la vera magnanimità viene da una Digitized by
GuOgle 185 estimare più ' . benché si
i^‘b;‘»^*=*o terzo, t:^»rminata volontà Hi r«» «- -norie
ma„ires,a, eoeer di“l conosca 1 « sentimenti non restino
impe- tanlo saWo, clmes si spavcnlino, ma faccian rotficio
loro circa il dis- e pensare, così come se fossero qaietissimi. Di questa
do; e e d’ animo diti nè "^""le^avetno veduto
ed inteso esser molli grand’ nomini; me^ “ unente tnoUe donne, le quali, e
negli antichi secoli e “ resenti, hanno mostrato grandezza d’animo, e fallo al
mondo effetti degni d’ infinita laude, non men che s’abbian fatto «ti aomini’
~“ Aìlo*' il Frigio, Quegli effetti, disse, cominciarono do la pT**®*^
donna errando fece altrui errar conira Dio, eredità lasciò all’ umana
generazion la morte, gli af- ® g I dolori , e tutte le miserie e calamità che
oggidì al ^*"”do si sentono. — Rispose il Magnifico Juliano: Poiché
sacrestia ancor vi giova d’ entrare, non sapete voi, che Il error
medesiroamente fu corretto da una Donna, che •1^® ° molto maggior utilità che
quella non n’ avea fatto CI app modo che la colpa che fu pagata con tai
meriti si danno, j^jj^jggjma? Ma io non voglio or dirvi quanto di di- ®
.®, le creature umane siano inferiori alla Vergine 8®' a Signora, per non
mescolar le cose divine in questi ragionamenti; nè raccontar quante donne con
in- costanza s’abbiano lasciato crudelmente ammazzare dai lo nome di Cristo, nè
quelle che con scienza dis- 4 i nnTU pc* * do hanno confuso tanti
idolatri: e se mi diceste, che era miracolo e grazia dello Spirito Santo, dico
che virtù merita più lande, che quella che è approvala per " Emonio di
Dio. Molte altre ancor , delle quali tanto non si ìona, da voi stesso potete
vedere, massimamente leggen- ggn ’jeronimo, che alcune de’ suoi tempi celebra
con tan- te maravigliose laudi , che ben penano bastar a qualsivoglia
santissimo uomo. XX. Pensale poi quante altre ci sono stale delle quali
non si fa menzione alcuna, perché le meschine stanno chiuso senza quella
pomposa superbia di cercare appresso il volgo nome di santità, come fanno
oggidì moli’ uomini ipocriti ma- ^ 0 . A *
ti » i quaU , scordati o più presto facendo poco caso della \0d^ 'fia di
Cristo, che vuole che quando 1 ’ uom digiuna si ^\oL^^ la faccia perchè non
paja che digiuni, e comanda che ,^joni, le elemosine e 1 ’ altre buone opere si
facciano jg ^ ^ piazza, nè in sinagoghe, ma in secreto, tanto che la noi*
^^i»'*9ha non sappia della destra , aflfermano, non esser ina*^ mondo
che’l dar buon esempio: e cosi, col torlo e gli occhi bassi, spargendo
fama di non voler a donne, nè mangiar altro che erbe crude, alTumali,
toniche squarciale, gabbano i semplici; che non si pari
coti , ^(1 poi da falsar testamenti, mettere inimicizie mortali
^fito e moglie, e talor veneno, usar malie, incanti ed ribalderia; e poi allegano
una certa autorità di gUO ^pO che dice. Si non caste lamen
caule; e par loro con medicare ogni gran male, e con buona ragione per-
qu«^ a chi non è ben cauto, che lutti i peccati, per gravi facilmente
perdona Iddio, pur che stiano secreti, eh© ^ fiasca il mal esempio. Cosi, con
un velo di santità e con ® ® gecretezza, spesso tulli i lor pensieri volgono a
conta- ?!ioare il casto animo di qualche donna; spesso a seminare fratelli; a
governare stali; estollere l’uno e deprimer *^.^'ilro‘ far decapitare,
incarcerare e proscrivere uomini; ^ * r ministri delle scelerilà e quasi
de|H>silarii delle rubane fanno molli principi. Altri senza vergogna si
dilettano arer morbidi e freschi, con la colica ben rasa, e ben ve- ^ • ed
alzano nel passeggiar la tonica per mostrar le calze ' e la disposiiion
della persona nel far le riverenze. Ajfri usano certi sguardi e movimenti
ancor nel celebrar la messa, per i quali presumeno essere aggraziali, e farsi
mi- ™ re^ l^lalvagi e scelerali uomini, alienissimi non solamente dalla
religione, ma d ogni buon costume; e quando la lor vita dissoluta è lor
rimproverata, si fan beffe e ridonai di chi lor ne parla, e quasi si ascrivono
i vizii a laude. — AUora la signora Emilia: Tanto piacer, disse, avete di dir
mal de’ frali, che fuor d’ ogni proposito siete entralo in questo ragiona-
mento. Ma voi fate grandissimo male a mormorar dei reli- giosi, e senza ulililù
alcuna vi caricale la coscienza: che se non fossero quelli che pregano Dio
|>er noi altri, aiemmo terzo. 187 ,,
flageH» *he non avemo r- ancor mono ^ disse = Com,. . ^ *^'8® a«ora
ina»»*”- — Ri i.,.ixKO, e disse = Come avele voi c- eh’ io
frali nona **“°*'®» ®o*i ben indovinato c . ^ chiama " fallo
il nomef noa in » ® mormorare “i parlo io ben apcrlo o oh . aratale; aè
dioo dai dei malvagi c rei, e dea qudJj ancor non parlo la mille-
di ciò ch’io 80. Or non parlale de’ frali, rispose mora Emilia; ch’io per
me estimo grave jieccalo l’ascoi- e però io, ver non ascollarvi,
levarummi di qui ^vi. Son contento, disse il Magnifico Juliano, non
par- ma sinaa parte la signora larvi, . XX-1. Son , r .
’ ■ — " r""*" lar piò questo; ma, tornando alle laudi
delle doune, dico he’l signor Gasparo non mi Iroverà uomo alcun singolare,
ch’io non vi trovi la moglie, ^figliola, o sorella, di merito eguale e talor
superiore: olirà che molte son state causa di 'ntinili beni ai loro uomini, e
lalor hanno corretto di molti loro errori. Però essendo, come avemo dimostrato,
le donne ^aluralniente capaci di quelle medesime virtù che son gii " mini
, essendosene più volte veduto gli efietli, non so **”rchè,* dando loro io
quello che è possibile che abbiano e ^*^8so 'hanno avuto e tuttavia hanno,
debba esser estimato d^ miracoli, come m’ ha opposto il signor Gasparo; atteso
he sempre sono stale al mondo, ed ora ancor sono, donne cosi vicine alla Donna
di Palazzo che ho formata io, come uoniiai vicini all’ uomo che hanno
formato questi signori Disse allora il signor Gasparo; Quelle ragioni che
hanno la esperienza in contrario, non mi pajon buone; e certo s’io vi
addimandassi quali siano o siano siale queste gran donne tanto degne di laude,
quanto gli uomini grandi ai quali son stale moglie, sorelle o figliole, o che
siano loro stale causa di bene alcuno, o quelle che abbiano corretto i loro
errori, penso che reslaresle impedito. — XXll- Veramente, ris|)ose il
Magnifico Juliano, niuna altra cosa poria farmi restar im(>edito, eccetto la
moltitudi- ne- e se’l tempo rui bastasse, vi conlarei a questo propo- sito la
istoria d’ Ottavia moglie di Marc’ Antonio e sorella d> Augusto; quella di
Porcia figliola di Catone e moglie di rviiolln fli GrBÌri iimalÌA rii
'IaITOqItìÌO PrìSCOZ silo la istoria d’ Ottavia moglie di Marc’
Antonio e sorella d> Augusto; quella di Porcia figliola di Catone e moglie
di Bruto; quella di Gaja Cecilia moglie di Tarquinio Prisco; quella di Cornelia
figliola di Scipione; e d’ inljnile allre che sono notissime: e non
solamente delle nostre, ma ancora delle barbare; come di quella Alessandra,
moglie pur d’Ales- sandro re de’ Giudei, la quale dopo la morte del marito, ve-
dendo i popoli accesi di furore, e già corsi all’arme per am- mazzare doi figlioli
che di lui le erano restati, per vendetta dellR crudele e dura servitù nella
quale il padre sempre gli avea tenuti, fu tale , che subito mitigò quel giusto
sdegno, c con prudenza in un punto fece benivoli ai figlioli quegli g^iiTii che
’l padre con infinite ingiurie in moli’ anni avea falli loro inimicissimi. —
DitCcalmen, rispose la signora Emi- lia » come ella fece. — Disse il Magnifico:
Questa, vedendo i fìj?li°ii in tanto pericolo , incontenente fece gitlare il
corpo (j» Alessandro in mezzo della (piazza; poi, chiamali a sèi cit- tadini»
disse, che sapea gli animi loro esser accesi di giuslis- sit»o sdegno contea
suo marito, perchè le crudeli ingiurie che esso iniquamente gli avea falle lo
meritavano; e che come mentre era vivo avrebbe sempre voluto poterlo far
rimanere tal scelerata vita, cosi adesso era apparecchiala a farne fede, c loro
ajutar a castigamelo cosi morto, per quanto si poto®» ® P®*"® ®i
pigliassero quel corpo, e lo faccssino mangiar ai cani, e lo straziassero con
que’ modi più crudeli che ima- gijjar sapeano: ma ben gli pregava che avessero
compassione a «jnegli innocenti fanciulli, i quali non potevano non che
ave*" ™a pur esser consa|)Cvoli delle male opere del j re. Di tanta
ctllcacia furono queste parole, che ’l fiero sj^gno già conceputo negli animi
di tutto quel popolo, subito joiligalo, e converso in cosi pialoso alTcllo, che
non sola- m^?***® ‘l‘®°acordia elessero quei figlioli per loro signori, ma al
corpo del morto diedero onoratissima sepoltura. — Q^ivi fece il Magnifico un
poco di pausa; poi soggiunse: sapete voi, che la moglie e le sorelle di
Mitridate rao- gjj.jirono molto minor paura della morte, che Mitridate? e la
Asdrubale, che Asdrubale? Non sapete che Armo- nia» fio'*®*® Jeron siracusano,
volse morire nell’incendio dell^ patria sua? — Allor il FniGio, Dove vada
ostinazione, cprlo ù, disse, che talor si trovano alcune donne che mai noo
mulariano proposito; come quella che non polendo più jir ni marito forbeci, con
le mani glie ne facca segno. — ^ptized by G
terzo. 189 Kise À' f e disse: La ostina- a
f'"® >r»«-*-uoso s, dee chiamar costanza; lione cWa Epica v» ,
liberlina romana, che essendo come fu gran cori giura centra di Nerone,
fu di consapcvo e ^ slraxi£it£i con tutti i più asperi tormenti
(anta costanza possano, mai non palesò alcuno dei com- che ’®*^*?^gdesinio
pericolo molti nobili cavalieri e sena- plici; c accusarono fratelli, amici, e
le più care ed (ori limiJa”' avessero al mondo. Che direte voi di
inliro® P®*" • chiamava Leona? in onor della quale eli queir
jnanzi alla porla della ròcca una leona j^teniesi 11*^5?“®» pcr dimoslrar
in lei la costante virtù dibronzo perchè essendo essa medesiinamenle
con- (IcU^ - «oorrinir»?» r»r\r»lrf» i (irnnnt non Ql Qnnvi^nf/i
c\ la morte della congiura conira i tiranni, non
sapcYole grandi uomini suoi amici, c per la lorinenli fosse lacerala, mai
non pa- infinili c congiurali. — Disse allor madonna Marghe- Icsò
aleno ^ Pnrmi che voi narriate Ironno brevemente RITA si
spaventò c benché con jlcuno narriate troppo brevemente RITA
GoN* ^ .yjfiuose falle da donne; chè se ben questi nostri queste op^ ^^^
lede, mostrano non .«.Amici ■ !«««« qucsi»^ y^i(e e ielle,
mostrano non saperle, e vor- ncini®^ I perdesse la memoria: ma se fato
che noi riJìtlO ^ 'lirvtnn a» nA farf^mO OflOrG. — ~ riano
.gj^jiamo, almen ce ne faremo onore. — altre le >n Juliano, Piacerai ,
risposo. Or •dirvi d’una, la qual fece quello che io credo che ’l io
voglio medesimo confessarà che fanno pochissimi ' signor In Massilia fu
già una consuetudine, uomini; ^ gi,e Grecia fosse Iraporlala, la quale
era, la ‘1““'°,* niente si servava veneno temperato con cicuta, e elle
pumic* jgiiario ^ ei,i approvava al senato doversi le- inccuevas ;„„„mmo(lo che
in essa sentisse, ov co ner qualche incommodo che in
essa sentisse, ov- la vita, i '^""P"L‘avea o troppo
prospera gustalo, in quella non voràsse o questa non mutasse. Rilrovandos.
adunque rfo ?òmp=».- - Qxivi il F..™, non aspoll-ondo cho I Ma- ® Lo Joliano
passasse piò avanli, Quoslo mi par, disse, <cLrona qualche luuga fabula. -
Allora i Magnirico C.r voluilosi ridondo a madonna Mar*hcr,l.a, Eccovi, disse,
chc’l Frigio non mi lascia parlare, lo vocia or C\, ^oci C'JOglc
tarri d’una donna, la quale avendo dimostrate al senato che
ragionevolmente dovea morire, allegra e senza timor alcuno tolse in presenza di
Sesto Pompeo il veneno, con tanta co- stanza d’animo, e cosi prudenti ed
amorevoli ricordi ai suoi, che Pom|>eo e tulli gli altri, che videro in una
donna tanto sapere e sicurezza nel tremendo passo della morte , restarono non
senza lacrime confusi di molta maraviglia. — XXV. Allora il signor
Gasparo, ridendo. Io ancora mi ricordo, disse, aver letto una orazione,
nella quale un infe- lice marito domanda licenza al senato di morire, ed
approva averne giusta cagione, per non poter tolerare il continuo fa- stidio
del cianciare di sua moglie, e più presto vuol bere quel veneno, che voi dite
che si servava publicamente per tali ef- fetti, che le parole della moglie. —
Rispose il Magnifico Jd- LiA>o: Quante meschine donne ariano giusta causa di
doman- dar licenza di morir, per non poter tolerare, non dirò le male parole,
ma i malissimi fatti dei mariti! ch’io alcune ne co- nosco, che in questo mondo
patiscono le pene che si dicono esser nell’inferno. — Non credete voi, rispose
il signor Ga- sparo, che molti mariti ancor siano che dalle mogli hanno tal
tormento, che ogni ora desiderano la morte? — E che dis- piacere, disse il
Magnifico, possono far le mogli ai mariti, che cosi senza rimedio come son
quelli che fanno i ma- riti alle mogli? le quali, se non per amore, almen per
timor sono ossequenti ai mariti. — Certo è, disse il signor Gaspar, che Q*^cl
poco che lalor fanno di bene procede da timore, perché poche ne sono al mondo
che nel secreto dell’animo suo F>cn abbiano in odio il marito. — Anzi in
contrario, ri- spo^ il Magnifico; e se ben vi ricorda quanto avete letto, jg
tutte le istorie si conosce che quasi sempre le mogli amano i niariti più che
essi le mogli. Quando vedeste voi o leggeste mai che un marito facesse verso la
moglie un tal segno d’amo- re 1 fece quella Camma verso suo marito? — lo non
so, rjgpose il signor Gaspar, chi si fosse costei, nè che segno la 0Ì facesse.
— Nè io, — disse il Frigio. Rispose il Magnifi- ca s Uditelo; e voi, madonna
Margherita, mettete cura di te- nerlo a memoria. XXVI. Questa Camma fu
una bellissima giovane, or- Digitized by C-iogle
terzo. 191 .. imta niodcslia e «:es«UI costumi, che non
men per ”* .! chTper la maraviiriiosa ; e sopra Ta^e S on '*
chiamava Su intervenne che «« «' « &enl,Juomo, il quale era di
Sito maggior stalo che S.watto, e quasi tiranno di quella . dovr abitavano,
s’i«arooro di questa giovane; e dopo . lungamenle Icnlalo per ogni via e modo
d’acquistar- * Ilo in vano, persuadendosi che Io amor che essa por- ® ì* marito
fosse la sola cagione che ostasse a’ suoi desi- ammaliar questo Sinatto. Cosi
poi sollicilando ^mcnte, non ne potè mai Irar altro frutto che quello continna
fallo; onde, crescendo ogni di più questo che pr* jg^ibcrò torta per
moglie, benché essa di stato gli amore^oU^ inf®*'*®’^®" t^osi richiesti li
parenti di lei da Sino- ^*?***^^ hè cosi si chiamava lo innamoralo), cominciarono
a derla a contentarsi di questo, mostrandole, il consen- persua jjblc assai, e
’l negarlo pericoloso per lei e per tutti ^^Essa poi ebbe alquanto contradetto,
rispose in esser contenta. 1 parenti fecero intendere la nuova uUnno»
qual allegro sopra modo, procurò che subito si * aero le nozze. Venato
adnnqne l’ano e Taltro a que- Ilo solennemente nel tempio di Diana, Camma
fece ® certa bevanda dolce, la quale essa avea compo- porlar (javanli al
simulacro di Diana in presenza di Si- bevvè la metà; poi di sua mano, perchè
questo norige^^^^^ s’usava di fare, diede il rimanente allo sposo; il 1 tulio
lo bevvè. Camma come vide il disegno suo riu- tutta lieta appiè della imagine
di Diana s’inginocchiò, **^dis^’ fi fi®®* conosci lo intrinseco del cor mio,
sia- ® . testimonio, come difiicilmente dopo che ’l mio caro ”” sorte
mori, contenuta mi sia di non mi dar la morte, e quanta fatica abbia sofferto
il dolore di star in questo a vita, nella quale non ho sentito alcuno altro
bene o **^cere, fuor che la speranza di quella vendetta che or .mi U-ovo aver
conseguila: però allegra e contenta vado a trovar la dolce compagnia di quella
anima, che in vita ed in morte t>iù che me stessa ho sempre amala. E tu,
scelerato, che pen- sasti esser mio marito, in iscambio del letto nuziale dà
or- 192 IL CORTEGIANO. dine che
apparecchialo ti sia il sepolcro, ch’io di te fo sa- crificio all’ombra di
Sinallo. — Sbigottito Sinorige di queste parole, e già sentendo la virtù del
veneno che lo perturbava, cercò molli rimedii; ma non valsero: ed ebbe Camma di
tanto la fortuna favorevole, o altro che si fosse, che inanzi che essa morisse,
seppe che Sinorige era morto. La qual cosa intendendo, contentissima si pose al
letto con gli occhi al cielo, chiamando sempre il nome di Sinalto, e dicendo: 0
dolcissimo consorte, or ch’io ho dato per gli aitimi doni alla tua morte e
lacrime e vendetta, nù veggio che più altra cosa qui a far per te mi resti,
fuggo il mondo, e questa senza le crudel vita, la quale per te solo già mi fu
cara. Vicmmi adunque incontra, signor mio, ed accogli così volonlieri que- sta
anima, come essa volentieri a te ne viene: — e di questo modo parlando, e con
le braccia aperte, quasi che in quel punto abbracciar lo volesse , se ne mori.
Ór dite. Frigio , che vi par di questa? — Rispose il Fbigio: Farmi che voi
vorre- ste far piangere queste donne. Ma poniamo che questo ancor fosse vero,
io vi dico che lai donne non si trovano più al mondo. — XXVII. Disse il
Magnifico: Si trovan si; e che sia ve- ro, udite. A’dì miei fu in Pisa un gentiluomo,
il cui nome era messer Tomaso; non mi ricordo di qual famiglia, ancora che da
mio padre , che fu suo grande amico , sentissi più volle ricordarla. Questo
messer Tomaso adunque, passando uo di sopra un piccolo legnello da Pisa in
Sicilia per sue bi- sogne, fu soprapreso d’ alcune fuste de’ Mori, che gli
furono adesso cosi all’improviso, che quelli che governavano il le* gncllo non
se n’accorsero; e benché gli uomini che dentro ‘iifnndessino assai, pur, per
esser essi pochi, e gl» inimici molli, il legnetto con quanti v’eran sopra
rimase noi P® ®i Mori, chi ferito e chi sano, secondo la sorte, e cjon essi
messer Tomaso, il qual s’ era portato valorosamen- te, morto di sua mano un
fratello d’un dei capitani di «luehe fuste. Della qual cosa il Capitanio
sdegnato, come poss®*® pensare, della perdila del fratello, volse costui jier
suo prigioniwo; e battendolo e straziandolo ogni giorno. Io condusse in
arberia, dove in gran miseria aveva deliberalo Digitized by
Google terzo. . . .«sua capavo o * S^an pena. Gli altri
lutti, chi lenerlo m vita ^„-aUra via, «rtirono in capo d'un tempo liberi
perunaecb casa, e riporli» reno alla moglie, che Madonna avea i » é?Mi, la dura
vita e ’l grand’af- Argentina a Tomaso viveva ed era continuamente
senza speranza , se Dio miracolosamente non per vive qualcosa poi che essa e
loro furono chiariti, l'ajulava. j^pri modi di liberarlo, e dove esso
medesimo lenialiac di morire, intervenne che una solerle tanto Vingegno e
l’ardir d’un suo fìgliolo, che Paolo, che non ebbe risguardo a niuna sorte
dì pietà svegliò si chiama^ deiibcrò o morir o liberar
il padre: la qual cosa pericolo, di modo che lo condusse cosi cautamente,
gli >cnnc Ligorno, die si risapesse in Baiberia eh’ e’ che partito.
Quindi raesser Tomaso sicuro, scrisse alla fosse di intendere la
libcrazion sua, e dove era, e nioghe» gegucnte sperava di vederla. La
buona e gentil * .^r,(Tiunta da tanta e non pensata allegrezza di do-
resto, e per pietà e per virtù del figliolo, vedere il ver quale
amava tanto, e già credea fermamente non marito» vederlo : letta la
lettera, alzò gli occhi al cie- dover il nome del marito, cadde morta in
terra; nè lo, c, c « che se le facessero, la fuggita anima più ri- mai
con ^ Crudel spettacolo , e bastante a temperar le tornò ne - rilrarle
dal desiderar troppo efllcacemente volontà umane , e cnverchic
allcgro^^® i ” XXVllL Disse allora ridendo il Frigio: Che sapete voi, non
morisse di dispiacere, intendendo che ’l marilo ch’c a n^ — Rispose il
Magnifico: Perchè il resto della tornava _ accordava con questo; anzi penso che
quel- viia sua n^^^ polendo tolerarc lo indugio di vederlo con gli
corpo, quello abbandonasse, e traila dal desiderio subito dove , leggendo
quella lettera , era volalo il — Disse il signor Gasparo: Può esser che questa
pensi iroppo amorevole, perchè le donne in ogni cosa pmnre s’allaccano
allo estremo, che è male; e vedete, che «or essere troppo amorevole fece
male a s6 stessa, ed al ma- pcr esse ^ I _ amaiiludinc il piacere di
17 rlto, ed ai figliob, ai quali converse in quella pericolosa
e desiderala liberazione. Però non dovete già allegar questa per una di quelle
donne, che sono stale causa di tanti beni. — Rispose il Magnifico: Io la allego
per una di quelle che fanno testimonio, che si trovino mogli che amino i mariti;
chè di quelle che siano state causa di molli beni al mondo potrei dirvi un
numero infinito, e narrarvi delle tanto antiche che quasi pajon fabule, e di
quelle che appresso agli uomini sono state inventrici di lai cose, che hanno
meritato esser estimate Dee, come Pallade, Cerere; o delle Sibille, per bocca
delle quali Dio tante volte ha par- lato e rivelato al mondo le cose che aveano
a venire; e di quelle che hanno insegnalo a grandissimi uomini , come Aspa- sia
e Diotima, la quale ancora con sacriiìcii prolungò dieci anni il tempo d’una
peste che aveva da venire in Atene. Po- trei dirvi di Nicoslrala, madre d’
Evandro, la quale mostrò le lettere ai Latini; o d'un'alira donna ancor, che fu
maestra di Pindaro lirico; e di Corinna e di Saffo, che furono eccel-
lentissimo in poesia: ma io non voglio cercar le cose tanto lontane. Dicovi
ben, lasciando il resto, che della grandezza di Roma furono forse non minor
causa le donne che gli uo- mini. — Questo, disse il signor Gasparo, sarebbe
bello da intendere. — XXIX. Rispose il Magnifico: Or uditelo. Dopo la
espu- gnazion di Troja molti Trojani, che a tanta ruina avanzaro- no, fuggirono
chi ad una via chi ad un’altra; dei quali una parte, che da molte procelle
furono battuti, vennero in Ita- lia, nella contrata ove il Tevere entra in
mare. Cosi discesi in terra per cercar de’ bisogni loro, cominciarono a
scorrere il paese: le donne, che orano restate nelle navi, pensarono tra sè un
utile consiglio, il qual ponesse fine al pericoloso e lungo error maritimo , ed
in loco della perduta patria una nuova loro ne recuperasse; e, consultale
insieme, essendo absenti gli uomini, abriisciarono le navi; e la prima che tal
opera cominciò, si chiamava Roma. Pur temendo la iracon- dia dogli uomini i
quali ritornavano, andarono conira essi; ed alcune i mariti, alcune 1 suoi
congiunti di sangue abbrac- ciando e basciaiido con segno di bcnivolenza ,
mitigarono quel primo impeto; poi manifestarono loro quietamente la
Digitized by Googli LIBRO TERZO. 193 causa
del lor prudente pensiero. Onde i Trojani, si per la necessità, si per esser
benignamente accettati dai paesani, furono contentissimi tìi ciò che le donne
avean fatto, e quivi abitarono coi Latini, nel loco dove poi fu Roma ; e da questo
processe il costume antico appresso i Romani , che le donne incontrando
basciavano i parenti. Or vedete quanto queste donne giovassero a dar principio
a Roma. XXX. Nè meno gfiovarono aUo augumcnto di queIJa le donne sabine,
che si facessero le trojane al principio: chè avendosi Romolo concitato
generale inimicizia di tutti i suoi vicini per la rapina che fece delle lor
donne, fu travaglialo di guerre da ogni banda; delle quali, per esser uomo
val<^ roso, tosto s’espedl con vittoria, eccetto di quella de’Sabini, che fu
grandissima , perchè Tito Tazio re de’ Sabini era va- lentissimo e savio r onde
essendo stato fatto uno acerbo fatto d’arme tra Romani c Sabini, con gravissimo
danno dell’ una e dell’altra parte, e<l apparecchiandosi nuova e crudcl bat-
taglia, le donne sabine, vestite di nero, co capelli sparsi e lacerati,
piangendo , meste, senza timore dell’ arme che già erano per ferir mosse ,
vennero nel mezzo tra i padri e i ma riti, pregandogli die non volessero
macclùarsi le mani del sangue de’ soceri e dei generi; e se pur erano mal
conlenli di tal paventato, voltassero l’arme conira esse, chè molto
meglio loro era il morire che vivere vedove, o senza padri e fratelli, e
ricordarsi ebe i suoi GgUoli fossero nati di chi loro avesse morti i lor
p»adri, o che esse fossero nate di chi lor avesse morti i lor mariti. Con
questi gemili piangendo, mo le di loro nelle braccia noriavano i suoi piccoli
figliobni, dei quali già alcuni cominciavano a snodar la lingua, e parca che
chiamar volessero e far festa agli avoli loro; ai qua i c donne .Boslrand» i
^ ... .. p.eu , . c-;- — mollo accrebbe quest delle
saggle e magnanime donne ; ie quali in (an(o da Ro- molo furono remunerate,
che, dividendo il popolo in trenta curie, a quelle pose i nomi delle donne
Sabine. — XXXI. Quivi essendosi un poco il Magnifico Jdliano fermato, e
vedendo che ’l signor Gasparo non parlava. Non vi par, disse, che queste donne
fossero causa di bene agli loro uomini, e giovassero alla grandezza di Roma? —
Rispose il signor Gasparo: In vero queste furono degne di molta laude; ma se
voi cosi voleste dir gli errori delle donne come le buone opere, non areste
taciuto che in questa guerra di Tito Tazio una donna tradì Roma, ed insegnò la
strada ai nemici d’oc- cupar il Capìtolio, onde poco mancò che i Romani tutti
non fossero distrutti. — Rispose il Magnifico Juliano: Voi mi fate menzion
d’ona sola donna mala, ed io a voi d’infinite buo- ne; ed, oltre le già dette,
io potrei addurvi al mio proposito mille altri esempli delle utilità fatte a
Roma dalle donne, e dirvi perchè già fosse edificato un tempio a Venere Armala,
ed un altro a Venere Calva, e come ordinata la festa delle Anelile a Junone,
perché le anelile già liberarono Roma dalle insidie de’ nemici. Ma, lasciando
tutte queste cose, quel ma- gnanimo fatto d’aver scoperto la congiurazion di
Calilina, di che tanto si lauda Cicerone, non ebbe egli principalmente origine
da una vii femina? la quale per questo si porla dir che fosse stata causa di
lutto ’l bene che si vanta Cice- rone aver fatto alla republica romana. E so ’l
tempo mi ba- stasse, vi mostrarci forse ancor le donne spesso aver cor- retto
di molti errori degli uomini; ma temo che questo mio ragionamento ormai sia
troppo lungo e fastidioso : perchè avendo, secondo il poter mio, satisfatto al
carico datomi da queste signore, penso di dar loco a chi dica cose piu degne
d’esser udite, che non posso dir io. — XXXII. Allor la signora Emilia,
Non defraudale, disse, le donne di quelle vere laudi che loro sono debite; e
ricorda- tevi che se ’l signor Gasparo, ed ancor forse il signor Otta- viano,
vi odono con fastidio, noi, c tulli quest’ altri signori, vi adiamo con
piacere. — Il Magnifico pur volca por fine, ma (ulte le donne cominciarono a
pregarlo che dicesse: onde egli ridendo. Per non mi provocar, disse, per nemico
il signor Gaspar più di quello che egli si sia, dirò brevemenlo d* alcune che
mi occorrono alla memoria, lasciandone molte eh’ io potrei dire; poi
soggiunse: Essendo Filippo di De- metrio intorno alls città di Chio, ed
avendola assediata, mandò un bando , che a tatti i servi che della città
foggiva- oo, ed a sé venissero, prometteva la libertà, e le mogli dei ior
patroni. Fu tanto lo sdegno delle donne per cosi ignomi- nioso bando, che con
l’ arme vennero alle mura, e tanto fe- rocemente combatterono, che in poco
tempo scacciarono Fi- lippo con vergogna e danno; il che non aveano potato far
gli aomini. Queste medesime donne essendo coi lor mariti, padri e fratelli, che
andavano in esilio, pervenute in Leuco- nm, fecero an atto non men glorioso di
questo: chè gli Eri- *roi, che ivi erano co’ suoi confederati, mossero guerra a
questi Chij; li quali non potendo contrastare, tolsero patto coi ginppon solo *
o la camiscia uscir della città. Intendendo c donne cosi vituperoso accordo, si
dolsero, rimproverali* egli che lasciando l’ arme uscissero come ignudi tra
nemici; e rispondendo essi , già aver stabilito il patto, dissero che
Imitassero Io scudo e la lanza e lasciassero i panni, e rispon- dessero ai
nemici , questo essere il loro abito. E cosi facendo essi per consiglio delle
lor donne ricopersero in gran parte la vergogna, che in tutto fuggir non
poteano. Avendo an- cor Ciro in un Tatto d’arme rotto un esercito di Persiani,
essi in fuga correndo verso la città incontrarono te lor donne fuor della
noria^ :»/.nnira. dissero: Dove fuor della porla, le quali fattesi
loro incontra, dissero: Dove uggite voi, vili uomini? vnlnto voi forso
nascondervi in laudi di donne; ed intendere dì molte Spartane, che hanno
avuta cara la morte gloriosa dei figlioli ; e dì quelle che gli hanno
rifiutati, o morti esse medesime, quando gli hanno veduti usar viltà. Poi, come
le donne Saguntine nella ruina della patria loro prendessero l’ arme contra le
genti d’An- nibale; e come essendo lo esercito de’ Tedeschi superato da Mario,
le lor donne, non potendo ottener grazia di vìver li- bere in Roma al servizio
delle Vergini Vestali, tutte s’am- mazzassero insieme coi lor piccoli
fìgliolini; e di mille altre, delle quali tutte le istorie antiche son piene. —
Allora il si- gnor Gasfzbo, Deh, signor Magnifico, disse, Dio sa come passarono
quelle cose; perchè que’ secoli son tanto da noi lontani, che molle bugie si
posson dire, e non v’ è chi le ri- provi. — XXXiV. Disse il Hasinrico: Se
in ogni tempo vorrete misurare il valor delle donne con quel de^ uomini, trova-
rete che elle non son mai state nè ancor sono adesso di virtù punto iofmiorì
agli uomini: chè, lasciando quei tanto anti- chi, se venite al tempo che i Goti
regnarono in Italia, tro- verete tra loro essere stata una regina Amalasunta,
che go- vernò lungamente con maravigliosa prudenza; poi Teodo- linda, regina
de’ Longobardi, di singoiar virtù; Teodora, greca imperatrice; ed in Italia fra
molte altre fu singolaris- sima signora la contessa Matilda, delle laudi della
quale la- Bciarò parlare al conte Ludovico , perché fu della case sua. — Anzi,
disse il Conte, a voi tocca, perché sapete ben che non conviene che l’ uomo laudi
lo cose sue proprie. — Sog- giunse il Maunuico: e quante donne famose ne’ tempi
pas- sati trovate voi di questa nobilissima casa di Montefeltrol quante della
casa Gonzaga, da Esle, de’ Pili Se de’ tempi presenti poi parlare vorremo, non
ci bisogna cercar esempli troppo di lontano, che gli avemo in casa. Ma io non
voglio ajalarmi di quelle che in presenza vedemo, acciò che voi non mostriate
consentirmi per cortesia quello che in alcun modo negar non mi potete. E, per
uscir dì Italia, ricordatevi che a’ di nostri avemo Veduto Anna regina di
Francia, grandis- sima Bìgoora non meno di virtù che di stalo; che se di giu-
stizia e clemenza, liberalità e santità di vita, comparare la vorrete alli
re Carlo e Ludovico, deU’unoe dell’aUro de’qualì fu moglie, non la Irovarete
punto inferiore d’ essi. Vedete madonna Margherita, figliola di Massimiliano
imperatore, la quale con somma prudenza e giustizia inaino a qui ha go- vernato
e tuttora governa il stato suo. XXXV. Ma, lasciando a parte tutte T
altre, ditemi. Si- gnor Gaspar, qual re o qual principe è stato a’ nostri di cd
ancor moli' anni prima in cristianità, che meriti esser com- l|arato alla
regina Isabella di Spagna? — Rispose il signor fi*8PARo: Il re Ferrando suo
marito. — Soggiunse il Magm- Fico: Questo non negherò io; chè, poiché la Regina
lo giudicò *lcgno d’esser suo marito, e tanto lo amò ed osservò, non si può
diro ch’el non meritasse d’ esserle comparato; ben credo ‘‘he la ripulazion eh*
egli ebbe da lei fosse dote non minor che’J regno di Castiglia. — Anzi, rispose
il signor Gaspar, l‘enso io che di molte opere del re Ferrando fosse taudata
la •■egina Isabella A.llor il Magnifico, Se i popoli di Spagna,
disse, i signori, i privali, gli uomini e le donne, poveri e Ticchi, non si
sor» t-utti accordati a voler naentire in laude di lei, non è stato a' lempi
nostri al mondo più chiaro esempio di vera bontà, di grandezza d’animo, di
prudenza, di reli- gione, d’onestà, di cortesia, di Ubcralilà, in somma d’ ogni
virtù, che la regina Isabella; e benché la fama di quella si- gnora in ogni
loco e presso ad ogni nazione sia grandissima, quelli che con lei vissero e
furono presenti alle sue azioni lutti affermano, questa fama esser nata dalla
virtù e menti di lei. E chi vorràcuusiCer^m foperesue, facilmente esser cosi il
vero: ché , lasciando infinite cose che fan di questo, e potrebborasi dire se
fosse nostro sa che quando essa «menare trovò la maggior parte di
Castiglia occupata da* crandr- nientedimeno il tutto recu- però cosi
giustificatanaeot* e con lai modo, che i “«J™! che ne furono privati Mg
restarono affeiionaUssimi, ,» r, regni sJi con quanlo .nino e ! ,ri
«.ta « P»* da potentissimi mimi osi - ” aMimamcnle a lei «« ‘ dar 1’
onor del glorio^^ ’ ® regno di Granata; che in cosi lunga e dmìciM
oslmaU, c by Googlr IL CORTEGIANO.
200 comballevano per le facoltà, per la vita, per la legge sua, cd,
al parer loro, per Dio, mostrò sempre col consiglio e con la persona propria
tanta virtù, che forse a’ tempi nostri po- chi principi hanno avuto ardire non
che di imitarla, ma pur d’averle invidia. Oltre a ciò, affermano tutti quegli
che la co- nobbero, essere stato in lei tanto divina maniera di gover- nare,
che parea quasi che solamente la volontà sua bastasse, perchè senza altro
strepito ognuno facesse quello che dove- va; tal che appena osavano gli nomini
in casa sua propria e secretamente far cosa che pcnsassino che a lei avesse da
dis- piacere: e di questo in gran parte fu causa il maraviglioso giudicio eh’
ella ebbe in conoscere ed eleggere i ministri atti a quelli ofTìcii nei quali
intendeva d’ adoperargli; e cosi ben seppe congiungerc il rigor della giustizia
con la mansuetu- dine della clemenza c la liberalità, che alcun buono a’ suoi
di non fu che si dolesse d’ esser poco remuneralo, nò alcun malo d’ esser
troppo castigato. Onde nei popoli verso di lei nacque una somma riverenza,
composta d’amore e timore; la quale negli animi di tutti ancor sta cosi
stabilita, che par quasi che aspettino che essa dal cielo i miri, e di lassù
debba darle laude o biasimo; e perciò col nome suo e coi modi da lei ordinali
si governano ancor que’ regni, di maniera che, benché la vita sia mancata, vive
l’ autorità, come rota che, lungamente con impelo voltata, gira ancor per buon
spazio da sè, benché altri più non la mova. Considerale oltre di que- sto,
signor Gasparo, che a’ nostri tempi tutti gli uomini grandi di Spagna c famosi
in qualsivoglia cosa, sono stali creati dalla regina Isabella; e Gonsalvo
Ferrando, Gran Ca- pitano, molto più di questo si prezzava, che di tutte le sue
famose vittorie, e di quelle egregie e virtuose opere, che in pace ed in guerra
fatto I’ hanno cosi chiaro cd illustre, che se la fama non è ingratissima,
sempre al mondo publicherà le immortali sue lode, c farà fede, che alla età
nostra pochi re o gran principi avemo avuti, i quali stali non siano da lui di
magnanimità, sapere, e d’ogni virtù superali. XXXVI. Ritornando adunque
in Italia dico, che ancor qui non ci mancano eccellentissime signore; che in
Napoli avemo due singoiar regine; e poco fa pur in Napoli mori l’altra regina
d’Ongaria, (anto eccellente signora quanto voi sa- late, e bastante di far
paragone allo invitto e glorioso re Mattia Corvino, suo marito. Medesimamente
la duchessa Isabella d’Aragona » degna sorella del re Ferrando di Napoli ; la
quale, come oro nel foco, cosi nelle procelle di fortnna ha mostrata la virtù e
*1 valor suo. Se nella Lombardia verrete, v’occorrerà la signora Isabella
marchesa di Manina; alle ec- cellentissime virti!i della quale ingiuria si
faria parlando cosi sobriamente, come saria forza in questo loco a chi pur vo-
lesse parlarne. Pesami ancora che tutti non abbiate cono- sciuta la duchessa
Beatrice di Milano sua sorella, per non RVer mai piij g nn a T*a vigliarvi di
ingegno di donna. E la du- chessa Eleonora d’ Aragona, duchessa di Ferrara, e
madre. *Jl’ana e l’altra di queste due signore eh’ io v’ho nomina- le» fu tale,
che lo eecellentissime sne virtù faceano buon te- stimonio a tutto '1 mondo,
che essa non solamente era de- figliola di Re , ma che meritava esser regina di
mollo maggior stato dm© *mon aveano posseduto tutti i suoi anteces- sori. E,
per dirvi «i* mm’ altra, quanti uomini, conoscete voi al mondo, che avessero
toleralo gli acerbi colpi della fortuna cosi moderafamemmt.e , come ha fatto la
regina Isabella di Na- poli? la quale, dopto la perdita del regno, lo esilio e
morte del re Federico suo marito, e duo figlioli, e la prigionia del Duca di
Calabria suo primogenito, pur ancor si dimo- stra esser regina, e, ai tal modo
sopporla i calamitosi in- commodi della misera povertà, che ad ognuno fa fede
che, ancor che ella abbia mutalo fortuna, non ha mutalo con- dizione Lascio ai
«ominar influite altre donne di basso gra<lo; come molle Pisane, che alla
di- fesa della lor patria eonira Fiorentini hanno Bimi Ra^a I, — semP''’
ale aUe don"® voi ste«, o'.nó;«. oompveoOo'» che esse per il
più non sono di valore o meriti inferiori ai padri, fratelli e mariti loro; e
che molte sono state causa di bene agli uomini, e spesso hanno corretto di
molti loro errori; e se adesso non si trovano al mondo quelle gran regine, che
vadano a subjngare paesi lontani, e facciano magni edifìcii, piramidi e città,
come quella Tomiris, regina di Scizia, Ar- temisia, Zenobia, Semìramis o
Cleopatra, non ci son ancor uomini come Cesare, Alessandro, Scipione, Lucullo,
e quegli altri imperatori romani. — XXXVII. Non dite cosi, rispose allora
ridendo il Fal- cio, chè adesso più che mai si trovan donne come Cleopatra o
Semìramis; e se già non hanno tanti siati, forze e ricchez- ze, loro non manca
però la buona volontà di imitarle almen nel darsi piacere, e satisfare più che
possano a tutti i suoi appetiti. — Disse il MagniCco Jdliano: Voi volete pur,
Fri- gio, uscire de’ termini; ma se si trovano alcune Cleopalre, non mancano
infiniti Sardanapali; che è assai peggio. — Non fate, disse allor il signor
Gasparo, queste comparazio- ni, nè crediate già che gli uomini siano più
incontinenti che le donne; e quando ancor fossero, non sarebbe peggio, per- ché
dalla incontinenza delle donne nascono infiniti mali, che non nascono da quella
degli uomini: e però, come jeri fu dello, èssi prudentemente ordinato, che ad
esse sia licito senza biasimo mancar in tutte l’altre cose, acciò che possano
mettere ogni lor forza per manlenerse in questa sola virtù della castità, senza
la quale i figlioli sariano incerti, o quello legame che stringe tutto ’i mondo
per lo sangue, e per amar naturalmente ciascun quello che ha prodotto, si
discioglieria: |ierò alle donne più si disdice la vita dissoluta che agli uo-
mini , i quali non portano nove mesi i figlioli in corpo. — XXXV III.
Allora il Maonìpico, Questi, rispose, veramente sono belli argomenti che voi
fate, e non so perchè non gli inel- tiale in scritto. Ma, ditemi, per qual
causa non s’è ordinalo, che negli uomini cosi sia vituperosa cosa la vita
dissoluta come nelle donne, atteso che se essi sono da natura più virtuosi e di
maggior valore, più facilmente ancora |>oriano mante- nersi in questa virtù
della continenza, e i figlioli nè più nè meno sariano certi; chè sebben le
donne fossero lascive, Digitized by Google LIBRO
TERZO. 205 pnrcliè gli uomini fossero continenti e non
consentissero alla lascivia delle donno, esse da sè a sé e senza altro ajoto
già non ponan generare. Ma se volete dir il vero, voi ancor co- noscete che noi
di nostra autorità ci averne vendicato una li- cenza, per la guaio volerne che
i naedesimi peccati in noi siano leggerissimi, © talor meritino laude, e nelle
donne non possano a bastanza essere castigali se non con una vitupe- *^a morte,
o almen perpetua infamia. Però, poiché questa opinion è invalsa , parrai che
conveniente cosa sia castigar oncor acerbamente quelli che con bugie dànno
infamia alte ed estimo eli' ogni nobil cavaliere sia obligato a di- . sempre
con 1 * arme, dove bisogna, la verità, e mas- simaroenle quando conosce qualche
donna esser falsamente ca odiala di poca onestà. — XXXIX. Ed io, rispose
ridendo il signor Gaspabo, non 0 amente affermo esser debito d’ ogni nobil
cavaliere quello estimo gran cortesia e gentilezza coprir ffua c e errore, ove
per disgrazia, o troppo amore, una donna a incorsa ; e cosi veder potete eh’ io
tengo più la parte delle onne, dove la ragion nae lo comporta, che non fate
voi. Non ®cgo già cho gli Uomini non si abbiano preso nn poco di li- bertà ; e
questo perché» sanno, che per la opinion universale ad essi la vita dissoluta
non porta così infamia come alle donne; le quali, la imbecillità del sesso,
sono molto più inclinate agli appetiti che gli uomini, e se talor si
astengono dal satisfare ai suoi desiderii, lo fanno per vergogna, non mchè la
volontà uo« sia loro prontissima: e però gli uomini hanno posto loro il t i or
d’ infamia per un freno che le tenga quasi per forza in questa virtù,
senza la quale, per dir il vero, ariano poco d’ il mondo non ha utilità dalle
donne, se nou h> ’u^eraro dei figUoli. Ma ciò non i aZ governano le
città, gU e«rm. . . . - » ^er lo aeneraro aei - intervien
degli uom i „ i , i ® ^ governano le città, gU esercì- ti, e fanno tante
altre «ose d* importanza: il che, po. che vm volete cosi, non vogl io sanessero
far le donne; basta che non Io faur»o - iT'^^^Indo è occorso agli nomini
far paragon della continer,*^ " hanno superato le donne in questa, virtù
come auoo^ ’ ! ii,o hencliè voi non lo con- s»tia(c. E,l io circa „ .ogto
rccHatrì •.«« I»'»”» fabule quante avete fatto voi, e rimettovi
alla continenza solamente di dui grandissimi signori giovani, e su la vittoria,
quale suol far insolenti ancora gli uomini bassissimi: edel- 1 » uino è quella
d’Alessandro Magno verso le donne bellissime Dario, nemico e vinto; l’altra di
Scipione, a cui, essendo ventiquattro anni, ed avendo in Ispagna vinto per
forza mia città, fu condotta una bellissima e nobilissima giovane, presa tra
moli’ altre; ed intendendo Scipione, questa esser sposa d’ un signor del paese,
non solamente s’astenne da Qgtii allo disonesto verso di lei, ma immaculala la
rese al marito, facendole di sopra un ricco dono. Potrei dirvi di Se- nocrale,
il quale fu tanto continente, che una bellissima donna cssendosegli colcala
accanto ignuda, e facendogli tulle le carezze, ed usando lutti i modi che
sapea, delle quai cose era bonissima maestra, non ebbe forza mai di far che mo-
strasse pur un minimo segno d’ impudicizia, avvenga che ella in questo
dispensasse tutta una notte; e di Pericle, che udendo solamente uno che laudava
con troppo efiìcacia la bellezza d’un fanciullo, lo riprese agramente; e di
moli’ altri continentissimi di lor propria volontà, e non per vergogna o paura
di castigo, da che sono indotte la maggior parte di quelle donne che in tal
virtù si mantengono: le quali però ancor con tutto questo meritano esser
laudate assai, e chi falsamente dà loro infamia (l’impudicizia è degno, come
avete detto, di gravissima punizione. — XL. Allora messer Cesare, il qual
per buon spazio ta- ciuto avca. Pensate, disse, di che modo parla il signor Ga-
sparo a biasimo delle donne, quando queste son quelle coso eh’ ei dice in laude
loro. Ma se ’l signor MagniGco mi con- cede eh’ io possa in loco suo
rispondergli alcune poche cose circa quanto egli, al parer mio, falsamente ha
detto conira le donne, sarà bene per 1’ uno c per l’ altro : perchè esso si
riposerà un poco, e meglio poi potrà seguitare in dir qualche altra eccellenza
della Donna di Palazzo; ed io mi terrò per molla grazia l’ aver occasione di far
insieme con lui questo olTìcio di buon cavaliere, cioè difender la verità. —
Anzi ve nc priego, ris|K>sc il signor Magnifico; chè già a me parca aver
satisfatto, secondo le forze mie, a quanto io doveva, e che questo
ragionanaenlo fosse ormai faor del proposito aio.— Soggiunse inesser Cesare:
Non voglio già parlar della uliiijà che ha il mondo dalle donne, oltre al
generar i figlioli: per- chè a bastanza s’ ó dimostrato, quanto esse siano
necessarie non solamente all’ esser ma ancor al ben esser nostro ; ma dico,
signor Gaspar, che se esse sono, come voi dite, più inclinate agli appetiti che
gli uomini, e con tatto questo se ne astengono più che gli uomini, il che voi
stesso consentite: sono tanto più degne di laude, quanto il sesso loro è men
orlo per resistere agli appetiti naturali ; e se dite che lo anno per vergogna
, parmi che in loco d’ una virtù sola no late lor due; chè se in esse più può
la vergogna che 1’ ap- petito, e perciò si astengono dalle cose mal fatte,
estimo che questa vergogna, che in fine non è altro che timor d’infa- ®*a, sia
nna rarissima virtù, e da pochissimi uomini posse- ota. £ s io potessi senza
infinito vituperio degli uomini dire come molti d’essi siano immersi nella
impudenza, che è il ^«lo contrario a questa virtù, contaminarei queste sante
pi^chie che m’ascoltano: e per il più questi tali ingiuriosi ® io ed alla
natuara sono uomini già vecchi, i quali fan pro- fessione chi di sacerdozio,
chi di filosofia, chi delle santo teggi; e governano lo republiche con quella
severità Cato- niana nel viso, cho p»romelte tutta la integrità del mondo; e
sempre allegano, il «esso feminile esser incontinentissimo: nè mai essi d’altro
si dolgon piìb che del mancar loro il vi- gor naturale per poter satisfare ai
loro abominevoli deside- ni, I quali loro restano ancor nell’animo, quando già
la na- tura h nega al corpo ; « però spesso trovano modi dove lo forze
non sono necessarie. XLI. Ma io non 'voglio dir più avanti; e bastami che
mi consentiate che le donne si astengano più dalla vita impn- dica che gli
uomini ; « certo è che d’altro freno non sono ritenute, che da quello che
esse stesse si mettono: e che sia vero, la più Darlo — . „„ custodite con
troppo ielle che men pudì- <3 ai manli p ^ ► gualche bber
■ ^ deside- rio d’ onore, del ouaì'^ ol I conosciute, più
parte di stretta guardia, o batto t^s' che che quelle che ha nn. alle
donno 206 IL CORTEGIANO. fanno più stima
che della vita propria; e se volete dir il vero, osmun di noi ha veduto giovani
nobilissimi, discreti, savii, valenti c belli, aver dispensato molt’anni
amando, senza la- sciare adrieto cosa alcuna di sollecitudine, di doni, di
preghi, di lacrime, in somma di ciò che imaginar si può ; e tutto in vano. £ se
a me non si potesse dire, che le qualità mie non meritarono mai eh’ io fossi
amalo, allegherei il testimonio di me stesso, che più d’ una volta per la
immutabile e troppo severa onestà d’ una donna fui vicino alla morte. — Rispose
il signor Gaspabo : Non vi maravigliate di questo : perchè le donne che son
pregale sempre negano di compiacer chi le prega ; e quelle che non son pregate,
pregano altrui. — XLII. Disse messer Cesabe: io non ho mai conosciuti questi,
che siano dalle donne pregati; ma si ben molli, li quali, vedendosi aver in
vano tentato e speso il tempo scioc- camente, ricorrono a questa nobil
vendetta, e dicono aver avuto abondanza di quello che solamente s’hanno
imaginato; e par loro che il dir male e trovar invenzioni, acciò che di qualche
nobil donna per lo volgo si levino fabule vituperose, sia una sorte di
corlegiania. Ma questi tali, che di qualche donna di prezzo villanamente si
dònno vanto, o vero o falso, meritano castigo e supplicio gravissimo; e se
talor loro vien dato, non si può dir quanto siano da laudar quelli che tale
oflìcio fanno. Chè se dicon bugie, qual scelerità può esser maggiore, che
privar con inganno una valorosa donna di quello che essa più che la vita
estima? e non per altra causa, che por quella che la devria fare d’ infinite laudi
celebrata? So ancora dicon vero, qual pena poria bastare a chi è cosi perfido,
che renda tanta ingratitudine per premio ad una donna, la qual, vinta dalle
false lusinghe, dalle lacrime finte, dai preghi continui, dai lamenti, dalle
arti, insidie e perjnrii, s’ ha lascialo indurre ad amar troppo; poi, senza
riservo, s’ è data incautamente in preda a cosi maligno spirto? Ma, per
rispondervi ancor a questa inaudita continenza d’Alessandro e rii Scipione, che
avete allegala, dico ch’io non voglio ne- gjjre che e l’uno e l’altro non
facesse allo degno di molla lau<lo; nientedimeno, acciò che non possiate
dire che per raccontarvi cose antiche io vi narri fabule, voglio
allegarvi LIBRO TERZO. 207 una doQoa de’ nostri
tempi di bassa condizione, la qaaJ mo slrò molto maggior continenza che questi
dui grand’ uomini XLln. Dico adunque, che io già conobbi una bella e elicata
giovane, il nome della quale non vi dico, per non ar materia di dir male a
molti ignoranti, i quali subito che jntendono una donna esser inamorata, ne fan
mal concetto. Vuesta adunque essendo lungamente amata da un nobile e R
condizionato giiovane, si volse con tutto l’animo e cor suo ad amar lui ; e di
questo non solamente io, al quale essa ' sua volontà og^ni cosa conQdentemènte
dicea, non altri- menti che 8’ io non dirò fratello ma una sua intima sorella
®*nto, ma tutti quelli che la vedeano in presenza del- smato giovano, erano ben
chiarì della sua passione. Cosi nmando essa ferventissimamente quanto amar
possa nn amo- nevolissiino animo, durò dui anni in tanta continenza, che *****
non fece segno alcuno a questo giovane d’ amarlo, se *wn quelli che nasconder
nonpotea; nè mai parlar gli volse, n a lui accetta lettere, uè presenti, che
dell’uno e dei- altro non passai va. mai giorno che non fosse sollecitala: e
quanto lo desiderasse, io ben lo. so ; che se talor nascosa- *nente potea aver
cosa che del giovane fosse stata , la tenea Jn tante delizie, che parca che da
quella le nascesse la vita . bene: n4> pur mai in tanto tempo d’altro com-
piacer gli volse che di vederlo e di lasciarsi vedere, e qual- cne volta
intervenendo alle feste publiche ballar con lui, come con gli altri. ^ perchè
le condizioni dell’ uno e dell’al- tro erano assai con>renienti, essa e’I
giovane desideravano Che un tanto amor terminasse felicemente, ed esser insieme
manto e moglie. H medesimo desideravano tutti gli altri uo- n anat città,
eccello il crudel padre d. lei ; Il qual per una pervo*-sa e strana
opinion volse maritarla ad co”n*i r i*» ciò dalla infelice fanciuUa non
fu con altro contradette, «ho con amarissime lacrime. Ed sendo successo
cosi Itaralo matrimonio, con molla compassion di quel paneetl"'
teJperazion dei poveri amanti, non bastò però quest ai ® Soriana per estirpare
cosi fondato amor dei co»- - ^^^•‘cossa di t dopo ancor per spazio
di venga che essa pruden- Digìtized by Googlc IL
COnXEGIANO. 208 tissimamenle lo dissimulasse, e per ogni via
cercasse di (ron- car que’ dcsiderii, che ormai erano senza speranza. Ed in
questo tempo seguitò sempre la sua ostinata volontà delta continenza; c vedendo
che onestamente aver non potea colui che essa adorava al mondo, elesse non
volerlo a modo al- cuno, e seguitar il suo costume di non accettare ambasciate,
nè doni, nè pur sguardi suoi; e con questa terminata volontà la meschina, vinta
dal crudelissimo affanno, e divenuta per la lunga passione estenuatissima, in
capo di tre anni se nc mori ; e prima volse ritìutare i contenti e piacer suoi
tanto desiderati, in ultimo la vita propria, che la onestà. Nè le man- cavan
modi e vie da satisfarsi secretissimamenle, c senza pericoli d’infamia o
d’altra perdita alcuna; e pur si astenne da quello che tanto da sé desiderava,
e di che tanto era con- tinuamente stimolala da quella persona, che sola al
mondo desiderava di compiacere: nè a ciò si mosse per paura, o per alcun altro
rispetto, che per lo solo amore della vera virtù. Che direte voi d’ un’ altra?
la quale in sei mesi quasi ogni notte giacque con un suo carissimo innamorato ;
nientedi- meno , in un giardino copioso di dolcissimi fruiti, invitata
dall’ardentissimo suo proprio desiderio, e da’ preghi e la- crime di chi più
che la propria vita le era caro, s’astenne dal gustargli ; e, benché fosse
presa e legala ignuda nella stretta catena di quelle amale braccia, non si rese
mai per vinta, ma con.servò immaculato il fior della onestà sua ? XLIV.
Parvi, signor Gasparo, che questi sian alti di continenza eguali a quella d’
Alessandro? il quale , ardentis- simaraente inamorato non delle donne di Dario
, ma di quella fama e grandezza che lo spronava coi stimoli della gloria a
patir fatiche e pericoli per farsi immortale, non che le altre cose ma la
propria vita sprezzava per acquistar no- me sopra lutti gli nomini; e noi ci
maravigliamo che con lai pensieri nel core s’astenesse da una cosa la qual
molto non desiderava? chè, per non aver mai più veduto quelle donne, non è
possibile che in un punto l’amasse, ma ben forse 1‘ tiborriva, per rispetto di
Dario suo nemico; ed in (al caso os^ni suo allo lascivo verso di quelle saria
stalo ingiuria e non amore: e però non è gran cosa che Alessandro, il
quale Digitized by Go< '' le LIBRO
TERZO. S09 non meno con la magnanimità che con Tarme
vinse il mon- 00, 8 * astenesse da far ingiaria a femine. La continenza an- cor
di Scipione è veramente da laudar assai ; nientedimeno w ben considerate , non
è da aguagliare a quella di queste ue donne; perchè esso ancora medesimamente
si astenne a cosa non desiderata , essendo in paese nemico , capitano aoovo,
nel principio d’ una impresa importantissima; avendo nella patria lasciato
tanta aspettazion di sèj ed avendo an- cor a rendere conto a giudici
severissimi, i quali spesso ca- 'Savano non solamente i grandi ma i
pìccolissimi errori ; ® Ira essi sapea averne de’nìmici; conoscendo ancor
che, se ramente avesse fatto, per esser quella donna nobilissima ® od un
nobilissimo signor maritata, potea concitarsi tanti nemici e talmente , clie
molto gli arian prolungala e forse •n fallo tolta la vittoria. Cosi per tante
cause e di tanta im- porlanza s’astenne da un leggiera e dannoso appetito, mo-
strando continenza ed una liberale integrità: la quale, come SI scrive, gli
diede tutti gli animi di quo’ popoli , e gli valse n a fro esercito espugnar
con bonivolenza i cori, che orse per forza d* arme sariauo siati
inespugnabili; sicchà «lueslo piuttosto «ra stratagcma militare dir si poria,
che pura continenza: avvenga ancora che la fama di questo non sia molto
sincera, i^ercliè alcuni scritlori d’autorità affer- mano, questa giovane esser
stata da Scipione goduta in amorose delizie; ma di quello che vi dico io, dubio
alcuno non è. ... il is-azco : Dovete averlo trovalo negli Evan- geli!. _
Io stesso vedalo , rispose messer Cesare e ^rò Cli?" certezza che
non polele aver nè voi nè altri che Alcibiade si levasse dal letto di
Socrale non altri- rnent. che si facciano i dal letto dei padri ; chè pur
strano loco e tempo fi ietto e la notte per contemplar quella pura
bellezza , qù Jsi alcnn desiderio disono«t;«^ mamente amando piu
label- is... dell’ anta, ebo “I vecchi , ancor che sia corpo, „„„ ,i
potea già trovar miglior esemiDi*^^^ ^ continenza degli uomi-
dii , aslrelto cd obligalo dalla profession sua, che é la filoso- fia, la
quale consiste nei buoni coslumi e non nelle parole , vecchio, esausto del
vigor naturale, non polendo nè mo- strando segno di potere , s’ astenne da una
femina publica , la quale por questo nome solo polea venirgli a fastidio. Più
crederei che fosse stalo continente, se qualche segno di ri- sentirsi avesse
dimostralo , ed in tal termine usato la conti- nenza; ovvero astenutosi da
quello che i vecchi più deside- rano che le battaglie di Venere, cioè dal vino:
ma per com- probar ben la continenza senile, scrivesi che di questo era pieno e
grave. E qual cosa dir si può più aliena dalla conti- nenza d’ un vecchio, che
la ebrietà? o se lo astenerse dalle cose venereo in quella pigra e fredda olà
merita tanta lau- de , quanta ne deve meritar in una tenera giovane , come
quelle due di chi dianzi v’ ho detto? dello quali 1’ una impo- nendo durissimo
leggi a lutti i sensi suoi, non solamente agli occhi negava la sua luce, ma
toglieva al core quei pensieri, che soli lungamente erano stati dolcissimo cibo
per tenerlo in vita; l’altra, ardente inaraorata, ritrovandosi tante volle sola
nelle braccia di quello che più assai che tutto ’l resto del mondo amava,
contro sè stessa e conira colui che più che sè stessa le era caro combattendo,
vincea quello ar- dente desiderio che spesso ha vinto e vince tanti savii uo-
mini- Non vi pare ora, signor Gasparo, che dovessino i scrit- tori vergognarsi
di far memoria di Senocrate in questo caso, e chiamarlo per continente? che chi
potesse sa]>ere, io met- terei pegno che esso tutta quella notte sino al
giorno seguente ad ora di desinare dormi come morto, sepolto nel vino; nè mai ,
por stropicciar che gli facesse quella femina, potè aprir qli occhi, come se fosse
stalo allopialo.— XhVl. Quivi rìsero lutti gli uomini e donne; e la si-
3Dora Emilia, pur ridendo. Veramente, disse, signor Ga- sparo, se vi pensate un
poco meglio, credo che Irovarele ancor qualche altro bello esempio di
continenza simile a que- Ris|>ose messer Cesahb : Non vi l»ar. Signora
, che l>ello esempio di continenza sia quell’ altro che egli ha alle-
gato di Pericle? Maravigliomi ben ch’el non abbia ancor ri. cordalo la
continenza e quel bel detto che si scrive di colui, r „
-«ibyCo^Ie LIBRO TERZO. 21 i a chi Una donna
domandò troppo gran prezzo por una not- te, ed esso le rispose , che non
comprava così caro il pen- tirsi. — Rideasi tullavia; e messer Cksark avendo
alquanto taciuto. Signor Gasparo, disse, perdonatenai s’io dico il vero, perchè
in somma queste sono le miracoloso continenze che di sè stessi scrivono gli
uomini, accusando per incontinenti le donne, nelle quali ogni disi veggono
inGnitì segni di con- tinenza; ché cerio se ben considerate, non è ròcca tanto
inespugnabile nò cosi ben difesa, che essendo combattuta eon la millesima parie
delle machine ed insidie, che per espugnar il costante animo d’una donna
s’adoprano, non si rendesse al primo assalto. Quanti creati da signori, e da
®ssi fatti ricchi o posti in grandissima estimazione, avendo Relle mani le lor
fortezze e ròcche, onde dependeva tolto 1 stato e la vita ed ogni ben loro,
senza vergogna o cura d’es- ser chiamati traditori le hanno pertìdamenle per
avarizia date a chi non doveanol e Rio volesse che a di nostri di questi tali
fosse tanta carestia, che non avessimo molto mag- gior fatica a ritro-var
qualcuno che in tal caso abbia fatto quello che dovea , che nominar quelli che
hanno mancato. Non vedemo noi la ni’ altri che vanno ogni di ammazzando uomini
per le scl'V'e , e scorrendo per mare , solamente per rubar danari? Quanti
prelati vendono le cose della chiesa di RioI quanti juriscnnsulti falsilìcano
testamenti! quanti per- jurii fanno, quan t ■ falsi leslimonii, solamente per
aver de-- nari! quanti medici avvelenano gl’ infermi per tal causai quanti poi
per paura della morte fanno cose vihssimel E pur a lune queste cosi eOicaci e
dure battaglie spesso «s.sle una tenera e delicata vane • chè molte sonosi
trovale, le quali hanno eletto la morie niù’nresto che perder VoBeslà.-
XI VII A 11^ . piu presivi V, • „ d sse, messer XLVII. Allora il signor
Gasvaro, Quesi®' "' ’ Cesare, credo che- non n al mondo oggnii- —
R‘»PO“ covi ben questo cf» a vogh e trovansi, che in fai caso non
si cura n ^ *•' Ed or m’ occorre nell’ammo, che quando Capua fC * Sa dai
Franzesi, che ancora non è tanto ,0^0 memoria, una bella „ j no ^
.^Jonna capuana css feiRck-vane , condoUa faor di casa saa,
dove era stala presa da una com- pagnia di Guasconi, quando giunse al fiume che
passa per Capua fìnse volersi attaccare una scarpa , tanto che colui che la
menava un poco la lasciò, ed essa subito si gittò nel fiume. Che direte voi
d’una contadinella, che non molti mesi fa, a Gazuolo in Mantoana, essendo ita
con una sua sorella a raccorre spìche ne’campi, vinta dalla sete entrò in una
casa |ier bere dell’acqua; dove il patron della casa, che giovane era ,
vedendola assai bella e sola, presala in braccio, prima con buone parole poi
con minacce cercò d' indurla a far i suoi piaceri; e contrastando essa sempre
più ostinatamente, in ultimo con molle battiture e per forza la vinse. Essa
cosi scapigfìst^ e piangendo ritornò nel campo alla sorella , nè mai, P®r mollo
ch’ella le facesse instanza, dir volse che dis- piacere avesse ricevuto in
quella casa; ma tuttavia, cam- minando verso l’albergo, e mostrando di
racchetarsi a poco a poco e parlar senza perturbazione alcuna, le diede certe
coroni‘ss‘0"*') poi, giunta che fu sopra Oglio, che è il fiume che passa
accanto Gazuolo , allontanatasi un poco dalla so- rella, la quale non sapea nè
imaginava ciò ch’ella si volesse fare, subito vi sigillò dentro. La sorella
dolente e piangendo l’ andava secondando quanto più polca lungo la riva del
fiu- me, che assai velocemente la portava all’ ingiù; ed ogni volta che la
meschina risorgeva sopra l’acqua, la sorella le gil- java una corda che seco
aveva recala per legar le spiche; e benché la corda più d’una volta le
pervenisse alle mani, per- chè pur era ancor vicina alla ripa, la costante e
delil)erala fanciulla sempre la rifiutava e dilungava da sé; c cosi fug- gendo
ogni soccorso che dar le potea vita, in poco spazio ebbe la morte: nè fu questa
mossa dalla nobilita di sangue, nè da paura di più crudcl morte o d’ infamia,
ma solamente dal dolore della perduta verginità. Or di qui |>otele compren-
der, quante altre donne facciano atti degnissimi di memoria che non si sanno,
poiché avendo questa, tre di sono, si può dir fallo un tanto testimonio della
sua virtù, non si parla di lei, nè pur se ne sa il nome. Ma se non sopragiungea
in quei lemjio la morte del vescovo di Mantua zio della signora Duchessa
nostra, ben saria adesso quella ripa d’ Oglio , nel loco onde ella si
gittò, ornala d un bellissimo sepolcro, per memoria di cosi gloriosa anima, che
meritava tanto più chiara fama dopo la morte, quanto in men nobii corpo vi-
vendo era abitala* ■ XL.VI1L Quivi fece naesser Cesare un poco di pausa ;
poi soggiunse: A’ miei di ancora in Roma intervenne un si- mil caso; e fu che
una bella e nobii giovane romana , es- sendo lungamente seguitata da uno che
molto mostrava amarla, non volse mai, non che d’altro, ma d’ un sguardo solo
compiacergli; di modo che costui per forza di denari corruppe una sua fante; la
quale, desiderosa di satisfarlo per toccarne più denari , persuase alla
patrona, che un certo giorno non mollo celebrato andasse a visitar la chiesa di
santo Sebastiano: ed avendo il tutto fallo intendere allo amante, e mostratogli
ciò che fardovea, condusse la giovane in una di quelle grolle oscure che
soglion visitar quasi tutti quei che vanno a santo Sebastiano; ed in questa
tacitamente s’era nascosto prima il giovane: il quale, ritrovandosi solo con quella
che amava tanto , cominciò con tutti i modi a pregarla più dolcemente che seppe
, che volesse avergli com- passione , e mutar la sua passala durezza in amore ;
ma poi che vide tutti i prieghi esser vani, si volse alle minacce* non giovando
ancora queste , cominciò a batterla neramente- in ultimo, essendo in ferma
disposizion d’ ottener lo intento suo, se non altrimenti, per forza , ed in ciò
operando il soc- corso della malvagia femina che quivi l’aveva condotta, mai
non potè tanto fare che essa consentisse; anzi e con parole e con fatti, benché
poche forze avesse, la meschina giovane si difendeva quanto le era possibile:
di modo che tra per lo sdegno conceputo, vedendosi non poter ottener quello che
volea , tra per la paura che non forse i parenti di lei, se ri- sapeano la
cosa, gli ne facessino portar la pena, questo sce- lerato, ajutato dalla fante,
la qual del medesimo dubitava, affogò la malavventurata giovane, e quivi la
lasciò; e fuggi- tosi, procurò di non esser trovalo. La fante, dallo error suo
medesimo acciecata, non seppe fuggire, e presa per alcuni indicii, confessò
ogni cosa; onde ne fu come meritava casti- gala. Il corpo della costante e
nobii donna con grandissimo onore fu levalo di quella grotta, e portato
alia sepoltura in Roma, con una corona in lesta di lauro, accompagnalo da un
numero infinito d’uomini e di donne; tra’ quali non fu alcuno che a casa
riportasse gli occhi senza lacrime ; e cosi universalmente da lutto ’l popolo
fu quella rara anima non raen pianta che laudala. XL1\. Ma per parlarvi
di quelle che voi stesso cono- scete, non vi ricorda aver inteso che andando la
signora Fe- lice dalla Rovere a Saona, e dubitando che alcune vele che si erano
scoperte fossero legni di Papa Alessandro che la seguitassero, s’apparecchiò
con ferma deliberazione se si accostavano, e che rimedia non vi fosse di fuga ,
di gillarsi nel mare: e questo non si può già credere che lo facesse per
leggerezza, perchè voi cosi come alcun altro conoscete ben di quanto ingegno e
prudenza sia accompagnala la sin- goiar bellezza di quella signora. Non posso
pur lacere una parola della signora Duchessa nostra, la quale essendo vi- vula
quindeci anni in compagnia del marito come vedoa , non solamente è stata
costante di non palesar mai questo a persona del mondo, ma essendo dai suoi
propri! stimolata ad uscir di questa viduità, elesse più presto patir esilio,
po- vertà, ed ogn’ altra sorte d’ infelicità, che accettar quello che a tutti
gli altri parca gran grazia e prosperità di forlu- — e seguitando pur
messer Cesare circa questo, disse la signora Duchessa: Parlate d’altro, e non
entrale più in tal proposito, chè assai dell’ altre cose avete che dire. — Sog-
giunse messer Cesabe: So pur che questo non mi negherete, signor Gasparo, nè
voi. Frigio. — Non già, rispose il Falcio; ma ona non fa numero. — L.
Disse allora messer Cesabe: Vero è che questi cosi grandi effetti occorrono in
poche donne: pur ancora quelle che resistono alle battaglie d’ amore, tutte
sono miracolose; e quelle che talor restano vinte, sono degne di molla com-
passione: chè certo i stimoli degli amanti, le arti che usa- no , > lecci
che tendono, son tanti e cosi continui, che troppa maraviglia è che una tenera
fanciulla fuggir gli possa. Qual giorno, qual’ ora passa mai , che quella
combattuta giovane non amante sollecitata con denari, con presenti , e
Dr- --dL, con tatto quelle cos® che inaaginar sa che le abbiano a
pia- cere? A qual tempo affacciar mai si pnò alla finestra , che sempre non
veda passar I’ ostinato amante, con silenzio di parole ma con gli occhi che
parlano, col viso afllitto e lan- guido, con quegli accesi sospiri, spesso con
abondantissime lacrime? Quando mai si parte di casa per andar a chiesa o ad
altro loco, che questo sempre non le sia inanzi, e ad ogni voltar di contrata
non se le affronti con quella trista passion dipinta negli occhi , che par che
allor allora aspetti la morte? Lascio tante attilature, invenzioni, motti,
imprese, feste, balli, giochi, maschere, giostre, torniamenti; le quai coso
essa conosce tutte esser fatte per sé. La notte poi mai risve- gliarsi non sa,
che non oda musica, o almen quello inquieto spirito intorno alle mura della
casa gittar sospiri e voci la- mentevoli. Se per avventura parlar vuole con una
delle sue fanti , quella , già corrotta per denari , subito ha apparec- chialo
un presentuzzo, una lettera, un sonetto, o tal cosa, da darle per parte dello
amante; e quivi entrando a pro- posito, le fa intendere quanto arde questo
meschino, come non cura la propria vita per servirla; e come da lei ninna cosa
ricerca men che onesta, e che solamente desidera par- larle. Quivi a tutte le
difficoltà si trovano rimedii , chiavi contrafatte, scale di corde, sonniferi;
la cosa si dipinge di poco momento; dannosi esempli di molt’ altre che fanno
as- sai peggio; di modo che ogni cosa tanto si fa facile, che essa ninna altra
fatica ha, che di dire: Io son contenta; -- e se pur la poverella per un tempo
resiste, tanti stimoli |e aggiungono, tanti modi trovano, che col continuo
battere rompono ciò che le osta. E molti sono che, vedendo le blan- dizie non
giovargli, si voltano alle minacce, e dicono volerle publicar per quelle che
non sono ai lor mariti. Altri patteg- giano arditamente coi padri, e spesso coi
mariti, i quali, per denari o per aver favori, danno le proprie figliole e
mogli in preda conira la lor voglia. Altri cercano con incanti e ma- lie tor
loro quella libertà che Dio all’ anime ha concessa : di che si vedono mirabili
effetti. Ma io non saprei ridire in mill’anni tutte le insidie che oprano gli
uomini per indur le donne alle lor voglie, che son infinite; ed, oltre a quelle che
ciascnn per sè slesso ritrova, non è ancora mancato chi abbia ingeniosamente
conaposlo libri, e postovi ogni stu- dio , per insegnar di che modo in questo
si abbiano ad in- gannar le donne. Or pensate come da tante reti possano es-
ser sicure queste semplici colombe, da cosi dolce esca invi- tale. E che gran
cosa è adunque, se una donna, veggendosi tanto amata ed adorata moli’ anni da
un bello , nobile ed accostumalo giovane, il quale mille volte il giorno si
mette a pericolo della morte per servirle, nè mai pensa altro che di
compiacerle, con quel continuo battere, che fa che l’acqua spezza i durissimi
marmi, s’induce finalmente ad amarlo, e, vinta da questa passione , lo contenta
di quello che voi dite che essa, per la imbecillità del sesso, naturalmente
molto più desidera che l’amante? Parvi che questo error sia tanto grave, che
quella meschina, che con tante lusinghe è stata presa, non meriti almen quel
perdono, che spesso agli omi- cidi, ai ladri, assassini e traditori si concede?
Vorrete voi che questo sia vizio tanto enorme, che, per trovarsi che qual- che
donna in esso incorre, il sesso delle donne debba esser sprezzalo in lutto, e
tenuto universalmente privo di conti- nenza, non avendo rispetto che molle se
ne trovano invit- tissime, che ai continui stimoli d’ amore sono adamantine, o
salde nella lor infinita costanza più che i scogli all’onde del mare? —
LI. Allora il signor Gasparo, essendosi fermato roesser Cesare di parlare ,
cominciava per rispondere; ma il signor Ottaviano ridendo. Deh per amor di Dio,
disse, datigliela vinta, eh’ io conosco che voi farete poco fruito ; e parrai
vedere che v’ acquisterete non solamente tutte queste donne per inimiche, ma
ancora la maggior parte degli uomini. — Rise il signor Gasparo, e disse: Anzi
ben gran causa hanno le donne di ringraziarmi; perchè s’io non avessi contra-
detto al signor Magnifico ed a messer Cesare, non si sa- riano intese tante
laudi che essi hanno loro date. — Allora messer Cesare, Le laudi, disse, che il
signor Magnifico ed io a verno date alle donne, ed ancora molle altre, erano
notissime, però sono state superflue. Chi non sa che senza le donno sentir non
si può contento o satisfazione alcuna Digitized by Google
LIBRO TERZO. 217 in tolta questa nostra vita, la qoale
senza esse saria msfica e priva d’ ogni dolcezza, e più aspera che quella
dell’al- pestre fiere? Chi non sa che le donne sole levano de’nostri cori tutti
li vili e bassi pensieri, gli affanni, le miserie, e quelle torbide tristezze
che così spesso loro sono compagne? E se vorremo ben considerar il vero,
conosceremo an- cora, che, circa la cognizion delle cose grandi, non desviano
gli ingegni, anzi gli svegliano; ed alla guerra fanno gli uo- mini senza paura
ed arditi sopra modo. E certo impossibii è che nel cuor d’uomo, nel qual sia
entrato una volta fiamma d’amore, regni mai più viltà; perchè chi ama desidera
sem- pre farsi amabile più che può, e teme sempre non gli inter- venga qualche
vergogna che lo possa far estimar poco da chi esso desidera esser estimato assai;
nè cura d’andare mille volte il siorno alla morte, per mostrar d’esser degno di
quel- i’amore: però chi potesse far un esercito d’innamorati, li quali
combattessero in presenza delle donne da loro amale, vincerla tutto ’l mondo,
salvo so contra questo in opposi to- non fosse un altro esercito medesimamente
innamoralo. E. crediate di certo, che l’aver contrastato Troja dieci anni a.
tutta Grecia, non procedette d’altro che d’ alcuni innamorati, li quali, quando
erano per uscir a combattere, s’armavano in presenza delle lor donne, e spesso
esse medesime gli aju- tavano, enei partir diceano lor qualche parola che gl’
infiam- mava, e gli facea più che uomini; poi nel combatfere sa- peano esser
dalle lor donne mirati dalle mora e dalle torri ^ onde loro parea che ogni
ardir che mostravano, ogni prova chefaceano, da esse riportasse laude: il che
loro era il mag^ gior premio che aver potessero al mondo. Sono molli che
estimano, la vittoria dei re di Spagna Ferrando ed Isabella contra il re di
Granala esser proceduta gran parte dalle don- ne; chè il più delle volte quando
usciva l’esercito di Spagna per affrontar grinimici, usciva ancora la regina
Isabella con tutte le sue damigelle, e quivi si ritrovavano molli nobili ca-
valieri innamorali; li quali fin che giungeano al loco di ve-, der grinimici,
sempre andavano parlando con le lor donne: poi, pigliando licenza ciascun dalla
sua, in presenza loro an- davano ad incontrar gl’ inimici con quell’ animo
feroce che iO IL CORTEGIANO. 218 dava loro
amore, e ’l desiderio di far conoscere alle sue si- enore che erano servile da
uomini valorosi ; onde molle volle Irovaronsi pochissimi cavalieri spagnoli
mellere in fuga od alla morie iiifinilo numero di Mori, mercè delle genlili ed
amale donne. Però non so, signor Gasparo, qual perverso giudicio v’abbia
indollo a biasimar le donne. LII. Non vcdele voi, che di lulli gli
csercizii graziosi e che piacene al mondo a niun allro s’ha da allribuire la
cau- sa, se alle donne no? Chi sludia di danzare e ballar leggia- dramenle per
allro, che per compiacere a donne? Chi in- londe nella dolcezza della musica
per allra causa, che per quesla? Chi a compor versi, almen nella lingua
volgare, se non per esprimere quegli affelli che dalle donne sono causa- li?
Pensale di quanli nobilissimi poemi saremmo privi, e nella lingua greca e nella
Ialina, so le donno fossero siale da’poeli poco eslimale. Ma, lasciando lulU
gli altri, non sa- ria grandissima perdila se messer Francesco Petrarca, il
qual cosi divinamenle scrisse in quesla nostra lingua gli amor suoi, avesse
volto l’animo solamente alle cose Ialine, come aria fallo se l’amor di Madonna
Laura da ciò non l’avesse talor desvialo? Non vi nomino i chiari ingegni che
sono ora al mondo, e qui presenti, che ogni di partoriscono qualche nobil fruito
, e pur pigliano subjelto solamenle dalle !;ellezze o virtù delle donne, fedele
che Salomone, volendo t cri vere mislicamenle cose altissime e divine, per
coprirle (l’un grazioso velo Anse un ardente ed affettuoso dialogo d'uno
iuamoralo con la sua donna, parendogli non poter trovar «jua giù Ira noi
similitudine alcuna più conveniente o confor- me alle cose divine, che l’amor
verso le donne; ed in tal modo volse darci un poco d’odor di quella divinità,
che esso e per scienza e per grazia più che gli altri conoscea. Però non
bisognava, signor Gasparo, disputar di questo, o almen con tante parole: ma voi
col conlradire alta verità avete im- pedito, che non si sieno intese miirallre
coso bolle ed impor- tanti circa la perfezion della Donna di Palazzo. Rispose
il signor Gaspabo: Io credo che allro non vi si pos.sa dire; pur .se a voi
i>arc che il signor Magnifico non l’abbia adornala a bastanza di buone
condizioni, il difollo non è stato il suo. - ::i by ('- >
ma di dii ha fallo che più virtù non siano al mondo ; percfaò esso le ha
dale tutte quelle che vi sono. — Disse la signora Dcchkssa ridendo; Or vedrete,
che ’l signor Magnifico par ancor ne ritroverà qualche altra. — Rispose il
Masnifico: In vero, Signora, a me par d'aver detto assai, e, quanto per me,
contenlomi di questa mia Donna; e se questi signori non la voglion cosi falla,
lassinla a me. — LUI. Quivi tacendo ognuno, disse messer Federico: Signor
Magnifico, per stimolarvi a dir qualche altra cosa voglio pur farvi una domanda
circa quello che avete voluto che sia la principal professione della Donna di
Palazzo, ed è questa: ch’io desidero intendere, come ella debba interte- nersi
circa una particolarità che mi par importantissima ; chè, benché le eccellenti
condizioni da voi attribuitele includino ingegno, sapere, giudicio, desterilà,
modestia, e tanl’ altre virtù, per le quali ella dee ragionevolmente saper
intertenere ogni persona e ad ogni proposito, estimo io però che più che alcuna
altra cosa le bisogni saper quello che appartiene ai ragionamenti d’amore ;
perchè, secondo che ogni gentil cava- liero usa per instrumento d’acquistar
grazia di donne quei nobili esercizii, altilalure e bei costumi che a verno
nominali a ‘questo effetto adopra medesimamente le parole; e non solo quando è
astretto da passione, ma ancora spesso per far onore a quella donna con cui
parla ; parendogli che ’l mo etrar d’amarla sia un testimonio che ella ne sia
degna, e che la bellezza e meriti suoi sian tanti, che sforzino ognuno a
servirla. Però vorrei sapere, come debba questa donna circa tal proposito
interfenersi discretamente, e come rispondere a ehi l’ama veramente, e come a
chi ne fa dimoslrazion falsa; e se dee dissimular d’intendere, o corrispondere,
o rifiuta- re, e come governarsi.— LIV. Allor il signor Magnifico,
Bisogneria prima, dis- se, insegnarle a conoscer quelli che simulan d’amare, e
quelli che amano veramente; poi, del corrispondere in amore o no, credo che non
si debba governar per voglia d’altrui, che di sé stessa. — Disse messer
Federico: Insegnatele adunque quai siano i più certi e sicuri segni per
discernere l’amor falso dal vero , e di qnal testimonio ella si debba contenUr
per esser ben chiara dell’ amor^ mostratole. — Rispose ridendo il
Magnifico: Io non lo so, perchè gli uomini oggidì sono tanto astuti, che fanno
infinite dimostrazion false, e talor piangono quando hanno ben gran voglia di
ridere; però bisogneria mandargli all’ Isola Ferma, sotto l’arco dei leali
innamorati. Ma acciò che questa mia Donna, della quale a me convien aver
particolar proiezione per esser mia creatura, non in- corra in quegli errori
eh’ io ho veduto incorrere moli altre, io direi ch’ella non fosse facile a
creder d’esser amata; nè facesse come alcune, che non solamente non mostrano di
non intendere chi lor parla d’amore, ancora che coperta- mente, ma alla prima
parola accettano tutte le laudi che lor son date, ovver le negano d’un certo
modo, che è più pre- sto un invitare d’amore quelli coi quali parlano, che
ritrarsi. Però la maniera, dell’ interlenersi nei ragionamenti d amore, '
eh’ io voglio che usi la mia Donna di Palazzo, sarà il rifiu- tar di creder
sempre, che chi le parla d'amore, 1 ami però, e se quel gentiluomo sarà, come
pur molli se ne trovano, pre- suntuoso, e che le parli con poco rispetto, essa
gli darà tal risposta, ch’el conoscerà chiaramente che le fa dispiacere; se
ancora sarà discreto, ed usarà termini modesti e parole d’amore copertamente,
con quel gentil modo che io credo che faria il Corlegiano formalo da questi
signori, la donna mostrerà non l’intendere, e tirerà le parole ad altro
signifi- cato, cercando sempre modestamente, con quello ingegno e prudenza che
già s’ è dello convenirsele, uscir di quel pro- posito. Se ancor il
ragionamento sarà tale, eh’ ella non possa simular di non intendere, piglierà
il lutto' come iier burla, mostrando di conoscere che ciò se le dica più presto
per onc^ varia che perchè cosi sia, estenuando i meriti suoi, ed attri- buendo
a cortesia di quel gentiluomo le laudi che esso le da- rà; ed in tal modo si
farà tener per discreta, e sarà più sicura dagl’ inganni. Di questo modo
|>armi che debba inler- tenersila Donna di Palazzo circa i rasionamcnli d’amore.—
LV. Allora messer Federico, Signor Magnifico, disse, voi ragionate di questa
cosa, come che sia necessario che lutti quelli che parlano d’amore con donne
dicano le bugie, e cer- chino d’ingannarle; il che se così fosse, direi che i
vostri docomenti fossero buoni ; ma se questo cavalier che interliene ama
veramente, e sente quella passion che tanto affligge talor i cori umani, non
considerate voi in qnal pena, in qual cala- mità e morte lo ponete, volendo che
la donna non gli creda mai cosa che dica a questo proposito? Dunque i
scongiuri, le lacrime e tanl’ altri segni , non debbono aver fona alcuna?
Guardale, signor Magnifico, cbe non si estimi che, olire alia naturale crudeltà
che hanno in sé molte di queste donne, voi ne insegnale loro ancora di più.
—Rispose il Magnifico* Io ho dello non di chi ama, ma di chi interliene
con ragio- namenti amorosi, nella qual cosa una delle più necessarie condizioni
è, che mai non manchino parole; e gl’inamorali veri, come hanno il core
ardente, così hanno la lingua fred- da, col parlar rotto, e subito silenzio;
però forse non saria falsa proposizione il dire : Chi ama assai , parla poco.
Pur di questo credo che non si possa dar certa regola, per la diver- 9ità dei
costumi degli uomini ; nè altro dir saprei, se non che la donna sia ben cauta,
e sempre abbia a memoria, cbe con molto minor pericolo posson gli nomini
mostrar d’amare, che le donne. — LVI. Disse il signor Gaspaeo ridendo :
Non volete voi signor Magnifico, che questa vostra così eccellente Donna essa
ancora ami , almen quando conosce veramente esser amata? Atteso che se ’l
Cortegiano non fosse redamato, non è già credibile che continuasse in amare
lei; e cosi le man- cheriano molte grazie, e massimamente quella servitù e ri-
verenza, con la quale osservano e quasi adorano gli amanti la virtù delle donne
amate — Di questo, rispose il Magnifi- co, non la voglio consigliare io; dico
ben che lo amar come voi ora intendete estimo che convenga solamente alle donno
' non maritate ; perchè quando questo amore nou può termi- nare in matrimonio,
è forza che la donna n’abbia sempre quel remorso e stimolo che s’ha delle cose
illicite, e si metta a pericolo di macular quella fama d’onestà che tanto l’im-
porta. — Rispose allora messer Federico ridendo: Questa vo- stra opinion,
signor Magnifico, mi par mollo austera, e penso che l’abbiate imparata da
qualche predicalor, di quelli che * riprendono le donne inam orale de’ secolari
per averne essi -to’ 22“2 miglior parte ; e
parmi che imponiate troppo dare leggi alle maritate, perchè molte se ne
trovano, alle quali i mariti senza causa portano grandissimo odio, e le
ofTendono grave- mente, talor amando altre donne, talor facendo loro tutti i
dispiaceri che sanno imaginare; alcune sono dai padri mari- tale per forza a
vecchi, infermi, schifi e stomacosi, che le fan vivere in continua miseria. E
se a queste tali fosse licito fare il divorzio, e separarsi da quelli co’ quali
sono mal con- giunte, non saria forse da comportar loro che amassero altri che
’l marito; ma quando, o per le stelle nemiche, o per la diversità delle
complessioni, o per qualche altro acci- «lenle, occorre che nel letto, che
dovrebbe esser nido di concordia e d’amore, sparge la maledetta furia infernale
il seme del suo veneno, che poi produce lo sdegno, il so- spetto e le pungenti
spino dell’ odio che tormenta quelle infelici anime, legato crudelmente nella
indissolubil ca- tena insino alla morte: perchè non volete voi, che a quella donna
sia licito cercar qualche refrigerio a cosi duro fla- gello, e dar ad altri
quello che dal marito è non solamente sprezzalo, ma aborrilo? Penso ben, che
quelle che hanno i mariti convenienti, e da essi sono amale, non debbano fargli
ingiuria; ma l’ altre, non amando chi ama loro, fanno ingiuria a sè stesse. —
Anzi a sè stesse fanno ingiuria amando altri che il marito, rispose il
Magnifico. Pur, perchè molte volte il non amare non è in arbitrio nostro, se
alia Donna di Palazzo occorrerà questo infortunio, che l’odio del marito o
l’amor d’altri la induca ad amare, voglio che ella ninna altra cosa allo amante
conceda eccetto che l’animo; nè mai gli faccia dimostrazion alcuna certa
d’amore, nè con parole, nò con gesti, nò per altro modo, talché esso possa esserne
sicuro. Allora messer Robebto da Bari, pur ridendo. Io. <lisse, signor
MagniGco, m’appello di questa vostra senten- za, e penso che arerò molti
compagni ; ma poiché pur vo- lete insegnar questa rusticità, per dir cosi, alle
maritate, vo- lete voi che le non maritale siano esse ancora cosi crudeli e
discorlesi? e che non compiacciano almen in qualche cosa i loro amanti? — Se la
mia Donna di Palazzo, rispose il signor MagiwJCo, non sara maritala,
avendo d’amare, voglio che ella ami ano col qaale possa marilarsi ; né repnlarò
già errore che ella gl* faccia qaalche segno d amore: della qual cosa vo- glio
insegnarle nna regola aniversale con poche parole, acciò che ella possa ancora
con poca fatica tenerla a memoria ; e questa è, che ella faccia latte le
dimostrazioni d’amore a chi l’ama, eccetto quelle che potessero indur nell’
animo del- l’amante speranza di conseguir da lei cosa alcuna disonesta. Ed a
questo bisogna molto avvertire, perchè è uno errore dove incorrono infinite
donne, le quali per l’ordinario niu- n’ altra cosa desiderano più che Tesser
belle : e perché lo avere molti inamorati ad esse par testimonio della lor
bellezza, mettono ogni studio per guadagnarne più che possono ; però scorrono
spesso in costumi poco moderati, e, lasciando quella modestia temperala che
tanto lor si conviene, usano certi sguardi procaci, con parole scurrili ed alti
pieni d’impuden- za, parendo lor che per questo siano vedute ed udite volon-
lieri, e che con tai modi si facciano amare: il che è falso; perchè le
dimostrazioni che si fan loro nascono d’nn appe- tito mosso da opinion di
facilità, non d’amore. Però voglio che la mia Donna di Palazzo non con modi
disonesti paja quasi che s’offerisca a chi la vuole, ed uccelli più che può gli
occhi e la volontà di chi la mira, ma coi merili e virtuosi costumi suoi, con
la venustà, con la grazia, induca nell’ ani- mo di chi la vede quello amor vero
che si deve a (atte le cose amabili, e quel rispetto che leva sempre la
speranza di chi pensa a cosa disonesta. Colui adunque che sarà da (al donna
amato, ragionevolmente dovrà contentarsi d’ogoi mi- nima dimostrazione, ed
apprezzar più da lei un sol sguardo con affetto d’amore, che Tessere in tutto
signor d’ogni altra; ed io a cosi fatta Donna non saprei aggiunger cosa alcuna,
se non che ella fosse amata da cosi eccellente Cortegiano come hanno formato
questi signori, e che essa ancor amasse lui, acciò che e l’uno e T altro avesse
totalmente la sua per- fezione. — LVIII. Avendo infin qui detto il signor
Magnifico, la- ccasi ; quando il signor Gasparo ridendo, Or, disse, non po-
trete già dolervi che ’I signor Magnifico non abbia formalo
! ì { I I f la Donna di
Palazzo eccellentissima ; e da mo, se una lai se ne trova, io dico ben che ella
merita esser estimata eguale al Cortegiano. — Rispose la signora Emilia: Io
m’obligo tro- varla, sempre che voi troverete il Cortegiano. — Soggiunse messer
Roberto : Veramente negar non si può, che la Donna formata dal signor MagniGco
non sia perfettissima; nientedi- meno in queste ultime condizioni appartenenti
allo amore parmi pur che esso l’abbia fatta un poco troppo austera,
massimamente volendo che con le parole, gesti e modi suoi ella levi in tutto la
speranza allo amante, e lo confermi più che ella può nella disperazione ; chè,
come ognun sa, li de- siderii umani non si estendono a quelle cose, delle quali
non s’ha qualche speranza. £ benché già si siano trovate alcune donne, le
quali. Torsi superbe per la bellezza e valor loro, la prima parola che hanno
delta a chi lor ha parlato d’amore è stata che non pensino aver mai da lor cosa
che vogliano, pur con lo aspetto e con le accoglienze sono lor poi state un
poco più graziose, di modo che con gli alti benigni hanno temperato in parte le
parole superbe; ma se questa Donna e con gli alti e con le parole e coi modi
leva in lutto la speranza, credo che ’l nostro Cortegiano, se egli sarà savio,
non l’amerà mai, e cosi essa averà questa imperfezion, di trovarsi senza
amante. Allora il signor Magnifico, Non voglio, disse, che la mia Donna di
Palazzo levi la speranza d’ogni cosa, ma delle cose disoneste, le quali , se ’l
Cortegiano sarà tanto cor- tese e discreto come 1’ hanno formalo questi
signori, non sofamenle non le spererà, ma pur non le desiderarà; perchè se la
bellezza, i cosluAii, l’ingegno, la bontà, il sapere, la modestia, e tante
altre virtuose condizioni che alla donna avemo date, saranno la causa dell’
amor del Cortegiano verso lei, necessariamente il fin ancora di questo amore
sarà vir- tuoso: e se la nobilitò, il valor nell’arme, nelle lettere, nella
musica, la gentilezza. Tesser nel parlar, nel conversar pien di fante grazie,
saranno i mezzi coi quali il Cortegiano acquistarà T amor della donna,
bisognerà che ’l fin di quello amore sia della qualità che sono i naezzi per li
quali ad esso si perviene; olirà che, secondo che al mondo si trovano diverse
maniere di t>®Hezze, cosi si trovano ancora diversi dc- eiderii d’ uomini ;
e però iiitervien che molli, vedendo una donna di quella bellezza grave, che
andando, stando, mot- leguiando, scherzando, e facendo ciò che si voglia,
tempera sempre talmente tutti i modi suoi, che induce una certa ri- verenza 'a
chi la mira, si spaventano, nè osano servirle* e più presto, tratti dalla
speranza, amano quelle vaghe e lusin- ghevoli, tanto delicate e tenere, che
nelle parole, negli atti e nel mirar mostrano una certa passion languidelta,
che pro- mette pAter facilmente incorrere e convertirsi in amore. Al- cuni, per
esser sicuri dagl’inganni, amano certe altre tanto libere e degli occhi e delle
parole e dei movimenti, che fan ciò che prima lor viene in animo, con una certa
semplicità che non nasconde i pensicr suoi. Non mancano ancor molli altri animi
generosi, i quali, parendo loro che la virtù con- sista circa la ditlìcollà, e
che troppo dolce vittoria sia il vincer quello che ad altri pare inespugnabile,
si voltano fa- cilmente ad amar lo bellezze di quelle donne, che negli oc- chi,
nelle parole e nei modi mostrano più austera severità che 1’ altre, per far
testimonio che ’l valor loro può sforzare un animo ostinato, e indur ad amar
ancor le voglie ritroso e rubelle d’ amore. Però questi tanto conQdenli di sé
stessi perchè si tengono securi di non lasciarsi ingannare, amano ancor
volentieri certe donne, che con sagacità ed arte pare che nella bellezza
coprano mille astuzie; o veramente al- cun’allre, che hanno congiunta con la
bellezza una maniera sdegnosetta di poche parole, pochi risi, con modo quasi
d’ap- prezzar poco qualunque le miri o le serva. Trovansi. poi certi altri, che
non degnano amar se non donne che ncl- r aspetto, nel parlare, ed in lutti i
movimenti suoi, portino tutta la leggiadria, tulli i gentil costumi, tutto ’l
sapere e tutte le grazie unitamente cumulale, come un sol fior com- posto di
tulle le eccellenze del mondo. Sicché, se la mia Donna di Palazzo averà
carestia di quegli amori mossi da mala speranza, non per questo reslarà senza
amante; perchè non le mancberan quei che saranno mossi e dai meriti di lei, e
dalla contìdenza del valor di sé stessi, per lo quale si cono- sccran degni d’
essere da lei amali. Messer Roberto por contraddicea, ma la sifirnora Dgcuessa
gli diede il torlo, confermando la ragion del signor Magnifico ; poi soggiunse
: Noi non abbiam causa di dolersi del signor MagniGco, perché in vero estimo
che la Donna di Palazzo da lui formata possa star al paragon del Cortegia- no,
ed ancor con qualche vantaggio; perché le ha insegnalo ad amare, il che non han
fallo questi signori al suo Corte- giano. — Allora 1’ Unico Aretino, Ben é
conveniente, disse, insegnar alle donne lo amare, perchè rare volle ho io
veduto alcuna che far lo sappia: ché quasi sempre tolte accompa- gnano la lor
licllezza con la crudeltà ed ingratitudine verso quelli che più fedelmente le
servono, e che per nobililà, gen- tilezza e virtù merilariano premio de’ loro
amori; e spesso poi si danno in preda ad uomini sciocchissimi e vili e da poco,
e che non solamente non le amano, ma le odiano. Però, per schifar questi cosi
enormi errori, forai era ben in- segnare loro prima il far elezione di chi
meritasse essere amalo, e poi lo amarlo; il che degli uomini non é necessa-
rio, che pur troppo per sé stessi lo sanno: ed io ne posso es- ser buon
testimonio; perchè lo amare a me non fu mai inse- gnalo, se non dalla divina
bellezza e divinissimi costumi d’ona Signora, talmente che nell’arbitrio mio
non è stato il non adorarla, nonché eh’ io in ciò abbia avuto bisogno d’arleo
maestro alcuno; e credo che'l medesimo intervenga a tutti quelli che amano
veramente: però piuttosto m con- verria insegnar al Cortegiano il farsi amare,
che lo amare. — LXI. Allora la signora Emilia, Or di questo adunque ragionale,
disse, signor Unico. — Rispose I’ Unico: Panni che la ragion vorrebbe che col
servire e compiacer le donne s’acquistasse la lor grazia; ma quello di che esse
si tengon servite e compiaciute, credo che bisogni impararlo dalle me- desime
donne, le quali spesso desideran cose tanto strane, che non è uomo che le
imaginasse, e talor esse medesime non sanno ciò che si desiderino; perciò è
bene che voi, Signora, che sete donna, o ragionevolmente dovete saper quello
che piace alle donne, pigliate questa fatica, per far al mondo una tanta
utilità. — Allor disse la signora Emilia: Lo esser voi gratissimo
universalmente alle donne, è buono ar-momento che sappiate lutti i modi per U
qnaii s’ acquista la lor grazia; però è pur conveniente che voi
l’insegnate Signora, rispose 1’ U«ico, io non saprei dar ricordo più
utile ad uno amante, che i procurar che voi non aveste antorìtà con quella
donna, la grazia della quale esso cercasse; per- chè qualche buona condizione,
che pur è parato al mondo talor che in me sia, col più sincero amore che fosse
mai, non hanno avuto tanta forza di far eh’ io fossi amato, quanta voi di far
che fossi odiato. — LXII. Rispose allora la signora Emu.ià: Signor Unico,
guardimi Dio pur di pensar, non che operar mai, cosa perchè foste odiato ; chè,
oltre ch’io farei quello che non debbo, sa- rei estimata di poco giudici©,
tentando lo impossibile; ma io, poiché voi mi stimolate con questo modo a
parlare di quello che piace alle donne, parlerò; e se vi dispiacerà, da- tene
la colpa a voi stesso. Estimo io adunque, che chi ha da esser amato, debba
amare ed esser amabile, e che queste due cose bastino per acquistar la grazia
delle donne. Ora, per rispondere a quello di che voi m’accusale, dico che ognun
sa e vede che voi siete amabilissimo ; ma che amiate cosi sinceramente come
dite sto io assai dubiosa, e forse an- cora gli altri ; perchè l' esser voi
troppo amabile, ha causato che siete stato amato da molte donne, ed i gran
flumi divisi in più parti divengono piccoli rivi; cosi ancora l’amor diviso in
più che in un objelto, ha poca forza: ma questi vostri con- tinui lamenti, ed
accusare in quelle donne che avete servite la ingratitudine, la qual non è
verìsimile, atteso tanti vostri meriti, è una certa sorte di secrelezza, per
nasconder le gra- zie, i contenti e piaceri da voi conseguiti in amore, ed
assi- curar quelle donne che v’ amano e che vi si son date in pre- da, che non
le publichiale; e però esse ancora si contentano che voi cosi apertamente con
altre moslriale amori falsi, per coprire i lor veri : onde se quelle donne, che
voi ora mostrale' d’amare, non son cosi facili a crederlo come vorreste, inter-
viene perché questa vostra arie in amore comincia ad esser conosciuta, non
perch’ io vi faccia odiare. — LXlll. Allori] signor Umeo, Io, disse, non
voglio allrv* meoti tentar di confutar le parole vostre, perchè ormai parmi
cosi fatale il non esser credulo a me la verità, come l’es- ger credulo a voi
la bugìa. — Dite pur, signor Unico, rispose la Emilia, che voi non amate così
come vorreste che fosse credulo; che se amaste, tulli i desiderii vostri
sariano di conipi'ieer la donna amata, e voler quel medesimo che 03<;a
vuole: chè questa è la legge d’amore; ma il vostro tanto dolervi di lei denota
qualche inganno, come ho detto, o vera- mente fa testimonio che voi volete
quello che essa non vuole. yVnzi» disse il signor Umco, voglio io ben
quello che essa vuole: che è argomento ch’io l’amo; ma dolgomi perchè
essa non vuol quello che voglio io: che è segno che non mi ama, secondo la
medesima legge che voi avete allegata. — Rispose la signora Emilia; Quello che
comincia ad amare, deve an cora cominciare a compiacere ed accommodarsi
totalmente alle voglia della cosa amala, e con quelle governar le sue; e far
che i propri! desiderii siano servi, e che l’anima sua isicssa sia come
obediente ancilla, nè pensi mai ad altro che a trasformarsi, se possibil fosse,
in quella della cosa amala, e questo reputar per sua somma felicità; perchè
cosi fan quelli che amano veramente. — Appunto la mia somma felicità, disse il
signor Unico, sarebbe se una voglia sola governasse la sua e la mia anima. — A
voi sta di farlo, rispose la si- gnora Emilia- Allora messer Bernardo,
interrompendo, Certo ^ disse che chi ama veramente, tutti i suoi pensieri,
senza che d’aùri gl* mostralo, indrizzi^a servire e compiacere la donna amala?
ma perché talor queste amorevoli servitù non son ben conosciute, credo che,
oltre allo amare e ser- vire sia necessario fare ancor qualche altra
dimostrazione di questo amore tanto chiara, che la donna non possa dissimular
di conoscere d’essere amata ; ma con tanta mode- stia però, che non paja che se
le abbia poca riverenza. E perciò voi, Signora, che avete cominciato a dir come
1 ani- ma dello amante dee essere obediente ancilla alla amata, in- segnate
ancor, di grazia, questo secreto, il quale mi pare importantissimo. — Bise
messer Cesare, e disse: Se lo amante è tanto modesto che abbia vergogna di
dirgliene, scrivagliele. — Soggiunse la signora Emilia; Anzi, se è tanto
discreto ro- Diail ized bv Goo libro terzo.
229 me conviene, prima «he lo faccia inleodere aita donna, de- vesi
assecurar di non offenderla. — Disse allora il signor Gii- spABo: A tutte le
donne piace Tesser pregate d’amore, ancor che avessero intenzione di negar
quello che loro si domanda. — Rispose il magnifico Juliano: Voi v’ingannate
mollo; nè io consigliarci il Cortegiano che usasse mai questo termine, se non
fosse ben certo di non aver repulsa. — LXV. E che cosa deve egli adunque
fare? — disse il signor Gasparo. Soggiunse il Magnifico: Se pur vuole scrivere
o par- lare, farlo con tanta modestia e cosi cautamente, che le pa- role primo
tentino T animo, e tocchino tanto ambiguamente la volontà di lei, che le
lascino modo ed un certo esito di po- ter simulare di non conoscere, che quei
ragionamenti impor- tino amore, acciò che se trova difficoltà possa ritrarsi, e
mo- strar d’aver parlato o scritto d’altro fine, per goder quelle domestiche
carezze ed accoglienze con sicurtà, che spesso le donne concedono a chi par
loro che le pigli per amicizia; poi le negano, subito che s’accorgono che siano
ricevute pei- di- moslrazion d’amore. Onde quelli che son troppo precipiti, e
si avventurano cosi prosunluosamente con certe furie ed osfi- nazioni, spesso
le perdono, e meritamente; perché ad ogni nobil donna pare sempre di essere
poco estimata da chi senza rispetto la ricerca d’amore prima che T abbia
servita. LXVl. Però, secondo me, quella via che deve pigliar il
Cortegiano per far noto Tamor suo alla Donna parrai che sia il mostrargliele
coi modi più presto che con le parole; chè veramente talor più affetto d’amor
si conosce in un sospiro in un rispetto, in un timore, che in mille parole; poi
far che gli occhi siano que’fldi messaggieri, che portino Tambasciale del core;
perchè spesso con maggior efficacia raostran quello che dentro vi è di
passione, che la lingua propria o lettere o altri messi: di modo che non
solamente scoprono i pensieri, ma spesso accendono amore nel cor della persona
amata; perchè que’vivi spirti che escono per gli occhi, per esser ge- nerati
presso al core, entrando ancor negli occhi, dove sono indrìzzati , come saetta
al segno , naturalmente penetrano al core come a sua stanza, ed ivi si
confondono con quegli altri spirli, e, con quella sottilissima natura di sangue
che hanno 20 IL CORTEGIANO. 230 seco,
infeUano il sangue vicino al core, dove son pervenuti,- e lo riscaldano e
fannolo a sè simile, ed alto a ricevere la impression di quella imagine che
seco hanno portata; onde a poco a poco andando e ritornando questi messaggieri
la via ]>cr gli occhi al core, e riportando l’esca e ’l focile di bellezza e
di grazia, accendono col vento del desiderio quel foco che tanto arde, e mai
non finisce di consumare, perchè sempre gli apportano materia di speranza per
nutrirlo. Però ben dir si può, che gli occhi siano guida in amore, massimamente
se sono graziosi e soavi; neri di quella chiara e dolce negrezza, ovvero
azzurri; allegri e ridenti, e cosi grati e penetranti nel mirar, come alcuni,
nei quali par che quelle vie che danno esito ai spiriti siano tanto profonde,
che per esse si vegga insino al core. Gli occhi adunque stanno nascosi, come
alla guerra soldati insidiatori in aguato,- e se la forma di tutto ’l corpo è
bella e ben composta, tira a sè ed alletta chi da lon- tan la mira, fin a tanto
che s’accosti; e subito che è vicino, gli occhi saettano, ed atTatturano come
venefici; e massima- mente quando per dritta linea mandano i raggi suoi negli
oc- chi della cosa amata in temiK) che essi facciano il medesimo; pierchè i
spirili s’incontrano, ed in quel dolce intoppo l’un piglia le qualità dell’altro,
come si vede d’un occhio infer- mo, che guardando fisamente in un sano gli dà
la sua in- fermità: sicché a me pare che ’l nostro Cortegiano possa di questo
modo manifestare in gran parte l’amor alla sua Donna. Vero è che gli occhi, se
non son governali con arte, molte volle scoprono più gli amorosi desiderii a
cui l’uom men vor- ria, perchè fuor per essi quasi visibilmente traluceno
quelle ardenti passioni, le quali volendo ramante palesar solamente alla cosa
amata, spesso palesa ancor a cui più desiderarebbe nasconderle. Però chi non ha
perduto il fren della ragione si governa cautamente, ed osserva i tempi, i
lochi, e quando Ikisogna s’aslien da quel cosi intento mirare, ancora che sia
dolcissimo cibo; perchè troppo dura cosa è un amor publico. LWII. Rispose
il conte Lodovico: Talor ancora l’esser publico non nuoce, perchè in tal caso
gli uomini spesso esti- mano che quegli amori non tendano al fine che ogni
amante desidera, vedendo che poca cura sì ponga per coprirli, nè
Digitized by Google LIBHO TiìflZO. 231 jj
faccia caso che si sappiano o no; e però col non negar si mendica l*uom una
certa libertà di poter publicamente par! c* se“*a sospetto con la
cosa^amata; il che non av- viene a quegli che cercano d’esser secreti,
perchè pare che speri"®» e siano ricini a qualche gran premio, il quale
non >^riaa® che altri risapesse. Ho io ancor veduto nascere ar- denti®S‘*“®
amore nel core d’una donna verso uno, a cui per póma non avea pur una minima
affezione, solamente per in- tendere che opinione di molti fosse che s’amassero
insieme; e causa di questo credo io che fosse, che quel giudicio cosi uni-
versale le parca bastante testimonio per farle credere che co- tal fosse degno
dell’amor suo, e parea quasi che la fama le por- tasse l’ambasciate per parte
dell’amante molto più vere e più degne d’esser credute, che nonaria potuto far
esso medesimo con lettere o con parole, ovvero altra persona per lui. Però
questa voce publica non solamente talor non nuoce, ma giova. —Rispose il
Magnifico : Gli amori de’ quali la fama è ministra son assai pericolosi di far
che 1’ uomo sia mostralo a dito- e però chi ha da camminar per questa strada
cautamente bi- sogna che dimostri aver nell’ animo mollo minor foco 'che non
ha, e contentarsi di quello che gli par poco, e dissimu- lar i desiderii, le
gelosie, gli affanni ei piaceri suoi, e rider spesso con la bocca quando il cor
piange, e mostrar d’esset prodigo di quello di che è avarissimo ; e queste cose
son tanto difficili da fare, che quasi sono impossibilL però se ’l nostro
Corlegiano volesse usar del mio consiglio, io lo confor- tarci a tener secreti
gli amor suoi. — LXVllI. Allora messer Bebnardo, Bisogna, disse, adun-
que che voi questo gli insegnate, e parmi che non sia dì piccola importanza;
perchè, oltre ai cenni, che talor alcuni cosi copertamente fanno, che quasi
senza movimento alcuno quella persona che essi desiderano nel volto e negli
occhi lor legge ciò che hanno nel core, ho io talor udito tra dui ina- morati
un lungo e libero ragionamento d’ amore, dal quale non poteano però i
circostanti intender chiaramente parli- cularilate alcuna, nè certificarsi che
fosse d’amore: e questo per la discrezione ed avvertenza di chi ragionava;
perchè, senza far dimostrazione alcuna d’ aver dls^^lacctc è’ essere ascoltati,
dicevano secretamente quelle sole parole che im- portavano, ed altamente tutte
1’ altre, che si poteano accom- modare a diversi propesiti. — Allora messer
Fedebico, Il par- lar, disse, cosi minatamente di queste avvertenze di secre-
tezza, sarebbe uno andar drieto all’ infinito ; però io vorrei piuttosto che si
ragionasse un poco, come debba lo amante mantenersi la grazia della sua donna,
il che mi par molto piò necessario. — LXiX. Rispose il Magnitico : Credo
che que’ mezzi che vogliono per acquistarla, vagliano ancor per mantenerla ; e
tutto questo consiste in compiacer la donna amala senza of- fenderla mai : però
saria ditficile darne regola ferma; perchè per infiniti modi chi non è ben
discreto fa errori talora che pajon piccoli, nientedimeno offendono gravemente
l’animo della donna ; e questo inlervien, più che agli altri, a quei che sono
astretti dalla passione: come alcuni, che sempre che hanno modo di parlare a
quella donna che amano, si lamen- tano e dolgono cosi acerbamente, e voglion spesso
cose tanto impossibili, che per quella importunità vengon a fastidio. Al- tri,
se son punti da qualche gelosia, si lascian di tal modo trapportar dal dolore,
che senza rìsguardo scorrono in dir mal di quello di chi hanno sospetto, e
talor senza colpa di colui, ed ancor della donna, e non vogliono eh’ ella gli
parli, o pnr volga gli occhi a quella parte ove egli è ; e spesso con questi
modi non solamente offendon quella donna, ma son causa eh’ ella s’ induca ad
amarlo : perché ’l timore che mostra talor d’avere uno amante, che la sua donna
non lasci lui per quell’auro, dimostra che esso si conosce inferior di me- riti
e di valor a colui, e con questa opinione la donna si move ad amarlo, ed,
accorgendosi che per mettergliele in disgrazia se ne dica male, ancor che sia
vero, non lo crede, e tuttavia l’ama più. — LXX. Allora messer Cesare
ridendo. Io, disse, confesso non esser tanto savio, che potessi astenermi di
dir male d’un mio rivale, salvo se voi non m’ insegnaste qualche altro mi-
glior modo da minarlo. — Rispose ridendo il signor Magni- fico : Dicesi in
proverbio, che quando il nemico è nell’ acqua inaino alla cintura, se gli deve
porger la mano, e levarlo del pericolo ma quando v’è inaino al mento,
mettergli il piede in sul capo, e sommergerlo tosto. Però sono alcuni che que-
sto fanno co’ suoi rivali, e fin che non hanno modo ben si- curo di minargli,
vanno dissimnlando, e piuttosto si mostran loro amici che altrimenti; poi se la
occasion s’ offerisce lor tale, che conosran poter precipitargli con certa
ruìna, dicen- done tutti i mali, o veri o falsi che siano, lo fanno senza ri
servo, con arte, inganni, e con tolte le vie che sanno imagi- nare. Ma perchè a
me non piacerla mai che ’l nostro Corte- giano usasse inganno alcuno, vorrei
che levasse la grazia deir amica al suo rivale non con altra arte che con l’
amare, col servire', e con 1’ essere virtuoso, valente, discreto e mo- desto;
in somma col meritar più di lui, e con 1’ esser in ogni cosa avvertito e
prudente, guardandosi da alcune sciocchezze inette, nelle quali spesso
incorrono molti ignoranti, e per di- verse vie : chè già ho io conosciuti
alcuni, che, scrivendo e parlando a donne, usano sempre parole di Politilo, e
tanto stanno in su la sottilità della retorica, che quelle si diffidano di sé
stesse, e si tengon per ignorantissime, e par loro un’ora mill’anni finir quel
ragionamento, e levarsegli da- vanti; altri si vantano senza modo; altri dicono
spesso cose che tornano a biasimo e danno di sè stessi: come alcuni, dei quali
io soglio ridermi, che fan profession d’inamorati, e talor dicono in presenza
di donne : Io non trovai mai donna che m’ amasse ; — e non si accorgono che
quelle che gli odono subito fan giudicio che questo non possa nascere d’al- tra
causa, se non perché non meritino nè esser amati, nè pur l’acqua che bevono, e
gli tengon per uomini da poco, nè gli amerebbono per tutto l’oro del mondo;
parendo loro che se gli amassero sarebbono da meno che tutte l’ altre che non
gli hanno amati. Altri, per concitar odio a qualche suo rivale, son tanto
sciocchi, che pur in presenza di donne di- cono: Il tale è il più fortunato
uomo del mondo ; che già non è bello, nè discreto, né valente, nè sa fare o dire
più che gli altri, e por tutte le donile l’amano e gli eorron drieto;— e così
mostrando avergli invidia di questa felicità, ancora che colui nè in aspetto né
in opere si mostri essere amabile, fanno credere che egli abbia in sè qualche
cosa secreta, per la quale meriti l’amor di tante donne; onde quelle che
di lui . aenton ragionare di tal modo, esse ancora per questa credenza si
movono molto più ad amarlo. Rise allor il Conte Ludovico, e disse: Io vi pro-
metto, che queste grosserie non userà mai il Cortegiano di- screto per
acquistar grazia con donne. — Rispose messer Cs- siRE Gonzaga: Nè men
queli’allra che a’ miei di usò un gentiluomo di molla estimazione, il qual io
non voglio nomi- nare per onore degli uomini. — Rispose la signora Duchessa:
Dite almen ciò che egli fece. — Soggiunse messer Cesare: Costui essendo amalo
da una gran signora, richiesto da lei venne secretamenle in quella terra ove
essa era; e poiché la ebbe veduta, e fu stato seco a ragionare quanto essa e ’l
tempo comportarono, partendosi con molle amare lacrime e sospiri, l>er
testimonio dell’estremo dolor ch’egli sentiva di tal parli- la, le supplicò
ch’ella tenesse continua memoria di lui; e poi soggiunse, che gli facesse pagar
l’osteria, perchè essendo stato richiesto da lei, gli parea ragione che della
sua venula non vi sentisse s{)esa alcuna. — Allora tutte le donne comin-
ciarono a ridere, e dir che costui era indegnissimo d’esser chiamalo
gentiluomo; e molti si vergognavano per quella ver- gogna che esso meritamente
aria sentila, se mai per tempo alcuno avesse preso tanto d’intelletto, che
avesse potuto co- noscere un suo cosi vitu|)croso fallo. Voltossi allor il
signor Gaspar a messer Cesare, e disse: Era meglio restar di nar- rar questa
cosa per onor delle donne, che di nominar colui jier onor degli nomini; che ben
potete imaginare che buon giutlicio avea quella gran signora, amando un animale
cosi irrazionale, e forse ancora che di molli che la servivano aveva eletto
questo per lo più discreto, lasciando adrieto e dando disfavore a chi costui
non saria stalo degno famiglio.— Rise il conto Ludovico, e disse: Chi sa che
questo non fosse discreto nell’allr® cose, e peccasse solamente in osterie? Ma
molle volte por soverchio amore gli uomini fanno gran sciocchez- ze; c se
volete dir il vero, forse che a voi lalor è occorso farne P'o d’una
J^XXtl. Risjiose ridendo messer Cesare: Per vostra fè, non scopriamo i nostri
errori. — Pur bisogna scoprirli, rispose UBBO terzo 235 il
signor Gaspako, per sapergli correggere; — poi soggiunse: Voi, signor MagniGco,
or che ’l Corlegian si sa guadagnare e mantener la grazia della sua signora, e
tórla ai suo rivale, sete debilor d’insegnaili a tener secreti gli amori suoi.—
Ri- spose il Magnifico: A me par d’aver detto assai: però fate mo che un altro
parli di questa secretezza. — Allora messer itemardo e tutti gli altri
cominciarono di nuovo a fargli in- stanza; e '1 Magnifico ridendo. Voi, disse,
volete tentarmi; troppo sete tutti ammaestrali in amore : pur, se desiderate
saperne più, andate e si vi leggete Ovidio. — E come, disse messer Bbbnardo,
debb’ io sperare che i suoi precetti vagliano in amore, poiché conforta e dice
esser benissimo, che 1 uom in presenza della innamorata finga d’esser imbriaco?
(vedete che bella maniera d’acquistar grazia!) ed allega per un bel modo di far
intendere, stando a convito, ad una donna d’es- sere inamorato, lo intingere un
dito nel vino, e scriverlo in su la tavola. — Risposo il Magnifico ridendo : In
que tempi non era vizio. — E però, disse messer Bbrnardo, non dispia- cendo
agii uomini di qne’ tempi questa cosa tanto sordida, è da credere che non
avessero cosi gentil maniera di servir donne in amore come abbiam noi ; ma non
lasciamo il pro- posito nostro primo, d’insegnar a tener l’amor secreto.
LXXllI. Allor il Magnifico, Secondo me, disse, per tener l’amor secreto bisogna
fuggir le cause 'che lo publica- no, le quali sono molle, ma una principale,
che é il voler esser troppo secreto, e non fidarsi di persona alcuna: perchè
ogni amante desidera far conoscer le sue passioni alla amala, ed essendo solo è
sforzalo a far molle più dimostrazioni e più etBcaci, che se da qualche
amorevole e fedele amico fosse ajutato; perchè le dimostrazioni che lo amante
islesso £a j danno molto maggior sospetto, che quelle che fa per inler-,
nuDzii: e perchè gli animi umani sono naturalmente curiosi, di sapere, subito
che ano alieno comincia a sospettare, mette tanta diligenza, che conosce il
vero, e conoscintolo, non ha rispetto di publicarlo, anzi talor gli piace; il
che non inter- viene dell’ amico, il qual, oltre che ajuti di favore e di con-
siglio, spesso rimedia quegli errori che fa il cieco inamora- to, e sempre
procura la secretezza, e provede a molle cose Digitized by
Googic 236 ‘ It CORTEGIANO. alle quali esso proveder non può;
olire cfae grandissimo re- frigerio si sente dicendo le passioni e sfogandole
con amico cordiale, e medesimamente accresce mollo i piaceri il poter comunicargli.
— LXXIV. Disse allor il signor Gasparo: Un’altra causa publica molto più
gli amori clic questa. — E quale? — rispose il Magnifico. — Soggiunse il signor
Gaspar: La vana ambizione congiunta con pazzia e crudeltà delle donne, le
quali, come voi stesso avete detto, procurano quanto più possono d’aver gran
numero d’inaroorati, e tutti, se possibil fosse, vorriano che ardessero, c
fatti cenere, dopo morte tornassero vivi per morir un’altra volta; e benché
esse ancor amino, pur go- dono del tormento degli amanti, perchè estimano che
’l do- lore, le afflizioni e ’l chiamar ognor la morte, sia il vero testimonio
che esse siano amate, e possano con la loro bel- lezza far gli uomini miseri e
beali, c dargli morte e vita co- me loro piace; onde di questo sol cibo si
pascono, e tanto avide ne sono, che acciò che non manchi loro, non conten- tano
nè disperano mai gli amanti del tutto; ma per mante- nergli continuamente negli
affanni e nel desiderio usano una certa imperiosa austerità di minacce mescolate
con speran- za, e vogliono che una loro parola, un sguardo, un cenno sia da
essi riputalo per somma felicità; e per farsi tener pudiche e caste, non
solamente dagli amanti ma ancor da tutti gli altri, procurano che questi loro
modi asperi o discorlesi siano publicì, acciò che ognun pensi che, poiché cosi
mal trattano quelli che son degni d’essere amati, mollo pegtgio debbano trattar
gl’indegni: e spesso sotto questa credenza, pensandosi esser sicure con tal’
arte dall infa- mia , si giaccno tutte le notti con uomini vilissimi, e da esse
appena conosciuti, di modo che per godere delle calamità e continui lamenti di
qualche nobil cavaliere e da esse ama- lo, negano a sé stesse que’ piaceri che
forse con qualche escusa*'®" Potrebbono conseguire; e sono causa che ’l
po- vero amante per vera disperazion è sforzalo usar modi donde »' publica
quello che con ogni industria s’averia a tener secrelissimo. Alcun’ altre sono,
le quali se con inganni possono indurre molti a credere d’esser da loro amali,
nulriscono Ira essi le gelosie, col fa*" carezze e favore all’uoo in
presenza dell’ altro ; e quando veggon che quello ancor che esse più amano già
si confida d’csser amato per le dimostra- zioni fattegli, spesso con parole
ambigue e sdegni simulali lo sospendono, e gli trafiggono il core, mostrando
non curarlo e volersi in tutto donare all’allro; onde nascono odii, inimi-
cizie ed infiniti scandali e mine manifeste, perchè forza è mostrar l’estrema
passion che in tal caso l’uom sente, ancor che alia donna ne risulti biasimo ed
infamia. Altre, non con- iente di questo solo tormento della gelosia, dopo che
l’amante ha fatto tulli i lestimonii d’amore e di fedel servitù, ed esse
ricevuti l’hanno con qualche segno di corrispondere in beni- volenza, senza
proposito e quando men s’aspetta cominciano a star sopra di sè, e mostrano di
credere che egli sia intie- pidito, e fingendo nuovi sospetti di non esser
amate, accen- nano volersi in ogni modo alienar da lui : onde per questi in-
convenienti il meschino per vera forza è necessitalo a ritor- nare da capo, •
far le dimostrazioni, come se allora comin- ciasse a servire; o tutto di
passeggiar per la contrada, e quando la donna si parte di casa accompagnarla
alla chiesa ed in ogni loco ove ella vada, non voltar mai gli occhi in al- tra
parte: e quivi si ritorna ai pianti, ai sospiri, allo star di mala voglia; e
quando se le può parlare, ai scongiuri, alle biasleme, alle disperazioni, ed a
lutti quei furori, a che gl’infelici inamorati son condotti da queste fiere,
che hanno più sete di sangue che le tigri. LXXV. Queste lai dolorose
dimostrazioni son troppo ve- dute e conosciute, e spesso più dagli altri che da
chi le cau- sa ; ed in tal modo in pochi di son tanto publiche, che non si può
far un passo né un minimo segno, che non sia da mille occhi notato. Intervien
poi, che mollo prima che siano tra essi i piaceri d’amore, sono creduti e
giudicali da lutto ’l mondo, perchè esse, quando pur veggono che ramante già
vicino alla morte, vinto dalla crudeltà e dai strazi! usatigli delibera
determinatamente e da dovero di ritirarsi, allora cominciano a dimostrar
d’amarlo di core, e fargli tulli i pia- ceri, e donarsegli, acciò che
essendogli mancalo quell’ ar- dente desiderio, il frullo d’amor gli sia ancor
men gralo, e ad esse abbia minor obligazione, per far ben ogni cosa al
contrario. Ed essendo già tal amore notissimo, sono ancor in que’ tempi poi
notissimi tutti gli etTetti che da quel procedo- no; cosi restano esse
disonorate, e lo amante si trova aver perduto il tempo e le fatiche, ed
abbreviatosi la vita negli affanni, senza frutto o piacer alcuno; per aver
conseguito i suoi desiderii non quando gli sariano stati tanto grati che
l’arian fatto felicissimo, ma quando poco o niente gli apprez- zava, per esser
il cor già tanto da quelle amare passioni mor- tifìcato, che non tenea
sentimento più per gustar diletto o contentezza che se gli offerisse. —
LXXVI. Allor il signor Ottaviano ridendo, Voi, disse, siete stato cheto un
pezzo e retirato dal dir mal delle donne; |K>i le avete cosi ben tocche, che
par che abbiale aspettato per ripigliar forza, come quei che si tirano a drielo
per dar maggior incontro ; e veramente avete torto, ed oramai do- vreste e.sser
mitigato. — Rise la signora Emilia, e rivolta alla signora Duchessa, Eccovi,
disse. Signora, che i nostri av- versarii cominciano a rompersi e dissentir
l’un dall’ altro. — Non mi date questo nome, rispose il signor Ottaviano, per-
ch’ io non son vostro avversario ; èromi lien dispiaciuta que- sta contenzione,
non perchè m’ increscesse vederne la vitto- ria in favor delle donne, ma perchè
ha indotto il signor (iasparo a calunniarle più che non dovea, e ’l signor
Magni- fico e messer Cesare a laudarle forse un poco più che ’l de- bito ;
oltre che per la lunghezza del ragionamento avemo fierdulo d’intender moli’
altre belle cose, che restavano a dirsi del Cortegiano. ; — Eccovi, disse la
signora Emilia, che pur siete nostro avversario; e perciò vi dispiace il
ragionamento passato, nè vorreste che si fosse formalo questa cosi eccel- lente
Donna di Palazzo: non perchè vi fosse altro che dire sopri! it Corlegiano,
|)crchè già questi signori han dello quanto sapeano, nè voi, credo, nè altri
iwtrebhc aggiungervi I>iù cosa alcuna; ma per la invidia che avete all’ onor
delle donne-' — I^XXVII. Certo è, risjiose il signor Oitaviano, che, ol-
tre allo dette sopra il Cortegiano, io ne desiderare! molle altre ; 1*“*’
P®'ché ognun si contenta eh’ ci sia tale, io ancora I
Digitized by ^ -j J LIBRO TERZO. 239
me ne contento; nè in altra cosa lo malarei, se non in farlo un poco più amico
delle donne che non è il signor Gaspar, ma forse non tanto quanto è
alcuno di questi altri signori. Allora la signora Duchessa, Bisogna,
disse, in ogni modo che noi veggiamo, se l’ingegno vostro è tantoché basti a
dar maggior perfezione al Cortegiano, che non han dato questi 8/gnori. Però
siate contento di dir ciò che n’avete in animo: a/lrimenti noi pensaremo che nè
voi ancora sappiate aggiun- gergK più di quello che s’ è detto, ma che abbiate
voluto de- Iraere alte laudi della Donna di Palazzo, parendovi ch’ella sia
eguale al Cortegiano, il quale perciò voi vorreste che si credesse che potesse
esser molto più perfetto che quello che hanno formato questi signori. — Rise il
signor Ottaviano, e disse: Le laudi e biasimi dati alle donne più del debito
hanno tanto piene l’orecchie e l’animo di chi ode, che non han la- scialo loco
che altra cosa star vi possa ; oltra di questo, se- condo me, l’ora è molto
tarda. — Adunque, disse la signora Duchessa, aspettando insino a domani aremo
più tempo; e quelle laudi e biasimi che voi dite esser stati dati alle donne
dell’una parte e Tallra troppo eccessivamente, frattanto usci- ranno dell’
animo di questi signori, di modo che por saranno capaci di quella verità che
voi direte Cosi parlando la si- gnora Duchessa, levossi in piedi, e
cortesemente donando licenza a tutti, si ritrasse nella stanza sua più secreta,
ed ognuno si fu a dormire. Digitized by Google IL
QUARTO LIBRO DEL CORTEGIANO OH COTTO BlUJMàK ClSTIGUOm A MESSER
ALFONSO ARIOSTO. I Pensando io di scrivere i ragionamenli che la
quarla sera dono le narrale nei precedenti libri s’ebbero, sento tra Tarii
diUrsi uno amaro pensiero che nell’an.nao m. percu^ te e delle miserie umane e
nostre sperarne fallaci ncorde- vo’le mi fa; e come spesso la fortuna a mexzo
il corso talor presso al fine rompa i nostri fragili e vani disegni, talor U
immerga prima che pur veder da lontano possano il ^rto. ?o”namf aSunque a
memoria che, non molto tempo dapo che questi ragionamenli passarono, privò
morte la casa nostra di tre rarissimi gentiluomini, quando di p «nera età e
speranza d’onore più fiorivano. E di questi i pri- fu il signor Gaspar
Pallavicino, il quale essendo stalo da “ - acuta infermità combattuto, e più
che una volta ridotto all’estremo, benché l’animo fosse di tanto vigore che per
un rèm^i^enesse i spirili in quel corpo a dispetto d. mor e pur ■n età mollo
immatura forni il suo naturai corso; perdila gra •lissima non solamente nella
casa nostra, ed agli amici e iw- ««ti suoi, ma alla patria ed a tutta la
Lombardia. Non mollo resse mori messer Cesare Gonzaga, il quale a tolti coloro
aveano di lui notizia lasciò acerba e dolorosa memoria A Ila sua morte; perchè,
produccndo la natura cosi rare volle me fa tali uomini, pareva pur conveniente
che di questo tosto non ci privasse: chè certo dir si può, che messer Cesare ci
fosse appunto ritolto quando cominciava a mostrar di sé più che la
speranza, ecj esser estimato quanto merita- vano le sue ottime qualità; perchè
già con molte virtuose fa- tiche avea fatto buon testimonio del suo valore, il
quale ri- splendeva , oltre alla nobilita del sangue, dell' ornamento ancora delle
lettere e d’arme, e d’ogni laudabjl costume; tal che, per la bontà, per
l’ingegno, per Tanimo e per lo saper suo non era cosa tanto grande, che di lui
aspettar non si po- tesse. Non passò molto, che messer Roberto da Bari esso an-
cor morendo molto dispiacer diede a tutta la casa; perchè ragionevole pareva
che ognun si dolesse della morte d’un giovane di buoni costumi, piacevole, e di
bellezza d’aspetto o disposizion delta persona rarissimo, in complession tanto
prosperosa e gagliarda quanto desiderar si potesse. II. Questi adunque se
vivuti fossero, penso che sariano giunti a grado, che ariano ad ognuno che
conosciuti gli avesse potuto dimostrar chiaro argomento, quanto la Corte d
Urbino fosse degna di lande, e come di nobili cavalieri ornala; il che fatto
hanno quasi tutti gli altri, che in essa creali si so- no; chè veramente del
Cavai Trojano non uscirono tanti si- gnori e capitani , quanti di questa casa
usciti sono uomini per virtù singolari, e da ognuno sommamente pregiati. Chè,
come sapete, messer Federico Frcgoso fu fatto arcivescovo di Salerno; il conte
Ludovico, vescovo di Bajous; il signor Ottaviano, duce di Genova; messer
Bernardo Bibiena, car- dinale di Santa Maria in Portico; messer Pietro Bembo,
se- cretano di Papa Leone; il signor MagniGco al ducato di Ne- mours ed a
quella grandezza ascese dove or si trova; il si- gnor Francesco Maria Rovere,
prefetto di Roma, fu esso ancora fatte duca d’ Urbino: benché molto maggior
laude at- tribuir si possa alla casa dove nutrito fu, che in essa sia riu-
scito cosi saro ed eccellente signore in ogni qualità di virtù come or si vede,
che dello esser pervenuto al ducato d’Ur- bino; nè credo che di ciò piccol
causa sia stata la nobile compagnia, dove in continua conversazione sempre ha
ve- duto ed udito lodevoli costumi. Però parmi che quella causa, o sia per
ventura o per favore delle stelle, che ha cosi lun- gamente concesso ottimi
signori ad Urbino, pur ancora duri, e produca i medesimi effetti ; e però
sperar si può che ancor la buona forlupa debba secondar tanto queste opere
virtuose, che la felicità della casa e dello stato non solamente non sia per
mancare, ma più presto di giorno in giorno per accre- scersi: e già se ne
conoscono molti chiari segni, tra i quali estimo il precipuo Tesserci stata
concessa dal cielo una tal signora, com’è la signora Eleonora Gonzaga, duchessa
nuo- va; che se mai furono in un corpo solo congiunti sapere, gra- zia,
bellezza, ingegno, maniere accorte, umanità, ed ogni altro gentil costume; in questa
tanto sono uniti, che ne risulta una catena, che ogni suo movimento di tutte
queste condizioni insieme compone ed adorna. Seguitiamo adunque i ragiona-
menti del nostro Cortegiano, con speranza che dopo noi non debbano mancare di
quelli che piglino chiari ed onorati esem- pii di virtù dalla Corte presente d’
Urbino, cosi come or noi facciamo dalla passata. HI. Parve adunque,
secondo che ’l signor Gasparo Palla- vicino raccontar soleva, che ’l seguente
giorno, dopo i ragio- namenti contenuti nel precedente Libro, il signor
Ottaviano fosse poco veduto; perché molti estimarono che egli fosse re- tirato,
per poter senza impedimento pensar bene a ciò che diro avesse: però, essendo
all’ora consueta ridottasi la com- pagnia alla signora Duchessa, bisognò con diligenza
far cer- car il signor Ottaviano, il quale non comparse per buon spa- zio; di
modo che molli cavalieri e d.-imigclle della corte cominciarono a danzare ed
attendere ad altri piaceri, con opinion che per quella sera più non s’avesse a
ragionar del Cortegiano. E già tutti erano occupati, chi in una cosa chi in
un’altra, quando il signor Ottaviano giunse quasi più non aspettalo; e vedendo
che messer Cesare Gonzaga e’I signor Gaspar danzavano, avendo fatto riverenza
verso la signora Duchessa, disse ridendo: Io aspettava pur d’udir an- cor
questa sera il signor Gaspar dir qualche mal delle don- ne; ma vedendolo danzar
con una, penso ch’egli abbia fatto la pace con tutte; e piacemi che la lite o
per dir meglio il ragionamento del Cortegiano sia terminato cosi. — Termi- nalo
non è già, rispose la signora Dcciiessa; perch’ io non son cosi nemica degli
uomini, come voi siete delle donne; e perciò non voglio che ’l Cortegiano sia
defraudalo del suo debilo onore, c di quelli ornamenli che voi stesso
jersera gli prometteste; — e cosi parlando, ordinò che tutti, finita quella
danza, si mettessero a sedere al modo usato: il che fu fallo; e stando ognuno
con molla attenzione, disse il signor Ottà- viANo: Signora, poiché l’aver io
desiderato molt’altre buone qualità nel Cortegiano si batleggia per proméssa
ch'io le ab- bia a dire, son contento parlarne, non già con opinion di dir
tulio quello che dir vi si poria, ma solamente tanto che ba- sti per levar dell’
animo vostro quello che jerscra opposto mi' fu, cioè, ch’io abbia così dello
piuttosto per delraere alle laudi della Donna di Palazzo, con far credere
falsamente che altre eccellenze si possano attribuire al Cortegiano, e con tal
arte fargliele superiore, che perchè cosi sia; però, peraccom- modarmi ancor
all’ora , che è più larda che non suole quando si dà principio al ragionare,
sarò breve. IV. Così, continuando il ragionamento di questi signori, il
qual in tutto approvo e confermo, dico, che delle cose che noi chiamiamo buone
sono alcune che semplicemente e per sè stesse sempre son buone, come la
temperanza, la fortezza, la sanità, e tutte le virtù che partoriscono
tranquillità agli animi; altre che per diversi rispetti e per lo fine al quale
s’ indrizzano son buone, come le leggi, la liberalità, le ric- chezze, ed altre
simili- Estimo io adunque, che ’I Cortegiano perfetto, di quel modo che
descritto l’ hanno il conte Ludo- vico e messer Federico, possa esser veramente
buona cosa, e degna di laude ; non però semplicemente nè per sè, ma per
rispetto del fine al quale può essere indrizzato : chè in vero se con l’essere
nobile, aggraziato e piacevole, ed esperto in tanti esercizii , il Cortegiano
non producesse altro fruito che r esser tale per sé stesso, non estimarsi che
per conse- guir questa perfezion di Cortegiania dovesse 1’ uomo ragio-
nevolmente mettervi tanto studio e fatica, quanto è neces- sario a chi la vuole
acquistare; anzi direi, che molle di quelle condizioni che se gli sono
attribuite, come il danzar, festeggiar, cantar e giocare, fossero leggerezze e
vanità, ed in un uomo di grado piuttosto degne di biasimo che di lau- de:
perchè queste attilature, imprese, motti, ed altre lai cose che appartengono ad
inlertcni menti di donne e d’amóri, ancora che forse a moHi allri paja il
contrario, spesso non fanno altro che effeminar gli animi, corromper la
gioventù, e ri- durla a vita lascivissima; onde nascono poi questi effetti, che
’l nome italiano è ridotto in obbrobrio, nè si ritrovano se non pochi che osino
non dirò morire, ma pur entrare in un pericolo. E certo inHnitc altre cose
sono, le quali, mel- tendovisi industria e studio, partoririano molto maggior
utilità e nella pace e nella guerra, che questa tal Cortegiania per sè sola ;
ma se le operazioni del Cortegiano sono indirizzale a quel buon fine che
debbono e eh’ io intendo, parmi ben , che non solamente non siano dannose o
vane, ma utilissi- me e degne d’ infinita laude. V. 11 fin adunque del
perfetto Cortegiano , del quale in- sino a qui non s’ è parlato , estimo io che
sia il guadagnarsi, per mezzo delle condizioni allrihuitegli da questi signori,
talmente la bcnivolenza e l’ animo di quel principe a cui serve, che possa
dirgli e sempre gli dica la verità d ogni cosa che ad esso convenga sapere,
senza timor o pericolo di dispiacergli; e conoscendo la mente di quello
inclinata a far cosa non conveniente, ardisca di conlradirgli, e col gen- til
modo valersi della grazia acquistata con le sue buone qua- lità per rimoverlo
da ogni intenzion viziosa, ed indurlo al cammìn della virtù; e cosi avendo il
Cortegiano in sè la bontà, come gli hanno attribuita questi signori, accompa-
gnata con la prontezza d’ ingegno e piacevolezza, e con la prudenza e notizia
di lettere e di tante altre cose: saprà in ogni proposito destramente far
vedere al suo principe, quanto onore ed utile nasca a lui ed alli suoi dalla
giustizia, dalla liberalità, dalla magnanimità, dalla mansuetudine, e dall’
altre virtù che si convengono a buon principe; e, per contrario, quanta infamia
e danno proceda dai vizii oppositi a queste. Però io estimo che come la musica,
le feste, i gio- chi e r altre condizioni piacevoli son quasi il fiore, cosi lo
indurre o ajutare il suo principe al bene, e spaventarlo dal male, sia il vero
frutto della Cortegiania. E perchè la laude del ben far consiste precipuamente
in due cose, delle quai r una 6 lo eleggersi un fine dove tenda la intenzion
nostra, che sia veramente buono; l’altra il saper ritrovar mozzi opporlani ed
àuì pgp condursi a questo buon fine designalo : certo è che l’animo di colui,
che pensa di far che ’J suo principe non sia d’ alcuno ingannato, nè ascolti
gli adulatori, nè i maledici e bugiardi, e conosca il bene e ’l male, ed al- r
uno porti amore, all’ altro odio, tende ad ottinio fine. VJ., Parrai
ancora che le condizioni attribuite al Corte- giaao da questi signori, possano
esser buon mezzo da per- venirvi ; e questo, perchè dei molti errori eh’ oggidì
veggia- mo in molti dei nostri principi, i maggiori sono la ignoranza, e la
persuasion di sè stessi ; e la radice di questi dui mali non è altro che la
bugia: il qual vizio meritamente è odioso a Dio ed agli uomini, e più nocivo ai
principi che alcun al- tro ; perchè essi più che d’ ogni altra cosa hanno
carestia di quello di che più che d’ ogni altra cosa saria bisogno che avessero
abondanza, cioè di chi dica loro il vero e ricordi il bene: perchè gli inimici
non son stimolati dall’ amore a far questi ofilcii, anzi han piacere che vivano
sceleratamente nè mai si correggano; dall’ altro canto, non osano calunniargli
publicamenle per timor d’ esser castigati: degli amici poi, pochi sono che
abbiano libero adito ad essi, © quelli pochi han riguardo a riprendergli dei
loro errori cosi liberamente come riprendono i privati , e spesso, per
guadagnar grazia e avore, non attendono ad altro che a propor cose che dilet-
tino e dian piacer all’ animo loro, ancora che siano male e disoneste; di modo
che d’amici divengono adulatori, e, per trarre utilità da quel stretto
commercio, parlano ed oprano grappe a compiacenza, e per lo più fannosi la
strada con le ugie, le quali nell’ animo del principe partoriscono la igno-
ranza non solamente delle cose estrinseche, ma ancor di sé 8 esso, e ^questa
dir si può la maggior e la più enorme bugia I tutte 1 altre, perchè l’animo
ignorante inganna sè stesso, c mentisce dentro a sè medesimo. VII.
Da questo interviene che i signori, oltre al non in- endere mai il vero di cosa
alcuna, inebriali da quella licen- perla seco il dominio, e dalla abondanza ha
^ nei piaceri, tanto s’iugannano e lanlo n ir!”*i- corrotto, veggendosi
sempre obedili e quasi ado, all con (anta riverenza e laude, senza mai
non che riprensione ma pur conlradizione, che da quesla ignoranza
pas- sano ad una estrema persuasion di sè slessi, talmente che |K)inoii
ammettono consiglio nè parer d’altri; e perchè cre- dono che ’l saper regnare
sia facilissima cosa, e per conse- tiuirla non bisogni allr’arteo disciplina
che la sola forza, voUan l’animo e lutti i suoi pensieri a mantener quella po-
tenza che hanno, estimando che la vera felicità sia il poter ciò che si vuole.
Però alcuni hanno in odio la ragione e la giustizia, parendo loro che ella sia
un certo freno ed un modo che lor potesse ridurre in servitù, e diminuir loro
quel bene e salisfazione che hanno di regnare, se volessero ser- varla ; e che
il loro dominio non fosse perfetto nè integro, se essi fossero conslrelli ad
obedire al debito ed all’ onesto, per- chè pensano che chi obbedisce non sia
veramente signore. Però andando drieto a questi principii, e lasciandosi
Irappor- tare dalla persuasion di sè stessi, divengon superbi, e col volto
imperioso e costumi austeri, con veste pompose, oro e gemme, e col non
lasciarsi quasi mai vedere in publico, cre- dono acquistar autorità tra gli
uomini, ed esser quasi tenuti Dei; c questi sono, al parer mio, come i colossi
che l’anno passalo fur fatti a Roma il di della festa di piazza d’Agone, che di
fuori mostravano similitudine di grandi uomini e cavalli trion- fanti, e dentro
erano pieni di stoppa e di strozzi. Ma i prin- cipi di questa sorte sono tanto
peggiori , quanto che i colossi per la loro medesima gravità ponderosa si
soslengon ritti; ed essi, perchè dentro sono mal contrapesali, e senza misura
posti sopra basi inequali, per la propria gravità minano sè stessi, e da uno
orrore incorrono in infiniti; perchè la igno- ranza loro, accompagnala da
quella falsa opinion di non po- ter errare, e che la potenza che hanno proceda
dal lor sapere, induce loro per ogni via, giusta o ingiusta, ad occupar stati
audacemente, pur che possano. Vili. Ma se deliberassero di sapere e di
far quello che debbono, cosi conlraslariano per non regnare, come contra- stano
per regnare ; perchè conosceriano quanto enorme e perniciosa cosa sia, che i
sudditi, che han da esser governali, siano più savii che i principi, che hanno
da governare. Ec- covi che In ignoranza della musica, del danzare, del
cavai- libro quarto. 247 care non nuoce ad alcuno ;
nicnledinaeno, chi non è musico si vergogna nò osa cantare in presenza
d’altrui, o danzar chi non sa, e chi non si lien ben a cavallo di cavalcare ;
ma dal non sapere governare i popoli nascon tanti mali, morti, de- slruzioni,
incendii, mine, che si pad dir la più morlal peste che si trovi sopra la terra;
e por alcuni principi ignorantis- simi dei governi non si vergognano di
mettersi a governar, non dirò in presenza di quattro o di sei uomini, ma al co-
spetto di tutto ’l mondo; perchè il grado loro è posto tanto in alto, che tutti
gli occhi ad essi mirano, e però non che i grandi ma i piccolissimi lor difetti
sempre sono notati: come si scrive che Gimone era calunniato che amava il vino,
Sci- pione il sonno, Lucullo i convivi!. Ma piacesse a Dio, che i principi di
questi nostri tempi accompagnassero i peccali loro con tante virtù, con quante
accompagnavano quegli antichi ; i quali, se ben in qualche cosa erravano, non
fuggivano però i ricordi e documenti di chi loro parca bastante a correggere
quegli errori, anzi cercavano con ogni instanza dicomponer la vita sua sotto la
norma d’uomini singolari ; come Epami- nonda di Lisia Pitagorico, Agesilao di
Senofonte, Scipio- ne di Panezio, ed inhniti altri. Ma se ad alcuni de’ nostri
principi venisse inanti un severo filosofo, o chi si sia, il qual apertamente e
senza arte alcuna volesse mostrar loro quella orrida faccia della vera virtù,
ed insegnar loro i buoni co- stumi, e qual vita debba esser quella d’ un buon
principe, -son certo che al primo aspetto lo aborririano come un aspi- de, o
veramente se ne fariano beffe come di cosa vilissima. IX. Dico adunque
che, poi che oggidì i principi son tanto corrotti dalle male consuetudini, e
dalla ignoranza e falsa persuasione di sé stessi, e che tanto è diflìcile il
dar loro notizia della verità ed indurgli alla virtù, e che gli uo- mini con le
bugie ed adulazioni e con cosi viziosi modi cer- cano d’entrar loro in grazia;
il Corlegiano, per mezzo di quelle gentil qualità che date gli hanno il conte
Ludovico e messer Federico, può facilmente e deve procurar d’acqui- starsi la
benivolenza, ed adescar tanto l’animo del suo prin- cipe, che si faccia adito
libei'o e sicuro di parlargli d’ogni cosa senza esser inulesto ; e se egli sarà
tale come s’è detto, Digìtized by Googic 248
IL CORTEGIANO. con poca fatica gli verrà fallo, o cosi potrà
aprirgli sempre la verità di tutte le cose con destrezza; olirà di questo, a
poco a poco infondergli nell’ animo la bontà, ed insegnargli la continenza, la
fortezza, la giustizia, la temperanza, fa- cendogli gustar quanta dolcezza sia
coperta da quella poca amaritudine, che al primo aspetto s’offerisce a chi
contrasta ai vizii; li quali sempre sono dannosi, dispiacevoli, ed ac-
compagnali dalla infamia e biasimo, cosi come le virtù sono utili, gioconde e
piene di laude ; ed a queste eccitarlo con l^esempio dei celebrali capitani e
d’altri nomini eccellenti, ai quali gli antichi usavano di far statue di bronzo
e di mar- mo, e talor d’oro, e collocarle ne’ lochi publici, cosi per onor di
quegli, come per lo stimolo degli altri, che per ùna one- sta invidia avessero
da sforzarsi di giungere essi ancor a quella gloria. X. In questo modo
per la austera strada della virtù po- trà condurlo, quasi adornandola di fronde
ombrose e spar- gendola di vaghi Cori, per temperar la noja del faticoso
cammino a chi è di forze debile; ed or con musica, or con arme e cavalli, or
con versi, or con ragionamenti d’amore, e con tutti que’ modi che hanno delti
questi signori, tener continuamente quell’ animo occupato in piacere onesto,
im- primendogli però ancora sempre, come ho dello, in compa- gnia di queste
illecebre, qualche costume virtuoso, ed ingan- nandolo con inganno salutifero;
come i cauti medici, li quali spesso, volendo dar a’ fanciulli infermi e troppo
delicati me- dicina di sapore amaro, circondano l’orificio del vaso di qualche
dolce liquore. Adoprando adunque a tal effetto il Corlegiano questo velo di
piacere in ogni tempo, in ogni loco ed in ogni esercizio conseguirà il suo
fine, e meriterà molto maggior laude e premio, che pfer qualsivoglia altra
buona opera che far potesse al mondo; perchè non è bene alcuno che cosi
universalmente giovi come il buon principe, nè male che cosi universalmente
neccia come il mal principe: però non è ancora pena tanto atroce e crudele, che
fosso bastante castigo a quei scelerati cortegiani, che dei modi gentili e
piacevoli e delle buone condizioni si vagliano a mal fine, c per mezzo di
quelle ccrcan la grazia dei loro principi, c per corroiop®*'?^* c
disviargli dalla vìa della virtù ed indurgli al vizio» chè questi tali dir si
può, che non un vaso dove un solo abbia da bere, ma il fonte publico del quale
usi tulio ’l popolo, infettano di mortai veneno. — XI. Taceasi il signor
Ottaviano, come se più avanti par- lar non avesse voluto; ma il signor Gasparo,
A me non par, signor Ottaviano, disse, che questa bontà d’animo, e la con-
tinenza e r altre virtù, che voi volete che ’l Corlegiano mo- stri al suo
signore, imparar si possano; ma penso che agli uomini che l’ hanno siano date
dalla natura e da Dio. E che cosi sia, vedete che non è alcun tanto scelerato e
dj mala sorte al mondo, nè cosi intemperante ed ingiusto, che es- sendone
dimandalo confessi d’esser tale; anzi ognuno, per malvagio che sia, ha piacer
d’esser tenuto giusto, continente e buono: il che non interverrebbe, se queste
virtù imparar si potessero; perchè non è vergogna il non saper quello in che
non s’ha posto studio, ma bene par biasimo non aver quello di che da natura devemo
esser ornati. Perù ognuno si sforza di nascondere i difetti naturali, cosi
dell’animo come ancora del corpo; il che si vede nei ciechi, zoppi, torli, ed
altri stroppiali o bruiti; chè benché questi mancamenti si possano imputare
alla natura, pur ad ognuno dispiace sentirgli in sé stesso, perchè pare che per
testimonio della medesima na- tura l’uomo abbia quel difetto, quasi per un
sigili® ® segno della sua malizia. Conferma ancor la mia opinion quell* fa-
bula che si dice d’Epìmeteo, il qual seppe cosi m»! distri- buir le doli della
natura agli uomini, che gli lasciò mollo piu bisognosi d’ogni cosa che tutti
gli altri animali: onde Pro- meteo rubò quella artiCciosa sapienza da Minerva e
cano, per la quale gli uomini trovano il vivere; aveano però la sapienza civile
di congregarsi insieme nello città, e saper vivere moralmente, per esser questa
nella ròcca di Jove guardala da custodi sagacissimi i q®*!' spaventavano
Prometeo, che non osava loro accostarsi; Jove, avendo compassione alla
miseria degli uomio*» * non polendo star uniti per mancamento della virtù
civile erano lacerali dalle Aere, mandò Mercurio in terra a pori*' la giustizia
e la vergogna, acciò che queste due cose ornassero le città, e colligassero
insieme i cittadini; e volse che a quegli fosser date non come l’ altre arti,
nelle quali un pe- rito basta per molti ignoranti, come è la medicina, ma che
in ciascun fossero impresse; e ordinò una legge, che tutti quelli che erano
senza giustizia e vergogna fossero, come pestiferi alle città, csterminati e
morti. Eccovi adunque, si- gnor Ottaviano, che queste virtù sono da Dio
concesso agli uomini, e non s’ imparano, ma sono naturali. — XII. Allor
il signor Ottaviano, quasi ridendo. Voi adun- que, signor Gasparo, disse,
volete che gli uomini sian cosi infelici e di cosi perverso giudicio, che
abbiano con la indu- stria trovato arte per far mansueti gl’ingegni delle
fiere, orsi, lupi, leoni, e possano con quella insegnare ad un vago augello
volar ad arbitrio dell’ uomo, e tornar dalle selve e dalla sua naturai libertà
volontariamente ai lacci ed alla ser- vitù: e con la medesima industria non
possano o non vo- gliano trovar arti, con le quali giovino a sé stessi, e con
di- ligcnza c studio faccian l’animo suo migliore? Questo, al parer mio,
sarebbe come se i medici studiassero con ogni diligenza d’avere solamente
l’arte da sanare il mal dell’ un- gie, e lo lattumc dei fanciulli, e
lasciassero la cura delle febri, della pleuresia, e dell’altro infermità gravi;
il che quanto fosse fuor di ragione, ognun può considerare. Estimo io adunque,
che le virtù morali in noi non siano totalmente da natura, perchè ninna cosa si
può mai assuefare a quello che le è naturalmente contrario; come si vede d’ un
sasso, il qual se ben dieccmilia volle fosse gittate all’insù, mai non s’
assuefaria andarvi da sè: però se a noi le virtù fossero cosi naturali come la
gravità al sasso, non ci assuefaremmo mai al vizio. Nè meno sono i vizii
naturali di questo modo, perchè non potremmo esser mai virtuosi; c troppo
iniquità e sciocchezza saria castigar gli uomini di que’difelli, che pro-
ccdossero da natura senza nostra colpa; o questo error com- mcttcriano lo
leggi, le quali non dànno supplicio ai malfat- tori |>or io error passalo,
perchè non si può far che quello che è fatto non sia fatto, ma hanno rispetto
allo avvenire, acciò che chi ha errato non erri più, ovvero col mal esem- pio
non dia causa ad altrui d’errare; c cosi pur estimano cl,e le virtù
imparar si possano: il che è verissimo; perché noi siamo nati atti a riceverle,
e medesimaraenle i vizii, e però dell’ano e l’ altro in noi si fa l’abito con
la consuetu- dine, di modo che prima operiamo le virtù o i vizii, poi siamo
virtuosi o viziosi. Il contrario si conosce nelle cose che ci son date dalla
natura, che prima avemo la potenza d’opera- re, poi operiamo: come è nei sensi;
chè prima polemo ve- dere, udire, toccare, poi vedemo, udiamo e tocchiamo; ben-
ché però ancora molte di queste operazioni s’ adornano con la disciplina. Onde
i buoni pedagoghi non solamente inse- gnano lettere ai fanciulli, ma ancora
buoni modi ed onesti nel mangiare, bere, parlare, andare, con certi gesti
accom- modati. XIII. Però, come nell’ altre arti, cosi ancora nelle virtù
è necessario aver maestro, il qual con dottrina e buoni ri- cordi susciti e
risvegli in noi quelle virtù morali, delle quali avemo il seme incluso e
sepolto nell’anima, e come buono agricoltore le coltivi e loro apra la via,
levandoci d’intorno le spine e ’l loglio degli appetiti, i quali spesso tanto
adom- brano e soffocan gli animi nostri, che fiorir non gli lasciano, nè produr
quei -felici frutti, che soli si dovriano desiderar che nascessero nei cori
umani. Di questo modo adunque è naturai in ciascun di noi la giustizia e la
vergogna-, la qual voi dite che Jove mandò in terra a tutti gli uomini ; ma
siccome un corpo senza occhi, per robusto che sia, se si muove ad un qualche
termine spesso falla, cosi la radice di queste virtù potenzialmente ingenite
negli animi nostri , se non ajutafa dalla disciplina, spesso si risolve in
nulla; perché se si deve ridurre in atto, ed all’abito suo perfetto, non si
contenta, come s’è detto, della natura sola, ma ha bisogno della arti- ficiosa
consuetudine e della ragione, la quale purificò* ® lucidi quell’ anima,
levandole il tenebroso velo <1®»» ranza, dalla qual quasi lutti gli errori
degli uomini no: chè se il bene e ’l male fossero ben conosciuti ed intesi,
ognuno sempre eleggeria il bene, e fuggiria il male- P®*"* virtù si può
quasi dir una prudenza ed un saper eleggere il bene, e ’l vizio una imprudenza
ed ignoranza che induce a giudicar falsamente; perchè non eleggono niai gl*
uomini il male con opinion che sia male, ma s’ingannano per una certa
similitudine di bene. — XIV. Rispose allor il signor Gaspabo: Son però
molli, i quali conoscono chiaramente che fanno male, e pur lo fan- no; e questo
perchè estimano più il piacer presente che sen- tono, che ’l castigo che
dubilan che gli ne abbia da venire: come i ladri, gli omicidi, ed altri tali. —
Disse il signor Ot- ta vi aso: 11 vero piacere è sempre buono, e ’l vero dolor
malo; però questi s’ ingannano togliendo il piacer falso per lo vero, e ’l vero
dolor per lo falso; onde spesso per i falsi piaceri incorrono nei veri
dispiaceri. Quell’arte adunque che insegna a discerner questa verità dal falso,
pur si può impa- rare; e la virtù, per la quale eleggerne quello che è vera-
mente bene, non quello che falsamente esser appare, si può chiamar vera
scienza, e più giovevole alla vita umana che alcun’aura, perchè leva la
ignoranza, dalla quale, come ho detto, nascono tutti i mali. — XV. Allora
messer Pietbo Bembo, Non so, disse, signor Ottaviano, come consentir vi debba
il signor Gasparo, che dalla ignoranza nascano tutti i mali; e che non siano
multi, ì (inali |)cccando sanno veramente che peccano, nè si ingan- nano punto
nel vero piacere, nè ancor nel vero dolore: per- chè certo è che quei che sono
incontinenti giudican con ra- gione e dirittamente, e sanno che quello a che
dalle cupi- dità sono stimolati centra il dovere è male, e però resistono ed
oppongon la ragione all’appetito, onde ne nasce la batta- glia del piacere e
del dolore centra il giudicio; in ultimo la ragion, vinta dall’appetito troppo
i>ossente, s’abbandona, come nave che per un spazio di tempo si difende
dalle pro- celle di mare, al fin, percossa da troppo furioso impeto de’ venti,
spezzate rancore e sarte, si lascia trapportar ad arbitrio di fortuna, senza
operar timone, o magisterio alcuno di calamita per salvarsi. Gl’incontinenti
adunque commetton gli errori con un certo ambiguo rimorso, e quasi al lor di-
spetto; il che non furiano, se non saiiessero che quel che fanno è male, ma
senza contrasto di ragione andariano to- talmente profusi drieto all’appetito,
ed allor non incontinen- ti, ma intemperati sariano; il che è molto peggio:
però la Digitizeo 1 libro quarto. 255
incontinenza si dice esser vizio diminoto, perchè ha in sé parte di ragione; e
medesimamente la continenza, virtù im- perfetta, perchè ha in sè parte
d’affetto: perciò in questo parmi che non si possa dir che gli errori degli
incontinenti procedano da ignoranza , o che essi s’ ingannino e che non
pecchino, sapendo che veramente peccano. Rispose il signor Ottàviano: In vero,
messer Pie- tro, l’argomento vostro è buono; nientedimeno, secondo me, è più
apparente che vero, perché benché gl’incontinenti pecchino con quella
ambiguità, e che la ragione nell’ animo loro contrasti con l’appetito, e lor
paja che quel che è male sia male, pur non ne hanno perfetta cognizione, nè lo
sanno cosi intieramente come saria bisogno: però in essi di questo è più presto
una debile opinione che certa scienza, ondo consentono che la ragion sia vinta
dallo affetto; ma se ne avessero vera scienza, non è dubio che non errariano:
per- chè sempre quella cosa per la quale l’ appetito vince la ra- gione è
ignoranza, nè può mai la vera scienza esser superata dallo affetto, il quale
dal corpo, e non dall’animo, deriva; e se dalla ragione è ben retto e
governato, diventa virtù, e se -altrimenti, diventa vizio; ma tanta forza ha la
ragione, che sempre si fa obedire al senso, e con maravigliosi modi e vie
penetra, pur che la ignoranza non occupi quello che essa aver dovria; di modo
che, benché i spiriti o i nervi e l’ossa non abbiano ragione in sé, pur quando
nasce in *1“^' movimento dell’animo, quasi che ’l pensiero sproni e Muoia la
briglia ai spirili, tutte le membra s’apparecchi»®®’ ‘ al corso, le mani a
pigliar o a fare ciò che 1’ animo pensa, e questo ancora si conosce
manifestamente in molti» li non sapendo, talora mangiano qualche cibo stomacoso
e Mhi-- fo, ma cosi ben acconcio che al gusto lor pare delicalissi®®’ poi,
risapendo che cosa era, non solamente hanno dolore « fastidio nell’ animo, ma
’l corpo accordan si ®®' giudicio della mente, che per forza vomitano quel
cibo. Seguitava ancor il signor Ottaviano il ragio- namento; ma il Magnifico
Juliano interrompendolo > Sig®®*^ Ottaviano, disse, se bene ho inteso, voi
avete dell® continenza è virtù imperfetta, perchè ha in sè fello; ed a me
pare che quella virtù la quale, essendo nel- r animo nostro discordia tra la
ragione e l’ appetito, com- balle e dà la villoria alla ragione, si debba
estimar più perfetta che quella che vince non avendo cupidità nè alTetlo alcuno
che le contrasti ; perchè pare che quell’ animo non si astenga dal male per
virtù, ma resti di farlo perchè non ne abbia volontà. — AUor il signor
Ottaviano, Qual, disse, esti- marcste voi capitan di più valore, o quello che
combattendo apertamente si mette a pericolo, e pur vince gl’inimici, o quello
che per virtù e saper suo lor toglie le forze, riducen- dogli a termine che non
possan combattere, e cosi senza bat- taglia o pericolo alcun gli vince ? —
Quello, disse il Magnifico JuLiANO, che più sicuramente vince, senza dubio è
più da lo- dare, pur che questa vittoria cosi certa non proceda dalla
dapocaggine degli inimici. — Risposo il signor Ottaviano : Ben avete giudicato;
e però dicevi, che la continenza comparar si può ad un capitano che combatte
virilmente, e, benché gl’ini- mici sian forti e potenti, pur gli vince, non
però senza gran ditllcoltà e pericolo ; ma la temperanza libera da ogni per-
turbazione- è simile a quel capitano, che senza contrasto vince e regna, ed
avendo in quell’ animo dove si ritrova non so- lamente sedato ma in tutto
estinto il foco delle cupidità, come buon principe in guerra civile, distrugge
i sediziosi nemici intrinsechi, e dona lo scettro e dominio intiero alla
ragione. Cosi questa virtù non sforzando l’animo, ma infondendogli [>er vie
placidissime una veemente persuasione che lo inclina alla onestà, lo rende
quieto e pien di riposo, in tutto eguale o ben misurato, e da ogni canto
composto d’ una certa con- cordia con sè stesso, che lo adorna di cosi serena
tranquil- lità che mai non si turba, ed in tutto diviene obedienlissimo alla
ragione, e pronto di volgere ad essa ogni suo movimento, c seguirla ovunque
condor lo voglia, senza repugnanza al- cuna; come tenero agnello, che corre,
sta e va sempre presso alla madre, e solamente secondo quella si move. Questa
virtù adunque è perfettissima, e conviensi massimamente ai prin- cipi, perchè
da lei ne nascono molte altre. XVI li. Allora messer Cesar Gonzaga, Non
so, disse, qiiai virtù convenienti a sienore possano nascere da questa
Digitized by • m libro quarto. 255
lètoperanza, essendo quella che leva gli affeUi dell’ animo, cono® voi dite: il
che forse si converria a qualche monaco o ereDOÌl3? ma non so già come ad un
principe magnanimo, liberale e valente nell’ arme si convenisse il non aver
mai, per cosa che se gli facesse, nè ira nè odio nè benivolenza nè sdegno nè
cupidità nè affetto alcuno, e come senza questo aver potesse autorità tra
popoli o tra soldati. — Rispose il si • gnor Ottaviano: Io non ho dello che la
temperanza levi to- talmente e avella degli animi umani gli alleili, nè ben
saria il farlo, perchè negli affetti ancora sono alcune parti buone; ma quello
che negli affetti è perverso e renitente allo onesto, riduce ad obedire alla
ragione. Però non è conveniente, per levar le perturbazioni, estirpargli
affetti in tutto; chè questo saria come se per fuggir la ebrietà, si facesse un
editto che ninno bevesse vino, o perchè talor correndo l’uomo cade, si
interdicesse ad ognuno il correre. Elccovi che quelli che do- mano i cavalli
non gli vietano il correre e saltare, ma vo- glion che lo facciano a tempo, e
ad obedienza del cavaliere. Cdi affetti adunque, modificati dalla temperanza,
sono favo- revoli alla virtù, come l’ ira che ajuta la fortezza, l’odio cen-
tra i Bcelerati ajuta la giustizia, e medesimamente V altre virtù sono ajutale
dagli afiettì; li quali se fossero in tutto le- vati, lasciariano la ragione
debilissima e languida, di modo che poco operar potrebbe, come governalor di
nave abbandonato da’ venti in gran calma. Non vi maravigliale adunq“®> ser
Cesare, s’io ho detto che dalla temper anz a nascono molte altre virtù; chè
quando un animo è concorde di questa ar- monia, per mezzo della ragione poi
facilmente riceve la vera fortezza, la quale lo fa intrepido e sicuro da ogni
pericolo, e quasi sopra le passioni umane; non meno la giusti***’ gine
incorrotta, amica della modestia e del bene • regi**» '■ tolte l’ altre virtù,
perchè insegna a far quello che ** e fuggir quello che si dee fuggire; e però è
perfelt***’®*’ chè per essa si fan l’ opere dell’ altre virtù, ed è giovevole a
chi la possedè, e per sè stesso, e per gli altri ; seO** ** ’ come si
dice, Jove istesso non poria ben governar® sno. La magnanimità ancora succede a
queste e tutte 1® maggiori; ma essa sola star non può, perchè chi
Digitized by GoÒglc IL CORTEGIANO. 256
Ira virtù, non può esser magnanimo. Di queste è poi guida la prudenza, la
qual consiste in un certo giudicio d’ elegger bene. Ed in tal felice catena
ancora sono colligate la libe- ralità, la magnificenza, la cupidità di onore,
la mansuetudi- ne, la piacevolezza, la affabilità, e molte altre che or non è
tempo di dire. Ma se ’l nostro Cortegiano farà quello che avcmo detto, tutte le
ritroverà nell’animo del suo principe, ed ogni di ne vedrà nascer tanti vaghi
fiori e frutti, quanti non hanno tutti i deliziosi giardini del mondo; e tra sé
stesso sentirà grandissimo contento, ricordandosi avergli donato non quello che
donano i sciocchi, che è oro o argento, vasi, veste e tai cose, delle quali chi
le dona n’ ha grandissima ca- restia e chi le riceve grandissima abondanza, ma
quella virtù che forse tra tutte le cose umane è la maggiore e la più rara,
cioè la maniera e ’l modo di governar e di regnare come si dee ; il che solo
bastarla per far gli uomini felici, e ridur un’ altra volta al mondo quella età
d’ oro che si scrive esser siala quando già Saturno regnava. Quivi avendo fatto
il signor Ottaviano un poco di pausa come per riposarsi, disse il signor
Gaspabe: Qual esti- mate voi, signor Ottaviano, più felice dominio, e più
bastante a ridur al mondo quella età d’oro di che avete fallo men- zione, 0 ’l
regno d’un cosi buon principe, o ’l governo d’una buona republica ? — Rispose
il signor Ottaviano : Io prepor- rei sempre il regno del buon principe, perché
è dominio più secondo la natura, e, se è licito comparar le cose piccole alle
infinite, più simile a quello di Dio, il qual uno e solo go- verna r universo.
Ma lasciando questo, vedete che in ciò che si fa con arte umana, come gli
eserciti, i gran navigli, gli edifici! ed altre cose simili, il tutto si
riferisce ad un solo, che a modo suo governa ; medesimamente nel corpo nostro
tutte le membra s’affaticano e adopransi ad arbitrio del core. Olirà di questo,
par conveniente, che i popoli siano così governati da un principe, come ancora
molli animali, ai quali la natura insegna questa obedienza come cosa saluberrima.
Eccovi che i cervi, le grue e molli altri uccelli quando fanno passaggio,
scono ; e le api quagi sempre si prepongono un principe, il
qual seguono ed obedi- scono ; e le api q„j,gj discorso di ragione e con tanta
ri- Digitized by - ■ libro quarto. 257 ver®®*®
osservano il loro re, con qnanla i più osservanti po- poli del mondo ; e però
tutto questo è grandissimo argomento, che ’i dominio dei principi sia più
secondo la natura che quello delle republiche. — "XX. Allora messer
Pibtbo Bbmbo, Ed a me par, disse, che, essendoci la libertà data da Dio per
supremo dono, non sìa . ragionevole che ella ci sia levata, nè che un uomo più
del- 1’ altro ne sia partecipe : il che interviene sotto il dominio de'
principi, li quali tengono per il più li sudditi in strettis- sima servitù ; ma
nelle republiche bene instituite si serva pur questa libertà : oltra che e nei
gindicii e nelle delibera- zioni più spesso interviene che '1 parer d’ on solo
sia falso che quel di molti; perchè la perturbazione, o per ira o per sdegno o
per cupidità, più facilmente entra nell’ animo d’nn solo che della moltitudine,
la quale, quasi come una gran quantità d’ acqua, meno è snbjetta alla
corruzione che la pic- cola. Dico ancora, che lo esempio degli animali non mi
par che si confaccia; perchè e li cervi e le grne e gli nitri non sempre si
prepongono a seguitare ed obedir un medesimo, anzi mutano e variano, dando
questo dominio or ad uno or ad un altro, ed in tal modo viene ad esser più
presto forma di republica che di regno ; e questa si può chiamare vera ed
cqnale libertà, quando quelli che talor comandano, obedi- scono poi ancora. L’
esempio medesimamente delle api non mi par simile, perchè quel loro re non è
della loro medesima specie ; e però chi volesse dar agli nomini un verannente
de- gno signore, bisognaria trovario d’un’ altra specie, e di piu eccellente
natura che umana, se gli nomini ragionevolmente r avessero da obedire, come gli
armenti che obediscono non ad uno animale suo simile, ma ad nn pastore, i*
*1”®^® ^ uomo, e d’ una specie più degna che la loro. Per qne®^® estimo io,
signor Ottaviano, che '1 governo della republica sia più desidarabile che
quello del re. — XXI. Allor il signor Ottaviano, Contra la opiu*®®® stra,
messer Pietro, disse, voglio solamente addurre ona ra- gione; la quale è, che
dei modi di governar bene i pop®** *‘‘® sorti solamente si ritrovano: l’una è
il regno ; l’altra il governo dei buoni, che chiamavano gli antichi ottimati*
l’®****® minislrazione popolare: e la Irausgressione e vizio contra- rio,
per dir cosi , dove ciascuno di questi governi incorre guastandosi e
corronapendosi , è quando il regno diventa ti- rannide, e quando il governo dei
buoni si muta in quello di pochi potenti e non buoni , e quando l’
amministrazion po- polare è occupata dalla plebe, che, confondendo gli ordini,
permette il governo del tutto ad arbitrio della moltitudine. Di questi tre
governi mali certo è che la tirannide è il pes- simo di tutti, come per molte
ragioni si poria provare; resta adunque che dei tre buoni il regno sia l’
ottimo , perchè è contrario al pessimo: che, come sapete, glietTetti delle
cause contrarie sono essi ancora Ira sè contrarii. Ora, circa quello che avete
detto della libertà, rispondo, che la vera libertà non si deve diro.che sia il
vivere come l’ uomo vuole , ma il vivere secondo le buone leggi: nè meno
naturale ed utile B necessario è l’obedire, che si sia il comandare; ed alcune
Mse.sono nate, e cosi distinte ed ordinale da natura al co- mandare, come
alcune altre all’obedire. Vero è che sono due modi di signoreggiare: 1’ uno
imperioso e violento , come quello dei patroni ai schiavi, e di questo comanda
l’anima al corpo; l'altro più mite e placido, come quello dei buoni principi,
per via deUe leggi ai cittadini, e di questo comanda la ragiono allo appetito:
c Tono e l’altro di questi due modi ò utile, perchè il corpo è nato da natura
atto ad obedire al- r anima, e cosi Tappetilo alla ragione. Sono ancora molti
uomini, Toperazion de’ quali versano solamente circa T uso del corpo; e questi
tali tanto son differenti dai virtuosi , quanto l’anima dal corpo, e pur per
essere animali razio- nali tanto partecipano della ragione, quanto che
solamente Jn conoscono, ma non |a posseggono nò fruiscono. Questi adunque sono
naturalmente servi, e meglio è ad essi e più utile T obedire che ’l comandare.
— XXII. Disse allor il aignor Gaspàr: Ai discreti c virtuo- si, e che non
sono da natura servi, di che modo si ha adun- que a comandare? — Rispose il
signor Ottavuno: Di quel placido comandamento regio e civile; ed a tali è hen
fallo dar lalor T amministrazione di quei magistrali di che sono capaci, acciò
che possano essi ancora comamlare , o govcr-tiare i men saviì di sè, di modo
però che ’l principal go- verno dependa tulio dal supremo principe. E perché
avele detto, che più facil cosa è che la mente d’nn solo si corrompa che quella
di molli, dico che è ancora più facil cosa trovar un buono e savio che molli; e
buono e savio si deve esti- mare che possa esser nn re di nobil stirpe,
inclinalo alle virtù dal suo naturai instinto e dalla famosa memoria dei suoi
antecessori, ed instiluilo di buoni costumi; e se non sarà d’ un’ altra specie
più che umana, come voi avete detto di quello delle afii , essendo ajulato
dagli ammaestramenti e dalla edocazione ed arte del Corlegiano, formato da
questi signori tanto prudente e buono, sarà giustissimo, continen- tissimo,
temperatissimo, fortissimo e sapientissimo, pien di liberalità, magnificenza,
religione e clemenza; in somma sarà gloriosissimo, c carissimo agli uomini ed a
Dio, per la cui grazia acquisterà quella virtù eroica, che lo farà eccedere i
termini della umanità, e dir si potrà più presto senaideo che uomo mortale:
perchè Dio si diletta, ed è protetlor non di quo' principi che vogliono
imitarlo col mostrare gran potenza e farsi adorare dagli nomini, ma di quelli
che oltre alla po- tenza per la quale possono, si sforzano di farsegli simili
an- cor con la bontà e sapienza, perla quale vogliano e sappiano far bene ed
esser suoi ministri, distribuendo a salute dei mortali i beni e i doni che essi
da lui ricevono. P«rò, cosi come nel ciclo il sole e la luna e le altre stelle
mostrano al mondo, quasi come in specchio, una certa d* Dio, cosi in
terra mollo più simile imagine qnc'hoon principi che l’amano e reveriscono, e
mostrano ai popoli la splendida tace della sua giustizia, acconapa*?"®^®
nna ombra di quella ragione ed intellelto divino; e questi tali partecipa delia
onestà, equità, giusti*»® ® bontà 8na,o di quegli altri felici beni ch’io
nominar non so, h quali rapresentano al mondo molto più chiaro lesliù»®*»’®
divinità che la loce del sole, o il continuo volger J®* vario corso delie
stelle. XXIII. Son adunque li popoli da Dio comwese» ^ custodia
de’principi, li quali per questo debbono averne di- ligente cura, per
rendergline ragione , cotne buoni vicari» « d bv SUO signore,
ed amargli ed estimar lor proprio ogni bene e male che gli intervenga, e
procurar sopra ogni altra cosa la felicità loro. Perù deve il principe non
solamente esser buo- no, ma ancora far buoni gli altri; come quel squadro che
adoprano gli architetti, che non solamente in sè è dritto e giusto, ma ancor
indrizza e fa giuste tutte le cose a che viene accostalo. E grandissimo
argomento è che ’l principe sia buono quando i popoli son buoni, perchè la vita
del prin- cipe è legge e maestra dei cittadini, e forza è che dai costu- mi di
quello dipendan tutti gli altri; nè si conviene a chi è ignorante insegnare, nè
a chi è inordinato ordinare , nè a chi cade rilevare altrui. Però se ’l
principe ha da far ben questi olTicii, bisogna ch’egli ponga ogni studio e
diligenza per sapere; poi formi dentro a sè stesso ed osservi immuta- t
bilmente in ogni cosa la legge della ragione, non scritta in carte o in
metallo, ma scolpila nell’animo suo proprio, ac- ciò che gli sìa sempre non che
familiare ma intrinseca , e con esso viva come parte di lui; perchè giorno e
notte in ogni loco e tempo lo ammonisca e gli parli dentro al core, levandogli
quelle perturbazioni che sentono gli animi intem- perati, li quali per esser
oppressi da un canto quasi da pro- fondissimo sonno della ignoranza, dall’
altro da travaglio che riceveno dai loro perversi e ciechi dcsidcriì, sono
agitali da furore inquieto, come talor chi dorme da strane ed orrìbili
visioni. XXIV. Aggiungendosi poi maggior potenza al mal vo- lere, si v’aggiunge
ancora maggior molestia; e quando il principe può ciò che vuole, allorè gran
pericolo che non vo- glia quello che non deve. Però ben disse Bìante, che i ma-
gistrali dimostrano quali sian gli uomini: chè come i vasi mentre son vóti,
benché abbiano qualche fissnra, mal si pos- sono conoscere, ma se liquore
dentro vi si mette, subito mo- strano da qual banda sia il vìzio; cosi gli
animi corrotti e guasti rare volte scoprono i loro difetti, se non quando s’em-
piono d’autorità; perchè allor non bastano per sopportare il grave peso della
potenza, e perciò s’abbandonano, e versano da ogni canto le enpidità, la
superbia, la iracondia, la inso- lenza, e quei coslunai tirannici che hanno
dentro; onde senza Digitized by Google LIBRO QUARTO. 261
risguardo perseguono i buoni e i savii, ed esallano i mali „è comportano che
nelle città siano amicizie, compagnie’ nè intelligenze fra 1 cittadini, ma
nutriscono gli esploratori’ accasatori, omicidiali, acciò che spaventino e
facciano dive- nir gli uomini pusillanimi, e spargono discordie per tenergli
disgianti e debili;- e da questi modi procedono poi infiniti danni e ruine ai
miseri popoli , e spesso crudel morte o al- men timor continuo ai medesimi
tiranni: perché i buoni principi temono non per sè ma per quelli a’quali
comanda- no, e li tiranni temono quelli medesimi a’quali comanda- no; però,
quanto a maggior numero di gente comandano e son più potenti, tanto più temono
ed hanno più nemici. Co- me credete voi che si spaventasse e stesse con 1*
animo so- speso quel Clearco, tiranno di Ponto, ogni volta che andava nella
piazza o nel teatro, o a qualche convito o altro loco poblico? che, come si
scrive, dormiva chioso in una cassa; ovver quell’auro Aristodemo Argivo? il
qual a sè stesso del letto aveva fatta quasi una prigione: chè nel palazzo suo
te- nea una piccola stanza sospesa in aria, ed alta tanto che con scala andar
vi si bisognava; e quivi con una sua femina dormiva, la madre della quale la
notte ne levava la scala, la mattina ve la rimetteva. Contraria vita in tutto a
questa deve adunque esser quella del buon principe, libera e sicu- ra, e tanto
cara ai cittadini quanto la loro propria , ed or- dinala di modo che partecipi
dell’altiva c della contemplati- va, quanto si conviene per beneficio dei
popoli. — XXV. Allor il signor Gaspab, E qual, disse, di queste due vite,
signor Ottaviano, parvi che più s’ appartenga al principe? — Rispose il signor
Ottaviano, ridendo: Voi forse pensate, ch’io mi persuada esser quello
eccellente Cortegiano che deve saper tante cose, e servirsene a quel buon fine
ch’io ho detto; ma ricordatevi, che questi signori l’hanno formalo con molte
condizioni che non sono in me: però procuriamo prima di trovarlo, chè io a lui
mi rimetto e di quesl®» e tutte l’allre cose che s’appartengono a- buon
principe- — Allora il signor Gaspar, Penso, disse, che delle condi- zioni
atlribuile al Cortegiano alcune a voi mancano, sia più presto la musica e ’l
danzar e l’ altre di ca imponenza , Dlgitized by Google
262 U- CORTEGIANO. che quelle che appartengono alla inslituzion del
principe, ed a questo One della Corlegiania. — Rispose il signor Otta- viano;
Non sono di poca importanza tutte quelle che giovano al guadagnar la grazia del
principe, il che è necessario, co- me avemo detto, prima che ’l Cortegiano si
aventuri a’ vo- lergli insegnar la virtù; la qual estimo avervi mostrato che
imparar si può, e che tanto giova, quanto nuoce la ignoran- za , dalla quale,
nascono tutti i peccati, e massimamente quella falsa persuasion che l’uom
piglia di sé stesso: però panni d’aver detto a bastanza, e forse più ch’io non
aveva promesso. — Allora U signora Dochbssa, Noi saremo, disse, tanto più
tenuti alla cortesia vostra, quanto la satisfazionè avanzerà la promessa; però
non v’incresca dir quello che vi pare sopra la dimanda del signor Gaspar; e,
per vostra fé , diteci ancora tutto quello che voi insegnareste al vostro prin-
cipe 8’egU avesse bisogno d’ammaestramenti, e presuppone- tevi d’avervi
acquistato compitamente la grazia sua, tanto che yi sia licito dirgU liberamente
ciò che vi viene in animo - XXVI. Rise il signor Ottaviano e disse: S’io avessi
la grazia di qualche principe ch’io conosco, e li dicessi libera- mente il
parer mio, dubito che presto la perderei; olirà che per insegnarli bisoperia
ch’io prima imparassi. Pur poiché a voi piace ch’io risponda ancora circa
questo al signor Ga- spar, dico che a me pare che i principi debbano attendere
all' una e l’altra delle due vile, ma più però alla contempla- tiva» P®*^®*»*
qnesta '« “si è divisa in due parli: delle quali l’tina consiste nel conoscer
bene e giudicare; l’altra nel co- mandare drittamente e con quei modi che si
convengono, e ragionevoli, e quello di che hanno autorità, e co- mandarle
a chi ragionevolmente ha da obediro, e nei lochi e tomP» appartenenti; e di
questo parlava il duca Federico quando diceva, che chi sa comandare è sempre
obedilo: e'I comandare è sempre il principal ofTicio de’ principi, li quali
debt>nno però ancor spesso veder con gli occhi ed esser pre- senti a**®
“ecuzioni, « secondo i tempi e i bisogni ancora lalov ®P®rar essi stessi; e
tutto questo pur partecipa della azic»nc* d fin della vita attiva dove esser la
contempla- tiva , no“e della guerra la pace, il riposo dette falictic.
libro ftDARTO. 263 XXVII. Però è ancor officio del buon principe
inalilaire ialmeole i popoli suoi e con tai leggi ed ordini , che possano
viver® nell'ozio e nella pace, senza pericolo e con dignità, e godere
laudevolmente questo fine delle sue azioni che deve esser la quiete; perchè sonosi
trovate spesso molte republiche e principi , li quali nella guerra sempre sono
stati fiorentissi- mi e grandi, e subito che hanno avuta la pace sono ìli in
mina e hanno perduto la grandezza e ’l splendore, come il ferro non esercitato;
e questo non per altro è intervenuto, che per non aver buona insti luzion di
vivere nella pace, nè , saper fruire il bene dell’ozio; e lo star sempre in
guerra, senza cercar di pervenire al fine della pace, non è licito; benché
estimano alcuni principi, il loro intento dover esser principalmente il
dominare ai suoi vicini, e però nutriscono i popoli in una bellicosa ferità di
rapine, d’omicidii e tai co- se, e lor dànno premii per provocarla, e la
chiamano virtù. Onde fu già costume fra i Sciti , che chi non avesse morto un
suo nemico non |)olesse bere ne’ conviti solenni alla tazza che si portava
intorno alti compagni. In altri lochi s’ osava indrizzare intorno il sepolcro
tanti obelisci , quanti nemici avea morti quello che era sepolto ; e tutte
queste cose ed ah tre simili si faceano per far gli uomini bellicosi, solamente
per dominare agli altri: il che era quasi impossibile, P®*' ser impresa
infinita, insino a tanto che non s’avesse snbjugalo tutto ’l mondo; e poco
ragionevole, secondo la Icgg® ^**1* natura, la qual non vuole che negli altri a
noi piaccia quello che in noi stessi ci dispiace. Però debbon ì principi far i
poli bellicosi non per cupidità di dominare , ma per poi®*' fendere sè stessi e
li medesimi popoli da chi volesse ridurgh in servitù, ovver fargli ingiuria in
parte alcuna; ovver per .discacciar i tiranni, e governar bene quei popoli ®I*®
fossero mal trattati, ovvero per ridurre in servitù quelli ®**® tali da natura,
che meritassero esser fatti servi ®®® in*®**' zione di governargli bene e dar
loro l'ozio e *ì riposo ® 1^ pace: ed a questo fine ancora debbono essere
indria*®!® 1® leggi e tolti gli ordini della giustizia, col punir » per od», ma
perchè non siano mali ed acciò che n®n i®P®* discano la tranquillità dei buoni;
perchè in vero è cosa enorm® Digilized by Google IL
CORTEGIANO. 264 e degna di biasimo, nella guerra, che in sé è
mala, mo- strarsi gli nomini valorosi e savii; e nella pace e quiete, che è
buona, mostrarsi ignoranti e tanto da poco, che non sappiano godere il bene.
Come adunque nella guerra debbono ntcnder i popoli nelle virtù utili e
necessarie per conse- guirne il fine, che è la pace; cosi nella pace, per
conseguirne ancor il suo fine, che è la tranquillità, debbono intendere nelle
oneste, le quali sono il fine delle utili: ed in tal modo li sudditi saranno
buoni, e’I principe arà mollo più da lau- dare e premiare che da castigare; e
’l dominio per li sudditi e per lo principe sarà felicissimo, non imperioso,
come di padrone al servo, ma dolce e placido, come di buon padre a buon
figliolo. — XXVIII. Allor il signor Gaspab, Volentieri, disse, sa- prei
quali sono queste virtù utili e necessarie nella guerra, e quali le oneste
nella pace. — Rispose il signor Ottaviano : Tulle son buone e giovevoli, perchè
tendono a buon fine; pur nella guerra precipuamente vai quella vera fortezza,
che fa l’animo esento dalle passioni, talmente che non solo non teme li
pericoli, ma pur non li cura; medesimamente la co- stanza, e quella pazienza
tolerante, con l’animo saldo ed im- perturbato a tulle le percosse di fortuna.
Conviensi ancora nella guerra e sempre aver tutte le virtù che tendono all’one-
sto, come la giustizia, la continenza, la temperanza; ma molto più nella paco e
nell’ ozio, perchè spesso gli uomini posti nella prosperità e nell’ozio, quando
la fortuna seconda loro arride, divengono ingiusti, intemperati, e lasciansi
corrompere dai piaceri: perù quelli che sono in tale stalo hanno grandissimo
bisogno di queste virtù, perchè l’ozio troppo facilmente in- duce mali costumi
negli animi umani. Onde anticamente si diceva in proverbio, che ai servi non si
dee dar ozio; e ere-, desi Piramidi d’Egitto fossero fatte per tener i
popoli in esercizio, perchè ad ognuno lo essere assueto a tolerar fa-
tiche è utilissimo. Sono ancor molle altre virtù tutte giovevo- li , ma h®^fi
P®r l’ aver detto insin qui; chè s’ io sapessi inse- gnar al mio principe, ed
instituirlo di tale e cosi virtuosa edu- cazione come avemo disegnata,
facendolo, senza più mi cre- derei assai bene aver conseguito il fine del buon
Gorlegiano. — DIgitized by libro quarto.
XXIX. Allor il signor Gaspar, Signor Ou« • perchè raoKo avete laudato la buona
educazioni quasi di credere che questa sia principal causa d’i virtuoso e
buono, vorrei sapere se quella instiluzio^ ZT da far il Corleg.ano nel suo
prìncipe deve esser comLl ^ dalla consuetudine, e quasi dai costumi cotidiani ^
S* senza che esso se ne avvegga, lo assuefacciano al ben fer'! 0 se pur
se gl. deve dar principio col mostrargli con ragion ’ la qualità del bene e del
male, e con fargli conoscere, prima che si metta in cammino, qualsia la buona
via e da seguita- re, e quale la mala e da fuggire: in somma, se in quell’ani-
mo si deve prima introdurre e fondar le virtù con la ragione ed intelligenza,
ovver con la consuetudine. — Disse il signor Ottaviano: \oi mi mettete in
troppo lungo ragionamento; pur acciò che non vi paja eh’ io manchi per non
voler rispon- dere alle dimando vostre, dico, che secondo che l’animo e’I corpo
in noi sono due cose, così ancora l’anima è divisa in due parti, delle quali
l’una ha in sé la ragione, l’altra Tap- petilo. Come adunque nella generazione
il corpo precedo 1 anima, cosi la parte irrazionale dell’anima precede la
razio- nale: il che si comprende chiaramente nei fanciulli > ne’ quali quasi
subito che son nati si vedeno Tira e la concnpiscenza, ma poi con spazio di
tempo appare la ragione. Però devesi prima pigliare cura del corpo che
dell’anima, poi prima del- l’appetito che della ragione; ma la cura del corpo
per rispetto dell’anima, e dell’appetito per rispetto della ragione: chè se-
condo che la virtù intellettiva si fa perfetta con la dottrina, cosi la morale
si fa con la consuetudine. Devesi adunque far prima la erudizione con la
consuetudine , la qual può gover- nare gh appetiti non ancora capaci di ra<»ione
e con quel buon uso indrizzargli al bene; poi slabilireli con la intelli-
genza, la quale benché più lardi mostri il suo lui»e, pur dà modo di fruir più
perfettamente le virtù a chi ha bene insti- tuito l’animo dai costumi, nei
quali, al parer mio, consiste il XXX. Disse il signor Gaspar : Prima eh*,
nassiate più avanti, vorrei saper che cura si deve aver /.orno, perchè avete
dello che prima devemo averla di quello che deU’ani- 23
Digilized by Google IL CORTEGIANO.
266 rea. — Dimandatene, rispose il signor Ottìvuno ridendo, a
questi, che lo nutriscon bene e son grassi e freschi; che 1 mio, come vedete,
non è troppo ben curato. Pur ancora di questo si poria dir largamente, come del
tempo conveniente del maritarsi, acciò che i figlioli non fossero troppo vicini
nè troppo lontani alla età paterna; degli esercizi! e della edu- cazione subito
che sono nati e nel resto della età, per fargli ben disposti, prosperosi e
gagliardi. — Rispose il signor Ga- spar: Quello che più piaceria alle donne per
far i Gglioli ben disposti e belli , secondo me saria quella communità che d’
esse vuol Platone nella sua Republica , e di quel modo. Allora la signora
Emilia ridendo, Non è ne’ palli, disse, che ritor- niate a dir mal delle donne.
— Io, risposo il signor Gaspah, mi presumo dar lor gran laude, dicendo che
desiderino che s’ introduca un costume approvato da un tanto uomo. — Disse
ridendo messer Cesare Gonzasa: Veggiamo se tra li docu- menti del signor
Ottaviano, che non so se per ancora gli abbia delti tulli, questo potesse aver
loco, e se ben fosse che ’l principe ne facesse una legge. — Quelli pochi eh io
ho delti, rispose il signor Ottaviano, forse porian bastare per far un principe
buono, come posson esser quelli che si usano oggidì; benché chi volesse veder
la cosa più minutamente, averia ancora molto più che dire. — Soggiunse la
signora Do- cuessa: Poiché non ci costa altro che parole, dichiarateci, Iter
vostra fé, tutto quello che v’occorreria in animo da in- segnar al vostro
principe. — Rispose il signor Ottaviano: Molte altre cose. Signora, gl’
insegnarei, pur eh’ io lo sapessi; e tra l’ altre, elm dei suoi sudditi
eleggesse un numero di gentiluomini e dei più nobili e savìi, coi quali
consultasse ogni cosa, e loro desse autorità e libera licenza, che del lotto
senza risguardo dir gli potessero il parer loro ; e con essi tenesse tal manie-
ra, che tutti s’accorgessero che d’ogni cosa safier volesse la verità, ed
avesse in odio ogni bugia; ed oltre a questo con- siglio de’ nobili, ricordarci
che fossero eletti tra ’l popolo altri di minor grado, dei quali si facesse un
consiglio popolare, che communicasse col consìglio de’ nobili le occorrenze
della città appartenenti al publico ed al privalo : ed in tal modo si
Digitized by 267 Libro quarto.
facesse del principe, come di capo, e dei nobiK e dei popola- ri, come di
membri, on corpo solo unito insieme, il governo del quale nascesse
principalmente dal principe, nientedimeno partecipasse ancora degli altri ; e
cosi aria questo stato forma cil f <rrkVAn»ni KnAMi X Tk « • ..
n • 1 V W| di tre governi buoni, che è il Regno, gli OtUmali
e ’I Po- polo. XXXII. Appresso, gli mostrarei, che delle cure che
al principe s’appartengono, la piu importante é quella della giu- stizia; per
la conservazion della quale si debbono eleggere nei magistrali i sa vii e gli
approvati nomini, la prudenza de’ quali sia ché quali
sia vera prudenza accompagnata dalla bontà, per" altrimenti non è prudenza
ma astuzia ; e quando questa ontà manca, sempre Farle e sottilità dei causidici
non ® ^ -■««icuica, sempre l arte e sotlili(à dei causidici nou ro
che ruina e calamità delle leggi e dei giudicii, c ^ogni loro errore si ha da
dare a chi gli ha posti in oflicio- . “ errore SI na aa aare a cni
gii na putn» *•» rei come dalla giustizia ancora depende quella pietà
verso debita a tutti, e massimaraenle ai principi, ri ^ ® on amarlo sopra
ogni altra cosa, ed a lui come a e indrizzar tulle le sue azioni; e, come dicea
Seno ^ onorarlo ed amarlo sempre, ma molto più quando prosperità, per aver poi
più ragionevolmente confidc ^ ^cV' domandargli grazia quando sono in qualche
avversila ^*™P*^sibile è governar bene nè sé stesso nè a r
"“uossioue è governar bene nè sè stesso “ V ajuto di Dio; u quale ai
buoni alcuna volta manda ® ^ or una per ministra sua, che gli rilievi da
gravi «ro per ministra sua, che gli rilievi da gravi h-* r a
avversa, per non gli lasciar addormeafare spenta tanto che si scordino di lui,
o della pm e corregge spesso la mala fortuna, come tc Zdadi col menar
ben le - 1 rei ancora di ricordare al principe che ^ee® «S‘c‘in“;
““ "b dal“alle 1® » *'iaa e ®*>» pnidénx® boooato'"*^ ^ e la
vera rpiìfrì/inA eanrv.Ai-kV.c ..«..An-u la — C-i \
C divina r> «uia» pru«*- »>aona «Dio n *
'"®*'®‘‘®%*one, avrebbe ancora ^Y>e pro»l? ' ' ®'“ H d»al eempre
gli accreie?*-®”*^ il in pace ed in gue,ra.
AXXIII. Appresso direi, IDOli en<v: ^ come dovcs®® -tìi»
” ìnnraAi- — --VV1CSSU airej, come doves=’^ »>er
le Digitized by Google IL
CORTEGIANO. 208 giure e mille aliti mali: nè meno in troppo
libertà, per non esser vilipeso ; da che procede la vita licenziosa e dissoluta
dei popoli, le rapine, i furti, gli omicidii, senza timor alcuno delle leggi ;
spesso la mina ed esizio totale della città e dei regni. Appresso, come dovesse
amare i propinqui di grado in grado, servando tra lutti in certe cose una pare
equalità, come nella giustizia e nella libertà ; ed in alcune altre una
ragionevole inequalità, come nell’ esser liberale, nel remu- nerare, nel distribuir
gli onori c dignità secondo la inequa- lilà dei meriti, li quali sempre debbono
non avanzare ma esser avanzali dalle remunerazioni; e che in tal modo sa- rebbe
nonché amato ma quasi adorato dai sudditi; nè biso- gneria che esso per
custodia della vita sua si commettesse a forestieri, chè i suoi per utilità di
sè stessi con la propria la cuslodiriano, ed ognun volentieri obediria alle
leggi, quando vedessero che esso medesimo obedisse, c fosse quasi custode ed
esecutore incorruttibile di quelle ; ed in tal modo, circa questo, darebbe cosi
ferma impression di sè, che se ben ta- lor occorresse conlrafarle in qualche
cosa, ognun conosceria che si facesse a buon fine, e ’l medesimo rispetto e
riverenza s’aria al voler suo, che alle proprie leggi: e così sarian gli animi
dei cittadini talmente temperali, che i buoni non cer- cariano aver più del
bisogno, c i mali non poriano; perchè molte volle le eccessive ricchezze son
causa di gran ruina; come nella povera Italia, la quale è stala e tuttavia è
pred.a esposta a genti strane, si per lo mal governo, come perle molte
ricchezze di che è piena. Però ben saria che la mag- gior parte dei cittadini
fossero né mollo ricchi nè molto po- veri, perchè i troppo ricchi spesso
divengon superbi e leme- rarii; i poveri, vili c fraudolenti; ma li mediocri
non fanno insìdie agli altri, e vivono securi di non essere insidiati: ed
essendo questi mediocri maggior numero, sono ancora più potenti ; e però nè i
poveri nè i ricchi possono conspirar cen- tra il principe, ovvero conira gli
altri, nè far sedizioni; onde per schifar questo male è saluberrima cosa
mantenere univer- salmente la mediocrità. XXXIV. Direi adunque, che usar
dovesse questi e molli altri rimedii opportuni, ]>crché nella raciilc dei
sudditi non Digrtlzed by ‘«attjen, ^ die ' ' ««a iorn
che <^«» “;:^t Vare ,• ®<// r/corw^^'^'^ce ^ ® *^“''''®ainor»
* poco; per- ^ aoie,„ suj^dchen ^>“r pr^a ^“an/o **aa ^ ©
<^e7/a ^ ®9®iWo, e ,#~ *®se di conser »°. " ■“«£ “» ^ù:, ?'■“ ‘
•>'■>* "" ^‘*“'•906 P'‘> S"'’ 2e» "
®''‘'*/7 f * 9ueiu T^‘'''> tanio J i qu; Hc, 7^ |,„oo; ‘'"'•po nè
cT*?» utili; •atti i ^^Av, ®?o/ » ®®*<o 'I I*enso io a- si» *
*0(irfv^0; e ^®co ' 7ua/e (ufi: - ’ d*8ses , .**'®*‘foo ® ©Oa ** Pochi li
». * ^*^<ldili fc>ss >«8o N: ®'>«orr®'^. >«ulasse i7
' *‘aO''os7ri^®*><i ™*S»iaja d ar ’®oo ^6 vanno
Digiri :..-J Lv, -- jlt IL CORTEGIANO. 270,
gli governassero, e da essi fossero obediti, fossero di pastori divenali gran
signori? Vedete adunque che non la moltitu- dine dei sudditi, ma il valor fa
grandi li principi. — XXXVI. Erano stali per buon spazio attentissimi al
ra- gionamento del signor Ottaviano la signora Duchessa e la si- gnora Emilia,
e lutti gli altri; ma avendo quivi esso fatto un poco di pausa, come d’aver
dato fine al suo ragionamento, disse messer Cesahk Gonzaga: Veramente, signor
Ottaviano, non si può dire che i documenti vostri non sian buoni ed uti-
nientedimeno io crederei, che se voi formaste con quelli il vostro principe,
più presto meritareste nome di buon mae- stro di scola cho di buon Cortegiano,
ed esso più presto di buon governatore che di gran principe. Non dico già che
cura dei signori non debba essere che i popoli siano ben retti con giustizia e
buone consuetudini ; nientedimeno ad essi parmi che basti eleggere buoni
ministri per eseguir queste (ai cose, e che ’l vero officio loro sia poi molto
maggiore. Però s’io mi sentissi esser quell’ eccellente Cortegiano che hanno
formato questi signori, ed aver la grazia del mio prin- cipe, certo è ch’io non
lo indurrei mai a cosa alcuna vizio- sa ; ma, per conseguir quel buon fine che
voi dite, ed io confermo dover esser il frutto delle fatiche ed azioni del Cor-
tegiano, cercherei d’imprimergli nell’animo una certa gran- dezza, con quel
splendor regale e con una prontezza d’ani- mo e valore invitto nell’ arme, cho
lo facesse amare e reverir da ognuno di tal sorte, che per questo
principalmente fosse famoso c chiaro al mondo. Direi ancor che corapagnar do-
vesse con la grandezza una domestica mansuetudine, con quella umanità dolce ed
amabile, e buona maniera d’acca- rezzare e i sudditi e i stranieri
discretamente, più c meno, secondo i meriti, servando però sempre la maestà
conve- niente al grado suo, che non gli lasciasse in parte alcuna diminuire
l’autorità per troppo bassezza, nè meno gli con- citasse odio per troppo
austera severità ; dovesse essere li- beralissimo e splendido, e donar ad
ognuno senza riservo, perchè Dio, come si dice, è tesauriero dei principi
liberali; far conviti magnifici, feste, giochi, spettacoli publici; aver gran
numero di cavalli eccellenti, per utilità nella guerra e Digitized
by Googk' ® “»«« " '’««« L'”"'- «»/ ' ^^eaio yen/:
‘^®Vra„ ’ e y fare yj** ,®'>aori co ^ '«*• ma signor ’J a „
®'^Oor i? ^^fpopo/T^ ®*ratf ’ "*• là D 1/ rf e ®ocof <y.- *^o
re *n va j J0//0 Wr, a S:s'■<^^ 'C:- “ c:"; '* '‘«
c,”“: '■'•* ^,;^“;»-o .1», ■'•«■'.a. , 5 ‘;s;r C;";-». r;,:rs
^*^f|fo . ^05/ , ® avea /à^ ^ece 41 <i«, <^'KaJia
:'“■"« .0»i! *''“'>*■ Sf f; pili, *'^®or *^*^*®*®vo 0(j« *
che ^'Pe „ 7 '®»''ano ®**«ndro ji# ^ *»are: oene pj!,'*‘er„
^,’'®vy/re Pace e «* 7 .” “« Cr»'-»7r? “-«X 0.,?»iv,r «!.?« al,„
" ““'®= <=hé.e 1 a '''*»al?*"*o°^“
^“'"'"cl,’.” °a?'o| 'i® ® vln.Ìr ij - ***** '** ‘*"®*‘*
e ;*'0»/0 ««Kbon» f„; il 3. ■ '*"“■“ a"”’
^?*''«*>'*«<o "^'■ler„ '’ »'-®‘**»°n„ hi ”^®aoo I® **rocusto e
Se ^®''|Je(’ tiranni crac ® e mortai g^uei rìdi
. sii magnanimi Eroi; e però per aver liberato il mondo da
cosi intolerabili mostri (che altramente non si debbon no> minare i
tiranni], ad Ercole furon fatti i tempii e i sacritìcii e dati gli onori
divini; perchè il beneficio di estirpare i ti- ranni è tanto giovevole al
mondo, che chi lo fa merita molto maggior premio, che lutto quello che si
conviene ad un mortale. E di coloro che voi avete nominati, non vi par che
Alessandro giovasse con le sue vittorie ai vinti, avendo in- sliluite di tanti
buoni costumi quelle barbare genti che su- però, che di fiere gli fece uomini?
edificò tante belle città in paesi mal abitali, introducendovi il viver morale;
e quasi congiungendo l’Asia e l’Europa col vincolo dell’ amicizia c delle sante
leggi: di modo che più felici furono i vinti da lui, che gli altri; perchè ad
alcuni mostrò i matrimonii, ad altri l’agricoltura, ad altri la religione, ad
altri il non ucci- dere ma il nutrir i padri già vecchi, ad altri lo astenersi
dal congiungersi con le madri, e mille altre cose che si porian dir in
testimonio del giovamento che fecero al mondo le sue vittorie. XXXVIII.
Ma, lasciando gli antichi, qual più nobile e gloriosa impresa e più giovevole
potrebbe essere, che se i Cristiani voltassero le forze loro a subjugar gl’infedeli?
non vi parrebbe che questa guerra, succedendo prosperamente, ed essendo causa
di ridurre dalla falsa setta di Maumet al lume della verità cristiana tante
migliaja d’uomini , fosse per giovare cosi ai vinti come ai vincitori? E
veramente, co- me già Temistocle, essendo discaccialo dalla patria sua o
raccolto dal re di Persia e da lui accarezzato ed onoralo con infiniti e
ricchissimi doni, ai suoi disse: Amici, minati era- vamo noi, se non ruinavamo;
— cosi ben poriano allor con ragion dire il medesimo ancora i Turchi e i Mori ,
perché nella perdita loro saria la lor salute. Questa felicità adunque spero
che ancor vedremo, se da Dio ne Ila conceduto il vi- ver tanto, che alla corona
di Francia pervenga Monsignor d’Angolem, il quale tanta speranza mostra di sè,
quanta, mo quarta sera, disse il signor Magnifico; ed a quella d’In- ghilterra
il signor don Enrico , principe di Waglia , che or cresce sotto il magno padre
in ogni sorte di virtù, come te- Digitized by Googk
LIBRO QUARTO. 27, nero rampollo sotto l'ombra
d'arbore eccellente « frutti, per rinovarlo molto più bello e più fecotZ
d Oa tempo; chè, comedi là scrive il nostro Cast • ” più largamente
promette di dire al suo ritorno, p e natura in questo signore abbia
voluto far prova la OOllolTA FiHr in iin nr\«»nn e /\1 rv é n n f a .^ru.
1 I v-k «va a collocando in un corpo solo tante eccellenze, qy_
*lessa, riano per adornarne infiniti. — Disse allora messe ^osta-
no JIibiena: Grandissima speranza ancor di sé proi»» ^***^'*®' Carlo,
principe di Spagna, il quale non essendo ® decimo anno della sua età, dimostra
già tanto gianlo così certi indizii di bontà, di prudenza, di
modesti°^^^”° ® ^paniiailà e d’ogni virtù, che se l’imperio di crisjj * come
s’estima, nelle sue mani, creder si può ®*curare il nome di molti imperatori
antichi, ej lana ai famosi che mai siano stati al mondo aliarsi
XXXIX. Soggiunse il signor Ottaviano: Credo ® ® lati e cosi divini
principi siano da Dio mandai' • ® tu/ fatti simili della età giovcnilc,
della poien,* *®*‘*'a, del stato, della bellezza e disposizion del
® siano ancor a uueslo buon voler concorri;. ar- siano
ancor a questo buon voler concordi- ® fin Or... ■ . _ > e
®***“lazione alcuna esser deve mai tra essi, ">vj'dia ^
Voler ciascuno esser il primo e più fervente ^ gloriosa impresa. Ma lasciamo
questo rar»/* ®”'®ato gloriosa impresa. j\ia lasciamo questo rar»;
‘"laic ^*'*Jiaino 3l nostro. Dico adunque, messer Tot > s©
«I. - ^ , A ^^sare. ok_ . ®se che voi -volete che faccia il
principe son cran^’ sg 8ne di molta laude; ma dovete intendere, che se
che le «auucy ijuci uuYcie Jiiteiiucrei ci)0 oa ^ p
a^.**®^° cb' io bo dello che ha da sapere, e non ha*/ dim**”® quel modo,
ed indrizzato al camnjìnnH ■<Bo„ . '■ini, saprà esser magnanimo,
liberale, giusi/ '^**^*^ gli’ P*""**®”*® » ® avere alcuna altra
qualità di quelle O© a|* ^ » v«* ^A^UUd dillo ^UtlJlia Q|
{IiiaII nò per altro vorrei che fosse tale *^**** «cane condizioni: chè
si comequell’i chlT so“°** ****^' architetti, cosi quegli che
dona'**' ®^no®:** P«-chè la virtù non Lece m ' ^/ > e molt* sono
. ““i aa al- rr’V'l®Sa™robbi''d’a/?;! ® ®®*‘ la robba
d’altri. ^ « cosi son libe- • I dànno a cui non debbono a all.. in
calamità e ,■ . "«“o, e ® *®® ria quegli a’ quali sono obli gali
■ ino con una certi* »«-., • • j- * naala grazia e quasi dispetto ,
tal igU I 274 n. COBTEGIANO.
che si conosce che lo fan per forza; altri non solamente non son secreti, ma
chiamano i testimoni e quasi fanno bandire le sue liberalità; altri pazzamente
vuotano in un tratto quel fonte della liberalità, tanto che poi non si può usar
più. XL. Però in questo, come nell’altre cose, bisogna sa- pere e
governarsi con quella prudenza, che è necessaria com- pagna a tutte le virtù;
le quali, per esser mediocrità, sono vicine alli dui estremi, che sono viiii;
onde chi non sa, fa- cilmente incorre in essi: perchè cosi come è diQicile nel
cir- colo trovare il punto del centro, che è il mezzo, cosi è diffi- cile
trovare il punto della virtù posta nel mezzo delli dui estremi, viziosi l’uno
per lo troppo, 1’ altro per lo poco , ed a questi siamo, or all’ uno or all’
altro, inclinati: e ciò si co- nosce per lo piacere e per lo dispiacere che in
noi si sente ; chè per 1’ uno facciamo quello che non devemo , per l’ altro
lasciamo di far quello che deveremmo; benché il piacere è molto più pericoloso,
perchè facilmente il giudicio nostro da quello si lascia corrompere. Ma perchè
il conoscere quanto sia r uom lontano dal centro della virtù è cosa diffìcile, de-
vemo ritirarci a poco a poco da noi stessi alla contraria parte di quello
estremo al qual conoscemo esser inclinati , come fanno quelli che indrizzano i
legni distorti; chè in tal modo s’ accosi aremo alla virtù, la quale, come ho
detto, consiste in quel punto della mediocrità: onde interviene che noi per
molti modi erriamo, e per un solo facciamo l’ officio e debito nostro; cosi
come gli arcieri, che per una via sola dànno nella brocca, e per molte fallano
il segno. Però spesso un principe, per voler esser umano ed affabile, fa
infinite cose fuor del decoro, e si avvilisce tanto che è disprczzato; al- cun
altro, per servar quella maestà grave con autorità con- veniente, diviene
austero ed intolerabile; alcun, per esser tenuto eloquente, entra in mille strane
maniere e lunghi cir- cuiti di parole affettate, ascoltando sé stesso tanto,
che gli altri per fastidio ascoltar non lo possono. XLl. Si che non
chiamate, messer Cesare , per minu- zia cosa alcuna che possa migliorare un
principe in qualsi- voglia parte, per minima che ella sia; nè pensate già ch'io
estimi che voi biasmiatc i miei documenti, dicendo che con
Digitized by Googic LIBRO QUARTO- quélU piQUesto
si formarla un duod groveraafore che n principe; chè non si può forse dare
maggior conveniente ad un principe, che chiamarlo buon ** re. Però, se a me
toccasse instilnirlo, vorrei che cura non solamente di governar le cose già
deit^^ baolto minori, ed intendesse tutte le particoJarii^ epparf^* Denti
a’suoi popoli quanto fosse possibile, nè mai credes<tó tanto nè tanto si
confidasse d’ alcun suo ministro, ^he a gael Solo rimettesse totalmente la
briglia e lo arbitrio dj governo; jierchè non è alcuno che sia altissimo a ®e.e
mollo maggior danno procede dalla credulità de'sjgnori dalla incredulità, la
qual non solamente talor ooa ooo- ma spesso sommamente giova: par in questo è
necessa- ‘I buon giudicio del principe, per conoscere chi merita" ®sser
credulo e chi no. Vorrei che avesse cura d'iniendere ® trioni, ed esser censore
de’ suoi ministri; di levare ed abre '^iar le j,,, ^^a i sudditi; di far far
pace Ira essi, ed allegar- g“ insieme de’ parentali; di far che la città fosse
(mja concorde in anoicizia, come una casa privata; popolo»- Povera,
quieta, piena di buoni artefici; di favor,y .• » ed aju tarli ancora con
denari ; d' esser onorevole nelle ospitalità verso i forestieri e verso i ^gj-
. eh tutte le superfluità: perchè spesso per gjj- ^ ® si fanao in queste
cose, benché pajano piccoli^ Je méi**° mina; però è ragionevole che '1 princi^
pg^ * troppo sontuosi ediflcii dei privali, ai convivii all g * ®®cessive
«ielle donne, al lusso, alle pompe nelle •* pji^®f**Dien(i, <5Ìie non è
altro che un argomento della *®J chè, oltre che spesso, per quella ambizione ed
' che si portene l'aaa all’ altra, dissipano le facoltà e la frasg^** «le*
oaakwiU, talor per una giojetta o qualche allr^ parare**^*® tale 'vendono la
pudicizia loro a chi la vuol com- -Allora measer Ssernabdo Bibiens,
ridendo, Signor e del disse, voi entrale nella parte del signor Gaspar ba
lita*^^'®' — Hàspose il signor Ottaviaho , pur ridendo: <l>rò p.^
flnila, cd io non voglio già rinovarla; però non delle donne, ma ritornerò al
mio principe. — Ri- Digitized by Googli: 276
IL CORTEGIANO. spose il Fbigio: Ben potete oramai lasciarlo,
e contentarvi ch’egli sia tale come l’avete formato; chè senza dubio più facil
cosa sarebbe trovare una donna con le condizioni dette dal signor Magnifico,
che un principe con le condizioni dette da voi; perù dubito che sia come la
republica di Platone , e che non siamo per vederne mai un tale, se non forse in
eie- Rispose il signor Ottaviano: Le cose possibili, benché siano
diflìcili , pur si può sperare che abbiano da essere ; perciò forse vedremolo
ancor a’nostri tempi in terra: chè benché i cieli siano tanto avari in produr
principi eccellenti, che a pena in molli secoli se ne vede uno, potrebbe questa
buona fortuna toccare a noi. — Disse allor il conte Ludovi- co: Io ne sto con
assai buona speranza; perchè, oltra quelli tre grandi che avemo nominali, dei
quali sperar si può ciò che s’ è detto convenirsi al supremo grado di perfetto
prin- cipe, ancora in Italia si ritrovano oggidì alcuni figlioli di si- gnori,
li quali, benché non siano per aver tanta potenza, forse suppliranno con la
virtù; e quello che tra tutti si mo- stra di meglior indole, e di sé promette
maggior speranza che alcun degli altri, parmi che sia il signor Federico
Gonzaga, primogenito del marchese di Manlua, ncpole della signora Duchessa
nostra qui; chè, olirà la gentilezza de’ costumi, e la discrezione che in cosi
tenera età dimostra, coloro che lo governano di lui dicono cose di maraviglia
circa l’essere ingenioso, cupido d’onore, magnanimo, cortese, liberale, amico
della giustizia; di modo che di cosi buon principio non si può se non aspettare
ottimo fine. — Allor il Frigio, Or non più, disse; pregheremo Dio di vedere
adempita que- sta vostra speranza. — XLIll. Quivi il signor Ottaviano,
rivolto alla signora Duchessa con maniera d’aver dato fine al suo ragionamen-
to, Eccovi, Signora, disse, quello che a dir m’occorre del fin del Cortegiano;
nella qual cosa s’io non arò satisfatto in lutto, baslarammi almen aver
dimostrato che qualche perfe- zion ancora dar se gli pelea olirà le cose delle
da questi si- gnori; li quali io estimo che abbiano pretermesso e questo, e
tutto quello ch’io potrei dire, non perchè non lo sai>cssero meglio di me,
ma per fuggir fatica; però lasciarò che essi vadano continuando» se a dir
gli avanza cosa alcuog torà disse la signora Duchessa: Offra cJie l’ora è che
tosto sarà tempo di dar fine per cjnesfa sera, ^ par che noi debbiam mescolare
altro ragionamento Ole Con non que-
»to; nel quale voi avete raccolto tante varie e belle cose iirca il line
della Cortegiania si può dir che non ®°'a«nen(e
sto circa il line della Cortegiania si pud siate quel perfetto
Cortegiano che noi cerchiamo, e per instituir bene il vostro principe; ma , se
la fortuna** ^ sarà propizia, che debbiate ancor essercT ottimo Priuc/pg. che
saria con molta utilità della patria vostra. It/sg ^ J gnor Ottaviano, e disse:
Forse, Signora, s io fossi in jgi grado, a me ancor interverria quello che
suole *'*'tervenire a *oolii altri, li quali san meglio dire che fare. —
XLIV. Quivi essendosi replicato un poco di ragiona- «Jcnto Ira tutta la
compagnia confusamente, con alcung ' ^*'^fiitioni, pur a laude di quello che s’
era parlato, g 7 ancor non era l’ora d’andar a dormire, disse ridendo 1
.^fi’ni/ìco /ci.iANio; Signora, io son tanto nemico degl'igj, ' ”• >
elle in’é forza contradir al signor Ottaviano, ij gng| c^ser, Como io dubito,
congiurato secretamenle ggj . '^spar conira le donne, è incorso in dui
errori, second*^””*^ «'■andissimir dei quali l’uno è, che per preporre
guggj^ ®Siano alla Donna di Palazzo, e farlo eccedere qggj p*'* ch**^^
essa può g^iungere, l’ha preposto ancor al Princin™'"*
che •nconvenienl > ..a ^nneipe .-i
tissimo; l’altro, che gli ha dalo un (al (jg * Sempre è «JifTìcile e talor
impossibile che io conseguiggg’ Quando pur lo consegue, non si deve nominar per
fn ^f'ano ■ P®»- Corle- * — Io non intendo, disse la signora
Jìmiua, come si sto * o imjjossibile che ’l Cortegiano conseguisca
n*** posto*” meno come il signor Ottaviano l’abbia pre^ il siqn^*
principe. — Non gli consentile queste cose, ris^)se ®'prin”^ Ottav^iaivo,
perch’ io non ho preposto il Cortegiano esser ® cinca //fine della
Cortegiania non mi presumo ”®o»-so in errore alcuno. — Rispose allor il
Magnifico causji potete, signor Ottaviano, che sempre la late **
quale Io effetto è tale come egli è, non sia più in**”” ^ quello effetto
; però bisogna che ’l Cortegiano, ®lituzion del quale il principe ha da
esser di Unta eccellenza, sia più eccellente che quel principe; ed in
questo modo sarà ancora di più dignità che’l principe istesso; il che è
inconvenientissimo. Circa il fine poi della Corlegiania, quello che voi avete
detto può seguitare quando l’età del principe ò poco differente da quella del
Corlegiano, ma non però senza dilllcollà, perchè dove è poca differenza d’età,
ragionevol è che ancor poca ve ne sia di sapere; ma se ’l principe è vecchio e
’l Cortegian giovane, conveniente è che ’l principe vecchio sappia più che ’l
Cortegian giovane, e se questo non intervien sempre, intervien qualche volta;
ed allor il fine che voi avete attribuito al Corlegiano è im- possibile. Se
ancora il principe è giovane e ’l Cortegian vec- chio, ditlìcilmente il
Cortegian può guadagnarsi la mente del principe con quelle condizioni che voi
gli avete attribuite; chè, per dir il vero, l’armeggiare e gli altri esercizi!
della persona s’ appartengono a’ giovani , e non riescono ne’ vec- chi, e la
musica e le danze e feste e giochi e gli amori in quella età son cose ridicole;
e parrai che ad uno inslilutor della vita e costumi del principe, il qual deve
esser persona tanto grave e d’autorità, maturo negli anni e nella esperien- za,
e, se possibil fosse, buon filosofo, buon capitano, e quasi saper ogni cosa,
siano disconvenienlissime. Però chi instilui- sce il principe estimo io che non
s’ abbia da chiamar Corlc- giano, ma meriti mollo maggiore e più onorato nome.
Si che, signor Ottaviano, perdonatemi s’ io ho sco|>erlo questa vostra fallacia,
chè mi par esser tenuto a far cosi per l’onor della mia Donna; la qual voi pur
vorreste che fosse di minor dignità che questo vostro Corlegiano, ed io noi
voglio com- portare.' — XLV. Risc il signor Ottaviano, e disse:
SignorMàgnitico, più laude della Donna di Palazzo sarebbe lo esaltarla tanto
ch’ella fosse pari al Corlegiano, che abassar il Cortegian tanto che ’l sia
pari alla Donna di Palazzo ; che già non se- ria proibito alla Donna ancora
inslituir la sua Signora, e ten- der con essa a quel fino della Corlegiania
ch’io ho dello convenirsi al Cortegian col suo principe; ma voi cercate più di
biasimare il Corlegiano, che di laudar la Donna di Palaz- zo: però a me ancor
sarà lecito tener la ragione del Corlegia- libro quarto. tio. per
rispondere anunqne alle vostre objez/oni r^on ho dello chi» la
inalìlnvirtno r ’ '**Co 279 non ho dello che la
instituzione del Cortegiaao la sola causa per la quale il principe sia tale;
percKA*^ non fosse inclinato da nalura ed atto a poter esse ** pura e ricordo
del Cortegiano sarebbe indarno; indarno s’ alTalicaria ogni buono agricoltore
che si * *ocor ® coltivare e seminare d’ottimi grani, l’arena *®ore, perchè
quella lai sterilità in quel loco é nato,.*] * |Joando al buon seme in terren
fertile, con la oria e piogge convenienti alle stagioni s’ agg/u^gg a
d/l/gre^jza della coltura umana, si vedon sempre igp ®**cora **ascere
abondantissimi frutti; nè però è che lo ag.*”*®”*® o sfa jg causa di quelli,
benché senza esso poco ^*^**1®^*®*’ S^ovassgj.^ £at(g jg gji^e cose. Sono
adunque molti ^*®®*® ® sar/an buoni, se eli animi loro fossero ben
sar/an buoni, se gli animi loro fossero ben parlo io, non di quelli
che sono come i| *’ ® ’ ® tanto da nalura alieni dai bnoni costami, chg
®^®~ f ^'sc/piina alcuna per indar l’animo loro al diVn»****” ™'O0.
*‘1110 cam. gjj -E perchè, come già avemo detto, tali • n». ***
*" noi quali sono le nostre operazioni. « ** consisto la virtù.
® Cori, cam- l^nnc 1 i?uiiu IO nostre
operazioni, g — 1, non è impossibil nè maravi„i”* ^ ®P®“ il principe a
molte virtù, coiha^ shzia^ ludrizzi il principe a molte virtù,
coinè i ” ‘essn ’ liberalità, la magnanimità, le operazion rf i, * Oh» i_
j . .. ueiie quali fan ,®§iano indrizzi il prìncipe
magnanii_.._, ._ g ne*^ • ^ grandezza sua facilmente può mettere ‘ 1
'•Mll <l’ope ** che non può il Cortegiano, per non av” ® no, ® cosi il
principe, indotto alla virtù dal ''eie r»i«i virtuoso che '1 Cortegiano.
Oltra f®rro. ^®*’ cole che non taglia punto, pur fa ~ ancora che ’l
Cortegiano institoLc^ ^ gnltà fon per questo s’ abbia a dir che egli «ia di
!•!. o't •' O» q«e,.a corfegi.! Him e ohe quando par il
CorleuLnT "»Sq,u ' "Opinar V Crtógiunu, „,'r J° ;»» »eno
é difliniin noti ® 'onsetguir un tal ” . r ®®“' ®“‘® ^«rteg.a-
"'^«èanco in quel caso VE .? H caso che voi avete allegato:
perché no Digitized by Google 280
IL CORTIGIANO. 86 ’l Cortegian è tanto giovane, che non
sappia quello che s’è (letto ch’egli ha da sapere, non accade |>ariarne,
perché non è quel Corlegiano che noi presupponemo, nè possibil è che chi ha da
sapere tante cose, sia molto giovane. £ se pur occorrerà che ’l principe sia
cosi savio c buono da sé stesso, che non abbia bisogno di ricordi nè consigli
d’altri (benché questo è tanto diflìcile quanto ognun sa), al Cortegian basterà
esser tale, che se ’l principe n’avesse bisogno, potesse farlo virtuoso; e con
lo elTctto poi |)otrà satisfare a quell’altra par- te, di non lasciarlo
ingannare, e di ‘far che sempre sappia la verità d’ogni cosa, c d’opporsi agli
adulatori, ai maledici, ed a lutti coloro che machinassero di corromper l’animo
di quello con disonesti piaceri; ed in tal modo conseguirà pur il suo fine in
gran parte, ancora che non lo metta totalmente in opera: il che non sarà ragion
d’ imputargli per difetto, restando di farlo per cosi buona causa; ché se uno
eccellente medico si ritrovasse in loco dove tutti gli uomini fossero sani, non
per questo si devria dir che quel medico, sebben non sanasse gl’ infermi,
mancasse del suo fine: però, siccome del medico deve essere intenzione la
sanità degli uomini, cosi del Corlegiano la virtù del suo principe; ed all’ uno
c l’altro basta aver questo fine intrinseco in potenza, quando il non produrlo
estrinsecamente in atto procede dal subjetlo al quale è indrizzato questo fine.
Ma se ’l Cortegian fosse tanto vec- chio, che non se gli convenisse esercitar
la musica, le feste, i giochi, l’arme, e 1’ altre prodezze della persona, non
si può però ancor dire che impossibile gli sia per quella via en- trare in
grazia al suo principe; perchè se la età leva l’op(v rar quelle cose, non leva
l’ intenderle, ed, avendole operale in gioventù, lo fa averne tanto più
perfetto giudicio, e più Iierfcltamente saperle insegnar al suo principe,
quanto più notizia d’ogni cosa portan seco gli anni e la esperiènza: od in
questo modo il Cortegian vecchio, ancora che non eser- citi le condizioni
attribuitegli, conseguirà pur il suo fine d’insliluir bene il principe.
XLVII. E se non vorrete chiamarlo Corlegiano, non mi dà noja; jMìrchè la natura
non ha posto tal termine alle dignità umane, che non si j) 0 ssa ascendere
dall’ una all’ altra: |)erò Pi<j C'-ìagle LIBHO
QUAHTo, spesso I soldati semplici divengon capitani, gn \ali re, e
i sacerdoti papi, e i discepoli maestri Pri- sieme con la dignità
acquistano ancor il nome; onrf^ porla dir, che ’l divenir institutor del
principe fog^ ® ai Cortegiano. Benché non so chi abbia da rifiutar dei di
perfetto Cortegiano, il quale, secondo me, ^ nome grandissima laude; e parmi
che Onnero , secondo l di dui uomini eccellentissimi per esempio della vita
^ ^ uno nelle azioni, che fu Achille, 1* altro nelle p» ^oleranze,
che fu Ulisse, cosi volesse ancora formg ®®®ni e ^®ho Cortegiano, che fu quel Fenice,
il qual, ^ P®r- *’®rrato i suoi amori, e molte altre cose gioveniij ^®6r sialo
mandato ad Achille da Peleo suo padre Compagnia, e insegnargli a dire e
fare: il che ®*®*'&*< '‘®> che ■’l fin che noi avemo disegnato
al nostro c ■" ® penso che Arislolele e Platone si fossero ga ***"
®^_®uo. ^^^e di frt P.orlpirifinri nor^.liÀ ei /•!,.*» Sanati del
cipe '-on y^^lessandro JUagno, r altro coi re di Sic,i-
'"®> olBcio é di buon Cortegiano conoscer la natuj. ® P®r-
e l’inclinazion sue, e cosi, secondo i hisoijD^- P‘‘‘n- destrezza
entrar loro in grazia,"^”* ® o/k di.,..**’ vie che prestano l’adito
secor„ ®’'®®o «rio .. ... e Poi f _ — A ~ ' — — — — — — - —
— y alla virtù : Aristotele cosi ben conobbe la ®uod COSI nen
conoooe la nato y n- ®«iai****’ * destrezza cosi ben la secondò,
che 7,®** onorato più che padre; onde, fra moli, v_. ■^'®8sancIro in
teslininni,, o..o h,,,.:.... segni C#j© A j « ^ pcluivy viiut;, tid
mo/(i ''olctt f®®un<^ro in testimonio della sua benivolen»..
Slag^ira sua patria, già disfatla, fosse me^r'^®®’ ®o ®*®*®*o » oltre allo
indrizzar lui a quel fin o-i Miri, ?•/" '■«"> «he -I mondo fooo,
co„f ^'Vesse ®'““* come un sol popol"* ed *n amioiz/a e
concordia tra sé sotto un sK"’ ® ' •^«tne risplendesse communemenle
“ !un" '''■‘'i delj. f ®’ scienze naturali e ne//' «Uh„ animo
talntenlt^ ,. 1 ,.. , , .... ® "®«e Be7in’®®'‘«nentissimo, Tv4ro fil
f««-tis- '^'«solìa, die indur l’- "®" P" Pi* « r
Viver civile i popoli lanlo cflerali 2i* C‘‘
282 IL CORTEGUNU. come quelli che abitano Ballra
e Caucaso, la India, la Sci- aia, ed insegnar loro i malrimonii, l’
agricoltura, l’onorar i padri, astenersi dalle rapine e dagli omicidii e dagli
altri mal costumi, lo edificare tante città nobilissime in paesilon- tani, di
modo che infiniti uomini per quelle leggi furono ri- dotti dalla vita ferina
alla umana; e di queste cose in Ales- sandro fu autore Aristotele, usando i
modi di buon Cortegiano: il che non seppe far Calistene, ancorché Aristotele
glielo mostrasse; che, per voler esser puro filosofo, e cosi austero ministro
della nuda verità, senza mescolarvi la Cortegiania, perdè la vita, e non giovò
anzi diede infamia ad Alessandro. Per lo medesimo modo della Cortegiania
Platone formò Dione Siracusano ; ed avendo poi trovato quel Dionisio tiranno,
come un Ubro lutto pieno di mende e d’errori, e più presto biso- gnoso d’ una
universal litura che di mutazione o correzione alcuna, per non esser possibile
levargli quella tintura della tirannide, della qual tanto tempo già era macchiato,
non volse operarvi i modi della Cortegiania, parendogli che do- vessero esser
lutti indarno. 11 che ancora deve fare il nostro Cortegiano, se per sorte si
ritrova a servizio di principe di cosi mala natura, che sia inveterato nei
vizii, come li ftisici nella infermità; perchè in tal caso deve levarsi da
quella servitù, per non portar biasimo dello male opere del suo si- gnore, e
per non sentir quella noja che senton tutti i buoni che servono ai mali.
— XLVllI. Quivi essendosi fermato il signor Ottaviano di jarlaro, disse
il signor Gasp&k ; Io non aspettava già che ’l nostro Cortegiano avesse
tanto d’onore; ma poi che Aristo- tele 0 Platone son suoi compagni, penso che
niun più debba sdegnarsi di questo nome. Non so già però s’ io mi creda, che
\ristotele e Platone mai danzassero o fossero musici in sua vita, o facessero
altre opere di cavalleria. — Rispose il signor Ottaviano : Non è quasi licito
imaginar che questi dui spi- riti divini non sapessero ogni cosa, e però creder
si può che operassero ciò che s’ appartiene alla Cortegiania, perché dove lor
occorre ne scrivono di tal modo, che gli artefici medesi- mi delle cose da loro
scritte conoscono che le intendevano insino alle medolle ed alle più intime
radici. Onde non è da dir UDRÒ quarto. che al Corlegiano o
inslilutor del principe, come |„ chiamare, il qqal tenda a quel buon fine che
avem >»on 9i convengan tulle le condizioni attribuitegli signori, ancora che
fosse severissimo filosofo e ^ 9uesti sanlissimo, perchè non repugnano alla
bontà, alfa ^.®°®*uoii ai sapere, al valore, in ogni età, ed in ogQ,-
*®®*’®zio- loco. — '®oipo o XLIX. Allora il signor Gaspar, Ricordami,
disse 90esli signori jersera, ragionando delle condizioni ’ ®^® Siano, volsero
ch’egli fosso inamorato ; o perchè *Qendo quello che s’ è dello ìnsin qui, si
poria cavar óu*^^*****' ® usione, che '1 Corlegiano, il quale col valore
ed aotorir ® indnr il principe alla virtù, quasi necessarianjg^j^ •®§i)a
che sia vecchio, perchè rarissime volte il saper ^ nana/ ag/i anni, e massimamente
in quelle cose che si con la esperienza: non so come, essendo q,- ®» se gli
convenga r essere inamorato; atteso gj,» sera s’ é detto, l’amor ne’ vecchi non
riesce, e* ®^® ne’ giovani sono delizie, cortesie ed chf ®We donne, in
essi sono pazzie ed inezie ridico; Porò^ ®sa partoriscono odio dalle
donne, e beffe da r’ * ®® queste vostro Aristotele, Corlegian vecch'^*
*^***^*’ e facesse quelle cose che fanno i giov^**’ cho^^-’’ alcuni che n’
avemo veduti a’ di nostri ”d gli f ** ®®orderia <i' insegnar al suo
principe, e forse i / *^/**^® drieto la baja, e le donne ne
trarrebbon”*^***^^* Poi^hA **®®*'® di boriarlo. — Allora il signor
Ory. trit ** altre condizioni, disse, attribuite al che
ancora che egli sia vecchio, non iamo ®® gli debb
disse r»»*i vario di questa felicità d’ amare. *'*>n èj ®' 9 “or
Gaspar, levargli questo amare é una 00 ^^* **” vivere felicemente fuor di
miseriate Non vi ricorda, signor ®*Pert„ . ® ^ Signor Ottaviano,
ancora ch’esrli sìa «...i» ano, ancora ch’egli sia male
” J oia JlidIC Che 8 '®c® di sono, li quali chiamano
per dolci irò e e guerre o j tormenti che hanno dalle lor Digitized
by Google IL CORTEGfANO. 28 1 donne; onde
domandò, che insegnato gli fosse la causa di questa dolcezza? Però se il nostro
Cortegiano, ancora che vecchio, s’accendesse di quegli amori che son dolci
senza amaritudine, non ne sentirebbe calamità o miseria alcuna ; ed essendo
savio, come noi presupponiamo, non s’ inganna- rla pensando che a lui si
convenisse tutto quello che si con- vien ai giovani; ma, amando, ameria forse
d’ un modo, che non solamente non gli portaria biasimo alcuno, ma molta laude e
somma felicità non compagnala da fastidio alcuno, il che rare volte e quasi non
mai interviene ai giovani; e cosi non lascieria d’insegnare al suo principe, nè
farebbe cosa che meritasse la baja da’ fanciulli. — Allor la signora Dcciirssa,
Piacemi, disse, messer Pietro, che voi questa sera abbiate avuto poca fatica
nei nostri ragionamenti, perchè ora con più securtà v’ imporremo il carico di
parlare, ed inse- gnar al Cortegiano questo cosi felice amore, che non ha seco
nè biasimo nè dispiacere alcuno; che forse sarà una delle più importanti ed
utili condizioni che per ancora gli siano attribuite: però dite, per vostra fè,
lutto quello che ne sa- pcle. — Rise messer Pietro, c disse: lo non vorrei.
Signora, che ’l mio dir che ai vecchi sia licito lo amare, fosse cagion di
farmi tener per vecchio da queste donne ; però date pur questa impresa ad un
altro. — Rispose la signora Duchessa : Non dovete fuggir d’esser riputato
vecchio di sapere, sebben foste giovane d’anni; |)erù dite, e non
v’escusate più. Disse messer Pietro : Veramente, Signora, avendo io da
parlar di questa materia, bisognariami andar a domandar consiglio allo Ere
inita del mio Lavinello.— Allor la signora Emilia, quasi turbala, Messer
Pietro, disse, non è alcuno nella compagnia che sia più ùisobedicnte di voi;
però sarà ben che la signora Duchessa vi dia qualche castigo. ~ Disse messer
Pietro, pur ridendo: Non vi adirale meco. Signora, per amor di Dio; che iu dirò
ciò che voi vorrete. -Or dite adunque, — rispose la sijgnora Emilia. JA.
Allora me.sscr Pietro, avendo prima alquanto Ia- cinto» rassettatosi un poco,
come [icr parlar di cosa im- I*®»- dimostrar che i vecchi pos- no"
^tameiUe amar senza biasimo, ma lalcr più fcli- Digitized by
Googl^' LIUIIO ttUAHTo. cernente che i giovan», sarainmi
necessario far un ^""coa- discorso, per dichi^***** c e cosa è amore,
ed if* ^ ^rego^^ siste la felicità che possono aver gV inamorati; P^jgre cbo ad
ascoltarmi con attenzione, perchè spero fa^v» a”" qui non è uomo a
cui si disconvenga 1’ esser cor che egli avesse quindici o venti anni P'* fL^se
«nesscr Morello. -E quivi, essendosi alquanto riso, s»??' ^v\ch‘ Pietro: Dico
adunque che, secondo che das'*. \c ò diffiniin. Aiuor non è altro in d®®'
_ ac non « Ialiti ,, è diflìnilo, Amor non è altro che un
certo e u la bellezza; e perchè il desiderio non apP®';)-.oO «è è
cose conosciute, bisogna sempre che la cog**** e, che desiderio : il
quale per sua natura vuole d \o u,wa; cieco e non lo conosce. Però ha
cosi ordiu»*.iriù .qJ. ad ogni virtù conoscente sia <^onniu„ia un» ‘
ouoscere,;- e perchè nell’anima nostra son ^e „odi Tbrulii per lo senso,
per la ragione e per f inteU®*^ li aa\- sce Tappetilo, il qual a noi è
eommunecoP ^ jeAi’ ‘lo- dalla ragione nasce la elezione, che è oTOpf*^ icar
^o- T inlelletlo, per Io quale V nom senso "on ^ gel., nasce
la volontà. Così adunque coh»^,^ 5 Ìwe solaCiC*» nosce se non cose sensibih,
r appetii^ le ad altro desidera; e cosi come 1 intelletto non è
volontà alla contemplaz.on di cose intelligibni, q»*^’ di natura mente si
nutnsce d. beni spirituali. L’uoih^V,; può per naie, posto come mezzo fra
questi dui ;„o elezione, inclinandos. al senso ovvero eleV^h^^f Ietto,
accostarsi ai desideri! or dell' una or ^ ‘ Di questi modi adunque si può
desiderarla ^ universa! della quale si conviene a tutte le cos® ®
artifìciali che son composte con buona proporz*»”® e ** temperamento, quunto
comporla la lor natura- ^ Eli. Ma, parlando della bellezza che noi
intendena^^ ^ è quella solamente che appar nei corpi e massimanoe*** volli
umani, e muove questo ardente desiderio che no» miamo amore: diremo, che è un
flusso della bontà quale benché si spanda sopra tutte le cose create, lume del
sole, pur quando trova un volto Iwu misurato ^ J ^ posto con una cerla gioconda
concordia di colori disl»^ ttCcdA aiutali dai lumi e dall’
ombre e da una ordinala disianza e termini di linee, vi s’infonde e si dimostra
bellissimo, e quel subjetto ove riluce adorna ed illumina d’ una grazia e
splendor mirabile, a guisa di raggio di sole che percola in un bel vaso d’oro
terso e varialo di preziose gemme; onde piacevolmente tira a sè gli occhi
umani, e per quelli pene- trando s’ imprime nell’ anima, e con una nuova
soavità tutta la commove e diletta, ed accendendola, da lei desiderar si fa.
Essendo adunque l’anima presa dal desiderio di fruir que- sta bellezza come
cosa buona, se guidar si lascia dal giudicio del senso incorre in gravissimi
errori, e giudica che ’l corpo, nel qual si vede la bellezza, sia la causa
principal di quella, onde per fruirla es’ima essere necessario l’unirsi
intimamente più che può con quel corpo; il che è falso: e però chi pensa,
possedendo il corpo, fruir la bellezza, s’inganna, e vien mosso non da vera
cognizione per elezion di ragione, ma da falsa opinion per l’ appetito del
senso : onde il piacer che ne segue esso ancora necessariamente è falso e
mendoso. E perù in un de’ dui mali incorrono tulli quegli amanti, che adem-
piono le lor non oneste voglie con quelle donne che amano: chè ovvero subito
che son giunte al fin desideralo non sola- mente senlon sazietà e fastidio, ma
piglian odio alla cosa amata, quasi che l’ appetito si ripenla dell’ error suo,
e rico- nosca l’ inganno fattogli dal falso giudicio del senso , per lo ouale
ha credulo che ’l mal sia bene; ovvero restano nel me- dggjjjjo desiderio ed
avidità, come quelli che non son giunti veramente al fine che cercavano; e
benché per la cieca opi- nione, nella quale inebriati si sono, paja loro che in
quel plinto sentano piacere, come talor gl’ infermi che sognano di f»er qualche
chiaro fonte, nientedimeno non si contentano s’ acquetano. E i>erchè dal
possedere il lien desideralo nasco sempre quiete e salisfazione nell’ animo del
possesso- ri ^ se quello fosse il vero e buon fine del loro desiderio, pos-
ge/lendolo restariano quieti c satisfalli ; il che non fanno : ingannali da
quella similitudine, subito ritornano al sfre- nato desiderio, e con la
medesima molestia che prima senti- vano si ritrovano nella furiosa ed
ardentissima sete di (juello, cHo •» «l'«rano di jiosscder perfettamente.
Questi tali Di ■ . t LIBRO quarto. inamorali
adunq**® ^®ano 'ufelicissinnaroenic, grande vero non conseguono mai li
desiderii loro, il coese- infelicità ; ower, »e g« conseguono, si trovano
^agg'®*’ guito il suo male, © finiscono le miserie con ^ ji quest» miserie ;
perchè ancora nel principio e nel amore altro -non si sente giammai che q
lori, stenti, fatiche : tl* modo che Tesser continue lacrime e sospiri, il
gaggio» y cs^®^ 'r ina- lamentarsi, il desiderar di morire, in cissimo,
son le condizioni che si dicono morali. „g\\e LUI. La causa adunque di
questa in umani è principalmente il senso , u «naie ^ g. d®' è
potentissimo, perchè 'I vigor della caft'^’.o .f aoP®' quella stagione
gli dà tanto di fona qo®** gC?® . . ^et- ragione, e però facilmente induce
Tanit»^ prig»®® lito; perchè ritrovandosi essa sommersa V governar U
rena, e, per esser applicata al ministerio ^oo P»«» .on DO. nriva della
contemplazion spiritual®’ aver cogn»» hiaramente la verità; onde, il
principi® bisogna che vada a,ùd»^ ■. al O
po, priva ueii» intender chiaramente aerila; onde P*’' il principia
. delle cose, bisogna che vada mendicando*»^- lo*» sensi, e però loro crede e
loro ai inchina ® Rigore che ascia, massimamente quando hanno taot® -iono
d’err^*^‘ ® la sforzano; e perchè essi son fallaci, la false opinioni. Onde
quasi sempre occorre dalla avvolti in questo amor sensuale in tutto fO*»,
j ^ ^ ne, e però si fanno indegni di fruir le dona amor ai suoi veri
soggetti; nè in amof sentono p ‘ fuor che i medesimi che sentono gli animali
irrazionai' t gli affanni mollo più gravi. Stando adunque posilo, il
quale è verissimo, dico che ’l contrario intef a quelli che sono nella
età pìà matura- che se quest» quando già l’animo non è tanto oppressa dal
peso ^ c quando il fcrvor naturale comincia ad intepidirsi, ^ dono
della bellezza e verso quella volgono il desideri** dato da razionai
elezione, non restano ingannali, c gono perfettamente la bellezza: e per»
dal possederla *Z0^ lor sempre bene; perchè la bellezza è buona e
conse^**^ Digitized by Google 1 288
IL GORTEGIANO. mente il vero amor di quella è buonissimo e
santissimo, e sempre produce effetti buoni neU’animo di quelli, che col fren
(Iella raeion correggono la nequizia del senso; il che molto più facilincnlc i
vecchi far possono che i giovani. LIV. Non è adunque fuor di ragione il
dire ancor, che i vecchi amar possano senza biasimo e più felicemente che i
tjio vani; pigliando però questo nome di vecchio non per de- cre|>*lo> nè
quando già gli organi del corpo son tanto debili, che l’anima per quelli non
può operar le sue virtù, ma quando il sap®’’ vigore. Non tacerò ancora
questo; che è ch’io estimo che, benché l’amor sensuale in ogni età sia malo,
pur ne’ giovani meriti escusazione, e forse in modo sia licito; chè se ben dà
loro affanni, peri- coli fatiche, c quelle infelicità che s’è detto, son
però molti che l>cr guadagnar la grazia delle donne amate fan cose
vir- . le quali benché non siano indrizzatc a buon fine, pur tuoS*-'
» ’ .... 1. son buone; e cosi di quel mollo amaro cavano un poco di
tlolc®» e per le avversità che sopportano in ultimo rico- l’error suo.
Come adunque estimo che quei giovani gforzan gli appetiti ed amano con la
ragione sian divini, . ^scnso quelli che vincer si lasciano dall’aroor
sensuale, jjl tanto per la imbecillità umana sono inclinati: purché
f* mostrino gentilezza, cortesia e valore, e le altre no- ”1 hanno dette
questi signori; e quando non nella età giovciiile, in tutto l’abbandonino,
allonla- QOn E/*** " dosi da questo scnsual desiderio, come
dal più basso grado gcala l)cr la qual si può ascendere al vero amore. Ma se ®
, poi che son vecchi, nel freddo core conservano il foco li appetiti, e
sottopongon la ragion gagliarda al senso de- non si può dir quanto siano da
biasimare; chè, come . * perpetua infamia esser connumcrati gli animali
irrazionali, perchè i pensieri e i modi del- sensuale son troppo
disconvenienti alla età matura. * ^ L.V- Quivi fece il liembo un poco di
pausa, quasi come f ripoP®*’®'» ® si®ndo ognun cheto, disse il signor Morello
®‘ trovasse un vecchio più disposto e ga- £ir‘lo e di miglior aspetto che molti
giovani, perchè non voi che a questo fosse licito amar di quello amore
Digitized by Google oh.r:' ^ ®Orares/ * *® foste esq
*^^®^'Ce ^^chrs«a e t/- volete *o, il g * veccli/ ''ecch-®®*»ie
d/®'”" '* Con ’^Oole el. »■ " costoro, non p <?Sso 1 e
n* p. ^'«POse il signor Moa, sj ^®”*o/aod» eh ° ^’uo^ “esser Pietro
Be; sia Recedo 'i e ^ Ì>o« *^®*^*® modo, eh’ io per i Oon^^’^P^
così h ®^/or ®®dere qaesla bellezza, c S"’ co^ co’®'® «n sogno. -
Credete v. =he belle ^ic« ® Ipdovico, che la bellezi -PorS*"'
«'-»Pre?“' »«..i^’“»^..‘°”’»-'P<.°T°.'^°’'“’>-i non ^'^cosi
I. ® a//o„ °eaere qaesla bellezza, c ?u." " co’ *'»«n.0goo.-
crede,* V, Che *e//e ^icn ® Ipdovico, che la bellezi ^»PorT^"‘
««“pre"""® tp^J?Oa^® «iesser Pietro Bembo? - j <»en/^®’ ®^a
son . ir,?*'®»»^ ®>‘ an« ricórdomi aver v. ciopo”!."^ Voi crudeli
e dispettose; e pa **'®'ro B che perché la bellezza le i '’cech;
"®“ho cji .^Cfrec frisse il conto Ludovico , j e nó ® ®*e cosa'^®
^Or/®» nT®*' Perché non vi compia mess ^«rrete ,> desiderar la
bellezza J; ch^^! > e >'ni, vederle che „on chi** '
^'ovatf?'*®'' Si 'compiaceranno , Colin ^ On; . riehi, ®ep mi lo<
Ce'4c’>acc*. e^"; : 8»or >"v,eó " '■»«„ *»>,»,
*»«''»« *4e i ^ if'"»,! *'»>o„,; '>OcoI""o
ro®”<»0l,d. O '■*Wocter-< "'Oic ,?.''» .•„?'•« Sol '■'» a
V”®’-' «>C« cfte '» '« t;*® - '• . -I.™ ?»c°:
'Oo.o''®"»,,!.'’'"' /ir g®‘: “'T,'. ^ '’®»araJ'^'‘ che
/'Oh '«sii ®'*'’^'arap.^ii„ ^'■©hi, *^eti P'» sono ow 'iid , *^1
he//„ ^'^0 ancora ®iano >iio, « atti ad a r»
v^ «r“ m Digitized by Google 290
nate, c IL cobtegiano. Il naella vista graziosa sia
come Pesca nascosa sotto il Allora roesser Pietho Bembo, Non crediate, disse,
‘,“”,1 bellezza non sia sempre buona. -Quivi il conte Lu- novico , per
ritornar disse- Poiché ’l signor Morello non si cura di saper
quello per ritornar esso ancor al primo proposito, interruppe Poi
tanto gl’ importa, insegnatelo a me, e mostratemi come i vecchi questa felicità
d’amore, che non mi cu- di farmi tener vecchio, pur che mi giovi.— j VII. Rise
messcr Pietbo, e disse: lo voglio prima levar ,, ^niino di questi signori
l’error loro; poi a voi ancora sa- —Cosi ricominciando, Signori, disse, io non
vorrei tisfar - bellezza, che è cosa sacra, fosse alcun ‘^1’® ebe come
profano e sacrilego incorresse nell’ ira di Dio : di che ’l signor Morello e
messer Federico siano am- ti e non perdano, come Stesicoro, la visla, che
è pena nientissima a chi disprezza la bellezza, dico che da Dio conve bellezza,
ed è come circolo, di cui la bontà è il cen- nasc« jj„„ pu 5 esser
circolo senza centro , non può Irò; e P esse»*
1 ellezza senza bontà: onde rare volte mala anima abita - e perciò la
bellezza estrinseca è vero segno della bel ‘^"‘'.^irinseca, e nei corpi è
impressa quella grazia più e boni» • pcc carattere dell’anima, per lo quale
essa meno ^^^^jente è conosciuta, come negli alberi, ne’ quali la estri»®® Qcji
fa testimonio della bpntà dei frulli; e questo belle**® ^ interviene nei corpi,
come si vede che i Fisiono- medes**^^^ conoscono spesso i costumi e talora i
pensieri de- mi ^ - pi; e, che ò più, nelle bestie si comprende ancor allo gli
**®***j^ qualità dell’animo, il quale nel corpo esprime sè aspef*^® che può.
Pensale come chiaramente nella faccia stesso P* del cavallo, dell’aquila si
conosce l’ira, la ferocità del grbia; negli agnelli e nelle colombe una pura e
sem- e la ®®*^j^ocenza; la malizia astuta nelle volpi e nei lupi, e plio»
* j di tutti gli altri animali. cosi I brulli adunque per lo più sono
ancor mali, c li ^ jji; e dir si può che la bellezza sia la faccia piace-
i ^^iiegra, grata e desiderabile del bene; e la bruttezza, oscura, molesta, dispiacevole
e trista del male; e bell vol£? » la ^*^*^giderale
tulle le cose, Irovarele che sempre quelle che se
r»s Digitized by Gi M □.ili, . . Il cj, J
" «Ogni ’ ■iel «" i« '* '«rra o,„ *® w «•- '®^es8o sosfeniii di
^ ^a- ®^^’ai<ra nar» òa-^**® eira ® *“® Pes® ®ondo che *’ ®®»n
illamina il tu»o, e ne/ 9“e 8/ei/e *! ^PProt^ da*”®’ Poi a poco a poco
ascende ®*® cose /r *^"® ‘‘^''crsan,^^*^^ o piglia la sua luce, se-
®ooipog,^ co*f 'a»i(a e*’*® fa *® allonlana; e l’allre cin- Pon Dar- ^®*'^a **
*J“el medesimo corso. Que- ®»^cora lao, «<ar ii,». ***«*! t„*^®*' 'a
connession d’un ordino ®*»aoi jn,an^ ®®^'ezza © ’ ®^»e mutandole pur un
pun- ** “orno cfc ”?*■ ®osa n ?*'®*ià *'“'narobbe il mondo; hanno f®*’*®
de/ c„t®^ «i»r .IV <»e|| ’ ®»»e non posson gl’ingegni il?” ® caso ^ ^
Pensale or della figura del- ffrl *>»c;r *"®' ‘ofta^'’®s/a^®'ido;
nel quale vedesi ogni *«»o al“?7® «•■ p*” fol Necessariamente per arte e I)rac7
coroé I? '® insieme «8*®^ beUissima; <*'■ 1 ‘ ®®«^i ? ej”^^*car q«*«*
P'*» « uUIilà ' -t'rr IL GORTEGIANO.
290 nare, e che quella vista graziosa sia come Fesca nascosa sotto
l’amo. — Allora messer Pietro Bembo, Non crediate, disse, che la bellezza non
sia sempre buona. — Quivi il conte Lu- dovico, per ritornar esso ancor al primo
proposito, interruppe e disse: Poiché ’l signor Morello non si cura di saper
quello che tanto gl’ importa, insegnatelo a me, c mostratemi come acquistino i
vecchi questa felicità d’amore, che non mi cu- rerò io di farmi tener vecchio,
pur che mi giovi. Risc messer Pietro, e disse: Io voglio prima levar dell’animo
di questi signori l’error loro; poi a voi ancora sa- tisfarò. — Cosi
ricominciando, Signori, disse, io non vorrei che col dir mal della bellezza,
che è cosa sacra, fosse alcun di noi che come profano e sacrilego incorresse
nell’ira di Dio: però, acciò che ’l signor Morello e messer Federico siano am-
moniti, e non perdano, come Stcsicoro, la vista, che è pena convenientissima a
chi disprezza la bellezza, dico che da Dio nasce la bellezza, ed è come
circolo, di cui la bontà è il cen- tro; e però come non può esser circolo senza
centro, non può esser bellezza senza bontà: onde rare volte mala anima abita
bel corpo, e perciò la bellezza estrinseca è vero segno della bontà intrinseca,
e nei corpi è impressa quella grazia più e meno quasi per un carattere
dell’anima, per io quale essa estrinsecamente è conosciuta, come negli alberi,
ne’ quali la )>ellezza de’ fiori fa testimonio della bontà dei frutti; e
questo medesimo interviene nei corpi, come si vede che i Fisiono- mi al volto
conoscono spesso i costumi e talora i [lensieri de- gli uomini; c,clie è più ,
nelle bestie si comprende ancor allo aspetto la qualità dell’animo , il quale
nei corpo esprime sé stesso più che può. Pensate come chiaramente nella faccia
del leone, del cavallo, dcH’aquila si conosce l’ira, la ferocità c la superbia;
negli agnelli e nelle colombe una pura e sem- plice innocenza; la malizia
astuta nelle volpi e nei lupi, e cosi quasi di tutti gli altri animali.
LYllI. 1 bruiti adunque per lo più sono ancor mali, c li belli buoni: e dir si
può che la bellezza sia la faccia piace- vole, allegra, grata e desiderabile
del bene; e la bruttezza, la faccia oscura, molesta, dispiacevole e trista del
male; c se considerale tulle le cose, Irovarele che sempre quelle che
LIBRO QUARTO. 291 son buone ed nlili hanno ancora
grazia di bellezza. Eccovi il stalo di questa gran machina del mondo, la qual,
per sa- lute e conservazion d’ogni cosa creata è stata da Dio fa- bricata. 11
ciel rotondo, ornato di tanti divini lumi, e nel centro la terra circondata
dagli elementi, e dal suo peso istesso sostenuta; il sole, che girando illumina
il tutto, e nel verno s’accosta al più basso segno, poi a poco a poco ascende
all’altra parte; la luna, che da quello piglia la sua luce, se- condo che se le
appropinqua o se le allontana; e l’ altre cin- que stelle, che diversamente fan
quel medesimo corso. Que- ste cose tra sè han tanta forza per la connession
d’un ordine composto cosi necessariamente, che mutandole pur un pun- to, non
poriano star insieme, e ruinarebbe il mondo; hanno ancora tanta bellezza e
grazia, che non posson gl’ingegni umani ìmaginar cosa più bella. Pensate or
della figura del- l’uomo, che si può dir piccol mondo; nel quale vedesi ogni
parte del corpo esser composta necessariamente per arte e non a caso , e poi
tutta la forma insieme esser bellissima; tal che dilBcilmente si poria giudicar
qual più o utilità o grazia diano al volto umano ed al resto del corpo tutte le
membra, come gli occhi, il naso, la bocca, l’ orecchie, le braccia, il petto, e
cosi l’ altre parti: il medesimo si può dir di tutti gli animali. Eccovi le
penne negli uccelli, le foglie e rami negli alberi , che dati gli sono da
natura per conser- var Tesser loro, e por hanno ancor grandissima vaghezza.
Lasciate la natura e vmiile all’arte. Qual cosa tanto è neces- saria nelle
navi, quanto la prora, i lati, le antenne, l’albe- ro, le vele, il timone, i
remi, T ancore e le sarte? tutte que- ste cose però hanno tanto di venustà, che
par a chi le mira che cosi siano trovale per piacere, come per utilità. Sosten-
gon le colonne e gli architravi le alle loggia e palazzi , nè però son meno
piacevoli agli occhi di chi le mira , che utili agli edificii. Quando prima
cominciarono gli uomini a edifi- care , posero nei tempii e nelle case quel
colmo di mezzo , non perchè avessero gli edificii più di grazia, ma acciò che
dell’ una parte e T altra commodamente potessero discorrer Tacque; nientedimeno
all’utile subito fu congiunta la venu- stà, talché se sotto a quel cielo ove
non cade grandine o Digilized by Google 292
IL CORTEGIANO. pioggia si fabricasse un tempio, non parrebbe
che senza il colmo aver potesse dignità o bellezza alcuna. LIX. Dassi
adunque molla laude , non che ad altro , al mondo, dicendo che gli è bello;
laudasi, dicendo: Bel cielo, bella terra, bel mare, bei fiumi, bei paesi, belle
selve, al- 'neri, giardini; belle città, bei tempii, case, eserciti. In som-
ma, ad ogni cosa dà supremo ornamento questa graziosa e sacra bellezza; e dir
si può che ’l buono e '1 bello, a qualche modo, siano una medesima cosa, e
massimamente nei corpi umani; della bellezza de’ quali la più propinqua causa
estimo io ebe sia la bellezza dell’ anima, che, come partecipe di quella vera
bellezza divina , illustra e fa bello ciò eh’ ella tocca, e specialmente se
quel corpo ov’ella abita non è di cosi vii materia, ch’ella non possa
imprimergli la sua qua- lità; però la bellezza è il vero trofeo delia vittoria
dell’ani- ma, quando essa con la virtù divina signoreggia la natura materiale,
e col suo lume vince le tenebre del corpo. Non è adunque da dir che la bellezza
faccia le donne superbe o crudeli, benché cosi paja al signor Morello; nè ancor
si deb- bono imputare alle donne belle quelle inimicizie, morti, di- struzioni,
di che son causa gli appetiti immoderati degli uo- mini. Non negherò già che al
mondo non sia possibile trovar ancor delle belle donne impudiche, ma non è già
che la bellezza le incline alla impudicizia; anzi le rimove, e le in- duce alla
via dei costumi virtuosi, per la connession che ha la bellezza con la bontà; ma
talor la mala educazione, i con- tinui stimoli degli amanti, i doni, la povertà
, la speranza, gl’ inganni, il timore e mille altre cause, vincono la costanza
ancora delle belle e buone donne; e per queste o simili cause possono ancora
divenir scelerati gli uomini belli. — LX. Allora messer Cesab, Se è vero,
disse, quello che jeri allegò il signor Gaspar, non è dubio che le belle sono
più caste che le bruite. — E che cosa allegai? disse il si- gnor Gaspab. —
Rispose messer Cesare: Se ben mi ricor- do, voi diceste che le donne che son
pregate, sempre ne- gano di satisfare a chi le prega; e quelle che non son pre-
gate, pregano altrui. Certo è che le belle son sempre più pregale e sollecitale
d’amor che le brutte; dunque le belle Digilized by
LIBRO QUARTO. 295 sempre negano, e
conseguentemente son più caste che le brutte, le quali non essendo pregate
pregano altrui. — Rise il Bembo, e disse: A questo argomento risponder non si
pnò. — Poi soggiunse: Interviene ancor spesso, che come gli altri nostri sensi
, cosi la vista s’ inganna , e giudica per bello un volto che in vero non è
bello; e perchè negli occhi ed in tutto l’aspetto d’alcune donne si vede talor
nna certa lascivia dipinta con blandizie disoneste, molti, ai quali tal maniera
piace, perchè lor promette facilità di conseguire ciò che desiderano, la
chiamano bellezza: ma in vero è una im- pudenza fucata , indegna di cosi
onorato e santo nome. — Tacevasi messer Pietro Bembo, e quei signori pur lo
stimo- lavano a dir più oltre di questo amore, e del modo di fruire veramente
la bellezza; ed esso in ultimo, A me par, disse, assai chiaramente aver
dimostrato che più felicemente pos- san amar i vecchi che i giovani; il che fu
mio presupposto: però non mi si conviene entrar più avanti. — Rispose il conte
Ludovico: Meglio avete dimostrato la infelicità de’gio- vani che la felicità
de' vecchi, ai quali, per ancor non avete insegnato che cammin abbìan da
seguitare in questo loro amore, ma solamente detto che si lascio guidare alia
ra- gione; e da molti è riputato impossibile, che amor stia con la ragione.
— L\I. Il Bembo pur cercava di por fine al ragionamen- to, ma la signora
Duchessa lo pregò che dicesse; ed esso cosi rincominciò: Troppo infelice
sarebbe la natura umana, se l’anima nostra, nella qual facilmente può nascere
questo cosi ardente desiderio, fosse sforzata a nutrirlo sol di quello che le è
commnne con le bestie, e non potesse volgerlo a quella altra nobil parte che a
lei è propria; però, poiché a voi pur cosi piace, non voglio fuggir di ragionar
di questo nobil soggetto. E perchè mi conosco indegno di parlar dei santissimi
misterii d’amore, prego lui che muova il pensiero e la lingua mia, tanto ch’io
possa mostrar a questo eccel- lente Cortegiano amar fuor della consnetndine del
profano volgo; e cosi com’io insin da puerizia tutta la mia vita gli ho
dedicata, siano or ancor le mie parole conformi a questa intenzione, ed a laude
di lui. Dico adunque che, poiché la natura umana nella età giorenile tanto
è inclinata al senso, conceder si può al Cortegiano, mentre che è giovane,
l’amar aensualmente; ma se poi ancor negli anni più maturi per sorte s’accende
di questo amoroso desiderio, deve esser ben cauto, e guardarsi di non ingannar
sé stesso, lasciandosi indur in quelle calamità che ne’ giovani meritano più
com- passione che biasimo, e per contrario ne’ vecchi più biasimo che
compassione. LXII. Però quando qualche grazioso aspetto di bella donna
lor s’ appresenta, compagnato da leggiadri costumi o gentil maniere, tale che
esso, come esperto in amore, cono- sca il sangue suo aver conformità con
quello; subito che s’ac- corge che gli occhi suoi rapiscano quella imagine e la
portino al core, e che l’anima cominci con piacer a contemplarla, e sentir in
sé quello influsso che la commove ed a poco a poco la riscalda, e che quei vivi
spiriti che scinlillan fuor per gli occhi tuttavia aggiungan nuova esca al
foco: deve in questo principio provedere di presto rimedio, e risvegliar la
ragione, e di quella armar la ròcca del cor suo; e talmente chiuder i passi al
senso ed agli appetiti, che nè per forza nè per inganno entrar vi possano.
Cosi, se la fiamma s’estingue, estinguesi ancor il pericolo; ma s’ ella
persevera o cresce , deve allor il Cortegiano, sentendosi preso, deliberarsi
total- mente di fuggir ogni bruttezza deiramor volgare, e cosi en- trar nella
divina strada amorosa con la guida della ragione; e prima considerar che ’l
corpo , ove quella bellezza risplen- de, non è il fonte ond’ ella nasce, anzi
che la bellezza , per esser cosa incorporea, e, come avemo detto, un raggio di-
vino, perde molto della sua dignità trovandosi congiunta con quel snbjetto vile
e corruttibile; perchè tanto più è perfetta quanto men di lui partecipa, e da
quello in tutto separata è perfettissima; e che cosi come udir non si può col
palato, nè odorar con l’orecchie, non si può ancor in modo alcuno fruir la
bellezza nè satisfar al desiderio ch'ella eccita negli ani- mi nostri col
tatto, ma con quel senso del qual essa bel- lezza è vero objetto, che è la
virtù visiva. Rimovasi adunque dal cieco giudicio del senso, e godasi con gli
occhi quel splen- dore, quella grazia, quelle faville amoros<^ i risi, i
modi e Digitized by < .LIBRÒ QUARTO.
295 tatti gli altri piacevoli ornamenti della bellezza ;
medesima- mente con l’audilo la soavità della voce, il concento delle parole, T
armonia della musica (se musica è la donna ama- ta); e cosi pascerà di dolcissimo
cibo l’anima per la via di questi dui sensi , i quali tengon poco del corporeo
, e son . ministri della ragione, senza passar col desiderio verso il corpo ad
appetito alcuno men cbe onesto. Appresso osservi, compiaccia ed onori con ogni
riverenza la sua donna, e più che sé stesso la tenga cara, e tutti i commodi e
piaceri suoi preponga ai proprii, ed in lei ami non meno la behezza d^ r animo
che quella del corpo; però tenga cara di non la- sciarla incorrere in errore
alcuno, ma con le ammonizioni e buoni ricordi cerchi sempre d’indurla alia modestia
, alla temperanza , alla vera onestà; e faccia che in lei non abbian mai loco
se non pensieri candidi ed alieni da ogni bruttezza di vizii; e cosi seminando
virtù nel giardin di quel beH’anb- mo, raccorrà ancora frutti di^ bellissimi
costumi, e gostara- glì con mirabii diletto; e questo sarà il vero generare ed
esprimere la bellezza nella bellezza , il che da alcuni si dice essere il fin
d* amore, in tal modo sarà il nostro Cortegiano gratissimo alla sua donna, ed
essa sempre se gli mostrerà ossequente, dolce ed affabile, e cosi desiderosa di
compiacer- gli, come d’ esser da lui amata; e le voglie dell’un e dell’al- tro
saranno onestissime e concordi, ed essi conseguente- meiile saranno
felicissimi. — LXIII. Quivi il signor Morbllo, Il generar, disse, la
bellezza nella bellezza con effetto, sareU>e il generar un bd figliolo in
una bella donna ; ed a me parerla molto più chiaro segno ch’ella amasse
l’amante compiacendo! di questo, che di quella afihbilità cbe voi dite. — Rise
il Bembo, e disse: Non bisogna, signor Morello, uscir de’ termini; nò piccoli
segni d’amar fa la donna, quando all’ amante dona la bel- lezza, cbe è cosi
preziosa cosa, e per le vie che son adito all’anima, cioè la vista e lo andito,
manda i sguardi degli occhi suoi, la imagine del volto, la voce, le parole, che
pe- netran dentro al core dell’ amante, e gli fan testimonio def- l’amor suo. —
Disse il signor Mobbllo: 1 sguardi e le parole possono essere e spesso son
testimonii falù; però chi non ha miglior pegno d’amore, al mio gindicio, è
mal sicaro: e ve- ramente io aspettava pur che voi faceste questa vostra donna
un poco più cortese e liberale verso il Cortegiano, che non ha fatto il signor
Magnifico la sua ; ma parmi che tulli dui siate alla condizione di quei
giudici, che dànno la sentenza conira i suoi per parer savii. Disse il Bembo :
Ben voglio io che assai più cor- tese sìa questa donna al mio Cortegiano non
giovane, che non è quella del signor Magnifico al giovane ; e ragionevol-
mente, perchè il mio non desidera se non cose oneste, e però può la donna
concedergliele tulle senza biasimo ; ma la donna del signor Magnifico, che non
è cosi sicura della mo- destia del giovane, deve concedergli solamente le
oneste, e negargli le disoneste : però più felice è il mio, a cui si con- cede
ciò ch’ei dimanda, che l’altro, a cui parte si concede e parte si nega. Ed
acciò che ancor meglio conosciate che l’amor razionale è più felice che’l
sensuale, dico che le me- desime cose nel sensuale si debbono talor negare, e
nel ra- zionale concedere, perchè in questo son disoneste, ed in quello oneste:
però la donna, per compiacer al suo amante buono, oltre il concedergli i risi
piacevoli, i ragionamenti domestici e secreti, il motteggiare, scherzare,
toccar la ma- no, può venir ancor ragionevolmente e senza biasimo insin al
bascio, il che nell’ amor sensuale, secondo le regole del signor Magnifico, non
è licito ; perchè per esser il bascio congiungimento e del corpo e dell’anima,
pericolo è che l’amante sensuale non inclini più alla parte del corpo che a
quella dell’anima; ma ramante razionale conosce che, an- cora che la bocca sia
parte del corpo, nientedimeno per .quella si dà esito alle parole, che sono
interpreti dciranima, ed a quello intrinseco anelilo che si chiama pur esso
ancor anima ; e perciò si diletta d’unir la sua bocca con quella della donna
amala col bascio, non per moversi a desiderio alcuno disoneslo, ma perchè sente
che quello legame è un aprir l’adito alle anime, che tratte dal desiderio l’una
dell’ altra si trasfondano alternamente ancor l’una nel corpo dell’ altra, e talmente
si mescolino insieme, che ognun dì loro abbia due anime, ed una sola di quelle
due cosi composta regga quasi dui corpi : onde il bascio si può più preslo
dir congiungimento d’anima che di corpo, perchè in quella ha (anta forza, che
la tira a sé, e quasi la separa dal corpo ; per questo tutti gl’inamorati casti
desiderano il bascio, come congiungi- mento d’anima ; e però il divinamente
inamorato Platone dice, che basciando vennegli l’anima ai labri per uscir del
corpo. £ perchè il separarsi l’anima dalle cose sensibili, e totalmente unirsi
alle intelligibili , si può denotar per lo ba- scio, dice Salomone nel suo divino
libro delia Cantica: Ba- tcimi col bascio della sua bocca, per dimostrar
desiderio che l’anima sua sia rapita dall’ amor divino alla contempiazion della
bellezza celeste di tal modo, che unendosi intimamente a quella abbandoni il
corpo. — LXV. Stavano lutti attentissimi al ragionamento del Bembo; ed
esso, avendo fatto on poco di pausa, e vedendo che altri non parlava, disse:
Poiché m’avete fatto comin- ciare a mostrar l’amor felice al nostro Cortegiano
non gio- vane, voglio pur condurlo un poco più avanti ; perchè ’l star in
questo termine è pericoloso assai , atteso che, come più volte s’è detto,
l’anima è inclinatissima ai sensi; e benché la ragion col discorso elegga bene,
e conosca quella bellezza non nascer dal corpo, e però ponga freno ai desidera
non onesti, pur il contemplarla sempre in quel corpo spesso pre- verle il vero
giudicio ; e quando altro male non ne avvenis- se, il star assente dalla cosa
amala porla seco molta passio- ne, perchè lo influsso di quella bellezza,
quando è presente, dona mirabil diletto all’amante, e riscaldandogli il core
ris- veglia e liquefa alcune virtù sopite c congelate nell’anima, le quali
nutrite dal calore amoroso si diflbndono, e van pul- lulando intorno al core, e
mandano fuor per gli occhi quei spiriti, che son vapori sottilissimi, fatti
della più pura e lu- cida parte del sangue, i quali ricevono la imagine della
bel- lezza, e la formano con mille varii ornamenti ; onde l’anima si diletta, e
con una certa maraviglia si spaventa e por go- de, e, quasi stupefatta, insieme
col piacere sente quel timore c riverenza che alle cose sacre aver si suole, e
parie d’esser nel suo paradiso. LXYI. L’amante adunque che considera la
bellezza so- 298 IL CORTEGIAXO. lamenle nel
corpo, perde questo bene e questa felicità subito che la donna amata,
assentandosi, lascia gli occhi senza il suo splendore, e conseguentemente
l’anima viduala del suo bene; perchè, essendo la bellezza lontana, quell’
influsso amo- roso non riscalda il core come faceva in presenza, onde i meati
restano aridi e secchi, e pur la memoria della bellezza move un poco quelle
virtù dell’anima, talmente che cercano di dilTondere i spiriti; ed essi,
trovando le vìe otturate, non hanno esito, e pur cercano d’uscire, e cosi con
quei stimoli rinchiusi pungon l’anima, e dannole passione acerbissima, come a’
fanciulli quando dalle tenere gingive cominciano a nascere i denti: e di qua
procedono le lacrime, i sospiri, gli affanni e i tormenti degli amanti, perché
l’anima sempre s’af- fligge e travaglia, e quasi diventa furiosa, finché quella
cara bellezza se le appresenta un’altra volta; ed allor subito s’acqueta e
respira, ed a quella tutta intenta si nutrisce di cibo dolcissimo, né mai da
cosi soave spettacolo partir vor- ria Per fuggir adunque il tormento di questa
assenza, o go- der la bellezza senza passione, bisogna che ’l Corlegiano con
l’ajuto della ragione revochi in tutto il desiderio dal corpo alla bellezza
sola, e, quanto più può, la contempli in sé stessa semplice e pura, e dentro
nella imaginazione la formi astratta da ogni materia; e cosi la faccia amica e
cara all’anima sua, ed ivi la goda, e seco l’abbia giorno e notte, in ogni
tempo e loco, senza dubio di perderla mai; tornandosi sempre a memoria, che ’l
corpo è cosa diversissima dalla bellezza, e non solamente non l’accresce, ma le
diminuisce la sua per- fezione. Di questo modo sarà il nostro Cortegiano non
gio- vane fuor di tutto le amaritudini e calamità che senton quasi sempre i
giovani, come le gelosie, i sospetti, li sdegni, l’ire, le dis|>erazioni, e
certi furor pieni di rabbia, dai quali spesso son indotti a tanto errore, che
alcuni non solamente ballon quello donne che amano, ma levano la vita a sé
stessi; non farà ingiuria a marito, padre, fratelli o parenti della donna
amala; non darà infamia a lei; non sarà sforzalo dì raffrenar talor con tanta
difficoltà gli occhi e la lingua per non scofìrir i suoi desideri ad altri; non
di tolerar le passioni nelle par- tite, nè delle assenze: ché chiuso nel core
si porterà sempre LIBRO QUARTO. 299 seco il
8QO prezioso tesoro; ed ancora per virtù della imagi- nazione si formerà dentro
in sè stesso quella bellezza molto più bella che in effetto non sarà.
LXVII. Ma tra questi beni troveranne lo amante un al- tro ancor assai maggiore,
se egli vorrà servirsi di questo amore come d’un grado per ascendere ad un
altro molto più sublime; il che gli succederà, se tra sè andrà considerando,
come stretto legame sia il star sempre impedito nel contem- plar la bellezza
d’nn corpo solo; e però, per uscir di questo cosi angusto termine, aggiungerà
nel pensier suo a poco a poco tanti ornamenti, che cumulando insieme tutte le
bel- lezze farà un concetto universale, e ridurrà la moltitudinè d’esse alla
unità di quella sola, che generalmente sopra la umana natura si spande; e cosi
non più la bellezza partico- lar d’nna donna, ma quella universale che tutti i
corpi ador- na, contemplarà; onde, offuscato da questo maggior lume, non curerà
il minore, ed ardendo in più eccellente fiamma, poco estimerà quello che prima
avea tanto apprezzato. Questo grado d’amore, benché sia molto nobile, e tale
che pochi vi aggiungono, non però ancor si può chiamar perfetto, perchè per
esser la imaginazione potenza organica, e non aver co- gnizione se non per quei
principii che le son somministrati dai sensi, non è in tutto purgata delle
tenebre materiali ; e però, benché consideri quella bellezza universale
astratta ed in sè sola, pur non la discerne ben chiaramente, nè senza qualche
ambiguità , per la convenienza che hanno i fantasmi col corpo; onde quelli che
pervengono a questo amore sono come i teneri augelli che cominciano a vestirsi
di piume, che, benché con l’ale debili si levino un poco a volo, pur non osano
allontanarsi molto dal nido, nè commettersi a’ venti ed al ciel aperto. Quando
adunque il nostro Cortegìano sarà giunto a questo termine, benché assai felice
amante dir si possa a rispetto di quelli che son sommersi nella miseria del-
l’amor sensuale, non però voglio che si conienti, ma ardita- mente passi più
avanti, seguendo per la sublime strada drìeto alla guida che lo conduce al
termine della vera felici- tà; e cosi in loco d’uscir di sè stesso col
pensiero, come bisogna che faccia chi vuoi considerar la bellezza corporale, si
rivolga in sé slesso per contemplar quella che si vede con gli occhi della
mente, li quali allor cominciano ad esser acuti e perspicaci, quando quelli del
corpo perdono il fior della loro vaghezza: però l'anima, aliena dai vizii,
purgala dai sludii della vera filosofia, versala nella vita spirituale, ed
esercitala nelle cose dell’ intelletto , rivolgendosi alla contemplazion della
sua propria sostanza, quasi da profondissimo sonno ris- vegliala apre quegli
occhi che tulli hanno e pochi adopra- no, e vede in sé stessa un raggio di quel
lume che é la vera imagine della bellezza angelica a lei comraunicala, della
quale essa poi communica al corpo una debil’ombra; però, divenuta cieca alle
cose terrene, si fa oculatissima alle cele- sti; e lalor, quando le virtù
molivc del corpo si trovano dalla assidua contemplazione astratte, ovvero dal
sonno legale, non essendo da quelle impedita , sente un certo odor nascoso
della vera bellezza angelica, e rapita dal splendor di quella luce comincia ad
infiammarsi, e tanto avidamente le segue, che quasi diviene ebria e fuor di sé
stessa, per desiderio d’unirsi con quella, parendole aver trovalo l’orma di
Dio, nella contemplazion del quale, come nel suo beato fine, cerca di
riposarsi; e però, ardendo in questa felicissima fiam- ma, si leva alla sua più
nobil parte, che è rinlellello; e quivi, non più adombrata dalla oscura notte
delle cose ter- rene, vede la bellezza divina; ma non però ancor in tutto la
gode perfettamente, perchè la contempla solo nel suo parti- colar iniellello,
il qual non può esser capace della immensa bellezza universale. Onde, non ben
contento di questo bene- ficio, amore dona all’anima maggior felicità; che,
secondo che dalla bellezza parlicolar d’un corpo la guida alla bellezza
universal di tutti i corpi, cosi in ultimo grado di perfezione dallo intelletto
parlicolar la guida allo iniellello universale. Quindi l’anima, accesa nel
santissimo foco del vero amor divino, vola ad unirsi con la natura angelica, e
non solamente in tutto abbandona il senso, ma più non ha bisogno del dis- corso
della ragione; che, trasformata in angelo, intende tutte le cose intelligibili,
e senza velo o nube alcuna, vede l’ampio mare della pura bellezza divina, ed in
sè lo riceve, e gode quella suprema felicità che dai sensi è
incomprensihile. Se adunque le bellezze, che tutto di con questi nostri
tenebrosi occhi vedemo nei corpi corruttibili, che non son però altro che sogni
ed ombre tenuissime di bellezza, ci pajon tanto belle e graziose, che in noi
spesso acccndon foco ardentissimo, e con tanto diletto, che reputiamo ninna
feli- cità potersi agguagliar a quella che talor sentemo per un sol sguardo che
ci venga dall’ amala vista d’una donna : che fe- lice maraviglia, che bealo
stupore pensiamo noi che sia quello, che occupa le anime che pervengono alla
visione della bellezza divina 1 che dolce fiamma, che incendio soave creder si
dee che sia quello, che nasce dal fonte della su- prema e vera bellezza 1 che è
principio d’ ogni altra bellezza, che mai non cresce, nè scema: sempre bella, e
per sè me- desima, tanto in una parte, quanto nell’ altra, semplicissima; a sé
stessa solamente simile, e di ninna altra partecipe ; ma talmente bella, che
tulle le altre cose belle son belle perchè da lei partecipan la sua bellezza.
Questa è quella bellezza in- distinta dalla somma bontà, che con la sua luce
chiama e tira a sè tutte le cose; e non solamente alle intellettuali dona r
intelletto, alle razionali la ragione, alle sensuali il senso e r appetito di
vivere, ma alle piante ancora ed ai sassi com- munica, come un vestigio di sè
stessa, il molo, e quello in- slinto naturale delle lor proprietà. Tanto
adunque è mag- giore e più felice questo amor degli altri, quanto la causa che
lo move è più eccellente; e però, come il foco materiale alTìna l’oro, cosi questo
foco santissimo nelle anime distrugge o consuma ciò che v’ è di mortale, e
vivifica e fa bella quella jiarle celeste, che in esse prima era dal senso
mortificata e sepolta. Questo è il Rogo, nel quale scrivono i poeti esser arso
Ercole nella sommità del monte Gela, e per tal incen- dio dopo morte esser
restato divino ed immortale ; questo è la ardente Rubo di Moisè, le Lingue
dipartite di foco, l’in- Cammalo Carro di Elia, il quale radoppia la grazia e
feli- cità nell’ anime di coloro che son degni di vederlo, quando, da questa
terrestre bassezza partendo, se ne vola verso il cielo. — Indrizziamo adunque
tutti i pensieri e le forze del- r anima nostra a questo santissimo lume, che
ci mostra la via che al ciel conduce; e drieto a quello, spogliandoci gli
alTelti che nel descendere ci eravamo vestili, per la scala che nell’ infìmo
grado tiene l’ ombra di bellezza sensuale ascen- diamo alla sublime slanza ove
abita la celeste, amabile e vera bellezza, che nei secreti penetrali di Dio sta
nascosta, acciò che gli occhi profani veder non la possano : e quivi Irovare-
mo felicissimo termine ai nostri desiderii, vero riposo nelle fatiche, certo
rimedio nelle miserie, medicina saluberrima nelle infermità, porto sicurissimo
nelle torbide procelle del tempestoso mar di questa vita. LXX. Qual sarà
adunque, o AMOR santissimo, lingua mortai che degnamente laudar ti possa? Tu,
bellissimo, buo- nissimo, sapientissimo, dalla unione della bellezza e bontà e
sapienza divina derivi, ed in quella stai, ed a quella per quella come in
circolo ritorni. Tu dolcissimo vìncolo del mondo, mezzo tra le cose celesti e
le terrene, con benigno temperamento inclini le virtù superne al governo delle
in- feriori, e, rivolgendo le menti de’ mortali al suo principio, con quello le
congiungi. Tu di concordia unisci gli elementi, muovi la natura a produrre, e
ciò che nasce alla succession della vita. Tu le cose separate aduni, alle
imperfette dai la perfezione, alle dissimili la similitudine, alle inimiche l’
ami- cìzia, alla terra i frulli, al mar la tranquillità, al cielo il lume
vitale. Tu padre sei do’ veri piaceri, delle grazie, della pace, della
mansuetudine e benivolenza, inimico della rustica fe- rità, della ignavia, in
somma principio e fine d’ogni bene. E i>erchè abitar ti diletti il fior dei
bei corpi e bello anime, e di là talor mostrarti un poco agli occhi ed alle
menti di quelli che degni son di vederti, penso che or qui fra noi sia la tua
stanza. Però degnali, Signor, d’udir i nostri prieghi, infondi te stesso nei
nostri cori, e col splendor del tuo san- tìssimo foco illumina le nostre
tenebre, e come Odala guida in questo cieco labirinto mostraci il vero cammino.
Correggi tu la falsità dei sensi, e dopo ’l lungo vaneggiare donaci il vero e
sodo bene; facci sentir quegli odori spirituali che vivi- lìcan le virtù dell*
inlellcllo, ed udir l’ armonia celeste tal- mente concordante, che in noi non
abbia loco più alcuna dis- cordia di passione; inebriaci tu a quel fonte
inesausto di contentezza che sempre diletta e mai non sazia, ed a chi beè
delle sne vive e limpide acque dà gusto di vera beatitudine; purga tu coi raggi
della tua luce gli occhi nostri dalla cali- ginosa ignoranza, acciò che più non
apprezzino bellezza mor- tale, e conoscano che le cose che prima veder loro
[»rea non sono, e quelle che non vedeano veramente sono; accetta r anime
nostre, che a te s’ ofTeriscono in sacrificio ; abbni- sciale in quella viva
6amma che consuma ogni bruttezza ma- teriale, acciò che in tutto separate dal
corpo, con perpetuo e dolcissimo legame s’uniscano con la bellezza divina, e
noi da noi stessi alienati, come veri amanti, nello amato possiam trasformarsi,
e levandone da terra esser ammessi al convi- vio degli angeli, dove, pasciuti
d’ ambrosia e néttare immor- tale, in ultimo moriamo di felicissima e vital
morte, come già morirono quegli antichi padri, l’ anime dei quali tu con ar-
dentissima virtù di contemplazione rapisti dal corpose con- giungesti con Dio. Avendo
il Bembo insin qui parlato con tanta veemenza, che quasi pareva astratto e fuor
di sé, stavasi cheto e immobile, tenendo gli occhi verso il cielo, come stu-
pido; quando la signora Ehiua, la quale insieme con gli al- tri era stata
sempre attentissima ascoltando il ragionamento, lo prese per la falda della
roba, e scuotendolo un poco, disse: Guardate, messer Pietro, che con questi
pensieri a voi an- cora non si separi l’ anima dal corpo. — Signora, rispose
mes- ser Pietro, non saria questo il primo miracolo, che amor abbia in me
operato. — Allora la signora Duchessa e tutti gli altri cominciarono di nuovo a
far instanza al Bembo che se- guitasse il ragionamento: e ad ognun parea quasi
sentirsi nell’ animo una certa scintilla di quell’ amor divino che lo
stimolasse, e tolti desideravano d’udir più oltre; ma il Bembo, Signori,
soggiunse, io ho detto quello che '1 sacro furor amo- roso improvisamenle m’ ha
dettato; ora che par più non m’ aspiri, non saprei che dire: e penso che amor
non voglia che più avanti siano scoperti i suoi secreti, né che il Corte- giano
passi quel grado che ad esso è piaciuto eh’ io gli mostri ; e perciò non è
forse licito parlar più di questa materia. Veramente, disse la signora
Dochessa, se’lCorlegiano non giovane sarà (ale che seguitar possa il cammino
che voi gli avete mostrato, ragionevolmente dovrà con- tentarsi di (anta
felicità, e non aver invidia al giovane. — Allora Riesser Cesare Gonzaga, La
strada, disse, che a questa felicità conduce parmi tanto erta, che a gran pena
credo che andar vi si jiossa. — Soggiunse il signor Gaspar: 1/ andarvi credo
che agli uomini sia difficile, ma alle donne impossibile. — Rise la signora
Emilia, e disse: Signor Gaspar, se (ante volte ritornate al farci ingiuria, vi
prometto che non vi si perdonerà più. — Rispose il signor Gaspar: Ingiuria non
vi si fa, dicendo che l’ anime delle donne non sono tanto purgate dalle
passioni come quelle <legli uomini, nè versate nelle contemplazioni, come ha
detto inesscr Pietro che è necessario che sian quelle che hanno da gustar
l’amor divino. Però non si legge che donna alcuna abbia avuta questa grazia, ma
si molti uomini, come Plato- ne, Socrate c Plotino e moK’ altri; e de’ nostri
tanti santi Padri, come san Francesco, a cui un ardente spirito amo- roso
impresse il sacratissimo sigillo delle cinque piaghe; nò altro che virtù d’
amor poteva rapire san Paolo apostolo alla visione di quei secreti, di che non
è licito all’ uom parlare; nè mostrar a san Stefano i cieli aperti. — Quivi
rispose il Magnifico Juuano: Non saranno in questo le donne punto .superate
dagli uomini: perchè Socrate istcsso confessa, tutti i misterìi amorosi che
egli sapeva essergli stati rivelati da una donna, che fu quella Diotima; e 1’
angelo che col foco d’ amor impiagò san Francesco, del medesimo carattere ha
fatto ancor degne alcune donne alla età nostra. Dovete an- cor ricordarvi, che
a santa Maria Magdaicna furono rimessi molti peccati perchè ella amò molto, e
forse non con minor grazia che san Paolo fu ella multe volte rapita dall’ amor
angelico al terzo cielo; e di tante altre, le quali, come jeri più diffusamente
narrai, per amor del nome di Cristo non hanno curato la vita, nè temuto i
slrazii nè alcuna maniera di morte, per orribile e crudele che ella fosse; c
non erano, come vuole messer Pietro che sia il suo Cortegiano, vecchie, ma
fanciulle tenere e delicate, ed in quella età nella quale esso dice che si deve
comportar agli uomini Tainor sensuale. Il signor Gaspar cominciava a prepararsi
per rispondere; ma la signora Duchessa, Di questo, disse, sia giudice messer
Pietro Bembo, e stiasi alla sua sentenza, se le donne sono cosi capaci dell’
amor divino come gli uomini, o no. Ma perchè la lite tra voi potrebbe esser
troppo lunga, sarà ben a differirla inaino a domani. — Anzi a questa sera,
disse messer Cesare Gonzaga. — E come a questa sera? disse la signora Duchessa.
— Rispose messer Cesare: Perchè già è di giorno; — e mostrolle la luce che
incominciava ad entrar per le Cssure delle finestre. Allora ognuno si levò in
piedi con molla maraviglia, perchè non pareva che i ragio- namenti fossero
durali più del consueto; ma per Tessersi in- cominciati molto piu lardi, e per
la loro piacevolezza, aveano ingannalo quei signori tanto, che non s’ erano ac-
corti del fuggir dell’ ore; nè era alcuno che negli occhi sen- tisse gravezza
di sonno: il che quasi sempre interviene, quando T ora consueta del dormire si
passa in vigilia. Aperte adun- que le finestre da quella banda del palazzo che
riguarda Palla cima del monte di Cairi, videro già esser nata in oriente una
bella aurora di color di rose, e tutte le stelle sparile, fuor che la dolce
governalrice del ciel di Venere, che della notte e del giorno tiene i confini;
dalla qual parea che spirasse un’aura soave, che di mordente fresco empiendo
l’aria, cominciava tra le mormoranti selve de’ colli vicini a risvegliar dolci
concenti dei vaghi augelli. Onde lutti avendo con riverenza preso commiato
dalla signora Duchessa, s’in- viarono verso le lor stanze senza lume di torchi,
bastando lor quello del giorno; e quando già erano per uscir della ca- mera,
voltossi il signor Prefetto alla signora Duchessa, e disse: Signora, per
terminar la lite tra ’l signor Gaspar e ’l signor Magnifico, veniremo col
giudice questa sera più per tempo che non si fece jeri. — Rispose la signora
Emilia: Con patto che se ’l signor Gaspar vorrà accusar le donne, e dar loro,
come è suo costume, qualche falsa calunnia, esso ancora dia sicurtà di star a
ragione, perch’io lo allego so- spetto fugitivo. ALCUNI PASSI DEL
CORTEGIANO UIYEHSI DALLO STAMPATO, illAni DR MANOSCRITTI ORIGINALI
DALL’ABBATE PIERiNTONIO SEDASSI. PROEMIO DEL CORTEGIANO A
MESSER ALFONSO ARIOSTO Fra me stesso lungamente ho dubitato, mcsser
Alfonso carissimo, qual di due cose più diOicil mi fosse; o il negarvi quello
che con tanta instanza e per parte di un tanto Re più volte mi avete richiesto,
o il farlo. Perchè da un canto pa- revami durissimo negare alcuna cosa, e
massimamente lau- devole, a persona che io amo sommamente, e da chi som-
mamente mi conosco essere amato; aggiungendosi il desiderio e comandamento di
cosi alto e virtuoso principe : dall’ altro ancor pigliare impresa, la quale io
conoscessi non poter per- fettamente condurre a fine, non mi pareva convenirsi
a chi estimasse le giuste riprensioni quanto estimar si devono. Al Gne dopo
molti pensieri ho eletto più presto esser tenuto poco prudente ed amorevole per
compiacervi, che savio e poco amorevole per non compiacervi. Voi adunque
mi ricercate che io scriva, qual sia al pa- rer mio quella forma perfetta e
carattere di Cortegiania, che più si convenga a gentiluomo che viva in corte di
principi, e che possa e sappia perfettamente servirli con dignità in ogni cosa
laudevole, acquistandone grazia da essi e da tutti gli altri; in somma, di che
sorte debba essere quello che me- riti chiamarsi perfetto Cortegiano, tanto che
cosa alcuna non vi manchi. 11 che veramente dilGcilissima cosa è tra tante
varietà di costumi, che si usano nelle corti di Cristianità, eleggere la più perfetta
forma e quasi il fior di questa Corte- giania; perchè la consuetudine fa a noi
spesso le medesimo Digilized by Google 508
IL CORTEGIANO. cose piacere e dispiacere; onde (alor procede
che li costumi, gli abili, riti e modi che un tempo sono stali in prezzo,
divengono vili; per contrario li vili divengono pregiati. Però si vede
chiaramente, che l’ uso più che la ragione ha forza d’ introdurre cose nuove
tra noi, e cancellare 1’ antiche, delle quali chi cerca giudicare la
perfezione, spesso s’in- ganna. Conoscendo io adunque questa e moli’ altre
ditlìcul- tali nella materia pro|)ostami a scrivere, sono sforzato a fare un
poco di cscusazione, e render testimonio, ch’io a tal im- presa posto mi sono
per non poter disdire, e più presto con volontà di esperimcntare, che con
speranza di condurla a line: il che se non mi verrà fatto, voglio che ognuno
in- tenda, questo errore essermi commune con voi, acciò che ’l biasimo che
avvenire me n’ha sia anco diviso con voi; per- chè non minor colpa si dee estimare
la vostra, l’avermi imposto carico alle mie forze disuguale, che a me Io averla
accettato. Ma penso che l’errore del giudicio mio debba es- ser compensato con
la laude d’ avere obedito alle vertuose voglie del Re Cristianissimo, al quale
non obedire saria grave fallo; attesoché felici chiamar si possono tulli
quelli, a’quali esso comanda. E se a Sua Maestà è parso eh’ io a tal’ opra sia
sofTicienle, troppo prosonzione sarebbe la mia, volere col negarlo correggere e
quasi condennare il giudicio suo, il quale poiria, quando io mai non fossi,
farmi bastante ad ogni dillìcile impresa; tanto sarebbe lo stimolo di ben fare
e tanta la eonfidenzia di me stesso che io pigliarci, sapendo tale opinione di
me essere nell’alto core del maggior Re, che già gran tempo sia stato tra
Cristiani. Però siccome molla laude mi serà il verificare questa credenza,
molto maggior biasimo mi saria lo ingannarla, per la ingiuria ch’io al mondo
farcì, essendo causa che errasse colui il quale pare che errar non |)ossa, per
essere dotato di quelle divine condizioni, che cosi rade volle in terra tra’
mortali si ritro- vano. Io adunque assai felice mi chiamo, essendo nato a tempo
che lecito mi sia vedere un cosi chiaro Principe, che d’ogni virlulc e di
famosa grandezza possi non solamente agguagliare gli più celebrali che mai
siano vìssi al mondo, ma ancor superarli. Digiii'od by Google
VARIANTI. 309 E piaccia a Dio, che questo animo
eccelso e glorioso rivolga gli alti suoi pensieri a danni degli perfidi
avversarii di Cristo; chè in vero un tanto Principe ragionevolmente sdegnar si
deve di vincere minor nemico che un re di Asia e tutto r Oriente, e far minor
effetto che rimover dal mondo una cosi inveterata e potente setta, com’é la
Maomettana. Nè ad altro più si conviene vendicare le ingiurie fatte alla fede
di Cristo, che al Re Cristianissimo; e se questo nome meritamente si hanno
acquistato i suoi maggiori con le glo- riose opere , e con tante vittorie che
sempre saranno cele- bratissime, esso deve chiaramente mostrare a tutto il mondo
di essere degno successore non solamente dello stato e del nome, ma ancora
delle vertuti. E certo niente di più hanno avuto di grandezza, di regno, di
tesoro, di uomini, li altri regi di Francia, che s’abbia questo; forse molto
meno di valor d’animo e di buona fortuna, sotto l’ale della quale sempre
felicemente combatteranno tutti quelli che seguir lo vogliono: e pur tante
volte hanno portate le lor vittoriose insegne in Oriente, con gravissimo danno
degl’Infideli. Chè, lasciando li maravigliosi falli di Carlo Magno, molli altri
prin- cipi della nazione franzese, come Goltifredo, Balduino, Ugo, passorno in
.\sia, e per forza d’arme soggiogorno dal Bo- sforo e Propontide fino allo
Egitto, e nella santa città di Jerusalem posero la sede del suo regno. Ragione
è adunque, che questo magnanimo principe s’indirizzi a tanta gloria non per
esempi! alieni, ma domestici, e segua gli onorati vestigi de’ suoi maggiori :
dalli quali se l’ Asia è stata con l’arme acquistata, e molti anni posseduta,
non so come esso essendo vero erede, possa restar di non recuperarla dalle mani
di chi con tanta ignominia del nome cristiano la tiene oc- cupata. E se lo
acceso desiderio di gloria dentro nel magna- nimo cuor del Cristianissimo cosi
si nutrisce, come a lutto il mondo pare, debbesi sforzar di provedere, che una
tal occasione di farsi immortale non gli sia di mano tolta: per- chè ninna
espedizione al mondo ha in sè tanto di laude e di onore, e cosi poco di fatica.
Né dirò quanto più vaglia la nostra milizia che la loro, e come in quella
regione siano pochissimi lochi forti, e che tutta la Grecia e la maggior
Digìtized by Google 310 IL CORTEGIANO.
parte dell’ Asia sia piena di Cristiani, li quali non aspettano altro nè
altro con tante lacrime giorno e notte pregano Dio, che levarsi dal collo il
giogo gravissimo di cosi misera ser- vitale. Potria adunque, per questi e per
altri rispetti, una cosi onorata preda movere 1’ animo di qualch’ altro polente
Principe; come già videro i padri nostri Mattia Corvino di (Jngaria, il quale
con dodici mila Ungaci ruppe e disfece sessantamila Turchi, ed entrato nel lor
paese con foco e ferro in gran parte lo rovinò, e con essi sempre mantenne
mortai guerra, e cosi spesso li vinse e con tanta uccisione, che non osavano
pur accostarsi al Danubio. Ma oltre gli altri stimoli che punger devono il cor
del Cristianissimo, non è ancor asciutto il sangue di quelli poveri Franzesi,
che al- l’età nostra cosi crudelmente e con tanti inganni furono morti a MeleUn
da questi perfidi cani; nè conviene a Sua Maestà lasciar quelle anime senza
vendetta, e massimamente contea tali e cosi universali inimici. £ se ’l re
d’Aragona, che ancor vive, cosi luneamente ha avuta guerra con Infi- deli, c
per forza subjugato il reame di Granala, e ridottolo alla fede di Cristo ;
dipoi, mandalo esercito di là dal mare, con tanto onor della nazion spagnuola e
danno de’ Mori, ha preso per forza porti e nobilissime città d’ Africa: che
pensiam noi che debba fare il Cristianissimo, giovane magnanimo, potentissimo,
sull’ arme, avendo inanzi agli occhi una mollo più gloriosa impresa, cioè tutta
l’Asia, e la recufieraziono del Sepolcro di Cristo, della quale tante volte
dagli suoi mag- giori gli è stato mostralo il cammino? Segnasi dunque ormai
dove chiama il ciclo e la fortuna, e le meschine voci degli afflitti popoli
cristiani di Grecia ed Asia, li quali tosto che il nome solo di Pranza giunga
tra loro, levarannosi in arme, ed apriranno il cammino a quella benavventnrala
vittoria, che agli vincitori darà fama immortale, ed agli vinti eterna salute:
di modo che al Cristianissimo più presto incontra si verrà con feste, pompe,
doni ed infinite ricchezze, delle quali più eh’ altra parte del mondo quella
regione è piena, che con armi. E certamente già parmi vedere quel tanto
desiderato giorno, che ’l Cristianissimo, dopo l’avcr traversalo tanti
paesi. VARIA>TI. 3H tanti mari, e vinto
tante barbare e strane nazioni, e dilata- to lo imperio e il nome suo per tutto
il mondo, giungerà agli confini di Jerusalem. Qual felicità sarà che si possa
aggua- gliare a quella, che Sua Maestà nell’animo tra sé dentro sentirà? Dopoi,
quando cominciaranno da lontano apparire le alte torri della Santa Città, che
pensieri, che voglie, che devoti affetti saranno quelli, che fioriranno nel suo
magna- nimo core! Che allegrezza in tutto lo esercito, il quale già in-
ginocchiato parmi vedere con aita voce e pietose lacrime sa- lutare ed adorare
le benedette mura e la Santa Terra, nella quale con tanti divini misterii fu il
principio della salute no- stra! Quando poi in mezzo di tanti principi in abito
regale a cavallo ornato accosterassi a quelle porte, e con le sue proprie mani
onoratamente dentro vi riporterà come da lun- go esilio quella Croce, che già
tanto tempo II è stala vilipesa e in obbrobrio; appresso con la medesima pompa
ed ordine armato, e senza pur levarsi di dosso la polvere o il sudor del
cammino, se n’ andrà al sacralissimo Sepolcro di Cristo, ed ivi prostrato in
terra con tanta riverenza umilmente ado- rerà quel loco, ove giacque morto Colui
che a tutto ’l mondo diede la vita: qual cor umano allor sarà, che in sé possa
ca- lare tanta allegrezza? qual animo che non desideri finir la vita, per non
corrompere mai più questa dolcezza di qualche amaritudine? che fiumi vedransi
di devotissime lacrime! che gusto d’immortale consolazione si sentirà! come
parranno leggeri e dolci le passate fatiche del lungo cammino e della guerra!
Questa è la vera gloria e vero trionfo, conveniente all’altezza di cosi nobii
animo; questa è la scala per salire alla immortalitate in terra e in cielo. Ben
desiderare si deb- bono li regni, i tesori, le grandezze, per poterne trar cosi
onesti e gloriosi frutti. 0 felicissimo ciascuno che potrà aver grazia,
se non di vedere ed essere presente a cosi divino spettacolo, almen sentirne li
ragionamenti da chi veduto l’arà! E certo niun altro desiderio mai sarammi
tanto stabilito nel core, nè con maggior instanza dimanderò grazia a Dio, che
di potere a tale impresa servire il Cristianissimo, vedendo con gli occhi
pro[irii e forse scrivendo una parte di così gloriosi fatti, e ac-
1 312 Jl- CORTEGIANO. compagnando con l’ arme l’ alla
persona, i)er servigio della quale molla gloria e grazia mi sera spendere
quesla vila, che più nobil fine aver non poiria. E benché io sia cerlissimo nè
con la |)enna nè con l’arme poter mai accrescer laude a tanta laude, come nè
ancor i picciol rivi accrescono acqua al mare: pur penso che’l buon volere mio
debba meritar commendazione; perchè Dio così ha grato un denaro offer- toli di
buon core da un povero mendico, come un gran te- soro da un ricco
signore. Frattanto se per sorte, messer Alfonso mio, vi parrà mai trovare
il Cristianissimo disposto a rilassar l’ animo dalli maggiori pensieri, e quasi
ad abbassar la mente e rivolgere gli occhi alle cose terrene: allor non v’
incresca pigliar pena di fargli fede, come io, per quanto mi hanno concesso le
de- bil forze mie, sonomi sforzato di obedirlo, scrivendo questi libri del
Cortegiano; li quali quando io saprò essere pur so- lamente giunti al suo cospetto,
crederommi di quesla fatica avere conseguilo grandissimo premio. ALTRO
PROEMIO DEL CORTEGIANO tratto dalla prima boxza dell’Autore. Non
.senza molla maraviglia può l’ uomo considerare , quanto la natura, cosi nelle
cose grandi come nelle piccole , di varietà si diletti. E cominciando da questa
màchina del mondo, la quale contiene tutte le cose creale, veggiamo nel suo
infinito corso sempre volgere il cielo; e benché con per- petuo ordine par che
giri, pure in quell’ordine ha tante mu- tazioni, che prima passano molte e
molle migliaja d’anni, ch’esse in quel proprio sito si ritrovi, ove una volta è
stalo. Veggiamo poi li continui successi della notte al giorno, della estate
alla primavera, dello inverno allo autunno, e le sta- gioni varie degli tempi,
pioggie, sereni, freddi, caldi, ap- presso la permislione degli quattro
principii, che noi chia- miamo clementi; il flusso de* quali fa che la
corruzione di una VARIANTI. cosa sia generazione di un’
altra, onde procede il nascimento ed incremento di tante erbe, piante, arbori,
e di tanti vani animali in terra ed in mare, e ancor la destruzione di essi.
Queste medesime varietà reggiamo net piccol mondo che è r uomo; chè tra tanto
numero d’ uomini, li quali tutti sono di una medesima forma, non si possano
trovare due, che to- talmente siano tra sé simili nè di volto nè di voce, e
molto manco di animo. In noi è ancora il continovo successo della notte al
giorno, se non altrimenti, almen negli pensieri; ben- ché nello spazio del
nostro corso spesso le notti lunghissime e tenebrose senza lume di stella
alcuno proviamo, e molto più torbidi e nubilosi giorni che sereni. Cosi in noi
averne tutte le varieladi delle stagioni dell’ anno: chè nella tenera età
puerile reggiamo quasi Gorire una lieta primavera, piena di Gori e di speranza,
debole però e bisognosa di soccorso altrui, e spesso fallace; sentimopoi lo
ardente fervore esti- vo della gioventù, la quale già gagliarda ci mostra frutti,
ma non maturi, e le tenere raccolte in erba; appresso succede 10
intepidito autunno della quieta virilità, il quale di noi porge quegli più
mézzi frulli, che in vita nostra sperare si possine; vien poi il nivoso inverno
della gelida vecchiezza, 11 quale in tutto di forza e vigore, e di quegli
beni che tanto al mondo si desiderano, ci spoglia, non meno che si faccia Borea
ed Ostro le conquassate e nude cime degli alberi nel più eminente giogo dell’
Apennino. Ma oltre a queste ordi- narie e note varietà, che la natura per suo
consueto corso produce, veggiamo li siti de’ paesi per lunghezza di tempo
molarsi, e pigliare nuove forme; onde lo Egitto, che già fu mare, ora è terra
fertilissima ; Sicilia, già congiunta con Ita- lia, ora è dal mare divisa; medesimamente
Cipro con Soria, Euboea con Beozia; e molti lochi che già furono insule, or
sono terra continente; e molti Gumi, che ’l suo antico corso hanno mutato. Non
veggiamo noi il ghiaccio per ispazio di tempo divenire cristallo? e negli
altissimi monti spesso tro- varsi granchi e conche marine già sassiGcate; la
qual cosa è assai fermo argomento, in quella parte essere altre volte stalo il
mare? Che direm noi, che mi raccorda aver veduto un legno, una parte del quale
era pietra, e dove l’uno con lU CORTEGIANO. rallro si
congiungeva era una mistura, che nè legno nè pie- tra dir si poteva, e pur era
l’uno e l’altro! Vediamo tante nobilissime città distrutte, Troja, Sparta,
Micene, Atene; e moll’altre, che già fur vili, ora essere fiorentissime. Roma,
che già fu regina del mondo per la virtù dell’arme, e temuta fin negli estremi
confini della terra da tante barbare e stra- ne nazioni, ora solo si nomina per
la religione, ed è abitata da gente in tutto alienissima dall’ arme. Lo emporio
quasi di tutto il mondo, che un tempo fu in Oriente, ora è trasferito alle
parti di Occidente e Settentrione. E non solamente nelle città, siti, e paesi
si veggono queste mutazioni, ma negli co- stumi ancora della vita umana; chè,
olirà li diversi modi che ora si tengono da quelli che soleano tenere gli
antichi circa il governo delle republiche, e delle cose dell' arte militare,
dello espugnare e difendere le città, degli abiti e vestimenti, di riti, leggi
e instiluti d’ogui sorte, grandissima diversità si conosce nel modo del
conversare; e molti sono ora degli costumi antichi, che fur già pregiati assai,
che a noi pajono inetti e mal composti: e ciò procede dall’ uso, il quale la
na- tura come ministro adopra in introdurre cose nuove tra noi e scancellare le
antiche, e con l’usare e disusare fa le me- desime a noi piacere e dispiacere,
approbandole e riproban- dole non con altro testimonio, che con la
consuetudine. Però tra 1’ altre cose, che nate sono a’Iempi oltre li
quali noi abbiam notizia, e non molto da’ nostri secoli lontani, veggiamo
essere invalsa questa sorte d’ uomini che noi chia- miamo Cortegiani , della
qual cosa quasi per tutta cristia- nità si fa molta professione: chè, comcchè
da ogni tempo siano stati gli principi e gran signori da molli servitori obediti,
e sempre n’abbiano avuti dei più cari e meno cari, . ingeniosi alcuni,
alcuni sciocchi, chi grati per il valore del- l’arme, chi nelle lettere, chi
per la bellezza del corpo, molti per ninna di queste cause, ma solo per una
certa occulta con- formità di natura; non è però forsi mai per lo addietro, se
non da non molto tempo in qua, fattasi tra gli uomini pro- fessione di questa
Gortegiania, per dire cosi , e ridottasi quasi in arte e disciplina come ora si
vede; talmente che come d’ogn’ altra scienza, cosi ancor di questa si
potrebbono dare VARIANTI. 315 alcuni
precedi, e mostrare le vie per cousegoirne il Gne , quale noi estimiamo che sia
il sapere e potere perfettamente servire e con dignità ogni gran principe in
ogni cosa lau- dabile, acquistandone grazia e laude da esso e da tutti gli
altri. E perch’ io ornai, vinto dalie continue preghiere vostre, penso di
scrivere, secondo il mio debole giudizio, quello che con tanta instanza e
lungamente m-avete richiesto, cioè quale sia quella perfetta forma e carattere
di Cortegiania , e diche sorte debba essere quello che meriti chiamarsi
perfetto Cor- legìano, tanto che nulla non vi manchi: sono sforzato fare un
poco di escusazione del mio forsi temerario proponimen- to, acciò che ognuno
intenda, me aver accettata questa im- presa più presto con volontà di
esperimentare, che conispe- ranza di condurla a Gne; ma voglio fare questo
piccolo testimonio, che io da voi sono stato sforzato a scrivere, acciò che
sendomi questo errore commone con voi, se io non potrò escusarmene a bastanza,
minor biasimo sarà il mio cosi di- viso, che non seria se tutto sopra di me
fosse; essendo non minor colpa la vostra d’ avermi imposto carico alle mie
forze diseguale, che a me lo averlo accettato. Temo ancora, s’io esprimo
quello che voi mi imponete, cioè questa perfetta forma di Cortegiano, la quale
io più presto spero poter dire che veder mai in alcuno, ritrarrò molti, i
quali, diffidandosi di poter giungere a questa perfe- zione, non si cureranno
averne parte alcuna; la qual cosa io non vorrei che accadesse, perchè in ogni
arte sono molti lochi oltre il primo laudevoli, e chi tende alla sommità rade
volte interviene che non passi la metà. Oltre che io non dico chi sia questo
Cortegiano, ma quale dovria essere quello per- fetto; U quale io non ho mai
veduto, e credo che mai non sia stato, e forsi mai non serà: pur patria essere.
La idea dunque di questo perfetto Cortegiano formaremo al meglio che si po-
trà, acciò che chi in questa mirerà, come buono arciero si sforzi d’ accostarsi
al segno, quanto 1’ occhio e il braccio suo gli comporterà: il che molto meglio
potrà fare proponendosi^ un obietto, che se non avesse la fantasia indrizzata
ad alcu- no terminato Gne. Ma difficilissimo è in ogni cosa esprimere IL
CORTEGIANO. 316 quella più perfetta forma; e questo, per la
varietà de’gindicii, come nell* altre cose, cosi ancor in questa nostra
materia: chè sono molli a cui serà grato un nomo che parli assai, e quello
chiameranno per piacevole; alcuni si dilettaranno più della modestia; alcuni
altri di un nomo più attivo; e già so- nosi trovati di quelli che hanno avuti
grati soli quelli che dicono mal d’ altri: e cosi ciascun lauda e vitupera
secondo il parere suo, sempre' coprendo il vizio col nome della propin- qua
verlù, e la vertù col nome del propinquo vizio; come un prosontuoso chiamarlo
libero, un modesto arido, un nescio buono, un scelerato prudente, e cosi nel
resto. Pur io esti- mo in ogni cosa esser la sua perfezione, avvegnaché nasco-
sta, e questa potersi conoscere da chi di tal cosa s’ intende. Ma, per venire a
quello eh’ è nostra intenzione, ho pensato, rinovando la grata memoria d’ un
felice tempo, recitare certi ragionamenti atti a quello che noi intendemo di
scrivere; li quali sforzaròmmi a puntino, per quanto la memoria mi com- porta,
ricordare, acciò che conosciate quello che abbiano giudicato e creduto di
questa materia singnlarissimi uomini, i quali io traigli altri ho conosciuti d’
ogni egregia laude me- ritévoli; MOTTO DI BERNARDO BIBIENA. (Lib. II,
cap. LXIIl, paj. -155, lin. 55, dopo Io parole Patti la Signoria Vottra. —
) Andando io ancor da Firenze a Siena, ed essendo già l’ora tarda,
dimandai un contadinello, s’ei credeva ch’io po- . tessi entrare dentro della
porta; ed esso subito, con volto meraviglioso e sopra di sè, mi rispose: — E
come dubitate voi di non potervi entrare? v’ entrarebbono due carri di fieno
insieme. — DI PAPA GIULIO II. (Lib. II, cap. LXin, pag. 156, lin.
-18, dopo le parole in Bologna.] Quando ancor il Papa a questi di andò a
Bologna, giunto in Perugia, ad uno de’ suoi antichi servitori mori una
mula. YABIANTI. 317 qnal sola avea. Gli altri
compagni, desiderosi che il Papa gii rifacesse questo danno coi donargliene
un’altra, subito gli io dissero. 11 Papa allora fecesi chiamar questo
servitore, e dimandogli come cosi gli era morta la mula , e di che male. Esso
rispose : — Padre Santo, credo sia stata la cru- dezza di queste acque di
Perugia, che le hanno generali dolori , onde ella si è morta. — Àllor il Papa ,
mostrando che molto gl’ increscesse, e quasi che rimediare volesse, fatto
chiamare il suo maestro di stalla, in presenza di quello e di tutti gli altri ,
che aspettavano certissimo che volesse coman- dare che se gli desse una mula,
disse: — Noi intendemo, che queste acque sono mollo crude e nocive alle bestie;
però vo- lemo che tu abbi rispetto alle nostre ; e perchè non patisca- no , fa
che bevino l’ acqua cotta. — DEL CONTE LUDOVICO DA CANOSSA.
(Lib.II, cap. LXXVIII,pag. 148, tin. 5, dopo le parole abito da tavio . —
) Disse ancora ad un altro, che dicea che non osava andare a Napoli,
perché sapeva certo che quelle Regine non lo lascieriano di poi partire, e
fariano guardare li passi: — Tu le potrai gabbare benissimo; perchè esse hanq^
cincesso jjgp una sua patente licenza a Monsignore di Aragona ai caccili buon
numero di cavalli del reame: e però tu ancor potrai metterli in frotta con
quell’ altro bestie, e passerai sicura- mente. — LODI DI FRANCESCO MARIA
DELLA ROVERE. (Lib.IV, cap.II,pag. 241 , Ilo. 27-35, invece delle parole
il Signor Prancetco Maria Rovere fino a lodevoli eottumi.) Fu ancora il
signor Prefetto Francesco Maria della Ro- vere fatto duca d’ Urbino; benché
mollo maggior laude at- tribuire si possa alla casa dove nutrito fu, che in
essa sia riuscito cosi raro ed eccellente signore in ogni qualità di virtù,
come or si vede, che dello essere pervenuto al ducalo d’ Urbino. Né credo che
di ciò picciol causa sia stala la no- bile e rara compagnia, dove in continua
conversazione sem- pre ha veduto ed udito lodevoli costumi ; chò in vero senza
altro ajuto che di natura non pare che credere si possa, che 27*
Digilized by Google IL CORTEGIANO. 318 ‘
in un giovane sia congiunto con la grandezza dell’ animo un tanto maturo e
prudente consiglio , cosi nell’ arme come nel governo de’ stati, e in tutti li
discorsi umani : chè, oltre la deliberata volontà ed inviolabile proponimento
verso la giustizia, e mill’ altre meravigliose condizioni, cbi vide mai in
signore di età di ventitré anni tanta continenza, che non solamente da ogni
atto lascivo e disonesto si astenga, ma dalle parole e da ogni cosa che generar
ne potesse sospizione sia alienissimo? Nò però questo è proceduto perch’ egli
ab- bia r animo tanto austero, che aborrisca quello che natural- mente ognuno
desidera ; anzi di teneri e dolcissimi costumi insieme con la modestia è tutto
pieno. £ già più eh’ una volta raccordomi averlo veduto fieramente d’amore
acceso, ed in questa passione aver fatto quello che cosi rare volte e con tanta
dilTicoltà si fa, che per impossibile da ognuno è giudicato: e questo è, lo
essere inamorato e savio, e met- ter legge e misura a quelli desiderii che
patire non la pos- sono; e non solamente negli gran signori, alti quali la
libera commodità e la vita deliziosa danno gran licenza e causa di peccare, ma
spesso traporta e sforza gli animi de’ poveri e ^^ssissii^i uqpiini ad
incorrere in gravi errori. Chi adunque può tanto' di sé stesso, che domini e
governi con ragione gli propri! appetiti, e massimamente quando hanno più
forza, é ancor conveniente credere, che possi e sappia con la me- desima ragione
molto meglio governare gli popoli, come ben se ne vede nel signor Duca
esperienza. — LODI DI FEDERICO GONZAGA, MARCHESE DI MANTOVA. (Lib.
IV, cap. XLII, pag. 276, lin. 7-29, iorece della parole Riipote il Signor
Ottaviano &no a guelfa vostra speranza . — ] Rispose il signor
Ottaviano : Se il signor Prefetto non fosse qui presente, io direi pur
arditamente, che esso di sé stesso promette ciò che desiderar si può di degno
principe ; ma per fuggir ogni sospetto di adulazione, non voglio lau- darlo in
presenza. Dico bene, che se ’l conte Ludovico nostro è cosi veridico come
suole, un altro ne avemo ancora, del quale con ragione sperar si deve tutto
quello eh’ io ho dello convenirsi a quel supremo grado di eccellenza: e questo
non Digitized by VARIANTI. 319
solamente è nato, ma comincia già a mostrare della vertute e valor suo
verissimi argomenti. — E qual è questo felice signore? — rispose il Faisio.
Disse il signor Ottaviano : Il Federico Gonzaga, primogenito del Marchese di
Mantua, ne- pote della signora Duchessa qui. — Allor il conte Lodovico, Io,
disse, confesso, non aver mai veduto fanciullo, che in cosi tenera etate mostri
maggior indole di questo, nè più certa speranza di pervenire al colmo di quella
virtule eroica che ha nominala il signor Ottaviano : onde penso che non
solamente nel dominio suo, ma in tutta Italia, abbia da ri- novare il secol
d’oro, del quale già tanto tempo fra gli uo- mini non si vede più reliquia. Ed
io essendo a questi di passati ito a Mantua, feci quel giudicio di lui che si
scrive che già fecero di Alessandro certi ambasciatori del re di Persia; li
quali, venuti alla corte di Filippo essendo esso absenle, furono da Alessandro
suo Ggliolo, che ancor era fanciullo, ricevuti onoratissimamente; ed
intertenendoli esso domesticamente , come si suole , non gli adimandò mai cosa
alcuna puerile, come degli orli o giardini, nè delle altre delizie del loro re,
che in quei tempi erano celebratis- sime ; ma solamente, quanta gente a piedi e
quanta a ca- vallo potesse mettere alla campagna il re di Persia, e che
ordinanza e modo teneano nel combattere, e in qual parte dello esercito slava
la persona del re, e chi stavano con lui, e come aveano modo di levar le
vettovaglie alli nemicj che venissero in Persia da una banda, e come dalFaltra,
e come di fare che a sè non mancassero, ed altre lai cose; di modo che quelli
ambasciatori maravigliali dissero: Il nostro si può chiamare meritamente ricco
re, ma questo fanciullo gran re ; — e inflno allora giudicorno, che avesse da
essere quello che fu. Cosi io non senza chiaro indizio presi di questo fan-
ciullo suprema speranza; chè, vedendolo ed udendolo ragio- nare, restai
stupido, e parvemi comprender che la natura l’ avesse prodotto attissimo ad
ogni virtuosa grandezza. — Allor il Fbisio, Or non più, disse; pregarem Dio di
vedere adempita questa vostra speranza; ma date oggimai loco agli altri di
parlare. ANNOTAZIONI. Il passaggio di Papa Giulio li , dopo il
quale per quattro sere si finge tenuto il presente Dialogo del Corlegiano, ebbe
luogo ai primi di marzo dell’anno 1507; essendo il Castiglione allora ap- punto
ritornalo dal suo viaggio in Iiigbìlterra, dove era andato am- basciatore del
Duca d’Urbino Guidubaldo da Montefellro aire En- rico VII (vedi Lettere
Familiari, 27, 28 e 29). 11 Castiglione pose il suo Dialogo in quei giorni,
onde aver modo di introdurre a pren- dervi parte molli insigni personaggi che
non dimoravano abitual- mente in Urbino, ma che vi si trovarono in occasione di
quel pas- saggio: finse poi di essere tuttora assente, onde non trovarsi
astretto a farsi interlocutore nel Dialogo, o porsi in mezzo agli altri molo
spettatore. Gl’ Interlocutori del Dialogo sono i seguenti : .1 1.
Duchessa ELISABETTA Figliola di Federico e sorella di Francesco Gonzaga
marchese di Mantova,e moglie di Guidubaldo da Montefellro duca d’Urbino; donna
di singoiar bellezza e virtù. Mori nel gennajo 1526, mentre il Casti- glione si
trovava Nunzio in Ispagna. Delle sue ludi veggasi il Casti- glione in più
luoghi del Corlegiano e delle altre opere, il Dialogo del Bembo De Duci6u.v
Urbini, e le Annotazioni del Secassi alle Poe- sie Italiane e Latine del nostro
Autore. 2. EMILIA PIA Qnesta celebre principessa fu sorella di Ercole Pio
signor di Carpi , e moglie del conte Antonio di Montefellro , fratello naturale
del duca Guidubaldo. Più ampie notizie intorno a lei si veggano nelle
Annotazioni del Secassi alla stanza xxxv dell’Egloga Pastorale del Castiglione
e del Gonzaga, il Tirsi. ANNOTAZIONI. 3. CKSABE GO\X.%C.i.l: Cugino
ed intrinseco amico del conte Baldassarre. Questi » alla gloria dell’armi univa
con maraviglioso innesto l’ornamento * delle lettere, e una incredibile
prontezza e maturità di giudizio; » talché riuscì non inen valoroso guerriero,
che leggiadro poeta, e > grande ed accorto ministro. Dopo la morte del
duca Guidubaldo » fu con onoratissime condizioni trattenuto da Francesco Maria
della > Rovere, a cui prestò rilevanti servigli cosi in pace come in
guerra. 1 Ed avendo nel 1512 ridotta Bologna all’obedienza del Ponteflce, »
sovragiunto da una gagliarda febre, vi mori assai giovane, lasciando >
a tutti coloro die l’avevano conosciuto acerba e dolorosa memo* > ria
della sua morte, t Serassi. 4. Conte LUDOVICO CANOSSA Stretto parente del
Castiglione, fu poscia Nunzio Apostolico in Francia, vescovo di Tricarico e
indi di Bajous, ed ambasciatore del re Francesco 1 presso la Republica di
Venezia. 6. FEDERICO FREGOSOt Lib. I, cap. 12, 29-31, 37-39, 55; Lib. II,
cap. 6-44, 84, 100; Lib. Ili, cap. 2, 63-56, 68; Lib. IV, cap. 66.
Figliolo della signora Gentile Feitria sorella del duca Guidu- baldo, ed
amicissimo del Castiglione. Fu poscia arcivescovo di Sa- lerno e
cardinale. 6. OTTAVIANO FREGOSOi Fratello del precedente; fu poscia doge
di Genova. Mori infe- licemente, prigione del Pescara. 7. PIETRO BEMBO I
Lib. I, cap. 11, 45; Lib. II, cap. 27, 29, 43, 52-54; Lib. IV, cap. 15, 20,
50-54, 56-71. Fu il Bembo amicissimo del Castiglione, essendosi
conosciuti lungamente prima alla corte d’Urbino, poi in Roma durante il pon-
teUcato di Leone X, che lo nominò suo sei-retario. Il Castiglione gli diede ad
esaminare e correggere il suo Diai >go. Dopo la morte del Castiglione, fu da
papa Paolo ili crealo cardinale. Digitized by Googl^
ANNOTAZIONI. 323 8. BERNARBO MVIZIB DA BIBIEtVAi Preso
dal cardinale Giovanni de’ Medici a suo secretano , es- sendosi poscia
efficacemente adoperalo per farlo eleggere papa , que- sti, asceso al
pontificato sotto il nome di Leone X, lo creò cardinale sotto il titolo di
Santa Maria in Punico. Fu uomo di mollo ingegno, e sopratullo di maravigliosa
destrezza nel maneggio degli affari po- litici; adoperalo in varie
importantissime legazioni, si mostrò uno dei più gran ministri che avesse la
Sede Apostolica. 9. GASPARO PAELAVIClKOr Valente cavaliere, ed amicissimo
del Castiglione, eh e da lui finge essergli stati narrati questi ragionamenti
sul Cortegiano tenutisi in sua assenza. L’Autore compiange l’immatura morte del
Pallavicino in principio del Libro IV. 10. GIULIANO DE’ MEDICI detto IL
MAGNIFICO Figliolo di Lorenzo il Magnifico, e fratello del cardinale Gio- vanni
de’ Medici , che fu poscia Papa Leone X ; si tratteneva allora alla corte d’
Urbino, Ove col formitor del Cortrgitao, Col Bembo, e gli allri
«acri al divo Apollo, Facea l’esilio suo meo duro e strano. r A
riosto, Satira IV.) Rientrato in Firenze nel 1512, fu poscia capitan
generale e gon- fatoniere di Santa Chiesa, e duca di Nemours; ebbe in isposa
Fili- berta di Savoja, zia di Francesco 1 re di Francia. Mori li 17 mar- zo
1516. Più ampie notizie kitomo al medesimo si troveranno nelle Annotazioni del
Serassi alla stanza xliii della Pastorale il Tirsi. 11. BERNARDO ACCOLTI
detto L’UNICO ARETINO i Lib. I, cap. 9; Lib. II, cap. 5, 6 ; Lib. Ili,
cap. 7, 60-63. Bernardo Accolti d’ Arezzo, detto l’Unico Aretino, di fama
as- Dìgìl ized by Coogle 324
ANNOTAZIONI. sai maggiore vivendo che non presso ì posteri.
Fu tuttavia cavaliere assai leggiadro , versato nelle buone lettere , e
particolarmente nella poesia. Non si trattenne che di passaggio alla corte di
Urbino , poi- ché era Scrittore Apostolico ed Abhreviatore sotto Giulio
li. 43. FBìIlNCESCO IH.4R1A DELLA ROVERE, allora PREFETTO DI RO.TlAi Lib.
I, cap. 54, 55; Lib. Il.cap. 42, 43; Lib. IV, cap. 73. Francesco Maria Bgliolo
di Giovanni della Rovere, e di Giovanna sorella di Guidubaldo da Montefeltro
duca d’Urbino, nacque li 24 marzo 1491, c perciò al tempo nel quale si finge
tenuto il dialogo era giovane di soli sedici anni. Giulio II , suo zìo , per
assicurargli la successione al ducato d’Urbino, sì adoperò in modo, che da Gui-
duhaldo, il quale era senza prole, fu adottato per figliolo li 19 set- tembre
1504; poscia, per ottenere l’appoggio anche della duchessa Elisabetta, trattò
che se gli desse per moglie Eleonora Gonzaga figliola di Francesco marchese di
Mantova , e nipote perciò di Elisa- betta; il qual matrimonio, concbiuso e
pubblicato il 3 marzo 1505, per la tenera età degli sposi non si celebrò che il
25 novembre 1509, dopo che già Francesco Maria era succeduto al morto Guidubal-
do. Espulso l’anno 1516 da papa Leone X, che concesse quel du- cato a Lorenzo
de’ Medici suo nipote, si rifugiò a Goito nel Man- tovano. L’anno seguente, con
una mano di circa 9,000 soldati racco- gliticci di varie nazioni, tentò di
recuperare lo stato; ma costretto infine di abbandonare l’impresa, si ricoverò
nuovamente in quel di Mantova. Finalmente, morto appena papa Leone (1521),
posti insieme quattromila fanti e duemila cavalli, ajutato dall’amore dei
popoli, recuperò in breve spazio tutte le terre del ducato. Nel 1527, attempo
della spedizione di Carlo Borbone contro Roma, era capi- tano generale
dell’esercito della Lega ; e vuoisi che ad arte lasciasse che le cose del papa
(ClementeVII) andassero in rovina, in vendetta dei danni recatigli dalla
famiglia dei Medici. Mori avvelenato ai 20 ot- tobre t558, in età di soli 47
anni. Di tale misfatto venne incolpato Ce- sare Fregoso, che, essendo generale
della fanteria veneziana, aveva avuto briga col Duca, supremo capitano di
quella Republica. 43. NICOLÒ FRIGIO o FRISIOi Lib. II, cap. 99; Lib. Ili,
cap. 3, 49, 22, 24-26, 28, 37, 45, 49; Lib. IV, cap. 42. 11 Bembo lo dice
uomo Germano , ma avveuo a’ eotlumi della Ilalia. Fu familiare dello imperatore
Massimiliano, a nome del^ quale si trovò al chiuder della lega di Cambrai; uomo
di grande esperienza negli affari, ma sopratutto d’ una bontà e lealtà
singolare. Tornato in Italia , entrò a’ servigi di Bernardino Carvajal
cardinale di Santa Croce; e passando per Urbino colla corte del Papa, vi si
fermò alcun tempo, e vi contrasse amicizia col Bembo e col Castiglione, il
quale ANNOTAZIONI. 325 già aveva
conosciuto circa due anni prima in Roma. (Cast. , Lett. /am., 2S.) Nel 1510 si
rese monaco nella Certosa di Napoli, e fu al- lora che il Bembo gli scrisse il
sonetto che incomincia: Fiitio, che gii di questi gente a quelli.
14. MORELLO OA ORTONAi Lib. I, cap. 34; Lib. II, cap. 8, 14, lo; Lib. IV, cap.
55, 63. Il più vecchio tra i cavalieri della corte di Urbino. Il
Castiglione nella Pastorale il Tirsi lo loda anche come poeta. 15.
ROBERTO DA BABIi Lib. II, cap. 50; Lib. Ili, cap. 67, 68. Amicissimo del
Castiglione, che di lui parla con molta lode e ne compiange la perdita nel
proemio del Libro IV del Cortegiano. Di lui parla il nostro Autore anche nella
58* delle Lettere Familiari. 16. ERA SEBAFlKOt Lib. I, cap. 9.
Burlatore faceto (Corteg., II, cap. 89), e gran mangiatore (1, 28). 17.
LLDOUCO MOs Lib. I, cap. 46; Lib. II, cap. 23, 37. Figliolo di Lionello
signore di Carpi ; fu uomo di Chiesa. 1 8. OIOVANNl CRISTOFORO ROMANO:
Lib i, cap.50. Valente scultore , discepolo di Paolo Romano. Fu amico
anche di Saba Castiglione, il quale di lui cosi ne’ suoi Ricordi (Ricordo 109):
« Oltra le altre virtù, e massimamente delia musica, fu al suo tempo y>
scultore eccellente e famoso, e molto delicato e diligente , e mas- »
simaroente per la nobile ed ingegnosa sepoltura di Galeazzo Vis- I conte nella
Certosa di Pavia. E se non che nella età sua più verde > e più fiorita fu
assalito d’incurabile infermità, forse fra li due primi » (Michelangelo e
Donatello) suio sarebbe il terzo. i — Sul monu- mento di Galeazzo Visconte si
legge : IHOANNES CHRISTOPHORUS ROMANUS FACIEBAT. 19. VINCENZO CALMETA:
Lib. I, cap. 56; Lib. Il, cap. 21, 22, 39. Fu a’ suoi giorni poeta di
poco prezzo. Dolce. 20. PIETRO DA NAPOLI: Lib. I, cap. 46; Lib. II, cap.
18. Nè presso il nostro Autore nè altrove mi venne fatto di trovai;
menzione di costui fra gli uomini insigni di quella età. 28
Digilized by Google 326 ANNOTAZIONI. 81
. MARCHESE EEBCSi Lib. II, cap. 37. Di costui parimente non trovai altro
cenno che quello datoci dal nostro Autore in quest’opera, Lib. I, cap. Si, e
Lib. II, cap. 37. 22. COSTANZA FRECOSAi Lib. I, cap. 40. Sorella di
Ottaviano e di Federico Fregosì, e perciò nipote da sorella del duca
Guidubaldo. 23. MARGHERITA GONZAGA i Lib. Ili, cap. 23. Dama della
duchessa Elisabetta. Pag. 1, Un. 8. — che in quegli anni. Meno bene
le tre prime Aldine che io quegli anni. Pag. 1, Un. 18. — Donna
celebratissima per ingegno, per bel- lezza e per virtù, figliola di Fabrizio e
sorella di Ascanio Colonna, e moglie di Fernando d’Avalo marchese di
Pescara. Pag. 1, Un. 19- — Vedi la 299 fra le Lettere di Negozi! del Ca-
stiglione. Pag. 2, Un. 2. — Messer Alfonso Ariosto, gentiluomo bologne-
se, era cortegiano mollo favorito del cristianissimo re Francesco I, e grande
amico del Castiglione. Serassi. Pag. S, Un. S6. — Questa fu opinione di
molli, nata in parte dall’essere difalU il Castiglione adorno di quasi tutte le
doti, delle quali vuole fregiato il perfetto Cortegiano; onde anche l’Ariosto,
Canto XXXVll, st. viH. c’è il Bembo, c’è il Cappe!, c’è chi qual lai
Veggiamo ba tali i Cottegiao formati. Pag. 6, Un. S. — Questo è preso
gentilmente da Cicerone. Dolce. Pag. 8, Un. SI. — Allude al proemio del
dialogo dell’Oralore. Dolce. Pag. 9. Un. SS. — Vedi la descrizione di
questo palazzo nel libro intitolato Versi e prose di monsignor Bernardino Baldi
da Ur- lino, abate di Guastalla; in Yenetia, 1S90, in-4. Gaetano Volpi.
Digitized by Google ANNOTAZIONI. 327 Pag. 10, Un. 7. —
Imita Ovidio nel fine delle Trasformazioni. Dolce. — Helamorpbos., lib. XV, v.
730, 751 : neqne enim de Ctesaris actis Ulfttm majtts epns^ qnam quod pater
extitit hnjus, Pag. 15, Un. 25. — Tale usanza dura anche oggi In
Sardegna; Vedi Lamarmora, Voyage en Sardaigne, 2« édition, voi. I, pag. 179
. Pag. 16, Un. 15. — Frate in Roma, famigiiare del Castiglione. Delle sue
facezie si fa cenno anche più sotto, Lib. 11, cap. 44. Sem- bra che, tra
l’ailre stranezze, solesse fare l' elogio della pazzia, ed augurarla altrui
quasi buona ventura ; come appare e da questo pas- so, e più chiaramente dal
seguente di una fra le lettere del Casti- glione, che per la prima volta diamo
alla luce (Lettere di Negozi!, 174): c I medici mi confortano a purgarmi
diligentemente, « per essere queU’umore melancolia di malissima sorte;
benché > frate Mariano dice , che per modo alcuno non mi debbo medicina- »
re: che se per mia avventura questo umore mi andasse alla testa, » io
diventerei matto, e cosi avrei il miglior tempo che avessi mai « in vita mia.
* Pag. 17, Un. 36. — Questo sonetto fii per la prinàa volta stam- palo
dal Rovinio, nell’edizione del Cortegiano fhtta in Lione 1562; indi dal Volpi
nell’indice del Cortegiano, dove fu conservato nelle edizioni posteriori ; esso
è il seguente : CoDsrnti^ 0 mar di lielUita e ▼irtute» Cb*io, tervo
tao, sia d*an gran duhio sciolto. L ’ Sp qual porli nel candido
volto, Significa mio Stento, o mia Salate? Sé dimostra Soccorso o
Servitale? Sospetto o Secanà? Secreto o Stolto? Se Speme e Strido?
te Salvo o Sepolto? Se le catene mie Strette o Solate? Ch’io temo
forte, che non faccia segno Di Superhia, Sospir, Severitate, Siratio,
Sangue, Sudor, Sapplicio e Sdegno. Ma, se loco ha la pura ventate,
Questo S dimostra, e con non poco ingegno, T7n SOL Solo in belletaa e
crudeltate. Pag. 18, Un. 50. — dolci li fa. Cosi corresse il Dolce; le
Al- dine e le altre antiche hanno dolci le fa. Pag. SI, Un. 57. — Allude
a quello che dice Orazio. Dolce. — Sermonum, «6. I, Sai. IH, v. 41-55.
Pag. SS. Un. 16. — se desvia. Le Aldine degli anni 1528, 1541, 1545, hanno «i
desvia. ANNOTAZIONf. Pag. S2, Un. 32. — Imitato da Orazk), Od. IV,
4, v. 29; J^or/ej creantnr fortihns et benis; Est in juvencis, est
in eqnis, patrum VirtttS, nee imbe/iem feroce* Progenerant a quitte
eolumbam. Pag. 23, Un. 22. — i giwUcii. Cosi le Aldine degli anni 1528,
1553, 1358, 1543, e questa credo la vera lezione; le Aldine del 1341 e 1347, i
giudici. Pag. 27, Un. 2i. — si asUen da laudar. Le Aldine degli an- ni
1341 e 1347, si astien di laudar. Pag. 30, Un. 3-51. — Questo passo
intorno ai duelli fu con- servato intatto nell’edizione espurgata dal
Ciccarelli. Il Volpi nel- l’Indice, alle parole Combattimenti privati o siano
duelli, aggiunge la seguente Nota: < In essi non solo, come consiglia
l’autore, dee » il Cortegiano andar ritenuto, ma, se è buon cristiano, li dee
af- » fallo fuggire, per aderire all’insegnamento dell’Aposlolo nella sua » II*
lettera ai Corintii, al capo VI, di dover seguitar Cristo per glo- > riam et
ignobilitatem, per infamiam et bonam famam. » Pag. 31, Un. 36. —
compagnata. Cosi le Aldine del 1328, 1333, 1343, voce usata anche altrove dal
nostro Autore; le Aldine del 1358, 1341 e 1347, hanno accompagnala. Pag.
33, Un. 24. — » guida. Cosi tutte le Aldine e le altre an- tiche, ed è
lombardismo usato più volte dall’ Autore. Simile forma troviamo presso Dante,
Inferno, cjinto V, v. 78: e la U chiama Per queir amor che i tira,
ed fi verranno. Il Dolce mutò ad arbitrio li guida, lezione ripetuta
nell’edizione dei Classici, c in quella del Silvestri. Simile modo di dire
troviamo nuovamente a carte 38, lin. 36; a carte 87, lin. 23; a carte 118, lin.
34; a carte 123, lin. a carte 200, lin. 20. Pag. 39, Un. 5. — È da
avvertire che la intenzion dell’Autore è appunto di rifiutar la opinion del
Bembo esprc.ssa nelle sue prose intorno alla lingua; dove forse si potrebbe
dire, che ambedue pec- cassero nel troppo, l’uno nell’ osservare, e l’altro
nello sprezzare. DOI.CE. Pag. 43, lin. 3. — Allude al celebre verso di
Orazio: Scribendi recte, sapere est prìncipinm et fons. (De Arie
Poelica, v. 309.) Non so astenermi dal notare qui ii grave errore in che
nella spiegazione dì questo verso è caduto il Botta, nella prefazione alla
continuazione della Storia del Guicciardini; dove, collegando il rette col
sapere, e non collo scribendi, d ripete a sazietà quell’ insulso
AMNOTAZIOm. 329 rec/e $apere, quasi fosse
possibile sapere non reste. Al qnal proposito conviene avvertire, che la voce
italiana sopire corrisponde pinttosto alla latina scire, e che manchiamo nella
nostra lingua dì un voca- bolo che perfettamente esprima il sapere dei latini.
Forse, ma pare imperfettamente, si potrebbe tradurre per aver senno. Pag.
4S, Hn. 1S. — Tolto da Cicerone. Dolce. Pag. 46, Un. 12. — se gli trovi.
Cosi corresse il Dolce; le Al- dine hanno, e forse il Castiglione scrisse si
gli trovi. Del resto, que* sto pensiero parimente è tolto da Orazio: ut
sili tfuivis Speret idem s sndet multum, frustraqne Uboret, jituus
idem. (De Arie Poeticai ▼. 340-SiS.) Pag. 47, Un. 2. — italiana,
commune. Così tutte le Aldine; il Dolce, tolta la virgola, scrisse, forse non
male, italiana commune. Pag. 47, Un. 53. — perchè dite, se qualche. Cosi
le Aldine de- gli anni 1K38, 1S4I, 1347; le altre, perchè dite, che se
qualche. Pag. 47, Un. 37. — Campidoglio si usa in rima dal Petrarca nel
primo capitolo del Trionfo d’ Amore. Gaetano Volpi. Pag. SO, Un. 5. —
nella maniera del cantare. Le Aldine degli anni 1328, 1338, 1341, hanno nella
maniera dal cantare. Pag. SO, Un. 14. — Intorno al Mantegna, vedi la
Parte II della Verona illustrata, del celebre signor marchese Scipione Maffei,
in-8, a carte 189. Volpi. Pag. 32, Un. 30, 33. — non direste voi poi, che
Cornelio nella lingua fosse pare a Cicerone, e Silio a Virgilio? Cosi le Aldine
del 1341 e del 1347 ; le altre Aldine, con manifesto errore, non dire- ste voi
poi, che Corrulio nella lingtta fosse pare a Cicerone, a Silio e a
Virgilio? Pag. S3, Un. 19. — attiche. Le Aldine degli anni 1341 e 1347,
antiche. Pag. SS, Un. 11. — non vi pare. Male le Aldine degli anni 1338,
1341, 1347, et t>» pare. Pag. 68, Un. 7, 8. — non estimandola tanto,
ragionevol cosa è ancor credere. Cosi corresse il Dolce; le edizioni anteriori
hanno non estimandola tanto ragionevol cosa, et ancor credere, tranne l’Al-
dina del 1347, che ha non estimandola tanto ragionevol cosa, è an- cor
credere. Pag. S9, Un. 34. — Il simile dice Cicerone nella orazione in
difesa di Archia poeta. Dolce. Pag. 60, Un. 29. Versi tratti dal sonetto
CXXXV de! Petrarca ANNOTAZIONT. Pag. 65, Un. 4 ^ — che or sarta
lungo a dir. Ck») corresse il Volpi; le edizioni anteriori hanno che lor saria
lungo a dir. ' Pag. 65, Un. Ì7. — tener certo. Cosi scriviamo, colle
Aldine degli anni 1S38, iS4t, 1547; quelle del 1528, 1535, 1545, tener per •
certo. Pag. 65, Un. il. — 11 Volpi nota : s Anzi è certissimo per le >
Divine scritture, fra le quali basti il salmo 150. i Pag. 65, Un. 4. —
tra gli oratori. Le Aldine degli anni 1541 • 1547, tra oratori. Pag. 67,
Un. 7. — anco. Seguiamo la lezione delle Aldine de- gli anni 1541 e 1547 ; le
altre ancora. Pag. 75, Un. SS. — È l’Oraziano laudator temporis
acti. (De Arte Poetica, v. 173.) Pag. 76, Un. S5. — Plato in Phadone, ed.
Henr. Stephani, Voi. I, pag. 60, B. Pag. 76, Un. S8. — precede. Cosi le
Aldine degli anni 1545 e 1547; male le quattro anteriori procede. Pag.
78, Un; 7. — Forse il Signore alluse a ciò nella parabola della zizania con
quelle parole: Sinite utraque crescere usque ad messem. Matlh. XIII, 30.
Gaetano Volpi. Pag. 80, Un. SO. — Leggi la prima comedia di T^mùo. Dolce,
Pag. Si, Un. 15. — Comparazione tolta da Cicerone. Dolce. Pag. 83, Un.
SO. — atia. Le Aldine degli anni 1533, 1538, 1541, 1547, occhia; e forse cosi
scrisse l’Autore. Pag. 84, Un. 6. — barra. Male le Aldine degli anni 1528
e del 1545, bara. Pag. 88, Un. 57. — Dubito che dir voglia due volte al
giorno, come fanno alcuni zerbini d’ oggidì; chè a ninno parrà certo sover-
chio il Parsi la barba due volte la settimana. Del resto, è degno di nota, che
questa accusa appunto venne a’ suoi tempi fatta da alcuni al Castiglione, come
sappiamo dal Giovio, e dopo lui dal Harliani, che ai Ungesse i capevi, e che
sforsandosi di parer giovane, andasse pulitamente vestito. Pag. 90, Un.
S5. — Tratto dal Virgiliano: sed cruda Deo viridisqne tenecUit.
(Xn. VI, 3C4.) Digitìzed by Google ANNOTAZIONI.
531 Pog. 91, Un. 2S. — forte. Così le Aldine del IMI e del 1547; le altre
forte. Pag. 9S. Un. 17.-— protuntion tcioeca. Così l'ultima Aldina; le
altre prosuntione sciocca. Pag. 94. Un. SJ. — Lue. XIV, 8, 10. Pag.
94, Un. Si. — favor. Così le Aldine degli anni 15il e 1547; le altre favore, il
che non concorda col seguente meri- targli. Pag. 98, Un. 19. — se lo
estimassi. Così corresse il Volpi; le edizioni anteriori hanno se lo
estimasse. Pag. 103, Un. 10. — nel vestire, voglio che 'I nostro
Cortegia- no. Così le Aldine degli anni 1528, 1533 e 1545; le altre del
vestire, voglio che ’l Cortegiano; e questa forse è la vera lezione. Pag.
102, Un. 15. — di denti. Le Aldine degli anni 1523, 1533, 1545, de denti.
Pag. ÌOS, Un. 16. — Bergamo abbonda nelle sue montagne di certi scimuniti
gozzuti e mutoli, per alimentare i quali colà nel borgo Sant’Alessandro ha un
ricco spedale detto la Maddalena. Gaetano Volpi. Pag. 105, Un. 23, 24. —
ragionaste. Le Aldine del 1541 c del 1547 , ragionassi. , Pag. 106, Un.
32. — Ossia una misura piena di ceci. Pag. 107, Un. 15. — se gli
metteranno. Così corresse il Volpi; le Aldine e le altre antiche si gli
metteranno, e così forse, con for- ma latina, scrisse il nostro Autore.
Pag. 110, Un. 4. — DI questi innamoramenti per fama vedi esempio presso il
Boccaccio, Giornata IV, Nov. IV, del Gerhino. Pag. Ilo, Un. 58. — Josquin
de Prez, nativo di Cambra!, o se- condo altri di Condé, ed uno dei più valenti
ingegni di che siasi vantata l'arte della musica, fu maestro di cappella sotto
Sisto IV (1471-1484), e più tardi alla corte di Ludovico XII. Pag. 112,
Un. 2. — vi vo’ dir. Le Aldine del 1538; 1541, 1547, vi voglio dir. Pag.
115, Un. 5, 6. — mettono. Così fra le Aldine la sola del 1545; le altre
menano. Pag 115, Un. 11. — Il Volpi congettura, che qui il Castiglione
accenni a Leonardo da Vinci. Pag. 115, Un. 20. — che non è sua
professione. Male le Aldine degli anni 1538, 1541, 1547, che è sua
professione. Digitized by Google 332
ANNOTAZIONI. Pag. 116, Un. 26. — Tolto da quello di
Dante: Sempre i quel ver che ha faccia di menzogna, Dee l’ uom
chiuder le labra , quanto ei punte , Però che senza colpa fa
vergogna. Jn/. XVI, 22. Pag. 116, Un. 53. — parlano. Le due prime
Aldine partano. Pag. 117, Un. 20. — Nel resto di questo Libro, ossia in
tutto il tratto relativo alle facezie, il nostro Autore segue principalmente
Cicerone, De Oratore, lib. II, cap. 54-71, e ne trae alcune regole G molli
esempli di facezie. Pag. 117, Un. 50. — quale. Le Aldine degli anni 1541
e 1547, questa. Pag. 118, Un. 15. — de’ mordaci. Meno bene le Aldine
degli anni 1541 e 1547, ne' mordaci. Pag. 125, Un. 7. — Allude al carme
LXVIl di Catullo. Pag. 123, Un. 32. — porle. Male l’Aldina del 1538
parte, e quelle del 1541 e 1547, parli. Pag. 125, Un. 16. — Poesie di
Strascino da Siena leggonsi nelle Raccolte di rime piacevoli. Giovanni Antonio
Volpi. Pag. 129. Un. 29. — la guerra che era tra ’l re. Le Aldine del
1538, 1541 e 1547, e tutte le edizioni posteriori fino al Volpi, omettono le
parole che era. Pag. 129, Un. 53. — di trovarvisi. Cosi Tanlica edizione
senza data, il Dolce, e le edizioni posteriori; le Aldine da trovarvisi.
Pag. 152, Un. 4. — Antonio Alamanni pure scherza nello stesso modo sopra un tal
vocabolo, in un sonetto a carte 82 delle rime del Burchiello dell’edizione
fiorentina 1568: Vomì costì dal Tilialdeo lapcssì S* un erodo, sema
legoe, esser può cotto; E se quel cb* c d*nn sol, può esser d’otto;
O te non può aver letto un che leggessi. Caetano Volpi. Pag. 132,
Un. 5. — di quel non aver letto. Male le due prime Aldine di qual non aver
letto. Pag. 135, Un. 11. — domandar dell'ostaria. Con supino errore le
Aldine degli anni 1538, 1541, 1547, domandar de l’historia. Pag. 133, Un.
14. — terra di ladri. Cosi primo il Dolce; le Al- dine terra de ladri.
Pag. 153, Un. 18. — lingua latrina. L’Aldina del 1547 e parec- chie posteriori
hanno, per errore, lingua latina. Digitìzed by Google
ANNOTAZIONI. 333 Pag. 133. Un. SS. — al medetimo
propotito. Così primo il Vol- pi; le due prime Aldine ad medesimo proposito; le
altre quattro a medesimo proposito ; il Dolce o un medesimo proposito.
Pag. 133, Un. SS. — Virgil., iEneid. VI, 605, 606: Furiarum maxima juxta
Àccubal. Pag. 133, Un. 30. — Verso d’ Oridio, Artis .imatoriae, 1,
39. Pag. 134, Un. 18. — Lue. IV, S. Pag. 134, Un. SO. — Matth. IIV,
SO. Pag. 135, Un. 3S. — Monsignor Saba Castiglione ne’ suoi Ri- cordi
insegna, clic nel guadare le acque e nel mangiare il cacio si ceda sempre il primo
luogo al compagno. Gaetano Volpi. Pag. 136, Un. 5. — Vino, disse uno
Spagnuolo alla tavola del gran Capitano, domandando da bere, la qual parola in
ispagnuolo può dir anche venne; e Diego de Chignones subito rispose V no lo
eonocistes; cioè (come dice il Dolce in una postilla) venne il Messia, e voi
non lo conosceste, perchè lo poneste in croce: volendolo cosi tas- sare
d’occulto ebraismo; come non di rado succede, che in Ispagna alligni tal razza
di gente. Gaetano Volpi. Pag. 136, Un. 6. — Letterato celebratissimo, fu
poscia secre- tano di Clemente VII e cardinale. Serassi. Pag. 137, Un.
11. — le disse. Le Aldine ed altre antiche gli disse, e forse così scrisse il
Castiglione. Pag. 137, Un. 33. — talor. Manca nelle Aldine degli anni
1541 e 1547. Pag. 138, Un. 1. — dorargli. Male le Aldine degli anni 1538,
1541 e 1547, dotargli. Pag. 139, Un. 7. — Il Volpi pensa che qui
s’intenda o fra Se- raOno, del quale, Lib. I, cap. 29, e Lib. Il, cap. 89; o
fra Serafino Aquilano, poeta celebre. Ma quel primo era presente, laddove le
pa- role qui se ben vi ricordate alludono a persona morta, o da lungo tempo
assente; e nulla v’ha qui che paja alludere al poeta Aquila- no. Nè questo
Serafino è qui detto frate ; e forse non è altri che il medico, del quale più
sotto, al cap. 77. Pag. 139, Un. S6. — cavatelo. Cosi emendò il Dolce; le
edi- zioni anteriori cavatilo. Pag. 140, Un. S8. — molto. Non male le
Aldine degli anni 1538, 1541 e 1547, e molto. Pag. 141, Un. 30. — quello
che disse. Le Aldine degli anni 1541 e 1547, quella che disse. Pag. 14S,
Un, 37. — diciate. Cosi primo il Dolce; le Aldine dicale. ANNOTAZIONI.
Pag. H3, Un. 56. — Santo Ermo, certo fuoco fatuo che ap- parisce in su le
antenne delle navi dopo le tempeste, ed è segno di tranquillità. Gaetano
Volpi. Pag. 1i4, Un. S3. — Tolto da quello che Fabio Massimo disse di
Marco Livio, che aveva lasciato occupare dai Cartaginesi Taran- to, ma che,
avendo conservata e difesa larOcca, si vantava che Ta- ranto era stato
recuperato per opera sua : Poteri se, opera Livii Ta- rentum receplum....;
neque enim recipiundum fuissel, nisi amissum foret. Livii, Histor. XXVII,
xxv. Pag. 447. Un. 3. — con quell'occhio. Le Aldine degli anni 1528,
1553, 1515, con quello occhio. Pag. 447, Un. 34. — Lo scherzo nasce dal
dividere in due la parola damasco. Pag. 448, Un. 43. — maestro Stalla.
Cosi le Aldine ed altre an- tiche; il Dalce e le edizioni posteriori maestro di
stalla, lezione priva di sale e di senso. Pag. 448, Un. 37, — se gli
dice. Cosi corresse il Dolce; le Al- dine si gli dice. Pag. 4S0, Un. 30.
— con minaccia. Le Aldine degli anni l528, 1553, 1^, con minaccie. Pag.
4S0, Un. 3S. — escano. Cosi le Aldine degli anni 1528, 1533, 1545; le altre
escono. Pag. 454, Un. 5. — inerttdiscono. Male le Aldine degli an- ni
1538, 1511, 1517, incrudeliscono; lezione conservata anche dal Dolce.
Pag. 454, Un. 34, 33. — dei miseri. Le Aldine ed altre antiche di miseri.
Pag. 454, Un. 33. — A MonteSore era una magrissima bsteria, ita in proverbio.
Gaetano Volpi. Pag. 453, Un. 4. — di chi io intendo. Cosi l’edizione
origina- le, e quella del 1515; l’Aldina del 1533 di ch’io intendo; onde quelle
del 1538, 1511, 1517, di che io intendo. Pag. 458, Un. 44. — Fu forse
quel di San Giacomo; non es- sendocene altri che si possano circondare, ed
essendo appunto di- rimpetto ad esso una slradetta, che si chiama Scalfura. Gaetano
Volpi. Pag. 458, Un. 33. — tenea lo spago. Le Aldine degli anni 1538,
1511, 1517, tenea o teneva il spago, che forse è la vera scrittura del-
l’Autore. Pag. 459, Un. 36. — Notisi la voce calunnia, per imputazione
maligna, ancorché vera. ANNOTAZIONI. 335 Pag. 460, Un.
49, SO. — Frase alquanto intricata; piò chiaro cscirebbe il senso mutando
l’ordine delle parole : poiché non m’obli- gano con lo amarmi ad amar
loro. Pag. 460, Un. 30, 34 ; pag. 464, Un. 4S, 48, S3. — In questo luogo
nelle Aldine, e quindi nelle altre edizioni, è scritto Boadiglia e Cariglio,
secondo la pronunzia spagnuola ; sopra a pag. 44S, Un. 19 25; pag. 147, Un. 24,
Boadilla e Carillo, secondo l’oitogralìa; e que- sta forma abbiamo preferto, attenendoci
alla consueludine del- r autore. Pag. 46i, Un. 46. — braeciuca. Coa* le
Aldine del 1533, del 1545, e l’edizione originale o del 1528, ma quesU con
lettera majuscola Bracciesca; quelle del 1538, del 1541 e del 1547, hanno
braee$ca. Pag. 46S, Un. 36. — quello di che io. Male le Aldine degli an-
ni 1538, 1541 e 1547, quello che io. Pag. 466, Un. 44. — Cortegiana.
S’astiene l’autore di chiamare la Dama di Corte con questo nome, chiamandola in
vece Donna di Palagio; perchè Cortegiana per lo più è preso io cattivo
significato. Fra le Orazioni del nostro M. Sperone Speroni ve n’ha una scritta
ne’ giorni santi alle Cortegiane, per rimuoverle dalla pessima lor
(x>nsaeiudine. Alle volto però il (Astigliene è pur caduto in ciò che non
volea, chiamandola con un tal nome, come a carte 100 e 172 e forse in qualche
altro luogo. Gaetano Volpi. ’ Il Castiglione fa uso parimente di questa
voce nella Lettera 8 fra le Famigliar! : Io mi parto assai accarettato dalla
Illustrissi- ma Signora, che mi ha onorato ed accarenato assaissimo più che
non merito, e ’l medesimo tutte quest’ altre Donne Cortegiane e non Cor-
tegiane. Pag. 466, Un. 24. — non mi vi sento. Meno bene le Aldine de- gU
anni 1538, 1541, 1547, non mi sento. . Pag. 468, Un. 4.
— Preso da Aulo GeHio, lib. I, cap. 1. Pag. 469, Un. 23. — Essendosi.
Meno bene le Aldine' degli anni 1538, 1541, 1547, Essendo. Pag. 470, Un.
8, 9. — di chiarir. Forse non male le Aldine degli anni 1541 e 1547,
dichiarir. Pag. 470, Un. 30. — più s’appressano. Cosi le Aldine e tutte
le edizioni anteriori al Dolce; onde non osai ammettere la lezione da questo
Introdotta, e conservausi in tutte le edizioni posteriori, più *i
appreaano. Digitized by Google 336
ANNOTAZIONI. Pag. 170, Un. S3. — chi le serve. Così corresse
il Volpi; le Aldine e le altre antiche hanno chi li serve o chi gli
serve. Pag. 171, Un. 27. — nè fa. Cosi tutte le edizioni ; tuttavia forse
meglio si leggerebbe nè far. Pag. 172, Un. 17. — Pigmalione, secondo la
favola, s’inna- morò di una statua d’avorio da lui formata. Gaetano
Volpi. Pag. 174, Un. S. — ritrovandovisi. Le Aldine degli anni 1538, 1541
e 1547, trovandovisi. Pag. 176, Un. 37. — impudenta. Male le Aldine del
1538, 1541 e 1547, imprudenui. Pag. 177, Un. 8. — tendano. Cosi corresse
il Volpi ; le edizioni anteriori fendono. Pag. 186, Un. 19. — con questa
secrete%%a. Cosi le Aldine del 1528, 1533, 1538, 1515, l’edizione dei fratelli
Volpi, e le poste- riori; le Aldine del 1541 e del 1547, seguite dal Dolce e da
altri antichi, hanno con questa scelerate»*a, che forse è la vera
lezione. Pag. 188, Un. 55. — Novelletta nota, dì una moglie, che col-
lata in un pozzo dal marito che voleva indurla a cessare dal ripe- tere la
parola forbeci, pur persisteva, ancorché il marito la lasciasse attuifare a
mano a mano, e già essa fosse nell’acqua Ano alla gola; quando poi l’acqua le
soverchiò la bocca, e più non potè parlare, elevato il braccio, pur
conirafaceva colle dita il taglio delle forbeci. 11 marito non potè tenersi dal
ridere in vedere tanta ostinazione, c ritrasse la donna dal pozzo. Pag.
190, Un. 38. — Novella a lungo e leggiadramente nar- rata daU’Arìosto
nell’Orlando Furioso, Canto XXXVIl, stanza 44 e seguenti. Pag. 193, Un.
37. — ed al marito. Le Aldine degli anni 1528 e 1545 omettono la voce ed.
Pag. 196, Un. 11. — Tarpea, che tradì la ròcca ai Sabini, i quali appena
entrati l’ammazzarono. Vedi Livio, lib. 1, cap. XI. Pag. 198, Un. 33. —
E, per uscir d'Italia. Cosi corresse il Dolce; le edizioni anteriori hanno et
che per uscir d’Italia. Pag. 202, Un. 11. — si Irovan donne. Nelle Aldine
degli an- ni 1538, 1541 e 1547 manca la voce donne. Pag. 208, Un. 18. —
Se l’opera del CortegiMO dovea correg- gersi e spurgarsi da tutto ciò che in
qualche maniera potes^ gua- stare i buoni costumi, ragion voleva che in questo
luogo principal- mente fosse corretta e spurgata. Con ciò sia che alcune altre
novel- le, motti e facezie, che in essa qua e là s’incontrano, per lo più hanno
sembianza di scherzi e di piacevolezze ; ma qui parlandosi con serietà ANNOTAZIONI.
337 si viene ad onorare colutolo d’immacolata, e si propone
per esem- pio di costanza e dì pudicizia una donna, che già si era data in
preda all’amante, e avendosi posta sotto de’ piedi l’ interna onestà, e di più
la verecondia o verginale o matronale, iacea copia lìberamente di sè medesima
(dall’ ulUmo atto in fuori) ad un uomo libidinoso e dissoluto. Noi avremmo
volentieri tolto vìa questo racconto scanda- loso; ma vedendo, non senza
qualche maraviglia, che il Ciccarelli r avea lasciato, deliberammo di lasciarlo
noi parimente, ma di con- futarlo altresì colla dovuta censura. Prima dunque
d’ogni altra cosa noi diciamo, esser questa narrazione se non falsa, almeno
inverisi- mile affatto, e perciò mancante d’ ogni autorità Certamente ne-
gli antichi secoli della Chiesa non si dovea prestar fede a Paolo Sa- mosateno
vescovo di Antiochia, nè agli altri chierici suoi seguaci, i quali, accecati
dal diavolo, erano usati di tenersi a flanco nel letto una 0 talor due vergini
a Dio consacrate, scegliendo dal numero di esse le più amabili e per gioventù c
per bellezza, comechè protestas- sero di non trascorrer giammai a verun atto
d’impurità. Chi si espone a rischio si manifesto di peccare, o non ama
daddovero la castità, o egli è stolido e prosuntuoso, mettendosi a tentar Dio.
Imperciocché tanto è possibile che due dì sesso diverso, inGanimati di
scambievole amore, conversando insieme da solo a solo, anzi nel medesimo letto,
si astengano da peccati carnali, quanto è possibile che il fuoco s’ac- costi alla
paglia senza abbruciarla ed incenerirla. Numquid potest homo (dice il Savio nei
Proverbi!, al capo sesto) abscondere ignem in sinu suo, ut vestimenta illius
non ardeant? aut ambulare super prunas, ut non comburantur plantce ejus? Sic
qui ingreditur ad mu- lierem proximi sui, non erit mundus cum tetigerit eam. Ma
dato an- cor che la donna di cui parla il Castiglione, per paura di morte o
d’infamia, cosi ferma fos.se nel suo proposito, che non permettesse in tanto
tempo all’ amante l’ ultimo sfogo de’ suoi sfrenati appetiti: si dovrà perciò
ella chiamare uno specchio di pudicizia, immacolata, illibata? Chi tal titolo
volesse darle, verrebbe a pesare la pudicizia e l’onestà, per cosi dire, colla
stadera del niugnajo, non colla bilan- cetta dell’oreflce. Queste virtù sono di
tempera dilicatissima, c so- migliano appunto a que’flori, che ad ogni fiato di
scirocco appassi- scono. La verginità e la continenza hanno lor sede
|>rincìpaìmente nell’animo; ma quando poi una donna non disdice aU’amante i
baci, gli abbracciamenti, e l’altre si fatte domestichezze, quand'anche più
oltre non passi, queste nobilissime doti già sono affatto dissipate e perdute,
nè altro di esse rimane che l’ombra sola e l’apparenza, la quale può bene
ingannare la corta vista degli uomini, ma non isfug- ^ gire gli occhi
penetranti ed acutissimi del grande Iddio. Omnis qui viderit mulierem ad
concupiscendum eam, jam mcechalus est eam in corde suo, grida il Signore nel
Vangelo (Matti). V, 32). Cosi ancora adunque mulier quae viderit virum ad concupiscendum
eum ; molto più quee tetigerit, quae amplexa fuerit, quae se illi contreclandam
urcebuerit. Costei, oltre ai propri! peccati, venne a farsi complice
29 Digitized by Google 338
ANNOTAZIONI. de’ peccati ancor dell’ amante, i quali in si
lungo tempo saranno stati pressoché ìnnumerabili. È certamente da stupirsi,
come mi uomo dotto e prudente, qual era il conte Baldessar Castiglione, abbia
potuto prendere uii granchio si grosso, in materia di vera e soda virtù.
Convien però dire, ch’egli abbia servito in questo luogo al- r umore della
persona da esso introdotta a ragionare; dimostrando egli per altro in varie
parti di quest’opera sentimenti più giusti e più ragionevoli, e discorrendo del
dovere e dell’ onesto con sotti- gliezza mollo maggiore. Giovanni Antonio
Volpi. Pag. 210, Un. 30. — allvpiato. Le Aldine ed altre antiche al-
l’opiato; male il Dolce allopitalo. Pag. 211, Un. 2. — Tanti potnilere
non emo: risposta data da Demoslene a laide, famosa meretrice in Corinto. Gaetano
Volpi. Pag. 21i, Un. 4. — Imitato da quel di Tibullo, Eleg. I, 1,
65: Uh non juvenis poterit do funere quitquam Lumina, non virgo, ticca
rejerre domum. Pag. 21S, Un. 3. — sempre non veda. Le Aldine degli anni
1541 e 1547 , sempre non si veda. Pag. 216, Un. 2. — Allude al libro di
Ovidio Artis Amatoriae. Un simile argomento nello scorso secolo fu trattato in
Francia da Pietro Giuseppe Bernard, delllnate, conosciuto anclie sotto il nome
di Gentil Bernard. Pag. 220, Un. 3. — Di essa parla Bernardo Tasso
neH’Amadigi. Gaetano Volpi. Pag. 223, Un. 16. — circa le diflicoltà. Cosi
le Aldine degli anni 1538, 1541, 1547; quelle del 15^, 1533 e 1545, circa la
diffi- coltà. Pag. 228, Un. 13, li. — deve ancora cominciare a compiace-
re. L’Aldina del 1538, e dietro essa tutte, tranne l’Aldina del 1545, le
edizioni posteriori del secolo XVI e XVII, omettono le parole co- minciare a;
esse furono restituite dal Volpi, e conservale nelle se- guenti edizioni.
Pag. 230, Un. 9. — Tratto da quel verso di Properzio: Si neteit, ocnli sunt
in amore ducee. Dolce. Pag. 250, Un. 22. — piglia le qualità. Cosi
le Aldine degli unni 1541 e 1547; meno bene le altre piglia la qualità.
Pag. 232, Un. 13. — più che agU altri. Cosi l'Aldina del 1545; le altre Aldine
malamente più che gli altri. Pag. 233, Un. 17. — Di costui vedi il
Giornale de’ Letterati d’Italia. Volpi. Francesco Colonna, religioso
domenicano, pubblicò sullo il ti- ANNOTAZIOM. 53'J
tolo di Poliphili Hypnerotnmachia uno scritto pressoché impossibile ad
intendersi, e (ler lingua e per argomento. Mori nel 15i7, vecchio di 94
anni. Pag. 233, Un. 27. — meritino. Le Aldine degli anni i338,j 1541 e
1547, meritano. Pag. 234. Un. 29. — aveva. Male le Aldine degli anni
1558, 1541 e 1547 , avendo. Pag. 239, Un. 20. — dell’una parte. Forse
dali’una parte. . Pag. 240, Un. 4. — Questa introduzione è imitata
dal principio del terzo libro De Oratore. Pag. 243, Un. 6. — batteggia.
Cosi per battena trovasi scritto in tutte le antiche edizioni, compresa la
prima del Dolce (1556) ; la quale forma crederei derivata piuttosto da vezzo o
da idiotismo di pronunzia, che non dall’aver forse l’autore, come sospetta il
Volpi, voluto alquanto contraffare per riverenza il verbo baitetiare. Il Dolce
nell’edizione del 1559 mutò ad arbitrio patteggia. La stessa scrittura batteggiare
troviamo presso il nostro autore nelle Lettere di Negozii 129 e 288.
Similmente, come nota il Volpi, nelle note al Canto II del Paradiso di Dante
fatte dagli Accademici della Crusca si legge particulareggiare per
particularinare. Pag. 246, Un. 21. — In essa si facea un’annual festa a’
tempi dell’autore. Gaetano Volpi. Pag. 248, Un. 2S. — Tratto da quel
celebre passo di Lucrezio, De Natura Deorum, lib. IN, v. 11-17: JVnm
velati pueris absinthia tetra medentes Qnum dare conantur, prius orar pacala eircam
CoHtinpunt mellis dalci flavoqae liquore. Vi paeroram trtat impravida
ladi^cetur, Labrorum tenue j interea perpotet amarum Ahtinthi laticem,
deceptaque non capialar, Sed potìHt tali facto recreata valetcat.
Leggiadramente imitato dal Tasso in quei versi, Gerusalemme Liberata, Canto I,
st. 3: Così all’ egro faociul porgiamo aspersi Di soave licor gli orli
ilei vaso; Socchi amari, ingannato, intanto ci beve, E dall*
inganno suo vita riceve. Pag. 249, Un. 20. — si vede nei ciechi. Cosi le
Aldine degli anni 1558, 1541 e 1547; quelle del 1528, 1553, 1545, « vede dei
ciechi. Oigltlzed by 340
ANNOTAZIONI. Pag. SSS, Un. 53. — per salvarsi. Gl’
incontinenti adunque. Cosi corresse il Dolce nell’edizione del 1359; le
edizioni anteriori hanno per salvarsi. Incontinente adunque, tranne l’Aldina
del 1545, che ha per salvarsi incontinente. Adunque. Pag. SS4, Un. 22. —
delle cupidità. Non male le Aldine degli anni 1541 c 1547, della
cupidità. Pag. 2SS, Un. 11. — renitente. Con manifesto errore le Aldine
del 1541 e del 1347, retinente. Pag. 2SS, Un. 19. — modi^cati. Non è da
sprezzare la lezione delle Aldine degli anni 1538, 1541 e 1547 ,
mundificaii. Pag. 2S6, Un. 23. — Lo stesso giudizio porta Cicerone in
varii luoghi, e particolarmente nel cap. xxxv del lib. 1 De Republica. Al regio
tuttavia antepone il governo composto e temperato dei tre, regio, degli
ottimati e popolare: Quartum quoddam genus reipublicae maxime probandum esse
sentio, quod est ex his, quae prima dùci, moderatum et permixlum tribus. De
Rep. I , xxix. Si- mile opinione, solo forse fra gli scrittori del secolo XVI,
espone il. nostro autore sotto la persona di Ottaviano Fregoso nel cap. 31 del
presente libro. Pag. 239, Un. 2. — dal supremo principe. Meno bene le due
pri- me Aldine e quella del 1545, da supremo principe. Pag. 239. Un. 18,
19. — ed è protellor non di que' principi che vogliono imitarlo col mostrare
gran patema. Preferiamo questa le- zione delle Aldine degli anni 1541 e 1547, a
quella delle altre Aldi- ne, che meno corrisponde al contesto, ed è proiettar
di que’principi che vogliono imitarlo non col mostrare gran patema. Pag.
261, Un. 3. — spargono. Meno bene, a parer nostro, spargano le Aldine del 1538,
1341 e 1547. Pag. 261, Un. 22. — in tutto a questa. Male le Aldine degli
anni 1528, 1553 e 1545, in tutto questa. Pag. 264, Un. 4, 3. — per
conseguirne il fine. Le Aldine degli anni 1541 e 1547, per conseguire il
fine. Pag. 263, Un. ult. — devemo. Cosi fra le Aldine la sola del 1545 :
le altre deveno. Pag. 267, Un. 2. — come di membri. Cosi le Aldine degli
anni 1538, 1541 e 1547; meno bene le altre come de membri. Pag. 267, Un.
23. — A questo passo cosi nota il Volpi; « Quivi » più che in altro luogo
spiega l’autore il suo concetto intorno alla » Fortuna. Questo passo (che
lasciò il Cicearelli inUtto) se si fosse Il da lui, prima di spurgare il libro,
ben avvertito, ne avrebbe la- » sciati molti altri pure inulti. Vedi la nostra
ProtesU avanti il Cor- Digilized by Cooglc
ANNOTAZIONt. 341 > te{;iano. > Questa Protesta od
avviso, bastantemente prolisso, e che credemmo inutile di qui rapportare,
espone le opinioni di alcuni antichi autori e riferisce il noto passo di Dante
sulla Fortuna; e contiene la dichiarazione, che vediamo apposta a molti libri
stam- pati circa quel tempo in Italia, che l’autore fii buon catolico, e che se
talora parlò della Fortuna secondo l’ uso popolare, e alla foggia de' poeti e
degli altri scrittori gentili, sapeva per altro, non darsi altra fortuna che la
Divina Provvidenza, ec. — Difficilmente si tro- verà cosa più strana ed
insipida delle mutazioni introdotte dal Cic- carelli ovunque il Castiglione
nominò la fortuna; spesso fu pago di sostituire a questa voce alcun sinonimo, e
con un giro di parole fug- gire il nome e non la cosa. Pag. 268, Itn. 28.
— Conviene avvertire, che questa ed alcune altre regole di buon governo dettate
dal Castiglione convengono forse a piccoli stati, quali tuttora a quel tempo
erano molti nell’Italia supe- riore : ne’ grandi statfj soli oramai possibili,
la ricchezza dei cittadini è ricchezza e potenza dello stato intero. Pag.
269, Un. 3, 4. — sperano temano. Cosi tutte le edi- zioni ; si emendi o sperano
temono, ovvero sperino temano. Pag. 269, Un. 12. — non diventino potenti.
Cosi corresse il Dolce ; le Aldine e le altre antiche hanno non diventano
potenti. Pag. 271, Un. 8. — Vedi la lettera 6 fra quelle di diversi al
Castiglione, dove Rafaello d’Urbino parla di questa grande opera, della quale
da papa Giulio li gli era stata commessa la cura. Pag. 271, Un. 17. —
Bucefalia, città dell’ India, edihcata da Alessandro in memoria di Bucefalo suo
dilettissimo cavallo. Gae- tano Volpi. Pag. 271, Un. 18. — Atos, monte
posto fra la Macedonia e la Tracia, detto ora Monte Santo. Dinocrate (come
afferma Vitruvio nella , prefazione del libro li) ovvero Stasicrate (al dir di
Plutarco nella Vita d’Alessandro, e nel libro che scrisse Della virtù e fortuna
dello stesso) diede per consiglio ad Alessandro di ridurre il detto monte in
figura d’iin uomo, e di edificargli nella sinistra un’amplis- sima città capace
di dieci mila abitatori, e nella destra una gran coppa, nella quale si
raccogliessero tutti i fiumi che da quello deri- vano, d’onde poi sboccassero
in mare. Si compiacque Alessandro di si bella e magnifica idea; ma quando
intese che una tal città sa- rebbe senza territorio, e che dovrebbe alimentarsi
colle sole pre- visioni d’ oltre mare, ne abbandonò afiatto il pensiero,
comparando una tal oittà a un fanciullo che non può crescere per iscarsezza di
latte nella sua balia. Gaetano Volpi. Pag. 272, Un. 5S. — Fu poi
Francesco 1 re di Francia. Gae- tano Volpi. 29*
Digitized by Guogle 542 ANNOTAZIONI.
Pag. 272, Un. 37. — Fu poscia Enrico Vili, autore del Scisma d
Inghilterra. II magno padre quivi indicalo è Enrico VII, presso il quale poco
prima il Castiglione era stato mandato ambasciatore dal duca Guidubaldo.
Pag. 273, Un. 9. Questi fu poi Carlo V, e quivi gli vien pronosticalo
l’imperio. Gaetano Volpi. ' Pag. 274, Un. 19. ~ dal centro. L’Aldina del
1541 del centro. Pag. 276, Un. 20. — Di lui, che fu marchese e poi duca
di Mantova, avremo a parlare più volte nelle Annotazioni alle lettere del
nostro Autore. Pag. 279, Un. 29. — Allude a quello di Orazio, De
Arte poeti- ca, V. 304, 305: fnngar vice eotis, acutum
Reddere gua ferram vaUt, extors ipta secondi. Pag. 283, Un. 6. — al
valore. Forse è da preferirsi la lezione delle Aldine del 1541 e del 1547, al
valere. Pag. 28S, Un. 2. — Quanto discorre il Bemho nel restante di
questo libro in materia d’amore (eccetto l’ ultimo tratto, dove parla di Dio,
Spirito Santo, Amor sostanziale), è in massima parte derivato da Platone o da’
suoi commentatori, come appare anche dalle anno- tazioni, che conserviamo, del
Ciccarelli. Pag. 285, Un. 9. — Il Ficino, nel quarto capitolo sopra
il Con- vito di Platone, dice, tutti i filosofi concordarsi in questa
dilfinizion d’amore. Ciccabelli. Pag. 285, Un. 23. — Si raccoglie
tutto ciò da’ Platonici, i quali sogliono dire, la bellezza esser cosa universale,
e dividersi in tre specie: l’una è quella degli animi; l’altra dei corpi ,
tanto dalla na- tura quanto dall’ arte fatti; la terza delle voci e suoni. La
prima con la mente, la seconda con gli occhi, l’ultima con le orecchie dicono
godersi. Ciccarelli. • — Vogliono i Platonici, che II volto della
di- vina bontà rispicnda nell’angelo, nell’anima e nel corpo: in quello,
come a esso più vicino, chiaramente; in quesU con minor chiarez- M ; ma nel
corpo un piccini raggio se ne veda, il quale da loro vien domandato la bellezza
del corpo: il che più si scopre in quel cor- po, le CUI parti sono tra loro
debitamente proporzionate. Cicca- RELLI* Un. 16. — mosso non
da vera cogninione. Meno bene le Aldine degli anni 1538, 1541 e 1547, mosso da
non vera cogni- *tone. S86, Un. 33. — guello. Le Aldine degli anni 1538,
1541. tot/, questo. ANNOTAZIONI. 343 Pag. $87, Un. 1. —
Qai si biasima con efficaci parole l’araor sensuale, siccome anco ciò si fa in
molte altre parti di questo Dia- logo. Questo istesso concetto è stato spiegato
da Giovan Boccaccio nel suo Labirinto, dicendo: Vedere adunque dovevi, Amore
essere una passione acceealriee dello animo, disviatrice dell’ ingegno, ingros-
salrice anii privatrice della memoria, dissipatrice delle terrene fa- cultati,
guastatrice delle forse del corpo, nemica della giovinessa, e della vecchiessa
morte, generatrice de’visii, abitatrice de’ vacui petti, cosa senso ragione e
sensa ordine e senso stabilità alcuna, visto delle menti non sane, e
sommergitrice dell’umana libertà. Vien teco medesimo le istorie antiche e le
cose moderne rivolgendo, e guarda di quante morti, di quanti disfacimenti, di
quante ruine ed estermina- sioni questa dannevole passione sia stata cagione.
CiCCARELLl. Pag. $87, Un. $4. — Quanto sieno fallaci i sensi, e come
spesso ci empiano di false opinioni, lo dimostra Socrate appresso Platone nel
Fedone. Ciccarelli. Png. $87, Un. $6. — ragione, e però. Le Aldine del
1541 e del 1547, ragione: però. Pag. 288, Un. S, 6. — che { vecchi. Così
il Dolce; le Aldine hanno che vecchi. Pag. $88, Un. 1$. — sia malo. Cosi
le Aldine del 1528, 1533, 1545; forse alcuno preferirà la lezione delle altre
Aldine, sia male. Pag. $88, Un. 1$. — meriti. Tutte le edizioni
merita. Pag. $88, Un. 31. connumerati. Male le Aldine degli an- ni 1538,
1541 e 1547, commemorati. Pag. $89, Un. 8. — non l’intendo. Le Aldine
degli anni 1541 e 1547, non intendo. Pag. $90, Un. 1S. — Platone nel
Fedro riferisce , che Stesicoro perdè la vista per aver biasimato la bellezza
di Elena; la quale lo- dando poi, ricuperò la perduta luce. Ciccarklli.
Pag. $90, Un. 17. — Gli antichi filosofi posero nel centro la bontà, e nel
circolo la bellezza; la bontà in un centro solo, ma in quattro circoli la bellezza.
Questo centro dissero esser Dio; i quat- tro circoli dissero esser la mente,
l’anima, la natura, e la materia. Ciccarelli. Pag. $90, Un. 19. — mala
anima. Cioè indole; ed è ciò che forse intende il Savio nella Sapienza al cap.
Vili, v. 19, col dire: Soriilus sum animam bonam. Gaetano Volpi. Pag.
$90, Un. $4. — de’ fiori. Cosi corresse il Dolce; le edi- zioni Aldine hanno di
fiori. Pag. $90, Un. 33. — Il Ficino, nel sesto libro ttella prima
En- ANNOTAZIONI. ncade di Piotino, dice che gli animi nostri
seguitano il bello e fug- gono il brutto, poiché la bruttezza è una orrida
faccia del male, e la bellezza è un volto lusinghevole del bene.
Ciccarelli. Pag. S91, Un. 9. — se le allontana. Forse se ne
allontana. Pag. S91, Un. 53. — Tutto tolto da Cicerone. Dolce. Pag.
S92, Un. 12. — Piotino, nel sesto libro della Enneade prima, dice che l’anima
essendo cosa divina e bella, tutto quello che tocca e sopra che essa signoreggia
lo abbellisce, secondo la capacità della natura delle cose. Ciccarelli.
Pag. 293, Un. 33. — Maniere poetiche tolte da Platone; delle quali abonda quel
gran (ìlosofo. Caetano Volpi. Pag. 294, Un. 29. — I Platonici affermano,
che la bellezza è un raggio di divinità; di maniera che di qui dicono nascere
che gli amanti, ancorché alcune volte più potenti siano delle cose amate,
nondimeno prendono terrore e riverenza dall’ aspetto di esse. Cic-
CARELLI. Pag. 293, Un. 19. — Diotima, nel Convito appresso Platone, dice
ch’Amor é un appetito, col quale ciascheduno desidera che ’l bene sia sempre
seco: di qui nasce eh’ Amore sia un desiderio d’immor- talità; e perchè non si
può in questa vita conseguir immortalità, se non per via della generazione ,
quindi ne avviene che amore abbia per One di generare il bello nel bello, cioè
il buono nel buono. Cic- CARELLI. V Pag. 296, Un. Opinione de’Platonici,
che vogliono convenirsi nell’ amor divino il bacio, in quanto è segno della
con- giunzion degli animi. Ciccarelli. Pag. 296, Un. 28. — Questa è bella
dottrina in teorica ; ma non dee ridursi alla pratica, per lo pericolo che in
quell’atto l’amor ragionevole non diventi sensuale. Anzi, quanto generalmente
peri- coloso sia questo amore, vien toccato dall’ Autor nostro per bocca del
Bcmho in principio della seguente facciata. Gaetano Volpi. Pag. 296, Un.
33. — Allude a quello che dicono i filosofi, che Amore è una forza che
congiunge e unisce. Ciccarelli. Pag. 297, Un. 23, 24. — preverte.
Probabilmente perverte. Pag. 297, Un. 30. — Dicono i Platonici, che
l’occhio e lo spi- rito che ricevono l’cfBgie della cosa bella sono a guisa di
specchi, che per la presenza de’ corpi ritengono l' iraagine, e per la assenza
la perdono; e però gli amanti che amano solo la bellezza del cor- po, nell’
assentarsi della cosa amata s’affliggono. La miglior parto di queste cose si
raccolgono da Ricino, nel capitolo sesto dell’Ora- zion sesta che egli fa sopra
il Convito di Platone. Ciccarelli. Digitized by Google
ANNOTAZIONI. 345 Pag. 298, Un. 15. — ei tormenti. Le Aldine degli
anni 1S38, iS4l e IS47, e tormenti. Pag. 298, Un. 27. — l'accresce.
Meglio cosi le Aldine degli anni 1538, 1541 e 1547; quelle del 1528, del 1533 e
del 1545, le accresce. Pag. 299, Un. 12. — Diotima presso Platone nel
Convito in- segna, che si deve ascendere dalla bellezza d’un corpo alla bellezza
universale di più corpi. Ciccarelli. Pag. 299, Un. 54. — possa. Le
Aldine, tranne quella del 1545, ed altre antiche, poesia; e forse così scrisse
l’autore. Pag. 299, Un. 56. — passi. Meno bene le Aldine degli an- ni
1538, 1541 e 1547, «i passi. Pag. 500, Un. 4. — Socrate nel Convito
appresso Platone. Ctc- CARELLI. Pag. 500, Un. €. — nella vita
spirituale. Le Aldine degli an- ni 1538, 1541 e 1547, e le edizioni a queste
afiSni, comprese quelle del Dolce e del Ciccarelli, omettono la parola
vita. Pag. 500, Un. 10. — Dicono i Platonici, che la bellezza del corpo è
una ombra della bellezza dell’anima, e quella dell’anima è ombra di quella
dell’angelo, e questa è ombra della bellezza divina; nella maniera che alcuni
sogliono dire, che la luce del sole eh’ è nel- l’acqua è ombra di quella che è
nell’ aria, e quella dell’aria è om- bra a rispetto dello splendore del fuoco;
il quale parimente è un' ombra in comparazione della infinita luce che nel
corpo solare si vede. Ciccarelli. Pag. 500, Un. 16. — nascoso. Le Aldine
degli anni 1541 e 1547, nascosto. Pag. 501, Un. 6. — Diotima appresso
Platone nel suo Convito dice, che se gli uomini mentre mirano un bel corpo
sogliono ren- dersi molto maravigliosi, e, se possibil fosse, per contemplarlo
sem- pre, eleggerebbono starsi senza alcuna sorta di cibo : quanto più fe- lice
e maraviglioso dobbiamo creder che sia il vedere l’istessa bel- lezza sincera,
pura, intera, semplice, non contaminata da carne o da color umano, nè d'altra
sorte di mortai sordidezza macchiata? Ciccarelli. Pag. 501, Un. 20. —
Platone nel suo Convivio. Ciccarelli. Pag. 502, Un. 11. — Ragiona il
Castiglione in fine di questo IV libro, per bocca di messer Pietro Bembo, di
molti amori tra sè diversi; come del sensuale, ch’egli disapprova, e massime
ne’ vec- chi, a’ quali più che a’ giovani si disdice; del depurato dai sensi,
del quale tra’ Gentili fu gran maestro Platone, le cui dottrine volentieri *
segue , e le cui maniere di esprimersi bene spesso usurpa il nostro
r i 1 Digitized by Google 346
ANNOTAZIONI. Autore, siugolanuente in questo luogo (e di ciò
potrà di leggieri ac- corgersi chiunque nella lettura de’ Dialoghi di quel
Filosofo anche mezzanamente versato sia); poscia dello spirituale, così
propriamente detto, ovvero divino ; all’ ultimo del sustanziale, cioè di Dio
Spirito Santo, del quale ben due volte dice apertamente il diletto Discepolo
nel cap. IV della sua l‘ lettera, che Charilas est.... Questo passo.... è uno
de’ più belli del Cortegiano, e in cui gareggia la sublime elo- quenza colla
sincera religione di questo gran cavaliere e letterato. Gaetano Volpi.
Pag. SOS, Un. S7. — La bellezza, anche de’ corpi, si è un rag- gio, come di
sopra dicemmo, benché tenuissimo, della divina bel- lezza. Ed è vero il
concetto di Dante Alighieri là nel principio del suo Paradiso; La gloria
di Colui che tutto muove Per Tuoiverso penetra, e rispleode In una parte più, e
meno altrove. Giovaiìni Antonio Volpi. Pag. 303, Un. 13. — Per T
ambrosia e nettare qui s’intende la visione e fruizione divina. Ciccarelli.
Pag. 505, Un. 5S. — Ritorna di nuovo a ragionare secondo i Platonici, i quali
pongono quattro sorte di furore: l’uno è delle poe- sie, l’altro dei misterii,
il terzo de’ vaticinii, il quarto degli amori, più potente ed eccellente di
tutti gli altri. Ciccarelli. Pag. 505, Un. 33. — ora che par più non
m’aspiri. Preferiamo (|uesta lezione delle Aldine del IS41 e del 1547, seguita
dalla mag- gior parte deile antiche edizioni, a quella delle altre Aldine,
resti- tuita dai Volpi, e conservata nelle edizioni posteriori, ora che par che
più non m' aspiri. Pag. 30i, Un. 8. — È detto per burla, che alle donne
sia im- possibile il camminare per la strada che conduce alla felicità ; e poco
di sotto elBcaceraente si confuta. Ciccarelli. Pag. 304, Un. SO. —
Diotima, fra l’altre cose amorose eh’ in- segnò a Socrate, come Platone
riferisce, fu d’ ascendere per grado dalla bellezza del corpo a quella
dell’anima, e da quella alla bcl- 1,‘zza angelica, donde poi alia somma
bellezza divina si perveniva. Ciccarelli. Pag. 304, Un. 31. — dall' amor.
Cosi corresse il Dolce; le Al- dine e le altre antiche dell’amor.
Pag. 307, Un. 13.— Oa questo Proemio si vede, che il Conte s'era indotto
a scrivere il suo libro per compiacere al re di Francia , e però ANNOTAZIONI. si
stende alquanto nelle sue lodi ; ma essendosi poi dato interamente al partito
degl' Imperiali, non solo perchè cosi portava l’interesse de’ suoi Principi, ma
ancora per secondare il proprio genio, come si vede in più luoghi delle sue
lettere : cosi gli convenne levar via tutto questo pezzo che apparteneva al re
Francesco , tanto più che al linissimo suo giudizio dovea questa digressione
parer troppo lunga, e alquanto fuor di proposito, massime sul principio del
libro. Serassi. Pag. 318, Un. 6. — Da ciò si comprende, che il
Castiglione avea già stesa gran parte del suo Libro nel 1514, in cui il duca
Fran- cesco compiva appunto il ventitreesimo suo anno, essendo nato li 24 marzo
del 1491. Serassi. Più sopra, dal Proemio, dove si parla di Ferdinando il
Cattolico come tuttora vivente, appare che fu scritto prima del geonajo
1516. Digitized by Google 349 CATALOGO
CRONOLOGICO DI MOLTE FRA LE PRIIVGIPALI EDIZIONI DEL
GORTEGIANO DEL CONTE BALDESSAR C.. * I. 1 528. Il Libro del
Cortegiano del Conte Baldessar Castiglione. ^ Nello stesso frontispizio,
dopo l’ àncora attortigliata dal Delfino, chiusa d’ ogni intorno da linee ,
cosi si legge : Boui nel privilegio, et nella grafia ot- tenuta dalla
illutlrUtima Signoria che in quetta , ne in niun'altra citta del tuo dominio li
posta imprimere, ne altrove impretio vendere quello libro del Cortegiano per x.
anni lotto le pene in elio contenute. 11 libro è io foglio, senza
numerazione di pagine, io bel carattere tondo, chiamato testo d’Aldo. In fine
del volume ti legge : fn Venelia nelle caie d'Aldo nomano, et d’Andrea d'Atola
tuo suocero, nell' anno M- D. XXVIII. del mete d' Aprile. È la prima edizione
di quest’ opera; molti ne sono, particolar- mente in alcuni fogli, gli errori
tipografici. Intorno a questa edizione, vedi le Let- tere familiari IIS e 114
del Castiglione, dalle quali pare che I’ edizione si traesse a mille esemplari,
oltre trenta in carta reale, ed uno io pergamena. II. 4528. Ristampa
fatta in Firenze per li eredi di Filippo di Giunta nelV anno M. D.
XXVIJI. del mese d^ Ottobre; in-8. a Nell’esemplare da noi posseduto si
vede impresso sotto al XXVIII il XXIX, e si crede, che il XXVIIl sovra impresso
sia della stampa, e non d’altro inchiostro ; mentre , per quanto sì sia tentato
di rimuoverlo, non c’ è stato rime- dio: onde si può cooghietturare che
veramente i Giunta lo ristampassero lo stesso anno 4528, e che volessero poi
cosi rimediare allo sbaglio d’ essersi malamente impresso il XXIX. » Givtuto
Volpi. III. 4531. Ristampa degli stessi Giunta di Firenze; ìn-8.
IV. 4634. In Parma, per Maestro Antonio di Viotti; in-8. In fine si legge
l’anno 4 532. t Qaecto Catalogo è fondato principalmeota, ma con aggiunto
e corresionif su quello inae- rito dai fratelli Volpi nella loro
ediiionc. 30 550 CATALOGO CRONOLOGICO V.
<532. 11 medesimo, nuovamente stampato, e con somma dili- genza
corretto. In Parma, per Maestro Antonio di Viotti, nell’anno M. D. XXXII. del
mese <f Aprile; in-8. • Cesare Aquilio, in una piccola prefazione ai
lettori, dè avviso che il Viotti aveva cominciato a farne altra edizione 1’
anno precedente, e che, essendogli convenuto lasciarne la revisione ad altra
persona , 1’ opera era uscita piena di errori : il che lo fe risolvere a
intraprenderne poscia la presente edizione, la qua- le, dice egli, in cola
alcuna, per minima eh' ella ti ita, non troverete dissi- mile dalla Veneziana.
• Gaetano Volpi. VI. < 533. Il libro del Cortegiano del Conte Baldesar
Castiglione. Segne l’àncora d’Aldo, ma non chiusa fra linee, e indi il
privilegio, come nella prima edizione. In fine si legge: In Venetia nelle caie
delti heredi d’Aldo nomano, et d' Andrea d' Aiolà luo tuocero, nel anno M. D.
XXXIII. del mete di maggio. L’edizione è in-8 piccolo, in carattere
corsivo ; contiene 21$ carie numerata da un sol lato, oltre un’ultima non
numerata, nella qnalesi ripete l’àncora d’Al- do. Nella carta 2, che segue
quella del frontespizio, si legge una lettera di Fran- eeteo Aiolano alle gentili
Donne, nella quale si dice, che il libro è dato più corretto del primo, lecondo
V etemplare iicritlo di mano propria d'etto Au- tore: in realtà tuttavia i
questa una mera ristampa dell’edizione originale, cor- rettine soltanto gli
evidenti errori tipografici. VII. Senza data. Il Libro del Cortegiano del
Conte Baldesar Ca- stiglione; in-<2 piccolo. Diciasette sesterni,
segnati colle lettere A-K. Edizione tratta dalla prece- dente j pare stampata
in Venezia; e forse perciò appunto non porta indicazione di tempo, di luogo, nè
nome di stampatore, perchè publicata durante il privile- gio degli Aldi.
Vili. <537. Tradotto in francese da Jehan Chaperon. A Paris, chez Vincent
Sertenas,M.D. XXXVII, in-8. u Du Verdier, Biblioth., pag. 67<. » «
Questa traduzione è poco stimata. • Gaetano Volpi. IX. <538. Il libro
del Cortegiano ec. (Sotto il titolo v’è una Si- rena coronata). In Virtegia,
per Vettor de’ Babani, e compa- gni. Nell anno M. D. XXXVIII. del mese di
Luglio; in-8. X. < 538. Il libro del Cortegiano del Conte Baldesar
Castiglione, novamente revisto. M D XXXVIII. Il frontespizio è
chiuso fra rabeschi, aventi al basto la torre, fiancheggiata dalle lettere F T.
In fine del libro si legge ; In Vtnegio nella caia di Giovanni
DELLE PRINCIPALI EDIZIONI DEL CORTEGIANO. Paduano ttampatore Ad
ùulantia et spesa del Nobile homo M. Federico Torresano d’Asola, Nel armo della
salutifera incamatione humana M D XXXYIll. L’edizione è in ottavo
piccolo, in carattere corsivo ; contiene 50 linee ogni pa- gina ; le pagine non
sono numerale. Questa edizione è fatta snlI’Aldina del -1 555, ma in molli
luoghi è migliorata , evidentemente coll’ajnto del manoscritto origi- nale:
sono tuttavia parecchie mntazioni , che sembrano al tutto da attribnirri al
caso, ed a negligenza degli editori. XI. 4538. Il medesimo. In Vin^'o.
Per Curzio Novo e fratelli; in-8. Edizione dedicata dal Navo al Magnifico
e Nobilissimo Aluigi Giorgio, Gentiluomo Vinitiano. XII. 1539. Ristampa
della suddetta colla stessa dedicazione. In Vinegia. Per Alvise Tortis;
in-8. XIII. 1539. Opera singularissima del Cortegiano in brevità re-
datta nuovamente per il Nobil Scipio Claudio Aprucese. MDXXXIX; in-8. L’
abbreviatore dedica questo Compendio, che i di sole 1 5 carte, ai Nobili
Apnicesi. In tutto il libriccinolo non si legge il nome del Castiglione,
l’opera del quale è ridotta in compendio. XIV. 1541. R libro del
Cortegiano del Conte Baldesar Casti- glione, nuovamente stampato, et con somma
diligenza revi- sto. Segue r ancora d’ Aldo attortigliata dal deldno, e po-
scia la data M. D. XLI. In fine si legge: In Vinegia, nel- l'anno M. D. XLI. In
casa de' figliuoli d'Aldo; in-8. Bella e nitida edizione in corsivo, di
carte 1 95 numerate da un sol lato, oltre carte 5 in principio non nnmerate,
contenenti il frontespizio, e la dedica dell’Auto- re. L’edizione è fatta sa
qnella del Torresani del 1558, della quale questa è una ripetizione pagina per
pagina, e spesso linea per linea. 11 testo tuttavia ne è ta- lora diverso, e le
mntazioni appare esser fatto per la maggior parte mediante un nuovo confronto
coll’ originale dell’Autore. XV. 1541. Il Cortegiano del Conte Baltassar
Castiglione, nuo- vamente stampato, et con somma diligentia revisto, con la sua
Tauola di nuovo aggiunta. In Vinetia, Per Gabriel Jo- liio de Ferrara. Cosi ha
un primo frontespizio, dietro il quale segne in cinque carte non numerate
(oltre duo carte bianche) un indice delle materie , non alfabetico, ma secondo
l’ordine dell’Opera. Il quaderno contenente quanto sopra, sembra CATALOGO
CRONOLOGICO e»ere stato stampato ed aggiunto posteriormente. Segna
no nnovo fron- tespizio simile nel resto a quello della precedente Aldina, ma
collo stemma e col nome dello stampatore e la data come nel primo frontespizio.
L’edizione è una nitida ed accurata ristampa della precedente Aldina, in simile
formato , e ad essa risponde pagina per pagina, ma non linea per linea, essendo
in questa le pagine di sole linee 29. Troransi tuttavia alcune leggiere
varietà, che sembrano doversi attribuire ad arbitrio od incuria dei
correttori. XVI. 1544. Ristampa della precedente edizione, in Venetia,
Ap- presso Gabriel Giolito di Ferrarii. M D XLJIII, in-8. — 1544. Vedi
1564. XVII. 1545. Il libro del Cortegiano del Conte Baldessar Casti- glione,
Nuovamente ristampato. Segue l’ àncora d’Aldo in- chiusa in un fregio di forma
ovale, e sotto: In Venetia, M. D. XLV. In fine si legge: In Vinegia, nelV anno
M. D. XLV. nelle case de’ figliuoli d^Aldo; in fol. È una ristampa dell’
edizione originale , io slmile formato e caratteri -, essa vi è ripetuta pagina
per pagina e linea per linea. Anche il testo seguito è quello della prima
edizione, non delle due Aldine dei 1558 e del 1541 ; ha tuttavia al- cune poche
lezioni sue proprie. Vi sono corretti i numerosi errori tipogra&ci del-
l’edizione principe ; all’ incontro alcuni pochi errori sfuggirono in questa,
che non ai trovano in quella del 1528 j come, a fol. gtt verso, Pascue per
Patena. XVIII. 1 546. In Vinezia,per Gabriel Jolito de’Ferrarii. M.D.XLVI,
in-8. Bultell. pag. 225. XIX. 1 547. Il libro del Cortegiano del Conte
Baldesar Castiglio- ne, di nuovo rincontrato con F originale scritto di mano de
V auttore: Con la tauola di tutte le cose degne di notitia: et di più, con una
brieve raccolta de le conditioni, che si ri- cercano a perfetto Cortegiano, et
a Donna di Palazzo. Se- gue l’àncora d’Aldo fra ornati, e sotto M. D. XLVII. In
fine si legge: In Vinegia, nell’anno M. D. XLVII. In casa de’ figliuoli di
Aldo; in-8. Pel testo del Cortegiano, ossia fino a tutto il fui. 195, è
una ristampa pa- gina per pagina e linea per linea dell’ edizione del 1541 ,
correttine soltanto al- cuni errori di stampa; le lezioni proprie di questa
edizione sono poche, e di poco rilievo. Seguono 16 carte non numerate,
contenenti 1» una Tavola alfabetica delle cote piU notabili, che nel libro del
Cortegiano li ritrovano; 2® Condi- tioni et qualità de f Attorno et della Donna
di Corte, brievemente raccolte da tutto'l libro; 5® Il registro, la data, e
l’àncora d’Aldo. Da questa, o dall’Aldina del 1541 , 0 direttamente o
indirettamente, derivano tutte le edizioni posteriori. DELLE
PRINCIPALI EDIZIONI DEL CORTEGIANO. Gao a quella del 1733. «Il
chiarissimo P. Zeno.... ne possedera un esemplare Il corredato di postille mss.
di Alessandro Tassoni ; in una carta bianca in fine del • quale si leggea
manoscritto il Sonetto dell’Unico Aretino sopra la S portata » in fronte
dalla Duchessa d’Drbino. • Gaetano
Volpi. XX. 1547. En Vinecia, por Gabriel de Ferrari, en italiano. « Index
Lib. Prohib. et Expurg. Hisp., pag. 116. » « Dalla quale e da rarie altre
edizioni si troncano pochi passi solamente nel libro lì. • GAETANO Volpi.
XXI. 1549. In Venezia, appresso il Giolito. M. D. XLIX; in-12. XXII. 1549. Libro llamado el Corlesano, traduzido agora nuevamente en
nuestro vulgar Castellano por Boscan. M. D. XLIX; in-4. Non si
accenna nò il luogo dell’impressione, nò il nome dello stampatore. • Giovanni
Boscan, poeta insigne Spagnnolo, dedica questa sua traduzione Atta muy
magnifica Sennora Donna Geronima Palata de Almogavar; alla quale pure con altra
lettera lo accompagna Gardtauo de la Yega, poeta non meno celebre, e grande amico
del Boscan — Il libro ò stampato in carattere tondo tirante al gotico. •
GaetanO Volpi. XXIII. 1550. Il Cortegiano del Conte Baldessar
Castiglione, di nuovo rincontrato con l’originale scritto di mano de l’auto-
re. Con una brieve raccolta Mie conditioni, che si ricercano a perfetto
Cortegiano, et a Donna di Palazzo. In Lyone, appresso Guglielmo Rouillio. 1550;
in-12 piccolo. Bella ed accurata ristampa dell’Aldina del 1517.
XXrV. 1 551 . In Vinegia, appresso Gabriel Giolito de’ Ferrari e fratelli. M. D.
LI; in-12. XXV. 1 552. Corretto e riveduto da M. Lodovico Dolce. In Vi-
negia, appresso li Gioliti; in-8. XXVI. 1552. In Venezia, appresso
Domenico Giglio; in-12. XXVII. 1553. In Lyone, appresso Guglielmo
Rouillio, 1553; in-12 piccolo. Ristampa dell’edizione del 1550.
50* Digitized by Google 554 CATALOGO CRONOLOGICO
XXVIII. 1 556. Il libro del Cortegiano del Conte Baldessar Ca- stiglione.
Nuovamente con diligenza revisto per M. Lodo- vico Dolce, secondo V esemplare
del proprio auUore, e nel margine apostillato: con la tavola. In Vinegia,
appresso Gabriel Giolito de' Ferrari. M. D. LVI; in-8 piccolo. Precede la
dedica del Dolce Alla mag. e valoroia S. la S. Ifieolota Laica Gentildonna
Vicentina. In essa cosi l’editore: La guai opera (del Cortegiano) come che piti
volte eia etata impreisa dall'honoratist. S. Ga- briel Giolito, con quella
diligenza e correttione eh’ egli euol far tuare tn tutte le cose che eeeono
dalle tue stampe ; bora per maggior commodità di ciascuno che prende diletto
detta lettione di cosi degna fatica, ha voluto che io le faccia alcune
apostille, con aggiungervi u/na nuova Tavola, affine che ciascuno con
agevolezza possa trovar qualunque cosa più le aggradi- sce. Falso è ciò che si
asserisce nel fronteapiaio, che la edizione sia rovista secondo l'esemplare del
proprio Autore, se pare sotto questo nome non s’ in- tende qui semplicemente
alcuna dello Aldine: la maggior parte delle mutazioni o correzioni da lui
introdotte nel testo sono fatte ad arbitrio : la tavola della materie ' è mal
redatta, quantunque assai più diffusa che quelle delle {decedenti
adizioni. XXIX. 1 559. Ristampa somigliante, ma Con l’aggiunta degli ar-
gomenti. In Vinegia, appresso Gabriel Giolito de' Ferrari. M. D. LJX; in-8
piccolo. Gli Argomenti dei Libri comparvero per la prima volta in questa
edizio- ne. Le postille marginali sono a un di presso le stesse che nella
edizione pre- cedente, della quale nel resto qnesta è quasi una ripetizioue
pagina per pagina 0 linea per linea. Tuttavia anche nel testo il Dolce fece
alcuna nuove mutazioni , esse ancora ad arbitrio, e non col soccorso di alcun
manoscritto. L’edizione è dedicata Al Magnifico signor Giorgio Gradenieo; la
quale dedica è conser- vata nella maggior parte delle ediziom degli anni
seguenti, tratte dalia pre- sente del Dolce. ^ XXX. <559. Ristampa
della traduzione spagnpola del Boscan; Toledo, M. B- LIX, in-4. Niccol. Ant.
Èibl. Hisp. T. f, pag. 504. XXXI. 1560. Replica dell’edizione del Giolito
del 1559, e pro- babilmente la stessa col frontispizio mutato. XXXII.
1561. Ristampa della traduzione spagnuola del Boscan, In Anversa, presso la
Vedova di Martino Nuzio. M. D. LXI; in-8. Nicol. Ant., . Il libro del
Cortegiano ecc., aggiuntavi la vita del Castiglione tratta dagli Elogi di Paolo
Giovio; in ri- mata (senza nome di stampatore); in-8. DELLE PRINCIPALI
EDIZIONI DEL CORTEGIANO. 355 XXXIV. 1 562. n libro del Cortegiano eoe.
revisto da M. Lodo- vico Dolce sopra l’esemplare del proprio Autore; e nel
margine annotato; con una copiosissima Tavola. In Lione, appresso Guiglielmo
Rovillio, 1562; in-16. La Tavola è assai diversa da quella posta nelle
precedenti edizioni. In fine si legge il Sonetto dell’Unico Aretino sopra la S
d’oro che portava in fronte la Duchessa d’Urbino; il quale dico il Rovillio di
aver ritrovato mercè di M. Baccio Tinghi, ano amicissimo. XXXV. <562.
Ristampa dell’ultime del Giolito, in Venezia, ap- presso il Giolito, M. D.
LXII; in-12. XXXVI. 1 563. La stessa edizione, facilmente col principio
mu- tato; ivi; in-12. XXXVII. 1564. In mezzo a non dispregevole cornice
intagliata in legno: i? Cortegiano del C. Baldessar Castiglione nova- mente
stampato e con somma diligenza revisto; con la suo Tavola di nuovo aggiunta. M.
D. XLIV. Non si accenna nè il luogo, nè il nome dell’ impressore. In-8.
Abbiamo posto questa edizione sotto il IK64, benché porti la data del 1 544,
perchè, contenendo ^i argomenti a cadaun libro, deve necessariamente essere
posteriore a quella del Dolce del 4559. Del resto, un saggio della scorrezione
di questa edizione può aversi dal principio dell’Argomento del libro IV, dove
in vece di Kel Proemio leggesi Kel Petrarca. XXXVIII. 1 565. n libro del
Cortegiano ecc. secondo la revisione del Dolce; in Venezia, appresso Giovanni
Cavalcabovo; in-4 2. XXXIX. 4569. Aulicus Balthasaris Castilionei in
latinam lin- guam conversus ab Hieronimo Turlero; Witteberga; in-8. XL.
4574. In Vinecia por Gabriel de Ferrari, en Italiano, so crediamo all’Indice di
Spagna, a carte 446; benché il Volpi pensi che il detto Indice equivochi con
una delle se- guenti due edizioni. XLI. 4574. Ristampa somigliante a
quella del 4560; in Vene- zia, per Comin da Trino; in-8. XLII. 4574.
Altra; in Vinegia, appresso Domenico Farri, M. D. LXXIIII; iii-42.
Ristampa quesU pure dell’edizione del Dolce 4550. Dìgitized by
Google 5j6 catalogo cronologico XLIII. 1874. El Cortesan ecc. traduzido por Boscan. En Ambe- res. M. D. LXXFV;
in-8. Menars.
pag. 538. XLIV. 1577. Baldessaris Castilionii de Aulico, Joanne Bicio,
Hannoverensi, interprete, Libar primus. Argentorati, excu- debat Bernhardus
Fobinus, Anno M. D. LXXVII; in-8. n (radattore dedica il libro
all’Imperatore Rodolfo II con una lunga prefirione, nella quale dà inoltre
un’analisi di tutti i quattro Libri dell’Ope- ra. Dalle seguenti parole del
Negrini, tratte da’ suoi Elogi, a c. 425, pare cbe il Riccio abbia tradotto
l’Opera intera: ella rieece belliteitna nella Latina traduzione di Giovanni
Biceio; come nella lingua Catligliana parimente pare che eia nata in quello
idioma. XLV. 1577. Balthasaris Castilionis Comitis, de Curiali sive
Aulico Libri guatuor, ex Italico sermone in Latinum con- versi: Bartholomceo
Clerke Anglo Cantabrigiensi interpre- te. Novissime editi Lendini apud Henricum
Binneman typo- graphum; Anno Domini 1577; in-8; in carattere corsivo, e con
postille ne’ margini. Elegante traduzione, dedicata dal Clerke alla
Regina Elisabetta. Dalla de- dica e da varie lettere premesse alla traduzione,
le quali tutte portano la data del 4574, si poi congliietturare che questa sia
una ristampa. XLVI. 1580. Le Parfait Courtisan
du Corate Baltasar Castil- lonnois, es deux langues, respondant par deux
colomnes, l’une à Fautre, pour ceux qui veulent avoir Vintelligence de Fune
cFicelles. De la traduction de Gabriel Chapuis Tourangeau. A Lyon, par Loys
Cloquemin; in-8. Gabriel Chapuis fu nativo d’Ambuosa in Turena, e
intendentissimo della nostra lingua, dalla quale traslatò varii libri.
XLVII La stessa , italiana e francese , fu ristampata A Pa- ris, de
Fimprimerie de Nicola Borfou, senza data, in-8. XLVllI. 1584. n Cortegiano
del Conte Baldassarre Castiglione, riveduto e corretto da Antonio Ciccar elli
da Fuligni, Dot- tore in Teologia; con le Osservazioni sopra il IV libro fatte
dalFistesso. Al Sereniss. Sig. Duca d’ Urbino. Segue un bello scudo con l’ armo
de’ Duchi, e poi : In Venezia, ap- presso Bernardo Basa. M. D. LXXXIV;
in-8. Trovansi esemplari di questa edizione con variato frontispizio, nel
quale Digitiz^ by ^-oogli DELLE PRINCIPALI EDIZIONI DEL
CORTEGIANO. 557 «ODO omesse le psrole Con (e Osservaxioni sopra il IV
libro fall» dall' «stes- so, ed invece dell’emie de’Dachi d’ Urbino è l’impresa
del Basa, nna base di colonna: in essi altresì leggasi la Dedicazione in più
luoghi diflerente. Il Ciccarelli dedica questa sua edizione a Francesco
Maria II della Ro- vere duca d’Drbino ; dopo la Dedica segue la Tavola delle
materie, quasi af- fatto simile a quella del Dolce; iodi alcuni Errori da
emendarsi; finalmente nna Innga e diligente vita del Castiglione scritta da
Bernardino Marlìani (e non Mariani, come quivi falsamente si legge), preceduta
da una Prefazione al Lettore. Questa edizione, fatta del resto so quella
del Dolce dell’ anno i 53G, è, come dicesi, espurgala; ed anni sono vidi in
Parigi presso il chiarissimo Si- gnor Guglielmo Libri l’esemplare stampato, cbe
servi a questa edizione, che aveva manoscritte a suoi luoghi le mutazioni fatte
dal Ciccarelli, ed in fine l’approvazione originale dell’ Inquisitore. Il modo
tenuto dal Ciccarelli nello espurgare la presente opera fu questo: cbe i pochi
passi i quali por si tro- vano in questo Dialogo pericolosi o poco morali,
furono dal Correttore con- servati; all’incontro si sforzò di togliere ogni
menzione della fortuna, e sopratutto ogni scherzo cbe avesse rapporto, anche
lontano, a preti o frati. Alcune mutazioni poi sono, dello quali sarebbe,
credo, impossibile ren- der ragione: come nel Libro III (cap. 47 della nostra
edizione), dove alle pa- role del Castiglione ornata d' un bellissimo sepolcro,
per memoria di coti gloriosa anima, sostituì quello ornata d’ un bellissimo
marmo, per memo- ria di cosi casto e generoso animo. I passi aggiunti o mutati
dal Ciccarelli non sono io troppo buona lingua, e l’edizione è deformata da
molti errori di stampa, mancando spesso parole ed anche mezzi periodi.
XLIX. 1585. Ristampa della traduzione francese del Cbapuis, A Lyon, par Jean
Huguetan; in-8. L. 1587. In Venezia, per Domenico Giglio; in-12.
LI. 1599. Los nuevos del anno 1599: 8® Venecia, estan emenda- dos por Antonio
Citarelli (sic). Index Lib. Prohib. et Ex- purg. Hisp., pag. 116. LII. 1
606. Il Cortegiano del Conte Baldassarre Castiglione. Ri- vedutto et corretto
da Antonio Ciccarelli da Fuligni, dot- tore in Teologia. Al Serenissimo Signor
Duca tf Urbino. In Venezia, MCDVI (sic). Appresso Gioanni Alberti; in-8.
' Brutta e scorrettissima edizione. LUI. 1727. Il Cortegiano or thè Courtier written by Conte Baldassar Castiglione,
and a new version of thè some into English. Together with several of his
celebrated Pieces, as well Latin as Italian, both m Prose and Verse. To
which • — Digitizee by Google Ó58 CATALOGO
CRONOLOGICO is preftx’d thè Life of thè Author. By A. P.
Castiglione, of thè some Family. London, printed by W. Bowyer, for thè Editor. M. DCC.
XXVII; in-8. Dirimpetto al frontespizio si vede un bel Ritratto dell’Autore,
cavato dal- l’ originalo di mano di Raffaello; coll’arme dei Castiglioni nel
giro dell’or- nato. Il libro è dedicato a Giorgio Re della Gran Brettagna, e la
lettera di de- dicazione è scritta prima in italiano, poi in inglese. Siegue il
Catalogo degli Associati; indi la vita dell’Autore, descritta di nuovo da A. P.
CasGglione nel- l’nna e nell’altra lingua, sopra i vestigi e della lunghezza di
quella del Mar- liani ; ma non apporta alcuna rara notizia. Il Cortegiano è
impresso in due co- lonne, l’una italiana e l’altra inglese. Seguono alcuni fra
gli scritti in prosa cd in verso, latini ed italiani, del Castiglione; ed in
fine una traduzione del- VAlcon in versi inglesi, lavorata dallo stesso A. P.
Castiglione. LIV. 1733. Opere volgari e latine del Conte Baldessar
Castiglio- ne Novellamente raccolte, ordinate, ricorrette ed illustrale, come
nella seguente Lettera può vedersi (nella lettera di De- dicazione), da dio.
Antonio, e Gaetano Volpi. Dedicate at- r eminentissimo e reverendissimo Signor
Cardinale Corne- lio Bentivoglio d’ Aragona, ministro per sua Maestà Catto-
lica alla Corte di Roma. In Padova. Presso Giuseppe Cornino, Con Licenza de’
Superiori, e col privilegio dell’ Eccellentissimo Senato Veneto; in-4.
Segue una lunga Lettera Dedicatoria, che serve di Prefazione all’ edi- zione;
indi la Dedica dell’edizione del Ciccarelli, secondo l’esemplare collo armi
ducali; indi la Vita del Castiglione del Marliani, con note di Gaetano Volpi;
poscia parecchi scritti minori, relativi al Castiglione; indi gli Argo- menti
del Dolce ai IV libri del Cortegiano ; e finalmente un Avviso degli Edi- tori
al Lettore, su alcuni passi del Cortegiano cancellati dal Ciecarclli, o da essi
restituiti. Indi comincia il testo del Cortegiano: nel libro III e nel IV sono
aggiunte alcune note, sia dei fratelli Volpi, sia del Ciccarelli. Segue l’In-
dice alfabetico delle cose più notabili contenuto nel Cortegiano, rifatto da
Gae- tano Volpi. Indi comincia la seconda parte del Volume, contenente le
lettera c poesie del Castiglione allora conosciute, con note, e coll’ aggiunta
di vani scritti relativi al Castiglione ed alle sue opere. In fine c un
Catalogo di molle delle principali edtiioni del Cortegiano, di Gaetano Volpi.
Dopo la Tavola delle Materie, e dopo chiuso il Volume, è aggiunta una Lettera
non piit elampata del Conte Baldettar Castiglione a Papa Leone X, communicata
dopo finito il Volume ai fratelli Volpi dal Marchese Scipione Maffei. Il
Cortegiano è tratto dall’edizione del Ciccarelli (1584), ma corretto me- diante
un perpetuo e diligente confronto dell’Aldina originale (1S28). Tranne poche
eccezioni, non sono restituiti i passi omessi o mutati dal Ciccarelli, ma le
omissioni vcngonoinillcatccan asterischi, c le mutazioni con carattere
corsivo DELLE PRINCIPALI EDIZIONI DEL CORTEGIANO. 359 Alcuno poobo
fra le buone lezioni proprie delle ultime Aldino ei trovano con- servate in
questa edizione, quali si trovavano presso il Dolce e il Ciccarclli j
corressero inoltre i fratelli Volpi alcuni pochi errori manifesti, diesi
trovavano io tutte le edizioni anteriori. Sebbene capace di maggior perfezione,
sarebbe tuttavia questa , se fosse intera , la migliore edizione ebe finora si
abbia dei Cortegiano. LV. 4766. n libro del Cortegiano del Conte Baldessar
Casti- glione, colla vita di lui scritta dal Sig. Abate Pierantonio Serassi. In
Padova. Appresso Giusepjìc Cornino. Con licenza de’ Superiori; in-4. Dopo
la dedica ÀI Nobile Signor Conte Antonmaria Borromeo Patri- sio Padovano viene
un avviso dello Stampatore, nel quale dice, questa edi- zione del Cortegiano
essere fedelmente ripetuta dalla precedente curala dai signori Volpi ; aver
tuttavia sostituito alla vita del Castiglione scritta dal Mar- liani quella del
Serassi, redatta coll’ajnto delle lettere inedite del nostro Auto- re, delle
quali promette la prossima publicazione. L’edizione è nitida ed elegante, se
non che sfuggirono in essa alcuni pochi, ma gravi, errori di stampa, che non sì
trovano in quella del 1753. Si trassero di questa edizione alcuni esemplari col
testo intero del Cortegiano, senza lo correzioni del Ciccarclli, o le anuota-
zioni di questo e dei Volpi. In questi esemplari, assai rari, il Cortegiano
fini- sce a pag. 300, laddove negli espurgati e colle annotazioni finisce a
pag. 303. LVI. 1771. n libro del Cortegiano del Conte Baldessar Casti-
glione, restituito finalmente alla sua prima integrità. Im- presso in
quest’anno CIO lOCC LXXI; in SI tomi in-8. Ab fine di ciascun tomo si
legge: iHPBE^so IN viCE-NZt Da giahbìitista TBIDRANINI MOSCA. Questa edizione
venne dedicata da un Giovanni-Vineon- zio Benini alla N. Donna Morolina Comaro
Gradinico, per lo seguenti ragioni, non saprei dire so più adulatorie, o
spccìosamento curioso. Un libro avvezzo, dice quel dedicante, sin dai secolo
tediceiimo a comparire lul teatro del mondo fregialo deU’illuitre nome
Chadikico (Vedi il n» XXIX), egli i quello. Eccellenza, ch'ora io mi fo l'onore
di pretentarvi. Voi avete tanto diritto tu quello libro, che non i egli un dono
ch’io vi faccia, ma un tributo ch'io vi rendo. Il veltro genio tubiime
l’inlereiiò a far nascere questa edizione, e la vostra felice potenza a farle
vedere la pub- blica luce. Altre volle ti vide una Gradinico a favorire la
famiglia del Conte da Castiglione, e due secoli e mezzo dopo si vede Voi a
proteggere i di lui scritti. Se tutte le donne fossero qual voi siete, la parte
di que- st'opera in cui cien formata La perfetta Dama non sarebbe stata già
scritta. Ma in quest’ opera appunto voi pure, Eccellenza, siete vivamente
rappresentata ec. — In quanto alle cure letterarie che vennero impiegate in
essa stampa, poco in verità conosciuta, ma che sappiamo essere stala in pregio
presao i dotti lombardi TÌggnti al tempo dei padri nostri: essendoci maa>
cala la commoditk di esaminarla, ci è forza rimetterci alle parole di quegli
stessi editori: • Eccovi.... l’Edizione che vi si è con un manifesto fio
dal- li l’anno scorso promessa.... L’appareochiarla, l’eseguirla, il
pubblicarla, fu > tutto difficile.... Voi ricevete piu di quello che vi fu
promesso. 11 maoife- » sto non vi promise che il testo del Cobteguno intero, e
vi si è aggiunto • la Vita dell’autore, e l’Indice ad ambedue i Tomi....
Si è copiata la prima • edizione d’Aldo del 1528 tratta dall’Autografo
Ms., e si è seguita la lezione • della Volpi-Cominiaqa del 1753,
riducendo alla lezione medesima ciò che » in quella mancava, ed avendovi fatto
ancora qualche picciolo migliora- li mento. • La Vita dell’Autore, è quella
scritta dal Serassi. LVII. 1 803. Il libro del Cortegiano del Conte
Baldessar Casti- glione. Volumi due. Milano, dalla Tipografia dei Classici
Italiani; anno 1803; in-8. Questa edizione, che forma parte della
Collezione Milanese dei Classici Italiani, è quanto alla Vita del Castiglione
ed al testo del Cortegiano una ri- stampa assai scorretta della Cominiana del
1733 (per errore nell'Avviso degli Editori è detta del 1755), ma coll’aggiunta
dei passi omessi dal Ciccarelli e dai Volpi. LVIII. 1822. Il libro
del Cortegiano del Conte Baldassar Castir- glione, edizione formata sopra
quella dC Aldo, 1528, riscon- trata con altre delle più riputate, ed arricchita
di un co- pioso indice delle materie. Milano, per Giovanni Silvestri, M. DCCC.
XXII; in-12. Per la vita dell’Autore e la prima metà del Libro I l’
edizione è fatta so quella dei Classici, della quale si conservano quasi tutti
gli errori, coll’ ag- giunta di nuovi parecchi ; indi dalla metà del Libro I il
testo è, assai negli- gentemente, riscontrato colla prima Aldina. L’indice
dello materie è quello del Volpi, ma accresciuto. Del resto, è questa di gran
lunga la più scorretta di quante edizioni non mutilate abbiamo del Cortegiano ;
come apparirà dal se- guente indice dei principali errori della medesima.
ED. siLVESTBi errori Pag. II». da emendarti 33,
17 quelli qnello 43 queste questo
30, 13 vili e moria TÌta 0 morte II
neU’iQtmo nell' animo mio 63, 31 quanto
quando 74* 7-8 l’biDDO, la qual Tbaono, trovo «ma
regola ulTeraatissi* ma, la qual 88. ult. pigliarle pigliar
le 100, 0>10 a Silio e a Virgilio c Silio a
Virgilio 113, 13 quatto questa Digilized by
Google ì DELLE PRINCIPALI EDIZIONI DEL CORTEGIANO.
BD. SILVESTRI errori da emendarti Pftf;. Un.
117, 21 td da 443, 15 o
qQ&si , e quasi 445, 21 coodaci conduce
1&5, 23 troppa paisiom; troppo passione
6 falso salso 239, 25 ad alta voce
alla voce 244, 7 □Q maestro di stalla un maestro
Stilla 255, 22 essendo mascheralo essendo
maschera 291, li ancor più caute ancor poi più
caut<^ 294, 41 un istinto nn certo istinto
300, 31 fallo nome fatto il nome 304, 4
care intime care ed intime 319, 33 tianno fede fanno
fede 320, 5 poiché poi volete cosi poiciiò voi volete
così — , 3 essendosegU collocata accanto essendosegli
colcata accanto 329, 2 hastimi bastami 344,
26 altro di oenpiaoerle altro die di compiacerlo 347,
3 del re di Spagna Ferrando ed Isabella dei re di Spagna Ferrando ed
Isabella 303, 8 questa questo 309, 43
di modo di tal modo 370, ♦7 non nsasse
usasse 375, 7 possono possano 370, 24
inliepido intiepidito 379, ;9 dell’altra
l’altra 3B5, 8 che vi si porla die dir vi si
poria 396, ult. ma non hanno ma hanno 400,
17 separata superata 402, 9 combatta
combatte 403, 3 possono possano 421, 45
dei sudditi dei suoi sudditi 431, 14 ai più
famosi ai famosi 447, 5 ò nn farlo ed un
farlo — t 42 chiamano per dolci sdegni chiamano per
dolci li sdegni 461, 6 perchè e negli ocfhi e perchè
negli occhi — , 30 con ragione con la ragione
470, 15 concerto concetto — , 26 vi
ginngono vi aggiungono 475, 3 te a quella.... ritorni
cd a quella.... ritorni - , 24 dei bei corpi e delle
anime dei bei corpi o belle aniimi Delle edizioni del
Corlegiano espurgate ad uso della ((iovenlù, che si publi- rarono
nel corso del presente secolo, non teniamo parola, perebù nessuna
sì di- stinguc per alcun proprio pregio. COMTXMUTl NEL
CORTEGIANO DEL CONTE BALDESSAR C. A AIiI»tc, sciocca
opioionadi certo ALbatc, 127. Aliliracciace i parenti perchè, incontran-
dosi io essi, solessero le donne.ro- mane, 195. Abito convenienle al
Corteeiano, 101. 102 . ® Abito non fa il Monaco, 102. Abito
proprio aveva anticamente l’Ita- lia, IM, Abiti come debba adattarsi la
donna 177. Abiti di diverse nazioni introdotti in Italia, 100.
Accorta esser dee la Donna di Palaaso, 220. Accorletsa,
difièrenledairinganoo, ii&. Accusar se medesimo non c lodevole se non
in qualche caso, 114. Alle volte, ma con buona grazia, fa ri* aere,
Achille impara musica da Chirone, ^ — In che fosse invidiato da Ales- sandro,
Sii.— Formalo nelle azioni da Omero, 2S1. Acqua, similitudine tratta da
essa, 2.^7 Adulatore, suo officio, -Hfi. Non ama, SIL — Si fugga, ^
— Adu- latori perchè divengano gli uomini. 245,247. AfTibilila piacevole,
ò il piu necessario K^silo nella Donna di Palazzo, AllcUaziune dee
fuggirsi, ^ — - BLui- mala nel Corlegiano, ^ ^ 12i). ) — Nella
Donna di Palazzo, i75, — Cagiona difelti nelle donne, 54. — Come si fugga e
nasconda, àà. — Affettazione di certi vani, 36 Affettazioni estreme
muovono il riso, 129. Affetto deriva dal corpo, e come diventi
virtù o vizio, 253 Affetti non si debbono svellere, ma temperare, 255. —
Ajutano le virtù, iW. Affezione inganna nel giudicare, £9^ Afflitti
non gustano alle volle d' esser trattenuti con facezie, 151. Affrica,
vittorie io essa di Ferdinando il Cattolico re d* Aragona, 310. Agesilao
godeva d* esser ammonito da Senofonte, 247. Aggraziali nataralmeote,
hanno in ciò bisogno di pochi ammaestramenti, 33. Agone (d*j. (Vedi
Piazza.) Agnello, comparato colla temperanza, 254. Agnello
(Antonio) Mantovano, suo giu- dizio sopra due papi, 1 24. Agricoltura,
bella similitudine tolta da essa, 279. Alamanni. (Vedi Alloviii.)
Alcibiade lodalo, 3 1 . — Pili ut a gl’istru- menli da fiato, 87. — Amato one-
stamente da Socrate, 209. Aldana corabatlc con Peralta, 14R
Alessandra moglie d* Alessandro Re dei Giudei; fatto illustre di essa de-
scritto. 188. Alessandria in Egitto faliricala da Ales- sandro Magno Alessatidrioo
Cardinale, 138. Alessandro VI, papa per U forza, 1S4. Alessandro
Magno lodato, 27 1. — Pro* nostico cbe di lui fanciullo fanno li ambasciatori
del Re di Persia, 19. — Piange per non avere ancor vinto un sol mondo di
io6niti che avea udito ritrovarsi, 23. Disre* polo d’ Aristotele, 34. — Venera
Omero, 67. — ' Q^giito amasse e ono- rasse Apclle, 67, SA. — Perchè una I volta
piagnesse in udire le vittorie di Filippo suo padre, d39. Sua cootinensa, 20i.
— Estenuata, 208. Sue imprese, 272. — Quanto bene facesse a molti popoli
barbari, co- gl* insegnamenti d’ Aristotele, 281. 282. (Vedi Dario.)
Alessandro re de’Giudei, uomo crude- lissimo, d88. Alfonso Kd* Aragona,
ironicamente fa- ceto, l43* — Si compiacea d* esser burlato, 152. — Sua
risposta, 150, (Vedi Anclla.) Allegrezza; morte di Argentina gentil-
donna pisana proceduta da subita ed estrema allegrezza, 193. Altoviti
nemico d*un Alamanni ; casello ridicolo, 146. Amabilità produce amore,
227. Amalasunta regina de’Goti, lodata, 198. Amare; chi ama assai,
parla poco, 221. Con minor pericolo possono gli uomini mostrar d* amare
che le don- ne, ivi. Maniera di farsi amare da'principi, 267 e seg.
Amato; sue condizioni necessarie, 223. Amatori; loro differenti costumi,
i 8. Ambigui motti di varie sorte, 132. Ambiguità rende le facezie
acutissime e maravigliosc. 13i. Ambizione delle donne, 236. Amici
celebrati presso gli antichi, 1U3. Amici veri pochi si trovano, 103. Si
debbono eleggere con molto studio, ivi. Amici de’ principi come si portino
con essi per lo più, 245. Amicizia affettata. 116. — Amicizia non dee
tralasciarsi dì coltivare a cagio- ne de’falsi amici, 104. Ammonizioni
dissimulale quai siano. 147. * Amore; sua deffniziooe, 285. — . Non
I pare che possa stare rolla ragione, 293. Mezzi cattivi che
inducono amore, detestali, 162. — Ragiona- menti d’amore, e come in essi debba
diportarsi la Donna di Palazzo, 219, 220. — Amore di amicizia solo conviene
alle maritate, 222. — Amore ne* vecchi, ridicolo, 87. ■ — Amore publicoècosa
durissima; pur . qualche volta giova, 230. — Amor quieloe ragionevole,
accennalo, 284. — Sue lodi, 293. — E pericoloso ancli’esso, 220, 297. — Amor
sen- suale è malo in ogci età, 288. — Suoi mali effetti, 298. — Amor vero dal
falso è diffìcile a discernerst , 220. — Segni del vero, 221. — Danni e
pregiudici del falso, 286. — Amor verso la bellezza in astrat- f to, e
universale, 299. — Amore su- stanziale, cioè Io Spirito Santo, sue lodi, c suoi
maravigliosi effetti, 302 e seg. Ancille liberano Roma, 196. (Vedi Giu-
none.) Anconitani due che combattono insieme a Perugia, derisi, 3Q.
Anella; curioso fatto dicerie anella ru- bate ad Alfonso 1 d’ Aragona,
143. Angeli; come 1’ uomo con essi commu- nichi, 285. ~ Perchè ad essi
com- parata una bella, ancorché attempa- tai gentildonna, 137. Angolem
(d’) Monsignor, lodato, 56, 272. Anima I>ella, cagione per lo più
della bellezza de’ corpi, 292. — Anima, divisa in due parti, 265. — Sua
cura,^W. — Dee contemplar se me- desima, 300. — Anima, per indole, 290. — Anime
delle donne più in- gomlirate dalle passioni che quelle degli uomini,
304. Animali luiperrettissimi a gran torto si dicon le donne, 179.
Animali; loro vario instioto come si conosca, 290. Animo; beni dell*
animo e lor natura, 269. L’ animo e non il corpo il vero amante tenta di
possedere, 162. Animosi. (Vedi Ardili.) Anna regina di Francia,
lodata, 198. Annibale scrisse un libro in greco, Anteo biasimato,
271 . Anlkhi scrittori imitavano, ma non iti niQili/rfl
by.( Ogni cosa» 4^ — > Amichi si hanno in maggior concetto da chi
legge» di quello che sì rilevi dalla stessa lettura, i69. Antichi
stimavano molto la pittura e i pittori» AntonellodaForli, lodato e
motteggia* to, 144. Apelle» molto amato e onorato da Ales* sandro»
62. — ■ A lui solo era lecito il dipingerlo, filL — Perchè biasi- ihasse
Proiogene» Api; loro re d* altra specie» S4L Appetito; sua
cura, Aragona (Monsignore di), ottiene liccn- sa di trarre certo numero
di cavalli del Reame di Napoli, 317. Aragona (re di). (Vedi
Ferdinando.) Arcieri, comparati a chi attende alle vir- tù, 224.
Arcivescovo dì Firenze ; suo detto, 138. Arditi e animosi veramente quai
sieno, 184. IM, Aretino, detto V Unico, propone il IV giuoco sopra
la lettera S che la Du- chessa d'Urbino portava io fronte, 12 .
Argentina, gentildonna pisana, quanto amasse M. Tommaso suo consorte, 193.
(Vedi Allegrezza.) Arguzia cosa sia. 118. Arguzia della Duchessa d’
Urbino in difesa delle donne, HO- Ariosto (Alfonso), lodato,^.— A sua in-
stanza il Castiglione scrive il libro del CoTlegiano, 7^ 307, 315.
Aristodemo tiranno Argivo, dove dor- misse per timore, Aristotele ;
institulore d* Alessandro Magno, 52. — Perfetto Cortegìaoo del medesimo, 281,
282. — Quanto amato e stimato da Ini. (Vedi Sta- cira.) Esso e Platone vogliono
che Tuomo ben disciplinato sfa anche musico, dìL (Vedi Arle6ci.) Arme;
prima e prìndpal professtonedel Cortegiano, 2^ 3|, 173. — Orna- mento, secondo
il Bembo, dell’ altre sue virtuose qualità, GQ. — Se le armi superino in
eccelleoea le let- tere, 52. — Motto piacevole intor- no all' una e all' altra
professione, 59. — Armi ; sopra esse ronven- gooo colori aperti cd allegri,
IDI 365 Armonia, 6gliola di Giéron Siracusano, e sua impresa»
188. Arrischiare; chi si arrischia in guerra o per guadagno o per altra
vìi ca- gione, merita d' essere stimato raer- » catante vilissimo» 52.
Arte, necessaria nelle facezie, 118. ~ Arte, non dee apparire, 35.
Artefici varii che cosa ammirino in Pla- tone ed Aristotele, 282. Arlemiiia,
lodata, 202. Arti delle donne per mantenersi gli amanti, 236 e seg.
Ascensione. (Vedi Sposalizio.) Asco, vocabolo spagnuolo, cosa signiG-
chi,lAL Asdrnbale più di sua moglie teme la morte, 188. Asino
comparato ad un Tullio, 12G. Aspasia lodata, 194. As|jcltazione;
far contra l'aspettaztone, è la sostanza delle burle, 152. Aspetto nel
Cortegiano quale dovrebbe essere, 29. Astuzia è falsa prudenza,
267. Atarantati, o sieoo morsicati dalla ta- rantola, come risanino, 15.
(Vedi Puglia.) Atene. (Vedi Peste.) Ateniesi; loro industrie per
tenere il popolo allegro, 120. 121. (Vedi Leona.) Atos, monte, 22JL
Attilature varie di Cortegiani biasima- le, ilU e seg. Avarizia d* alcuni
detestata, 2ti. Augelletti che cominciano a volare, con quali amanti
comparati, 299. Aurora, sua descrizione, 305. Autori imitali dal
Castiglione io que- st'opera. tanto degni quanto il Boc- caccio, 4.
Autorità de' principi quando sarebbe ri- spettala, 269. B Bario;
sua natura ed effetti, 296, 297. Baje; abondano di reliquie di antichi
ediGcÌ,22L Bajare. (Vedi Litigante.) Uar!)ari io gran numero
niantueriUicoii 51* Digitized by Google 5G6
■ gno, 272, 2&1 e icg, **' 7 » ' ^«»»‘ore celebre,
Bmiri» dee fuggì,,! da chi burla, <59. Bartolommeo. Molto TÌdicblo, nato
della di.crepania che pa„a tra que- ‘f“ * qual.ia.i ,jjtìa di pa». Basse
persone spesso d'alti doni di na- tura dotale, 2i. Bastonate «uie da un
gentiluomo, ipeiso da Ini scioccamente ricorda* te, 114, Battaglia *1
piacere e del dolore centra il giudicio, 252. BatU|^4uoi ferini abitatori
accennati, di Milano, lodata, BeccadeUo (Cesare) finto pano dal Bi- bicna
; curiosa novelluccia, 152. ““pal^ise."*" Belle cose
direrse, naturali e artificiali descritte, 290. “'"p«r,V9r
Belleisa è nome generico j e a quali 1 cose ella si conrenga, 285. 386
[ Che cosa sia, 29fl e seg. — El^ ! buona , ii»i. — L’ amor reto di essa
! e buonissimo, M. (Vedi Dio.) — | , / dal Bembo, — Suoi effetti,
292. — Oual sia •> «ra, 294, e quale la falsa, iW. (Vedi Generare.) — In due
modi SI può desiderare, 284. — I Belle.sa angelica, 300. _ Belle,,,. '
aslra^tta da colp, ,i dee amare, 299. Belleaia biasimata dal uonor
Morello, 282. (Vedi Morello.) _ uelk„a diTina, e suoi effetti, 292. —
Cagione d’immensa gioia, 3QL «ascosta aglioechi profani, 302. — Belle,.,
e ulilili. (Vedi Dtiliti Belle,,,.) — Belle,,, grave ed au- • era
spaventa per lo più gli amanti, alcuni perù ne invila, 225. — Bel-
'‘■T***'’'’* ‘i eonlcmpla cogli occhi della mente, 300. _ E cori
rnrel’,,.enle.iV|.’_ Belle,,!™; i •ente, 298. _ Belle,,, sopra tmto
j desiderata dalle donne, 223. —Le fa superbe, 2M. - Necessaria
alla Donna di Pala„o, 128. _ È j; diverse sorte, 172. — Belle.,, urna- na , che
consiste principalmente ne volti, che cosa sia, 285. si a.
Belvedere; strada in Roma, da chi fai,, onesta, I7i. Bembo (Pietro)
propone il VI giuoco; da chi dovrsbbe voler l’amante che nascesse
piuttosto lo sdegno della psrsona amata, da si, o da essa, 1^ — Motteggiato
destramente dal. 1 antere, 60. _ Non voleva amici- 103, 104. —
Secrelario di Papa Leo- ne X, 24L — Teme d’essere sti. reato vecchio, 284, —
Tassato di disobedien.a, c da chi, M. _ Sno ragionamento intorno a varie specie
di amore, 285. (Vedi Platone ) — Sua ora.ione allo Spirito Santo, I 0 U 4
e «g, ’ Bene, quando ò vero, genera quieu nel ! P^'Mtore, 286.
-Bene senta male I uon può essere quaggiù, Tfi. , Benevolensa de’
principi peschi acqui- I •*»• •> debba, ^2 e seg. ™ i **”*?“* *»“de,
consiste in due co- ; §e, 244 , Beni dimsi d« procurare il principe ai
sudditi, 269. * Beni infiniti cagionati dalle donne, 187. Bergamasco
contadino. (Vedi Castigtlo:) Bergamo abbonda nelle sue montagne ^rli scimuniti
go«uti e mutòli, Beroaldo (M. Filippo), sua pronta e cu- nosa risposta ad
un tedesco, 136 -Moueggiaiodalsadoleto.eper- • Berto ; bravo, 26. —
Buffone, 124. Bestialità di alcuni popoli abolite da Alesrtndro Magno,
272. Beva.tano (Agostino) sua faccia d’un avaro, 14i. Biante; sua
bell, .enten.a circa i Ma- gistrati, 260. Biasimar troppo il rivale non è
sicura cosa in amore Biasimo; ramante non dee parlare io biasimo di se stesso,
233. Biastrmare, benché facetamente, dete* stato, liQ. Bibieoa
(Bernardo), che fu poi Cardi* naie di Santa Maria in Portico, 241. ~ Lodalo,
2< Era di bello aspet- to, 2& — Facetissimo, iÌ9. — Propose di scrivere
un trattalo delle Faceaie, ivi. — Credè, essendo ma- schera, di burlare un
frate, ed in vece restò burlato, 155, i56. Bidon; musico eccellente,
5£L Bischitai che cosa sieno, 133. Boadilla, dama spagnuola, morde
Al- fonso Carillo, e qual risposta ne riportasse, 145, 160. — Motteg- giata un*
altra volta , ma troppo villanamente, dallo stesso, 161. Boccaccio;
perchè non imitato dal Ca- stiglione, Quando abbia scritto meglio, e come s*
ingannò di giudi- ciò, ivi. ^ Vsò parole di varie na- tioni, ivi. — Altre pur
oggi rifiu- tale, 42. — Mirabile nelle circo- stante delle facete narrasioni,
i24. — » Racconta di belle e bruite burle, 168, 161. — Nemico delle donne,
163, Boccaccio e Petrarca, se ora vivessero, lascerebbero d* usare molte
parole, 42 j — Non al debbono soli imitare, hL Bontè; per lo più
non va scompagnata dalla belletta, 290. Borgogna. (Vedi Cavalieri.)
Boristene, fiume che divide la Polonia dalla Moscovia, 129. Borso, duca.
(Vedi Cortegiani.) Bollon da Cesena; due volte, ma con diverse parole,
allo slesso proposito motteggiato, 148. Bracciesca licenza, 164.
Bravure non convengono al Cortegia- no, 26. Bresciano; qual sorta
d*istrumcn(o mu- sicale lodasse, e perchè, 128. Brulteata che cosa sia,
290. Bucefalia, citta dell* India, edificata da Alessandro Magno,
271. OurentoTo, navilio unico in Veneaia 128 . niiirooi; }>eochc
stian nelle corti, non 367 meritano d* esser chiamati Corte-
giani, l^L Bugia, detestata, 245. — ]] principe deve odiarla, 266. —
Quanto gli noccia, 245. — Qual sia la mag- gior di tutte, ivi. Bugie bene
accozsatc insieme, muovono il rìso, 129. Buonarroti (Micbelaogelo),
pittore ec- cellente, ^ 5iL — E scultor simi- le, 66. Buon compagni,
alcuni lengonosè stessi falsamente,!!!. (Vedi Scioccherie.) Burlatori
alle volte premiati da* princi- piai^ Burle ebe cosa sieno,' 123, 152. ^
Di quante sorte, 152. (Vedi Detti, ove ne ba gran copia, ed anche
Novelle.) c Caccia, conviene a* gran signori e ài huooi Cortegiani,
31 Cacciatori; lor costume, 161. Cacco, biasimato, 271.
Caglio, vocabolo spagnuolo, che cosa significhi, 134. Caldo, più perfetto
del freddo, 183. Calfurnio; faceta interpretatione di tal nome,
135. Calidiia del maschio, e suoicffitli, 183. Callistene, buon
filosofo, ma cattivo Cortegiano, 282. — Quanto danno da ciò a lui e ad
Alessandro Magno risultasse, ivi. Calmela (Vincenzo), 7£L — Sua bella
awertensa , 22. Calvizie, io lode di esso fu scritto un libro, ^
Camma, suo maraviglioso amore verso il marito, novella, 160 e seg.
Campanile in Padova che diede la corri- moditè al siciliano Ponzio scolare di
far la burla de* capponi, 158. (Vedi Capponi e Ponzio.) Canossa (da)
conte Lodovico, eletto per formare il pcr&tto Cortegiano, 20 c seg. ' —
Facetissimo, 119. — . Sua faceta risposta, 148. — Eloquen- tissimo, 165. —
Della costui fami- glia fu la contessa Matilda, 168.-^ Vescovo dì Bajous,
241. Cantare; perche cantino di notte i fan- ciulli, Cajnlaol antichi
come veoissero onora- ti^ 2i$.— Capitani antichi lette- ralL ^ «lieOero opera
alla masica,' — Capitano motteg- giato) lAS. Capitolio vuol che li
dica>e non Cam- pidoglio, il Cattigìione, A7. CapitolìO) tradito da
Tarpea) i96. Cappellano. (Vedi Messa.) Capponi rubati astutamente
da certo PoDtio scolare siciliano in Padova ad un contadino, -<58- (Vedi
Cam- panile e Ponaio.) CappuBio, proprio de* Fiorentini) 102. Capua
saccheggiata da* Francesi, 2 M . Capuana gentildonna, castissima; sua
maravigliosa costanza io morire per conservarsi intatta, 212. Cara
(Marchetto) eccellente cantore, Cardinal di Pavia motteggiato, iA2.
14d.ua. Cardinale giovane, sua usanza singola- re, 84. — Cardinali,
perchè non no- minati nelle preghiere della Chiesa il venerdì santo, Altro
motto contro i medesimi. 142. ~ Altro di RaSaello d’Urbino, 145,
146. Carestia di ciò di che avrebbero più bi- sogno, patiscono i
principi, 24À> Carillo (Alonso), sua acuta e mordace risposta alla
signora Boadilla, che l’avea motteggiato, 145. 161. — Altra faceta alla regina,
147. — Vii- lanamenie morde la suddetta si- gnora Boadilla, 161. Carlo
principe di Spagna, lodato, 273. Carlo re di Francia, lodato, lM.(Vedi
Parmegiana.) Casi nuovi muovono a riso, 150. Castellina; ano
assedio accennato, 127. Castigare non si dovriano gli uomini de*vizii, se
fossero affatto naturali, 25lL(Vedi Leggi.) Casiiglia; regno di Castiglia
dato in dote da Isabella a Ferrando, fu mi- nor della riputazione che ella gli
diede, per cagione delle maravigliose sue virtù, 199. — Fu avanti ad Isabella
occupato da* grandi, ivi, Castiglione (conte Baldessar) scrisse il libro
del Corlegiano ad istanza di Alfonso Ariosto, 7,307, 315. per suggerimento del
redi Francia, 308. — Perchè si movesse a pubbli- carlo, 1. •—
Ribatte alcune accuse mosse contro U suo libro, ìL — Quali norme si sia
proposto nella scelta delle parole, 4. — Sue opi- nioni intorno alla lingua ed
alla or- tograBa italiana, 3 e seg. 46 e seg. — Fu in Inghilterra, ^ 273
gua modestia, 169. — Sua molta pietà, 267. — Biasima l*amor sensualg,
287. Caitiglio spagnuolo, ottimo Cortegia- no; per tale è mostrato a
certe gen- tildonne un vaccaro bergamasco , 153. Castità necessaria tanto
nelle donne, quanto negli uomini, per la cetleaza de* figlioli, 202.
Catilioa; sua congiura scoperta da una donnicciuola, 196. (Vedi Cicerone, e
Donniccmola.) Catone ironicamente faceto, 143.— Sua curiosa domanda,
146. Catoniana severità, ft)5. Cairi; monte di Cairi, 305.
Cattivi non possono essere amici, 104. Cavalcatori non buoni, di qual
nasionc, 127. Cavaliere; officio suo è difender la ve- rità, 20 1.
Cavalieri del Gartier, sotto *1 nome di San Giorgio, nella casa d*lngliil-
terra, 170. Cavalieri del Toison d’oro, nella casa di Borgogna,
170. Cavalieri di S.in Michele, nella casa di Francia, 17Q.
Cavallereschi esercitiì ben praticati da alcune gentildonne, 126.
Cavalli, come debbansi disciplinare, 265. Cavalla; volteggiare a cavallo
conviene al Cortegiano, 32« Cavallo che fuggiva dall’arme qtiiniu dovesse
stimarsi; facezia acuta, 13i. Caucaso monte; suoi efferati
abitatori, 2S2. Causa; dee esser maggior del suo effèt- to,
222. Causidiche eloquenti furono alcune don- ‘ ne,16L Causidici;
loro arte e sottilità son l,i ruina delle leggi e dc’giudicii, 2t>7.
Caule più degli uomini perchè soglian esser le donib', IhO. Cauto e
prudente debU’esscr il Corle- giauo^ 8^ 115, 116. Centro; punto di esso
difficile a litro- ▼arsi nel circolo, 274. Cerere, lodata, 194.
Cervi si prepongono un capo; non tem- pre però lo stesso, 256. . Cervia;
Vescovo di Cervia deluso dal papa, 150. CIjie donae, o vogliam dire di
Chio, liberano la patria, 1S2. — Altra lor prodezxa io Leucoma, ivi, — Chii
vinti dagli Ciilrei, ajulali dalle lor donne a diminuire la vergogna della
resa, 197. Chio assediato. (Vedi Filippo.) Cbironc insegna musica adrAcbilIe,
63. Cianciatori, biasimati, 92. Cibi stomacosi e schifi mangiati
impru- dentemente, che effiitto facciano ri- sapendosi, 253. Cicerone;
imitato nel proemio deirOra- tore dal Castiglione in quello del suo Cortegiano,
7 e ses. — Altrove pure imitato, come a 119, 122. 132, 145, 151, 168 e seg.,
240. — Sua dottrina intorno airimitaaiune, 50. ~I1 Castiglione piglia da
Cicerone varieavTcrteDte circa le facesie. 1 18. 419. — Cicerone.moUo si lauda
per avere disvelata la congiura di Cati- lina; la quale scoperta però ebbe
origine da una donnicciuola, 196. Cicuta; veneno temperato con cicuta a
qual fine publicamente si conser- vasse in Massilia, 189. Cicco. (Vedi
Giuocatore.) Cieco d*un occhio; facexia insolente intorno ad esso, 132.
Gimone tassato di bevitore, 247. Cipro, già congiunta alla Soria,
313. Circe; bella argomentazione lolla dalla favola di Circe, intorno
alla gran- dezza vera de’principi, 269. Circolo. (Vedi Centro.)
Cirignola; sua giornata accennata, 143. Ciro rompe i Persiani, 197. — Ma
su- bito è rotto da essi, per opera delle loro donne, ivi. Citta; si
assegna da Platone nella sua Republica alle donne da custodirsi, 17K. Buono
stato di essa qual sia, 275. — Come vada in ruina, ivi. — Città già lloriJc,
ora distrut- te, o cadute dalPaotico onore, 314. Civita
Vecchia di che abbondi, 271. Clearco, tiranno di Ponto, a che fosse
indotto dal timore, 261. Cleopatra, lodata, 202. Cognisiooi diverse
necessarie alla Donna di Palazzo, 177- Collera eccessiva cagiona il rìso,
150. Colombo impiccato; facezia, 144. Colonna (Marco Antonio)
lodato, 137. Colonna (Vittoria) Marchesa di Pesca- ra, lodata,
Colossi di stoppa e di strassi comparali ii cattivi principi, 246. (Vedi prin-
cipi.) Colpa primiera perchè si chiami dalla Chiesa felice, 185.
Comandare, esser comandati per cx- ser governati^ dice 1* Autore, 269. —
Comandare chi sa, è sempre obedito, 262. ~ Comandare a’ vir- tuosi come si
debba, 258, 259. — > -T—Come comandi Vanima al corpo, ivi. — La ragione all*
appetito, ivi. Comandi de’principi, Combattimenti privati, o sieno
duelli, 30 . Comici, esprimono Pimagine della vita umana, lA.
Comedia di certo M. Antonio motteg- giata, 149. Comparazioni facete quali
esser debba- no, 139. Conipiacere si deve al principe. 91^ ^ £ necessario
alPamante, 228. Complessiou temperata è quella della donna, 184.
Commune lingua qual fosse presso i Greci, per sentenza del Castiglione,
4L Communirarc le sue passioni b uno sfogo di esse, 236. Communità
delle mogli introdotta da Platone nella sua republica, toccata per ischerzo,
266. (Vedi Platone, c Mogli.) Concordia ed amore regnavano nella corte d*
Urbino, IL Confessione ; novelletta d* uno che si «lodava nel
confessarsi, 135. Confessor di Monache: avventura ga- lante, 134.
Conoscere in tre modi può Panima nostra, ^5. Ciascun conosce l*er- ror (3el
compagno, e non il suo, 16. CoDsalvo (Ferrando), detto il granCa- pitano,
da chi eletto; sue lodi, 200. — Suoi detti, 138. Consuetudine buona
quanto sia necea- saria, 2fiiL — Consuetodine, si dee conservare nel parlare e
nello scri- vere, 3. ~ Sua fona in tutte le sose, — Maestra nelle lingue, 4^ —
■ Consuetudini male quanto im* porti al principe tener lontane dai sudditi,
269. . Contadioella di Gasuolo io Mantova* na; suo estremo amore verso la
ca- stità, 21^ Conte di Pianella, 139. CooteinpUtiva vita e più
propria dei principi; è iu essi divisa ip due partì; b il 6oe dell’attiva,
S62. Cootemplaiione, c sua forsa, 300. Cootinensa, Mrchè si chiami
virtù im* perfetta, 253, 254. — ComparaU ad un capitano che si mette a peri*
colo d’ esser viuto, benché vinca, iVr. — Perché tanto si ricerchi nelle donne,
1££L — Frequente e mìra« bile in esse, 210, 211. — Conli- oenza maravigliosa dì
donna giova* nc, 20L 208, 21IL Contrafare come si debba, 125.
Convenevolessa dee servarsi dal Corte- giano, 83. Conversare; chi ha a
conversare, dee guidarsi col gtudicio proprio, 92.^ Conversare cogli eguali
come debba il Cortegiano, 105. Coraggiosi dove spesso più sì conosca*
no, Corinna poetessa eccellente, 194. Cornelia 6g1iaola di
Scipioue, lodata 187. Corpo; sua cura, 265. — Qual debba essere,
iVi, 266. — Non é il fonte della bellesza, 294, 298. — Ansi la estenua è
diminuisce, /pi. Correggere ; le donne hanno corretti molti errori degli
uomini, 187. Corrispondenze d’amore innocenti quai lieuo, 294, 295.
Cortegiana, 1 66, HjL fVedi Donna ‘di Palazso.) Cortegiauia, o sia
profession del Corte- * giano, 243 e seg. (e in mo/li nitri
/rto;,'Ai.) ■ — E buona riguardo al fine, iV/. — Qual sia questo fine, /W.— E
arte nuova, 314. Cortegiano, opera del Castiglione; or* casiooe che mosse
l’Autore a scri- verla, L (Vedi Castiglione.) Cortegiano e nome
onorevolissimo, 28 1 — Cortegiano qual debba estere, 113 e seg.— Dee fare tutto
ciò che gli altri ianoocon maniere lodevoli, 32. — Dee parlare e scriver bene.
42.— Dcbb* essere uomo da bene e intero, 55. — 'Come debba adoperar la mu-
sica, 64. — Dee saper disegnare, e aver cogniiion di pittura, ivi.
Come debba nortarsi co’signori. 95. — Come nelle conversazioni, Ufi — Suo vero
officio qual sia, 279, 28Q t — E buono non per sé, ma I»er lo suo fine, 243 e
seg. — Cor- tegiano tanto per/ètto com’é for- mato io quest’ opera, non può ri-
trovarsi, ^ Varietà di giu- dizii
intorno alle qualità che costi- tuiscono il perfetto Cortegiano,3t6.
Corte^ani adulatori, e corruttori dei principi quanto gran castigo meri- tino,
24ss. Corlegiani del duca Borso, lodali. 25, — E del duca Filippo,
iV/. Coscia (Andrea) ; sua facezia, 449. Co%t buone; loro
distinzione, 243. Costanza. (Vedi Ostinazione.) Costumi buoni,
quanto nccessarii, 265. — Costumi da fuggirsi dal Corte- giano, 1Q5. — Costumi
vaiii nelle Corti di Cristianità, ^ Cole ebe non taglia, e pur fa acuto
il ferro, comparata al Cortegiano che ammaestra il suo principe, 279.
Credere; mostrar di creder fatta una cosa che dovea farsi, fa ridere,
149. Credula non debb’ esser la donna, 2^0 Credulità de’ principi
più dannosa che l’incredulità, 275. Crivello (Biagino); sua facezia,
149. Crotoue. (Vedi Fanciulle e Zeusì.) Crudeltà orribile d’no
giovane romann. 213. Curie trenta io Roma nominate da Ro. molo co* nomi
delle donne Sabine 196 * Dio (^tiriuso non debb’essere
il Cortigiano d'entrare nc* galiinelti de'princi- | pi, colà ritirati per
attendere alla | quiete dell* animo, B Damasco; sorta di drappo di
seta, come interpclrato da Alonso CariUo, 147. Deoari, fanno prevaricar
molti, 211, iM5. — Bella metafora tratta da una specie di denari falsi, i37.
(Vedi Fiorentino.) Dansare, ove e come si debba, 3S. 85. — «5» vprrbi 6
cosa ridicola e discon- veniente, 88. Dario fa acconciar la sna spada
persiana alla macedonica, prima di combat- tere con Alessandro; ciò fa prono-
stico di servitù, iOO, Donne bellissime di Dario non toccò Ales- saodro,
benché giovane e vincitore, 204. ^ Deballo; rissa, contrasto, Ihl.
| Debito dee prevalere a tutti i rispetti, | Decrepiti si escindooo
dall* amare, 288. i Deformili non mala partorisce il riso,
12JL Demetrio lascia di prender Rodi per non ^ abruriare una pittora dì
Protogene, Democrito disputa del rìso, d 21. Demostene, cosa
rispondesse ad Esebi- ne che avea tassate di poco alticbe j alcune parole in
una sua orastonc. Desiderare. (Vedi Impossibili.) Desiderìi strani
delle donne, 226. Detti ; cosa sieno presso gli antichi, i 1 8. — Per
esprimere chi operi meno | l>eac con riflessione che all* improv- I viso, 2L
» D*una sigoora ad un I millantatore di combattimenti, 2G, j 21. — Di due
sciocchi millantato- ; ri, 2^ — Di Alessaodro Magno sali* aver udito che vi
erano più i mondi, imi. D i Demostene sopra | alcuoe parole, do|>pio op-
j posto senso, i22. — Verso una si- | gnora che, senza parlare, venne
tac- | ciata dì crudeli^, superbia e vanità, I 123. — Sopra due inscrizioni di
j •lue pontefici, 124. — Su di un becco paragonato a Sau Paolo, 120 *
— D*un che paragonò due suoi figlinoli a due sparvieri, ivi, — D’
ano ammonito a camminar pre- sto, mentre veniva fmstato, iW.~ D*uno sciocco
abate, che insegnò come e dove collocar un'enorme quantità di terra scavata,
i27. — D* un che voleva avvelenar le palle d’ artiglieria, D' uno che do-
mandò chi fosse il PreiibatCj ivi. ■ — D* uno che, per trovar gran quan- tità
di denari, consigliò sì raddop- piassero le porte della capitale c le zecche
dello Stato, i28. — Di un che disse aver visto un snonatore a ficcarsi in gola
più dì due palmi di tromba, ivi, D’nna cui dispiace- va dover comparir ignuda
il di del giudizio, i29. — > D’nn che narrò aver col fnoco fatte liquefar le
pa- role congelatesi nel mezzo del Bori- stene, 130. — D* uno che narrò una
strana aaione d'una scimia, ivi. Sul doppio significato del vocabolo
fettOf i o2. — Sulla spezxatura del vocabolo ma(lonato,^W. — > Ad un cieco,
e ad un altro senza naso, ivi. ~ Di un litigante che trattò l’av- versario da
ladro, e d*un da Narni che trattò pur da ladri i Sane», 133. — Con
aumento o mutaaiou di let- tere a qualche vt^abolo, ivi. — D’uno che avea
bruttissima mo- glie, ivi. — Sulle donne e su i gio- vani dì Roma, iVi. — Sulla
para- bola dei cinque tafrnd, 134. — Sull* equivoco significato di due O/JJci.
ivi. — Sul nome di Ctkìfur- nio, 135. Sulla preghiera Ore- mas prò htereticis
et scismaticis, ivi. — Sul volto lucido d*una si- gnora, ivi. — Su d* una
bizzarra confessione, iW. — Sa d'un cavallo che fuggiva dall'arme, iVi. — Su di
un atto in apparenza riverente d’un trombetta, ivi. — Su d* un augurio di bene
e male, 1 36. — Sulla parola Pino, ivi. — SuIPequivoco significalo di Ire
conti, ivi. — D* un prodigo ad un usuraio, ivi . — Sul sermone d’un prete in
forma di coufessioue,137. — Sulla vecchiez- za assomigliata agli Angeli, ivi. —
Dì Palla Strozzi e Cosimo De’ Me- dici sul covar delle galline, ivi. — Sulle
laudi impartite ad un valoro- so, e paragonate a monete false – H. P. GRICE on
HOBBES and Bentham, idols of the market place -- Sul far mangiare cbi nc avca t
procuralo altrui, lìiS. ^ Sulla paura | lu guerra, iW. — Di Luigi XII sulle
offese ricevute meotr^era duca il’Orlcans, ivi, — Di Gein Olio- mani sul
giostrar deglMlaìiani, ivi. — Del medesimo, sulla differenza delle astoni
proprie degli schiavi e de* signori, ivi. — Su la roba, il corpo e r anima
degli uomini; e su i giureconsulti, i medici e ì leolo* { gbi, ivi. — Su d' una
valigia com- parala ad un uomo, *139. — Sut I perdere e vincere di due
Alessandri, i ivi. — Su di Siena sposa, e Fio» rensa dote, i40. — D’un prelato
che si credea grand* uomo, 141. D* uno magrissimo portalo via dal fumo su
per il camino, rW. D*un avaro che volea gli fosse pagala la fune colla quale
erasi appiccato, ivi. — Di Lorenzo de* Medici ad un freddo buffone, e ad
un che il ri- prendea di troppo dormire, 141,142. —Del marchese Federico ad un
man- gione, 142. — Su d*un tiranno falso liberale, ivi. — Sul forzarsi a
credere veriili una bugia, fW.— Sulla fortuna de* cardinali in Roma, iVi.
— Sud* un impiccato in vidiato,iAiii — 'D* Alfonso d* Aragona ad un che aveagli
tralUnuie alcune anella, ivi. — Su di Sant* Ermo, comparalo ad un militar
vigliacco, ivi. — Sulla sollecitudine d’un soldato parliiosi, 144. — Del duca
d* Urbino al ca- stellano di San Leo, ivi. — Su di uno morto, mentre
incominciava a divenir ricco, iV». — Del Marchese , di Mantova, su d’un colombo
im- ^ piccato,145. — Di Scipione ad En- | nio, sull’essere o no in casa, ivi.
— Di Alonso Carìllo alla signora Boa- } dilla, con cui trai lolla da
publica meretrice, ivi. — Dì Rafacllo d’Ur- hino ad alcuni Cardinali, 145,
146. — D’uno che domandò un ramo | d’un fico, al quale erasi una donna ‘
impiccata, 146. — Di Catone ad ‘ im contadino che urtollo con una cassa, ivi. —
D’uno degli Alloviii, il quale rispose a ciò che udito nnn avea, iW. — D’un
medico, il quale promise ad un contadino di rimet- icrgli un occhio, 146, 147.
— Di Alonso Cardio, su di un cav^^ìcro bruttissimo che aveva una moglie
MATERIE. l>ellisstma, 147 . — Su d’un sopra- scritto d’una
lettera, ivi Di Co- simo de’Medici ad un ricco igno- rante, 148 . — Del
Conte Ludovico Canossa ad uno che volea vestirsi in incognito, ivi. — Sul
cardinal di Pavia, ivi. — Su di cose di- screpanti, e che pajon consentanee,
ivi. — Su due gobbi, ivi. — Su d’uno imputato non aver divozione o fede alcuna,
ivi, — DiMarc’An- Ionio a Bottone, sul capestro e la forca, 149 . » Su d’ un
sajo solilo a portarsi da un capitano dopo le vit- torie, ivi. — D’uno non
invitato a sedere e che sedette, ivi. — D’ un prete sul perchè dicesse una
messa cortissima, ivi. — D' un che chie- deva un beneficio, ivi. — D’un che
bramiva che lo starsi in letto fosse un esercizio militare, D’Al- fonso
d’Aragona, ad un suo servi- tore non contento d’un ricco dona- tivo, ivi. — Del
papa al vescovo di Cervia, eh* esser volea governatore, ivi. — D’uno, al quale
una donna domandò gran prezzo di se, 216. — Di un contadino Sanese a Ber- nardo
Bibiena, 316. — Di papa Giulio II, 317.— Ad altro, che di- lava temere non
poter uscire del Reame di Napoli, ivi. Detrazione d’altre donne, non
ascolti volentieri la Donna di Palazzo, 174. Deviare se alle volle si
possa da’comandi dei Signori, 112. — Belle avvertenze . intorno a ciò,
lì^ Diana, parole di Camma a Diana, 191. Diego de Chignones, suo
dello mordaci ad uno spagnuolo, 136. — (Vedi Vino, y no io conocittet.)
Difetti de’ prìncipi, benché picciolissi- mi, notati, 247. Difetti
nalnrali si possono in gran parte emendare, 23. — Perchè nascosti dall’ nomo,
249. Dimostrazioni d* amore quanto alla volle nocive, 237. Dio,
èprotettorede’buooi prìncipi, 259, 26 /. (Vedi Fortuna.) — Tesoriere de*
principi liberali, 270. — Simili- tudine di Dio ne’cieli, in quai cote si
ritrovi, 259 . — E cosi in terra, ivi. — Da esso nasce la bellezza, 290. (Vedi
Bellezza.) Diomede, biuimito, 271. Dione SiracQtano, formato da
Platone, Dioniiio tiranno, abbandonato da Pla- tone come disperato,
282. Diotima, lodata, i9*. — Sua impresa, — Rivela a Socrate gli amorosi
misteri, 304. Discepolo, ano officio, 34 e seg. Disciplina, adorna
le operationì, e aiuta le virtù, 25A. Disconvcnevoleaie generali, 7^
SQ< Discorso della ragione non ha luogo nella perfetta coDtemplaaìone,
300. Discrepante ridicole, e varii esempi! di esse, 448. (Vedi
Bartolommeo.) Discreaione, condimento d*ogni cosa, 87. Diseccare;
perche nel generare si disec- chi più Tnomo che la donna. 484. Disegnare,
conviene al Cortegiano, 34. Disoneste cose, di esse 1* amala dee le- vare
affatto ogni speranaa alTaman- te, 224. Disperare, io signtdcato
attivo, per far perdere la speranaa, 269. Dissìmili, molte cose dissimili
degne di lande, 5^ 51. Dissimulaaione gentile qnal sia, 142i«— Necessaria
agli amanti è la dissimu- laiiooe, 231. Disobidire per qualsisìa motivo a*
lor Signori, h sempre cosa pericolosa per li Cortegiani, 93. Dolcetta e
ntililà della virtù, 248. Dolor vero è sempre malo; come s’in- tenda,
252. Dominio 4 di tre sorte, 257. — Comi- aion pur triplice dì esso,
24&. Dominio più secondo la natura, e più simile a qnel di Dio, qual
sia, 2o6. Felicissimo per li sudditi e per Io principe, 264. — Vero e
grande, 270, 271. Donato (leronimo). Sua risposta ad un verso d* Ovidio,
433. Doni fra gli amanti, si biasimano, 462. Donna tanto perfètta
come ruomo,178. 479, 480. — • Sua proprielù e di- stintivo, 472. — Sue virtù
neces- rarìe, 473. — Perchè dicasi amare sopra tatti il primo uomo da lei
carnalmente conoicinlo, 482. Perchè desideri esser nomo, ivi» Donna
di Palasxo formata nel III libro dal MagniSro, 469. — Sue qualità necessarie, 413
e seg. — Potrebbe institnire la sua Signora, 278. (Vedi Cortegiana.)
Donne sono di naturali assai diversi, 224, 225. — PoDoe, lodate, 471 . —
Ulilitè che da esse si traggono, 24 6 e seg. Loro merito e digpità,2l8. —
Falsamente biasimate, 4 10, 159, 460,463 e altrove, — In che prin- cipalmeote
si debbano rispettare, 1 5 1 , 159, 165. — Desiderano d'essere o di parer
belle, ^ 54. — Debliono fuggir l’eccesso nell’ adornarsi, ivi. Varie loro
maniere, indoli e por- tamenti, 226. — • Rare volte sanno amare, 226. — È più
lecito ad esse mordere gli nomini di disonesiè, che agli uomini le donne, e
perchè, 450. — Donne belle, biasimate, 289. (Vedi Belle donne.)— Donne, eguali
agli nomini di dignità e virtù, 465. — Donne grandi, amano da dovere L minori
di sè, e perchè, 462. — Donne maritate non possono amar.e oltre il marito,
alcun altro, se non con amor di amicìxia, 222. — Don- ne non maritate possono
alle volte lecitamente amare, dentro i termini però dell’ onesto, 224. — Quaì
delw baoo amare, 222. ~~ Donne oneste, lodate, 440, 441. — Che resìstono a
tutti gli stimoli degl’importuni amanti, mirabili, 244, 215.— «Don- ne sante
molte si trovano, Lcncbè nascoste agli occhi degli uomini, 485. — Donne tante
de* tempi del Castiglione come favorite d.i Dio, 304. — Donne valorose in armi,
in- lettere, e in ogni altra cosa, accen- nate, 480. 485. Donniccinola,
origine dello scoprirsi 1» congiura di Catilìna, 496. (Vedi Ci- cerone.)
Dono il più pregiato che possa fare il Cortegiano al suo prìncipe, qual sia,
256. — Doni degli sciocchi a’prin- cipi quai sieno, 256. Doti delle mogli
si debbono moderare dai principh 275. Duca di Calavria. (Vedi Fiorentino
cora- messario.) , Ducati falsi. (Vedi Denari.) Due soli debbono
essere i veri amieik Ebrietà, iet fuggirsi di’ teechi, 210. Ecceilensa
suprema, bench* l’ uomo non possa giugiservi, dou dee sgomen- tarsi di operare,
LisL Eccessi ridicoli, tanto in grandeaaa, quanto in piecioleaaa, 141
. Edi6ci grandi si consrengono a' princi- pi, 270. Educazione del
principe qual esser deb- ba, 265. Efièminatezaa degli aniini da qnai cose
venga cagionata, 243, 244. Effeminati uomini sbandir si dovreb- bero dal
commercio delle persone discrete, 23- EQHii delle cause contrarie, tra se
pur contrarli. 25$. — Effetti lodevoli alle volte nascono da causa degna di
biasimo, 288. Egitto, gib mare, ora terra fertilissima, 313.
Egnaaio Catulliano, 5^ Eguali. (Vedi Conversare.) Eleonora d’
Aragona, duchessa di Fer- rara, lodala, 201. Elia, suo carro infiammato,
301. Elide. (Vedi Olimpici giochi.) Empielb, detestabile benché
faceta, 140. (Vedi Biastemare.) Ennio, 445. (Vedi Scipion Nasica.)
Enrico principe di WagHa, assai lodalo, 272. Epaminonda, udiva volentieri
le ammo- niaioni di Lisia Pitagorico, 247, Epicari, lilictlina romana,
sua costan- za, 189- Epimetco, sua favola descritta, 249. Equalii'a
pari con chi debba usare il prìncipe, 2Q8. Ercole, tua statura, come e da
chi ritro- vata, — Lodalo, 272. (Vedi Pitagora.) — Suo rogo, che cosa
significhi, 301- Eremita del Lavioello dsM. Pietro Bem- bo, accennato,
284, Eiiirci, muovono guerra a’ Chii, 197. Ermo (Sant’), facezia
gentile del Gran Capitano, 143, Errore nostro quando ci diletti, 136. —
Errori infiniti de' cattivi principi, 246. — Errori non tono tutti
egua- U, 22. Esempio, chi fallando d'a mal esempio, merita doppio
castigo, 32. Esempio faceto, 21. Eserciaii cavallereschi come debba
fare il Cortegiaoo, 83. Esiodo imitato, ma non sempre, da Virgilio, e
perciò da questo supera- to, 42. Esopo tassato da Socrate qiresso Plato-
ne per aver tralasciato certo Apolo- go, Tfi. Estense (fppolìto) cardioal
di Femrap lodato, Estensi donne celebri^ acceDoatap Estremo, ad
esso s* attaccano le doonci i93a — Estremi, come da essi dolr biamo discosiarci,
274. Età de* Priocipi e de’ Cortegiaoi, varie difRcollà che nascono dalla
diver» sita di essa, S78. — Età m.itura, più rapace dell* amor onesto e ragio-
nevole, 387. — Età, tutte hanno qualche peculiar virtù e vixio, Eia
d’oro. (Vedi Saturno.) Euhoea,già congiunta alla Beozia, 313. Èva
col suo fallo, accennata, 185. Evangelio, luogo di esso circa l’essere
invitato a nozze, allegato, B4. — Facezia intorno un altro passo del-
l’Evangelio, 134. F Fabio pittore, perchè così
cognominato, Faceto, chi propriamente possa, 1^1.
chiamar si Facezie. (Vedi Detti, ove ne ha gran co- pia, ed
anche Novelle.) Faeesie sono di due sorte, li8. — Ansi di tre, 183. — Ciò
che io esse deh- baii osservare, li8. (Tedi Arte. Gioilicio. Ingegno.
Rispondere.)-^ Facezie giudiciose, proprie d* un buon Corlegiano, Ili — Luoghi
varii donde si cavano, enumerali, 15Q. — Eflelti diversi delle mede- sime, ivi.
— AvTorteoM notabili nell’ usarle. 125, Facilità nel parlare,
difficile, Fallare, chi falla, e dà mal esempio, dee dopp sa m eoU caaer
punito, Fama boona o ealtiira quanto importi, <5. — Quanto giovi mandar
in- nanii la buona , prima é* entrar nelle corti, 408. Quanto ai deb- ba
procurare di coniervarla, 2^ Fanciulle cinque belliisime di Crotone.
(Vedi Zeusi.) Fanciunelti a cui spuntano i primi den- ti, con quali
amanti dall’ autore comparati, 298. Fanciulli, perché cantino di notte,
SIL Fatiche, lor fine qual sia, 2t)2 263. — Utilissimo ad ognuno il
lulerarne, tùÀ. Favori de^principi, sodi e veri quai aieno, ÌL — Non ti
debbono uc- cellare, 9^ Come in etti debba diportarsi il Coitegiano, 94.
Favorire, i princìpi favoriscono talvolta chi non lo merita, 25. Federico
duca d' Urbino, lod.ito, ^ t71. ~ Gustava che gli fossero fatte delle burle,
462. — Sua sentenza, 262. Federico Marchese di Mantova; sua gentil
riprensione, 142. — E faceta risposta, 444, 445. Federico. (Vedi
Gonzaga.) Felicità de* sudditi dee procurarsi dal principe, 259,
260. Femina e maschio intende di prodar la □atnra, 481. Fenice, perfetto
Cortegiano presso Ome- ro, 28i. Ferdinando. (Vedi Ferrando.)
Fermezza della donna in amare il pri- mo compagno del suo letto, donde nasca.
482. Ferrando re di Spagna, marito d’isa- bella, lodato, 199. — Soggioga
il regno di Granala, e toglie parecchie città ai Mori in Affrica, rW,
840. Ferrando minore d’ Aragona, re di Na- poli, eccellente negli
esercizii cavai- lereacbi, 488. — Sua avvertenza, 416. — Scioccamente imitato
da un mal avveduto in nu suo difetto, 35. Ferro non esercitato, comparato
con alcuni principi, 263. Festività, che cosa sia, 116. Faide cose.
(Vedi Mangiar.) Pico, uoveUetta di certa donna impic- cata ad un fico,
446. 375 Filippo dìDemetrio assedia Chio; e suo iniquo bando,
197. Filippo Duca. (Vedi Cortegiani.) Filippo il Macedone, sua cura
di tro- vare un ottimo maestro ad Alessan- dro, 8^ (Vedi Alessandro.)
Filosofa celebri, 481. Filosofia più nobile qual sia, 281. Filosofi
antichi, come definiscano Tamo- re, 285. — Filosofi paiono e non sono alcuni porti,
214. — Filosofi severi intervenivano a* pubblici spettacoli ed a’ conviti, e
perchè, 421. — Filosofo morale qual sia, Fine nobilissimo della
Cortegianit de- scrìtto, 243, 244. Fiore della Cortegiania qual sia,
244. Fiorentini guerreggiano contra Pisani, 127. ~ Usavano il cappuccio,
402. Fiorentino commessario, sua sciocca minaccia al duca di Calavria,
427. Due ridicole proposte d’un Fioren- tino per far danari, i28. —» Oscena
facezia d’un altro, 140. Fiorenza ha XI porte, 428. Ftsionomt, lor
dottrina accennata, 290. Foglietta (Messer Agostino), sua gentil
dissimulazione, 142. Folli chiama l’Autore questi suoi ra- gionamenti, in
comparazione delle cose sacre e divine, 185. Fonte pubìico comparalo al
principe. 249. Forbici, novelletta accennata, 188. Forche, in
alcuni paesi quando uno con- dannato alle forche venga richiesto per marito da
una publica meretri- ce, resta libero, con questo che la sposi; facezia curiosa
allndente a ciò, 445. Forestieri, quando non sieoo oeressartt per
custodire il prìncipe, 268. Forma, ad essa s’assomiglia l’uomo ge-
nerante, 182. Fortezza che cosa sia, 255. Viene ajutata dall' ira, rW. —
Nasce dalla temperanza, /oi. — Più propria dell’uomo che della donna, 1 SO. ^
Qnal sia U vera nella guerra, 264. Fortuna seconda e avversa, ministra di
Dio, 267. — - Perchè mandala da Dio Fortuna c tuoi cRèlti, ^ 1^ ^ 106, 240 e
altrove. Franceico (San) riceve il tigillo delle cinque piaghe)
304. Francesco I re di Francia, tue lodi, 308. Esortalo a mover le
armi contro gl* Infedeli) 309. Francesi in che sieno eccellenti,
31, — A’ tempi del Catliglione dispreaaa- vano le lettere, 56- — Modetlt,95. —
Lodali) 112. — Saccheggiano Caput) 211. — Francesi uccisi a MeteliO) 310.
Francia) sua corte lodala) 23. (Vedi Ca- valieri ) — Re di Francia) loto guerre
contro gl* Infedeli) 309. Frale 6nlO) che da hurlalo divien hur- lante;
novella curiosa, 155, 132. Frati, lor mali costumi, 1S 6. Freddo
non è infuso da* cieli e non en- tra nelle opere di natura, 123. Fregoso
(Federico) propone il VII gio- co, cioè di formare un perfetto Óor- legìano; e
questo solo viene ahhrac- ciato. 19, -0. — Per comando della Signora Emilia Pia
seguila il ragio- namento del Cortegiano, IL — Era eloquentissimo, 1ÌÌ2. —
Arci- vescovo di Salerno, 241. Fregoso (Ottaviano) lodalo, 2, 262,
2fif>. — Propone il V giuoco, cioè per qual cagione vorrrhhc 1* amante chela
sua donna s* adirasse seco, 18. Nemico delle donne, 160. — Du- ce di Genova,
2iL — Si fa aspet- tare, 242. — Era magro, 222. Frequenza eccessiva nelle
facezie si bia- sima, 15L Frigida è la donna; eHèlti di tal quali- tà, 1
83. Frigio (Nicolò), 165. — Deride la Don- na di Palazzo che si andava
forman- do, 171. — Sua facezia, 123. Frustato, ciò che rispondesse a ehi
csortavalo a camminare in fretta, 126. Fruito della Corlegiania, qual
sia, ili. 6 Gagliardi, nelle guerre i più gagliardi non sono i più
pregiali, 180 . Caja Cecilia, moglie di Tarquinio Pri- sco, lodata,
187. Galeotto da Narni motteggiato per es- sere assai corpulento,
acutamente ri- sponde, 133. Galeotto (Giovaolommaso) notato di viltà, e
da cbi, 135. Galline mal covano fuori del nido; acu- ta risposta di
Cosimo de* Medici, 137. Gartier. (Vedi Cavalieri.) < Garzia
(Diego), 138. Gazuolo. (Vedi Conladinella.) Gelosi, loro difetti,
232. Generar bellezza nella bellezza cosa sia, 295. — Come ciò intendesse
il si- gnor Morello, ii'i. Generar 6g1ioli, è falso che non si ab- bia
dalle donne altra utilità ebe que- sta, 203, 205, 2l7 e seg. Genovese
prodigo, ciò che rispondesse ad un avaro che *1 riprendea, 1 36. Georgio
(San). (Vedi Cavalieri del Gar- tier.) Georgio da Castelfranco, pittor
celebre, 51L Gerione, biasimalo, 271. Germane donne lodale,
198. Giocatore, che ti crede divenuto cieco: novella curiosa, 153 a
133. Giocatore di dadi, perchè comparato colla prudenza, 267.
Giochi varii proposti nella corte d’Ur- bino, 13 e seg. Giochi, quali
approvati nel CoTtegiano, 106. Giostra famosa ; come in essa si por-
tasse un gentiluomo, Ili. Giostre, come debba in queste diportarsi il
Cortegiano, 82. Giovane ciascun si studia d’apparire, ^ Giovane
donna di meravigliosa conti- nenza, 207. Giovanetti due scioccamente
comparati nel canto a due sparvieri, 126. Giovani come debbansi
dipoctare, 82. — Ripresi da’ vecchi in molte cose, 77. — Perchè inclinali -
all’ amor sensuale, 288. — Quei si postan chiamar divini, ivi. Gioventù
comparala alla primavera, 23- Giove, secondo Orfeo, era maschio e fe-
mioa, 182. — Nella sua ròcca qual sapienza foste custodita Senta qual virtù non
poteste go* vernare il regno suo, 2^ Giovenale. (Vedi Juvenale.)
Girolamo. (Vedi Jerontmo.) Giudicare si possono alcune cose subito e in
un’occhiata, non cosi le virtù c i costumi degli uomioi, 108. Gìudicìjche
cosa facciano alle volle per parer savii, S96. Giudicio, maestro di chi
scrive, àSL — Più perfetto diventa per la lunga esperieoxa, 2sL ~ Necessario
nelle facetie, 118. Giulio Cesare pcrchb portasse la lau- reai 116
. Giulio 11 pontefice ricevuto magnìBca* mente in Urbino, AìL Suoi ma-
gniSci edificii accennati, 271. — > Sua faceta risposta, 317. Giunone,
festa detta delle Anelile in onore di tal dea perchè ioslituita, 196.
Giurecoosnlti. (Vedi JorisconinUì.) Giustiiia che cosa sia, 255. — Da
chi, e per cui comando portata in terra, secondo i poeti., 249. ^ Ajulata
dall’odio conira i cattivi; sue lodi; nasce dalla temperanaa, 255. — Massima
cura de* buoni principi, 267. Golpino, servo del MagoiSco, faceaia
intorno ad esso, 141. (Vedi de’ Me- dici Giuliano.) Gonfiarsi ne’favori
non dee il Corlcgia* no, 94. Gonnella faceto burlatore, Gootaga
(Alessandro) gentilmente com- parato ad Alessandro Magno, 139. Goosaga
(Cesare) propone il 11 giuoco, cioè, ae 1’ uomo fosse necessitato d’impassire,
qual sorta di pasiia, essendo ciò in sua potestà, dovrebbe eleggere, 15 e scg.
— Fu uomo raro e di belle qualitè, 2AÙ e 241. G-onaaga, donna celebri di
tal caia ac- cennale, Gonaaga (Eleonora) duchessa d’Urbioo, lodata,
242. Gonaaga (Elisabetta) duchessa d’ Urbi- no, lodata, ^ i69. — Sua
mode- stia e grandexaa d’ animo, H, <2 Sua forte castitè ad onta
dell’im- poienaa del marito, 214, e altrove lodata. Gonaaga
fFederico) marchese di Man- tova- (Vedi Federico.) Gooaaga (Federico)
figliuolo di Fran- cesco marchese di Mantova, lodato, 276, 318.
Gonaaga (Francesco) Marchese di Man- tova, iodato, . Gonaaga (Giovanni),
suapiacevole com- paraaione di suo figliuolo Alcssan-* dro con Alessandro
Magno, 139. Governare, dal non saper governare i popoli quanti mali
nascano, 246 e seg. Goveroator buono, è gran laude d’un principe Tesser cosi
chiamato, 275. Governo ottimo qual sarebbe, 266, 267. Grammatico
che non aveva letto, come ciò fosse inierpetrato da Annibale Palcolto, 131,
132. (Vedi Letto.) Granata, e suo regno, conquistato da Ferdinando re di
Aragona, 310. Per cagione e virtù di chi, 199,217. Gran Capitano.
(Vedi Consalvo Fer- rando.) Grandezza di animo conveniente a’prio- cipi
qual sia, 270. — Suoi efifelti, ivi. Grasso de’ Medici, e scherzo intorno
ad esso, 62. Grati universalmente, non si debbono motteggiare, 122.
Gravità nelle donne moderala, induce riverenza, 225. < — Gravità faceta,
lodata, 138. Grazia non s’impara, ma è dono di na- tura, 63 e seg. — Si
può rubare e come, 65i Grazia, o sia favore, quanto importi al Cortegiano
essere in grazia del suo Signore, 107. — Come debba da esso guadagnarsi prima
di volergli ÌQiegnarla virtù, 270. — Della sua donna come debba mantenersi 1*
a* mante, 232. Graiiati alconi nascono, altri no, 26. — Graziato deve
essere il Cortegia- no, ivi. Grazie come debbansi dimandare a’prin- cipi,
92. (Vedi Favori.) Grecia, sua consuetudine trasportata io Maisilia,
189. Grne. hanno il lor principe, vario però, Guern, suo fine è la
pace. 262. — Sema dì esso non è lecita, — In sè sola considerata è mala, 264. —
Di- sordine che spesso in essa succede, iyi, Le cose notabili io essa
fac* eia il Cortegiano al cospclto di po- di! e segnabiti, 82. ( Vedi Gagliardi.
Pace. Turchi.) Guerre di donne, l&Q. Guerrieri debbono sopra
lutti gli altri esser letterati, 6X. Guidubaldo, doca d’ Urbino, infermo
di podagre, lodalo, 10- — Sotto quai principi mililaise. iVi. — Dottissi- mo e
di gran giadicio in tutte le * cose, ll-—lm(»o<enU nel matrimo- nio,
31 4. (Vedi GonxagaEUsabelU.) 1 Idea del perfetto Cortegiano,
simile a quella della republica di Platone, del re di Senofonte, e deli'Oratore
di Cicerone, 2^ Ignoranza è cagione di tutti gli errori e vizii, 2.Ó2,
253, 262. — In quai cose non nocria, 346. — E uno dei maggiori errori dei
principi, 3i5,— Come pure la più enorme fra tutte le bugie, ivi, 2AL
Ignoranti si saziano delle cose spesso ▼edule. 86. Imitare i difetti
altrui c sciocchezza, 35. Imitazione, necessaria per iscrirer bene,
4L Impossibili cose desiderate inducono al- trui a riso, 149.
Impressioni prime sono di gran forza, 2^ 108. Imprudenza di molti,
descritta e biasi- mata, 206. Impudenza fucata di certe donne presa alle
volle per bellezza, 293. — Im- . pudenza inlolerabile d* alcuni prin- cipi,
246. Incontinenza, difiereote dalP intempe- ranza, 253. — Perchè si
chiami vi- zio diminuto, 353. Inconvenienti cose, toccale, 255.
Incredulità. (Vedi Credulùh.) India, suoi efièrati abitatori, accconati,
282. Indiscretezza d’un cavaliere nell’ inlv tenere una dama, 83.
Industria deiruomo in mansuefare gli animali, 250. — Della stessa dee
servirsi in domar le passioui, ivi. Inequalilà ragionevole con chi debba
usare il principe, 268. Infamare dnnoe, anche di colpe vere, è cosa degna
di gravissimo castigo, 203 e scg. Infermi che sognand di bere a un chiaro
fonte, comparati a* cattivi amanti, 286. lofèrmiià perchè date a noi da
natura, 76 . Ingannar 1* opinione è il forte di tutte le facezie,
150. Inganno da non biasimarsi qual sta, H5. — Grande degli uomini qual
sia, 251, 252. — Inganni grandi c miseraliili de* principi, toccati, 246.
Ingegnerò punito con troppa severità da Publio Crasso Muziano, 62.
Ingegno, maestro di chi scrive, 42. — Tiene le prime parti nelle facezie,
118. Inghilterra. (Vedi Cavalieri.) Ingratitudine di alcuni
Covlegiaoi verso i principi loro benefattori, 23. I nimica, come si
portino co’principt, 245. Innamoramento curioso dt molte donne nobili in
un sol gentiluomo, 108, 409. Innapioransi gli uomini per altre ca- gioni,
oltre alla bellezza, 69. ■ — An- * che per fama, ÌQ9. Innamorali
sensualmente sono infeltcis- simi, 286 e seg. Insegnare, non sempre
chi sa iosegnase qualche cosa, sa anche eseguirla, S4, loatabililà
d^emare oeiruomo onde Ba- sca, 183. > Institulore del principe qual
esser deb- ba, 265..— rJii menti un tal nome, 270. InatiluzioD del
principe come abbia a farsi, 264, 265. ' Intellettiva virtù come sì
perfeiioni, 265. lotellelto particolare non può esser ca- pace
delTimmensa bellezza oniver- tale, 300. Intelligcnsa, sua virtù,
365< Intempeianza quanto differente dall’ io- conlineuaa, 253.
Intemperati, e loro infeltcilà loierpTClaTe un delto in senso non In- teso da
colili cheM dice, è cosa gra- liosa, 136, 137. Interpretatiooi
giocose, 147. Intertenersi con chi debba il Corlcgia- no, 1Q5.
Invenzioni molte degli uomini per muo- vere il riso, 120. Invisibili cose
veramente sono, 303. Ipocriti esagitati, 185, 116.— Loro co- stumi
descritti, ivi* Ira aiata la forteaia, 356. Ironie facete, proprie
de* grandi, 143. — Loro doppio uso, ivi. Isabella d* Aragona, duchessa, sorella
del re Ferrando di Napoli, lodata, SOI. Isabella marchesa di Mantova,
lodata, 201. Isabella duchessa d*Urbino, lodata co- pertamente,
243. (Vedi Gonzaga Eli- sabetta.) Isabella regina di Napoli, lodata, 201.
~ Suoi infortuoi accennati, ivi. Isabella regina dì Spagna, esaltata con
somme laudi, 1 99, 217. — Godeva delle burle fattele, i52, (Vedi
Ruota.) Isola Ferma, chi ad essa dovrebbe man- darsi, 220. Istrione
antico, perchb volesse sempre in itcena comparire il primo, 23.
Istrumcnti musicali da 6ato, poco ron« venienti al Cortegiano, 87. — £ meno
alla Donna di Palazzo, i76, Italia avea anticamente il suo abito pro-
prio, 100. — Suo frequente com- mercio con Francia e Spagna, i12. — Per qual
cagion rovinata, 268. — Re dMlalia chi si poteva chia- mare, 271.
Italiani in che più vagliano, 3L — Po- sposero un tempo 1' armi alle lette- re,
38. — Sì confanno più cogli Spagnooli, 112. — Malameute imi- tano i Francesi,
ivi. Italiano nome per quai cagioni ridotto in obbrobrio, 244.
Invidia, si fugge colla medìocrith, i16. Jeronimo, e non Girolamo,
vuol che si scriva 1* Autore, 47. Jeronimo (San) celebra molte sante e
maravigliose donne, 185. Josquin di Pris, musico eccellente, 1 1O. (Vedi
Motletlo.) JuriscoosuUi avari, 211.— Non liti- gano, 139. Juvenale
(Latino), sua facezia, 148. Is Lamenti increscevoU in amore,
232. Latina lìngua si variò in diversi tempi , 44. Latine cose del
Petrarca, non sono molto stimale io paragone delle toscane, 218. Latini,
da chi apprendessero le lettere, i94. Laude, come possa acquistarsi da!
Cor- tegiano, 8ÌL Lavinello. (Vedi Eremita.) Laura del Petrarca, di
quanto beoaiossc cagione, 218. Laurea. (Vedi Giulio Cesare.) i Legge
ingiusta fatta dagli uomini, 159. T«eggi, perche castighino i
delinquenti, 3ÓD. — A qual 6ne debbano indi- rissarsi, 203. — Quando sarebbon
volealieri obedile, 268 Leggere ì fatti degli antichi celebri capi- tani
e imperadori, quanto giovi, Ì!L Leggiadria delle donne, 223<
Legno col volger del tempo impietrisce, 313, 314. Leona, meretrice
ateniese, suo mirabil silenzio, come onorato dagli Ate- niesi, 189. Leona
di bronzo sentz Kogut, cost si- gnificasre in Atene, 189. Leonardo da
Vioci, pitlOM, lodato, 40, 115. Leonico (M. Niccolò) sua gentil ripren-
sione, 142. Lettere, lodate, 56 e seg. — Se sieno più eccelleou che
l'armi, 57. Letto, ec. 132. — Scherzo sopra questa parola pel suo doppio
significato – H. P. Grice: “He was caught in the grip of a vice”. Vedi
Grammatico. Leuconia» (Vedi Ghie donne.) Liberaliik falsa qual siaj S73.
— £ di rarie specie» ivi, — LiheraUtà s’in* segna Ira i Turchi ai fanciulli
nobili^ 43S. Liberili^ supremo dono dì Dio agli uo« mioi| 367. »
Qual sia la vera, 258. Liberta troppa ne’ popoli quanto nociva al
principe, 268. — Segno di libertà perduta dalla maggior parte d’Italia, non
avere abito pro- prio, KKL (Vedi Àbito.) Libertine donne, o sìeno
immodeste, biasimate, Ì7A. Libreria insigne de* Duchi d’ Urbino,
& Licenza ingiusta presasi dagli uomini, d59,m Licurgo
nelle sue leggi approvò la mu- sica, &iL Lingua, in ogni lingua
alcune cose sono sempre buone, — Lingua ita- liana, o volgare: sua origine e
suoi incrementi, Lingue dipartite di fuoco che comparve- ro sopra gli
Apostoli, 301. Liscio, perche ripresa una gentildonna che usava certo
liscio, 136. Lisia Pitagorico ammoniva Epaminon- da, 2AL Litigante,
ciò che rispondesse all’av- versario che l’avea molleggiato di hajare,
1^3. Livio, notalo di Patavinità, 4Z± Lodar se stesso come si possa
onesta- mente, 27. Avvertensa in ciò del buon Corlegtano, ivf. — Lodano sb
stessi molle volle gli uomini ec- cellenti, ivi. ~ Lodarono se stessi '
gli antichi scrittori, ivi. Lombardia, paese di libertà, &A.
Lombardo vestire a* tempi del Dembo, assai curioso c bizzarro, 101,102.
Lombardi, afietlali, 38. Lucchese mercatante, novella cariosa, 129.
Lucnìlo avuto da alcuni per mangiato- re, 2AL Ludovico re di Francia,
lodato, 190. — Suo motto, 138. « Luigi re di Francia. (Vedi
Ludovico.) IH Macchia, tutti abbiamo qualche mac- chia,
lA. Maestà, dee conservarsi dal principe, 270. Maestro, e
necessario nelle arti, e nelle virtù, 26L — Maestri ottimi in tutte le cose si
debbono scegliere, 34. — Debbono considerare essi la natura de’ discepoli,
AL Magistrati, a chi si debbono dare, 258. 2o9. — Magistrali cattivi,
loro er- rori, 260. — A chi si debbano at- tribuire, 267. ^ Magnanimità
non può darsi senza altre virtù, 255. — £ queste quali sie- no, 266.
Magnifico (il), cosi si chiamava Giulia- no de’Medici. (Vedi De’Medici Giu-
liano.) Malfattori perchb castigati, 25Q. (Vedi Leggi.) Malignila
si fugga ne’ motti, 131. — nelle facezie, 1M_. Malvagi, amano d’ esser
tenuti buoni e giusti, perche, 249. Mangiar cose fetide e schifose;
prodezza sciocchissima d’alcuni francesi e ita- liani, 112. Maniche a
corneo. (Vedi Venetiaoi.) Maniera riposata si loda ne’ giovani, ^
90. Maniere diverse di donne, 225. Manlio Torquato perchè uccidesse
il figliuolo, 98. — Non si approva tanto suo rigore, ivi. Mansueiuiìine
conveniente al Cortegia- no, &L — Al principe, 270 — Soa- ve. propria della
Donna di Palazzo, 178. Mantegna (Andrea), piltor celebre pa- dovano,
50. Manina, vescovo di Mantua, c suo bel disegno, 212, 213.
Maraviglia cV alcuno fa ridere, 160. Margherita, figliola di Massimiliano
im- peratore, lodata, 199. Maria Vergine accennata, sue lodi, 186.
Maria (Santa) Maddalena, 301, Maiiano, certo frate faceto, 158. —
Sua piacevolezza accennata, 12iL — So- leva far r elogio della
pazzia, Mario rompe i Tedeschi, i9Si Mario da Volterra, sua facezia, lAL
Maritare, bestialità di alcuni padri nel maritar le figliole, 207,
Marito, orazione dì un marito al senato per ottener licenza di morire a ca-
gìon di sua moglie, Mariti cattivi accennati, iV/.'— Mariti, non sempre
amati dalle mogli, liliL ~ Martiri invittissime accennate. 185. — Maschere,
loro uso e utilità, Maschio e femina intende dì produr la natura, 181. —
Maschio e femina formò Dio gli uomini a sua simili- tudine, i8l*.
Massilia, costanza mirabile di una sua cittadina, 189. (Vedi Cicuta.) Materia,
ad essa s’assomiglia la donna, 183 . Materia di questo Trattato, L
— Stia utilità, Matilda contessa, lodata, fu di casa Ca- nossa,
Ì98. Mattia Corvino re d'Ungheria, lodato, 201. — Batte più volle i
Turchi, 310. Mattonalo, facezia su tal parola divisa, 132 .
Medicina, bella similitudine del modo di dar medicina a* fanciulli, 2A8. Medico
eccellente può darsi senza ch’ab- bia infermi da guarire, 280. —Me- dico solo
serve a molli infermi, 250. — Medici, quali infermità debbano principalmente
curare, ivi. — Me- dici avari, 211. — Scherzo intorno ai medici, 1 39.
Medici (Cosimo de’), sua risposta a M. Palla Strozzi,! 37. — Sua ammoni- zione
dissimulata, -1A7. Medici (Giuliano de’), duca di Nemours, detto il
Magnifico, 2A1. ~ Lodato, 2i — Protellor delle donne, 140. 464. — Sua facezia.
(Vedi Oolpino.) — Sua modestia, 169, 171. Medici (Lorenzo de’), suoi detti,
141. Mediocrità, le virtù sono mediocrità, 274. — DifRcile a ritrovarsi, iVi.—
— Mediocrità non soggiace ad in- vidia, 116. — Mediocrità nel gio- car agli
scacchi più laudabile del- raccellensa, IMi (Vedi Spagnuoli.)
381 — Mediocrità ne’ sudditi, molto giovevole al principe,
268. Meliolo, burlator celebre, ió8. Memoria, le cose che
risvegliano la me- moria de’ gustati piaceri, sono gra- te, li, Ih.
Mercatanti debbono essere ajutati dai principi, 275. — Mercatanti giudi- siosi
imitar deve chi pensa di disco- starsi alcuna volta dai comandi del suo
principe, 9ÌL Mercurio quali virtù recasse in terra, secondo le favole,
249. Meretrice publica come potesse liberare un condannato alle forche,
iiò. Merito e la vera via d’ ottenere i favori dei princìpi, — Meriti
come debbano essere rimunerati dai prin- cìpi, 268. Messa frettolosa,
facezia d’un prete, 149. Metafora, lodevole, 46. — Metafore ben
accomodale e loro uso, 137. — Me- telino, Francesi uccisi dai Turchi a
Melelino, 310. Metrodoro, filosofo e pittore, 68. Michele (San).
(Vedi Cavalieri.) Millantatore cavaliere come fosse morti- ficalo da una
dama, 22^ Minacce alle volle fanno ridere, 150. Minerva quai musici
istrumenti rifiu- tasse, 3L Ministri buoni. (Vedi Principe.)
Minuzia non si dee chiamare cosa alcu- na che possa migliorare un princi- pe,
274. Miseri non si motteggino, toltone un sol caso, 122. Mitridate
teme la morte più che non la temesscr sua moglie, e le sue sorel- le,
illL Modestia nel Cortegiano, lodata, 37, 59. — Sola non fa Puomo grato,
^ — Non diventi rnslicità, ivi. Moglie brutta motteggiata, 13iL — Mo-
gli. (Vedi Communilà, cc.)— Mogli cattive accennate, 190. Moisè, rubo
ardente da esso veduto, 30 J . Molar!, capitano, come motteggiasse il
Peralta, 148. Molli di carne, atti della mente; assio- ma filosofico,
ISO. MoUiludine, naturalmente ha odore del bene e del male, h. (Vedi
Valore.) Mondo h ana pittura» &L Deacritto come bello» 28X> ^
Mondo piccolo li dice Ttiomo, ivi» MoBtefeltro (di). Donne iniigni di
que- sta famiglia accennate» 193. Monte6ore, osteh^t» 161. Monte
(Pietro), lodalo, 34, 171. Mò quarta sera» ciob ora è la quarta
stroj 372. Morali virtù non sono totalmente da satura» 350. — Come ai
perlesioni- no, 364. Mordacità eccedente dee fuggirsi» 125. Morello
da Ortona» cavatier mollo vec- chio, 3H5. Suoi scherxt e bisaar- Tie, 288, S89,
295, 296. Mori e Turchi troverebbero la lor sa- lute nella propria ruina,
221. (Vedi Torchi.) — Morì uccisi in grandis- simo numero dagli Spagnoli per
causa di chi» 213. Morte» che facciano alcuni per panra di essa»
811. Mosca» fu lodata eoa un libro intero da certo iogegnoso scrittore»
^ Moscovia produce quantità di sibeUiui, 429. Motteggiare all’
improviso è più conve- niente» che dopo d’ avervi pensato sopra» 161.
Mottetto non istimato prima che si sa- pesse essere composizione di Jo- aquin d
i Pris, llQ. ( Vedi Josquìn.) Motti. (Vedi Detti, ove ns ha gran co- pia,
ed anche Novelle.) Motti di due sensi, quai sieno, 123. — . Molti
ridicoli onde nascono, 124. Musica lodala, 62, 63. — Sua fona, tVi. ì)
proìialnTe che sia grata a Dio, È di molta consolazione, ivi. Conviene al
Coitegiano. 62. — Quando oprar si debba, 8^ — Qual sia la più lodevole,
ivi.-— Suo difetto, ìli. Musico deve esser roomo ben discipfi- nato.
(Vedi PUtooc ec.) — Musico eccellente divenuto pessimo poeta, 445. — Musico
quaodo diletti t si stimi, 38. Muiation di Stato da quai cagioni ori-
ginaU, 268, 269. N Napoli abonda di vestigi di grandi edi-
6cì degli antichi, 271. — Due re- gine di Napoli di gran virtù accen- nate,
2QQ. Narrar facesse come' sì debba, 433. Nascono per lo più i buoni
dai buoni, 24, Naso, facerìa troppo acerba intorno ad un seusa naso,
3iL Natnra, e sua propnetb, 479. — Dee seguirsi nello scrivere, 52. Legge
di natura qual sìa, 263. ~ Sempre la stessa, e sempre diversa nelle sue opere,
312 e legg. Nave che parte dal porto comparata alla vecebiaja, 74. —
Bella similitudine d’uoa nave colla ragione» 252. — £ d’un governator di nave
colla stessa, 255. — Navi» perchè abbru- ciate da certe donne Trojane presso
Roma» 494. Nero colore, abiti di color nero» o ti- rante al nero» più
convenienti nel vestire ordinario » 4Q1. Nerone, congiura contr’esso
accennata» 4 89- Nicoletto, buon 61osofo» ma niente in- tendente di
leggi, sua opinione con- traria ad una di Socrate» 444. — Suo detto, 438,
439. Nicolao V, papa, scherco su una sua in- scrizione» 124.
Nicostrala» madre d’ Evandro» mostrò le lettere ai Latini» 494. Nobile è
tenuto a operar virtuosamente» . — Nobili molti vinosi» 24. — Consiglio de’
nobili qual esser do- vrebbe» 366 — Nobili in che ma- niera debban giocar coi
villani, 84* — Nobile sia il Coclegiano» 23. Nominar con oneste parole
una «oae vi- giosa è modo faceto, 146. Novelle, del Proto da Lucci, 434.
— D'un giocatore che si crede dive- nulo cieco, 464.— D'wn frate 6nto cita da
burlato divenne burlante» 466. — D’ uno che la creduto pas- to, 457. ^ D* un
lai Poniio, che involò ad un cootadino un psjo di capponi» 458. — D’una tal
Gam- ma» che ptrir volle» a fece perir di I
TelcDO il tuo tmaotc uccuor del di lei marilo, per acrLarsi a qnrtlo fé*
dele 1 90 e aeg. — Dì Madoona Ar- geDtiaa, che mori d'improviso per rallegreiia
d* avere a riveder il ma- rito gt^ ichiavo dei Mori, . — Di rara onesta io una
giovane don- na» 2U7. E d* altre due don- ' aelle, SU2, — E d* altra, 21i
— D*uoo che volea farsi pagar roste- ria dalla sua ionamorata, Novità,
sempre cercata dagli uomini, L. Noaxe, costume io esse degli antichi,
m. Numeri nello scrivere donde nascano, bl. O Obedire è
tanto naturale, utile e neces- sario, quanto il comandare, 258. — Obedito è
sempre chi sa comanda- re, Obelisco intorno a* sepolcri cosa signi-
6cassero presso certi antichi, 2G3. Occhi della nrente da latti si hanno,
e da pochi si adoprano, 300. — Quan- do divengano acati e perspicaci,
iVi. Occhi, loro efficacia, 229, 230. — Di- versità, jVi. -^Guida in
amore, ivi. — Occhio infermo guasta il sano, fW.— Novella di uno che avea per-
, duto un occhio, 146, 147. Odio contro gli scelerali aiuta la giu-
itisia, 265. Officìi, scherto gentile su questa paro- la, IMt
Oglio, fiume che passa accanto Ga- zuolo in Mantovana, in esso perchb si
gitiasse una fanciulla, 212. (Vedi ConladinellaO Olimpici giochi dove si celebrassero,
IfìS. Omero in che imitato da Virgilio, 44.— Venerato da Alessandro, ^ —
Formò due uomini eccellenti per esempio della vita umana, e quali, 281. (Vedi
Achille. Dlisse. Fenice.) Onesta delle donne non a’ofienda, 159, 164. ~
Come ss scuopra, 174. Quanto si stimi, ivi. — Amata piti della vita da alcune,
2ll. Optra migliore che possa Carsi dal Cor- tegiano qual sia, 248.
i Operaaiooi,ds varie sorte, 102, 1Q3. ^ Per esse si vico in
cogomone del valore di chi la fa, ivi. Opinione, credesi alle volte pim
all* at- trai che alla propria, i 1 6. Opinione, facctie fuor d’ opinione
qual sieno, 132. (Vedi Inganiiare.) Oratori diversi tra loro, benché
tutti perfetti, Orasione del Bembo allo Spirito Santo, 302.
Orazione d* uno annoiato si della mo-« glie, fin a voler morire di veleno,
accennata, 190. (Vedi Marito.) Oraaio riprende gli aolicbì per aver
troppo lodato Plauto, 44. Ordine, cose dette fuor d* ordine fanno ridere,
150. Orièo, sua senteosa intorno a Giove, 182. Orma di Dio si
trova nella conlenpla- lione, 300. Osca lingua, affatto perduta,
Oscenità nelle facezie detestata, 140. Oscurità nel parlare si dee
fuggire, 42. « Nello scrivere, alle volte apporta grazia, 4^ 41* Osteria,
curiosa novelletta d* un amante che volea che gU fosse pagata l’oste- ria dalla
sua amata, 234. (Vedi Sciocchezza d’un genliluono.) OstinasioDC propria
delle donne, 18$. Ostioaaione tendente a fine virtuoso si dee chiamar
costanza, 189, Ottavia, moglie di Marc* Antonio, e so- rella d* Augusto,
lodata, 187. Ollimati, sorta di governo, 257. Ottomaui (Gein), suoi
detti, 138. Ovidio, gran maestro d'amore, 235. Alcuni costumi rozzi
de’suoi tempi, ivi. Olio, e suoi mali, 264. p Pice ^ io se
buona, deve essere il 6oe della guerra, 263, — Disordine ebe suole avvenire io
essa, 263. — Il suo fine è la traDijuillìlb, ivi. — Principi gloriosi in
guerra, perchè vadano in ruioa in tempo di pace, 263. 2Cè. Padoa^ il
Podestà diipeosava antica* mente alcune letture di quello stu- dio, HA. (Vedi
Campanile.) — Ve- ecovo di Padova. (Vedi Della Torre.) PalaiBO publìco
d*Urbioo^ il più bello di tutta Italia, S. Palatao (Donna di). (Vedi
Donna dì Pa- iatto.) Palatto (Uomo di ) per Cortegiano. (Vedi
Cortfgiaoo.) Paleoito (Annibale). (Vedi Gramma- * tico.) Faleotto
(Camillo), Ì35. — Suo detto, iU. Palla, gioco conveniente al
Cortegiano, ìiL Pallade, lodata, <9A. Pallavìcino
(Gasparo) , propone il I giuoco, ciob di qual virtù vorrebbe chi ama che r
amata sua fosse più adorua, e qual vitio in lei più do- vesse comportare,
supposto che di tutti priva nou potesse essere, iA. — Nemico delle donne,
Gran guerriero, i63. — Lodato; sua morte immatura, 2AQ. Panetio ammoniva
Scipione, 2i7- Parì,cooversatione co* pari più frequen- tata di tutte,
SiL Parlare, ciò che ad esso si richieda, Hl. — Teiera alcune cose che
aborrisce lo scrìvere, ^ Bellissimo e quello che e sìmile alle belle
scrit- ture, 40. — Onde nasca la buona consuetudine di esro, 4&. — Parla-
re e scrìver bene deve il Cortegiano, 42. — Di che debba parlare, ^ M. — Come
la Donna di Palano, 175. Parmegiana, o sia distretto di Parma, prodessa
d*un gentiluomo nel fatto d’arme che ivi sifececontra il re Carlo, 114.
Parole senta le sentente, dispretzevoli, 44. — Detto di Cicerone, iei. — Lor
mutamento, Parole di diverse naiiooi usate dal Boccac- cio, ^
Passioni perche date a noi da natura, 24 , Patavinilà ripresa in
Tito Livio, 42, Patria come debba amarsi dal principe, 267, 263.
Patria universale, voleva Aristotele, che Alessandro facesse
divenir tutto il mondo, 2SI . Pavia. (Vedi cardinale di Pavia.)
Paolo (San) a che paragonato, 126. Rapito al terso cielo, 304. Paolo
gentiluomopisano,come liberasse Tommaso suo padre dalle mani dei Mori,
193. Paura vana cagiona il riso, 153, Pattia delle donne in che si
conosca, 275. Pattie diverse, 14. Patti, divenuti tali in gratta di
Dio, secondo 1* opinione di fra Mariauo, si salvano sicuramente, i4«
Patti CRafaello De*), sua giocosa inter- pretazione, 147. Peccare procede
quasi sempre da igno* ranza, 253. Pedagoghi buoni, cosa insegnino a* fan
ciutjj, 251. Peggiori (a*) sempre s’attaccano le don- ne, HO. Peleo
padre d* Achille, 281. Pentirsi, detto di un tale, che non com- prava si
calo il pentirti, 211. Pepoli conte, discepolo del Beroaldo, 134.
Peralta capitano, motteggiato, 148. ^ (Vedi Molari. Aldana.) Perdonar
troppo a chi falla,è iogiurioso a chi DOD falla, 33. Perfesioor, chi più
ad essa s’ avvicina, è più perfetto, — Quanto sia dif- Beile a conoscersi, 2L —
Di tutte le cose, non ti trova nella natura umana, 113. Pericle, sua
contìnensa lodata, 204. Oppugnata, 210. Persia, ambasciatori del re di
Persia presso Filippo, quale pronostico facciano di Alessandro fanciullo,
319. Persiana spada di Dario acrommodata allaMacedouica prima ch’egli
com- battesse eoo Alessandro, cosa pro- nosticasse, 100, 101. — Persiane donne
col riprendere i loro nomini fuggitivi per la rotta di Ciro, sono cagione di lor
vittoria, 197 . — P er- siani geatiluomioi, mollo gentili, 170.
Persuasion falsa di sb stesti, un de’mag- giori errori de* pTincipi, m
Pe«le 1» più mortile >l mondo qual sia, ^17. Peste per dicci
anni tenuta lontana da Atene per messo di chi, mi Festireri
alle cittù qnai sienojloro ca- stigo, SÓQ. Petrarca e Boccaccio, usarono
parole oggidì rifiuUte, 42. — Se fossero stati sivi a’ tempi dell’ autore,
avrebI>ero tralasciato d’usar molte parole, 4S. — Non si debbono soli
imitare, ùL Petrarca si rese immortale coll’avere in grasia di Laura
scritto, in lingua volgare, il suo Cansoniere, 21S. — Suoi versi in lode delle
lettere, . — Acutamente interpretati, 61. Piacer falso qual sia, 286. —
Piacer vero è sempre buono, 262. Piasse d’ Agone in Roma; in essa si fa-
cce un’ annusi festa a’ tempi del- l’autore, 246. Pietà verso Dìo quanta
necessaria nei princìpi, 267. Pietro (San), suo tempia in Roma da chi
rifabricato con gran maguiflcen- «, 211 . Pii (Emilia De’), dama di
grande spi- rito nella Cotte d’ Urbino, il. — Ordina che si propongano i
giochi, 43. — Donne valorose di quella casa accennate, 198 . Piccinino
(Niccolò), tuoi detti celebri accennati, 16. Pierpaolo, aOfetlato nel
dansare per troppo studio, 36= Pigmalione s’innamorò d* una statua
d’avorio da lui formata, 172. Pindaro, discepolo d’ uua donna, 164.
Piramidi d’Egitto, e loro origine, 264. Pisane donne, lodate, 201. —
Celebrate da’ poeti, ivi. — Pisani gutrreggia- no co’ Fiorentini, 127.
126. Pistoia, cognome d’uno che scherxa con fra Sera6oo, 139.
Pitagora sentiva nella musica certa di- vinità, 88 Come ritrovasse la
misura del corpo d’Èrcole, 168. Pittori, molto stimati dagli antichi, 64,
61 e seg. Pittori tra se diversi, ticnchè tutti per- fetti nella lor
maniera, 60. Pittura quale esser debba, 37. — Se aia più nobile
della scultura, 64, 6ò, 66,67. — Sua utilità, ivi . — Deve in- tendersi dal
Cortegiano, ivi As- sai stimata dagli antichi, 61 e seg. — Chi non la
stima, è privo di ra- gione, 66. — Pittura, similitudine di essa, 46. 31.
Platone, fu perfètto Cortegiano de’ re di Sicilia, 281. — Assegna alle donne la
custodia delle città nella sua Re- pubblica, 178. — Esso ed Aristo- tele
vogliono che roomo ben disci- plinato sia anche musico, 63. Plauto,
troppo lodato dagli antichi, al parere di Orario, 44. Poemi greci e
latini , nati per cagion delle donne, 218. Poetesse insigni, accennate,
ISO. Poeti che paiono e non sono 61oso6, 114. PoliRlo, parole di
esso troppo ricercale, 233. Pompe in ogni genere di cose debboDSÌ
reprimere dal principe, 216. Pontremolo (Giovaii-Luca da). Auditor di
Rota, motteggiato, 148. Ponzio scolare siciliano in Padova, gran
burlatore, 158. (Vedi Campa- nile.) Popolar Consiglio dovrebbe
istituirti, ed a qual 6ne, 266. — Popolare amministrazione; sorta di
governo, 207,268. Popoli buoni, indizio del principe buo- no, 26fl.
— Popoli, come debbano amare il principe, 261. Porcaro (Antonio),
136: Porcaro (Camillo), molto gentilmente loda M. Antonio Colonna,
137. Porcia, figliuola di Catone, e moglie di Bruto, lodata, 187.
Porta (Domenico Dalla), Auditor di Rota, motteggiato, 148. Portamenti
delle donne, diversi, 225. Porte, che parlavano senza lingua e udi- vano
senza orecchie, facezia, 123. Porte XI sono in Firenze; si propose una
volta di farne altrettante, de chi e perchè, 128. Porto, abonda di
vestigi di gran fab- briche degli antichi, 271. Potenti non si debbono
motteggiart, 122, 161. 53 '■ Potrnia, nolle rote puramente
naturali prerede 1* operaiione. 251 . Potrnta dc’tudditi, nociva al
principe, 268. ~ È più facile impedirla da principio, che cresciuta reprimerla,
369. Povero importuno che diede occasione a tre diversi moUtf i.22.
Poverlli de^ sudditi, nociva al principe ed al governo, 268. Povxuolo,
ahonda dì vestigi dell* antica magnificenza, 271. Precelli, mollo
giovano, 80. rrefello di Roma, sopraginnge nella Corte d’Urbino in tempo
di rpiesti ragionamenti, 70. — Lodato, /t»i, 241. — Suo motto, 149. (Vedi Bella
Rovere Francesco Maria.) Preghiere degli amanti debltono esser modeste,
229. Prelato che pensava scioccamente d’es- ser grandissimo di statura,
ciò che facesse, '141. — Prelati avari, 211. Prelibato, termine forense,
che significa sopraccennato j suddetto , preso goffamente da un fiorentino
forse per qualche gran Prelato, Presenza de’priocipi è spesso necessa-
ria, 262. Presuntuosi, per lo più favoriti da'prin- cipi, 95.»^
Presuntuosi che voglio- no giudicare di ciò che non sanno, ^89.
Presunzione afièltata d* alcuni, IQQ. Prete. (Vedi Messa.) — Prete da
Var- lungo innamoralo della Belcolore, 4 24 Prete di villa come molteg- gialo,
136, LS2. Primo dee procurar di comparire nelle publichc feste il Cortegiano,
82. Principe, condizioni in esso richieste, 270 e seg. — Cose a lui
convenien- ti, toccate sommariamente, 2ti6 a 271. .— Cure e cogniaioni allo
stesso necessarie, 2 75 e seg. — Principe buono qual sia, 273. — Quanto sia
giovevole al mondo, 218. (Vedi Squadro.)— Principe cattivo quanto Boccia, iW. —
Quando ti conosca incorrigìbile, dee abbandonarli dal Cortegiano, 28S. — E
perchè, ii»r. — Principe . elegger buoni minUlri è proprio uflTicio di esso,
200. — Virtù de* principi necessarie, fW.— Convenienti, 24^. — Con
esso dee principalmente conversare il Corte- giano, 9JL — F come possa in ciò
essergli grato, ivi. — Principe ma- scherato come debba portarsi, 8^—*
Principi, aborriscono per lo più d'udire la schietta verità, e però nel
porgerla loro si richiede gran de- streaza, 247. — > Di che cosa abbia- no
essi più bisogno. 245. — Loro Principal incumlienta, 260.— Prin- cìpi cattivi e
ignoranti, peggiori di certi colossi fatti di stoppa e di stracci, e perchè,
246. — Principi eccellenii quanto sien rari, 27fiL — Principi, quando sono di
buona na- tura, facilmente s'instituiscono, 279. ProcQste, biasimato, 271
. Profession di colui con cui si parla, at- tender si dee, 83.
Prometeo, qual sapiensa fingasi die ru- basse a Minerva e a Vulcano, 249.
Propinqui come debbansi amare dal principe, 268. Prospcrilè de* principi
da che dipenda, 267. — Prosperiti, perieoU di essi, 264. Proto da Lucca,
sua novella, i 34. Proiogene. perchè biasimato da Apellt, 37 . (Vedi
Demetrio.) Provenzal lingua antica non a* intende dagli stessi paesani,
48. Prudenia che cosa sia, 256, 267. — Corregga la mala fortuna, 267. —
Necessaria a tutte l’ altre virtù, 274. Prudenza del Cortegiano, i L3 e
seg. Publio Crasso Muziano punisce troppo severamente un ingegnerò,
09. Pudicizia nelle donne quanto sìa lau- dabile, 205. — B più commune io
esse che negli uomini, iw. — Per quai cose spesso da esse si venda stoltamente
e vergognosameote , 276. Puglia, come si risanino colè gli ata- rantati,
ovvero morsicati dalla ta- rantola, lo. 9 Querrle, il Corlfgimo
derViMre in- teodeote dille querele die iniorgoDo tra i nobili, iiiì. Quartana
febie, lodala con un libro, da un ioge($DOSO scrittore, Quattro viole da
arco, musica di esse lodata, R Rafaello d’ Urbino, eccellentissimo
nella pittura, ^ fifì- — Sua risposta acuta e libera a due cardinali ,iA5,
lAfi. Ragione umana, sua maravigliosa fer- ia, 2^ — Aiutala dagli
atì'elli,2S&. Cura che di essa dee prendersi, gfiS. — Sua legge
come sempre debba osservarsi dal prìncipe, IGIL Rangone (Conte Ercole)
discepolo del Beroaldo, i36. Ratti, perchè odiali dalle doone, que-
stione proposta da fra SeraSoo, jUL Re di nobile stirpe, qual dovrebbe
es- sere, aiutato da un perielio CorU- giano, 259. Re di Francia e di
Spagna, lodali, 112, d07 e seg. Regina perfetta più facile a formarsi,
che una peifelU Corlegiana, 171, 172. Regnare, più contrastar dovrebber
gl* ignoranti principi per non re- gnare, che |>er regnare, 346,
Regno, se sia migliore della republica, 256. Religioso, cioè pio, deve
essere il prìn- cipe. 2fiL Rcmuncraiioni fatte da’ principi quali esser
debl>ano, 26S. Republica. T[Vcdi Regno.) Ricchetze eccessive
cagionano gran rui- oe, 36& Rìcreaiione,cefcata da tutti gli uomini,
4 20 . Ridere, far sempre ridere non si convie- ne al Cortegiano, 121.
(Vedi Riso.) — Ridere senza proposito provoca il riso altrui, 15Q.
Ridicoli. (Vedi Molli.) Riposo, dev’essere il 6ne delle fatiche,
262. Rspiendere, senza parer di ciò fare, è grazioso, 142.
Rìsgttatdi utilissimi che debbono avcjsi dai principi, 270, 271.
Riso, quanto sia proprio dell* uomo, 120.'— Dee muoversi a tempo, i2i. —
E ditCcile a saper cosa sia, ivi. Rispondere al contrario, leotamente, e
con certo dubbio, provoca il rìso, 150. — * Rispondere airimprovUo
motteggiando, è più conveniente, che dopo d’aver ben pensato, 161. (Vedi
Motteggiare.) Rispondere al non detto, fa ridere, 149. — Rispondere
altramente di quello ch’aspetta l’uditore, è la sostanza delle facezie,
150. Risposta argutissima d’una dama ad un cavaliere millantatore,
2L Rivali, come debbano trattarsi; scher- zo, 2(5(5. Riverente e
rispettoso dev’essere ilCor^ tegiano verso il suo principe, 92 e seg.
Rizzo (messer Antonio), suo detto di- screpante, i48. Roberto da Bari,
eccellente nel contra- fare, 124. — Affettato nel danzare per troppa
sprezzalura, 36.— Morto giovane; sue lodi, 241. Rodi. (Vedi
Demetrio.) Roma, tradita da Tarpea, s’acrciina, 496. _ Moderna,
f'iacissima di re- liquie di grandi edi6ci degli antichi, 271. — Già regina del
mondo, ora non si nomina che per la religione, 314. Roma si chiamò una
donna, capo di al- cune valorose Troiane, 194. Romana giovane morta
gloriosamente per difesa della sua caslitè, 213. — Romaua republica molto
aiutata da Cicerone, 1^6 — Romane donne. (Vedi Abbracciare.) — Romani ciò che
facessero per tenere il popolo al- legro, 120. 121. — Loro magnifi- cinza nel
fabricare, 211. Romolo, sue imprese aeoeonate, 193. Rovere (Signora
Felice Della), sua mi- rabile dflil>erazione per conservare la caslitè,
214. Rovere (Francesco Maria Della), Pre- fetto di Roma, e poi duca d’
Urbino, lodalo, 241. (Vedi Prefetto di Roma.) Rota, magistrato celebre in
Roma; in- dtizzar la Rota volea il p.ipa con due gobbi; curioso scherzo,
IM. BuoUt belli complritionc d' ani raota con Iialiclla Tcgina di Spagna ,
20U. Rusticità non dee diventar la modestia, 96. S S, lettera
gerog1i6ca, portala in frante dalla duchessa d’ Urbino, 17. (Vedi
Aretino.) Sabine donne, come giovassero all’ au- mento di Roma, 195,
196. Sadoleto (M. Jacnmo), suo ingegnoso motto al Beroaldo, 166.
Saffo, poetessa eccellente, 194. Sagacit'a nelle donne piace ad aicnnt,
225. Saguntine donne, lodale, 198. Sallaaa dalla Pedrada, suo
gentil mot- to, 137. Salomone, sua Cantica accennala, 218.
Sannataro, vario eOfeUo che cagionarono certi versi recitati come del Sana-
caro, quando si scoperse che non erano di lui, 110. Sanese, suo detto,
140. Sanesi, motteggiati, 127. — Si danno sotto la protezione dell’imperatore,
140. San Leo, fortesza perdala, scherio in- torno a tal perdila,
144. Sansecondo (Jacomoj eccellente in can- tare alla viola, 120.
Sanseverino (Galeaaso), lodato, 34. Santacroce (Alfouso), sua facesia,
142, 143. Sapere, à l’origine del parlare e scriver Irene, 45. — Sopra
tutte le cose è desideralo dalla natura, 56. Sapienza artificiosa qual
aia, 249. — E qual la civile, ivi, Sardanapali infioili ai trovano al
mon- do, 202. Sasso, sua natura, 250. Saturno, età d’oro che
fingesi essere stata a' tempi di lui, come si po- trebbe far ritornare,
256. Scacchi, mediocrità nel saper giocare ad essi, più lodevole della
eccellenza, 106. — Corlume di chi gioca a scacchi, 130, 131, (Vedi Scimìa.
Spagnoli.) Scelerali non muovono a riso, 122. — Non si motteggioo, 151,
Scienza vera qual sia, 253. Scìmia che giocava eccellentemente à
scacchi, descritta, novella eraziosa. 130,131. Scioccherie di alenai che
per esse si sti- mano buon compagni, 111. Sciocchezza fingere, modo
facèto, 144, 146. Scìocchfsza di certo cardìoal giorané, 8ijSò. — -D'un
gentiluomo amalo da una gran tignorai SI54 (Vedi Oiterìa.) Sciocebetae nelle
fare- aie lunghe ai fuggano, d31. Scipione Africano ironicamente faceto,
143. — Sua continenza, 2Qi, 206. — Oppugnata, 209. — Negata Ha alcuni acriltori,
iVi. — Tenuto per sonnolente, 247. — GuslaTa delle ammoniaioni di Panetio,
rW. Scipione Nasica ciò che rispondesse ad Ennio, i45. Scirooe,
biasimato, 271. Scizia, suoi ederati abitatori, 28S. Sciti, lor
barbaro costume, 263. Scrittori, da chi ti conoscano, 58, 59i — »
Scrittori antichi, in che consista la lor differenza, 62. — Diversi da Cicerone
io alcuni termini, 63. Scrittura altresì aborrisce le parole che si
fuggooo nel parlare, 39. Scrivere, quali utilità apporti, 58, 59* —
Scrivere e parlar bene deve il Cortegiano, 42. In che consista lo scriver bene,
3. Scultura te sia più nobile che la pillu- ra, 65. — Sua difficoltà, 66.
— Non può mostrar molte cose, iW. Scurrilità dee fuggirsi dait
Cortegiano. i69. Secretezza in amore quanto giovi, 23l. Secreto
come debba tenersi Vamore, 235. Sedulilà, propria delle donne, 480.
Semiramis, lodata, 202. Semplicità nelle donne piece ad alcuni,
225. Senile età, inette a gustare i piaceri, 74. Senocrate, sua
continenza, 204. — Ne- gala, 209, 210. — Dedito aH'alj- briachezia, ivi.
Seoofonte emmonitore dì Agesilao, 247. — Sua sentenza, 207. Senso, suoi
errori nel giudicare, e suoi danni, 286. — Ne giorani e polca- UsMino,
9S7. — Sensi che tengono poco de) corporeo nell* uomo, quei sieno, S95.
ScraSno (Frate) propone il Iti gioco, perebÀ U donne abbiano in odio i Titti, e
amino le serpi, 16. •— Bur* latore faceto. 158. Serafino, medico
Urbinate, novelletta di esso, e d'un contadino, 146, 147. Serafino,
molleggialo per esser simile ad una valigia, 139. Serpi, perchè amate
dalle donne, 16. — Servi naturalmente quai sieoo, 958. — Ad essi è
più utile TubbU dire, che il comandare, iW. — Ser* vi, non debbono essere oiiosi,
anti- co proverbio, 264. Servire a* principi fin a qual segno si
debba, 97. Servitù troppa ne* popoli quanto noci* va al principe, 267,
268. Sesto Pompeo spettatore in Massilia della meravigliosa costanaa d’
una donna, 189,190. Severi uomini debboosi obedire appun- tino, 99.
Sibille, lodate, 194, Sicilia, giè congionta all* Italia, 313.
Signore veramente degno degli uomini in terra qual esser dovrebbe, 257.
Signori che intervennero a* ragiona- menti del Corlegiano, enomerali, 12,
13. Signori bnoni debbonsi eleggere da ser- vire, 96, 97. ~ Signori,
favoriscono alle volte chi non lo merita, 25. Signoreggiare è di due
modi, 268. Simnlatìone de11*aDÌmo impossibile a conoscersi, 104.
Sinalto maravigliosamente amato da Camma sna moglie, 190 e aeg. Sinorige,
iofèlice esito de* suoi amori Terso di Camma, coi ucciso avea il marito
Sioatto, 192. Socrate vecchissimo impara musica, 62. ^ Sente in essa
certa divinilè, 88. (Vedi Pitagora.) — Si diletta delle ironie facete, 143. —
Ama Alcibia- de, 909. — Si maraviglia presso Platone che Esopo abbia
tralasciato certo Apologo, 76. Sofl re di Persia, sua Corte lodata,
170. Sole, bella similitudine d*un raggio di sole, 285, 286.
Sonetto dell* Unico accennato,i7.(Vedi S.) Spagna, costume di
Spagna e d* altri luoghi, 145. Spagnoli lodati, 112.— Loro abilita, 31. —
Maestri della Cortegiania, 95. — Gli stimati sono modestissi- mi, 96. —
Eccellenti nel gioco de- gli scacchi, 106. (Vedi Mediocrìth.) — Buoni
motteggiatori, 117. — Per cagion di chi uccidessero tanti Mori 218.
Spagnolo. (Vedi Diego.) Spartane donne, lodate, 198. Sparvieri.
(Vedi Giovanetti.) Specie nmaoa senta donne noopoò con- servarsi,
181. Speransa nutrisce amore, . — Spe- rante di cose disoneste dee
levarsi affatto dalla donna amata all* aman- te, 224. — Sperieosa perfetiooa il
gindìcio, 73. Sposalitio del mare si fa in Veneaia il giorno dell*
Ascensione, 128. Sprettalura lodevole qual sia, 37. — La troppo affettata
si biasima, 36. Squadro degli architetti comparato al buon principe,
260. Stadio di quanti piedi sia, 168. Stagira, patria d*
Aristotele, da chi • per qual cagione riedificata, . Statue di vani
metalli fecero gli antichi per onorare i celebri capitani, e per istimolo alla
loro imitaaione, 248. Statura più conveniente dell* uomo e del Cortegiaoo
qual sia, 29. Stefano (San) vede i cieli aperti, 301. Stile, donde
nasca, 53. Strascino, buffone, 125. Sirozti (Mesier Palla), ina
minaccia a Cosimo de’Medici, 137. Studii del Cortegiaoo, . Sudditi
buoni, rendono grande e felice il principe Che essi sieoo più savii di lui, è
cosa perniciosa e difforme, 246. Superbia dee fuggirsi dal Cortegiaoo,
113. Superstitioni deefuggir il principe, Suspition di ridere, i motti
che in sè la racchiudono, sono arguti T Tjcìlurnità con maraviglia
(a ridere^ iòO. Tacilurnit^ di Leona meretrice, come significata dagli
Àteniesii . — (Vedi Leooa di bronzo.) Tar(>ea, si accenna il suo
tradimento di Roma nella guerra di Tito Tazio> Tatto – H. P. Grice on G. N.
Leech, ‘Be tactful” --, non e a proposito per fruir la bellezza, 264.
Tedeschi, superati da Mario, H96. (Vedi Germane.) — Tedesco come sala- tasse il
6eroaìdo,e come da esso ri» salutalo, 135. Temistocle, suo detto intorno
a’ vecchi, 74. — Sua bella sentenza, . Temperanza libera da ogni
perturbazio» ne, a aual sorta di capitano compa* rata, — *È virtù perfetta, ivi. — Dovrebbe
possedersi da* principi, ivi. Da essa nascono molle vir» lù, 255. Tempo,
giusto giudice del merito degli scritti, 5. — > Scuopre d*ogni cosa gli
occulti difetti, ivi Tempi passali, lodati alle volte non senza errore Teodelioda
regina de* Longobardi, lo» data Teodora, greca imperatrice, lodata Teofraslo,
conosciuto forestiero io Ale» ne per parlar troppo ateniese, 4. Teologi,
scherzo inloroo al medesimi, 138. Terra scavata nel far i
fondamenti del palazzo ducale d* Urhioo , dove s* avesse a riporre per sciocca
opi- nione di certo Abbate, . Tesauriero. (Vedi Dio.) Teseo,
lodato, 271. Tevere, ove il Tevere entra in mare, vennero dopo la guerra
alcuni Troia- ni, . Timidità, alle volte cagiona il riso, — Timiditli, nelle donne onde na- sca, .
Timore de* buoni prìncipi 4 per li po- poli, non per ab stessi Tirannide, è il
pessimo de* tre governi mali, 258. I Tiranni, deieslalt, Temono per
loro, non per i saddili, 261 . Tito Tazio, re de* Sabini, lodato, . (Vedi
Tarpea.) Toisoo d*oro. (Vedi Cavalieri.) Tolosa (Paolo),
motteggiato, . Tomiris, regina di Scizia, lodata, . Tommaso,
gentiluomo pisano, schiavo de* Mori; come lìl>erato da un suo figliolo , e
quanto amato dalla mo- glie, . (Vedi Argentina.) Torello (Aolonto), sua
facezia, . Torneanvenii, come in essi debba dipor- tarsi il Cortegiano, .
Torre (Marcantonio Dalla), sna novel- letta, . Toscane parole antiche
rifiutate, debbon- si fuggire dal Cortegiano, .— To- scane voci quai sieoo da
tralasciar- ti, secondo il Castiglione, . Toscani, acuti nc* motti e
nelle facezie, 117. Tradimenti anche amorosi si dannano, .
Traditori de*piincipi, accennali, . Tranquillila, 4 il fine della pace,
2u4. Trofeo della vittoria dell* anima qual ! sia, 202. Troia
perchè resistesse diecianni a tutta Grecia, . — Huina di essa da chi cagionala,
. Troiano cavallo comparato colla Corte d* Urbino, 241. — Troiane donne
come influissero alla grandezza di iloma, 19i. — Troiani si dispersero dopo la
guerra, ivi. Tromlietta, lepida risposta d'un di co- storo, .
Trombone, suonalor di esso perchè lo- dalo da un goffo Bresciano Tullio. (Vedi
Asino.) Turchia, il Castiglione esorta il re di Francia a muoverle
guerra, 309 e « 8 * Turchi, cosa più stimino nelle persone grandi tra di
loro, 138. Battuti più volte da Mattia Corvino re d’ Ungheria, . Turchi c
Mori troverebbero la lor sa- lute nella propria mina, 272. (Vedi Morì.) —
Guerra contra di essi de- siderata, e Iodata, ivi. Turco, sua Corte
accennala, Ì. I Tìmrtlinrt bssl u Vbal(}ÌDO
OltavianOi i44. Uli&sfj nelle passioni e loleranie for- mato <3a
Omero, 281. Ungheria. (Vedi Mattia Corvino.) — Re- gina d* Ungheria,
moglie del re Mattia Corvino, lodala, 20t. Unico (V) 0 runico Aretino,
Pietro Accolti, uno degli Interlocutori del presente Dialogo; suo sonetto sulla
lettera S portata in fronte dalla du- ^essa di Urbino, i7. Uoiversal
bellcxxa fa rivolger Tamante in se stesso, 300. Un solo in molte cose
preposto a go- vernare, . — Un solo più facile a pervertirsi che molti, si
prova con una similitadine dell’acqua, . Uomo, che si può dir picciolo
mondo, descritto, i. Uomo, sua
proprietà e distintivo, 172. — Perche dicasi odiare la prima donna con cui si
sia mescolalo, . Uomini, sempre cupidi di novità, i. — Si dilettano di
riprendere, . — Più buogaosì di tutti gli altri ani- mali,. — Uomini belli alle
volte degni dt biasimo, Uo- ' mini di grande statura, per lo più di poco
ingegno e di poca agilità, . Urbanità, cosa . Urbino
descritto Sua Corte lodata Acuto detto del duca d’Urbìno, . — Palazzo pubblico
di quella città, lodato, . (Vedi Federico. Palazzo ec.) Uso, sna forza,
8. Utilità e bellezza vanno del pari, tanto nelle cose della natura, come
del- l’arte, 290, 291. V Vaccaro bergamasco. (Vedi
Castiglio.) Valole (il), e non la moUiiudine de’sud- dili, rende grandi e
felici i principi, . — Valore proprio dee conside- rare il Cortegiano,
95. Valorosi uomini come si portino con le donne, , .
Ventatori due; lor detti, 28. Vasi lessi ripieni di liquore,
leggiadra- mente comparali agli uomini posti nei magistrali, 260.
Vecchiaia, comparala all’ inverno, 74. — Ad una nave che si parte dal porto,
ivi. Vecchiezza verde c viva, lodata, . Vecchi, lor natura, 74. —
Loro iodu- fttrie per parer giovani, . — Lo- dano i tempi passali, biasimando i
presenti, e jiercbè, , . — Dan- nano motte rose, . — Loro scioc- chi detti, . —
Alle volte buoni mosiri, . — Da che debban guar- darsi, ivi. fVedi Viola.) —
Quali csercizii debban fuggire, 27X, 280. — Cose a loro disdicevoli, 283. —
sensualmente innamorali, quanto degni di biasimo, . — ~ Come debbano amare 294
e scg. Vendetta nobile, detto per ironìa, . Veleno, comparazione di
esso con amo- re, 1. (Vedi Cicuta.) Venere Armata, perchè con questo
titolo fosse un tempio in Roma a lei sa- cro, 196. Venere Calva, tempio
in Roma eoo tal nome, e perche, 196. Venesiani, non otiimi cavalcatori, .
— Portavano le maniche a corneo, . — Amicbevoloieale motteg- giati, Vergogna
nobile, propria delle donne ben nate, . — E gran virtù, . Da chi, e per ordine
di chi, al mondo recata, secondo le Favole, . Verità, il difenderla c
olTicio di buon cavaliere, . — Dirla al principe sempre ed in ogni cosa è il
vero 6ne del perfètto Cortegiano, 244, 245, 247, 280. — Quanto do- vrebbe
essere a cuore al principe, e quanto dovrebbe esso industriarsi per conoscerla Versi.
(Vedi Petrarca. Sannazaro.) Vescovo di Potenza, proposto a farne un
mattonato ad una stanza, , Vestiti bene, seguiti dagli sciocchi, .
Vicende umane accennate, . Viduità, vivente il marito, in che con- sista,
214. Villani. (Vedi Nobili.) Xiloli'*^ . Viaci
(Leonardo da) pittore eccellente, ÓO. (Vedi Leonardo.) Vino. / no lo
conocistes j scherzo di Diego de Cbjgnones,. Vino d'una stessa qualità,
Iodato e hia- simato per falsa opinion che fosse diverso, 111. Viola,
cantare alla viola, lodato, .-» I vecchi lo facciano in segreto, 88. (Vedi
Sansecondo.) Viole, musica delle quattro viole da ar- co, lodata,
87. Virgilio, ripreso perche non parlasse romano, 47. ~ In che imitasse
Omero, 44. — Imitò Esiodo, ma non in tutto, e perciò il superò, . Virile
etk, ò la più temperala, . Virtù vera qual sia, , . — Non nuoce mai ad
alcuno, 273. Virtù, una e principale io tutte le operazio- ni, . Virtù (la)
esser femioa, e il vizio maschio; gentile scherzo d*E- milia Pia, 166. — Virtù
che paiono date agli uomini dalla natura c da Dio, 249. — Virtù, si
possonoiropa- rare, 250, 251 . — Virtù, utili e ne- cessarie debhonsi
esercitare nella guerra, . -» Della guerra, e one- ste della pace (che sono il
6ne delle ntili) enumerate, ivi. ~ Virtù d*un buon principe, . — Tutte non si
possono esercitare dai perfetto Cortegiano, . — Virtù necessa- rie alla Donna
di Palatso. 177. — Visiva virtù, ha per proprio obietto la bellezza,
294. Vita, non dee mettersi a pericolo per cose di poco momento, . — Vita
più lunga, secondo 1* autore, vivono le donne, e perchè, 184. — Vita at-
tiva e contemplativa, qual di esse più convenga al principe, 261,. (Vedi
Contemplativa.) — Vita del buon principe qual esser debba, . Vittoria dee
avere io pugno chi si mette a qualche impresa cogli inferiori, 84.
Vittorie gloriose di donne, 180. Vivaci più degli uomini sono le donne, e
perchè, Vizio che cosa sia – H. P. Grice: “A carpenter’s tool?”, . Esser
ma- schio, e la virtù femioina; gentile scherzo d*EmiliaPia, 165. — Ove non fu
gran vizio nou fu grau vir- tù, Levando i vizii, si le- vano le virtù, Vizii
Don sodo affatto naturali, 250. — Sopravven- nero alle virtù, 76, 77. — Vitii
che debboosi fuggire nelle profes- sioni di ciascuno, 84. Vocaboli
stranieri alle volte si debbono usare, . — Vocaboli toscani cor- rotti dal
latino, Voci nnove e formate da* vocaboli latioi e greci, si lodano, 46.
Volgar lingua, sua origine, 43 e seg.^ Jn che consista la sua bonlè, . — Ancor
tenera e nuova a*tempi del- 1* autore, 43. — Più colta in To- scana che io
tutto il resto d* Italia, tvi. z Zaffi, hcrgimaico parlare,
153. Zenobia, lodata, 202. Zeuti elegge cinque bellissime fanciiine
di Crotone per trarre da esse una sola pittura ecceìlentistiroa, .
Zibellini, gran copia d'essi trovasi nella Moicovia DEDICA Pcirh* il
Castiolioki scriveise quelli libri del CoUTfGlAllo , e qnilc motiro
lo iodacette a publicarli Pag. 1 Elogio di alcune fra le perione
meniiopale aell* opera. . 3 Ribatte le accnie mone contro questi tuoi
Libri : che non siano scritti colla lingua del Boccaccio 3 Che, per
essere quasi impossibile trorare un perièlto Cortegiano, debba dirsi
superRuo il descrirerlo 5 lufìne, che nel perfetto Cortegiano abbia
roloto ritrarre sb stesso ivi Libro Primo. t, II Castiglione
scrive il Dialogo del Cortegiano ad instanaa di Alfonso Ariosto. .
— Elogi del duca Federico, e del suo Bgliolo Guidubaldo. 8 lY-V. Cotte d’
Urbino. Uomini insigni che vi praticavano. . VI, In quale occasione
vi ti lenessero i seguenti ragionamenti VII, — Primo gioco, proposto da
Gaspab Pai.l* vicino Vili, — Secondo gioco, proposto da Cesabi
Gouzaga IX. — Terao gioco, proposto da risA ScBArino I. Quarto
gioco, proposto dall* Pinco AnuTiMo X. — Quinto gioco, proposto da
Ottaviah Feeooso Sesto gioco, proposto da Pirreo Bembo Settimo gioco,
proposto da Fenaisico Fetooso: Formare con parole un perfetto Cortegiano.
È scelto ad argomento deidiscorti di quella sera. 11 Conte Ludovico pa Cakossa,
al quale ne b dato l’ incarico dalla Signora Emilia, descrive le qualità che ti
richiedono in un per - fetto Cortegiano; ed in prima vuole che sia nato nobile;
nel che gli con- tradice Gaspab Pahaviciko. 2tt Principale e
vera occnpaiione del Cortegiano sia quella delle arme. Si guardi tuttavia
dal fare il bravo ed il millantatore 2fi Sia ben formato della persona,
ed abile nella lotta , nella cac - cia , nel volteggiare a cavallo, ed in
simili eterciiii Come ti acquisti grafia negli eterciaii del corpo, ed in
ogni cosa che si faccia o dica 32 E? fi e; e c: e c ti Sopritutlo
e eoo sommo studio si fugga I’ afietlaxione Discussione tra Lodovico pa Cawossa
e Fiuebico Fbb - ooso sull’ uso di parole e di modi antiquati nel parlare e
Dello scrivere ilaliano Ludovico da Cahossa ripiglia il discorso dei
danni dell’ aSet- taaione Il Cortegiano sia uomo di lettere. Discussione
tra il Cawossa e il Bembo, se le lettere o le armi tengano il primo luogo
Sia conoscitore di musica , e sappia di varii istrumenli. Lodi della
musica Sappia disegnare e dipingere Quale
sia di maggior pregio , se la pittura o la statuaria Sopragiunge Fbaacesco
Mabia d«lla Rovbìi Prefetto di Roma, con altri gentiluomini. La
continuasione del ragionamento del Cortegiano è limandata alla seguente sera,
cd affidala a FedeticoFregoso Consoetudine dei vecchi di laudare i tempi
passati, onde provenga. La Corte di Urliino non essere di minor laude
degna, che quelle cele- tifate dai vecchi Fadibico Faiooso ripiglia il
ragionamento del Cortegiano; in che modo e tempo debba questi usare le
sue buone condiaioni Armeggiare, giostrare, damare, ed altri eseteieii che si
fanno in Xll-XlV. Quando ed a qual sorta di musica delilsa dar
opera il Coetegia - no. 1 vecchi non attendano alla musica fuorché in
secreto Vecchi e giovani, pongano cura in fuggire i viaii proprii della
loro 8® ^Vll, Al.bia una gentile e amabile maniera di conversare Come
debba comportarsi nella CONVERSAZIONE col tuo principe.E quale sia miglior via
per ottenerne i lavori Non doverti obedire il principe, ove comandi cola
disonesta. Quando ti postano a buon fine oltrepaMare i termini del coman
» dannento Mon ai cerchi afl’ettattmente la convetsauone dei maggiori,
ne <}uella del principe Quale foggia d’ abito meglio convenga al
Cortegiano Spesso da indieii esterni tarsi anticipato giudiaio delle persone Kletion
degli amici. Lodi dell’ amiciiia Dei giochi Procuri nei prinespii, ed ove non
sia conosciuto, di dar ■luioiu impressione di lè. Fotta delle opinioni
preconcette si aittngi da ogni allo o paro!» diionetta o groiiolwi». Cotnparaiiont
dei conumi franceii t ipignoli. Utilità della co - noiKn» di rane lingoe Il
CorUniaoo procnri di porre in vUta le au« buone condi - iioni,e di
coprire le meno laudevoli Funga di parer bugiardo o Tano Dalle >ACiai». Se
aiaoo dono di natnra o J arie. Dua lorti di factaie : /ettivilà od
urbanità, t delti od arguti» 11 ragiopamento delle factaie fe commtaio a
B«ma»do Bhuiia. Il riso – H. P. Grice: “Laughter in philosophy” -- onde
proceda. Non ogni coaa ridicola è idoneo argo » manto di faceiia D’onde
ai traggono molti ridicoli, ai poaaono trarre anche ttn » ttnn i21 Teraa
torte di faceiia, la burle. Ettmpii di factaie della prima aorte, oaiia
dalle /ìgatiVità . o nariaiioni cominnatt Norma da oittivarai in questo mntre
di fareait A nueata aorte di faceiia airpartieoe la narraaione di alcun
difetto o teioccheaia di altra peraona Affetlaiiooi e )>uKÌe foordi
mitura Factaie dalla seconda aorta, conaiatepti in un detto tolo, od
gryia- • zie. Mon siano iciocche oa maligne Delti ambigui – H. P. GRICE: “PECCAVI”.
Talora sodo più iogegnoti che ridicoli. Non siano freddi; nè acerbi e
discorleai ivi Bischiaii. Parole o detti preti in sento diverso. Falsa
iotarpre - taiione e finiione di nomi e di cote Detti gravi – H. P. Grice:
“War is war” – “Women are women” – “What we know we know”; loro natura ed uso Comparaiioni
ridicole – H. P. Grice: “You are like the cream in my coffee’ -- Il
motte;!giare non sia empio nè osceno Iperboli – “Every nice girl loves a sailor”
– H. P. Grice -- ed esageraaioni Riprensioni dissimulata – “The weather has
been delightful for this spring” – H. P. Grice -- Detti conirarii ivi Ironia
– H. P. Grice: “Look! That car has all its windows intact!”. Conviene
prineipalmente alle persone gravi ed eatiroite Scioccbeaia simulata Pronte e mordaci riapoile
(“The weather has been delighftul for this time of spring” – H. P. Grice -- Motti
aventi una nascosta suspiaion di ridere Cose discrepanti. 14g Fingere di non intendere – H. P. Grice: “What is that? A rabbit –
Caine/Hoskins, “Mona Lisa”, e simili detti dì luscotta o simulata
significaiione ivi Regole da osservarti nelle faceiie Delle burle. Sono di
due tpeiie Non pattino alla barraria, nè rechino odfesa alla oneslù delle
donne. Perchè più discoatenga punger le doaue che dod gli uomioi in fatto
di onesti Pag. lòO XCVII-C. — 11 MACMirico GiPLiAito è incaricato di
formare, nell’ adunania della seguente sera , una perfetta Donna di
Palario Quanto la Cotte di Urbino fotte sopra ogni altra eccellentei ed
ornala di uomini singolari . — Della utililà di trattare della
perfetta Donna di Palano Molte fra le qualità onde ha ad estete ornato il
Cortegiano, conven - RODO altresì alla Donna di Palaato Sopra ogni cosa
le è necessaria nna certa aETahililà piacevole, onde gentilmente intertenere.
Non sia nè troppo ritrosa , nè di modi troppo liberi; fogga la maldicenia;
sappia all’ uopo tener discorsi gravi o fe« stCToli Come ed a qual fine debba
far uso delle tue buone qualità. Contendendo Gaspah Pallaticiwo, estere
impossibilità ridicole quelle di che il MagniBco Giuliano vuole ornata la Donna
di Palano, qnesti passa alle lodi delle donne; ed in prima contende , non
estere animali imperfettissimi, come asteriTa Gatpar PallaTicino
Vii Oltre la Vergine Nostra Signora, molte donne furono intigni per
santità Digretsione del MagniBco Giuliano contro i frati ». ivi Etempii di
donne intigni per eirtù, per coraggio, o per pii « dicitia « Eiempii di
donne, che furono agli nomini causa di bene Altri etempii di donne celebri, fra
le quali Isabella re- gina di Spagna Della castità delle donne comparata con
quella degli no- mini. Etempii di donne pudiche SOS L. — A quali e quante
prore resista 1’ onestà delle donne Nuovi eiempii di donne insigni; e quanto
bene dalle donne de- rivi agli uomini 316 LIll-LV. — Come la Donna
di Palatao debba comportarsi con chi le tenga tagionamenti di amore .
819 LYI-LIX. — Quando e come sia lecito alla donna di amare Come ai
ottenga amore, e quali ne siano gli eBètti Dimostrasioni di amore. Secreteiia.
Come si acqniati e si consetTi 1* amore di donna Nuove accuse di Gasfàr
PALtAviciiio contro le donne. Ottaviano Faicoso conchinde, estere stale le
donne troppo biasmate da Gatpar Pallavicino, e troppo laudale dal Magni6co Vuolt
si troTino nel CoHeniano altre gualilì oltre le gi^ dtUe, td ^ io -
caricato di eaporle nella seguente riunione Rag. L’Autore compiange
la morte di Oaspar Pallaeicino, di Cesare Conia- Elogio di altri fra i
caialieri della corte di TIrbioo 3il ilUVIo — Il signor Ottaviaho,
ripigliando il ragionamento del Cortegìaoo» dice , le buone qualilli del
roedeiimo allora essere veramente degne di lode 9 se indràsate a guadagnarsi la
gra&ia del principe 9 onde dirigerlo Quanto difficilmente la rerili
ginnga al principe, e danni che Officio del Cortegiano i di guidare il
principe per 1’ austera strada Se la lirlù possa insegnarsi. DaH’ignoranaa
nascere lutti i mali. La continenaa eaaere lirlù imperfetta. Ilon dorerai
però svclfere kH a 0 elti, ma dirigere al bene Se sia più
felice dominio quello di un buon principe, o di Quale rila più conrenga al
principe, se l’ attira o la con- Fine della guerra dere essere la pace.
Virtù necessarie L* educatiooe doversi incominetare colla consoetndine,
prosegaire Altri consigli • che nn buon Cortegiano dovrebbe dare al
principe Di formare un consiglio dei pih nobili e laviit far eleggere un
al- tro consiglio dal popolo; si che il gorerno, nascendo dal
principe, par- Di essere giusto, pio, non supersticioso, amante della
pi- triae dei popoli; di non tenerli nè in troppo servitù nè in
troppo li- berta; di cercare 1 ’ amore dei sudditi, procurando di
renderli buoni e Utili e landevoli essere le grandi opere, ma più utile
la giustizia e il Iien go.eroare s popoli. Lodi di Francesco di
Francia, di Enrico d’ Inghilterra, di Carlo di Spagna ■ e di
Federico di Mantova Eccellenza di un buon principe. Quanto anche il nome
e le qualilli di perfetto Cortegiano siano degni di laude. Esempli
dì Fe- nke« di Platone e di Aristotele cortegiani Essendosi
mossa questione, se il Cortegiano abbia ad essere innamoralo,
PiETno Dehbo si fa a parlare dell’ amore – H. P. Grice: “love is your treasure
and your pleasure – love that never told can be” -- e della bellerza Errori 4t
che i leoii sono cagione in amore, principalineote nei A Mo&bllo da
Obtora , il più vecchio fra i caTalieri della corte di Urbino, il quale non
vuole che Tamore aia trattenuto fra i limili po* stigli dal Bembo, rispondono
Ludotìco CAHossAe Feoieico Friooso Il Brmbo ripiglia il suo ragionamcntos la
belleisa estere cosa sacra, ed in se buona} non doversi col nome di belleata
chiamare le blanditie disonesle, nè Pimpudenia Come abbia ad amare il
Cortegiano non giovane, e quanto r amor raaionale sia più felice dell’
amor sensuale Rendersi 1* amore pio felice e meno pericoloso considerando
la belleasa in tè stessa, semplice e pura, astratta da ogni materia. Dall’amore
e dalla contemplaaione di una beliessa si passi a quello della
belletta universale £ da questo all* amore e alla contemplaaione della belletta
del* 1* anima, e dell’ angelica ivi Onde si ascenda alla
contemplaaione della divina belletta. Preghiera del Bembo a DIO, Amor
santissimo, fonte di vera e sola felicità Gasrar Palla vicino oppone, la
strada che a questa feli- cità conduce essere tanto erta, che 1’ andarvi riesce
agli uomini difficile, alle donne impossìbile. Onde essendo accusato di far
ingiuria alle don- ne, si rimette la questione al giudiiio di Pietro Bembo ALCURI
PASSI DEL COBTEOlAHO DIVERSI DALLO STAMPATO, TRATTI DAI MAROSCBITTI
OBIGIVALI DALL’ABBATI PIBRARTONIO SRBASSl. Proemio del Cortegiano a
Messer Alfonso Ariosto 307 Altro Proemio del Cortegiano, tratto dalla
prima botta dell’ Autore 315 * Motto di Bernardo Bibiena Motto di Papa
Giulio II , ivi Motto del conte Ludovico da Canossa (Lib. 11, cap. 78)
3J7 Lodi di Francesco Maria della Rovere ivi Lodi di Federico
Gootaga Marchese di Mantova AiTNOTAziom • 351 Catalogo cronologico
dille pbihcipali edizioni del Cortegiano \*TOiwVm« \'u\tW\c(\ùom.
nuovo TESTAIEITO DEL SIGHOB HOSTBO (SSD CBISTO, secondo la Volgala,
tradolio in lingtia italiana e con tinnolu* zioni dichiaralo da Monsignore
Antonio niartinl, arcive- scovo di Firenze, — Un sol volume Paoli 7.
LA COM BEDI A DI DANTE ALIGHIERI norentino , novamenlc riveduta nel
testo c -didiiaruta da Brunone Bianchi. , corredata del «inAHio. — Un volume.
10 OPERE DI CESARE BECGARIA, premessavi la Vita di Lui
serilia da Pasquale Villari. — Un volume OKjRE SCELTE edite e inedite di
LUIGI CARRER. saratino due volumi. Ulto conterrà le Poesie, l’altro le
Prose. Il primo avrà in fronte un bel ritratto dell’Autore, ed un Commentario
dell a vii a e delle opere di lui, per Birolanio Venanzio. LETTERE OpiTE
DI LODOVICO UTOIIO HUBITOBI striuc a Toscani, con annotazioni
dichiarative. Le Lettere ollrepas .sano il numero di 400: saranno disposte per
.sezioni secondo 1 personaggi a cui vennero indirizzate, supplendo con una
tavola. generale all’ordine cronologico. Un volume. .■.‘.7 VffA DI
COLA DI RIENZO, tribuno dei Popolo’ romano, scritta da incerto autore nel
secolo XIV, ridotta a Migliore le- zione, ed illustrata con note ed
osservazioni storico-critiche da delirino Be Cesenate; con un comcnto del
medesimo sulla canzone del Petrarca Spirto gentil che quelle membra r^OVi- —
Edizione .seconda riveduta ed aumentata. — Un voi 7 ^ IMTAZIONE DI
G;ESU CRISTO, volgarizzamento anonimo del buon secolo della Lingua,
tratto dà Vàrissima edizione an- tica non rammentala dai bibliograa^ Ì per cura
del dottore, Alezzandro Torri corredalo di .documenti intorno al-
l’Autore dell’ ope a originale latina Qiovanni Ctersen di Lavimlià,
Priore dell’ Ordini* Bcnédeltii ì ,, - - «„i«„..y.t ino
di Santo Stefano di ercelli; con un saggio bibliugrancò-cronulogico delle
tradu- zioni in più lingue e deUe stampe che dal 1471 Duo al pre- sente ne
furono pubblicale. Un voi . 7 I RALBO, pubblicate per cura di
Bii- iniwiir *®r****f*" aggiuntivi alcuni Frammenti edili ed meuiii,
- tu voi. . Febbraio, 1SS4. INome compiuto: Baldassarre
Castiglione. Castiglione. Keywords: civil conversazione, conversazione del
cortegiano, conversazione dei cortegiani, Guazzo, antidoto di Mercurio,
conversazione -- Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice
e Castiglione,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Castrucci:
la ragione conversazionale el’implicatura conversazionale del guerriero
indo-germanico -- sul conferimento di valore – scuola di Monterosso al Mare –
filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Monterosso al
Mare). Filosofo ligure. Filosofo italiano. Monterosso al Mare, La Spezia,
Liguria. Grice: “Castrucci is wrong.” Frequenta il liceo classico di La Spezia,
iscrivendosi quindi all'Firenze, dove si è formato negli studi
filosofico-giuridici e storico-giuridici alla scuola di Vallauri e di Grossi,
laureandosi in giurisprudenza. Ha ricoperto in quell'ateneo il ruolo di
ricercatore universitario di filosofia del diritto. A Firenze è entrato in
contatto per un breve periodo, pur senza aderirvi, con l'area di Autonomia
Operaia espressa all'epoca da Negri, con la cui consulenza ha scritto la sua
tesi di laurea (Tra Stato di diritto e pianificazione, Firenze). Insegna a
Genova e Siena. I suoi studi riguardano principalmente la filosofia politica e
la storia delle idee giuridiche, avendo come oggetto alcuni aspetti costitutivi
della dimensione contemporanea, tra i quali si possono ricordare: i presupposti
antropologici del politico; i fondamenti dello jus publicum europaeum, la
critica dell’ideologia dei diritti dell'uomo. La sua ricerca riguarda inoltre
le origini e le forme del pensiero giuridico europeo moderno, la ricostruzione
delle linee fondamentali della teoria dello Stato tedesca del primo XX secolo,
le radici giuridiche e teologiche della tradizione culturale dell'Occidente. C.
ne ha sviluppato autonomamente la concezione del manierismo politico nei propri
scritti sulla filosofia politica convenzionalista del XVII secolo. Nel corso
della sua ricerca ha approfondito in particolar modo filoni di pensiero
riconducibili alla rivoluzione conservatrice europea, contribuendo inoltre alla
diffusione nella giurisprudenza italiana del nomos della terra, con cura
editoriale dello storico della filosofia di Volpi e di Legge e giudizio. Uno
studio sul problema della prassi giudiziale. “Convenzione”, “forma”, “potenza”
sono i concetti chiave della riflessione filosofico-politica europea di cui,
nel suo analisi si ritrova tracciato lo sviluppo storico-genealogico e vengono
indagate le implicazioni teoriche. La convenzione, o per meglio dire l’ordine
giuridico convenzionale, è il concetto che corrisponde al modo in cui la
razionalità giuridica affronta il problema di un ordine giuridico tecnico,
artificiale, positivista, svincolato da quelle premesse di valore di tipo
teologico o metafisico o naturale che avevano caratterizzato il diritto romano.
Delinea in questo senso la storia e la teoria di un ordine convenzionale (o
artificiale e non naturale) nel quadro della modernità matura, che dal Seicento
barocco procede fino alla crisi della cultura del primo Novecento. Accade in
questo quadro che il primato classico dell'idea filosofica di forma venga
sostituito da quello, tipicamente moderno, dell'idea di decisione. La decisione
si contrappone così alla forma. Confrontandosi con i campi diversi della
filosofia politica, dell'etica e della letteratura, l'analisi incontra figure
significative di filosofi e scrittori come Benjamin, Musil, Valéry. Il
complesso apparentemente discorde delle loro voci, che C. analizza, porta
all'idea di una forma elaborata su basi rinnovate rispetto all'impostazione
“formalista” e “normativista” di ascendenza kantiana, a lungo prevalente nel
campo dell'estetica e della teoria del diritto. Nello sviluppo storico e genealogico
dell'idea metafisica di potenza si possono infine riconoscere, secondo C., le
linee di un'antropologia politica fondata su basi individualistiche (potenza
come acquisizione di spazio, ossia affermazione individuale nella spazialità:
Selbstbehauptung), che però non trascura il serio problemaposto nel corso del
Novecento dalla migliore dottrina costituzionale tedescadel radicamento
materiale e simbolico del singolo individuo nella comunità politica di
appartenenza (potenza come stabilizzazione, ossia radicamento individuale e
comunitario nella spazialità). Risulta evidente in tutto ciò il riferimento
all'idea schmittiana di Ortung, ossia localizzazione o radicamento, elaborata
da Schmitt, ma anche secondo quanto sostiene Castrucci all'idea di potenza già
rinvenibile nell'antropologia filosofica di Spinoza e di Nietzsche. L'analisi
di Castrucci muove più in generale dal proposito di riconsiderare, seguendo il
modello della lotta delle idee proprio della critica della cultura, una serie
di concreti problemi teorici su cui la cultura europea aveva concentrato
l'attenzione in un passato non troppo lontano, per poi distoglierla
"nell'inseguimento di una discutibile attualità". Tra questi problemi
particolare rilievo tematico acquistano, nel discorso filosofico di C., la
ricerca di un'etica fondata su basi epistemologiche convenzionaliste,
l'approfondimento delle implicazioni politiche presenti nel pensiero di autori
classici della filosofia tedesca come Schopenhauer, Nietzsche, Heidegger e Cassirer,
la critica radicale delle tesi di autori più recenti come Habermas, nonché
infine la questione cruciale delle linee virtuali di costruzione di un mito
politico nell'età del nichilismo compiuto. Hanno suscitato polemiche alcuni
suoi tweet, a partire da uno col quale si riferiva a figure storiche naziste
come Hitler ritratto col il cane Blondi e il commento di C. "Vi hanno
detto che sono stato un mostro per non farvi sapere che ho combattuto contro i
veri mostri che oggi vi governano dominando il mondo" e Corneliu Zelea
Codreanu, fondatore della Guardia di Ferro; dopo la diffusione di questo tweet,
ne sono stati portati in evidenza altri, ritenuti di matrice filonazista,
razzista e antisemita,nonché presunti insulti nei riguardi del Presidente della
Repubblica Sergio Mattarella e dell'ex Presidente della Camera Laura Boldrini.
Replica affermando di aver semplicemente espresso un giudizio storico personale
avvalendosi, al di fuori della sua attività didattica, del principio di libertà
di pensiero e successivamente, in una memoria difensiva dei suoi avvocati, di
non aver mai aderito ad alcuna ideologia nazista, ma di essere un libero
pensatore, sottolineando inoltre come la propria critica, volutamente
provocatoria e paradossale, andasse piuttosto intesa come indirizzata contro la
grande speculazione finanziaria, con esplicito riferimento alla lotta contro la
finanza speculativa, l'usura e il signoraggio bancario di Pound. Il suo account
è stato chiuso. Il 2 dicembre il rettore dell'Università degli Studi di Siena
Francesco Frati ha preso le distanze da C., annunciando di aver "dato
mandato agli uffici di attivare i provvedimenti conseguenti alla gravità del
caso" e, successivamente, di aver presentato un esposto in procura dopo
aver ravvisato "un profilo di illegalità" nelle parole del docente,
ipotizzando il reato di odio razziale con l'aggravante di negazionismo. Dopo la
sospensione, C. non si è presentato alla Commissione disciplinare dell'ateneo
dichiarandola non legittimata a giudicare sul suo caso, mentre l'iter procedurale
che avrebbe potuto condurre al licenziamento è stato bloccato in seguito alla
richiesta di pensionamento presentata dal professore stesso. L'inchiesta penale
è stata affidata per motivi di competenza alla procura di La Spezia. Ordine
convenzionale e pensiero decisionista, Milano, Giuffrè); Tra organicismo e
"Rechtsidee". Il pensiero giuridico di Erich Kaufmann, Milano,
Giuffrè Editore); La forma e la decisione, Milano, Giuffrè); Considerazioni
epistemologiche sul conferimento di valore, Firenze, S. Gallo); Introduzione
alla filosofia del diritto pubblico di Schmitt, Torino, Giappichelli); Hume e
la proprietà, Siena, Università degli Studi di Siena. Dipartimento di scienze
storiche, giuridiche, politiche e sociali, Convenzione, forma, potenza. Scritti
di storia delle idee e di filosofia giuridico-politica, Milano, Giuffre);
Schopenhauer filosofo del diritto, Siena, Università degli Studi di Siena.
Dipartimento di scienze storiche, giuridiche, politiche e sociali);
Ricognizioni. Quattro studi di critica della cultura, Firenze, S. Gallo);
Lezioni di filosofia del diritto, Roma, Aracne Editrice); Per una critica del
potere giudiziario. Sugli articoli 101 e 104/1 della Costituzione, Firenze);
Profilo di storia del pensiero giuridico, Firenze); Per una critica
dell'ideologia dei diritti dell'uomo, Firenze); Nomos e guerra, Napoli, La
Scuola di Pitagora); Il regime giuridico delle situazioni d'eccezione,
Firenze); Le radici antropologiche del politico, Soveria Mannelli, Rubbettino
Editore); La teoria indoeuropea delle tre funzioni in Dumézil e altri saggi,
Milano, Giuffrè Francis Lefebvre); La forma giuridica: Concetto e contesti. Tre
studi di filosofia del diritto, Napoli, La scuola di Pitagora); Individualismo
e assolutismo. Aspetti della teoria politica europea prima di Thomas Hobbes,
C., Milano, Giuffrè Editore); Carl Schmitt, Il nomos della terra, Franco Volpi,
traduzione di Emanuele Castrucci, Milano, Adelphi); Il nomos della terra,
Franco Volpi; Milano, Adelphi); Legge e giudizio. Uno studio sul problema della
prassi giudiziale, C., Milano, Giuffre). Le radici antropologiche del
'politico' (Soveria Mannelli, Rubbettino); La ricerca del Nomos, in Il Nomos
della terra nel diritto internazionale dello “jus publicum europaeum”, Adelphi,
Milano); Retorica dell'universale: Una critica a Habermas, in Filosofia
politica, Mulino); Dai diritti individuali ai diritti umani: un totalitarismo
in costruzione. Alcuni spunti in margine ad un recente scritto di Castrucci, in
Il Politico, Università degli studi di Pavia; Itinerari della forma giuridica.
Studi sulla dottrina dello Stato tedesca del primo Novecento, Milano, Giuffrè);
Ordine convenzionale e pensiero decisionista. Saggio sui presupposti
intellettuali dello Stato moderno nel Seicento francese, Milano, Giuffre); La
forma e la decisione” (Milano, Giuffrè); Ordine convenzionale e pensiero
decisionista. Saggio sui presupposti intellettuali dello Stato moderno; La
forma e la decisione; Convenzione, forma, potenza: storia delle idee e di
filosofia giuridico-politica, Milano, Giuffrè). HOMO ABSCONDITUS L’IDEOLOGIA
TRI PARTITA DEGLI INDOEUROPEI il Cerchio Iniziative editoriali L'IDEOLOGIA
TRIPARTITA DEGLI INDOEUROPEI costituisce una sintesi completa ed accessibile
degli studi di Dumézil. che hanno rivoluzionato la nostra conosceza delle
antiche civiltà euro-asiatiche. La struttura fondamentale del pensiero
religioso e sociale delle popolazioni uscite dalla comune radice indoeuropea.
dallTrlanda allTndia, la tripartizione sociale in Sacerdoti. Guerrieri e
Contadini che è presente nelle origini di Roma così come nei miti iranici,
germanici e celti, si rivela essere lo specchio di un'armonia divina, in cui
gli stessi dèi sono così suddivisi, classificati e diversamente adorati. È la
dimostrazione di come, nelle civiltà tradizionali, anche l'aspetto sociale e
politico dipenda radicalmente dalla dimensione mitico-religiosa. e il mondo del
divino diviene l’archetipo che dà forma a tutta la società degli uomini.
DUMÉZIL è una figura fondamentale nel panorama culturale europeo. Filologo e
storico, riavviato gli studi attorno alla civiltà indoeuropea nelle grandi
civiltà precristiane: Roma. l'India. l'Iran, la Grecia, le popolazioni celtiche
e germaniche. Ha lasciato una bibliografia sterminata, solo parzialmente
tradotta in italiano, fra cui ricordiamo almeno La religione romana arcaica,
Gli Dèi dei Germani, Mito ed Epopea e Gli Dèi sovrani degli Indoeuropei. HOMO
ABSCONDITUS Dumézil L’ideologia tripartita degli Indoeuropei Con un saggio
introduttivo di RlES il Cerchio Iniziative editoriali L'idéologie tripartie des
Indo-Européens, Bruxelles Sigillo del re ittita Tarkummuwa, re di Mera. Walters
Art Museum, Baltimora. II Cerchio Srl La riscoperta del pensiero religioso
indoeuropeo L’opera magistrale di Dumézil. Calmette rinvenne i primi due Libri
dei Veda, u n documento coni p letamente sco nosciuto i n occidente, e i
preziosi manoscritti giunsero nella Biblioteca Reale di Parigi. Davanti
all’Asiatic Society of Bengala, Jones pronuncia un dotto discorso in cui
dimostrò l’esistenza di una lingua comune, madre del sanscrito e del greco.
Eccoci alle soglie della riscoperta del pensiero indoeuropeo. Il primo dossier
indoeuropeo Il XIX secolo riprese i lavori di questi pionieri e cercò di
compiere nuove scoperte sul pensiero asiatico. Ricercando i documenti
dell’antica mitologia germanica caduti nell’oblio dopo la conversione dei
Germani al Cristianesimo, gli storici tedeschi tentarono di tornare alle
origini spingendosi nei dominii dell’India e dell’Iran. Particolarmente due
pubblicazioni provocarono grande risonanza: la prima è la celebre opera di
Creuzer Simbolik undMvlhologie der altea Vòfker, tradotto in francese; infine
Gòrres pubblica il suo Mythengeschichle der asiatischen Welt, in cui questo
precursore del romanticismo religioso cercò di d imostrare che i miti
dell’India, dell’Iran e della Grecia veicolavano una dottrina comune su Dio,
l’Anima e l’immortalità. Sulla scia dei loro maestri i mitografi romantici si
lanciarono alla ricerca delle prime idee religiose dell’infanzia umana. Oltre a
ciò questa corrente si occupò dell’espressione e delle modalità di trasmissione
del messaggio religioso sin dalle origini dell’umanità. A questa corrente
romantica si oppose la ricerca storica e filologica, rappresentata da Miiller,
da Bopp, da Chézy e da tutta la linea degli specialisti in filologia comparata
che studiarono scientificamente i testi dei Veda e dell’Avesta per
familiarizzarsi col pensiero dell’India e dell’Iran antichi. Tra questi
ricercatori Miiller occupa un posto di primaria importanza. Specializzatosi in
sanscrito, in grammatica comparata ed in filosofia del mito ad Oxford, istituì
una Cattedra divenuta celebre: egli credette che la filologia comparata fos se
la chiave che avrebbe permesso di aprire le porte della storia delle religioni.
Ai suoi occhi la lingua è un testimone autentico del pensiero. Miiller sostenne
che in origine l’uomo ha agito, e per descrivere i suoi atti inventò il
linguaggio. Da allora i miti non sono altro che la personificazione degli
oggetti e delle azioni che 1 ’uomo ha dovuto esprimere e descrivere.
Continuando le sue ricerche in direzione delle origini, Miiller tradusse i
Veda, testo in cui credeva di trovare il primo pensiero indo-europeo e la
chiave della religione degli antichi Ariani. Così secondo il nostro Autore i
poemi vedici sarebbero la fonte del pensiero religioso dei Persiani, dei Greci
e dei Romani. La gemma tra le ricerche di Miiller è rappresentata dalla
pubblicazione dei Sacred Books of thè Easl (che potè terminare prima della
propria morte, lasciando così agli studiosi occidentali una vera summa dei
libri sacri dell’antica Asia. Il dossier indoeuropeo del XIX secolo è già
abbastanza ricco: scoperta della corrispondenze all’interno del vocabolario
delle lingue indoeuropee; presentimento dell’esistenza di una cultura arcaica
ariana come pure di una civiltà comune alle diverse popolazioni. Frazer tentò
d’intraprendere un vasto studio comparato attorno al mito romano della morte
rituale ed al mito nordico del dio Balder. Tutta la sua opera, The Golden Bough
cerca di delineare una sintesi di questa mitologia, ma le sue conclusioni sono
deludenti. Dopo una prima esplorazione, condotta secondo il metodo frazeriano,
Dumézil abbandonò questa via della regalità sacra per volgersi verso la
linguistica e la filologia comparata. Le sue guide furono A. Meillet e J.
Vendryes. In un articolo intitolato Les correspondances de vocabulaire enlre l
’indo-iranien et Titalo-celtique (in Mémoires de la Société Linguistique),
Vendryes ha sottolineato le corrispondenze esistenti tra parole indo-iraniche
da una parte ed italo-celtiche dall’altra. Si tratta di termini relativi al
culto, al sacrificio ed alla religione, c vi sono anche parole mistiche
relative all’efficacia degli atti sacri, alla purezza rituale, all’esattezza
dei riti, all’offerta fatta agli dèi, all’accettazione di questa da patte degli
dèi, alla protezione divina ed alla santità. Questa scoperta fu molto
importante, poiché dimostra l’esistenza di una comunanza di termini religiosi
presso i popoli che in seguito sarebbero divenuti gli Indiani, gli Iranici, gli
Italici ed i Celti. La permanenza di questo vocabolario religioso alle due
estremità del mondo indoeuropeo, in India ed in Iran, nella Gallia ed in
Italia, è un dato molto significativo, benché la scomparsa di questo
vocabolario presso popoli come i Germani e gli Scandinavi non abbia mancato di
incuriosire Vendryes. Riflettendo, egli ha constatato che questi termini
religiosi si sono mantenuti presso quei popoli clic disponevano di collegi
sacerdotali influenti: i brahmani, i sacerdoti avestici, i druidi, il Pontìfex
romano. E dunque il sacerdozio a conservare e trasmettere questo vocabolario
grazie ai rituali ed alla liturgia, ai testi sacri ed alle preghiere. Siamo in
presenza di una testimonianza preziosa c di una fonte importante clic ci
conduce ad una conclusione decisiva: il mondo indoeuropeo arcaico disponeva di
concetti religiosi identici clic veicolava grazie ad un linguaggio comune. La
scoperta dell’eredità indoeuropea Alla luce delle ricerche dì Vendryes, Dumézil
ha compreso quale orientamento imprimere ai propri lavori. Al termine di
vent’anni di studio egli doveva trovare la chiave che gli permise di penetrare
gli arcani del pensiero religioso indoeuropeo arcaico. La pubblicazione de
L'idéologie tripartie des Indo-Européens è il compimento di una lunga marcia ed
il punto di partenza per tutte le scoperte .successive. L’esame del problema
flamen-brahman c dei flamini maggiori a Roma condusse Dumézil ad una
conclusione decisiva: / più antichi Romani, gli Umbri, avevano portato con toro
in Italia la stessa concezione conosciuta dagli Indo-Iranici e su cui
notoriamente gli Indiani avevano fondato il loro ordine sociale ' Era la
scoperta e la messa a fuoco di un’eredità indoeuropea, di una ideologia funzionale
e gerarchizzata, alla sommità della quale si trova la sovranità religiosa c
giuridica, seguita dalla forza fisica che s’incama nella guerra, mentre al
terzo livello si situa la fecondi- tà-fertil ità, sottomessa alla sovranità ed
alla forza ma indispensabile al loro mantenimento c sviluppo. Munito di questa
griglia di lettura lo studioso francese si c avventurato nello studio di tutta
la documentazione disponibile. Si tratta di uno studio comparativo il cui
oggetto c il dato indoeuropeo. Durante il III c II millennio a.C. delle bande
di conquistatori si spostarono verso l’Atlantico, il Mediterraneo c l’Asia. Le
loro parlate erano fatte di diversi dialetti provenienti da una lingua comune,
il che suppone un fondo intellettuale e morale identico, ed un minimo di
civiltà comune. Popoli senza scrittura, gli Indoeuropei hanno lasciato pochi
documenti. Solo gli Hittiti, stabilitisi in Anatolia all’inizio del II
millennio a.C., hanno adottato una scrittura cuneiforme che consentì loro di
conservare degli archivi. Ma ciò che c notevole c la persistenza del
vocabolario religioso legato all’organizzazione sociale, alle pratiche cultuali
ed ai comportamenti religiosi. Parecchi fatti presuppongono l’esistenza di una
religione che rappresenta una dottrina coerente, una spiegazione del cosmo, una
concezione dell’origine, del presente c del futuro. DUMÉZIL, Mythe et epopèe I. L 'idéologie des troisfunctions dans les
épopees despeuple indo-européens, Gallimard, Paris (Trad. italiana, Einaudi,
Torino). Volendo
spiegare quest’eredità e la sua struttura, Dumézil ha elaborato il proprio
metodo comparativo, che lui stesso chiama genetico)}. La prima fase del lavoro
consiste nel mettere in evidenza delle corrispondenze precise e sistematiche,
che permettano di tracciare uno schema del rituale: miti, riti, significati
logici ed articolazioni essenziali. Questo schema viene proiettato nella
preistoria, al fine di comprendere la curva dell’evoluzione religiosa.
Possedendo delle corrispondenze precise, sistematiche e numerose, lo storico
delle civiltà e lo storico delle religioni procedono per induzione in direzione
delle origini. Utilizzando i dati dell’archeologia, della mitologia, della
filologia, della sociologia, della liturgia e della teologia arcaica, lo storico
giunge a comprendere le grandi linee del pensiero di questi popoli e la loro
evoluzione, sino alle soglie della storia. Grazie a questo lavoro lungo ed
arduo si è riusciti a stabilire un’archeologia del comportamento e delle
rappresentazioni. Dumézil non ha preteso di resuscitare la religione degli
Indoeuropei come venne vissuta nei tempi preistorici. Si è accontentato
piuttosto di delineare lo schema concettuale delle società collegate tra loro
nello sviluppo della storia, e si è servito di questi schemi per giungere a
spiegare i testi ed i fatti che resistevano ad ogni spiegazione. Nelle civiltà
indoeuropee il nostro autore trova una struttura sociale articolata in tre
funzioni. Sono queste i tre varna dell’India: i brdhmana, sacerdoti incaricati del
sacrificio e custodi della scienza sacra; gli ksatriya, guerrieri incaricati
della protezione del popolo; i vaisya, produttori dei beni materiali, del
nutrimento. Secondo il Rg-Vecla (Vili, 35) queste tre caste sono molto antiche.
In Iran l 'Avesta menziona tre gruppi di uomini: sacerdoti o àQaitrvan;
guerrieri, i radaci.star montatori di carri; gli agricoltori-allevatori,
chiamati vàstryò.fsuycmt. Una struttura identica ha lasciato tracce presso gli
Sciti ed i loro discendenti, gli Osseti del Caucaso, e presso i Celti ed i loro
druidi, la loro aristocrazia militare ed i loro boairig, gli allevatori
DUMÉZIL, L ’heritage des indo-curopéens à Rome, Gallimard, Paris di buoi.
L’analisi delle origini di Roma condotta da Dumézil si è riveata
particolarmente illuminante. Queste tre funzioni sono attività fondamentali e
indispensabili per la vita normale della comunità. La prima funzione, quella
del sacro, regola i rapporti degli uomini fra loro e sotto la garanzia degli
dèi, determina il potere del re e traccia i limiti della scienza, inseparabile
dalla manipolazione delle cose sacre. La seconda funzione, quella relativa alla
forza fisica, interviene nella conquista, nell’organizzazione della società e
nella sua difesa. La terza ricopre un vasto ambito, quello della sussistenza
degli uomini e della conservazione della società: fecondità animale ed umana,
nutrimento, ricchezza e salute. Dumézil ha dimostrato che la società
indoeuropea era governata in profondità grazie ad una mentalità fondata su una
struttura trifunzionale. La teologia si trova al centro del mondo indoeuropeo.
Una delle grandi prove di ciò è la lista degli dèi ariani di Mitanni trovata su
una tavoletta a Bogazkòy, l’antica Hattusa, capitale dell’impero hittita.
Scoperta nel 1907, questa tavoletta contiene il testo di un trattato concluso
nel 1380 a.C. tra il re hittita Supilulliuma ed il redi Mitanni chia¬ mato
Matiwaza. Come garanti della loro alleanza ognuno dei re invoca i propri dèi:
il re di Mitanni invoca gli dèi considerati i protettori della società ariana:
Mithra-Varuna, India e i Nasatya. Sono gli dèi delle tre funzioni che
ritroviamo in India ed in Iran. In quest’ultimo paese è la riforma di
Zarathustra e la formulazione delle sei entità divine - gli Immortali Benefici
- che illustra in maniera illuminante questa teologia strutturata su tre piani
ed articolata in tre funzioni. Dai Mitanni, dall’India e dall’Iran Dumézil è
pervenuto all’Italia ove ha rilevato la triade Jun-Lart-Vofiono a Iguvium
(Gubbio) in Umbria ed a Roma la triade precapitolina Juppiter-Mars-Quirinus.
Questi dati indicano chiaramente che l’ideologia è correlata ad una teologia
delle tre funzioni. Nell’India vedica ciò comporta un’associazione di tre
coppie di dèi stabiliti su tre livelli: gli dèi Mitra e Varuna, signori del primo
livello, si dividono la sovranità di questo mondo e dell’altro: Indra, scortato
dai Marut, un battaglione di giovani guerrieri, proclama l’esuberanza e la
vittoria; i NàsaLya o Asvin sono distributori di salute, fecondità, abbondanza
in uomini ed armenti; si tratta dunque di una teologia tripartita. Il documento
di Hattusadel 1380 a.C. ci mostra che questa teologia è anteriore alla
redazione dei Veda e che fa parte della tradizione ariana arcaica; d’altra
parte, la presenza dello schema trifunzionale nella teologia di Zarathustra ed
il suo riflesso sugli Arcangeli raggruppati intomo al dio supremo Ahura Mazda
conferma l’attaccamento ad una struttura di pensiero ariano sia presso i
sacerdoti che i popoli dell’Iran antico. La stessa eredità teologica si rinviene
anche in Italia, presso i Celti, i Germani e gli Scandinavi. Conclusioni E
stato necessario tutto il XIX secolo per costituire il dossier indoeuropeo. Il
merito di Georges Dumézil c stato quello di aver consacrato un 'intera vita
all’interpretazione di questa documentazione. Egli ha iniziato il suo cammino
sulla scia di Max Miillcr c di James Frazer: una ricerca di equazioni
nell’onomastica relativa al dominio del culto e delle divinità. Le
corrispondenze all’interno del vocabolario del sacro, dei popoli indo-iranici
da una parte c di quelli italo-ccltici dall’altra, hanno fornito allo studioso
l’idea di studiare più a fondo i paralleli attorno alle divinità ed ai
sacerdoti, poiché questi popoli sono i soli tra gli indoeuropei ad aver
conservato per molti secoli i loro collegi sacerdotali. Questa nuova via fu
illuminante, poiché ha condotto alla scoperta di un’eredità indoeuropea ancora
visibile agli inizi della storia dei popoli italici, celtici, iranici cd
indiani. L’assenza di vestigia archeologiche concrete ha costretto Dumézil a
mettere a punto un metodo comparativo genetico fondato sull’archeologia delle
rappresentazioni c del comportamento: servendosi dei miti, dei riti, delle
tracce dell’organizzazione sociale, delle vestigia del sacro c del sacerdozio
egli ha potuto individuare i meccanismi - c gli equilibri costitutivi - della
società e della religione indoeuropea: una teologia trifunzionale che divide il
mondo divino in dèi della sovranità, dèi della forza e dei della fecondità. A
questa teologia corrisponde la tripartizione sociale: classe sacerdotale,
guerrieri, agricoltori-allevatori. Mezzo secolo di ricerche hanno permesso di
delineare questa visione nuova del mondo ariano arcaico, di realizzare una
sintesi delle vestigia della civiltà e della religione indoeuropea e di far
indietreggiare di più d’un millennio i lempora ignota. Julien Ries Università
di Louvaìn-la-Neuve Nelle pagine che seguono non una sola volta si farà
menzione de\V habitat degli Indoeuropei, delle vie delle loro migrazioni, della
loro civiltà materiale. Su questi punti così dibattuti il metodo qui impiegato
non ha presa e d’altra parte la loro soluzione non interessa molto i problemi
qui posti. La civiltà indoeuropea che noi considereremo è quella dello spirito.
Al pari degli Indiani vedici, come ci vengono presentati dai loro inni, gli
Indoeuropei non furono uomini senza riflessione e senza immaginazione,
tutt’altro. Esattamente da vent’anni ormai la comparazione delle più antiche
tradizioni, dei diversi popoli parlanti lingue indoeuropee, ha rivelato un
fondo considerevole di elementi comuni, elementi non isolati ma organizzati in
strutture complesse delle quali non ci è offerto un equivalente in altri popoli
del mondo antico. L'esposizione, che ci si appresta a leggere, è consacrata
alla più importante di queste strutture. L’obiettivo essenziale è quello di
guidare lo studente, tramite una serie di riassunti ordinati e consequenziali,
attraverso una mole di argomenti poco agevoli a causa della loro eterogeneità e
del loro frazionamento. Nello stesso tempo si vorrebbe fornire ai lettori già
informati una prima e provvisoria sintesi, si vorrebbe dare non solo un ordine
ma una messa a fuoco alla correlazione generale che solo uno sguardo d’insieme
può imporre ai risultati parziali. Un problema che per anni è stato capitale e
in primo piano - penso al valore trifunzionale delle tre tribù romane primitive
- si trova qui limitato in un secondo livello; al contrario, le numerose
applicazioni ideologiche delle tre funzioni, le cui segnalazioni si trovano
disperse nelle pubblicazioni più svariate, acquisteranno ora, io spero, potenza
grazie ad un parallelismo che farà risaltare il loro semplice riavvicinamento.
Questo doppio disegno non prevederànote a piè di pagina: si è preferito costruire
una sorta di commentario bibliografico distribuito secondo i paragrafi del
libro, indicando i testi affinché ognuno riepiloghi o perfezioni a proprio
piacimento; oppure segnando c datando su ogni punto importante i progressi o le
svolte della ricerca; o ancora, rinviando ad altri paragrafi per segnalare
correlazioni che non avrebbero potuto ingombrare l’esposizione discorsiva
iniziale. Non si è tenuto conto che dell’opera principale dell’autore e di un
certo numero di colleghi francesi e stranieri che, pur senza voler formare una
scuola, si dedicano da più o meno tempo alle stesse materie con metodi simili e
che si tengono costantemente in contatto tra loro. Altre visioni sul pensiero
degli indoeuropei, incompatibili con questa, non saranno qui esaminate, non per
disprezzo ma perché le dimensioni del presente libro sono ristrette e l’intento
è costruttivo e non critico. Tuttavia, nelle note finali si troveranno
riferimenti a numerose discussioni. Il mio caro collega Renard mi ha permesso
di presentare nella collezione Latomus, poco tempo dopo Les Déesses latines,
questa nuova esposizione in cui il popolo romano non interviene che prò virili
parte. Egli ha così voluto confermare, sensibilmente ai nostri studi, cd io lo
ringrazio, la necessaria alleanza tra studi classici e indoeuropei, tra metodi
filologici e comparativi, che ho sempre invocato con augurio. Uppsala. Parigi.
Le tre funzioni sociali e cosmiche Le classi sociali in India Uno dei tratti
più sorprendenti delle società indiane post-rgve- diche è la loro divisione
sistematica in quattro classi, dette in sanscrito i quattro colori, varna, le
prime tre delle quali benché diverse sono pure perché propriamente arya, mentre
la quarta, formala indubbiamente dai vinti della conquista arya, è sottomessa
alle altre tre ed è quindi irrimediabilmente impura. Di quesl’ultima classe
eterogenea non si Lralterà qui ulteriormente. I doveri di ognuna delle tre
classi arya servono per definirle: i brdhmana, sacerdoti, studiano ed insegnano
la scienza sacra e celebrano i sacrifici; gli ksatriya (o rdjanya), i
guerrieri, proteggono il popolo con la loro forza e con le loro armi; ai vaisya
è affidato l’allevamento e l’aratura, il commercio e più in generale la
produzione dei beni materiali. Si costituisce così una società completa e
armonica presieduta da un personaggio a parte, il re, rdjan, generalmente nato
e qualitativamente estratto dal secondo livello. Questi gruppi funzionali e
gerarchizzati sono conchiusi tutti su loro stessi in base all’ereditarietà,
all’endogamia e a un codice rigoroso d’interdizioni. Sotto questa forma
classica non vi è dubbio che il sistema non sia una creazione propriamente
indiana posteriore alla maggior parte del Riveda-, i nomi delle classi non sono
menzionati chiaramente che nell’inno del sacrificio deH’Uomo Primordiale, nel X
libro della raccolta, così differente da tutti gli altri. Ma una tale creazione
non è nata dal nulla, bensì da un irrigidimento di una dottrina e di una
pratica sociale preesistente. Nel 1940 uno studioso indiano, V.M. Apte, fece
una collezione dimostrativa dei lesti dei primi nove libri del Riveda
(principalmente Vili, 35, 16-18) che provano come sin dai tempi della redazione
di questi inni la società fosse pensata composta da sacerdoti, guerrieri e
allevatori e che se questi gruppi non erano ancora designati dai nomi di
brdhmunu, di ksatriya o di vaisya (sostantivi astratti, nomi di nozioni di cui
i nomi di questi uomini non sono che i derivati) erano già composti in un
sistema gerarchico che definiva distributivamente i principi delle tre
attività. Brc'ihmun (al neutro) scienza e utilizzazione delle correlazioni
mistiche tra le parti del reale visibile o invisibile, kyatrei potenza, vis
contadinanza o habitat organizzalo (la parola c apparentala al latino vTcus e al
greco (w)oùco<;), al plurale visuh insieme del popolo nel suo raggruppamento
sociale e locale. È impossibile determinare in quale misura la pratica si
conformasse a questa struttura teorica: vi era forse una parte più o meno
considerevole della società che indifferenziata o altrimenti classificata
sfuggiva a QUESTA TRIPARTIZIONE? L’ereditarietà all’interno di ciascuna classe
non era forse corretta nei suoi effetti da un regime matrimoniale più
flessibile c con delle possibilità di promozione? Sfortunatamente ci è
accessibile solo la teoria. 2. Le classi sociali avestiche Da un quarto di
secolo, confermando le osservazioni di F. Spie- gel, di E. Benvenisle e di me
stesso, abbiamo sostenuto che almeno nella sua forma ideologica la
tripartizione sociale era una concezione già acquisita prima della divisione
degli Indo-Iranici in Indiani da una parte ed Iranici dall’altra. In diversi
passaggi VA vesta menziona i componenti della società come gruppi di uomini o
di classi (designate da una parola che si riferisce al colore, pistra): i
sacerdoti, àBuurvan o uBravun (cf. uno dei sacerdoti vedici, Vdtharvan), i
guerrieri, luBciè.star (guidatori di carri», cf. il vedico rathe-sthà epiteto
del dio guerriero Indra) e gli agricoltori-allevatori, vàstryó.fsuyant. Un solo
passaggio avestico e più notoriamente i testi palliavi, pongono come quarto
termine alla base di questa gerarchia, gli artigiani, huiti, altri indizi (come
il fatto che raggruppamenti triplici di nozioni sono talvolta messi
maldestramente in rapporto con le quattro classi, cf. SBE, V,357) ci portano a
considerarla una aggiunta a un antico sistema ternario. Nel X secolo della
nostra èra il poeta persiano Ferdusi, fedele testimone della tradizione,
racconta come il favoloso re Jamsed (lo Yima Xsaéla dell’A vesta) istituì
gerarchicamente queste classi: separò inizialmente dal resto del popolo gli
*asravctn assegnando loro le montagne per celebrarvi il loro culto, per
consacrarsi al servizio divino e restare nella luminosa dimora ; gli *artesfar,
posti dall’altra parte, combattono come dei leoni, brillano alla testa delle
armate e delle province, grazie a loro il trono regale è protetto e la gloria
del valore è mantenuta ; quanto ai *vùstryós, la terza classe, loro stessi
arano, piantano e raccolgono; di ciò che mangiano nessuno li rimprovera, non
sono servi benché vestiti di stracci e il loro orecchio è sordo alla calunnia.
A differenza dell’India le società iraniche non hanno irrigidito questa
concezione in un regime castale: esso sembra essere rimasto un modello, un
ideale e un comodo mezzo per analizzare ed enunciare l’essenzialità
dell’argomento sociale. Dal punto di vista della ideologia in cui noi ci
poniamo, questo è sufficiente. Un ramo aberrante della famiglia iranica, molto
importante poiché si è sviluppato non in Iran ma a nord del Mar Nero, fuori
dalla morsa degli imperi, iranici o altri, che si sono succeduti nel Vicino
Oriente, testimonianello stesso senso: sono gli Sciti - i cui costumi insieme a
molte leggende ci sono noli grazie ad Erodoto e a qualche altro autore antico -
la cui lingua e tradizione si è mantenuta sino ai nostri giorni grazie a un
piccolo popolo del Caucaso centrale, originale e pieno di vitalità, gli Osseti.
Secondo Erodoto (IV, 5-6) ecco come gli Sciti raccontano l’origine della loro
nazione: Il primo uomo che comparve nel loro paese, prima di allora deserto, si
chiamava Targitaos, che si diceva figlio di Zeus e di una figlia del fiume
Boriysthene (il Dniepr attuale)... Lui stesso ebbe tre figli, Lipoxais
(variante Nitoxais), Arpoxais e in ultimo Kolaxais. Quando erano in vita
caddero dal cielo sulla terra Scizia degli oggetti d’oro: un carro, un giogo,
un’ascia e una coppa (apoxpóv xe mi t/uyòv mi cràyapiv mi (piàÀT|v). A questa
vista il più anziano si affrettò a prenderli ma quando arrivò l ’oro si mise a
bruciare. Così si ritirò e il secondo si fece avanti ma senza migliore
successo. Avendo i primi due rinunciato all 'oro bruciante, sopraggiunse il
terzo e l ’oro si spense. Lo prese con sé e i suoi due fratelli, davanti a questo
segno, abbandonarono la regalità interamente all'ultimogenito. Da Lipoxais sono
nati quegli Sciti che sono chiamati la tribù (yévoq) degli Aukh- atai; da
Arpoxais quelle dette Katiaroi e Traspies (variante: Trapies, Trapioi) e in
ultimo, dal re, quelle dette Paralatai; ma tutte insieme si chiamano Skolotoi,
dal nome del loro re Mi sembra certo che bisogna, al pari di E. Benveniste,
rendere yévoq con tribù. Gli Sciti contano quattro tribù, una delle quali è la
tribù capo. Ma tutte hanno realmente o idealmente la stessa struttura: è chiaro
infatti che questi quattro oggetti si riferiscono alle tre attività sociali
degli Indiani e degli Iranici deH’Iran; il carro e il giogo (E. Benveniste ha
analizzato un composto avestico che associa queste due parti della meccanica
dell’aratura) evocano l’agricoltura; l’ascia era con l’arco l’arma nazionale
degli Sciti; altre tradizioni scitiche conservate da Erodoto, come pure
l’analogia coi dati indo-iranici conosciuti, incoraggiano a vedere nella coppa
lo strumento e il simbolo delle offerte cultuali e delle bevande sacre. La
forma ben distinta che Quinto Curzio (VII, 8, 18-19) dà alla tradizione,
conferma questa esegesi funzionale; egli fa dire agli ambasciatori degli Sciti
che cercavano di convincere Alessandro Magno a non attaccarli: Sappi che
abbiamo ricevuto dei doni: un giogo per buoi, un carro, una lancia, una freccia
e una coppa (iugum bovum, aratrum, hasta, sagitta et patera). Ce ne serviamo
con i nostri amici e contro i nostri nemici. Ai nostri amici doniamo i frutti
della terra che ci procura il lavoro dei buoi; con essi offriamo agli dèi
libagioni di vino; quanto ai nostri nemici, li attacchiamo da lontano con la
freccia e da vicino con la lancia. 4. La famiglia degli eroi Narti È
interessante vedere sopravvivere questa struttura ideologica della società
nell’epopea popolare dei moderni Osseti, che ci è nota i n frammenti ma in
numerose varianti da circa un secolo e che una grande impresa folklorica
russo-osseta, da circa quindici anni, ha sistematicamente raccolto. Gli Osseti
sanno che i loro eroi dei tempi antichi, i Narti, erano divisi essenzialmente
in tre famiglie. / Boriatee - dice una tradizione pubblicata da S. Tuganov nel
1925 - erano ricchi in armenti; gli Alcegatce erano forti per intelligenza; gli
/Exscertcegkatce si distinguevano per eroismo e vigore ed erano forti per i
loro uomini. I dettagli del racconto che giustappongono od oppongono a due a
due queste famiglie, soprattutto nella grande collezione degli anni ’40,
confermano pienamente queste definizioni. II carattere intellettuale degli
Alaegatae riveste una forma arcaica, non appaiono che in circostanze uniche ma
frequenti: c nella loro casa che hanno luogo le solenni bevute dei Narti in cui
si producono le meraviglie di una Coppa magica detta la Rivelatrice dei Narti.
Quanto agli vExsscrtaegkata;, grandi smargiassi ad effetto, è rimarchevole che
il loro nome sia un derivato del sostantivo cexsur(t) bravura, che è, con le
alterazioni fonetiche previste nelle parlate scitiche, la stessa parola del sanscrito
ksatrà, nome tecnico, come abbiamo visto, del fondamento della classe
guerriera. I Boriala; e il principale tra essi, Burafscrnyg, sono costante-
mente e caricaturalmente i ricchi, con tutti i rischi e i difetti della
ricchezza e in più, in opposizione ai poco numerosi vExsaertaegkatae, sono una
moltitudine di uomini. Riconosciuta così come retaggio comune indo-iranico,
questa dottrina tripartita della vita sociale è stata il punto di partenza di
un'inchiesta che prosegue da più di vent’anni e che ha portato a due risultati
complementari che possono riassumersi in questi termini: 1) al di fuori degli
Indo-Iranici i popoli indoeuropei conosciuti in età antica o praticavano
realmente una divisione di questo tipo oppure, nelle leggende in cui spiegano
le proprie origini, ripartivano i loro cosiddetti componenti iniziali fra le
tre categorie di questa stessa divisione: 2) nel mondo antico, dal paese dei
Seres alle Colonne d’Èrcole, dalla Libia e dall’Arabia agli Iper borei, nessun
popolo non indoeuropeo ha esplicitato praticamente o idealmente una tale
struttura o se l’ha fatto è stalo dopo un contatto preciso, localizzabile c
databile, che ha avuto con un popolo indoeuropeo. Ecco qualche esempio a
sostegno di questa proposizione. Il caso più completo è quello dei più
occidentali tra gli Indoeuropei, i Celti e gli Italici, il che non è
sorprendente una volta che si c prestata attenzione (J. Vendryes) alle numerose
corrispondenze che esistono nel vocabolario della religione,
dell’amministrazione e del diritto, tra le lingue indo-iraniche da una parte e
quelle ilalo-celli- che dall’altra. Se si ordinano i documenti che descrivono
lo stato sociale della Gallia pagana decadente conquistala da Cesare, insieme
ai testi che ci informano sull’Irlanda pocoprima della sua conversione al
cristianesimo, ci appare sotto il *rig (l’esalto equivalente fonetico del
sanscrito rcij- o del latino réf*-), un tipo di società così costituita: 1) Al
di sopra di tulli c forte oltre ogni limile, quasi super-nazionale come la
classe dei brahmani, vi c la classe dei clruicli (*dru-uid), cioè dei sapienti,
sacerdoti, giuristi, depositari della tradizione. 2) Segue poi l’aristocrazia
militare, unica proprietaria del suolo, \a flciith irlandese (cf. il gallico
vlata- c il tedesco Gewcdt), propriamente la potenza, esatto equivalente
semantico del sanscrito ksatrà, essenza della funzione guerriera. 3) Infine,
gli allevatori, i bóairig irlandesi, uomini liberi ( ciirif.;) che si
definiscono solamente come possessori di vacche ( bó). Non è sicuro ne
probabile, come c stalo proposto, (A. Mcillet c R. Thurney- scn hanno preferito
un’etimologia puramente irlandese) che questa ultima parola, aire (genitivo
ctirech, plurale airig) che designa lutti i membri dell’insieme degli uomini
liberi (che sono protetti dalla legge, concorrono all’elezione del re,
partecipano alle assemblee - airecht - e ai grandi banchetti stagionali) sia un
derivato in -k di una parola imparentata con l’indo-iranico * city a (sanscrito
city a, àrya\ antico-persiano ariya, avestico airya; osseto Iceg uomo, da
*arya-ka-). Ma poco importa: il quadro tripartito celtico ricopre esattamente
lo schema reale o ideale delle società indo-iraniche. La Roma storica, benché
risalga ad epoca remota, non ha divisioni funzionali: l’opposizione tra patrizi
e plebei è di un altro tipo. Senza dubbio è l’effetto di un’evoluzione precoce
e la divisione in tre tribù - anteriore agl’etruschi benché rivestila di nomi
d’origine apparentemente etnisca come Ramnes, Luceres, Titienses - e ancora in
qualche modo del tipo che studiamo: è ciò che ci suggerisce chiaramente la
leggenda delle origini. Secondo la variante più diffusa, Roma si e costituita
da tre elementi etnici: i compagni latini di Romolo e Remo, gli alleati
etruschi condotti a Romolo da Lucumone e i nemici sabini di Romolo comandati da
Tito Tazio. I primi avrebbero dato nascita a la TRIBU I -- Ramnes, i secondi
alla TRIBU II – i Luceres c i terzi alla TRIBU III – i Titienses. Ora, la
tradizione annalistica colora costantemente ognuno di questi componenti etnici
di tratti funzionali. LA TRIBU III: I Sabini di Tazio sono essenzialmente
ricchi di armenti. LA TRIBU II. Lucumone c la sua banda sono i primi
specialisti dell’arte militare arruolati come tali da Romolo. LA TRIBU I:
Romolo è il semi-dio, il rex-augur beneficiario della promessa iniziale di
Jupiter, il creatore <le\Y urbs e il fondatore istituzionale della
respublica. Talvolta la componente etnisca è eliminala, ma l’analisi
tri-funzionale non viene meno poiché Romolo c i suoi Latini accumulano su loro
stessi la doppia specificazione di capi sacri e di guerrieri esemplari ed hanno
in loro stessi, come dice Tito Livio (1,9; 2-4), “deos et virtutem” e non gli
mancano temporaneamente che opes (e le donne) che saranno loro fornite dai
Sabini (cf. Floro, 1,1) i Sabini riconciliati che si trasferiscono a Roma c cum
generis suis a vitas opes prò dote socicint. Eliminando così gli’etruschi, il
dio Marte in persona, nei “Fasti” di Ovidio mette a nudo il movente ideologico
dell’impresa che ha portalo all’unione dei Romani con i Sabini: La ricca
vicinanza – “viciniadives” -- non voleva questi generi senza ricchezza –
“inopes” -- e non aveva riguardo del fatto che io ero (un dio) la fonte del
loro sangue – “sanguinis auctor”. Io ho risentito di questa pena e ho messo nel
tuo cuore, Romolo, una disposizione conforme alla natura di tuo padre --
“patriam mentem”, cioè marziale -- Io ti dico, tregua di sollecitazione, ciò
che domandi, saranno le armi a donartelo – “arma dabunt”. Dionigi di
Alicarnasso che segue la tradizione delle tre razze, ripartisce tra quelli gli
stessi tre vantaggi: le città vicine, sabine o altre, sollecitate da Romolo per
mezzo di matrimoni, rifiutano di unirsi a questi nuovi venuti Che non sono da
considerarsi neper ricchezza (xpTipaoi) né per altre imprese (taupnpòv Èpyov).
A Romolo, relegato così alla sua qualità di figlio di dio e di depositario dei
primi auspici, non resta che affidarsi (II, 37) ai militari di professione come
l’etrusco Lucumone di Solone, Uomo di azione e illustre in materia di guerra
(xà rcoX.é|iia 8ux<pavnq). Ma è Properzio, nella prima elegia romana che da
a questa dottrina delle origini, e nella forma delle tre razze, l’espressione
più complete. Nel momento in cui nomina, con Romolo, le tre tribù primitive
mettendo in risalto le loro etimologie tramite le correlazioni tradizionali coi
nomi dei loro eponimi, comincia ad esprimere i caratteri funzionali distintivi,
1’essenza, potremmo dire, della materia prima di ogni tribù. TRIBU I: i
compagni di Remo e di suo fratello (il nome di Romolo è riservato per coprire
la sintesi finale); TRIBU II: Lygmon (Lucu- mo); TRIBU III. Tito Tazio. Il
testo di Properzio merita di essere esaminato più da vicino. L’intenzione di
Properzio all’inizio di questa elegia è di opporre (c un luogo comune
dell’epoca) l’umiltà delle origini all’opulenza della Roma d’Ottaviano. Dopo
qualche verso che introduce il tema applicandolo al luogo, ecco gl’abitanti,
presentati in tre parti ineguali, seguite da una conclusione: -- sul pendio
dove si elevava un tempo la povera casa di REMO. I due fratelli avevano un solo
focolare, immenso reame. La Curia, il cui splendore copre oggi un'assemblea di
toghe preteste, non conteneva che senatori vestiti di pelle e dalle anime
rustiche. Era la tromba che convoca, per i colloqui, gli antichi cittadini;
cento uomini in un prato, tale era spesso il loro senato. Nessuna tela
ondulante sulle profondità di un teatro, nessuna scena che esalasse l'odore
solenne dello zafferano. Nessuno si cura di andare a cercare dèi stranieri. La
folla trema, attaccata al culto ancestrale. E, ogni anno, le feste di Pale non
sono celebrate che con fuochi di fieno i quali valevano bene te lustrazioni che
si fanno oggi giorno grazie a un cavallo mutilato. Vesta era povera e trovava
il suo piacere in asinelli coronati di Fiori. Delle vacche scarnite portavano
in processione degli oggetti senza valore. Dei maiali ingrassati bastavano per
purificare gli stretti crocicchi e il pastore, al suono della cennamella, offre
in sacrificio le interiora di una pecora. Vestito di pelli, l'agricoltore
brandiva delle correggie villose: è allora che tengono i loro riti i Fabii,
Luperci scatenati. Ancora primitivo, il soldato non sfavillava sotto delle armi
terribili. Ci si batteva nudi con dei pali induriti dal fuoco. Il primo campo e
stabilito (pretorio: quartiere del campo intorno alla tenda del generale) da un
comandante con un berretto di pelle, LYGMON. E la ricchezza di TATIUS era
essenzialmente nelle sue pecore: è da là che si formarono i T1TIES, i RAMNES e
i LU CERES, originari di Solonio; è da là che Romolo Lancia la sua quadriga di
cavalli Bianchi. Il percorso di questo sviluppo è ben chiaro. Cme una favola
verso la sua breve morale, tende verso l’ultimo distico che prima di menzionare
il radunatore Romolo, nell’apparato dei suoi trionfi, enumera sotto i loro nomi
le tre tribù riunite. Al verso 31, hinc indica che queste tre tribù provengono
da uomini che sono stati precedentemente descritti e in effetti, in accordo con
la tradizione erudita, Properzio mette i Tities (v. 31) in correlazione con il
Tatius del verso 30 e i Luceres (v. 31) con Lygmon-Lucumo (v. 29). Quanto ai
Ramnes, conformemente all’uso dovrebbero essere annunciati simmetricamente alla
menzione di Romolo, ma a Romolo è qui riservato il posto di comando di questa
società composita ed è RIMPIAZZATO DA REMUS al verso 9, o insieme a lui in
frotres al verso 10. In altre parole, prima di mostrarli trasformati (hinc)
sotto Romolo, nei tre terzi della città unificata, Properzio comincia col
presentare successivamente, sotto i loro eponimi e nella loro esistenza ancora
separata, le tre componenti della futura Roma, nell’ordine. TRIBU I: Le genti
di Remo e di suo fratello. TRIBU II. L’etrusco Lucumone e – TRIBU III: il
sabinoTazio. Si spiega così come le feste dei versi 15-26, appartenenti ai
futuri Ramnes, siano quelle che la tradizione considera anteriori al sinecismo
e praticate già, nel loro isolamento, dai due fratelli. Ma non è tutto. Non è
meno lampante che le tre successive presentazioni delle future tribù siano
caratterizzate secondo tre funzioni. Dal verso 9 (Remo) al verso 26, Properzio
non evoca che il carattere primitivo di un’AMMINISTRAZIONE POLITICA (semplicità
dei re, di ciò che rappresentava allora il senato e l’assemblea popolare) e di
un CULTO (v. 15-26; mancanza di solennità e di dèi stranieri; nell 'ordine del
calendario mstico - da aprile a febbraio - dei Parilia, Vestalia, Compitalia e
Lupercalia, senza alcuno sfarzo). TRIBU II: Dal verso 27 al verso 29 ( Lygmon)
il poeta evoca le forme primitive della GUERRA che rimangono elementari (un
berretto di pelle) anche col primo tecnico militare. TRIBU III: Nel solo verso
30 ( Tatius ) Properzio evoca la forma puramente pastorale della RICCHEZZA
primitiva. La nettezza delle articolazioni del testo e, in conseguenza, delle
intenzioni classificatorie di Properzio, il confronto nel distico 29-30 di
Lucumo come generale e di Tazio come ricco proprietario di armenti, mettono in
risalto il fatto che, benché concepite come componenti etniche, le tre tribù
nel pensiero degli eruditi di epoca d’Ottaviano sono caratterizzate
funzionalmente. TRIBU I: I Ramnes, raggruppati intorno ai fratelli, dediti
soprattutto al governo e al culto. TRIBU II: Lucumoneei Luceres come guerrieri.
TRIBU III: Tito Tazio e i Tities (più spesso Titienses) come ricchi allevatori.
Le divisioni degli Ioni Fra i Greci, almeno gli Ioni e i più antichi ateniesi
erano stati inizialmente divisi in quattro tribù definite dal ruolo
nell’organizzazione sociale. I nomi tradizionali delle tribù non sono molto
chiari, al pari della ripartizione dei nomi nelle quattro funzioni o, come dice
Plutarco, nei quattro |3ioi (tipi di) vite, ma questi tipi sono molto
probabilmente sacerdoti o funzionari religiosi, guerrieri o guardiani,
agricoltori, artigiani (Strabone Vili, 7, 1; cf. Platone, Timeo, 24 A).
Plutarco 0 Solone 23), per una falsa etimologia del nome ordinario ricollegato
ai sacerdoti, omette i sacerdoti e sdoppia agricoltori e pastori. È probabile
che le tre classi della Repubblica ideale di Platone - filosofi che governano,
guerrieri che difendono e il terzo stato che produce ricchezza - con ogni loro
armonizzazione morale o filosofica, così prossima talvolta alle speculazioni
indiane, siano state ispirate in parte dalle tradizioni ioniche, in parte da
ciò che si sapeva allora in GreciadelledottrinedeH’Iraneinpartedaquegli
insegnamenti dei pitagorici che risalgono senza dubbio al remoto passato
ellenico o preellenico. 10. La tripartizione sociale nel mondo antico A questi
schemi concordanti si è cercata invano una replica indipendente nella pratica o
nelle tradizioni delle società ugrofinniche o siberiane, presso i Cinesi o gli
Ebrei biblici, in Fenicia o nella Mesopo- tamia sumerica o accadica, o nelle
vaste zone continentali adiacenti agli Indoeuropei o penetrate da essi. Ciò che
salta agli occhi sono delle organizzazioni indifferenziate di nomadi in cui
ognuno è sia combattente che pastore; delle organizzazioni teocratiche di
sedentari in cui un re-sacerdote o un imperatore divino è contrapposto ad una
massa spezzettata aH’infinito ma omogenea nella sua umiltà; oppure ancora delle
società in cui lo stregone non è che uno specialista fra tanti altri senza
preminenza, malgrado il timore che la sua competenza suscita. Niente di tutto
questo ricorda né da vicino né da lontano la struttura delle tre classi
funzionali gerarchizzate e non vi sono delle eccezioni. Quando un popolo non
indoeuropeo del mondo antico, ad esempio del Vicino Oriente, sembra conformarsi
a questa struttura è perché l’ha acquisita sotto l’influenza di uno nuovo
arrivato vicino a lui, da una di quelle pericolose bande di Indoeuropei -
Luviti, Hittiti, Arya - che nel secondo millennio si sono arditamente sparse
lungo diversi percorsi. E il caso ad esempio dell’Egitto castale in cui i Greci
del V secolo credevano di aver trovato il prototipo, l’origine delle più
vecchie classi funzionali ateniesi che sono state menzionate poco fa. In realtà
questa struttura si è formata sul Nilo grazie al contatto con gli Indoeuropei,
che apparendo in Asia Minore e in Siria nella metà del secondo millennio prima
della nostra èra, rivelarono agli Egiziani il cavallo e tutti i suoi usi.
Solamente dopo questa data il vecchio impero dei Faraoni si riorganizza per
poter sopravvivere, formandosi ciò che non aveva mai avuto: un’armata
permanente e una classe militare. Il più antico testo multifunzionale del tipo
di quello che sarà conosciuto da Erodoto (Timeo) o da Diodoro, è l’iscrizione
in cui Thaneni si vanta di aver fatto un vasto censimento per conto dei suo
Faraone Thutmosis IV (J.H. Breasted, Ancient Records ofEgypt, II, thè XVIlIth
Dynasty): M uste ring ofthe whole land before his Majesty making an in-
spection ofevery body, knowing thè soldiers, priests, royal serfs and all thè
craftsmen ofthe whole land, all thè cattle, fo wl and small cattle, by thè
military scribe, beloved of his lord Thaneni Ora, Thutmosis IV (1415-1405) è
giusto il primo Faraone che abbia mai sposato una principessa arya dei Mitanni,
la figlia di un re dal nome caratteristico di Artatama. Sembra che la
differenziazione di una classe di guerrieri col suo statuto morale particolare,
unito ad una sorta di alleanza flessibile a una classe ugualmente differenziata
di sacerdoti, sia stata la novità degli Indoeuropei e il cavallo e il carro la
ragione e il mezzo della loro espansione. Le iscrizioni geroglifiche e
cuneiformi ci hanno trasmesso il ricordo del terrore che causarono alle vecchie
civiltà questi specialisti della guerra, così arditi e impietosi come quei
conquistadores che tremila anni più tardi nel Nuovo Mondo comparvero ai capi e
ai popoli degli imperi che schiacciarono. Essi li designavano con un nome -
marianni - che in effetti gli Indoeuropei usavano: i mdriya, incuiStig Wikander
seppe riconosce- 26 re nel 1938 i membri dei Mcitinerblinde dello stesso tipo
studiato da Otto Hofler presso i Germani. La comparazione dei più antichi
documenti indoiranici, celtici, italici e greci, se da una parte permette di
affermare che gli Indoeuropei avevano una concezione della struttura sociale
fondata sulla distinzione e sulla gerarchizzazione delle tre funzioni,
dall’altra parte non può insegnare grandi cose sulla forma concreta - o sulle
diverse forme - in cui si sarebbero realizzate queste concezioni. Bisogna ora
generalizzare ciò che è stato detto più sopra a proposito degli Arya vedici. È
possibile che la società sia stata interamente ed esausti vamen- te ripartita
tra sacerdoti, guerrieri e pastori. Si può anche pensare che la distinzione
avesse solamente portato a mettere in risalto qualche clan o qualche famiglia
specializzata, depositaria nell’un caso dei segreti efficaci del culto, nel
secondo delle iniziazioni e delle tecniche guerriere e nell’ultimo, infine, dei
rimedi e delle magie deH’allevamento, mentre il grosso della società,
indifferenziata o meno differenziata, si affidava alla direzione degli uni o
degli altri, secondo le necessità o le occasioni. Si è infine liberi di
immaginare moltissime forme intermedie, ma queste non saranno che punti di
vista dello spirito. Certi raffronti di cifre sembrano tuttavia rivelare la
sopravvivenza di formule molto precise: così, nel Rgveda i 33 dèi riassumono
una società divina concepita ad immagine della società aryae sono talvolta
scomposti in 3 gruppi di 10, completati da 3 supplementari; oppure, a Roma, le
33 comparse dei comitia curiata dei quali 30 (cioè 3 per 10) riassumono le 3
tribù primitive funzionali dei Ramnes, Luce- res e Titienses, completate da 3
àuguri. 12. Le tre funzioni fondamentali Così, non è il dettaglio autentico e
storico dell’organizzazione sociale tripartita degli Indoeuropei che interessa
di più il comparatista, ma il principio di classificazione, il tipo di
ideologia che essa ha suscitato, realizzato o formulato, e di cui non sembra
essere più rimasta che un’espressione tra tante altre. Diverse volte
nell’esposizione che si è letta è stata incontrata una parola importante:
quella di funzione, di tre funzioni, e bisogna così intendere certamente le tre
attività fondamentali assicurate da gruppi di uomini - sacerdoti, guerrieri,
produttori - per il sostentamento e la prosperità della collettività. Ma il
dominio delle funzioni non si limita a questa prospettiva sociale. Alla
riflessione filosofica degli Indoeuropei esse avevano già fornito - come
sostantivi astratti, bnihman, ksutrù, vis, principi delle tre classi nella
riflessione filosofica degli Indiani vedici e posl-vedici - ciò che può essere
considerato, secondo il punto di vista, come un mezzo per esplorare la realtà
materiale e morale o come un mezzo per mettere ordine nel patrimonio delle
nozioni ammesse dalla società. L’inventario di queste applicazioni non
propriamente sociali della struttura trifunzionale, è stato intrapreso e
continuato, dal 1938, da E. Benveniste e da me stesso. Ora, è facile porre
sulla prima e sulla seconda funzione un’etichetta che copra tutte le sfumature:
da una parte il sacro e i rapporti dell 'uomo col sacro (culto, magia) c degli
uomini tra di loro, sotto lo sguardo c la garanzia degli dèi (diritto,
amministrazione), e così pure il potere sovrano esercitato dal re o dai suoi
delegati in conformità con la volontà o il favore divino e infine, più
generalmente, la scienza c l’intelligenza, allora inseparabili dalla
meditazione e dalla manipolazione delle cose sacre; dall’altra parte la forza
fisica brutale e l’impiego della forza, uso principalmente ma non unicamente
guerriero. È meno facile delincare in poche parole l’essenza della terza
funzione, che ricopre delle province numerose fra le quali intercorrono dei
legami evidenti ma la cui unità non comporta un centro ben definito: fecondità
umana, animale e vegetale, ma, nello stesso tempo, nutrimento e ricchezza,
santità e pace (con le gioie c i vantaggi della pace) e anche voluttà, bellezza
c l’importante idea del gran numero, applicata non solo ai beni (abbondanza) ma
anche agli uomini che compongono il corpo sociale (massa). Non sono queste
delle definizioni a priori ma insegnamenti convergenti di molte applicazioni
dell’ideologia tripartita. Gli indologi hanno familiarità con questo uso
straripante della classificazione tripartita sin dai tempi vedici: per un
impulso che ricorda, nel suo vigore e nei suoi effetti, la tendenza
classificatoria del pensiero cinese - che ha distribuito tra lo yang e lo yin
sia coppie di nozioni solidali che antitetiche -1’India ha messo le tre classi
della società, coi loro principi, in rapporto con numerose triadi di nozioni
preesistenti o create per la circostanza. Queste armonie, queste correlazioni
importanti per l’azione simpatetica a cui tende il culto, hanno talvolta un
senso molto profondo, talvolta artificiale e altre volte puerile. Così, ad
esempio, le tre funzioni sono distributivamente connesse ai tre guna
(propriamente, figli) o qualità - Bontà, Passione, Oscurità - delle quali la
filosofia sùrìikhyu dice che gli intrecci variabili formano la trama di tutto
ciò che esiste; o ancora, nei tre stadi superiori dell’universo, le si vede non
meno imperiosamente collegate ai diversi metri e melodie dei Veda o ai diversi
tipi di bestiame o a comandare minuziosamente la scelta dei diversi tipi di
legno con cui saranno fatte le scodelle o i bastoni. Senza arrivare a questi
eccessi di sistematizzazione, la maggior parte degli altri popoli della
famiglia presentano aspetti di questo genere che, ritrovandosi molto simili su
diverse altre parti del globo, hanno la fortuna di risalire ad antenati comuni,
agli Indoeuropei. Non si potrà presentare in questa sede che qualche
inventario. 13. Triadi di calamità f.triadi di delitti Da circa vent’anni E.
Benveniste ha individualo presso gli Iranici c gli Indiani delle formule molto
simili in cui un dio è pregalo di allontanare, da una collettività o da un
individuo, tre flagelli, ognuno dei quali si riconnettc a una delle tre
funzioni. Per esempio, in una iscrizione di Pcrscpoli (Persep. d 3) Dario
domanda ad Ahuramazdà di proteggere il suo impero r/a// ’esercito nemico, dal
cattivo anno e dall'inganno (quest’ultima parola, drau- ga, nel vocabolario del
Gran Re designava sopralutto la ribellione politica, il misconoscimento dei
suoi diritti sovrani; ma si riferiva anche al peccalo maggiore delle religioni
iraniche, la menzogna). Parallelamente, al momento delle cerimonie vcdichc del
plenilunio c del novilunio, una preghiera è dedicala ad Agni, con delle formule
che, diversamente allungate dagli autori dei vari libri liturgici (per esempio
Tditt.Sariìh., I, 1, 13, 3; Sut.Bràhm., I, 9, 2, 20) hanno questo nucleo
comune: Conservami dalla soggezione, conservami dal cattivo sacrificio,
conservami dal cattivo nutrimento. L’enunciato indiano è parallelo a quello
iranico, con la riserva che, al primo livello, il re achemenide parla di
inganno e il ritualista vedico di sacrificio malfatto: questo scarto nei timori
corrisponde ad evoluzioni divergenti - da una parte più moraliste e dall’altra
più for- maliste - delle religioni delle due società. Mi è stato possibile
dimostrare in seguito che i più occidentali tra gli Indoeuropei, i Celti, i cui
usi sono talvolta così sorprendentemente simili a quelli vedici, utilizzavano
la stessa classificazione tripartita delle maggiori calamità. La principale
compilazione giuridica dell’Irlanda, il Senchus Mór, comincia con questa
dichiarazione ( Ancient Laws oflreland, IV 1873, p. 12): Vi sono tre tempi in
cui si produce il deperimento del mondo: il periodo della morte degli uomini
(morte per epidemia o per carestia, precisa la glossa), la produzione
accresciuta di guerra e la dissoluzione dei contratti verbali. I malanni sono
così ripartiti fra le tre zone della salute o del nutrimento, della forza violenta
e del diritto. I Galli non hanno inserito nei loro libri giuridici delle tali
formulazioni astratte, ma un testo che parrebbe essere la trasposizione
romanzesca di un vecchio mito, il Cyvranc Lludd a Llevelis è consacrato
all’esposizione delle tre oppressioni dell’isola di Bretagna e al modo in cui
il re Lludd vi mise fine. Queste calamità sono: 1) una razza di uomini saggi il
cui sapere è tale che essi intendono per tutta l’isola ogni conversazione,
fosse anche a bassa voce, e interferiscono così nel governo e nei rapporti
umani; 2) ogni primo maggio ha luogo un terribile duello tra due draghi, il
drago dell’isola e il drago straniero che viene a battersi col primo, cercando
di vincerlo, e le urla del drago dell’isola sono tali da paralizzare e sterilizzare
ogni essere vivente; 3) ogni volta che il re accumula in uno dei suoi palazzi
una provvista di cibarie e di vivande, fosse anche per un anno, u n mago ladro
giunge la notte seguente e porta via tutto il suo paniere. Si osserva ancora
una volta come le tre oppressioni si sviluppino qui negli ambiti della vita
intellettuale, dell’amministrazione della forza e infine del nutrimento; in
più, considerate in base ai loro agenti e non in base alle vittime, esse
definiscono tre delitti: abuso di un sapere magico, aggressione violenta e
furto di beni. Sembra che il più antico diritto romano ugualmente considerasse
i delitti privati come incantesimi maligni ( malum Carmen, occentu- tio),
violenza fisica ( membrum ruptum e osfractum, iniuriu) e in furto {furtum)\
Platone utilizzava, in un contesto inerente alla tripartizione C Repubblica,
413b-414a) e in un modo evidentemente artificiale, prendendolo in prestito
senza dubbio da qualche poeta tragico, una distinzione sistematica ed
esauriente dei delitti molto simile, in furto, violenza fisica e incantesimo
(kXotcti, pila, yor|TEÌa). Benveniste ha raffrontato la classificazione
avestica dei medicamenti ( Vidèvdàt, VII, 44: medicine del coltello, delle
piante e delle formule d’incantesimo) con l’analisi che fa un inno del Riveda
sui poteri medici degli dei Nàsatya-Asvin (X, 39, 3) .guaritori di chi è cieco
(male misterioso, magico), di chi è smagrito (male alimentare) e di chi ha una
frattura (violenza). È lo stesso procedimento che nella III Pythica di Pindaro
il centauro Chirone insegna ad Asclepio per guarire le dolorose malattie degli
uomini (versi 40-55: incantesimi, pozioni o droghe, incisioni) ed è stato
sospettato che dietro questi fatti paralleli si celi l’esistenza di una
dottrina medica tripartita ereditata dagli Indoeuropei. Se i vecchi testi
germanici non applicano questo schema classificatorio ai malanni, ai delitti o
ai rimedi, è vero che l’utilizzano in altre circostanze: il Canto di Skirnir
nell 'Edda è un piccolo dramma in cui il servitore del dio Freyr costringe,
malgrado la sua volontà, la gigantessa Gerdr a cedere ai desideri amorosi del
suo maestro. Inizialmente tenta invano di comprare ( kaupu ) il suo amore con
dei regali d’oro (strofe 19-22); poi, non meno inutilmente, minaccia di
decapitarla (str.) con la sua spada {ma.’.ki)\ infine al suo terzo tentativo
non gli rimane che minacciarla con gli strumenti della sua magia, bacchette (
gambantein ) c rune (str. Elogi tripartiti Quando un poeta indiano vuole fare
brevemente l’elogio totale di un re, passa in rassegna le tre funzioni in tre
parole: così, all’inizio del Raghuvamsa (I, 24) il re Dilàpa merita di essere
chiamato padre dei suoi sudditi perché assicura loro buona condotta, li
protegge e li nutre. Con delle formule generalmente meno concise, l’epopea
irlandese procede allo stesso modo. In un bel lesto, il Paese dei Viventi, cioè
l’altro mondo, la dimora dei morti divenuti immortali, è caratterizzalo
dall’assenza di morte in base ai tre aspetti seguenti: .non vi è né peccato né
errore...] vi si mangiano pasti eterni senza servizio; l'intesa regna senza
lotte . L’originalità del paese meraviglioso consiste nel fatto che tutto è
buono e facile, ma questa idea si analizza e si esprime nel pensiero
dell’autore soprattutto secondo le tre funzioni (virtù, guerra, abbondanza
alimentare); la seconda funzione, di tipo violento, considerata come un male c
rifiutata, mentre le altre due sono sviluppale al massimo grado (J. POKÒRNY,
Conio’s abcnteucrliche Fahrt ZCP XVII, 1928,195). In un a simile analisi, per
fare 1 ’ elogio del re Conchobar, u n lesto del ciclo degli Ulati dice che
sotto il suo regno vi erano pace e tranquillità, saluti cordiali, ghiande,
grasso e prodotti del mare, controllo, diritto e buona regalità (K. MEYER,
Milleil. aus irischen Handschriflen ZCP): cioè il contrario della guerra, della
carestia c dell’anarchia, il contrario dei tre flagelli contro i quali il re
Dario a Persepoli domanda al gran dio di conservare il suo impero. Si può
obiettare talvolta che queste formule non siano troppo naturali, così troppo
ben modellale sull’uniforme e inevitabile disposizione delle cose perché il
loro accumulo e la loro somiglianza provino un’origine comune c resistenza di
una dottrina caratteristica degli Indoeuropei. Una riflessione anche elementare
sulla condizione umana e sulle risorse della vita collettiva non dovrebbe forse
mettere in evidenza, in ogni tempo c in ogni luogo, tre necessità, cioè una
religione che garantisse un’amministrazione, un diritto c una morale stabile,
una forza protettrice c conquistatrice, infine dei mezzi di produzione, di
alimentazione e di gioia? E quando l’uomo riflette sui pericoli che incontrac
sulle vie che si aprono alla sua azione, non è ancora a una qualche varietà di
questo schema che si riporta? Basta uscire dal mondo indoeuropeo, in cui queste
formule sono così numerose, per constatare che, malgrado il carattere
necessario e universale dei tre bisogni ai quali si riferiscono, esse non hanno
la generalità o la spontaneità chesi suppone: al pari della di visione sociale
corrispondente, non le si ritrova in alcun testo egizio, sumerico, accadico,
fenicio e biblico, né nella letteratura dei popoli siberiani, nè presso i
pensatori confuciani o taoisti così inventivi ed esperti di classificazioni. La
ragione è semplice ed elimina l’obiezione: per una civiltà, sentire vivamente e
soddisfare dei bisogni impellenti è una cosa; portarli alla chiarezza della
coscienza e riflettere su di essi, farne una struttura intellettuale e uno
schema di pensiero è tutta un’altra. Nel mondo antico solo gli Indoeuropei
hanno fatto questo cammino filosofico e così si percepisce nelle speculazioni e
nelle produzioni letterarie di tanti popoli di questa famiglia, che la
spiegazione più economica, come per la divisione sociale propriamente detta, è
ammettere che il percorso non è stato fatto e rifatto indipendentemente in ogni
provincia indoeuropea dopo la dispersione, ma che è anteriore alla divisione ed
è opera di pensatori dei quali i brahmani, i druidi e i collegi sacerdotali
romani sono in parte i diretti eredi. Meccanismi giuridici triplici Una delle
applicazioni più interessanti ma più delicate è quella che in riferimento alla
concezione indoeuropea chiarifica presso i diversi popoli (India, Roma,
Lacedemoni) i quadri e le regole giuridiche. Lucien Gerschel, ricordando il
diritto romano, ha dimostrato che questo, così originale nei suoi fondamenti e
nel suo spirito, conserva nelle sue forme un gran numero di procedure in tre
varianti a effetti equivalenti (che si spiegano solitamente, ma senza prove,
come creazioni successive dell’ uso e del pretore) che almeno qualcuna di
queste sorprendenti tripartita si modella sul sistema delle tre funzioni qui
considerate. Citerò unodei migliori esempi: un testamento può essere fatto con
lo stesso valore sia nell’assemblea strettamente religiosa dei Comitia Curiata,
presieduti dal gran pontefice; sia sul fronte di una battaglia davanti ai
soldati; sia tramite una vendita fittizia a un emp- torfamiliae (Aulo-Gellio,
XV, 27; Gaius, II; Ulpiano, Reg. XX, 1). Gerschel non pretende che sia esistito
a Roma un diritto sacerdotale, un diritto guerriero e un diritto economico, o
che i tre tipi di testamento abbiano avuto delle assisi sociali o degli effetti
differenti, non più dei tre tipi di affrancamento o delle altre tricotomie
giuridiche che si possono interpretare in questo senso. Questo quadro così
incredibilmente frequente, questa triade di possibilità a effetti equivalenti e
l’omologia delle distinzioni che si distribuiscono, sembrerebbe attestare, dice
Gerschel, che i creatori del diritto romano hanno da molto tempo pensato i
grandi atti della vita collettiva secondo l’ideologia delle tre funzioni e
giustapposto volentieri tre processi, tre decorsi o tre casi di applicazione
provenienti ciascuno dal principio (religioso; attualmente o potenzialmente
militare; economico) di una delle tre funzioni. La stessa psicologia non sfugge
a questo schema. I sistemi filosofici indiani dosano nelle anime, come nella
società, dei principi come la legge morale, la passione, l’interesse economico
(dharma, kCimu, artha) \ Platone attribuisce alle tre classi della sua
Repubblica ideale - filosofi governanti, guerrieri, produttori di ricchezze -
delle formule di virtù che distribuiscono e combinano la Saggezza, il Coraggio
e la Temperanza; in un’espressione apparentemente tradizionale e legala
all’intronizzazione dei Re Supremi di Irlanda, la mitica regina Medb,
depositaria e donatrice della Sovranità, pone come triplice condizione a
chiunque vuole diventare suo marito, cioè re, di essere senza gelosia, senza
paura, senza avarizia (Tdin Bó Cualnge ed. Windisch); infine, anche lo
zoroastrismo, nei testi brillante- mente interpretati da K. Barr, spiega che la
nascila dell’uomo per eccellenza, Zoroastro, è stata accuratamente preparata
con la combinazione di tre principi, l’uno regale, l’altro guerriero e il terzo
carnale. Si tratta forse di un’applicazione mitica di una credenza
antichissima; nei trattati rituali domestici dell’India ( Sànkh. G. S, I, 17,
9; Pdrask. G. S, 1,9, 5) si consiglia infatti alla donna che vuole concepire un
bambino maschio di rivolgersi a Mitra, a Varuna, agli Asvin e a Indra
(quest’ultimo accompagnato da Agni o Sùrya, secondo le varianti) e a nessun
altro, cioè, come sarà dimostrato nel capitolo seguente, alla lista arcaica
indo-iranica degli dèi che incarnano e patrocinano la prima, la terza e la
seconda funzione. Un’altra via di sviluppo per il pensiero trifunzionale è
stata quella del simbolismo: tanto i tre gruppi sociali quanto i loro tre
principi sono stati legati figurativamente e solidalmente a degli oggetti
materiali semplici, il cui raggruppamento li evocava e li rappresentava. Sembra
che dai tempi indoeuropei questa via abbia principalmente portato a due
insiemi: una collezione di oggetti talismani e un ventaglio di colori. Ci si
ricordi della leggenda tramite cui gli Sciti, secondo Erodoto, spiegavano le
loro origini: gli oggetti d’oro caduti dal cielo - carro e giogo per
l’agricoltore, ascia (o lancia o arco) come arma guerriera, coppa cultuale -
hanno dei valori nettamente classificatori secondo le tre funzioni. Ora, questi
oggetti non erano solamente mitici: erano conservati lutti insieme dal re e
ogni anno venivano solennemente portati attraverso le terre scitiche. Anche la
leggenda irlandese attribuisce alla penultima razza che avrebbe occupato
l’isola, e che in realtà è costituita dagli antichi dèi della mitologia (i
Tuatha dé Danann, Le tribù della dea Dana), un gruppo di oggetti talismani: il
calderone di Dagda che conteneva e donava un nutrimento meraviglioso; due armi
terribili, la lancia di Lug che rendeva il suo possessore invincibile e la
spada di Nuada, al cui colpo niente sopravviveva; la pietra di Fai infine, sede
della sovranità, il cui grido rivelava quale dei candidati doveva essere scelto
come re (V. HULLThefourjewels oftheT.D.D ZCP). Le mitologie vediche e
scandinave collegano allo stesso modo dei gruppi di tre oggetti caratteristici
a degli dèi che vedremo ben presto e che sono distribuiti secondo le tre
funzioni. 20. Colori simbolici delle funzioni presso gli Indo-Iranici Quanto ai
colori simbolici, l’importanza e l’antichità sono già segnalate, per il mondo
indo-iranico, dal fatto che i tre (o quattro) gruppi sociali funzionali sono
designati in base alla parola sanscrita varna e alla parola avestica pìstra
(cf. il greco 7touciXoq screziato, russo pisat' scrivere), che con sfumature
diverse designano il colore. Di fallo è un insegnamento costante nell’India che
brdhmunu, ksatriya, vaisya e sùclru siano rispettivamente caratterizzati (e le
spiegazioni non mancano) dal bianco, il rosso, il giallo e il nero. Di certo
che vi è stata un’alterazione in seguilo alla creazione delle caste inferiori
ed eterogenee degli sùdra, di un antico sistema di cui rimangono tracce nei
rituali (Gobh. G. S., IV, 7, 5-7; Khucl. G. S. IV, 2, 6) e senza dubbio anche
uno nel Riveda (nero, bianco e rosso è il suo cammino dice X, 20,9 di Agni, il
più triplice e trifunzionale degli dèi), sistema formato semplicemente da tre
colori senza il giallo e dove vi era il nero (o blu scuro) a caratterizzare i
vaisya, gli allevatori-agricoltori. In effetti anche l’Iran ha mantenuto questa
ripartizione: una tradizione mazdeo-zurvanita che è stata progressivamente
stabilita e interpretata da H. S. Nybcrg, G. Widengren, S. Wikander c R. C. Zaehner descrive nella cosmogonia
l’uniforme dei sacerdoti come bianca, quella dei guerrieri come rossa o
variopinta e quella degli agricoltori-allevatori come blu scura. Altri
Indoeuropei praticavano lo stesso simbolismo. V. Basanoff ha intelligentemente
i nterpretato in questo senso un rituale hiltita di evocatio in cui i diversi
dèi della città nemica assediata sono pregali di lasciarla e di giungere presso
gli assedianti attraverso tre cammini - il che suppone tre diverse categorie di
dèi - avvolti uno in una stoffa bianca, il secondo in una stoffa rossa e il
terzo in una stoffa blu ( Keilischrifturk aus Bof’azkbi; FRIEDERICK, Deralte
Orient, XXV, 2,1925, 22-23). 21. Colori simbolici delle funzioni presso Celti e
Romani Tra i Celti della Gallia e dellTrlanda il bianco è il colore dei dm- idi
e il rosso, nell’epopea irlandese, è quello dei guerrieri; a Roma un Albogalerus
caratterizza il più sacerdote tra i sacerdoti, il flamen diu- lis, mentre il
paludumentum militare è rosso come il drappo sulla testa del generale o come la
trabea dei cavalieri o dei sacerdoti armati che sono i Salii. Un sistema
completo a tre termini del simbolismo coloralo s’incontra due volte nelle
istituzioni romane. Il caso più interessante è quello dei colori delle fazioni
del circo che assunsero grande importanza sotto l’impero e nella nuova Roma del
Bosforo, ma che sono sicuramente anteriori all’impero c che gli studiosi di
antichità romane ricollegano del resto alle origini stesse di Romolo. 36 Le
speculazioni esplicative di questi antichisti sono molteplici e intrise di
pseudo-filosol'ia e di astrologia, ma una di queste, conservata da Giovanni il
Lido, De mens. IV, 30, si riferisce a delle realtà romane e afferma che questi
colori, che sono quattro, in epoca storica erano inizialmente tre ( albati,
russati, viricles) in rapporto non solo con le divinità Jupiler, Mars e Venus
(quest’ultima solo apparentemente sostituita a Flora) i cui valori funzionali
sono evidenti (sovranità, guerra, fecondità), ma anche con le tre tribù
primitive dei Ramnes, Lucercs e Titienses. A proposito di questi ultimi si è
ricordalo più sopra che erano, nella leggenda delle origini, sia componenti
etnici (Latini, Etruschi, Sabini) che funzionali (derivati da uomini sacri c
governanti, da guerrieri professionisti e da ricchi pastori) e che in un altro
passaggio {De magistrut. 1, 47) Giovanni il Lido interpreta come paralleli alle
tribù funzionali degli Egiziani e degli antichi Ateniesi. Nel 1942 Jan de Vries
raccolse un gran numero di esempi antichi e moderni (religiosi, l'olklorici c
letterari) di questa triade di colori: quasi lutti provenivano dall’area di
espansione indoeuropea o dai suoi confini, o dalle regioni che furono esposte
all'influenza degli Indoeuropei e alcuni hanno chiaramente un valore
classificatorio del tipo qui considerato. 22. Le scelti- dei tigli di Feridùn
Infine, dei racconti epici, delle leggende o delle narrazioni molto diverse
utilizzano ugualmente il quadro trifunzionale. Eccone qualche esempio. La
leggenda scitica dei tre figli di Targilaos, il cui ultimogenito raccoglie
insieme alla regalità i meravigliosi oggetti d’oro simboli delle tre Finzioni,
è stata paragonala da M. Molé a una tradizione dell’Iran propriamente detto,
relativa ai figli del l’eroe che V Avesta chiama ©hraétaona, i testi pahlavi
Frètòn e i testi persiani Feridùn. Eccola nella traduzione data da M. Molé a un
passaggio dell 'Àyàtkar i JàmcispTk: Da Frètòn nacquero tre figli; Salm, Tòz ed
Eric erano i loro nomi. Egli li convocò tutti e tre per dire ad ognuno di essi:
Io sto per dividere il mondo tra di voi, che ciascuno di voi mi dica ciò che
gli sembra bello affinché io glielo doni. Salm chiese grandi ricchezze, Toz il
valore ed Eric, su cui era la gloria dei Kavi (cioè il segno miracoloso che
distingue il sovrano scelto da Dio) la legge e la religione. Frètón disse: Che
a ciascuno di voi giunga ciò che ha chiesto. Ed egli donò infatti la terra di
Rum a Salm, il Turkestan e il deserto a Toz e l’Iran e la sovranità sui suoi
fratelli a Eric. Un’interessante variante di Ferdusi giustifica la stessa
divisione geografica con un altro criterio, anche se col medesimo senso. Esposti
a titolo di prova a uno stesso pericolo (un dragone minaccioso), ognuno dei tre
fratelli si rivela in accordo con la propria natura e col proprio livello
funzionale: Salm fugge, Tòz si precipita ciecamente all’assalto e Iraj evita il
pericolo senza combattere, con l’intelligenza e il nobile sentimento che ha
della dignità regale della sua famiglia. La scelta del pastore Paride È un tema
simile, presente fra i Greci d’Asia Minore e forse influenzato dagli
Indoeuropei di Frigia, che ha fornito la materia del giudizio di Paride,
piacevole racconto dalle pesanti conseguenze poiché è destinato a spiegare
come, malgrado la sua ricchezza e il suo valore, Troia finisca per soccombere
ai Greci. Paride, il bel principe pastore, vede giungere presso di sé tre dee
(che simboleggiano le tre funzioni) che gli chiedono un giudizio eminente;
secondo un tipo di variante (Euripide, Iphig. Aul, V. 1300- 1307) ognuna si
presenta nel l’aspetto del proprio rango e della propria attività: Era, fiera
del letto regale del sovrano Zeus , Atena con l’elmo sul capo e la lancia in
mano, Afrodite senza altre armi che la potenza del desiderio. Secondo un’altra
variante (Euripide, Troiane, v. 925-931) ogni dea tenta di accattivarsi il
giudizio promettendo un dono: Era promette la sovranità sull’Asia e l’Europa,
Atene la vittoria e Afrodite la donna più bella. Paride sceglie male e assegna
il premio ad Afrodite, scelta che causerà ben presto il rapimento
dell’incomparabile Elena e, malgrado dieci anni di combattimento, la fine di
Troia, distrutta da una coalizione di uomini e divinità tra le quali Era ed
Atena non saranno le meno accanite. Questo tipo di racconto ha prosperato sino
ai tempi moderni. Gerschel ha studiato delle tradizioni svizzere, tedesche ed
austriache raccolte nell 'ultimo secolo, evidentemente indipendenti dalla
leggenda greca, che presentano un giovane uomo che deve scegliere (ma
generalmente bene) fra tre offerte nettamente funzionali; oppure tre fratelli
che si spartiscono tre doni funzionali dei quali solo uno, quello della prima
funzione assicura a chi lo possiede un destino pienamente buono. Ecco per
esempio la forma originale rigorosamente ricostruita da Gerschel, delle
leggende tedesche sull’origine dello Jodeln (Johlen). Res, il vaccaro di
Bahilsalp, trova una notte nella capanna tre esseri sovrannaturali in procinto
di fare il formaggio: a un certo punto il latticello è versato in tre secchi e
nel primo è rosso, nel secondo secchio è verde e nel terzo è bianco. Res
apprende che deve scegliere un secchio e berne il latticello; allora uno dei
vaccari fantasmi aggiunge: Se scegli il rosso sarai talmente forte che nessuno
potrà combattere con te. Il secondo vaccaro disse a sua volta: Se tu bevi il
latticello di colore verde possiederai molto oro e sarai ricchissimo. Il terzo
infine spiegò: Bevi il latticello bianco e tu sarai Jodeln meravigliosamente.
Res rifiutò i due primi doni e si decise per il latticello bianco, diventando
un perfetto Jodler. Gerschel rileva che questa tecnica vocale ha nelle diverse
varianti un effetto magico (tutte le bestie vengono incontro allo jodler e.
l'accompagnano; tavole e panche danzano nella sua capanna: le vacche si alzano
sulle loro zampe posteriori e danzano; la vacca più selvatica si addolcisce e
si lascia mungere facilmente, etc.). Talismani di Roma e di Cartagine Verso la
fine delle guerre puniche Roma ha senza dubbio organizzato su un tale tipo di
schema la garanzia della sua vittoria finale: una testa di bue, poi una testa
di cavallo (trovate dagli scavatori di Di- done sul sito in cui si ergeva, con
Cartagine, il tempio della sua Giunone) avevano, a detta di loro, garantito
alla città africana l’ opulenza e la gloria militare. Ma in virtù della testa
d’uomo che gli spalatori di Tarquinio avevano un tempo trovato sul Campidoglio,
nel sito del futuro tempio di Jupiter O. M, è Roma che detiene la più alta
promessa, quella della sovranità. L. Gerschel, a cui si deve ancora questa
sorprendente interpretazione, ha ricordato che presso gli Indiani vedici uomo,
cavallo e bue sono teoricamente i tre tipi superiori delle vittime ammesse per
il sacrificio, quelli le cui teste (assieme alle teste delle due vittime
inferiori, montone e capro) devono, almeno in apparenza, essere interrate nel
luogo in cui si vuole elevare l’importante altare del fuoco, in mancanza del
santuario permanente che non esiste i n India. Come ultimo esempio,
riallacciando all’ambito epico la tripartizione dei flagelli e dei delitti
ricordati più sopra, citerò un tema di grande estensione letteraria che è stato
diversamente spiegato in India, in Scandinavia, in Grecia e in Iran: quello dei
peccati di un dio o di un uomo, generalmente (per delle ragioni che
analizzeremo nel III capitolo) un personaggio della seconda funzione, un
guerriero. Indra, il dio guerriero dell’India vedica, è un peccatore. Nei
Brahmano e nelle epopee la lista dei suoi errori e dei suoi eccessi è lunga e
varia. Ma il quinto canto del Màrkandeya Purànu li ha ridotti allo schema delle
tre funzioni: Indra uccide prima il mostro Tricefalo, morte necessaria poiché
il Tricefalo c un flagello che minaccia il mondo, ma tuttavia morte sacrilega
poiché il Tricefalo ha il rango di brahmano e non vi è crimine peggiore del
brahmanicidio e di conseguenza Indra perde la sua maestà, la sua forza
spirituale, tejas (1-2). Poi, essendo stato generato il mostro Vrtra per
vendicare il Tricefalo, Indra s’impaurisce e contravvenendo alla vocazione
propria del guerriero conclude con Vrtra un patto infido che viola, sostituendo
alla forza l’inganno; di conseguenza perde il suo vigore fisico, baia. Infine,
tramite un’astuzia vergognosa, assumendo la forma del marito, adesca una donna
onesta in adulterio e perde così la sua bellezza, rùpa (12-13). L’epopea
nordica - Saxo Grammalicus è l’unico a rintracciarne la storia completa, ma lo
fa secondo fonti perdute in lingua scandinava - conosce un eroe di tipo molto
particolare, Starkadr (Starcatherus), guerriero modello in ogni punto,
servitore fedele e devoto ai re che 1’accolgono, salvo che in tre circostanze.
Egli è infatti stato dotato di tre vite successive, cioè di una vita prolungata
sino alla misura di tre vite normali, a condizione che in ognuna di esse egli
commetta una penalità. Ora, il quadro di queste tre penalità si distribuisce
chiaramente secondo le tre funzioni. Essendo al servizio di un re norvegese
l’eroe aiuta criminalmente il dio Othinus (Ódinn) a uccidere il suo signore in
un sacrifìcio umano. Trovandosi poi al servizio di un re svedese /ugge
vergognosamente dal campo di battaglia dopo la morte del suo signore abbandonandosi,
in quest’unica occasione delle sue tre vite, alla paura panica (Vili, V).
Servendo infine un re danese, assassina il suo signore procurandosi per
mediazione centoventi libbre d’oro, cedendo eccezionalmente per qualche ora
all’appetito di questa ricchezza di cui fece altrove, in atti e discorsi,
professione di disprezzo. Essendosi così estinta 1 a sua triplice carriera non
gli rimane che cercare la morte ed è ciò che compie in uno scenario grandioso
(Vili, Vili). Il carattere e le gesta di Starkadr ricordano in molti punti
quelle di Eracle. Nelle esposizioni sistematiche che sono fatte - relativamente
tarde ma non inventate - la vita intera dell’eroe greco (concepito da Zeus e
Alcmene durante tre notti) è scandita da tre mancanze che hanno un effetto grave
sull 'essere dell’ eroe e ognuna di questecomporta il ricorso all’oracolo di
Delfi (Diodoro, IV, 10-38). 1) Euristeo re di Argo comanda ad Eracle di
compiere dei lavori e ne ha il diritto in virtù di una promessa imprudente di
Zeus e di un’astuzia di Era: Eracle commette tuttavia l’errore di rifiutare,
malgrado l’invito formale di Zeus e l’ordine dell’oracolo. Approfittando di
questo stato di disubbidienza agli dèi, Era lo colpisce nel suo spirito: egli è
così preso dalla demenza ed uccide i suoi bambini, dopo di che ritorna
penosamente alla ragione, si sottomette e compie così le Dodici Fatiche,
aggravate da altre fatiche (cap. 10-30). 2) Volendosi vendicare di Erito,
Eracle attira suo figlio Iphitos in un tranello e lo uccide non in duello ma
con l 'inganno (Sofocle nelle Trachinie 269-280 sottolinea il carattere
fortemente antieroico di questo sbaglio). Eracle, punito, cade in una malattia
psichica da cui non si libera: viene così informato dall’oracolo che deve
vendersi come schiavo e rimettere ai figli di Iphitos il prezzo di questa
vendetta. Benché infine legittimamente sposato aDeianira, Eracle cerca di
sposare un’altra principessa, poi ne rapisce una terza e la preferisce alla sua
donna, dal che ne deriva il terribile disprezzo di Deianira, la tunica
avvelenata dal sangue di Nesso e i terribili e irrimediabili dolori dai quali
l’eroe non può liberarsi, dietro un terzo ordine di Apollo, che con la propria
apoteosi, col rogo. Oltraggio a Zeus e disobbedienza agli dèi; morte vile e
perfida di un nemico senz’ armi; concupiscenza sessuale e oblio della propria
donna: i tre errori fatali di questa gloriosa carriera si distribuiscono sulle
tre zone funzionali esattamente come i tre peccali di Indra e con la stessa
specificazione (concupiscenza sessuale) della terza, alterando l’essere stesso
dell’eroe. Ma queste alterazioni, progressive e cumulative nel caso di Indra,
sono invece successive nel caso di Eracle: le prime due possono essere riparate
mentre la terza trascina alla morte. In una tradizione avestica, senza dubbio
ripensala e ri-orientata dallo zoroastrismo, un eroe di tufi’altro tipo, Yima,
è punito per un unico grande peccalo (menzogna o, più lardi, orgoglio c rivolta
contro Dio e usurpazione degli onori divini) e viene privato in tre tempi dello
x' arvnah, di quel segno visibile e miracoloso della sovranità che Ahu- ra
Mazda pone sul capo di coloro destinati ad essere re. I tre terzi di questo x v
arvnah successivamente sfuggono per collocarsi nei tre personaggi
corrispondenti ai tre tipi sociali dell’ agricoltore-guaritore, del guerriero e
d c\V intelligente ministro di un sovrano (Dènkart; molto più soddisfacente
dello Yasl Questo rapido excursus è sufficiente per mostrare le direzioni e i
diversi ambili in cui l’immaginazione dei popoli indoeuropei ha utilizzato la
struttura tripartita; ancora una volta dobbiamo ora volgerci, come per le altre
applicazioni di questa struttura, verso i popoli non indoeuropei del mondo
antico per ricercare se intorno a un eroe si è prodotto un tema epico o
leggendario, la messa in scena di una lezione morale o politica, la
giustificazione colorita immaginifica di una pratica o di uno stato di fatto.
Al momento i risultali dell’inchiesta sono negativi. Da Gilga- mesh a Sansone,
dai grandi Faraoni agli imperatori favolosi della Cina, dalla saggezza araba
agli apologhi confuciani, nessun personaggio storico o mitico ha rivestito in
alcun modo l’uniforme trifunzionale in cui si trovano al contrario molte figure
degli Indoeuropei. È dunque probabile che questa divisa sia solo indoeuropea e
che solo in questa vasta partedel mondo, e prima della loro dislocazione, gli
Indoeuropei abbiano intellettualmente scandagliato, meditato e applicato
all’analisi e all’interpretazione della loro esperienza, e infine utilizzato
nei quadri della loro letteratura, nobile o popolare, le tre necessità
fondamentali e solidali che gli altri popoli si accontentavano di soddisfare.
Terminando quest’esposizione molto generale vorrei sottolineare ancora che il
riconoscimento di questo fatto così importante non ci fornisce il mezzo per
rappresentare lo stato sociale effetti voo le istituzioni (senza dubbio
variabili da provincia a provincia) degli Indoeuropei comuni. Noi non
possediamo che un principio, uno dei princìpi e dei quadri essenziali. Una
delle questioni più oscure rimane ad esempio il rapporto fra le tre funzioni e
il re, del quale ci è assicurala l'esistenza antichissima nella parte senza
dubbio più conservatrice degli Indoeuropei, cioè presso gli indiani vedici
(/•/-), i latini (/ <?#-) c i celti (n#-). Questi rapporti sono diversi sui
tre domini c su ognuno vi è stata una variazione nei luoghi e nei tempi.
Risulta così qualche fluttuazione nella rappresentazione e definizione delle
tre funzioni c notoriamente della prima: o il re è superiore, o per lo meno
esterno alla struttura trifunzionale, e allora la prima funzione è centrala
sulla pura amministrazione del sacro, sul sacerdote piuttosto che sul potere,
sul sovrano e i suoi ministri; oppure il re (re-sacerdote più che governatore)
è al contrario il più eminente rappresentante di queste funzioni. Oppure si
presenta una mescolanza variabile di clementi presi dalle tre funzioni e in
special modo dalla seconda, dalla funzione e dalla classe guerriera da cui
solitamente proviene: il nome differenziale dei guerrieri indiani, ksutriyu,
non ha forse per sinonimo quello di ràjanya, derivato dalla parola ràjanl
Queste difficoltà, insieme ad altre, potranno essere meglio formulale, se non
risolte, quando avremo indirizzato lo studio su ciò che fu l’armatura più
solida del pensiero di questa società arcaiche: il sistema divino, la teologia
e i suoi prolungamenti mitologici ed epici. § 1. V.M. AFTE,
Were castes formulateci in thè age of thè Rig Veda?, Bull, of thè Decenti
College Research Institute, II,34-36. Per brahman
vedi L. RENOU, Sur la nolion de bràhman, JA. Questa
interpretazione, facile da conciliare con i fatti iranici segnalali da W.B.
HENNTNG,' Brahman, TPS, 1944,108-118, rende caduco il senso ammesso nel mio
Flamen-Brahmnti. Il Brahman di P. THIE- ME, ZDMG, 102, , non ha fatto avanzare
l’analisi e non altera il risultato dello studio di Renou. Circa i rapporti del
brahman e del flamen, vedi la mia discussione con J. GONDA ( Notes on Brahman,
1950) in RHR, CXXXVIII, 1950,255-258 eCXXXIX 1951,pp. 122-127; riprenderò
prossimamente la questione di questi rapporti. Come xsaQra in avestico, ksatrd
è ambiguo in vedico e appartiene per certi impieghi al vocabolario del primo
livello; ma la concordanza dell’uso classificatorio del sanscrito ksatriya per
designare l’uomo del secondo livello, di X5a0ra come nome dell’arcangelo
sostituito nello zoroastrismo a Indra, dio del secondo livello e infine di
/Exscert-ieg come nome della famiglia degli uomini differenzialmente “forti”
nell’epopea degli Osseli (vedi sotto, 4), garantisce che fin dai tempi
indo-iranici questo termine fosse una designazione tecnica dell’essenza del
secondo livello. DUMÉZIL, La préhistoire indo-iranienne des castes, JA. B
ENVENISTE, Les classes sociales dans la tradilion ave- stique, JA, CCXXI,
1932,117-134; Les mages dans l’ancien Iran, Pubi, ile la Soc. cles Étuiles
Iraniennes, n. 15,,6-13; Tradilions in- do-iraniennes su les classes sociales,
JA; H.S. NYBERG, Die Religione/} cles alteri Iran,89-91; DUMÉZIL, JMQ, 41-68 (=
JMQ it.24-45). L’interpretazione
è stata progressivamente costituita negli articoli e nei libri citati al § 2,
partendo da una suggestione di A. CHRISTENSEN, Le premier homme... I,
1918,137-140. § 4. JMQ,55-56 (= JMQ il.,35). Sulle tradizioni degli Osseti vedi
il mio Légemis sur les Nartes, 1930, c il risultato delle grandi inchieste
degli anni ‘40 pubblicale in Osetinskije Nartskije Skazanija (Dzauzikau), 1948
(in osseto: Narty kailcliitce). Il testo citalo di Turganov è nell’articolo Klo
takie Narty?,/zv. Oset. histit. Kraeveilenija, I (Vladikavzak) Vedi la mia
Lezione Inaugurale al Collège de France, 15-19 e BGDSL, 78, ,175-178. § 6.
JMQ,110-123 (=JMQ il.77-87). Sette anni più tardi, dopo la guerra, T.G.E.
POWELL ha ripreso la mia dimostrazione, Ccltic Origins; a Stage in thè Hnquiry,
J. ofthe R. Anthropol. Institute: Of greatest interest is thè recognition of
a three folci clivision o f society among thepeoples concerned [Indiani,
Italici, Celti ],providing in thehighest rank a class oflearned and sacred men,
in tlie second warriors, and in thè lo- west thè ordinary people etc. Circa il
nome di aire apparentato ad aiya, io credo che bisogna rinunciare
all’etimologia che accosta il nome dell’eroe irlandese Eremon al dio
indo-iranico Aryaman (vedi sotto III § 6) e in conseguenza sopprimere l’ultimo
capitolo del mio Troisième Souverain, 1949. § 7-8. Questa analisi è stata fatta
progressivamente in JMQ,129-1 54 (= JMQ it.,90-107); NR,86-127 (= JMQ it.); JMQ
IV, I 13-134. In parte qui riproduco il riassuntode L'heritage.. Gli Umbri
distinguevano nella società i rappresentanti delle tre funzioni: Ner - et uiro
- dans les sociétés italiques, REL Delle obiezioni a questa analisi sono state
lungamente esaminate in NR, cap. II (= JMQ it.230-262), riassunto in
L’heritage...196-201 e 229-23 1. Ho anche fatto notare che se Ranmes è
utilizzato - superbum Rhamnetem -come nomeproprioda Virgilio (Aen.) è
perdesignare un re jce un augur ; che Lucer- sembrerebbe essere all’origine del
nome della gens Lucretia, una delle più militari delle leggende dei primi tempi
della Repubblica (e proprietaria del cognome Tricipitinus, che senza dubbio
allude a un mito del Tricefalo); che il radicale di Titienses (F. BUCHELER, Kl.
Sdir., Ili, 1930,75-80) si trova in altre parole in rapporti diversi ma
convergenti con la fecondità, l’amore, la voluttà: questo conferma
l’orientamento differenziale di ognuna delle tribù verso una delle tre
funzioni. Ho infine ricercato delle allusioni letterarie alle tre funzioni e ai
loro rappresentanti, come componenti di Roma o di altre società concepite a sua
immagine: JMQ IV, 121-136; REL; ma i testi degli storici e quello di Properzio
sono sufficienti. La questione dell’autenticità della fusione dei Latini e dei
Sabini alle origini di Roma è connessa a questa ma differente, vedi sotto, II
i? 17, nota. § 9. JMQ, (=JMQ it.,269-270); in compenso le classi doriche sono
di un altro tipo, malgrado JMQ,254-257 (soppresso in JMQ it.). Un recente
studio di NlLSSON sulle Phylae ioniche ( Cults, myths, oracles andpolitics in
ancient Greece, 1951,143-149) presenta delle difficoltà che esaminerò altrove. PALMER
brillantemente propone di riconoscere la tripartizione sociale indoeuropea nei
testi micenei: TPS, ,18-53; Acliaeans and Indoeuropeans, an Inaugurai Lecture,
Oxford ,1 -22. Quanto ai tre stati della Repubblica di Platone, vedi
JMQ,257-261 (= JMQ it.170-171 ): Se le più antiche tradizioni degli Ioni
conservano il ricordo di una divisione funzionale quadripartita della società
(sacerdoti, guerrieri, agricoltori, artigiani), la città ideale di Platone non
potrebbe forse essere, nel senso più stretto, una reminiscenza indoeuropea?
Essa è costituita dalla concatenazione armoniosa di tre funzioni, tò
(pu7.CXKlKÓV O (3oi)A.EV>TlKÓV, TÒ ÈKlKO'UpiKÓV, TÒ XpimOtTlCTTUCÓV CUStO- dum
genus, uuxiliarii, questuarti, come traduce Marsilio Ficino, cioè i filosofi
che governano, i guerrieri che combattono e il terzo-stato, agricoltori e
artigiani riuniti, che crea la ricchezza. La solidarietà dei primi due gruppi
al di sopra del terzo è fortemente marcata, ma soprattutto l’originalità di
ciascuno: ogni stato agisce conformemente alla sua definizione,
oìtceiojtpa/yia, evita la confusione, 7toA.U7cpaynpoa'ùvE, e la Giustizia, fine
ultimo della vita politica, è assicurata. A ognuno degli stati corrisponde
infine una formula di virtù particolare: il terzo stato deve essere temperante,
acótppcov; alla temperanza i guerrieri devono aggiungere il coraggio, àvSpeia;
i guardiani saranno inoltre saggi, aotpoi. Tutto questo fa immaginare, per quel
po ’ che li si è praticati, i trattati politico-religiosi dell’India: stessa
definizione dei tre stati sociali; stessa solidarietà dei primi due, ubhe
vlrye; stesso anatema contro la confusione, varnanàm samkaram,- stessa
esortazione ad attenersi al modo di azione a cui si appartiene, stessa
distribuzione dei doveri e delle virtù dello stato. I legislatori indiani e la
Repubblica si fanno eco: none forse perché essi recitano la medesima canzone
ancestrale?... Che si pensi a tutte le vie per le quali questa filosofia
indoeuropea tripartita ha potuto discendere fino a Platone: non solo le
tradizioni sulle origini degli Ioni, ma i contatti molteplici con quel
conservatore di dottrine, non ariane, ma anche ariane, che fu l'impero degli Ac
he me nidi; l'orfismo, in cui deiframmenti della scienza dei sacerdoti traci e
frigi si sono depositati e in cui non mancavano le triadi; il pitagorismo, su
cui Henri Hubert ci invitava, vent’anni or sono, a non trascurare le componenti
iperboree; infine il folklore... Cf. qui sotto § 18, per le applicazioni
psicologiche della divisione tripartita nell’India e in Platone. § 10. Cf. i
riferimenti al § 5. Sui marianni (egiziano ma-ra-ya-na\ cuneiforme mar-ya-an-nu
; forse come l’ha proposto Albrighl, dall’accusativo plurale arya mdrycin + la
terminazione hurrita -ni), vedi R.T. O’CALLAGHAN, New light on thè Maryannu as
chariot-warrior, Jb. f kleinas. Forschung, 1951,308-324. I libri fondamentali
quelli di S. WtKANDER, Der arische Mannerbund, 1938 e H. LOMMEL, Der arische
Kriegsgott, da confrontare con O. HÒFLER, Kultische Geheimbùnde der Germanen,
I, 1934. Una delle grosse differenze tra il Mannerbund degli Indiani e quello
dei Germani consiste nel fatto che il primo appartiene a Indra (non a Varuna),
mentre il secondo a Ódinn (e non a Pórr): effetto dell’evoluzione della
funzione guerriera presso i Germani; vedi MDG,92, n. 1 e più specificata-
mente, J. De VRIES, Altgerman. Rei. - Gesch. Un’interpretazione delle
corrispondenze del tipo 33 fra Roma e l’India vedica è proposta in JMQ IV,156-170
(= JMQ it.,389-405), L'heritage...,213-227.1 33 dèi vedici sono ripartiti frai
tre piani del mondo (JMQ IV,30-33; riassunto in DIE,7-9) essi stessi in
rapporto con le tre funzioni (JMQ,65 = JMQ it.42-43 ). Il carattere
indo-iranico dei 33 dèi è garantito dalla concezione avestica dei 33 ratu
(spiriti protettori o prototipi delle diverse specie di esseri):
JMQIV,158-159(=JMQ it.,294-395), secondo J. Darmesteter e S. Wikander. § 12. È
nel suo articolo Traditions indo-iraniennes sur les classes socia - les, JA,
1938,529-549, che E. BENVENISTE ha per la prima volta mostrato, al di fuori
dell’India vera e propria in cui il fatto era ben conosciuto, che l’ideologia
tripartita supera largamente l’organizzazione sociale che finalmente non appare
più se non come un’applicazione particolare. Come disse all’inizio di un altro
articolo, per riassumere l’insegnamento di questo (Symbolisme social dans les
cultes gréco-italiques RHR): La elivisione della societe'i in tre classi,
sacerdoti, guerrieri, agricoltori, è un principio di cui gli Indo-Iranici
avevano piena coscienza e che presentava ai loro occhi l’autorità e la
necessità di un fatto naturale. Questa classificazione regge così profondamente
l’universo indo-iranico che il suo dominio reale supera largamente le
enunciazioni esplìcite degli inni e dei rituali. Si è potuto dimostrare [JA,
1938,529 e segg.] che varie rappresentazioni sono state con formate e che sono
fuori dalla sfera propria del sociale, al punto che ogni de finizione di una
totalità concettuale tende inconsciamente a riflettere il quadro tripartito che
organizza la società degli uomini. Da parte sua, G. Dumézil, in una serie di
brillanti studi ha riportato sino alla comunità indoeuropea l’origine di questa
classificazione, scoprendola nei miti e nelle leggende dell ’Europa occidentale
antica e principalmente -è l'oggetto del suo libro Jupiter, Mars, Quirinus -
nella religione romana. Le posizioni variabili della tecnica in rapporto alla
tripartizione sociale sono esaminate in Les métiers et les classes
fonclionnelles chez divers peuples indoeuropéens che sarà pubblicato quest’anno
in Anna- les. Economies, Sociétés, Civilisations. § 13. BENVENISTE,
Traditions indo-iran. sur les classes sociales, JA CCXXX, 1938,543-545;
DUMÉZIL, Triades de calamités et triades de délits à valeur trifonclionnelle
chez divers peuples indoeuropéens, Ltito- mus,. BENVENISTE, La
doctrine médical des Indo-Européens, RHR; Dumézil, art. cit. al paragrafo
precedente,184, n.2. § 15. JMQ (= JMQ it.,80) Les trois fonctions et le droit
romain selon L. Gerschel, frammenti di una memoria inedita di L. G., pubblicata
in appendice a JMQ Per Platone e l’India vedi JMQ (=JMQ it.,171 -172) Dopo aver
scoperto la formula tripartita della società, Platone si volge sull’individuo,
sull'Uno umano e in questo microcosmo ritrova gli stessi elementi in una stessa
gerarchia, le stesse condizioni di armonia comandano le medesime virtù. L'uomo
giusto, dal punto di vista della giustizia, non differisce in niente dallo
Stato giusto; ha in sé l'equivalente dei saggi, dei guerrieri, degli uomini
ricchi: questi sono i principi della conoscenza, della flussione e dell
’appetito, xò à.oyi0xixóv, xò 0upoEi6éq, xò È7U0'ujìtixikóv,- che effli
subordina in modo tale che il secondo aiuti il primo, in modo che i due primi
dominino insieme questo temibile terzo che è in ogni uomo la parte più
considerevole dell’anima e che è per natura insaziabile di ricchezze; poiché
apre alla saggezza, al coraggio e alta temperanza gli spazi spirituali che
convengono a loro; egli sarà ciò che deve essere. Allo stesso modo l’India, con
l’instabilità delle rappresentazioni e delle formulazioni che le è propria,
compone l’anima o meglio l'involucro dell’anima, di tre guna al pari della
società e dell'universo: queste qualità, che furono inizialmente luce,
crepuscolo e tenebra, sattva, rajas e tamas, sia perla loro presenza isolata
che per la loro combinazione, costituiscono gli individui e lo Stato: talvolta
il senso della legge morale, della passione e dell’interesse, dharma, kama e artha,
si uniscono in una triade equivalente a quella dei guna e il loro equilibrio
lodevole o biasimevole definisce i tipi umani; talvolta, seguendo uno schema
prettamente indiano, è la conoscenza serena, l’attività inquieta o l’ignoranza
fonte di errori, che si disputano il nostro effimero edificio e questa semplice
enumerazione disegna una terapeutica... Per l’Irlanda e la regina Medb vedi
JMQ,115 -116 (= JMQ it.,80-82); è la stessa Medb che commenta chiaramente la
sua seconda e terza esigenza: il suo sposo dovrà essere valoroso in guerra e
anche generoso di beni quanto lei; circa la prima si spiega in questi termini;
non bisogna che mio marito sia geloso poiché non sono mai stata senza un uomo
nell’ombra di un altro - allusione alle costanti competizioni intorno alla
regalità irlandese che Medb incarna e conferisce. Nella lontana posterità di
Platone, Claudiano, De quarto consul. Hon., espone magnificamente la teoria
della tre parti dell’ anima (o delle tre anime) c ritrova, v. 259, una formula
analoga alle tre esigenze di Medb (ma col timore al primo livello: si metuis,
sipraua cupis, si duceris ira; seruitiipaliere iugum. Per Zoroastro tripartito
vedi K. Barr, Irans profet som xéXeioq avOptonoq, Festkr. tilL.L. Hammerich
Perii talismano dei Tualha De Danann, vedi JMQ, cap. VII (sopprimendo le pagine
241-245). Per gli oggetti vedici (la Vacca magica per il dio-cappellano
Brhaspati, due cavalli bai pcrlndra, ilearro a tre ruote che serve agli Aévin
per portare la loro benevolenza al mondo:es. RV) e scandinavi (P anello magico
per Odinn, il martello per Pórr, il cinghiale dalle setole d’oro per Freyr)
vedi Tarpeia, IV (Mamurius Veturius) Nei rituali vedici vi sono tracce di
un’antica assegnazione del nero ai vaiéya: per costruire la sua casa un indiano
sceglie un suolo diversamente colorato, bianco per un brahmano, rosso per uno
ksatrya e per un vaiéya, giallo secondo certi trattati ( Àsvalàyana G.S., II,
8, 8) e nero secondo altri ( Gobhila G.S., 7, 7; Khàdira G.S., IV, 2, 12). Per
la tradizione iranica vedi in ultimo luogo ZaEHNER, Zurvan, ,118-125 (testo del
Grande Bundahisn c del Denkart). Per il rituale hittita vedi BasaNOFF,
Euocatio, DUMÉZIL, Rituels cap. Ili (Albati, russati, virides) e IV (Ve- xillum
caeruleum); J. DE VRIES, Rood, wit, zwart, Volkskimde, II, , 1-10. § 22. MOLE, Le partage du monde dans la tradition des Iraniens, JA, CCXL,
1952,456-458. §
23. DUMÉZIL, Les trois fonctions dans quelques traditions grecques Eventail de
l'histoire vivante (= Mèi. L. Febvre ), I, ,25-32, dove sono studiate in questo
senso il Kroisos-Logos di Erodoto e certe forme dell’apologo di Mida e del
Sileno; L. GERSCHEL, Sur un schème trifon- ctionnel dans une famille de
légendes germaniques, RHR, CL, 1956, 55-92, in cui sono esaminati due tipi
imparentati di leggende, una che comporta l’opzione proposta a un individuo fra
tre offerte funzionali (es. l’origine di Jodeln citata nel testo) e l’altra che
presenta tre fratelli che si spartiscono tre doni funzionali il cui valore si
rivela disuguale a vantaggio del dono della prima funzione (es. il gruppo di
leggende di cui Ch. PRÉVOT D’ARLINCOURT, Le Pélerin, III, 1842,268-291 ha
pubblicato un buon esempio). GERSCHEL, Structures
augurales et tripartition fonctionnelle dans la pensée del’ancienneRome, JP. L’estrema
antichità e il carattere indoeuropeo di certe concezioni e pratiche augurali di
Roma (la parola augur è indoeuropea) sono state stabilite in diversi articoli:
L’inscription archaique du Forum et Cicéron, De divin., Il, 36, RSR ( =Mél. J.
Lebreton. I), 1951,17-29, prolungata da Le iuges auspicium et les
incongruités du taureau attelé de Mugdala, NC; Rituels..., cap. II (Aedes
rotunda Vestae); Les trois premiè- res regiones caeli de Martianus Capei la,
Coll. Latomus, XXIII ( =Homm. A M. Niedermamì), 1956,102-107. Sulla
parola augur e la sua preistoria indoeuropea, vedi Remarques sur augur,
augustus, REL Aspects...,63-101 (Les trois péchésdu guerrier). Citiamo ancora
L. GERSCHEL, Coriolan, Eventail de l’Histoire vivante (=Mél. L. Febvre), II, 1954,33-40:
Coriolano, accampatosi davanti a Roma, resiste alle ambasciate dei suoi
compagni d’arme, poi a quella di tutto il corpo sacerdotale rivestito delle sue
insegne sacre e con gli strumenti di culto, ma cede alla terza, a quella di
tutte le donne di Roma che portano i loro bambini - la parte germinativa di
Roma - condotte dalla sua propria madre e da sua moglie. Sulla diversità delle
posizioni del re in rapporto alle tre funzioni, vedi la mia comunicazione al
Vili Congresso Internazionale di Storia delle Religioni (Roma 1956), Le rex et
les flamines maiores, riassunta negli Atti. Sul re germanico nella prospettiva
trifunzionale vedi J. DE VRIES, Das Kònigtum bei den Germanen, Saeculum Le
teologie dei diversi popoli indoeuropei non sono essenzialmente degli accumuli
incoerenti di dèi stratificati dai flussi e riflussi fortuiti della storia. In
ogni luogo su cui siamo sufficientemente informati è facile riconoscere un
gruppo centrale di divinità solidali che si definiscono le une con le altre e
che si spartiscono le province del sacro, secondo il piano spiegato nel
capitolo precedente. Questi gruppi sono stati per lungo tempo, a seconda dei
casi, trascurati, negati o mal compresi. Il loro riconoscimento - e
notoriamente quello del gruppo italico e mitanno di cui si discusse
inizialmente (1938, ma soprattutto a partire dal 1945)-èall’origine dei
principali progressi dei nostri studi; all’origine anche di numerose
discussioni spesso gradevoli, talvolta penose, ma generalmente utili, tra il
comparatista e lo specialista dei diversi ambiti. 2. Gli dèi caratteristici
delle tre funzioni negli inni e nei RITUALI VEDICI I sacerdoti dell’India
vedica, in un certo numero di circostanze rituali importanti, associano (per
delle invocazioni, delle offerte o delle enumerazioni classificatorie) i due
sovrani dell’universo, Mitra e Varuna, il dio guerriero per eccellenza,
lnd(a)ra, c i due gemelli, quasi sempre designati al duale con un nome
collettivo, i Ncisatya o Asvin, guaritori, datori di discendenza e di ogni sorta
di bene. Talvolta al secondo livello, evidentemente per analogia col
raggruppamento binario del primo e terzo livello, Indra compare associato a un
altro dio, spesso variabile (Vàyu, Agni, Surya, Visnu). Abbiamo già visto (I §
18) questo insieme divino (Mitra-Varuna, i due ASvin, Indra con Agni o Sùrya),
invocati per ottenere la formazione di un feto maschio, obiettivo più
importante in questi tempi arcaici che non oggi. L’ordine di numerazione mette
gli ASvin al secondo posto, prima di Indra poiché si tratladi una nascita, cioè
di un avvenimento che è propriamente del loro ambilo. Con un’alterazione
differente dell’ordine che mette più in evidenza Indra, questo raggruppamento
costituisce la lista dei principali dèi in coppia invocali al momento
culminante della spremitura mattutina del soma (il sacrificio tipico); sono
Indra-Vàyu, Mitra-Varuna c i due ASvin (vedi il Sat. Bruhm., IV, 1, 3-5) ed è
lui che comanda il piano di un certo numero di inni del Riveda ispirati da
questo rituale. Il contesto di questi inni è sovente istruttivo, garantisce e
illustra il valore funzionale di ogni livello divino: per esempio in I, 139
Indra-Vàyu sono caratterizzati dalla presenza, vicino a loro c nella stessa
strofa ( 1), della parola sàrdhas, termine tecnico che designa il battaglione
dei giovani guerrieri divini: la strofa di Mitra-Varuna (2) è riempita dalla
nozione di rtù c dnrta, cioè dell’Ordine cosmico e morale e dal suo contrario;
gli ASvin (3) sono invece presentati come i signori delle due varietà di
vitalità, srlyah e prksah. Nei due inni complementari (I, 2 e 3), Indra-Vàyu
sono qualificati come nani, Mànner, eroi (2, slr. 6); di Mitra-Varuna (2, str.
8) è detto che con l'Ordine, curando l'ordine, hanno raggiunto un’elevata
efficienza ; quanto agli Asvin, donano gioia a molti (3, slr. 1). 3. Lis ti-:
ascendenti e discenden ti Più spesso l’ordine canonico sia ascendente che
discendente è rispettato. Ecco inizialmente due casi molto puri in cui Indra è
solo al suo livello. 52 Nel rituale arcaico e minuzioso d’erezione dell’importante
altare del fuoco, al momento in cui si tracciano i sacri solchi che devono
limitare l’area, viene fatta un’invocazione alla vacca mitica, Kàmadhuk (quella
che quando la si munge dona ciò che si desidera). L’invocazione contiene la
sequenza divina che ci riguarda, nel senso discendente, con un prolungamento
che ne garantisce i valori funzionali: Produci come latte ciò che desiderano, a
Mitra e Varuna, a Indra, ai due Asvin, a Pùsan (dio del bestiame e talvolta dei
sfidra), alle creature, alle piante! (cf. Éat. Brdhm.). In una tale numerazione
ordinata, al di sopra delle piante, degli animali ed eventualmente degli uomini
non-arya, Milra-Varuna, Indra e gli Asvin non possono patrocinare che tre
varietà di uomini arya, quelli che corrispondono rispettivamente e
gerarchicamente alle loro tre nature. In un sacrificio offerto per ottenere
certe prosperità, gli stessi dèi sono invocati nell’ordine ascendente con un
complimento collettivo ed esauriente (Taittir. Sarnh.): tu sei il soffio degli
dèi Asvin... tu sei il soffio di Indra... tu sei il soffio di Mitra-Varuna...
tusei il soffio di Tutti gli Dèi!. Con Agni associato ad Indra, nell’ordine
discendente, si osserva la stessa sequenza all’inizio di un lesto speculativo
molto interessante ( RV, X, 125 = A V, IV, 30 con una leggera variante
nell’ordine delle strofe): è il famoso inno panteista, messo nella bocca di un
personaggio che è senza dubbio Vàc, la Parola, c che in ogni caso si presenta
come il supporto e l’essenza comune di tutto ciò che esiste. La prima strofa è
questa: Io vado con i Rudra, con i Vasu, con gli Àditya e con Tutti gli Dèi!
Sono io che sostengo tutti e due Mitra-Varuna; sono io che sostengo Indra-Agni,
io che sostengo i due Asvin!. È degno di nota che nelle strofe seguenti, analizzando
la propria polivalenza o, come ella dice, i diversi luoghi c soggiorni in cui
glidèi l’hanno introdotta (RV, str. 3 =A Vslr. 2), Vàc metta in risalto, come
parti della sua opera in rapporto agli uomini (RV str. 4, 5, 6 =AV str. 4, 3,
5) il nutrimento e la vita, poi la parola assaporata dagli dèi e dagli uomini e
il bene che concede ai personaggi sacri (bruh- man, rsi), infine l’arco la
freccia che uccide il nemico del brahmàn c il combattimento. È chiaro che,
qualunque sia l’intenzione dottrinale (si è parlato in quest’occasione di Logos
ncoplalonico), questo poema utilizza nelle sue espressioni il più antico
sistema concettuale degli Arya: con la sua esposizione di nozioni parallele
(dèi, azioni) conferma che la sequenza Mitra-Varuna, Indra (solo o accompagnato)
e i due Asvin riunisce i patroni e le espressioni teologiche delle tre
funzioni. Gli dei arya dei Mitanni Talvolta leggermente ritoccata, secondo
preoccupazioni che è spesso possibile comprendere, questa stessa sequenza si
ritrova in diversi testi dell’India arcaica, ma ora voglio giungere senza
indugio a un documento molto importante. È risaputo che tra gli Indo-Iranici un
ramo parlante sia il futuro indiano-vedico, che un dialetto molto vicino a
quelli che si possono chiamare para-indiani, invece di emigrare verso Est,
verso l’Indo e il Panjab, deviò verso Ovest, presso l’Eufrate e fino alla
Palestina, incorrendo in un destino brillante ma effimero e lasciando sue
tracce in molti scritti cuneiformi. Mentrei loro fratelli orientali, autori degli
inni vedici, sfuggono alla storia, questi, circondali da popoli archivisti e
armati di una scrittura, sono localizzabili e databili con una grande
precisione. Sono loro che hanno fatto tremare e talvolta crollare antichi reami
del Vicino Oriente con le loro bande di guerrieri specialisti, di cui si c
parlato più sopra, quelli che i testi babilonesi ed egiziani chiamano marianni.
Il gruppo più interessante di questi Para-Indiani è quello che, inquadrando e
dirigendo un popolo di altra origine, ha fondato nella metà del secondo
millennio, sulle bocche deH’Eufrate, l’impero hurri- ta dei Mitanni, che per un
certo tempo Hittiti ed Egiziani hanno dovuto trattare da pari a pari. A
Bogazkòy, negli archivi di un re hittita, gli scavi hanno scoperto in diversi esemplari
il testo di un trattato concluso da questo principe col suo vicino dei Mitanni,
il re Mati- waza. Restaurato sul suo trono dall 'Hittita che gli aveva inoltre
donato sua figlia, il Mitan no stabilì un’alleanza col suo benefattore nella
debita forma. Il testo enumera le maledizioni celesti in cui egli accetta di
incorrere se mancherà alla parola. Secondo l’uso, i due contraenti convocano
come garanti tutti gli dèi che i loro due imperi riconoscono. Fra gli dèi
mitanni, vicino a un gran numero di dei sconosciuti e di altri riconoscibili
come divinità locali o babilonesi, s’incontra una sequenza che è stata
immediatamente identificata dagli indianisti e su cui i filologi hanno
lungamente lavorato, esaminando le particolarità grafiche e grammaticali del testo.
Oggi renumerazione si può rendere con sicurezza nel modo seguente: Gli dèi
Mitra-(V)aruna [variante Uruvcma] in coppia, il dio Indura [var. Inclar], i due
dèi Nàsatyu. Per più di trentanni, senza aver preso in visione i documenti
vedici principali citati, si sono proposte per questa riunione di dèi delle
spiegazioni strane (Schulz) o insufficienti (S. Konow, 1921 ). Il danese A.
Christensen con un’analisi serrata si è avvicinato alla verità, riconoscendo
che Mitra-Varuna, Indra e i Nàsalya non compaiono a Bogazkòy come tecnici di
atti diplomatici, né come interessali di questa o quella clausola particolare,
ad esempio matrimoniale, del trattalo, ma poiché erano dèi principali della
società arya. Sfortunatamente egli ha pensato questo stato maggiore solo nel
quadro dualista dell’opposizione *asura-daiva preminente nell’Iran, reale ma
meno importante nell’India vedica, c l’ha ripartito artificialmente,
contrariamente alle indicazioni del testo, in due gruppi, Mitra-Varuna da una
parte e Indra-Nàsatya dall'altra. E solo nel 1940, grazie a un dossierve dico
delle tre funzioni e ai testi vedici che associano gli stessi dèi presenti nel
trattalo di Bogazkòy, che è apparsa l’interpretazione più semplice che io ho
riassunto in questi termini nel 1945: A Boguzkòy, sotto Mitra-Varuna, dèi della
sovranità che patrocinano ciò che è sacro e ciò che è giusto, dèi della
regalità coi suoi necessari ausiliari, sacerdoti e giuristi, Indura e i
Nàsatyu, rappresentanti duplici di uno stesso tipo di dèi, non sono sullo
stesso piano: a un secondo livello vi è Indura, dio della funzione guerriera e
dell’aristocrazia militare dei marianni; poi, a un livello ancora inferiore vi
sono i patroni del terzo-stato, i Nàsatyu. Nominando questi dèi insieme e in
quest’ordine, il re fa due operazioni precise: vincola con se stesso tutta la
società del suo reame, presentata nella sua forma regolare, ed evoca le tre
grandi province del destino e della provvidenza. Questo corrisponde del resto
alla stesura delle maledizioni che accettu di attirarsi in caso eli spergiuro:
tutto passa ampiamente dalla sua persona al suo popolo e alla sua
terra-sterilità, espulsione e oblio, odio generale da parte degli dèi .
Connotati degli dèi caratteristici delle tre funzioni NELLA RELIGIONE VEDICA
Non sarà inutile, per agevolare il lettore nelle analisi particolari che
seguiranno, precisare ora in qualche parola, nella prospettiva delle tre
funzioni, gli orientamenti e i limiti di questi diversi dèi che gli archivi di
Bogazkòy, confermando le formule degli inni e dei rituali indiani, comprovano
essere un raggruppamento formulare pre-vedico. Ecco come questi valori sono
stati riassunti nel mio piccolo libro Les dieux des Indo-Européens (1952). Non
è un caso se il primo livello è spesso rappresentato da due dèi: nella
sovranità che questi antichi indiani concepivano vi erano due facce, due metà
antitetiche ma complementari e ugualmente necessarie, incarnate e patrocinate
da due re, Mitra e Varuna. Se dal punto di vista dell'uomo Varuna è un signore
inquietante, terribile, possessore della màyà, cioè della magia creatrice delle
forme, armato di nodi e di reti, che opera cioè avvinghiameli immediati e
irresistibili, Mitra, il cui nome significa Contratto, e anche Amico, è
rassicurante e benevolo, protettore degli atti e dei rapporti onesti e
stabiliti, estraneo alla violenza. L'uno, Varuna, dice un testo celebre, è
l’altro mondo; questo mondo è invece Mitra. Varuna è più despota, più dio
stesso se così si può dire; Mitra è quasi un sacerdote divino. Più che della
prima funzione, Varuna sembra avere maggiori affinità con la seconda, violenta
e guerriera; Mitra, per la tranquilla prosperità che dischiude grazie, alla
terza. L'opposizione è così netta che da tempo si sono potuti sottolineare i
tratti quasi demoniaci di Varuna: non è forse l’àsura per eccellenza ? E nelle
forme post-vediche della religione, come già in molte strofe del Rgveda, gli
usura non sono forse dei misteriosi demoni? In Ind(a)ra si riassumono tutte
altre cose: i movimenti, i seni zi, le necessità della forza brutale che
applicate alla battaglia producono vittoria, bottino e potenza. Questo campione
vorace, armato di folgore, uccide i demoni e salva l’universo, per compiere le
sue imprese si inebria di soma che dona vigore e furore. Egli è il danzatore,
nrtti; il suo splendido e ardente seguito è formato dai Marut, trasposizione
atmosferica del battaglione dei giovani guerrieri, màrya. Per lui e per essi si
esprime una morale dell'exploit e dell'esuberanza che si oppone all'onnipotenza
immediata e rigorosa, come alla benevolente moderazione che si riunisce nel
primo livello. Gli dèi canonici dell'ultimo livello, i Ndsatya o Asvin, non
esprimono che una parte del dominio complesso tipico della terz.a funzione.
Sono soprattutto datori di salute, giovinezza e fecondità, dèi taumaturghi
soccorritori degli infermi, degli amanti, dei figli senza fidanzata o del
bestiame sterile. Ma la terza funzione è molto più di tutto questo, non solo
salute e giovinezza ma nutrimento, abbondanza in uomini e in beni, cioè massa
sociale e ricchezza economica, attaccamento al suolo, a questa gioia tranquilla
e stabile dei beni, che si esprime in sanscrito con l'importante radice ksi
Anche gli Asvin sono spesso rinforzati al loro livello dagli dèi e dalle dee
che garantiscono altri aspetti della terza funzione, come la vita animale,
l’opulenza, la maternità ( Pùsan, Puramdhi, Dravinodà, il Signore dei Campi,
SarusvatT ed altre dee madri) o ancora, che presiedono al carattere plurale,
collettivo, totale (Tutti-gli-Dèi, paradossalmente concepiti come una classe
particolare di dei) espresso dal plurale virali, i clan che Rgveda Vili, 35
oppone come etichetta della terza funzione ai singolari neutri bràh- man e
ksatrà, caratteristici delle due funzioni supreme. Abbiamo qui un buon esempio di
struttura, una teologia articolata difficile da pensare come formata da un
assemblaggio di pezzi e frammenti: l’insieme c il piano condizionano i
dettagli; ogni tipo divino nel suo orientamento proprio esige la presenza di
tutti gli altri e non si definisce che per rapporto agli altri, con la vivacità
che solo l’antitesi produce. Il riconoscimento di questa sequenza divina e del
suo carattere prc-vcdico ha permesso di compiere, nel 1945, un passo decisivo
nell'interpretazione delle religioni iraniche c di rendere conto di un tratto
importante della teologia aveslica da tempo osservalo. 6. Gli dèi indo-iranici
delle tre funzioni nella riforma ZOROASTRIANA Sotto il nome di Zoroastro si è
avuta una profonda riforma che ha notevolmente alteralo il paganesimo
ancestrale, somma di una serie di riforme progressive nello stesso senso.
Tuttavia, considerando il risultato storicamente attestato di questo processo
riformatoree il punto di partenza preistorico, determinabile poiché era
sicuramente vicino allo schema vedico e pre-vedico oggi riconosciuto, certe
linee direttrici del movimento appaiono immediatamente. Nell’Ave.vra
nongàthico, dove è mitigato l’intransigente monoteismo delle Gùthà e dove,
sotto il gran dio Ahura Mazda - senza dubbio anche lui sublimazione dell’Asura
supremo, quello che l’India chiama Varuna, - ricompaiono delle figure mitiche
di alto rango che portano i nomi dei principali dèi della lista di Bogazkòy
(MiGra, Indra, Nàr|ai0ya). È degno di nota che Mi0ra resti un dio, mentre Indra
(al pari di un altro dio, Saurva, il vedico Sarva, che è in rapporto
differente, ma certo, con la forza e la violenza) e Nàr]ai0ya - enunciati
ancora sempre in quest’ordine come nelle formule indiane in cui i Nàsatya
seguono Indra - sono i nomi dei grandi demoni: segno di una riforma che
(operata da sacerdoti, uomini della prima funzione, e destinata a imporre
uniformemente a tutta la società mazdaica la morale elevata del primo livello
purificalo) ha rigettato, anatemizzato, demonizzato i patroni divini che tradizionalmente
rappresentavano e giustificavano altri comportamenti come lo scatenamento
guerriero c l’orgia, meno sanguinante ma certo non meno libera, dei culti della
fecondità. 7. Le Entità zoroastriane Quanto alla nuova teologia monoteista allo
stato puro, quella delle Gùthà, essa riposa, in un’altra maniera, sullo stesso
schema. Il tratto saliente è 1’esistenza di un gruppo di Entità astratte
associate al Gran Dio unico. Queste Entità non hanno ancora un nome collettivo,
ma sono quelle che si vedranno in seguilo costantemente raggruppate in un
ordine fisso, sotto il nome di Amasa Spanta, gli Immortali Benefìci (o
Efficaci). Si è discusso a lungo per sapere se nelle Gùthà queste Entità siano
già delle creature o delle emanazioni separate da Dio - una sorta di arcangeli
- o semplicemente degli aspetti di Dio, ma questo non cambia niente quanto al
problema delle loro origini che qui ci interessa. La lingua e lo stile delle
Gùthà sono molto oscuri, di un’oscurità volontaria e raffinata, ma
fortunatamente per orientarsi si dispone di talune considerazioni che non
dipendono dalle incertezze di parola per parola. 1) Il senso e la struttura
grammaticale dei nomi che designano le Entità forniscono qualche insegnamento.
2) Le strofe che contengono quasi tutti i nomi di una o più Entità sono assai
numerose per permettere delle osservazioni statistiche - frequenza relativa di
ogni Entità, frequenza delle loro associazioni diverse - che rivelano dei
tratti molto importanti del sistema. Per esempio, se l’intenzione, la forma e
lo stile di questi inni lirici non costringono il poeta a presentare le Entità
in lista nel loro ordine razionale, come faranno più tardi i testi rituali in
prosa, tuttavia la tavola delle frequenze di menzione delle Entità, prese
separatamente e in conseguenza delle importanze relative che i poeti le
attribuiscono, riproduce esattamente l’ordine gerarchico che esse avranno in
seguito sotto il nome di Amaste Spanta: questa gerarchia dunque esisteva già.
3) Un altro elemento d’interpretazione è fornito dalla lista degli elementi
materiali che la tradizione associerà, parola per parola, alla lista delle
Entità, gemellaggio a cui gli inni stessi fanno allusioni certe e precise. 4)
Infine, nell’À vesta non gàthico, ad ognuna delle Entità è opposto un arcidemone
che in molti casi le chiarifica. Il quadro è il seguente: Entità astratte
Elementi materiali arcidemoni opposti PATROCINATI VohuManah bue (Il Buon
Pensiero) Asa (l’Ordine) fuoco XsaGra (la Potenza) metallo Àrmaiti (il Pensiero
terra Pio) Haurvatà( acque (l’Integrità, la Salute) AmarstàJ (la piante
Non-Morte, l’Immortalità) Gli dèi indo-iranici delle tre funzioni, trasposti
nelle ENTITÀ Arcangeli o aspetti di Dio, in qualunque modo si interpretino le
Entità, questo quadro suscita delle domande: perché questi gli eletti e Il
Cattivo Pensiero Indra Saurva NàqaiOya La Sete La Fame non altri che sarebbero
più facilmente concepibili? Perché, non disponendo che di così poco posto, gli
autori del sistema ne hanno in qualche modo sprecato una alla fine, raddoppiando
la Salute con rimmortalità, che quasi senza eccezioni è nominata insieme ad
essa? Perché questi posti precisi - 2, 3, 4 - conferiti ai tre arcidemoni che
sono antichi dèi funzionali condannati dalla riforma? Un confronto delle Entità
zoroastrianc con la lista vedica e mitannica degli dèi funzionali, mostra dove
bisogna cercare la soluzione d’insieme. 1 ) Le ultime due, fra i cui nomi vi è
assonanza e che sono presso a poco inseparabili, ricordano per le nozioni così
simili che esprimono, per gli elementi materiali associali c per il loro posto
gerarchico, i gemelli Nàsatya, indissociabili, donatori di salute e di vita,
ringiovanitori dei vecchi, tecnici delle virtù medicali contenute nelle acque c
nelle piante. 2) Prima di queste, la terza Entità è la Terra in quanto madre,
nutrice e modello della padrona di casa iranica: ricorda così la dea variabile
(Sarasvatl, notoriamente) che si vede talvolta unita ai Nàsatya nelle
enumerazioni vedichc che segnalano la terza l’unzione. Così il dominio delle
tre ultime Entità zoroastrianc, designate tutte da sostantivi femminili, mentre
quelle superiori sono nominale da neutri (cf. in vcdico vis, femminile, contro
brahman c ksutriì, neutri), è quello della terza l’unzione. In più, nella
persona di Àrmaili, è a una Entità della terza funzione che il sistema oppone
il cattivo Nàqai0ya, demonizzazione (ridotta a un unico personaggio) delle due
divinità canoniche della stessa funzione, i Nàsatya. 3) Al di sopra, la terza
Entità si chiama XsaOra, cioè la stessa parola di ksatni da cui deriverà il
nome indiano degli ksatriya c che lin da Riveda Vili, 35 caratterizza
differenzialmente la seconda l'unzione, come nell’epopea narta degli Osscli la
forma a‘xsctrta, }> fornisce differenzialmente il nome della famiglia degli
croi forti. Il metallo che gli è associato è il metallo in tulle le sue
valenze, ma dei lesti espliciti lo precisano come il metallo delle armi;
l’arcidemonc a lui opposto, Saurva, porla il nome vedico di Sarva, varietà di
Rudra, personaggio complesso che non può qui essere esaminato, ma che nella sua
qualità di arciere c di padre dei Marut è vicino a lui nella seconda funzione.
4) Le due prime Entità, le più frequentemente pregate o menzionale, le più
vicine a Dio c spesso associate, portano dei nomi significativi: ASa è la
parola avestica (cf. antico-persiano aria-) che corrisponde al vedico ria,
l’Ordine cosmico, rituale, sociale, morale, patrocinato dagli dei sovrani ma
principalmente (e negli epiteti che gli sono propri) dall’inflessibile e
terribile Varuna. Vohu Manah, il Buon Pensiero, in una serie di passaggi
gàthici e in tutta la letteratura non gàlhica, è presentato, al contrario, come
vicino all’ uomo, al pari del benevolo e amichevole Mitra, vicino all’uomo e a
questo mondo, in opposizione a Varuna che è l’altro mondo. Yasna XLIV contiene
a questo proposito due strofe rivelatrici, le strofe 3 e 4, in cui si divide il
cosmo lontano e il nostro scenario più vicino, tra A3a e Vohu Manah, in modo
così netto come fa Rgveda IV, 3,5 tra Varuna e Mitra (ognuno con degli
ausiliari di cui si parlerà nel capitolo seguente). L’elemento materiale
associalo a Vohu Manah c il bue: ora, fin dall’epoca indo-iranica, si c da
tempo riconosciuto (A. Christensen) che il bue era sotto la protezione
particolare del sovrano Mitra. Infine, la coppia dell’Entità ASa e
dell’arcidemone Indra ricorda che molti inni del Rgveda inscenano delle tenzoni
tra i 1 sovrano Varuna e il guerriero Indra, depositari di due morali, la cui
divergenza sfocia facilmente in un conflitto. 9. Intenzione di questa riforma
zoroastriana Altri particolari dello stesso genere arricchiscono e sfumano il
confronto, ma questi sono sufficienti per fondare la soluzione del problema
delle origini degli Amasa Spanta che io ho estesamente sviluppato nel 1945 nel
mio libro Naissance d’Archanges: la lista delle sei Entità dello zoroastrismo
monoteista c stata ricalcala, copiata, dalla lista degli dei delle tre funzioni
del politeismo indo-iranico; più esattamente, da una variante di questa lista,
come si trova in India, che ai cinque dèi maschi nominati, per esempio, a
Bogazkby, aggiungeva nella terza funzione, vicino ai Nàsatya, una dea madre.
Perché questa copiatura? Perché Zoroastro o i riformatori assunti sotto questo
nome non hanno semplicemente e puramente soppresso questi falsi dèi»? Senza
dubbio perché, sacerdoti c filosofi, erano attaccati a quella struttura
trifunzionale del loro sapere c ne riconoscevano l’efficacia come mezzo di
analisi c come quadro di riflessione sulla vita; senza dubbio perché gli
uomini, gli Arya verso i quali si indirizzava la loro predicazione e che
volevano persuadere o costringere, erano essi stcssi attaccati a questa forma
di pensiero e bisognava dunque fornire un sostituto esatto di ciò che si
toglieva loro. Infine, senza dubbio perché così presentata la lezione era più
eloquente: uno degli oggetti pratici della riforma, come si è visto, era
distruggere la morale particolare dei gruppi di guerrieri e allevatori, a
vantaggio di una morale ripensata e purificata dalle funzioni sacerdotali. Elevando,
ad esempio, al posto in cui infieriva sino allora l’autonomo Indra, l’esemplare
figura di una Potenza, XSaGra, devota alla santa religione, si portava ai
sostenitori dell’antico sistema un colpo più rude della semplice negazione del
dio pagano o della semplice soppressione di questa provincia della teologia. In
un certo senso si può dire che la riforma zoroaslriana, nel riguardo delle
Entità, sia consistita nella sostituzione di ogni divinità della lista
trifunzionale con una equivalente, che conservava il suo rango ma che
essenzialmente era privata della propria natura e animalo da un nuovo spirito,
dallo spirilo conforme alla volontà e alle rivelazioni del Dio unico. Si spiega
così l’impressione di sconforto che provano gli studiosi al primo contatto con
le Gcithà: malgrado i loro diversi nomi, questa Entità che si muovono sembrano
equivalenti, intercambiabili. Si spiega così come lutti gli Amasu Spanta,
qualunque sia il livello e il dio funzionale a partire dal quale ognuno è stato
sublimalo, portino uniformemente a pensare, circa il loro comportamento, al
gruppo indiano dei due primi livelli, agli dèi sovrani, gli Àditya, fra i quali
Mitra e Varuna sono i principali. Questa analogia, che è un fatto
incontestabile e che B. Geiger e K. Barr hanno avuto ragione di mettere in
risalto ampiamente, non ha comunque risolto il problema delle origini delle
Entità: esse non sono gli equivalenti normali e antichi degli dèi sovrani
vedici, ma gli equivalenti degli dèi vedici dei tre livelli, dei tre livelli energicamente
riportati al tipo unico di una santità esigente: dèi sovrani certo, ma anche,
sotto i sovrani, un dio violento e degli dèi vivificanti che li completano. Gli
dèi indo-iranici delle tre eunzioni e le spiegazioni CRONOLOGICHE Questa
spiegazione degli Amasa Spanta, immediatamente ammessa da molti iranisti, ha
ricevuto in seguilo degli ampiamenti e alcuni li ritroveremo al capitolo
seguente (III, § 8). Devo qui limitarmi e sottolineare la principale
conseguenza del punto di vista comparativo. Riportando ai tempi indo-iranici la
lista canonica mitannica e vedica degli dèi delle tre funzioni con la loro
gerarchia, ci è precluso ogni tentativo di spiegare questa lista e questa
gerarchia con avvenimenti storici o della preistoria recente dei tempi vedici.
Indra non è, non può più essere considerato come un gran dio che, ad esempio,
le condizioni sociali e morali di un’epoca di conquista sarebbero in procinto
di sostituire a un più antico gran dio Varuna che in seguito avrebbe sviluppato
il suo prestigio alle spalle di un più vecchio dio Mitra. Se così fosse, come
comprendere che questa situazione, effimera per natura, questi rapporti
instabili di dèi in crescita e di dèi che retrocedono si siano fissati e
cristallizzati allo stesso stadio di evoluzione, disegnando lo stesso quadro
d’insieme (arrestando per secoli allo stesso massimo il progresso di uno dei
termini e allo stesso minimo la soppressione dell’altro),pressoi Para-Indiani
dei Mitanni, negli inni e nei rituali propriamente vedici e ancora, nel politeismo
iranico che si lascia leggere in filigrana sotto la teologia di Zoroastro? La
storia non può essere stata in questo punto tre volte identica, aver avuto
degli effetti intellettuali così simili in queste tre società precocemente
separate. La sola interpretazione plausibile è che egli Indo-Iranici ancora
indivisi, qualunque fosse il loro punto di partenza, erano arrivati ai limiti
delle loro Terre Promesse in possesso di una teologia in cui i rapporti di
*Varuna con *Mitra e di *Indracon *Varuna erano già come li ritroviamo negli
inni e, inconseguenza, questi rapporti e il raggruppamento degli dèi che
sostengono, lungi dall’essere il risultato fortuito di avvenimenti, erano un
dato concettuale, filosofico, un’analisi e una sintesi in cui ogni termine presuppone
gli altri, così fortemente come la destra presuppone e chiama la sinistra, in
breve, presuppone una struttura di pensiero. Le testimonianze che talvolta si è
pensato di ritrovare, negli inni vedici, di un indietreggiamento di Varuna
rispetto a Indra, si spiegherebbero dunque altrimenti: gli inni in cui questi
dèi si sfidanoe in cui oppongono le loro vanterie, l’inno stesso in cui Indra
si glorifica di aver eliminato Varuna, non sono che messe in scena della
tensione che esiste tra 1’aspetto Varuna della funzione sovrana e la funzione
di Indra, e devono esistere affinché la società ne risenta pienamente i
benefici. I miti collegati ai signori divini delle funzioni devono, almeno in
parte, illustrare con chiarezza la divergenza delle funzioni e devono farlo
senza i riguardi e i compromessi che la pratica sociale impone: è chiaro, ad
esempio, che se la sovranità magica assoluta e la pura forza guerriera fossero
portate agli estremi sfocerebbero in dei conflitti e di fatto in certi momenti
della vita della società a causa di tali conflitti si producono usurpazioni,
anarchia o tirannia. Ed è quello che esprime la teologia dei rapporti tra
Varuna e Indra che risalta dagli inni: nella grande maggioranza dei casi essi
collaborano, ma in qualche testo dialogato i poeti sono portati a questo
estremo, che i politici evitano saggiamente e per meglio definirli, per vederli
e farli vedere, li hanno opposti come rivali. Stando così le cose, si tratta di
un esercizio retorico sicuramente antico, poiché come si è visto lo
zoroastrismo ha scelto Indra scomunicato, demonizzato, per farne l’avversario
parti- col are di Asa, cioè dell’Entità in cui, purificato, sopravvive *Varuna.
Comunicazione tra gli dèi delle tre funzioni Questa osservazione deve essere
completata da un’altra inversa. La definizione funzionale dei tre livelli
divini è statisticamente rigorosa (la letteratura vedica è assai abbondante
perché la statistica vi possa trovare un appiglio certo), precisa non solo nei
testi dove tali funzioni sono intenzionalmente classificate o perlomeno
raggruppate, ma anchenella maggior parte dei testi in cui un poeta considerao
invoca gli dèi di un solo livello senza pensare agli altri. Ma in ogni
religione le effusioni della pietà, della speranza e della confidenza talvolta
debordano dal quadro teorico del catechismo e questo è soprattutto vero per
l’India, in cui gli sforzi del pensiero, nel corso dei tempi storicamente
osservabili (e questa tendenza è già sensibile negli inni), hanno così spesso
portato a riconoscere l’identità profonda dell’essere sotto la diversità delle
apparenze o delle nozioni e, per esprimere concretamente questo dogma dei
dogmi, a conferire agli uni gli attributi degli altri. In più, nella pratica,
ciò che interessa l’uomo pio è sicuramente la diversità dei soccorsi che può
ricevere e delle porte mistiche a cui può bussare, ma è anche e soprattutto la
solidarietà e la collaborazione di tutti gli dèi che gli rispondono. Infine,
nelle opere stesse per le quali gli uomini chiamano gli dèi, capita che la totalità
o più parti deH’insiemc funzionale si trovino interpellati da degli specialisti
che gli sono estranei. L’esempio maggiore è quello della pioggia che gonfia le
acque del suolo, che fornisce direttamente o indirettamente il tipo di
ricchezza pastorale e agricola, la salute stessa, di cui si occupano gli dèi
della terza funzione; ma essa c ottenuta grazie alla battaglia celeste,
strappata sotto forma di fiume o di vacche celesti agli avari demoni della
siccità, e questo è il compito, il gran compito di Indra c dei suoi aiutanti, 1
’ orda guerriera dei Marut. Congiungere il cielo e la terra e assicurare la
sopravvivenza del mondo è anche l’interesse degli dèi sovrani c l’operazione
tecnica si svolge infine grazie allo specialista Parjanya. Ma perché mai il
poeta si assoggetterebbe a lare sempre questa giusta c rigorosa distribuzione
dei meriti? L’opera c comune c quindi la lode è unitaria c non ci si stupirà
che il grande guerriero Indra sia così spesso celebrato, nel risultalo come
nella forma della sua azione, in quanto donatore di fecondità e di ricchezza.
Ma il lettore preoccupalo di teologia non dovrà mai dimenticare il modo
violento che Indra esercita per procurarsi gli armenti o per liberare le acque:
egli non c una Sarasvall al maschile c non è nella cerchia dei Pfisan o dei
Dravinodà. Se una tale équipe divina c così sicuramente esistita tra gli
Indo-Iranici prima della loro divisione, come l’ideologia tripartita, l’abbiamo
visto nel primo capitolo, essa è più antica ancora c deve essere riportata ai
tempi indoeuropei: c allora legittimo c necessario ricercare nella teologia
degli altri popoli indoeuropei antichi, c sufficientemente conosciuti, se delle
équipes analoghe sono attestate dagli usi rituali o da formulari. Questa
ricerca, intrapresa fin dal 1938, ha immediatamente portalo a risultati nei
domini italici e germanici. Ma allo stesso tempo, in questi domini in cui gli
specialisti, nella loro autonomia, avevano da lungo tempo costruito delle
maestose c dotte spiegazioni di ogni cosa.la nuova interpretazione ha dovuto
rimettere i n questione molti pseudo-fatti, dimostrando la fragilità di molte
pseudo-dimostrazioni, in modo tale che spesso non è stata considerata la
benvenuta. In sintesi, le opposizioni sono soprattutto nate dal fatto che le filologie
separate, sia scandinava che latina, si erano abituate a pensare
cronologicamente - secondo una cronologia ipotetica e soggettiva - la
preistoria, la formazione dei quadri teologici complessi, presentati dai
documenti antichi, mentre questi quadri, guardati in base alla prospettiva
comparativa che a grandi linee viene qui ricordata, s’interpretano
immediatamente, per l’essenziale, come strutture concettuali che esprimono la
distinzione e la collaborazione delle tre funzioni esplicitate dagli Indoeuropei.
Jupiter, Mars, Quirinus e Juu-,Mart-, VOFION(O)- Le due società italiche di
Iguvium e Roma - l’una umbra e l’altra latina - sulle quali dei testi ben
articolati ci informano, presentano due varianti di una triade in cui i due
primi termini sono identici: Juu-, Mart-, Vofìon(o)- a Iguvium; Jupiter, Mars,
Quirinus nella più antica Roma pre-capitolina. Questo parallelismo incoraggia a
non cercare per la triade romana, com’è d’uso, una spiegazione fondata sul
caso, sugli apporti successivi o sui compromessi di una storia locale: com’è
possibile infatti che due serie di avvenimenti indipendenti possano suscitare
due gerarchie divine e due teologie così simili? 14. La triade precapitolina
L’esistenza della triade romana, che si è anche voluto contestare ma che non è
dubbia, è messa in evidenza dal fatto che questi dèi sono rimasti, lungo tutta
la storia romana, serviti da tre sacerdoti senza omologhi, rigorosamente
gerarchizzati ( ordo sacerdotum: Festo, Lindsay) che sono, al di sotto del rex
sacro rum, erede ridotto e sacerdotale degli antichi re, gli alti sacerdoti
dello stato: i trej7 amines maiores, cioè il dialis, il martialist il
quirinalis. Questa triade capitolina, vero fossile nell’epoca storica, respinto
dall’attualità di una triade differente formata da Jupiter O.M, Juno Regina e
Minerva, è rimasta legata a molti rituali e a rappresentazioni evidentemente
arcaiche. Una volta all’anno, in una cerimonia la cui fondazione era attribuita
a Numa (Tito Livio I, 21, 4), i treflciminesMciiores attraversavano solennemente
la città in uno stesso carro e facevano congiuntamente un sacrificio alla dea
Fides. I sacerdoti Salii che conservavano tra i dodici ancilici indiscernibili
il talismano caduto dal cielo cui era stata attribuita la fortuna di Roma,
erano in tutela Jovis, Martis et Quirini (Servio, ad Aen., Vili, 663). Il
tragico rituale della devotio, con il quale il generale romano, per salvare il
proprio esercito, si immolava agli dèi sotterranei contemporaneamente
all’esercito nemico, era introdotto da una formula, da un’enumerazione di dèi
che Tito Livio (Vili, 9, 6) ha di certo trascritto esattamente e che dopo
Janus, dio di ogni inizio, nominava innanzitutto l’antica triade: Giano,
Jupiter, Mars Pater, Quirinus, poi Bellona, i Lari etc. etc. Dopo la conclusione
di un trattato, secondo Polibio (III, 25, 6), i sacerdoti feziali prendevano
come testimoni prima Jupiter, poi Mars e infine Quirinus. Il carattere comune
di queste circostanze, in cui la triade precapitolina è presentata come tale, è
che il corpo sociale di Roma è interessato nel suo insieme e nella sua forma
normale: mantenimento della fides pubblica, senza cui la coesione sociale è
impossibile; protezione continua o urgente; impegno diplomatico. Il sacrificio
a Fides è particolarmente rivelatore poiché è la sola circostanza conosciuta in
cui i tre flamines maiores agiscono insieme; ma lo fanno in maniera ostentata e
l’unità del carro, l’unità dell’operazione sacra, provano che si tratta di
mettere sotto la garanzia di Fides l’unità delle tre cose che Jupiter, Mars e
Quirinus patrocinano distributivamente; tre cose la cui sintesi o aggiustamento
sono essenziali per la vita di Roma. Quali sono queste cose? Valore di Jupiter
e di Mars nella triade precapitolina La risposta non necessita di grandi sforzi,
sempre che si preferisca il sentimento dichiarato dai Romani stessi contro le
ricostruzioni ardite, fatte da tre quarti di secolo dagli epigoni di W.
Mannhardt o da archeologi poco coscienti dei limiti della loro arte; sempre che
non si dimentichi che questi dèi sono stati associati e gerarchizzati a Iguvium
e a Roma poiché rendevano dei servizi differenziati e complementari; e infine,
a condizione che si attribuisca un valore particolare, trattandosi di divinità
dei tre flamines maìores, a ciò che insegna l’ufficio di questi sacerdoti. Se
si osserva questa regola, e queste precauzioni, si riconoscerà in primo luogo
che Jupiter, e nello stesso tempo il Dius (nel capitolo seguente si mostrerà il
senso di questa sfumatura), onorato dagli atti del flamen dialis, e dal suo
comportamento pieno di innumerevoli precetti positivi e negativi, è il dio che
dall’alto del cielo presiede all’ordine e all ’osservazione più esigente del
sacro, garante della vita, della continuità e della potenza romana. Quanto a
Marte, imperturbabilmente docile secondo l’insegnamento dei migliori testi
epigrafici e letterari, si vedrà in lui il dio combattente di Roma, patrono
della forza fisica, di quella forza che può, al pari del vedico Indra, essere
orientata in tre o quattro circostanze (non di più) dal contadino romano, a
profitto dei suoi buoi che hanno bisogno di essere forti, o dei suoi raccolti
che tanti geni maligni, visibili o invisibili, possono minacciare. Questa forza
è sempre rimasta la forza che dona la vittoria, sin dai tempi favolosi delle
origini e fino al declino dell’impero, nella schiacciante maggioranza degli
impieghi conosciuti. 16. QuiRINUS Per Quirino, l’unico invecchiato fra i tre
dèi in epoca storica, gli eruditi antichi hanno generosamente costruito, su dei
pressapochi- smi etimologici allora correnti, delle teorie contraddittorie che
complicano il lavoro; ma fortunatamente disponiamo degli uffici adempiuti dal
suo flamen e di molti altri fatti cultuali, del suo nome e di qualche
indicazione oggettiva degli antichi. Queste diverse fonti informative
forniscono un quadro complesso ma coerente. I ) Siamo a conoscenza di tre
circostanze in cui officia il flamen quirinalis. Ai Robigalia del 25 aprile
sacrifica un cane in un campo nei pressi di Roma e allontana così (verso le
armi da guerra, aggiunge Ovidio) la ruggine che minaccia le spighe. Ai
Consualia del 21 agosto sacrifica sull’altare sotterraneo di Consus, dio del
grano messo in provvista ( condere ); il 23 dicembre sacrifica sulla tomba di
Laren- tia, la cortigiana che incarna in una celebre storia la voluttà, la
ricchezza e la generosità e che ha meritato di ricevere un culto, legando la
sua fortuna a quella del popolo romano. La festa propria di Quirino, i
Quirinatici del 17 febbraio, coincide con (e probabilmente è) l’ultimo atto dei
Fornacalia, cioè delle feste curiali della torrefazione del grano. Nelle altre
due circostanze rituali in cui appare, Quirino è associato alla dea Ops, cioè
all’Abbondanza rurale personificata: una iscrizione ci insegna che il 23 agosto,
ai Volcanalia, Quirino e Ops figurano tra le divinità onorate senza dubbio
contro gli incendi (C/L). La leggenda che giustifica l’esistenzadei Salii di
Quirino, dimostra che il voto fondante questo collegio è stato fatto per la
stessa ragione del voto che istituiva la festa di Ops e di Saturno. Tutti
questi dati, che costituiscono l’intero dossier cultuale del dio, attestano che
la sua attività è uniformemente e unicamente in rapporto con le sementi (tre
feste, tra cui la sua), con le divinità agricole Consus e Ops, con la ricchezza
e il sottosuolo. Nello stesso senso si spiega il fatto che nel 390, all
'avvicinarsi dei Galli, quando bisognava seppellire gli oggetti sacri di Roma,
questo compito non spettasse al rex o al flamen dialis, primi sacerdoti dello
stato, come ci si sarebbe aspettato, ma al flamen quirinalis. 2) Il nome di
Quirino è sicuramente inseparabile da quello dei Quirites, cioè dall’insieme
dei Romani considerati nelle loro attività civili in opposizione totale a ciò
che essi sono in quanto milites (un aneddoto ben noto di Cesare lo prova).
Kretschmer aveva proposto di spiegare Quirites con curia (volscio couehriu),
come gli uomini riuniti nei loro quadri sociali, essendo QuTrinus (cf. dominus
da domus) il patrono di questa entità della massa sociale organizzata (
*co-uir-io/a -). L’etimologia, in sé e prsé soddisfacente, è stata resa molto
probabile da V. Pisani ( 1939) e indipendentemente da E. Benveniste ( 1945),
che hanno dimostrato come il nome dell’omologo di Quirinus nella triade umbra
di Jupiter, Mars, Vofionus possa essere il compimento fonetico rigoroso di un
*Le- udh-yo-no patrono della massa (cf. il tedesco Leute, latino liberi, massa
di uomini liberi, bambino di nascita libera etc.), esatto parallelo e sinonimo
dal latino *Co-uirI-no. Massa sociale e pace sono, al pari della coltivazione
del suolo, aspetti considerati dalla terza funzione. 3) Ma lo stile di questa
pace è marcato dall’impronta romana e contribuisce al sorprendente meccanismo
che in qualche secolo ha conquistato e romanizzato l’Italia, il Mediterraneo e
il mondo antico e stabilisce il pesante beneficio della pax romana. Per i
Romani non si è mai trattato di una pace gioiosa e cieca ma vigile, in cui le
armi erano deposte ma conservate; in cui i civili Quirites erano anche
mobilitabili, i milites del domani; in cui i comitia legiferanti non erano che
l’ exercitus urbanus senza il suo equipaggiamento, ma pronto nei suoi quadri:
una pace, infine, in cui si pensava molto alla guerra. È questo regime, questo
stato di spirito che Quirino governa e che esprime eccellentemente un tratto
del suo statuto: uno dei flamines minores, il Portunalis - senza dubbio
connesso al dio delle porte ( portele ) delle città, prima di essere quello dei
porti (j)ortus ) - ha l’incarico di ungere le .armidi Quirino (Festo s
.v.persillum, Lindsay), cioè di compiere il gesto di ogni mobilitazione alle
armi: le quali possono anche non essere utilizzate, al momento, ma verso le
quali può sopraggiungere improvvisamente l’esigenza di ricorrervi. Questa
ambivalenza Quirites-milites dei Romani, questa concezione militare della pax
romana, spiegano sufficientemente come Quirino possa essere stato considerato
una varietà di Marte e come i Greci, che concepivano altrimenti l’eipf|VTi,
abbiano scelto per tradurre il suo nome quello di un vecchio dio guerriero,
differente da Ares, ’EvuàA-ioq. E non sarà troppo inutile meditare in questo
contesto su due note del commentatore di Virgilio, Servio, giudicate un tempo
assurde, ma alle quali la nuova prospettiva trifunzionale ha conferito pieno
valore (ad Aen.): Marte è detto Gradivus quando è in furore (Cum saevit) quando
è pacifico (cum tranquillus est), Quirino. A Roma possiede due templi: uno
all’interno della città, in qualità di Quirino, cioè di guardiano e di dio
tranquillo (quasi custodis et tranquilli),' l'altro sulla via Appia, fuori
dalla città, vicino alle porte, in quanto dio guerriero o Gradivus (quasi
bellatores vel Gradivi)... Quirino è il Marte che presiede alla pace (qui
praeest paci) e ha il suo culto dentro Roma mentre il Marte della guerra (belli
Mars) aveva il suo tempio fuori Roma. Jupiter, Mars, Quirinus e i componenti
leggendari di Roma Questa rapida esposizione, spogliata dalle innumerevoli
discussioni che è stato necessario sostenere su quasi tutti i punti, basterà a
dimostrare qual è, nell’unità armoniosa della triade precapitolina,
l’orientamento proprio e l’equilibrio interno di ogni termine. Cielo ed essenza
stessa della religione come supporto di Roma; forza fisica e guerra; agricoltura,
sottosuolo, massa sociale e pace vigilante: queste etichette definiscono tre
ambiti complementari che disegnano una struttura sicuramente anteriore a Roma e
a Iguvium, dunque italica, e quindi così vicina alla struttura indo-iranica da
dirsi risalente ai tempi indoeuropei. Non sarà inutile ricordare qui i valori
funzionali di cui appaiono rivestite, nei racconti sulle origini di Roma, le
tre componenti etniche, base leggendaria delle tre tribù: Romolo - rex et augur
- e i suoi compagni sono i depositari del potere sovrano e degli auspici; i
suoi alleati etruschi, sotto il comando di Lucumone, sono gli specialisti
dell’arte militare; i suoi nemici, Tito Tazio e i Sabini, sono provvisti di
donne, ricchi in bestiame e in più detestano la guerra e fanno di tutto per
evitarla. Una variante frequentemente attestata (l’abbiamo ricordata in I § 7)
minimizza la componente etrusca e concentra le due prime caratteristiche su
Romolo e i suoi compagni. Sotto questa forma la triade precapitolina si divide
molto adeguatamente tra i due gruppi di avversari e futuri associati: Romolo è
costantemente il protetto di Jupiter (gli auspici iniziali; Jupiter Fere- trius
e Jupiter Stator in battaglia) ma è figlio di Mars e trova riuniti in sé i
favori dei due primi dèi della triade; Quirino (in questo insieme leggendario
soltanto) è considerato come un dio sabino, il Marte sabino portato in dote da
Tito Tazio a Roma nella riconciliazione finale, allo stesso modo del nome
collettivo dei Quirites (ma questa pseudo-sabinità dei Qui riti e di Quirino,
benché conf orme al carattere dei Sabini della leggenda, portatori della terza
funzione, si spiega col gioco di parole, popolare tra gli eruditi di Roma,
Quirites-Cures), Si sa che un’altra forma della leggenda, incompatibile con
questa, fa di Quirino il nome postumo di Romolo, riunendo così sul solo
fondatore i tre termini della triade divina in base agli auspici, alla
filiazione e all’apoteosi. 18. Varianti della triade Jupiter, Mars, Quirinus
Della leggenda delle origini, Varrone (De ling. lat.) e Dionigi di Alicarnasso ci
hanno conservato un aspetto importante: all’epoca della riconciliazione di
Romolo con Tito Tazio e dell’entrata dei Sabini di Tito Tazio nella comunità,
ormai completa e in via di sviluppo, ognuno dei due re istituisce dei culti e
mentre Romolo fonda solo il culto di Jupiter, Tito Tazio instaura Quirinus e un
gran numero di dèi e dee che hanno rapporto con la vita rurale, la fecondità e
il mondo sotterraneo. Questa tradizione è molto interessante perché sottolinea
ciò che è stato già segnalato a proposito dell’India (II, § 5); la molteplicità
degli aspetti, l’inevitabile frazionamento di questa terza funzione che Tito
Tazio incarna, ma soprattutto perché tra gli dèi di Tito Tazio (che non sono
certamente sabini ma romani, a dispetto della colorazione etnica della
leggenda) molti f igurano in terza posizione, nelle triadi che non sono altro
che varianti della triade canonica Jupiter, Mars, Quirinus, come Ops (abbiamo
già segnalato i suoi rapporti con Quirino) o Flora. 1 tre gruppi di culto della
Regia, della casa del re, che corrispondono senza dubbio alle tre camere che
ancora si trovano giustapposte nelle rovine, sono: 1 ) culti assicurati dai
personaggi sacri del più alto rango, il rex (a Giano) la regina (a Giunone) e
la moglie del flamen dialis (a Jupiter stesso); 2) culti guerrieri del
sacrarium Marti.?, 3) culti del sacrarium Opis Consivae, la dea
dell’abbondanza. Questa collocazione dei tre livelli funzionali manifestava
sensibilmente che la stessa forma di religione che si analizzava e che si dissociava
nelle persone dei tre grandi flamines, creava al contrario una sua sintesi
quando passava nelle mani del rex, quando era il rex che l’amministrava, non
più in quanto incarnazione ma, nel nome di Roma, come gestore delle forze
sacre. Quanto alla triade Jupiter, Mars, Flora (rimpiazzata più tardi da
Venere) sembra essere stata lei a patrocinare i tre carri delle corse primitive
(in relazione con le tre tribù funzionali e i tre colori bianco, rosso, verde).
Flora meritava due e tre volte questo posto, per il suo potere sulla
vegetazione, per la leggendache faceva di lei un doppione della cortigiana
Larentia e perché era assimilata a Roma stessa, senza dubbio più alla massa
romana che all’entità politica patrocinata da Quirino. Un’altra variante della
triade - Jupiter, Mars, Romulus, Re- mus - presenta Romolo sotto tutt’un altro
aspetto (sino alla fondazione di Roma: gemelli, pastori etc.) e ricorda che la
lista canonica indo-iranica affidava a due dèi gemelli la rappresentazione e la
protezione del terzo livello. Nel paganesimo scandinavo è conosciuta una triade
dello stesso tipo, quel la formata da Ódinn, Pórr, Freyr (o solidalmente, come
ultimo termine, Njòrdr e Freyr). Anche questa triade, al pari di quella
precapitolina romana, è stata spiegata - in modo molto variabile - secondo
schemi di evoluzione, come il risultato di compromessi e sincretismi tra culti
successivamente comparsi. Lacritica a questo tipo di spiegazioni facili e
seducenti, che credono di basarsi logicamente sui dati archeologici, ma che vi
si sovrappongono arlifi cial mente, è stata fatta a più riprese e dovrà ancora
essere fatta poiché l’esperienza dimostra che non vi si rinuncia volentieri.
Nel piano ridotto del presente libro dovremo semplicemente prescinderne ma
dichi arare che da H. Petersen a K. Helm, da E. Wessén a E. A. Philippson, i
numerosi tentativi fatti per dimostrare che la promozione di *Wof3anaz è cosa
recente (sostituito a *Tiuz) o che in Scandinavia il più antico gran dio è Pórr
(sempre che non sia Freyr), non potevano riuscire a dispetto dell’intelligenza,
dell’erudizione e del talento dei loro autori. Ci limiteremo dunque ai fatti e
quindi all’esistenza stessa della triade in quanto tale. E questa triade di
Ódinn, Pórr e Freyr che Adamo di Brema ha vi sto regnare nel tempio di Uppsala
e di cui fornisce la descrizione del meccanismo trifunzionale (Gesta
Hammaburgensis eccl. Pontificium, IV, 26-27); è lei che appare dalle formule di
maledizione come dai poemi eddici o dagli scaldi (Ódinn, Pórr, Freyr, Njòrdr:
Egilssaga); è lei che si sprigiona dal racconto della battaglia escatologica (
Vòluspà, 53-56) in cui ognuno dei tre dèi lotta contro uno dei maggiori
avversari che soccombe sotto i suoi colpi; è lei che si spartisce i gioielli
divini (Skaldskaparmal, cap. 44) ed è lei che rappresenta l’intera mitologia in
cui le altre divinità - salvo la dea Freyja, strettamente associata a Freyr e
Njòrdr e che li completa - sono come comparse che circondano questi primi ruoli
e che si definiscono in rapporto ad essi. Ci si ricorderà che nella leggenda
delle sue origini Roma si è ridotta spesso a due componenti, benché
comprendesse tre tribù che rappresentavano tre funzioni: il rex-augur Romolo c
i suoi compagni, detentori di cleos et virtutem, la potenza del sacro e i
talenti guerrieri, il dominio di Jupiter e Mars, mentre Tito Tazio e i suoi
Sabini erano quelli che apportavano delle specialità loro connesse, cioè le
donne e le ricchezze, opes. Il quadro scandinavo della formazione della società
divina completa è dello stesso tipo: i componenti riuniti per una
riconciliazione ed una fusione conseguente a una guerra terribile, sono due,
gli Asi e i Vani: tra gli Asi Ódinn è il capo, mentre Pórr è il più eccelso
dopo di lui; trai Vani sono invece Njòrdr, FreyreFreyjaipiù eminenti e i soli
nominati individualmente. La distinzione funzionale degli Asi c dei Vani è
chiara e costante. I Vani, specialmente i due dèi e la dea che ne incarnano al
massimo la tipologia, anche se capita loro di essere o di fare altre cose, sono
innanzitutto dei ricchi (Njòrdr, Freyr, Freyja), donatori di ricchezze e
patroni del piacere (Freyr, Freyja), della lascivilà stessa, della fecondità e
della pace (Nerlhus, Freyr-Fródi) csono legati spazialmente ed economicamente
al suolo che produce i raccolti (Njòrdr, Freyr) o al mare in quanto luogo della
navigazione e della pesca (Njòrdr). A questi tratti dominanti si oppongono
quelli dei principali Asi. Né Ódinn né Pórr certamente si disinteressano delle
ricchezze del suolo, ecc., ma da quando la mitologia scandinava ci è conosciuta
i loro centri sono altrove: l’uno è un mago potente, signore delle rune, capo
della società divina; l’altro è il dio col martello, nemico dei giganti ai
quali peraltro assomiglia (si pensi al suo furore); è il dio tuonante (nel suo
stesso nome) che accudisce il contadino e gli dona la pioggia e anche nel
folklore moderno è come un solloprodollo della sua bellicosità in maniera
atmosferica e violenta, non terrena c progressiva. Il senso da attribuire a
questa distinzione tra Asi e Vani è il problema centrale che domina tutte le
interpretazioni delle religioni scandinave c di quelle germaniche, anche
laddove le spiegazioni cronologiche c storiche (di storia immaginaria)
affrontano con vivacità le spiegazioni strutturali e concettuali. I fatti
riuniti dall’inizio di questo libro apportano un grande sostegno agli
strutturalisti: il parallelismo delle teologie indo-iraniche e italiche ci fa
precisamente attendere, presso i popoli imparentati, una teologiaed
unamitologiadel tipo presentato dagli Scandinavi, che oppone per meglio
definirli e che ricompone per creare un insieme vitale: 1 ) delle figure divine
che patrocinano ciò che è sotto il magistero degli Asi, Ódinn e Pórr, l’alta
magia e la sovranità da una parte, e la forza brutale dall’altra; 2) delle
figure divine del tutto differenti che patrocinano ciò che è sotto il magistero
dei tre grandi Vani, la fecondità, la ricchezza, il piacere, la pace, etc. etc.
21. La guerra degli Asi e dei Vani e la guerra dei Protoromani e dei Sabine
formazione di una società TRIFUNZIONALE COMPLETA La frattura iniziale, che
separa i rappresentanti delle due prime funzioni e quelli della terza, è un
dato indoeuropeo comune: lo stesso sviluppo mitico (separazione iniziale,
guerra e poi indissolubile unione nella struttura tripartita gerarchizzata) si
ritrova non solo a Roma, sul piano umanoenei racconto delle origini
dell’Urbe(guerrasabinae sinecismo), ma in India, dove è detto che gli dèi
canonici del terzo livello, gli Asvin, non erano inizialmente degli dèi, ma
entrarono nella società divina come terzo termine al di sotto delle due forze
(ubhe virye) solamente in seguito a un conflitto violento conclusosi con una
riconciliazione e un’alleanza. Come si potrà prevedere, i dettagli di queste
leggende sono stati scelti e raggruppati in modo tale da mettere in rilievo le
funzioni rispettive delle diverse componenti della società e i procedimenti
specifici che queste funzioni attribuiscono ai loro rappresentanti. L’analisi
comparata della leggenda romana sulla guerra iniziale tra Romani e Sabini e
della leggenda scandinava sulla prima guerra nel mondo degli Asi e dei Vani (a
cui bisogna fare risalire, contro E. Mogk, le strofe 21-24 della Vòluspà), ha
rivelato un interessante parallelismo e conferito un senso sia all’una che
all’altra. Ambedue sono formate da un dittico, da due scene in cui ciascuno dei
due campi nemici ha il vantaggio (vantaggio limitato e provvisorio poiché è
necessario che il conflitto finisca senza vittoria e con un patto liberamente
consentito) ed è debitore di questo vantaggio alla sua specificità funzionale.
Da una parte i ricchi e voluttuosi Vani che corrompono daH’interno la società
(le donne!) degli Asi, inviando loro la donna chiamata Ebbrezza dell’Oro;
dall’altra parte Ódinn che lancia il suo famoso giavellotto di cui è noto
l’irresistibile effetto magico e di panico. Allo stesso modo i ricchi Sabini,
da una parte, ottengono quasi la vittoria occupando la posizione-chiave
dell’avversario, non col combattimento, ma acquistando con l’oro Tarpeia (in
una variante, grazie all’amore cieco di Tarpeia per il capo sabino); dall’altra
parte Romolo, grazie a un’invocazione a Jupiter (Stator) ottiene dal dio che
l’armata nemica vittoriosa venga improvvisamente, e senza motivo, invasa dal
panico. 22. Sviluppo della funzione guerriera presso gli antichi Germani Bisogna
comunque segnalare un fatto di enormi conseguenze che ha determinato ben
presto, e non solamente presso gli Scandinavi ma fra tutti i Germani, una
deformazione della struttura delle tre funzioni e della teologia
corrispondente. Da nessuna parte, certamente né a Roma né in India, gli dèi del
primo livello, Varuna e Jupiter, si disinteressavano della guerra: se è vero
che non combattono propriamente come Indra o Marte è anche vero che mettono le
loro magie al servizio della parte che favoriscono e sono loro, in definitiva,
che attribuiscono la vittoria, la quale, se è in effetti conquistata con la
Forza, interessa soprattutto l’Ordine per le sue conseguenze. Non ci si
sorprende quindi di vedere Ódinn intervenire nelle battaglie, senza combattere
molto, ma gettando sull’armata che ha condannato un panico paralizzante, il
legame dell’esercito herfjò- \)urr (cf. i lacci di cui è armato Varuna). Ma è
certo che la parte della guerra nella sua definizione è di gran lunga piu
considerevole che nella definizione dei suoi omologhi vedici o romani: in lui -
e anche nell’omologo germanico di Mitra che esamineremo nel prossimo capitolo e
che è interpretato da Tacito come Marte - si constata più di una osmosi, un
vero e proprio ribaltamento e straripamento della guerra nell’ideologia del
primo livello. All’epoca in cui si sono formate le loro epopee, gli eroi
odinici - Sigurdr, Helgi e Haraldr Den- te-da-Combattimento - sono prima di
tutto dei guerrieri; e nell’aldilà sono i guerrieri morti, in un’eternità di
giochi e di gioie guerriere, che Ódinn accoglie nel proprio Valhòll. In
compenso, almeno in certi luoghi, è Pórr, il nemico dei giganti, il combattente
solitario, ad averperso il contatto con la guerra (almeno quella combattuta
dagli uomini) ed è sopratutto il felice risultato dei suoi duelli atmosferici
contro i giganti e i flagelli, la pioggia benefica per le messi, che ha
giustificato e popolari zzato il suo culto e che talvolta ha spodestato Freyr
dal la parte agricola della sua provincia. Questa doppia evoluzione sembra
essere stata spinta all’estremo tra gli Scandinavi più orientali, presso i
quali così Adamo da Brema definiva i tre dèi della triade di Uppsala. Thor presici et in aere, qui tonitrus et fulmina, ventos ymbre- sque,
serena et fruges gubernat. Alter Woclan, id est furor, bella gerit hominique
ministrai virtutem contro inimicos. Tercius est Fritto (cioè Freyr), pacem
voluptatemque largiens mortalibus... Sipestis etfames imminet, Thorydolo
lybatur, sibellum, Woda- ni, si nuptiae celebrandae sunt, Fricconi. Anche se si
ammette che la teologia di ognuno di questi tre dèi di Uppsala fosse più ricca,
e più variegata di quanto non appaia nelle brevi osservazioni di Adamo da Brema
(che ha preso Pórr come dio principale poiché figura nel mezzo, al secondo
posto, ed è armalo di un martello che ha scambiato per uno scettro e perché,
tuonante, lo ha as- similato a Giove), non vi è ragione di rifiutare la sua
testimonianza: lo scivolamento della guerra nel dominio di Wodan e lo
scivolamento inverso di Thor al servizio dei contadini sono dei fatti. Ma se ne
comprende l’origine (come su altri punti relativi alla Scandinavia) e dove lo
stesso fenomeno si osserva, i valori dei tre dèi restano essenzialmente vicini
a quelli dei loro omologhi indiani e romani. Stato del problema presso i Celti,
i Greci e gli Slavi Sulle altre parti del dominio indoeuropeo, a causa di
diverse ragioni - cronologia troppo recente, imprestiti massicci da sistemi
religiosi non indoeuropei - è difficile constatare immediatamente le strutture
teologiche corrispondenti alle tre funzioni: sono necessari quindi dei
ragionamenti e di conseguenza I ’ arbitrio è in agguato. Questo stato di cose è
particolarmente spiacevole nell’ambito greco o celtico in cui l’informazione è
tuttavia molto abbondante: bisogna rassegnarsi. In Grecia, dove la religione
non è essenzialmente indoeuropea, il raggruppamento delle dee nella leggenda
del pastore Paride resta ad esempio un gioco letterario e non forma
evidentemente un’autentica combinazione religiosa. In Gallia, dove la
classificazione degli dèi riportata da Cesare (e confermata dai testi irlandesi
sui Tuatha Dé Danann) ricorda per molti versi la struttura delle tre funzioni,
quest’analogia con la filiazione, e i ritocchi che suggerisce, suscitano più
problemi invece che risolverli. Quanto al paganesimo degli Slavi, questi sono
così poco conosciuti perché i tentativi di spiegazione tripartitapossano essere
altra cosa che brillanti ipotesi. Ma la concordanza delle testimonianze sui tre
domini, indo-iranico, italico e germanico, in cui le antiche religioni sono
state descritte in maniera sistematica dai loro stessi rappresentanti, è
sufficiente a garantire che sin dai tempi indoeuropei l’ideologia tripartita
aveva dato luogo a una teologia della stessa forma; a un gruppo di divinità ge-
rarchizzate che esprimevano i tre livelli; e ad una mitologia eziologica che
giustificava la differenza e la collaborazione di queste divinità. Divinità che
sintetizzano le tre funzioni Ci limiteremo a segnalare nella teologia un altro
utilizzo frequente della struttura tripartita, non analitico ma sintetico. Vi
sono infatti divinità che sia i saggi che i fedeli tengono a definire, in
opposizione agli dèi specialisti delle tre funzioni, come onnivalenti,
domiciliate ed efficienti sui tre livelli. Questo tipo di espressione si è
prodotta indipendentemente in diversi luoghi, per esempio nelle civiltà
mediterranee, quando una divinità patrona o eponima di una città ha assunto
un’importanza a svantaggio di altri dèi o di équipes divine: così, presso gli
Ioni di Atene, dove sembra che una teologia tripartita (Zeus, Athena,
Poseidone, Efesto) concernesse innanzitutto le quattro tribù funzionali
(sacerdoti, guerrieri, agricoltori, artigiani), è Atena che in epoca storica
domina la religione. Così, seguendo la felice osservazione di F. Vian, durante
le piccole Panatenee, ella riceveva successivamente degli omaggi divini in
quanto Hygieiu, Polias e Niké, vocaboli che evocano le funzioni di salute,
sovranità politica e vittoria. Allo stesso modo, nello zoroastrismo si è
prodotta la tripla titolatura Buone, Forti, Sunte dei geni tutelari, le
FravaSi, che sono in effetti trivalenti. Dee trivalenti. Tuttavia, tra queste
figure sembra che bisogni far risalire alla comunità indoeuropea un tipo di dea
la cui trivalenza è così messa in evidenza e che è intenzionalmente congiunta
agli dèi funzionali: questa dea, che per il suo stesso sesso e per il suo punto
d’inserimento nelle liste è connessa alla terza funzione, è tuttavia attiva in
tutti e tre i livelli e sembra che la sua presenza nelle liste esprima il
teologhema di una multi valenza femminile che raddoppia la molteplicità degli
specialisti mascolini.Abbiamo ricordato più sopra che talvolta, nelle liste
trifunzionali vediche, la dea-fiume SarasvatTè associata agli ASvin: ora, gli
epiteti di SarasvatT, benché non raggruppati in formule, la definiscono
chiaramente come pura, eroica, materna. Indipendentemente l’uno dall’altro, sia
io che H. Lommel abbiamo proposto di interpretare come un’omologa di SarasvatT
e come l’erede della stessa dea indo-iranica, la più importante delle dee del
\'Avestu non-gàthico, anch’essa dea-fiume, Anàhità; ora, il nome completo e
triplice di Anàhità, fa evidentemente riferimento alle tre funzioni: l’umida,
la forte, l’immacolata, AradvT, Suri, Anàhità. Ed è ancora per sublimazione
dello stesso prototipo che io penso che lo zoroastrismo puro abbia creato la
sua quarta Entità, Àrmaiti, che seppur ordinariamente al terzo livello (dopo
XsaSra, Potenza e prima di Haurvatà(-Amar,?là(, Salute e Immortalità) e benché
non in possesso di una tripla titolatura, porta un nome che significa Pensiero-Pio,
aiuta Dio nella sua lolla contro il Male ed ha come elemento materiale la terra
nutrice differenzialmente associata. Nel Lazio, a Lanuvium, Giunone era onorata
sotto il triplice epiteto di Seispes Mater Regina, i due ultimi epiteti
riportano alla teologia della Giunone romana (Lucina, etc.; Regina) patrona
della fecondità regolata c dea sovrana; ma a Roma la specificazione guerriera
manca, mentre era in evidenza nella figura di Giunone lanuvia e certamente era
espressa dal primo epiteto, l’oscuro Seispet- (rom. sospit-, da *sue-spit-? cf.
Indra svà-ksatra, svu-pati, eie.). Infine, nel mondo germanico, considerando i
Germani continentali, sembra che una dea unica e polivalente (se non
onnivalente), *Friyyò fosse congiunta ai multipli dèi funzionali di cui abbiamo
parlato più sopra; se la specificazione guerriera non è attestata, il poco che
si sa di essa la mostra sovrana (Frea, nelle leggende che spiegano il nome dei
Lombardi) e Venus ( *Friyya-dcigaz, Freitag), Presso gli Scandinavi questa
multi valenza è esplosa: la dea si è raddoppiata in Frigg (esito regolare di
*Friyyó in nordico), sposa sovrana del signore magico Ódinn, e in Freyja (nome
rifatto su Freyr), dea tipicamente Vani, ricca e voluttuosa. In Irlanda
un’eroina, Macha, senza dubbio un’antica dea eponima del luogo più importante
fra tutti, Emain Macha, capitale dei re pagani del 1 ’ Ulster con 1 a piana che
la circonda, dovette avere pri miti- vamente questo carattere sintetico,
analizzato in base alle tre funzioni, poiché è sfociata in tre personaggi, in
un trio di Macha ordinato nei tempi. Una Veggente, sposa di un uomo dei primi
tempi chiamato Ne- med, il Sacro, che muore per un’emozione profonda in seguito
a una visione; poi una Guerriera-Campionessa che fa del proprio marito il suo
generalissimo e che muore uccisa; infine una Madre che accresce
meravigliosamente la fortuna del proprio marito, un ricco contadino, e che
muore durante l’orribile parto di due gemelli. Ma non è più possibile
determinare quali rapporti avesse nella religione con gli dèi maschi della
stessa funzione. 26. Le teologie tripartite e i loro elementi Dopo aver preso
una visione globale dei sistemi teologici indo-iranici, italici e germanici che
esprimono l’ideologia delle tre funzioni, abbiamo riconosciuto che sono abbastanza
paralleli per giustificarne la spiegazione nei termini di un’eredità
indoeuropea comune. Non è che l’inizio: senza perdere di vista la struttura
d’insieme, l’esplorazione dovrà concentrarsi successivamente su ognuno dei tre
termini; esaminando la funzione della sovranità religiosa in se stessa, poi
quella del la forza e della fecondità e infine, tram ite la comparazione tra i
dati indiani, iranici, latini etc., cercare di determinare come gli Indoeuropei
concepivano, suddividevano e utilizzavano ciascuna di esse. Note ai paragrafi
Sulla necessità, per lo storico delle religioni, di non perdere mai di vista e
di riconoscere le strutture teologiche di cui studia i frammenti, vedi
principalmente L’heritage..., cap. I (Matièrc, objet et moyens de étude) - al quale
rimando una volta per tutte circa le questioni di metodo - e DIE, cap. II
(Structure et cronologie), Il riconoscimento del raggruppamento arcaico
Milra-Varuna Indra e i Nàsatya, l’inventario delle circostanze in cui appaiono,
sono state fatte progressivamente in: JMQ,59-60 (= JMQ it,38-39); NA 41-52;
Tarpeia, 1947,45-56 (dove sono studiati in dettaglio sei inni del Riveda
fondali su questa struttura); Mitra-Varuna, Indra et le Nàsatya, com- me
palrons des trois fonclions cosmiqucs et sociales, Studia Linguistica; JMQ
IV,13 - 35 ( Les dieux palrons des trois f onctions dans le Rg Veda et dans le
AlharvaVeda); in queste due ultime esposizioni la divisione degli dèi in tre
gruppi Aditya, Rudra, Vasu, è interpretata nello stesso senso (cf. DIE). La
discussione delle spiegazioni anteriori e l’interpretazione nuova formano il
primo capitolo di NA (les dieux Arya de Mitani), Il carattere indiano degli
Arya di Mitani è reso probabile dalla forma del numero uno (aika: sanscrito
eka, contro l’iranico comune *aiva ); P.E. DUMONT ha interpretato senza
difficoltà tutti nomi d’uomini conosciuti grazie al vcdi- co (JAOS). In seguilo
G. Widengren ha sottolineato in questi nomi propri c nella variante u -ru- wa -
na del nome di Varuna (nel trattato di Bogazkoy), qualche fatto fonetico che
rinforza questo parlare di iranico: Numen, II, 1955,80-81 e note 167, 170. § 5.
DIE.pp. 11-14. Un gruppo di raffigurazioni su una faretra cassila c stata
interpretata come rappresentante in alto Mitra c Varuna, nel mezzo Indra (o Vàyu)
e in basso i gemelli Nàsatya in una scena di medicazione miracolosa conosciuta
dal Rg Veda : Dieux cassiles et dieux vediques, à propos d’un bronze du
Lourislan RHA, 52, 1950,18-37. Riprenderò prossimamente il problema a partire
da una migliore fotografia (la scena c le insegne di Mitra e Varuna devono
essere spiegate altrimenti: non vi sono degli altari ma un vaso raffigurante
una lesta di leone) e con degli altri documenti sui gemelli § 6-9. La
spiegazione degli Amai a Spanta costituisce la materia di NA, cap. II-V; la
quarta Entità, Àrmaiti, che sembrava creare allora difficoltà, è stala spiegata
in seguito in Tarpeia, cap. I (=JMQ il.). Questa interpretazione è stata
accettala e sviluppata da J. De MENASCE, Une legende indo-iranienne dans
l’angelologie judéo-musulmane: à propos de Hàrut-Màrut, Études Asiatiques
(svizzeri) I, 1947,10-18; J. DUCHE- SNE-GUILLEMIN, Zoroastre, 194847-80; Onnazd
et Ah rimati, 1953, 23; The Western Response to Zoroaster, 195838-51 (vedi
specialmente 45-46 contro I. Gcrshevilch e W. Lcntz); S. WlKANDER (vedi sotto,
nota al III cap. § 13); J.C. TAVADIA From Aryan Mythology to Zoroastrian The-
ology, aReviewofDumézil’sResearches, ZDMG, 103, 1953,344-353; K. Barr, Avesta,
1954,52-59 e 197; G. WlDENGREN, Stand und Aufga- ben deriranischenReligionsgeschichte,
Numen, I, 1954,22-26; S. Har- TMAN in molti articoli specialmente Ladisposition
de l’Avesta, Orientatili Suecana, V, 1956,30-78; e inoltre da altri importanti
iranisti. È stata invece rigettata senza discussione da I. Gerschevitch e W.
Lentz e non è menzionala nei libri di W.B. Henning e R.C. Zaehner. Questo tipo
di spiegazione è stata estesa alle Entità già gathiche come SraoSa e ASi
(considerale come sublimazioni degli dèi prezoroastriani equivalenti agli dèi
vedici Aryaman e Bhaga): vedi qui sotto, III, § 8; poi al non gathico Rasnu e
alla Fravasi (considerate come figure purificate corrispondenti a Visnu e ai
Maj'ut): Visnu et les Marut à travers la réforme zoroa- striennc, JA, CCXLII, ,1-25;
infine a Busyastà (considerata come una demonizzazione della dea Aurora):
Déesses latines et mythes vécliques DIE Gli attacchi più vivi sono venuti dai
latinisti della scuola primitivi- sta; vedi a proposito di H.J. ROSE, RHR e
Déesses latines. I germanisti ostili hanno in generale preferito “ignorare”;
tuttavia ho recentemente avuto una gradevole discussione - la prima - con K.
HELM, BGDSL, 77, ,347- 365; 78, 1956, 173- 180. Un grande numero di risposte
alle obiezioni si trovano disseminate nelle prefazioni, note e appendici dei
miei libri. Le ultime in ordine di tempo che hanno un valore generale sono;
Examen de criliques réccnles; John Brough, Angelo Brelich, RHR, CLII,
1957,8-30. § 13.1 latinisti che dissertarono su Quirino dimenticano solitamente
Vo- fionus che riduce di troppo la loro libertà d’ipotesi. Perla triade umbra vedi Remarques sur les dieux Grabovio - d’Iguvium, RP,
XXVIII, 1954, 225-234 e Notes sur le début du riluel d’Iguvium, RHR. La triade
romana è comparsa proprio a fornire il titolo comune degli studi sulle
tecnologie trifunzionali indoeuropee, pubblicati dal 1941 al 1948. § 14.
L’interpretazione è stata presentata per la prima volta in un articolo che
conteneva in potenza tutto il lavoro ulteriore: La préhisloirc des flami- nes
majeurs, RHR. Sono comparsi in seguito JMQ, cap. II c III, poi lutto NR;
riassunto in L'hèritage. Contro il Marte agrario vedi NR,38-71 (=JMQ it.,
191-217) e Rituels...78-80. Su Jupiter sovrano vedi NR.,71-76 (= JMQ
it.218-222); è importante non vedere in Giano (dio dei prima, di tutti i prima)
un predecessore né un doppio di Jupiter (dio dei summit): DIE, 91-102
eJupiler-Mars-Quirinus et Janus, RHR, CXXXVIII, 1951, 209-210; sugli dèi dei
prima indo-iranici, Tarpeia. La spiegazione del complesso Quirino è stata
formata in tre tempi: 1) JMQ,72-77, 84-94, 143-148, 182-187 (=JMQ it„49-53,
58-66, 101-104); 2°), NR,194-221 (=JMQ it.,264-285) e Tarpeia, 176-179; 3°)
JMQ,155-170 (specialmente167, 169 e n. 2, 170). Vedi anche L. GERSCHEL, Saliens de Mars et Saliens de Quirinus, RHR. Ho
sostenuto numerose discussioni, special- mente: La triade Jupiter-Mars-Janus?,
RHR, CXXXII, 1946,115-123 (con V. Basanoff); REL, XXXI 1953,189-190 (con C.
Koch);A propos de Quirinus, REL, XXXIII, 1955,105-108 (con J. Paoli); Remarques
sur les armes des dieux de troisième fonction, SMSR, XXVIII (con A. Brelich). Generalmente
ogni nuovo avversario non tiene alcun conto delle risposte fatte ai precedenti;
è ancora il caso di J. BAYET, Histoire psychotogique et historique de la
religìon roinaine, 1958,118 (che tratta anche della triade romana JMQ senza
considerare la triade umbra di Jupiter Mars Vofionus). Per l’assimilazione di
Romolo a Quirino, le considerazioni nuove riportate qui sotto incoraggiano a
dargli un senso più profondo e una data più antica di quanto non si facesse
generalmente (vedi La bataille de Sentinum, remarques sur la fabrication de
l’histoire romaine Annales, Economie, Sociétés, Civilisations.VU,
1952,145-154). Sulle etimologie proposte per Vofionus, vedi RP, XXVIII,
1954,225, n. 4 e226, n. 1; la spiegazione con *leudhyono- sitrova in Pisani
Mytho-etymologica, Rev. desEtudes Indo-Européennes (Bucarest), I; 1938,230-233
e in BENVENI- STE, Symbolisme social dans les cultes gréco-italiques, RHR,
CXXIX, 1945,7-9. § 17. Una questione connessa è quella della realtà o della non
realtà di una componente sabina alle origini di Roma. Questa è secondaria
rispetto al nostro punto di vista, che è quello dell’ideologia e non dei fatti
storici, e in più, una risposta affermativa non genererebbe affatto
l’interpretazione funzionale delle leggende sulle origini, di cui bisognerebbe
solamente ammettere (la qual cosa è ordinaria) che presentano l’avvenimento
ripensato in un quadro ideologico ed epico preesistente, tradizionale; ma è
anche chiaro che questa interpretazione strutturale e unitaria che noi formiamo
non rinforza la tesi dell’autenticità storica del sinecismo originale che
incontra diverse difficoltà. In L’heritage, si troverà riassunta la lunga
discussione del capitolo III di NR (Latins et Sabins, histoire et myhte non
tradotta in JMQ it.: vedi263), condotta principalmente in funzione della tesi
di A. PlGA- NIOL, Essai surlesorigines de Romei 1915) che dominava allora gli
studi. Da quattordici anni che questa discussione è stata pubblicata ho letto
molte affermazioni calorose, arroganti e irritate sulla presenza sabina lontana
dalla fondazione di Roma, ma non ho visto segnalare alcun fatto archeologico
che non fosse già stato prima esaminato e che facesse pendere decisamente la
bilancia; cf. JMQ IV,182 (sugli argomenti che si sono voluti demandare alla
strana disciplina della geopolitica) e RE XXXIII, 1955,105-107 (su un curioso
argomento che J. Paoli ha creduto di poter ricavare dalla triade umbra). Quanto
a me, continuo a trovare soddisfacente nel suo principio la spie- 83 gazione
data nel 1886 della leggenda del sinecismo latino-sabino da T. MOMMSEN, Die
Tatiuslegende, ripreso in Gemmiti. Schr. IV,22-35. In una memoria intitolata
Céramiques des premiers siècles de Rome, VIII-V siècles, manoscritto che si
trova analizzato nei Comptes Renclus de l’Académie des Inscriptions, 1950,287-295,
F. Villard si è pronuncialo per l’omogeneità della popolazione romana
dell'ottavo secolo. Sullo Jupiter di Romolo e gli dèi di Tito Tazio, vedi JMQ,
144-146 (= JMQ it.,101-012) (dove bisogna correggere nella citazione di Varronc
Vedici Ioni in Vedi otti) e La saga de Hadingus, 1953,109-110. Per la triade Jupiter, Mars, Ops vedi Lcs cultes de la Regia, les trois
fonclions et la triade JMQ, Latomus. Per la triade Jupiter, Mars, Flora
(o Vcnus), vedi Rituels...,54 e60, note 37-40. Per Romolo-Remo come
corrispondenti dei Nàsatya vedici, vedi qui sotto III, § 24. Inoltre
l’utilizzazione delle tre funzioni c della triade JMQ da parte di Martianus
Capella è stata esaminala in Remarques sur Ics trois premières regione s erteli
de Mart. Cap., Coll. Latomus XXIII ( =Honim. à M. Nieder- memn) 1956,102-107. §
19-20. Jan de Vrics è stalo condotto dalle sue ricerche a una visione
strutturale delle religioni germaniche. Quando è uscito MDG, 1939, egli avvertì
la parentela della mia concezione e della sua e la complementarietà dei nostri
argomenti. Da allora, benché divisi su qualche dettaglio, siamo d’accordo,
credo, su tutte le maggiori questioni: che ci si riporti alle sue chiare,
obiettive c generose esposizioni del suo Altgermanische Relìgionsgestiti cht e.
2“ cd., I c II, 1956-1957 c ai suoi articoli: Dcr heutige Stand der
gcrmanischen Rcligionsforschung, Gemi. - Roman. Monatsschrift, N.F., II,
1951,1-11 ; e L’élat acluel dcséludes sur la rcligion germanique, Diogene, 18,
aprile 1957,1-16; altri articoli che toccano le questioni qui trattale: La
valeur religicuse du mot irmin, Cahiers du Sud, n. 314, 1952, 18-27; Die
Gotlcrwohnungen in den Grlmmismàl, Atta Philol. Stand., 1952,172-180; La
loponymiect l’hisloire des religions,RHR, CXLVI, 1954,207-230; Uber das Wort
Jarl und seine Vcrwandlen, NC, VI, 1954,461-469. Nell’opera collettiva Deutsche
Philologie ini Aufriss, Miinchen, 1957, la sezione Die altgermanische Religion
(col. 2467-2556), redaltada Werner Bentz, dà del paganesimo germanico, e
specialmente scandinavo, un’eccellente interpretazione, originale c ripensata,
nel quadro che io ho proposto. E. POLOMÉha lavorato in questo stesso schema:
L’élymologic du terme germanique *ansuz, dieu souverain, Études Germuniques e
La religion germanique primitive, rcflccl d’une slruclurc sociale, Le
Flamheau.1 miei MDG, oggi felicemente esauriti, hanno sofferto di essere stali
pubblicati agli esordi delle ricerche sulla tripartizione indoeuropea: non era
che una prima vista d’insieme e un programma carico d'ipotesi di lavoro, alcune
delle quali si sono verificate c altre no; presto pubblicherò una seconda
edizione interamente rimaneggiata. Non ho qui ancora il posto per esaminare la
teologia dei Germani continentali (specialmente Tacito, Germania, 9, in cui i
tre livelli sono chiari: Mercurio c Marte, Ercole, Iside): vedi DIE,23-26.
PerÓdinn bisogna aggiungere l’importante confronto col polivalente Rudra
dell’India (R. Otto, 1932): vedi J. De Vries Sulla guerra degli Asi e dei Vani
paragonala a quella dei Latini di Romolo e dei Sabini, vedi JMQ, cap. V e
Tarpeia (= JMQ it.,pp. 108-164) in cui si trova ampiamente rifiutala
l’interpretazione in giganto- machia della Voluspà, 21-24 avanzata da E. MOGK,
FFC, 5 8, 1924, e la presentazione generale in L’heritane...,125-142. § 23. Perii
giudizio di Paride vedi soprai § 23. PerglidèigallidiCesaree i loro
corrispondenti irlandesi nei loro rapporti (in ogni caso molto alterati) con la
tripartizione, vedi MDG,9, NR,22-27 eP.-M. DuvaL, Lesdieux de la Gaule, 1957,4,
19-21, 31-33, 94. R. JAKOBSON ha tentato di interpretare nel quadro delle tre
funzioni il poco che si conosce degli dèi slavi: art. Slavic Mythology in Funk
and Wagnalls StandardDictionary pfFolklore, II, 1950,1025-1028. Sembra che il
paganesimo dei Baiti possa essere un giorno favorevole alla nostra inchiesta. §
24. Sulla tripla titolatura di Alena alle Panaatenec, vedi F. VlAN, La guerre
dea géants, le mytheavant l’époque hellenistique. Su SarasvatT-Anàhilà-Àrmaiti
e sul nome triplo di Anàhità, vedi Tarpeia,55-66; H. Lommel ha trovato
indipendemente la corrispondenza Sa- rasvatl-Anàhità c l’ha pubblicata in
Festschr. F. Weller, 1954,405-413. Per i dati latini, irlandesi e germanici
vedi Iuno, S.M.R., Eranos, LII, 1954, 105-119 e Le trio des Macha RHR.
L’esplorazione di ognuno dei tre livelli funzionali nel mondo indoeuropeo
implica tre compiti molto considerevoli, a tult’oggi progrediti in maniera
assai discontinua. Non è stalo possibile giungere rapidamente a risultati
sistematici che al primo livello. Se importanti aspetti del secondo e del terzo
sono stati determinati in breve tempo, essi non sono tuttavia che un insieme
strutturalo ancora in fase di approfondimento. Non si è potuto dunque fare
altro che dare per essi degli orientamenti generali e, sopratutto, delle
indicazioni sui metodi di lavoro. Varuna e Mitra, ASa e Vohu Manah Il principio
fondamentale intorno a cui si organizzavapresso gli Indo-Iranici la teologia
della prima funzione è già stato segnalato; nel trattalo di Bogazkoy e nelle
formule vediche che sono state confrontate, non si tratta di un dio ma di due,
Mitra e Varuna, che la rappresentano, ed c ancora questa coppia che presuppone
la coesistenza di due figure, il Buon Pensiero e 1’Ordine, che gli
corrispondono in testa alla lista delle entità sostituite da Zoroastro agli dèi
funzionali. Questa dualità è stata spiegata in molte maniere dai commentatori
indiani e dalle diverse scuole mitologiche degli ultimi cento anni. Attualmente
è stata fatta luce su ciò che in parte si può dedurre dai loro stessi nomi: se
la parola Veruna, apparentata o no al greco oùpavóq, wpavoq, resta oscura (la
si è interpretata con radici che significano coprire, legare, dichiarare), al
contrario, Mitra è sicuramente, come ha spiegato Meillet in un celebre articolo
(1907), per la sua etimologia, il Contratto personificato. Nella grande
maggioranza dei casi, tra questi dèi i cui nomi appaiono spesso al duale
doppio, cioè con una forma grammaticale che esprime il più stretto legame, i
poeti non fanno differenza: li vedono come due consoli celesti, depositari
solidali del più grande potere, e quando non nominano che uno dei due, non si
fanno scrupoli di concentrare su di lui tutti gli aspetti e gli attributi di
questo potere. E questo è naturale poiché l’unità e l’armonia della funzione
sovrana, in rapporto a lutto ciò che le è subordinato, costituisce per gli
uomini il beneessenziale che bisogna mettere in primo piano nella credenza e
nell’espressione. Ma capita spesso felicemente, anche nel lirismo degli inni ma
soprattutto nei libri rituali, che il poeta o il liturgista travalichi questo
primo piano e voglia distinguere i due dèi per meglio spiegare o utilizzare la
loro solidarietà. In tale caso le diverse immagini che appaiono sono tutte
dello stesso senso: Mitra e Varuna sono i due termini di un gran numero di
coppie concettuali e di antitesi, la cui sovrapposizione definisce due piani,
ogni punto del piano potremmo dire, richiamando sull’altro un punto omologo; e
queste coppie tanto diverse possiedono tuttavia un’aria di parentela così netta
che di ogni nuova coppia assegnata all’insieme si può provare a colpo sicuro
quale sarà il termine mitria- co e quello varunjco. Fra le specificazioni così
diverse dell’antitesi sarà difficile estrarne una da cui il resto può essere
derivato e senza dubbio questo tentativo, una volta fatto, non avrebbe gran
senso. Sarà molto meglio procedere a un breve inventario, osservando e
definendo l’antitesi in rapporto alle principali categorie dell’essere divino
(cf. II § 5). Quanto ai loro domini nel cosmo, Mitra s’interessa piuttosto a
ciò che è vicino all’uomo, mentre Varuna all’immenso insieme (distinzione che
si ritrova nettamente fra le Entità zoroastriane corrispondenti: cf. II §
8,4°); passando al limile, dei testi affermano che Mitra è questo mondo mentre
Varuna Valtro mondo, come è certo che ben presto Mitra rappresentò il giorno e
Varuna la notte. Mitra è assimilato alle forme visibili e usuali del soma e del
fuoco, mentre Varuna alle loro forme invisibili e mitiche. Nelle modalità
d'azione, se Mitra è propriamente il contratto e stabilisce tra gli uomini i
trattati e le alleanze, Varuna è un grande mago, signore della màyà, la magia
creatrice delle forme, e in possesso dei nodi con cui afferra i colpevoli con
una presa irresistibile. Nondimeno essi si oppongono per il foro carattere :
l’amichevole Mitra è benevolo, dolce, rassicurante, stimolante; il dio Varuna è
impietoso, violento, a volte un po’ demoniaco. Innumerevoli applicazioni
illustrano questo teologhema generale: a Mitra appartiene ciò che è cotto a
vapore, a Varuna ciò che è arrostito; a Mitra il latte, a Varuna il soma
inebriante; a Mitra l’intelligenza, a Varuna la volontà; a Mitra ciò che è ben
sacrificato, a Varuna ciò che è mal sacrificato etc.. Tra le funzioni diverse
da quelle che gli sono proprie, Mitra ha più affinità per la prosperità, la
fecondità e la pace, Varuna per la guerra e la conquista, tra le province
stesse della sovranità, Mitra è piuttosto - come diceva con qualche anacronismo
A. K. Coomaraswamy - il potere spirituale, mentre Varuna è il potere temporale,
in lutti i casi rispettivamente il brdhman e lo ksatrd. L. Renou ( Études vèd.
et pànin.) ha anche scoperto nel Riveda un’affinità differente, di Varuna per
l'élite e di Mitra per la massa, il popolo comune. I sovrani Mitra e Varuna, di
diritto e di fatto, sono uguali ed è attuale sia l’uno che l’altro. Se gli inni
pronunciano più spesso il nome di Varuna, ciò non avviene perché egli è in
procinto di prendere un’importanza maggiore rispetto a un più vecchio dio
Mitra, ma perché, semplicemente, la specificazione magica e inquietante della
sua azione sollecita all’uomo più preoccupazioni cultuali del rassicurante e
chiaro dominio del giurista Mitra. Bisogna sottolineare ugualmente che non vi c
mai conflitto tra questi due esseri antitetici, ma al contrario vi è una
costante collaborazione. Questo schema indiano, e prima ancora indo-iranico, ha
fornito la chiave per qualche difficoltà o enigma delle mitologie occidentali.
A Roma, dove tutto il pensiero è concreto e patriottico, in cui il cosmo e le
sue diverse parti richiedono attenzione e riflessione solo nella misura in cui
possono essere utili o nocive all’ Urbe, non ci si può aspettare di osservare
la bipartizione nelle sue generalità. La lontananza del cielo, l’ordine
dell’universo, cose di Varuna, lasciano i Romani totalmente indifferenti.
Ridotta soltanto a qualcuna delle sue specificazioni, la bipartizione tuttavia
sussiste. Se nella Roma storica “dius”, “dius fidius” -- il dio luminoso e
garante della fides, della lealtà e dei giuramenti -- non è più che un aspetto
di Jupiter, è vero che sembra esservi stata tutt’altra situazione nei primordi.
Certo, i due dèi erano strettamente associati e il nome del primo flamine e più
vicino a “dius” che a “jupiter”. Ma il dominio strettamente giuridico che
“dius” si accolla, nella sovranità, porta a considerare il resto – gl’auspici
su cui Roma vive, la direzione mistica della politica romana, i miracoli
salvifici della storia romana - come più propriamente caratteristici del suo
grande socio. Allo stesso modo, nella teoria dei lampi “dius fidius” ha una
specificazione nettamente mitriaca. Sono i lampi del giorno che gli
appartengono, mentre quelli della notte rivelano una varietà oscura e varunica
di “jupiter”, “summanus”. È probabile che questa teologia complessa abbia
risentito, prima dei nostri testi più antichi, della promozione e, nello stesso
tempo, della riforma teologica di “jupiter” che ha coinciso con la creazione
del suo culto capitolino e con la sostituzione di una triade Jupiter O.M,
Giunone Regina, Minerva all’antica triade Jupiter, Mars, Quirinus. Lo “jupiter”
del Campidoglio sembra essere stato quasi subito imperialista, fagocitando
“dius” e concentrando in sé tutta la sovranità; ma forse i due piani
tradizionali complementari sono ancora segnalati nella strana doppia titolatura
del dio: “ottimo” -- cioè il molto servizievole -- e “massimo” -- cioè il più
alto, posto nell’infinita classificazione delle mciiestcìtes. Sono questi, in
rapporto all 'uomo, i due poli che corrispondono nell’ideologia vedica a Mitra
e Varuna. ÓdINN E Tyr Ma è nel mondo germanico che l’analogia indiana è
particolarmente illuminante. Né Mercurio (cioè *Wópanaz ) nella Germania di
TACITO (vedasi), né Ódinn nei testi nordici sono soli nei loro livelli: vicino
a loro vi è quello che Tacito, per delle ragioni comprensibili e interessanti,
chiama Marte (cioè *Tiuz ) e gli Scandinavi chiamano Tyr. Questo dio, omonimo del
vedico Dyauh e del greco Zeus, e che al pari di questi due o del Dius Fidius
latino evoca l’idea del cielo luminoso, è generalmente considerato nei suoi
rapporti con *Wópanaz come un dio più antico, impallidito di fronte a un nuovo
venuto. Benché sia strano che, a otto o dieci secoli di distanza, Tacito da una
parte e i poeti scandinavi dall’altra abbiano conosciuto e registrato, proprio
allo stesso stadio, l’avanzamento di uno e l’arretramento dell’altro, le
considerazioni comparative ci incoraggiano a dare un senso strutturale a questa
associazione; dove *Tiuz si è senza dubbio eclissato a causa dell 'inquietante
*'WdJ)anaz, per la stessa ragione per cui Mitra, teoricamente pari a Varuna,
riceve meno attenzione da parte dei poeti e come lui Dius Fidius è meno
importante di Jupiter: gli uomini hanno più attenzione per la sovranità magica
che per quella giuridica. La grande originalità del mondo germanico è quella
segnalata da Tacito con la sua interpretatio romana di *Tiuz in Marte. Essa
perviene a delle considerazioni sviluppate nel precedente capitolo, in cui
abbiamo visto il mago Ódinn annettersi una parte della funzione guerriera. La
stessa cosa accade per il giurista Tyr; ecco come Snorri lo definisce
(Gylfaginning). Vi è ancora un Asi che si chiama Tyr. È molto intrepido e
coraggioso, ha un grande potere sulla vittoria in battaglia. Perciò è bene che
i guerrieri valorosi lo invochino. Di alcuni, che sono più coraggiosi degli
altri e che non hanno paura di niente, si dice proverbialmente che sono figli
di Tyr Questa marzializzazione del sovrano giurista dei Germani non è senza
analogia con quella che a Roma ha fatto di Quirino, dio canonico della terza
funzione, patrono dei Romani nella pace e nelle opere di pace, una varietà di
Marte. Nei due casi l’evoluzione sociale ha reagito sugli dèi: dal giorno in
cui - forse con la riforma di Servio - i Quiriti hanno coinciso coi milites e
sono diventati i militi in congedo tra due appelli, era naturale che Quirino si
volgesse verso il Mars tranquillus, il Mars qui praeest paci aspettando di
saevire. In altre condizioni, meno formali e più violente, le società
germaniche antiche hanno esteso all’amministrazione dei tempi di pace i quadri
della guerra e l’hanno riempita dei costumi e dello spirito guerriero. A Roma 1
’exercitus urbanus che costituiva l’assemblea legislativa, si riuniva al Campo
di Marte ma senza armi. Che si rileggano, al contrario, i passi coloriti in cui
TACITO (vedasi) (Germania) descrive il Pingdei Germani: l’arrivo dei capi con
le loro bande, le armi brandite o battute in segno di voto, le forme tutte
militari del prestigio e deH’-autorevolezza. Ed è in questo Ping che si
formulava il diritto e si regolavano i processi. Qualche secolo più tardi
l’antichità scandinava non ci mostra un diverso spettacolo: anche là ci si
riunisce in armi, si approva alzando la spada o l’ascia o battendo la spada
sullo scudo. Non è dunque sorprendente che il dio al centro di queste riunioni
giuri- dico-gueiTiere, erede del dio giurista indoeuropeo, rivestisse l’uniforme
dei suoi ministri e li accompagnasse nel loro passaggio, facile e costante,
dalla giustizia alla battaglia e che gli osservatori romani lo avessero
considerato come un Marte. Alcune dediche trovate in Frisia sono rivolte a un
Mars Thincsus che compie l’esatto legame tra lo stato indoeuropeo probabile e
il risultato scandinavo, tra Mitra e Tyr, quel Tyr di cui è stato notato che il
nome segnala, nella toponimia, gli antichi luoghi del Ping. Sembra inoltreche,
meno ipocriti di altri popol i, gli antichi Germani abbiano così riconosciuto,
a parte ogni questione dell’apparalo guerriero, l’analogia profonda tra la
procedura del diritto - con le sue manovre e le sue astuzie, con le sue
ingiustizie senza appello - e il combattimento armato. Ben utilizzato, il
diritto è un mezzo per essere il più forte e per ottenere vittorie che spesso
eliminano l’avversario così radicalmente come in un duello. Quando si dice che
Tyr, in seguito a un’astuzia giuridica, per aver rischiato la sua mano destra
come pegno di un’affermazione utile ma falsa, è divenuto monco e non è chiamato
pacificatore di uomini, non si tratta che della controparte, del completamento
morale di un fatto materiale: la riunione del Ping in armi, con intenzioni di
potenza (più che di equità) che vede la guerra in ogni luogo. Queste
indicazioni molto generali aiuteranno a comprendere come un Tiuz-Mars abbia
potuto formarsi a partire da un dio indoeuropeo il cui dominio specifico era il
diritto e il cui carattere si è purificato e moralizzato, aiutato dalla
civilizzazione progressiva. 5. Gli dèi sovrani minori nel Rgveda: Aryaman e
Bhaga vicino a Mitra Ma negli inni del Rgveda il giurista Mitra e il magico
Varuna, benché sembrino dividersi equamente il dominio della sovranità, non
sono isolati. Essi non sono che quelli più frequentemente nominati dal gruppo
degli Àditya, o figli della dea Aditi, la Non-Legata, cioè la Libera,
l’Indeterminata. La consi derazione dei nomi e delle funzioni degli Àditya in
tutti i contesti, lo studio delle frequenze di menzione di ognuno, frequenze
dei loro diversi raggruppamenti parziali e del loro legame con altri dèi, hanno
permesso di interpretare la struttura che disegnano. Non è qui possibile
beninteso riassumere molto brevemente queste analisi e questi calcoli, i cui
dettagli sono stati pubblicati in due tempi, nel 1949 e nel 1952. Fin dalla
letteratura epica è conservato il ricordo che gli Àditya sono dèi che, come i
due principali tra loro, vanno a coppie e in seguito arriveranno sino a dodici.
Nel Rgveda sembra che vi sia già stata un’oscillazione tra un’antica cifra di
seie una prima estensione a otto, per addizione di due dèi eterogenei. Di
questi sei, Mitra e Varuna formano la prima coppia; di ognuna delle altre due
coppie è facile vedere che un termine agisce sul piano e secondo lo spirito di
Mitra, mentre 1 ’ altro, simmetricamente, agisce sul piano e secondo lo spirito
di Varuna, di modo che è legittimo e comodo chiamare queste figure
complementari sovrani minori. Ma questa cifra di sei sembra essere stata
estratta, per ragioni di simmetria, da un sistema più breve di quattro dèi
sovrani, in cui il sovrano vicino agli uomini Mitra, aveva solo due assistenti,
mentre Varuna rimaneva solitario nelle sue lontananze. I nomi e le
distribuzioni di questi Àditya primitivi sono: I ) Mitra + Aryaman + Bhaga; 2)
Varuna. Il principio della stretta associazione di Aryaman, Bhaga, Mitra,
provato dalle statistiche delle menzioni simultanee, è semplice: ognuno di
questi dèi esprime e precisa lo spirito di Mitra su ognuna delle due province
che i nteressano 1 ’ uomo, quelle che il diritto romano ritroverà con un altro
orientamento, più individualista, distinguendo le perso- nae e le res. Sotto
Mitra, il cui nome e il cui essere definiscono il tono e il modo generale
d’azione che si conosce (giuridico, benevolo, regolare, orientato verso
l’uomo), Aryaman si occupa di preservare la società degli uomini ari a cui deve
il suo nome, mentre Bhaga, il cui nome significa propriamente parte, assicura
la distribuzione e il godimento regolare dei beni degli Arya. 6. Aryaman
Aryaman protegge l’insieme degli uomini che, uniti o no politicamente, si
riconoscono Arya in opposizione ai barbari, e li protegge non in quanto
individui ma come elementi di un insieme: gli aspetti principali del suo
servizio multiforme sono i tre seguenti: 1 ) Favorisce le principali forme di
rapporti materiali o contrattuali tra Arya. È il donatore, protegge il dono (il
che lo obbliga a interessarsi alla ricchezza e all’abbondanza) e in particolare
l’insieme complesso delle prestazioni che formano l’ospitalità.Thieme (Der
Frenullinx im Riveda, 1938) ha messo in risalto questo punto col torto di farne
il centro di ogni concetto divino e di dedurne o negarne tutto il resto.
Infatti Aryaman non c meno primariamente interessato ai matrimoni: c pregato
come dio delle buone alleanze, scopritore di mariti (subandhùpativédana: A V,
XIV, 1,17); cerca un marito per la fanciulla giovane o una donna per il celibe
(A V ). La sua preoccupazione per i cammini e per la libera circolazione (c àtùrtapanthà,
colui il cui cammino non può essere interrotto»; RV) non deve essere negata o
minimizzata come è stato fatto da B. Geiger, H. Giintert c Thieme: tutto ciò
risalta da un gran numero di strofe di inni e da un lesto liturgico che lo
definisce come il dio che permette al sacrificante di andare ove e^li desidera»
e di circolare felicemente » ( Tait- tir.Samh., II-, 3, 4, 2). 2) La sua cura
nei riguardi degli Arya ha anche un aspetto liturgico: nei tempi antichi è lui
che ha munto per la prima volta la Vacca mitica e di conseguenza, nel corso dei
tempi, si tiene a fianco dell’officiante e munge la Vacca mitica insieme a lui
(RV, 1,139,7, col commento di Sàyana). A lui si domanda anche (RV, VII, 60, 9)
di espellere sacrificalmente dall’area sacrificale, tramite delle libagioni
(uva-yuj-), i nemici che ingannano Varuna. Poco curiosi dell’aldilà, gli autori
degli inni non parlano di un’altra forma di servizio che è, al contrario, la
sola di cui l’epopea conservi un ricordo molto vivo e che è sicuramente antica.
Nell’altro mondo Aryaman presiede il gruppo dei Padri, sorta di geni il cui
nome chiarisce abbastanza l’origine: sono infatti una rappresentazione degli
antenati morti, e Aryaman è il loro re, che prolungano così nel posl-mortem la
felice promiscuità e la comunità degli Arya viventi. Il cammino che porta
presso i Padri, riservato a quelli che durante la propria vita hanno praticato
esattamente i riti (in opposizione agli asceti e agli yogin), è chiamato il
cammino di Aryaman (Mahàbhdrata). 7. Bhaga Bhaga si occupa fondamentalmente
della ricchezza ed è a lui che ognuno - debole, forte e il re stesso - si
rivolge per averne una parte (RV, VII, 41, 2). Un esame completo delle strofe
vediche che lo nominano o che impiegano il termine bhd^a come appellativo, ha
permesso di constatare che questa parte è dotata di qualità richieste alla metà
dell’amministrazione sovrana che spetta a Mitra: essa è regolare, prevedibile,
senza sorprese, giunge a scadenza perlina sorta di gestazione (il bambino
pronto perla nascita rut> giunge Usuo bhd^a: RV, V, 7, 8); essa è il
risultalo di un’attribuzione senza rivalità, implicante un sistema di
distribuzione (verbi; vi-bhaj-, vi-dhr-, day, cf. il greco Sou|.iov); infine è
acquisita e conservata nella calma, è la retribuzione degli uomini maturi,
assennali, seniores, opposti agli iuvenes (RV, I, 91,7 ; V, 41,11 ; IX, 97,
44). L’altra varietà della parte, imprevedibile, violenta, varunica, che si
conquista con la battaglia o con la corsa, è designata da un’altra parola che sin
dai tempi indo-iranici aveva una risonanza combattiva e che ha giustamente
fornito ai teologi vedici il nome del sovrano minore varunico simmetrico di
Bhaga, Amsa. 8. Trasposizione zoroastriane di Aryaman e Bhaga: SraoSa e A$i
Abbiamo la certezza che questa struttura era già indo-iranica: come in Iran la
lista degli dèi canonici delle tre funzioni è stala sublimata dallo
zoroastrismo puro in una lista di Entità che gli corrispondono termine per
termine (vedi II § 8); così gli dèi sovrani minori associati a Mitra hanno
prodotto due figure complementari non comprese nella lista canonica delle
Entità, ma vicine, le cui statistiche dei ruoli mostrano l’affinità esclusiva
dell’una rispetto all’altra, e di tutte e due rispetto a Vohu Manah (sostituito
di Mitra); e anche nei testi in cui questo dio ricompare, in relazione a MiGra,
mentre niente lo lega ad Asa (sostituto di *Varuna). In più, per il loro nome
come per la loro funzione, queste due Entità - Sraosa, VObbedienza e la
Disciplina, e Asi, Retribuzione - sono ciò che ci si può attendere da un
Aryaman o da un Bhaga ripensati dai riformatori. E facile vedere punto per
punto che Sraosa è per la comunità dei credenti ciò che Aryaman era per la
comunità degli Arya, la chiesa che rimpiazza la nazionalità. Nyberg ha potuto
vedere in Sraosa la personificazione derfrommen Gemeinde, il termine genio
protettore sarebbe più esatto ma i 1 punto di applicazione è noto: Sraosa che è
capo nel mondo materiale come Ohrmazd lo è nel mondo spirituale e materiale
{Greater Bundahisn, ed. e trad. B. T. Anklesaria) presiede all’ospitalità come
già faceva l’Aryaman vedico (e già indo-iranico; cf. persiano èrmdn, ospite, da
*airyaman), quando è concessa, si sa, all’uomo buono, allo zoroastriano (Yasna
LVII, 14 e 34). Se non lo si vede più occupato, specialmente delle alleanze
matrimoniali e della libera circolazione sui sentieri, nondimeno la sua azione
sociale sulle anime è precisata: egli è il patrono della grande virtù della
vita in comune, di quella che assicura la coesione, cioè la giusta misura, la
moderazione ( Zdtspram); è anche il mediatore e il garante del famoso patto
concluso tra il Bene e il Male (Vasi XI, 14) e il demone che gli è
personalmente opposto è il terribile Aesma, il Furore, distruttore della
società ( Bundahisn). Rimane una precisa traccia mitica della sostituzione di
Sraosa a un dio protettore degli Arya: secondo il Menók iXrat, XLIV, 17-35 è
lui il signore e il re del paese chiamato Eràn vèz. (avestico Airyanam vaèjò),
quel soggiorno degli Arya da cui, dice l’A vesta, sono venuti gli Iranici (
Vidèvdat, I, 3). 2)11 ruolo liturgico di Aryaman si è naturalmente amplificato
in Sraosa: Yasna LXII, 2 e 8, dice che fu il primo a sacrificare e cantare gli
inni e tutto l’inizio del suo Yast, unicamente consacrato 96 all’elogio della
preghiera e all’ esaltazione della loro potenza, si giusti- fica per questo
ricordo. Simmetricamente, alla fine dei tempi, al tempo del supremo
combattimento contro il Male, è Sraosa che sarà il sacerdote assistente nel
sacrificio in cui Ahura Mazda stesso sarà l’officiante principale
(.Bunclcihisn). Infine, come l’Aryaman dell’epopea indiana è il capo della
dimora in cui vanno - attraverso il cammino di Aryaman - i morti che hanno
correttamente praticato il culto arya, così Sraosa ha un ruolo decisivo nelle
notti che seguono immediatamente la morte: egli accompagna e protegge l’anima
del giusto sui sentieri pericolosi che la conducono al tribunale dei suoi
giudici, di cui egli stesso è parte {Dùuistun-TDénTk XIV, XXVIII, etc.). Asi è
sempre una distribuzione come lo era Bhaga ma la nuova religione, che
conferisce più importanza all’aldilà che al mondo dei viventi, gli domanda
soprattutto di vegliare sulla giusta retribuzione post-mortem degli atti buoni
o cattivi dell’uomo. Tuttavia anche nelle Gàthà, c palesemente nei testi
post-gathici, pur badando in avvenire al tesoro dei suoi meriti, non dimentica
nella vita terrestre di arricchire l’uomo pio c di riempire la sua casa di
beni. L’analisi di questa concezione, già indo-iranica, della sovranità che non
altera la grande bipartizione ricoperta dai nomi di Mitra e Va- runa, ma dona
solamente a Mitra due assistenti che l’aiutano a favorire il popolo arya,
illumina una particolarità della religione romana di Ju- pitcr che
sfortunatamente è conosciuta solo nella forma capitolina di questa religione.
Jupiler O.M, in cui si concentra tutta la sovranità, sia quella diale che
quella propriamente gioviana (vedi sopra § 3), ospitava in due cappelle del suo
tempio due divinità minori, Juvenlas e Terminus. Una leggenda giustificava la
coabilazione singolare di questi tre dèi facendola risalire alla fondazione del
tempio capitolino, ma questa leggenda (che utilizzava del resto un vecchio tema
legalo al concetto di Juvenlas) non prova evidentemente che l’associ azione
fosse più antica. L’analogia indo-iranica ci incoraggia a considerarla come
preromana. Infatti, secondo degli slittamenti tipici della società romana, Ju-
ventas e Terminus giocano a fianco di JupiterO.M. dei ruoli comparabili a
quelli di Aryaman e Bhaga che affiancano Mitra. Juventas, dice la leggenda
eziologica, garantisce a Roma l’eternità e Terminus la stabilità sul suo
dominio: anche Aryaman assicura alla società arya la durata e Bhaga la
stabilità delle proprietà. Ma prese in se stesse, fuori da questa leggenda, le
due divinità romane sono molto di più di tutto questo: Juventas è la dea
protettrice degli uomini romani più interessanti per Roma, gli iuvenes, parte
essenziale e germinati va della società; Terminus garantisce la spartizione
regolare dei beni, dei beni sopratutto immobili, catastali, appezzamenti di
terreno, non delle greggi erranti che presso i nomadi indo-iranici o tra gli
indiani vedici costituivano la ricchezza essenziale. Nel mondo scandinavo un
tale schema di sovrani minori non si è ancora lasciato identificare, al
momento. Non è che intorno a Ódinn non vi fossero degli dèi che, secondo il
poco che si sa di loro, non avessero avuto l’incarico di esercitare dei
frammenti specializzati della sovranità, ma queste specificazioni e l’analisi
della funzione sovrana che suppongono sono originali e i loro rappresentanti
non hanno omologhi indo-iranici e neppure romani. Vi è Hoenir, riflessivo e
prudente e che secondo la fine della Vòluspó è proiezione mitica di una sorta
di sacerdote; vi è Mimir, consigliere di Ódinn, ridotto a una testa che rimane
pensante e parlante anche dopo la sua decapitazione; oppure Bragi patrono della
poesia e dell’eloquenza. Ho pensato un tempo ai due fratelli di Ódinn, Vili e
Vé, sicuramente antichi poiché l’iniziale del loro nome non si allittera in
scandinavo che con una forma preistorica del suo nome (*Wòt>anaz), ma si
conoscono troppo pochi dati per interpretare questa triade e tutt’altra
soluzione sarà proposta più avanti. 11. Condizioni dello studio teologico della
seconda e TERZA FUNZIONE I procedimenti di analisi e di statistica che hanno
permesso di dispiegare e di esplorare la sovranità - nell’India vedica
inizialmente e poi progressivamente nell’organizzazione intema della teologia
della prima funzione - non sono applicabili agli dèi delle funzioni inferiori e
al momento non si è riusciti a trovare un punto di contatto. Senza dubbio
questa differenza è propria della natura delle cose; per i suoi stessi concetti
(i nomi dei personaggi divini sono in gran parte etimologicamente chiari e
molti sono delle astrazioni animate) la prima funzione si prestava facilmente
alla riflessione psicologica e non bisogna dimenticare che i primi filosofi,
appartenenti al personale di questa funzione, erano dei sacerdoti e non potevano
evitare di applicarvi con predilezione la loro analisi. La controparte è che
nel Rgveda questa teologia così ben sviluppata non si raddoppia in una
mitologia ricca in proporzione: di Mitra non è quasi raccontato niente; di
Varuna si dice molto di più, ma la lista delle scene in cui interviene è
ridotta e in generale si tratta di potenze e qualità degli dèi sovrani più che
della loro storia, del loro tipo d’azione piuttosto che di azioni precise
compiute da loro. Al contrario, la funzione guerriera e la funzione di
fecondità e prosperità si basano in gran parte su immagini: più che grazie a
dichiarazioni di principio, è il ricordo inesauribile delle imprese o dei
famosi benefici che provano l’efficacia di un dio forte o dei buoni dèi
taumaturghi. Così queste due province divine sono più adatte a degli sviluppi
mitologici che a una messa a fuoco teologica; o forse è meglio dire che la
dottrina si abbellisce, si dissimula e si altera sotto il rigoglio dei
racconti. Per il comparatista questa differenza comporta grandi conseguenze.
Senza che questo fatto capitale sia stato ancora pienamente enunciato, il
lettore ha già potuto osservare che è il confronto delle religioni vedica e
romana il più adatto a stabilire o suggerire, grazie al conservatorismo della seconda,
dei fatti indoeuropei comuni, mentre la religione scandinava non interviene che
a titolo di conferma dopo che il percorso comune è già stato riconosciuto e
assicurato. Ora, allo stato delle nostre conoscenze, la religione romana
presenta ancora una teologia ben costituita: nel raggruppamento Jupiter Mars,
Quirinus o nel raggruppamento trasversale di Jupiter, Juventas, Terminus, essa
ha registrato coscientemente delle articolazioni concettuali molto chiare.
Sfortunatamente bisogna altresì aggiungere che la religione romana non è più
che una teologia: per un processo radicale che caratterizza Roma, i suoi dèi -
e questa volta non solo gli dèi sovrani, ma anche Marte, Quirino, Ops, eie. -
sono stati spogliati di ogni racconto e limitati asceticamente alle loro
essenze, alla loro propria funzione. Se dunque (per la determinazione del
quadro generale tripartito e per l’esplorazione dei primo livello) il confronto
di una teologia vedica facilmente determinabile, e di una teologia romana
immediatamente conosciuta, ha permesso i risultali netti coerenti, c sempre più
completi che si sono appena letti, la stessa cosa non avviene quando si passa
ai due livelli seguenti. India o i Nàsatya vedici non esprimono le sfumature
della propria natura che mediante delle avventure alle quali Marte e Quirino
non corrispondono, se non per mezzo della loro scarna definizione c per ciò che
è possibile intravedere dalle dottrine e dai culti dei loro sacerdoti: i
documenti e i linguaggi delle due religioni che sono i principali sostegni del
comparatista non si combinano più. Mitologia ed epopea La difficoltà sarebbe
probabilmente irriducibile senza un altro fallo, ancora più importante per i
nostri studi, di cui i precedenti capitoli del presente libro hanno già
discretamente fornito qualche esempio. Le idee di cui vive una società non
danno luogo solamente a delle speculazioni o a immaginazioni relative agli
uomini. La teologia e la mitologia sono raddoppiate dalle storie antiche,
dall’epopea in cui degli uomini prestigiosi applicano c dimostrano dei principi
che gli dèi incarnano e dei comportamenti che dipendono da loro. Certo, ben
altri fattori contribuiscono alla formazione dell’epopea di un popolo, ma è
raro che questa non abbia avuto, in alcuni dei suoi grandi temi c dei suoi primi
moli, un rapporto essenziale con l’ideologia che dirige le rappresentazioni
divine dello stesso popolo. Per i nostri studi comparativi indoeuropei questa
felice circostanza gioca a nostro favore in due maniere: la seconda è stata da
me riconosciuta nel 1939, mentre la prima è stala scoperta nel 1947 dal mio
collega svedese Stig Wikander. Da una parte, la più grande epopea indiana, il
Mahàbhcirata, sviluppa le avventure di un insieme di eroi che corrispondono
parola per parola ai grandi dèi delle tre funzioni della religione vedica e
prevedrà, di modo che l’India presenta, con questo enorme poema c col Riveda,
lina doppia edizione rispondente, a due differenti bisogni e con sensibili
varianti, alla sua ideologia in immagini. Dall’ altra parte, se Roma ha perduto
tutta la sua mitologia e ha ridotto i suoi esseri teologici alla loro scarna
essenza, ha conservato al contrario, per costituirla in seguito, la storia
meravigliosa e ragionevole delle proprie origini, un antico repertorio di
racconti umani, colorati e molteplici, paralleli a quelli che avrebbero dovuto
essere in tempi meno austeri le raccolte mitiche degli dèi. Quest’epopea è
l’antica mitologia romana degradata in storia da Roma stessa? Oppure essa
prolunga direttamente un’epopea preromana e italica, coesistente con una
mitologia che Roma avrebbe perduto senza traslazione e senza compensazione?
L’una e l’altra tesi possono trovare argomenti nel dettaglio dei fatti, ma per
il comparatista questa discussione non incide: in ogni caso, il primo libro di
Tito Livio contiene una materia ideologicamente conforme al sistema degli dèi
romani e drammaticamente comparabile all’epopea e alla mitologia dell'India.
Per tentare di guadagnare qualche chiarimento sui dettagli delle
rappresentazioni indoeuropee della seconda e terza funzione è dunque necessario
introdurre questi nuovi elementi nel lavoro comparativo. Il fondo mitico del
Mambhjrata secondo S. Wikander Nell’immenso conllilto dei cugini, che riempie
il Mahàbhdra- ta, i personaggi simpatici c infine vittoriosi sono un gruppo di
cinque fratelli, i Panda va o figli di Pàndu, che fra i molli tratti notevoli
presentano quello di avere in comune una sola sposa per lutti c cinque,
Draupadl. Consideralo dal punto di vista dei costumi, questo regime di poliandria,
così contrario agli usi e allo spirilo degli Arya ma attribuito qui agli croi
che glorificano l’India arya, ha costituito per più di un secolo un enigma
irritante. Nel 1947 Wikander ne ha fornito la soluzione soddisfacente,
scoprendo allo stesso tempo la chiave di tutto l’intrigo del poema. In realtà i
figli di Pàndu non sono i suoi figli. Sotto il peso di una maledizione che lo
condanna a morte nel momento in cui compirà l’alto sessuale, Pàndu si assicura
una posterità con un procedimento eccezionale. Una delle sue mogli, KuntI, in
seguilo ad un’avventura giovanile, aveva ricevuto un privilegio inaudito: le
era sufficiente invocare un dio perché questo sorgesse immediatamente davanti a
lei e le donasse un figlio. Dietro preghiera di suo marito invoca dunque in
successione diversi dèi dai quali concepisce tre figli. Questi dèi sono Dharma,
la Legge, la Giustizia (entità in cui si ritrova il vecchio concetto del
giurista Mitra), poi Vàyu, dio del vento, e infine Indra. I tre figli sono
rispettivamente Yudhisthira, Bhlma e Arjuna. Suo marito la prega quindi di
beneficiare Madri, un’altra sua moglie, di questa fortuna: KuntI accetta ma per
una sola volta e così Madri prende dalla situazione la parte migliore e chiede
che vengano evocati i due inseparabili ASvin: dagli ASvin concepisce due
gemelli, gli ultimi dei cinque figli di Pàndu, Nakula e Sahadeva. Wikander
segnalò ben presto che la lista degli dèi padri - Dharma, Vàyu, Indra e gli
ASvin - riproduceva nell’ordine gerarchico la lista canonica degli antichi dèi
dei tre livelli, ringiovanita e depauperata al primo livello (Dharma che
rappresenta solo Mitra, senza un corrispettivo di Varuna), mentre al secondo
livello conferiva a Indra uno degli associati che aveva ancora più
frequentemente nel Riveda, Vàyu. La diversità armonica dei padri doveva, in una
certa misura, comandare sia il carattere che le azioni epiche dei figli, come
in effetti accade. Yudhisthira è il re, mentre gli altri Pàndava sono solamente
degli ausiliari; un re giusto, virtuoso, puro e pio - dhurmuruju - senza
specialità o virtù guerriere, come si conviene a un rappresentante della metà
di Mitra della sovranità. Bhlma e Arjuna sono i grandi combattenti
dell’insieme. Quanto ai due gemelli, sono belli ma sopratutlo umili e devoti
servitori dei loro fratelli, come nella teoria delle classi sociali: infatti,
la grande virtù dei vaiSya del terzo livello è quella di servire lealmente le
due classi superiori. L’enigma della loro unica sposa si risolve immediatamente
in questa prospettiva. Non si tratta dunque di un’usanza aberrante ma della
trasposizione epica della concezione vedica, indo-iranica e prima ancora
indoeuropea, che completa la lista degli dèi maschi, tra i quali si analizzano
e gerarchizzano le tre funzioni, con una dea unica ma plurivalente, meglio
ancora trivalente, come la vedica Sarasvatl che comprende in se stessa la
sintesi delle tre funzioni. Sposando DraupadI al pio re, ai due guerrieri e ai
due gemelli servizievoli, l’epopea mette in scena ciò che RV, X, 125 formulava
quando faceva proferire alla dea Vàc (tanto vicina a Sarasvatl): Sono io che
sostengo Mitra-Varunu, che sostengo Indra-Agni e che sostengo i due Asvin, o
che ancora si ritrova nella triplice titolatura (con un’ulteriore
specificazione della terza funzione) della principale dea dell’Iran, l’Umida,
la Forte, l’Immacolata. Questa scoperta è stala il punto di partenza di un’
esplorazione di tutto il poema, soprattutto dei primi libri (che precedono la
grande battaglia) ed è stata certamente chiamata a rinnovare i nostri studi:
per la sua abbondanza, la sua coesione e la sua varietà, la trasposizione epica
permette, partendo dal sistema trifunzionale, da ogni funzione e dalle molte
rappresentazioni connesse, uno studio più profondo e più avanzato di quanto non
lo permettesse l’originale mitologico conosciuto sopralutto dalle allusioni dei
testi lirici. D’altra parte, sin dal suo articolo del 1947, Wikander ha
stabilito un punto molto importante: la struttura mitologica trasposta nel
Mahàbhdruta è sotto molti aspetti più arcaica di quella del Rgveda poiché
conserva dei tratti sfumali in questo innario ma che le analogie iraniche
provano come fosse indo-iranica. Per tale ragione uno dei primi servigi
apportati da questo nuovo studio è stato quello di rivelare nella funzione guerriera
una dicotomia che il Rgveda ha quasi completamente dimenticato a tutto
vantaggio di Indra. Infatti, come è già stato dimostrato da lavori anteriori
della scuola di Uppsala, Vàyu c Indra erano i patroni, nei tempi prevedici, di
due tipi molto differenti di combattenti i cui figli epici, BhTma e Arju- na,
rendono possibile un’osservazione dettagliala e certamente una parte dei
caratteri fisici dell’Indra vedico devono essere restituiti a Vàyu per un
periodo più antico. Questi due tipi sono facilmente definibili in qualche
parola. L’eroe del tipo Vàyu è una sorta di bestia umana dotato di un vigore
fisico mostruoso, le sue armi principali sono le sue braccia, prolungale
talvolta da un’arma che gli è propria: la clava. Non è bello né brillante, non
è molto intelligente c si abbandona facilmente a disastrosi eccessi di furore
cieco. Infine, opera spesso da solo, fuori da\Y équipe di cui è tuttavia il
protettore designato, per cercare l’avventura e per uccidere principalmente dei
demoni e dei geni. Al contrario, l’eroe del tipo Indra è un superuomo, un uomo
compiuto e civilizzato, la cui forza è armonizzata; maneggia delle armi
perfezionate (Arjuna è notoriamente un grande arciere e uno specialista delle
armi da lancio); è brillante, intelligente, morale e soprattutto socievole,
guerriero da battaglia più che cercatore di avventura e generalissimo naturale
dell’armata dei suoi fratelli. Questa distinzione è conosciuta anche
dall’epopea iranica, nella persona del brutale Kó>rasàspa armato di mazza e
legato al culto di Vàyu, oppure nel tipo dell’eroe più seducente come
©raètaona. In Grecia ricorda l’opposizione tipologica di Ercole e Achille, ma
soprattutto permette di dare una formulazione più precisa, in Scandinavia, ai
rapporti tra Ódinn e Pórr e più in generale a quelli della prima e seconda
funzione. E stato segnalato, nel secondo capitolo, che Ódinn si era annesso una
parte importante della funzione guerriera.Vediamo ora che si tratta
principalmente (senza che la discriminazione sia rigorosa: è Pórr che al pari
di Indra rimane il dio tuonante dello sconvolgimento atmosferico) della parte
che presso gli Indo-Iranici era sotto il magistero di *Indra, mentre la parte
di *Vàyu era piuttosto quella di Pórr, il brutale picchiatore e l’avventuriero
delle spedizioni solitarie contro i giganti. Tuttociò appare ancora più
chiaramente se si considerano nell’ epopea gli eroi che corrispondono a
ciascuno di questi dèi: gli eroi odinici come Sigurdr, Helgi e Haraldr sono
belli, luminosi, socievoli, amati e aristocratici, mentre l’unico eroe di Pórr
conosciuto dall’epopea, Starkadr, appartiene alla razza dei giganti, un gigante
ridotto da Pórr a forma umana, arcigno, brutale, errante e solitario, vera
replica scandinava di Bhlma o Ercole. 16. Caratterizzazione funzionale dei
Pàndava Nei primi libri del Mahàbhàrata i poeti, sicuramente consapevoli di
questa struttura, si sono cimentati nel dare delle rappresentazioni
differenziate dei cinque eroi, dettagliando le loro diverse maniere di reagire
a una stessa circostanza. Ne citerò solo due. Nel momento in cui i cinque
fratelli lasciano il palazzo per un ingiusto esilio che avrà fine solo con la
formidabile battaglia in cui otterranno la loro rivincita, il pio e giusto re
Yudhisthira avanza Velandosi il volto col suo abito per non rischiare eli
bruciare il mondo col suo sguardo corrucciato. Bhlma guardale sue enormi
braccia e pensa: Non vi è uomo uguale a me per la forza delle braccia ; egli
mostra le sue braccia, inorgoglito dalla forza delle sue braccia desidera fare
contro i nemici un 'azione pari alla forza delle sue braccia . Arjuna sparge la
sabbia raffigurandovi l'immagine di un nugolo di frecce scoccate contro i
nemici. Quanto ai gemelli, la loro preoccupazione è un’ altra: Nakula, il più
bello tra gli uomini, si cosparge tutte le membra di cenere dicendo: Che io non
possa mai trascinare sulla mia strada il cuore di una donna! e suo fratello
Sahadeva allo stesso modo si imbratta il viso (II, 2623-2636). I cinque
fratelli scelgono un mascheramento per soggiornare in incognito alla corte del
re Virata: Yudhisthira, eroe della prima funzione, si presenta come un
brahmano; il brutale Bhlma come un cuoco-macellaio e un lottatore; Arjuna,
coperto di braccialetti e orecchini, come un maestro di danza; Nakula come un
palafreniere esperto nella cura dei cavalli malati, mentre Sahadeva come un
bovaro, informato di lutto ciò che riguarda la salute e la fecondità delle
vacche. Queste due specificazioni, diverse ma simili, dei gemelli sono
interessanti: se i 1 Rgvedu permette di notare qualche fugace distinzione nella
coppia indissolubile dei loro padri, Wikander ha sottolineato l’importanza del
criterio qui rivelato. Sempre restando prima di tutto degli abili medici che
ignorano l’agricoltura (il che ci porta a far risalire indietro di molto questa
concezione), Nakula e Sahadeva si dividono le due principali province
deH’allevamento, riservandosi rispettivamente l’uno la protezione delle vacche
e l’altro quella dei cavalli, che nel Rgvedu forniscono loro il loro secondo
nome collettivo, Aévin, un derivato di àsva, cavallo. Abbiamo così il primo
modello delle formule che si osservano anche altrove a proposito degli omologhi
funzionali dei Nàsatya -ASvin: tra Haurvalà(e Amar3tà( ad esempio, entità
zoroastriane sostituitesi ai gemelli, la ripartizione si compie all’interno del
genere salubrità, sotto le acque e le piante; così pure, almeno parzialmente,
tra il Njòrdr e il Freyr degli Scandinavi, la distinzione nell’uniforme
beneficio dell’arricchimento si compie secondo le due fonti della ricchezza, il
mare e la terra. Si nota qui chiaramente come la considerazione dell’epopea
metta in risalto dei tratti strutturali e suggerisca inchieste feconde. Il
travestimento di Arjuna non è strano a un primo approccio, poiché è arcaico e
di un arcaismo che è conosciuto dal Riveda, in cui Indra è il danzatore e i
suoi giovani compagni la banda guerriera dei Marut che si adorna il corpo di
ornamenti d’oro, braccialetti e anelli da caviglia che li fanno apparire come
dei ricchi pretendenti. Comune alle più vecchie mitologie c alla sua
trasposizione epica, questo tratto è certamente da riconnetlerc all’insieme del
Mànnerbund indo-iranico. E forse, nello stesso ordine di idee, la trasposizione
epica lascia intravedere un aspetto che gli inni fanno passare in silenzio e
che riguarda la morale particolare di questi gruppi di giovani, quando essa
insiste sul carattere effeminato del travestimento scelto da Arjuna. Pàndu e
Varuna Progressivamente sono stale individuate altre corrispondenze tra
l’intrigo del Mahàbhàrata e la mitologia vedica c prevedica, sempre con lo
stesso vantaggio che l’epopea, narrazione ampia e continua, facilita in ogni
caso l’analisi che, al contrario, c infastidita dal lirismo degli inni c dalla
loro retorica dell’allusione. Ho così potuto dimostrare come Varuna non sia
assente dalla trasposizione; solo si trova nella generazione anteriore,
inattuale, morta, quando il corrispettivo di Mitra, il figlio di Dharina,
diviene re. Pàndu, il padre putativo dei Pàndava, anche lui re prima del suo
figlio maggiore Yudhisthira, presenta in effetti due caratteri originali e
improbabili che i libri liturgici e un inno attribuiscono anche a Varuna; a uno
di questi caratteri deve il suo nome: pàndu significa pallido, giallo chiaro,
bianco, e infatti un incidente di nascita, o meglio, del concepimento di Pàndu,
ha fatto sì che avesse la pelle insanamente pallida o bianca. Ora, Varuna è
rappresentato in certi rituali come sukla bianchissimo e atigaura
eccessivamente bianco. L’altro aspetto c di più ampia portata: Pàndu c
condannalo all’equivalente dell’impotenza sessuale, condannato a perire (e così
in effetti perirà) se compie l’atto d’amore; ugualmente, Varuna in circostanze
diverse ( AV, IV, 4, 1 : rituale della consacrazione regale) è presentato come
uno divenuto momentaneamente impotente, devirilizzato (evirazione che si fa a
vantaggio dei suoi parenti; il che ricorda il mito importante del greco Urano
castrato dai suoi figli). Il lavoro insomma è appena cominciato. Sia io che
Wikander speriamo di estrarre da questa riserva importante del materiale
abbondante e abbastanza chiaro per delucidare molte incertezze e difficoltà che
sono ancora irrisolvibili sul piano degli inni e per fornire alla ricostruzione
indoeuropea degli elementi privi di ambiguità.L’epopea romana ha utilizzato in
altra maniera l’ideologia delle tre funzioni insieme alle loro sfumature. Gli
eroi che l’incarnano non sono più dei contemporanei, dei fratelli semplicemente
gerarchizzati; essi si succedevano nel tempo e progressivamente costituiscono Roma.
Non si succedono però nell’ordine canonico ma in un altro ordine: 1) gemelli
pastori (terza funzione); 2) sovrano gioviano semi-dio, creatore ed eccessi vo
(pri ma funzione del tipo di Varuna) e poi sovrano diale, umano, pio,
regolatore (prima funzione del tipo Mitra); 3) infine, un re strettamente
guerriero (seconda funzione). In più, il sovrano gioviano non è altro che uno
dei due gemelli sopravvissuto alla coppia ma profondamente trasformato. Questa
doppia singolarità schiude nuove prospettive all’inchiesta comparativa ma
inizialmente considereremo i rappresentanti delle due prime funzioni che non
implicano problemi inediti. 20. Romolo e Numa e i due aspetti della prima
funzione Nella tradizione annalistica i due fondatori di Roma, Romolo e Numa, formano
un’antitesi abbastanza regolare, sviluppata nello stesso senso di quella di
Varuna eMitra nella letteratura vedica. Ogni cosa si oppone nel loro carattere,
nei loro fondamenti e nella loro storia, ma in un’opposizione senza ostilità:
Numa completa l’opera di Romolo donando all’ ideologia regale di Roma il suo
secondo polo, necessario quanto il primo. Quando nel VI canto d t\VEneide
(VIRGILIO (vedasi), negli Inferi, Anchise li presenta tutti e due in qualche
verso al suo figlio Enea, definisce Romolo come il bellicoso semidio creatore
di Roma e, grazie ai suoi auspici, l’autore della potenza romana e della sua
Crescita continua (et huius, nate, auspiciis illa inclita Roma impe- rium
terris, animos aequabit Olympo)\ poi Numa come il re-sacerdote portatore di
oggetti sacri, sacra ferens, coronato di olivo che fonda Roma donandogli delle
leggi, legibus. Tutto si ordina intorno a questa differenza - l’altro mondo e
questo qui - in cui i sacra, i culti in cui l’uomo ha l’iniziativa, equilibrano
eccellentemente gli auspicio, in cui l’uomo non fa che decifrare il linguaggio
miracoloso di Giove. Si verifica istantaneamente che l’opposizione tra i due
tipi di sovrani ricopre punto per punto quella analizzata nel caso di Varuna e
Mitra. Ugual mente importanti, sia l’uno che l’altro nella genesi di Roma,
Romolo e Numa non sono posizionati nella stessa metà del mondo. Ingenuamente
Plutarco mette nella bocca del secondo, quando spiega agli ambasciatori di Roma
le motivazioni del rifiuto del regno, una osservazione molto giusta (Numa): Si
attribuisce a Romolo la gloria di essere nato da un dio, non si finisce di dire
che è stato nutrito e salvato nella sua infanzia grazie a una protezione
particolare della divinità; io, al contrario, sono di una razza mortale, sono
stato nutrito e allevato da uomini che voi conoscete. I loro modi di azione non
differiscono di molto e la differenza si esprime in maniera sorprendente in ciò
che si possono chiamare i loro dèi prediletti. Romolo stabilisce solo due culti
che sono due specificazioni di Jupiter - quel Jupiter che gli ha donato la
promessa degli auspici - Jupi- ter Feretrius e Jupiter Stator che si accordano
nel fatto che Giove è il dio protettore del regnum, ma relativamente ai
combattimenti e alle vittorie; e la seconda vittoria è dovuta a una
prestidigitazione sovrana di Giove, a un cambiamento di vista contro il quale
nessuna forza può niente e che capovolge l’ordine normale e consueto degli
avvenimenti. Al contrario, tutti gli autori insistono sulla devozione
particolare che Numa rivolge a Fides. Dionigi di Alicamasso scrive. Non vi è
sentimento più elevato e più sacro della buona fede, sia negli affari di stato
che nei rapporti tra individui; essendosi ben persuaso di questa verità Numa,
il primo fra gli uomini, ha fondato un santuario della Fides Publica e
istituito in suo onore dei sacrifìci ufficiali come quelli delle altre
divinità. Plutarco {Numa) dice similmente che fu il primo a costruire un tempio
a Fides e insegnò ai Romani il loro più grande giuramento, il giuramento di
Fides. Si vede bene come questa distribuzione sia conforme all’essenza delle
due divinità sovrane antitetiche, Varuna e Mitra, Jupiter e Dius Fidius. Il
carattere dei due dèi si oppone allo stesso modo: Romolo è un violento,
descritto dagli annalisti come un tiranno, secondo il modello greco ed etrusco,
ma con dei tratti sicuramente antichi: Vi erano sempre vicino a lui - dice
Plutarco ( Romolo) - quei giovani chiamati Celeres a causa della loro prontezza
nell'eseguire i suoi ordini. Non compariva in pubblico che preceduto dai
littori armati di verghe, con le quali respingevano la folla, cinti di corregge
con cui legavano sul posto quello che lui ordinava di arrestare. A questo
sovrano, così materialmente legatore come Varuna, si oppone il buono e calmo Numa,
la cui prima iniziativa una volta di venuto re fu quella di sciogliere il corpo
dei Celeres e come seconda di organizzare ( ibidem) o creare (Livio) i tre
flamines maio- res. Numa è privo di ogni passione, anche di quelle sti mate dai
barbari, come la violenza e l’ambizione (Plut. Numa). Di conseguenza, le
affinità dell’uno sono tutte per la funzione guerriera, quelle dell’altro per
la funzione di prosperità. Anche nel suo consiglio postumo, Romolo, il dio dei
tre trionfi, prescrive ai Romani: rem militarem colant (Livio). Numa si assegna
il compito di disabituare i Romani alla guerra (PI ut. Numa) e la pace non è
rotta in alcun momento del suo regno; offre un buon accordo ai Fidenates che
compiono razzie sulle sue terre e istituisce in questa occasione, secondo una
variante, i sacerdoti feziali, per vegliare sul rispetto delle forme che
impediscono o limitano la violenza (Dionigi di Alicamasso; Plutarco, Numa).
Distribuisce ai cittadini indigenti i territori occupati da Romolo per
sottrarli alla miseria, causa quasi necessaria della perversità, e per spingere
verso l ’ag ricoltura lo spirito del popolo, che domando la terra si
addolcirà-, divide tutto il territorio in vici, con ispettori e commissari che
lui stesso controlla giudicando i costumi dei cittadini in base al lavoro,
premiando con onori e poteri coloro che si distinguono perla loro attività,
biasimando i pigri e correggendo le loro negligenze (Plut.). Limitiamo a ciò la
comparazione che potrebbe comunque proseguire dettagliatamente, poiché è evidente
che gli annalisti si sono ingegnati a spingere in ogni direzione l’opposizione
tra i due re, l’uno iuvenesjerox, odioso ai senator es (e forse ucciso da
questi) senza bambini etc., mentre l’altro è un senex tipico, gravis, sepolto
piamente dai senatori, antenato di numerose genti. Delle pretese gentilizie, o
l’imitazione di modelli greci, hanno potuto introdurre più di un dettaglio e in
di verse epoche in queste vite parallele inverse e sicuramente in quella di
Numa. Ma è chiaro che queste stesse innovazioni si sono uniformate a un dato
tradizionale, la cui intenzione era di illustrare due tipi di re, due modelli
di sovranità, quelli stessi conosciuti dall’India sotto i nomi di Varuna e
Mitra. Tullo Ostilio e la funzione guerriera Dopo la funzione sovrana la
funzione guerriera, dopo Romolo e Numa, vi è Tullo Ostilio, che Anchise
presenta ad Enea ( En .) come colui che riporterà alle armi, in arme, i
cittadini divenuti casalinghi e disabituati ai trionfi. Arma, come auspicia e
sacra per i suoi predecessori, segnala qui l’essenza del suo carattere e della
sua opera: militaris rei institutor dirà Orosio e prima di lui Floro: La
regalità gli fu conferita in base al suo coraggio: è lui che ha fondato tutto
il sistema militare e l'arte della guerra; di conseguenza dopo aver esercitato
in maniera sorprendente la iuventas romana osò provocare gli Albani. 22.1 miti
di Indra e la leggenda di Tullo Ostilio È in questo caso che il confronto tra
l’epopea romana e la mitologia ha dato i risultati più inattesi e ha permesso
di ampliare lo studio dettagliato della funzione guerriera indoeuropea, il cui
solo confronto della teologia esplicita non lasciava intravedere che i maggiori
aspetti: nelle loro lezioni ma anche nelle loro affabulazioni, i due episodi
solidali che costituiscono la storia di Tulio - la vittoria del terzo Orazio
sui treCuriazi e il castigo di Mezio Fufezio che salvano Roma del pericolo che
correva il suo nascente imperium, uno per la subordinazione di Alba, l’altro
per la sua distruzione - rispecchiano da vicino i due principali miti di Indra
che la tradizione epica presenta spesso come conseguenti e solidali, cioè la
vittoria di Indra e di Trita sul Tricefalo e la morte di Namuci. Non è
possibile qui che mettere in un quadro schematico le omologie, pregando il
lettore interessato di riportarsi al libro in cui gli argomenti e le
conseguenze sono lungamente esposti. A, a) (India). Nell’ambito della loro
rivalità generale coi demoni, gli dèi sono minacciati dall’imbattibile mostro a
tre teste che è tuttavia il figlio dell’amico (nel Riveda) o il cugino germano
degli dèi (nei Brahmano e nell’epopea) ed inoltre, brahmano e cappellano degli
dèi: Indra (nel Rgveda) spinge Trita il terzo dei tre fratelli Àptya, a
uccidere il Tricefalo e Trita in effetti lo uccide, salvando gli dèi. Ma
quest’atto, morte di un parente, di un alleato o di un brahmano, comporta
un’impurità che Indra scarica su Trita o sugli Àptya che la liquidano
ritualmente. Da allora gli Àptya sono specializzati nell’eliminazione delle
diverse impurità e in particolare, in ogni sacrificio, di quella che comporla
l’inevitabile messa a morte della vittima. b) (Roma). Per regolare il lungo
conflitto in cui Roma e Alba si disputano Vimperium, le due parti convengono di
opporre i tre gemelli Orazi e i tre gemelli Curiazi (l’uno dei quali è
fidanzato a una sorella degli Orazi e che, anche nella versione seguita da
Dionigi d’Alicarnasso, sono cugini germani degli Orazi). Nel combattimento ben
presto non rimane che un Orazio, ma questo terzo uccide i suoi tre avversari
dando Vimperium a Roma. Nella versione di Dionigi questa morte dei cugini
rischia di produrre un’impurità, ma una nota del casista la evita: poiché i
Curiazi hanno accettato per primi l’idea del combattimento, la responsabilità
cade su di loro. Ma 1 ’ impurità generata dal sangue famigliare è ripartita
subito, trasferita, su un episodio che non ha paralleli nel racconto indiano:
il terzo Orazio uccide sua sorella che lo ha maledetto per la morte del suo
fidanzato. La gens Oratia deve dunque liquidare quest’impurità e ogni anno
continua a offrire un sacrificio espiatorio: la data di questo sacrificio,
all’inizio del mese che pone fine alle campagne militari (calende di ottobre),
suggerisce che queste espiazioni riguardavano (da là la leggenda di Horatius) i
soldati che ritornavano a Roma, macchiati dalle inevitabili morti della
battaglia. B, a) (India). Il demone Namuci dopo leprime ostilità conclude un
patto di amicizia con Indra che si impegna a non ucciderlo né di giorno né di
notte, né col secco né con l'umido . Un giorno, approfittando a tradimento di
un momento di debolezza, in cui Indra è stato messo dal padre del Tricefalo,
Namuci spoglia Indra di tutti i suoi attributi: forza, virilità, soma,
nutrimento. Indra chiama in suo soccorso gli dèi canonici della terza funzione,
Sarasvatl e gli Asvin, che gli rendono la sua forza e gli indicano il sistema
per mantenere la parola data pur violandola: egli non deve che assalire Namuci
all’alba (quando non è né giorno né notte) e con della schiuma (che non è né
secca né umida). Indra sorprende così Namuci che non sospetta c lo decapita in
maniera bizzarra, burrificando la sua testa nella schiuma. b) (Roma). Dopo la
disfatta dei tre Curiazi, il capo degli Albani, Mezio Fufezio, si pone in Alba
sotto gli ordini di Tulio, in virtù della convenzione. Ma segretamente tradisce
il suo alleato e durante la battaglia contro i Fidenati si ritira con le sue
truppe su un’altura, scoprendo il fianco dei Romani. In questo pericolo mortale
Tulio fa dei voti alla divinità della terza funzione, Quirino, e diventa
vincitore. Benché al corrente del tradimento di Mezio, finge di lasciarsi
abbindolare e convoca al pretorio, per felicitarsi, gli Albani che non
sospettano. Là sorprende Mezio, lo fa afferrare e lo condanna a una pena unica
nella storia di Roma, lo squartamento. Rapporti della funzione guerriera con le
altre due Attraverso questi miti e queste leggende è tutta una filosofia della
necessità, dell’impeto cdei rischi della funzione guerriera, che si esprime,
come pure una concezione coerente dei rapporti di questa l’unzione centrale con
la terza, clic mobilita al suo servizio; e con l’aspetto Mitra-Fides della
prima che tuttavia non rispetta affatto e che non può rispettare poiché,
impegnata nell’azione e nei pericoli, come potrebbe mai accettare che la
fedeltà ai princìpi invalidi questa azione disarmandola di fronte ai pericoli?
Anche i rapporti di Indra e Tulio Ostilio con l’aspetto Varuna-Jupiler della
funzione sovrana non procedono senza scontri: abbiamo già ricordato gli inni
vedici in cui Indra sfida Varuna, vantandosi di sconfiggere la sua potenza (e
gli Hàrbcirdsljód d tWEdda allo stesso modo oppongono Ódinn e Pórr in un
dialogo ingiurioso). Quanto aTullo, egli è a Roma uno scandalo vivente, il re
empio e la fi ne della sua storia non è che la ten ibile vendetta che Jupiter,
maestro delle grandi magie, si prende contro questo re troppo guerriero che
l’ha ignorato per lungo tempo. Un’epidemia colpisce le sue truppe da lui
obbligate tuttavia a continuare la guerra, sino al giorno in cui egli stesso
contrae una lunga malattia; dice allora LIVIO (vedasi): lui, che fino a questi
tempi aveva creduto che niente è meno degno di un re che applicare il proprio
spirito alle cose sacre, improvvisamente si abbandonò a tutte le superstizioni,
grandi e piccole, e propagò anche fra il popolo delle vane pratiche... Si dice
che il re stesso consultando i libri di Numa vi trovò la ricetta di certi
sacrifìci segreti in onore di Jupiter Elicius. Egli si appartò per celebrarli.
Ma sia all’inizio che nel corso della cerimonia commise un errore rituale, di
modo che, invece di veder comparire una figura divina, irritò Jupiter con
un'evocazione mal condotta e fu bruciato dalla folgore, lui e la sua casa
Queste sono le fatalità della funzione guerriera. Se Indra, il grande peccatore
Indra, non perviene a questa drammatica fine è perché egli è un dio e in ogni
caso la sua forza e i suoi servigi sono ciò che più interessano gli uomini.
Quanto ai gemelli - che Roma nel Lazio non era l’unica a onorare, poiché la
leggenda prenestina poneva una coppia nei tempi delle sue origini - l’epopea
romana li mette al posto d’onore nella persona di Romolo e Remo. Vi è una
differenza totale tra il Romolo re, che abbiamo visto opposto a Numa nella
seconda ed ultima parte della sua carriera, e il Romolo prima di Roma, il Remo
cumfratre Quirinus. Questa differenza risalta in effetti a proposito della
stessa fondazione, nella disputa degli auspici e nella morte d i Remo: Romolo
cessa allora di essere uno dei due gemelli, il socio fedele e senza contesa di
suo fratello, per diventare il re prestigioso, creatore, terribile, tirannico e
istitutore di quegli uomini che portano davanti a lui delle corde, pronte a
legare nel senso letterale del termine, al pari del suo omologo del pantheon
vedico, Varuna, armato di lacci. La corrispondenza tipologica dei gemelli
dell’epopea romana e degli dèi gemelli, Nàsatya-ASvin, che terminano la lista
trifunzionale indo-iranica, è precisa. Sino alla loro dipartita da Alba, e alla
fondazione dell’Urbe, sono della terza funzione: pastori allevati da un
pastore, vivono una vita esemplare da pastori messa in risalto solo da un gusto
marcato per la caccia e gli esercizi fisici. In questa definizione pastorale
l’evoluzione della proto-civilizzazione romana (scomparsa del carro da guerra)
ha eliminato la parte del cavallo (in evidenza nella parola ASvin), non rimane
quindi che la parte del bue e del montone, per situare maggiormente Romolo e
Remo nell’economia rurale. I Nàsatya, come si ricorderà, sono inizialmente
tenuti a distanza dagli dèi perché troppo mescolati agli uomini ( Éat. Brùhm.)
e nella letteratura posteriore saranno considerati come degli dèi Sfldra, dèi
di ciò che vi è di più basso e fuori-casta, in rapporto alla società ordinata.
Così vivono, pensano e agiscono Romolo e suo fratello. Non vi è in essi niente
di sovrano, nessun rispetto per 1’ordine. Devoti ai più umili, disprezzano gli
intendenti, gli ispettori e i capi del bestiame del re (Plutarco, Romolo). Il
gruppo che li seguirà nella loro rivolta sarà un gruppo di pastori (Livio) o
un’assemblea di indigenti o schiavi (Plutarco, Romolo, 7, 2) prefiguranti
l’eterogenea popolazione dell’Asilo ( ibidem, 9, 5). Sono raddrizzatori di
torti: come i Nàsatya passano il loro tempo a riparare le ingiustizie degli
uomini o della sorte. Essendo semplicemente degli dèi i Nàsatya compiono le
loro liberazioni, restaurazioni e guarigioni per mezzo di miracoli, mentre
Romolo e Remo non possono ricorrere che a mezzi umani per proteggere i loro amici
contro i briganti, ristabilire nei loro diritti i pastori di Numitore
maltrattati da quelli di Amulio e, finalmente, punire Amulio. Uno dei più
celebri servigi dei Nàsatya, origine della loro fortuna divina, è stato quello
di aver ringiovanito il vecchio decrepito Cyavana; la grande impresa di Romolo
e Remo, origine della fortuna del primo, fu allo stesso modo quella di aver
riabilitato il loro vecchio nonno che era stato privato della regalità di Alba.
I due Nàsatya nel Riveda sono quasi indivisibili, agiscono insieme ma tuttavia
un testo segnala una grave disuguaglianza che ricorda quella dei Dioscuri
greci: uno di essi è figlio del Cielo, l’altro è figlio di un uomo. La
disuguaglianza dei gemelli romani è differente ma considerevole: uguali per nascita,
uno solo di essi proseguirà la sua carriera diventando un dio - il dio canonico
della terza funzione, Quirino -1’altro perirà precocemente non ricevendo più
che i soli onori abituali attribuiti ai morti eminenti. Ovidio potrà dire di
loro {Fasti): ut quam sunt similes! At quamformosus
uterque! Plus tamen ex illis iste vigoris habet ... Certe azioni
estranee ai Nàsatya - mal conosciute come tutta la loro mitologia - sembrano
ricordare dei tratti della leggenda di Romolo e Remo, talvolta solo con una
inversione (protettori e non protetti) che testimonia come essi siano degli dèi
e i gemelli romani degli uomini. Uno dei servigi frequenti dei Nàsatya è di
fare cessare la sterilità delle donne e delle femmine; ora, Romolo e Remo sono
i primi capi dei Luperci, un compito dei quali è di rendere madri le donne
romane con la flagellazione (una leggenda eziologica, che pone l’origine di
questo rito dopo la fondazione di Roma c il ratto delle Sabine, dice che è
stato destinato inizialmente a far cessare una sterilità generale). In tutto il
Rgveda il lupo è un essere mal visto, è il nemico; l’unica eccezione si trova
nel ciclo dei Nàsatya: un giovane uomo aveva sgozzato cento c un montoni per
nutrire una lupa e per punizione suo padre lo aveva accecato. Dietro preghiera
della lupa i gemelli divini resero la vista allo sfortunato. Nella storia di
Romolo e Remo, c solo in essa a Roma, non è più in quanto nutrita ma come
nutrice che la lupa occupa il posto eminente che ben si conosce. Nei riti e
nelle leggende dei Luperci (OVIDIO (vedasi), Fasti), nel racconto sulla
giovinezza di Romolo e Remo (Plutarco, Romolo, 6, 8) le corse giocano un ruolo
considerevole; ugualmente le corse in carro ncl4 mitologia degli ASvin. Un
aspetto sfortunatamente oscuro della festa rustica di Palcs (il cavallo
mutilato, curtus equos), come pure il concetto stesso della dea Pales, così
strettamente legato a Romolo e Remo e alla fondazione di Roma, ricordano la
leggenda in cui i Nàsatya rimettono in forze la giumenta detta Pula del w.f
(vis, principio della terza funzione e anche clan) che durante una corsa si era
spezzata le gambe. Questo confronto sommario è sufficiente a stabilire che,
nella loro carriera preromana, Romolo e Remo corrispondono così precisamente ai
Nàsatya come Romolo, divenuto re, e il suo successore Numa corrispondono a
Varuna e Mitra e Tulio a Indra. Quando Romolo muore verrà deificato sotto il
nome del dio canonico della terza funzione, Quirino, ritornando quindi al suo
valore primigenio e, sia dello di sfuggita, questa notevole convergenza spinge
a rivedere l’idea generalmente ammessa che l’assimilazione di Romolo a Quirino
sia secondaria e tardiva. 25. La terza funzione, fondamento delle altre due
Riguardo l’ordine di apparizione delle tre funzioni nell’epopea delle origini
romane - 3, 1, 2 - c la trasformazione dello stesso Romolo da Nàsatya» in
Varuna», queste non sono senza paralleli c rivelano un aspetto della struttura
trifunzionale che ancora non abbiamo avuto occasione di segnalare. Vediamo qui
come una conferma del fatto certo che, se è vero che la terza funzione è la più
umile, nondimeno essa è il fondamento e la condizione della altre due. Come
vivrebbero maghi e guerrieri se i pastori-agricoltori non li sostenessero?
Nella leggenda iranica, Yima al pari di Romolo diviene un re prestigioso e
eccessivo sfidando Ahura Mazda - dopo essere stato differenzialmente, nella
primaparte della sua vita, un buon eroe della terza funzione dai ricchi
pascoli, sotto cui la malattia c la morte non affliggevano ne l’uomo né la
bestia né le piante ( Yust, XIX, 30-34). Nell’epopea osscla, i due gemelli
/Exsaert e /Exsaertacg, dei quali il secondo uccide il primo in un eccesso di
gelosia, genera poi la famiglia degli i£xsaertaegkalae (la famiglia dei Forti,
dei Guerrieri) che sono usciti secondo certe varianti dalla razza di Bora, cioè
dai Boratae (una famiglia di ricchi). È la stessa filosofia che si esprime nei
rituali indiani sulla stessa area sacrificale: devono essere riuniti tre fuochi
corrispondenti alle tre funzioni; un fuoco che trasmette le offerte agli dèi,
un fuoco che difende contro i demoni e un fuoco padrone della casa; ora,
quest’ultimo presenta i caratteri di un fuoco vatéya che è il fuoco
fondamentale acceso per primo e che serve per accendere gli altri. Sviluppo
della ricerca Il lettore è stato quindi introdotto non solo nel deposito in cui
sono classificati i risultati ma, per la teologia e la mitologia di ognuna
delle tre funzioni, e notoriamente della seconda e della terza, lo si è l'atto
penetrare nel campo degli stessi scavi in cui il comparatista si batte ancora
con la sua materia. Il lavoro continua, con le sue procedure ordinarie che non
sono solo ritrovamenti nuovi ma anche delle correzioni, delle reinterpretazioni
dei dettagli alla luce dell’insieme meglio compreso e generalmente delle
riflessioni critiche sui bilanci anteriori. Prima di prendere congedo la guida
deve ricordare che, per importante o centrale che sia l’ideologia delle tre
funzioni, essa è ben lungi dal costituire tutta l’eredità indoeuropea comune che
l’analisi comparativa può intravedere o ricostruire. Un gran numero di altri
cantieri più o meno indipendenti sono aperti : sugli dèi iniziali, sulla dea
Aurora e su qualche altro, sulla mitologia delle crisi del sole, sulle varietà
del sacerdozio, sui meccanismi rituali e sui concetti fondamentali del pensiero
religioso, la comparazione, e specialmente la comparazione dei fatti
indo-iranici e romani, ha già permesso c permetterà di riconoscere delle
coincidenze che è difficile attribuire al caso. La struttura bipolare della
sovranità è l’argomento di MV; il capitolo III di NA studia i fatti iranici
(Vohu Manah c Asa). A proposito di questi ultimi la critica di W. LENTZ, Yasna
2<f, Abh. Ak. tV/'.r.r. li. Ut. Mainz., non regge; non più dei poeti del Riveda
per Mitra e Varuna, quelli delle Gàthà avevano la preoccupazione, in tutte le
circostanze o in molte circostanze, di caratterizzare differenzialmente Vohu
Manah c Asa; questo è vero per lo Yasna 28 in cui ogni strofa nomina
contemporaneamente le due Entità esattamente come RV, V, 69, in cui ogni strofa
nomina simultaneamente i due dèi senza cercare di distinguerli. Per Vohu Manali vedi G. WlDENGREN, The f>reai Vohu Manah and thè
Apostle ofGod. Per
Mi9ra e Ahura Mazda nella nuova prospettiva vedi MV (da correggere dopo
WlDENGREN, Numen); J. DUCHESNE-GUILLEMIN, Zoroastre; da S. WlKANDER, Orientalia
Suecana (sul Mesoromazdés di Plutarco). L’importante affinità del Varuna
vcdicocon F oceano, f ortemente marcata da H. LUDERS, Varuna, I ( Varuna linci
die Was- ser), sarà esaminata ulteriormente i n un quadro comparativo. MV, MV:
si hanno ora le esposizioni di J. DE VRIES, Altgerm. Rei. -Gesch., Ir, e di W.
BETZ Die altgerm. Religion. Le troisième
souverain, essai sur le_ clieu indo-ircuiien Aryaman, 1949; DIE,40-59. Su Aditi,
madre degli Aditya, in quanto madre e figlia di uno di essi, vedi Déesses
latines et mythes védique. Rifiutando e caricaturando in ZDMG la rettifica che
avevo proposto alla sua interpretazione di ari (non importa quale Fremdling, ma
già con una nota di nazionalità, l’insieme o un membro del mondo arya - alleato
o avversario),THIEME compie il tour de force di discutere senza menzionare il
mio libro su Aryaman, che è il contesto naturale di questa rettifica, e mi
attribuisce non so quale metodo sintetico, intuitivo, etc. No: il mio studio su
Aryaman procede per una analisi completa e dettagliata dei testi vedici in cui
è menzionato. Esaminerò successivamente questa curiosa risposta nel JA e spero
cheThieme userà più fair play nello studio che sta preparando, mi dicono, su
Mithra e Aryaman, (vedi l’Appendice). DIE,50-51, riassumendo Le troisième
souverain. DIE. Sugli Àditya Daksa e Amsa, DIE,; K. Barr, Àvesta DIE, pp.68-75.
Per Juventas è stato segnalalo un notevole riscontro nel mondo celtico: come Juventas
rifiuta di lasciare il colle capitolino in favore di Jupiter O.M., che è
obbligato ad ospitarla per sempre nel suo tempio, così l'irlandese Mac Oc (il
Giovane Figlio), antico dio protettore della gioventù, si impone nel tumulo in
cui vive il vecchio dio sovrano Dagda e si fa concedere un giorno e una notte ,
poi arguendo che il giorno e la notte fanno la totalità del tempo, rifiuta di
uscire e resta maestro del luogo (Jeunessc, éternité, aube, Annales d’histoire
économique et sociale DIE, Vedi la prefazione di Aspects... § 12-24.1 servigi
che bisogna richiedere alla pseudo-storia delle origini romane comparata con la
mitologia indiana o scandinava, sono stati ben presto riconosciuti: JMQ, cap. V; Horace et les Curiaces; Servius et la Fortune; riassunto in
L’hérìtage..., cap. Ili e in Mythes romains, Revue de Paris, die.
1951,105-118. Sull’epoca in cui I’affabulazione definitiva degli antichi miti
si è prodotta (senza dubbio tra il 350 e il 280 a giudicare dagli anacronismi
che vi sono inseriti), vedi L’héritage. L’interpretazione dell’intrigo del
Mahcibhàrata è stata data da S. WlKANDER in un suo articolo fondamentale,
Pandava-sagan och Mahàbhàratas myliska fòrutsattningar, Religion neh Bibel, in
gran parte tradotto e commentato nel niio JMQ IV,37-85; cf. WlKANDER, Sur le
fonds commun indo-iranien des épopées de la Perse et de l’Inde, NC. Nel dominio
germanico un caso parallelo (il trasferimento su Hadingus della Mitologia di
Njordr) è stato studialo in La saga de Hadingus (Saxo Granunaticus, I, V-VIII),
du mythe au roman, 1953. Mentre il presente libro era in stampa, in Orientalia
Sue vana, sotto il titolo Nakula e Sahadeva. WlKANDER faceva considerevolmente
avanzare l’analisi dei gemelli epici e divini. Su Vàyu-Indra, vedi Pàndava
sagan...,33-36; è il risultalo dei lavori diH.S. NYBERG, Die Reli gioiteti des
altea Iran; di G. WlDENGREN, Hochgattglaube ini alten Iran; di S. WlKANDER,
Vayu, I, , V.I. AbaEV ha riconosciuto il dio indo-iranico * Vayu nel nome
generico dei giganti (f orti, catti vi, bestie) presso gli Osse- ti, weijug (da
*Vayu-ka-), Trudy lnstituta Jazykaznanija, che io ho commentato in Noms
mythiqucs indo-iraniens dans le folklore des Osses, JA,. Aspects.. JMQ IV,56.
Pàndava-sagan...,36; JMQ Pandu come trasposizione di Vanina, vedi JMQ. La
trasposizione di un mito vedico (duello di Indra c del Sole, la ruota del carro
del Sole infossata) è stata riconosciuta nel racconto della morte di Karna,
fratello uterino e nemico dei Pàndava, figlio del Sole come essi lo sono degli
dèi delle tre funzioni: Karna et Ics Pàndava, Orientalia Suecana, III ( =Do-
num natal. H.S. Nyberg), 1954,60-66. Una trasposizione (dei passi di Visnu al
servizio di Indra) è segnalata in Les pas de Krsna et l’exploit d’Arjuna,
Orientalia Suecana, V, 1956,183-188; e altri due (i sovrani minori Aryaman e
Bhaga, trasposti in Vidura c Dhrlaràstra) in una conferenza fatta
all’Università di Copenhagen, pubblicala quest’anno nell’ Inclo-1 ninian
Journal (La transposilion des dieux souverains dans le Mahàbhàrata), Il
personaggio di Bhlsma sarà ulteriormente studiato nella stessa prospettiva. Le
leggende romane sugli inizi della Repubblica presentano due croi che ricordano,
per la forma e il senso delle mulilazioni, il dio cieco monco della mitologia
scandinava, cioè i due dèi sovrani Ódinn e Tyr: questi sono Orazio Coclite (il
Ciclope) c Muzio Scevola (il Mancino), i due salvatori di Roma nella guerra
contro Porsenna; la comparazione è stata sviluppata in MV cap. IX e ripresa
diverse volle, specialmente ne L’heritage. c Loki. Sui primi redi Roma vedi il
riassunto degli studi anteriori in L’heritage.; un notevole ritocco parallelo
al ritocco zoroastriano degli dèi trasporti in Entità della tradizione romana
nel De Republica di Cicerone, è stato studiato in Les archanges de Zoroastrc et
Ics rois romains de Ciceron, JP Su Romolo e Numa vedi MV, cap. II; L’héritane.
Horate et les Curiaces; L ’héritage.. Aspetta: La geste deTullus Hostilius et
les mythes de Indra; cf.3-14 dello stesso libro, studio dell’Indra vedico come
solitario a dispetto dei suoi associati ( ekci -) e come autonomo (sva-). La
bibliografia degli studi comparativi sullasecondafunzioneèdatain DIE,38-39 e
completala in Aspetta. Sui gemelli Romolo e Remo come corrispondenti ai gemelli
Nàsa- tya indo-iranici, vedi G. WlDENGREN, Harlekintracht..., Orientalia Sueca-
na, ; Aspetta...1. Non ho ancora pubblicato su questa interpretazione dei
gemelli romani il libro preparato; è comparso solo un frammento: Le turtus
equos de la fète de Pales et la muti- lationde lajument ViSpala, Ercinos, LIV
(=G. Bjiirck meni. Saturni. Altre corrispondenze tra dèi ed eroi gemelli dei
diversi popoli indoeuropei sono state segnalale in La saga de Hadinf>us,
Dioscuri greci sono solo parzialmente comparabili. Sembra che altri aspetti
della terza funzione (massa popolare; sviluppo della ricchezza e del commercio;
piacere) abbiano ispirato i racconti sul quarto re di Roma, Anco Marzio, successore
del guerriero Tulio; vedi Tarpeia, III (Jactanlior Ancus) e la discussione con
J. Bayet in JMQ IV,185-186 (dove importanti questioni di metodo sono toccate).
DIVINITÀ: sugli dèi iniziali, vedi De Janus à Vesta, Tarpeia, 31-113 (=JMQ
it.,287-353), DIE,84-105; in Rituels, sono state rilevate delle concordanze tra
il culto di Vesta c imiti vedici di Vi- vasvat; in Déesses latines et mythes
védiques, 1956, dei dati indiani hanno chiarificaio e giustificaio le
rappresentazioni di Maler Maluta (cf. Usas; vedi anche RENOU, Études védiques
et pcuiinéennes, III, 1957, 1: Les Hymnes à l'Aurore du Riveda), della
silenziosa Diva Angerona, dea degli angusti dies del solstizio d’inverno (cf.
Atri operosa con la preghiera silenziosa nella crisi del sole), della Fortuna
Primigenia prenestina, madre e figlia di Jupiter (cf. Aditi, madre e figlia del
sovrano Daksa), di Lua Mater (cf. Nirrti). RITUALI in Suouetaurilia, Tarpeia (=
JMQ it.) si è stabilito lo stretto parallelismo di questo sacrifico triplice,
offerto a Marte, con la sautrànicuiT indiana (sacrificio di un loro, di un
montone c di un capro a Indra Buon Protettore); in Rituels indoeuropéeus à
Rome, i Fordicidia sono stali resi chiari, nei dettagli dei riti, dal
sacrificio vedico della Vacca dagli otto piedi; l’opposizione del santuario
rotondo di Vesta c di templi quadrati, orientali, è stala riavvicinata
all’opposizione tra il fuoco rotondo (di riserva e di accensione, fuoco del
padrone di casa, attaccalo alla terra) e il fuoco quadrato (che dirige verso
gli dèi le offerte degli uomini) sull’ara sacrificale ve- dica; i rapporti
rituali degli equidi, c in special modo del cavallo, con ciascuno dei tre
livelli funzionali, sono stati riconosciuti come idèntici sia a Roma che
nell’India vedica; in Quacstiunculac indo-italicac, 1-3 (da pubblicarsi in REL)
il tulmen inane fabae della fumigazione dei Parilia, i pisciculi vivi gettati
nel fuoco durante i Volcanalia e la prescrizione bigarum victricum clexterior
del Cavallo di Ottobre sono chiarificati dai dati vedici. SACERDOZIO (oltre a qui sopra, nota a I, § 1, per Jlamen-brahman ):
Meretrices et virgines dans quelques légendes politiquesde Rome et des pe-
uples celtiques, Ogcnn; Remarques sur le ius feriale , REL REL, contiene uno
studio su augur, inaugurare, augustus. NOZIONI: A propos de latin ius. RHR ;
Ordre, fantasie, changemente dan les pensées archaiques de l’Inde et de Rome, à
propos de latin mos, REL; in Maiestas elgravitas, de quelques diffé- rences
entre les Romains et les Austronésiens, RP; queste sono invece due nozioni
prettamente romane che sono state analizzate contro la scuola primitivista; su
gratus, gratin eminentemente spiegate con un usovedico della radicegurC^V,
Vili, 70,5), vedi L.R. PALMER, The Concept of Social Obligation in
Indo-European, Coll. Latomus, XXIII ( =Homm. M. Niedennann BENVENISTE ha
delucidato comparativamente un gran numero di nozioni religiose e sociali, vedi
in special modo Symbolisme social dans les cultes gré- co-italiques RHR (vedi
una conferma di un dato importante nel mio Rituels...)', Don et échange dans le
vocabulaire in- do-éuropéen, L'Année Sociologique,7-20 e Formes et sens de
pvaopai, Sprachgeschichte uncl Wortbedeutung (= Festschr. A. Debrunner). Storia
degli Studi e bibliografìa Dopo lo scacco del saggio intelligente ma prematuro
fatto dalla scuola di Kuhn c di Miiller teso a ricostruire la mitologia comune
degli Indoeuropei, l’impresa fu per un certo tempo dichiarata illusoria.
Daunaparte, sotto l’influenza di Mannhardt, gli studi si spostarono sui rituali
e le credenze agricole, popolari, di un tipo abbastanza uniforme per tutta
l’Europa e ci si applicò a ridurvi, senza pretendere di stabilire filiazioni né
parentele particolari, un gran numero di culti e miti delle diverse religioni e
in special modo quelle dei popoli classici. Da un’altra parte, per effetto
della crescente settorializzazione delle specialità, gli studiosi dei diversi
domini, indiano, greco, latino, germanico, etc., rifiutando ogni considerazione
comparativa, costruirono per spiegare la genesi e lo sviluppo delle religioni
da loro studiate delle ipotesi che presero sovente per dati di fatto e che non
si accordavano che per un punto: la riduzione a poche cose, per non dire a
niente, dell’eredità conservata dal passato comune indoeuropeo. Rari autori
continuavano a parlare di religione indoeuropea come ad esempio A. CARNOY, Les
Indoeuropéens. Tuttavia nel secondo quarto di questo secolo si produssero delle
reazioni. In Germania bisogna citare prima di tutto: H. GUNTERT, Der Arische
Weltkonig und Heiland; R. OTTO, Gotlheit und Got- theilen derArier (); F.
CORNELIUS, Indogermanische Religion- sgeschichte e tutta la serie, che prosegue brillantemente,
degli articoli c dei libri di F.R. Schroder. Lui stesso ha fatto un primo
sforzo di revisione della mitologia comparata, ma con dei mezzi filologici
insufficienti e rimanendo prigioniero, per la spiegazione, delle concezioni
mannhardtiane e frazeriane {Le Festin d'Im- morIalite 1924, Le crime des
Lemniennes e qualche articolo di cui non
vi sono grandi cose da ritenere; il Leproblème des Centaures, e Flamen-Brahman,
i cui frammenti rimangono utilizzabili). Non è che inizialmente solo e poi raggiunto
e spesso superato da altri ricercatori, spero di essere riuscito a delineare
dei tratti importanti della struttura dell’eredità indoeuropea comune, in una
coscienza più chiara delle condizioni c dei mezzi deH’inchiesta.
Quest’inchiesta non si riporta ad alcun sistema preconcetto di spiegazione, ma
utilizza gli insegnamenti della sociologia e dell’etnografia, come pure il
ricorso all’analisi linguistica dei concetti. Essa ha due postulati: ammette
che tutto il sistema teologico e mitologico significa qualcosa, aiuta la
società che lo pratica a comprendersi, ad accettarsi, ad essere fiera del suo
passato, confidante nel presente e nell’avvenire; ammette anche che la comunità
di lingua, presso gli Indoeuropei, implica una misura sostanziale dell’ideologia
comune alla quale deve essere possibile accedere grazie a una varietà adeguata
del metodo comparativo. Una circostanza, sulla quale un articolo di J. Vcndryes
aveva attirato l’attenzione sin dal 1918, ha dato il via all 'inizio di molte
ricerche: il vocabolario religioso degli Indo-Iranici da una palle c quello dei
Celti e degli Italioti dall’altra presentano un gran numero di concordanze
precise e che sono loro proprie. Un articolo-programma del 1938 La préhistoire
des flamines majeurs, RHR ha dimostrato che questa parentela prossima non si
riduce al vocabolario ma si estende alla struttura della religione. E dal 1938,
in ogni tipo di materia, è in effetti la comparazione dei dati vedici o
indo-iranici e dei dati romani che ha fornito i primi risultati precisi sui
quali è stato possibile fondare delle comparazione più vaste. Così illuminati,
i fatti germanici (benché il vocabolario religioso sia interamente differente)
si sono ben presto rivelati anch’essi notevolmente fedeli al passato
indoeuropeo. Benché conformandosi ai grandi quadri indoeuropei, il dominio
celtico pone ancora, in seguito allo stato della documentazione, un gran numero
di problemi irrisolti. La Grecia - per effetto senza dubbio del miracolo greco
e anche perché le più antiche civiltà del Mare Egeo hanno troppo fortemente
segnato gli invasori venuti dal Nord - contribuisce poco allo studio
comparativo: anche i tratti più considerevoli dell’eredità sono stati
profondamente modificati. Quanto agli altri popoli del mondo indoeuropeo, in special
modo i Baiti e gli Slavi, non si è ancora riusciti a utilizzarli pienamente. 1
principali lavori in cui è stata progressivamente analizzata l’ideologia
tripartita degli Indoeuropei che il presente libro espone sono i seguenti':
Mythes etdieuxdes Gennains, essaid’interprétation comparative (citato MDG)
Mitra-Vurunu, essai sur deux représentations indoeuropéen- nes de la
souveraineté, II ed. (citato MV) Jupiter Mars
Quirimis, essai sur laconception indoeuropéenne de la société et sur Ics
origines de Rome, 1941 (citato JMQ) Naissance de Rome (=JMQ II) (citato NR)
Naissance d'Archanges, essai sur la formation de la théologie zoroastrienne
(=JMQ III) (citato NA) Jupiter Mars Quirinus IV, 1948 (citato JMQ IV) L
’heritage indoeuropèe !? à Rome, introduction aux séries JMQ et Mythes Romains,
Le troisième Souverain, essai sur le dieu Aryaman, 1949 Les dieux des
Indoeuropéens, 1952 (citato DIE) Rituels Indoeuropéens à Rome Aspects de
lafonction guerrière chez les Indoeuropéens, 1956 Déesses latine set mythes
védiques. Coll.
Latomus, XXV, 1956 Una traduzione italiana di una versione migliorata in
diverse parti di JMQ e di NR e di frammenti di Tarpeia e di JMQ IV, è stata
pubblicata a Torino sotto il titolo di Jupiter Mars Quiri- I Attualmente sto
preparando un rimaneggiamento unitario di JMQ. NR. NA ehc sarà pubblicalo, come
questi tre libri, presso Gallimard. Aspettando, l’edizione italiana dei primi
due Corniscc un’idea delle correzioni giudicale necessarie: le parli che non
sono state tradotte sono da eliminare. ìtus (citato JMQ it.) 2 . Delle
questioni di metodo, che io qui non affronto, si trovano discusse nelle
prefazioni della maggior parte di questi libri e, più sistematicamente, nel
primo capitolo de L’heritage ... (Materia, oggetto e metodi di studio). 2 AUre
abbreviazioni: AV= Atharvaveda; BGDSL = Beitrage zur Geschichte der Deutschen
Sprache und Literatur: FFC = Folklore Fellows Communications; J A = Journal
Asiati que; JAOS = Journal of thè American Orientai Society; JP = Journal de
Psichologie: NC = la Nouvelle Clio; REL = Revtte des Etudes Lalines; RHA =
Revtte Hittite et Asianique; RHR = Revtte de l ’Histoire des Religions; RV = Riveda;
RP = Revtte de Philologie. RSR = Recherches de Science Religieuse; SBE = Sacred
Books of thè East; SMSR = Studi e Materiali di Storia delle Religioni ; TPS =
Transaction of thè Philological Society; ZCP = ZeitschriJ't fìir Celti sche
Philologie; ZDMG = Zeitschrift der Deutschen Morgenlàndischen Gesellschafl.
Aryaman e Paul Thieme Mentre correggo le seconde bozze di questo libro (maggio
1958) è uscito quello di Paul Thieme annunciato qui sopra, ma egli non risponde
affatto alle ingenue speranze che esprimevo. Cito dunque qui (I e II) due
estratti dell’articolo del JA, concernenti Aryaman e il metodo di Thieme,
menzionato nello stesso paragrafo e vi aggiungo (III) qualche riflessione
provvisoria su Mitra and Aryaman. Per non creare confusione lascio alle note di
I e II i numeri che avranno nel JA. Abbreviazioni: F. =Thieme, Der Frem- dling
im Rig Feda; S = il mio Troisième Sauveraine, ; Z = Thieme, Ari, Fremder, ZDMG.
Ma è soprattutto nei confronti del dio vedico, e prima ancora indo-iranico,
Aryaman, che il saggio di Thieme rivela la sua debolezza. In virtù dell’ipotesi
{ari = lo straniero, qualunque sia) c del senso che ne risulta per aryó
(l’ospitale), Aryaman non può essere che il dio dell’ospitalità)). È così? E
ancora, sarebbe necessario che negli inni o nei rituali questa definizione si
verificasse sul suo centro, intendo dire, in occasione del ricevimento di un
ospite designato come tale. Ora, non soltanto non vi è un testo rgvedico che
riunisca il nome dell’ospite, àtithi e quello d’Aryaman, ma, salvo ignoranza da
parte mia, Aryaman non è né invocato né menzionato ritualmente all’arrivo di un
visitatore. Non bisogna concludere un’assenza dal silenzio: è tuttavia curioso,
se il concetto di ospitalità è stato sentito tanto importante da essere
personificato in uno dei due dèi sovrani, e nel più considerevole dopo Varuna e
Mitra, che questa origine non abbia avuto nessuna occasione per esprimersi
chiaramente. Mitra, il contratto personificato, è certo come dio molto più del
contratto, ma si trovano dei testi in cui questo legame è manifestato e
sottolineato con delle parole senza ambiguità. Inversamente, l’Aryaman vedico e
il suo corrispondente avesti- co Airyaman, intervengono in circostanze che,
salvo violenza, sono irriducibili all’ospitalità. Ne ricorderò solo due. Prima
di Thieme molti vedisti avevano notato, con delle conclusioni talvolta
eccessive o errate, i rapporti tra Aryaman e il matrimonio. 1 testi allegati
sono abbastanza numerosi". Per piegarli alla sua tesi, Thieme è stato
indotto a far loro subire dei trattamenti poco raccomandabili. In tutto il
dossier vedico vi sono dei documenti più chiari e più netti, altri più oscuri o
più indeterminati. Il metodo ordinario è d’informarsi all’inizio sui primi e
con questi chiarificare o precisare in seguito i secondi. Per il caso di
Aryaman si ha, chiara e netta in A V, la formula destinata a procurare un
coniuge, la descrizione che fa di Aryaman la prima strofa: tiyùm Ci ycity
arycimà pura staci visitastupah asyci icchcinn agruvai pettini utd jàyàm
ajànuye Ecco arrivare Aryaman con i riccioli sciolti, cercando per questa
fanciulla un marito e una moglie per chi non è sposato. Non meno esplicito vi è
in/l V, XIV, 1, inno rituale del matrimonio, la strofa 17 che riguarda la
giovane donna: aryamdnam yajcimahe subanclhum pativédanam urvàrukcim iva
bàndhanàt prétó muncumi nàmùtah 11 I lesti sono riuniti in A. HlLLKBRKNDT,
Vedische Mytalogie, seguiti da un'interpretazione di Aryaman come Feier,
sicuramente errata. Noi sacrifichiamo ad Aryaman (il dio) delle buone alleanze,
il trovatore dei mariti. Come unazuccadalsuo legame io ti libero da qui (=
dalla tua casa di ragazza), non da laggiù (= dalla casa coniugale). Vicino a
questi testi ve ne sono altri che riguardano ancora siala ricerca della sposa
che diversi episodi precisi del rituale delle nozze, nei quali Aryaman
interviene sempre, ma associato ad altri dèi e di conseguenza con un ruolo non
immediatamente identificabile. Ciò che in questi casi incerti può orientare
l’interpretazione è evidentemente la descrizione e la definizione che su di lui
hanno dato i testi espliciti del dossier: egli cerca da ambedue le parti gli
elementi delle coppie coniugali e fa delle buone alleanze matrimoniali. Thieme
procede all’ inverso cominciando dalla seconda categoria di documenti. Consacra
cinque pagine per citarli in esteso e per tradurli inserendo tra parentesi, a
favore della loro indeterminazione, la sua concezione di Aryaman (die
Gastlichkeit, der Gott der Ga- stlichkeit, der Gott gastlicher Aufnahme) e in
seguito, in dieci righe che conclude allusivamente, pretende che ciò che dice
sui testi meno determinati permetta-infine! - di ridurre alla loro vera portata
questi testi la cui precisione lo imbarazza 13 Von hier aus wirdes nun erst
mòglich, die Verse A V. 6.60. 1, 14.1.17, Mp. 1.5.7, die H1LLEBRANDTan die
Spitze seiner Untersu- chungdes Verhàltnisses zwischen Aryaman und E he
gestellt hat, in ih- rer wahren Bedeutungen zu wùrdigen. Als einer der Genien
des Hau- shalts, der auch bei der Eheschliessung mitwirkt, wird Aryaman als
Gattenfìnder (A V.) und Ehevermittler (A V.) schlechthin in Zauberspriichen
genannt, die anscheinend durch die Erwàhnung eines so vornehmen Gottes, der im
R Vin der Gesellschaft des Mitra und Varuna aufzutreten pflegt, wirken wollten.
Al di fuori dello stesso procedimento che consiste nel mascherare ciò che è
chiaro con ciò che non lo è, tutto nell’ultima frase è tendenzioso: questi
Zauberspriichen, uno dei quali appartiene al rituale del matrimonio, non
meritano alcun disprezzo c sono sicuramente 12 F„ §§ 118-124; S.73-79. 13 F„ §
124. adatti a chiarire la funzione del dio che essi mobilitano. Pretendere che
Aryaman non vi figuri in qual ità, ma semplicemente perché è un gran nome della
mitologia, è una spiegazione che generalizzata permetterebbe all’esegeta di
sopprimere in ogni maniera le testimonianze imbarazzanti. Infine, la
definizione di Aryaman come einer derGenien des Haushalts, è stata utilizzata,
pefitio principii, usando la libertà fornita dai testi meno determinati.
Bisogna aggiungere che alcuni di questi testi resistono al senso che si vuole
loro dare. Quando Aryaman ad esempio è pregato, ancora in un inno di matrimonio,
di ungere (forse la novella sposa) fino alla vecchiaia (o affinché ella non
invecchi)' 4, Thieme, ricordando che in ogni paese del mezzogiorno 15 il bagno
di ospitalità comporta un’unzione d’olio, traduce intrepidamente: Mòge Aryaman
(als der Gotigastlicher Aufnahme) [Dich= die Braut ] inir der Ólsalbung
schmiicken; auf dass du nicht altseist ( = inJugendschònheitglànzest). Le
giustificazioni di questa traduzione sono leggere: suppone un aspetto non
attestato del rituale d’ospitalità e il dativo d’intenzione àjarasàya è volto
in un senso inattendibile; come si può mai dire alla giovane sposa: Che il dio
dell 'ospitalità ti unga con olio affinché tu non abbia l'aria invecchiata ?
Viceversa se si vede in Aryaman il protettore del rapporto che si forma, è
naturale che egli sia pregato di garantire alla sposa lunga vita o vigorosa
vecchiaia. E non è tutto. Thieme assimila costantemente l’ospitalità e il
matrimonio, l’accoglienza che riceve l’ospite e quella che riceve la fidanzata.
Ora, le due cose sono differenti: a dispetto del riferimento a Mrs. Stevenson
16, l’atto della donna che entra in casa di suo marito per rimanervi, può
identificarsi, nei riti, con l’atto del visitatore che dopo essere entrato
straniero se ne andrà, benché incaricato del dovere di contraccambiare, ma
sempre straniero? L’accoglienza fatta alla futura madre può forse essere più
ospitale, nello spirito e nei riti, delle ceri- 14 RV, X, 85, 43: a nati
prajath janayatu prujàpatir àjarasàya sùm anaktv aryamù. Geldner: Pràjapati
soli uns Kinder erzeugen, bis zurhohcn Alicr soli nns Aryaman verschinelzcn.
Nell'India vedica? F.,125, n. 1. monie che in seguito legalizzeranno il neonato
come membro della stessa famiglia? Se bisognasse avvicinare ad altre cose
questa procedura sui generis del matrimonio, non si dovrebbe pensare piuttosto
all’adozione che all’ospitalità? Le nostre parole accoglienza, Aufnahme, creano
un’ambiguità che senza dubbio un Indiano, non più di un Romano, non rischiava
di sentire vivamente. Io resisto particolarmente all’interpretazione
datadaThiemead AV-sempre riguardo il rituale nuziale : aryamnó agnini pàryetu
pùsan [var. ksiprdm] prdtiksante svasuro devaras cu. Sie umschreite das Feuer
des Aryaman (der Gastlichkeit), o Pùsan'*, es sehen entgegen Schwàher und Schwager.
Sono certamente meno ben informato di Thieme sui rituali vedici: quando un
ospite entrava in una casa gli si faceva fare anche questa circumambulazione
del focolare, che trova il suo esatto corrispondente, come molti altri tratti,
nel matrimonio romano (dove ha valore di rito d’incorporazione) e non
nell’ospitalità romana? Se è così m ’ inchino. Altrimenti, messa in luce dai
testi precisi sul ruolo di Arya- Piuttosto, secondo la variante schnell. In
S.,78, vi è una cantonata nella traduzione che dopo dieci anni non so ancora se
la devo attribuire a un’ inavvertenza del mio manoscritto o delle mie
correzioni delle bozze:,f vósuro devàsra.ica è reso con i suoceri e i cognati
invece de i7 suocero c i cognati il plurale della seconda parola avendo
determinato meccanicamente, da me o dal tipografo, il plurale della prima.
Questo testoche sotto la protezione di Aryaman f a intervenire dopo la giovane
sposa il padree i fratelli dello sposo, prova che nel matrimonio Aryaman si
interessa a ben di piti che l'unione tra due esseri: l’intera famiglia è
interessata da questo nuovo membro che le procura un’alleanza con un’altra
famiglia (cf. Aryaman qualificato suhandhù, alla strofa 17 dello stesso inno).
Alla pagina 119 di S. ho commesso una svista più umiliante ma senza conseguenze
per i miei propositi, considerando svasurah di RV, X, 28, 1 come padre della
moglie (possibile nel sanscrito classico ma non nel vedico) emettendo la strofa
in bocca al marito. E l’inverso. La moglie parla e si sorprende che il padre di
suo marito non sia venuto al festino preparalo, mentre vi.ivo... anyó arlh ogni
altro ari, tutto il resto dell'insieme ari (e non facendo sparire la parola
essenziale altro, jederunde- re, niimlichjeder ari, Thieme) è pervenuto. Il
commento che ho fatto di questo testo, per i rapporti di ari e di .ivù.iurah,
sussiste interamente a condizione che si rimpiazzi genero con nuora (e co.si
prendere moglie con prendere marito e ha scelto la jigliadel suocero con è
stato scelto dai figli del suocero). man nel matrimonio, l’espressione fuoco di
Aryaman per designare eccezionalmente qui il focolare intorno al quale si forma
il legame mi sembrerebbe fare semplicemente riferimento a questo ruolo. Sono
queste le principali ragioni per le quali non mi è possibile dedurre il ruolo
di Aryaman nel matrimonio a partire dalla definizione che esige l’ipotesi di
Thieme. L’Airyaman avestico è invocato ( Yasna) per sostenere gli uomini e le
donne di Zoroaslro e il Buon Pensiero; è detto dotato di forza offensiva,
distruttore di ogni resistenza, vincitore dei nemici (ibid., 2); la preghiera
che è invocata dopo di lui è onnipotente e guaritrice (Yast); Aryaman stesso è
l’eroe di una scena mitica in cui questa preoccupazione di guarigione è al
primo posto: quando Angra Mainyu creò, contro la creazione di Ahura Mazda, le
99.999 malattie, il gran dio dopo uno scacco subito da ManGra Spanta (la
Formula Efficace: l’agente della maggiore delle tre forme di medicina) si
avvicinò ad Aryaman che subito riuni gli clementi di quella che doveva divenire
in seguito una delle purificazioni rituali del mazdeismo 19 . Come derivare
questi uffici dall’idea di ospitalità? Thieme non tenta la scommessa ma lascia
intendere che tutto questo è un’innovazione, un uso fuori dal dominio di un dio
sentito come importante: Man hai also von Airyaman dhnlichen Gebrauch gemacht
wie der AV von A/yaman, dice lui facendo allusione alla fine del che ho citato
20 Temo che questa sia una maniera troppo rapida per eliminare un elemento
preciso del dossier. La stessa cosa avviene per altri aspetti di Aryaman e per
i suoi rapporti con le strade, ad esempio, strumento utile di comunicazione
sociale : ci si riferisca all’analisi del mio Troi- sième Souverain. Ciò che
precede è sufficiente per far capire che Aryaman è fondamentalmente più di un
dio dell’ospitalità. Infatti nell’ ospitalità senza dubbio, ma anche nella
conclusione dei matrimoni, l’Aryaman vedico patrocina i rapporti sociali
all’interno di un gruppo di uomini in cui bisogna che non solo l’ospitalità ma
anche il matrimonio siano possibili. S.Per il trattamento insufficiente di
altri aspetti di Aryaman in F., vedi S. L’Airyaman iranico protegge in una
maniera più ampia e fino alla sanità l’insieme d;uomini e donne della buona
società, definita dopo la riforma zoroastriana solamente in base alla religione
e non alla nazionalità. Bisogna dunque che il concetto di arya nel nome di
Aryaman sia altra cosa rispetto a quello detto da Thieme: minore in estensione,
poiché il matrimonio non è possibile con alcun ospite, ma più ricco in
comprensione, poiché oltre all’ospitalità comporta altre forme di legami e in
special modo l’attitudine a contrarre il matrimonio. Si è così costretti a
introdurre in questo arya-e quindi in ari, un valore di nazionalità. Se il
valore limitato e orientato di ari che io ho proposto [in S] (Icariano,
collettivamente o genericamente), rende conto di tutti i derivati e si adatta
senza difficoltà a tutti i passaggi ai quali si adattava il valore generale
(der Fremde, der Fremdling) di Thieme, rende inoltre conto di un testo che
resisteva a quest’ultimo. Il dossier di ari contiene in effetti almeno un testo
che direttamente impone una traduzione limitata e mi sorprende che Thieme non
l’abbia riconsiderato nella difesa che mi oppone. Questo è RV: uta svàsyd
ardtyd arir hi sa utdnydsyd ardtyd vrko hi sah La costruzione e il senso sono
limpidi: Proteggic] dalla nocività propria: poiché è l’ari. [Proteggici] dalla
nocività aliena: poiché è il lupo. Questi versi simmetrici presentano,
distribuiti in due rapporti equivalenti, quattro termini, tre dei quali sono
conosciuti e forniscono di conseguenza un’eccellente equazione per determinare
l’incognita, ari : vi è l’opposizione usuale tra svàeanyà, il primo designa ciò
che è proprio, imparentato o alleato, mentre il secondo ciò che è altro,
esteriore, straniero; vi è anche l’opposizione tra an e vrka, in cui vrka
designa l’uomo che merita di essere chiamato lupo poiché il suo comportamento è
selvatico. Così ariè. precisato negativamente come un tipo di nemico distinto
da questo nemico selvaggio ed esterno che è posto al di fuori del gruppo i cui
membri sono degli svà\ positivamente ari è definito come intemo a questo
gruppo. La traduzione e il commentario fatto da Thieme a questo passaggio
devono essere citati per intero : / Schutze] vor eigener, voranderer (i.e.
vorjeglicher) arati; sie (oder: das, was die arati ist) istjaderFremdling (der
den Frieden be- droht), sie istja der Wolf. Ich habe in der Ubersetzung vonab
au/Nachahmung der Spre- izstellung der Satzglieder verzichtet. Dies e kannja
sehr wohl nurstili- stischer Art sein. Ich willjedochdie Mòglichkeit nicht in
Abrede stel- len, dass wir zu sagen hdtten: vor eigener arati- sie ist ja ein
Fremdling (der ins Haus aufgenommen den Frieden bricht), vor an- derer
drdti-sie istja ein Wolf. La prima interpretazione, quella che l’autore
preferisce poiché sopprime le difficoltà, fa una violenza inammissibile
all’ordine e al rapporto delle parole: mantiene come tale una delle due
opposizioni equivalenti ma sopprime l’altra volgendola in solidarietà;
riducear/e vrka a un’unità (non essendo vrka che un rinforzo del cattivo ari)
di cui svà e anyà sarebbero lesuddivisioni. La filologia non hatali diritti. La
seconda interpretazione orienta l'opposizione tra svà e anyà in un senso che
non è il suo: svà non si applica a ciò che è presso me temporalmente e
accidentalmente senza essere a me, ma segna un legame permanente ed essenziale
con me. In più, questa traduzione suppone, dalla parte àeW'ari nemico, un
comportamento speciale, quello dell’ospite che una volta ricevuto in casa si
comporta male e minaccia la pace come dice Thieme. Certo, l’ospitalità ha i
suoi rischi ma questi rischi si realizzano raramente e in ogni modo nessun
testo del RV vi fa allusione: sarebbe molto strano che fossero qui l’oggetto di
una preghiera e che, in questa preghiera, fossero messi sullo stesso , già II, .
Se, come io penso, ari ha già il valore etnico (ario, ariano), si concepiscono
gli impieghi elogiativi, sottolineati da Renou, che vanno nella direzione
élite, capo, etc.] piano, in contrapposizione, i rischi costanti che fa correre
il vrka barbaro e brigante. Questo testo è dunque decisivo contro il senso
troppo esteso di ari e impone un senso ristretto. Nei suoi Etudes védiques et
pàninéennes. Renou mi sembra abbia ben riassunto l’insegnamento del testo nella
formula: .vrka il nemico straniero, ari il nemico interno. Questo delimita ari,
sia il buono che il cattivo: amico, ospite, sposabile, correligionario, rivale,
nemico, Vari porta alla considerazione di chi lo menziona, la nota svà, che
esclude la nota anyà n . Ili Mitra and Aryaman è in gran parte un pamphlet
contro di me: fornisco perfino il titolo di un capitolo. Mi limiterò qui ad
alcune osservazioni che faranno vedere a quale livello si situa il dibattito.
Prima di entrare nella materia, e per togliere ogni credito ai miei argomenti,
Thieme incomincia a dimostrare, secondo tre punti, che io commetto molteplici e
grossolani errori di grammatica utilizzando gli inni vedici. Lo credo
volentieri, ma vediamo che cosa mi rimprovera: Io tratto dei duali come dei
plurali. Si tratta di due testi in cui si incontra la sequenza, del resto
frequente, dei tre principali dèi sovrani, Varuria, Mitra e Aryaman e dove, a
causa di un verbo o un aggettivo che sono appunto al duale, Thieme vuole
fondere Mitra e Aryaman in un solo personaggio mitico che chiama Freund, Gasljreund
e che ora preferisce chiamare The contract (God Contract) which is hospitality
(God Hospitality ). È nel riconoscere questo mostro, di cui non vi sono altre
tracce nella letteratura vedica, che mi sono rifiutato (S.. Non ho cambiato
parere: è inverosi- Questa definizione di art come sva basterebbe (vi sono
altre ragioni) per fare scartare il paragone etimologico con diana (l'opposto
di svà) che è stato portato in appoggio alla tesi di Thieme da F. Spechi, Zur
Bedeutung des Ariernamens, KZ, 68, ,42-52. D’altra parte, il fatto che RV, VI,
15,3 invita Agni ad essere ùryi'ih pùrasyàntarasya lùrusah, il vincitore
dell'un lontano e vicino dimostra che lo svà di IX, 79, 3 non deve essere
compreso in un senso stretto né senza dubbio locale. Il concetto di nazionalità
suggerito dai derivati soddisfa la doppia condizione: Vari per un ariano è sia
svà che para. mile che in questi due soli passaggi la triade ceda il posto a
una coppia Varuna e Varyamàn Mitra o a Varuna e il mitra Aryaman. Uno di questi
testi è RV, V, : varuna mitrdryaman vdrsistham ksatrdm àsiithe, o Varuna, Mitra
e Ai'yaman, voi avete ottenuto la più alta sovranità. Perché si dice che il
verbo è al duale? Il poeta vuole sottolineare la stretta affinità di Mitra e
Aryaman (che è fondamentale come spesso ho detto) nei confronti di Varuna, di
modo che si debba tradurre o Varuna, o Mitra e Aryaman? Non lo so, ma la
soluzione meno accettabile è di fondere in un solo essere Mitra e Aryaman,
poiché la strofa 3 dello stesso inno enumera nuovamente i tre dèi al nominativo
e questa volta con due aggettivi e due verbi che sono correttamente al plurale.
Noto che K. Geldner comprende come me: ihr habt die hòchste Herrschaft
erreicht, Varuna, Mitra, A rya- man - i tre vocativi essendo esattamente
paralleli, come Thieme mi rimprovera di avere detto. L'altro testo è RV, Vili,
26, 11 : vaiyasvdsya srutam narotó me asya vedathah/sajósasd varuna mitrò
aryamd. La prima parte non è ambigua: Ascoltate, o voi due eroi (= gli Asvin)
[la parola] di Vai- yasva e conoscete questa [parola] mia. La seconda è meno
chiara, un aggettivo al duale (sajósusà, in accordo) precede i tre nomi divini.
Geldner risolve la difficoltà attaccando l’aggettivo non a ciò che segue, ma
come attributo a ciò che precede, ai due Asvin: Horet aufden Vyasvasohn,
ihrHerren, und seid meiner hier ein^edenk, ein- miitig, (und mit euch) Varuna
Mitra Aryaman. Non so se ha ragione o se si può trovare una giustificazione più
sottile, ma come lui penso che gli dèi dell’ultimo verso, qui come altrove,
siano ire. Tratto dei plurali come dei duali. Si tratta di RV, III, , aryamd no
dditir yajmydsah, Aryaman, Aditi [sono] degni (plurale e non duale!) dei nostri
sacrifici, dobbiamo sacrificare ad Aryaman, ad Aditi. Thieme consentirà forse a
credere che ho consultato la traduzione di Geldner: Aryaman, Aditi sind uns
anbetun^swert, con la nota corrispondente: Den Plur. yajnfyàsah, weil der
Dichter an die iibriffen Àditya ’sdenkt. Ma ciò che più m’interessava perii mio
argomento (S., p. 68) è che in questo lesto della terza funzione (la fine della
strofa domanda abbondanza di bestiame e di bambini), il gruppo degli dèi
sovrani distacca, in qualche modo come i suoi soli delegati espliciti, la loro
madre e Axyaman. Non prevedendo Thieme non ho preso la precauzione di ripetere
in termini di grammatica una precisazione che ogni vedista conosce. Il mio
commento si è limitato a dire: Sembrerebbe che ancora qui sia l’iniziativa di
Aryaman che orienta l'azione collettiva degli Àditya verso questa grazia
speciale. Non è abbastanza chiaro? Tratto un singolare come un duale. Si tratta
del lapsus segnalato più sopra che, in A V (S mi ha fatto scrivere e non mi ha
fatto correggere i suoceri invece del suocero, come traduzione di svdsurah.
Thieme finge di credere che io abbia pensato ai due suoceri. Mi reputa così
ignorante da poter credere che io abbia preso un nominativo in -ah, pur nella
sua forma in -o, per un nominativo duale? La stessa parola, sotto la stessa
forma non è forse correttamente tradotta la seconda volta che la si incontra
(S)? La spiegazione che mi parrebbe più plausibile è che, essendo poco
leggibile il mio manoscritto, il compositore abbia congetturato i suoceri
secondo i cognati che seguono immediatamente, o che meccanicamente abbia messo
allo stesso numero queste due parole così analoghe [pères e frères nel testo.
N.d.T.]. Può anche darsi che il lapsus risalga al mio manoscritto. Mi dispiace
molto ad ogni modo che nella sovrabbondanza di correzioni che ho dovuto fare
sulle bozze quello mi sia scappato e che l’errore mi sia saltato agli occhi
solamente qualche mese dopo la pubblicazione. È in maniera sleale che Thieme
orchestra questo scandalo in due pagine e anche il mio errore su svdsurah,
suocero dell’unica moglie e non del marito. Nondimeno Thieme dimentica di dire
l’essenziale, cioè che per il mio argomento la menzione del suocero e dei
cognati (della moglie) in A V, XIV, 1,39 e quella del suocero {della moglie)
opposti al resto dell’ari, 1 conservano tutto il loro valore dimostrativo,
com’è stato mostrato qui sopra a n. 18, poiché l’uno conferma che Aryaman, nel
matrimonio, non si interessa solamente ai giovani sposi, ma ai parenti per
l’alleanza che la loro unione stabilisce e l’altro indica (cosa ammessa da
Thieme; Z, !) che le alleanze matrimoniali si compiono all’interno dell’insieme
ari. Insomma, Thieme grida all’interpretazione errata! per mascherare il gioco
di prestigio altrimenti grave fatto da lui stesso all’insegnamento di tutti i
testi che stabiliscono il vero ruolo di Aryaman nel matrimonio'. Il libro è in
seguito infiorito di notae censoriae. Alcune mi sono sembrate giuste ed utili e
ne terrò conto, senza che nessuna cambi niente alle figure e ai rapporti degli
dèi. Molte sono, bisogna dirlo, un puro bluff poiché Thieme denuncia come
antigrammaticale, errata o sprovvista di senso, una traduzione possibile ma che
non ha il suo favore 2, caricaturando le mie esposizioni 3 e inventando delle
contraddizioni peravere un motivo di risentimento in più 4, etc. etc. L’obiettivo di questo triplo assalto grammaticale si scopre a pagina 17:
IJ'eel il my duty to warn especially Lutinists, who cannai be expecled lo judge
on thè meriti of Dumez.il' s indological araumenti, agama trusting
hispresentation oflhe Jacts oJ'Vedic religion loo confidently, andagainst
believing ihal only his "expla- naiions" need be discussed. Non ho
questa pretesa. Domando solo senza grandi speranze che latinisti o indologi, di
St. Andrews o di Yale, che vogliano discutermi lo facciano lealmente. 2 P.es.,.
10-12;/?V, I, 141,9; p. 41 : /?V, X. 136,3;p. 62: RV, X, 89,9; ctc. p. 67, in
RV , Thieme rende correttamente duvasyatil Ha sicuramente ragione, ad ogni
modo, a rimproverarmi la riga di S.,(Mitra offre dei sacrifici a Vanirla), in
cui ho esagerato la frase, in se stessa eccessiva, di Bergaigne(La religion
védique, III, p. 138: In un passaggio in cui né Mitra né Varuna sono del resto
esplicitamente identificati ad Agni, il primo è opposto al secondo come il
sacerdote al dio che onora): duvasyati significa sempl icementc rendere gli
onori dovuti; bisogna correggere in que.slo senso Les dieux des Indoeuropéens:
in RV, VII, 82, 5, Mitra non è come un sacerdote di Varuna. 3 P. cs. pe>. ,
ciò che ho detto dei rapporti tra il contratto e l'amicizia, Mitra- Varuna',
non è compreso. Non ho fatto la lezione a Meillet; ho semplicemente utilizzato
i progressi che, dal suo articolo, i sociologi hanno fatto compiere alla teoria
del contratto presso i popoli semi-civilizzati. Allo stesso modo, p. 82, la mia
concezione dei rapporti tra i diversi dèi sovrani si è deformata: che si
confronti il capitolo II di Dieux des Indoeuropéens. L’etimologia dei nomi
divini (Varuna, Marut, il secondo elemento di Aryaman, etc.), salvo quando è
evidente (Mitra, etc.), mi interessa sempre meno (vedi Déesses latineset mythes
védiques): qualunque sia quella di Varuna (e non credo molto a quella adottata
da Thieme) ciò che conta è, studialo direttamente, l’insieme del suo
comportamento e il suo rapporto con le altre figure divine: un dio non c
prigioniero del suo nome. 4 P. es., p. 74, n. 54, Thieme segnala una
contraddizione in S., tra la pagina 63 e 136, a proposito della sua traduzione
di salpati: si verificherà facilmente che essa non esiste. P. 76, n. 54, è con
Panini che sono messo così futilmente in contraddizione., sono accusato per due
parole di mislranslations, wich might have been avoided by looking up thè PW or
any other good dictionary; Thieme vorrà rifarsi a A.B. Keith, HOS, di cui ho
adottato la traduzione (e vi sono ragioni per preferire questa interpretazione
a quella di Thieme). P. 9; Thieme non tiene conto della differenza d’intenzione
tra Mitra-Varuna e Le Troisième Souverain. A dispetto del suo titolo indiano il
primo libro non tratta un soggetto indiano 1 ; si propone di dimostrare che
presso gli altri popoli indoeuropei, a Roma e fra i Germani in special modo,
esistevano delle coppie di dèi o di eroi della prima funzione la cui
articolazione è omologa a quella che A. Bergaigne ha scoperto per Mitra e
Varuna nel RV e che i Bràhmana illustrano con una campionatura abbondante. Non
avevo dunqueintenzione di stabilire gli insegnamenti degli inni stessi e dei
Bràhmana - che altri (dopo Bergaigne e Glintert) avevano sufficientemente
stabilito. In Le Troisième Souverain, al contrario, con Aryaman abbordavo un
problema specificatamente indo-iranico e poco trattato: ho dunque dovuto
riprendere tutti i testi, discuterli e organizzare il dossier. Non vi è da scrivere
sul mio libretto da scolaro, di questo scolaro che sono felice di essere e di
rimanere, né contraddizioni né progressi nel metodo: a dei soggetti, a dei
bisogni diversi, a dei gradi ineguali di maturità della materia hanno
corrisposto dei procedimenti differenti. Quanto alle tesi stesse di Thieme, le
esaminerò nella Revue de l'Histoire des Religions e mi sforzerò di rispondere
con un’argomentazione serena a questa scherma da gladiatore. Enumererò gli
apporti positivi poiché ve ne sono. E dimostrerò come sotto le apparenze del
rigore filologico Thieme misconosca costantemente le prospettive, ignori i dati
statistici più evidenti e distrugga i rapporti più probabili e sulla via così
sgombra si avanzi con una sovrana fantasia verso le pagine sorprendenti che
terminano il suo libro. In attesa, a coloro che sarebbero impressionati da
questo meccanismo, non posso che consigliare di rileggere, circa i grandi
Àditya, l’ammirevole esposizione di Abel Bergaigne, certamente vecchia su molti
punti, ma attenta sia al dettaglio dei testi che alle strutture del pensiero,
onesta e intelligente. I J.C. Tavadia si era inizialmente sbaglialo ma fece in
seguito I a più leale riparazione. L’editoria italiana ha accolto con favori e
fortune alterne l’opera di un autore tanto discusso, controverso e innovativo,
quale fu Dumézil, persona acuta, intelligente e ironica, spirito polemico e non
di rado pungente ma sempre pronto a rimettersi in discussione, mano a mano che
l’inchiesta scientifica progrediva, grazie anche ai suoi avversari oltre che ai
colleghi che accolsero positivamente il suo metodo. Il lettore nostrano troverà
di piacevole lettura la traduzione della intervista francese: Un banchetto dì
immortalità. Conversazioni con Didier Eribon, Guanda, Milano. Spetta alle Einaudi
l’esordio di Dumézil nel panorama editoriale del nostro dopoguerra, all’intemo
di quella “collana viola” che non senza travaglio di intelletti e di coscienze
(si legga il carteggio Pavese - Martino, La collana viola. Lettere Bollati
Boringhieri, Torino a c. di P. Angelini) ha contribuito a diffondere autori
importanti come Jung, Kerény,L. Frobenius, Leeuw, Eliade. Jupiter, Mars,
Quirinus, Torino, è una traduzione di parti dell’originale, più capitoli di
altri volumi come Naissance de Rome, Naissance d'Archanges, e Jupiter, Mars,
Quirinus. Il catalogo della Einaudi ritornerà solo tardivamente, nel decennio
degli ’80, a rioccuparsi di Dumézil, traducendo Mito ed Epopea. La terra
alleviata, 1982 (= Mythe et epopee f) e Gli dei sovrani degli Indoeuropei.
Spetta alla Adelphi (Milano) la maggiore percentuale di libri tradotti, a
cominciare dalla raccolta di storie e leggende del Caucaso: // libro degli
Eroi. Leggende sui Nani, 1969 (ristampato nei tascabili economici della
Bompiani, Milano 1976), fino a Gli dèi dei Germani; Matrimoni Indo-europei; Le
sortì del guerriero. Aspetti della funzione guerriera presso gli Indoeuropei,
1990 (una prima traduzione di questo libro, condotta sulla precedente edizione
di Hetir etmalheur duguerrier, 1969, si deve ai tipi della Rosemberg&
Sellier: Ventura e sventura del guerriero, Tonno). E infine bisogna ricordare
anche Il monaco nero in grigio dentro Varennes, che è però un divertissement
enigmistico-letterario sulle profezie di Nostradamus. Il catalogo della Rizzoli
(Milano) si è arricchito di due opere importanti e poderose, oggi purtroppo
introvabili, come La religione romana arcaica, eStorie degli Sciti; mentre II
Melangolo (Genova) ha tradotto due volumi quali Idee romane, e Feste romane.
Recentemente le edizioni Mediterranee (Roma) hanno tradotto La saga di
Hadingus. Dal mito al romanzo. Fra le poche opere italiane su questo autore
ricordiamo Rivière, Dumézil egli studi indoeuropei. Una introduzione. Il
Settimo Sigillo, Roma. Per una bibliografia completa delle opere di (e su)
Dumézil cf. la rivista Futuro presente diretta da Alessandro Campi (numero
monografico “Georges Dumézil e l’eredità indo-europea”): oltre a un dibattito
su Dumézil in base alle aree storico-geografiche consuete nella sua ricerca
(Roma, Indo-Iranici, Caucaso, Germani), vi è un interessante articolo di
Grisward sulle persistenze del modello trifunzionale nella società medioevale -
suddivisione in oratores, bellatores, laboralores - e la traduzione di un
articolo di Dumézil in risposta alle critiche di una versione francese di un
saggio di Ginzburg (“Mitologia germanica e Nazismo”, apparso su Quaderni
Storici, ristampato in Id., Miti, emblemi, spie, Einaudi, Torino) su un
argomento, le presunte simpatie per la cultura nazista, già affrontato da A.
Momigliano, Rivista storica italiana. Sulle implicazioni politiche e
razzistiche degli studi indoeuropei cf. A. Piras, “Georges-Dumézil e iproblemi
dell’Indoeuropeistica ”,/Quaderni di Ava/lon e “Indoeuropeistica e cultura
europea”, in L 'Europa di fronte all'Occidente, Il Cerchio, Rimini. Per uno
studio comparato delle istituzioni sociali, religiose, economiche,
amministrative, giuridiche, delle diverse culture parlanti idiomi indoeuropei,
cf. E. Benveniste, // vocabolario delle istituzioni indoeuropee, I-II, Einaudi,
Torino; si veda anche E. Campanile, “Antichità indoeuropee”, in A. Giacalone
Ramat& P. Ramat(a c. di), Le lingue indoeuropee, Il Mulino, Bologna, e J.
Ries (a c. di), L 'uomo indoeuropeo e il sacro, Jaca Book-Massimo, Milano. Un
argomento dibattuto da decenni come la nozione di “lingua poetica indoeuropea”
(che consente di rintracciare nelle diverse letterature - Edda, Beomtlf, poemi
omerici. Veda, Avesta - elementi di una fraseologia comune ed ereditaria) è
stato di recente affrontato in un libro eccellente di G. Costa, Le origini
della lingua poetica indeuropea, Leo Olschki, Firenze. Ries La riscoperta del
pensiero religioso indoeuropeo L’opera magistrale di Dumézil. Le tre funzioni
sociali e cosmiche. Le teologie tripartite. Le diverse funzioni nella teologia,
nella mitologia e nell 'epopea Storia degli Studi. Aryaman e Paul Thieme
Bibliografia italiana di Dumézil. Nome compiuto: Emanuele Castrucci. Castrucci.
Keywords: sul conferimento di valore, il guerriero indo-germanico – Pound,
conferire valore, implicanza pragmatica, l’implicanza di speranza, l’impieganza
di speranza, Apel, prammatica.; Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, “Grice e Castrucci,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Catalfamo:
FILOSOFO SICILIANO, NON ITALIANO -- all’isola -- l’implicatura conversazionale
e la metafisica della libertà – scuola di Catania -- filosofia italiana – filosofia
siciliana -- Luigi Speranza (Catania). Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Catania, Sicilia. Grice: “I love Catalfamo; his
‘metaphysics of freedom’ is better than anything that soi-dissant Dame Mary
Warnock wrote on ‘existentialism’! Catalfamo, like most Italian philosophers,
take, as Strawson and I do, the concept of a ‘person’ seriously – indeed, so
seriously that he, along with a few other Italian philosopher, turn it into an
–ism: his is a critical personalism, though, best defined as an expansion from
scepsis to hope. Della
corrente del "personalismo storico o critico". Si laurea in Pedagogia e in Scienze
Politiche. Prima assistente volontario di Galvano Della Volpe (che definisce
unico filosofo a livello di Croce), poi discepolo di Vincenzo La Via (che si
era formato alla scuola di Gentile, del quale era stato assistente), e suo
collaboratore dal 1946, diviene libero docente, incaricato di Pedagogia e
infine ordinario di Pedagogia. Fonda e diviene direttore dell'Istituto di
Pedagogia all'Messina. Il suo pensiero
si snoda in quattro fasi: dell'epistemologo, del personalista storico ed
antidogmatico, dello scettico, dell'uomo di fede. La formazione filosofica (fu
Assistente di ruolo di Filosofia e scrisse sulla rivista "Teoresi",
fondata dai suo maestro La Via) traspare nel suo pensiero pedagogico,
concepito, e nel tempo modificato, all'insegna dell'apertura e dell'innovazione
anche didattica. Nel suo personalismo, che ha come principi critici la
storicità, la trascendenza e la problematicità "egli rintraccia nuovi
aspetti... e incomincia a fare i conti con la storia e le sue
fenomenologie", " il personalismo... lentamente ma inesorabilmente si
qualificherà come «storico; la persona assume una significanza fenomenologica
di unità... in costruzione", "Catalfamo collega l'esserci e il farsi
della persona al flusso della realtà oggettiva, nel doppio senso:
nell'influenza e stimolazione di questa verso quella e della trasformazione
della realtà oggettiva ad opera della persona". "L'uomo come soggetto
agente impedisce che l'esperienza sia un limite, cerca di oltrepassarla vedendo
in essa quello che non è e quello che potenzialmente è. La persona, dunque, è
una realtà trascendente". L'aspetto problematico del suo pensiero, infine,
fa riferimento alla "posizione stessa della persona, la quale, costituita
nell'esperienza, è radicata nella problematicità di essa, perché "il mondo
per la persona è sempre un problema, così come un problema è il suo essere nel
mondo". C. è stato fondatore e
direttore della rivista "Presenza" assieme al prof. Gianvito Resta;
fondatore e direttore di "Prospettive pedagogiche". Prorettore
dell'Messina. Gli è stata conferita dal Presidente della Repubblica, la
Medaglia d'oro al merito della Scuola, della Cultura, dell'Arte. La Giunta del
Comune di Messina gli ha intitolato un tratto di strada nei pressi
dell'Università, all'Annunziata alta. Più recentemente, a Messina, si è tenuta
una solenne cerimonia, nel corso della quale è stata scoperta una targa
commemorativa, che riporta una sua rilevante riflessione, e gli è stato
intitolato un Istituto Comprensivo. Altre
opere: Kant, Lezioni di pedagogia, Ed. Messina Empirismo pedagogico e
filosofia, "Teoresi", anno IV, nn.1-2 Pedagogia e Filosofia,
"Biblioteca dell'educatore", AVE, Milano Marxismo e Pedagogia, Avio,
Roma Il fondamento della pedagogia. Disegno di una pedagogia personalistica, Sessa,
Messina Personalismo pedagogico, Armando, Roma La pedagogia contemporanea e il
personalismo, Armando, Roma L'educazione fondamentale, Armando, Roma I
fondamenti del personalismo pedagogico, Armando, Roma La pedagogia dell'idealismo
(corso universitario), Providente, Messina Elementi di psicopedagogia e
pedagogia sperimentale (corso universitario), Providente, Messina Storia della
pedagogia come scienza filosofica, Barbera, Firenze Criteriologia
dell'insegnamento: la didattica del personalismo, Bemporad Marzocco, Firenze
Personalismo senza dogmi, Armando, Roma Giuseppe Lombardo Radice, Ed. La
Scuola, Brescia La pedagogia marxista sovietica (in collaborazione con
Salvatore Agresta), Edizioni dell'Istituto, Messina La filosofia contemporanea
dell'educazione, Istituto di Pedagogia, Messina Compendio di psicopedagogia e
pedopsichiatria (in collaborazione co Vitetta), Parallelo, Reggio Calabria
L'individualizzazione dell'insegnamento (in collaborazione con Agresta),
Peloritana editrice, Messina Lo spiritualismo pedagogico, EDAS, Messina
Introduzione alla psicologia dell'età evolutiva (in collaborazione con L.
Smeriglio), A. Signorelli Editore, Roma Ideologia e pedagogia, EDAS, Messina La
pedagogia del personalismo storico, EDAS, Messina L'ideologia e l'educazione,
Peloritana, Messina Aspetti della socializzazione, Peloritana, Messina Le illusioni
della pedagogia, Milella, Lecce Fondamenti di una pedagogia della speranza,La
Scuola, Brescia L'educazione politica alla democrazia, Pellegrini Editore,
Cosenza Educazione della persona e socializzazione, EDAS, Messina Preliminari
ad una dottrina dell'apprendimento, Catalfamo e il personalismo critico. "Nuove
Ipotesi" D.U.E.M.I.L.A., Palermo. Il personalismo Catalfamo, Accademia Peloritana
dei Pericolanti. Di qui appunto si può anticipatamente scorgere, che le
difficoltà più profonde incluse nel concetto di liberta, si potranno
risolvere coll’ idealismo in sè preso, tanto poco quanto con qualunque
altro sistema parziale. L’ idealismo invero porge, della libertà,
da un lato il concetto più generale, dall’altro quello meramente formale.
Ma il concetto reale ’e vivente è, che essa consista in una facoltà
del bene e del male. Questo è il punto della difficoltà più
grave, che, in tutta la dottrina della libertà, è stata da lungo
tempo avvertita, e che tocca, non solo questo o quel sistema, bensì, più
o meno, tutti 1 : nel modo più spiccato di cerio il concetto
dell’immanenza; poiché, o si ammette un male reale, e allora è
inevitabile collocare il male nell’ infinita sostanza o nell’ originario
volere stesso, con che si distrugge interamente il concetto di un essere
perfettissimo; o bisogna negare in qualche maniera la realtà del
male, e con ciò svanisce insieme il concetto reale di libertà. Non minore
è l’intoppo, anche se intendiamo nel modo più esteso la relazione tra Dio
e gli esseri mondani; poiché, dato pure che essa venga limitata al
cosiddetto concursus, o a quella necessaria cooperazione di Dio all’
agire delle creature, che dev’ esser accettata grazie alla essenziale
dipendenza loro da Dio, anche se vuoisi del resto affermare la libertà:
in tal caso però Dio apparirà innegabilmente come cooperatore del male,
giacché il permetterlo in un essere in tutto e per tutto dipendente non
vai meglio che il contribuire a produrlo; o anche qui, in un modo o
nell’altro, dovrà esser negata la realtà del male. La proposizione che
tutto il positivo della creatura venga da Dio, anche in questo sistema
dev’essere affermata. Ora, se si ammette che nel male vi sia al- Schlegel
ha il merito di aver fatto valere questa difficoltà specialmente contro
il panteismo nel suo scritto sugl’ Indiani e in parecchi luoghi; ma è a deplorare
soltanto che quest’ acuto erudito non abbia creduto opportuno comunicare la sua
propria veduta sull’ origine del male c sul suo rapporto col
bene. cunchè di positivo, anche questo positivo deriverà da Dio. Qui
si potrà opporre: il positivo del male, in quanto positivo, è bene. Con
ciò il male non viene a sparire, benché non venga neppure spiegato
Infatti, se ciò che nel male sussiste' è bene, donde mai nasce ciò, in
cui questo sussistente è, la base, che forma propriamente il male? Tutta
diversa da quest’affermazione (sebbene spesso, anche di recente, confusa
con la prima) è 1’ altra, che nel male, in ogni caso, non vi sia nulla
di positivo, o, per usare un’espressione diversa, che esso non
esista affatto ( neppure con e in un altro elemento positivo), ma che
tutte le azioni siano più o meno positive, e che la differenza tra
loro consista in un semplice plus o minus di perfezione, con che
non si stabilisce alcuna opposizione, e però il male svanisce
interamente. Sarebbe questa la seconda possibile ipotesi in rapporto alla
proposizione, che tutto il positivo scaturisca da Dio. Allora la forza,
che si mostra nel male, sarebbe sì, al paragone, più imperfetta di quella
che appare nel bene, ma, considerata in sé, o fuori del paragone, sarebbe
una perfezione pur sempre, la quale dunque, come ogni altra, dev’ esser
derivata da Dio. Ciò che noi in tal caso chiamiamo un male, è solo
il minor grado di perfezione, il quale però solo per il nostro bisogno di
comparazione appare come difetto, mentre nella natura non è punto.
Che questa sia la vera opinione di Spinoza, non è possibile negare.
Qualcuno potrebbe tentare di sfuggire a quel dilemma, rispondendo: che
il positivo derivante da Dio sarebbe la libertà, la quale è in se
stessa indifferente verso il male e il bene. Ma, se egli concepisce
questa indifferenza, non in modo puramente negativo, bensì come
una Nel testo: « Seietide. vivente e positiva facoltà di determinarsi al
bene e al male, non si vede come da Dio, che vien considerato come
pura bontà, possa mai seguire una facoltà di eleggere il male. È evidente
da ciò, per dirla di passaggio, che, se la libertà è realmente quel che
in conformità di questo concetto deve essere (ed è immancabilmente), non
si può essa giustificare con la già tentata derivazione della
libertà da Dio; poiché, se la libertà è un potere di far il male, essa
dovrà avere una radice indipendente da Dio. Così incalzati, si può
esser tentati di gettarsi in braccio al dualismo. Ma questo sistema,
se dev’ esser concepito effettivamente come la dottrina di due principii
opposti e tra loro indipendenti, non è se non un sistema del suicidio e
dello sconforto della ragione. Se poi il principio cattivo è pensato come
dipendente in un certo senso dal buono, tutta la difficoltà della
derivazione del male dal bene è certo concentrata in un solo essere, ma
viene così ad essere accresciuta anziché diminuita. Anche supponendo che
questo secondo essere fu dapprincipio creato buono e per propria
colpa si staccò dall'essere originario, resta sempre inesplicabile in
tutti i sistemi, che si son avuti finora, la prima facoltà di un atto di
ribellione a Dio. Perciò, anche se noi finiamo col sopprimere, non
solamente l’identità, ma ogni legame degli esseri mondani con Dio, considerando
la loro esistenza attuale e quella del mondo con essa come un
allontanamento da Dio, la difficoltà è solo spostata di un punto, ma non
tolta. Infatti, per potere scaturire da Dio, essi dovevano già
esistere in un certo modo, e non si potrebbe menomamente opporre al
panteismo la dottrina dell’emanazione, presupponendo essa
un’originaria esistenza delle cose in Dio e quindi naturalmente il
panteismo. A spiegare quell’ allontanamento, si potrebbe solo addurre
quanto segue. O esso è involontario da parte delle cose, ma non da
parte di Dio: e allora, siccome esse da Dio furono gettate nello stato d’
infelicità e di malizia, Dio è 1’ autore di un tale stato. O è
involontario da ambe le parti, cagionato forse da esuberanza dell’
essere, come alcuni affermano: rappresentazione insostenibile affatto. O
è volontario da parte delle cose, uno svellersi da Dio, dunque la
conseguenza di una colpa, alla quale segue una sempre pivi profonda
caduta: e allora questa prima colpa è già per se stessa il male, e non dà
alcuna spiegazione dell’ origine di esso. Senza un tale espediente poi, che, se
spiega il male nel mondo, estingue viceversa, e interamente, il bene, e
invece del panteismo introduce un pandenionismo, svanisce precisamente
nel sistema dell’ emanazione ogni proprio contrasto di bene e male; il
Primo, si perde per infiniti gradi intermedii, mediante un graduale
attenuarsi, in ciò che non ha più alcuna parvenza di bene, suppergiù allo
stesso modo in cui Plotino, 1 con sottigliezza bensì, ma senza
lasciar appagati, descrive il transito del bene originario nella materia e nel
male. Invero, da un costante processo di subordinazione e di
allontanamento, vien fuori un Ultimo, di là dal quale il divenire è
impossibile, e questo appunto (ciò che è incapace di produrre
ulteriormente) è il male. Ovvero: se qualche cosa è dopo il Primo, dev’
esserci anche un Ultimo, che del Primo non ha più nulla in sè, e questo è
la materia e la necessità del male. Dopo tali considerazioni, non
sembra giusto rovesciare tutto il peso di questa difficoltà su di
un solo sistema, specialmente se ciò che di più alto si pretende di
opporgli, è così poco soddi1 Ennead. sfacente. Anche le generalità dell’
idealismo non ci possono dare qui alcun aiuto. Con dei concetti
lambiccati di Dio, come /’ actus purissimùs, del genere di quelli che
stabiliva la filosofia antica, o di quelli, che la moderna cava fuori pur
sempre, con la preoccupazione di tenere Dio a gran distanza dall’ intiera
natura, non si riesce a nulla di nulla. Dio è qualcosa di più reale che
un semplice ordinamento morale del cosmo, ed ha in sè ben altre e ben più
vive forze motrici di quelle che P arida sottigliezza degl’ idealisti
astratti gli attribuisce. L’orrore per ogni realtà, quasi che lo
spirituale possa contaminarsi in ogni contatto con essa, deve
naturalmente produrre anche la cecità per l’origine del male. L’idealismo,
se non ha per base un realismo vivente, diviene un sistema altrettanto
vuoto e lambiccato, quanto il leibniziano, lo spinoziano, o qualunque
altro sistema dogmatico. Tutta la nuova filosofia europea dal suo
principio (con Descartes) ha questo comune difetto, che la natura
non esiste per essa, e che le manca un vivo fondamento. Il realismo dello
Spinoza è pertanto così astratto, come l’idealismo del Leibniz.
L’idealismo è l’anima della filosofia; il realismo n’ è il corpo; solo
tutti e due insieme fanno un tutto vivente. Il secondo non può mai
offrire il principio, ma bisogna che sia la base ed il mezzo, in
cui quello si realizza, prendendo carne esangue. Se ad una filosofia
manca questo fondamento vivo, il che d’ ordinario è segno che anche il
principio idea'e aveva originariamente in essa una debole
efficacia: essa verrà a perdersi in quei sistemi, i cui distillati
concetti di aseità, modificazioni ecc. stanno nel più acuto contrasto con
la forza vitale e la pienezza della realtà. Dove poi il principio
ideale è fornito davvero e in alta misura di forza operativa, ma non può
trovare una base di conciliazione e di mediazione, produrrà un torbido
e selvaggio entusiasmo, che finirà nella macerazione di se stessi,
o, come accadeva ai sacerdoti della dea Frigia, nell’ evirazione, la
quale in filosofia si compie abbandonando la ragione e la scienza.
È parso necessario incominciare questo trattato con la
giustificazione di concetti essenziali, che da lungo tempo, ma in
particolare ultimamente, sono stati ingarbugliati. Le osservazioni fatte
sinora debbono perciò considerarsi come semplice introduzione alla nostra
indagine vera e propria. Noi l’abbiamo già dichiarato: solo con i
principii d: una vera filosofia della natura si può svolgere quella
veduta, che dà completa soddisfa zione al tema che ci proponiamo. Noi non
neghiamo perciò che una tale esatta veduta sia stata già da lungo tempo
anticipata da alcuni intelletti. Ma erano anch’ essi appunto quelli, che
senza temere gli epiteti ingiuriosi di materialismo, panteismo ecc., usuali da
un pezzo contro ogni filosofia realistica, cercavano il principio vivente
della natura, e, in contrapposto ai dogmatici ed agl’idealisti astratti, che li
respingevano come mistici, erano filosofi naturali (nell’ uno e nell’altro
senso). La filosofia naturale dei nostri tempi ha per la prima volta
introdotta nella scienza la distinzione tra l’essere, in quanto esiste, e
l’essere, in quanto è semplice fondamento di esistenza. Tale distinzione
è vecchia quanto la prima esposizione scientifica di essa. 1 Nonostante che
proprio in questo punto essa diverga nel modo più reciso dalla via
di Spinoza, pure in Oermania si è poiuto fin adesso affermare che i suoi
principii metafisici siano tutt’uno con quelli di Spinoza; e sebbene quella
distinzione appunto porti nello stesso tempo la più recisa Si veda nella
Zeitschrift tur spekul. Physik Bd. II, Heft 2, nota, inoltre nota 1 e la spiegaz. [S.). distinzione della natura da Dio,
ciò non ha impedito che la si accusasse di confondere Dio con la natura.
Poiché sulla medesima distinzione si fonda la presente ricerca, sia detto
quanto segue a fine d’ illustrarla. Non esistendo nulla prima o
fuori di Dio, conviene che egli abbia in se stesso il fondamento della
sua esistenza. Cosi dicono tutti i filosofi; ma essi parlano di questo
fondamento come di un puro concetto, senza farne alcunché di reale e
di effettivo. Questo fondamento della sua esistenza, che Dio ha in
sé, non è Dio assolutamente considerato, cioè in quanto esiste; poiché esso
non è se non il fondamento della sua esistenza, esso è la natura in
Dio; un essere inseparabile, è vero, ma pur distinto da lui. Questo
rapporto si può chiarire analogicamente con quello tra la forza di
gravità e la luce nella natura. La forza di gravità precede la luce, come
suo eternamente oscuro fondamento, il quale per se stesso non è actu
e si dilegua nella notte, mentre la luce (l’esistente) sorge. 11
suggello, sotto cui essa è chiusa, non è sciolto interamente neppur
dalla luce. Appunto perciò essa non è nè l’ essenza pura nè
l’essere attuale dell’ assoluta identità, ma non fa se non seguire dalla
sua natura; o essa è, considerata in altri termini nella potenza
determinata: poiché del resto, anche ciò, che relativamente alla forza di
gravità appare come esistente, in se stesso poi appartiene al fondamento,
e la natura in genere è pertanto ciò che rimane di là dall’essere
assoluto dall’identità assoluta. 3 Per quanto del resto concerne quella
precedenza, essa non è a concepirsi nè come precedenza di tempo, nè
come priorità di essenza. Nel circolo, da cui ogni cosa deriva, non v’ è
alcuna contradizione ad ammettere che ciò, da cui 1’ Uno è
prodotto, sia alla sua volta prodotto da esso. Non v'è qui un primo
ed un ultimo, perchè tutto si presuppone a vicenda, nessuna cosa è 1’
altra e tuttavia non è senza l’altra. Dio ha in sè un intimo
fondamento della sua esistenza, che in questo senso precede lui
come esistente; ma Dio a sua volta è del pari il Prius del fondamento, giacché
questo, anche come tale, non potrebbe essere, se Dio non esistesse
actu. Alla medesima distinzione porta la riflessione
scaturiente dalle cose. Primieramente è da lasciare affatto in disparte
il concetto dell’ immanenza, in quanto esprima per avventura una morta
comprensione delle cose in Dio. Noi riconosciamo piuttosto, che il concetto del
divenire sia l’unico appropriato alla natura delle cose. Ma queste non
possono divenire in Dio, assolutamente considerato, mentre sono tato genere, o
per parlare più giusto, infinitamente diverse da lui. Per essere
staccate da Dio, occorre che divengano in una base differente da lui. Ma
nulla potendo essere fuori di Dio, la contradizione si scioglie solo
ammettendo, che le cose abbiano la loro base in ciò che in Dio non è Egli
stesso, ovvero in ciò che è base della sua esistenza. Se vogliamo
accostare maggiormente quest’essere all’intelletto umano, possiamo dire che
egli sia il desiderio che sente l’Eterno Uno, di generare È questo
l’unico vero dualismo, cioè quello che nello stesso tempo concede
un’unità. Più su era in questione il dualismo modificato, secondo cui il
principio malvagio è, non coordinato, ma subordinato al buono. C’e appena
datemere che qualcuno confonda il rapporto stabilito qui con quel
dualismo, in cui il subordinato è sempre un principio essenzialmente cattivo, e
appunto perciò rimane totalmente incomprensibile nella sua origine da
Dio. se stesso. Non è l’Uno stesso, ma pure è coeterno con lui.
Vuol generare Dio, cioè l’impenetrabile unità, ma in questo senso non è
in se stess’o an cora V unità. È dunque, considerato per sè, anche
volere; ma volere in cui non c’è intelligenza, e però anche, non autonomo
e perfetto volere, perchè l’intelletto propriamente è il volere nel volere.
Tuttavia esso è un volere che si dirige all’ intelletto, cioè
desiderio e brama di esso; non un conscio, ma un presago volere, il cui
presagio è l’intelletto. Noi parliamo dell’essenza del desiderio in sè
e per sè considerata, che dev’essere ben tenuta d’occhio quantunque
sia stata da gran tempo soppiantata dal principio superiore, che si è
elevato da essa, e quantunque non possiamo afferrarla
sensibilmente, ma solo con lo spirito e col pensiero. Secondo l’eterno atto
dell' auto- rivelazione, tutto invero nel mondo, come lo scorgiamo
adesso, è regola, ordine e forma; ma nel fondo c’è pur sempre
l’irregolare, come se una volta dovesse ricomparire alla luce, e non
sembra mai che l’ ordine e la forma siano l’originario, ma che qualcosa di
originariamente irregolare sia stata sollevata ad ordine. Questo è nelle cose
l’inafferrabile base della realtà, il residuo non mai appariscente,
ciò, che, per quanti sforzi si facciano, non si può risolvere in elemento
intellettuale, ma resta nel fondo eternamente. Da questo Irrazionale è,-
nel senso proprio, nato l’ intelletto. Senza il precedere di questa
oscurità, non v’è alcuna realtà della creatura; la tenebra è il suo
retaggio necessario. Dio solo egli medesimo l’Esistente — abita
nella pura luce, poiché egli solo è da se stesso. La presunzione dell’
uomo si ribella assolutamente a quest’origine, e anzi va in cerca di
principi! morali. Tuttavia non sapremmo che cos'altro potesse
maggiormente spinger l’ uomo a tendere con tutte le sue forze verso la
luce, che la coscienza della profonda notte, da cui egli è stato tratto
all’esistenza. I lamenti feminei, che in tal modo si ponga F
inintelligente come radice dell’intelletto, la notte come principio della
luce, si fondano in parte su di un’equivoca interpretazione della
cosa (in quanto non si capisce, come con questa veduta la priorità
dell’intelletto e dell’essenza secondo il concetto possa tuttavia sussistere);
ma essi esprimono il vero sistema degli odierni filosofi, che
volentieri produrrebbero fumum ex fulgore, al che non basta la
potentissima precipitazione fichtiana. Ogni nascita è nascita dall’oscurità
alla luce; il seme dev’essere profondato nella terra e morire nelle
tenebre, affinchè la bella e luminosa forma vegetale si aderga e si
spieghi ai raggi del sole. L’uomo vien formato nel corpo della
madre; e dal buio dell’irrazionale (dal sentimento, dalla brama, 1
splendida madre della conoscenza) germogliano i luminosi pensieri. Noi pertanto
dobbiamo rappresentarci la brama originaria, come dirigentesi verso
l’intelletto, che essa non ancora conosce, così come noi nell’aspirazione
aneliamo ad un bene ignoto e senza nome, e agitantesi presaga, come un
mare che ondeggia e ribolle, simile alla materia di Platone, secondo una
legge oscura ed incerta, senza la capacità di formare qualcosa che
duri. Ma, rispondendo alla brama, che, quale fondamento ancora oscuro, è
il primo segno di vita dell’essere divino, si genera in Dio stesso
un’ intima riflessiva rappresentazione, mercè la quale, poiché non può
avere altro oggetto che Dio, Dio contempla in una immagine se
stesso. Tale rappresentazione è la prima forma in cui si realizza
Dio, assolutamente considerato, benché solo in lui stesso ; è in Dio
inizialmente, ed è Dio Nel testo: Sehnsucht ». stesso generato in
Dio. Tale rappresentazione è ad un tempo l’ intelletto il verbo di quell’aspirazione, e l’eterno
spirito, che sente in ih il verbo e insieme l’infinita aspirazione, mosso
dall’amore, che è egli medesimo, esprime il verbo, che oramai,
accoppiandosi l’intelletto all’aspirazione, diviene volontà liberamente
creativa e onnipotente, e nella natura, dapprincipio sregolata, produce come in
un suo elemento o strumento. Il primo effetto dell’ intelligenza in essa è la
separazione delle forze, potendo egli solo così dispiegare l’unità che vi è
contenuta inconsciamente, quasi in un seme, eppur necessariamente, a
quel modo stesso che nell’ uomo la luce s’ insinua nell’oscuro desiderio
di cercare qualcosa, per il fatto, che nel caotico tumulto dei pensieri,
che tutti s’intrecciano, ma ognuno impedisce all’altro di sorgere, i
pensieri si scindono e sorge l’unità, che è nascosta nel fondo e che
tutti li comprende sotto di sè; o come nella pianta, solo nel rapporto
del dispiegarsi e propagarsi delle forze, si scioglie l’oscuro vincolo della
gravità e viene a svilupparsi l’unità nascosta nella materia distinta.
Poiché invero quest’essere (della natura primordiale) non è altro che
l’eterno fondamento dell’esistenza di Dio, perciò deve contenere in se
stesso, benché chiara, l’essenza di Dio, quasi un lume di vita
risplendente nell’oscurità. II desiderio poi, eccitato dall’
intelligenza, tende ormai a conservare quel lume di vita che ha accolto
in sè, e a rinchiudersi in se stesso, per rimanere pur sempre come fondamento.
Quando perciò l’intelletto, o il lume posto nella natura primordiale,
spinge alla separazione delle forze (all’abbandono dell’oscurità) il
desiderio che si ritira in se stesso, facendo sor- Nel senso in cui si
dice: la parola dell’enigma.] gere, appunto in questa separazione, l’unità
inclusa nel distinto, il nascosto lume di vita, nasce in tal modo per la
prima volta alcunché di comprensibile o di singolo, e in verità, non per
via di rappresentazione esterna, bensì di vera immaginazione, ' poiché
quel che sorge nella natura è figurato di dentro; o, più esattamente
ancora, per via di un risveglio, in quanto che l’intelletto fa
sorgere l’unità o l’idea occultata nel fondamentale distinto . Le forze
separate (ma non completamente staccate) in tale distinzione son la materia,
onde poi è configurato il corpo; invece il legame vivente che nasce nella
distinzione, e però dall’imo fondo naturale, come centro delle forze, è
l’anima. Siccome l’intelletto originario trae l’anima, come elemento
interiore, da un fondo indipenden e da esso, rimane perciò anch’essa
indipendente, come un’essenza speciale e sussistente di per sé.
È facile vedere, che nella resistenza del desiderio, necessaria alla
perfetta nascita, il legame strettissimo delle forze si scioglie in uno
svolgimento che avviene per gradi e, ad ogni grado della separazione
delle forze, sorge dalla natura un nuovo essere, la cui anima sarà tanto
più perfetta, quanto più contiene distinto ciò, che negli altri è ancora
indistinto. Mostrare come ogni successivo processo venga ad avvicinarsi
sempre più all’essenza della natura, finché nella massima
separazione delle forze si schiude il più intimo centro, è ufficio di una
perfetta filosofia della natura. Per lo scopo presente è essenziale
quanto segue. Ognuno degli esseri, sorti nella natura Nel testo;
Ein-Bildilng, onde un gioco di parole intraducibile nella nostra lingua. Alla
lettera; nel fondamento distinto; in dcm geschiedenen Grande. secondo la
maniera indicata, ha in sè un doppio principio, che è uno e identico in
fondo, ma sipuò considerare sotto due aspetti. Il primo principio è quello, per
cui essi son distinti da Dio, o per cui sono nel solo fondamento; ma,
siccome tra ciò, che è esemplato nel fondamento, e ciò, che è
esemplato nell’intelletto, ha pur luogo una originaria unità, e il
processo della creazione tende solo a trasmutare internamente o a
rischiarare nella luce il principio originariamente oscuro (perchè
l’intelletto, o la luce introdotta nella natura, cerca in fondo propriamente la
luce affine, rivolta a loro): così il principio tenebroso per sua
natura è appunto quello, che è insieme rischiarato nella luce, ed entrambi,
sebbene in determinato grado, son uno in ogni essere naturale. Il
principio, in quanto nasce dal fondo ed è oscuro, è il volere individuale
della creatura, il quale però, in quanto non è ancora assurto (non
comprende) a perfetta unità con la luce (come principio dell’intelletto),
è mera passione o brama, ossia volere cieco. A questo volere individuale della
creatura si contrappone l’intelletto come volere universale, che si serve del
primo, subordinandolo a sè come semplice strumento. Se infine, procedendo
la trasformazione e separazione di tutte le forze, è messo in piena luce
il punto più interno e profondo della primordiale oscurità in un essere,
allora il volere di quest’essere è bensì, in quanto esso è un individuo,
egualmente un volere particolare, ma in sè, o come centro di tutti gli
altri voleri particolari, è uno col volere originario o coll’intelletto,
cosicché di entrambi si fa ora un unico insieme. Quest’elevazione del
più profondo centro alla luce non accade in nessuna delle creature a noi
visibili fuorché nell’uomo. Nell’uomo è tutta la potenza del principio
tenebroso e ad un tempo tutta la potenza della luce. In lui è il più
profondo abisso e il più alto cielo, o entrambi i centri. Il volere
dell’uomo è il germe occultato nell’ eterna brama di un Dio
esistente ancora nel fondamento; il divino lume di vita chiuso nel profondo
e che Dio vide, quando concepì il volere di crear la natura. In lui
soltanto nell’ uomo Dio ama il mondo; e la brama accolse nel suo
centro appunto quest’immagine di Dio, quando entrò in conflitto con la
luce. L’uomo per ciò, che egli scaturisce dall’ imo fondo è una
creatura, ha in sè un principio indipendente per rapporto a Dio; ma per ciò,
che siffatto principio senza cessare tuttavia di essere tenebroso nel suo
fondo è chiarificato nella luce, si schiude insieme in lui qualcosa di
più alto, lo spirito. Infatti l’eterno spirito esprime l’unità o il
verbo nella natura. 11 verbo espresso (reale) poi è solo nell’unità di
luce e tenebre, vocale e consonante. Ora in tutte le cose vi sono bensì i
due principii, ma senza piena consonanza, a causa della manchevolezza di ciò
che è elevato dal fondo. Solo nell’uomo dunque è pienamente espresso il
verbo, che in tutte le altre cose è ancora arrestato e incompiuto. Ma nel
verbo espresso viene a rivelarsi lo spirito, cioè Dio, esistente come
actu. Essendo poi l’ anima identità vivente dei due principii, essa è
spirito; e lo spirito è in Dio. Ora, se nello spirito dell’ uomo l’identità
dei due principii fosse altrettanto indissolubile che in Dio, non vi sarebbe
alcuna differenza, cioè Dio, come spirito, non si rivelerebbe. Quella
medesima unità, che in Dio è inseparabile, deve essere adunque separabile
nell’ uomo, ed ecco la possibilità del bene e del male. libertà
Capacità del soggetto di agire (o di non agire) senza costrizioni o impedimenti
esterni, e di autodeterminarsi scegliendo autonomamente i fini e i mezzi atti a
conseguirli. La l. può essere definita in riferimento a tre elementi: il soggetto
o i soggetti di l. chi è libero, i campi entro cui essi sono liberi (definiti
dai vincoli), gli scopi o i beni socialmente riconosciuti che si è liberi di
perseguire (che cosa si è liberi di fare). Come vi sono vari tipi di agenti che
possono essere liberi -- persone, associazioni, Stati -- , così vi sono molti
tipi di condizioni che li vincolano e innumerevoli generi di cose che essi sono
liberi o non liberi di fare. In questo senso esistono molte l. diverse (morale,
giuridica, politica, religiosa, economica, ecc.). Di conseguenza, quando cerchiamo
di definire stati di l., abbiamo a che fare con questioni relative
all’identificazione di chi, sotto quale descrizione pertinente per il
riconoscimento collettivo, è libero di fare che cosa, rispetto a quali vincoli,
entro quale campo di azione e significato sociale. La riflessione sul tema
della l. accompagna tutta lo storia del pensiero filosofico, dall’antichità
all’epoca contemporanea, con accenti e approcci diversi. Il tema
della libertà nella filosofia antica. Nel pensiero di Socrate hanno un grande
rilievo i due motivi, strettamente connessi tra loro, della involontarietà del
male e dell’attraenza del bene. Socrate è convinto che nessuno fa il male
volontariamente, cioè per il gusto di fare il male, e che ognuno agisce sempre
in vista di quello che egli crede sia il bene e il meglio per lui. Se per
questo verso Socrate resta all’interno del cosiddetto soggettivismo dei
sofisti, nel senso che anche per lui non è mai possibile uscire dall’ambito
delle valutazioni, dei gusti e delle preferenze individuali, tuttavia questi
vengono continuamente giudicati, criticati e discussi attraverso il διαλέγεσϑαι
-- il disputare – cf. H. P. Grice DIAGOGE EPAGOGE -- e ciò permette di
ritrovare criteri comuni e validi universalmente. Fare il male, per Socrate,
vuol dire seguire un bene apparente invece del bene reale; infatti, se uno
conoscesse il bene, lo farebbe anche, perché il bene è tale che, una volta
conosciuto, attrae irresistibilmente la volontà dell’uomo e si presenta
senz’altro come ciò che è preferibile. Di qui l’equazione socratica di scienza
e virtù, strettamente connessa all’eudemonismo che caratterizza tutta l’etica
socratica. Di qui, implicitamente, una concezione della l. come meta
raggiungibile attraverso la scienza. Questa concezione ritorna anche in
Platone, sia pure all’interno di una prospettiva escatologica: si pensi al mito
di Er (Repubblica), il guerriero che ha passato dodici giorni nell’Ade e che
può ricordare ciò che ha visto. L’anima, che è immortale, deve reincarnarsi
ciclicamente per espiare i peccati che ha commesso, e poiché essa ricorda le
sue vite precedenti, può scegliere fra vari «modelli di vita». Ciascuna anima è
responsabile della propria scelta, «la divinità non vi ha minimamente parte», e
ognuna avrà, per guidarla nella sua vita, il demone che si sarà scelto. Una
volta avvenuta la decisione, non ci sarà più possibilità di sottrarvisi. Ma
solo chi ha ascoltato la filosofia sa riflettere con discernimento: se la
scelta, dunque, è libera, di questa l. è possibile fruire nel migliore dei modi
solo attraverso la filosofia. Anche in Aristotele troviamo il consueto rapporto
greco tra l. e conoscenza. Secondo l’analisi svolta nell’Etica nicomachea (III,
1), involontarie sono quelle operazioni «che avvengono per costrizione» o «per
ignoranza»; la costrizione ha luogo ogni volta che «il principio dell’azione
sia esteriore, di modo che l’agente, o paziente, non vi contribuisca per nulla.
Quanto alle azioni commesse per ignoranza, l’involontarietà deriva dal fatto
che «ogni malvagio ignora ciò che si deve fare e ciò da cui ci si deve
astenere». Pare dunque, conclude Aristotele, che «sia volontario ciò il cui
principio si trova nell’agente che conosce tutte le circostanze particolari
dell’azione». In questo modo Aristotele congiunge strettamente la l. del volere
alla scelta volontaria. Un’ampia analisi dei problemi connessi con la libertà
ci dà Plotino nelle Enneadi. Egli si chiede «se sia qualche cosa rimessa alla
nostra libertà», e poiché moltissime sono le passioni che ci trascinano, «noi
ci domandiamo perplessi», dice Plotino, «se non siamo, per avventura, altro che
nulla, e nulla sia rimesso alla nostra libertà». Plotino riconduce la l. del volere
non a un impulso sensibile, bensì «al retto ragionamento e alla giusta
tendenza»; è necessar io, insomma, che «la ragione e la conoscenza si
rivolgano proprio contro l’impulso e lo vincano». Perciò esse devono rifarsi a
un principio non-sensibile, a una non-sensibile tendenza al bene. Coloro che
sono guidati da impulsi sensibili, non potremo considerarli, sostiene quindi
Plotino, «compresi sotto un principio di l., perché anche agli incapaci, che
agiscono per lo più in quel modo, non riconosceremo mai l. del volere: a chi,
invece, per la virtù operosa del suo intelletto, è immune dalla passionalità
del corpo, attribuiremo veramente la libera indipendenza». Cristianesimo e
Riforma. Sul concetto di l. influisce in modo profondo l’avvento del cristianesimo.
Hegel osservava a questo proposito (Enciclopedia delle scienze filosofiche in
compendio) che intere parti del mondo, l’Africa e l’Oriente, non avevano mai
avuto questa nuova idea della l.; i Greci e i Romani, Platone e Aristotele, e
anche gli stoici sapevano solo che l’uomo è realmente libero in virtù della
nascita (come cittadino spartano, ateniese, ecc.) o in virtù della forza del
carattere e della cultura, in virtù della filosofia (lo schiavo, anche come
schiavo e in catene, è libero). Ma una nuova idea di l. si afferma per opera
del cristianesimo; per il quale l’individuo come tale ha valore infinito, ed
essendo oggetto e scopo dell’amore di Dio, è destinato ad avere relazione
assoluta con Dio come spirito, e a far sì che questo spirito dimori in lui: cioè
l’uomo in sé è destinato alla somma libertà. Se il concetto di l. del volere
diventa centrale per il cristianesimo, perché senza la l. dell’uomo non sarebbe
concepibile il peccato, e dunque non avrebbe senso alcuno la redenzione,
tuttavia il concetto di l. deve congiungersi strettamente a quello di grazia
divina, a un qualcosa cioè di esterno e indipendente. Agostino sente la
necessità di affermare la responsabilità umana e insieme un prestabilito
disegno divino. A Pelagio, che asseriva che il volere umano, dopo il peccato,
può anche volgersi al bene, Agostino risponde che certamente «può»; ma la
maniera in cui riesce concretamente a volere quel bene che «può» volere è che
le reali forze di volerlo gli siano date da quello stesso vivente Bene a cui volse
le spalle. E a Giuliano d’Eclano Agostino risponde che la predeterminazione
divina non annulla ma include il libero arbitrio umano e le sue scelte, e che,
se Dio concede il suo aiuto a chi vuole, ciò non toglie che con un volere
libero, sebbene ridestato dall’aiuto divino, l’uomo riesca a volere il bene,
sicché un reale merito, per quanto reso possibile solo dalla grazia, è premiato
con la salvezza. Tommaso, a sua volta, sostiene che il poter fare il male
proviene sì dalla l., ma da un suo difetto, non da una sua perfezione: «che il
libero arbitrio possa scegliere oggetti diversi rispettando l’ordine delle
finalità, appartiene alla perfezione della l.: ma che scelga alcunché
travolgendo tale ordine – ciò che è peccare – questo appartiene a un difetto di
libertà» (Summa theologiae). Dopo il Medioevo, nel quale la soluzione
agostiniana è accolta da taluni con più intensa accentuazione dell’onnipotenza
della grazia nel volere umano, da altri con maggiore preoccupazione di mostrare
che il libero arbitrio non è tolto neppure dall’onnipotenza della grazia, il
Cinquecento è il secolo nel quale la questione è ridiscussa interamente. Da
un’interpretazione di Agostino sorgono le dottrine di Calvino e di Lutero,
entrambe negatrici di ogni libero arbitrio umano, entrambe affermatrici di una
l. nel bene che coincide con la più rigorosa necessitazione del volere umano da
parte della grazia. Per i rifor- matori la l. cristiana è una realtà
‘spirituale’: essi avversano con decisione la sua interpretazione distorta in
termini politici. Se Lutero, tornando a un’interpretazione di Paolo, si impegna
a fondo nella critica della l. cristiana come libertas ecclesiae, che
nient’altro diviene se non l’insieme dei privilegi, delle immunità e delle
rivendicazioni dell’istituzione ecclesiastica, Calvino sottrae al regimen
politicum o all’ordinamento civile il concetto della l. cristiana, che viene
invece ascritto all’ambito autonomo della teologia. La tesi della l. della
coscienza vincolata soltanto alla parola di Dio, in quanto tale non sottoposta
ad alcuna autorità ecclesiastica o secolare, e l’aperta protesta contro una
simile coartazione della coscienza, il rigetto delle pretese mondane di potere
della Chiesa e della sua sovraordinazione all’ambito statuale-secolare
prepareranno la strada alla concezione moderna della l. e al dibattito sul suo
significato politico-giuridico. Il dibattito su libertà e necessità. Nel
Seicento, Spinoza ripristina il concetto stoico dell’universale necessità e il
concetto parimenti stoico di una l. che non presuppone, anzi nega il libero
arbitrio, ed è fatta consistere nel riconoscimento e nell’accettazione della
necessità universale stessa. Nel secolo seguente abbiamo la concezione di Kant,
con la sua distinzione tra leggi della necessità, che regolano i fenomeni
dell’Universo naturale, e le leggi morali o leggi della libertà. Per «l.
morale» si deve intendere, secondo Kant, la facoltà di adeguarsi alle leggi che
la nostra ragione dà a noi stessi. Noi possiamo dunque scegliere tra il seguire
la causalità empirica, che rende il nostro volere eteronomo, e l’obbedire alla
legge morale che, esprimendo l’essenza più profonda del nostro Io, rende il
nostro volere autonomo e, così, libero. E come l’essenza profonda del nostro
essere è la l., così all’origine dell’intero Universo che alla scienza si
presenta determinato, è il libero volere di un Essere intelligente, che ordina
teleologicamente ciò che alla conoscenza scientifica appare invece
meccanicamente causato. La l. come autonomia morale dell’uomo e sua intima
dignità è il grande concetto che Fichte svolge, riprendendolo da Kant. Al
concetto, elaborato da alcuni scolastici, di «l. o arbitrio d’indifferenza»
(facoltà di volere, immotivatamente o indifferentemente, l’una o l’altra di due
cose contrarie o anche nessuna delle due), che, non sapendo o non potendo
risolvere la propria indifferenza, resta in fondo un’inerte possibilità
d’azione, Hegel oppone un concetto più concreto della l., quello della l. come
autodeterminazione e intima spirituale necessità. Al determinismo positivistico
reagiscono tutte le filosofie del «ritorno a Kant», intese a salvare la l.
della condotta morale. E, nel quadro del ritorno all’idealismo classico dei
primi decenni dell’Ottocento, i movimenti neohegeliani insistono sulla hegeliana
coincidenza di l. e necessità, rinnovando la polemica contro il mero arbitrio o
l. d’indifferenza. Il rifiuto della concezione hegeliana della l. come processo
speculativo della ragione universale distingue invece il pensiero di Marx, che
identifica la l. con un processo di liberazione economica, politica e sociale
volto ad affrancare l’uomo dal bisogno e dalla lotta di classe e a creare le
condizioni per una concreta autorealizzazione materiale e spirituale. Per
tutt’altra via passa l’opposizione all’hegelismo intrapresa dal contingentismo,
per il quale nella l. è da vedere anzitutto indeterminazione; e spontaneità,
piuttosto che autodeterminazione, cioè autonomia, è la l. per la filosofia
dello «slancio vitale» (Bergson). Nell’esistenzialismo la l. viene a coincidere
con la stessa necessità della situazione, di fronte alla quale l’uomo non ha
altra scelta che accettarla consapevolmente o piombare nella «esistenza
inautentica», come in Heidegger. In L’essere e il nulla Sartre sostiene che
l’uomo è «essenzialmente» libero di scegliere, in quanto sua caratteristica è
la «mancanza», il «nulla» di essere, ed è perciò continuamente teso alla scelta
di possibilità esistenziali. L’equivalenza, di qui derivante, di tutte le
scelte viene tuttavia eliminata nelle opere successive. Il
dibattito contemporaneo. Il significato politico-giuridico del concetto di l. è
al centro del dibattito contemporaneo. Particolarmente influente è stata a
questo riguardo la distinzione espressa da Berlin fra l. negativa e l. positiva,
fra l. da e l. di: la prima concerne l’area entro la quale una persona è o
dovrebbe essere lasciata fare o essere ciò che è in grado di fare o essere
senza interferenze da parte di altre persone. La seconda riguarda l’area in cui
si situa la fonte del controllo e dell’interferenza che può determinare che
qualcuno faccia o sia una cosa piuttosto che un’altra. La l. negativa
corrisponde alla l. dei ‘moderni’ di Constant, che ne definisce appunto il
senso e il valore nella celebre contrapposizione con la l. degli ‘antichi’;
essa è l’indipendenza individuale difesa da J.S. Mill: il soggetto della l.
negativa è l’individuo, e l’arena della l. negativa è circoscritta da un
confine che, per quanto mobile e variamente tracciato, separa la sfera
‘privata’ dalla sfera ‘pubblica’, la sfera individuale da quella collettiva.
L’assenza di vincoli o interferenze va quindi interpretata principalmente come
assenza di vincoli o interferenze da parte dei detentori di autorità legittima,
che è tale se e solo se non viola o viola il meno possibile l’autonomia
individuale. Contro la distinzione analitica dei due concetti di l. si è
espresso Rawls nella sua teoria della giustizia come equità. La l. o, meglio,
il sistema delle l. è oggetto del primo principio di giustizia. Esso prescrive
che il sistema delle l. sia per ciascuno il più ampio possibile,
compatibilmente con il sistema delle l. di ciascun altro. Nella prospettiva di
Rawls, la massimizzazione del sistema delle l. individuali è prioritaria
rispetto a quanto prescritto dal secondo principio di giustizia, il cosiddetto
principio di differenza, che deve modellare le istituzioni responsabili della
distribuzione di una classe particolare di risorse, considerate come beni
sociali primari spettanti a tutti i cittadini. Accettare la priorità
dell’eguale sistema delle l. implica accettare un principio di equità nella
distribuzione dei beni sociali primari, in quanto un eguale sistema di l. non
ha, di regola, eguale valore per individui diversamente dotati. Proponendo un
ordinamento fra l. ed equità, espresso dalla priorità del principio di l. sul
principio di differenza, Rawls ha di mira la soluzione di un conflitto fra la
l. e un altro valore sociale quale l’uguaglianza. A questa prospettiva, e ai
suoi importanti sviluppi ad opera di Sen e di Dworkin, si contrappone
radicalmente la tesi sui diritti negativi propria della teoria libertaria. In
partic., Nozick ha confutato la pretesa di teorie della giustizia distributiva di
proporre criteri o modelli di distribuzione giusta. Se ci si basa
sull’assegnazione di valore intrinseco alla l. individuale, qualsiasi precetto
distributivo è inaccettabile perché non può che violare la l. individuale
stessa. Nella più recente controversia nell’ambito della teoria normativa, il
conflitto distributivo ha finito per lasciare spazio ad altro tipo di
conflitto, il conflitto di identità o conflitto per il riconoscimento. E
questioni relative all’assegnazione di valore alle l. si sono così connesse a
questioni di riconoscimento di nuove identità o di identità prima escluse, a
questioni di inclusione in o esclusione da comunità di ‘pari’ dai differenti
confini. Nome compiuto: Elzeviro Catalfamo. Il personalismo di Catalfamo. Giuseppe
Catalfamo. Keywords: metafisica della libertà, il concetto di persona, la
transubstanziazione dell’umano nella persona, identita personale, il concetto
di persona, pronome personale, la prima persona duale --, il ‘noi’ -- Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Catalfamo,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Catena: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della logica matematica
-- logica arimmetica – la base arimmetica della metafisica – scuola di Venezia
– scuola veneta – filosofia veeziana – filosofia veeta -- filosofia veneziana
-- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Venezia). Filosofo
veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Grice: “I love
Catena – of course he thought he was being an Aristotelian – and the confusing
title he gave to his philosophising – Universa loca Aristotelis’ would have you
think that – but he is a thorough Platonist – consider ‘pulcher’ as applied to
Alicibiades – but ‘pulcher’ gives ‘pulchrum,’ an universal --!” Precursore
della rivoluzione scientifica rinascimentale, indaga i rapporti tra matematica,
logica e filosofia, occupando la stessa cattedra in seguito occupata da
Galilei. Filosofo, eccellente conoscitore del latino. Lettore pubblico di metafisica
a Padova. Gli succedettero Moleti, poi Galilei.
Pubblica a Venezia “Universa loca in logica Aristotelis in mathematicas
disciplinas” -- la raccolta dei brani delle opere aristoteliche che
riconoscevano il prevalente carattere speculativo del sapere matematico, tema a
cui dedicò anche un'altra opera. Altre opere: “Super loca mathematica contenta
in Topicis et Elenchis Aristotelis”; “Astrolabii quo primi mobilis motus
deprehenduntur canones” (Padova, Fabri); “Oratio pro idea methodi” (Padova, Percacino).
Agostino Superbi, Trionfo glorioso d'heroi illustri, et eminenti dell'inclita e
marauigliosa città di Venetia, per E. Deuchino. Domus Galilæ Biografia
universale antica e moderna; ossia, storia per alfabeto della vita pubblica e
privata di tutte le persone che si distinsero per opere, azioni, talenti, virtù
e delitti; Catalogo breve de gl'illustri et famosi scrittori venetiani (Rossi);
Le filosofie del Rinascimento, B. Mondadori); Alle radici della rivoluzione
scientifica rinascimentale: sui rapporti tra matematica e logica. Con riproduzione dei testi originali, Domus Galilæana. On this subject, Catena
writes two works, in one of which, Universa Loca in Logica Aristotelis in
Mathematicas Disciplinas (Venezia), he tries to supply the lost mathematical
basis for Aristotle's theory of demonstration as explained in the Posteriora
Analytica. Dizionario
biografico degli italiani. Della sua vita si conoscono pochissimi
elementi: nacque a Venezia nel 1501; lettore di matematiche presso l'università
di Padova (la stessa cattedra che occupò più tardi Galileo Galilei). Morì di
peste a Padova. L'importanza storica del C. consiste nel fatto che egli fu uno
dei primi, nel sec. XVI, a porsi il problema della valutazione formale ed
epistemologica della matematica euclidea, naturalmente dal punto di vista della
logica e della filosofia aristoteliche, inserendosi in tal modo autorevolmente
nella quaestio de certitudine mathematicarum che a metà del Cinquecento impegnò
noti autori dell'università padovana, come Francesco Barozzi ed Alessandro
Piccolomini, nell'ambito del più vasto dibattito europeo sulla methodus delle
scienze. ADVERTISING A questo riguardo assumono particolare importanza
tre sue opere: Universa loca in Logicam Aristotelis in mathematicas disciplinas
(Venetiis); Super loca mathematica contenta in Topicis et Elenchis Aristotelis;
Oratio pro idea methodi (Patavii). Nelle prime due il C. svolse un'analisi
formale della matematica euclidea attraverso la quale concluse per una sua
differenza strutturale, e quindi per una sua autonomia logica ed
epistemologica, nei confronti della logica sillogistica aristotelica, basandosi
principalmente sulla constatazione che le dimostrazioni matematiche non
appartengono al genere tradizionale delle cosiddette demonstrationes
potissimae, e giungendo ad affermare decisamente che la scienza matematica si
differenzia nettamente da qualsiasi scienza di tipo aristotelico. La differenza
metodologica che distingueva la matematica euclidea dalle restanti scienze in
uso nel Cinquecento venne posta in rilievo dal C. nella terza opera, ove
affermò chiaramente il legittimo costituirsi della matematica come metodo
scientifico autonomo, intervenendo così costruttivamente nel dibattito sulla
methodus, che ancora si trascinava in quegli anni, e contribuendo soprattutto
alla creazione di un clima culturale favorevole alla rivoluzione scientifica
galileiana con l'ampliare notevolmente la prospettiva gnoseologica
tradizionale. Oltre alle citate, il C. scrisse diverse altre opere:
Astrolabii quo primi mobilis motus deprehenduntur canones (Patavii), che
costituisce una correzione ed un aggiornamento di un'altra opera anonima, che
fu pubblicata a Venezia, e che tratta dell'uso pratico del noto strumento
astronomico; Sphaera (Patavii), un trattato di astronomia, redatto
probabilmente ad uso degli studenti, in cui viene esposto il sistemato
tolemaico, e che, pur basandosi naturalmente su trattati analoghi, allora
notoriamente numerosi, rappresenta l'opera astronomica più compiuta del C.;
Procli Diadochi Sphaera (Patavii), traduzione del noto trattato del matematico
e filosofo neoplatonico; De primo mobili librum singularem; Ephemerides annorum
XII; De calculo astronomico libros II; queste tre ultime sono citate dal
Papadopoli e dal Poggendorff senz'altra indicazione e non se ne è rintracciato
alcun esemplare. Nel corso della sua attività accademica, il C. trattò
successivamente del primo e del settimo libro degli Elementi di Euclide, della
Sphaera del Sacrobosco. della teoria dell'astrolabio, della geografia di
Tolomeo, dell'astronomia del sistema tolemaico, e, probabilmente delle
"meccaniche" di Aristotele, come viene affermato da Baldi, che fu suo
allievo, e da lui stesso in una sua opera (Universa loca); Papadopoli, Historia
Gymnasii Patavini, Venetiis; Cinelli Calvoli, Biblioteca volante..., Venezia; Riccardi,
Biblioteca matematica ital. dalla origine della stampa, Modena; Favaro, I
lettori di matematiche nell'univers. di Padova…, in Istituto per la storia
dell'Università di Padova, Memorie e docum. per la storia della Università di
Padova, Padova, Giacobbe, La riflessione metamatematica di P. C., in Physis;
Id., La riflessione epistemologica rinascimentale: le opere di P. C. sui
rapporti tra matematica e logica, con riproduzione dei testi originali, Pisa;
Ch. G. Jocher, Allgemeines Gelehrten-Lexicon, ad Indicem; Nouvelle Biogr. Universelle, ad Indicem;Biogr. Universelle; British Museum, General
Catalogue of Printed Books; Poggendorff, Biogr.-Lit. Handw. z. Gesch. d. ex.
Wissensch., ARTIVM ET THEOLOGIAE DOCTOR, PROFESSOR PVBLI. CVS ARTI VM
LIBERALIVM IN GYMNASIO PATAVINO, SVPER LOCA MATHEMATICA contenta in Topicis et
Elenchis Aristotelis nunc et non antea, in lucem ædita. ka CVM PRIVILEGIO,
LOLOTILLON 0 V ENETIIS Apud Cominum de Tridinum Montisferrati. C. DOMINICO
MONTE. SORO DOCTORI MEDL song CO EXCELLENTISSIMO OPICORVM libri din Elenchorum
Aristotelis quædamloca obscuriuſću la contincbant qnæ apud Gręcos philofophos
erant in primis clara, et per ea co tera loca maiori difficulta ti inherentia
declaraban tur, ob id autem illis con tingit, quod veritatis amatores et philoſophiæ
principes videri apud exteras nationes cupiebant, quod et re ipfa tales
exiſtimarentur, niſi furto å Caldeis, egiptijs, et alijs abſtuliſſent, id autem,
alįe na ſua feciſſe, vitio non omni ex parte abeſt, La tini vero quidam
auaritiæ fine præſtituto(latinos hoc loco voco cos qui litteris illisRomanis,
vel voce, vel etiam fcriptis ſuos conceptus explicant) philoſophiæ extremis
partibus ita incumbunt A vt ſemper lutuoli,verlantesin excrementa naturæ
appareant, quod quidem laude dignum effet,fi vt præclară prolem, quemadmodú
boni viri faciunt aliqui egros inuiſerent, quo igiturme uerterem in inuio, non
erat conſilium,ničí Reuerendus domi nus Laurentius Venetus ex nobis familia
foſca. rena Canonicus Veronenſis, virum Dominicum Monteſorum Gręca ambitione et
auaritia immu nem oftenderet, cui hæc noſtra loca immo Ari ſtotelis declarata
dedico, quæ fi Aristotelis fco pum attigerint, vt exiſtimo et tibi fore grata
co gnouero ad reliqua philoſophiæ Ariſtotelis loca declarandanon piger animus
noſter erit, quod fi minus,cenſoriam amicorum virgam nonfugiet hæc noftra
expoſitio,interimmegratum habeas. Vale. IN PRIMO CAPITE PRIMI LIBRI TOPIC ORVV
M. I DETV Ř autem hic modus differre à dictis ſyle logiſmis nequeenim ex veris,
&primis ratioci natur pſeudographus,neque ex probabilibus, nem in
deffinitionem non cadit; neque enim quæ omni. bus videntur accipit, neque quæ
plurimu i,neque qnæ fapientibus, et his neque omnibus neque plu. rimum, neque
probatiſſimis; ſed ex proprijs quidem alicuiſcientie fumptis,non tamen veris
ſyllogiſmumfacit,nam vel.eo quod femi circulos deſcribit non vt oportet, vel eo
quòd lineas aliquas dicit non vt ducendæ ſunt paralogiſmum facit. VNC textum
declarant Greci, et Latini vſque ad locum illum quo Ariſtoteles exemplo vtitur
Geometrico,ad quem locum pręclari expoſitores cum per uenerint Tantis Tinebris
vinctum loris, et funibus reliquerunt Ariſtotelem, vt ab Alexandri tempore(vo
reor) vſque modo, omnes qui illas preclaras interpretationes legea rint, illius
loci notitia priuati fint, quos prçclaros expoſitores pro prio ſuo citarem
nomine, vt amatores Aristotelis eos cauerent vt infames ſcopulos acróceraunię,
fed eos prçtereo vt in hacparte inu liles, line Geometria logiculos, legantfine
liuore et vafricia expo fitores illius lociomnes, et has noftras declarationes
non quidem criſpis naribus, ſubinde iudicent,fi intellexerint, quanti ingenö
fuit, ficut in cæteris ipſe Aristoles, hæc citra in Alatas buccasdixiſſe ve lim,
quiſquevt intelligat, fed vt litterarum aliquando illuſores re primantur
pariterque eorum indocta audatia, fufcipiatur igitur recta linea, a bquę
feccetur quomoçunque contingat in puncto c, et ſuper vtranearī a ccb,
ſemicirculus,non vt primīī petitū docet, facto d centro vnius et e alterius
deſcribatur perperā ſemicirculus a h c,alter chb, quiſeſe Tangantin puncto h
ſuſcipiaturque centrū huius ſemicirculiah cipſum d, illius autem ch b ſit
centrum e, a punctis igitur d; et e,ſemicirculorum centris ducantur duæ lineæ
ad h contactum, et intelligatur Triangulus d he, quoniam autem 3 5 dur'lineædc
et dhexeunta centro ad circunferentiam ipfæ per dif finitionem circuli funt
æquales, pariter per eandem definitionem duæ lineæ ec et ehſunt æquales, duæ
igiturdc et ce duabus d h et eheruntæquales, duæ autem ille dc, ceſuntvnum
latus trian guli dhe,ergo vnum latus d e trianguli d heeft æquale duobus la
ceribus eiuſdem triangulidh et e h,quod eſt impoſsibile contra vi gefimam primi
elemērorum Euclidis,duo enim latera omnis trian guli quomodocunque ſumpta, ſunt
maiora reliquo et non æqua lia, vtpſeudographo ſyllogiſmo machinabátur
proteruus,hocau. cem vitium non ex coprouenerat qex falfis fyllogiſmus fic con
fectus,quia ex veris, et immediatis, et exeodem ſcientię genere, vt ex
definitione 17 primi elementorum ſyllogiſthus affectus eſt,ſed error atque
peccatum proceſsit ex co ofemicirculos defcribit non vt oportet, quod notauit
nobiliſsimus geometra Ariſtoteles, fic 1 a 6 etiamhi qui falfo fyllogizant,vnum
fatus trigonimaius eſſe duo bus reliquis trigoni lateribus, no vt oportet
femicirculos diſcriben tes, fic.n.linca a b et puncta in ea ſuſcipiantur cd et circa
vtranq ac, &db, rectam ſemiciruli deſcribantur fe inuicem tangentes in
puncto e alter a ec cuius centrum f,reliquus bed cuius centrum g, &a centro
fprotrahatur recta fe fimiliter a punctog protraliatur gerecta, tunc
triangulusfe g habebit latus f g maius duobus lateribusfe, et ge, quod fic
perſuadetur,lineafc eft æqualis lineæf e cum vtraque exeat,a centro ad
circunferentiam, fimiliter linca g deft æqualis geeadem ratione, fi igitur c d
linea addatur lineis fc, et dg, equalibusfe et gcefficiunt linea fg latus
trigoni fe gma jusduobus lateribus fe, et ge quod eſt impoſsibile per 20 primi
clemcntorum,vel eo q lincas aliquas ducit non vi ducendæ funt d g paralogiſmum
facit, ſi ducatur linea a centro fad centrum g, illa non tranfibit per
contactum e,vtin hac fecunda figura apparet, ve linea abf,in g,non tranſit per
punctum e vt oporteret, per xi tertij clementora Euclidis, fi duo circuli fe
contingunt et acentro ynius ad centrum akerius recta ducatur linea illa de
neceſsitate applicabi tur contractui, ex mala igiturdeſcriptione attulit
Ariſtoteles exem plum de ſyllogiſmo falſigrapho, qui oſtenſiuo fyllogiſmo oppo.
Situs eft. Similiter vero e ſi cubilali magnitudinepoſita dixe rit, quod
ſuppofitum eft cubitalem magnitudinem ere, eo quid eft dicit, et quantum
fignificat. RES duorum generum propinquorum continuiatas diſcre. ti vnius tamen
generis remoti &analogi, quantitatis videlicet, in vnacubitali magnitudine
continetur,obid, duodicit, qui magnicu dinem cubitalem,effe magnitudinem duorum
cubitorum, &quid, quando dicit magnitudinem, et quantum, quando
dicit,cubitorum duorum, hinc manifeftum eft in ynoquod prædicamento reperiri
quid,vthoc Ariſtotelis exemplo patet demagnitudine,aliud eft no tandum, quomodo
vnum accidens,vt duorum,quod ad Arithme ticam pertinet,accidere
magnicudini,quod ad Geometriam attineta. QVAEDAM enim statim &nominibus
alia ſunt,vtacu to in voce contrarium eſt graue, in magnitudine autem, acuto,
obtufum contrarium est. Multiplicita - tem huius vocis # (acutumdemon Itrat
Ariſtoteles, quia et angulum norar, et vocem, # US Angulus accutus rectominor
et contrarius eft obruſo, &voxac cuta graui vociopponitur, et graui
contrariatur accutum in voce, leue in ponderibusgraui oppugnāt. Sed
dubitatur,cum quantitati nihil fit contrarium, quo pacto acuto angulo obtufus
contrarius fit? Dico quod angulus noneft quantitasfed ex quantitate quan.
titati adiuncta proueniens accidit quãtitati vt fit accata vel obtuſa
pariterque pondus &lauitas funt quidem magnitudiniadiuncta, fed no eſ
pondus,et leuitas, quatitas, ſi contraria fint leue et graue. cantus IPSIvero
queà conſiderando eft, quòd diameter cofta incom menfurabile, nihil.
DEincommenfurabilitate coſtæ cum diametro abunde faris in pofterioribus
declaraui,quantum vero adhunc locumattinet, Art ſtoteles inquit, non effe
quippiam oppofitum ipfi incommenſura bilitaci,vrpura commenfurabilitas, inter coftam
atque diametrum quadrati nihil contrarij eft,dubitatur,cum in præcedenti textu,
ſit de terminatum,& ea quęaddita eránt magnitudini, vt pondus et leui tas
contrariarentur,hæc autem quæ magnitudini coſtę et diainetro,
vtincommenſurabilitas, non contrarietur commenſurabilitati? Reſpondeo, prius
dicta cótraria pondus et leue in naturalibus reppe riebantur,hæcautem
incommenſurabilitas in abſtractis geometria cis; Præterea, nonfuit dictum omnia
quæ in magnitudinibus re periuntur eſſe contraria,Pręterea et li
opponanturcommenſurabi liincommenſurabile,non tamen contraria ſunt, vel etiam
fi contra ria fint,non tamen ratione ſubſtractorum,quçſuntquantitates,co fta et
diameter, contraria effe dicuntur, potus enim fitinon eft nifi quodammodo
contrarius, delectatio autem, quæ ex potu prouenit opponitur contrarie
triſtitiæ, quæ prouenit ex fiti, Præterea graue et leweſuntabſoluta quædam in
diuerfis ſubiectis poſita ſeorfim, incommenſurabilitas autem relatio eft; quæ
indiſcriminatim funda tur in coſta,ad diametrum et in diainetro ad coftam. CON
SIMILITER autem et acutum,nam non eodem mo do in omnibus idem dicitur,nam vox
acuta quidem velox,quemad modum quidem dicunt ſecundum numeros armonici. NOTA
dignnm eft hocloco conſiderandum, a vox hoc lo co non accipienda eft pro humana
voce tantum, ſed pro ſono, qui quidem fita cordulis inſtrumentorum, nam
gratilior corda fitan gatur plures aeris percuſsiones facit quain crafsior
cordula, fiea dem vi moueatur, modo inter percuſsiones multas aeris cordulæ
gratilioris ad percuſsiones cordulæ craſsioris fi inultitudine repere ris
duplam,diapaffon, fi fefqualteram, diapente, fi vero epitritam diateſaron, vt
aiunt Armonici continentiam inuenies, quia tamen Ariſtoteles de generatione
animalium libro quinto capite feptimo pucat concinentiam fieri ex alia caufa
quam ex proportione illo, rum ſonorum numeratorum ad alios fonos numeratos,vt
pytha. gorici volunt, ideodicit quemadmodum quidem, vt dicuntarmo nici, quia
fententia Ariſtotelis alia atque diuerfa eft ab illis armoni cis, qui Pythagoræ
affentiri videbantur. ET quòd pun&tusin linea do vnitas in numero, nam
vtrun. que eft principium. PRÍNCIPIV M lineæ punctus, principium autem nu
merivnitas eſt, ſed punctus non componitlineam alős punctis ap pofitus,vtin
pofterioribus demonftraui,vnitas vero cuin alñs vni tatibus numeruin
conftituunt atque componunt, principium tamé lineç atque finis,punctus eſt ex
cuius fluxu linea fit vt Ariſtoteles in mechanicis et ego in diſcurſu geminico
determinaui, non tamen linea ex punctis conſtat, VEL duplicis et dimidij. AN
ſit ne eadein diſciplina duplicis atque dimidă conſiderare oportet, quod
profecto allerere videtur ex capire de relatiuis, cum nemo ſciat duplum,niſi
cuius ſit duplum ſciueric, quod diinidium eft, fi pro relatiuis vtrunque
ſuſcipiatur. HOC autem non ſemper faciendum, fed quando non facile pojumus
communem in omnibus vnam rationem dicere, quemad modum Geometra quòd triangulus
duobus rectis æquos isabet tres angulos. NVLLI id in controuerſiam venit, an
omnis triangulus ha beat tres angulos duobus rectis æquales, ſed illud dubium
eft,an id quod rectilineumeft,habens angulos duobus rectis æqualis,trian gulus
ſir, velquid horuin in plus fe habeat, et non fit vtrunque ſe cundum q ipſum,
ſed vniuerſalius fit, habereangulos duobus reo Ctis æquales, atque comunius,an
potius triangulum effe, ad quam dübitacionein, dico quod duobusrectis pates
habere angulos, eſt quid communius, quam efſetrigonum, id autem inanifeſtum eſt
de pentagono, cuius quodlibet latus, duo ex reliquis lateribus fec cat latera,
id autem per primam partem 32, primiElementorum bis fumptam et per fecundam
partem eiuſdem zz. ſemel ſum pram, vt in figura ſubſcripta deduci facile eft,
et fi habere tres çqua les duobus rectis conuertatur cum trigono,non tamen
habere om nes angulos equales duobus rectis,conuertitur cum effe trigonuir.
Dico igitur, quod habere omnes angulos equales duobus rectis,co mune eſt ipſi
trigono, et pentagono, cuiusvnum latus ſeccat duo ex reliquis latera, habet
tamen penthagonus quinque equales tri bus, qui tres duobus rectis pares funt,
et fic figuramihabentem B omnes angulos duobusrectis pares communius eft, quam
fit trian gulus, non igitur eſt affectio trianguli neque angulorum triangu. li,
fed quid communius trigono, vel tribus angulis trigoni, non eft igitur eius
proprium,quod videturfoluere dubium fuper textu mo tum,fed affectio trianguli
eft habere tantum tres equales duobus rectis,velęqualitas duobus rectis,
conuenit tribus angulis figuræ triangulari, et non omnes angulos, elle çquales
duobus rectis. VEL pt buius a fecundum lechu ius ſecundum acci dens, vt
fecundum Se quidem quòd tri angulus duobus re b Etis æquales habeat tres
angulos, ſecun. dum accidens autē, quòd æquilaterus, quoniam enim acci dit
triangulo,& qui. laterum effe trian gulum, perhocco gnoſcimusquòdduo bus
reétis habeat internos. QVIDAM interprætes fic perperam exponunt Ariſtotele,
quod habere tres duobus rectis pares,ipfi triangulo per ſe infit,ipfi vero
Iſoſcheli cõuenit quidem habere tres duobus rectis parcs, ſed non per ſe,ſed
per accidens, fic vt hæc predicatio, Iloſcheles habet tres duobusrectispares,
ſit accidentalis,hec quidem ſua interprę. tatio et nulla eſt, &nullo modo
ad Ariſtotelis textum facit, quod nulla fit, et falfa, manifeſtum eſt ex capite
de per fe in poſteriori. bus, quia quod enim ſuperiori per fe ineft
&inferiori pariter per ſe ineſt, ineſt tamen ſuperiori perfe et primo,
inferioriautem, per ſe fed non primo. Aliter igitur exponendus venit is textus,
primo igitur aduertendum quod circa idem ſubiectum fit prædicatio per fé et per
accidens, vtpura circa triangulum, per fe quidem fic, tri angulus habet tres
duobus rectis pares, per accidens vero ſic, trian gulus eſt Iloſcheles; vbi
aduertendum,vtin præcedentibus libris declarauit Ariſtoteles,omne inferius ſuo
ſuperiori accidens eſt,cum abeffentia fuperioris omnino fecludatur inferius, et
vt alienum a fui natura ſibi conueniat. SIQVIS infecabiles ponens lineas,
indiviſibile genus earum dicat eſſe, nam linearum habentium diuifionem non eft
quod di Etum eſt genus, cumſint indifferentes ſecundum ſpecicm, indiffe-,
rentes enim ſibi inuicem fecundum fpeciem rectæ lineæ omnes. TRACTATVS quidem
de lineis infecabilibus extat,e greco latinitati donatus quem Ariſtotelis
quidem effe exiſtimant, tametfi Georgii pachimerñ nonnulli effe dicunt, quod,
quia cuiuf cunque fuerit,non facit ad expofitionem litteræ affequendam, me rito
prætermitto auctorem fore inueſtigandum,vt Ariſtotelis decla rationi
infiftamus, pro quo in memoriam reuocandī eft id, quod Porphyrius habet,
ſuperius genus de inferioribus ſpeciebusneceſe, fario predicari, quod fi de
illis non prædicauerit,neque ad illas, illud eſſe genus manifeſtum erit,
quapropter fiquis inſecabiles poſuerit lineas,atque ad illas genus id, quod eft
indiuifibile,effe dicat,ftatim in contradictionem reducitur,ob id, quia,diuiſibile,genus
eſſe ad li ncas conſtat,modo lineas omnes eandem deffinitionem ſuſcipien.
tes,eiufdem ſint fpetiei, fieri autem nequit, vt aliqua eiuſdem ſint ſpeciei,
et genere fint diuerfa, quod quidem contingeret, fi indiuifi bile,ad lineas
aliquas, genus effe diceretur,tunc enim indiuiſibile di ceretur de lineis
infecabilibus p hypothefim cũ fic ſupponatur (fal ſo tamen ) ad illas eſſe
genus, et etiam de alñs, quæ per 10. primi Elementorum ſecabiles ſunt cum etiam
adillas ſit genus, quod qui dein efle, nullo modopoteft, propter
contradictionem, ET ſi differentiam ingenere poſuit tam quimſpeciem,vt im par
quidem numerum, Differentia quidem numeri, impar, et non ſpeties eſt, neque
videtur participare differentia genus,nam omane quod eft, genus, velfpeties,
vel indiuiduum eſt, differentia autem, neque fpeties, neque indiuiduum,
manifeftum igitur quoniam non participat genus differentia, quare neque
imparopetieserit, fed differentia quoniamnon participat genus. B ñ 9 tra NVMERV
S quieſt ex vnitatibus profuſa multitudo,paro; titur in numeruin imparem,
&in numerum parem, vel perhas differentias diuiditur, quę ſunt, paritas, et
imparitas, quarum neu includit numerum, qui genus eſt ad omnes numeri
ſpecies,& fi ifta vera fic,rationale et animal, quando ly rationale
accipitur pro Specie, quæ homo eft, et non pro rationalitate in abſtracto, qux
eſt hominis conſtitutiua differentia,eodem modo, et numerus prædi catur de pari
in concreto et non de abſtracta paritare, hęcenin et fimiles illi, ſunt ſemper
falle, paritas eſt numerus, vel imparitas eſt numerus,quodquia oinnia manifeſta,
et nora Ariſtoteles cíle vo. luit, exemplo arithmetico declarauit, A 11 PLIVS
ſi genus in petie pofirit, vt contiguitatem id ipſum quod eſt continuitatem,
non enim neceſſariuin contingui. tatem continuitaternelle, led e conuerſo,
continuitatem contigui tatem non enim omne contiguum continuatur, led quod
cortina tür contigurn eft. CONTINVVM illum effe dico cuius partes copulantur ad
terminuin vnum communem, qui quidem terminus elt tantuin potentia inter illas
partes ipſius continui, nõ etiam actu, &opere, vt linea lineæ continuatur
per punctum, qui non actu exiſtit, ſed tantum potentia inter illas duas lineas,
velinter duas partes linex, quod et de partibus ſuperficiei, quæ per lineam in
potentia copu lantur, &corporis partes, per ſuperficiem in potentia,
Contiguum autein illud effe dico, quod alteri applicatur et iungitur non per
mediuin potentia exiſtens,fed per mediuin quod actu et opere exi 1tit, vt
manifeſtum eſt de cæleſtibus orbibus, concaua eniin ſuperó ficies ſuperioris
orbis augem defferentis, et fuperficies connexa or bis differentis epy ciclum
ſunt due ſuperficies actu exiſtēres inedia, per quas continguantur adinuicem
illi orbes, non tamen continu: antur adinuicem: Cælum primū continuum quoddam
eſt, et con. tiguaru: Cælo nono ſecundum fuperficiem concauam ipfius pri mi
mobilis actu exiſtentem,non tamen fequitur, primum mobile eſt contiguum cum
nona ſphera, igitur continuum eſt cum nona iphera,quemadmodī non fequitur,
quinque digiti adinuicem funt contigui, igitur quinque digiti ſunt continui,
ſed bene ſequitur, quinque digiti ſunt continui, igiturquinque illi digiri ſunt
conti gui, vt quando clauditur manus, vel manus aperiatur quinæ digi zi aeri
ſunt contigui,vel aquç contigui, li in anforæ aquam inanum ponas, vel etiain
cirotececontiguantur, et ratio eft, quia vnum quodque naturale corpus, alteri
contiguatur, ne vacuum daretur in natura. CONSIDERAN DV M autem eſt, fi quod
translatiue. dictum eſt, ut genus aſsignauit,vt temperantiam, confonantiam, nam
omnegenus proprie deſpeciebusprædicatur,conſonantia ve. ro detemperantia,non
proprie,fed translatiue, omnis enim confo Wantia in ſonis eft. CONSONANTIA eſt
diſsimilium vocum acuti gra. uiſque in vnum redacta concordia, quæ fine ſono,
quę aeris percuſ fio eft fieri nullo modo poteſt, illa autem confonantia quæ
transla tiue dicitur, quæ effrenatam libidinem moderat, non quidem a ſo no, quæ
eft aeris percuſsio, fed illa quidem eſt, quæ a concordia diſsimilium dicitur,
hæc autem non neceſſario in Conis reperitur, vt eſt illa ſupercæleſtis Armonia,
quæ nil aliud eſt, quam coeleſtium motuumdiuerſorum,in vnam munditotius
conſeruationem apta concordia, quam celebrant quidem illi ſapientes pythagorei,
quos gratis in libris de cælo redarguit Ariſtoteles, quam armoniam di ces illam
effe de quaMarcus Tullius in 6 derepublica, cui de ſoin. no Scipionis nomen
indidit, docte meminit, hanc quidein dico nul lo modo conſtare in fonis, ſed
illam quam libro primo capite deci mumtertio et in hoc capite tetigit
Ariſtoteles. AVRSV M ji non ad idem dicitur fpecies 2 ſecundum ſe, da
fecundumgenus, vt fi duplum dimidiy dicitur duplum o multi plum dimide oporter
dici, li autem non, non erit multiplam genus cupli, abundansſimiliter cicitnr
ſimpliciter ſecundum om. nia fuperiora genera ad dimidium dicetur. ABVNDANS
numerus is eſt, cuius partes omnes fimul additæ in vnum exuperant totum illud
cuius partes erant, vt duo, cenarius eſt abundans, quia 6,4, 3, 1, ſiin vnum
aggregentur 16 coinplent maiorem numerum duodenario, de quo quidem abun. danti,
qui eſt fimilis centimanugiganti, non loquitur Ariſtoteles hoc loco, fed
abundansillud eft, quod ſuperius eſt ad multiplum, ad ſuperparticularem, et ſuperparrienrem,
abundans præterea,vthic accipit Ariſtoteles,eſt ad aliquid, quod etiam de
multiplici, at& lu perparticulari, et ſuperparrienti, &de omnibus ſub
illis contentis, dicitur,duplum igitur triplum,quadruplumque cummultiplun lit
et pariter vnumquodq; abundans erit, fi igitur abundansnon eſt, non
eritmultiplum,neque etiam duplum, itaque abundans vniuer lale magis quam
multiplum eft. 1 era QVONIAM autem muſicum, qua muſicum eftfciens,elle muſica
ſcientia qua eft. MVSICA enim quathenusmuſicũ effe facit, nõ quathenus cantorem,
qualitas eſt de prima qualitatis fpecie,quathenus autem ſcientia eft,
&fciens facit, relatiuum quidem eft, vt in capite ad ali quid fuit in
prædicamentis determinatum. NVMERVM diuiſibile,e conuerſo autem non,nam
diuifibi le non omne, numerus, DIVISIBILITAS non modo magnitudini ſed etiam
numero conuenit, non tamen omni numero, ſed numero tantum pari,impari autem ob
vnitatis interuëtum nequaquam, Veletiam melius erit dictu, diuifibilitas in duo
æqualia, numero tantum pari conuenire, diuiſibilitas autem fimpliciter omni
numero conuenire, id quod Ariſtoteles hoc loco velle videturdicere, ſeu in duo
æqua. lia,vel in duo inæqualia numerus ipfe diuidatur, fic vtdiuiſibilitas in
partes integrales cuilibetnumero conueniat, non diuiſibilitas in partes
aliquotas omni numero, ſed tantum numero pari conuenire eft neceffe, aduerte
etiam quod ipfinumero primo conuenit diuili. bilitas in tot partes, quot
vnitates habet;in plus igitur ideft,quod diuiſibile eft, quam id,quod numerum
eſſe, quia diuiſibile, eſt com mune ad diſcretum, quod in partes aliquotas
&in partes integran tes diuiditur etiam ad continuum,ſequitur igitur recte,numerus
eft, igitur diuiſibile, ſi diuiſibile accipiatur commune ad id, quod in ali
quotas et integrantes diuidatur partes, &non econuerſo, vt diui fibile eft,
igitur numerus, LOGICVM problema. PROBLEMA apud Euclidem eſt propoſitio,in qua
vnum datur, et aliud (vt in pluribus) quæritur, vt ſuper datamrectam li neam
triangulum collocare, linea quidem datum eſt, quefitum au tem ef trigonum ipſum
conftituendum ſuper lineam datam, ſem per enim problema verſatur circa praxim,quapropter,
problema Geometricum,eftpropofitio practica, Theoremavero Geometri. cum,eſt
ſpeculatiua propoſitio,modo Ariſtoteles non ingnarus hu. ius duplicis
fignificationis problematis Geometricc, et logice,pro pofitionem dubiam ad
vtráque partem, dixit problema logicum, &non Geometricum debuifTe
intelligi, inquit enim, logicum au tem eſt problema,ad quod rationes fiunt,
&crebræ quidē, et bong ERIT enim ſecundum hoc bene poſitum humidiproprium,
vt qui,qui dixit humidiproprium, corpus quod in omnem figuranı ducitur, vnum
aßignauit proprium, o non plura,erit fecundum boc bene pofitum humidi
propriuns. FIGURA hicaccipiatur in corpore locante humidum,humi. dum enim cum
corpus fluxibile atque dilatabile fit, ſuſcipit quan cunque figuram a re
locànte, quæ figura, feu natura, fiue etiamarti ficis opere introducta fit, in
illo vaſe locantehumidum, accipere igitur hocmodo figuram a re locante,
proprium eft ipfius humi di, et non alterius cuiuſque, NON omne ſenſibile extra
ſenſum faftum,immanifeftum eft, latens enim eft, fi adhuc ineft, eo quòd fenfu
folo cognoſciiur, erit autem verum hoc,in his, quæ non ex neceſitate ſemper
conſequun tur, vt quia, qui pofuitſolis proprium, aštrum quod fertur fuper
terram lucidiſſimum, tale vſus eſtin proprio (ſuper terram in, quamferri) quod
ſenſu cognoſcitur, non vtique erit benefolis af fignatum proprium immanifeſtum
enim erit cum occiderit ſol, si adhuc ferratur fuper terram, eo quòd nos tunc
deſeruimus fenfium. CECVS enim huius quod eft, folem fuper terram ferri,nul.
lam habet ſenſationem,ſed videns, illius ſenſationem habet quan do folem ſuper
terram in die artificiali conſpexerit, quam primum autem fol occiderit, et fub
orizonte conditus fuerit, definit ſenſus percipere folem fuper terram ferri, fi
igitur illud proprium eſſet folis, illo deficiente, (quod contingeret nullo
conſpiciente ſo lem ferri ſuper terram ) proprio, et Sol, effe defficeret, quod
quia abſurdum, non igitur proprium eft folis eum videri ferri fuper terram,
licet femper Sol ſuper terram fereatur, id etiam, haud folis proprium eft, cum
fyderibus omnibus, Igni, Aeri ſem per conueniat, id autem quod proprium eſt,
conuenit omni foli et femper,inodo fecunda particula, (quod eft foli) non conue
nit foli, fed etiam alijs a ſole, et a fyderibus, et elementis, conuenit;
Præterea folem femper ferri ſuper Terram, et fi proprium ſolis ef fet,illud
tamen non eſt ſenſibile, led immaginatum,perceptibile,vel intelligibile,
particula tamen illa aftrum lucidiſsimum, ipfi tantum foli conuenit,
CONSTRVENTI vero, fi tale aßignauerit proprium, quod non ſenſu est manifeſtum,
aut cum ſit ſenſibile ex neceſsitate ineſe manifeftum eft,hoc benepoſitum
proprium, vt quia, qui po fuit fuperficieiproprium quòd primum coloratum eſt,
ſenſibili qui dem aliquo vfus eft (coloratum eſſe inquam) tale quidem quod ma
nifeſtum est ineſſe ſemper, erit fecundum hoc, bene aſsignatum fit perficiei
propriim. IMMEDIATVM ſubiectumn coloris fuperficies eſt, ſub. ftantia enim
colorata eſt, quia corpus coloratum,etideo corpus co loratum eft, quia ſuum
extremum eft coloratū, extreinum autem, ſeu terminus, ſub quo corpuscontinetur
ſuperficies eft, in qua im mediate color fuſcipitur, iſtud autem proprium,non
ex natura ſu perficiei profluit, fed extrinſece aduenit color ipſi ſuperficiei,
quæ quantitas quidem eſt, color, autem qualitas, fed cum ſenſibili per fenfum
percipiatur, et fecundum apprehenſionem fiat exiſtimatio, et quia ſuperficies
omnis,affecta ſit colore, ſequitur quod recte pro prium afsignabit ſuperficiei,
fiquis dixerit eain effe coloratam et erit proprium ſuperficiei, proprium
quidem ſenſibile,non tamen ex intrinſeca natura ſuperficiei. PRIMVMergo
deſtruenti quidem, infpiciédum eſt ad vnum quodque eorum cuius proprium
aßignauit, vt ſi nulli ineſt; aut fi non fecundum boc quidem verificatur, aut
fi non eſt proprium c18 iuſ que eorumſecundum illud cuius proprium aſsignauit;
non enim erit proprium,quod pofitum eſt elle proprium, vt quia de Geome tra non
verificatur indeceptibilemeſe ab oratione (nam decipi tur Geometra cum
pſeudographiäfacit ) non erit hocſcientis pro prium, non decipi ab oratione.
HIC locus videtur opponi ei quod Ariſtoteles determinauit de Geometra primo
poſteriorum,vbi ait Geometram non mentiri concipientem 9 concipienten lineam
bipedalem, quæ tamenminimebipedalis eſt, fed fiquis recte inſpiciat,nulla certe
oppoſitio apparebit, fed vtera quelocorum mutuo ſeſe alternatim declarabit,
cuinam in dubium illud venit,fępemens ynī interne concipere, quod falax manus
ex trinſece, illud peruertit: hoc quidé prothagoręfæpe contigiffe reffe runt,
vt aprehenfo, ad ſcribendum calamo,id ſcripfiffe quod men ti fuę opponeretur,
et id vitii non ſolum manui, fed linguæ ſæpe etiam contingit, quis enim id in
feipfo non eft expertus. vt quan doque ynum ex inſperato lingua profferat, Q
tamen aliter mente prius conceperat,id autem etiam cuidam Geometræ, ſi
contingar, vt perperam ſemicirculos deſcribat veltrahat lineas,non vt opor tet (vt
interiusprius mente concepir) ficut primo topicorum capite primo fuit
declaratuin,non tamen id proprium eft Geometræ,cum non ſemper vnicuique
Geometræ conueniat, ſed raſo etiam vni accidat. SIMPLICITER igiturnotius, quod
prius eſt poſteriore, vt punctum linca, o linea ſuperficie, et ſuperficiesſolido,
quem admodum vnitas numero prius enim &principiã omnis numeris. VIDETVR hic
textus contra determinationem philoſophi primo de phiſico auditu capite de
primo cognito, vbi determinat de circulo p priino cognoſcitur, quam quod fit
figura plana vna linea contenta: pro cuius loci huius &illius intelligentia,
fcire debes deffinicum cum ignotum ſit, per deffinitionem explicatur,ipſa vero
definitio per ea quę nota ſunt, ingnotum definitummanife ftum facit, quod
Euclides,vbilineam rectam deffinit primo Elemē. torum prius punctum
explicuit,quiin deffinitionem lineæ ponere, tur, vt furt declaratum capite de
per ſe,primopofteriorum fubinde lineam per punctum, et fuperficies per lineam,
et tandem libro 11, corpus per ſuperficiem deffiniuit, quo autem modo diuerſo
ſe ha heat punctus in linea ab eo modo, quo vnitas in numero,id in na lyticis
capite de per ſe fuit manifeſtīt, ſed id in dubiữ verticur, quo nam modo
corpore ſuperficies, et fuperficie linea, &linae punétus noctiora fint:'cīí
hæc omnia apud Geometrā, et ftereometram ab ſtracte conſiderentur. Dico quod
cum abſtractione in his omnibus minor et maior fimplicitas repperitur,vt in
puncto quam in linea &fic deinceps, Adid autem de primo phiſicorum de
circulo nulla videtur oppofitio in Ariſtotelis verbis, ibi enim de vniuerfali
con fufe aprehenſo hicauté de ſinipliciori dictincte concepto loquitut C 1 pro
no OPORTET autem non latere quædam fortaſſe aliter deffi niri non poffe,
vtduplum, line dimidio. ID notandum euenit hoc loco, quod Ariſtotiles capite de
ad ali quid poft multa examinara ibidemn determinauit,quodad aliquid non eft,
cuius effe fit elle alterius, fed cuius eile eft ad aliud quodam modo refferri,
vt dupli efTe, fic eft, vt abfque relatione ad illud cu ius eft duplum minimne
poflit percipi, licet non cognoſcat illud fub nomine et natura dimidii,ſed
tantum quathenus duplationen ter minat, quę fundatur in eo, quod illa
duplatione duplum eft. OPORTET autem ad deprehendenda talia fummere mine
orationem, vt quod, dies, eſt ſolis latio fuper terram. QVI deffiniet diem
artificialem (qui incipit ab emerſu ſolis ſu pra orizontem vſquequo accidat )
ponit in definitione lationem ſtelle apparentis fuper terram (qui fol dicitur
)nam qui die vtitur et ſole vei neceffe eft, acquiſolem deffinir, ſtellam in
die apparentem dicit, in qua deffenitione alterius,alterum ponit eo modo quo ea,
quæ ad aliquid deffiniuntur, RVRSVS fieo quod e diuerſo diuiditur, id quod e
diuerſo di uiditur diffiniuit, vt impar eſt qui vnitate maror eſt pare, fimul
enim natura, quæ ex eodem genere e diuiſo diuiduntur, impar au. tem et parediuerſo
diuidunt,nam ambonumeri differentia. PRETER eas quas Euclidesin elementis et Boetius
primo Arithmeticæ deffitiones de impari atque,pari numero dederunt,hęc Vna eít,qua
in comparatione et non abfolute imparemnumerum in ordinead parem deffinit fic
vt neuter abfque altero intelligi que at, et alter indeffinitione alterius
ponatur,vtocto par, vnitatem imparem feptem ſuperet, et hic fenarium parem
eadem vnitate maior euadat. Duo enim funt quæ diuidunt e diuerſo ipſum nume rum
par, et impar, et in deffinitione alterius alter ponitur,cum ad feinuicem
rellatiue conſiderantur et non abfolure, SIMILITER autem et fi per inferiora
ſuperiora deffiniuit, pt parem numerum quibipartiteſecatur, name bipartite ſuma
ptumest à duobus quæ paria ſunt. HIC textus obfcuriuſculus redditur in
littera,ſenſus tamen fa. cilis eſt, ſuperius enim fi per ſuum inferius
deffinitur, vt notius fia at, fuperius hic eft quod, bipartire ſecatur,inferius
autem numerus eſt par,optime enim fequitur, hic numerus par eft igitur,
bipartite fecatur,fed fi arguas bipartite ſeccatur igitur numerus eft,incõftans
eft ifta argumentatio, neque y ſquam valida eft, nifi intelligatur 1 numerus in
confequente pro numéro numerato, vt funt etiam ma. gnitudines, quæ nuineri
ſunt, vt in pofterioribusdeciaratum eft per me, ita vtin conſequente accipiatur
numerus pro quodam comu. ni ad numerum numeratū &ad numerum qui eſt ex
vnitaubus profuſus aceruus,fic enim quod bipartitīī par numeruseft, et ficin
deffinitione ſuperioris, quod eſt bipartiri veimur oumero pari,qui inferior eſt
ad bipartiri ſimauis, bipartiri,a binario numero capias qui binarius inferioreſtad
numerum parem,cum quaternarius, et ali quam plurrimi fint pares numeri,modoqui
in deffinitione nu. meri paris vtitur bipartiri, ille quidem in ſuperioris
definitione Vtitur ſuo inferiore, AVT rurſum qui deffinit noĉtum umbram terra.
TERRA eniin cum ſit opacum corpus radë Colaresnon pof. funt illud ingredi et vltra
progredi (quod in traſparenti aericone tingit,) ſed impediuntur a parte terræ,
quæ pars ad folem reſpicit, ex alta autem terræ parte,luminis priuatio
contingit, quæ priuatio luminis folaris fuper terram nox appellarur et cft
liquis igitur no Etem definiat, fic inquiens nox eft priuatio luininis folis ob
er iæ opacitatem proueniens, fimiliter terram quis deftiniens dicet, terra eſt
corpus ex cuius opacitace nox fit, vide quo pacto &ter am in deffenitione
noctis, et noctem in deffitione terræ et vtrun que in vtriufque deffinitione
ponitur, fequuntur quædam Ariſtore lis verba in textu de multiplici et ſubmultiplici,
atque de duplo et dimidio, quæ quia alias declarata ſunt pretereunda duxi, fed
id no. tandum eft quod in deffinitione priuatiui, vtputa noctis, ponitur
poftiuum, vtputa terra, quod etiam in multis eft aduertendum, quia non ſolum
ponitur pofitiuum,fed etiam priuatiuum, vtly pri uatio lurninis. Si autem
aliquurum complexorum aßignetur terminus, con fiderandum eft aufſerendo
alterius eorum, quæ comple et tuntur ora tionem, fi eft et reliqua reliqui, Nam
fi non,manifeftum quonia, neque tota totius, vtſi quiſpam deffinit
lineamfinalem rectam fic nem plani habentis finis, cuius medium ſuperaditur
extremis, ſi finalis linca ratio est,finis plani habētis fines recte oportet
effe re liqui, cuius medium fuperadditur extremis,fed infinita,neque me dium
neque extrema habet, re &ta autem est, quare non est relo qua reliqui
oratio. ст · AVTEM quain ad expofitionem textus deueniam primo liç terai
Ariſtotelis in tralatione Argyropili et in textu Auerois cor rigendam puto de
mense Ariſtotelis ex Euclide iuxta cheonem, le gitur enim in vtroque textu cuius
medium ſuperadditur extre mis, vbi legi debet, cuius mediuin ' non reſulta ab
extremis 86 Aueroes in expofitione fic interpretatur,cuius inedium non occu.
lit duo extrema, et videtur afſentiri ipfi Platoni deffinienti rectă, recta
inquit linea eſt, cuius medium non obumbrat extremna, cæ, terīt mens
Ariſtotelis eſt, quo pacto complexum deftiniatur often dere, vt fi homo
gramaticus deffiniatur,hæcenim erit ſua deffini tio, fíue terminus,aninal
rationale mortale recte legens atque ſcri bens, tota quippehec ratio, huic toti
coplexo, nempe, homo gram maticus,conuenit,modo liably homo, ly gramaticus
aufferatur, &ab ly animal rationale mortalely recte legens atque ſcribens,
vt fic dicatur, homo eſt aniinal rationale mortale, &gramaticus eft
recte,legensatque ſcribens, peroptime data erit deffinitio primo ipſius
complexi,homo gramaticus,quod Ariſtoteles in Geometria exemplificat,iminaginans
(de mente aliorum,) planum efle infini tum ſecundum longitudinem tantum,
finitum ſecundum latitudi. nem, quod quidein terminatur linea recta, quæ eius
finis ſecundū latitudinem ellet, modo ſiquis definiret lineam finalem rectam
die cens,effe finem planihabentis (ſecundum latitudinem ) fines,cuius (quidein
finis) medium non relultat ab extreinis,hæc particula, fi nes plani habentis
fines, in definitione pofica recte conuenit lineæ finalis, fed hæc particala,
cuius medium non reſultat ab extremis, nonconuenit illi particulæ pofitæ in
complexo, quæ eſt ly recta, velly linea, quia non conuenit niſi recrę lineç
finicę, et non infi nitę, quęinfinita, vt fupponebatur, non habet medium, neque
ex. trema,ideo deffinitio ipſius totiuscomplexi minime recte data erat quia
ficut vna ablata particula in deffinitione conueniebat ablatę particule
deffiniti, non fic reliqna particula deffinitionis conuenit relique particule
complexi deffiniti, $ I autem differentia terminum alignauit confiderandum, fi
eg alicuius numerun comunis est aſſignatus terminus, vt cum imparem numerum
aliusmdium habentcm dixerit, deter minandum est, quo pacto medium habentem, nam
numerus qui dem, comunis in vtrique rationibus eſt, imparis autem coaſſum pta
eſt oratio, habent autem &linea et corpusmedium, cum non fintimparia, quare
non vtique erit deffinitio hæc imparis. 12 IMPAR numerusin duoæqua
dicendinequit ob vnitatis in teruentum medium indiuilibilis denumerantis totum
numerum cuius illa vnitasıncdium eft, linea autem et corpus et ſi medium
habeat,linca quidem punctum medium, quod per 10 primielemen torum inuenitur fi
diuidatur, et fuperficies medium habet diame trum, illa tamen media,vt nec
punctum lineam,neque linea ſuperfi ciem dimittuntur, neque illa componunt ea,
quoruin media ſunt, determinatū igitur eft, quo pacto numerus medium habet, et quo
pacto linea atque ſuperficies, et hoc de numero iinpari intelligas, cuius
inedium interduas partes æquales,vnitas eſt, et non de pari, ficut etiam
Ariftoteles ait in textu, ex eis QV AE DA M enim ſic ſe habent ad inuicem, vt
nibil ex fiant; vt linea numerus. LINEA in lineam fiducatur vt 45
primielementorum Eucli dis docet et prima et ſecunda; ſecundi elementorum
fuperficies pro ducitur, pariterque numerus, ſi in numerumduxeris,numerus pro
ducetur, vt ex ſeptimo elementorum manifeftum eſt, non tamen idem prouenit per
additionem, quia linea lineæ addita non facit ſur perficić, &fi hoc
milliesmillienamillia addieris adinuicemlineas, non reſultabit ſuperficies,
neque fi puncta ad fe inuicem addideris linea vnquam reſultabit, vnitas tamê li
vnitatibus, velvnitati,nu. merus (tatim reſultabit, qui acccruus eft ex
vnitatibus protufus, vt etiam in prædicamento quantitatis fuit declaratum. Avr
fi eodem ab vtroque ſublato, quod relinquitur eſt alte rum, vt ſi duplum dimidi,
co multiplum dimidij idem dixerit elje, fublato enim ab vtroque dimidio,
reliquu oporteret indicare, non indicant autem, nam duplum &multiplum non
idem fignificant. VLTRA cà quæ de duplo et multiplo libro quarto capite quarto
ibi dicta ſunt,vnum illud conſiderandum eſt, quod a nega. tionc dupli ad
interremptionem multiplex fiquis argueret commit teret conſequétis falatiam
vniuerſalius enim eft ipfum multiplum ipfo duplo, vt eft animal equo vtrunque
tamen ad aliquid eft, et duplum ad dimidium, &multiplum ad ſubmultiplum.
VIDET V R autem &in diſciplinis quædam ob definitionis deffe &tum, non
facile deſcribi, vt quoniam quæ ad latusſeccat planum linea,fimiliter diuidit
&lineam &locum, definitione au tem di&ta ftatim manifeftum eft quod
dicitur,nam eandem ablatio nem babent.loca d linea, eft autem definitio eius
orationis hac. DEFFINITIO ſecunda tertń elementorum intellectum prebet huius
deffinitionis pofitæ ab Ariſtorele, definitū eft ly linea fec cās planum,
definitio eft ly linea fimi a Jiter diuidēs lineam &lo ct, fic enim Jittera
ordi netur, linea quæ ad latus ſeccat pla num, eft li. nea diuidens lineam et
locuni terminatum ab ipla linea recta, fieri enim non po teft, vt linea ſecet
planum terminatum linea, quin il.. la linea terminans planum ſeccetur ab eadem
feccante linea, id autē manifeſtum g eft ex fecunda, tertia, et quarta
definitione tertń elementorum Euclidis, et alisexipfo tertio elemen forum, et xi
fecundi, ly li. mea quæadlatusfeccat pla num,vocatAriftoreies orationem in
hocloco, vbi ait, oautem: deffinitio eius orationis, hæc, id etiam dignī notatu
cum deffinitio per genus, et differentiam detur,loco generis in hac
definitione, eſt ly linea diuidens lineam, inodo cum linea prior fit plano,
manife, ftum eft,quodde genere dicendum erat in hac definitione, SIMPLICITER
autem prima elementorum, pofitis qui dem definitionibus (vt quid linea vel quid
circulus) facillimum oftendere, verum non multis ad vnumquodque eorum eft
argumen tari, eo quòd nonſunt multa media, ſi autem non ponanturprinci piorum
definitiones,fortaſſe autem omnino impoßibile. PRIM A elementorum hoc loco,non
ſunt intelligenda princie pia, quæ definitiones,petita,& animi conceptiones
ſunt, ſed princi, pia ipſa,ſunt propoſitiones,quæ in probleniata et theoremata
diui duntur, quæ prima elementorum, ideo dicunturcum per ipfa, quæ proponuntur
in alís ſcientñs probentur, vt quid fit linea,videlicet longitudo illatabilis,
et quid linea recta,cuius mediñ ſua ex æquali interiacet figna,tunc ſuper datam
lineam rectam triangulum colo care proponit prima, primi elementorum, et pofita
definitione cir culi per ipſam probatur triangulum ſuper datam lineam colloca.
tum effe æquilaterum, et folum perilla media videlicet definition nem circuli
17 et primam animi conceptionem primi elemento rum, quæ definitio, et animi
conceptio fi prius non ponantur diffi cile erit oftendere, fortaſſe omnino
impoſsibile, quod triangulus conftitutus fuper datam lineam ſit æquilaterus, 1
SIMILITER autem his et in his quæ funtcirca orationes Je habe nt; non igitur
latere oportet, quando difficilis argumenta bilis eft poſitio,quòd eft aliquid
eorumquæ di&ta funt. LINE A quidem, atque circulus ſunt quædam incomplexa
quæ diffinibantur ab Euclide deffinitione tertia et 17 primi ele mentorum,fed
linea quæ ad latus ſeccat planum, fiue linea ſeccans planum ad latus, id totum
complexum eft,atque compoſitum, et licut fieri non poterat, vt oftenderetur
æqualitas laterum trianguli, abſque definitione incomplexicirculi, fic etiam
fieri non poterit, vt quippiam de quopiam demonftretur, quando in
demonſtratione ingreditur aliquod extremum complexum, quia tunc vtimur toto
iſto tanquam principio,ly linea leccans ad latus planum, nifi prius ipfius
complexi atque orationis præierit deffinitio, quę eſt,ly linea fimiliter
diuidens lineam terminantem locum &locum, ita vtpar. ticula illa circa
orationes non intelligatur yt gramatici, et rhetores intelligunt orationes, fed
oratio, pro quodam intelligatur comple xo indiſtantitamen, hoc eft fine copula,
et verbo principali,parti cula illa, pofitio, cum inquit Ariſtoteles quãdo
difficilis eſt pofitio, non intelligitur pro petitione, feu petito, quia
petitum non eft argu mentabile,hoc eſt per argumentum probabile,neque
difficile, ne facile, cum ſit primum principium &non probetur, fed petitio
in hoc loco accipitur pro ipfa propoſitione, quæ probanda venit, ſeu
fpeculatiua,vel etiain practicafit, feu problema, vel etiam theore, ma
fuerit,et tunc talis propofitio difficile argumérabilis eft, quando inter
probandam ipſam,contingit aliquod deffiniendī, quod com plexum fit, quod nifi
delfiniatur,difficilis argumentabilis eſt propo ſitio, et fortaffe omnino
inpoſsibile, quando id quod dictum eſt contigerit,videlicet quod complexum
deffiniendum interueniat, ly fortaffe autem omnino impoſsibile in præcedenti
textu non dubi tatiue ſed magis comprobationis particula accipienda eſt. VELV T
Zenonis quòd non contingitmoneri, neque ſtadium pertranfire. PROTERVI Zenonis
eft fententia dicentis ftadium, quod octaua pars milliaris eft,pertranfiri non
polle, inter genera menſu. rarum quæ magis notæ ſunt,ftadium numeratur,quod
iuxta Ptho. Jamei ſententiã primo Geographiæ eft milliaris Italici pars octaua.
OPORT ET autem eum quibene transfert diale &tice,& non contentioſe
transferre, vt GeometramGeometricæ,fiue falſum fiue verum fit; quod
concludendum eft. DIALECTIC A trallatio eft,quæ apparens quidem eft,et
conuenientiam habet ad illam remi fecundumquam trallatio facta eft, et non
debet effe dubia,contentiofa, et fophiſtica, ſed magis ad inſtar geometræ, qui
nõ errat aliquo pacto circa ſuam materiam er formam, vt primo poſteriorum
declaraui, vel etiam quitransſeng hanc vocem triangulus, a ternario numero, et
quadratum a nunc ro quaternario propter ternarium, et quaternarium numerum vel
æquicrus a duobusæqualibus tibás, vel gradatus propter tria 1112 - qualia
latera, quæ vt gradus concipiuntur, 2 CAPITE QVINTO. AXT fiquis corum qua
ſequuntur ſeinuicem ex neceſſitateal Strumpetat vt latus incomenſurabile cle
diametrofi oportet dia meter lateri. PRIMO pofteriorum fuit declaratum et demonſtratū
quo pacto diameter quadrati coftę fit incommenſurabilis, quantum autem ad hunc
locum attinet, non ſemper per ca que ſe conſequun tur immediate,probatio fieri
debet, fed medium debet effe aliquo modo idem cū extremis,&aliquomodo
diuerſum, vt in 10 clemë torum de diametro, &cofta eftmanifeftū,Prçterea,non
eft proban dumaliquod ingnotum per equc ignotum, quod fi alterum peta tur in
alterius probatione, nil penitus demonſtratur, IN PRIMO ELENCORVM. CAPITE
PRIMO, POSTQVAM enim ipſas per ſe res in difputationem alla tas vfurpare
dicendo non eſt, ſed vocum veluti nutibus,rerum die ce primur, ſiquid in id
incidit vitij,in ipſis eſſe rebus, nõ in vocibus putamus,quod vfu venire
his,qui calculisrationem ineunt, ſolet. CALCULATORES noſtri temporis
characteribus caldaicis vtuntur, per quos, in numerorī cognitionem trahuntur,
ficut per voces in rerum cognitionem ducimur, IN TERTIO CAPITE, DIVISIONE
vero,vt quoniam quinqueſuntduo et tria, fieri vt paria fint imparia, et maius
fit æquale. SI diuiſim ſummas3.& 2. nunquam, quinque faciunt, ſecue autem
fi coniunctim, &ceffatomnisinftantia. Neque dixit terna fium, et binarium,
quia due ſpecies numeri, non componunt terº tiam fpeciem numerorum,ſed quinque
vnitatcs pro materia quiné sii accipiuntur. VD ANTVM vt quale,quale vt quantum.
IN primo pofteriorum in de triplici errore circa vniuerfale fuit oftenfum,proportionem
proprie circa quantum &non circa qua le effe, ita vi ſiquis pPomba
proportionem proprie eſſc circa quale, is quale pro ipſo vretur quanto vitioſe.
IN QVARTO CAPITE. AVT quod idem eiuſdem duplum, et non duplum, duplum quidem in
longuni, non duplum antem inlatum. CVM dederic eiufdem ad diuerfa: vt duo ad
uſum &ad tria dat deinceps exemplum eiuſdein ad idem fecundâ diuerfa tama,
Vt linca a b quatuoc,ad lineam a cduo actu dupla eft,no autem dú pla in latū
immo quadrupla elt a badac duo quod eft effe fuũ in potentia, quod manifeſtuin
eſt, in triangulo a bccuius ca b'rectus eft, id autem manifeftum eft ex 46
primi Elementorum, Eucli dis, vel dicas ab duplam ad a cin longitudine, non
autem in latiu dine, qua caret, eft dupla 1: 6 . NEQYE ſi triangulusduobus
rečtis tres æquoshabet, et ei. velfigură,del primum,vel principium eſſe
dicit;quod velfigura, del primum, vel principium eſt triangulus eft, nam non
quathe nusfigura del primum pel principium, ſed quatbenus triangulus
demonftratio erat. TRIANGVLVS enim rectilineus figurarum rectilinea. sum prima
eſt,ita vt fic et figura, et prima, et principium,vt qui buſdam placet omnium
figurarum rectilinearum,non tamen id ve tum eft fecundum Euclidis fcicum; vtAs
primi clementorum dos cet, &vt Amonius determinat capite deſpecie ſupra
porphirit, ſed hoc loco famoſe loquitur Ariſtoteles, et determinat quod no con
uenit criangulo habere tres duobus rectis æquales, ratione corum quæ de eo
dicta funt, fed ratione ſui ipſius,non aucem quathenus,fi gura,vel primī, et principium
neque etiam fi ifta fuſius accipian tur,figura,primüm principium inferunt
triangulum efle, arguere. tur enim ex conſequente ad antecedens, et exmagis
vniuerfale ad minus vniuerfale,ex ſuperiorique ad inferius, figura enim nedum
triangulo conuenit, ſed pentagono &alijs multis,primum nedum figuræ, fed
etiamnumero principium quoque in naturalibus, et his quæ arte fiunt repperitur,
nedum in figuris cöpofitis (vt ais. bant ex triangulo ſape ſumpto, Hoc autem ab
accidente differt, quoniam accidens quidem 1 I 1 in uno ſolo ſummere eft, vt
idem,elle flauum of melse album ege cygnum,quod autem propter confequens in
pluribusſemper opora tet,nam quæ vni et eidem funteadem er fibi ipſa
poſtulantur elle eadem propter quodfit ea quæ propter conſequens eft
redargutio, eſt autem non omnino verum, viſifit album ſecundum accidens, nam
&nix cygnusalbedo idem,autrurſum Melyſji oratio, ide elle poftulat,fa
&tum eſſe, &principium babere', autæqualisfieri Geandem magnitudinem
accipere,quoniam enim principium ba bet quodfa &tum eft.co quod factum eſt,
babet principium,fa &tum elle postulatstam quam ambo eadem fint eo quod
principiū fa &tu elle finitumquc habent, ſimiliter auto e in his que
æqualiafa &ta Junt, ſi eandem magnitudinem et vnam ſumendo æqualia fiunt,
et quæ æqualia faéta funt eandem dim onam magnitudinem ſum munt, quare
conſequens ſummit. TRES modos errandiin falatia conſeguentis adducit philofa
phus, primade accidente, ve de albo,aiebant quidam cõſequencia hác valere,
cignus eft,igitur album eſt, et econuerſo,album eft,ige tur cygnus eft,determinat
Ariſtoteles, quod album elle,vniuerſali us fit,quã effe cygnum, a magis comune
ad minus comuneargud do cõinictitur fallacia cõrequêtis,albedo enim nedum eft
in cygno, fed etiã in niue, et alñs reperitur: Secundo vt Melyflus aiebat, hæc
duo videlicet, ly factum efle, et ly principium habere, vt recte fer quebatur
fecundum Melyſſum factum eft, igitur principiñ habet, principium habet
igiturfactum eſt, principium enim habere, vni uerfalius eft quam factum effe
cælum enim principium habet, ma teriain ſuam ſcilicet &formam, attamen, non
eft factum, quia fer cunduin falſam Ariſtotelis opinionem ſemper fuit, principiữenim.comune
eft et ad id quod materiam &formă haber, et adid quod cæpit efle, in
tempore modo a magis comune ad minus comune arguendo committitur error
confequentis, Tertio loco, aduertic Ariſtoteles quod eadem magnitudo,
&æqualis magnitudonon couertuntur,in plus eniin eſt æqualia effe,quam cadem
effe,fiquis igitur inferat,magnitudo magnitudini eadem eft,igitur magnitudo
'magnitudiniæqualiselt,recte quidem intulit, vi in probatione ſce cunde partis
quintæ lib. primi Elementorī vna &eadem linea di fit balis in duobus
triangulis eft, fibiipfi æqualis et in quinta et ſexta terti Elementorum vna
&eadé linea a centro exiens ad cor cunferentiam (quæ duabos lineis ali
comparatur )elt æqualis fibi, fed non omne quod eft æquaļe alteri,elt fibi ipfi
idem, vipatet, in 1.. tertia primi, Elementorum,cuin de longiori æqualis
breuiuri ſinex linea feccacur, ob id Euclides, In quinto Elementorum propofitio,
ne 11.propoſuit probandum,quod quæ vni ſunt cadera &libica: dem ſunt,quod
fi principiuin primafuiſſet, licuti eft, quæ vni ſunt E qualia inter ſe ſunt
equalia, non propoſuillet illud in quinto eile probandum,quod Ariſtoteles
confiderauit. QVARE manifeftum eft, quodeo demonſtraționes redargu. tiones funt
&veræ quidem,nam quæcunque demonftrare licet, ca Gredarguere eū,qui
contradi tione veri ponet,licet, vtſicomen furabilem diametra
pofuerit;redarguatquis demonftratione, quod incomenſurabilis;quare omnium
oportet efle, nam alia quidem ea quæ in Geometriaſunt principia eorumque
concluſiones &cæt. SIQ VIS diametrum commenſurabilem coſtæ ponat redar,
guitur ab Euclide lib, 10 elementoruin propoſitione 115, vel leo cundum
campanuin, per illam demonſtrationem, quæ ibi adduci. tur,quæ demonftratio,redargutio
eft ipfius proteruiafferentis con. trarium, fic vt pro declaratione huius
textus fatis fit, quod ipía de monſtratio veri,redargutio eft falli allerti,vel
afferendi a proteruo, NAM ſecundum vnamquanque,artem ſyllogiſmus falfus est, vt
fecunlum Geometriam Geometricus, " VIDETVR ex hoc textú quod geometra
paralogizet quod oppoſitum eft ei, quod determinatum eſt in poſterioribus,
Geometram videlicet non paralogizare, Dico Ariſtotelem loqui non de Geometrico
fyllogiſmo in quo,neque circa materiam nec circa formam error contingit, fed de
fyllogiſmo in quo terminus, ſeu vox aliqua repperitur Geometrica, contraria lux
fignifica tioni a Geometra pofita, vt quod triangulus pro circulo accipia
tur,vel error paratur in conſequentia,vt fi triangulus, igitur dua. bus lineis
clauditur, et vtroque modorum erit pfeudogeometri cus fyllogifmus, vt fi quis
pſeudogeometra per numerum inipa sem æqualem pari fyllogizer diametrum
commenſurabilem effe ipfi coſtr,hoc ſuo fyllogilino non falſum redarguit, quin
potius fal fum ingerit, de quo fyllogiſmo pſeudogeometrico, hic Ariſtoteles
Intelligatur, et non de Geometrico, vt in pofterioribus determi, nauit
philoſophus, et per me fuit declararā, quo modo Geometra non paralogizat lad
ſyllogizat, et id, hoc loco in memoriam reuo candum eft, quod in prioribusde
prima figura dictum fuit, quo nam pacto Geometra illa vtatur, IN NONO CAPITE.
ET la cuis viletur plura ſignificare triangulus, deditque, nos, vt cam figuram
de qua concludebat quòd duo re&tis, verum ad in telle &tum illius
difputauit,hic an non? TRIANGVLVS enim eft figura plana tribus rectis li. neis
contenta de qua Euclides ſecīda parte 32.primi elementorum demonſtrat quod
habet tres angulos duobus rectis equales, modo fiquis immaginaretur quod
triãgulus aliquid aliud fit, a tali figura (qui triangulus eſt ) propter id
quod omnes anguli ipfius figuræ fint etiam duobus rectis æqualcs,
vtoninesanguli pentagoni,cu. ius vnumquodque lacusſeccat duo ipſius reliqua
latera, talis pro fecto non diſputabit de triãgulo, quiaad intellectuin
triangulinon reſpicit,fed ad aliud, vt ad talem pentagonum, no enim neceffe
eft, vequicquid habet angulos duobus rectis pares, fit triangulus, nes quod
habent tres duobus rectis pares, fed quæ figura habet tan tum tres angulos
duobus rectis pares,ille triangulus eſt. VNITATEs binarijs in
quaternzrijsæquiles efle,at binse rij hic quidemſic infunt illiautemſecus, SIQ
VIS ex illo principio, quæ vni et eidem ſunt æqualia, inferre tentauerit quod
binarij fint quaternarii, hoc medio, omnes vnitates ſunt ęquales vnitatibus
binarë,omnis numeri quaternarij vnitates ſunt æqualesvnitatibus binarë, iglur
omnes vnitates quaternarñ ſunt æquales Vnitatibus binarij,igitur quacernarius
eft binarius,ad maiorem et minorem prime coufequentiæ dicendum, quod fi
vnitates ſingulę et diuiſion accipiantur concedendæ ſunt vtræque et confequentia
prima, fed fecunda confequentia interris matur, fi vero vnitates in maiori et minori
acceruarim ſuſcipian, tur vtraque præmiſſarum eft falla et fequitur conclufio
falfa, et les cundę conſequentiæ anteccedens eft falluin, et conſequentia fequi
tur, et conſequens etiam falſum eſt. NEOVE liquod pſeudographum circa verum eft
vt Hyppo cratis quadratura que per lunulas, ſed qualiter Brifo circulã qua,
drauit,tametficirculus quadretur,tamen quis non ſecundum rem ideo ſophiſticus
est, quare etiam qui de bis apparens ſyllogiſmus cft,oratio plane eſt
contentiola. / ! HYPPOCRAS tentauit circulum quadrareper lunulas et reduxit
lunulam deſcriptam ſuper coſtarn quadrati inſcripti in ciro culo ad figuram
rectilineam &exiſtimauit omnem lunulam redu ci poffe ad rectilineam figuram,
ob id fuppofuit lunulas deſcrip tas fuper latus exagoni circulo inſcripti,poffe
reduci adrectilineam figuram ex quo ſuppoſito non demonftrato, progreſſus eſt
ad cir. culi quadraturam &variauit diagramma,tranfiens à quadrato ad
exagonum, et tranfiens a lunula exiſtente ſuper lacus quadrati in fcripti
circulo ad lunulam deſcriptam fuper lacus exagoni inſcripti in circulo, et fic
preudographus factus eſt, Briſo fimiliter errauit circunſcribens circulo et infcribens
circulo quadratum,vterque fo phiſtice proceſsit,et fyllogizarunt contētiofe,
fed alter in diagrāma te vt Hyppocras, reliquus vero in principäs proprös neque
in illa rione, reliquus autem in conſequentia, et quia vtebatur principös
coinmunibus, et fi circulus quadretur fophiftice, tamen non fecun dum rem, vt
non per principia propria, neque per deſcriptionetti diagramatum,hoceft per
cõſtructionem debitam figurarum,nec ex neceffaria cófequutione principiorum ad
conclufionem ex illis principñsneceffario illatam, fyllogiſinus igitur quo
Hyppocrates et Briſo fyllogizabant quadraturam circuli, contentioſa erat al
tera,vt quæ Brilonis, non contentiofa vero reliqua, vi hyppocra. cis,vti
Ariſtoteles inferius in hoc capite declarat inquiens, CONTENTIOS A vero quodam
modo ſic ſe ad dialetti cam habet,quemadmodum pleudographa ad Geometriam, namex
eiſdem, diferendi modo,captiose et pſeudographa Geometrice de cipit,fed hæc
quidemnon eſt contentiofa,quia ex principys et con clufionibus quæ funt fub
arte pſeudographa facit,quæ autem ex his eftquafuntfub diale et tica,circa alia
quide contentiofam efle mani feftum eft,vt quadratura quidem, quæper lunulas
non contentio Sa, Brifonis autem contentiofa eft. ILLA ars quę falſum cöcludit
vel potius artifex ille,an potius pſeudoartifex qui ſyllogizat falium ex
principiis veris vel ex theo rematibus probatis, vt fecit Hyppocras in
quadratura circuli,non contentioſe procedit, quia ex propriis principiis et theorematibus
Geometriæ,Briſo autem proceſſic ex his, quæ nedum Geometria, fed etiam aliis
diſciplinis applicari poffunt, vt, quæ vni et eidem funt æqualia inter fe
æquaha effe conftat,quod principium et Geo metriæ Arithmeticæ ſtereometriæ
&ei quæ de ponderibus tractat diſciplinæ applicari poteft, pariter ratio
Antiphontisde quadratu. G 16 ra contentiora eft, qua negat principium Geometriæ,
quod eft fe cundum theorema certii elementorum Euclidis, et negat etiam li.
neain poffe in infinitum diuidi, et dicit rectum eſſe curuum, et cur uum rectum,
et dari duo puncta inmediata in linea circulari, quæ omnia fequuntur ex
conſtitutione hilochilium triangulorum qui conſumunt lunulam contentam a
circunferencia circuli et recta linea. VT impar numerus ejt medium habens, eſt
aut numerus im par, eft igitur numerus, numerus medium habens. IMPAR numerusa
pari differt vnitatis incremento vel im minutione, vt quinarius a quaternario,
et ſenario, in his igitur vo cibus, ly numerus et ly impar committitur vitium
nugationis, quale committitur in his quæ ad aliquid dicuntur, vt fimitas naſi
quidem curuicas eft,modo fic ordineturfyllogiſmus, Omnis impar eſt numerus
habens medium. Sed numerus eft impar Igitur numerus eſt numerus habens medium
Ecce quod bis numerus reppetitur in concluſionc, inaniter factum. ACCIDIT autem
quandoque ficut in mathematicis confia gurationibus, vt illic quæ foluimus
quandoquecomponcre iterum non queamus. OVADRATVM, penthagonum, et cæteras
figuras re. etilineas reſoluimus in triangulos,non tamen ex triangulis quadra
tum fit ſed ex dacta linea recta in fe ducta deſcribitur&, 45primi
clementorum Euclidis, et cæteræ figuræ, vt ex quartolibro elemen torum Euclidis
patet,fed per id non videtur factum effe fatis textui Ariſtotelis,nifi dixeris,
quod non ea facilitate idem componimus, qua facilitate ſoluitur in triangulos,
vel etiam dicas quodin Geo metria abſolute non componitur figura ex triangulis,
et fi omnia figura rectilinea in triangulos refoluatur, fecus auteminri athmetica
de mente pythagoræ, tefte Boetio libro fecundo Arithmetices immo vnaqueque
figurarum ſpecies, componitur ex præcedenu fpecie et triangulo,vt eo loco
demonftratur, vel meliusex tot vni tatibus, quotpræcedensſpeciesconſtat, et vnitatibus
triangulorum, vt illis declaratur locis. VNIVERSA LOCA IN LOGICA M A R то тв
LIS IN MATHBMATICAS DISCIPLINAS HOC NOVVM OPVS DECLARAT. сум PRIVILEGIO. aistas
f 4 VBNBTUIS IN OFICINA FRANCISCI,COLINI GROENIGLICHEN AD LECTORES. Primum
limen huius ingreſſus eft in hunc librum,utintel ligat lector Euclidein citatum
eſſe fecundum Theonem et fecundum Campanuim indiſcriminatim. Pretcrca illud
aduertendum eſt quod Textus Ariſtotelis partiti funt fecundum Ioannem
Grammaticum, et nume rus alius, cui præponitur ly aliàs, aut ly uel,in fronte
ca pitis denotat partitionein Auerois in Paraphraſi, Tertio loco numerus
denotatpartitionem commentationis mas goæ Auerois, Illustriſsimo Venetorum
Confilio cautum eft, ne quis hoc Opus imprimere audeat ante decenniuń, fubpena
Ducatorum centum, áammißionis librorum; ut in Priuilegio conceſſo Domino
Presbitero Petro Cathena artium et facræ Theologie Doétori, pro feßorique
publicoliberalium artium in Gymnaſio Paduano: LASERLICH HOFBIB WIEN L MARCOLINI
GROENIGLICHEN AD LECTORES. Primum limen huius ingreſſus eft in hunc librum,utintel
ligat lector Euclidein citatum eſſe fecundum Theonem et fecundum Campanuim
indiſcriminatim. Pretcrca illud aduertendum eſt quod Textus Ariſtotelis partiti
funt fecundum Ioannem Grammaticum, et nume rus alius, cui præponitur ly aliàs,
aut ly uel,in fronte ca pitis denotat partitionein Auerois in Paraphraſi,
Tertio loco numerus denotatpartitionem commentationis mas goæ Auerois,
Illustriſsimo Venetorum Confilio cautum eft, ne quis hoc Opus imprimere audeat
ante decenniuń, fubpena Ducatorum centum, áammißionis librorum; ut in
Priuilegio conceſſo Domino Presbitero Petro Cathena artium et facræ Theologie
Doétori, pro feßorique publicoliberalium artium in Gymnaſio Paduano: LASERLICH
HOFBIB WIEN LCOLINI GROENIGLICHEN AD LECTORES. Primum limen huius ingreſſus eft
in hunc librum,utintel ligat lector Euclidein citatum eſſe fecundum Theonem et fecundum
Campanuim indiſcriminatim. Pretcrca illud aduertendum eſt quod Textus
Ariſtotelis partiti funt fecundum Ioannem Grammaticum, et nume rus alius, cui
præponitur ly aliàs, aut ly uel,in fronte ca pitis denotat partitionein Auerois
in Paraphraſi, Tertio loco numerus denotatpartitionem commentationis mas goæ
Auerois, Illustriſsimo Venetorum Confilio cautum eft, ne quis hoc Opus
imprimere audeat ante decenniuń, fubpena Ducatorum centum, áammißionis librorum;
ut in Priuilegio conceſſo Domino Presbitero Petro Cathena artium et facræ
Theologie Doétori, pro feßorique publicoliberalium artium in Gymnaſio Paduano:
LASERLICH HOFBIB WIEN LIOTHEK PETRVS CATHENA VENETÝS PRESBITERORVM OMNIVM
MINIMVS REVERENDISSIMO DOMINO MARCO LAVRETANO EPISCOPO NONENSI AC PATRONO S V O
COLENDISSIMO. S. P. மரா NTER munera,quæ diuiniore calculo benigna humanitatis
arti fex natura nobiscontulit, uirtu tum de litterarum facratiſsime antistes,
ad poftremum haud quaquam adducitur ipſa ratio, nempe ad quamomnia prope
quæhumana addicuntur ſubstan tiæ ad unum adhæferunt, cuius munere ſi quis
minime recte ufus fuerit ipſum naturæ aduerſari, atſi bonis artibus que de
periere iam &deciderunt, quippiamſplendoris &utilitatiscor rogauerit et
farcuerit, illum rationismunereperfunctumeſſe ne mo nefciat, hac de
caufaconſiderans hominum mentes eodem effe quo arua fato, quæ ſi excolantur
bona ſinegligantur mala perfe runt germina,uidiſſem multos, qui philofophi
nominari uolunt prepoſteris imbutos litteris,quorum mentes ſentes alunt Gmon
stra, quibusuellicandisne unus quidem Herculesſatiseffet, uin Etum in
inestricabiles laberinthos quin potius in carcerem te terrimum Aristotelem ut
ciuimilites traxiſſe,qui inutilibus que stionibus &Græcis tenue intincti
literis, bomis artibusnegletis, fimiles factifunt oculo, qui quòd in tenebris
fit lucem flocifecerit Aij decreuiquoingenijuires,etiam fi exignas(nam apprime
noui quàm fitmihi curtaſuppellex ) expenderem in eruendo Ariſtotele ex illo
obfcuro, id autem tam comode quàm apte fieri putabam ſi Mathematica exempla ſua
expreſsiora redderem, quibus in ex plicandis Logicis ufusfuit ipſe prefertim
hoc tempore qua publi cis lectionibus Mathematicis in PaduanoGimnaſio
incumbebam, ad huius etiam clariſsimi Philofophi elucidationem accedebat hor
tatio iuuamen ReuerendissD.. Ioannis Marie Piſauri Epiſco pi Paphenſis
&mecenatis optimi cuius expenſis opus imprimeba tur, hortabaturque me ille,
ne opus hocpermiterem ex ire in ho minummanus fine duce aliquo cumpreſertim
milta, &fere difi cilima hac tempestate contineret, que aut ab
interpretibus uniuer fis omiffa, autoppoſita his effent que interpretati ſunt.
Te igitur patronum Dominum meum delegi,qui et Ariſtoteleam Philo ſophiam
uniuerſam cales, &qui has liberalesartes Latinis duri bus inuulgauit.
Itaque ea. Aristoteles loca qua potui diligentia il lustraui, et quæ lucem
claritatemque deſiderare uide bantur, curſimebreuis annotamenti lumine perui
afeci, qua in reſi effe cerim quod uoluizesło iudex &cenfor. Has autem
primores inge - ný nostri fæturastuo nomini Reuerendiss. Domine eam ob rem
dicatas uolui,quo plane intelligeres noftri animigratitudinem pro innumeris
quibus me in dies cumulare deſideras beneficijs, eoque quod aliter non datur
temeum reuerear benefactorem; neque ob aliud ſanete reuerear quàm quòd omni
laude digniſsimum: Vale præfulum decus. ed RE agat, ueletium num in ſemen uiri,
uelmulieris, uel inmatricem, { OTS PORPHYRII DE GENERE PETRI CΑΤΗΕΝΑ PRESBITERI
VENETINOVA INTERPRETATIO. IcetVR et alio modo genus uniuſcuiuſque principium or
tus, tam ab co, qui genuit, quám a loco in quo eft quiſ piam ortus. Dicitur
quòd locus, os pater cauſe funteffè &trices genis ti, diuerfimodetamen,quippe
pater aétiua fit caufa, locus uero conſer uatiua tantum,que ad cauſam effe's
Etricem non immerito reducitur,aps te magis quàm adquodcunque aliud cauſé
genus. Dico tamen quod, et locusnedum conſeruatiuum prin cipium est, fic ut
genitum folummodo conſeruet poftea quam genitum ipfum acquiſiuerit effe fuum,ſed
etiam adiuuin principium eſt ipſe locus affe Ausrefpectu geniti
accidentiumſententia est ipſius Ariſtotelis, quòd per acceſjum atque receſſum
planetarumſub circulo obliquo fiunt in hæc inferioragenerationes
atquecorruptiones, folis igitur, e planetarum aliorum lumine, ac motu, affectus
locus, aštiue agit hoc pacto adgenera = tionem, atque parentes, fi fecus quis
audiuerit, tunc sol, et pater non generarenthominem cum Sol non niſiſuis radijs
reétis reflexis autfrae étis alterando aerem agatin ipſum, ca in contentum, quo
autem pacto age quodmodo eidemſimili,quo etiam in uiſcera terre
producitmineralia, o interræ fuperficie plantas. PORPHY RIVS DE SPE. DE SPET I
E. VLCR A Fucies, debita parilitate demiſſa,coloria bus lineamentiſuć
luculenter affecta,fpetiesà Pors phyrio in prima ſpetiei ſignificatione
uocatur., ut Facies priami dignaeſt imperio, ad cuius fi militudinem, ill. est,
quefub aßignato generepoa nitur, curus pulcritudo, est differentia fpecifica,
qua pulcritudine informe genus contrahitur, atque pulcrumfit. Et Trianguluun,
figuræ fpetiem ſimili modo ſignificat,fie gura rectilinea genus est ad
triangulum, non figura in uniuerſum quamſic fufamfiguram Euclides primo
Elementorum partitur in eam, que una clauditur linea, et in eam quæ pluribus
lineis continetur, qui Triangulus Axties fitfigure reftilinee per hanc
ſpecificam différen tiam qua est, claudi tantum tribus reftis, qua etiam
differentia pula crum redditur figure genus. Indiuidua funt'infinita. Non
intela ligas hoc uelim, niſi potentia,qua infinitatis affectione etiam numerus
ita intelligatur; ſed modo quodam diverſo, numerus enim, quicunque fit,
aexiſtat, finitus eſt, terminatus,ſic pariter indiuidua on nia, quæ exiſtunt
finita funt, sed que preceſſerunt omnia,o que futu rafunt ex utraqueparte
infinita diceret Ariſtoteles, numerus uero cum statum ad unitatemhabeat duplici
modo finitus eſt,« actu, o deſcenden do,uerum indiuidua duobus modis dictis
funt infinita, unico autem modo ut quæ præfentiafunt, finita etiamfunt. IN
PREDICAMENTA ARISTOTELIS. DE QVANTITATE. ENARAI numeri partes, ut quinque, et quinque.
Animaduerſione dignum exemplar hoc in loco pofuit Ariſtoteles, cum dixit
quinque,& quin que partes eſe denarij numeri, non enim dixit quis narium,
oquinarium denarium numerum compone re, quia nulla numerorun fpeties componitur
ex di uerfisſpetiebus,neque etiam ex unis indiuiduis eiufdem fpetiei,ut diuerfa
fpeties fiat, ex unis ternis uel quaternis, ant quinnis numeris nonfitfe
nariusuel oftonarius aut denarius, ex unitatibus tamen quinis o quinis que
materia eft. Cuiuslibet numeri, denari fpeties conflutur, eas ſententia
Euclidis, Nichomaci, atque Boetij. Similiter et in cor pore fuimere
aſsignareque lineam fuperficiemuè comu. nem terininun potes, quo partes
corporis copulantur. Punctum esse lincæ terminum, or lineam ſuperficiei, e
ſuperficiem corporis nemo neſcit, niſi qui Euclidis doctrina dignus est, ſed
illud unum maiori egeret indagine, quo nam pa&o lineaſitforſan etiam ima
mediatus corporis terminus,ne id Ariſtoteles aſſerens, quippiam affe rat contra
Euclidis fcitum, prima enim deffinitione undecimi Elementorum inquit ille,
corpus ſiue ſolidum est, quod longitudinem latitudia nem ocraßitudinem habet,
folidi uero terminus fuperficies est, uide ergo quod ſolidi terminusnonſit
linea ipfa, ut Ariſtoteles aſſerit. Ves rum quòd linea terminusfit corporis
manifeſtum est, fi idquod Euclides ait deffinitione nona undecimi elementorum
non ignores, solidus (inquit) angulus est, qui ſub pluribus duobus planis
angulis comprehenditur non exiſtentibus in eodem plano, ad unum ſignum
conſtitutis, plurium linearum igitur contactus (nulla ſuperficierum habita
conſideratione) qui estfolidus angulus corpus terminat,fub illis igitur lineis
angulusfox Tidus contentus, terminusest illius folidi, ville lineæ termini
ſuntnes dum illarum ſuperficierum corpus ambientium, quin etiam inmediati
terinini funtillius corporis, cum linea continentes illos angulos in puran Etum
unum concurrant. Preterea idipſum Euclides afferit de angulo, quod fit
immediatus terminusfolidi problemate tredecimo, libri tredeci mi Elementorum,
et in fequentibus quatuor problematibus idem uit,in quibus docet conſtruere
corpora regularia, queſuis angulis tangant ſu perficiem concauam
circumſcribentis pheri, qui quidem uniuerſi angis li ſub tribus ad minus
&pluribus tribus rectis lineis ad unum pun &tum concurrentibus
continentur, &punctus ille, nedum est linearum terris minus, fed etiam
regularis corporis finis,cum ſit terminus omnium linearum, quo termino tangit
fphærum,patet igitur id, quod Ariſtoteles dixit de lineis nedum ueritatem
habere, ſed ut etiam pun tusſit terminus ips fius corporis, ſecundum Euclidis
ſcitum, perinde dicendum eft de ſuper ficie, quòd non tantum lineis, ſedetiam
ipſis pun tis terminata fit, fide ea, quæ rectis lineis claudatur fermofiat,
øde corpore Iſoperimetro, fiue quod pluribus re&tis fuperficiebusclauditur,
hocquod dictum est in telligatur. Adid uero, quod Euclides primo Elementorum
ait deſuper ficie fiuefigura rectilinea deffinitione uigefima, refponde, quod
uerum dicit, figura rectilinea, inquit, contineturfub lineis reftis, enon die
cit contineturfub punctis, agequod contineriſub pun &tis diuerfum eſt, ab
terminari punctis. Ariſtoteles hoc uidens, dixit corpus lineis termia narinon
tamenfub illis contineri,quod deſuperficie ſimiliter eft dia cendum. Vel etiam
reétè dices, fi ita fenferis, quòd figura in uniuer. ſali, linea claudatur,
neque una,neque pluribus, et corpus in uniuer far liambitu ſuperficie claudatur,
neque itidem una aut pluribus, o neua tra deffinitio fic in uniuerfum accepta
habet exclufiuam particulam,cum autem ad circulum uel ſpherum defcenderis,unum
linea una clauditur re liquum uero una tantum fuperficie ſcias elſe claufum,reliquæ
uerofigur re rectilineæ non deffiniuntur cum particula exclufiua abEuclide,vel
di cas, quòd in littera Ariſtotelis, eſt fua met interpretatio, ubi enim dixe
rit, in corporefumere aßignarequelineam comunem terminum, statim correxit ſe,
dicens fuperficiem eſſe comuném terminum corporis et Euclides non dixit quòd
punctus, ſed quod angulus tangat fphærum. Rurſus in pago quidem, multos homines,
Athenis au tem paucos dicimus eſſe, qui tamen funt illis plures, et in domo
quidem multos in theatro uero paucos,qui quidem et ipfi multo funt illis plures.Aduertas
Ariſtotelem utroque exi emplo, o paucos et multos dixiſſe, comparationem
faciens hominum ad loca in quibusfunt, non habens rationens hominum ad homines,
ut fimile exemplun daretur ſiquis dicat pauciaurcifunt in arca, @mule ti in
crumena, fi in crumena eſſent tantum fex, decem in arca, DE HIS QVÆ AD ALIQVID.
VADRATIONIS enim circuli, et fcibilis eſt, ſcientia quidem nondum eſſe uidetur
eft autem fcibilis ipſa. Quadam libertate hoc lo co loquutus eſt Arift.afferens
id quod ignorauit, quia ſi non ignoraſcet eam,habuiſſet illiusſcientiam, o non
dixiſſet (niſi forſan mendatio) ſcientia quidem now dum eſſe uidetur,fciens
etiam quod nullus adtempus uſqueſuum proprijs principijs quadraturam inuenerit,
nequecitra ad hanc ufq; horam,quis oftenderit,nififorſan quibufdamſuppoſitis,quu,et
ipfa non minoriproba tione egerent quàm ipſa circuli quadratio,fedquidper iftud
exemplum utilitatis Ariſtot. attulerit, illud effe puto, ut ammoto fcibili,
oſcien tia ARISTOTELIS. tia eiusremoveri neceſſe eſt, ut putacaufa nunquam
cauſante nuſquam effectus erit, quadratio igitur circuli cum non ſit,
nequefcientia de ip. fa quadratura circuließepoteft. Quid nam antiqui de
quadratura ſe na ferint in fractionibus Mathematicis declarabitur. DE QVALITATE.
VARTVM qualitatis gen'us eft figura et ca quæ circa unumquodque eft forma, et in
fuper rectitudo, et curvitas, et quicquid eſt hiſce fimile. De figura fcias
Ariſtotelem lom qui, non ut de ea Geometrica abſtracte conſiderata, Jed de
figura in re figurata exiſtente,ueluti in fubie et o, idem de forma,
rectitudine, atque curuitate intelligas. Aduere tendum tamen ordinem quendam
feruaffe hoc loco Ariſtotelem in his que proponit, à ſimpliciori ad magis
compoſitum. Primo enim defi gura,quæ linea, uel lineis clauditur, fecundo de
his, quæ ſimplici bus lineis, aut ſuperficiebus uniformibus, nempe uel tantum
re tis, aut tantum curuis, uelſolummodo conuexis,aut etiain tantum concauis
continentur, modus iſte ſecundus à primo non nihil differt, in hoc differentia
est inter utrumque, quia primomodo de co quod planum eft, ueluti ipſa papyrus,
ſecundo modo, de eo quod corpus, utmons, ficuti uulgus,quodfubtile eſt (ut
papyrus) planum uocat, quod autem eft ualde craſſum, corpus appellat, ut
montem, a facilioriperſuadens tya runculis ea,quæ etiam à uulgo principium
cognitionis ſumunt. Triana gulus autem et quadratum
cæteræque figuræ, non uidens tur talem rationem ſubire. Ariſtoteles parum ante
dixit, que: nam ſint et, quæ magis, minufue ſuſcipiunt, ut puta qualia ipſa,
gridus fufcipiunt intenfionis,modo uides quod neque trianguliis,nequequadras
tum,qualia ſunt, fed quanta, que intenſione remißioninonſunt apta. Nam ea, quæ
trianguli rationem circulinefuſcipiunt,trians guli fimiliter, aut circuli ſunt
oinnia. Senſus huius eft, quòd triangulus. quilibet, uel omnia que triangula
ſunt, niſi id quod tribus clauditur lineis,aliud non eſt, a circuli omnes, nil
aliud funtquam und çlaudi linea, in cuius medio punctus eſt quod centrum
dicitur, à quo oma. nes recte linea uſque ad circunferentiam ductæ inter fefunt
cquales.com hoc nihil aliud quàm circulus eſt,nõ enim triangulus circulus,neque
cira B 10 IN PREDICAMENT A culus triangulus eft, neque utrunque aliquid unum
eſt, licet utrunque figura ſit,ſed hoc æquiuoce, et non uniuoce eſt. Neque te
turbet hoc quia Ariſtoteles prius de triangulo, « quadrato propoſuit,c finit
ſena tentiam de triangulo, e circulo, et non de triangulo, quadrato, quia de
triangulo o quadrato dicens, ſubiunxit cæteræque figuræ quo uerbo etiam circulă
intellexit, de quo ultimo loco explicite loquitur. Eorum uero, quæ rationein
hanc, non ſuſcipiunt, nihil alio magis minúſie tale dicetur,non enim quadratum
ma gis quàm altera parte longius circulus elt, quippe cum neu trum circuli
fubeat rationem atque fimpliciter. Si non fubeat propoſiti, in quofit
comparatio rationem, alteruin altero magis tale mi nuſueminimèdicetur.
Quadratum neque circulus eſt, nec etiam altera parte longius circulus eſt,cum
igitur propoſiti circuli rationem neus trum ſuſcipiat, neque quadratum circulus
eft,nec etiam quadratum mas gis quam altera parte longius circulus est, idem
age de altera partelons giore. Atquefimpliter pro hoc uerbo, ſcito
Ariſtot.ſententiam hanc eſe, o ſi quadratum, &altera parte longius circulus
eſſet, atque in eo conuenirent, quia tamen neutrum eorum, atque circulus, non
eft qualis tas, fed quantitas,ideo à quadrato, o abaltera parte longiori, lymas
gisminúfue,ſecludenda funt.Expoſitio hæc uidetur contra id, quòd Aris ſtoteles
determinauit in capite de quali oqualitate, quo loco ait quara tum qualitatis
genus eft figura,ad quodfoluendum, dicas figuram capi uno, atquealtero
modo,primo figura conſideratur in ſe abſtracta aſus bie &to quocunque,
cmſic quantumfeu quantitas eft,o non qualitas,nec etiam in quarto qualitatis
genere, alio autem modo conſideraturfigura in refigurata, cui largitur tale
eſſe, or ſicfigura in fubieéto aliquo,quam. litatis naturam non refutat. Neque
musica, cuiuſpiam musica, niſi generis ratione ad aliquid, et ipsa dicatur. De
uniuersali Aristoteles,& non para ticularimuſica loquens, ſiue humant uoce
uel inſtrumentis praxis fiat, uel Theorica ipſa intelligatur, biffariam eam
conſiderat, quatenus à fubieéto uel obiecto ſeu genere ipſo caufetur,et
quatenus cauſata in ſubie eo quopiam eſt, primo modo ad fubie &tum quod
genus uocat, tan quàm ad effectricem caufam reffertur, ut ad ſonum numeratum,
non due tem ad Platonem in quo recepta est, relatiue dicitur. Vel etiam dicas, quòd refertur rationefuigeneris, ut quatenus scientia
adfcibile. ARISTOTELIS. IL DE MODIS PRIOR IS. HR N DEMONTSRATIVIS scientisprius
eſt nimirum atque pofterius ordine, Elemen ta nanque deſignationibus ordine
priora ſunt. Scito elementa, ut deffinitiones, petita, animi conceptiones
precedere ipfis propoſitiones in ſcientijs, id quod in Euclidis methodo
patet,proa poſitio nem ſubſequitur expoſitio, quam expoſitionem statim deſigndz
tio diagrammatisconſequitur, hancdeſignationem (que beneficio petia torum
tantun fit) determinatio, determinationem demonſtratio, ſexto loco epilogus,
ſiue propoſitionis repetitio. Vel dicas elementa,ipſatana tum eſſe petita
reſpectu deſignationis tantummodo. Elementa etiam non tantum principia,utdeffinitiones,petita,
et conceptiones animi, reſpectu propoſitionum, que per ea probantur dicuntur,
fed ipſa propoſia tiones probatæ, quatenus ad alias fequentes propoſitiones
probandas fumuntur, dicuntur elementa, hac de caufa, quidam uolunt libros
quindecim Euclidis uocari elementa, alij nero non ob id, quindecim libri
dicuntur elementa,ſed quia fingulis libris fua affiguntur principia, ut apud
Campanum, ſed neuter modus dicendi placet, quin potius elea menta dicuntur
oinnia, quæ in illis quindecim libris continentur, nedum propter deffinitiones,
petita, Oʻanimi conceptiones,ut iſti, neque prou pter hoc, quòd alique prime
propoſitiones, que demonſtratæ funt, fint pro alijs propoſitionibus fequentibus
probandis principia, &elea menta,ut illi dicunt, quia tunc ultima
propoſitio noneſſet elementuin ad. quippiam, cum ipſa ultima eſſet, ſed
elementa, atque principia omnia illa dicuntur, reſpectu omnium propoſitionum
per ipfa probandarum infcientijs fubalternatis ad illos quindecim libros. IN
PREDICAMENTA DESPETIEB.V.S. MOTVS. i bЬ et CRET 10 ', alteratio non eft. Hoc
perſuaa det Ariſtot. exs * emplo Geometri co (quod etiam multis modis in
Arithmetica Boetius docet)Gnomon quidem,ut in fecundo clementorum deffinitione
ſecunda ha betur,figura eſt ſex laterum,compoſi ta ex uno quadrato conſiſtente
circa diametrum, « ſuplementis duobus, quefigura ab Euclide primo elemen torum
propoſitione tirgeſima quar ta habetur, quæ est 6, quam fi huic addideris
quadrato a, quadratiſpe ties minime alteratur, licet fiat acre tio quantitatis,
ſic ut in hac figu ra ab, quod una diuerfa peties alteri fpetiei addita non
uariet fpes tiem,exempla plus centum in tabule Pythagora, apud Nicomachum,
Boetium,in numeris inuenies, ut pu ta ex duobus longilateris altrinfecus ad
quadratum pofitis, bis medio fumpto quadrato, quod fit, quadra = tumest,licetfacta
ſit acretio, ut ex duobus, fex, vbis quatuor, ut ofto, ſexdecim exoritur,qui
etiam quadratus eft, pari modo,ex duo bus quadratis, er bis fumptomedio
longilatero, nempe ex quatuor, e nouem,bisfumptoſenario longilate ro, uiginti
quinque quadratus ortus alb ARISTOTELIS.i. 13 est, que intelligas uolo ex in
ateria primi quadrati, atque longilateri, ut ex ipſis unitatibus, ego non de
numeris tūlis formaliter fumptis, cum prius corrumpaturſpeties preceden tis
quadrati minoris, atque longilas • teri, in aliam petiem maioris quas drati,
qui ex illis oritur, acretio. igitur ubique facta eſt, nulla intera ueniente
alteratione in fpetie ipſius quadrati, licet e gnomonis atque longilateri
apertiſsime facta fit alte ratio. Aduertas tamen, ad id quòd Ariſtot. ait in
hoc exemplo de addia • tione gnomonis ad quadratum, ſic, utfpetiesquadrati nõ
alteratur.licet • fiat acretio, in Geometria uniuerſali ter ueritatem habet,
fed non eſt ita planum in Arithmetica, niſi intelles Xeris de fpetie
ſubalternāte,quòd ip fa non uariatur, uaristur tamen qua dratiſþeties
ſubalternata, oſpetia liſsima,quòd patet ex eo quòdſi nu mero quadratoſexdecim,addus
gno monem uiginti, statim ex pariter paa ri, ut puta ſexdecim, fit impariter
par, uidelicet triginta fex, quorums uterque, o fifit quadratus, diucrfarum
tamen fpetierum funt, ut ex libris Euclidis de Arithmetica mani feftum eft,quod
exemplo fubſcripto manifeſtatur fatis, quapropter uni uerfaliter Ariſtotelem
intelligas de quadrati, quatenus quadratum eft ', Apetie, hoceſt de fpetie
quadrati in uniuerfum, non de quadratiſpe= tie ppetialifsima. vel etiam dicas
quòd Ariſtoteles intelligit exemplifia cari in Geometria uniuerfaliter non
autem uniuerfaliter fimpliciter, hoc oft non in omnibus difciplinis. 11 14: IN
PRIMVM LIB. IN PRIMO PRIOR V M AN T E SECVNDVM SEC.TV M. n A M fine uniuerſali
nô erit fyllogiſmus aut non ad pofitum aut quod ex principio pea tetur,ponatur
enim mulicam uoluptatem et c. Sed magis efficitur inanifeſtum in de
ſcriptionibus, ut quòdæquicruriæquales, quiad baſin, ſintadcentruin ductæ a,b,
fi igitur æqualem accipiata, c, d, angulum, ipſib, d, c,non omnino exiſtimans
æquales, qui ſemicirculorum, et rur. fus c, ipfi d,non omnem aſunens eum qui
ſeçti. Amplius ab æquis exiſtentibus, totis Angulis, et ablatorum, æqua les
eflc reliquos e,f; quod ex principio petet, nifi acceperit ab æqualibus
æqualibus demptis,æqualia dereli nqui. Plaa num igitur quòdin omni oportet
uniuerſale exiſtere. Si dubitaret quis,an. ſemicirculi eiuſdem ornnes anguli
ſint equales, ſic perfuaderi uidetur, b omnes diametri eiufdem circuliſunt
æquales per primam deffinitionem tertij elementorum,peripheria eiuſ de circuli
uniformis eſt per xv. def finitionem primi elementorit, o me dietas
circunferentiæ est æqualis al teri medietati eiufdě circunferentia cumque omnes
recte à centro ad cir cunferentiam du &tæ fint æquales,fe quitur igitur,
quod duo anguli a, c, d,cb, d, c, ſemicirculorum eiufdem circuli a, b, c, d,
ſint ad inuicem æquales, hæc perfuafio fiat ei, qui non omnino exiſtimat
æquales, qui ſemicirculorum, rurfus inquit c, ipſi d, angulus uidelicet uterý;
minoris portionis æqualis eft alteri,nonaccepto toto angulo, ideſt,toto angulo
ſemicirculib, d,c, e a cd, quod ſic perſuadetur, árcus c, d, eiuſdem est
peripherie, que unir formis eſt, c, d, eſt unice, om eadem re&ta,ſi igitur
utrunque angus lorum minoris portionis ab utriſque ſemicirculorum angulis
detraxeris, qui anguli reininent uidelicet e, of, erunt æquales æquicrurus
igitur. PRIORVM ARISTOT. 15 triangulus habet ad bafim poſitos æquales angulos,
quod demonſtratum fuit,ſumpta iſta uniuerſali, ſi ab equalibus æqualia
aufferantur, reli qua æqualia remanent, IN PRIMO PRIOR VM ANTE TERTIVM SECTV M.
ECVNDVM uero unumquodque entium elia gere, ut de bono,aut fcientia,priuate
auten fecundum unamquainque, funt plurima quare principia quidem quæ ſecundum
unu quodq; funt,experimenti eſt tradere,dico au tem,ut Aſtrologicam
experientiain aſtrolo gicæ ſcientiæ, acceptis enim apparentibus fufficienter,
ita inuentæ funtaſtrologicæ demonſtrationes, &c. Compertum eſt aſtrolabio
ſolem plus temporis conſumere à principio Arietis ad uſas finem Virginis, quam
à principio Libre uſque ad Piſcium fines,idquod o hiſtoria traditum eft,
propter hoc etiam Hiſtoria dereli&tum est Solem tres habere orbes, quorum
medius,eccentricus eſt. Quibus habis tis apparentibus, facile
eftdemonſtrationes de Sole concludere,oſimili ter in unaquaque diſciplina,
prima principia hiſtoria data, &dereli Eta ſine probation funtpofteris,
quibus principijs tanquàm uerisſupa poſitis (hiſtoriæ enim proprium eft
ueritatem narrare) demonſtratio nes fiuntſi autem de principijs aliquafiat
demonſtratio,illam « impro priain, a poſteriori, feu à ſigno eſſe, nemoeſt
quineſciat. ANTE MVT V AM SYLLOGISMO RVM RESOLVTIONEM. On oportet autein
exiſtimare penes id, quod exponimus, aliquid accidere abfurdum nis hil cnim
utimur eo, quod eft hoc aliquid elle ſed quemadınodum Geometra, pedalem, et rectam
hanc, fine latitudine dicit, quæ non ſunt: Textushic exponitur primo
pofteriorum T. 52 fed hic tantum dubitatur,quo pacto intellectus ea poſsit
ſufficienti appres henſione capere, quenon funt, ut quæ nunquam, fub fenfu
fuerunt? 16 IN SECVNDVM LI B. Adfecundum refpondeo, quod animam eſſe,
intelligit intellectus, quam tamen nunquam uidit oculus, aut manus tetigit. Ideo multa intelligit ins telle &tus,quorum nunquamſenfus ſenſationem
habuit. Ad primum dico, quodficut intellectus concipit coclearem artem
abſtraftam, quætamen kon eſt, niſi indeterminatis, ſingularibus hominibus, fic
etiam li ncam ſuperficie?n intelligit, que tamen non ſunt, niſi in linea atrd.
mento picta, o ſuperficie, in corpore naturali, IN SECVNDO PRIORVM CAPITE DE
PETITIONE PRINCIPII. - o cautem eft quidem fic facere,utſtatim cens ſeat quod
propofitum eſt, contingit uero, et in alia tranſeuntes apta nata per illud mon
ſtrari, per hæc demonftrare quod ex princie pio,uelutiſi,a, monftretur per b,b
autein per C, c autem natun efſet monitrari per a accidit cnim ita
ratiocinantes ipſum a,per ipſuninet a monſtrare, quod faciunt, qui coalternas
putant fcribere latent enim ipſi ſeipſos talia accipientes, quæ non eſt
poſsibile monſtra: re non exiſtentibuscoalternis, quare accidit ita ratiocinans
tibus unumquodque eſſe dicere, fi eft unumquodque, ſed ita omne erit per
feipfum cognoſcibile, quod impoſsibile eft.Si propoſitum ſit probare, quod e
ſit a, &id oftendatur per mes dium b,c fieret talis fyllogiſmus (e est b,
beſt a, igitur e eſt 4. Pros batio primæ minoris uidelicet quæ eſt hæc, e eſt b,
fit per hoc medium f, ut in hoc Syllogiſino (e eftc, c, eſt b, igitur e eſt b)
Cuius minor, uis delicet hæc, et eft c,fiprobetur. Tunc reſumitur prima
concluſio pris mi Syllogiſmi,quæ à principio probanda erat, ut in hoc
Syllogiſmo e eſt 4,4 eſt c,igitur e eftc) &fic e eft a,quia e eſt a, Ofic
error ijte uerfatur in probanda minore primi Syllogiſmi per plura media per c,
oper a, propoſitio uero que probanda proponebatur, hæcuidelicet,e eft a, per
tria media per b., perc, et per a, probatur, ſimiliter errant illi, qui
nituntur probare parallelas effe per hoc, quod Triangulum habent tres æquales
duobusreftis, quod quidem hoc probaretur modo, ſit triangu = lus a, b, c. cuius
latusbc, ſi protendatur,caufabitur augulus d, c, d, exterior equalis duobus
angulis a, b, intrinſecis ex oppoſito colla * catis PRIORVM ARISTOT. 19 [ b N
catis, ut patet ex prima parte tri q geſimæſecunde primi elementorun Euclidis,
à punéto c, parallela dua catur ipſi b, a, quæ fitc, e, patea bit per ſecundam
partem eiufdemn tri geſimæſecundæ primi elementorum, - quòd triangulus a, b, c,
habebit tres duobus re&tis æquales. Si aus tem fumatur probandum quod b, a,
uc, e, fint parallelæ, per hoc medium, quia triangulus b, a, c, habeat tres
duobus re&tis æqua. les, ideo ipſe parallelæ ſunt, ſic, exterior æqualis
eft duobus intrinſe cis ex aduerſo poſitis, qui exterior angulus a, c, d, in
duos pars titur angulos in a, c, e,we, c, d,, c, e æqualis eſt b, a,, ere, c, d,
eft æqualis a,b, c; quorum utrunque probatur per lis neas eſſe parallelas,ut
per uigeſimamnonam primi elementorum,feques retur igitur, quod a,b,oc, e,
parallelæ funt,quia parallelæ ſunt,ut b, a,oc, f, parallelæ funt,quia
triangulus a, b, c, habet tres duoc bus rectis equales, fed a, b, c, triangulus
habet tres Angulos duos bus reftis equales, quia a, b, et c,e, parallelæ
ſunt,igitur a, b,a col, parallele ſunt,,quia parallelefunt, quod uanum eft,
oprobare quipe piam prius per aliquod pofterius, quod pofterius æget illo
priori adſui probationem. Aliter exponatur Textus,ut fiintentü fit defcriberec,
d, queſit parallela ipſi a, b, per uiges ſimamtertiam primi Elementorum d fiat
angulus e, c, d, æqualis angulo 4,6,6, et argue poſtea,quod d, 0,4, ſit æqualis
angulo b, a, 6, quod eſſe non poteſt, niſi b, d,egu c, d," parallele
fupponantur, fic b connectatur inductio, quia Trian gulus a, b, c, habet duobus
reftis æquales,parallelæ funt a,b, c,d, &quia paralellæ funt, ideo
Triangulus habet duobus rectis æqualis, igitur paralella funt, quia parallele
fit. a: í с 18.INSECVNDVM LIB. DE EO QUOD NON EST PENES HOC. VONIAM idem utique falſum
per plures fup pofitiones accidere, nihil fortaffe inconue niens,
ueluticoalternas coincidere, et fimas jor eft extrinſecus intrinſeco, et fi
triangu lus haberet plures rectos duobus. Quod autem parallela a, b, c, d,
coincidunt fic perſuaderiui. detur Angulus extrinfecus e, 8, 6, maior eft
angulo intrinſeco g, b, d, (quod quidem ſummitur falfum, pe nes quodſequitur
impoſsibile ) ſed 9 4,8,6,6,8, ho per xiij.primi a -b Elementorumſunt æquales
duobus re&tis igitur b, 8,5,64,6,8, erunt d minores duobus reftis per illam
igi tur communem fententiam, ſi una f recta ſuper duas rectas ceciderit at que
ex una parte cadėtis linee duo anguli intrinſeci fuerint minoris duobus reétis,
illas duas reétas ad pars tem illorum angulorum concurrere neceſſe erit, fi
protrahantur. Et fi triangulushaberet plures rectos duobus. Duo Anguli g, h, k,68,
k, h, ſuntmaiores duo. bus re&tis, multo magis igitur b, h, k, d, k, h,
ſuntmaiores duos, bus rectis,igitur duo a, h, k, k, h, ſunt minores duobus res
a. h b et is, quia omnes quatuor 6, h, k. a, b, k. d, k, h. @c, k, h. og ſunt
æquales quatuor reftis per des cimamtertiam primi Elementorum bis fumptam,igitur
b, a, d, c, f adpartem a, c, protracte concurs rent, per illam animi
conceptionem,fire &ta ſuper duas reétas cadensfes cerit duos angulos'ex una
parte minores duobus reétis, illa duæ lineæ ad illam partem protracte
neceſſario concurrent. ! Co Cс PRIORVM
ARISTOT. IN DE DECEPTIONE QVÆ FIT SECVNDVM SVSPITIONEM. ELVTI fia, ineft omnib,
buero omni c, a omni c inerit, fi itaque quiſpiam nouit quòda ineſt omni, cuib,
nouit et quòd cui c, fed nihil prohibet ignorare c, quòd eft, ut ſia duo recti,
in quo autem b, triangulus,in quo uero c, ſenſibilis triangulus, fufpicari
nanque poflet aliquis non eſſe c,fciens quod omnis trian gulus haberet
duosrectos, quare fimulnoſcet,& ignorabit idem. Textum ſimilem habes in
pofterioribus in principio primi,preu ter ea, quæ ibi dicentur pro nunc ad
explanationem huius Textus, prie mo littera exponatur, omne b eft a, omne c eſt
b, igitur omne ceſta, uel omnis triangulus habet tres duobus rectisæquales, qui
conſtitutus eſt in tabula est triangulus, igitur qui conſtitutus eft in tabula
habet tres: duobus reétis æquales,ſed ſimul dicas o charateres terminos,omne, b
trigonum eſt habens tres angulos duobus rectis æquales, omnec fen.
fibiletriangulum eſt triangulum, igitur omne c ſenſibile triangulum habet tres
angulos æquales duobus re &tis. Cum teneret quis hanc uni uerfalem, omnis
triangulus habet tres angulos æquales duobus reétis nondum fciebat, quòd
ſenſibile triangulum effet huiuſmodi, quòd han beret tres, uidelicet duobus re
&tis æquales, niſi potentia, non autem actu; quàm primum autemfyllogizauit
ſubſumptaminore, statim intua. lit, «cognouit, quod ſenſibilis triangulus, tres
duobus rectis pares haberet. Cum autem ait ſuſpicarinanque poſſet aliquis, non
eſſec, non eft intelligendum, ſic ut Græci, o omnes exponunt, quaſi quod ignos
retur an fit c, fed hoc non uult Ariſtoteles dicere,ſed cum inquit fufpicari
nanque poſſet aliquis non eſſe c, hoc intelligas modo, quod stante prima
uniuerſali, poterit ignorare anc, habeat tres duobus re &tis equales, licet
non ignorauerit c effe, fed ignorabit c eſſe huiuf modi, utputa, quod habeat
tres duobus rectis æquales; ſcietigitur po tentia in uniuerſali propofitione,
Waétu ignorabit in particulari ante quàmfiat fyllogiſmus. Syllogiſmo autem
fačto,feu fa et ainduftione Geos trica de qua inprimo posteriorum
Textufecundo)a et tu ſcit, quòdfenſis bilis triangulus duobus re&tis tres
pares habeat,nihil igitur prohibetfi. Cij 20 IN SECVN. RIO. ARIST.
mulſcire, ignorareidem ſecundum diuerſa, ut ſcire potentia iniſud uniuerſali,
et antequam fiat inductio, oignorare ſimpliciter, ut pus ta in particulari. DE
ABDVCTIONE. UT Rurſus fi pauca ſint media ipſorumb, c, nanque et fic proximius
ipfi cognoſcere uelutiſid eſſet quadrati, in quo autem e,re etilineum, in quo
uero z circulus, fi ipfius é z ſolum eſſet medium,hoc, quod eft cum lunulis,
æqualem fieri circulum rectilineo ce ſīpoflet prope ipfum cognofcere. In
predicamento ad ili quid circa quadrare circulum fuit determinatum quantum
fiebat fa tis ad Ariſtotelis intentionem, e de quadratura fuſius in fragmena
tis noftris, fuper Logicis, multa declarabo, quo ad preſentem te - xtum
Ariſtoteles facit fyllogifmum, cuius minor, cumſit dubia e oba ſcura, dicit
unum eſſe medium ad probandam illam, arguit e, rectilis neun, d quadratur, ſed
z, circulus fit reetilineum, igitur circulum quadrari,poſſet quis eſſe prope
cognoſcere, minorem tentauit Antipho, Hypocrates chiusprobare per id medium,
quod lunulas ad rectilis neas figuras nixi ſunt reducere, diuerſis tamen medijs,
alio enim mos do tentauit Antipho, o aliter Hypocrates chius, qux figure
reetilis neæ reducebantur poſtea ad quadratum, eo artificio, quo Euclides docet
ultima ſecundi Elementorum, oſyllogiſmus connectatur ſic, ut fimul dicam
characteres, me terminos Ariſtotelis, e, rectilinea figura, d quadratur, fed z circulus
e figura rectilinea facta est, igitur zcirculus, d, quadratur. IN PRIMVM LIBRVM
POSTERIORVM ARISTOTELIS, PETRI CATHENÆ NOVA INTERPRETATIO. TEXTVS SECVNDVS.
VPLICITER autem neceffarium eft præ cognofcere, alia nanque, quia ſunt prius
opinarineceffe eft,aliaueroquid eft, quod dicitur intelligere oportet, quædam
autein utraque, ut quoniam omne quidem, quod eſt, aut affirmare, aut negare
uerumeſt quia eſt, Triangulum autem quoniam hoc fignificat; ſed unitatem
utraque, et quid ſignificat, eſt quia eft, non eniin fimiliter horum
unumquodque manifeftum eſt nos bis. Græci omnes, pariter et Latiniuniuerſi
confuſione plenum rede dunthoc in loco Ariſtotelem, nedum qui ſcripſerunt, fed
etiam recens tiores, quihac tempeſtate eum interpretantur, et priuatis
colloquijs, epublicis etiam lectionibus. Anſammultorum errorum pofteris omnis
bus prebuit. Ioannes Grammaticus Cognoinento Philoponus, ſuper hoc Textu in
cuius expoſitione plufquain errorum mille contra Ariſto telis
ſententiamfcripſit, qua decaufa, ipfa ueritate fretus, &uniuers fæ
logicorum utilitati conſulens, lucidum, facilein, atque clarum Aris stotelem in
hac parte reddere decreui, o inſaniam ignorantiæ depri = mere, ne etiam in
futura tempora amplius à forticulis doctrina tamclan
rißimiPhilofophilabefactetur, ſcito in primis, tres eſſe modos pres
cognofcendi, quos Aristoteles ponit, in hoc Textu, unicuique hos rum modorum
aptißimum,atquefacilimum exemplum poſuit, feruans exemplorum ordinem cum ordine
modorum precognofcendi, ſic, ut primo precognofcendi modo primum exemplum aptet,ſecundo
modoſe cundum, atque tertium tertio. Nequete perturbet, quod Ariſtoteles IN
PRIMVM LIB. ait, dupliciter fit neceſſarium præcognoſcere'. Tripliciter autem
dixes rim ego, primo autemmodo, opus eft præcognoſcere, quia eſt tantum, alio
autem modo, quid eft id, quod nomen dat intelligere folummodo quos duos modos
ab inuicem ſeiunctos, in tertio modo in unum aggregat uerum methodum
compoſitiuam ſeruans. Duo igiturfunt modi precos gnoſcendi, alter quidem in
parte oſeparatim, reliquus uero in totum, oin parte quidem biffariam. Vnus
tantum quia eft,reliquus uero tans tum quid ſignificet, in toto uero ille eft
modus, qui horum utrunque in ſe comple &titur. Exempla Ariſtotelis multos
Geometric ignaros turs batosego stupidos reliquerunt, qui ab Apoline reprehenfi,
&fpreti à Platone, uagantes fomniauerunt, hoc in loco, tria attůlliſje
Ariſtotes lem exempla, in ſcientijs diuerſis. Nempe Methaphisica,Geometria, O
Arithmetica, quod chimericum eſt, ex ipſa uunitate magis uanum, fi enim
ueftigijs fapientum Methaphiſices,Geometrie, et Arithmetica, prima limina
attigiſſent, non incidiſſent in hasſuas philoſophicas furias, dicunt enim, quod
artificio, id Ariſt. fecit,ut de demonſtratione agens, que inſtrumentum
uniuerſale est, tria exempla (ſuam oftendensfacuns diam ) in ſcientijs tribus
fpeculatiuis, &uniuerſalißimis attuliffe, ſic, uttandem concludant in ſua
expoſitione Ariſtotelem uoluiſſe equinam ceruicem humano capiti iungere,
&uarias plumas diuerſarum ſcien tiarum inducere, ut tandem tria formoſa,
&pulcru exempla deſinant in nihil dicere. In una demonſtratione, datum
eſſet unitas, queſitum triangulus, e principium Methaphiſicum, ualeat pereatque
cim ins terpretibus hæc interpretatio. Non est Ariſtotelis confuetudo, exeine
pla afferre (aliter effet edire &to contra exemplorum naturam ) niſi,ut
do&trina, que aliquatenus non innitiatis uidetur obfcura, atque diffi cilis,
fole clarior, atque perfacilis omnibus reddatur, quid rogo cons fufius, quàm in
una re logica explicanda, tria exempla mutila, o tim diuerfa afferre? ut in
unotantum quia,in alio exemplo,folum quid,c. in tertio exemplo, ey quia,
&quid, ut tandem in piſcem definat fora mofa demonſtratio. Dico, omnia tria
exempla attulliſſe Ariſtotelem in unica atque determinata Arte; uel diſciplina
Geometrica, quicquid Niphlus fentiat et fequaces, ex nulla eſt alia ueritas in
hoc Ariſtotelis Textu, neque uerus fenfus, qui ad Ariftotelem faciat preter
hunc, quem fubfcribo, uelint nolint omnes atque uniuerſi, qui philoponifena
tentie initi uidentur, quem nullo modo ipſemet nec alij recteintelligunt, fcito
primum, quod de lineis re&tis a centro ad circunferentiam du &tis
POSTERIORVM ARISTOT. Veruin eſt dicere quod ad inuicem funt æquales, uel non
equales, ut etian de quolibet quidem quod est,aut affirmare,aut negare ucrum
est,quia eſt, fimiliter,quòd quæ uni og eidem funt æqualia interſe funtæqualia,uel
in terſe nonſunt æqualia, uerum est dicere quia eſt,ſed alteram partem hu ius
diſiun £ ti fummit Geometra deffinitione xv. primi Elementorum, cum Similiter
alterum alterius diſiunéti partem prebet prima animi conceptio primi
elementorum, &hoc est uerum, quia est linearum à centro ad circunferentiam
protractarum, ut adinuicem ſintequales, « prima ani mi conceptionis,utſiab
æqualibus equalia auferantur remanentia æqua lia erunt. Secundo loco exemplum
poſitum est,quid hæc uox, Triangulus ſignificet,quod etiam fupponit Geometra
deffinitione xxi. primi Elemen torum, ex ſignificatfiguram tribus re &tis
lineis contentam,ſiue illud actu ſit ſiue actu non ſit, Quatenus tamen
quæritur,nondü habetur,poteft tas men eſſe. Tertio loco ponit Ariſt.unitatem,quæ
quidem unitas, a quid ſignificet, quia eft,utrunque habet. Hanc ego unitatem
contra oma nes loquentes, « ad Ariſtotelis ſententiam aio, eſſe non eam, qua
unaquaque res una dicitur,ut ea quæ eft principium numeri, ſed eſtres queuna ab
illa unitate, quæ eſt principium numeri dicitur, nempe una linea recta data
ſuper quam triangulum collocare oportet, ſiue ille fit æquilaterus, ut Euclides
proponit, uel iſoſcelesaut gradatus, ut Arisſtoteles querit in uniuerſum, quod
quidem Proclum diadocum,& Cam panumfuper primum primi Elementorum, non
latuit, quæ unitas linea feu quæ linea una concluditur in decimaquarta primi
Elementorum, tàm quàm queſitum, in qua quidem decimaquarta primi Elementorum ni
hil de unitate, quæ fit principium numeri, ſed, una linea concludi tur, quæ
linea una eſt datum inprimo problemate primi elementorum Euclidis, de qua lineæ
unitate precognoſcitur, quid, utſit a puncto in punctum breuiſsima extenſio per
diffinitionem tertiam primi elemehtoa rum, precognoſcitur etiam, quia est,cum
ipfa detur in prima pros poſitione primi elementorum. Ab Euclidis igitur
methodo non recedens Ariſtoteles facilitat, declarat exemplis ubique
locorumfuam do&tria hæc igitur uera atque germana Ariſtotelis interpretatio
eft, alia, ut dixi nulla, fomnia igitur quæcunque diluantur, putas ne Arie
ftotelem afferre illud Methaphiſice principium, nullo modo ad artem ali quam
peculiarem contractum, uni Tirunculo in Logica inſtituendo? ubi Methodus? que
maior ordinis peruerſio? quis nam in Logicum eua dere poterit niſi prius
Methaphiſicis inniciatus fit? hec omnia uanis 11 nam, IN PRIMVM'LIB. 2 tate
plena ſunt, non faciunt niſi ad buccas inflandas. De unitate aus temdicit
Ioannes ſic Ariſtotelem intelligere, ſicut docet Euclides pros
poſitioneſextadecima ſeptimi Elementorum, fi unitas numeret quemli bet numerum,
quoties quilibet tertius aliquein quartum, erit quoque, pernutatim,ut quoties
unitas numerabit tertium, toties ſecundus quar tum numerauerit, datum inquit
Ioannes, eſt unitas, quæ eft principium numeri, de qua habetur &quid, et quia
eft, o ſi hoc exemplo uidea tur Ioannes ueritatem quidem dicere, licet non ad
mentem Ariſtotelis. Dico tamen quod Ariſtoteles neq; exponitur, et quòdfalfum
eft,id quod Ioannes dicit,ut quod unitas,quæ eſt principium numeri, fit datum,non
enim eſt unitas datum in ſextadecima ſeptimi Elementorum, fed unitas cum
refpeétu ad numerum aliquem, quem numerat, eſt datum, que = ſitum autem eſt, ut
ipfa tertium numerum numeret, ut ſecundus nus merus numerat quartum,
quemadmodum amplius declarabitur in de tris plici errore circa
uniuerſale.Preterea dignitas ſiue premiſſa in hac loan nis indu &tione eſt
duodecinaſeptimi Elementorum, que probatur per precedentes, onon eſt immediatum
principium,exponitigitur Ariſtoc telem per unam demonſtrationem, quæ non
procedit per immediata prin cipia, quod non eſt imaginandumin hoc propoſito,
preualet igitur ex poſitio de unitate lineæ, quia ibifit deductio per immediata
principia ut per xv.deffinitionem,& prima animi conceptionem primi
Elementorum Ecce quàm aliena est loannis expoſitio ſuper Textum Ariſtotelis.
Die co igitur datum, eſſe unam rectam lineam, quæſitum, ut ſuper ipfarn
trigonum conſtituatur, &quod, id conſtitutum, ſit trigonum, probas tur per
decimamquintam deffinitionem, vprimam animi conceptionem primi elementorum. TERTIVS TEXT V S. ST autem cognoſcere alia quidem prius cognofcentem.
Aliorum vero, et fimul notitiam capientem, ut quæcunque, con= tingunt eſſe ſub
uniuerſalibus quorum haa bent cognitionem; quòd quidem omnis triangulus habet
tres Angulos æquales duobus rectis præfciuit, quòd uero hic, qui in ſemicirculo
cft, triangulus fit, fimul inducens cognouit. Duos modos ſciendi POSTERIORVM
ARIST. ſciendi hoc textu tangit Ariſtoteles, primus, qui eft per reminiſcens
tiam,de quo nondubitarunt antiqui. Alter uero, es ſecundus est, quo de nouo
aliquid ſcimus, qui fuit alienus ab antiquorum mentibus, ſur per hocſecundo,
ſit noſtra expoſitio. Ioannes Grammaticushanc para ticulam, fimul inducens
cognouit, interpretatur fic,ut per inducen tem intelligat eum, qui habens
triangulum in ſemicirculo pićtum, ofub penula abſconſum, oftendat eum triangulum
eſſe, quaſi abijciens penus lam, ey aperiens manum obijciat ipfum
triangulumoculis uidere uolens tium, &Latini omnes fimiliter,& Aueroes
fequuntur ipſum in hac interpretatione. Non poſſum non mirari hominisiftius
alias doétißimi expoſitionem et omnium fequatium,que quidem interpretatio, fi
ads mitatur,statim uidetur, quod Ariſtoteles uanus ſophifta effectus, id do
ceat, quod ipſe reprehendit contramale foluentes,ubiinquit in fequenti
textu,Nemoaccipit talem propofitionem,oinnis triangulus quem tu ſcis eſle
triangulum,quod utique illi agebant de dualitate abſconfa inmanu,quòd
neſciebant eameffe parem, quouſq;nonuiderent quòd illa eſſet dualitas. Ioannes
&omnes interpretes Ariſtotelis allucis nati ſunt, putantes quod illa
littera Ariſtotelis ſic debeat legi, quod ues ro est in femicirculo triangulus
fit, fimul inducens cognouit;cognouit quidem quodfit triangulus, per
induétionem, id eſt per oſtenſionem ad oculum, aperta manuin qua abfcondebatur,
ſic ut illa induétio certificet de eſſe triangul, quod ridiculum est, o uſque
ad hæc tempora, falfum pro uero habitum,henuga deſtruunt Ariſtotelis ſententiam;
non enim Ariſtoteles de trigono in ſemicirculo defcripto dubitat an trigonum
ſit, neque igitur estopus, ut dubium remoueatur per oſtenſionem ad oculum quòd
trigonum ſit, quia ut dixi, hoc non reuocatur in dubium, ſed has bita, hac
uniuerſali,omnis triangulus habet tres æquales duobus res Etis, dubitatur an
qui in ſemicirculo eft triangulus, &qui quidein a &tu uideturſit
huiufmodi, utputa, quòd habeattres angulos equales duo bus rečtis, quod quidem
manifeftatur non per ſenſitiuum indu &tio s nem, quia per illam oftenditur
tantum quòd fit triangulus, ut illi mda li interpretes exponunt. Neque id
oftenditur per inductioncm Topia cam, que à particularibus ad uniuerfalem
procedit, ocontrariatur huic poſterioriſtico proceſſui, quifit ab uniuerſali ad
particularia, rea ftat igitur declarare quæ induétio fit illa de qua loquitur
Ariſtoteles, quam dicunt aliqui elle ſenſitiuam, aliter tamen ſenſitiuam quàm
loans nes Grammaticus intelligat, dicunt enim quod talis fenfitiua oftenfio 1 1
D IN PRIM VM LIB. couptatur in Syllogiſmoſic, omnis triangulus habet tres
angulos equat les duobus rectis, ſed hic qui in ſemicirculo, eſt triangulus,
igitur hic qui in ſemicirculo, habet tres duobus rectis aquales,ecce
inquiunt,quos modo minor eſt ſenſitiua, quia ponitur illud pronomen oftenfiuum,
isti funt in errore maiori forſan quàm precedentes, putant eniin quod illud
pronomen, &fimilia pronomina ſint oſtenſiua ad fenfum, quid igitur dicendum
erit de hisloquutionibus,hic Apolo eſt cui barbam abraderefe cit Dioniſius,
huic Apolini coronam Papus, iufsit fieri, et iſte Aurifexfædauit aurum;
ueletiam iſte est Euclides,quem Plato in theetes to commemorat, non ne omnia
ifta pronomina oſtenfiua, funt ad intela lectum, et ſi quandoque per accidens
ad ſenſum ſint oſtenſiua? ideo pronomen in iủa minori, ſiper accidens
oftendatad ſenſum, oſtenſia uum tamen precipue eft ad intellectum, aliter cecus
non poffet illum Syla logiſmum efficere, quòd manifefte falfum eft, ueritas non
eis obuiam uenit ſic interpretantibus.Laborant adhuc dicentes,quod ila inductio
nil aliud est quàmfubfumptio huius minoris, fed hic qui inſemicirculo est
triangulus, fub illa uniuerſali nota, omnis triangulus habet tres angulos
æquales duobus reétis, illam quidem diſpoſitionem premijarum in figus ra
&modo, uocant inductionem, hoc autem non facit fatis ad Ariſtotea lis
litteram; quia ante quam inferatur concluſio, neſcitur de triangulo conſtituto
inſemicirculo quod tres habeat duobus reftis æquales niſi po= tentia, poſt quam
autem illatafuerit concluſio,fcitur a &tu, o noi ama plius potentia, quòd
uult Ariſtoteles,ut poſt quàmfactus fuerit ocoma pletus ſyllogiſmus,
fimpliciter ſcitur,quod qui in tabula,habet tres æqua, les duobus rectis. Agamus igitur et nos,o. Ariſtotelis litteram prius diſponamus, ſubinde
ſententiam exponamus.. De triangulo uero in feinicirculo conſtituto fimul
inducens cognouit. Simulcum uniuerſale triangulo ſcit ipſum particularem
trianguluna, quòd habet tres æquales duobus rectis, &hoc,inducens, uerbum
hoc inducens du asinductiones ſignificat. Alteram Geometricam,reliquam
ſyllogiſticam, quæ etiam ordine ponuntur in littera Ariſtotelis dicentis,antequàm
in duétum ſit,uelfactus fuerit fyllogifmus, quæ duo uerba, non ſunt fynow nima,
ita ut und &eadem res per, utrunque uerbum, inductum ſit, uel fa&
usfuerit fyllogiſmus ſignificetur, quia in doctrinis,non utitur termin nis
ſynonymis,neque Ariſtoteles multiplicat uoces, terminos ean dem rem
ſignificantes. Dicendum igitur, quod aliam rem uox hæc indue dio, &aliam
ifta uox,fyllogiſmus,ſignificat, non gūteſt indu &tio aliqua POSTERIORVM
ARISTT. prediétismodisfupra citatis, ut probatum fuit, relinquitur igitur, ut
inductio per quam ſcimus,quodtreshabeat æquales duobus reitis is,qui
infemicirculo defcriptus est,nulla alia fit,neque excogitari poſsit quàm
Geometrica induétio. Ila autem huiufmodi est, fuppofita deſcription per
trigeſimamprimum primi Elementorum, Angulus c b d eft æquas lis ang ulo et c b,
per primam par tem uigeſimenos lice primi Ele - mentorum Euclia dis,
&Angulus dibe equalis eft ang ulo cab per fecundam partem uigeſimenone
primi elementorum, totus igitu * cbe, eſt æqualis duobus angulis cøa, fed cbre,
cum c b a per xiij. primi Elementorum equiualet duobusrectis, igitur angulia,
cum eodem c b a, funt equales duobus reétis,quod inducendum erat, de triangulo
ac b in ſemicirculo deſcripto,qui triangulus non erat abſcon fus immo ante
oculos offerebatur, tamen illa oblatio,non erat inductio de qua Ariſtoteles
intelligit, quam inductionem quis unquam utcun queetiam intin &tus litteris
dicet, unum eſſe fyllogifmum? quofyllogif mounico (it inferius declarabo)
poteratidemfyllogizari, neque enthis meina unum eft, cum ibi multe ſint
conſequentie, Enthimemaautem und tantum conſequentia eft, quòd neque Topica,
inductio, patet; quia ibi à ſingularibus ad uniuerfalem progredimur,in hac
autem induétioneper decimamtertiam Guigeſimănonam primi Elementorum,quæ
uniuerſales magis funt quàmſecunda pars trigeſimæfecundæ primi Elementorum per
quam patet intentum de triangulo in tabula conſtituto. Neque mi reris quod in
hacinduétione non fumitur illa maior, omnis triangulus habet tresangulos
æqualesduobus re&tis, quia illa fumiturin inductione fyllogiftica, in
inductione uero Geometrica, fumitur decimatertia,cui gefimanona primi
Elementorum, in utraque induktione cumGeometri ca,tum etiam fyllogiſtica fit
proceſfusab uniuerſalı ad particulare,uel ad minus uniuerſale, Syllogiſtica
uero induétio,ex duabus premiſsis, illa ta concluſione conſiſtit,
quafyllogiſtica indu &tione fæpeutitur Ariftoteles ut Tex.xciiy.Secundum
partitionem loan.Grammatici,uel Textu trigeſi monono in paraphraſi, in magna,
pero expoſitione Tex.clxiij.prima Dü IN PRIMVM LI B. poſteriorum, et alibi,
habita o ſcita hac uniuerſali, omnis triangulus habet tres equales duobus
reétis,fatur modo aliquo idem de conſti tuto in ſemicirculo triangulo,
ſimpliciter autem non fcitur,ofacta ine duftione ſyllogiſticaſimpliciter ſcitur,
quod qui in femicirculo eft triane gulus, ſit huiuſmodi, ſicut ſcita
decimitertiaeuigeſimanona primi elee mentoruin ſcitur potentia, quod qui in
ſemicirculo eſttriangulus, duo bus rectis tres habeat pares,licet nefciat, an
qui in ſemicirculo,fit triana gulus,ut Ariſtot,ait Tex.101. uel 169.a{tu autem,
o ſimpliciter fcitur per Geometricam induétionem, quæ ſemper ex ueris, primis,
caufis ila latiuis conclufionis, ex magis notis procedit, non autem ex immediaa
tis ſemper, nequc ex cauſis quedant eße, fed ex his tantum, quæ dant propter
quid iŪationis, tale inſtrumentum quod induétionemGeomes tricam uoco,non est
una conſequentia, fed plures, ut plurimum, neque per immediatafemper procedit,fedalternatim
per immediata, oper ea que probatafunt procedit,inmediata autem, uoco
propoſitiones per fe notas, etiam illas propoſitiones demonſtratas,quæ
immediate proz bant fequentes, de hoc quidem toto inſtrumento non aliter
Ariftoteles traftauit, nifi per particulas illas, utſupra commemoratas, ut ex
ues ris Oc. Tractauit tamen de fuis partibus, ut de enthymemate, quòd pluries
fumitur in tali induétione Geometrica,o de fyllogiſmo, ad quem reducitur talis
inductio,non tamenadunun tantum,ſed ad pluresfyllogif mos, neque uelim dicas
propter hoc, quod Logica, Geometriam debeat precedere,utplacet nonnullis niſi
deLogica,que natura nobis ſuccurrit. Quorundam enim hoc modo diſciplina eft, et
non per inedium ultimum cognofcitur, ut quæcunque fingularia jamelle contingit,
uec de fubiecto quoppiam. Hunc locum Ariſtotelis extorquent penė.omnes,uerum
quidemdicunt, ſed in fua ues ritate duo errores continentur, primus eft, quod
interpretatio non est ad propofitum, fecunduserror, quia id quodaiunt
contradicit huicloa ÇO Ariſtotelis, inquiunt enim, quod per medium, ſcitur
ultimum, hoc est, quod ultimum. Nempe maior
extremitas concluditur per medium de ipſa extremitate minori. V.ideas quanta
fit horum hominum uanitas, Ariſtoteles negatiue loquitur. Et non per medium
ultiinum cox gnoſcitur. Ipfi autem uani exponunt, per medium ultimum cognofcia
tur, aduertendum quod medium in propoſito intelligit Ariſtoteles,quod non
tantum fitu,medium intelligas, quod bis in premißis capitur, fed me dium hoc
loco,nil penitus aliud est quam, quodquid eft ipſius rei, ut POSTERIORVM A R
IST. fparfim in primo poſteriorum, e in ſecundo manifeftuin eſt, in pri moenim,
Textu 201. Juxta partitionein philoponi, uel 39. uel Textu 169. iuxta aliain
partitionem; ait Ariſtoteles, quod uniuerſale mon ſtratur per medium, &non
particulare; uerbi gratia,hic non per mea dium,omnis homoest riſibilis Socrates
eft homoigitur Socrates eſt riſi bilis, ly enim hono, non eft quodquid est, ſed
eſt ſubiectum, hic uero per medium, omne animal rationale eſt riſibile, omnis
homoeſt aniinat rationale, ergo omnishomo eft riſibilis, ibi enim animal
rationale eft mes dium, fi inftes fic,omne animal rationale eſt riſibile
Socrates est animal rationale,igitur Socrates est riſibilis. Dico quòd hoc non
eft per fe,eta primo de Socrate, quòd fit animal rationale, nec etiam riſibile
per ſe, et immediate,argués igitur fic,omnis triangulus habet tres æquales duo
bus rectis,fed qui in ſemicirculo, eſt triangulus, igitur qui in ſemicir= culo
habet tresæqualesduobus rectis. Ibi enim triangulus non eft quot quid eſt, ſed
potius ſubie &tum, feu genus, ibi igitur non eſt demonſtras tio, licet fit
fyllogifmus, &fi adhuc inftetur,quod per decimumtertiam &uigefimamnonam
prini,demonftretur quòd qui in femicirculo, ha beat tres equales duobus rectis,
igitur ei qui in ſemicirculo eſt, non con uenit; quia triangulus;fed per
decimamtertiam euigeſimamnonam pris mi Elementorum. Dico quod in inductione
Geometrica, qua de triana gulo in ſemicirculo cöftituto oftendebatur,quod habet
tres æquales duos bus rectis per decinătertiam (uigefimamnonam primi, id
immediate nõ conuenit triangulo quatenusſit in femicirculo deſcriptus, fed ut
trian. gulus eſt, ut oſtenditur ſecunda parte trigeſimeſecunde primi Elemen
torum,fecundoautem, &per fe non immediate,omnibus alijs triangulis.
Quorundam igitur ſingularium (quorum quodque non predicatur de ali quo ſubiecto,
quiafingularenon predicatur deſubiecto aliquo, ut in pre dicamentis
determinatum est ab Ariſtotele ) diſciplina est, non per medium, ultimum
cognofcitur, cognofcitur quidem ultimum nempe mie iorem extremitatemineſſe
minori,fedhoc non permedium, id est non per quod quid est. Si vero non eft ita,quæ
in Menone contin. get dubitatio, aut enim nihiladdiſcet feruus Menonis,aut quæ
prius nouit addiſcet non eniin iam ueluti quidam ni. tuntur foluere dicendum
eft particula illa. Si uero non eſt ita,videlicet fi non eft fcire de
nouo,ab uniuerſali ad particulare progre diendo; tunc, quæ in Menone eſt,
contingit dubitatio, particuld illa: Non enim iam. Yerbum illud iamfuturi
temporis eſt, fic utfit ſens I N P R IM VM LIB.ſus habita mea doctrina,omodo
quo dixi, nos fcire de nouo,quod id addiſcimus, quod tamen aliquo modo fcimus,
non foluas poſt hac, eo modo, quo illi nitebantur foluere, fed eo palto ut
predocui, it de omni dualitate fciens quod par ſit, de abfconfa in many dicas,
quòd etiam de ea fcis potentia, quodſcit par. Veluti quidam nituntur ſoliere
dicendum eſt. Exponunt Latini &Græci,hunc locum fic,quidam Platonici
dicentes, nos nihil fcia rede nouo,fed fcire noſtrum eratreminiſci arguebant
illos, qui dices bant quod de nouo fcimus, &nitebantur Platonici ducere eos
in contra dictionem,hoc argumento interrogatiuo, aiunt enim Platonici ipſi jos
ne omnem dualitatem eſe parem, nec ne anuunt quidam dicentes nos de nouo ſcire,
ita eſſe, ſübinde atulerunt Platonici dualitatem dicentes, igitur fciebatis
etiam hanc dualitatem, quam manu tegebamus eſſe pas rem, quod tamen effe non
poteſt, quia nefciebatis ipſam eſſe dualitatem ecce contradictio, prius
fatebantur ſeſcire omnemdualitatein eſſe par rem, &tamen
neſciebantdualitatem hanc parem eſſe, quod manifeſtum contradictorium eft,
reſpondebant autem illi, qui dicebant nosfcire de nouo, quod interrogati de
omni dualitate, an par effet, reſponderunt non de omni dualitate abſolute, fed
de dualitate quam utique dualitatem effe ſciebant, modo de illa, quæ abfconfam
tenebant, oque non erat fibi nota, ut eſſe dualitas, non fatebantur illam eſſe
parem, quia neſciebant illam effe dualitatem, ita ut hec expoſitio, eotendat,
ut Ariſtoteles res prehendat illos, qui dicebant nos ſcire de nouo, quia male
foluebant Argumentum Platonicorum, xnihil dicat Ariſtoteles contra Platoni.
Cos. Expositio autem mea, e directo opponitur, huic omnium expofie tioni, ſic
ut Ariſtoteles arguat Platonicos male foluentes argumentum dicentium nosfcire
de nouo, et contra hos dicentes, quòd fcimus deno uo, nihil in hoc Textu dicit
Ariſtoteles. Pro cuiusfententia declaranda, Queritate, est in primis
aduertendum, quod in hoc textu, quoſdam in telligit Ariſtoteles dicentes, quòd
de nouo nos fcire contingit aliquid, quod tamen etiam preſciebamus in
uniuerfali, oiſti inquiſitiuo argu mento probant intentum contra tenentes, quòd
ron ſcimus quippiam de nouo, quorum negantium de nouofcire reſponſionem
redarguit Ariſtoa teles, einterargüendum, peccant og errant in perſuadendo id,
quod probare nituntur, quem errorem, &peccatum dicentium nos de nouo ſcire,
non redarguit Ariſtoteles propter duas cauſas, altera est, quia eft adeo
manifeftus, ut fine reprehenſione à quolibet cognofcatur pre POSTERIORVM ARIST.
meil, habita intelligentia primi textus huius primi, reliqua caufa quare: non
eos redarguit est, quia primo textu feclufit fuam perſuaſionem, dicens omnis doétrina,
o diſciplina intellectiua a diſcurſiua, ex præexiftens ti fit cognitione, ex
preexiſtenti non quidem ſenſitiua, quia illa à Singue laribus ad uniuerſalem,
hæc uero poſterioriſtica e contrario, ab uniuer ſali ad fingulare procedit,
ideo eos non reprehendit Ariſtoteles, quia, quifq; per fe intelle &to primo
Tex.cognoſcit; quo modo errabat ilii inter arguendum. Inquiunt enim arguentes,
noftis neomnem dualitatem effe parem necne? afferentibus Platonicis attullerunt
eis quandam dualitas tem, quam non exiſtimabant eſſe, quare neque parem, en
dicebant iſti arguentes, ſciebatis in uniuerſali, quod omnis dualitas est par,
otas hoc, ideſt paritatem de hac dualitate, qua manu abſcondebatur neſciebatis,
quiaignorabatis quid eſſetin manu, num dualitas,uel quips piam aliud, autnihil,
« nunc uos fcitis iam per apertionem manus prius eam tegentis, in particulari
hanc determinatam, et particularem dualitatem eſſe parem, ecce quomodo ab
uniuerſalicognitione deuentum fuerit in cognitionem particularis, quod prius
dubium apud uos erat. isti ſic arguentes peccant contra primum textum, utſupra
dixi, ocon tra Tex. 112. Neque per ſenſum eft fcire, putabant autem isti ars
guentes illam intuitiuam ſenſationem eſſe doctrinam ſeu diſciplinam. Quia tamen
cum Ariſtotele in intentione, quod de nouo fcimus, et quia etiam error in
perſuadendo manifeſtus eft, ut predocui, de intelle &tiua quidem et diſcurſiua
diſciplina loquitur Ariſtot.ut de uirtute in uniuer ſali etiam in Menone erat
ſermo ideo modo Ariſtoteles dimittit illos,tam quàm non concludentes propoſitum,
quodfatebantur, et diuertit ſe ad Platonicosmale foluentes argumentum,tenentes
quod id quodaliquo mo do ſcimus non poſſumus de nouo addiſcere, uel quòd
nostrum ſcire,fit re miniſci, foluunt argumentum ſic, non enim fatebantur
Platonici ornem dualitatem eſſe parem, neque dixerunt ſeſcire omnem dualitatem
eſſe pa rem,ſed dixeruut dualitatem, quam utique nouerunt dualitatem effe, mo
do cum neſciuerint, an id, quod manu tegebatur effet dualitas, neque ali quo
pacto fciebantipſam eſſe parem uel etiam imparem,quiaſic aiebant,
prius,debemusſcire,an fit dualitas,&poſted,an parfit,uel etiam impar, ita
ut quandointerrogati fuerant,an omnem dualitatein ſcirent eſſe parë uel imparem
reſponderunt utique de dualitate hoc ſcire, quam quidem dualitatem eſſe
nouerant, uerum eſſe, ſed de dualitate in manu abſconſa, nihil fciebant, nec
quippiam deea aliquo modo fciebant, ideo nefciebant IN PRIMVM LIB. 3 idem uno
modo, ut in uniuerſali de illa dualitate,quòd effet par, u idem ut quod effet
par ignorarent in particulari, atqui ſciunt cuius des monſtrationem habent, et cuills
acceperunt. Acceperunt autem non de omni, de quo utique nouerint; quòd
triangulum aut quod numerus ſit, ſed fimpliciter acceperunt; illi arguebant
deomni numero duali, atque triangulo,&c. Similiter reſponderunt illi, quod
ſciebant omnem dualitatem efle parem. Verba hæcfunt Ariſtotelis contra tales
reſpondentes,nullus enim propo nitſeu interrogat, aut nulla propoſitio
accipitur talis, quòd quem tu. noſti eſſe numerum dualem, nofti ne eſſe parem?
aut quam noſti rectili neam figuram eſſe triangulum, quòd habeat tres æquales
duobis reétis? ſed accipit de omni numero duali, ede omni figura rectilinea
trilatera, quis enim proponeretſuo tam inerudito colloquio fic,nunquid nofti
oma nem dualitatem quam eſſe dualitatem nofti, quòd par fit,autnon?ines ptam
igitur, contra loquendi modumfolutionem reprehendit Ariftot. reprehendens
quidem Platonicos malefoluentes, cui non illos de nouo fci re dicentes perperam
arguentes; &modum fciendiquo de nouo fcimus fimpliciter id, quod potentia
ſciebamus epylogando dicit, Sed nihil (ut opinor) prohibet, quod addiſcit
aliquis ſic in particula ri, ante ſciuiſſe in uniuerſali, et in particulari
priusignos raſſe, abfurdum enim non eft,fi nouit quodam modo, quod addiſcit,
ſed ita eſſet abfurdum, ut inquantum ads diſcit, co pacto ſciat. Idem diſcurſus
&expoſitio fiat ſuper Textu fecundo priorum, in capitulo de Deceptione
ſecundum fufpitionem, qué etiam Textum perperam interpretātur pſeudo
philofophi. De dualitate autemſiquis nunc interrogaretur, noſti ne omnem
dualitatem eſſe parent nec ne? annuat quod ſic, o ſi offeratur abfconfa in
manus dualitas, dia cat quod etiam ſcit eam in potentia parem effe, licet
neſciat a et u, quod dualitas ſit,e eft fententia Ariſtotelis Textu 101.0 in
hoc Textuhas bita una atque altera interpretatione, cui dubium eft fecundam
eſſe pres ftantiorem prima?niſi quis dicat primam eſſe preſtantiſsimorum philo
fophorum tàm ueterum Græcorum quàm Latinorum omnium prefertim iuniorum mentem
Ariſtotelis interpretantium, fecunda uero interpre tatio noua est, o hominis
uniusfolius,quæ nullo modo preualere poteft contra tam
preclariſsimosphilofophos, quihæc uerba, &fimilia proa ferunt ex Macrologia
loquuntur,non ualentes intelligere nifi ea, que auctoritate proponuntur, fpreta
ueritate ege ratione, quis iam tam inerudit POSTERIORVM ARIST. neruditus est,
quipPomba Platonicos, qui ætatem confumpferunt in fua opinione de reminiſcentia,
argumentari contra Peripateticos, niſi a Peripateticis prouocati ſint?
&quomodo prouocari poſſunt niſi exci tentur? quo pa &to excitabuntur,
nifi co argumenti modo, quem in ſecunda interpretatione narrauimus? deinde
quare magis redarguit Ari ſtoteles ſemiperipateticos illos, qui
conueniebantfecum in concluſione, quàm illos, quie diametro cpinabantur contra
ipfum? depoſitaigitur emulatone iudicet id quiſque, quodmagisueritatem ſapit,
uerum eſſe, O rationi magis conſentaneum, et erit,fifecunde interpretationi be
rebit, primafpreta, &neglecta omni ex parte. TEXTVS NON VS. ERA quidem
oportet eſſe,quoniam non eſt fcire quod non eft,ut quòd diameter fit fie meter.
De diametro, coſta pluribus locis Arifto telesſermonemfacit, utinprioribus, et in
Methaphy: ficis, quapropter, hoc loco declarabo eius fententiam, ut poſteafit
omnibus in locis clara, primoſcire debes, quod uera eſſe oportet ea, quæ
fciuntur, ita ut ueritas ſuſcipiatur pro illa ueritate que est in concluſione,
&non pro ueritate, quæ in prins cipijs est, a hoc probat indire et te, quia
fi falfum ſciremus, utputa quod diameter eſſet commenfurabilis coſte, tunc
imparia æqualia paribus fierent, o e conuerſo, ut ſi paria equalia
imparibusfunt, igitur diame ter eft coftæ commenfurabilis, quod estfalfumſi
igitur hocſciremus,ſci remus utique quippiam ex non ueris, fed pofuit, quòd
fcire ex ueris fit, igiturſciremus ex non ueris &ex ueris, quod eſſe non
poteft per immea diatam contradi tionem.Diametrum igiturincommenfurabilem cofte
ef ſe noſcimus, quia impar pari æqualisnon eſt,in qua re,talis eſt demons
ftratio ſecundum Euclidis ſcitum in decimo Elementorum, qua ducitur ad
hocincommodum, pofita iſta, quòd diameterſit commenfurabilis co ftæ,fequitur,
quod numerus impar eſſet par, quod eftcontra primum principium ab Euclide
poſitumfeprimo Elementorum ſexta &feptima deffinitionibus,uel etiam nono
Elementorum prima &ſecundafecundum Campanum. In quare demonftranda fit
diameter a b commenfurabis lis lateri a c (li ponatur) erit per quintam decimi
Elementorum ab ad ac, ficut aliquis numerus ad alium numerum, quia illa
communis, mene Б IN: P R I MVM LIB. b Cee '. fo... h... g k.... ei6 fo L. m 64
kıż8 h 81. a. fura,fehabebit ad illas duas lineds, diametrumfilicet,
&coſtam a bigo á c, ficut unitas ad unum atque ad alium numerum,unitas enim
ut duos numeros illos metitur, ſic illa communis menſura diametrum, o coſtam
dimetiretur,cuius rei ſenfus eſt iſte, quòd quoties continebitur in uno ats que
altero numerorum unitas, toties illa communis menfura, quæ linea eft,
continebitur in diametro, atque coſta, fint ergo numeri e @ f, qui ſint minimi
in fua proportione, eritque ob hoc, alter eorum impar, quod fic probatur, fi
enim uterque eorum effet par, non eſſent iammis nimi in fua proportione, ſi
enim par uterqueſit,uterque biffariam die uidi poſſet, outraque mediet asunius
ad utramque alterius medietatem eandem haberet rationemficut totum ad totum,quorumfunt
medietates, ut patet de octonario atq; ſenario, cuius medietates ſunt quatuor,
et qut tuor, atque tria etria,eadem enim fexquitertiaest,octo ad fex, qua
tuorad tria, ſic e ofnon eſſentminimi inſua proportione quod est contra
aſſumptum, quia fuæ medietates effent minores, quadratiigitür illorum minimorum
e « f, ſint ge h, ſi ergo e eſſet impar, a f par, erit quoque per trigeſimam
noni Elementorum g impar, fit itaque k duplus ad h, eritque k par,ex
deffinitione prima noni Eleinentorum, quia igitur a b ad a c, ut e -ad f, erit
per decimamodtauam fexti, ego decimāprimam octaui Elementorum, quadratum ab ad
quadratum ac, ut g ad h, eſt itaque g duplus ad h, ſic enim est quadratun a b
ad quadratum a c per penultimam primi Elementorum, quia ita k, etiam dupluseft
ad h per affumptum,ſequitur per nonam quinti Elemen torum, ut g numerus impar,ſit
equalis K numero pari. Quod fi e fit par, f impar, erit proportio f ad dimidium
e, quod fit L, ficut POSTERIORVM ARIST. 4 c ad dimidium ab, quod ſit ad, o ideo
erit quadrati a c ad quadratum a d, ficut proportio numeri h, quieſt impar per
trigeſi mamnoni Elementorumadquadratuin numeri L, quifit m, cui K poa natur
effe duplus, eritque K per deffinitionem primam noni Elemento rum par, at quia
quadratum a c est duplum ad quadratum a d per penultimam primi Elementorum,
erit h duplus ad m. Cumque Kſit etiam duplus ad m, erit per nonam quinti, impar
b, aequalis K nus mero pari, quod impoßibile à principio proponebatur
demonftrandum C f... go!" k..A Et ſi diceretur, quòd uterque eorum,
quiſunt in fuaproportione mis nimi, ſit impar, ut quinque ad tria, ut ſcilicet
e ſit quinque, ef tria quadrati illorum fint go b, eritigitur utraque eorum
quadra= ta inparia per trigeſimam noni Elementorum, ſit itaque K duplus ad h,
eritque k par ex deffinitioneprimanoni Elementorum,quia igis. tur a bad a c, ut
e ad f, erit per decimamoctauam fextielementorum vundecimam octaui,quadratum ab
ad quadratum a c, ut g ad h, eſt. itaque g duplus ad h, fic enim est quadratum
a b ad quadratum ac, per penultimam primi elementorum, et quia etiam k duplus
est ad h.. per affumptionem fequitur, per nonam quinti elementorum, ut g numea
rus impar ſit, æqualis k numero pari, quod est impoſsibile. Illatum, ſeu
concluſio habita per hanc induftionem Geometricam eft,quod impar par ſit,
Ariſtoteles autem dicit, quòd diametrum effe comenſurabilem coft.e non ſcimus,
quia ita non est, ſic ut illud fit conclufum, wnor af fumptum, ut in
predi&ta indutione fa& um est. Vt autem fiatconcluſio Bij 336 " IN
PRIMVM LIB. “, id, quod aſſumptum fuit, aduertendum, quod ut Ariftoteles in
prima Poſteriorum determinat, Geometra non parallogizat, fed tota illa Geo
metrica inductio est conſequentia formalis,quæ in omnibustenet, cs.com cludit,nequeinquit,
parallogizat Geometra, ut textus 62 probat Arift. ſubinde aliud etiam eſt
aduertendum, ut in Topicis determinatAri ſtoteles, oſparſim in Logica fua, quod
illa formalis eſt conſequentit, quando ex oppoſito confequentis infertur
antecedentis oppoſitum, mos do cum ex contradiétione poſita, ut diametrum cofte
eſſe commenfuram bilem,ſequutum fit quòd impar numerus fit par, exoppoſito
igitur con ſequentis, ut per numerus eft æqualis impari, igitur diameter coms
menſurabilis ex coſte, id autem fequitur ex falfo poſito, ut quod ime parſit
æqualis pari,igitur id quodſciretur, non eſſèt ex ueris, ſedpoſie tum fuit quod
ex ueris oportet eſſe, igitur manifeſta eſt contradi&tio,res linquitur
igitur,quód diameter, nullo modo eſſet coſta commenſurabilis, eft igiturfalfum,
igitur nonſcitur, quia uera effe oportet,quæfcim us TEXTV EODEM VEL TEX. V.
OSITIONIS autem, quæ quidemeſt utram libet partium enunciationisaccipiens,ut
dico aliquid effe,aut no elſe, fuppoſitio eft, quæ ue ro ſine hoc,deffinitio
elt; deffinitio enim pofi tio eft.Ponit enim Arithmeticus unitatem in
diuifibilem effe fecundum quantitatem, lup pofitio enim non eft. Quid enim eſt
unitas, et eſſe unitaté, non idein eſt. Deffinitio inquit Ariſtot. non ponitur,
altero membro contradicéte reiecto,utfit in fuppoſitione accipienda,fed
deffinitionis na tura talis eft, ut ad hocquod ipfa intelligatur aget docente,
eſt tamen et ipfa deffinitio,poft quam intellecta ſit,etiam poſitio,cõmuni uoce
diéta,et legatur textus fic paulatim,ponitenim Arithmeticus unitatem,
utſiArithmeticum quis interroget, an unitas fit, uel non fit? annuat quòd
ipſaunitas fit,indiuiſibilem autem fecundum quantitatem ſuppoſia tio noneſt,ſed
definitio, os exponitur àdocente, quia numerus quilibet diuidi poteſt, cumautem
ad unitatem, ex qua numerus cöponitur deuen tum ſit, impartibilis omnifariam
reperitur, ut poſito quocunquenumes ro, ut ternario, ocirca ſe, ex utraque
parteſuper ſe numeri,esſuper illos, alij circumponantur, id toties
fieripoterit,quousq; ad unitate dem POSTERIORVM'ARIST. 37 SH it 13 uentum
fuerit,at ubi ad ill.im deuentum erit,non fit ultraproceffus,ut cir ca
tres,quatuor,& duo,etfuper hos,quinq; c unum,medium horū aggre gatorī erit
ternaris, hoc exemplari 1 2 345 signum eftigitur unitate eſſe principium
impartibile omnium numerorīt, ut Boetius in Arithmetica, docet,modo,
exſententia Ariſtotelis, non eſt idem,unitatem fupponere, oipſam deffinire, quæ
deffinitio eſt, unitas eft qua unumquodque unum effe dicitur, uel eft
principium numeri, uel eſt indiuiſibilis, ex quo tamen indiuifibili,
diuiſibilis numerus componitur, ad differētiam indiuifibilium fecundum
magnitudinem, quæ indiufibilianon componunt diuiſibile ali quod. Age igitur,ut
Ariſtoteli placet, quòd non eſt fatis ad demonſtratio nem procedere ex
fuppofitionibus, etiam immediatis, fed opus eſt etiam ex immediatis
dignitatibus, que etiam dignitates improprie poſitiones funt, ideo in
precedenti declaratione concludebatur,numerū imparé eſſe parë,quia ex
poſitione, quod diameter.eſſet commenfurabilis coſte, pros cedebatur, &non
ex dignitate &deffinitione intelle &ta,atque poſita. TEXT. DECIMUS
ALIAS QVINTVS, CH fi re Lisa co UE ofi 18 ар 3 VONIAM autem oportet credere et ſcire
ré, in huiuſinodihabendo fyllogifmum, quē 110 cainus demonſtrationein. Eft
autem fic, eò quod ea ſunt,ex quibus eft fyllogiſmus,necef ſe eſt, non
folumpræcognoſcere prima, aut omnia, aut quædain ſed etiam magis. Quico gnoſcit
quòd Triangulus habeat tres equales duobus rečtis, prius nes ceſſe eft,ut
cognofcat XIII. ey xxIx. primiElementorum actu, non autem ufqueaddeffinitiones
fit refolutio pro illa x xXJI cognos feenda, omniaautem prima cognofceremus,ſiuſque
ad deffinitiones ago Elementa, ad que illius XIII. XXIX. primireſolutio fieret,
que &fifitfactibilis, tedio tamennosafficeret, fi femperfieret ufqueadele
mentaiſta reſolutio, fedfatis,quod hoc fieri poßit,ideo dicit Ariſtoteles
neceffe eft præcognoſcere prima,aut omnia,aut quçdam, Sed etiam magis
aduertendum, ut declarabo fuſius Tex. 108. huius primi,quòdquanto notitia eft
deſimpliciori, illa, certior eft, quam que compoſitioriseft.Cum autem
principium fit minus compoſităipfa concluſione, neceffe eft, ut &fua
notitia ſit magiscerta, quam conclue fionis notitia,ideo XIII, XXIX. per quas
probatur fecunda pars IN PRIM VM LIB. trigeſimeſecunde primi Elementorum, ſunt
magis nota, oſcite,quàng illa fecunda pars trigeſimæfecundæ primi. TEXTVS XI.
ALIAS V. MA 1 AGIs enim neceſſe eſt credere principiis, aut oinnibus,aut
quibuſdam quam cons cluſioni. Aduertendum quòd magis credere,fine pluri, nempe
faciliorem effe credentiam aliud eft, à credere per demonſtrationem, et propter
quid, fe ptima, atque octaua propoſitiones quinti Elementos rum, primo intuitu
quando inſpiciuntur, facilius eis adheremus oafa ſentimur, quàm aſſentiamur
deffinitioni fextæ,atque o &taua eiufdé quins ti. Ecce quod non magis illis
principijs credimus primointuitu, quins conclufionibus per ea principia demonſtựatis,
ideo Ariſtoteles ait, aut: quibuſdam, non ſemper omnibus primo intuitu.
Debentem autem habere ſcientiam per deinonſtrationé, non ſolum oportet
principia magis cognoſcere, &, magis ipfis credere, quàm ei quod
deinonſtratur. Sed et cete. Ada uertas quod et finotitia principiorü uideatur
diſtantior intellectui quàm notitia concluſionis, tamen non poteſt uniri
intellectui concluſionis notis tia,niſi per notitiam principiorum,quæ uidebatur
ab intelle &u remotior, ut in illis concluſionibus, &principijs que
precedenti comento citaui. TEXT. XVIII. AVT VIII. I ſiin omnilinea punctum
finiliter eſt. Proprie hoc in propoſito de linea recta intelligas, que atu
punéta habet terminantia, ficut homoactu eſt animal, o fi etiam de circulari
intelligi poßit quæ in puncto à linea recta tangitur, fedde circulas ri
expoſitio uideturfuperftitiofa, aliena à nas tura exempli, quia exempla per
magisfaciliadantur, ita quòd, dequoa cunque uerum eſt dicere, quod fit linea
recta, de co uerum eft dicere, quod in co eſt punctus. POSTERIORVM ARIS T.
TEXT. XIX. VEL IX. 5, Elle P feo to oft 45 oné, 2015 Ado quan ER ſe autem funt,
quæcunqueſunt in co, quod quid cft, utTriangulo ineſt linea, &: punctum
lineę, ſubſtantia enim ipforum ex his eft, et quæcunqueinſunt in ratione di
cente quid eſt. “ Philoponus et parum dicit ſuper hoc textu, uel étiam id quod
dicit non facit ad propo ſitum Ariſtot. declarandum, uidetur enim quod tex. his
contradicat que: determinat Ariſtoteles contra Platonem, uidelicet quodlinea
non compo natur ex punctis, præcipue ſexto phiſicorum, primo de generatione,
tertiometaphiſice,ubiex fententia concludit lineam non poſſe ex punétis
componi, quid autem ſuper hoc textu, qui uidetur oppofitus locis ſupras dictis
dici poßit notaui in prædicamétis, capite de quantitate, uerba aus tem illa,
quia ſubſtantia corum ex ipfis eft, intellige terminatiue, ut linea terminat
ſuperficiem triangularem ', pun &tum lineam termis nat, o nullo modo
intelligendñ eſt compoſitiue, ſic ut puncta lineam com ponant, nec etiam linea
triangulum, tametfi aliter ab indoctis intelligas tur, quiafi aliter textus hic
concipiatur, ftatim fequitur, utſi linea ex punctis componeretur, quod diameter
o coſta eiuſdem quadrati eſſent comenſurabiles, quod textu nono, eſſe falſum «
impoßibile oſtējumeſt, quia utrumque per comunem menfuram dimetiretur, nempe
per pū &tum, quod eft contra Ariftot. sententiam, et contra Euclidis ſcitum.
Preterea tot puncta eſſent in coſta,quot in diametro, &ſic pars effet
æqualis toti, ut coſta ipſi diametro, pro cuius indu &tione, ſit quadratum
a b cd, cuius diameter a d, Cofta uero a c, in qua fuſcipiantur duo puncta e,
f, immediata ſi poßibile ſit, ut aduerfarius ueritatis diceret, cum com ponatur
ex punétis,à quibus, e, of, pun &tis duæ lineæ rectæ aufpicens tur innitia
tranfeuntes per diametrū uſque ad aliă coſtum e regione pri me coſte collocatam,certü
eft, quòd hæ duæ lineæſecabunt ipſam diame trum in duobus pun &tis, quæ
etiam puneta in diametro immediata erunt, propter hoc quia lineæ protracte ex
hypotheſiſunt immediate, igitur ſi recte lineæ tot protendantur à coſta in
coſtam oppoſitam,quot pū &ta fue rint in ipſa coſta, per tot etiam punéta
in diametro poſita tranſibūt eedë linee, nec erit in diametro punétum aliud per
quod non tranſiuerit lined aliqua fic protracta ab immediatis pun&tis
ipſius coſte, in puncta imme motia tunin eſt. Uligas, o achi poßit rcula à ma
eguna dicera IN PRIM VM LIB. diata alterius coſte, ut patet in hac a. figura
ficut f, immediatum eft ipfi e, fic etiam &, ipſih, ſi l, fit immedias tum
ipſi m, patet propoſitum,fi au tem interl,om, intercipiatur pū Aumfitque illud
K; ab illo per xxxi. f primi elemétorum excitetur paralles lus K, o, ipſif, 8,
uel ipſie, he tunc ipſa cadet inter gb, ut in pun Eto, o, igitur g h, non erant
imme diata,quod eſt contraaſſumptum,uel extra utrumqueg,oh, uerſus b, ueld, et tunc
k o, neutri linearū f8, web, erit parallelus,quod eſt contra conſtructionem,
patet igitur quòd tot eſſent in diametro quot in coſta pun&ta. De circulari
autem linea, quod non componatur ex pun ftis, fic demonſtratur per tertium
petitum primi elementorum, fuper centrum a, deſcribatur circulus d minor,
ocirculus bc, maior,ficira cunferentia maioris componatur ex punétis,duo
immediata puneta fi gnentur b @c, &per primum petitum eiufdem primi ducatur
recta alla a ad b, &ab aad c, hæduæ lineæ tranſibunt per circunferentiam
mino ris circuli, ſecabunt igitur circunferentiam in uno,uel in duobus pūétis,
ſi in duobus, tot punčta erunt in minori circulo, ficut in maiori, fed ima
poßibile eft, duo inequalidcomponi ex partibus æqualibus numero, ou
magnitudine,punctusenim unus non excedit alium punctum in magnitudi ne,en tot
funt in minori peripheria puncta quot ſunt in maiori, igitur pe ripheria minor
eft æqualis maiori peripheric,igitur pars æqualis eft toa ti,quod pro
impoßibile relinquitur, b ſi autem due recte linee a, b, 4, C, ſecent minorem circunferens
tiam in eodem puncto, fit ille d, ſu = per illam a c, erigatur linea recta
perpendicularis per xi.primi Elea mentorum ſecansſilicet eam in pun. &to d,
quæ fit d e, que erit contina gens minorem circulum ex corrolda rio x vtertij
elementorum, iftad, c.cum linea 4 b, ex xIII. primi Elemens POSTERIOR V MARIST.
2 d IN Elementorum conftituit duos angulos rectos, aut æquales duobus rectis,
@ed cum linea a c facit duos angulos rectos ex conftru &tione, duo igitur
anguli a de, obde, funt æquales duobus angulis a de, cde per tertiam petitionem
prini Elementorum Euclidis, dempto igis tur communiangulo a d'e, reſidua
eruntæqualia, igitur angulus b.de erit æqualis angulo c d é, &pars toti,
quod eftimpoßibile. Adiſtud diceret aduerfarius, quod db, odc, non includunt
ali = b. quem angulum; quia poſſet tunc illi angulo bafis ſubtendià puncto bad
punétum c, quod est oppoſitum po ſiti, quia b c, poſita ſunt ima mediata,
quando igitur diceretur, quod angulus c de, estmaior an gulo b.de negaretur ab
aduerſa rio, quia per angulum b d c, nihil additur in angulo c d e, quia inter
bec nihil mediat, e in concurſu bdoc din d, non est angulus. ifta reſponſio oſi
ex ſe ipſa uideatur ua na, negandoangulum, ubi duæ rectæ line: bd, cd,
concurrunt quæ expanduntur in eadem ſuperficie, oapplicantur non directe, o fit
contra deffinitionem anguli, deffinitione ſexta primi Elementorum, negando
etiam à b inc poffe duci lineam, neget primum petitum primi Elementorum, tamen
quia aduerſarius non putaret iſta inconuenientia, quia ſequuntur ad id, quod
ipſe dicit, ideo contra reſponſionem aliter ar. guo, angulus c d e includit
totüm angulum b de, oaddit ſaltem pun Aum ſuper b de, o ſiproteruias quòd non
addat angulum, et puns Etus per te, eſt pars, igitur c d e addit ſuper 6 d e
partem aliquam, igitur c d e eſt totum adb d e. Aſſumptum patet, uidelicet quòd
c de addat ſuper bd e, quia ſi angulus dicatur fpatium interceptum inter lineas
non includendo lineas,ut Ariſtoteles concipit in queſtionibus meca nicis,
queſtione octaua, tunc pun &tus primus lineæ b d extra circunfes rentiam
minorem nihil erit anguli bde, o eſt aliquid anguli c de, igitur c d e maior
est b de, a probatum fuit, quòd æqualis, igi tur aperta contradi&tio, fi
autem angulus ultra ſpatiuin inter duaslie neas,includat lineam includentem,fpatium
tunc primus punctus lineæ cd extra circunferentiam minorem nihil erit anguli b
de, e est aliquid ans F ino tis 0 th I N PRIMVM LIB. guli c d e, addit, igitur
utroque modo angulus c d e punctum fuper angulum b de, patet igitur ex
principali demonſtratione et folutionis bus ad inſtantias, quod linea non componatur
ex punétis, neque recta; neque circulari, ſubſtantia igitur lineæ ex punétis
est terminatiue, o non compoſitiue, ut in principio expoſui vel dicas quòd
Ariſtoteles famoſe, oexemplo loquitur de cauſa quæ dat eſe, vel etiam dicas,
quod punétus,in deffinitione Geometrica ponitur, onon Methaphyfice conſiderata.
TEX. X X. ALIAS I X. T rectum ineſt lincæ et rotundum.
Verbum il lud rotundum legit Aueroes circulare, o melius, ut ali bi Ariſtoteles
rectum ineft linee o circulare, ſic ut pro uerbo rotundum,legatur
circulare,ratio quia circula re lineæ est proprium,quod uult Ariſtoteles in
princis pijs mechanicarum queſtionum inquiens:In primis enim lineæ illi, que
circuli orbem amplectitur,nullamhabenti latitudinem contraris quodam modo
ineſſe apparent, concauum ſilicet,&conuexum. Rotondum uero proprie corpori
conuenit, non lineæ, ut etiam placet Ariſtoteli libro fecundo Cali capite
primo, quæ lectio non uidetur difplicere etiam Ioan ni Grammatico, &quodſit
iſta mens Ariſtotelis, utfic legatur manife ftum eſt, per ea, quæ textu decimo
ait, non enim, contingunt non ineſſc aut fimpliciter, aut oppofita,ut lineæ
rectum aut obliquum,capiens ob liquum pro circulare. TEXT VSvs X. T par et iinpar
numero. Par quidem ille eft, qui ab impari unitate differt cremento uel diminue
tione, ut quinque à quattuor, uel à fex unitate, Vel par eſt, qui biffariam
ſecatur, impar uero, qui ne in duo æqualia diuidatur, impedimento eft unia
tatis interuentus. POSTERIOR VM AREST. Τ Ε Χ. XXV. ALI AS XI. NIVERSALE autem dico, quòd cum fit de omni, et per ſe
eſt, et ſecundum quod ipfum eſt. Ioannes Grammaticus et fequaces determinant,
ut hæc tria inter ſeſint diſtincta, fic quod id, quodper ſe eſt inſit abſque eo,
quod fecundum, quod ipſum eſt, 1/oſceli quidem per ſe ineſt habere tres æquales
duobus reétis,non tamen ineſt ei (inquit Ioannes).ſecundum quod ipſum, quia
fecundum quod ipſum ineſt triangulo. Aduertendum quod famoſa doctrina (qua
etiam fæpe Ariſtoteles utitur ) perſe Iſoſceli inefthabere tres æquales duobus
reftis non tamen ſecundum quod ipſum. Alio autem modo per fe,id dicitur alicui
conuenire, quod etiam conuenit ſecundum quòd ipfum, ita quod, id quod non
conuenit ſecundum quod ipſum non etiam conueniat perſe, niſi quodam modo, fic
quod perſe non immedia = te, oſecundum quod ipſum, diſtinguntur tanquam magis
&minus uni uerfale per fe autem immediate, &ſecundum quod ipſum, hec
quidem non diſtinguntur,ita ut unumſine alio poßit ineſſe eidem, Peccauit
igitur Joannes ofequaces determinantes uniuerſaliter id, quod particulariter
uerum est, uniuerfaliter autem falfum, Triangulo igitur immediate, cu per ſe, o
ſecundum quod ipſum conuenit habere tresduobusre&tis æqua les, quodam autem
modo non per ſe ipſi iſoſceli conuenit habere tres duobus rečtis equalis. Vt
Ariſtoteles ſententia, hæc ſit, quòd per ſe immediate, ſecundum quod ipſum,
idem fint, neque ab inuicem in aliquo diſtinguuntur, per le autem non primum,
“ſecundum quod ip fum, hec duo uere diſtinguuntur, ut Ioannes ſuisexemplis,
immo Ari ſtoteles in Texu,exemplomanifeſtat. HET luben 10a TE X. X X VI. ALIAS
XI I. ## ling PORTET autem non latere, quoniam fæpe numero contingit errare, et
non eſſe quod demonſtratur primum uniuerſale, ſecundum quòd uidetur uniuerſale
demonſtrari primū, aberramus autem hac deceptione, cum aut ni hil ſit accipere
ſuperius,peti fingulare, aut Fij 44? IN PR ÍMVM LI B. ſingularia. Aduertendum
Ioannem Grammaticum et uniueros Ario ſtotelis interpretes, ſiue Greci, Latini,
uel Arabes fuerint perperam eſſe interpretatos hunc Ariſtotelis Textum,
&tres ſequentes textus @rita male fenferunt de Ariſtotele, quòd litteram
pariter et fenfum omnem peruertunt &corruinpunt. Circa Ariſtotelis litteram,
an tequim ad eius interpretationem acMilani, falſit as loannis, oſequa tium est
hoc loco non pretereunds. Primo circa hunc textum, loans nes adfert exempla
multa quorum neque unum tantum facit pro textus declaratione, ait enim
Ariſtoteles. Cum nihil fit accipere fupes rius. Nihil fit, neque uox quidem,
utputa nomen aliquod fictitium,& acceptum,cui tamen in re nihil refpondeat
ut eſt hoc nomen chimera, cui nomini nihil extra in re conuenit,fic tandem, ut
neque res ſi aliqua fie ue ens aliquod, ita ut nulla ſit res, neque ſit nomen
aliquod ſignifi cans illud non ens. ipſe autem loannes explicat Ariſtot.
litteram cirs ca illud, cui eſt accipere fuperius, &circa illud, cui nomen
impoſitum eſt,ut est, Terra,' Sol, øMundus, &triangulus, horum omnium ex
tant nomina, ut manifeftum eft; o ſingulum ſuperius est ad ſua indiuis dua,
nempe ad hancterram, ad hunc Solem, ad hunc mundum, ad -Scalenonen, perperam
igitur interpretatur loannes hunc textum cum ipfe adferat exemplum de eo, cui
ſit accipere fuperius, cui nomer impofitum eſt, Textus autem Ariſtotelis dicat,
cum non fit accipere fuperius. T E X. XXVII. i VT fi quid eft, fed innominatum
fit in difo ferentibus fpetie rebus. Ioannes Toto errat Cees loo.fequentes
ipfum, circa litteram e doctrinam Ari stetelis,textusfic habet. Si quid eft,illud tamen innominatum fit in differentibus fpetie res bus.
Ioannes inquit, non exiſtente commune aliquo de quo non
exiſtente, prebet exempla deexiſtentibus, contra feipſum V etiam de nominatis
in differentibus petie rebus, contra Ariſtotelis textum, ait enim Ariſtoteles.
Sed innominatum ſit in differens tibus fpetie rebus, exempla adfert Ioannes de
Triangulo, qui nominatur, eft in pluribus fpetiebus differentibus, ut in
Iſopleuro Iſoſcele, Scaler.one, o fimiliter de quanto prebet cxemplum loane nes,
quod nedum nomen habet, fed in differentibus fpetie pluribus est POSTRIO RVM
ARIST. par A @ etiam in pluribus generibusdifferentibus eft, neque mireris
uelimſi Joannes ocæteri expoſitores aliò pedem retullerint, cumfaltus aſperie
tatem ſenſerint &iuerit uſque Gorcie inficias, obfcurans Ariſtotelem
Platonicis ſuadelis. Ut contingat eſſe ficut in parte totum in quomonftratur
his enim quę funt in te, ineft quidem demonſtratio, et erit de omni, ſed tainen
non huius erit primi uni uerfalis demonftratio, dico autem huius primi,
ſecundum quod huius demonſtra tionem, cumfit primi unirerfalis. Bonus Ioannes
ofequaces prefertim Niphus fueſſanus medices Neapolitanus philotheus Augu
ftinus philoſophus, og fequaces multi fimiles ſine nomine, pleni nominis bus,
quos in interglutiendam uniuerſam Ariſtotelis philoſophiam, os ho rum textū
ſuffocauit, cū ad exempla deuenerint,quibus Ariſtoteles cla rum reddit id, quod
in tribus modis errandi circa univerſale dixit, loan nes (eg peius cæteri)
circa finem comenti huius textus fic ait,in reliquia trium modorum exempla per
bec exponit, uerū non utitur ordine exem plorum cum ordine modorum errandi,
propofitum enim exemplum ters tij eſt modi, Dico philofophum fummoartificio
ordiri otexere modos errandi cum exemplis, ſicut modo cuique errandi
correſpondeat pros prium &peculiare exemplum, ut quemadmodum tres
numerauerit ers randi modos circa uniuerfale, tria exempla, ipſis
correſpondentia fubiecit, ſic ut primum exemplum primo errandi modo, fecundum
exem plum; ut in littera Ariſtotelis ponitur fecundo modo errandi correſpon
deat, otertium exemplum ipſi tertio modo errandi apte conueniat, quo ordine
confuſionem omni ex parte inter cxempla os modos errandi fuæ giens, in primis
ſuo artificio, modum errandi &exemplum fibi corre fpondens notificauit
circa id quod debet effe medium demonſtrationis, ſe cundus errandi modus
&exemplum fibi correſpondens, cõcernitfubies Sum demonſtrationis, tertius
modus errandi circa uniuerfale cum exem plo ſibi coherente, concernit totam
demonftrationem, feu arguendi mo dum qui dicitur permutata proportio, errauit
igitur Ioannes v omnes alij, qui aliter quam ut hucufque dixi extorquent
Ariſtotelis textum, non intelligentes. I N P R I M VM LIB. Pro declaratione
igitur uigeſimi fexti textus, fit hæc noftra prima ina ter expoſitores
dilucidatio uel ſi difpliceat, dicas eam eſſe ſecundam,uel etiam millefimam.
Primī modum errandiexpono ſic, ſcias quòd de duas bus lineis reétis, tanquam de
ſubiecto, concluditur hec paßio, nempe quod non intercidant; uidelicet quòd
parallelæ ſint ſeu equidiſt antes, per hoc, tanquam per medium, quia linea
recta ſuper duas line as rectas cadēs eſt poſita in omnibus quatuor angulis
rectis, ideo ille due recte parallelæſunt, oetiam per hoc me dium, quod cum
linea recta ſuper duas lineas rectas cadensfecerit an- A. 6 gulos quomodolibet
æquales, utputa alternos acutos ſibi inuicem æqua- c. d les, uel alternos
obtufos ſibi inuicem equales, illæ duæ lineæ funt æquidis ftantes, iterum per
hoc medium quãdo linea recta cadens fuper duas alias rectas lineas fecerit
exterio rem angulum æqualem interiori ex eadem parte, ille duæ lineæ paraller
le ſunt, &adhuc per iftud medium, ut fi linea recta cadens ſuper duas
rectas lineas, fecerit duos intrinſecos angulos æquales duobus reftis,ut
probant X X VII. XXVIII.
primi elementorum quod adhuc illæ due recte linee parallelæ ſunt. Modo ſi
Geometra putaret demonſtras, tionem factam per ſingulum mediorum di&torü,eſſe
uniuerſalem,erraret primo errore circa uniuerfale,quia nullibi medium eſt
uniuerſale et unī; nulla enim natura, nec res aliqua eft cómunisad omnes
quatuor angulos rectos, ad binos acutos, binoſque obtuſos,ad intrinſecum et
extrinfecum ex eadë parteſumptos, et ad duos intrinſecos ex eademparte
acceptos, niſi quis uudeat dicere,quòd quædam cõmunis natura,eſt ad omnes pres
nominutos angulos, utputa æqualitas angulori, quæ quidem angulorum
equalitas,ratio eſſet, ut cõcludas lineas eſſeparallelas, iſtud ſomnium,ul tra
quodfit falfitate plenum, eft etiam nimis procul ab apparenti mena dacio, non
ne etiam in concurrentibus lineis repperitur æqualitas angu lorum? ut puta in
his angulis qui ſunt ad uerticem poſiti, cauſati à linea cadenteſuper duas
rectus lineas,illa enim cadens cum utralibet earumf1. per quas cadit, caufat
uerticales angulos æquales ut ſunt anguli a gd, @ b8f, uel anguli c fe, em gfb,
ſtatim hoc reiciet dicens,quod de al 1 POSTERIORVM ARI'S T. ternis angulis
intelligenda eſt illa equalitas, ut natura illa communis tantum ſit equalitas
coalternorum, hec reſponſio eft uana cũ illa equa a litas ſitequiuoca, uel
dicas analo gam, ad equalitatem retorum, acu torum, obtuforum angulorum, @etiam
dico, quod totã hoc,& qua litas angulorum,non eft und abſolu = ta
naturd,una abſoluta (utputa) eſt unus atq; alter angulorum, reliqua natura eſt
reſpectiua et ad aliquid, ut æqualitas inter utrumq;, ſi diceret quod accipitur
pro medio, tantuin equalitas in omnibus illis fine pluri,dico quòd per
æqualitatem non con cluditur, quod lineæ parallele ſint,niſi per æqualitatě
talium angulorī, Et dico etiam quòd non tantum per equalitatem coalternorīt,
ſed etiam per æqualitatë extrinſeciad intrinfecum, et per duos
intrinſecos,quorīt alter acutus reliquus obtufus,qui equalesfunt duobus re et tis,
quæ omnia non habent unum ſuperiusuniuocum, igitur non eft aliquid accipere ſus
perius ad hæc omnia, igitur petimus tunc ſingularia media in propoſito
concludendo, &ſicerramus, ſi nobis uideatur uniuerſale demonſtrare primū.
Error igitur iſte circa uniuerſale,eſt circa medium demonſtratio nis quod
quidem medium uniuerfale, cum non fit, fingularia media peti mus, ſimile habes
huic per XXVII (XXVIII primi Elementorū, Euclidis per quas Ariſtoteles
manifeſtat propoſitum. Itidem fimile per quintam, fextam, a ſeptimum
fextiElementorum,quibus probat Eucli des per diuerſa media ſingularia, o non
per unum uniuerſale medium, triangula eſſe equiangula. Aliud etiam in Euclide
habes xui primi Elementorum « in ſexto Elementorum propoſitione xxx, quibus lo
cis ſimile huic probat, quod duæ lineæ,in dire&tum cõiun&tafunt et
lines und, ohoc per ſingularia odiuerfa media, quibus non eft aliquid unis
accipere fuperius. Vigefimiſeptimitextusſit hec mea declaratio, immo.eft ipſius
Ariſto telis ad unguem, quam Ioannes grammaticus, neque nouus aliquis, ſiue
antiquus etiam interpres, non percepit, hoctextu affert Ariſtoteles les cundum
errandi modum, à primo modo errandi longe dißimilem, atque diuerfum, in primo
modo errandi nulla natura communis accipiebatur IN PRIM VM LI B. 1 fuperior,
neque nomen aliquod, ſeu quæpiam uox habebatur, in hoc aue, tem ſecundoerrandi
modo, natura ipſa communis eft, o inſuper nomen. ei impoſitum eſt. Verum quia
natura illa non habet ſub ſe plures fpe=; cies, ideo illa, &fi fit,
anominata ſit, in pluribus tamen differentibus fpecie rebus, innominataeſt, ob
defficientiam ipſarum ſpecierum, quiail Leſpecies non ſunt, ut folis, terre,
mundi natura, eſt innominatain plu ribus ſpeciebus terre, quia plures ſpecies
terre nonſunt, fi igitur quiſ piam demonſtrationemde cælo tentaret, et quodfit
dextrum in ipſo com cluderet, &putaret quod eſſet ſuademonſtratio
uniuerſalis, quia no eft aliud primum cælum,erraret quia non de hoc cælo,
primofitdemöſtra tio, fed de natura coeli, ut eft quid uniuerfalius ad hoc
primum cælum, ſeu de cælo, fine contratione ad hoc ſingulare cælum, quam
doctrinants Ariſtotelesſuis mathematicis exemplis, &quidem aptißimis, fole
cans didiorum reddit; inquit enim in exemplo fecundo, quod quidem fecundo
errandi modo correſpondet, oſi triangulus non effet aliud quàm 1f0a) ſceles,
ſecundum quod Iſoſceles eſt. Videretur utiqiie
ineſſe primo,has bere tres æquales duobus rectis, cum nullus effet alius
triangulus,uel nul la alia eſſet ſpecies trianguli quam fofceles, &tunc
error ſecundo mos: do contingeret. Explico Ariſtotelis ſententiam. In primis
eft aduerten dum, quòd triangulus re ipſa hubet ſub ſe tres ſpecies
triangulorum, fo pleurum, iſoſcelem oScalenonen, quod ſi tamen per
imaginationem ponamns, quod non haberet ſub ſe ljopleurum, neque Scalenonen,
per ſecluſionem illarum duarum ſpecierum, tantum haberet ſpeciem unā, ut
iſoſcelem, eſſet tunctriangulu: innominatus in Scalenone atque Iſos: pleuro,
quia fi in illis ſpeciebus triangulus nominaretur, ut fic,Scalenon eft
triangulus, Iſopleurus eft triangulus, iam illæ ſpecies duæ triangu. lorum
effent, quas ſuppofuit Aristoteles, ut non eſſent,ut ſuum oſtendat. propoſitum.
His ſuppoſitis, ſiquis de foſcele concluderet; quòd tres haberet æquales duobus
reétis,o putaret quòd uniuerſalis effet bec des monftratio, quia nullus eft
alius triangulus, quam foſceles, crraretſes. cundo errandi modo, quia Iſoſceles
habet fuperius o uniuerſalius fe, nempe triangulum, de quo primo concluditur
talis affectio, et talis era, ror multa diuerſa à prinoerrandi modo
habet,quorum unum eft, ut pri mus modus errandi,ſit circa.medium, et iſte
ſecundus modus errandi fit. circaſubiectum demonſtrationis. Aliud, ut in primo
nonſitfuperius ali quid nec etiam nominatum, In hoc ſecundo eſte ſuperius og
nominas, tum, ut triangulus, Tertio illud innominatumſit in pluribusmedijs,
hoc. autein? POSTERIORVMARIST DS autemfecundo modo innominatumfit in
duabusfpeciebus tantum, uideli cet in Iſopleuro w Scalenone, Ibi ut in omnibus
fit innominatum, Hic aue tem nominatum ſit tantum in una ſpecie, ut triangulus
in 1fofcele. Advigeſimum octauum textum cã acceſſerit philoponus ad orchos in
greſſus, non potuit ex inextricabılı labirintho egredi, ita ut ea, quæ pue
rilia ſuntin interpretatione, perperam ej tortuoſe ſit interpretatus,vt puta
uerbum hoc, aliquando, non temporaliter,inquit,audiendü eſt, ſed quaſi
diminutius ut ait ipfe, non exacte fit audiendum, fimili modo ergo ijtud uerbum,
Nunc,haud,inquit,temporaliter audiendum eſt, quin po tius, exacte, o ſecundum
Methodum demonftratiuam, Pedagogorā mo dum inſequutus, qui quattuorgrecis
litteris intineti temerario aufu, ſi ne quacunquefcientia aut liberaliarte ad
explicandum Ariſtotelem uens toſi cum accefferint ipſi implicati non ut loannes
plicis binis uel ternis terminos exponit, ſed denis centenis atq; millenis
epiſtolis ſuos codiculos imptent promittunt etiam multis nobilibus ſe
expoſituros Ariſt.uocantų; fepe illos nobiles nominatim ut teftes tādem ſint
ſue infanie, et ut uidean tur etiam ipſi aliquid in Ariſtotele ſuo chere
illuſtraſſe, cum nondum pri ma philoſophie elementa fufceperint, Pereant ipſi
cum ſua ignorantia, uelfuis fericis ueftibus addifcere poft multa těpora
incipiant,oſiferico indueti,atque equoinfedentes, o rabini facti addiſcere
uerecundantur. fufcipiant eam quam decet philofophum, ueftem, o Euclidis
honeſtate accedant ad Socratem; ne fintpoſt hac, fomenta praua difpofitionis
preſtantißimæ iuuentuti in celebratißimis terrarum gymnaſijs. Qui dam alij
interpretes quorum eſſe nefcio, quia ſuum eſſe nihil eft, neq; fuit unquam
abradunt ly nunc, et locofuo,legunt, non, &ly aliquando,fo litarie fine
fenfu relinquunt, quibus expofitionibus uel potius torturis iam iam incipiat
Ariſtotelis lamétatio, Abigatur igitur cum mufcis afta bulòunaatque alteru
interpretatio, feu magis Ariftotelis deprauatio, et legatur textus ut lacet in
greco, quitextus græcus habet has particulas, aliquando, et nunc, que uerba
temporaliter onullo alio modo intelligan tur, neque intelligi aliter poſſunt,
onon legatur, loco de ly nunc, non, ut quidam facit hoc tempore, quenſcies, ſi
tua ſcripta ab ipſo accepta le geris, Pro declaratione igitur uera, queunaſola
eft, quă inferius fübi ciam, et nulla alia ab ifta uers effe poteft, ad
Arijtotelem redeundo, textum expono. Proportionale, quod commutabiliter eſt.
Aduertendū quod iftud de proportionale, exemplum, eft tertij modi, pro cutus
declaratio 03 of 21 that * MA es G so IN PRIMVM LIB, ne dico Ariſtotelem
proprium quantitatis determinaffe in fine predicar menti quantitatis dicentem;
Proprium autě quantitati cft maxi. me çqualitas et inequalitas,reliqua uero
queno ſunt quan ta no proprie æqualia ac inęqualia eſſe dicuntur, Velutidiſpo
ſitio,uel etiam habitus æqualis, inequalisue non omnino propriedicitur, fed
familispotius,atá; dißimilis, et album itidem æqualeinæqualeue non onnino
dicitur, fed fimile dici atque dißimile dicifolet, Proportio ſeu ratio, ut ab
Euclide deffinitur in quintoElemětorum eft duarum quantæcunquefint eiufdem
generis quantitatum alterius ad alte ram habitudo quædam, ex Ariſtotele igitur
habetur, quod proprium eft ipſi quantitati, esſe quale aut inequale. Ex Euclide
uero quòd propora tio eſt quantitatumfolummodo, ex utroqueuero, quod tantum in
quana titate proprie reperitur proportio, quæ quidem eſtæqualitatis, in
equalitatis; inequalitatis uero proportio biffariamſecatur fecundum Boetium in
primo Arithmeticæ in inequalitatem maiorematque minoa, rem,equalitatis
proportio eſt quandofundamentā et terminusfunt æqua lia, ut duo ad duo,
inequalitatis uero proportio eft quando fundamenti eſt maius, terminus autē
minor, et hæceft maior inequalitas.uerominor eft,quando fundamentum eftminus
terminus uero maior,ut sunr ad 21, maior,et 11 ad 1 1 1 1 minor, Præter hæc
ſcito, quidam modiarguenda quibusmathematici utuntur(de quibusEuclides in
quinto) indifferenter applicatur quantitatibus eiufdem, fiue etiam alterius
generis, dummos do bina ſintuniusgeneris et bine alterius, ut in
equaproportionalitate patet, hic autem modus-arguendi qui dicitur commutata
proportio non niſi quantitatibus, quæ eiufdem generisſunt attribuitur. Quibus
pras intelectis o declaratis, uides Platonem improprie applicuiffe uirtutia bus
in Gorgia cõmutată proportionalitaté, quibus etiã qualitatibus,pro portio
nonconuenit, ex deffinitione proportionis fuperius data,quapro, pter non eſt
propria rerum natura, neque uera e propria Ariſtotelis ſententia,aliena
docirina perturbanda. Vbienim ait Ariſtotelesloquens de tertio errandimodo,aut
cótingit efle, ficut in parte totūztoti hoc loco,uniuerſale intelligendum eft,partem
uero inferius ad ipfum uni uerfale, Mododico,quòd antiqui philofophi qui
precefferütEuclidem Ariſtotelem ſæpißime errauerunt hoc tertio errandi modo,
putantes de toto, feu uniuerfalemfacere demonftrationem, que tamen erat in par
te demonstratio,hoc eſt particularis &non univerſalis, ideoait philoſos
plus quemadmodum demonftratum, eft aliquando, uidelicetabantiquis POSTERIORVM
ARIST. philoſophis, qui tempore Ariſtotelem,atque Euclidem preceſſerūt,quia
ipfi non aduerterunt quod quantum, eſt id (id eſt natura aliqua) quod fum
perius accipitur, nominatum eft in pluribus differentibus fpecie res büs,
differt igitur iſte modus à primo, quia ibi non erat accipere aliquid ſuperius,
o etiam differt àſecundo, quia in fecundo illud fuperiusnon erat nominatuin in
pluribus differentibus ſpecie rebus, hoc autem, quod hic conſideratur, eft in
pluribusſpeciebusnominatum, et comune,atque uniuerſale onnibus quantis, fiue
illa diſcreta, ſeu cötinua ſint, quorun effe fucceßiuuki, feuetiam permanensſit,
ut numeri ſunt,lines, folida, tempora, &alia huiufmodiſpecie differentia,
feorfum ab inuicem ali quando acceperunt antiqui deſingulis
demonſtrationemfacientes. Nunc uero, inquit,philofophus uniuerfale
demonftratur, fenſus, uniuerſali ad hæc omnia,modusiſte arguëdi imediate et
perſe attribuitur, ut ipſi quan titati, quatenus tale. Nunc dico, nedum in eo
Ariſtoteleo quidem tempo të, et à philofophis reéte fapientibus, ſed etiam
oprimo abEuclide; cuius clarißimi philofophi beneficio habetur demonſtratio
uniuerſalis omnibus quantis, ut fuo quinto libro Elementorum docet,
propoſitione fextadecima, Errabant igitur antiqui aliquando, arguendo
permutatim in numeris ſeorſun, in lineis feorfum, cæteris feorfum, nunc au =
tem non contingit iſte error his, qui ſequuntur Euclidis ſcitum, quia nunc,
ideſt poſt Euclidis fcripta uniuerſaliter demonſtratur, hoc eſtmo:.
dusiftearguendi primo per fequantitati conuenit, quægenuseft ergo üniverſale
adomnia quanta, hæc autem eſt mea interpretatio, uera og germanaipſi
Ariſtoteli, ut etiam ipſe ſuis uerbis manifeftat Text. 93. ubi apertißime declarat
propoſitum. Propter hoc nec fi aliquis monſtret, unumquēque trian ĝulum
demonſtrationeaut una, aut altera quod duos re čtos habet unuſquiſque
Iſopleurus feorfum et Scalenon,& Iſoſceles, nondum cognouit triangulum,
quòd duos rectos habet, niſi ſophiſtico inodo,rieque uniuerfaliter triangu huum,ne
quidem fi nullus eſt, pręterhæc triangulus alter,no enim fecüdum quod
trianguluseft cognouit,neque fi om= nem triangulum,ſed quatenus ſecundum
numerum, ſecun dum autem fpeciem no omnem, et fi nullus eſt, quem non nouit.
Non eſt ſurdaaure pretereundum artificium fummum, quod in hoc exemplo
Ariſtoteles docet, fcias hoc exemplo de triangulo, comple &ti duos errandi
modos, vel facerepro duobus modis, errandi, ſecun Gij sa IN PRIMVM: LIB. do,
atque tertio, cum primum defingulo modo, fecundo &tertio, fe. paratim
exempla aptißima e peculiaria pofuit, ftatim attulit aliud exemplum utrique,
ſecundo uidelicet,atque tertio modo feruiens, Com. poſitiuam methoduin etiam in
exemplis feruauit. Littera autem per particulas, ſic declaratur; inquit enim,
demonſtratione aut una aut al tera; una enim demonſtratione numero fieri-non
poteft, ut deIſopleuro folcele, C Scalenone, concludatur quod tres equales duobus
reftis habeat, uia igitur fpecie demonſtratio erit, qua de his tribus triangu
lorum fpeciebus demonſtrabitur, quod tres habeat æquales duobusree Atis, ideo
dixit Ariſtoteles demonſtratione aut una aut altera; ac fi dices ret pluribus
numero demonſtrationibus, de tribus ſpeciebus illis cons cludi, quod tres
duobus rectis pares habeat hæc autem demonftratio, nullo modo intelligi potest,
quòd fyllogiſtica ſit, quia tuncmaior pre. miſſa acciperet de
uniuerfalitriangulo, quod haberettres equales duo bus reftis,ſic fyllogizando,
omnis triangulus habet tres angulos æquam les duobus rectis, ſed Iſoſceles, uel
Iſopleurus, uel Scalenon, eſt triangulus, igitur foſceles, uel Iſopleurus,uel
Scalenon habet tres, æquales duobus rectis, Sic igitur fyllogizando uel
particulatim abſque illo diſiunto, fed uno tantum affumpto triangulo, non ne,
ſcio de triangulo uniuerſaliter, in maiori aſſumpta quòd triangulus habet tres
æquales duobus reftis? quod e diametro opponitur ei quod Arift. ait,ut et fi de
Iſopleuro, et cæteris fciuero,quòd habeat tres æquales duo bus,nondūſcio de triangulo,niſiper
accidens,per accidés dico quatenus in ferius omne, ſuperiori accidit,modus
igiturilledicendi, quein uidentur omnes latini atque greciſequi, non
poteſtſtarecum Ariſtotelis ſentena tia, quia iam priusſciretuniuerſale in
maiore fumpta et per uniuerſale in cognitionem particulariñ deueniretur,qui
error non eſt, ſiquis autem di ceret, ut fic intelligi debeat
demonſtratione,aut una fyllogiſtica, aut alte ra Geometrica, dico quod nullo
modode ſyllogiſtica poteft intelligi, quia ſequeretur idein incommodum eo modo
arguendiſyllogistice,contra dos Arinam ex litteram Aristotelis, ut fupra dixi,
quia tunc per cognitio nem uniuerſalis deueniremus in cognitionem particularium
quod ex ſi id uerum ſit, modusquo ipſe textu Il docet, quo modo de nouoſci
mus,non hoctamen in hoc textu pertractat, ſed agit,hoc textu,& in hoc,
exemplo, de errore, qui opponitur uero modo ſciendi,onon de mo: do, quo de
nouofcimus quippiam. Niſi quis de ſyllogiſtica demonſtratio
neintelligensafingularibus ad uniuerſale progredereturfic, omnis 1 / 0 POSTERIO
RVM 'ARIS T. ſceles habet tres equales duobus rectis,fed triangulus iſoſceles
est, igis tur triangulus habet tres duobus rectis pares, &de alijs
fpeciebus limie liter, et tunc fciret iste ſecundum numerum i
particulariſubiecto I fofce le ad uniuerfalem triangulum progrediendo,quod no
diſplicet, et ſic una fpecieſyllogiſtica concluderetur de uniuerſali per
particularia, uel etiã altera,nempe Geoinetrica. Pro cuius ellucidatione, eft
fciendun; ultra ea, quæ de Geometrica demonſtratione dictum eſt in textu tertio,
quod Euclides ſecunda parte trigeſimeſecunde primi Elementorun demonſtrat quod
triangulus qua. tenus triangulus est, habet tres angulos æquales duobus-rectis,
fi quis modo, utcunque intructus bonis litteris (non dico Ariftelis deuoratos,
res uel potius carnium «acephalorum ſeptem, unis bycis uoraces, quiafi
uerbauinitateplena habeant non tainen Aristotelis do& rinam tenent,quam
falſo profitentur)iſus fuerit illa. demonftratione oſtendens de 1fofcele, quòd
habeat tres e qualesduobus reftis per decimamtertiam O vigeſimumnonam primi
Elementorum, aut altera numero, eadem ta menſpetie de Iſopleuro et Scaleno.ne
idein oftendat, ita quòd de ſingus lis trianguloruin þetiebus inducat, quod
habeat unaqueque ſpecies triangulorum tres equales duobus, nonduin cognouit
inquit, triangus lum quòd duobus reftis æquales habet, niſi ſophiſtico modo,
neque uni uerſaliter trianguluna effe huiufmodi, ne quidein fi nullus eft,
preter, hec, triangulusalius, non enim quod triangulus eft huiufmodi cogno uit,
nequeſi omnem triangulum, hoc habere contingut, utputs duobus reftis
æquales,ſed quatenusfecundum numerum, ideft fecundum nume rumfpetierum
triangulorum, ſecunduin autein fpetien, in uno uidelicet uniuerfali, non omnein
ca ſi nullus eft fecundum ſpetiem, id eſt ſe cundumnumerum trium triangulorum
petieruin, ſeparatim,quem non nouit. Erraret igitur duplici errore ille, qui
putaret eße unia uerſale fubie&tum, et totum, id quod effet particulare
fubieétum, parsfubieétiut, quia tunc acciperet in parte totum, id eft partem,
to tum effe exiftimaret. Si autem triangulus immaginetur faluari in
unica tantum fpetie, ut in iſoſcele, tunc exemplum intelligatur, aptari feo
cundo modo errandi tantum, non etiam tertio. Vides igitur amice, quod
Ariſtoteles modos tres attulit errandi circa uniuerfale,quorum cuique proprium,
&peculiare exemplum aptauit. Neque legas poſt hac lyaliquando, prominus
exacte, nequely nunc,pro exacte ita,ut neutrum,tempusſignificet, fed utrunque
temporaliterlegatur, neque 1 i IN P R I M V M L I B. legendum eſt ly nunc
pronon, ut quidam, qui nullus homo est facit. Ad id autem quod Ioannes de
Gorgia tetigit, aie quod quantitas, natura ipſa, qualitatem precedit, fic ut
quantitas, fit prior ipſa qualitate non dico tempore necetiam natura ſed ordine,
oid quod propriumquan titati eſt prius est proprio qualitatis, fimiliter et
modi,quiſunt ipſiquãti tati proprij, ut eſt proportio, et modus arguendi, qui
dicitur permu. tata proportio, funt hæc quantitati propria oſibi primo
conueniunt, deinde etiam qualitatibus ſecundario « improprie attribuuntur. Quem
admodum etiamSyllogiſmus, qui omnibus philoſophiæ partibus eft com munis per
attributionem, de eo tamen primo oproprijsſime Logicafa cultas agit, quòd ſi
ſubſtantijs quantitate prioribus, quis tribuat come mutabiliter proportionari,
tunc uniuerfaliter reſponde, quod omnibus entibus poteft attribui
commutabiliter proportionari improprie tamen, oper quandam attributionem
fecrındariam, quatenus omnia entia,has bent quantitatem molis, aut uirtutis in
ſe,o ſic Plato attribuit in Gori gia commutabiliter proportionari illis
qualitatibus improprie, opro ut ille qualitates includunt quantitatem uirtutis,
quæ funtgradus pera feftionis. TE X. XXIX. ALIAS
XIIII. VANDO igitur non nouit uniuerſaliter, et quando nouit fimpliciter,
manifeftum eft utique. Quoniain, li idem erit triangulo eſſe et Iſopleuro, aut
unicuique,aut omnibus fi uero non idem fed alteruin et cætera. Littera ſic
exponatur, fi eadem deffinitio quæ trianguli est, cſJet ipſius etiam Iſopleuri
propria o peculiaris, aut unicuique 1fos pleuro iſoſceli o Scalenoniſeparatim,
aut etiam omnibus fimul in com muni à quanon ſit alia deffinitio ipſis
conueniens, ſi uero non idem, id est finon est eadem unica deffinitio, quæ bis
omnibus æque primo conue ! niat, fed alterum, id eſt diuerfum nempe deffinitio
trianguli est figura tribus lineis rectis claufa, fed iſopleurus est figura
tribus lineis rectis æqualibus claufa, iſoſceles est figura tribus lineis
duabus nanque æquae libus, una inequali claufa, gradatus eſt figura tribus
lineis inæquae libusclaufa, ecce modo, quàm diuerſa ſint deffinitiones, fi
ineſt igitur tres habere his omnibus, hoc quidem eft unicuique, fecundum quod
eſt triangulus, uelfecundum quod eft figura tribus rectis claufa, o non
POSTERIORVM ARIST. has pro eta quia illis lireis equalibus, uel inequalibus
claudatur. Vtrum autem fecundum quod eft triangulus, aut fecundum quod Iſoſce
les infit, et quãdo ſecundum hoc, eſt primun, &uniuerfale, cuius eſt
demonſtratio, manifeſtūeſt, quando remotis infit primo,ut Iſoſceli, æneo remoto,triangulo
infunt duobus rectis pares, fed æncun eſle remoto, &Ifoſceli etiam remo to
infunt tres duobus rectis pares, fed non inſunt tres duo bus rectis pares
figura et termino remotis, quia etiam ipfis inſunt duobus rectis tres æquales,
fed eis non primo, ut fi gura que clauditur termnino uel terminis, quo
igiturprimo reinoto, cui priino conuenit; remouetur, et habere tres, fi itaque
triangulus remoueatur, remouebitur et habere tres duobus rectis pares, et ſecundum
hoc igitur, id eft few cundum triangulum ineſt, et aliis per ipſum et huiuſmodi
trianguli uniuerſaliter eſt demonſtratio. Littera fic ordináta, artificiun
Ariſtotelis est conſiderandum, in hac regula, quam prebet ad cognofcendum,
quando erit uniuerfaliter demonſtratio, ego exem plum eft contraſecundum modum
errandicirca uniuerſale,ſic,utſeruans hanc regulam,non errabitſecundo modo
errandi circauniuerfale,& pri mo,remotis accidentibus indiuiduorī,utremoto
ere,non remoueturaf feétio uniuerfalis ut habere tres duobus reétis pares, as
enimfeu aneum effe,non conuenit fpeciebus triangulorum, niſi quia indiuiduis
triangulis conuenit remota,fubinde fpecie trianguli, ut Ifofcele remoto, non
pro pterea remouetur affectio uniuerſalis, quæ eft habere tres duobus reétis
pares, quia in alijs fpetiebusſaluatur natura,cui primo conuenit habere tres,ut
in ſopleuro,e Scalenone ſaluatur naturatrianguli,cui prinoco uenit habere
tres,tertio remouet genus ad cuiusremotionem remouetur villa affeétio,ut
remotafigura, &tres habere duobus re &tis pares remo uetur, Quarto
cultimo remota deffinitione generis, ut remoto termino figura enim eſt, que
termino uel terminis clauditur, remouetur og illa affectio ſed non primo, primo
enim conuenit ipſi triangulo, triangulo igitur remoto, statim remouetur et illa
affectio, habere tres duobusre Atis pares, demonftratio igitur qua concluditur
quòd triangulus habet tres angulos equalesduobus reātis, eft uniuerſaliter. et eft
Te i IN PRIMVM LIB. TEX. XXXVII. ALIAS XX. Pro quo VORVM autein genus alterum
eft, ficut Arithmeticæ, et Geometriæ,non eft enim Arithmeticam demonftrationem
accom modare ad inagnitudinum accidentia niſi magnitudines numeri fint. Gnarus
Ari ſtoteles Geometrie et Arithmetica non dubitanz do loquutuseft inquiens,niſi
magnitudines numeri fint, fed fuæ regulæ uniuerfalis exceptionem faciens, niſi
inquit magnitudines numeri ſint. aduertas magnitudines nunquam fieri numeri
nifi numeri nuo merati, o adhuc numeri illi numerati non fit diſcreta quantitas,
ſic ut illinumerati numeri, non copulentur ad aliquem communem terminum, ſicut
numeri, ofillabe, no:1 ad terminum copulantur communem,fed ad comunem terminum
copulantar ille magnitudines que numeri funt per folum tamen intellectum à fe
inuicem feparatæ intelliguntur ille quidem magnitudines quæ numerati
numeri,Sunt non quod intellectus aliter quã ſint, eas percipiat oppoſito modo,
fed eas tantum conhder atparticunt Latim, no intelligendo eas niſi priuatiuenon
effe coniunctas,non tamen in telligendo eas negatiue, non effe coniunétas, ut
pro exemplofufcipiatur id,quod Euclides proponit propoſitione quinta deci f mi
Elementorum commens ar d ſurabiles magnitudines,ad inuicem rationem habent quam
numerusad numeră be cuius deinonftratio talis est. Sint due inagnitudines a b
communicantes, dico quod earum pro portio eft,ſicut alicuius numeri ad alium
numerumfit enim maxima quan titas c cõmuniter menfurans a ®b, reperta ut docet
xiij. Elementorum quæ inenfuret a fecundum numerum d, o b fecundum numerum e,
erita; a ad c, ut d'ad unit atem eo quod ſicut a eft multiplex Citad eſt
multiplex unitatis, at c adi b, ut unit as ad e, quoniam ſicut c eft
ſubmultiplex b, ita unitas eſt ſubmultiplex e, igitur per aquam propor
tionalitatem a adb, ut d ad e quod eft propoſitum, Ecce quod f linea fecans a
lineam in puncto F, non ſeparatprima partē linet a, à fecunda parte CH
POSTERIORVM ARIST. st n parte linee a, quis, punctus copulansprimam partem
lineæ et cum fes cunda parte, manet idem, immo eſt communis punétus &ipfi
lined a et ipſi f, intelle &tus tamen intelligit primam, atquefecundam
partem li nea 4, abſque quòd conſideret,ut ad comunem punétum f copulentur.
Ecce uides quomodo Euclides utitur medio Arithmetico,ut puta nume ro in
constructione, «æqua proportionalitate ad probandam affeétio
nëdemagnitudinibus, In vis uel 1 x propoſitione decimi utitur uns decima
octaui, tamquam principio Arithmetico in concludenda affe ftio ne de
magnitudinibus, hocfepißimefacit in toto decimo libro Eles mentorum
Magnitudines, numeri funt, quando ille habent communem menfuram qua communiter
dimetiantur, diameter igitur quadrati, Oſuacostanunquam funt, neque dicentur
quod ipfæ numeriſint,de ma gnitudinibus etiä que numeri ſunt trattat Euclides
in ſecundo Elemento rā à prima propoſitione ufq; ad undecimãexclufiue, Ecce quo
pacto utis mur arithmetico principio,circa Genusgeometricã, quod græciala -
tini non aduertentes prætereunt exponentesregulam Ariſtotelis uniuerfaliter,
quãipſe uult intelligi cumparticula exceptiua, In hac parte ex= ponenda Aueroesimperitißimusfuit,
ita utſua littera e directoſit con tra Ariſtotelis fenfum, inquiens
&propterea demonſtratio, quæ eft de queſito computatiuo, non poteft
trăsferri in aliam à computatiua,quem uirum clarißimum non miror, ſimendacium
hoc dixerit in ifta re parut ſed magis,eum admiror quòd cum aliàsdiſciplinas
mathematicas inuen taspropter ingenij exercitationem, &quia etiam
philofophus dixerit eas puerost adipiſci, ipſumuero Aueroin,neque pueritia,necſuafeneétu
te eas fuo ingenio intellexiſſe, niſi dixeris, quòd ipſe elleuatus in eſtaſi
intelligebat omnia per intellectum in actu, quo multa peruerſo modo,e ordine
intelligebat ſicut quædam fui fequaces Aueroico uerbo cupientes Aueroiſtas dici,
ignorantes tamen que Ariſt. mathematicis explicanda propofuit, de quo
intellectu poßibili, qui nihil eft eorum quæ uere ſunt ante quam
intelligat,utproponit philoſophus,aliquando aperiam,quòd non de ſeparato illo
chimerico intellectu ex littera cmente Aristotelis, debemus intelligere,ut
quidã Aueroiſta perperăget fequaces peßime in= terpretantur, pertranfeo tamëhæc
inpræfentiarü,et quia non eft hiclo cusdifferendiillud, et utfic docentes falfo,reſipiſcăt,
et ueritatem Arifto telicăianiam incipiãt et intelligeret &alios post
millenos annos docere. Hoc autem quemadmodum contingit in quibuſdam, po fterius
dicetur. littera fic intelligi debet, magnitudines quando ſint 1 1 H S8 IN
PRIMVM LIB: 3 numeri in quibufdam,nempein temporibus, ideft quádo ipfa tempord,
ut numeri concipiuntur, Poſterius dicetur,ut in libris de philoſophia et de
anima.Hoc loco habemus artificium ab Ariſtotele, quoGræcorumexpo fitorum
abufius mille,o latinorü millies millena millia errorum cognoſci mus,De
interpretibus uero noſtri temporis,ſierrent,non dico,fed intelli gas uelim, ut
quot uerba proferunt, tot mendacia contra Ariſtotelis or dinem ýmethodum
committunt. Quis enim legit Grecos, Latinos, o noftri temporis
expoſitoresAriſtotelis, non uideret conſiderauerit, illos ſepe, et fepe fepius
adducereloca odoctrinam datamin philofo phia uniuerſá, in libris de anima,
methaphiſicis, pro declaratione lo coruin logices, quis modus iſte obfcuritatis
eſt, per ignotißima declarda re ea, quæ aliquo modo ignota funt? eper ea quibus
accommodantur principia, ipſaprincipia uelle declarare, oper poſterior aignota
decla rare ipſum prius, ſic utfupponant iſti declaratores,hominem eſſe philoa
fophum, animaſticum, et methaphiſicum antequàmfiat logicus,utille no Ater bonus
homo docebat, quòd Ariftoteles attulit tria exempla in fecun do textu,in tribus
ſcientijs,ut ibi notaui ha,ha,pereat modus iſte contra Ariſtotelis doctrinam,qui
poftquàm exceptuationem uniuerſalis regulæ fue fecit, inquit, hoc autem,
quomodo contingit, posterius dicetur, fic ut id,quod inphilofophia dicit,
nonreuocetin logicis declarandis, fedt diuerſo,exceptione qua in hoc locofacit,Pombaur
tanquam nota in philofo phia, ut ex notis ad ignota o utex uniuerfali ad
particularia tēpora procedat,perfuadeturigitur illa exceptio exx. libro Elementorū
ut des claratum eft, et non ex philofophiæ locis, vt proMilanius utpúta ex his,
quæ in Geometria notafunt, ad ea declaranda, quæ inlogicis traa et antur, ut
uera methodo, à notis diſcuramus adignota, fed fi idem in theologos
ſacrosobijcias, qui indiſcriminatim ad declarındas theologia cas queſtiones
loca uniuerſalis philofophiæ adducunt, igitur ipficra rant,refpondeo, In
thcologia cui omnesſcientic &tota uniuerſalis phi lofophia ancilantur
tanquam ſcalares gradus non inconuenit philofoe phic eliberalium artium
theoremata adducere, quia proceditur à nos tis ad ignota declaranda. Ita ut
ultra modum quo intelligimus Sacran do&trinam per reuelationem, ſunt quidam
alij modi intelligendi, ſuppoſia ta tamen reuelatione primo, unus eſt modus
deuotionis fpiritalis, quo particulariter dominusfuisfanétis, licet alias
indoctis tribuit intelligere, ut Petro intelligebat ea,quecontinebantur in
epiſtolis fratris noftri Pau li, quæ indocti deprauant ad fuum fenfum, non
intelligentes, Alius mo POSTERIORVMARIS T. 0 4 Ac LE FO r dus intelligendi
facras litteras prouenit ex ingenij uiuacitate tantum, qui modusmultas hærefes
attulitfidelibus. Tertius eft modus intelligendi beneficio naturalis
philoſophic, &hic etiam decipit innaniterfideles nis fiunctione fanétifpiritusmoliaturfua
duricies, hoc quidem tertio modo non intelligit aliquis facras litteras, niſi
inſtructus illis difciplinis, que precedunt ipfam reginam theologiam, valeant
igitur, eantuna oma nes ad olas carnium, nonadScotia Thome libros, qui, his
artibus &philofophia non callent, non peccant igitur Theologitertio modo di
di, copeccato, quo multiGræci, Latini, &præfertim noui interpretes in
Ariſtotelem peccant,confundentes docendi ordinem. Videtur hæc ex poſitio,
Ariftoteli oppugnare, ubi inquit Ariſt. pofterius dicetur, ut in libris
philofophiæ, dixi tamen ego ex decimo Elementorum. Dico Arie ftotelem
promittere quomodo continuum diſcretum căcipiatur, fed Eye clides quo modo per
principium Arithmeticum de magnitudineaffeflio demonſtretur atq; concludatur. •
Ex codem enim genere cft, extrema et mcdia eſſe, fi namqucnonfunt per ſe
accidentia erunt, propter hoc Geo metrię non eft demonſtrare, quod contrariorum
eadein eſt diſciplina, ſed neque quòd duo cubi ſunt unus cubus, ſit heclitteræ
expofitio, ut media oextrema debeant effe eiufdemgeneris, media intelligas, feu
in conſtructione medium, ſeu medium ad probadum, quod eft, aut principium, uel
etiam propoſitiopredemonftrata,que fus mitur ad probandam aliam, propofitionem;
extremorum autem nos mine (ubiait extrema) intelligende funt ipſa concluſiones,
utfitfenfus facilis, premiſſão concluſiones ex codem genereeſſe debent. Sed ne
que quòdduo cubi unus cubus fit, Quomodounus tantum cus buserit,cum duo fint?duo
prius feparatim erant,quiſi in unum redigan tur, unum tantum efficiunt,ut due
lincæ etiam una linea tantum efficis citur, utdocet XIIII primi Elementorum xxx
ſexti Elementos rum,vltra aduertendum quod cötrariorum cadem eſtdiſciplina,ſed
hoc non probat Geometra ſimilitcr duo cubiunus cubus eft,quod etiam Geo metra
non probat, his habitis odeclaratis., ſtatim perit declaratio. cus iufdam
philoſophi noui qui maiorigrauitate quàm pondere utitur; dicit enim illa ſua
innani interpretatione, duo cubi in Arithmetica non faciunt ynum cubum, quod
eft di&tu, quod duo cubi numeri nonfaciunt unum cu bum numerum,ifta
interpretatio opponitur littere Ariſtotelis; li ttera anim affirmatiuc
loquitur, quòd duo cubi unumfaciuntcubum,oiſte no ни ex 46 in is hi De IN PRIMV M LIB. ) uus philofophus exemplificat negatiue,
quo mododuo eubi non faciunt unum cubum; reiciatur igitur ſuainterpretatio, et Philoponi
expoſitio ſuſcipiatur, quæ hoc in loco fatis conſiderata eft, atque docta;Ratio
enim quare non demonſtrat Geometra,quòd duo cubi unum cubum far ciunt, eſt quia
non uerſatur Geometra circa genus folidorum, ut circa ſuuinſubiectum, fed
uerſatur tantun circa planorum genus, ut circa proprium ſubiectum, Stereometra
autem habet demonſtrare, quod duo cubi adinuicem aditi cubum unum cõficiunt, ut
ftatim explicabo inferius, cum de duplatione are delorum, et in fragmentis
logicis de triplatione, quadruplatione, quincuplatione, fexcuplatione,
eptuplatione, es dein ceps demonſtrationes fecero. In qua re ut Ioannes refert
Apolonij peri gei talis eft demonſtratio ab innumeris mendis purgata, opermepri
ſtino candori redita cum Euclidis propoſitionibus in locis fuis,utdecet
appoſitis, ac ſiab Apolonij manibus nunc procederet. Pro cuiusdemonſtrationis
notitia, aduertas quòd Art Delio Apoli ni dicata, eſto ſiuis ut trium eſſet
pedum, quando Apolo imperauit dea lijs peſte laborantibus, eiuſdem Are
duplationem, qui Geometrie impe riti (ut peneſunt in preſentiarum omnes totius
orbis Gymnaſiste )adide runt alteram tripedalem Aram prime are, etſicturbata,atý;
corrupta forma cubica are primæ,dederunt are duplate formă trabis, fic ut fex
pedű extendereturlongitudine, latitudineuero et craſitie trium pedum extenſa
eſſet Ara, forma in qua complacebat Apolo deperdita,fþreti igi tur propter hoc
delij ab-Apoline, et graue peſte adhuc laborantes, ad Platoně confugerunt,qui
eos redarguens, utGeometric imperitos tana dem eos adhuc dubios reliquit dicens
eis, ut duas lineas medias inter exa tremas inuenirentſecundum eandem
proportionem continuam. Et tunc ſcirent duplare Aram, formam habětem cubicam,
In qua re plurimigre corum laborauerunt tandem unus Apolonius perigeus, duas
inuenit lia neasillas medias Oſummo artificio duplarunt Aram delij,fubinde ad
peſte quieuerunt. Dátis igitur duabus lineis inæqualibus, quarum altera ſit
longitudo Ar et primo fabricatæ triumpedum, fecunda uero lineaſit ed, que deno
tet longitudinem trabis quamcompoſuerunt delij, &eſto pedum fex,ina ter has
duas reperiendæ funt duæ alia medie in continua proportionam litate,quod in
numerisfieri neutiquam eſt poßibile, fint igitur duæ data, primafit b c, quæ
erat longitudo prime Are, e a b.longitudo tras bis, &ponatur per undecimam
primi Elementorum uel per uigeſima POSTERIORVM ARIST. tertiam eiufdem primi, ut
rectumangulum contineant,eum uidelicet qui füb a b c o
compleaturparallelogrammum bd; per tertiam atque tri geſimamprimam primi
Elementorum;qg diameter ipſius per primum po ſtulatum primi Elementorum ducatur
a c o circa triangulum ac di per quintam quarti Elementorum deſcribatur
circulus a d.c, os produ catur linee b a,b c, per fecundum poſtulatum primi
Elementorum in directum ufque ad fe 8,0 per primum poſtulatum coniungan tur f
&, per lineam f g tranſeun b tem per punétum d, ita ut fe, æqualis fit
lineæ e g, hoc enim tan quàm petitum ſummitur indemons Äratum. (De quo, forſan
poſterius noſtra palade non nihil dicetur) ma nifeſtum utique eſt, quod ex fe
æqualis eft ipfi dg per hipoteſim, @primam animi conceptionem. f a f 6 f 6 6 G
gд g fil 6 g ď 6 6 egg f fa d Б6 c 1M14 8 с C f f a d AB Xa -f MC À с a TE lik mo Ma
Quoniam igitur extra circulum a dc punctum fumptum est feab ipſo dufte linee
rette f b, feſecant circulum ad punéta a v d, quod igi tur fit ex bf in fa, per
trigeſimamquintam tertij Elementorum,æqua le eſt ei, quod fit ex ef, in fd, ac
eadem ratione, &quodfit ex b et in c g æquale est, ei, quod fit ex dg ing e,
aquale autem eft id quod fitex dg in g e, ei quodfit ex e f in f d, utraque
enim utrij que equales funt, e f ſilicet ipſi d 8, og f d, ipſi eg, igitur, ego
quòd fit, ex bf in fa, æquale eftei, quod fit ex bg ing c, eſt igitur, 62 IN
PRIM VM.; L 1 B. ut fb ad b et perfecundam partem decimequinteſexti Elementorum,
ita g c ad f a,fed ut fb adb 8, fic es fa ad ad per iij.fextiEleé mentorum,
igitur per xi. quinti Elementorum g c ad f a,ut f a ad ad, fimiliter per eandem
xi. quinti Elementorum, ut dc adc 8, fic cg ad fa, quia utraqueeft,ficutea, que
est fb ad b 8, altera per fecundam partem xv. reliquaper quartam fexti;ut
d.c.ad cgpro pter fimilitudinem triangulorum, est autem dcdqualisipfi ab,04 d,
ipſi b c per xxxiij. primiElementorum, igituraut ab ad cg ita f a ad ad, erat
autem, out f bad bg, ideft ut a bad c g,fic cg ad fa, igitur out ab adog, fic
oipfacg.ad fia, o ipſa fid, ad b c, quatuor igitur rectæ linea 46,8c,fa,bc,
inuicem prom portionales funt,o propter hoc erit; uta bad b c, ita quifit ex 4
b cubus, ad cubum, qui ex g cega qui ex g c, ad illum qui fit ex f a, e qui ex
fa, ad illum qui ex b c ex corrolario xxxiij. undecimi Elementorum, igitur ut a
b ad b ©, ita cubus quiex f a ad cubum qui ex b c, fed a b dupla fumpta fuità
principio, ipſius b.c, eft igia tur cubus, qui exfa, duplus ad cu bum, qui ex b
c, quod demon - g strandum errat. Berlin. g c.8 F G f 6 f 6 6 a. 6 6 G 8 6 g
ggġ Ġ gofa dic figffa d. o ga a 6 2. BВ POSTERIORVM ARIS T. Eleg TEX. XLI. VEL XXII. F G ta 16 ORVM quæ ſæpe
fiuntdemonſtrationes funt et fcientiæ, ut lunæ deffectus, Quee dam noua queſtio
à quodam nouo interprete moues tur, circa particulas in textu poſitas, unde eft,
quòdfæpefiat demonſtratio of ſcientia de lune men ſtruo? Cumſit, quod luna
nonſemper, nequeſe pe eclypſetur, neque meſtruum patiatur? Queſtio mota fuit ex
dus plici ignorantia queex duplici menſtruoſitate contingit, uidelicet Solis Lune,
quia ille, qui eam mouerit, neque in die, neque nocte uidet, quid uelit
Ariftoteles, ſi tamen alta uoce Ariſtoteles streperet in huius doctoris aures,
hoc apponeretforſan miringam, ſın ditë, ſurdus ipſeerit ideo ille bonus
homo,qui quidam homo erat,fed nunc nefcio an aliquis ho mo ipſe ſit,
monſtruoſamde lunæ menſtruo folutionem,uel potius ligas mina tribuit
auditoribus centum. Videas, ſepeenim inquit nofter nos uus interpres, fit Lune
eclipſis, quia quandofit,tunc orientalibus quar ta hora, occidentalibus autem
hora tertia, magis autem occidentalibus hora ſecunda noctis &alijs etiam ad
indos magis tendentibus prima non et is hora apparet luna menſtrua:a, ecce
inquit ille interpres do&tus,quid ſepefit, ut puta intot horis noftis,
utfecunda&tertia atque alijs plu rimis. Quemirabilis doctrina @ſcientia, in
dialogis &fabelis, quas apud ignem raulieres habentreponenda magis, quàm
àuiro quoquo moa do etiam docto redarguenda eft, uel etiam à quouis audienda.
Litteraſic ordinetur, eorum demonſtrationes et fcientia ſunt, eorum dico, que
fæpefiunt. Dico igitur lunc deffe tusſæpe, atque ſemper fieri in plenie lunio,
quum terra diametraliter ponatur inter Solem Lunam, quod quidemnon in omni
plenilunio contingit, fed cum sol in capite, et Lue na in cauda draconisfuerit,
quod Plato explicans ait linea re& ta eft cu ius medium obumbrat extrema,
quamfententiam non intelligens quidam alius potius paraſcitus quàm doctor,
&ille est, quem ſuperius dixi hae, bere grauitatem maioren, quàm pondus,
redarguebat in quodam cons uiuio deffinitionem quam Paduano Gymnaſio in primis
meis le &tionibus publicis dederam, explicans deffinitionem lineæ rectæ,
que eft, à pun Ao in punctum breuißimaextenſio, aut cuius medium ex æquofua
inter 1 incet ſigna, hoc eft, cuius medium non reſultat ab extremis, ſic explis
IN PRIM VM LIB. cabam per fenfitiuam et materialem lineam, ut facilius ipfa
Geomes trica linea à tirunculis intelligeretur, linea recta eft, cuius medium
non obumbrat extrema, neque eſt hæc mea explicatio rectæ lineæ, Contrda ria
illi à Platone datæ, cum hæc in Geometria, illa uero Platonis in Aſtronomia
accomodanda ſit, neque in hoc ignofeendum erat, quia igna rus Grecarum
litterarum eſſem, ut ille efuriens greculus non lingua ne que natione, fed
apparentia tantum, Tipto propter tiptis duo agebat dicens mefalfam
le&tionem Latinam vidiffe, qua legeram in Platone, lie nea recta eſt cuius
medium non obumbrat, cum Græcus textus, affira matiue legatur fic cuius medium
obumbrat extrema, mitto hæc in Cora bonam, oad propoſitum à quo uidebar digredi
redeo, Cauſis igitur illis commemoratis concurrentibus, femper et ſaepe fit
Luna defectus, de qua Luna menſtruata habetur ſcientia, per medium illud, quæ
eft ter re interpoſitio inter Solem atque Lunam diametraliter, que cauſa pro
pria, et propinqua eſt ad Eclipfim de Luna concludendam, modo anfe pe fiat
demonſtratio uelfepe habeatur fcientia de Eclipſi Lune, hoc non tangit
Ariſtoteles., quia ly ſæpe eſemper, non determinant ly demon ſtrationes,
olyſcientia,fed determinantlydeffe &tusLune; illis igia tur cauſis
contingit Luna deffeétus fæpec ſemper,non autem illis quas commemorauit ille
phantaſticus, ſecunda uel tertia hora noétis. TEXTVS XLII ALIAS XXIII. VONIAM
autem manifeftum eft, quod unữ. quodque demoſtrare non eſt, ſed aut ex uno.
quoque principiorum, fi id quod demonſtra tur, ſit,ſecundum quod eft illud, non
eſt ſcire hoc quidem fi ex ueris et indemõſtrabilibus monſtretur, et inmediatis,
eſt enim ficmon, ſtrare, ficuti Briſon Tetragoniſinum,per commune enim
demonſtrant rationes huiuſmodi, quod et alí ineſt, unde et alíjs conueniunt hæ
rationes non cognatis, Quicquid anti qui dequadratura circuli fenferint, dicam
quid fenferim ego, habita prius notia littere, &cognito textusſenſu, li ex
ueris premißis, oins demonſtrabilibus, immediatis, fiat demonſtratio, non autem
fiat ex præmißis proprijs, opeculiaribus illi generi,de quo fcientia queritur,
ex illa demonſtratione per talia principia primadi&ta non habeturſcien tid
POSTERIORVM ARIST. 6 tla,immoneq; illa erit demonftratio, quia per principia
fieret talis pros ceſſus, que non tantum arti Geometrie, fed alijs difciplinis
accommo dari poffunt, quo errore Brifo.crrauit tentans reducere aream circuli
ad figuram rectilineam quadratam, quæ t alia erant principia datur max ius,
datur minus, igitur datur æquale, quidamſciolus laborat, ut hæc principia
uniuerfalia,propria fiant ipſiGeometric,dicens,daturquadra tum maius circulo,
datur quadratā minus circulo, igitur datur quadras kun sequale ipſi circulo, et
gloriaturinnani, et hoc fuum chimericâ con tulerit cum yno do&tißimo huiys
noftri Gymnasij, qui non folum perfua fionemualidam, fed et demonftrationem eam
effe affirmauit; fcito enim, quòd os folidis, e linels, o numeris coaptatur
iſta dedu &tio, ut datur numerus maior denario eminor denario, igitur datur
equalis nume rus denario, es ſic in alijs plurimis, dico tamen quod huius
fcioli do&to ris contra tio in propoſito nulla eft ad oſtendendum intenti,
quia ultra quod Briſo errans,proceßit per comunia principia,errauit etiam
errorç peßimo in conſequentia,ut ex his quæfuperquintadecima terty Elemen torī
Euclidis demonſtrantur &fuper trigeſima ciufdem,Ariſtoteles au tem folum
redarguit ipfum in co, quod egit contra regulam de proprijs principijs,quicquid
de confequentia fitprætermittens tanquam non res Marguendum, ut oppoſitum
ſuedat& regul«. De quadratura, errore Brifonis, Anthiphontis, Hipocratisc
Boetij atque iuniorum trattabo in fragmentis mathematicis ſuper live bro
pofterioruin. TEXTVS XLV ALIAS XXIII. ED demonftratio non.conucnit in aliud
nus, aliter quàm ut dictum eſt, Geometricæ in mechanicas, aut perſpectiuas, et arithme
ticæ in harınonicas. XXXVII textu determis nauit Ariſtoteles quòd ad Geometram
non pertinet de BRAVAS PRINT monſtrare quod duo cubifaciant unum cubum, ratio,
ut ibi declarani aßignabaturquia Geometra O stereometrauerfantur cir ca
diuerſagenera, alter circa planum, et reliquus circafolidum, hoc au fem textu
dicit, quod geometrice demonftrationes conueniunt in genus mechanicum, ait enim
geometrice in mechanicas, pro qua apparenti contradictione, eft aduertendum
quòd Stereometrica per principia Gear I IN PRIMVM.LIB. metric probantur quia in
terminis corporis, qui ſunt ſuperficies, ille geometricæ demonſtrationes
attribuuntur, ideodemonftratio Geometri ca hoc modo in mechanicas,conuenit, o
ſinon fint circa idem genus, necfubfe inuicem diſcipline. TEXTVS XLVI ALIAS
XXIIII. VID quidem igitur fignificent, et prima, et quæ ex his funt,
accipiendum eft, quòd au: tem ſint principia quidem, eft accipere, Alia uero
demonftrare, ut unitas, et quid rectum, et quid triangulus,effe autem unitate
accipe re et magnitudinem,altera uero demonftra re. Dedatoibi quid fignificent
de dignitatibus ibi et priina. De que fito ibi, et quæexhisfunt. Exempla
omniafunt in boc textu dedato; primum eft in decimaſextaſeptimi elementorum ubi
de unitate,que ſe ba bet ad aliquemſecüdum numerum, ficut quilibet tertius
adaliquem quar tum,concluditur q, ipſa unitas, itafe habebit ad tertiã numerum,
ſicutfc cãdus numerus ad quartum,fecundã exemplum eftde data linea in prima
propofitione primiElementorum,de qua demonſtratur quàd fit æqualis, welminor
cæterisduabus lineis re&tis continentibus,Iſopleurum, uel ifo feelem, uel
Scalenonem,uel etiam exemplum hoc apparet indecima pri mi Elementorum ubi
concluditur de linea recta, quòd ſit biffariamfe &ta, Tertium exemplum de
dato, eſt in xxx 11 primi Elementorum, ubi de dato Trigono concluditur. habeat
tres angulos duabus re&tis paresnon tantum, quid ſignificentoportet
preaccipere, fed etiam iſta effe, vt tan dem de dato nonfolum quidfignificet,
quod etiam eſt queſiti,preaccipes re, fed eo quidſignificet effe, vtrumque
fupponendum ſit (licet non femper,)ut quid ſit unitas,et unitatem effe,quemadmodum
ſecundo textu predocuit Ariſtoteles, uerbum hoc, magnitudinem, intelligendum
eſt, rectam lineam,ut decima primi elementorī,et triãgulum,ut trigeſima ſe cīda
primi elemétorum,quem triangulum,et reetū, explicite protulit ab
unitate,inquiens alia uero demonſtrare, ut quid unitas, quid rectiem, Oquid
triangulus fignificet, elle autem unitatem accipere et magnitus dinem, hoc loco
aduertendum est Ariſtotelem, ſeiunctam poſuiſſe unita tem à refto trigono, quæ
duo nempe reétum et trigonum amplexi fuifſe in unico uerbo hoc, magnitudinem,
propter hoc ut intelligenda POSTERIORVM ARIS T. effet unitas de qua hic
loquitur principium numeri feu multitudinis, de. qua quidem unitate alia
affe&tio concluditur, quàm de unitate linee, de qua loquebatur in fecundo
textu huiusprimi, wratio interpretationis apparet exlittera, quia de quolibet
dato. feparatim concluditur pro prium queſitum, ut hoc textu declaraui. TEX.
XLVII VEL XX IIII et 24 Allia 721, pe Court Alle Blato che * with rima alis
-life pri eld Side Vntautē quibus utimur in demonftratiuis ſciētíjs alia quidē
propria uniuſcuiufq fcič tiæ, alia uero cómnunia, comunia autemfer cundum
Analogiă, quoniam utile eft,quá. túeft in eo (quod eft fub fcientia ) genere,
propria quidem, ut lincã elſe huiufinodi. &rectum, De dignitatibus hoc loco
loquens, exempla de dignitatis bus prèbens ait. Alia quidem propria uniuſcuiuſq
et c.Propria Geometrie ſunt ifta, utlineam elfelongitudinem illatabilem or ſine
pro fonditate,hacde caufa dixit lineameſſe buiufmodi,id efthabere banc defa
finitione, et reétum, vt puta recta linea est, que ſua ex æquali intera
iacetſigna,uel linea recta eft à punéto in punctum breuißima extenſio, non
intelligas lineam, &rectum, Jolitarie o incomplexe,quia hoc loco de
dignitatibus,que complexa funtloquitur: non de incomplexis utde linea tantă, ca
de recto tantum ſed, dehoc cöplexo linea est longitudo illa tabilis; ¢ linea
recta eſt,quæ ex æquali ſua interiacet ſigna,de linea in uniuerfali, fubinde de
contracta uſpecificalinea recta exempla explicăs, Communia autein ut æqualia ab
æqualibus ſi auferas,quòd æqualia reliqua ſunt. Aliqui indoctirelatores
interpretum et inter pretes Arifto, non intelligentes hunc locum; naturam
Geometrie ſcien tie perdunt, dicentes Geometram per principia communia
procedere, id autem eft contra ueritatem ex parte rei econtra Ariftotelis do
&tria nam. Pro cuiusdifficultatis nodo extricando, aduertendum quod princi
pium iftud,de quolibet ente,uerum eftdicere quodeſt,uel no eſt tale, nun quam
in demonftratione ponitur, nec eo utimur niſicontrate, oquae dam
determinationeadgenus aliquod terminatum, er pro altera diſiuna Eti
parteaccepto,nulli enim fcientia eft, aut diſciplina, que utatur illo principio
pro utrag; diſiunéti,fed pro altera tantū parte, Sinile de hoc (& alijs
huiufmodi) principio, fi ab.equalibus æqualia auferas, que re MON jpes non exti
ell I i IN PRIM VM LI'B. Manent,æqualia funt, audiendum eft, nulla quippe
diſciplinaest, que es utatur niſi contracte, fic quòd Geometra nunquam eo ufus
eft præters quam inhisquæ circa planum uerfantur, utfi ab equalibus lineis,uel
fu perficiebus,aut angulis,equates lineæ, uel fuperficies aut anguli deman tur,
quæ remanent lineæ,uel fuperficies,aut anguli funtæquales,quão primum autem
principium hoc contrahitur, non eft amplius commune Guniuerfale, fed fit
proprium illius generis fcientiæ ad quod contrahis tur, quod uerohæc noftra
declaratio fit ad Ariſtotelis mentemmanifes. ſtum eſt ex predicamento
quantitatis ubi de diſcreto econtinuo agens, determinat quod utrique proprium
eft peculiare fecundum eamæqua leuel inæquale dici, ſi inſtetur ex
menteAriſtotelis dicentis, principiunt. - iſtud effe commune, inquit enim,cõnunia
autē &c. Dico illud prin cipium eſſe commune, ſi non contrahatur,
quàmprimim uero contrahi tur non eftcommune amplius, ftatim enin fequeretur
contradi&tio, quod eſſet commune ono commune, doétrina hæcmeacoheret
his,quæ Aucroes commentationemagna affentiriuideturfuper hoc textu, o his que
Ariſtoteles hoc loco dicitinquiens;fufficiens eft autemunumquoda que iftorum
quantum in genere eſt,hoc eft quatenusad determinatū get nus contrahitur, de
principijs loquens,ubi de datis dixerit, et tertio lo co de queſitis, ibi
quodautē ſint demóftrant, o fi adhuc inftes e Theon &Campanus non
contracteinquatuor primis libris Elemento rum, a quod Euclides affixit illud
principium primo libro, dico quod Căpanus &TheonbreuiloquioStudentes
accipiuntipſum principiū fne Contractione, femper tamen op ubique uolunt ipſum
intelligi contra &te cum determinatone ad illud genus ad quod-co utimur,
aliter. errarent, Euclides autem primo libro affixit, quid utitur ipfo con
tracto in primis quatuor libris, Adhuc fi fortiuscontra hanc expo fitionem
precipue inſtetur quod fiquid ueritatisſaperet, statim haberea tur circuli
quadratura per hæcprincipia contra&ta, datur quadras tum maius circulo,
datur quadratum minus circulo igitur dabitur quadratum æquale circulo,
refpondeo, quò du os errores commiſit Briſo, o talis argutus doctorolus inter
arguendum, primo quia Brie so per principia comunia, iſte audem do&tor per
contra &ta illa princi pra, feduterque in æquiuocisarguebat, circulus enim
et quadratum equi uoce funt figuræ altera enim curuilinea reliqua uero
re&tilinea eft, hunc errorem fecundum non inuenies in mea hac
expoſitione,&contra ipfam inftantianulla est, de crrore autem
Briſonisfuſius in noftris fragmentis POSTERIOR V MARIS T. 3 Logicis. Idem enim
faciet et fi non de omnibus accipiat fed in magnitudinibus folum, Arithmeticæ
autein in numeris. Diuinus Philoſophus quàmprimum explicuerit, quæ namfunt
propria per duplex exemplum uniusfeientia Geometria, linee uidelicet, &lia
neæ recte, •fubiunxerit, que nam ſint communia principia exent plum prebens
tale, nquit, ut æqualiaab æqualibusfi auferas quod æqua lia ſint remanentia,
ſubiunxit quomodo hoc principium &fimilia cone trahantur ad proprium genus
ſcientiæ &propriafiant dicens, ſuffia ciens eſt,unum quodque iſtorum,
quantum in genere est, fufficiens quie dem acſi peculiaribus atqi proprijs
principijsuteretur Geometra uteng iſto principio, æqualia ab æqualibus ſi
auferas æqualia remanent, non quidemſi de omnibus accipiat, non quidem dico
demonstrabit Geometra: fi fic de omnibus et uniuerfaliter ſine contractione
utatur, fed demon, ſtrabit quidem, inquit Philofophus,ſi in magnitudinibus
folum, id eſt contracte o determinatim,eo ufus fuerit.Vtfic, fi ab æqualibus
lineis ſuperficiebus, angulis, Arithmeticus, fi ab æqualibus numeris æqua les
lineas ſuperficies angulos uel numeros auferas quod æquales linea fuperficies
anguli onumeri remanebunt. Tunc uult Ariſtoteles quód iftud principiumſic
contractumreddatur propriumipſi Geometra, og Arithmetico &unicuique
artifici in fua arte, ac fi peculiari epros prißimo uteretur, non procedit
igiturGeometra per communia prins cipia neque ob id, quia per cominunia
procedit Geometria, ideo non fit dicenda ſcientia ipſa Geometria, ut quidam
ingeniofus noftri teme poris immaginatur. Sunt autem propria quidem et quæ acci
piuntureſſe, circa quæ, fcientia fpeculatur, quæ ſunt per le, ut Arithmetica
unitates, Geometria autem figna et lineas. Euclides in Arithmeticis ab oskaud
propoſitionenoniElemene torum uſque ad tredeci mam incluſiue accipit unitates,
ſed ſigna id eſt punta accepit in ſecunda wtrigeſima prima primi Elementorum,
lie neas uero in primt, ſecunda,& tertia primi,atque in undecima undecimi
Elementorum. Hæc enim accipiunt eſſe, et hoc eſſe, idemo dixit in
principiofecundi textus,ut de dato precognoſcatur utrunque &quid &quia
est, accipiunt eſſe,id est deffinitionemſeu deſcriptionem welquid per
nomenfignificatur, ex hoceffe,nempeactueſſe, uel mente oaštu.confideratiuo
effe, id quod concipiunt, quod eſſe potentia,uel effe aptitudinedicunt. Horum
autem pafsiones funtper fe quid quidem figni IN PRIMVM L'IB. ficet unaquæque
accipiunt, ut Arithmetica quidem quid par, Sicut uigefimaquinta noni
Elementorum, aut impar, ut trige fimanoni Elementorum, Aut quadrangulus,ut
xxxvi. noni Ele mentorum, &quilibet numerus à duobus duplus,ut xxxv.
eiufdem, a eut declaraui ſuper textu xx. de altera parte longiori, Aut cubus ut
quarta noni Elementorum ſic intelligantur termini exemplorum in
Arithmetica;Geometra uero quid irrationale,ut XI. X. Elementorum, aut inflecti
per contactum in unico puncto ex xij.ex xv.tertij Elemen. aut concurrere, ut
xv.xi. Elementorum oprima Elementorum Geo metrie Vitellionis. Animaduerſione
dignum est hoc, quod Geometra nunquàm hanc affectionem, ut irregularitatem
deunica lineafola con = fiderat, neque etiam de una tantum linea id concludit,
quicquid Cama panus ſentiat, fed id de linea una ad aliam comparata atque
relata, cum qua non habet uliquam communem menſuram, ut est diameter wcofta
quadrati. Inflexio uero in una atque eadem linea circulari eft, quætan gat
aliam rectam lineam uel alium circulum interne, uel etiam exterins, in
unopuncto tantum, quia inflexa non fecat nequere et amlineam, nes que etiam
circulum, quorum utrumlibetfaceret linea recta, eifdem ! recte linee 6 circulo
non contingenter neque in directum applicata. Quod autem fint paſsiones per fe
demonſtrant per coin munia et ex his quæ demonftrata furt et Aftronomia funi
liter. De datis dequibusaccipiebamus quid fignificarent &effe, de monſtrant
artifices Arithmeticus OGeometra per communia, idef per uniuerſalia principia
(que tamen unius generis ſint) v ex his etiam propoſitionibus, quæ prius
demonſtrata funt, affectiones illas predis Etas, ſicut etiam aſtronomus facit,
utper ea quæ in Geometria probas ta ſunt, etiam per propoſitiones probatas in
Aſtronomia concludat etfiEtionesfequentrum Theorematun. TEX. XLVIII. ALIAS X
XV. VASDAM tamen fcientias nihil prohibet quædain hortin defpicere, ut genus
non ſupponere effe, et fit manifeftum quoniam eft,non eniin ſimiliter
manifeftuin eft,quo niam numerus fit, et quoniam calidur, et frigidum fit.
Natura enim &per fenfum notum POSTERIO RVM ARIST. $ 200 ill 0 si est,
quonian calidum eft, ideo non eft opus precipere mente o ſuppoi fitione aliqua
intellettuali, «quadamſcrupuloſa indaginefuum quiade calido, quando calidum eſt
ſubiectum ſeu datum uel genus, hoc cafu, quandoeft notum quia est dati,
deſpicitur præcognoſcere mentis inda gatione de dato, an fit? Quod noncontingit
ſimiliter de numero, quans donumeruseft datum, de eo enim eft necefſe mente e
intellectuali acte preaccipere quia numeri, Videlicet quod numerusaétu est
mente con: ceptus, ac fiexifteret aétu, uel aptitudinem ad exiftendum habeat,
en hoc quidempropter hoc, quod numerus neque nataraneque fenfu aetud liter
percipiturquòd fit, fed tantun intelleétu dignofcitur, @ hæc duo exempla de
dito prebetnobis Ariſtoteles,ſubinde de queſito feu paßione facit exceptionem
dicent, et paſsiones non eft accipere quid fi gnificent ſi fint manifeltæ, ut
puta ſi fit notiſsimum quodtale no men -notifsimam rem ſignificet. Tunceo cafu
non prerequiritur indas gando quid fignificet illud nomen, quia iam notum eſt.
De dignitatibus.au tem idein excipit ab uniuerſaliregula,qua dixit fecundo
textu, alia nana que quia funt prius opinari neceſſe eſt,utomne quidem quod est,aut
affir mareaut negare uerum eſt, quia eſt, o textu xlvi.aliud prebet exem plum,
utæqualiaab æqualibus fiauferas, quòd æqualia reliqua ſunt, de his communibus
principijs non eft preſuponerequia eft. Cum ipſorīt ugritas quafi natura nota
fint, quaſi natura dico, utputa quia notis ter minis ipſarum dignitatum, statim
notum est, quia est ipſarum dignitatum fecus autem eft de dignitatibus proprijs
cuique arti,quia tunc non est,fa tis,quid fimplices terminiſignificent
preaccipere,fed opus etiam eſt pré cognofcere copulationem terminorū effe
neceffariam, ueram,ut quòd circulus fit figura plana unicalinea contentain
cuius medio punctus est à quo ad circunferentiam omnes recta linea duétæ
funtæqualesfecludit, igitur ariſt.àfubie&to ipſum quia quandoipſum
eſſe,manifesti est,non ſecludit ipfum quid est, ut exponit loan.Gram.
Alexander, A queſito ſecludit aliquádo quid eft,era comunibus dignitatibus
ipſum quia,quando notumeft quid queſitumfignificet, &quando
ueritasdignitatum eſt mani feftifsima quod autem hæcde datofeuſubiecto
expoſitio ſit germanatex. Ariſt.ut uidelicet excludat àſubiecto ipſum quia,&
non ipſum quid,mani feſtă eſt in littera,ubi ait,Genus non fupponere efle fi
fitmanife ftūquoniã eſt non dicit Arift.genus no ſupponere quid ſitexemplü de
queſito,quandonon accipiturquidſignificet est propoſitione xiiij.primi:
Elemen.quod est,indiređã linea una,quod quidē quid ſignificet non tung OI MI
deo per da Jet OB um 10 et IN PRIM VM LI B. preaccipitur,cumfit notum ex
deffinitione quarta primi Elementorum, quodnon queratur, quia eft, quando est
notum,id apertißime dicit philofophus textu fecundo ſecundi Poſteriorum,inquit
enim,inuenien tes autem, quia deficit pauſamus, et fi in principio ſcirc mus,
quia deficit,nó queremus utruin, cum autem fcimus ipſum quia,ipſum propter quid
querimus et c. TEXTVS LII ALIAS XXV. EQYEGeometra falſa ſupponit,ſicut qui dam
affirmant dicentes, quòd non oportet falſo uti, Geometram autem mentiri, dis
centem lineam eſſe unius pedis,quę unius pedis non eft, autrectam lincam, non
ree &tam cxiſtentem, ut in prima propoſitione prin mi elementorumfuper
datam rectam lineam triangulum collocare, etiam in decima primi Elementorum
datam lineam rectam, eum biffaria diuidere iubet Geometra, os ſiilla linea, que
atramento pingitur, uel penna aut ſtilo protrahitur reta non fit, non ob id
tamen dicendum eft, Geometram errare, quia non ad id intentionem dirigit
Geometra quod oculis fubijcitur, fed ad id potius, quod intus animo concipit,
dirigit intentionem, ideo non contingit Geometram circa aſſumptam materiam
errare et mentiri, Geometra enim nihil concludit fecundum hanc lie neam pitam,
quam ftilo pinxerat, fed fecundum intus conceptam lie neam, demonſtrationem
percurrit,idem habet Ariſtoteles primo priorã ante mutuamfyllogifmorum reſolutionem
non errat etiam Geometra cir ca formam fyllogiſticam, ut textu 59 62, ait
Ariſtoteles, igitur cer tißimefunt diſciplinegeometria, et non quiafenfatæ
fint, ut falfo quis dam dicunt, Quia intus concipiuntur. TEXTVS LIX ALIAS
XXVIII. VONIAM autem ſunt Geoinetricæ inters rogationes non ne funt et non
geometri. cæ? et in unaquaque fcientia,fecundü qua lem ingnorantiam funt
Geoinetricæ? et utrum quiſecundum ingnorantiam fyllo giſmus eft, fit qui ex
oppoſitis fyllogifo mus, POSTERIORVM ARIST. 3 dis 2018 pria vik est 200 gt mus;
an paralogiſinus? In unaquaque fcientia contingunt fieri in terrogationes,
ficut in Geometria, In geometria autembiffariam contin git interrogatiofieri,
uno quidem modo,ut nihil fapiat de illo, quod inter rogat, ut fiquis querat an
icoceruus habeat tres æquales duobus rectis, ignorans omnifariam &quidfit
Icoceruus, et quid ſithabere tres duo bus reétis æquales, hic interrogans habet
ignorantiam fecundum nega. tionem, quia omnis habitus negatur in eo de illa re,
quam querit. Altero autem modo, ut interrogās ſciat quippe partim de illo, quod
querit, par tim uero non, ut adinuicem parallelas concurrere,fciat nanque que
nani lineæ rectæ fint, oſcit quòd in utranque partem protrahuntur, ſcit etiam,
quisnam ſit duarum linearum concurſus, &quatenus iſta nouit et
interrogat,Geometrica queſtio atq; Geometrica interrogatio eft, quate inus
autem opinatur an parallelæ in infinitum protrate concurrant,hac ex parte,non
eft Geometrica quæſtio, et habet hic ignorantium habitus, idest fecundum
habitum, quo fcit lineas rectas, ceas in infinitum pro trahi polle, et
concurſum linearum effe in eadem ſuperficie, cum illo qui dem habitu, ſtat hec
ignorantia, ut ne ſciat quòd etiam ſi in infinitura protrahantur, non
căcurrunt. Errore hoc peßimo in interrogatione er rauit Pſcelus Grecus,
quifuitilla tempeſtate quorundain Grecorum ho minum, qui præter uoces re ipfa
nihil penitusaut parum doctrinæ has bebant, in quam calımitatem credo
plurimosnoſtri temporis Græculos incidiſſe, Tentauit ipfe diuidere tonum, qui fexquioctaua
proportione co ſtat accipiebatô; neruos duos, qui tacti, interuallum foni
haberent, quos rum utrumlibet biffariam diuidebat, fubinde arguens agebat,
totus ners uus maior ad totum neruun minorein habebat toni ratione, igitur
medie tas nerui ad nerui alterius medietate,ut medietas toni ad toni medietaté,
poyo fic putabat dimidium Toni, hoc eſt ſemitonium uerum adinueniſſe, ignorans
pauper, quod proportio totius nerui ad totum neruum eadem eft, que dimidij
nerui ad dimidium alterius nerui per decimamoctauam @decimamnonam ſeptimi
Elemětorum, erat igitur non Armonica quæa ftio, qua quærebat, an tonus dividi
biffariam poſſet? Verus autem Geo. metra ille eft, qui non habet ignorantiam
neque ſecundum negationem, neque fecundum priuationem, «ille non
facitinterrogationes non geo metricas, neque interrogationes partimgeometricas
opartim non geo métricas, ſed interrogationesfacit omnifarians geometricas, ut,
an trian gulus cõſtitutus in tabula, habeat tres æquales duobus reitis pares,
Geo metra non errat, circa uffumptam materiā,ut tex. 52. determinauit phi lik
line et K IN PRIM VM LIB.. lofophus,non errat circa interrogationes, ut hoc
textu patuit, neque era rat in forma, in ſua induftione, ut demonſtrat
Ariſtoteles in textu. 62. nullus igitur error in Geometria contineri poteſt ex
mente Ariſtotelis, hanc eandemfententia habet Galenus in de
erroribuscognoſcendis et cor rigendis, quo loco innumeras Geometrie utilitates
narrat. TEXTVS LXII ALIAS XXIX. ONTINGIT autem quofdam non fyllogi. ſtice
dicere propter id quod accipiunt ad utraque conſequentia, ut et Ceneus facit,
quod ignis in multiplicata analogia fit. Scito Ariſtotelem Cenei mentē recte
intellexiſſe, que quia in formafyllogiſtica errabat parallogizădome rito eum
redarguit, ut Joannes exponit,ſed aduertendum eſt in materia parallogiſmi, quo
modo id cita creſcat in multiplicata analogia, quia ut Alexander errauit in hac
expoſitione quëadmodum Philoponus ei ima ponit non minustamen et ipfe etium
loannes grammaticus grauiter era rauit aliter exponens quàm Alexander,oſi fuam
expofitionem confir met Procli diadochi auctoritate, qui Proclus, ſi ita
fenferit, ut ioana nes refert, perperam hunc locum interpretatus eſt,«mentem
Cenei nõ intellexit,inquit Ariſtoteles de mente Cenei, quod in multiplicata
analo gia creſcit, id cito creſcit, non autem ait, quod in multiplicationetermi
porum analogia creſcit, id cito creſcit ſicut ipſe loannes et Proclus terminos
analogie multiplicentfic, 1,2,4, 8, 16, 32, 64, 128, 256, $ 12, 1024, 2048.
Egouero aliter de mente Ariſtotelis ♡Cenei dico
ex doctrina Eucli dis deffinitione undecima quinti Elementorum, &ex
deffinitione primi Geometrie uitellionis ubi quantitates denominantes ipſas proe
portiones multiplicantur non termini, ut loannes Proclus facies bant,arguebat
ſic Ceneus,quæcung cito creſcit augentur in multiplicata Analogia, ſed ignis
augetur in multiplicata Analogia, igitur ignis cito creſcit,ubi maior
&minor in ſecundafigura ſunt affirmatiua. Talis au tem error parallogizando
à Geometra non committitur, igitur certiſie ma, ca in primo certitudinis gradu
Geometria reponitur, POSTERIOR VM ARIST. 248 2 3 3.2 ov 4 64 16 1 2 8 16 2 S6
256 S 12, 1 256 65536 4 0 24 2 048 ei ad CI, C. qué mee erit 4096 8 1 9 z 1.63
8.4 32768 6 ss36 Julia ima 1 eta infor TEXTVS LXIII ALIAS XXIX. ină Tomi club =
56 wich ro cies ONVERTVNTVR autem magis, quæ funt in mathematicis, quoniam
nullum reci s piunt accidens. Secunda pars trigeſimaſecunde primi Elementorum
eſt, quodomnis triangulus duos bus rectis paret habeat, id autem probat prima
pars trigefimaſecunde,& ſecunda, o prima pars uigefi menone, &tertia
decima primiElementorum, quæ omnes propoſitio nes concurrunt ad probandam illam
conclufionem, quæ conclufio ſi in fua principia illatiua reſoluatur,non niſiin
illareſolui poteſt, que ſupra commemoraui, ubi cernis &compoſitiuam
methodum, ab illis principijs ad illam illatam conclufionem, reſolutiuam
methodum ab illa conclus fione ad illa principia regrediendo, quihabitus
reſolutiuus altißimus eft, e profecto ſignum eft re &te fapientis. Cumautem
conclufiones in mathematicis fequantur ex determinatis principijs, tunc ibi
facie lior eft reſolutio à concluſione in principia quàm in Topicis, ubi ex
uagis, ofolum apparentibus, quandoque etiamfufpeftis odiuerſis, cito # Bie Kij
7.6 IN PRIMVM LIB. @non ex unis principijs
concluditur quippiam de hac re, abundantius infragmentis nostris mathematicis
fuper Ariſtotelis loca dicturus fum. TEXTVS LXIIII ALIAS XXIX. et fit par eſt
ers VGENT VR autein, non per media, ſed in aſſamendo, ut a de b, hoc autem de c,
rurfus hoc de d, et hoc in infinitum. Et in Iatus, ut a de b, et de e, ut eſt
numerus quantus, uel infinitus,hoc autem fit in quo eſt a, nunerus impar
quantus in quo b, numerus imparin quo c,eft ergoade c, et fit quantus numerus,
in quo d par numerus in quo e, go a de e. Exépla duo attulit primo in poſt
ſumendo,ſecüdo in litus ſu mendo, primo exemplī prebet in numerisin
poſtfumendo,ut a numerus, de b numero impari, et b,de numero c primodicitur
igitur a numerus de c numero primodicitur, In latus ſumendo numero pariter
exemplificat, pro cuius notia, imaginare arborem porphirianam,cui fimilē in
numeris finge, &numerum quantū,qui etiam potentia infinitus eſt, loco
ſubſtans tiæ apta; infinitus ait propterhoc, quia omnes imparis atque paris nu
= meriſpecies,quæ in infiritum crefcunt,potentia continet,ſicutſubſtan = tia
fuas inferiores potentia fpeties continet, his autem numerus non po teft effe
aliquis determinatus quantus, quia quicunque daretur, aut par effet, aut impar,
qui non poteft effe communis pari &impari, fed talis debet eſſe numerus
uniuerſaliter ſumptus, noluit autem uti iſto uer bo, uniuerfaliter, quia non
eſt terminus Arithmeticus,ſedſpectat magis ad dialecticuin, ideo loco debito
ufus eſt proprio uerbo hoc, uidelicet, ins finitus,quæ uox numero conuenit,
ſicut incremento creſcat in infinitum inſuis fpetiebus, et numerus fic acceptus
diuiditur in imparem, atque pa rem, &imparis numeri diuiſio est, in primum
numerum,ocompofi tum, prinus autem numerus dicitur in fui natura, &ſine
comparation, ne ad alium quemcunque numerum,o ille eſt quiſola unitate
metitur,ut. 3, 5, 85" 7, 13. Compoſitus numerus eft, qui alio numeroaf e,oo
ab unitate diuerſo, dimetitur, ut 9, aut 25, à ternario, et à quinario
dimetiuntur, is compoſitus diuiditur in parem, atque imparem, et par quidem
numerus ille eſt,qui biffariam ſecari poteft, ohic partitur in pariter parem,
qui in duo æqualia fecantur, partes eius, quoufquc POSTERIORVM ARIST. 1 ad unitatem
uentum ſit, ut trigeſima. In pariter imparem qui quidem in duo equalia
partitur, partes in duo æqualia non fufcipiunt ſectios niem,ut quatuordecim. In
impariter partem, qui quidem in duo æqualia diuiditur partes ſimiliter in duo
æqualia, fed hæc partitio, uſque ad unitatem non peruenit, ut trigintaſex, de
quibus Euclides libris ſeptia mo o octauo, nono Elementoruin, Nicomacus atque
Boetius primo Oſecüdo Arithmetice, Quo autem ad Ariſtotelis textī attinet,
manife ftum erit exemplumſuum, numerus infinitus fiue quantusſit a numerus autē
quantus &determinatus ſub ipſo ſit b, numerus alius nempe infes rior ad b
ſit cog,par autem numerus quantus ſit d, qui trifaria ſeca tur in e k l, ut
dictum fuit fupra, eft ergo a ded, &etiam de e k lo In latus autem dixit,quiane
dum per rectam lineam arboris, fed ex utra que partefumptio facta fuit. ES 11 in Exemplum in poſt.fummendo. 5, Exemplum in latus fummendo. 11:
111erus 111: 11CTUS -is 14 impar primus 13 50 ut impar 6 d par ed S A i primus
compofitis. 16 14 pariterper impariterpar pariter impar. 12 is 14 inte
Aduertendumquod exemplum in numeris eſt contractius, quàm prius propofuerit per
litteras,ideo ne labores in numeris tot numerosfübfea inuicem poſitos, quot
litteras, ibicommemorat, exempla duoin numeris appofui ut alia ipſe in
textufecit, ne alia aliterdefiderentur. mo. 6 8 IN PRIMVM LIB. > TE X.
LXIIII. A LIAS X X X. Iffert autem quia et propter quid fcire primo quidem in
eadem ſcientia et in hac dupliciter uno quidein modo, ſi non per immediata fiat
fyllogiſmus, non enim accipitur prima cau fa, quæ uero fcicntia proprer quid,
per pri mam caufam eft. Hoc quidem primo modo non prebet exemplum aliquod
philofophus, quicquid Aueroes, Philopou nus, fequaces fentiant, fed exemplum
profecundo modo appofuit unicum folummodo pro quia, de ſintillatione planetarum,
de rotons ditate autem Lune dedit etiam exemplum,pro fecundomodo quia,quo ta
men exemplo declarat etiam quo pacto fieret propter quid demonſtratio O ob id
imminutus aut ſuperfluus non fuit, quia primo modo textus est clarus ſatis, c
profecundo modo quia,duo exempla prebetin diuers ſis ſcientijs, utrunque
exemplum est in ſcientijs medijs, alterum est in optica, reliquum est in
Aſtronomia, &quia textus est ſatisclarus in duobus exemplis quantum ad
inductionis modum. Primo declaro prie, mum modum, quo, quia à propter quid
differt de quo primo modo,quo, quia a propter quid differt nullum dat exemplum,ubi
ait uno quidem modo,fi non per immediata fiat fyllogif. ita habet textus Philo
ponio Aucrois Argiropilus autě habet, uno quidē modo fi ratio tinatio non per
ea, quę uacant medio fiat,utloco uerbiſyllogiſ. legatur ratiotinatio, omelius
meo iudicio, cum illud uniuerſalius fit uer bū, fenfus tamen ille est, utfi
fiat deduétio, non per immediata,erit demon ſtratio quia; ut fide homine
concludatur reſpiratio, eo quod ſitanimal, ſi uero de homine concludatur quòd
reſpirat, eo quòd pulmonem habet, eritdemonſtratio propter quid, oin utroque
modo,concluditur res spiratio follogifmo ut omne animal reſpirat,cæt.velomne
habens pul: monemreſpirat et c. Si uero lectiofiat ſecundum Argiropilum,Olegatur
ratiotinatio, Tunc exemplum dari poteft pro primo modo, quando non per
immediata fiat inductio, ut prima pars xxxij. primi Elementorum probatur per
uigefimamnonam primi elementorum, et non per immes diata principia, fic ut
fenfus fit, quod illa que probantur per alias pro poſitiones probatas prius,
talia quidem probatione quia probataſint illa uero queprobanturper immediata
principia propter quid demonftrens POSTERIORVM ARIST. zmo citer fiat maus prio
DOM -cpon cofuit bton uo ta cratio extus iuers mes: FUS IN • prie quo, dem
philo atio ogil uer tur, ut eſt queſitum primi, ſecundi, atque tertij
problematum primi Elea mentorum,que quæfita per immediata principia
demonſtrantur, facta prius deſcriptione, ut conuenit, neque dicendum est, ut quidam
exiſtie mant,quod eafit propter quid,quando perimmediataspropoſitionesfiat
deductio imediationem illam tribuentes adſitum propoſitionū ut fecundit pars
xxvIII. per primam partem illius, oprima pars uigeſimeoctaua per
uigefimumfeptimam primi Elementorum,fed hoc loco, non imme diata accipit
Ariſtoteles, omnes propoſitiones probatas,uel etiam, quæ per prima probare
poſſunt, cum demonftratio fiant ex primis, et im mediatis, oppungat,ut
immediatafint, o non fint primaabſolute. Et in Geometria etiam alio modo quia
eſt, differt à propter quit, ut quando ab effeétu ad caufam progreffus fit,
neinpe quando per æqualitatem an = gulorum concluditur equalitas laterum,ut
fexta primi Elementorum Eu. clidis proponit.Propter quid autem eſt,quádo à
caufa ad effectum proces ditur, utputa quando ab equalitate laterum trianguli
infertur æqualitas angulorum illa latera reſpicientium, ut prima pars quintæ
elementorum Euclidis proponit. Atio autemmodo per immediata quidem non auteng
percauſam, ſed per notius eorum que conuertuntur, ut lucidum non ſcintillare,o
prope eſſe, fimiliter, creſcere per rotunda incrementa luz. cida, ceſſe
rotundum æqualiter defe inuicem prædicant,notius tamen eft, non ſcintillare,
quàm prope effe, ¬ius eſt creſcere per increa menta lucida rotunda, quàm
eſſe rotundum, et primum eft per fenfum per induétionem in fingulisplanetis
notummagis, non tamen caufa eft quare planetæ prope ſint, fed
econtrario.Secundum etiam, ut quod incremento creſcere,non eſt caufa
rotunditatis, licetfit notumfolummo do per ſenſum, non autem per inductionem à
pluribus determinatis ſie mul exiftentibus, quia hoc tantum de unico incremento
creſcente certi fumus, *cum per ipfa, fiunt inductiones, quòd planeta
propefint, aut quod Luna rotundit ſit, talis utriuſque inductio eſt quid, quod
fi ccontra riofieret, tunc propter quid, anon quia, erit demonſtratio, ifti
igitur duo modi à fe diuerſi ſunt, eo quod primus, per priora quidem, non tas
men immediata procedit. Alius autem per immediata non tamen per priora, fed ea
quæeſt propter quid colligit utraque, et quod ex prio ribus fit, atque ex
immediatis. Amplius quare planetæ, haud fcina tillare uideantur fuſius ſuper
problemateultimo quintadecimæfectio nis problematum Ariſtotelis fiet per me
declaratio, quæ etiam faciet fatis huic textui, eft tamen hoc loco aduertendum
Ioannem dicere fira MON mal, het, pw atur non ros illa IN PRIMVM LIB.
tillationem prouenire, quod protendentes uifus ufque ad aſtra fixa de biliores
fiunt, quaſi quòd uiſio fieret per extramißionem radiorum, ut Thimeo
&Empedocli placituin erat, quos Ariſtoteles reprehendit capi te ſexto De
Senſu &ſenſili. In hac igitur parte reiciendus
est Philopo nus, niſi exemplo loquatur famoſo. Alterum De rotunditate Lune fus
per problemate oftauo eiufdem feftionis aperietur, ubi querit Ariftote les unde
eſt, quòd Luna uideatur plana, cum fit rotunda. TEXTVS LXV. ALIAS X XX. MPLIVS
in quibus inedium extraponitur etenim in his nó propter quidſed ipfius, quia
demonſtratio eft, non enim dicitur caufa, ut propter quid non reſpirat paries,
quia eſt ani mał. Tertium modum quo quia in eadem ſcientia à propter quid
differt, nunc affert Ariſtoteles inquiens amplius eft, que quando neque cauſa
probat 1,ut primus modus effe&tum infert, neque est,quando ex effectu caufa
infertur, fed quando ex nega: tione pene cauſe infertur ipſius effe &tus
negatio, feu etiam econuerfo, ut quia non funt parallele, ideo alterni anguli
non funt æquales, opdo ri modo, quia extrinfecus angulus non eft æqualis
intrinſeco'ex eadem parte, igitur parallele non funt; oeſt hic modus tertius,
quo quia à propterquid differt in eadem ſcientia, dixi quando ex negationepene
caufe, oc. Quia parallelas effe,non eft caufa ut alterni anguli ſintæqua les,nifi
fuper ill. linea recta ceciderit, que propinqua caufa eft, quod al terni anguli
fintæquales,ficut animal quidem longinqua caufa eft refpira di, propinqua eſt
pulmo, totalis autem eſt animalhabemus pi Imonem me dium enim ad probandă
affeétionem in perſpectiut accipitur extra perſpe fiuã, utputa in Geometria et Mechanica
ad Stereometriam.ld no tißimum erit pariter v iocundum, fi id quod ait
Ariſtoteles in ques ſtionibus mechanicis questione x l'intelligatur,onera qua
mouentur ſua per ſcytalas facilius mouentur, quam fi ſuper plauftra
mouerentur,ultrd rationes illas Phiſicas quas ibi Ariſtoteles adducit, etiam
ratio propter quidſummitur ex primoſtereometrie Euclidis deffinitione decimao
taud uel undecima ex Theonis littera, Q * tertio Elementorum deffinitione fez
cunda, minus enim offenfant ſeytale, quam plauſtrorum rote, quia ana gulus
fcytalarum longe maior eft, quàmfit angulus rotarum plauftrorit ut angulus
POSTERIORVM ARIST. 1 unt 41 utangulus rota a fe, uel etiam a fd longe minor eft
quàm angulus fcytale af c, et ideo minus ad planum af b offenſat ſcytala quam
rota,quidfcytals,que in uſu noſtro tempore eſt, in questionibus mechaa nicis
declarabo, pro nuncfcito illas eſſe ftangulas,quibus utuntur lapi cide in
trahendis magnis lapidibus, f et Harmonica ad Aritmetica a -6 Tonum in duo
equalia diuidiſemito nia minime poteſt,quod muſicus dea terminat, ut Boetius
re&te fentit lis bro tertio capite primo muſices, le quicquid Pfelus
Greculus ſentiat, fedfecaturin apothomen eſemi tonium minus, huius autem
propter quid ratio, ab Arithmetico reddia tur, quiafuperparticularis propor tio
non poteſt diuidi in duo equalia, ut Boetius in Arithmeticis docet. Tonus autem
cum in ſeſquioctaua ſonorum proportione conſiſtat in duo equalia ſemitonia
diuidi haud quaquam poteft. et Apparentia ad Aſtronomiam. Apparentia, ipfa eft
phenomena de qua Euclides, e Aratus poeta agunt, atque VergiliusAgricolas
docens tempus quo mila lium feminaredebent, ait in Georgicis loquens de occafu
hellaco, Candi dus auratis aperit cum cornubus annum Taurus, oaduerfo cedens
cda nis occidit aſtro,rationemſiqnis agricola deſideret, cur eo tempore cda
nis, qui et Alabor dicitur, occidat beliace,id totum ab aſtronomo petat, qui
rationem propter quid redet; Sol enim in orbe eccentrico à propria
intelligentisex occidente in orientem motus, quicquid fomnietAlpetra gius
Fracaſtorius, et fequaces,accedit annud orbita ad illud fydus, quod eft in
geminis &fuo maximofplendore, non finit illud uideri, id autë fit cum Sol
diſcurrës perſignum Tauri, attingit extremam partem Tauri, tunc enim canis
perdit lumen ſuum, non uidetur amplius, propter So lis ad ipſumſydus uiciniam,
quouſque iterum per motum eccentrici ab co fydere ellongetur Sol, quod iterum
oriri heliace incipit; hi ſunt igitur modi quatuor, quibuspropter quid, à quia
differt, tres quidem funt in eadem ſcientia fubalternante,oquartus, quando id
quoddemon ſtrandum eft inſcientia media,per ea quæ in ſubalternante ſcientia
nota funt, probatur, in quo quarto modo, funt plures demonſtratiomisgraa dus
fpeculandi, quos quia Ariſtoteles non tangit,præterco. L Me hen 1 1 IN PRIMVM
LIB. Sunt autem hæc quæcunque alterum quiddam exiſten tia ſecundum fubftantiam,
utuntur fpeciebils, Mathenati cæ enim ſecundum fpeciein funt, non enim de
ſubiecto alia quo,fi cnim et de fubiecto aliquo Geometrica funt, ſed no
quatenus Geometrica,de fubiecto funt. In præcedenti particu la huius textus
dixit de ſcientia quia, quód fenfibilium eft, inquiens,Hic enim, ipſum quia
ſenſibilă eft fcire, de fcicntia uero propter quid,quòd uniuerfalium ejt, per
caufas habetur,ait,propter quid autem mathemde ticorum, hi enim habent
caufaruin demor.ſtrationes, ofrequenter neſci unt ipſum quia, ficut illi
uniuerſale conſiderantes, fepe quædam ſingula rium neſciunt propter id, quod
non intendunt; Ecce quantimathematis cos ficiat philofophus, dicens eos
noningnaros illorum, que uulgus tra Etat, fed Socratico more, ea non intendere
quæfumuno ſtudio, amplectun tur uulzures, Differentia igitur ipſius,quiu à
propter quid,adhuc magis explicans,ait, funt autě ip / e quidemfcientiæ, quia
quecunq;,utuntur ſpe ciebus (fenfibilibusuidelicet, alterã quiddam fecundum
fubjtantiam pecu lantes, alterum quiddam non folum fecundum ſubſtantium,fed
etiamaltes xum quiddamn in exiſtentia,hoc eft in ſubiecto materiali exiſtens,
Mathem matice enim, nempe quæ propter quid fient, circa fpccies ſunt, dubita.
tur hocloco, cum ſcientia quia utatur fpeciebus, o ſciétia propter quid circa
ſpeciesſit, quo nam puto, in quia, et quo modo in propter quid fpecies
intelligatur. Dico, quod quia ſenſibilium eſt, ut ait Ariſtoteles, utitur, quia
ſpeciebusſenſibilibus,quarum beneficio fenfus ſenſata perci piunt, fed
propterquid,utiturfpeciebus abftractis àſubiecto materiali, ut ſuperficie,
linea, puncto, &ſimilibus, quatenus affectiones aliquas de ipſis inipſis
cognoſcit demonſtrator,non tamē circa hæc uerſatur Geo metra quatenus in
ſubiecto funt,ſed preciſius abſtractione, ea conſides rat, fi talia nufquam,
ſine fubiecto ſint. Habet autem fead perſpectiuam, ficut hæc ad Geome
triam, et alia ad iftam, ut id quod de, iride eft. Traslatio Ar giropoli in hac,
precedenti particula facilior,atque candidior eft, quàmfit textus Philoponi, ne
uidear tamen in precedenti particula, e hac preſenti, litteram ſequi, quam
pedagogio neoterici non doctores, ut fe præferunt, fæpe encruat; loannis textum
in utraque particula ex pono, quo etiam plura uirtute continentur quam,
contineat textus, Are giropoli tum etiam, quia accedit ad hæc Procli
interpretatio, ut teftatur loannes, ſcientiasigitur quas in præfenti
Ariſtoteles cõmemorat,fub ale POSTERIORVM ARIST. terno quodã ordine pofitæ
funt;primo Geometria,cui imediate perſpecti ua,perfpe et iue autē ſpecularia
&huic ſpecularie, ea ſcientia, quæ eft de Iride in qua,
quæponuntur,perfpecularia probantur&, quæ in peculi ria, per ea quæ in
perſpectiua funt notamanifeſtantur, qu: autê in pera fpectiua, per ea quæin
Geometrianoșa, fuerunt, ut quòd iris ſit tricos lor,oquòdnunquamplures duabus
Iridibus appareant; et quòd denigs Rõ fit nidor femicirculo, per fcientias
ſuperiores, hee omnia probatur. Multæ autein et non fubalternarum, ſcienriarun
fe has bent fic, ut medicina ad Geometriam, q eniin uulnera, cir cularia
tardius fanentur medici eft fcire quia, propter quid autein Geometræ. Parum
ſupra in anteprecedenti particula dixit philofophus,qu& namfcientiæ
effentfere uniuoce inquiens, fere autem uniuocefunt hurumſcientiarī alique,ut
aſtrologia ' et mathematicaet na ualis, o harinonica quae mathematica, oque
fecundum auditum, in hac autem particuladeterminat de his fcientijs que nullo
modouniuoce funt. ut Geometria os medicina que etiam fubalternate non funt, he
enim due non ſubalternantur inter ſe, quia ſubiectum Geometrie eſt, id quod
circa planum uerfatur, medicine uero ſubiectum eſt corpus jarabi le,id, eft,
quod proponit; ut quod in alterafcientia proponitur,probatur per ea,quæ in alia
fciētia nota funt; non tamen hæ fevětiæ funt uniuoce, neque fubalternatæ,ut in
chierurgia,que pars eft medicina proponitür uulnusrotundum, difficultate
fanari, ut canumexcoriatoresteftantur. Geometria autem nobilis fcientia reddi
propter quid, primo Elemento * rum deffinitione decimaquinta, quia exomni parte
æqualiter diftat cas o, ficut ibi acentro ipfa circunferentia. ly tie 20 SMS
TEXT VS L XVII ALIAS X X X. 170 ot cs, tro autem modo, differt ipſum propter
quid ab ipfo quia, quodelt, peralia fciené Stianu nrruinqué, ſpeciilari,
Huiuſmodi au Matem funt, quæcunque fic fehabent, utals terum fub altero fit, ut
perſpectina ad Geo metriani. vbi ait, per aliam ſcientiam fic intellis gatur
per altam magis uniuerfalem et fubalternantem in aliam minus univerfalem.
Vtrunquefpeculari, utrunque dixit refferens &propter. quid, quia, alia enim
fcientia fpeculatur propter quid, c alia fpecus Ljj 84 IN PRIMVM LIB. 1.3 latur
ipſum quia, ut Geometria proprer quid, perfpeétiuauero, quia, inquitenim
Ariſtoteles. Hæ enimipſum quia, fenfibiliumest fcire, prom pter quid autem mathematicorum.
Verbi gratia,oculus exiſtens in a uidens cd, uidet ipfam quantitatens minorem,
quamſi idein oculus fiat in b, quia inquit perfpe&tiuus,uide tur ca
ſubmaiori angulo ab oculo exiſtente in b, quam ab eodem oculo in a
exiſtente,& quód angulus dbc ſit maior da c, Geometra id demon ſtrat primo
Element propoſitione xxi. Dubitatur circa hoc, quod di cebatur de mente
Ariſtotelis in dia et o exemplo perſpectiuo, quodne que percurrendum eſt ſicco
pede,ut indoctifaciunt no intelligétes bonas artes, quicum ad Mathematica ex
empla accedunt,pedem referunt,dia centes non eſſe uim ponëdum in illis. Ego
autem econtrario dico, totum neruiim rei, eſſe in exempli intelles ione, ubi
ait, quod perſpectiuus oftendit maius uideri id, quod de prope eft,
demonftratione quia, o Geometra, idein propter quid, demonſtrat in
vigeſimaprima primi Ele mentorum, qua uigefimaprimaprimi Elemen.non propter
quid demon ſtratur, fed demonſtratione quia, ut demonftratio quia diſtinguitur,
a propter quid primo modo, ficut textu 64. declaratumfuit, quòd illa des
monftratio, quæ per mediata a probatas propoſitiones procedit, eft demonftratio
quia, diftinguiturab illa ineadem ſcientia, quæ proces dit per immediata
principia,quæ demonftratio propter quid dicitur,mo do ex fexagefimoquarto textu,determinatur
quòd demonftratio uig eſi miprima primi Elementorum eſt, quia, hoc autem
exemplo perſpectis uo dicit, quod eft propter quid, contradictio igitur
manifeſta uidetur. Dico de mente Ariſtotelis hoc loco,&eft etiam
loannis Grammatici ins tentio fuper textu fexagefimoquarto,dicentis. Quodammodo
autem in precedéribus dicebamusquod ipſum quia eſt primomado,permediata mo
firare, cum fecundo modo ipſumquia per immediata,ſimiliter w propter quid, unde
aduertendum, quod demonftratio, quæfit fuper uigeſimam primam primi Elementorum,que
per uigefimam decimāfextam primi elementorum procedit, fi ad demonſtrationem
prime propoſitionis Elc. POSTERIORVM ARIST. es mentorum, quæ per
immediataprincipia procedit comparetur demon Atratio quia, merito dicitur, ſi
mero comparetur adperſpectiuam demone ftrationein, tunc propter quid dicetur,
quia perſpectiuus pier eam pros bat intentum, u ſictricic apparentis argumenti
explicite funt,fc cundum philofophiſcitum. TEX. LXVIII. ALIAS XXXI. IGVR A R v
M autem faciens ſcire maxime pri ma eſt, etenim Mathematicæ fcientiarum per
hanc demonſtrationes ferunt, ut Arith metica, et Geometria, et perſpectiua, et fes
re (ut eſt dicere) quæcunque,quæ ipfius pro pter quid faciunt conſiderationem,aut
enim omnino,aut licut frequentius, et in plurimisper hanc fi guram (quieſt propter
quid fyllogifmus) fit, Textus hic uis detur edirecto contra expoſitionem nouam
factam permeſuper iỹ. tex tu de inductione illa Geometrica, que tanquam
fictitium quoddam, uanißimum, &nullo Greco et Latinoexpoſitore
do&tißimoexcogitatū, inquit enim Ariſtoteles, etenim Mathematicæ
ſcientiarum, per banc primam figuram demonſtrationes ferunt, non igitur
Mathematic et fea runt demonftrationes per illam Geometricam inductionē,
utibifuit des terminatum. Inftantia hæc,eft hominisuaniloqui,qui ea
profert& fcri bit; quæ nonfunt notæ earum, quæin anima paßionumſunt, cum
non folumanimamtanquàm abraſam tabellam habeant, fed potius tanquam
ficcamcucurbitain, in qua nonniſi uentus reperitur, quia tamen nonfo lummodo
fapientuin habenda eft ratio, stultis etians atque infipientibus pariter
reſpondendum effearbitror, ne in fua ignorantia glorientur ua ne. In hoc textu
Ariſtoteles nil aliud determinat, niſi quod preſtantior est prima, quàm fecunda
et tertis figuræ,&quód Mathematica hac fepe utuntur, &hoc quidem
quandofyllogiſtica arguunt, ut ait in tex. dicens, oin plurimis per hancfiguram,
que eſt propter quidfyllogif mus fit, modo quid refert, ſi Geometra, utatur
fyllogifmo, non nece ibi in tertio textu fuit declaratum, quo modofyllogiſmo
utitur Geomes tra, &quomodo inductione Geometrica?fimodo quis ex hoc textu
uca lit inferre, quod illa indu&tio Geometrica non detur, ipfe faciet
mendas cem Ariftotelem, dicentem in tertio textu, quòd nedum fyllogifmo fed 70
IN PRIMVM LIB., oinduétione, ſcitur quòd triangulus in femicir culo
conftitutus, habeus tres angulos æquales duobus reitis. TEX. LXXXVII. ALIAS
XXXVI. EMONSTRATTO enim eft ex his, quæcun queipſa quidem inſunt, fecundum
ſeipſa rebus, ſecundum feipſa uero, dupliciter, quæcunque enim in illis infunt
in co quòd quid eft, et in quibus, ipſa in eo quodqınd eft inſunt ipſis, ut in
numero, impar, quod ncit quidem numero, eft autem ipfe numerus in ratione
ipfius, et iteruụn multitudo,aut diuiſibile in ratione nua meri, horum autem
neutrum contingit infinita eſſe,nec ut impar numeri, Secundum fe ipſum
bipartitur, ut quando prie mum deffinitio de deffinito predicatur. uel etiam
quädo deffinitum de def finitione, ut numerus est multitudo ex unitatibus
aggreguta, ut Euclia des ait fecundadeffinitione ſeptimi Elementori,et etiam
multitudo ex unii tatibus agregata numerus est: impar nuſquà inuenitur in
deffinitione nu meriupud Arithmeticū, neq; etiä numerusin deffinitione paris,
quid igi tur uelit Arift. hoc exemplo noſatis à Græcis etLatinis explicatum
est, puto tamen egoquod ficut in deffinitionibus, quædum fecüdum quod ipfa
inueniuntur,pariter etiam id in diuiſione fit, ut fi quippiam, nume rus eſt, id
quidem impar uel par statim eſſe dignoſcitur,oſi quid ims par uel parfit illud
tale numerumeffe patet, ſic ut exempluinprimum Ariſtotelis, ſit circa
diuiſionem, fecundum exemplum de deffinitios ne, quia tamen addit, aut
diuiſibile in rationenumeri, nullibi apud Eus clidem reperitur quod diuſibile
in numeri ratione ponatur, quatenus nu merus eſt, fed in deffinitione numeri
paris; recteponitur, ut diuidatur in æqualia, ut primadeffinitione noni
Elementorum manifeſtum eſt, par numerus eft, qui in duo æqualia poteſt diuidi,
et quicquid in duo equa lia diuiditur, id numerus effe patet, fiueboc de numero,
quo numerisa mus, feude numero numerato, hoc intellexeris, ueritatemhabet. Meto
dumdiuifiuam, in his exemplis ſeruauit Ariſtot. primo enim in diuiſione ſubinde
in deffinitione,et tertio loco infpecie contenta, fub deffinito ufus eft
exemplo,Numeriigitur primadiuiſio eſt in imparem atqueparem; ut Boetius docet
capite tertioprimi Arithmetica, definitio estſecunda septimi Elementorum,
deffinitio autem paris; patet ex prima definitione noni Elementorum. Horum
autem omnium nullum contingit infinita eſſe, numerus enim in imparem atque
parem, impar in primum, compoſia tum, compoſitum in quadratun, o non quadratum,
igitur quadratus compoſitus impar numerus eft, onumerus, eſt impar compoſitus
qua dratus, feu numerus eft impar prinus, er prinus, impar numerus eft, ſicuti
status eſt innumero,ut tandem ſit ultima particulaque à par te fubieéti ponatur,
ſiiniliter ſtatus erit in alijs particulis, que ponun tur à parte predicati,
quando ipfe numerus àparte ſubiecti pofitus erit neque igitur inſurlum,ncque
igitur in deorſum infinita pre dicantia contingit eſſe in demonſtratinis
fcientís, de quiz bus intentio eft, in furfum ait deffinitionem refpicientes,
neque in deorfum diuiſionein feu partitionem animaduertit. d ac 38 mi TEX.
LXXXVIII ALIAS XXXVII. for ONSTRATJslautem his, &e. Non te prea terit, quòd
habere tres duobus reétis equales conie nito Joſcelio Scalenoni, neutri tamen
per alte, rumconuenit,fed utriqueperhoc, quodfigurarea Eilinea trilatera eft,
idfæpe fuit in precedentie bus declaratum exfecunda parte trigeſimeſecunda
primi Elementorum.. other VA TEXTVS.XCI. ALIAS XXXVIII. M ST autem inuin cuin
iinmediatun fiat et una propoſitio ſinplex eft immediata et queinadınodum in
alís eſt principium fimplex, hocautem non idem ubiqueeſt, fed in graui quidem
untia, in melodia,alle tem diefis, aliud autein in alio, fic eft in fyllogitno
unum, propofitio immediata, Secundum antiquos rumfcitum, ut Campanus refert
ſuper oriaus xiiij. Elementorum unumquodqueintegrum in xij.partes æquales per
rationen og intelle Etum diuiferunt, ipſum totuin fic diuifum in partes illas,
aſſem uoc4 = werunt, undecim earum dixerunt deuncem, decem dextantem, nchem IN
PRIM V M. LIB: dodrantem, o &to beſſem, feptem ſeptuncem, fex uero partes
femiffen, quinque quincuncem, quatuor trientem, tres quadrantem, duas ſexa
tantem, unam autem appellauerunt unciam, quam unciam in minorafra gmenta
nonfecat philoſophus, quia eft ultimum fragmentum integri à quofuum initium
fumit ipfum integrum, tanquàm ab immediato prins cipio,ex quo,fumiturfimile,
quod in fyllogifmo etiam est ipſa immediata propoſitio, ultra quam nonfit
refolutio in terminos,ſicut etiam ultra un ciam non fecit conſiderationem in
minoresminutias, licet hoc fieripoßit, ficut propoſitio in terminos etiam
quandoquidem refolui poterit. In melodia autem dieſis, Non eſt pretereundum
filentio id,quod hoc loco Ariſtoteles tangit, id autem eſt, quod qui Logicam
ipſiusprofi tetur quiſquis fit ille,omnibus diſciplinis Mathematicis debetin
primis fſe inſtitutus,aliter enim euenietei, ut in adagio dicitur, operam fimul
ooleum perdet, quid per dieſim intelligat, notum erit fitonum ſimpli cem,
interuallum integrum, nondum ad armoniam pertingens diuidi in duas equus partes
eſe impoßibile quis prius perceperit, ut etiam in tex. Lix. prædemonftratum eft,
duas tamen in partes inæquales diuidi, quarum altera maior eft, quæ apothomen,
ſeu ſemitonium mas ius, reliqua uero eft minor, quæ minusfemitonium nuncupatur,
oip fum minus femitonium in duas partes æquales diuiditur, quartum utras que
dieſis appellatur à uetuftioribus muſicis, ut Boetio atque Nicomas co primo
libro Muſicæ,capite xxi. placet,idprincipium toni eft, quid minimum. Practici
uero Muſici dieſim uocant inciſionem duarum linearumfuper alias duas ſic *quam
incifionem fignant ipfi practici Cantores, ſuper eam notam, ſub quain deſenſus
toni, faciunt defen fum ſemitonij, ſed id cantoribus relinquatur, prima dieſis
acception Ariſtotelis ſententiam explicat, quia dieſis in illa acceptione, eft
minia mum conſideratum à mufico, fiue id, quodminimum eſt in concinentia
conſideratum, ſicut uncia in ponderibus oimmediata propofitio in de
monſtrutione fyllogiſtica, o boc intelligas de minutijs integri, non de
minutiaruin minutijs, de quibus phylolaus apud Boetium libro tera tio capite
octauo agit,quiabec ad Ariſtotelisfententiam non faciunt pretermito. MAGIS tur
POSTERIOR VM ARIST. 89 TEXTVS XCII. ALIAS XXXIX. AGIs autein ſeiinus
unumquodque, ciim ipfum cognoſcimus ſecundun ipſum, quam fecundum
aliud,utmuficun Coriſcum,quá do Coriſcus muſicus eſt, quàm quod homo muſicus
fit, Hoc loco tentat Ariſtoteles elencho ar gumento probarequod particularis
demonſtratio ſit uniuerfali potior. Quis nam fit muſicus aperit Nicomacus atque
Boes tius primo libro muſices capite xxx111. ille quidem eft, quinon ex eo quod
manu cytheram pulfat, fed ille qui rationis imperio cantillenas rum distonice,
cromatice,atque enarmonice ratum, atque firmum ſta tum agnoſcit diiudicat,
atque imperat, qua re intellectu,quærit Ariſto teles,num illa demonftratio, qua
Coriſcus muſicus, an illa, qua homo mu ſicus co:rcluditur, quod eft, an
particularis, uel ipſa uniuerfalis fit pos tior, Cui rationi reſpondendum; ut
Ariſtoteles innuit per interemptios nem, negando quodCoriſcusſit muficus per fe,
fiue quòd ifta cognofca tur per fe, Coriſcus eft muſicus. BI 74 1 142 ca TEXTVS
XCIII. ici ha 10% OTior autem eſt, quæ eſt de eſſe quain de non eſſe, et propter
quam non errabi tur quàin proptcr quam crrabitur eſt au tem uniuerſalis
huiuſmodi, procedentes enim demonſtrant uniuerſale, quemadmo dum de eo quod eſt
proportionale,ut quo = niam quod utique fit talc,erit proportionale, quod ncque
linea; neque numerus, ncque ſolidum, neque planum eft, fed præter hæc aliquid.
illud idem totum quod text. xx v di& um fuit, hoc loco repetatur, ubi
Ariſtoteles text. xx v dixit hæc uer ba, nunc uniuerſalemonſtratur,hoc textu,
magis aperit dicens, proces dentes enim demonſtrant uniuerfale, quod neque
lined, &cæt. fed pre ter hæc aliquid, quod quidem eſtipſum quantum,
quatenus quátum eft, quod uniuocum eft omnibus quantis, neque illudeſſe tale
immagineris, quod oquanto &quali communefit,ut immaginabatur,lo4nnes gram M
IN PRIMVM LIB. maticus afequaces, quia illud,analogum eſſet, quod à
propoſitoſecludit Ariſtotelesnonagefimo quinto textu reſpondens ad fecundam
difficulta tem. TEXTVS XCIIII. S IGIT VR triangulus in plus eft, et ratio eadem,
et non fecundum æquiuocationem, conuenit triangulo et Iſoſceli, et ineſt oinni
triangulo duobus rectis æquales,non utique triangulus ſecundum quod eſt
Iſoſceles, led Iſoſceles ſecundum quod eft triangulus,ha bet huiufmodi angulos.
Concludit Ariſtoteles hoc textu uniuers falem demonſtrationem particulari
demonſtratione potiorem eſſe, o eft quando per rationem uniuocam concluditur
affectio de ipſo uniuerfali, eper eandem uniuocam rationem concluditur eademet
affeétio de par. ticulari aliquo, ut habere tres æqualesduobus reétis, probatur
infecun da parte x x x 11primi Elementorum de triangulo primo, deinde de
iſopleuro, ſoſcele, oScalenone non primo, fed quatenus trianguli ſunt, &hoc
idem de illis concluditur perfyllogifmum, uel etiam per ean dem induétionem
trigeſimæ ſecñde primiElementorum Eft in hoc textu non minima conſideratione
dignum, quod etiam non eft prætereundura immobili calamo, Ratio enimtrianguli
uniuoca eſt, quia o nomine for rede uniuerfali triangulo ode particulari
Ifofcele prædicatur, utpuu tafigura,quæ tribus reétis lineis clauditur, non
tamen per ipfam ratios nem, cõcluditur de Trigono uel iſoſcele habere tres
duobus reftis equa les, ſed per primam partem trigeſimæ ſecunda, eper uigeſimā
nonam Otertiä decimă primiElementorum, quapropter non uidetur quod exemplumſit
ad propoſitum regulæ Ariſtotelis,de ratione uniuoca,Di cendum, quod
naturaexemplieſt, ut non conueniat. Cum re in omni mor do,quia tunc non eſſet
exemplü rei, ſed eſſet res ipſa.Dico fecundo quod memoria eſt dignum cum
præfertimà nullo fit hucuſque perpéfum,quod nulla demonftratio mathematica eſt
potißima, et ob idmathematicæ nul leſunt ſciētie ſiſtetur in doétrina
Aristotelisratio,quia in nulla conclu ditur aliqua affectio deſubie &to per
deffinitionem fubie &ti,quod tamen uo lunt uirigraues de mente Scoti, neque
etiam per deffinitionem paßionis ut alij determinant de mente Thomæ, Modo
dicas,quod quando per cane dem deffinitionem,fiue uniuocam rationem,
demonſtratur affectio aliqua POSTERIORVM ARIST. ineſſeſubie o uniuerſali,
&eadem ineſſeparticulari per eandem deffini tionem, quòd de uniuerſali,
immediate et per fe,de particulari autem non immediate, neque per ſe, ſed per
uniuerſale concluditur, ideo uniuer. falis ipſa particulari demonſtratione
potior, atque præftantior est, ut fi per rationale mortale, concludatur de
homine riſibilitas, &deinde per id, de Socrate, quod fit riſibilis, illa in
qua de homine, quàm illa in qua de Socrate demonftratio, eft potior, ſicuti de
triangulo uerbigratia,in fecunda parte trigeſime ſecunde primi Elementorum,
&etiam de 1foſce le, probatur habere tresæquales duobus reftis, illa tamen
inductio,que probat de triangu o potioreſt illa industione, quæ de iſoſcele
idem cons cludit, quia primo de triangulo uniuerſali, ſubinde de particulari
trian. gulo concluditur, hoc pacto Ariſtotelis regula o exemplum intel
ligendafunt. TEXTVS XCVII. fed 72 th po 1 MPLIvs uſque ad hoc quæriinus propter
quid, et tunc opinamur ſcire, cum non fit aliquid aliud propter quid fciamus,
quàm hoc, aut quòd fiat, aut quòd fit, et cetera uſque ibi, Cum igitur
cognoſcamus quidē, quod quiſunt extra æquales funt quatuor ſcétis, quoniam
æquitibiarum,adhuc decft propter quid, quia triangulus, et hoc, quia eft figura
rectilinea, ſi aus. tem hoc, non amplius propter quid aliud, tum maxi mc ſcimus
et uniuerſale, tunc uniuerſalis itaque eft. Hoc tex tu Ariſtoteles
determinatquòd, tunc arbitramurſcire cum ufque ad ul timas cauſas procedit
nofter reſolutiuus diſcurſus, ait enim cum igitur cognoſcamus quidem quod, hi,
quiſunt extra æquales ſunt quatuor rea &tis, o redit rationem, quoniam
equitibiarum, ſed quia æquitibic figu ræ funt etiam quadrilatere, pentágone,
adiecit proximiorem cau Jam dicens, quia triangulus, quia tamen trianguli
diuerfa funt latera,ut curua, conuexa, conuexa o curua, curua Qrecta,conuexa a
recta,ut omnia hæc excludat ait, qui eſt figura re{ tilinea, que cauſa magis
udhuc proxima eft, quæ quidem ultima& propinqua cauſa, cumfucrit inuens
taoaßignuta, non amplius propter quid aliud querimus, pq tunc mas xime fcimus,
uniuerſale, o cæt. Quantum autem ad id, quod exem = plo, Ariſtoteles ait,
paucis explicetur in fubie&ta figura a bc, cuius 1 1 Mij IN PRIM VM LIB.
mnes extrinfecos angulos, quatuor reétis æquales effe dico, protrahan tur enim
omnis latera a b, br, ca, uſque add, e, f, eritqüe per tertiã decimam primi
elementorum duo anguliad c, pofiti æquales duobusrex et is, eadem ratione
duoilli ad a, o reliqui duo ad b ſimiliter equales duobus re& tis, itaque
omnes fex intrinfeci uidelicet,o extrinfeci,ſunt æquales ſex reftis, fed per
fecundam partem trigefimæ fecunde prie mi Elementorum, tres intrinfecifunt
æquales duobus re&tis, igitur tres reliqui extrinſeciſunt quatuor reftis
equales,quod demonſtrandū erat. Non enim omnis triangulus uni uerfaliter
fumptus, hahet tres an gulos duobus reétis equales, ſed ali quis habet duos
angulos rectos, tertium acută, et quidam triangulus eft qui habet tres angulos
rectos, ut Ptholameus cap. x. ſecüda dictionis magnæ cõſtructionis theoremate
pri G mo, e ſequentibus manifestum faa cit, neque tamen id cötrariatùr pro
poſitioni xyli primi elementorum, Euclidis ut quod duo anguli cuiusli bet
trianguli fint minores duobus rectis, nec etiam eſt contra fecundam partem xxxl
primi Elemen. Euclidis, quòd uidelicet omnis triangulos, habet tres duobus
reftis æquales, ratio, quòdnulla inter hos fapientißia mosſit contradictio,
eſt, quia de rectilineis Euclides, de fphelaribus ues ro Ptholameus et curuilineis
triangulis agit, quod aduertens Ariftotea les adiecit, quia est figura
rectilinea; ut fit abſolutus fenfus, quod equis tibia figura trilatera
rectilinea, habet extrinſecos angulos quatuor ree Stis equales. TEXTV S CI. I
MPLIV's autein et fic, uniuerſale enim ina. gis demonſtrare eft, co quòd eſtper
medium demonſtrare, cuin propius fit principio, pro xime autem immediatum eſt,
hoc autem eft principium;fi igitur quæ ex principio eſt, ea quæ non eft cx
principio, quæ magis ex prin POSTERIORVM ARIST. cipio, ea quæ minus eft,
certior eft demonſtratio. Hoc textu Ariſtoteles apponit extremammanum
determinans,quòd uniuerfalis ſit particulari demonfiratione dignior, in quo
quædamnon conſiderata à grecis,neque à latinis., difta tamen ohic ab Ariſtotele
tertio tex tu, ibi, quorundam enim hoc modo diſciplina eſt, onon permedium ube
timum cognoſcitur, ut quæcunque iam fingularia eſſe contingit, nec de fubiecto
quopiam, ubi aduertit quod quidammodus est, quo fciuntur af fertiones
deſingularibus, onon per medium,modus etiam est quo affea &tiones fciuntur
de particularibus per medium, fed non primo de eis, ut declaraui in textů
tertio 'nonageſimoquarto huius, affectiones uero que de uniuerſali
cognofcuntur, he quidem per medium cognoſcuntur, hac de caufa uniuerfalis
demonſtratio, eſt ipſa particulari potior, quia particularis non per medium,
uniuerfalis uero per medium demonftrat, ut ait, uniuerſale enim magis
demonſtrare est,eo quod eft per medium de monstrare,id autem Geometrico
exemplo-manifeſtat dicens,quod ſi quis cognouit, quia omnis triangulus
habettresduobus rectis æqualesfciuit, quodammodo, et quod ifcoſceles duobus
reftis tres pares habet,utputa potentiafcit, quia uniuerfale fciens aetu,
potentia etiam fcit. ea, quæfub. ipfo continentur, &ſi non cognouerit
1fofcelem quòd actu,oper aper tionemmanus (ut Philoponus tertio textu ofequaces
interpretabane tur) triangulus ſit, hanc habens propoſitionem,hæcparticula
legenda eft, cum particula aduerfatiua fic,hanc autem habens propoſitionem,
nempefciens tantum potentia quod Ifoſceles habet tres duobus rectis pa rés,
uniuerſale nullo modo cognouit, ut quòd triãgulushabeat tres equa les duobus
rectis, neque potentia, neque actu, non quidem potentia, quia Iſoſceles non eſt
uniuerfale ad triangulum,uniuerſale enim potentia ſua inferiora continet.
Accedit ad hoc etiã, quia ſi non fcitur uniuerſale atu, non ſcitur potentia
fuum particulare, fi igitur particulare non ſcie tur actu, ſed potentia tantī,quifieripoteft,ut
propter id,ſuū uniuerſale potentia fciatur? non etiam actu fcitur
uniuerfalepropterea,quòd fuum particularefcitur potentia, quia ex ſcibile
potētia, non inferturſcitum actu. Exhoc textuę precedentibus quibus determinat
Ariſtot.uniuerſa lem demonftrationem esſe potiorem demonftratione particulari
habetur de particularibus difciplinam eſſe, particularem eſſe demonſtratioa nem
quæcunquefit illa,aliter enim nulla effet comparatio Ariſtotelis in ter
uniuerfalem o particularem demonſtrationem. Preterea etiam nos tatu dignum
habetur, contra omnes interpretes, id autem eft, quod ali IN PRIMVM LIB.
quatenus ij. textu ta&tum fuit, ubi determinat quod de nouo quippians
ſcimus, introducit eos, qui tenentes quòd de nouo fciebamus interrogae bant
Platonicos tentantes oſtendere ipſis Platonicis, quod de nouo ſci mus inquiunt
enim, noftis ne quod omnis dualitas par ſit,nec ne? Vel etiam, quòd omnis
triangulus tres duobus re et tis æquales habeat, annuen tibus autem Platonicis
attulerunt dualitatem, uel triangulum manu aba fconfum dicentes, ecce quomodo
uos de nouoſcitis, hanc dualitatem eſſe parem, quia priusneſciebatis hanc eſſe
dualitatem Neotericies antiqui expoſitores inuoluunt locum, ſic ut nedum ipſi
intelligant, fed eshi qui cos audiunt ita faſcinentur, ut nedum Ariſtotelem fed
et feipfos pers dant. Dicunt enim ſine propoſito, quod prius non
poterantfcirede dua litate in manu abfconſa, ueltriangulo conſtituto in tabula
quod eſſet par, uel duobus rectis æquales haberet, quia neſciebant illam eſſe
dualitatem, vel illum effe triangulum, putant iſti exponere
Ariftotelis"doctrinam fic dicentes, anon aduertunt, quòd id dicunt quod
Ariſtoteles reprehens, dit, quod illi qui dicebant de nouo fcire, male tamen
perſuadentes per oſtenſionem ad fenfum, egr reſpondentes perperam, dicebant fe
nonſcia re eſſe purem, niſi quam dualitatem eſſe ſciebant,apertißimehic Aristo.
teles dicit, quòd qui ſcit omnem dualitatem eſſe parem, uel quòd omnis
triangulus tres duobus re &tis pares habet, fcit quòd dualitas ſitpar, quod
Ifofceles, tres duobus reftis æquales habet potentia, licet neſciat a &tu
perſenfum, quòd iſoſceles triangulus ſit, quem locum à me notae tum inter
cetera pulcriora exiftimo animaduerſione dignum propter fal fos Ariſtotelis
interpretes ad hanc ufque noftram etatem. TEXTVS CVII. ALIAS XLII. T ca certior
quæ non eſt de ſubiecto, ca quæ eſt de ſubiecto, ut Arithmetica armo nica.
Numerus, ſubiectum eſt in ipfa Arithmetica qui quidem abſtractißimus est,
nullum materiale ſubie &tum concernens, Armonica, uero de nume ro ſonoro,
uel magis, de ſono numerato, quod magis concernitmateriain, ut fonum ipſum.,
qui fonus numeratus, ſub iectum in armonia eft, ut Boetio placet libro primo
muſices, modo Arithmetica cum circa ſubiectum minus immerfum matericfit,
certior POSTERIORVM ARST. estquamſit ipſa Armonia, quæfubie£tum conſiderat
magis immerſum ipſimateria, eftigitur alia certioraltera propterſubiecti
maioremabe ſtractionem? TEXTVS CVIII. T quæ eft ex minoribus certior eſt, et prior
ea, quæ eft ex appofitione, utArithmetica Geometria. Dico autem ex appoſitione,ut
unitas fubftantia eft fine poſitione, pun. tum autein fubftantia pofita,hoc
autem eft ex appoſitione. Hoc in primis conſiderandum eft, quod hoc textu non
loquitur Ariſtoteles de ſubie&to fcientiæ.,ſecundum quòd magis og minus
abſtracteconſideratur, quia id in precedenti tex. determinauit; una
enimſcientia determinat de abſtracto numero, reli qua uero defono numerato,
unitas enim de qua hoc textu loquitur, non est ſubiectum in Arithmetica,
niſiforfan in aliqua particularidemonftra tione, utin 15 ſeptimi
ElementorumEuclidis,in quibuſdam alijs des monſtrationibus trium librorum
Arithmeticæ Euclidis. Dico autem,ut unitas, ſubſtantia eſt, fine appoſitione,
punetum autemfubftantia poſia ta, hoc est ex appoſitione,Nicomacus,Boetius,
Tonſtallus Anglus,Lu cas Paciolus, in primis lordanus, o Euclides recte
interpretarentur huncAriſtotelis textum ſiadeſſent, quem locum obſcurant rabini
cum * ueſtra excellétia ex appoſitione nominati,heu me, in manusquorü inter
pretum incidifti Ariſtoteles? quæ hominum dementia te torquet: erant ne ſimile
hominum genus tuo tempore, ita inſipidi atque macrologia op preßi, qui Platonem,
quique te audirent, expoliati Geometricis, &dis fciplinis orbati?ut funthoc
tempore nedum iuuenes non recte imbuti lite teris, fed magis ſeneſcentes in fua,
non tua philoſophia homines, exurs gant Romani uiri, liberalibus diſciplinis
præditi, quorum bonarum are tium hereditas, negligentia pofteritatis, uerfa eft
ad extruneas nationes o inter Barbaros fruftratim etiam dilaniatur, eo locum
hunc inter pretentur. Non eget unitas ipſa;ut ſit in ſua natura,quod fit puncto
affe et a, uellined, uelalio quoppiam alieno, fed punctus, uel linea', ſeufuæ
perficies, uel etiam corpus,impoſsibile eft, quod ſit,quin pun &tus unus,
uel una ſuperficies, aut corpusunum, uel plurafint: Plura autem pun et a, eſſe
non poffunt, niſi prius punctum unum,uel unafuperficies,aut corpus unumfit,
minus igitur eft unitas, quim punétum unum, Pombaiam IN PRIMVM LIB. ipfa
uocemanifeſtum eſt.Vnitatem Arithmetica conſiderat: non ut fuum fubie &tum,
fed ut id, quod adſuum ſubie tum quodam ordine attribuia tur tanquàm pars ad
ſuum totum. Vnum pun &tum, feu lineam unam, uel etiam unum corpus Geometra,
atque stereometraconſiderans appos nit lineam,pun et um &corpus ipſum
unitati, uel illis unitatem appos nens, ex pluribusfacit fuam conſiderationem,quàm
fit illi Arithmetici, qui unitatem conſiderat abſtractiſsime, nulli
reiappoſitam. Ex hac declaratione patet id quod Ariſtoteles ait primo de anima
in principio, quòd fcientia de anima nobiliſsima, eſt, duabus de cauſis prima
ex nobi litate ſubie &ti, ſecunda ex certitudine, ex certitudine dico, non
ut quis dam inueterati in philofophia craſſa exponunt, uidelicet ex demonſtra
tionis certitudine,ſedcertior dico, quia exſubiecto ſimpliciori eft, que anima
eſt, atque minus compoſito, quàmſint ſubiecta librorum,librum de anima
precedentium, ex precedentis textus, atque huius expoſis tione id totum
colligas uelim, ex precedenti, ſi de anima, ex præfens ti autem ſi de anime
particula, loca libri de anima intelligantur. Claret etiam, ex hac noftra
interpretatione,quod Mathematicæ diſcipline non ideo dicendæfunt non ſcientia,
quia non funt circafubftantias, ut ans tiquusætate indostus quidam in hac parte,
philoſophus non erubes fcitaſſerere', ofequaces,quia illas inquit merito
dicendasſcientias los quitur, quæ tantum circa fubftantiasfunt; non autem que
circa accia dentia, ut funt Mathematicæ, quod apud Ariſtotelem nunquam legitur
Dico quòd Mathematice uere e in primis ſcientie, ſecundum nos et re ipfa funt,
ex fententia doétifsimi Boetij in principiofue Arithmeticæ,ubi ait, ſcientiæ
atque ſapientia uerehe funt, quæſunt circa res, quæ nunquàm mutantur, fed fua
natura femper funt,utſunt fubftantia,a quantitates; quo nammaiore auctore hec
noſtra ſentens tia corroboratur, quàm ſitipſemet Ariſtot. in hoc præexpoſito
textu ! qui in fua doctrina conftans, punctum ſubſtantiam appellit, itidem
unitatem ſubſtantiam dicit, ſi igitur fole ille ſint ſcientiæ, quæ circa
fubftantiasfunt, in primis Arithmetica atque Geometria merito (quics quid
balbitiant alij) ſcientiæ appellande nedum nomine, fed natura digna funt. Quia
tamen de mente Ariſtotelis teneo Mathematicas diſciplinas, non eſſe ſcientias,
non ob id, quia de accidentibus ſint,neque ex eoquod percominunia principia
procedunt, ſed quia affectiones que in ipſis con cluduntur, non
perdemonſtrationem, quemfyllogifmum ſcientialem Ariſtoteles uocat, concluduntur
ut declaratum fuit textu nonageſia men, mo POSTERIORVM ARIST. moquarto,merito
ſcientia non funt, ſiſcrupulofa indagine ſcientiæ not men indagari, quis uelit.
TEX. CXII. ALIAS XLIII. 3 EYE per fenfum eft ſcire id, Exemplis duobus. Altero
Geometrico reliquo, Vero Aſtro Nnomico, declarat Ariſtoteles, ſi enim ſenſus
uifus uideret id, quod intellefius percipit fecunda par te
trigeſimæſecundeprimi Elementorum,quód trian gulus. uidelicet, habet tres
duobus rellis pares, non tamen propterea uidens illud diceretur fciens, fed ut
fciensfieret ad huc demonſtrationem quereret,o huius rationem reddit dicens,
necef= feenimquidem eſt ſentireſingulariter, ſcientia autem eſt in cognoſcen=
douniuerfale, unde eſi ſupra Lunam eſſentus, utputa inſupremo orbe defferente
augem Lune, uel in orbe defférente caput draconis,uel etiam in cælo Mercurij,
uideremus Lunam ingredi umbram terra, e par timenftruum non propter hoc
diceremur fcientes, quia illud, quod uiá deretur,effet ſingulare, &cum
ſcientia ſit circa uniuerſale diſcurrene do, o per intellectionem ipſius
uniuerfalis, ſequitur, quod per ſenſum non eft fcire. Aliter etiam exponaturſic,
ut ſi eſſemusſuper planetum, qua Luna est, &in illa parte planete que
terram, et centrum uniuerſi confpicit, &foc'es noſtra uerſus idem centrum
mundi,quod.eſtterre cen trum ſentiremusquidem per ſenſum uifus, quòd deficeret
Lund tunc, fed non propter quidomnino,quiaſenſus non plures percipit ecclipſes
ſimul neque actu,neque potentia,fed unam tantum,necobid tumen ſcientes dice
remur, non enim uniuerfalis est ſenfus, fed particularis ut ait, ex conſi
deratione multotiesaccidente univerſale uenantes demonſtrationem ha bemus, non
ſecludit hoc loco Ariſtoteles ſcientiam de purticularibus, ut Tex. iij. fuit
determinatum, fed ita intelligas, quod ſenſus eft tantum particularium,
intellectus autem utriuſque, Sunt tamen quædam reducta ad fenfus defeétum in
propofitis et c. · In hac particula huius textus, idem perſuadet diuerſo
exemplo, quòd. videlicet neque per ſenſum eſt ſcire, in prima huius textus
particulas Exemplum attulit in phænomena eGeometria, in hac autem particula
exemplum est in perſpectiua, eft etiam quoddam aliud diuerfum, quia
precedensexemplumeft,de unica wſingulari eclypſi. In hac auten pars N IN PRIM
VM LIB. ticula exemplum præbet de multis illuminationibus faétis per uitra pera
forata, ſiue foraminailla ſint pori uitrorum, feu etiam foramina ſint ma
gna,artificio quodam facta, que fenfusuifus in multis uitris confpiciens,
compertum haberet, &manifeſtum eſſet, et propter quid illuminat, id
eft,propter,quid illuminationes multæ fierent,quoniam, ut inquit,uis deremus
quid ſeparatum in unoquoque uitro, id est foramina multa, per qua
radijtranſeuntes illuminationes multe fierent in pariete e re gione collocato,
uel in pauimento domus,quapropterſi plures eclypſes ſimul perciperet fenfus
uifus,quodtamenfierinequit, &uideret etiam hoc euenire ex obiectu terræ
inter Solem of Lunam, illud de Luna ex emplum nullo modo diuerfum eſſet ab iſto
de uitris perforatis, niſi quod alterum in Phænomena, reliquum eſſet in
perſpectiua; Ne.credas tam men propter multas irradiationes a uiſu
ſimulperſpectas, Q uiſis etiam fingulis foraminibusſimul, uel poris in uitris
per quos radiationes fica rent, quòd quis ob id diceretur fciens,ſed ex his
fingularibusfenfu pera ceptis unum uniuerfale intellectus
intelligens,deeo.fcientiam generaret qua poftea merito quis diceretur fciens,
illud autem uniuerfale non cola ligebatur, ab intellectu ex unica tantum
eclypſi uiſa, fed ex pluribus die uerſis temporibusobſeruatis,Ex hoc loco
habetur quod non est ſatisad demonſtrationem habere propter quid., niſi propter
quid habeatur, per difcurfum (fenſus autem non difcurit ) ab uniuerſalibus ad
minus uniuer ſalia, ſenſusenim percipiebat quod multæ illuminationes propter
multa foramina fiebant, nulla tamen erat ibu demonſtratio. TEXTVS CXIIII. IRCA
Textus particulam illam, Aut æquale maius, autminus, Scire eſt, quod primi Elea
mentorum eſt conceptio animi apudEuclidem, ut fi una quantitas comparetur ad
aliam eiufdem genes ris, aut erit ei æqualis, aut eadem maior, uel e46 dem
minor, ut quatuor, ad quatuor, uel ad tria, aut ad quinque,ſi comparentur,
fieri nequit, quod eadem quantitas qus tuor,ad quantitatem unam di &tarum
comparata, fit æqualis, a maior minoreadem,statim enim fequitur
contradictio,fedfi ad diuerfas quan titates comparetur, verumquidein poteft
effe, quòd unaſit maior emi nor et equalis,ſi non ad unicam tantum, fedfi ad
plures fit comparata, POSTERIORVM ARIST P TEX. CX V. ARTIC VI. A huius Textu,
Neque omnium. uerorum principia funt eadem, neque con ueniunt,ut unitates
punétis non conueniūt, læ quidem enim non habent poſitionein,illa autem habent,
Deappoſitione in punétis, eo pacto intelligas, ut tex.108 declaraui. Exemplo
enim loqui tur de principijs,non quidem ex quibus inferatur conclufio, fed ex
qui dus compoſitumfit, quia ex unitatibus pluribus ſimul coaceruatis com
ponitur numerus, ex pluribusautem punctis non componitur quippiam ut terminaui
tex. xix.huius, ſimpliciores ob idfunt ipſe unitates, que funt numerorum
principia, quamfint puncta,que lineas terminant, uni tas enim,uel etiam
unitates non ſupponunt punétum,uel punéta,punétus 'tamen uel puncta eſſe non
poſſunt, quin uel punctum unum,uel plura pun et ta fint,non igiturconueniunt
inter fe propter appoſitionem unitatis pñ to appoſite, wepropter non
appoſitionem, puncti ipſi unitati, unitas enim non ideo unitus est, propter
unum punétū,ſicutpunctum unum eſt, propter unitatis appofitionem, ®ultra ait,
quòd diuerſafuntgenere, ille enim in diſcreta, hecuero in continua
conſiderantur quantitate: TEX. CXX. ALIAS XLIIII. VONIA'M autem idein
multipliciter dicitur eft autem, ut non commenfurabilein enim eſſe diametrum
uere opinari inconueniens eſt, ſed quia diameter (circa quam ſunt opi. niones)
idem, fic eiufdem eſt, ſed quod quid erat eſſe unicuique,ſecundum rationem non
eſt idem, Circa eandemdiametrum ſcientia poteſt eſſe, opinio per media tamen
diuerſa, falfam quidem opinionem habet ille qui diametrum commenſurabilem coſte
eſſe ſentiet, ueram autem obtinebit ille qui Eucli dis demonftrationibus
inftrúctus diametrum inconmenſurabilem coſte efje protulerit in qua re tex: 1x.
huius determinatum et demonſtratum fuit, quod ipſe diameter incommenſurabilis
eſt ipſi coſte,aliter enin, par numerus, impar effet, Circa idem igitur
contingit diuerſitas, feu idem multipliciter dicitur, ut quòd diameter ſit
commenfurabilis &inz commenfurabilis cofta. Nij IN SECVNDVM LIBRVM
POSTERIORVM ARISTOTELIS, PRESBITER PETRVS CATHENA: V ENETV S. 3 TEX T VS II ALIAS I. TEATRI V M enim utrum
hoc infit, aut hoc, quærimus in nume rumponentes,ut utrum deffi ciat Sol, uel
non, ipſuin quia quærimus. Luna enim defficit in ſe a lumine, a patitur
menſtruum, propter interpoſitam terram diame traliter inter Solem u Lunam, Sol
autem non defficit lumine unquam in ſe, fed tantum non illuminat, quana do in
capite uel cauda draconis res peritur fimul cum Luna hoc quidem prouenit, ex eo
quod inter afpes Eum noſtrum o corpus folare interponitur Lund, quæ cum ſit
core pus denfum, coppacum magis quàm alia pars fui orbis impedit fo lares
radios, enon finit eos ad afpe&tum nostrum protellari. Dubita tur circa id
quod fuit di&tum paruin ante,o quód fæpißimeait Ariſtote les, præfertim in
ſequentibus,ufque ad textum nonum an Luna defficiat penitus lumine, quando
patitur menftruum, quod eſt querere,an Luna habeat aliquod lumen àfe, uelſi non
àfe, an conſeruet lumen in ſe imbis bitum tamen à Sole, utfomniat Aueroes,
propterea quod, quandotota eclypfatur uidetur non nihilhabere luminis, apparere
fubnigra, etiam apparet uideri eius rotunditas extra plenilunium, ad quod
reſõſio abſolutißimafit,quod Luna nullum habet lumen,niſi à Sole ſecundoquod
non imbibit lumen, quemadmodum ſpongia liquorem aquæum, cauſaaus të
apparitionis luminis tempore eclypſis, uelfuæ rotunditatis antequam POSTERIOR V
MARIS T. fit in oppoſitione Solis eft, quă ſtatim declarabo quibuſdam paucis
pres intellectis, cum ipſa ſint corpus denfum &politum quemadmodum cæte ra
fydera, radijſolaresquifortes ſunt, cuin ad ipfam pertingunt non talentes ultra
penetrare propter denſitatem ad terram reuerberantur, Tempore autem eclypſis,
radij ſolares impediti a terre occurſu nõ attın gunt lunam, ſed tunc radij
aliorum fyderum, qui debiliores ſuntſolaribus radijs, pertingunt corpus lunare,
&fua tenui uirtute Lunam illuftrat, ob id Luna uidetur habere nõ nihil
luminis tempore ſuæ eclypſis, et pro pter hanc eandem caufam dicatur quod eius
rotunditas apparet citra ple nilunium. TEXT VS I x. + 1 1 + VID conſonantia,
ratio numerorü,in acu to et graui, et propter quid conſonat acue tum graui,
propter id, quòd rationem has bent numerorum graue et acutum, utrum eſt
conſonare acutum et graue, utrum ſit in numeris ratio corum,accipientes autem
quia eſt, quid igitur eſt ratio querimus. inter ea quæ elucidan da funt in hoc
textu, idin primis occurrit, notatu dignum; graue enim Cum motum fuerit, citius
ad quietem redit quam leue æquali pulſumo tüm, Aliud etiam eft animaduerſione
dignum hic notandum quòd neruus cumpellitur ininftrumentis non unumfolummodo
ſonum efficere ſedmul tos, quiquidem multi à feinuicem distinti non
percipiuntur, ut diſtins Eti, propter celeritatein unius poſt alium, Exemplum
præberem de Tur bone,uiride, aut rubra linea lineato,qui propter celerem
motumtotus ui deretur uiridis, aut rubcus, ſunt igiturmulti foni à grsui corda
effceti ad quos, fi foni illi, qui leuiori neruo procreatifunt,comparentur has
beanto ad illos ratione, ut quatuor ad tria,tūc diateſſaron cõfonantiaria
minimam efficient, fi ueroeam quæ eſt nouem adſex diapente, odiapaf fon fi
illam efficient, quæ quatuor ad duo, que concinentie, cum ſint ſimplices;
exipſis aliæ que compoſitæ funt generantur,tanquam ex ſuis proximis elementis,
ut eft diapentediapaffon,o biſdiapaſſon, quæ ome nia ex Boetio clara habentur,
o ſibi do toresqui Calepino student, in declaratione Ariſtotelis hec gratis
prætereant, Alia exempla à tertio textu uſque ad undecimum,que Ariſtoteles
præbetfua Palade in mathea 1 IN SECVNDVM
Ľ IB maticis, quæ quiaaliàs in præcedétibus dilucidata per mefuerunt,nunc
conſulto pretereo, fed quæ di&ta funtfuper hoc textu non plane ſatisfae
ciunt nostre menti,ubi enim nonfuerintplures pulfus ad pa uciores com parati,
ut in humand uoce, căcinentia quidem reperitur inter re, ala licet nõ niſi
ſingula,&fingula uox emittatur,non igitur interfonos paus ciores tantum, eu
plures concinentia, ſed primo inter graue ego acutum reperitur, quæ autein
uocum diftantia inter ſe reperiatur, ut debita; fiat concinentia, tum ex
hominum ufu ab inſtrumentis accepto, cumetiä per ea que Boetius tractat
manifeſtum est, ſed'in dubium occurrit illud, quod muſicifaciunt, quando fuper
breuem ſillabam, plus temporis cona ſummunt, quim par ſit, eſuperfillabam
longam, breui temporis notu la festinant, ita ut ea,quæ naturaſunt breues,
fiant longe, &quæ longe ſuntſillabæ,breuesfiant, ſic ut'nonmodesta
&doctaſit ipfa muſica, fed Barbara o contra ufum loquendi appareat, Ad quod
dico, ſequen tia dubia quæ funt,an concinentia proueniat ex mouente, ut
Aristoteles in libris degeneratione animalium, uel ex motis rebus, ut in
rethoricis, an exnumeratis pulſibus, ut hoc textů tangit, quòd in nostris
fragmens tis logicis hæc omnia clarafient, fed pro declaratione littera, huius
tex tus,uideturexpoſitio feciſſe fatis. TEXTVS XIX. ¿ ALIAS II: MPLIvs omnis demonſtratio
aliquid de aliquo demonſtrat, ut quia eſt, aut non eft, in deffinitione autem
nihil alterum de altero prædicatur, ut neque animal de bis pede,neque hoc de
animali,neque de plano figura, non eniin planum figura eſt, neque figura planum
eft. Euclides póst quam deffinitionem plani dederit in primoElementoruin
deffinitione quinta, ſtatim de angulis planis, e de fiquris planis adiecit
deffinitiones, que figure ideo planæ dicuntur, quia in plano picte ſunt,feu
quia in ſuperficie plana ſunt deſcripte, fi gura plana, hefunt due particulæ
deffinitionis, quarum altera deals tera non predicatur, quia id quod planum, et
id que in plano figura fit, 11on idem eft, demonſtratio uero cõcludit, quia eft
hoc de hoc, ut de trian gulo, quod tres duobus rectis equales habeat, et q
latus trigoni, quod fubtendien maiori angulo, nõ eft minies lateri fubtenſo
minori angulo. POSTERIORVM ARIST. TEXTVS XLIX ALIAS X I. V ANIFEST VM eft autem
et fic, propter quid rectus eſt, qui in ſemicirculo eft, quo exiftente rectus
eft,fit igitur rectus in quo a, inediun duorum rectorü in quob, qui eft in
feinicirculo in quo c, eius igitur, quod eſt a rectum inelle c, qui eſtin ſemi
circulo caufa eft b, hic quidem ipfi a æqualis eft, c autem ipſi b, duorum enim
rectorum dimidium eft b, igitur exia ſtente dimidio diiorum rectorum a, ineſt
ipſi c, hoc autem erat in ſemicirculo rectum eſſe. Euclides xxx tertij uniuerſa
lius proponit id, quod Ariſt. hoc loco ait magis contracte, ut ſecundum
Ariſtotelem conſtruatur fic, ſit ſemicirculus a b d cuiuscentrum c, quo
perpendicularis excitetur per undecimā primi Elementorum cd, ſecans arcum a b
in puncto d, à quo, duæ lineæ protrahantur ad ter minos diametri dia,db,
ſequiturper quintam primi angului a dc, bdc effe medietates reéti,quæ
ſimulmedietates additæ faciunt angų lum a d bre&tum,ficut duæ unitates bi
narium numerum, quia tamē non uide tur quòd philofophus particulariter proponat
id, quod uniuerfaliter Eucli des docet, ut uidelicet quod perpendi çularis à
puncto c excitetur, &quòd folus angulus,qui fit in puncto de deter minato,
ubi perpendicularis ſecat ar cum, re et tus ſit, licet illa due medietates
formaliter ſint unius re &ti, fina gulađ; dimidium refti, quæ pro materia
recti accipiuntur, ficut due uni tates materia numeri binarij, Ideo aliter
declaro et litteræ philoſoa phi magis cohærebit non in figura præfcripta,ſit
angulus rectus a datus, b autemfit medietas duorum rectorum, c uero in
ſemicirculo conſtitus tus, ſit æqualis b, quæ uero uni veidēfunt æqualia inter
ſe funt æquae lia, cum autem a ſit æqualis b, quia uterqueeſt medietas duorum
res. et orum, or ſimiliter c qui in ſemicirculo eſt ſit eidem b æqualis, c ipfi
a equalis erit, a quippe rectus eſt ex dato igitur c, in ſemicircula
conſtitutus rectus eſt, quod propoſuit Ariſtoteles, quis ſit angulus rer IN
SECVNDVM LIB. Aus patet per deffinitionem octauam primi Elementorum, quod autem
b in quocunque puncto peripherie femicirculi fit medietas duorum rectos rum,
patet per trigeſimam tertij Elementorum, quodetiam omnis alius angulus in
quocunque puncto arcus ſemicirculi fit æqualis 6, utputa 0, patet per uigeſimam
tertij Elementorum, qubi in priori expoſitione di cebatur,quòd duæ medietates
erant materia totius relti anguli, hic dica's tur,quòd illiduo partiales anguli
b, ſunt materia torius anguli recti, fic ut demonftretur, quod angulus, qui in
ſemicirculo conſtitutus, eſt re ctus, per materialem caufam, quæ materialis
caufa, ſunt iple partes recti anguli ipſum integrantes. TEXTVS LIII. ONTINGIT
autem idein et gratia alicuius eſſe, et ex neceſsitate, ut propter quid pe
netrat laternam lumen, etenim ex neceſsitas te pertranſit, quod in parua eft
partibilius, per maiores poros fiquidein lumen fit per tranſeundo,
Minutiſsimæenimſunt; aut potius fub tiliſsime ſpecies uiſibiles ignis,quæ
propter ſubtilitatem ſuam per poros uiri in quofranguntur exeuntes clarum iter
oſtendunt, ne adlapidem pe: des offendamius, exemplum eſt in optica,inaterialis
caufa eft uitrum, fi nalis,neolfendamus; fornalis eft illa compago uitrorum,lignorumq;,
efficiens autem,eſt ipſe luterne artifex,quantum ad matheſimſpectat non eft
niſi materialis cauſa in conſideratione, o radios fractos ipfius ignis in
corpus disphinum, per quos illuminationes fiunt. TEXTVS LVI. ALIAS XII. CLIPSIS
Lunæ futura, preſens, atque prete rita,medio interpofitionis terre,
diametraliter in ter Solem et Lunam,nunc, olum, et in futurum con cluditur,
cumfuerit Luna in capite uel cauda dras conis uelprope, o ſub'nadir Solis.
SICVT POSTERIORVM ARIST. 105 TEX.LVII. ALIAS XIIII. IGVt ergo non funt puncta,
adinuicem co pulata, ticque, quæ facta ſunt, utraque enim indiuifibilia funt.
Puncta enim fiadinuicem copula rentur, statim haberetur, lineam ex pun &tis
componi quod impoßibile effe demonftratum eft in primo, textu Wdecimo octauo.
TEXTVS LX. ALIAS X VII. I co autein in plus ineſſe quæcúque, infunt quidem
unicuique uniuerfaliter, Atuero et alij,ut eft aliquid quod oinni Trinitati, in
eft fed et non Trinitati, ficut ens ineft Trini tati, ſed et non numero,
numerum quemlibet ex materia oforma conſtare nemo eft qui neſciat, aliter cnim
numerorumſpecies noneſſent numerofinitæ, potentia ueroinfis nite per unitatis
additionem, fpecies autemexgenere odifferentia con ftat, genus uero materia
differentia autemforma eft in numero, materia numeriſunt ipfæ unitates, ut in
ternario numero, tres unitates materia eft numeri ternarij,formaautem eft ipfa
Trinitas, ens inquit ineſt Trinita ti népe ternario numero,o hoc prædicatū,
ens, extra genus arithmetică eft, quod quidem ens, alijs multo diuerſis genere
à numeroconuenit. Impar uero et ineft omni Trinitati& in plus eſt. Etenin
ipſi quinario ineft, fed non extragenus, ens quidem alijs ab arithmetico genere
conuenit, imparuero nullis alijs niſi his, quæ infra arithmeticum genus
continentur cõuenire poteſt,utquinariofeptinario &alijs multis.
Huiufmodiigitur accipienda funt uſque ad hoc quouſ: que, tot accipiantur primum,
quorum unumquodque qui dem in plus ſit, omnia autem non in plus. inquit
quouſque tot dccipiantur primum, uerbum hoc, primum intelligatur ex æquo, feu
ad equate, ut tot uenetur quis particulas deffinientes,quòd non fint ſuper
abundantes, neque diminuteparticule, ſed ad idtendat, ad quod ille,qui
tetragonicum latus alicuius figuræ quærit, utin libris de anima iubet phi
bofophus. Duo præterea funt hic notanda precepta,ut unumquodquefit LO 6 IN
SECVNDVM LIB. cum non in plus, nempeunaqueque particula deffinitionis
uniuerſalior ſitdeffini to, ut animal,rationale,mortale,capaxbeatitudine, que
omnes particu ie, in hominis deffinitione ſuntpofitæ, cunaqueque uniuerſalior
eft ip sohomine, omnesautem fimul fumpte,nihilaliudnifihomo funt,Dubie tatur,
an illa, quae in Elementorum Euclidis libris deffinitiones poſite funt,
utunapromultis fimilibus excogitetur hæc,triãgulusredilineus, eft figura, plana,claufa,tribuslineis
re&tis,fit conftituta ex omnibus par ticulis deffinientibus,quarū una,et
altera,atqueſingulaſit uniuerſalior, ipſo triangulo rectilineo? Dicendum
confequenteradAriftotelem pro pter particulam illam, tribus lineis reftis,
illam non eſſe deffinitionem, fit uniuerſalior ipſo triangulo rectilineo,
quapropter ſunt ma gis dignitates appellande, quàm deffinitiones,nifidixeris,
quodAriſtote les intelligit de his particulis definientibus, quæ recto cafu, et
non oblis quo explicantur, et fic proprie dicerentur deffinitiones, que
interpreta tio qualiſcunque fit,non habetur ex Ariſtotelis littert, neque tamen
ual de difplicet. Hanc enim neceſſe eſt fubftantiam rei eſſe, ut trinitati in
cft oinni, numerus,impar, primusutroque modo, et ficut non menfurari numcro, et
licut non componi ex numeris, hæ duæ particulæ,numerus,impar,nõ patiuntur,
difficultaté,quinipſo. ternario uniuerſaliores ſint, ſed particula iſta primus
utroq; modo,decla ratur ab ipfo Arift. quod fit uniuerſalior ternario numero,propter
altes rī modorū, quonumerus primus dicatur eſſe ut unitatefola metiri poßit,
multis conuenit numeris, ut quinario, ſeptenario,atque ternario, et alijs
multis non cõponi ex numeris pariter multis cõuenit, ut ternario, qui ex
binario ounitate conſtat, ſimiliter binario,qui conſtat non ex pluribus numeris,fed
ex binis unitatibus, Ex hoc locohabeturnefcio quid contras Etius,quàm Euclides
proponat,in feptimo Elementorü deffinitione x 15, XIII, quibus ait, quod primus
numerus eſt, qui fola unitatemetie tur, Compoſitus autem eſt, qui dimetitur
alio à fe ego ab unitate numero, quo loco uidetur quòdaliud fit dimetiri numero;
&aliud numeris dia uerſis componi, ut ſeptenarius, nullo alio número ab
unitate dimetina tur eſi componatur ex diuerfis numeris,ut ex binario o
quinario,c. ex ternario &quaternario, primo enim modo aliquis poterit effe
pris inus, qui compoſitus erit fecundo modo ut-XI, 0 X111, atque alij, quos
vagu VI, VITI V Componunt nullus tamen eorum dimetia tur eorum alterum, var vi
nullo modo dimetitur XI, VIII pariter POSTERIORVM ARIST.to v nullo modo
dimetiuntur x1, cum neuter fit alicuius maioris pars, ut ex prima deffinitione
quinti, &tertia deffinitione feptimiEle.. mentorum Euclidis manifeſtum eſt,hoc
igitur loco dico, quod Ariſtotea les non loquitur fecundum Euclidis ſcitum,fed
famoſe, ut philofophoa rum quorundam aliqui, Vbifecundum Ariftotelem tam partes
aggregae tiua, que c irrationales, e integrantes dicuntur, quàm partes ali
quote,qua rationales, odimetientes, dicuntur numerum compone re, ſed ſecundum
Euclidis fcitum, non niſi partes proprie fumpte, que aliquotæfunt, numerum
componunt; quod etiam Nicomachus et Boce. tius in arithmeticis aſſentiuntur,
niſi dixeris quod etiam fecüdum Euclia dem,non omnem numerum,qui alium componit
compoſitum dimetiri, fed ubi hoc Euclides fomniet non uidi. TEXTVS LXXVIII
ALIAS XXV. ARTICVLA difficultatis ſe offert in hoc textu, quam Grecio Latini
pretereunt, Aueroes tamen magna comentatione tangit nefcioquid, fed fcopum rei
non tetigit iudicio eorü qui Ariſt.et Euclidis inſe quuntur,ueſtigis, Textus
Ioannis grāmatici etArgi lopili obfcurăt aliquo modo primo intuitu pulchram
Ariſtot.doctrinam, quam aperit textus Aucrois, ſiue Abramum, ſeu Bu, rinam
inſpexeris, ipfius Aucrois interpretes, qua Ariſtotelis doctrina ex Aueroico
textu bahita, illam poſtea ex loanne grammatico, Argi ropilo uidebis neceſſario
effluere, loannis textus ita habetur, fi uero ficut in genere, finiliter fe
habebit,ut propter quid con mutabiliter, Analogum eſt. Alia enim eit cauſa in
lineis, et in numeris, et eadem, inquantum quidem lineæ, alia eft,in quantuin
nero habens augınentun tale, eadem eſt, fic in omnibus, Argilopilus ſichabet fi
fint ut in genere, medium ha bebunt finiliter,ueluti propter quid etiam mutato
ordia oc, funilitudinein ſubeunt rationum, eft enim alia caufa in lincis, et in
numeris, atque eadem alia quidem eſt, ut linea rum rationem fubit,eadem autem,
ut tale habet incremen tum, et codem in omnibus modo; Aueroes fic habet
commentar tionc magna,li autem fuerit fecundum modum generis,eft eis. affection
IN'SECVNDVM LI B. uinum fimilitudine, uerbi gratia, cur quando permutantur:
fint proportionalia, huius cnim caufæ in lineis et numeris ſunt diuerfæ, qua
autem addit, hac ſpecie additionis, hoci modo eft una per ſe in omnibus,hoc
textu nõ minus laboris fum pſi propter uarietatem textuum, quam etiam ob id,
quod interpretes: non ita interpretari uidentur, ut textui Ariſtotelis
cohæreant fue interpretationes aut nug et potius, præter Aueroin, qui magna
come mentatione, confuſo tamen ordine dicit aliquid, faciens ad Aristotex: lis
ſententiam, non tamen aperit uerum fenfum littera Ariſtotelis Pro vera igitur
Ariſtotelis ſententia, in primisſcire debes, quod mas gnitudines ſeu continue
quantitates, &multitudines feu quantitates die ſcrete omnes, uerfantur
circa unum genus quanti, omnes enim quane titates funt, quæ antequàm
permutentur, proportionalia eſſe debent, ut affeétio hæc,permutata
proportionalitas,ſeu permutatim proportios nari, concluditur de quantitatibus
proportionalibus, ratio autem qua concluditur hoc; de lineis,
fuperficiebus,temporibus, vt corporibus, eadem de numeris concluditur, primum
demonftratur propoſitione dea cimafexta quinti Elementorum Euclidis per alia
principia, opropos ſitiones diuerſas ab his propoſitionibus &principijs,
quibus de nume ris eadem permutata proportio concluditur in feptimo Elementorum,
propoſitione decimatertia uel decimaquarta. Ecce igitur alia ratio in li
neiseft,quia diuerſa e uniuerſalior, atque per diuerſa media, à ratio: ne qua
idem de numeris concluditur, huius enim caufæ in lineis &nume ris ſunt
diuerfæ, cauſas has, eas uoco, quæ folum dant propter quid et de his cauſis,
que etiam dant eſſe, hoc loco minime intelligas uelim, quia tamen dicebam,quòd
non concludebatur hæc affe &tio,permutata pro portio niſi de
proportionalibus quantitatibus. Si modofieret queſtio, o
cauſainueftigaretur,quare quantitates dicantur proportionales, uel que nam ſint
quantitates proportionales, aut quando proportionales funt, Ariſtoteles dicit
unam eſſe cauſam in omnibus, cum difcretis tum etiam continuis, quæ eft ex
additione fimili utrobique pro cuius notitia mania feſta deffinitio ſexta
quinti Elementorum, minime negligenda eſt, oeft Quantitates quedicuntur eſſe
fecundum proportionem unam, prima ad fecundam vtertia ad quartam ſunt, quarum
prime otertiæ æques multiplices, ſecunde «quarte equemultiplicibus comparat
&, fimiles fuerint uel additione, ueldiminutione,uel æqualitate,eodem
ordinefum POSTERIORVM ARI T. 10% ple. V'nica eſt héc caufâ, ut quantitates feu
difcrete ſint, feu etiam continuefuerint,héc uidelicet fimilis
additio,ueldiminutio,feu æquatio inter equemultiplicia,hoc autem eſt.quod ait
in textu Ariſtoteles, in quantum uero habens augmentum tale, eadem eft fic in
omnibus,hac igi: tur ſpecie additionis est una pér fe caufa in omnibus. Similem
autem eſſe colorem colori, et figuram figuræ, aliam efſe alñ æquiuocum enim eft
fimile in his. Hic quis dem eſt fortaſsis ſecundum analogiam habere latera, et æquales
angulos. Figuræ rectilinee funtfimiles ex prima deffinitione fexti Elemen.quæ
habent angulos omnesæquales, es latera illosæquales angulos continentia
proportionalia,ſimilitudo igitur,non habet commus nefiguris ocoloribus, niſi
nomenclaturam, non autem rem naturam unam, in coloribus enim non concernes,
neque latera, neque angulos. Habent autem fe fic propter conſequentiam ad
inuicem caufa, et cuius caufa,& cui eſt cauſa, unumquodque tamen accipienti,
cuius eſt. cauſa, in pluseſt, utquatuor rectis æquales, qui funt extra plus
ſunt, quàm triangulus, aut quadrangulus, in omnibusautem æqualiter. Quæcunque
eniinquatuor rectis equales,qui ſuntextra,textus hicdeffétis uus eft, et mutilus
apud Ioannem Grammaticum et Argiropilum, ma. gne commentationis textus est
clarior, ſed non ad plenumfacit fatis,ut mens Ariſtotelis, fatim appareat.
Caufe illationis, ſeu conſequentie, que mutuæ funt, feinuicem inferunt pro
cuius exemplo, ad ea, quæ pri mo libro tex. xcvij. di &ta fuere
inſpiciendum eſt, oultra aduertas quod uniuerſaliuseft habere omnes angulos
extrinfecos æquales quatuor res Ais,quàm eſſe triangulum,uel quadrangulum,aut
pentagonum,uel exago num, aut quippiamtale feorfum, fi autem accipiatur fic
reétilineum est, igitur omnes anguli quiſunt extra, funt equales quatuor
re& is, oecon uerfo, fic infertur, omnes anguli quiſunt extra funt æquales
quatuor rectis,igiturid cuiusfunt anguli extrinſeci accepti, rectilineñ eft,quo
uet bo, re &tilineum, comprehenduntur nedum triangulus, quadrangulus,co
penthagonus, fed omnes figuræ re& ilinec, hoc igitur uult Ariſtoteles
quandoinquit, quod habere extrinfecos quatuor re&tis æquales, uniuer Jalius
eſt trigono, otetragono, ſi uero hec omuia accipiantur, ut in hoc uerbo,
rectilineum, omnes figure rectilineæ comprehenduntur, ajo fic hoc pacto
habentſe propter confequentiam,ut ad inuicem caufa «cu us caufa, &cui eft
caufa. ilo: CAVSAB IGITVR ILLI SVMMAB SIT ILLS LAVS QY AM LINGVA ET VNIVERSA
MENS CONCIPERE POTEST. FINISI REGISTRVM.. A B Omnes ſuntduerni. Pac. 4. lined s publicis, à publicis.
fac.4.li.6 incumbebam,abſtinere decreui..li.io laberinthos,labyrinthos.li.21
literis litteris ubique. Pd.4 li.3 comode, commode.li. 11 prefertim, præfertim
ubique. li.12cales, calles. li. 16 Ariſtoteles, Ariſtotelis. Facis li.24 age, aie. Fac. 6.li. 2 pulcra, pulchra ubique. li, z fpetie,
fpecie percubique. li. . quinnis, quinis. lin.
unis,pluribus ubique. Fac. 7 lin.6 neſcit, fcit.Fa.8 li.25
comunem,communem ubique. F2. li. 3 precedentis,precedentis ubique F &c.
li.9 affumens, afſummens ubique. li.16 ſempliciter, fimpliciter. li. 12 equales
æqualesubique. Fac.15.li.20 probation, probatione. Fa. 26 li. 26 reſumitur,
reſummitur ubique. Fd. 19.3 1 Geotrica, Geomes trica. fac. li. o quadrati,
quadrari. li. 10 e e Spoffet, effe poffet. li. 20 eeſſ;eſe. Fac. li. A poline, A polline. Pac. li. innitide tus,initatus. Fac. li. 12 fcit,ſit.fac.31.li.12
atulerunt attulerunt. fa. 3 2.li.27 manus, manu. fac. .li.7 ſilicet, ſcilicet
ubique. fuc.36.li.4 Textus, Textu. li.25. aget, et get. fac.41. li:3 2
queſtione, queſtione ubique. fac.4.3 li. 25 texu, textu.fa. li. prinus, primus. Fac.49 li.16.fue, ſua.
fac..li. induéti, induti. fac. stili. 12recte,recti. fac.53 li. 11 A'riſtelis,
Ariſtotelis.fac. li. 12 bucis, buccis ubique. li. 6 nltera, altera.
fac.54.li.2.ie, git. fac. 57 li. 24 puerost, pueros, li. 25 illeuatus, eleuatus.
fac.59 li. 7 olas, ollas. li. 3i ſimilitcr, ſimili ter. li. 3 4.innani,inani
ubique. fac. 60 li.z eubi,cubi. li.25. apolini, apollini per,, ubique.lin. 28
pret, preti.fac.61.li.14.palade,pallade, li.24 filicet, ſcilicet ubique.fac.
li. 23 rrrat, erat. fac.64. lin. 31 nos tid, notitia.fa.67 li.14
prebens,prebens.li.16.profonditate,profundis tate. fac. li. 20 queſitis, quæfitis.fa,
9.li.6.nquiinquit. fac.75 li. s. paret, pares. fac. li.16.notia.notitia. fac. 8 2.li. 13 ingnaros,
ignaros.li. 27 preciſiua, preciſiua. li. 31. preedenti,precedentiubique fac.
83. li. 8.ſcienriarum, ſcientiarum. lin. 21.chierurgia, chirurgia. fac. li. 10. neft, ineft.li. 17.angregata,
aggregata. fac. lin. pretereundum, prætereundum.fac.91.li.
10.triangu o, triangulo. li.28. redit,reddet.fac.95li,31.
eget,eget.fac.96.li.20 fequacea, fequaces. li. , balbitiant,balbutiant.fac.
104.11.18.uirum,uitrum. Et fi qua alia (que non funt pauca ) pretermiffa funt,
diligens le& tor surum colligat &mufcas abigat.Grice: “The motivation
behind my Immanuel Kant Lectures, Aspects of reason and reasoning, was to shed
light on what Catena calls ‘demostrazione potetissima’.” Grice: “The Latin
language – and the Italian language to some degree – allows for some fine inflections:
there’s potius, which when cmbined with esse, gives posse, or potere – the ‘t’
is sometimes inarticulated as a ‘d’, as in ‘poderoso’, which goes for potius.
Now, the interesting thing about potius, as Ross, and Mansel, and Aldrich and
some Italian semioticians have found out – dealing with Roman law – is that a
demonstrazione cn be ‘able’ (potis), in the positive degree. When it becomes
comparative, the demonstrazione becomes ‘dimonstratio potior’, i.e. not able,
but abler not capable, but capabler. Finally, if it’s the ablest or capablest,
it’s demostrazione potissima, or demonstratio potissima. The ‘scuola
padovana’ goes on to qualify ‘dimonstrazione potisima’ into two types,
‘dimonstrazione potissima affirmative,’ and ‘dimostrazione potisima negativa’. These are higher types of demonstration than the ‘demonstratio potior
affirmativa’ and ‘demonstratio potior negativa’.” Nome compiuto: Pietro
Catena. Petrus Catena. Petrus Cathena. Keywords: logica matematica, logica
aritmetica, logica arimmetica. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H.
P. Grice, “Grice e Catena,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Catone Maggiore – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza. Marco
Porcio Catone Voce Discussione Leggi Modifica Modifica wikitesto
Cronologia Strumenti Aspetto nascondi Testo Piccolo
Standard Grande Larghezza Standard Largo
Disambiguazione – Se stai cercando altri personaggi con lo stesso nome, vedi
Marco Porcio Catone (disambigua). Marco Porcio Catone Censore della Repubblica
romana Particolare del Patrizio Torlonia, busto identificato con Catone
il Censore Nome originale Marcus Porcius Cato Nascita Tusculum Morte Roma
Coniuge Licinia Salonia Figli Marco Porcio Catone Liciniano Marco Porcio Catone
Saloniano Gens Porcia Padre Marco Porcio Tribuno militare Questura Edilità Pretura
Consolato Censura. Ceterum censeo Carthaginem esse delendam. Per il resto
ritengo che Cartagine debba essere distrutta. (Marco Porcio Catone) Marco
Porcio C. (in latino Marcus Porcius C.; nelle epigrafi M·PORCIVS·M·F·C.;
Tusculum – Roma) è stato un filosofo, politico, generale e scrittore romano,
chiamato anche C. il Censore (C. Censor), Catone il Sapiente (Cato Sapiens),
Catone l'Antico (Cato Priscus), Catone il Vecchio per aver superato di molto
l'età media massima di vita allora a Roma o C. il Maggiore (C. Maior) per
distinguerlo dal pronipote Catone l'Uticense. Biografia Ritratto
Plutarco, autore delle Vite parallele, dà questo ritratto di Catone:
«Quanto al suo aspetto, aveva capelli rossastri e occhi azzurri, come ci rivela
l'autore di questo poco benevolo epigramma: Rosso, mordace, dagli occhi
azzurri, Persefone non accoglie Porcio in Ade neanche da morto. Fisicamente era
ben piantato; il suo corpo s'adattava a qualunque uso, era tanto robusto quanto
sano, poiché fin da giovane si applicò al lavoro manuale - saggio metodo di
vita - e partecipò a campagne militari.[1]» Origini familiari De re
rustica, Nacque a Tusculum, da un'antica famiglia plebea che si era fatta
notare per qualche servizio militare, ma che non aveva mai avuto esponenti tra
le più importanti cariche civili. Fu allevato, secondo la tradizione dei suoi
antenati latini, perché divenisse agricoltore, attività alla quale egli si
dedicò costantemente quando non fu impegnato nel servizio militare. Ma, avendo
attirato l'attenzione di Lucio Valerio Flacco, fu condotto a Roma, e divenne
successivamente questore, edile, pretore e console percorrendo tutte le tappe
del cursus honorum assieme al suo vecchio protettore; divenne infine censore. C.
è considerato il fondatore della Gens Porcia. Ebbe due mogli: la prima fu
Licinia, un'aristocratica della Gens Licinia, da cui ebbe come figlio Marco
Porcio C. Liciniano; la seconda, è Salonia, figlia di un suo liberto, sposata
in tarda età dopo la morte di Licinia, da cui ebbe Marco Porcio C. Saloniano,
nato quando il Censore aveva 80 anni. Carriera politica «I ladri di beni
privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle
ricchezze e negli onori» (Marco Porcio Catone, citato in Aulo Gellio,
Notti attiche) Prest servizio in Africa come questore con Scipione
l'Africano, ma lo abbandonò dopo un litigio a causa di presunti sperperi. S’oppone
invano all'abrogazione della lex Oppia, emanata durante la seconda guerra
punica per contenere il lusso e le spese esagerate da parte delle donne.
Comandò poi in Sardegna, dove per la prima volta mostrò la sua rigidissima
moralità pubblica, e in Spagna, che assoggettò spietatamente, guadagnando di
conseguenza la fama di trionfatore. Ricopre il ruolo di tribuno militare
nell'esercito di Manio Acilio Glabrione nella guerra contro Antioco III il
Grande di Siria, giocò un ruolo importante nella battaglia delle Termopili e
attaccando alle spalle Antioco permise la vittoria dei romani, che segnò la
fine dell'invasione seleucide della Grecia. Nel 189 a.C. condusse un processo
sia contro Scipione l'Africano sia contro il fratello Scipione l'Asiatico,
accusandoli di aver concesso dei favori personali al re di Siria Antioco III e
di aver dissipato il tesoro dello Stato. Il caso degli Scipioni consiste in uno
dei più grandi scandali della Repubblica Romana, considerando che, soprattutto
Scipione L'Africano, era considerato l'eroe della Seconda Guerra Punica.
Opera pubblica La sua reputazione di soldato era quindi consolidata; da quel
momento in poi egli preferì servire lo Stato a casa, esaminando la condotta
morale dei candidati alle cariche pubbliche e dei generali sul campo. Pur non
essendo egli personalmente coinvolto nel processo per corruzione contro gli
Scipioni (l'Africano e l'Asiatico), fu tuttavia lo spirito che animò l'attacco
contro di loro. Persino Scipione l'Africano, che si rifiutò di rispondere all'accusa,
affermando solo: "Romani, questo è il giorno in cui io sconfissi
Annibale", venendo assolto per acclamazione, trovò necessario ritirarsi,
auto-esiliandosi, nella sua villa a Liternum. L'ostilità di Porcio Catone
risaliva alla campagna d'Africa quando discusse con Scipione per l'eccessiva
distribuzione del bottino tra le truppe, e la vita sfarzosa e stravagante che
quest'ultimo conduceva. Censore Al secondo tentativo, nel 184, egli fu
eletto censore ed esercitò questa carica per quattro anni così bene che gli
venne assegnato il soprannome di Censore (anche per il suo carattere severo,
per il suo austero moralismo e per l'asprezza delle critiche rivolte da lui
contro ogni indizio di corruzione delle antiche virtù romane). Contro
l'ellenismo Catone si oppose inoltre all'ellenizzazione, ossia il diffondersi
della cultura ellenistica, che egli riteneva minacciasse di distruggere la
sobrietà dei costumi del vero romano, sostituendo l'idea di collettività con
l'esaltazione del singolo individuo. Fu nell'esercizio della carica di censore
che questa sua determinazione fu più duramente esibita e ovviamente il motivo
dal quale gli derivò il suo celebre soprannome. Revisionò con inflessibile
severità la lista dei senatori e degli equites, cacciando da ogni ordine coloro
che riteneva indegni, sia per quanto riguarda la moralità, che per la mancanza
dei requisiti economici previsti. L'espulsione di Lucio Quinzio Flaminino per
ingiustificata crudeltà, fu un esempio della sua rigida giustizia. Contro
il lusso La sua lotta contro il lusso fu assai serrata. Impose una pesante
tassa sugli abiti e gli ornamenti personali, specialmente delle donne, e sui
giovani schiavi comprati come concubini o favoriti domestici (leggi
sumptuariae). Appoggia la lex Orchia (secondo altri egli prima si oppose alla
sua introduzione, e successivamente alla sua abrogazione), la quale prescriveva
un limite al numero di ospiti in un ricevimento, e nel 169 a.C. la lex Voconia,
uno dei provvedimenti che miravano a impedire l'accumulo di un'eccessiva
ricchezza nelle mani delle donne, nei cui confronti in realtà Catone appare
quasi un nemico. Ne limitò il lusso degli abiti e dei gioielli, e si oppose al
possesso da parte della donna di denaro e ricchezza, sempre in difesa dei
valori morali della Repubblica. Con le donne di casa, mogli, figlie o schiave,
fu assai severo, fino a sfiorare talvolta la tirannia; una delle cause di
dissenso con gli Scipioni era proprio la libertà e il lusso che questi
concedevano alle loro donne. Contro i Baccanali Fu assai disgustato,
assieme a molti altri dei romani più conservatori, dalla diffusione dei riti
misterici dei Baccanali, che egli attribuì all'influenza negativa dei costumi
greci; perciò sollecitò con veemenza l'espulsione dei filosofi greci (Carneade,
Diogene lo Stoico e Critolao), che erano giunti come ambasciatori da Atene,
sulla base della pericolosa influenza delle idee diffuse da costoro.
Contro i medici Catone provava ripugnanza per i medici, che erano
principalmente greci. Ottenne il rilascio di Polibio, lo storico, e dei suoi
compagni prigionieri, chiedendo sprezzante se il Senato non avesse niente di
più importante da discutere del fatto che qualche greco dovesse morire a Roma o
nella sua terra. Era quasi ottantenne quando, secondo quanto dicono le fonti
biografiche, ebbe il suo primo contatto con la letteratura greca; anche se,
dopo aver esaminato i suoi scritti, è verosimile ritenere che possa aver avuto
un contatto con le opere greche per gran parte della sua vita. Contro
Cartagine Il suo ultimo impegno pubblico fu di spronare i suoi compatrioti
verso la terza guerra punica e la distruzione di Cartagine. È uno dei delegati
mandati a Cartagine per arbitrare tra i cartaginesi e Massinissa, re di
Numidia. La missione fu fallimentare e i commissari ritornarono a casa. Ma
Porcio Catone fu colpito dalle prove della prosperità dei cartaginesi a tal
punto da convincersi che la sicurezza di Roma dipendesse dalla distruzione
totale di Cartagine. Da quel momento egli continuò a ripetere in Senato:
«Ceterum censeo Carthaginem delendam esse.» ("Per il resto ritengo che
Cartagine debba essere distrutta."). È noto che egli ripeteva ciò alla
conclusione di ogni suo discorso. Altre attività Riguardo alle altre
questioni egli fece riparare gli acquedotti di Roma, pulire le fognature,
impedì a soggetti privati di deviare le acque pubbliche per il loro uso
personale, ordinò la demolizione di edifici che ostruivano le vie pubbliche, e
costruì la prima basilica nel Foro vicino alla Curia (Livio, Ab Urbe condita;
Plutarco, Vita di C.). Aumentò inoltre la somma dovuta allo stato dai
pubblicani per il diritto di riscuotere le tasse e allo stesso tempo diminuì il
prezzo contrattuale per la realizzazione di lavori pubblici. Morte Dalla
data della sua carica di censore alla sua morte, avvenuta nel 149 a.C. sotto il
consolato di Manio Manilio Nepote e Lucio Marcio Censorino, Porcio C. non
occupò nessun'altra carica pubblica, ma continuò a distinguersi in Senato come
tenace oppositore ad ogni nuova influenza. Solo dopo la sua morte si
iniziò la spedizione contro Cartagine, che lui aveva voluto. La visione
della società Per Porcio Catone la vita individuale era un continuo
auto-disciplinarsi, e la vita pubblica era la disciplina dei molti. Egli
riteneva il singolo pater come il principio della famiglia, e la famiglia come
il principio dello stato. Attraverso una rigida organizzazione del suo tempo
egli realizzò un'enorme quantità di opere; pretese inoltre la medesima
applicazione dai suoi dipendenti. Riconoscimenti Per i Romani stessi ci
fu poco nella sua condotta che sembrasse necessario censurare; fu sempre
rispettato e considerato come un esempio tradizionale degli antichi e più
genuini costumi romani. Nel notevole passo in cui Livio descrive il carattere
di Porcio Catone, non c'è alcuna parola di biasimo per la rigida disciplina
della sua condotta domestica. Opera letteraria Porcio Catone è tra le
principali personalità della letteratura latina arcaica: egli fu oratore,
storiografo e trattatista. Fu autore di una vasta raccolta di manuali
tecnico-pratici, con i quali intendeva difendere i valori tradizionali del mos
maiorum contro le tendenze ellenizzanti dell'aristocrazia legata al circolo
degli Scipioni, indirizzata al figlio Marco, i Libri ad Marcum filium o
Praecepta ad Marcum filium, di cui si conserva per intero soltanto il Liber de
agri cultura, in cui esamina, soprattutto, l'azienda schiavile che tanto spazio
si conquisterà poi in età imperiale. Affrontò inoltre la tematica dei valori
tradizionali romani anche in un Carmen de moribus, di cui sono ad oggi
pervenuti pochissimi frammenti. Fin dalla giovinezza si dedicò
all'attività oratoria: sul finire della Repubblica erano note ben 150 sue orazioni,
mentre attualmente sono conservati solo frammenti, di varia estensione,
riconducibili a circa ottanta orazioni diverse. Si distinguono tra esse
orationes deliberativae, ovvero discorsi pronunciati in Senato a favore o
contro una proposta di legge, e orationes iudiciales, discorsi giudiziari di
accusa o difesa. Fu inoltre autore, in vecchiaia, della prima opera
storiografica in lingua latina, le Origines, il cui argomento era la storia
romana dalla leggendaria fondazione fino al II secolo a.C. Dell'opera, pur
significativa dal punto di vista ideologico, si conservano scarsi frammenti. C.
individua nel culmine del percorso educativo la formazione di un vir bonus,
dicendi peritus (uomo di valore, esperto nel dire), espressione che sarà il
cardine del successivo modello educativo romano. L'opera letteraria di
Catone, in particolare quella storica e oratoria, fu elogiata da Cicerone, che
definì il censore primo grande oratore romano e il più degno d'essere letto.
Nella prima età imperiale, nonostante l'ideologia catoniana coincidesse in
buona parte con la politica restauratrice del mos maiorum promossa da Augusto,
l'opera di Catone fu oggetto di sempre minore interesse. Con l'affermarsi delle
tendenze arcaizzanti nel II secolo, invece, essa fu oggetto di grandi
attenzioni, seppure a carattere esclusivamente linguistico ed erudito: Gellio e
Cornelio Frontone ne tramandarono molti frammenti, e l'imperatore Adriano
dichiarò di preferirlo addirittura a Cicerone.[9] A partire dal IV secolo
iniziò a perdersi la conoscenza diretta della sua opera, con l'eccezione del
manuale sull'agricoltura. Grande diffusione ebbe invece la raccolta di proverbi
in esametri erroneamente attribuitagli, denominata Disticha Catonis (con anche
alcuni Monosticha Catonis). Edizioni Scriptores rei rusticae, Venetiis,
apud Nicolaum Ienson Contiene i De re rustica di Catone, Varrone, Columella e
Rutilio Tauro Palladio] (editio princeps). De agri cultura liber, Recognovit
Henricus Keil, Lipsiae, in aedibus B.G. Teubneri. De agri cultura, ad fidem
Florentini codicis deperditi edidit Antonius Mazzarino, Lipsiae, in aedibus
B.G. Teubneri Marci Porci C. Oratio pro Rhodiensibus. Catone, l'Oriente Greco e
gli Imprenditori Romani. Introduzione, Edizione Critica dei Frammenti,
Traduzione Ital. e Commento, a cura di Gualtiero Calboli, Bologna. Traduzioni
italiane Catone, De re rustica, con note, [Traduzione di Giuseppe Compagnoni],
Tomo I-III, Venezia, nella stamperia Palese Rustici latini volgarizzati C.,
Dell'agricoltura, Versione di Alessandro Donati, Milano, Notari, Liber de
agricoltura, Roma, Ramo editoriale degli agricoltori. L'agricoltura, a cura di
Luca Canali e Emanuele Lelli, Milano, A. Mondadori, Opere, a cura di Paolo
Cugusi e Maria Teresa Sblendorio Cugusi, 2 voll., Torino, UTET Note
Plutarco, Vita di Marco Catone, 1. ^ Velleio Patercolo, Historiae Romanae ad M.
Vinicium consulem libri duo Saltini, Storia delle scienze agrarie, vol. I,
Dalle civiltà mediterranee al Rinascimento europeo, 3ª ediz., Firenze, Nuova
Terra Antica, Cicerone, Brutus, Pontiggia - M.C. Grandi, Letteratura latina.
Storia e testi, Milano, Principato, Pontiggia - Grandi. ^ U. Avalle - M.
Maranzana, Pedagogia, vol. I, Dall'età antica al Medioevo, Torino, Paravia
Brutus. Pontiggia – Grandi Bibliografia (Per la bibliografia specifica
sul De agri cultura e sulle Origines si rimanda alle rispettive voci) L.
Alfonsi, C. il censore e l'umanesimo romano, Napoli, Macchiaroli (estr.). A.E.
Astin, Cato the Censor, Oxford, Clarendon Burckhardt, Cato der Censor, Basel,
Reinhardt Cordioli, Marco Porcio Catone il censore e il suo tempo, Bergamo,
Sestante, Corte, Catone Censore. La vita e la fortuna, Torino, Rosemberg e
Sellier (rist. Firenze, La Nuova Italia). P. Fraccaro, Sulla biografia di
Catone maggiore sino al consolato e le sue fonti, Mantova, G. Mondovì (estr.).
F. D. Gerlach, Marcus Porcius Cato der Censor, Basel, C. Schultze Marcucci,
Studio critico sulle opere di Catone il maggiore, vol. I [unico pubblicato],
Analisi delle fonti, questioni varie, Orazioni del periodo consolare e degli
anni posteriori fino alla censura, Orazioni del periodo censorio, Pisa, succ.
fratelli Nistri Marmorale, Cato maior, Catania, G. Crisafulli (II ed. Bari,
Laterza). C. Ricci, Catone nell'opposizione alla cultura greca e ai
grecheggianti. Nota, Palermo, D. Lao e S. De Luca, 1895. E.
Sciarrino, Cato the Censor and the beginnings of Latin prose. From poetic
translation to elite transcription, Columbus, Ohio State University Press,
2011. Fonti
antiche Cicerone, Cato maior de senectute Cornelio Nepote, Vita M. Porcii
Catonis Tito Livio, Ab Urbe condita, Plutarco, Vita Catonis maioris Voci
correlate Marco Porcio Catone Uticense, bisnipote Catóne, Marco Porcio, detto
il Censore, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Modifica su Wikidata Plinio Fraccaro, C., Marco Porcio, in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Catone, Marco
Porcio detto il Censore, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, 2010. Modifica su Wikidata C., Marco Pòrcio, detto il Censóre, su
sapere.it, De Agostini. Marcus Porcius Cato, su
Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Marco Porcio C., in
Diccionario biográfico español, Real Academia de la Historia. Opere di Marco
Porcio Catone, su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. Modifica su
Wikidata Opere di Marco Porcio Catone / Marco Porcio C. (altra versione), su
MLOL, Horizons Unlimited. Modifica su Wikidata (EN) Opere di Marco
Porcio Catone, su Open Library, Internet Archive. Opere di Marco Porcio Catone,
su Progetto Gutenberg. Audiolibri di Marco Porcio Catone, su LibriVox. Marco
Porcio Catone, su Goodreads. Modifica su Wikidata Marco Porcio Catone, su
Discografia nazionale della canzone italiana, Istituto centrale per i beni
sonori ed audiovisivi. Modifica su Wikidata (LA, IT) Biblioteca degli scrittori
latini con traduzione e note: M. Porcii Catonis quae supersunt opera, Venetiis
excudit Joseph Antonelli Les agronomes latins, Caton, Varron, Columelle,
Palladius, avec la traduction en français, M. Nisard (a cura di), Paris, Firmin
Didot Fréres, Historicorum Romanorum Reliquiae, Hermannus Peter (a cura di),
vol. 1, in aedibus B. G. Teubneri, Lipsiae, 1914², pagg. 55-97. M. Catonis
praeter librum de re rustica quae extant, Jordan (a cura di), Lipsiae, in
aedibus B. G. Teubneri Predecessore Fasti consulares Successore Lucio Furio
Purpureo e Marco Claudio Marcello con Lucio Valerio Flacco Publio Cornelio
Scipione II e Tiberio Sempronio Longo V · D · M Gens Porcia C. V · D · M
Plutarco Portale Antica Roma Portale Biografie Portale
Letteratura Categorie: Politici del III secolo a.C.Generali Scrittori Romani
Nati a Tusculum Morti a RomaMarco Porcio C. Agronomi romani Censori romani Consoli
repubblicani romani Porcii Storia dell'agricoltura Retori romani [altre]. Nome
compiuto: Marco Porcio Catone. Catone. Keyword: censura ed impliacatura. Refs.:
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,“Grice e Catone,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Catone: Minore – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. Marco Porcio
Catone Uticense Voce Discussione Leggi Modifica Modifica wikitesto Cronologia
Strumenti Aspetto nascondi Testo Piccolo Standard Grande Larghezza Standard
Largo Niente fonti! Questa voce o sezione sugli argomenti politici romani e
militari romani non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono
insufficienti. Puoi migliorare questa voce aggiungendo citazioni da fonti
attendibili secondo le linee guida sull'uso delle fonti. Marco Porcio Catone
Uticense Pretore della Repubblica romana Jean-Baptiste Roman e François Rude
(1832-1835), Catone Uticense legge il Fedone prima di togliersi la vita. Museo
del Louvre, Parigi. Nome originale Marcus Porcius Cato Uticensis Nascita Roma
Morte Utica Coniuge Atilia Marzia Figli Marco Porcia Gens Porcia Padre Marco
Porcio Catone Saloniano il Giovane Madre Livia Drusa Tribuno militare Questura
in Cipro Tribunato della plebe Pretura Propretura in Cipro in Sicilia 47 a.C.
in Africa Marco Porcio Catone Uticense (in latino Marcus Porcius Cato
Uticensis, detto anche Minor per distinguerlo dal suo avo Marco Porcio Catone,
detto pertanto Maior; Roma, 95 a.C. – Utica, 12 aprile 46 a.C.) è stato un
politico, militare, scrittore e triumvir monetalis romano. Se si eccettua
l'accusa, non verificata, di ebrius (ubriacone) mossagli da Gaio Giulio Cesare,
l'Uticense è descritto persino dalle fonti a lui ostili e dai suoi più aspri
nemici come una figura di somma rettitudine, incorruttibile ed imparziale,
molto scomodo per i suoi avversari. È mostrato come il campione delle prische
virtù romane per antonomasia, uomo fuori del suo tempo, citato ogni qual volta
si volevano lodare (o anche sbeffeggiare, come in Marziale) i Romani dei tempi
eroici. Seguace della filosofia stoica e celebre oratore, Catone Uticense viene
ricordato, oltre che per la sua caparbietà e tenacia, per essersi ribellato
alla presa di potere da parte del suo rivale Cesare, preferendo il suicidio
all'umiliazione di farsi graziare da Cesare e assistere alla fine dei valori
repubblicani di Roma, che aveva sempre difeso. Fu pronipote di Catone il
Censore. Biografia Origini familiari Il figlio di Marco Porcio Catone il
Censore e di Salonina, Marco Porcio Catone Saloniano, ebbe due figli, il
maggiore dei quali, Marco Saloniano il Giovane, sposò Livia, figlia di Marco
Livio Druso, console nel 112 a.C. Da questo matrimonio nacque, oltre quel
Marco, che sarà l'Uticense, Porcia. Da un precedente matrimonio di Livia con
Quinto Servilio Cepione erano nati Servilia e Quinto Servilio Cepione.
Quest'ultimo avrà una figlia anch'essa di nome Servilia. Pertanto Marco (il
futuro Uticense) e Porcia, Servilia e Quinto Servilio Cepione, erano figli
della stessa madre. Dal matrimonio di Servilia (sorellastra dell'Uticense e
amante di Gaio Giulio Cesare) con il tribuno della plebe Marco Giunio Bruto,
nascerà Marco Giunio Bruto il futuro cesaricida, che sposerà la cugina Porcia
(figlia di Catone). L'altra Servilia, nipote dell'Uticense, andrà sposa a Lucio
Licinio Lucullo e verrà da questi ripudiata per la sua scandalosa condotta. Una
menzione a parte merita la moglie dell'Uticense, Marcia, ceduta dallo stesso al
famoso oratore Ortensio, ricchissimo, e ripresa in casa dopo la morte di
quest'ultimo. Giovinezza e studi Plutarco, nella sua raccolta di biografie
intitolata Vite parallele, descrive il giovane Catone Uticense come un ragazzo
molto composto e deciso, dal carattere imperturbabile, sia nel parlare che
nelle attività fisiche. Data la sua modestia e il suo coraggio sviluppato nel
corso degli anni, Catone stava lontano da chi tentava di adularlo e si
dimostrava autoritario invece nei confronti di chi lo voleva intimidire;
tuttavia non era un tipo violento e non si lasciava sopraffare dall'ira. Sempre
secondo Plutarco, Catone non sorrideva quasi mai e si rilassava solo in
determinate occasioni. Catone Uticense durante gli anni scolastici risultava
essere molto più impacciato e duro di comprendonio rispetto ai suoi compagni,
anche se aveva una grande capacità mnemonica. Nonostante le difficoltà negli
studi, Catone li viveva molto seriamente e laboriosamente, ascoltando ed
obbedendo sempre agli insegnamenti del suo saggio e comprensivo tutore,
l'anziano Sarpedonte. Durante questo periodo, gli alleati italici di Roma
facevano di tutto per ottenere la cittadinanza romana, il che preoccupava non
poco i militari e i senatori romani. Il condottiero marso Quinto Poppedio
Silone, che alloggiava allora nella casa di Livio Druso, incitava il piccolo e
suo fratello a prendere parte, una volta diventati uomini, alla battaglia per
la cittadinanza: "Orsù, fate in modo che in favore nostro preghiate lo zio
ad adoperarsi per i nostri diritti." Il fratello di Catone, Cepione,
accettò sorridendo, mentre Catone rimase in silenzio a guardare Silone e gli
altri ospiti con disprezzo, quindi Silone lo afferrò da terra e lo avvicinò
alla finestra, minacciando che l'avrebbe ucciso facendolo cadere da lì, ma
Catone continuò a non dire niente. Silone, resosi conto che il ragazzo non
aveva nessuna paura, lo rimise giù e disse: "Quale fortuna per l'Italia
che questi è un fanciullo; poiché se fosse stato adulto credo che neppure un
voto ci sarebbe stato per noi nell'assemblea popolare"[1]. Carriera
politica Nel 72 a.C. Catone combatté come volontario nella terza guerra servile
contro Spartaco. Nel 67 a.C. venne nominato tribuno militare in Macedonia e
legato di Pompeo per la guerra contro i pirati. Fu questore nel 64 a.C. e
tribuno della plebe nel 62 a.C. Essendo tribuno designato, nel 63 a.C. ottenne
dal senato la condanna a morte per alcuni seguaci di Catilina (pena che sarà
poi eseguita dall'allora console Cicerone), in opposizione a Cesare, che
proponeva pene più miti. Quindi fu questore e propretore tra il 58 a.C. e il 56
a.C., con l'incarico di ridurre a provincia romana l'isola di Cipro sottratta
all'Egitto, pretore nel 54 a.C.. Intorno al 49 a.C. lo troviamo in Sicilia, non
si sa bene se col grado di questore o di propretore. Poco portato al
compromesso e indifferente agli interessi dei compagni di partito, quello degli
optimates, conobbe anche l'insuccesso elettorale, nel 55 a.C., anno in cui si
era candidato per la carica di pretore. Oltre che da Seneca, questo particolare
ci viene riferito da Petronio Arbitro che considera tale bocciatura cosa
disonorevole non per Catone, ma per il popolo romano. Nell'esercizio delle sue
funzioni, si oppose all'illegalità, dichiarandosi custode del mos maiorum e
delle istituzioni repubblicane, attaccando chiunque non si muovesse entro quei
limiti. Uniformò tutta la sua vita ai precetti dello Stoicismo, mostrando
grande intransigenza nei confronti di potenti autocrati e dei più spregiudicati
mestieranti della politica del tempo, non facendosi per nulla intimorire da
minacce palesi contro la sua incolumità. Contro i futuri Triumviri Si scagliò,
infatti, contro Gneo Pompeo Magno, il conquistatore della provincia d'Oriente,
al quale, opponendosi coi suoi seguaci in senato, negò il trionfo, le terre che
Pompeo stesso chiedeva per ricompensare i suoi veterani e il riconoscimento
della sistemazione che egli aveva dato ai territori sottomessi. Pompeo infatti,
nel conquistare i territori della suddetta nuova provincia era andato oltre il
suo mandato, violando la legge che prevedeva l'intervento del senato ove un
governatore di provincia si fosse spinto oltre i limiti territoriali di sua
competenza: Pompeo, nelle intenzioni di Catone, avrebbe dovuto rispondere
all'accusa di interesse privato nella sistemazione territoriale, nella nomina
di suoi clienti in posti chiave della provincia e al mantenimento, ai confini,
di re e governanti che molto probabilmente avevano sborsato ingenti somme per
essere mantenuti o posti sul trono. Si oppose anche a Marco Licinio Crasso, (il
vincitore della rivolta servile del 73 a.C., guidata da Spartaco e terminata,
nel 71 a.C., con la crocifissione di 6000 schiavi lungo la via Appia) che
chiedeva per i suoi amici, appartenenti all'ordine equestre, una parziale
restituzione di somme, da costoro versate e già incamerate dall'erario,
relative e conseguenti all'aggiudicazione delle gare d'appalto per la
riscossione delle tasse nella provincia d'Oriente; anche in questo caso
l'opposizione di Catone non lasciò spazio a ulteriori discussioni: le
trattative si erano svolte regolarmente secondo contratti letti, accettati e
sottoscritti dagli interessati; si accontentassero gli appaltatori delle
imposte di guadagnare un po' meno. Coppe di propaganda politica di Catone e
Catilina. Non meno violenta fu l'opposizione di Catone a Gaio Giulio Cesare,
(rinfocolata da animosità personali, se vogliamo credere ai pettegolezzi
riferiti da Sallustio) sia quando questi proponeva, contro i congiurati che
avevano fiancheggiato Lucio Sergio Catilina, pene alternative a quella di
morte, proposta invece con vigore da Marco Tullio Cicerone e dallo stesso
Catone, sia quando chiedeva, contestualmente al trionfo per le imprese di
Gallia, la rielezione a console per l'anno successivo. Prassi voleva, rispose
Catone, che il consolato non si potesse chiedere in absentia e che il trionfo
si potesse celebrare dopo che il comandante avesse congedato le proprie milizie:
rimproverava inoltre a Cesare l'essersi arricchito in Gallia a tal punto da
poter pagare ingenti somme per saldare i debiti dei suoi tanti amici e
fiancheggiatori, residenti in Roma: Catone, inoltre, voleva che Cesare
deponesse la carica che deteneva da otto anni illegalmente, rientrando in Roma
da privato cittadino. Su quest'atteggiamento ostile verso Cesare non si sa se e
quanto avrà potuto influire la lunghissima relazione extraconiugale tra il
conquistatore delle Gallie e Servilia, sorellastra dell'Uticense: di certo
almeno in un'occasione l'Uticense ne rimase irritatissimo. Con Cesare
diventavano tre gli scontentati, rappresentanti della fazione dei populares: a
questo punto i tre, Pompeo, Crasso e Cesare, umiliati da Catone, decidono di
stringere un patto di mutua alleanza, il cosiddetto primo triumvirato, per
impossessarsi del potere. In più di un'occasione Cicerone addebiterà
all'Uticense la responsabilità d'aver rotto, col suo rigido atteggiamento, da
stoico intransigente, la concordia ordinum, ossia quel delicato equilibrio su
cui si reggeva, ma ancora per poco, il vecchio sistema repubblicano. La svolta
pompeiana Soltanto quando, morto Crasso nella battaglia di Carre contro i
Parti, tra Cesare e Pompeo cominciano a manifestarsi gelosie e reciproci
sospetti, Catone, in un estremo tentativo di difendere le istituzioni
repubblicane, si avvicinò a Pompeo, che nel frattempo strizzava l'occhio agli
optimates in funzione anticesariana: intanto Cesare, il conquistatore delle
Gallie, varca il Rubicone, puntando con le sue legioni su Roma: Pompeo, il
senato romano e i catoniani abbandonano la città, sperando di ricongiungersi
alle legioni anticesariane delle province. Gli eventi precipitano, portando
allo scontro tra Cesare e Pompeo, e quando quest'ultimo, in fuga, dopo la
battaglia di Farsalo (48 a.C.), viene ucciso a tradimento in Egitto, per ordine
del quattordicenne faraone Tolomeo XIII, fratello di Cleopatra, per Catone e i
suoi seguaci, incalzati dalle legioni di Cesare, non rimane che tentare un'estrema
resistenza nelle Province. La più sicura di esse era la Numidia, governata
all'epoca dal re Giuba I, anticesariano e protettore dei catoniani, già
distintosi per aver inferto gravi sconfitte all'avversario, ma prossimo anche
lui alla capitolazione, avvenuta nella battaglia di Tapso, e al suicidio (46
a.C.). Le milizie cesariane puntano ora su Utica, dove sono arroccati i
Catoniani e dove si consuma l'estremo sacrificio di Catone. Vita privata Catone
ebbe due mogli. La prima fu Atilia, figlia di Caio Atilio Serranus, sposata nel
73 a.C., da cui ebbe il figlio Marco, morto a Filippi nel 42 a.C., e la figlia
Porcia, che sposò Bruto. Da Atilia, Catone divorziò nel 63 a.C. per adulterio.
La seconda moglie di Catone fu Marzia, che venne da questo "data in
prestito" a Quinto Ortensio. Dopo la scomparsa di questo secondo marito
ella però tornò dal primo, divenendo un simbolo di fedeltà coniugale, citato da
numerosi autori, da Lucano a Dante Alighieri. La fine La morte di Catone,
nell'interpretazione dell'artista francese Bouillon. Morto Pompeo, Catone
raggiunse Utica con un contingente forte di ben diecimila legionari, con i
quali era riuscito a percorrere ben 2253 km (da Arsinoe in Cirenaica a Utica)
in condizioni estreme e in poco meno di quattro mesi. A Utica i suoi fautori,
in un primo tempo decisi a difendersi con il favore degli abitanti, si
perdettero d'animo e cominciarono a parlare di arrendersi a Cesare. Catone non
voleva abbassarsi a chiedere grazia; perciò diede a coloro che volevano partire
i mezzi per il viaggio, pranzò con tranquillità, trascorse le ultime ore in
discussioni filosofiche e nella lettura di alcuni passi del Fedone di Platone,
ovvero il libro che parla della sopravvivenza dell'anima dopo la morte, poi si
trafisse con la spada il ventre dopo aver letto il libro per l'intera nottata,
esclamando: «Virtù, non sei che una parola». Accorsi, i suoi amici gli
fasciarono la ferita, ma egli, strappate le bende, volle morire infierendo
nervosamente contro i suoi visceri. Per lui, stoico, la morte non era un male
ma uno strumento di liberazione, dal momento che ogni altra via era preclusa. È
per questo che Dante nel Purgatorio lo sceglie, pur suicida, come esempio di
libero arbitrio, dono di Dio. Si disse che Cesare avesse parole di ammirazione
per questo suo ostinato avversario; ma quando Cicerone, Bruto e Fabio Gallo
scrissero per esaltare la virtù e la preveggenza di Catone, Cesare rispose con
gli Anticatones, due libelli polemici diretti a confutare l'esaltazione
dell'Uticense, presentato dai suoi amici come martire della libertà
repubblicana, dal tono volutamente denigratorio (anche in base a motivi di
rancore personale poiché una figlia di Catone, Porcia, era appena diventata
moglie di Bruto suscitando scandalo). Opere letterarie La morte di Catone
l'Uticense, nell'opera di Guillaume Guillon Lethière, 1795, San Pietroburgo,
Ermitage. Alla morte di Catone, vennero pubblicate parecchie opere
commemorative, andate perdute, compreso il già citato Anticato (= Contro
Catone), scritto da Cesare in chiave ironica, per svilirne l'operato e il
ricordo. Del medesimo tenore, com'è dato capire da un passo di Svetonio, è
verosimile che fossero i rescripta Bruto de Catone (=risposte a Bruto su
Catone) dell'imperatore Augusto. Può quindi desumersi che la figura di Catone
Uticense assunse, già fin dagli anni immediatamente successivi alla sua morte,
le proporzioni di un simbolo, prima nazionale, poi universale[2]. Letteratura
classica Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della letteratura latina.
Fonte principale su Catone Uticense è la biografia di Plutarco nelle Vite
parallele che accentua i caratteri politici della sua figura e che sarà il
modello delle elaborazioni moderne del personaggio. Sulla sua azione politica
abbiamo notizie, soprattutto da Cicerone (Epistolario) e da Sallustio (Bellum
Catilinae), suoi contemporanei tra i più noti. L'azione politica e le imprese
di Catone sono state anche oggetto di trasposizione poetica da parte di Lucano,
nella sua Pharsalia o dir che si voglia Bellum civile che pone l'accento sulla
sua integrità morale e sulla sua eroica fedeltà ad un ideale di libertà
politica difesa fino alla morte. Lusinghieri i giudizi sulla onestà, dirittura
morale, fermezza d'opinione e coraggio messi in atto per la difesa della
legalità che si leggono in autori di ogni epoca, quali Livio, (com'è dato
supporre dalle periochae, riassunto della sua monumentale opera), Valerio
Massimo, Seneca, Tacito, Marziale, Quintiliano, Publio Papinio Stazio per
parlare dei più noti. In particolare il nome di Catone ricorre spesso in
un'opera storica, per certi aspetti singolare, meglio conosciuta come Historia
Augusta (HA), serie di biografie imperiali da Adriano a Numeriano (dal 117 al
284): esso viene evocato per elogiare imperatori "liberali", sotto i
quali, dice l'autore (o dicono gli autori, cf. il libro di S. Mazzarino
appresso indicato) "sarebbe stato felice di vivere persino Catone";
era il massimo elogio che si potesse tributare ad un imperatore. Catone, di
Giovanni Battista Langetti, 1660-1680, Ermitage, San Pietroburgo. Giudizi
sull'Uticense si leggono anche in molti autori di letteratura latina cristiana:
interessante è la posizione di Sant'Agostino che avanza più di un dubbio sulla
coerenza dell'Uticense (cf. De civitate Dei), dandone un giudizio negativo.
Fortuna letteraria e nell'arte L'Uticense viene comunemente considerato come un
grande politico, molto capace, ma soprattutto, un uomo che non avrebbe mai
abbandonato la propria libertà politica. Piuttosto di essere catturato e
arrestato, preferiva la morte per mano propria, infierendo addirittura contro
il suo corpo mentre moriva. È certamente il massimo simbolo della libertà
sociale, di pensiero e politica in assoluto, fatto ripreso da Dante Alighieri
nel Purgatorio, Canto I, ponendolo non fra i suicidi, ma a guardia del
Purgatorio. «Or ti piaccia gradir la sua venuta: libertà va cercando, ch'è sì
cara, come sa chi per lei vita rifiuta. Tu 'l sai, che non ti fu per lei amara
in Utica la morte, ove lasciasti la vesta ch'al gran dì sarà sì chiara» (Dante
Alighieri, Purgatorio, Canto I vv 70-75) In epoca medioevale l'Uticense ha
quindi una notevole importanza, come personaggio di primo piano, nella Divina
Commedia; egli, simbolo di rettitudine morale e di martire per la libertà
viene, infatti, posto, da Dante, a custodia del Purgatorio, dove giacciono le
anime che devono espiare le proprie colpe prima di poter salire al cielo.
Tuttavia, nella stessa epoca, influenzati dalla posizione già detta di
Sant'Agostino, valutano, fra gli altri, negativamente l'estremo gesto di
Catone: Tommaso d'Aquino, Remigio dei Girolami, fra' Tolomeo da Lucca, Enrico
di Gand, Vincenzo di Beauvais e nella stessa scia si colloca anche Francesco
Petrarca. La tragica fine dell'Uticense ha ispirato artisti di varie epoche,
tra i quali vanno segnalati: Pietro Metastasio, per il suo melodramma Catone in
Utica, i tragediografi Joseph Addison e Johann Gottsched, rispettivamente per
Cato e Catone morente, i pittori Guercino, Guillaume Lethière, Giovan Battista
Langetti. Di ottima fattura e inneggianti al tema della libertas si conservano
monete, che circolarono in epoca romana, con la legenda M. P. Cato e la
relativa indicazione della carica al momento ricoperta[senza fonte]. Statue e
busti marmorei o di bronzo raffiguranti l'Uticense sono custoditi nei più
importanti musei della romanità. Nel XVIII secolo, nei pressi di Frascati, sul
versante di Monte Porzio Catone, sono stati rinvenuti ruderi di una villa
romana che gli archeologi, confortati dall'autorevole parere del Winckelmann,
sostengono essere appartenuta all'Uticense. La moralità di Catone e il suo atto
estremo sono stati e continuano ad essere oggetto di appassionati studi e
dibattiti. Note ^ Ciò accadde probabilmente nel 91 a.C., quando Catone aveva
quattro anni; ad ogni modo, vista la sua educazione esemplare, è possibile che
avesse già sviluppato la propria opinione politica. L'evento è stato descritto
anche da Valerio Massimo in Factorum et dictorum memorabilium libri IX, III,
1.2. ^ Una rassegna di autori antichi, più o meno contemporanei che si
occuparono dell'Uticense, trovasi ne "Il pensiero storico classico"
di Santo Mazzarino (Laterza, Bari. Bibliografia Fonti primarie Valerio Massimo,
Factorum et dictorum memorabilium libri IX. Plutarco, Catone
il Giovane, Vite parallele. Fonti secondarie Badian, E. "M. PorciusC.and
the Annexation and Early Administration of Cyprus", Journal of Roman
Studies, Bellemore, J., "C. the Younger in the East in 66 BC",
Historia Earl, D.C. The Political Thought of Sallust, Cambridge Fantham, E.,
"Three Wise Men and the End of the Roman Republic", "Caesar
Against Liberty?", ARCA (43), 2003: 96-117. Fehrle, R. C.Uticensis,
Darmstadt, Goar, R. The Legend of C.Uticensis from the First Century BC to the
Fifth Century AD, Bruxelles, 1987. Goodman, Rob. Soni, Jimmy. Rome's Last
Citizen: The Life and Legacy of Cato, Mortal Enemy of Caesar. Gordon, H. L.
"The Eternal Triangle The Classical Journal Hughes-Hallett, Lucy. Heroes:
A History of Hero Worship, Alfred A. Knopf, New York, New York, Marin, P.
"Cato the Younger: Myth and Reality", Ph.D (unpublished), UCD, 2005
Marin, P. Blood in the Forum: The Struggle for the Roman Republic, London:
Hambledon Continuum Marin, P. The Myth of C.from Cicero to the Enlightenment
(forthcoming) Nadig, Peter. "Der jüngere C. und ambitus", in: Peter
Nadig, Ardet Ambitus, Untersuchungen zum Phänomen der Wahlbestechungen in der
römischen Republik, Peter Lang, Frankfurt am Main 1997 (Prismata VI), S. 85-94,
ISBN 3-631-31295-4 Syme, R., "A Roman Post-Mortem", Roman Papers I,
Oxford, 1979 Taylor, Lily Ross. Party Politics in the Age of Caesar, University
of California Press, Berkeley, California. Catóne, Marco
Porcio, detto Uticense, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Francesco Arnaldi e Massimo
Lenchantin De Gubernatis -, CATONE, Marco Porcio, detto Uticense, in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana C., Marco Porcio
detto Uticense, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
2010. Modifica su Wikidata Catóne, Marco Pòrcio, detto Uticénse, su sapere.it,
De Agostini. Marcus Porcius Cato, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Opere di Marco Porcio Catone Uticense, su PHI Latin Texts,
Packard Humanities Institute. Modifica su Wikidata (EN) Marco Porcio Catone
Uticense, su Goodreads. Modifica su Wikidata (EN) Traduzione in inglese del
capitolo delle Vite di Plutarco dedicato a Catone Uticense, su
penelope.uchicago.edu. Catone Uticense nella Divina Commedia, su litterator.it.
V · D · M Guerra civile romana (49-45 a.C.) V · D · M Gens Porcia C. V · D · M
Stoicismo V · D · M Plutarco V · D · M Divina Commedia Portale Antica Roma
Portale Biografie Portale Esercito romano Portale Filosofia Portale Letteratura
Categorie: Politici romani del I secolo a.C.Militari romaniScrittori
romaniMilitari del I secolo a.C.Scrittori del I secolo a.C.Nati nel 95
a.C.Morti nel 46 a.C.Morti il 12 aprileNati a Roma (città antica)Personaggi
citati nella Divina Commedia (Purgatorio)Morti per suicidioPorciiRetori
romaniStoiciTresviri monetalesMorti in Tunisia[altre]Marco Porcio C. -- M.
Porcio C. il Giovane ha come maestri due stoici, Atenodoro Cordilione -- che si
reca a visitare a Pergamo perchè lo seguisse a Roma ove lo tenne come ospite --
e Antipatro di Tiro. In Sicilia Catone Uticense conosce l’accademico
Filostrato. Nei suoi ultimi giorni in Utica, Catone Uticense ha vicino a sè lo
stoico Apollonide e il liceale Demetrio. Catone Uticense e questore e
pretore.Catone Uticense i oppose ai triumviri e nella guerra civile si schiera
con Pompeo. Dopo Tapso, Catone Uticense si reca a presidiare Utica, ove si
uccide.Catone Uticense coltiva con molto successo l’eloquenza e si compiace di
introdurre discussioni filosofiche nelle orazioni. Catone Uticense scrive anche
giambi. Cicerone chiama Catone Uticense perfettissimo stoico e nel "De
finibus" gli assegna l'esposizione delle dottrine etiche di quella scuola
di cui aveva studiato intensamente le opere. A statesman
and a philosopher, he studied the philosophy of the Porch. He was a pupil of
Antipater of Tyre and later befriended Apollonides and Demetrius the
Peripatetic, and looked after Athenodorus Cordylion. A staunch republican, he
committed suicide when he believed the ultimate victory of Giulio Cesare in the
civil war was inevitable. He was much admired by Cicerone and many regarded him
as an embodiment of traditional Roman values, just as his great-grandfather, C.
the Censor, had been before him. C. A TRAGEDY BY ADDISON. C. TRAGEDIA DEL
SIGNORE ADDISON.. Addison, Salvini C. Ut xAGEDY BY ADDISON. C. TRAGEDIA DEL
SIGNORE ADDISON TRADOTTA DA SALVINI GENTILUOMO FIORENTINO IN FIRENZE. Nella
Stamperia di Michele Neftenus . Con \UM Stftr. A iattanza di Battiano Scaletti.
Catoni autem quum ìncredibilem trihuijjet Na* tura gravitatevi, eamque ipfe
perpetua con [tanna roboravìjjet, femperquc in propth Jtto fufceptoqut confili*
permanfijfet, tnoriutidum potim, quam tyranni vultus afpiciendui fuit. Cic.de
Officlib. x.cap.jn ALL' ILLUSTRISSIMO SIGNORE &c. Enrico Mylord Colerane.
iBajtrifàm Signore E molte bbbligazioni, che io protetto alla gentilezza di VS.
Illuftriflìma, e la fperienza avuta da' primi Letterati di emetta Città del fuo
profondo fapere, già predicato dalla Fama, ed ammirato da i etti elfi per mezzo
della fua dotta convenzione, mi fpirano un umile ardire di dedicarle la celebre
Traduzione della infìgne Inglefe Tragedia del C., che addio efee di nuovo col
fuo fteflò Originale alla luce; ficuro che Ella 1' accetterà di buon animo,
come fuole, eftimatore giu- ftiifimo, doverofamente incontrare tutte le buone e
belle opere degl' in- gegni più follevati, e come prove- niente da chi fi
pregia d* effere Di VS. Illuftrifsima Ewotiffino e Obbligai iffmo Servitù?
Baftiano Scaletti . BE- C 5 difperando il SigMuUin di poter venire felicemente
a capo nella intra- prefa verfione, lafcio Ubero il campo ad altro fpirito 9 o
più ardito o più attivo del fm > cui più agevolmente potejfe fot tire quefta
nobile impre- fa . Frattanto pero > perche il Tubblico non re- ftajfe a fatto
privo della lettura di qucfto inge- gnofiffimo componimento, il fiprannominato
Sig. Boyer fi contento di pubblicare la fua verfione in in profa, impreffa . 10
Londra per Air. Giacomo Toh fon : della quale, quantunque fedele, perocché
priva della fua naturale armo- nio/a bellezza, poffiamo dir giallamente, cta
e/- /# è mancante del fuo più chiaro fpleudore. Quefle d'ufi citila pero di non
esprimere felice- mente i [entimemi più vivaci e gagliardi degli fr ameri
liuguàggi, in qualunque maniera fi fie- no rapprefentati, non le pruova
certamente il no (irò Tofcano Idioma, // quale > giù a la f rafie del noftro
celebraùjftmo Carlo Dati di dolcezza e di eleganza non cede al ftcuro ad alcuna
delle lingue vive, e colle morte più cele- „ tri contende di parità, e forfè
afpira alla 5 > maggioranza : fe pure non vogliamo dire af- filatamente col
Cavaliere Lionardo Salvi ati $ che ficcome la lingua Latina ha dolcezza mino-
re, che la Greca non ha; così nella nojlra, non ritrovando fi quella pronunzia
difficultofa efpia- cevole, che nella Greca fi trova, accagionatagli dagli
accoppiamenti multiplici delle confonanti, j quali comunemente rendono
a/prezza; n£ no* Siri vocaboli, come in quella addiviene, quefta durezza non e
che rade volte 0 non mai . Ala non efendo, queffo. luogo qppropofito per
difcorr rere rere difufamente delle lodi del noftro volgare Idioma, e
particolarmente per effere (lata que- fi a materia trattata con tanta
aggiuflatezza, con tanto gufto e di fornimento non folo dà* fo- pr -accennati
chiarirmi autori, ma inoltre cora dal Varchi, dal Bu orti watt ci, e da altri,
che niente più; mi riftrignerò a dir brevemente quanto appartiene a quefla
prefente Tragedia: cui fe non ha goduto la bella forte di e fere (la- ta
trapiantata felicemente nel? Idioma Franze- fe> renduto per altro oramai qua
fi che neceffa- rio air wtiverfale letteratura; la ha ben ritro- vata nel no
Uro linguaggio per la fu a maravi- glia efpreffione y fecondità, e dolcezza.
Vin* figne w flro e non mai abbaflanza lodato Abate \Anton Maria Salvini,
quegli „ che d' alto fapere il petto pregno „ Scorre a fua voglia il dotto e
bel paefe „ Dell' alma Grecia, e cui fon lievi imprefe ^Spogliarla d' ogni fuo
più caro pegno; ( come di lui con aurea Tofana eloquenza can- to P inclito
Segretario della Reale %A ce ad ernia di Frància, P cibate Regnier Des-31arais,
) tratto dalla fama di queflo nobiHfimo componi- vi eutO) e dejiderofo di
contemplarne neff Origi+ 1 t naie naie le fue rare bel Uzze, (limo lene
rivoltare tutto il fuo (ìndio a riajjumere P Inglefe Idioma, da e/lo può a quel
tempo traforato : lo che nel breve giro di foli due mefi, non tanto per la fua
pertinace fatica, quanto per lo metodo eti- mologico, fuo famigli ariffimo e
quaft che natura* le, in tal maniera gli venne fatto, che franca* mente P
attività penetrandone, poti con mae* jlofa franchezza tutte le difficuìta
fuperare, che nel tradurre queir Opera altrui fi erano at* tr aver fate .
Vedeva egli, come pratichi/fimo del tradurre [ avendo arricchito delle fue
{limati^ lifjime traduzioni la noSlra favella di tutte le foavi, leggiadre,
fièli mi, ed eleganti maniere, che negli immenfi tefori de' Greci Toeti fi
/lavano chiufe, e per così dire nafcofe] quanto a tal fatto ella fia capaci
fflma; maneggevole per fe medefima e fendo, e atta qual molle cera a
rapprefentar fedelmente i concetti, le parole, e le ftefe efprefioni; anzi, ciò
che ì più malage- vole, Paria ftejfa, il colore, e 7 carattere di tutte quelle
fembianze, che dagli Autori, che fi prendono a tradurre, furono impreffe nette
loro compofizioni . Contribuigli a queflo inoltre non poco la finora dolcezza
del noftro maggior ver* fi fi Tofcanó, il quale, oltre al non ejfere in fimi-
li componimenti inceppato, per così dire, e ri- ftretto dalP orpellato vincolo
delle rime, rifpon- de il più delle volte in certo modo per la fua mi fura a
una fpezie degli Jambici degli Anti- chi, i quali, come fi e detto di [opra,
/limati furono tanto proprj della Dramatica, che di niuno altro mai non fi
fervirono più facilmente tutti gli antichi Greci t Latini Poeti . Impe- gnatoli
adunque il no/Ir o Salvini nella verfione di quefta eccellente Tragedia : e sì
per la pafto- ftta della lingua y da effo tante volte in fimili congiunture
fperimentata : e sì pel maeflofo con- certo de % ver fi, in cui la traduceva, a
lei propriijfimi, quanto altri mai, felicemente venuto- ne a capo, vemie nelle
mani degli Accademici Compatiti della Citta di Livorno, da' quali nel Carnovale
dell* anno 1 7 1 4. recitata con bella maniera, e con maeflofo apparato; per la
viva- ce efprejfione, e per la fedeltà fmcerijftma fu tanto ammirata da i Sig.
Inglefi dimoranti in quel Torto, che (limolarono il medeftmo a per- metterne la
pubblicazione, fuc ceduta /' anno ap- preso in Firenze per mezzo delle Stampe
de 9 Guidacci e Franchi, con applaufo univerfale de* t * gli 3( sii )fr £/'
Intendenti deW uno e dell' altro linguaggio, mot* //* atteflano i Sig.
Giornalifti di Venezia nel loro Tomo XXll.pag.^/^. Ma per non de* rogare alP
ingenua modeflia del no/Iro chiarij/t- ino Traduttore non ini pare fuor di
propofito il ripetere in queflo luogo, e colle fue flejje parole, /'
obbligazioni che egli profeta ad alcuni nobili /piriti Inglefi, che non poco
gli conferirono a perfezionare quefta verfione; primizia, come egli la chiama,
del fuo fiudio in queW Idioma : „ E perche ( dice egli nella Prefazione al
Lettore » appo Sia alla prima edizione ) fecondo il famofo detto di Plinio eft
plenum ingenui pudo- „ ris, fateri per quos profeceris; non debbo „ non
confeflare, molto dovere al già Inviato J9 noftro d Inghilterra, genero fo ed
ornato Ca- yy valsere y Sig. Giovanni Moles-Worth, fitto i „ cui aufpicj quefta
mia traduzione nacque, e „ al dotto Sigi Lochart, ambedue delle finezze „ della
noftra Lingua intendentifsimi . *Da quefta Verfione ne efcì toffo in Venezia un
altra, ftampata peH Coletti, della quale non fa di meftieri il parlarne, per
effere in efta in più parti travi fata la prima, troncando mol- to del r e cit
amento, sì per fervire, come dice il fuo Imprefario, al gufto moderno del
Teatro Ita- li ano, ricucendola a foli tre Atti; dovecch},come fono tutte le
antiche, ella è compofla di cinque : sì ancora per lo continuo fnervamcnto
della for- za e della energia, cagionatole dalla mutazione delle parole e de'
ver fi, folo per piacere all' orecchio del comun Topolo, che pago e contento di
quel femplice titillamento e prurito, non pe- netra addentro nel midollo e
nella foftanza del- la materia . •Ma per ritornare alla nojlra, appena ella fu
e f cita felicemente alla luce, che divenuta ra- rifjìma non fu poffibile
ritrovarne ne pure m filo efemplare per foddisfare alle continue in- ftanze,
che giornalmente da tutte le parti ne erano fatte; onde conofcendo io da gran
tempo quanto gli amatori delle lettere fojjero defide- rofi di vederne una
nuova impresone, final- mente mi fon rifoluto di farla comparire di nuo- vo
alla luce, arricchita dello (lejfo fuo Originale lnglefe. Ne perocché fieno
molti filmi quegli, che alla cognizione di quel nobil linguaggio non fi fono
per anco affacciati, giudico io, che fia per efjere alt univerfale
difaggradevole quei/o mio penfamento, potendolo almeno ciafcuno riputar- 3( xiv
)fr C. A TRAGEDY C. TRAGEDIA /7^ the So»l by tender Strokes of Arp y fig| f;i
r*//S? /Zrr G*///**, W / 7o Mankindtn cotifctous Virtue bold, Liwe oer eacb
Scene, and Be isohat tbey he bold: Tot thts the Tragic>Mnfe firfi trod the
Stage, Commanding Tears to Jlream thro euery Age; Tyrants no more the ir Savage
Nature kept, And Foes to V trtue monderà how tbey ivcft. Our Atttbor shunt by *vulgjtr Springs to mwc The Heros Glory, or the
Virgin s Love; In ptytng Love ive but our JVeaknefs show, And -wild Ambttton
isoell deferves tts ÌVoe. Here Tears shall flo-w from a more genrons
Caufe y Sucb Tears as Tatrtots shed f or dying Lawsi He bidsyour Breafts witb
Ancient Ardor rife And PROLOGO Del Sig. POPE Alma fvegliar con madri tocchi
d'arte, Erger Jo fpirto, ed emendare il cuore, Far l'uomo in fua virtù franco
ed ardito, Ch'ogni feena fi a norma di Aia vita, E s' ingegni effer ciò eh' ivi
fi mira ì Qucfto, quando da prima entrò in Teatro, Fu di Tragica Mufa il fin
fublime; Per quefto comandò, che in ciafeun tempo Le lagrime a diluvj ne
correderò. I Tiranni, non più fieri e felvaggi : E; nimici a virtù ftupiano,
come Contra lor voglia disfaceanfi in pianto. Sdegna V Autor per volgar modi
muovere Nelle femmine amor, gloria negli uomini. In donare all'amor la pietà
nottra, Non facciam che moftrar noftra fiacchezza : E fiera ambizion metta fuoi
guai. Da più nobil cagion qui feorreranno Le lagrime: tai lagrime, quai fpargono
Di Patria amanti fu fpiranti leggi. Rcfpirin voftri
petti antico ardore « Ai E flit Digitized by Google And calli forth Roman Drops
from Brtthb Eyet. Vtrtue conferà in human Sbape be drawt, What Plato Tbougbt,
and GodMe Caio Wat : No common Objetl to your Sigbt dtfplayt, Bnt wbat wttb
Pleafure Heavn tt felf furueys > A brame Man ftrttggling tn the Stormi of
Fate y And greatly falltng wttb a falli ng State ! li bile Caio giva bit little
Settate Laws, IVbat Bojom beati not in bis Country i Caufe ? li bo feet btm
aft, bnt crrviet enjry Deed t Wbobeart bim groan y and doei not witb to bleedt
E*vn when proud Cafar 'midft triumpbal Cari, The Spaili of Nat ioni, and the
Pomp of Wars,. Ignobly Vain, and impotently Great, Òbowd Rome ber C. t Figure
drawn in State 5 Ai ber dead Fatbert revrend Image paft y The Pomp wat darkend,
and tbe Day oercaft, The Trinmpb ceatd Teart gmb % d from enfry Eye; Tbe M r
orl£t great Viclor paft unbeeded by; Her Latt good Man de] e eie d Rome adord,
And bonottrd C&fart Ufi tban Catat Sword, Britaìnt attend : Be Wortb Itke
tbif approdi d, And ibow yon bave tbe Virine to be mcwd. Wttb bonejl Scorn
the firft favi d C. miewi Rome £ ftillln Roman pianto occhi Britanni. In forma
umana è qui Virtù ritratta : Quel che Platon pensò, fu il divin Cato. Non
oggetto comun fi fpiega in vifta; Ma ciò che il Gel con fuo piacer rimira. Un
uom prode, che lotta del dettino Traile temperie, c grandemente cade Mifto a
ruine di cadente Stato. Mentre dà leggi al fuo picciol Senato C., e qual mai
fcn non batte allora Nella gran caufa della Patria fua ? Chi oprar lo mira, e
non invidia l'opra? Chi miralo fpirar, nè morir brama ? Pure allora, che Cefarc
fuperbo Tra i carri trionfali, e tra le fpoglie Delle nazioni, e pompa della
guerra, Ignobil vano, e fattamente grande Moftrò a Roma del fuo Caton V imago j
Del Padre fuo la reverenda imago, Mentre ch'ella pattava, era feurata La pompa,
e'1 dì rannuvolato, e bruno: Il Trionfo ceflava :da ciafeuno Occhio fcn gian le
lagrime fgorgando; Ed il sì grande Vincitor del Mondo Pattava fenza pur etter
guardato : L* ultimo fuo prod' uom Roma adorava Abbattuta, dolente, e più la
fpada Di Caton, che di Cefare onorava. Britanni, a un merto tal donate plaufo,
E moftratevi d'efferne commoffi, Se tanto di valore ancor ci retta. Con bello
sdegno il primo C. vide ìearning Arti from G ree ce, wbom $he fubdnd Our Scene
frecarionfly fubjtfts too lovg On Frencb Transattoti y and Italtan Song. Dare to bave Senfe your fehes', AJfert tbe Stage \ Be jnttly ivartrìd
isottb your ow» Native Kage. Sue b Plays alone sbonld pleafe a Brtttsb Ear, As
Catos felf bad not dtjdaind to bear. V C. Roma da Grecia vinca apparar
l'Arti. Troppo lunga ftagion la noftra Scena Di Francia da i teatri, e dell 1
Italia Ha mendicato V umil fuo foftegno. Voftre forze provate, ed al Teatro
Voftro la fua ragion ne richiamate. Accefi fiate del nativo foco. A Britannico
orecchio, folo quelle Opre deggion piacere, che Io (ledo C. d'afcolcar non
sdegnerebbe. «3C 8 )S» L t Portius, Marcus. He Dawn isover-cafl 5
tbe Mornìng ìovSrs\ And bcavily in Clouds brings on tbe Day Tbe grcatjb* import
ant Day\big r witb tbe Fate Of tato and of Rome. Our Fatbefs Deatb Wouldfill
tip ali tbe Gtuìt ofCivil ÌVar, And clofe tbe Scene of Flood. Already C&far
Has ravaged more tban balf ebe Globe 9 and fees Mankind grown tbin by bit
definiti tue Sbordi Sbottld he go furtber > Humbcrs isoould be wanting To
form new Battelt, and fupport bis Crimet. Te Gods, wbat Hawock does Ambition
make Among your Works ! Marc. Tby fteddyTemper, Portiate Can look on Guilt,
Rebellion, Fraud, and Gufar, In tbe cairn Ligbts of mild Fbìlofopby; Tm
tortured^ e Greatìy unfortunate, he figbts the Caufe Of Honour, Virine,
Liberty, and Rome. Hts S-word nc"er fili but oh tbeGutlty Head}
Oppreffton, Tyranny, and Fowr tifar fi, Draw ali tbe Vengeanee of bis Àrm
mponem. Marc.
Wbo kn * Tofto che *J nome luo gìugne al mio orecchio 3 Farfalla al'a mia villa
fi prcfenta : Veggio calcar V infultator tiranno II laitricato campo di Romani
Cadaveri, e inzuppato in civil ftrage, E di fangue patrizio bagnate Degli
orgogliofi fuoi cavalli V unghie. Scelta maledizion non avvi, o Porzio, Nelle
armerie del CicI fulmin riporto Di non comune ira di Dio vermiglio, Ad
abbattere, a ilruggere queir uomo, Che della Patria fua lui le ruine, Erge ( oh
beati Iddii ! ) la fua grandezza? Por£ Certo, Marco, eh' è quefta empia
grandezza, E ha troppo ortor per effere invidiata. Quanto del noftro Padre i
fatti illuftri, De i mali, che *J circondan, tra le nubi, Spuntan brillanti di
più chiara luce/ Di gloria 1* incorona il Tuo (offrire. Sfortunato, maggior di
fua feiagura, Ei combatte collante per la caufa D 1 Onor, Virtute, Libertate, e
Roma. Sovra rea teda foi cadde fua fpada: L* oppreffion, la tirannia fol
traforo Sopra lor, del fuo braccio la vendetta. Marc. E chi noi *i fa ? ma che
può far C. Contr' ad un Mondo, un vile e guado Mondo, Che a Cefar piega il
collo, e corre al giogo? Di Romana grandezza ei forma indarno Pover compendio
in Urica rifpinto: E da guardie Numidiche attorniato Una ficvol Armata, ed un
Senato B 2 Voto Remnants of mìgbty Battei: fongbt tn matti. By Heavns, /ivi Virtues,jo/nd witb fucb Sttccefs } Diflratl wy very Soul
: Our Fatber s Fontine Wond almoft tempt ut to renounce bis Frecepts. Por.
Remember -wbat our Fatber oft bas told us : Tbe Ways of Heavn are dark and
intricate ^ Fu^led in Ma^es, and perplext ivttb Errors > Our Under si
andtv.g traces 'em in wain y Lofi and brwtlderd in tbe fruttlefs Searcb 5 Nor
fees ikutb bow mucb Art tbe Wtnitngs run, Nor wbere tbe reguìar Confufion ends.
Marc. Tbefe are Suggeftions of a Mind at Eafe: Ob r erti us, dtdft tbott tafle
b«t balf tbe Griefs Tbat wrtng wy Soul, tbou coudfl not talk tbus coldly.
Fajjìon unpttyd, and fuccefslefs Love, Flant Dagpers tn my Heart, and aggravate
My otber Grtefs. Were but wy Lucia hnd! Por. Tbou feeft not tbat tby Brotber is
tby Rivai: Bnt I wufl bidè ìt.for I know tby Tewper. [ afide Novj, Marcus y
»0u>, tby Vtrtues on tbe Froof: Fut fortb tby tttwofl Strengtb, >work
evry Nerve, And cali up ali thy Fatber tn tby Soul: To quell tbe Tyrant Love,
and guard tby Heart On tbts iveak Side, nvbere moft our Nature fails, Would he
a Conqucft isoortby Catos Son. Marc. Fort ìris, tbe Council wbicb I cannot taie
y Ioftead of beali ng, but npbraids wy Weaknefs. Btd me for Honour
pi unge into a iVar Of tbtchft Foety and Voto dirige, riraafuglio e avanzo
D'afpre battaglie combattute invano. Oh Ciel ! tali virtù con tai fucceflì
Confondon V Alma : la maligna forte Del noftro Padre, a' begli fuoi precetti
Quafi di rinunziarci tenterebbe. For%. Del noftro Padre ti rammenta quello Ch'
ei ci dicea fovente: che del Cielo Sono feure le vie, ed intrigate: Noftro
intelletto le rintraccia indarno, Perfo e fmarrito nella vana inchiefta. Nè
vede con quant'arte i giri vanno, Nè dell* ordin confufo il termin feorge.
Marc. Pender fon quefti d' oziofa mente. Porzio, fe la metà guftato avefli Di
quei dolor, che V alma mi trafiggono, Freddamente così non parlerefti. Paftìon
non compatita, amor fgradito PafTanmi il cuore, e gli altri duoli aggravano. Oh
fe a me fuffe Lucia pietofa ! Tor%. Non vede che '1 fratello è fuo rivale :
Uopo è eh' io il celi : il genio tuo conofeo. a parte Or, Marco, ora al cimento
è tua virtude. Prova tutta tua forza, opra ogn' ingegno, Spira nell* alma tua
tutto il tuo Padre. Vincer Y amor tiranno, e *1 cuor guardare Da quella debol
parte, ov* uom più manca, Conquida fia da figlio di C.. Marc. Porzio, il
configlio, eh' io prender non poffò, Non fana, nò, rinfaccia mia fiacchezza. Fa
che Y onor comandi di cacciarmi In guerra tra foltiflìmi nemici, E cor- D W
r*/& ou certa/ n Dcatb } Then fbalt tbou fee that Marcus is not JIo jj To
follali) Glory f and confefs bts Fathcr. Love is not to he
reafond down y or lofi In htpb Amhttton, and a Tbtrfl of Greatnefs > 'Tss
ficond Ltfc, tt grows into the Soni, Warms evry Vein y and beati in evry Fulfe
y I feel it bere : My Refolutton meltt Por. Beboldyoung ]uba, the Numidi an
Vrinceì Wtth bow mucb Care be forni s bimfelf to Glory, And breaks the
Fiercenefs of bts Native Temper To copy out our Fatber s brigbt Examplt. He
loves our Stfter Marcia, greatly lovet ber, Hts Eyes, bis Looks, bis Acltons
ali betray it : But fidi the fmotherd Fondnefs burns wttbtn bìm y When moti tt
fwells and lahours for a Veni, The Senfe of Honour and Dejire of Fame Drive the
big FaJJìcn back into htt Heart, Wbat ì fball an Afrtcan, fiali Jubas Ueir
Eeproacbgreat CatosSon, and fbo-jj the World A Virttte voantivg in a Roman
Sotti f Ma re. Fortius, no more ìyonr Words leave Stings befana* em. lVben-e %
rc did Juba, or dtd Fort in s, fhow A V ir tue that bat caji me at a Dtftance,
And tbrown me out in the Furfnitt of Honoar ì Por. Marcus, I know tby generous
Temper weli; Fling but tV Appe arance of Dtfbonour on it, Itftrait takes Fire,
and mounts iato a Bla^e. Marc. A Brothers Suff rtngs clatm a Brothers
Fity. Por. jitized E correr frettolofo a certa morte y Vedrefti alior, che
Marco non è pigro A feguir gloria, ed a ritrar dal Padre. Amor non cede, nè a
ragion, nè ad aita Ambizion, nè a fete di grandezza. Alma novella egli è della
ftefs* Alma : Scalda ogni vena, e batte in ciafcun pollo. II Tento io qui :
disfatto è il mio coraggio. for^. Mira il Giovine Giuba, di Numiviia Il
Principe, con quanta cura ci forma Se medefmoalla gloria, e la natia Fierezza
frena, a far vedere in lui Del noftro Padre il vivo illuftre efempio. La noftra
fuora Marzia egli ama, e molto L* ama : il dicon fuoi fguardi, atti, e
fembianti j Ma chiufo il fuoco pur gli arde nel petto. Quand* ei più crefce, ed
a sfogarfi a (pira, Sentimento d' onor, defio di fama Spingon la fiamma a
ritornare al cuore. Che! un Affricano, ed un di Giuba erede Rinfaccerà del gran
C. al figlio, E potrà al Mondo tutto ancor moftrare Una Virtù, che in cuor
Romano manca ? Marc. Porzio, non più : voflre parole lafciano Puntura dietro a
lor : quando mai Giuba, O Porzio ancor, mi trapaflaro tanto Nella virtudc, e
dell' onor nel corfo ? Tor^ Marco, la gencrofa indole tua Io ben ravvifo>
che fe pur sù quella, Di difonor la minima favilla Cada, ella prende fuoco, e
forge in fiamma. Marc. Vuol fraterno foffrir pietà fraterna. Por^. Il,
Or muti at lengthgvvc up the World to Cafar. Sempr. Noi ali the Pomp and
Majefly of Rome Can rat fa ber Senate more tban Catos f re fame % Hit Vtrtues
render our Affcmbly awful, Tbey ftrike ntsth fometbmg Itke religioni Fear And
make enfn Cafar trcmble at the Head OfArmies fin fa d witb Conqaeft : 0 my
Portiti, Could I but cali tbat ivondrous Man my Fatber y Woùd but t'by Sifter
Marcia he propitiont To tby Friend / Vowt : I migbt he blefad indeedi Por. Alas
! Sempronio, woud/i tbou talk of home To Marcia, wbitti ber Fatbert Lifes in
Danger ? Tbou migbift at ivell court the pale trembling Veftal, Wben fbe
beboldt the boly Fiume expiring. Sempr. The more Ifae the Wonders ofthy Race
The more Tm charm d. Tbou maft takcòeed y my Portimi Tbe World bai ali its Eyet
on Catos Som. Tby Fatbert Merit fan tbe* up to View, And fbowt tbee in tbe f
aere ft poi ut of Ltgbt, To make tby Virenti ir tby Fomiti confatemi. Por.
Welldoft tbou feem to check my Lìngring bere On tbit importuni Hour FU Jlruit
avuay, And -nobile tbe Fatbert of the Semate meet In Quefta mattina il picciol
fuo Senato [ Avanzi di Farfalia ] adunar vuole, A confuicar fe ancora ei puote
opporfi Al torrente, che in giù precipitofo Roma porta e i fuoi Dei : o pure al
fine Cedere il Mondo a Cefare. Sempr. Di C. La prefenza fol può Roman Senato
Erger non men, che maeftà di Roma. Noltra affemblea fan reverenda Tue Virtudi,
e infpiran un devoto orrore. E fanno ancora Cefare tremare Alla tefta d'
altiere vincitrici Armate: Porzio mio, oh s' io potetti Padre appellar qucnV
uom maravigliofo, E propizia la tua Sorella Marzia A i voti fu (Te dell* amico
tuo; Veracemente io mi faria beato. ?or£. Ah Sempronio, vuoi tu parlar d' amore
A Marzia, or che la vita di fuo Padre Sta in periglio ? tu puoi carezzar anco
Una Veftale pallida tremante, Che già miri fpirar la fanta fiamma. Semfr.
Quanto le meraviglie di tua ftirpe 10 feorgo, tanto più ne fon rapito. Prenditi
guardia, Porzio : il Mondo tutto Tien gli occhi fuoi fui figlio di C.. 11
merito paterno ponti in vifta, E ti moftra di luce al più bel punto, A far più
chiari tuoi vizj o virtudi. Por%. Incolpi con ragion la mia lentezza Su queft*
ora importante... Or ora io parto : E mentre i Padri del Senato fono Ci In In
clofe Belate, to iveigb tV Eventi ofJFar, TU ammcte the Soldtcrs drooptng
Courage, Wttb Lowe of Freedom, and Contempt of Life. TU tbunder tn thetr Ears their Country s Caufe ? And try to rouje up ali
tbais "Roman tn *cm. not tu Mori ah to command Succefs, But veli do more y
Scmprontus noe II deferve it. [ Exit • Sempronius folus. Cnrfe on the Stripling
! bow be Ape's bis Sire ? Rmbitioufly fententious ! But I wonder Old Sypbax
comes not j bis Numidtan Genius Is weli dtfpofed to Mtftbtef, were be prompt
And eager on it > but be muft be fpurrd, And ciìry Moment qutckr.ed to the
Courfe. C. bas ufed me 111 : He bas refufed Hts Daugbter Marcia to my ardent
Vorws. Befides, bis baffled Arms and rutned Caufe Are Barrs to my Ambition.
Cafars Favour, Tbat fboisSrs down Greatneff on bis Friends, wsll raife me To
Kome's firft Honours. If 1 give up Cato, I clatm in my Reward bis Captine
Daugbter. Bnt
Sypbax comes ! Syphax, Sempronius. Syph. Q Empronius, ali it ready, O l v w
founded my Numidi ans, Man ly Man, Ami Digitized by Google In ferrato contratto
a bilanciare Gli eventi della guerra j V abbattuto E fcorrente coraggio de*
foldati Ergerò coir amor di lìbertade, Col difprezzo di vita : al loro orecchio
Intonerò la caufa della Patria, Ciò eh 1 è Romano in lor, dettar tentando. Non
è dell* uomo i) comandar fortuna 3 Ma quel eh* è più, Sempronio, è il
meritarlo, parte Sempronio filo. Maledetto Garzon ! come fuo Padre Contraffa
egli, c 'I fentenziofo affetta ! Stupifco, che Siface ancor non viene. Il fuo
genio Numidico è ben atto Alla cattività; fufs* egli pronto; Ma d' uopo a ogni
momento egli ha dì fprone. Meco non ben Caton s* è diportato. Rifiutato ha la
fua figliuola Marzia A gli ardenti miei voti : in oltre V armi Sue abbattute e
rumata caufa Oftacol ranno all' ambizione mia. Il favore di Cefare, ed il fuo
Piover grandezza fu gli amici fuoi Alzerà me di Roma a i primi onori. S* io
tradifeo Caton, la figlia fua Sarà mio premio. Ma Siface viene. Ut Siface, e
Sempronio* Sif. Q Empronio, tutto è prefto : ho io tentati O Tutti i Numidi miei
ad uno ad uno : In And fini Vw ripe for a Remoli : Tbcy ali Complatn aloud of
Catos Dtfcipltne, And watt but the Communi to clange their Majler. Sempr.
Believe me, Sypbax, tberes no Time to wafie $ £ il vincitor s* accoda, £ campo
fopra noi prende a momenti. L* attività di Celar non conofe?, Che con tremendo
corfo Io precipita Di guerra in guerra : invan formò natura Montagne e mari a
opporli a fuo paffaggio : Ei formonca in Tua marcia, e varca tutto; SpiananG
avanti a lui Pirene ed Alpi : Per entro a i venti, e V onde, e le tempefte La
via fi fa bramofo di battaglia. Un giorno più, porrallo a noftre porte. Ma
dimmi; hai guadagnato il giovin Giuba? A Cefar ciò si ti farà più grato, E ti
farà più vantaggiofo. Stf. Ohimè ! E* perduto, Sempronio, egli è perduto. Son
tutti i fuoi pender delle virtuti Pieni di Caro... Ma io vo provare Anco una
volta [ perciocch' io V attendo Qui a momenti ] s' ancor vincer poffo Quelle m
aflìme dure ed infleflibili Di fe, d* onore, e di non so qu ai cofe, Che r
indole Numidica hangli guada, E tutta 1* alma fua tinta ed infetta. Scmpr.
Imprimigli ben ben ciafeun motivo. Se Giuba fi rcndeffe, poicrf è morto Il
Padre fuo; darebbe nelle mani A Cefar Y Affrica, c farebbel Sire Della And mah
btm Lord of balf tbe buruing Zone. Syph. Bup is it
trae, Sempronius, tbat your Settate Is calfd togetber ? Gods ! Tbou musi b'e
cauttous ! C. bas piercing Eyes, andivill dtfcern Oitr Brands, unles (bey re
cover d tbtck isoitb Art. Scmpr. Let me alone, good Sypbax, TU conceal My
Tbougbts in Fajjton ( *$$$ tbefureft *way > ) TU bello w cut for Rome and f
or my Country, And moutb at Cafar ttll I fbake tbe Settate. Tour cold
Hypocrtjjc's a ti ale Dewice y A wotm out Trick: Wonldsl tbou betbougbt in
Farne ftì Cloatb tbyfetgnd Zeal in Rage, in Ftre, in Fury ! Syph. In trotb y
tbotirt ablc to inftrutl Grey bairs, And teacb tbe wily African Deceit ! Scmpr
Once more, Le fare to try tby Skill on Jnba. Mean *wbi!e FU baslcn to my Roman
Soldiers, Infame tbe Muttny, and under band BlocJ »p tbeir Dijcontentt, tilt
tbey break out Unlocìid for, and dtf ebarge tbemfehes on C.. Remembcr, Sypbax,
we muft work in Hafle : O thrà wbat anxious Moment s pafs betwen Tbe Btrtb of
Flots 3 and tbeir laft fatai Periods. Obi *tts a dreadful Internai of Time,
Ftltd up isottb Horror ali, and big witb Deatb ! Deftrutlton bangs on c*vry
Word we fpeak, On evry Tbougbt, *till tbe concludi ng Stroke Determtncs ali,
and clofes our Dcfign. ( Exit • Syphaxfolus TU try ifyst I can reduce to
Reafon Thit «3( Della metà dell'infocata Zona. Stf. E' egli ver, Sempronio, che
'J Senato Vollro s* adunerà ? Sii ben guardingo : C. ha occhi sì acuti e
penetranti, Ch' egli fi accorgerà di noli re frodi, Se ben non fi ricuoprono
con arte. Sempr. Lafciami far, Siface : afeonder voglio Dentro la paffione i
miei penfieri. Quefla è la via la più ficura : io voglio Aito gridar per Roma e
per mia Patria Contra Cefar, Anch' io fcuota il Senato. Le fredde ipocrifie fon
moda antica, E ufato giuoco. Eflfer tu vuoi creduto Sincero ? vedi il fimulato
zelo E di rabbia, e di fuoco, e di furore. Stf Inver tu puoi infimi r vecchi
anco fcaltri, E infegnar frode all'Affocano ifteffo. Sempr, A Giuba guadagnar
tue arti impiega, Mentre al Romano efercito m' affretto A incoraggiar gli
ammutinati, e loro Odii infiammar, foffiando fottomano, Finché impenfati rompan
fopra C., Vuolfi, Siface, qui celeritade. Quanto angofeiofi padano i momenti
Fra '1 nafeer di Congiure, e '1 fin fatale ! Oh qua 1 dubbio intervallo, afpro,
e tremendo, Colmo tutto d' orror, pregno di morte ! Da ogni voce pende la
ruina, Da ogni penfier, finché P ultimo colpo Termine ponga a perigliofa
imprefa. farte. Siface foìo. Tentar vo*, s' anco pofso alla ragione D Rad- TWj
beadìlrong Youtb, andmake bìm fpurn at Cato. Tbe Ttme a
Jbort, Csfar comes rufbtng on ut Bnt boldl young Julafeet me y and approdi
bes.Juba, Syphax. Jub. O Tpbax, / joy to meet tbee thus alone. O ì ha*V*
objemed of late tby Looks are falYn y Cfcrcaft "ysottb gloomy Cares 5 and
Dtfcontent > 77>f » /f // wrf, Sypbax, / coniare tbee, w, Wbat are tbe T
bonghi tbat hit tby Brow in Frownt y And turn tbtne Eye tbus coldly on tby
Prènce ? Syph. Tèi not my Talent to conceal my Tbougbtt, • Nor carry Smtlet and
Sun-fbtne in my Face, Wben Dtfcontent fits beany at my He art. I baue not yet
fo mucb the Roman in me. Jub. Wby doji tbou caft ont facb ungenrout Termi
Againft tbe Lordi and Swreigm of tbe World ? Doft tbou not fee Mankind fall
down he f or e W, And 9 )» Il feroce deftriero, e Jo maneggia ? Chi meglio
in truppe guida gli Elefanti A ramaelt rati, carichi di guerra? Quefte fon,
Prence mio, quelle fon Farti, Per cui non cede Zama vofìra a Roma. Gtnb. Arti
d'inferior ordine fon quefte, Forza e perfezion d' o da e di nervi. Più alto
mira un'anima Romana; A formar rozzo e mal polito Mondo, E fottoporlo al freno
delle leggi, E render l'uomo all'uom mite ed amico; Con fenno e difciplina e
nobili arti Domefticar felvaggi, e ornar la vita. Tali arti fplender fan natura
umana, Riforman l'alma, e i barbari fann' uomini. S/f. O Cieli, fofferenza / d'
un uom vecchio Sia feufato il calor: quali fon quefte Mirabili arti, e Romana
vernice, E pulito contegno, che cotanto Fan domeftico l'uomo, e civilizzalo?
Buone non fon, che a mafeherar gli affetti, E dal volto feordar fare i
penfieri, E frenar la natia voga dell'alma, E romper Aio commercio colla
lingua, E in altre creature trasformarci Contra il difegno di Natura e Dio.
Ciuk Perchè tu taccia, volgi gli occhi a Cato. In lui rimira, quanto predo a
Dio Virtù Romana innalza un uom mortale. Per gli amici follecito, indulgente, A
fe fteftb fevero, il fonno niega, Il ripofo, ed il comodo, ed il Col- He
ftriues witb TbnJI and Hungcr, Toil and Heat; And wb:n bts Fortune fets before
btm ali • Tbe Bomps and Bleafures tbat bis Sortì can wifb y Hts rtgtd Vtrtne
wtll accept of none. Syph. Bcltcvc ine, Prtnce, theres not an Afri can Tbat
tra'verfes our wafi Numtdtan Dejarts In qtteft of Prey, and Iwes upon bis Bow,
Brtt better praclifes tbefe boafted Virtues. Coarje are bts Meals, tbe Fortune
of tbe Cbafe, Amtdft tbe rttnmng Stream be Jlakes bts Tbtrfl, ToiFs ali tbe
Day, and at tb' approacb of Ntgbt On tbe firft friendly Bank be tbrows btm
down, Or rejìs bts Head upon a Boti "ttll Morn : Tben rifes frefb,
pttrfues bis wonted Game, And tf tbe followtng Day be chance to fini A fiew Repafl
y or an untafled Sprtng y Bleffes bts Start y and tbtnks tt Luxury. Jub. Tby
Prejudices, Sypbax, wont dtf certi Wbat Vtrtues growfrom Ignorance and Cboice y
Nor bow tbe Hero dtffers from tbe Brute. But gtant tbat Otbers coti d witb
equal Glcry Look do cjn on Pleafuret and tbe Batts of Senfe 5 IV bere fiali we
find tbe Man tbat bears Affiitlion, Great and Majefttck in bts Griefs, ìtke C.
? Heaiins y wttbwbat Strengtb, wbat Steadtnefs ofMind, He Triumpbs in tbe mtdft
of ali bts Sujferings ì How does be rife againll a Load of Woes, And tbank tbe
Gods tbat tbrow tbe IVetgbt upon btm \ Syph. T## Bnde y tank
Bride y and Havgbttnefs of Soul; / tbink Colla fete combatte, e colla famcj
Collo ftento, col caldo : e quando ancora Tutte le pompe ed i piacer del Mondo
A contentargli l'alma s' offerì fsero, Sua rigida virtù rigctterebbegli. S/f.
Credimi, Prence: non ci è Affricano, Che varchi noftre vafte erme contrade Di
preda a inchieda, e di fuo arco viva, Che tai virtù meglio non metta in opra.
Rozzo mangiar ciò che gii da la caccia : Nel corrente rufcel traflì la fete;
Tutto il dì (tenta, e quando vien la notte Gettali filila prima amica ripa, O
fopra rupe la fua tetta pofa Infino a giorno. Pofcia frefeo ci forge A
profeguir fuo giuoco: e fe'l vegnente Giorno accade eh' ci trovi un nuovo
pafto, O fcaturire un non guftaro fonte, Dio benedice, e crede effer ciò ludo.
Ginb. La tua prevenzion quelle virtudi Da non faper prodotte, da queir altre,
Che figlie fon d' elezione umana, Nè dal bruto diftinguer fa l'eroe. Ma porto
che con egual gloria fprezzi Altri i piaceri e il lufinghevol fenfo, Dove fi
troverà mai un C. Nel fuo dolore maeftofo e grande ? Dei ! con qual fermo e
valorofo cuore Nel mezzo a i fuoi fofFriri egli trionfa, Sotto T incarco de*
fuoi guai s' innalza, £ di quel pefo ne ringrazia i Numi / Sif. Orgoglio è quefto, e Romana alterigia, / ri/ffl the Romani cali tt
Storci/m. Had aot your Royal Fatber tbougbt fi b/ghty Of Roman Virtù* y and of
Catos Caufe y He had not fui In by a Slave'; Hand inglorious : Nor would bis
slangbterd Army now baue lain On Africk's Sands, dtsfigurd iutth their Wounds,
To gorge the IFohes and Vttltures of Numtdta. Jub. IV by doft tboa cali my
Sorrows np afrejb ? My Fatber s Name brtngs Tears into my Eyes. Syph. Oh, tbat
youd profit by your Fatber s tilt ! Jub. JVbat ivortd(i tbou baie me do ? Syph.
Abandon tato. Jub. Sypbax, / fiori d be more tban twice art Orpban Byfucb a
Lofi. Syph. Ay, tbere's the Tie tbat binds you ! Toh long to cali bim Fatber.
Marctas Cbarms Work in your He art unfeen y and pie ad f or C.. No 'wonderyou
are deafto ali I Jay. Jub. Sypbax,your Zeal becomes importunate; httherto
permitted it to rame, And talk at large 5 but learn to keep it in, Leaft tt
fio» Id take more Freedom tban VII gfae it. Syph. Sir, your great Fatber newer
ujed me tbus. Alas, he s Dead ì But canyou eer forget The tender Sorrows, and
the Pangs of Nature 3 The foud Embraces, and repeated Blvjjìngs, Wbtch you
dreisofrom bim in your laìt Fareivel ? Sttll muft I chertfb the dear fad
Remembrance, At once to torture and to plcafe my Seul. Chiamata da lor,
credo,- Stoicifmo. Non avtfle il reale padre voftro Tanto avuto concetto del
Romano Valore, e della caufa di C.; Non faria fenz'onor così caduto Per man
fervile: nè Tarmata Tua Sconfitta giacerla fu gli arenofì Campi d'Affrica,
caica di ferite A ingraffar gli avoltoi della Numidia. Giub. Perchè vuoi
rinnovar mio cruccio atroce? Chiamami al pianto di mio padre il nome. Sif. Oh
profittale delle fue fciagure / Gtub. Che vuoi eh' io faccia? S$f. Abbandonar
C.. Giub. Orfano mi farei più di due volte. Sif. Oh, il vincolo è quefto che vi
lega ! D l'aerare di chiamarlo padre. Di Marzia i vezzi opran fui voftro cuore
Quelli fon gli avvocati di C., E a tutto quel ch'io dico vi fan fordo. Giub.
Siface, voftro zelo efee importuno. Fin qui di vaneggiare io t' ho permeffo, E
parlar largo; ora a frenarlo impara, Nè voler franco effer più eh* io non
voglio. Sif. Sir; non sì meco usò voftro gran padre. Laflb/ egli è morto: ed
obbliar potete I teneri dolori, e le trafitte Di natura, ed i cari
abbracciamenti Le replicate benedizioni, Ch'egli vi diede nelf cftremo addio ?
E' d' uopo eh* f accarezzi la foave Trifta rammemoranza, onde ne fente Tormento
in uno, e compiacenza l'alma. E II Di Tbe good old King, at
parting, wrung my Hand 9 ( Hts Eyes brim-full of Tears ) tbeu figbtng cryd,
Prttbce be careful of my Som ! hts Grtcf Swelfd uf fo htgb be coudnot utter
more. Jub. Alas, tby Story mclss away my Soni. Tbat beft of Fatbers ! Ixrw
/ball I dtfebarge Tbe G rat nude and Duty, nsJbteb 1 o*we bim ! Syph. By ìaytng
up bts Counctìs tn your He art. Jub. Hts Counctìs bade me yteld to tby
Dtretltons; Tben, Sypbax, cbtde me tu jevercjl Terms, Vcnt ali tby Pajfton, and
III fland tts fbock, Cairn and unruffled as a Summer-Sea, IV ben not a Breatb
of IVtnd fltes oer its Sur face. Syph. Alas, my Prtnce, ld guide you to your
Safety. Jub. I do beitele tbou ivoud/i i but teli me bovu ? Syph, Flyfrom tbe
Fate tbat follorws Cdjars Foes. Jub. My Fatber feornd to dot. Syph. And
tberefore dyd. Jub. Better to die ten tboufand tboufattd Deatbs y Tban isoound
my Honour. Syph. Ratber fay your Lame. Jub. Sypbax y l ite promtsd to preferve
my Temper. Wby wilt tbon urge me to confefs a Fiume y 1 long bave fitfled, and
woud fatn conce al ? Syph. Beitele me, Prtnce > 'tts bard to conquer Love y
But eafie to drvert and break tts Force : Abjence mtgbt cure tt, or a fecond
Mtflrefs Ltpbt up anotber Flame, and fut out tbts. Tbe glowsng Dames of Zamds
Royal Court Have Faces flu[bt -witb more exalted Cbarms. Tbe Sun, tbat rolls
bis Cbariot oer tbeir Headt, Works up more Ftre ani Colour tn tbetr Cbcckt :
Were Il buon vecchio al partir la man mi ftrinfe [ Gli occhi pieni di pianto ]
c fofpirando Di ile; Deh cura abbi del mio figliuolo. E '1 gonfiato dolor così
fe crollo, Ch* egli più non poteo formar parola. Gtub. Latto ! il racconto tuo
mi ft r ugge 1* Alma. Ottimo Padre / come potre* io Adempir verfo lui i miei
doveri ? Sif. Gli avvifi fuoi nel voftro cuor ferbaee. Gtub. Quefti tur di
feguir gì* indrizzi tuoi. Co' termin più feveri adunque bravami, Siface : sfoga
pur tutto il tuo sdegno; AH' impeto di lui ftarommi quieto £ tranquillo, qual
mar di (late, in calma \ Quando nè pure un venticcl 1* increfpa. Sif. Prence,
mia mira è fol voftra falvezza. Gtub. C redolo j ma qual via ad effer falvo ?
Stf. De i nemici di Cefar fuggi il fato. Gtub. Mio Padre ciò sdegnò. Stf.
Perciò morio. Gtub. Mille volte morrei, che fare oltraggio Al mi* onor. Stf.
Dite pure, al voftro amore. Gtub. Data ho parola già di (tarmi quieto. Perchè
forzarmi a palefar la fiamma Chiufa tenuta, e eh* io pur vo* celare? Stf.
Prence, amor fuperare è forte cofa; Ma romperlo è leggiera, e divertirlo.
Lontananza lo farà, od altro amore Accende un* altrafiamma, e eftingue quella.
Le Dame alla Real Corte di Zama Splendono accefe d* un più bel vermiglio. Il
Sol, che fu (or tette il cocchio gira, Le guance tinge in più vivace fuoco. E 2 Quc-Were yon ivìtb tbefe, my Prtnce,youd foonforget The pale
unripend Beauttes of the Nortb. Jub. Tts not a Sett of Fatture:, or Compie xio»
y The Ttnfiure of a Sktn, tbat I admire. Beauty [oon grows famtltar to the
Louer, Fades in h/s Eye y and palls upon the Senfe. The nìtrtuous Marcia towrs
abo*ve ber Sex : True y [he is fair, [ Ob 3 bow dtutnely fair ì ] But ftìll the
ìcvely Matd improbe s ber Charmi Wilb inward Greatnefs, «naffctled Wtfdom, And
Santltty of Manners. Catos Soul Shtnes out tn enery tbtng (he atls or fpeakf,
Wbtle isoinning Mtldnefs and attrattive Smilcs Dwell in ber Lookf, and - with
becoming Grace Soften the Rigour of ber Fatbers Vtrtues. Syph. How does yottr
Tongtte gro-w u)anton in ber Praife § Bnt on my Knees I begyoa isooud confider
Enter Marcia, and Lucia. Jub. Bah ! Sypbax 5 f/V not fbe ! - Sbe mowes tbis
Way; And njttb ber Lucia, Lucius s fair Daughter, My Heart beats tbick • I
prttbee Sypbax lea *o «yi Troops, «^«(/ /ir* ffo/r langutd Souls witb Catos
Vtrtue; If e' re I Uad tbem io the Fteld y wben ali The lì ar Jball ftanà
ranged m tts juft Array, And dreadful Fomp : 1 ben wtll I tbtnk on ti: se l 0
lowely Matd, Tben wtll I tbtnk on Tbee ! And, in tbe Jbock of cbarging Hcfts,
remember U'bat glonous Deeds fboud grate tbe man, wbo bopes Ter Marcia s Leve.
Lue. Marcia, you re too federe : Hgvd ccud you cbide te young goodnatured
Prince, And drt*vc htm f rem you witb fo ftern an Air, A Prtnce tbat Icves and
dotet on you to Deatb ? Mar. T/x tberefore, Lucia, tbat 1 cbtde htm front me
Hit Air, bts Voice, bis Locks y and bonetl Sotti Speak ali fo mwingly in bis
Bebalf, 1 dare not truft my felfto bear btm talk. Lue. IV ly ivi II you fighi
agatnft fo fweet a Paffton y And fi rei yeur Heart to fucb a World of Cbarms ?
Mar. Hciv, Lucìa, ivoudft tbou baie me fink away In fleajing Drcams, and lofe
my felf in Leve y Wen enìry moment Catos Ltfes at Stake ? Cafar comes arnid
witb Terror and E^venge, And atms bts Tbunder at my Fatbers Head : Sboud not
tbe fad Occafion fwallow up My otber Cares, and draw tbem ali tnto it ? Lue.
Wby baie not I tbts Conftancy ofMtnd y Wbo Nè tanti cari momenti perduto. Giub. Sono
giudi i rimproveri, Donzella Valorofa : nV invio alle mie truppe Col valor di
C. a infiammar V alme. Se mai ai campo condurrolle, quando La battaglia
fchierata fi preferiti In fiera pompa; in te terrò il penfiero, Vaga Donzella,
in te terrò il penfiero: £ nel più forte della dura zuffa Sovverrommi, quai
fatti gloriofi Un* amante fregiar deggian, che afpira AH* amore di Marzia. fané
Lue. Sete,o Marzia, Troppo fevera. Come il cuor fofTrio Di fgridar così buon
giovine Prence, E fcacciarlo con aria così torva, Prence, che v' ama più della
fua vita ? Marifr Per quello, Lucia, da me lo difeaccio. L' aria, la voce, il
guardo, il gentil core Parlan per lui con tal podente incanto, Che d' udirlo
parlare io pur non ofo. Lue. Perchè combattere un fi dolce affetto? Perchè
indurare a tanti vezzi il core ? Mar^ Come mai, Lucia, vuoi eh* io mi disfaccia
In piacevoli fogni e in folli amori, Orche in cimento èognor vita di Cato? Vien
di vendetta e di terrore armato Cefare, e di Caton mira alla teda II fulmin fuo
: la trifta congiuntura Impiega tutti quanti i miei penfieri, E sì gli unifee e
rinconcentra in ella. tue. Se tanti ho io così gravofi affanni, F P Ih fond
Compiami Have Perchè una tal fermezza non m' è data ? Fcmmi natura di più molle
parta, Co' più teneri affetti infievoiimmi, £ caricò Copra il mio debol fedo:
Pietà e Amor dittringommi a vicenda. Mar%. Lucia, le cure tue fopra me pofa;
Mettimi a parte de* tuoi cupi affanni. Dimmi, chi detta in te quello conflitto?
Lue. Non ho da aver rollar di nominare I tuoi fratelli, e figli di C.. Mar%-
Coli' occhio di lor fuora ambi ti mirano, E il loro amor fovente hanmi fvelato.
Ma dimmi, qual de i due più favorifei? Bramo faperlo, c pur temo d* udirlo.
Lue. Qual 1 è quegli, che Marzia brameria ? Mar^. Niun de due, - e forfè anco
amenduni - Di Marzia nelle brame hanno egual parte I giovani, e dividon la
forella. Ma dimmi: Lucia qua* di loro elegge? Lue. Marzia, ambo fon nella mia
(lima grandi, Ma nel mi* amor... perchè vuoi tu eh' io '1 nomini Ben tu fai,
come è cieco amore e folle, II qual, ne fa perchè, vuole e difvuole. Mar%.
Lucia, io fon perplcffa. O dimmi, quale Appellar deggia il mio fratel felice.
Lue. Se foffe Porzio, me 'n da re (le biafmo ? O Porzio, m* hai involata Y alma
mia. Con qual leggiadra tenerezza egli ama ! Spira i difii più fchictti, e più
gentili. Verità, cortetla, mafehia dolcezza Pulifcon le parole ed i penfieri.
Fervido è Marco, e impetuofi troppo F 2 Sono *3( 44 )fr /firw mncb Farr.ejìnefs
and PcJJton in tbem\ 1 bcur bim ivitb a /cerei kind of Dread y And tremile at
bis Vebemence of Temper Mar. Alas poor Tontb ! low cari fi
tbou tbrow bim front the ? Li: :ìa, tbou knormB not balf tbe Love be bears
tbee\ H benecr be jpeaks of ti ce, bis Hearfs in Flames, lls fendi ottt ali bis
Soul in ewry Word, , 'mi tbixks, and talks, and looks like one tranfportcd.
Vnbappy Tontb! boiu v/ill thy CoUnefs raife . i t v pijis and Stcrms in bis
ajflicled Bojom ! I dread tbe Conjeqnence Lue. Toh feem to plead Agaìnfl your
Bratber Tortius ~~ Mar. Heanin forbiti Hail Ter t iris btcn tbe unfuccefsful
Lonjer y Tbe ft;;?;e Cofzpfffìofi ivoud baite falTn on bim. Lue. Wus ever
Virgin Loie dì/ìre/l like mine! T ert ivi bimje.fcft falls in Tears before me y
/it if be mournd hit Rival's ili Succefs. Tben liJs me bidè tbe Motions of my
Heart, Nor fbow wbicb Way it turns. So mneb be fears The (ad Fjfetts, tbat it
^ould bame on Marcus. Mar. He knor&s tco xoell boisj eafly bc'sfired, And
-xijorìd not plunge bis Brolber in Defpatr, But isjaits for bappier Times, and
kinder Moments i Lue. Alas % tco late Ifindmy felf fn*vohed Ln endlefs Griefs
and Labyrintbs of Woe y Eh» to affici my Marcia" s Family, And fow
Diffention in tbe He art s of Brotbers. Tormentine Tbonght ! it cuts into my
Soul. Mar. Lct us not y Lncia, aggravate our Sorrowt y But to tbe Gods permit
tU Euent of Tbinps. Our Li'ves, difcolonrd witb our prefetti ìVoes, May flill
gro-jj hrtgbt, and Sono anco i fuoì più teneri lamenti. Un fegreto timor
provo in udirlo, £ tremo a) fiero fuo genio bollente. 2Aar%. Povero giovin /
perchè sì cacciarlo? Lucia, non fai a mezzo, quanto ci t* ama. Quand* ei parla
di te, fuo cuore avvampa : E in ciafcun detto, Y anima efce fuore : Ne i
penfier, voci, fguardi, egli vaneggia. O fventurato ! quante a lui nel feno La
tua freddezza fveglierà tempefte ! V efito io temo. Lue. Par, che voi facciate
Contro 'I voftro fratel Porzio la caufa. Mar%. Tolgalo il Ciel, fe Porzio flato
folTc Un* infelice amante, la msdefma Compadrone avrebbe avuta in forte. Lue.
Fuvvi amor di donzella al mio limile? Porzio d' avanti a me dà fpeffo in
pianti, Come di fuo rivai piangendo il fato. Poi vuol, eh* io celi del mio
cuore i moti, E non moitri la via, end' ei fi porta. Tanto per Marco i tritìi
effetti teme. Mar%. Sa quanto facilmente egli fi accenda, Nè vuol giammai, che
il fuo fratel difperi, E i momenti più comodi egli afpetta. Lue. Tioppo tardi
mi trovo inviluppata Di guai in labirinti, e immenfe doglie, La cafa a
affligger di mia Marzia nata, E ne i cuor de i fratti difeordia porre. Tnfto
pender, che V alma mi divide ! Mar^ Lucia, non aggraviamo i noftri duoli. Delle
cofe gli eventi a i D i lafctacno. Le nolhe vite or torbide di guai Goder « (
4* ) 8» • and fmile isSitb bappicr Hourt. So tbe pure limptd
Stream y *wben foul 'wìtb Status Of rujbing Torrenti, and defeendivg Rains,
Works ìt felfclear, and as it rum, refines \ Tilt by Degrees, tbe fioating
Mirrour jbines, Rtfletts eacb Floisor that on tbe Border gro-ws, And a neuo Hca
And cnvics us cvn Ubyas fultry Defarts. Fatbers, pronounce your Tbougbts,
«tv,/?/// j£r* 7*0 £o/ Stili may you fi and bigb in yonr Country s Honours y Do
but comply, and makeyour Peace ivitb Cafar. Rome isoill rejoict, and casi its
Eyes on C., As on tbe Second of Mankind. Cito. No more ! I muft not tbink of
Life on fucb Conditions. DtC. Cafar is well acquainted miri you* Virtues, And
tberefore fets tbis Vaine on yonr Life : Let bim but know tbe Price of Catos
Friendfbif, And nume yonr Terms. Cato. Bid bim disband bis Legions, Reflore tbe
Common ive alth to Liberty, Submit bis Afcons to tbe Publick Cenfure, Da
trattar non avete col Senato ? Dee. Mio negozio è con C. : vede Cefare V
anguftie, nelle quai voi vi trovate : E come eh' ei V alto valor conofee Di C.,
gli cai della Tua vita. Cat. La mia vita è di Roma al fato unita » Vuol falvar
C. ? la fua patria ei falvi. Al voftro dittator ditegli quefto: Ditegli, che Caton
sdegna una vita, Cui egli in dono ha d' offerir la poffa. Dee. Roma e '1 Senato
riconofeon Cefare. Più non fon già quei Generali c Confoli, Ch* arreftarfue
conquifte, e fuoi trionfi. Perchè a un tal Cefar non è amico C. ? Cat. Quett*
ifteffe ragion, che porti, il vietano. Dee. C., ordini ho io di fare inftanza,
£ ragionar con voi, come da amico. Guardate alla borrafea, che s' aduna Sul
voftro capo, e di fcopplar minaccia, Alti onori occupare in voftra Patria
Potete ancor, purché cediate al tempo, £ fia pace tra Cefare e C.. Godranne
Roma, e mirerà C., Come dell' uman genere il fecondo • Cat. Non più : vita non
voglio a tal partito. Dee. A Cefar note fon voftre virtudi, Perciò tanto valuta
voftra vita. Della voftra amiftà ditegli il prezzo E le condizioni. Cat. Che
licenzi Le Legion, la libertà alla Patria Reftituifca, i fatti fuoi fommecta
Alla Cenfura publica, e sì ftiafi H i the Jndgment of a Roman Settate. Bid bim do tbis, and Caso is bis Friend. Dee. C., the World talk's
londly ofyour Wijdom C.. Afcy/, Catos Voice was ne\r employd To clear the
Guilty, and io marnifb Crime:, My fa ffwill mount the Refi rum tn bis Fawour y
And flrinje to gain bis Fai don from the Feofle. Dee. A Stile like tbis
hecome's a Conqueror. C.. Decius, a Stile like tbis hecome's a Roman. Dee. What
is a Roman, tbat is Cafars Foe ? C.. Greater than Cafar, bes a Friend to
Virtne. Dee. Confider, C., yonre in U tic a s And at the Head ofyour own little
Senate; Ton dont now ti under in the Capito!, Witb ali the Mouths of Rome to fecond
you. C.. Let him confider Tbat wbo driues us bit ber : *Tis Cafars Sword bas
made Rome's Senate little 9 And thinnd its Ranks. Alas, thy dasglcd Eye
BeboltPs tbis Man in a falfe glaring Ligbt, Whicb Conqueft and Saccefs baie
thrown ufon bim; D'vlft thon hut But y by the Gods I fwear, Millions of Worlds
Shoud nenser bay me to he like tbat Cafar. Dee. Dos C. fend
tbis Anfwer back to Cafar, For Alla fentenza d un Roman Senato : Ch' ei faccia
quefto, ed è Tuo amico Cato. Dee. Caton decanta il Mondo il voitro ferino Cat.
Ancor di più; benché non mai la voce Di Caton s* impiegale a purgar rei, O a
colorir delitti > tuttavia Io dello monteronne fopra i roftri A ottenergli
dal popolo il perdono. Dee. Quefto ftile convienfi a un vincitore. Cat. Decio,
quefto convienfi ad un Romano. Dee. Che Roman? Chi è di Cefare nemico ? Cat. E'
più che Cefar, chi è a virtute amico. Dee. Confiderà, Caton, che tu fei in
Ucica, £ a tuo Senato picciolo prefiedi; Tu non fulmini aderto in Campidoglio
Di Roma favorito dagli applaufi. Cat. Lo confideri quel, che ci ha qua fpinti;
Spada di Cefar fe il Roman Senato Picciolo, ed il fuo numero ha feemato. Latto
/ Che gli abbagliati lumi tuoi Miran queft* uomo in una falfa luce, Onde i
felici eventi circondaronlo ! Mirai diritto, e sì *1 vedrai tu nero Di
tradigion, micidio, facrilegio, £ d' altri brutto ancor gravi delitti, Che
percuoton d* orror 1* anima mia, Che fi fpaventa folo a nominargli. Io fo, che
mi riguardi qual mefehino Cinto di mali, e colmo di feiagure; Ma giuro per gli
Dii, milion di mondi Non mi farebber mai effer qual Cefare. Dee. Tal rifpofta C. a Cefar manda jftv *// bis genrous Care*, « nà
profftrd Friend/hip ? Cato. tiis Caresfor me are infolent and uain :
Prefumptuous Man ! The Gods tuie Care of C.. IVoud Cafar fbow tbe Greatnefs of
bis Sorti y Bid bim cmploy bis Care for tbeje my Friends y And rnake good ufe
of bis ili gotten FoitSr, By fbeltring Men mucb better tban bimfclf. Dee. Tour
bigb unconquerd Heart makes you forget Tbatyoure a Man. Tou rufb on your
Dejhutlion. But Ibave done. Wben I relate bereafter Tbe Tale of tb 'ts unbappy
Embaflìe Ali Rome ivill be tu Te ars. [ exit Deci US Sempr. Cato, uve tbank
tbee. Tbe migbty Genius of Immortai Rome Speak' s in tby V oice, tby Soul
breatb's Liberty : C^far -will Jbrink to bear tbe ll 'ords tbou utterft, And
fbudder in tbe miJft of ali bis Conquefts. Lue. Tbe Senate owns its Gratis ude
to C., IVbo isoitb fo great a Soul confulis its Safety, And guarà* s ourLives,
nobile be negletTs bis onson. Sempr. Sempronius giws no Tbanks on tbis Account.
Lucius feemsfond ofLifcy but Per tutte lue sì generofc cure, E per fua amiflade
a lui proferta ? Cat.
Per me fue cure, ed infoienti, e vane: Prcfontuofo ! cura di C. Prendon gli Dei
: vuol Cefare moftrare Del fuo cuor la grandezza? digli, che In quefti amici
miei Tua cura impieghi y Ed il malprefo Tuo poter ben ufi In protegger migliori
di fé fteflfo. Dee. V altiero voftro, ed indomabil core Obbliare vi fa, che voi
fete uomo. A voftra certa diftruzion n* andate. Ho detto; ma quand' io narrerò pofeia
D*efta Ambafciata V infelice evento, Diftruggeraffi tutta Roma in pianto. parte
Decio . Sempronio, Lucio, e C... Sempr. Ato a te grazie noi tutti Parla in tua
voce il Genio potente Di Roma eterna, e *i cor libertà fpira. Cefar sbigottirà
la tua rifpofta, E tremerà in mezzo alle conquide. Lue. II Senato a C. il fuo
buon grado Confetta; che con alma cosi grande Confulca del Senato la falvezza,
E difende le noft re proprie vite, Mentre la propria fua mette in non cale. Sempr. Sempronio non ringraziati per qucfto. Lucio tenero fembra della
vita 5 but wbat is Life ì % Tis not toftalk ahout, and drawfrefb Air From time
to time, or ga^e upon tbe Sun 5 % Tis to he f ree. When Liberty is gotte, Life
grorwt injipid, and bat loft its Relifb. O coud my dying Hand but lodge a
Sisjord In C& fars Bofom, and reixnge my Country, By Heavns Icond enjoy tbe
Pangs of Deatb y And Smile in Agony. Lue. Otk rs perbapt May ferve tbe ir
Country witb at warm a Zeal, Tbo % tis not kindled imo fo ntucb Rage. Scmpr.
Tbis fober Conduci ts a migbty Vertue In luke-warm Patriot s. C.. Come ! no
more, Sem proni ut, Ali bere are Friends to Rome, and to eacb otber. Let ut not
vveakcn ftill tbe weaker Side, By our Dnjìfions. Sempr. Cato, my Refentments
Are facrificed to Rome 1 fi and reproved. Cato. Fatbers, >*# time you tome
to a Refolve. Lue. C., isje ali go into your Opinion. Cafars Bebaiìiour bus
convìneed tbe Senati Wc ougbt to bold it out tilt Terms arrive. Scmpr. We ougbt
to bold it out till Deatb i but, Cato, My private Voice is drown d amid tbe
Semate 's. Cato. Tben let ns rife, my Friends, and ftrive to fili Tbis little
Internai, tbis Paufe of Life, [ IVbile yet our Liberty and Fates are doubtful ]
IVitb Revolution, Frìendfbip f Roman Brani ry, Aad ali tbe Virtues isjc can
crowd into it; Tbat *S )fr Ma che è vita? Non è in piede
ftarfi^ E la frefea aria trar di mano in mano, O il Sol mirare; è libero efler,
vita. Allorché Libertà è andata, viene Infipida la vita, e foiza gufto.
Piantaffe pur mia moribonda mano Dentro il feno di Cefare una fpada 9 E così
vendicaffi la mia Patria ! Per Io Ciel goderia della mia morte, E nella mia
agonia io riderei. Lue. Per ventura altri può fervir fua Patria Con così caldo
zel, bench' ei non Ca Da tanta rabbia e furia infiammato. Sempr. A i tiepidi amatori
della Patria Sobria condotta è una virtù poflente. Cat. Non piò : Sempronio,
tutti Cam qui amici A Roma, e Y uno all' altro; ah non volere Infiacchir la già
troppo debol parte Per noftre divifion. Sempr. Caton de i miei Rifcntimenti un
facrificio io faccio A Roma, e a voftri rimproveri io cedo. Cat. Padri, qui di
rifolvere fia d' uopo. Lue. Tutti in voftro parer, qui fiam concordi. Cefare
per fuoi modi fa rifolvere Al Senato, che attendanti 1' offerte. Sempr. Anzi la
morte 5 ma, Caton, la mia Voce non è più udita. Cat. Andiamo, Amici E temiam
riempir quefto intervallo Picciolo, quella paufa della vita [ Mentre libertà
noftra, e faro pende ] Di coftanza, amicizia, e cuor Romano, E di tutte virtù,
che entrar vi ponno; *( 66 )>• That Hearìn may Jay y U ougbt to le prolong
i. Fatbcrs, fareweli Tbe young Numidian Trina Comes for-ward) and expetfs to
know ottr Connetti. [ exit Sena to rs. cntcr Juba • C.. Juba 5 ibi Roman S
enate bas reJoln)d y Till Time gi luba, il Roman Senato ha rifoluto \J Attender
miglior tempo: e fguainata Contra Cefar tener Ja fpada intanto. Giub. Quefto
conviene ad un Roman Senato. Soffri, C., e condifeendi alquanto Ad un giovane
udir. Mio Padre, quando Alcuni giorni avanti la Tua morte Di marciare per Urica
ordinommi, [ Laflo ! fua morte io non credea sì preflò ] Piangendo mi firingea
in fue vecchie braccia. E come il duol gli permettea : mio figlio, Dille [ qual
forte avvenga al Padre tuo ] Sii di C. amico; egli alle illuftri £ valorofe
imprefe a Ile vera rt i : Tu ben Y oiferva; apprenderai da lui, O fchivar le
(venture, o fopportarle. Cat. Giuba, era un degno Principe tuo Padre, E degno (
ahi Jaffo ! ) di miglior dettino > Ma altramente difegnaro i Cieli. Giub. Il
deftin di mio Padre, ad onta ancora Di tutta la fortezza, che- rifplende Nel
vivo e grande efempio di C., L'anima doma, e gli occhi empie di pianto. Cat. E'
un onefto dolore, e ti ila bene. I i Giub. Fca- Jub. My
Vatber drew Refpecl front forcìgn Climes : The Kings of Africk fought bim for
tbsir Friend; Kittgsfar remote, that rule, as Fame r efori*, Behind the btdden
Som ce s of the Nile, In diflant JVorlds, on iother fide the San: Oft bave the
ir Hack Amhaffadors appeard y Loadett witb Gifts, and fiWi the Court s of Zama.
Cato. / am no S franger to thy Fathers Greatnefs. Jub. Iwould Kot boaìi the
Greatnefs of my Fatbcr, Bttt poÌKt out new Alliances to C.. Had we not better
leave tbis Utica, To arm Numidia in our Caufe, and court Tb % Ajjtftancc of my
Fathers powrful Friends t Did tbey know C., our remoteft Kings Woud pour embattled
Multitudes about bim;. Their fwartby Hofts wottld darken ali our Flains y
Doubling the native Horrour of the IVar 5 And making Deatb more grim. Cato.
Andcanft thou thivk C. will fly before the Sword of C&far ? Reduced, like
Hannibal, to feek Relief From Court to Court, and wander up and down y A
Vagabond in Africk ! Jub. C., perbaps Tm too cjficious, bttt my forward Cares
JVoud fatn preferxe a Life of fi mucb Vaine. My Heart is wounded, wlen I fee
fucb Virtue Affiitled by the Weight of fueb Mhfortunes C.. Thy
Hoblenefs of Soni obliget me. Gìtìb. Feano a mio Padre ftrani climi onore :
Cercavan fua amiftà Regi Africani, Remotiflìmi Re, che come fama Rapporta,
dietro alle nafcofe fonti Del Nilo regnano, in lontani Mondi, Di là dal Sol :
fovenje fon comparii Lor negri Ambafciator, carchi di doni, Ed empiute di Zama
hanno le Corti. Cat. Della grandezza di tuo Padre ignaro Non fon. Givi. Non la
decanto; ma fol voglio Additare a Caton nuove allianze. Non è il miglior, quefV
Utica Jafciare Per armare Numidia in noftra caufa, E cercar 1' aflìftenza de'
potenti Amici di mio Padre? Se a ior noto Fotte C.; i più remoti Regi Turbe
battaglierefche intorno ad eflo Verferian pronti : Ior morefche armate
Ofcureriano tutti i noftri piani, Della guerra l'orror natio doppiando, E
crefcendo alia morte lo fpavento. Cat. E puoi penfar che C. fuggir voglia Così
di Cefar d'avanti alla fpada, Ridotto, come Annibale, a cercare Di Corte in
Corte mendicando aita, E per T Affrica errare vagabondo ? Gìnb. Caton, forfè
eh' io fon troppo officiofo > Ma P ultronee mie cure volentieri Prefervar
voglion vita di tal pregio. Vien ferito il mio cuor, quand' io rimiro Un tal
valor, di tai fventure afflitto. Cat. Tua nobiltà
di cuor molto m* aggrada • Ma Digitized by Google Bnt faow, young Prince, /taf
V atout foars alone Wbat the World calli Misfortune and Afflicìion. Tita/ff, I
cortld piene myHcart, MjfooJifù He art ! Was ever Wretcb Vile Juba f Syph.
Alas, tny Prince boisj are you ebanged of late ! Fve known young Juba rife,
before tbe San y To beat tbe Tbicket vjhere tbe Tyuer flept, Or feek tbe Don in
bis dreadfnl Haunts : Ho-w àid tbe Cclour mount into yo&r Cbecks, IV ben
firfì you rotti d bim to tbe Cbace ! Tve feen you Eva in tbe Lybian Dog- day s
bunt btm down, Tben ebarge btm clofe 3 protoke bim to tbe Rage Of Fangs and
Claws, and ftooping from your Horfe liivet tbe panting Savage to tbe Ground,
Frisbee y no more !. Syph. Hoc nuoti d tbe old King f mite To [ce you voùgh tbe
Faws, vubcM tìffitsAtb Gold, Ani Non è tempo a parlar, che di catene : O di
conquida, Jibertade, o morte. fmeCat) SCENA V. Sifacc, e Giaba. « Sif. Ty
Rence, che è ciò ? perchè cosi confutò? Jt Par giudo, come fequedo Filofofo
Rigido, or or v' a vede rampognato. Ciab. Ah Siface, fon morto. Sif. Io ben Io
veggio.' Club. Difpregiami Caton. Sif Sì faran tutti. Ciub. Io aveva a lui
feoperta la fiacchezza Di mi* alma, 1* amor eh* io porto a Marzia. Sif Bel
perfonaggio certo quel di C. A confidargli un' iftoria d' amore ! Ciub. Oh
potefs' io paffarmi il cuor, mio feiocco Cuore; fu feiagurato mai qual Giuba ?
Sif Prence, oh quanto da quel di pria cangiato/ Da quel che fi levava avanti al
Sole, Battea la macchia, ove dormia la tigre, £ cercava il lion nella fua tana.
Come il color montava in vodre guance," Todochè di/cacciato ei fuor
fcappava ! Io ho veduto voi ancor ne* giorni Canicolari d* Affrica sforzarlo,
Caricarlo ferrato, provocarlo Alla rabbia de denti e delle zampe: £ dal veltro
deftriero giù badandovi Al fuolo conficcar 1' anfante belva. Ciub. Deh non più.
Sif Come forride va il vecchio Rege a vedervi delle gravi zampe K - Guar-And
tbrow tbe jbnggy Spoils about your Shouìders /* Jub. Syfbax, fai/ o/i Afa» V Talk [ Honry fl May fuba ever live in Ignorarne
ì Syph. Go, go> youreyotitjg. Jub. Coir, muft I tamely bear Ibis Arrogance
unanfwerd ! Tbourt a Traitor 1 AfalfeoldTraitor.. Syph. / baie gone too far. (
Afide i Jub. C. fball know tbe Bafenefs of tby Soul. Syph. Imuft appeafe
tbisStorm^orpcrìfbinit. ( Afide à Toung Prince, Moli tbefe Locks, tbat aregrown
wbito Beneatb a Helmet in your Fatbers Battels. Jub. Tbofe Locks fball neer
profeti tby Infoiente. Syph. Muft one rafb Word y tb y Infirmity ofAge y Tbrow
down tbe Merit of my better T earsì Tbis tbe Reward of a wbole Life of Service
! Carfe on tbe Boy ! How fteadily be bcars me ! ( Afide, Jub. // it becattfe
tbe Tbrone of my Fore-fatbers Stili (lands unfiird, and tbat Numidìas Crown
Hangs doubtful yet, wbofe Head it fball enelofe, Tbou tbus prefumeft to treat
tby Prince witb Scorn ? Syph. Wby isoill you rive my He art vjìtb fnch
Exprefflons ? Do / not old Sypbax follow yon to War ? Wlat Digitized by *3( n)b
Ed i Catoni ( queiY Iddìi terrcftri ) Di violate vergini, e rapite Sabine,
tutti fon la fpuria razza. u Club. Temo, che in quefti tuoi capei canuti j
S'appiattiairoppo TAfiFricane frodi. j \ Sif. Certo, mio Prence, non avete il
Mondo Per anco apprefo, nèftudiato l'uomo. Giovane ammiri d* anima Romana Le
dog] iole gonfiezze, e di C. Gli arditi voli, e di virtù ftranezza. Club. Senei
fa pere il Mondo, l'uomofafli Disleal, viva ognor Giuba ignorante. Sif. Via via
: giovin fete. Giub. Oh Cicl ! degg'io Cheto fofFrir queft' arroganza ? Sei
Tradicor, falfo vecchio traditore. Sif. a fané. Troppo lungi fon corfo. Giub.
Saprà C. La viltà del tuo cuor. Sif. Bi fogna eh' io Calmi quefta tempefta, o
che perifeavi. a parte. Mira qucfti capei venuti bianchi Sotto l'elmetto là
nelle battaglie Del Padre voftro, o Prence ? Giub. Quefti tuoi Capei non
copriranti Y infolenza. Sif. Da un debol vecchio uno (cappato motto Porterà via
de* migliori anni il meno? A ciò vengono i dì fpefi in fervizio? Maledetto
fanciul / Com'duro afcoltami! a parte* Giub. Forfè perchè de' miei maggiori il
trono E* voto ancora, e ancor dubbiofa pende La corona Numidica, pjefumi Di
fchernire il tuo Prence ? Sif. Perchè vuoi Partirmi il cor con qqefti duri
accenti ? Siface il vecchio non vi fegue in guerra ? Ch'è Wbat
are bis Aims ì Wby dos be load witb Darts His trembling Hand y and crufb lene
ai b a Cask His wrinkled Brows ? Wbat is it be afpires to ? Is it not (bis ? to
fbedtbe jlow Remains, His laft poor Ebb of Blood in your De f enee 1 Jub.
Sypbax y no more ! I wou d not bear you talk. Syph. Not bear me talk ! Wbat y
wben my Fatto to ]t*ba y My royal Maflers Son y is eaWd in queftion f My P fine
e may ftrike me dead, and TU be dumb : But wbìlft I li ve I mufi not bold my
Tongue^ And languifb ont old Age in bis Difpleafure. Jub. Tbon knowfl tbe IVay
too well into my He art, / do bclicve tbee loyal to tby Prince. Syph. Wbat
greater hi fl ance can l girne ì Fwe offerd To do an Aftion wbub my Soni abbors
y And gain you wbomyou love at any Priee. Jub. Was tbis tby Motive ? I bave
been too bafty. Syph. And 'tis for tbis my Prince bas caWd me Traytor. Jub.
Sure tbou miflakeft j I did not cali tbee fa. Syph. Ton did indeed y my Prince
y you calN me Traytor : Nay y furtber y tbreatendyoud complain to C.. Of wbat,
my Prince y wou d you complain to C. ? Tbat Sypbax lo r vesyoa, and woud
facrifice His Life y nay more y bis Honour in your Service. Jub. Sypbax y 1
know tbou lowft me y but indted Tby Z e al for Juba carried tbee too far,
Honottrs a facred Tie, tbe Law of Kings y Tbe noble Mintfs diflinguifbìng
Perfeùìion y Tbat aià's and ftrengtbens Virtue y wbere it meets ber, And
imitates ber Aclions y wbere fbe is not: It ougbt not to be fported witb. Syph. By
Heavns Imrawfht wben you talk tbus y tbo yoa thide me Ch'è Aia mira? perchè di
dardi carica La tremula fua mano, e forco Telmo Preme rugofa fronte ? a che
afpir* egli, Altro che a ciò ? Spargere i pigri avanzi, E il fil di fangue
eftreroo in tua difefa. Giub. Taci, Siface; udirti io più non voglio. Sif Non
più udirmi ? allorché mia fede a Giuba Il figlio del mio Re, viene in contefa ?
Può darmi morte il Prence, ed io fio quetoj Ma viver non G può tacendo, e
trarre La mala età languendo in fua difgrazia. Giub. Ben conofei le vie dentro
al mio cuore : Credo, che al Prence tuo tu fii leale. Sif Qual maggior prova io
potea dar, che a tua Amata guadagnarti ad ogni prezzo, Cofa proporre, che'l mio
cuore abborre? Ciub. Fu quefto il tuo motivo? Io corfi troppo. Sif. Perciò il
mio Prence traditor chiamommi. Giub. T'inganni: così io non ti chiamai. Sif.
Certo, o mio Prence, traditor chiamaftimi. Anzi più: minacciarti a C. dirlo:
Che dir, mio Prence, fe non che Siface V'ama, e facrificar vuol la fua vita In
fervizio di voi, anzi il fuo onore. Giub. Siface, so che ra' ami \ ma di vero
Tuo zel per Giuba andava troppo innanzi. Santo vincolo è onor, legge de* Regi,
Delle menti gentili illuftre impronta, Che virtude avvalora ove fi trova; Ed
ove non fi trova, egli 1* imita. Non fi dee far beffe di lui. Sif. Oh Cieli !
Il tuo parlar, benché mi fgridi, incantami. Laffo: AUt y T*vc hìtberto been
nfed to tbink A blind officious Zeal to ferve my King Tbe ruìing Principle,
tbat ougbt to bum And qucncb ali otbers in a SubjetJs Heart. Happy tbe People iscbo f re ferve tbe ir Honour By tbe fame Duties tbat
oblige tbeir Prince ! Jub. Sypbax y tbou uow beginfi to fpeak tby felf, Numidia
s grown a Scorn among tbe Nations For Breacb of publick Vowt. Our Punici Faitb
Is infamous > and branded to a Proverb. Sypbax, Tvclljo'm our Cares, topurge
away Our Country t Crime t, and clear ber Reputatoti. Syph. Belirve me, Prince,
you moke old Sypbax isjeef To bear you talk ■ but 7ix isoitb Teart offof.
lfe*reyour Fatbers Crown adornyour Browt, Numidia voill be bleft by Catot
Leèluret. Jub. Sypbax, tby Hand ! ve' Il mutuai ly forget Tbe IVarmtb ofToutb y
and Frowardnefs of Age: Tby Prince etieems tby Wortb, and loiìct tby Perfon. //
ere tbe Scepter comet into my Hand, Sypbax fball fi and tbe fecond in my
Kingdom. Syph. IV bk v) di you owerwbelm my Age vSitb Kindnefsì My Joy grows
burdeafome, I fba ut fupport it. Jub. Sypbax, farewell. 27/ beate, aad try to
find Some bleft Occofioa tbat may fet me rigbt In Catos Tbougbtt. Td ratber
bave tbat Man Apprwe my Deedt y tban Worldtfor my Admirert. [ Exit. Syphax
folus. Toung Mea fooa gicd y and glorie s in its Htigè?. Sucb is tbat bawghty
Man y bis fo-tv ring Soni 9 % Mìdft ali the Shock s and Injuries òfPorttfne- 9
Rifes fuperiòr, and looks downon Cafar. Syph. But *wbats tbis Meftengér* Sempr.
Vwe praElisd vótlrblm, Andfound a Mèàns to let tbe Vitlor know Tbat Sypbax and
Sempronio are bis- Fritnds. But Tradltor: quelle voci, temerario
Garzon, chi sa? ti cofteran ben caro. Folle affetto per te finora avea; Ma via,
è andato, io lo confegno a i venti, Cefar, fon tutto tuo S'tface, e Sempronio.
Sif. Ob / ben venuto Sempronio; sì, che rifolvè il Senato Di Caro, d'afpcttare
d' un' affedio Il furore più tofto, che di cedere. Semp. Siface, ambo del fato
all'orlo fummo, Lucio volea la pace, e di trattarne A C. offriva il meflaggier
di Ce fa re. Se il Senato ù folle fortomeffo Pria che i noftri difegni
maturaffero, Nella comun ruina ambo rinvolti Perivamo indiftinti. Sif. Che fa
C. ? Semp. Scorgerti il Monte Atlante: mentre in cima Fulminan le borrafche, e
le temperie £ i mari al piede fuo rompono l' onde, Superbo di fua altezza,
immobil ftaffii Tal quefto altier. Su' alma torreggiarne Tra i contratti e gli
affronti di fortuna Sta fopra, e guarda Cefar giù nel fondo. Sif. Ma qual è
quefto meffaggicr? Semp. Con lui Io praticai, e lo trovai buon mezzo A far
fapcre al vincitor, che fìamo Ambi del fuo partito, or tu mi lafcia L a Efami-
Bar Ut me now examine in my Tarn : Is Juba fixtì Syph. Tes, but U is to Caio. Fw tryd the Force of e^ry Reafon on bìm, Soottid
and carrefsd y been angry, footUd agaia 9 Layd Safety, Life, and Ini refi in
bis Sigbt, Bue ali are vain y be feorns tbem ali f or Caco. Sempr. Come y Uis
no Matter, uve /ball do -witbout bim; Hill mate a p retry ligure in a Triumpb,
And ferme to trip before tbe Viclois Cbariot. Syphax, I tio-w may bope tbou
hafl forfook Thy Juba s Caufe, and "jjifbesl Marcia mine. Syph. May jbe be
ibi ne as fafl as tbou ivo/i dsl bave ber! Sempr. Syphax, / loie tbat Woman\tbo
Icnrfe Hcr and my felf \ yet flight ofme, I love ber. Syph. Make C. Jure, and
gi> > - famttt :bet. / farri to tbhl hs not but witb Life. Marc. Fortius,
tbou knowfi my Soul in ali hi Weahtefs Then pritbee fpare me on its tender
Side, Indulge me but in Love, my otber Fajftons Sball ri [e and fall by Virtues
niceft Kules. Porr. Wben Loves wcll t'irne à, *tis not a Fault tolove. Tbe
Stro»? y the Brave, the Virtnons, anà the IVifc y Sink tu the foft Captìvity
together. I
wotid Marco, e Tornio. Mar. Razie alle flellc, ch'io non ho cercato _ Per T
erme ftrade della vita amico. E per tempo infegnommi, per fegreta Forza d'amar,
la tua perfona, avanti Che il gran merito tuo io conofceffi $ Finché quel
ch'era inftinto, amiftà venne. Tor£. Marco, del Mondo l'amiftadi fpeffo Leghe
di vizj fono e di piaceri. La noftra in bafe di virtù fondata Terminare non
può, che colla vita. Mar. Porzio, tu fai tutte le mie fiacchezze : Rifparmia il
cor dalla Tua debol parte : Solamente in amor fi imi indulgente. La virtù colle
Tue più efatte norme Degli altri affetti miei farà alto e baffo." Por%.
Allora quando è di ftagion l'amore, Non è fallo l'amare: il forte, il bravo, L'
uom dabbene, e '1 prudente sì fi danno In una dolce fchiavitude infieme. Natura a me prima additò il mio Porzio; Non J u>o*V not urge tbee to
difmifs tby Faffton ] [ / kuou) 'fwere *vain ] but to fupprefs iti Force l Till
Inter Times may moke it look more graceful * Marc. Alasi tbou talìCft like one
isolo ncvcr feh Tti imjatient Throbbs and Lottgittgs of a Sotti, Tbat panis,
and reacbes after difiant Good. A Lcver dos not li And yet ivben 1 beboldibe
cbarming Maid Tm tentimes more undonej isolile Hope, and Feafy And Grief, and
Ragr, and Love, rife up at once, And isoitb Variety of Pain diftratl me. Port. Wbat
can tby Portius do togiue tbee Help ? Marc. Forti us, tbou oft enjoyfi tbe Fair
Qnc*s Frefeuctt Tben undcrtake my Cauje y and plead it to ber IVitb ali tbe
Strengtb and Heats of Eloquence Fraternal Love and Friendjbip can infpire. Teli
ber tby Brotber langttifbe's to Deatl, And f ade s aisoay, andwitbers in bis
Bloom; Tbat be forgets bis Sleep y and loatìfs bis Food, Tbat Totttb, and
Healtb, and War are joylefs to htm : Dejcribe bis anxious Days, and reftlefs
Night, And ali tle Torments fiat tbou feefi me fuffer. Port. Marcus, I beg
tleegive me net un Office Tbat fuits witb mefo ili. Tbou bnowft my Temper.
Marc. IVilt tbou bebold me finking in my IVoes f And wilt tbou not reacb out a
friendly Arm r To Di Non prefserom a cacciar tua paffione ( Sò che farebbe van
) ma a raffrenarla, Finché tempo miglior ne la ftagìoni. Mar. Eh che tu
parli come uom, che non mai Provò Je dure e le cocenti cure D'un cor gì'
impazienti afpri tlnghiozzì, Che ftiran I alma dietro a un ben lontano. Non è
tempo comun quel dell'amante. Porzio, allorché mia Lucia era lontana, Ptfava e
m' era a carico la vita; Ma quando poi rimiro la vezzoia Donzella, fua prefenza
mi disface: Mentre fpeme, timor, dolor, furore, Ed amor fi follevano ad un
tempo, Em'arrabbian con varj lor tormenti. Tor%. Qual può tuo Porzio a te
donare aita? Mar. Porzio, tu godi fpeffo la prefenza Della bella: or tu prendi
la mia caufa, E in mia difefa tutta quella forza, E vivo ardore d' eloquenza
adopra, Che amor fraterno ed amiftade infpirì. Dille, che il tuo fratel languifce
a morte, Ed appafsifce e feccafi in fuo flore s Tal ch'oblia il fon no, ed
abborrifee il cibo» Gioventù, fanitade, e guerra fono A lui prive di gioja :
sì, deferivi le Gli anfiofi giorni, e le inquiete notti, E ogni martir, che tu
vedi eh' io fofTro. Tor. Marco, io ti priego non m* ingiugner carico Che mi
torni sì mal : tu mi conofei. Mar. Voi tu mirarmi morto ne' miei guai? Negando
porger amichevol braccio Mi A tr To raìfe me from amidft tbis Flange ofSorrows
? Port. Marcus, tbou tanfi notask wbat Vd refife. But bere beitele me Tue a
tboufand Reafons Marc. / know tbou le Jay my Pafftons out of Seafon y Tbat
Catosgreat Examfle and Misfortunes Sbould botb candire to drive itfrom my
Tbougbtt. But ivlai* ali ibis to one *wbo love* like me ! Ob
Portius y Portius, from my Soul I vuifb Tbou dìdfl but know tby felf wbat Vii
to love i Tben woudfi tbou pity and ajjìft tby Brotber. Porr. Wbatfboud I do!
If I difclofe my Fafson Our Friend/hip 1 s at an end: If I conceal ìt 9 Tbe
World will cali me f alfe to a Friend and Brotber. Afide'. Mar. But Jee wbere
Lucia at ber wonted Hor/r y Amid tbe tool ofyou bìgb Marble Arcb y Enjoyt tbe
Noon-day Bree^e ! Obferve ber, Portius f Tbat Facejtbat Sbapejbofe Eyes, tbat
Heavn of Beauty # Obferve ber wcll, and blame me if tbou tanfi. Port. Sbe fees
tts, and advances Marc. TU witbdraw, And leaue you for a vjlile. Remember,
Fortini \ Tby Brotber s Life depends upon tby Tongue. [ Exit » Entcr Lucia.
Lue. Did notlfee yonr Brother Marcus bere? Wby did be fly tbe Place, and fbun my
Prefence * Port. Ob, Lucia, Language is too faint to fbou> Hit Rage of Love
j it preys upon bis Life > He pine*) be fickens, be defpairs, be dìes; Hit A
trarmi fuor di quefto mar d' affanni? For%. Marco, chieder non puoi cofa,
ch'io nieght; Ma qui, credimi, ho io mille ragioni... Mar. So, che fuor di
ftagion tu dì, il mio affetto, Di C. il grand' efempio e le (venture Cofpirare
a cacciar me '] dalla mente j Ma che è tutto ciò ad un amante, Qual io fon?
Porzio, Porzio, che tu ftefso, Che cofa è amor, provafsi, adorerei : Pietade
allor di tuo fratello a v retti. Tor%. Or che farò ? Se mia pafsion difeuopro,
Noftr' amicizia è ita : s'io la celo, Falfo amico e fratel dirammi il Mondo, a
[arte Mar. Ma vedi dove all' ufata ora Lucia Della marmorea loggia in mezzo al
frefeo Sta godendo il meriggio ! Porzio, mirala. Che occhi, volto, vita! che
bellezza ! Mirala bene : e fe tu puoi, mi biafma. tor%. Eliaci vede, e avanza.
Mar. Io voglio andare £ per un poco di tempo lafciarti. Sovvienti, Porzio, che
di tuo fratello Dalla tua lingua la vita dipende. [arte Lucìa, e Forgio * lue.
V 7 Oo ho veduto qui voftro fratello ? lN Perchè fuggì, fchivo di mia prefenza
? lors>. O Lucia, troppo è debole la lingua A dimoftrar il fuo rabbiofo
amore. StruggeG, langue, fidifpera, e more. Hit paffions ani bis Virtues He
confaci, And mixt togetber in fo wild a Tumuli, Tbat tbe tubale Man is qu'ite
disfiguri in bini, Heawnt ! njouà one tbink Uivcre pojjìble for Love To mah
fftcb Ravage in a noble Soni ! Ob, Lucia, Vm diftrefsdì my
Heart bleeis for bìm\ m Evn now, nobile tbus I ftand bleft in tby Prefenct, * A
fecret Dump of Grief comes oer my Tbougts, And Vm unbappy > tbo tbou fmilesl
upon me. Lue. How vuilt tbou guard tby Honour, in tbe Shock Of Love and
Friendjbip ! tbsnk betimes, wy Porti us, Tbink bow tbe Nuptsal Tie, tbat migbt
enfure Our mutuai Blijs, vvoud raife to fuch a Height Tby Brothers Grief s, us
migbt perbaps deftroy bim. Porr. Aìas,poor Toutb! wbat dofi tbou tbink } my
Lucia ? His genrous, open, undefigning Heart Has btgd bis Rivai to folliàt for
him. Tben do not firike bim dead witb a Dentai, But bold bim ttp in Ltfe, and
ebeer bis Seul Witb tbe faint glimm ring of a doubtful Hope: Perbafs, wben bave
pafsd tbefe gloomy Hottrs, And weatber'd ora tbe Storm tbat beats erpon us Lue.
No, Portius, no ! Ifee tby Sislers Tears, Tby Fathers Avguijb, and tby Brotbers
Deatb, In the Purfuit of our illfated Loves. And, Portius, bere Ifwear, to
Heavn I fwear, To Heavn, and ali tbe PoisSrs tbat judge Mankind ì Never to mix
my flight ed Hands -witb thinc y Wbih Sì con un certo Incognito indiftinto Son
virtudi ed affetti in un confufi, Che tutto Tuom dei tutto è in Jui disfatto. Cieli !
come è pofsibil, che cotanto Abbia guado V amor sì gentil' alma? O Lucia, fono
in grande angofeia; è il cuore Per mio fratel trafìtto : anco in queft' ora,
Che felice mi trovo at tuo cofpetto, Segreta nebbia di dolor mi grava : Mi fero
io fon, benché da te gradito. Come vuoi tu il tuo onor guardare In contratto
d'amore e d' amicizia? Penfa per tempo, caro Porzio, penfa, Che il vincol
nuzial, che ri afsicura Noftri mutui contenti, a sì fublime Punto alzerà del
tuo fratel le pene, Che di fua diftruzion fian la cagione. ?or%, Povero giovan
/ Che penfi, mia Lucia ? Suo generofo, aperto, e fchietto cuore Chiefc al rivai
follecitar per lui. Dunque non dargli morte con un niego 5 Ma tienlo io vita, e
V alma gli carezza Con fottil tremolar di dubbia fpeme. Forfè, quando i di
fofchi avrem pafsati, £ alla tempefta, che ci batte 9 retto.... Z*r. Nò,
Porzio: veggio di tua fuora il pianto, Del padre il duolo, e del fratel la
morte Nel (eguir reo deflin di noftri amori. Io giuro, Porzio, per 11 cieli io
giuro, Per li cieli, e per tutte le potenze, Che l'uman gener giudican, non mai
Gon tue mifchiar le mie congiunte mani „ Men-h IVhìU faci a Ciotti of Mifcbicfs
bangs ahut ttt l But to forgct onr Loves y and drive tbec cut From ali my
Tbougbts y as far as I am abh Port. Wbat baft tbou
Jaid ! Tm tbunder-JIruck !..Recali Tbofe bafìy IVords, or I am loft for ever.
Lue. Has not tbe Vow already pafs'd my Lips ? Tbe Cods bave beard it y and Vii
fcaCd in Heavn. May ali tbe Vengeance y tbat was cver pourd On perjurd Heads y
o\r-j;belm me y if I break it ! [ After a Paufe, Port. Fixt in Aftonifbmcnt y I
ga^e ujton tbe e; Like one jufi blafted by a Stroak from Hcavn, il bo pani s
for Breatb y and fliffens y yet alive y In dr e ad fui Looks : A Montment of
Wratb ! Lue. At lengtb Fve acled my fevereft Fart y Ifeel the IVoman breaking
in vpon me y Jind mclt atout my Heartl my Tears utili flow. But oh VII tbìnk no
more ! tbe Hand of Fate Has torn tbee from me y and I muft forge t the e. Port.
Hard-bcartcd\ cruci Maidl Lue Ob ftop tbofe Sounds y Tbofe killing Sound: ! IV
by doft tbou frorwn upon me t My Bloodmns cold, my Hcart forge fs to beave, And
Life itt felf goes out at tby Difpleafure. Tbe Gods forbid as to indulge our
Loves, But ob ! I cannot bear tby Hate and live ! Port. Talknot of Love y tbou
nevcr kncwft Ut Force. Fve becn delti ded, led info a Dream Of fancied Blifs. 0
Lucia, cruci Maidl Tby dreaJful Vow y loaden isoitb Deatb y Jlill fottni s In
my fiumi d E ars. IVbat [ball I fay or do? Qvick y /et r/s part ! Ferdìtìons
in tby Frcfence, And Digitized by Google Mentre tal nube di feiagura pende Ma
obbliar noftri amori, e fuor cacciarti De' miei penfier... si lungi... quant'io
pofso. Tor^. Ch'ai detto? fulminato fon : richiama Le temerarie voci, och'io
fon perfo. Lue. Pacate ha le mie labbra il giuramento: Dei l'anno udito, ed è
firmato in cielo. Può tutta -la vendetta, che giammai Si versò fopra le
fpergiure tede, Inondar me, fe '1 giuramento io rompo. apprejfo uvapaufo, Tor^.
Fifso in ifmarrimento, io pur ti guato, Qua] divampato da celefte foco, Che
anfanando intirizzati ancor vivo In fieri fguardi, monumento d' ira. Lue. Già
fatta ho io la più fevera parte: Spuntare in me la femmina ornai fento, Ed
ammollirti il cuor: verrammiH pianrrj Mai' non vo'più penfar. La man del Fato T
ha da me fvelto, ed io debbo obbliarti. ?or%. Difpietata, crudel ! Lue. Ferma
gli accenti I fieri accenti : a che sì corvo mirimi? S'agghiaccia il fangue, e
più non batte il cuore, E pe *1 tuo difpiacer la vita manca. Ceflan gli Dei de'
noftri amori il corfo; Ma da te odiata, ohimè, viver non poffo. For%. Taci
d'amor: tu noi provarti mai. Stato fono ingannato con un fogno D'immaginato
ben. Lucia crudele ! Tuo voto fier, carco di morte, ognora Mi rintruona
l'orecchie 5 or che degg'io Dire o far? tolto > via : sì, fepariamoci : N
Ster- HG/ror W/r 4fo*f / Hai, yj* f flPrtft £ I am ! what bas my Rafbnefs done
! Lucia, tbou injurd Innocencc / tbou beft Andlovclyft
of tby Sex ! awake, my Lucia f Or Portins rnfbe's on bis Sword tojoin tbee. He
r Imprecations reacb not to tbe Tomb, Tbey jbut not out Society in Dcath. But
Hab ! Sbe monjes \ Life wandert up and down Tbrougb ali ber Face, and ligbt's
uf enjry Cbarm. Lue. 0 Portius, was ibis vocìi I tofrown on ber Tbat lives upon
tby Smiles ! to cali in Doubt Tbe Faitb ofone expiring at tby Feet, Tbat
Ionie*! tbee more tban euer Woman lovd ! Wbat do I Jay ? My balf- recover d
Senfe Forge? s tbe Vow in vjbicb my Soni is bound. Deftrutlion ftani s betwixt
us\We muti part. Porr. Name not tbe IVord, my frigbted T bonghi t run back, And
tlartle into Madnefs at tbe Sound. Lue. Wbat woudfi tbou baite me do ? Confider
well Tbe Traìn of llls onr Love woud draw bebind it. Tbink, Portius ^ tbiuk,
tbou [ce ft thydying Brotbet Stabb"d at bis He art, ani ali befmeard -witb
Blood y Storming at Heavn and tbee ! Tby arwful Sire Sternly demani s tbe
Caufe, tV aeeurfed Caufe, Tbat robb's bim of bis Son ! poor Marcia trembles %
Tben tearet ber Hair, and frantici in ter Griefs CalFs out on Lucia ! Wbat
Sterminio e orror t'attornia... Ah! Ella fviene. Sciagurato eh* io fon / Che
feci mai ? Oltraggiata innocenza ! Oh tu, che fei La migliore e più amabil
delle Donne ! Svegliati, Lucia mia; fe nò, il tuo Porzio Cade falla fua fpada a
unirti teco. I tuoi giuri non flendonfi alla tomba, Nè vietan noftro unirci
nella morte,.. Ma ecco ! ella refpira, ella fi muove; Già la fmarrita vita al
fuo fembiante Ritorna, e accende quivi ogni fuo vezzo. Lue. O Porzio, parti
fofse buona cofa Torvo guardar chi del tuo rifo vive? £ rivocare in dubbio di
colei, Che fpira a' piedi tuoi la ferma fede ? Ch'ama più ch'altra femmina
giammai?Ma che difsi ? il mio mezzo ricovrato • Senfo dell' alma obblia lo
ftabil voto. Sta ruina fra noi / d'uopo è Earrjyc^ - Por%. Non dir ciò: miei
penfier tremando arretrano, E fuggon delirando a quelli accenti. Lue, Che vuoi
eh* io faccia ? be n rip enfa al treno De guai, che'l noftro amor portati
dietro. Pcnfa, Porzio, deh pente, che tu vedi Tuo fratel moribondo effer
trafitto Nel fuo cuore, e grondar tuttodì fangue, II Cielo e te fgridando: il
venerando Signor, forte dimanda la cagione, La cagion maledetta, che il fuo
figlio Gl'invola: Marzia cattivella trema» Quindi il crin (traccia, e in fuo
gravofo duolo Farneticando, fi richiama a Lucia. N 2 Equal 4(
*oo >jt Wfo* Lucia anfwerf Or bow ftand up in fucb a Scene of Sorrow ! Porr.
To my Confufion, and Eternai Gricf, 1 mufl acrome the Sentence tbat deftroys me
\ The Mijl tbat bung about my Msnd clears up > And now, atbwart tbe Terrori
tbat tby Voiso Has flanted round tbee ^ tbou appearft more fair y More ami
alle, andrifefl in tby Charmi, LoDÌyJl of\Vomen\ Heavn is in tby Soul. Beauty
and Virtue fbìne for ever round tbee y Brighi ning eacb other ! Tbou art ali
Divine ! Lue. Portius, no more ! tbyWordt fboot tbro my Usarti Melt my Rejohes,
and turn me ali to Love. Wby are tbofe Tcars of Fondnefs in tby Eyet ? IVby
bsavss tby Heart ? Wby fwells tby Soul witb Sorrtrwt It foftens me too mricb
Farrwell, my Portius, Pareteli y tbo Deatb is in tbe Word, For-evcr ! Port.
Stay, Lucia 5 ftay ! IVbat doft tbou fay ? For-cver ! Lue. Have I not feorn ?
If, Portius, tU Succefs Muft tbrow tby Brotber on bis Fate, Farewell, Ob, bow
fiali Irepeat tbe Wordì For-evcr ! Port. Tbus oer tbe dying Lamp tb % unfteady
Piarne Hangs quivring on a Point y leap's off vy Fits y And fair s again y as
loatb to quit itt Hold Tbou mufl not go } my Saul flill hovers oer tbse- And
can V get loofe. Lue. If tbe firm Portius fbuke To bear of Parting, tbink wbat
Lucia fiffers ! Port.
Ti* true; unruffled and fcrene F{. A mia confufione, e eterno cruccia Ho da
approvar Temenza, che m'atterrai Quella nebbia > che mia mente ingombrava y
Schiarafi, ed a traverfo de* terrori, Che 'I giuramento tuo t' ha podi intorno
> Tu più bella e più amabile apparila, £ ricrei ccndo fpiccano i tuoi vezzi.
Obelliflima donna ! hai il ciel nell'alma. Beltà e virtù fplendeti ognora
intorno, L' una altra ornando : fei tutta divina. la:. Porzio, non più :
paffanmi il cuor tue voci y Dhhn la mia fermezza, e a amar mi sforzano. Perchè
negli occhi tuoi coterie lacrime ? Perchè il cuor batte, c di duol s' empie V
alma ? Troppo m* intenerito : addio, mio Porzio, Addio; benché morte fta in
quel : Per Tempre. Tor%. Pian, Lucia, pian. Che detto hai tu : Per fernp Lue.
Giurato non ha io ? Porzio > k tua Ventura al tuo- fratello effer fatale
Dovefse, addio; oh come potrò ora Quella parola ripeter: Per fempre. For%. Così
cade, e riforge in un fol punta Stretta, e mal volentier fuo pofto lafcia La
tremolante e moribonda fiamma. ... Tu non hai da partir; l' alma mia fopra Te
fi rigira, e non può mai lafciaru. ve Se ad udir di partenza, il fermo Porzia
Trema, penfa che cofa foffre Lucia / Trovavanmi fereno e imperturbato r comuni
accidenti della vita; Ma ♦J( 102 kfc Sucb an unlook % d for Storm of Uh fair s
on me, It bcais down ali my Strengtb. I tannot bear it.
We muft noi part. Lue. Wbat do fi thou fayf Not part ? Haft tbou forgot tbe Vow
tbat I bave madef Are tbere not Heavns and Gods and Thunder oer us ! « Bu{ fee
tby Brotber Marcus benàtt tbis way ! 1 ficken at tbe Sigbt. Once more, Farewell,
Farewell, and know tbou wrongft me, if tbou tbinVfl Ever was Love, or ever
Gnef, like mine • [ Exit. Enter Marcus. Marc. Fortius, wbat Hopes ? bow flands
Sbe ì Ami doomd To Life or Deatb 1 Port. Wbat woudft tbou bave me fay t Marc.
Wbat meant tbis penfive Fotturc t tbou appeaiH Like one ama^ed and terrified.
Port. Ive Re a fon. Marc. Tby down-caft Looks, and tby diforderdTbougbtt Teli
me my Fate. I a si not tbe Suctefs • My Cauje bas found. Port. Vm grievd l
undertook it. Marc. Wbat ? dos tbe barVrous Maid infult my Heart, My ahtng He
art ! and triumpb in my Paint? Tbat I coud casi ber from my Tbougbts for ever !
Port. Away ! youre too fujpicious in your Griefs > Lucia, tbougb fworn
ttever to tbink of Love, Compajftonate s your Fains, and pitie s you. Marc.
Compajftonate s my Fains, and pitie s me! Wbat is Com paffton when 'tis void of
Love ! Fool
i •!( *°i )h Ma quefta di fciagure non previdi Burrafca, batte giù tutta mia
forza. Io non vaglio a (offrirla: ah non partiamo. Lue. Che cofa hai detto mai:
Ah.non partiamo? Non thfovvien del giuramento fatto? Che Cieli, e Dei, e fulmin
ci fon fopra ? ... Ma vedi il tuo fratcl Marco, che viene. Mi rincrefee il
vederlo. Ancora addio, Addio : e fappi, che a torto crederai Altro amore o
dolore eguale al mio- parte Lucìa.Marea y e Tornio. Mar. Ty Orzio, ci è fpeme?
che fa ella? fono JL Detonato alla vita od alla morte? Fonr. Che vuoi ch'io
dica? Mar. Che vuol dir cotefla Politura penfofa? tu mi fembri Spaventato e
fmarrito. Por%. Honne ragione. Mar. Queft' occhi baffi, e confufi penCeri
M'annunziano il mio fato: io più non chiedo, Qua! fia il fucceffo della caufa
mia. Por^. D'averla prefa a far, forte mi pefa. Mar. Forfè la cruda ATI mio.
cuore infulta? Su 1 cuor trafitto e nel mio duol trionfa ? Poteffila dal cuor
cacciar per fempre ! Por%. Via: troppo fofpettofo il duol fi rende. Lucia,
benché giurò di non penfare D'amor, pure ha pietà di voftre pene. Mar. Di mie
pene ha pietà ? ma qual pietate Vota d' Amor ! folle eh' i' era a fcegliere Edi
( KM ) S» Tool tbat I mas to elafe fo colà a Friend To urge my Canfe ! Compafftonates my Paint] Tritbse niSbat Art, what Rbet'rick d'tdffi thou
fife To gain tbis mighty Booti ? Sbe pitie s me ! To one tbat ask's tbe warm
Return? of Love, Compaffions Crueky, Vw Scora 5 9 $it Death Porr. Marcus, no
more! bave 1 deferì % d tbis Treatment ? Marc IVat bave I faidì O Fortius, 0
forgile me ! A Sotti exafprated in llls falls ont Wìth entry tbing, Ut Friend,
its felf But bah, IV but means tbat Sbottt, big witb tbe Soands ofìVar? What
new Alarm ? Porr. A fecond y louder yet, Swells in tbe Winds, and comes more
fall npon ut. Marc. Ob, fcr fome glorio» s Caufe tofall in Battei ! Lucia, thou
baffi undone me i tby Difdain Has Iroke my Heart : 'tis Death muffi giqje me
Eafe, Porr. Quid, lei ut benec, wbo kno-ws ifCatos Life Stand furel 0 Marcus y
I am vjarmd, my Heart Le api at tbe Trumpeft Voice y and burns fot Glory; [
Excunt: Enter Sempronius vvith the Lcadcrs of the Mutlny : Sempr. At lengtb tbe
Winds are raisdfhe Storm blowshigb, Be ityonr Care, my Friends, to ieep it up
In ii sfidi Fury, and direft it right, Ti// // has f pent it felf on Catos Head.
Mean Tubile FU bird among bis Friends, and feem One of tbe Number, tbat
isohateer arrive, My x r „ «?( »*J )&* Un così freddo amico a
proccurare Mia caufa. Ella ha pietà de] le mie pene ? Deh qual'arte o rettorica
impiegaci A procacciarmi quefta gran mercede ? Ella ha pietà di me? A un che
chiede Vicendevole fiamma ncir amore, Pietate è crudeltade, è fdegno e morte
For%. Marco, non più: ho io ciò meritato? Marc. Che mai ho detto ? Porzio,
perdóno. Un'alma, eh' è inafprita ne'fuoi mali, D'ogni cofa s'annoja; degli
amici, Di fe ftefla. Ma oh ! quefto rumore Che vuol dir, di guerrieri (boni
pregno ? Qual nuovo all' arme? Por%. Un' altro ancor più alto * Gonfio dal
vento, e vien più forte a noi ? 5 Marc. Oh per degna cagion cadeffi in Guerra I
Lucia, tu tn hai feonfitto : il tuo difdegno * Spezzommi il cuor: fia morte il
mio ripofo. Tor%. Pretto, leviamei: forfè è mal ficura Di C. la vita. O Marco,
il cuore Alla tromba fvegliato arde di gloria. partoM SCENA IV. Eatra Sempronio
co i Condottieri dell' Ammutinamento. Sempr. Q Offian già i venti, e la
tempefta sbuffa : O Sia voftra cura, amici, mantenerla Nella fua piena furia, e
dirizzarla A feoppiar fulla tefta di C.. Mentre tra' fuoi amici mi frammifehio,
E rafsembro un di lor > comunque accaggia, O Miei Afy Friends and Fellow
Soldiers may be /afe. i. Lcad. «// if# 7*/*, Sempronius is
our Friend. Sem proni us is as brame a Man as Caio. But beark ! be Enters. Bear
up boldly to bìm; Be fare you bear bim down, and bind bìm fa/i : This Day will
end our Toils, and giwe as Refi j Fear notbing, for Semfronius is our Friend. En ter C., Semproni u s, Lucius, Por t ius, a n d Marcus. C.. Wbere are tbefe bold intrefid Sons of War y Tbat greatly tnrn tbeir
Backs upon tbt Foe, And to tbeir General fend a brame Defiance ? Sempr. Carfe
on tbeir Daflard Souls, tbey ftand aftonifb* d\ [ Afide. C.. Perfidious Men !
and willyou tbus difbonoar Tour pafi Exploit s, and fully ali yoar Warsì Doyou
tonfefs 'twas not a Z e al for Rome, Nor Love of Liberty, nor Tbirtl of Houour,
Dre-w you tbus far i but bopes to /bare tbe Spot! Of conquerd Towns, and pi
under d Province s ? Fired witb fu eh Motives you do isoell to join Witb Catos
Foes, andfollow Céfars Banner s. JVby did 1 fcape tbe invenomd Afpics Rage, And
ali tbe fiery Monfiers of tbe Defart, To fee tbit Day ? JVby coud not C. fall
Witboutyour Guilt ì Bebold, ungrateful Men, B e bold my Bofom naked to your
Simrds, And let the Man tbafs injured flrike tbe Blorw • Wbub Miei amici, e
compagni falverannofi. Tr. Cond. Siam tutti fai vi, e ci è Sempron io amico.
Sempronio puote pareggiar C.. Ma piano! egli entra: Andate arditi incontro:
Battetti giufo, ebenlegatel forte. Oggi avran fine i guai, e noi ripofo. Nulla
temete: ci è Sempronio amico. Entra C., Sempronio, Lucio, Tornio, e Marco. Cat.
T 7' Sono quefti intrepidi Guerrieri, vJ Che bravamente ali* inimico volgono Le
fpalle, e al General mandan disfida ? Sempr. Codardi, maladetti ! ah, (tanno
attoniti ! a parte Cat. Traditori, così vituperate Voftre prodezze, e le
pattate guerre ? Chiaro non è, che non lo zel di Roma, Amor di libertà, defio
d'onore Portovvi quà; ma fpeme di partire Di Città conquiftate e di Provincie
Saccheggiate le fpoglie ? Da tai fini Spinti, ben vi giugnete co* nemici Miei,
feguendo di Cefar le bandiere. Dunque fcappato io fono dalla rabbia D' afpidi
velenofi e fieri moftri Del deferto, acciocch' io tal dì vedeffi ? Cader non
potea C. fenza voftra Malvagità ? Or ecco, uomini ingrati, Ecco il mio feno a
voftre fpade ignudo. Chi oltraggiato fi crede, il colpo faccia. O i Ma *?( io*
)p Ritiri 0/ ^0*4// fttfpctTs that he is nsorongd, Or fuffers greater llls tban
C. ? Am I dtftinguifV d from you but by Toils, Super ior
Toils y and beavier Weigbt ofCares ! Tainful Pre-emincnce ! Sempr. By He ani m
tbey drcop ! Confufion to the Villains ! Ali is loft. [ Afide. Cato. Have yo»
forgotten Lyhta s bttrning Waft, /// barre» Rocks, par eh' J Eartb, and Hìlls
of Sancì, Its tainted Air, and ali its Broods of Poi fon t Wbo iva; tbe firft
to explore tV untrodden Fatò, Wben Life vuas ha^arded in eniry Step ? Or,
fainting in tbe long laborious March, Wben on tbe Banks of an unlookdfor Stream
Toufunk tbe River nsuith repeated Drangbts, Wbo -was tbe laft in allyour HoH
tbat tbirfted ? Sempr. Iffome penurious Source by chance appeard, Scanty of IVaters,
wben yon fcoop'd it dry, And offerd tbe fall Helmet up to C., Did not he dafb
tb* untafted Moift are from bim } Did not he leadyon tbrougb tbe Midday Sun,
And Clouds of uuft ? Did not bis Temples gloiu In the fame fultry Winds, and
fcorcbing Heats ? C.. Hence -wortblefs Men ! Hence } and complain to Csfar Tou
could not undergo the Toils of War, Nor bear tbe Hardfbips that yonr Leader
bore. Lue. See, C., fee tti ttnhappy Men / tbey weep ! Fear, and Remorfe, and
Sorrow for tbeir Crime, Appear in eniry Look, and pie ad for Mercy. C.. Learn
to he boneft Men, give up yonr Leader s > And Pardon fball defeend on ali
tbe reti. Sempr.
Cato, Ma chi di voi può creder d' efler tale, O di (offrir più guai, che C.
ideilo? Sol da voi mi diftinguon le fatiche, Affai maggior fatiche e più
pefanti. Penofa diftinzione! Sempr. OhCiel, s'abbattono, Sconfondonfi i vallati
/ tutto è perduto. a parte Cat. I torridi deferti della Libia, Le ignude rupi,
adotto fuol, montagne D'arena, ed aria infetta, e tutte fue Ragioni di venen v'
ufcir di mente ? Chi fu il primo a fpiar vie non battute, Quando vita iva a
rifchio ad ogni paflb ? O quando nella lunga fatico(a Marcia l'uom fianco fi
veniva meno, Allorché di corrente pria non vifta Fiume afciugafte in replicati
forfi, Chi dopo tutti la fua fere fpenfe? Sempr. Se qualche rivo per cafo
appariva Povero d'acque, quando il pieno elmetto Offrirle a C., non rigettò
egli Da fe lontano il non guftato umore ? Per nuvoli di fabbia ei non guidovvi
? E non furo infiammate le fue tempie Da arficci venti, e fieri ed afpri caldi?
Cat. Via dunque indegni, via: e dite a Cefare, Che voi non potevate le fatiche
Portar, che ben foffriva il voftro Duce. Lue. Mira,Caton, mira queft' infelici:
Timor, rimorfo, e duol di lor delitto Son ne 1 lor fguardi, e gridano mercè.
Cat Da qui avanti il dover voftro imparate. Dateci i Duci in man : perdono al
retto. Semp. A Digitized by Google «8( no )S» Scmpr. C*/o,
commit tbefe Wretcbes to my Cari. Firfi let f em eacb he broken on tbe Rack,
Tben y witb wbat Life remata /, imfaled, and left To uoriibe at lei/are round
the bloody Stake. \ Tbere Ut % em bang, and taint the Southern IVittd. Tbe T
art neri of tbeir Crime iuill learn Obedience, ìVben tbey look up and (ee tbeir
Fellow Trattori Stuck on a Fork, and blacVning in tbe Sun. Lue. Sempronius,
wby, wby -wilt tbou urge tbe Fate Ofwretebed Meni Sempr. How ! woudft tbou
clear Rebellion ! Lucius, [ good Man ] pitie s tbe foor Offenders Tbat woud
imbrue tbeir Hands in Catos Blood. Cato. Forbeaty Sempronius! See tbey fuffer
Deatb, But in tbeir Deatbs remember tbey are Men. Strain not tbe Larws to moke
tbeir Tortures Lucius, tbe bafe degenerate Age requiret Sewity and Juftice in
its Rigour j Ibis WW* an impious, bold y offenàing World, Commandos Obedience,
andgiwes Force to Lau>s. Wben by jttft Vengeance guilty Mortals ferifb, Tbe
Gods bebold tbeir Punisbment witb Pleafure, And lay tb % uplifted Tbunder-Bolt
afide. Scmpr. CatOy L execute thy Wtll'witb Pleafure. Cato. Mcan-uobilc watt
Jacrifice to Liberty. Remember, O my Frieuds, tbe Laws, tbe Rigbts y Tbe
genrous Pian of Pouer deltuerd down, From Age to Age, by your renorwnd
Forefathers, [ So dearly bougbt, tbe Price of fo mucb Blood ] O let it never
perifb in your Hands ! But poufly tranfmit it to your Cbildren. Do tbou, great
Liberty, infpire our Souls, And Digitized by Google Hs» &i0/r. A cura mia
fien, Caco, etti fciaurati. Rotti fien fui martoro, e con gli avanzi
Delia vita impalati: ivi Jafciati A (torcerli fui palo, ed infettare Gli
auftrali venti; impareranno i complici Ubbidienza, quando mireranno Lor fozii
traditori Tulle forche Starti confìtti ad annerir fi al Sole. Lue. Perchè
a'mefchini caricare il fato? Sempr. Come! Vuoi tu fcufarquefti ribelli? Lucio
il buon uom, compiange i poveretti, ChediC.l fangueardean bruttarti. Cut. Pian
j Sempronio : guardate eh* effi muojano; Ma fov vengavi infieme, che fon uomini
: Per lor penar le leggi non (lira ce. Lucio, il fecolo vile e tralignante
Severa chiede e rigida giuftizia. Quella pon freno a un' empio ardito Mondo,
Rifpetto imprime, e dà forza alle leggi. Quando puniti giuftamente i rei Qui
perifeon, rimiran con piacere Gli Dei il gaftigo, e il fulmine rifparmiano.
Sempr. C., volentieri io v* ubbidifeo. Cat. Facciam' or faenfìcio a libertade.
Sovvengavi, o amici, delle leggi, Della nobi le forma di governo, £ di quei
dritti, a voi di mano in mano Da'voftri Avoli illuftri confegnati. [Di fangue
sì gentil comprati a prezzo] Oh non perifean mai in voftre mani ! Ma pi; a*
voftri figli tramandateli. Tu, fama Libertade, i cuor e infpira; Facci Entcr
Syphax. Syph. Ourfirft Dcjtgn, my Friend, Las proved abortive
i Stili tbere remains art After-game to play : My Troops are mounted; tbeir
Numidion Steeds Snuffup the IVind, and long to fcow'rtbc Defart : Le: but
Sempronius bead us in our Flight, Well force the Gate wbere Marcus keeps bis
Gttard, And bew down ali tbat would oppofe our Fajfage. A Day vili bring us
info Cdfars Camp» Sempr. Confufion \ I bave faiU of half my Furpofe. Marcia,
the ebarming Marcia s Uff bebind! Syph. How? will Sempronius turnaWomans Slave!
Sempr. Tbitik not thy Friend can ever fcel the foft Unmany iVarmtb, and
Tendcmcfs of Love. I long to claff that baughty Maid, And bend ber ftnbborn
Virtue to my Faffion : Wben l bave game tbt/s far, Vd cafl ber off. Syph. WellfaUI
thafs fpoken like tbyfclf, Sempronius. JVbat bindefs tben, but tbat tbou find
ber out > And burry ber ansoay by manly Force ì Sempr. But boia to gain
Admìffion ì for Accefs Is givn to none but ]uba, and ber Brothers. Syph Tbou
sbare bave Jubas Drefs, andjubas Guardi : Tbe Doors will open, -wben Numidia
sFnncc Seems to appear before the Slave*, that vatcb tbem. Sempr. Hcavns,what a
Tbought is tbere! Marcia s my Siface, e Sempronio. Stf. \ Mico, a male
andò '1 primo difegno; XjL Ma ancor ci retta un colpo di riferva. Prette mie
truppe fono : i dettrier Numidi Sbuffano, e braman fcorrere il deferto. Sol fia
Sempronio a noftra fuga capo. Le porte forzerem, che guarda Marco : Uccidercm,
chi s' opporrà al paflaggio, Ed in un giorno noi faremo a Ceìare. Stmpr. Ciel!
mi è fallito a mezzo i! mio difegno. Lafciata è indietro la vezzofa Marzia !
Sif. Come ? Sempronio è fchiavo d' una femmina Sempr. Non penfar, che '1 mio
cuor poco virile S'infiammi e intenerita da IV amore. Stringere io bramo fol
l'altiera donna, E piegar V inflelTibile al mio foco. Fatto ciò, la rigetto.
Sif. Oh che ben detto ! Parlare da Sempronio ! Or perchè dunque Non la trovi, e
la porti via per forza ? Sempr. Come trovarla? s'alia fua prefenza Non è
ammefso che Giuba e i fuoi fratelli ? •Si/. Avrai di Giuba l'abito e le
guardie: Apriranfi le porte a tua comparfa. Sempr, Cieli ! che bel penfier /
Marzia è già mia. Di qual fia colmo anfiofa gioja, quando La terrò contrattante
in le mie braccia, Con beltà accefa, e fcrrmigliate trecce, Mentre ch'ira c timor
con vezzo alterno P 2 Ba 4g( Iltf )> jP Juba might moke tbe proudefi of our
Sex y Any of IVomankind, bnt Marcia, bappy. Lue. And -wby not Marcia ? Come y
yon flrinje in Ma chi ha di quelli, al par di Porzio, incanto ? Mar%. Fammi un
piacer: non nominar Sempronio. Quel Tuo altiero Crepitar, m* è noja. A eroica
bravura aggiugne Giuba Tenero amore, e kmminil dolcezza. La più fuperba ei può
del no (ho fefso Feliciflima far, fuori che Marzia. Lue, E Marzia, perchè nò?
via, in van tentate Celarvi ad una, che ben fa per prova GÌ* interni ardor
d'innamorato cuore. Mari£ E' ragion, che la figlia di C., Non To ione or bcf,
liti c » kUì direcls. Lue. But ficu. Ih Fi !.. ^rjeyou to Ssmpronius? Ma-c.
tiare net; • -v v ìli : bai if be fboud Why issili tbort a ! d to ali theòriefs
Ififfer . Imstginary llls > and fancyd Tot tur et ? I bear the Sound of Feet
! they march this IVay ! Let ut retire, and try if wc cai: droisjn E a eh
fofter Tbougbt in Scufj of prefint'Danger, IVhen Love once fead's AdmJJton to
our He arti ( In J fighi of ali the Virine ive ca'i boaft ) The II oman that
Deliberata is lofi. ( Exeunt. Entcr Scmpronius, drefs'J likejuba, vvicli
Numidiam Guards. Scmpr. TheDeertslodgd.tnetrach ber to ber Contri. Be fnreyou
mini the Word, and wben Igine it y Bufi in at once, and fii^e uponyour Prey.
Let not ber Cria or Te ars bane Force to mone yOM. • i FIow ivi II the yottn*
Numidi an rane, to fi e Hit Miflrefs lofi ? If augbt coti d gì ai my Sotti,
Beyond tb % Ettjoywent of fo brighi a Fri^e, ^Tisjoud be to torture that
yonv.g, gay, Barbariatt. But bark, isùhat Nei fi ! Death to my Hopes ! % tis be
y 'Tis fubas filfl there it but one Way le fi - He muft be murder V, anà a
Fafiage cut Through thofe bis Guards ttfi, Daftardsjoyotttrcmblcl Or att lite
Me ts > or by yon a^ure Heann Enter fc Non odii od ami alcun, ch- a al (no
piacere. Lue.
Ma fe'J tuo Padre defseci a Sempronio? Mar^. Io non ofo penta rio; ma fe
pure... Perchè giugner vuoi tu a i guai, di' io fo&o Di finti mali
immaginate larve ? Odo il fuono del piè: ei qua ne viene. Ritiriamci a veder,
fe cacciar puotc Rifchio prefente i reneri penficri. Qiiando amor tenta entrar
ne'noftri cuori, [ Malgrado del valor, che noi vantiamo] La donna, che
delibera, è perduta. fartom. Entra Sempronio in Abito di Giuba con Guardie
Numidicbe. Stmfr. T A Lepre è a covo : T ho fin qui tracciata. JL/ Attenti al
cenno : e quando io dolio, a un Su correte, ghermite voftra preda. [ tratto Non
vi muovan fue lagrime, nè (Irida. Qual Ha la rabbia del giovan Numidico, Di Tua
dama alla perdita ! fe cofa Potefse rallegrarmi, oltre al godere D* un si bel
premio, certo farla quella Di dar martoro a quel bel giovan barbaro. ... Ma
zitto / che rumor ? morta è mia fpeme • Egli è, è Giuba ftefso : fol ci
refta... D* ucciderlo, e far via tra le fue Guardie.,. Codardi! ah ! voi
tremate ! o voi fiate uomini, O pur per quefto azzurro Ciel..., CL 'Entra
Enterjuba. Jub. What do I fee ? Wbos tbis tbat daret ufurf Tbe
Guards and Habits of Nnmidias Prènce f Sempr. One tbat was horn to fcourge tby
Arrogane* > Prefumftuous Toutb! Jub. What can tbis mean 1 Sempronio! Scmpr.
My Sword [ball anfwertbee. Have at tby Heart. Jub. Mai i tban to*>*r* *h (mn
> P r0U(i > barbrous Man I ( Serr.pr. fai Is. His Guards furrender.
Sempr. Curfe on my Stars I Am I tbcn doomd to fall By a Boys Hand? disfidar d
in a vile Numidi an Drefs y and f or a wortblefs Woman ì Gods, Tm Diftratled !
Tbis my Clofe of Life ! O for a Peal of Tbnnder tbat wo*d make Eartb,Sea y and
Air, and Hea& jE//rr* Giuba. Giub. Che vedo ! Chi è quel, ch'ofa ufurpar
le Guardie e gli abiti Del Prence di Numidia ? Sempr. Uno, che nato A fruttar
tua arroganza, audace giovane. Giub. Che è quello ? Sempronio / Sempr. La rifpo
da Farà meglio mia fpada : ecco, al tuo cuore. Giub. Ah guarda bene il tuo,
fuperbo, barbaro. Sempronio cade, e le fre Guardie fi rendono. Sempr. Maledetta
deftin / dunque ho a cadere Per mano d' un garzon ? da ignobii Numido
Mafcherato, e per vìi feraina? oh Cieli, Arrabbio, e cosi termino la vita.
Scocchi fulmin, che faccia e Terra, c Mare, Ed Aria, e Cielo, e C. in un
tremare. muore. Giub. Con qual furor la cruda alma fi fciolfe Dal corpo, che
ancor fpringa in fieri guizzi/ Orsù rechiamo, quelli fchiavi a Caco. Ivi
potremo a lungo di/coprire Quefto milleriofo e reo difegno. parte Giuba ci Prigionieri.
Entra Lucia, e Marcia. Lue. S~>il era rumor di fpade: ho così l'alma VJ
Abbattuta e fommerfa nel dolore, Singhiozza dal timore, e a ogni fuono trema. O
Marzia, i tuoi fratelli a conto mio... )fr 1 die awdy 10 fvcngo dall' orrore al
fol penfarlo. Jkfar^. Ve*, Lucia, ve': ci è fangue ed omicidio. Ah! un Numido !
oh Dei falvate il Prence. E* la faccia rinvolta nella vede. Ma, ah orrida vifta
! un diadema, Purpurea vefta! oh Dei / egli è, egli è. Giuba il giovin più bel,
che mai 'nvaghifse Donzella, Giuba, ahi morto qui fi giace. Lue. Or, Marzia,
ora richiama in tuo ioccorfo L* ufata forza, e del tuo cuor coftanza; Tu por
non la puoi certo a maggior prova. Mar%. Lucia, qui mira, e ammira il mio
foffcire. Non ho ragion di vaneggiar, di battermi 11 petto, e'l cuor fpezzare
di dolore ? Lue. Che penfar pollo o dire a tuo conforto? Mar%. II conforto
riferba a leggier mali: Ecco vifta, che uccide ogni conforto. Entra Giuba,
ascoltando. Sfogar voglio il dolore, e fcior la briglia AI mio furor penofo e
difperato. QuefVUom, quelVottim'uomo ben Io merita. Giuk Che afcolto? era ottim
uomo, queir uomfalfo Di Sempronio ? Oh cadeffi io come lui ! Fofs* io pianto
così, farei felice. Lue. Qui mi darò compagna ne* tuoi guai: T'aiterò col mio
pianto. Qua od' io miro Perdita qual la tua, la mia dimentico. Mar%. Non può il
dettino alleggerir mio duolo. Il van Mondo, ora a me trifto deferto, Nulla
lafciò per far Marzia felice. Giub. Sto full* cculeo; er' ci da lei sì amato ? Mar% Oh Marc. Oi le was ali made up of Love and Cbarm, IVbatcvcr Maid
coud But 'wben be talk V, tbe prondeft Roman bluftid To bear bis Virtues, and
old Age grew isoije. Jub. 1 fiali run Mad Marc. O Juba ! Juba ! Juba ! Jub.
Wbat means tbat Voice? did fie not cali onjuba ? Marc. Wby do I tbink 01* wbat
be was! be's dead ! Hes dead, and nrver knew bow mneb I lonìd bim. Lucia, ivlo
kmnsSs but bis poor bleeding Heart Amidjl its Aponics, rememberd Marcia y And
tbe lafl Words be ut ter d calfd me Cruci / Alas, be kneiv not, baplefs Toutb,
be kneuu not Mar ad t wbole Soni was full of Love and Juba ! Jub. IV bere am il
do l live ! or am indeed Wbat Marcia tbink' 5 ! ali it Elifium round me f Marc.
Te dear Remains of tbe mojl lonid of Men ! Nor Modefty nor Virtue bere forbid A
loft Embrace tubile tbus - Jub. See y Marcia, fee, Tbe happy Juba lives ! be
linxs to catcb % Tbat dear Embrace, ondo to return it too Witb mutuai Warmtb
and Eagernefs of L Ciò che amar fa donzella, o ammirar uomo, Piacer degli occhi
/ Quand'egli apparia, Segreta gioja rallegrava tutti. Ma al Aio parlare
s* arroffia il Romano Il più fuperbo in udir Tuo valore; £ i vecchi (tedi
n'apprendeano fenno. Giub. Io verrò folle. Mar%. O Giuba I Giuba ! Giuba f
Ciub. Che vuol tal voce? nonchiamonne Giuba ? Mar%. Perchè pcns' io a quel
ch'eifu? è morto; E' morto, e non fapea quant' io l'amava. Lucia, chi fa, fe il
fanguinante cuore Traile agonìe non raramentaffe Marzia, E crudel la chiamale
in voci eftreme ? Non fapea, pover giovin, non fapea, Empier tutto il mio cuore
Amore e Giuba. Ciub. Ove (od? vivo? o fono in fatti quello, Che Marzia penfa?
io fon ne' Campi Elisj. Mar%, Cari avanzi di quel, eh* io tanto amai » Nè
oneftà, nè modeftia qui ne vietano L'ultimo ampleffo, mentre... Giub. Marzia
vedi, gettandofi alianti di Uh. Vedi, che vive Giuba; ei vive a accogliere Il
caro ampleflfò, e a ritornarlo ancora Con reciproco ardordi vìvo amore. Mar%.
Con piacere e ftupore io redo attonita. Certo, eh' è un fogno : morto e in vita
a un tempo. Se tu fei Giuba, chi è quello ? Giub. Un mifero Mascherato da Giuba
in reo difegno. Lungo è il racconto : parte fol n' ho udito. Tuo Padre tutto il
fa : io non fofferfi Lafciarti in vicinanza della morte s Ma a 1 coud not bear
To le ave tbee in tbe Neigbbourbood of Deatb, But flew y in ali tbe bafte of
Love, to find tbcc. 1 forinà tbee ^eping, and confefs tbis once, Am wrafd
witb Joy to fee my Marcia 's Tears. Marc. Tvebcen furpri^ed in anunguarded Hour
9 But mufi not now go back : Tbe Love, that lay lialf fmotbsrd in my Breafi,
bai broke tbrougb ali Its weak Kefir aints, and burri $ in its full Luflrc y I
cannot, if l woud, concedi it from tbee. J jb. Tm lofi in Extafìe \ and dofi
tbou lowe, Thou cbarming Maidì Marc. And dofi tbott lime to ask it ? Jub. Tbis,
tbis ss Life iudced ! Life isjortb preferving ! Srich Life as Jub a never felt
till now ! Marc. Belicve me, Vrince, le f ore I tbougbt tbee dead, I d'nl not
knrw my felf bow mach 1 lovd tbee. Jub. O fortunate Mifiake ! Marc. O happy
Marcia! Jub. My Joy! mybeft Beloved! my only Wifb! How {ball I jpeak tbe
Tranfport of my Soul ! Marc. Lucia, tbyArm! Ob let me refi *pon />/ Tbe Vi
tal Blood, tbat badforfook my He art, Return s again in fucb tnmnltuous Tidet,
It quite oercomes me. Lead to my Apartment. 0 Vrince! I blufb to tbink wbat I
bave fatd, But Fate bas wrefted tbe Confejjìon from me; Go on, and profper in
tbe Patbs of Honour, Tby Virtue will exenfe my Paffìon far tbee, And Make tbe
Gods propitious to our Love. [ Ex.Mar.and Jub. lam Jo blefsd, I fear 'tis ali a
Dream. [Lue.
Tor- Ma a te Volai in amorofa frerra. Io ti trovai piangente : e ti confefso
Che quefta volta io fui colmo di gtoja Nel rimirar della mia Marzia il pianto.
Mar%. In mal guardata ora fon ftata prefa. flitrarfi non fi può: l'amor, che in
mio Petto quafi affogato fi giacca, Diè fuor, rompendo i fuoi deboli freni, E
rifplende or nella fua piena luce: Nè pofTo, s io voleffi, a te celarlo. Club.
Io fon rapito in eftafi : e tu ami, Bella figlia r Mar%. E tu vivi a domandarlo
? Ciub. Quella di vero è vita : vita degna Di confervar, qual non fentì mai
Giuba. Mar%. Pria, ch'io t'avelli, Principe, per morto,~ Io fletta non fapea
quant' io t' amava. Ciub. O fortunato crror Mar^. Marzia felice ! Ciub. Mia
gioja, mio amor, mia fola brama ! Come pofs* io ridir dell'alma l'cftafi? Mar^
Lucia, il braccio; oh di quel fammi foftegno. Quello, che il cuore avea
abbandonato, Vital fangue, ritoma ancora indietro Tumultuofo, e in rapidi
rifluffi, Che del tutto m' opprime. Or via conducimi A rìpofare al mio
appartamento. Prencipe, arroflò di penfare a quello, Che ho detto, ma il deflin
me '1 fece dire, E la confeflìon mi t rafie a forza. Va, et' avanza nelle vie
d'onore. Tuo valore al mio amor farà ragione, E faragli proprizj anco gli Dei.
pare. Marq% c Lue Ciub. Felice sì io fon, che il temo un fogno. R Di I Tortane, thou now bufi made amcnds for ali Tby faft Unkindnefs. /
abfolve my Stars. What tho Numidi a add ber conquerd Tonuns And Prwinccs to
fwell tbe Viilors Triumpb ? Juba will ncver at bis Fate repine, Let Csfar bave
tbe World, if Marcia s mine. [exit. A March ata Diftance, Enter C. and Lucius.
» Lue. I sland aflonijljt ! What, the hold Sempronius ! % Tbat (lill breke
foremoft througb the Croud of Patriot*, As witb a Hurricane of Zeal
tranfported, And virtttous cvn to Madnefs • Cato. Truft me, Lucius, Our civil
Dìfcords bave froduced fucb Crimes, Sucb monftrous Crimes, I am furfrisred at
notbing. - 0 Lucius, l am fick of this had World ! Tbe Day-ligbt and tbe Sun
grow painful to me. , • Enter Portius, But fee e Cefar prenda il Mondo, parte
Giuba* SCENA IV. Una
Marcia in lontananza. Entra C. y e Lucio. r Loc. QTupifco: che? Sempronio V
audace ? O Quel g ran campiondi libertadc, quello, Che da turbin di zelo era
rapito, Di Patria amante sì, che n'era folle. Cut. Le civili difcordie tai
delitti, Moltruofi delitti hanno prodotto, Che nulla ammiro. Io fon del viver
fianco : Il giorno fteffo e '1 Sol mi fon penofi. Entra Tortilo. Ecco vien
Porzio : perchè quefta fretta, E codefto ferobiante tuo cangiato ? Tor%. E'
gravato il mio cuor; trifte novelle Al Padre mio io reco. Cat. Ha Cefar forfè
Sparfo ancor più del Roman fangue ? For%. Nò II traditor Siface, le fu e truppe
Mentre che nella Piazza efercitava, Dato il cenno, volò co' cavai Numidi
AirAultral Porta, cui guardava Marco- R 2 Per- Totbc South Gate, wbere Marcus
bolds th Watck. Ifaw y and calfd to ftop bim, but in vai» Ih tojsd bis
Arm aloft, and proudly told me, He woud notftay and pertfb Uke Sempronius /
Cato. Perfidious Men ! But bafte my Som, and fee Tby Brotber Marcus alTs a
Roman s Pari. [exit Port. Lucius, the Torrent bears too hard upon me : Juftice
gives Way to Force : tbe conquerd World Is Csjars : C. bus no Bufine fs in it.
Lue. Wbile Pride, Opprejfion, and In juftice rtìgn Tbe World will ftill demand
ber Catos Prefence. In Pity to Mankind, fubmit to Cd far, And reconcile tby
Migbty Soul to Life. C.. Woud Lucius bave me live to f-well the Nnmber
OfC&fars Slavet, or by a bafe Submiflion Give up tbe Caufe of Rome y
andowna Tyrant ? Lue. Tbe VtBor ntver vaiti impofe on C. Ungcnrous Terms. His
Enemies confefs. Tbe Virtues of Humanity are Cafars. Cato. Carfe on bis Virtues
! T bey ve tendone bit Country. Sucb Popular Humanity is Trcajon • But fee
youngjubal tbe goodToutb appears Full of tbe Guilt ofbis perfidious Subjecls. Lue. Alas y pow Princel bis Fate deferves Compaffion. Enterjuba. Jub. / blufb, and am confounded to appear Before tby Prefence, Cato,.
Cato. Wbat's tby Crime > Jubt I m a Numi di an, C.. And a brave one toa 9
Tbou bufi a Roman Soul. Jub. Haft tbou not he ani Ofmy falfe Countrymen t C..
Alas, young Prince, Falfbood and Fraud fboot up in evry Soli, Tbe P rodati of
ali Climcs Rome bas iti Cafart. Jub. Ferma, io gridava: ohJà, ferma; ma
indamo. Alzava il braccio, e mi dicea bravando: Non refto qui a perir, come
Sempronio. Cat Traditori / ma via, mio figlio, e vedi, Che il fracel Marco
faccia da Romano. parte Por^. O Lucio, come reggere al torrente ? Cede alla
forza la Giustizia: il Mondo E' di Cefar: non ci ha che far C.. Lue. Finché
orgoglio, oppreffione, c il torto regna, Al Mondo necefsario fia C.. Del Mondo
per pietà, fopponti a Cefare. Di vita il tuo gran cuor rientri in grazia. Cat.
Vuoi, eh* io con vii fommiffione il numero Di fchiavi a Cefar gonfi, e a Roma
vinta Io dia la caufa, ed un Sovran confeffi? Lue. Il vincitor non porrà mai a
C. Dure leggi. I nimici ancor ravvi fa no Virtù d* umanitade effer di Cefare.
Cat. Maledetta virtù, di Patria pefte ! Tal popolaritade è sradigione. Ma ecco
Giuba : il buon Giovane appare Qual reo di colpa de' malvagi fudditi. Lue.
Povero Prence / è degno di pietate. Entra Giuba. Giub. Confufo, mi vergogno d'
apparire D'avanti a Cato. Cat. Quai*è il tuo delitto ? Giub. Numido io fono,
Cat. E valorofo Numido : Hai un'alma Romana. Giub. Non udifti De' miei perfidi
Numidi [ Cat. Ohimè Prence! Perfidia e frode fpunta io ogni fuolo, Sotto ogni
clima vien : Roma ha i Cuoi Cefari. Giub. E Jub. Tu
gen rotti tbut to comfort the Diftrefsd. Cato. Tu juft (ogive Applaufe wbere
V/j defervi; Thy Virtue, Prince, hat flood the Tefl of Fortune, Like pure fi
Glod y that, torturi in the Fumate, Cowf/ o/i/ J»or* brighi, bringi forth ali
iti IVcight Jub. ffia* yZw// I anfwer thee ? my raviftìd Heart O'crflowi witb
fecret Joy : Vi rathsr gain Thy Praifc, O Cato, than Namidiat Empire. Entcr
Portlus haftily. Porr. Miifortune on Mitfortutte] Criefon Griefl My Brother
Marcut Caco. Hab ! what hai he ione ? Hat he forfook bit Pofl ? bai he givn way
t Did he look tameìy on, and letern pafs f Porr. Scarce bad I left my Futber,
but I met him Born on the Shieldi of hit furviving Soldiert, Breathleft and
pale, and cover i oer witb ÌVounit. Long^ at the Head of bit few faitbful
Friendt y He flood the Shock of a wbole Hoft of Foet, Till olftinately Brave,
and bent on Deatb, Opprsft witb Multitudet, he greatly fell. Caro. Tm fatitfyd.
Porr. Nor did he fallbefore Hit Sword bad piercd throrigb the f alfe Heart
ofSyphax: Tonder he lie*t. I faw the hoary Traytor Grin in the Pungi of Death,
and bite the Ground. Caro. Tbankt to the Godi ! my Boy hai ione hit Duty. -
Portiut, when £ am dead y befure tbou place Hit Urne near mine. Porr. Long may
tbey keep afunder! Lue. O Caio, arm tby Soni witb ali Ut Patience j Sec
wbtrctbc Corp of thy dsad Son approachet ! The «3( hs )h Giub.
E'generofo il confolargli afflitti.C. E* giufto dare applaufo al vero merto.
Tua virtù è ftata a prova di fortuna, Come finiflìmo Or, che nel cruccjuolo
Tormentato, più fplende, e ftanne al pefo, Giub, Che ti rifponderò ? mio cuor
rapito Trabocca in gioja : pregio io, C., Tua lode più, che di Numidia il
Regno. Entra Tornio frettolosamente. For%. Difgrazia trae difgrazia, e duolo
duolo. Miofratel Marco... C. Ahimè! Ch'ha egli fatto' Ha abbandonato il pofto ?
ha egli ceduto ? O freddamente gli ha paffar lafciati ? Torsfr Partii da voi
appeua, che incontrailo Portato fopra feudi de 1 Soldati, Pallido, fmorto, efangue,
ricoperto Di ferite : più tempo egli alla teda De'fuoi pochi fedeli amici,
flette Delle fchiere nemiche incontr'all' urto, Ed oftinatamente bravo, e fermo
Di morire, da folta turba oppreffo, Grandemente al fin cadde. Cat. Io fon
contento. For%. Nè cadde pria, che la fuafpada il perfido Cuor di Siface
trapalato aveflTe. Là giace. Vidi il traditor canuto Nella morte ringhiar,
mordere il Aiolo. Cat. Grazie al Ciel ! fatto ha *1 fuo dover mio figlio.
Porzio, quand' io morrò, fa che fia pofta Sua Urna alla mia accanto. Por%. Oh
Ha ciò tardi! Lue C., arma tuo cuor di fofferenza: Ecco il corpo di tuo figlio
s* appreffa, ICit. The Citizen: ani Senators, alami d, Rame gatberd round
it 3 and attend it isjeeping. C. meeting theCorps. Cato. Welcome my Son ! Here
lay htm down ^my Friends Full In my Sigbt, tbat I may wiew at lei/tre The
bloody Coarfe, and counr iljofe glorious Womds. How beautiful is Death, tuberi
earnd hy Vìrtue ! Wbo wond not he tbat Toutb ? ivbat Fity is ir Tbat we can die
but once to Jerve our Country \ W by fifs tbis Sadnefs on your Brows, my
Friends ì 1 fbotidhave blufb'd ifCatos Houfe bad flood Secure^andflourifb'd in
a CìdìI War. Fortius, bebold tby Brotber y and remember Thy Life is not tby
own, wben Rome demands ir. Jub. Was enxr Man like tbis ! [ afide. Cato. Alas my
Friends ! Why monrn you tbus ? Let not a private Loft Afflici your Hearts. Tii
Rome requires our Tears. The Mitfrcfs of tbe World, the Seat of Empire y The
Nurfe of Heroes, tbe Deligbt ofGods, Tbat bumbled tbe proud Tyrants of tbe Eartb
y Avd fet tbe Nations free, Rome is no more. 0 Liberty ! 0 Virtue ! 0 my
Country ! Jub. Bebold tbat uprigbt Man ! Rome fills bis Eyes Witb Tears, tbat
flowd not o % er bis own dead Son. [afide. C.. Wbateer tbe Roman Virtue bas
fubdud, Tbe Sun s wbole Courfe, tbe Day and Tear, are Cafar V. For bim tbe
fclf-dcvoted Decii dyd, The Fabii fell y and tbe great Scipio s tonquerd: Evn
Fompey fougbt for Cafar. Ob my Friends ! How is tbe Toil of Fate, the Work of
Ages, The Digitized by I Cittadini e' Senator dolenti Circondante, e
accompagnante piangendo C. incontrando il Corpo. Cat. Benvenuto, o
mio figlio : giù ponetelo Qui in mia vifta, acciocch* io con agio miri E conti
T onorate fue ferite. ' Bella è la morte per valor fudata. Chi d' effer quefto
Giovan non torrebbe ? Qual' è difgrazia, per la Patria fua II non poter morir ch'una
fol volta/ Amici, perchè quefta in voi meftizia? Se cafa di C. in ci vii guerra
Salda e profpera fufse, onta farebbemi. Mira, Porzio : e fovvengati, la vita
Non effer tua, fe Roma l'addimanda. ( mici; Gikb.afart. Fu mai Uom come quefto
? Cat. PerchèJU Pianger così una privata perdita? Roma è quella, che chiede il
noftro pianto « Donna del Mondo, fede dell' Impero, D'Eroi nutrice, degli Iddi;
diletto, Che i tiranni abballava, ed affrancava Nazioni; quella Roma or non è
più. Oh libertà / oh virtù ! oh Patria mia ! Oìuk Prod' uom ! Roma da lui
fpreme le lagrima, Che trar non può del figlio fuo la morte, a {arte Cat, Tutto
quel che domò Roman valore, Tutto il corfodel fole, il giorno, V anno Son di
Cefar : per lui i votati Decti, I Fabii cadder, vinfer gliScipioni. Anco Pompeo
pugnò per Cefar. Cieli! Fatica del deftin, lavor de' fecoli, S Gran- Tbe Roman
Empire falVn ! O curfl Ambition! T alln into Cd/ars Hands ! Our great
Fore-Fatbert Had left b'im nongbt to Conquer but bis Country. Jub. IVbile C.
lives, Cafar voill blufb to fee Mankind cvflavcd, and be afbamed of Empire, C.
Ce far ajbamed ! Has not bc fccn P bar fall a ! Lue. Cato, Vi/ Time tbou fave
tby felf and us. Cat. Lofi not a Tbougbt on me. fm out of D anger. Heavn voill
not leave me in tbe Viftors Hand. Cafar fball never fay Fve conquer d C.. But
ob ! my Friends, your Safcty fillt my Heart Witb anxious Tbougbt s : A tbou f
and fecret Terrors > Rife in my Soul : How fball I fave my Friends ì Ti/
now, O Cafar y I hegin to fear tbee. Lue. Cafar bas Mercy, if we ask it of bim.
Cat. Tben ask it, l conjure you ! let bim know IVbate'er was done againft bim,
C. did it. Aid, if you pleafe, tbat I requeft it of bim, Tbat l my felf \ vSitb
Te ars, requeft it cf bim y Tbe Virtue of my Friends may pafs unpunifb'd, fui?
a, my He art is trifbled for tby Sake. Sboud I advìfe tbte to regain Numidia,
Or feek tbe Conqueror ì Jub. If Iforfah tbee 1 Whìlfc l bave Life, may Heavn
chandon Juha ! Cat. Tby Virtues, Fri are, if If ore fee arìgbt, IVill ove Day
make ibee Grece; at Rome, bereafter, *T vaili be no Crime to bave been C. s
Friend. Vortius, drava near ! My Son, tbou oft baft feen Tby Sire engaged in ù
corrttytcd State, IVreflling -witb Vice atsd Fatlion : N>w tbou fee fi me
Spent 5 overpoisSrd, defpairing of Succefs; Let me advìfe tbee to retreat
betimes U( 119 )S* J Grande Imperio Roman, com lei caduto ! , Oh maladetta
ambizion ! caduto Nelle mani di Cefare. I Maggiori Non lafciargli altro a
vincer, che fua patria. Club. Vivente C., arroffiraffi Cefare D' un Mondo
fchiavo, e avrà V Impero ad onta. C. Ad onta Cefar ? non vide ei Farfalla ?
Lue. Cato, egli è tempo te fai vare, e noi. Cat. Deh non penfare a me : fon
fuor di rifehio; In man del vincitore io mai non fia : Ne Cefar mai dirà :
vinto ho C.. Ma oh / Amici miei, voftra falute Stammi fui cuor : mille fegrete
angofee Spaventar! l'Alma. Oh come falverò I miei amici / Or, Cefare, io ti
temo. Lue. Cefar, fe a lui chieggiamla, avrà clemenza. Cat. Chiedila, te'n
feongiuro: il tutto [ ei fappia ] Che contra lui fu fatto, il feo C..
Soggiungi, fe ti piace, eh* io '1 richiedo, ' Che il valor de* miei amici fia
impunico. Giuba, per amor tuo turbato è il cuore. A Numidia tornar
configlierotti, O andare a Cefar ? Club. Se giammai ti lafcio Finch' io vivo,
abbandoni il Cielo Giuba. Cat. Tue virtù, Prence, s' io prevedo dritto > T
esalteranno, c a Roma in avvenire Non fia delitto l'amirtà di Cato. Porzio, quà
traggi : Figlio mio, tu hai vitto Sovente me impanato in guado Stato, Con vizj
e con fazioni contrattante : Or fianco e difperante del {uccellò, Io ti
configlio a ritirarti a tempo S 2 A tua To tby Patemal Seat, tbe Sabine Fieli,
Wbere the great Cenfor toiN witb bis ow» Hands, And ali our frugai Anceftors -were
bit fi i In bumble Vtrtues, and a Kural Life. There Uve
retired, prayfor tbe Feace of Rome ^ Content thy felf to be Objcurely good.
When Vice prevails, and impìous Men bear Sway, Tbe loft of Honour is a frisate
Station. Port. 1 bope, my Fatber does not recommend A life to Forti as, tbat be
feorns bimfelf. Cat. Farewcl, my Friends ! iftbere be any ofyotà Tbat dares not
truft tbe Vitlort Clemency, Know tbere are Sbips prepared by my Command, [
Tbeir Saìls already ofning to tbe Winds ] Tbat f ball convey you to tbe
wifbt-for Port. 2> tbere augbt elfe y my Friends, I can do f or you ? Tbe
Conqueror draws ne or. Once more Fare-wel ! Ifeer we me et ber eafter, we fiali
meet In bappter Climes, andona fafer Sbore, Wbere Capir never fiali approacb us
more Tbere tbe brave Toutb, vitb Love ofVirtue fired, Pointing to the Body of
his dead Son. Wbo greatly in bis Country s Caufe ex pire d, Sball ino-w be
Conquerd. Tbe firm Patriot tbere l Wbo made tbe Welfare of Mankind bis Care ]
Tho'ftill, by Fatlion, Vice, and Fortune, croft y Shall fmd the genrous Lahour
was not lofi* «3( '4i )S* A tua fede paterna, al Sabin campo, Che 'J gran
Cenforc a Tua mano facra. Là 've i frugali Avoli noftri in umili
Virtudi, c in rurar vita eran beaci. Per la pace di Roma ivi tu prega, Celato
ftando e in tua virtute involto.. Quando il vizio prevale, e gli empi regnano,
Il più onorevol pofto è il più privato. ' Tor£ Spero, che il Padre mio non
raccomandi A Porzio vfta, eh* ei medefmo fdegni. Cat. Addio, Amici : fc v' è
alcun, che tema Del vincitor fidarfi alla clemenza > Sappia, che per mi
ordine fon prede Navi, lor vele già fpiegandoai venti, Che condurranvi al
deGato Porto. Altro c è, Amici, che per voi far debba ? S* appreffa il vincitor
: di nuovo, addio. Se mai e incontrerem, e' incontreremo In più felici climi, e
in miglior fpiaggia, U* Cefar non fia mai a noi vicino. additando il corpo del
morto Tiglio Il prode Giovan di virtude accefo, Che fpirò nella cauta di fu a
Patria, Vi faprà, eh* ei vincca. Il fermo amante Del fuo Paefe y eh' ha fatta
Aia cura La falute del Mondo, ancorcri egli abbia Fazion, Vizio, Fortuna a lui
contrarj, Non perderà fuoi generofi affanni. C. folus,
fttttng in a thoughtful Po/Iure : hi bis Hand Tlato's Book on the Im- mortality
of the Sotti. A dravvn Svvord on the Table by bim. IT T wuft he fo fiato, tbou
reafonsl wett ! | Elfe uuhsnce tbis pleafing Hope, tbis fond De/ire, J Tbis
Longing after lmmortality ? Or ivbence tbis fccret Dread, and inward Horror, Of
falling info Nongbt ? IV by fbrinks the Soni Back on ber felf y and ftartles at
Deftrvtlion ? *Tis tbe DWinity tbat flirt witbin us, Ti/ Heanìn its felf y tbat
point's out an Hereafter, And intimate t Eternitj to Man. Eternit j ! tbon
pleafing y dreadful, Tbotrgbt l Tbrougb wbat Variety of untryd Being, Tbrougb
wbat nevu Scenes and Cbanges mnfl tue pafs ! Tbe ispide, tb % unbonnded
Pro/peti y lie's before me > But Sbadows y Clouds } and Darbiefs, refi u$on
it. Here
C. folo, fedendo iti una pofoura penfierofa In mano il Libro di Platone dell'
Immorta- lità delT Anima. Spada [gita mata folla Tavola vicino a Lui. E Lia è
cosi; Platon, tu hai ragione. Se nò; donde vien quella lufinghevole Speranza :
quel desìo e ardente brama Dell' immortalità ? e donde qucfto Tcrror fegreto, e
naturale orrore Di cader nel niente ? Perchè V alma Ritirata in fé ftefla, e
impaurita Alla diftru/ion s' aombra e fugge ? E* la Divinità, che muove dentro;
Il Cielo è quel che 1' avvenire addita, E air Uom V eternitade accenna e moftra
• Eternità ! pender grato, tremendo ! Per qual elTer diverfo, e non provato, E
per qual mutazion di nuove feene Dobbiam pattar? la vafta (terminata Villa
avanti fi (tende j ma in ombre, In nubi, in fcuiità fi da rinvolta. Mi ( M4 )8l Urti volli 1 lold. Jf tberes a Boisor ahove m j \ And tbat
there is ali Nature cries alwd Through ali ber Works ] He mujl delight in
Virine \ Ani tbat vvbicb be delight s in mufl he happy. But ivben ! or wbere !
Tbis World mas madefor Cafar. Vm weary of Conjeclures Tbis m ufi end 'em. (
Laying his Hand on his Svvord. Tbns am Idouhìy armd: my Deatb and life, My Barn
and Antidote are botb before me : Ibis in a Moment brings me to an End : But
tbis informs me I /ball newer die, The Sovl, fecurd in ber Exiftence 5 fmiWs At
the drawn Dagger, and deficit iti Point. The Stars /ball fade v&ay, the Sun
bimfelf Grow àim isSitb Age, and Nature fink in Tears > But thou fbalt
flourifbin immortai Toutb, Unburt amidfi the War of Elemcnts, The Wrecks of
Master, and tbe Crufb ofWorlds* Wbat means tbis Heavtnefs tbat bangs upon me t
Tbis Letbargy tbat creeps through ali my Senfes t Nature ofprefs'd, and
barrafsd out litb Care, Sinks down to "Refi. Tbis once Fllfauour ber. Tbat
my awakend Soni may take ber Flight, Renrwd in ali ber Strengtb, and frefb witb
Life An Ofringfitfor Heavn. LetGuiltor Fear Difiurb Mans Resi : C.
knows neitber of f Indijfrenì in bis Cboice tojleep or die Eotcr Mi fermo io
qui : fe ci è un Potei fovrano [ E eh* ei ci fia, alto Natura grida ]
Dilettarfi egli dee nella virtude ; £ dee ciò che '1 diletta, efter felice. Ma
quando, o dove ? Il Mondo è fol per Cefare. Ma/ che dubbi/.... Firmagli quefto.
ponendo la fra mano alla Spada. Armato a doppio io fon: mia morte e vita, Mio
veleno ed antidoto ho d' avanti. Quefto in un punto recami alla fine. M'
infegna, quel, eh io non finirò mai. L* alma nel Aio Eller ficura, ride AI
tratto ferro, e la fua punta sfida. Le fte/Je mancheranno, il Sole fteffo Fia
abbacinato, e fu- voi la Natura Inveccherà sfi cirrata, ma tu frefea D*
immortai gioventù /rcr/Vat* &mpre, Degli elementi infra le guerre illefa,
Tra naufraga materia, urto di Mondi • Che è qu'éfta triftezza, che m' affale?
Qual letargo ferpeggia entro a mici fenfi ? Natura oppreffa e faticata cafea, E
vuol ripofo : contentarla or giovami. Dettata Y alma piglierà il fuo volo,
Rinnovata in fua forza, e frefea in vita, Degna offerta pe '1 Ciel. Colpa o
timore Sveglino altrui : Caton non gli conofee, A dormire o morire
indifferente. Enter Portius. But labi hows tbtty my Son t Wby ibis
Intrufoli ? Were not my Orders tbat 1 woud le private ? Wby am 1 difobeyd f
Port. Alat y my Fatber ! Wbat Ì72GCWS tbis Swordì tbis Inflrument ofDcatbl Lct
me convey it bence i C.. Rafb Toutb, forbear t Port. 0 let tbe Frayrs, tb*
Entreatiss of your Friends, Tbeir Tears y tbeir common Danger vvre/t it from
you. C.. Woudfft tboubetray meì Wou % d ti tbou giue me up A Slave, a Cattive,
iato Cafars Hands l Retire, and learn Obedience to a Fatber, Or know, you*tg
Man ! Port. 0 Sir, foi >give your Son, JVbofe Grief bangs beavy on bim\ O my
Fatber ! How am I fare it it not tbe la/I Ttme t I c*er {ball cali you fo ! Be
not difpleafcdy O be not angry vitb me isobilft I weep, And, in tbe Anguifb of
my He art, befeeeb yon To quit tbe dreadfnl Furpofe of your Soul * Cato. Tbou
bafi been ever good and dati fui. (Embracing him. JVeep not, my Son. Ali ivi II
be -meli again. Tbe rigbt.ousGods y wbom I bave fougbt to pie afe ? Carne, e
forgio. Gifc V ^ A, che è ciò, mio Figlio? Perchè quà? JlVJI Non avea detto,
ch'io volea ttar foio? perchè cjifubbidire ? Pot%. Ohimè! mio Padre 1 . :Che fa
efta fpada qui di morte arredo ? .-Via ^crterolla. Cat. Temerario, ferma. P0f£
Le infìanze, i preghi degli amici, il pianto, li comun lor periglio a voi la
(veglione Cat. Vorrefti tu tradirmi ? e darmi fchiavo, Prigioniero, di Cefar
nelle mani ? Va* via: e ad ubbidire un Padre impara, Ofappi, giovin... Por%.
Non mirar sì torvo» Morrei più tofto, che difubbidirvì. Cat. Ben fia! Torno
Padrone di me ftefso. AtTedi) r>r, Cefar, pur le noftre porte, Ed ogni adito
chiudi: le tue Flotte CuopT*»no il mare, e ferrino ogni porto*, Carr^.'.Vv/rà a
fe medefimo un patio, \ E li. *anr ;rà le tue fperanze... Por%. Al figlio
Tritio /dolente tuo perdona. Oh Padre/ Ahi / forfè quefta ria V ultima volta,
Ch' io ti chiami così! non difguftarti, Nè t' adirar con meco, mentr* io
piango, E tra l'angofcia del mìo cuor ti prego A lafcìar tuo orribile pi n
fiero. Cat. Tu hai fempre adempiuto! tuoi doveri, {abbrac- Non pianger, Figlio:
il tutto anderà bene» (dandolo I giudi Dei, cui mi ftudiai piacere, ... T z Pre- Will fuccour C. f and preferve bit Cbildren. Port. Tour Wordt
girne Comfort tù my droofing Heart. C. Portiut y tbou mayft rely upon my
Conduci. Jby Fatber will not aQ wbat mtsbecomct bim. But go ymySotty and fee if
augbt bc wantìng Among tby Fatber t Friendt ; fra tbem embarqued ; And teli me
if tbe IVinds and Seat be friend tbem. My Soni it quite weigb'd down witb Care,
and ash Tbefoft Refrefbment of a Moment' t Sleep. [ Exit. Port. My Tbongbtsare
more at Eafe, my Heart rrvivet. Enter Marcia 0 Marcia, O my Sifler, fiill
tbere't Hcfe ! Our Fatber wtll not caft away a Life. So needful to ut ali, and
to bit Country. He it r air ed to Refi, and feemt to eberifb Tbougbtt full of
Peate. He bat difpatcbt me benee Witb Ordert, tbat befpeak a Mind compofed, And
fiudiout for tbe Safetby of bit Friendt. ' Marcia, tale tare tbat none difturb
bit Slumbert. [ Exit Marc. 0 ye immortai Powert, tbat guard tbe Good y ìVatcb
round bit Coucb 9 and foften bit Repof*, i \ Banijb bit Sorrowt, and becalm bit
Sosti Witb eafie Dream s ; remember ali bit Virtuet ì And fbaw Mantind tbat
Goodneft it your Care. Enter S» Prcfervcran C. c i figli fuoi. Tori» Voi
conf° r " tc »• mio abbattuto cuore. Cat. Di me fidati, o Porzio : il
Padre tuo Non farà cofa mai', che gli (convenga. 1 Or va, mio Figlio: e Ve*,
che nulla manchi A i noftri amici : vedigli imbarcare ; Dimmi, fe venti e mar
gli favorifcono. Tratta è giù P alma da pefanti cure, E d' un breve dormir
follievo chiede. parte C. For£ Miei penficrfon più qucti, c'1 cor refpira. m %
I Tornio, e Marcia. Fors?.f~\ Marzia, o mia Sorella, ci è ancor fpcrac. V_/ Il
Padre, via non butterà una vita A noi sì neceffaria ed alla Patria . Ripofa, e
fembra intrattener penfieri Di p?ce . Ei rn ha con ordini fpedito, Ch' una
mente comporta ed anfiofa Della falvezza de gli amici moftrano . Marzia ; fa
che niun (turbi i fuòi fonni . fatte Mar^ Numi immortali, che guardate il
giudo. Vegliate intorno al letto, e '1 fuo ripofo Addolcite, bandire i fuoi
dolori E con facili fogni gli calmate L'anima: rammentatevi di fue Virtudi : e
a tutti gli uomini inoltrate, Che degP Iddi) è la bontà penfiero . •se w )i» and awf#l ss a, God y. He knows not bow to winì at bumnc Frail
ty, Or pardon IVcaknefs, tbatbe ne*ver felt-. Marc. Tlwr/gb fieni and aufuì to
tbc Foes ofRome y He is ali Goodncfs. i Lucìa,, jlways mìld, Compaffionate, and
gentle to Vis Friends . F'i\ld n>itb Domtfl'tck Tendernefs, the b'eff 9 The
ìùnJeft Fatììet t I bave c*vtr fpuud bim Eafie, and good,
audfanfeoustojnylVifbes. Lue. Til bit Confent aloni tan male m blefid, Marc ta,
we botb tre eQuallyivpol'V'd ; In tbe fame intricate >iFtff'*4i Difircfs . .
r f - The cruci Handof Fata, ìbat fa- deflroyd T£y £ro*kr Man*; y infoia ta*
botb- lamtnì Marc, -/W fwr lamenta unbappyToutb ! Lue. Ha/ /5r/ my Soul at largo,
W uow Ifiand Loofe ofmyVowr £ut y tybo Jinows Catos Thugbts ? IVbo faow's
bowyet b^ m^Afpofe ff Portiat e t Or bas determini fi \ of' tby felfì . * J
Marc. Zs» Entcr Lucius '. Lue. Sweet are the Slumbers of the wìrtuous Man ! 0
Marcia, I bave Jeen thy Godlike Fatbcr : Some Tornir invsfible fupporis bis
Soul^ And bears it up in ali its wonted Grcatnefs, A kittd refrefling Sleep
isfalTnupon bini: 1 faw bìm ftretcbt at Eafc, bis Fancy loft In pleafeng Dream
* as I drew near bis touch, He fmiUd, and cryd^ Cafar tbon canft not burt me .
Marc. His Mind ftill labours witb fome dreadful Tbougbt Lue. Lucia, wby ali
tbis Grief y tbefe Floods ofSorrow Dry up thy Tears, my Cbild, we ali are fafe
Wbtle Caso iives His Prefence bile Rome furvived, Woud not bave match' d bis
Daugbter witb a King , But Cafar s Arms bave tbrowndown ali Dijlinclion ;
Whoe'er is Brave and Vìrtuous , is a Roman Vm ftck to Deatb O wben (ball I get
loofe From tbis vain World , tV Abode ofGuilt and Sorrow ! And yet metbìnks a
Beam of Ligbt breaks in On my departing Soul . Ala s , Ifear Tve beentoo bajly.
Oye Powrs, tbat fearcb The Re art ofMan, and uteigb bis inmo/t Tbougbts , // I
bave done amtfs , impute it not ì The beft may Erre , butyou are Good , and oh
! [Dics Lue. Tbere fled tbe greatefl Soul tbat ever ivarmd A Roman Brcaft . O
C. ! 0 my Friend ! Thy WiU fiali be religionjly obfervd Bui Ut us bear tbis
awful Corps to Cafar, Ani Ch’io pago al Padre gli ultimi doveri. Giuk Quefti
i Trionfi fon , tue Imprefc , o Cefare ! Lue. Ora Roma è caduta daddovero / C.,
portato avanti nella fua feJia . C. Po fa temi qui giù. Porzio t'accoda. Son
gli amici imbarcati ? Puoffi fare Alcuna cofa ancor per lorfcrvigio, Mentre
ancor vìvo? ch'io non viva in vano/ O Lucio , fei tu qui? Sei troppo tenero!
Tra i noftri figli V amicizia viva: Porzio felice fa nella tua Lucia. Pover'
Uom / piange! Marzia , la mia Figlia. Oh/ mandatemi avanti. Giuba t'ama. Di
Roma un Senaror, vivente Roma, Sposata non avrìa con Re fua Figlia; Ma tutto
confuso han di Cesar V armi . Chi è bravo e valorofo , egli è Romano. Morir mi
fento/ Oh ! quando farò fciolto Dal Mondo , di dolor di colpe albergo ! Pur
parmi , che di luce un raggio fpunti All'alma che fi parte. Laffo / io temo
D'aver troppo affrettato. Oh / Numi, voi, Che penetrate il cuor dell' uomo , e
i fuoi Intimi movimenti ne pefate, Se fallit'ho , a me non l'imputate I
migliori crran: buoni fiete , e .oh ! . . muore. Lue. La più bell'alma ora
volò, che mai Un Roman petto rifcaldafle. O C.! Amico mio ! farà tua volontade
Da noi con fomma religion fervata. Portianne il corpo
venerando a Cefare : In « US )fc ^«J /ay U in bis Sigbt , that it may fi and A
Fence betwixt ut and the Vittor i Wrath s Cato , thò dead, fiali ftill proteB
bis Friend. Trom bence, le t farce contendìng Nations know what dire Effecls from
Ci quai crudi effetti da civile Difcordia featurifeoo. Quefta è quella,
Che le noftre contrade ne feompiglia, E Roma dà a Romane armi in preda :
Crudeltà, Lite, Frode partorifee, £ invola al Mondo reo vita di Caco, Stante la
relazione fatta dal M. R. Sie. Francefco Giufeppe Morelli Profefsore di lingua
Inglcle concordare la pre- lente Traduzione col Tuo Originale in queir idioma
ftam- pato, Si riftampi l'un, e V altra. Orazio Ma^ei Vicario Generale. Attefa
la relazione del P. Ilario Flood Agoftiniano nativo di Scozia , Si (rampi.
Maeftro Fr. Gio: Francefco Mefftni Mi». Covri). Vicario del S. Ufi^io della
Città di Colle , e Provicario Generale del S.Ufiyo di Firenze. Filippo
Buonarroti Sem , e Aud. di S. A. R. Catone. Keywords: portico. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Catone,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Cattaneo: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale longobarda -- Vico e la
sapienza italiana – il dialetto milanese e il sostratto latino – scuola di
Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Milano).
Filosofo milanese. Filosofo Lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice:
“I like Cattaneo; in fact, I LOVE Cattaneo; he is so much like me! I taught at Rossall, and he defended the the teaching in what the
Italians (and indeed the ‘Dutch’) call the ‘gym’ not just of Grecian and Roman,
but Hebrew – He famously claimed to know Hebrew when he interviewed for a job
as a librarian! – From a semiotic point of view, he saw semiotics as the
phenomenon the philosopher must consider when dealing with communication – he
explored semantics, but also ‘sintassi’ in connection with ‘logic,’ and
obviously, pragmatics – He was interested in comparing systems of communication
in Homo sapiens sapiens and other species – and being an Italian, he was
especially interested in how Roman became Latin – he opposed the Tuscany rule!”
-- Grice: “Only a philosopher like
Cattaneo is can understand Cattaneo’s contributions to semiotics!”. Figlio di
Melchiorre, un orefice originario della Val Brembana, e di Maria Antonia
Sangiorgio, trascorse gran parte della sua infanzia dividendosi tra la vita
cittadina milanese e lunghi e frequenti soggiorni a Casorate, dove era spesso
ospite di parenti. Fu proprio durante questi soggiorni che, approfittando della
biblioteca del pro-zio, un sacerdote di campagna, si appassioa alla filosofia,
soprattutto dei classici della filosofia romana. Il suo amore per le
lettere humanistiche classiche lo indusse a intraprendere gli studi nei
seminari di Lecco prima e Monza poi, che avrebbero dovuto portarlo alla
carriera ecclesiastica, ma già all'età di diciassette anni, abbandonò il
seminario papista per continuare la sua formazione presso il Sant'Alessandro di
Milano e in seguito al ginnasio e liceo classic di Porta Nuova dove si diploma.
La sua formazione filosofica fu plasmata, durante gli studi superiori, da
maestri quali Cristoforis e Gherardini, i quali gli aprirono le porte del mondo
filosofico milanese. Grazie a queste opportunità, oltre alla passione per gli
studi classici, Cattaneo inizia a nutrire interessi di carattere sstorico. Sempre
in questo periodo furono fondamentali per la sua formazione filosofica le
letture presso la Biblioteca di Brera e il contatto con il cugino paterno,
direttore del gabinetto numismatico, era anche un importante esponente del
mondo filosofico milanese. Altro punto chiave per il percorso formativo degli
suoi interessi furono la frequentazione assidua dell’Ambrosiana, grazie alla sua
parentela materna Sangiorgio con il prefetto Pietro Cighera, e della biblioteca
personale dello zio. La Congregazione Municipale di Milano lo assunse come
insegnante di latino e poi di umanita nel ginnasio comunale di Santa Marta.
Approfondizza le sue frequentazioni con gli filosofi milanesi, entrando a far
parte della cerchia di Monti. Di questi stessi anni sono le sue amicizie con
Franscini e Montani. Dopo aver iniziato a frequentare le lezioni di Romagnosi
nella sua villa, ne divenne presto amico e allievo. Si laurea Pavia con il
massimo dei voti. Risale il suo saggio dato alla stampa e apparso sull’antologia,
si tratta di una recensione all'assunto primo del concetto di “giure naturale”.
Saggio sulla Storia della Svizzera italiana. Convinto sostenitore di richieste
di maggiore autonomia del regno lombardo-veneto dalla corte di Vienna, pensava
di puntare su una politica non violenta per avanzare tali richieste. Il motivo
del suo rifiuto nei confronti della violenza si può comprendere da questa
affermazione poco conosciuta del filosofo milanese che al tempo stesso lascia
trasparire cosa egli ne pensasse di un'annessione al Regno di Sardegna. Siamo i
più ricchi dell'impero, non vedo perché dovremmo uscirne. Ottenne alcune
concessioni dal vice-governatore austriaco, subito annullate dal generale
austriaco Radetzky. Purtroppo l'evoluzione tragica delle Cinque giornate
di Milano, degenerate in violenza, fecero capire a C. che un dialogo tra la nobiltà
lombarda e la corte di Vienna e effettivamente difficile, stessa impressione che
curiosamente ebbe anche Radetzky che nel periodo del suo governo nel lombardo-veneto
punta a cercare il favore del volgo. C. e i suoi amici parteciparono quindi e
contribuirono alle cinque giornate di Milano, senza agire con azioni di
violenza gratuita. Ma dopo di esse, rifiuta l'intervento piemontese. Considera
il Piemonte meno sviluppato della Lombardia e lontano dall'essere democratico.
Presidente del Consiglio di guerra di Milano, che governa insieme al Governo
provvisorio fino alla caduta di Milano al ritorno degli austriaci. Dopo una
serie di moti popolari, nel frattempo, viene proclamata la repubblica romana,
guidata da un triumvirato costituito da Mazzini, Saffi ed Armellini. In
seguito alla conclusione dei moti ripara nella ivizzera e si stabilì a
Castagnola, nei pressi di Lugano, nella villa Peri. Qui ebbe modo di stringere
maggiormente la sua amicizia con Franscini, potente filosofo ticinese, e di
partecipare alla vita filosofica del Cantone e della città. Fonda il liceo di
Lugano, che volle fortemente per creare un'istruzione pubblica laica libera dal
giogo del papa, al fine di formare una generazione liberale e laica che era
alla base dello sviluppo economico del resto della Svizzera. Amico di Manara,
anda a Napoli per incontrare Garibaldi, ma poi tornò in Svizzera, perché deluso
dall'impossibilità di formare una confederazione di repubbliche. Pur
essendo più volte eletto in Italia come deputato del Parlamento dell'Italia
unificata, rifiuta sempre di recarsi all'assemblea legislativa per non giurare
fedeltà ai Savoia. Viene ricordato per le sue idee federaliste impostate
su un forte pensiero liberale e laico. Acquista prospettive ideali vicine al
nascente movimento operaio-socialista. Fautore di un sistema politico basato su
una confederazione di stati italiani sullo stile della svizzera. Avendo stretto
amicizia con filosofi ticinesi come Franscini, ammira nei suoi viaggi
l'organizzazione e lo sviluppo economico della Svizzera interna che imputa
proprio a questa forma di governo -- è più pragmatico del romantico Mazzini -- è
un figlio dell'illuminismo, più legato a Verri che a Rousseau, e in lui è forte
la fede nella ragione che si mette al servizio di una vasta opera di
rinnovamento della communità. Pur essendogli state dedicate numerose logge
massoniche e un monumento realizzato a Milano dal massone Ferrari, una sua
lettera a Bozzoni, consente di escludere la sua appartenenza alla massoneria,
per sua esplicita dichiarazione, sovente in quel periodo tenuta segreta e
negata. Per lui scienza e giustizia devono guidare il progresso della
communità, tramite esse l'uomo ha compreso l'assoluto valore della libertà di
pensiero. Il progresso umano non deve essere individuale ma collettivo,
comunitario, attraverso un continuo confronto con l’altro. La partecipazione
alla vita della communita à è un fattore fondamentale nella formazione
dell'individuo. Il progresso può avvenire solo attraverso il confronto
collettivo comunitario. Il progresso non deve avvenire per forza o
autoritarismo, e, se avviene, avverrà compatibilmente con i tempi: sono gli
uomini che scandiscono le tappe del progresso. Nega il concetto di
“contratto” comunitario o sociale. Due uomini si sono associati per istinto. La
comunita, la diada, la società è un fatto naturale, primitivo, necessario,
permanente, universale -- è sempre esistito un federalismo delle intelligenze
umane -- è sorto perché è un elemento necessario di due menti
individuali. Pur riconoscendo il valore della singola intelligenza
monadica, afferma però, che più scambio, conversazione, dialettica, e confronto
ci sono, più la singola intelligenza monadica diventa tollerante dell’altro
nella diada. In questo modo anche la società e la comunita diadica e più
tollerante. Le due sistemi cognitivi dei individui della diada devono essere
sempre aperti, bisogna essere sempre pronti ad analizzare nuove verità.
Così come le due menti si devono federare, lo stesso devono fare gli stati
europei che hanno interessi di fondo comuni. Attraverso il federalismo i popoli,
le comunita, possono gestire meglio la loro partecipazione alla cosa pubblica.
La communita, il popolo deve tenere le mani sulla propria libertà. La comunita,
il popolo non deve delegare la propria libertà ad un popolo lontano dalle
proprie esigenze. La libertà economica è fondamentale per C. -- è la
prosecuzione della libertà di fare -- la libertà è una pianta dalle molte
radici. Nessuna di queste radici va tagliata sennò la pianta muore. La libertà
economica necessita di uguaglianza di condizioni. La disparità ci saranno ma
solo dopo che tutti avranno avuto la possibilità di confrontarsi nella
conversazione aperta. E un deciso repubblicano e una volta eletto
addirittura rinuncia ad entrare in parlamento rifiutandosi di giurare dinanzi
all'autorità e la forza del re. Viene richiamato quale iniziatore della
corrente di pensiero federalista in Italia. Fonda il periodico Il Politecnico,
rivista che divenne un punto di riferimento dei filosofi lombardi, avente come
intento principale l'aggiornamento tecnico e scientifico della cultura
nazionale. Guardando all'esempio della Svizzera cantonale (improntata alla
democrazia diretta), define il federalismo come "teorica della
libertà" in grado di coniugare indipendenza e pace, libertà e unità. Nota
al riguardo che abiamo pace vera, quando abiamo gli stati uniti dell’Europa,
alla svizzera. Cattaneo e Mazzini videro negli nella Svizzera l’unico esempio di
vera attuazione dell'ideale repubblicano. Federalista repubblicano laico di
orientamento radicale-anticlericale, fra i padri del Risorgimento, e alieno
dall'impegno politico diretto, e punta piuttosto alla trasformazione culturale
della società. La rivista Il Politecnico fu per lui il vero parlamento
alternativo a quello dei Savoia. In accordo con il Tuveri redattore del
Corriere di Sardegna, intervenne in merito alla questione sarda in chiave
autonomistica locale. In tal senso, denuncia l'incapacità ed incuranza del
governo centrale nel trovare una nuova destinazione d'uso al mezzo milione di
ettari (più di un quinto della superficie dell'isola) che avevano costituito i
soppressi demani feudali, sui quali le popolazioni locali esercitavano il
diritto di ademprivio, per usi civici. A lui è dedicato l'omonimo
istituto di ricerca. Altre saggi: “Scritti filosofici”; “Interdizioni
israelitiche”; “Psicologia delle menti associate” – questo saggio –
associazione -- non è stata completata e rimane allo stato di frammenti. Il
tema de saggio sarebbe dovuto consistere nel cercare un'interpretazione sociale
– diadica -- nello sviluppo dell'individuo o monada. La città – cittadino –
cittadinanza -- considerata come principio ideale delle istorie italiane;
Dell'India antica e moderna; Notizie naturali e civili su la Lombardia Vita di
ALIGHIERI (si veda) di Cesare Balbo Il Politecnico, Repertorio mensile di studi
applicati alla prosperità e coltura sociale e comunitaria; Dell'Insurrezione di
Milano e della successiva guerra. Rapporto sulla bonificazione del piano di
Magaldino a nome della società promotrice, In Lugano, Tipografia Chiusi. Le
cinque giornate di Milano di Carlo Lizzani -- interpretato da Giannini. C. e le
cinque giornate di Milano Secondo una
tesi, non comprovata e non accolta dai dizionari biografici, C. sarebbe nato a
Villastanza, frazione del comune di Parabiago in provincia di Milano. Certamente
più antica è la Villa prospiciente la Chiesa, sulla piazza ed attualmente in
proprietà del signor Luigi Gagliardi, cui è giunta per eredità dagli avi.
Un'insistente tradizione vuole che in questa casa, abbia avuto i natali
nientemeno che C.. Ma C. deve aver passato qui soltanto alcuni anni della sua
infanzia, ospite nei mesi estivi della famiglia amica ai propri genitori. Si
veda, a tal riguardo, “Storia di Parabiago, vicende e sviluppi dalle origini ad
oggi, Unione Tipografica di Milano. (Tortora), da Filosofico (Fusaro) Arch. Fant Milano Bertone, Camagni, Panara, La buone società:
Milano industria. Almanacco istorico d'Italia, Battezzatti. C. genealogy
project, su geni_family_tree. Il Famedio, su
del Comune di Milano; Lacaita, Gobbo, Turiel La biblioteca di C., Le
riforme illuministiche in Lombardia, articolo dal saggio introduttivo a Notizie
naturali e civili della Lombardia, come riportato da Pazzaglia in Antologia della
letteratura italiana, Il monumento
milanese che lo raffigura reca l'iscrizione, A C. -- La massoneria italiana, Mola, Storia della
Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Milano, Bompiani. Fonte:// manfredi
pomar.com/. l'Enciclopedia, alla voce
"Politecnico", in La Biblioteca di Repubblica, POMBA-DeAgostini; Petrone,
Massoneria e identità, Taranto, Bucarest; Fiorentino, Non proprio un modello:
gli Stati Uniti nel movimento risorgimentale italiano; Teodori, "C.,
Garibaldi, Cavallotti": i radicale anti-clericali, anti-papa, in
Risorgimento laico. Gli inganni clericali sull'Unità d'Italia, Rubbettino; M.
Politi, D. Messina, G. Pasquino, Teodori, Dibattito "Risorgimento
laico". Presentazione del saggio di Teodori, su Radio Radicale, Milano,
Fondazione Corriere della Sera. Tuveri, in Rassegna storica del Risorgimento; Ambrosoli
(scelta e introduz. di). C. e il federalismo, Roma, Ist. Poligrafico e Zecca
dello Stato, Archivi di Stato, Bobbio,
Una filosofia militante: studi su C., Einaudi, Torino; Campopiano, "C. e
La città considerata come principio ideale delle istorie italiane", in
"Dialoghi con il Presidente. Allievi ed ex-allievi delle Scuole
d'eccellenza pisane a colloquio con Ciampi", M. CampopianoL. Gori; Martinico,
E. Stradella, Pisa, La Normale. C. e Tenca di fronte alle teorie linguistiche di
Manzoni, in «Giornale storico della letteratura italiana; Colombo, Montaleone,
C. e il Politecnico, Angeli, Milano, Frigerio, dir. de Rougemont, Bruylant,
Bruxelles, Fubini, Gli scritti letterari di C., in Romanticismo italiano,
Laterza, Bari. Lacaita, L'opera e l'eredità di C., Feltrinelli, Milano. Puccio,
Introduzione a Cattaneo, Einaudi, Torino); C. nel primo centenario della morte,
antologia di scritti, edizioni Casagrande, Bellinzona, Antonio Gili, Pagine
storiche luganesi, Arti grafiche già Veladini, Lugano; Lacaita, Economia e
riforme in C., Ibidem; Cotti, C. in una lettera inedita di Lavizzari, C.:
studio biografico dall'Epistolario»; opera di Michelini (Milano, NED), C. scrittore, in
Manzoni e la via italiana al realismo, Napoli, Liguori, Cattaneo una biografia.
Il padre del Federalismo italiano, Garzanti, Milano; Il ritratto carpito di C.,
Casagrande, Bellinzona; Cattaneo federalista europeo, in «Il Cantonetto, Lugano,
Fontana Edizioni SA, Pregassona, L'istruzione educante nel pensiero di C., Carlo
Moos, Carlo Cattaneo: il federalismo e la Svizzera, Mariachiara Fugazza, Una
lettera inedita di Cattaneo a De Boni. La Repubblica Romana, Ibidem, Moos, C. in Ticino, Bollettino della Società Storica
Locarnese, Tipografia Pedrazzini, Locarno, Michelin Salomon, C.. Una pedagogia
socialmente impegnata, Messina, Samperi; Mario: C. Cenni. Cremona. Cantoni, Il
sistema filosofico di C., Milano; Torino: Dumolard, Matteucci, Romagnosi Cinque
giornate di Milano Federalismo in Italia, Ferrari (filosofo) Liceo di Lugano
Stati Uniti d'Europa Sostrato (linguistica) Università Ca. C. su Treccani Enciclopedie
on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. C. in Enciclopedia Italiana,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. C.,
in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. C., su
Enciclopedia Britannica, C. in Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. C., su siusa. archivi. beniculturali, Sistema
Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. Opere C., su open MLOL, Horizons Unlimited
srl. Opere C., su storia.camera, Camera dei deputati. Raffaelli, C., in Il
contributo italiano alla storia del Pensiero: Economia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Colombo, C.,
in Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Opere Scritti di C. in classicis; Scritti di C.:
testi con concordanze e lista di frequenza Indice Carteggi di C. Altro
Cronologia della vita di C. su storia dimilano. C. Il contemporaneo dei posteri
a cura del Comitato nazionale per le celebrazioni del bicentenario della
nascita Filosofia Letteratura Letteratura Politica Politica Risorgimento Risorgimento Categorie: Patrioti italiani
Filosofi italiani Politici italiani Professore Milano Lugano Scrittori italiani
Personalità del Risorgimento Positivisti Insegnanti italiani Filosofi della
politica Repubblicanesimo Linguisti italiani Sepolti nel Cimitero Monumentale
di MilanoPolitologi italiani Federalisti Deputati della VII legislatura del
Regno di Sardegna Deputati dell'VIII legislatura del Regno d'Italia Deputati
della IX legislatura del Regno d'Italia. Linguaggio e ideologia: la posizione
di C., Comitato di Redazione matania edoardo ritratto di c. xilografia, Matania, Ritratto di C.,
xilografia, di Prato La centralità della figura di C. nell’ambito della
cultura italiana giustamente ricollegata
al suo pensiero liberale e laico, agli studi giuridici che hanno contrassegnato
l’intera sua formazione, all’interesse verso l’etnografia e la psicologia sociale.
La sua personalità di studioso poliedrico e sfaccettato, fortemente influenzata
dalla cultura classicista e dalla filosofia dell’illuminismo, si è
concretizzata in varie forme tutte di grande rilevanza: il filosofo,
l’economista, il critico, lo storico, lo scrittore politico, il fondatore della
rivista Il Politecnico e, non da ultimo, il linguista. Nel quadro di
questa ricerca intellettuale così ricca e variegata un posto rilevante assumono
i suoi studi etnico-linguistici di impianto storico-positivo e i suoi progetti
politici orientati sul concetto di “nazionalità”. Con questo termine egli si
riferiva allo stesso tempo sia alla più alta e unitaria aggregazione culturale,
sia alla diretta partecipazione popolare allo sviluppo della società
civile. Proprio sugli interessi linguistici di C. concentreremo la nostra
attenzione mettendo in evidenza l’impulso che egli ha dato alla
costruzione dell’italiano come lingua comune che riflette il nesso tra la
vitalità della lingua e la vitalità culturale della nazione di cui la lingua
stessa è «il vincolo unitario in senso geografico e sociale» (Vitale), perché è
da essa che dipende la possibilità per gli italiani di partecipare al progresso
della cultura del proprio Paese. La forte coscienza del carattere comune della
lingua faceva sì che C. potesse prescrivere la rinnovabilità della lingua –
rifiutando quindi le angustie del purismo, i grecismi e i particolarismi
provinciali – e sostenere anche un’opposizione recisa, basata su una coerente
visione culturale di impronta europea, sia al neotoscanismo e al fiorentinismo
manzoniano, sia all’accademismo della Crusca, in nome di un principio di unità
di cultura e di vita civile nazionale. Questa impostazione spiega poi la
sua duplice posizione rispetto ai dialetti: da una parte riproponeva in termini
nuovi, non antitetici, i rapporti fra i dialetti e la lingua,
riconoscendo la validità dei dialetti in quanto depositari di un patrimonio
storico da preservare, apprezzando i valori riposti nelle culture popolari e
sottolineando anche il valore della letteratura dialettale; dall’altra però
considerava i dialetti come elementi superabili nel processo dialettico
fondativo della lingua comune, essendo consapevole che il coinvolgimento dei
parlanti nella lingua comune poteva avvenire nella misura in cui essi riuscivano
progressivamente ad abbandonare l’uso esclusivo del dialetto. Il primo
scritto di linguistica di C. è quello sul Nesso della nazione e della lingua
Valacca coll’italiana, pubblicato come parte di un lavoro più generale che
riguardava l’influenza delle invasioni barbariche sulla lingua italiana e che
non venne mai condotto a termine. Si tratta di uno studio sul passaggio dalla
società tardo romana a quella feudale e poi comunale, condotto sulla scia
dell’insegnamento di Romagnosi ma con una sostanziale differenza: mentre
Romagnosi tendeva a ridurre la storia della civiltà in storia degli istituti
giuridici e solo marginalmente si interessava di questioni linguistiche, C. già
in questo primo scritto – il cui carattere storico generale è evidente –
metteva al centro della sua trattazione il problema linguistico, considerando
la lingua come espressione della nazionalità e testimonianza delle vicende
della storia dei popoli. La funzione sociale e in senso lato
politica della lingua viene così enfatizzata con la finalità di studiare le
interconnessioni tra le cose, cioè gli anelli che compongono le catene sociali
che tengono uniti gli individui in quanto membri di una comunità: le parole,
che sono ricche di sottili significati, possono essere comprese pienamente solo
se situate in un contesto sociale più ampio di quello del loro svolgersi
immediato (Lewis). Il nucleo che tiene insieme le memorie individuali e
collettive è insomma costituito dalla lingua e l’esercizio della lingua
rafforza tale nucleo dal quale poi dipende in buona parte l’identità di un
popolo, la sua coscienza storica. In questo caso C. non si riferiva alla lingua
solo come insieme di regole sintattiche e di etichette fonologiche, ma anche
come modalità socialmente e regionalmente differenziata, dunque non la lingua
come sistema, bensì come norma e istituzione: «è nelle parole della lingua che
si condensano i path, i “sentieri” della memoria propri di ciascuna comunità»
(Mauro). Poli C. mostrò fin dagli anni giovanili grande interesse per
l’opera di VICO, anche grazie all’influenza che ebbero su di lui le opere di
Romagnosi e Ferrari che la interpretavano alla luce dell’antropologia laica
dell’illuminismo. Proprio dal saggio di Ferrari, Vico e l’Italie uscito a
Parigi, egli prese spunto per un saggio Sulla scienza nuova che pubblicò sul
Politecnico nello stesso anno. L’interesse per le età primitive e per la vita
collettiva dei popoli, il rapporto tra lingua e nazione denotano la presenza di
motivi vichiani, con i quali C. corresse certi eccessi del razionalismo
settecentesco, senza mai però rinunciare all’idea di progresso, e allo stesso
tempo senza farsi influenzare dagli aspetti teologici della filosofia di Vico.
La sua formazione illuminista lo portò a non condividere nessun mito del Risorgimento
romantico e spiritualista, a celebrare come maestro Locke contrapponendolo alle
fumosità dell’idealismo, ad avversare le posizioni di Rosmini, Gioberti e anche
Mazzini. L’illuminismo nella sua opera «si rivela sotto il carattere di
una radicale antimitologia» (Alessio). Rispetto al Romanticismo la posizione di
C. è contrassegnata da una sostanziale estraneità: giustamente Timpanaro
osserva che parlare – come spesso si è fatto – di un romanticismo di Cattaneo
può essere giusto se ci riferiamo al romanticismo come una categoria spirituale
generale, definendo romantico ogni forma di interesse per le età primitive, per
le tradizioni popolari e per il nesso lingua\nazione. Ma questo non ci deve far
dimenticare che per il Romanticismo inteso come movimento culturale
storicamente definito Cattaneo – come del resto anche Leopardi – mostrò sempre
un atteggiamento critico e distante motivato dalla sua avversione al
medievalismo, a quella concezione religiosa della vita che i romantici – sia
pure con sfumature diverse – condividevano e al modo ambiguo con cui veniva da
loro esaltato lo spirito popolare, inteso più come attaccamento alle tradizioni
locali e forma di ingenuità, che come aspirazione democratica. Sui
rapporti tra romani e barbari e sulle origini della lingua italiana C. tornò
diverse volte in altri scritti successivi quel saggio, sostenendo la
derivazione dell’italiano dal latino volgare e limitando al massimo l’influsso
delle lingue dei barbari sulla formazione dell’italiano, tanto più che secondo
lui il numero dei barbari dominatori era stato assai esiguo contrariamente a
quanto pensavano molti storici. Per valutare al meglio questa continuazione
dell’italiano dal latino volgare per C. era necessario tener conto anche
dell’influsso esercitato dalle antiche lingue dei popoli italici conquistati
dai romani (etrusco, umbro, celtico ecc..). Questa è l’importante teoria
del sostrato senza la quale è difficile ad esempio spiegare la varietà dei
dialetti italiani e che coinvolge soprattutto la fonetica piuttosto che il
lessico: non si tratta quindi di una generale mescolanza di lingue, ma della
stessa nuova lingua pronunciata in modo diverso in base ad abitudini fonetiche
precedenti che rimanevano vive perché radicate dall’uso dei parlanti. Gli studi
sull’origine dell’italiano sono importanti anche per spiegare la posizione che
C. ha assunto nel dibattito sulla questione della lingua, che ha avuto del
resto una grande rilevanza nella cultura italiana del tempo. C., infatti, non
vedeva una scissione tra il suo impegno di linguista militante e i suoi studi
di linguistica storica, al contrario riteneva lo studio storico delle lingue
come la base, e dunque il fondamento, della linguistica normativa. Di fronte al
problema di come la lingua italiana avrebbe dovuto essere formata e
regolarizzata, egli sosteneva una rigorosa battaglia antitoscana, svolta su due
fronti essenziali. Il primo era diretto – riprendendo una polemica che era
stata inaugurata dagli illuministi lombardi del Caffè – contro il modello
arcaico e passatista dell’Accademia della Crusca, che sosteneva una concezione
immobilistica della lingua, estranea a ogni innovazione e fondata sulla netta
scissione tra lingua e cultura. Il secondo fronte riguardava il modello
certamente più moderno e funzionale del Manzoni, ma che ai suoi occhi risultava
troppo accentrato e basato su un concetto di popolarità che egli non
condivideva: «la dottrina della popolarità da cui primamente si presero
le mosse, oramai non significa più che si debba agevolare l’intendimento e
l’arte della lingua agli indotti: ma bensì che si debbano raccogliere presso
uno dei popoli d’Italia le forme che, più domestiche a quello, riescono più
oscure a tutti li altri. Si intende un’angusta e inutile popolarità d’origine,
non la vasta e benefica popolarità dell’uso e dei frutti» In alternativa, C. opponeva
una forma di lingua che costituisse un punto d’incontro delle varie tradizioni
dialettali italiane in maniera da poter svolgere veramente una funzione
unificatrice della nazione. Una lingua, allo stesso tempo illustre, «insieme
austera e moderna» (Timpanaro), adeguata non solo alla cultura letteraria, ma
anche a quella scientifica e filosofica. Fin da quel primo articolo, cui
abbiamo già fatto riferimento, C. dimostra inoltre di avere due maggiori
capacità rispetto ad altri autori italiani suoi contemporanei. La prima era
quella di saper andare al di là dei ristretti confini nazionali, interessandosi
ad esempio delle lingue germaniche e del romeno. La seconda consisteva
nell’avere ben presente il principio che la comunanza di origine tra due lingue
è dimostrata dalla somiglianza delle strutture grammaticali, più che dei
vocaboli – principio che ricavava dalla nuova linguistica comparata di Bopp e
dei fratelli Schlegel che, proprio in quegli anni, erano diventati per lui
importanti interlocutori anche polemici e avevano impresso nuovi sviluppi alle
sue idee linguistiche. Biondelli pubblica sul Politecnico una serie di articoli
sulla linguistica indeuropea, recensendo anche importanti opere dei
comparatisti, informando così il pubblico italiano sui risultati scientifici da
loro raggiunti. Questi articoli hanno indotto C. a prendere una posizione
critica di fronte a questa corrente di studi e a scrivere il saggio Sul
principio istorico delle lingue europee. In questo saggio C. critica
l’idea che dall’affinità delle lingue fosse possibile ricavare una comunanza
d’origine dei popoli, perché era invece convinto che non ci fosse una
connessione essenziale tra affinità linguistica e affinità razziale e che la
linguistica e l’antropologia andassero attentamente distinte; inoltre credeva
che si fosse troppo insistito sull’unità dell’indoeuropeo, trascurando le
differenze tra le varie lingue dovute al sostrato. Guardava con sospetto
l’esaltazione orientalizzante che costituiva forse la conseguenza più effimera
e fuorviante del comparatismo indoeuropeo (Marazzini). Per Schlegel il sostrato
svolgeva soprattutto una funzione negativa corrompendo la perfetta forma del
sanscrito; per C., al contrario, la commistione del sanscrito con le lingue
europee primitive ha dato luogo a un innesto fecondo perché il sostrato
«rappresentava appunto il principio della varietà linguistica, non cancellata
dall’azione unificatrice esercitata dal popolo colonizzatore» (Timpanaro). La
parentela linguistica non è quindi nel sistema di C. identità di origine, bensì
il risultato di un lento e progressivo avvicinamento delle popolazioni, dovuto
all’istaurarsi fra di esse di rapporti politici, economici e culturali. Non si
tratta, quindi, di un punto di partenza, ma di arrivo: «Le lingue vive
d’Europa non sono le divergenti emanazioni d’una primitiva lingua comune, che
tende alla pluralità e alla dissoluzione; ma sono bensì l’innesto d’una lingua
commune sopra i selvatici arbusti delle lingue aborigene, e tende
all’associazione e all’unità. Se una volta in diverse parti d’Italia e delle
isole si parlò il fenicio, il greco, l’osco, l’umbro, l’etrusco, il celtico, il
carnico, e Dio sa quanti altri strani linguaggi, come tuttora avviene nella
Caucasia, la sovraposizione d’una lingua commune avvicinò tanto tra loro i
nostri vulghi, che ora agevolmente s’intendono tra loro. Il tempo che cangiò le
lingue discordandi in dialetti d’una lingua, corrode ora sempre più le
differenze dei dialetti; e lo sviluppo delle strade e la generale educazione
promovono sempre più l’unificazione dei popoli. Non è che una lingua
madre si scomponga in molte figlie; ma bensì più lingue affatto diverse,
assimilandosi ad una sola, divengono affini con essa e fra loro; e per poco che
l’opera si continui, o a più riprese si rinovi, divengono suoi dialetti e
infine mettono foce commune in lei. (C.) Sulla base di queste considerazioni, C.,
nell’ambito dell’acceso dibattito sulla monogenesi o poligenesi del linguaggio,
sosteneva una posizione particolare: rifiutava evidentemente il primo, ma allo
stesso tempo era anche distante da quel particolare tipo di poligenismo
sostenuto da Schlegel, che consisteva nel separare nettamente pochi tipi
linguistici originali dai quali sarebbero derivate tante lingue cosiddette
“figlie”. Per lui invece esistevano tante lingue primitive originarie che si
erano ridotte di numero, via via che le tribù avevano cominciato a unirsi in
aggregati più ampi. Non esistevano quindi – come per Schlegel – delle lingue
perfette fin dall’inizio (le lingue flessive); tutte le lingue avevano origini
umili o, come scriveva lui stesso, “ferine”. I modelli di questo modo di
intendere il poligenismo linguistico sono Epicuro, VICO e Cesarotti Sempre
contro Schlegel, rivendica la giustezza della teoria agglutinante secondo la
quale anche le forme flessionali più perfette e sofisticate derivavano
dall’agglutinazione di monosillabi che all’origine avevano una funzione
autonoma. E in quel articolo osserva infatti che le declinazioni della lingua
latina e greca potevano derivare da semplici nomi con un articolo affisso (C.). Psicologia
delle menti associate carlocattaneoeditoririuniti La polemica con Schlegel
riguardava anche la questione dell’origine del linguaggio: mentre per il primo
la flessione indoeuropea era dovuta sostanzialmente a un intervento divino, per
Cattaneo, l’origine del linguaggio non poteva che essere umana, e su questo
avrebbe mantenuto una posizione coerente anche negli scritti successivi come le
Lezioni di ideologia, dove, ad esempio, confutava il sofisma di Bonald che
negava all’uomo la facoltà di costruirsi un linguaggio. Su questo tema come per
tanti altri Cattaneo è vicino alla grande tradizione della linguistica
illuminista che con Locke e Herder aveva respinto recisamente la concezione
delle idee innate e l’origine divina del linguaggio (Prato) ed è del tutto
immune dalla concezione misticheggiante della linguistica tanto cara ai
romantici. Proprio nel Saggio sul principio istorico delle lingue
europee, C. si propone di verificare il rapporto tra fenomeni linguistici e
tradizioni culturali, considerando la ricerca linguistica in stretta
correlazione con una riflessione propriamente filosofica. L’analisi dei
fenomeni linguistici non si riduceva per lui solo a una raccolta estemporanea
di dati ma si traduceva in una vera e propria scienza sociale. Alla filosofia
analitica degli Idèologues – che era rappresentata per gli scrittori italiani
soprattutto da Condillac e Tracy – egli riconosceva senz’altro il merito di
aver esaminato con acume e precisione i problemi del linguaggio, inserendoli in
una prospettiva il più possibile concreta e razionale. Allo stesso tempo era
tuttavia consapevole anche dei suoi limiti, che consistono nell’aver indicato
come proprio oggetto di riflessione una figura di uomo dai caratteri astratti e
indipendente dal rapporto con i suoi simili. Proprio «la famosa ipotesi della
‘statua’ condillachiana gli appariva emblematica di un concetto destorificato
della natura umana» (Gensini). Non a caso alle conferenze tenute presso
l’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, C.volle dare il titolo di Psicologia
delle menti associate, dove il termine di “psicologia sociale” è inteso appunto
in senso antropologico sia come riflessione sull’uomo a partire dai rapporti
che lo legano agli altri suoi simili, sia come ricostruzione delle mentalità e dei
sistemi simbolici quale risultato di mediazioni sociali. In queste lezioni
Cattaneo osservava che il lievito che fa fermentare le idee non si svolge in
una mente sola perché «la corrente del pensiero vuole una pila elettrica di più
cuori e di più intelletti. (C.). La genesi delle idee, che Locke aveva
dimostrato scaturire dal linguaggio, in questa nuova prospettiva aperta da C.,
non può che radicarsi nella pratica sociale: «Nel commercio degli intelletti,
promosso da felici condizioni, si svolgono le idee, come nel mondo materiale,
al contatto delli elementi, si svolgono le correnti elettriche e le chimiche
affinità. (C.) Il linguaggio stesso è la società (C.), ed è proprio su questo
terreno che l’ideologia – ovvero l’analisi delle idee – iincontra la linguistica.
Ideologia è del resto il titolo di una parte del corso di Filosofia che C. aveva
tenuto presso il liceo di Lugano. Non a caso aveva scelto questo titolo
se consideriamo che per la sua chiara derivazione illuminista, l’ideologia
rappresentava la sola reale forma di opposizione al conformismo della cultura
del suo tempo perché l’ideologia era «un’arma efficace per una filosofia
democratica, atta ad opporsi alla marea montante della filosofia restaurata,
allo spiritualismo eclettico in Francia, all’ontologismo cattolico in Italia»
(Formigari). I principi che contrassegnano l’intera ricerca di C. e che
spaziano dal riconoscimento del valore del pensiero scientifico, alla negazione
della metafisica e alla difesa della laicità, la rendono insomma pienamente
aderente ai problemi e alle esigenze del nostro tempo, oltre che aperta a
ulteriori forme di sviluppo e approfondimento. Dialoghi
Mediterranei. Per un ritratto
complessivo di C. e dei rapporti con i suoi contemporanei rimandiamo a Alessio e
Mazzali. Studiati in particolare da Timpanaro. Si veda anche Gensini; Benincà; Geymonat.
Negli Annali universali di statistica, si leggono ora in C. Si trova in C. [Anche
per Giordani la lingua è il vincolo di una comunità che si identifica con la
nazione (Cecioni). Per esempio nella recensione alla Vita di Dante di Balbo
pubblicata sempre sul Politecnico(ora in C.) di cui viene criticato il
contenuto religioso e metafisico e la difesa del neo-guelfismo. Questa teoria
del sostrato come è noto verrà ripresa da Ascoli nei suoi celebri scritti
linguistici. Sul rapporto tra Cattaneo e Ascoli rimandiamo alle dense pagine di
Timpanaro e Timpanaro. Qui lo scrittore lombardo riprendeva un’idea ben
radicata nella cultura italiana e che risaliva al De vulgari eloquentia di
Dante. Su questo si può cogliere l’eco della Proposta di alcune correzioni ed
aggiunte al Vocabolario della Crusca del Monti che Cattaneo del resto aveva
letto fin da giovanissimo con passione e interesse. Sulla linguistica dei
comparatisti si veda Morpurgo Davies. Sulla funzione positiva svolta da Biondelli
per lo sviluppo degli studi linguistici in Italia vedi De Mauro. Per esempio la
Deutsche Grammatik di Jacob Grimm. Pubblicato sul Politecnico è certamente il
suo scritto linguistico-etnografico più ampio e originale. Qui C. fa
riferimento a Uber die Sprache und Weisheit der Indier, Sulle idee
filosofico-linguistiche di Schlegel vedi Timpanaro; In particolare su Cesarotti
e sul suo Saggio sulla filosofia delle lingue, che è stato per Cattaneo una
lettura importante vedi Gensini. Pubblicate postume da Bertani nella raccolta
di Opere edite e inedite, ora in C. Ideologia è del resto il titolo stesso di
una parte del corso di Filosofia che aveva tenuto presso il liceo di Lugano: si
trova ora in C.; Alessio, C. illuminista”, in C.; Benincà, “Linguistica e
dialettologia italiana”, in Lepschy; Bobbio, “Introduzione”, in C., Scritti filosofici,
Firenze, La Monnier, C. Scritti letterari, artistici, linguistici e vari, a
cura di Bertani, Firenze, Le Monnier. C. Scritti filosofici, letterari e vari,
a cura di F. Alessio, Firenze, Sansoni; C., Scritti filosofici, a cura di N.
Bobbio, Firenze, Le Monnier. C., Scritti su Milano e la Lombardia, a cura di E.
Mazzali, Milano, Rizzoli. Cecioni, Lingua e cultura nel pensiero di Pietro
Giordani, Roma, Bulzoni. Mauro, Idee e ricerche linguistiche nella cultura
italiana, Bologna, Il Mulino. De Mauro, Il linguaggio tra natura e storia,
Milano, Mondadori Università. Formigari,L’esperienza e il segno. La filosofia
del linguaggio tra Illuminismo e Restaurazione, Roma, Editori Riuniti.
Formigari, L. e Lo Piparo, a cura di,
Prospettive di storia della linguistica. Lingua linguaggio comunicazione
sociale, Roma, Editori Riuniti. Gensini, Volgar favella. Percorsi del pensiero
linguistico leopardiano da Robortello a Manzoni, Firenze, La Nuova Italia.
Gensini, Cesarotti nei dibattiti linguistici del suo tempo”, in Roggia; Geymonat;
C. linguista. Dal “Politecnico” milanese alle lezioni svizzere, Roma, Carocci.
Lepschy, a cura di, Storia della linguistica, Bologna, Il Mulino; Lepschy,
“Presentazione”, in Timpanaro; Lewis, Prospettive di antropologia, Roma,
Bulzoni. Marazzini, Conoscenze e riflessioni di linguistica storica in Italia
nei primi vent’anni dell’Ottocento”, in Formigari e Lo Piparo, Mazzali,
Introduzione”, in C. Morpurgo Davies, La
linguistica, in Lepschy; Prato, Filosofia e linguaggio nell’età dei lumi. Da
Locke agli idéologues, Bologna, I libri di Emil. Roggia, a cura di Cesarotti.
Linguistica e antropologia nell’età dei lumi, Roma, Carocci. Timpanaro,
Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano, Pisa, Nistri-Lischi.
Timpanaro, Sulla linguistica dell’Ottocento, Bologna, Il Mulino. Vitale; La
questione della lingua, Palermo, Palumbo. Almagià, Anghiera, Pietro Martire d’,
in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia
italiana; Baldi, L’origine del significato romantico di ‘ballata’, in Id.,
Studi sulla poesia popolare d’Inghilterra e di Scozia, Roma, Edizioni di storia
e letteratura. Biondelli, Atlante linguistico d’Europa, Milano, Rusconi-Chiusi.
C., Epistolario, raccolto e annotato da Caddeo, Firenze, Barbèra. Id.; Gli
antichi Messicani, in Id., Scritti storici e geografici, a cura di Salvemini e
Sestan, Firenze, Le Monnier; Tipi del genere umano, in Id., Scritti storici e
geografici, a cura di Salvemini e Sestan, Firenze, Le Monnier, Lezioni, in Id.,
Scritti filosofici, a cura di Bobbio, Firenze, Monnier; On the origin etc.
Sulla origine delle specie con mezzi di scelta naturale, ossia la Conservazione
delle razze favorite nella lotta per vivere, di Darwin, Londra, in Id., Scritti
letterari, a cura di Treves, Firenze, Monnier; Id. Carteggi, serie I. Lettere
di C., cur. Cancarini Petroboni e M. Fugazza, Firenze-Bellinzona,
Monnier-Casagrande. Id.; Carteggi, sLettere dei corrispondenti, a cura di C.
Agliati, G. Albergoni e R. Gobbo, Firenze-Bellinzona, Le Monnier-
Mondadori-Casagrande. Cella, I gallicismi nei testi dell’italiano antico,
Firenze, Crusca. Cortelazzo; Zolli, Dizionario etimologico della lingua
italiana, Bologna, Zanichelli. Cotugno, «Rinascimento» e «Risorgimento», in
“Lingua e stile”; Ancona; Carteggio,
D’Ancona-Mussafia, a cura di L. Curti, Pisa, Scuola Normale Superiore; Filippi,
L’uomo e le scimie, in “Il Politecnico”; Forcellini E. Totius latinitatis
Lexicon, Padova, Tipografia del Seminario, Bettinelli. Foscolo, Epoche della
lingua italiana, in Id., Opere, a cura di Puppo, Milano, Mursia, Fugazza. C., Scienza
e società, Milano, Angeli. Galton F., C., Osservazioni meteorologiche sincrone
fatte in Inghilterra e ridutte in forma di mappa dal Sig. F. Galton di Londra,
in “Il Politecnico”; Geymonat, C. linguista, Roma, Carocci, C. prepara le Lezioni di Ideologia a Lugano, in
“Nuova informazione bibliografica”; Gherardini, Voci e maniere di dire italiane
additate a’ futuri vocabolaristi, Milano; Bianchi. Id., Supplimento a’
vocabolari italiani, Milano, Bernardoni. Giovannetti, Nordiche superstizioni.
La ballata romantica italiana, Venezia, Marsilio. Lacaita, Gobbo, Priano.,
Laforgia (a cura di), Il Politecnico” di C.. La vicenda editoriale, i
collaboratori, gli indici, Lugano-Milano, Casagrande; Marazzini, L’ordine delle parole. Storia di vocabolari
italiani, Bologna, il Mulino. Mussafia, Reihenfolge der Schriften Ferdinand Wolf’s,
Wien, Hof- und Staatsdruckerei. Ramusio, Navigationi et viaggi, Venezia,
Giunti, vol. III Ranalli, Vite di uomini illustri romani dal risorgimento della
letteratura italiana, Firenze, Pagni. Romanini, Se fossero più ordinate, e
meglio scritte. Ramusio correttore ed editore delle Navigationi et viaggi,
Roma, Viella. Rusconi, Sopra i lai o canti degli anglo-normanni, in “Giornale
dell’I. R. Istituto Lombardo di scienze, lettere ed arti o Biblioteca italiana”;
Delle Lezioni tenute al Liceo di Lugano tra anni Cinquanta e Sessanta, si
analizzano le versioni preparatorie di un paragrafo dedicato all’originarsi
della poesia da canti e balli popolari, con particolare attenzione alla
cosiddetta ballata. Ciò consente di riconoscere in C., che in quel periodo ha
ripreso l’attività di studio e divulgazione, il perdurare d’interessi
terminologici e il legame con dibattiti che avevano coinvolto suoi maestri,
colleghi e amici. Curiosità e passioni s’intrecciano con letture, alcune delle
quali avranno eco nella seconda serie de "Il Politecnico", altre
rimarranno limitate alla pratica didattica e si possono in parte scoprire
grazie agli appunti preparatori. Indice del saggio su C. linguista – recensione
Resurggimento. Anche il latino è lingua di tutta Italia, ma gl'itali non sono
tutti romani. I dialetti ne sono testimonianza. La serbata integrità nativa
delle molteplici favelle del Caucaso di fronte alle indo-perse riflette
l'imagine di quelle che popolano l'Italia innanzi che la copre LO STRATO
LATINO. Ne invasioni armale, né importazioni di civiltà, ne sovrapposizioni di lingue alterarono i confini etno-grafici dei
TUSCI, dei LIGURI, dei CISALPINI, dei veneti
e d'ogni altra. Non conosciamo ancora le svariate forme naturali del nostro
paese, e nemmeno i nostri dialetti e le riposte
loro derivazioni. Non conosciamo i secreti nessi che collegano QUESTA
LINGUA NOSTRA alla civiltà precoce della Persia e dell'India, e alla lunga
barbarie dell'antico settentrione. La
filologia puo classificare le duemila lingue e dialetti morti e vivi in
famiglie, come si costuma nelle faune e nelle flore – la botanica linguistica
di H. P. Grice e J. L. Austin. La
scienza della lingua è luce aggiunta alla scienza dei luoghi, dei tempi e dei
monumenti, a rischiarare il buio della storia. Per lei si scoprono le cause onde i popoli
comunicarono tra loro con certi modi peculiari i propri pensieri. Per lei si
rileva, da lieve indizio di scrittura salvata, una gente ignota alla storia. Si
sorprendono sorelle nazioni che l’idioma apparentemente diverso inimica e in un
dialetto si palesano segni d’origine disforme e
di ANTICHI ODII IN NAZIONE
STIMATA OMOGENEA. Per lei si assiste al ritorno su straniere labbra d'un
vocabolo esulato dalla patria in età remota. Per ei si rintracciano in una valle le reliquia d’una
lingua fuggita dalla pianura negl’attriti del commercio o della conquista. Per
lei si contemplas il transito d'una favella celebrata d’una letteratura e
l'ascensione d'oscuro dialetto del Lazio
a dignità d’idioma illustre
in compagnia della fortuna militare del popolo romano. Per
lei rilucono le affinità e
le diversità delle
lingue tutte. LA NOSTRA LINGUA
ITALIANA ha una nota affinità primamente
col latino -- e colla altra lingua
dal latino derivata: il francese.
Queste due lingue viventi e li
innumerevoli loro dialetti si classificano dai linguisti sotto il
nome commune di lingue romane o
romanze o latine. Come una famiglia, si deduce che i dialetti
e pronuncie provinciali sono fili
conduttori ad un’origine prima. Si deduce che la varietà dei dialetti,
delle pronuncie e
dell'aspetto degl’italiani trova esplicazione e commento nella varietà
delle stirpi e di quella lingua dei
romani. Si deduce che l'azione
cementatrice della lingua dei romani s’è compiuta soltanto sovra popoli barbari, e tali sono gl’europei alla
comparizione delle caste
asiatiche; che avendo raggiunto un
certo grado di coltura, ì baschi RESISTENO alla lingua dei romani.
Quando noi troviamo nel tedesco e nel gotico la radice della parola latina
iraesagus, dobbiamo indurre che qualche antichissima relazione vi fu tra li avi
dei romani e li avi de’goti. Nello stesso modo in cui possiamo riferire
l'italiano ed il francese – o lingua gallica, come preferisco (i franci sono
piu barbari) -- alla commune loro madre,
la lingua latina, o dei romani, come preferisco, possiamo riferire il latino, il
greco, il sanscrito, il zendo ad una commune origine celata nella notte dei
tempi. Se si paragona la lingua dei romani alle due lingue sue figlie, l’italiano
e il gallico, si trova che queste, cioè le lingue moderne, hanno maggior copia di voci astratte.
La lingua dei romani ha lavoce “fortis” -- ma non ha la voce “forza.” Da vir abbiamo
della lingua dei romani la “virtus”, l'italiano e il francese virtù, vertu. Ma
l'italiano e il francese hanno inoltre le parole derivate “virtuoso”, “virtuosamente”,
vertueux, vertueusement; e il francese ha inoltre il verbo évei^tuer. Le voci italiane
ente, entità, essenza, essenziale, essenzialmente, se vengono ricondotte alla
forma della lingua de romani: ens, entitas, essentia, essentialis,
essentialiter, non si trovano mai nei romani antichi, ma solo in quelli dei bassi
tempi. L’'inglese, che per una metà de'suoi vocaboli deriva dall'antica lingua anglo-sassone
e pell'altra metà dalla lingua dei romani. Nelle lingue indo-europee la radice
è quasi sempre uni-sillaba. Una radice bi-sillaba -- come animo, columna, vidua, susurrus,
titubare, vacillare, oscillare tentennare,
dondolare -- si puo considerare o come raddoppiamento o come derivazione d’una voce semplici più antiche. Nella lingua dei romani, un
verbo semplice p. e.
mitto, fero, traho, colle
sue inflessioni di persona,
di numero, di tempo, di modo,
e coi diversi
casi de’suoi participj, produce, nella sola forma attiva,
circa un centinaio d’inflessioni -- mitto, mittis, mittens, missuriis etc. etc.
-- coir aggìuiìta delle forme nella voce
passiva -- mittor, mitteris, missus, mittendus -- e dei nomi ed aggettivi verbali
-- missio, missilis y missivus -- ne
forma duecento. Questo numero può ripetersi tante volte quanti sono i verbi
derivati e composti, p. e. mittito, AD-mitto,
A-mitto, eie. epperò dalla sola radice
uni-sillaba di mitt-o
possono diramarsi tremila suoni piu o meno diversi, ciascuno dei quali esprime un'idea in qualche grado modificata e
distinta. P. e., nelle tre voci mitto, misi, mitfam, vi è per lo meno la differenza
del tempo. Nelle voci missuris e mittendis sono espresse tutte quelle idee che
in italiano ‘significhiamo’ – H. P. GRICE: I SIGNIFY, THOU SIGNIFIEST -- con dire: a quelli che manderanno, ovvero a quelli che DEVONO ESSERE mandati.
Cosicché qui tre sillabe della lingua dei romani equivalgono da sette a tredici
sillabe nella lingua degl’italiani. Codesti tremila vocaboli nell’idioma
primitivo sono rappresentati da una sola sillaba: “mit.”
È come la quercia rappresentata d’una ghianda. Qualunque sia dunque la dovizia
delle forme nelle lingue derivate, abbiamo questa legge di linguistica che le lingue veramente primitive
hanno potuto consistere in poche centinaia di radici monosillabe. È un fatto
linguistico che la lingua dei romani, la lingua madre, nel propagarsi di paese
in paese e nel venir adottate da numerose
persone, hanno perduto gran numero delle loro inflessioni. La lingua
degl’italiani, paragonata alla lingua dei Romani, non ha più i verbi passivi,
né i participi futuri, né i partecipali, né il genere neutro, e le declinazioni
dei nomi sono ridutte a due sole desinenze: singolare e
plurale. Per rilevare le affinità
non basta paragonare isolatamente una lingua con un'altra. È necessario
ravvicinarla a tutta la serie delle lingue della stessa famiglia. A prima vista
non appare similitudine
tra il vocabolo dormire e il tedesco
traumen, che vuol dire sognare. Ma appare di più nell’inglese “dream”,
che ha le stesse consonanti della
lingua dei romani e lo stesso senso del
tedesco. Inoltre nelle due voci della lingua dei romani, somniis e somnium,
e nelle italiane “sonno” e “sogno” si trova il doppio senso di dormire -- e sognare.
La pronuncia della lingua dei romani e della lingua degl’italiani proviene
dalle loro origini, ossia dal genio imitativo più o meno DELICATO, dall’organi vocali
più o meno flessibili, e dall’abitudini passate in tradizione. E più facile mutare il VOCABOLARIO dagl’italiani,
dargli una nuova lingua, che mutare la sua pronuncia. Questa pronuncia sopravvive
nei dialetti, anche dopo che le lingua è mutata. Ancora oggi, la pronuncia e il
dialetto segnano in Italia precisamente i confini antichi della Gallia Cisalpina
e della Carnia colla Venezia, la Toscana e la Liguria. In Italia, due soli
dialetti hanno aspirazione: il toscano e
il bergamasco. I due dialetti PIÙ DOLCI (forse)
sono il veneto e il siciliano, alle opposte
estremità dell'Italia. VICO rinvenne
nelle radici latine le vestigia d'una antica sapienza italica e fa essendo
a quei tempi ignota ancora la scienza linguistica
e non osservata la consonanza della lingua dei Romani col zendo e col sanscrito,
Vico attribuì quella sapienza all’aborigeni dell'Italia, e perciò scrive il De antiqiiissima
Italorum sapientia et latinae linguae originibus emenda, e correttamente! Nome
compiuto: Carlo Cattaneo. Keywords: cinque giornate, community, communita,
diada, monada, associazione, contratto sociale, conversazione, psicologia
filosofica, psicologia, sociologia filosofica, ego e alter ego, logica e
linguaggio, il latino, l’italiano di lombardia, il natale di Cattaneo – regione
Lombardia – provincia -- – Milano. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cattaneo,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Cattaneo:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dello stratto -- scuola di Roma – filosofia romana – filosofia
lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice:
“I love Cattaneo, but then you would, wouldn’t you – He reminds me of H. L. A.
Hart, and then *I* am reminded that Cattaneo translated Hart to Italian as a
pastime! What I like about Cattaneo is that instead of focusing on “Roman law”
and Cicero – he focuses on Pinocchio!”. Si laurea a Milano sotto
Treves. Su consiglio di Treves e Bobbio ha soggiornato al St. Antony's,
criticando Hart, professore di Giurisprudenza, di cui su suggerimento di Bobbio
e Entreves ha tradotto “Il concetto di legge”. Insegna a Ferrara, Milano,
Sassari, Treviso. Analizza l'evoluzione storica delle teorie della pena e le
opere dei grandi giuristi italiani. Membro della Società Italiana di Filosofia
Giuridica e Politica. Altre opere: Il concetto di rivoluzione nella scienza del
diritto” (Milano); “Il positivismo giuridico” (Milano); “Il partito politico
nel pensiero dell'Illuminismo e della Rivoluzione” (Milano); “Le dottrine
politiche” (Milano); Illuminismo e legislazione” (Milano); “Filosofia della Rivoluzione”
(Milano); “Diritto liberale” “Giurisprudenza liberale” (Ferrara); “Filosofia
del diritto, Ferrara); La filosofia della pena” (Ferrara); Delitto e pena”
(Milano); Il problema filosofico della pena, Ferrara); Stato di diritto e stato
totalitario, Ferrara); Dignità umana e pena nella filosofia di Kant, Milano); “Metafisica
del diritto e ragione pura, studi sul platonismo giuridico di Kant” (Milano);
“Goldoni ed Manzoni: illuminismo e diritto penale, Milano); “Carrara e la
filosofia del diritto penale, Torino); “Libertà e Virtù” (Milano); Pena,
diritto e dignità umana” (Torino); Diritto e Stato nella filosofia della
rivoluzione” (Milano); Suggestioni penalistiche”; “Persona e Stato di diritto
Discorsi alla nazione europea, Torino); Critica della giustizia, Pisa); L'umanesimo
giuridico penale” (Pisa); Pena di morte e civiltà del diritto” (Milano); Terrorismo
ed arbitrio, Il problema giuridico del totalitarismo, Padova); Il liberalismo
penale di Montesquieu” (Napoli); Dignità umana e pace perpetua, Kant e la
critica della politica” (Padova); “L’idolatria sociale (Napoli); “L’umanesimo
giuridico, Napoli); Kant e la filosofia del diritto” (Napoli); Diritto e forza.
Un delicato rapporto, Padova); Giusnaturalismo e dignità umana, Napoli); Dotta
ignoranza e umanesimo” (Napoli); La radice dell'Europa: la ragione, uno studio
filosofico-giuridico (Napoli). “Analisi del linguaggio e scienza politica”
(Filosofia del diritto); “Il concetto di rivoluzione nella scienza del diritto,
Milano, Istituto editoriale Cisalpino); “Il positivismo giuridico e la
separazione tra il diritto e la morale” (Istituto Lombardo di Scienze e
Lettere, Milano. Richiamo a istituti di diritto privato per la risoluzione del
problema dell'origine dello stato, in “La norma giuridica: diritto pubblico e
diritto privato, Atti del IV Congresso di Filosofia del diritto, Pavia, Milano,
Giuffre); “Il realismo giuridico” in »Rivista di Diritto Civile”; Alcune
osservazioni sui concetto di giustizia in Hobbes, in Il problema della
giustizia: diritto ed economia, diritto e politica, diritto e logica, Atti del
V Congresso Nazionale di Filosofia del Diritto, Roma (Milano, Giuffre); “Hobbes
e il pensiero democratico nella Rivoluzione inglese e nella Rivoluzione
francese, in »Rivista critica di storia della filosofia”; “Il positivismo
giuridico inglese: Hobbes, Bentham, Austin, Milano, Giuffre); Il partito
politico nel pensiero dell'illuminismo e della Rivoluzione francese, Milano,
Giuffre); Le dottrine politiche di Montesquieu e di Rousseau, Milano, La Goliardica
Stampa); Il positivismo giuridico, in »Rivista Internazionale di Filosofia del
Diritto«, “Il concetto di diritto” (Milano, Einaudi); “Considerazioni sul ‘significato’
della proposizione, ‘I giudice crea diritto«, in »Rivista Internazionale di
Filosofia del Diritto«; Illuminismo e legislazione, Milano, Edizioni di
Comunita); Leggi penali e liberta del cittadino, in »Comunita«, Montesquieu,
Rousseau e la Rivoluzione francese, Milano, La Goliardica); dispense del corso
di Storia delle dottrine politiche, Milano); Quattro Punti, in »Rivista
Internazionale di Filosofia del Diritto«, Liberta e virtu nel pensiero politico
di Robespierre, Milano-Varese, Istituto Editoriale Cisalpino); Considerazioni
sull'idea di repubblica federale nell'illuminismo francese, in »Studi
Sassaresi”,Liberta e virtu nel pensiero politico di Robespierre, Milano, Istituto
Editoriale Cisalpino); Filosofo e giurista liberale, Milano, Edizioni di
Comunita); Filosofia politica e Filosofia della pena, in Tradizione e novita
della filosofia della politica, Atti del Primo Simposio di Filosofia della
Politica, Bari, Bari, Laterza); Pigliaru: La figura e l'opera, testo della
commemorazione tenuta i125 giugno 1969 nell' Aula Magna dell'U niversita di Sassari,
in »Studi sassaresi«, Milano); Le elezioni e il liberalismo. Autonomia
dell'Universita e neo-corporativismo, in »La Rassegna Pugliese«, Anti-Hobbes,
ovvero i limiti del potere supremo e il diritto co-attivo dei cittadini contro
il sovrano (Milano, Giuffre); Anti-Hobbes o il diritto co-attivo dei cittadini
--; Considerazioni suI diritto di resistenza e liberalismo, in »Studi
Sassaresi«, Ill, Autonomia e diritto di resistenza, Milano); La dottrina penale
nella filosofia giuridica del criticismo, in Materiali per una Storia della
Cultura Giuridica, ICorso di filosofia del diritto, Ferrara, Editrice
Universitaria); La filosofia della pena nei secoli XVII e XVII: corso di
filosofia del diritto, Ferrara, De Salvia). Discutendo giurisprudenza con
Treves, pone il problema che sarebbe stato al centro di tutta la sua vita di
uomo impegnato nello studio, nell'insegnamento, nella vita civile. Interrogandosi
suI rapporto fra “rivoluzione” e “ordine giuridico”, vale a dire fra “fatto”
(de facto) e “diritto” (de iure), giunge alIa conclusione che da un punto di
vista epistemico-doxastico-giudicativo-conoscitivo-descrittivo non e possibile
distinguere tra ordine giuridico e regime di violenza, autoritatismo, perche il
diritto non e giusto per sua intrinseca natura, ma soltanto se e concretamente rivolto
ad attuare il valore del giusto e rispetto della persona umana. Il rapporto fra
forza autoritaria e la forza della legge, che da il titolo a uno suo
saggio, e la relazione fra diritto o gius come valore, costituisce infatti la
questione su cui non cessa mai di interrogarsi, nella prospettiva del
fondamento metafisico (escatologico, propriamente) del concetto di ‘giure’ non e
riducibile alla volizione o ragione pratica del legislatore propriamente
adgiudicato (alla Aristotele). In questo modo, C. indica la ricerca del giusto
come compito specifico della filosofia del diritto e pre-annuncia il suo
intero percorso filosofico caratterizzato da un assunto basilaro. La filosofia,
come assere Socrate, ha il suo carattere precipuo nel porre un problema
piuttosto che nel risolverlo o dissolverlo, e, come nel mito platonico della
caverna, l’analisi concettuale si muove suI piano della trascendenza
escatologica, diverso e superiore a quello della realta empirica o naturale. Anche
la filosofia giuridica, in quanto filosofia, e aperta alla escatologia metafisica
e, avendo come base la conoscenza del codice u ordine del diritto
romano-italiano *positivo*, pone il problema della sua valutazione escatologica
alIa luce del valore della dignita kantiana umana e del concetto di un “stato
di diritto”. Compito del filosofo non e dunque *descrivere* il diritto positive
fattico empirico esistente, ma conoscerlo per condurne una meta-analisi critica
al fine del suo adeguamento al modello ideale platonico socratico di giustizia
contro il neo-trasimaco di Hart. Il problema giuridico della rivoluzione. Il concetto di rivoluzione nella scienza e nel
diritto, Milano-Varese. Neokantismo nella filosofia del diritto di Treves, in
Diritto, cultura e liberta. Diritto e forza. Un delicato rapporto, Paova. La
filosofia del diritto: il problema della sua identita, in Filosofia del
diritto. Identita scientifica e didattica oggi, Cattania. IL tema del rapporto
tra Diritto e Letteratura è stato più volte trattato dal Prof. Mario Cattaneo
che ha pubblicato i seguenti saggi: ”Riflessioni sul <De Monarchia> di
Dante Alighieri”, “L’Illuminismo giuridico di Alessandro Manzoni” pubblicato
nelle Memorie del Seminario della Facoltà di Magistero di Sassari., “Goldoni e
Manzoni. illuminismo e diritto penale” e “Suggestioni penalistiche in testi
letterari. Nella Introduzione del volume su Goldoni e Manzoni rileva che i
rapporti tra diritto e letteratura e la discussione di problemi giuridici in
opere letterarie non sono stati in generale molto studiati; non mancano
tuttavia alcune ricerche concernenti soprattutto il diritto nel teatro
Sono stati compiuti degli studi sul significato giuridico di alcune opere di
Shakespeare daJhering e Kohler ed è stato esaminato il pensiero di
alcuni poeti tra cui in Italia soprattutto Dante del quale si sono occupati
Carrara, Vaturi, Vecchio, Mossini e lo stesso Cattaneo. Vi
sono importanti opere della letteratura europea che hanno affrontato problemi
giuridici rilevanti come il “Kolhaas” pubblicato da H. von Kleist e “Delitto e Castigo” di Dostoevskijj,l’
Autore rileva peraltro che la presenza di temi giuridici nella letteratura è
particolarmente rilevante nell’illuminismo data la sensibilità civile di questo
movimento. Il volume è dedicato all’esame degli aspetti giuridici – soprattutto
di diritto penale – di due grandi autori italiani: Goldoni ed Manzoni.
Cattaneo rileva l’accostamento tra i due grandi letterati deriva da alcuni
elementi di contatto: Goldoni passò l’ultima parte della vita in Francia e vide
il declino dell’ancien regime francese e Manzoni trascorse parte della
giovinezza in Francia nel periodo napoleonico. Goldoni visse gli ultimi anni
della sua vita a Parigi nei primi anni della Rivoluzione francese ma non
sappiamo come abbia seguito le fasi della stessa mentre Manzoni li seguì e
scrisse l’ode “Del trionfo della libertà” che manifesta le opinioni del suo
Autore e verso la conclusione della vita scrisse “La rivoluzione francese e la
rivoluzione italiana” un saggio che fu pubblicato postumo e che, secondo C.,
è ispirato a sentimenti di libertà i due scrittori hanno un
orientamento differente Goldoni, bonario ed ottimista, esamina gli
aspetti gioiosi della vita pur con una punta di satira e critica della società
mentre Manzoni esamina gli aspetti essenziali e drammatici della
esistenza umana, sotto il profilo religioso Goldoni risulta tiepido ed alquanto
indifferente mentre Manzoni nelle sue opere affronta il problema
religioso. Cattaneo evidenzia che l’accostamento tra i due letterati è
già stata istituita da alcuni studiosi e cita l’opinione espressa da Ferdinando
Galanti che evidenzia che Goldoni diede all’ Italia la nuova commedia, il
ritratto della vita sulla scena, Manzoni è importante per la nuova tragedia ed
il romanzo lasciando un popolo di caratteri originali, vivi e che rimarranno
nella memoria di tutti come figure casalinghe, parlanti, che saranno ereditate
di generazione in generazione quale caro tesoro di famiglia. Galanti ritiene
che Manzoni abbia continuato, nel cammino della verità, l’opera di
Goldoni. Questo giudizio è ripreso da Federico Pellegrini in uno scritto
che indica come elemento comune <il rispetto della natura> e ricorda i
giudizi favorevoli di Manzoni su Goldoni in materia di lingua. Pellegrini
rileva che nelle Commedie di Goldoni come nei Promessi Sposi l’esuberanza della
fantasia non offende la sobrietà dell’insieme e vi è una processione di
personaggi buoni e cattivi al di sopra dei quali vi è una idealità: la vittoria
del bene sul male, questo è la morale di tutti i drammi. Pellegrini raffronta
ed accosta i personaggi delle opere dei due letterati e conclude
affermando che: i geni si incontrano. Il Mazzoleni ha istituito un confronto
fra “I Promessi Sposi” e “La Putta onorata” commedia in cui Bettina,
fidanzata di Pasqualino, viene rapita dal marchese Ottavio. Le coincidenze tra
le due opere peraltro escludono l’influsso di Goldoni su Manzoni, per cui vi è
affinità non dipendenza. Il Petronio nel suo libro ”Parini e l
‘illuminismo lombardo” mette in rilievo che. “ben quattro volte l’Italia ha
tentato una letteratura realistica”: “Una prima volta con l’illuminismo, col
Parini e Goldoni; una seconda con il romanticismo lombardo, i tentativi
generosi del Berchet nel verso e i risultati luminosi del Manzoni nella prosa;
una terza col verismo meridionale e la soluzione geniale ma singolare, senza
seguito, del Verga; una quarta in questo secondo dopoguerra” Passarella ha
associato Goldoni, Manzoni e Collodi nel suo studio “Goldoni filosofo” ed ha
definito i tre letterati “i più grandi umoristi del mondo” scrivendo che
“Mentre Manzoni narra di lotte intime di uomini travolti dalla malvagità e
Collodi sorride delle cadute e degli sforzi di quel Pinocchio fatto di legno ed
emotivo e vivo di tutti gli elementi dell’essere umano, sintesi di tutta
l’umanità aggrappantesi sulla ripida china che conduce a essere degni di
chiamarsi umani, il sorriso col quale Goldoni guarda i suoi attori dice che il
suo problema è la socialità: scontri ed incontri, beffe e incomprensioni,
cadute e risollevamento nelle opinioni altrui” C. evidenzia anche
che un breve cenno comparativo tra Goldoni e Manzoni sotto il profilo giuridico
è svolto anche daJemolo il quale scrive a riguardo che Goldoni, che aveva
studiato giurisprudenza, cercò nella commedia “L’Avvocato veneziano” di darci una
figurazione di avvocato virtuoso, per cui la toga è davvero una divisa di
soldato: Manzoni nel mondo del diritto non ci ha lasciato che la immagine
imperitura di Azzecca-garbugli, il ricordo caricaturale delle Gride dei
Governatori e quello del conte-zio, alto burocrate del suo tempo, il quadro
atroce dei giudici della Colonna infame. Padoan ha rilevato in un suo
scritto che anche oggi, e non senza qualche ragione, potremmo indicare in
Goldoni una polemica contro l’ozio nobiliare, anteriore al Parini; un
atteggiamento di interesse verso il mondo degli umili, che non fu senza
influenza sul Manzoni. C. conclude l’introduzione al volume affermando che
le citazioni prima esposte sono sufficienti a giustificare la trattazione dei
due autori in un unico volume, la sua analisi prende in considerazione la
visione del problema giuridico dei due scrittori ed analizza il pensiero
giuridico nelle sue premesse di fondo.nelle sue fondazioni filosofiche, nella
misura in cui fare questo è possibile; a tal fine ritiene che l’elemento
unificatore dei due autori in relazione al diritto, indicato anche nel titolo è
l’illuminismo L’autore evidenzia che nel Goldoni avvocato, difensore
della professione forense, che mette in rilievo diversi problemi giuridici in
molte sue commedie, si risente, in modo non marcato, l’influenza
dell’Illuminismo, che è la radice della sua satira sociale, della sua garbata
critica della nobiltà e delle disuguaglianze sociali, come in Manzoni critico
della giustizia umana e della incertezza giuridica, che satireggia i pubblici
funzionari e gli avvocati, raccogliendo l’eredità del grande nonno
Beccaria. C. ritiene che, oltre le apparenti differenze,.<< sia
rintracciabile, nel pensiero di Goldoni e di Manzoni, il filo conduttore dato
dai principi fondamentali dell’illuminismo giuridico, principi che si possono
individuare essenzialmente nella certezza del diritto e nella dignità della
persona umana. L’autore riferisce degli Studi su Goldoni avvocato rilevando che
la critica ha tenuto presente in modo primario del significato letterario delle
sue opere un breve cenno agli studi giuridici di Goldoni era stato fatto
da un grande recensore contemporaneo al commediografo Schiller nelle due
recensioni alla traduzione tedesca dei “MÉMOIRES.” nella
letteratura italiana Zanardelli, importante esponente dell’Italia
risorgimentale, cita Goldoni in alcuni passi del volume “L’Avvocatura”
soffermandosi sulla figura della commedia “L’Avvocato veneziano” delineato come
il tipo ideale dell’avvocato. Gli scritti italiani più importanti dedicati
a Goldoni avvocato, scarsamente ricordati nelle bibliografie goldoniane,
sono opere di due studiosi parenti di C. Il primo è l’articolo “Goldoni
avvocato” di Pascolato il secondo è di Cevolotto, avvocato di Treviso
Pascolato rifiuta la tesi che Goldoni sia stato un dilettante della
giurisprudenza ed afferma la reale e profonda cultura giuridica attestata
dall’esercizio dell’attività forense a Pisa dove vinse persino tre cause in un
mese e che evidenziano il carattere schietto e buono anche in mezzo ai volumi
dei dottori; Cervolotto esamina gli studi giuridici di Goldoni di tre anni a
Pavia, ad Udine, la sua attività di coadiutore del cancelliere criminale a
Chioggia e la sua laurea in legge a Padova. Un capitolo è dedicato alla
attività professionale a Pisa dove esercitò più nel criminale che nel civile.
Il penultimo capitolo è dedicato all’esame degli aspetti giuridici delle
commedie goldoniane specie la commedia “L’Avvocato veneziano” che costituisce
una esaltazione del foro veneto e altre note commedie. Cervolotto ritiene che
Goldoni fu senza dubbio giurista, oltre che avvocato di valore non certo
mediocre o comune evidenziando i buoni studi benché saltuari da lui compiuti e
la sua conoscenza di molte questioni giuridiche presenti nelle sue opere.
Cattaneo cita anche gli studiCozzi e di Zennaro Il secondo capitolo
è intitolato “Goldoni, la procedura criminale e Il problema penale” e C.
riporta un passo dei “Mémoires” di Goldoni che tratta il tema della procedura
criminale ed è commentato dal Pascolato che rileva che <<quella procedura
criminale, colla continua ricerca della verità, coll’assiduo studio dei
caratteri, lo aveva ammaliato: è una lezione interessantissima per lo studio
dell’uomo. Di verità e di caratteri Goldoni faceva allora provvisione per i
giorni, ancora lontani, della sua gloria. E intanto voleva diventare
cancelliere Goldoni sottolinea la presenza nel diritto vigente di limiti
posti all’inquisizione dell’imputato, a tutela di questi ma non appaiono nelle
sue opere chiari intenti riformatori della procedura criminale. IL terzo
capitolo è intitolato “L’Avvocato veneziano: Goldoni fra diritto civile e
diritto naturale” C. rileva che Goldoni stesso mette in rilevo i due
fondamentali temi della commedia: la difesa della onorabilità della professione
forense mettendo in scena la figura di un avvocato onesto ed onorato e la
contrapposizione di due sistemi giuridici e giudiziari, quello di diritto
comune e quello veneto, dando a quest’ultimo la preferenza; la commedia
come è stato evidenziato da alcuni studiosi, rompe una tradizione letteraria e
teatrale di derisione e messa in cattiva luce della figura dell’avvocato, dell’uomo
di legge che troveremo invece nella figura completamente negativa del dottor
Azzeccagarbugli ne “I Promessi sposi” Il quarto capitolo si
intitola “Il giusnaturalismo illuministico di Goldoni: La Pamela e altre
opere” C. rileva che le radici illuministiche e giusnaturalistiche
del Goldoni si manifestano in rapporto alla procedura penale, al diritto
penale, al problema delle fonti del diritto, ai rapporti fra la funzione del
giudice e le opinioni dei giuristi. Il giusnaturalismo e l’Illuminismo di Goldoni
si manifestano soprattutto nelle opere teatrali aventi come oggetto, o come
sottofondo, il tema fondamentale della uguaglianza fra gli uomini, al di là
delle differenze fra le classi sociali. Tra le opere significative per questa
prospettiva giuridica teatrali emergono “La Pamela”, “Il Cavaliere e la Dama”,
“Il Feudatario” “Le femmine puntigliose” il dramma giocoso per musica “I
portentosi effetti della Madre Natura” e la tragicommedia (così definita
dall’autore stesso) in versi “La bella selvaggia” che trattano il contrasto tra
natura e società, infine la commedia in versi “La peruviana” che vengono
esaminate negli aspetti più essenzialmente rilevanti sotto il profilo
filosofico-giuridico dall’autore che conclude il capitolo
affermando che: “Quando si trattava dei valori supremi, come la pace, anche
Goldoni sapeva essere religioso e invocare la grazia del cielo” La
seconda parte del volume è dedicata all’analisi di Alessandro Manzoni. Il
primo capitolo si intitola “Studi su Manzoni e il diritto” e Cattaneo
passa in rassegna gli studi esistenti dedicati espressamente ed esclusivamente
o all’idea di giustizia nel pensiero di Manzoni, o agli aspetti giuridici della
sua opera. L ‘autore commenta il lungo articolo di Zino, “Il diritto privato
nei “ Promessi Sposi”, esamina poi l’articolo di Alessandro Visconti “Il
pensiero storico-giuridico di Alessandro Manzoni nelle sue opere”.. Il più
importante e più completo studio sul pensiero giuridico di Manzoni è il volume
di Roberto Lucifredi. “Manzoni e il diritto”. Tale volume si conclude con
alcune considerazioni generali sulla mentalità giuridica di Manzoni e Lucifredi
ritiene che Manzoni era molto dotato per lo studio del diritto e sarebbe
divenuto un ottimo cultore delle discipline giuridiche, un ottimo magistrato,
un ottimo avvocato nel senso più nobile della parola e della funzione.. Nel
1939 Fortunato Rizzi ha pubblicato il volume “Alessandro Manzoni. Il Dolore e
la Giustizia” di cui la terza parte è dedicata al problema della
giustizia. Nel 1942 è uscito il saggio di Opocher “ Il problema della giustizia
nei Promessi Sposi” in cui ribadisce che tutto il capolavoro manzoniano è
essenzialmente un poema sulla giustizia e conclude affermando: ”I Promessi
Sposi non costituiscono soltanto la storia attraverso cui la Provvidenza sana
le sofferenze del giusto, ma anche, e vorrei dire soprattutto, la storia
attraverso cui la Provvidenza feconda queste sofferenze, facendone lo strumento
della redenzione degli oppressori” Nel 1961 il Tanarda ha pubblicato uno
scritto “Il diritto nell’opera di Alessandro Manzoni” in cui ribadisce
che Manzoni era cresciuto in una famiglia coperta da una grande aureola
giuridica, nipote di Cesare Beccaria, familiare dei Verri, amico di Rosmini;
per lo scrittore lombardo l’uso del diritto autentico non può mai contrastare
con la morale. Concludo ricordando la strenna natalizia dell’editore
Giuffrè pubblicata in occasione del bicentenario manzoniano con il titolo
“<Se a minacciare un curato c’è penale>”Il diritto nei Promessi
Sposi” con saggi di noti docenti quali E. Opocher e Cotta. In “Valori morali, giustizia, diritto
naturale” C. ritiene opportuno esaminare la concezione manzoniana della
giustizia, anche nelle sue premesse teoriche sulla base sia di alcuni brani, di
pensieri inediti e di scritti di sapore filosofico. Dalla analisi di due
postille redatte da Manzoni e da un brano scritto dallo stesso C. deduce che il
grande scrittore lombardo esalta la tesi della certezza delle verità morali,
tra le quali l’idea del giusto istituendo un paragone tra verità morali e
verità matematiche. Secondo C. questo brano manzoniano è affine alla
dottrina platonica delle idee espressa nel dialogo “Parmenide”, vi è inoltre
una affinità con Kant che afferma che non è cosa assurda pretendere di far
derivare il concetto di virtù dall’esperienza, perché ciò significherebbe fare
della virtù qualcosa di ambiguo e di mutevole secondo le circostanza. In realtà
è sulla base della idea di virtù che si giudicano gli esempi empirici di
virtù e di comportamento morale. L’Autore richiama anche la filosofia di
Rosmini, il più grande filosofo italiano, la cui filosofia si fonda sull’idea
dell’essere e cita un brano del “Nuovo saggio sull’origine delle idee” .Va
anche evidenziato che Manzoni ribadisce una sostanziale e piena identità fra
morale e religione, come si rileva dalle “Osservazioni sulla morale cattolica “
dedicato alla critica della distinzione fra filosofia morale e teologica.
Cattaneo sottolinea che per Manzoni le leggi umane non raggiungono mai la
giustizia, viceversa, la religione conduce naturalmente alla giustizia, senza
ostacoli, perché si appella alla coscienza, perché porta a dare volontariamente
(in vista di un bene futuro), il che non provoca opposizioni, ma solo
ringraziamenti e benedizioni. In “Le gride e l’illuminismo giuridico ne
< I Promessi sposi>”. C. rileva che se il problema morale e
religioso della giustizia pervade tutta l’opera di Manzoni, ed in particolare
il suo celebre romanzo, Stampa, figliastro dello scrittore lombardo, narra che
Manzoni dichiarò che la prima idea del suo romanzo gli venne dalla lettura
della grida fatta vedere dal dottor Azzeccagarbugli a Renzo, nella quale sono
minacciate pene contro coloro i quali <con tirannide> e con minacce
costringono un prete a non celebrare un matrimonio. Dall’esame dei brani
di ”Fermo e Lucia” e dei “I Promessi sposi” risulta che Manzoni muove una
pesante critica al sistema, in quei tempi diffuso, di consorterie e di caste,
inoltre, descrivendo criticamente la società e la situazione giuridica di
Milano sotto la dominazione spagnola, indica chiaramente il modo in cui le
leggi penali non dovrebbero essere e le caratteristiche che le stesse non
dovrebbero avere Il risultato pratico di quella legislazione è da un lato
l’impunità del colpevole e dall’altro la vessazione degli innocenti e dei
privati indifesi da parte dell’autorità Manzoni raccoglie l’eredità
dell’Illuminismo giuridico nella critica alla proliferazioni delle leggi e
dell’incertezza giuridica, che può sorgere sia dalla mancanza di determinazione
precisa delle fattispecie penali, sia dalla enumerazione eccessivamente
prolissa dei delitti, a questa critica è connessa la denuncia dell’arbitrio
degli esecutori della legge, che possono aumentare a capriccio le pene delle
gride ed ai quali è sottoposta ogni mossa dei cittadini Lo scrittore lombardo
critica anche la comminazione di pene sproporzionate, misura considerata
ingiusta ed inefficace per la prevenzione dei crimini, l’impunità dei colpevoli
è indicata dagli illuministi come il risultato pratico che spesso deriva dalla
eccessiva severità o crudeltà delle pene. Il quarto capitolo si
intitola “La critica dell’utilitarismo e della prevenzione sociale”.
Cattaneo sottolinea che la sfiducia di Manzoni nella giustizia penale umana si
traduce in un atteggiamento critico verso la prevenzione generale come compito
e funzione della pena, che si riscontra in numerosi passi de “I Promessi Sposi”;
l’autore cita a proposito il brano del capitolo V in cui è inserita la
conversazione alla tavola di Don Rodrigo, a cui assiste Padre Cristoforo,
relativa al tema della carestia. Il conte Attilio raccoglie la tesi che la
carestia dipenda dagli intercettatori e dai fornai che nascondono il grano e
ribadisce che bisogna impiccare senza misericordia tali delinquenti senza
processi, in tal modo il grano sarebbe saltato fuori da tutte le parti.. Questo
brano rappresenta la mentalità violenta ed aggressiva che sta alla base della
teoria della pena come <esempio>, cioè una pena esemplare esorbitante
rispetto alla effettiva colpevolezza del reo, mirata esclusivamente a <dare
un esempio> agli altri, per uno scopo sociale ed utilitaristico; in tal modo
viene peraltro giustificata la punizione dell’innocente. In altri passi
del celebre romanzo manzoniano si rileva un atteggiamento mirato ad indicare
non solo l’ingiustizia ma anche l’inefficacia e l’inutilità della prevenzione
generale, unitamene ad una condanna della moltiplicazione dei supplizi, che finisce
per favorire l’impunità, come messo n evidenza dagli scritti di molti giuristi
illuministi. Significativo è a riguardo la conversione dell’Innominato e le
ragioni per cui il potere pubblico non intende procedere contro lo stesso per i
suoi passati delitti, in al modo viene dimostrata l’inefficacia della punizione
nel caso di una persona che ha cambiato vita perché questa potrebbe avere solo
l’effetto opposto a quello voluto Nel penultimo capitolo il commento di
Manzoni sulla situazione del bando di Renzo dal Ducato di Milano dopo le
vicende della giornata di San Martino denota la tesi dell’impunità come
risultato dell’eccessiva proliferazione di minacce legislative e del carattere
esorbitante, situazione che porta ad una frattura tra il comando legislativo e
l’esecuzione della pena. C. conclude istituendo un parallelo sostanziale
ed oggettivo (se pure a qualcuno potrà apparire sforzato) tra Manzoni e Kant,
dato che: “la visione della morale, nonché del diritto, ed in particolare
del diritto penale è svolta in una prospettiva anti-empiristica e
ani-utilitaristica, ed è caratterizzata da un <liberalismo cristiano >,
vòlto a difendere la persona umana da ogni prevenzione collettivistica e
<sociale>” Il quinto capitolo si intitola“ La storia della
Colonna Infame” L’autore ribadisce che il motivo fondamentale della
critica conto la ragione di stato, contro l’utilitarismo sociale, contro il
prevalere dell’interesse generale e sociale sui diritti individuali sta
alla base dello scritto “Storia della Colonna Infame” due anni dopo l’edizione
definitiva de “I Promessi Sposi”.. Di recente tale opera ha sollevato critiche
severe sotto il profilo storiografico e si è accusato il Manzoni di non essere
uno storico, ma di guardare alla storia da moralista, sul modello del
cosiddetto <astrattismo> illuministico settecentesco, e quindi di non
studiare le vicende storiche con partecipazione e simpatia ma di giudicare i
comportamenti umani secondo un codice morale superiore Tale critica è stata
formalizzata da Benedetto Croce . Dopo una lunga ed attenta analisi dello
scritto e di alcuni dei suoi maggiori studiosi C.conclude che i punti di vista
in relazione ai quali il volume manzoniano ha dato un importante contributo
sono tre:Manzoni ha dato un contributo alla comprensione della storia,
affermandone la non inevitabilità e questo punto ha suscitato le maggiori discussioni
interpretative e le reazioni negative dei seguaci dello storicismo. Tale
scritto manzoniano, come ha sottolineato Rovani, <non è per nulla inferiore alle
altre opere del Manzoni, anzi rivela il suo ingegno e la sua dottrina e la
profonda sua acutezza anche nelle materie giuridiche> Tale scritto è
un’opera giuridica, è senza dubbio la più giuridica del Manzoni. Il significato
più importante del saggio è quello morale, come rilevato da Tenca, Rovani e
Passerin d’Entreves e consiste nella difesa del libero arbitrio, della libertà
del volere e nella rivendicazione della responsabilità morale dell’uomo.
Libertà interiore dell’uomo, responsabilità morale, dignità umana; questo è il
trinomio in cui Manzoni fonda la sua lezione morale o, come potremmo dire, la
sua lezione etico-giuridica Il sesto capitolo si intitola “Manzoni
e la criminologia” L’autore evidenzia che l’analisi della “Storia della
Colonna Infame” ha portato a mettere in rilievo l’idea del libero arbitrio
dell’uomo quale elemento centrale dell’impostazione manzoniana dei problemi
giuridico-penali, della sua condanna dell’operato dei giudici milanesi. Vi sono
studiosi come Graf e Sergi che hanno creduto di vedere in tale opera di
Manzoni ed in alcune figure di criminali de “I Promessi Sposi” dei
precorrimenti delle correnti criminologiche sviluppatesi nell’ambito della
Scuola positiva di diritto penale, che, rileva Cattaneo, ha respinto l’idea del
libero arbitrio dal problema dell’imputabilità penale ed ha seguito la strada
del determinismo. L’autore esamina in particolare lo scritto di C Leggiadri
Laura “Il delinquente ne <Promessi Sposi> rivolto ad interpretare il
pensiero manzoniano in chiave naturalistico-deterministica e lo
scritto del Preve “Manzoni penalista” che segue l’interpretazione del Leggiadri
Laura e delinea nelle figure dei criminali del romanzo i tipi classificati
dalla scienza lombrosiana. Dopo un attento esame critico di numerosi passi
delle opere dei due autori prima citati e di altri studiosi C. conclude
che non ritiene valida la concezione di Manzoni come precursore del positivismo
penale e criminologico, dato che per i positivisti non è questione di giustizia
e di libertà del volere, bensì di determinismo e di difesa sociale. In Manzoni
teorico generale del diritto?, secondo C., la forma mentis giuridica di Manzoni appare
evidente anche negli scritti storici e storico-giuridici, in particolare essa
si manifesta in modo tipico nel “Discorso sur alcuni punti della storia
longobardica in Italia” oltre che nello scritto postumo sulla Rivoluzione
francese. C. mette in evidenza un aspetto meno noto che è peraltro presente nel
libro: le osservazioni concernenti il rapporto tra Romani e Longobardi e le
leggi regolanti la loro convivenza, osservazioni che sono di natura di una teoria
generale del diritto. Le osservazioni riguardano in particolare la
concessione data agli Italiani di vivere secondo la legge romana che fu
considerata dal Muratori <un bel tratto di clemenza, e una prova, fra le
mole, della dolcezza e saviezza dei conquistatori longobardi> Manzoni
dimostra una sensibilità moderna perché si preoccupa secondo C. di rendersi
conto di come fosse strutturato l’ordinamento giuridico sotto i Longobardi e
evidenzia la <struttura a gradi> dell’ordinamento giuridico, per dirla
come Kelsen e definisce alcune norme <leggi costituzionali>, le
leggi così designate sono le <norme di competenza> di Ross e le
norme secondarie di Hart, cioè le norme che conferiscono il potere di emanare,
modificare, abrogare le altre norme, concernenti direttamente il comportamento
dei cittadini. Manzoni si preoccupa di esaminare quali fossero le norme di
statuto, di competenza o secondarie, espressione del potere longobardo, le
quali regolavano la permanenza delle leggi romane, che regolavano il
comportamento dei cittadini di origine romana. L’ottavo capitola si
intitola “Manzoni e la Rivoluzione francese” Il rapporto tra Manzoni e la
Rivoluzione francese durò in varie forme per tutta la vita del letterato
lombardo. Questi visse molti anni in Francia nel periodo napoleonico, scrive il
“Trionfo della Libertà“ un poemetto di sentimenti giacobini ed
anti-monarchici con la condanna delle spietate repressioni penali. Nel ”5
Maggio” Manzoni fornisce un giudizio equanime su Napoleone dapprima
glorioso e poi rapidamente caduto e rileva la caducità degli idoli umani
Nel dialogo “Dell’Invenzione” Manzoni esamina la figura di Robespierre ed
abbandona il cupo giudizio di <mostro> del politico francese pur non
abbandonando la tesi di una responsabilità avuta da Robespierre nel Terrore
ridimensionata dalle moderne storiografie Lo studio che esprime nel modo
più chiaro il rapporto di Manzoni con la Rivoluzione francese è il saggio
pubblicato postumo a cura di Ruggero Bonghi “La rivoluzione francese e la rivoluzione italiana” I
motivi su cui si basa La critica di Manzoni alla Rivoluzione francese
sono La mancanza di un giusto motivo per la distruzione del governo di
Luigi XVI e di una autorità competente nei deputati del Terzo Stato che ne
furono gli autori. Questa distruzione avvenne indirettamente ma effettivamente
in conseguenza dei loro atti. Il nesso di queste cause con gli effetti indicati
Le riforme legittime, sentite dal popolo francese, avrebbero potuto avvenire
per vie pacifiche e legali; Manzoni peraltro non si rende conto che la
sua critica non tiene conto della situazione dell’ancien régime, in cui il
potere trovava la legittimità dal diritto divino mentre la critica da lui
avanzata è accettabile entro i presupposi giuridico-costituzionali creati dalla
Rivoluzione francese Il letterato lombardo sottolinea l’aumento del
dispotismo dal Terrore, al Direttorio, al bonapartismo come risultato
immediato degli atti iniziali della Rivoluzione francese. Trattando della
“Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo” Manzoni discute il suo rapporto
con la precedente Dichiarazione americana sottolineando le differenze. Lo
scritto di Manzoni ha senza dubbio il merito di evidenziare il contrasto fra
gli ideali e le realizzazioni pratiche della Rivoluzione francese, nella sua
critica lo scrittore lombardo critica, come in altre opere, il potere politico
umano che riveste in forme giuridiche la sostanza dell’arbitrio e della
prepotenza ed ad esso contrappone il valore assoluto dell’idea del diritto, che
è <una verità> Tale considerazione induce C. a proporre un altro
parallelo fra la posizione di Manzoni e quelle di Kant e Robespierre. Kant ha
negato il diritto di un popolo alla rivoluzione ed ha considerato l’esecuzione
di Luigi XVI un crimine inespiabile ma nello stesso tempo è stato un convinto
sostenitore della Rivoluzione francese; Robespierre <rivoluzionario
legalitario, giudicato non equamente dal Manzoni, fu un uomo dal forte
sentimento giuridico e, nel momento della sua caduta,pur proscritto e
ricercato all’Hotel de la Ville, benché fosse esortato dagli amici a redigere
un appello all’insurrezione popolare esitò e si chiese <Au nom de
qui?> come è attestato dalla sorella Charlotte Nella lunga
ed articolata conclusione C. ribadisce che il pensiero giuridico di due
letterati ha numerosi elementi in comune e svolge alcune considerazioni sul
metodo seguito. L’autore evidenzia che il suo saggio ha un taglio diverso dagli
studi citati sull’attività forense di Goldoni, sul significato riformatore
delle sue commedie e sulle implicazioni politiche del pensiero di MANZONI
(vedasi). Il punto di vista seguito nel volume dal docente è quello della
considerazione a un lato del diritto come categoria autonoma, dotato delle sue
specifiche caratteristiche e dall’altro del diritto inteso come fondato
filosoficamente, posto in relazione con problemi storici, politici e sociali.
Lo studio degli aspetti giuridici e dei problema del diritto nl pensiero e
nell’opera di Goldoni e Manzoni non è stato disgiunto all’esame dei temi della
riforma sociale e della riflessione politica nella loro attività letteraria. Il
punto di vista seguito sempre dall’autore, come da lui steso dichiarato, è
stato quindi¨<quello dell’ autonomia del diritto, ma non inteso secondo una
prospettiva meramente logico-formale, bensì basato su una fondazione
filosofica, e dotato di rilevanza politica. . L’angolo visuale usato come punto
di riferimento per i due letterati è l’illuminismo giuridico.
L’illuminismo è coevo di Goldoni, che anticipa Rousseau nella
proclamazione del principio dell’uguaglianza naturale ed è aperto al problema
della riforma sociale,come è riconosciuto da numerosi interpreti delle sue
opere. I rapporti tra Goldoni e l’illuminismo giuridico sono più evidenti nel
passo dei “Mémoires “ sulla procedura criminale e nelle commedie L’uomo
prudente e L’Avvocato veneziano . Manzoni è posteriore all’illuminismo ma
l’autore ha cercato di indicare la presenza di una eredità Illuministica, con
riferimento ai problemi giuridici, ne “I Promessi sposi” e nella “Storia
della Colonna infame” dove peraltro sono presenti degli elementi di superamento
delle concezioni illuministiche. Il docente ritiene di rifiutare la tesi
diffusa di coloro che interpretano Manzoni esclusivamente dall’angolo visuale
della linea agostiniana-pascaliana con venature giansenistiche negando il
profondo legame con l’illuminismo, in realtà Manzoni si dimostra erede
dell’illuminismo per l’habitus mentale razionalistico del suo pensiero, per la
sua considerazione della ragione e per la sua ricerca delle radici razionali
della fede; in tal modo il grande scrittore lombardo fa propria l’eredità
migliore dell’illuminismo, il filone etico-religioso che si contrappone al
filone ateo e materialistico di alcune correnti.
Ragonese e Caretti hanno bene sottolineato i rapporti
tra Manzoni e l’illuminismo. C. conclude il suo saggio ribadendo che il
motivo comune fondamentale di Goldoni e Manzoni è il principio cristiano ed
illuministico (e kantiano) della dignità umana. In Goldoni questo
principio è meno evidente ma è legato soprattutto all’idea della comune natura
umana, al di là delle differenze sociali, che appare in numerose commedie ed
opere drammatiche, in Manzoni la difesa della dignità umana è svolta ad un
livello di maggior profondità ed è connessa ad una prospettiva religiosa come
traspare chiaramente dal testo recitato dal coro de “Il Conte di
Carmagnola” Nella Appendice viene riproposto lo studio di
Pascolato “ Goldoni Avvocato” pubblicato su “Nuova Antologia” Cattaneo pubblica
“Suggestioni penalistiche in testi letterari”. Il libro, che è dedicato
alla memoria del Prof. Renato Treves, per molti anni ordinario di Filosofia del
Diritto all’Università degli Studi di Milano, tratta le opere di numerosi
letterati. Il libro, che si articola in 12 capitoli ed una appendice, tratta
di scrittori che nelle loro opere hanno affrontato il tema
della pena o problemi di natura giuridica. Il lavoro, rileva l’Autore, non ha
avuto una genesi unitaria Il primo saggio scritto riguardava Parini, un
“poeta civile” rappresentante di un Illuminismo cristiano ed equilibrato, è
seguito il saggio su Collodi, l’uomo del Risorgimento che ha combattuto a
Curtatone e che mostra nel suo aperto scetticismo nei confronti della legge e
dell’autorità costituita una opinione diffusa di molti uomini dell’Italia
post-unitaria tra cui il grande giurista liberale Carrara..Il terzo saggio è
stato dedicato a Foscolo che nello scritto < L’orazione sulla giustizia>
ed altri due scritti <La difesa del sergente Armani> ed <una lettera
al “Monitore Italiano”> tratta problemi relativi alla pena Il primo saggio
del volume si intitola “Studi Dante e il diritto penale” Lo studio
riguarda il rapporto tra il grande poeta ALIGHIERI ed il diritto penale.. C.
rileva che gli studi di storici e filosofi del diritto che hanno trattato il
pensiero giuridico di Dante hanno trascurato l’aspetto penalistico. ALIGHIERI non
si è occupato di diritto penale ma l’analisi del suo capolavoro mostra un
elaborato sistema di rapporti tra colpa e pena. Numerosi studiosi hanno
rilevato che le pene crudeli descritte nell’Inferno del poema dantesco sono
molto lontane dalle prospettive della legislazione penale moderna anche se
occorre distinguere tra la prospettiva morale e religiosa del poema dantesco e
le finalità delle legislazioni penali attuali Dante peraltro opera una
distinzione tra peccati puniti fuori e dentro la città di Dite che può
corrispondere ad una distinzione tra peccati e delitti, il più rilevante
contributo indiretto dato da Dante al diritto penale è il criterio di
graduazione delle gravità delle colpe e le corrispondenti pene come è stato
evidenziato da Vecchio. Il maggior contributo diretto di Dante alla
cultura giuridica moderna sono l’affermazione del principio di uguaglianza e di
personalità delle pene e l’affermazione della volontà del volere dell’uomo
quale presupposto della conseguente valutazione del merito o del demerito delle
sue azioni. C. conclude che: Certamente, fare apparire Dante come un
grande giurista, un grande penalista, può risultare sforzato e retorico. Ma
nello stesso tempo, non è assolutamente possibile e lecito ignorare il
contributo, diretto o indiretto, che Dante ha dato anche al diritto penale; la
Divina Commedia è un costante punto di riferimento per qualunque problema,
religioso, filosofico, umano; ricordo che mio Padre diceva che nella
Commedia c’è tutto. Nella introduzione ho accennato a due recenti approfonditi
studi su Dante ed il diritto, un tema caro a molti studiosi Il secondo
saggio si intitola “Giuseppe Parini e L’Illuminismo giuridico”. C.
rileva che Parini, sacerdote non per vocazione ma uomo profondamente credente,
fu sensibile a numerosi ideali illuministici di riforma civile ed attraverso
una delle sue Odi riprende le idee illuministiche sul diritto penale, che
propugnavano il principio umanitario della doverosità della mitigazione delle
pene considerando l’inefficacia di pene eccessive in determinati contesti
sociali. Vi è dunque una continuità di principi da Parini, cattolico ed
illuminista, a Manzoni e Rosmini, cattolici liberali, una continuità di
principi ed ideali umanitari relativi al problema della pena e nell’ode Il
bisogno è presente una concezione penale cristiana ed illuminista. C.
conclude il suo saggio affermando che Parini poeta civile e morale interpreta
il momento migliore dell’Illuminismo e si fa portavoce dei suoi più significativi
valori. In “Foscolo e la giustizia come forza,” C. rileva che
notoriamente Foscolo fu un poeta impegnato nelle vicende politiche del suo
tempo segnato dalla rivoluzione francese e dall’epopea napoleonica. Negli
scritti di natura penalistica il poeta accoglie i principi della dottrina
giuridica illuministica, come la difesa della certezza del diritto ed il
rispetto delle garanzie processuali. Foscolo inoltre critica la teoria della
retribuzione morale e quella della prevenzione generale. Il quarto capitolo è
intitolato. “Le veglie notturne di Bonaventura e la critica dei giuristi”
un libro tedesco poco conosciuto in Italia, opera uscita anonima nel 1805 a
Penig (Sassonia) presso il poco noto editore F Dienemann, che l’aveva
pubblicata nel suo <Journal von neuen deutschen Original Romanen>. C.
evidenzia che nelle pagine dedicate a temi giuridici viene messo in rilievo
l’invito a rendere il diritto più umano ed a metterlo al servizio degli uomini.
La descrizione del giudice freddo paragonato ad una macchina o ad una
marionetta, il rimprovero ai giuristi che si assumono il compito di tormentare
i corpi, come i teologhi tormentano le anime, l’uccisione della giustizia da
parte dei tribunali, il richiamo al diritto naturale, che dovrebbe essere il
vero diritto positivo, la critica di una giurisprudenza svincolata dalla
morale sono chiari segnali di una aspirazione ad umanizzare il diritto,
specie quello penale. In “Heine e la satira delle teorie della pena”, C. analizza
il breve scritto che Heine aveva aggiunto quale appendice al suo volume “
Lutezia”Lo scritto è dedicato al problema della riforma delle prigioni ed
alla legislazione penale e porta il titolo <Gefaengnisreform und
Strafgesetzgebung>. Il saggio, pur nella brevità, è un esame attento
delle teorie fondamentali della pena. C. suggerisce che l’analisi critica
del poeta si traduce in una satira delle dottrine della retribuzione,
dell’intimidazione e dell’emenda e coglie i punti centrali di tali concezioni.
Heine sottolinea l’ingiustizia della teoria dell’intimidazione generale
ed evidenzia il carattere patriarcale e paternalistico delle teoria
dell’emenda. Nell’esaminare il principio di una prevenzione dei delitti
commessi con mezzi diversi dalla pena, Heine ritiene che bisogna agire con
durezza, reclusione ed addirittura con la pena di morte concepite come
prospettiva di difesa sociale. C. rileva che è sempre più chiara e più facile
la parte negativa della filosofia penale, cioè la critica delle dottrine sulle
pena che la parte costruttiva cioè l’indicazione di un fine positivo
nella funzione penale. Heine critica inoltre il sistema carcerario
filadelfiano e quello auburniano In “Victor Hugo e la pena come fonte di
delitti,” C. rileva che il problema giuridico penale è presente nell’opera
letteraria di Hugo con una severa critica del sistema penale dell’epoca e la
sua difesa della dignità dell’uomo. Il problema emerge chiaramente nel celebre
romanzo “Les Miserables” e nel suo protagonista l’ex-forzato Jean
Valjean. Il romanzo affronta il problema di una pena sproporzionata ed inumana,
che è causa di nuovi delitti e di una spirale indefinita di reati e pene
successive. Il tema è sviluppato nella figura centrale di Valjean. Tutte
le tragiche vicende del protagonista nascono da un tentativo di furto dovuto
alla miseria ed alla fame; a causa del furto di un pezzo di pane,che poi viene
gettato via,Valjean è condannato a 5 anni di detenzione e, in seguito a tre
successive evasioni di breve durata, la sua detenzione dura ben 19 anni.
Vi è una enorme sproporzione tra il danno causato dal reato e la pena che
trasforma ed indurisce Valjean, la cui psicologia viene analizzata in
profondità da Hugo. La pena continua a gravare su Valjean anche dopo la
liberazione per cui questi riesce a lavorare solo per una giornata data la sua
qualità di ex-forzato. Hugo critica sia l’atteggiamento di diffida e di rifiuto
di tutta la popolazione sia la macchia di infamia stabilita dalla legge. C.
rileva che è ammirabile la battaglia combattuta da Hugo contro la pena di
morte, la sua denuncia della sproporzione tra la gravità dei delitti e le
pene, la critica dell’assurdo criterio nel valutare la recidiva. Queste
battaglie sono importanti contributi all’evoluzione del diritto penale ed
alla difesa della dignità umana. In “Dostoevskij la coscienza e la pena,”
C. evidenzia la centralità del tema del
delitto, della colpa e della pena nello scrittore russo, come è stato rilevato
nel profondo scritto di Italo Mancini, che ha evidenziato sia la validità di
una ricerca su Dostoevskij pensatore e filosofo sia che per lo scrittore
russo < la questione penale non rappresenta solo un contenuto ma il
contenuto>. Gobetti a proposito dei personaggi dello scrittore russo ha
rilevato che <I suoi personaggi non si sforzano mai di arrivare ad una
verità, ma piuttosto di chiarire e capire sé stessi>> Nel volume “I
ricordi della casa dei morti “ lo scrittore russo ricorda l’esperienza
personale della prigionia in Siberia e sottolinea chiaramente
l’incapacità del carcere di procurare l’emenda del reo dato che Dostoevskij
rileva che nel corso di parecchi anni non ha visto tra quella gente il minimo
segno di pentimento, il minimo rimorso per il delitto commesso; lo scrittore
russo indica anche nella solitudine e nella mancanza di privatezza un
elemento di particolare tormento della prigione. Il lavoro nella
prigione, rileva lo scrittore russo, non era faticoso ma era penoso
perché obbligato sotto la minaccia di un bastone. Dostoevskij evidenzia anche
l’ineguaglianza della pena per i medesimi delitti in relazione alla classe
sociale, da cui deriva l’ingiustizia e l’inefficacia della pena. Radicale è la
sua critica svolta nei confronti del regolamento carcerario e del comportamento
ottuso e crudele delle guardie carcerarie, severo è il giudizio sulla prassi
della fustigazione definita una piaga della società> Nel
<L’idiota> lo scrittore russo pone un giudizio duro e severo
sulla pena di morte in bocca al principe Miskin nelle prime pagine del
romanzo. Nel brano Dostoevskij sottolinea la svalutazione del carattere meno
afflittivo della decapitazione rispetto ai supplizi accompagnati da tormenti e
la sofferenza morale generata dalla attesa della esecuzione, che è peggiore
della sofferenza fisica. Nel romanzo “Delitto e castigo” Dostoevskij
evidenzia la tesi della necessità della pena giuridica quale espiazione della
colpa e come risultato del rimorso avvertito dal colpevole. La trama del
romanzo mette in luce la progressiva conversione, il rimorso e la ricerca di
espiazione del colpevole. Cattaneo sottolinea che il Leitmotiv del celebre
romanzo è la ricerca della espiazione sulla base di una spinta interiore e del
rimorso e che tale impostazione pone lo scrittore russo sulla linea del
Platone del Gorgia e di BOEZIO nel <Consolatio philosophiae>. La
conclusione giuridica processuale del romanzo rileva una sensibilità giuridica
moderna che pende in considerazione le circostanze attenuanti, le cause
sociali, psicologiche e morali del delitto ed il recupero morale e sociale del
colpevole. Il finale giuridico evidenzia la complessità del problema penale e
l’interesse di Dostoevskij, spirito umanitario e riformatore, per la
riforma del procedimento penale, d’altra parte, sul piano morale, rileva
il desiderio di espiazione che conduce all’emenda.
Dostoevskij manifesta l’atteggiamento del cristiano che si sente
corresponsabile delle colpe degli altri e riprende le parole di Cristo “Chi di
voi è senza peccato, scagli la prima pietra contro di lei” C. ribadisce che per
Dostoevskij il punto che più conta è il rimorso per la colpa commessa e la
auto-condanna da parte del delinquente. La pena giuridica non ha rilevanza, ciò
che conta è il processo di autocondanna, di espiazione e di redenzione che
avviene nella coscienza del colpevole. In “Tolstoj e la abolizione della pena,”
C. ribadisce che lo scrittore russo
postula una radicale abolizione del diritto penale in una prospettiva di amore
cristiano e di non violenza. I temi giuridici vengono affrontati da Tolstoj un
due opere “Resurrezione” e la novella “Il racconto di Koni”. Il romanzo
Resurrezione è fondato su una vicenda processuale, la condanna ad alcuni
anni di deportazione in Siberia della protagonista Ekaterina Maslova, diventata
prostituta a seguito di tristi vicende. Tolstoj analizza il processo e la
successiva pena dei forzati deportati ed evidenzia che negli istituti di pena
gli uomini erano sottoposti ad ogni genere di umiliazioni inutili, catene,
teste rasate, divise infamanti per cui si inculcava l’idea che qualsiasi
violenza, crudeltà e atrocità era autorizzata dal governo per chi si trovava in
prigionia nella sventura. Lo scrittore sottolinea il distacco tra la condanna e
la concreta esecuzione della pena con le sue brutalità. In Tolstoj il tema
fondamentale è l’indicazione dell’ingiustizia dell’intero sistema
repressivo-penale e la sottolineatura delle cause sociali dei delitti come
Victor Hugo. Lo scrittore suggerisce anche la necessità di abolire
la pena e sostituirla con il perdono, un ideale sublime ma difficile da
realizzare in pratica e che indica tutta la complessità del problema, C. si
chiede se si tratta “del sogno di un visionario, una utopia generosa o di un
ideale verso cui la società deve tendere.” In “Pinocchio e il diritto”,
C. rileva che l’opera di Collodi è stata oggetto di numerose indagini . Le
ricerche sulla natura pedagogica ed educativa sono state sviluppate da
Bertacchini, Il testo di Collodi è stato esaminato sotto il profilo filosofico
e teologico nei due volumi scritti da Frosini e Biffi . Frosini evidenzia
che: << Il mito di Pinocchio si rivela come un mito tipicamente
risorgimentale, al tramonto di un’epoca; e anzi proprio di un
risorgimentalismo di stampo repubblicano e mazziniano>> basato su
principi di umanitarismo positivistico. Biffi sottolinea che Pinocchio fu
scritto quando l’Italia era unita politicamente ma non era una nazione
consapevole di sé e concorde sui valori che danno senso alla vita. Il Collodi
aveva un cuore più grande delle sue persuasioni, un carisma profetico più alto
della sua militanza politica, così poté porsi in comunione forse ignara con la
fede dei suoi padri e con la vera filosofia del suo popolo. . La lettura
di Pinocchio evidenzia interessanti problemi e temi di natura giuridica e
filosofico-giuridica e lo scritto di Cattaneo evidenzia soprattutto i temi più
rilevanti dal punto di vista penalistico. Cattaneo sottolinea che
Lorenzini (ovvero Collodi) era un fine umorista che sapeva cogliere il
lato ridicolo ed insieme doloroso della vita umana (opinione espressa
anche da Lina Passarella nel suo scritto prima citato su Goldoni filosofo), e
cita ad esempio l’episodio dei pareri opposti dei medici al capezzale di
Pinocchio in casa della Fata dal Corvo e dalla Civetta e quello della condanna
del burattino derubato degli zecchini dal giudice-scimmione. Pinocchio scappa
di casa ed è acciuffato da un carabiniere per il naso (Cattaneo rileva in
tal modo la naturale predisposizione dei cittadini ad essere oggetto delle
interferenza da parte del potere); dopo la riconsegna di Pinocchio a Geppetto e
le sue proteste il carabiniere, a seguito dei commenti della gente, rimette in
libertà il burattino e conduce in prigione Geppetto che piange disperatamente.
L’episodio mostra un membro dell’apparato giudiziario che arresta Geppetto
sulla base delle opinioni della <voce pubblica> compiendo un atto
arbitrario senza motivazioni precise e mostra un innocente debole ed inerme che
non riesce a difendersi di fronte all’atto arbitrario del potere. Un
altro episodio interessante è narrato nel capitolo XXVII, dove si descrive la
battaglia con i libri di testo fra Pinocchio ed i suoi compagni. Un grosso
volume scagliato verso Pinocchio colpisce alla tesa un compagno che cade come
morto. Tutti i ragazzi fuggono e rimane Pinocchio a soccorrere il compagno.
Arrivano due carabinieri che,dopo un breve colloquio, arrestano Pinocchio
malgrado le sue dichiarazioni di innocenza. Il burattino fugge inseguito dal
cane Alidoro al quale salva la vita mentre stava per annegare. Cattaneo
evidenzia a riguardo che la vittima del potere è l’innocente, l’unico trovato
vicino ad Eugenio, che viene arrestato perché le circostanze sono contro di lui
La frase dei carabinieri “Basta così” è commentata da Biffi che evidenzia che
l’invito a ragionare insospettisce spesso l’autorità, la quale è incline a tagliar
corto. In molte vicende giudiziarie si nota che una concatenazione di indizi
sfavorevoli dà l’avvio a processi indiziari seguiti da condanne di persone
innocenti. Un altro episodio clamoroso di palese ingiustizia è la vicenda
che conclude il rapporto tra Pinocchio ed il due truffatori La Volpe ed il
Gatto. Pinocchio incontra la Volpe ed il Gatto e viene convinto a
seminare i 4 zecchini d’oro nel Campo dei miracoli vicino alla città di
Acchiappacitrulli. Tale città descritta minuziosamente da Collodi è,secondo
C., e il simbolo dell’ingiustizia e di un diritto positivo basato sul puro
potere politico; tale città esprime in modo chiaro il pericolo del prevalere
della politica sulla giustizia nella amministrazione della giustizia,
come dimostra l’episodio giudiziario che riguarda Pinocchio. Pinocchio
accortosi di essere stato derubato delle monete d’oro torna in città e denunzia
al giudice i due malandrini che lo avevano derubato, ma,invece di ottenere
giustizia, è vittima di una tragica beffa. Il giudice scimmione, al quale
Pinocchio si era rivolto, ordina che il burattino venga messo in
prigione. L’ordine viene eseguito da due mastini che tappano la bocca al
burattino, il quale resta 4 mesi in prigione e viene liberato a seguito di una
vittoria dell’imperatore della città di Acchiappacitrulli. Per ottenere
la libertà Pinocchio dichiara al carceriere di appartenere al numero dei
malandrini e così viene salutato rispettosamente e può scappare. C. rileva che
la figura dello scimmione sottolinea la miseria della giustizia umana ed il
carattere insoddisfacente dei tribunali umani dove, come scrive Platone, si
discute sulle “ombre della giustizia” Biffi nel suo volume rileva dapprima
l’aspetto positivo della figura del giudice che è descritto come un personaggio
rispettabile, benevolo, attento al racconto del burattino, successivamente
Biffi sottolinea che la figura dello scimmione della razza dei gorilla
rappresenta la caricaturalità della giustizia terrena rispetto a quella vera,
per cui il giudice finisce con applicare la legge umana che con i suoi
meccanismi colpisce il debole anche se innocente. Cattaneo rileva che la
situazione proposta da Collodi ricorda quella descritta da Manzoni ne I
Promessi Sposi dove i violenti erano organizzati e protetti ed i deboli, non
sorretti da consorterie, erano vittime dei soprusi del potere. La
lettura di Pinocchio di Collodi ed in particolare di alcuni brani può dar luogo
a considerazioni di natura filosofico-giuridica e giuridico- penale, come
suggerisce acutamente C. nel suo volume. Merito indubbio di Collodi è
descrivere alcune situazioni caratterizzate da abuso di potere, oppressione dei
deboli e sfasamento dei corretti rapporti stabiliti dagli ordinamenti
giuridici, come del resto è stato rilevato da numerosi importanti interpreti.
E’ opportuno sottolineare che il capolavoro di Collodi, come molte altre opere
letterarie, affronta importanti problemi giuridici tra i quali va segnalata
l’importante e costante aspirazione perenne che la legge in essere non sia solo
la volontà del gruppo sociale dominante, una forma di controllo sociale, e che
inoltre l’ordinamento giuridico tuteli la dignità e le aspirazioni degli uomini
come attesta la storia del diritto. Il capitolo decimo è intitolato “Wilde e le
sofferenze del prigione” Wilde in alcune sue opere ha descritto la sua
penosa esperienza carceraria ed il clima del carcere., lo scrittore inglese fu
condannato a due anni di carcere che scontò interamente. C. evidenzia che
<Wilde fu il tipico capro espiatorio dell’ipocrisia della società vittoriana
Lo stesso letterato nel De Profundis, redatto in carcere, attesta di
essere passato dalla gloria all’infamia con un mutamento dell’opinione pubblica
dalla esaltazione al disprezzo. Le osservazioni di Wilde sul problema della
pena nel suo celebre <De Profundis> e nella accorata <The Ballad of
Reading Gaol> hanno fornito un importante contributo alla battaglia per la
riforma del sistema carcerario. Il volume <De profundis> fu redatto da
Wilde negli ultimi anni carcere. L’opera è redatta sotto forma di lettera
all’amico Alfred Douglas <Bosie> e contiene molti rimproveri all’amico
per i suoi atteggiamenti durante il processo ed il successivo carcere. L’opera,
dopo molte controversie, fu pubblicata definitivamente dal figlio di Wilde
Vyvyan Holland. All’inizio dell’opera Wilde rimprovera l’amico Douglas
e soprattutto sé stesso e riflette sul suo stato di persona imprigionata
e rovinata <a disgraced and ruined man> lo angoscia dopo la
sentenza e l’esperienza carceraria e e. Lo scrittore inglese rileva che per chi
vive in carcere la sofferenza che lo domina è la misura stessa del tempo ed il
fondamento del proprio continuare ad esistere Wilde evidenzia che la
terribile esperienza in prigione sia stata per lui più dolorosa che per altri e
si e si lamenta per la perdita della patria potestà sui due figli e rimarca
l’ingiustizia di tale procedimento che incrina il rapporto familiare. Lo
scrittore rileva che per i poveri la prigione è un dramma che tuttavia suscita
peraltro la simpatia delle altre persone mentre per gli uomini del suo ceto la
prigione li rende dei <paria>, per cui i condannati di ceto abbiente non
hanno più diritto all’aria ed al sole,la loro presenza infetta i piaceri degli
altri e bisogna tagliare i legami con l’esterno dato che l’onore e la
reputazione della persona condannata è leso. Wilde evidenzia anche
che molte persone,quando escono di prigione, nascondono il fatto di essere
stati in carcere che considerano una sciagura e, rileva lo scrittore inglese,,
è orribile che la società li costringa a tale comportamento. La società ha il
diritto di punire i colpevoli ma non riesce a completare ciò che ha fatto e
lascia l’uomo al termine della pena, quando dovrebbe iniziare la
riabilitazione, sarebbe giusto invece che non ci fosse amarezza o rancore tra
le parti (colpevoli e vittime). Cattaneo evidenzia l’ipocrisia che sta dietro l’idea
della retribuzione morale e cioè che subendo la pena il colpevole abbia
pagato il suo debito verso la società, se si applicasse tale principio, dopo la
fine della pena tutto dovrebbe cessare e non dovrebbero esservi più né fedine
penali né casellari giudiziari. Nella realtà comune resta una macchia sulla
persona che è stata in carcere, un pregiudizio che la società perpetua e l’onta
non deriva dal delitto commesso ma dalla pena scontata. La società riconosce
implicitamente l’inutilità della pena perché l’onta del colpevole incarcerato
rimane. Analizzando la vita in carcere Wilde sottolinea che le privazioni e
restrizioni del carcere rendono una persona ribelle ed impietrisce i cuori dei
condannati. L’abito dei carcerati li rende grotteschi come clowns, oggetto di
derisione e berlina della gente. Tali sofferenze ed umiliazioni dei condannati
sono contrari al principio della dignità umana che Wilde riafferma come
profonda esigenza morale della società. Lo scrittore afferma anche che tutti i
processi sono processi per la propria vita e tutte le sentenze sono sentenze di
morte; spesso anche una condanna alla prigione genera delle sofferenze che
conducono alla morte e va rilevato che Wilde stesso morì pochi anni dopo il
carcere in Francia . Wilde scrisse anche <The Ballad of Reading
Goal>, l’anno del suo rilascio. in questa lunga ballata il poeta inglese
descrive le sofferenze e le crudeltà cui aveva assistito durante la
prigionia e dalle sue considerazioni sulla triste sorte dei carcerati risulta
un grande senso di pietà per i carcerati ed i condannati a morte. La poesia è
pervasa da spirito religioso e Wilde mette in confronto il vero spirito
cristiano, la pietà per i sofferenti ed i peccatori con l’atteggiamento chiuso,
duro ed indifferente delle istituzioni religiose ufficiali e dei cappellani
delle carceri . Cattaneo rileva che la tragica esperienza personale ha
portato Wilde ad affrontare il tema della riforma delle prigioni e del sistema
penale del quale si era occupato nello scritto “The soul of man under
socialism” . Dalle riflessioni dello scrittore inglese redatte nelle opere
dopo il carcere si ricava una denuncia della brutalità del trattamento
carcerario e della inumanità nell’esecuzione della pena con critiche alla
utilità sociale della stessa In “Gide e il non giudicare,” il
problema giuridico-penale è stato esaminato anche da un noto scrittore francese
contemporaneo Gide, che lo ha affrontato in tre stimolanti scritti “Souvenir de
la Cour d’Assise” che racchiude la sua esperienza quale giurato in alcuni
processi penali, “L’affaire Redureau” e “La sequestrée de Poitiers” che poi
sono stati pubblicati insieme in una raccolta dal titolo ”Ne jugez pas” C.
rileva che di tale scritto non si sono occupati molto i critici ed i
commentatori, come sempre avviene quando si tratta di problemi giuridici in
veste letteraria. L’analisi del volume di Gide è interessante perché il libro è
molto rilevante per lo studio di rapporti tra diritto penale e
letteratura e costituisce delle precise prese di posizione dirette su temi
giuridico-penali, desunti dalla realtà della vita. C. mette in luce
l’attenzione, la precisione, la serietà e la preparazione dimostrate dallo
scrittore francese nel trattare i temi giuridici, soprattutto per la precisione
del linguaggio giuridico. Gide dimostra competenza nel trattare problemi
giuridico-penali e probabilmente “l’ indagine di certi casi criminali lo induce
all’analisi di talune zone inesplorate della psiche umana” L’atteggiamento
dominante di Gide è il “favor rei” che si esprime in due modi o a
due livelli: da un lato sul piano processuale lo scrittore volge l’attenzione
al rispetto delle garanzie dell’imputato, ad una equilibrata ed equa conduzione
dell’interrogatorio, alla escussione di tutti i testimoni, specie quelli della
difesa. Lo scrittore francese solleva anche nei suoi scritti l’esigenza
di una riforma del modo di porre le domande ai giurati e di chiarire il loro
contenuto. Gide si mostra sempre umano e compassionevole verso i colpevoli,
mostra l’esigenza che la pena sia in generale ridotta e che si tenga conto
degli elementi che valgono a titolo di difesa, quali motivi di giustificazioni
e scuse. Lo scrittore francese si preoccupa che la pena possa causare mali
peggiori e cerca di evitare risultati negativi della stessa. C. evidenzia che
in sostanza nel libro di Gide “è primaria l’attenzione per l’uomo, la sua
complessità e la sua imperscrutabilità psicologica, che porta al dubbio e alla
perplessità circa il fatto che alcuni uomini possano giudicare altri uomini, queste
pagine sono dunque dominate dal monito evangelico, per cui particolarmente
adatto risulta il titolo complessivo della raccolta: Ne jugez pas.” In “Franz
Kafka, la legge e il totalitarismo” C. ha discusso in molte opere
il problema del totalitarismo che è stato analizzato soprattutto nel suo volume
“Terrorismo ed arbitrio Il problema giuridico del totalitarismo”
Analizzando le opere di Kafka C. premette che è particolarmente rilevante il
pericolo di un forte divario fra la letteratura critica ed interpretativa ed il
testo originario dello scrittore per cui ritiene che siano legittime molte
diverse interpretazioni dell’opera di Kafka, e molte <chiavi di
lettura> ., certamente l’interpretazione più interessante dello
scrittore ceco è quella data dall’amico Max Brod, che evidenzia la
religiosità ebraica presente nelle opere di Kafka ed in questa chiave
interpreta i brani relativi al problema della legge, del processo e della
colpa. Una interpretazione giuridica delle opere di Kafka è stata compiuta
da Pernthaler.C. intende esaminare alcune opere di Kafka dalle quali il
problema della legge emerge anche dal punto di vista filosofico-giuridico
In tali opere di Kafka ricorre il tema del difficile rapporto dell’uomo con la
legge, che è interpretato in chiave religiosa o in chiave psicologica o
psicoanalitica ma che può essere analizzato anche dal punto di vista
filosofico-giuridico. C. esamina alcuni temi che emergono da “Il
Processo” dall’apologo “Vor dem gesetz”, dallo scritto ”Zur Frage der
Gesetze” e dalla novella “In der Strafkolonie” e dall’analisi complessiva di
tali opere interpreta Kafka come profeta e critico del totalitarismo che fu
instaurato in alcune nazioni dopo la sua morte, lo scrittore ceco delinea
situazioni di angoscia, di incertezza, di impossibilità di comunicazione, di
errore e di ferocia tipiche del totalitarismo. Kafka collega la burocrazia e
l’oppressione del potere sugli uomini caratteristica del nascente
totalitarismo . PCitati rileva che <Nel Processo, l’immenso Dio
sconosciuto, di cui non ascoltiamo mai pronunciare il nome, ha invece una vita
così intensa e un potere così illimitato, come forse non ha ma avuto nei
tempi> L’interpretazione di Citati è più psicanalitica che religiosa ma è
priva di prospettiva giuridico-politica. Di impronta psicoanalitica è
l’interpretazione data da Sgorlon del <Processo> di Kafka ma la
prospettiva giuridico politica, trascurata da questi studiosi, è presente e C. evidenzia che proprio nel primo capitolo, in
cui è narrato l’improvviso arresto mattutino di Joseph K esprime in modo
preciso proprio la sensazione del passaggio graduale ed insensibile dallo Stato
di diritto allo Stato totalitario .Di seguito le indicazioni che Joseph K
riesce a ricevere da parte di vari personaggi connessi al Tribunale concernenti
il meccanismo, il funzionamento, l’andamento del processo mettono in luce la
totale assenza di garanzie giuridiche e processuali, di tutela dell’imputato,
elementi che costituiscono l’esatta antitesi dello Stato di diritto Il tema
della inconoscibilità e irragiugibilità delle leggi è ripreso da Kafka nello
scritto <Zur Frage der Gesetze> In tale scritto Kafka delle <nostre
leggi> che non sono conosciute da tutti, ma sono un segreto del piccolo
gruppo della nobiltà che ci domina. Kafka dichiara di non avere in mente tanto
gli svantaggi derivanti dalle diverse possibilità di interpretazione, quando
questa è riservata ad alcuni e non all’intero popolo, questi svantaggi non sono
poi molto grandi. Le leggi sono antiche, secoli hanno lavorato alla loro
interpretazione, l’interpretazione è diventata essa stessa legge, e sussistono
sempre, benché limitate, alcune libertà di scelta dell’interpretazione Il
motivo dominane l’intero scritto è il carattere inconoscibile della legge, dato
che la legge è misteriosa e nessun membro del popolo è in grado di conoscerla
per cui è comprensibile che vi sia qualcuno che arriva a negare l’esistenza
delle leggi e riconosce peraltro il diritto all’esistenza della nobiltà
La fredda descrizione di uno strumento di supplizio, nell’ambito di un sistema
processuale completamente privo delle fondamentali garanzie è il messaggio del
racconto <In der Strafkolonie> (Nella colonia penale) e la conclusione
della novella di Kafka riflette la logica del totalitarismo per cui quando il
viaggiatore comunica all’ufficiale di essere avversario di questo sistema
punitivo, l’ufficiale si rende conto di essere rimasto il solo difensore di
tale sistema punitivo e libera il soldato dalla macchina del supplizio, si
denuda e si pone lui stesso sul lettino al posto del condannato, la macchina
del supplizio inizia a funzionare e l’ufficiale muore senza aver capito
il senso del supplizio come ogni sistema totalitario si
autodistrugge e divora i propri figli C. cita la fucilazione dei coniugi
Ceausescu operata nell’ambito del totalitarismo comunista. L’Appendice del
volume è intitolata “Vaclav Havel e la legge come <<alibi>> nel
sistema post-totalitario” Havel, noto scrittore contemporaneo, che è stato
Presidente della repubblica cecoslovacca, è autore di numerose opere letterarie
e teatrali. C. ritiene che se Kafka rappresenta il tempo del pre-totalitarismo,
Havel rappresenta il post-totalitarismo,al quale ha dedicato uno scritto
bblicato che l’autore del volume esamina nella traduzione tedesca. Havel
delinea l’opposizione al comunismo, nel suo momento post-totalitario, come
tentativo di vivere nella verità; la verità, intesa come opposizione ad un
sistema che si fonda e si regge sulla menzogna. Lo scritto ha un carattere
etico-politico ma contiene importanti pagine di natura giuridica e di critica
dell’ordinamento giuridico proprio del regime totalitario e
post-totalitario. Tale sistema politico è caratterizzato, secondo lo
scrittore ceco, come una dittatura della burocrazia politica su una
società livellata. Lo scrittore ceco elenca le caratteristiche del
sistema <post-totalitario> che lo distinguono dalla dittatura
tradizionale ed evidenzia che tale sistema non è delimitato
territorialmente ma domina in un ampio blocco di forze ed è retto da una
superpotenza mentre le dittature classiche non hanno una solida radice
storica, la radice di tale sistema dono i movimenti operai e socialisti. Tale
sistema dispone di una ideologia strutturata ed elastica che ha i caratteri di
una religione secolarizzata ed offre una risposta ad ogni domanda dell’uomo in
una epoca di crisi delle certezze esistenziali. Alle dittature tradizionali
spettano elementi di improvvisazione per quanto attiene alla tecnica del potere
mentre lo sviluppo di anni nell’Unione sovietica e di anni nei paesi dell’Est
europeo ha dimostrato la creazione di un meccanismo perfetto, che permette la
manipolazione diretta ed indiretta della società. La forza di tale sistema è
incrementata dalla proprietà statuale e dalla amministrazione
centralizzata dei <mezzi di produzione> Nella dittatura classica vi
è una atmosfera di entusiasmo rivoluzionario, di eroismo, di spirito di
sacrificio che sono scomparsi nel blocco sovietico. Tale blocco sovietico, che
è un elemento solido del nostro mondo, è caratterizzato dalla stessa gerarchia
di valori presenti nei paesi occidentali sviluppati e sono una forma di
società consumistica ed industriale. Il sistema sopra descritto è
designato da Havel come <post-totalitario> perché è un sistema
totalitario con caratteristiche diverse dalle dittature classiche e, rispetto
al totalitarismo classico, è caratterizzato da una misura più attenuata di
terrore ed arbitrio Havel considera il sistema post-totalitario come
caratterizzato dalla menzogna, ciò è un effetto del dominio della ideologia;
gli uomini non devono credere alle mistificazioni totalitarie ma tollerarle in
silenzio ed accetta, ciò è un vivere nella menzogna e lo scrittore
insiste sul valore e sul significato morale ed esistenziale della dissidenza.
Per quanto riguarda l’ordinamento giuridico nel sistema post-totalitario
lo scrittore rileva che tale sistema sente la necessità di regolare tutto
con una rete di prescrizioni, norme, istituzioni e regolamenti per cui gli
uomini sono delle piccole viti di un meccanismo gigantesco. Le
professioni, le abitazioni ed i movimenti dei cittadini e le sue manifestazioni
sociali e culturali sono controllate, ogni deviazione viene considerata un
passo falso ed una manifestazione di egoismo ed anarchia. Havel rileva che non
bisogna prendere alla lettera l’ordinamento giuridico e ciò che conta è come è
la vita e se le leggi servono alla vita o la opprimono ¸la battaglia per la
legalità deve vedere questa legalità sullo sfondo della vita come è
realmente. Analizzando il rapporto tra la società post-totalitaria e la
moderna civiltà tecnologica, con riferimento anche agli scritti di Heidegger,
Havel rileva che il sistema post-totalitario è solo un aspetto della generale
incapacità dell’uomo contemporaneo di divenire <padrone della propria
situazione> e la prospettiva giusta è quella di una rivoluzione esistenziale
generalmente comprensiva L’aspetto più interessane di Havel è la
delineazione dei caratteri del sistema post-totalitario come fenomeno sorto
dall’incontro della dittatura con la società industriale e consumistica.
Per quanto riguarda i problemi giuridici, Cattaneo rileva che Havel sottolinea
il significato autentico del diritto, che deve avere coscienza dei propri
limiti naturali, il diritto ha un significato esteriore, deve difendere alcune
esigenze minime (tutela della convivenza civile dalla violenza e dalle
invasioni nei diritti altrui ma non deve pretendere di adempiere a compiti per
cui non è adatto - In tal modo, sottolinea C., il letterato ceco riprende
la migliore lezione del liberalismo classico per cui il diritto non è al
servizio del potere, ma può essere un valore solo in quanto esso sia un mezzo
di difesa e la garanzia della libertà e della dignità dell’uomo Il
grande insegnamento del letterato Havel è la tutela del valore più calpestato
dal totalitarismo, la dignità umana che è lo scopo fondamentale ed essenziale
del diritto, dato che diritto e libertà sono collegati ed il diritto ha
valore se garantisce e protegge la libertà. DISSERTAZIONE SULL’ORIGINE DELL’ANTICA
IDOLATRIA E SULLA FORMA DE’PRIMI IDOLATRICI SIMULACRI COMPOSTA
DALL'ABATE; Giuseppe luigi traversari H Patrizio Ravennate, Canonico
Arciprete della Infigne Collegiata di Meldola, e tra gli Arcadi. LANIO'
ATENIENSH. PRESSO GIOSEFFANTONIO ARCHI. DISSERTAZIONE SULL'ORIGINE DELL’ANTICA
IDOLATRIA E SULLA FORMA DE' PRIMI IDOLATRICI SIMULACRI. AL
NOBILISSIMO CAVALIERE, E DOTTISSIMO LETTERATO IL SIGNOR
CONTE AURELIO GUARNIERI PATRIZIO OS1MANO L’AUTORE. Veneratissimo
Signor Conte fi 'S T fi Aria, intralciata, difficile, e per
nju- /. X no, ch’io fappia, di proposto rifchia- tt » rata fi
è la Queftione, che mi vien pro- OS A porta a trattare,
veneratiffimo Sig. Conte ; cioè fe i Simulacri primieri delle pagane divinità
fodero lemplici e rozze Pietre, o quadrate, o rotonde, lenza veruna umana, o
animalelca ferabianza . Io ricevo con Ibmmo giubbilo per una parte
l’onore de’ voftri cenni, e vi fi) al maggior fegao buon grado per avermeli
gentilmente partecipati. E’ una degnazion Angolare la voftra il
credermi pur capace di l'oddisfarvi in materia di erudizione . Ma per l’ altra
ben coaofcendo la pochezA 3 za del v/ 6 ' Dksert. sull* Origine
za del mio talento, e la fcartezza di mie cognizioni, provo un eftremo roflòre
di non potervi ubbidire in quel modo, che ad un voftro pari, ed alla
qualità dell’ argomento fi converrebbe. Inclinato per genio all’ amena
Letteratura, ma Tempre da impieghi fagri, e da gravi Itudj recinto, e fommerlo
in occupazioni tutte diverte, lenza tempo, lènza relpiro come potrò teftenere
la qualità di Letterato innanzi a Voi, che in ogni maniera di colte
Lettere liete Maeflro ? E ben fapete quanto male incontrante a colui, che fu
ardito parlar di guerra inT 4 nanzi ad Annibaie. Ciò non pertanto, fcnibrandomi
più teoncia la taccia di malcreato, e di (conofcente, che non quella
d’ignorante, e di mal efperto, a telo fine di tellimoniarvi per alcun modo
la mia oltervanza, mi farò lecito di comunicarvi i miei penlamenti.
Sarà quindi gentile impiego del voltro bel cuore infieme, e della vofira
dottrina il compatirli te rozzi, o il rigettarli fe erranti. Permettetemi però,
gentilifitmo Sig. Conte, che io nel diitenderli mi allontani alquanto dal
metodo fecco e digiuno, che per alcuni fi tiene, e che foltanto
confine nel produrre Autori a rifate, e inzeppar felli, e affafteflar
citazioni. Comecché molto io lodi la fatica e l’ induftria di chi procede
fifFattamente, la materia, che abbiamo tra mano, fe io non vò lungi
dal vero, brama di fpaziare in più aperto cammino, « di venir rintracciata da’
Tuoi vetulti principi. In due parti perciò credo ben fatto il dividere
la prefente Dillèrtazione, che a Voi trafmetto, e coufacro. Ragionerò
nella prima alcun poco della origine, delle maniere, e degli oggetti di quella
fatale Idolatria, che a poco a poco lopprimendo i lumi della natura,
della ragione, della Religione, della lloria, coprì di tenebre, e
manommite tutta la faccia dell’ Univerfo . Difcenderò pofeia naturalmente
nella feconda a rendere, per quanto io polla, probabile la opinione, che t
primi Idolatrici Simulacri tollero di quadrata, o rotonda forma, e non
aventi figura alcuna o di Animale, o di Uomo . In questa
dell'antica Idolatria 7 quella guila crederò di potere all*
autorità voìtra, ed alla mia ubbidienza per alcuna via
foddisfare. Si laici a Maimonide ( i J, ed alla Scuola Rabinica il fidare
lenza prove agli Antidiluviani tempi l’epoca della nafcente fuperftizione.
Entrando nell’argomento, quel che puolli da noi con certezza affermare fi
è, che poco tempo dopo il Di* luvio s’ intrulè il Politeifmo a pervertir
le menti degli Uomini . Il libro di Giosuè f a ) ne avverte, che Tare
Padre di Abramo, e di Nachor aveva fervito a* Dei menzogneri . Óra la nalcita
di Tare ? fecondo i calcoli dell’ Uflerio, accadde non più di 22 1.
anni dopo la generale inondazione del nofiro Globo. Il libro poi di
Giuditta ci fa lapere, che non pur Tare, ma eli Antenati di Abramo
feguivano gli empj riti della Caldea adoratrice di più falle Divinità.
Labano chiama Tuoi Dei gl’ Idoli * che Rachele tua Figliuola gli avea
involati , e Giacobbe prima di offrire un facrificio all’ Altiifimo fa
recarli da tutti quelli di fua comitiva gl’ Idoli, che ferbavano, e li nafconde
(otterrà. Molto, dagli Eruditi fi difputa qual folle dell*
Idolatria nafcente il primiero oggetto. Pretende il Clerico ( 5 J elfère
fiati gli Angeli adorati lenza limitazione, e lenza relazione all*
Onnipotente. Volilo d* altra parte lòltiene, che il Dogma de’ due
Principi buono, e cattivo folle dell’ Idolatria più antica generatore. Noi non
fiamo per dipartirci dalla fentenza più comune, e più comprovata, cioè che gli
Altri, e quindi gli < Elementi follerò i primi a rifcuoter l’
adorazione de’ tralignanti mortali. Fra un nembo di monumenti, e di autorità,
che in conferma di tale fentenza recar po. A 4 * ' trei * \ r
» De Idolat. curri Interpr. Dionyfi VoJJìi. Cape 24. v. 2. Cap. p. v. 8. C4) Genef.cap. 31.
v. 19. £?. 30., . 3$. v. * (5 J Index
Philolog. ad HiJÌ. Thil. Orienta in voce Angelus, V Ajlra. ( 6 ) De
idolat. lib. 1.8 Dissert. sull* Origine trei 3 e che in Macrobio C
i ), in Gerardo VofTio già citato C 2 )> ne l Le Plucne ( 3 ), nel
Bergero lt polfòno agevolmente vedere, io trafcelgo il folo
Eufebio Cefarienlè, tanto più che in Lui rinvengo accennata non pur 1 ’ origine,
ma V ingànnevol motivo di quella umana depravazione.' Egli adunque colia
(corta del gravilTìmo Diodoro Siciliano, parlando prima degli Egiziani, poi de’
Fenici, popoli, fra’ quali ebbe forfè 1 ’ Idolatria la fua culla, e
finalmente de’ Greci, dice, che,, i „ primi Abitatori di Egitto, avendo
volti gli occhi a contemplare il Mondo, e con alto ilupo„ re coixfiderando la
natura di tutte le cole, ili3> marono, che il Sole, e la Luna follerò Dei
lem3, piterni, e primarj, de’ quali per certo rapporto „ chiamarono
1’ uno Ofiride, e 1’ altra Ilide,, infegnando eller quelli due Dei dell’
Univerfo 3, tutto moderatori. Rapporto poi ai Fenicj egli afferma che
•,, i primi fra loro datifi ( 7 ) a filo-,, fofare, tennero unicamente in luogo
di Dei il,, Sole, e la Luna, e gli altri Pianeti, e gli Ele-,, men33.
> Saturnale lib. 1. C 2 ) De Idololat. Orig. lib ». 3. per
totum. Storia del Cielo Tom. I.
C 4 ) Trattat. Storie, della Relig. Yraparat. Evang. lib. I. c. 9.
( 6 ) Tot* owj xotr A lyuirrov Avd’p'jìTHS ro 7 rcchctiQt
ywofJLtviss ccvccfihr^ccvrcce tov xo$[jlov, xou rlw rctfr oKw
xa.rcLT'Kccyv/rcts re xoui rocrras UTTohccfìett/ uvea Osar otihas re xou
irpuru$ vihiW) xou rlw <relwnv y w rov \xiv Osipiv; rlw ’Be Kit
ovoyxKOA rara? Sé.Tttf Ozag u<pirrocvr<u rov $i[/,tccvtcc
xospLw ì>ioixe*v. HA/ok, xcu (reXlw/iv 5 xou r»? Tkoittxs
T rKetfY\rots ctrrepccs, xou rot sto%£cc } xta tvtoìs nwoufiiy pLQvov
lyivwsxov. dell'antica Idolatria. 9 „ menti in oltre
con quanto a !or fi congiunge,, Finalmente paHando a far parola dei Greci,
reca il bel palio di Platone nel Cratilo, che in queite note fi
elprime ( i ):,, A me certamente ralfem-,,bra, che i primi ad abitare la Grecia
quelli fol„ tanto per Dei riputalfero, che dalla maggior, pane de’ Barbari
prefentemente fi adorano, il ’, Sole cioè, la Luna, la Terra, gli Altri,
il Cielo, quali vedendo e.fi con perpetuo corlb aggi-,, rarfi, dalla parola ra
G«y correre, Aosi Dei li,, chiamarono.,, t Il lèntimento di
Eulebio, o di Diodoro, che dee chiamarli il lèntimento di tutti gli
Storici più fenfati, potrebbe!! agevolmente con facra autorità
comprovare. Mosè ( *J, Giobbe (i ), I* .Autore del libro della Sapienza (
4 ) col profcrivere il culto fuperltiziofo degli Altri, e degli Elementi, il
fuppongono tacitamente come il più antico, perchè il dipingono come il più
lulinghiej>o, e capace a pervertire l'umano cuore. Così fu
veramente. Il cuore umano aggirato da un fafeino teuebrofo di licenziole
palliont, ammollito dal lbverchio amor del piacere, fcollò dal natio
genio d' indipendenza, languido, e indifferente negli efercizj della Religione,
la quale già inftillata nel primo Padre erafi poi tutta pura da
INoè trafmellà ne' difeeudenti, cominciò palio palio a tyojyovTout
tj.ot 01 t porrà ruv P 1 tìpuiruv rwv Trìpi TW EAÀa^a J T 8 TKf
^JjOVtSi Stai «y«>' 6 cU, • WiTTlp vuù T0XK01 TVV (locpQctpW,
t{KlOV, XOU xcu ylw, xou carpa, xou tspcaov. art OVLU tWTOC
OpWTK TTOO/TCO OMrl 10 VTCL, XOU Piovra, j curo tojuths tìk
<piKi'j>s rns tu Orir Qks curasi (tovoijlkìou. Deuter. c. 4. v.
ip. Job. C. 31. V. 16. 1 Sap. c. 1 3. io Dissert.
sull'Origine fo a perdere la giufta idea del vero Nfume, elio gli
brillava all’ intorno con tanta luce* Un guitto* e terribil giudizio di
Dio medeilmo, il quale, come avverte S. Agostino, fparge penali tenebre
(opra. le illecite cupidigie, permife nell’ Domo un sì fatale
dementamento. Chi fdegnava di rendere al Facitore 1’ onor dovuto come a
Sovrano, meritò di perder colpevolmente lino le tracce per ravvifarlo.
Abbandonato così alla stoltezza de' Tuoi penfieri, fcambiò la gloria sfolgoreggiarne,
ed immenia dell' incorruttibile Iddio co'’ limitati riverberi, che ne
vedea nelle Creature. Gli Astri pri-. ma di tutto a lui parvero
contrallegnati co' maggiori caratteri della Divinità. Quel movimento .
loro non interrotto, que’ periodi tempre uniformi, quello fplendore
Tempre brillante, quegl' in Aulii: sempre benefìci fermarono il corfo
alla di lui ammirazione, e riconofcenza, quando pur dovevano lervirgli di
guida per falire ad amar la bontà, a riconofcere la potenza del Creatore. Egli
lcioccamente impadulò ne’ rulcelli, e dimenticò la lòrgente, e invece di
riguardarli come Ministri delle divine beneficenze, li adorò come Dei. L’
amor proprio, la fuperbia, la mollezza, il libertinaggio trovarono
il loro conto in fimil delirio. Gli Astri comparivano Dei benigni,
comodi, utili, che nul* la eligevano, nulla vietavano, per nulla al più
corrotto genio opponevanlì, nè mettean freno alle più torte inclinazioni.
Il culto degli Elementi, della Terra, del Fuoco, dell’Aria, de’ Venti lì
congiunte ben presto con quello degli Astri, perchè appoggiato fopra gli stelli
principj, e come un palio mal mifurato lud’un pendio fdrucciolevole
cagiona precipizi Tempre maggiori, fi venne ad attribuire la divinità
alle inlenfibili cole, ed infieme agli utili, e dannofi animali, agli uni
per riconolceili de’ benefizi, che fanno agli Uomini \ agli altri per placarli,
e distornarli dall’ infierire. L’antichiflima opmio- Afojì. ad Rom, c.
x. dell' antica Idolatria. n opinione de’ due Principj buono, e
cattivo ebbe forfè gran parte in questi folleggiamenti, eia verace, ma poi
alterata dottrina degli Angeli, de’ Demoni, delle Anime de’ trapalfati trovolfi
molto opportuna per dilatarli. Si volle credere tutta la natura animata.
Animati lì tennero gli Astri dagl’ Indiani, dai Caldei, dagli Egizj, dai
Maghi, da Pitagora, da Platone, da Cicerone, da Varrone. Il mare, i
fiumi, le fontane, la pioggia, il tuono, le rupi, le caverne, le pietre, i
monti, gli alberi, le piante, gli erbaggi, e tutti poi gli Animali li
coniìderarono come alberghi d’ una infinità di attive prelìdi
Intelligenze producitrici di quelli effetti or nocevoli,.or vantaggiolt,
che feulcono il fenlo umano. Le Anime de’ Trapalfati o dalla riconolcenza,
o dall’ amor degli Uomini confecrate ricevettero ben prello 1’Apoteolì, ed
accrebbero il numero delle Intelligenze motrici della natura. Come MACROBIO C ,
e Pluche,il primo in aria da FILOSOFO, il fecondo in aria da Storico,
diffiifamente ci mollrano, Oliride, Ifidè, Amone,Oro, Serapide degli
Egizj; Zeus, o Dios Giove, Marte, Saturno, Venere, Mercurio,
Giunone, Cibele de’ Greci, e de’ Romani; Dionilìo, Urotalt,e Alilat degli
Arabi; Marnas de’ Fililtei; Moloch degli Ammoniti; Adad de’ Sirj;
Adonai, Achad, Architi, Baelet, Belfamin, Melchet de’ Paleltini, non erano da
principio che il Sole, la Luna, o la Terra, e quindi in progredii
Anime di Principi o Principelle, d’ Eroi o Eroine ite a regnar nel Sole, nella
Luna, negli Altri, o a preledere alla Terra. Quindi la turba degl’ Iddj
Confenti o maggiori, degl’ Iddj fecondar) o minori; e 1’ altra infinita
plebaglia di unte varie Divinità regolatrici di tutti gli effetti, e di
tutti gli elleri naturali, quale non meno accuratamente, che
leggiadramente ci viene dal grande Agostino Saturnal. lib. I. f a J Star,
del Ciel. lib. I* i2 Dissert. sull* Origine ftino C 1 J
accennata. In Quella guifa le due opinioni del Volito, e del Clerico
amichevolmente fi legano colla opinione comune, e tutte unite ci
additano la prima origine del più grande accecamento degli Uomini.,,
Deplorabile acciecamen-,, to ! (" concluda quello paragrafo il facro
Autore del Libro della Sapienza) vana illusione di quelli, che non
conolcono Dio! Attorniati da’ Tuoi benefizj non hanno veduta la mano, che li
diffonde; dalla magnificenza delle opere della natura non ne hanuo faputo
riconofcere 1’ Artefice. Si fono perfuafi, che il fuoco, 1’ aria, i,, venti, le
llelle. Tacque, il Sole, la Luna fof fero i Dei, che reggono il' Mondo
Più miferabili ancora, perchè ripongono la lor fìducia in simulacri morti,
ed inanimati; elfi dan„ no il nome di Dei all’ opera della mano degli „
Uomini, alT oro, all’ argento indullriofamente,, lavorati a figure d’ animali,
a pietre modellate, fecondo il gulto di un Artefice L’Uomo,, fi forma un Dio d’
un tronco inutile, a cui dà •la propria forma dia', oppur quella d’ un
Ani„ male.,, Qui però vuole avvertirli, che T ufo de’ Simulacri in
figura d’ Uomini, e d’ Animali appartiene bensì a’ tempi della già groil'olana,
ed avanzata Idolatria, ma non a quelli della nalcente.,, Un Uom fa J, che
dritto ragioni f pro fieeue De Civit. Dei lib.. AM' ort y.ev oi
rpurrot } koa tMcuot« TOl TUV (XV&pWTUJV, «Té VOCUy O/XoBojWfOWf
TpOtìx.o *, «Té hot# ccipttpufjLcuriv j «tu t ore ypot~ tylXJfc, «Sé
xA.afT.XW J yi yAlTTtXW, » vlpict rrOTQITLKH f rCKVYK tpiUpyifAWYIS, 8^£ fJ.IV
QLKQÒOUt*W, B^é op^iTtKTOVtKVis o-vujKTurrg y ra.ru ry o ifjca
mfaoyityj.(vy ìiyiXov etra*dell'antica Idolatria;. fiegue il noftro
Eufebio, rapportandoli alle tellimonianze di tutti gli Autori gentili ) può
facil„ mente rimanere perfuafo, che i primi ed an„ tichiffimi Uomini niuna
fatica, o Audio ripofe„ ro nel fabbricare Templi, ed innalzar Simulacri, non
etlèndo Aate per anco inventate le „ Arti della Pittura, della Statuaria,
della Scol„ tura, anzi neppure 1’ Architettonica. Quindi dopo avere
ripetuto il già detto circa la primigenia adorazione degli Astri conclude, che
„ da „ principio niuna menzione vi fu di greca, o di yy babilonica
Teogonia, niun ufo di Simulacri y „ niuna ridevole vanità nella
denominazione degli Dei parte mafchj, e parte femmine • fi) È veramente
lembra cofa aliai naturale, che la fòrgente Idolatria ne' vetustiffimi
tempi, comecché avelie cangiato l’oggetto della Religion prima e
verace, non giungeiìè però sì tosto a cangiarne i riti e le cerimonie.
Porfirio fcortato da Teofrasto, e citato da Eufebio J pretende delinearci il religiofo culto
innocente degli antichi Politeisti. Ma in verità quell'impostore Filofofo
nemico giurato del Cristianefimo nell’ adombrarci ì* estrinseca religione
de’ primi adoratori de’ falfi Dei, non fa che prendere in prestito que’
colori, con cui la Scrittura Santa ci adombra la Religione de’
Patriarchi adoratori del vero Dio. Nulla infatti di più fèmplice e di più
fchietto. Que' fanti IH mi v Uomini negli efercizj di Religione poco
curavanfi dell’esteriore, e del fasto. Ellì la facev.an confistere in
picciol numero di estrinfeche azioni, perfuafi, che il vero culto è quello del
cuore. L’innalzamento de’ Templi non oltrepalla per avventura l’età di Mosè. Un
femplice Altare in un luogo Oux tstpct ng Iw Qtoyoviccs EXXfuwX'f?,
# fiapGctpiKK rote TaXouTaTOtf f «^6/x »; tcw 7\oy<K y • bhe
&X.0VW ìlpustS y ìtìt Ó c. Prjepar. Evang. lib, J,Djssert.
sull’Origine go mondo, e fpartato, lènza statue e lènza figure,
lènza adornamenti e lènza ricchezze, in un bofco, o fovra d’ una eminenza
era il luogo dove Abele, Noè, Abramo, Ifiacco, Giacobbe colle loro
famiglie fi raunavano per tributare all* Altiflìmo i loro voti ed omaggi.
Ivi a Lui predavano le primizie dell’ erbe e de’ frutti, ovvero il latte,
i «radumi, e le lane degli Animali, che dopo il Diluvio cominciarono ad
immolarli. Ora fu quelle medefime tracce di religiofa femplicità io tengo
per certo, che nella fua infanzia procedette la Idolatria. Intela a
venerar come Dei il Sole, la Luna, la milizia celefte, gli elementi, le
prelidi Intelligenze non Teppe sì tofto ufare altra forma di culto, fe
non fe quella, con cui aveva intefo, e veduto adorarli da’ Patriarchi
fedeli il fommo Conditore dell’ Univerfo. Niun ulo adunque per anco de’
Simulacri rapprelentanti fiotto animalefica, o umana lembianza le pretelè
Divinità. Niun ufo di quelle datue, che rozzamente in feguito, e
grottefcamente modellate dagli Egizj, ottennero poi e castigato difiegno, e
fipiccata *. motta, ed energico atteggiamento lotto lo ficalpello indulìre di
Dedalo. Anzi qui dee acconciamente fioggiungerfi, che anche dopo la
coftruzione de’ Templi fi tardò molto prefi* fo le antiche Nazioni ad
ergere in elfi le llatue figurate; come degli Egiziani parlando afièrma Luciano,
il quale aggiunge d’ aver nella Siria veduti Templi dell’ antichità più
remota lènza immagine, o rapprefientanza veruna. Che più? Roma detta, che in
paragon degli Egizj, e de’ Greci nacque sì tardi, per oltre anni 170. (
come ci atteda Varrone citato da S. Agofiino ) Simulacri non ebbe ne’
proprj Templi,, finché Tarquinia Fri fico De Dea Syria. De Civit. Dei lib. 4. c. 3 1. Dicit
eiiam VARRONE (vedasi), antiquos romani ylufi quam annos 170. Deos
fine Simulacro coluijje. Qiiod fi adhuc, inquit, manfijjet y
caflius Dii ob fervarcntur. S. Auguft. citat. dell’antica
Idolatria. t? Prifco Uomo di Greco, e di Tofcano genio tutta
di Simulacri inondolla. Anzi più didimamente aflerifce Zonara ellervi
date leggi, forfè di NUMA (vedasi), £ roibitive a’ Romani di rapprelentare
la immagine livina fotto la forma di Uomo, ovvero di Animale. Ma l’idolatria
finalmente è l’opera delle tenebre, e per poco crefciuta, non potea a meno di
non addenfarle nel cuor dell’Uomo. L’Uomo divenuto più empio circa gli oggetti
dell’interno fuo culto, non tardò guari a fard ridicolo circa le maniere
di elercitarlo. Egli avea degradata abballala la fua ragione, adorando come Dei
le femplici Creature. Quello medelìmo fpirito di vertigine il tratte ben pretto
ad avvilirli viemmaggiormenfe coll’ adorare 1’ opera fletta delle fue mani.
Ei volle oggetti fenfibili e materiali anche all’ •efterno fuo culto. Ei
pretefe di circolcrivere li fuoi Dei per converfarvi più da vicino, ed
innalzò, e venerò.Simulacri. Or di qual forma erederem noi, che follerò in
quello genere le prime invenzioni dell’ umana ttoltezza > Quali gli fcogli,
in cui da quella banda urtarono primamente gli Uomini deliranti ? Eccomi
alla feconda parte della Dittertazione pervenuto, ed eccomi al punto di
nianifeltare la mia opinione. Io reputo adunque probabiliflìmo, che
follerò in primo luogo i Pilieri, o le grotte pietre quadrate, le quau
chiamate furon Betilie, e che ori f linariamente non erano, che Are
ferventi alle rcigiole adunanze. Sanconiatone, Scrittore antichitfimo delle
tradizioni Fenicie, portato da Portino fino alle ftelle, e da Lui creduto
informatilfimo della Storia Giudaica, come non molto dittante dalla
età di Mosè, nel celebre fuo frammento, là dove narra le imprefe del Dio
Urano, o Cielo, affer At'typvrou$v, xan tyofiop$ov nxwa. tu
Sa eariSTca Pvy.yjois aTe-r/wcoo'. / uuar. Tom. a. y. io I T 6
DlSSEftf. sull* Ortgtné afferma, che,, Egli trovò le Betilie ( i )
coftrtien„ do con inlolita mirabil arte Pietre animate.,, Io non ho letto
di tale Frammento fé non la verdone greca fatta già da Filone Biblico, e
riportata diftefamente da Eufebio. J So,
che il Signor di Gebelin colla fpiegazione di quello antico irjonumento
ha fatto vedere, che il Traduttor grecò ne avea malamente recato il lenfo, e
che riducendo i termini al vero loro fignificato, 1 ’ Autor Fenicio
trovali uniforme al Legislator degli Ebrei. Checché ne fia, dilHetto non
vengami di leguir le tracce già legnate dal grande Uezio, e dall* erudito
Calmet, affermando, che Sanconiatone in quell’ accennato ritrovamento
delle Betilie, e costruzion di Pietre animate ci adombra, benché in modo
affai alterato, la vera Storia del celebre monumento, o Altare di Giacobbe.
Quest’ottimo Patriarca (~ 4 J nel fuo viaggio da Berfabee in Melopotamia
postoli in certo luogo a dormire fu di un grande, e ruvido Saffo
acconciatoli a forma di guanciale, ebbe la sì nota vifion della Scala
corfeggiata dagli Angeli, fu la di cui lòmmità appoggiato flava 1 ’
AltilTìmo, da cui lènti rinnovarli le grandi promelfe fatte ad Abramo.
Deftatofi egli, efclamò Quanto è mai terribile quello luogo / Veramente non è egli
altro, che la Cafa di Dio, e la porta del Cielo. Diede a quel luogo il
nome di Beth - el, che lignifica nell’ ebreo linguaggio Cafa. di
Dio Conlècrò il Saffo, che la notte lèrvUo gli aveva di guanciale,
verfandovi dell’ Olio, e in monumento 1 * erefle. Quindi concependo un
Voto, il conclufe col dire cs II Signore farà il mi® Dio se e quella
Pietra chiameraffì Cafa di Dio c 5 Et/ miwe 0»? Oupcao? Pr*p. Evang. lib.
I. c. 9. C AUeg. Orientai. Memor. de V Accad. des Infcrip* T. 6 1. in 12. p, 24 3. Cenef.. Dalla V* dell'antica
Idolatria; Dalla Mefopotamia tornando nella Terra di Ca* naan,
giunto allo Stello luogo, e Soddisfar volendo al già fatto voto d’ offerire a
Dio la decima de’ Tuoi beni, innalzò fimil mente un Altare di
pietra, e replicò il nome di Beth - el, Cafìz di Dio. Finalmente di bel
nuovo in que’ contorni felicitato dall’ apparizien del Signore, nove!
monumento di pietra cortrulle, d’ olio, e di libazioni Spalmandolo, ed a lui
pure comunicando la denominazione di Beth - el. Io ammetterò, che
quello termine Beth - el dato agli Altari, ed ai monumenti facri, quanto all’
edema efprelfione, fofr fe uri ritrovamento di Giacobbe; ma follerrò
con egual verità, che quanto all’ idea, ed all’interno . concetto
degli Uomini ei difcendelfè dalla tradi' zion più rimota. Beth - el, Caja
di Dio, potea fimilmente confiderai, e chiamarli 1’ Altare nell* ulcir
dall’ Arca edificato dal buon Noè, perchè ivi 1’ AltiSTimo a lui diede
fegni fenfibili di fua prelenza, e mifericordia. Beth-el per Somigliante
ragione potea appellarli 1’ Altare edificato da Abramo fui monte Moria
per fagrificare il Figliuolo; éd egli infatti chiamò quel monte Dominus vi
debit. Beth-el giuftamente nomar fi poteano tutti gli Altari innalzati
da’ Patriarchi fedeli per ufo antichilfimo, forle dagli antidiluviani fecoli
procedente, perchè tutti onorati da qualche' Speciale commercio della Divinità,
percnè diftinti da qualche fuperna verfata beneficenza, perchè in certo
modo protetti, ed invertiti dal Nume, e destinati a tributargli culto,
Sacrifizio, e riconofcenza dalle circostanti Generazioni. Ora da
quefti Altari, e monumenti di pietra, chiamati da Giacobbe per la prima
volta Beth - el, cioè Caja di Dio, e già tenuti per tali fino da*
remotiSfimi tempi, chi non conofce ( entra qui acconciamente Pluche) (i J
etìerne derivate le sì note Betilie, quelle grolle pietre quadrate,
B che to Stor. del Cielo, 1 8 D r SSERT. SULL’ORIGINE
che con ol) preziofi, ed aromatiche eircnze irrigavano, e che poi furono in
tanti luoghi oggetto di veturtiffima adorazione, come da più Autori, e
nominatamente da Fozio nella fua Biblioteca dintoftrafi ? Chi non conofce dal
Bethel di Giacobbe C foggiunge opportunamente il Voflìo ) derivato il
famofò Betilos, quel (allo prelentato a Saturno invece di Giove, come per
relazione favolofa Efichio ci narra, e che ottenne poi tanto culto dalla
forfennata Gentilità ? Ed io al Vofiìo, ed al Le Pluche fottofcrivendomi,
concludo: Chi non conofce in quelti monumenti, ed Altari il primo
inciampo degl’ Idolatri, ed il primo oggetto fènfìbile, e materiale delle
adorazioni fuperìtiziofe ? Mettiamci di grazia in varj punti di villa
naturalismi. Confideriamo il genere umano dopo la confufion delle lingue,
e la differitone delle .Nazioni già prefo da uno fpirito di vertigine,
e già declinante al Politeifmo. Malgrado le volontarie tenebre, che
incominciano ad acciecarlo et l'erba tuttora nel cuore il fème della
religion primigenia; e nella memoria i fagri riti, e le religiofe cerimonie dal
Patriarca Noè tramandate. Egli perciò innalza, e confagra in ogni luogo
pietre modellate a fòggia d’ Altare per onorarvi la Divinità: ei vi ft
proftra all’ intorno: ci vi celebra le religiofè adunanze: ei vi prefenta i
Tuoi Sagrifizj, comecché forfè non più al folo, e vero Nume, nta
agli altri ' ancora, agli elementi, agli fpiriti. Ei fa però, ed una
tradizione non rimota glielo rammenta, che il primo Riparatore degli Uomini
dopo il Diluvio ergendo un limile Altare, il vide torto adombrato dalla
fènfibil prelenza, e maeftà dell’ Altiflìmo difeefo in atto di ricevere,
e di gradire placabilmente i fuoi Olo caufti. CO De PhU. ChriJIUn. C? Theol. Gent. Vib. 6. t.:p. BatTuho? «toj
fjtocXe-fTO o AtGo; to> K poeti) cari &ios, Dell*
antica Idolatria; taufti. Comecché la Scrittura noi dica, io
noa credo temerità 1* aderire, che limili degnazioni compartifle
talvolta il Signore anche ai Figliuoli, o ai Nipoti di Noè, che fi
mantenner fedeli prima d' Aoramo. Ben il vecchio Sacerdote, e Re di Salem
Melchifedecco ne avea tutto il merito. Checché ne fia, certamente il
genere umano non può non confiderar quelle pietre, od Altari, che
qual cola rilpettabile, e (anta. Fi le vede fèrbate ad un culto Speciale
della Divinità, e ad un peculiar commercio col Cielo: ei le vede
in nalzate o per rinnovar la memoria d' alcun luperno ricevuto favore, o
per invitar gli animi ad una fedele riconofceitza: ei le vede anche ufate
per edere teftimonio, e monumento durevole delle alleanze, de'
patti, delle folenni prometle, e de' giuramenti, ne’ quali s’ interpone il
tremendo nome » e la Maeftà Divina. Gli efempli, che fu di ciò
abbiamo nella Scrittura, non fanno, che dinotarci una vetuftidìma
poftumanza. A tutto quello s' aggiunga 1' opinione già di fopra accennata, e
che fino dai primi tempi fi propagò fra i mortali, cioè che tutto ripieno
folle d’ Intelligenze regolatrici degli elleri, e degli effetti della
natura. Connettali pure l’altra opinione d’ antichità non minore da S. Agoffino
rammentataci ( i J colle parole del celebre Mercurio Trifmegifto, cioè
che per certe conlecrazioni rimanellèro li Simulacri non pure
inveititi, ma realmente animati dalli Dei venuti ad abitarvi, affin di
nuocere, o d? giovare più da vicino ai loro adoratori. Ciò, che
forfè adombrar volle Sanconiatone con quella ef preffione di 7 ^ 0 ^$
Pietre animate. Con siderando noi il genere umano in tali profpetti,
qual cola più probabile, e naturale a concluderli, eh' egli, parte
abufando delle antiche tradizioni veraci, parte ingannato dalle nuove
folli perlua B 2 fioni, C t J De Civit. Dei lib. 7. e. 23. e 24*
f 2 o Dissert. sull* Origine fioni j e già rilbluto di
voler oggetti fenfibili al proprio culto, cominciale ben pretto a
venerare quegli Altari, que’ monumenti di pietra, quelle Eetilie,.riguardandole
o come Alberghi della Divinità, o come fimboli della prefenza divina, e
finalmente, tempre più creteendo 1* accecamento, come tanti veraci Iddii ? Se
il genere umano è pure intefiato di adorare l’opera delle tee mani, qual
cofa più reverenda, e più degna di culto ai di lui occhi pretentali, che
i mentovati Altari, o monumenti, o Betilie ? Qui vorrà alcuno
per avventura obbjettarmi, che quando trattali d’antichità olcurilfima,
più che col raziocinio, voglionfi colla fioria, e co’ fatti fiabilir le
opinioni j ed io non fono per contenderlo. Forte però, che l’opinione da me
proposta non li deduce naturalmente in gran parte dai Libri Storici di
Mosè, i quali ( lanciando anche ftare quella ifpirazione divina, che li
confacra, e mirandoli tei con occhio di Filotefo non tumido per
alterezza, nè da paliioni alterato ) ben vagliono aliai più, che tutti li Vedam
de’Bramini, gli Zend di Zoroaftro, i Kinghi di Confucio, e di
Se-ma-fiien, ed i racconti favololi di Erodolo ? Pur i*on fi creda, che io
voglia in quella materia lafciare affatto il mio Leggitore digiuno di
monumenti, e di autorità. Il Volilo C i ) rapportaci, che il Beth - el,
o Pietra di Giacobbe, di cui tanto abbiamo parlato, fu a
fomiglianza del Serpente di bronzo, per lunga età foggetto di fuperfiiziofa
adorazione a molti Giudei, finché da’ veri Ifraeliti prete giuftameute in
abbominio, gli fu cambiato il nome di JBef/iel % Cafa di Dio, in quel di Beth -
ave, cioè Cafa della Menzogna. Quali poi furono i primi Simulacri
degli Arabi, tra i quali i Moabiti, e gli Ammoniti fi comprendevano? Gli Autori
antichi, a’ quali rapportali lai’, d. r. 2p. dell’ antica
Idolatria. 21' tali il Calmet, e che ci parlano delle prime
Divinità di que’ Popoli, le defcrivono come fempjici Pietre informi, o
fcalpellate, ma non con umana forma.,, Voi ridete, dice Arnobio, „ che ne’ vetufti tempi gli Arabi adoraflero
una,, Pietra informe. „ Malììmo Tirio o di que* ito, o d’ altro Arabico
Simulacro parlando il chiania Tfrrpxyjìm Pietra, quadrangolare. Ed
Eu timio Zigabeno nella fua Panoplia ragionando co’ Saraceni:,, Ed
in tjual modo, efclama, voi ab-,, bracciate la Pietra di Brachthan, e la
baciate ?,, Alcuni rilpondono: Perchè Abramo fopra di efc „ fa eboe
il fuo primo commercio con Agar. Altri poi: Perchè ad ella legò il fuo CameTo
quan-,, do fu per lagrifìcare Ilàcco. f
„ Non penio di meritar la taccia di capricciofo, fe giudico quelle
Pietre adorate in feguito nell’ Arabia nuli* altro elfere fiate da
principio, che vetulte Betilie, o rozzi Altari fors’ anche al vero Dio
confecrati. Certamente Mosè, ("5 J in ciò ieguendo S er avventura la
tradizione, e il più vetullo coume, prefcrive, che di rozze Pietre dal
ferro non tocche, e informi fallì, ed impoliti follerò gli Altari,
che dopo il patlàggio del Giordano fi volelfero al Dio d’ Ifraello
innalzare; e nuli’ altro, che grandi Pietre fpalmate alquanto di calce
folfero i monumenti defiinati. a fcrivervi lòpra le parole della legge.
Temette forfè il grande LeB 3 gisla 7 efor. cP Antich. tratto dai Coment,
del Calmet T. 2. J Lib. 6. C 3 J Sermon. 3 8. Ili* VfJUHi TposrpiQtsrt toj ?u 9
u» t ts Bpxyficxv j xou tpiKsirt raro»; kou tiiik j aa> ewrw
tpctti y %tQTi tir coki) aura s trasloca rn Ay cefi 0 Afipaont. AÀA01
?>£ ori rpotilìiKur carro» thv xxiju iXov, fJ.iKho»r (jusai rov I
sotux.. C s ) Deuter. Dissert. sull’Origine gislatore,
che fé tali monumenti, ed Altari fi f 0 f. fero con più eleganza collutti,
divenilfero più facilmente al rozzo fuo Popolo, e vacillante pietra
d’inciampo, e fomento d’idolatrica fuperllizione. E qui, giacché
dell’ Arabica fuperllizione ho fatto parola, voglio avvertire, che della
per lungo tempo mantenne!! nella lua primigenia feniplicità. Giobbe Arabo,
o Idumeo, forfè contemporaneo, lenon anteriore a Mosè, accenna lenza meno l’
Idolatria del fuo Pael'e. Or ei non parla nè di llatue, nè di figure. Indica
fidamente 1’adorazione, ed il faluto del Sole, e della Luna, che poi Uroralt,
ed Alilat furono nominati. Segno manifelto, che fra que’ popoli non fi era
introdotto per anco quel lopraccarico di moftruole follie, con cui dalle
Scolture Egiziane rimale aggravata l’ Idolatria. Che fe non pertanto gli Arabi
ab antico proltravanfi a Pietre informi, o quadrate, quali io reputo Betilie,
ed Altari, ben concluder potrai!!, che quelli follerò il primo. fcoglio, e il
primo fcandalo al/ materialifmo de’ più antichi Politeilli. Teltiinonio
ne facciano i primi Abitatori della Germania. Colloro finché rimaforo nella
vernila loro rozzezza, finché la fuperllizione fra eli! col commercio
delle arti Greche, e Romane non giunfe a farli più vaga infieme, e più
llolta, altri Simulacri non ebbero, come Tacito ( a J avverte, che folli
informi di legno, e di rozze pietre. Erano quelle le forme degl’ Iddii, che
portavanocon elfo loro alla guerra, penlando, che folle un offendere la
Divinità il rapprelèntarla fotto umana fembianza. Ciò, che pure da
molti altri C. 31. v. 16. ( 2 J De Morìb. Germart.
Sta tua ex stipitibus rudibus, i? impolito lapide effigi e s, CP Jìgna
quxdam detracia luci s in prxlium ferunt. Nec cohibere parietibus Deos,
ncque in ullam humani oris Jpeciem affimilare ex magnitudine cotlejìium
arbitrantur. altri Popoli di non peranche ingentilito collume, per
quanto narrano gravi Autori, collantemente penfolfi. Ma e dove lalcio la
celebre Madre degl* Iddìi, o fia Cibele di Frigia portata in Roma
da Pelìinunte col miniftero di Scipione Nafica, e da* Romani
ottenuta per mediazione del Re di Pergamo al tempo della feconda guerra
Cartagine!? ? Livio le dà il nome di fagra Pietra„ Pietra informe la
chiama Minuzio Felice. Arnobio la defcrive come una Selce non grande di
forco, ed atro colore, e per angoli prominenti ineguale. Eravi fra quei
Popoli tradizione, che quella Pietra caduta folle dal Cielo, e che
appunto da jrK&y cadere la Città Pelfinunte folle Hata chiamata.
La Grecia ftefTa non fu priva di quelle foggie di Simulacri. Paufania ci
attefta, che in una loia parte d’ Acaja furono da trenta Pietre tagliate
in quadro, aventi ciafcuna il nome di una qualche Divinità, e con fomma
venerazione riguardate, fendo llato collume antico de’Greci il prellar
culto a limili Pietre, non meno di quello, che pofcia faceflèro alle
figure, e alle llatue. Mi farà egli difdetto il probabilmente congetturare
per le ragioni di fopra addotte, che quelle, ed altre* limili
Pietre di Grecia nuli’ altro da principio foffero, che Betilie ? Servirono un
tempo a niun altro ufo, che agli efercizj delle facre adunanze. L’Idolatria col
farli più tenebrola giunte a divinizzarle. Betilie ùmilmente, o imitazione
fenza meno delle Betilie pollòno crederli gli Ermi, di cui la Grecia, e
Roma furono ripiene, e che pofcia ad abellire fervirono fpecialmente le
Biblioteche. Bili non erano da principio, che tronchi informi di
legno, o di marmo, o di pietre tagliate in quadro fenza mani, e fenza
piedi: T runcoque fiinillimus Herinu?, dille Giovenale. Ne* quattro di loro
lati pretendeva!! dinotare o le quattro ltagioni, o le quat B 4
tro J Lib. 2$4 ( 2 J Lib. 6 • ("3 ) SiiU Dissert. sull’origine. tro
parti del Mondo. Si confiderarono poi come ilatue degli Dei, e di
Mercurio principalmente „ Il di lui capo, che vi fi aggiunfe, fu fenza
meno un poderiore ornamento. Anche il Dio Termine non fu nell* età
più vetude rapprefentato, che fotto la figura di grolfi Saffi quadrati, cubici,
privi di mano, e di piede: Ttrpctywoi, xuQoziìitls y
K'Xttp&y xou airone?; quantunque al Dio Termine pur s’aggiungere
la teda umana ne’ fecoli confeguenti. E che non può in quella parte una matta
perfuafione a poco a poco crelciuta fra i barlumi di tradizioni parte
vere* e parte mendaci? A tutti è noto, che da molti Popoli fi giunte per
fino a venerare le Montagne, quali grandilfimi Simulacri della Divinità.
Il monte Atlante era il Dio degli AfFricani. Occidentali: un monte il Dio de’Oappadoci
per allerzione di Malfimo Tirio: Moni a pud Cappadoces prò Deo ejl, prò
jur amento, atquc Simulacrum. Un monte, o fia rupe SxotéA© r
y xoputplw il chiama Stefano, rifcoire pure adorazione dagli
Arabi. Giove fi venerava nella cima de’ più alti monti, come dell’ Olimpo,
del Callo, dell’ Ida; e il nome quindi ne rifcuotea di Giove
Oljmpico, di Giove Cafio, di Giove Ideo. Gl’ Italiani ilelfi predarono al
monte Appennino venerazione, come apparifce da una Ifcrizione riferita
dal Matfèi nel tuo Mufeo Veronefe, la quale comincia IOVI APENINO. Ora e per
qual ragione crederemo noi, che adorati veniflero tal» monti, te non per
la della, che confecrate avea le Betilie ? Ce la prelenta naturalmente il
Bergero. Fu fcelta la cima de’ monti per
offrirvi de’ facrihzj, perchè credevano gli Uomini d’ e fiere più
vicini al Cielo, e conseguentemente agli Dei, qualora fi adoravano gli
Altri. Per tal motivo In Avsccpq. Trattai, della vera
Relig. ìf tfvo <i feielfero le pili alte. Tali cime per eli .«lercizj
della Religione confècrare ben predo dir vennero rilpettabili Immaginoifi,
che gli Dei vi fodero difcefi^ p®* ricevervi T’ incenfo, e gli omaggi
degli Uomini. Pài non vi volle. Riguardata prima come abitazione de* Numi,
fi confidcrarono ben predo quai Simulacri immenfi animati dalla
Divinità, ed ottennero una fpecie d’Apoteofi. Gon quanto fi è da me finora
ragionato, e che, le il tempo lo permettelle, con altre notizie, e
cagioni facilmente potrebbe!* dilatare, io giudico refa ormai probabile
la opinione di chi accinger vogliali a fo denere, che. i primi Simulacri
delìq Gentilefche Divinità fodero femplicl Pietre riquadrate, od informi,
fenza alcuna umana, q anima• Jefca fembianza. Reda ora, che alcuna cola
ragionili de* Simu» * a, cr * ° rot °ndi, o tendenti a rotondità, a cui
preito fuo culto primiero la cieca' fuperdizione, pfi* ma che folle ai
figuri te Statue provveduta. Io non fono per ripetere quanto di
fapra ba* ftevolmente ti £ detto intorno a| culto degli Adri* e
degli Elementi, degli Spiriti, e degli Eroi. Aggiungerò (blamente, che non
sdendo per anche giunto lo fcalpello Adirio, o. Egiziano a rapprefentar
le figure degli Uomini, e degli Animali, e per elprelfioni di Arnobio, (
i J avanti 1’ ufo, e U difciplina della fcoltura, già penfato avea
1* Idolatria a procacciarli, oltre le Betilie, oggetti temibili
alle lue adorazioni. Gonfiitevano quelli iti certi fimboli q dinotanti,
la potenza, e dabihta de’ Numi, o adombranti in qualche modo alcuna or qualità,
J Battoni, le verghe, le Afte, che al dir di Trago Pompeo furono la
prima “^gna.dei Re, ‘SIGNIFICANO’ il sommo imperio . de Numi, Le
colonne, i cilindri, le pur non sono una imitazione più ‘ ingrandita dei Badoni
da comando, ne accennavano l’eternità. Gli Obe B Ufchi, ' Lib, et (Lib % ultima t6
Dissert. sull'origine lifchi, le piramidi, i Coni efprimevano i »gg* «}el
• sole, e delle stelle, o la natura del fuoco, che in alto vibra!!
acuminato. Menianrto pur buone a Porfirio le interpretazioni sì
fatte. Concediamogli ancora, se piace, che tali monumenti alzati dalla
pili vetulla gentilità non si riguarda fiero da principio, che come SIMBOLI – H.
P. GRICE ON ARISTOTLE ON PEIRCE -- , o meri SEGNI – H. P. GRICE ON ARISTOTLE
CICERONE SEGNUM -- d’onore. Volfio, e forsè con troppo impegno, è dello stesso
parere; ma poi di Porfirio più ragionevole, perchè non tanto soffifta, nè
così empio, s’arrende a concludere che ben presso divennero occasione di scandalo
alla materiale idolatria – BENTHAM GRICE H. P. GRICE IDOL OF THE MARKET PLACE
--, e oggetto sono di profane adorazioni. Elfi in una parola ne’primi tempi
fletterò in luogo di quelle statue figurate, che poi ottenner l’incenfo dalle
corrotte umane generazioni. E qui bramo s’avverta ? che dove di sopra io dilli,
aver presso molte nazioni tardato non poco le statue ad innalzarfi ne’templi
anche dopo la’erezione de’medesimi, io intendo favellar soltanto delle statue
rappresentanti le Teodie sotto la forma d’uomo, oppur d’animale; ma non
volli giammai includere i SIMULACRI – H. P. GRICE CICERONE --, per così
dire, SIMBOLICI – H. P. GRICE CICERONE --, e non aventi figura. Quelli sono
anteriori, non pure alla stabil mole de’grandi templi, ma eziandio a quei padiglioni,
o tabernacoli, o tempietti portatili, con cui gl’antichi idolatri hanno in
ul'o di condurre a patteggio i loro numi. Ora di quelli non figurati SIMULACRI
parlando, m’aprirò il varco coll'autorità di Filone Biblico ( aj, il quale
nel suo proemio alla interpretazione di Sanconiatone, distinguendo gli dei
immortali, come il sole e la luna, dagli dei mortali, cioè da que’principi,
ed eroi, che per le loro getta consegueno l’apoteosi, ci avverte «fiere
flato vetullo immemorabil collume, specialmente (ij Apud Eufeb. Trap.
Evang. . JW. lib. 1. e.. mente degl’egiziani e fenici, da’quali
preferì norma l’altre fazioni, d’innalzare a quelle Chili d’Iddii colonnette,
o bastoni, o sia scettri di le • J_ - -t fn..: ninmimpntl il nome di (cerando.
Sanconiatone poi nel suo frammento raccontaci fa J, che molti secoli prima
della costruzione de’templi, e formazione delle statue Ufoo primo navigatore
avea dedicate due Colonne %uo sTtfKxS al fuoco ed al vento, e prellato ad
entrambe culto, e sacrificio col sangue degl’animali. Proiie: f He indi a
narrare, che dopo la morte de primi roi già divinizzati la grata posterita
onorata ha la lor memoria, lotto i loro nomi consecrando verghe e colonne,
e con festivi giorni, e sagre cerimonie adorandole. Finalmente ci addita che dopo
lunghiffima età è innalzata al dio Agro vera effigiata statua nella
Fenicia. Giu Teppe ebreo f non diubmigliantl notizie prefentaci, aderendo, che
i Tir) da principio a’ loro Dii fornirono Afte, e Bastoni, poi Colonne, e
finalmente le Statue. Certo nella primitiva egiziana scrittura SIMBOLICA – ideo-grafica
– cf. H. P. GRICE, SQUARe BRACKETS – written representation of common groun
dstatus – cf. subscripts in ‘SYSTEM G’ -- non in altra foggia, che d’un Baston
da comando con un occhio esprimevasi – cf. H. P. GRICE, EXPRESS – IMPRESS --
Ofmde, il S uale originariamente è il sole, ‘significar’ voleno la sua
regale potenza, ed il mirar ch’egli fa dall’alto tutte le cose. Ed io ben
credo efftre agl’eruditi notiffime le piramidi, gl’obelifchi, ed i coni
dall’Egitto al sole innalzati, come per imitar * i 'Tru'Xas rt,
xcu pa<i; aipitpoiw coopero? ccuTiM, xoa rocurot ju.yaAw?, kou
ioprrccs m/J.or carrots Taf pryisrccs. fi) Apud Eufeb. ibi c.
io. Cont. Apìon. lib. I. (4J Macrok. SatumaL lib. I.c. ai. aS
DisserY. ' suit* Ormine imitarne I fuqi raggi. Da ciò forfè
provennero quelle corna, d* cui in fedito 1 Egizia bizzaria li
compiacque ornar gentilmente il capo del tuo Giove Amone, del fpo Apollo
d*Eliopoli,e della fua Ifide. Ove à no\ piaccia di ftare * certe lezioni
per altro antiche del tetto di Quinto Curzio, CO ammetter dovremo, che 1' Amone
adorato da’ Trogloditi, e proceifionalmente a fpalle di Uomini condotto
in una dorata barchetta per averne eli Oracoli, altra forma non avea, che d
un Goiìò, ó d’ un Ombelico tutto di fmeratdi, e P rc ~ ziofe gemme
fmaltato. Almeno rigettar non potralTi 1* autorità di Brodiano,f 2 J il quale
ci delcrive il Simulacro del Sole (otto nome di Elegalu, venerato
iq Edeilfo della Siria Apamena • Di tale Simulacro (e ne può vedere
adombrata «. forma in una medaglia pretto il Vaillant battuta all’ùltimo
e più pazzo degl’ Imperadori Antonini. Or ecco la defcrizione di
Erodiano, giufta la verfione latina fatta dal ^oliziarfo. „ In Edefla non
v’ ha Simulacro atta Greca, o alla Romana em” «iato fecondo P immagine di
quel Dio -, ma un latto grande rotondo da imo > e, a P oco a P
oco crefcente in punta quali a figura di Cono. Nero V, è il color
della pietra, cui facciano eflere ca V, data dal Cielo. ed affermano
quella 1 ” fer 1* immagine del Sole no n da umano artificio
3y lavnrata Su tali parole fa una riflettìone op /.ante voi* citato
G^> del soie: uiciiuc, 7 -,Tentare gl’Iddìi fotto umana fembianza fu
de pofteriorf Greci, e ROMANI. Ma gli Afiatici più ve., tutti, ecl anche
gli Egizj moltq divamente fi *i P ° rt Chi °fà pertanto, che, fe ci
rimane^ro le merie delle più antiche orientali Divinità,
^noi^noi* mone Lib. s. Lih 5- CO Uh. 9. c. io >
dell'antica IdoiatrYa. 19 le trovaffimo quali tutte in figura di Colonne,
d? Obelifchi, di Piramidi, o di Coni rappreleutate ? Certo non
fenza ragione i Settanta hanno in co(ìu« me di traslatar per Colonne la
voce ebrea Matgaba, che ordinariamente traduce!! per ljìatue; e come
il Calmet ( t J ci avverte, il nome di Colonne lembra meglio
corrifpondere al lignificato del termine originale. Forfè que’ dottilììmi
Interpreti vollero dinotare la forma antica, con cui 1’Oriente, e
la Terra di Canaan rapprefentar foleva i fuoi Numi; E forfè Mosè
coll’ imporre, che fi demolillèr tutte le ftatue delle profane incontrate
Divinità, nuli’ altro impofe nella maggior parte, che la demolizione di
Piramidi, e di Colonne. Dilli nella maggior parte, e non in univerfale,
poiché quel Sacrificaverunt fiulptilibus Canaan, che abbiamo nel Salmo, mi lece
ellèr più continente nelle parole. E de’ famofi Serafini di Rachele,
primo monumento d’ Idolatria materiale, che s’ incontri nella Scrittura,
e degli altri Idoletti elìdenti prellb la làmiglia di Giacobbe dalla
Melopotamia recati, che diremo noi ? S’ io pretendelfi figurarmeli come
piccioli Coni, o colonnette, con quai monumenti, ed autorità potrei
ellère contradetto? Per verità io miro Giacobbe, che intefo a ripurgare la fua
Famiglia, prende, e (otterrà, non folo gl’ Idoli chiamati Dei ftranieri: Deos
alienos, ma angora i pendenti, che fi trovavano all’ orecchie de’ fuoi
feguaci Io non crederò già, che le Pedone della comitiva di
Giacobbe, e malTìme le piilfime Donne Lia, e Rachele ardlllèro di portare
sfacciatamente agli orecchi appefe le (lamette, od immagini d’ alcuna profana
Divinità. Primieramente potrebbe!! con tutta ragione foftenere, che di que’
tempi non eranò peranco T. 2. DiJJìrt. de' Templi degli
Antichi. Genef C. 25. Dederunt ergo ei omnes Dcos alienos, quos
habebant, IP inaures, qua: erant in auribus eorum. At ille infodit eas
subter Terebin -thum.30 Dissert. sull* Origine perineo in ufo le dame
figurate. Le Rabbiniche tradizioni dell’ arte datuaria efercitata
fuperdiziofamente da Tare Padre di Àbramo fono già (ereditate prellò degli
Eruditi. La pretefa antichità della Statua di Nino alzata a Belo fuo Padre
rella dai calceli dell’UHèrio fmentita. Nino regnò in Affina parecchj
fecoli dopo Giacobbe. All’etàdique^ fio Patriarca il Sole, gli Aflri, e
malfime il fuoco adorati nella Caldea, Affiria, e Mofopotamia
probabiliffimamente non aveano che Simulacri fimbolici. Quando pure fenza
fondamento ammetter fi voleflèro le Statue figurate ai giorni dello
ftefiò Giacobbe, io non potrò perfuadermi giammai, che 1’Uom fanto
permeili avelie in alcun tempo ne’ fuoi l’ irreligiol'a ollentazione di
tenerle appele agli orecchi, comecché per folo ornamento. Il motivo
ideilo, oltre a varj altri, che addurre potrei, mi trattiene dal
fottolcrivermi all’ opinione del Grazio, e del Wandale, i quali
pretendono, che tali orecchini follerò fuperdiziofi Amuleti. Quale
relazione adunque degli orecchini cogl’ Idoli per dovere anch’ «Ili
meritare il fotterramento ? Se avefi fi luogo ad edernare un mio non
inverifimil pendere, direi, che la relazione confidelle in una certa edrinfeca
fomiglianza colla fimbolica figura degl’ Idoli. Forle l’ ornato di quegli
orecchini potea edere qualche gemma, o preziofo metallo cadente, e
travagliato a maniera di goccia, di cono, o vergherà, che molto raflòmiglialTe
la forma appunto degl’ Idolatrici Simulacri. Quindi Giacobbe volendo
abolita per fempre di quedi ultimi la memoria predo de’luoi, nalcolè
unitamente fotterra tutti quegli ornamenti, che per la loro forma, e
lavoro potuto avrebbero in alcun tempo rifvegliarne la rimembranza. Ma
fi torni in carriera, e col Voffio ornai fi rammenti, che non in figura
umana, ma bensì in figura di colonne o piramidi acuminate furono
i Si Lib. g. c. 5. i Simulacri, a cui nei primi, e più
rimoti fuoi tempi l’ idolatrante Grecia prodrofli; che le per conientimentò di
tutti gli Autori ebbe la Grecia dagli Orientali, e dall' Egitto
principalmente i fuoi Numi, e le cerimonie di Religione, farà quella una
riprova novella, che di cilindrica, piramidale, o conica forma federo i
Simulacri almen più vetulli dall’Oriente, e dall' Egitto inventati. Ora
nuli’ altro appunto, che una Colonna fu la Giunone Argiva. Ce lo atteda
Clemente Aleffandrino recando alcuni
verlì di un vecchio Poeta Greco in lode di Callitoe prima Sacerdotellà di
quella Diva predò gli Argivi. Io mi farò lecito di darne una mia
Traduzione; Della Donna del Ciel preliede al Tempio Clavigera
Callitoe, che intorno Di ferti, e bende un dì già ornò primiera
Dell’ Argiva Giunon 1 ’ alta Colonna. Non altro, che femplici acuminate
Colonne, o Piramidi furono i Simulacri podi ad Apollo, e a Diana,
come lo Scaligero dalle antiche memorie
deduce. Non altro, erte una rozza Colonna di legno la Statua di Pallade Attica.,,
Quan„ to ( dicea perciò Tertulliano) ( aJ diltinguelt,, dallo dipite d' una
croce la Pallade Attica, o „ la Cerere Farrea, che lènza effigie coda d’
un rozzo palo, e d’ un legno informe. Un legno „ non dolato (
proliegue Arnobio ) adorodì,, da que’ di
Caria in luogo di Diana: in luogo
di Giunone un Pluteo da que’ di Samo; un’ Atta „ dai Romani in
luogo di Marte, come le Mule » ài 'Zrpuu.eerwv I K
«XfaQoti cXifjLTtcìbos BajiAtw H/W fi pryutK W> {Tìia/axsi, XM
buiOCVOKl ripa irti tx.orjj.tKur rtpt tttwx jJMxpw curctsitK.
Ad an. Eufib. 377, f AJverf.
Cent. C 5 J Lib. 2 Dissert.
suix’ Origine di Vairone ci additano. E giacché Arnobio un Romano
Autore ha citato, qui giovi connetterne un altro, cioè Trogo Pompeo, o fia il
Tuo Compilatore Giurino, il quale d’ Amulio,~e di Numitore parlando
ultimi fra i Re d’ Alba, in quella foggia h efprime.,, In que’ tempi
tuttora,, dai Re invece di Diadema portavanfi 1 ’ alle »,, che lcettri dai
Greci furon chiamate. Conciof-,, liachè dalla prima origine delle cofe furono
ado-,, rate 1 ’Alle in luogo de’Simulacri degl' Iddii immortali. Ed in memoria
di tal religione ai Si„ mulacri degl’ Iddii tuttora 1' Alte s’ aggiungono. Finalmente
non altro, che un rozzo malconcio legno, e deforme» liccome Ateneo ne fa
fede era il Simulacro di Latoua prello a quelli di Deio y c per fitìfatta
guilà ridevole, che al ibi vederlo n’ ebbe a icoppiar dalle rifa quel
Parmenilco di Metaponto, che dopo 1 * ufeita dall’ antro di Triionio non
avea rifo giammai. Quindi non ci ltupiremo altrimenti al fapere» che un breve
defeo attaccato ad una lunghi ifima pertica folle il Simu* lacro
del Sole venerato da que’ di Peonia; e che informi tronchi, maltagliati,
e fenz' arte fodero 1 Numi degli antichi Germani e de’ prilchi Galli,
come ne allicura Lucano. Molto mena furem meraviglia in vedere queiti
primi idolatrici monumenti di legno più tolto, che d’ altra materia
lavorati. Per poco che fiali nell’ erudizione verfato » non può ignorarli
» che i Simulacri primieri dell’ ancor giovane Idolatria materiale, giulta il
collume degli Orientali pattato nella Grecia » e nel Lazio, furono quali
comunemente d’ argilla, o di legno, a cui fuccedè ben prello il marmo quindi i
metalli v e finalmente 1’avorio. Non lafcianci dubitarne i be' palli, che
abbiamo in C O Lib. 43.
Mb. Simulacraque moejla Deorum Arte careni, caefisque extant
informia truficis. in Ifiaia, in Geremia in Ofiea, e nel Libro
della Sapienza. Gli eleganti verfi poi di Tibullo CìJ 1 non Ibi rapporto
a quello capo, ma tutta in generale confermano la mia presente
opinione. Non di legno però - ma di pietra in figura di gran
piramide, al dir di Pautania, fi il Simulacro fiotto il nome di Apollo da’
Megarefi guardato, e Umilmente una pietra fu la sì celebre Venere Pafia, il di
cui Santuario tanta venerazione rifico Uè non pur dall’ Ifiola di Cipro,
ma dalla Grecia tutta, e dall’Alia minore. Venere Pafia, che ha
data occafione, e primo impullò al mio fieri vere, quella fi a appunto,
che ornai gli dia compimento. Il di lei Simulacro viene da Maflimo
Tirio ad una piramide bianca paragonato. Noi però più efatta ne
prenderemo la detenzione da TACITO (vedasi), le di cui parole nel fiuo nativo
linguaggio mi fo lecito di produrre: Haud crtt longum initi a religionis,
temyli fitum, formanti Dea 9 ncque alibi fic habetur, vaucis dijjerere. Simulacrum
Dea non effigie fiumana continuus orbis, la tiore initio tenuem m ambitum, met
a modo exurgens, C? ratio in obfcuro - Or di quefia Venere Pafia noi coi
noftri proprj occhi ne potremo facilmente rilevar Ja figura tutta appunto
conforme alla C o f. . I. f 3 ) 4. 12, co «$•
Eleg.) Nam veneror, jèu Jìiyes habet defertus in agris, $eu vetits
in trivio florida Certa lapis f Eleg. io. lib. Sed yatrii fervute lares,
coluiflis CP idem Curfarem veflros cum tener ante lares; Kec
yudeat yrifios vos ejfe e fliyite faclos, Sic veteris JeJes incoluiflis
evi. T unc melius tenuere fidem, cum ytniyere teSÌ 9 l Stabat in
exigua ligneus ade Q$us Orat. Dissert. sull'Origine alla
defcrizione di Tacito. Balla oflervar tre Me** daglie riportateci dal
Patino. La prima battuta dalla Città di Paflo a Drulo Celare. La feconda
coniata da’Cipriotti a Vefpalìano La terza da’ Cipriotti Umilmente
dedicata a Tramano C4J • Anzi non l’ Itola lòia di Cipro, come di lòpra toccai,
e come attella, e comprova P eruditiffimo incomparabile Spanemio, adorò
la Venere Pafia. Il di lei culto propagolfi ancora in altre Nazioni, e
Città, le «juali perciò lì fecero vanto di ornare col di lei Simulacro,
e Tempio i rovefci di lor medaglie. Fede ne faccia la Medaglia di Adriano
battuta da que’di Sardi nell’ Afia minore, e riferita dal Sirmondo,
e Umilmente un’ altra coniata da Pergameni fpettante ad Euripilo prellò
il citato Spanemio; ed anche un’ antica Corniola prodotta dall’ Agoltini,
fenza accennare però, le Greca, o Romana. Ed io lòn di parere, che dal tempo,
e dagli Eruditi altri limili monumenti o fcoperti lì fieno, o
(coprire lì pollano dinotanti la venerazione dilatata, in che lì ebbe quella
folle Palla divinità, e infieme comprovanti la veridica deferii
zione, che del di Lei Simulacro Tacito ci rapprefenta. Debbo però confettare,
che quanto ne* monumenti addotti io riconol'co per vera ed el'atta la
delcrizione mentovata, mi lòrprende altrettanto il modo, con cui Tacito la
conclude: Met.r modo exurgens, ei dice, i? ratio in olj'curo. Poffibile, che ad
un Uom si erudito, quale fu Tacito, sì gran meraviglia facelle il mirar Venere
Pafia in figura di un cono, o di una piramide ? Non dovea egli
piuttollo da una tale figura defumere 1* antichità di tal Simulacro, o
almeno la derivazione di C 1 J Imy. Roin. Numis. C De
Praeft., t? Ufìi Numism. Dijf. Colleg. delle Med. del Col. Chiaram. di
Parigi. C»J DiaL. ne di una veturtilfima coltomanza ? Non dovea Tape re,
che ne’ più rimoti tempi, e come Trogo dicea, ab origine rerum, altri Simulacri
non ebbero i Numi, che o pietre quadrate, o piramidi, od obelifchi, o coni,
o colonne di legno, e di fallo ? Come ignorar potea il conico Simulacro
d’ Apollo in Megara, e del Sole in Ed e Ila, e gli obelifchi, è le
piramidi al Sole ideilo alzate in Egitto ? Come gli ufeiron di mente i
furti, o colonnette rozze di legno, e le impolite pietre, che per di lui
alferzione rifeuoteano le adorazioni della Germania ? Come sfuggirono
alla di lui maflima erudizione le due colonne porte a Giove nel Tempio d’
Ercole in Tiro; come le altre molte collocate nel Tempio di Gadi;
come le due confecrate al Sole dal Re Ferone nel di lui Tempio in Egitto?
Tante colonne infine fi J, con cui adombrar (i folevano e Giove, e
Giunone, e Bacco chiamato perciò TUputiovios Colutnnarius, e Apollo detto
Ayiftfs Compitali, ed Ercole, e Marte, e Bellona, non dovevano farlo
falire all’ origine delle cole, ai coltomi dell’antica, e primiera rozzezza, e
deporre la meraviglia circa la forma del Simulacro di Venere Pafia
? Ma qual cofa Tacito fi penfaflè in quella Tua fofpenfione, egli fel
vegga, e noi non ce ne brigheremo altrimenti. Raccoglieremo bensì
le vele ad una Dillertazione, che in vallo pelago trafeorfe ornai troppo
lungi. Voi, o dottiamo Sig. Conte, farete telfimonio o del Tuo felice tragitto,
o del Ilio infaufto naufragio; e onorar dovrete o di compatimento i
fuoi rilicofi viaggi, o i luoi errori di correzione. Se 1 amor proprio
non mi fa velo al giudizio, ere. c " e ^ della tratto avelie a
qualche porto di 1 ufficiente probabilità 1 opinione da Voi propolla™ l.
\ c }°£ che i Simulacri più vernili delle pagane Divinità follerò di
quadrata, o di rotonda figura, o al- C O Ue^io Aìnetan. Qjiejì.
lib. 3<5 Dissert. SuliTdolatria; ( o almeno tendente a rotonditi.
Un più ralente Piloto e di forze, e di tempo, e di finimenti più
agiato faprà condurla felicemente ad un porto di fìcurezza. Quanto a me,
fe altro non averti potato ottenere, Tarò almeno contentiamo d avervi
f er alcun modo tellimoniata la mia. ubbidienza, alto pregio, in che
tengo 1’ autorità voftra, e ij voltro merito Angolare. l'idi
t prò lUtàe, ac Revino D. V. Domini co Al archi one Mancinforte Epifcopo
F aventino Albertus Raccagni Farocbus Sanfli Antonini. Fr.
Angelus Maria Merenda Ordinis Predicatorum Sacra Scripturx LeElor, ac f^icartus
Gg~ neralis SaaEli Offici* F aventi a. In tale direzione, si
riscontra la necessità di condurre la ricerca a un livello sem iotico-sem
iosico, ricorrendo alla sem iotica di Peirce, e in particolare alla sua
definizione di “interpretante iconico”, segno creativo capace di comprendere
meglio ciò che è altro dall’identico, ciò che differisce dal segno “idolo”.
Attraverso una semiotica dell’interpretazione, si cercherà quindi di spiegare
teoricamente il funzionamento degli elementi che compongono un testo, per una
comprensione del concetto di scrittura e le prospettive che questa propone per
la costruzione di un approccio critico alla problematica della lettura del
testo BACON, LE QUATTRO SPECIE DI IDOLI Bacon espone in queste pagine la
sua teoria sugli idola (i pregiudizi) che occupano la mente umana e le rendono
difficile “l’accesso alla verità”. Bacon, Novum Organon, Gli idoli e le false
nozioni che penetrarono nell’intelletto umano fissandosi in profondità dentro
di esso, non solo assediano le menti umane in modo da rendere difficile
l’accesso alla verità, ma addirittura (una volta che quest’accesso sia dato e
concesso) di nuovo risorgeranno e saranno causa di molestia nella stessa
instaurazione delle scienze: almeno che gli uomini, preavvertiti, non si
agguerriscano, per quanto è possibile contro di essi. Quattro sono le specie
degli idoli che assediano le menti umane. Per farci intendere abbiamo imposto
loro dei nomi: chiameremo la prima specie idoli della tribú; la seconda idoli
della spelonca; la terza idoli del mercato; la quarta idoli del teatro. Gli
idoli della tribú sono fondati sulla stessa natura umana e sulla stessa tribú o
razza umana. Pertanto si asserisce falsamente che il senso umano è la misura
delle cose ché al contrario tutte le percezioni, sia del senso sia della mente,
derivano dall’analogia con l’uomo, non dall’analogia con l’universo. Rispetto
ai raggi delle cose l’intelletto umano è simile a uno specchio disuguale che
mescola la sua propria natura a quella delle cose e la deforma e la
travisa. Gli idoli della spelonca sono idoli dell’uomo in quanto
individuo. Ciascuno infatti (oltre alle aberrazioni proprie della natura in
generale) ha una specie di propria caverna o spelonca che rifrange e deforma la
luce della natura: o a causa della natura propria e singolare di ciascuno, o a
causa dell’educazione e della conservazione con gli altri, o della lettura di
libri e dell’autorità di coloro che si onorano e si ammirano, o a causa della
diversità delle impressioni a seconda che siano accolte da un animo preoccupato
e prevenuto o calmo ed equilibrato. Cosicché lo spirito umano (come si presenta
nei singoli individui) è cosa varia e grandemente mutevole e quasi soggetta al
caso. Perciò giustamente affermò Eraclito che gli uomini cercano le scienze nei
loro mondi particolari e non nel piú grande mondo a tutti comune. Vi sono
poi gli idoli che derivano quasi da un contratto e dalle reciproche relazioni
del genere umano: li chiamiamo idoli del mercato a causa del commercio e del
consorzio degli uomini. Gli uomini infatti si associano per mezzo dei discorsi,
ma i nomi vengono imposti secondo la comprensione del volgo e tale errata e
inopportuna imposizione ingombra in molti modi l’intelletto. D’altra parte le
definizioni o le spiegazioni, delle quali gli uomini dotti si provvidero e con
le quali si protessero in certi casi, non sono in alcun modo servite di
rimedio. Anzi le parole fanno violenza all’intelletto e confondono ogni cosa e
trascinano gli uomini a controversie e a finzioni innumerevoli e vane. Vi
sono infine gli idoli che penetrano negli animi degli uomini dai vari sistemi
filosofici e dalle errate leggi delle dimostrazioni. Li chiamiamo idoli del
teatro perché consideriamo tutte le filosofie che sono state ricevute o create
come tante favole presentate sulla scena e recitate che hanno prodotto mondi
fittizi da palcoscenico. Non parliamo solo dei sistemi filosofici che già
abbiamo o delle antiche filosofie e delle antiche sètte perché è sempre
possibile comporre e combinare moltissime altre favole dello stesso tipo: le
cause di errori diversissimi possono essere infatti quasi comuni. Né abbiamo
queste opinioni solo intorno alle filosofie universali, ma anche intorno a
molti princípi e assiomi delle scienze che sono invalsi per tradizione, credulità
e trascuratezza. Il pensiero di F. Bacon, a cura di P. Rossi, Loescher,
Torino. The idol fixes one's gaze on itself; the icon, for its
part, demands that one go throughGrice: “Cattaneo’s philosophical background is
much stronger than Hart’s! Hart always doubted his philosophical abilities – as
he kept comparing himself to me! When Cattaneo was at St. Antony’s, Hart found
that he had to play brilliant, since a ‘continental’ was watching! Cattaneo is
especially good in the study of Roman-Italian giurisprudenza, from Cicero,
Goldoni, Carrrara, and Manzoni, onwards! They don’t need no stinking Hart!” Nome
compiuto: Mario Alessandro Cattaneo. Mario A. Cattaneo. M. A. Cattaneo. Mario
Cattaneo. Keywords: eidolon, idolo, idol of the market place – bentham -- autorita,
autoritarismo, positivismo di H. L. A. Hart, il concetto della legge, filosofia
del linguaggio ordinario, scuola oxoniense di filosofia del linguaggio
ordinario, il gruppo di giocco di Austin, il primo o vecchio gruppo di giocco
di Austin al All Souls, giovedi notte; il nuovo gruppo di giocco di Austin
sabato alla mattina. Hart, Hampshire, Grice. Grice, neo-Trasimaco, giustizia,
fairness, valore legale, valore morale, le legge e la morale, priorita della
moralita sulla legalita, concetti di priorita, priorita evaluativa,
neo-trasimaco, neo-socrate, platonismo giuridico, positivismo pre-Kelsen:
hobbes, bentham, autin. I giuristi italiani. Storia della giurisprudenza
italiana. Goldoni, Carrara, Manzoni, Collodi, Lorenzini, Pinocchio, Foscolo,
Perini, Beccaria, Colonna infame, letteratura italiana, fizione italiana, prosa
italiana, giurisprudenza italiana, avvocatura ed implicatura. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Cattaneo” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Catucci: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale d’ego et alter, E ed A
– i giocchi cooperativi – Meinong et al. teoria del valore -- l’altro – scuola
di Roma –filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I
love Catucci – Ogden and Richards, whom I’ve read profusely, expand on Husserl
– and Catucci is “our man in Husserlian phenomenology of intersubjectivity!” –
Grice: “As a typical Itaian philosopher, viz. eclectic, he has philosophised on
Luckacs, and Foucault, too!” -Grice: “Catucci’s approach to Lukacks is via
‘poverty,’ which has little to do with my idea that the poorer the semantics
the richer the pragmatics: ‘His semantics was poor, but it was honest!”. H. P.
Grice: “While I prefer ‘the principle of conversational helpfulness,’ I agree that
talk of ‘helpful games’ ain’t helpful!” -- Altre opere: “La filosofia critica
di Husserl, Milano, Guerini et Associati); Beethoven Opera Omnia. Le Opere.
Fabbri Classica); Bach e la musica barocca, Roma, La Biblioteca); Introduzione
a Foucault, Bari-Roma, Laterza); La storia della musica, Roma, La Biblioteca); Spazi
e maschere, Roma, (a cura di, con Umberto Cao), Meltemi Editore); Per una
filosofia povera, Torino, Bollati Boringhieri); Imparare dalla Luna, Macerata,
Quodlibet. Si laurea a Roma sotto Garroni. Studia a Bologna. Legge Tugendhat e
Tertulian. Insegna a Camerino e Roma. Pubblica il saggio La filosofia critica
di Husserl (ed. Guerini e Associati) la cui preparazione ha richiesto un
periodo di ricerca presso lo "Husserl-Archief” di Leuven, in Belgio. Il
lavoro sui manoscritti di Husserl lo ha portato alla pubblicazione di diversi
saggi di carattere fenomenologico, tra cui “Le cose stesse”; “Note su
un’autocritica trascendentale della fenomenologia di Husserl”, basato
sull’analisi di testi husserliani inediti. Pubblicato per Laterza un saggio su
Foucault. Quindi è stata la volta del saggio “Per una filosofia povera”, uno
studio ad ampio spettro sulla filosofia italiana nella Grande Guerra (ed.
Bollati Boringhieri). Ha inoltre collaborato alla stesura del Dizionario di
Estetica curato per Laterza da Gianni Carchia e Paolo D'Angelo. Ha numerosi
saggi su Foucault (La linea del crimine) sull’estetica, sull’architettura e
sulla musica, in particolare musicisti come Wagner e Stockhausen. Potere e
visbilità (ed. Quodlibet). La sua ricerca Imparare dalla Luna (ed. Quodlibet)
ha ottenuto ampia risonanza anche al di là del campo degli studi filosofici,
portandolo fra l’altro a tenere conferenze al Festival delle Scienze di Roma,
al Festival Wired di Milano, e al
Congresso Nazionale della Società Italiana di Fisica. Membro della Società
Italiana di Estetica. Coordina “I Concerti del Quirinale”. “Tutto Wagner”.
Collabora regolarmente con l’Accademia Nazionale di S. Cecilia, Orchestra
Sinfonica Nazionale della Rai, Teatro dell’Opera di Roma, Teatro Regio di
Torino, Festival Mi-To Settembre Musica) e ha organizzato manifestazioni di
tipo filosofico-musicale per la Biennale Musica di Venezia e per il Festival Play.it
di Firenze, L'arte è un progetto? C. Estetica Elementare - L'esperienza del
coro fra etica e tecnica C.-Prefazione/Postfazione book: Insieme. Canto,
relazione e musica in gruppo - La storia dell'estetica come critica e come
filosofia C. -AESTHETICA. PRE-PRINT (Centro internazionale studi di estetica) -
Di cosa parliamo quando parliamo di teoria C. Cinque temi del moderno
contemporaneo. Memoria, natura, energia, comunicazione, catastrofe - Bellezza C.
Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Parole. Il Kitsch: ieri,
oggi, domani C. Riga - Aesthetics and Architecture Facing a Changing Society C.
International Yearbook of Aesthetics (JP Službeni glasnik, ) Introduzione a
Foucault. Saggio,
Trattato Scientifico Imparare dalla Luna. Nuova edizione riveduta e
ampliata C. Il corpo e le forme. Note
sul discorso spirituale nella filosofia e nell'arte C. Della materia spirituale
dell'arte - On the spiritual matter of art - - Perché gli artisti nei luoghi
del disastro C. -Terre in movimento - The Prison Beyond its Theory. Between Foucault's Militancy and Thought C.- Prison Architecture and
Humans - Postfazione C. - Prefazione/Postfazione book: Qualcosa
sull'architettura. Figure e pensieri nella composizione - Prefazione.
Vite di architetture infami C. - Incompiute, o dei ruderi della contemporaneità
- Potere e visibilità. Studi su Foucault C. Prefazione a L. Romagni, Strutture
della composizione C. Strutture della composizione. Architettura e musica - -
Presentazione. Leo Popper: l'etica e le forme C. Articolo in rivista paper:
AESTHETICA. PRE-PRINT (Centro internazionale studi di estetica) L'angelo della
matematica C. La vetrata artistica della
Scuola di Matematica. Disegno di Gio Ponti per Luigi Fontana - A roadmap toward
the development of Sapienza Smart Campus Pagliaro; Mattoni; Gugliermetti;
Bisegna, Fabio; Azzaro, Bartolomeo; Tomei, Francesco; Ca. Atto di convegno in volume conference: 16th International Conference on
Environment and Electrical Engineering, EEEIC
(Florence Italy) book: EEEIC 2016 - International Conference on
Environment and Electrical Engineering - Luce, Illuminazione, Illuminismo C. -
I percorsi dell'immaginazione. Studi in onore di Pietro Montani - L'opera
d'arte e la sua ombra C. L'estetica e le
arti. Studi in onore di Giuseppe Di Giacomo - (La linea del crimine. Foucault e
la vita degli uomini infami C. AGALMA (-Roma: Meltemi -Roma: Castelvecchi, =
Materia primordiale e Growing Design C.; Lucibello, ANANKE (Firenze: Alinea,
Preliminari a un'estetica della plastica C.Plastic Days. Materiali e Design /
Materials et Design - Antropomorfismo C.Voce di Enciclopedia/Dizionario book:
Wikitecnica - Arte C. - 02d Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Wikitecnica -
Einfühlung Catucci, Stefano - 02d Voce di Enciclopedia/Dizionario book:
Wikitecnica - Movimento Catucci, Stefano - 02d Voce di Enciclopedia/Dizionario
book: Wikitecnica - (Sovrastruttura C. - 02d Voce di Enciclopedia/Dizionario
book: Wikitecnica - Strutturalismo Catucci, Stefano - 02d Voce di
Enciclopedia/Dizionario book: Wikitecnica Il nome del presente. The name of the
present C. DOMUS (Rozzano Milan Italy: Editoriale Domus) Imparare dalla Luna C.-
03a Saggio, Trattato Scientifico book: Imparare dalla Luna - Filosofia
dell'eccedenza sensibile C. - 02a Capitolo o Articolo book: Vice Versa - La
Gaia estetica C. - 02a Capitolo o Articolo book: Costellazioni estetiche: dalla
storia alla neoestetica. Studi offerti in onore di Luigi Russo - -
Conversazione con S. Gregory, Paola; C. - 02a Capitolo o Articolo book:
Progetto e Rifiuti. Design and Waste. No-Waste - La contingenza impossibile:
note su alcuni modelli espositivi dell'opera d'arte. C. - 02a Capitolo o
Articolo book: Il museo contemporaneo. Storie, esperienze, competenze - Metamorfosi:
un'architettura dopo il postmoderno C. - 02c Prefazione/Postfazione book:
Autocostruzioni. O degli ultimi spazi del progetto - - Mission to Mars- C.-
HORTUS (Roma: Facoltà di Architettura "Valle Giulia", universita' la
"Sapienza" Direttore -Necessity and Beauty C. - 02c
Prefazione/Postfazione book: Parks and territory: new perspective in planning
and organization - Eyes Wide Shut.
Architecture without Philosophy C. - 04b Atto di convegno in volume conference:
The Signifiance of Philosophy in Archtectural Education (Patrasso - Grecia -
Dipartimento di Architettura dell'Università di Patrasso) book: The Signifiance
of Philosophy in Archtectural Education - Estetica della speranza C. - 02c
Prefazione/Postfazione book: Teoria critica del desiderio - "Reimparare a
sognare". Note su sogno, immaginazione e politica in Foucault Catucci,
Stefano - 02a Capitolo o Articolo book: La coscienza e il sogno. A partire da
Valéry -Visione e dispersione. La regia architettonica Moretti Catucci, Stefano
- Atto di convegno in volume conference:
Moretti architetto del Novecento (Facoltà di Architettura, Università di Roma
"Sapienza") book: Moretti architetto del Novecento - Critica del
contesto C. - 01a Articolo in rivista paper: PIANO PROGETTO CITTÀ (-Avezzano
(AQ): LISt- Laboratorio Internazionale di Strategie editoriali, -Avezzano (AQ): Ed'A- Editoriale
d'Architettura -Pescara: Sala Editore Pescara Pescara: Clua) Essere giusti con
Marx C. - 02a Capitolo o Articolo book: Foucault-Marx: paralleli e paradossi -
La terza dimensione C. Articolo in rivista paper: VEDUTE (Roma-Macerata:
Quodlibet, «Eine eigene fremde Welt»: le utopie terrestri di Karlheinz
Stockhausen C. - 01a Articolo in rivista paper: ATENEO VENETO (Ateneo
Veneto:Campo S. Fantin Venice Italy: "Des moustiques domestiques”: Notes
on the Tautology of Visual Writing C. Atto di convegno in volume book: Beyond
Media: Visions, catalogo della 9. Edizione dell’International Festival for
Architecture and Media - Prolegomeni a un'architettura della relazione C.
Capitolo o Articolo book: L'esplosione urbana - I generi musicali: una
problematizzazione C. Voce di Enciclopedia/Dizionario book: (Enciclopedia
Treccani Terzo Millennio), vol. II, Comunicare e rappresentare - Senso e
progetto. Il contributo dell’estetica C. - Capitolo o Articolo book: Il
progetto di architettura come sintesi di discipline - Il progetto di
architettura come sintesi di discipline C.; Strappa, Giuseppe - 03a Saggio,
Trattato Scientifico Il lavoro della dispersione C.- Capitolo o Articolo
book: L’idea e la differenza. Noi e gli altri, ipotesi di inclusione nel
dibattito contemporaneo. - Introduzione a Foucault C. Tutto quello che "la
musica può fare". Conversazione con Francesco e Max Gazzè. Magrelli,
Valerio; Moretti, Giampiero; Piperno, Franco; Giuriati, Giovanni; C.;
Scognamiglio, Renata; Caputo, Simone -
Capitolo o Articolo book: Parlare di musica Costruire, abitare, patire C. - Capitolo o
Articolo book: Arte, Scienza, Tecnica del Costruire - Elogio del parlare
obliquo: la musica classica alla radio C. Parlare di musica - La proprietà
intellettuale come problema estetico C. FORME DI VITA (Roma: DeriveApprodi)
L’architettura al tempo di Nikolaj Rostov C. GOMORRA (Roma: Meltemi- Roma:
Castelvecchi Milano: Costa et Nolan, - Per una critica delle narrazioni urbane
Catucci, Stefano - 01a Articolo in rivista paper: PARAMETRO (Faenza Italy:
Gruppo Editoriale Faenza Editrice) Foucault filosofo dell’urbanismo C. Lo
sguardo di Foucault - La cura di scrivere C. Atto di convegno in volume book:
Dopo Foucault. Genealogie del postmoderno -La via dialogica dell’arte: i nuovi
linguaggi urbani C. Atto di comunicazione a congresso conference: Nel convivio
delle differenze. Il dialogo nelle società del terzo millennio (Roma - Pontificia
Università Urbaniana) book: Nel convivio delle differenze. Il dialogo nelle
società del terzo millennio, a cura di E. Scognamiglio e A. Trevisiol -
Spartacus: i dilemmi della libertà Catucci, Stefano - 02a Capitolo o Articolo
book: Una strana rivista: «Gomorra» Dizionario di Estetica C.Voce di
Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Il colosso senza
immaginazione C. Osservatorio Nomade: immaginare Corviale. Pratiche ed
estetiche per la città contemporanea Il visibile e l’invisibile. Riflessioni
sul potere in Foucault C.- 02a Capitolo o Articolo book: Conoscenza e potere.
Le illusioni della trasparenza - Un passato che non passa. Bachelard e la fine
dell’abitare C. Simbolo, metafora, esistenza. Saggi in onore di Trevi -
Corridoi Transeuropei C. - 01a Articolo in rivista paper: GOMORRA (Roma:
Meltemi- Roma: Castelvecchi Milano: Costa et Nolan, La “natura” della natura
umana Catucci, Stefano - Prefazione/Postfazione book: Della Natura Umana.
Invariante biologico e potere politico. - Estetica e Architettura C. Capitolo o
Articolo book: Contaminazioni culturali. Materiali di studio del Dottorato di
Ricerca in Riqualificazione e Recupero Insediativo - (Criticare l’estetica per
criticare il presente C.Articolo in rivista paper: GOMORRA (Roma: Meltemi-2001
Roma: Castelvecchi Milano: Costa et Nolan, Le Corbusier a Pessac: un paradigma
moderno Catucci, Stefano - 01a Articolo in rivista paper: SPAZIO RICERCA
(CAMERINO:DIPARTIMENTO PROCAM DELL'UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI CAMERINO)
Foucault: dalla novità storica all’estetica dell’esistenza C. Articolo in
rivista paper: FORME DI VITA (Roma: DeriveApprodi La pensée picturale C. Atto di convegno in volume conference:
Colloque de Cerisy - Foucault: La littérature et les arts (Cerisy - Francia)
book: Michel Foucault, la littérature, les arts - Attraverso Velázquez:
Foucault, Las Meninas, la filosofia Catucci, Stefano - 02a Capitolo o Articolo
book: Il classico violato. Per un museo letterario- Tre versioni del misurare C.
SPAZIO RICERCA (CAMERINO:DIPARTIMENTO PROCAM DELL'UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI
CAMERINO) Per una filosofia povera: la Grande Guerra, l'esperienza, il senso; a
partire da Lukács C. - 03a Saggio, Trattato Scientifico book: Per una filosofia
povera: la Grande Guerra, l'esperienza, il senso; a partire da Lukács -
L'angelo dei rifiuti Catucci, Stefano Articolo in rivista paper: GOMORRA (Roma:
Meltemi-Roma: Castelvecchi Milano: Costa et Nolan, Estetica dell'abitare C.
Capitolo o Articolo book: La nuova Estetica italiana - Spazi e maschere
Catucci, Stefano - 06a Curatela Ambiguità C. - 02d Voce di Enciclopedia Dizionario
book: Dizionario di Estetica Poetica Catucci, Stefano - Voce di Enciclopedia Dizionario
book: Dizionario di Estetica - Architettura, teorie della C. Voce di
Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - Censura Ca. -Voce di
Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Distruzione delle opere
d'arte C. Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica -
Fenomenologica, estetica C. Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di
Estetica - Fisiognomica C. Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di
Estetica - Fotografia, teorie della C.
Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica Kitsch C.Voce
di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Marxista, estetica C.
Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Musica, teorie
della C. Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Opera
d'arte C.Voce di Enciclopedia Dizionario Dizionario di Estetica - Originalità C/
Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - Particolarità
Catucci, Stefano Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica -
Realismo C.-Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - -
Retorica C. Voce di Enciclopedia Dizionario
book: Dizionario di Estetica - Rispecchiamento C.Voce di Enciclopedia Dizionario
book: Dizionario di Estetica - Ritmo C.Voce di Enciclopedia/Dizionario book:
Dizionario di Estetica - - Scientifica, estetica C. Voce di Enciclopedia Dizionario
book: Dizionario di Estetica - Sociologia dell'arte C.Voce di Enciclopedia Dizionario
book: Dizionario di Estetica - Storicità C.Voce di Enciclopedia/Dizionario
book: Dizionario di Estetica - Struttura C. Voce di Enciclopedia Dizionario
book: Dizionario di Estetica - Strutturalista, estetica C. Voce di
Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - Terapie artistiche C. -
Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - Tipico C.Voce di
Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - - Autenticità C.Voce di
Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - Oggetto estetico C.
-Voce di Enciclopedia/Dizionario book: Dizionario di Estetica - - Estetica e
politica C. Voce di Enciclopedia Dizionario book: Dizionario di Estetica - Fra tempo e spazio: rassegna sul vuoto in
musica C. GOMORRA (Roma: Meltemi-Roma: Castelvecchi Milano: Costa et Nolan) -
Estetica della censura C. Capitolo o Articolo book: La cortina invisibile -
Figures de l’art, figures de la vie. Une idée de philosophie chez le jeune
Lukács C. - 02a Capitolo o Articolo book: Life - L'etica e le forme C. Capitolo
o Articolo book: Scritti di estetica - - Saggi di Estetica Catucci, Stefano -
06a Curatela - Gli animali di Céline Catucci, Stefano - 01a Articolo in
rivista paper: RIVISTA DI ESTETICA (Rosenberg et Sellier:via Andrea Doria
1Turin Italy:: tina.cesaro rosenbergesellier.it, Dall’estetica all’ontologia.
Lukács lettore della «Critica del Giudizio» C. Senso e storia dell'estetica - La filosofia
critica di Husserl C. Saggio, Trattato Scientifico book: La filosofia critica
di Husserl - La fenomenologia negli Stati Uniti: metodo e fondazione C. Capitolo
o Articolo book: Specchi americani. La filosofia europea nel Nuovo Mondo - La
fenomenologia come teoria estetica. Note in margine a: Recensione a F.
Fellmann, Phänomenologie als ästhetische Theorie Catucci, Stefano - 01a
Articolo in rivista paper: STUDI DI ESTETICA (Sesto San Giovanni MI:
Mimesis, Bologna: CLUEB) LA TEORIA
COOPERATIVA Come accennato in precedenza, l’idea di gioco cooperativo `e stata
introdotta da von Neumann e Morgenstern. Il contributo del loro libro `e fondamentale
per aver reso lo studio dei giochi una disciplina sistematica, e per aver
proposto un cambiamento radicale nel modo di studiare i problemi dell’economia,
delle scienze politiche e di quelle sociali. Il metodo proposto consiste nel
tradurre i problemi in giochi opportuni, nel trovare le soluzioni di questi con
le tecniche sviluppate dalla teoria, e nel ritradurre le soluzioni trovate in
termini di comportamenti economici ottimali. L’idea di GIOCO COOPERATIVO dall’esigenza
di analizzare il comportamento razionale di agenti che interagiscono in
situazioni non strettamente competitive. In tal 15Strategia dominata invece `e
quella tale che, ne esiste un’altra che procura al giocatore maggiore utilit`a,
qualunque cosa faccia l’altro. Una strategia dominata non pu`o far parte di un
equilibrio di Nash. caso `e ragionevole pensare che i giocatori possano
fare alleanze, formare coalizioni ecc. Ogni coalizione sar`a in grado poi di
garantire una certa distribuzione di utilit`a all’interno dei suoi membri. Che
cosa distingue IL GIOCO COOPERATIVO da quello non cooperativo? Il fatto che si
ipotizzi la nascita delle coalizioni non significa che si suppone che i
giocatori siano diversi, meno egoisti; le coalizioni sono uno strumento
possibile per ottenere migliori risultati individuali, come nel caso non
cooperativo. La differenza nei due approcci sta in un’altra cosa: secondo
Harsanyi, con Nash, per l’Economia, un gioco `e definito cooperativo se GL’ACCORDI
TRA I DUE GIOCATORI SONO VINCOLANTI. In caso contrario, il gioco `e non
cooperativo. All’interno dei giochi cooperativi, la teoria distingue fra quelli
d’utilit`a trasferibile e quelli d’utilit`a non trasferibile. Qui ci limitiamo
a qualche esempio di gioco d’utlita trasferibile gi`a sufficiente comunque a
introdurre le idee principali di questo approccio. Per definire un gioco
cooperativo abbiamo bisogno dell’insieme N = {1,. . ., n} dei giocatori, e dal
dato, per ogni A ⊂ N, di un numero reale, denotato con
v(A). “A ⊂ N” rappresenta una possibile
coalizione; “v(A)” rappresenta l’utilit`a, o in altri casi un costo, che la
stessa `e in grado di garantirsi se i giocatori di A si alleano. V`e detta la
funzione caratteristica del gioco. Il modo migliore di capire l’idea
sottostante questa definizione `e di illustrarla con qualche esempio. Due
persone sono interessate ad un bene che `e in possesso di una terza persona. Il
giocatore 1, che possiede il bene, lo valuta meno di chi lo vuole comprare
(altrimenti non c’`e situazione di interazione tra i tre). Fissiamo per esempio
a 100 il valore che il possessore assegna al bene. Gli altri due, che chiamiamo
rispettivamente 2 e 3, valutano il bene 200 e 300. Possiamo allora definire il
gioco come N = {1,2,3}, e le coalizioni sono otto: {φ, {1}, {2}, {3}, {1, 2},
{1, 3}, {2, 3}, {1, 2, 3} = N}16. Possiamo inoltre porre v({1}) = 100, v({2}) =
v({3}) = v({2, 3}) = 0, v({1, 2}) = 200, v({1,3} = v(N) = 30017. Consideriamo
invece il caso di un compratore (giocatore 1) e due venditori dello stesso
bene; la situazione pu`o essere descritta efficacemente ponendo v(A) = 1 se A =
{1, 2}, {1, 3}, {1, 2, 3}, zero altrimenti. In questo caso, quando la funzione
caratteristica v assume solo valori zero e uno, il gioco si chiama semplice, e
v assume piu` il significato di indice di forza della coalizione (A `e
coalizione vincente se e solo se v(A) = 1). Il gioco non cambia se al posto di
1 mettiamo un altro numero positivo. 16φ rappresenta l’insieme vuoto, cio`e la
coalizione che non contiene giocatori. Anche se pu`o sembrare inutile, `e
invece opportuno tenerla in considerazione; qualunque sia v, si assume che v(φ)
= 0. 17 Perch ́e abbiamo definito in questo modo il gioco? Vediamo un paio di
casi. Ad esempio, v({2,3}) = 0 perch ́e la coalizione {2,3} non possiede il
bene, v({1,3}) = 300 perch ́e la coalizione {1,3} possiede il bene, che valuta
300 (infatti non se ne priva per meno). Esempio: La pista dell’aeroporto,
la bancarotta, la societ`a per azioni). Gli Esempi 4, 5 e 6 sono anch’essi
descrivibili come giochi cooperativi. Nel caso della pista dell’aeroporto, v
rappresenta un costo e non un’utilit`a. E` naturale pensare che a una coalizione
venga assegnato il costo della pista piu` lunga necessaria per le compagnie che
formano la coalizione. Dunque si ha v({1}) = c1, v({2}) = c2, v({3}) = c3,
v({1,2}) = c2, v({1,3}) = v({2,3}) = v(N) = c3. Il caso della bancarotta, anche
se si intuisce facilmente che `e un problema analogo a quello dell’areoporto,
`e un pochino piu` complicato, perch ́e non `e chiaro a priori che cosa una
coalizione possa garantire per s ́e. Una stima molto prudente potrebbe essere
quello che rimane dopo che tutti gli altri creditori sono stati pagati. Nel
caso della societ`a per azioni, siamo in presenza di un gioco semplice, e
daremo valore 1 a quelle coalizioni in grado da avere la maggioranza dei voti
necessaria nei vari tipi di votazioni (semplice, qualificata ecc). Una generica
soluzione di un gioco cooperativo con N = {1, 2, . . ., n} come insieme di
giocatori `e un vettore ad n componenti, ciascuna delle quali `e un numero
reale. Il significato dovrebbe essere chiaro: se (x1, x2, . . ., xn) `e tale
vettore, allora xi `e l’utilit`a assegnata (o il costo, se v rappresenta dei
costi) al giocatore i. Tanto per fare un esempio, nel caso dei due compratori e
un venditore, se proponessimo come soluzione (100,100,100) ci`o significherebbe
che l’esito del gioco prevede un’utilit`a di 100 a testa per i tre18. Un
concetto di soluzione invece rappresenta un modo per trovare vettori che
soddisfino particolari propriet`a. Ad un gioco una soluzione pu`o associare un
insieme grande di vettori, ad un altro nessun vettore, ad altri ancora un solo
vettore. E` bene osservare che la soluzione in genere non `e interessata a
quanto viene assegnato alle coalizioni, ma solo a quel che viene dato ai
giocatori. Ancora una volta va ricordato che le coalizioni sono solo un mezzo
che gli individui utilizzano per ottenere il meglio per se. L’idea di gioco
cooperativo `e cos`ı generale da rendere necessaria l’introduzione di molti
concetti di soluzione: qui accenniamo rapidamente ad alcuni fra i piu`
importanti. Una soluzione deve per prima cosa essere un’imputazione, cio`e un
vettore (x1, . . ., xn) tale che: 1. xi ≥ v({i}) per ogni i; 2. x1 +x2 +···+xn
=v(N)19. SI RICHIEDE CIOE AD OGNI SOLUZIONE DI GODERE DELLE PROPRIETA DI
*RAZIONALITA* INDIVIDUALE E DI EFFICIENZA COLLECTIVE. Ogni giocatore deve
ricavare almeno quel che `e in grado di garantirsi da solo (altrimenti esce dal
gioco), e tutto l’utile disponibile. Per il momento, non ci poniamo il problema
se la suddivisione di utili proposta sia ragionevole. Vogliamo semplicemente
capire che cosa significa in questo modello soluzione. Ad esempio sono
imputazioni i vettori (100,100,100) nel gioco dei due compratori e un
venditore (13,13,31) nel gioco dei due
venditori e un compratore, mentre in quest’ultimo non lo sono (0, 0, 0) e (1,
−1, 1). va distribuito (e ovviamente non di piu`). Questa richiesta `e
quindi da ritenere minimale. In realt`a, visto che le coalizioni sono
possibili, sembra naturale richiedere che esse stesse gradiscano una
distribuzione di utilit`a, altrimenti una parte dei giocatori potrebbe
ritirarsi. Si arriva cos`ı ad uno dei concetti fondamentali di soluzione: il
nucleo del gioco v `e l’insieme di quelle distribuzioni di utilit`a che nessuna
coalizione ha interesse a rifiutare. D’altra parte, la coalizione A rifiuta
quel che le viene proposto se la somma delle utilit`a proposte ai suoi
giocatori `e inferiore al valore v(A) che, come detto, rappresenta quel che lei
`e complessivamente in grado di procurarsi. Per capire meglio l’idea vediamo di
caratterizzare il nucleo in un esempio. Quello dei due venditori e un
compratore. Un elemento del nucleo `e un vettore x fatto da tre elementi,
scriviamo x = (x1, x2, x3). Ora scriviamo i vincoli che questo vettore deve
soddisfare: x1 ≥0,x2 ≥0,x3 ≥0 x 1 + x 2 ≥ 1 x1 + x3 ≥ 1 . x 2
+ x 3 ≥ 0 x1 + x2 + x3 = 1. La prima riga impone le disequazioni relative alle
coalizioni fatte dai singoli individui. Essi non accettano meno di zero,
evidentemente. La seconda riga riguarda il vincolo imposto dalla coalizione {1,
2}; essa `e in gradi di garantirsi 1, quindi la somma di quel che viene
proposto ai giocatori 1 e 2, cio`e x1 +x2, deve essere maggiore o uguale a 1. E
cos`ı via, fino all’ultima coalizione N = {1, 2, 3}. Ora, confrontando l’ultima
equazione con la seconda si vede che deve essere x3 ≤ 0, ma la prima dice x3 ≥
0, quindi x3 = 0. Analogamente x2 = 0. Poich ́e la somma delle utilit`a deve
essere uno, allora x1 = 1. Quindi, il nucleo consiste del solo vettore (1, 0,
0). Vediamo ora che cosa ci propone il nucleo in alcuni dei giochi. Nel gioco
dei due compratori e un venditore, la soluzione proposta dal nucleo `e che il
primo vende l’oggetto al terzo (che lo valuta di piu` rispetto al secondo), ad
un prezzo che pu`o variare fra 200 e i 300 Euro (quindi il nucleo propone in
questo caso piu` spartizioni possibili). Nel gioco invece in cui ci sono un
compratore e due venditori dello stesso bene, come abbiamo visto il nucleo
consiste nell’unico vettore (1,0,0), il che significa che il compratore ottiene
il bene per nulla. E` interessante notare che, nel primo esempio, il ruolo del
secondo giocatore, che pure alla fine non fa nulla, `e messo in evidenza dal
fatto che il prezzo di vendita `e influenzato dalla sua presenza. D’altra parte
questo `e logico. Se il terzo facesse un’offerta minore di 200 Euro, allora il
secondo potrebbe a sua volta fare un’offerta superiore, fino a un massimo di
200 Euro. 20Anche se non si assume esplicitamente, l’ipotesi che v(N) ≥ v(A)
per ogni A ⊂ N `e verificata in quasi tutti i
giochi interessanti. Anzi, spesso i giochi verificano l’ipotesi detta di
superadditivit`a, che cio`e v(A ∪ B) ≥ v(A)
+ v(B) se A ∩ B = ∅, che stabilisce che l’unione fa la
forza. Questo fa s`ı che sia ragionevole assumere che i giocatori si metteranno
d’accordo per spartirsi tutta la quantit`a v(N). In questo caso, il nucleo
propone tante soluzioni possibili. Nel secondo caso ci`o che indica il nucleo
`e un fatto ben noto in economia, anche se qui espresso in maniera brutale:
l’eccesso di offerta mette i venditori in balia del compratore. Infatti nel
nucleo sta solo il vettore che assegna tutto al compratore, nulla ai venditori.
Altre soluzioni propongono una soluzione diversa, che tiene conto del fatto che
in qualche modo i due venditori non sono del tutto inutili. Un esempio ancora
piu` interessante di come il nucleo possa proporre soluzioni bizzarre `e il
famoso gioco dei guanti, di cui esistono infinite varianti. Una versione che ne
mette bene in luce la stranezza `e quando si hanno 4 giocatori; il primo ed il
secondo possiedono uno e due guanti sinistri, rispettivamente, mentre il terzo
e quarto un destro ciascuno. Naturalmente lo scopo del gioco consiste nel formare
paia di guanti. In questo caso il nucleo `e costituito dal solo vettore (0,0,1,1),
il che significa che i possessori di un guanto sinistro (guanti che sono in
eccedenza) devono cedere il loro per nulla. Risultato che appare ancora piu`
bizzarro se si pensa che il giocatore due potrebbe cambiare la situazione
semplicemente eliminando un guanto in suo possesso. A dispetto del fatto che a
volte le soluzioni proposte dal nucleo sembrino controintuitive, esso
rappresenta un concetto di soluzione molto importante, soprattutto in
applicazioni economiche. Per`o il nucleo presenta ancora un altro problema: `e
facile verificare che in molti casi pu`o essere vuoto! L’esempio piu` semplice
`e quando siamo in presenza di tre giocatori che si devono spartire a
maggioranza una somma fissata (possiamo porre l’utilit`a della stessa uguale a
1). In tal caso, le coalizioni di due giocatori risultano vincenti (v(A) = 1)
se il numero dei componenti la coalizione A `e almeno due, 0 altrimenti-ancora
un gioco semplice- ed un calcolo immediato mostra che il nucleo `e vuoto21. Il
che rende indispensabile la definizione di altre soluzioni, che possano
suggerire possibili spartizioni anche nel caso in cui almeno una coalizione non
sia soddisfatta della spartizione proposta. Una soluzione, che qui illustro
solo a parole, considera, per ogni possibile imputazione, il grado di
insoddisfazione e(A, x) della xi. L’imputazione x sta nel nucleo, ad esempio,
se e solo se e(A, x) ≤ 0 per ogni A, cio`e se nessuna coalizione si lamenta. Se
per`o il nucleo `e vuoto, allora qualunque sia la distribuzione proposta c’`e
almeno una coalizione che si lamenta. Che fare in questo caso? Un’idea
intelligente `e di considerare, per ogni imputazione x, il lamento della
coalizione piu` sfavorita (cio`e di quella che si lamenta maggiormen- te), e
poi scegliere quella distribuzione di utilit`a efficiente che minimizza questo
lamento massimo. Se poi sono molte le distribuzioni che hanno questa
propriet`a, fra queste si pu`o scegliere quelle che minimizzano il secondo
massimo lamento, e cos`ı via. Si dimostra che in questo modo si arriva ad un’unica
distribuzione di utilit`a, che viene chiamata il nucleolo del gioco. Nel gioco
precedente dei compratori, il prezzo di vendita `e 250, e cio`e il prezzo
21Supponiamo (x1, x2, x3) sia un vettore del nucleo. Le condizioni x1 + x2 ≥ 1,
x1 + x3 ≥ 1, x2 + x3 ≥ 1, imposte dalle coalizioni formate da due giocatori
implicano, prendendo la loro somma, 2(x1 + x2 + x3) ≥ 3, che `e in
contraddizione con la condizione di efficienza x1 + x2 + x3 = 1. Quindi il
nucleo `e vuoto. coalizione A per la distribuzione dell’imputazione x: e(A, x)
= v(A) − i∈A
intermedio fra quello minimo e quello massimo proposti dal nucleo; nel
gioco di maggioranza a tre giocatori, propone l’imputazione (13,13,31): in
questo caso ogni coalizione di due giocatori si lamenta 13, e non `e difficile
verificare che ogni distribuzione di utilit`a diversa farebbe lamentare di piu`
una coalizione. I risul- tati precedenti non sono sorprendenti, dal momento che
il nucleolo `e soluzione che gode di forti propriet`a di simmetria; purtroppo
per`o anche il nucleolo pu`o dare risultati bizzarri: ad esempio, siccome
appartiene al nucleo, purch ́e natu- ralmente questo non sia vuoto, nel gioco
dei due venditori ed un compratore il nucleolo assegna tutto al compratore.
Passiamo al terzo concetto di soluzione che qui consideriamo: si chiama indice
di Shapley. La sua formula `e un po’ complicata, ad una prima lettura, ma non
bisogna spaventarsi. Se poi non si capiscono i dettagli, come ha scritto Nash
nella sua celebre tesi, questo non impedisce a chi vuole di capire lo stesso le
idee. Dunque, intanto va osservato che questa soluzione, come il nucleolo, ha
l’interessante propriet`a di assegnare un’unica distribuzione di utilit`a ad
ogni giocatore. La indichiamo con S, in onore di Shapley. Risulta cos`ı
definita, per un qualunque gioco v22: Si(v) = (a − 1)!(n − a)![v(A) − v(A \ {i})]. i∈A⊂N
n! L’indice di Shapley associa al giocatore i i contributi marginali23 che esso
porta ad ogni coalizione, pesati secondo un certo coefficiente (per la
coalizione A \ {i} esso `e (a−1)!(n−a)! ). Tale coefficiente ha
un’interpretazione probabilistica inte- n! ressante: supponendo che
i giocatori decidano di trovarsi per giocare, in un certo luogo e ad una data
ora, il coefficiente (a−1)!(n−a)! rappresenta la probabilit`a n! 24 che i
al suo arrivo trovi gli altri giocatori della coalizione A, e solo loro . Nel
gioco di maggioranza semplice fra tre giocatori, l’indice di Shapley propone (31,13,13),
come il nucleolo. Nel gioco dei guanti, invece la soluzione `e (1,7,7,7).
Vettore che presenta caratteristiche interessanti: tiene conto del 4 12 12 12
fatto che c’`e un eccesso di offerta di guanti sinistri, il che rende un po’
piu` debole degli altri il giocatore uno; il secondo ne risente relativamente,
perch ́e sfrutta il fatto di poter soddisfare da solo la domanda dei giocatori
col guanto destro. Questo mostra che il valore tiene conto di altri aspetti,
ignorati dal nucleo. L’indice di Shapley ha applicazioni importanti anche nei
giochi semplici. Come esempio, si pu`o pensare all’analisi della composizione
di un Parlamento, potrebbe essere il Parlamento Europeo, o il Congresso negli
Stati Uniti. Il problema fondamentale in questi casi `e come ripartire i seggi
fra i vari stati. Tutti i metodi di ripartizione dei seggi hanno dei difetti:
esiste persino un celebre risultato che lo afferma: si tratta del teorema di
Arrow. Data una coalizione A, indicheremo con a la sua cardinalit`a, cio`e il
numero dei giocatori che formano la coalizione A. 23Il contributo marginale che
il giocatore i porta alla coalizione C `e la quantit`a v(C ∪
{i}) − v(C). Chiaramente pu`o essere interpretato come l’apporto che il
giocatore porta alla coalizione. 24Assumendo equiprobabile l’ordine d’arrivo
dei giocatori. per l’Economia), forse il piu` celebre di tutte le Scienze
Sociali. Il valore Shapley `e quindi uno dei modi possibili per valutare il
potere dei giocatori in un gioco. Per concludere, ecco la risposta che d`a
l’indice di Shapley al problema di come suddividere le spese per la costruzione
della pista dell’aeroporto (Esempi 4 e 12): il primo paga 13c1, il secondo 12c2
− 16c1, il terzo c3 − 16c1 − 12c2. Detto cos`ı non sembra molto significativo
ma, per prima cosa `e utile osservare che la somma dei tre pagamenti fa proprio
c3, il che mostra su un esempio quel che `e vero sempre, e cio`e che l’indice
`e efficiente; poi, e questo `e molto interessante, il risultato, ha la
seguente interpretazione molto naturale: il primo, che da solo spenderebbe c1,
divide questa spesa equamente con gli altri due, che usufrui- scono dello
stesso servizio. Il secondo chilometro porta un costo aggiuntivo di c2 − c1:
questa spesa viene equamente divisa tra gli altri due che utilizzano la pista.
Il resto che manca (c3 − c2) infine `e pagato dall’unico utente che ha bisogno
del terzo chilometro. Concludo questo paragrafo riprendendo un concetto gi`a
espresso: il fatto che esistano tante soluzioni per i giochi cooperativi non
deve essere considerato sintomo di confusione. La variet`a di situazioni che
vengono descritti come gioco cooperativo impone, in un certo senso, che si
considerino diverse soluzioni possibili. Sta a chi utilizza questi modelli
scegliere la soluzione piu` adatta. E nessuna soluzione `e adatta ad ogni
gioco: per esempio l’indice di Shapley per il gioco del venditore e dei due
compratori `e ( 650, 50, 200 ), cui sembra difficile dare un 333 significato
sensato. Per questo le varie soluzioni vengono caratterizzate da pro- priet`a
che servono a descriverle: abbiamo ad esempio ricordato che l’indice di Shapley
ed il nucleolo godono di propriet`a di simmetria, il che significa che non
privilegiano alcuni giocatori rispetto ad altri. Nome compiuto: Stefano
Catucci. Catucci. Keywords: la via conversazionale, l’originarieta della
conversazione; estetica della conversazione, filosofia dell’eccedenza
sensibilie, rispecchiamento, parlare obliquo, Lukacks, filosofia povera,
filosofia ricca, Husserl, Husserl-Archief, Leuven, Belgio, “la cosa stessa”,
“la linea del crimine”, potere, la luna, musica, estetica della musica,
estetica dell’archittetura, critica fenomenologia, Foucault. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Catucci” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Commenti
Posta un commento