LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" --A-Z B BA
Luigi Speranza -- Grice e Badaloni: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della colloquenza – la
scuola di Livorno – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice (Livorno). Filosofo toscano. Filosofo
italiano. Livorno, Toscana. Grice: “I like Badaloni; he never took the ROMAN
story of philosophy – I say story since history, as every Italian knows, is too
pretentious! – seriously until he had to teach it! “Storia del pensiero
filosofico – l’antichita’ is my favourite – because he does his best to understand
Plato’s pragmatics of dialogue as misunderstood by Cicero!” -- Nicola Badaloni, Sindaco di Livorno Predecessore
Diaz Successore Raugi Nicola B. (detto Marco). Di spiccate
convinzioni marxiste, è stato uno studioso di Bruno, Campanella, Vico, Marx, e
Gramsci. All'attività di ricerca e di
docenza a Pisa, dove è stato Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia
e occupa e la cattedra di filosofia, B.
ha affiancato un'imponente attività politica nelle file del movimento operaio,
ricoprendo per molti anni la carica di sindaco di Livorno, di presidente
dell'Istituto Gramsci, nonché di membro del Comitato centrale del PCI. I suoi
contributi storiografici, salutati fin dall'esordio dall'apprezzamento di
Benedetto Croce hanno messo in luce autori considerati minori e pensatori
inattuali (Franco, Fracastoro, Porta, Cherbury, Conti) rinnovando radicalmente,
attraverso una collocazione nel contesto storico, grandi figure viste dalla
storiografia idealistica precedente come immerse in una «solitudine
metastorica». Storicismo e filosofia
Nella presentazione dell'ultima pubblicazione di B., Bodei ha sostenuto che il
marxismo, lontano da ogni vulgata, conserva, per lo storico della filosofia
toscano, la sua capacità di strumento di comprensione del mondo, di erogatore
di energie di cambiamento, di guida per lo sviluppo di una prassi razionale,
ancora validi dopo le esperienze del cosiddetto "socialismo
realizzato". B. ha incessantemente ricercato un legame, nella storia, tra
pensiero e azione sociale e sviluppato uno storicismo di impronta marxista che
raccordasse autori lontani nel tempo (come Bruno, Vico, e Labriola), ma
accomunati dalla tensione al rinnovamento e alla trasformazione progressiva
degli assetti sociali in una data situazione storica determinata. Così come c'è
alterità profonda, ma non rottura senza legame, tra Hegel e Marx e similmente
tra Croce e Gramsci. Altre saggi: “Retorica
e storicità in Vico” -- “Inquietudini e fermenti di libertà nel Rinascimento
italiano” (ETS, Pisa); “Appunti intorno alla fama del Bruno”; “Introduzione a
Giambattista Vico, Feltrinelli); “Marxismo come storicismo, Feltrinelli); “Tommaso
Campanella” (Feltrinelli, 'Istituto Poligrafico dello Stato); “Conti. Un abate
libero pensatore tra Newton e Voltaire” (Feltrinelli); “Il marxismo italiano
degli anni Sessanta” (Editori Riuniti); “Labriola politico e filosofo, sta in
Critica marxista, Roma); “Per il comunismo. Questioni di teoria, Einaudi); “Fermenti
di vita intellettuale a Napoli, Storia di Napoli, Società Editrice Storia di
Napoli); “Cultura e vita civile tra Riforma e Controriforma” (Laterza); “La
storia della cultura, sta in Storia d'Italia, III -(Dal primo Settecento
all'Unità), Einaudi); “Il marxismo di Gramsci. Dal mito alla ricomposizione
politica, Einaudi); “Libertà individuale e uomo collettivo in Gramsci, in
Politica e storia in Gramsci, F. Ferri,
1, Roma, Editori Riuniti-Istituto Gramsci); “Labriola, Croce e Gentile”
(Laterza); “Dialettica del capitale, Editori Riuniti); “Gramsci: la filosofia
della prassi, sta in Antonio Gramsci. La filosofia della prassi come
previsione, in Hobsbawm, E. H., Storia del marxismo” (Torino, Einaudi); “Teoria
della società e dell'economia in Labriola, I e II, in Dimensioni”; Forme della
politica e teorie del cambiamento. Scritti e polemiche” (ETS); Movimento
operaio e lotta politica a Livorno”; “Democratici e socialisti in Livorno”
(Nuova Fortezza); “Filosofia della praxis, sta in Gramsci. Le sue idee nel nostro tempo,
Editrice l'Unità); “Labriola nella cultura europea dell'Ottocento, Lacaita); “Il
problema dell'immanenza nella filosofia politica di Gramsci, Quaderni della Fondazione Istituto
Gramsci Veneto, Venezia, Arsenale); “ Bruno. Tra cosmologia ed etica, De
Donato); “Laici credenti all'alba del moderno. La linea Herbert-Vico, Le
Monnier-Mondadori); “Inquietudini e fermenti di libertà nel Rinascimento italiano,
Edizioni ETS, Pisa, B. è inoltre coautore di due importanti manuali: Storia della pedagogia, (Laterza); “Il
pensiero filosofico. Storia. Testi. Per le Scuole superiori” (Signorelli
Editore). Notizia della morte sul settimanale Macchianera, su macchianera. Giuliano Campioni, Addio a B., maestro di
filosofia, Athenet, Sistema bibliotecario di ateneo, Pisa. La lezione di Nicola
Badaloni di Giuliano Campioni, professore del Dipartimento di Filosofia
dell'Pisa, 20 gennaio,, in Pisanotizie. B. in Treccani Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Predecessore Sindaco di
LivornoSuccessore Livorno Stemma.svg Diaz Raugi Filosofia Politica Politica Categorie: Politici italiani
Politici italiani Filosofi italiani Filosofi. Nome compiuto: Nicola Badaloni. Badaloni
Keywords: colloquenza, la retorica di Vico. La storia di Vico, storia e
storicita, campanella, lingua utopica. Bruno, Campanella, Gentile, Croce,
Labriola, Gramsci. badaloni — implicatura vichiana — libero — biologia
filosofica telesio — vallisneri — lingua
utopica di campanella — “retorica e storicità” — laico — bruno — comune —
comunismo — marchetti — vignoli —Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, “Grice e Badaloni,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Baglietto: la ragione conversazionle e l’implicatura conversazionale della dialettica
– filosofia ligure – la scuola di Varazze -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice (Varazze). Filosofo
ligure. Filosofo italiano. Varazze, Liguria. Grice: “I like Baglietto; unlike
me, he was a consceinious objector, but then we were fighting on different
camps! I love the fact that his first tract is on ‘il problema del linguaggio’
in Mazzoni – but then he turned from ‘la bella lingua’ to Dutch! And
specialized in Kant, but most notably Heidegger – ‘mitsein und sprache.’ But he
also wrote on ‘eros’ and ‘love,’ – which is very Platonic of him! And of me,
since the ground for my theory of conversation is on the balance between what I
call a principle of conversational self-LOVE (or egoism, if you mustn’t) and a
corresponding principle of conversational OTHER-love (or altruism, if you must,
since I prefer tu-ism – ‘thou-ism’).” Claudio Baglietto (Varazze), filosofo. Di origini modeste, dopo gli studi liceali
presso il Liceo "Chiabrera"di Savona, studiò Filosofia all'Pisa e si
perfezionò presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, allora diretta da
Giovanni Gentile. Baglietto fu assistente del filosofo Armando Carlini. Negli
anni pisani sviluppò idee di riforma religiosa e morale, in contrapposizione al
Cattolicesimo e al Fascismo. Insieme a Capitini, B. organizzava riunioni serali
in una camera della Normale, cui partecipavano giovani studenti, divenuti in
seguito affermati intellettuali, come Binni, Dessì, Ragghianti, Varese. Così Capitini ricordava l'amico nel suo
saggio Antifascismo tra i giovani (Trapani): "era una mente limpida e
forte, un carattere disciplinato, uno studioso di prima qualità, una coscienza
sobria, pronta ad impegnarsi, con una forza razionale rara, con
un'evidentissima sanità spirituale. Cominciai a scambiare con lui idee di
riforma religiosa, egli era già staccato dal cattolicesimo, né era fascista. Su
due punti convenivamo facilmente perché ci eravamo diretti ad essi già in un
lavoro personale da anni: un teismo razionale di tipo spiccatamente etico e
kantiano; il metodo Gandhiano della noncollaborazione col male. Si aggiungeva,
strettamente conseguente, la posizione di antifascismo, che B. venne
concretando meglio. Non tenemmo per noi queste idee, le scrivemmo facendo
circolare i dattiloscritti, cominciando quell'uso di diffondere pagine
dattilografate con idee di etica di politica, che continuò per tutto il periodo
clandestino, spesso unendo elenchi di libri da leggere, che fossero accessibili
e implicitamente antifascisti. Invitammo gli amici più vicini a conversazioni
periodiche in una camera della stessa Normale [...]". Ottenuta una borsa per perfezionarsi presso
l'Friburgo in Germania, dove allora insegnava Heidegger, in coerenza con i suoi
ideali di nonviolenza incompatibili col Fascismo, B. decide di non rientrare
più in Italia e rinunciò alla borsa, cosa che scandalizza Gentile (che aveva
garantito per lui presso le autorità per il visto). Anche Cantimori criticò
animatamente la scelta di B., in particolare nel suo carteggio con Capitini e
con Varese, accusando i colleghi normalisti dissidenti dal Fascismo di mancanza
di senso di realismo politico, nonché di senso dello Stato (fu poi lo stesso
Cantimori ad avvisare Gentile della morte di B.). Lasciata Friburgo, B. si trasfere quindi a
Basilea, dove visse da esule, proseguendo gli studi e dando lezioni private. Sepolto
nel cimitero di Basilea. Il cammino della filosofia, “Annali della Scuola
Normale di Pisa”, Scritti religiosi. Antifascismo tra i giovani, Celebres,
Trapani); "Kant e l'antifascismo", in Fontanari e Pievatolo,
Bollettino italiano di filosofia politica, Pisa, Ospitato su
archiviomarini.sp.unipi. (Saggio inedito di Baglietto, composto a Basilea e da
anni depositato nell'Archivio Marini dell'Pisa) Note. A. Capitini,
L'antifascismo tra i giovani, Celebres, Trapani); Chiantera Stutte, Cantimori.
Un intellettuale del Novecento, Carocci, Roma, che rinvia soprattutto a Simoncelli,
La Normale di Pisa. Tensioni e consenso; Angeli, Milano); Capitini. Capitini
Mahatma Gandhi Nonviolenza B. e la
questione morale -- "Phenomology
Lab", B., Kant e l'antifascismo di Fontanari, nel "Archivio
Marini". Filosofia Università
Università Filosofo Professore Varazze Basilea Nonviolenza Antifascisti
italiani Studenti dell'Pisa. Nome compiuto: Claudio Baglietto. Baglietto. Keywords.
dialettica, filosofia ligure, baglietto
— il kantismo di heidegger — manzoni — filosofia dell’amore — dialettica — Refs.: Luigi Speranza,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Baglietto,” The Swimming-Pool
Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Balbillo: il filosofo
personale di Nerone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma).
Filosofo italiano. A man of learning, he is much admired by Seneca. He is the
personal philosopher of NERONE and writes a long book on astrology. Nome compiuto: Tiberio
Claudio Balbillo. Balbillo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Balbillo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Balbo: il tutore di
filosofia -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Scolaro di SCEVOLA (si veda) pontefice, e soprattutto un giurista. I
shall say but little of some other Balbus's, mentioned by ancient Authors. Disciple
SCEVOLA, and preceptor of Servio Sulpizio, an excellent philosopher of law.
CICERONE says that Sulpizio did exceed his master, who, by the addition of a
mature judgment to his learning, was something slow, whereas his disciple is quick
and expeditious. B.’s essays are lost, to which perhaps his disciple Sulpizio
did not a little contribute by inserting most of them in his own. Nome compiuto: Lucio
Lucilio Balbo. Balbo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Balbo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Sperana -- Grice e Balbo: gl’ortelani – Roma
antica – filosofa italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Portico. Consul. Friend of CICERONE, who successfully defended him in
a legal action. Comments made by Cicero suggest he was a member of L’ORTO. Nome compiuto: Lucio
Cornelio Balbo. Balbo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Balbo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Balbo: il portico a Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo italiano. Chiamato ‘dal
portico’ da CICERONE che nel De natura Deorum gli assegna l’esposizione delle
dottrine teologiche stoiche. Ivi B.
dichiara di avere familiarità con Posidonio.Antioco dedica a B. un saggio. Secondo CICERONE, B. e pari ai più insigni
stoici. A Stoic philosopher and a pupil of Panezio. B. appears to CICERONE
as comparable to the best philosophers. He is introduced by CICERONE in his
dialogue De natura deorum as the expositor of the opinions of the Portch on
that subject. B.’s arguments are represented as of considerable weight. His
name appears in the extant fragments of CICERONE’s Ortensio, but it is no
longer thought that B. is a speaker in the dialogue. Cicero, De Divinatione. Griffin,
"Composition of the Academica, in Inwood and Mansfield, Assent and
Argument: Studies in Cicero's Academic Books. Brill. Smith, Dictionary of Roman
Biography. Categories: Philosophers of Roman Italy Roman-era Stoic philosophers
Lucilii Ancient Roman people GRICE E BALBO We must not, as Glandorpius has
done, confound this Balbus with *Quintus* Lucilius BALBUS, the philosopher, and
one of Cicero's interlocutors in the books de Natura Deor. A member of the
Portch. Cicero uses him as a spokesmn for the Porch in De natura deorum. Nome compiuto: Lucio
Lucilio Balbo. Quinto Lucilio Balbo. Balbo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Balbo,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza-- Grice
e Baldini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del
linguaggio – la scuola di Greve – filosofia fiorentina – la scuola di Firenze –
filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Greve). Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo
Italiano. Greve, Firenze, Toscana. Grice: “I like Baldini, but more so does
Austin! In his collection
of ‘lessons’ (lezioni) on ‘filosofia del linguaggio’ (not just ‘sematnica’ or
‘semiotica’) for the distinguished Firenze-based publisher Nardini, he deals
with Austin, but not me!” Grice: “Baldini fails to realise that I refuted
Austdin – when Baldini opposes ‘filosofese,’ I am reminded of my
non-conventional non-conversational implicata – and Austin’s less happy idea of
a felicity condition for a perlocutionary effect!” Grice: “But what I like
about Baldini is that being Italian, he refers to ‘amore’ in his ‘natural’
history of AMicizia – which is all that my conversational pragmatics is about:
Achilles and Ayax must share a lot of common ground to be able to play the game
of conversation, and they do!” Si dedica alla filosofia del linguaggio. Figlio dello
storico Carlo B., laureato a Firenze, insegna a Firenze, Siena, Perugia, Bari, e
Roma. Diversi sono gli’ambiti di ricerca che più di altri B. coltiva: la
filosofia della scienza (con una particolare attenzione al pensiero
dell'epistemologo Popper, di cui ha
curato anche alcune opere), la filosofia del linguaggio, e la semiotica delle
mode filosofiche. Dedicato saggi all'epistemologia, cogliendone le possibili
applicazioni alla medicina, alla storia della scienza, alla pedagogia e,
infine, alla filosofia politica. Parallelamente, ha rivolto i suoi interessi
anche alla storia della scienza e, in particolare, alla storia della medicina.
Un'attenzione particolare è stata dedicata ai nessi che intercorrono tra
l'epistemologia e la filosofia della politica: sulla scorta delle riflessioni
popperiane, ha riletto il pensiero utopico sia nella sua dimensione storica che
in quella teorica. L'altro grande interesse filosofico di B. è stata la
filosofia del linguaggio. In particolare ha studiato le tesi dei semanticisti
generali, un movimento nato negli Stati Uniti tra le due guerre mondiali e di
cui si era occupato per primo in Italia negli anni Cinquanta Francesco Barone.
L'interesse per la filosofia del linguaggio si è declinato anche in chiave
storica: e alla storia della comunicazione Massimo Baldini ha dedicato numerose
opere. Inoltre, gli studi sulla filosofia del linguaggio si sono incentrati
sull'analisi di alcuni linguaggi specialistici: quello della pubblicità, quello
dei mistici, quello della pubblica amministrazione, quello dei giornalisti,
nonché il tema correlato del silenzio. Tutti questi linguaggi, sono stati
studiati nelle prospettive dell'oscurità e della chiarezza, e dell'oggettività
(soprattutto con riferimento al contesto dell'informazione). La
biblioteca comunale "B." di Greve in Chianti A partire dalla fine
degli anni Novanta, infine, gli interessi di B. si sono incentrati sul tema
della moda, che egli ha studiato dal punto di vista storico e semiotico, e
nelle diverse componenti della moda vestimentaria e della moda capelli. Tutta
l'attività di ricerca di B. è confluita in numerose opere individuali e
collettive, curatele, introduzioni e prefazioni a testi italiani e stranieri,
traduzioni, nonché nella collaborazione stabile con alcune case editrici e
riviste scientifiche. In particolare, presso l'editore Armando (Roma) ha
diretto le collane Temi del nostro tempo, I maestri del liberalismo, Moda e
mode, I linguaggi della comunicazione; presso l'editore Rubbettino (Soveria
Mannelli) la collana Biblioteca austriaca (con Antiseri, Infantino e
Ricossa). Menzione a parte merita poi il ricordare che B. è stato ed è
rimasto nel corso dei decenni un grande estimatore e diffusore dell'opera del
concittadino grevigiano Giuliotti, il "poeta-mistico" o
"profeta" Giuliotti, del quale il nostro ha riedito alcune delle sue
maggiori opere per lo più per conto delle edizioni Logos di Roma, oltre a
dedicare al medesimo alcune raccolte di saggi come "Il più santo dei
ribelli. Scritti su Domenico Giuliotti" oppure "Giuliotti. Cristiano
controcorrente" (ed. EMP), senza contare i volumetti preparati per conto
della preziosa casa editrice La Locusta di Vicenza, in consonanza agli
interessi espressisi e sviluppatisi soprattutto a partire dagli anni ottanta,
quelli che afferivano ai connotati e alle 'modalità' del linguaggio dei
mistici, o alle relazioni intercorrenti fra le dimensioni del
silenzio-parola-Parola di Dio-ascolto. È stato altresì membro del
Comitato Nazionale per la Bioetica; membro del comitato scientifico delle
riviste L'Arco di Giano, 'Nuova civiltà delle macchine, Desk. Morì a
causa di un infarto mentre si trovava a cena con alcuni colleghi universitari.
Nel per la casa editrice Rubbettino è
uscito il libro La responsabilità del filosofo. Studi in onore di B. Antiseri
con saggi di amici, colleghi, collaboratori e studenti per ricordare la figura
intellettuale e morale di Massimo Baldini a quattro anni dalla scomparsa.
Partecipano all'antologia Mauro e Kerckhove. Il primo maggio è stata inaugurata a Greve in Chianti la
Biblioteca B. Sulla filosofia del linguaggio «È chiaro che devo
preoccuparmi di essere inteso da tutti perché penso che la chiarezza sia la
cortesia del filosofo» (Gasset, Cos'è la filosofia?) Secondo Baldini
scopo del filosofo e della sua filosofia è essere chiari: scrisse infatti
«l'accusa che più frequentemente viene rivolta alle opere dei filosofi è quella
dell'illegibilità». I filosofi come dimostra nel suo Contro il filosofese e nel
Elogio dell'oscurità e della chiarezza non seguono sempre questa missione ed in
alcuni casi sembra usino volutamente un linguaggio oscuro ed incomprensibile.
Tre dei filosofi più oscuri secondo Baldini, che ricalca in questo anche il
giudizio di Schopenhauer, sono stati Fichte, Hegel e Schelling. Parlando di
Hegel, Baldini riporta il giudizio di uno scritto di Koyré che definisce la
lingua di Hegel "incomprensibile e intraducibile". Citando
inoltre il giudizio di Popper scrive: «Troppo spesso, secondo Popper, i
filosofi vengono meno alla virtù della chiarezza. Con l'oscurità sovente
mascherano le tautologie e le banalità che infiorettano i loro discorsi». Bergson cita l'esempio di Cartesio, di Malebranche
e di molti altri filosofi francesi mostrando che idee molto raffinate e
profonde possono essere espresse nel linguaggio ordinario anziché con
circonlocuzioni e ridondanze e termini che sono causa di equivoci. B. afferma
che l'oscurità in filosofia è, dunque, il modo migliore per fingere di
spacciare pensieri, mentre si sta solo spacciando parole, è una maschera che
cela spesso il vuoto di pensiero o la banalità dei pensieri. Nonostante tutto
secondo B., non bisogna giudicare frettolosamente un filosofo, definendolo
oscuro, a volte può essere una carenza della nostra conoscenza che ci porta a
respingere come vuoto suono, parole che invece, hanno il loro preciso
significato. Filosofare in maniera chiara può avere le sue difficoltà,
Nietzsche infatti afferma che ci vuole meno tempo ad imparare a scrivere
nobilmente che chiaramente e
Wittgenstein che celebra a più riprese la chiarezza, fa autocritica
ammettendo in una sua lettera a Russell che il suo Tractatus
logico-philosophicus è tremendamente oscuro. Quanti celebrano la chiarezza in
filosofia, sanno bene che ogni lettore di testi filosofici deve fare proprio il
consiglio che Wittgenstein da a Russell, quando questi si lamenta con lui
dell'oscurità del trattato, gli scrive. Non credere che tutto ciò in cui tu sei
capace di capire consista di stupidaggini. Invece, un personaggio che
volutamente, secondo B., tende a non farsi capire e a sopraffare
linguisticamente fra gli applausi di ammirazione i suoi ascoltatori, è
Verdiglione. Chi si avventura nelle sue opere, fa rilevare il filosofo,
si imbatteva in frasi tipo questa. Sono tratto da un demone a dire, a fare, a
scrivere sempre fra oriente e occidente e fra nord e sud. Senza luogo della
parola. Questo demone è il colore del punto, dello specchio, dello sguardo,
della voce: la moneta stessa. Punto, sembiante, oggetto scientifico, è indotto
dalla pulsione, dall'instaurazione della domanda, dove l'offerta è il
pleonasmo», ed ancora: «Ecco questo primo rinascimento. Primo in quanto procede
dal secondo, ovvero dall'originario. Secondo dunque non in senso ordinale, non
in nome del nome. Non è neppure nuovo, perché non parte dalla corruzione per
arrivare all'utopia». "Oscuro superlinguaggio" e "gargarismi
linguistici e semantici" sono secondo B. il risultato della verdiglionite
ovvero di chi si muove sui sentieri del filosofese. Secondo B. quindi la
difficoltà di esprimere alcuni profondi pensieri filosofici non dovrebbe essere
amplificata, è vero che ci sono pensieri filosofici difficili da esprimere in
modo semplice, ma è pur vero che il filosofo che desidera trasmettere la
propria filosofia, dove fare un onesto sforzo affinché essa sia quanto più
possibile comprensibile al proprio uditorio. Sociologi: è morto B.,
semiologo e filosofo, Adnkronos, Contro il filosofese I filosofi e l'abuso
delle parole; Contro il filosofeseFichte, Schelling, ed Hegel: i professionisti
dell'oscurità; Koyré, Note sulla lingua e la terminologia hegeliana,
Interpretazioni hegeliane, La Nuova Italia, Firenze; Russel. L'autobiografia
Longanesi, Milano Verdiglione, Manifesto del secondo rinascimento, Rizzoli,
Milano. Altre saggi: “Epistemologia e storia della scienza” (Città di vita,
Firenze); “Campanella ed il linguaggio dell’utopia” – “Utopia e ideologia: una
rilettura epistemologica” Ed. Studium, Roma); “Epistemologia contemporanea e
clinica medica” (Città di vita, Firenze); “Teoria e storia della scienza” (Armando,
Roma); “I fondamenti epistemologici dell'educazione scientifica” (Armando,
Roma); “La semantica generale” (Città nuova, Roma); “Gli scienziati ipocriti
sinceri: metodologia e storia della scienza” (Armando, Roma); “La tirannia e il
potere delle parole: saggi sulla semantica generale” (Armando, Roma); “Congetture
sull'epistemologia e sulla storia della scienza” (Armando, Roma); “Epistemologia
e pedagogia dell'errore” (Scuola, Brescia); “Il linguaggio dei mistici” (Queriniana,
Brescia); “Il linguaggio della pubblicità” “La fantaparola” (Armando, Roma); “Educare
all'ascolto, Scuola, Brescia); “Parlar chiaro, parlar oscuro” (Ed. Laterza,
Roma Bari); “Lezioni di filosofia del linguaggio” (Nardini, Firenze); “Antologia
filosofica, Scuola, Brescia); “Contro il filosofese” (Laterza, Roma); “Storia
della comunicazione, Newton et Compton, Roma); “La storia delle utopie, Armando
Editore, Roma); “Il proverbi italiano” (Newton et Compton., Milano); “Karl
Popper e Sherlock Holmes: l'epistemologo, il detective, il medico, lo storico e
lo scienziato” (Armando, Roma); “La medicina: gli uomini e le teorie, CLUEB,
Bologna); “Il liberalismo, Dio e il mercato” (Armando, Roma); “L’amicizia”
(Armando, Roma); “Introduzione a Karl R. Popper, Armando Editore, Roma); “Capelli:
moda, seduzione, simbologia” Peliti, Roma); “Popper e Benetton: epistemologia
per gli imprenditori e gli economisti” (Armando, Roma); “Elogio dell'oscurità e
della chiarezza, LUISS University Press e Armando Editore, Roma); “Elogio del
silenzio e della parola: i filosofi, i mistici, i poeti, Rubettino, Soveria
Mannelli); “I filosofi, le bionde e le rosse, Armando Editore, Roma); “L'invenzione
della moda: le teorie, gli stilisti, la storia. Armando Editore, Roma); “L'arte
della coiffure: i parrucchieri, la moda e i pittori, Armando Editore, Roma); Popper,
Ottone, Scalfari, LUISS University Press, Roma. Citazionio su B. Scheda
dell'Università LUISS, su docenti. luiss. Filosofia Filosofo Filosofi italiani
Accademici italiani Accademici italiani Professore Greve in Chianti Roma Professori
della Libera università internazionale degli studi sociali Carli Professori
della Sapienza Roma Perugia Siena Bari Firenze. Intendo concentrarmi qui su
alcuni aspetti della teoria aristotelica dell’amicizia: il metodo di indagine
attraverso cui è articolata e acquisita, e il suo significato dialettico e
teorico. Il processo conoscitivo per Aristotele è una transizione da ciò
che è primo per noi a ciò che è primo per sé, e l’indagine sull’amicizia non fa
eccezione. Il primo per noi contempla la nostra esperienza della cosa intesa in
senso ampio, tale da includere: le prassi linguistiche e ascrittive diffuse, le
opinioni notevoli (ἔνδοξα) condivise da tutti o dai più o dai sapienti o da
alcuni di essi, i topoi o luoghi comuni consegnati dalla tradizione, i fenomeni
intesi come fatti della vita, ovverosia le ordinarie prassi umane, i
comportamenti concreti implicati nelle relazioni di amicizia. Si tratta di un
materiale eterogeneo, variegato, opaco, bisognoso di sintesi e di articolazione
concettuale. Il suo trattamento dialettico preliminare e orientato anzitutto a
evidenziare le contraddizioni che tale materiale ospita, per poi cercare di
superarle entro una sintesi superiore la quale, attraverso una teorizzazione
positiva ˗ materiata di distinzioni semantiche e concettuali, argomenti, definizioni
˗ ne salvi gli elementi genuini nella misura del possibile, mostri l’apparenza
delle contraddizioni, e produca così una sorta d’equilibrio riflettuto fra il
primo per noi, da cui pure si sono prese le mosse, e il primo per sé, punto
d’arrivo dell’indagine. Una buona teoria dovrà fare giustizia dei caratteri
manifesti dell’oggetto, renderli cioè intellegibili e inferibili. Una teoria
che nega questi caratteri, e ipso facto una teoria deficitaria,
insoddisfacente: non ci riconcilierebbe coi φαινόμενα, che pure sono il suo
originario explanandum. Questa cifra metodologica va tenuta presente, se
si vuole apprezzare in modo non superficiale la trattazione aristotelica
dell’amicizia nelle Etiche. Perciò è opportuno partire non da Aristotele, bensì
dall’orizzonte teorico-culturale cui egli si rapporta dialetticamente, nonché
dai suoi obbiettivi polemici. Il significato ordinario di «φιλία» ha
un’estensione ben più ampia della nostra nozione di «amicizia»: oltre all’amicizia
propriamente intesa, può denotare anche l’alleanza politica, la vasta gamma dei
rapporti sociali, dalle relazioni parentali e matrimoniali a quelle
commerciali, quelle cameratistiche, quelle amorose ed erotiche; insomma,
qualunque interazione umana positiva e non ostile, fra individui o fra gruppi –
ma anche fra uomini e dei– è denotabile come φιλία. Nella caratterizzazione
preliminare che ne offre, Aristotele attinge ai grandi modelli omerico ed
esiodeo, così come ai Sette Savi, ai tragici, nonché al sapere filosofico dei
predecessori (Empedocle, Eraclito, etc.); ma il punto di riferimento dialettico
che, sottotraccia, orienta l’intera trattazione, è il Liside platonico, la
prima indagine filosofica sistematica dedicata alla φιλία[8], nelle cui note
aporie sono peraltro condensate e portate a tematizzazione le contraddizioni
insite nelle istanze della tradizione pre-filosofica globalmente intesa. Il
Liside dunque, fra gli ἔνδοξα e i λεγόμενα, riveste un ruolo
dialettico-polemico primario, anche se non se ne fa alcun riferimento
esplicito. È impossibile in questa sede tentarne anche solo una cursoria
sintesi, ma è necessario individuare perlomeno quelle aporie di fondo intorno
alla φιλία che Aristotele riprende in maniera puntuale. Una importante
aporia radicata nella dicotomia attivo/passivo, è articolata intorno alla
questione: chi dei due, in una relazione amicale, è l’amico? Chi ama o chi è
amato? Si sonda tutto lo spazio logico delle possibilità, producendo esiti
paradossali (di qui, appunto, lo status di aporia): se è chi ama, ad essere
amico di chi è amato, allora nel caso che chi è amato odiasse chi lo ama, uno
sarebbe amico di chi lo odia! se è chi è amato, ad essere amico, sarà anche il
caso che chi è odiato è nemico, dunque se qualcuno ama qualcuno che lo odia,
allora sarà nemico di un suo amico! se sono amici o chi ama o chi è amato,
indifferentemente, resta fermo che uno potrebbe essere amico di chi lo odia se
sono amici necessariamente entrambi, allora non potremmo essere “amici” di entità
che non ci amano, come la scienza, o il vino, o i cavalli. L’aporia presuppone
l’ampia estensione semantica di φιλία e di φίλος, che da un lato può avere
significato passivo (esser caro a qualcuno), attivo (essere amico o reciproco,
dall’altro come prefisso (φίλο-) può comporre termini denotanti amore, passione
o apprezzamento per entità impersonali, che non reciprocano. Ma l’aporia è
filosofica, non meramente linguistica. Una seconda aporia muove dalla
questione se l’amicizia si dia fra simili o fra dissimili. Se si dà fra simili,
allora anche i malvagi sarebbero amici, ma fra malvagi non si dà vera amicizia
(assunzione qui data per vera); se si dà non fra simili simpliciter ma fra
simili nell’esser buoni, sorge il problema di come il buono – il quale basta a
se stesso – possa trarre utilità da un altro buono, e viceversa, quando si era
precedentemente stabilito che nessun amico è inutile all’amico se si dà fra
dissimili contrari, come povero/ricco, sapiente/ignorante etc., allora,
daccapo, l’amico sarà amico del nemico, il malvagio del buono etc.:
amico/nemico e malvagio/buono sono contrari; 4) forse si dà fra certi dissimili
non contrari: chi è intermedio fra buono e cattivo può amare il buono in virtù
della presenza in sé di un “male”, cioè della privazione di bene di cui è
conscio e che lo rende intermedio; così l’amicizia diventa un caso particolare
del desiderio, volto strutturalmente a ciò di cui si è privi. Ma anche qui si
ricadrebbe nel caso 1 della Prima aporia: pare che l’amare unidirezionale e non
ricambiato non sia sufficiente all’amicizia, inoltre il buono sarebbe amato
senza amare a sua volta (infatti l’altro gli è inutile giacché egli ha già il
bene presso di sé). A questo punto viene introdotta l’idea che, se noi
cerchiamo nell’amico il bene ma nessun amico può avere il bene pienamente
presso di sé, allora ciò che cerchiamo negli amici è il «Primo Amico», qualcosa
che trascende sia noi che gli amici stessi, di cui questi ultimi sono apparenze
(εἰδώλα). Le relazioni amicali sono da ultimo orientate verso qualcosa che
trascende entrambi i relati, secondo una dinamica “ascensionale” segnatamente
platonica: ma così l’amico in carne e ossa parrebbe ridotto a mero luogo di
transito di una tensione desiderante che ascende in direzione di un assoluto ideale.
Riesaminando poi la relazione “orizzontale”, si introduce la nozione di
«affine» (οἰκεῖος): forse la φιλία è rapporto col simile in quanto affine, o
familiare; ma l’affinità pare essere reciproca (se A è affine a B, B è affine
ad A), dunque il buono risulta inservibile a chi è già affine al buono;
inoltre, sono affini anche i malvagi. Anche se la trattazione appare un
poco schematica e talora verbalistica, essa tocca problemi speculativi genuini.
Come ci si aspetta da un dialogo “socratico” di Platone, le aporie non trovano
uno scioglimento, se non la paradossale acquisizione che né amanti né amati, né
simili né dissimili né contrari, né affini, né buoni, possono essere amici!
Teniamo dunque a mente questi nodi problematici. L’amicizia è studiata nell’Etiche
Eudemia e Nicomachea. Mentre la trattazione dell’Etica Eudemia risulta più
logica e astratta, quella dell’Etica Nicomachea è più orientata a salvare i
fenomeni, è più empirica e inclusiva: per cogliere i nuclei teorici di fondo, è
sensato muovere dalla prima, e valutare criticamente quando e perché la seconda
propone integrazioni o discostamenti teorici da quella. Sia la Eudemia
precedente alla Nicomachea o meno, in essa appare più nitidamente come la
trattazione aristotelica costituisca una sorta di virtuale controcanto
filosofico del Liside platonico. Etica Eudemia VII introduce il soggetto
come specialmente degno di essere indagato: gli ἔνδοξα universalmente diffusi
pongono la φιλία come il fine stesso della politica, come antidoto all’ingiustizia,
come habitus caratteriale rivolto ai buoni, pongono l’amico come il più grande
dei beni esterni (anche in quanto volontariamente scelto) e l’assenza di amici
come il male più terribile. La φιλία è aspetto centrale dell’etica –
soprattutto entro un’etica eudemonistica imperniata sul bene e sulla felicità –
dunque non sorprende che la sua trattazione occupi quasi un quinto degli
scritti etici aristotelici. Ma altre opinioni notevoli non sono
universalmente condivise: per alcuni il simile è amico del simile (Omero,
Empedocle), per altri lo è il contrario del contrario (Esiodo, Euripide,
Eraclito): sono le opzioni 1 e 3 della Seconda Aporia del Liside, che pure non
viene citato. Si ricordano poi altre opinioni, topoi tradizionali già ripresi
dal Liside: per alcuni non c’è amicizia fra malvagi ma solo fra buoni (cfr.
opzione 1 della Prima Aporia), per altri solo chi è utile può essere amico
(cfr. opzione 2 della Seconda Aporia). Prima di passare alla pars
construens, Aristotele enuncia candidamente il criterio metodologico e lo scopo
dell’indagine: Occorre trovare un’argomentazione che insieme renda
conto (ἀποδώσει) al massimo grado delle opinioni (τά δοκοῦντα) intorno a queste
cose, e anche che sciolga le aporie e le contraddizioni. Ciò avverrà qualora
appaia che le opinioni contrarie sono sostenute con buone ragioni: una tale
argomentazione sarà nel massimo accordo coi fenomeni. E le tesi in contraddizione
risultano mantenersi, se quel che affermano è vero in un senso, ma in un altro
no. (Et. Eud.). Le opinioni diffuse e
notevoli non vanno accolte in modo supino e acritico, ma comprese nelle loro
buone ragioni e, nella misura del possibile, salvate entro una sintesi teorica
che superi le aporie e mostri che le affermazioni apparentemente incompatibili possano
essere vere entrambe, in sensi diversi; così vi sarà anche il massimo accordo
coi φαινόμενα. Questi, i desiderata da soddisfare. Se l’amicizia è
desiderio (altra acquisizione del Liside[25]), il desiderio può essere del
piacevole (appetito) o del buono (volontà)[26], dunque ciascuno di essi ci è
«amico» o caro (φίλον); comunque il piacere si presenta come un bene (o appare
tale o è creduto tale[27]): la prima distinzione da fare è perciò fra bene e
bene apparente (φαινόμενον ἀγαθόν), oggetti del desiderio. La seconda è quella
fra bene incondizionato (ἁπλῶς) e bene per qualcuno[29]: ciò che è buono
simpliciter lo è per l’essere umano in generale, ciò che è tale «per qualcuno»
lo è per certi individui particolari in certe circostanze (per esempio,
un’operazione per un malato); parimenti, vi è un piacevole incondizionato e un
piacevole «per qualcuno» (per esempio, in condizioni fisiche o morali
alterate); Aristotele sostiene che il piacevole incondizionato coincida col
buono incondizionato[30]: ciò che è buono per l’uomo in generale, è anche
piacevole per l’uomo in generale, invece un individuo malato o corrotto troverà
piacevoli cose non oggettivamente buone; né coincideranno il piacevole «per
lui» e il buono «per lui». Un uomo saggio e virtuoso troverà piacevole ciò che
è buono, dunque nel suo caso si identificano bene apparente e bene reale (è
buono ciò che gli appare tale), bene «per lui» e bene incondizionato (ciò che è
bene per lui è buono in generale per l’uomo), nonché bene e piacere: egli è
norma rispetto a ciò che per l’uomo in generale è e deve essere buono e
piacevole, in quanto esprime l’eccellenza della stessa natura umana. A ogni
modo, ciò che motiva un soggetto S deve apparire un bene a S (che lo sia o
meno), e apparire a S un bene per lui (che sia o meno anche un bene in senso
incondizionato). Ci sono cose per noi buone in quanto le riteniamo dotate di
valore intrinseco, cose per noi buone in quanto le riteniamo utili, e cose per
noi buone in quanto le troviamo piacevoli. Poiché l’amico è un bene scelto e
desiderato ˗ il φιλεῖν è un caso particolare di desiderio ˗ potrà esserlo per
questi tre motivi: come bene in sé, e cioè in quanto è ciò che è e «per la
virtù», o in quanto è ci è utile, o in quanto sia piacevole, «per il piacere».
Chiariremo successivamente perché il buono in quanto buono, quando il bene sia
l’amico stesso, si identifichi con la sua virtù. Colui che è amato in
base a uno dei tre aspetti suddetti (bene-virtù, utilità, piacevolezza) diventa
un amico ˗ si aggiunge ˗ quando contraccambia l’affetto: dunque la reciprocità
diviene un tratto essenziale dell’amicizia, una sua condizione necessaria;
Aristotele sceglie l’opzione 4 della Prima Aporia del Liside, ma replica
all’obiezione ivi contenuta, secondo cui cose amate come il vino, i cavalli e
la scienza non possono ricambiare, mediante la distinzione fra φιλία e
φίλησις[33]: la seconda è un affetto/desiderio per le cose inanimate, la prima
implica un simile affetto come componente, ma include necessariamente la
reciprocità. Talvolta, una nozione vaga può essere disambiguata mediante una
distinzione semantica, in modo da sciogliere apparenti contraddizioni e insieme
“salvare i fenomeni”. Tuttavia, l’affetto reciproco sulla base di uno dei tre
amabili non è ancora sufficiente perché ci sia φιλία; tale reciprocità deve
essere esplicita, non celata, nota ai due amici: se amo qualcuno che non lo sa,
non siamo amici, nemmeno nel caso lui ami me e io lo sappia; entrambi devono
amarsi l’un l’altro, ed entrambi lo devono fare in modo manifesto, tale che sia
noto all’uno e all’altro. La coscienza di essere amici è essenziale all’essere
amici: qualcuno può credere di essere amico senza esserlo[34], però nessuno può
essere amico di qualcuno senza credere di esserlo. Se manca la reciprocità, non
si ha amicizia ma «benevolenza» (εὔνοια), cioè desiderio del bene dell’altro;
quando quest’ultima è reciproca e non è celata, allora può divenire
amicizia. Le tre forme di amicizia, rispettivamente basate su virtù,
utilità, piacere, secondo l’Eudemia intrattengono la relazione asimmetrica che
Aristotele chiama πρὸς ἓν, in cui vi è un significato primario o focal meaning
cui gli altri, secondari e derivati, rimandano[36]: l’amicizia a causa della
virtù e fondata sul bene è posta come πρώτη φιλία, «prima amicizia», da cui le
altre dipendono dal punto di vista definitorio. Quindi «φιλία» non denota tre
specie di un unico genere, né è un termine equivoco che denota realtà
completamente diverse; è termine “multivoco”, giacché l’amicizia si dice in
molti modi ma in riferimento a un senso che illumina tutti gli altri, e a cui
gli altri si rapportano necessariamente. Molti critici ritengono che, siccome
l’amicizia “utilitaristica” e quella “edonistica” possono darsi
indipendentemente da quella “virtuosa”, l’idea che esse rimandino
necessariamente a quella “virtuosa” non sarebbe convincente, e proprio per
questo sarebbe poi abbandonata nella Nicomachea. Ma la gerarchizzazione πρὸς ἓν
è anzitutto definitoria: il piacere è un bene apparente (dunque, una
declinazione del bene), l’utile è tale in quanto foriero di bene[38] o di
piacere (che, daccapo, è un bene apparente); dunque i tre amabili sono un bene,
un modo di apparire del bene, una via che porta al bene. Al modo in cui il
piacere e l’utilità si definiscono in rapporto al bene[39] (ma, per Aristotele,
non viceversa), così le amicizie basate sul piacere e l’utile si definiscono in
rapporto a quella basata sul bene come tale: e infatti, come vedremo, ne sono
forme imperfette e difettive. Si noti la pur generica assonanza fra la
πρώτη φιλία e il πρῶτον φίλον, il Primo Amico del Liside: se Platone radica il
senso delle relazioni amicali in un anelito a qualcosa che trascende le
amicizie e gli amici stessi illuminandole, per così dire, dall’alto, Aristotele
immanentizza il bene entro gli amici stessi e le loro relazioni; c’è una
amicizia prima, ma non un Amico primo che si distingua dagli amici empirici e
concreti. Il bene che è in gioco nell’amicizia è ubicato negli amici stessi, è
immanente. Qual è la ragione profonda di questa tripartizione? Si può
mostrare in modo puntuale che si tratta di una risposta alle aporie platoniche:
se i platonici pongono come amicizia solo quella virtuosa, «non riescono a dare
conto dei fenomeni»[40], ove per fenomeni si devono intendere non solo le
prassi umane, ma anche gli ἔνδοξα e i λεγόμενα. Se vi sono tre forme di
amicizia, può darsi che alcune opinioni notevoli e intuizioni siano vere
dell’una ma false dell’altra, altre siano vere dell’altra ma false dell’una,
come afferma il passo metodologico succitato. Se poi a partire da ciascuna
delle tre caratterizzazioni si potessero inferire o congetturare dei rispettivi
propria, che coincidano coi rispettivi tratti manifesti dell’amicizia che
parevano aporetici in quanto incompatibili, allora grazie a questa tassonomia
tricotomica le aporie potrebbero essere sciolte, poiché alcuni di questi tratti
caratterizzeranno un tipo di amicizia, alcuni altri un altro tipo di
amicizia. L’amicizia virtuosa, fondata sul bene, è fra simili in quanto
buoni[41]: essa cattura l’opzione 2 della Seconda Aporia del Liside, nonché
l’ideale arcaico, omerico ma anche teognideo e in generale aristocratico, della
φιλία come sodalizio elettivo fra ἀγαθοί; a questo topos tradizionale, il
Socrate del Liside replica che esso è incompatibile con un’altra idea ben
radicata (basata su altri due topoi tradizionali): il buono è autosufficiente,
e un amico gli sarebbe inutile, ma l’amicizia è fondata proprio sull’utilità
reciproca; quest’ultima idea, di matrice esiodea[42] ma anche un luogo comune
confermato dalle prassi umane, non può essere negata, per Aristotele: sono gli
stessi φαινόμενα a mostrare che coloro che intrattengono relazioni continuative
di utilità e soccorso reciproco, si chiamano amici e si ritengono tali, e
così sono dagli altri chiamati e ritenuti. La contraddizione è apparente, se si
postula che l’utilità reciproca è un prerequisito di una forma di amicizia
(quella basata sull’utile) e non dell’altra (quella basata sul bene). Le
relazioni utilitaristiche sono amicizia, sebbene di un certo tipo; sia queste
che quelle fondate sul piacere, possono sussistere anche fra individui non
buoni, persino fra malvagi, sebbene in forma estremamente labile e instabile:
l’opzione 1 della Seconda Aporia del Liside è anch’essa percorribile, in quanto
due individui non “buoni” possono essere amici sulla base del piacere, e sono
simili nella misura in cui condividono certi tipi di piacere; inoltre,
l’intuizione per cui l’amicizia si dà fra contrari come povero/ricco,
sapiente/ignorante etc. ˗ opzione 3 della Seconda Aporia del Liside ˗ è
anch’essa fatta salva, in quanto viene posta come peculiare all’amicizia
utilitaristica, che tipicamente è intrattenuta da individui in qualche senso
contrari (l’uno ha qualcosa che l’altro non ha). Aristotele riesce a salvare i
fenomeni attraverso una distinzione tassonomica fondamentale, che deve
conciliare certe apparenti incompatibilità ma al tempo stesso preservare una
certa unitarietà dell’oggetto: quella di amicizia è una nozione originariamente
ospitale, plurale e polivoca, tanto internamente differenziata da implicare una
demarcazione netta fra l’amicizia virtuosa e le altre, ma non tanto monolitica
da implicare che si escludano dal novero delle amicizie quelle forme di
relazione (utilitaria, edonistica) ordinariamente denominate così: altrimenti
si farebbe violenza al linguaggio e alle “cose stesse”: a quel “primo per noi”
che è lo stesso explanandum originario. Una delle ragioni per cui
l’amicizia virtuosa è detta «prima» nella Eudemia e poi «perfetta» (τέλεια)
nella Nicomachea[44], è che essa è costitutivamente piacevole, benché non sia
fondata sul piacere, e implica la disposizione alla mutua utilità quando serva,
benché non sia fondata sull’utile: dunque contiene in sé, in certo modo, le
altre due. Tuttavia, il piacere che consegue al bene ed è persino costitutivo
di esso, non è lo stesso piacere che fonda le amicizie edonistiche; il primo è
inseparabile dal bene cui consegue[45], quindi l’integrazione di piacere e
utilità nell’amicizia virtuosa non è da concepirsi come una somma estrinseca o
giustapposizione di aspetti positivi (bene + utilità + piacere). La perfezione
di questa amicizia non è una somma di amicizie imperfette, è originaria
completezza. Nella Nicomachea non vi è traccia della relazione πρὸς ἓν, e
la πρώτη φιλία diventa τέλεια φιλία[46]. Le altre amicizie qui sono dette tali
«secondo somiglianza» a quella perfetta: a mio avviso, al netto della
differenza di linguaggio, la posizione di Aristotele non muta in modo sensibile
fra le due opere; la somiglianza delle amicizie edonistica e utilitaristica a
quella perfetta consiste anche qui nel fatto che quest’ultima è, per entrambi
gli amici, utile e piacevole, dunque contiene quegli aspetti che fondano le
amicizie imperfette, ma non ne è simmetricamente contenuta. Infatti, ciò che è
buono è anche utile e piacevole, mentre ciò che è utile può non essere
piacevole e può non essere buono (né simpliciter, né per l’individuo) – per
esempio, se l’individuo è corrotto e trova per sé utile qualcosa che lo
approssima a ciò che non è il suo bene (anche se egli magari crede che sia il
suo bene[48]) – e ciò che è piacevole può essere inutile o persino dannoso.
Questo vale in generale, e a fortiori vale per gli amici buoni, utili,
piacevoli. In realtà, lo stesso “compito” etico implicitamente affidato
all’uomo, gli è affidato anche in rapporto all’amicizia: l’ideale umano,
incarnato dal saggio che ne è norma ed esempio, è quello di far coincidere ciò
che è bene per sé con ciò che è bene in generale, e ciò che è piacevole per sé
con ciò che lo è in generale; si realizza così anche la coincidenza di bene e
piacere, visto che il buono in generale e il piacevole in generale si
identificano per natura[49]. Ciò importa che occorra anzitutto essere buoni
(saggi e virtuosi) e, essendolo, prediligere le amicizie virtuose (che sono
appannaggio dei buoni): esse non ospitano conflitti strutturali, soprattutto il
bene e il piacere – il confliggere dei quali sopraffà l’acratico – sono
adeguati ab origine, nell’amicizia perfetta, giacché essa è piacevole proprio
in quanto buona. Ma ciò non esclude che i buoni possano intrattenere anche
amicizie fondate sul piacere, o sull’utile[50]: esse però, nell’economia della
loro vita, risulteranno marginali, sia nella quantità che nella qualità.
Può sorprenderci il fatto che alla forma di amicizia più rara e più
“inarrivabile” delle tre (i buoni sono pochi, gli amici a causa del bene ancora
meno) venga ascritta una priorità definitoria, sia essa del tipo πρὸς ἓν o «per
somiglianza». Ma per Aristotele qualunque capacità umana – l’amicizia è una
virtù, le virtù sono capacità acquisite – viene individuata e definita sulla
base della sua eccellenza: è il caso eccellente, in cui un tratto umano è più
pienamente realizzato, che funge da essenza normativa rispetto ai casi
difettivi, deficitari, degradati, imperfetti; per definire, occorre guardare ai
casi migliori, alla modalità in cui una potenzialità è dispiegata ed espressa
più compiutamente, e che misura gli altri casi quasi costituendone un virtuale
dover-essere rispetto a cui essi mostrano la loro manchevolezza. Perciò la
teoria aristotelica presenta al contempo una dimensione descrittiva e una
normativa, fra le quali sussiste una sorta di tensione dialettica. E in effetti
le amicizie fondate sul piacere e sull’utile sono incomplete: vengono
caratterizzate addirittura come amicizie per accidens[51], il che sembra sulle
prime vanificare l’atteggiamento inclusivo adottato da Aristotele come cifra
metodologica, non solo praticata ma persino esplicitata in modo
programmatico[52]. È come se in sede di definizione generale Aristotele fosse
interessato a preservare l’unità della nozione di amicizia nonostante le
differenze, ma in sede di caratterizzazione sinottico-comparativa dei diversi
tipi, ponesse invece l’enfasi sullo iato che separa l’amicizia prima o perfetta
dalle altre, fino a trattare le altre come solo accidentalmente tali. Perché
esse sono caratterizzate come «accidentali»? Chi si ama per l’utile o per
il piacere lo fa «non perché l’individuo amato sia quello che è, ma in quanto è
utile o in quanto è piacevole»[53]: l’utilità e la piacevolezza sono proprietà
relazionali esterne all’essenza dell’amico amato, determinate dagli effetti che
esso ha su chi lo ama, «perché gli uni ne traggono un qualche bene, gli altri
un piacere»[54]; invece l’amicizia basata sulla virtù e la bontà dell’amico
amato, è basata su proprietà intrinseche all’amato, su ciò che da ultimo
l’amato è. Noi siamo il nostro carattere, il nostro carattere è l’insieme unificato
delle nostre virtù, una seconda natura che è frutto prima dell’educazione e poi
delle nostre scelte: noi siamo un sé che sceglie, e i nostri pensieri, discorsi
e azioni manifestano il nostro “sé”. Pertanto, nell’amicizia perfetta il bene
che è in gioco è l’amico stesso che è amato, per ciò che egli essenzialmente è,
mentre il bene che è in gioco nelle altre amicizie è il bene – nella forma
dell’utile o del piacevole – dell’amico che ama. Anche se l’amicizia è sempre
reciproca, resta fermo che nell’amicizia perfetta il fondamento è, per ciascuno
degli amici, l’altro come buono, nelle altre è invece il proprio bene in quanto
utilità o piacere[56]. Nelle amicizie imperfette la ragione per cui si vuole e
persegue il bene dell’altro, resta radicata nell’interesse proprio come diverso
dal bene elargito all’altro e diverso dall’altro stesso come dotato di valore
intrinseco. È questa differenza radicale a rendere le amicizie imperfette
amicizie per accidens: ciò non implica, si badi, che non siano amicizie, bensì
che lo sono solo in virtù del loro somigliare all’amicizia perfetta, seppure in
modo difettivo. Ma l’amicizia fondata sul bene dell’amico non rischia
così di risultare “disinteressata” in un modo psicologicamente implausibile?
Solo in apparenza, in quanto il bene di chi ama è in gioco, ma lo è in quanto
coincide col bene dell’amico: se siamo amici perfetti, siamo entrambi buoni e
virtuosi, e il nostro bene individuale coincide col bene simpliciter: noi, come
amici perfetti, cooperiamo per realizzare il bene in generale[58]; il bene mio
e dell’amico sono voluti – rispettivamente, dall’amico e da me – in conseguenza
del fatto che anzitutto io e l’amico siamo dei beni: se lo siamo l’uno per
l’altro, è perché siamo buoni, siamo dotati di valore intrinseco, e lo
riconosciamo reciprocamente. Non si tratta di una implausibile relazione
puramente altruistica e disinteressata, perché non si fonda – ribadiamolo –
solo sul volere il bene dell’altro, ma anzitutto sull’altro come bene in sé:
voglio e perseguo il bene dell’altro non per altruismo astratto, ma perché
l’altro è un bene. Una nozione comune con cui forse potremmo rendere più chiaro
questo aspetto, è quella di stima. L’amicizia perfetta è fondata sulla stima
reciproca: un amico che stimo per ciò che è e per come è, esemplifica in sé ciò
che è buono, a prescindere da ciò che io posso trarre da lei/lui: «se uno non
gioisce perché l’altro è buono, non c’è la prima amicizia» (1237b4-5). La stima
reciproca presuppone una consonanza di valori, un’intesa su ciò che vale e ciò
che è degno: e visto che i due amici sono virtuosi e buoni, essi valgono e
sanno di valere, per questo valgono anche l’uno per l’altro. Si tratta di una
amicizia in cui coltivare il proprio bene coincide col coltivare l’altro e il
suo bene, e questo coincidere non è accidentale – come accade nelle altre
amicizie – bensì è costitutivo. Invece posso trarre vantaggio da un amico utile
senza stimarlo affatto, così come posso trarre piacere – per esempio,
divertendomici insieme – da qualcuno che non stimo, che non ritengo una persona
buona, degna, valida. L’accidentalità delle amicizie non perfette si
rende perspicua nella loro strutturale instabilità: un rapporto fondato
sull’utilità non avrà più ragion d’essere, qualora uno dei due amici smetta di
essere utile all’altro; i bisogni umani sono cangianti, e tali sono le risorse
altrui per farvi fronte, cosicché anche le relazioni utilitarie sono
essenzialmente mutevoli; lo stesso accade per gli amici secondo il piacere:
cambiano, nel tempo, le fonti del piacere, i “gusti”, e cambiano anche le
capacità altrui di procurarci piacere; l’amicizia piacevole, poi, è precaria
anche perché riguarda tipicamente i giovani, i quali sono di per sé in continuo
cambiamento[59]. Invece la virtù del carattere è cosa stabile: le
amicizie complete sono stabili perché sono fondate sul bene come virtù, che è
costante e non facile a mutare[60]. Il tempo può rendere inutile un amico che
prima era utile, o non più piacevole un amico che lo era, ma difficilmente può sottrarre
a un carattere le virtù, far diventare malvagi i buoni, stolti i saggi, e
dunque minare le basi su cui le relazioni virtuose fra buoni sono costruite.
Per questo l’amicizia completa è specialmente solida, quasi incrollabile[61], e
l’amico virtuoso è un amico «al massimo grado», un amico «vero»[63]. Un tale
amico si renderà utile se può e quando sia necessario, ma sarà utile perché è
un amico, piuttosto che essere amico perché è utile; e sarà piacevole
all’amico, giacché ci risulta tendenzialmente piacevole frequentare chi
stimiamo[64]. Così Aristotele, forte della sua tassonomia tripartita,
deriva dei propria (dei caratteri distintivi) di ciascuna amicizia, spiegando i
fenomeni e riconciliandoci con le comuni pratiche ascrittive: alcune
intuizioni, luoghi comuni e opinioni notevoli sono vere di un’amicizia, alcune
dell’altra. Parlando coi giovani Liside e Menesseno, Socrate nel Liside si dice
desideroso di amicizia più di ogni cosa al mondo – con una Priamel che
restituisce in modo icastico l’idea dell’amicizia come il più grande dei beni
esterni, fatta anch’essa propria da Aristotele – e invidia ironicamente la loro
felicità, visto che sono giovani e sono diventati amici «in modo facile e
rapido». Si tratta di caustica ironia, visto che la φιλία che ha a cuore
Socrate non è né facile né rapida: ciò che è dissimulato, è che quella non è
verace amicizia, ma altro. Qui c’è un’aporia in nuce, visto che i giovani che
si frequentano, pur con una certa leggerezza e una conoscenza reciproca non
profonda, paiono amici e sono detti tali, eppure non soddisfano i requisiti
della “vera” amicizia non solo secondo l’idea socratica, ma anche secondo
l’opinione diffusa per cui la vera amicizia è durevole, lenta e difficile a
darsi. Aristotele distingue i soggetti delle attribuzioni incompatibili,
salvando la verità di entrambe: l’amicizia giovanile (per esempio, quella di
Liside e Menesseno) è fondata sul piacere, e ha certi tratti distintivi quali
la facilità a prodursi e a decadere, l’intensità emotiva, e così via; l’amicizia
perfetta, tipica degli uomini maturi (è quella per cui Socrate dice di ardere
di desiderio), necessita di una lunga consuetudine e di una conoscenza
reciproca profonda[66], è rara e appannaggio di pochi, è difficilissima a
nascere ma altrettanto difficile a morire, fondandosi su ciò che in noi vi è di
più stabile. Invece, quella utile caratterizza tipicamente gli anziani,
particolarmente bisognosi d’aiuto e sensibili, per debolezza, al beneficio che
può arrecare il mutuo soccorso; inoltre, essa si riscontra nei più, nelle
masse, le quali sono più preoccupate dei benefici personali che del bene e del
bello. Fra le amicizie incomplete, Aristotele ascrive una superiore nobiltà a
quella fondata sul piacere, mentre quella fondata sull’utile è «da
bottegai»[68]. In effetti, la condivisione del piacere è qualcosa di meno
strumentale rispetto al trarre vantaggi da qualcuno: perlomeno il piacere è un
fine, non un mezzo; inoltre, il piacere appartiene alla frequentazione stessa
dell’amico, mentre l’utile è a questa completamente estrinseco: dunque il
fondamento dell’amicizia utile è più esteriore e più contingente di quello
dell’amicizia piacevole. Un altro aspetto problematico del Liside emerge
in particolare nella Prima Aporia rispetto alla polarità attivo/passivo
(amante/amato), ma soggiace implicitamente anche ad altre aporie: l’amicizia
sembra implicare uguaglianza e comunanza da un lato, e differenza e asimmetria
dall’altro; si mescolano aspetti tipici del rapporto pederastico-erotico (amante
e amato non sono intercambiabili), aspetti del rapporto genitoriale, anch’essi
per definizione asimmetrici, e relazioni “fra buoni” simili, potenzialmente
simmetriche. Aristotele cerca di articolare queste istanze entro un quadro più
sistematico: la tassonomia delle tre amicizie si arricchisce di una distinzione
trasversale, fra amicizie simmetriche e amicizie asimmetriche in cui uno è
superiore e l’altro inferiore[69]; la φιλία deve essere reciproca, ma tale
reciprocità può essere simmetrica o asimmetrica (fra superiore e inferiore). I
tipi di amicizia sono dunque sei, giacché si può essere superiori quanto a
virtù, a utilità, e a piacevolezza. La ulteriore distinzione fra amicizie
simmetriche e asimmetriche consente ad Aristotele una esplorazione
straordinariamente ricca dei legami sociali più eterogenei, che assimila alla
φιλία e alle sue declinazioni i rapporti familiari (padre-figlio,
marito-moglie, figlio-figlio), i rapporti politici fra città (in vista
dell’utile)[70], gli stessi rapporti fra i cittadini in rapporto alla loro
comunità, i rapporti fra governanti e governati, le relazioni commerciali, e
così via, e indaga le relazioni profonde fra amicizia, giustizia, concordia,
comunità. Non è possibile restituire nemmeno sommariamente la ricchezza di tali
analisi in questo contributo, il quale si focalizza piuttosto sul significato
filosofico e dialettico della tripartizione in generale: ma fa d’uopo rilevare
che le applicazioni di questa teoria generale sono molteplici e
fecondissime. 3. Amicizia e autosufficienza La
tripartizione (con ulteriore dicotomia trasversale) non scioglie di per sé un
nodo aporetico concernente la stessa amicizia perfetta fra buoni: è l’idea
espressa entro il punto 2 della Seconda Aporia del Liside, per cui chi ha il
bene presso di sé è autosufficiente e non ha bisogno di nulla, dunque
l’amicizia di chicchessia gli sarebbe inutile. È vero che Aristotele ha
distinto l’amicizia perfetta da quella utile, ma resta il problema di
comprendere come mai colui che è saggio, virtuoso e buono, bastando a sé
stesso, abbia una qualche motivazione a coltivare un amico, foss’anche un amico
perfetto: «se è felice chi ha la virtù, che bisogno avrà di un amico?»[71].
L’idea dell’autosufficienza di chi è saggio, virtuoso, felice e beato, ripresa
dal Liside, è un topos tradizionale, quindi ha lo status di ἔνδοξον ben
radicato, di cui va dato conto e di cui va mostrata la compatibilità con la
teoria positiva proposta nonché con altri ἔνδοξα altrettanto ben
attestati. Il problema è affrontato in Etica Eudemia VII 12 e in Etica
Nicomachea IX 9, in maniere parzialmente differenti. L’Eudemia muove
dall’analogia con la condizione divina, paradigma dell’autosufficienza. Ma la
condizione umana può assurgere all’autosufficienza solo nella misura in cui lo
consente la natura dell’uomo, che è animale sociale-politico[72] e può/deve
realizzare questa natura, non quella divina[73]: il bene umano contempla sempre
il rapporto a un’alterità – è καθ’ ἕτερον[74] ˗ quello divino è assoluto
rapporto a sé[75]. L’autosufficienza divina funge da “idea regolativa”, da
norma ideale: l’uomo felice minimizzerà il numero degli amici e si limiterà a
quelli virtuosi, degni di accompagnarsi a lui; proprio il caso di chi non è
obnubilato da bisogni e mancanze, evidenzia il valore intrinseco dell’amicizia
perfetta, perseguita non già per ricevere benefici bensì per fare, dare e
condividere il bene che si possiede. Ma l’argomento successivo – che è molto
complesso e possiamo solo sintetizzare[76] – chiarisce che non si tratta di un
altruismo generico e astratto, in quanto l’amicizia è ingrediente essenziale,
non accessorio, della felicità individuale. Vivere, per l’uomo, è
percepire e conoscere[77], e – prosegue Aristotele ˗ l’aspirazione massima di
ciascuno di noi è, da ultimo, quella di conoscere noi stessi (tesi che rivisita
il celebre monito delfico-socratico); la felicità è costituita dalla conoscenza
di sé in quanto attivi come buoni e virtuosi[78], e la conoscenza di sé passa
per la conoscenza reciproca fra amici: l’amico è «un altro sé»[79], «percepire
l’amico necessariamente è percepire in certo modo sé stesso e conoscere in
certo modo sé stesso»[80]. Condividendo con l’amico i beni, i piaceri e le
attività della vita felice, incrementiamo dunque la conoscenza di noi stessi e
della nostra stessa felicità. La Nicomachea chiarisce la relazione fra il
riconoscimento reciproco degli amici virtuosi e la loro felicità, soprattutto
in un passo speculativamente densissimo: Se l’essere felici
consiste nel vivere e nell’agire, e l’attività dell’uomo dabbene ed eccellente
è per sé virtuosa [..], se poi anche ciò che è familiare/affine (οἰκεῖον) a
qualcuno è tra le cose che lui trova piacevoli, se noi possiamo osservare il
nostro prossimo meglio di noi stessi, e le sue azioni più che le nostre, se le
azioni degli uomini superiori, che siano anche amici, sono fonte di piacere per
i buoni, dato che hanno tutte e due le caratteristiche piacevoli per natura,
allora l’uomo beato avrà bisogno di amici simili a lui, posto che davvero preferisca
osservare azioni buone, e che gli sono proprie, come lo sono le azioni
dell’amico, quando è buono. (Et. Nic.) Le attività di un’esistenza virtuosa e
felice sono obbiettivamente piacevoli agli occhi di un uomo buono, virtuoso e
felice a sua volta: vi si rispecchia, sentendocisi “a casa propria”, e la
familiarità determinata da affinità e prossimità, gli è in sé piacevole. Come
si evincerà, la nozione platonica di οἰκεῖον, introdotta sul finire del Liside
come cifra stessa della φιλία, trova una ripresa puntuale e una valorizzazione
speculativa nella teoria aristotelica. Il prossimo si offre alla nostra
conoscenza in modo più trasparente che noi stessi, giacché la sua distanza da
noi lo rende meglio oggettivabile. I due tratti umani piacevoli per natura sono
da un lato la felicità di cui la virtù è costitutiva, dall’altro la
familiarità, che chi è felice è virtuoso riscontra ed esperisce nel contemplare
e cooperare con un’altra esistenza felice e virtuosa. Le azioni di un nostro
amico “perfetto” sono buone e nel contempo ci sono proprie, cosicché
contemplarle è come trovare in esse lo stesso bene che noi siamo. Potrebbe
stupire il riferimento reiterato al tema del piacevole, quasi che si trattasse
di una delle due amicizie non perfette: ma occorre tenere a mente che il
piacevole per natura o ἁπλῶς coincide col bene ἁπλῶς, e che si tratta di un
piacere costitutivo del bene e inseparabile da esso, piuttosto che di un
piacere addizionale ed esteriore rispetto al bene cui consegue. Se l’altro è
sufficientemente prossimo a me, posso de-situarmi e oggettivarmi riconoscendomi
nelle sue azioni, secondo una dialettica complessa e chiastica di
riconoscimento reciproco. «Se l’uomo eccellente si comporta verso l’amico come
si comporta verso di sé, dato che l’amico è un altro se stesso, allora, così
come è desiderabile per ciascuno il suo proprio esserci, così è desiderabile
l’esserci dell’amico, o quasi» (EN). In questo gioco speculare di
identificazioni reciproche, il mio rapporto con l’altro è mediato del mio
rapporto con me stesso, l’altro è un «altro me» e perseguo il suo bene in
maniera pressoché equivalente a come perseguo il mio (quel «quasi» è una concessione
al realismo empirico, da cui questa idealizzazione non vuole disancorarsi); ma
è altrettanto vero che il mio rapporto con me stesso è a sua volta mediato dal
mio rapporto con l’altro, giacché conosco genuinamente me stesso non già con un
qualche misterioso atto introspettivo[83], bensì conoscendo persone simili a me
che a loro volta mi riconoscono simili a sé: questa è la ragione perché v’è
bisogno di amici buoni e virtuosi entro relazioni di amicizia “perfetta”; se la
felicità implica autosufficienza, si tratta di un’autosufficienza umana e non
divina, che passa per l’inclusione del prossimo nella nostra esistenza, e per
la cooperazione con chi scegliamo come degno incarnare il bene e la virtù[84].
Come l’essere amici non si dà senza il sapere di esserlo anche se si può
credere di essere amici senza esserlo, così l’essere felici (in quanto buoni e
virtuosi in attività) non si dà senza la coscienza di essere felici (in quanto
buoni e virtuosi), anche se è possibile credere di essere felici senza esserlo
davvero. E per sapere chi sono, devo rispecchiarmi in amici simili a me[85].
Ciò importa che l’uomo beato non avrà bisogno di amici “meramente utili” e
“meramente piacevoli”, invece dovrà avere amici buoni e virtuosi: il topos
tradizionale è riscattato nella sua verità profonda, ma anche oltrepassato in
virtù della tripartizione; in un senso è vero, in un altro no. Essere felici
insieme è diverso dal semplice divertirsi insieme, anche se lo include, ed è
diverso dal semplice aiutarsi l’un l’altro, anche se può includerlo.
L’amico perfetto ˗ come ogni altro autentico bene ˗ è oggetto di scelta
razionale[86]. Anche per questo la teoria aristotelica si distanzia da quella
platonica[87]: la φιλία erotica, già ben presente nel Liside sin dalla sua ambientazione
scenica – una palestra, ove Liside è il «bello del momento» di cui Ippotale è
innamorato – viene relegata da Aristotele a una delle tante forme di φιλία,
degna di pochi accenni espliciti, mentre nel Simposio e nel Fedro, dialoghi ben
più elaborati e costruttivi del Liside, l’eros è la forma di φιλία che viene
eletta a oggetto di indagine paradigmatico. Ma le componenti mistico-estatiche
della φιλία erotica come «follia divina» e frutto di invasamento[88], risultano
completamente marginalizzate entro la teoria aristotelica. L’amicizia più degna
e verace è attività derivante da scelta come desiderio razionale; se la
felicità è attività e i beni che la materiano sono oggetto di scelta, allora
anche l’amicizia, ingrediente costitutivo della vita felice, sarà espressione
di attività, piuttosto che passivo invasamento consistente nell’esser
“posseduti” da uomini o dèi. Il primato etico, fisico e metafisico dell’azione
sulla passione, è anche il primato di un certo tipo d’amore su un cert’altro.
L’amicizia è riportata fra gli amici, e la sua declinazione più eccellente,
normante rispetto alle altre, è caratterizzata secondo la dimensione eticamente
più elevata dell’umano: la ragione che sceglie e governa il desiderio,
piuttosto che esserne governata. L’eros platonico, così bellamente ed
enfaticamente rappresentato nel Simposio e nel Fedro, diventa per Aristotele
solo una delle tante declinazioni possibili di un tipo di amicizia – quella
fondata sul piacere – che è già di per sé incompleta e deficitaria.
Secondo l’aporetico excipit del Liside, né amanti né amati, né simili né
dissimili, né contrari né affini, né buoni, possono essere amici[90]; le Etiche
aristoteliche presentano una teoria la quale non solo consente ma anche prevede
che amanti, amati, simili, dissimili, contrari, affini, buoni, e perfino
malvagi possano essere amici; inoltre tale teoria offre le risorse concettuali
per chiarire quali coppie di amici possano e/o debbano avere questo o quel
carattere distintivo, e perché. Spero di avere almeno approssimato il
duplice obbiettivo prefissatomi: mostrare in modo dettagliato e sistematico la
dipendenza polemico-dialettica della teoria aristotelica dal Liside platonico,
e mettere in luce il significato filosofico generale della tripartizione della
φιλία in Aristotele. Adkins, ‘Friendship’
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Note al testo [1] Cfr. Phys. I 1: la conoscenza procede da
ciò che è più prossimo e più conoscibile per noi, a ciò che è primo per se o
per natura; se tale “risalita” verso i principi a partire da ciò che ci è
immediatamente più vicino è il metodo della fisica, a fortiori esso si applica
all’ambito etico, che è ambito segnatamente umano: cfr. Et. Nic. I 2,
1095a31-b4, ma anche De An. II 2, 413a11-17 e Met. VII 3, 1029a35-b12. Sul
valore epistemologico di questa differenza, resta decisivo Ruggiu (1965). [2]
Per esempio: quando diciamo, tipicamente, qualcuno «amico» di qualcun altro? Sul
rapporto costitutivo fra il primo-per-noi e il linguaggio, cfr. Wieland. Cfr. Top. I 1, 100 b 21-23; intendo questa
definizione di ἔνδοξον come una disgiunzione inclusiva: se un’opinione è
condivisa almeno da uno degli insiemi indicati (tutti, i più, i sapienti,
qualcuno di essi), è un ἔνδοξον, e ciò che lo rende tale può essere
quantitativo, o qualitativo, o entrambi: per esempio, se è condiviso da tutti,
lo sarà anche dai sapienti. [4] Sulla intima connessione fra δοκοῦντα, λεγόμενα
e φαινόμενα, cfr. Owen (1967), Nussbaum (1986b). Cfr. De An. I 1, 402b 16-403a8. [6] Cfr.
Herod. III 82, 35 e Tucid. I 137, 4, in cui si trova l’endiadi «συμμαχίᾳ καὶ
φιλία». [7] Nei poemi omerici non vi è il termine φιλία – le prime occorrenze
si trovano in Teognide (Teog. I, 31-38, 53-60, 323-28) – ma termini analoghi
come φιλότης, φίλος sono utilizzati sia a proposito del rapporto fra uomini che
di quello fra uomini e dèi. Sulla φιλία nel mondo antico, cfr. Pizzolato
(1993), Fraisse (1974). [8] Nel Fedro platonico (228a-e), Socrate confuta un
discorso di Lisia sulla φιλία, che Fedro custodiva sotto il mantello: quindi è
verosimile che anche prima della data di composizione del Liside la φιλία fosse
importante oggetto di dibattito e di riflessione critica. Del resto Giamblico
(De Pythagorica Vita, 229-30) e Diogene Laerzio (Vitae Philosophorum, VIII, 10)
attribuiscono già a Pitagora la prima trattazione filosofica della φιλία. [9]
Anche il Fedro e il Simposio si occupano lungamente della φιλία – l’eros è una
forma della φιλία, per Platone quella più significativa – ma, come cercherò di
mostrare, l’indagine aristotelica dipende sistematicamente dal Liside: per così
dire, essa articola una differente risposta a quelle aporie, rispetto a quella
che propone Platone nel Simposio e nel Fedro. [10] Meglio: se qualcuno sia
amico di qualcun altro in quanto ami o, piuttosto, in quanto sia amato. [11]
φίλος + dativo significa “caro a qualcuno”, φίλος + genitivo indica colui a cui
qualcuno è caro, due individui sono φίλοι, quando sono l’uno “caro” all’altro.
[12] Alcuni interpreti leggono il Liside come un esercizio dialettico,
filosoficamente debole [Versenyi (1975)] o più retorico-sofistico che
filosofico [Bordt (1988)], o dal significato prolettico-introduttivo rispetto
ai maturi Simposio e Fedro [Kahn (1996), ma già Gomperz (2013), Auslage 5, e
Willamovitz (1959)]; benché questi due dialoghi successivi ne possano a buon
diritto adombrare il valore intrinseco, tuttavia i temi sollevati dal Liside
sono nodi aporetici sostanziali, e non deve fuorviare il fatto che Socrate
mutui il linguaggio e lo stile argomentativo dal tipo di interlocutore che
affronta (per esempio, “facendo” il sofista col sofista Menesseno, e così via).
Per una interpretazione non riduttiva del Liside e del suo valore speculativo,
è illuminante Trabattoni (2004). [13] Un altro topos tradizionale – per cui la
vera amicizia è fra ἀγαθοί – ricorrente in Platone: per restare all’esempio più
noto, in Resp. I, 351a-e Socrate replica a Trasimaco che fra malvagi e ingiusti
non può esserci alcuna cooperazione né amicizia; era comunque un tema
essenziale per Socrate (cfr. Senofonte, Mem., 2.6 1-7). [14] Sull’ascendenza
omerica di questo topos tradizionale, e sulla sua importanza per Aristotele
(cfr. infra: Par. III), cfr. Adkins (1963). [15] La coscienza del male come
tale è sintomo del fatto che il male è relativo e non assoluto. [16] Qui nel
Liside si tratta di ἐπιθυμία (cfr. 217c). [17] Tralascio qui la questione della
possibile identificazione del Primo Amico col Bene: ciò che rileva, qui, è il
fatto che esso trascenda gli amici concreti, i quali sono tali solo «a parole»
e stanno al Primo amico – che è tale «in realtà» (τῷ ὄντι) – come i mezzi al
fine (cfr. Lys. 220b1-4). [18] Lys 222e1-7. [19] La letteratura sull’amicizia
in Aristotele è sterminata: in luogo di proporre una lunga lista di studi che
comunque sarebbe tutt’altro che esaustiva, nel seguito mi limiterò a citare
alcuni contributi che sono particolarmente pertinenti agli aspetti che
tratterò. Un commento sintetico e preciso a Et. Nic. VIII e IX è Pakaluk
(1998). [20] È il giudizio nettamente prevalente, anche se non unanime. [21]
Sul rapporto fra il Liside e le Etiche aristoteliche riguardo l’amicizia, buoni
spunti si trovano in Annas (1986). [22] Et. Eud. VII 1, 1234b18-1235a4; cfr. anche Et. Nic.
VIII 1. [23] Et. Eud.. [24] Trad. it. modificata. [25] Cfr. supra: nota 16.
[26] Et. Eud. VII 2, 1235b22-23. [27] C’è chi crede che
il piacere sia un bene, ma c’è anche chi crede che non lo sia eppure gli appare
– porto dalla φαντασία – come se lo fosse. Nell’acratico la forza della
φαντασία sopravanza, nelle scelte pratiche, quella della δόξα. [28] Il «bene
apparente» è qualcosa che appare come bene; ma può anche non esserlo: tuttavia,
anche il bene reale motiva il desiderio solo apparendo come bene. Dunque
«apparente» qui non va affatto interpretato come falsa apparenza. [29] Et. Eud.
VII 2, 1235b30-1236a1. [30] Il piacevole non è l’immediato, ma anche ciò che
non procura dispiacere futuro; Aristotele sa bene che molte cose dannose
possono procurare del piacere immediato. Ma chi non è acratico, conscio delle
conseguenze negative, accorderà il suo desiderio con la sua ragione, e la
motivazione data dall’ipotetico piacere immediato sarà soverchiata dalla
motivazione a evitare danni futuri. [31] Questo punto è più chiaro per come è
presentato in Et. Nic. VIII 2, 1155b23-27. [32] Nelle espressioni δι’ ἀρετὴν,
διὰ τὸ χρήσιμον, δι’ ἡδονήν, la preposizione significa a un tempo «in base a»,
«a causa di», «al fine di»: il rispettivo amabile è ciò che causa
quell’amicizia, ciò che ne costituisce il fondamento o ragion d’essere, ciò che
ne rappresenta il fine [su un’idea analoga, cfr. Nussbaum (1986a)]; nei termini
della nota teoria delle quattro cause (dei quattro sensi del διὰ τί, cfr. Phys.
II 3), potremmo plausibilmente intendere il tipo di amabile come causa
efficiente, formale e finale della rispettiva relazione amicale. [33] Cfr. Et.
Nic. VIII 2, 1155b26-31. Mentre la φίλησις è una passione o affezione (πάθος),
la φιλία è uno stato abituale (ἕξις, 1557b28-29). [34] Cfr. Et. Eud. VII 2,
1237b17-23; Et. Nic. VIII 4, 1156b30-33. [35] Vi è discussione sul fatto che
questa caratterizzazione definitoria offra condizioni sufficienti perché
qualcosa sia amicizia, oppure solo condizioni necessarie; propenderei per la
seconda opzione: per esempio, Aristotele ritiene che per diventare amici deve
passare del tempo, e molti scambiano il desiderio di essere amici con
l’amicizia stessa (Et. Eud. VII 2, 1237b12-22); ma se il desiderio è reciproco,
sussiste già benevolenza reciproca non celata, che non è ancora amicizia. [36]
Sul focal meaning cfr. Owen (1963), Ferejohn (1980). L’exemplum princeps è
quello della Metafisica: la sostanza è il focal meaning dell’essere, tutto ciò
che è o è sostanza o rimanda a una sostanza, al modo in cui tutto ciò che è
«sano» rimanda alla salute e tutto ciò che è «medico» alla medicina (cfr. Met.
IV 2, 1003a32-1003b11). [37] Cfr. Fortenbaugh (1975). Può esserlo in modo
mediato, come foriero di un altro utile, al modo in cui qualcosa è mezzo di un
altro mezzo, ma in ultima istanza l’utile è tale perché porta al bene e i mezzi
sono tali perché portano al fine. [39] Per esempio, in De An. III 7, 431a10-13
il piacere è definito come l’essere percettivamente attivi nei confronti del
bene in quanto bene; l’utilità è indefinibile se non come capacità di
avvicinarci a un qualche bene; l’utile sta al bene come il mezzo al fine, e non
vi è modo di definire cosa sia un mezzo, senza chiamare in causa la nozione di
fine. [40] Et. Eud. VII 2,
1236a25-26. [41] Et. Eud. VII 2, 1236b1-2; Et. Nic. VIII 4, 1156b7-8. [42] Cfr. Esiodo, Opera et dies,
342-360; 707-723. [43] Chiamare amicizia solo quella prima, equivarrebbe a
«violentare i fenomeni» (βιάζεσθαι τὰ φαινόμενα, Et. Eud. VII 2, 1236b 22).
[44] Et. Nic. VIII 4, 1156b7. [45] La prima amicizia, infatti è quella «secondo
virtù e a causa del piacere della virtù» (EE VII 1238a31-32). [46] Secondo
Aspasio (164.3-11), Owen (1960) e Dirlmeier (1967) vi sarebbe comunque focal
meaning e relazione πρὸς ἓν, ancorché non esplicitata. [47] Et. Nic. VIII 5,
1157a32. [48] Se poi l’individuo è acratico, potrebbe anche non credere che
qualcosa sia il suo bene, ma perseguirlo perché gli “appare” bene e frequentare
individui utili a qualcosa che egli cerca di procurarsi pur sapendo che non è
il suo bene: come uno che frequentasse un pusher in modo costante per
procurarsi della droga, sapendo di farsi del male ma perseverando nel suo
comportamento autodistruttivo (e nelle frequentazioni relative) per debolezza.
[49] Sulla rilevanza della distinzione fra «bene per qualcuno» e «bene
incondizionato» in rapporto alla teoria delle tre amicizie, insiste
doverosamente O’Connor (1990). [50] Et. Nic. [51] Così, nella Nicomachea (Et.
Nic. VIII 2, 1156a17), non nella Eudemia. [52] Cfr. supra: Par. II, 3. [53] EN
VIII 3, 1156 a 16-17. [54] EN VIII 3, 1156a18-19 [55] Cooper (1977) sostiene
che le amicizie accidentali siano tali perché dipendano da tratti accidentali
del carattere dell’amico amato; Payne (2000) replica che anche i tratti in
virtù di cui qualcuno risulta piacevole o utile possono essere altrettanto
essenziali di quelli che lo rendono virtuoso: gli amici perfetti sarebbero
scelti «per sé stessi» in quanto i loro caratteri virtuosi sono scelti come
fine e non come mezzo (per altro). Ma le letture sono forse componibili:
l’esser utile o piacevole, anche se sopravviene a tratti essenziali del
carattere altrui, restano esterni all’altro, in quanto relazionali in un senso
diverso dalla virtù; l’esser buono è sia essenziale e intrinseco all’amico, che
scelto per sé stesso e non per altro, e rende anche l’amico stesso, che ha quel
carattere virtuoso, scelto per sé stesso e non per altro. Cfr. supra: nota 31.
[56] In Et. Eud. VII 7, 1241a5-7 si afferma che «se uno vuole per un altro i
beni perché costui gli è utile, li vorrebbe allora non per quello ma per sé
stesso; mentre invece la benevolenza, proprio come l’amicizia, si ritiene che
sia rivolta non a quello che la prova, ma a colui per il quale la si prova.
Pertanto, è chiaro che la benevolenza è in relazione con l’amicizia etica». Qui
pare che solo l’amicizia etica (=virtuosa) implichi la benevolenza, che però è
un costituente della definizione generale di amicizia. Da passi di questo
tenore pare che le amicizie incomplete non siano amicizie in senso proprio,
visto che non soddisfano la definizione; Aristotele è oscillante, è innegabile
che vi sia una tensione irrisolta fra la sua vocazione inclusiva e lo sforzo di
enucleazione della “vera” amicizia come tipologia normante e assiologicamente
sovraordinata, che non è semplicemente una delle tre amicizie ma quella par
excellence, di cui le altre sono approssimazioni manchevoli. Si può accogliere
la lettura di Walker, per cui l’amicizia perfetta soddisfa criteri più severi,
le altre criteri più laschi. [57] Si pensi alla percezione per accidente (De
An. II 6, III 1): essa è comunque studiata come una modalità genuina di
percezione: le ragioni per cui essa è percezione per accidente non inficiano il
fatto di essere genuinamente un tipo di percezione. [58] I due amici perfetti,
in quanto buoni e virtuosi, realizzano l’eccellenza della natura umana, sono
esempi del bene incondizionato e del piacere incondizionato. [59] Et. Nic. VIII 3,
1156a31-1156b1. [60] Et. Eud. VII 2, 1238a11-30; Et. Nic. VIII 3, 1156b17-32. [61] Può succedere che l’altro
cambi, peggiori, o impazzisca, ma non accade per lo più. Cfr. Et. Nic. IX 3. [62] Et.
Nic. VIII 4, 1156b10. [63] Et. Eud. VII
2, 1236b31. [64] La sventura, poi, può rivelare che un’amicizia che pareva
perfetta era in realtà in vista dell’utile (Et. Eud. VII 2, 1238a19-21). [65] Lys.
211e-212a. [66] Et. Eud. VII 2, 1237b13-27. [67] Et. Nic. VIII 3, 1156a24-31.
[68] Et. Nic. VIII 7, 1158a21. [69] Et. Eud. VII 4; Et. Nic. VIII 8. [70] Et.
Eud. VII 9-11, Et. Nic. VIII 12-14. [71] Et. Eud. VII 12, 1244b4-5. [72] Cfr.
Pol. I 1, 1253a10-12; Et. Nic. IX 12, 1169b18-19. [73] Et. Eud. VII 12, 1245b15-16. [74] Et. Nic. 1245b18. [75] Et.
Eud. VII 12, 1245b18-19. [76] Si tratta di una complessità anche filologica,
dovuta a corruzioni del testo. Su ciò, cfr. Kosman (2004). [77] Delle tre anime
– nutritivo-riproduttiva, percettiva, razionale – la percettiva e la razionale
sono quelle che discriminano la realtà (cfr. De An. III 3, 427a17-23); la
percettiva, poi, è intimamente connessa col desiderio e, quindi, con l’azione
(cfr. De An. III 9-11). Vivere significa realizzare le proprie capacità
naturali e acquisite, il che per l’uomo implica anzitutto l’esercizio di
percezione e pensiero (ove entrambe vanno concepite come connesse all’azione,
in quanto coinvolgono anche desiderio e intelletto pratico). Su ciò, mi
permetto di rimandare a Zucca (2015), Capp. II e VI. [78] La felicità è «una
certa attività dell’anima secondo virtù completa» (Et. Nic. II 13, 1102a5-6). [79] Et. Eud.
VII 12, 1245a30; Et. Nic. IX 9, 1166 a 32, 1170 b 6. [80] Et. Eud. VII 12,
1245a35-7. [81] Trad. it. modificata. [82] In Et. Eud. VII 6 e in Et. Nic. si argomenta che i tipi di
relazione che si hanno con gli altri dipendono dal rapporto che si ha con sé
stessi: chi è buono e virtuoso sarà anche amico di sé stesso in modo armonico e
costante – sebbene si possa parlare di amicizia solo κατὰ ἀναλογίαν (1240a13),
nel caso dell’auto-rapporto – chi è malvagio sarà incostante e in conflitto con
sé stesso, e in senso analogico sarà nemico di sé stesso. Questa idea non
contraddice l’idea per cui la conoscenza di sé passa per la conoscenza
dell’altro (Et. Nic. IX 9), ma anzi la completa: il buono e virtuoso è felice
anzitutto in quanto ha un “sano” rapporto con sé, ma si conosce e realizza come
felice solo in quanto ha un rapporto di riconoscimento reciproco con amici che
hanno, a loro volta, un altrettanto “sano” rapporto con sé stessi. [83] L’idea
di un accesso introspettivo infallibile ed essenzialmente privato ai nostri
propri atti mentali, così tipicamente moderna, è affatto estranea ad
Aristotele. [84] Come è naturale porre l’enfasi sul valore speculativo
intrinseco della teoria, così è altrettanto opportuno ricordare che l’amicizia
perfetta aristotelica resta prerogativa di un sottoinsieme dei maschi adulti
liberi; tuttavia, questa tara storica affetta la teoria dell’amicizia, per così
dire, mediatamente: in quanto restringe a quel sottoinsieme la capacità di
realizzare l’eccellenza morale, precondizione della relazione d’amicizia
perfetta. [85] Non uso la locuzione «sapere chi sono», anacronisticamente, come
il coglimento di me stesso in quanto individualità irriducibile, magari
ineffabile e inaccessibile ad altri – non è certo questa sorta di soggettività
“novecentesca”, che secondo Aristotele giungerebbe alla coscienza di sé
nell’amicizia – bensì come il venire a conoscenza di che tipo di persona sono.
[86] Come bene intrinseco che trascende il livello del piacevole, è un amabile
oggetto di volontà piuttosto che di appetito (Et. Eud. VII 2, 1235b22-23), e la
volontà è desiderio razionale di beni scelti. [87] Un’analisi sistematica e
comparativa delle nozioni di amicizia e amore in Platone e Aristotele, è Price
(1989). Cfr. anche Kahn (1981). [88] Cfr. Phaedr. 265b-c. [89] La relazione
erotica amante/amato, peraltro, è anche meno significativa e più instabile di
altre relazioni fondate sul piacere – dunque, già di per sé instabili – in
quanto in questo caso il piacere «non deriva dalla stessa fonte» (l’uno gode
nell’esser corteggiato, l’altro nel contemplare l’altro, Et. Nic. VIII 5,
1157a2-10). [90] Lys. 222a3-7. Proverbi, impicatura proverbiale. A Errare
humanum est.jpg Ab amico reconciliato cave. Guardati da un amico
riconciliato.Absit reverentia vero. Bando ai pudori di fronte alla verità.
(Ovidio) Abusus non tollit usum. L'abuso non esclude l'uso.[2] Accidere ex una
scintilla incendia passim. A volte da una sola scintilla scoppia un incendio.Ad
impossibilia nemo tenetur. Nessuno è obbligato a fare l'impossibile.[4]
Adulator propriis commodis tantum suadet L'adulatore tiene di mira solo i suoi
interessi.[5] (Giulio Cesare) Amantis ius iurandum poenam non habet. Il
giuramento dell'innamorato non si può punire.[6] Amicus certus in re incerta
cernitur. Il vero amico si rivela nelle situazioni difficili.[7] (Quinto Ennio)
Amicus omnibus, amicus nemini. Amico di tutti, amico di nessuno.Amicus Plato,
sed magis amica veritas. Amo Platone, ma amo di più la verità.[9] (Aristotele)
Amor arma ministrat. L'amore procura le armi [agli amanti perché possano essere
grati alla persona amata].[10] (proverbio medievale) Amor caecus. L'amore è
cieco.[11] Amor gignit amorem.[10] Amore genera amore. Amor tussisque non
celatur. L'amore e la tosse non si possono nascondere.[12] Amoris vulnus sanat
idem qui facit. La ferita d'amore la risana chi la fa.[12] Anceps fortuna
belli. Le sorti della guerra sono incerte.[9] (Cicerone) Aquila non captat
muscas. L'aquila non prende mosche.[13] Athenas noctuas mittere.[14] Mandare
nottole ad Atene. Fare cosa inutile e superflua. Ars est celare artem.[15] La
perfezione dell'arte sta nel celarla. Audi, vide, tace, si vis vivere in
pace.Ascolta, guarda e taci, se vuoi vivere in pace. B Barba virile decus, et
sine barba pecus.[17] La barba è decoro dell'uomo e chi è senza barba è pecoro.
Bene qui latuit, bene vixit. Ben visse chi seppe vivere nell'oscurità.[18]
(Ovidio) Beati monoculi in terra caecorum. Beati i monòcoli nel paese dei
ciechi. Bis dat qui cito dat. Dà due volte chi dà presto.[19] Bis peccat qui
crimen negat.[20] È due volte colpevole chi nega la propria colpa. Bis pueris
senes. Il vecchio è due volte fanciullo. Bonis nocet qui malis parcet. Chi
risparmia i malvagi danneggia i buoni.[22] Bonum nomen, bonum omen.[23] Buon
nome, buon augurio. C Caecus non judicat de colore.[24] Il cieco non giudica i
colori. Non si può giudicare ciò che si sottrae alle nostre attitudini. Caesar
non supra grammaticos.[25] Cesare non (ha autorità) sopra i grammatici. Le
persone più altolocate non possono avere autorità se non su quelle cose di cui
s'intendono. Canis caninam non est.[26] Cane non mangia cane. Carpe diem. Cogli
il giorno. (Quinto Orazio Flacco) Caseus est sanus, quem dat avara manus. Fa
bene quel formaggio servito da una mano avara.[27] Causa patrocinio non bona
peior erit. La causa cattiva diventa peggiore col volerla difendere.[28]
(Ovidio) Causa perit iusta, si dextera non sit onusta.[29] La giusta causa
soccombe se la destra non è piena [di denaro]. Cave a signatis. Guàrdati dai
segnati.[28] Antico adagio in odio a coloro che sono affetti da qualche
imperfezione fisica: guerci, zoppi, ecc. Cave tibi ab acquis silentibus.
Guàrdati dalle acque chete.[28] Cavendo tutus.[30] Se sarai cauto, sarai
sicuro. Cogito ergo sum. Penso dunque sono. (Cartesio) Commendatoria verba non
obligant.[31] Le parole di raccomandazione non obbligano. Commune periculum
concordiam paret.[32] Il comune pericolo prepari la concordia. Consuetudo est
altera natura. L'abitudine è una seconda natura.[33] D De gustibus non est
disputandum. Sui gusti non si discute.[34] Difficilis in otio quies. È
difficile esser tranquilli nell'ozio. Dulce bellum inexpertis, expertus metuit.
La guerra è dolce per chi non ne ha esperienza, l'esperto la teme. (proverbio
medievale) Dum caput dolet, caetera membra languent. Quando duole il capo,
tutte le membra languono.[37] Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. Mentre
a Roma si delibera, Sagunto è espugnata.[38] Dum vinum intrat exit
sapientia.[39] Mentre il vino entra, esce la sapienza. Duo cum faciunt idem,
non est idem.[35] Quando due fanno la stessa cosa, non è più la stessa cosa. E
Errare humanum est, perseverare autem diabolicum.[40] L'errare è cosa umana, il
perseverare nella colpa invece è diabolico. Error hesternus sit tibi doctor
hodiernus.[41] L'errore di ieri ti sia maestro oggi. Est in canitie ridicula
Venus. È ridicolo l'amore di un vecchio.[42] (Proverbio medievale) Est modus in
rebus, sunt certi denique fines | quos ultra citraque nequit consistere rectum.
C'è una giusta misura nelle cose, ci sono giusti confini | al di qua e al di là
dei quali non può sussistere la cosa giusta. (Quinto Orazio Flacco) Ex ungue
leonem.[43] Dall'unghia si conosce il leone. Da un atto compiuto si rivela la
forza dell'autore, morale o materiale. Excusatio non petita fit accusatio
manifesta (proverbio medievale)[44] Chi si scusa senza esserne richiesto
s'accusa. F Fabas indulcat fames.[45] La fame addolcisce le fave. Facile est
inventis addere.[46] È facile aggiungere a ciò che è stato inventato. Facile
perit amicitia coacta.[47] Facilmente muore un'amicizia forzata. Facit
experientia cautos.[48] L'esperienza rende cauti. Fac sapias et liber eris.[49]
Fa' di sapere e sarai libero. Felicium omnes sunt cognati. Tutti sono parenti
dei fortunati.[8] Fiat iustitia et pereat mundus. Sia fatta giustizia e perisca
pure il mondo. Frangitur ira gravis cum sit responsio suavis.[50] Una dolce
risposta infrange l'ira. Frustra sapiens qui sibi non sapet.[51] Inutilmente sa
chi non sa per sé. G Gutta cavat lapidem. La goccia scava la pietra. H Homo
longus raro sapiens; sed si sapiens, sapientissimus. Un uomo lungo (ossia alto)
di rado è sapiente; ma se è sapiente, è sapientissimo.[52] Homo sine pecunia,
imago mortis. L'uomo senza danaro è l'immagine della morte.[53] I Ianuensis
ergo mercator. Genovese quindi mercante.[54] Imperare sibi maximum imperium
est. Comandare a sé stessi è la forma più grande di comando. (Seneca, Lettere a
Lucilio, CXIII.30) In magno mari capiuntur flumine pisces.[55] Nei grandi fiumi
si pescano i grandi pesci. Nei grandi affari si fanno i grossi guadagni. In
medio stat virtus. La virtù sta nel mezzo. (Orazio) In vino veritas. Nel vino
c'è la verità. L M Magnum vectigal parsimonia.[56] La parsimonia è un gran
capitale. (Cicerone) Major e longiquo reverentia.[56] La riverenza è maggiore
da lontano. (Tacito) Mala gallina, malum ovum.[57] Gallina cattiva, uovo cattivo.
Mea mihi conscientia pluris est quam omnium sermo.[58] Per me val più la mia
coscienza che il discorso di tutti. (Cicerone) Medicus curat, natura sanat. Il
medico cura ma è la natura che guarisce.[59] Melius est abundare quam deficere.
Meglio abbondare che trovarsi in scarsezza.[60] Mors tua vita mea.[56] La tua
morte è la mia vita. Mortui non mordent. I morti non mordono[61] [truismo]
Mortuo leoni et lepores insultant. Anche le lepri insultano un leone morto.[62]
Multi multa, nemo omnia novit. Molti sanno molto, nessuno sa tutto.[63] N
Natura non facit saltus. La natura non procede per salti.[64] Naturalia non
sunt turpia.[65] Le cose naturali non sono turpi. Nemo non formosus filius
matri. Nessun figlio non è bello per sua madre.[66] Ne pulsato portam alterius,
nisi velis pulsetur et tua.[67] Non bussare alla porta altrui se non vuoi che
bussino alla tua. Nihil est in intellectu quod non fuerit in sensu. Nulla è
nell'intelligenza che prima non fosse nel senso[68] Non omne quod licet
honestum est.[69] Non tutto ciò che è lecito è onesto. Non omnibus dormio. Non
dormo per tutti.[70] Nomen omen Il nome è un presagio (v. anche nomina sunt
consequentia rerum e conveniunt rebus nomina saepe suis) (Plauto, Persa, 625)
Nomina sunt consequentia rerum. I nomi sono corrispondenti alle cose.
(Giustiniano, Institutiones, 2, 7, 3) O Omne animal post coitum triste. Tutti
gli animali sono mesti dopo il coito.[71] Omne ignotum pro terribili.[72] Tutto
ciò che è ignoto incute paura. Omnia munda mundis. Per chi è puro tutto è puro.
(Paolo di Tarso) Omnia vincit amor. L'amore vince ogni cosa. (Virgilio,
Bucoliche X, 69) Omnia fert aetas. Il tempo porta via tutte le cose. (Virgilio)
Omnis festinatio ex parte diaboli est.[73] Ogni fretta viene dal diavolo. P
Panem et circenses. Pane e giochi [per distrarre il popolo]. (Giovenale, X 81)
Patere quam ipse fecisti legem.[74] Subisci la legge che tu stesso hai fatta.
Pectus est enim quod disertos facit È infatti il cuore che rende eloquenti
(Quintiliano, 10,7,15) Pecunia non olet Il denaro non puzza (Vespasiano) Per
aspera ad astra. Alle stelle [si giunge] attraverso aspri sentieri.[75]
Periculum in mora. Vi è pericolo nel ritardo. (Tito Livio, Ab urbe condita;
XXXVIII, 25) Philosophum non facit barbam.[76] La barba non fa il filosofo.
Primum vivere deinde philosophari (Thomas Hobbes) Prima vivere, poi fare della
filosofia. Q Quando Sol est in Leone, bibe vinum cum pistone. Quando il sole è
in Leone [segno zodiacale], bevi il vino col pistone [a garganella].[77] Qui
aquam Nili bibit rursus bibet.[78] Chi beve l'acqua del Nilo la berrà di nuovo.
È destinato a ritornarvi. Qui asinum non potest, stratum caedit.[79] Chi non
può bastonare l'asino bastona la bardatura. Qui gladio ferit gladio perit. Chi
di spada ferisce di spada perisce.[80] Qui in pergula natus est, aedes non
somniatur. Chi è nato in una capanna, i palazzi non li vede neanche in sogno.
(Petronio, 74,14) Qui jacet in terra non habet unde cadat. Per chi giace in
terra non c'è pericolo di cadere.[81] [truismo] Qui medice vivit, misere vivit.
Chi vive sotto la guida del medico, vive miseramente.Qui scribit, bis
legit.[82] Quisque faber fortunae suae. Ognuno è artefice del proprio destino.
(Appio Claudio Cieco) Quod differtur non aufertur Ciò che si dilaziona non lo
si perde[83] Quod non potest diabolus mulier evincit. Ciò che non può il
diavolo, l'ottiene la donna.[84] (proverbio medievale) Quot homines tot
sententiae. Tanti uomini, altrettante opinioni.[85] Quot servi tot hostes.
Tanti servi, tanti nemici.[85] R Re opitulandum, non verbis.[86] L'aiuto va
dato con i fatti, non con le parole. Rem tene, verba sequentur Possiedi
l'argomento e le parole seguiranno. (Marco Porcio Catone) Res satis est nota,
plus foetent stercora mota.[87] È cosa nota: lo sterco più è stuzzicato e più puzza.
S Salus extra Ecclesiam non est[88] Al di fuori della Chiesa non v'è salvezza
(Tascio Cecilio Cipriano, Lettera, 73, 21) Sapiens nihil affirmat quod non
probet.[89] Il saggio nulla afferma che non possa provare. Satis quod
sufficit.[90] Ciò che è sufficiente al bisogno, basta. Semel abas, semper
abas.[91] Una volta abate, sempre abate. Proverbio medioevale, affermante che
chi ha vestito una volta l'abito sacerdotale non può spogliarsi più delle idee
e delle abitudini ecclesiastiche. Significa anche, per estensione, che si
conservano sempre le idee una volta acquistate. Semel in anno licet insanire.
Una volta all'anno è lecito fare follie. (Seneca) Senatores boni viri: senatus
autem mala bestia.[92] I senatori sono brava gente; ma il senato è una cattiva
bestia. Sero venientibus ossa.[93] Per chi viene troppo tardi restano le ossa.
Si vis pacem, para bellum. Se vuoi la pace prepara la guerra. (Vegezio) Sicut
mater, ita et filia eius. Quale la madre, tale anche la figlia.[94] Simia simia
est, etiamsi aurea gestet insignia.[95] La scimmia resta sempre scimmia, anche
se indossa ornamenti d'oro. Sol lucet omnibus.[96] Il sole splende per tutti.
Vi sono delle cose di cui tutti gli uomini possono godere. Sorex suo perit
indicio.[97] Il topo perisce per essersi rivelato da sé. Sublata causa,
tollitur effectum.[98] Soppressa la causa, scompare l'effetto. T Timeo Danaos
et dona ferentes. Io temo comunque i Greci, anche se recano doni. (Publio
Virgilio Marone) U Ubi maior, minor cessat. Dinanzi al più forte, il debole
scompare.[8] Ubi opes, ibi amici. Dove sono le ricchezze, lì sono anche gli
amici.[8] Ubi uber, ibi tuber.[99] Dove è la mammella, ivi è il tumore. Dove
c'è abbondanza, ivi si forma il marciume, la corruzione. V Verba movent,
exempla trahunt.[100] Le parole commuovono, ma gli esempi trascinano. Verba
volant, scripta manent.[101] Le parole volano, gli scritti restano.
Vigilantibus, non dormientibus, jura succurunt.[102] Le leggi forniscono aiuto
ai vigilanti, non ai dormienti. Vinum lac senum.[103] Il vino è il latte dei
vecchi. Vulgus vult decipi, ergo decipiatur. Il popolo (il mondo) vuole essere
ingannato, e allora sia ingannato.[104] Note
Citato in Mastellaro, p. 21.
Citato in Tosi 2017, n. 1408.
Citato in Tosi 2017, n. 1010.
Citato in 2005, p. 6. Citato in
Mastellaro, p. 11. Citato in Mastellaro,
p. 25. Citato in Mastellaro, p. 18. Citato in Mastellaro, p. 20. Citato e tradotto in 2005, p. 15. Citato in De Mauri, p. 27. Citato in Mastellaro, p. 24. Citato in Mastellaro, p. 23. Citato in Tosi 2017, n. 2265. Citato, con spiegazione, in Umberto Bosco,
Lessico universale italiano, vol. XV, Istituto della Enciclopedia italiana,
Roma, 1968, p. 59. Citato e tradotto in
2005, § 169. Citato e tradotto in 2005,
§ 188. Citato e tradotto in 2005, §
215. Citato con traduzione in 2005, p.
28. Citato in 1921, p. 43, § 161. Citato e tradotto in 2005, § 243. Citato e tradotto in Lo Forte, § 148. Citato con traduzione in 2005, p. 30. Citato e tradotto in 2005, § 256. Citato e tradotto in Lo Forte, § 154. Citato e tradotto in Lo Forte, § 155. Citato e tradotto in 2005, § 280. Citato in Andrea Perin e Francesca Tasso (a
cura di), Il sapore dell'arte, Skira, Milano, 2010, p. 41. Citato e tradotto in 2005, p. 37. Citato e tradotto in 2005, § 305. Citato e tradotto in 2005, § 312. Citato e tradotto in 2005, § 343. Citato e tradotto in 2005, § 344. Citato in Mastellaro, p. 9. Citato in 2005, p. 57. Citato in Arthur Schopenhauer, Aforismi sulla
saggezza nella vita, traduzione di Oscar Chilesotti, Dumolard, Milano,
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militare, FrancoAngeli, Milano, 2006, p. 645. ISBN 88-464-7966-1 Citato in 1876, p. 66. Citato in 1921, p. 496. (ES) Citato in Jesús Cantera Ortiz de Urbina,
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Milano, 1975, p. 82 Citato e tradotto in
2005, § 732. Citato e tradotto in 2005,
§ 739. Citato e tradotto in 2005, §
741. Citato e tradotto in 2005, § 744. Citato e tradotto in 2005, § 747. Citato e tradotto in 2005, § 829. Citato e tradotto in 2005, § 835. Citato in 2005, p. 108. Citato in 2005, p. 109, § 941. Citato in Filippo Ruschi, Questioni di
spazio: la terra, il mare, il diritto secondo Carl Schmitt, G. Giappichelli
Editore, Citato e tradotto in 2005, § 1072.
Citato in 2005, p. 152. Citato e
tradotto in 2005, § 1313. Citato con
traduzione in Jean Louis Burnouf, Metodo per studiare la lingua latina adottato
dall'Università di Francia, presso Ricordi e Jouhaud, Firenze 1850, p.
276. Citato in 2005, p. 158. Citato in 2005, p. 159. Citato in AA. VV., Dizionario delle sentenze
latine e greche, § 1509, Rizzoli, Milano, 2017.
Citato in 2005, p. 166. Citato in
2005, p. 168. Citato in 1921, p. 88, §
319. Citato e tradotto in Lo Forte, §
733. Citato in 2017, § 664. Citato in 1876, p. 58. Citato in 1921, p. 556. Citato e tradotto in Lo Forte, § 788. Citato in 1921, p. 536. Citato in Paul-Augustin-Olivier Mahon,
Medicina legale e Polizia medica, vol. 4, a cura di Giuseppe Chiappari,
Pirotta, Milano, 1820, p. 295. Citato in
Guillaume Musso, Central Park, traduzione di Sergio Arecco, Bompiani, 2016, p.
195. Citato in Ann Casement, Who Owns
Jung?, Karnac Books, 2007, Londra, p.176 Anteprima Google Citato in L. De Mauri, Angelo Paredi e
Gabriele Nepi, p. 95. Citato in Peter
Olman, Zwei Mädchen suchen ihr Glück: Caleidoscopio berlinese, Edizioni
Mediterranee, Roma, 1966, p. 265. Citato
e tradotto in 2005, § 1970. Citato in
2005, p. 248. (DE) Citato in Friedrich
Otto Bittrich, Ägypten und Libyen, Safari-Verlag, Berlino, 1953, p. 7. Citato e tradotto in 2005, § 2167. Dal Vangelo:... tutti quelli che mettono mano
alla spada periranno di spada (Mt 26:52).
Citato in 2005, p. 256. Citato in
2005, p. 258. Citato in Tosi 2017, n.
1174. Citato in De Mauri, p. 171. Citato in 2005, p. 266. Citato e tradotto in 2005, § 2342. Citato e tradotto in 2005, § 2363. Spesso la frase viene attribuita a Cipriano
in una forma diversa: Extra Ecclesiam nulla salus. Citato e tradotto in 2005, § 2415. Citato e tradotto in 2005, § 2421. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1034. Citato e tradotto in 2005, § 2457. Citato e tradotto in 2005, § 2472. Citato in 1921, p. 138, § 465. Citato e tradotto in 2005, § 2528. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1079. Citato e tradotto in 2005, § 2606. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1097. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1169. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1203. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1204. Citato e tradotto in Lo Forte, § 1216. Citato in Proverbi siciliani raccolti e
confrontati con quelli degli altri dialetti d'Italia da Giuseppe Pitrè, Luigi
Pedone Lauriel, Palermo, 1880, vol. IV, p. 140.
Traduzione in voce su Wikipedia. Bibliografia L. De Mauri, 5000 proverbi
e motti latini, seconda edizione, Hoepli, Milano, 2006. ISBN 978-88-203-0992-0
Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, Milano, 1921. Giuseppe Fumagalli,
L'ape latina, Hoepli, Milano, 2005. ISBN 88-203-0033-8 Giacomo Lo Forte, Ad
hoc, Sandron, 1921. Paola Mastellaro, Il libro delle citazioni latine e greche,
Mondadori, Milano, 2012. ISBN 978-88-04-47133-2. Gustavo Benelli, Raccolta di
proverbi, massime morali, aneddoti, ed altro, Carnesecchi, Firenze, 1876. Renzo
Tosi, Dizionario delle sentenze latine e greche, Rizzoli, 2017. Voci correlate
Modi di dire latini Lingua latina Palindromi latini Categorie: Lingua
latinaProverbi per nazione. Proverbi Exquisite-kfind.png Per
approfondire, vedi: Proverbi toscani. A A brigante brigante e mezzo. 1 A buon
cavalier non manca lancia. 2 A buon cavallo non manca sella. 2 A buon cavallo
non occorre dir trotta. 3 A buon intenditor poche parole.[1 2 A caldo autunno
segue lungo inverno. 4 A cane scottato l'acqua fredda par calda. 5 A cane
vecchio non dargli cuccia. 2 A carnevale ogni scherzo vale, ma che sia uno
scherzo che sa di sale. 6 A caval che corre, non abbisognano speroni. 3 A caval
donato non si guarda in bocca.[2 2 A cavalier novizio, cavallo senza vizio. 3 A
cavallo d'altri non si dice zoppo. 3 A cavallo di fuoco, uomo di paglia, a uomo
di paglia, cavallo di fuoco. 3 A cavallo giovane, cavalier vecchio. 3 A caval
nuovo cavaliere vecchio. 2 A chi batte forte, si apron le porte. 7 A chi Dio
vuole aiutare, niente gli può nuocere. 4 A chi fortuna zufola, ha un bel
ballare. 4 A chi ha abbastanza, non manca nulla. 4 A chi mangia sempre polli
vien voglia di polenta. 8 A chi non piace il vino, il Signore faccia mancar
l'acqua. 8 A chi non può imparare l'abbicì, non si può dare in mano la Bibbia.
4 A chi non vuol credere, poco valgono mille testimoni. 8 A chi non vuol
credere sono inutili tutte le prove. 8 A chi non vuol far fatiche, il terreno
produce ortiche. 9 A chi prende moglie ci vogliono due cervelli. 4 A chi tanto
e a chi niente. 2 A chi troppo e a chi niente. 10 A chi ti dà il cappone, dagli
la coscia e l'alone. 8 A chi ti porge un dito non prendere la mano. 2 A chi
vuole fare del male non manca l'occasione. 4] A ciascun giorno basta la sua
pena.[3] 2] A ciascuno sta bene il proprio abito. 4] A donna di gran bellezza,
dalla poca larghezza. 4] A duro ceppo, dura accetta. 4] A goccia a goccia si
scava la pietra.[4] 11] A goccia a goccia s'incava la pietra. 2] A gran salita,
gran discesa. 4] A granello a granello si riempie lo staio e si fa il monte. 4]
A grassa cucina povertà vicina. 4] A lavar la testa all'asino si perde il ranno
e il sapone. 12] A lume spento è pari ogni bellezza. 4] A mali estremi estremi
rimedi. 1] A muro basso ognuno ci si appoggia. 1] A nemico che fugge ponti
d'oro. 1] A ogni uccello suo nido è bello. 1] A padre avaro figliuol prodigo.
13] A pancia piena si ragiona meglio. 8] A pagare e a morire c'è sempre tempo.
14] A paragone del molto che ignoriamo, è meno di niente quanto noi sappiamo.
4] A pazzo relatore, savio ascoltatore. 8] A pensar male, s'indovina sempre.
15] A pensar male ci s'indovina. 2] A pentola che bolle, gatta non s'accosta.
8] A rubar poco si va in galera, a rubar tanto si fa carriera. 1] A san Lorenzo
il dente la noce già sente. 2] A san Martino [11 novembre], apri la botte e
assaggia il vino. 8] A San Martino ogni mosto è vino. 16] A san Mattia la neve
va via. 4] A scherzar con la fiamma, ci si scotta. 17] A tal fortezza, tal
trincea. 4] A torto si lagna del mare chi due volte ci vuole tornare. 4] A
tutto c'è rimedio fuorché alla morte. 1] A usanza nuova non correre. 2]
Abbattuto l'albero scompare l'ombra. 8] Accasa il figlio quando vuoi, e la
figlia quando puoi. 18] Acquista buona fama e mettiti a dormire. 4] Ai bugiardi
e agli spacconi non è creduto. 8] Ai voli troppo alti e repentini sogliono i
precipizi esser vicini. 19] A voli troppo alti e repentini sogliono i precipizi
esser vicini. 2] Abate cupido, per un'offerta ne perde cento. 4] Abate rigoroso
rende i frati penitenti. 4] Abbi piuttosto il piccolo per amico, che il grande
per nemico. 8] Abiti stranieri, costumi stranieri; costumi stranieri, gente
straniera; la gente straniera sloggia gli antichi abitanti. 4] Abito troppo
portato e donna troppo vista vengono presto a noia. 4] Abbondanza genera
baldanza. 4] Accade in un'ora quel che non avviene in mill'anni. 2] Accade in
un'ora quel che non avviene in cent'anni. 2] Accendere una candela ai Santi e
una al diavolo. 4] Accendere una fiaccola per far lume al sole. 4] Acqua che
corre non porta veleno. 4] Acqua cheta rompe i ponti. 16] Acqua di san Lorenzo
[10 agosto] venuta per tempo; se alla Madonna viene va ancora bene; tardiva
sempre buona quando arriva. 2] Acqua e chiacchiere non fanno frittelle. 20]
Acqua lontana non spegne il fuoco. 21] Acqua passata, non macina più. 22] Ad
albero vecchio ed a muro cadente, non manca mai edera. 4] Ad ogni primavera
segue un autunno. 4] Ad ognuno la sua croce. 23] Ad ognuno pare bello il suo.
4] Ad un grasso mezzogiorno spesso tien dietro una cena magra. 4] Agosto ci
matura il grano e il mosto 16]. Agosto: moglie mia non ti conosco.[5][6] 1] Ai
macelli van più bovi che vitelli. 2] Ai pazzi ed ai fanciulli, non si deve prometter
nulla. 8] Ai pazzi si dà sempre ragione. 8] Aiutati che Dio t'aiuta. 24]
Aiutati che il ciel t'aiuta. 25] Aiutati che io ti aiuto. 16] Al baciarsi
presto tien dietro il coricarsi. 4] Al bisogno si conosce l'amico. 1] Al buio
la villana è bella quanto la dama. 2] Al buio, le donne sono tutte uguali. 8]
Al buio tutti i gatti sono bigi. 16] Al confessor, medico e avvocato, non
tenere il ver celato. 26] Al confessore, al medico e all'avvocato non si tiene
il ver celato. 2] Al contadin non far sapere quanto è buono il formaggio con le
pere. 1] Al cuore non si comanda. 1] Al cuor non si comanda. 27] Al cazzo non
si comanda. 2] Al culo non si comanda. 28] Al destino non si comanda. 2] Al
tempo non si comanda. 2] Al tempo e al culo non si comanda. 2] Al debole il
forte sovente fa torto. 8] Al fratello piace più veder la sorella ricca, che
farla tale. 8] Al levar le tende si conosce il guadagno. 4] Al gatto che lecca
lo spiedo non affidar arrosto. 8] Al genio non si danno le ali, ma le si
tagliano. 4] Al medico, al confessore e all'avvocato, bisogna dire ogni
peccato. 8] Al povero manca il pane, al ricco l'appetito. 8] Al primo colpo non
cade l'albero. 2] Al primo colpo non cade un albero. 2] Al suono si riconosce
la pignata. 29] Al villano, se gli porgi il dito, si prende la mano. 30] All'A
tien dietro il B nel nostro abbicì. 4] All'eco spetta l'ultima parola. 4]
All'orsa paion belli i suoi orsacchiotti. 8] All'uccello ingordo crepa il
gozzo. 2] All'ultimo si contano le pecore. 1] All'umiltà felicità, all'orgoglio
calamità. 8] Alla fame è presto ridotto chi s'imbarca senza biscotto. 4] Alla
fine anche le pernici allo spiedo vengono a noia. 8] Alla fine loda la vita e
alla sera loda il giorno.[7] 4] Alla fine loda la vita e alla sera il giorno.
2] Alla guerra si va pieno di denari e si torna pieni di vizi e di pidocchi. 4]
Alle barbe dei pazzi, il barbiere impara a radere. 8] Alle volte si crede di
trovare il sole d'agosto e si trova la luna di marzo. 8] Altri tempi, altri
costumi. 2] Alzati presto al mattino se vuoi gabbare il tuo vicino. 8]
Ambasciator non porta pena. 2] Amare e non essere amato è tempo perso. 4]
Ambasciatore che tarda notizia buona che porta. 2] Amicizia che cessa, non fu
mai vera. 4] Amico beneficato, nemico dichiarato. 4] Amico di buon tempo mutasi
col vento. 4] Amico di ventura, molto briga e poco dura. 31] Ammogliarsi è un
piacere che costa caro. 4] Amor che nasce di malattia, quando si guarisce passa
via. 8] Amor di nostra vita ultimo inganno.[8] 32] Amor, dispetto, rabbia e
gelosia, sul cuore della donna han signoria. 8] Amor nuovo va e viene, amor
vecchio si mantiene. 8] Amor regge il suo regno senza spada. 32] Amore con amor
si paga. 2] Amore di parentato, amore interessato. 4] Amore di villeggiatura
poco vale e poco dura. 2] Amore di fratello, amore di coltello. 8] Amore è il
vero prezzo con che si compra amore. 33] Amore non si compra né si vende. 33]
Amore onorato, né vergogna né peccato. 8] Amore scaccia amore. 4] Anche fra le
spine nascono le rose. 34] Anche i fanciulli diventano uomini. 4] Anche il più
verde diventa fieno. 4] Anche il sole ha le sue macchie. 4] Anche l'abate fu
prima frate. 4] Anche l'ambizione è una fame. 4] Anche la legna storta dà il
fuoco diritto. 4] Anche la regina Margherita mangia il pollo con le dita. 35] Anche
le bestie le ha fatte il Signore. 8] Anche le colombe hanno il fiele. 4] Anche
le pulci hanno la tosse. 2] Anche le uova della gallina nera sono bianche; ma
staremo a vedere se anche i suoi pulcini sono bianchi. 4] Anche un giogo dorato
pesa. 8] Andar presto a dormire e alzarsi presto chiude la porta a molte
malattie. 8] Andar bestia, e tornar bestia, dice il moro. 36] Anno nevoso anno
fruttuoso. 16] Anno nuovo vita nuova. 1] Approfitta degli errori degli altri,
piuttosto che censurarli. 4] Aprile dolce dormire.[9] 2] Aprile e maggio sono
la chiave di tutto l'anno. 4] Aprile ogni goccia un barile.[10] 2] Aprile
piovoso, maggio ventoso, anno fruttuoso. 4] Ara nel mare e nella rena semina,
chi crede alle parole della femmina. 8] Arcobaleno porta il sereno. 2] Aria
rossa o piscia o soffia. 2] Asino che ha fame mangia d'ogni strame. 2] Assai
bene balla a chi fortuna suona. 4] Assai digiuna chi mal mangia. 8] Assai
domanda chi ben serve e tace. 37] Assai domanda chi si lamenta. 8] Assalto
francese e ritirata spagnola. 2] Attacca l'asino dove vuole il padrone e, se si
rompe il collo, suo danno. 1] Avuta la grazia, gabbato lo santo. 8] B Bacco,
tabacco e Venere riducon l'uomo in cenere. 2] Ballaremo secondo che voi
suonerete. 4] Bandiera rotta onor di capitano. Bandiera vecchia onor di
capitano. 2] Basta un matto per casa. 8] Batti il ferro finché è caldo. Batti
il ferro quando è caldo. 1] Bei gatti e grossi letamai mostrano il buon
agricoltore. 38] Bella cosa presto è rapita. 4] Bella in vista, dentro è
trista. 4] Bella ostessa, conti traditori. 2] Bella ostessa, brutti conti. 39]
Bell'ostessa, conto caro. 40] Bella vigna poca uva. 2] Bellezza di corpo non è
eredità. 4] Bellezza e follia vanno spesso in compagnia. 41] Bello in fasce
brutto in piazza. 1] Ben sa la botte di qual vino è piena. 4] Ben si caccia il
diavolo, ma Satana ritorna. 4] Bene per male è carità, male per bene è
crudeltà. 8] Bene educato, non mentì mai. 4] Bene perduto è conosciuto. 4] Beni
di fortuna passano come la luna. 2] Bevi il vino e lascia andar l'acqua al
mulino. 8] Bisogna dire pane al pane e vino al vino. 2] Bisogna far buon viso a
cattivo gioco. 1] Bisogna fare di necessità virtù. 2] Bisogna fare il pane con
la farina che si ha. 4] Bisogna fare la festa quando cade, e prendere il tempo
come viene. 4] Bisogna fare la festa quando è il santo. 4] Bisogna mangiare per
vivere e non vivere per mangiare. 2] Bisogna prendere gli avvenimenti quando
Dio li manda. 4] Bocca che tace nessuno l'aiuta. 2] Bocca che tace mal si può
aiutare. 42] Bocca chiusa ed occhio aperto non fecero mai male a nessuno. 4]
Botte buona fa buon vino. 2] Brutta cosa è il povero superbo e il ricco avaro.
8] Brutta di viso ha sotto il paradiso. 2] Brutto in fasce bello in piazza. 1]
Buca il marmo fin d'acqua una goccia. 8] Bue sciolto lecca per tutto. 8] Bue
fiacco stampa più forte il piede in terra. 4] Bue vecchio, solco diritto. 4]
Buon fuoco e buon vino, scaldano il mio camino. 8] Buon sangue non mente. 2]
Buon tempo e mal tempo non dura tutto il tempo. 1] Buon vino e bravura, poco
dura. 8] Buon vino fa buon sangue. 1] 8] Buon vino, favola lunga. 8] Buona fama
presto è perduta. 4] Buona greppia, buona bestia. 8] Buona guardia giova a
molte cose. 4] Buona la forza, migliore l'ingegno. 4] Buone parole e pere marce
non rompono la testa a nessuno. 31] Burlando si dice il vero. 4] C Cader non
può, chi ha la virtù per guida. 4] Cambiano i suonatori ma la musica è sempre
quella. 1] Cambiare e migliorare sono due cose; molto si cambia nel mondo, ma
poco si migliora. 4] Campa cavallo che l'erba cresce. 2] Campa, cavallo mio,
che l'erba cresce. 1] Can che abbaia non morde. 1] Cane affamato non teme
bastone.[11] 2] Cane e gatta tre ne porta e tre ne allatta. 8] Cane non mangia
cane. 43] Cane ringhioso e non forzoso, guai alla sua pelle! 4] Capelli lunghi,
cervello corto. 4] Carta canta e villan dorme. 1] Casa fatta e vigna posta, non
si sa quello che costa. 44] Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia, tu mi
sembri una badia. 45] Casa mia, casa mia, benché piccola tu sia, tu mi sembri
una badia. 2] Casa mia, casa mia, pur piccina che tu sia mi sembri una badia.
9] Castiga il buono e si emenderà; castiga il cattivo e peggiorerà. 4] Cattivo
cominciamento, fine peggiore. 8] Cavallo da vettura, poco costa e poco dura.
46] Cavallo vecchio, tardi muta ambiatura. 47] Cavolo riscaldato non fu mai
buono. 2] Cavolo riscaldato, frate sfratato e serva ritornata non furon mai
buoni. 2] Cento teste, cento cappelli. 48] Certe macchie ben si possono
grattare ma non togliere. 4] Cessato il guadagno, cessata l'amicizia. 49] Chi a
tutti facilmente crede, ingannato si vede. 4] Chi accarezza la mula rimedia
calci. 2] Chi accarezza la mula buscherà calci. 2] Chi accetta l'eredità
accetti anche i debiti. 4] Chi ad altri inganni tesse, poco bene per sé ordisce.
4] Chi alza il piede per ogni paglia, si può rompere facilmente una gamba. 8]
Chi ama me, ama il mio cane. 50] Chi ara terra bagnata, per tre anni l'ha
dissipata. 51] Chi asino nasce, asino muore. 4] Chi balla senza suono, come
asino si ritrova. 52] Chi ben coltiva il moro, coltiva nel suo campo un gran
tesoro. 47] Chi ben comincia è a metà dell'opera. 53] Chi ben comincia è alla
metà dell'opera. 2] Chi ben comincia è alla metà dell'opra. 1] Chi bene semina,
bene raccoglie. 4] Chi beve vin, campa cent'anni. 54] Chi beve birra campa
cent'anni.[12] 2] Chi biasima il suo prossimo che è morto, dica il vero, dica
il falso, ha sempre torto. 4] Chi caccia volentieri trova presto la lepre. 4]
Chi cade in povertà, perde ogni amico. 4] Chi cava e non mette, le possessioni
si disfanno. 55] Chi cavalca o trotta alla china, o non è sua la bestia, o non
la stima. 8] Chi cento ne fa una ne aspetta. 1] Chi cerca di sapere ciò che
bolle nella pentola d'altri, ha leccate le sue. 8] Chi cerca lealtà e fedeltà
nel mondo, non trova che ipocrisia. 4] Chi cerca, trova.[13] 2] Chi cerca trova
e chi domanda intende. 2] Chi coglie acerbo il senno, maturo ha sempre
d'ignoranza il frutto. 8] Chi comincia in alto, finisce in basso. 8] Chi compra
il superfluo, si prepara a vendere il necessario. 56] Chi compra sprezza e chi
ha comprato apprezza. 2] Chi conserva per l'indomani, conserva per il cane. 8]
Chi contro Dio getta la pietra, in capo gli torna. 8] Chi d'estate secca serpi,
nell'inverno mangia anguille. 4] Chi d'estate vuole stare al fresco, ci starà
anche d'inverno. 4] Chi da gallina nasce, convien che razzoli. 8] Chi da savio
operare vuole, pensi al fine. 4] Chi dà ghiande non può riavere confetti. 4]
Chi di gallina nasce convien che razzoli. 2] Chi dal lotto spera soccorso,
mette il pelo come un orso. 8] Chi dà per ricevere, non dà nulla. 8] Chi del
vino è amico, di se stesso è nemico. 8] Chi di spada ferisce di spada
perisce.[14] 1] Chi di speranza vive disperato muore. 1] Chi di una donna
brutta s'innamora, lieto con essa invecchia e l'ama ancora. 8] Chi di coltel
ferisce, di coltel perisce. 4] Chi di spirito e di talenti è pieno domina su
quelli che ne hanno meno. 4] Chi dice A arrivi fino alla Z. 4] Chi dice A deve
dire anche B. 4] Chi dice donna dice danno. 1] Chi dice donna dice guai, chi
dice uomo peggio che mai. 8] Chi dice male, l'indovina quasi sempre. 4] Chi
dice quel che vuole sente quel che non vorrebbe. 1] Chi disprezza compra. 1]
Chi disprezza vuol comprare e chi loda vuol lasciare. 2] Chi domanda ciò che
non dovrebbe, ode quel che non vorrebbe. 2] Chi domanda non erra. 2] Chi
domanda non fa errore. 57] Chi dopo la polenta beve acqua, alza la gamba e la
polenta scappa. 8] Chi dorme d'agosto dorme a suo costo. 2] Chi dorme non
piglia pesci.[15] 1] Chi è causa del suo mal pianga se stesso.[16] 1] Chi è
bugiardo è ladro. 4] Chi è destinato alla forca non annega. 58] Chi è generoso
con la bocca, è avaro col sacco. 4] Chi è in difetto è in sospetto. 1] Chi è
mandato dai farisei è ingannato dai farisei. 4] Chi è morso dalla serpe, teme
la lucertola. 8] Chi non è savio, paziente e forte si lamenti di sé, non della
sorte. 8] Chi è schiavo delle ambizioni ha mille padroni. 4] Chi è stato
trovato una volta in frode, si presume vi sia sempre. 4] Chi è svelto a
mangiare è svelto a lavorare. 1] Chi è tosato da un usuraio, non mette più
pelo. 8] Chi è uso all'impiccare, non teme la forca. 4] Chi fa da sé fa per
tre.[17] 1] Chi fa come il prete dice, va in Paradiso: ma chi fa come il prete
fa, a casa del diavolo se ne va.[18] Chi fa del bene agli ingrati, Dio lo
considera per male. 4] Chi fa il male odia la luce. 4] Chi fa l'altrui
mestiere, fa la zuppa nel paniere. 59] Chi fa la legge, deve conservarla. 4]
Chi fa una legge, deve anche preoccuparsi che sia eseguita. 4] Chi fa le fave
senza concime le raccoglie senza baccelli. 2] Chi fa falla e chi non fa
sfarfalla. 1] Chi fa un'ingiustizia, la dimentica; chi la riceve, se ne
ricorda. 4] Chi fosse indovino, sarebbe ricco. 4] Chi fugge il giudizio, si
condanna. 4] Chi fugge un matto, ha fatto buona giornata. 8] Chi getta un seme
lo deve coltivare, se vuol vederlo con il tempo germogliare. 60] Chi gioca al
lotto, è un gran merlotto. 8] Chi gioca al lotto, in rovina va di botto. 8] Chi
gioca al lotto, in rovina va di trotto. 8] Chi ha avuto ha avuto e chi ha dato
ha dato. 16]. Chi ha avuto il beneficio, se lo dimentica. 4] Chi ha da far con
un incostante, tien l'anguilla per la coda. 4] Chi ha denti non ha pane e chi
ha pane non ha denti. 1] Chi ha farina non ha la sacca. 1] Chi ha fatto ingiuria
ad altri, da altri convien che la sopporti. 4] Chi ha il capo di cera, non vada
al sole. 61] Chi ha imbarcato il diavolo, deve stare in sua compagnia. 4] Chi
ha ingegno, lo mostri. 62] Chi ha per letto la terra, deve coprirsi col cielo.
8] Chi ha polvere spara. 1] Chi ha portato la tonaca puzza sempre di frate. 2]
Chi ha prete, o parente in corte, fontana gli risorge. 63] Chi ha tempo, ha
vita. 64] Chi ha tempo non aspetti tempo. 1] Chi ha terra, ha guerra. 56] Chi
ha tutto il suo in un loco l'ha nel fuoco. 2] Chi ha un mestiere in mano,
dappertutto trova pane. 4] Chi il vasto mare intrepido ha solcato, talvolta in
piccol rio muore annegato. 65] Chi la dura la vince. 1] Chi la fa l'aspetti. 1]
Chi lascia la via vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non sa quel che
trova. 1] Chi lascia la via vecchia per la nuova peggio si trova. 16] Chi
lavora con diligenza, prega due volte. 4] Chi lavora, Dio gli dona. 4] Chi mal
semina mal raccoglie. 1] Chi male una volta si marita, ne risente tutta la
vita. 4] Chi male vive, male muore. 2] Chi maltratta le bestie, non la fa mai
bene. 8] Chi mangia sempre pan bianco, spesso desidera il nero. 8] Chi mangia
sempre torta se ne sazia. 8] Chi mena per primo mena due volte.Chi molto parla,
spesso falla. Chi mordere non può non mostri i denti. 40] Chi muore giace e chi
vive si dà pace. 1] Chi nasce afflitto muore sconsolato. 1] Chi nasce è bello,
chi si sposa è buono e chi muore è santo. 1] Chi nasce matto non guarisce mai.
8] Chi nasce tondo non può morir quadrato. 57] Chi non ama le bestie, non ama i
cristiani. 8] Chi non apre la bocca, non le piove dentro. 4] Chi non beve in
compagnia o è un ladro o è una spia. 1] Chi non caccia non prende. 4] Chi non
comincia non finisce. 1] Chi non crede di esser matto, è matto davvero. 8] Chi
non crede in Dio, non crede nel diavolo. 67] Chi non dà a Cristo, dà al fisco.
8] Chi non è con me è contro di me. 2] Chi non è volpe, dal lupo si guardi,
perché ne sarà preda presto o tardi. 4] Chi non fu buon soldato, non sarà buon
capitano. 68] Chi non ha fede, non ne può dare. 8] Chi non ha il gatto mantiene
i topi e chi ce l'ha li mantiene tutti e due. 8] Chi non ha imparato a
ubbidire, non saprà mai comandare. 8] Chi non ha testa abbia gambe. 57] Chi non
lavora non mangia. 2] Chi non mangia ha già mangiato. 2] Chi non muore si
rivede. 2] Chi non naufragò in mare, può naufragare in porto. 8] Chi non può
bastonare il cavallo, bastona la sella. 4] Chi non risica, non rosica. 1] Chi
non sa adulare non sa regnare. 4] Chi non sa fare non sa comandare. 68] Chi non
sa leggere la sua scrittura è asino di natura. 69] Chi non sa niente non è
buono a niente. 4] Chi non sa tacere non sa parlare. 2] Chi non sa ubbidire,
non sa comandare. 68] Chi non segue il consiglio dei genitori, tardi se ne
pente. 4] Chi non semina non raccoglie. 2] Chi non si innamora da giovane, si
innamora da vecchio. 8] Chi non trovò ombra nell'estate, la troverà
nell'inverno. 4] Chi non vuol essere consigliato, non può essere aiutato. 4]
Chi parla due lingue è doppio uomo. 70] Chi pecca in segreto fa la penitenza
pubblica. 8] Chi pecora si fa, il lupo se la mangia. 1] Chi per grazia prega,
non ha mai bene. 4] Chi perde ha sempre torto. 1] Chi perdona senza
dimenticare, non perdona che metà. 4] Chi pesca con l'amo d'oro, qualcosa
piglia sempr e. 8] Chi piglia leone in assenza, teme la talpa in presenza.
8] Chi più ha più vuole. 1] Chi più ha più ne vorrebbe. 2] Chi più lavora, meno
mangia. 4] Chi più ne fa è fatto papa. 4] Chi più ne ha più ne metta. 2] Chi
più sa meno crede. 1] Chi più spende meno spende. 2] Chi poco sa presto parla.
2] Chi porta fiori, porta amore. 8] Chi predica al deserto, perde il sermone.
71] Chi prende l'anguilla per la coda, può dire di non tenere nulla. 4] Chi
prima arriva meglio alloggia. 2] Chi prima nasce prima pasce. 1] Chi prima non
pensa dopo sospira. 2] Chi rende male per bene, non vedrà mai partire da casa
sua la sciagura. 8] Chi ricorda un beneficio, lo rinfaccia. 4] Chi ride il
venerdì piange la domenica. 1] Chi rimane in umile stato, non ha da temer caduta.
8] Chi ringrazia non vuol obblighi. 8] Chi ringrazia per una spiga, riceve una
manna. 8] Chi Roma non vede, nulla crede. 8] Chi ruba poco, ruba assai. 72] Chi
rompe paga e i cocci sono suoi. 1] Chi ruba un regno è un ladro glorificato, e
chi un fazzoletto, un ladro castigato. 4] Chi ruba una volta è sempre ladro. 4]
Chi s'accapiglia si piglia.[19] Chi s'aiuta Iddio l'aiuta. 1] Chi sa fa e chi
non sa insegna. 1] Chi sa fare fa e chi non sa fare insegna.[20] Chi sa il
gioco non l'insegni. 1] Chi sa il trucco non l'insegni. 1] Chi sa senza Cristo
non sa nulla. 8] Chi scopre il segreto perde la fede. 1] Chi semina buon grano
avrà buon pane; chi semina lupino non avrà né pan né vino. 2] Chi semina con
l'acqua raccoglie col paniere. 2] Chi semina raccoglie. 2] Chi semina vento
raccoglie tempesta.[21][22] 1] Chi serba serba al gatto. 1] Chi si contenta
gode. 1] Chi si diletta di frodare gli altri, non si deve lamentare se gli
altri lo ingannano. 4] Chi si fa i fatti suoi campa cent'anni. 57] Chi si fa un
idolo del suo interesse, si fa un martire della sua integrità. 73] Chi si fida
nel lotto, non mangia di cotto. 8] Chi si fida di greco, non ha il cervel seco.
74] Chi si guarda dal calcio della mosca, gli tocca quello del cavallo. 4] Chi
si immagina di essere più di quello che è, si guardi nello specchio. 4] Chi si
loda si sbroda. 4] Chi si prende d'amore, si lascia di rabbia. 8] Chi si scusa
si accusa. 1] Chi si somiglia si piglia. 2] Chi si sposa in fretta, stenta
adagio. 75] Chi si umilia sarà esaltato, chi si esalta sarà umiliato. 8] Chi si
vanta da solo non vale un fagiolo. 2] Chi si vanta del delitto è due volte
delinquente. 4] Chi siede in basso, siede bene. 8] Chi sta tra due selle si
trova col culo in terra. 2] Chi tace acconsente. 1][23] Chi tace davanti alla
forza, perde il suo diritto. 4] Chi tanto e chi niente. 1] Chi troppo e chi
niente. 1] Chi tardi arriva male alloggia. 1] Chi ti dà un osso non ti vorrebbe
morto. 4] Chi ti vuol male, ti liscia il pelo. 8] Chi tiene il letame nel suo
letamaio, fa triste il suo pagliaio. 8] Chi tiene la scala non è meno reo del
ladro. 76] Chi troppo comincia, poco finisce. 77] Chi troppo vuole nulla
stringe.[24] 1] Chi trova un amico trova un tesoro. 1] Chi uccide i gatti fa
male i suoi fatti. 38] Chi va a caccia non deve lasciare a casa il fucile. 4]
Chi va a Roma perde la poltrona. 2] Chi va all'acqua d'agosto, non beve o non
vuol bere il mosto. 8] Chi va all'osto, perde il posto. 78] Chi va al mulino
s'infarina. 1] Chi va con lo zoppo, impara a zoppicare. 79] Chi va piano va
sano e va lontano. Chi va forte va alla morte.[25] 80] Chi ha più fretta, più
tardi finisce. 4] Chi fa in fretta fa due volte. 4] Chi pesca e ha fretta,
spesse volte prende dei granchi. 4] Chi va via perde il posto all'osteria. 81]
Chi vanta se stesso e abbassa gli altri, gli altri abbasseranno lui. 4] Chi
vende a credenza spaccia assai: perde gli amici e i quattrin non ha mai.[26] 2]
Chi dà a credito spaccia assai perde gli amici e danar non ha mai. 2] Chi va
alla festa e non è invitato, ben gli sta se ne è scacciato. 4] Chi vien di
raro, gli si fa festa. 8] Chi vince ha sempre ragione. 82] Chi vive in libertà
non tenti il fato. 4] Chi vive sei giorni nell'oasi, il settimo anela il
deserto. 8] Chi vivrà vedrà. 2] Chi vuol d'avena un granaio la semini di
febbraio. 2] Chi vuol dell'acqua chiara vada alla fonte. 4] Chi vuol udir
novelle, dal barbier si dicon belle. 8] Chi vuol esser libero, non metta il
collo sotto il giogo. 8] Chi vuol essere pagato, non dev'essere ringraziato. 8]
Chi vuol guarire deve soffrire. 4] Chi vuol impetrare, la vergogna ha da
levare. 83] Chi vuol lavoro degno assai ferro e poco legno. 2] Chi vuol pane,
meni letame. 84] Chi vuol presto impoverire, chieda prestito all'usuraio. 8]
Chi vuol provar le pene dell'inferno, la stia in Puglia e all'Aquila d'inverno.
8] Chi vuol saper cos'è l'inferno faccia il cuoco d'estate e il carrettiere
d'inverno. 8] Chi vuol un bel pagliaio lo pianti di febbraio. 8] Chi vuol
vedere Pisa vada a Genova. 85] Chi vuole arricchire in un anno, è impiccato in
sei mesi. 4] Chi vuole assai, non domandi poco. 86] Chi vuole essere amato,
divenga amabile. 9] Chi vuole essere sicuro della sua farina, deve portare egli
stesso il sacco al mulino. 4] Chi vuole i santi se li preghi. 1] Chi vuole la
figlia accarezzi la madre. 4] Chi vuole vada e chi non vuole mandi. 1] Chiara
notte di capodanno, dà slancio a un buon anno. 8] Chiodo scaccia chiodo. 2]
Chiodo schiaccia chiodo. 9] Chitarra e schioppo fanno andare la casa a galoppo.
8] Ci vuole altro che un'accozzaglia di gente per fare un esercito. 4] Ci vuole
ingegno per governare i pazzi. 4] Ciascuno è artefice della sua fortuna. 2][27]
Ciascuno è artefice della propria fortuna. 2] Ciascuno porta il suo ingegno al
mercato. 4] Cielo a pecorelle acqua a catinelle. 1] Ciò che è male per uno, è
bene per un altro. 4] Ciò che lo stolto fa in fine, il savio fa in principio.
87] Ciò che non si può cambiare bisogna saperlo sopportare. 4] Col fuoco non si
scherza. 1] Col latino, con un ronzino e con un fiorino si gira il mondo. 4] Col
nulla non si fa nulla. 1] Col pane tutti i guai sono dolci. 1] Col tempo e con
la paglia maturano le nespole.[28] 2] Col tempo e con la paglia maturano le
sorbe e la canaglia. 2] Colla sola lealtà, non si pagano i merletti della
cuffia. 4] Come farai, così avrai. 4] Come i piedi portano il corpo, così la
benevolenza porta l'anima. 4] Comincia, che Dio provvede al resto. 4] Compar di
Puglia, l'un tiene e l'altro spoglia. 8] Comun servizio ingratitudine rende. 8]
Con arte e con ingegno, si acquista mezzo regno; e con ingegno ed arte, si
acquista l'altra parte. 4] Con gli anni crescono gli affanni. 8] Con i matti
non ci son patti. 8] Con l'inchiostro, una mano può innalzare un furfante ed
abbassare un galantuomo. 8] Con la pazienza la foglia di gelso diventa seta.
88] Con la pietra si prova l'oro, con l'oro la donna e con la donna l'uomo. 8]
Con la più alta libertà, abita la più bassa servitù. 4] Con le buone maniere si
ottiene tutto. 89] Con un bicchier di vino si fa un amico. 8] Con un occhio si
frigge il pesce e con l'altro si guarda il gatto. 8] Conchiuder lega è facile,
difficile il mantenerla. 4] Confidenza toglie riverenza. 4] Conserva le monete
bianche per le giornate nere. 8] Contadini, scarpe grosse e cervelli fini. 1]
Contano più i fatti che le parole. 90] Contro due donne neanche il diavolo può
metterci il becco. 8] Contro due non la potrebbe Orlando. 91] Contro la forza
la ragion non vale. 1] Contro la nebbia forza no vale. 4] Coricarsi presto,
alzarsi presto, danno salute, ricchezza e sapienza. 8] Corpo satollo anima
consolata. 1] Corpo sazio non crede a digiuno. 1] Cortesia schietta, domanda
non aspetta. 92] Corre un pezzo la lepre, un pezzo il cane; così s'alternano le
vicende umane. 8] Cosa fatta capo ha.[29] 2] Cosa di rado veduta, più cara è
tenuta. 8] Cosa rara, cosa cara. 8] Cucina grassa, magra eredità. 4] Cuor
contento gran talento. 93] Cuor contento il ciel l'aiuta. 94] Cuor contento il
ciel lo guarda. 2] Cuor contento non sente stento. 2] D D'aprile ogni goccia
val mille lire. 2] D'aquila non nasce colomba. 4] Da colpa nasce colpa. 4] Da
cosa nasce cosa. 95] Da falsa lingua, cattiva arringa. 8] Da Lodi, tutti passan
volentieri. 8] Da un disordine nasce un ordine. 8] Dagli amici mi guardi Iddio
che dai nemici mi guardo io. 2] Dàgli, dàgli, le cipolle diventano agli. 96]
Riferito alle insidie che l'amore riserva alle virtù delle fanciulle. Dai
giudici siciliani, vacci coi polli nelle mani. 8] Dall'asino non cercar lana.
4] Dall'opera si conosce il maestro. 4] Dall'immagine si conosce il pittore. 4]
Dalla mano si riconosce l'artista. 4] Dal canto si conosce l'uccello. 4] Dal
passato è facile predire il futuro. 4] Dalla casa si conosce il padrone. 4]
Danaro e santità, metà della metà. 8] Denari e santità metà della metà. 97]
Date a Cesare quel che è di Cesare.[30] 2] Davanti al cameriere non vi è
Eccellenza. 4] Davanti l'abisso e dietro i denti di un lupo. 4] Debole catena
muover può gran peso. 8] Dei vizi è regina l'avarizia. 98] Del senno di poi son
piene le fosse. 1] Delle calende non me ne curo purché a san Paolo non faccia
scuro.[31] 2] Detto senza fatto, ad ognuno pare un misfatto. 4] Di buone
intenzioni è lastricato l'inferno. 99] Di chi è l'asino, lo pigli per la coda.
4] Di dolore non si muore, ma d'allegrezza sì. 8] Di maggio si dorme per assaggio.[32]
2] Di malerba non si fa buon fieno. 4] Di notte si ritirano i galantuomini ed
escono i birbanti. 8] Di quello che non ti interessa, non dire né bene né male.
4] Di tutte le arti maestro è l'amore. 8] Dice la serpe: non mi toccar che non
ti tocco. 8] Dicembre favaio. 16] Dicono che è mercante anche chi perde, ma
questo presto ridurrassi al verde. 100] Dieci ne pensa il topo e cento il
gatto. 101] Dietro il monte c'è la china. 2] Dietro il riso viene il pianto. 8]
Dimmi con chi vai, e ti dirò che fai. 73] Dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei.
102] Dio aiuti il povero, perché il ricco può aiutar se stesso. 8] Dio dà la
piaga e dà anche la medicina. 4] Dio guarisce e il medico è ringraziato. 4] Dio
li fa e poi li accoppia. 1] Dio manda il freddo secondo i panni. 1] Dio mi
guardi da chi studia un libro solo. 4] Dio misura il vento all'agnello tosato.
4] Dio vede e provvede. 2] Disse la volpe ai figli: "Quando a tordi,
quando a grilli". 4] Dolore comunicato è subito scemato. 4] Domandando si
va a Roma. 2] Domandare è lecito, rispondere è cortesia. 2] Donna al volante,
pericolo costante. 103] Donna adorna, tardi esce e tardi torna. 8] Donna
baffuta sempre piaciuta. 2] Donna barbuta, sempre piaciuta. 103] Donna barbuta
coi sassi si saluta. 2] Donna bianca, poco gli manca. 8] Donna rossa coscia
grossa. 8] Donna che canti dolcemente in scena, pei giovani inesperti è una
sirena. 8] Donna che dona, di rado è buona. 8] Donna che piange, ovver che
dolce canti, son due diversi, ambo possenti incanti. 8] Donna che sa il latino
è rara cosa, ma guardati dal prenderla in isposa. 8] Donna e fuoco, toccali
poco. 8] Donne e motori gioie e dolori. 104] Donna e vino ubriaca il grande e
il piccolino. 8] Donna giovane e uomo anziano possono riempire la casa di
figli. 8] Donna io conosco, ch'è una santa a messa e che in casa è un'orribil
diavolessa. 8] Donna nana tutta tana. 2] Donna nobil per natura è un tesor
cheonna savia e bella è preziosa ancsempre dura. 8] Donna pelosa, donna
virtuosa. 2] Donna pregata nega, trascurata prega. 8] Donna prudente, gioia
eccellente. 8] Dhe in gonnella. 8] Donna si lagna, donna si duole, donna
s'ammala quando lo vuole. 8] Donne e sardine, son buone piccoline. 8] Donne,
danno, fanno gli uomini e li disfanno. 8] Dopo desinare non camminare; dopo cena,
con dolce lena. 4] Dopo e poi son parenti del mai. 2] Dopo il dolce vien
l'amaro. 8] Dopo il fatto il consiglio non vale. 4] Dopo il fatto viene troppo
tardi il pentimento. 4] Dopo il giorno vien la notte. 8] Dopo la grazia di Dio,
la miglior cosa è la libertà. 8] Dopo la tempesta, il sole. 8] Dopo le fosche
nuvole il sol splende più fulgido. 8] Dopo vendemmia, imbuto. 105] Non bisogna
lasciarsi sfuggire le occasioni favorevoli, chi ha tempo non aspetti tempo.
Dove c'è l'amore, la gamba trascina il piede. 8] Dove è castigo è disciplina,
dove è pace è gioia. 4] Dove entra la fortuna, esce l'umiltà. 8] Dove l'accidia
attecchisce ogni cosa deperisce. 4] Dove la fedeltà mette le radici, Dio fa
crescere un albero. 4] Dove non c'è amore, non c'è umanità. 8] Dove non c'è
fieno, i cavalli mangiano paglia. 8] Dove non c'è ordine, c'è disordine. 8]
Dove non si crede né all'inferno né al paradiso, il diavolo intasca tutte le
entrate. 8] Dove non vi è educazione, non vi è onore. 4] Dove non vi sono
capelli, male si pettina. 4] Dove può il vino non può il silenzio. 8] Dove
regna Bacco e Amore, Minerva non si lascia vedere. 4] Dove regna il vino, non
regna il silenzio. 8] Dove son carogne son corvi. 8] Dove sono i pulcini, ivi è
l'occhio della chioccia. 8] Dove vola il cuore, striscia la ragione. 8] Due
cani che un solo osso hanno, difficilmente in pace stanno. 4] Due noci in un
sacco e due donne in casa fanno un bel fracasso. 8] Due polente insieme non
furon mai viste. 8] Dura più un carro rotto che uno nuovo. 4] Duro con duro non
fa buon muro. 106] E È cattivo sparviero quel che non torna al richiamo. 8] È
difficile far diventare bianco un moro. 4] È difficile guardarsi dai ladri di
casa. 4] È difficile piegare un albero vecchio. 4] È difficile zoppicare bene
davanti allo sciancato. 8] È facile lamentarsi quando c'è chi ascolta. 8] È
impossibile come cavalcare un raggio di sole. 4] È impossibile volare senza
ali. 4] È inutile piangere sul latte versato. 98] [truismo] È l'acqua che fa
l'orto. 98] L'acqua fa l'orto. 98] È la donna che fa l'uomo. 57] È lieve
astuzia ingannar gelosia, che tutto crede quando è in frenesia. 4] È meglio
avere la cura di un sacco di pulci che una donna. 4] È meglio contentarsi che
lamentarsi. 8] È meglio correggere i propri difetti, che riprendere quelli
degli altri. 4] È meglio esser digiuno fuori, che satollo in prigione. 8] È
meglio essere testa d'anguilla che coda di storione. 8] È meglio essere uccel
di bosco, che uccel di gabbia. 8] È meglio essere umile a cavallo, che
orgoglioso a piedi. 8] È meglio gelare nella nuda cameretta della verità, che
crogiolarsi nella pelliccia della menzogna. 4] È meglio mangiarsi l'eredità,
che conservarla per il convento. 4] È meglio meritar la lode che ottenerla. 4]
È meglio sentir cantare l'usignolo, che rodere il topo. 8] È meglio testa di
lucertola che coda di drago. 8] È meglio un esercito di cervi sotto il comando
di un leone, che un esercito di leoni sotto il comando di un cervo. 4] È meglio
un leone che mille mosche. 8] È più facile biasimare, che migliorare. 4] È più
facile lagnarsi, che rimuovere gl'impedimenti. 8] È più facile prevenire una
malattia che guarirla. 8] È più facile trovar dolce l'assenzio, che in mezzo a
poche donne il silenzio. 8] È un bel predicare il digiuno a corpo pieno. 4] È
una bella risposta quella che si attaglia ad ogni domanda. 8] Ebrei e
rigattieri, spendono poco e gabbano volentieri. 4] Ecco il rimedio per
l'ipocondria: mangiare e bere in buona compagnia. 8] Errare è umano,
perseverare è diabolico. 107] Errare è umano, perseverare diabolico. 2]
Sbagliare è umano, perseverare è diabolico. 108] Errore non è inganno. 4]
Errore non paga debito. 4] Errore riconosciuto conduce alla verità. 4] Esser
dotto poco vale, quando gli altri non lo sanno. 8] Èssere più torbo che non è
l'acqua dei maccheroni. 8] F Fa quel che il prete dice, non quel che il prete
fa. 1] Fa quello che fanno gli altri, e nessuno si farà beffe di te. 4] Faccia
bella, anima bella. 4] Facile è criticare, difficile è l'arte.[33] 109] Fare
debiti non è vergogna, ma pagarli è questione d'onore. 4] Fare e disfare, è
tutto un lavorare. 110] Fare l'amore fa bene all'amore. 111] Fate del bene al
villano, dirà che gli fate del male. 8] Fatta la legge trovato l'inganno.[34]
1] Fatti asino e tutti ti metteranno la soma. 4] Fatti di miele e ti
mangieranno le mosche. 4] Fatti le ali e poi vola. 4] Febbraio, febbraietto
mese corto e maledetto.[35] 2] Felice non è, chi d'esserlo non sa. 64] Femmine
e galline, se giran troppo si perdono. 8] Ferita d'amore non uccide. 8] Finché
c'è vita c'è speranza. 1] Fino alla morte non si sa qual è la sorte. 8] Fidarsi
è bene, non fidarsi è meglio. 1] Fidati dell'arte, ma non dell'artigiano. 4]
Fino alla bara sempre s'impara. 112] Fortezza che parlamenta, è prossima ad
arrendersi. 4] Fortuna cieca, i suoi acceca. 4] Fortuna instupidisce colui
ch'ella favorisce. 4] Fortunato al gioco, sfortunato in amore. 4] Fra Modesto
non fu mai priore. 8] Fra sepolto tesoro e occulta scienza, non vi conosco
alcuna differenza. 8] Fra un usuraio e un assassino poco ci corre. 8] Frutto
precoce facilmente si guasta. Fuggire l'acqua sotto la grondaia. 4] Funghi e
poeti: per uno buono dieci cattivi. 8] G Gallina che non razzola ha già
razzolato. 113] Gallina vecchia fa buon brodo. 114] Gallo senza cresta è un
cappone, uomo senza barba è un minchione. Gatta inguantata non prese mai topo.
8] Gattini sventati, fanno gatti posati. 115] Gatto e donna in casa, cane e
uomo fuori. 38] Gatto rinchiuso diventa leone. 8] Gatto scottato dall'acqua
calda, ha paura della fredda. 4] Gelosia non mette ruga. Gioco di mano gioco di villano. 1] Gioia e
sciagura sempre non dura. 8] Giovani di buon cuore, indoli buone, crescono
cattivi per poca educazione. 4] Giugno la falce in pugno.[36] 2] Gli abiti e
gli uomini presto invecchiano. Gli abiti e i costumi sono mutabili. 4] Gli
abiti sono freddi, ma ricevono il calore da chi li porta. 4] Gli amori nuovi
fanno dimenticare i vecchi. 4] Gli eredi dell'avaro sono onnipotenti, perché
possono risuscitare i morti. 4] Gli eretici rubano la parola di Dio. 4] Gli
errori degli altri sono i nostri migliori maestri. 4] Gli errori non si
conoscono finché non siano commessi. 4] Gli errori si pagano. 8] Gli estremi si
toccano. 4] Gli idoli separano papa e imperatore. 4] Gli occhi s'hanno a
toccare con le gomita. 91] Gli stolti fanno le feste e gli accorti se le
godono. 116] Gli uccelli dalle stesse piume devono stare nello stesso nido. 8]
Gli uomini onesti non temono né la luce, né il buio. 8] Gobba a ponente luna
crescente, gobba a levante luna calante. 2] Gola degli adulatori, sepolcro
aperto. 117] Gotta inossota, mai fi sanata. 118] Gran giustizia, grande offesa.
4] Grande amore, gran dolore. 8] Greco in mare, Greco in tavola, Greco non aver
a far seco. 74] Gru e donne fan volentieri il nido in alto. 8] Guardalo,
figlia, guardalo tutto, l'uomo senza denari com'è brutto. 4] Guardare e non
toccare è una cosa da imparare. 2] Guardati da chi accende il fuoco e grida poi
contro le fiamme. 4] Guardati da cane rabbioso e da uomo sospettoso. 8]
Guardati da chi giura in coscienza. 8] Guardati da chi non ha cura della sua
reputazione. 8] Guardati da chi ride e guarda da un'altra parte. 8] Guardati da
tre cose: da cavallo focoso, da uomo infido e da donna svergognata. 8] Guardati
da tutte quelle cose che possono nuocere all'anima e al corpo. 8] Guardati dai
fanciulli che ascoltano: anche i piccoli vasi hanno orecchie. 8] Guardati dai
matti, dagli ubriachi, dagli ipocriti e dai minchioni. 8] Guardati dai tumulti,
e non sarai né testimonio né parte. 8] Guardati dal diffamare, perché le prove
sono difficili. 8] Guardati dal vecchio turco e dal giovane serbo. 119]
Guardati dall'ipocrisia, perché è una cattiva malattia. 8] Guardati dalla
primavera di gennaio. 8] Guardati in tua vita di non dare a niun smentita. 8]
Guerra, peste e carestia, vanno sempre in compagnia. 120] H Ha cento volte un
uomo flemma e giudizio, alla centuna corre al precipizio. 65] Ha bel mentir chi
vien da lontano. 76] Ha la giustizia in mano bilancia e spada, perché il giusto
s'innalza e l'empio cada. 4] Ha più il ricco in un angolo, che il povero in
tutta la casa. 8] Ha un buon sapore l'odore del guadagno. 4] Ha un coraggio da
leone, quello che non fa violenza ai deboli. 8] Ho veduto assai volte un piccol
male non rispettato, divenir mortale. 65] I I baci sono come le ciliegie: uno
tira l'altro. 2] I cani abbaiano come sono nutriti. 4] I capponi sono buoni in
tutte le stagioni. 8] I cattivi esempi si imitano facilmente, meno i buoni. 4]
I debiti sono gli eredi più prossimi. 4] I denari del lotto se ne van di galoppo.
8] I denari servono al povero di beneficio, ed all'avaro di gran supplizio. 4]
I desideri non riempiono il sacco. 4] I docili non hanno bisogno della verga.
8] I doni dei nemici sono pericolosi. 4] I fanciulli diventano uomini e le
ragazze spose. 4] I fanciulli e gli ubriachi cadono nelle mani di Dio. 4] I
figli dei gatti mangiano i topi. 8] I figli sono la ricchezza dei poveri. 18] I
figli sono pezzi di cuore. 2] I fiori tanto profumano per i poveri come per i
ricchi. 8] I frati non s'inchinano all'abate, ma al mazzo delle sue chiavi. 4]
I gamberi son buoni nei mesi della erre. 8] I gatti e i veri uomini cadono
sempre in piedi. 121] I genii si incontrano. 4] I genitori amano i figli, più
che i figli i genitori. 4] I genovesi risparmiano anche sui numeri: li usano
due volte.[37] 122] I giovani vogliono essere più accorti dei vecchi. 4] I
giuramenti degli innamorati sono come quelli dei marinai. 4] I granchi son
pieni quando la luna è tonda. 8] I guai della pentola li sa il mestolo che li
rimescola. 8] I ladri grandi fanno impiccare i piccoli. 4] I loquaci e i
vantatori son mal veduti da tutti. 8] I matti ed i fanciulli hanno un angelo
dalla loro. 8] I matti fanno le feste ed i savi le godono. 4] I medici vogliono
essere vecchi, i farmacisti ricchi ed i barbieri giovani. 4] "I miei
datteri sono più dolci", dice il vischio che cresce sulla palma. 8]
[wellerismo] I panni sporchi si lavano in casa. 123] I paperi vogliono portare
a bere le oche. 4] I parenti sono come le scarpe: più sono stretti, più fanno male.
2] I pazzi crescono senza innaffiarli. 8] I pazzi e i fanciulli possono dire
quello che vogliono. 8] I pazzi per lettera sono i maggiori pazzi. 124] I pazzi
si conoscono dai gesti. 8] I peccati di gioventù si piangono in vecchiaia. 8] I
poeti nascono, e gli oratori si formano. 8] I poveri cercano il mangiare per lo
stomaco; e i ricchi lo stomaco per mangiare. 8] I poveri hanno la salute e i
ricchi le medicine. 8] I pulci di vendemmia li tiene l'uomo e non le femmine.
125] I ricchi devono consolare i poveri. 8] I rimproveri del padre fanno più
che le legnate della madre. 8] I soldi non fanno la felicità. 2] I veri amici
sono come le mosche bianche. 4] Il bel tempo non viene mai a noia. 9] Il ben di
un anno se ne va in una bestemmia. 4] Il ben fare non è mai tardo. 4] Il
bisognino fa trottar la vecchia. 2] Il bue dice cornuto all'asino. 126] Il bue
mangia il fieno perché si ricorda che è stato erba. 2] Il buon ordine è figlio
del disordine. 8] Il buon nocchiero muta vela, ma non tramontana. 8] Il caffè
deve essere caldo come l'inferno, nero come il diavolo, puro come un angelo e
dolce come l'amore.[38] 127] Il caldo delle lenzuola non fa bollire la pentola.
128] Il cane che ho nutrito è quel che mi morde. 8] Il cane è il miglior amico
dell'uomo. 2] Il cane pauroso abbaia più forte. 4] Il cane rode l'osso perché
non può inghiottirlo. 4] Il coccodrillo mangia l'uomo e poi lo piange. 8] Il
colombo che rimane in colombaia è al sicuro dal falco. 8] Il colore più caro
agli ebrei è il giallo. 4] Il coraggio copre l'eroe meglio che lo scudo il
codardo. 8] Il corpo e l'anima ridono a chi si alza di buon mattino. 8] Il
corvo piange la pecora e poi la mangia. 117] Il cuor cattivo rende
ingratitudine per beneficio. 8] Il cuor magnanimo si piglia con poco amore, e
il cuore dello stolto con poca adulazione. 8] Il cuore ha le sue ragioni e non
intende ragione.[39] 129] Il dare è onore, il chiedere è dolore. 8] Il delitto
non si deve tollerare, ma anche meno si deve approvare. 4] Il denaro è il nervo
della guerra. 4] Il denaro può molto, ma l'amore può tutto. 4] Il diavolo ben
si lascia pigliare per la coda, ma non se la lascia strappare. 4] Il diavolo fa
le pentole ma non i coperchi. 1] Il diavolo non è così brutto come lo si
dipinge. 130] Il diavolo vuol farsi cappuccino. 2] Il diavolo vuol farsi santo.
2] Il domandare è senno, il rispondere è obbligo. 8] Il dono del cattivo è
simile al suo padrone. 56] Il dubbio è padre del sapere. 4] Il fare insegna a
fare. 4] Il fatto non si può disfare. 4] Il ferro di cavallo che risuona, ha
bisogno di un chiodo. 8] Il ferro è duro, ma il fuoco lo rende morbido. 4] Il
figlio al padre s'assomiglia, alla madre la figlia. 4] Il filo sottile
facilmente si strappa. 4] Il fuoco che non mi scalda, non voglio che mi scotti.
4] Il fuoco che non mi brucia, non lo spengo. 4] Il gatto ama i pesci, ma non
vuole bagnarsi le zampe. 131] Il gatto brontola sempre, anche quando gode. 8]
Il gatto che si è bruciato, ha paura anche dell'acqua fredda. 121] Il gatto è
una tigre domestica. 8] Il gatto lecca oggi, domani graffia. 132] Il gatto non
è gatto se non è ladro. 133] Il gatto non ti accarezza, si accarezza vicino a
te. 134] Il generoso non ha mai abbastanza denaro. 4] Il gentiluomo chiede solo
il miele, ma la gentildonna vuol anche la cera. 8] Il gioco è bello quando dura
poco. 2] Il gioco, il lotto, la donna e il fuoco non si contentan mai di poco.
8] Il giudizio è opera di Dio. 4] Il grano rado non fa vergogna all'aia. 135]
Il Greco dice la verità solo una volta all'anno. 4] Il lamentarsi non riempie camera
vuota. 8] Il lavorare senza pregare, è una botte senza vino, e oro senza
splendore. 4] Il lavoro nobilita l'uomo. 136] Il letto si chiama rosa, se non
si dorme si riposa. 137] Il lotto è la tassa degli imbecilli. 8] Il lotto è un
inganno continuo. 8] Il lupo non caca agnelli. 2] Il lupo perde il pelo ma non
il vizio.[40] 1] Il lupo quando acciuffa una pecora, ne guarda già un'altra. 4]
Il magnanimo è superiore all'ingiuria, all'ingiustizia, al dolore. 8] Il
magnanimo non ricorre all'astuzia. 8] Il male che non ha riparo è bene tenerlo
nascosto. 4] Il male peggiore dei mali è il timore. 8] Il male viene in grandi
quantità, e se ne va via a poco a poco. 4] Il matrimonio è la tomba dell'amore.
2] Il mattino ha l'oro in bocca. 138] Le ore del mattino hanno l'oro in bocca.
139] Il medico pietoso fa la piaga puzzolente. 140] Il medico pietoso fa la
piaga verminosa. 140] Il meglio è nemico del bene. 1] Il merlo ingrassa in
gabbia, il leone muore di rabbia. 8] Il miele non è fatto per gli asini. 4] Il
miglior tiro ai dadi è non giocarli. 4] Il molto ringraziare significa chieder
dell'altro. 8] Il mondo ricompensa come il caprone che dà cornate al suo
padrone. 8] Il mulino di Dio macina piano ma sottile. 141] Il nano è piccolo
anche se è sul campanile. 8] Il passato deve essere maestro dell'oggi. 4] Il
passato non deve prendere a prestito dall'oggi. 4] Il peggior passo è quello
dell'uscio. 2] Il pesce puzza dalla testa. 1] Il Piemonte è la sepoltura dei
francesi. 8] Il poeta ben trova le palme, ma non i datteri. 8] Il politico
bacia con la bocca, e tira calci con i piedi. 8] Il Portogallo[41] è piccolo,
ma è un pezzo di zucchero. 8] Il povero non può e il ricco non vuole. 8] Il
prete, dove mangia, vi canta. 142] Il prete vien cantando e va via zufolando.
143] Il prete vive ancor un anno dopo morte. 142] I suoi familiari continuano
ad incassar per un anno i suoi redditi.[42] Il primo amore non si arrugginisce.
8] Il primo amore non si scorda mai. 8] Il primo anno ci si abbraccia, il
secondo si fascia, il terzo anno si ha la malattia e la cattiva Pasqua. 4] Il
puledro non va all'ambio, se la cavalla trotta. 144] Il ramo assomiglia al
tronco. 4] Il ricco ha tanto bisogno del povero, quanto il povero del ricco. 8]
Il ricco vive, il povero vivacchia. 8] Il ringraziare non fa male alla bocca.
8] Il ringraziare non paga debito. 8] Il riso abbonda sulla bocca degli stolti.
2] Il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi. 145] Il riso nasce nell'acqua ma
deve morire nel vino. 8] Il sapere è di tutti. 2] Il «se» e il «ma» sono due corbellerie
da Adamo in qua. 4] Il silenzio è d'oro e la parola d'argento. 1] Il sospirar
non vale. 8] Il superfluo del ricco è il necessario del povero. 8] Il tatto è
tattica. 8] Il tatto è tutto. 8] Il tempo è denaro. 146] Il tempo è un gran
medico. 147] Il tempo scopre tutto, perché è galantuomo. 147] Il tempo vola.
147] Il termine della notte è l'inizio del giorno. 8] Il timore fa trottare
anche lo zoppo. 8] Il troppo gestire è da pazzi. 8] Il troppo tirare, l'arco fa
spezzare. 4] Il turco ben può divenir un dotto, ma un uomo giammai. 119] Il
ventre non ha orecchie. 2] Il vero infermo è quello che non vuol esser guarito.
8] Il vino al sapore, il pane al colore. 8] Il vino è buono per chi lo sa bere.
8] Il vino è forte ma il sonno lo vince, ma più forte d'ogni cosa è la donna.
8] Il vino è il latte dei vecchi. 8] Il vino è mezzo vitto. 8] Il vino fa
ballare i vecchi. 8] Il vino la mattina è piombo, a mezzodì argento, la sera
oro. 8] Impara a vivere lo sciocco a sue spese, il savio a quelle altrui. 4] Impara
l'arte e mettila da parte. 1] In amore e in guerra niente regole. 8] In bocca
chiusa non entran mosche. 2] In Campania si inganna persino il diavolo. 8] In
casa del calzolaio non si hanno scarpe. 4] In cento libbre di legge, non v'è
un'oncia di amore. 148] In chiesa coi santi e in taverna coi ghiottoni. 1] In
compagnia prese moglie un frate. 1] In febbraio la beccaccia fa il nido. 8] In
Lazio si nasce coi sassi in mano. 8] In lunghi viaggi anche la paglia pesa. 8]
In paradiso non ci si va in carrozza. 141] In Sardegna non vi son serpenti, né
in Piemonte bestemmie. 8] In tanta incostanza e quantità delle cose umane,
nulla, se non quello che è passato, è sicuro. 4] In terra di ciechi, beato chi
ha un occhio. 36] In terra di ladri, la valigia dinanzi. 8] In vaso mal lavato,
il vino è tosto guastato. 8] Ingegno e capelli, crescono soltanto con gli anni.
4] Insieme non vanno la pudicizia e la beltà. 4] Inventare è poco, diffondere
l'invenzione è tutto. 4] L L'abbaiare dei cani non arriva in cielo. 4] L'abbondanza
non lascia dormire il ricco. 4] L'abete che fa ombra crede di fare frutti. 4]
L'abete cresce in altezza, ma la felce cresce in larghezza. 4] L'abito non fa
il monaco.[43] 2] L'abuso insegna il vero uso. 4] L'acqua cheta rovina i ponti.
2] L'acqua corre al mare. 149] L'acqua e il fuoco sono buoni servitori, ma
cattivi padroni. 4] L'acqua fa male e il vino fa cantare. 8] L'acqua fa marcire
i pali. 5] L'acqua fa venire i ranocchi in corpo. 150] L'acqua di maggio
inganna il villano: par che non piova e si bagna il gabbano[44]. 2] L'acqua non
è fatta per sposarsi. 9] L'allegria dei cattivi dura poco. 8] L'allegria è di
ogni male il rimedio universale. 4] L'allegria è il balsamo della vita. 8]
L'allegria fa campare, la passione fa crepare. 8] L'allegria piace anche a Dio.
8] L'allegria scaccia ogni male. 8] L'allodola vola in alto, ma fa il suo nido
in terra. 8] L'altezza è mezza bellezza.[45] 2] L'ambizione e la vendetta
muoiono sempre di fame. 4] L'ambizione è nemica della ragione. 4] L'amore di
carnevale muore in quaresima. 8] L'amore è cieco. 2] L'amore è cieco, ma vede
lontano. 8] L'amore fa passare il tempo e il tempo fa passare l'amore. 8]
L'amore non è bello se non è litigarello. 103] L'amore non si misura a metri.
8] L'amore passa dentro la cruna di un ago. 8] L'amore quanto più è bestia,
tanto più sublime. 32] L'amore scalda il cuore e l'ira fa il poeta. 8] L'amore
senza baci è pane senza sale. 8] L'animo fa il nobile e non il sangue. 8]
L'anno produce il raccolto, non il campo. 4] L'apparenza inganna. 1] L'appetito
non vuol salsa. 151] L'appetito vien mangiando. 1] L'arancia la mattina è oro,
il giorno argento, la sera è piombo. 2] Con riferimento a chi fa fatica a
digerire le arance. L'arcobaleno la mattina bagna il becco della gallina;
l'arcobaleno la sera buon tempo mena. 1] L'arte non ha maggior nemico
dell'ignorante. 4] L'asino e il mulattiere non hanno lo stesso pensiero. 4]
L'asino non conosce la coda, se non quando non l'ha più. 4] L'assai basta e il
troppo guasta. 1] L'avaro in punto di morte rimpiange i soldi spesi per la
bara. 8] L'avaro lascia eredi ridenti. 4] L'avaro non dorme. 4] L'avaro non
vive, vegeta. 4] L'avversità che fiacca i cuori deboli, ingagliardisce le anime
forti. 8] L'eccesso degli obblighi può fare perdere un amico. 4] L'eccesso
della gioia divien tristezza, e l'eccesso del vino ubriachezza. 8] L'eccezione
conferma la regola.[46] 1] L'eclissi di sole avviene di giorno e non di notte.
4] L'edera taciturna si arrampica in cima alla quercia. 4] L'elefante non cura
il morso delle pulci. 8] L'elemosina non fa impoverire. 4] L'eloquenza del
cattivo è falso acume. 8] L'Epifania tutte le feste porta via.[47] 1] L'erba
del vicino è sempre più verde.[48] 152] L'erba voglio non cresce nemmeno nel
giardino del re. 2] L'erba che non voglio, cresce nell'orto. 4] L'erba non
cresce sulla strada maestra. 4] L'eredità paterna ai paterni, la materna ai
materni. 4] L'errore che si confessa è mezzo rimediato. 4] L'errore è un
cocchiere che conduce sopra una falsa strada. 4] L'errore è umano, il perdono
divino. 153] L'esercizio è buon maestro. 4] L'esperienza nel mondo conduce alla
diffidenza, la diffidenza conduce al sospetto, il sospetto all'astuzia,
l'astuzia alla malvagità e la malvagità a tutto. L'esperienza senza il sapere è
meglio che il sapere senza sapienza. 70] L'estate ce la porta sant'Urbano e
l'autunno san Bartolomeo. 4] L'estate davanti e l'inverno dietro. 4] L'estate
di San Martino dura tre giorni e un pochinino.[49] 2] L'estate per chi lavora,
l'inverno per chi dorme. 4] L'estate è una schiava, l'inverno un padrone. 4]
L'estate per il povero è migliore dell'inverno. 4] L'eternità è una compera
lunga. 4] L'eternità non ha capelli grigi. 4] L'eterno parlatore né ode né
impara. 4] L'idolo si adora finché non è infranto. 4] L'ignorante ha le ali di
un'aquila e gli occhi di un gufo. 4] L'inchiostro è il mio campo, su cui posso
scrivere valorosamente; la penna, il mio aratro; le parole, la mia semente. 8]
L'inchiostro è nero, e tinge le dita e la reputazione. 8] L'inferno e i
tribunali son sempre aperti. 4] L'ingegno viene con gli anni, e se ne va con
gli anni. 4] L'ingratitudine converte in ghiaccio il caldo sangue. 8]
L'ingratitudine è la mano sinistra dell'egoismo. 8] L'ingratitudine è un'amara
radice da cui crescono amari frutti. 8] L'ingratitudine nuoce anche a chi non è
reo. 8] L'ingratitudine taglia i nervi al beneficio. 8] L'intelletto è nella
testa e non negli anni. 4] L'intelletto non viene mai prima degli anni. 4]
L'interesse acceca anche i galantuomini. 8] L'inverno al fuoco e l'estate all'ombra.
4] L'invidia è annessa alla felicità. 4] L'invidia è un gufo che non può
sopportare la luce della prosperità degli altri. 4] L'invidia è una bestia che
rode le proprie gambe, quando non ha altro da rodere. 4] L'invidia somiglia
alla gramigna, che mai non muore, e da per tutto alligna. 4] L'ipocrisia
intasca il denaro, e la verità va mendica. 4] L'ira senza forza, non vale una
scorza. 4] L'ira turba la mente e acceca la ragione. 4] L'Italia è il paese
dove corre latte e miele. 4] L'Italia è un paradiso abitato da demoni. 4]
L'Italia per nascervi, la Francia per viverci e la Spagna per morirvi. 4]
L'occasione fa l'uomo ladro. 1] L'occhio del padrone ingrassa il cavallo. 1]
L'oggi non deve calunniare il passato. 4] L'olivo benedetto vuol trovar pulito
e netto.L'ombra di un principe dev'essere la liberalità. 4] L'ordine caccia il
disordine. 8] L'ordine è pane, il disordine è fame. 8] L'orgoglio crede che il
suo uovo abbia due tuorli. 8] L'orgoglio è stoltezza, l'umiltà è saviezza. 8]
L'orgoglio fa colazione con l'abbondanza, pranza con la povertà e cena con la
vergogna. 154] L'orologio dell'amore ritarda sempre. 8] L'ospite è come il
pesce: dopo tre giorni puzza. 2] L'ospite e il pesce dopo tre dì rincresce. 1]
L'ozio è il padre di tutti i vizi. 1] L'ozio in gioventù non è la via della
virtù. 4] L'uguaglianza e misurar tutti con la stessa spanna, è la legge della
morte. 8] L'umiliarsi è da saggio, l'avvilirsi è da bestia. 8] L'umiliazione va
dietro al superbo. 8] L'umiltà è il miglior modo di evitare l'umiliazione. 8]
L'umiltà è la corona di tutte le virtù. 8] L'umiltà è la madre dell'onore. 8]
L'umiltà è una virtù che adorna tanto la vecchiaia, quanto la gioventù. 8]
L'umiltà ottiene spesso più dell'alterigia. 8] L'umiltà sta bene a tutti. 8]
L'umiltà sta bene con la castità. 8] L'unione fa la forza. 1] L'uomo avaro e
l'occhio sono insaziabili. 4] L'uomo deve tenere aperta la bocca a lungo prima
che c'entri un colombo arrostito. 4] L'uomo fu creato per lavorare, come
l'uccello per volare. 4] L'uomo ordisce e la fortuna tesse. 1] L'uomo politico
accende una candela a Dio e un'altra al diavolo. 8] L'uomo per la parola e il
bue per le corna. 1] L'uomo propone e Dio dispone. 1] L'uomo propone e la donna
dispone. 2] L'uomo si conosce al bicchiere. 4] L'uomo si giudica male
dall'aspetto. 4] L'usura arricchisce, ma non dura. 8] L'usura è il miglior
apostolo del diavolo. 8] L'usura è la figlia primogenita dell'avarizia. 8]
L'usura è un assassinio. 8] L'usura è vietata da Dio. 8] L'usura veglia quando
l'uomo dorme. 8] L'usuraio arricchisce col sudor dei poveri. 8] L'usuraio ha un
torchio a sangue. 8] L'usuraio ingrassa andando a spasso. 8] La bestemmia gira
gira torna addosso a chi la tira. 4] La buona cantina fa il buon vino. 8] La
buona mamma fa la buona figlia. 4] La buona sorte ogni vile cuore fa forte. 8]
La calma è la virtù dei forti. 2] La capacità si vede nelle difficoltà. 4] La
carestia è il pane dell'usuraio. 4] La carne migliore è quella intorno
all'osso. 4] La carne senz'osso non fa brodo. 4] La carrucola non frulla, se
non è unta. 4] La cattiva sorte porta spesso buona sorte. 8] La cicala prima
canta e poi muore. 8] La coda è la più lunga da scorticare. 1] La comodità fa
l'uomo cattivo. 8] La compassione è la figlia dell'amore. 4] La concordia rende
forti i deboli. 8] La contentezza viene dalle budella. 1] La corda troppo tesa
si spezza. 1] La cupidigia rompe il sacco. 4] La dieta ogni mal quieta. 155] La
difficoltà sta nell'iniziare. 4] La diffidenza aguzza gli occhi. La diffidenza
è la morte dell'amore. 4] La diffidenza porta più avanti della fiducia. 4] La
donna a 15 anni scherza, a 20 brilla, a 25 ama, a 30 brama, a 35 sente, a 40
vuole e a 50 paga. 8] La donna bisogna praticarla un giorno, un mese e
un'estate per sapere che odore sa. 8] La donna buona vale una corona. 8] La
donna deve avere tre m: matrona in strada, modesta in chiesa, massaia in casa.
8] La donna e l'orto vogliono un sol padrone. 8] La donna ha più capricci che
ricci. 8] La donna oziosa non può essere virtuosa. 8] La donna per piccola che
sia, vince il diavolo in furberia. 8] La donna più sciocca vale due uomini. 8]
La donna troppo in vista, è di facile conquista. 8] La fame caccia il lupo dal
bosco. 1] La fame caccia il lupo dalla tana. 4] La fame spinge il lupo nel
villaggio. 4] La fame condisce tutte le vivande. 4] La fame non vede la muffa
nel pane. 4] La fame è cattiva consigliera. 1] La fame, gran maestra, anche le
bestie addestra. 4] La fame muta le fave in mandorle. 4] La farina del diavolo
va tutta in crusca. 1] La fedeltà non è mai rimeritata abbastanza, e
l'infedeltà mai abbastanza. 4] La femmina è cosa mobile per natura. 4] La fine
della passione è il principio del pentimento. 129] La fortuna aiuta gli audaci.
2] La fortuna del savio ha per figliola la modestia. 8] La fortuna è cieca. 2]
La fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo. 108] La fretta fa rompere la
pentola. 8] La fretta è una cattiva consigliera. 108] La furia non fu mai
buona. 4] La gallina del vicino sembra un fagiano. 152] La gatta frettolosa
fece i gattini ciechi. 1] La gatta grassa fa onore alla casa. 121] La gatta,
mette il piede davanti alla vacca. 156] La gatta non s'accosta alla pentola che
bolle. 38] La gatta vorrebbe mangiar pesci, ma non pescare. 157] La gelosia
della moglie è la via al suo divorzio. 4] La gelosia è il peggiore di tutti i
mali. 4] La gelosia è una passione che cerca avidamente quel che tormenta. 4]
La generosità è un muro che non si può alzare più alto di quello che arrivano i
materiali.La gente ricca alleva male i suoi cani, e la gente povera i suoi
figlioli. La gente savia non si cura di quel che non può avere. 87] La gioventù
fugge, e la bellezza sfiorisce. 4] La gioventù vuol fare il suo corso. 4] La
lealtà se ne è andata dal mondo e la dirittura si è messa a dormire. 4] La lega
fa forte i deboli. 4] La liberalità è un muro che non si deve rizzare più alto
di quello che comportino i materiali. 4] La liberalità non sta nel dare molto,
ma saggiamente. 4] La libertà del povero è di lasciarlo mendicare. 4] La
libertà è da Dio; le libertà, dal diavolo. 4] La libertà è più cara degli occhi
e della vita. 4] La libertà fila con le sue mani il filo della sua tenda. 4] La
lingua batte dove il dente duole. 1] La lingua non ha osso e sa rompere il
dosso. 4] La lingua spagnola è la più amabile; quando il diavolo tentò Eva, le
parlo in spagnolo. 8] La lode propria puzza, quella degli amici zoppica. 4] La
luna di gennaio è la luna del vino. 2] La luna è bugiarda: quando fa la C
diminuisce, e quando fa la D cresce 158] La luna non cura l'abbaiar dei cani.
2] La luna regge il lume ai ladri. 158] La luna, se non riscalda, illumina.
158] La Lombardia è il giardino del mondo. 8] La madre del peggio è sempre
incinta. 159] La madre degli imbecilli è sempre incinta. 160] La madre dei
fessi è sempre incinta. 160] La magnificenza spesso copre la povertà. 4] La
mala erba non muore mai. 1] La mala nuova la porta il vento. 1] La malerba
cresce presto. 2] La malinconia e le cure fanno invecchiare anzitempo. 4] La
mercanzia rara è meglio che buona. 8] La miglior difesa è l'attacco. 1] La
minestra lunga sa di fumo. 8] La modestia è il dattero che matura raramente
sull'albero della ricchezza. 8] La modestia è madre d'ogni creanza. 8] La
moglie è la chiave di casa. 8] La morte ci rende uguali nella sepoltura,
disuguali nell'eternità. 8] La necessità aguzza l'ingegno. 2] La necessità fa
più ladri che galantuomini. 8] La notte è fatta per gli allocchi. 8] La notte
porta consiglio. 1] La novella non è bella, se non c'è la giuntarella. 8] La
pancia del buongustaio è il cimitero dei cibi buoni. 8] La parola del ricco è
simile al sole, e quella del povero è simile al vapore. 8] La pazienza è la
virtù dei forti. 9] La pazienza è una buon'erba, ma non nasce in tutti gli
orti. 88] La pecora che se ne va sola, il lupo la mangia. 91] La peggio ruota è
quella che stride. 8] La peggior carne da conoscere è quella dell'uomo. 4] La
penitenza corre dietro al peccato. 8] La pentola vuota è quella che suona. 8]
La pianta si conosce dal frutto. 1] La pigrizia e l'impudicizia sono sorelle.
8] La pittura è una poesia tacita, e la poesia una pittura loquace. 8] La più
bell'ora per il mangiare è quella in cui si ha fame. 8] La polenta è utile per
quattro cose: serve da minestra, serve da pane, sazia e scalda le mani. 8] La
povertà è priva di molte cose, l'avarizia è priva di tutto. 56] La prima acqua
è quella che bagna. 1] La prima gallina che canta ha fatto l'uovo. 108] La
prima eredità al primo figlio, l'ultima eredità all'ultimo figlio. 4] La
provvidenza quel che toglie rende. 4] La pulce che esce di dietro l'orecchio
con il diavolo si consiglia. 8] La puttana e la lattuga una stagione dura. 8]
La rana è usa ai pantani, se non ci va oggi ci andrà domani. 8] La rana non
morde, perché non ha denti. 8] La rana, o salta o piscia, ma mai non sbrana. 8]
La razza comincia dalla bocca. 8] La roba dei pazzi è la prima ad andarsene. 8]
La ruota della fortuna gira. 4] La ruota della fortuna non è sempre una. 4] La
scorza fa bella la castagna. 4] La scimmia è sempre scimmia, anche vestita di
seta. 8] La semplicità senza accortezza è pura pazzia. 8] La sera leoni e la
mattina coglioni. 2] La sorte è come ognuno se la fa. 8] La speranza è cattivo
denaro. 161] La speranza è il pane dei poveri. 2] La speranza è il patrimonio
dei poveri. 2] La speranza è il sogno dell'uomo desto. 2] La speranza è
l'ultima a morire. 2] La speranza è la miglior consolazione nella miseria. 161]
La speranza è la miglior musica del dolore. 161] La speranza è la ricchezza dei
poveri. 2] La speranza è sempre verde. 2] La speranza è un balsamo per i cuor
piagati. 161] La speranza è un sogno nella veglia. 2] La speranza infonde
coraggio anche al codardo. 161] La speranza ingrandisce, l'esperienza
rimpicciolisce. 57] La superbia è figlia dell'ignoranza. 1] La superbia mostra
l'ignoranza. 162] La superbia va a cavallo e torna a piedi. 1] La terra è madre
di tutti gli uomini ed anche sepoltura. 8] La troppa umiltà vien dalla
superbia. 8] La vanagloria è un fiore che mai non porta frutta. 163] La vera
libertà è non servire al vizio. 4] La verità è nel vino. 8] La verità viene
sempre a galla. 2] La veste copre gran difetti. 55] La via dell'inferno è
lastricata di buone intenzioni. 1] La vipera morta non morde seno, ma pure fa
male coll'odor del veleno. 8] La virtù sta nel mezzo.[51] 164] La vita è breve
e l'arte è lunga.[52] 55] La vita è già mezzo trascorsa anziché si sappia che
cosa sia. 165] La volpe si conosce dalla coda. 4] Lamentarsi, supplicare e bere
acqua è lecito a tutti. 8] Latte e vino, tossico fino. 8] Lavora come se avessi
a campare ognora, adora come avessi a morire allora. 4] Lavoro non ingrassò mai
bue. 4] Le allegrezze non durano. 8] Le belle penne rendono bello l'uccello. 4]
Le bellezze durano fino alle porte, la bontà fino alla morte. 4] Le braccia e
le mani del povero appartengono al ricco. 8] Le bugie hanno le gambe corte. 1]
Le bugie sono lo scudo degli uomini dappoco. 4] Le chiacchiere non fanno
farina. 1] Le colombe che rimangono in colombaia, sono sicure dal nibbio. 8] Le
cose lunghe diventano serpi. 1] Le cose lunghe prendono vizio. 1] Le dita della
mano sono disuguali. 8] Le donne hanno lunghi i capelli e corti i cervelli. 4]
Le donne hanno quattro malattie all'anno, e tre mesi dura ogni malanno. 8] Le
bestie vanno trattate da bestie. 8] Le cattive nuove sono le prime ad arrivare.
8] Le cattive nuove volano. 1] Le chiavi ed i lucchetti non si fanno per le
dita fidate. 8] Le disgrazie non vengono mai sole. 1] Le disgrazie sono come le
ciliegie: una tira l'altra.[53] Le donne hanno lunghi i capelli e corti i
cervelli. 166] Le donne hanno sette anime... e mezza. 8] Le donne ne sanno una
più del diavolo. 2] Le donne piglian bene le pulci. 8] Le lacrime sono le armi
delle donne. 4] Le leghe e le corde fradice non durano a lungo. 4] Le malattie
ci dicono quel che siamo. 88] Le montagne stanno ferme, gli uomini
s'incontrano. 167] Le ore del mattino hanno l'oro in bocca. 1] Le parole sono
femmine e i fatti sono maschi. 1] Le piante che fruttano troppo presto, si
seccano. 8] Le querce non fanno limoni. 2] Le ragazze sono d'oro, le sposate
d'argento, le vedove di rame e le vecchie di latta. 8] Le rane han perso la
coda perché non seppero chiedere aiuto. 8] Le rose cascano, le spine restano.
168] Le teste di legno fan sempre del chiasso. 55] Le Trentine vengono giù
pollastre e se ne vanno sù galline. 8] Le vie della provvidenza sono infinite.
1] Le vie del Signore sono infinite. 1] Leggi, rileggi e pondera. 8] Lingua
cheta e fatti parlanti. 4] Lo sbadiglio non vuol mentire: o che ha sonno o che
vorrebbe dormire, o che ha qualche cosa che non può dire. 8] Lo scarafaggio
corre sempre allo sterco. 8] Lo scimunito parla col dito. 8] Lo scorpione dorme
sotto ogni lastra. 8] Lo smargiasso ciancia in guerra, il valente combatte
muto. 8] Loda il gran campo e il piccolo coltiva. 169] Loda il monte e tieniti
al piano. 2] Loda il pazzo e fallo saltare, se non è pazzo lo farai diventare.
8] Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. 170] Lontan dagli occhi, lontan dal
cuore. 2] Luna di grappoli a gennaio luna di racimoli a febbraio.[54] 2] Lunga
lingua, corta mano. 8] Lungo come la quaresima.[55] 2] Luglio dal gran caldo,
bevi bene e batti saldo. 16] Lungo digiuno caccia la fame. 4] Lupo non mangia
lupo. 2] M Ma in premio d'amore amor si rende. 33] Maggio ortolano, molta
paglia e poco grano. 16] Maggiore il santo, maggiore la sua umiltà. 8] Mai gli
uomini sanno essere abbastanza riconoscenti verso gli inventori. 4] Mal comune
mezzo gaudio. 2] Mal può rendere ragion del proprio fatto chi lardo o pesce
lascia in guardia al gatto. 65] Mal si giudica il cavallo dalla sella. 3] Male
che si vuole non duole. 9] Male ignoto si teme doppiamente. 8] Male non fare,
paura non avere. 2] Male voluto non fu mai troppo. 57] Maledetto il ventre che
del pan che mangia non si ricorda niente. 8] Manca tanto la pazienza ai poveri,
quanto la compassione ai ricchi. 8] Mangiar molto e far buona digestione, è un
privilegio che han poche persone. 8] Mano dritta e bocca monda possono andare
per tutto il mondo. 4] Marinaio genovese, mercante fiorentino. 8] Martello
d'oro non rompe le porte del cielo. 47] Marzo è pazzo. 16] Marzo pazzerello
guarda il sole e prendi l'ombrello. 2] Marzo molle, gran per le zolle. 16]
Mazza e pane fanno i figli belli; pane senza mazza fa i figli pazzi. 171]
Medico vecchio e chirurgo giovane. 172] Medico vecchio e medicina nuova. 2]
Chirurgo giovane e medico anziano.[56] Mediocre bestiame ben pasciuto è di
maggior vantaggio che molto bestiame mal mantenuto. 173] Meglio andare a letto
senza cena, che alzarsi con debiti. 4] Meglio aperto rimprovero, che odio
segreto. 8] Meglio dietro agli uccelli, che dietro ai signori. 8] Meglio essere
ben educato, che nascere nobile. 4] Meglio essere invidiati che compatiti. 174]
Meglio fare la serva in casa propria, che la padrona in casa altrui. 4] Meglio
fave in libertà, che capponi in schiavitù. 8] Meglio fringuello in man che
tordo in frasca. 2] Meglio fringuello in tasca che tordo in frasca. 2] Meglio
il marito senz'amore, che con gelosia. 75] Meglio l'uovo oggi che la gallina
domani. 1] Meglio mangiar carote in pace che molte pietanze in disunione. 8]
Meglio mendicante che ignorante. 124] Meglio pane con amore, che gallina con
dolore. 4] Meglio poco che niente. 1] Meglio soli che male accompagnati. 1]
Meglio tardi che mai. 1] Meglio un asino vivo che un dottore morto. 1] Meglio
un fiorino guadagnato, che cento ereditati. 4] Meglio un magro accordo che una
grassa sentenza. 2] Meglio un morto in casa che un pisano all'uscio. 2] Meglio
una festa che cento festicciole. 1] Meglio una volta arrossire che mille
impallidire. 8] Meglio vivere ben che vivere a lungo. 64] Meno siamo meglio
stiamo. 57] Mente lieta, vita quieta e moderata dieta. 2] Merito non conosciuto
poco vale. 8] Milan può far, Milan può dir, ma non può far dell'acqua vin. 8]
Mille errori sono più facilmente pronunciati che una verità. 4] Moglie e buoi
dei paesi tuoi. 1] Donne e buoi dei paesi tuoi. 2] Mogli che non contraddicono
e galline che facciano le uova d'oro, sono uccelli rari. 8] Moglie maglio. 1]
Molte cose si giudicano impossibili a farsi prima che siano fatte. Molte mani
fanno l'opera leggera. Molte paglie unite possono legare un elefante. 8] Molte
volte la belleza più adorabile si unisce alla stupidaggine più insopportabile. Molte
volte si perde per negligenza quello che si è guadagnato con giustizia. 4]
Molti hanno buone carte in mano, ma non le sanno giocare. 4] Molti inventano
oro con la bocca ed hanno piombo alle mani e ai piedi. 4] Molti parlano
d'Orlando anche se non videro mai il suo brando. 8] Molti sfuggono alla pena,
ma non ai rimorsi della coscienza. 8] Molti si immaginano di avere il pulcino,
che non hanno ancora l'uovo. 4] Molti si lamentano del buon tempo. 8] Molti
sono i verseggiatori, pochi i poeti. 8] Molti squartano un gatto e giurano che
era un leone. 8] Molti voti fanno l'abate. 4] Molto denaro, molti amici. 4]
Molto fumo e poco arrosto. 1] Molto può nuocere una piccola negligenza. 8]
Morire di fame in una madia di pane. 4] Morta la serpe, spento il veleno. 8]
Morto un papa se ne fa un altro. 1] Mulo buon mulo, ma cattiva bestia. 8] Muore
il ricco, gli fanno il funerale; muore il povero, nessuno gli dice: vale. 8]
Muove la coda il cane non per te, ma per il pane. 4] N Natale con i tuoi,
Pasqua con chi vuoi. Né col capretto né con l'agnello, si adopera il coltello.
8] Né di venere, né di marte non si sposa né si parte, né si dà principio
all'arte. 2] Né donna né tela al lume di candela. 8] Ne uccide più la lingua
che la spada. 2] Ne uccide più la gola che la spada. 2] Necessità fa legge e
tribunale. 2] Negli ordini pari, i pareri sono dispari. 8] Nel bere e nel
camminare si conoscono le donne. 8] Nel bosco tagliato non ci stanno assassini.
8] Nel dubbio astieniti. 2] Nel monte di Brianza, senza vin non si danza. 8]
Nel paese degli zoppi, zoppicar non è vergogna. 8] Nel regno dei ciechi anche
un orbo è re. 175] Nel regno dei ciechi anche un guercio è re. 175] Nel regno
di Dio, poveri e ricchi sono uguali. 8] Nell'autunno non bisogna più sognare di
rose e tulipani. 4] Nell'estate si deve pensare all'inverno, e nella gioventù
alla vecchiaia. 4] Nell'eternità si arriva sempre in tempo. Nell'inverno il
pazzo sogna rose, e nell'estate il savio le raccoglie. 4] Nella botte piccola
c'è il buon vino. 8] Nella felicità ragione, nell'infelicità pazienza. 8] Nella
gotta, il medico non vede gotta. 176] Nelle sventure si conosce l'amico. 1]
Nessuna corona è più bella di quella dell'umiltà. 8] Nessuna fortezza è così
salda che non si lasci conquistare dall'oro. 4] Nessuna ingiustizia rimane
impunita. 4] Nessuna mela è così bella che non abbia qualche difetto. 4]
Nessuna nuova, buona nuova. Nessuno è profeta in patria. Nessuno può dare
quello che non ha. 4] Nessuno può difendersi dalla beffa. 4] Ne uccide più
Bacco che Marte. 4] Neve di Dicembre dura fin che dura la brina. 8] Niente è
più bello di una faccia allegra. 8] Niuna guardia è migliore di quella che una
donna fa a se stessa. 4] Non accettare i rimproveri o consigli da chi educare
non seppe i propri figli. Non aspettar che l'abete porti pomi. 4] Non basta
esser galantuomo, bisogna anche esser conosciuto per tale. 8] Non bisogna fare
il diavolo più nero di quello che è. 8] Non bisogna fasciarsi il capo prima di
romperselo. 8] Non bisogna mai usare due pesi e due misure. 8] Non bisogna
scuotere l'orzo dal sacco prima di avere il frumento. Non c'è alcuno così
povero che non possa aiutare, né alcuno così ricco che non abbia bisogno
d'aiuto. 8] Non c'è cosa più triste sulla terra dell'uomo ingrato.Non si muove
foglia che Dio non voglia. Non c'è affanno senza danno. 4] Non c'è Carnevale
senza luna di febbraio. Non c'è due senza tre. 1] Non c'è due senza tre e il
quarto vien da sé. 2] Non c'è cosa così cattiva che non sia buona a qualche
cosa. 4] Non c'è eretico che non abbia la sua credenza. 4] Non c'è fumo senza
arrosto. 1] Non c'è gallina né gallinaccia che di gennaio l'uova non faccia. 2]
Non c'è intoppo per avere, più che chiedere e temere. 178] Non c'è male senza
bene. 4] Non c'è miglior cieco di quello che non vuole vedere. 4] Non c'è pane
senza pena. 1] Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. 2] Non c'è regola
senza eccezioni. 1] Non c'è rosa senza spine.Non cade foglia che Dio non
voglia. 1] Non ci fu mai frettoloso che non fosse pazzo. 8] Non ci rimane
nessuna vigna da vendemmiare, e né meno nessuna donna da maritare. 179] Non
credere a donna, quand'anche sia morta. 4] Non destare il can che dorme. 1] Non
dire quattro se non l'hai nel sacco. 2] Non dire gatto se non ce l'hai nel
sacco. 180] Non è arte il giocare, ma lo smettere. 4] Non è bello ciò che è
bello, ma è bello ciò che piace. 181] Non è bene esser poeta nel villaggio. 8]
Non è bene riporre denaro in una cassa di cui non si ha la chiave. 4] Non è col
dire "miel, miel," che la dolcezza viene in bocca. 117] Non è
contento quel che si lamenta. 8] Non è in nessun luogo chi è in ogni luogo. 4]
Non è mai gran gagliardia, senza un ramo di pazzia. 8] Non è povero, se non chi
si crede tale. 8] Non è sempre savio chi non sa esser qualche volta pazzo. 8]
Non è sì tristo cane, che non meni la coda. 182] Non è tutto oro quel che
luccica. 183] Non è tutto oro quel che riluce. 183] Non esiste amore senza
gelosia. 8] Non fa la stessa viva sensazione il solletico a tutte le persone.
8] Non facendo niente, più pena si sente. 4] Non far mai bene, non avrai mai
male. 8] Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te.[58] 2]
Non fare il male ch'è peccato, non fare il bene ch'è sprecato. 1] Non fare il
passo più lungo della gamba. 2] Non gira il corvo che non sia vicina la
carogna. 8] Non lodare il bel giorno prima di sera. 4] Non mettere il carro
davanti ai buoi. 184] Non mettere il rasoio in mano a un pazzo. 8] Non mettere
un rasoio in mano a un pazzo. 185] Non mi morse mai scorpione, ch'io non mi
medicassi col suo olio. 8] Non nominar la corda in casa dell'impiccato. 1] Non
ogni abisso ha un parapetto. 4] Non ogni lettera va alla posta, non ogni
domanda vuole risposta. 8] Non pensa il cuore quel che dice la bocca. 4] Non
perde il cervello se non chi l'ha. 8] Non rimandare a domani quello che puoi
fare oggi. 1] Non sempre va d'accordo la campana dell'orologio con la
meridiana. 8] Non serve dire «Di tal acqua non berrò». 4] Non si campa d'aria.
4] Non si comincia bene se non dal cielo. 4] Non si dà fumo senza fuoco. 4] Non
si entra in Paradiso a dispetto dei Santi. 1] Non si fa niente per niente. 1]
Non si fan nozze coi fichi secchi. 186] Non si finisce mai di imparare. 4] Non
si insegna a nuotare ai pesci. 4] Non si legge mai libro senza imparare
qualcosa. 4] Non si possono cavar le castagne dal fuoco colla zampa del gatto.
187] Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. 1] Non si può bere e
fischiare. 77] Non si sa mai per chi si lavora. 4] Non si sta mai tanto bene
che non si possa star meglio, né tanto male che non si possa star meglio. 8]
Non sono cacciatori tutti quelli che portano il fucile. 4] Non sono uguali
tutti i giorni. 4] Non ti far povero a chi non ha da farti ricco. 8] Non ti
fidar d'un tratto, di grazia o di bontà. 8] Non ti vantar farfalla, tuo padre
era un bruco. 8] Non tutte le ciambelle riescono col buco. 1] Non tutte le
lacrime vengono dal cuor. 4] Non tutti i matti rompono i piatti. 8] Non tutti i
pazzi stanno al manicomio. 8] Non tutti possiamo abitare in piazza. 8] Non
tutti sono ammalati quelli che sono in letto. 8] Non tutti sono infelici come
credono. 8] Non tutti sono infermi quelli che gridano ahi! 8] Non tutti vedono
la serpe che sta nascosta sotto l'erba. 4] Non tutto il male vien per nuocere.
2] Non v'è mai tanta pace in convento, come quando i frati portano tonache
uguali. 8] Non vi è donna senza amore. 8] Non vi è inganno che non si vinca con
l'inganno. 4] Non vi è lino senza resca, né donna senza pecca. 4] Non vi è
nulla che ricercando non si possa penetrare. 4] Non vi è peggior burla che la
vera. 4] Non vi fu mai gatta che non corresse ai topi. 8] Non vendere la pelle
dell'orso prima di averlo ucciso. 1] Non vo' dormire né fare la guardia. 4]
Notte, amore e vino fanno spesso l'uomo meschino. 8] Novembre vinaio. 16] Nulla
è così buono che a lungo andare non venga a noia. 8] Nuovo padrone, nuova
legge. 58] Nutri il corvo e ti caverà gli occhi. 8] Nutri la serpe in seno, ti
renderà veleno. 8] O O taci, o di' cosa migliore del silenzio.[59] 8] Occhio
che piange cuore che duole. 2] Occhio che piange cuore che sente. 2] Occhio non
vede, cuore non duole. 2] Occhio per occhio, dente per dente.[60] 2] Olio di
lucerna ogni mal governa. 2] Oggi a me domani a te. 2] Oggi allegria, domani
malinconia. 8] Oggi creditore, domani debitore. 8] Oggi fresco e forte, domani
nella morte. 8] Oggi in figura, domani in sepoltura. 8] Oggi in pace, domani in
guerra. 8] Oggi mercante, domani mendicante. 8] Oggi pioggia e doman vento,
tutto cambia in un momento. 8] Ogni Abele ha il suo Caino. 4] Ogni animale per
non morir s'aiuta. 188] Ogni bel gioco dura poco. 1] Ogni bella scarpa diventa
ciabatta, ogni bella donna diventa nonna. 8] Ogni bene infine svanisce, ma la
fama non perisce. 4] Ogni cosa ch'è rara, suol essere più cara. 8] Ogni
disuguaglianza, l'amore uguaglia. 4] Ogni erba si conosce dal seme. 4] Ogni fatica
merita ricompensa. 4] Ogni gatta ha il suo febbraio. 8] Ogni giorno non è
festa. 4] Ogni giorno non si fanno nozze. 4] Ogni grillo si crede cavallo. 8]
Ogni lasciata è persa. 1] Ogni legno ha il suo tarlo. 1] Ogni lucciola non è un
fuoco. 8] Ogni lumaca vede le corna delle altre. 189] Ogni matto fa il suo
atto. 8] Ogni medaglia ha il suo rovescio. 1] Ogni pazzo vuol dar consiglio. 8]
Ogni pelo ha la sua ombra. 4] Ogni popolo ha il governo che si merita. 190]
Ogni promessa è debito. 1] Ogni rana si crede gran dama. 8] Ogni rana si crede
una Diana. 8] Ogni scimmia trova belli i suoi scimmiotti. 8] Ogni serpe ha il
suo veleno. 8] Ogni simile ama il suo simile. 1] Ogni uccello fa il suo verso.
8] Ogni uccello canta il suo verso. 191] Ognun patisce del suo mestiere. 192]
Ognuno trascura per sé i godimenti dell'arte sua, quasi venutigli a noia perché
ci ha guardato dentro: il cuoco non è mai ghiotto, il calzolaio va colle scarpe
rotte. Ognun per sé e Dio per tutti. 1] Ognun vede le proprie oche come cigni.
8] Ognuno all'arte sua e il lupo alle pecore. 2] Ognuno ama sentirsi lodare. 4]
Ognuno che ha un gran coltello, non è un boia. 4] Ognuno fa degli errori. 4]
Ognuno faccia il suo mestiere. 2] Ognuno ha i suoi gusti. Ognuno ha il suo
affanno. 8] Ognuno ha la sua croce. 1] Ognuno tira l'acqua al suo mulino. 2]
Orto, uomo morto. 169] Orzo e paglia fanno il caval da battaglia. 8] Ospite
raro ospite caro. 1] Ottobre mostaio. 16] P Paese che vai usanza che trovi. 1]
Paga il giusto per il peccatore. 1] Pancia affamata, vita disperata. 4] Pancia
piena non crede a digiuno. 1] Pancia vuota non sente ragioni. Parla all'amico come se ti avesse a diventar
nemico. 8] Pane finché dura, vino con misura. 194] Parenti, amici, pioggia,
dopo tre giorni vengono a noia. 8] Parenti serpenti. 1] Parenti serpenti,
cugini assassini, fratelli coltelli. 2] Parere e non essere è come filare e non
tessere. 2] Parlare francese come una vacca spagnola. 4] Passata la festa
gabbato lo santo. 1] Passato il fiume scordato il santo. 4] Patti chiari, amici
cari. 2] Patti chiari amicizia lunga. 2] Pazzi e buffoni hanno pari libertà. 8]
Pazzo è colui che bada ai fatti altrui. 8] Pazzo è quel prete che biasima le
sue reliquie. 195] Pazzo per natura, savio per scrittura. 8] Peccati vecchi,
penitenza nuova. 8] Peccato celato è mezzo perdonato.[61] 196] Peccato
confessato è mezzo perdonato. 8] Per amore anche una donna onesta, può perdere
la testa. 8] Per chi vuol esser libero, non c'è catena che tenga. 8] Per essere
amabili, bisogna amare. 9] Per fare l'elemosina non manca mai la borsa. 4] Per
il galantuomo non ci sono leggi. 8] Per il saggio le lacrime delle donne sono
come gocce salate. 4] Per imparare qualche cosa, non è mai troppo tardi. 4] Per
l'abbondanza del cuore la bocca parla. 4] Per l'oro, l'abate vende il convento.
4] Per la santa Candelora dell'inverno siamo fora, ma se piove o tira vento,
dell'inverno siamo dentro. 2] Per la santa Candelora se tempesta o se gragnola
dell'inverno siamo fora; ma se è sole o solicello siamo solo a mezzo inverno. 2]
Per natura tutti gli uomini sono simili; per l'educazione diventano interamente
diversi. 4] Per ogni civetta che si sente cantare sul tetto, non bisogna metter
lutto. 8] Per quanto alletti la bellezza di un fiore, nessuno lo coglie se ha
cattivo odore. 4] Per san Lorenzo la noce è fatta. 2] Per San Lorenzo la noce
si spacca nel mezzo. 197] Per san Lorenzo piove dal cielo carbone ardente. 2]
Per Santa Caterina [25 novembre], le bestie fuori dalla cascina. 198] Per
trovare ingiustizie non occorrono lanterne. 4] Per un chiodo si perde un ferro,
e per un ferro un cavallo. 8] Per un punto Martin perse la cappa. Per una scopa
formano un mercato tre donne e assordan tutto il vicinato. 8] Perde le lacrime
chi piange davanti al giudice. 4] Perdona a tutti, ma non a te. 199] Perdonare
è da uomini, scordare è da bestie. 199] Pesce che va all'amo, cerca d'esser
gramo. 8] Pianta a cui spesso si muta luogo, non prende vigore. 4] Piccola
fiamma non fa gran luce. 8] Piccola pietra rovesciar può il carro. Piccola
scintilla può bruciar la villa. 8] Piccole ruote portano gran pesi. 8] Piccolo
ago scioglie stretto nodo. 8] Piglia il bene quando viene, ed il male quando
conviene. 8] Piove sempre sul bagnato. 2] Pisa, pesa per chi posa. 8] Più alta
la condizione, più si deve essere umili. 8] Più briccone, più fortunato. 4] Più
il fiume è profondo, più scorre il silenzio. 4] Più si chiacchiera, meno si
ama. 8] Piuttosto un asino che porti, che un cavallo che butti in terra. 87]
Poca brigata vita beata. 1] Poeta si nasce, oratori si diventa. 200] Poeti e
Santi campano tutti quanti. 201] Poeti, pittori e pellegrini a fare e a dire
sono indovini. 8] Polenta e latte bollito, in quattro salti è digerito. 8]
Portare frasconi a Vallombrosa. 4] Prendi la bruna per amante e la bionda per
moglie. 8] Preghiera di gatto e brontolio di pulce non arrivano in cielo. 131]
Preghiera umile entra in cielo. 8] Presto e bene, raro avviene. 8] Prete
spretato e cavolo riscaldato, non fu mai buono.[64] Prevedere per provvedere e
prevenire. 202] Prima della morte non chiamare nessuno felice. 4] Prima di
ammogliarsi bisogna fare il nido. 4] Prima di andare alla pesca esamina ben
bene la tua rete. 8] Prima di domandare, pensa alla risposta. 203] Prima
lusingare e poi graffiare, è arte dei gatti. 8] Prodigo e bevitor di vino, non
fa né forno né mulino. 8] Pugliesi, cento per forca e un per paese. 8] Puoi ben
drizzare il tenero virgulto, non l'albero già fatto adulto. 4] Putto in vino e
donna in latino non fecero mai buon fine. 4] Q Qual proposta tal risposta. 1]
Qualche intervallo il pazzo ha di saviezza, qualche intervallo il savio ha di
stoltezza. 8] Qualche volta anche Omero sonnecchia. 204] Quale uccello, tale il
nido. 205] Quand'anche si trapiantassero in paradiso, i cardi non porterebbero
mai rose. 8] Quando arriva la gloria svanisce la memoria. 2] Quando c'è
l'esercito, si trova anche il generale. 4] Quando c'è la salute c'è tutto. Quando
canta la rana, la pioggia non è lontana. 8] Quando ci sono molti galli a
cantare non si fa mai giorno. 16] Quando è alta la passione, è bassa la
ragione. 206] Quando è finito il raccolto dei datteri, ciascuno trova da ridire
alla palma. 8] Quando fischia l'orecchio dritto, il cuore è afflitto;
quando il manco, il cuore è franco. 8] Quando gli eretici si accapigliano,
la chiesa ha pace. 4] Quando il colombo ha il gozzo pieno, le vecce gli
sembrano amare. 8] Quando il culo è avvezzo al peto non si può tenerlo cheto.
2] Quando il fanciullo è satollo anche il miele non ha più gusto. 4] Quando il
fanciullo ha sette anni, la ragione spunta in lui. 207] Quando il gatto lecca
il pelo viene acqua giù dal cielo. 38] Quando il gatto non c'è i topi ballano.
1] Quando il gatto non può arrivare al lardo dice che è rancido. 8] Quando il
gatto si lecca e si sfrega le orecchie con la zampina, pioverà prima che sia
mattina. 8] Quando il gozzo è pieno, le ciliegie sono acerbe. 8] Quando il
grano ricasca, il contadino si rizza. 57] Quando il grano va a male, bisogna
ringraziare Dio per la paglia. 8] Quando il lardo è divorato, poco val cacciare
il gatto. Quando il mandorlo non frutta, la semente ci va tutta. 8] Quando il
padrone zoppica, il servo non va diritto. 8] Quando il sole splende, non ti
curar della luna. 8] Quando il tempo è chiaro in autunno, vento nell'inverno.
4] Quando in autunno sono grassi i tassi e le lepri, l'inverno è rigoroso. 4]
Quando l'amore è a pezzi non c'è alcuna colla che lo riappiccichi. 8] Quando
l'angelo diventa diavolo, non c'è peggior diavolo. 4] Quando l'avaro muore, il
danaro respira. 4] Quando l'Italia suona la chitarra, la Spagna le nacchere, la
Francia il liuto, l'Irlanda l'arpa, la Germania la tromba, l'Inghilterra il
violino, l'Olanda il tamburo, nulla è uguale ad esse. 8] Quando la barba fa
bianchino, lascia la donna e tienti al vino. 208] Quando la cicala canta in settembre,
non comprare gran da vendere. 8] Quando la fame entra dalla porta, l'amore esce
dalla finestra. 8] Quando la grazia di Dio è nel cuore, gli occhi nuotano
nell'allegria. 4] Quando la guerra comincia s'apre l'inferno. 4] Quando la neve
si scioglie si scopre la mondezza. 1] Quando la pera è matura casca da sé. 1]
Quando la pera è matura bisogna che caschi. 16] Quando la radice è tagliata, le
foglie se ne vanno. 8] Quando la ragione dorme, il cuore scappuccia. 8] Quando
la luna è bianca il tempo è bello; se è rossa, vuole dire vento; se pallida,
pioggia. 4] Quando la rana canta il tempo cambia. 8] Quando non dice niente,
non è dal savio il pazzo differente. 8] Quando non sai, frequenta in domandare.
209] Quando piove col sole le vecchie fanno l'amore. 1] Quando piove col sole
il diavolo fa l'amore. 1] Quando piove col sole le streghe fanno l'amore. 2]
Quando piove col sole si marita la volpe.[65] 2] Quando piove d'agosto, piove
miele e mosto. 8] Quando si è in ballo bisogna ballare. 1] Quando si è patito
si è inclini a compatire. 4] Quando si mangia non si parla. 57] Quando sono
fidanzate hanno sette mani e una lingua, quando sono sposate hanno sette lingue
e una mano. Quando un amico chiede, non v'è domani. 210] Quando un povero dà al
ricco, Dio ride in cielo. 8] Quando una cosa è accaduta, poco vale lamentarsi.
8] Quando viene la forza, il diritto è morto. 4] Quanto più è alto il monte,
tanto più profonda la valle. 4] Quanto più la rana si gonfia, più presto crepa.
Quanto più se n'ha, tanto più se ne vorrebbe. 4] Quattro lumi non s'accendono.
2] Quattro nuove invenzioni vanta il mondo: scorticare senza coltello,
arrostire senza fuoco, lavare senza sapone, e invece degli occhiali vedere
attraverso le dita. 4] Quel ch'è innato per natura, si porta alla sepoltura. Quel
ch'è raro, è stimato. 8] Quel che con l'acqua mischia e guasta il vino, merita
di bere il mare a capo chino. 8] Quel che è disposto in cielo, conviene che
sia. 4] Quel, che è fatto, è fatto, e non si può fare, che fatto non sia. 211]
Quel che è fatto è reso. 2] Quel che non può l'ìngegno, può spesso la fortuna. Quel
che non puoi pagare col denaro, pagalo almeno col ringraziamento. 8] Quel che è
gioco per il forte per il debole è morte. 8] Quel che si dà al ricco, si ruba
al povero. 8] Quel che si fa a fin di bene, non dispiace mai a Dio. 4] Quel che
si fa all'oscuro, appare al sole. 4] Quel che supera il mio intelletto, lo
lascio stare. 4] Quella bellezza l'uomo saggio apprezza che dura sempre, fino
alla vecchiaia. 4] Quelli che hanno meno ingegno, ne hanno da vendere più degli
altri. 4] Quello che abbaia è il cane sdentato. 4] Quello che deve durare per
l'eternità non si deve scrivere con l'acqua. 4] Quello che è accaduto ieri, può
accadere oggi. 4] Quello che è passato, è scordato. 4] Quello che ha da essere,
sarà. 4] Quello che non avviene oggi, può avvenire domani. 4] Quello che non è
stato può essere. 4] Quello che non può l'intelletto, può spesso il caso. 4]
Quello che puoi fare oggi, non rimandarlo a domani. Quello che si dice all'eco
nel bosco, il bosco lo ripete. 4] Quello che si impara in gioventù, non si
dimentica mai più. 4] Quello che si usa non si scusa. 212] Quello è mio zio,
che vuole il bene mio. 4] Quello è un fanciullo accorto che conosce suo padre.
4] Questo devi sapere che la gelosia di un Arabo è la stessa gelosia. 4] Quieta
non muovere. 16] R Raglio d'asino non giunse mai al cielo. 2] Rana di palude
sempre si salva. 8] Rane, malsane. 8] Render nuovi benefici all'ingratitudine è
la virtù di Dio e dei veri uomini grandi. 8] Ricchezza mal disposta a povertà
s'accosta. 8] Ricchezze nell'India, sapere in Europa, e pompa fra gli ottomani.
8] Ricchi e poveri non portano che un lenzuolo all'altro mondo. 8] Ricco e
grande fortuna potrà farti, ma mai il comune senso potrà darti. 4] Ricorda che
il nemico può diventarti amico. 8] Ride ben chi ride ultimo. 2] Ride ben chi
ride l'ultimo. 2] Roba calda il corpo non salda. 213] Roba d'altri, tutti
scaltri. 4] Roma, a chi nulla in cent'anni, a chi molto in tre dì. 8] Roma non
fu fatta in un giorno. 2] Roma santa, Aquila bella, Napoli galante. 214] Rosso
di mattina, pioggia vicina. 215] Rosso di sera bel tempo si spera; rosso di
mattina acqua vicina. 2] Rosso di sera, buon tempo si spera; rosso di mattina
mal tempo si avvicina. 1] Rosso e giallaccio pare bello ad ogni faccia, verde e
turchino si deve essere più che bellino. 216] Rovo, in buona terra covo. 169] S
Salta chi può. 1] San Benedetto[66] la rondine sotto il tetto. 2] San Lorenzo
dalla gran calura. 2] San Pietro abbracciato, Cristo negato. 4] San Silvestro
[31 dicembre] l'oliva nel canestro. 2] Sangue giovane sempre spavaldo. 8] Sasso
che rotola non fa muschio. 47] Pietra che rotola non fa muschio. 2] Sbagliando
s'impara. 1] Scalda più l'amore che mille fuochi. 8] Scherza coi fanti e lascia
stare i Santi. 1] Scherzando intorno al lume che t'invita, farfalla perderai
l'ali e la vita. 65] Scherzo di mano, scherzo di villano. 1] Gioco di mano,
gioco di villano. 1] Schiena di mulo, corso di barca, buon per chi n'accatta.
8] Scusa non richiesta, accusa manifesta.[67] 217] Se ari male, peggio
mieterai. 47] Se fossero buoni i nipoti non si leverebbero dalla vigna. 218] Se
gioventù sapesse, se vecchiaia potesse. 167] Se i gatti sapessero volare, le
beccacce sarebbero rare. 131] Se il coltivatore non è più forte della su' terra
questa finisce per divorarlo. 47] Se il ladro lasciasse il suo rubare, non ci
sarebbero più forche. 4] Se il giovane sapesse di quanto ha bisogno la
vecchiaia, chiuderebbe spesso la borsa. 4] Se il padre di famiglia è miope, i
servi sono ciechi. 8] Se il piede destro è zoppo, Dio rafforza il sinistro. 8]
Se il poeta s'erige a oratore predicherà agli orecchi e non al cuore. 8] Se il
primo bottone hai fatto essere secondo, tutti sbagliati saranno da cima a
fondo. 4] Se il re sputa sopra un abete si chiama subito abete reale. 4] Se il
ricco conoscesse la fame del povero, gli darebbe del suo pane. 8] Se il
ringraziare costasse denaro, molti se lo terrebbero in tasca. 8] Se il tuo
gatto è ladro non scacciarlo di casa. 8] Se il virtuoso è povero, il lodarlo
non basta; il dovere primo è d'aiutarlo. 8] Se la pazzia fosse dolore, in ogni
casa si sentirebbe stridere. 8] Se le lattughe lasci in guardia alle oche, al
ritorno ne troverai ben poche. 219] Se ne vanno gli amori e restano i dolori.
4] Se nessuno sa quel che sai, a nulla serve il tuo sapere. 8] Se non è zuppa è
pan bagnato. 1] Se non hai mai rubato, la parola ladro non è per te
un'ingiuria. 4] Se occhio non mira, cuor non sospira. 8] Se ognun spazzasse da
casa sua, tutta la città sarebbe netta. 220] Se piovesse oro, la gente si
stancherebbe a raccoglierlo. 8] Se son rose fioriranno. 1] Se ti vuoi nutrire
bene, fai ballare i trentadue. 8] Se un fratello compie un omicidio, gli altri
non sono responsabili. 4] Se vuoi che t'ami, fa' che ti brami. 8] Se vuoi
portare l'uomo a incretinire, fallo ingelosire. 4] Segui il filo e troverai il
gomitolo. 4] Senza denari non canta un cieco. 1] Senza denari non si canta
messa. 1] Senza umiltà tutte le virtù sono vizi. 8] Sempre ti graffierà chi
nacque gatto. 8] Senza umanità non vi è né virtù, né vero coraggio, né gloria
durevole. 8] Seren d'inverno e nuvolo d'estate, non ti fidare. 4] Sette in un
colpo! disse quel sarto che aveva ammazzato sette mosche. 8] [wellerismo]
Settembre, l'uva è fatta e il fico pende. 16] Si bacia il fanciullo a causa
della madre, e la madre a causa del fanciullo. 4] Si deve alzare di buon'ora
chi vuol contentare i suoi vicini. 8] Si dice il peccato, ma non il peccatore.
2] Si mantiene un esercito per mille giorni, e non se ne fa uso che per un
momento. 4] Si parla del diavolo e spuntano le corna. 130] Si può conoscere la
tua opinione dal tuo sbadigliare. 8] Si può vivere senza fratelli ma non senza
amici.[68] Si stava meglio quando si stava peggio.[69] 2] Sia l'astrologo che
l'indovina ti portano alla rovina. 4] Sicuro come il pane. 4] Sin che si vive,
s'impara sempre. 4] Sol gente di mal'affare, bestie e botte, van fuori di
notte. Son padrone del mondo oggi le donne e cedon toghe e spade a cuffie e
gonne. 8] Sono meglio cento beffe che un danno. 4] Sono sempre gli stracci che
vanno all'aria. 1] Sopra l'albero caduto ognuno corre a fare legna. 4] Sopra
ogni vino, il greco è divino. 8] Sotto la neve pane, sotto l'acqua fame. 1]
Spesso a chiaro mattino, v'è torbida sera. 222] Spesso chi commette
un'ingiustizia, ne subisce una peggiore. 4] Spesso vince più l'umiltà che il
ferro. 8] Sposa bagnata sposa fortunata. 223] Stretta la foglia, larga la via
dite la vostra che ho detto la mia. 2] Larga la foglia, stretta la via dite la
vostra che ho detto la mia. 2] Stringe più la camicia che la gonnella. 4]
Studia non per sapere di più, ma per sapere meglio degli altri. 224] Studio in
gioventù, onore alla vecchiaia. 4] Sulla pelle della serpe nessuno guarda alle
macchie. 8] Superbia povera spiace anche al diavolo; umiltà ricca piace anche a
Dio. 8] T T'annoia il tuo vicino? Prestagli uno zecchino. 4] Tagliare i capelli
con la pentola. 225] Tagliarli male. Tal lascia l'arrosto che poi brama il
fumo. 4] Tale padre, tale figlio.[70] 2] Tanti galli a cantar non fa mai
giorno. 1] Tanti idoli, tanti templi. Tanti pochi fanno un assai. 226] Tanto
fumo e poco arrosto. 2] Tanto l'amore quanto il fuoco devono essere attizzati.
8] Tanto l'amore quanto la minestra di fagioli vogliono uno sfogo. 8] Tanto va
la gatta al lardo che ci lascia lo zampino. 1] Tempo chiaro e dolce a
capodanno, assicura bel tempo tutto l'anno. 8] Tenga bene a mente un bugiardo
quando mente. 4] Tentar non nuoce. 1] Terra assai, terra poca. 169] Terra
bianca, tosto stanca. 227] Terra coltivata raccolta sperata. 2] Terra nera buon
grano mena. 2] Testa di lucertola, collo di gru, gambe di ragno, pancia di
vacca, groppa di baldracca. 8] Testa di pazzo non incanutisce mai. 8] Tinca di
maggio e luccio di settembre. 8] Tinca in camicia, luccio in pelliccia. 8] Tira
più un pelo di fica che cento paia di buoi. 2] Tira più un capello di donna che
cento paia di buoi. 8] Tolta la causa, cessato l'effetto. 8] Tondi l'agnello e
lascia il porcello. 8] Torinesi e Monferrini, pane, vino e tamburini. 8] Tra
cani non si mordono. 1] Tra i due litiganti il terzo gode. 1] Tra il dire e il
fare c'è di mezzo il mare. 1] Tra l'incudine e il martello, mano non metta chi
ha cervello. 4] Tra moglie e marito non mettere il dito. 1] Tradimento piace
assai, traditor non piace mai. 148] Trattar male il povero è il disonor del
ricco. 8] Tre cose cacciano l'uomo di casa: fumo, goccia e femmina arrabbiata.
4] Tre cose fanno l'uomo ammalato: amore, vino e bagno. 8] Tre cose simili:
prete, avvocato e morte. Il prete toglie dal vivo e dal morto; l'avvocato vuol
del diritto e del torto; e la morte vuole il debole e il forte. 142] Tre cose
sono rare: un buon melone, un buon amico e una buona moglie. 8] Tre sono le
meraviglie, Napoli, Roma e la faccia tua. 228] Trenta monaci e un abate non
farebbero bere un asino per forza. 4] Triste e guai, chi crede troppo e chi non
crede mai. 8] Triste quel cane che si lascia prendere la coda in mano. 8]
Triste quell'estate, che ha saggina e rape. 8] Tromba di culo, sanità di corpo.
213] Troppa manna, nausea. 8] Troppa modestia è orgoglio mascherato. 8] Troppe
soddisfazioni tolgono ogni voglia. 8] Troppi cuochi guastano la cucina. 1]
Troppo povero e troppo ricco fa ugual disgrazia. 8] Tu scherzi col tuo gatto e
l'accarezzi, ma so ben io qual fine avran quei vezzi. 8] Turchi e Tartari,
flagelli dei popoli. 229] Tutta la strada non fallisce il saggio che, accortosi
a metà, corregge il viaggio. 4] Tutte le cose sono difficili prima di diventar
facili. 70] Tutte le strade portano a Roma. 1] Tutte le volpi si ritrovano in
pellicceria. 2] Tutte le volpi si rivedono in pellicceria. 2] Tutte le volte
che si ride si toglie un chiodo dalla cassa. 230] Tutti del pazzo tronco
abbiamo un ramo. 8] Tutti i fiumi vanno al mare. 1] Tutti i giorni sono buoni
per andare a caccia. ma non per prendere uccelli. 4] Tutti i guai son guai, ma
il guaio senza pane è il più grosso. 1] Tutti i gusti son gusti. 1] Tutti i
mestieri danno il pane. 231] Tutti i nodi vengono al pettine. 1] Tutti i
peccati mortali sono femmine. 8] Tutti i salmi finiscono in gloria. 1] Tutti
siamo figli di Adamo ed Eva. 190] Tutto ciò che dura a lungo annoia. 8] Tutto è
bene quel che finisce bene.[71] 1] Tutto il cervello non è in una testa. 4]
Tutto il mondo è paese. Tutto quello che è bianco non è farina. 4] Tutto
s'accomoda fuorché l'osso del collo. 31] U Uccellin che mette coda vuol
mangiare a tutte l'ore. 2] Uccello raro ha nido raro. 8] Ucci ucci, sento odor
di cristianucci. 2] Umiltà e cortesia adornano più di una veste tessuta d'oro.
8] Un bel tacer non fu mai scritto.[73] 2] Un'anima magnanima consulta le
altre; un'anima volgare disprezza i consigli. 8] Un'oncia di allegria vale più
di una libbra di tristezza. 232] Un'ora di contento sconta cent'anni di
tormento. 233] Un abete non fa foresta. 4] Un bell'abito è una lettera di
raccomandazione. 4] Un buon abate loda sempre il suo convento. 4] Un buon
principio va sempre a buon fine. 4] Un cattivo libro ha spesso un buon titolo,
ed una fronte onesta, un cervello ribaldo. 4] Un cuor magnanimo vuol sempre il
bene, anche se il premio mai non ottiene. 8] Un esercito senza generale è come
un corpo senz'anima. 4] Un fido amico, e ricchezze ben acquistate son due cose
rare. 8] Un fratello aiuta l'altro. 4] Un granello fa traboccare la bilancia.
4] Un granello di polvere fa scoppiare tutta la bomba. 4] Un ladro non ruba
sempre, ma bisogna guardarsi da lui. 4] Un lume è più presto spento che acceso.
4] Un male tira l'altro. 4] Un padre campa cento figli e cento figli non
campano un padre. 2] Un pazzo ne fa cento. 8] Un piccolo buco fa affondare un
gran bastimento. Un povero virtuoso val più di un ricco vizioso. 8] Una bella
barba e un cuor valente adornano l'uomo. 4] Una bella giornata non fa estate.
4] Una bella lacrima trova facilmente un fazzoletto che la asciughi. 4] Una
bugia ha bisogno di sette bugie. 4] Una buona risata si trasforma tutta in buon
sangue. 232] Una ciliegia tira l'altra. 2] Una cosa tira l'altra. 16] Una
estate vale più di dieci inverni. 4] Una parola tira l'altra. 2] Una e buona.
16] Una ma buona. 16] Una fa, due stentano, ma a tre ci vuol la serva. 8] Una
Fenice fra le donne è quella, che altra donna confessa essere bella. 8] Una
mano lava l'altra e tutte e due lavano il viso. 1] Una mela al giorno leva il
medico di torno. 2] Una ne paga cento. 1] Una ne paga tutte. 1] Una rondine non
fa primavera. 1] Un fiore non fa giardino. 4] Un fiore non fa primavera. 4] Una
volta corre il cane e una volta la lepre. 1] Una volta per uno non fa male a
nessuno. 1] Uno semina, l'altro raccoglie. 72] Uno si fa la sorte da sé,
l'altro la riceve bell'e fatta. 8] Uomo a cavallo, sepoltura aperta. 2] Uomo
avvisato mezzo salvato. 1] Uomo da nessuno invidiato, è uomo non fortunato. 4]
Uomo di vino, non vale un quattrino. 8] Uomo morto non fa più guerra. 234] Uomo
senza quattrini è un morto che cammina. 2] Uomo solitario, o angelo o demone.
235] Uomo zelante, uomo amante. 4] L'uomo misero è un morto che cammina. 2]
Uovo di un'ora, pane di un giorno, vino di un anno, donna di quindici e amici
di trent'anni. 8] V Va' in piazza vedi e odi, torna a casa bevi e godi. 236] Va
più di un asino al mercato. 4] Val più un piacere da farsi che cento di quelli
fatti. 8] Val più una messa in vita che cento in morte. 4] Vale più la pratica
che la grammatica. 1] Vale più un fatto che cento parole. 237] Vale più un
gusto che un casale. 1] Vale più un testimone di vista che cento d'udito. 2]
Vale più uno a fare. 16] Vanga e zappa non vuol digiuno. 47] Vanga piatta poco
attacca, vanga ritta terra ricca, vanga sotto ricca il doppio. 2] Vecchi doni
vogliono nuovi ringraziamenti. 8] Vecchiaia d'aquila, giovinezza d'allodola. 4]
Vedere e non toccare è una cosa da crepare. 2] Vedere per credere. 238] Vento
fresco mare crespo. 239] Ventre pieno non crede a digiuno. 16] Ventre vuoto non
sente ragioni. 16] Vesti un legno, pare un regno. 41] Vi sono dei matti savi, e
dei savi matti. 8] Vicino alla chiesa lontano da Dio. 2] Vicino alla serpe c'è
il biacco. 8] Vigna nel sasso e orto in terren grasso. 240] Vincere un ambo al
lotto è un malefizio, che più accresce la speranza al vizio. 8] Vino amaro,
tienilo caro. 8] Vino battezzato non vale un fiato. 8] Vino battezzato, non va
al palato. 8] Vino dentro, senno fuori. 8] Vino di fiasco la sera buono e la
mattina guasto. 8] Vino e sdegno fan palese ogni disegno. 8] Vino non è buono
che non rallegra l'uomo. 8] Violenza non dura a lungo. 241] Vivi e lascia
vivere. 1] Vizio di natura fino alla fossa dura. 2] Vizio di natura, fino alla
morte dura. 242] Voglia di lavorar saltami addosso, lavora tu per me che io non
posso. 243] Voglio piuttosto un asino che mi porti, che un cavallo che mi getti
in terra. 4] Volpe che dorme, ebreo che giura, donna che piange, malizie
sopraffine colle frange. 4] Note Cfr. voce dedicata su Wikipedia.
Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. Matteo, 6, 34. La locuzione
latina gutta cavat lapidem (letteralmente "la goccia perfora la
pietra") venne utilizzata da Tito Lucrezio Caro, Publio Ovidio Nasone e
Albio Tibullo. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. voce dedicata su
Wikipedia. Titolo di un'opera di Achille Campanile del 1930, passato a
proverbio e modo di dire comune. Cfr. Petrarca: «La vita el fin, e 'l dí
loda la sera». Cfr. Giacomo Leopardi: «Amore, | amor, di nostra vita
ultimo inganno, | t'abbandonava». Cfr. voce dedicata su Wikipedia.
Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. Giovanni Verga, I Malavoglia.
Slogan pubblicitario degli anni Ottanta. Cfr. Gesù, Discorso della
Montagna: «Cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede
riceve, e chi cerca trova». Cfr. Gesù, Vangelo secondo Matteo: «Rimetti
la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno
di spada». Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. voce dedicata su
Wikipedia. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Citato in Giovanni
Battista Rossi, Conferenze popolari per gli uomini nel tempo degli esercizi
spirituali, Tappi, Torino, Citato nel film Riso amaro. Citato in
Dizionario Italiano Olivetti, dizionario-italiano.it. Cfr. voce dedicata
su Wikipedia. Cfr. Libro di Osea: «E poiché hanno seminato vento |
raccoglieranno tempesta». Cfr. attribuite a Papa Bonifacio VIII: «Qui
tacet, consentire videtur». Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr.
voce dedicata. Cfr. Cristoforo Poggiali, Proverbj, motti e sentenze ad
uso ed istruzione del popolo: Chi dà a credenza, molte merci spaccia; | Ma un
presto fallimento si procaccia». Cfr. Appio Claudio Cieco, Sententiae:
«Quisque faber fortunae suae.» Cfr. voce dedicata. La frase è
attribuita (MACHIAVELLO MACHIAVELLI (si veda0, Istorie fiorentine, II, 3;
Giovanni Villani, Nuova Cronica, VI, 38) a Mosca dei Lamberti che a Firenze,
convinse così gli Amidei a uccidere Buondelmonte de' Buondelmonti; dal delitto
nacquero le fazioni dei guelfi e dei ghibellini. Citato anche nella Divina
Commedia di Dante Alighieri (Inferno): Gridò: "Ricordera' ti anche del
Mosca, | che disse, lasso!, 'Capo ha cosa fatta', | che fu mal seme per la
gente tosca". È possibile che Mosca dei Lamberti adattò al momento un
proverbio già noto ai suoi tempi (Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli,
1921); secondo l'Accademia della Crusca (Dizionario della lingua italiana)
corrisponderebbe al latino «Factum infectum fieri nequit». Cfr. Gesù,
Vangelo secondo Matteo: «Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare e a Dio
quel che è di Dio». Cfr. voce
dedicata. Cfr. voce dedicata. Cfr. Philippe Néricault Destouches,
Le Glorieux, atto II, scena V: «La critique est aisée, et l'art est
difficile.». Cfr. «Facta lex inventa fraus.» Cfr. voce
dedicata su Wikipedia. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Riferito
all'uso di numeri civici di colore nero per le abitazioni e rosso per gli
esercizi commerciali. Cfr. Michail Aleksandrovič Bakunin: «Il caffè, per
esser buono, deve essere nero come la notte, dolce come l'amore e caldo come
l'inferno». Cfr. Blaise Pascal: «Il cuore ha le sue ragioni che la
ragione non conosce». Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Nei dialetti
siciliani e nel napoletano l'arancia viene chiamata portogallo. La
spiegazione è in Strafforello. Cfr. voce dedicata su
Wikipedia. Veste da lavoro usata, specialmente in Toscana, da contadini e
operai. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. voce dedicata su
Wikipedia. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. voce dedicata su
Wikipedia. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. voce
dedicata. Cfr. voce dedicata. Cfr. Ippocrate: «La vita è breve,
l'arte è lunga, l'occasione è fugace, l'esperienza è fallace, il giudizio è
difficile». Citato in Dizionario Italiano, dizionario-italiano.it.
Cfr. voce dedicata Cfr. voce dedicata. itato in Dizionario Italiano
Olivetti. Cfr. Gesù, Vangelo secondo Luca: «Nessun profeta è ben accetto
in patria». Cfr. Etica della reciprocità. Cfr. anche Salvator Rosa,
iscrizione riportato su un autoritratto: «Aut tace | aut loquere meliora |
silentio.». Questo detto, ripreso dal Libro dell'Esodo («occhio per
occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per
bruciatura, ferita per ferita, livido per livido»), è chiamato Legge del
taglione. Il proverbio compare in una novella del Decameron di Giovanni
Boccaccio (la quarta della prima giornata). Cfr. Focus storia in tale giorno la
Chiesa cattolica celebra la presentazione al Tempio di Gesù (Luca),
popolarmente chiamata festa della Candelora, perché in questo giorno si
benedicono le candele, simbolo di Cristo. La festa è anche detta della
Purificazione di Maria, perché, secondo l'usanza ebraica, una donna era
considerata impura del sangue mestruale per un periodo di 40 giorni dopo il
parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio
cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre. Cfr. voce dedicata su
Wikipedia. Citato in Vocabolario degli accademici della Crusca,
Tipografia Galileiana di M. Cellini e c., Firenze, Una leggenda simile esiste
anche in Giappone: i demoni-volpe (le kitsune) preferirebbero celebrare i loro
matrimoni sotto la pioggia mentre splende il sole; il regista Akira Kurosawa ne
prese spunto per il primo episodio (Raggi di sole nella pioggia) del film Sogni
prima della riforma del calendario liturgico Cfr. Proverbio latino medievale:
Excusatio non petita, accusatio manifesta. Citato in Macfarlane,
Attribuita a Francesco Domenico Guerrazzi. Cfr. Libro di Ezechiele:
«Ecco, ogni esperto di proverbi dovrà dire questo proverbio a tuo riguardo:
Quale la madre, tale la figlia». Titolo di una commedia di
Shakespeare. Cfr. Petronio Arbitro, Satyricon, Cfr. Badoer: «Un bel tacer
| mai scritto fu». Fonti Citato ne Il nuovo Zingarelli. Citato in
Lapucci. Citato in Carlo Volpini, proverbi sul cavallo,
Cisalpino-Goliardica, Citato in Donato. Citato in Max Pfister, Lessico
etimologico italiano, Reichert, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal,
Citato in Selene. Citato in Marino Ferrini, I proverbi dei nonni, Il
Leccio, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal,
Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato
in Vocabolario della lingua italiana. Citato in Schwamenthal, Citato in
Macfarlane, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, § 235. Citato
in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in
Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in
Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Schwamenthal,
Citato in Vezio Melegari, Manuale della barzelletta, Mondadori, Milano, Citato
in Macfarlane, p. 352. Citato in Francesco Protonotari, Nuova antologia
di scienze, lettere ed arti, volume settimo, Direzione della nuova antologia,
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storia di Torino che non puoi non sapere, Newton Compton Editori, Citato in
Pescetti, Citato in Grisi, Citato in Paronuzzi, Citato in Schwamenthal, Citato
in Giulio Franceschi, Proverbi e modi proverbiali italiani, Hoepli, Citato in
Macfarlane, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal,
Citato in Schwamenthal, Citato in Volpini, Citato in Francesco Picchianti,
Proverbi italiani, A. Salani, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal,
Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in
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le scienze sociali, Meltemi Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane,
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Rossi-Ferrini, Proverbi agricoli, I Fermenti, Citato in Grisi, Citato in
Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Carlo Giuseppe Sisti, Agricoltura
pratica della Lombardia, Milano, Citato in Schwamenthal, Citato in
Schwamenthal, Citato in Florio, lettera N. Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, § 3630. Citato
in Castagna Citato in Paronuzzi, Citato in Schwamenthal, Citato in Pescetti,
Anche in Arthur Schopenhauer, Aforismi sulla saggezza della vita, Parenesi e
massime. Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi,
Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi, Citato in
Schwamenthal, Citato in Macfarlane. Citato in Schwamenthal, Citato in
Alfani, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in La scienza
pratica: dizionario di proverbi e sentenze che a utile sociale raccolse il
padre Lorenzo da Volturino, Quaracchi: Tipografia del Collegio di
S.Bonaventura, Firenze, Citato in Focus storia Citato in Schwamenthal, §
4306. Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal,
Citato in Schwamenthal, Citato in Piero Angela, A cosa serve la politica?,
Mondadori, Milano, Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in
Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, §
4698. Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in Pescetti,
Citato in Schwamenthal, Citato in Augusta Forconi, Le parole del corpo. Modi di
dire, frasi proverbiali, proverbi antichi e moderni del corpo umano, SugarCo,
Citato in Castagna Citato in Castagna Citato in Castagna Citato in
Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal,
Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in
Grisi, Citato in Salvatore Battaglia, Grande Dizionario della Lingua Italiana,
Orad - Pere, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, Citato in
Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Gustavo
Strafforello, La sapienza del mondo, ovvero, Dizionario universale dei
proverbi, Negro, Citato in Schwamenthal, § 5620. Citato in Schwamenthal,
Citato in Francesco Grisi, Il grande libro dei proverbi. Dall'antica saggezza
popolare detti e massime per ogni occasione, Piemme, Citato in Gluski,
Proverbs. Proverbes. Sprichworter. Proverbi. Proverbios.
Poslovitsy. A comparative book of English, French, German, Italian, Spanish and
Russian proverbs with a Latin appendix, Elsevier Citato in Schwamenthal, Citato
in Macfarlane, p. 267. Citato in Novo vocabolario della lingua
italiana, coi tipi di M. Cellini e C., Citato in Schwamenthal, Citato in
Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Macfarlane,
Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, § 5932. Bibliografia Augusto
Alfani, Proverbi e modi proverbiali, Tipografia e Libreria Salesiana, Torino,
1882. Niccola Castagna, Proverbi italiani, Antonio Metitiero, Napoli, Castagna,
Proverbi italiani, pe' tipi del Commend. Gaetano Nobile, Napoli, Donato, Gianni
Palitta, Dizionario dei proverbi, L.I.BER. progetti editoriali, Genova, 1998.
John Florio, Giardino di ricreatione, appresso Thomaso Woodcock, Londra, Grisi,
Il grande libro dei proverbi, Piemme, Lapucci, Dizionario dei proverbi
italiani, Mondadori, Macfarlane, The Little Giant Encyclopedia of Proverbs,
Sterling, New York, Paronuzzi, José e Renzo Kollmann, Non dire gatto..., Àncora
Editrice, Milano, Pescetti, Proverbi italiani. Raccolti, e ridotti sotto a
certi capi, e luoghi comuni per ordine d'alfabeto, Compagnia degli Aspiranti,
Verona, Schwamenthal e Straniero, Dizionario dei proverbi italiani e
dialettali, Selene, Dizionario dei proverbi, Pan libri, Volpini, proverbi sul
cavallo, Ulrico Hoepli, Milano, Il nuovo Zingarelli, Zanichelli, Zingarelli,
Vocabolario della lingua italiana, Zanichelli Editore, Bologna, Strafforello,
La sapienza del mondo: ovvero, Dizionario universale dei proverbi di tutti i
popoli,, vol. III, Augusto Federico Negro, Torino, stampa Voci correlate Modi
di dire italiani Scioglilingua italiani Categoria: Proverbi dell'Italia. Nome compiuto: Massimo Baldini. Keywords:
linguaggio, Campanellese, lingua utopica, fantaparola – phanta-parabola, il
proverbio italiano, amici, implicatura proverbiale, proverbi romani, proverbi
italiani, lezioni di filosofia del linguaggio, con D. Antiseri, indice, grice –
filosofia analica, parte I: filosofia analitica Austin e Grice, parte II tipi
di linguaggio. baldini — implicatura
proverbiale — i amici — das mystisch — filosofia italiana della moda maschile
italiana — haircuts — journalese — journal of the Royal Association of
Philosophy — lingua utopica — Campanellese — Empedocle filosofo poeta —
Lucrezio filosofo poeta — Parmenide filosofo poeta — Eraclito l’oscuro —
vallisneri — fantaparola — gargarismo — trabocchetta — rumore — ingorgo —
aforismo — Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Baldini,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Baldinotti: all’isola – la scuola di Palermo -- filosofia italiana – filosofia
siciliana -- Luigi Speranza (Palermo). Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Palermo, Sicilia. Grice: “I like Baldinotti;
Speranza thinks he is a Griceian, just to oppose to the Italian received view
that he is Lockeian! But I say, he is MORE than either! Baldinotti can quote
from Rousseau, and the French authors
that Locke never cared about! And most importantly, he can SIMPLIFY and need
not appeal to Anglo-Saxonisms as Locke does (what does it mean that a ‘word’
STANDS for ‘an idea’?” --.” Grice: “In fact, as Speranza showed at Oxford, one
can organize a tutorial on the philosophy of language (he won’t though – he
hardly organises!) just using
Balidonotti’s rough Latin of first chapter of ‘De vocibus’!” “All the material I rely on in my Oxford 1948
talk on ‘meaning’ for the Philosophical Society can be found there: ‘vox’
significat affectus animae artificialiter, lachrymal significat affectum animae
naturaliter --.” Grice:
“Unless she is a crocodile, as Speranza remarks!” Tutore di metafisica nel
ginnasio di Mantova, pavia, padova. Altre saggi: “De
recta humanae mentis institutione”; Historiae philosphica prima, et
expeditissima adumbratio, Operationum mentis analysis . De elementis humanarum
cognitionum -- de perceptione et ideas, earumque adnexis -- de idearum
affectionibus, et in primis de realitate, abstractione, universalitate earumdem
-- de simplicitate, compositione, relatione idearum -- de idearum clartitate,
et distinctione, veritate, et perfectione, DE VOCIBUS, DE SYNONIMIS, ET
INVERSIONIBUS, DE VARIETATE LINGUARUM, ET DE MUTUO VOCUM, ET IDEARUM IFLUXU, DE
USU, ET ABUSU VERBORUM, DE VERBORUM INTERPRETATIONE, DE MULTIPLICITI SCRIBENDI
RATIONE. De humana cognition. Humana cognitionis analysis, de PROPOSITIONIBUS
-- de gradibus humana cognitionis -- De cognitione probabili -- De
cognitionum realitate -- De extensione humanarum cognitionum -- De
impedimentis humanarum cognitionum -- de humanarum cognitionum instrumentis -- De
mentis magnitudine, et perspicacitate augenda -- De analysi, et
definitione -- de ratiocinio et demonstratione -- De nonnullis
argumentorum generibus -- De inductione et analogia -- De methodo
generatim -- De methodo analytica -- De methodo synthetica -- De
principiis -- De hypothesibus -- De ratione coniectandi probabilia
-- De fontibus humanarum cognitionum -- de conscientia -- de ratione
-- De concursu rationis, et revelationis -- De sensibus, deque
recto eorum usu -- De cognitionibus, et erroribus sensuum -- De
observatione, et experientia -- de auctoritate -- De testibus
oculatis, et auritis -- De traditione et monumentis -- De historia
-- De librorum authenticitate,sinceritate, suppositione, interpolatione,
corruptione, et de interpretationibus -- de arte hermeneutica -- “Tentamen”;
“De metaphysca generali liber unicum” De existente et possibili, et deiis, quae qua tenus tale
est, ad utrumque pertinent -- De identitate, similitudine, distinctione -- De
composito, simplici, uno -- De infinito. De spatio. De tempore. De causa. De
non nullis impropriis causarum generibus. De Kantii philosophandi ratione et
placitis, ut ad metaphysicam generalem referuntur. S. Gori Savellini,
Cesare B. in "Dizionario Biografico degli Italiani", Istituto
dell'Enciclpopedia Italiana, Roma. Troilo, Un maestro di Rosmini a Padova,
Cesare B. in: "Memorie e documenti per la storia della Padova",
Padova. Cesare B., Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. DE
VOCIBUS. Voces nostrum studium,et operam expostulare,fuit iam suo loco
observatum.Quae cum sint idearum nostrarum signa, horum tradenda prima divisio
est', qua in naturalia, et artifi cialia distinguuntur. Signum naturale cum re
significata habet nexum ex eius natura derivatum; artificiale vero ex hominum
institutione, et arbitrio aliquam rem significat: lacrymae sunt doloris signum
naturale, voces signum idearum artificiale. Non erit porro alienum de
naturalibus signis advertere, homines non raro ad errorem trahi, dum ex
illisrem significatam inferunt: sunt enim haec signa, vel effectus, qui
caussas, vel caussae quae effectus indicant,ut in signis rerum futurarum. Iidem
autem effectus nunc ab una,nunc ab alia caussa oriun tur;neceadem caussa eosdem
semper effectusgignit; sed multa sunt, quae causarum actionem determinant,
suspendunt, et etiam omnino mutant. Non igitur necessario, et semper SIGNUM
NATURALE rem certam innuit; sed a multi spendet, quod eo una potius,quam alia
ostendatur. SIGNA AFFECTUUM ANIMI SUNT NATURALIA. Eos tamen non semper
denotant,et ille in perpetuo errore versaretur, qui de affectibus ex eorum
signis statueret. Sed ad voces revertamur, quarum origo, indoles, vis, in ideas
et mentis operationes, influxus, usus, abusus, interpretatio leviter
attingenda. Quin imo Reid Rech. sur. l'Entend. arbitratur, eas, quas dicimus
causas, esse tantum RERUM SIGNA.Videmus dumtaxat, quae dam hunc inter se nexum
habere, ut si unum praecedat, aliud illico subsequatur. Id tantum statuere
possumus; non vero in eo, quod prae cedit respectu illius, quod subsequitur,
causalitatem, ut aiunt, inesse, cum haec nullaratione ostendatur. Inter
eas quae non prorsus inutiliter attinguntur, commemorari possunt potissimum
nominum divisiones, ad quarum normam nomen in enunciatione, vel est subiectum
de quo aliquid effertur, vel est praedicatum quod effertur, vel est concretum,
remque significat cum sua forma, vel est ab. Voces INSTITUTIONIS esse signa
nempe ARTIFICIALIA, nec necessarium habere NEXUM CUM REBUS, ad evidentiam
probantmuti, et linguarum varietas. Nam si haberent, organo tantum vocis
impedito, sermonis nullus esset usus, et quae apud omnes eadem sunt, iis
demetiam nominibus appellarentum. Mira autem est non rerum, sed verborum diversitas; et
muti sunt ii, qui surditat elaborant. Nunc vero videamus, an facultates humanae
vocibus AD RES SIGNIFICANDAS INSTITUENDIS sint pares. An videlicet possint
homines linguam aliquam condere. Animi affectus, sensusque vividi doloris et
voluptatis naturalibus quibusdam signis coniunguntur, iisdemque manifestantur:
homines haec facile possunt artificialia reddere, sinempe observent affectus,
quos indicant, nec ea tantum edant impellente natura, sed consulto, ut quae
experiuntur, ceteris manifestent. Quae signa clamoribus non articulatis, habitu
vultus, et gestibus continentur, atque actionis, quam vocant, linguam
conficiunt. Usu autem constat facilem, expeditam
secretam idearum COMMUNICATIONEM hac lingua non obtineri, distantia, et
interposito corpore impediri. Sensim igitur ab ea recedere coguntur homines, ad
eamque feruntur, quae vocis distinctionibus pititur. Hanc ut instituant
clamores naturales in primis pro stractum solamque formam exprimit, vel est
categorematicum quod solum et per se aliquid notat, vel est syncatagorematicum
quod ab alio avulsum nihil certi repraesentat, vel categoricum quod rem
categoria comprehensam obiicit. Sed de his satis, sapiens est non qui multa, sed qui
utilia novit. Negat Lamy in Trat. de Ar. log.; et Rousseau disc. sur. l’ineg.
parmi les Hom. parum abesse censet, quin demonstratum sit, fieri numquam posse,
ut lingua ulla suam ab hominibus originem habeat. Ita etiam A. Encycl. A. lang. His e diametro se se
oppouunt Epicurei, quorum hac super re doctrinam LUCREZIO (si veda) de Nat.
rerum exposuit. Diodorus Siculus Bibl. quod nobis possibile, et hypotheticum
est, factum habet, omnesque linguas humanum fuisse inventum putat. Nuperrime in
Diss. de ling. orig. ab A. Berol. an. praemio donata Herder contendit linguas
in universum non divinae, sed humanae prorsus esse institutionis. De hac lingua
V. Condil. Gram. Sinensium lingua hanc videtur originem habuisse, ea constat ex
monosyllabis., quae pronunciationo variata otficiunt SIGNA, (V. Condil. --
trahunt, et simul iungunt, rerum etiam externarum sonos referunt, et imitantur,
unde voces oriuntur, quae elevatione et depressione multum distantes aliquo
modo gestuum et clamorum vim exprimunt. Atque ita verborum dstinctioni consultum, quantum patitur
vocis et auditus organum rude adhuc et inexercitatum. Subtilius, qui haec
disputant, quorum etiam aures delicatiores, similitudinem quamdam inveniunt
inter impressionem a rebus, et a verbis excitatam. Eamque prolatis ex. gr.
vocibus "crux", "mel", "vepres",
"furens", "turbidus", "languidus" distincte
sentiunt. Hinc multae voces. Multae etiam facultate, qua pollemus, per
metaphoras sive transferentiam omnia explicandi, et associandi insensibiles
ideas sensibilibus. Revera verba, quae res insensibiles referunt, metaphorica
sive transrelata omnino sunt. Perpetuo
autem usu nomina propria evasere, et vetustate multorum etymologia sensibilis
ita evanuit, ut res pror sus in sua SPIRITUALITATE relinquant. Quin immo eadem
verba solum confugiendo ad metaphoras sive transferentiam poterant fabricari.
Externa namque forma carent, etsono res insensibiles, unde earum no mina
desumantur. Ac certe per
imagines solum et similitudines id, quod experimur, aliis, qui illud ipsum non
experiuntur, possumus explicare. Traité des connois. hum.) Alii monosyllaba
Sinensium numerant. Freret sur la lang, des Chin., et signa inde componunt
54509. et 80000. Haec loquendi ratio supponit iudicium aurium subtilissimum.
SOAVE (si veda), Compendio di Lock. Ap. al c.I. Hoc facile sibi suadeat
quisquis rerum, quae sonorae sunt, nomina advertat ex gr. "ululare",
"hinnire", "sibilus", "tonitrus",
"stridor", "murmur". Observat Warburthon Ess. sus les
Hierogl. actionis lingua, inventis iam vocibus, homines usos fuisse, Orientales
praesertim, quorum alacritas, et imaginatio vehemens hunc exitum etiam
requirit. Atque exempla permulta ex historia tum sacra, tum profana hanc in rem
profert. Ut recte nomina rebus IMPOSITA sint, quamdam esse debere rerum, et
nominum convenientiam ex ipsa earumdem rerum natura ortam in Cratylo contendit
Plato. Sunt enim, ait ipse, nomina IMITAMENTUM, quemadmodum etiam pictura, et
qui rei speciem in litieras, ac syllabas referre nonnovit, is ineptus nominum
opifexest. Erecentioribus Ioannes Baptista Vico, principii d'una scienza ec.,
de similitudine verborum cum forma rerum multis disseruit. Horum nominum
exempla sint cogitatio, voluntas, desiderium, aliaque huiusmodi. V. Traité de
la Formation mechan. etc. Ch.XII. Quod vero homines, ut boc aliisque
modis ad sermonem formandum aptisutantur, fortius incitat, indigentia est,
maxima rerum omnium magistra. Sermonis etiam utilitas, atque necessitas vix
paucis inventis vocibus sub oculos posita. Hinc multi conatus, ut verborum
numerus augeatur, quos felices reddit cognitionum, et idearum COMMERCIUM
homines inter initum. Haec enim se mutuo fovent, et,ut verba commercium illud
amplificant, ita ex commercio novae vires additae, et nova suppeditata
istrumenta, quibus ars faciendorum et deligendorum verborum perficiatur. Nec
vero sunt verba hominum opus, in quo ipsi nihil aliud, quam arbitrium recte sequantur.
Est enim illa analogia im pressionis, et
soni imitatio, quam pulcherrime in fingendis vocibus sequimur. Est forma, et
affectio orgaai vo eis, a qua earumdem elementa, literae praesertim vocales
determinantnr. Sunt denique derivata, et voces artium, et technicae in hominum
libertate haud repositae, cum illae derivationis naturam imitentur. Hac vero
vim, et EFFECTUS RERUM SIGNIFICENT significent. Duo sunt, quae videntur iam
asserta impugnare. Primum scilicet sermonis institutionem requirere, ut de
significatu verborum conveniatur. Conveniri autem inter eos non posse, qui omni
sermone destituti sunt. Quasi vero nulla alia praeter voces ratio suppetat. Qua
explicetur quid ipsae SIGNIFICENT Percipi enim id. Modum transferendi verba
necessitas genuit inopia coactaet augustiis, post autem delectatio
iucunditasque celebravit. Cic. de Orat. III. 38. Notat et illuminat marime
orationem tamquem stellis qui. busdam verbum translatum Idem ib. 48. Huc
faciunt quae de linguarum analogia subtiliter disserunt Valcke naerius in
observatt. academicis, Lennep inpraelett. academicis et Scheidius in orat. de
linguarum analogia ex analogicis mentis actionibus probata. Sed est etiam unde
moveantur homines ad res alias per multas metaphorice appellandas, eas scilicet
quas primum obscure, et confuse percipiunt. Et enim has meditando earum quamdam
similitudinem cum aliis distincte perceptis intelligunt, quorum proinde nomina
ad illa transferunt. Atque in hoc mirifice dele ctantur luce, quae ex rebus claris, et
distinctis in alias obscuras, et confusas diffunditur. potest ex
circumstantiis, in quibus adhibentur, et ex gestibus, qui pronunciatis
nominibus res indicarent. In
eamdem etiam rem conferet illa imitatio, atque similitudo. Aliud vero erat
huiusmodi. Summis viris
difficultas maxima se semper obiecit in linguis ornandis, et perficiendis. Qui
ergo fieri potuit, ut homines plane rudes, atque ferini, communione scilicet
cum aliis non exculti ex integro sermonem con dant? Fieri istud quidem non posset, si de perfecto sermone
contenderetur, in quo non tantum apte expressa, quae ad necessitatem pertinent,
sed etiam, quae ad cultum vitae, et oblectationem. In quo multae orationis partes,
multae leges syntaxis, et inflexionum, multa denique, ut numerus, et varietas
obtineatur. Haec sermoni non absolute necessaria sunt, et vix nomina, utaiunt,
substantiva, et signum aliquod numquam variatum ad verbum auxiliare sum
exprimendum. Quae quidem hominis licet sylvestris facultates non superant.
Multa in qualibet lingua videntur esse synonima, voces scilicet, quae unam,
eamdemque ideam referunt. Dubitari
autem iure potest, an revera sint. Quin potius statuerem ea, quae di cuntur
synonima, eamdem ideam principalem reddere, accessoria vero differre plerumque.
Atque hoc modo inter
se differunt "amo", et "diligo"; "peto", et
"postulo", "timeo", et "vereor" Condill. Gram.
Traité de la form. mechan. du langage; Condillac Traité des connois. hum.; Grammaire,
Maupertuis Diss.sur les moyens etc. pour exprimer leurs idées; Sulzer de
l'influence recipr. de la raison, etc. extat in Ac. Ber. et Vol. IV. opusc.
Select. Mediol. Soave Comp. etc. Ap. al C.I. Receptum apud logicos novimus, ut
nomina tribuant in synonima, quae secundum unam eamdem que rationem de pluribus
usurpantur, et in homonyma quae rationem naturamque diversam in iis
SIGNIFICANT, de quibus adhibentur, Iam vero homonyma alia dicuntur casu et
citra rationem ac temere im. Synonima
stricto sensu accepta, quae nulla idea accessoria differrent, linguae vitium
indicarent. D'Alemb. Elem. de
Phil. XIII. Hac de re notandum est, vocibus duplicem illam ideam subesse.
Et, ut praeteream exempla, quis est, qui non noverit, vocabula quaeque loco, et
tempori, et generi s u scepto orationis non convenire? Quod profecto maxime oritur ex idea accessoria, quae
non solum verba eamdem principalem exprimentia distinguit, sed eorum etiam
opportunitatem deter minat. Quae ergo synonima habentur, ea profecto non iure; namque
discrepant accessoriis illis ideis, quae rerum diversos aspectus, gradus, et
relationes, et adiuncta exprimunt. Imperiti haec apprime synonima reputant,
quorum levia discrimina lin guarum cultores notant. In eo frequenter peccant ex
lexicis pene omnia, quae adolescentes, misere decipiunt. Duplex distinguitur ordo
verborum, et conformatio, naturalis, et artificialis; seu inversa. Porro quem
ordinem habent ideae, idem etiam verborum est: ordo autem idearum, fertur ad
modum, quo in mente sibi succedunt, vel ad earum dependentiam mutuam,ex qua
fit, utaliaealias regant, et explicent, aliae explicentur, atque regantur. Si primum, ordo, quo exprimuntur ideae, naturalis
erit, quando idem, ac ille, qui in earum successione servatur. Qui quidem in singulis diversus
est. Si secundum, ut ordo sit naturalis, quae alias regunt, vel ab aliis
explicantur praemittendae sunt. Quae reguntur, et alias explicant postponendae.
Secus erit artificialis, seu inversus. Sed unde oritur, quod ordo inversus
orationi vim addat,et siteius quasi lumen quoddam nosque voluptate perfundat?
Scilicet posita, et alia dicuntur ratione, quod rebus tribuantur aliqua inter
se similitudine cohaerentibus. Posteriora haec aptius vocantur analoga, sive
attributionis, quum uni quidem rei primario conveniunt, reliquis secun
dario,sive proportionis,quae pluribus rebus propter proportionem aliquam
accommodantur. Ex hoc fonte methaphorae pleraeque omnesdimanant.
Nonnullarum rerum, atque actionum voces quaedam ex ideis hisce accessoriis
inhonestae, et turpes evadunt; quae ideae si in aliis vocibus omittantur, vel
mutentur,nulla amplius est turpitudo. Unde fit, quod eae. dem res, etverecunde,
etobscoene dicifpossint,etquod ea,quae turpia re non sunt, nominibus, ac verbis
flagitiosa ducamus. vel re. D'Alembert loc. cit. Traité de la form. mech. du
lang. ch. IX n.161. quia eum, quem Rethores MODUM appellant, et numerum
parit; quia imaginationem exercet;quia ideas nimis disiunctas coniungit. Revera
voces ordine inverso positas ad se mutuo referi m u s, ut postulat idearum
ratio. Atque si in periodo multae sint ideae, quae a quadam principalipendeant,
et exiis aliquaehuic praeponantur, postponantur vero aliae, arctius omnes cum
ea coniunguntur. In quo nexu illud praesertim
admirabile,quod uno verbo ad integram sententiam animus revocetur. ET IDEARUM
INFLUXU. Varietatem linguarum,et nos ad confusionem Babylonicam referimus:
simul autem liceat statuere,ex diverso hominum ingenio, et indole,eorumque
externis circumstantiis oriri potuisse, et magna ex parte ortum esse,ut
singulae suum -co lorem habeant. Ac ex confusione illa vocum origines potius,
quam ipsaelinguae;quae perfici sensim debuerunt,etaugeri verborum copia, atque
syntaxi, et inflexionibus moderari. Non una autem in hoc fuit omnium gentium
ratio, quod multis causis tum physicis, cum moralibus tribuendum est. Atque
inter eas recenserem caeli temperiem, non eamdem ubique faciem naturae, rerum
aspectus multiplices, diversas opiniones sive ad civitatem sive ad religionem
pertinentes, regiminis formam, educationem, mores denique et studia. Revera
sermonis vis, copia,et harmonia, et inflexio nationum exprimit
characterem,ingenium,atque culturam;ac eadem linguarum, et gentium fuere semper
fata, et vicissitu dines. QUOD IN ROMANI IMPERII, ET LINGUAE LATINAE ORTU,
progressu, et occasu velut sub oculos positum est. Iunctam, cohaerentem, levem,
et aequabiliter fluentem orationem facit verborum collocatio. de Orat.
D'Alembert Eclair cis. Condill. Gram.; Art.d'Ecrire; Traité de la form. mechan.
etc. INSTITUTIONE DE VARIETATE LINGUARUM, ET DE MUTUO VOCUM. Sed ex
iisdem quoque caussis fit, ut nationes singulae suas habeant idearum
compositiones, et vocibus, quibus aliae carent, utantur. Inde in interpretando necessitas verborum circuitum
saepius adhibendi, cum non semper verbum e verbo exprimi possit. Indeadeo
difficile, libros ex una in aliam linguam convertere. Atque in hoc lice tomnis
cura, et studium ponatur, adeo singulis linguis suum quoddam inest ingenium, ut
nullae fere sint interpretationes, quae authographi vim, et elegantiam, et
nativum splendorem nequaquam desiderent. Quae quidem eo nos adducunt, ut intelligamus, quem dam
esse posse sermonem, edisci, et percipi omnino facilem. Quem si universalem
veluti linguam cunctae gentes amplecterentur, eo possent mutuum idearum, et
cognitionum commercium inire. Ac difficultas, qua ab hoc impediuntur, ex lin
guarum varietate, et multitudine orta, alia etiam ratione vinci posset,
characteristicam nempe aliquam linguam adhibendo, quae res ipsas, non rerum
voces exprimeret. De bac sermo erit inferius. Interim cum nullus ex hisce modis
adhuc suppetat. Nec ulla spes
sit, ut in unum, V. Clericum Art. Crit. Linguarum varietas non leve incommodum
affert societati, et progressui scientiarum. Nec enim consultum, ut facile
edisci possent, sed casu magna ex parte conditae, et procurata copia, et
ornatus. Sublatis declinationibus, coniugationibus, et generibus, si
substantiva unam immutabilem terminationem haberent, suam adiectiva, et verba
pariter, quae adverbiorum ope temporibus, et modis distinguerentur. Pullae
superessent regulae grammaticorum, et solius lexici auxilio linguam quam libet
perciperemus. Cumque insuper esset prima illa lingua absurda, et egestate,
atque uniformitatis squalore sordesceret. Maxime erit optandum, ut LATINI SERMONIS
USU conservetur. Locupletissimus namque est hic sermo, electissimis, et
praeclaris verbis abundat, communis hactenus fere fuit omnium eruditorum; qui
eo abiecto, si suam singuli linguam in scribendo usurparent, iam, vel aliena
omnia nescirent, vel in omnium gentium, quae doctrinae laude vel alium
conveniant omnes. Splendescunt, perdiscendis linguis curam,
et operam compellerentur insumere, quam ad rerum cognitionem adipiscendam con
tulissent. Quae hactenus de
vocibus dicta sunt, satis ostendunt, easabideis, et cogitandi modo non parum
pendere. Sed magnus etiam est verborum in ideas, et mentis operationes
influxus. Atque in psychologia, si fortasse ad
veritatem plane non sua detur, nullas fere absque verborum usu nos exequi
posse. Illud profecto demonstratur, eo foveri multum, et perfici. Quod probari
nunc potest exemplo mutorum. Earum etiam gentium, quibus signa numerica pro
maioribus quantitatibus deficiant, cetera sint nimis composita. Illi quidem multis omnino ideis
destituuntur, mentisque facultates obtusas habent, nec ad operandum faciles et
expeditas. Hae vero gentes in rebus ARITHMETICIS ne vix quidem progressæ sunt.
Tantum signa valent ad humanas cognitiones promovendas vel impediendas. Equidem arbitror, a veritate abesse longius, qui
crederet verba communicationi cum aliis tantum inservire. Ea menti sistunt
obiecta. Nimis composita
dividunt. Si magnifica sint et nobilia, res amplificant, et extollunt. Si
humilia, imminuunt, et deprimunt. Mosheim DISSERT. DE LINGUÆ LATINÆ CVLTVRA ET
NECESSITATE V. etiam quæ nuperrime Ferrius, et Tiraboschius, Gorius, et VANNETTI
(si veda) in eam habent Alamberti sententiam, Melang., statuentem bene LATINE
scribi non posse, et LATINITATE abiecta studium omne ad patriam linguam
transferentem. Refert Condaminius, quosdam Americæ populos, cum ocesnume rorum
supra ternarium non habeant, in hoc arithmeticam eorum consistere: certevix
paucis huiusmodi signis utuntur, iisque ad modum compositis, ex quofit, ut
maiores numeros mente haud comprehendant, et quem libet ultra vicesimu in indefinite
concipiant, atque capillorum numero comparent.V. De la Condamine Voy. Paw Rech.
sur les Americ. Cogitatio, ait ACCADEMIA in Theæteto, est sermo,quem mens apud
se volvit circa illa, quæ considerat. Cum enim cogitat, secum ipsa disserit adeo,
ut cogitatio sit sine strepitu vocis oratio, aut interior collocutio. Verba
sunt veluti signa algebrica idearum. Brevitati proinde consulunt, multarum
idearum comparationem faciliorem reddunt, mentenique sublevant in
consideratione multarum rerum, atque compositarum: quæ verborum utilitates
maxime elucentin modorum mixtorum ideis, quas in nullo exemplari iunctas
videmus, sed verbis exhibentur et comprehenduntur. Verba denique nexus inter
ideas augent, eas facilius, et promptius exsuscitant, distinguunt, quæ vix
confuse percipe rentur. Sic technicæ in arte pingendi voces omnia alicuius
tabulæ vitia, omnemque præstantiam indicant. Quæ eos prorsus fugerent, qui
illas voces nequaquam callerent. Quare scientiæ, omnesque artes multum debent
verborum inventoribus, ut Linnæo Botanica; et Ontologia, licet nomenclatione
tantum contineretur, non esset penitus contemnenda. De verborum usu, et abusu hæc
fere a Lokio, aliisque melioris notæ Logicis accepimus. In primis duplicem esse usum
verborum. Vel enim eo cogitationes nobiscum cooferimus, vel aliis exprimimus.
Illum jam attigimus capite superiore, in quo osten debam, maximas utilitates ex
hoc interno sermone profluere. Cum aliis autem utimur verbis,aut in vitæ
civilis consuetudine,vel in studio Scientiarum. Inquo præsertim distinctioni,
et perspicuitati. Ideæ in primis connexæ inter se sunt ex analogia rerum, et ex
circumstantiis, in quibus acquiruntur. Sed insuper verbis etiam unæ cum aliis
colligantur. Quot ideas unum verbum sæpius excitat? Atque ex verbis hæc alia
utilitas provenit, ut in ideiş revocandis, et disponendis ordini, quo a nobis
comparatæ fuere,non adstringamur, sed illum qui magis placeat, magisque
conveniat iisdem tribuimus. Bonnet Ess. Analyt. Sulzer. Micheælis de l'influ. des
opin. sur le lang. etc. Condil. Art. de
penser; STELLINI OSSERVAZIONE SULLE LINGUE; Soave Comp. di Locke Iap. al cap.
XI. Scilicet, si circa ideas maxime compositas, sertim versemus,
iisdem nomina, quibus appellantur, substituimus. Nimis enimesset operosum,
eetiam impossibile, omnes ideas simplices illas componentes mente revolvere. Quod etiam confusionem afferret,
et, ne idearum relationes viderentur, obstaret. Hæc habitualis, non actualis
distincta perceptio est idea coeca, et symbolica Leibnitii. circa notiones præ
1 litandum est, ne per se difficilia reddantur difficiliora. Et ne rerum
INVESTIGATIONES in æternas quæstiones de nomine abeant. Locutionis
perspicuitas, atque distinctio maxime optanda idearum claritatem, et
distinctionem desiderat: quomodo enim, quæ confuse percipimus, aliis distincte
explicarentur? ad eam confert brevitas, in qua tamen habendus modus;nam ut
nimia verborum copia res obruit, ita eorum egestas tenebras rebus offundit.
Denique cum iis, qui loquuntur confuse, vitanda fa miliaritas est,qua nihil
fortius ad idem vitium contrahendum. Ita autem verbis utamur, ut unicuique idea
determinata re spondeat;dequo,sinobiscum tantum colloquimur, nos ipsos debemus
interrogare; si vero cum aliis,et dubium sit, an verba ideas
claras,etdistinctas in aliorum mentem immittant, tunc ea dilucide explicanda
sunt. Id quidem de nominibus idea rum simplicium præstari potest (vix autem
erit necesse), si observanda proponantur obiecta,quæ significant,etmodus,et
circumstantiæ indicentur, in quibus eorum ideæ acquiruntur. Nomina vero
idearum, quæ sint compositæ, decla rantur earum obiectis exhibitis, et addita
ipsorum definitione; nec enim omnia attributa patent sensibus, et multa indolem
potentiæ habent. Quod si hæc obiecta non existant.Verborum universalium magnus
est usus, et maxima utilitas; innumera enim individua una tantum voce
comprehendi mus, quæ esset impossibile omnia suis nominibus distinguere. Esset
etiam inutile, quia necii, quibus cum loquimur, multoque minus illi, quibus
aliquid scriptum relinquimus, eadem indivi dua agnoscunt. ergo. Sed quæ
circa rectum verborum usum,et eorum inter pretationem, de qua inferius, præcipienda
sunt, separari vix possunt ab idearum doctrina iam tradita; utrisque enim idem
finis, avocationempe ab erroribus. Inter eætiam intimus nexus, quantus inter
voces, et ideas. Nunc lum, quæ propius ad verba pertinent, quæque eo loci
explicata non sunt. ne actum agam, so meratio idearum, quas simul reflexione,
aut pro arbitrio con iunximus. fiat enu Vocibus demum abutimur, si quæ incertam
significa tionem habent, non definiantur; si definitus sensus mPombaur. Si in
rebus scientiarum artes consectemur oratorias. Namque delectant, et movent,
mentemque avertunt a philosophico rerum examine,quas non accurate,sed ad
similitudinem exprimunt. In verborum sensu commutando peccarunt vehementer
scholastici. V. Gassendum in Exerc. Arist. Exerc. Hic cum Logicis fere omnibus
non præcipio, abstinendum esse a tropis atque figuris:rebus enim permultis
vocabula metaphorica necessario imposita sunt, aliis utiliter, cum ex iis
orationi splen dor accedere videatur. Condil. Art. d' écrire. Translationes
propter similitudinem transferunt animos,etre. Neque vero minor utilitas ex
verbis notionum;.harum nullum archetypum extra nos invenitur iunctas exhibens
ideas, ex quibus componuntur. Id vero præstant nomina, quæ illas comprehendunt.
Sunt denique voces, quas particulas appellant Grammatici; his utimur, ut ideas,
et periodi membra, et periodos ipsas interse coniungamus. Quisaneusus mirificus
est, et ex eo maxime vis tota orationis derivat. Rectus erit,si m u tuam
rerumdependentiam, et relationes diligenter consideremus. Hæcdeusu. Nunc
de abusu,quirestat,dicendumest. Iam vero abutimur verbis, si iis, nullam ideam,
aut obscuram associemus, adeo ut inania sint, et ambigua: in quo non rarum
estlabi;etmaxime verba notionum virtutis,honoris,et simi lium multo pluribus
sunt meri soni; obiectum namque non referunt, quod sensus moveat, nec illud
quod referunt in in fantia, percipimus. Hinc ea absque ulla significatione
usurpandi longam consuetudinem iam contraximus, a qua ut reMilanius, reflexione
vehementer nitendum est. Sed abusus verborum etiam ex ignorantia, et malitia. Scilicet, qui partium studio, vel anticipata opinione
moventur. Qui vulgo avent imponere. Qui difficultatum pondere hærent et idearum
defectu impediuntur. Tunc enim vero ii obscuritatem affectant, verbis inanibus
se se involvunt, nova etiam fundunt, atque sesquipedalia. Optimum ergo erit,
mentem parumper a verbis abstrabere, eamque in ideas intendere, ne verborum so
nitu hallucinemur. Ut verba recte interpretemur, advertendum in primis,
notiones eius, a quo adhibentur,'significare. Non igitur suppo natur, omnes
iisdem verbis adnectere easdem ideas, et ipsis rerum realitatem apprime
respondere. Quæ qui supponunt, de rebus perperam ex verbis iudicant, et ex
propriis aliorum ideas non bene copiiciunt. Hisce per summa capita indicatis,
advertam in primis, duplicem distingui sensum verborum, proprium scilicet,et
tran slatum;namque verba,aut illam rem exprimunt,cui primum fuere assignata.
Vel ex quadam similitudine cum re ipsis propria eadem verba ad aliam
significandam transferimus. Quod si fiat, sensum habent translatum, secus autem
proprium. Nisi quis sensum proprium alicuius vocabuli accurate perceperit,
numquam fieri poterit, ut translatum assequatur; hic siquidem ad illum
refertur. Rerum præterea conditionem inspiciet,ex qua oritur, ut quædam voces
potius, quam aliæ, ad res sensu translato exprimendas, electæ fuerint. Inde clarius is sensus patebit
ferunt, ac movent huc, et illuc, qui motus cogitationis celeriter agi tatus per
se ipse delectat. de Orat. Translatio est, cum verbum in quamdam rem
transfertur ex alia; quod propter similitudinem recte videturposse transferri.
Cic. ad Heren.; Alembert Eclaircis., sur les Elém. de phil. Quam vero quisque
vocibus notionem subiicit, arguere tuto possumus, si multa nobis nota sint,
eaque invicem conferamus; loquentis scilicet ingenium,et characterem; affectus,
oris habitum; linguæ, quautitur, vim, etindolem; rem,quam tractat;
circumstantias, in quibus versatur; opiniones, religionem, quam sequitur;demum
popularium eiusmores, ritus, consuetudines. Haac enim omnia efficiunt, ut licet
verba sint eadem, non tamen eumdem significatum, eamdemque vim habeant. Nunc
vero singula verborum genera persequar, deque Difficilius assequimur
sensum verborum, quæ notionibus respondent; siquidem præter caussas nominibus
rerum existentium communes, peculiares etiam concurrunt, ex quibus efficitur,
ut singuli fere has ideas diverso modo componant. Nec eadem semper significatio
est vocibus orationis par ticulas exprimentibus; loquentium igitur, vel scribentium
affe ctus, et præcipue contextus consulatur,cum ex iis sit dedu cenda. De
nominibus relativis, quid advertendum in præsen tiarum,ut recte explicentur?
Porro id muneris iam explevi dum agebam de eiusdem generis ideis. Quid de
nominibus uni versalibus,quod paritereoloci, traditum non sit? Illud
subiungam,voces particulares,aliquis,quidem etc. obscuras esse et indeterminatas,
nec denotare, quæ, et quanta subiecta sint; universales vero aliquando
particulariter esse sumendas, aliquando non omnia individua generum,sed
individuorum omnia siores esse, iisnonnulla admoneam,ad quæ semper in
eorum interpretatione spectemus. Qualitatum sensibilium nomina, colorum nempe,
saporum, aliarumque huiuscemodi, sensationum etiam doloris, et voluptatis, non
ita accipienda sunt, quasi explicent id, quod est in rebus extranos positis.
Nostras affectiones, sensationesque upice indicant, nec vero vim,et quantitatem
earumdem. Hanc experimur, non autem accurate possumus efferre. Fit autem sæ
pius,ut in singulis maior,vel minor multiplici gradu sit. Dubitari quidem
potest,quin ipsæ sensationes apud aliquos prorsus differant, licet omnes iisdem
verbis utantur. Omnes arborum folia viridia appellant; sed adhuc videndum,
utrum hæc vox eamdem omnibus ideam excitet. Quam dubitationem ingerit di versa
corporis temperies, et habitus, nec eadem omnino fabrica sensuum;unde certo
oritur,affectiones easdem aliquibus inten aliis languidiores. Nomina idearum
compositarum non idem apud omnes. Maxime si veteres cum recentioribus confe
rantur.Ne eas igitur ex nostris notionibus interpretemur, sed ex illis quæ
ampliores fortasse, vel angustiores. Nominibus substantiarum easdem qualitates
non omnes complectimur. Nulli essentiam primariam,a qua eæ nascuntur,et quam
nemo novit. genera significare. Quæ quidem ex circumstantiis, linguarum indole,
ingenio, loquendi consuetudine patent dilucide. His fere,quæ adhuc de vocibus
disserebam, continentur potiora,ex quibus Grammatica philosophica conficitur:
linguarum singulæ suam habent, eaque particularis Grammatica dicitur. Est vero
etiam Grammatica universalis,quæ principia constituit omnibus linguis communia.
Notandum superest,syntaxim totam legibus concordantiæ, et regiminis moderari.
Illæ principio identitatis, hæ principio diversitatis innituntur. Verborum
disputatio manca videretur, si de scribendi rationibus haudquaquam dissererem.
Non igitur una fuit hæc ratio apud omnes,nec omnibus temporibus;tamen in eo con
veniebant, quod signis non ore,sed manu expressis,quæ mente revolvimus,
manifestarent. Ac, quæ fuere adhibitæ, pictura, symbolis allegoricis, denique
signis arbitrariis continentur. Pictura, aut unam figuram, aut plures exhibet, signa
arbitraria, aut ideas,aut syllabas,aut litteras verborum significant. Scripturæ,
licet ab ea, qua nunc omnes fere gentes utuntur, longe dissimilis,specimen
aliquod hominibus innotuit per imagines, quæ sui res exhibent, et quas conamur
exprimere gestibus, et clamoribus, ut iis longinqua designemus. Ad has imagines
adumbrandas urgebat necessitas communicandi cum absentibus, et præsentibus
explicandi id, quod verbis efferri non poterat. Inde scripturæ origo potius,
quam ex cura committendi nostras cognitiones posteritati. Ac homines ex
rerumimaginibusidconsiliicepisse,ut illas ad suos cogitationes enuntiandas
delinearent, omnium pene De usu, abusu, interpretatione verborum videantur
Locke Ess, etc. Leibnitz Nouv. Ess, etc. Clericus art.crit., Du Marsais
princip. de gram. Condillac gram. D'Alembert Elem.de Phil. et Eclaircis. sur
les Elem. etc, Hinc sensim crescere CONVENTIONIS SIGNA, etomniatan. dem
huiusmodi evadere. Quae sola notiones reflexione perceptas possunt exprimere;quae ob multos
rerum aspectus sunt neces saria. Namque notiones illae nullam imaginem
praeseferunt, nec ulla imago diversas relationes comprehendit, sub quibus res,
ut lubet, consideramus. Signa autem, quae ex CONVENTIONES sunt, optime quidem ab eo constituta
fuissent, qui singula singulis ideis simplicibus destinasset, suaideis
universalibus, aliademum determinationibus individua constituentibus. Enim vero
simul iungendo, et apte componendo haec signa, res omnes possent distincte
explicari. Hoc scribendi modo philosophus tantum uti potest, nempe ille solus,
qui probe noverit, quaenam ideae simplices illas substantiarum, et notionum
componant. Quique etiam adeo individua observaverit, ut ea possit plane
describere. Illum Paw Recher. sur les Americ. Quemadmodum artis typographicae
occasio fuit ars caelatoria et sculptoria, ita occasio scripturae non inepte ex
pictura derivatur. Praesertim quum non aliter pictura sit obiectorum in oculos
incurrentium scriptura, quam scriptură sit obiectorum quae aures feriunt
pictura. Videsis Augustum Heumannum in conspectu reipublicae literariae Signa
huiusmodi spectant ad linguae universalis institutionem. Alia ratio, qua ad
eamdem possumus pervenire, indicata, vix est N. LXXII., LXXXII. V. Soave Comp.
di Locke, qui etiam celebriores scriptores recenset, a quibus ea institutio
suscepta fuit. Leibnitii historiam, et commend. characteristicae linguae
univers. Traité de la Form. etc. Mémoires de l'Acad.de Berl., ibi Thiebault
videtur succensere Michaelis, et non ita difficilem, nec vero inutilem, et
multo minus perniciosam, quemadmodum ille, censet linguae universalis
institutionem, quae primo illo modo conti. neretur. Sepositis iis,quae de
universali lingua instituenda excogitari subti. vetustarum nationum
monumenta, et gentium sylvestrium usus confirmant. Quae scribendi ratio
picturae affinis, cum auctis cogni tionibus, relationibus, et indigentiis ad
omnia exprimenda non non satis esset apta, paulatim a signis discessum est
rerum i m a ginem referentibus, et huius pars tantum depicta, et plures ideae
uno signo manifestatae. nenses adhibent; proindeque mirum non est, si tanti
apud illos sit literas scire. Quae difficultas effecit, ut nationes pene omnes
eum scribendi m o d u m probaverint, quo non obiecta, non ideas, sed sonos
verborum reddunt; ad quem duplici via perveniri posse declarabam liter possent,
splendideque proponi; multo fuerit satius consilio adquie scere Ludovici Vivis,
cuius haec sunt (De tradendis disciplinis lib.III. verba. Sacrarium est
eruditionis lingua,et sive quid recondendum est,sive promendum velut proma
quaedam conda.Et quando aerarium est eruditionis, ac instrumentum societatis
hominum,e re esset generis humani unam esse linguam, qua omnes nationes
communiter ute rentur: si perfici hoc non posset, saltem qua gentes ac nationes
plurimae, certe qua nos christiani initiati eisdem sacris, et ad commercia et
ad peritiam rerumpropagandam. Peccati enim poenaesttot esse linguas. Eam vero
ipsam linguam oporteret esse cum suavem, tum etiam doctam et facundam. Suavitas est in sono sivé simplicium verborum ac
separatorum, sive coniunctorum. Doctrina est in apta proprietate appellandarum
rerum. Facundia in verborum et formularum varietate ac copia. Quae omnia effi
cerent, ut libenter ea loquerentur homines,et aptissime possent explicare quae
sentirent, multumque per eam accresceret iudicii. Talis videtur mihi latina
lingua ex iis certe quas homines usurpant, quaeque nobis sunt cognitae. Quod
continuo diligenter, ostendit, eaque tradit quae merito cum disputatione
componantur ab Aloisio Lanzio libris inscriptionum et carminum praefixa. Sinensium alphabetum
Typographicum ex 50000. signis constat. V. Mémoir, concernant l'histoire etc.
des Chinois parles mission. tom.X1., Mopertuis ius auget ad 80000. Iaponenses,
licetomnino diversa linguautan tur, quae tamen Sinenses literis consignant,probe
intelligunt; adeo verum est haec signa non rerum voces, sed earum conceptus
delineare. V. Marpertuis loc. Iam. cit. Nome compiuto: Cesare
Baldinotti. Keywords: signum, genere, segno, genere, segno naturale, lacrima,
segno artificiale, ‘homo’, conventione, imposizione, idea, ideazionismo,
‘Locki’ – enciclopedismo, illuminismo, ‘discorso sulle lingue’, propositione,
articulazione, logica, grammatica, forma logica, modus significandi,
imitatmento, il Cratilo di Platone. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco
di H. P. Grice, “Grice e Baldinotti,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Balduino: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del vestigio
dell’angelo al Campidoglio – la scuola
di Montesardo – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Montesardo). Filosofo
pugliese. Filosofo italiano. Montesardo, Alessano, Lecce, Puglia. Grice: “It is
amusing that when we were lecturing with Sir Peter at Oxford on ‘Categoriae’
and ‘De Interpretatione,’ Girolamo Balduino had done precisely that – AGES
before, in a beautiful beach town of Italy! ‘vir Montesardis,’ –“ Grice:
“Strawson and I, following an advice by Paulello, drew a lot from Balduino’s
commentary – especially of the Peri Hermeneias, the section on the ‘oratio,’
since we were looking for ordinary-language ways to render all the modal
distinctions (indicative, imperative, optative, interrogative, vocative, …)
that Balduino finds so easy to digest – but our Oxonian tutees didn’t!” -- Girolamo Balduino (Montesardo),
filosofo. Studiò all'Padova sotto
Marco Antonio Passeri (detto il Genua) e Sperone Speroni, formandosi
nell'eclettismo aristotelico proprio di quella scuola. Insegna sofistica in
quello Studio; passò poi all'Salerno e all'Napoli. Nella seconda metà del Cinquecento le sue
opere furono occasione di vivaci dibattiti. Alle sue dottrine si oppose, in
particolare, il filosofo padovano Jacopo Zabarella. Altre opere: “Perì
hermeneias”, “De interpretation, “Dell’interpretazione”; “Quaesita tum
naturalia, tum logicalia”. Studi
Giovanni Papuli, B.: ricerche sulla logica della Scuola di Padova nel
Rinascimento, Manduria, Lacaita, Papuli, B. e la logica scotistica, in Acta
Congressus Scotistici, Roma, Papuli, Da B. allo Zabarella e al giovane Galilei:
scienza e dimostrazioni, in « Bollettino di storia e filosofia », Raffaele
Colapietra, recensione di Ricerche sulla logica della scuola di Padova nel
Rinascimento, Emeroteca della Provincia di Brindisi. B.. “De signis”. It. segnare, notare, segnificare,
notificare. Primum oportet ponere quid sit nomen et quiddam in proæmio, ut
propositum suæ considerationis ante quid verbum cognovit et infra ab
orationibus rethoricis et poeticis, atque his quæ affectus explicant, illam se
legit. Item tes cum iste liber cum tota logicae undem modum cong ordine lint
considerandæ quo, ex processu resolvente com, siderandi participet, qui ut ante
monstrani est instrumen monstrat cum inquit primum bum etc. vers tum seu
organum notificandi. Quid inter hunc librum quid nomen quid alios differt?
Respondetur. Id interesse et, inter diversos primum, non intentione, cum libros
eandem rem eodem. Sed quod primo exequi instituimus dicit opor versa prædicata
propria, de illa cognoscantur. Q dis eaq. præs cipia quæ ut deus, et prima in
omni tempore, loco, et subiecto dicata ex fine libri facile inveniri possunt
demostrationis prin sunt nes mus, extremum nam ut posuis cellaria. Sed
suppositione in hoc libro et finis, rum conceptarum res et secundum quid. nam
tuimus dicata quinq vocem SIGNIficativam stag are, ut toto, necessario tra
verlrum etc. Hæc verbi, orationis, enunciationis nominis, nis quibus eædem
libro poeticorum est præceptionem tradere finiendo considerant alterum ut
aspernetur et um metrum formandum, bi etc. ponere ergo sumetur non tanquam res
dubia inquirendum sum, verum et constans ponendum primo mento magno exemplo
explicatur artificum idem ligna ut lignum, sit sed ut per seno post incos unus
artifex statua malter, referet tæ, cum suo proprio monius inquiens est, ad
metria positi oest. Ita que non nisi ut enunciativa. Sed de subiecto do post
secund infine. Regulem logicem ponuntur ut notæ orator et poeta enunciativa orationis codem modo ista
des:ante et SIGNIficativas intendit idenim definitionem nomini suer, sitione
SIGNIficantes tionis tantum urilitatem declarat apo demonstra, ad impossibile
primo prior de tione simplici et hæc porest. Sed demonstratio viriali cuius,
extranea autem quod licer hæc omnia demonstrationis Postremo scientiarum. ne
viam atrium et iuxtaponitur uerbo. Magentinus positionis modos modo
considerantes est interpretario posis ab instituto, nomen, aim. Ponere seu
constituere. Ammonius has tres particulas legit cum ergo sunt prædicata
propria, affirmationis et negatio mum ponendum constituat, alterum appetendum
explicaretur oportet definire et fugiat. Poeta ad cocinnum orator vero
adornatum. Id, quasi istorum quid nominis ad efficiendam. Huic quam retuli rei
confidera Averrois, definitio enim inquit Aristotele ingeo navem, alteradarcham
considerandi modo, assentit, Amonius definitiones positiones in arte dicuntur.
Metafisicae in hoc libro confiderari de oratione, in magno com cuiusratio est
primopoft. quam per voces clariores mo prior primo, syllogismus est positis et
concessis et concesso, pri oratio in quaquibusdam attingit. Magentinus syllogism ducente hac
tenus. Paul e re niam fiunt. Quos cis nunc. De utilitate dicimus ab anima, quæ
facile opus suum inquitex proposito patet: ad de et ex inscriptione cepit ergo
tertium modorum quos Ammonius attulit. Su subiceti interpretationem refertur. Quam mitur
enim gratia quæri retulimus nam enunciatio ad ins ponere, primo prosupposito
tendatur tet non simpliciter sic enunciatio in to, propositum quas per voces
clariores NOTIFICARE nostrum esse, de oratione enunciativa. Hic autem finis
haberino potest, nisi per hæc præ tertio ait igitur de partibus tractandum est,
quid nomen et quid verbum inquiens et Aristotele verba conne fit ita res
tractatæ alibi differunt. Requires et ens quia propositum Aristotele quam, necessario.
Quona igitur modo sei ungi simplicium essential cognoscenda differentia locus,
tamen hic nomen quid ferme omnis explicatur ex proprio fine quoniam et uerbum.
Juult ergo cum cæteris ista considerat utg syllogism parte sefficiantur logicus
bus ponere sumendum fore pro definire et definit, ut verum strationi
deseruiant, grammaticus vero voces tis compositas incongruum sermonem ex
elemen, ut congruum, siue oportet ponere, id est definire et falsum declarant.
Et novissime ut demons dissentio latina ac sensum accedens ab Aristotele
sidiceret. Sed ab his ad Aristotele verba græca et. nam committeretur nugatio
possunt? ideo dixit primum est erfide hoc infra fit proprius considerandi
oportet ponere id est definire, magis ut
iudico. Hæc ut bene Ammonius cognoscit. Ac.p fine propositis nullo modo tamen,
ut omnia moveri commune commodum est id muniter posito primo top. nono.Tertio
et concello quomodo sumitur procom de mente Ammonii attulimus gratia
explicentur omnibus Aristotele. Quarto pro ea fine ratiocina, pro proprium est.
Locis quos adverbio quod nibuscarentibus pro definitio positione fieri ex
Heracliti sententia via relinquenda non est docentes, fine via eius
contemplationem medio. Secundo poster incommens damus, tenebrisan; circumsusi
more feramur, est igitur enumerat: tray in incertum imperitorum via, illa quam
toti logicæ Aristotele to magno est. coniung nomine et verbo. Pris. primo post
secundo post. et ratiocinatione ex hypothesi. Secundo supra retulimus et hic
accepit sed quem modum Aristotele hic fert. Ex hisitaque patet. Arit,
resconsiderandas acceperit, verbum nullum proj ea considerantur. Quod si
orationem ante etiam posuit et tractavit, non nisi ut genus commune
enunciationis, ad verbum. OD rum ordinem pofuisse) tanquam subiecta et tertio
prædi num triplex potestelle consideratio: primo ut absolute Cara, quideorum,
scilicet ponere sive constituere. Sed SIGNIificant simplices CONCEPTUS. Ita in
prædicamentis cons citorcum primo post in parva commentatione: scieny
fiderantur. aliomodo secundum orationem, ut partes tiasitunius generis
fubieéti, quçcúq; exprimis componitur, sunt enunciationis: sica dhuc librum
spectabunt, propter et partes et PASSIONES horú sunt pse. igitur duo sunt per
reaenim inquit traduntur sub rationem nominis: uet er se predicata, substantia
sive essentia quæ per definitione, et biut SIGNIficant cum tempore aut sine
tempore, intulit accidens proprium, quod per demonlirarionem concluditur.
etiam. et traduntur alia huius modi, quæ ad dictionum secundo post. Inmagno
commento cur tantum pertinentrationem, ut enunciationem conftituunt sed quid
istorum proposuit? Ad hoc dicendum mihi uiden quam vistant iuiri ingenium et
iudicium semper cum sum tur: ex primo post res quarueif ecf timperfectum, et
quasi in mente, non habentuere definitiones. Secundo ponendum quod supra
documus, res logicas ut intrumen ta et organa artium et scientiarum, ad proprios fines et quod
satis probatum est supra cum a nobis Ammonius notitiam explicandam referri. His
datis patet ad petitios est reprehensus. Præter eaut diximus nome et verbum nem
responsio: namdum Aristotele quid prædi et orumponen simplicior asunt decem
vocum conceptibus. Amplius dumpropofuit, et propriosfinesquiipsorumpropriafer
rationoininis et ucrbi et fi ut materia adorationemenun rendicuntur accidentia,
anteposuille dicetur sic enim ora, ciatiuam pertineant: tamen corum rationes
sunt commu cionem definiens enunciatilia inquiet non omnis: sed in nes, non ad
orationem tantum contra et æ. ut prædicari de qua verum et falsum explicatur et
nomen quod vox fit si vocibus simplicibus prædicamentorum non possint, licet
SIGNIificatrix. Requirit secundo
Ammonius a quo Aquinas cum divo Thomas in ultimo suo dicto contra Ammonii opis
mas accepit. Side simplicium vocum essentia in prædica; nionem consentiam:
nomina et verba in hoc libro tracta mentistra et auit: cur hic iterum repetits
respondet Ammonius. ri,ut cum tempore aut sine tempore SIGNIficant, et non solu
unum quod supra tanquam falsum reiecimus. Nam et fi hæc SIGNIificare dicuntur,
sed et alia huius modi quæ perlig verum dicat. Ut robique easdem res subicto, rationetas nent ad
rationem dictionum. Licet ipse sub inferat, utes men differentes finiri: nihilo
minus differentia quamaddu nunciationem constituunt. Non solum affirmatigam
enun cit est falsa. Dum inquitin prædicamentis voces simplis ciationem, ut
Ammonius afferebat. Si autem ista verba, ces considerariut indicativæ sunt
rerum simplicium quæ Aquinas referret addi et tasuperius ut diceret qiftain hoc
quando cum temporis mensura SIGNIficant, verba: quando libro traduntur sub
ratione nominis et verbi et alia huius, sine tempore cum articulis explicant,
nomina sunt dicen modi, scilicet traduntur quem
ad rationem pertinent diction da. Quando pars affirmationis uel negationis, dictio: cum
num, tunc inter nomen, et verbum et dicionem distingue autem pars syllogismi,
terminus. Sed primum inas SIGNA y ret. Sed primum de mente sua verius credo.
nam alii ta differentia dubito: quarationeun quam fiet: ut substan teridemdi et
umforet contrasequodin, Ammonium die sia per le existens SIGNIficari possit cum
motu? maxime ximus. Postular Ammonius et AQUINO curaliisoras cum
prædicamentares sint completæina et tu. Nam quinto tionis partibus missis,
solum nominis et verbi considen metaph. septimom et septimo primo physic. ens
rationem præposuit? addituretiam. quia libro poetico, quod est, aut existere
dicitur, in decem primasres, seu voces partitur: quo ergo SIGNIficari possunt
cum tempore! nisi diceres ut sunt imperfe et cres, et in motu cum actione, et
passione et generatione lubstantiæ alteratione qualitatis augumento quantitates
et ex accidente mutatione eorum quem ut uo referuntur. Seundo nec dubium solve
revidetur quod dicit. Sed falsum etiam est in prædicamentis rum orationis
partes enumerans, inquit septem elle. Elementum, syllabam, coniunctionem,
nomen, uerbum, articulum, orationem. Ad hoc breviter respondent alig qui
Aristotele omifisse quediximus, tanquam inutilia et ad rectum poetarum metrum
spectancia hic solum mentioq nem fecisse nominis et verbi: pista sunt necessariæ
parstes enunciativæ orationis, inquo, Ammonio non aduery voces considerari, ut
ad simplicium rerum cognitionem dedu satur nec diuo AQUINAS et fi oratio
enunciativa quando que cunt. Sed
inftan taliqui. In prædicamentis, Aristotele fini ens in conftetexaliis, non
necessario, simpliciter, omnitempore, quit. Substatia dicitur. sed quam uanère
spondeantex Aril. Quinto meta et Alexandro Aphrodiseo exponente cognoscant,
secundum se inquit vero dicuntur quæcunq; predicamenti figuras SIGNIficant aut
secundum Boethium quæcunque figuras predicationis significant. Itaq. Per
Aphrodiseus quod a nomine, vel uerbo deducitur:lig verbum hoc dici et
significare res simplices, prædicamen ca ad metaph. Non logicum pertinent: sed ut
decemu ces, res mediis CONCEPTIBUS A POSITIONE SIGNIFICANT logie corum
considerationi convenient. Tertio dubito et tan cuti et legendum, et navigandum
alegere et navigare verbo originem ducunt. Similia dici possunt de explicatione
Alexandri. Quautitur Ammonius dum de verbo consin dcrans Aristotele inquit.
Verba autem secundum se dicta nomina sunt id est simplex habent SIGNIficatum
nominis eius simplicibus partibus simile, ex quibus constatoratio. Ita pro
Alexandro dicendum. Adverbia plurima ex parte quam vanam explicationem
existimo, dictionem, scilicet affirmationis partem vocari. Nam quid interest
dicere nomen et verbum vocem esse SIGNIFICATRICEM A PLACITO et afferere nomen
et verbum dictionem esse ihuius may de ducia vero nomine aut a parte orationis
simpliciquæ nifestum indicium ex Aristotele sumitur. Qui ipsam orationem
definiensait oratio est vox SIGNIficatrix, cuius ex partibus aliqua separata
SIGNIficat ut dictio, verum non ut affirmatio ergo idem est dictio, quod nomen.
Ut habet translatio Magentini. Et verbum. Ergo dictio, orationis communis pars
erit, non affirmatione stantum. Nisi per appropriationem dicat illud sed AQUINO
vidensuocesalo, gico consideratas non posse decem simplicissimas resnis fime
diis conceptibus explicare itaenim secundo intely uim habeat nominis. Et ita si quando goriatura verbo, nihil Alexandri et
Aristotele sententiæ officit. Sed cur particispium, quoquam se pissime in
demonstrativis scientiarum sermonibus utitur, tam hicquam poeticorum libro
relis quit? Ammonius dicit, quia ad nomen et verbum reduciy tur. Alii vero quod
idem sft dicunt quia pars comporis ta non simplex orationis dicitur. Quæ
responsio magis perspicua et evidens iudicio meo est. Nam primo pos ter,
secundo, præposuit dupliciter præ cognoscere oportere, leda sive secundæ
intentiones dicentur, nonu tres linere alia namgquia sunt prius opinari necesse
est alia vero quid lationibus denotant ad philosophiam naturalem spe et an est
quod dicitur intelligere oportet sed cum duas propos tes et metaph. A
literalseric, simplicium inquit diction ne rettrese numeravit et ad hoc
respondet Aver, optertia ma veneratione sanctitatis probarim: in hactamenre'
sponsione dissentio: cum decem voces non solum simplices conceptus sed res
mediis conceptibus explicent: loco et subiecto et non nisirespe et uhorum ut
pronomen loco proprii nominis. Adverbium tam hic, quam in libro poeticorum
relinquitur, uel quiaut Ammonius ait, modum dicit quo prædicatum incit
subiecto. aut ut sрее species composita est ex his dicas
etiam o duas præposuit neccessarias signum est q Aristotele dixit dupliciter
præcognoscere oportet et quia lunt, opinari necesse est et quid intelligere
oportet ad tertiam vero præcognitionem der scendens, fineullo necessitates
verbo additoait quædam autem ut rag nam compositaquæ esse et am tertiam naturam
non dicunt distinctama componentibus, explicatis necessariis partibus,
coniunctim ex his explicari intelliguntur verum quicquid sit de Arist. textu et
ratione quamdi xi: sufficiens ref ponfiofit: qhicde simplicibus partibus
Aristotele loquitur, quale non est participium. Coniunctionem omisit, nonquia
inutilis, quoniam. infra quod ipseconfirmat hic, et supra contra Boethii
opinionem adduxit Arist. dividet orationem enunciatiuam in unam simpliciter et
coniunctione unam: quæ necessario coniuctionem expostulat. Nec exomisit ut
Ammonius et Aquinas quia pars orationis non est sed pars conne et ensatque
coniungens. quoniam Aristotele coniunctionem poeticæ locutio nian numeravit,
tanquam orationis elementum. Item in cap.quarto Aver dicet, q syllogismus
conditionalis est unus per unam copulativam. Gifoloritur ergo dies est sicut
predicativus est unus per medium terminum sed hic medius terminus necessaria
est pars prædicatiui sive CATHEGORICI syllogismi. Ergoconiunétio
syllogismiexpofis tionefiuehypothetici.Hinc etiam contra eos fequetur
inutilemconiun et ionemnonesse: sed hypotethico fyllor gisino necessariam: ut
medium terminum prædicativo syllogismo. Alii sentiunt propterea coniunctionem
omiy filfe de enuntiatione una simpliciter demonstrationi servienti, non coniun
et ione una considerat sed hanc reo sponsionem suprareiecimus: ea rationeq hic
liber etiam ad librum priorum dirigitur, proximam syllogismo hypothetico
positionem seu præmis lamelargiens. Itemin hoc libro, capit.quarto, propofitam
enunciationem ab aliis oratoriisac poeticis seligens, in has duas partitur.
itidemq; definite oratione in libro poeticorum eam in hasdistribuit feudi uisit
species. Dicendum igitur nobis videtur, proptereahic relictam coniunctionem
esse, quia facilis, et Aristoteles sufficiens erat ea parva cognitioquam
tradidit in libro poeticorum. Aut secondo dicasquor demonstrativa scientia. Et
secundo poft. iuxta ordi niamhic propofitum est de vocibus necessario
SIGNIFICATRICI nemquem compositiuum aut componentem appellant, pri bus agere ad
interpretationem per voces clariores efficieendam: quem oém orationem efficient
nam hic libercom munia principia explicat. Dic secondo q in libro poeticorum
cap. septimo, coniunctio significationis est expers: qua de causa definitioni,
quæ perfecta oratio est, nond eses Post ea quid est negatio, o affirmatio et
enunciatio, u oratio, deinde quid sit negatio, a affirmatio, o enunciatio,
oratio. mo genus, quid syllogismus, inde speciem, demonstrationem collegit.
Premponens igitur hic ista duo tangfinem unum in tegrūperse ex genere et specie
constitutum, primo ait enunciationem, deinde oratione, non ita per se intenta:
nobis innato aminus communi ad communiora. Sed hæc responsio improbatur quia.
Si ordinen obis innato, seu aminus communi et im per se et oincipiendum est, cur
latus ordo ex accidente euenit, ut quando gab imperfer et o furnatinitium quia
in libro de anima secundo, textura Magentino cum universe res quas universalia
dicunt singulis præferantur, cur hic non primum de oratione et genere, deindede
enunciatione affirmatione et negatione ex orsus fit Aristoteles sed primum a
nomine et uerbo: nam auta nobilior iincho an dumerat, aut are magiscõi, ut
ordone ceffarius servaretur, non anobiliori, cum negationem affirmationi
prætulerit non acommuniori, quia oratio fuif setante ponenda. Responder ipse.
Solere quandoq; Arist. Hocfacere et are communiori quæ ad singulasres spes et
antincipere quomodo hic dicita nominee SIGNIficante substantiam sive eflentiam
et a verbo SIGNIficante actionem seu passionem, Aristoteles inchoare sed quare
istum secundum necessarium ordinem inter negationem et affirmationem,
enunciationem et orationem non seruauerit, ut Gbioccultumomi fit. Præter ca
enunciatio ut finishorum materialium principiorum prenstantior est, ergo
antepor nendafuisset. Amplius nomen et uerbum, non ideo communiora esse
dicimus, q subtantiam aut accidens SIGNISFICARE dicuntur, sed q voces
SIGNIficative apositionelunt, non substantiæ aut accidentis, ut naturæ
terminatæ, sed communiter omnium ratio ergo est sumpta a processu resolvente
finem in causas et principia prima intra rem itas quecum orationem non omnem,
sed inqua est verum et falsum, id est enunciativam, ut finems peculetur, et hæc
ex nomine et verbo, ut materiis, constituatur necessario ergo primum dehis
ponendum quidf snt: deinde complebit reliquas partes processus resolutiui sed
subiectum, ut totum potential primas species continens, cognosci non potest
finesuis speciebus, sicut totum constare non potnifiex suis constituentibus
principiis materialibus: ergo deinde de his quæ ad finem proprium diriguntur,
dicendum, quid oratio et enunciatio, ut completes finisele et us habeatur:
quiahec in affirmationem et negationem dividitur ut pris mophy intelligere et
scire, id est intelligere scientificum: quod Auer. Finem rerum naturalium
pofuit. Item genuscum principali sua specie unum finé constituit, acea uno
proce mio proponuntur et epilogo colliguntur: ut primoprio rumde syllogismo
tradaturus, resoluentem processum efficiens a principali fine inchoauit: de
demonftratione et Propositis communibus, ut materia, principiis, quæ per
se SIGNIficant ia omnem orationem conftituunt: nunc de coniumctis ex his
principiis et conftitutis proponit. pri mumq; ait Deinde, ut diximus ex
Ammonio, ordinem et urum proponit de rebus omnibus: deinde de elementis,
denotata principiorum constituen tiu madres constitutas. Et de omni anima prius
quam hac autilla animaratio pof t e a inquit quid ne a t i o affirmati o
et c Hic quæris igitur et causa ordinis a dnoscelatiesta notioribus nobis Diiii
gationem affirmationi prætulerit. Ammonius ait prius nomen perfectius posuit?
Item in situs, et ad nosre asenfuuisus incepit ut Auer. aitineodem libro. de
anima de intellectu prius quamdesecuny. dum locum motiva potentia. Similiter
secundum accidens est ut a comunioribus five minus comunibus pro Milanius. Nam
de generatione considerans de ea generatim sedin ruit: et fi per se non
SIGNIficat ut ait Aristotele licet SIGNIfica, demonftratio intenditur quam
syllogifmus. Et primophy. tionem non impediat perfead hunc librumnon per primo
finem proponens rerum naturalium primum, dixit. Et at, quietiam per se
SIGNIFICANTIA principia ut materias spe quoniam intelligere et scire contingit,
id est rationem ellen culari conftituit. Quarenon inutilis quidem
coniun&tioerit: tiam ac naturam ipsarum, inde scientiam per demonstras
sednec necessaria pars SIGNIficans, orationi per se, id est, tionem acquisitam
ratione et eflentia posita et explicata omni conveniens oratio autem divisa in
species duas, per definitionem, in fine explicando, nobilius explicavit, quas
monstravimus, conjunctionem a poetica, ut eius parti ac magis intentum. Sed ad
huc dubium remanet curnes utilem, mutuo accipit sed ad enunciationem relatam ut
primo priorum, prius TEX. BOEZIO. ordine ad nos relato, ab imperfecto ad
perfectum procedit et tum negatio enim diuisionem continet,
affirmatio autem in compositione consistit negationem igitur affirmationi
præposuit, et magis ad partes accedir, compositioautem ad totum. Sed ueniat
anti uiri fit dictum negation magis composita dicitur quam affirmatio, cum
additione negan cis particulæ, affirmatio efficiatur negatio. Ad rationem
orationem quatenus ex luis materialibus principiis cons harum alter utra
præferatur. Sed contra dicimus, pris mo hic liberad demonstrationem dirigitur,
ut ipse fal dem, fic nece ædem voces. Quarum autem hæ primum NOTAE sunt, eædem
omnibus PASSIONES ANIMAE sunt et quas rum hæ similitudines, res etiam eædem.
Sunt quidem ergo hæc in voce, earum in anima passios ad modum necliter et
omnibus cædem, fic nec eædem voces. sentiens cum Magentino reprehenditura
Sueffa. adiu mentum seu commodumin proæmio, nointractatupræ do secondo
phy.tertio.natura est principium motus et quietis, per se et non secundum
accidens ita que ex his positis sequitur negationem instrumentum explicans con
fitione formam eflentiam q; cognoscimus hoceft agen rium et dirigentium ad
ipsas. Oportet igiturante cogno! Scereea exquibus est definitio: propter eaq
ifta præcogni tetur, quææternorum est non autem ad eaquæ possunt ponitur. Diceret enim ille utilitatem
totius libri et subiecti esse et non esse. Amplius et fiinuno, quod de potens
anteponenda, non utilitatem cognitionis, perquampro tiaadactume ducitur, non
esse prius fit eo, quod est: pofitad eclarari, ac definiri possunt. meæ etiam
rationi nontamen simpliciter in omni natura: cumea, quem poten responderet. In
sequenti textu commodum quale fitex tia continentur, non nisiaba et tu, ac eo
quod uere eft in plicari: sed quam in ordinate ac fine arte id faciat, uides
actume dantur præterea cap.quarto enunciationem in rintalii, retamen idem cum
Ammonio sentit quiait Ari. has duas species diuidensinquit. Prima autem oratio
docere uelle nomen et verbum quorum finitiones promi enunciatiua est
affirmatio, deinde negatio ergo analoga, fit, voces SIGNIficativas esse, quod
ifferata vocibus nonli aut per rationem ad aliud nonç que diuisa participatur
ab SIGNIficantibus, ut scindapfus docetom quæ inprimis, ac utrii: fedde hoc fuo
loco dicemus. sicut Ammonius di proxime ab ipfis vocibus in dicentur. conceptus,
scilicet durum promittit: Mihi quod uerius probatur iftud est, primo: quorum
interuentures explicantur.quæ omnia, hic affirmationem et negationem numerariut
plures species enunciationis, id est oppositionem contradictoriam erficientes.
Quæ infine fectionis fecundæ, in hoc conssistit. ut aliquas edeiiciant,
deftruant, abiiciant, atque ne gent; in hoc autem efficiendo potissimam et
inprimis vim habet negatio. Quade causa ibi primum ab Arift .numeratur, ut
secondo de anima cum species subiecti fint plures, ex enumeratione ipsarum
precognoscitur esse, id verum in demostratione, iti demin definitionem ons quod
anteponendum est, prius quam tractatus cognitioaut definitiohabeatur. Secundo
sciendum primo topic. ofta Opposita
secundum contradictionem protenfa alterum oppositum explicare.Et primo post.
octauo. In antiqua commentatione, de omni eft quod non inquodam quidem fic, in
quodam autem non nec aliquando quisdem sic, aliquando quidem non. Jitidem et tex.
Quinto scire autem simpliciter opinamur: sed non sophistico monitionis: qua
simplici conceptu fine assertione seu compo iun et a et divisa, notio rem esse quam affirmationem nam
ta, ad eam habendam nos dirigunt at qzillamex præno attendere folemus
diligentius ad contraria, ut nobis ads uerlancia, quam eaquæ sunt nobisi nnata.
hæc autem affirmatio, illa negatio explicat per externa, explicantia ti
sefficiunt. Arif. igitur quoniam dixit oportet nos constituere, siue ponere
quid nomen, et uerbum etc et com muniter hæc erunt voces SIGNIificatiuæ
positione aliem fine quodam modo alterum sed cum iple species ex propriis very
explicatione, aliem cum vero. iccircoiftatria antemani principiis internis
definiuntur, I uxta ipsarum naturam, feftat: nesue definitiones fineratione et
fineea quam ipse proprietatem et ut ad commune genus proportionale tradidit
arte ponantur, at constituantur. In hoc textu eu analogum referuntur, finienda
sunt primo, modo hic in proæmio negatio præposita numeratur, ut instrumeng
voces esse SIGNIficatiuas: quod Ammonilis exponens cum tum est habens
ellenorius: secondo autem modo infra in Magentino ait quattuor ad ho cutilia
effe: rem, conceptum, tra et tatu et propria definition subsequitur itainfra
intely vocem, et literas. Amm. autemait Aril. inchoare, nona lectus quando
plineuero est et falso: circa composition rebus, quæ perse, nec simplices sunt
nec compofitr: id nem enim est falsum et uerum. Querunt novissime curuo enim
habent conceptus sed a vocibus, tr"fine quibus dis cem omiserit. Sed Aris
. infri ad hoc respondebit ut supra sciplina et præceptio fieri non potest
aitam; nullam facere etiam a nobis fatis est dictum. Propter ea ad alia
contendamus. Aristotele de literis mentionem g nullius ui funt ad proporto et fiuerafint,
dimin Pombaamen ponunturcum aliammay gis intentam differentiam SIGNIFICARE
SCILICET A POSITIONE, NON NATURA relinquat, quamtamen Alex. et Pfellius
prosequuntur et in expositione tex. Ammonius A uer. ato alii non omittunt unum
ergo et idem cum hissentiens, eorum veritatem confirmo. Cum nominis doctrina et
dissciplina ex ante posita fiue præexistenti fiat cognitione, ftretur et
testimonio Auer. confirmetur. primopost.ses cundo. et Arift. primo Metaph. et
apud Alex. pri motop. quarto oportetenimait Arift. ex quibus eft de finitiopræ
scire, fiue ante cognoscere et Alex. inquit definition per omnia nota et
precognita procedit et Averroes primo post. secundo. fic. etiam uerisimile eft
effe dispositionem specierum prænotionum conceptionis id est defiunumeorum quæ
diximus explicatur, nomen et verbum primo secundo. hec autem quandog
imperfctiora, TEX. BOETHIL. Suntergoea, quæ funt in voce earum, que sunt inanie
quandoy perfectiora, minus communia autcomiora. Ma ma, passionum not&,o
eaquæ scribuntur, corum, que gentinusaitq cum evidentia dixerit, abhistanquam
abdi tis et occultis abstinuit. Aquinas dicit gquia Aril. cępitapar sunt in
uoce. Et quem ad modum nec literæ omnibuse et s tibuse numerare: ideo nunc
procedit a partibus ad tol adducam dicitur. aliud effe dicere num note: O quæ
scribuntur eorum IN VOCE. Et queme procedere, quia magis sensate sunt de anima
instrumentum, seu Atat, esse magis minusu e compositam aliud finem habes
PASSIONES ANIME SUNT, o quarumbæ similitudines, res quoquecedem. re ut alterum
coniungicum altero, aut feiungi ab altero enunciet. secundum concedimus: sed
exillo affirmationis naturam magis compositam esse, sequi negamus sed
Magentinus dicit q enumeratis nominee et verbo et aliis eorum definitiones
tradendæ erant, quas ponere constistuerat. Sed hoc Aril. non facit: sed caput proponit quod nobis
ad iumento erit sed quod fit ad iumentum non exiplicat, nec increpandus ame
eritut Herminius idem negationis potius. Secundo respondet p in hisquę possunt
efle X non efle, prius eft non effe quod SIGNIficant negatio, quamefle, quod
explicat affirmatio sed ut species sunt æque genus diuidentes, sunt
fimulnatura, nihil grefert Quorum tamen hæc primum notæ funt, eædem omnibus i
ta con la contemplanda. Quod fi ita est. Cur ergo iftorum quat PASSIONES SEU
CONCEPTIONES esse omnibus easdem:id est tuor meminic? Et si infra longioribus,
nunc tamen quod ellea natura: Expolitores non explicant qua de causa, ad rem
pertinent dicamus et brcuiter: finem huius libri interpretationem esseut fupra
pofuimus hæc autem ut lov gicum instrumentum et organum cognoscendi, ad
explicationem rerum dirigitur, ac tanqua multimum et perfe netemere et fineulla
ratione iddrift pofuiffe dicamus. notandum, sexto topi. In explicandis partibus
defini tionis oppositorum, non tantum opus effe oppoftiscum negation præpofita,
sed etiam rebus huius modi, quiz intentum finem refertur interpretatio uero
rerum non busdefinitio feu definitionis pars tanquam habitui conue fit nisi per
voces clariores SIGNIficantes A POSITIONE, aut perl iteras cum voces defuerint
propter eanecresomi lit, sed tanquam fine multimum et in primis intentum por
fuit tertio enim mera meta nemo define consuls nit: nam per se habitus per
privations noscuntur: licet quodammodo id est ut commentator primo pofter, in
magna commentauone et primorheto. cap. quin toinepitomatibus logicalibus explicet
alicui generi ha minum privatio, atque oppositum cum negatione praeposita,
alterum manifestet. quam obrem topica loca constituunt. Qomnibus, aut pluribus
ita uidentur. Cum igitur supra explicasset, li voces SIGNA ESSE A POSITIONE, ex
appo fat: fed ftatuitatq; ponit: sed quomodo et per quæis finis eueniat
deliberat. nam primo ethico septimo, fifinem tanquam exemplar habuerimus, magis
intelligemus quæ nobis sunt bona et septim opoli. in principio: duo funt
inquibus omnis commendation bene agendiconsiy fito cum negatione præmissa, nunc
eadem explicat pary ftit. unum ut propositum ac finis recte agenda subjaceat:
alterum ut eas quæ in illum sinem ferant actiones inueniamus, resigitur hic non
relinquuntur sed tanquam fines explicanda ponuntur. Nec literæ fruftra ab
Arift. nume rantur cum vocum fungantur officio: hisq; principibus
explicatis,& quæ scribuntur aperiri intelligimus huius enim caula quæ sunt
in voce conscribimus, ut absentisbus uocibus, res concepta scertius, uberius et
firmius teneremus quæ enim uox, tot philosophorum, a nobis absentium,
sententias unquam aperuit ad quas eorum libri nostam facile deduxerunt, ut
possemus aliquando quid ticulamex opposite positiuo passiones enim et respros
prereaq eædem sunt omnibus, NATURA SUNT, NON EX ARBITRIO ET POSITIONE ex
opposito voces, ac scripiuræ quia non sunt eædem, A POSITIONE, NO NATURA
SIGNIFICANT. aHinc etiam differentia vocum A POSITIONE ET PASSIONUM sive
conceptionum et rerum colligitur et approbationem intelligat, ex græca
particular aperitur. quæ diciti quorum quidem. Quæ particula causam propofiti
explicat, non controversiam. Quioaduerba, Ammonius primum obseruat.q cumde
uocibus et literis diceret Arist. ait. quorum ex SIGNA sunt sed passions
similitudines re senserint eorum scripta fæpius repetentes a gnoscere: No rum
uocauit. Quia simulacra rerum naturas, quoadlicet igiturut Ammonius dico nihilo
pusesse scriptis. Sed dico, representant ut inpi et uristidetur inquibus
mutarefor magis fuisse conveniens Arift. nomen et verbum et c des mas
præsentatas non licet. litin Socrate pitto calvo, fi finire per uoces quæ in
disciplinis quasalio certo duce mo, oculis prominentibus SIGNA vero et NOTAE
totumha per discimusfacile primas tulerunt: quam perscripta: bent ab
impositione et cogitatione nostra, ut in militum quibus periti occulta
cognoscunt et percepta declarant, SIGNIS ET NOTIS diversis a; institutis
conspicitur. Sed cong Nunc ad litera mueniamus ea quæ in uoce sunt, cons
traquia secondo priorum. de enthimema te tractans. fi stunt, aut continentur,
sunt SIGNA se unorem ounebonor enim duo hæc significat earum passionum i.eorum
conceptuum: quos patitur, id est, ut formis perficitur phantasia, mens, seu
anima, ut Prelliusait et quem scribuntur SIGNA ac NOTAE funt eorum quæ in uoce
consistunt. Etquemadmo gnificans.quiaidemuerbum,lignum,¬auocatur. dum
necliteræomnibusexdem ficneceædem uoces.} Explicata prima definitionis
particula, núc ad secundam accedit q uoces A POSITIONE SIGNIFICANT. Id que
approbat Arifto. ratione fumpta ex opposite cum negation prol tensa. Quodquodam
modo notius, alterum palam facit. primo topico et auo, hinc facile confirmatut
experimen Arist. quod supra de negatione ante posita affirmationi docuimus
ratione sed oppositum ei quod est A POSITIONE elle, estelle A NATURA: quæ eadem
omnibus in est ex opsposito igitur ratio in hunc modum formetur ad conclusionem
ex similinotiori in litteris innuendam, id natura esse dicetur quod eftomnibus
idem; natura enim princiy pium est perse& deomni: quæ igitur non sunt
omnibus eadem, non natura sunt aut significant. A negatione proy Prætereasi hæc
differentia uera esset, acillam Aristot. ex his uerbis intenderet, his tantum
nominibus pofitis suffincienter explicasset, dum diceret. Propterea quod uoces
et literæ SIGNA ac NOTAE sunt, A POSITIONE SIGNIFICANT. PASSIONES vero et RES
quia SIMILITUDINES SUNT A NATURA. Ita in finiendo nomine et uerbo
sufficeretsiduntaxat dixisset, nomen et uerbum es tnota non igitur addendum
quog cesfint A POSITIONE SIGNIFICANTES et hic omittendum fuils set, quod voces
et literæ sunt notæ fue SIGNA non eadem, neidem calu, actemere refricaret. Mihi ita sentiendum videtur. Ovuboloy superior
“NOTAM” (NOTARE, NOTIFICARE), “SIGNUM” (SIGNARE, SIGNIFICARE), “VESTIGIUM”
dices re quæ ita dicuntur quia ut notiora exterius NOTIFICANT, ac ut VESTIGIA
pedum significant. Hoera autem, id est PASSIONES SIVE CONCEPTIONES non ita:
quanuis interius priæ definitionis ad negationem definiti henc propositio,
similitudines rerum vocentur: rem tamen et fiinterius, quia perspicua,
approbanda non est: sed lumiper senoi exterius non aperiunt propterea igitur
voces et literas fi, tam oportet, alibi quodam modo declarandam: Allumy SIGNA
ET NOTAS vocauit et PASSIONES
SIMILITUDINES quia ille prio, id eft minor propositio in textu ex oppofito
cumne exterius, hæc interius manifestant. Secundo ex dicti sfaz gatione
præposita notiori in literis et quemadmo! cile reprehenditur syllogismus quem
Suella formauitex dum neque literæ omnibus eædem: fic nec eædemuol litera dum
afferit Arifto. uelle probare voces et literas ces conclusio consequetur. Igitur nec voces A NATURA
SIGNIFICANT a quume uarient, A POSITIONE haberi, conceptiones ver et
SIGNIFICANT et non omnibuseç demerunt. Quorum aux res, cum non euarient, natura
esse. hocto tumuultelle tem.; Approbata minori propofitione ex simili notiori præceptum
et complexionem fiue conclufionem ad qua inliteris, in quibus idem prædicatum
inuenitur. nunc inferenda mait Aristotele in textu ratiocinari. Quæcung sunt
alia duo, conceptus scilicet, seu passions et resmanis aliorum SIGNA VEL NOTAE,
positione se habent. Uult deinde fe stata natura effe et ita ead emomnibus,
inquit ledpal, quom dassumptionem, id est minorem Arift.ponatibi funt Gones
animæ quarum hædi et æ uoces primum nuly quidem igitur quæ sunt in uoce et c.
id est sed nomina et lointeruentu, noræ sunt hæ animæ passiones sunt cæs uerba.
Et scripta sunt signa et notæ aliarum, voces, Ccili demomnibus et res quarumhæ
passiones sunt similitus c et conceptionum, et scripta vocum: sequitur
conclusiout dines, etiam eædem funt. Sed cuius gratia manifestat putatibi
qaemad modum nec literæe ædem ficnecuos Aristot. ipsum definiensait,
syllogismus est imperfectus: ex signis ubieodem uerbo ut itur ad ex plicandum
SIGNUM NATURALE E SIGNUM A POSITIONE uana iti demerit, assignata differentia
Magentini. non fita positione ceseæd emerunt ubi sic ingræco non haberi
affirmattur. Sed primær esponsionis partitio, feudiftinentio, quo quod
manifefte falsum eft Toosenim sic latine significat nam modo fit uera in primo
suo membro, supra longios et quem ad modum et ait et uim habere inferendi fæ
ribus disservimus cetera tamquam uera probanus. Seddu pe consueuisse. Sed
obiurgandus est Ammonius qui lis SIGNUM ET NOTAM ait approbationem, id est
probationem bitabis Vox SIGNIficatrix est per se genus nominis et uery bi:
igitur vox erit generis pars communis, per se unum constituens: duo igitur
consequuntur. primum naturale,unā per se constituerecum artificiali, et ens
reale cum enteratio, nis: secondo partem efle intotoniinuscommuni: signifi
care,scilicetapositione,effeinuoce,quæeftmagiscomo munis. Qui modus improprius
dicitur eius, quod est in esse.q nomina,& uerb auoces, et scripta a
positionef SIGNIificent: cum secondo priorum In Epiromatibus logica, libus, de
rhetorica persuasiua et syllogismo contradictoria SIGNA enthimematis et
demonstrationis et topica etiam, non a
positione significent. lignum ergo, et NOTA, commune est ad signum, quod EX
ARBITRIO ET inftituto signifiy alioelle.
quartophy.Adprimum&finihilhicneceffario cat,& signumnaturaconsistens.
Secundo propria eius ratiocinatio confutatur: non enim unus est syllogismus in
textu quen suo arbitratu diuisit, sedduo. Vnus quonos mina Aristot. Et verba
voces esse SIGNIFICATIVAS declarat: quod amedi&um est Paulo antedum primum
in textum hoc modo quæ sunt in voce sunt NOTAE ET SIGNA scilicet SIGNIFICANTIA
exterius earum quæ sunt in anima passionum minor siue assumptio, ut pofitio per
se nota, ap Aris. dubitarem res logicas ut habentes esse imperfectum et quasi
in cogitatione ut subiecto: in voce ut SIGNO,aliam naturam ullam sortitas non
esse, quam eamquam anima probationis non indigens ponetur. Cum nomen et uers ex
arbitrio finxit: ut ad aliud SIGNIficandum exterius refe bum definiet, sed
nomen et verbum sunt SIGNA seu voces: ratur. Ficut ea, quæ artificum
manuseffingunt præterna itaq; maior, ergo et c.propositio allumpta est, ut per
seno turæopis, lignum, scilicetæs, aurumue, nil reliquumha ta. SIGNUM est illa
græca particula quidem igitur quæ bent, nisi quod ars uera per sua inftrumenta
hoc uelillo uel executionis fit nota, uel fi neulla approbatione ex propositis
inferens, meam sententiam confirmabit id esse fine approbatione aliqua positum.
ut communiter affertum abomnibus: Secundus syllogismus eriti bi. Etquems
admodum et c ut secunda pars definitionis ponatur, SIGNIFICARE, SCILICET, A
POSITIONE. Quod tanquam per se notum, non
demonstrat, sed quia non omnino, cinealiy qua controversia est consessum
propter eaquodam modo ex opposito cum negatione præposita manifestat. Quod in scriptis est manifestius,
a positione sint; et eui dentius conttantius q; manifestent. Syllogismus igitur erit. quæ non omnibus eadem sunt
illa non a natura quæ in omnibus uno modo invenitur: per se idem in omnibus
similiter operans sed A POSITIONE sunt et SIGNIFICANT minor in textu. Et quem
ad modum nec literæ omnibus eædem, fic nec uoces eædem. Ita que maior
propositio syllogismi Suessenon est ad hanc inferendam conclufionem, quam
nostra secunda ratiocinatio intulit et quæa suessa ratiocinationis conclusion
et complexion dicitur, no bisminor secondi syllogismi cum eius approbatione ex
simili literarum uiderur nam fine ulla controuersia ut bene animaduertit
Ammonius scripturæ et literæa positione significant licet quodam modo
uertaturindus biuman nomina et uerba, nátura, ut Plato uideturassere re,
anaconfilio, ut Arift. sentit, significare dicantur. hinc. per se unum
constituit cum voce, naturali opera anima ut fequetur eum non aduerba Arift. ne
que sensum dicere. dum infecunda sua expofitione afferit, quam Alexandri et Afpafii
esse confirmat, hic Aristotele velle colligere similitudi singulare opus naturæ
est, fed ut indiuiduum ab arte for matum. Itaque nec primum sequetur, naturale
cum arti ficialiunum per se constituere: quianon ut naturale, sed nem inter
scripta et uoces. Sed q ex hoc predicato, significa ut arte effectum, formatum
cum sua causa formali perl e re ut non idem, idefta pofitione: quod norius et
firmiusin unum efficeredicitur: similiterres logicas et placitum scriptis
uidetur. Inferti demde uocibus significatiuis, tan uementis arbitrium in uoce
contineri affirmamus: non quam genere proximo nominis et uerbi et omnium alio
tamen ut opus naturæ eft, per se unum genus conftituit, rum. Quærit secundo Ammonius: cur
Arift. non dixer fed tantu muta positione, et confilio, et cogitatione fal cit.
uoces sunt SIGNA CONCEPTIONUM. Sed eaquæ sunt in et um eft, ut vox ad hoc uel
illud explicandum ponatur. Voce irespondet primum: cum triplex fit oratio,
concel et ex communi imponentium consiliore feratur. Sica pra, in uoce;
inscripto: de secunda hic loquitur fecuny mentis relatione, que in uoce ad
significandum relinquis do respondet, voces naturae dimus ficut uidere, audire:
aliud eft ergo uoces esse, ut opus naturæ, aliud nomis na et verba a positione
et nostra cogitatione, quæ uoce utuntur, nam quem ad modum ianua dicitur
lignum, et nummusæsue laurum ex arte, quæ imponit figuras et tur, uocem naturæ
opus, artis logicæ inftrumentum et opus artificiale per leunum et ad alterum
SIGNA ng dum relatum conftituitur. Ex his ad id quod secundo consequebatur
patet responsio non enim in conuerniens eft minus commune, quod formam et
a&umdig characteres: eodem modo et uoces dicuntur nomina, cit, contineriin
alio magis communi quod in potentia cum
a locutoria imagination fingunturac formantur, fie exiftens per ficiac formariabali
opossitminus commu; gna eorum,quæ inanimouoluntantur,& talem sunt
formamadeptæ:utex positionefignificent.signum est uoxmutorum articulata, quæ
quianon ex composito et institutione
aliorum eft, ideo nomen et uerbum non dicis ni.ut de intellectu et cogitativa
Auer opinatur de anima altrice, sentiente et rationali et ex Aristotele
confirmatur secundo de anima. Postremo
in uoce, perfe&io placiti, seuarbitrii, confilii, &pofitionis, effet
dicendum sed metaphyfico et naturali hæc quæftio difficilis relinquenda
ellerbonitatis, tamen gratia, quam breuissime poterore spondebo. Sed
animaduerten dum primo modo effigiantia progenuerit. Hoc,alterum comitatur,
easdem res logicas, uts ecundo intellecta, ad logicam non ut scientiam sed artem
spectare namearuni, mentis arbitrium, ut externa causa efficiens assignatur
aquo effig ciunturea, quæartiu et scientiarum explicationi conuer niunt et in
uocibus, acaliis notioribus regulis apponuntur primo post secondo poster tertio
ponens dum metaph. Non eodem modo, omnium unitatis per se causam requiri. Alia
nanque, quæ matelriæ conditionibu suacant, ut intelligentiæ fiue mentes, fta
timens et unum persesunt. Aliaquæ ex materiis constant, unum per se fiunt q
hocidem, quod ens potentia erat; idem fit et u:efficiente tantum educented
epotens tiaina et um artificialia per se unum conftituunt, secundo physica
secundode animao octauo, non cum subiecto ut naturæ indiuiduum est, sed ut arte
formatum, viue effigia tum est: artis, ac formæ artificialis esse recipiens.
causa enim propria cum sitars, et esse us artificiale quiderit. Ficut causa
propria indiuidui et esse et in naturalis est forma et substantia, effe tum
igitur subftantia erit, ita proportione et similitudine quadam, quæ de unitate
et definitioneres rum artificialium dicta sunt: fere eadem de rebus logicis, et
v ocesignificatrice a positione dicenda sunt non enim quod in uoce ex consilio
et mentis arbitrio pofitumest, quibus quibu suoxipsa, quali formatur et
denominatione exo trin. ecus SIGNIFICARE A POSITIONE dicitur, atque, ut aiunt,
per attributionem placiti, ut formæ specialis, uoci, ut cantibus omnibus, non
definite contractis ad nomen et verbum: nam uox significativa partem communits
imam generis nominis et uerbi et orationis conitituit non pros materiæ sive
generi magis communi ad sunt. Nec incon prie nomen et uerbum tantum.
Differentiam aut eniliter ueniens modus ellendi in alio eft, minus communisinma
rarum abelc mentis quam Ammonius accepita Dionysgis communi fiue formæ in
materia, ut Suetreuidetur, quo fio, lumasab Arist. in libro enim poeticorum
ait. Eles niam quarto physica Primus modus numerator partis in mentum uocem
effe indiuuduam: ergo proprie in uoce sed toto, secundus totiusin partibus
tertius specie ingenere, ad sensum patet literas partes eorum efle quæ
scribuntur. Quartus generis in specie, quintus speciei, leu formem inmai
Quæriturcur passiones uocauit et similitudines uelfimu feria et c. Nec ualetfua obiectio contra
Porphyrium: lacra. Ut Ammonius dicit. Sueffar espondet propter eafie sequeretur Arist. Intam
paucis verbis ambigue dicere. Militudines appellari, qarederiuaniur: passiones
uero, ut animum ipsum perficiunt:c onceptus, ut principilim et ratio
intelligendi. Sed contra, quiarecte Ammonius interpretatur, simulacra rerum dicuntur,
non quia causa, taarebus ut phantasmatibus siue sensu perceptis sed quoniam
rerum naturas, quo ad licet, representant ut in picturis demonstrate in quibus
mutare, ac transformare naturas representatas non licet. Præterea conceptus,
nifi constituantur nouarum rerum uocabula, rem iam concer ptam et cognitam
supponunt. Non igitur proprieprincis piumseuratio cognoscendi dicentur: nisi ut
species et phantasma, ut obiectum alumina intellectus agens, eft des puratum,
uta iunt, formatum et illustratum. Item non explicatquem animum passiones
perficiant. quianon mentem per se impatibile in, ut Auer. opinatur. Sed animam
seu mentem phantasticam, id eft existentem in phantasia ut oprimePsellius
explicauit attributiue enim mens quia dudicit eaque sunt in uoce. Sumitur ut
parsminus communis in toto, id est inmagis communi. cum vero sequitur, sunt
SIGNA earum passionum quæ sunt in anima nunc sumitur ut accidens et forma in
subiecto. Sed constraquia æque ipsum inconveniens hoc sequetur: cum placitum,
fiue consilium, uoci non hæreat denominatione interna, id est intrinsecus sed a
confilio imponentium attributum, ut SIGNOf Placitum ergo fiue arbitrium, pactio
et mentis cogitation eft in uoce ut SIGNO non cui extraanis mæ operationem
inhæreat: sed passiones animæ rationa
liconueniuntutactueamformantesacperficientesetiam dum dormimus. Item proprius
modus elrendi in alio maxime dicitur ultimus,utinlocoueluale aliitrans
lumptiue, id est per translationem, ut Arift et commentator afirmant. Tertio
queritur quod primo loco quæren dun fuerat an per uoce, ergo aliquid ex
propofitis inferat, an executionis fit nota AQUINAS ait ex præmissis
concludere, hoc modo quia Arift. dixit oportet ponere quid nomen et uerbum et c
Shemc sunt uoces SIGNISficatii caduca et infirmapatibilis et poftremo in homine
sola mortalis. Sed hic primum quærocur solum Arift. passion num et
similitudinum seu simulacrorum meminit: Respo deturcu principio intelletus fiue
mens phantastica rerum qualia dumbratas intelligentias et similitudines
recipit, his ut patiens i l lu f tratur u t patibilis intellectus. Hinc
requistur, eas similitudines, ut animam perficiunt phantasticam, passiones
vocari, perficientes, ac illustrantes eamnuilo contrario ante corrupro. Hemec
similitudines dicuntur ut o intendimus ex Ammonio jur rerum naturas quo ad
licet representant et conceptus, ut abintelle et tu patibili seu possibili
concipiuntur, autiam sunt conceptæ. Secundo ponendum intellectum patibilem,
idest possibilem ad passiones et similitudines cum eas primum concipit conferri,
ut poteftate eft omnia illa, tertio de anima quem ad modum TABVLA RASA in qua
nihil esta scriptum siue fir et um. Indeetiam sequitur tertio intellectum
semper esse uerum. tertio de anima id eft non errare. sed intelles Etu ssecundo
progressus ultra componit illas passiones, ut simplicial intelle et a: et hoc
quando ßuerequandog false compræhendit ut infra sectione quinta datur opisnio
falsa ac apositione, confilio, fiue arbitrio opinatur. Buntur sunt notæ eorum
quæ sunt in voce, non autemdi dequibus Alexander forteait dee isdem rebus fæpe
uæ: ergo oportet uocum SIGNIficationem exponere, seu rectius ponere. Contra
placet Sueffecum græcis omnibus notam elle executionis. Sed nec ipse
quicontradicit diffi cilere fellitur, non enimdiuus AQUINAS afirmat ergo aliquid
supra tra et tatum, seu, ut ipsia iunt,
colligere supra execustum, sed ex prædicatis ac præceptis inferre, infra confidei
randaspræ cognitiones ut nosetiam diximus et itaes xecutionis est nota propter
eanon uniuersatim eft uerrum quidem igitur notam efle executionis, quæexan te
positis no ntr a haturnam nomen definiens, nomen in quitquid emigitur eft uox
et c. definition autem nominis exante cognitis partibus sequitur similiter
secondo priorum deenthimemate tractans, declarator et posito quidfis
gnumdicatur, intulit Enthimema qudem igitur est syllorgismus imperfectus sed
alii arbitrantur, ornatus causa a græcis poni.fica NOSTRIS LATINIS quidem enim
adexory nandam orationem ponuntur: Mihi Arift. uerba et pro cellum
consideranci, quando que epilogi, quando q exer cutionis, siue ornatus ellenota
uidetur: quod facileex fuperiore et inferior scriptura, ne ambigua estimentur,
perspicuum fiet. Quærit Ammonius cur dixerit. quçscri nos diuersos sensus
habere in quo Magentinus fruftraconatur, Alexandrum arguere. itaphi sensusuarii
quos exueris simplicibus cognitis et eifdem, acanaturacon di non sunt literem
et elementa sed horum partes i secundo fiftentibus intellectus coniungit non
omnibus iidem Xerit .literæ et elementa sunt SIGNA eorum, quæ in uoce: duobus
modis respondet, primo hic Arif. de nomine et uerbo, acaliis propositis in
proæmio speculari, cuiusmo aitq si'uerbum Aris ad omnem dictionem extenditur
litteræ proprie sub his continentur quem scribuntur, elemens taueroquæ proprie
in prolatione consistunt, subhisquem in
oce. Sed Arift. generatim loquitur de vocibus SIGNIficatiuis ut pars
definitionis eft omnium, quæ in proæmio definire proposuit. Sed in libro
poeticorum elementum definitur, a uox fit indiuidua: non omnis, scilicet per se
significans sed ex qua intelligibilis vox fieri poteft.hic uero dixit eaquæ
sunt in uoce.i.arbitrium, confilium, an passiones simplices quas de ipsis
habemus, easdem res cognitio, intelligentia sunt SIGNA SIGNIFICANTIA et intelli
SIGNIFICARE dicantur: cum semper fint distinguen deutdie gentiam conceptuun
explicantia, non igitur hic eft fers uerfas res continentes Responde as
aliudeile dicere paso mo proprie de elementis ex literis, quæ eadem sun tre, li
fiones primas effe similitudines easdem, id eft a natura cetratione quam diximus
differant, ledde uocibus SIGNIFICANTES fignifi constantes, aliud passionesesse
naturales fimilitudines rem patibilem affirmamus primo de anima tery tio de
anima ratione phantasiæ fiue cogitatiue quæ funt,l icet a positione et
opinantium consili opendeant. His positis, patethorum duntaxat Arist.
meminiffe, quia hæc sola sint uere omnibus eadem, adquæ anima cons paratur ut
potestate recipiens quam obrem passiones Arift. appellauit alii autem
conceptus, aut non iidemdi cuntur, autadillas, quas diximus passiones et
similitudines, reducuntur hæc dehisha et enus quæ tunc docenda erunt cum de
anima dicemus. De æquiuocis ambigunt. id est natura consistentes habebunt:
quibus plura cognosscunt et representant, acreferunt licet voces quarum proprie
ambiguitas dicitur, non naturas inteædem feda positione SIGNIficent: æquoca
enim rem unam cominus nemnon habent: fed tantum uocem et hoc responsio, diz ui
AQUINAS dictis, eft fuita. Sed obiicies ut Suella contra Porphyrium ubi voces
funt eædema consilio, pofitæ, easdem primas conceptiones fine erroreaut falso
SIGNIficant; non ergo ambigue loqui contingeret, ne quedifting bis. ubinamin
Ari. patet, similitudines in primis esseres rum simulacra et naturalia
ficutresnatura eædem omnis bus sunt? Respondeasextertiode anima animam,
quodammodo efficiomnia,cum omnium formas,aut sensu, aut mentes uscipiat et quia
singulorum formæ per animam cognoscuntur, LAPIS autem NON EST IN ANIMA,sed
species et forma eius primum lapidem representans. Primum ergo similitudines et
species rem et DURAM LAPIDEM ESSE repre reautillic Arist.dicit. Ad phantasmata
intellectus confers tur, ut sensus ad SENSIBILIA a quibus natura mouemur: atque
impossibile dicitur, qui nuis istangamur. Itemne celle Arilair, intelligentem
phantasmara, id eft eorum SIMILITUDINES, specularit ex res autem o narura
constent, tanquam omnibus perspicuum omittatur. Amnionius di de anima ad
poftremo relatum dixit cæterum prodig tum de hiseflein libris de anima,
scilicet tertio de anir TEX. BOETHIT. De his uero dictum – LAPIS EST DURA – est
inijs, qui sunt de anima, alte rius enim est negocij. Eius demrei uel
diuerfarum nam analoga, ut primum offensioad arteriam, fideconsulto et
composito siat, illac concipiuntur, diuersa continent, ordine, comparatione qua
commeat spiritus uox eft: tussisuero, non eft ea uox: seu proportione adunum
collata. tamen eorum prime intelligentiæ fcuconceptiones eædem dicuntur, id eft
naturra non arbitrio uariæ ficut voces: qux comparatione, reu proportione dicta
A POSITIONE SIGNIFICANT simili ratione ambigua, id eft æquiuoca, primas
conceptiones easdem, nus, quicum SIGNIficatione aliquaemittitur. Sed postula
quamuis per eadem loca, machinamenta proueniat. quia, scilicet non ex proposito
accidit nam aitfi necogitatio ne aut consilio vox missa, non est vox nam “hocomnino”
in definitione uocis collocandum eft quoniamuox eft so in guere
differentes, qui satis ex notis locibus, atque errore, conceptionibus
conftituere poffent, quod fit ads sentant, nam intellectus omnium, de rebus
senfibilibus primum uenit, ex quibus VISA quædam et similitudines procreat ad
quasintelligens feconuertit et cum intelli uersariorum consilium,aut quid
ueline Dicas his disting dioneuti opus non effe, quibus ita hæc nomina sunt
perspicua et communia, ut quasidomi ab ipsorum positione nascantur. Sed his qui
quasi modo nascentes de notissimis rebus atque nominibus hæsitant, nihilq; ab
aliisexplicar tum nouerunt: qua de causa, diftinctio in bis nominibus fiet, quæ
habentur dubia: quorum res abditæ et arbitrium consilium plurimarum rerum et
conceptum non gie necesse est simul phantasma aliquod speculari. phang ialmata
enim, sicut sensibilia sunt: præterquam tertiode aninia sunt sine materia.
fecido natura constant similitudines: non ex arbitrio pendent: quia ad
similitudines comparatur patibilis intellectus, ut natura pure potentia aut
poteft ate recipiens tertio de anima in natura enim anime ef tunum natura
agens, alterum natura patiens ficut in omnia lia natura monstratur tertii.
Prætes perspicuuin dicitur. Ad textum nunc redeamus. Ex uerbis his collige quod
supra docuimus uenforqui dem igitur quandog ad exornandam orationem ab Ari.
poni, ut hic: nilenim ex supra cognitis infert, neque alia quid exequendum. seu
tractandum proponit. Queresab Arift.cur istorum naturam dillerere diligentius
et proprietates omittis? quibusg ab animantibus instrumentis uocalibus
proueniant: pulmone et aspera arteria, aquos ma at conceptus dicit mentis
primi, quid intererit quo minus fint phantasmata: Respordet an neque alii
phantasmata sunt, uerum non fine phantasmate tum in rum primo, uocis materia
aer præstatur. ab altero, voces graves et acutæ effigiemfumunt.& q
articulate dicantur a lingua, palato labiis, ac dentibus ut animæ rationalis
motioni deseruiunt curhçcitidema positionc, alteraa natura confiftant atque
fimilitudines rerum sint primum fimulacra, voces uero passionum ligna, ac notæ
dicans tur: Ad hæc omnia putoAristot. respondere propterea abeo essereliaa o
alterius est pertra &ationis, id eft ad alium pertinent modum considerandi
naturalem deani, ma: nam pertra et are quanam ratione istaabaninia, ac
instrumentis eius proueniant, an a voluntate pendeant, ut operationes, ad
animam, suum proprium principium res rum voces primo res generatim
SIGNIificare, sedl ogicos feruntur, de quibus ut supra diximus, secundo de
anima differit ubi vocem significativa mex imagination animæ uoluntaria, Conum
appellat: hinc ergo patet voce sesse SIGNIificatiuas sic enim ad interpretatio
rum primo conceptus quod ex definitione Platonis aquo Grammatici acceperunt
confirmant nomen nem dicuntur conferretex et apositione SIGNIifica re quia ab
imaginatione SIGNIficant et voluntate ut commentato at Arist. asserunt. Arist.
enimait oportet animatum esse ucrberans et cum imaginatione aliqua, id eit
voluntaria cuius rationem adducens, inquit sunt in aninia et quarum passionum
eq voces primum gnasunt etc sed contra quia eodemmodo nomen defini, tura
logico, poeta, atque grammatico id autem ut verum fit in definition nominis
declarabimus secundo fin nisharumuo cum eft idem ei ad quem oratio enunciatiua
refertur hicautem eft interpretation rerum conceptarum, quæ idem sunt quod
conceptus: SCOTUS vero quæstione secunda respondet conceptus SIGNIficarerem, ut
similitudo et speciesrei, non ut accidens animæ dicitur, Sed non quæritur hoc,
sed duntaxat, an voces principaliter, seu vox enim est quidam SONUS
SIGNIFICATIVUS NON NATURALITER ut
SIGNIficatiuus est sonus respirati acris sicut tussis sed ab alio libero
movente hunc aerem ad arteriam. Ing quit etiam Themistius acute hunc locum
perspiciens hus iusergoaeris quem spirando reddimus percussion et quibus
imaginationem passivi intellctus nomine appels landamcensuit tertio de anima
primo de anima ex quibus tam obscuris verbis non potest concludi aliud,
nifiquod poftremo deduximus non enim video quid suadi et a sequatur, fi primi
et aliia primis conceptibus non sunt phantasmata, non tamen sine phantasmate,
line quo nihil intelligit animam, nisi conceptus primo phantasmata representare
et necesario: ut intulimus. Mihi autem VISUM eft, sermonem Arift. adomnia supra
di et a potuisse referri, cuius uerifimile argumentum poteft esse. dixit dictum
eft, quidem ergo in his quæ de anima, id est libris duobus secondo et tertio:
ut retulimus; non tertio solum ut Ammonius opinatur. Et ut finem tandem
quærendi faciamus paucis ad hæcadditis, poftres moquæramus nomina fiue uoces an
primo SIGNIficent res, an conceptus? Quidam respondent, grammaticos finientes
quod substantiam vel qualitatem significet et hic Arift.quæ in voce, ligna sunt
earum passionum quæ de his quidem igitur dicemus in his que de anima alterius
enim estnegocij: et um hoc Arift. Dehis quidem dictum efti nhis, quæ
in primis res aut conceptiones significent. Propterea uerius ad rem et
senfum accedens, respondeo et nobiscum, sinominibus non concinnat suella, re
tamé idem affirmat cum Alexandro primum pono voce tanquam ultimo in?
Tentumfinem et principalius, mediatetamen, SIGNIficare RES et extremum, voces,
an res ipsas SIGNIficent in contrariam partem Arift. et Comment. et quæ
scribuntur SIGNA et no iæ sunt eorum quæ in voce et li uoces PRIMO SIGNIFICANT
CONCEPTUS, et conceptus primum res, scripturæ ergo primum uoces declarant sed
contrarium, leniuum teltimonio et experimento monfiratur. Quia scriptura homini
et cei terarum rerum dequibus philosophi differunt, utimur, rei cum ipsarum
explicandarum causa præterea epistola in uen fecundo autem minus principaliter,
sed IMMEDIATE CONCEPTUS quæ duo afferta exemplo a scie manifestant urnam ascia
ut instrumentum efficit immediatum sed principale seu princeps efficiens est
artificismanus quod declar ta affirmatur, ut certiores faciamus absentes, siqu
id esset rans primo de anima octauoThemist ait qprincipale ac ultimo intentum
cognosci et definiri, indiuiduum dicitur: fed alio intermedio cognito forma
uero uniuersalis fine alio medio: ut tamen ad indiuiduum cognoscendum refertur.
Hæc di et ahisrationibus approbantur. Id quod eos scire aut nostra autipsorum
interesset: igiturres poftremo, ut ultimü et finis, explicari intenduntur. Item
fi quæ scribuntur SIGNA sunt vocum, autearum quæ extraani mam, quod impossibile
eft, aut in anima: uoces autemin anima conceptus dicuntur, quos ad rerum
explicationem in primis uoces SIGNIficant, ad quod SIGNIficandum nouos
referriut sinem supraretulimus. Nunc ade aquæ adducerum nominum inventorim
posuit hic autem ad rem explicandam uoces consticuit id.n. de uerbo considerans
Aril. et manifestans uerbum SIGNIficare, approbat, quia consftituit intellectu.
sed VOX PROLATA hominis tunc conftituit, et quie cerefacit intellectum non cum
ad conceptum: sed ad naturam humanam deducit ergo voces et nomina tanguls timum
finem in primis intentum res explicabunt licetins ter mediis conceptibus
præterea primo elenchorum pris banturex Arift. respondebo. Non solum querendum
quid philosophus dicat. Sed quid convenient errationi et sententiæ suæ vere
opinetur audiendum. Hunc enim in modum. Aristoteles Intelligimus quæ
scribuntur, sunt notæ eorumquç in voce i. confilii et arbitrii in voce quæ
secondo intellectus et conceptus res explicantes dicuntur. Sici nterpreteris
quæ ex Arift. adducuntur que scribuntur sunt lignaeorü, quæ in voce i.explicant
cum voces defuerint ea, quem ex plicantur per voces, quarum uice fungitur
immediateer go uoces sed non tanquam ultimum et extremum, quod mo, uocum finem
declarans Arist. ait: quoniam res addil serendum afferre non poffumus, utimur
nominibus loco rerum ad explicationem ergo rerum, consideration uocum
referturnon conceptuum, ut fine mulcimum. Amplius. Idem opus exercetcumeo,
cuiusuicemgerit, utdeconsu metaph. Ratio illiusrei, cuius nomen est SIGNUM,
definition eft uox igitur rei per definitionem explicatæ, SIGNUM dicetur. Item
teftimonio fenfuum confirmatur:quorum clara& certaiudiciasunt, eorumquærationeetiamiudis
cantur.Ad quidenimtam diu expectamus, flagitamusuo le, rege et pro-consule,
siue proregein vollendiscontro uersiis perspicuum est. Scripta autem vocum
uicem exercent. Idem ergoextremum significatum habebunt. explicationem,
scilicet, conceptarum rerum. Amplius literarum inventor, ad rerum explicationem
direxit et Auer. Ait scri cum interpretationem: nisi ueri inuenié di gratia in
rebus, pturas SIGNIficare uerba, id est fine medio et SIGNIficata uer quas
cognoscere cireftatuimus I denim uolumus et borum cum forte uoces defuerint,
hæc dequestionibus ardemus defiderio tang extremum. Ad hæc.fi conceptus sunt
inftrumenta ipsa rumuocum ut ad rerum notitian mediis conceptibus ducant nó
igitur ultimum et extremum que verum adbucest. SIGNUM autem huius est, hır coce
e ruus enim aliquid SIGNIficat, sed non dumuerum aliquid, vel falsum, fi non
uelese, uel non esse addatur, uclfine pliciter, uel fecundum tempus. Est autem quem admodum in anima aliquando quidem o
falsum. Nomina quidem igitur ipsa Q verba consimi liafuntei intelligentiæque
est sine composition neo diuie suimus et rationibu sacsensibus, rationem
confirmatibus fone, ut “HOMO” uel “ALBUM”, quando non aliquid additur: nes
approbauimus. Pugnabis poftremo, fi uoces, mediis con queenim falsum,
nequeuerumadhuc est. SIGNUM autem ceptibus explicationem rerum efficiunt: cum
immediate bus ueritas et falfitas inuenitur, hæc autem conceptus sunt, non res
ipsę. respondeasuerum et falsum in conceptibus, ut in rerum similitudine
inueniri: quæadipfarumuerará rerum cognitionem refertur uerum in rebus est, ut
in causa. In poft prædicamentis cap.de priori et in fine huius primi libri itap
attributiue. i. per attributionem et collationem ad res, veritas in conceptibus
erit: uere autem, ut in causa, in rebus. Dices propter quod unum quod am tale
et illudma césrefertur, ueascia admanus artificum: quod suprapor SIGNIficatum
non ab organo sumi oportere: sed ultimo explicare conftituunt. nam quod uicem
alterius perficit, dum uerum aliquid uel falfum; si non uel esse uel non effe
fatis, ac principale SIGNIficatum vocum dicentur. Etfiobiicietati quidem
intellectus fincuero, uel falso, aliquando autem cuiiam quis Arift. textum,
quem retulimus voces PRIMUM SIGNIFICARE CONCEPTUS intelligas fine medio alio.
non tamen,ut necessees thorum alterum in effe, fic etiam in uoce. Circa
compositionem n. o divisionem, eft uerum,o falfum. No ultimum et extremum
SIGNIficatun. Nam uoces dicuntur SIGNIficare conceptus, ut rerii sunt
similitudines ut ab ipsis rebus conceptus uenisse ad intelletum dicamus, quas
novissime, ut finem et ultimum intermedias conceptibus per voces clariores
NOSCAMUS. Nec secundum eorum argumentum concludet. Voces ea in primis ut finem
SIGNIficare in quis mina igitur ipsa et verba consimilia sunt ei, qui fine
comegis. Si ergo voces mediis
conceptibus explicantres, igitur uoces magis et inprimis conceptus, q res ipsa
saperient. Dic Aristoteles locum ualere in causa principe. i. principali non
iuuante tanquam instrumento, quomodo conceptus a duo intellecus et cogitation
fine vero uel falso, aliquando autem cuiiam necesse est alterum horum ineses,
ic, etiam inuos ce. Circa compositionem enim et divisionem estuerum conceptus,
ut accidentia denotent, nunquam substantiam explicabunt. Paucis, ut supra,
respondeas, tocum propria addatur, uel simpliciter uel secundum tempus et
extremo fine intent. Quod quandoq substantia quando g accidens appellatur. Huic
veritati Alexander et Themistius ascribunt, etc. Ammonius non dissentit.
Secundo quæs ritur, an scripturæ siue quæ scribuntur, tanquam ultimum
Magentinus hunc in modum Aristotelis textum cum præce denticonne et tit.cum duo
sint investigata. Primiiquonam modo nominis et uerbi SIGNIfication intelligenda
ellerutrum TEX. BOEZIO (si veda) Est autem, quem ad modum in anima, aliquando
positione, divisione est, intellectui. Ut
“HOMO”, uel, “ALBUM”, quando non aliquid additur, neque enim falsum. Ne huius
est, quia “hircocervus” aliquid significat sed none E hæc duo
fineab Aristotele, posita, causam et finem curitapo ratiocinatur. Quem ad modum
in anima intelle usquando fuerit, non declarant:ut.l. quid nominis partium
definir tionis nominis et uerbiorationis, enunciatiuæ tang præs cognitions
ponag ntur. Alterum etiam secondo dicúrey fello. Non et enim video ubi
investigauerit Aristotele inquibus verum et falsum inveniretur. Quod nucquog
inueftigare constituat. Item pugnantiacum Ammon. dicit. aitenim in anima eft
quando querum aut falfum et ita probatio Ammonius per hæc utilitate in ad
institutæ commentatio, esset minorisibi. Circaca in positionem. n.intellectus
et di nis propositum tradi cum. C. verum et falsum sit in mentis uifione
meftuerum aut falfum conclufio ut claratuncre concepribus et uocibus ut
SIGNIficantibus et quodnumcdo linqueretur ergo itaerit in uoce sed uere arguit
ex hypo cet philosophus non in his simplicibus sed compofitisue theli, non
potential cathegorico syllogism nam cumpos rum et falsum spectari non nominibus
nisi ut peroratio fitionem quodammodo ignotam manifestet, non syllogir n e m
enunciatiuam a firmativam coniunctis, vel per negativam divisis, ita gnó in
quit hæc quæ diximus Aristotele docuif m o arguit. Ex quo aliud ignotum natura
concluditur, sed ex hypothesi, ut diximus et infradicemus. Prætere aut Commen
et Ammonius asserunt ibi circa compofitionem enim et diuisionem non minorem sed
approbationem unius partis antecedentis apponit. Aliquádo intellectus cumuero
et falso fit SIGNUM est particula enim quæcau sam propositi denotat, scilicet
quia verum et falsum sunt circa compositionem, id est affirmatione, quaaliquid
cum falsum in compositione et divisione sequuntur intentiones se: sed nunc
docere et in conceptibus et vocibus ut SIGNI? SIGNIficatiuis, falsum et uerum
spe et ari,dum coniunguntur aut diuiduntur non persesumptis. Addeex Amm.hæc Aris. Nunc docere ut alteram orationis
parte mante cognoscat. Dices pro Magentino illa quæ dixit, ab Amm.ferem aduer
bum superiori textu sumpfife cuminquit cumhæcitaq percaquæ nunc
dicunturtradentur. Iuocesesse SIGNIficati was rerum mediis conceptibus tum uel
maxime quibus in rebus quocunq fuerit modo ueritatem ac falfitatem scruz
tariconuenict C. inhoctex. Addés uero quem in textu supe intellectus. i. sunt
in anima, sexto metaph. Ergo eruntin riori confideret ait. de quibus in
præsentia nobis perpen uocibus seu uerbis significantibus ipsas conceptiones,
ut fioest. Utrumin rebus anmentis conceptibus, an uocibus, Comen. animaduertit.
Exhis declaratis etiam patet,q in aninquibufdam. harumduabus: anetiamin
omnibus. telle et usfitali quando finc uero aut falso, idq; tangexsuo fiin
uocibus qualibus his scilicet compofitis non nomine et uerbo et prædicamentis,
ita incompositis conceptibus qui causa funt locum, no per le in simplicibus nec
compo! Fitis rebus) Sed animaduerte quod dixerit nobis perpensio uisionez.i.
line uero aut falso hæc exemplo manifeftat subs inprçsentiaeft) quod tamen
inferius considerabit. neg dicitab Arifthæcquæ ipse perpendit, inveftigata
nec'ait Inveftigasse Aristan SIGNIficatio nominis et uerbis olī, pen
deatexuocetantum, an ex intelligentia uel rebus: sed quo cunq; fueritmodo,
inhisueritas et falfita seft, ute xplicátis bus instrumétis hac enim ratione
res ipfa sabiecit adquas famen ut extremum et finemultimum explicandas, uoces
ter et non admittunt: ergo nec dequominus: nistuery et conceptiones animæ
referuntur, q siquispiamhęcquæ bum effe affirmatum, aut non effe negatum
addatur. fim eft fine uero aut falso, quando cuihorum alteruminesse necesse
eft, ita et in uoce: hoc totum eft propofitio maior, affumptio et minori
bi.circa compofitionem enim et diui rionemestuerum et falsum et non circa
simplicia, ita ergo erit in voce. Sed contra: quiaminor hæc effe debuiflet: fed
alio componi SIGNIficatur, aut diuifioné, id est negationé, qua explicatur
prçdicatum a subie&to disiúgi. et uerum et opposite perspicuum utcorolarium
et consfequens posuitcū ait. nomina quidemigituripsa et uerba consimiliasuntei
intelligentię fiue intellectuiquiestfine compositione et di ftantię et
accidétis: “HOMINIS”. C. et “ALBI” . utexhisomniaalia prædicamenta
intelligatur. quando. n. his non aliquid ads ditur, fcilicet uerbum prædicatum
“ALBUM” cum “HOMINE” suz biecto coniungens, neque falfum ne que uerum adhuc
eft. Hoc denominehyrcoceruimanifeftat, nanquehuiusinor di compofita nomina
uidentur uerum aut falsum admity exvocetanti: m, aut sola intelligentin,
an ex resolumuos ex Anmonio dicimus non probarit, inutrunq zfitdi&tum.
Cesitemper animi sensus rerum elle interpretes. Secundo inquibusuerum et falum
invenireiur quòdnunequoß id ostendendti Arist. proponit. fedutrunchiltorum
reiicio. non eniin supra investigauit. Sed pofuit, ut persenorum, AQUINAS
dicitq postquam tradiditordinem SIGNIficationis vocum – H. P. Grice: What an
utterer means, what a sentence means, what a word means -- , hic agitde diuersa
uocum SIGNIficatione: quarum quædam uerum et falfum SIGNIficant: quædam non.
Sedli cetuerumdicatur, ut de Ammonioreiulinius: tamenfine nomina et uerba
SIGNIficatiua efle, cx hoc peaquæsuntin cuius gratia ista ponantur,fubricuit:
Licédumigiturcum uocefunt SIGNA ET NOTAE SIGNIFICANTES PASSIONES nullomes
diointerie et o, hisautem mediis, tanquam ultimui, res explicare. prçterea non
uideo ubi inuestigarit, an nominis et uerb SIGNIgnificatio intelligenda esset
ex uoce tantum, aut intelligentia tantum, aut ex re solum: fed hoc posuit sunt
uæ, quibus etiam differebantabaliis: nuncuelleconstitue quidem ergoquę funt in
uoce et c ut SIGNIficatio sumatur non ex uoce tantum, nonintelligentia, fed
arbitrio,cognitione, et CONSILIO et
imponentium consensu, quem in uoce re feuante cognoscere differétiam,
qua oratio differtano mine et uerbo: et quaoratio enunciatiuaaboraroriis
poeticis optantibus et c.separatur et quoniamquępones reoportet et antecognoscere,
ut per senota, non isialiquo facili instrument innuidebent nullo modo
demonstrari. Propterea ex fimili seu hypothefi, &cóceflo, acpofitotery
expaétione et confilio reliquerunt acuoci per attributio né dederunt at
nullamentio eftfaéta de rebus, anabeasu mendaeflet SIGNIicatio nominis et uerbi
quoniam maxiy m u m esset ignorationis, ac inscitiæ in Arift. argumentum, firem
tam perspicuam, nec dubiain pro occulta quæliffet tiam definitionis partem et
differentiam manifeftat.cũ inz quit. esid. ubi, ',proenim Magentinus uertit. ut
causam hic assignareuelit ut Ammonius et Aquinus dixerút, acdubia.
cuieniniuelrudi dubium uideretur, nomen et uerbum quod ut organum et instrumentum
SIGNIficant a rebus, inftrumenti SIGNIficatiu et organi cognoscendi alte rum,
SIGNIficationem habere, cum tantü SIGNIficentur, et nul lomodo SIGNIficent ine
SIGNIficare et explicare,utorgas num logicum uideantur? Item ea
SIGNIficatioerat nomio nis et uerbiponenda, quæ ut præcognitio partium
definitionisadea cognoscendadirigeret hæcautem eftuoxa de quo nunc differemus
aitergo de antecedente syllogismi exposito ficutuelquem admodu menim eft in
anima intellectus cogitatio, intelligentia vóruceenim ifta SIGNIficat.)
aliquando quidemsine uero uel fallo: aliquandouer rocui necesse esthorum
alteruminesse. Ex hoc posito et notiori antecedente infert quodammodo ignotumin
choantibus consequens ficetiam in uoce ut SIGNIS ET NOTIS CONCPTVVM erit,
aliquando sine uero uel fallo ut in nominibus et uerbis, aliquando
cuinecesseestiam horum alterumin effe: ut in oratione enunciatiua,
Suellaueroita pofitione SIGNIficans,non res tantum SIGNIficata: a uoce ergo et
intelligentia in voce relicta, Ctributa fiue attributa SIGNIficatio nominis et
uerbi pident, no ar ebus. Amplius: Suela nam licet fupra male textum Arist.
declararit Sucr sa, nun cueritatecoaaus idem dicit quodnosin explicans do
philofopho dicebamusp ofitisduabus partibus defini tioniscómunibusnomini et
uerbo et orationi enunciatis pliciter, efle, quamartemutexemplar,
adopuseffin latenus inc aliquiduocum: nec eorum quæ in voce, no ut
gendumexteriusafpicit, qopusexarte notioriinmates finis: cum conceptus prior
fit uoce et ueritate quem in uoce confiftit: non ut agens.quia res agens est, a
qua oratioues taut falsa vocatur sed non difficileest Amm. et Aquinas.
sententiam et opinionem, a Suessæ argumentis defendere. primum, absurdum
affirmat. Conceptus non tangformam SIGNIficant: qui in voce tang artificiali
materia relinquuntur: quo esseueriautfalliinuoce, cumnecaliquidfintvocum, nec
cumuiuocessuntnotæ: Exhisrespondemus: rationem eorum quæsuntin uoce: Peroenimabeocumsupra
dixe ritArift. Eaquæfuntinuoce etc.nonnifiarbitrium, et placitum,
cogitatiointelligitur: ut ipse metcum locum interpretans, opinatur: ergo
conceptus est aliquid existens in voce, non utopus naturaleest, sed arte.i.
uoluntate: confi et um. Itemipfeconfiteturuocemsignificatiuam,communeges
nusnominisuerbi& orationis enunciatiuę uocari: nõuo
lessuntsimilitudinesrerum.Seddicessecundomenunc cé, utnaturaleopus. Ergouta cognitione,
imaginatione pugnantiadicerecumhis, quæanteacontraAnimo.Boe uoluntaria
effi&taeft: ut signum fit ad aliud extraexplican thium,& Scotum
diximus: orationen dariinméte et no dum relatum: Et fecundo de anima Averroes
et Themist. tioremesseea, quæinuoceconfiftit. Diximusadhçcartis fumentes ab
Arift. asserunt: essentiam uocis interpretatis inuentoribu sueliaminuentam
docentibus, ineodem no efle percussionem aeris anhelati, ad membrum quod cana
tioremesse artem, acconceptionescūuero& falsoinani dicitur, ab ex pulfione animæ
imaginatiuæ uoluntariæ: et ma, quam exterius opus effictum:
ficinpropofito,excong infraqinessendo uocem necesse est ut percutiens habeat
ceptibus rationem coposuit, notioribusapositione signifi animam imaginatiuam,
tuoluntatem:effentiaergouol catis:quiquodammodonotiores:utindu&ionesensata
cispendet abipso conceptu et placito reliéto a positione patet infraenim
sectione quinta ex opposition maioriin in uoce, tangforma et uox uropus naturæ
interpretans mente, explicatitae! Tein uoce: Item placitum est causa, a placito
ab anima etiam, tangagente, depédet: nam secundo de anima.
percussiorespiratiaerisad uocala arteriam ab anima quæinhispartibus uox eft ut efficiente
causa hinc Cómen. Inprincipiocómentiait oportet igiturut percussioaerisanhelati
ab anima, queestisismé præcognitionem partistertię definitionisratiocinatur:no
brisadcannam, fitillud quodfacituoc a et inmediocom igitur demonftrationem
effect quæadnaturaliterignos menti primum enim mouens in uoce,estanima,imagina
tiua et concupiscibilis et ideouox eftsonusilliusprimi uolentis et mouentis.
Etq etiam dici pof sit quodammo dofinisuocum, perspicuum est ex his,quæ
fupradocuio mus: fine muocum effè eriam res conceptas: namorgal na ad eorum
opera, tang finem et ultima, diriguntur.pris mo topic..cumnonpropterse, sed propte
ralterum exo petantur:sed uoces SIGNA sunt ET NOTAE CONCEPTUUM adquos
explicandosreferimus: finesergo medii,licetnon ultimi tumdir igitur. Secundo
post.primo. necillam utperitus ad rem per se nota efficere potuit. ne ipse
suampręcogni tionum artem confirmaturus experiment contrarioinfir maret.
Itidemminime consecurionem ualere dicimus:ra tio ex caufis eft notioribus,
ergodemóftrationempropter quid aut simpliciter constituere affirmabitur quoniam
alte rum& pręcipuum demonftratiodi &arequirit.utadigno tum naturaliter
dirigatur, non ad pręcognitionem ponendam, utpersenotam:nam primopofte
veręetiàdefis uocabuntur: Exhisfacileeiusrationibus respondemus. nitiones,
quidtantum nominis non ueræ definition suim haberedicunturab Auer. Utpræcognitiones
sunt:ita et fi hæc præcognitio ex caufamonftretur, nonutdemonstras tiua, fed ut
ex fimili accepta, et uisa, et alibideclarata; pros ptereatopica potius,
quàmdemonftransuocanda:noto pica,o fitdubia, autfalfa, immouera, sed hic
accepta alig biuisa philosopho et hic posita, utc redita:dequo latius
ressecundum feeffe dicantur, nótamen apudeosquicon ceprus et res conceptas
ignorant: adquarumexplication nem, utultimum, referuntur. Ad tertiam de agente dico:
inquit exAmmonioait. Primo quiahæcconfi& anomina rem, agens remotum uocari:
aquo intellecus phantasticus falsum significare uidentur: ut. Aquinas ait.
Sedcótra.quia fimilitudiné abftrahit: sedanima, ut naturaagens,uocem ab
Aristotele dicitur sed non dum uerum aut falsum signifi interpretantem tang
operationem propria mefficit, &lo cant. Nifi effe aut non effe addatur:
ergoutrunque signis gico tradit: cuilogicusproprium considerandi modum
ficareuidentur. Item causa assignandafuiffet, curexem attribuens, utinftrumentum
significandi et explicandicon pliscöpositis (que uerum dignificare potius etiá
uidentur) Ad primam, utpatet, intelligentia, inuoceartecong fi et
tareli&ta,eft,utaliquiduocis.i.forma. Ad secundam Q non fitfinis, nonualet,
idpriuseft,ergonon finis:Deus enim eftpriormotu&creatura,quæad
Deicognitionem deducunt, ut signa et effe&ta ad suumfinem cognoscenda
directa: fimiliter dicatur de uocibus, et fi conceptus prio
riaexternareli&um: manifeftum eft argumentum qdixit Arist. bon uoces:
sedeaquæsuntinuoce, suntsignapass fionum et conceptuum,utnaturaliumsimulacrorum
et res rum fimilitudinum. i.cóceptusapositione,(utratio)signi exfimilinotiori,
et fuperiusab Arif. pofito, exlibrisdeani maprocessisle: ficutinanima
eftaliquandointelle us fineueroautfalso, aliquandocum horum altero: ita& in
uoce: et de uero et falso loquitur
utAlex. et Ammo.ac cæteriboni expositoresaffirmant)orationisenunciatiuæ, et
denominibusfignificantibusaplacito,nonutnaturas quamobremuoces significant
cúfiuntnotæ. Necproptes reao conceptusutcaufedicuntur.quosnomina et uoces tanquam SIGNA et effetusimitantur,
afferendúeftArif.des monftrantem rationem efficere: namhich ypotheticè ad Deoda
nieprimotopic. dicemus. Quæruntcur Arift.fis
&aprotulitexemplapotiusquàmuera.Sueflasumens ut pliciter, quod
præsentis efttemporis.aut secundum tome pus.i.præteritum& futurumut Com.
explicauit. De Am monii expositione dicemustunc,cumaddubiaresponden bimus.
Quæritprimú Suessa.qualisnam ratiocinatio Aris. fuerit(quéadmodum inanima
quandoq intelligétiafine ueroautfallo, quando quehorumalterumnecetle eft in
esse.respondet. Aquinas et Ammo. intex. præcedenti,nes liderat, accognoscit:
Respondendum ergoest uteftdig &um Arift. exhypothefileu positione,& ex
fimili notion riprocedere: quod quemadmodum particuladenotat. dum asimili: sed
a causaquamimitatureffectus, proceder re. nam Ammo. ait: circa enunciatiuam
orationem quæ quæsupraetiam Aril. poluit: namproptereauoxfignum
exillorumcomplexuefficitur, uerum et falsum spectari. ¬aexterius
explicansdicitur, qapositione et intellig ante voces quoq;
hæccircaconceptuscósiderari.utqui causæ
uocuinlunt,aquibusconceptusfimplicesfineueris tate, et compofiticum uero et falsodefignantur
et declas tantur: Responsionem improbat Suelta: quia conceptus non causaueriaut
falliinuocetang formasunt:cumnuls duftioncperspicuum eft ut
Amnioniusanimaduertit no tioremartem Seddices ratione inaliniilieffe& et
tamex ignotis concludes re, nanieaexquibushic ratiocinatur, extertiodeanima
infrasumuntur: hæcautemtanquam ardua,& inchos antibus
difficilia,utphilofophus,& relinquendasupra nosmonuit: Satis huicrationi
faciendum arbitror ex his, gentiaatqzarbitriopendet:ineo presertimartific
equivoces impofuit: uel ab impositis et Gibi notis nominibus, regulas logicæ
docet:in mente enim artificis& docétis ing E ii quærimus, ad
que causa hæc nondirigitur. Tertio dicit: ut
quçinintelle&usuntfolo.sednefcioquçueritasdicipót,
cuinihilextraresponderinre:cum infra& inpoftpredi camentisdicatur abeoq
resest, uelnoneftoratiodicitur uerauelf alla remota aūt causa et prima radice,
ceterade ftruinec effe eft. Item Aristotele de vocibus loquitur. Propterea mihi
hoc libet dicere. Hac de causa fiais exemplissuasen tentianicomproballe,o
fi&aamer a positione significant: et ideo magisobuia& perspicuaacconsuetafuntadexpli
candum: ut quod ámodonotiora, ut magisuulgata, exars omnemueritatem haberiin
compofitione& diuisione.ne excludatur ueritas apud Platonem in
intelligibilibus,& in telligentiisfiuemenubus,&
apudArift.desimpliciuming telligentia et abstractis: fedeam que in
pronunciatiuissubs est motibus, scilicet cum discursu: seu ratiocinatione: quæ
perenunciatiuam fitorationem.&inniotibuspronuna ciatiuis,non invoce solum
(intelligas) exiftentibus:fices nimtextui Arift.& eiusdillisaduersantiadiceret.sedetia
ne&diuifionefalsum et uerumremouerineceffeeft:pro ptereaergodixit,
(circacompositionem at causam noia ret: sed ad nomina in uoce descendens ait
non significare uerum, aut falsum: significare enim proprium eftnomi num,
quæinuocea compositione significanteconfiftunt. PetitAmmonius quomodo uerum
fit, circacomposicios innueretueritatem non in rebusreperiri:fedinhisetiam, nem
et divisionenelle uerum et falsum. Responder non nonutitur: ficut utiturhis,
quæ falsum significare maxime affirmantur. fecundam causam adducit: utinnueret,
non solum nomina simplicia ad ueritatem explicanda indiges reuerbo sed etiam
ipsa composite. Sed idem est dicendum de nominibus compositis ueris, nosautem
de fictis proprie non bitrio plurimorum: exhistamenfi&lisnominibus,
aliaue ca intelligendasunt. exempla autem innotescendi gratia inuenta,
exuulgatis& consuetistr ad endafunt et lificadi cantur: quibustaméuerum
facilius inueniamus, autinuen tum facilius doceamus: Petit Suella cur
Aristotele.dixerit conpositionem significare cum uero et falso, non autem
significare uerum aut falsum i respondet, hoc differreinter significare uerum
et significare cum uero:quias ignificare ueru potest uere in nomine simplici
inueniri:u.g.hoc nomen uerum aut fallum, simplex verum significat.i. se ipsum:
sed significare cum uero, eftfignificare cum uerbi complexu ut de uerbo
dicetur, significare cum tempore, notempus: ut dies et annus sedlicethęc
dubitatione relinquenda foret, cum id quærat, quodin
Arift.textunoneft:tamenneaus inmotibus pronunciatiuis, ideftquicaufafuntutper
enung ciatiuam orationem pronuncientur,ueritasergoquacon ditorum ingenia,
obuiriau&oritatem fallantur, ponere& cipitur,aut enunciatur aliquid
ineffc alicui,folum circa con pofitionem et diuifionemeft,utspeciesorationisenuncia
tiuæ.dixieam ueritatem circacompofitionem elle,quæ concipiturinmente,
uelexplicaturinuoce,& quaprædiy catuminesse subiectoaffirmatur:quoniam
primotopic.4, loca accidentis propriè dicuntur,quibus potentes fumus concludere
hæc alteriineile:& ideo locaeducentia uerum enunciative propofitionis
dicuntur loca accidentis et veritatis qua aliquid alicui in esse concipitur vel
explicatur:Sci scitatursecüdo Ammonius cur Aristotele dicens nomina igitur et
uerba consimiliaíunteiqui sine compositione et divisione est intelleclui
exempla protulittantum nommun, non uerborum dicens, ut “homo” vel “album”.
Respondet per hominem nomen: per “album” verbum fumpfiffe: non eata
meninquitratione, qua verbum proprie inferius definitur. Sed quia Aristotele
statuit, omnemvuocem quæt erminum prædicatum facit, verbum appellanda. Sed
responsio hęc improbandauidetur: primum q Arift.nondieetinfraprę
refellereconstitui: non. n. Aristotele dicit compositionem cum uero aut falso
significare: sed ait circa. n. compositionem et divisionem elle veritatem et
falsitatem. Item de “hircoscervi” nomine afferuit. “Chircocervus” aliquid
SIGNIficat, sed non dum uerum aut falsum de nominibu sergoopposiy dicatumu
erbum appellandum fore: quod fictiam dices tum dicit eiquod Suellafingebat:
nomina non significare ret, exemplum albiquod posueratantea, adexplicandum
uerum aut falsum, sed significare sine vero aut salso: Eiusery uere uerbum,
inutile videretur:Aliter igitur responden, gore sponfioin textu
Aristotele.infirmatur, cum denominibus dum. His exemplis dicta inchoantibus
comprobandaque compositis neget significare verum aut fallum: differentia etiam
abeo assignatauerbis Aristotele, adversatur Ampliu snec potuisset Aristotele
dicere, compositionem et diuisionem verum significare, na in compositio. i.affirmatio
et divisio.i.negay cumuerbonominibus:tamenutnotaprædicatumcuin
ciosumerenturinuoce quo infrade oratione enunciatiua dubieto connectens,
dubiumfaciunt, anuerum et failum dicetur. Litoratio significans verum vel
falsum, &inqua fignificent, signum est. Ammoniusetiam tanquam duy
eftuerum& falfumutinfigno externo significante:nam oratio in mente, non
significate positione, ut hic intelli, bium quærit de uerbis primæ et secundæ
personæ “ambulO”, “ambulaAS” et in quibus tertia persona et certas statuitur.
Git SIGNUM est opde nominibus fimplicibu s& compofitis, line uerbo, intulit
dicens nomina igitur ipsa auteur bacó similia sunt fine compositione et
divisione intellecus. lt homo et album hircocervus quæ et si aliquid simplex
significent, non dum tamen uerum aut falsum hæc autem nomini in voce sunt,
noninmente: quiafiutinmēte essent, ut ningit. quæ veritatis et falsitatis
videntur capacia. Licet nonperfe, fedcomplexuhorumuerborum cũcertispery
fonis.nonitadubium eft de nominibus, dequibusinse acceptishæstat nemo, an veritatem
significant aut falsitatem: Quærit nouissime Ammonius quid intellexerit
Aristotele. Per simpliciter, uel secundum tempus cum ait. (hircocery
considerentur, non dicerenturno significare uerum aut falsum et q effent
fimilia intellectui fine compositione& diy uifione: quia essent ipseintelle&us,seuintelligentiafineue
roautfallo: Dicendum igiturin questionem potiusuerten dumcur dixerit (circac
compositionem.et divisionem, ut inmentesunt, est verum et falsumj denominibus
autem in uoce corolarie inferens,ait:(fineuerbonondum uerum uusenim
aliquidsignificat:fednondum uerumaliquid autfalsum, finon,
ueleffeuelnonesseaddatur,uelfimpli citeruel secundum tempus. respondet sermonem
Arif. ad eadem referens verba, inquiens: nifi effe addatur fimplicis
ter,ideftnisi effe addaturindefinite et indeterminate significans: ut “Fuit
hircocervus” est, auterit. Non definiens, ac determinansan hodie, sero, anmane,
perendie etc. vel aut falsum significare. Ad quod respondendum, quod fecundum
tempus, ideftnifiaddatur cum aliqua determis propterea vox quando
eftfineuero&fallo, quandoque natione tempori addita præsenti, præterito,
uel futuro, cum his, quia circa compofitionem et divifionem intelle,
sciliceterat,eft,erit,herianno superiori, hodie uel cras, et us eftuerum et falfum:ex
quo intulit de nominibus in autsuccessiuotempore.quam tamenexplicationemaci
uoce, gfintfine uero, X fallo ex eadem causa, pfimiliasing intellectui fine
compofitione et divisione: circa quæuerum cipiens Magentinus uel in latinum
vertens non intellexit: cumpereffef smpliciter et omnino, in, finitoacdetermi
et falsum uersatur, ut caulam, quaposita, uerum aut falsum i ponitur. et hac
remota (ut in nominibus fineaddito uery natotemporeintelligat. Ad tempus uero
et in tempore infinito. tragelaphuserat, uel erit, hęc.n.infinitafunt: fed
bouidetur, quæ fimiliasunt intelligentięfinecompositio eft presentist emporis,
aitdefinitumelle:l iceteft, ut de Deo facilius conftitutam sententiam approbant
verba aute in ut dicetur quandam compositionem significant, quam licet ex se
non habeant, sed ex alio, ex compositis, scilicet dicitur infinitum
significet: Idem Deus, erat, et est, sed in aliis rebus, tempore non definite
uti murita. Hinc liquet, igitur erunt: quæ et fiacu et explicite verbii,
prædicatum et subiectum ut nomina non contineant, illata men eximigit, ergo et
hic per tempus dimpliciter, tempus præsens, 8C per secundum tempus præteritum
vel futurum: quæ pros ptereanuncupantur et lunt, quere tempus prælensciry
cunstant, iuxtas; ipsum ponuntur: propterea dixit, secun significat,
quemadmodum in oratione quaestequus ferus. Ofitis et precognitis partibus
definitionis nominis ac nunc ad definitione sponendas integras ac totas
accedit: sed Ammonius querit cur primo de nomine ade verbo definis dum tempus
quod non simpliciter et ina et ueft. Sed quod.tionem assignet? respondet, proptere a nomen
uerbo esse præteriit uel futurum est: solum præsens simpliciter et in actuest
utre et te. Aquinas exposuit. Nec Sueffe confutatio ualet et que liber
differentia temporis est tempus secundu quid: quoniam per aliquid ab aliis
differentiis differt: quod autemper partem est, fecundumquid, non
simplicitertas antepositum, qnomen substantiả.i. naturam et vim rerum
significat: verbum vero a&ionematqz affetionem, quænel Cellario naturam
acuimmouentem supponit. contraarguit Sueffa. substantia non nisi per accidentia
cognoscitur, prius ergo verbum definiendumq nomen: Ad instantiam, Am Icesse
dicetur: primo clenchorum. Sedĝfalla hæc fit monius facile diceret substantiam
cognoscifine describir improbatio patet, quiaens, cumin substantiamens
simplisciter diuidatur et accidens, inaĉtum simpliciter, et potens tiam
secundum quid, ne quaquam uere divideretur: quia per aliquid differ substantia
ab accidente et potentia ab aétu, &fi proprie differentiam non habeant.
Item ratiofal lit. lihęc species per aliquam differentiam acuprecipue differt,
rrgo per partem. Igitur secundum quid. accidenti aut posteriora accidentia vero
per substantias definiri, ut priores: fic Aristotele primo naturam quam motum
finiuit, aquamotus, ut perseprincipio, prouenit: et materiam primo phy..g
formam. phy. quæ a materia cuiu nitur& datellelustentatur, Aliteripse
respndet, proptere a nomen uerbo prætulisle, onotius est. Et iterbi feconuenire
Arist. affirmauit, sed enunciationitantu: erunt igitur enunciationes, cum enunciationis
proprium opusef signum. sed compositionem acueritatem comsignificat quan
fician. Suellanouariis Sorticularumdi et tis et improbatis sententiis, hocuisum
est: literas et nomina quo ad prima eorumimpo fitionem, non significare nidi in
complexum, nec cum uero et falso: sed quod quo ad nova impositio, nem,
significare possunt cum vero et falso: propter eaqapo in compositione explicare
fine additouer bonó possunt. Dis fitione sunt. Nung tamen erunt propositiones
aut enuncia cas Querbumetsi compositionem extremorum aétu non tiones: propter
eanóualereait, a, significat cum uero aut dicat, a et tionem tamen, et
affectionem significat, quæ causa fallo, ergo enunciation erit. Quoniáin quit
oportetinantes est, qpredicatum seu appositúsubie &ofiue suppositocon
cedenteaddere. significet ex prima impositione, nonau iungatur, uerbum ergo
lempereftunio comiungens apritu temex nova institutione. Sed contrahancadditam conditio dinesaltem cum in
propositione non est. Sedcunsecundum nem ex proprio arbitrio. Enuciatio prima
impositiones isse, acpurú accipitur: nomina uero sunt composita, seu quæ
significat propriecum vero et falso. Ego ubi est proprium apta sunt pera et tumuerbi
coniungi, proptere a nomina pen opus, necessario propriumerit instrumentum:
neq; enima denta verbo, quasi formauniéte et verbiianoíe quasimai nova aliqua
institutione propriú opus a proprio inftrosen teria, qunici habetp uerbum. Ut
materiaaŭt, tempore pre iungipoteft: proptereafi. a. b. c, etc. novis aut
antiquis concedit forma, et prius, ut facilius et ordinenecessitatisnos
Giliis&pofitioneimpositasunt, ad verum et falsum, seu ut menanteafiniendu.
Verbum vero, quniéda funt, prçsuppo ipfi volunt cum uero et falso
significandum. enunciationes nés, posterius ut ignotius et the posterius
explicandú: quas quando secundū se, acpurumdicetur. Ipsum.n.sic purumi
nullüueritatis et compositionis, aqua verum explicatur, est dam, nonperse, sed
quam sine compofitis nominibus non est intelligere. Gi ergo hac de causa nomem
præponit verbo, q notitia verbi in compositione verum explicantis, non pont, intelligi
sine nominibus compositis. Ita et nomina, uerum illud, quod Ammonius,
tempus simpliciter et omnino, ponentium CONSILIO coplcctuntur. Exemplo simili
Amm sus ideftindetinite et indeterminate significans, appellabat, Ma, gentinus
dicit esse tempus finitum et determinatum. Et parsticula, quam Ammo. adom né
temporis differentiam rer pra, cum dicimus "curro",
"curris", nin git, pluit, complexuhorūuer borum cúcertis
intelle&is personis, cú vero et fallof sgnificant. ferebar, Magentinus ad
solum præsens direxit. falsum igir. Nome compiuto : Girolamo
Balduino. Balduino. Keywords: il vestigio dell’angelo, Campidoglio Inv. # 334,
donazione di papa Gregorio, logicalia, interpretatio, interpretazione, logica,
signum, segno, nota, notare, notante, segnante, notificare, segnante, vestigio,
il segno del’angelo, campidoglio, san michele, vestigo, etym. dub. ves-stigium,
foot-print. – segno naturale – segno, genere e specie – genere: segno. Specie:
segno naturale, vestigio, marca, nota.. segno artifiziae, segnar per posizione,
arbitrio, a piacere, consilio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H.
P.Grice, “Grice e Balduino,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Banfi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale d’Eurialo
-- Niso; ovvero, la tradizione vichiana – la scuola di Vimercate – filosofia
lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice (Vimercate). Filosofo lombardo. Filosofo italiano.
Vimercate, Monza, Lombardia. Grice: “What I like about Banfi is that he is more
‘important’ than it seems, at least to Italians! He has written bunches, but my
favourite are two: his ‘l’interpretazione’ (Banfi makes a distinction between
‘esegesi,’ ‘interpretazione’ and ‘TEORIA dell’interpretazione,’ in a slightly
non-Griceian use of ‘teoria’ – and his essays on ‘eros e prassi,’ for indeed
the second strand (eros e prassi) is the base for the former (interpretazione):
unless you CARE, why interpret – which is indeed, a performance?!” Senatore della repubblica italiana, II Gruppo
parlamentare Comunista Circoscrizione Lombardia Dati generali Partito politico Partito
Comunista Italiano Titolo di studio Laurea in Lettere Università Università
Humboldt di Berlino Professione Docente. teorico della filosofia, traduttore,
accademico e politico italiano. Sostenitore di un razionalismo aperto e anti-dogmatico
in grado di attraversare i vari settori dell'animo umano. A lui è
intitolato il liceo del suo comune natale, Vimercate. Nasce in un ambiente
familiare formatosi su principi liberali della borghesia colta lombarda, nella
quale da generazioni combaciano una positiva idea della religione e un
razionale illuminismo tecnico-scientifico. La ricca e vasta biblioteca in
possesso della famiglia diviene per B. grande stimolo di conoscenza nei suoi
studi, quando da Mantova, dove frequenta il Liceo Virgilio, ritorna a
Vimercate, dove assieme alla famiglia trascorre le vacanze estive. Frequenta
i corsi universitari alla facoltà di lettere della Regia Accademia
scientifico-letteraria di Milano e ottenne la laurea con lode, discutendo con
il relatore NOVATI (si veda) una monografia su Francesco da BARBERINO (si
veda). Insegna all'Istituto Cavalli-Conti di Milano e prosegue con grande
determinazione gli studi di filosofia (con ZUCCANTE (si veda) per la storia
della filosofia e MARTINETTI (si veda) per la teoretica). Prende una seconda
laurea in filosofia, discutendo con MARTINETTI (si veda) una tesi intitolata
"Saggi critici della filosofia della CONTINGENZA", contenente tre
monografie sul pensiero di Boutroux, Renouvier e Bergson. Con la borsa di
studio attribuita dall'Istituto Franchetti di Mantova ai laureati meritevoli, B.
decide d’andare in Germania e iscriversi, con il suo amico Cotti, alla facoltà
di filosofia della Wilhelms di Berlino, dove stringe amicizia con il socialista
Caffi. Ritorna in Italia e partecipa a vari concorsi, ottenendo una supplenza
di filosofia a Lanciano, e a Urbino. Assunge diversi incarichi in varie sedi
scolastiche. Durante la guerra, già riformato al servizio di leva, si
dedica con senso di servizio e scrupolosa diligenza all'insegnamento e, per la
penuria d’insegnanti richiamati al fronte, oltre alla sua cattedra è costretto
a ricoprire altri incarichi. Solo agl’inizi dell'ultimo anno venne aggregato
come soldato semplice all'ufficio annonario della prefettura di
Alessandria. Nei primi anni del dopoguerra B., pur non militando nel
movimento socialista, assume in modo molto deciso posizioni di sinistra e
partecipa, come iscritto alla camera del lavoro, all'organizzazione della
cultura popolare, diventando in poco tempo una delle personalità più in vista
del mondo culturale democratico alessandrino; venne nominato anche direttore
della biblioteca di Alessandria, da cui fu in seguito allontanato dal nascente
squadrismo fascista. E tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali
antifascisti, redatto da Croce. Martinetti, che era stato collocato a riposo
d'autorità per aver rifiutato di giurare fedeltà al fascismo, lo propose come
suo successore per l'insegnamento della Storia della Filosofia all'Università
degli Studi di Milano, dove fu maestro di Rossanda. Diresse la rivista
Studi filosofici, pubblicata. Nel secondo dopoguerra, con le elezioni
politiche, è eletto per le liste del Partito comunista,nel Senato della
Repubblica. Il mandato fu confermato alle successive elezioni. B. può essere
considerato il maestro della corrente filosofica che in Italia si è denominata
Razionalismo critico e che ha avuto anche derivazioni significative nel campo
della pedagogia teoretica con il Problematicismo. In sostanza, usando il
concetto kantiano di ragione, Banfi la considera come la facoltà di un
discernimento critico, analitico, presupposto trascendentale che sistematizza
l'esperienza, i dati empirici, non pervenendo a dogmi o a sistemi di sapere
chiusi e assoluti. Il principio razionale permette di cogliere e comprendere la
realtà nelle sue complesse determinazioni: senza questo principio, che va
assunto appunto come trascendentale, la realtà sarebbe caotica e solo
contingente ed esperienziale oppure interpretata secondo la Metafisica o sistemi
di pensiero chiusi e non problematici come richiesto dalla scienza e in
generale dalla complessa dinamica del mondo umano e naturale. L'apertura della
ragione è talmente ampia che anche le filosofie assolutizzanti vengono poste
come possibilità di verità, seppur parziali ("È bene tener presente che il
pensiero non pensa mai il falso in modo assoluto"). La filosofia è lo
strumento indispensabile per l'analisi critica del reale, non deve tendere a un
sapere assoluto, ma porsi il tema privilegiato della coscienza, purché questa
coscienza sia "coscienza della relatività, della problematicità, della
viva dialettica del reale". Si sfugge al relativismo possibile seguendo le
orme di Socrate: l'eticità prevale quando, non potendo esistere se non come
tendenza verità assoluta, le verità relative sono assunte come problema, cioè
come ricerca interrogante e incessante fondante l'intero processo conoscitivo.
Le conclusioni sono, come nell'ambito scientifico (la scienza è lo strumento
pragmatico della ragione, la filosofia lo strumento teoretico) non false ma
possibili, non solo provvisorie, ma reali. Le categorie che B. propone per
sintetizzare la sua proposta filosofica, sono quelle di "sistematica"
del sapere, fondata su un significato antidogmatico della ragione, una
"sistematica" aperta per il rinnovamento critico di tutte le
strutture razionali e di un umanesimo nuovo, radicale, che ponga l'uomo al
centro dell'indagine razionale e nella sua realtà storico-effettuale, che forma
la sua coscienza concreta nel mondo reale: dunque critica alla metafisica ma
necessità della filosofia, il sapere costruttivo garanzia di libertà e
concretezza. Il confronto che B. predilige è con gli indirizzi filosofici della
prima metà del Novecento, in particolare la Fenomenologia, il neokantismo di
Marburgo, il neopositivismo, l'Esistenzialismo, ma negli ultimi anni orienta
sempre più il suo interesse al Marxismo, di cui condivide gli assunti
fondamentali leggendoli alla luce del suo razionalismo critico, come si evince
dalla raccolta postuma Saggi sul marxismo. Archivio Si segnalano tre fondi
archivistici del pensatore: "Fondo Antonio Banfi" presso la
Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia. L'archivio, insieme con la biblioteca
personale di Banfi, dopo la morte del pensatore venne donato alla provincia di
Reggio Emilia insieme con la costituzione del "Centro studi B.”. In
seguito, il Centro si trasformerà in "Istituto Banfi", con sede a
Reggio Emilia. Nel, l’archivio e la biblioteca personale del filosofo sono
stati depositati alla Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, a seguito di un
accordo tra Soprintendenza Archivistica per l’Emilia-Romagna, Comune e
Provincia di Reggio Emilia. La biblioteca conserva anche l'archivio di Daria
Malaguzzi Valeri e l’archivio delle carte di Clelia Abate, segretaria del
Fronte della Cultura e allieva di B.. Archivio B., Biblioteca di Filosofia
dell'Università degli Studi di Milano. Il fondo archivistico contiene diverse
centinaia di documenti conservati da Daria, moglie del filosofo, e da lei usati
nella stesura del libro Umanità, pubblicato per le Edizioni Franco di Reggio
Emilia. I documenti del fondo coprono l'intero arco di vita di B. ma risultano
particolarmente ben rappresentati gli anni giovanili; da segnalare soprattutto
il ricco epistolario con la futura moglie, riferito e la corrispondenza con
Piero Martinetti, durante la sua docenza presso la Regia Accademia Filosofico
Letteraria di Milano e poi dal suo ritiro di Spineto. Archivio privato
familiare B. conservato presso l'Università degli studi dell'Insubria. Centro
Internazionale Insubrico Cattaneo e Preti, riunisce migliaia di lettere,
biglietti, cartoline postali, plichi e buste, conservati in 33 raccoglitori a
loro volta inseriti in 15 buste, per una consistenza di circa 1,5 mi. Gran
parte dell'archivio è costituito dal carteggio tra B. e Daria, sposatisi Il rapporto epistolare con la moglie,
infatti, non si limitò alla sfera affettiva e familiare, ma affronta spesso
tematiche filosofiche (ad esempio, la frequentazione di Simmel durante il
giovanile soggiorno a Berlino, o la ricezione dell'opera e la personale
conoscenza di E. Husserl) e di attualità, nella concretezza dei riferimenti a
eventi e circostanze del presente e ai rapporti sociali coltivati da Banfi come
pensatore, studioso, organizzatore culturale e uomo politico. Altre opere: “La
filosofia e la vita spirituale” – lo spirito, l’animo, vita, animo vitale –
(Milano, Isis); “Principi di una teoria della ragione” (Firenze, la Nuova
Italia); “Pestalozzi, Firenze, Vallecchi); “Vita di BONAITUI (si veda) Galilei”
(Lanciano, Carabba); “Sommario di storia della pedagogia” (Milano, Mondadori);
“I classici della pedagogia: Rousseau, Pestalozzi, Capponi, Gabelli, Gentile”
(Milano, Mondadori); “Studi filosofici: rivista trimestrale di filosofia
contemporanea” (Milano); “Saggio sul diritto e sullo Stato, Roma, Rivista
internazionale di filosofia del diritto); “Per un razionalismo critico, Como,
Marzorati); “Lezioni di estetica raccolte Maria Antonietta Fraschini e Ida
Vergani, Milano, Istit. Edit. Cisalpino); “Vita dell'arte, Milano, Minuziano);
“Galileo Galilei” (Milano, Ambrosiana); “L'uomo copernicano, Milano, A.
Mondadori); “La crisi dell'uso dogmatico della ragione, Milano, Bocca);:La
filosofia del settecento, Milano, La Goliardica); “La filosofia critica di
Kant” (Milano, La Goliardica); “La filosofia degli ultimi cinquant'anni,
Milano, La Goliardica); “La ricerca della realtà” (Firenze, Sansoni); “Saggi
sul marxismo, Roma, Editori Riuniti); “Filosofia dell'arte” (Roma, Riuniti). "Perciò appunto non ho dimenticato i
tuoi interessi e sarei lieto che fossi tu a succedermi, In questo senso ho
scritto, richiesto da Castiglioni stesso, che ora è preside, a Castiglioni. Ho
consigliato lui e con lui la facoltà ad accaparrarsi te per la Filosofia e B.
per la Storia della Filosofia"; Lettera, Martinetti a Baratono, in
Martinetti Lettere, Firenze,, Rossanda,
Rossana, La ragazza del secolo scorso, Torino, Einaudi, Vedi scheda del Senato
della RepubblicaI Legislatura. Vedi
scheda del Senato della RepubblicaII Legislatura. Cit. in "Il marxismo e la libertà di
pensiero", "Saggi sul marxismo", Riuniti. B., La mia prospettiva
filosofica, in La ricerca della realtà, Fondo Banfi Antonio, su SIUSA Sistema
Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. Centro Internazionale
Insubrico Cattaneo e Preti per la filosofia, l'epistemologia, le scienze
cognitive e la scienza delle scienze tecniche, su dicom. uninsubria. Bertin, B.,
Padova, MILANI, Garin, Cronache di filosofia italiana, Bari, Laterza,Bertin,
L'idea di ragione e il pensiero etico-pedagogico di B., Roma, Armando, Papi, Il
pensiero di B., Parenti, Firenze; Papi, B., Dizionario Biografico degli
Italiani, Treccani. A. Erbetta,
L'umanesimo critico di B., Milano, Marzorati, B. tre generazioni dopo. Atti del
convegno della Fondazione Corrente, Milano, Il Saggiatore, Milano; Salemi, banfiana, Parma, Pratiche, Scaramuzza, B. La
ragione e l'estetico, Padova, Cleup; Eletti, Il problema della persona in B.,
La Nuova Italia, Firenze, Centenario della nascita di B., Reggio Emilia,
Istituto B.; Sichirollo, Attualità di B., Urbino, QuattroVenti, Luciani,
Incontro con B., Cosenza, Presenze Editrice, Neri, Crisi e costruzione della
storia. Sviluppi del pensiero di B., Napoli, Bibliopolis, Papi, Vita e
filosofia. La scuola di Milano: B., Cantoni, Paci, Preti, Milano, Guerrini; Valore,
Trascendentale e idea di ragione. Studi sulla fenomenologia banfiana, Firenze,
La Nuova Italia, Scaramuzza, Crisi come rinnovamento. Scritti sull'estetica
della scuola di Milano, Milano, Unicopli, Luciani, Polemiche della ragione.
Gramsci, Banfi, Della Volpe, Cosenza, Arti Grafiche Barbieri, 2002.
Giovambattista Trebisacce, B. e la pedagogia, Cosenza, Jonia editrice, Papi, B.
e la pedagogia, Cosenza, Jonia editrice, Chiodo G. Scaramuzza (a cura), Ad
Antonio Banfi cinquant'anni dopo, Milano, Unicopli, Vigorelli, La nostra
inquetudine. Martinetti, B., Rebora, Cantoni, Paci, De Martino, Rensi,
Untersteiner, Dal Pra, Segre, Capitini, Milano, B. Mondadori, Trebisacce, La
pedagogia tra razionalismo critico e marxismo, Roma, Anicia, Assael, Alle
origini della scuola di Milano. Martinetti, Barié, B., Milano, Guerrini,
Sacaramuzza, Estetica come filosofia della musica nella scuola di Milano,
Milano, CUEM, Miele, Antonio Banfi Enzo Paci. Crisi, eros, prassi, Milano,
Mimesis,. M. Gisondi, Una fede filosofica. Antonio Banfi negli anni della sua
formazione, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura,. A. Crisanti, Banfi a
Milano. L'università, l'editoria, il partito, Milano, Unicopli,. Corti Pozzi Anceschi Rossanda Bucalossi
Martinetti Scuola di Milano; B. Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Antonio
Banfi, su siusa.archivi.beniculturali, Sistema Informativo Unificato per le
Soprintendenze Archivistiche. B., su BeWeb, Conferenza Episcopale
Italiana. Opere di B., su openMLOL,
Horizons Unlimited srl. Opere di B.; altra versione, su Senato della
Repubblica. La morte a Milano di B.
articolo del quotidiano La Stampa, Archivio storico. Massimo Ferrari, Piero
Martinetti e Antonio Banfi, in Il contributo italiano alla storia del Pensiero:
Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Gisondi, La formazione
intellettuale e politica di B.. Tesi, discussa presso l’Università Federico II
di Napoli (a.a. /) "B. a Milano", sito della mostra allestita presso la Biblioteca di Filosofia
dell'Università degli Studi di Milano Filosofia Università Università Filosofi Storici della filosofia
italiani Traduttori italiani Vimercate Milano Accademici italiani Direttori di
periodici italiani Politici italiani Professori dell'Università degli Studi di
Milano Antifascisti italiani Senatori della I legislatura della Repubblica
Italiana Senatori della II legislatura della Repubblica ItalianaStudenti
dell'Università Humboldt di BerlinoTraduttori all'italianoTraduttori dal
franceseTraduttori dal greco all'italianoTraduttori dall'inglese all'italiano Traduttori
dal latino Traduttori dal tedesco all'italiano. Nome compiuto: Antonio Banfi. Banfi. Keywords. Eurialo e Niso; ovvero, la
tradizione vichiana; banfi — spirito vitale — storiografia filosofica —
istituto di storia della filosofia — ragione e conversazione — criticismo —
conversazione con hegel — personalismo — l’interpersonale — sovranità — lo
stato italiano — lo stoicismo romano — enea e marc’aurelio — acerrima indago —
diritto criminale — kantismo —Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H.
P. Grice, “Grice e Banfi,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Baratono: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale stilistica
– la scuola di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Firenze). Filosofo
fiorentino. Filosofo toscano. Firenze, Toscana. Grice: “I like Baratono –
especially his ‘stilistica italiana’ – if I were to offer an English stylistics
I would not count as a philosopher – but that’s because ‘English’ is spoken by
more than Englishmen, while Italian ain’t!” Grice: “Baratono thinks he is a
sensist alla ‘Giovanni Locke,’ which he possibly is.” Grice: “In the typical
Italian way, instead of focusing on the classics – Roman philosophy – he read
sociology and psychology and came up, in a typically Italian way, with a
‘sintessi,’ ‘la psicologia del popolo’ alla Wundt.” Grice: “If Austin punned on
sense and sensibility – Baratono takes ‘sensibilia’ VERY sensibly – as the
basis for ‘aesthetics,’ seeing that ‘aesthetikos’ IS Ciceronian for
‘sensibile’.” – Grice: “Baratono is Griceian in his search for what he calls
the ‘elementary’ – he applies ‘elementary’ to ‘fatto psichico’: judicativo e
volitivo – both based on the ‘sensibile’ – or rather on probability and
desirability – credibility and desirability --. His use of ‘sense’ does not
quite fit the Oxonian ‘sense datum,’ since the will is involved in the
sensibile – or, in his wording, it is the anima (or psyche) that searches for
the corpus -- -- The compound is something like the hylemorphism – the form is
sensible – and the volitive (prattica) and judicative (teoretica) components of
the soul operate on this.” Fra i maggiori esponenti del socialismo. Vive
a Genova, dove compie i suoi studi. Si laurea in filosofia. Insegna a Genova,
Savona, Cagliari, Milano. B. si iscrive
al PSI subito dopo la fondazione e viene eletto consigliere comunale a Savona,
aderendo all'ala intransigente in forte polemica con i riformisti. Entra nella
Direzione nazionale del partito. Alcune battaglie politiche lo vedono emergere
come figura di primo piano del socialismo italiano, come quella che B. porta
avanti capeggiando la frazione comunista unitaria al Congresso di Livorno.
L'accettazione con riserva dei 21 punti dell'Internazionale comunista di Mosca
determina la clamorosa scissione e l'uscita dei comunisti dal Partito
Socialista. Presenta al congresso la mozione massimalista. Diviene deputato.
Confermato per la terza volta membro della Direzione socialista, mentre la
maggioranza massimalista si orienta per la scissione dei riformisti, al
Congresso di Roma sostiene fortemente l'unità, anche per il timore
dell'affermarsi delle forze fasciste. Dopo il Congresso di Roma, aderisce al
Partito Socialista Unitario e diviene un assiduo collaboratore di Critica
Sociale. Collabora al “Quarto Stato”. Con il consolidamento del regime
fascista, si dedica esclusivamente ai suoi studi filosofici. Torna all'attività politica all'indomani
della Liberazione, con collaborazioni sull'Avanti! riprendendo i suoi studi di
critica marxista. Perciò appunto non ho dimenticato i tuoi interessi e sarei
lieto che fossi tu a succedermi, In questo senso ho scritto, richiesto da
Castiglioni stesso, che ora è preside, a Castiglioni. Ho consigliato lui e con
lui la facoltà ad accaparrarsi te per la Filosofia e Banfi per la Storia della
Filosofia. Lettera, Martinetti a B., in Martinetti Lettere, Firenze,, Mathieu,
B., Dizionario Biografico degli
Italiani, Volume 5, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. B., in Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Opere di Adelchi Baratono, su Liber Liber. Opere di B., su open MLOL, Horizons Unlimited
srl. Opere di B., B. su storia.camera, Camera dei deputati. Filosofi italiani
Politici italiani Accademici italiani Professore Firenze Genova Politici del
Partito Socialista Italiano Deputati della legislatura del Regno
d'ItaliaStudenti dell'Università degli Studi di Genova Professori
dell'Università degli Studi di Genova Professori dell'Università degli Studi di
Cagliari Professori dell'Università degli Studi di Milano. Critica dei valori ed estetica metafisica. Psicologia
critica dei valori e metafisica estetica. Carissimo Groppali. Nella tua
pubblicazione dal titolo Psicologia sociale e psic. collettira, trovo
rammentato un mio articolo (comparso nel quarto fascicolo del l'Archivio di
Psic.coll.).con queste parole citato; non posso fare comequel buon figliuolo di
Renzo Tramaglino, che, a sentir dire che la sua Lucia era una bella baggiana,
per amor dell'epiteto lasciava passare il sostantivo. Lasciami invece un
po'brontolare contro la seconda parte del tuo giudizio. E, quantunque in fatto
di scoperte scientifiche nessuno si possa dire assolutamente il primo
scopritore, permettimi di dare al Sighele quelch' èdi Sighele, ea me
quelchesembramio. Per il nostro caso, la
scoperta piùimportante, acuisono giunti questi autori, è la semplice
constatazione del fatto, che gli atti estrin secanti la emozione d'un individuo
riproducono in altri individui ana loghe emozioni ed atti volontari. Ebbene:
prima e più completamente di quegli scienziati, Spencer e pervenuto alla
medesima legge con la sua teorica della simpatia; e per di più aveva spiegato
il fatto diquella suggestione con la ragione sociale, osservando che un atto
emotivo non puo suscitare nei pre senti un sentimento corrispondente se non vi
fosse stata l'esperienza propria o atavica che avesse associato quell'atto
all'emozione reale unitamente sofferta; trovandone perciò la genesi nella
convivenza sociale, per essere gl'individui associati sottoposti alle medesime
cause di piacere e dolore. Adunque io nel mio studio potevo passarmi di citare
altre teorie, oltre quella spenceriana, quando ridussi il fenomeno collettivo a
fenomeno simpatetico. E fin qui non ho fatto, nè ho detto di fare, nessuna
scoperta: ma soltanto ho applicato la legge spenceriana a un nuovo gruppo di
fatti, da Ini non considerati specialmente. Ripeto: io non ho sostenuto come
mia scoperta, ma ho soltanto accettato e meglio dimostrato, che il fatto
psichico del delirio collettivo ha per sostrato il giuoco delle emozioni e
rappresentazioni, cioè il fatto simpatetico. A questa domanda non puo
rispondere nè Sighele, che non è mai entrato nel campo della psicologia
generale, nè,c ome si sa, Spencer e gli associazionisti, che si contentavano di
descrivere il fatto, riducendolo a uno schema associativo,ciòche,come
spiegazione, ha ilvalore di una tautologia, senza svelarne il meccanismo, cioè
il rapporto fra gli elementi; né I materialisti, che ne davano una ipotetica
spiegazione anatomo-fisiologica, senza entrare nella pura psicologia.
Dall'altraparte, rispondere a quelle domande significa trovarele ragioni ultime
e più generali del fenomeno collettivo. Vale a dire, ridurlo completamente.
Questo ho tentato io di fare; di qui comincia il mio studio genuino. Me ne sono
vantato? ho soltanto asserito che tentavo di muovere un Sighele intui,
che i fatti caratteristici della emozione di una folla si possono ridurre a
qualcosa di più generale, ov'entri quella facoltà dell'imitazione, quella
suggestione, con le quali altri avevano spiegato il contagio morale; perciò
egli, se mal non ricordo, senza nulla aggiungere di proprio, si rifere alle
teorie di Bordère, Ebrard, Jolly,Tarde, Sergi, Espinas ecc. ecc. Ho dunque
accettata una legge, o, meglio, ladescrizione di un fatto generale, che si
potrebbe enunciare cosi. In due individui associate, A e B, la percezione
degl’atti corrispondenti alle emozioni di alcuno destando in altri la
rappresentazione di piaceri o dolori analoghi, suscita piaceri o dolori
analoghi e gliatti corrispondenti. In questo enunciato c'è qualcosa di mio. Ma
non mi curo di metterlo in luce. Piuttosto ti rivolgo la domanda: osservato il
fatto, Spencer ne trova la ragione sociologica. Ma vi è qualcuno che ne trova
la ragione *psicologica*? Come una rappresentazione emotiva può diventare
un'emozione attuale, condizione e stimolo di atti volontari? Passo nel
cammino della psicologia collettiva. Tu puoi scusarmene, perché conosci il
tripudio di chi lavora per la scienza, che oggi è ancor l'unica nostra
ricompensa. Adunque il rimanente studio, la risposta a quella domanda è mio.
Mio nelle premesse, che si riferiscono al saggio, “I fatti psichiri
elementary”, dove dimostro che la legge più generale della psiche è data dalla
serie dei fatti emotivo -conoscitivo -volitivo, quando si consideri questa come
l'espressione di un rapporto, per cui il primo termine rappresenta l'energia
determinante degli altri. Mio nell'applicazione al fenomeno collettivo, dove le
multiple rappresentazioni emotive devono agire sopra ognuno degli individui
come altrettante emozioni reali attenuate, ma accumulate sulla prima; onde
l'esaltazione propria della folla. Tutte queste tesi sono diverse da quelle
sostenute e dall'intellettualismo e dal volontarismo. Epilogando: Sighele
giunse a ridurre il fenomeno collettivo a un fatto generale enunciato come
legge; e Spencer da la spiegazione sociologica di questo fatto. Ma, perchè vi
fosse una spiegazione *psicologica*, bisogna aver trovato non solo
l'associazione, ma anche il rapporto tra gli elementi associati; il quale
rapporto di dipendenza, cioè di condizione e stimolo, dove, per ridurre
completamente quel fenomeno, coincidere col rapporto o legge più generale della
psiche. Questo ho cercato difare: e, poi che in modo particolare avevo
stabilita la serie dei fatti psichici veramente elementari e il loro rapporto,
cio è la legge psicologica generale, anche particolare, dove riuscire
l'inferenza al fenomeno collettivo. Non posso, egregio e carissimo amico,
riassumere in poche pagine quello che, a giudizio mio ed altrui è già troppo
strettamente riassunto ne'miei saggi. A te, che liconosci, e che possiedi un
forte ingegno intuitivo, basta questo richiamo; e spero che ti persuaderai, che
Sighele restaugualmente uno de'nostri migliori scienziati, anche senza regalare
a lui, che non ne ha bisegno, quelle due o tre pagine con le quali si termina
il mio saggio. Spero ancora più fervidamente, che tu non mi dia del noioso e
del l'immodesto per questa mia lettera, e che sempre mi creda il tuo. Adelchi.
Nacque a Firenze dove il padre, Alessandro, originario di Ivrea, si era
stabilito dopo il trasferimento della capitale del regno da Torino. La madre,
Ermelinda Rossi, era fiorentina. La famiglia si fissa definitivamente a Genova,
e compiuti gli studi classici, frequenta l'università, addottorandosi in
lettere e in filosofia. Suo principale maestro fu Asturaro, del cui indirizzo
sociologico B. risentì nei suoi primi lavori (Sociologia estetica, Civitanova
Marche; Sul problema religioso,in Riv. ital. di sociol.), così come,
successivamente, sube l'influsso di Morselli e delle sue lezioni di psichiatria.
I suoi interessi psicologici sono documentati in questo periodo da numerose
pubblicazioni (I fatti psichici elementari, Torino; Sulla classificazione dei
fatti psichici, Bologna; Energia e psiche, in Riv. di filos. e scienze affini).
Psicologia e sociologia venivano, poi, naturalmente a fondersi in una wundtiana
psicologia dei popoli (Sulla psicologia dei popoli, Genova), permeata di una
filosofia scientificamente concepita. Questo movimento culmina nei Fondamenti
di psicologia sperimentale (Torino), che risentono ancora dell'influsso
positivistico, nella ricerca di una filosofia scientifica, ma cominciano, al
tempo stesso, a rivelare la sua originalità filosofica. Contemporaneamente
coltivava il proprio gusto estetico frequentando i circoli letterari, le mostre
di pittura, i caffè degli artisti. Pubblica un volumetto di versi
(Sparvieri,Genova, con acqueforti di Edoardo De Albertis), che sarà seguito da
altre poesie (Lettera - Notturno - Congedo), articoli letterari e frammentarie
commedie, comparsi generalmente in Riviera ligure. Questo duplice
interesse, psicologico, ed estetico, accompagna il filosofo per tutta la vita,
ma non senza trasformarsi radicalmente, dall'originario positivismo, in una
personale forma di sensismo, dove tornavano a incontrarsi il significato
etimologico e il significato moderno della parola "estetica". L’anno
del congresso internazionale di filosofia di Bologna, a cui B. partecipa -
egli, che l'anno prima aveva celebrato I funerali del positivismo italiano (in
Lavoro nuovo), pubblica la Psicologia sintetica, in cui l'aspetto filosofico e
quello scientifico-sperimentale della ricerca erano nettamente divisi, e la
psicologia venne assegnata al secondo. Conseguita la libera docenza,
tenne corsi e conferenze all'università di Genova - oltre che all'università
popolare - prendendo a interessarsi del problema pedagogico, strettamente
congiunto con quello politico. Quattro Discorsi sull'educazione furono da lui
riuniti in un volumetto, e alcuni anni dopo uscì la sua opera fondamentale in
materia: Critica e pedagogia dei valori (Palermo). Dalla politica si er
sentito attratto. Le sue convinzioni etiche lo indussero a militare nelle file
del socialismo; tuttavia, anche nell'attività politica, egli conserva
quell'atteggiamento aristocratico e leggermente distaccato che lo
caratterizzava sul piano culturale, ciò che tolse mordente alla sua azione. Per
le elezioni amministrative, redasse in collaborazione con Gennari un ordine del
giorno, votato poi all'unanimità dal Consiglio nazionale del partito, dove si
dichiara che dei comuni ci si doveva impadronire per parálizzare tutti i poteri
e tutti i congegni dello Stato borghese, allo scopo di accelerare la
rivoluzione proletaria. Rispetto alla rivoluzione russa, si pronuncia contro
l'accettazione senza riserve delle ventuno condizioni poste da Mosca per
l'adesione alla Terza Internazionale, ma e messo in minoranza nella riunione
della direzione. Cerca inoltre di evitare ogni scissione a sinistra, anche a
costo dell'espulsione dei riformisti, che rappresentavano l'ala destra del
partito: questo suo punto di vista, sostenuto prima e durante il congresso di
Livorno, trova tuttavia la via sbarrata dal successo degl’unitari. Dalla sua
dirittura morale e portato all'intransigenza. Antimassone, respinge
l'anticlericalismo di maniera, auspicava la libertà dell'insegnamento. Turati
ha a definirlo "il filosofo della direzione del partito". Eletto
deputato nella legislatura, sedette al parlamento, ma l'avvento deli fascismo
lo costrinse ad abbandonare l'attività politica (nella quale rientrano anche
scritti come Le due facce del marxismo italiano, Milano e Fatica senza fatica,
Torino). Più fortunata divenne, a, questo punto, la carriera
universitaria. Titolare a Cagliari, si occupa, tra l'altro, di Problemi
universitari (Mediterranea) e vagheggia un progetto Per la riforma della
facoltà filos. (Atti della Società ital. per il progresso delle scienze), che
fu combattuto dal Gentile (Giorn. crit. d. filos. Ital.). Passa a Milano, sulla
cattedra di P. Martinetti (che si era ritirato per non prestare giuramento) e
torna all'amata Genova, stabilendosi sulla riviera di Sant'Ilario. Qui riceve
volentieri i suoi studenti e colti visitatori, attratti da una fama, che,
specialmente dopo la pubblicazione di Arte e poesia (Milano), si estese oltre
la cerchia dei filosofi di professione. Riprese l'attività politica negli
ultimi anni, soprattutto in forma di collaborazione a giornali e di
rielaborazione di vecchi scritti di critica marxista. L'ultimo articolo,
L'etica dell'economia marxista, uscì sull'Avanti! alla vigilia della morte. Al
suo nome è intitolato l'istituto universitario di magistero di Genova. La
sua prima formulazione pienamente matura della filosofia può essere considerata
il volume Il mondo sensibile, introduzione all'estetica (Messina), preparato da
alcuni degli scritti raccolti in Filosofia in margine (Roma); in esso si vuol
raggiungere la "prova esistenziale" della spiritualità del contenuto
sensibile. Contro l'impostazione gnoseologica che soggettivizza il mondo,
propugna un'impostazione estetica che vede nel mondo sensibile, preso per se
stesso, "la forma dell'esistenza". Tale dottrina fu chiamata
"occasionalismo sensista", in una comunicazione alla sezione
piemontese dell'Istituto di studi filosofici
(Per un occasionalismo sensista, in Concetto e programma della filosofia
d'oggi, Milano). La denominazione esprime l'intento di "riflettere sulla
pura forma invece di prenderla quale rappresentazione di altro (soggetto od
oggetto) posto come un contenuto irreducibile a quella forma. L'esperienza
estetica ci mostra che un'ide a pura esiste come forma pura,
sensibilmente, e che questa forma sensibile vale per sé, in un rapporto
formalmente sentito con certezza, che diciamo verità. Ciò costituisce un valore
sensibile direttamente, diverso sia dal valore del sensibile (che rappresenta
il valore specificamente teoretico) sia dal valore del sentimento (che
rappresenta il valore pratico). L'esserci sensibile interessa il pensatore o
l'uomo pratico solo come ostacolo da superare, ma riempe di meraviglia chi
guarda il mondo con gli occhi spalancati sol per la gioia di vedere, e così ne
può apprezzare la bellezza. Queste idee sono esposte in Arte e poesia,e messe
alla prova non solo a contatto con estetiche come quelle di Burke e di
Focillon, a cui iscrisse introduzioni (Milano), ma con la stessa opera poetica,
per es. di un Verlaine, di cui ripubblica in Italia una raccolta di Poesie,
conintroduzione (Milano). Arte e poesia si conclude con una "apologia
della forma", la quale sembra a torto imprigionare lo spirito e limitare
il valore solo perché, in realtà, lo determina e lo realizza. Rovesciando
l'istanza idealistica, secondo cui il valore sta in un'unità spirituale che si
riduce a un'esigenza puro-pratica, a una rappresentazione di ciò che non è,
dichiara che l'anima cerca il corpo, non viceversa, che lo spirito cerca la
forma, la filosofia la poesia. Sicché il valore non appare più la premessa
indimostrabile di ogni esistenza, ma il risultato intuitivo della stessa forma
sensibile. Bibl.: F. Della Corte, A. B., in Genova, Sul B.
Ipolitico: Meda. Il Partito Socialista Italiano dalla Prima alla Terza
Internazionale, Milano, I deputati al Parlamento per la legislatura, Milano, M.
Carrea, Per una filosofia del socialismo, in Osservatorio, Genova, Nenni,
Storia di quattro anni, Roma, Tasca, Nascita e avvento del fascismo, Firenze,
Turati-A. Kuliscioff, Carteggio. Dopoguerra e fascismo, a cura di A. Schiavi,
Torino, vedi Indice. Inoltre per alcuni scritti del B., in Critica Sociale,
vedi Critica Sociale, cur. Spinella, Caracciolo, Amaduzzi, Petronio, Milano,
Indici, cur. Lanza. Sul B. filosofo, oltre l'esposizione del proprio pensiero
fatta da lui stesso in Il mio paradosso, in Filosofi ital. contemporanei, Como,
Milano, cfr. U. Spirito, L'idealismo ital. e i suoi critici, Firenze, Volpe,
Crisi dell'estetica romantica, Messina, Sciacca, Il secolo XX, Milano, Faggin,
Il formalismo sensista di A. B.,in Riv. crit. di storia d. filos., Assunto, B. e l'estetica moderna, in L'Italia
che scrive, Bertin, L'estetica di B.,in Studi filosofici, Bontadini,
Dall'attualismo al problematicismo, Brescia, Talenti, A. B., Torino (con bibl.). Nome compiuto: Adelchi
Baratono. Baratono. Keywords: stilistica, breviario di stilistica italiana, fatto
psichico elementare, i fatti psichici eleentare, psicologia filosofica,
illuminismo, implicatura luminaria, implicatura escataologica, politica ed
etica, la filosofia al margine: gentile, croce, natura umana, esperienza, il
mondo sensibile, estetica, il bello, il sublime, criticismo, assiologia, hume a
Cremona e torino, spirito, animo, forma logica, l’eneide, riviera ligure,
“Rivera Ligure”. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice
e Baratono,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Barba: la ragione conversazionale e l’impliatura conversazionale – la scuola
di Gallipoli – filosofia leccese – filosofia pugliese -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Gallipoli). Filosofo
pugliese. Filosofo italiano. Gallipoli, Lecce, Puglia. Grice: “I like Barba,
but then I like Gallipoli – and he was born and died there, at Villa Barba. His
main interest was Roman philosophy, which he studied at Naples! – The Roman
occupation in Southern Italy brought ‘a breath of fresh air,’ as Barba has it,
to the old “Grecia Magna” tradition --.” Grice: “Barba is very clear: ‘Epigrafia
filosofica latina,’ o ‘epigrafia filosofica romana’ surely ain’t Grecian!” Conduce
gli studi a Gallipoli, per poi trasferirsi a Napoli presso il zio, Tommaso
Barba. Tommaso Barba e presidente della Gran Corte. Studia grammatica e materie
letterarie nella scuola di Puoti. Si laurea in Filosofia. Studiare nel R.
Collegio Cerusico e divenne professore di anatomia umana comparata. Insegna
scienze e lettere al ginnasio di Gallipoli e fu sovrintendente scolastico ed
Assessore delegato alla Pubblica Istruzione.
Fu arrestato ed esiliato a causa delle resistenze al governo. I membri
dell'Associazione Democratica posero una scritta: "Nato dal popolo, Per il
popolo si adoperò". A lui fu intitolato il Museo civico di Gallipoli. Note
AnxaEmanuele Barba, su anxa. 21 aprile
13 ottobre ). Scheda sul sito del
Museo B.. Filosofi. Nome compiuto: Emanuele Barba. Barba. Keywords. epigrafia
latina, iscrizione latina, iscrizione greco-romana, la iscrizione di Platone
sulla porta dell’academia, ageometretos medeis eisito, Delville pittore belga
(Libert), a Italia crea ‘L’ecole de Platon,’ per la Sorbonna. I vasi di Barba – gemelli, fratelli siamesi,
ecc. Monete romana, Gallipoli, colonia romana, ‘Proverbi e motti del popolo
gallipolino” – poesie di Barba sulla morte del re d’Italia, risorgimento – esilato,
carcere – la filosofia di Barba, barba filosofo. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barba,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Barbaro: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del Daniele
– filosofia veneziana – scuola di
Venezia – filosofia veneta -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Venezia). Filosofo
veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Grice: “This
can be confusing to Oxonians, althou we are familiar with the Hanover dynasty!
Daniele Barbaro, a faithful nephew, commented on his uncle’s, Ermolao
Barbaro’s, ‘translation’ of Aristotle’s rhetoric – I shouldn’t even be saying
this since it’s implicated in the title where Ermolao features as ‘interprete,’
and the ‘commentarium’ is due to Daniele.” Grice: “On top, Daniele wrote about
‘eloquenza,’ but his comments on his uncle’s vulgarization into latin of
Aristotle’s vulgar-greek (koine) rhetorica – is perhaps more Griceian – since
there is little conversational about Daniele Barbaro’s ‘eloquenza,’ while the
rhetoric (or ‘rettorica,’ as he prefers) is ALL about ‘dialettica’ and
dialogue!” -- Daniele Barbaro patriarca
della Chiesa cattolica Portret van Daniele Barbaro Rijksmuseum -A-4011.jpeg
Ritratto di Daniele Barbaro, opera di Veronese, presso il Rijksmuseum di
Amsterdam Template-Patriarch (Latin Rite) Interwoven with gold.svg Incarichi ricopertiPatriarca di Aquileia. Nato 8 a Venezia
Nominato patriarca da Giulio III Deceduto Venezia. Ritratto da Paolo Veronese
(Firenze, Palazzo Pitti) Villa Barbaro a
Maser Pratica della perspettiva, 1569 È noto
soprattutto come traduttore e commentatore del trattato De architectura di
Marco Vitruvio Pollione e per il trattato La pratica della perspettiva. Importanti furono i suoi studi sulla
prospettiva e sulle applicazioni della camera oscura, dove utilizzò un
diaframma per migliorare la resa dell'immagine. Uomo colto e di ampi interessi,
fu amico di PALLADIO, TASSO e BEMPO. Commissionò a Palladio Villa B. a Maser e
a Paolo Veronese numerose opere, tra cui due suoi ritratti. Daniele Matteo
Alvise B. e figlio di Francesco di Daniele Barbaro ed Elena Pisani, figlia del
banchiere Alvise Pisani e Cecilia Giustinian. Suo fratello minore fu
l'ambasciatore Marcantonio Barbaro. Barbaro studiò filosofia, matematica e
ottica a Padova. E ambasciatore della
Serenissima presso la corte di Edoardo VI a Londra, e come rappresentante di
Venezia al Concilio di Trento. Nipote
del patriarca di Aquileia Giovanni Grimani, fu suo coauditore nella sede
patriarcale di Aquileia. Venne promosso in concistoro a patriarca
"eletto" di Aquileia (coadiutore), con diritto di futura successione,
ma non assunse mai la guida del patriarcato perché morì prima dello zio.
All'epoca tale carica era quasi una questione di famiglia per i Barbaro,
infatti furono patriarchi di Aquileia ben 4 B.. Ermolao B. il Giovane,
patriarca di Aquileia, Daniele Barbaro, patriarca di Aquileia, Francesco
Barbaro, patriarca di Aquileia, Ermolao II Barbaro, patriarca di Aquileia. Fu
forse nominato cardinale in pectore da papa Pio IV nel concistoro. Solo i
Grimani, con cui erano imparentati, occuparono più volte il patriarcato (ben
sei). Partecipò a varie sedute del
Concilio di Trento fino alla sua chiusura. Atre opere: commentarii di
Aristotele Retorica del suo pro-zio Ermolao Barbaro il Giovane (Venezia);
Compendium scientiae naturalis di Ermolao B. il Giovane (Venezia); Commento
sull’archittetura d Vitruvio, pubblicato col titolo “Dieci libri
dell'architettura di M. Vitruvio” (Venezia). Di essa pubblica anche una
versione in latino intitolata M. Vitruvii de architectura, (Venezia). Le
illustrazioni sono realizzate da Palladio --; un trattato sulla geometria,
prospettiva e scienza della pittura, La pratica della perspettiva (Venezia); un
trattato sulla costruzione delle meridiani, “De Horologiis describendis
libellus” (Venice, Biblioteca Marciana, Cod. Lat.). Più tardi si scopre che il
testo del B. affronta la tecnica di strumenti come l'astrolabio, il planisfero,
il bacolo, il triquetrum, e olometro di Abel Foullon. Cronache, probabilmente
riprese da Giovanni Bembo nella Cronaca Bemba. Aurea in quinquaginta Davidicos
Psalmos doctorum graecorum catena interpretante Daniele Barbaro electo
patriarcha Aquileiensi, Venetiis, apud Georgium de Caballis. Note
La pratica della perspettiva, consultabile (testo italiano + tavole
originali) Giuseppe Trebbi, Barbaro
Daniele, in Nuovo Liruti: dizionario biografico dei friulani. 2: l'età veneta.
A-C, Forum editrice universitaria, Udine Eubel, Hierarchia Catholica Medii et
Recentoris Aevi, III39, che cita gli Acta camerarii e gli Acta vicecancellarii
8, f 7 Cellauro, B. and VITRUVIO: the
architectural theory of a Renaissance humanist and patron, Papers of the
British School at Rome, Paschini, B. letterato e prelato veneziano del
Cinquecento, Rivista di storia della chiesa in Italia, Władysław Tatarkiewicz,
History of Aesthetics, III: Modern
Aesthetics, edited by D. Petsch, translated from the Polish by Kisiel and
Besemeres, The Hague, Mouton, B.,
Pratica della perspettiva, In Venetia, appresso Camillo, et Rutilio
Borgominieri fratelli, al Segno di S. Giorgio, Devreesse, La chaine sur les
psaumes de B., Revue Biblique, Mercati,
Il Niceforo della Catena di B. e il suo commento del Salterio, in Biblica, Storia della fotografia Villa Barbaro.
Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Vacca, B.
in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Daniele Barbaro,
su Enciclopedia Britannica, Giuseppe Alberigo, Daniele Barbaro, in Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere di B., su openMLOL, Horizons Unlimited
srl. Opere di B.,. David M. Cheney, B. in Catholic Hierarchy. B., su museo galileoMuseo Galileo, Firenze.
Daniele B. su mathematica.sns Edizione Nazionale Mathematica Italiana, Pisa,
Centro di Ricerca Matematica Ennio De Giorgi Salvador Miranda, Barbaro, Daniele
Matteo Alvise, su fiu. eduThe Cardinals of the Holy Roman Church, Florida
International University. PredecessorePatriarca di Aquileia Successore
Patriarch Non Cardinal Pio M.svg Giovanni Grimani Aloisio Giustiniani Umanisti italiani Nati
Venezia Venezia Barbaro Patriarchi di Aquileia Ambasciatori italiani. DELLA
ELOQUENTIA, DIALOGO. INTERLOCVTORI:
L'ARTE, LA NATVRA, ET L'ANIMA. R. IO VORREI VOLENTIERI Natura, che noi
disputassimo insieme, se però l'ufficio del disputare alla tua conditione si
conuenisse. NATURA. Il disputare é cosa
da te, ò arte, figliuola mia. Ma se à me stesse l'ammaestrarti, di presente
direi, che tra il tuo intendimento, o il mio, alcuna differenza non fusse, da
che dentro ti venija se il contender meco. ARTE. Al almeno desidero tale
occasione. NATURA. Vano, o dannoso desiderio é il tuo, si perche io non
sono mai ociosa, come perche tu sempre dei non mes no abbracciare il bene che
cercare la verità delle cose. ARTE. Niena te più migioua che il bene ne che il
vero più mi diletta. NATURA. In questo almeno tu m’assomigli che ouunque sia,
ch'io mi ritrdovi, il vero sono, o il bene di ciascuna cosa. ARTE. si, ma tu alla cieca ne vai, e io di tanto amo
ogn'uno che con deliberato consiglio, o a nati veduto fine faccio, lo di far
bene. NATURA. Emmi pur manifesto che la tua grandezza è di nascondere te stessa
quantopuoi o di accoltarti à me. ARTE. Questo é, ma ciò a viene, perche tu
prima di me al mondo venisti, o gl’uomini a tuoi piaceri adulasti, innanzi
ch'io ci nascessi; o questa mia imitazione non ti accresce dignitade alcuna.
Percioche, nella formica vile animaluzzo e più degna, nell’uomo meno onorato,
ancor che questo quella imitando, l'estate per lo verno si proueda. La mia
industria, o natura, fa maggiore il tuo povero patrimonio. NATURA. Che
accrecimento farebbe ella, se io non ti lasciassi che accres cere? Tu pure, se
uuoi, ben sai, che ogni opera presuppone il soggetto, senza il quale nulla si
può fare. Que so da me, non da te procede. Oltra che appresso giusto giudice il
secondo. A secondo luogo, non che il primo, ti faria denegato. ARTE. Giusto à
tua scelta intendi colui, che te à me anteponga; ma nonſai che per la età molto
ti concedo. NATURA. E mi piace di ragionare an poco tea co sopra questa
materia, poi che tant'oltra proceduta ſei, che di te con buona equità midolga.
Dicoti adunque, che in ordine di onoranza ne prima ſei, né ſeconda. ARTE. Chi
adunque à noi soprasta? NATURA. Chi ne fece ambedue é il primo senza mezzo da lui
nace qui. Tu doppo me sei. NATURA. Adunque mentono coloro che affermano, te esser
madre universale, poi che tu stessa non nieghi eſſere d'altruifattura? NATURA
Ad un modo io sono madre, ad un'altro figlia. ARTE Adunque di te cosa picprestante
si truova? NATURA. Chi ne dubita? Ma io per essere a gli umani sentimenti
vicina, tutta fiata son preferita. ARTE. Hai tu conoscimento di fine alcuno?
NATURA. Certo no. Ma nel gouerno del tutto io son drizzata, e quasi addestrata
dal padre mio. ARTE. In che dunque é ripoſta questa tua gloria? NATURA. Tanto
potente, saggio, e buono é il mio fattore, che la sua gloria in me mirabilmente
soprabonda. ARTE. Sommi più volte marauigliata di coteſta tua occulta uirtù,
dalla quale tu ſei cosi gentilmente guidata jpelefiate mi è uenuto in animo di
cre dere che ella forſe habbia potere di trar mead imitarti diforza; ergo però
diſcorrendo,etpiù dentro penetrando, bo giudicato eſſere gran famiglianza tra
quelprincipio, che ti muoue, &me, ondeper la ſea creta uirtu,non tua,io mi
muouo ad operar come tu fai. Ma poi mi pare,che,ſe il diſcorrere l'ordinare,e
il ridurre àfine le coſeantiue dute, è ufficio mio,io ſia inanzi di teſtata nel
Cielo appreſſo il padre tuo, che egli habbia l'opera mia uſata in generarti ò
produrti NAT. In altra guiſa io faccio le coſe mie tule tue, di quella del
fattor noſtro, chenehafatte, et create.Però guardati dinon giudi care troppo
animoſamente le coſe, figurando le inuiſibili, et occulte per le uiſibilio
manifeſte. Ma perchecosi agramente mi condane ni? ſe in qualunque modo tu uuoi
per le coſe già dette chiamar mi, ò madre, è figlia, o ſorella, ó amica
ſeisforzatadi nominarmi? no mi tutti di congiuntione, amicitia, oſtrettezza.
Egli non ſi uuol có. si correre a furia. AR. Non ti adirare ó Natura, che io
non ho contra te mal uolere, né il finemio é ſtato cattiuo, anzi per lo tuo ef
faltamento ho uoluto raffrenare la mia credenza, che era di ſapere con qual calamita
io tirata fußi ad operare come tu fai,e mi uenu to ben fatto per lo
ragionamento, che éftato fra noi, perche hauen do noi do noi ritrouata
l'origine del noſtro naſcimento, ſiamoſicuré della no ftra nobiltà, come quella
checon la eternità ſipareggi,o dal primo fattore d'ogni coſa proceda. Ma ben mi
duole, et per queſto ti ho chiamata,cheà molte ſciagure ſia la grandezza mia
ſottopoſta.Et quanto maggiore è lo stato mio, tanto àpiù pericoli mi ueggio
eſſer ſoggetta. NAT. Quai ſciagure, oquai pericoliſono queſti? AR. Saper dei
Natura, madre mia, che in tutte le parti delmondo mi truouo hauer molti
miniſtri,de quali neſono alcuni,chemifanno una gran uergogna, a oltre à ciò
miſono di danno infinito, o per lor cagione io ne ſento male. Perche non
indrizzando me al debito fine, anzifieramente in abuſo ponendomi, come buona,
utile, oono reuole cheio ſono,rea,dannofa, et uituperabilemifanno. Ondegli
huomini per mezo mio ingannati da loro, certi de' loro danni, main certi di chi
la colpaſiſia, s'accendono d'ira contra dime, à guiſa di co loro,che le ſpade,o
non glihomicidi punir uoleſſero. NAT. Tu non ſei ſola nelmale di si
fattioltraggi, tutto'l dime ne uengono afe ſai. Percioche producendo io ogni
coſaà beneficio della vita di chi ci naſce, moltiſciagurati epieni dimal
talento, maleufando l'arti ficio loro,empiono iltutto diconfuſione, auelenando,
uccidendo,in, gannando, eoffendendoſenza riguardo alcuno; e chi ode o xede tali
ſceleraggini, maledice ogni mia fattura. AR. Duraper certo ėlaforte noſtra,però
che il uolgo cieco, &ignorante non ſa, chereo non è quello, che in bene
uſar ſipuote.Maper uer direzio poco mi marauiglio, ſe il ueleno auelena,ò il
ferro uccide, ma ben grandeam miratione miporge,quädo il cibo, di
cuiſiuiue,cosi ſpeſſo in cattiuo umore ſi conuerte, che alla morte conduce. Et
ciò dico à fine,chetu Sappia quantoiogiuſtamente mi dolga,che lapiù pretiofa
parte, che tupergratia del tuo fattoreall'huomo cõcedi conla quale egli poſ fan
debbia altrui eſſere d'infinito giouamento, cosi ad offeſa Sia, ex à danno
preparata, che niente più. NAT. Chié quelmaluagio Oingrato,che tal coſa ardiſca
di fare? AR. L'Anima, o la più diuina parte di lei. NAT. Perseguitiamola
dunque, o facciamo la citare dinanzi al tribunal diuino, Voglio, che ella dica
la cauſa ſua. AR. Ma prima uoglio,che infingendo noi con eſſo lei, tanto la
prendiamo che ella dica à noi ogni ſuaeſcufatione. NAT. Né la giuſtitia del
Giudice, né la uerità del fatto, nela tua dignità ricerca tale inganno,eſſendo
quello ſincerißimo,la coſa uerißima, otu quel la,che del medeſimo errorej, del
quale ſei per riprender lei, puoi eſ A 2 Ser accufatd. A R. Ben di..Ma io
altrimenti non ſonouſata difure. Ma eccoti queſta ingrata,che di molte parti,
et eccellenti doni da noi dotata d'alcuna gratia,che futta le habbiamo,non ſi
ricorda,contre mecon me fteſa,o contra te per li beni, che dato le hai, altiera
ſi lieua. Aſcoltiamola alquanto. ANIMA. Iddio vi ſalui ſorelle amantißime,
delle qualiund mi rende atta l'altra mi fa gagliarda als l'operare. AR. Et te
ancora ſecondo il tuo buon uolere, ma dins ne, che usi tu cercando? AN. Te
ſopra tutte le coſe. ARTE. In parte difficile ti ſei riuolta, perciò che
biſogna, che tu oſſeruicon di ligenzatutte le operationi, a modi di coteſta
noſtra commune amis ca. AN. Hoio ad impiegare tanta fatica, innanzich'io
t'imprens da? AR. Et poſponere a queſta ogni altra cura,ben che dolcißima cura
ti fia, per la ſperanza dello acquiſto, che ne farai. Ma che parte di me
conoſcer deſideri? AN. Indifferentemente,ſe poßibil fuſſe, tutte le uorrei,
tutte le abbraccerei tutte le poſſederei. Ma ora grado mifia tant'oltre
procedere, ch'ioſappia altrui paleſare i cons cetti miei. AR. Più chiaramente
midi quel che uuoi,perche in molte maniere giouar ti poſſo d'intorno à cosi
fatto dimoſtramento di penſieri. Vuoi tu ſapere conqual nodo di ragione ſi
ſtringa ung parola con l'altra quale ſia la concordanza de' numeridelle per
fone, ode' uocaboli delle coſe, et con quai regole dirittamente fifcri Me? AN.
Queſta parte io la preſuppongo. AR. Forſe tu uai cer cando d'intendere con
quale unione una coſa con l'altra conuengd, per poter'à tua uoglia diſcorrere, argomentare,
o foſtenere le cons teſe AN. Né ciò
intendo per ora, ma di più dilette uol parte ho curd. AR. Tu uuoi tutta fiata
porgere diletto col parlar ſoauiſ fimamente,à guiſa di delicata uiuanda
acconciandoi numeri, il ſuono, per l'armonia delle uoci eſprimenti coſe
piaceuoli, et grate à i fenfi umani? ARTE. 10 uorrei più adentro penetrare, né
tanto effer folles cita di piacere alle orecchie,quanto di giouare all'animo,
operò dimmiſe hai più parti, quaſi figliuole,cui ſi conuenga la cura del ras
gionare. AR. Honne, o hauer ne poſſo ancora molte altre, che nonſono in luce;
ma tra le altre una ue n'ba, che non è leggitima; un'altra la quale bēche
leggitima ſid, pure e di tāto riſpetto, che rare Holte ſilaſcia al mondo
compiutamente uedere. La prima in tanto da me é hauuta per buona, in quanto
ella inſegna di conoſcere gli ingan ni del parlare, e à fuggire i ciurmatori.
Laſeconda e da me coſto dita, &guardatamolto, percheio temo, che gli
huomini di malaf fare non la ſuijno. Et eſſendo ella di bellezza,o di forma
ſopra ogni altra eccellente gran pericolo miſoprafta Jlquale tolga lddio, ma
doue non paſſa la maluagità umana: doue non penetra l'audacia? ego di queſto,
poco fa, la Natura, a io ci doleuumo, et penſauamo,che tu fußi quella tu, che
d'ogni male Q uergogna noſtra fußi l'apporta trice. AN. Perunared eu perfida,
che ſi truoua, non crediate di gratia, che oggi di tutte ſieno tali,perche da
me ui prometto,che als tro che onore non hauerete, AR. Bene, o cosine cape
nell’anis mo. Che uuoi tu adunque da me ſapere?
AN. 10 cerco molto, Ò Arte, à modo mio di posſedere coteſta tua cosi
bella, o riguardata figliuola,à benefitio deipopoli, o delle genti, o à gloria
tua, di me,dicui altro cibo più ſoaue non truouo. AR. Prega tu prima la Natura,
che à te conceda corpo ben diſpoſto, oformato, aſpetto graue, o gentile, uoce
chiara, á eſpedita fianco,modo, o mouimen ti conformialla virtù, che
deſideri". Appreſſo poi à me prometterai congiuramento di non ufare già
mai la figliuola mia,uezzofa, inſos lente, « che tanto uagaſia delle bellezze
ſue, che per farſi uaghegs giare in ogni luogo, in ogni tempo, in ogni
propoſito ſenza riſpetto alcuno compariſca. Et con luſinghe eadulatione dal ben
fare le genti, o i popoli aſcoltanti rimuoua. AN. Se ottimo uolere, fe
oneſtédimanda ritruoua luogo appreſſo di te, o Natura, con ogni af fetto ti
priego, chetu mi dia quello chel'arte mi perſuade, che ti dis mandi, corpo
gratiofo,formato,odotato di quelle parti, che conue nientiſono alualore della
figliuola fua. Etſe bene in alcun tempo io non ti poteßi di tanto
donorimeritare,pure non ceſſerò di eſſertiſem pre obligatißima. NAT. Siati la
gratia, che dimandi, conceſſa. A N. Io tigiuro ó Arte,perquella diuinità, che
ſi truoua maggiore, di accoſtumare la tua figliuola à giouare ouà ben
far’altrui, né per modo alcuno permettere, che ella ſeguagli apperiti
diſordinati, ma circoſpetta ſempre, oſempre riguardeuole compariſca. AR. CO si
habbi la chiarezza del ſangue, la libertà, eccellenza della pas tria, ibeni da
gli huomini defiderati, come ciò facendo,alcolmo della gloria à pochi
conceſſa,peruenirai. NA. Felice patria,che di tale, e tant'huomoſaràfornita.
Maqual patria le dareſti tu, ó Ar te? ARTE A'mia uogliale darei quella,in cui
le leggi poteſſero piit, che gli huomini, doue la maggior parte alla commune
utilità s'ina drizzaſſe; antica,nobile,illuſtre,e di quelgouerno, nel quale il
bes ne di tutti glialtri gouerniſiconteneffe, qualeforſe non più che
unds'e s'è ritrouata,oſi ritruoua al
mondo, oforſe tu, o Natura,conſentia ſti di prepararle il più ſicuro et comodo
luogo, oil piie forte fito, cheueder ſi poſſa,nonmeno al mare che alla terra
uicino,cui di gra tiaſpeciale ancora il Cielo concede priuilegio di eſſer
nimica d'ogni tumulto, o ſeditione,parca,pia,oreligioſa, con inſtitutiottimi
temperata: NA. Troppo di cuore commendi, o lodi queſta tua Città, eforſe à ciò
fare queſto t’induce,che tu in eſſa puoi il tuo ud lore, o la tuaforza
chiaramente dimoſtrare. Ma tu, ó Anima, già ricca di tanti doni, chefatti
t'habbiamo, che dici? A N. Le gratie non ſonopari al uolere,io attendo quello,
che attender dei, &sò lo ſtudio,che tu ſei ſolita di porre nelle coſe
tue;mi& rendo certa, che tuſai ancora, che ritrouando io unatemperatißima
compleßione di corpo,à quella dò la umanaperfettione, o come quella temperanza
cade, cosiſopra di eſſa declina ilmio ualore. Làondeſono alcune co ſe,
allequali io non degno la uita concedere. Ad altre ueramente dos no la uita,ma
le operationi di quella cosi ſono occulte, che in forſe fi ftà di credere ſe in
eſſe la uita ſi truoui. Altre uita,ſenſo, omouis mento da me hanno comealcune
intelligēze, et amore, coſa nobile et ueramente diuina. NAT.
Queſtomipare,checosi ſia map ure als cuna fiata io ueggo, che le anime uan
ſeguitando le compleßioni de' corpi. Onde poiſono alcuni ſdegnoſi, alcuni
manſueti, altriuanno dietro alle apparenze, altrialle fauole più che alla
uerità fi danno, emolti in ogni pruoua, ſoda ex inquiſita ragione uan
ricercando. A N. Et queſto èquello da me tantodeſiderato dono, che e di ſapes
re in tal guiſaſpiegare i concetti miei,ch'io ſatisfaccia à tanta diuer. ſità
di nature, o d'ingegni. NAT. Quando tu ſarai giunta à quel paßo,chetu ſappia
per mezo dell'arte cosi ben gouernarti con ogni maniera di perſone,
dotte,roze,ciuili, barbare, umane, e inumane, allora potrai à tua uoglia
mitigar’anco gli adirati, fpingere i pigri, raffrenare i feroci, ingagliardire
i deboli; et di uno in altro cótrario à uiua forza ogni anima tramutare. ANIMA.
Coteſta é und magica eccellentiſsima. Ma tu Arte,cui è dato di ritrouare alcune
uie ragio neuoli di peruenire alla cognitione di coſe non conoſciute,
incomincia da quelle che facili, en eſpedite ad inuiarmi al deſiderato fine
riputes rai. Ar. Cosi uoglio, o à te farò capo, ó Natura, dinuouo addis
mandandoti,di che beni uuoi tu adornare queſta noſtra nouella ſpoſa? NAT. Hollo
già detto, a più aperto ti diſtinguo,dar le uoglio, ol tre al corpo ben formato
unauoce grata, chiara, eguale, che ogni ſuono ageuclmente ſi pieghi, e che ſe
ſteſſa inſino all'eſtremo ſoſtenti. AR. Et io le dimoſtreró parole atte ad
eſprimere leggia dramente ogni concetto,pure,ampie, illuftri, eleganti
ſeuere,giocona de, accoſtumate, ſemplici,uere, tarde, ueloci, ofinalmente tali,
che abbracceranno la uera idea di me in queſtoeſſercitio. Et di più io
l'inſegnerò di collocarle si fattamente inſieme, che diletteranno ſema pre, o
non falliranno già mai; or iu Anima farai ociofa? AN. Hauendo io per gratia di
te Natura le coſe conuenienti, oper tud corteſia ò Arte le parole conformi,
farò si, che niuno in mepotrà de fiderare ne penſamento neſtudio alcuno. NAT.
10 a' ſenſi tuoiſot toporrò tutte le coſe, dalle quaifacilmēte ti uerrà fatto
di prendere argomento di ragionare. Tu fin tanto non mancherai di diligenza.
AR. Paterno, oſaggio ricordo. Però che con la diligenza ogni giorno teſteſſa
auanzerai, ella ti farà poßibile ogni impoßibilità, ela la é la perfettione,
lalode di tutte le opere de mortalijà cui cons giunte ſono tutte queſte coſe,
cura, induftria, penſamento, fatica,eſſer citio, imitatione de migliori, «il
tempo padre d'ogni coſa. Credi adunque à me quelloche la lunga eſperienza mi
haidimoſtrato, cioé, che niente giouano imieiprecetti,niente le regole, niente
gli ammae ſtramenti,ſenza la diligenza,con la quale oltre alla inuentione,
all'ordine delle coſe,otterrai di accommodar la uoce alle parole, eſpri mendo
le umili con baſſo, o rimeſſo ſuono, le pure coniſchiettezza, le afpre con
durezza,abbaſſando, et inalzando queſto beato inſtrué mento à que' tuoni, che
ſaranno conuenienti. An. Coteſte fono leggi da eſſere oſſeruate allora che io
ſarò col corpo congiunta. Pers cheben ſai chenė lingua, nė uoce habbiamo, nė
però egliſi uuoldire cosi ad ogn'uno,in che maniera tra noi fauelliamo. NAT. 10
ſo be ne, chegli huomini andrannofauo leggiando di noi, come altre fiate hanno
detto chele cannucce parlarono, ilche é maggior miracolo, che ſe gli Indiani
uccelli eſprimono le uoci umane. A R. Se già col mio aiuto uolarono gli huomini,
molte coſe inſenſate hebbero mo uimento, che marauiglia potranno oggi
maiprendere del parlar nos ſtro? AN. Che debbo dir’io? partita ora dalluogo,oue
il parlaa re é uiſibile, l'intendimento ſenza fauella ſi ſcuopre, muoueſi ſenza
luogo,e s'impara ſenza discorso. AR. Coteſti miracoli, che tu ci narri,ſono
ſegno, che tu non habbia biſogno dell'opera noſtra. AN. Tu di vero, ſeio nella
mia primiera ſimplicità mi rimaneßi. Ma diſcendendo dalpuro o purgato eſſere, o
venendo quaſi ad un'aria infettata e corrotta,molto mi ſento dal mio primo
ſtato ria moſſa. NAT. Peggio ti auerrà meſcolandoti con la masſa matea riile
del corpo. A N. Ad ogni modo mi biſogna ſtar ſottopoſta. AR. Non uſciamo di
ſtrada,macome buoni mercatanti accontiamo inſieme. Haßi dunquefin'ora promeſſa
di uoce eſpedita, di copia di parole, di modo conueniente di accomodar la uoce
alle parole;oraci reſta di affettare le parole alle coſe. Cheditu Natura? NAT.
Die co, ch'egli è più che neceſſario queſto affettamento,ſenzail quale le
parole ſarebbon uane et ſenza frutto, però accreſcendo le doti, che io intendo
dare à coſtei, promettole di dimoſtrarle nelle coſe mie us na certa uerità,
alla quale accoſtandoſi, potrà ſeco tirare ogniforte di gente, o di tale
ueritàſenza dubbioti affermo eſſerne ogn'uno capace. A'R. Già tre corde di
queſto liuto ſono accordate, uoci, parole, a coſe. Reſta, che nelle coſeſi ueda
una certa conuenienza con eſſo teco,ò Anima, e con le parti tue; che ne riſulti
la perfetta e compiutafoauità della deſiderata armonia. Però aiutamia ritros
uare le tue più ſecrete parti, epiù occulte uirtù, acciò cheſi ſappia qual
parte di te, con quai coſe, « con che parole, et con che attione ſi debba
muovere. A n. Piacemi queſta diſpoſitione mirabilmene te ofappi,che
auenga;ch'io nonſia ſtata col corpo già mai, nientes dimeno come nouella ſpoſa
nella caſa del padre molte coſe hoſapute, che mi aueranno quando ciſarò legata.
A R. Ora incomincia à dir mene alcune. AN. Hogià inteſo,che quando io ſarò con
eſſo il cor po, molte mie forze emoltemie uirtù ſi ſcoprirāno,le qualiora non
ſi conoſcono. Et prima ne gli occhi io ſarò il uedere, nell'orecchie l’u dire,
nel palato il guſto, per ogni luogo oparti del corpo faró ſentimento, nel cuore
principio diuita,di ſenſo,etdi mouimento. Ben che ad altra intentione altri
riguardando,la origine di tai coſe ad al tre parti aſſegnerano. In un luogo
ſarò fantaſia,in altro memoriain altro ingegno,et per tutto ſarò anima.Et ſe il
corpo fuſſe di tal tem pra, chegli fuſſe diffoſto à riceuere ogni mis uirtù,
farei nelle orecs chie la uiſte, o ne gli occhi l'udito, quantunque per molti
accia denti, che uengono à i corpi, l'animepouerelle uſar non poſſano le
forzeloro, da che nacque l'opinione di coloro, che dicono "credos no che
noi moriamo inſieme col corpo.Ma io ti giuro per quell'onnis potente maeſtro,
che mi fece che noiſiamo immortali, oſe ora io fo noſenza il corpo,perche non
ſi dee credere che io reſtar poſlı dapoi, che'l corpoſarà disfatto? AR. Tutto
chemolte ragioni aſſai pro Babiliper l'und ei per l'altra parte mi
muouano,pureal modo,che io Sonoſolita di cercare la uerità delle coſe,io non
ſono puntoſicura del la voſtra immortalità, però rimettendomi à qualche maggior
ſapien za, che la mia non é, mi gioua di credere che noi uiuiate eternaměte. A
N. Più oltraiſe fenza il corpo conoſco,fo ueggio, econoſco di
conoſcere,miapropria operatione, che dirai tu poſcia dello eſſer mio? AR,
Ritorniamo al cominciato ragionamento. An. Ben ti dico ora delle forze mie,
perche io conoſco di dentro, e di fuori, dentro con la fantaſia, col diſcorſo,
o con l'intelletto, o ciò si dia mandavolontà, come quello del ſenſo appetito,
il quale hauirtù di porſiinanzialle coſe diletteuoli, o di fuggire le
diſpiaceuoli.La no lontà è Regind. AR. A'me pare, che tu mi hábbiposto inanzia
gli occhi la forma di una ben'ordinata Republica, nella quale ui ſia il
Principe, iCoſiglieri,i Guardiani, et gli Artefici. Mainfinitamentemi doglio
d'alcuni, che per molti ſecreti auenimenti, de' quali non fan renderealtramente
ragione, corrono à fabricar nomi, che nonſono, et con quegli impauriſcono le
genti,aguiſa delle nutrici,che ſpauenta, no ifanciulli con le fauole, quindi è
nato il nome della Fortuna,cui ca pital nimica io ſempreſonoſtata, nõ percheio
creda,che à quel nome alcuna coſariſponda, maperche mimoleſtalafalſa opinione
di colo ro, che non ſolamente uogliono, che ella ſia una coſa come le altre,
che ſono, ma le attribuiſcono la diuinità. NAT. 10fo bene, che la for tuna non
è fattura mia. ART. Né di me'ancora. An. Molto mea no dimeauezza à coſe stabili
e impermutabili. ART. Laſcida mola dunque andare, o ueggiamo ſe io ti bo
ben’inteſa, due ſono i conſiglieri,per quanto io comprendo,ragione,
&appetito, daiquali commoſſo e perſuaſo,s’induce à fare, eoperare il tutto,
perche ora nė difortuna,nédi uiolenza alcuna ragiono. A N. Senza dub bio, ſe
riguardi al nome, maſaper dei, che ſotto queſto nome di appea tito ſi
comprendono due conſiglieri,l'uno, nel quale è poſto l'iracons dia,che è come
difenſore dell'altro,nelquale è posta la cõcupiſcenza. AR. O diquantimali, e di
quante conteſe l'uno e l'altro de gli appetiti ſuoleſſer ſemenza. An. Queſto
non già auiene pur il dritto gouerno in tirannia non ſi tramuti. Diritto gouer
è quel lo,nel quale,chi deue ubidire, ubidiſce, ochi dee comandare, cos
manda". La ragione adunque di queſta piccola città preceder deue allo
appetito, e non permettere, che egli ad abandonate redini cors sendo, ſeco
dietro la tiri. AR. Moltomipidce quello che tu di,eso B per che 1 jo per
ricompenſa di tal piacere voglioti ſcopriremoltiſecreti, che io bo d'intorno
alle predette coſe.Ma dimmi tu prima queſta una parte, nella quale é riposta la
ragione,diche hai tu inteſo cheella eſſer deb bia adornata? NAT. Diſcienza o di
buona opinione ART, Vero é, per che la ſcienza é ilpiù bello adornamento, che s'habs
bia, al qualeſe s’auicina la buona opinione,ò che gentileabito é que ſto,diche
l'animaſiueſte apparando le ſcienze. Alora ella acquiſta laſua
perfettione,allora ella é pronta à conſeguire il deſiderato fine, et quaſi
ſeſopraſeinnalzando auanza ogni coſa mortale, o ſi cons giungecon la
diuinità.Ma come di coſa precioſa,orara, difficile,or non da noi ora
cercata,non ne ragioniamo, ma ritorniamo alla buong opinione, la quale si come
la ſcienza è una certa cognitione delle cofe occulte, nata da uere og manifeſte
cagioni, cosi eſſa opinione è una incerta notitia,nata da alcune dubbioſe
cagioni, alle quali l'anis ma con timore difallire, odi errare, s'inchina. Per
uoler'adunque ottenere l'intento fuo,é biſogno conoſcere il modo,col quale
dapia gliareſi hanno,o, comeſidice, farſi beneuoli i detti conſiglieri,ac cio
che acquiſtata lagratia loro, l'animaſi muoua àfareleuoglie di chi
parla.Muoueſiadunque la ragioneuol parte,che è nell'anima, că lepruoue, ocon le
ragioni; et tal mouimento s'addimanda inſegna re. Etperche la ragione è uno de'
conſiglieri, prudente,etſuegliato, perd nell'ufficio deŪ'inſegnare é di
mestiere diacuto epronto inten: dimento, mal'appetito in altro modoſimuoue.Il
primo, che è detto Concupiſcibile,richiede una certa piaceuolezzaet
cõciliatione. Pero ciòche cosi di dentro i petti umaniſono da quello tirati.
Ilſecondo gli fpigneàforza, operò cõ eſo egliſiuuole uſare uno impeto, a cui
più propriamente queſto nomedimouimento ſi conuiene, che à gli al tri; e
comedebito è lo inſegnare,cioè il dimoſtrare con ueriſimil pruoua le propoſte
coſe, cosi è onoreuole il conciliare, o neceſſario il muouere. Ma da ogni
afficio di queſti tre peruiene lapropria dileto tatione. An. Io ſo almeno,che
altro diletto non ho che lo apparda re. AR. Et tu prouerai appreſo quanto
piacere naſca negliapa petiti. An. 10 pure ſono auifata cheeſſendo in eßi
ripoſte le umaa ne affettioni, nonpuò eſſere che ſenza riſentimento di dolore
ſimuou wano. ARTE. In ogni affetto, et mouimento d'animo, dolore, o piso cere
ſono compagni.Oruedi quáto sfrenataſia l'iracondia, oquana to doloroſo ſia
l'adirato,et pure conoſcerai, che lo appetito,et la ime ginatione della
vendettaglie piùfoane che il mele. Ho duucrtito, che nc ELOQVENZA. ii negli
eſtremi dolori gl’uomini hauuto hanno piacere di dolerſi, ayo il non poter ciò
fare, èſtato loro di doppia doglia cagione, non cbe à loro elettion ehaueſſero
uoluto l'occaſione di dolerſi,ma poſti neldo lore; dolce coſa il poter'à lor
uoglia ramaricarſi hāno riputato. Dilet ta ueramente la SPERANZA, ma il
deſiderio la tormenta. Peßima coſa è la diſperatione tra tuttigli affetti
umani, maſola è ſicura contra la morte. Mauannetu diſcorrendo nelle altre
perturbationi,che trouca rai nella allegrezza ſteſſa un mancamento diſpiriti,
ounatenerez xa, che al pianto ti condurrà fpele fiate.Però io
tiſcuopriròintorno à tai coſe bellißimiſecreti. ANIMA. sidigratia; percioche
queſte mi paiono leuere, epotentifuni, con le quai ſi tirano l'altrui ate nos
ſtre uoglie. A R. 10 ho inſegnato a' mieifedeli,che non fieno fema pre
folleciti d'intorno ad unoaffetto, per fuggire la noia con la uda rietà
dellecoſe, imitando la Natura, la qualeama ſopra modo il udm riare,o il mutare
le coſe ſue. NAT. Vero è, perche chiaramente dei vedere la diuerſità delle
ſtagioniedei tempi, la grandezza co l'ornamento de i cieli, la moltitudine
delle coſe e delle apparenze, ch'io ſonouſata di dare alle coſe mie. AR.
O'quanto io leggo fo pra il tuo libro è Natura;ma non abandoniamo l'impreſa.
Deiaduna que fapereè Animà un'altro ſecreto, non meno delſopra detto bello,
degno da eſſere apprezzato. Jo ti dico che tu auuertiſca bene di nõ ſollecitare
con tutte le forze ad unoſteſſo tempo i detti conſiglieri, perche l'anima
trauiata in molti mouimenti, non attende comeſi dee ad un ſolo.L'eſperienza ti
moſtrerà, che ad un'bora né gliocchi, di belißime pitture,né l'orecchie di
ſoauißime confonanze potrai pies: namenteſatiarejma compartendole opere, meglio
aſſai per guſtare i diletti,e i piaceri delſenſo,uederai quanto può
queſtaſeparata pers ſuaſione. Inſegna adunque. Inſegnato che hauerai, muoui,
apporta le facelle, et eccita con gli ſtimolide gli affetti l'animo de
gliaſcoltanti. AN. O' Arte tu ſarai ſempre arte. A n. Et tu anima ſaraiſempre
anima. ANIMA. Eſſendo io anima, o da te ammueſtrata,diuentero Ar te, o tu
eſſendo in me Arte, Anima diventerai. A R. Nuouo miracolo, didue coſe farne
una; ma digratia non ci laſciamo ſuiare dalle occaſioni,che in uero alcuna
uolta épiùdifficile la ſcelta, che la inuentione. Ora foniamo a raccolta, o
quaſi ſotto uno ſtendardo ria duciamo le tue;uirtù, dalle quali fin’ora
habbiamo iregali aßiſtenti ragione, concupiſcenza,oira. Reſta, che andiamo alle
altre parti.; AN. Cosi faremo, o da eſſa memoria ſidarà principio. AR..O B
quanto tiſon tenuta in nomeſuo,che mi giouerebbe duuertiré un'afa fetto di
Natura, ſe altra fiata in quello abbattendomi, la memoris preſta nõ mi diceſse,
Eccoti,ò Arte,quello che ancora uedeſti. Che es ſperienza ſitruouain meſenza di
eſſa? chis'accorgerebbe, che in al. cuna di uoi, ó Anine, io miritrouaßi, ſe
non fuſe la memoria come guardiana, teſoriera ditutte le parti dello ingegno?
onde con ues rità ſidice, Che tanto fa l'huomo, quäto ſiricorda Naſce la
memoria dal bene ordinare, l'ordine dello intendere, odal penſamento, però
poſſo io con le imagini in alcuni luoghi riposte artificioſaméte indura rela
memoriadelle coſe. NAT. A lungo andare tu le ſeipiù toſto di danno, che di prò
alcuno, però non mipiace altro che uno eſſercitio, di eſſa memoria,cheſi fa
mandando motte coſe à mente. A R. Che fai tu di eſſercitio • Natura, l'ordine
della quale è ſempre conforme? il tuo fuoco ſempre tiraall'insù, la tua terra
per lo dritto all'ingiù di fcende, o cot ſuo giuſto peſo al centro rouinando à
modo alcuno non fi può uſare alla ſalita.volgeſiilcielo tutta fiata
raggirandoſi in ſe medeſimo, ogni tua legge e impermutabile, o tutto che i tuoi
mona ftri, le tue ſconciature alcuna volta ci diano da marauigliare, pus ge
ſono tue fatture,néſono alla tua generale intentione repugnanti, mal'Anime da
uno in altro cõtrario trapaſſando, buone di ree,et ree di buonediuengono. NAT.
Io conoſco il biſogno in quel modo che gli occhi comprendono la notte, che é
priuatione di luce, ma ben ti dico, chela memoria da me con molta cura é
guardata nella compoſiz tione dell'huomo. A R. Io l'ho auuertito nel tagliare
di eſſo, egomi fono marauigliata con quanta cura difeſo hai quella parte,nella
quale éla memoria collocata, hauendole dato nella parte di dietro della tes ſta
un'oſſo fermo, e rileuato,che da ogniſtraniera forza nella difens da. Tui in
temperata umidità e la impreſione, e in ſecco proportios nato la ritentione
delle coſe. Ma tu Arima,la cui nobiltà fi fa manife ſta per tante et tali
operationi, di ciò il tuo fattore ne ringratierai, regolando con la ragione i
tuoi appetiti, penſa,ordina, ocon lo eſa fercitio conſerua la memoria quanto
puoi,percheciò facendo,tale di senterai, quale deſideri, e conoſcendo te
ſteſſa, conoſcerai l'altre tue forelle, et come della più onorata di eſſe la
tua ragione ſopraſta alla loro, il tuo dritto deſiderio ſarà lor freno, onde
infinita riputatione acquiſterai,perche di leggieriſicrede à colui, in
chiſifida, et facilmen te ſi fida in chi ſi truoua autorità, w credito, il qual
naſce dalla inte grità,o bontà de' coſtumi, o queſto é,ch'io deſideroſa, fe
altra ſi truoua del bene,temo aſſai non abbattermiin perſone ma lungie. AN: In
che potranno ufare la loro malu agità, non eſſendo lor data ſede? ART. Come io
non ti niego,che il uiuer bene, es accoſtumatamente non ſia di gran giouamento
à farſi luogo nel coſpetto degli huomini, e acquiſtarlagratia de gli
aſcoltanti,cosi non ti conſento che l'has uergli dalla ſua,per uirtù, oforza di
parole non ſi poſſa fare. A N. Perche inſegni tu coteſti incanteſimi? A R. Il
mio ualore e tale, che io poſſi in parti contrarie e repugnanti, ſenza che io
deſidero ſcoprire in altruiſimili inganni, e però biſogna conoſcergli, cosila
uerità ſtadi ſopra, ola bugia cade'uinta in terra,cosiſiponfine alle conteſe,
cosi ſi terminano le liti, cosi ſi ammolliſce le durezze degli adirati,
s'attura le rabbie de’ ſeditioſi, ſi ſollieua l'autorità delle leggi caduta
contra il uolere di quegli, che ſtimando l'oro, l'argento, più cheil douere, et
à prezzoſeruendo, poſpongono la ſalute coma mune alla utilità priuata.o quanto
nei publici mali,e nei tempi pe ricoloſi compenſo pigliarſi ſuole dal parlare
digraue et onorato cit. tadino,le cui parole condite diſenno,ſeco hanno
l'alleggiamento d'o gnimalinconia,che gliafflige. An. E dunquegran difetto
d'huos mini da bene? AR. Senza dubbio, o ciò auiene perche la uia dis ritta è
una,male torteſono infinite, però di raro ſi vede tra mortali, chi per la ſola
camini. Ma tuſcordata ti ſei d’un'altrauirtù, la quale per mettere le coſe
dinanzi a gli occhi (il che éſommamente richies ſto)non ha pari.Di queſta
uirtù, perche ella ha grande amicitia co i ſenſi corporali,o é molto
confuſa,come quella, che é lo ſpecchio ges nerale di tuttii ſentimenti umani, o
perciò è detta imaginatione; di queſta uirtù dico, non hauendola tu ancora
eſſercitata, non ne haifin ora alcuna parola mosſa. Io odo dire che nella
imaginationeſirifere bano le imagini, e le apparenze da ſenſi riceuute,et
beneppeſſo in lei cosi ſtranamente tramutarſi che i ſogni non ſono cosi
turbati, et con fuſi, là onde molti ſono detti, o riputati fantaſtici, altri ſi
fanno Re O signori,o talmente par loro eſſere que'tali, che ſi credono di eſ
ſere,che riſo eg compaßione mouono a chigli vede. Alcuni uanno, come ſi dice,in
aria fábricando, et tanto ſi ſtanno nel lor penſiero fißi, che forſennati,e
pazzi da tutti creduti ſono. A R. Quanto piùe uanamente ſpender ſi ſuole tal
uirtù, tanto à maggior prò li deue ue farla,& adoperarla. Per queſta
l'huomo prima taleſi fa, qual uuole che altri ſieno. Perche egli prima dentro diſe
ſi propone la coſa, che egli cerca dare ad intendere altrui, con quel migliore
e più eccelslente modo cheſi può, auolendo egli metter’altri a pianto, non tera
rà mai gli occhi aſciutti. Simile forza nella pittura ſi dimoſtra, lo ar tefice
della quale, ogni forma, che egli cerca di far uederenelle ſue tele, primanella
imaginatione fermamente ſi dipinze, o quanto più belli,o gagliarda è la ſua
imaginatione, tantopiù illuſtre, o loda. ta e la ſua pittura. Molte forme,
oſembianze ſono de gli adirati,ma una più eſprimela forza dell'iracondia;
queſta una deue inanzi alle altre eſſer poſta nella fantaſia, o à quela il
pennello e la linguafi deue indrizzare; en cosi tutta fiata il più efficace
modo o di moues re, o di dilettare, ò d'inſegnare por ſi dee chiragiona, inanzi,accioche
egli ſi habbia l'aſcoltatore come deſidera.Et queſta è la utilità grans de di
coteſta tuapericoloſa potenza,pericoloſa dico, perchemolti no ſanno ufarla à
feruigidello intelletto, ocredono, che lo imaginarſi ſia intendere odiſcorrere.
Ma laſciamo queſto da parte;o racco: gliamo le tue uirtù. Che mi hai tu dato
fin'ora? An. Mente,uolons tà, appetito, memoria, imaginatione. A RT. Molto mi
piace.Nella mente, che uiporremo altro, ſenon buona opinione, con l'ufficio
dello inſegnare? Làonde la uolontà ſi muoua ad abbracciar le coſe. Et nel lo
appetito,che ui ſtarà ſenongli affetti, eccitaticol muouere, &col
dilettare, Là onde l'animo ſia uiolentato à bene eſſequire? Della me. moria non
dico altro, né della imaginatione, percheſono ambedue di ſopra aſſai bene ſtate
de noi diſtinte. Ora bella coſa udirai, oda non eſſer à dietro laſciata. A N.
Che mi dirai tu? ART. Dicoti,che doppo la eſpedita dimoſtratione di tutte le
tue parti, fa di meſtiere di ſapere in qual maniera elleſieno dipoſte à riceuere
la impreſione dei loro oggetti. Perche uana, ofriuolafatica quella ſarebbe, di
chi af fettaſſe in parte al pianto diſpoſta ſenza alcun mezo porre il piacere.
Credi tu che eguale prontezza hauerai allo imparare,et allo adirars ti?
Indrizza adunque i tuoi penſieri à gli ammaeſtramenti, che io ti uoglio dare,
oſaperai comedeueeſſer' apparecchiato l'animo dico. lui che ricerca la pruoua,
edi colui che è pronto all'affettione, imis tando i buoni medici, i quali prima
uannoinueſtigado quai partiſieno guaſte, o quaiſane,eappreſſo, le guaſte uanno
disponendo à rices uere i rimedij conuenienti; e prima leniſcono, e
ammolliſcono, poi apportano la medicina. L'anima adunque, nella quale la
ragione fi dee porre, acciò che dia luogo alle pruoue, et accettar poſſa la
buona opinione, e iſcacciare la contraria,deue eſſere ripoſata, e quieta,et non
in modo niuno affettionata, et trauagliata. Perche eſſendo il piancere,cheha
l'anima, quando impara, foauißima coſa, biſognofache ellaſia lontana da
ogniturbatione, operò molto male è conſigliato colui chenel conſigliar'altrui
uſa la forza, o la violenza degli aps petiti, °li affetti, laſciando il
ripoſo della verità daparte; qual contento può riportar colui, che partito dal
Senato dica, per qual ragione ho io aſſentito?perche ho io cosi deliberato?
Buona coſa è l'hauer’alla uerità conſentito,mamiglior'e, ciò hauerfatto ragion
neuolmente più toſto che à forza, perche in tal caſo non pure ſifabe ne,maſiſa
di far bene; di che non è coſa più diletteuole w gioconda. Habbiaſi dunque
l'animo ripoſato di colui cheattende la ragione; queſto ageuolmenteſi può fare,
ponendoſiprima di mezo trail si o il no,come chiſta in dubbio.Però che più
prontamëte ſi prende para tito,et ſi ammette il uero dubitando, che portando
ſeco alcuna opinio ne. Macome diſpoſto ſia lo appetitoalle coſeſueattendi,che
loſaprai con una bella diuiſione degli affetti. Perciò che in eſſo appetito
gliaf fetti ripoſti ſtanno,comet'ho detto. Ogni affetto e d'intorno al male, ò
d'intornoal bene, truouiſi pure lo affetto in qualunque parteſi uos glia. Ecco
nel tuo generoſo ſoldato,cui é conceſſo l'adirarſi, opren. der l’armi quando
biſogna dico dello appetito iraſcibile, D’INTORNO AL BENE VISTA LA SPERANZA, E
LA DISPERATIONE. LA SPERANZA È UNO ASPETTARE IL BENE; LA DISPERATIONE È UN
CADIMENTO DA QUELLO ASPETTARE. D'in = torno al maleuiſta l'ira, la
manſuetudine, il timore, ol'audacia. Ira é appetito diuendetta euidente per
riceuuto oltraggio Mania ſuetudine èraffrenamento dell'ira, oambedue queſti
affettiſono in torno almale,difficile,etpreſente.Il timore é un aſpettatione di
noia, ouero un ſoſpetto di eſſere diſonorato.Et queſta ſichiamauergogna. Il
primo,ouero é temperato,ouero eccede la miſura. Dal temperato neuieneil
conſiglio,dall'altro la inconſideratione,il tremore, et altri ſtrani
accidenti.Laconfidenza, «audacia, é contrario affetto. Et queſte perturbationi
tutte ſono d'intorno almale che dee uenire.Nel L'altro appetito, in cui è poſta
la concupiſcenza, d'intorno al bene ui ſta l’amore,il deſiderio, a
l'allegrezza. D'intorno al male l'odio, o l'abominatione, di cui ſegno infelice
e la triſtezza, dalla quale naſce l'inuidia, la emulatione, lo ſdegno, o la
compaßione,quando auiene che la triſtezza detta ſia de i maliouero de i beni
altrui. Ma nelle co fe proprie affligendoſi l'huomo tre alleggiamenti ritruoua.
Il primo ė ripoſto nel proprio ualore, perche niuno ſcelerato é compiutamente
aüegro.L'altro è meſſo nel conſiderare il dritto della ragione, werita 16 D ' Ε
ι ι Α fuerità delle coſe, da che naſce la ſofferenza figliuoladella fortezza.
L'ultimo é la conuerſatione di alcuno amico, perche ne gli amici e ripoſta la
ſoauità della uita. Ritornando adunque allo amore, ti dico, che Amore è uoglia
del bene altrui,eu ſe é mouimento d'animo a far bene, li dimanda gratis. Senon ſopporta
concorrenza, geloſia, lela ſopporta ad onefto fine, amicitia. L'inuidia non
uorrebbe, che altri haueſſe bene,ſe benuifuſſe il merito. Lo ſdegno non lo
uorreb be, non ui eſſendo il merito La emulatione il uorrebbe anche per ſe. La
compaßione ſi duole del male altrui, temendo il ſimilenon da uengu á lei. Etciò
ti puòbaſtare in quanto ad una brieue dichiaraz tiore di tutti gli umani
affetti. Ora econueniente, che tu ſappia in che modo à ciaſcuno d'eſſi tu ſia
diſpoſta, acciò che tu ſappia poi als truiſimigliantemente diſporre. Eſſendo
adunque l'appetito uarias mente affettionato, quandoſi ſdegna,quandoinuidia,
quando aborris ſcequando ama, quando teme, quandofpera, equando in altro mo. do
é trauagliato,acommoſſo, aſcolta un bellißimo ſecreto, ilquale non ſolamente à
diſporre gli animi à qualunque affetto è buono, ma in ogni operatione é
neceſſario, et benche oggi mai per uero ammies ſtramento della uita da ogn'uno
ſi dica, RIGVARDA AL F13NE, non é però d'ogn’uno l'applicare alle attioni o
opere de' mortali, cosi belle ſentenza. Laſcerò da canto le coſe, che non
ſpettano alla noſtra intentione,ſolo dirotti quanto io deſidero, che ſia negli
af fetti oſſeruato. Deiſapere che egli ſi truoua una maniera diparlare, la
quale in molte, manifeſte parole effrime la forzı, ey la natura delle coſe; e
quelle molte, omanifeſte parole altro non ſono, che le parti della coſa
eſpreſſa. Queſtamanieradi parlare é detta Diffie nitione. Ora dunque io ti
ammoniſco, che nel muouere gli effetti pri ma tu habbia à riguardare alla
diffinitione di ciaſcuno,come al deſide rato fine. Però cheſe la diffinitione
rinchiude in certi termini la nas turi della coſa propoſta, ſenza dubbio
querrà, che il conoſcitoredel la natura, o delle parti deltutto diffinito,
oeſpreſſo, indrizzerà tutte le forze dello ingegno ſuo, à ciò fare,et tale
aiuto preſterà abon dantißima copia di ragionare, o diſciogliere ogni
occorrente diffi cultà, e durezzé. Eccotiſe ſai, che l'ira é deſiderio di
uendetta per riceuuto oltraggio, o ſe mirerai in queſto fine, non anderai tu
dia ſcorrendo, in qual modo eſſer debbia diſpoſto all'ira colui, che tu uora
rai hauere ſcorucciato? o conchi, oper qualicagione, et quanti modiſieno di
oltraggiare altrui? Et ciòin ogni affetto facendo,non ti farai ſignore, et poſſeditore
dello animo di ciaſcheduno? Et rans to più dimoſtrerai con la uoce, et co i
mouimenti del corpo, te tale. effere, quale uorrai,che altri ſia, certamente
si. La diffinitione adun queé il ſegno,al quale ſi deue attentamente guardare.
Ora inbrieue ti dico dell'ira, che eſſendo ella uoglia di uendetta,è
neceſſario,che lo adirato ſi dolga, o dolendoſi appetiſca alcuna coſa, dalche
naſce,che repugnando altri à gli umani deſiderij, ouero à quelli alcuno impedi
mento ponendo, ouero in qualunquemodo ritardande le uoglie al trui, porga
cigione di adirarſi, cioé di deſiderare uendetta,ilperche nella ſtanchezza
nell'amore, nella pouertà, e ne i biſogni ſonodiſpoſti i petti umani agramente
al dolore cagionato dall'ira, epiù cheſono ideſiderijmaggiori, più
apparecchiati, oprontiſono all'ira, o al furore. Lo hauer male di chi s'attende
ilbene, lo eſſere in poco pre gio tenuto, ò diſubidito, o prezzato, o per
ingratitudine, ò per ingiuria ſenza prò dello ingiuriatore, ſono tutte
diſpoſitioni al predet to mouimento. Giouamolto, oin queſto, et in altri
affetti ſaper. la natura,ilpaeſe, la fortuna, ela conſuetudine di ciaſcheduno.
Se adunque ſi accende nell'ira in tal modo, chië diſonorato, o iſcordas
to,ſenza dubbio acqueterai colui cheſarà onorato, riuerito,ubidito, ammeſſo, et
riputato; ouero, chiſiſarà uendicato,a cuiſarà dimandato perdono con la
confeßione del fallo, incolpando la violenza, enon la uolontà. Deueſi dare
molto al tempo, oalla occaſionein ognicoſa, operò ne' conuiti, ne i diletti,
one igiuochigli umani appetitifoa no più alla manfuetudine inchinati
Dell'amorealtro non tidico, le non che eſſendo eſo soglia del bene altrui,
l'eſſere cagione, mezano, interceſſore, aiutore al bene altrui,diſpone
ageuolmente à tale affets to ciaſcuno. Et perche Amore appreſſo, é una
ſimiglianza, w unios ne di uolere, però coluiſarà più amato, ocon l'animo più
abbrace ciato, il quale dimoſtrerà d'eſſere d'un'animo, o d'una uoglia steſſa
con noi. Ilche nelle allegrezze, one i dolori ſi conoſce, o neį biſoa gni
ancora; non ſolo nelle perſone amate, ma ancora negli amici de gli amici. Allo
Amore riferiſco la Benuoglienza, e l'Amicitia, las quale, ben che affetto non
ſia, pure è nata da eſſo amore, che è uno de gli umani affetti. Qui non é luogo
di più diſtintamente ragionare dell'amicitia; de gli oggetti, delle parti, e
delſine ſuo. Perciò che altroue nei graui ragionamenti di filoſofia ciò ſi
conuiene. Baftiti d'hauere per ora la ſuperficie, el'apparenza. Ritorno adunque
e ti dico,che ipiaceuoli,coloro, cheſidimenticano dell'ingiurie i с faceti, imanſueti,
gli officiofi uerſo i lontani, atti ſono ad eſſer'amati. Peril cótrario ſapersi
chedire intorno all'odio,il quale è ira inſatia: bile, da uendetta, da tempo, daruina
alcuna non mitigato; occulto ine ſidiatore, ymortale, nato da in giurie o
ſoſpetti. Al quale diſpoſte ſono altre nature più, altre meno, o à
megliodiſporle,biſogna ams plificare le ingiurie, « iſospetti,acciò che
nonſoloſi brami una ſema plice uendetta, ma la diſtruttione della perſona
odista. Del timore, odella confidenza, che ne attendi più, ſe di queſta,
ed'ogni altra perturbatione ne i uolumi degliſcrittori, et nelle pratiche
umane'ne Jei per uedere aſſai? Timore e turbation d'animo, nata da ſoſpetto di
futura noia. Et però chi temeſa ó penſa dipotere ageuolmente eſſer’offeſo, eda
chiſpecialmente, ſopraſtando il tempo,es la occas: fione. Etchiciò non
ſoſpetta,non é al timore diſpoſto comeé chi ſem pre éſtato fortunato, chi
ſempre miſero, chi è copioſo d'amici, di ros 64,09di potere,chi é fuggitoſpeſo
dalle ſciag ure, ode pericoli,ego altriſimiglianti;o que'taliſono confidenti,
&audaci. Euui altra maniera di timore, non didanno,madi biaſimo; alla quale
diſpoſtiſos no i giouanetti,i riſpettoſi, oriuerenti, quelli cheuoglionoeſſer'
ha uutiper buoni da ' più uecchi, o da ſimili, opari. Et però aûa loro
preſenzaſonopronti ad arroſire. Non cosi ſono i vecchi,perche non credono,che
di loro altri ſoſpettino quelle coſe, che ſono ne' giouani, come
laſciuie,amori, euanità. Etperche il diſonore è coſa, cheuies n'altronde, però
gli ſpiritidalſangue à quellaparte, che più lo ricer inuiati ſono.Ladoueil uiſo
ſi tignediquel roſſore, cheſi vede. il contrario nei timidi, nel cuore dei
quali il ſangue ſi riſtringe, per ſoccorſo di quella parte, che teme la
offenſione. Nella uergogna ſi abbaſſano gli occhi, come che tolerar nonſi posſa
la preſenza dicos lui, che è giudice de i difetti umani. Queſto è ne' giouani
aſſai buon ſegno di gentil natura. Però che pare, cheuergognandoſi conoſcas no
idifetti, ey habbiano cura di quelli. Non uogliopire diſcorrer’ina torno
all'audacia, allo ſdegno, alla compaßione, alla emulatione, « al la inuidia.
Però che molto ne uedraiſcritto, eragionato da altri. Ben non ti poſſo tacere
del male acerbo, mortale, ch'io uoglio à quella fiera indomita, eabomineuole
dell'inuidia, che all'udir ſolo il nomeſuo, ſtranamentemi muouo. Lafigura,i
modi, ai coſtumi di eſſa ſono da gran poetadeſcritti. Di queſta mi dolgo, per
eſſer quels la, che più regnaneimiei seguaci. Là doue il fabro al fabro, il mes
dico al medico,l'uno artefice all'altro, inuidia portano ſempremai. M4 ca, Md
tacciamoora di queſto, e poicheragionatohabbiamo di te, delo le parti tue,
delle quali taci, che in eſſeſi ſtanno,e delle loro difpofia tioni,
addimandiamo la Natura quaicoſe a’quai parti di te conuena gono, acciò che
accordando la foauißima armonia della umana elo quenza con piacere, og
utiledegli aſcoltanti uditi ſiamo apieno por polo raccontare i miracoli della
Natura. ' AN. lo ueggio ben oggia mai' ' Arte, che tuſei quella chefai l'acume,
ò la ſottilezzadell’oca chio mortale nel ſecreto della diuinamentetrapaſſare.
AN. Anzi per te, ó Anima,coteſto mirabile ufficio s'acquiſta, la cui cognitione
tanto apporta di lume, e chiarezzaad ogniprofeßione, o scienza, che ucramenteſi
può dire chetuſia ilprincipio d'ogni conoſcimento Etperò chiunqueſtima; ola
uſanza di uno leggieri eſſercitio, o il ca fo tanto potere quanto tu, o
io.uagliamo, grandamente s'allontana dal uero. Tu t'abbatterai in un ſecolo
impazzito, d'huomini, i quali s'accoſteranno ad imitare più uno, che l'altro, olo
imitar loro non faràſenon manifeſto rubamento, ſciocchi,oferui imitatori, che
non Sapendo, perche altri s'habbiano acquiſtato il nome, tutta via in ciò
s'affaticano. Altri perche hanno unaſcelta di belle, &ornate pde role
uogliono ad uno ſteſſo tempo fcoprirle accomodando à quelle i concetti loro; ma
che poi ſono cosi rozi, a inetti, cheſenza ordine, Ofuor di tempo le
metteranno, e diranno, Io cosi dißi,perche cosi ha detto alcuno de' più
preſtanti. Queſtiſono gli incomodi delfecom lo. Nat. O`quanto m’increſce perciò
eſſere ſtimatapouera «biſo gnoſa, come che à me manchi alcunafiata,che donare,
o che nel cer care l'altrui teſoro l'huomo perda,ò non conoſca il ſuo. AR. Chi
ſempre ſegue, ſempre ſta di dietro, chi nonua dipari,nõ puòauan zare. Male
hauerebbonofatto i primi inuentori delle coſe, fehae veſſero aſpettato,chiloro
douea farla ſtrada. Et troppo pigro écoe lui, cheſi contenta del ritrouato.
Ionon porgo già mai la mano a chi laſcia, oabandona la naturale inclinatione,
come bene ho ueduto que' ali non conſeguire il deſiderato fine. NAT. Mi turbano
apa preſſo quelli, ò Arte, che tanto di me ſi fidano, che te laſciano à dies
tro". AR. Non ti dißi da principio, chenoi erauamo unite, e che ciò che
appare di uarietà, e diſomiglianza tra noi,e in un principio ricongiunto? Che
miditu? Chiunque opera alcuna coſa da me drizzato, uſa una regola commune, et uniuerſale,
che à molte, diuerſe nature feruendo,quelle uniſce, o lega in uno artifi cio
medeſimo, perche io ſono la conformità,o la ſimiglianza;altri acutifono, eſuegliati,
altriſeueri,& graui,altri piaceuoli, &eles ganti per natura. Vnaperò e
l'arte,una éla uia, che ciaſcuno al ſuo ſegno conduce. Quando adunque l'arte
precede, facile e lo imitare; lodeuole il rubare, et aperta la ſtrada
alſuperare altrui. Et in tal guiſa bene ſilpendeſenza lo auantarſi di eſſer
ricco, a fenza dar ſos: spittione di uergognoſo furto. Accompagnifi dunque
nelle ciuili con teſe il core, ola ſcrima,cioè la natura, el'arte, ogſi
uederanno poi que’miracoli, ch'io ſo fare. Ma laſciamo tai coſe, e incomincia o
Natura, o dimmi, in che modo le coſe tue fiſtanno, che di eſſe cosi dileggieri
gli huomini ſi uanno ingannando NAT. Sappi ò Arte, che ogn'uno che ci naſce,
ſeco porta dal naſcimento ſuo unacerta ins clinatione alla uerità, donde auiene,
che inſieme con glianni creſcens do ella in parteſuole il uero congetturare,
laqual congetturi opis nione più toſtocheſcienza uferai di chiamare. Laſcio la
uſanza mia imitatrice,chefino da primiannirecarſuole molte opinioni, che poi
dipenacon l'altra certezzaſileuano, parlerò di quella ſembianza più toſto, che
ſembiante di uero,cheé atta nata à muouere l'umane mentia far giudicio delle
coſe. Dico adunque, alcune coſeeſſer da ſe ſteſſe manifeſte, chiare, altre,
niente da ſe hanno di lume, edi fplendore,mailluminate da quelleche ſeco hanno
la luce, ſi fannoa? fenſi umanipaleſi; nel primo gradoé il Sole, o tutti que'
corpi, che ſon chiamati luminoſi. Nel ſecondo ſono i corpi coloriti, i quali
non hannoin ſe ſcintilla di chiarezza, ma d'altronde ſono illuminati. Il
fimigliante ſi ritruoua nello intelletto. Iljaale riceuendo alcune coſe
diſubito quelle apprende, og ritiene. Però che quelle ſeco hannoil lume loro,
ſe à me ſteſſe il fabricare de' nomi, io le chiamerei Noti tie, ouero
Intendimenti primi. Ma poi altre ſono, che non hannoda ſe lume, ó uiuezza
alcuna,&però di quelle ſifa giudicio con ſoſpetto di errare, fe da altro
luogo la loro intelligenza non uiene; quinci ė nata la opinione, la quale come
opinione, che ella é, né uera ſitruoua, ne falfa. Il difetto naſce daquelli
uirtù,chepoco dianzi diceſte.Pero che le coſe mie fono, come ſono,mariceuute
nell'anima, e da' ſenſi al la fantaſia per alcune debili ſembianze traportate,
ſtranamente meſcolate, fannodiuerſe opinioni. Ben’é uero, ch'io non faccio una
co ſa tanto diuerſa da un'altra, che l'huomo dueduto non poſſa alcuna
Somiglianza tra eſſe ritrouare. AR. Molto mi piace che l'animadi ciò nonſia
fatta capace, perche accadendoleſpeſo mutare le opinioni umine, e da uno in
altro contrario traportarle, molto deſtramente biſogna adoperarſi,et
diſimiglianza, in ſimiglianzaà poco a poco pas fando,perchelo errore in eſe
ſimiglianze ſinaſconde, tirar le menti, che no s'aueggono di una in altra
ſentenza. An. Et chi può queſto ageuolmente fare? AR. Chi con diligenza inueftiga
la natura dela le coſe ſottilmente, uedrà in che l'una con l'altra ſi conuenga,
ma non chiamiamo però la opinione incerta,cognitione à queſto ſenſo,checo lui,
che ha opinione ſappiaſempre quella eſſer’incerta, o dubbioſt conoſcenza, ma
bene che in ſe conſiderata, come opinione da chiuna que hauerà il uero
ſapere,ſarà riputataincerta. NAT. O quans to mi nuoce in questo caſo,la uſanza
inſieme con la età creſciuta, lds quale à guiſadimeſtesſa, ferma talmente le
coſe nelle menti umane, che bene ſpeſſo la bugia, più che la uerità in eſi
ritruoua luogo. Et peròcredono molte coſe che nonſono, ouerofe ſono, ad altro
modo di quello, che ſono, uengono giudicate. Etfe pure dirittamente appreſe
ſono, altre cagioni lor danno,che le uere, e quelle ch'io so eſſere in mediati
o continuate à gli effetti. Et queſto auiene quando la ragio ne inchina più al
ſenſo che all'intelletto, « più all'apparenza, che al l'eſſenza. AR. Tu hai più
dell'Arte,o Natura,che di te ſteſſa,cos si bene uai diſtinguendo i tuoi
ragionamenti. NAT. Non te ne ma rauigliare, ò Arte,perche io qual ſono,tale mi
dimoſtro, oſe di me medeſima parlo, cometu uedi io lo faccio in quel modo,
chetu altre uolté hai confeſſato, che io ragionereiſe io fußite. AR. Quello che
io dico, lo dico per amınaeſtramento di coſtei, laqualanche non ſi dee
marduegliare di queſta apparenza del uero. Perciò che è aſſai als l'huomo
ſaggio, che le buoneragioni gliſieno ſemprequelle ſtelle, da quelle ne prenda
la ſimiglianza del uero, che per lo più muoue le umane menti, oin eſſe
ageuolmente ſi pone, al che fare, opportuna, ocomoda coſa é ricordarſi, in che
maniera per lo pulſato l'huomo ſe ſteſſo habbia ingannato, o in qual modo
ancora, e per qual cagione altri ingannatiſi fieno da loro medeſimi, in uero te
ne riderui, uedens do alcuni che penſano, ogni coſa, che precede un'altra,
cffer di quella cigione, ò che lo eſſer fimile ſia il medeſimo. Ne per ciò
direi che l'os pinione fuſe ignoranza,comenon dico, eſſa eſſere ſcienza, perche
la ſcienza e stabilità,o fermata da uero, e infallibile argomento, en la
ignoranza non è di coſe uere. Onde naſce,chela opinione è un abi to mezano tra
il uero intendimento, o l'ignoranza, differente dal dia bitare in queſto che la
opinione piega più in una, che in un'altra par te, il dubitare tiene in egual
bilancia la mente tra l'affermare, o il negare, eye però biſogna riuocare in
dubbio le coſegià ammeſſe,e di mojtrare quäto pericolo ſia il giudicare. Da
queſtone naſcerà la que ſtione, e la dimanda, la quale diſponendo le menti alle
ragioni; quan to leuerà della prima opinione, tanto porrà di quella, che tu
uorrai, o à ciò fare uia non é appreſſo quella che ua per le ſimiglianze delle
coſe.Partipoco,ò Anima, cotesti uirtu? penſi tu,che ſia cosi facile il
perſuadere? ó credi tù chegià biſogni con dritto giudicio, o con ſal do
intendimento penetrare dalla ſuperficie alla profondità delle coſe? A N. Da che
occulta radice l'apparente bellezza dicoteſta tua figli uola,nel
cuiadornameiito la Natura ſola non baſta. NAT, Ora ogniſentimento mi ſi
ſcuopre, ó Anima, da costei, emanifeſta uedo eſſermifatta la cagione,per la
quale molti miei amiciſono diſonorati. ART. Quai ſono coteſti amicituoi? NAT.
Quei, che inueftis gando uanno iſecretimiei, le ripoſte cagioni delle coſe,i
movimenti, le alterationi, &i naſcimenti d'ogni coſa, o che non
ſicontentano di ſtare par pari de gli altri huomini,manobilitando la ſpecie
loro con le dottrine traſcendono i cieli. AR. Che ſtrano accidente può ueni re
à perſone cosi pregiate, come ſono iſeguaci tuoi, ogli amatori della Sapienza,i
quali comerettori delmondo, felicißimi,er beatißis mi eſſer deono riputati?
NAT. Queſti fedeli miei à punto ſonoquel li, che più de gli altri ſono
diſonorati. An. In che coſa? ART. Aſcolta digratia; mentre che gli ſtudioſidi
meſi ſtannoſoli, ein par te ripoſta comeſchiui dell'umano confortio,non é loda
• grido onora to, che con ammiratione delle gentinon gli eſſalti o inalzi
infino al cielo. Mapoi che compareno, et uěgono alla luce,ſono prima da ogn'u
no guardati, si per la eſpettatione già conceputa della virtù loro, si an cora
per la nouità dell'abito, o dell'aſpetto,et del portamento,ogn's no lor tiene
gli occhi addoſſo, a attentamente ſi dimoſtra di uolergli udire. Io non ti
potrei eſprimere con che grauità poi aprono la boca ca, e con che tardezza poimandano
fuori le parole, etquanta ſia la dimora de i loro ragionamenti, i quali poi che
da principio nonſono in teſi dalle genti,comecoſe lontane dalla umana
conuerſatione, non cosi toto uiene lor tolta la credenza, per che purſiattende
coſa miglios respire conforme alla opinionede’uolgari,iquali dalla prima eſpets
tatione inuiati danno i ſeſteßi la colpa del non capire la profondità de'
concetti loro. Mapoi che nel ſeguete ragionare s'accorgono pur in tutto di non
poter’alcuna coſa da que'beati ritrarre, et che ogn'os ra più le coſe
intricate, ar le parole aſcoſe ogni lume d'intelligenza Hanno lor togliendo,
quanto ſcherno, Dio buono, jego quanto riſo ſe ne fanno. AR. Jo grauemente
miſdegno, ó Natura, et mi dolgo di ſimili auenimenti, poi chegli infelici non
fanno drittamente ſtimar le coſe, benchefino al fondodi eſſe paſarſi
credono,maforſe è, cheſtan do eßiſemprein altro, quando poi allo in giù
riguardando ueggono l'altezza loro, a la profondità delle coſe terrene, uanno
uaccillando con gli occhi; ocomparando il cielo alla terra, ſtimano ld terra un
minimo punto, o una bella città un niente che nobiltà, che chiaa rezza diſangue
può eſſere appreſſo coloro, che ſeſteßicon la eterni tà miſurando, tutti da uno
ſteſſo principio uenuti affermano? Che rica chezzaſarà grande appreſocoloro,
che ſi ſtimano poſſeditori del cie. lo? qual prouiſione daſoſtentare i popoli
farà colui il quale quaſipa ſciuto del cibo de i Dei,altro non guſta, altronon
ſente,altronon din fia,cheſempre ſtare alla ſteſſa menſa? ne credono, che
altriſieno in bi sogno? Queſte coſe io direi in loro efcuſatione. Ma che
midiraitu di quelli che ſono ſtudioſi della vita ciuile, o che fanno le cagioni
de’mu. tamenti de i Regni, e delle Rep.le conditioni de principi, gli ufficij
di ciaſcuno,le uirti, gli abiti uirtuoſi? Non credi tu, che queſti ſie no più
auenturati de gli altri? NAT. Peggio, percioche il ſapere ciaſcuna delle dette
coſe,hauer le diffinitionid'ogni uirti, ocoa noſcere diſtintamente ogni buona
qualità,non é aſſai, ma egli biſogna uſar tanto teſoro al governoaltrui per
ſalute, ocomodo uniuerſaa le, e oltre all'uſo hauer parole al preſente maneggio
oalla ciuile uſanza accomodate. ART. Dondeprocede coteſta loro cosi ſot tile
ignoranza: forſe cosi eleggono penſando di eſſer' hauutiper dot tiæ
intelligenti parlando in cotalguiſa?Ma questa é una groſſezza infinita,perche
non é piacere, che s'agguagli à quelloche prende ľa ſcoltatore quando impara
&intende ciò che uien detto.Sai tu duns que la cagione di cosi fatto
errore? NAT. Forſe è,perche non ha uendo eſsi alcuna eſperienza della
conuerfatione cittadineſca, fanno quelguidicio dimolti cheſonoſoliti di far
d'alcuni pochi, loro come pagni,co i quali tutto’l giorno con uarie
diſputationi argomentando trapaſſano,ne mai ſono riſoluti. ART. Et io ancora
cosi credo, pe rò guardati ó Anima, di non entrare nel loro no conoſciuto
collegio, ò ſe pure ui uorrai entrare tanto iui dimora,quanto alcun giouamen to
ne puoi ritrarreper la ciuile amminiſtratione. Nel resto pronta, et ſuegliata
nel coſpetto degli huomininon meno alla ſcuola eall'acas demia,che alla
piazza,alla corte, o alſenato intentafarai, o uſans do.doistiche le gi,con
mozeme uoci raptorersi, percbe riund coſa é få mots, creudire
ripublicico:lizále uanie dig esioni, o le Haitat parole di moint, i quali
razlo" 2r.do le ébloro per la Città frendere unsguerra,realize, ne: i mezi
di efl: u21 riguardando, riaprindo le ſcuole de presa deguono, di 7: oro,
oargos:ht::opia ficcrente del mondo, o cercano chifu il primo ins kantore
deli'arxi chifrino in ROMA trionfale, cbisitrouo le naui, chui brizla i czasu,
et ilere ciance si fatte,cbenc irfegn2":0,ne dis last250,14.1widojiore
della prostione de' daruri, delle genti, o del *010, col quale s bubbis a
fartal guerra. Il percbelo. To poi auies fie, cbei nero perini,çia deguamente
di loro parlando, ſono con grue de 11ratione acoltati. NAT. Cotto e mio
dono,percbe ditus to potere affreuz! cusi mi truono,che wina forzaglimetto
irrar ci i tuoi ſegussi. AR. Et forſe corne sfrenati causlii, gli fai tel mezo
del coro pericolare; pero sili eccellente natura,che ta lorda, sorrei che mi
falje l'aiuto rio.percbe meglio, o çik ficuri aadribs 6290 per lefiziglianze
dre coſe. An. Bisogna dunque pik skatie rigliz- guardare, cbe al wero? A R.
Cosi biſcgna; o quedo porriaz slitacels il facesi, sı il donerci tu fare, o
ciaſcuno, che * pis airtai perjuadere, accio cbe fiso aſcoltato, o inteſo dude
geri, lezasli barefeito -Is bagis nga 14.0, får cbe in ejja las casicae spetto
dd zero. Queto per fo cjjere, cbei şià f- 931 babe bis 10 c50 surorit: b4xx.:
predoi popoli cbei nácti inges gs. An. Dizni gratis, çusio é cbegli buozi idaro
fede: cazzo, cbe apps uto, nos lo faze0 percbeloro piace il nero? Ar.. As.
Paepiuere già saco: 507 co:cf-:: ta? Forzz aidake,che il sero lis és glicucuitico?
Ax Pacte danese giàceil serezos bruszni P -T271? AR
Perikliois tragises filer cxz. AX. Aja -- 22:04 ks:0 600leri: del bero.
Às. SostraTrao Adira.secte lazaratsie sesi tid: acts indiscrezi !4.cezecklacteae
fepie regiaze, o lomatto; c (72.0: 1, o Resmitironine. cedriersdieedia 2.3
" To Rossir adizioro Boricitis 32 2 ciasto nigirisececeáciless Aires22:22:
carte.ro 2,cheſe la opinione con la ragione ſarà legata, per modo niuno potrà
fuggire,anzifuori dell’eſſerſuo leggiadramente uſcita nõ più opinio ne, maſcienza
ſi potrà nominare. A N. Dimmi, ſe'l uerifimile e tale ad ogn'unoegualmente. AR.
Nó. An. Che differenza ci fai tu? A R. Grande. Ben'è uero,che quando io dico
ueriſimile, io intendo ciò che pare alla più parte. Ma diſtinguendo dico, la
più parte però effere ode gli huomini ſenza dottrina,o degli huomini letterati.
Et altro ſarà il ueriſimile, che parerà à gli Idioti, altro à iperiti. AN.
Inſegnami à conoſcere queſto uerifimile. AR. Il ſegno della ſimia glianza
alcuna fiata ſi ritruoua in eſſaſuperficie delle coſe, cheſenza diſcorſo di
ragione ſono riceuute,o appreſe daiſenſi umani; da ciò naſce il veriſimile, che
pare egualmente a tutti, come auienedimolte miſture, che's'aſſomigliano à
l'oro, cheſe il giudicio filaſciaſſe al ſenſo ſolo,per oro da ogn’uno ſarebbono
hauute. Alcune uolte il detto fe gno emeſcolato con alcuna ragione,accompagnata
col ſenſo, oque sto é quello, che pare àmo!ti. Speſſo più di ragione, che di
ſenſo ſi mette, e ciò è quello,che pare à i piùſaggi; o quarto più dalſenſo
s'allontana,o s'accoſta la ragione all'intelletto, tanto de' più saggi, edi
pochi ſarà l'apparenza del uero. Ma laſciando coteſte più ina
terneſomiglianzedel uero, bauendo tu àfare. con la moltitudine, quelle attendi,che
a tutti,ò alla partemaggiore appariranno; &co: si ogniforza di proponimento
nelle altrui menti rompendo, farai la uoglia tud. AN. Queſto mipiace. Ma
uorrei, che tu m'inſegnaſi à congetturar quello chepuò eſſere. Dimmi, ſe n'hai
ammaeſtramen to alcuno. A R. Dimandane pur la Natura. AN. Non n'hai tu ancora
poter’alcuno? A r. sibene; ma la Natura operando, Sa meglio dime,quello che
èpoßibile. An. Dimmi tu dunqueò Naz tura,quai coſeeſſer poſſono? NAT. Tutte
quelle il principio delle quali ſi ritruoua. An. Adunque ui ſarà l'arte
deldire, poi che'l prin cipio di lei ſi truoua? ilquale nõ é altro, che
l'ojferuatione,che fu l'Ar te di te ó Nitura. Ar. Che uai tu mettendo in dubbio
quello che fie qui habbiamo fermato? ſegui. NAT. Se quello chepiù importa, ò
che piie uale, ò che ha più difficultà, fiuede, ſenza dubbio il meno
importante, il più debile, il più facile ejer potri. A n. Adunque ſe l'arte
puòridurre gli huomini rozialla uita ciuile, meglio potrà gli ammaeſtrati
inalzare algouerno della Città? ART4 pur uti argomentando. AN. Mercé tua, che
giàmiſei fatta familiare. A R. Queſto ſo io, che poſſeduta che io ſono dalle
anime, dimoſtro il. Α ualore, il piacere, o la facilità dell'operare. NAT. se
può eſſer la cagione, chivieta che lo effetto non posſa eſſere? et ſe queſtoé,
quel la di neceßità ſi haue. Quello che ſegue dimoſtra,che può eſſere quel lo
che antecede. In ſomma ogni coſa può offere, di cui naturale appeti toſi uegga,
o dalla poſibilità delle parti naſce quella del tutto. Dals l’uniuerſale il
particolare, o dal meno quello che più comprendeſi congettura. Vna metà, il
ſimile, il pare ricerca l'altra metà, l'altro Simile, o l'altro pare. Etſeſenza
arteſi puòfar’una coſa molto me glio ſi farà con artificio, ſe chi meno può
opra, chi più può non opes rera egli ancora? Chene attendi più,ſe queſto ti può
eſſere à baſtan za à farti aprire gli occhi è ritrouare il fonte della
eloquenza? AR. Et io già mitruouoſatisfatta in queſta parte,che alle coſe appar
tenenti all'intelletto ſi conuiene; però aquelle io uorrei,che paſſaßi,
lequaliſono da eſſere ne gli appetiti collocate.Et attendo,che tu quel le
brieuemente mi dimoſtri,etdiffiniſca, acciò che l'anima oggimaicõ. tenta
dellaſeconda promeſſa,alla terza,et ultima ſi riuolga. A N. Per qual cagione, ò
Arte, dimanditu le diffinitioni della Natura? ejendo ſuo carico il diffinire. A
R. Perche ora io non attendo le eſquiſite, Oregolate diffinitioni,maquelle che
dalla più parte delle gentiſono ammeſſe, delle quaiquaſiſenz'artificio ſe ne
può formare un numero infinito. An. Tu ſei molto circoſpetta. AR. Seguiò
Natura, féle coſe àgli umaniappetitidi lor natura piacere, o dispiacere posſo
no apportare,òpur l'Anima ne li fa tali. NAT. Senza dubbio non folo elaAnimaha
uirtidi apprendere, ofuggire le coſe, ma in effe ancora e nonſo cheda eſſer
fuggito,ouero abbracciato. Quädo adun que tra la coſa, o l'animaſi truouaalcuna
conformità, allora lo appe tito ſi muoue ad abbracciarla, o queſto mouimento,ſi
può dire, no minar defiderio,ilquale è appetito di coſa che nõ ſi poßiede,cõforme
però à quella uirtù ò parte dell'anima, che l'appetiſce; ma quando no ui é
queſta conformità,tra gli oggetti, o l'anima,ella gli aborre, o fugge, né
ſolamente oue o anima,oſentimento ſi truoua cotefti ab bracciamenti,e
fugheſiueggono,ma doue occultamente io ſonoſoli ta di operare, doue non éſenſo,
ociò faccio con un ſemplice inſtinto, ilquale al mio poteree tale, quale al tuo
é la conoſcenza. Coteſto in ſtinto ogni coſa conduce alla conſeruatione, o
albene; et dalmale et dalla morte il tutto ritragge quanto può. Maper dirti de
gli huo mini, ſappi, che eſſendo tra le coſe oppoſte, ole parti de gli animi lo
ro,conuenienza,quando auiene,che quelli ſíenopreſenti,oche laſcia no impreſſa
la loro qualità,in quellapartechegli appetiſie, allora ſi genera ildiletto, e
l'allegrezzanata dalla morte delprimo deſides rio, perche poſſedendo la coſa
deſiderata, il diſio è già conuertito in piacere. Ilqualpiacere altro non
é,cheadempimento di uoglie. Tu conoſcerai, cheil guſto tuo bauerà conformità
con le coſe dolci; da queſta nenafcerà l'appetito,auenendo poi,chele coſe dolci
uicine fica no à quella parte,doue il detto ſenſo dimora, eche in eſſa laſcino
la lor qualitàimpreſſa, che é la dolcezza, nonha dubbio,che quella par te
nonſia per bauer diletto, egiocondità. Il ſimigliante uedrai in ogni tua parte,
Et per lo contrario ſi ſente noia, e diſpiacereo nella priuatione delle coſe
deſiderate, o nell'hauere le difformi, oaborrite, ecome il principio di
ottenere il bene era il deſiderio dalla ſperanza accompagnato, cosi il principio
di hauere la noia, era la fuga dal timore commoffa. Etcome nella prima
impreſione la ſperanza in gio is fi conuertiua, cosi nella ſeconda la paura ſi
tramutaua in dolore. Eccoti adunque i quattro principali affetti diuoianime.
AN. Vor reiſaperè,o Natura, in cheſia poſta la conueneuolezza, che é trale
coſe, ole parti mie. NAT. Percheioſono tale in ciaſcuna coſa, quale io mi
truouo, però nelle coſe eſaéripoſta per me; maperche poi auenga,che io tale mi
truoui in ciaſcuna coſa,dimandane chi cos si ab eterno prouid. AR. Or l'anima
tipare troppo curioſa? ma dimmi quai coſe,à qual parte dell'anima ſono
conformi. NÁT. In fomma il uero é il bene, &per tal cagione, quello che è
uero,uien giu dicato bene. Ar. Che intendi tù bene? NAT. Ciò che daogn'u no,e
da ogni coſa uien deſiderato, &uoluto. A R. Qual bene Ć cercato
daữ’intelletto? NA T. Dimandane coſtei
AN. il ſapee re, la dritta opinione. NAT. Dalla uolontà? AR. Ogniabis to
di uirti. NAT. Da gli appetiti. AR. Ogniutilità e dilets to AR. Che naſcerà
poi, ò Natura, dal deſiderio ditai coſe? NAT. Lo sforzo, o lo ſtudio de'mortali
per conſeguirle. An. Buui alcuno inganno de gli appetiti intorno al bene, come
ui é l'ingan no dell'intelletto intorno al uero? NAT. Grandissimo. AN. Et come
ſe il bene e cosi conforme all'anima? NAT. Non hai tu udito poco di ſopra, come
l'anima era d'intorno al uero, opure anco il ue to le era molto conueneuole, et
proportionato? AN. Ben'inteſi, che la cognitione del uero era molto confuſa,
riſpetto alla fantaſia. ARTE Cosi é. Et di nuouo ti dico, afferino,che ogn'uno
confufae mente apprende un bene,nelquale par che l'animo s’acqueti, et quels lo
deſideri,mapoi da gli appetiti traportato (come prima era l'intele letto dalla
fantaſia ) e aquegli rivolto ſmarriſce la uera strada di quel bene, al quale
ciaſcuno digiugner contende, moſſo dalla interna forza della Natura. Et in
quella ſtrada,orapiù lentamente, ora più. velocemente camina, troppo è meno
amando, et deſiderando quello, che con miſura dourebbe amare,ò defiderare.
Indië nata la ingorda uoglia delle ricchezze, lo sfrenato appetito dei piaceri,
vtalbora la pigritia, om negligenza dell'ocio; &deſiderando altrilapropria
con ſeruatione, s'inganna, credendo,che il bene altrui,ſia la ruina ſua,oue ro
temendo di perder’i ſuoibeni, fauori,gratie,amiſtà,onori,o lodi, ſi muoue alla
ingiuria,alla inuidis,alla uendetta. Et di qui naſce quello di che tutto di ſi
contende fra' mortali, il giuſto, lo ingiufto, ildouere, l'equità, l'utile,
oaltre coſe, che ſono cagioni di liti, o di conteſe Per il diletto adunque, et per
il comodo, ciaſcuno ſi muoue à fare. Et benefarà quello, alquale ogni coſaſi
riferiſce, ouero ſiriferirebbe, per ragione, o per appetito, o per natura. Et ciò cheopera, difende,
conſerua,accreſce,accompagna, ſegue,ordina,et ſignifica il bene, bene ſi
chiama, operò la felicità, o tutte le parti ſueſarannobuone, a le uirtie ſopra
tutto ſono benidiſua natura degni,bencheàmoltinon ſono cosi apparenti. Ilpró,l’utile,
il piacere ebene, perche l'utile ė mezo di conſeguire il deſiderio, oil piacereè
moltoalla natura cona forme. ANIMA. Fermati un poco, et dimmi,come non eſſendo
beni cosi apparenti le uirtù de coſtumi,gli huominiſieno uenuti in cognis tione
di quelle: AR. Credi, ó Anima,che ogni maniera di bene, che appare à gli
huomini, éſimiglianza di quel bene, che non appare,e chi uuole drittamente giudicare
da coteſti apparenti beni, potrà ris trouare la uia di peruenire alla
cognitione di quegli, cheſono in ſebe ni, o che fanno la uera, es ſola
felicità,più deſiderata,che conoſciu taima non ſta bene ora difiloſofare
intorno a tal coſa. Baſtiti, ch'io ti ritruoui la uia, per la quale gli huomini
ſono andati a ritrovare i beni dell'animo, o le uirti interiori. Dicoti
adunque, che uedendo i mortali nel corpo umano molte buone conditioni, hanno
congetturas to, ancora nell'animo ritrouarſi alcune ottime qualità, à quelle
del cor po in qualche parte conuenienti. Dimandane la Natura, quali ſieno le
doti del corpo,che tu ſaprai da me poſcia quali ſienogli ornamenti tuoi. AN.
Dimmi ò Natura, fe egli ti piace, diche beni adorni tu i corpi umani? NAT.
Prima diſanità, o di forza, poi di bellezza, O d'integrità diſenſi. An. In
checonſiſte la ſanità? Nat. Nels la. la proportionata meſcolanza degliumori
principali, enell'uſo di ej 14,6 queſta proportionata meſcolanza, ueramente
ſipuò chiamare una egualità ragioneuole. ART. Credi tu, o Anima,di eſſer’al
corpo inferiore? AN. Non già. ART. Credi adunque, che in te eſſer deue una
certa egualità. Il cui ualore conſiſte nell'uſo. A N. Quale uuoi tu che ella
ſia? AR. Quella che Giustitia ſi chiamna,fers ma, o coſtante volontà di render
a ciaſcuno ilſuo. Ma che dici tu delle forze? NÅT. Dico, la
gagliardezzaeſſer’una uirtù del cor po,poſta nel potere à ſua uoglia
abbattere,atterrare,et uolgere ogni alieno impeto con leggiadria. AR. Bella,
aneceſſaris uirtù neli aa nimo. Perqueſto giudicarono ifaggi,eſſer la fortezza,
laquale reſis ſtendo à gli impetidella fortuna,ſola nė"ſuperbanel bene,ne
uile nelle auuerſità ſi dimoſtra, &fola guida nella militia della uita
mortale uin cendo, glorioſamente trionfa. NAT. Che dirai tu della bellezza del
corpo, laquale è una proportione di membra, o di parti tra ſe ſteſ fe, o col
tutto conuenienti dauiuacità di colori, et gentil gratia acs compagnata? AR.
Tumi dipingila temperanza dell'animo,laqua le in ſe ſteſſa raccolta,
ecompoſta,inuera, o proportionata miſura conſiſte, tanto può di dentro, che di
fuorinel corpo il ripoſato, o quieto penſiero uedi, dolce, ogratioſa maniera ſi
conoſce, et quafie una conſonanza di tutte le conſonanze. NAT. Che coſa
trouerai tu nell'anima,conformealla integrità dei ſenſi, come alla bontà della
uiſta, alla perfettione dell'udito, « al uigored'ogni ſentimento? ART. La
prudenza, la quale consiste in saldo, o sincero conoſcia mento delle attioni
umane: A N. Egli mi pare, che io ſia da Dio creata à fine, che le coſe mie
fieno ſcala all'altezza di quello. AR. Che penſitu altro, ò Natura? NAT. Nulla,
ſenon che conchiudo frame, che gli huominiſi ſieno aueduti delle uirtú
interiori per le qua lità eſteriori. AR. Senza dubbio, a molti anche ſi ſono
ingannas ti, oper una ſimiglianza, che hanno le uirtù con alcuni uitij, se lo
Cangiando il nome hanno detto chela tardezza ſia moderata pruten za,la
liberalità ſia la larghezzaſenzamiſura; e cosi all'incontro il prodigo ſia
liberale. Et non hanno conſiderato, eſſergran differenza tra il ſaper dare, er
il non ſaper conſeruare.Et queſto è quel ueriſimi le nei beni, che muoue ſpeſſo
lementi, ogli appetiti umani. Orain brieue l'ordine, l'ornamento, e la coſtanza
delle coſe handimoſtra to le uirtù, ou appreſſo la concordanza di tutte le
operationi, o la grandezza, che le ſopra feſteſſa inalzają si come in ogni
arte, com in ogni scienza biſogna hauer’alcuna coſa manifesta, e chiara, dalla
quale da prima ella naſca, o s'augumenti,cosinella felicità, bed ta uitaſi
richiede, euidente fondamento, preſo dui benimanifeſti à i ſen ſi
umani,dalquale s'argomenti il uero, ottimo fine, operò dalle predette coſe
ſiſtima, quella eſſer felicità, che con proſpero corſo tracorre,tutta
diſeſteſsa, tutta di ſua uoglia, tutta piena,tutta d'ogni parte abondeuole,
ocopioſa, eyd'intorno à tai coſe ricordati ſeme pre della diffinitione, da
unaparte conſiderando, che coſa é bene,di! l'altra diſtinguendo quello che é
del corpo, da quello, che é del’ani mo, e come ciaſcuno in molte parti ſi
diuide.perciò che cosi ne trar: rai quella abondanza di coſe che tuuorrai,doue
meritamente la pres detta parteſi può dar tutta alla inuentione, laquale e il
fondamento della noſtra fábrica. Partidoadunque tutto quello cheſotto il nome
di bene, ò uero, ò apparente ſi conciene, trouerai la felicità con tutte le ſue
parti,o trouerai, che'l fuggire dal maggior male,ſia bene, et l'acquiſto
delmaggior bene, « il contrario delmale; et queſto, pera che molti
s'affaticano, e che i nimici lodano alcuna fiata.Et che ſifa ſenza incomodo,
feſa, fatica, ò tempo, ſe é diſiderato; ofinalmente tutto è bene,uero,
apparente, v dubbio, quello che uiene deſiderato. AN. Che dirai tu del piacere?
AR. Grande ueramente è la fore za del piacere, et del dipiacere, percheſin da
fanciulli ſi uede, che il tuttoſi fa per tai contrarietà. Et s'io uoleßi
pienamente ragionarti, io non finirei cosi toſto, però di eſſo alcune brieui
ſentenze io ti pros pongo,dalle quaiſe ne ritrarrà quella ſimigliäza di uero, che
in tai be niſi può trarre. Dicotiadunque,che quelle coſe grate ſono, dipid=
cere,che ſono alla natura conformi,come hai diſopra ſentito; pero à ciaſcheduno
grato ſarà quello,à che eglidi natura ſua ſaràinchinas toje per la medeſima
ragione,foaue,et gioconda coſa é la conſuetudi ne, come quella chemolto alla
natura ſi confaccia. Perche quello, che speſſo,et per lo più ſifa, è molto
uicino a quello che ſempre ſi ſuolfa re. Caro e quello,che non ſi trde per
forza,perche la forza é contra natura, onde i trauagli,lecure, e ogni maniera
diſtudio, odi pens ſiero,che turbi la quiete dell'animo, perche é
uiolēto,arrecca moleſtia o diſpiacere. Seforſe la conſuetudine non
l'ammolliſce. Cosi per con trario il diletto, il giuoco, il ripoſo,la ſicurezza
ilſuono, et la rimeßio ne, come coſe di ogni neceßitá lotane. Néſolo col ſenſo
uicino ſiprende piacere delle coſepreſenti, ma con la memoria,con la
ſperanza,del lequali una riguarda le paſſate, l'altra le future. Lepaſſate
apportano nella ricordatione aſſai diletto,perche la imaginatione le fa quaſi
pres ſeriti, e ſe erano graui, o noioſe, con lieto, o piaceuol fine fatte ſos
no dolci, eſoauile coſe buoneche hanno à uenire nello ſferare con fortano,
comele preſenti nel goderle,ouero nel imaginarle, ilche ſuos le à gliamantiuenire,
iquali non hanno ripoſo ſenon quanto penſano alle coſe diſiderate. Lauittoria ė
foauißima coſa, ó lo auanzare il compagno, or però ogni maniera digiuoco ſuol
dilettare la caccia, l'uccelare, la peſcagione, et appreſſo l'onore,ogni
gratitudine, ogniri uerenza,inſin l'adulatione piace infinitamente. Lo imparare
ancora é coſa piaceuole, onde la imitatione delle coſe è giocondiſſima, tutto
che le coſe imitate non dilettino, perche nõ la coſa eſpreſſa,malo sfor zo, e
il contraſto dell'arte ſuol dilettare. Indi è nato, che la pittura, le statue,o
l'opre finte aggradano chi li mira. Ne più ti uoglio af faticare,o Anima,in
dimoſtrarti,quello cheda te, et in te prouerai ef ſendo con eſſo il corpo.o
quanto ti fia dipiacere il dominar’ultrui il comandare il ridurre à compimento
le coſe incominciate, il veder riu ſcire ogni tua deliberatione, e finalmente
tutto quello, che al bene t’indrizzerà,ò dal male ti ritrarrà. AN. Se queste
coſe ſono buo ne, come tu di, per qual cagione ſipuò errare nel deſiderarle, nel
cercarle? A R. Due mouimenti,ò Anima in te conoſcerai, l'uno de' quali da eſſa
Natura riceuerai, e l'altro riporterai teco. Nel primo niuno errore puoi
commettere,perche non è colpa tua, che alcuna co ſa ſi truoui,che ti diletti;
ma nelſecondo ageuolmente puoi cadere, eſſendo in tua mano il freno di non
conſentire cosi à pieno à quella prima voglia&, non riguardare alla
ragione, che con certo conſiglio al gouerno de'primi appetiti guidar tidee.
Maperche per lo primo, O naturalemouimento gli huominifanno il più delle loro
operatio ni però debbono eſſer ueriſimilmente guidati,o é creduto per lo più,
che ciaſcuno faccia con deliberatione quello cheegli fa, ſeguendo il primo
inſtinto; néſi conſidera che in teſi truoua uirtá libera, o po tente,dalla
quale ognilode, o ogni biaſimo procede. Etacciò che el la ſiapiù
drittamentegouernata, eccoti l'autorità delle ſacre leggi, nella quale è poſta
la ſalute, e la correttione d'ogniumano errore. Contra le quaichiunquepreſume
di opporſi, dal proprio conſiglio abandonato, è dato in preda alle ſue proprie
uoglie,e ſottoposto ale la pend, come quello cheiniquo, o ingiuſto ſia. Ora in
brieue ti dico, che eſſendo eſſe leggi nelle rep. àgli animi quaſi medicine
delle loro infirmità, o rimedijà i loro errori, biſogna ſapere ogni maniera di
gouerno, gouerno, in che eglipiù fermo
fia,da che uegna il cadimento di quels lo, et quanti ſienoi contrarij ſuoi,per
poteralla cõmune utilità con le Sante inſtitutioni liberamente prouedere. NAT.
Matu non dimo ſtri, ò Arte, che alcune leggi ſono eterne, er immutabili, non da
gli huomini ſecondo gli ſtati loro ordinate, ma dallo editto diuino, o da me
inuiolabili ſtatuite, communi,& uniuerſali à tutte le genti, lequai non più
allo Indiano,cheallo Ethiope,eguali, in ogniſecolo, in ogni luogo ſi Sogliono
ritrouare, non ne igrandiuolumiſpiunati da' morta li,manel libro della eternità
impreſſe,et ſigillate in ciaſcuno che ci na ſce. AR. Coteſte leggi,ó Natura,non
ſono ritrouamenti umani, né ſecondo le occaſioniformate, ma eterne, econtinuate
ad un modo in permutabile, del quale non tocca à me il ragionare, «pint é
quella ch'io non dico di eſſe, o forſe quella equità,dichefpeſoſi ragiona, al
tro nonė, che la leggeſcritta nel cuore d'ogn'uno per correttione di quella
cheè poſta per commune uolere di ciaſcun popolo. An. Dun que nelle umane
leggiſi truoua errore? AR. Nongià, ma ben può eſſereche ilfondatoredi eſſe al
tutto non proueda,et chenon conſide ri molte coſe, le quai per alcuno
accidente, come, che molti ne ſieno fanno uariare i giudicij, e in queſto caſo
la equità, et l'oneſtà può aſſai, operò molto prudente, oqueduto biſogna
cheſia, chiunque forma le fante leggi, « che il più che può tolga il potere à
gli huos mini di giudicare da ſe ſteßi. Però cheben ſai, quantopericoloſopra
ſtà nel giudicio, riſpetto allo amore, all'odio, e ognialtra perturbae tione
umana. Matempo è, cheſi dia fine à queſta parte, perche aſſai sé detto
d'intorno alle uirtù dell'anima,e d'intorno alle coſe appars tenenti ad eſſa,
si di quelle che allo intelletto, come di quelle, che ape partengono allo
appetito. In quanto che elle hanno ſimiglianza del uero, delbene, dj
appartengono alla inuentione. A N. Tutto che ó Arte, inanzi à gli occhimiſieno
le coſe, che tu m'hai dimoſtras te, hauendole tu ſopra la Natura delle coſe
ſtabilite,pur uorrei ſapes re alcunſecreto, come diſopra molti me n'hai
ſcoperti, quando tra noi ſi ragionaua delle parti mie. AR. Io non per
naſconderti alcu na coſa miſon taciuta, maperche eglimipare, cheda te ſteſſa
potrai ogni ripoſte bellezza conſiderare, uedere, che da que' beni che di ſopra
habbiamo diſtinti, naſcono treparti principali dello artificio no ſtro. Però
che ſe il bene é utile,nenaſce quella parte, che é posta nel conſigliare,
laquale ſi uſa neiſenati. Se'l fine è giuſto, quell'altrapare te, che delle
ingiurie ciuili,ò criminalitra i popoli fa mentione, felfie ne 1 1 ne é
honeſto, allora ampia, o magnifica materia ſipreſta di lodare nelle pompe, et
ne i trionfi le opere glorioſe, ma il ualore delgraue, o riputato
Cittadino,primanel ben fare,poi nel ben conſigliareſi di moſtra. AN. Diche coſa
più ſi conſiglia? AR. Di quello, che: più abbraccia l'utile uniuerſale. Etprima
d'intorno al corpo delle uettouaglie, odel uiuere per ſoſtenimento di ogn'uno,
odella difen fione per ſicurtà de i popoli, delle ricchezze perſoſtenere la
difes Ja. Dapoi delle ſacre leggi, e della religione per ottenere l'ultis mo, o
deſiderato fine. ANI. Che ſi ricerca nel conſigliare? ART. Prudenza,
beneuolenza, animo, ſecretezza, e celeris, tà nello eſſequire. A N. Gli
ineſperti adunque,imaligni, i timis di, i uani, i pigri huomini, non ſono atti
al conſigliare: ART. Non già. Necoloro, che non ſanno conſigliare ſe ſteßi. Ma
odi: alcuni ſecretidi queſta parte, forſe non uditi fin'ora. Vuoi tu ſapere un
modo mirabile di conoſcere glianimi de' mortali? AN. Queſto eil tutto. A R.
Sappi,checiò, che ſecreto nell’hkomo ſi truoua, forza cheſia in alcun
ſentimento di eſſo,ò di dentro, o difuori.Sentis, mento chiamo ora ogniparte di
te ó Anima. Et però uolendo tu ri trouar coteſto ſecreto, tenterai ogni
ſentimento, perche quando es toccherai quella parte,nella qualee ripoſto il
ſecreto di alcuno, o pia ceuole, ò noioſo,che egli fi fia,ſenza dubbio manderà
fuorialcuniſea gni,comemeſſaggieridelle uoglie ſue,ocon alcuneſimiglianze dimo
ſtrerà quello,che egli ſipenſa di haueredétro diſe naſcoſo; aguiſa di una corda
chealſegno tirata di un'altra; quandoritruoua la conſon: nanza, ſimuque, a
ſuona di pari armoniacon quella.Da queſta reues, latione dipende la uittoria,
eu l'onore di chi parla nel coſpetto degli huomini.Etqueſto è un ſecreto
ripoſto aſſai, wodegno di penſamento.. L'altro è, che a conoſcereil giuſto, e
lo ingiuſto,biſogna riguardas re al fire,alquale ciaſcuna coſa deueeſſer
meritamente riferita, pera, che quando ſia, che dal debito fine alcuna coſa ſi
rimuoua, allora ne ng ſce la ingiuria,la quale éuna eſpreſſa maniera di
ingiuſtitia. Aqueſta ingiuria altri ſono più diſpoſti a farla, che à
patirla,altri per lo cons, trario. Et questo biſogna conſiderare per potere in
quella parte uas lere, ii cuifinalgiudicio rizuarda il giuſto, o l'ingiuſto.
Altri ſes creti ui ſono, ma io mi riſeruo là doue della applicatione ragiones
remo, cioè quandoſi dirà il mododi porre le coſe nell'anima. Ma che marauiglia
è queſta? doue é gita l'Anima, ò Natura? Perche te ne ridi tu? come ſono
ingannata? come tolto mi viene il poter ſeguire E l'incominciato ragionamento?
NAT. Aſpetta ó Arte, non titurs bare, toſto merrà, con chi tu habbi à
ragionare. Ora uoglio che noi ci tramutiamo, o che cifacciamopalpabili, o viſibili.
AR. Che mutationi mi usi predicando? NAT. Taci, attendi. Eccomi qui di corpo,e
di formaumana. AR, Guardami ancora tu, ch'io ſo no trafigurata,à chimiſomigli
tu o Natura? NAT. Io non ſaprei à coſa alcuna ſimigliartijmubene io uedo, che
tu hai molto del graue nell'aſpetto, e nello andare, onel uestire,et à pena io
ardiſcofiſarti. gliocchi à doſſo. Et mi viene una certa tenerezza di lagrimare.
A R. Coteſto é ſegno,che tu mi ami et riueriſci;et tanto più ch'io ti ſcorgo un
certo roſſore nel uolto, e ti odo ſopirare. Ma che ti pare de gli occhi miei?
NAT. Tu haideldiuinoin eßi, come cheſieno di coloa re celeſte, o di luce
penetrante. A R. Et de capelli,chedi tu? delle ciglia? NAT. Quelli ſono neri, a
queſte rare, e di oneſta grandezza. ART. Saitu di cheſieno ſegni le predette
coſe? NAT. Non già,ma bene ſtimo, che tu t'habbifigurata in quel mo do
difuori,che tuſei di dentro, cioè piena d'intelletto, edi capacità ftudiofa
delbene,folerte,er ſuegliata comeſei. A R. Tudi il ues ro, e dipiù il naſo
aquilino, le orecchie egualiil collo brieue, il pete tolargo, le ſpalle große,
le braccia, le palme, ø i diti lunghi, tuttiſou no ſogni euidenti dello eſſer
mio. NAT. Ma tunonſei peròtroppo grande,bencheiltuo mouimento ſia tardo, elo
ſtarediritto, chedie moſtrino te manſueta, umana, a piaceuole. Ar. Se non fuſſe
il mio continuo penſamento, mi uedreſti ancora più allegra. Ma guarda
quantiſtrumentiadoperar mi conuiene perporre in opra quello che io nella mente
diſegno. NAT. 10 ſono dite più ſemplice, o piis ſchietta comeuedi. AR. Tu mifai
ridere con tante mammelle. NAT. A punto io fo ridere ogni coſa per tante mie
mammelle, pero che credi tu, chelefemine, noni maſchi habbiano tai parti? AR:
Perche le femine ſono quelle chepartoriſcono, però biſo gna, che come eſſe
danno la uita, cosi diano il notrimento,etperò han no le dette parti come
iſtrumenti della nodritione. NAT. Quans te adunque nedebbo hauer’io, eſſendo
madre dituttele coſe? AR. Tu hairagione,ma chi é quel giouane cosi bello, che
incontro ne uie ne? NAT. L'anima,che poco dianzi era ſola,ora è accompagnata
col corpo. AR. Chemiracoli fai tu ò Natura? NAT. Credi tu Arte ſapere ogni
coſa? AR. 10 fo bene quello, che credo, ſo che le genti non crederanno queſte
mutationi, che tu o io facciamo. NAT. Pochi ſono i ueri Sauij., però non diamo
orecchie al uolgo. Eccoti il deſiderato aſpetto, conſidera o miſura le parti
fue, che ria trouerai bella,o proportionata compoſitione. Ar. Che carne gen
tile, odelicata, non però troppo molle, guarda chedignità,che maa niera
chefronte allegra, « ſignorile,chipotrà dire che egli nonhab bia ad eſſere
pieno di coſtumi, o d'ingegno? NAT. Ben ſai,che io gli ho la promeſſa ſeruata
in tutto. ART. Rallegromi ueramen. te, o mi pare, che tu ſeimolto miglior
maeſtra di me, ma che nome gli daremo?.NAT. Quello che conuengaà chi lo fece.
ART. Io ne ho poco che fare. NAT. Anzi tugli hai dato, et darai il
miglior'eſſere;ben’è uero,ch'io ne ho la parte mia, o il mie fattore la ſua.
ART. Chiamiamolo dunque DINARDO. NAT. Perche? AR. Perche Dio, Natura, et Arte il
donarono. NAT. Tu mi allegri con tal fabrica di nomi. A R. In molte lingue io
ho queſto potere, il quale e poco da gli huomini conoſciuto. NAT. Mipiace, ma
perche non l'hai tu dacapo a piedi minutamente miſurato? AR. Micuſui lo
hauerglidimoſtrato, che la oratione eſſer dee.comeil corpo umano, o hauere
principio,mezo, et fine. Etche le partiſue deono corriſpondere à ſejteſe, al
tutto con dignità,e decoro? Et si comenel capo ſono tutti i ſentimenti del
corpo, cosi nel principio eller deono ripoſti i ſentimentidella oratione. A lui
pofciaſtarà di ore dinar la predetta materiafecondo il biſogno, facédolo
auuertito, che i teftimonij delle opere de’ mortaliſono le coſe che ſtanno
d'intorno à quelli. Et però mi gioua di nominarle circostanze, percioche fa
cendo,o operando l'huomo alcuna coſa, ha ſempre inanzi,ò apprefe ſo il tempo,il
luogo,le perſone, il modo, ilfine, le quaicoſe fanno fede ſe l'operaſua è
buona, orea. Da coteſta conſideratione, ſi ſtima chi ragiond, e con chi,ſe è la
occaſione di dire ſe in questo, o in quel luo, goſtarà bene di parlareſe ilfine
è buono,et altre coſe,alle opere ap pertenēti. Ma tu gratioſißimo Giouane, che
con tăto fauore delcielo ſeinato,ti ricorderai tu quelle coſe che dette
habbiamo fin'ora? Non titurbure,cheio ſono l'Arte, e queſta è la Natura,con la
quale tu, eſſendo Anima ragionaſti. Din. In che maniera ſono le coſe ſchiette,
oignude, oin che forma ſono le compoſte,che cosi uiſiete mutate, piacemi di
hauerui riconoſciute, o cosi uiaffermo di ricordarmi di quanto s'è detto. ART.
1o non mipoſſo ſatiare di guardarti. NAT. Che giouanezze ſono queſte? ART. Non
ti dolere, o Natura, che la bellezza delle opere tue ſia da me riguardata con E
2 marauiglia. NAT. Poi che io à tale fon uenuta, che pienas mente ho ſatisfatto
al deſiderio tuo, e chef Anima pronta s'è die moſtrata, comincia tu ancora ò
Arte ad inſegnarci ilmodo, col quale applichiamo le coſe all'Anima. Et perché
non più aſtratte ſiamo,ma compoſte,però voglio,che con le eſperienze degli
ingegni altrui, eo con glieſempi, cheſono oſtaggi della verità, e con l'uſo
quotidiano, tu ti rivolga à darci ad intendere la forza di L’ELOQUENZA UMANA.
ARTE. Cosi farò. Ma tu, ò Dinardo, presteraimi udienza, e non lasciare à dietro
cosa, ch'io ti dica. Marauiglioſa e ueramente la forza o la virti di LA FAVELLA
UMANA. Perciò che oltre alla intenzione dei concetti e delle voglie di voi
mortali, che per essa si suole con besneficio universale e evidente diletto
appalesare, non é in voi sentismento alcuno, l'appettito del quale non sia da
quella fieramente eccia tato, e commosso; a chi volesse di ciò prender debito
argomento ogn'ora, che venisse bene, riguardando à i modi, che si usano tra voi, ritroverebbe le cose à i sensi sottoposte
alcuna volta essere di minor virtù in muovere ciascuna il senso suo, che IL
PARLARE, quall’ora egli sia con bello, efficace, es maestrevole modo formato o
fabricato o appreso doppo alcuna più profonda considerazione, conoscerebbe essere
QUASI INFINITO IL VALORE DI ESSO PARLARE, come che solo allo intelletto dimostri
la sostanza, e la ragione delle cose, it che à niuno altro sentimento,
quantunque la Natura sempre a tutti liberalissima stata sia, né é, në fu, nef arà
concesso già mai. Quante cose del cielo, quante delle intelligenze, quante del
divino PER MEZZO DELLA LINGUA, senza l'aiuto degli’occh iò d'altro sentimento si
fanno? IL PARLARE è solo dimostrastore della sostanza, IL PARLARE E SOLO PER
UNIVERSALE MINISTRO DELL’ANIMA, IL PARLARE E SOLO STRUMENTO DELLA RAGIONE, ma
onde é, o Dinardo, che negli que ni menti, et ne gl’atti degl’uomini tanta
forza discens da NELLE PAROLE? DINARDO. Credo veramente, che essendoci dato da
essa Natura IL PARLARE, come tu dici, affine, che LE NOSTRE BISOGNE, I NOSTRI
PENSIERI ALTRUI MANIFESTIAMO, gran potere in quella FAVELLA debeba essere, la
quale da vero, et ſaldo intendimento, e da sforzes uole disiderio procedendo,
tale di fuori apparirà, quale di dentro nele l'animo dimorando ſtarasi. ARTE.
Ben di. Essendo adunque le parole come ostaggi delle voglie o de concetti, bisogna,
come tra’ signori aviene, dare gl’ostaggi alle persone convenienti, e però
prensdendo noi DINTORNO AL PARLARE quel miglior partito che si conviene, soglio
che picde inanzipie mettendo or gentilmente più oltre pafé fando ritroviamo le
maniere, e gl’ASPETTI DELL’ORATIONE, o confiaderiamo quale PARLAMENTO à qual cosa,
et à qual persona si conuenga. DINARDO. Di, ch'io t'ascolto. ARTE. Non è
dubbio, che riportando IL PARLARE per gl’orrecchi alle anime de gl’ascoltanti,
la forza dello intendere o del volere, bisogna in questo viaggio dar mouimento,
et modo ad eso PARLARE. Perciòche lo intendimento ó la voglia nell'anima si
riposano, o iui come nel suo caro nido dimorano, ne si potreba bono da quello
senza ragione, et artificio, di partire. Al che fare accoa ciamente uoglio in
prima che in ciaſcuna forma, o maniera di L’ORATIONE si truovi IL CONCETTO
DELLE COSE INTESE, ca DESIDERATE, il quale par orasia detto, e nominato
SENTENZA. Appresso uoglio, che ci sia lo artificio di levare LA SENTENZA dal luogo
suo e là doue farà biſoagno, leggiadramente portarla, perche SIMIGLIANDO LA
SENTENZA AL RISPOSO E ALL’ANIMA, diremo, che l'artificio sia la machina, il
modo conveniente di levare il peso della SENTENZA dalla MENTE umana. Ma perche
si vede che l'anima usa le forze sue, o adopra il corpo come strumento, però à
ciascuna forma di LA ORATIONE appresso l'artificio, Ry LA SENTENZA, le ſidarà
PAROLE, e voci, per mezzo delle quali puo l’anima delle sentenze la sua virtù,
le forze sue gentilmente ad opearare. Ma per che aspetto alcuno non si potrà
vedere, oueſieno le pare ti, la compositione di eſſe, IL COLORE, i contorni,
oifinimenti del tutta, desidero condonar alle parole i suoi COLORI, il sito, o
le parti qua si membra, o i suoi termini, accioche altri all’aspetto, o alla
forma conosca quali oſtaggi ſieno dati dall'anima DEI I SUOI RIPOSTI E SECRETI
INTENDIMENTI. Chiameremo dunque il colore LA FIGURA, la parte IL MEMBRO, il sito
LA COMPOSIZIONE, il finimento chiusa o TERMINE dell’orazione. Et perche van a
fatica sarebbe la nostra, le hauessimo solamente formato si bella creatura
affine che ella si stesse, ne punto si movesse, pero come vivo s'intende quel
corpo cui movimento e concesso, cosi daremo AL NOSTRO PARLARE il suo passo, o vero
il suo corso, il quale si farà col riposo di alcune parti e col movimento di
alcune altre, come farsi vede ne gl’animali, o perche con altro mouimento si
muove uno adirata, con altro un mansueto, o altro é il passo d'uomo grave e
atteme pato, altro d'un leggiero però nello spazio per lo quale ha da correre o
caminare LA ORATIONE voglio che si conosca ogni interna qualità delle cose per lo
movimento e per lo riposo di LE PARTI DEL SERMONE, e we per che di sopra
habbiamo dato à ciasscuna parte il nome che à formar UNA MANIERA DI PARLAMENTO si
richiede deremo ancora à questa ultima il nome suo si veramente che il riposo,
o il movimento delle parti sotto uno stesso vocabolo si rinchiuda, poi chiamato
sia o Numero, o numeroso componimento. DINARDO. Qual De dato puo cosi belle
figure a fare, adornare, come fai tu, o Arte. Raccolgo fin tanto quelloche io
ho da te sentito fin’ora, o dico che tu uuoi, che LA ORATIONE ha una qualità che
conuenne alla cosa, o alle persona soggetto, o questa istessa qualità, forma á
maa inierazò guisa dimandi. ARTE. Cosi e, DINARDO. Tuu uoi appresso che ciascuna
forma primieramente ha la sua SENTENZA che altro non è che il CONCETTO della
cosa, da poi l'artificio, che é il modo di les uarla dal luogo suo, ne questo
ti basta, a però uuoi ire grandamente si consideri con quai PAROLE si puo pixi
acconciamente RAGIONARE, a esprimere la OCCULTA virtù della SENTENZA, disponendo
le PAROLE e dando a la parola i suo COLORE, e finalmente rinchiudendola in
alcuni termini accio che sieno alla SENTENZA eguali, come l'anima à tutto il
corpo, o a ciascuna parte dare il suo numeroso o MISURATO movimento, che col
riposo, o con la velocità del tempo presente si misura. ARTE Cosi u'ho detto
DINARDO: Ogni cosa mi pare d'intendere ragionevolmente, solo che tu voglia
dichiararmi al quanto d'intorno a questo numeroso componimento, che “NUMERO”
hai nominato. Et io son dispoſta à farlo, sueramente, ch'io voglio prima
partitamente ragionare, ego distinguere la maniera, e la forme predetta, de cioche
tu sappia il numero di ciascuna determinazione. Dico adunque, la prissma guisa,
es la prima forma dover essere la LA CHIAREZZA, la quale sotto di se contiene
la PURITA, o l’ELEGANZA del DIRE, anzi più presto da questa maniera ne risulta la
cagione che nel primo luogo si riponga questa forma perche niuna cosa più si
ricerca ò si disidera [cf. H. P. GRICE, DESIDERATA --] dachi jagiond, che il lasciarsi
intendere, il che altramente non si può fare senzá LA PURITA DEL DIRE, la
mondezza, la quale oggi voglio, che ELEGANZA si chiami da noi. Ma perche spesso
aviene che sforzansdosi alcuni di esser inteſi, cadono in forma umile, ego dimessa
molto les cuando, otogliendo della dignità, della grandezza del PARLARE, però
appresso la predetta forma, si dirà della grandezza o GRAVITA DELLA ORATIONE,
quale da molte altre fori ne procede, che sono quesste, muestd, comprensione, asprezza; eemenza, splendore, viva
cie tà i boppo LA CHIAREZZA e la grandezza del DIRE a me pare che si convenne conoscer’un’altra
forma; ta quate tutto il corpo della orarzione con la convenienza delle parti,
ornamento, os gratia recando, bella, en misurata si mostra, v però mi giova di NOMINARLE
BELLEZZI, alla quale un'altra formaſi darà, volubile, presta, perche tèggia a
dramente si muova, leggiadramente dico a fine, che ne troppo sciolta, né troppo
legtta ſiueggia. Et ſe la chiara, a la grande, e la bella, o la veloce forma
sono tanto richieste, quanto previdá te stesso considerare che diremo noi di
quella, nella qual si dimostrano i modi, i costumi delle persone. Et di quell'altra,
che fa credere ogni cosa che si dice esser verissima? Certo non meno queste che
quelle esserticare deuriano, quando in queſte sta ripoſta ogni riputatione di
CHI PARLA; et ogni credenza delle cose, cosi voglio nominar quella forma la
quae le secondo le nature, e gl’abiti delle genti va ragionando sotto della
quale è la simplicità, la giocondità, o l'acutezza; e quell'altra ancora, che verità
si dimanda, sono forme, senza le quali morta e spenta sarebbe l’orazione. Ed in
questo numero sono chiuse le maniere, o le guise, delle quali alcune hanno la sua
sentenza, &i loro artificii, e l'altre parti distinte, es separate dall’altre;
alcune comunicando insieme, si confarànno, o nella sentenza, ò nello artificio,
ò nella parola, ò nella figura; o nel resto, cos me chiaramente uedrai. Queſte
uoglio, chetu da feſteſe, come ſemplici forme riguardi diſtinte l'una
dall'altra. Perciò che non quel lo che si truoua, ma quello che può essere, voglio
che tra te medesimo rivolgendo consideri, e ciascuna forma, come tale, ew tale
conoschi. DINARDO. Io t'intendo, Tu vuoi ch'io sappia considerare ogni guisa d’ORAZIONE
in se stessa, onde poi a scelta mia io possa questa con quella, e quella con
altra mescolando, di più semplici formarne una bella coinin posizione. ARTE. Che
credi tu, che vaglia poi cotesta MESCOLANZA che nella purità ritenga grandezza,
a peso, nella semplicità, forzkiego splendore, e ha nella grandezza del bello,
e dilettevole, ma che afþramente piacevole, e piacevolmente aspra si dimostri,
pungendo; gungendo, come si dice, ad un'horafteli e facendo che quello che è
nella sentenza ampio o ripieno sia nello artificio ampio ad leggidadro. E in
tal modo accompagnando la FIGURA d'una forma con la PAROLA d'un'altra, di più
contrario -- cosa alla natura medesima riputata impossibile -- farne una amore
uole fratellanza, onde poi questo generoso accozzamento di cose REPUGNANTI empia
ogn’uno di maraviglia. DINARDO: Non mi accender pir di grazia, di quello che io
sono, cominciami oggi mai à formare ciascheduna delle maniere, accionche io veda
il fine della desiderata catena dell'anima delle cose, e del PARLARE. DE Ï Ï A
parlare. ARTE Bendi. DEI DUNQUE sapere che come nell'anima, altra parte è
quella che apprende la ragione, alfra quella che é da gl’effetti commossi, come
dicemmo, o nella natura altre sono le cose allo IN-SEGNARE altre al muovere
appartenenti cosi alcune forme dell’orazione e le quali converranno alle cose
dell’intelletto, als cune alle cose della voglia, o dell’appetito o quando questo
non e né via, nė ragione alcuna e di
poter acconciamente INDURRE OPNIONE E AFFEZZIONE con la forza della favella.
Però auuertisci, che nel trattamento della forma da te stesso puo intendere
qual forma a qual cosa si confaccia. DINARDO. Ricorditi di farmi ogni cosa
chiara con gli essempi di CONVERSAZIONI DIADICHE e io mi obligo di interpretarli
secondo la PARTICOLARE occasione in qualunque libro di questi che tu vorrai. Ma
prima desidero saper alcuna cosa d'intorno al NUMERO o numeroso componimento, O
QUANTITA O FORZA. ARTE. Lasciati à me guidare che il tutto saperai secondo il
bisogno. Sappi adunque, o Dinardo, che qual’hora alcuno si rivolga à considerare
il modo, e la ragione del medicare, che ritrovando alcuna bella cosa nella
medicina, voglia giudiciosamente applicarla all’arte del dire, non è dubbio,
che egli non sia per vedere tra la medicina, o l'arte di che si ragiona, grandiſsima
simiglianza. Ecco la medicina cerca di indurre sanità, oue ella non ė, ò di conseruarla
doue ella si truoua. Il simile fa quest'arte, d'intorno alla buona opinione,
perche conogni studio s'affitica di metterla, ò di mantenerla oue sia bisogno.
La medicina conosce qual parte del corpo con qual rimedio esser debbia risanata,
o preservata, cosi queſt'arte opra con l'anima e con le parti sue con la forma del
parlare o conversare. La medicina quanto più può fugge la noia che puo alcuno
medicamento recar'atl'infermo, con mele ò con zucchero, ò con altra coperta
mitigando il pessimo sapore, ego l'odore delle medicine, ne da questa
gentilezza si parte la mia figliuola, cercandodi non offendere quel sentimento che
prende i suoi rimedij, il qual sentimento é negl’orrecchi riposto, per le quali
sotto la soauità del suono fa trapassar’inſino all'anima la opinione, quantun
que sia di cosa dalla natura aborrita. E finalmente la medicina nelle sue composizioni
alcune cose vi mette, non tanto gioue uoli alle parti offeſe, quanto preſte
apportatrici delle virtù dell'altre cose al luogo infermo, il che quamto ſi
conuenga all'artificio fa FAVELLA, non ti posso in poca hora dichiarare perche
troppo grande é la forza del suo numeroso componimento; il quale portando ſeco
agevolissimamente il valor della parola e della sentenza, pasa, e penetra per
ogni parte dell'anima, deerosa di questa soauità, e benche gl’orecchi del volgo
ne sentano assai, non è però da dimandare alcuno IDIOTA, onde ella proceda, ò
come si faccia, perche QESTO GIUDIZIO E PIU PROPRIO DELL’INTELLETTO CHE DEL
SENTIMENTO UMANO. Giudicando adunque, o considerando L’INTENDENTE UOMO quale sia
la cagione che la parola più ad un modo che ad un'altro disposta e diletta uolio
numerose, ritruova il tutto essere alla Natura, quanto al ſuo principio, conveniente,
ma quanto alla perfezione non cosi; però che io ne ho grandssima parte. E
perche tu sappia quello che la Natura, a quello che io ti possiamo prestare, dico
che la Natura ha posto alls cor nell’orecchie il suo piacere e diletto, vuole
che quelle affaticate si folleuino con la soauità, a dolcezza del dire; al che
fare niuna cosa è più potente nel vostro ragionare che il NUMERO o la fosnità
della parola. Il qual NUMERO bisogna che di sua voglia vegna nell’orazoone, si
perche FA ORAZIONE E NON MUSICA (come la poesia),si per fuggir la sospitione
dell’artificio, la quae le con luſinghe uole INGANNO pare che VOGLIA ABBAGLIAR
L’AMINO DELL’ASCOLANTE opera leua loro ogni PERSUASIONE o fede. Ma quando con
ine certo, o non conosciuto numero, dolce però, e soaue, si compone il parla-mento,
o si lega insieme il fascio della sentenza e dell’intendimento, senza dubbio il
tutto con credenza, o diletto si riceue. Fuggasi dunque il ucrſo, ogni regola
continouata del uerso; continouata dico, peroche lo stesso numero più volte
replicato facilmente si riconosce, o fa che gl’orecchi aspettanti l'ordinato,
consueto ritorno, più al suono che al sentimento si diano cosa assai chiara, o attesa
ne i versi, il NUMERO de’ quali usato, e conosciuto, più dall'arte che dalla natura
procedente. Ma perche senza legge di NUMERO alcuno, o sciolta del tutto non dee
restare l'orazione, che oscura, cu piaccuole ne rimarrebbe, però numerosa o
composta ella si disidera grandemente. Ora da che nasca, o per qual cagione diverſamente
offer convenga numerosa l'orazione quanto à me s'appartiene dirò brieuemente, dichiarando
prima, che cosa sia NVMERO, ò numeroso come ponimento. DINARDO. Questo ordine à
me sommamente diletta, però di cuore ti priego, che più distintamente che puoi,
me lo dimostri. ARTE. La necessità vuole che le parole sieno pari alla sentenza,
perche à questo fine si ragion e conversa, come si è detto, accioche quanto
habbiamo di dene troſi dimostri di fuori, doue mancando o accrescendo parole, o
il concetto interno non e espresso, come nella mente dimora, ò il parlar e
OCIOSO – Grice, otiose -- ò mancheuole. Ma perche la sentenza nell'anima è
finita O terminata, però debbon’esser finite, o terminate in QUANTITÀ le
parole, che la sentenza dimostrano. La qual QUANTITÀ insieme ragunata, GIRO O
CIRCUITO nomineremo il quale altro non e che pieno o perfetto abbracciamento
della sentenza. Questo abbracciamento di pari accompagnando la virtù di ef la sentenza,
può hauere una ò piu parti, o maggiori, o minori, secondo le parti della sentenza;
e ciascuna parte é composta di parole, o si chiama MEMBRO O NODO o si come ogni
parte del corpo ha il suo principio, il suo FINE, e il suo MEZZO, o il corpo medesimo
e terminato e finito cosi le parti dello abbracciamento, welfo abbracciamento e
finito o terminato. In tutto questo spazio adunque che è tra il principio, il
fine di ciascuna parte, e tra il cominciamento, es la chiusa, che s'è detto
chiamarsi gia ro, ė forza, che la lingua alcuna volta s'adagi, o si riposi secondo
il bisogno,o si muoua più ueloce, ò piu tarda secondo la QUALITÀ del concetto.
Et questo riposo, o questo movimento, misurato col tempo del proferire, para
torisce il numero, del qual ragioniamo vero figliuolo della composizione, o de
i termini del parlare, o molto piu nel fine, che nel cominciamento e più
apparente ne gl’estremi che nel mezzo. E perche di esso NUMERO gl’orecchi fanno
giudicio in quanto al sentimento del piacere o del dispiacere, per esser
naturale à ciaſcuno la dilettatione de sensi, o l'intelletto fos lo come ti dissi,
ne cerca la cagione però, hauendosi fin'ora in parte dimostrato quello che all'intelletto
s'appartiene, in parte dico, perciò che l'intelletto in questo caso molto all’orecchie
deferisce, o diverse maniere hanno diverso NUMERO. Però cominciando a trattare
delle forme del dire daremo a ciascheduno il suo numeroso componimento, o con essempi
DI CONVERSAZIONI DIADICHE ancora ritroueremo quello che con ragione e
dimostrato. DINARDO. Molto bene auif di farmi capace di questa magnifica o illusſtre
composizione; però segui che con maggior desiderio, che prima, fono
apparecchiato d’ascoltarti perche mi pare, che ora tu facci di me pruoua
marauigliosa. ARTE. La prima forma e nominata CHIAREZZA – la qual nasce da
purità, o da eleganza. Pero essendo ella quasi un tutto, acciò che meglio ſi
manifeſti, si dirà delle parti fue, et prima della mondezza o pilerità, poi della
scelta o eleganza. Deefl dunque dare alla purità del dire quella sentenza la
quale e di piana intelligenza e non ha bisogno di piu conſideratione, come per
lo pia sono, o esser deono le narrationi delle cose, come qui. DINARDO. Tancredi,
principe di Salerno, e signore assai umano, di benigno aspetto. ARTE Eccoti,
che ſenza alcuna fatica di discorſo ogni mediocre ingigno gegro può capire il sentimento
della sentenza già pronunciata, come ancora in questa sentenza. DINARDO. Io son
Manfredi, nipote di Costanza imperatrice. ARTE. Et molti essempi sono della
purità nelle novelle, la sentenza delle quali per la maggior parte è molto alla
uolgar’intelligenza fottopo sta, pur che partitamenteſa ciascheduna in ſe
conſiderata, percio che pua re non ſarebbono quando ad alcun fineſi riguardasse,
o uero altro attendessero per fornir il sentimento loro, come se in questa
guifa si dicesse. Essendo “Tancredi principe di Salerno signore assai umano”,
perche questa sentenza non e TERMINATA O FINITA dovendo attendere a quello, che
segue, o però più presto oscura e che monda enetta. Non aspetti adunque altro
intendimento chi vuolessr puro nella sentenza, la quale stando nell'anima, dee esser
con tal'artificio levata, che sola si tiri suo riga come di dentro dimostra il
concetto, cosi di fuori fa fatto palese, senza alcun accidente che quella
accompagni o consegua. E però da questa forma e bandita ogni circostanza di
tempo di luogo, di persona, o di modo, ò d'altro avenimento. Vedi questa parte
quanto é pura nella sentenza: DINARDO. La quale percioche egli, si come i
mercatanti fanno, anda molto in torno a poco con lei dimora, s'inamora d’un
uomo chiamato Roberto. ARTE. Non lascia esser pura cotesta sentenza quel
trammezamento che dice percioche egli, si come i mercatanti fanno, andaua molto
intorno, o questo adiviene, perche SOSPESO SI TIENE L’ANIMO DI CHI ODE. Fuggi
adunque ogni raccoglimento se vuoi essere nel tuo dir mondo, et neto; et narra
le cose partitamente come stanno, ma de i raccoglimenti quanti o quali sono,
dirà poi. Delle parole veramente con le quali si dee uestire la purità breve
ammaestramento si darà perche, tutte le parole, piane, facili, usitate, bricui,
O communi sono all'anima della purità molto proportionate, onde le trae
portate, le straniere, le lunghe, e quelle, che la lingua pena à proferire, o
l'intelletto a capire sono dalla purità lontane, però purissime sono queste.
DINARDO. Che à me pareva esser’in una bella, dilettevole selua, e in quella
andar cacciando e haver preso una cauriola, parcami, che ella e piu che la neue
bianca,or in brieue spazio diucnisse si mia domestica che punto da me non si
partiva, tuttavia a me pareva haverla si cara, cbe accio che da me non partisse,
le mi pareva nella gola haver messo un cola no d'oro e quella con una catena
d'oro tener con le mani. ARTE Non è poco haver giudicio di ritrovar le parole
ad ogni maniera conformii, ma molto più wi deue avvertir' nel disporle, o COLORIRLE,
onde ne nasce il desiderato aspetto. E però sappi che la figura della parola, alla
purità sottoposte, é il dritto, ecco. DINARDO. Nicolò Cornacchini e nostro
cittadino, o ricco huomo. ARTE. E quiancora DINARDO. A solo adunque vago,
piaceuole castello postto ne gl’estremi gioghi delle nostre Alpi sopra il Trivigiano
ecsi come ogn’uno dee sapere arnese della reina di Cipri. ARTE. Non cosi puro e
se dagli’obliqui casi ha cominciato, Dicendo, Di Asolo, vago e piaceuole castello
posseditrice e la Reina di Cipri. Ma puro e per la figura del dritto, avenne
che secondo quella parola puro non sia, doue si dice Arnese, voce straniera,
ancora nello aretificio non é puro per quello tramezamento che dice, si come
ogn’uno dee sapere, o per quelle circostanze del castello vago piaceuole pera
che RITARDA IL SENTIMENTO DLL’ASCOLTANT, ovi mette le circonstanze del luogo.
DINARDO. Dunque erra chi volendo esser puro usa una parole non pura, artificio,
o figura d'altra maniera della orazione? ÁRTE. Errerebbe se egli crede, otenta
d'essre in ogni parte puro, e netto, e non usa quello che si conviene ma non
erra volendo alla purità del dire porgere grandezza o dignità. Ma ancora voglio
che ogni maniera e in se stessa considerata e però la purità del dire ha le parti sue distinte, o separate dalle altre nė
solamente il dritto è figura di questa forma o manierq ma anche ogni altro COLORE
che e contrario alla comprensione. Ora trattiamo del sito, o della composizione
della sentenza, Dico nella purità, o mondezza del dire doversi mettere le
parole insieme con quel modo che piu vicino e al favellare, usita e cosenza
molta cura, caffettazione semplicemente quanto si può. E si cos me in ciascheduna
parola di queſta forma bisognaua levar ogni durezza, Cogni difficultà di
lettere, o di sillabe, accioche la voce di suono e quale, temperato, non
impedito usce fuori cosi nella composizione bisosgna guardare d’acconciare
talmente che pine tosto nate, che fabricate appariscano, come nell’esempio del sogno
si conosceud. Considera tu poi la forza e lo spirito di ciascuna lettera e di
ciascuna sillaba, come la natura in tutte ha posto la sua piaceuolezza,
durezza, e tifa rai questo giudice del suono delle parole, della loro disposizione,
ucdi che la “A” si forma nella più profonda parte del petto, o esce poi fuori
con alta voce, risonante, onde lo spirito di essa grande, o sonoro essente, odi
la seguente -- ch'é la consonsante “B/” La “B” é purasnella, despedita -- come
è aspra la sequente, che e la consonante “C” quando è fine della sillaba, ISA
C, órauca quando è posta inanzi la “A” à la “V” come per lo contrario e di
dolce, spesso, o pieno suono, precedendo alla “I”. Alla “E” come qui. Salabetto
mio dolce iomi ti raccomado o cosi come la mia persona è al piacer tuo, cosi é
ciò che ciė, o cio che per me si può fare al comando tuo. Considera poi da te stesso
il restante delle lettere, in che maniera essa natura di sua propria qualità ha
ciascuna dotata e vederai onde nde sce più questa che quella composizione. Le
parti e le membra, della purirità esser deono breui, et ciascuna dee terminar il
suo sentimento, non ritardando con lunghezza del giro, o di raccoglimenti la
intelligenza del popolo, come qui, D. Suol’essere a' naviganti caro qualhora da
oscuro o fortunevole nemboso spinti errano, o travagliano la lor via, col segno
della indiana pietra, ritrovare la trammontana in modo che qual ventosossi conoscendo,
non Ria lor tolto il potere, e vela, o governo, là doue essi di giugner
procacaciano, o almeno dove più la loro salvezza veggiono indirizzare. Bisogna
parimente in minore spazio raccogliere il sentimento di ciaccuna parte ouest vuole
esser puro, o fare in questo modo benche le parole sono a le quanto dure. DINARDO.
Chino di Tacco piglia l'abbate di Clugni a medicalo del male di stomaco, poi il
lascia l'abbate ritorna, in corte di Roma, o il ricomcilia con Bonifacio Papa, o
fallofriere dell'ospedale. ARTE. E nel uerso ancora esser dee la predetta norma
osseruata. DINARDO. Pace non trovo, e non ho da far guerra, e temo, espero, e
ardo, e for’un ghiaccio. Il che non quiene in questa altra parte. DINARDO. Voi,
ch'ascoltate in rime sparse il suono, perciò che IL SENSO E TROPPO RITARDATO o
con lunghssime parti rattenuto. Ha si dunque della purità quello che bisogna
d'intorno alla sentenza, all’artificio, alle parole, alla figura, alla composizione,
e alle parti di esa. Resta che si tratti del numero, e del finimento, cioè
della chiusa, o del termine della sentenza, o delle parti sue. Dico adunque che
nello andare, ego nello spazio di questa forma non si dee essere ne veloce ne
tardo ma temperato e ne i riposi, ne i movimenti, perche il numero nasce dalla
composizione, co dal fine, però sapendo quale esser dee la composizione delle
parole quale il fine tutto quello che sotto di queste parti contiene darà ad
intender quello che si è detto, perche quanto si ricerca alla composizione si é
dichiarito resta che si dica del finimento.ogni sentenza, ogni giro può finire,
ò in alcuna parola tronca, o in parola piena, sieno queste parole, ò di II, ò
di III, ò di piu silabe, o ancora di una. La parola piena, e compiuta ò e sdrucciolosa,
e volubile, o salda, o ferma, o perche
non solo Ridce considerar l'estrema parola di tutta la chiusa, ma anco la vicina,
o prossima, però partitamente si dice di ciascun finimento al luogo suo. Come adunque
voglia la purità terminare le chiuse sue, assai chiaro ofer dee. prciò cheassimigliandosi
elle al dire cotidiano, fuggirà il fine della parola tronca, come e quelle anda,
corfuftarà, o C. perche le medesime dee nella disposizione fuggire, come
ramarico, o render florido. Ed a contenterà di quel fine, che per lo più la natura
a volgari dimostra, ma io non voglio, che con tanta religione si finisca in
parole piene, et perfetete, fuggendo le tronche, o le fdrucciolose, che alcuna volta
non si metta sie ne altrimenti al suo parlare, perche quello che si dice, si
dice per la magegior parte dei finimenti, e delle chiuse della purità. Da
questi adunque o dalla disposizione risorge quella MISURA – moderato --, che
noi NUMERO addimandiamo. Essendo adunque la chiusa simile alla disposizione, la
disposizione non isforzevole, ma temperata e naturale, seguita che il numero
dell'uno, o, dell'altro figliuolo e, a quelle somigliante. Ben'è vero, che la forza
di ciascuna maniera e riposta piu tosto nelle altre parti che nel numero,
eccetto che nella bellezza, douc l'ornamento e il numero grandemente scerca, as
molto piùè ne i versi, nella poesia che altrove, o questo dico, acciò che fu
non metta piu studio dove non bsſogna riportandoti a gl’orecchi, il giudicio
delle quali da essa natura é ſommamente aiutato. Ecco adunque, è Dinardo, quanto
giova la mondezza, o purità del dire alla chiarezza. Ma perche questa semplice forma
non può da se sola si chiaramente parlare che non visi a qualche impedimento, però
bisogna ouunque le sia di aiuato mestieri, con l’eleganza aiutarla come con
maniera che più un modo che un'altr piu questo ordine che quello secondo il bisogno
adoprando elegge et fo uegna alla semplice purità del dire, il qual'aiuto è più
presto nell'artificio che nelle sentenze riposto. Però che ella si sforza far
ogni sentenza chiara e aperta, non che le pure già dichiarite di sopra.
Parliamo aduneque dell’eleganza,o prima dello artificio, colquale ella lcuar suole
ogni sentenza nella mente riposta. ARTE. L’eleganza e maniera che porta chiarezza
à tutte le maniere della orazione, o però non tanto alla purità, douc ella
manca soccorre, quanto à ciascaduna forma opra intelligenza, o facilità, da queſto
nasce, che l’eleganza dalla purità del dire in alcuna cosa é differente. Perciò
che la purità da se stessa è chiara, o aperta, ma l’eleganza nella grandezza, e
magnificenza del dire e come un sole che ogni oscurità che per quella potesse venire,
leua, o disgombra, o però in ogni sentenza ella può molto, si con l'artificio suo,
si con COLORE, le figure. L'artificio adunque di les vare ogni sentenza dall’intelletto,
acciò che ella sia intesa, cogni avvertimento innanzi fatto di quello che ft ha
da ragionare o conversare. DINARDO. Canto com’io vssi in libertade Mentre amor
nel mio albergo a sdegno s'ha poi seguirò si come à luim'in crebbe rroppo
altamente: ARTE. Il simigliante R fa nella prosa. DINARDO. Mi piace à condiscendere
a consigli d'uomini de' quai dicendo mi conuerrà far due cose molto a miei
costumi contrarie, l'una sia al qua to me comendare, et l'altra il biasimare
alquanto altrui, ma prioche dal ucro nė dall'una ne dall'altra non intendo
partirmi il pur farò. ARTE. Vedi quanto gentilmente | sbriga l’intelletto dello
ascoltare con tali avvertimenti. Appresso i quali assai bello artificio s'intende
quela to, che per chiarezza di alcune cose altre ne narra senza le quali non si
intende ageuolmente il restante. DINARDO. Ma per trattar del ben ch'io vi trovai,
dico de l'altre cose ch'io vi ho scorte. ARTE. Se il poeta qui non dove
dimostrare le pene de dannati e i tormenti di quegl che sono in disgrazia di
Dio, non haurebbe potuto dare ad intendere facilmente il bene che ne riusci poi
per hauer lo inferno cercato. Ecco qui dalla medesima necessità costretto
quest'altro descrive la pestifera mortalità pervenuta nella egregia città di
Firenze, avvertendo pri ma chi legge, in questo modo. DINARDO. Ma percioche
quale e la cagione, perche le cose che appresso Rileggeranno, avenisseno, non si
puo senza questa rammemorazione dimostrare quasi di necessità costretto a scriverla
mi conduco. ARTE. Ecco qui ancora un'altra bella preparazione di cose, fatta
per levare ogni impedimento, che puo offendere il rimanente. DINARDO. Ma io mi
ti voglio un poco scusare che di que' tempi, che tu te n'andasti alcune volte
ci volesti venire, e non potesti, alcune ci venisti, o non fosti cosi
lietamente veduto, come sole vi e oltre a questo di ciòche io al termine promesso,
non ti rendei gli tuoi danari, ARTE. In fine ogni precedente aviso, e ogni
ordine di cose, e secondo, che este son fatte, narrandole, ė artificio scelto, e
elegante, però tutte le proposizoni de' poeti sono elegantissime. DINARDO. Veramente
quant’io del regno santo me la mia mente potei far tesoro e ora materia del mio
canto, e canto di quel secondo regno que l'umano spirito si purga e di salir’al
ciel diventa degno. ARTE. I simigliante modo è osseruato ne i principij di ogni
nouella come da te stesso vedi. Suole ancora l’eleganza porre artificiosamente
le opposizioni con le risposte partitamente. DINARDO. Saranno per aventura
alcuni di voi che diranno ch'io habbia nello scriuere queste novelle troppo licenza
usata. ARTE. Eccola dimanda seguita la soluzione. DINARDO. La qual cosa io
niego, percioche ni una cosa e si disonesta che con oneste parole dicendola si
disdica ad alcuno. ARTE. E cosi di paripasso alle obiettioni risponde benche
altre fide te insieme posto habbia ogni accusa di se fatta, o poi s'habbia scusato,
ma quel modo non ha dello elegante, come il predetto pose prima le opposizioni
tutte insieme allora quando disse. DINARDO. Sono adunque, discrete donne, stati
alcuni, che queste novelle leggendo hanno detto che voi mi piacete troppo e che
onesta cosa non ė che io tanto diletto prenda di piacervi e di consolarvi. Et
alcuni han dete to peggio, di coinmendarvi, come io so. Altri più maturamente
mostrando di voler dire, hanno detto chenon stà bene l'andar'omai dietro queste
cose, cice à ragionare o conversare di donne,
o à compiacer loro. E molti molto te neri della mia fama mostrandosi dicono ch'io
farei più saviamente,à starmi con le muse in Parnaso che con queste ciance mescolarmi
tra voi. E son di quegli ancora che più dispettosamente che sauiamente
parlando, hanno detto, ch’io farei più discrettamente a pensare donde io puo haver
del pane che dietro a queste frasche andarmi pascendo di vento. Et certi altri,
in altra guisa essere state le cose da me raccontatevi, che come io le vi porgo
s'ingegnano in detrimento della mia fatica di dimostrare. ARTE. In queſto luogo
molte accuse contra dello autore si mettono. Prima che ad alcunaſi risponda, il
che non è cosi elegante, come il primo artificio, ben che in tanta confusione
egli studia di esser chiaro, cinteso, eso avisa qui sasse AVANTI L’ASCOLTANTE, come
fa doue dice, roppo al quanto dalle predette opposizioni, perche non di subito
risponde il che ancora é dall’eleganza lontano. DINARDO. Ma quanti ch'io vegna
à far la risposta ad alcuno mi piace in favore di me raccontare non una nouella
intera ma parte di una. ARTE E ne poeti ancora si osserva secondo che meglio
lor ben viene di fare cosi fatti partimenti. DINARDO. Tu argomenti, se'lbuon voler
dura, la violenza altrui, per qual cagione di meritar mi scema la misura. ARTE.
Questa é una proposta alla quale secondo l'arte della eleganza ſ doueá prinia
rispondere ma si è posta ancora la seconda, dove seguita. DINARDO. Ancor di
dubitar ti dà cagione Parer tornarsi l'anima àle stesse secondo la sententia di
PLATONE. ARTE. Ben che tu veda qui le proposte esser insieme collocate, non è
perrò senza eleganza quella parte, per quello che segue. DINARDO. Queste son le
question, che nel tuo velle Pontano egualemente, e però pria tratto quella che più
badi selle. ART. In questo luogo non tanto l’eleganza dimostra l’artificio suo
per lo avvertimento fatto di quello che si dee dire quanto per l’elezione di rispondere
prima ad una domanda che ad un'altra. Evvi ancora un'altro artificio della sceltezza,
il quale è quando si ripiglia quello che si è detto e si dimostra di che poi si
bada dire, come in questi luoghi segnati. DINARDO. Ma hauere in ſino à qui
detto della presente novella, voglio che mi basti,o à coloro rivolgermi, a quali
ho la nouella raccontata. Il qual luogo acciò che meglio quello che è detto, e quello
che segue, come stesse vi mostro. ARTE Asai si è detto fin qui, con che arte l’eleganza
leva dato per sostegno la grandezza o magnificenza del dire cosi nella
grandezza è pericolo di uscire in forma che non habbis ornamento, proporzione, o
però se le darà per misura, o bellezza sua una forma diligente, accurata, o ben
composta, la quale in termini conuvenienti richiudendo l'ampiezza della orazione,
o SANGUE o COLORE amabile en grazioso le
dona, onde il tutto misurato e temperato maravigliosamente si puo uedere.Questa
forma nė sentenza, ne artificio separato dal l'altre forme ritiene, ma ogni sua
forza nelle parole, nel sito di osse, ne i luo mi, o nelle altre parti e riposta.
Se però dare non le vogliamo quelle sentenze che acuti sono, o di sottile
intendimento. Le parole adunque di questa
forma sono le soaui, leggiadre, bricui, di facile intelligenza, ischiette, o
con gran circospezione traportate. Perciò che le traslazioni – o META-FORE --
in questa forma esser deono rarssime, o le figure di questa misurata. O ben
composta maniera e la repetizione. DINARDO. Per meſ ua nella città dolente, per
me vi ua ne l'eterno dolore, Per me si ua tra la perduta gente. ARTE. E molto bella eornata questa figura, os tanto
più ha di ornde mento, quanto quello che si replica, augumenta, o cresce. Come
qui. Amor, che à cor gentil ratto s'apprende, Preſe costui de la bella persona che
mifu tolta, e'l modo ancor m'offende. Amor che a nullo amato amar perdona, Mi preſe
del coſtui piacer si forte Che, come vedi ancor non m'abbandona. amor condusse
noi ad una morte. ARTE. Se alla REPETIZIONE aggiugnerai l’INTERROGAZIONE, senza
dubbio tu entrerai nella maniera forte ucemente. DINARDO. Qual'amore qual
ricchezza qual parentado baurebbe le lagrime, o i K sospiri pospiri di Tito con
tanta efficacia fatti à Gilppo nel cuor sentire che egli perciò la bella sposa,
gentil e amata da lui haue fatta divenir di Tito, se non costei? Quai mi nacce? ARTE. Tu da te stesso poi quanto ornata sa
ducemente questa parte considerando vedi tanto più se appreso le dette figure
ancora vi porrai la conversione della quale di sopra s'è detto. Nė ti maravigliarefe(
una me desima figura sia da altre figure ornata illustrata. Pero che la lingua
di questiornamenti é capacssima. Lascia che à fuo modo altri ragioni, tu ne ſarai
giudice, o la cosa istessa te lo dimostra. La conversione adunque è figura di
queſta idea, a R suol fare quando in quella stessa parola pii membri ſ lasciano
terminare. Bella è ancora la ritornata che si fa quando la parola che segue
comincia da quella in che la precedente finisce. DINARDO. Di me medesmo meco mi
vergogno. E qui, E consoauepasso a campi discesa, per l'ampia pianura super le
rua giadoſe erbe in fine à tanto che, etc. ARTE. O vero in questo modo.
Infiammò contra megli animi tutti, egli infiammati infiammar si AUGUSTO
OTTAVIANO, che lieti onor tornaro in tristi lutti. ARTE. Et ancora il Bifquizzo
come nell'uno poeta si dicra ch'io fui per ritornar più volte volto, Et
l'altro. Il fiorir queste innanzi tempo tempio. Da poi la predetta vi sono anco
altre ornatissime figure, come è il loro ascendimento alla tradottione o altre.
Lo ascendimento si fa quando le parti che seguono cominciano dalle parole medesime
nelle quali van terminando le parti precedenti, con questa conditione: che si
mutino le cadenze di esse parole. Nel dir l'andar, ne l'andar lui più lento. ARTE.
Overo in quest'altromodo. Lusca, io non posso credere che queste parole vengano
dalla mia donna, e perciò guarda quello che tu di. Et se pure da lei venissono,
non credo che con l'animo fermo dire le ti faccia. E se pure con l'animo le
dicesse, il mio Rignore mi fa più onorecheio non merito: ARTE. La traduzione e
ė figura che replicando la stessa parola, non foldemente DIMOSTRA L’INTENZIONE
DI CHI PARLA ma mirabil'ornamento accresce ove ellasſtruoud Laurd che’l verde
lauro e l'aureo crine. ARTE. Molto diligente as accurata figura e quella che si
fa quando due più parti fra se congiuntesi sogliono proferire E utile consiglio
potranno pigliare e conoscere quello che fa da fuggire o che sia similmente da seguitare.
ARTE. E qui, A cui grandi ey rade,o à
cui minute pelje. ARTE. Forza ė che onunque in una bella e adornata figura
s'abbatta un bel giudizio, egli conosca es senta dentro di se alcuna dolcezza;
com mese uno udirà in questo modo ragionare. Risposemi non huomo, huomo giàfui,
E li parentimiei furon Lombardi, Mantovani per patri ambe dui, Nacqui sub Iulio
ancor che fosse tardi, E vissi A ROMA sotto il buon AUGUSTO OTTAVIANO al tempo
de gli dei falſie bugiardi poeta fui e CANTAI DI QUEL GIUSTO FIGLIUOL D’ANCHISE
CHE VENNE DA TROIA poi che'l superbo Ilion e combusto. ARTE. Non sentirai tu
per questa disgiunzione, per la quale ogni parte sotto il suo verbo è rinchiusa,
una diligenza gentile del poeta: si come là, do we dice, Io son Beatrice, che
ti faccio andare, vegno dal loco, oue tornar disso, amor mi molle, che mi fa
parlare. E molto più se nella prosa detto ritrovasi a que' tempi che i nostri
maggiori haueano l'occhio al governo di questa REPUBBLICA, eta riconosciuta la virtù
de'buoni, davansi compensi dei danni ricevuti per la patria, chi robava il
publico, era castigato; fiori ua dia na giouentù dedita alla mercantia, oucro
alle lettere, lasciasasi il facer dos: tio, la militia da' nostri questa, per
che i cittadini non pigliaſſero l'arme contra se stossi, quello, accio che fussero
più finceri i parenti a far giudicio delle cose importanti. ARTE. Vedi, che
narrando partitamente, o senza congiugnimeneto alcuno, il parlareè spedito, la
figura ornata, o dilettevole sopramo do il suono di essa oratione. Al cui
ornamento il traportar delle parti di ossa giova mirabilmente, come quando si
dice, Al costei foco, alcolei grido. K 2 Giouin Giouinetto poss'io nel costui
regno. Et qui. Vſate le colei bellezze. In questo caso nonf dee di tanto levar
dall'ordine loro le parole, che la sentenza oscura deventi, come disse, che i
belli, onde mi struggo, occhi mico la, di che è qual piena quella canzone.
Verdi panni, sanguigni, oscuri, operſ. Bello al quanto è quel transportamento
che dice. Or non odio per lei, per me pieta de cerco che quel non vo, questo
non posso. Concedes però a’ poeti maggior licenza per rispetto della necessità
del verso nel quale ancora più ampio luogo fanno gl’ornamenti che nella prosa pure
non è che del bello non habbiano assai QUELLA FIGURA CHE PER LA NEGAZIONE
AFFERMA,come s'egli si dicesse, io nol niego cioè io il confesso. E quella, non
è alcuno,che nol creda, cioè ogn’uno il crede. Poi non taca que, cioè parlò, e
disse. Suole ancora chi scriue a maggior bellezza circoscrivendo le cose con
più parole quello che conuna può esprimere come qui, Era giàl'hora, che volge
il deſio, a’ naviganti, e intenerisce il core, Il di, che han detto à i dolci
amici,A Dio, ARTE. E cosi A chiama il sole Pianeta, che distingué l'hore, e
dicest. LA PRUDENZA DI MARIO, LA SAPIENZA DI CATONE, IN LUOGO DI DIRE MARIO
PRUDENTE O CATONE SAGGIO. E é appresso bella figura la innovazione i come qui,
Parte preſ in battaglia, e parte ucciſt. Et quia Taciti ſolie senza compagnia,
N'andavan l'un dinanzi e l'altro dopo. ARTE. Ecco come la bellezza ogni forma abbelifce,
ne per tanto avenga che ella molte figure, molti lumi dimostre di quelle solament
est contenuta, ma studiosa del diletto sforza di ragionare o conversare variamente.
Là onde per fuggir la fatietà con mirabile artificio è usata di variare l’orazione.
E questo suol fare primieramente doppo molte voci di piene sonore lettere
ponendo ne alcune di basse U rimesse. Da poi fuggendo la continuata giaciatura
de gl’accenti sopra una medesima sillaba, ora nelle ultime, ora in quet le che
uanno innanzi adesse gli sopramette, o di più in mezo delle lunghe le corte
parole fra mettendo grazia e adornamento le giunge. Bella cosa ė si come tra
cittadini vedere gli stranieri, cosi tra le nostre parole alcuna adirai che
alicna fa, o mescolare le isquisite con alcuna dette popolari, le BMOWE huone
con le usate, finalmente la elezione in questa parte può asai, la quale ritrovandosi
in saldo w ſottil giudicio, dimostra in un'essere tutto quello che col consiglio
di molti eletto a ricolto esser potrebbe però non degna le vili sſcaccia le brutte,
fugge l’aspre, abbraccia l’eleganti SCEGLIE LE SIGNIFICANTI o con copia maravigliosa
varia la disposizione, i të pi, il NUMERO e i finimenti; nė di pari lunghezza
formerà le parti del parlare, nė ripiglierà
una stessa figura, un tempo medesimo, un modo amile, una persona pari, ma quasi
un'adorno pratola orazione di molta varietà formando, diletto, o gioia, recherà
sempre mai. Leggi prima qui, come il Poeta i medesimi nomi non ridice in uno stesso
luogo. Io credo che ci credette, ch'io credessi, che tante voci usisse da quei
bronchi, da genti che per noi si nascondesse, però disse il maeſtro se tu
tronchi cualche frafchetta d'una deste piante, penster c'hai ffaran tutti
monchi. Allor porfi la mano un poco duante, E colfi un ramufcel da un gran
pruno, E'l tronco fuo gridò perche miſchiante. Da che fatto fupoi
diſanguebruno, Rincominciò à gridar, per che mi ſterpiš Non hai tu spirto di
pietade alcuno? Huomini fummo, oorfemfatti sterpi, ben doverebbe la tua man più
pia, seſtate fossim'anime di serpi? Comed'un sstizzo uerde, che arfo Ria,
Dal'un de lati che da l'altro geme, Bi cigola per vento che va via. Cosi di
quella scheggia usciua insteme, parole,e SANGUE, ond'io lasciai la cima cadere,
e dette come l'huom che teme. ARTE Tu puoi uedere in quanti modi il Poeta ha voluto
variar le parole con quanta felicità egli lo habbia ottenuto. Il che in molti
luoghi può in e lo vedere.si come là, dove parlando del lago gelato, lo chiama ora
ghiaccio, era vetro, ora gelozora grosso, o duro vello, ora ghiaccio, ora geld
ti guazzi, ora eterno uzzo,ora gelata, ora cristallo orafaſcia gelata, ora
fredda crostázora lagrime inuetriate, e simili altre parole usa variando il
poema. Il simigliante hanno fatto, fono perfare tutti gli scrittori di non D B
1 L me. Leggerai mirabili essempi della varietà in tanti principij di giornar
Odi novelle che sono in quell'autore, o leggerai anco l'ultima parte del secondo
libro di quest'altro che comincia. Che andiamo noi pure tutta via di molti
amanti et diletti ragionando e conversando. Ma ė tempo di ritornar’omai all’altre
parti della forma predetta, o peró d'intorno alle membra dei sapere che la
lunghezza di esse in questa forma è piu desiderata chela brevità o cortezza, non
però voglio che si lo stremo ti fermi, ma con più distese parti che nell’eleganza
vorrei che le sue sentenze li portassero che le parole di esse in tal guisa si
collocassero, e si terminasse queüa orazione che variate alſo pradetto modo il
fastidio o la satietà si fuggisse, o in grado ogni sprezzata cosa ci uenisse.
Il numero al uerso vicino in questa forma ci vuole, il qual numero prima e di
quella maniera che di sopra ti ho detto, cioè riposo o mouimento, ovvero tempo
di proferire, ò da poi di un'altra che ora io ti dimostrerò. Perciò che molto
bene all'orazione può dar forma numerosa e bella, la quale sia nata da ue na
certa necessità delle cose ben composte, o considerate, come il contraporre i
contrarij o le cose discordi l'una all'altra con misura corrisponedenti, ritrovare
i similiipari, o altre cose somiglianti à queste, delle quali partitamente e
con essempio ne dirò, Sono alcune membra o nodi della orazione, i quali hanno
le lor sentenze opposte ma con una corrispondenza tra loro mirabile temperate.
Il primo essempio e di quello che si chiama pare, il quale si fa quando le
parti che Äihanno à corrispondere sono quasi di pare numero di silabe o di
tempi quasi dico però che questa parità di sillabe, o di tempi con saldo
intendimento o giudizio deve essere stimata, e nõ del tutto pari.L'essempio di
que ſta forma e questo. Dou’ella disonestamente amica ti fu ch'ella onestamente
tua moglie divenga. ARTE Nel predetto essempio in due modi si vede esser fatta
numero, ſa la orazione prima per la parità delle sillabe la quale nelle parti si
vede poi per la contrarietà corrispondente perche “amica” o “moglie” sono
contrarij, onestamente o disonestamente sono contrarij, opposti, solo di pari
ud questo.Qui vi à niunoſi cerca inganno, a niunoſifa ingiuria. ARTE. I
contrarij adunque fanno la orazione osser numerosa, come ancora. Et di gran
lunga é da eleggerpiù tosto il poco osaporito, che il molato o insipido. ART.
tornare. 2 ! TAR. Ne i simili ancora cade il numeroso concento in modo che quando
in simil suono la chiusa finisce, ne rinsulta il numero. Quel rossore, che in
altri ha creduto gittare, sopra di se l'ha sentito ARTE. Spesso auiene che per
fuggire il sospetto di cotesto artificio, la simiglianza dei finimenti delle
parole in mezo delle parti si ponga, com me qui, Poi veggendo che questo suo consumamento,
più tosto che emendamento della cattività del marito potrebbe essere. Che più
dispettosamente che sauiamente parlando. Molti esempi ritrouerai da te stesso
di queste numerose maniere, nate dalla corrispondenza delle parti. Ora vorrei,
che bene aucrtssi di non replicare più volte cotesti adornamenti, di non
affettar tanto la consonana delle parti, CHE CADESI IN FASTIDIO OVVERO IN
SOSPETTO DELL’ASCOLANTE. E per questa reggerai medesimamente il verfo nel quale
caduto in più luoghi Ruede l'autore delle nouelle, il quale à me pare che di
ciò molto curato non habbia. Bene uero che con mirabile perfettione riempie le
parti e le membra della sua favella quando divide i nodi de’ suoi giri in III
parti, come qui Percioche niun'altro diletto, niun'altro diporto, niun'altra
consolatione lasciata ti ha la tua eſtrema fortuna. E qui, Et se qualunque di
quelle fuſſe in Salomone, ò in Aristotile, ò in Seneca,'haurebbe forzadi
guastar ogni lorſenno, ogni lor uirtů, ogni lor santità. Et qui. Ma quanto sensante,
quanto poderose, di quanto ben cagion le forze d'amore, etc.. Considera la
distintione de’ membri in quella novella, dove introduce to scolare, la vedova, perche
cosi richiedeua la dotta persona dello scolare. ARTE. E degno di consideratione
il numero delle sillabe che nelle parti, che hanno a rispondere l'una
all'altra, si mette. Perciò che quando una pare te di troppo l'altra avanzasse,
non ne seguiterebbe alcuna numerosa compo Rtione, però buone o numerose
appaiono esser queste. Accioche come per nobiltà d'animo dall'altre diuise siete,
cosi ancora per eccelentia di costumi spartite dall'altre vi dimostriate. ART.
Ma qui appare al quanto lunghetta la rispondenza, e la die fagguaglianza de membri.
Quanto più si parla de' fatti della fortuna tanto più à chi vuole le eue cose
ben riguardare, ne resta da poter dire, ARTE. Può esser ancora che non si gusti
il numero per la lunghezza delle sue parti, benche sieno quasi pari come qui,
Egli auiene spesso, che sicome la fortuna sotto vili art ialcuna volta grandi tsſori
di virtù nasconde, cosi ancora sotto turpissime forme d'huo. Ministruo wa
marauiglioſ ingegni dalla natura essere stati riposti. AR. S'io ti uolessi ogni
cosa mostrare d'intorno alla bellezza del dire, troppo ritarderei gli ſtudij
che hai afare, o pocoti laſcerei da eſercia tarti d'intorno all’eloquenza
umana. Però p trapassare alle altre forme, parlo della veloce e pronta maniera
dell’orazione; la forza della quale è nello artificio, più tosto, o nelle seguenti
parti che nelle sentenze riposta. L'artificio adunque della prestezza e a brievi
dimande brievemente rispondere. S'amor non èche è dunque quel ch'ioſento? Ma
s'egliè amor, per Dio che cosa è quale? Se buona, ond'ċ l'effetto aspro e
mortale? Se ria, ondési dolce ogni tormento? ART. Overo il fare molte dimande,
con forze di spirito obrer uits: Non era egli nobile giouane? Non era egli tra
gli altri ſuoi cittadini bello? Non era egli valoroso in quelle cose che d'
giouani s'appartengono? Non amato? Non bauuto caro? Non uolentieri veduto da
ogni huomo? AR. Le membra, quaſ parole eſſer deono bricui uolubili, oche pa ia
che in eſſe fa il monimento del parlar noſtro, OLTRE ALLA SIGNIFICAZIONE DELLE
PAROLE nelle quali ė ripoſta la forza dela espressione di ogni forma. Soli
bastano, accompagnati creſcono, und mille nefå, o delle mille in brieve tempo
mille ne naſcono, per ciaſcuna sono aspettate giocondissime, no aspettate venturose,
sono cari ageuoli, ma diſageuolivia più care inquanto le uittorie acquiſtate
con alcuna fatica fanno il trionfo maggiore, donare, rubbare, guadagnare,
guiderdonare, ragionare, ſoſpirare, lagrimare, rotte, reintegrate, prime
ſeconde, falje,o uere, lunghe bricui, tutte fono diletteuoli tutte ſono
gratiofe. AR. Vedi che mouimento apporti ſeco questo parlamento, il quale
quando l'huomo è riſcaldato s'aſcolta con marauiglia delle genti. Confia Ate
anco nella forza delle parole, o nelſuono, onella compoſitione come qui. E già
uenia sì per le torbid onde, Vn fracaſſo d'un ſuon pien difpauento, Per cui
tremauan' amendue le sponde, Non altramente fatti,che d'un uento: Impetuofo per
gli auuerſardori, Chefier la ſeluaſenza alcun rattento Gli ramiſchianta, abbatte,
e porta i fiori Dinanzi polucroſo ua superbo e fa fuggir lefiere e gli pastori.
ART. Tanto voglio che tu sappia della prsſtezza del dire. Perciò che date medesimo
puoi comprendere quanto ilconcorso delle cocali, ore forezza delle aillabe pa
lontana da questa forma, esfapere che ogni ina dugio di proferire, ogni
raccoglimento, ogni giro, impediſce il mouimento fuo. Resta adunque a dire
della forma accostumata, o delle fue parti, la. quale e, che ſi conuiene alle
cocoalle persone in tal modo che QUELLO CHE SI CHIAMA DECORO, molJa chiaramente
si ueda Et però la detta forma ſota to di ſe IV maniere principali si uede
contenere. La I ė la unilta u baſſezza. L'altra II é la piaceuolezza o il
diletto. La III e l'acutezza Uprontezza. Et l'ultima IV la moderatezza della
oration. Delle quai fore menecessariamente in questa forma si ragiona o
convresa, perche cosi porta la natua rade gli huomini,i quali sono ó vili, o
riputati, è piaceuoli, o moderati. La bajezze dangue e forma infima, e dimessa
del dire, alle roze, o idiote persone convenicnte, à femine, fanciulli non
diſdiceuole: da Comici, rie chieſta ouſata pia toſto che da Oratori, o
eloquenti buomini,o piu tom Ho nelle cause de priuati, che ne i communiconſigli
ricercata, quando uor rai attribuire il parlar a quella persona, cui non sidifdice
la baffizza. Cá dono in queſta simplicita di dire i pastori, a quelli che le
coſe boſcarecce Man deſcriuendo,o però le sentenze di queſta forma ſono piu
baſſe Qumi li, opiùfacili che quelle della purità oſcioltezza del dire. Là onde
ala cuni giuramenti ſciocchi à qneſtamaniera ſi confanno. O Calandrino mio
dolce, culor del corpo mio, quanto tempo t'ho defide Tatob’dauerti edi poterti
tenere a mio fenno.Tu m'hai con le piaccuoa lezza tuațratto il filo
delacamicia, tu m'hai aggrattigliato il cuore con la tua ribecca. Può egli
eſſer che io titenga? Leggeraila tutta, otutto che in questa formauiſa baſſezza,
non è però ela ſenza artificio, percioche per dimoſlrarla pulefe,fi fuole
alcuna fista minutamente ogni coſa deſcriuere,u ogni particolarità chia rire,
introdurre alcune ſcioccheriſpoſte, ò ſemplici contentioni di coſe, che non
rileuano con detti, le ſentenze de quali ſono grandi, ma le parole ſciocche, at
rozze. L Cominciò à dire ch'egli era gentilhuomo per procuratore, roy. Begli
bauea diſcudi più di milantanouefenza quellich'egli hauea àdarealtri che erano
anzi piùche meno e che egliſapeus tale coſe fare; ct dire che domine pure
unquanche. ART.. A tuo agio nie leggerai ilrestante,mauedi la contentione:
Guatatala un poco in cagneſco per amoreuolezza la riniorchiaua '; ege ella
cotale ſaluatichetta, facédo uiſtadi non auederſene andaua pure oltra in
contengo. Seguita che tutta ëbaſſa per li giuramenti, per le beffe, con per
alcuni rabbuffi, come qui. Vedi bestial buomo che ardiſce, là doue io Pid,
parlar prima di me, laſcia dir à me, Et alla reina riuolta diſſe, Madonna,
costui mi uuol far. conoſcer la moglie di Sicofanta, ne più ne meno come scio
con lei ufata nor, fußi, che mi uuol dar' à uedere chela notte prima che
Sicofanta giacque con lei meſſer Mazza entraffe in monte nero per forza,e con
ſpargie mento di fangue oio vi dicoche non é ucro,anzi u’entró pacificamente:
La deſcrittione del fante di fracipolld;& della fante,ėbaſſa,er propria di
queſta formaa alcuni lameti cô parole ufitate et popolari. Dime,oimė Giãnel mio
io fon morta,ecco ilmarito mio,chetri fto il faccia Dio,che ſi tornò, « non ſo
che queſto ſi uoglia dire. ART. Et alcuni prouerbiemodiſono dimeßi. Et cosi al
mododeluillan matto doppo il danno fece il patto, muoia. foldo, oniua amore, e
tutta la brigata. ARTE. Dalle fentenze di queſta forma ſipuò far congettura
quai parole, ochenumero, oquaichiuſe ad effali conuengonc, Però cheari
tificioſamente da ogni artificio lontana offer deue ogni ſua parte, et imie
tare la ſemplicità, ogroſſezza delle perſone. Io non uorrci queſtaforma in
unpocma grande, o genoroſo; o dubito che per questa ragione da ale cuni ripreſo
noſia uno de i piùcarifigliuoli ch'io habbia,ilqualefpeſo per dire
ognicoſaminutamente cade in parole baßißime,come quando dife. Vn’amme non faria
potuto dirſt, Quero. Etmentre che la giù con l'occhio cerco, o quello che ſegue
Trale gambe pendeuan le minuggia La corata parea, e il tristo ſacco. Et il
reſto. E non uidi già mai menare ſtregghia A ragazzo aſpettato daſignorfo, Et
la doue diſſe che Tencuan bor done alle ſue rime. Md ora al diletto paſſando,
dirò, che per diletto de gli aſcoltanti ale cuna uolta l'oratione ad una forma
s'inchina la quale tutta e riposta nellä, bautentione delpoeta,però gioconda
diletteuole maniera s'addimanda ĝrellache la ſemplice edimeſſa alquanto più
rileua ealla fauola, ó fala uoloſa narratione ſi uolge. Là onde leſentenze di
questa formafaranno contrarie alla forma della dignità del dire; &però
diletteuoli o gior conde ſono quelle, doue ragionano inſieme la Diſcordia, o
Gioue, o in quel dialogo d'Amore, oue R dimostra in che guiſa difcendeſſe fra
more tali Amore.Sonoanco grate,ga dolci quelle ſentenze chehanno quelle coſe
ntinutamente deſcritte, lequali per natura loro hanno onde piacere difense
timenti umani, es però la deſcrittione dell'amenißima valle delle Donne a molto
grata ad udire. Conſidererai di quanta dolcezzaſia ſtato amaeſtro Simone il
ragionaméto di Bruno, quando egli deſcriſſe la brigata, che giudi in corſo,og
de i loro follazzi, opiaceri,e delle altre coſe diletteuoli che egli uedeus in
udiua. Ma è bene che tu ſappia, come di quelle coſe, che a ſenſi ſono
ſottoposte, alcune fono oneste, alcune diſoneste. Le diſor Heiste ſe
paleſamentesi ſcuoprono co iloroproprij uocaboli, offender for gliono le caſte
orecchie;benche non offendano quelliche nė di dirle, ne di farle R logliono
tergognare,maſe con diſcretomodoleggiadramente cura prono la bruttezza loro,non
pure non perdono il diletto quando ſono inteſe, ma molto più di ſoauird ſeco
recano à gli aſcoltanti: Narra lo amore di due cognatiil poeta ALIGHIERI, o
uolendo il finedieſſo quantopiù poteua onestan mente ſcoprir diffe. Quel giorno
pia non ui legemmo auante, cioé attena demmo ad altro che à legger quello, che
fu cagione del nostro amore, o cosi quá lo l'altro poeta diſſe, Con lei fuß'io
da cheparte il ſole. E non ci Medeß'altri che le ſtelle.Ocosi in mille modi ó
per le coſe antecedenti, per quelle cheſeguono, eſſendo meno diſoneste,le
difoneſtißimèappalefar ft poſſono ne è pocalode dichi ſcriuezin tale occaſione
abbattědofi,ſenza offen fione anzi con diletto delle oneſte perſone deſcriuer
le coſe meno che oneſte. Intělaſi adunque la coſa, ofuggaſi la bruttezza delle
parole,o in queſto modo ſarà foaue, et diletteuole il parlar uoſtro. Alquale
gli amori, le bele lezze de i luoghi,igiardinizi prati,i fiori le fontane, la
prima uera, le pite ture, o altre coſe piaceuoli aggiungendoſi, ſenzadubbio ſi
dimoſtrerà la predetta forma,della quale anco di ſopras é detto aſſai, quando
del diletto, della gioia tiragionxi, che naturalinēte inuouc ogni coſa creata.
Et cosi ſecondo l'affettione di ciaſcuno ſi porge ſolazzo opiacere col
ragionare. L'artificio,et le parole della giocõdità tolteſono dalla
primaformadel dire chiamata purità, onettezza. Voglio bene in queſto paſſo,che
co più licen zoufigli aggiunti, ſegno e che i pocti loſtudio de' quali è
proprio il dilet? tare, allora più dilettano quando più belli; e acconiodatiaggiunti-
fono? wfati di porre ne' verſi loro, ecco Leggi. L et Giace nella fommità di
Partenio, non'umile monte della pastorale Arct. dia,un diletteuolepiano di
ampiezza non molto patioſo,peròche'l ſito del luogo nol conſente ma,di minuta,
o uerdisſima, crbetta si ripieno, cbe fe: le lafciue pecorelle congli auidi
morſi non uipa fceffero,ui ſi potrebbe dom gni tempo ritrouar merdura. ART.
Tutti i principii delle giornateſono à proua fatti per dileta tarc, eperò inshi
13 ziunti uiſono meſcolati come tu potrai uedere. Egli lliſuole anchora
interporre de i ucrſi per. dilettare, ma con destro modo, Perciò che non
mipareche bence ſtia, che la compoſitionc babbia del uer fo come qui. Cofi
detto, et riſposto,e contentato, doppo, un brieue.filentio di ciaſcuno. ART.
Ecco che nella proſa ui è il uerlo, ſenza quel propoſito che: io ti diceua, però,
biſogna rompere i ucrſi con alcuna parola,eccoti uer: foc, Postbaueafine alſuo
ragionamento, madicendo. Pofthauca fine Lau, retta.al ſuo.ragionamento non è
più verſo, benche queſto.autore altrowe: non foſſeſchifato dal uerfo, come
quando diſſe. Poſcia che molto commendata l'hebbe, Disleale, o spregiuro, e
traditore, Etpoi con un ſospir aſſai penſoſo, Luogo moltoſolingo, ofuor.
dimano.. Et questi uerſi quanto ſono migliori,tanto più ſono da.cſfer fuggiti
nel fic lo della oratione, fenon quando,o per eſſempio, o per autoritade, o per
di: letto ſono tolti da poeti. Ora delle figure di questa faperai, che alla
gioconda forma, oltra le fi gure che alla purità, Q umiltà. conuengono quelle
ancora non disd.cono, che alla bellezza ſi danno, o però le membra pari di
ſimili cadimenti le rime, i biſguizzi, itramutamenti; i circoli, le
uoci.ſimiglianti, il fingeri: de i nomi ſonofigure di questaforma. Leggi i
ſimili cadimenti. Tranquilla lite de'giudicanti ristora.le fettche
gucrreggianti, in quel le con le ſeuereleggi de gli huomini, la pisceuolezza
della natura,meſcoa. lando a queſti nel mezo de gli nocentisſimi
guerreggiantipure, ø inno.. centisfime paci recando. Nellefſempio letto ui
troucrai anco la bellezza di contrari, la parità de'membri, perche niente ci
uicta,che una ſtela figura da molti lumi ancora illuminata, fi poffa fare
illuſtre e luminoſa. Laura, che il ucrde lauro,c l'aurco crine.. Eſcherzo di
upci ſimiglianti. Il mormorar dett'onde, bisbiglio, ſpruzza..
reribombo,gracidare, fonoparolefinte,cha con diletto cfprimeno il fatto, ecco quando colui diffe,Filli, Filli,fonando
tutti i calami, parue ueram mente che i calami fuſſono tocchi col fiato di dettopaftore,
o quello ſem zafar motto alcuno. Rimafu quella di coſtui che diſſe. Tanto
d'intorno à quel più bello, quanto pià de Thumido fenting di quello, Et perpiù
adornamento et diletto, diſſe anco. L'acqua laquale alla ſua capacità
ſoprabondaua. Et comei falli meritano punitione, Cosi i beneficii meritano
guidero: done. Nella rima è pofta. la dolcezza de' Poeti di questa lingua,
dallaqual.rima chi ardiſſe ò tentaſje per alcun mododidipartirf, toſto ſi
pentirebbe. Le rime più vicine sono più dolci. Qucta licenza del rimare moderatamente
Bplglia de prosatori, purche di affettata dilettatione: disoneſto SEGNO non
porga. Voglio bene la compositione di questa forma, numerosa e più al verso vicina
che l'altre, ma il verso per ogni modo le tolgo. Guarda con che facilità si puo
coteſta prosa alla dolcezza del verso ridurre. Leg. Vna fede medeſimatraloro
per le menti una fermezza, uno amore in agni faſo, in: ogni tronco, in ogni rina,
uede L’AMANTE la faccia dolce delld. Fua belladonna, o ella quella del ſuo ſignore.
Ma ora non: voglio che tanto ti piaccia la forma predetta che TRALASCIANDO la
dignità, o grandezza del dire, procuri con ogni studio il diletto piacere cheda
quella sola procede, Perciò che io non uorrei che alcuna. parte del tuo
ragionamento ſenza piacer s’udisse, di che l'ascolta, il qual piacere nasce
ancora dalla idea dell'altre forme, o dalle orecchie allo animo, trapassando
ogni parte di esso sparge di diletto maraiglioso, perche movendo diletta, o
dilettando li movc, INSEGNANDO similmente si moue, o diletta in quanto che lo INSEGNARE
il moere, o il dilettare, sono operationi non distinte l'una dall'altra. Mi
laſciamo questa quistione ad altro, tempo, o ancora non stiamo troppo in questa
forma tutta di altra confladeratione, come quella cbe al Posta grandemente
conuenga, al quale pocta. i giuochi, po le cose ridicole ſi confanno, operò di.
cße ora non te ne dia 60, e tanto piu adietro di buon cuore ti lascerà questa
matcria, quanto di: ſacopioſamente da molti ne è stato scritto, et ragionato.
La rifponfione: ad ogni parte è anco figura di diletto. Leggi. La quale ciiba
fattinc i corpi delicate, o morbide, negl’animi timide o paurofe, ne le menti
benignc, o pietoſe, obacci dute le corporalifora ze leggieri, le uoci
piacsuoli, o i mouimenti dei membrifoaui.. Ms or a passiamo all'acutezza del dire,
forma inucro egregia e piùalto pensamento che altra meriteuple. Peroche ella
contiene le SENTENZA fic, del tuttocontrarioalla umiltà, baffezza dell’ORAZIONE,
ej in uero altro dicendo, altro intende. Percioche è dicoſeche hanno in
ſeforza,et uds Forela onde lo artificiaė proferire le alte o difficili
intentioni pianaměte, o con facilità, e le umili &abictte che paianoalte, o
degne: onde i primo modo é, quando fi piglia una parola IN ALTRA SIGNIFICAZIONE
CHE NELLA USATA CONSUETA MANIERA ne pcro e meno conuencuole et propriafe gli
wiguarda alla forza della voce, che la uſala, conſucta, come qui. Non creda
donna Berta oſer Martino Prueden un furar altro offerine. 9. Wedergli dentro al
conſiglio diuino. Che quel puo furger,oquel può cadere. C: il secondo modo e quello cheſi fa non mettendo
la parola, douee la berie Starebbe, ilche abufione s'addimanda; come ė à dire
allegrezza inſanabile, in luogo di dire allegrezza grandißima. Seguita il terzo
modo di porre. una þarola pia uolte'., ma che ſempre ſia ad un modo istefjo
pigliata, come dicendo, ſecglimuore, morirà tutto, perche uiuendo non uiue. Vſaſi
ancora biquestaforma un altro artificio aljai degno di conſideratione il quale
ft fa quando il parlare ſi fa pieno ditraslationi, o per la moltitudine di
quelle lifa ogn'horpiùmanifesto. Ee leggi fon, ma chiponmanoad eſſe Nullo,
percheil paſtor, che precede i Ruminar può,manon ha l'ugne. foffe, Perche la
gente che ſua guida uede Pur à quel bel ferir on fella é ghiotta Di quelfi
paſce, opiù oltre non chiede. ART. Et in queſto altro loco ancora Nel mezo del
camin di noſtra uita Mi ritrouai in unaſelua oſcura Che la diritta uia
craſinarita. ART. Acuti ſono ancora quei rimedij, che uanno quafi medicando le
dile rezte delle Tralationi con alcune altre piu chiare, ecco dire il fiato
della morte é duratralatione. Ma dire della morte, e ſpigne col ſuo fiato il
noe ſtro lume, e acutamente raddolcita la aſprezza fua. O qui.Con altezza di:
animo propoſe di calcar la miſeria della fori una.Voglio ancora,che acuto fa
ilporre inanzi yliocchi le coſe con bella colligatione di SIGNIFICANTI ßia me
parole, Vuoi tu ucdere la celerità del tempo. a Delaurco albergo con l'aurora
istanzi E to 1vs K $ siratto ufciua it ſol cinto di raggi, Che detto
baureſt',.Apur corcò dianzi. Jo uidi il ghiaccio, e li preſſo la rofa, Quaſi in
un tempo il granfreddo, e ilgran caldo. Che pure udendo par mirabil cofa Veggo
la fuga del miouiuerpresta. Anzi di tutti, et nel fuggir delſole, La ruina del
mondo manifesta Voi tu uedere dipinta la oſcurità. Buio d'inferno, o di notte
priuata D'ogni pianeta ſotto pouer ciclo Quant'eſſer puo di nuuol tenebrata:
ART. No ſolaměte leparolefanno l'effetto,ma te fllabe, et le lettere steffe
Vedi quáte fiate uie replicata la quinta lettera come lēte baſſa,co oſcura.
Sotto queſtaforma i beidetti ſi coprendono, et quei mottiurbani, che co dimeſe
parole dicono altißime coſe. Là onde alcune ſentēze, la ragione delle quali in
effe ſi conticnejacute ſono, o di ſuegliato ingegno ſegnimanifesti. come à
dire, le minacce fon arme del minacciato. sēdotu huomo penſa alle coſe humane o
offendo mortale nõ hauerl'odio immortale, o quello. Rade volte è ſenza effetto
quello che uuole ciaſcuna delle parti. Queſte ſono le parti principali
dellaforma ſublime; et acuta,nellealtre haida ſeguitare la purità o eleganza
del dire. Ma della Modestia, o Circonfpettione del parlare nel quale conſiſte
quanta gratia tuti puoi con gli aſcoltanti acqui Atare,dirò,pregandoti
caraméte,che tu uoglia questa ſopra tutte l'altre ele gere, abbracciare,et
fauorire in ogni tuo ragionamēto. Modesta è adunque quella forma del dire che
le proprie coſe abbaſſando innalza le altrui, o quaſi cede e toglierſi laſcia
del ſuo, il che opinione acquista di grābone tade appreſſo chi ode.Le ſentezedi
quellafono quelle che dimostrano l'ani mo di chi parla alieno dalle contētioni,
il deſiderio di fuggire, o terminar le coteſe, il diſpiacere d'accufar altrui,
il poter dimoſtrar maggior peccati dell'auuerfario, nõfarlo,et quello che ſi
fafarlo sforzatamēté, ė astretto dalla uerità,o p no laſciar opprimere
gl'innocēti,uerfo de'quali, chi dice, A deue dimostrare cõ queſta
formaofficiofo, et benigne,comefece coſtui. Leggi. Mi piace condiſcendere a'
conſigli de gli huomini, de quai die cendo mi conuerrà far due coſe molto a'
miei coſtumi contrarie;luna fia al quanto me commendare o l'altra il biaſmar
alquanto altrui,o auilire. ART. Molti huomini eccellenti nelle lodi, che date
hanno a i loro cittadini uſati ſono di dire, uoi faceſte, uoi uinceste, mánel
dimoſtrare alcana coſa meno che oneſta de' fatti loro,hanno detto per
modeftia.Noi perdesſimo, noi malefi portasſimo, noialquanto imprudentemente to
gließimo la guerra. A questeſentenzeſi aggiugne l'artificio, ilquale con Rate
nel dire di fero delle proprie coſe modeſtamente, con dubitatione
facendolegrditamente minori di quello cheſono; eſcuſando per lo contras rio gli
auuerfarii,oucro con ragione, conalquanto di timore accufando li, permettendoli
alcuna coſa a fuomodoin loro diffeſa pronuntiare,acció sonſi dia ſoſpetto al
giudice dioffer contentiofo, et amicodelle liti, in que ſto caſo voglio,che tu
uſ parole baſſe, et pure, oquelle che hanno manco forza nelle tue lodijonel
biaſimo de gli auuerfari, però quelle figure a questa formaſono
accomodate,nellequali con deliberato conſiglio alcuna coſaſ
pretermette,quiſando però l'aſcoltante di tale deliberationc. Inbrie ue ti
dico, cbe la DISSIMULAZIONE, che ironia s'addimanda, quenga, che ale cuna volta
morda cu pungasėperò artificio, o figura di queſta materia,nel laqual alcuni
Greci riuſcirono mirabilmente. Lacorrettione, oil giudi cio con timore
ſonocolori di questa idea. Come quando ſi dice, S'io nca sn'inganno, s’io non
erro, cosi mipare, o fimiglianti modi, i quali quanto più banno del leggiadro,
tanto più dilettano, o fanno l'effetto, che ſi ricer 14. La correttione e in
quel luogo. Si come prima cagione di queſto peccato, fe peccato é, perciò che
io t'accerto. ART. Et la disſimulatione iui. Godi Firenze, poi che ſei si
grande. ART. Belmodo e modešto é quando o il biaſimo, o la lote ſi fa dar da
una terza perſona, perche meno ha d'innidia il teſtimonio altrui, che'l noftro,
operò in queſto Poeta nel dire la origine fua, uedrai modestia ma rauiglioft,
Leggi ancora qui. Nobilisfime giouuni, à confolatione delle quai io mi ſono
meſſo à cosi lunga fatica io mi creda aiutandomi la diuina gratis ſi come io
auiſo, per gli uostri pictofi preghi non gia per i mei mcriti quello
compiutamente ha Herfornito, che io nel principio della preſente opera promiſi
di douer far. ART. Et il principio della quarta giornata i ripieno di queſti
modi. Ma tempo è di ucnire all'ultima forma di queſto ordine, ma prima in die
gnità o perfettione,comequella, ſenza la quale niuna delle altre può nel
l'animo entrare de gli aſcoltanti, dico della uerità, a laquale benche la moc
desta e dimeſſaforma piu che l'altre s'auicinano, niente di meno non è da di
Te,che ella debbia dall'altre offer abbandonata, imperoche non è opinione, òaffetto, che ſenza eſſa indurre ſi poſſa,
queſta fa credere che cofiſia, come Adice, questa moſtra l'animo di chiragions,
queſta èfrutto diquella uir ta che tùche noi chiamiamo imaginatione, cosi
potente nel porre le coſe dinanzid gli occhi,et cosi efficace ad ottenere ogni
nostra intenţione. Dimoftrafl adia que l'aniino di chi parla in questo modo, cioè
ſenza mezo alcuno rompendo in uno effetto, perche la natura in queſta guiſa ui
diſpone chequandoſiete iņuno affetto ſenza altra ragione in quello entrando le
dimoſtrate, cosi l'a ra, lo ſdegno, il diſo, il dolore,o ogniaccidente ſi fa
paleſe. In ſommaſe je fidate,o diffidate, c teneteſperanza d'alcuna coſa ſe
allegrezza uimuoue 'ò noia alcuna, ueracißimi pareranno gli affetti uoftri, ſe
da quello che defe derateſenza porui tempo di mezo cominciante. Leggi. Fiamma
del ciel si le tue trecce pioua Equi doue il Poeta dimanda aiuto Quando uidi
costui nel gran diferto. Miferere di me cridai à lui. A R. Come qui è uitiofo,
doue un nụncio corre al palazzo à dan nog ua alla Regina della preſa della
città, es ardere etſaccheggiare ogni coſa, o incomincia con lunga
narratione,dicendo, id ui dirò diffuſamente il tutto. Ma ritorniamo, hauendo il
Porta di mandato aiuto à VIRGILIO più bricue che può gli da notitia diſco
perche l'affetto lo pronaua à chiedergli pohc cagione egli ſi trouaſje in quel
luo. soſeluaggio,dice. Ma tu perche ritorni à tanta noia? Etfa maggiore il ſuo
affetto replia çando, perche non fali il dilettoſo monte. Là onde poiil Poeta
pien di mara uiglia di ueder VIRGILIO, non gli riſponde, ma dà loco allo
affetto,et dicca Leggi. orſe tu quel VIRGILIO, equella fonte, Che parge di
parlar si largo fiume, Ripoſi lui con uergognofa fronte, Et piu ritornando
all'effetto di primajo de gli altri poeti onor',e tume. AR. Vedi comele
Discordia con Giove adirata in tal modo comincia. Parti Giove,che io, la
qualeprodußi, et conſeruo il mondo,degna fia di doc uer’eßer biaſmata da
ciaſcaduno. AR. Serbati in questo caſo à dimostrare che inte più uaglia la
natur ra,che l'arte, o otterrai la credenza del uero che tu uuoi. Dire con
uolubi li parolc é ſegno di uerità, l'infigner d'hauerſi ſcordato, il
dimostrare die ſere dall'artificio lontario, o lo ejer dulla ucrità commoſſo, il
correggerſ daſeſteſſo, lo cſclamare in alcune parti quafi rapito dal uero, o
finalmene, te una diligente traſcuragine, et una traſcurata diligentia può
far’apparenza diuero. Ecco quanto bene appare,ola modeftia, ola verità ufar la
Discordia, doue dice, Etſel mio eſſere pien di miſeria mi ci rende in diſpetto
l'effer Dea (coa me tuſei ) onata al gentilißimo modo delfangue two pieghi il
tuo anis mo ad aſcoltarmi benignamente. oRati' stato ilmio minacciare più tos
fto fegno di diſperatione, che cagion d'odio è di ſdegno che tu mi debbi
portare. AR. Et poco dipoi. Io parlerò Gioueaffine di farti pietoſo alla mia
miſeria, non con animo d'effer lodatacome eloquente;muoue il dolor la mia
lingua, parte,et diſpone a fuo modo le mie parole, o quale id'l ſento nel core
tale,à te uegnia allos recchie, cheſenza offer altramente artificioſa, Oornata,
affai ti perſuaderà l'oration mia à dolerti di me,la qualedi tanto nonſon
conformeallo affan nocleoue quello continuamente m’afflige,queſta toſto fi
finirà, o ad ogni richiesta tua s'interromperà,però che qualunque uolta cofa
dirò, che mena zogna ti paia ſon contenta di dichiararla,accioche picciolo error
nel prin cipio nonſi faccia grande alla fine: AR. Vedi quanto efficaci ſtenote
eſclamationi. O‘Amor quanti, o quali ſono le tue forze: AR. Et là doue dice, o
felici anime,alle quali in unmedeſimo di auer re il feruente amore o la mortal
uita terminare,o piú felicife inſieme ad uno medeſimoluogo n'antaſte, o
felicissimi fe nell'altra uitaſi ama.com toi vi amate; come di qua faceste.
Questa eſclamationefa parere la cofa uera, ilfalimento bella, la ſentent za
degna,o grande,le parole aſpra, o acerba, oil numero fplendida,o generoſa.Al
predetto artificio s'aggiungono le parole conuenienti alle cos feale appre
nell'ira, le pure, o le fimplici nella comuniſeratione. Leggi. Ahi dolcißimo
albergo di tutti imiei piaceri, maledetta fia la crudeltà di colui checon gli
occhi della fronte or mi tifa uedcre. Affai m'ora con quelli dellu
mēteriguardarti à ciaſcun’hora.Tu hai il tuo corſo finito, et di tale,come la
fortuna tel concedette tiſe ſpacciato.Venuto ſe alla fine,alla quale ciaſcun
corre, lasciate hai le miſerie del mondo, o le fatiche. ARTE. Conſidera le
parti, le parole, o le figure di questa forma nella effempio ora letto, ote
ſimili uſorai nelle occaſioni che ti ucrranno, et uce derai uſcirne opora
maraniglioſa. Vodi che cömiferatione ſi truoua in que fe parole. Caro mio
signore, fe la tua anima oralcmiclagrimc uede, oniuno i conoſcimento ó sentimento
doppo la partita di quella rimane a corpi, rice. dei benignemoute l'ultimo dono
di colei, laquale tu uiuendo cotato amasti. Vedi ancora qui la ſomiglianza del
ucro grandemente adopraſi in rio fpondere alle coſe,che potriano eſſer
dimandate. Andreuccio,io ſuno molto certa, che tu ti marauigli, et delle
carezze, le qualiiori.fo.a delle mie lagrime;si come colui chenon miconoſci, o per
quentura mai ricordar nonm'udisti, matu udirai toſto coſa, la quale più tifarà
forſe marauigliare, si come è ch'io ſia tua ſorella. AR. Eccoti,che con una
coſa più incredibile fa parere il falſo eſer aero. Vſafi questo modo nel
raccontare,nello amplificar le lodi, ouero i uituperii delle genti,ouero in
narrare le coſe fuori dell'ordine naturali, e rare.Con una antiucduta escusatio
e,come qui, Carissime Donne à me ſipara dinanzi a doucrmifi far raccontare una
uerità, che ba troppopiù di quello che ella fu, dimenzogna ſembianza. ARTE. Vera
in ſoiamaè quella formadel dire, nella quale confiderata la natura delle coſe
la uarietà de gli affetri, la uſanza del uiucre, con prue denza, riguardo
dimostra le coſe fuggendo il coſpetto dello artificio, et però molto
leggiadramente fidce procedere nell'accurata, obella forme del dire nella quale
più vale il numero etl'artificio, che nell'altre.Sicno dun que gli ſpirtidi
questa forma partiper tutto il corpo, accompagnati dal sangue della bellezza, o
dal mouimento della celerità del dire, che facila mente si otterrà IL
DESIDERATO FINE. Ne gl'affetti grandi, bricui ficno le membra, uiusci le
parole, nel resto il giudizio di chi parla habbia luogo. Et qui Na il fine
delle formc o maniere del dire in quanto che di ciaſcuna partie samente si può
dire. Ma non sarà il fine di esse in quanto bisogna sapere il modo di usarle,
ed accomodarle NELLA IVILE ORAZIONE. Perciò che colui ne oratore, ne erudito
parcrebbe il quale come nouel cfſercitaßcle predette maniere da ſe steſſe
ignude, o inconipote, onde l'artefuafi manifestasse, oegli di abomincus de fatietà,
e fastidio ricmpicſſe l’orecchie o l’ANIMO dell’ascoltante, Bella cosa é adunque il meſcolare inſieme le
predette forme, o farne una ortima miſtura,dalla quale n'uſcirà l'ottima,o
uniuerſale idea della oratio nc; appreſſo la qualeſarà quellà, che mancherà al quanto
da quella ottima meſcolanza,cosi di grado in gradofcemundo il terzo,il quarto,
o l'ul timo luogo occuperà l'oratore. Della prima operfetta compofitione dela
leformeio non ti trouerei per ls uerità chi in questa lingua potefje, pere che
gli ſcrittori di efla hanno hauuta ALTRA INTENZIONE, che formarela città M
dincica dineſca minicra, ben che per quello ch'io ſtimo, non anderà molto, che
alcu noci naſcerà atto a questa grandezza,alla quale più tosto manca la fatie
ča,che il modo. Ora in quale forma debbia abondarc L’ELOQUENZA fa peraiz per
che la chiarezza, LA VERITA, quella che accostumata ſi chiama, fono le forme principali
di tutta la manicra ciuile. Dapoi appresso io amerei la celerità del dire con
quelle forme poi,che alla grandezzafi danno, tra le quali io eleggerei la
comprenſione. Le altre ueramente ſecondo il tempo; er la occafione reggendomi
abbraccerei con quella ſcelta, con quella di fcretione che uolentieri,ut non
isforzate păreſſero ucnire riel parlar mio Ben'è uero, che molte ſono le
intentioni de gli huomini, e quelle con dilia genza offer dcono confiderate.
Chi uuole de i ſecreti di natura parlare, bo delle cose morali dee abondare in
grandezza senza alcuno volubile movimeto. Chi veramente cerca narrare i fatti
de mortali, come si fa nella storia, elleggerà la schiettezza, o eleganza, nella
quale è riposto l'ordine delle co fe,cu dei tempi, a riguarderà primai
conſigli, ale deliberationi, poi le attioni, o i fatti, o finalmente gli
auenimentio fucceßi. Nei conſigli di moſtrerà quelloche deue cffer lodato,o
quello che merita biaſimo nelle at tioni,i fatti,ole parole, il modo, il fine.
Et ne ifucceßi dimostrerà ció the alla uirtù,o ciò che alla fortunafi deve
attribuire. Chi ne ifenati uud l'esprimere la forza dell’eloquenza, perche il
peſo delle cose sară poſto fore. pra lepalle di chiragiona, biſogna abondare in
grandezza,o dignità, di mostrar cura openſamento, il che non uale ne i
giudicij, ſe non ſono di coi. Le graui, aimportanti, perche in eſſe più
fimplicità, baſſezzaſi ricerca, eſſendo quegli per lo più di coſe edi buomini priuati.
Nel difendere, ale fai uale la forma accoſtumata, obalfa, ſe non quando
arditamente il fatto Rinega. Poco ancora ui ſi vedrà di uolubile, o presto
mouimento. Ma non. cosi nello accuſare,douc oajpro, uecmente,o uiuo cſer dee
l'accusatore. Chi lola. fi dee dare alla bellezza, o al diletto, o apprezzare
lo fplene dore fenza ucсmenza, o celerità. Et in brieuc, biſogna aprir gli
occhi; eje nello imitare i dotti,o eccclenti uomini si richiede conſiderare; di
che for ma eßt ſieno più abondanti,o di che meno; accioche ſapendoper qual caz
glorie eß istatilicno tali,ancora non ſia tolto il potere à gli studioſi di ace
coſtarſi loro, o aguagliarli,o le poßibilc é, che pureé paßibile al modo già
detto di ſuperargli. Et chi.pure non uoleſſe la fatica,poteße almeno giudicare
i loro fecreti. Molti, o minuti ſono i precetti d'intorno a questo
offercitio,maio non uoglio più affaticarmi, effendo quegli in molti,o gran di
uolumi ordinatamente riposti, oltra che il nostro dicorso à niuno può parere
terc imperfitto, quando egli voglia la nostra INTENZIONE riguardare, la quale è
stata di fare i fondamenti dell’ELOQUENZA, avvertire di quanta cognizione esser
debbia chi à quella si dona; sopra i quali fondamenti sono fordate l'articelle
de' maestri, o gl’esercitij de' giovanetti. Baſtiti, oDinardo, che tu sia
giunto là, doue di giugnere desideravi, o che tu habbi veduto un circolo della
tanto desiderata cognizione. Però che dalle parti dell'ANIMA incominciasti,o in
esse sei ritornato, havendo il corso tuo sopra di natura, ci sopra di me
fornito, come sopra due rote di quel carro, che per lo aperto cielo ti condurrà
vittorioso, o trionfante. Daniele Matteo Alvise Barbaro. Daniele Barbaro.
Keywords: archittetura, palladio, prospettiva, retorica, ordine cronologico:
Ermolao Barbaro il vecchio – Ermolao Barbaro il giovane – Daniele Barbaro –
Temisto, index nominorum, interpretazione e commentario di Barbaro sul
commentario di Tesmisto sull’analitica posteriora – manoscritto, Bologna.
Manoscritto delle ‘Adnotationes ad analyticos priores’ – commentario diretto su
Aristoele e no via Temisto – Villa Barbaro – lezione privati di Barbaro
sull’organon di Aristotele – analytica priora e analytica posteriora, non al
studio GENERALE, ma alla sua propria villa!. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo
di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barbaro,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria.
Luigi
Speranza -- Grice e Barbaro:la ragione cnversazionale e l’implicatura
convresazionale del vecchio – scuola di Venezia – filosofia veneziana –
filosofia veneta -- filosofia italiana – filosofia veneziana – Luigi Speranza (Venezia). Filosofo veneziano. Filosofo
veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Umanista --. Grice: “As much as
Speranza LOVES Daniele Barbaro, I prefer Ermolao Barbaro; after all, he was his
uncle – I mean, Ermolao was Daniele’s uncle – and therefore HE taught HIM; I
mean, Ermolao, as a good philosophical uncle, taught the ‘minor’ (literally,
since he was his junior) Barbaro.” "Some
like Barbaro, but Barbaro's MY man." Ermolao Barbaro
detto il Vecchio. Umanista e vescovo cattolico italiano. Sendo stato uomo
degnissimo, m'è paruto farne alcuna menzione nel numero di tanti singulari
uomini, acciocché la fama di sì degno uomo non perisca (Vespasiano da Bisticci,
Vite di uomini illustri del secolo XV). Ancora bambino comincia a studiare
lettere conVeronese, e il successo di quest'accoppiata allievo-maestro fu tale
che tradusse in latino le favole d’Esopo. Fece poi i suoi studi universitari a
Padova dove si laurea. Successivamente si trasfee a Roma dove entrò al servizio
della cancelleria papale. La sua carriera nella curia romana fu così fulminea
che Eugenio IV lo nomina protonotario apostolico e gli concesse la diocesi di
Treviso. Il rapporto con il pontefice, però, si interruppe bruscamente quando,
dopo che gli era stata promessa la nomina a vescovo di Bergamo, il papa assegna
il posto a Foscari. Lascia Roma e viaggiò per l'Italia ma, dopo una serie
di peregrinazioni, tornò a lavorare in curia. Si trasfere poi a Verona dove
Niccolò V lo designa vescovo e dove si sistemò in pianta stabile, tranne una
breve parentesi a Perugia come governatore. Messer Ermolao Barbaro, gentiluomo
viniziano, fu fatto vescovo di Verona da papa Eugenio, per le sue virtù. Ebbe
notizia di ragione canonica e civile, ed ebbe universale perizia di teologia, e
di questi istudi d'umanità; ed ebbe nello scrivere ottimo stile. Fu di
buonissimi costumi, e nel tempo di papa Eugenio si ritornò a Verona al suo vescovado,
e attese con ogni diligenza alla cura, e vi accrebbe assai e onorò e multiplicò
il culto divino. Era umanissimo con ognuno. Ridusse nel suo tempo il vescovado
in buonissimo ordine, così nello spirituale come nel temporale. Aveva in casa
sua alcuni dotti uomini, in modo che sempre vi si disputava o ragionava di
lettere; ed era la sua casa governata, come si richiede una casa d'uno degno
prelato. S'egli compose (che credo di sì) non ho notizia alcuna. Compose. Nulla
se ne ha alle stampe trattane qualche lettera, ma più opuscoli manoscritti se
ne hanno in alcune biblioteche, e fra essi la traduzione della Vita di S.
Anastasio scritta da Eusebio di Cesarea. Note
Vespasiano da Bisticci, Vite di uomini illustri del secolo XV, ed.
Barbera-Bianchi, Firenze. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, ed.
Firenze, Società storica lombarda, Archivio storico lombardo, ser.4:v.7,
L'Umanesimo umbro: Atti del Convegno di studi umbri. Gubbio, 2Perugia,
Vespasiano da Bisticci, Tiraboschi, cit. pag. 808 Opere (alcune moderne
edizioni italiane) Ermolao Barbaro il Vecchio. Orationes contra poetas.
Epistolae. Edizione critica a cura di Giorgio Ronconi.Firenze: Sansoni, Facolta
di Magistero dell'Universita di Padova Ermolao Barbaro il Vecchio. Aesopi
Fabulae. A cura di Cristina Cocco. Genova: D. AR.FI.CL.ET., Trad. italiana a
fronte Hermolao Barbaro seniore interprete. Aesopi fabulae. A cura di Cristina
Cocco, Firenze: Sismel-Edizioni del Galluzzo, Il ritorno dei classici
nell'umanesimo. Edizione nazionale delle traduzioni dei testi greci in eta
umanistica e rinascimentale. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, ed.
Firenze, Vespasiano da Bisticci, Vite di uomini illustri, ed. Barbera-Bianchi,
Firenze, 1859. Pio Paschini, Tre illustri prelati del Rinascimento: Ermolao
Barbaro, Adriano Castellesi, Giovanni Grimani, Roma, Facultas Theologica
Pontificii Athenaei Lateranensis, Emilio Bigi, Ermolao Barbaro, in Dizionario
biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL
consultato il 6 luglio 2018. Voci correlate Ermolao Barbaro il Giovane
Collegamenti esterniDavid M. Cheney, Ermolao Barbaro il Vecchio, in Catholic
Hierarchy. Predecessore Vescovo di Treviso Successore Bishop CoA PioM.svg
Lodovico Barbo Marino ContariniPredecessoreVescovo di VeronaSuccessoreBishopCoA
PioM.svg Francesco CondulmerGiovanni Michiel · Biografie Portale Biografie
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Venezia Categorie: Umanisti italianiVescovi cattolici italiani Nati a Venezia
Morti a Venezia BarbaroVescovi di TrevisoVescovi di VeronaTraduttori dal greco
al latino. Nome compiuto: Ermolao Barbaro, il vecchio. Keywords: eloquenza.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barbaro,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Barbaro: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazinale del
giovane – scuola di Venezia -- filosofia veneziana – filosofia veneta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Venezia). Filosofo veneziano. Filosofo
veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Grice; “Very good.”, ermolao – the
younger – il giovane, non il vecchio -- "Speranza
likes Ermolao Barbaro the Younger, but Ermolao Barbaro The Elder is MY
man." -- H.G. Ermolao Barbaro il Giovane. Avea profondamente
meditato sopra i doveri che impone il carattere di legato a chi lo sostiene e
sopra le avvertenze che devono servirgli di norma nella pratica degli affari,
ónde servir con vantaggio il proprio governo e riportare onore anche da quello
presso di cui risiede. Ei ne ha indicate le tracce in un pregevolissimo
opuscolo in cui la prudenza apparisce
compagna della onestà del candore, ed è venuto a delineare in certa guisa il
suo ritratto. Ma lo stesso suo merito fu a lui cagione di grave calamità.
Cardinale di Santa Romana Chiesa Hermolaus Barbarus Ritratto di Ermolao
Barbaro, opera di Theodor de Bry. Patriarca di Aquileia. Ordinato presbitero.
Nominato patriarca da papa Alessandro VI. Consacrato patriarca. Creato cardinal
da papa Innocenzo VIII. Ermolao Barbaro detto "Il giovane" -- è stato
un umanista, patriarca cattolico e diplomatico italiano, al servizio della
Repubblica di Venezia. Comincia l'educazione elementare con il padre
Zaccaria Barbaro, politico e diplomatico veneziano, poi in tenerissima età e
mandato a Verona dal pro-zio Ermolao Barbaro, vescovo della città e umanista di
fama, per studiare lettere latine con Bosso. Per perfezionarsi passa a Roma
dove ha come insegnanti prima Leto e poi Gaza. Un cursus studiorum concluso con
successo. E laureato poeta, a Verona, da Federico III. Segue a Napoli il padre,
titolare dell'ambasciata veneziana, e proprio nella città partenopea scrive la
sua prima opera ovvero il “De Caelibatu”.
Traduce tutto Temistio, pubblicato poi, in parafrasi. Tornato in Veneto
consegue a Padova il dottorato in arti e quello in diritto civile e canonico.
Subito dopo fu nominato titolare della cattedra di etica. Come professore
insegna soprattutto sulla Nicomachea di Aristotele, mettendo in guardia i suoi
studenti dalle traduzioni in latino di Aristotele e predicando il ritorno alla
traduzione diretta dal greco, proprio come face lui. Sono infatti di quegli
anni i commentari all'Etica e alla Politica e la traduzione della Retorica.
Abbandonato l'insegnamento accompagna
nuovamente il padre in missione diplomatica a Roma. E promosso senatore della
Repubblica di Venezia e ma stavolta in veste ufficiale, si reca a Milano con il
padre per una nuova ambasceria. Il primo incarico diplomatico arriva
quando, insieme a Trevisano, rappresenta a Bruges la Serenissima in occasione
dei festeggiamenti per l'incoronazione a ‘re dei romani’ di Massimiliano
d'Asburgo e nell'occasione fu investito cavaliere. Dopo un'esperienza come
savio di terraferma, e finalmente nominato ambasciatore residente a Milano dove
si accredita e rimane in carica. Venne creato cardinale in pectore d’Innocenzo
VIII nel concistoro, ma non venne mai pubblicato. L'ottima gestione della
legazione veneziana a Milano, in tempi davvero turbolenti come quelli della
reggenza di Ludovico il Moro, gli vale un anno dopo la nomina ad ambasciatore a
Roma alla corte d’Innocenzo VIII. Ed e qui che avvenne la catastrofe. Il
giorno dopo la morte del patriarca di Aquileia Marco Barbo, Ermolao erasi
recato all'udienza del papa, per fare istanza acciocché fosse differita la
nomina del patriarca successore, finché il senato non gli e ne avesse
presentato, secondo il consueto, la nomina. Ma il papa, senza punto badare a
cotesta istanza, nomina lui appunto in patriarca di Aquileja; aggiungendogli,
essere questa grazia una giusta ricompensa al suo sapere ed alla sua virtù. Il
Barbaro in sulle prime si rifiutò dall'accettare la dignità, che il pontefice
conferivagli; ma quando Innocenzo gli e lo comandò in virtù di santa
ubbidienza, si vide costretto a sottomettervisi ed obbedire. Allora il papa
sull'istante lo vestì del rocchetto, di cui, per darglielo, si spogliò uno dei
cardinali colà presenti; e poscia in pieno concistoro fu preconizzato patriarca
di questa Chiesa. La procedura era rigorosamente contraria alle leggi della
repubblica che vietavano ai propri ambasciatori, senza la previa autorizzazione
del senato, di ricevere incarichi o nomine dai principi presso i quali erano
accreditati. Allora, per giustificare la violazione procedurale, il Papa
scrisse una lettera al Doge chiedendogli di confermare la nomina, ma il
Consiglio dei Dieci, competente in materia, delibera comunque che Barbaro deve
rinunciare al patriarcato. Cosa che, dopo un po' di tira e molla, prontamente
fa. Scelse, per farla più solenne, la circostanza del giovedì santo alla
presenza del papa e di tutto il sacro collegio. Ma il papa non la volle
accettare. Né l'obbedienza sua agli ordini del senato basta per anco a
giustificarlo. Poco avveduto, non pensa di spedirne a Venezia la stessa sua
dimissione al senato, ad onta dell'opposizione del pontefice; mostrandosi dal
canto suo per tal guisa fedele ed obbediente alle leggi del suo governo. Più
avrebbe inoltre dovuto lasciar Roma e ritornare a Venezia. Ov'egli si fosse
regolato così, l'affare avrebbe cangiato di aspetto, e sarebbesi ridotta ad una
semplice controversia di giurisdizione tra la corte di Roma e la Repubblica di
Venezia. Ma essendo rimasto in quella capitale, ad onta della fatta rinunzia,
né avendone dato avviso al senato, egli fu riputato veramente colpevole in
faccia alla legge, e perciò costrinse il senato ad usare verso di lui ogni
misura di rigore. Come risultato di questo pasticcio fu bandito perennemente
dalla repubblica e interdetto da qualsiasi ufficio pubblico e privato. Quanto
al patriarcato di Aquileia, tecnicamente, ne rimase titolare ma il senato oltre
ad avergli impedito, con l'esilio, di recarvisi fisicamente, ne congelò le
rendite patriarcali e nomina Donato in suo vece, anche se la nomina non fu
ratificata dal papa. Ne deriva una situazione di stallo, durante la quale la
diocesi patriarcale fu amministrata da Valaresso (anche Valleresso), vescovo di
Capodistria, con il titolo di Governatore generale. B. rimase a Roma dove
decise di dedicarsi a tempo pieno ai suoi studi. Pparticolarmente importanti,
oltre alla composizione di Orationes et Carmina in latino e alla pubblicazione
delle “Castigationes Plinianae, disputazioni scientifiche sulle imprecisioni e
sulle invenzioni della Naturalis historia di PLINIO, sono l’epistolario filosofico che si scambiò
con Poliziano e Pico, che, insieme, costituirono un vero e proprio triumvirato,
a que' giorni potente e celebratissimo nelle scienze e nelle lettere. E
sventuratamente colto dalla pestilenza che serpeggia nell'agro romano. Giunta a
Firenze la nuova del suo pericolo trafisse altamente il cuore dei due suoi
celebri amici Poliziano e Pico. Si lagnavano essi che la sua perdita seco
involge il destino delle buone lettere, sembrando loro che in un sol uomo
pericolasse l'onere delle cose romane. Pico anzi volle tentar di soccorrerlo,
inviandogli col mezzo di suo corriere un antidoto ch'ei medesimo componeva e
che credeva atto a domare il morbo pestilenziale. Ma quando arriva a Roma
l'espresso, era di già passato tra gli estinti. Note De Legato, recuperato dal cardinal Quirini da
un codice della Vaticana e stampato per la prima volta nelle annotazioni alla
Deca II della sua Thiara et purpura veneta Corniani, Ugoni, Ticozzi, I secoli
della letteratura italiana dopo il suo risorgimento, Torino, Contemporaries of
Erasmus Figliuolo, Il Diplomatico E Il Trattatista: B. Ambasciatore Della
Serenissima, Napoli, Guida Editori, Bettinelli, Risorgimento d'Italia negli
studj, nelle arti, e ne' costumi dopo il mille, Bassano, Bettinelli, Poppi,
Ricerche sulla teologia e la scienza nella scuola padovana del Cinque e
Seicento, Rubbertino, Branca, La sapienza civile: Studi Sull'umanesimo a
Venezia, Firenze Albèri, Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato,
Firenze, Cappelletti, Le chiese d'Italia della loro origine sino ai nostri
giorni, Venezia, Cappelletti, Bernardi, Ermolao Barbaro o la scienza del
pensiero dal secolo decimoquinto a noi, Venezia
I secoli della letteratura italiana, Bettinelli, Risorgimento d'Italia
negli studj, nelle arti, e ne' costumi dopo il mille, Bassano, Eugenio Albèri,
Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato, Firenze Giuseppe Cappelletti, Le chiese d'Italia della
loro origine sino ai nostri giorni, Vol. VIII, Venezia Jacopo Bernardi, Ermolao Barbaro o la scienza
del pensiero dal secolo decimoquinto a noi, Venezia, Giovanni Battista
Corniani, Camillo Ugoni, Stefano Ticozzi, I secoli della letteratura italiana
dopo il suo risorgimento, Torino Vittore Branca, La sapienza civile: Studi
Sull'umanesimo a Venezia, Firenze, 1988 Bruno Figliuolo, Il Diplomatico E Il
Trattatista: Ermolao Barbaro Ambasciatore Della Serenissima, Napoli, Guida
Editori Antonino Poppi, Ricerche sulla teologia e la scienza nella scuola
padovana del Cinque e Seicento, Rubbertino Deutscher, Contemporaries of
Erasmus: A Biographical Register of the Renaissance and Reformation, University
of Toronto B., su Treccani – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana.Ermolao Barbaro il Giovane, in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana.Opere di B. il Giovane, su openMLOL, Horizons
Unlimited srl.Opere di Ermolao Barbaro il Giovane, su Open Library, Internet
Archive.David M. Cheney, Ermolao Barbaro il Giovane, in Catholic
Hierarchy.Salvador Miranda, BARBARO, iuniore, Ermolao, su fiu.edu – The
Cardinals of the Holy Roman Church, Florida International University. Ermolao
Barbaro, in Treccani – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Emilio Bigi, B., in Dizionario biografico degli italiani, Roma,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, PredecessorePatriarca di Aquileia Successore
Patriarch Non Cardinal Pio M.svg Marco Barbo Nicolò Donà Biografie Portale
Biografie: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di biografie Categorie:
Umanisti italianiPatriarchi cattolici italiani Diplomatici italiani Nati a
Venezia Morti a RomaBarbaroAmbasciatori italianiPatriarchi di
AquileiaTraduttori dal greco al latino[altre] Nome compiuto: Ermolao Barbaro.
Keywords: il celibato, lettera a Pico, lettera a Poliziano, traduzione della
retorica, commentario all’etica nicomachea, comentario alla politica, retorica
ed eloquenza. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice
e Barbaro,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia,
Luigi Speranza -- Grice
e Barcellona: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dei soggeti e le norme – scuola di Catania -- filosofia
siciliana – filosofia italiana – Luigi Speranza (Catania). Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Catania, Sicilia. Grice: “Perhaps my favourite by
Barcellona is “I soggetti e le norme” – vide my conversational norms – and
‘soggeto’ of course relates to ‘intersoggetivita,’ a pet concept of Italian
phenomenology!” Grice: “Of course, for us British subjects (to the
Queen), the idea of ‘soggeti’ cannot quite make sense! But Barcellona’s point
is fascinating: the Romans did have the concept of a sub-iectum and an
ob-iectum: they like a symmetrical expression formation, too! Barcellona shows
that we have to speak of ‘soggetti’ to get intersoggetivita – and then the
norma – a very Roman concept, which as J. L. Austin said (following John
Austin), does not quite translate as ‘norm’ – “We don’t use ‘norm’ in ordinary
language.”” Barcellona shows that it is
‘I soggetti’ i. e. at least a dyad that makes ‘the noi trascendentale’ adding
up ‘l’io trascendentale’ with ‘il tu trascendentale’ and ‘l’altro
trascendentale’ that we get the norm. Barcellona got to the idea after seeing
the French film, ‘l’un et l’autre’!” -- B.,
deputato della Repubblica Italiana LegislatureVIII Gruppo parlamentarePCI Dati
generali Partito politicoPartito Comunista Italiano Titolo di studioLaurea in
giurisprudenza ProfessioneDocente universitario Pietro Barcellona (Catania
), filosofo. È stato docente di diritto
privato e di filosofia del diritto presso la facoltà di giurisprudenza
dell'Catania. È stato membro del Consiglio superiore della magistratura. Si laurea in Giurisprudenza nel 1959. Nel 1963
consegue la libera docenza in Diritto Civile e insegna a Messina. -- è
componente del Consiglio Superiore della Magistratura. Ha diretto il Centro per
la Riforma dello Stato, fondato con Pietro Ingrao. -- è stato eletto deputato
nelle file del Partito Comunista Italiano ed è stato membro della commissione
giustizia della Camera. A causa della sua formazione teorica materialista, ha
suscitato nel molto scalpore la sua
conversione raccontata nel libro Incontro con Gesù. Docente emerito di
filosofia del diritto all'Catania. Altre opere: “Diritto privato e processo
economico” (Jovene Editore); “L'uso alternativo del diritto, Laterza); “Stato e
giuristi tra crisi e riforma, De Donato, Bari); “Stato e mercato tra monopolio
e democrazia, De Donato); “La Repubblica in trasformazione. Problemi
istituzionali del caso italiano, De Donato); “Oltre lo Stato sociale: economia
e politica nella crisi dello Stato keynesiano, De Donato); “I soggetti e
l’intersoggetivo della norma” (Giuffrè); “L'individualismo proprietario,
Bollati Boringhieri); “L'egoismo maturo e la follia del capitale, Bollati
Boringhieri); “Il Capitale come puro spirito: un fantasma si aggira per il
mondo, Editori Riuniti); “Il ritorno del legame sociale, Bollati Boringhieri);
“Lo spazio della politica. Tecnica e democrazia, Editori Riuniti); “Dallo Stato
sociale allo Stato immaginario. Critica della ragione funzionalista (Bollati
Boringhieri); “Laicità. Una sfida per il terzo millennio, Argo); “Diritto privato
società moderna, Jovene); L'individuo sociale, Costa et Nolan); “Politica e
passioni. Proposte per un dibattito, Bollati Boringhieri); “Il declino dello
Stato. Riflessioni di fine secolo sulla crisi del progetto moderno, Ed. Dedalo);
“Quale politica per il Terzo millennio?, Ed. Dedalo); “L'individuo e la
comunità” (Edizioni Lavoro); “Le passioni negate. Globalismo e diritti umani,
Città Aperta); “Le istituzioni del diritto privato contemporaneo, Jovene); “Tensioni
metropolitane, Città Aperta); “I diritti umani tra politica, filosofia e
storia, A. Guida); “La strategia dell'anima, Città Aperta); “Diritto senza
società. Dal disincanto all'indifferenza, Ed. Dedalo); “Fine della storia e
mondo come sistema. Tesi sulla post-modernità, Ed. Dedalo, “Il suicidio
dell'Europa. Dalla coscienza infelice all'edonismo cognitivo, Ed. Dedalo); “Critica
della ragion laica, Città Aperta); “Diagnosi del presente, Bonanno); “La parola
perduta. Tra polis greca e cyberspazio, Ed. Dedalo); “L'epoca del postumano,
Città Aperta); “La lotta tra diritto e giustizia, Marietti); “Il furto dell'anima.
La narrazione post-umana, Ed. Dedalo); “L'ineludibile questione di Dio, Marietti);
“L'oracolo di Delfi e L'isola delle capre, Marietti, Elogio del discorso inutile. La parola
gratuita, Ed. Dedalo); “Viaggio nel Bel Paese. Tra nostalgia e speranza, Città
Aperta); “Incontro con Gesù, Marietti); “Declinazioni futuro/passato. Poesie,
Prova d'autore, Il sapere affettivo, Diabasis); “Il desiderio impossibile,
Prova d'autore”; “Passaggio d'epoca. L'Italia al tempo della crisi, Marietti); La
speranza contro la paura, Marietti); “L'occidente tra libertà e tecnica,
Saletta dell'Uva); “Parole potere, Castelvecchi,. Sottopelle. La storia, gli
affetti, Castelvecchi); La sfida della
modernità, La Scuola,.Barcellona e la pittura Una delle più grandi passioni di B.,
è stata senza ombra di dubbio la pittura. Comincia a dipingere all'età di 20
anni. Due sue opere si trovano in esposizione permanente presso il "Museo
dei Castelli Romani". Un suo quadro fa parte della collezione permanente
della Salerniana, Galleria Civica d'Arte Contemporanea "Giuseppe
Perricone". Vanta diverse personali:
1959"Mostra Città di Catania"; "Galleria Arte Club"
di Catania, con testi critici di Manlio Sgalambro e Salvo Di Stefano; "Galleria
Arte Club" di Catania. Espone un nucleo di ventiquattro opere sul tema
"La città della donna" con testo critico di Giuseppe Frazzetto;
2002"Tensioni metropolitane" presso "Fondazione Luigi Di
Sarro" di Roma; Galleria Quadrifoglio" di Siracusa; "Fondazione
Filiberto Menna" di Salerno; 2003"Mitologia del quotidiano"
presso "Galleria La Borgognona" di Roma, con testi in catalogo di
Simonetta Lux e Domenico Guzzi; "Contrasti" presso "Galleria
Tornabuoni" di Firenze, con testo in catalogo di Fabio Fornaciai e dello
stesso Barcellona; 2004"Museo dell'Infiorata" di Genzano;
"L'impossibile completezza" presso il "Museo Laboratorio di Arte
Contemporanea" di Roma, Patrizia Ferri e Mario de Candia; "Il
desiderio impossibile" presso "Le Ciminiere", Sala C2, di
Catania, con testo critico di Mario Grasso. Saggi sull'opera di B. Su B., ovvero, riverberi del meno, Atti del
Convegno di Studi su alcune opere di Pietro Barcellona, Mario Grasso. Prova
d'Autore,. Magnoni, Persona e società:
linee di etica sociale a partire da alcune provocazioni di Norberto Bobbio,
Glossa Edizioni, Milano, M. De
CandiaFerri, B. raccontato dai suoi amici, Gangemi, Greco, Modernità, diritto e
legame sociale, in «Materiali per una storia della cultura giuridica», Pegorin,
Emergenza Antropologica. Pietro Barcellona e la lotta in difesa dell’umano
Riconoscimenti Il 29 marzo, il Comune di Misterbianco (CT) gli intitola una
piazza. Note Pietro Barcellona, su Camera VIII
legislatura, Parlamento italiano.
"Barcellona: Mi converto, dal Partito Comunista a Gesù. Ragusa
News. l'Unità, "Pietro Barcellona, Il Piacere di
Dipingere"//archiviostorico.unita/cgi-bin/ highlightPdf.cgi?t=ebook& file=/golpdf/uni__05.pdf/
11CUL31A.PDF&query= Andrea%20 carugati Corriere della Sera. Omaggio a
Pietro Barcellona pittore, giurista e filosofo.//archivio storico.corriere/ ebbraio/01/
Omaggio_B._ pittore_giurista .shtml
Inaugurata la piazza intitolata al prof. Pietro Barcellona |
Misterbianco. COM. Napolitano: B. fu un protagonista in Italia. Messaggio del
Colle ai funerali del giurista, ex parlamentare Pci e membro laico del
Csm[collegamento interrotto] articolo pubblicato da La Sicilia, 9 settembre,
sito lasicilia. Filosofi italiani del XX secolo Filosofi. Nome compiuto: Pietro
Barcellona. Keywords: i soggeti e le norme, filosofia siciliana, Barcellona,
comune di Messina. Conte di Barcellona, lo stato imaginario, i soggeti,
l’intersoggetivo della norma, communita intersoggetiva, discorso futilitario,
societas, communitas, socius, seguire, ‘follow’, Toennies, communitario, stato
keynesiano, stato imaginario, anima smartita, conflitto e cooperazione sociale,
anima smarrita, communitas, immunitas, sociale, societas, discorso inutile,
Grice, end of conversation, goal of conversation, deutero-esperanto, linguaggio
privato, i soggeti, l’intersoggetivo. --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Barcellona”
– The Swimming-Pool Library. Barcellona.
Luigi Speranza -- Grice
e Barié: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale d’Enea – il
Vico di B. – il noi trascendentale -- scuola di Milano – filosofia milanese –
filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo
milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “”My
favourite of Barié’s is his parody of Apel: “il noi trascendentale”!” -- I like
Barié; he commited suicide, which is not that rare among philosophers – same
percentage than the general population – cf. Durkheim, “Le suicide: a
sociological enquiry,””. Grice: “Barié tried to play with the idea of the
transcendental, and he did – he applied it first to “I” (‘l’io
trascendentale’). When I wrote my thing on personal identity, I preferred the
pronoun ‘someone,’ to stand for ‘I’, ‘thou,’ and the allegedy THIRD ‘person,’
‘he.’ – Barié has also edited Vico’’scienza nuova,’ and provided a ‘compendium’
of the SYSTEMATIC kind, favoured by some, of the history of philosophy, with
sections on ‘roman’ philosophy (“l’epicureanismo romano,” “lo stoicism
romano,”) --.” Grice: “Perhaps the
closes Barié comes to me is in his ‘The
concept of the ‘transcendental,’ since I struggled with that in “Prejudices and
predilections,” where I feign to think that perhaps ‘transcendental’ is too
transcendental an expression and should be replaced by ‘metaphysical,’ but my
tutee, Sir Peter, being more of a Bariéian, disagreed wholeheartedly!” – Grice:
“I cherish Apel’s comment on Barié: “Surely, if we are going to have ‘l’io
trascendentale,’ we need at least ‘l’altro trascendentale,’ or as I prefer ‘il
tu trascendentale.’” Partendo da posizioni kantiane pervenne a una
posizione da lui stesso definita neotrascendentalismo, scuola di pensiero di
cui fu il fondatore. Si avviò agli studi di diritto che concluse solo a seguito
del primo conflitto mondiale, che lo vide impegnato inizialmente come ufficiale
di cavalleria e poi come aviatore. Ottenne la laurea in filosofia. Inizialmente attestato su posizioni kantiane
(La dottrina matematica di Kant nell'interpretazione dei matematici moderni, e
La posizione gnoseologica della matematica), nel corso del suo progredire
intellettuale Barié perviene a una posizione filosofica critica nei confronti
della dottrina kantiana. Di questo passaggio è emblematica l'opera Oltre la
Critica, che mette in luce le difficoltà della dottrina precedentemente
sostenuta. Il periodo metafisico Oltre
la critica segna il punto di svolta dell'attività filosofico-intellettuale di B.,
che comincia a sviluppare un interesse metafisico, forse dovuto all'influenza
di Martinetti, del quale era stato allievo. In questo senso il filosofo, nel
suo primo approccio alla metafisica, si pone su un binario che era già stato di
Spinoza, salvo poi rendersi conto del fatto che anche la posizione spinoziana è
in realtà insufficiente per tentare di risolvere il dilemma della relazione
essere-pensiero. Si ha quindi l'approdo di B. al pensiero leibniziano,
testimoniato di La spiritualità dell'essere e Leibniz. L'approdo al neotrascendentalismo e Il
Pensiero Libero docente, ottiene la cattedra universitaria, spostandosi di
conseguenza a Genova, Roma e infine Milano, nella cui università succede al suo
maestro Martinetti nella cattedra di filosofia teoretica. Consapevole del fatto
che, per quanto superata, la lezione antidogmatica di Kant non poteva essere
completamente ignorata, Barié inizia una profonda revisione del proprio sistema
teoretico che lo porta a diminuire drasticamente le sue pubblicazioni (di
questo periodo sono il Compendio sistematico di storia della filosofia, e
Descartes) e che culmina con la pubblicazione de L'io trascendentale. Fonda
l'istituto di filosofia dell'Milano con lo scopo di renderlo centro propulsivo
di una discussione filosofico-culturale con le realtà filosofiche del tempo che
si sarebbero confrontate con la nuova visione di B., adesso orientato verso una
concezione di filosofia come metafisica, ossia di metafisica quale causa della
realtà sensibile e del pensiero. Con lo stesso scopo nacque la rivista Il
Pensiero. Altre opere: “La posizione gnoseologica della matematica – e
dell’arimmetica in particolare” 7 + 5 = 12” (Torino, Bocca); “Oltre la critica
della ragione e del giudizio, il criticismo (Milano, Libreria editrice
lombarda); “Spirito e anima: La spiritualità dell'essere e Leibniz” (Padova, MILANI);
“Compendio sistematico di storia della filosofia con particolare attenzione
alla filosofia romana sino Cicerone” (Torino, Paravia); “L'io trascendentale
non-psicologico” (Milano-Messina, G. Principato); “Il concetto trascendentale”
“Il trascendentale” (Milano, Veronelli. Atti del Congresso Internazionale di
Filosofia, Napoli, riproduzione fotografica (da Opa lLibri antichi riproduzione fotografica. Assael, Giovanni
Emanuele Bariè, Milano, CUEM, Assael, "Il neotrascendentalismo di B.",
in Rivista di Storia della Filosofia; Assael, Alle origini della scuola di
Milano: Martinetti, B., Banfi, Guerini e associati, Milano, Milano Accademia
scientifico-letteraria di Milano Università degli Studi di Milano Scuola di
Milano. su Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. su
sapere, De Agostini.B., in Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Opere B., su
openMLOL, Horizons Unlimited srl. Filosofia
Università Università. Nasce da nobile famiglia lombarda. Iscrittosi a legge,
interruppe gli studi per lo scoppio della prima guerra mondiale, e combatté
prima come ufficiale di cavalleria, in seguito come aviatore. Ferito in
combattimento aereo nel cielo macedone, si guadagna una medaglia d'argento e
una croce di guerra. Terminato il conflitto e conclusi gli studi giuridici,
intraprende a Milano quelli filosofici, laureandosi, sotto la guida di
Martinetti. Il magistero di MARTINETTI dove ben presto orientarlo verso
ricerche gnoseologiche ed epistemologiche, condotte in stretto riferimento alle
implicazioni speculative del criticismo. Negl’atti del congresso di filosofia,
tenutosi a Napoli, si legge un suo saggio su La dottrina matematica di Kant
nell'interpretazione dei matematici moderni, ch'è già un documento interessante
degli originari orientainenti mentali di B. Segue un volume su La posizione
gnoseologica della matematica, Torino, che del rilevato interesse di B. per il
problema della validità conoscitiva del sapere scientifico da ulteriore e
significativa conferma. Né si tratta, invero, d’un interesse astrattamente
teorico, alieno dal gusto della verifica storica, ché, anzi, B. venne
preparando alcune ricerche di storia della filosofia, che, senza tradire la
preminente vocazione speculativa dell'autore, lo costrinsero a impegnative
discussioni e analisi testuali, capaci di allargare e meglio determinare
l'orizzonte problematico iniziale. Vide così la luce, nella Riv. di filosofia, il
saggio Della possibilità di un'interpretazione positiva del
"Teeteto", che vuol essere una ricognizione delle prospettive
epistemologiche del platonismo. Apparve, col titolo Oltre la Critica, Milano,
uno dei volumi più elaborati e tormentati del filosofo milanese, nel quale a
un'esposizione intenzionalmente ortodossa del criticismo gnoseologico fa
seguito una minuta denunzia dei limiti e delle insufficienze del criticismo. Certamente,
dal punto di vista strettamente storico, Oltre la Critica si presta a qualche
obiezione metodologica per quella sua caratteristica separazione delle parti
espositive dalle sezioni valutative e critiche, che ricorda stranamente le
impostazioni e gli schemi della più arcaica storiografia scolastica. E
tuttavia, per l'evoluzione mentale di B., il saggio segna una data decisiva,
come documento di un interesse meta-fisico ormai dominante rispetto alle
originarie preoccupazioni gnoseologiche. Né, del resto, può esser motivo di
sorpresa questa emergenza della meta-fisica dalla gnoseologia in uno scolaro di
quel Martinetti che già aveva proposto una teoria della conoscenza come
introduzione critica e preparazione negativa all'opera costruttiva e positiva
della meta-fisica. E la convergenza con gli ideali di MARTINETTI trova, nel saggio
di B., ulteriore conferma in una ripresa di temi panteistico-spinoziani, che
già sono cari alla meditazione di Martinetti. L'ipotiposi del tutto come
"identità immutabile" non compromessa dalle "mutazioni"
delle "forme particolari", l'identificazione di Dio con la "vita
stessa in quanto espressione unitaria di tutte le attività razionali", il
riconoscimento dell'universale coscienzialità del reale, l'interpretazione
della libertà come processo di comprensione razionale dell'essere, questi e
altrettali sono i temi, la cui puntualizzazione conclude questo primo tentativo
di sistemazione teoretica di B.. Ma son temi crudamente indicativi di una
retrocessione verso posizioni pre-critiche piuttosto che di una vera
assimilazione della problematica del criticismo. Lo stesso B. dimostra assai
presto di rendersene conto. Conseguita, colla pubblicazione di Oltre la
Critica, la libera docenza, B. prosegue con fervore la sua ricerca meditativa,
che prende corpo, oltre che in saggi di carattere teoretico e storico,
nell'ampio volume La spiritualità dell'essere e Leibniz, Padova. In Leibniz B.
intravvide ciò che non aveva potuto trovare nello spinozismo e gli era tuttavia
suggerito dalla sua provenienza critica di MARTINETTI: l'idea della
spiritualità come auto-coscienza pensante, che ora egli assume quale strumento
risolutivo del problema del rapporto tra essere e pensiero, divenuto ormai la
sua preoccupazione meta-fisica fondamentale. Ancora panteismo, certamente: ma
un panteismo più risolutamente immanentistico e venato di idealismo (forse non è
estranea a quest'ulteriore svolgimento del pensiero di B. la pressione
critico-speculativa dell'attualismo, di cui pure egli decisamente respinge la
specifica impostazione logico-dialettica. Pervenuto alla cattedra universitaria
-- che tenne dapprima a Genova, quindi presso il magistero di Roma, infine a
Mìlano, succedendovi a Martinetti -- B. parve progressivamente accorgersi che
la lezione del criticismo impone una sostanziale revisione di quel certo
dogmatismo meta-fisico che costituiva il residuo non risolto della sua
appassionata meditazione. Per molti anni le sue pubblicazioni scarseggiarono -
ricordiamo qui un Compendio sistematico di storia della filosofia
(Milano-Torino; Varese) e un volumetto su Descartes, Milano, per la collana
garzantiana "I Filosofi", oltre a qualche commento di testi classici
e a pochi saggi - finché, dopo la parentesi bellica -- durante la quale B.,
benché parzialmente infermo, aveva invano richiesto dì militare ancora in
aviazione --, apparve L'io trascendentale, Milano-Messina, che, insieme con
altri saggi successivi e, soprattutto, col volume Il concetto trascendentale, Milano,
traccia le linee della posizione di B., da lui stesso definita come "neo-trascendentalismo".
Con apprezzabile onestà B. riconosce, in questa fase di revisione critica della
sua filosofia, le insufficienze delle sue precedenti elaborazioni teoretiche,
sforzandosi di sanarle col far leva sull'Ich denke e sulla logica
trascendentale kantìana, per fondare un concetto dell'"io
trascendentale" capace di garantire a un tempo la deduzione dell'essere
dal pensare, la giustificazione metafisica dell'esperienza fenomenica e storica
e l'affermazione anti-solipsistica della molteplicità degli io. Si tratta di un
tentativo assai serio di dar veste più moderna alle istanze speculative fatte
valere in precedenza; ma rimane il dubbio che la criticissima filosofia
contemporanea, pur così aperta alle più diverse suggestioni e disposta alle più
franche esperienze culturali, non sia in grado di accogliere l'invito di B. a
una re-interpretazione tanto "meta-fisica" del trascendentalismo
kantiano e post-kantiano. Lo stesso B., consapevole della difficoltà,
volle instaurare un colloquio critico-polemico colla filosofia contemporanea, e
soprattutto colle tendenze metodologiche, scientistiche e fenomenìstiche in
esso largamente presenti ed operanti. Fondato presso l'università di Milano
l'istituto di filosofia, egli ne fa il centro di molteplici iniziative
culturali e la sede d'incontri e discussioni con fìlosofi, storici e scienziati
della più varia provenienza, allargandone poi l'attività con convegni annuali
destinati a porre le più moderne istanze critiche a confronto col programma neo-trascendentalistico
di una difesa della filosofia come meta-fisica. E sempre nel quadro di un tal
programma B. inaugura altresì la rivista Il Pensiero, cui volle accompagnare,
con le medesime intenzioni, una speciale "Biblìoteca filosofica"
progettata in due serie. E non meno indicativi del citato interesse polemico di
B. sono i due assai impegnati saggi di rivista, che chiusero, insieme coi
Concetto trascendentale, l'attività culturale del pensatore milanese: un saggio
su Il positivismo, in Giornale critico della filosofia ital., e i Prolegomeni
ad ogni fisica futura che vorrà presentarsi come filosofia, in Il
Pensiero. La morte, intervenuta tragicamente a Milano, troncava la
fervida attività speculativa e culturale di B. proprio nel momento in cuì forse
essa stava per produrre i suoi frutti migliori. Oltre le opere citate, si
ricordano: Libertà e causalità, in Rendiconti del R. Istituto lombardo di
scienze e lettere; Validità obiettiva del bello, in Riv. di filosofia;
L'esigenza unitaria da Talete a Platone, Milano (rist. in Acme); Soggettività
ed oggettività nella filosofia di Carabellese, in Rendic. del R. Ist. lombardo
di scienze e lettere; E. Kant, Critica della ragione pratica, trad., introd. e
note, Firenze; Il problema dell'oggettività, Logos; Leibniz, Discorso sulla
metafisica, introd., trad. e comm., Torino; Di alcune cause della
"metafisica religiosa" alessandrina, in Italia e Grecia, Firenze
(rist. in Acme); Vico, La Scienza Nuova,con introduzione e commento, Milano; Il
pensiero di Leibniz, nel volume Leibniz dell'Arch. di filosofia; Le moi
trascendental, in Les Etudes Philosophiques; Immanenza e storia, in Gentile, La
vita e il pensiero, Firenze, e in Giorn. critico d. filosofia ital.; Immanenza
del concetto trascendentale; La concezione víchiana della storia, in Humanitas;
Du "cogito" cartésien au moi trascendental, Revue philosophique; La
conceptualité de la science (Aspect particulier du problème de la science), in
Actes du Congrès International de Philosophie des Sciences, Paris; Risposta a
Padre Gemelli, rettore della Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano
(con riferimento alla "Rivista di filosofia neoscolastica"), in Acme;
Giuseppe Antonio Borgese; La filosofia, oggi,in Atti del Congresso Nazionale di
Filosofia, Roma-Milano; La libertà, nel vol. Enquéte sur la liberté, a cura
dell'Unesco, Paris; Il neo-trascendentalismo, Il Pensiero. Bibl.: Sciacca, Il
secolo XX, Milano; 11, p. 782 (opere di B. e bibl. sullo stesso); Bontadini,
Dal Problematicismo alla metafisica, Milano; Pra, B.'in Acme; Lugarini, G.
E.B., in Giorn. critico d. filosofia ital.; J. ChaixRuy, B., in Les études
Philosophíques; Il Pensiero pubblica in memoria di B., scritti di V.
Fazio-Allmayer, Chabod, Cantarella, Antoni, Geymonat, nonché una nota
biobibliografica. \ i | LAI tag » x alla si e, °°° 4 e
pa °° ° PS ® 9 j "el po ° î- p_S A è = * ° = e
000,°, 0, frrceminti, e ve è © è AR e NI a Sy CI
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GNOSESIOGICA DEA MAIEMAIICA et N° 512
EN- MODERNE Fu BOCCA LA POSIZIONE
GNOSEOLOGICA DELLA MATEMATICA A Ri ca e crei ite E I
eric ni ciliairriiri Sor bin d i deo birra rai ri A
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cent LA POSIZIONE GNOSEOLOGICA DELLA MATEMATICA TORINO
BOCCA Librai di S. M. il Re d'Italia (| eid'o f Pi *e
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© 0. “+ id ° »* ti a e | 06 £ ® ». ia É è Tipografia
OLIvERO e C. Piasza Carlo Emanuele II Torino, 2. Printedin
Italy. VAR N Sans les mathématiques, on ne penètre point au
fond de la philosophie; sans la philosophie, on ne penétre point au fond
des mathématiques; sans les deux on ne penètre au fond de rien. LEIBNIZ. 600956
Preliminari metafisici. L’astrazione. La posizione che la mate-
matica è andata assumendo in quest’ultimo cin- quantennio è degna del più
attento esame per il filosofo. Forse non è questa l’ultima ragione
per la quale fra i matematici odierni non troviamo una netta
comprensione del come l’ idealismo — o almeno una corrente di esso — può
porsi il pro- blema della matematica (1). Hanno essi matema- tici
una specie di disposizione aprioristicamente contraria alla filosofia che
porta come a naturale conseguenza o a grossolani errori d’ interpreta-
zione di non pochi pensieri fondamentali dei mae- stri della filosofia
moderna, oppure, e ciò è peggio, ad una specie di affettazione di passare
sotto si- lenzio o quasi le loro dottrine sull'argomento, che non
serve certo a favorire quell’intima ripresa di rapporti cordiali che già
esistevano fra la filosofia e le scienze particolari in genere e la
matematica in ispecie Appendice Bene inteso s’intende qui la filosofia
non naturalistica perchè con questa il contatto non fu mai perduto. In
ogni modo filosofia naturalistica in senso stretto sarebbe oggi un
non senso. si . n PI n» 0 è. hi . A Li £ Ed " x ld
» e e - 5 "o. . ® è . 352 n 8 °%"
La'poùtzione gnoseologica della matematica Noi non tratteremo qui
di tali rapporti nè dal. punto di vista logico nè da quello storico: il
loro posto è altrove, in trattati introduttivi allo studio della
filosofia e sopra tutto della teoria della cono- scenza; ma tali rapporti
sarà bene che il lettore ricordi onde più rapidamente e meglio entrare
nel- l'essenza di quanto andremo svolgendo. Principalmente
dopo Kant (1) l’empirismo scien- tifico non avrebbe più dovuto
rimproverare alla metafisica di essere un’arbitraria divagazione
del nostro spirito, basandosi sul solito e tanto abu- sato luogo
comune di essere ciò connaturato con la stessa sua intima ragione di
essere in quanto la metafisica — lo dice la parola stessa — non può
avere nello studio diretto ed esclusivo del mondo esterno la fonte di
ogni sua conclusione. Kant ponendo da parte, o per lo meno credendo
di poter porre da parte tutte le precedenti conce- zioni metafisiche
impostandone ad ovo il pro- blema, dopo aver osservato come essa non
sia progredita come le scienze particolari ed aver po- lemizzato
sul suo carattere scientifico o non — in quanto il suo campo d’azione è
oggi quello che era tremila anni fa — viene ad esaminare se,
(4) Mi si potrà obbiettare — e validamente — che proprio in causa
dell’idealismo postkantiano, il divario fra filosofia e scienza ha il suo
significato. Su questo siamo, in linea di massima e con le debite
precauzioni, d’accordo. Per «dopo Kant» non in- tendo qui l’idealismo
postkantiano, ma mi fermo alla filosofia dello stesso Kant, non sospetto,
voglio sperare, di non tenere nella dovuta considerazione le scienze
particolari. Sensibilissima invece rimase nello svolgimento del suo
pensiero la metafisica leibniziana nel campo teoretico e il mondo
platonico nella trascendenza morale sopra tutto nei riguardi
dell’intelligenza divina, Preliminari metafisici 9
eventualmente, la ragione di ciò debba cercarsi nella sua stessa natura
di non avere una base sperimentale, base incondizionatamente
attribuita. allora alle scienze per l’influenza è noto di
Locke e di Hume. Ma è vero questo? È vero che le scienze particolari
hanno un'origine essenzial- mente empirica? Vediamo un po’, sembra ci
dica Kant, esaminiamo la scienza tipica per eccellenza, quella che
non può essere seriamente posta in dubbio da alcuno, la matematica.
È troppo noto l’ulteriore svolgimento del pen- siero kantiano
sull’argomento perchè la sua espo- sizione si renda qui necessaria :
rimandiamo alla « Critica » e ai « Prolegomeni ». Possiamo però
osservare che non è senza ragione che Kant abbia proprio scelto la
matematica come prima prova, diremo, che non era il campo non
sperimentale della metafisica che venisse ad infirmarne il ca-
rattere scientifico, perchè la stessa origine, lo stesso substrato non
sperimentale poteva trovarsi anche nelle scienze considerate nella loro «
pura » espressione. La matematica e per il suo carattere
rigidamente scientifico di cui sopra si è fatto cenno, e per la sua
stessa rappresentazione sim- ‘bolica — numero e figura — meglio di ogni
altra doveva presentarsi alla sua attenzione in quanto non solo
relativamente all’origine poteva in essa trovare un carattere
aprioristico, chè ciò è comune a tutte le scienze, ma altresì nel suo
ulteriore svolgimento. L’insufficienza della speculazione me-
tafisica attraverso.i secoli — alludo alla « meta- fisica dogmatica » in
senso kantiano — doveva quindi essere ricercata altrove, e precisamente
nel compito impossibile che la metafisica si era fino a lui, Kant,
proposto, cioè di pretendere di darci ® 10 La
posizione gnoseologica della matematica la conoscenza assoluta
della realtà noumenica e non limitarsi soltanto alla realtà
fenomenica. Onde non mi si fraintenda, vediamo di chiarire
meglio il punto particolare del significato della matematica nella
dottrina gnoseologica di Kant. Sappiamo tutti che tanto la matematica
quanto la fisica non sono altro che due esempi portati da Kant con
lo Stesso intendimento, dimostrare cioè come qualunque processo
conoscitivo possa es- sere determinato soltanto in virtù di un
elemento « a priori » che è in noi, che preesiste al dato em-
pirico e che viene anche a travisare, per la sua azione puramente
formale, l’intima essenza di esso dato - (l’oggetto): conseguenza ultima
di tale tra- visamento, l’impossibilità di conoscere la cosa in sè.
Ciò vale, è vero, incondizionatamente tanto per la matematica pura quanto
per la fisica pura, ecc. Soltanto, mentre nel suo successivo
svolgimento la fisica, come scienza della natura, non può ba- sarsi
soltanto su forme intuitive « a priori », ma deve ricorrere anche a
concetti intellettivi «a priori», che determineranno la possibilità di
quell’ espe- rienza, dalla quale esclusivamente essa fisica dovrà
poi attingere le sue scoperte, la matematica invece . trae le sue
scoperte dall’intuizione e le sviluppa in base al processo logico della
deduzione. Solo in questo senso ho creduto di notare una diffe-
renza fra la matematica pura e la fisica pura in senso kantiano
(1). Lasciamo Kant e specifichiamo meglio i termini Questa è
anche la spiegazione che si può addurre per avere Kant portato
l’argomentazione dell’ «a priori » nella fisica pura: ciò malgrado non
reputo del tutto errate le critiche esposte a tale sua concezione (Cfr.
questo volume, $ 13, pag. 131 segg.). Preliminari metafisici 11
nel loro preciso significato. Nell’allusione impli- citamente
fatta sopra al campo d’indagine essen- zialmente astratto della
metafisica, la parola astra- zione non figura nel suo preciso significato:
l’astra- zione non è un «a priori ». L’astrazione è una
rappresentazione simbolica di un concreto risultato ottenuto per cui ad
esso se ne sostituisce un altro di carattere più generale: reciprocamente
qualunque astrazione può avere infinite rappresentazioni con-
crete. Si vedrà meglio in seguito (1) il valore lo- gico o non di tali
generalizzazioni: c’importa ora di porre in luce come essa sia
universalmente ap- plicata nella più rigorosa delle scienze, la
mate- matica. La generalizzazione astratta non fu certo
adot- tata senza contestazioni: è degna di nota la defi- nizione
data dal Russel (2) della matematica, se- condo la quale essa sarebbe «la
scienza in cui non sappiamo mai di cosa parliamo, nè se quello che
diciamo è vero» (3). In tale paradosso vi è un (1) Cfr. questo
libro, Cap. II, $$ 6, 9. (2) Recent work on the
principles of mathematics (in The International Monthly, N.1, pag. 84,
1901). È
risaputo che il Russell si compiace del paradosso. Possiamo fra l’altro
ricor- -dare la sua definizione della negazione: «la negazione di
una proposizione P significa che P implica tutto ». (Cfr.
The Prin- ciples of mathematics, $ 9, Cambridge, University Press,
1903), paradosso acutamente spiegato dal Couturat (Principes.....):
« Cette definition paradoxale s’explique par le fait que le zero logique
implique tout et que nier une proposition c'est l’égaler à zero ».
(3)
Ampie considerazioni critiche riguardo a questa defini- zione del Russell
troverai in YOUNG, I concetti fondamentali dell'algebra e della
geometria, tr. it., Napoli, 1919, pag. 1, nota 3). In tali considerazioni
si dovrà però tener conto sol- tanto degli argomenti strettamente
matematici, non di quelli... 19 La posizione gnoseologica della
matematica substrato profondo di verità che non potrà sfug-
gire allo studioso sereno e spregiudicato. Che cosa rappresentano infatti
le astratte generalizzazioni dell’algebra? Qual’ è il loro preciso
significato ? Nessuno. Possiamo anzi osservare come tali astra-
zioni acquistano un’ importanza sempre maggiore quanto più le
sostituzioni astratte perdono un si- gnificato proprio : nell’algebra si
sostituisce la let- ‘ tera al numero per togliere appunto al calcolo
ogni caratteristica particolare : si sono scelte le lettere
dell’alfabeto perchè sembra esse rappresentino dei simboli comodi e,
diremo, inoffensivi (1). filosofici. Così pure nella stessa opera
a pag. 8 (nota 2). In tale nota anzi il commentatore suppone che da
qualche filosofo la definizione stessa ha potuto essere presa alla
lettera! Di ben diversa concretezza il commento del Couturat
(Principes...): « En effet, on ne sait pas de quoi l’on parle, puisque la
ma- tiere des implications est indéterminée; et l’on ne sait pas si
ce qu’on dit est vrai, puisque la vérité des propositions dépend de la
vérité des hypothèses, la quelle dépend à son tour du con- “ tenu qu’on
leur donne» (Revue de méthaphysique, 1904, pag. 21-22). (1) Una breve e succosa
corsa storico-critica sull’affacciarsi alla mente del matematico della
sostituzione algebrica troverai in P. BouTROUx, L’Idéal scientifique des
mathématiciens, pag. 84-92 (Paris, 1920). V. anche un articolo di E.
KARPINSKI, Origine et développement de l’algébre pubbl. in
Scientia, Bologna, 1919, 8). Il lettore che desiderasse approfondire
questo particolare argomento potrà consultare (cfr. nota di V. G.
Mitchell in appendice al libro cit. di Young, tr. it.): FazzarI,
Breve storia della matematica (Palermo, Sandron); GamBIOLI, Breve
sommario della storia delle matematiche (Bologna, Zanichelli); MILLER,
Historical Introduction to math. literature (New York, Macruillen) ;
Rouse Barr, Breve compendio di storia delle ma- tematiche (Bologna,
Zanichelli); Ip., Récréations mathématiques (Be partie), Paris, Hermann
et fils; Cantor, Vorlesungen ueber Geschichte der Mathematik (1894);
Fink, A Brief Hi- story of Mathematics (Chicago, 1903), dove figurano
cenni Cap. I. - Preliminari metafisici 13 D'altra
parte se nella generalizzazione sostitu- trice della lettera al numero,
noi possiamo spa- ziare in un campo ancora meno delimitato, ancora
più simbolico di quello numerico, ciò non ostante non possiamo concludere
che anche senza aver creduto di trovare — nell’algebra sopra tutto
— una spiegazione all’espressione paradossale del Russel, questa
avrebbe già trovato — indipenden- © temente dall’algebra — la sua ragione
di essere nella stessa impossibilità di dirci che cosa inten- diamo
in geometria per punto, per linea, ecc., e in aritmetica dell’elemento
primo di essa, del nu- mero. Sono difficoltà in ogni modo che
tutti sanno e che tutti ammettono, primi gli stessi matematici:
soltanto trattando delle definizioni date di questi primi elementi e
delle critiche opposte, vi sarebbe da riempire diversi volumi; il tutto,
bene inteso, senza nulla aggiungere al concetto della posizione
della matematica nella teoria della conoscenza. L’accenno invece alla
generalizzazione algebrica ci ha posto in luce come l’astrazione sia
elemento di capitale importanza per passare dallo studio dei dati a
quello dei concetti, considerando per concetto quell’elemento generico
cui siamo arrivati dopo numerose, successive esperienze. Il
concetto di una cosa noi lo possiamo avere attraverso una
rappresentazione nelle sue linee essenziali della generici. Per
maggiore ampiezza di particolari cfr. invece: Loria, Le Scienze esatte
nell’ Antica Grecia; Gow, History of Greek Mathematics (Cambridge, 1884);
G. H. F. NESs- SELMANN, Die Algebra der Griechen (Berlin, 1842); e
parti» colarissima l’opera di HeATH, Diophantos of Alexandrie (Cam-
bridge, 1885). 14 La posizione gnoseologica della matematica
cosa stessa più volte percepita. Non sarà cioè un’im- magine
specifica di quella tal cosa o della tal’altra, ma unicamente di quelle
qualità essenziali proprie degli oggetti di quella classe: noi avremo ad
es. il concetto di albero non già ricordandoci un albero singolo
effettivamente già percepito (1), ma sol- tanto un estratto delle qualità
fondamentali del- l'albero, una specie di risultato intermedio fra
tutte quelle diverse specie di alberi che ci sarà stato dato di vedere in
passato. Questo e null’altro il concetto propriamente detto.
Origine sperimentale ? Senza dubbio; ma un’ori- gine sperimentale che
significa pur sempre un’ela- borazione essenzialmente intellettiva del
dato. Per non uscire da quel campo sperimentale partico- larmente
caro alle scienze positive, possiamo pren- dere a nostra testimonianza la
scienza tipicamente empirica, la psicologia sperimentale. Essa ci
pre- munisce contro eventuali obbiezioni al riguardo in quanto i
risultati di essa ci permettono di poter . affermare che — tanto per
adoperare una espres- sione molto dotta in fisiologia, ma che non
dice gran che ad un idealista — la « sede » dell’ im- magine è
sicuramente nel cervello (2). Il concetto è il primo passo del
processo di astra- zione, passo comunissimo come ognun vede e
proprio della vita dell’uomo adulto in un’infinità di (1) Tale
rappresentazione specifica sarebbe propriamente la immagine. | Gli
studi recentissimi della neurofisiologia hanno atte- nuata, se non
eliminata, la tendenza a fissare una localizza- zione specifica ai centri
nervosi. Degna di nota in Italia la scuola del Patrizi. (Vedi ad es. l’opera
recentissimamente pubblicata di R. Brucia, La irrealtà dei centri
nervosi, Bologna, 1923, L. Cappelli ed.). Cap. I. -
Preliminari metafisici 15 manifestazioni dell’attività quotidiana.
Ma l’astra- zione non finisce qui: nella raffigurazione dianzi
accennata della matematica, noi abbiamo un’espres- sione ben più
complessa e profonda della nostra attività spirituale (1) che non nella
semplice rap- presentazione concettuale. Per meglio indicare questa
ultima fase di evoluzione del processo astrattivo, non ci bastano i
vocaboli fin qui ado- perati : se prima abbiamo potuto in modo un
po’ grossolano è vero, ma sufficiente, cavarcela con l’espressione
di « rappresentazione generica » at- tribuita al concetto, non così potremmo
fare nel- l’astrazione algebrica. A vero dire — si è già os-
servato — saremmo già imbarazzati se dovessimo dire che cosa significa il
numero se non stando molto sulle generali e considerarlo come una
epres- sione simbolica indicante la quantità. Descartes stesso,
pertanto non sospetto di temporaggiamenti e di tentativi di accomodamento
per quanto ri- guarda la scienza (2), evita al possibile di adope-
rare la parola numero, sostituendovi bene spesso appunto la parola
quantità. Ma tale nostro imbarazzo diverrebbe addirittura
perplessità se dovessimo ad esempio giustificare di fronte a un uomo
ipotetico qualsiasi, atto a ricavare le proprie nozioni esclusivamente
dalla esperienza, il processo sostitutivo dell’ algebra. (1)
No® è e non potrebbe essere nostro compito approfon- dire qui. il
significato di questa attività spirituale, condizione sine qua non di
qualunque idealismo e "SORA MIAO imperitura di Kant l’aver posto in
luce. (2) Non si potrebbe estendere la stessa considerazione
alle conclusioni ultime della sua metafisica, ad es. nei riguardi
della dimostrazione dell’esistenza di Dio e, in generale, alla sua
pre- occupazione di non perdere il contatto con la religione
ufficiale. 16 La posizione gnoseologica della matematica
Essa ci si presenta « come una tecnica avente per oggetto il
calcolo e che si lusinga di procurarci molteplici preziosi vantaggi » ci
dice il Bou- troux (1). Noi non neghiamo i vantaggi; anzi abbiamo
accennato come siamo i primi a ricono- scere l’importanza, la necessità
anzi dell’astrazione onde progredire nel campo scientifico ; non
sol- tanto, come la tendenza all’astrazione sia una na- turale
disposizione del nostro spirito: ad essa non potremmo in ogni caso
sottrarci anche se non ne riconoscessimo l’ utilità, o per lo meno non
po- tremmo, dopo un certo tempo, sottrarci almeno a quella forma
naturale e quasi istintiva di astra- zione che abbiamo chiamato
concetto. Alludendo a un individuo ipotetico atto a basare le
proprie nozioni esclusivamente sull’esperienza ho voluto cioè alludere al
sistema in molti casi dalla scienza adottato : usare la
generalizzazione astratta e nello stesso tempo pretendere di consi-
derare come divagazione cervellotica tutto quanto non ha esclusivamente
sull’esperienza la sua base fondamentale ed esclusiva. Questo individuo
ipo- tetico non comprenderebbe evidentemente nulla della frase del
Boutroux; più ancora non potrebbe considerare che arbitrio qualunque
generalizza- zione astratta (2). (1) Op. cit., pag.
82. (2) In senso inverso da un essere essenzialmente logico
la sostituzione stessa non può essere accettata da un punto di
vista dimostrativo. (Cfr. questo lavoro, Cap. II, $$ 6, 9). La legitti-
mità della sostituzione fu infatti ammessa con infinite precau- zioni dai
Greci. ! Cap. I. - Preliminari metafisici . 17 - $ 2.
La definizione e l’idea. L’astrazione è così posta in chiaro in modo che
non possano più sor- gere dubbi intorno alla sua interpretazione : com-
pito questo — il chiaramente intendersi sul signi- ficato delle parole —
non molto brillante, diremo, ma quanto mai utile onde stabilire una
netta comprensione fra chi legge e chi scrive. Nel corso di questo
studio ci sarà dato osservare come l’equi- voco 0, comunque, la non
precisa esposizione del significato di una parola usata in preciso
senso scientifico, possa portare a conseguenze spiacevoli.
Stabilito in tal modo il significato del processo astratto, ci sarà
facile accorgerci che esso non figura . soltanto nell’algebra. Per non
uscire dalle matema- tiche, visto che di esse dobbiamo trattare,
l’astra- zione è propria della geometria come dell’aritme- tica
(1). Anche in geometria noi parliamo infatti indifferentemente di
concetto di triangolo o d’altro senza aver piena conoscenza nemmeno dei
primi elementi costitutivi di esso — non si dimentichi il paradosso
di Russell—e prima di tutto del punto. Girate la questione in tutti
i sensi il punto è indefinibile, « n’est qu’ une sorte de fiction »
(2). (1) D'altronde le relazioni fra algebra e geometria
formano uno dei capitoli più interessanti degli studi matematici.
Descartes svolge principalmente la sua algebra in un libro avente
per titolo Geometria (Amsterdam, 1659, nell’edizione latina curata
da Erasmo Bartholin). Uno studio recente — d’altra parte
essenzialmente tecnico e particolare — è quello dei proff.
ENRIQUES-CHISINI, Teoria geo- metrica delle equazioni (Bologna, 1915).
Numerosi sono d’al- tronde i punti di vista nel considerare questa
particolare que- stione che Descartes vide sopra tutto nell’applicazione
dell’algebra alla geometria, (2) J. RicHarDp, Sur la
philosophie des mathématiques, pag. 54 (Paris, 1903). G. E.
BARTÉ, La posizione gnoseologica della matematica. 2. 18 La
posizione gnoseologica della matematica Tutti i geometri si sono
sbizzarriti a cercarne una definizione che non fosse già di per se stessa
una contraddizione in termini, dove l’ inconcepibilità di qualche
cosa d’ inesteso e -la necessità logica d’ipostasizzare la cosa stessa
come inestesa, ren- dessero meno stridente il loro insanabile
dissidio. Tutti giuochi di parole; sfoggi eruditi di virtuo- sità
dialettiche. Essi non poterono ahimè, che ri- battere la strada di
Euclide e per eliminare il dissidio o per lo meno renderlo
apparentemente meno aspro, stare molto, troppo sulle generali. Il
maestro greco ci aveva già definito il punto come « ciò che non ha parti
», ma la definizione è abile, non esauriente (1). Oppure,
seconda corrente, i geometri più mode- stamente e più onestamente, hanno
rinunciato al compito impossibile e sono venuti nella determi-
nazione che alcuni concetti che noi indifferente- mente adoperiamo nella
geometria sono simboli di entità non esistenti. Siano questi il punto,
la retta, il piano (Hilbert) (2) o sia che questi si pos- sano
ridurre al punto e alla « sovrapposizione » (Padoa), a noi importa solo
constatare come, non soltanto in geometria, si sia sentita la necessità
di ricorrere a un processo astratto per meglio com- prendersi e per
poter proseguire; ma si è sentita la necessità d’ipostasizzare come
esistenti — tanto . per adoperare una parola positiva — delle
entità | esclusivamente create dal nostro pensiero. Ci
affacciamo così alle soglie di un altro pro- (1) Cfr.
sull’argomento: G. VERONESE, Fondamenti di geo- metria, I, 209-210
(Padova, 1891); VECCHIETTI, L’ Infinito, pag. 28. (2)
Grundlagen der Geometrie, 3* ed., Lipsia, 1909. Cap. I. -
Preliminari metafisici 19 blema; non più cioè l’astrazione,
espressione ul- tima di un processo intellettivo che parte da un
risultato positivo per arrivare ad una rappresen- tazione concettuale, ma
di qualche cosa che pree- siste ad ogni risultato positivo. Ci basti per
ora questa semplice osservazione : là riprenderemo fra poco: ho
voluto però fare subito l’osservazione stessa perchè essa è di capitale
importanza per tutto lo svolgimento di questo studio. Ciò
detto, continuiamo nella nostra esposizione. Il Richard (1) si affretta a
rassicurare in certo qual modo tutti coloro (op. cit., pag. 54) che
potessero obbiettare che se « al posto di un corpo piccolis- simo
noi mettiamo un punto, al posto di un corpo sottile e lungo una linea, al
posto di un corpo infinitamente piatto una superficie » noi non
avremmo più allora dei risulati « conformi alla realtà sensibile », si
affretta a rassicurarli, dice- vamo, che tale divario può essere reso «
straordi- nariamente debole ». L'assicurazione non può pre- sentare
per il filosofo il benchè minimo interesse. Indebolito quanto si vuole il
divario stesso resterà pur sempre incolmabile e se l’ indebolimento
del medesimo può rendere soddisfatto il matematico o il fisico,
presenterà sempre lo stesso ostacolo per il filosofo. Non solo; ma per
l’idealista la questione sì presenta sotto un aspetto opposto a
quello sotto il quale lo considera il Richard : ben. (1) Da un
punto di vista essenzialmente matematico cfr. al riguardo: M. PAscH,
Vorlesungen ueber neure Geometrie (Leipzig, 1882), nonchè secondo lo
stesso indirizzo: PEANO, / principii di geometria logicamente esposti
(Torino, 1889). Indi- pendentemente da tale indirizzo e limitatamente
all’essenza della definizione cfr. anche: GERGONNE, Essai sur la théorie
des définitions (in Annales des mathématiques, IX, pag. 1 segg.).
20 La posizione gnoseologica della matematica eni
lungi dal rassicurare a favore di un risultato con- forme alla
realtà sensibile, sarà tale divario per il filosofo idealista una nuova
conferma — senza grande bisogno di essa d’altra parte — che la sen-
sibilità nostra solo in parte ci può sorreggere nel- l’affermazione prima
e nel successivo sviluppo di qualunque scienza. Importa molto
invece a noi il constatare che siamo così tenuti implicitamente ad
ammettere la necessità di entità non soltanto non sensibili, ma
altresì che prescindano da ogni sensibilità : ciò per lo meno nei
riguardi di quella scienza che stiamo studiando : la matematica. Di
queste ipo- stasizzazioni alcune sono — quelle citate — inde-
finite ed indefinibili : altre sono, in matematica, definite. Entra in
campo ciò che ci sembra tanto semplice e comune e che invece da millenni
agita e sconvolge il pensiero : la definizione. Abbiamo
veduto come l’algebra sia l’espressione tipica dell’astrazione; ma
l’algebra può agire con tanta sicurezza e tranquillità esclusivamente
se potrà appoggiarsi su regole e principii generali che alla loro
volta trovano la loro giustificazione nelle definizioni. Lo stesso
concetto di definizione contiene in se medesimo la conferma
dell’impos- sibilità di tutto definire: per due o tre entità al-
meno si dovrà ammettere, onde non compiere un giro vizioso di parole,
l’impossibilità di dirci che cosa sono. Abbiamo accennato quali possono
es- sere quegli elementi primi, che, per essere neces- — sarii in
qualunque definizione vengono forzata- mente a precedere anche le più
semplici di esse. . Sono idee che preesistono al fatto, come fu
notato dagli stessi matematici (Camescasse) (1) e sarebbe
(1) Gfr. YOUNG, op. cit., pag. 6 (nota). Cap. I. - Preliminari
metafisici DI. perciò del tutto assurdo cercare di ricavarle da
un fatto. « Ce qu’on ne peut définir, on le montre » ci dice il
Richard, ma non sempre naturalmente si può in tal modo semplicistico
risolvere la que- stione (1) ed anche ove lo potessimo, si
ricadrebbe pur sempre in quell’appello alla nostra conoscenza
sensibile, che già. abbiamo veduto essere insuffi- ciente a tutto
rivelarci. Nello stesso tempo, genericamente considerata —
ossia indipendentemente dall’ipotesi del mate- matico — la definizione
non significa gran che per chi si affacci ad una tale determinata
scienza: essa può esprimere il vero concetto di una scienza
soltanto per l’intelligenza di chi tale scienza co- nosca già. In altre
parole la definizione è una pro- posizione che avrebbe il suo posto più
alla fine dello studio intrapreso che non al principio.
Questo per quanto riguarda il concelto appunto « generico » di definizione;
ma essa assume un aspetto tutto particolare nella matematica. Qui
si manifesta la mecessità che la definizione preceda lo
svolgimento: questo precedere non è cioè come nelle altre discipline
semplice effetto di un’abitu- dine metodologica di esposizione, di una
tradizione più o meno giusta: ma ciò diventa indispensabile in
quanto tutte le intuizioni e le deduzioni dei matematici hanno ragione di
essere solo se rico- nosciamo ed accettiamo le definizioni
preliminari. (1) Acute osservazioni — da un punto di vista
puramente matematico — sulla « definizione » troverai in ENRIQUES,
Pro- blemi della Scienza (critica della definizione), Bologna,
Zani- chelli, 1906. Cfr. pure un articolo di Gergonne pubblicato
negli Annales des mathématiques, IX, 1, avente per titolo: « Essai
sur la théorie des définitions ». ZI La posizione gnoseologica
della matematica Il passaggio dall’astrazione alla definizione
(in senso matematico) ha posto in luce un elemento non soltanto non
essenzialmente empirico — chè tali già più non sono, come si è veduto, il
concetto e l’astrazione algebrica, ecc. — cioè un’espressione che
risulta in certo qual modo da una fusione di esperienza e di sintesi
intellettiva; ma anche di elementi esclusivamente determinati dal
pensiero, indipendentemente da qualsiasi esperienza. Tali elementi
ci danno l’idea di « «& priori »: essi sono appunto, in matematica,
le definizioni, i postulati e gli assiomi (1). _ Ricapitolando
brevissimamente: l’esperienza sem- plice non ci dà che il dato (2);
una fusione sintetica di esperienza e di attività intellettiva ci dà
l’astra- zionee dalla sua forma primitiva e semplice del concetto
fino alla sua manifestazione più evoluta della rappresentazione algebrica.
Ma perchè tali processi siano logicamente possibili è necessario
che noi ammettiamo degli altri elementi che sono — tanto per intenderci —
l'opposto del dato : mentre questo è puramente empirico, questi nuovi
ele- menti sono puramente intellettivi : tali elementi chiameremo
idee. Da questa esposizione risulta che l’astrazione è
(1) Distingueremo in seguito gli assiomi dagli altri principii a priori,
mostrando come essi siano proprii di qualunque nostra attività
spirituale, mentre i postulati riguardano soltanto le ma- tematiche (cfr.
questo lavoro, cap. III, $ 12). (2) Onde non mi si fraintenda, non
credo dire con questo che possiamo ammettere qualche cosa — semplice
quanto si vuole — che non richieda per essere conosciuta la nostra
atti- vità intellettiva sintetizzatrice; ma, mentre il dato viene
ad essere conosciuto dalla nostra sensibilità, l’ elaborazione con-
cettuale di esso è diretto effetto della nostra intelligenza. Cap.
I. - Preliminari metafisici 23 un processo intermedio fra il dato
empirico e l’idea: questa, come elemento che preesiste a qualunque
esperienza sensibile, non potrà essere che elemento formale (1). In tale
mondo formale potremo riscon- trare due gradi : un primo grado, più
semplice in quanto più vicino allo stato attuale della nostra
coscienza, il quale, pure preesistendo ad ogni em- pirismo, tuttavia
informa tutta la nostra conoscenza sensibile, e sarà la forma
intuizionistica «a priori ».. Un secondo grado infine che ci sarà dato
dal pen- siero razionale puro: sarà questo il mondo essen- zialmente
logico della conoscenza assoluta, esclu- | sivamente inquadrato dalle
categorie di contrad- dizione e d’identità (2). L’attribuire
un campo puramente ideale a questo secondo, ultimo grado di attività
formale del pen- siero, non esclude naturalmente che esso secondo
grado possa essere vantaggiosamente adottato anche nel campo della
conoscenza sensibile. Non soltanto; ma tutte le proposizioni scientifiche
aspirano ad es- sere controllate da esso. Tale controllo formale
chiameremo il controllo logico (in senso rigoroso). Mentre la forma
intuizionistica riguarda tutte le nostre conoscenze, quella puramente
logica non (1) Non si dimentichi il $ 9 dei Prolegomeni di KANT,
in risposta alla specifica domanda formulata nel paragrafo prece-
dente: « Ma come può l'intuizione dell’oggetto antecedere l'oggetto? ».
| (2) Altre due categorie si potrebbero ammettere senza
uscire dal complesso logico di tali distinzioni e cioè l’incompatibilità
e la causalità; ma si può fare rientrare la prima nella cate- goria più
generica della contraddizione, e risolvendo il prin- cipio di causalità
si arriva all’identità, Lo svolgimento di tali categorie è compito
esclusivo della metafisica e non riguarda questo studio. Ci basti
accennare che è quel procedimento per il quale si arriva ‘all’identità
fra causa ed effetto. 24 La posizione gnoseologica della
matematica riguarda che una parte minima di esse, soltanto
cioè quelle che possiamo considerare come incon- dizionatamente vere, che
prescindono totalmente anche dalle forme intuizionistico-sensibili di
tempo e di spazio e saranno gli assiomi (non i postulati e non le
definizioni) (1) e le proposizioni diretta- mente derivati esclusivamente
da tali assiomi. $ 3. L’intuizione pura. — Non credo di aver
dato con questo il preciso significato d’ intuizione e d’idea. Mentre le
sopra esposte considerazioni intorno all’essenza del concetto e
dell’astrazione non offrono punti per i quali non possano essere da
tutti accettate, il significato adottato d'’ intui- zione «a priori » e
d’idea presenta senza dubbio ‘ il fianco a critiche e rimproveri.
In primo luogo non tutti accetteranno di buon grado la distinzione
implicita in conoscenza sen- sibile e conoscenza razionale. In secondo
luogo, anche accettando la distinzione stessa, è passibile di
discussione il significato delle parole. Alla prima eventuale obbiezione
non ho nulla da rispondere: tale distinzione gnoseologico-metafisica è
qui pre- supposta ‘ed ammessa come nota. Se essa dovesse qui
svolgersi cambierebbe totalmente il carattere del nostro studio che
avrebbe dovuto allora chia- marsi « introduzione all’idealismo » o in
altro modo similare e non avere lo scopo particolare dello studio
della posizione della matematica nella teoria della conoscenza. |
Alla seconda di tali eventuali obbiezioni rispondo con il
dichiarare che il significato delle parole in- tuizione a priori e idea è
qui soltanto « adottato » ; (1) V. nota 1 pag. 22,
Cap. I. - Preliminari metafisici 25 ha cioè una funzione
semplificativa che farà sì ° che ci si intenda più speditamente. Faccio
in ogni modo osservare che quell’ intuizione a priori, che, in
quanto essa pure formale, abbiamo posto nel mondo delle idee, non deve
confondersi con l’ in- tuizione in genere, di natura prevalentemente
ipo- tetica, la quale parte da un risultato positivo cercando di
stabilire fra questo una specie di cor-. relazione con altri risultati
che 1’ inspirazione può suggerire come eventualmente conseguibili,
par- tendo da quello. L’ intuizione sotto tale aspetto con-
siderata sarà da me tratlata nei paragrafi 6, 7 e 8 di questo saggio.
Neppure questa intuizione però — possiamo dirlo fin d’ora — è di natura
sensi- bile. Ma, mentre l’intuizione cui si è accennato è
essenzialmente ideale e perciò preesiste a qua- lunque dato positivo,
questo secondo aspetto del- l'intuizione ci ricorda piuttosto la
divinazione di una verità ignota suggeritaci da una verità nota. La
prima è l’intuizione ideale di Platone, l’a priori di Kant e così via. I
matematici non s’ impressionino. Anche nei pensatori loro cari tale forma
d'’ intui- zione figura : è quella di Descartes nella sua « V
meditazione » (1), come fra i moderni la troviamo affermata esplicitamente
e non, in Carlo Hermite.. La seconda specie d’intuizione è ad es.
quella di Newton. Si procede in essa in questo modo : la conoscenza
cui siamo arrivati mi pare mi au- torizzi a passare a questo e a
quest'altro; lo posso io fare? Proviamo. È il « Cimento » del ’600,
molto meno sperimentale di quello che molti pretendano: è desso il
procedimento intuizionistico del genio nelle scienze positive.
(1) Pag. 108 segg. dell’ed. Flammarion. 36 La posizione
gnoseologica della matematica Per l’importanza che l’ipotesi viene
ad assu- mere in tale processo del pensiero, chiameremo tale
intuizione ipotetica. | Molti vorrebbero ammettere un’altra specie
d’ in- tuizione, la sensibile. Anzi, normalmente l’ intui- zione
viene distinta in supersensibile e sensibile, senza alcun’altra
suddistinzione: per conto mio ritengo sia indispensabile quella sopra
esposta in ideale propriamente detta ed ipotetica. Non vedo invece
la necessità dell’intuizione sensibile che sarebbe per noi una terza
specie d’intuizione: il rispetto che porto ad alcuni degli assertori
della sua importanza (non fosse altro, per Kant!) non mi permette
di porla senz’altro in disparte: essa mi sembra però priva di un
significato suo proprio in quanto o potrà confondersi con la
percezione o non essere altro che un momento del processo
psicologico della riviviscenza di essa percezione sotto forma
rappresentativa e in tal caso non presenterà differenze sostanziali con
l’ immagine. Inoltre sotto questo secondo aspetto esaminata
l'intuizione sensibile oltre al non essere più in- tuizione, non sarà più
nemmeno sensibile, come già si è incidentalmente osservato (pag. 14).
In ogni modo avremo su ciò a ritornare fra poco sul significato
appunto di tali parole nel Mach. Certo l’ intuizione sensibile non
figura nelle scienze matematiche: la vera e propria specie dell’
intuizione della matematica è quella da noi chiamata ipotetica. Quella
più specificatamente « ideale » figura nella matematica come in
qual- siasi altra scienza: essa ne è il presupposto. Quella
ipotetica invece è necessaria non già per darci gli. elementi
fondamentali, originari del sapere, ma per poter proseguire. È in
matematica la condi- Cap. I. - Preliminari metafisici 27
zione sine qua non per passare da una verità nota ad una verità
non ancora nota. Anche in fisica, mi si obietterà, avviene lo stesso: noi
stessi abbiamo considerato in tal modo l’ intuizione ipo- tetica e
si è portato l’esempio di Newton. Perfet- tamente, ma, mentre in fisica
l’ intuizione ipotetica è divinazione di genio, in matematica è
normalità. Non voglio qui alludere ad alcuna graduatoria nei valori
delle singole scienze: in filosofia ad es. essa non ha che importanza
relativa: ha un compito ausiliario (1). Per meglio fissare le
idee, visto che siamo in matematica, permettiamoci anche noi il lusso
di una rappresentazione abbreviata dei risultati ot- tenuti:
I ideale A pile a qual- siasi dato sperimentale
[Platone, Cartesio a 5 supersensibile (2) priori kantiano,
ecc.]). Intuizione de ipotetica (correlazione fra verità
nota ed altra di- vinata come possibile). sensibile (?) (o
percezione o immagine). Così delineati, molto per sommi capi —
sono il primo a riconoscerlo — i punti essenziali della nostra
possibilità di conoscere, quale posto dob- biamo, nel problema
gnoseologico, fissare alla ma- tematica? È questo appunto lo scopo del
nostro studio. Uno storico avrebbe naturalmente in modo ben diverso
impostata la questione: anche senza attenersi ad un’ esposizione del
concetto della (1) Cfr. questo lavoro, cap. II, $$ 6, 8. (2)
Nel senso di non empirico: non per questo cioè deve significare pensiero
puro, ragione. 28 La posizione gnoseologica della matematica
matematica nelle diverse civiltà, avrebbe per lo meno posto in
luce le diverse interpretazioni che della matematica si sono avute e si
hanno dagli studiosi della materia (1). Sia essa matematica quasi
un metodo formale atto a plasmare le suc- cessive indagini della fisica e
in genere delle scienze positive (2); sia la matematica paragona-
bile, in omaggio all’estetismo greco (3), ad una (1) Interessanti
sotto questo secondo aspetto le osservazioni storico-critiche del
Boutroux (op. cit., pag. 247 segg.). (2)
Cfr. specificatamente Bovasse, De la Meéthode dans les Sciences, pag. 76
segg. (Paris,
1909). i (3) Il Boutroux (op. cit., pag. 45 segg.) nota differenze
essen- ziali fra la concezione estetica che della matematica si erano
fatta i Greci con la concezione estetica dell’indirizzo moderno.
Questa si riconnette alla soddisfazione tutta propria del « costruttore
» di nuove teorie o del carattere elegante di nuove dimo;trazioni :
« Voila, dit-on souvent, un « beau travail mathématique », in- diquant
par là qu’autant ou plus que la valeur intrinsèque des questions étudiées
on entend louer l’ingéniosité et la brillante victoire de l’Auteur ». Per
i Greci invece la bellezza è da ri- cercarsi nell’idea prima «et non dans
ce que l’homme ajoute aux idées», in altre parole le costruzioni delle
figure, le dimo- strazioni dei teoremi e così via. La
distinzione è profonda e sottile; ma di essa noi non pos- siamo tener
‘conto nella semplice allusione sopra fatta che ha precisamente lo scopo
di porre in luce che, qualunque pos- sano essere le particolari
interpretazioni della matematica, tutte queste interpretazioni hanno per
il filosofo un’importanza sol- tanto generica. Il lettore
potrà consultare: P. TANNERY, La géométrie grecque e l’articolo
pubblicato sulla Revue de méthaphysique et de morale (marzo 19413) dal
Rivaup; L. BrunscHVICG, Les étapes de la philosophie mathématique (Paris,
1912); G. MiLHaAUuD, Lecons sur les origines de la science grecque
(Paris, 1893); Ip., Les philosophes géométre de la Gréce (Paris, Alcan,
1900); Ip., Etudes sur la pensée scientifique chez les Grecs et chez
les modernes (Paris, Alcan, 1906); Ip., Nouvelles Etudes sur l’his-
toire de la pensée scientifique (Paris, Alcan, 1911), Cap. I. -
Preliminari metafisici 29 imperitura opera d’arte; sia infine essa
una scienza con un diretto scopo di ricerca come qualsiasi altra,
tutti questi ed altri punti di vista possono essere accettati dal
filosofo. | Indubbiamente in ciascuno di essi vi sono molti
lati pienamente accettabili; inoltre i punti di vista medesimi .per
quanto fra loro differenti non sol- tanto come punto di partenza, ma
anche come campo d’azione, non sono fra loro affatto incom-
patibili. Essi rappresentano indubbiamente un in- teresse maggiore per
uno storico delle matematiche o per un matematico che per un filosofo cui
in ultima analisi mediocremente importa sapere che nel secolo tale
si sia seguito prevalentemente questo o quell’indirizzo. Il filosofo
esplica nei riguardi delle scienze in sommo grado quell’atti- vità
sintetica che gli scienziati alla loro volta esplicano consciamente —
anche se non sempre vogliono riconoscerlo — nel loro campo partico-
lare, come il volgare inconsciamente nella sua attività quotidiana.
Sintesi in questo caso significa proprio fare un estratto di tutte queste
diverse interpretazioni — fra loro incompatibili, ripeto — e
svolgere tranquillamente la propria teoria : in questa il matematico
interessato potrà eventual- mente trovare questo o quel lato favorevole
o contrario alla sua interpretazione e, se lo crederà opportuno,
tenerne conto. Nello stesso modo il filosofo deve tenere conto dello
svolgimento del- l'indagine matematica presa nel suo complesso:
qualunque specializzazione in filosofia può essere dannosa. |
Ogni esame critico non può vertere che sugli elementi essenziali di
una disciplina. Già Descartes nel proporsi di combattere tutti i
pregiudizi che 30 La posizione gnoseologica della matematica
sono radicati in noi ed ostacolano il nostro pro- gresso nella
conoscenza, riteneva non doversi perciò ritenere necessario passare alla
disamina di ciascuno di tali pregiudizi od opinioni comuni,
operazione fra l’altro che sarebbe andata all’ infi- nito, « ma, poichè
la rovina delle fondamenta trascina necessariamente con sè tutto il resto
del- l’edificio, io prenderò innanzi tutto in esame quei |
principii sui quali poggiavano tutte le mie antiche opinioni » (1).
Da quanto si è detto fino ad ora si comprenderà facilmente che in
una teoria della conoscenza, com'è qui intesa, il punto essenziale è
quello di stabilire i rapporti fra le proposizioni matematiche — e
prevalentemente geometriche sulle quali pare maggiormente verta, oggi
sopra tutto, l’attenzione degli scienziati — e quelle verità assolute,
incon- dizionatamente vere, cui aspira non soltanto ogni forma
d’idealismo, ma senza confessarselo, forse senza saperlo, lo stesso buon
senso dell’uomo comune che inconsciamente chiede di essere si- curo
su quanto afferma o nega. $ 4. L’ipotesi nelle scienze. — Mentre
le scienze particolari rimproverano alla filosofia la sua ecces-
siva astrazione, noi possiamo quindi a buon di- ritto osservare come esse
stesse, anche le più positive, non possano fare a meno di ricorrere
all’astrazione medesima quando vogliano arrivare alla formulazione di
leggi aventi carattere rigida- mente scientifico. Lo stesso procedimento
cono- scitivo prevalentemente seguito dalle scienze posi- tive (1’
induttivo) porta alla considerazione generale (1) Meditations
méthaphysiques (1er), Cap. I. - Preliminari metafisici 31
di quel fenomeno particolare che lo studioso aveva dapprima
isolatamente esaminato. In queste parole è già implicito il
concetto di astrazione: per esso possiamo intendere qualunque
processo intellettivo per il quale il pensiero dopo aver osservato
sperimentalmente il verificarsi e il costante ripetersi dei momenti della
ininterrotta successione causale (momenti pertanto razional- mente
non distinguibili, ma ciò ora non importa) fissa tali sue osservazioni in
un principio o in una legge, che gli permetterà, eventualmente, di
passare per analogia all’ipostasizzazione di altra legge o principio, di
cui avrà invece a cercare la conferma sperimentale: questa sarà più
propria- mente l’ipotesi intuitiva o intuizione ipotetica, come si
è veduto. Di questa soltanto s’ intenderà parlare in questo studio,
quando non verrà espres- samente indicato trattarsi dell’altra specie d’
in- tuizione: l’ ideale. Tale processo ci permetterà di
lavorare sul dato senza avere il bisogno di ripetere ogni volta la
stessa indagine in quanto appunto potremo pre- scindere dall'esame dei
particolari di questo o quel fenomeno singolo: è quanto abbiamo
veduto più nettamente e più universalmente applicato nel calcolo
algebrico. L’algebra, sostituendo la lettera al numero, compie
precisamente il processo tipico dell’astrazione significando che le sue
ve- rità che abbiamo sperimentato sul numero tale o tal’altro
possono estendersi a tutti i numeri, a tutte le quantità. Ben
lungi quindi da semplice divagazione arbi- traria che ci allontana dalla
constatazione speri- mentale, possiamo considerare il processo
intel- lettivo come di estrema efficacia anche nella fisica,
38 La posizione gnoseologica della matematica non già soltanto
come semplice astrazione, per la quale prescindendo dalle qualità
particolari di un determinato fenomeno singolo, noi cerchiamo di
elevarci alla sua espressione. generica, perchè il suo valore come tale —
esempio l’algebra — può, dopo quanto si è detto considerarsi come
fuori discussione; ma anche di vero e proprio ispiratore e
determinatore di nuove scoperte, il che forma precisamente quel secondo
carattere cui abbiamo accennato e che abbiamo chiamato intuizione
ipo- tetica. Cercherò di spiegarmi più chiaramente (1): le scienze
fisiche non possono nell’enunciazione di qualsiasi loro principio fare a
meno di basarsi su verità matematiche come quelle che, rimanendo
inalterati i presupposti temporali e spaziali su cui poggiano, non
possono seriamente essere posti in dubbio da alcuno: è per tale sicurezza
che Kant ha creduto di poter arrivare a stabilire — contro Hume —
il valore universale e necessario delle (1) Interessanti, da un
punto di vista puramente positivo, le — dottrine sui rapporti fra
matematica e fisica in particolare e con le altre scienze in generale. Si
potrà consultare con pro- fitto: P. DuHEM, La théorie physique, son objet
et sa structure (Paris, Chevelier et Rivière, 1909); Bovasse, De la
méthode dans les sciences (Paris, Alcan, 1909) (già citato, pag.
28); ARRIGHI, La storia della matematica in relazione con lo svi-
luppo del pensiero (Torino, Paravia); G. MiLHaun, Etudes sur la pensée
scientifique ; A. PASTORE, Sopra la teoria della scienza. —
Logica, matematica e fisica (Torino, Bocca); E. PicarD, La science
moderne ; E. Boury, La vérité scientifique; A. Rev, La théorie de la
physique; R. BRunscHvicG, La relation entre le mathématique et le
physique (adresse lue au meeting des So- ciétés philosophiques
d’Angleterre et d’ Ecosse, Durham, le. 44 juillet 1923),
pubblicato poi in Revue de métaphysique, 1923, pag. 323 segg.; CAPELLI,
La matematica nella sintesi delle scienze (Discorso inaugurale tenuto
alla R. Università di Napoli, 1881). - Cap. I. - Preliminari
metafisici 33 verità matematiche. Quando le scienze fisiche
non possono appoggiare le loro affermazioni su verità matematiche,
noi possiamo a buon diritto consi- derarle come del tutto insufficienti
per la formu- lazione coerente della legge scientifica e attribuire
loro un valore semplicemente empirico. Hume ha già parlato troppo
chiaramente sul nessun valore logico di proposizioni basate
esclusivamente sul- l’esperienza per doverci tornare sopra: la
debo- lezza della sua dottrina dipende piuttosto dall’aver troppo
generalizzato tale affermazione, estenden- dola anche a quelle nozioni
che si basano su principii non ricavati dall'esperienza. « Davide
Hume — dice Kant (1) — riconobbe che, per avere il diritto-di andare al
di là dell’esperienza, biso- .gnava accordare a questi concetti (2)
un’origine a priori. Ma egli non potè spiegarsi in qual modo sia
possibile che l’ intelligenza concepisca come necessariamente collegati
nell’oggetto concetti che non lo sono affatto tra di essi nell’intelletto
e non gli venne fatto di pensare che forse l’intelletto era per
mezzo di questi stessi concetti l’artefice che gli fornì gli oggetti
medesimi ». Questo è precisamente il primo punto di vista che
abbiamo sopra considerato come evidente, cioè il controllo logico della
generalizzazione astratta. (1) Critica ragione pura (tr. fr.), $
14, pag. 134-135. (2) Ossia i «concetti puri dell’intelletto », che
noi abbiamo chiamato specificatamente idee. Non vi è incompatibilità in
ogni modo anche mantenendo il termine un concetto, che Kant d’altra
parte confonde spesso con quello d’idea;. si è infatti accennato che il
mondo delle idee informa nel suo primo grado — l’intuizionistico — tutta
la conoscenza sensibile, non fosse altro attraverso le più universali
manifestazioni di essa: il tempo e lo spazio. | ‘ G. E.
Barit, La posizione gnosealogica della matematica. 3. 34 La
posizione gnoseologica della matematica Ma possiamo andare oltre e
osservare come il processo inverso può in molti casi aver luogo, e
con pieno valore logico e non di semplice cono- scenza empirica, quando,
formulata astrattamente un’ ipotesi, noi, per vincere ogni dubbio
eventuale, ne cerchiamo sperimentalmente la conferma. Ove la
conferma sperimentale abbia luogo ecco l’idea originaria aver determinato
una nuova scoperta. È questo anzi il procedimento più normale del-
l'intuizione geniale; l’armonia perfetta del subbiet- tivo e dell’obbiettivo
che troppo unilateralmente lo Schelling aveva creduto di trovare nell’
incon- dizionata prevalenza dell’elemento soggettivo della serie
ideale sull’ obbiettivismo della serie reale. È il processo di Newton (1)
nella scoperta delle leggi del movimento; di Galileo nella legge della
ca- duta dei gravi, anche se posteriore e più com- plessa sia stata
la determinazione dell’ « uniforme- mente accelerato » della legge
stessa; di Franklin nel divinare l’analogia di natura della
scintilla elettrica con il fulmine. Quando Francesco Bacone
cominciò a esprimere concettualmente l’esperienza non più
limitandola alla semplice osservazione del caso singolo per cui ne
venne a questa maggiore importanza nel campo del sapere, il procedimento
ipotetico fu a torto dagli immediati successori trascurato come
arbitrario nelle scienze particolari e ciò a scapito non lieve di queste
sopra tutto dal punto di vista della celerità dei risultati, senza per
questo nulla aggiungere alla loro sicurezza. Leibniz osserva come
le grandi menti penetranti di Descartes e di Spinoza si fossero subito
accorte della lentezza (1) Cfr. pag. 25. Cap. I. -
Preliminari metafisici 35 e degli inciampi che tale metodo
puramente spe- rimentale spinto alle sue ultime conseguenze po-
teva portare e come ciò Descartes e Spinoza avessero espresso nettamente
riguardo al fisico Boyle. Descartes in una delle sue lettere a
propo- sito del metodo di Francesco Bacone; lo Spinoza, che il
Leibniz bene inteso cita con le dovute ri- serve (1), in una lettera a
Oldenbourg, segretario della « Società Reale d’ Inghilterra ». In tale
lettera egli osserva appunto come il Boyle s’arresti più del
bisogno su numerose e belle esperienze senza indurne altra conclusione «
di quella ch’ egli avrebbe potuto prendere come principio, ossia
che tutto si fa meccanicamente nella natura, prin- cipio che la sola
ragione può darci come sicuro e non mai le esperienze, qualunque sia il
loro numero ». $ 5. L’ipotesi nella filosofia. — Certo, in
tali considerazioni sull’ importanza dell’ipotesi nella conoscenza,
la logica in senso stretto non ha nulla a che vedere. Tali ipotesi non
possono infatti farsi rientrare nè nel metodo deduttivo nè nel-
l’induttivo: se l’ipotesi in un certo senso, e nel campo fisico specialmente,
può trovarsi più vicina all’induzione che alla deduzione — in
quanto (1) È noto come lo Spinoza sia stato perseguitato e
respinto in vita e disprezzato per molti anni dopo la sua morte non
già soltanto dalla massa incolta e superstiziosa e dagli antichi
cor- religionari, ma anche da pensatori illuminati — basterebbe ri-
cordare la violenza di Malebranche contro «l’ateo ebreo » — non esclusi
coloro che non poco attinsero alla sua dottrina. Il Leibniz in tal punto
(Nouveaua Essais, IV, cap. XII) crede indubbiamente di compiere un atto
di franchezza coraggiosa, scrivendo: ‘a ...et Spinoza, que je ne fais
point de difficultés de citer quand il dit de bonnes choses... n.
36 La posizione gnoseologica della matematica rispecchia
normalmente un processo che va dal particolare al generale — non per
questo incor- reremo nell’errore di alcuni di non aver saputo
sufficientemente disgiungere la rigorosità logica dell’ induzione
dall’analogia intuizionale dell’ipotesi. Tale procedimento analogico è, sotto
un certo aspetto, ben superiore al rigido ragiona- mento (2): esso
è la diretta conseguenza di quel- l'eccezionale « sviluppo delle
associazioni per simi- | larità » che è acutamente considerato dal James
(3) come la caratteristica precipua del genio. Anzi nel campo
strettamente filosofico l’ ipotesi astratta del punto di partenza è
propria partico- larmente nei deduttivi per eccellenza. La
citazione di Descartes e Spinoza nelle considerazioni ripor- tate
del Leibniz, non fu qui fatta a caso: essi cercano nella realtà la
conferma della loro ipotesi. Il famoso dubbio cartesiano non è che il
punto di partenza di quello che si potrebbe chiamare la seconda
fase del suo pensiero (bene inteso non in senso cronologico); la fase più
propriamente. riflessa, non già della visione complessiva della
realtà, la quale deve necessariamente essergli ba- . lenata in precedenza
sotto forma appunto di sem- plice ipotesi, d’intuizione geniale. Ha tale
mia Il lettore potrà consultare i
due lavori del WHEWELL: The Philosophy of scientific Ideas (London, 1840)
e History of scientific Ideas (London, 1858). Sono essi studi più di
carat- ‘ tere storico-scientifico che propriamente filosofico,
malgrado l'inquadramento sia generale e non riguardi
particolarmente questa o quella scienza. Filosoficamente il Whewell
risente alquanto dell’influenza kantiana, malgrado abbia troppo
accen- tuato l’opposizione dell’idea al fatto. (2) Cfr.
specificatamente sull’argomento: R. BENZONI, L’In- duzione, I, pag. 93
segg. (Genova). James, Psicologia (tr. it) Preliminari metafisici opinione
valore maggiore di semplice supposizione arbitraria? Certo nessuno, forse
nemmeno chi crea, | può seguire l’ evoluzione del proprio pensiero,
evoluzione che sarebbe della più grande utilità conoscere per la scienza
e che non ci è che molto raramente, e quasi mai con decisa sincerità,
rive- lata dai battitori di nuove strade; ma certo a tale
convinzione si può (non dico sî deve) arrivare nell’ambito della
filosofia pura, ove si rifletta che il fatto, come si è veduto, avrebbe
riscontro in quelle scienze che, per essere il loro campo d’azione
più ristretto e per trattare una materia molto più accessibile, in quanto
può rigorosamente essere controllata dall’esperienza, sono più
organiche, più concretamente delimitate e costituite che non la
filosofia idealistica. Inoltre a tale convinzione fui portato dalla
constatazione che Descartes, senza una precedente intuizione geniale del
complesso, formulato il suo « cogito ergo sum », non avrebbe
potuto, in modo rigorosamente logico, andare oltre. Al « cogito »
cartesiano possiamo infatti dare, se ben guardiamo, non più di tre
interpretazioni: 1°) Cartesio arrestandosi nel suo processo du-
bitativo alla indubitabile certezza del pensiero (non fosse altro per il suo
stesso poter dubitare: «...ideoque scis quia te dubitare scis ») ne
de- duce la realtà dell’essere: se io posso pensare, vuol dire che
qualche cosa sono. L’essere in questo primo senso verrebbe ad acquistare
un valore em- pirico: si potrebbe vedere nell’ergo sum la neces- saria
conseguenza che, poichè il pensiero è l’asso- luta certezza, questo ha la
necessità di manifestarsi nelle azioni di cui esso pensiero è la causa :
questa rivelazione concreta del pensiero io non la posso vedere
immediatamente se non nel mio io. Tutto 38 La posizione
gnoseologica della matematica il resto non potrà essere ricavato
che dall’aver posto il mio io, che come contrapposto, cioè quando
mi sarò accorto che il porre il mio io è afferma- zione vuota di senso se
non contrappongo all’ io un non io. Solo in tal modo l’io può essere
de- terminato, come solo ponendo ciò che non è uno io posso
afferrare l’essenza dell’unità. Constata- zione questa semplice a farsi e
antica quanto la filosofia: la troviamo in Platone ad es. quando
nei suoi tardi anni tentò di darci una soluzione logica e non soltanto
teleologica del dualismo netto e preciso cui l’aveva portato la dottrina
delle idee: il monismo raggiunto attraverso la funzione teleologica
dell'idea del Bene non poteva in' fondo risolvere soddisfacentemente la
necessità logica che la sua dialettica era venuta a porre (e cioè
il rapporto fra l’idea e il dato sensibile) ed ecco allora l’influenza
pitagorica affacciarsi nuovamente allo spirito platonico e manifestarsi
attraverso la famosa dottrina dei rapporti numerici. In ogni modo
questo non è, a mio modo di vedere, il significato del « cogito ergo sum
». Il « sum » assumerebbe qui il valore di una constatazione
empirica che mal si potrebbe inquadrare nell’idea- lismo cartesiano. In
fondo questo pensiero che ha bisogno di una manifestazione empirica
per affermarsi ha un certo sapore naturalistico dal quale non va
spoglio l’indirizzo immanentistico dominante oggi nella filosofia in
Italia, nè l’allu- sione alla dialettica trascendentale di Platone,
deve attenuare il sapore naturalistico medesimo. (1) Senza avere
nulla a che vedere con quanto qui è esposto, è notevole sull’argomento lo
studio particolare del TRENDE- LENBURG, Platonis de ideis et numeris
doctrina (Lipsia, 1826). Cap. I. - Preliminari metafisici 39
2°) Un'altra interpretazione del « cogito » ci pone il problema
sotto un aspetto che nulla ha a che vedere con il precedente. In senso
netta- mente idealistico l’ergo perderebbe il suo signifi- cato di
deduzione logica per non significare altro che un’identificazione
intuitiva: il sum non è più la manifestazione concreta del pensaré, non
è qualche cosa di derivato dal pensare, ma è la Stessa cosa :
essere = essere cosciente. Quindi se io penso vuol dire che sono in
quanto coscienza (1), perciò l’affermazione della coscieriza come
prima verità sulla quale senza alcun dubbio oramai pos- siamo
basarci, sicurezza specifica questa che non incontriamo per la prima
volta in filosofia: è già ad es. in Agostino. Questo è, credo, il vero signifi-
cato della frase cartesiana. Ma questo «io sono » in quanto essere
cosciente, mantenuto in questi limiti, non mi porta avanti di un passo
nella conoscenza, perchè mi resta pur sempre il com- pito di dover
affrontare in qual modo può essere questa realtà sensibile che mi
circonda della quale la sicurezza espressa nell’ergo sum non dice
nulla. Mi si riaffaccia in tutta la sua intensità il pro- blema
della dialettica platonica, il rapporto fra l’idea e la manifestazione
sensibile, fra il pen- siero e l’essere empirico. Questo
secondo significato è anche quello più generalmente accettato. In tal
modo interpreta in fondo lo Spinoza in quegli studi giovanili sulla
filosofia di Descartes che poi completò (1663) con un'appendice
metafisica originale, nonchè lo stesso Kant nella « Critica » (2),
perchè, malgrado l’ îo La
res cogitans cartesiana. (2) Tr. fr., ed. cit., pag. 345-346
(nota). 400 La posizione gnoseologica della matematica
di cui si tratta è pur sempre « una rappresenta- zione puramente
intellettiva » perchè se è vero che « senza una rappresentazione empirica
che fornisce al pensiero la materia, l’atto « io penso » non
avrebbe luogo » è anche vero che « l’ele- mento empirico non è che la
condizione dell’ap- plicazione o dell’uso della facoltà intellettiva pura
». 3°) Vi può essere infine un altro modo d'’ in-
terpretazione che non è, a vero dire, che un com- plemento del
precedente, ma che va ben oltre esso nelle conseguenze metafisiche e ben
oltre le stesse intenzioni di Descartes. E cioè la constatazione
del « cogito » mi dà l'immediata certezza dell’es- sere in quanto pensare
ed essere sono identificabili, in quanto cioè, come nel caso precedente,
se penso vuol dire di per se stesso che sono come coscienza; ma
dalla constatazione del pensare questo o quello come elementi di una molteplicità,
arriva alla formulazione della coscienza come espressione di un
processo di unificazione che è già accennato in ogni atto particolare del
mio pensare. Tutta la molteplicità disordinata la quale io penso
trova cioè la sua unificazione nell’atto del mio pensiero e la sua
espressione unitaria nella mia coscienza, che viene così a rappresentare
un grado più ele- vato nello stesso mio processo del pensare.
La quale coscienza — tanto per intenderci chia- miamola individuale
— troverà poi nella molte- plicità delle altre coscienze individuali la
ragione non tanto del suo essere quanto del suo rivelarsi: le quali
coscienze saranno esse pure naturalmente infinite sintesi d’infiniti
processi di unificazione simili al mio che troveranno la loro
espressione ultima nella totalità della Coscienza, nell’ Io asso-
luto, in Dio. Cap. I. - Preliminari metafisici 4
Inutile qui continuare per questa strada che ci porterebbe troppo lontano
dal seminato. Ho già detto che se questo terzo indirizzo costruttivo
si può ricavare dalla constatazione cartesiana noi non lo troviamo
nella sua filosofia: l’ ho prospet- tato soltanto come possibilità
creatrice basantesi sul « cogito ergo sum » preso come punto di
par- tenza. | Quello che c’ importa di porre in luce è che
in nessuna di queste interpretazioni Descartes avrebbe potuto
proseguire attenendosi ad uno svolgimento puramente logico. I
procedimenti della logica come considereremo più ampiamente fra poco,
sono rigorosamente due soli, l’ induttivo e il deduttivo. Esaminate
l’espres- sione cartesiana in tutti i sensi senza dipartirvi
rigidamente da tali metodi, e vedrete che per ricavarne qualche cosa, per
fondare quella mo- derna teoria della conoscenza che comunemente si
fa datare da Descartes, dovrete presupporre un’ intuizione creatrice di
cui il « cogito ergo sum » non è già il punto di partenza, ma il punto
d’ar- rivo, la naturale conseguenza del suo pensiero, che,
ritornando su se stesso, esamina il cammino . percorso e lo fissa nel
modo noto. È una specie di processo similare, condizionato all’
individuo, a quello dell’Immaginazione produttrice e della
Riflessione nel pensiero di Fichte, naturalmente fatte le debite
proporzioni fra coscienza assoluta e coscienza individuale e senza che vi
sia incluso il subiettivismo trascendentale del filosofo tedesco.
D'altronde, che l’intuizione possa avere la più grande importanza
nella filosofia è cosa notoria. Kant la definisce la « rappresentazione
che può 49 La posizione gnoseologica della matematica
essere data a ogni pensiero » (1), e per quanto la filosofia non possa
derivare dall’ intuizione i suoi concetti, certo può chiarirli a mezzo di
essa (2). Nel panlogismo spinozistico quanto siamo an- dati
constatando in Descartes, si vede forse in modo più deciso. Oltre al
valere per lo Spinoza le due considerazioni dianzi esposte per
Descartes, non può qui sfuggire come lo Spinoza dia alcune volte
l'impressione di compiere sforzi per imbri- gliare il proprio pensiero
nei limiti dell’osserva- zione di fenomeni anche fra i più semplici o
che per lo meno tali potrebbero sembrare a chiunque i fenomeni
stessi non debba forzatamente far rien- trare in un ordine
precedentemente fissato. ln altre parole si ha alcune volte l’impressione
che il pensiero di Spinoza si trovi dinnanzi a una constatazione
qualsiasi della realtà come di fronte ad un ostacolo non intravveduto
nella precedente intuizione ideale. Allora il filosofo
incatena il fatto stesso nella concezione prefissata; ma ciò
evidentemente non si verifica in modo naturale. Non è cioè il fatto
sensibile che viene conseguentemente dato come esempio confermativo a
quanto precede; ma si vuole a forza farlo rientrare nell’ordine logico
da cui si è partiti come da fondamento generale della realtà, quasi scopo
della .dottrina stessa fosse una tesi che si vuol dimostrare e non
una verità, qualsiasi verità essa sia, che si vuole scoprire.
(1) Critica (tr. fr., ed. cit.), pag.138 (analitica trascendentale).
In modo meno chiaro, riguardo a questo punto particolare, nella
trattazione della prova ontologica dell’esistenza di Dio e nel $ 49 dei «
Prolegomeni ». l (2) Segnatamente nei Prolegomeni, $ 7.
Preliminari metafisici 43 Non so se rendo l’idea; ma
dell’eventuale poca chiarezza di queste mie parole mi si vorrà
tener venia, considerando che, per quanto il concetto in esse
insito sia in me limpido e preciso, è tut- tavia di ben difficile
formulazione, in quanto tale mia opinione non è già effetto della
ragione, ma è una specie di malessere, di impressione sola- mente «
sentita » nel preciso significato che lo Schopenhauer attribuisce a tale
parola, appunto contrapponendo il sapere, il sapere logico, al sen-
timento, come a qualcosa « di attualmente presente nella coscienza, ma
che non è un « concetto », non è una conoscenza astratta della ragione »
(1). Nello stesso significato, a maggior chiarezza esem-
plificativa tolgo l’allusione contenuta nello stesso paragrafo del libro
dello Schopenhauer: la parola « sentito » è qui adoperata nello stesso
modo in cui è adoperata dal Tennemann nella sua « Storia della
filosofia » quando ci dice che « si sentiva che i sofismi erano falsi, ma
non se ne poteva scoprire l’errore ». In ogni modo tale stato di
malessere del pensiero spinozistico possiamo ri- scontrare nei due
indirizzi estremi delle molteplici interpretazioni dei suoi commentatori,
e nei critici che ce lo hanno rappresentato come pretto natu-
ralismo (es. K. Fischer e più ancora il Whale, l'esponente tipico del
realismo scettico), oppure come quello del panlogismo idealistico più
rigo- roso, anzi come il vero fondatore del panlogismo prekantiano,
che possiamo differenziare da quello posteriore sia per il suo carattere
rigidamente geometrico che lo porterà ad un dualismo irridu-
(1) Il mondo come V. e R., I, $ 11 (tr. it. B. Varisco-N. Pa- langa),
Perugia, 1913. 44 Là posizione gnoseologica della matematica
cibile, sia per la naturale influenza che la Critica kantiana ha
avuto su tutto il pensiero filosofico seguente, precipuamente con l’aver
posto in luce che l’esperienza è possibile solo per l’attività sin-
tetica dell’intelligenza che il Martinetti (1) netta- mente e il Franchi
(2) pure, per quanto forse in modo meno esplicito, considerano come il
valore fondamentale della dottrina di Kant (3). Certo le
considerazioni che si possono fare in merito alle cause per cui derivano
al pensiero spinozistico così gravi difficoltà, vanno bene al di là
di questi semplici accenni, privi, l’abbiamo veduto, di qualunque
esplicito fondamento razio- nale. Il Martinetti vede perfettamente ciò e
ne attribuisce la causa in primo luogo « alla posi- zione assoluta
dell’estensione ed al conseguente parallelismo dei due attributi
e' dei rispettivi. modi » (4); in secondo luogo « al modo con
cui egli deriva, o almeno dovrebbe derivare logica- mente il mondo
dal suo principio ». Questi i due punti fondamentali su cui avrebbero
dovuto ver- tere le nostre considerazioni per fare una disamina
razionale della dottrina spinozistica; la spiega- zione teoretica cioè di
quello che io non ho ac- (1) Introduzione alla metafisica,I, pag.
240. Dice testualmente l’A.: « In questa dimostrazione che le forme
d’unità, per mezzo di cui noi ordiniamo logicamente il contenuto
sensibile, non ci | pervengono dall’esterno, ma sono funzioni della
coscienza, sin- tesi operate dal pensiero per una specie di virtù
propria, sta il vero merito di Kant». (2) Teorica del
Giudizio, I, pag. 155. (3) Interessante al riguardo l’ultima
lettera, riportata dal Paulsen nel suo studio su Kant, diretta
dallo Schiller a Gu- glielmo Humholdt (2 aprile 1805). In essa si
dice fra l’ altro «...alla fine noi due siamo pur idealisti e ci
vergogneremmo se i posteri dicessero di noi che furono le cose a formar
noi e non che fummo noi a formare le cose». MARTINETTI, op. ctt.,
II, pag. 360 segg. .Cap. I. - Preliminari metafisici 45
cennato che come impressione, forse non del tutto soggettiva, ma
in ogni modo spoglia pur sempre di qualunque valore razionale. La
limitatezza medesima delle mie osservazioni, se presenta l’in-
conveniente gravissimo di non essere convincente in quanto non
dimostrativa, presenta però il van- taggio di poterne fare una questione
più generale, in un certo senso quasi psicologica, e osservare che
quanto si è rimproverato allo Spinoza sia in certo modo la conseguenza
naturale dello stato di pensiero di tutti quei filosofi, i quali,
partiti da un presupposto determinato della visione della realtà
nel suo complesso, si trovano poi, costretti come sono a dover esporre
logicamente la loro geniale visione del mondo, dinnanzi a piccoli
inciampi particolari, che minacciano di far cadere tutto l’edificio
faticosamente costruito; di tutti quei filosofi che, in poche parole,
credono di poter dedurre il mondo da un presupposto ipotetico.
Nello Spinoza, e per questo mi sono soffermato un po’ a lungo su di lui,
ciò si vede più chiara- mente che in qualsiasi altro filosofo di tale
ten- denza, perchè egli si attiene, più di qualsiasi altro filosofo
di tale tendenza, rigorosamente al suo principio (non importa qui il
dualismo iniziale) ‘ e perchè in lui possiamo trovare in modo emi-
nente quel temperamento filosofico, che si ha come disposizione innata
allo stesso modo come si nasce poeti. Quanto si è andato osservando si
riscontra perciò più palesemente in lui: è lui stesso il primo che
avverte l’ostacolo; il suo pensiero ha ripu- gnanza a far rientrare in un
ambito voluto che non è il suo il tal determinato fatto
particolare. Per questo ho parlato di stato di malessere (espres-
sione non certo indicata ove le mie osservazioni 46 La posizione
gnoseologica della matematica riguardassero esclusivamente la sua
dottrina) che qua e là si sente nella sua «Etica » e che sotto tale
forma si comunica allo studioso. Ma riguardo a molti altri filosofi
avremmo po- tuto fare le stesse considerazioni inerenti agli in-
convenienti che tale sistema di costruire la realtà comporta. Fichte è
costretto a ricorrere alla fede per spiegarci in qualche modo il suo
processo dall’ Io assoluto al non io. Schelling nulla ci dice del
mondo sensibile, malgrado la sua filosofia della natura, se non
rinunciando al suo idealismo, non troppo bene sorretto sulle sue basi
dalla teo- gonia trascendentale originaria, e il suo pensiero
oscilla continuamente fra Spirito e Natura, ren- dendo impossibile al
critico una schematizzazione della sua dottrina. Hegel, il fortunato artefice
mo- derno del panlogismo, manca al suo compito fonda- mentale che è
quello di darci una visione logica della realtà, se non ricorrendo a
passaggi dispotici. Nello Spinoza inoltre — e ciò sia detto
natural- mente anche per Descartes — vi è la difficoltà di doversi
attenere ad argomentazioni prettamente geometriche. Ora, le scienze
matematiche se sono indicate come il naturale controllo delle
scienze fisiche, non lo possono essere ‘di quella disciplina che ha
per iscopo di andare al di là di tutte le scienze particolari, al di là
di ogni esperienza e avente la sua funzione particolare nella
concate- nazione ed esclusione di concetti e non già di semplici
dati, cioè della metafisica, intesa come quella conoscenza essenzialmente
razionale cui non può fare a meno di tendere ogni nostra aspi-
razione gnoseologica. Se è vero che la chiarezza dimostrativa è
la prima preoccupazione che deve avere un filosofo, ‘Cap. I.
- Preliminari metafisici 47 ° essa non è però
sufficiente per giustificare una concezione metafisica specialmente se la
dimostra- zione medesima significa sopra tutto analisi e analisi,
si noti, che ha il suo campo d’azione in proposizioni dedotte da altre
proposizioni e così ‘ via, risalendo così gradatamente a principii
in gran parte da niente determinati se non dall’ in-
dispensabilità..... di avere un principio onde poter cominciare. Questi
inconvenienti sono palesi sopra tutto nei discepoli di Descartes: in essi
certo ben più che nel maestro; ma essi formano l’ inconve- niente
di tutta la filosofia del secolo XVII: esempio tipico la scuola di Porto
Reale. Pascal, è vero, si accorse nettamente di questa
insufficienza del metodo dominante nel tempo per arrivare con sicurezza a
sapere; ma non volendo o non potendo, dato il suo temperamento di
mate- matico nato, attribuire specificatamente l’ insuffi- cienza
medesima al metodo matematico — in quanto credeva di riconoscere in essa
la massima poten- zialità gnoseologica dell’uomo — ritenne di poter
arrivare alla conclusione dell’ impossibilità del nostro conoscere inteso
in senso razionale asso- luto. Per non cadere nello scetticismo eccolo
cer- care la via di salvezza nel misticismo: ecco la fede
compensare in lui quello che la ragione non be teva dargli.
Ma le cause dell’insufficienza speculativa di questa scuola in
particolare e del metodo mate- matico in generale non hanno nulla di
comune con un'insufficienza generica della possibilità d’in- dagine
del nostro pensiero. Il concetto di ciò che esiste realmente in
natura è continuamente passibile di variazioni, mentre il concetto
matematico è rigidissimo, non può n nnnn_ 48 La
posizione gnoseologica della matematica ammettere la più piccola
modificazione. Come si vedrà meglio più innanzi la perennità
dell’ar- monia delle sue proposizioni dipende principal- mente
dall’astrazione del suo campo d’ indagine, dall’esistenza dirò
immaginaria delle sue costru- zioni, che non si riscontrano già nella
realtà e possono perciò resistere indifferenti e immutabili a tutte
le modificazioni che il pensiero nostro va introducendo nelle « cose »,
aggiungendo conti- nuamente nuove scoperte a quelle già ricche del
passato: per es. il concetto di un albero, di un animale, di un minerale
diventerà sempre più complesso man mano che la ricerca scientifica
sarà venuta .modificando, sempre più completan- dolo, il concetto
medesimo. | Ciò non può avvenire in alcun modo nella ma-
tematica in cui il concetto di ciascuno dei suoi elementi è già di per se
stesso immutabile per definizione, la quale unicamente nelle scienze
ma- tematiche viene ad essere posta in modo insinda- cabile.
Qualunque possa essere il valore di questo presupposto, su cui avremo a
ritornare, esso sarà pur sempre ugnale a se stesso, qualsivoglia
perfe- zionamenti possano venire introdotti col tempo e con
successivi studi nelle scienze matematiche medesime. Anche in
Platone noi possiamo trovare qualche traccia di questo metodo della «
definizione ipote- tica che aveva lo scopo di provare l’utilità e
la precisione di un concetto speculativo in base alla esattezza
delle conclusioni che se ne possono trarre » (1), ma ciò è in lui
determinato non già da una netta esigenza logica quanto dalla parti-
sele (1) Cfr. WinpeLBanD, Platone (tr. it.), pag. 77.
Cap. I. - Preliminari metafisici 49. colare necessità di uscire
dai viluppi della sua stessa dialettica. Vi si può notare inoltre
una specie di movimento di reazione contro gli Eleati, i quali,
attenendosi allo stesso criterio della posi- zione di due tesi
contraddittorie, avevano creduto di poter dimostrarne l’assurdità per le
conclusioni | opposte che ne sarebbero derivate. Ma
l’intendimento che anima anche qui la dia- lettica platonica è del tutto
diverso da quello della matematica: nettamente trascendente e
assoluto in quella; immanente e relativo in questa, per ammissione
degli stessi matematici. L’errore inevitabile di tutti questi pensatori
— e segnatamente dello Spinoza, che più rigorosa- mente di ogni
altro volle esporci una concezione: logico-matematica del mondo —
consiste precisa- mente nel supporre possibile di trattare alla
stessa stregua dei concetti della matematica, per defini- zione
immutabili (1), concetti forzatamente mutabili come sono quelli di tutte
le altre scienze in gene- rale e particolarmente della fisica e della
psico- logia, le due scienze particolari che ci danno i due punti
di vista opposti su cui possiamo costruire ogni sistema filosofico:
quella fornendoci la base del ‘ naturalismo (il non io), questa dell’
idealismo (l’ î0). (1) Questa immutabilità della matematica si
deve intendere qui non già nel senso preciso che Kant credette ravvisare
in essa, ossia per l’innatezza dei suoi principii; ma in quanto lo
svolgersi della nostra matematica o di qualsiasi eventuale ma- tematica
possibile futura, dovrà pur sempre basarsi su presup- posti presi come
ipotesi-postulati e perciò non possibili di varia- zioni se non per
volontà indipendente dal controllo della esperienza. (Cfr. in ogni modo
questo studio, Cap. III, $$ 10, 14, 12). G. E. BARIÉ, La
posizione gnoseologica della matematica. 4. IG DRITTO ITER IRR I
rapporti fra la logica e la matematica. (1) $ 6. Il procedimento
logico nella matematica. — La matematica è invece vegeta e rigogliosa
in quanto essa ha ben più modesta funzione. Già Kant, pure
riconoscendo il carattere di ve- rità universali e necessarie alle verità
matematiche, . aveva ripetutamente affermato che la matematica non
può trascendere la conoscenza della realtà sensibile: essa non ci può
essere cioè di nessuna utilità per la conoscenza della cosa in sè. Un
più rigido idealismo ispirantesi alla « Critica » non può
modificare tale insegnamento kantiano. Elimi- . nando il concetto
realistico della cosa in sè, esso ha mantennto inalterato il valore della
matema- tica come scienza intuitiva e perciò superiore alla
esperienza, e perciò, come si è osservato sopra, di potente indiscutibile
appoggio per le scienze (1) Cenni bibliografici: A. DE MoRGAN,
Formal Logikor the cal- culus of inference necessary and probable (1847);
W.S.JEvons, Pure logik... (1864); Ib., The
Principles of science. A trea- tise on logic and scientific method
(1873); DuHAMEL, Des mé- thodes dans les sciences de raisonnement (Il
ed., 1875); WINTER, La méthode dans la philosophie des
mathématiques (Paris, Alcan). 52 La posizione
gnoseologica della matematica empiriche. Come si vede c’è già, in
questo sem- plice riconoscimento dell'importanza della mate- matica
come controllo delle scienze esperimentali, un implicito riconoscimento di
tali scienze espe- rimentali verso il concetto fondamentale dell’
idea- lismo che subordina la nozione proveniente dalla esperienza a
una di natura più elevata qualitati- vamente superiore, proveniente dall’
idea. Ma ciò non pertanto la matematica non può che parzial- mente
soddisfare il pensiero umano (Kant direbbe ‘ la Ragione), che tende alla
conoscenza dell’Asso- luto, oggetto propriamente del sapere logico,
che non può essere immedesimato con l’ intuizione ma- tematica.
Mentre dalla matematica discende una infinità di nozioni, dalla logica
considerata in senso stretto d’induzione e di deduzione, non di-
scende alcuna nozione. La logica non ha altra funzione che quella di
potere formale, di sistema- zione dell’attività della nostra
intelligenza: il ma- teriale da elaborarsi è già fornito totalmente
ad essa quando possiamo stabilire fra le diverse leggi o concetti
un’analogia, o, spronati dal dubbio, ri- cercare il perchè della
contraddizione. Quale nuova nozione possiamo noi ricavare dal
sillogismo? Nessuna: eppure il sillogismo è l’espressione ti- pica
della deduzione. Nè maggior fortuna avremmo ove esaminassimo
una qualsiasi induzione. Sotto tale punto di vista anzi (quello
dell’acquisizione di nuove cognizioni) la logica e la matematica, ben
lungi dal rivelare fra loro sintomatici punti di contatto, offrono
una palese incompatibilità. Ma, ove si sia tutti di accordo
che il procedi- mento rigorosamente logico nulla aggiunge alla
nostra conoscenza immediata, non avendo che una <Irapporti fra
la logica e la matematica funzione mediata di controllo su di essa, vien
fatto di domandarci dove le matematiche attingano il ricco corredo
di nozioni che esse ci danno. Nella stessa impostazione del problema
possiamo frat- tanto osservare come ne discenda la naturale con-
seguenza della non logicità del procedimento ma- tematico. Tale
illogicità, sia pure relativa, dovrebbe essere ammessa, ove conseguenti
si voglia essere, da tutti coloro — e molti matematici sono fra di
essi (1) — che sostengono nulla potersi apprendere di nuovo nè dalla
deduzione nè dalla induzione. Tuttavia alla conclusione stessa
difficilmente si rassegnano, non tanto perchè essa non sia con-
vincente in quanto è a tutti palese il valore di questo ragionamento: «
Le forme della logica sono due sole — deduzione e induzione — queste
forme però non ci danno alcuna nuova nozione essendo la loro
attività puramente formale; nello stesso tempo noi sappiamo che la
matematica ci apprende nuove nozioni, dunque la matematica non può
essere logica »; quanto perchè la conclusione può ‘ spaventare
anche le menti più abituate alla inda- gine spregiudicata e
rigorosamente obbiettiva. Ma i matematici non hanno disarmato nel
vo- lere avere in certo qual modo il monopolio della logica:
cacciati dalla porta essi vi sono rientrati dalla finestra. Non potendo
cioè ritonoscere nella matematica un procedimento soltanto logico,
pen- sarono non già di logicizzare la matematica, ma di riformare
la logica, mummificata secondo loro da secoli intorno alle stesse leggi.
Questo il nucleo del dissidio fra la logica tradizionale
aristotelico- (1) Basterebbe citare in fisica il Mach, in
matematica il Poincaré. 54 La posizione gnoseologica della
matematica scolastica e la logica matematica odierna o,
tanto per chiamarla con parola suggerita da uno dei suoi maggiori
esponenti — il Couturat —, logi- stica (1). (1) G. PEANO, I
principii di geometria logicamente esposti (Torino, 1889); In.,
Formulario matematico (1894-1906, 5 edi- zioni); Ip., Aritmetices
principia, novo methodo exposita (Torino); G. VAILATI, Scritti, pag. 229 segg.,
659 segg., 689 segg.; M. PIERI, numerosi scritti conservati negli Atti
del- l'Accademia delle Scienze di Torino; C. BuraLi FORTI, Logica
matematica (Milano, Manuali Hoepli, I ed. 1894, II ed. 1919); In., Sulla
teoria generale delle grandezze e dei numeri (Atti della R. Acc. di
Torino, vol. XXXIX, 1904); J. VENN, Symbolic Logik (London, I ed. 1881,
II ed. London, Macmillan, 1894) (con ampia bibliografia e cenni, non
geniali in verità, sui pre- cursori matematici di Kant). Questi fra i
numerosi rappresen- tanti della logistica in Italia. Al Peano s’inchinano
però osse- quienti come a maestro anche i logistici degli altri paesi. I
suoi studi di logica matematica (intesa come riduzione della logica
formale a un calcolo simbolico) hanno avuto naturalmente dei precursori
(lo stesso Leibniz si vuol fare rientrare fra questi) degno di nota fra
tutti; G. BooLE (The Mathematical Analysis of Logic, Cambridge, 1847),
nonchè P£ACcOCK, DGREGORY e A. pe Morgan, BAYNES, JEvoNS. Per
maggiori informazioni su tali ed altri precursori il lettore può
consultare : E. SCHRODER, Der Operationskreis des Logikkalkulus (1877);
In., Vorlesungen tiber die Algebra der Logik (1895); L. LiARD, Les
logiciens anglais contemporains (Paris, 1878) ; Ip., Des definitions
géometriques et des définitions empiriques (Paris, Alcan). I
logici matematici sono però concordi nell'affermare che a Peano spetta il
merito di averne per primo tentato l’applica- zione della logica
matematica (cfr. lo studio del Peano: « Cal- colo geometrico secondo l’
Ausdehnungslehre di Grassmann 1). I capi scuola della logistica
contemporanea all’estero sono: FREGE, Begriffsschrift. Eine der
arithmetischen nachgebil- dete Formelsprache des reinen Deukens (Halle,
1879); Ip., Grundlagen der Arithmetik, eine logisch-mathematische
Unstersuchung iùber den Begriff der Zahl (Breslau, 1884); Ip.,
Grundgesetze der Arithmetik begriffsschriftlich abgeleitet Cap.
II. - I rapporti fra la logica e la matematica —55 Per conto mio,
pure riconoscendo la giustezza degli elogi che questo indirizzo ha saputo
meri- tarsi nel campo strettamente scientifico, credo esso non ne
abbia alcuno in filosofia. I pregi scienti- fici della logistica
consistono sopra tutto — e non è poco — nella estrema rapidità e
concisione della sua rappresentazione simbolica, non solo senza
nulla perdere, ma anzi guadagnando in rigore espositivo ed eliminando non
pochi equivoci della tradizione. Da un punto di vista gnoseologico
la logistica è però mancata al suo compito fondamen- tale, quello
appunto di riformare la logica: la lo- gistica non ne ha colpa, se non in
quanto Si è accinta a un compito impossibile: riformare cioè quelle
leggi del pensiero che sono in noi, consi- derandole invece come modi
introdotti artificiosa- mente da un criterio utilitario —
convenzionali stico per registrare, catalogare, ecc., le nostre co-
noscenze. Questo errore fondamentale del punto di partenza
spiega e in certo qual modo giustifica l’entusiasmo più sentimentale che
razionale che i logistici hanno per la loro teoria. Essi stessi sono i
primi ad es- sere meravigliati che proprio fino al secolo XIX si
sia aspettato per accorgersi che si era erronea- mente ragionato per
millenni e millenni, non già da Aristotele cioè, ma dal primo formarsi di
una coscienza. Non esiste una logica di Tizio e una lo- gica di
Caio; esiste soltanto la Logica. Tizio o Caio possono tutto al più aver
dato alla Logica una data particolare struttura a seconda che il
(Iena, 1893); B. Russe, The principles of mathematics (Cambridge,
University Press, 1903); L. COUTURAT, Les prin- cipes des mathématiques
(Paris, 1905). 56 La posizione gnoseologica della matematica
loro temperamento, il loro tempo e il loro grado di coltura
potevano suggerire. La stessa grandio- sità della scoperta avrebbe dovuto
rendere parti- colarmente guardinghi e circospetti i logistici, e
infatti alcuni fra questi, più o meno esplicitamente, ammettono che più
che di scoperta si tratta di un ritorno a Leibniz negando nei suoi punti
essen- ziali la dottrina matematica di Kant (1). Nella concezione
leibniziana troviamo già, per quanto non categoricamente espresso, un
carattere con- venzionalistico nei principii matematici che è da
Kant totalmente escluso e dalla logistica incondi- zionatamente ammesso;
troviamo già la deduzione — fondamento essenziale del procedimento
mate- matico secondo la logistica — ma credo che lo stesso Leibniz
sarebbe stato molto perplesso se, . malgrado tutte le attuali
argomentazioni della lo- gistica, avesse potuto vedere nella
meravigliosa abilità costruttrice di questa la tomba dell’intui-
zione per quanto riguarda specificatamente il proce- dimento matematico e
la soppressione della logica «tradizionale » secondo i paradossi del
Russel. Questi — si è già notato (2) — si compiace in- dubbiamente
del paradosso e in esso vi è sempre la forte personalità scientifica del
matematico inglese; ma se ammettiamo la genialità del pa- radosso
buttato qua e là quasi a titolo di sfida, ci stanchiamo a lungo andare di
una esposi- zione scientifica che sia tutta quanta un para-
(1) Questo punto particolare fu da me svolto al V Congresso
Internazionale di Filosofia (Napoli, 5-9 maggio 1924) e per maggior
comodità del lettore riportato alla fine del presente volume
(Appendice). (2) Cfr. questo libro, cap. I, $ 1. Cap.
II. - Irapporti fra la logica e la matematica —57 dosso: ci
stanchiamo non già ci scandaliZziamo. Il pensiero moderno è troppo
allenato a tutte le possibili interpretazioni di un problema perchè
l’antica sofistica 0 comunque, un rinnovamento parziale o totale
dell’antica sofistica lo scuotano eccessivamente; ma appunto in causa di
quest’al- lenamento il pensiero moderno non tollera gli si
ammanniscano come novità genialmente parados- sali, atteggiamenti di
pensiero ormai decrepiti e « superati » — mi si passi la brutta parola —
da un pezzo. Queste mie ultime espressioni non ri- guardano affatto
la: logistica presa nel suo com- plesso, ma soltanto il Russel e il
Russel non in quanto matematico, non il Russel cioè dei « Prin-
cipii », quanto il Russel del Congresso di Parigi del 1900 (1), il Russel
di alcuni articoli ecc. in. cui si compiace di affrontare il problema
della verità, il problema della ricerca filosofica nello stesso
modo nel quale i sofisti avevano saziato la società antica, con in meno
forse l’abilità dialettica e la esposizione brillante di quelli. Mi si
interpreti ad esempio una frase come questa: « Ciò che è vero, è
vero; ciò che è falso è falso, e non c’è altro da dire ». L’aforisma è
pieno di arcane profondità, indubbiamente, ma vien fatto allora di
doman- darsi se è proprio conveniente di spendere tempo e fatica per
afferrarne l’intima essenza quando potremmo giurare di essere già sicuri
«a priori » — proprio «a priori» — di aver già incontrato molte,
troppe volte questa stessa intima essenza. Tutto
questo però — lo ripeto — non riguarda (1) B. RusseL, L’Idée
d’ordre et la position absolue dans l'espace et dans le temps (Congrès
international de philosophie, Paris, 1900). 08 La posizione
gnoseologica della matematica n affatto la logistica
presa nel suo complesso. Se in questa la convinzione innovatrice ha
potuto por- tare alcuni suoi esponenti a conseguenze estreme non
per questo il relativismo proprio di ogni nostra conoscenza è prospettato
dai logistici come una vera e propria rivoluzione introdotta nel
campo del sapere. Non soltanto, ma nemmeno li- mitatamente alla
matematica lo stesso Russel e il Couturat, strenuo difensore e ampliatore
in Francia della sua dottrina, misconoscono quanto essi deb- bono a
Leibniz (1). In ogni modo nel campo stret- tamente matematico rivoluzione
c’è stata: il sim- bolismo rappresentativo e l’esclusione
dell’intui- zione. Non parlo del convenzionalismo dei principii .
fondamentali e in complesso del procedimento ipo- tetico deduttivo,
perchè in tal caso la questione sarebbe stata vecchia quanto il mondo
(2). Come si vede questa scuola fondata in Italia dal Peano
con i suoi principali collaboratori nel Pieri, Vailati, Burali-Forti,
Vacca, ecc., in Germania dal Frege, rappresentata in Inghilterra dal
Russel e in Francia dal Couturat, non è affatto, fondamen-
talmente, un’argomentazione a sfavore di quanto si è detto sin qui sul
procedimento matematico se non nei riguardi dell’intuizione. La
logistica in- (1) B. RusseL, La philosophie de Leibniz, Exposé
critique (tr. fr., Paris, 1903, sull’originale di Cambridge, 1900); L.
Cou- TURAT, La logique de Leibniz, d’aprés des documents inedite
(Paris, 1901); In., Opuscules et fragments inédits de Leibniz (Paris,
1903). |
| (2) Da un punto di vista filosofico interessante lo studio
pub- blicato sulla Revue de métaphysique, 1911, pag. 280, avente
appunto per titolo: L’importance philosophique de la logis- tique. Sotto
questo aspetto cfr. pure in Perla storia della logica di EnRIQUES il $ 29
(pag. 196 segg.). Cap. 1I. - I rapporti fra la logica e la
matematica 59 fatti esclude l’elemento sperimentale come
origine delle verità matematiche e l’induzione nel prose- guire.
L’origine dei principii fondamentali della ‘ matematica è — sècondo la
logistica, pura e sem- plice convenzione, ipotesi, non è un «a priori
» nel vero senso; ma qui non è da me ammesso (1) - l’a priori in
senso kantiano se non limitatamente ad alcuni principii fondamentali da
cercarsi pre- valentemente negli assiomi — non nei postulati —
secondo l’antico criterio euclideo. Bene inteso però nei riguardi della
logistica tale distinzione rispetto al carattere ipotetico o non della
loro origine, non ha alcun senso: unico criterio di scelta sarà per
essa non già l’antica e vieta evidenza — cui io credo si debba, malgrado
tutto, ancora rigidamente uniformarsi (2) — ma soltanto la maggiore
como- dità — e anche questo criterio non è, si potrebbe osservare,
nuovo di zecca — che le proposizioni generali medesime avranno rispetto
allo svolgi- mento, essenzialmente deduttivo, per collegare in un tutto:
organico ed omogeneo queste sparse ve- rità matematiche onde dirigerle
più conveniente- (1) Per non equivocare: se per «a priori»
s'intende qualche cosa che non ci è dato empiricamente, allora tutte le
proposi- zioni matematiche sono basate su di un «a priori». Ma se
per «a priori » s'intende qualche cosa che ci porta al necessario
ed all’universale, sia pure limitatamente alla realtà fenomenica — e
questo è il senso dell’« a priori» kantiano — allora credo soltanto un
piccolissimo numero di verità matematiche (pro- priamente gli assiomi)
possono essere considerate come deter- minate esclusivamente « a priori
». Mi limito qui ad accennare questo criterio differenziale tanto per
immediatamente inten- derci sulle linee essenziali dell'interpretazione
della parola « a priori »: esso sarà in seguito più ampiamente
svolto. (2) Proprio nel suo senso comune di inconcepibilità
del contrario. 60 La posizione gnoscologica della matematica
mente e più rapidamente verso lo scopo che ci preme di
raggiungere. Trascurando i particolari di quello che io credo
si possa chiamare — limitatamente al problema gnoseologico — l’illusione
insita, volere o no, nella logistica per quanto si riconnette alla
riforma della logica, i quali particolari solo indirettamente
potrebbero rientrare in quanto andiamo svolgendo, è bene fermiamo
l’attenzione nostra sul problema .già accennato prima di trattare della
logistica, ossia quello intuitivo. Tale incompatibilità non
significa per altro illogicità assoluta — il che non sarebbe d’altronde
concepibile in nessuna espres- sione cosciente — ma soltanto l’intervento
di un altro elemento non prettamente logico e che con tutta la
buona volontà mal si potrebbe costringere nella deduzione, cioè,
l’intuizione. Questa esclusione della pura razionalità dalla
matematica non deve però portarci a stabilire in essa una fonte empirica
e un procedimento indut- tivo, di basarci cioè esclusivamente su quell’espe-
rienza che la logica pura non considera nella sua diretta espressione, in
quanto essa logica in- terviene soltanto quando il pensiero è passato
ad esaminare il substrato essenziale di quell’ indisso- lubile
fusione di soggetto-oggetto che è già nella percezione, substrato normalmente
chiamato con- cetto (1). | A tale convinzione — empirismo
matematico — saremmo costretti di addivenire soltanto se le fonti
del sapere fossero due: il dato sensibile e l’idea (2), e si dovesse per
forza schierarci con l’una o con (1) Cfr. però questo libro, cap.
I, $ 1. (2) Cfr. questo libro cap. I, $ 2. Cap. II. - I
rapporti fra la logica e la matematica €€—& l’altra; ma la
questione non ha affatto tale aspetto. dilemmatico. Il dilemma sarebbe
già fondamental- mente errato anche se soltanto all’esperienza o
alla ragione si dovesse ricorrere per sapere, in quanto si è
accennato sopra come il divario fra di esse non abbia ragione di essere
dato che appunto in qua- .lunque sensazione vi è già un elemento
intellet- tivo (1); ma il dilemma medesimo ci sembrerà mag-
giormente insostenibile osservando che vi è una terza fonte di
conoscenza: l’intuizione. Di essa già abbiamo trattato nella sua
più alta espressione analogica nelle scienze fisiche e abbiamo
mostrato come, contrariamente a quanto la scienza sembra credere, mentre
è fonte apportatrice di ri- sultati che hanno alcune volte del
meraviglioso nelle discipline particolari e segnatamente forse
nell’astronomia, essa sia insufficiente in filosofia. Andremo ora man
mano svolgendo quanto sino ad ora è stato implicitamente ammesso, ma non
svolto : avere cioè il procedimento intuitivo la sua massima
espressione scientifica nella matematica. Senza dubbio il
naturalismo, in tutte le sue gra- dazioni, si guarda bene dall’ammettere
ciò dato che il problema dell’intuizione in se stesso considerato,
è alquanto difficile ad essere trattato con mezzi che pretendono di
essere essenzialmente positivi, di de- rivare qualunque attività
esclusivamente dall’espe- rienza. Così i fanatici detrattori dello « a _
priori » originario delle proposizioni matematiche, vogliono ad
ogni costo vedere in esse un elemento speri- (1) Qui basti tale
semplice accenno a questo problema che ‘ è il più importante della teoria
della conoscenza e la base ne- cessaria su cui deve appoggiarsi qualunque
idealismo gnoseo- logico. | 62 La posizione gnoseologica
della matematica mentale, attribuendo alla matematica un
procedi- mento induttivo. Lo Young (1) crede di fornirci un esempio
di procedimento induttivo nella matema- tica (2): «Sea ed sono due
elementi di una succes- sione discreta C e se a < 5 e s, il successivo
im- mediato di a, ss il successivo immediato di 8,, sg di se, ecc.,
l'elemento » apparterrà all’aggregato 81, Se, 83...». La dimostrazione si
fa per assurdo. Dov” è in tal caso il procedimento induttivo?
Non lo so: l’unica induzione è in questa frase dell’A.: « Il legame
fra questo teorema e il principio d’in- duzione matematica è evidente »
(pag. 151). Non so bene se l’A. abbia voluto con questo sostenere
che nella matematica, se non prevalentemente, figura tuttavia anche
il procedimento induttivo. L’esempio citato è, come d’altronde quasi
tutte le questioni dall'A. trattate nei suoi « Concetti
fondamentali dell’algebra e della geometria », svolto molto bre-
vemente e sopra tutto isolatamente, per niente affatto collegato con
quanto precede e con quanto segue: sono note preziose se li consideriamo
prese separatamente ; non ci dicono gran che se cerchiamo di
esaminarle nel loro complesso come un tutto organico ed omogeneo. Perciò
come dobbiamo in- terpretare questo accenno dell’A. che ha per
titolo « Induzione matematica »? Basandoci appunto sul titolo
sembrerebbe doversi ritenere come un esem- | (4) È evidentissimo
nell’esempio citato dallo Young il rife- rimento al principio d’induzione
completo, di cui avremo quanto prima a trattare nella sua enunciazione
generica. Il traduttore italiano aggiunge all’esposizione dello Young
cenni bibliografici: degni di nota gli articoli ricordati del Vacca e
del Combeirac. (2) I concetti fondamentali dell’algebra e
della geometria (ed. cii., pag. 150-151). Cap. II. - I
rapporti fra la logica e la matematica 63 ——T rc pio,
una prova anzi portata a favore dell’ induzione applicata come metodo
nell’indagine matematica. Non avendo però nulla saputo trovare
d’indut- tivo con le mie sole forze nell’esempio citato, sono
ricorso al diligente studio del Benzoni (1) per ve- dere se in qualche
modo si poteva far rientrare tale esempio nel procedimento induttivo: i
miei tenta- tivi non sono stati coronati dal successo. E si che il
Benzoni esamina con scrupolo rigoroso l’ indu- zione sia dal punto di
vista storico sia da quello più rigidamente metodologico. In
ogni modo è certo che induzione non significa nel caso citato dallo Young
partire dal dato empi- rico per arrivare all’astrazione generica. Lo
Young, posto di fronte al problema del fondamento della geometria
euclidea ad esempio (op. cit., pag. 45), dichiara troppo esplicitamente
di schierarsi a fianco dei sostenitori di un’origine non sperimentale
di essa per dover insistere oltre sul caso citato. Il confronto che
egli fa, sulle traccie del Poincaré, fra le proposizioni della geometria
euclidea e quelle del sistema metrico decimale, ci autorizza da
solo a porre lo Young fra quei matematici che negando l’ a priori
in senso stretto, come Kant l’intende, ammettono però pur sempre un «a
priori », con- venzionale e arbitrario quanto si vuole, ma non mai
un’origine sperimentale che è il punto essen- ziale di abbattere per una
teoria idealistica della conoscenza. $ 7. Il procedimento
sperimentale nella mate- matica. — La tesi dell’intuizionismo come
base sine qua non per andare avanti in matematica ha (1) R.
BenzonI, L’induzione (Genova, 1894). 64 La posizione gnoseologica
della matematica i suoi esponenti tanto in filosofia quanto fra
gli stessi matematici, pensatori gli uni e gli altri non sospetti
certo di attribuire alla matematica valore inferiore a quello che
effettivamente le spetta. Il Martinetti tratta in diversi punti della sua
opera fon- damentale (1) questo problema e in tutti questi punti
mostra la sua precisa convinzione della non asso- luta logicità del procedimento
matematico e sopra tutto l’ impossibilità di considerarlo come
indullivo. A pag. 426 ci dice: « Le forme possibili dello spazio
sono infinite; quindi infinite le geometrie possibili in astratto »,
mentre noi, anche immaginando qual- siasi modificazione della nostra
intuizione temporale o spaziale, non potremmo concepire alcuna
modi- ficazione nel processo logico. E più specialmente ancora per
quanto ha attinenza col problema par- ticolare che stiamo trattando,
nella medesima opera (pag. 429) leggiamo: « E per la stessa ragione
(2) riuscirebbe ugualmente impossibile ogni tentativo di
applicazione dei procedimenti logici alla mate- matica; questa, per
quanto sia anch’essa, come scienza (3), rivestita di forme logiche e
fissata in concetti e giudizi, si forma in virtù di una logica
tutta sua propria senza di cui, anche con l’aiuto di tutti i principii
logici, non sarebbe possibile fare (1) Introduzione alla
metafisica (Torino, 1904). (2) In quanto appunto « altro è l’evidenza
logica, altro l’evi- denza matematica », S. p. (3) A commento
di tale inciso cfr. nello stesso libro la cri- tica all’empirismo :
inoltre (pag. 225) il passaggio dall’empi- rismo al criticismo kantiano
(idea di sostanza in Locke e Kant). Senza discutere ora sul principio
dell’ « a priori » puoi vedere come tutta l’estetica trascendentale di
Kant e più ancora la sua « Introduzione » alla Critica (particolarmente
polemizzando con Hume), mirino in fondo a questo, che figura
incidentalmente in tale espressione: ‘come scienza 1. Cap.
II. - I rapporti fra la logica e la matematica 65 un passo oltre
al primo assioma » (1). Giudizio che ci ricorda nella sua essenza quello
di Kant nella « Critica » (estetica trascendentale): « Prendete, ad
esempio, queste proposizioni: due linee rette non possono circoscrivere
uno spazio, nè per conse- guenza formare una figura e tentate di
derivarla dal concetto della linea retta e da quello del nu- mero
due. Prendete ancora, se voi volete, questa. altra proposizione per la
quale con tre rette si può formare una figura e cercate di ricavarla
sempli- cemente da questi concetti. Tutti i vostri sforzi saranno
vani, e voi vi vedrete costretti di ricorrere all’intuizione, come
d’altronde fa sempre la geo- metria ». . Categorico è pure lo
Schopenhauer nella sua conclusione al riguardo : « Dopo tutte queste
consi- derazioni, nessuno, spero, vorrà mettere in dubbio che
l’evidenza della matematica — divenuta mo- dello e simbolo di ogni
evidenza — derivi per sua essenza non già dalle dimostrazioni, ma
dall’intui- zione immediata. L’intuizione qui, come dapper- tutto,
è il principio supremo e la fonte di ogni verità; ma quella che è a base
della matematica ha un grande privilegio su di ogui altra e in par-
ticolare sull’intuizione empirica..... » (2). Nè sarà superfluo
riferire in merito l’opinione di un illustre matematico, il Poincaré, per
il quale la (1) Cfr. KanT, Prolegomeni (tr. it.), $ 2, pag. 33:
«Il con- cetto della « linea più breve » è qualche cosa di nuovo che
si aggiunge e non potrebbe per nessuna scomposizione venir de-
rivato dal concetto di retta ». Nonchéè nella Critica (metodo- logia
trascendentale). Cfr. inoltre LANGE, Hist. du Mat. (tr. fr.), II, pag. 15
segg. (2) SCHOPENHAUER, Il mondo come V. e R. (tr. it.
Varisco- Palanga), I, pag. 114. G. E. BARIÉ, La posizione
moseologica della matematica. 5. 66. La posizione gnoseologica
della matematica ° geometria euclidea è la nostra
geometria « solo perchè secondo essa appunto si sono costituite la
nostra intuizione spaziale e la nostra esperienza »; e la conclusione cui
lo stesso Poincaré arriva trat- tando particolarmente della credenza di
un’origine sperimentale della geometria: « Non si esperimenta su
linee rette o su circonferenze ideali » (1). Il Poincaré, è vero, sembra
che qua e là ammetta anche l’induzione nel procedimento matematico,
ma ciò dipende appunto in quanto, essendo un ma- tematico, considera la
logica semplicemente come analisi (2) circoscrivendola in fondo al
classico sil- logismo aristotelico, più ancora all’applicazione
degli scolastici; ma quanto ciò sia incompleto è superfluo far rilevare
in filosofia, in cui la sintesi è ritenuta rigorosamente logica quanto
l’analisi. Perciò il Poincaré, dovendo le creazioni di tutti i
matematici uniformarsi a un procedimento analogo, e ritenendo per altro
conveniente di distinguerli in « logici » ed « intuitivi.» (non già per
la materia che trattano che è naturalmente la stessa, ma per il
loro temperamento personale), nè l’analisi pura e semplice potendo
portare a nuove scoperte, trovò opportuna la denominazione d’induttivo al
proce- dimento seguito da questa classe particolare di mate- matici
da lui chiamati logici. Tale pretesa induzione però che per i suoi
caratteri specifici non potrebbe (4) H. Poincaré, La Science et
l’Hypothése, pag. 64. Altri punti numerosi in tutte le opere del Poincaré
si potranno tro- vare in appoggio a tali argomentazioni. Vedi ad es. in
La valeur de la Science, pag. 16 (il temperamento logico di Euclide
malgrado la sua vasta costruzione sia dovuta all’intui- zione) e pag. 17
«l’intuition ne peut nous donner la rigueur, ni méme la certitude »...,
ecc. (2) Vedi segnatamente in La valeur de la Science, pag.
29. Cap. II. - 1 rapporti fra la logica e la matematica 67
essere considerata tale da un logico rigoroso, egli stesso trovò
necessario di precisare meglio aggiun- gendovi la specificazione di «
matematica » (1). Questo riconoscimento non è, bene inteso,
am- messo da lui, ma credo non si possa dubitare di queste mie
considerazioni innanzi tutto perquanto si è sopra detto della voluta
identità — in matematica — dell’analisi con la logica, mentre invece
quella è soltanto un aspetto di questa (2); in secondo luogo. per
le conclusioni definitive cui il Poincaré arriva, come possiamo
facilmente constatare esaminando la sua dottrina nel complesso senza
troppo a lungo soffermarci sui particolari, che, presi alla
lettera, possono molto spesso dar luogo ad errate interpre- tazioni
semplicistiche. | Certo se con lo Stuart Mill noi ci limitiamo
a considerare gli assiomi come generalizzazioni del- l’esperienza
(3), l’induzione sarebbe il cardine su (1) Ecco il principio
fondamentale da cui dovrebbe emergere l’induzione matematica: « Si un
théorème est vrai du nombre 1 et si l’on démontre qu’ il est vrai de n
4-1, pourvu qu’il le soit de x, il sera vrai de tous les nombres entiers
». ( Valeur de la Science, pag. 21). Ora, questo «jugement synthétique
a priori, c'est le fondement de l’induction mathématique ri- goureuse »,
ma la parola « induzione » non deve essere qui presa alla lettera, e
prova ne sia che alla pagina seguente (pag. 22) il Poincaré ci dice che
tale « axiome » è determinato da quella in- tuizione suprasensibile che
il Poincaré chiama «du nombre pur» . (2) A tale punto crede il
Poincaré di poter ammettere la sola analisi come metodo logico che il
processo sintetico insito in qua- lunque nostra percezione, processo
svolto naturalmente, quasi inavvertitamente dal nostro pensiero, e che è
la conquista più significativa dell’idealismo moderno l’aver posto in
luce, è da lui considerato quasi come una prerogativa della
matematica, precisamente esaminata sotto il suo aspetto intuitivo e non
già sotto quello logico. (3) J. Stuart MILL, A System of
Logic..., V, VI. 68 La posizione gnoseologica della
matematica cui dovrebbero svolgersi le costruzioni matema-
tiche; ma ove dovessimo ciò accettare alla lettera si verrebbe quasi ad
annullare il valore della « Cri- tica » kantiana nei riguardi appunto
dell’esperienza. Nessuno nega, e Kant meno che mai, l’importanza
dell’ esperienza per conoscere, ma se dobbiamo accettare le verità fondamentali
(assiomatiche) come generalizzazioni dell’esperienza, non lo
possiamo fare se non accettando un’esperienza quale Kant.
ce l’offre, ossia un’esperienza che non significa già il complesso
di constatazioni empiriche — chè allora non si avrebbero giudizi di
esperienza ma soltanto giudizi « percettivi » (1) — ricavate
esclusivamente dal mondo esterno; ma un’esperienza che significa la
possibilità delle constatazioni empiriche mede- sime soltanto perchè il
nostro pensiero ne stabilisce il collegamento nella « coscienza generica
» (2) a mezzo dei concetti intellettivi puri «a priori ». Questo è
il significato essenziale della tratta- zione della fisica pura nella
dottrina gnoseolo- gica di Kant. ° Così stando le cose — e
non vi è possibilità di una diversa interpretazione — il punto di
partenza non è più il dato empirico o il complesso di dati empirici
che trovano la loro espressione unificatrice nel concetto, il che
potrebbe significare induzione, ma il procedimento inverso: e cioè la stessa
espe- rienza che viene ad essere resa possibile soltanto per questa
attività che va — mi si passi l’espres- sione — dal mondo interno al
mondo esterno e che in tal modo lo rende possibile, informandolo:
«l’in- (41) Cfr. particolarmente i $$ 18, 20 dei Prolegomeni, e in
generale tutta la trattazione della fisica pura. (2) ùberhaupt.
Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica 69
telletto non attinge le sue leggi (a priori) dalla na- tura, anzi
piuttosto le impone ad essa » (1). L’empirismo dello Stuart Mill al
riguardo non significa che un passo indietro, non significa che
puro e semplice ritorno a Hume, e questo non è d’altronde il solo punto
nel quale lo Stuart Mill rivela la sua imperfetta comprensione di
Kant. Ora, se un procedimento logico vogliamo riscon- trare
nel tanto abusato punto di partenza — l’espe- rienza — dobbiamo ammettere
che l’esperienza stessa, per essere considerata fonte di
conoscenza, non è già più qualche cosa di semplice in se stessa; ma
è già il frutto, è già il derivato di un prece- dente processo puramente
intellettivo che solo lo determina. Perciò quando diciamo che anche
una forte corrente idealistica ammette che ogni cono- scenza ha a
che fare con l’esperienza, non dobbiamo dimenticare come alla formazione
di questa espe- rienza si sia arrivati. Questo, bene inteso,
non è il significato corrente della parola esperienza, ma possiamo noi
forse dare alla parola medesima un significato diverso da quello
sopra esposto quando oggi, dopo Kant, par- liamo di essa esperienza in
sede scientifica come fonte conoscenza? Nè dobbiamo qui lasciarci
even- tualmente fuorviare dal famoso « principio d’indu- zione
completa » per arrivare appunto a vedere un procedimento induttivo o,
comunque, il riconosci- mento di un procedimento induttivo nella
matema- tica. Il principio d’induzione completa è esso pure basato
come ogni altro su di un procedimento intuizionistico-deduttivo. Scoperto
nel secolo XVI da un matematico italiano — Francesco Maurolico
(1) Prolegomeni, $ 38. 70 La posizione gnoseologica della
matematica — esso afferma che se una proprietà è vera di un
numero intero qualunque, è pure vera anche del numero che segue, ossia,
più generalmente, la pro- prietà medesima è vera per tutti i numeri
maggiori (interi) quando si è constatato che essa vale per un
numero intero dato. Il Poincaré l’anuncia molto chiaramente e brevemente
così: « Se una proprietà è vera del numero 1, e se si constata ch’essa
è vera per n + 1, purchè essa lo sia di x, essa sarà vera per tutti
i numeri interi » (1). Non vi è alcun bisogno di un particolare
appro- fondimento del principio d’induzione completa per
comprendere che soltanto un equivoco terminolo- gico potrebbe riconoscere
in esso una base indut- tiva. Ciò non pertanto si è proprio voluto
vedere in esso un procedimento induttivo in senso stretto, mentre,
nota giustamente il Brunschwicg, « è un principio di deduzione
progressiva, la cui applica- zione è sicura « a priori » del successo,
poichè i numeri sono i prodotti di questa deduzione pro- gressiva »
(2). Pure attenendoci al concetto più generale del
procedimento induttivo dove si vede nel principio d’induzione completa un
passaggio dal particolare al generale, bisognerebbe considerare come parti-
colare il numero dato e come generale il numero n + 1, ma nonè forse già
quello una generalizza- zione astratta? Non sono già forse 1, 2,3...
sim- boli concettuali nello stesso modo come n +1? Forse soltanto
perchè questo può, in aritmetica, significare maggiore indeterminatezza —
e anche (4) Cfr. ad es, la Revue de métaphysique (1905, pag.
818), e in La Valeur de la Science, pag. 21. (2) Les étapes de la
phil. math., Il ed., pag. 483. Cap. II. - I rapporti fra la logica
e la matematica 71 questo è molto discutibile — possiamo quello
con- siderare come dato più intuitivamente, più natu- ralmente di
questo? Il numero 1 è una generaliz- zazione sintetica nello stesso modo
che un numero qualsiasi indicante milioni di milioni: mettiamo n
per significare più rapidamente e più comodamente questo numero e poichè
neppure esso n può costi- tuire un limite, estendiamo il nostro
ragionamento anche ad n +1 e così di seguito, ricominciando in tal
modo una nuova serie in nulla differente dalla precedente.
Considerazioni, come si vede, che anche il solo buon senso può suggerire,
ma che alcune volte si rendono necessarie onde non si possa
costruire sull’ equivoco. In tal caso l’equivoco è terminologico e perciò
più facile forse ad essere eliminato: bisognerebbe però cominciare con
il bandire la infelice espressione di « principio d’in- duzione
completa » (1). In ogni modo per quanto riguarda il Poincaré,
non credo possa ritenersi che il principio medesimo sia da lui
considerato come una vera induzione. Esso può nella sua dottrina esser
ridotto con la massima facilità all’ intuizione e precisamente a
quell’intuizione che noi abbiamo chiamata nel I capitolo « ideale » e che
il Poincaré, contrappo- nendola all’ intuizione sensibile, chiama «
intuition du nombre pur ». Il principio d’ induzione completa .
considerato dal Poincaré in « La Valeur de la Science» come « il
fondamento dell’induzione mate- matica rigorosa » (pag. 21), viene ad
essere consi- (1) Cenni bibliografici : F. ENRIQUES, De la méthode
dans les sciences (Paris, Alcan); WHEWELL, History of îinductive
sciences (London, 1837); P. BoutRoUXx, Les principes de l’analyse
ma- thématique, Exposé historique et critique (Paris, Hermann).
72 La posizione gnoseologica della matematica derato dal Poincaré
subito dopo (pag. 22) come sorretto appunto sull’ intuizione del numero
puro: dove la necessità dell’ induzione? Come principio
fondamentale « a priori » assiomatico non ha alcun bisogno — direi quasi
non ha alcuna possibilità — di essere appoggiato nè alla deduzione, nè
all’indu- zione: nella sua applicazione è essenzialmente de-
duttivo, com’ è deduttivo qualsiasi teorema che si ricava da un assioma o
da un postulato. Meno esplicito è il Mach. Veramente non mi
pare che questo punto sia stato da lui particolarmente. trattato.
Egli accenna però qua e là implicitamente alle deduzioni della
matematica, ma una sua espo- sizione di carattere chiaro ed organico del
proce- dimènto di questa scienza, non la conosco. Possiamo dire
anche che la sua, opinione in merito pre- senta non poche oscillazioni
perchè, mentre egli è il primo a riconoscere e a ripetutamente insistere
che spesso le scienze attingono molto da un fondamento
aprioristico, in ultima analisi mi pare si possa affermare ch’ egli
considera anche tali astrazioni originarie di natura empirica, in quanto,
se non altro, poggiantesi sopra fatti precedenti di espe- rienza
sia individuale, sia collettiva. Per quanto riguarda l’argomento che
stiamo trattando, è par- ticolarmente interessante il’ capitolo dedicato
alla psicologia della deduzione e dell’induzione nel suo libro « La
conoscenza e l’errore » (1). In esso, pure sostenendo con la sua abituale
lucidità di esposi- zione che tanto la deduzione quanto l’induzione
nulla possono aggiungere alla nostra conoscenza, figura un’espressione
che, presa nel suo preciso (4) MacH, Erkenntnis und Irrtum
(Skizzen zur Psychologie der Forschung), Leipzig, tr. fr., Paris,
1919. Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica
—‘73 significato, ci autorizza quasi a supporre che il Mach
ritenga le verità matematiche basate in ultima ana- lisi
sull’esperienza. Vediamo di chiarire con criterii nostri tale punto
controverso, ricordando che esso ci è dato dall’opinione espressa
dal Mach essere la base fondamentale di ogni verità ricavata
dal concetto di triangolo « il fatto sperimentale che la
somma degli angoli di tutti i triangoli piani che noi
possiamo misurare, non differisce da due retti ». Prendiamo
l’esempio seguente che è il più sem- plice che la geometria piana
può fornirci per a” mettere in chiaro l’opinione
dell’A. Supponiamo di avere un triangolo a dc. Se
prolun- ghiamo il lato ac fino a un punto qualunque f,
noi ot- e de e; teniamo un angolo esterno b c f, che
sappiamo essere uguale alla somma degli angoli interni non
adia- centi, ossia avremo: ZN Z4N /N bcf= abc +
dbac Da cui possiamo altresì ricavare che, ove nell’ipo- tesi
si fosse ammesso trattarsi di un triangolo isoscele si avrebbe:
bef= 20; bef=2d e così via, e ciò appunto abbiamo potuto
stabilire | perchè sappiamo che la somma degli angoli del triangolo
a de è uguale all’angolo piatto a c f, ecc. Ma non possiamo assolutamente
riconoscere che questa verità geometrica non sia a sua volta
basata, come ogni altra, sull’ intuizione originaria di alcuni
principii fondamentali « a priori »: nel caso parti- colare sulla stessa
definizione di triangolo. 74 La posizione gnoseologica della matematica
Ma ciò dipende forse da una certa imprecisione dei vocaboli. Egli
definisce l’ intuizione « tutto il sistema di sensazioni coordinate nello
spazio e nel tempo che ci offre il senso della vista a mezzo del quale
noi riconosciamo d’un colpo d’occhio la distribuzione dei corpi e dei
loro movimenti reci- proci » (1). E, ciò che trovo incomprensibile,
ag- giunge che «il vocabolo porta nettamente la sua impronta
originaria ». Il criterio etimologico del Mach al riguardo è quanto mai
discutibile perchè questa sua affermazione non ha ragione di essere
se non considerando che in tedesco la parola Anschauung significa
propriamente intuizione (2), mail vocabolo ha la radice in comune con
Anschauen (riguardare, rimirare) e così via. In ogni modo la
questione etimologica non ci interessa: occupiamoci piuttosto della
definizione riportata e non delle considerazioni che seguono. Tale
definizione mi sembra del tutto inadatta a dirci che cosa sia l’in-
tuizione, ed è una definizione che caso mai uno psicologo ad es. avrebbe
potuto dare della perce- zione, che pertanto, rigorosamente parlando,
nulla ha a che vedere con l’intuizione che è procedimento
astratto.di pensiero, formandosi prima della visione dell’oggetto e non
già della conoscenza sensibile dell’oggetto medesimo. Che poi tanto la
percezione | quanto l’intuizione si debbano basare sull’associa-
zione delle immagini, ciò non equivale certo a sta- bilirne l’identità.
Se consultiamo la psicologia mi pare che il suo responso non possa dar
luogo ad (4) MACH, op. cit. (tr. fr.), pag. 159-160.
(2) L’intuizione p. d. come è stata qui intesa si renderebbe forse
meglio in tedesco con Einfall nel suo senso particolare di idea
improvvisa, di sprazzo geniale. Cap. Il. - Irapporti fra la logica
e la matematica —75 equivoci. Il Peillaube (1), in cui trovai la
più com- pleta esposizione della formazione psichica della
percezione, definisce questa come « un complesso di stati psicologici, di
sensazioni, d'immagini, di ricordi, di giudizii e di ragionamenti a
proposito di una impressione attuale » mentre il concetto di
intuizione comporta il principio di un avvenimento futuro e che perciò
non può essere basato princi- palmente sulla vista come il Mach sembra
credere. Il Vaissière, pure trovando esatta la sopra esposta
definizione del Peillaube la giudica però un po’ imprecisa in quanto
forse non sufficientemente determinata e la vorrebbe completata nel
modo seguente di cui non possiamo non riconoscere la assoluta
chiarezza: « La percezione è una fusione della sensazione eccitatrice con
le immagini asso- ciate » o più specificatamente « una fusione di
oggetti rappresentati dalla sensazione con gli oggetti rappresentati
dalle immagini associate » (2). In ogni modo tale imprecisione di
linguaggio nel Mach risulta evidenteanche daaltri punti(pagg. 194,
206-209, 197, 308 dell’op. cit.). Nè di tale fatto dob- biamo
meravigliarci oltremodo, dato che possiamo osservare di passaggio come
non soltanto nel co- mune linguaggio, nè in quello di studiosi non
spe- cializzati in psicologia troviamo equivoci termino- logici, ma
anche negli stessi psicologhi. L’insuffi- . cienza del linguaggio è
infatti considerata dal James come la prima fonte di errori nella
psicologia, sia per la frequente mancanza di termini in quanto « è
assai difficile localizzare l’attenzione su di una cosa senza nome » (3),
sia, alcune volte, per l’uso (1) PEILLAUBE, Les images. (2)
VaissiéRE, Psychologie expérimentale, pax. 145-146. (3) James, Compendio
di Psicologia (tr. it.), pag. 80. 76 La posizione
gnoseologica della matematica errato dei vocabili esistenti che si
estende anche a concetti fondamentali della psicologia, fra cui fra
la stessa sensazione e la percezione, pertanto netta- mente separate, sopra
tutto in una vita primitiva e nell’infanzia. E in modo più categorico e
sopra- tutto più generale in quanto esteso all’espressione tutta
del pensiero e non alla sola psicologia, si esprime il Condillac per il
quale tutta l’indagine del pensiero è in fondo — opinione che certo
non possiamo condividere spinta a tale estremo limite — la
conseguenza o no di « une langue bien faite »: nello stesso modo il
Leibniz vede nell’analisi pre- cisa intorno al significato delle parole
il fattore più importante per la comprensione dei procedimenti
intellettivi (1). Ciò osservato possiamo benissimo spiegarci come il
Mach, fisico, abbia insistito tanto sulla parte sensibile di quel
processo che egli chiama intuizione, tanto da darci una definizione che
nel complesso, ma sempre con le dovute riserve di cui sopra, è
molto più vicina alla formazione della per- cezione, non esclusa quella
particolare importanza del senso della vista considerato come superiore
a quella d’ogni altro e non esclusi i movimenti dei corpi, che ci
darebbero quel sesto senso (movi- mento) normalmente ammesso dalla
moderna fisio- (4) Da un po’ di tempo a questa parte si nota una
prege- vole tendenza ad attribuire alle parole l’importanza loro
dovuta per meglio comprendersi. Interessante al riguardo la comuni-
cazione del CouTUuRAT (D’une application de la logique au pro- blèeme de
la langue internationale) al III Congresso inter. di filosofia
(Heidelberg, 1908). Cfr. pure la prolusione al corso libero di
storia della mec- canica all’Università di Torino (1898) del VAILATI
avente per titolo Alcune osservazioni sulle questioni di parole nella
storia della scienza e della cultura (Torino, Bocca, 1899). Anche
in Scritti, pag. 203-228. Cap. II. - I rapporti fra la
logica e la matematica 77 logia. Altri punti di tale definizione
del Mach si po- trebbero qui porre in discussione e primo fra tutti
la disinvoltura con cui egli — anche attribuendo la sua definizione
alla percezione e non all’intui- zione — sorvola sul « colpo d’occhio »,
per cui diverse sensazioni ci appaiono in una sintesi come una sola
cosa. Ora, se nell’adulto civilizzato pos- siamo considerare ciò come un
fenomeno normale creato dall’abitudine, si può tuttavia con
facilità. mettere in luce che tale sintesi non è nel bambino e non
è nel primitivo (1). L'uno e l’altro prima di arrivare alla percezione di
un oggetto come noi l'abbiamo qui inteso, passano attraverso ai
diversi stadi in cui si manifestano dapprima separatamente tutte le
diverse sensazioni la cui sintesi formerà poi la percezione di
quell’oggetto ; processo questo che ha fatto molto riflettere sulla forma
ragionativa (sillogistica) della percezione, filosofi come lo Scho-
penhauer e il Wundt. (4) Non mi sembra inutile far qui osservare
come, essendosi molto abusato riguardo alle analogie psichiche fra il
bambino e l’uomo selvaggio, l’allusione medesima sia qui da me
fatta unicamente limitantesi a questo caso particolare — il che non
vuole però dire, per contro, che questo sia l’unico punto di contatto fra
le due coscienze. Così, p. es., non si può sostenere nel caso dell’uomo
primitivo quanto ci dice giustamente il Janet (Eat mental des
hystériques, pag. 70 segg.), che il difetto di intelligenza nel bambino
dipende prevalentemente nell’assenza di ricordi, d'immagini, di tendenze
preorganizzate, ecc. Tali mancanze non sono evidentemente nel selvaggio
adulto: esse possono essere supposte in lui solo in modo parzialissimo
e unicamente per quanto può avere attinenza con il problema
ereditario; soltanto cioè in quanto i suoi progenitori gli avranno
lasciato poca attitudine a ricordare e a compiere quel processo
rapidissimo di associazioni per cui l'adulto civilizzato riconosce
immediatamente un oggetto come noto, sia come simile, sia come identico a
quello già percepito o immaginato in passato, 78 La posizione
gnoseologica della matematica Tutto ciò a esplicazione della poca
chiarezza del- l'atteggiamento del Mach di fronte al carattere
intuitivo dei principi matematici e al loro dubbio valore logico. E su
questo punto dobbiamo ancora insistere essendo per noi fondamentale, dato
che ci siamo proposti di dimostrare come le stesse scienze si
servano molto spesso di una base essen- zialmente astratta, com'è
l’ipotesi, per poter prose- guire, mentre tanto volentieri l’astrazione
esse rimproverano ai « castelli in aria della metafisica »..
Possiamo pertanto notare come nel fisico Mach, mutato il senso della
parola «intuizione » in quello più positivo di « percezione », troviamo
ciò non pertanto l’ intuizione confusa alcune volte con «
l'immaginazione » (pag. 199, op. cît.) che a sua volta non è bene
distinta, nel libro medesimo (1) dalla « allucinazione »; ma, senza
divagare in con- statazioni non indispensabili sull’ imprecisione
dei vocaboli adoperati, c’ interessa però mettere in luce qui come
quell’intuizione che particolarmente ci importa di conoscere in quanto è
stata da noi con- siderata come la base fondamentale di qualunque
procedimento matematico, sia dal Mach ammessa sotto la denominazione
suggestiva di « esperimento mentale » (2). Ora,
scientificamente parlando, noi non possiamo considerare l’immaginazione
come un’associazione di elementi « che non si sono mai riscontrati
negli. avvenimenti della nostra esistenza ». Il processo
immaginario è del tutto differente: è cioè un feno- meno che pure non
accordandosi con una sensa- zione attuale, è tuttavia il ricordo di una
sensazione (1) Cfr. ad es., la definizione a pag. 163 dell’op.
cit. (2) MACH, op. cit., pag. 209. Cap. II. - I rapporti fra
la logica e la matematica 79 passata: in altre parole l’immagine è
nella serie debole quello che è la percezione nella serie forte.
Così stando le cose è evidente come l’immagine, ben lungi dal poter
essere considerata come il pro- dotto arbitrario — sia pure geniale, qui
non im- . porta — della nostra fantasia, si verifica sempre.
nell’uomo in istato normale. L’anormalità è il con- trario; quando cioè
noi non possiamo per « dimnesia O per amnesia rappresentarci attualmente
quanto altra volta percepimmo » (1). Si comprende -benissimo
come tutto quanto an- diamo osservando non abbia per nulla affatto
carat- tere accademico, ma abbia il preciso senso di mostrare,
incidentalmente, come il non esatto signi- ficato di una parola, possa
far travisare tutto il pensiero di uno scrittore e far restare perplesso
e dubbioso il lettore attento; ma sopra tutto di mo- strare come il
Mach possa affermare che ogni nostra conoscenza derivi dall’intuizione
nelle sue forme d’ intuizione sensibile e d’intuizione astratta,
pur restando fedele al suo concetto dell’origine sensi- bile di
ogni nostra conoscenza. Tale equivoca fu- sione di concetti è
rappresentata dal suo esperi- mento mentale. Questo non si distingue, per
quanto egli ne parli ampiamente a parte (Cap. XI), fonda-
mentalmente dall’immaginazione, sempre stando naturalmente al suo
concetto d’immaginazione. È (1) La dimnesia si riscontra quando
congenitalmente o acci- dentalmente i ricordi non possono essere fissati;
l’ammnesia si riscontra quando il ricordo è stato sì registrato e
fissato, ma sì perde in seguito a traumatismo o emozione violenta o
dete- rioramento progressivo del cervello come ad es. nella paralisi
generale. Il caso anormale opposto ai precedenti ci è dato dal-
l’ipermnesia in cui dei vaghi ricordi riprendono la più grande intensità.
(Per tutto ciò cfr. VAIssiERE, Ps. Ex.). 80 La posizione
gnoscologica della matematica questo ‘esperimento mentale che noi
saremmo pro- clivi a chiamare intuizione. Semplice questione di
nomi? Niente affatto; pure essendo convinti in ogni modo che anche una
semplice questione di nomi possa in alcuni casi portarci molto lontani
nelle nostre conoscenze, dobbiamo qui osservare come il fatto sia
più complesso. | Dipende cioè dallo stabilire come, anche per
il Mach, la matematica abbia un’ origine intuitiva, non già nel suo
senso di parola intuizione, ma precisa- mente nel vero senso di essa,
ossia in quel conca- tenamento di fatti o cose note, che percepiamo
attualmente, o di cui ci rappresentiamo le imma- gini da cui si possa
passare ad intravedere mental- mente un nuovo fatto o cosa, o serie di
fatti o di cose: procedimento puramente intellettivo questo, e
perciò proprio soltanto di uno sviluppo avanzato del pensiero, di cui
invano si cercherebbe un’ori- gine empirica, dato che si comprende
benissimo come il fatto o la cosa non sia che un punto di partenza
apparente. Il punto di partenza reale non ci è dato effettivamente che da
quell’ improvvisa idea per cui ci vien fatto di pensare che la « cosa
» o il « fatto » noto può mettersi in correlazione con altra verità
che non conosciamo ancora, nè che possiamo affermare basandoci esclusivamente
su questo sprazzo di luce interiore, ma che ci propo- niamo di
dimostrare logicamente o, almeno, pro- vare sperimentalmente.
Questa è l’ intuizione e ad essa si avvicina molto l'esperimento
mentale del Mach anche se la pa- rola « esperimento » può trarci a
conclusioni errate sulla sua origine. Da tale esperimento
mentale fa il Mach derivare le proposizioni matematiche. Nello
svolgimento che Cap. II. - I rapporti fra la logica e la
matematica 81 di esso ci dà l’A. resta però sempre connesso
un certo carattere sperimentale sia per mantenersi fe- dele alla
denominazione stessa di tale processo del pensiero, sia per la
trattazione di esso, sia per lo appellarsi ad Eulero quasi a conferma
della sua esposizione. Tale mio concetto d’intuizione
differisce anche da quello del Poincaré (1) il quale non distingue
bene l’intuizione dalla rappresentazione. Quella differisce da questa in
quanto il suo processo non si limita ad essere immaginativo. L’equivoco
del Poincaré dipende qui dal non avere egli veduto che, mentre la
rappresentazione si limita soltanto a riprodurre mentalmente una figura
che noi non abbiamo fissata sensibilmente (di solito in modo
grafico) l'intuizione va bene al di là di ciò: essa ci mostra altresì che
quella figura deve essere così e non altrimenti. | Così, se
noi abbiamo una retta AB e su di essa un punto C qualunque e poi fissiamo
un altro punto qualunque su AC, sappiamo che il punto A ;C
B medesimo sarà pure su 45. L'associazione delle immagini
può dispensarci dal dover fissare grafi- camente la retta A4B ecc., ma
null’altro. Soltanto l’intuizione può farci comprendere che il
nuovo punto fissato in AC deve per forza essere pure su AB. Sono certo
due processi immediatamente sus- seguenti, ma che è bene tuttavia tenere
distinti in quanto appunto l’intuizione non è contemporanea, ma
susseguente alla rappresentazione mentale. (1) La Valeur de la
Science, pag. 21. G. E. BARIÉ, La posizione gnoseologica della
matematica. €. 82 La posizione gnoseologica della matematica
In altre parole questa specie d’intuizione del Poincaré è ciò che
Kant chiama molto opportu- namente «costruzione di concetto », che non
si- gnifica soltanto rappresentazione grafica, ma anche
rappresentazione « a mezzo della semplice imma- ginazione nell’
intuizione pura (1) ». È desso il solo campo d’azione nel quale possa
esplicarsi l’ atti- vità del matematico. $ 8. Il
procedimento intuizionistico della mate- matica. — Ma nemmeno limitato al
signîficato esposto nel paragrafo precedente, possiamo accet- tare
il « fatto di esperienza » del Mach nella ma- tematica: nè con questo
crediamo di togliere, ma bensì di aggiungere qualche cosa al valore dì
essa rispetto alla sua posizione nella teoria della cono- scenza.
La matematica è precisamente quella di- sciplina — la logica non essendo
che semplice "controllo formale del sapere e, inoltre, di un
sa- pere, come vedremo, qualitativamente superiore — che abbia
rigoroso carattere scientifico senza avere bisogno alcuno
dell’esperienza. Come si è veduto il nostro concetto
d’intuizione non è in deciso contrasto con il fattore sensibile che
è sempre implicito in qualunque fatto o cosa: . non si tratta qui cioè
dell’intuizione puramente intellettiva di Descartes (2), la quale, se si
può ammettere benissimo anche senza accettare incon- dizionatamente
la sua dottrina delle idee innate, non ha tuttavia nulla a che vedere con
l’ipotesi, (4) Per maggiori ragguagli su questo punto particolare
vedi questo libro, Cap. III, $ 10, pag. 101 segg. (2) Cfr.
questo libro, Cap. I, $ 3. Essa è quell’intuizione da noi chiamata, tanto
per intenderci, ideale. Cap. II. - I rapporti fra la logica e la
matematica 83 in quanto preesiste a qualunque possibilità di
for- mularne. Ciò non pertanto il lato sensibile che è in ogni
fatto o in ogni cosa — non fosse altro l’azione formale sensibile del
tempo nel « fatto » e dello spazio nella «cosa» — non si verifica
più nel processo intuitivo propriamente detto, ma questo è un
processo d’inspirazione astratta e semplificato al possibile. Certo anche
l’ intuizione ipotetica si appoggia, come qualsiasi altra funzione
psichica, su di uno svolgimento che si opera in noi attraverso il tempo,
ma. tale svolgimento non è già determinato dal contatto con il mondo
esterno, ma si opera in noi, nella nostra stessa coscienza alla cui
sempre più complessa, sempre superiore formazione, l’ influenza esterna
non fornisce che le cause apparenti, che fattori incidentali del suo
svolgimento. | Nè se nella formazione originaria delle cause
determinanti il processo psichico dell’ intuizione non vedessimo alcun
lato sensibile, noi saremmo coerenti nell’affermare che essa può avere
efficacia soltanto nei riguardi di una conoscenza non asso-. luta,
qualitativamente inferiore a quella cui pos- siamo arrivare prescindendo
da ogni lato sensibile, come abbiamo incidentalmente notato e come
mo- streremo più esaurientemente fra poco: noi po- tremmo allora
sostenere l'identità del procedi- mento intuitivo con quello puramente
razionale, cosa che ci guardiamo bene dall’affermare. Ora,
se-noi adottiamo la tripartizione accettata dal Leibniz, per la quale
ogni nostra conoscenza ha un’origine intuitiva o dimostrativa o, con le
de- bite precauzioni, sensibile (1), noi non possiamo (4)
Cfr. LeignIz, Nouveau Essais, IV, 3. 84 La posizione gnoseologica
della matematica fare a meno di porre le verità matematiche
nel primo ordine per quanto riguarda i principii fon- damentali, in
un ordine intermedio fra il primo e il secondo per quanto riguarda le
verità derivate (teoremi, corollari, scoli); non mai nel terzo (il
sensibile), se intendiamo per esso la constatazione empirica. Tale
carattere intuitivo delle verità matematiche vide perfettamente Kant
dicendoci che « la mate- matica pura è adunque possibile solo in
quanto essa non si riferisce che agli oggetti dei sensi, alla cui
intuizione empirica sta a fondamento una intuizione pura «a priori » (1)
la quale non è altro che la pura forma della sensibilità, che
preesiste all'apparizione degli oggetti; ed anzi è quella che sola nel
fatto la rende possibile ». È maggior forza acquisterà la conclusione di
Kant sull’ argomento ricordando che i suoi principii «a priori »
poggiano su altrettante intuizioni. In tale brano di Kant è
evidente l’esclusione del procedimento logico come di quello
sperimen- tale. Effettivamente se l’intuizione ci è molto co- moda
in qualunque teoria della conoscenza, non può dare un’esauriente risposta
ai nostri dubbi, che soltanto dalla logica possono essere appagati.
Una conoscenza intuitiva può avere valore soltanto quando siamo posti di
fronte a un caso singolo; ma da questo non possiamo mai risalire alla
ge- neralizzazione cui si può arrivare soltanto facendo appello
alla ragione e non semplicemente all’in- telletto (2). Lo Schopenhauer
anzi, ben lungi dal (1) Tempo e spazio. (2) Ragione e
intelletto sono qui usati nello stesso signilicato dello Schopenhauer
(op. cit., ed, cit.), I, 12. Cap. II. - I rapporti fra la logica e
la matematica —85 considerare l’ intuizione una forma attinente
‘alla logica, la oppone a questa da un punto di vista gnoseologico
(1), pure riconoscendo il grande valore dell’intuizione come il mezzo più
rapido (2), se non più certo, per conoscere, e, in estetica, come
l’unico mezzo che possa essere di fondamento alla creazione dell’opera
d’arte. Nè diversamente in fondo conclude il Croce, malgrado il suo poco
ri- spetto per lo Schopenhauer, quando fissa le nostre possibilità
di conoscere in intuitive e logiche, quasi contrapponendo le une alle
altre; contrap- posizione che possiamo già trovare nella stessa «
Critica della Ragion Pura », in cui, distinguendo fra intuizione e
concetto, Kant ci dice che « per la prima un oggetto ci è dato, per il
secondo esso è pensato nel suo rapporto con questa rappresen-
tazione ». Che poi su pochi principii presi come punto di
partenza si possano costruire un’ infinità di altre verità dimostrabili —
e che la matematica indub- biamente dimostra — e che poi tutte queste
verità prese nel loro complesso, ossia tanto quelle aventi
carattere assiomatico — es. il tutto è maggiore di una sua parte — che
quelle aventi carattere di- mostrativo (teoremi), che tali verità, dicevamo,
possano molto spesso — non sempre in ogni modo — avere riscontro anche
nell’ esperienza, allora entriamo in tutt’alro ordine d’idee e sul
quale (1) SCHOPENHAUER, op. cit., $ cit.. (2) La «
rapidità » è considerata pure dai matematici come uno dei vantaggi
essenziali della generalizzazione algebrica. (Cfr. Bourroux, L'’Idéal
scientifique des mathématiciens, pag. 82). La «sicurezza » del Boutroux,
valida per un matema- tico, deve naturalmente ritenersi condizionata in
filosofia per quanto si va appunto trattando. ®
86 La posisione gnoseologica della matematica siamo tutti
d’accordo. Si verifica cioè nel proce- dimento delle matematiche una
specie d’inversione a quanto di solito si riscontra nella fisica.
Questa parte, normalmente (1), dal lato empirico e perchè le sue
leggi possano avere valore rigorosamente scientifico è necessario che
passino sotto il con- trollo dell’astrazione logico-matematica: la
mate- matica invece, partendo da principii puramente astratti, « a
priori » (2), può trovare la sua con- ferma nell’esperienza.
Da quanto detto possiamo rimarcare la posizione privilegiata che ha
la matematica rispetto a qua- lunque altra attività del pensiero. Essa ha
il van- taggio sulla logica — presa nel suo preciso signi- ficato
di: pura azione formale del sapere concet- tuale—di poter fornire nozioni
al nostro patrimonio | conoscitivo e di poter ricevere dalla
rappresenta- zione sensibile (3) dei suoi concetti una maggiore
evidenza e una più generale accessibilità. Essa ha il vantaggio sulle
scienze fisiche che le sue verità presentano quel valore universale e
necessario che queste non possono dare alle proprie se non fa-
cendo appello a entità astratte che trascendono il loro campo d’azione, e
che esse adottano non solo senza conoscerle, ma pretendendo di negarle
(ba- (1) L’ipotesi come intuizione geniale come noi
l’abbiamo considerata, non è il procedimento normale delle scienze
fisiche. (Cfr. più esplicitamente questo lavoro, pag. 76-79).
(2) Avremo più tardi a trattare dell’inaccettabilità (fisica) dei
principii sintetici « a priori » di Kant della fisica pura. (3)
Cioè la rappresentazione grafica delle figure geometriche. La necessità
di tale genere di rappresentazione verrà più avanti spiegata. Per ora
basti osservare che la consideriamo nello stesso modo come è in Kant
(Critica, tr, fr., ed. cit., pag. 214, metodologia trascendentale).
Cap. LI. - Irapporti fra la logica e la matematica —87
sterebbe per tutte l’attività stessa del nostro pen- siero) (1). Essa
presenta infine il vantaggio su entrambe — il sapere logico e le scienze
fisiche — di svolgere il suo campo d’indagine in un mondo che non
può soffrire, per definizione, va- riazioni di sorta. | Non
crediamo di dover trattare qui la natura e sopratutto il valore di tali
presupposti della ma- tematica che svolgeremo nella seconda parte:
ne è conveniente di trattare -le particolari questioni che
riguardano l’essenza delle definizioni matema- tiche. Su di essa i pareri
e le distinzioni e suddi- stinzioni sono molteplici già dai primi albori
della scienza stessa — forse già lo stesso Talete di Mileto ebbe a
trattarne — ininterrottamente fino ai giorni nostri, con la distinzione
in definizioni «reali » e « nominali » di Aristotele, attraverso i
critici e commentatori medievali e ai grandi filo- sofi matemateci come
Hobbes e Leibniz fino alla scienza metageometrica dei giorni nostri
(2). (1) La fisiologia in stretto senso si limita a ritenere il
pen- siero un movimento del cervello senza considerare che quando
anche potessimo precisare — ciò che non è — i singoli movi- menti del
cervello (che d’altronde non sappiamo nemmeno se sia la sede della
sensazione) ci resterebbe pur sempre di spie- gare che cosa sia il
pensiero a meno di sostenere l’assurdo dell’identità pensiero-movimento.
I fisici più avveduti non in- corrono più però in simili incongruenze.
Cfr. anche MacH, Analisi delle sensazioni, e AVENARIUS, Idea degli uomini
sul mondo, di cui il Mach riporta (pag. 33-34, op. cit., nota)
testual- mente: «Il cervello non è... alcuna sede... Il pensiero non
è ‘un inquilino e un padrone, ecc...., e nemmeno una funzione
fisiologica ». (2) Informazioni riguardo all’essenza della definizione
potrai trovare, corredate da spunti critici, in F. ENRIQUES, Per la
storia della logica, Cap. II, nonchè dello stesso A. la Critica della
definizione in Problemi della Scienza. Per maggiori r
88 La posizione gnoseologica della matematica Ma fin d’ora
possiamo osservare come la carat- teristica dell’ immutabilità della
matematica è inti- mamente connessa con la sua prerogativa della
definizione. Dice la geometria: dalla definizione posta di
cerchio, sappiamo che per esso dobbiamo inten- dere quella qualsiasi
delimitazione spaziale che presenta la prerogativa di avere tutti i suoi
punti ugualmente distanti da un punto interno detto « centro ». Noi
abbiamo già l’idea di « punto » — e questa è un’altra definizione e,
sotto un certo punto di vista, contradittoria (1), per quanto ri-
.guarda l’ estensione inestesa di esso su cui il matematico invano si
affanna. — Da questa tale determinata figura che siamo d’accordo di
chiamare cerchio, noi possiamo andare oltre stabilendo queste e quest’altre
verità, di cui le prime discendono direttamente dalla stessa definizione
di cerchio, altre verità da queste prime e così via (2). E
tutto ciò, diciamo noi, è — almeno nelle verità derivate — rigorosamente
dimostrato e perciò i giudizi matematici presentano quel carattere
di universalità e necessità che hanno i giudizi logici e che non
hanno, nè mai potranno avere, quelli delle . altre scienze per la
continua variabilità del mondo schiarimenti cfr. anche: Prano in
Mathesis (giugno 1910) ed anche su questo il libro classico del
BrunscHvICG, Les étapes de la philosophie mathématique, (Paris, 1912),
Ch. IV. (1) È precisamente contraddittoria sotto ogni punto di
vista la si voglia considerare che non sia quello idealistico
dell’azione sintetizzatrice del nostro pensiero. (2) Non
dimentichiamo l’altra (cfr. questo lavoro, pag. 11) celebre definizione
di B. Russel della matematica: «la classe «di tutte le proposizioni della
forma: P implica Q (P, 0)». (The Principles of Mathematics).
Cap. II. - Irapporti.fra la logica e la matematica 89 empirico su
cui devono basarsi; e tutto ciò aumenta direttamente la nostra conoscenza
e perciò essa matematica presenta quel carattere che hanno le scienze
e che non ha la logica. Ma questa mera- vigliosa fusione di risultati
dipende pur sempre dalla sua particolare posizione di poter
svolgere la sua attività in un mondo in gran parte ipote- tico, in
gran parte da' essa stessa creato e non su entità astratte o su fenomeni
già dati alla nostra osservazione, e. precisamente: lo studio
riflesso sulla nostra stessa attività del pensiero, funzione della
logica, o sui fattori forniti alla nostra sen- sibilità, com’è nelle
scienze empiriche. Se noi non accettiamo il punto di partenza, cade tutta
la grandiosa conquista matematica da Euclide ai giorni nostri
(1). Il privilegio della posizione della malemalica rispetto
alle esigenze della nostra intelligenza è quindi del tutto apparente. Ciò
che forma la sua grande forza rispetto a un sapere relativo, segna
pure la sua definitiva condanna rispetto al sapere assoluto, che esige sì
l’immutabilità formale della logica e l'universalità e la necessità del
giudizio, ma che pretende di trovare immutabilità di pro- cedimento
e universalità e necessità di conoscenza direttamente dalla realtà
com’essa veramente è, e non come noi vogliamo che sia. Ciò
non pertanto la matematica ha indubbia- mente una speciale importanza in
ogni teoria della conoscenza. Pure riservandoci di determinare più
(1) La questione fondamentale al riguardo sta appunto nel vedere
se noi possiamo fare a meno di accettare tali punti di partenza;
questione che svolgeremo trattando del punto di vista della moderna
metageometria e dei PEREp sintetici «a priori » di Kant. 90
La posizione gnoseologica della matematica nettamente nella terza
parte di questo studio la sua particolare funzione rispetto al problema
co- noscitivo noi possiamo osservare fin d’ora che la sua
immutabilità concettuale e la necessità e uni- versalità dei suoi giudizi
non è determinata esclu- sivamente, e forse nemmeno prevalentemente,
dalla parziale convenzionalità che noi abbiamo creduto di trovare
nelle sue definizioni. Tali prerogative sono proprie, rigorosamente
parlando, soltanto della logica (1), ma esse si possono a buon
diritto estendere alla matematica, anche perchè questa è la scienza
più vicina alla logica, sia pér somi- glianza (2) di procedimento, sia
per essere, come questa, per nulla affatto influenzata da circostanze
ambientali. Ove si volesse riassumere le considerazioni fatte
a proposito dei rapporti fra logica e matematica rispetto alla
conoscenza, potremo così concludere: I) la matematica, come le
altre scienze aumenta il nostro patrimonio conoscitivo: la logica,
no; II) la matematica presenta i caratteri dell’im-
mutabilità del procedimento logico e dell’ univer- salità e necessità
delle conoscenze passate sotto il controllo formale della logica: le
altre scienze, no; III) il valore della matematica è in parte
relativo perchè fondato su presupposti (definizioni, assiomi e postulati)
che la logica non può sempre incondizionatamente accettare.
Un quarto carettere di tali relazioni logico-ma- tematiche
rispetto alla conoscenza è quello del (1) Non già del sapere logico,
razionale, ma della logic? for- male p. d. (contraddizione ed identità),
cfr. questo libro, $ 2, pag. 23 (nota 22). (2) Semplice
somiglianza, come si è veduto. Cap. II. - I rapporti fra la logica
e la matematica 91 vertere le proposizioni matematiche
unicamente sulla nostra conoscenza sensibile, ma tale osser-
vazione non possiamo qui porre come conclusiva data la necessità di
esaminare prima, il presup- posto essenziale alle scienze matematiche,
vogliamo dire la forma della conoscenza sensibile, ossia il tempo
(aritmetica) e lo spazio (geometria). Per quanto riguarda il
procedimento cui si attengono le diverse scienze — e segnatamente
la matematica — rispetto sempre naturalmente alla sola conoscenza sensibile
e la loro attinenza con la funzione specifica della logica in questo
campo, esso potrebbe essere schematicamente rappresen- tato nel
modo seguente: principii « a priori » : definizioni,
assiomi matematica (procede nor- x? ’ malmente dall’ intui-
postulati). zione) dimostrazione logica (teoremi)
altre scienze (procedono normalmente dall’espe- rienza : in alcuni casi
dalla intuizione geniale sempre però comprovata da una susseguente
esperienza) | in cui, per spiegarmi meglio onde non si
frain- tenda, si deve leggere: la logica influenzare tutto il
nostro procedimento conoscitivo sia specificata- mente nella matematica
(sopra tutto nelle verità derivate per dimostrazione) sia in tutte le
altre indagini della nostra intelligenza, ove le indagini stesse
pretendano di essere «scienze» nel preciso significato della parola, di
rispondere cioè esau- rientemente ai nostri dubbi sul valore delle
loro affermazioni e negazioni. 92 La posizione gnoseologica
della matematica $ 9. II procedimento ipotetico della
matematica. — Da quanto precede possiamo così dedurre che quello
che. il Leibniz sostiene a proposito della necessità dei postulati e
della natura di questi, pure essendo, a nostro modo di vedere,
profon- damente vero, non può che parzialmente soddisfare il nostro
bisogno di conoscere. Certo il Leibniz non considera i principii
matematici come arbi- trarii nè per quanto riguarda le definizioni, nè
per quanto riguarda i postulati. È anzi appunto il Leibniz stesso
che ha posto in luce come, ove la geometria ci desse la definizione di
figure impos- sibili (1), questa sarebbe incompatibile con il tutto
geometrico e prima o poi ne risulterebbe l’assur- dità; quindi non si può
ammettere l’arbitrio nella definizione. . Così è appunto il
Leibniz che si preoccupa di. replicare ripetutamente a Locke che gli
assiomi matematici non sono affatto dei principii imma- ginarii,
delle « supposizioni arbitrarie di cui si sia misconosciuta la verità »
(2). Ma non possiamo però dimenticare che è lo stesso Leibniz
che sostiene nelle « Primae Veri- tates » (3) che, le prime verità
appunto, sono sol- tanto quelle « quae idem se ipso enuntiant aut
oppositum de ipso opposito negant. Ut A est A, (1) L’EnRIQUES (op.
cît., II, pag. 90) riporta al riguardo l'esempio del decaedro regolare,
esempio d'altronde addotto dallo stesso Leibniz. Ragionando attorno a
tale figura impos- - sibile si riuscirebbe certo «a mettere in evidenza
le contrad- dizioni che il suo concetto implicitamente racchiude ».
(2) LeiBNIZ, Nouveaua Essais, IV, pag. 12.
(3) Cfr. L. COUTURAT, Opnactlca et Fragments inédits de Leibniz,
(1903), pag. 518. Cap. II.- I rapporti fra la logica e la
matematica —93 vel A non est non A (1). Si verum est A esse
B, falsum est 4 non esse B vel A esse non B»: nè possiamo
dimenticare che egli vedesse la necessità di tali assiomi (2) non già
nell’ indimostrabilità ed evidenza di essi come verità insindacabili,
bensì nella loro utilità onde poter proseguire, in un senso cioè
che — sotto questo aspetto particolare — possiamo riconnettere con il
criterio di pratica utilità e non altro che l’Hobbes riconosceva ai
principii fondamentali della matematica. Dal punto di vista
dell’insoddisfazione della nostra esigenza conoscitiva le considerazioni
introdotte dal Leibniz sull’utilità di tale procedimento assiomatico,
mi ricordano in certo qual modo come il Mach si sbriga nei suoi «
Preliminari antimetafisici » della essenza dell’ io (3) che egli
considera come pura e semplice eonvenzione utile a più facilmente
inten- dersi e a tirare innanzi, riconoscendo tutto al più una
maggiore fusione nel gruppo di elementi che costituiscono l’îo in
confronto « con altri gruppi dello stesso genere ». L’analogia consiste
natu- ralmente — è ovvio — nel solo punto di vista, dato che il
Mach non si limita soltanto a procla- mare il valore di un’ipotesi, anche
se puramente convenzionale, sotto il solo suo aspetto utilitario,
il che potrebbe rivelarci, caso mai, l’estrema con- seguenza di volersi a
ogni costo mantenere fedele alla sua dottrina dell’economia del pensiero;
ma incorre nel gravissimo errore di considerare come (1)
Cfr. Kant, Prolegomeni (tr. it.), $ 2, db): «Il principio fondamentale
dei giudizi analitici è il principio di contraddi- zione » (ogni corpo è
esteso = nessun corpo è inesteso). (2) LeiBnIz, Nouv. Ess., IV, 7,
12. (3) Maca, Analisi delle sensazioni (tr. it.), cap. I.
94 La posizione gnoseologica della matematica supposizione
ciò che possiamo ritenere per la nostra più assoluta certezza: l’ io,
soltanto perchè essa non può essere determinata da ricerche
semplice- mente positive. Ma l’inconveniente razionale dell’
ammissione utilitaria del presupposto del punto di partenza onde
potere più speditamente, e, sia pure, più efficacemente proseguire, è
simile in entrambi i casi: ne differisce soltanto d’intensità.
Senza dubbio tale concezione del Mach avrebbe spaventato il
Leibniz, paziente indagatore e ardito metafisico, e gli avrebbe dato a
riflettere come lo esempio illustre della matematica, potesse
esten- dersi con troppa tranquillità persino alla base es- senziale
di qualunque nostra possibilità di cono- scere. Ma dalle sue
considerazioni del libro IV dei « Nouveaux Essais» a favore del mondo
ipo- tetico della matematica — sia nel capitolo 7° de- dicato alle
« massime ed assiomi », sia nel capi- tolo 12° riguardante «i mezzi per
aumentare la nostra conoscenza » — sorge naturale l’osserva- zione
che tutte le sue argomentazioni hanno valore soltanto di giustificazione
esplicativa provvisoria: e conferma ne sia la sua diligenza a
mostrare come sia opera lodevole il tentare di ridurre a un minimo
indispensabile tali principii fondamentali «a priori » della matematica,
e a ricordarci come già dai tempi antichissimi molto si sia tentato
in questo campo. Anche se la critica moderna non può accettare che
già con Talete di Mileto, il primo dei matematici greci, colui che
predisse l’eclisse solare del 28 maggio 585, si sia tentato
dimostrare proposizioni poi supposte da Euclide come evidenti, come
Liebniz sembra credere sulla testimonianza Cap. II. - I rapporti
fra la logica e la matematica —95 di Proclo (1), è certo però che
fra gli stessi con- temporanei di Euclide, figurano già questi tenta-
tivi continuati poi con intensità sempre maggiore dagli immediati
successori (Apollonio) (2) ininter- rottamente sino a noi. Le
argomentazioni del Leibniz mirano cioè soltanto a convincerci che
tale mondo ipotetico della matematica (ipotetico non significa
arbitrario) (3) è stato della più grande utilità non soltanto
limitatamente all’aritmetica e alla geometria, ma anche a tutte quelle
altre scienze, che più o meno direttamente su di esse si
appoggiano, in quanto che se Euclide non si fosse basato su alcune di
queste verità intuitive prese come postulati, se Archimede non ne
avesse introdotte altre e così via, noi non avremmo an- cora ai
giorni nostri una geometria, non avremmo quel meraviglioso edificio che
partendo da pochi principii arriva « alla scoperta e alla
dimostrazione di verità che sembravano dapprima al di sopra della
capacità umana ». (1) Commentarii in primum Euclidis elementorum
libri (Leipzig, Teubner, 1873). | (2) Cfr. il cap. 7° del
libro IV dei Nouveaux Essais, nonchè, per quanto riguarda Apollonio, il
libro citato del CouTuRAT, Op. et Frag. in. de Leibniz, pag. 181-182: «
Euclide avoit raison, mais Apollone en avoit encore davantage n. Così
pure nella « Demonstratio axiomatum Euclidis », pag. 539 dell’opera
medesima. (3) Anche i matematici dei giorni nostri insistono su
tale distinzione, non esclusa la corrente decisamente convenziona-
lista del Poincaré e seguaci. Cfr. ad es. RougIER,
La philo- sophie géométrique de Henri Poincaré, pag. 129: « Cette con-
vention (il V postulato di Euclide) bien que facultative, n’est toutefois
pas arbitraire ». Nello
stesso senso insiste ripetuta- mente il Brunschwicg (« Les Etapes de la
philosophie mathé- matique » ) in quanto « libero non significa
arbitrario» (pag. 541) e così un’infinità d’altri. 96 La
posizione gnoseologica della matematica Tutto ciò è, almeno a mio
modo di vedere, per- fettamente esatto, ma noi da tali
argomentazioni usciamo solo in parte soddisfatti. Io non guardo se
sia stato più utile che gli antichi sapienti in- vece di fermarsi alla
possibilità o non della dimo- strazione di un principio preso come
postulato, abbiano proseguito con sicurezza e tranquillità : dell’
utilità del procedimento medesimo io non mi curo. Ma mi curo però di
osservare come i miei dubbi sul valore delle proposizioni originarie
siano rimasti intatti malgrado lo sviluppo grandioso che da tutti è
riconosciuto alla matematica, e che malgrado gli allettamenti di un tale
metodo di sapere, la ragione resterà disperatamente fedele al suo
dubbio metafisico su cui non potrà sorvolare nemmeno provvisoriamente,
supponendolo risolto onde poter arrivare a un tutto splendidamente
or- ganico ed omogeneo che impressiona, ma non soddisfa. Lo stesso
famoso dubbio cartesiano non avrebbe avuto alcuna ragione di essere, se
De- scartes, malgrado il suo geniale tentativo geome- metrico,
fosse stato veramente un matematico e non un metafisico. | È
perciò legittima la questione che il nostro pensiero non può fare a meno
di rivolgersi: posso io sicuramente credere in verità che abbiano
tale origine? Certo, si potrebbe rispondere, e per due ragioni:
innanzi tutto perchè è necessario che qua- lunque indagine abbia un punto
di partenza su cui basarsi onde non perdersi in cervellotiche e
incon- cludenti divagazioni all’infinito ; inoltre perchè tali
principii fondamentali sono in noi, in certo qual modo innati, e alla
loro evidenza non possiamo sottrarci. | La prima di queste
ragioni non può essere in Ù Cap. II. - I rapporti fra
la logica e la matematica —97. linea di massima seriamente
contestata da alcuno: sono troppo note le elucubrazioni tanto
ingegnose e sottili quanto vuote e inconsistenti della ricerca di
una causa prima in cui si sono sbizzarriti logici e metafisici medievali,
perchè non si debba rite- nere necessario il partire da principii
nettamente posti e .su di essì costruire. Veniamo così ad
affacciarci naturalmente alla seconda eventuale risposta al problema
postoci inerente alla scelta dei principii fondamentali me- desimi
e al loro numero. La scelta dovrà essere determinata esclusivamente
dall’inconcepibilità del contrario, basandoci ancora proprio sul vieto.
cri- terio dell’evidenza ormai quasi universalmente ripudiato dai
matematici. Conseguentemente il nu-. mero di essi dovrà essere ridotto al
minimo, per la semplicissima ragione che ben poche sono le verità
il cui contrario è per noi impensabile. D'altra parte, indipendentemente
però dal criterio dell’ evi- denza, la necessità di ridurre a un minimo
indi- spensabile i principii presi come presupposti è ammessa dagli
stessi matematici. Il problema inerente al criterio che deve
presie- dere alla formazione dei principii medesimi sarà il tema
delle considerazioni che passiamo a svolgere. In primo luogo, a maggiore
esplicazione di quanto si è già sino ad ora superficialmente trattato,
nel limitare il valore dei giudizi matematici — qua- lunque sia per
essere il grado di perfezionamento che essa potrà eventualmente
raggiungere in avve-. nire — al solo campo della conoscenza
sensibile, ossia soltanto relativamente ad una realtà quanti-
tativamente inferiore a quella essenzialmente con- cettuale del pensiero
puro. G. E. BARIÉ, La posizione gnoseologica della matematica.
7. 98 La posizione gnosseologica della matematica In
secondo luogo — e questa sarà la funzione specifica delle considerazioni
medesime — a met- tere in luce se, anche limitatamante a tale campo
conoscitivo, i giudizi matematici abbiano quel va- lore universale e
necessario che Kant attribuisce loro, e in quali rapporti tale valore sia
con la metageometria contemporanea. SEGR RI 0 III ELIO
Il valore del giudizio matematico. $ 10. Il valore universale e
necessario del giu- dizio matematico. — Ma un’obbiezione al
concetto di un mondo ipotetico della matematica, che Leibniz
implicitamente e parzialmente riconosce ammetten- done l’utilità, la
necessità anzi onde poter prose- guire, la troviamo nella concezione
kantiana dei principii sintetici a priori, principii sintetici di
cui abbiamo riconosciuta l’estrema importanza, e su cui ci siamo
basati, per dimostrare l’origine non essenzialmente empirica di ogni
nostra conoscenza, in quanto i principii stessi sono già in noi
prece- denti qualsiasi sensazione, non soltanto, ma in certo qual
modo influendo sulle sensazioni mede- sime. Abbiamo anzi osservato come
questo sia, dal punto di vista idealistico della. teoria della cono-
scenza, l’argomentazione su cui si deve basarsi per combattere
l’empirismo in tutte le sue forme e per non cadere nello scetticismo, cui
dovrebbe logica- mente giungere qualunque pensiero che si basi
essenzialmente sul dato empirico per arrivare alla legge scientifica.
L’obbiezione particolare che nel caso nostro (della matematica-logica) si
potrebbe dedurre dalia constatazione generale dell’esistenza di
tali principii sintetici a priori nella matematica, 100 La
posizione gnoseologica della matematica sarebbe questa: quelle
definizioni e quegli assiomi su cui il matematico costruisce man mano i
proprii teoremi non sono già in noi in virtù di un presup- posto
particolare a detta scienza, ma sono vere e proprie verità che
esisterebbero indipendentemente dall’esistenza della matematica. Cioè se
Euclide non fosse mai esistito ciò non pertanto non sarebbe mutata
la definizione del triangolo, ciò non per- tanto non perderebbe di valore
l’assioma, ad es., che aggiungendo uguali quantità a quantità uguali
se ne otterranno di nuovo quantità uguali, e così via. Possiamo
senz’altro osservare che anche ove ciò sia o non incondizionatamente
vero, nulla verrebbe a risentirne l’affermazione fatta che la
matematica parte da intuizioni e procede per un metodo di analogia,
di sostituzione che molto spesso non ha il carattere logico, e che
appunto perchè tale non può rispondere alle esigenze del nostro
pensiero, tendente alla conoscenza assoluta. Per ciò potremmo pur
sempre considerare la visione matematica, come una visione indubbiamente
sintetica e concettuale — per quanto concettuale in modo relativo
in quanto ha pur sempre bisogno di una rappresen- tazione sensibile
determinata — che offre al filosofo la possibilità di mostrare come
seguendo un pro- cedimento rigorosamente esatto e non empirico
nelle sue linee essenziali, si possa arrivare a mera- vigliosi risultati;
ma risultati che non possono in alcun modo trascendere la nostra
sensibilità. La matematica in questo modo considerata può
ricordarci, contrariamente a ogni scienza (altra ra- gione per cui essa
deve essere separatamente trat- tata), la visione estetica dell’opera
d’arte (1), ma (1) Cfr. Cap. 1, 83, pag. 28-29.
Li e * coco > è [i < dé è Cap. III. - Il valore del
giudizio maiematico 101 ciò non pertanto essa, per la sua
necessità di lavo- rare, non già sul concetto puro, ma su di una
rap- presentazione gradatamente sempre più complessa di esso (in
geometria dal punto al solido), come l’arte per la preponderanza del lato
sensibile, rap- presenta pur sempre un mondo che da un punto
di vista logico non può rispondere alle esigenze del metafisico.
Pure accettando i principii della ma- tematica come incondizionatamente
veri in quanto insiti nel nostro pensiero stesso, il suo modo
sarebbe pur sempre, anche ritenendo con il Fouillée che «le verità
metafisiche avendo la loro espressione, per quanto incompleta, nei fatti
attualmente cono- sciuti dall’esperienza, questa espressione può
essere studiata e interpretata per mezzo di un metodo, che, come
abbiamo veduto, non è senza qualche analogia con quello del calcolo
infinitesimale » (1), sarebbe pur sempre, dicevamo, un mondo non
essen- zialmente concettuale in quanto agisce su di una determinata
figura specifica, come'si vede molto chiaramente nella geometria. Questa
non costruisce ‘già sul concetto di triangolo genericamente preso,
ma sul tale determinato triangolo, particolarità questa che porta
all’esigenza della rappresentazione grafica della figura che si deve
esaminare. Tale necessità di rappresentazione grafica, deve
qui intendersi nello stesso modo nel quale la in- tende Kant nella «
Critica » (2). Se diamo ad un filosofo il concetto di triangolo e gli
diciamo di (1) A. FOUILLÉE, L’avenir de la méth. fondée sur l’ex.
(1889), pag. 295. (2) Critica (ed. cit.), vol. II, pag. 214
(Metodologia trascenden- tale). Metti in relazione tale brano con quello
citato nel pre- sente lavoro a pag. 82. 102 La posizione gnoseologica
della matematica trovare secondo la sua maniera (1) il rapporto
della somma dei suoi angoli con l’angolo retto, egli non verrà mai
a capo di nulla. Potrà esaminare finchè vuole il concetto di retta, il
concetto di angolo, il concetto del numero tre, « non troverà mai altre
proprietà che non siano contenute in questi con- cetti ». Ma, provate un
po’ a sottoporre a un mate- matico tale problema, e vedrete quanto
differente sarà il suo modo di trattarlo. « Innanzi tutto egli
comincerà col costruire un triangolo. Poi, sapendo che la somma degli angoli
di un triangolo è uguale a due angoli retti, prolungherà un lato del
suo triangolo, ecc. », nel modo noto. Ora, noi sappiamo, pure dalla
« Critica » (2), che cosa intenda Kant per costruzione di una figura
geometrica, significa cioè: «rappresentare l’oggetto corrispondente
a mezzo dell’immaginazione nell’ intuizione pura o anche in modo
conforme a questa, sulla carta, nel- l’ intuizione empirica », bene
inteso in entrambi i casi in modo del tutto indipendente da
qualunque criterio sperimentale. Oggi infatti non si può più
ritenere seriamente che si possa supporre che sono le figure che danno la
prova nella geometria il cui errore Leibniz si preoccupavadi mettere in
chiaro (3). Soltanto per un processo non sempre lecito di
sostituzione analogica (4) noi possiamo dal caso (1) Ossia secondo
la maniera rigorosamente razionale. (2) Ed. cit., vol. II, pag.
212. (3) Nouveaux Essais, v. alla fine del Cap. I. (4)
Tale processo di sostituzione non figura, è vero, a rigor di termini nel
calcolo infinitesimale, ma questo esula già in certo qual modo dal
rigoroso calcolo aritmetico che non può essere considerato nella sua
purezza che nel numero intero: e ciò sia detto a meno di considerare lo
stesso calcolo infini- tesimale quasi core aritmetizzato riducendo l’
Infinito a un si- stema finito di disuguaglianza dei numeri interi.
Cap. II1. - Il valore del giudizio matematico —103 singolo
del triangolo che si sta esaminando, risa- lire all’enunciazione generica
da cui siamo partiti ed estenderlo a tutte quelle figure che
rispondono ai requisiti della definizione di triangolo. Ciò è nella
geometria in modo forse più palese, ma ciò figura anche nell’aritmetica,
nell’operazione più semplice di essa: nell’addizione. Sostenendo
che: dLQZ=4Z4 î noi, prescindendo dalle considerazioni
kantiane che ci dimostrano che questo concetto di 4 non ci è dato
effettivamente che basandoci su di un giudizio sintetico « a priori »,
che nel caso che stiamo esa- minando — processo sostitutivo nella
matematica — non ci interessa, noi possiamo arrivare alla somma
soltanto dimostrando in antecedenza che: 1+1=2; 2+1=3; 3+1=4
in cui c'è d'altronde il processo sostitutivo. Ma appunto
basandoci su tale esempio possiamo subito osservare che la dimostrazione
riportata, da un punto di vista logico, è da considerarsi come
dubbia: è infatti più un chiarimento, una « verifi- cation », come nota
acutamente il Poincaré in un caso simile per quanto dettato da altri
motivi. Ove poi noi volessimo generalizzare, compito di ogni
ricerca che voglia avere carattere scientifico e com- pito precipuo della
matematica, sostituendo i nu- meri con lettere, noi dovremmo per arrivare
alla dimostrazione — o meglio verifica — che: xtn=y
aver trovato prima, sempre, il valore di: xt+tn_-1) ciò che
in pratica non si verifica, i 104 La posizione gnoseologica
della matematica Basta ricordare il teorema sui numeri primi del-
l’ illustre Fermat, quello stesso Fermat che Pascal considerava come il
più gran geometra di Europa. Egli si era proposto di cercare una formula
che «non contenendo che dei numeri primi, desse di- rettamente un
numero primo maggiore di qualunque numero assegnabile » (1). Il Fermat
credette di poter stabilire che tale numero primo poteva essere
dato dal 2 elevato a potenza (che doveva essa pure essere una
potenza del 2) più l’unità: e infatti Eulero mostrò che ciò cessa di aver
luogo per la 32* po- tenza del 2 (4.294.967.297), numero
praticamente più che sufficiente, ma che logicamente non può
affatto autorizzare la sostituzione letterale che do- vrebbe non
conoscere limiti: nello stesso modo si osserva in Leibniz (2) la
più che sufficienza pratica di fermarsi al nonilione come limite dell’
infinito numerico. Il Fermat fu inoltre il primo ad ammet- tere che
la sua non era una « dimostrazione » (3). . Così ad es. ove si sia
mostrato che: 5H+7=12 7+5=12 | (b+7)=(7+5) in
matematica veniamo senz’ altro alla conclu- sione che
2+y=y+x agendo puramente per sostituzione. Questa ha in-
dubbiamente incalcolabile efficacia scientifica, nè (1) P. S.
LAPLACE, Essai philosophique sur les probalités, II, pag. 86 segg.
(Paris, 1921). (2) Nouv. Essais, II, 16, pag. 113 (Flammarion ed.).
(3) Anche degli studi del Fermat fu fatta un’edizione com- pleta:
Oeuvres de Fermat, Tannery-Henry ed. Cap. III. - Il valore del
giudizio matematico 105 da un punto di vista logico può essere
considerata come puro e semplice arbitrio, ma certo non pos- siamo
vedere in essa quello scrupolo che una mente prettamente logica potrebbe
pretendere. Del tutto arbitrario il procedimento sostitutivo non è,
in quanto negli esempii citati vi è indubbiamente del- l’analisi
nel verificare perchè 2 + 2 —4, e della sintesi (v. Kant) nel numero 4 da
noi introdotto ; ma certo il lato logico di tale procedimento è in-
dizio di una logica tutta particolare della matema- tica e che non
potrebbe in alcun modo estendersi al campo dell’ indagine puramente
concettuale della metafisica. o $ 11. II valore
convenzionale e relativo del giudizio matematico (1). — Ma ciò non basta
per rispondere esaurientemente alla obbiezione che, basandoci sui
principii sintetici « a priori » della matematica, secondo Kant, si
potrebbe rivolgerci, in quanto che tale mondo della matematica,
anche se non atto a soddisfare la nostra tendenza all’as- soluto
metafisico — e in ciò, come si vede, non ci si allontanerebbe affatto da
Kant, in quanto anche (1) Cenni bibliografici: RusseLL, Essai sur
les fondements de la géométrie (tr. fr., Paris, Gauthier-Villars, 1901);
CHasLESs, Apergu historique sur l’origine et le développement des
mé- thodes en géométrie (Bruxelles, 1837); BELTRAMI, Saggio di
interpretazione della geometria non euclidea (1865); BaRr- BARIN, La
géomeétrie non euclidienne (Paris, Gauthier-Villars); D. M. Y.
SOMMERVILLE, The Elements of now-euclidean geo- metrie (London, Bellaud
Sons). Dello stesso A. di somma utilità è la: Bibliography of
non- euclidean geometrie, including the theorie of parallels, the
foundations of geometry and space of n dimensions (London, Harrison and
Sons); Mac-LEoD, Introduction à la géométrie non euclidienne (Paris,
Hermann, 1922). 106 La posizione gnoseologica della
matematica per lui le verità matematiche hanno valore
soltanto per la realtà sensibile e non per la vera realtà, per la
cosa in sè — sarebbe pur sempre un mondo non ipotetico come viceversa
abbiamo più sopra soste- nuto. Vediamo un po’ da vicino la questione
che è di tale importanza da meritare il più attento esame. I
giudizii sintetici « a priori » di Kant sarebbero rimasti, nel campo
della matematica, incondizio- natamente dominatori, se non fossero sorti
nel seno ‘stesso della matematica, obbiezioni sulla loro vali- dità
universale e necessaria. Possiamo dire subito come l’importanza di questo
recentissimo indirizzo matematico — la metageometria — sia stato
esa- gerato non tanto dalla ricerca spassionatamente scientifica
dei suoi principali esponenti, quanto dal carattere polemico di alcuni
studii che senz'altro credettero di poter ravvisare in essa la tomba
della dottrina kantiana dell’apriorità. Ciò è errato, e su ciò
abbiamo troppo a lungo insistito per tornarci sopra: l’origine delle
verità matematiche non può essere che aprioristica, nè la metageometria
pre- tende di sostenere il contrario. Nè tutto in essa è nuovo di
zecca. È riconosciuto che lo stesso Kant già avesse preveduto (1) la
possibilità di future infinite geometrie ammissibili in astratto;
forse nello stesso Aristotele (2) si riscontrano allusioni che ci
potrebbero far credere all’esistenza di pen- satori che fin d’allora
mettessero in dubbio il'va- lore complessivo dei principii scientifici e
logici, senza esclusione nemmeno di quelli matematici. (1)
Cfr. al riguardo il Commento ai Prolegomeni del Marti- netti, pag. 240,
riferendosi ai Gedanken von der wahren Scatzung der lebendigen Kréafte,
scritto da Kant a 22 anni. (2) Cfr. F. ENRIQUES, Il concetto della
logica dimostrativa secondo Aristotele, in Riv. di Filosofia, gennaio
1918. Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 107
Malgrado queste numerose e antichissime traccie, la metageometria
soltanto ai giorni nostri è venuta assumendo la sua piena espressione
critica (1). E ciò non tanto per il naturale progresso proprio di
ogni scienza e quindi anche della matematica, ma per una particolare
evoluzione del nostro pensiero a tendere sempre più verso la logica più
rigorosa. C° è nella nostra volontà conoscitiva di questi ultimi
tempi una sempre più intensa esigenza che la porta ad uno scrupolo sempre
maggiore nel controllare qualsiasi nozione prima di essere ammessa :
verità che gli antichi accettavano senz’altro, sembrano oggi da
esaminarsi con riserbo. L’intuizione va cioè man mano diminuendo
d’importanza, non tanto nell’ acquisizione di nuove nozioni, quanto
nell’accettazione incondizionata di esse. Non so se lo sviluppo
della logica considerata come scienza a sè stante, sia più manifesto
dello sviluppo di altre discipline, ma credo si possa con sicurezza
affermare che anche se le inutili sotti- gliezze dei teorici della
logica, non hanno raggiunto un particolare miglioramento d’espressione,
questo può senza dubbio verificarsi nella sempre più ri- guardosa
prudenza che lo studioso è andato acqui- stando e che lo fa rimanere
dubbioso prima di poter dichiarare: sì questo è vero. Sotto
questo punto di vista sembra che il pen- siero moderno si differenzi dall’antico
in quanto alla affermazione di « evidenza » di questo, risponde
(1) V. le opere fondamentali dei suoi fondatori: B. RIEMANN,
OQuvres mathématiques (Paris, 1898), tr. fr. de L. Laugel; LOBATCHEFSKI,
Pangéomeétrie ou théorie générale des paralléles suivie des opinions de
D’Alembert sur le méme sujet et d’une discussion sur la ligne droite
entre Fourier et Monge (tr. fr., Paris, Gauthier-Villars).
108 La posizione gnoseologica della matematica con maggior calma:
adagio, prima ragioniamo, vediamo se tutte le strade sono state tentate e
se nulla possiamo aggiungere a quelle già battute; cerchiamo di
vedere, se non altro; se non possiamo ammettere in alcun caso l’ipotesi
contraria. In questa posizione rispettiva dei due pensieri il
moderno ha naturalmente una grande prevalenza, non soltanto iniziale,
sull’altro. Ciò per due ragioni: in primo luogo in quanto anche se
l’ipotesi contraria non può essere sostenibile, non per questo
possiamo contare: con sicurezza su quella primiera, tranne nel caso
che l’ipotesi in questione sia veramente dilemmatica, il che non sempre
è: l’ idealismo tra- scendentale ci offre in filosofia un esempio
chiaris- simo di tale supposizione dilemmatica. Segnata- mente
Fichte e Schelling credettero di poter vedere soltanto una via alla
soluzione della cosa in sè: far derivare il mondo esterno dal soggetto;
ciò che li portò molto, troppo lontani nelle conseguenze. In
secondo luogo, in quanto il pensiero moderno può basarsi su
quell’esperienza millenaria che ha potuto sempre maggiormente porre in
luce che altre verità intuitive ritenute per secoli evidenti e
indi- mostrabili, sono state col tempo dimostrate o, peggio, sono
col tempo cadute. Su tali più solide basi la metageometria è
venuta a formare, oggi, una nuova scienza, che, in quanto « scienza
», possiamo ancora considerare agli inizii e in cui figurano perciò gravi
lacune che non sa- ranno facili a colmare; ma essa ha pur sempre
portato notevole contributo alla questione. della apriorità del principio
e del valore del giudizio matematico fornendo a questa nuovi elementi
e fissandone i limiti. La metageometria si limita soltanto a
sostenere Cap. 1II. - Il valore del giudizio matematico 109
il carattere puramente convenzionale del. mondo geometrico
euclideo: la geometria euclidea è stata da noi «scelta» unicamente perchè
essa è per noi la più vantaggiosa, ed anche — la metageometria lo
riconosce — la più vicina alla nostra naturale intuizione spaziale. Il Poincaré
sostiene nettamente che la geometria euclidea è e sarà sempre « la
plus commode », intendendo appunto con tale espres- sione di
stabilire che essa è la più vicina alla nostra diretta sensibilità
spaziale. Essa infatti è la più semplice non già soltanto in seguito alla
nostra abitudine « ou de je ne sais quelle intuition directe de
l’espace euclidien », ma anche in se stessa con- siderata, nello stesso
modo e per le stesse ragioni per le quali un polinomio di 1° grado è più
sem- plice di un polinomio di 2° grado, e così via. Inoltre,
continua il Poincaré, la geometria euclidea « si ac- corda assai bene con
le proprietà dei solidi natu- rali » di cui ci serviamo Der fare i nostri
strumenti di misura (1). La metageometria si ciarda bene,
così stando le cose, dall’affermare che per questo i giudizii mate-
. matici verrebbero ad avere un’origine sperimentale, empirica. La
indipendenza della matematica dalla esperienza viene anzi ripetutamente
affermata, esplicitamente o non, da tutti i migliori rappre-
sentanti di tale indirizzo geometrico-critico; ma . anche ove
l’affermazione categorica mancasse, essa sarebbe pur sempre la
conseguenza indispensabile della tesi metageometrica del non poter essere
con- siderato. lo spazio come fattore sperimentale, come vedremo
trattando della terza dimensione. (1) H. PoIiNcaRÉ, La Science et
l’ Hypothese. La metageometria segna così un nuovo elemento a favore
della dottrina idealistica: più specificata- mente, per quanto riguarda
il punto fondamentale che interessa all’idealismo in questo
argomento, il punto in cui Kant si solleva decisamente sul-
l’empirismo di Hume, possiamo dire che essa segna una specie di prova, di
controllo a favore di Kant precisamente contro Hume. Si sa come Kant
rim- proveri a Hume di aver attribuito al giudizio mate- matico un
carattere esclusivamente analitico; ma ciò — più che da un’errata
interpretazione di Kant al riguardo — dipende dall’aver Kant voluto
attri- buire a Hume la propria terminologia. Hume pone infatti la
matematica nella conoscenza dimostrativa (copia d’impressioni), in quella
conoscenza cioè che è basata nella filosofia dell’empirico scozzese
sul principio di « somiglianza e contrasto ». Questo ci dà, sempre
secondo Hume, una certa sicurezza conoscitiva, ma questa sicurezza è quanto
mai mo- desta: si limita in fondo a dirci che noi possiamo venire a
sapere se una cosa è uguale o differente da un’ altra. Ma tale principio
di somiglianza e contrasto è in fondo il vecchio principio di con-
traddizione: ora, il principio di contraddizione è da Kant posto a base
dei giudizii analitici: esso figura, è vero, anche nei giudizii
sintetici; ma allora non è più solo; vi si trova con il principio
di causa, ecc. Escluso il principio di causa da Hume, o meglio
ridotto esso ad una pura e semplice suc- cessione temporale, ne viene che
la conoscenza dimostrativa, e quindi la matematica che è posta in
essa, poggia soltanto sul principio di somiglianza e contrasto. Quindi
secondo la terminologia kan- tiana i giudizii di essa non potevano essere
che Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 111
analitici nella dottrina di Hume (1). Questi in ogni modo,
indipendentemente dal carattere sintetico o analitico delle proporzioni
matematiche, venne im- plicitamente a porre sull’esperienza, il
fondamento delle proporzioni medesime; concezione che pos- siamo
d’altra parte trovare in diversi altri pensa- tori, come ad es. in Wolff
e discepoli. Soltanto, viene molto naturale osservare a
questo proposito come, riconoscendo l’apriorità dei prin- cipii della
matematica, ma attribuendo a tale aprio- rità valore puramente e
semplicemente convenzio- nale, si viene ad ammettere il punto di
partenza della dottrina kantiana, ma a negarne le conse- guenze, a
negare cioè che i principii stessi abbiano valore universale e
necessario. In altre parole la natura delle scienze matematiche viene ad
essere notevolmente modificata non già nella natura non
sperimentale dei suoi punti di partenza, ma nelle ‘ conclusioni.
Intendiamoci bene: Kant non si è mai stancato di ripetere, nè
diversamente poteva essere dato il suo realismo gnoseologico, che le
verità matema- tiche non potevano riguardare che la realtà sen-
sibile. Ove a Kant si fosse obbiettato che con (1) Non sono quindi
in tutto del parere di Martinetti che trova in Kant un’errata
interpretazione di Hume al riguardo (cfr. il suo Commento ai Prolegomeni,
pag. 215). Non è che Kant attribuisca a Hume di avere scritto in qualche
parte che il metodo matematico consiste «in un’analisi pura e
semplice di concetti», ma soltanto per l’identificazione del
principio humiano della «somiglianza e contrasto » con il principio
di contraddizione, e per aver posto esclusivamente questo stesso
principio (escludendone la causalità) a base di quella conoscenza
dimostrativa della quale fa parte, nella dottrina di Hume, la matematica,
la quale veniva così di conseguenza ad esser, in linguaggio kantiano,
analitica. 112 La posizione gnoseologica della matematica
modificazioni adatte del mondo ambiente — in quelle diverse ipotesi che
si potrebbero prospet- tare in merito e che sono, indubbiamente
molto numerose — il soggetto conoscente sarebbe addi- venuto ad
un'intuizione spaziale in cui la geo- metria euclidea non sarebbe forse
stata concepita neppure come ipotesi possibile in astratto, Kant
avrebbe con tutta tranquillità potuto rispondere ch’egli si interessava
soltanto di questo nostro mondo e che sarebbe opera da sognatore
l’aspi- rare alla realtà assoluta; ma, egli avrebbe ag- giunto,
dato questo nostro mondo, i giudizii ma- tematici sono insindacabili ed
hanno valore universale e necessario : anche se in avvenire noi
potremo arrivare a immaginare non una, ma mille geometrie diverse dalla
euclidea, questa sol- tanto potrà rispondere alle nostre esigenze
col "darci nozioni tali da permettere la necessità e
l’universalità dei nostri giudizii, perchè soltanto l’ euclidea può
essere la nostra geometria per l'identità della sua con la nostra
naturale intuizione dello spazio (1). | L’idealismo più rigoroso
posto di fronte a tale questione, non modificherebbe gran che la
risposta di Kant. Per conto mio, ove ritenessi di potere accettare
incondizionatamente i principii sintetici «a priori » della matematica e
quindi la necessità e universalità dei suoi giudizii, credo si
potrebbe osservare che, senza dubbio per ragioni differenti. da
quelle realistiche cui tiene fermo Kant, si do- vrebbe arrivare alla
stessa conclusione che il (1) Svolgeremo tale argomento
particolare più innanzi trat- tando della III dimensione dello spazio.
(Capitolo IV di questo libro). Y Cap. III.
-"Il valore del giudizio matematico 113 valore del giudizio
matematico (come abbiamo già accennato nel cap. II) non può andare al
di là della realtà sensibile, in quanto basato su quelle che sono
appunto le forme indispensabili della conoscenza sensibile — tempo e
spazio — ma che soltanto limitatamente ad essa hanno ra- gione di
essere. Evidentemente qualunque verità assoluta o che tende all’assoluto
non può che prescindere da tutto quanto può avere attinenza col
senso e quindi essere del tutto indipendente dal tempo e dallo spazio,
risultato che può essere conseguito soltanto basandosi: sulla pura
forma della razionalità: la logica. Perciò ove potessi
ammettere incondizionata- mente la validità dei giudizii sintetici «a
priori », verrei alla conclusione che la matematica corri- sponde
in certo qual modo nella conoscenza sen- sibile a quello che è la logica
nella conoscenza razionale: il tempo e lo spazio, che sono partico-
larmente proprii della aritmetica e della geometria, hanno nella
conoscenza sensibile la stessa funzione che hanno nella conoscenza
razionale la contrad- dizione e l’ identità (1), che sono
particolarmente proprie della logica. La relazione non deve
naturalmente esser presa alla lettera in quanto da quello che precede
ab- biamo veduto (2) che la logica influenza ogni disciplina e
segnatamente la matematica, e che questa ci dà nuove nozioni, cosa che la
logica non può mai fare; ma la relazione stessa può a grandi linee
essere posta come sopra in modo quasi proporzionale, e cioè: la matematica
sta | alla conoscenza sensibile come la logica sta alla conoscenza
razionale. $ 12. Concezione intermedia del valore del
giudizio matematico. — Tutto ciò però accettando incondizionatamente i
principii sintetici «a priori» della matematica come fossero parte
essenziale, insita nel nostro intelletto; come essi fossero tutti e
del tutto estranei a qualunque supposizione provvisoria. Ora,
a tale proposito mi sembra che la via mediana possa considerarsi quella
più rispondente alla verità. Escludendo, come abbiamo
accennato e come svolgeremo meglio nel cap. IV, quello che molti
vorrebbero (Helmholtz), e cioè che la metageo- metria abbia senz’altro
annullato il valore della dottrina kantiana sull’ argomento, non ci
pare possa senz'altro concludersi che la dottrina kan- tiana esca
intatta dall’arduo cimento, per lo meno per quanto riguarda i
particolari. In ogni modo, indipendentemente dalla metageometria e
senza per nulla diminuire l’ importanza dei principii matematici,
noi abbiamo già veduto come Leibniz considerasse implicitamente ipotetica
la posizione di detti principii: come anzi plaudesse a tale me-
todo come all’unico che partendo da poche pre- messe, non certo in
contraddizione con la nostra ragione anche se non del tutto innate in
essa, sia arrivato a quelle mirabili ed efficacissime costru- zioni
che tutti sanno: qualunque possa essere la nostra opinione sulla
matematica dal punto di vista gnoseologico, noi la consideriamo sempre
— per dirla col Paulsen, che così interpreta il Cap. III. - Il
valore del giudizio matematico 116 pensiero kantiano — « la più
sicura e meno oscil- lante delle scienze » (1). La
metageometria ha portato cioè per il filosofo una rivoluzione molto meno
profonda di quello che possa sembrare a prima vista. Ora è precisa-
mente da un punto di vista essenzialmente filo- sofico che mi pare si
potrebbe arrivare a conclu- dere che se è vera l’apriorità del principio
e l’ intuizionismo del procedimento matematico, è soltanto
parzialmente vero che i suoi assiomi siano già in noi quasi quali
principii innati. È cioè necessario distinguere in tali assiomi:
alcuni sono effettivamente insindacabili, generali e di essi noi non
possiamo nemmeno concepire il con- trario, ed essi sarebbero sempre,
indipendentemente dall’ambiente e dalle circostanze. Su tali
principii, evidentemente non proprii soltanto dell’apriorità
inatematica, questa scienza ha avuto pur sempre il merito — e Kant di
porlo in rilievo — di ap- poggiarsi in modo più rigoroso che
qualunque altra. Per questa ragione la matematica non può essere
posta in dubbio da alcuno e per tale ra- gione mi è sembrato. possibile
considerarla come la più alta espressione della conoscenza
sensibile. Ma è bene specificare che cosa s’ intenda per
evidenza. Per evidente mi sembra non si debba poter intendere altro che
una proposizione il cui contrario è inconcepibile, non già nel senso che
il Richard (2) vuole attribuire al significato di (1) F. PauLSEN,
Kant (tr. it.), pag. 131. (2) Op. cit., pag.
91-92. Lo stesso inconveniente trovasi in CoururaT, Les principes des
mathématiques (in Revue de Math., 1904, pag. 24). Anche per il Couturat
la parola «a evi- dente » ha un campo d'azione puramente soggettivo e
psicolo- 116 La posizione gnoseologica della matematica
tale parola in Descartes, in quanto per evidente non mi sembra
affatto possa intendersi mai qualche cosa di subbiettivo e che si possa
comunque inter- pretare che Descartes in tal modo l’intenda: un
tale non può convincermi che per lui è eviden- tissimo che A + B sia
minore di A. Vi è quindi un’ evidenza perfettamente obbiettiva anche
nei principii fondamentali. È cioè per tutti noi incon- cepibile
che A + B sia minore di 4; ma anche qui dobbiamo andare guardinghi. Non
dobbiamo cioè non distinguere, come ci fa osservare il Masci (1),
l’inconcepibilità con « altri stadi men- tali che potrebbero confondersi
con essa, cioè con l’incredibilità e con l’impossibilità di rap- |
presentarsi una qualche cosa ». L’inconcepibile è — mi si passi la parola
— più che l’incredi- bile che è soltanto « ciò che è contrario
all’espe- rienza e alle sue leggi ». Così per ripetere l’esempio
del Masci, noi non potremmo oggi credere « che un. proiettile dall’
Inghilterra vada a cadere in Giappone » ma la cosa non è affatto
inconcepibile. Aggiungerò per conto mio che da un punto di vista
gnoseologico l’inconcepibilità è assoluta, mentre l’incredibilità è
relativa. gico e perciò estraneo alla logica. Questa è nel
Couturat una semplice allusione buttata là senza importanza, quasi come
ve- rità ormai fuori discussione ; essa eserciterà invece
un’influenza non trascurabile sul successivo svolgersi dei suoi Principes
in quanto l’evidenza del principio «a priori» — evidenza consi-
derata obbiettivamente — non potrà essergli certo di ostacolo nel venire
a considerare, più o meno esplicitamente, come con- venzionali quei
principii fondamentali della matematica, posti come indimostrabili, e dai
quali dovranno dedursi le altre verità di tale scienza. (4)
F. Masci, Pensiero e Conoscenza, pag. 83 (Torino, 1922). Cap. III.
- Il valore del giudizio matematico 117 Meno interessante è per il
nostro particolare punto di vista la distinzione fra inconcepibilità
e impossibilità di rappresentare per la quale riman- diamo il
lettore all’opera citata (pag. 33). Chiarito così il significato
della parola inconce- pibilità ci sarà facile comprendere come
l’evidenza in genere può essere effetto di una dimostrazione e sarà
allora la rigorosa deduzione da una verità nota di una nuova verità: di
tale evidenza non è questione trattando dei principii fondamentali
« a priori »; oppure potrà essere un’evidenza im- plicita in una
proposizione nel suo stesso enun- ciarsi ed allora dovrà avere la stessa
obbiettività e la stessa universalità di qualunque proposi- zione
dimostrata. Sono questi gli assiomi propria- mente detti. Ma
vi sono però altri principii posti come indi- mostrabili dalla
matematica, che non sono insiti di per se stessi nel nostro intelletto,
che non sono incondizionatamente veri, ma che la mate- matica ha
soltanto ipostasizzato per potere effica- cemente proseguire. (Questi
principii sono stati dalla matematica stessa soltanto
provvisoriamente posti come indimostrabili, e prova ne sia che in
tutti i tempi si possono riscontrare nobili fatiche di matematici —
sforzi coronati di frequente da felice risultato — tendenti a dimostrare
precedenti proposizioni assunte come evidenti. Lo stesso po-
stulato famoso di Euclide: « per un punto sì può far passare una
parallela a una retta data e una soltanto », è stato oggetto di queste
indagini, e malgrado l’ insuccesso di questi tentativi, in questo
caso particolare, è pur sempre degno di nota come il bisogno del nostro
pensiero di una sempre mag- giore sicurezza conoscitiva si sia spinto
fino al 118 La posizione gnoseologica della matematica
presupposto tipico della massima parte delle pro- posizioni della
nostra geometria. È nota la pole- mica intorno a questo postulato (il
quinto) (1) di Euclide. (4) Figura in alcune opere come l’XI
assioma. Come tale è considerato ad es. dal Masci, Pensiero e Conoscenza
(Torino, 1922) a pag. 184. È però ora ritenuto ‘dalla totalità dei
matematici come il V postulato. La precisa formulazione di questo
postulato non è quella sopra enunciata, ma bensì quella scritta alla fine
di questa nota. L’identificazione del V postu- lato come fu enunciato da
Euclide con quello sopra citato (detto propriamente postulato « delle
parallele ») risulta evidente met- tendo in relazione il V postulato
propriamente detto, con la definizione di rette parallele (33 degli
Elementi). Interessante è ciò che dice lo
ZEUTHEN: Histoire des Mathé- matiques dans l’antiquité et le moyen age
(tr. fr., Paris, 1902), pag. 98: «Les constructions qui doivent servir à
com- poser toutes les autres, d’aprés ces postulats (quelli di
Euclide) sont celles qui on exécute pratiquement avec la règle et
le compas, mais on se tromperait cependant si l’on voulait envi-
sager les postulats à cet unique point de vue: entre autres faits, les
deux derniers postulats ne seraient point alors à leur vraie place, et
c’est la raison méme, qui, de très bonne heure déjà, fit commettre à des
èditeurs la faute qui consiste d ranger ces postulats parmi les arxiomes
1. Per
meglio intenderci su questo punto e su altri che even- tualmente
potessero in seguito presentarsi al nostro esame, ri- cordo qui gli
assiomi e i postulati di Euclide (I libro) secondo la classica edizione
curata da Heiberg: Euclidis opera omnia, (J. L. Heiberg, Leipzig,
1883-1905). Assiomi: I. Le grandezze uguali ad una stessa
grandezza sono uguali fra loro; II. Se a grandezze uguali si
aggiungono grandezze uguali, si hanno risultati uguali; III. Se da
grandezze uguali si sottraggono grandezze uguali si hanno risultati
uguali; IV. Il tutto è maggiore di una sua parte; V. Le grandezze
che coincidono sono uguali. Postulati: I. Fra due punti si
può sempre tirare una retta; II. Un segmento di retta si può prolungare
all'infinito tanto dall’una quanto dall’altra parte; III. Si può sempre
descrivere una circonferenza che passi per un punto dato e avente
per Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 119
È desso la colonna della geometria euclidea (per lo meno dopo il 29°
teorema), ma ne è anche il suo tallone d’Achille. Proclo ci riferisce
degli sforzi fatti dagli antichi per la dimostrazione di esso: egli
medesimo ce ne dà un saggio perso- nale giudicato d’altronde dai
competenti come molto modesto. Lo stesso dicasi degli Arabi. Indi-
pendentemente da ogni altra considerazione, è certo quanto mai
significativo il fatto che mai come intorno al postulato delle parallele
si siano sbizzarriti i più significativi ingegni matematici di
tutti i tempi e che soltanto ai giorni nostri può considerarsi chiusa la
polemica intorno alla sua dimostrabilità per le recenti affermazioni della
metageometria e per gl’infruttuosi tentativi di dimostrazioni del Gauss
(1811) (1) influenzati alla loro volta dalle diligenti indagini che quasi
un secolo prima erano state portate a rinnovato lustro — furono in
ogni tempo fatti tentativi al riguardo — nelle fatiche di Legendre, di
Wallis e di Sac- cheri (2). centro un punto dato; IV. Tutti
gli angoli retti sono uguali fra loro; V. Se una linea retta, che ne
taglia altre due, forma dallo stesso lato degli angoli interni la cui
somma sia minore di due retti, le due ultime linee citate si taglieranno
sui loro prolungamenti dalla parte nella quale la somma degli angoli
è inferiore a due retti. (1) G. B.
HaLsTED, Gauss and the non euclidean geometry (in Science). La bibliografia sul V
postulato basterebbe da sola a riem- pire un volume: accenno soltanto a
qualcuna nel caso il lettore voglia approfondire questo argomento
particolare : I.H. LAMBERT, Theorie der Parallellinien (in Magaz. f. d.
reine u. angew.. Math.), Leipzig, 1786; ENGEL UND STAECKEL, Theorie der
Pa- rallellinien von Euclid his auf Gauss; D. HILBERT, Grund- lagen
der Geometrie (III ed., Leipzig, 1909); LORIA, Il pas- 120 La
posizione gnoseologioa della matematica Per quanto riguarda specificatamente
quest’ul- timo, l’importanza della sua opera di studioso in merito
al postulato delle parallele non potrebbe essere esagerata. In tali
tentativi di dimostrazione Young, Vailati, Segre, Enriques vedono
nettamente i segni precursori della metageometria moderna. Lo Young
non pecca al riguardo di una soverchia precisione cronologica, in quanto
l’avere lo scritto più importante del Saccheri veduto la luce il
1733 (l’anno stesso della morte del ‘suo A.) non può evidentemente
significare che il gesuita italiano ebbe a svolgere la sua attività di
studioso intorno al 1733: a meno che proprio soltanto gli ultimi
mesi di sua vita il nostro matematico si sia messo a lavorare; ma di tale
particolare non parla, ch’ io sappia, alcuna cronaca del tempo, nè alcuno
studio di poi. Fatto sta ed è che un’altra operetta del Sac- cheri
fu pubblicata a Torino nel 1697 con il titolo di « Logica demonstrativa »
(1). Più importante ad ogni modo per noi e, credo, per tutti,
è il suo « Euclides ab omni naevo vin- dicatus » (2). In questo libro il
tentativo di dimo- sato e il presente delle principali teorie
geometriche ; R. Bo- NOLA, La geometria non euclidea, Esposizione
storico-critica del suo sviluppo (Bologna, 1906); RicHaRD, Sur la
philosophie des mathématiques (Chap. III);
L. Roucier, La philosophie géom. de H. Poincaré (Chap. II, II); ZEUTHEN, Hist.
d. mante: matiques (tr. fr.), pag. 110-114. (1) Una copia di
tale edizione esiste tuttora — ci rende noto I’ Enriques — nella
Biblioteca Vittorio Emanuele in Roma. No- tizie particolari su la Zogica
demonstrativa potrai trovare in un articolo del Vailati (in Rivista di
filosofia, 1903, n. 4), ri- stampata in Scritti, pag. 477 segg.
(2) Tradotto in italiano dal Boccardini con il titolo di: Euclide
emendato (Milano, Hoepli, 1904). Il titolo preciso e completo dell’opera
originaria è : Euclides ab omni naevo vindicatus: Cap. III. - Il
valore del giudizio matematico 191 strazione del V postulato è,
per la prima volta, fatto con quel procedimento — d’altra parte già
adottato dallo stesso Saccheri nella sua « Logica» — della reductio ad
absurdum. Ricordiamo tutti in che cosa consista: porre in luce che il
non ammettere la proposizione che si deve dimostrare vera, ci
porterebbe ad una contraddizione con una proposizione precedentemente
riconosciuta vera. È un procedimento come si vede che si riconnette
con il principio di contraddizione e perciò incon- dizionatamente
accettato dai matematici di tutti i tempi (una traccia di esso troviamo
già in Eu- ‘ clide, IX, 12) e perciò molto spesso adottato dai
filosofi — Socrate ne usava volentieri — ma che, malgrado tutti i suoi
pregi indiscutibili e la sua azione sicura nel mettere l’ipotetico
avversario con le spalle al muro, lascia nel logico che lo adopera
un senso di relativa soddisfazione. Pro- cedimento ricco di risultati
d'altronde : attenendosi ad esso il Lobatchefski arrivò alle sue
meravi- gliose costruzioni di geometria non euclidea (1). È
d’altronde risaputo che sempre si sentì il bisogno di marcare la
differenza fra assiomi e po- stulati: Euclide stesso con il darcene due
elenchi nettamente distinti e separati. Le differenze di tale
distinzione dipendono soltanto dalla diversità ‘ del punto di vista sotto
il quale i principii mede- simi vengono considerati. sive
conatus geomeiricus quo stabiliantur prima ipsa uni- versae geometriae
principia (Milano, 1733). (1) N. S.
LOBATCHEFSKI, Pangéomeétrie ou Théorie générale des paralleéles, suivie
des opinions de D° Alembert sur le méme sujet et d’une discussion sur la
ligne droite entre Fourier et Monge (Paris, Gauthier-Villars). Cfr. pure F. EngEL, U.
I. Lo- bachefsky: Zwei geometriche Abhandlungen (Leipzig, 1898).
129 La posizione gnoseologica della matematica Fra tali
caratteri differenziali il più semplice e il più convincente per noi, per
quanto non bene accetto in generale ai matematici in causa della
sua non precisa determinazione tecnica, è quello dell’evidenza, maggiore
negli assiomi che nei po- stulati. Si è già accennato come invece
l’evidenza può essere un criterio di per se stesso sufficien-
temente rigoroso. Sotto tale aspetto troviamo già in Proclo una
distinzione fra gli assiomi e i po- stulati; ma su di essa nori possiamo
basarci perchè altre distinzioni seguono nello stesso storico ma-
tematico per la classificazione dei principii fonda- mentali in assiomi e
postulati. Chi voglia su questo punto maggiori schiarimenti può
consultare l’espo- sizione del Vailati al III Congresso internazionale
di matematica (Heidelberg, 1904) (1). Io mi fermo al criterio di
maggiore o minore evidenza perchè esso mi sembra il più rispondente
al nostro punto di vista. Considerando l’evidenza secondo fu sopra
esposto, non possono nascere equivoci intorno alla sua interpretazione:
l’incon- cepibilità del contrario e il carattere assoluto di essa è
proprio degli assiomi; l’incredibilità del contrario e il carattere
relativo di essa è proprio dei postulati. (1) Oppure in
Scritti, pag. 547-552 (CXXII. — Intorno al significato della differenza
fra gli assiomi e î postulati nella geometria greca). Cfr. inoltre:
ZEUTHEN, Historie des mathe- matiques (tr. fr., pag. 92-114); ENRIQUES,
Per la storia della logica(pag.19-30); Loria, Le scienze esatte
nell'antica Grecia (Milano, Hoepli); Guida allo studio d. storia d. mat. (Milano,
1916); CANTON, Geschichte der mathematik, I (Leipzig, 1880); Simon,
Geschichte der mathem. im altertum (Berlin, 1909) ; MILHAUD, Les
philosophes géométres de la Greéce (Paris, 1900); HouEeLr, Essai critique
sur les principes fondamentaux de la géometrie (Paris, I ed.,
1867). Cap. III. - Il valore del giudizio matematico
193 Appunto il carattere relativo e condizionato di questi
ultimi può permetterci dei dubbii sulla loro apriorità (in senso
kantiano) e spiega quella con- venzionalità parziale che noi troveremo in
essi e in certo qual modo potrà giustificare quella con-
venzionalità totale che non pochi matematici mo- . derni — e non certo
fra i meno illustri — crede- ranno di potere incondizionatamente
affermare nei principii fondamentali della matematica. Come
si vede la mia tesi di una parziale con- . venzionalità di alcuni
principii fondamentali è quanto mai limitata. Essa differisce
profondamente da quella di Locke, al quale a ragione il Leibniz
rimprovera di supporre che gli assiomi stessi siano stati ammessi così,
quasi senz’alcun fondamento, quasi «gratuitamente ». Certo anche quei
principii che abbiamo considerato come effettivamente in- nati, non
si sono presentati al nostro spirito originariamente nella loro precisa
formulazione scientifica; ma ciò non toglie nulla alla loro chia-
rezza: è anzi sommamente lodevole che alla pre- cisa espressione loro si
sia addivenuti. Soltanto, l’obbiezione di Filalete a Teofilo (« Non è
forse dannoso autorizzare supposizioni sotto il pretesto di
assiomi? ») (1) mantiene, malgrado la risposta di Teofilo, la sua ragione
di essere. Una parte di tali principii conserva la sua ipostasizzazione
con- venzionale, la quale non puf, essere giustificata, come fa in
fondo Leibniz*- «non ricorrendo al suo carattere utilitario prov $° * ;g:
nè i matema- tici moderni si comportano ‘15° ssrmente. Per
precisare meglio in b®‘& quanto sopra: fanno parte della prima
categéria di tali proposi- (1) LeIBNIZ, Nouv. Ess., IV, cap.
12. 124 È. La posizione gnoseologica della matematica
zioni (cioè principii spogli di qualunque carattere ipotetico) verità
come queste: A= A ra a <A e così via. Verità
che, come si vede, sono tali da ricordarci la frase di Platone nel
Teeteto: « nem- meno in sogno hai osato sussurrare a te stesso che
il dispari è pari », e quanto Pascal ebbe a dirci consigliandoci « di non
accingerci nemmeno a tentare di dimostrare alcuna cosa che sia tal-
mente evidente per. se stessa che nulla vi sia di più chiaro per poterla
dimostrare e provare ». Fanno parte della seconda categoria (in cui
è insito cioè un carattere ipotetico) alcuni di quei principii che
sono proprii particolarmente della geometria, come ad esempio:
« Per due punti dello spazio può sempre pas- sare una retta data e
una soltanto »; « La retta è il più breve spazio fra 2 punti » ;
principio questo ad es. che pare già lo stesso Archimede non considerasse
altro che un’assun- zione, un’ammissione (\apBavépeva) (1).
Kant stesso si accorse che una differenza fonda- mentale esisteva
fra le due categorie di giudizii da noi citati. Soltanto, preoccupato di
vedere ogni (4) Archimedis opera smnia cum commentariis
Eutocii. Ed. Heiberg, 19410, Lipsia. (Cfr. in ENRIQUES, Per la storia
della logica, pag. 25, 26). L’egizione
inglese sul testo di Heiberg fu curata da T. L. HEAT, Th thirteen books
of Euclid's Elements, translated from the text of Heiberg with
Introduction and Commentary (3 vols., Cambridge, 1908). Vedi pure a cura
dello stesso Heat: The Works of Archimedis (Cambridge, 1897). Cap.
III. - Il valore del giudizio matematico 195 differenza
fondamentale dei giudizii in genere nel loro carattere sintetico o
analitico, venne senz'altro a fissare la differente natura fra le due
categorie di giudizii da noi accennati, all’essere quelli della .
prima categoria (4= A ecc.) « analitici », venendo così ad escludere
precisamente quei principii che pur non essendo proprii soltanto della
matematica, ad essi portano indubbiamente grande vantaggio per
quanto ha attinenza alla incondizionata obbiet- tività dei suoi assiomi.
Giudizii simili a quelli da noi posti nella prima categoria
apparterrebbero infatti, secondo Kant, a quel « piccolo numero di
giudizii supposti dai geometri » che sono contra- riamente ai noti
esempii da lui precedentemente esaminati, « realmente analitici ed hanno
la loro base sul principio di contraddizione » (1). $ 13.
L’essere e il dover essere della mate- matica. — Non è qui il caso di
discutere l’oppor- tunità o meno del criterio generale cui Kant si
è attenuto nella divisione dei giudizii in sintetici ed analitici.
Innanzi tutto le nostre considerazioni in merito non potrebbero che molto
indirettamente aver relazione con quanto andiamo trattando: in
secondo luogo confesso di non essere mai riuscito Kr. r. Ver. (tr. fr.),
Introduzione. Cfr. pure Prolego- meni (tr. it.), $ 2, nonchè i $$ 36-37
della Logik (Jasche ed.). Senza alcun riferimento al significato delle
parole analitico e sintetico nella dottrina kantiana, ma interessanti nei
riguardi del carattere analitico o sintetico del giudizio matematico
sono _ 4 due studii seguenti: GERGONNE, De l’analyse et’ de la syn-
thèse dans les sciences mathématiques in Annales des mathé- matiques,
VII, pag. 345 segg.; P. BouTRoux, En quel sens la recerche scientifique
est-elle une analyse ? negli Atti del Con- gresso di Filosofia di Bologna
nel 1911, nonchè cenni nel fa- moso libro dello ZEUTHEN, Hist. des math.
(tr. fr.) La posizione gnoseologica della matematica a comprendere
l’ importanza delle polemiche sol- levate al riguardo, dato che, in
ultima analisi, qualunque giudizio presuppone pur sempre una
sintesi. | Possiamo tuttavia con il Franchi osservare come il primo
di questi giudizii che abbiamo creduto di far rientrare in una prima
categoria (A = 4), che Kant pretende di poter ritenere senz'altro
come analitico, non lo sia affatto, ma sia invece puro e semplice
giudizio d’identità. « Or come mai c'entra qui l’analisi? » — si domanda
il Franchi (1) — il quale poco appresso conclude: « Quel prin-
cipio è adunque un giudizio identico e non ana- litico. Nè piglia valore
comparativo dalla nozione di eguaglianza che v’è inclusa, poichè quell’eguale
significa propriamente identico; l’identità assoluta come relazione
proveniente dalla sola replica di uno stesso concetto, non ha a che fare
con la: relazione che costituisce un giudizio comparativo e che
consiste nel paragonare il grado di conve- nienza di una proprietà
medesima a più subietti, o di più’ proprietà a un medesimo subietto
». Nè in modo molto diverso potremmo ragionare per quanto riguarda
il secondo principio esem- plificativo di questa stessa categoria di
giudizii 7 < A, oppure per prendere proprio quello scelto
da Kant: (4'+ B)> A (2). Qui la comparazione FRANCHI, La teorica
del giudizio, v. I, lettera VII, pag. 41 segg. (1870). ° (2)
In questo caso l’obbiezione del Couturat, essere tale prin- cipio vero
soltanto nei riguardi dei numeri finiti, ma errato, come ebbe a dimostrare
il Whithehead, per i numeri cardinali infiniti non ha alcuna ragione di
essere, trattandosi qui di un Cap. III. - Il valore del giudizio
matematico 127 indubbiamente esiste, ma non potremmo conclu-
dere però se il giudizio, anche scrupolosamente attenendoci al criterio kantiano,
sia più analitico che sintetico o viceversa. E basti questa
osservazione incidentale sul ca- rattere analitico o non di un tale
determinato giu- dizio. A noi importa però mettere in particolare
rilievo come la prima categoria di tali giudizii, che — abbiamo
considerati come effettivamente innati e in- condizionatamente evidenti,
non siano però proprii esclusivamente della geometria, ma bensì di
ogni nostra attività intellettiva. Essi possono tutto al più,
aggiungiamo noi, avere una più rigorosa espressione e una più vasta
applicazione nella ma- tematica che in qualsiasi altra scienza
particolare, in quanto appunto essa deve considerarsi come la
scienza omogeneamente costituita ed organica che abbia la sua sfera
d’azione in un campo non em- pirico, e perciò, come si è veduto, più
vicina alla logica. A tale conclusione ha potuto logicamente
arrivare soltanto l’idealismo, ma ciò è stato, im- plicitamente od
esplicitamente, riconosciuto anche principio generale, non già
applicato specificatamente alla ma- tematica. Come
d’altronde fa anche Kant, che in fondo avrebbe potuto cavarsela con onore
anche senza la benevolenza del Cou- turat (in Revue de métaphysique,
1904: La philosophie des mathématiques de Kant, pag. 346), secondo il
quale: « on ne peut reprocher à Kant d’avoir ignoré ces vérités, si
élémen- taires -qu’elles soient aujourd’hui ». Infatti nessun
significato ‘ può avere la constatazione del Whithehead e l’osservazione
del Couturat se non condizionatamente al ristretto campo, dirò,
tecnico della matematica. Il numero cardinale infinito non può essere in
alcun modo afferrabile non soltanto dalla sensibilità umana, ma nemmeno
dal pensiero puro: esso non è che una artificiosa creazione non altrimenti
identificabile che per neces- sità di calcolo esclusivamente
matematico, 188 La posizione gnoseologica della matematica
dal pensiero positivico. Il Comte in fondo deve ciò ammettere
implicitamente, per essere coerente con la sua convinzione essere la
matematica « la scienza più antica e più perfetta » (1). Anzi il
suo entusiasmo per la matematica è andato tanto oltre che, per
mantenersi, almeno apparentemente, fe- dele al suo principio
positivistico e non intaccare la validità delle proposizioni matematiche,
ha tro- vato opportuno introdurre in tale disciplina una divisione
in matematica « concreta » (avente carat- tere sperimentale, fisico) e
matematica « astratta » (di natura essenzialmente logica). Quanto si è
detto fino ad ora ci dispensa dal mostrare come tale di- stinzione
sia del tutto personale e arbitraria e quanto tutte e due le
affermazioni, anche prese a sè stanti, siano secondo noi fondamentalmente
er- rate, in quanto appunto si è sostenuto non essere mai la matematica
nè direttamente sperimentale, nè puramente logica. . Ho
creduto opportuno di riportare tali osserva- zioni del Comte in quanto
esse mostrano pur sempre come in qualunque indirizzo del pensiero
filosofico si sia veduta la necessità di considerare la mate-
matica pura come la scienza più vicina alla lo- gica. Naturalmente questa
affermazione deve es- sere presa con quella prudenza cui ci dà
diritto di aspirare quanto siamo andati svolgendo nel cap. II sul
carattere prevalentemente intuitivo del procedimento matematico ; ma
l’affermazione stessa ci allontana alquanto da Kant dato che non
pos- siamo accettare la distinzione ch’egli viene impli- citamente
ad ammettere intorno al valore di questi giudizii che egli chiama «
analitici » per quello che (1) Philosophie positive, 1, cap.
III. Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 129
riguarda la matematica. Kant cioè dicendoci che queste verità (A =
A4ecc.) non servono « come proposizioni identiche che alla concatenazione
del metodo e non rivestono la funzione di veri prin- cipii » (1)
viene a introdurre una specie di distin- zione fra quel che possono
essere i principii « a priori » della matematica e quelli della logica,
di- stinzione che soltanto rispetto alla concezione idea- | listica
di una realtà superiore possiamo accettare, ma ciò non è nella
distinzione kantiana. Inoltre la distinzione medesima, dato il fondamento
sin- .tetico « a priori » di ogni scienza, verrebbe ad allontanare
da una base logica ogni scienza; mentre i principii fondamentali di
qualunque attività del pensiero non possono effettivamente essere
vagliati, se non basandosi esclusivamente su quel criterio logico
che è comune a tutte le scienze. Che poi la categoria di giudizii
che stiamo esa- ‘minando e che abbiamo affermato essere la sola
effettivamente assiomatica, in quanto la sola na- turalmente ed
incondizionatamente evidente, non sia propria soltanto della geometria,
come invece l’altro principio citato per cui per un punto non può
passare che una sola parallela a una retta data, questo non significa
affatto che quei principii assiomatici. non possono essere considerati
come principii « a priori » non soltanto anche, ma pre-
valentemente della geometria per la posizione par- ticolare di questa e
dell’aritmetica di fronte al sapere (2). Se i principii medesimi sono poi
appli- cabili anche alle altre scienze, ciò dipende dal fatto molto
naturale che principii effettivamente innati (1) Critica BARIÉ, La
posizione gnoseologica della matematica. La posizione gnoseologica della
matematica non possono essere esclusivamente proprii di
questa o quella disciplina particolare, ma esse li possono tutto al
più considerare e su di essi appoggiarsi a seconda del proprio punto di
vista. Mi sembra in ogni modo fuori di discussione che i principii
medesimi trovino il loro naturale svolgimento proprio in quella scienza
geometrica dalla quale Kant vorrebbe bandirli. Questa
tendenza a voler troppo specificare, esem- plificando dei principii
generalissimi come quelli « a priori » — tendenza pertanto in contrasto
con il significato più profondo della teoria dell’ « a priori » —
ha potuto dar luogo facilmente ad er- rate interpretazioni.
Povero Kant! Il suo « metodo analitico » con tanta fiducia adottato
nei « Prolegomeni » in con- trasto con quello « sintetico » che si era
rivelato troppo oscuro per la comprensione della « Critica » nei
suoi primi interpreti, non è stato così ricco di risultati presso la gran
parte dei lettori, come Kant sì riprometteva. Ci dice Kant,
ricordiamo- celo, che poichè il metodo applicato nella « Cri- tica
» aveva potuto dar luogo ad equivoci inter- pretativi nel senso che
sbalzava di colpo il lettore nel mondo dell’ indeterminatezza metafisica,
egli intende svolgere nella chiarificazione riassuntiva nella sua
opera fondamentale — e cioè nei « Pro- legomeni » — il metodo inverso,
ossia di portare gradatamente il lettore al problema della
metafisica affrontando prima quello delle scienze particolari, le
quali, in quanto più organiche, già costituite, già scientificamente
ammesse e riconosciute, po- tevano facilitare il compito, se non
dell’autore, almeno del lettore. Fra tutte le scienze la mate-
matica e la fisica erano le più rispondenti allo Cap. III. - Il
valore del giudizio matematico 131 scopo, la prima per la sua
evidenza, la seconda per la facilità del controllo sperimentale:
nul- l’altro. | Vana speranza ! Si è tanto bene compresa
questa intenzione che si è voluto fare della I e II parte del
problema trascendentale, un trattato di filosofia delle scienze. Si è
arrivati a vedere in quella che è un’indagine puramente gnoseologica per
arrivare alla metafisica in senso stretto — procedimento pertanto
indispensabile — una ricerca particolare chiusa nell’orizzonte limitato
della matematica e della fisica. E naturalmente e matematici e
fisici non si sono lì dentro riconosciuti! Se Kant avesse
presentato in un ipotetico congresso filosofico dei suoi tempi,
un’eventuale « comunicazione » sugli argomenti trattati nelle prime due
parti dei « Pro- legomeni », essa sarebbe stata rubricata da questi
eccellenti interpreti nella « sezione » di filosofia delle scienze, non
già della teoria della cono- scenza ! | Tanto per darne un
esempio ricordiamo che nella dottrina dei concetti intellettivi la
categoria della sostanza trova la sua espressione nel prin- cipio
fisiologico della «permanenza della sostanza». Ciò ha potuto dar luogo ad
osservazioni come ‘questa: che il principio medesimo, ben lungi di
essere « a priori » è stato trovato da Lavoisier a mezzo di successive
esperienze. Ma questo, ben lungi dall’essere in contrasto con la teoria
kan- tiana dell’intelletto, ne è la conferma! Lavoisier ha trovato l’applicabilità
del principio nell’espe- rienza, ma l’essenza del concetto sostanza era
già, era «a priori », era nell’intelletto. Chissà che ciò ‘ non
sarebbe stato osservato se Kant non l’avesse fatto figurare, a maggior
comprensione e volga- 132 La posizione gnoseologica della
matematica rizzazione dell’analitica trascendentale della «
Gri- tica », nel problema della faca pura nei « Pro- legomeni
»?. E non si disse forse, e si scrive, che l’esempio — certo
non bene scelto — di « alcuni corpi sono pesanti » come proposizione
sintetica era da Kant stato fondato perchè egli, ammettendo, appunto
in quanto giudizio sintetico, che il predicato « pe- sante » non
era già implicito nel soggetto corpo intende alludere – H. P. Grice: “He
meant to mean” -- all’aria nulla sapenda della scoperta di Torricelli
?..... Ciò non pertanto è doveroso riconoscere che gli
esempii non sono nella dottrina kantiana sempre opportuni. La stessa
proposizione testè ricordata ne è la conferma. Nello stesso modo
l’esempio citato nel $ 12 dei « Prolegomeni » a conferma che l’
intuizione spaziale è «a priori », esempio che ricorda la proposizione
della geometria eu- clidea per la quale non si possono tagliare nello
stesso punto ad angolo retto che tre sole rette e che è su tale verità,
fondata appunto sull’ intui- zione pura «a priori», che possiamo basarci
per affermare che lo spazio perfetto non ha nè più nè meno di tre
dimensioni, avrebbe potuto essere so- stituito più direttamente e con maggiore
efficacia dal postulato delle parallele. Così pure nel $ 38° degli
stessi « Prolegomeni » in quell’esempio delle «due linee che taglino se
stesse e ad un tempo il cir- .colo in qualunque modo vengano tirate, si
divi- dono sempre secondo una regola tale che il rettan- golo
avente per lati i due segmenti è uguale (1) al rettangolo avente per lati
i segmenti dell’altro », Kant va a perdersi in argomentazioni che
vengono (1) Kant dice «uguale »; avrebbe dovuto dire « equivalente
». | è Cap. ITI. - Il valore del giudizio matematico
133 a complicare un teorema pertanto molto semplice di
geometria e che non sono necessarie per rispon- dere al problema che
fondamentalmente c’interessa per sapere cioè se la « legge » — come la
chiama Kant — dell’uguaglianza del raggio è nel circolo come figura
a sè, indipendentemente dal pensiero, oppure è il nostro intelletto che
la impone ad esso. E così altre osservazioni del genere si
potrebbero fare. Sono queste indubbiamente meticolosità che
non nuocciono alla genialità del sistema, ma che ci pre- sentano l’
inconveniente del particolarismo e of- frono il fianco a facili critiche.
Non nuocciono alla genialità del complesso perchè non sono certo
degli esempii non bene scelti, che possono intac- ‘care il compito essenziale
della trattazione del- l’analitica trascendentale nella « Critica » e
della fisica pura nei « Prolegomeni » consistente nel porre in luce
la funzione del concetto intellettivo puro « a priori » nella formazione
dell’esperienza, come ho già dovuto altrove accennare.. Per
questo possiamo notare che nessun fisico riconoscerebbe della fisica
nella materia trattata da Kant sotto questo nome: è dessa
metafisica vera e propria, uno svolgimento perfettamente
conseguente con la trattazione della matematica pura (estetica
trascendentale); ma meglio com- prenderemmo il complesso svolgersi di
tutta la teoria chiamando la prima (matematica pura) co- noscenza
intuîtiva, e la seconda (fisica pura) co- noscenza intellettiva. E con
ciò d’altra parte si entrerebbe nel significato profondo del
pensiero kantiano se lo svolgimento di quello ch’egli chiama il
problema propriamente metafisico si denominasse conoscenza razionale,
adottando la distinzione fra A 134 La posizione gnoseologica
della mateniatica intelletto e ragione come Rant l’intende ossia
l’in- telletto come attività informatrice della natura e quindi
l’elemento che solo può rendere possibile la conoscenza della natura —
l’esperienza —; la ragione come attività puramente ideale (nel suo
preciso significato) che nulla può obbiettivamente darci in quanto
pretende di fare a meno dell’espe- rienza, ripudiando così quell’elemento
sensibile al quale malgrado ogni nostro sforzo noi non pos-
‘siamo fare a meno di ricorrere quando vogliamo in certo qual modo
rappresentare l’elemento che è mèta della nostra indagine
conoscitiva. Il carattere metafisico della fisica pura come
Kant l’intende è d’altronde ammesso anche dal più rigoroso idealismo
trascendentale odierno di- rettamente influenzato dal criticismo
kantiano. Così il Martinetti nel suo « Commento » ai « Pro-
legomeni » (pag. 215) scrive: «i giudizii della fisica pura ($ 15) sono
giudizii metafisici », nonchè (pa- gina 219 ibid.): « la fisica pura
sarebbe quindi la metafisica immanente della natura esteriore, che
noi possiamo conoscere « a priori » in quanto pro- cedono dalle forme
pure dell’intelletto ». Ho accennato anche ai principii della
fisica pura secondo Kant perchè essi, più di tutti gli altri, ci
possono mostrare come una dottrina profondissima e sistematicamente
svolta come quella dell’ « a priori » possa portare a interpretazioni
errate vo- lendo in essa distinguere un « a priori » matematico da
un «a priori » fisico e così via ; ed è naturale che sia così:
l’apriorità è insita nella stessa natura del nostro processo conoscitivo,
del nostro pensiero medesimo ; la suddivisione del sapere in tante
branche particolari non è effetto invece che di una specializzazione
recentissima dovuta a una A. Cap. III. - Il valore
del giudizio matematico 135 maggiore comodità di orizzontarsi nel
sempre più vasto campo del sapere. In questo senso pos- siamo
considerare che la dottrina dell’apriorità non può venire posta in dubbiò
dalle precedenti e dalle susseguenti nostre considerazioni e tanto
meno della metageometria ; resta intatto il gran merito di Kant di averci
dimostrato che qualunque conoscenza, per essere universale e necessaria,
ha bisogno di un’azione immediata innata del nostro | pensiero ; ma
il merito stesso, non in senso asso- luto, ma certo in-senso relativo
(nel caso nostro, della matematica, non ha potuto uscire intatto in
causa dell’esclusione o quasi dal campo geo- metrico proprio di quei
giudizii che alla geometria dànno più valido appoggio per la sua
obbiettività. Concludendo, da quanto precede verrei ad affer-
mare questo : se i principii « a priori » della ma- tematica fossero
esclusivamente della prima ca- tegoria (a=a, 7 <a,
ecc.), si potrebbe senz'altro accettare la dottrina di Kant
anche nelle sue estreme conseguenze: basandosi invece la matematica su
altri principii particolari tutti suoi proprii, e, ciò che più conta,
principii passibili di discussione per ammissione degli stessi
matematici, mi sembra si possa concludere che la matematica tende a
diventare quale Kant la con- cepisce, ma che tale essa non sia ancora
attual- mente. Cerchiamo di precisare meglio in che cosa
con- sista questo tendere della matematica a dare ai suoi giudizii
valore universale e necessario e a di- venire, secondo il nostro modo di
vedere, la più ‘ alta espressione della conoscenza sensibile ; al
di- 136 La posizione gnoseologica della matematica
venire cioè il numero l’elemento meglio adatto nel conoscere il mondo
della nostra sensibilità. Siamo ben lontani evidentemente
dall’assolutismo di alcuni fisici moderni che si riconnettono agli
antichi pitagorici; ma se tale assolutismo non può in alcun modo essere
accettato in filosofia, è però spiegabile in un fisico. Emilio Borel non
si perita di dichiarare che « spiegare il mondo non può significare
altro per lo scienziato che dare del mondo una descrizione numericamente
esatta ». Ma egli stesso sente il bisogno d’immediatamente
Soggiungere che per soddisfare i più esigenti sa- rebbe necessario che «
tale descrizione numerica abbracciasse così il futuro come il passato »
(1), vana aspirazione sempre, ma tanto più irraggiun- gibile
basandoci essenzialmente sul metodo mate- matico. Quand’anche la
metereologia potesse per un qualsiasi giorno avvenire predirci
esattamente la pressione, la temperatura, ecc., il nostro pen-
siero si domanderebbe pur sempre come siamo giunti a questo: il nostro
pensiero dubiterebbe pur sempre che nel magnifico risultato
ottenuto non sia da escludersi, sia pure forse in minima parte,
l’effetto favorevole del caso, e quando anche il risultato favorevole si
ottenesse non una, ma mille volte, entrambe le obbiezioni
resterebbero nella loro intensità dubitativa. $ 14. La
funzione del postulato e il dover essere della matematica. — La
concezione di un divenire della matematica, più specificatamente di
«un tendere di essa a diventare la più alta espres- (1) Cfr. E.
BoreL, L’espace et le temps, pag. 209 segg. (Paris, 1922).
Cap. ILI. - Il valore del giudizio matematico 137 sione della
realtà sensibile, non ci sembrerà affatto arbitraria se noi cì
rappresentiamo tale scienza come intenta a una sempre maggiore
purificazione di se stessa. E anche tale rappresentazione non ha
nulla di arbitrario, in quanto, oltre all’essere questa la naturale
tendenza di ogni sapere che aspiri ad essere rigorosamente scientifico,
la possiamo nella matematica precipuamente riscontrare nell’ammis-
sione degli stessi matematici della necessità di ridurre a un minimo
indispensabile i postulati fon- damentali : bisogno quindi non soltanto
intuito, ma messo in pratica (1), sia col far derivare al- cuni
giudizii matematici, precedentemente giudicati assiomatici, da altri
postulati a mezzo di un pro- cesso deduttivo-sostitutivo, come si è
veduto nelle prime pagine di questo capitolo; sia col ridurre i
postulati a teoremi, risolvendoli poi col processo dimostrativo.
Ove a questa tendenza i matematici si fossero strettamente
attenuti, si avrebbe oggi una scienza indubbiamente meno sviluppata di
quella che ef- fettivamente si abbia ; ma di questo tendere della
matematica a piegarsi in certo qual modo su se stessa, lo possiamo oggi
osservare nettamente nel- l’opera dei più notevoli filosofi della
matematica. Secondo essi mèta del matamatico oggi non deve essere
l’ampliamento, dirò, di essa, non la «sco- perta » di nuove proposizioni,
ma un sobrio pe- riodo di riflessione è per essa più profittevole
che quell’incessante avanzare che soltanto apparente- mente può
significare progresso. Se ben guardiamo, Degna di
nota la constatazione storica de Boutroux : « Le nombre des postulats
indémontrables a été de plus en plus restreint ». (L’Idéal sc. math.,
pag. 251). 138 La posizione gnoscologica della matematica
le stesse creazioni della metageometria rappresen- tano più una
fase di riflessione che di creazione. È quanto avviene anche in
discipline che nulla hanno a che vedere con la matematica : non ve-
diamo forse in economia politica una forte ed ag- guerrita corrente di
sociologi arrestarsi perplessa dinnanzi alla corsa dell'umanità verso una
sempre maggiore ricchezza e verso una sempre più sensi- bile
miseria? La miseria è diminuita sia.pure; ma è diminuita soltanto se
manteniamo inalterate le esigenze dell’uomo : e perchè proprio ‘dai
pro- gressisti più convinti non si dovrebbe riconoscere come del
tutto naturale e giusto anche il progresso nelle esigenze umane? Se noi
facciamo progredire di pari passo queste esigenze con l’aumento glo-
bale della ricchezza del mondo, ecco che ci spie- gheremo senza troppa
fatica come, malgrado tutti gl’infiniti miglioramenti economici di cui si
com- piace con se stessa la civiltà contemporanea, la massa è
infinitamente più malcontenta oggi che non un secolo, molti secoli fa:
ecco così sorgere quello che si potrebbe chiamare la fase critica,
di riflessione del problema economico, non più dell'aumento della
ricchezza, ma di quello ben più complesso e più umano di un’equa
distribuzione di essa. Ecco prorompere il problema teoretico me-
desimo nell’azione pratica che può naturalmente degenerare in
manifestazioni brute e violente. Per questo credo si possano notare dei
segni — precursori se volete, ma pur sempre non dubbii — di un
periodo di raccoglimento nell’attività intel- lettiva dell’uomo: è una
specie di sosta nella quale sembra ci domandiamo: « ma è proprio questo
folle avanzare senza mèta, questo ‘‘ progresso ’’ cieco, ciò che
forma la rivelazione più alta della mia Cap. III. - Il valore del
giudizio matematico 139 umanità ? ». O non sarebbe piuttosto
doveroso o, se la parola vi spaventa o la trovate di sapore ar-
caico, più utile, che insieme ci si metta a rimirare il cammino percorso
e che serenamente esaminiamo se tutto in tale cammino significa effettivamente
progresso; se tutte le tappe che abbiamo percorso furono effettivamente
fatte nella stessa direzione, per la stessa via, o non ci siamo piuttosto
smarriti in sentieri trasversali dai quali sarà saggio ritor- nare sulla
strada maestra per poi riprendere di nuovo il cammino fatti più avveduti
dalla dolorosa esperienza provata, più severi di fronte agli allet-
tamenti di un correre verso grandiose conquiste che più si
approfondiscono e più ci rivelano la loro natura illusoria e, soggiungerebbe
uno scettico, derisoria ed ironica ? Senza dubbio il
procedere della matematica verso orizzonti sempre più vasti è riguardoso
e prudente, e prova ne sia che quasi sempre i nuovi postulati
introdotti vengono poi in processo di tempo più o meno lungo, riscontrati
esatti; ma questo non basta per determinarci a credere che la
formulazione dei nuovi postulati, che le necessità sempre maggiori
vanno creando, come quelli antichi presi come punti di partenza agli
albori di tale scienza, siano del tutto simili con i nostri principii
innati. Il controllo ulteriore dell’esattezza dei postulati
medesimi prova come la convenzionalità del mondo geometrico sia
indubbiamente molto limitata e non certo da potersi estendere agli
estremi limiti cui hanno creduto di poter arrivare alcuni
entusiasti della nuova metageometria, identificando appunto la
convenzionalità del mondo euclideo con quella . totale del sistema
metrico decimale. Ma non per questo dobbiamo esagerare l’efficacia del
controllo 140 La posizione gnoseologica della matematica
medesimo : non v’è affatto il bisogno di ammet- tere un’origine
insita nel nostro stesso intelletto perchè dei principii possano essere
considerati per lo meno parzialmente ipotetici, anche se in seguito
vengono riscontrati esatti. È infatti del tutto natu- rale che intelletti
superiori dediti esclusivamente agli studii matematici, con essi quasi
immedesimati (mi si passi l’espressione), abbiano quasi sempre, o
anche sempre, veduto giusto. Ciò, lo abbiamo veduto, può
riscontrarsi anche nelle scienze empiriche ed abbiamo accennato a
scoperte di Galileo e di Newton, le quali hanno la loro lontana origine
in ipotesi, poi controllate valide dal metodo sperimentale. Ma
in ogni modo non è già un errore il supporre, più ancora, il ritenere
indimostrabile una proposi- zione, che poi si riesce a dimostrare, e, si
noti, a dimostrare alcune volte con un carattere pure in-
dubbiamente più rigorosamente scientifico di quello che effettivamente
questa scienza non abbia. Cioè il tendere della matematica a divenire la
vera espres- sione apodittica della nostra conoscenza sensibile se
è rivelato da quanto sopra, è però ostacolato dal miraggio di estendere
sempre maggiormente i suoi confini; di affrontare sempre nuovi problemi per
risolvere i quali necessita molto spesso l’iposta- sizzazione di una
nuova definizione o di un nuovo postulato che spesso presuppone una
definizione. Ciò non può verificarsi che a detrimento, per lo meno
parziale, della necessità e univesalità dei suoi giudizii; le quali
prerogative non possono ammettersi che condizionatamente
all’accettazione dei postulati che vengono man mano introdotti.
Questi possono alla lor volta essere concepiti -be- Cap. III. - Il
valore del giudizio matematico nissimo —
faccio mia l’immagine del Fouillée — come anelli provvisoriamente posti
come indimo- strabili onde il tutto matematico non perda quella
continuità e quell’organicità su cui si basa. E ciò avviene, alcune
volte, con gli stessi mezzi d’indagine con i quali prima si era
dichiarato il contrario. In questo caso la questione non esce dal
campo puramente tecnico del matematico. Se è vero che questi non deve
nemmeno curarsi di sapere se i suoi postulati rispondano più o meno a
delle reali verità, più ancora se per lui la questione è vuota di
senso — lo si sostiene, ma non ne vedo il perchè — compito del matematico
è però di far sì che le ipotesi da lui supposte come punti di.
partenza, debbano necessariamente portare alle deduzioni ch’egli si è
proposto di trarne. Inoltre, nella formulazione delle ipotesi medesime,
egli dovrà non aver nè mancato nè ecceduto: nel corso delle
deduzioni se egli ha formulato un numero insufficiente d’ipotesi, egli
avrà agio di accorger- sene ed eventualmente di rimediare; ma se il
nu- ‘mero d’ ipotesi da lui ammesse è superiore a quello che era
necessario per dimostrare ciò che voleva, egli correrà il pericolo, nota
lo Zeuthen, di « ve- dersi provare da altri che alcune delle sue
ipotesi erano contraddittorie, o potevano derivare le une dalle
altre » (2). Il che significa che anche restringendo al mas-
simo il compito del matematico — nel senso che egli ha il diritto di
prescindere da ogni preoccu- pazione di natura filosofica — egli non può
man- FOVUILLÉEE, L’evenir de la méthaphysique fondée sur
l’expérience. ZEUTHEN, op. cit.,
tr. fr., pag. 95. 149 La posizione gnoseologica della
matematica care però di attenersi al conflitto sopra detto,
cioè far sì che le ipotesi adottate non possano nel corso delle
successive dimostrazioni risultare contraddit- torie — ciò che è evidente
per tutti — ma altresì che esse ipotesi non possano risultare in
alcun modo deducibili da altre proposizioni note. Ma vi è di
più: perchè questo incessante tentativo di dimostrazione si verifica, se
il nostro intelletto ci ha subito fatto balenare la verità medesima
come di una tale evidenza per cui l’ intelletto stesso non doveva
non solo riuscire, na nemmeno fentare di completare ciò che esso stesso
trovava quasi parte di se medesimo ? Tali verità innate
dovrebbero imporsi con una tale violenza al nostro spirito che nessuno
pense- rebbe di ricercarne la spiegazione in modo più concreto e
positivo, precisamente come a nessuno è mai venuto seriamente in mente di
dimostrare che a = a, o altri giudizii di simil natura di per se
stessi effettivamente evidenti (1). Eppure la geometria è piena di
tali indagini che .si possano a buon diritto chiamare vittorie su
se stessa. | | Inoltre, non vi sembra più conseguente che,
ove i postulati fossero in noi verità effettivamente in- nate, non
si sentirebbe il bisogno di aumentarle in omaggio al sempre più vasto
campo d’azione della matematica ? Tale bisogno non potrebbe veri-
ficarsi. Ma, mi potreste rispondere, ciò si verifica in quanto i
principii medesimi non si presentano naturalmente nello stesso numero e
con la stessa intensità al pensiero umano in tutte le gradazioni
(1) Si potrebbero qui ricordare di nuovo le frasi, citate al $ 7,
di Platone e di Pascal. Cap. III. - Il valore" del giudizio
matematico 143 del suo sviluppo: i principii innati del
primitivo possono essere ridotti a ben pochi; numerosi in- ‘vece
sono quelli dell’uomo civilizzato odierno. Ciò dipende da cause molteplici
nella ricerca delle quali nemmeno il più rigido idealismo trascen-
dentale può prescindere dalle considerazioni fisio- logiche inerenti al
più complesso sviluppo dei nostri organi mentali ; dell’ereditarietà
concepita come esperienza multimillenaria del nostro intel- letto,
e così via. | Tutte cause-effetti, come si vede,
perfettamente plausibili; ma tuttavia alquanto vaghe a un at- tento
esame, alquanto insufficienti quando ci si trova di fronte al caso
particolare. Leibniz (1), ad esempio, ci dice come l’assioma per il quale
di due linee curve che abbiano entrambe la loro con- cavità dalla
stessa parte è maggiore quella che è al di fuori dell’altra, sia stato
ammesso (unita- mente d’altronde a diversi altri) per la prima
volta da Archimede. Ora possiamo noi credere che effet- tivamente
la pura e semplice evoluzione del pen- siero in sè stante, cioè
indipendentemente da ogni particolare necessità matematica, sia stata
tanto sensibile da Euclide ad Archimede da poter da sè sola
giustificare l’ introduzione della nuova verità fondamentale ?
Non acquisterebbe ben maggior valore la nostra spiegazione se
invece sostenessimo che è stato il particolare sviluppo della geometria
in tale periodo di tempo a fare intuire ad Archimede che, ammet-
tendo la proposizione medesima come verità fon- damentale, egli avrebbe
in certo qual modo potuto dedurre numerose altre proposizioni
perfettamente (1) Nouv. Ess., La posizione gnoseologica della
matematica consone con il principio di contraddizione,
perfet- tamente apodittiche condizionatamente a quel po- stulato,
del quale altri eventualmente avrebbero potuto in seguito stabilire la
certezza ? Per conto mio non vi può essere dubbio nella
scelta delle due interpretazioni: la seconda mi pare s’imponga con decisa
chiarezza alla nostra ragione. E ciò affermando sono ben lungi dal negare
il valore apodittico delle verità risultanti, dato che la mi- nima
convenzionalità che nelle verità stesse credo si debba ammettere
ripensando in alcuni casi alla loro lontana origine, possiamo sperare che
in pro- cesso di tempo possa venire eliminata per quanto abbiamo
sopra esposto riguardo all’ incessante sforzo della matematica per
ridurre a un minimo indispensabile i suoi postulati. È già gran
risul- tato scientifico il poter contare con sicurezza as- soluta
su proposizioni che richiedono, per essere universalmente vere, la sola
condizione di accet- tare: come universalmente vero un determinato
principio, che, si noti, già di per se stesso non è affatto fantastico e
arbitrario, ma principio tanto accettabile dal nostro intelletto da poter
essere preso come base dell’ulteriore costruzione (1). (1)
Da un punto di vista puramente tecnico, e perciò senza diretta relazione
con quanto esposto in quest’ultimo paragrafo, ma importante per ben
comprendere le fondamenta della ma- tematica, si potranno consultare le opere
seguenti: SAUTREAUX, Essai sur les axiomes mathématiques (Grenoble,
Gratier et Rey); DE ContensOoN, Les fondements mathématiques
(Paris, Gauthier-Villars); MAROGER, Lecons critiques et historiques
sur le fondement des mathématiques (Paris); C. ELLIOTT, Models to
illustratethefoundations of mathematics (Edimburg, 1914); DELEGUE, Essai
sur les principes des sciences mathé- matiques. SUE DO IO I O DI SO
IL DÀ La questione precedente svolta specificatamente nei
riguardi della geometria (1). $ 15. La II dimensione dello
spazio. — La moderna metageometria però, forse troppo imbal-
danzita dal successo — conseguenza naturale della sua stessa giovinezza —
va ben oltre i limiti critici in cui noi ci siamo mantenuti nel
precedente capi- tolo. Essa non si perita d’indagare anche nei più
reconditi presupposti dei fondamenti euclidei, con il negare che la
stessa intuizione dello spazio sia in noi naturalmente identica a quella
della geo- metria euclidea: tale identità è la base sine qua non
dell’innata evidenza dei principii della geo- metria medesima. Pure
riconoscendo l’estrema im- . portanza di questa ultima questione, faccio
subito osservare che ove tale identità, contrariamente a quanto si
ritiene oggi dalla metageometria e da non pochi psicologi, venisse in
ultima analisi con l'essere dimostrata, le obbiezioni sopra esposte
(1) Cenni bibliografici: DEL RE, Sulla struttura geometrica dello
spazio (Napoli, 1911); P. STAECKEL, Geometrische Unter- suchungen
(Teubner, 1913); BoREL, Geometrie (Paris, Colin). G. E. BARIÉ, La
posizione gnoseologica della matematica. 10. 146 La posizione
gnoseologica della matematica. tendenti a mostrare un procedimento
ipotetico sia pure limitatamente quanto si vuole della matematica e il
suo divenire, resterebbero immu- tate. Abbiamo sostenuto che il valore
universale e necessario del giudizio matematico è il suo dover
essere e non già il suo essere, senza nemmeno alludere alla necessità di
una differenza qualsiasi fra il nostro spazio e quello della
geometria euclidea. Così posti i termini del problema
aggiungo una.” seconda osservazione, intimamente connessa con la
precedente, e cioè che non pretendo affatto ri- solvere in questo
capitolo il complesso problema dello spazio in se stesso considerato,
dato che il problema stesso non è, a mio modo di vedere,
indispensabile, come si è osservato, per arrivare alle conclusioni cui
siamo arrivati; ma l’impor- tanza di tale questione è estrema piuttosto
per quei filosofi che incondizionatamente ammettono i principii
kantiani anche nelle loro conseguenze ultime e particolari. Kant stesso
per sostenere il suo punto di vista, ammette tale identità d’intui-
zione spaziale. Per quanto non ce ne dia mai una esplicita dimostrazione,
o per lo meno passi a svolgere con ampiezza tale sua convinzione, vi
è però un punto nei « Prolegomeni » che non per- mette si possano
avere al riguardo dubbii di sorta. Alludo alla osservazione III, nella quale,
dopo aver constatato ancora una volta che lo spazio non è nelle
cose, ma è un’ intuizione «a priori » che ci permette di stabilire
un rapporto fra noi e il mondo esterno, intuizione senza la quale noi non
po- tremmo arrivare alla conoscenza sensibile, Kant osserva che non
per questo si deve ritenersi auto- rizzati a ritenere che lo spazio
medesimo sia Cap. IV. - La questione precedente ecc. 147
qualche cosa d’immaginario, dal soggetto arbi- trariamente
creato. Se così fosse «lo spazio del geometra verrebbe ad
essere considerato come una semplice inven- zione senza validità
obbiettiva ». Ma in che modo sì potrebbe poi spiegare la strana
combinazione che le cose vengono poi a «concordare con l’im- magine
che noi ce ne* facciamo in antecedenza da noi? ». | Che tale
d’altra parte sia la sicurezza su cui Kant si basa è anche l’opinione dei
più notevoli interpreti del suo pensiero. Il Martinetti ne) suo
«Commento ai Prolegomeni » (pag. 224-225), alla domanda postasi del come
può essere il valore universale e necessario delle proposizioni
geome- triche, così interpreta : « Ciò avviene -— risponde Kant —
in quanto lo spazio del matematico e lo spazio nel quale si trovano i
corpi sono, in fondo, una cosa sola: lo spazio reale non è un
misterioso recipiente a cui lo spirito sia estraneo, ma è una
costruzione formale dello spirito conoscente in ge- nere e le leggi che
il matematico trova, quando considera questa funzione dello spirito,
astrazion fatta dal contenuto che in detta costruzione for- male
viene ordinato, valgono necessariamente delle cose corporee, perchè
queste sono appunto il risul- tato della costruzione stessa ». |
Anche qui, come già nel brano riportato da Kant, dobbiamo distinguere
: quello che partico- larmente importa all’argomento che stiamo
trat- tando è dato dal primo periodo da cui risulta che lo spazio
nostro intuitivo e quello del geometra euclideo sono in fondo una cosa
sola. Su questa necessità avrà d’altronde il Martinetti a ritornare
per conto suo, nello stesso « Commento », quando, 148 La posizione
gnoseologica della matematica combattendo le conseguenze estreme
(la totale con- venzionalità del mondo matematico) cui sono ar-
rivati gli esponenti della metageometria (es. Poin- caré, Rougier, ecc.)
e alcuni fisici che andarono oltre basandosi su di essa (es. Helmholtz)
si schie- rerà risolutamente all’estremo opposto (la nessuna .
convenzionalità del mondo matematico) accettando senza restrizioni la
dottrina kantiana dell’apoditti- cità dei giudizii matematici,
completandola di quelle. considerazioni che le scoperte della
metageometria hanno ora reso possibile (1). Il Martinetti cioè,
sostenendo la completa indifferenza della dottrina kantiana di fronte
alle indagini della metageo- metria, si appoggerà prevalentemente al
concetto che qualunque siano per essere le geometrie pos- sibili,
tuttavia « uno spazio a tre dimensioni di- verso dal nostro, o uno spazio
a più di tre dimen- sioni, non possono venir costruiti che in astratto
o simbolicamente rappresentati per mezzo di ele- menti tolti al nostro
spazio » (2). Il Paulsen (3) pure interpreta che Kant faccia
risiedere la validità obbiettiva dei giudizii mate- “matici, anche in
quanto « lo spazio in cui la geo- metria (4) opera la sua costruzione ‘a
priori ’’, cioè lo spazio della nostra rappresentazione è pre-
cisamente lo stesso spazio in cui sono i corpi ». La relativa
chiarezza dell’espressione dipende qui, come si vedrà meglio naturalmente
sull’ori- ginale, dal non trattare l’A. la questione dal punto ‘ di
vista problematico della metageometria, ma il significato è lo
stesso. (1) Op. cit., pag. 239-242. (2) Nel Commento
cit., pag. 240. (3) F. PAULSEN, Kant (tr. it.), pag. 130. (4)
Bene inteso geometria euclidea. La questione precedente ecc. L’intuizione
spaziale ‘ a priori ”’ e lo spazio euclideo. — È d’altra parte indubitale
che Kant così pensasse : soltanto a titolo di definitiva conferma
ho in proposito citato il Martinetti e il Paulsen. È qui
facilissimo cadere in errore. Per questo nello svolgimento ulteriore del
problema inerente all’ intuizione spaziale non mi preoccuperò che
di render ben chiaro il mio pensiero, incorrendo eventualmente anche in
prolissità apparenti e ripetizioni. Possiamo frattanto
osservare subito come la dot- trina kantiana dello spazio da un punto di
vista generalissimo (1) è in fondo ammessa anche da coloro che
negano l’innatezza e l’invariabilità del- l'intuizione spaziale medesima.
Ma il problema non ha nemmeno ragione di sussistere nei riguardi di
Kant, come fa ad esempio lo Stefanescu in un libro (2) pertanto sotto
molti aspetti notevole. Dice lo Stefanescu : « L’idea di spazio quale
noi ce la rappresentiamo abitualmente oggi e quale la concepisce
Kant è un tutto omogeneo, infinito, continuo, che non ha il suo centro in
nessuna parte, dove si possono costruire a volontà figure , simili
ecc. » (3). E fin qui possiamo anche essere d’accordo: ciò è
indubbiamente molto vago e in- determinato, ma risponde a verità.
. Ma non ci comprendiamo più quando lo Stefa- | nescu soggiunge: «
È una forma “a priori ’’, in- variabile, sempre identica a se medesima?
No, (1) Come qualche cosa d’inafferrabile e d’infinito che tutto
. informa. (2) M. StEFANESCU, Le dualisme
logique (Paris, Alcan). La posizione gnoseologica della
matematica perchè noi sappiamo storicamente ch’essa si è
modificata e che essa è ancora possibile di varia- zioni; a fianco di una
geometria euclidea, noi abbiamo delle geometrie non euclidee» e così
via di seguito. Prima di tutto noi non possiamo affatto affermare
storicamente che la nostra intuizione spaziale si sia modificata nel
corso del tempo. In secondo luogo non significa proprio nulla
l’esempio addotto dell’esistenza di geometrie non euctidee : questo
non viene affatto di per sè solo, ad intac- care l’invariabilità della
nostra umana intuizione dello spazio. Già Kant aveva preveduto ed
am- messo (1). La questione è ben diversa. Le geometrie
non euclidee già esistenti si appoggiano sopra un’in- . tuizione
spaziale che certamente non è la nostra fisiologica, ma creazione
ipotetica che significa sol- tanto questo: se noi modificassimo l’
intuizione spaziale che è a fondamento della geometria eu- clidea
ben diverse verrebbero ad essere le « verità » ottenute. Questa nuova
intuizione dello spazio non è perciò l’effetto di un processo
modificatore storico- . fisiologico, come lo Stefanescu sembra credere,
ma soltanto di una convenzione ipotetica che verrebbe in certo modo
a coartare la nostra sensibilità. Ed ecco affacciarsi qui il punto
fondamentale della questione: siamo noi sicuri di quest’ iden- tità
fra la nostra naturale umana intuizione dello spazio e quello della
geometria euclidea che ab- biamo mostrato nel paragrafo seguente essere il
. fondamento indispensabile per accettare senza ri- . serve il
valore apodittico del giudizio geometrico come Kant vuole ? La
questione precedente ecc. L’errore della metageometria al riguardo, anche
degli esponenti più riservati di essa, è stato quello di affermare senz’
altro la totale convenzionalità della geometria euclidea in quanto altre
geometrie hanno potuto costruirsi con conclusioni rigorosa- mente
esatte e diverse da quelle della geometria euclidea. Errore, in quanto a
tale affermazione si sarebbe potuto arrivare soltanto nel caso che
le geometrie diverse dalla geometria euclidea si fon- dassero sopra
un’intuizione dello spazio pure a tre dimensioni: ciò che, sino ad ora,
non è stato possibile. Gli studi del Lobatchefski e del Riemann
riguardano un mondo diverso da quello della nostra sensibilità e pure
inchinandoci ossequienti alle loro ipotesi geniali, non possiamo certo
basarci su di esse per intaccare nè l’universalità e necessità dei
giudizii nè l’apriorità dei principii matematici, apriorità che
d’altronde essi non pongono meno- mamente in dubbio, almeno considerando
l’aprio-. rità soltanto come non empiricità e non come in-
natezza. La questione della terza dimensione nella nostra
intuizione spaziale si presenta al nostro esame sotto un aspetto
psicologico e sotto un aspetto rigida- mente geometrico. Sotto il primo
aspetto la que- stione non fornisce veramente all’attenzione dello
studioso elementi tali che ci possano portare a con- cludere logicamente
in un modo o nell’altro: sotto l’aspetto geometrico, senza potere
affermare essere la questione medesima molto innanzi, possiamo
indubbiamente trovare in esso più solidi punti di appoggio. |
È evidente che soltanto dalla fusione degli sforzi concordi di
matematici e di psicologi si potrebbe su tal punto arrivare ad una
chiarificazione. Ma 152 La posizione gnoseologica della
matematica ciò si presenta sempre più difficile con la
sempre maggiore specializzazione delle singole scienze, la quale,
se si è resa necessaria per efficacemente pro- seguire nel campo del
conoscere, ha anche portato disgraziatamente — perchè non confessarlo? —-
ad una specie di diffidenza fra i cultori di questa o quella
disciplina. Da un punto di vista molto generale, qualche cosa
indubbiamente si è fatto nella seconda metà del secolo scorso; ma si mirò
allora piuttosto a. indagini atte a trovare un metodo, superiore ad
ogni sospetto per la sua obbiettività assoluta, onde poter controllare i
fenomeni psichici, tanto da poter arrivare alla formulazione di leggi
psichiche con metodo matematico. Ma questo movimento, oltre
all’ essersi mante- nuto troppo sulle generali, come si è
osservato, per poter avere efficacia diretta sul particolare ar-
gomento della terza dimensione che stiamo trat- tando, presenta anche
l’inconveniente comune a tutti gli indirizzi filosofici del genere:
l’assogget- tare cioè ogni ricerca, anche di carattere metafi-
sico, a un criterio puramente matematico. Ciò porta alla necessità prima
di postulare su ipotesi e alla conseguenza inevitabile di dover poi
forzatamente far rientrare il tutto quasi in un piano prestabilito.
Quello che abbiamo già accennato nei riguardi di Cartesio e di
Spinoza (2) si presenta qui in tutta la sua chiarezza, con l’aggravante
della mancanza della grandiosità unitaria della visione sintetica ad
esempio: G. Tu. FEcHNER, Revision der Haupt- punkte der Psychophysik
(Leipzig); H. MiNnSsrERBERG, Ueber Aufgabe und Methoden der Psychologie
(Leipzig, 1891). (2) Cap. 1, 85. Cap. IV. - La
questione precedente ecc. 153 dell’universo preso nel suo
complesso, e con la pretesa di adottare, quasi caso per caso,
l’applica- zione del metodo matematico a ricerche sperimen-
talmente impostate, come si tende a fare nella moderna psicologia.
Specificatasi come scienza par- ticolare, allontanatasi perciò dalla
filosofia, della quale non era stata fino allora che un capitolo,
non poteva trovare appoggio che in un criterio positivo di ricerca e
diventare sopra tutto speri- mentale. Non quindi una collaborazione
simile a quella verificatasi fra psicologia e matematica è da
auspi- carsi per poter approfondire il problema della terza
dimensione, perchè essa, più che fusione di sforzi significava
incondizionata accettazione di metodo ; ma nella collaborazione reciproca
dei risultati ot- tenuti, i quali frutti soltanto dal filosofo
potranno essere portati alla loro espressione ultima. Ciò non
essendosi ancora verificato, la questione che ci preoccupa non può
sfuggire del tutto, mal- grado la buona volontà, ad una certa
indetermi- natezza. Cerchiamo perciò di precisare con la
maggiore chiarezza possibile il problema: è la nostra intui- zione
dello spazio identica a quella della geometria euclidea? Sarà in primo
luogo necessario stabilire se è in noi la terza dimensione effettivamente
in- nata, a priori. Facciamo subito notare come la stessa
Landa zione del problema non intacca nemmeno lontana- mente la
nostra concezione idealistica della mate- matica: e che anche qui, nel
caso particolare della terza dimensione, come dianzi, nel problema
del- l’ intuizione spaziale più genericamente esaminato, qualunque
possa essere la soluzione di esso problema, anche se affermativa, non
nuocerebbe alla tesi che siamo venuti svolgendo in merito al ca-
rattere parzialmente ipotetico della geometria : ove la soluzione stessa
ci portasse poi a una risposta negativa, la incondizionata sicurezza del
giudizio matematico non potrebbe in alcun modo sussistere. È
evidente che non si possono ammettere come del tutto innati nell’ uomo
principii che presuppon- gono un’intuizione spaziale differente da
quella insita nell'uomo medesimo. Noi sappiamo, ad es., che il
postulato di Euclide ha valore soltanto per uno spazio a tre dimensioni:
se il nostro spazio non fosse a tre dimensioni, cadrebbe
senz'altro, non già l’apriorità originaria del postulato me-
desimo, ma certamente il suo valore universale e necessario, dato che la
sua obbiettività non sarebbe se non accettando come punto di partenza
insin- dacabile un’ ipotesi, che sapremmo già non rispon- dere a
verità, in quanto basata su di uno spazio a tre dimensioni, che non
sarebbe già il nostro spazio naturale, ma uno spazio che noi
avremmo in certo qual modo preso a prestito. La questione è,
come sì vede, di tale natura da avere il suo logico svolgimento in
trattati parti- colari di psicologia o di matematica, a seconda del
punto di vista sotto cui essa verrebbe svolta; ma essa è di tale
importanza per determinare l’esatta posizione della geometria nella
teoria della cono- scenza, che qualche delucidazione è qui
necessaria. Necessità tanto per i filosofi, onde essi non si chiu-
dano in una rigidezza non sempre giustificata din- nanzi alle indagini
della scienza moderna e sopra tutto alle indagini svolte in questo campo
partico- lare; quanto, e più sensibilmente ancora, per i ma-
tematici e i fisici del nuovo indirizzo metageometrico, i quali, male
interpretando la dottrina di Kant, credettero di ravvisare nella sola
possibilità di concepire una geometria diversa da quella eu-
clidea, il tallone d’ Achille della dottrina medesima, meritandosi così
il biasimo di quei filosofi che ve- dono nelle loro argomentazioni e
ricerche una specie di circolo vizioso in quanto queste «
presuppongono già tutte quella costituzione particolare del mondo-
dell’esperienza che se ne vorrebbe derivare» (1). Così non possiamo
passare sotto silenzio che un matematico come il Poincaré venga proprio a
con- cludere che la nostra intuizione dello spazio dif- ferisce da
quella di Euclide, che presuppone una omogeneità ed un’isotropia che non
possiamo in alcun modo — reputa almeno il Poincaré — ri- scontrare
naturalmente nella nostra (2). Tale con- statazione esce forse dal campo
puramente matema- tico per coinvolgere, come si vede, una questione
psicologica; ma i due aspetti del problema sono fra loro talmente
connessi, che mal si potrebbe trattarli in modo del tutto indipendente l’
uno dal- l’altro. È doveroso inoltre riconoscere che tutti
questi (1) V. il Commento di Martinetti ai Prolegomeni, pag.
241. (2) Analogamente L. RouciER, La Philosophie
géométrique . de Henri Poincaré, pag. 100. Il Rougier aggiunge a
favore della relatività dello spazio (oltre all’omogeneità e
all’isotropia) altre due prerogative, e cioè: il non comportare lo spazio
al- ‘ cuna grandezza assoluta e l’essere a amorfo-1. Come si vede
però questi ultimi due non sono caratteri differenziali o per lo meno
ammessi come differenziali fra il nostro spazio e quello della geometria
euclidea, ma sono unicamente in appoggio alla relatività generica di ogni
intuizione spaziale, concetto che la filosofia ha già fatto suo da un
pezzo. La teoria del Poincaré su tale problema più generale troverai in:
La relativité de l’espace (L’Année psychologique, XMI, 1907, 1,
17). 156 La posizione gnoseologica della matematica
matematici — e ciò sia detto a loro onorè — nelle loro ansiose ricerche,
spingono queste al di là della stretta cerchia tecnica in cui potrebbero
contenerle e che le complesse e molto spesso vacillanti dot- trine
della fisiologia non li spaventano. In tal modo accade ad es. di
esprimersi al Poincaré (1), dopo avere affrontato l’aspetto fisiologico
del problema: «Se così fosse, se una sensazione muscolare non
potesse nascere se non accompagnata da questo sen- timento geometrico
della direzione, lo spazio geome- trico sarebbe allora veramente una
forma imposta alla nostra sensibilità », parole che ci ricordano
quelle del James: « Il senso muscolare non ha un ufficio notevole nella
generazione delle nostre sen- sazioni di forma, direzione », ecc. (2).
Così non possiamo passare sotto silenzio che uno psicologico come
lo stesso James, pure concludendo per conto suo che la terza dimensione «
forma un elemento originario di tutte le nostre sensazioni spaziali
» (3), riconosca tuttavia notevolissimo va- lore alla posizione opposta assunta
dalla maggior parte degli psicologi e che sia costretto a ricono-
scere egli stesso che indubbiamente il concetto della terza dimensione
non può essere senz’altro accet- tato come quello delle altre due
dimensioni (4). Nè sì deve dimenticare come ben prima di tutto
ciò, il Berkeley considerasse la distanza come data La science et
l’hypothese, pag. 73 segg. (2) .W. James, Psicologia (tr. it.),
pag. 355. (3) Op. cit., pag. 357. (4) Il Vaissiàre,
senza trattare particolarmente la questione, ha un'eccellente espressione
per indicare l’insufficienza della vista per determinare, anche soltanto
fisiologicamente, la distanza: « Nous nous servons de nos. lignes
visuelles comme l’aveugle se serve de son baton ». V. Psychologie
Expérimentale La questione precedente ecc. > 157 in noi
puramente in modo tattile, distinguendola così dalle altre sensazioni
spaziali, proprie invece sopra tutto dell’organo visivo. Le
prove fatte sui ciechi nati, di cui ci parla la psicologia sperimentale,
possono indubbiamente far pensare, far dubitare che nel loro complesso le
fi- gure geometriche non possono essere concepite — malgrado la
pretesa evidenza innata della defini- © zione — da un cieco nato.
L’esempio che il James riferisce, a proposito di tutt'altro argomento,
del- l’esperienza del dottor Franz è quanto mai signi- ficativo per
il problema che stiamo esaminando: un giovane, cui il dottor Franz diede
la vista to- gliendogli la cataratta, posto dinnanzi a delle fi- .
gure geometriche, ebbe a dichiarare «che queste | non sarebbero state
affatto capaci di dargli l’ idea di un quadrato o di un circolo se egli
non avesse percepita, sulla punta delle dita, la sensazione di ciò
che ora vedeva come se toccasse realmente gli oggetti.
Riconosco perfettamente che tali allusioni e tali esempi hanno in
fondo un valore puramente rela- tivo, in quanto altri esempi si
potrebbero portare contro questi ed esempi forse di non minore va-
lore. Così degno di nota, come argomentazione con- traria all'esperienza
del dottor Franz, è indubbia- mente il caso di quel matematico Saunderson
che riuscì a costruire, ci dice il Mach, un sistema geo- metrico
intelligibile anche per chi vede, pure es- sendo nato e rimasto cieco. E
su questo come su altri esempii si potrebbero svolgere
considerazioni che potrebbero eventualmente portarci a conclu-
(1) JAMES, op. cit., pag. 309. Il James lo riporta trattando dell’
immaginazione. | 158 La posizione gnoseologica della
matematica sioni opposte a quelle cui sembrerebbe doversi
necessariamente arrivare basandoci soltanto sulle prime da noi dianzi
esposte (1). La teoria del Poincaré sulla III dimen- sione. Ben
diverso risultato possiamo invece conseguire esaminando la questione
della terza di- mensione nel pensiero dei matematici; innanzi
tutto, per la più precisa impostazione del pro- blema; in secondo luogo
perchè il problema me- desimo è da loro direttamente trattato e non
sol- tanto incidentalmente com'è nei libri di psicologia e di
fisiologia. Le osservazioni dei pensatori ma- tematici al riguardo hanno
indubbiamente valore notevole per il rigore del procedimento.
Decisive sarebbero, ove dovessimo accettarle senza obbie- zioni, le
differenze che il Poincaré — per non pren- dere che l’esponente più
insigne di tale corrente Il caso del cieco nato Saunderson dà al Mach
l’occasione di uscire in notevoli considerazioni inerenti al senso della
vista nella nostra intuizione spaziale, ma esse soltanto molto
indi- rettamente potrebbero riguardare il problema particolare che
c’ interessa, e precisamente soltanto nei limiti dello spazio fisio-
logico, che potrebbe avere attinenza con quanto sopra soltanto per
mostrare se la terza dimensione debba in noi ritenersi alla stessa
stregua delle altre, oppure se essa sia stata acquisita in seguito o
comunque circoscritta soltanto ad alcuni organi di senso. Può in ogni
modo interessare quanto la fisica, in senso rigoroso, pensi.
sull’argomento. Il Mach ne tratta, per quanto io sappia, segnatamente in:
La connaissance et l'erreur (cap. XXII, Le temps et
l’espace en physique), Analisi delle sensazioni (cap. VI, Sensazioni spaziali
nella vista; nonchè nei cap. IV, VII, X dello stesso libro), e inoltre in
uno studio particolare: Sull’effetto fisiologico degli stimoli di luce
distri- buiti nello spazio. Si troverà in tali svolgimenti anche
una scelta bibliografia, per quanto limitata ai soli autori che il
Mach combatte o sui quali si appoggia. . - La questione
precedente ecc. ha creduto di poter affermare fra la nostra na-
turale intuizione spaziale e quella che serve di pre- supposto necessario
alla geometria euclidea: e ciò non tanto riguardo alle particolarità
dell’ omoge- neità e dell’isotropia che sono in questa e non
sarebbero in quella, dato che esse mi sembrano di ben difficile
determinazione, quanto nell’affer- mazione che il Poincaré non esita a
fare riguardo alla pura e semplice convenzionalità, comodità — per usare
la sua precisa parola — delle tre di- mensioni del nostro stesso spazio
naturale. Noi abbiamo già con sufficiente ampiezza mo- strato
come Kant e i filosofi che direttamente a Kant si riconnettono
sull’argomento, ritengono essi medesimi indispensabile che, per il valore
incon- dizionato della loro dottrina, la nostra intuizione dello
spazio sia, appunto, a tre dimensioni: donde il valore grandissimo di
tale teoria del Poincaré. Ma riesce egli nel suo scopo? Non mi
pare. Da un punto di vista filosofico (idealistico) le sue
acutissime considerazioni sullo spazio non presen- tano il minimo
interesse specifico; non presentano cioè che quell’interesse generico che
qualunque dottrina scientifica offre allo studioso; ma da tale
dottrina esce illesa la teoria kantiana della natura aprioristica della
nostra intuizione spaziale e del numero delle sue dimensioni.
Precisiamo meglio. La dottrina del Poincaré sullo spazio è una
nuova conferma — ove ce ne fosse stato bisogno — della sua mente
straordi- nariamente aperta ad afferrare l’intima essenza delle
cose e non già soltanto la loro veste appa- rente; dote questa — è
dolorosa ma necessaria constatazione — che non è molto frequente
negli scienziati, nemmeno fra i più insigni di essi: ma 160
La posizione gnoseologica della matematica essa dottrina ci rivela
altresì una mediocrissima conoscenza del pensiero di Kant.
Vediamo di esporre tale dottrina almeno nelle sue linee essenziali
e sotto il suo aspetto partico- lare, veramente originale questo, del
come sia sorta nella geometria euclidea la concezione di uno:
spazio a tre dimensioni. Ponendosi nettamente il problema: che cosa
in- tendiamo noi dire parlando di dimensioni dello spazio (1), il
Poincaré vede la necessità di arrivare prima che al concetto di
dimensione al concetto di divisione di un « continuo ». Che cosa si
debba intendere per « continuo » fisico l'A. ha già mo- strato in «
La Science et l’Hypotèse » e mostra nuovamente in «La Valeur de la
Science »: pos- siamo avere l’idea di un continuo fisico tutte le
volte che noi siamo capaci di distinguere due im- pressioni l’una
dall’altra, senza che queste pos- sano alla loro volta essere distinte da
una terza intermedia. Gli esempii sono numerosissimi in ogni nostra
sensazione, ma per non uscire dal campo prescelto e per adottare
l’esempio dell’A., pos- siamo pensare a due oggetti leggerissimi A, C,
di cui il peso di A = 10 grammi, il peso di C = 12 grammi. Una mano
un po’ esercitata può distin- guere che A è più leggiero di C; ma se noi
pren- diamo un altro oggetto B che pesì 11 grammi, ecco che quella
stessa mano non distinguerà B nè da A nè da C. Da cui si verrebbe a
ricavare: A=B, B=C, A<C (1) Cfr. anche l’articolo
del PoINcARÉ: L’espace et ses trois dimensions (Revue de méthaphysique et
de morale, 1903, pag. 281-301, 407-429). Cap. IV. - La
questione precedente ecc. 161. conclusione di cui è evidente
l’assurdo. Nè miglior risultato noi avremmo se invece di fidarci
della mano esercitata, adoperassimo la più perfezionata delle bilance.
Si verrebbe pur sempre a conclu- dere in una contraddizione anche se i
termini di essa sarebbero infinitamente più vicini che non 4 con B
e B con C nell’esempio citato. Tale contraddizione è stata tolta
con l’introdu- zione del continuo matematico, ed appunto per
intendere questo ci siamo rifatti al continuo fisico : « C'est l’esprit
seul » dice giustamente il Poincaré, che può risolvere la contraddizione
medesima (1). Ma che cosa ha a che vedere con tutto ciò il
numero delle dimensioni dello spazio? Innanzi tutto « che cosa vogliamo
dire quando diciamo che un continuo matematico o un continuo fisico
ha due o tre dimensioni ? » (2). Continuando nel- l'esempio citato e
introdotta una distinzione non soltanto fra (A e C, ma anche fra Ae Be
fra B e C contrariamente a quanto ha potuto rivelarci la sola.
esperienza bruta, si potrà sempre consi- | derare una serie di elementi
E; Fs...... . En, i quali siano fra A e Be tali che ciascuno di essi
non sia distinguibile da quello immediatamente prece- dente o
susseguente, così : A=H,, E, = Ea. seseo En = B . da
cui risulta che l’assurdità della serie precedente non è stata in fondo
che differita. Per venirne alla soluzione siamo perciò costretti a introdurre
un nuovo elemento, puramente astratto questo e che il Poincaré
chiama «la notion de coupure ». Tale (1) La Valeur de la Science B.,
La posizione gnoseologica della matematica. 11. 162 La posisione
gnoseologica della matematica nozione, lo dice il suo stesso nome,
ci permetterà di supporre che questa ininterrotta serie d’iden-
tità parziali non sia: ciò ci permetterà di pren- dere in esame qualcuno
degli elementi di C, cosa che non avremmo potuto fare continuando a
ve- dere in C un continuo ininterrotto. Tali elementi che prendiamo
ad esaminare potranno essere o tutti distinguibili gli uni dagli altri, o
formare essi stessi uno o diversi continui. Tali elementi così
arbitrariamente considerati sono appunto le « Coupures » del Poincaré:
esaminiamo allora di nuovo con tale criterio arbitrariamente
ottenuto il continuo C. La differente situazione creata ci
permetterà di distinguere due nuovi casi, i quali passiamo ad esaminare,
osservando però che gli elementi della serie E introdotti nel continuo
€, continuano come prima a rispondere ai due requi- siti di
appartenere tutti a C e che ciascuno di essi non è distinguibile da
quello immediatamente sus- seguente o precedente. I due nuovi
casi sotto i quali le « coupures » possono presentarcisi sono questi: 1°
che esse siano tutte distinguibili da tutti gli elementi della
serie Z; 2° che una di esse non sia distinguibile da uno degli elementi
E. Nel primo caso C re- sterà sempre un continuo ininterrotto ; nel
secondo C sarà diviso. Siamo venuti così a introdurre una
nuova no- zione : quella di divisione. Essa, come già la « cou-
pure », ci porterà ad esaminare due altri casì: 1° di considerare per
divisione di un continuo delle « coupures » date da elementi tutti fra
loro differenti e allora il continuo sarà a una.dimen- sione ; 2°
di considerare per divisione di un con- tinuo che le « coupures » debbano
alla loro volta Cap. IV. - La questione precedente ecc. 1630
formare esse stesse uno o più continui, e allora il continuo base
sarà a più dimensioni. E ancora, ultima distinzione, se adottiamo
que- st’ultima ipotesi (« coupures » di un continuo che formano
altri continui) e i continui che ne risul- tano sono tutti a una
dimensione, il continuo € sarà allora a due dimensioni, se invece i
continui che ne risultano sono a due dimensioni, il con- tinuo C
sarà a tre dimensioni. Come si vede tutta la teoria del Poincaré per
ar- rivare al concetto di dimensione, è una successione di
definizioni. È quindi necessario che, perchè esse siano accettate per lo
svolgimento della sua tesi, corrispondano al procedimento per il quale
nella geometria euclidea si è venuto introducendo il concetto dello
spazio a tre dimensioni. Ed effetti- vamente la concezione è la stessa :
le « coupures » in questo caso introdotte per la divisione dello
spazio sono la superficie, la linea e il punto. Posta così la
nozione di spazio, il Poincaré passa ad esaminare il caso specifico della
terza dimen- sione in genere, non vedendo perchè mai si do- vrebbe
attribuire valore diverso da quello di sem- plice convenzione utilitaria
alla intuizione spaziale a tre dimensioni. Noi verremmo così a seguire
l’A. in considerazioni e' constatazioni molto dotte, di . natura
queste prevalentemente fisiologica, dalle quali si dovrebbe dedurre che,
se il processo della Ho cercato di esporre tale teoria del Poincaré il più
bre- vemente e chiaramente che mi è stato possibile corredando
incidentalmente la stessa (esposta in La Valeur de la Science, cap. III)
con altri pensieri e concetti dallo stesso A. svolti in altre sue opere e
segnatamente in Sc. Hyp. e in Science et Méthode. Porncaré,
La Valeur de la Science La posizione gnoseologica della matematica
sensazione non si verificasse in noi nel modo noto, ecc. noi non avremmo
già uno spazio a tre dimensioni, ma di un altro numero di
dimensioni, numero variabile a seconda delle diverse ipotesi.
$ 18. Critica della teoria precedente. — Tutte queste
considerazioni del Poincaré sia per quello che riguarda la teoria della
nozione di spazio, la quale abbiamo ritenuto opportuno di esporre
in quanto essa presenta indubbiamente dei lati pro- fondamente
originali; sia per quello che riguarda le deduzioni che egli crede di
poterne trarre, per le quali rimandiamo alle sue opere ritenendole
note nelle loro linee essenziali, cadono di fronte a una sola
obbiezione (1) di una semplicità estrema, questa : tali argomentazioni
avrebbero valore de- cisivo anche rispetto alla dottrina kantiana
ed anche all’ idealismo gnoseologico — sotto questo aspetto
convergenti — se l’una e l’altro non aves- sero già detto ciò; non
avessero già dimostrato cioè che lo spazio è per essi la pura forma
della sensibilità; non riguardare cioè esso in alcun modo la verità
assoluta. Il venire a dirci, come fa il Bolis che ove in noi
non si verificasse una certa sensazione di (1) L’obbiezione medesima
ha naturalmente valore anche per la teoria del matematico francese
riguardo alla nozione del tempo, che qui non abbiamo considerato per
maggiore brevità e semplicità: la concezione idealistica del valore del
giudizio matematico non ha nulla a soffrire di ciò; il tutto
potrebbe facilmente essere esteso anche riguardo all’ intuizione
tempo- rale, che non-presenta, da un punto di vista gnoseologico,
al- cuna differenza essenziale con quella spaziale. In Sc. Hyp. il
Poincaré conclude esplicitamente a un errore di Kant: meno
esplicitamente, ma tuttavia in modo non dubbio. V. La Valeur de la
Science, La questione precedente eco. convergenza in due sensazioni visive, che
dovreb- bero in certo qual modo mantenersi separate e che tali
specie di sensazioni di convergenza — l’espres- sione è fisiologicamente
alquanto discutibile, ma ciò non conta per quanto andiamo osservando
— sia a sua volta sempre accompagnata — l’espe- rienza almeno ce lo
conferma — da una stessa sen- sazione di accomodamento, noi avremmo una
intui- zione dello spazio non più a tre, ma a quattro di- mensioni (1),
non intacca affatto Kant e quello che una corrente idealistica derivata
dal criticismo kantiano hanno già posto chiaramente in luce da un
pezzo : essere cioè l’intuizione dello spazio uni- camente inerente alla
realtà come è in natura (sen- sibile) e non come dovrebbe essere
(razionale). Certo un « dover essere » c’è già nella conoscenza
sensibile, più ancora in qualunque percezione, e c’è già proprio per la
funzione del tempo e dello spazio. Ma tale funzione ben lungi dal poterci
dare il dover essere che appaghi la nostra ragione, si limita a far
sentire al nostro pensiero il bisogno appunto di una più profonda sintesi
verso una più definitiva realtà come Hegel ci ha mostrato.
Contrariamente quindi a quanto il Poincaré stesso e molti suoi
seguaci — come ad es. Luigi Rougier (2) — e non pochi fisiologi illustri
che si | sono occupati direttamente della questione — come ad es.
l’Helmholtz —, la teoria del
matematico La Valeur de la Science, pag. 90 segg. (2)
L. Roucier, La Philosophie géométrique de H. Poin- caré, Paris, 1920. V. pure ad opera di
diversi matematici di questa scuola (V. Volterra, I. Hadamard, P.
Langevin, P. Bou- troux), il notevole volume: Henri Poincaré, LOCUUrE
scienti- fique, l’oeuvre philosophique. HeLMHOLTZ, Wissenschaftliche
ina II, La posizione gnoseologica della matematica francese
segna al riguardo la prova che la scienza dà di una precedente
speculazione filosofica, com'è d’altra parte logico che sia. Ma ciò non
può au- torizzare alcuno a concludere che « tutto ciò che noi
possiamo dire è che l’esperienza ci ha ap- preso che è comodo attribuire
allo spazio tre di- mensioni ». La conclusione va bene al di
là dei risultati ottenuti : basandoci rigorosamente su di essi noi
possiamo, oggi, soltanto concludere che l’ intui- zione dello spazio a
tre dimensioni è l’unica pos- sibile per l’uomo nel mondo nel quale esso
vive. Per questo e nel primo capitolo e nel secondo non mi sono mai
stancato di ripetere a sazietà che l’aritmetica e la geometria dovendo
basarsi esclu- sivamente sulle forme proprie della conoscenza
sensibile (tempo e spazio), non possono e non po- tranno mai assurgere
alla ricerca della verità as- soluta, concezione questa che la
metageometria contemporanea ha creduto essa di scoprire, mentre
invece era già una constatazione da lungo tempo — da Kant — acquisita
incrollabilmente. La reale importanza che la metageometria
pre- senta per il filosofo, non già in quanto essa abbia originato
il problema, ma certo in quanto ai ten- tativi di soluzione di questo ha
portato notevole contributo, è unicamente questo : hanno le verità
matematiche, condizionatamente alla conoscenza sensibile, valore
universale e necessario? Tale problema si è appunto trattato
specificatamente nel terzo capitolo: per la soluzione di esso ho
creduto di poter prospettare la tesi di un tendere, di un divenire della
matematica ad essere tale espressione — che è precisamente il suo «
dover essere » — ma che, contrariamente a Kant, penso La questione
precedente ecc. che la matematica non ha ancora raggiunto e mai potrà
raggiungere se non ritornando in certo qual modo sul cammino percorso,
compiendo quell’opera di riflessione sull’ampia messe di risultati
raccolti, senza preoccuparsi di estendere ancor più il pro- prio
campo conoscitivo, il che non potrebbe fare se non introducendo ognor più
nuovi postulati. In poche parole : limitando o per lo meno non
esten- dendo il proprio dominio e preoccuparsi piuttosto di rafforzarlo,
come in parte essa sta già facendo riguardo al calcolo
infinitesimale. La possibilità di più geometrie basantesi su di una
stessa intuizione spaziale. — Perciò, anche se dovessimo rispondere
affermativamente alla domanda postaci inerente all’essere o non la
nostra intuizione « a priori » dello spazio a tre dimensioni, non per
questo si dovrebbe dedurre essere la geometria euclidea la sola possibile
(come vuole Kant), la sola incondizionatamente vera o, se si vuole,
più vera di altre eventuali geometrie future esse pure basate su di uno
spazio a tre dimensioni. (1) È quindi in linea di massima
accettabilissima (da un punto di vista puramente gnoseologico,. bene
inteso) quella teoria fisiologica del De Cyon, che vi siano cioè
organismi il cui spazio sia a due od anche ad una dimensione. Ciò indi-
pendentemente dalla giustezza dell’affermazione categorica del De Cyon
che il numero delle dimensioni dello spazio corri- sponde esattamente al
numero dei canali semicircolari dell’orga- nismo; affermazione che il
Poincaré si preoccupa di combat- tere appoggiandosi alla teoria
Mach-Delage. Ma questi ultimi sono particolari che in nessun modo possono
interessare la questione dal punto .di vista gnoseologico: è
importantissimo invece per noi porre in luce come il numero delle
dimensioni dell’intuizione spaziale — dipenda esso numero da questo o
da quello — è problema fisiologico. Modificate l’organismo e potrà
essere modificata anche l’intuizione spaziale, quindi relatività in ogni
nozione che con lo spazio ha a che fare. 168 La posizione
gnoseologica della matematica Formuliamo nettamente il nuovo
problema : si possono teoricamente ammettere due geometrie,
entrambe a tre dimensioni e che pertanto differi- scono fra loro? Credo
di sì. Le geometrie del — Riemann e del Lobatchefski poggiano l’una
e l’altra su di un’intuizione spaziale a due dimen- sioni e
pertanto differiscono così sensibilmente fra foro che alcune proposizioni
della geometria del Riemann arrivano a conclusioni diverse da
quelle del Lobachefski: nella geometria del primo ad es. la somma degli
angoli di un triangolo è maggiore di due angoli retti; nella geometria
del secondo tale somma è invece minore di due angoli retti. Lo
stesso dicasi anche per le verità assiomatiche : valga per tutte il
postulato d’Euclide, posto dalla geometria del Riemann in modo tanto
diverso da quello della geometria del Lobatchefski. Pertanto,
senza andare troppo lontano in con- siderazioni puramente matematiche,
noi possiamo a buon diritto affermare che non vediamo per quali
ragioni noi non potremmo arrivare, in un avvenire più o meno prossimo, a
concepire una geometria diversa dalla euclidea e tuttavia basata su
di un presupposto spaziale a tre dimensioni. Che cosa questo ci
porterebbe a concludere ? Ci porterebbe a concludere dell’esistenza
in con- flitto di due diverse geometrie che si baserebbero entrambe
su di uno spazio a tre dimensioni, dello stesso numero di dimensioni cioè
su cui la nostra naturale intuizione spaziale è pure basata; ossia
che quella ragione fondamentale che si era rico- nosciuta necessaria e
non sufficiente per poter so- stenere incondizionata mente la dottrina
matematica di Kant, in quanto essa sostiene che l’unica geo- metria
possibile è per noi quella di Euclide e La questione precedente
ecc. cioè l’identità del nostro spazio con quello euclideo
— non ha più la stessa importanza perchè l’iden- tità medesima verrebbe
eventualmente a sussistere con un terzo fattore, e — perchè no? —
magari ‘con infiniti altri fattori, dato che non è nemmeno da
escludersi che non una, ma infinite geometrie non euclidee si possano
inventare su di una in- tuizione spaziale a tre dimensioni.
Tutti elementi questi che ci porterebbero natu- ralmente ad
affermazioni ben diverse, per risol- vere le quali, in omaggio al
principio di contrad- dizione, saremmo costretti ad ammettere una
differenza essenziale nei punti di partenza, dato che soltanto nelle
differenze insite in essi noi po- tremmo trovare la spiegazione della
diversità delle conseguenze dedottene. In tal caso quale di
queste geometrie corrispon- derebbe a quella che secondo Kant sarebbe in
certo qual modo innata in noi? Perchè mai proprio quella euclidea ?
Confesso per conto mio di non vederne le ragioni. | Non ne
vedo le ragioni appunto perchè i prin- cipii fondamentali sui quali la
nostra geometria si basa non sono tutti spogli di ogni carattere
ipotetico. Quest'ultima considerazione viene a chia- rire, credo ormai
senza possibilità di equivoco, la grande importanza da me attribuita in
tutto lo svolgimento di questo saggio, e segnatamente al cap. III,
di una distinzione fra l’essere e il dover essere della matematica.
Questo dover essere sol- tanto può rappresentare la verità universale e
neces- saria del giudizio matematico — sia pure sempre
condizionatamente alla conoscenza sensibile non fosse altro per la
necessità della matematica di agire nel tempo e nello spazio — che Kant
crede in- 170 La posizione gnoseologica della matematica
vece si debba senz'altro ravvisare in esso. Questo valore universale e
necessario non si deve invece vedere nel giudizio matematico se non
quando ogni parvenza d’ipotesi sarà totalmente bandita dai suoi
principii fondamentali; quando cioè ba- sandoci sulla terminologia qui
adottata, tutte le proposizioni matematiche non saranno costituite
che da assiomi o verità FIGOFOSARIONTO dedotte da - tali assiomi.
Ma, poichè siamo obbligati a riconoscere un va- lore
convenzionalmente ipotetico — e ciò contra- riamente a Kant e
conformemente ai matematici. puri — nei postulati, quale ragione
sufficiente pos- siamo noi avere per negare la possibilità di altre
ipotesi che ci possano portare a conclusioni dif- ferenti, e ciò senza che
le ipotesi medesime — chè allora il fatto già si è verificato nelle
geo- metrie del Lobatchefski e del Riemann — abbiano bisogno di
appoggiarsi su di un’intuizione spa- ziale non a tre dimensioni ? La
trattazione del lato pu- ramente tecnico, matematico della questione,
non deve peraltro portarci troppo lontani dal nostro punto di
vista, che crediamo di poter ora con maggiore autorità di prima
riassumere nel modo . seguente : a) Le proposizioni
matematiche, comunque si possano considerare, non hanno importanza che
per la conoscenza sensibile, ossia per una conoscenza che è
qualitativamente inferiore a quella cui mira la nostra ragione.
b) Le proposizioni matematiche sono basate su principii «a priori
», e procedono prevalente- mente per intuizione. La questione
precedente ecc. | Le proposizioni matematiche tendono ad avere per bd) e
condizionatamente per a) valore universale e necessario. Malgrado tale
valore esse non abbiano ancora raggiunto, esse si possono pur
sempre considerare come la più alta e sicura espressione della nostra
conoscenza sensibile. d) La metageometria, ben lungi dal poter
es- sere considerata come un ostacolo per l’idealismo gnoseologico,
è una nuova conferma (d’altra parte non necessaria) del procedimento
astratto della scienza tipica. per eccellenza. Inalterata resterà
la posizione della metageometria al riguardo, qua- lunque potranno
essere per l’avvenire le scoperte della metageometria medesima.
Qualunque infatti possa essere il valore delle nostre considerazioni
che ci hanno portati a queste conclusioni; più ancora, qualunque possano
. es- sere i risultati che l’avvenire può riserbare alle più
coraggiose indagini, l’interpretazione idealistica della matematica non
può essere scossa. Restano come verità definitivamente acquisite
al pensiero idealistico la necessità della fonte aprio- ristica di
ogni cognizione che intenda veramente | esser tale e non subire a volta a
volta le mutevoli influenze della fonte empirica. Resta la
necessità, maggiormente posta in luce oggi dalla metageo- metria —
che tutto sommato ha portato più ele- menti a favore che contro la
dottrina dell’apriorità kantiana — che il tempo e lo spazio essendo
forme conoscitive puramente condizionate alla nostra sen- sibilità,
tutte le scienze particolari, che necessaria- mente su di esse debbono
basarsi — le matematiche non escluse —, non possono darci altre verità
se non quelle aventi valore relativamente a noi in quel momento ed
in quel luogo. Non mi si fraintenda: in quest’ultima espres- sione
non deve per nulla affatto figurare alcuna traccia dell’antico
soggettivismo kantiano, dallo idealismo moderno definitivamente sepolto.
Il re- lativismo della nostra conoscenza scientifica con- dizionata
a quel momento e a quel luogo, è tale unicamente rispetto al sapere
logico, al pensiero puro: per il soggetto conoscente è, nelle sue
par- ticolari condizioni, l’unica verità. possibile, verità per lui
sommamente obbiettiva; ma nello stesso modo come noi accettiamo per
assoluta verità quanto noi sentiamo nel sogno, nell’illusione e
nell’allucinazione: la differenza consiste soltanto nella possibilità o
non del controllo sperimentale. Da queste conclusioni delle quali
soltanto c) può essere passibile di discussione, possiamo dedurre
che la nostra indagine conoscitiva non può limi- tarsi alle scienze,
nemmeno alla più pura fra esse, ma sia necessario andare oltre queste nel
tendere verso una verità incondizionatamente vera, verso quella
verità qualitativamente superiore che Kant, indipendentemente dalla
matematica, ci nega nel campo gnoseologico e ci dà nel campo
morale. A Kant resta senza dubbio il merito massimo di aver
rivolto la nostra attenzione sulla formazione e l’incalcolabile portata dell’attività
sintetica della nostra intelligenza in ogni più semplice processo
conoscitivo, e di aver additato quasi imperiosa- mente la via da seguire
al susseguente idealismo; ma questo, insofferente dei limiti misteriosi
ed opprimenti della cosa in sè, guida la ricerta del pensiero,
sempre più sicuro di se stesso, sempre più audace, verso la più lontana
méèta della cono- scenza razionale. É una Comunicazione che tenni
al V Congresso Inter- nazionale di Filosofia (Napoli). Credo oppor-
tuno pubblicarla in fine al mio studio, perchè essa potrà forse essere di
ausilio nei riguardi dell’interpretazione dei nume- rosi passi in cui
accenno alla concezione della matematica nella filosofia di Kant.
se Le note dell’ Appendice figurano anche nella
Comunicazione: sono state però qui completate con riferimenti a questo
volume. La dottrina matematica di Kant nell' interpretazione dei
matematici moderni. Introduzione. — La discussione inerente alla
conce- zione della matematica quale si può ricavare segnata- mente
dalla « Critica » e dai « Prolegomeni » ha avuto in questi ultimi tempi
una recrudescenza particolare: ciò, è doverosa constatazione più per
merito dei mate- matici che per merito dei filosofi. Due sono
gli aspetti fondamentali che è andata assu- mendo la polemica stessa: il
primo, di data più antica, discende direttamente da Gauss e ha incontrato
sempre più fortuna con la sicurezza dell’indimostrabilità del V
postulato, la quale portata già a rigorosa concretezza nel ’”735 da
Gerolamo Saccheri, passa con il Lobatchefski da pura e semplice
constatazione negativa ad organica costruzione positiva. Questa corrente,
sempre più per- fezionatasi sotto l’aspetto critico attraverso
Riemann, Beltrami, Bonola, Poincaré e i suoi numerosi e valo- rosi
seguaci, è venuta oggi a costituire, più che un in- dirizzo particolare,
una nuova scienza: la metageometria. Un secondo aspetto —
recentissimo — è rappresentato dalla riforma della logica matematica
iniziatasi in Italia con il Peano (« Formulario matematico »), completata
in Inghilterra dal Russel («The Principlesofmathematics»), seguita
entusiasticamente in Francia dal Couturat (« Les principes des
mathématiques »), ha trovato al suo nascere non pochi oppositori fra gli
stessi matematici. Per mag- giore comodità e chiarezza chiamerò questo
secondo 176 La posizione gnoseologica della matematica ’
indirizzo con la parola di logistica che il Couturat con- siglia e
alla quale contemporaneamente a lui erano addi- venuti Itelson e Lalande,
indizio che depone indubbia- mente a favore della bontà del vocabolo
prescelto, come il Couturat stesso ebbe a constatare al Congresso
di Ginevra. Questi sono i due aspetti fondamentali che ha
assunto la polemica contro la concezione matematica nella dot-
trina kantiana. Vi sono però matematici — e sono la maggior parte — che
senza rientrare direttamente nè nell’una nè nell’altra corrente — in
quanto non hanno assunto nei riguardi della metageometria una
posizione decisa, e mostrano una certa diffidenza per la logistica
— si trovano in ogni modo d’accordo nella critica dei principii kantiani,
condizionatamente almeno alla loro disciplina. Per meglio intendersi
posso specificare che uno di questi matematici è lo Young. Nella
traduzione italiana della sua opera «I concetti fondamentali del-
l’algebra e della geometria », per quanto essa sia ricca di osservazioni
acute e miniera inesauribile di dati bi- bliografici, a pag. 61-63 si
allude alla dottrina matema- tica kantiana in modo che non si può fare
diversamente di chiamare ..... ameno. Nè fra gli Italiani è da
dimen- ticarsi lo stesso Vailati, studioso pertanto di non dubbia
dottrina, che non soltanto — sempre nei riguardi di Kant — peccò
nell’interpretazione, ma anche nella forma in quanto uscì pure in
espressioni non corrette a riguardo del maestro e dei neo kantiani, ai
quali poi — non so proprio con quale fondamento — attribuisce di essere
i dominatori nella filosofia ufficiale dei varii paesi, plau- dendo
perciò al Couturat che contro tale indirizzo seppe assumere, almeno in
Francia, posizione di attacco. Scritti Malgrado il Vailati le «oche del
Campidoglio kantiano » . non accennano a diminuire sopratutto nei
riguardi della sua allusione all’articolo del Couturat su « La
Philo- sophie des mathématiques de Kant» pubblicata sulla « Reyue
de Métaphysique » nel 1904 a commemorazione del centenario della morte
del filosofo tedesco. Un esame un po’ più particolareggiato, breve
quanto si vuole, è qui necessario. Metageometria. — Per
quanto ha attinenza alla me- tageometria la polemica si appunta
fondamentalmente sull’intuizione dello spazio, e, dovendo, per esigenza
di tempo, restringere al massimo questi appunti, si può precisare
meglio limitando la questione medesima alle tre dimensioni dello spazio,
che effettivamente Kant pone come insindacabili, quasi non vi fosse già
ai suoi tempi la questione ad esse dimensioni inerente. Un | punto
ci rivela esplicitamente il pensiero di Kant al riguardo: lo troviamo nei
« Prolegomeni » ($ 12); in quel paragrafo cioè che nelle intenzioni di
Kant avrebbe do- vuto avere ben più modesta funzione che non quella
che venne ad assumere in seguito con le decisive affer- mazioni della
metageometria e col nuovo carattere as- sunto dalla questione delle
dimensioni dello spazic. Il $ 12 non era altro infatti, nel conseguente
sviluppo della dottrina kantiana, che l’enunciazione di esempi a
con- ferma della parte teorica esposta nei paragrafi prece- denti,
del carattere « a priori » dell’intuizione dello spazio, nello stesso modo
come il $ 13 non ci darà altro che esempi a conferma della funzione
puramente for- male dello spazio medesimo. Tale $ 12 può
invece essere oggi considerato nei ri- guardi della metageometria come il
più controverso: dice Kant « che lo spazio perfetto (quello che non è più
sol- tanto il limite di un altro spazio) abbia tre dimensioni e che
lo spazio in genere non possa averne di più si fonda sulla proposizione
che in un dato punto possono tagliarsi ad angolo retto tre sole rette ».
In altre pa- B., La posizione gnoseologica della matematica. La posizione gnoseologica della
matematica role: lo spazio nostro ha tre dimensioni e tale
consta- tazione noi la possiamo fare soltanto basandoci su di un
principio «a priori ». L'affermazione è esplicita e non può dar
luogo a du- plice interpretazione : è questo uno dei punti in cui
Kant rivela più palesemente la sua imperfetta conoscenza delle
matematiche, imperfetta conoscenza che si è d’altra parte a più riprese
esagerata, e che in modo molto più significativo possiamo riscontrare in
altri filosofi che si “sono interessati di matematica senza che pertanto
siano incorsi nelle ire dei tecnici. Certo però non è passibile di
giustificazione che Kant così poco sapesse di Lambert di non essersi
ricordato di lui quando scriveva, con assoluta tranquillità, le poche
righe sopra riportate. Soltanto, se il punto di partenza delle
obiezioni dei matematici è giusto, sono errate le conseguenze
ultime. Kant si limita a dirci che lo spazio nei suoi rapporti con
la nostra sensibilità ha tre dimensioni, il che non vuol dire che non si
possano artificiosamente costruire tanti spazi a tante dimensioni quante
si vogliono. La metageometria non ha perciò portato alcun colpo
mor- tale alla dottrina kantiana dello spazio, non già soltanto nei
riguardi della sua apriorità considerata in senso ge- nerico, ma nemmeno
nel punto particolare del numero delle dimensioni di esso spazio. Un
colpo grave sarebbe stato invece se si fosse dimostrato che è falso che
l’in- tuizione spaziale propria di qualunque processo cono- scitivo
umano non è a tre dimensioni, o, se possibile, pur essendo a tre
dimensioni, queste non sono quelle della geometria euclidea.
La questione si presenta sotto due aspetti : 1°
psico-fisiologico; 20 geometrico. Soltanto nell’intima
collaborazione di essi credo la questione stessa possa avviarsi ad una
soluzione: fino ad ora tale collaborazione non solo non si è
ottenuta, ma psicologi e matematici non si sono ben compresi
reciprocamente. Troppo indeterminati i primi (Berkeley, Appendice
179 James, Mach); più determinati ma troppo categorici ed
esclusivisti i secondi. Uno sforzo notevole al riguardo lo troviamo nel
Poincaré (1), sforzo che avrebbe avuto più ricchi risultati se il Poincaré
stesso non fosse stato influenzato egli pure dalla convinzione
dell’assoluta convenzionalità dell’intuizione spaziale nella geometria euclidea. Così
la dotta esposizione di Poincaré non dice nulla di nuovo al filosofo, non
significa nulla, in questo caso, alla critica della dottrina di Kant sulle
tre dimensioni della nostra intuizione spaziale, appunto perchè
Kanto non si stanca mai di ripetere che le sue forme intuizio-
nistiche della conoscenza riguardano soltanto il mondo fenomenico non
quello delle cosè in sè. La questione resta pertanto immutata,
resta in tutta la sua intensità dubitativa: è l’ intuizione spaziale
della sensibilità umana a tre dimensioni? Ciò ammesso, è dessa
identica a quella della geometria euclidea? Que- | stioni che la metageometria
non ha sotto il primo aspetto nemmeno affrontato, mentre sotto il secondo
si è limi- tata ad accennare vagamente ad alcune prerogative
(omogeneità, ecc.) che figurano nello spazio geometrico e che non
figurano in quello mi si passi la parola reale. La Valeur de la Science,
nonchè in Revue de Méth., ad esempio la critica alla teoria del De Cyon
secondo il quale ciascun organismo avrebbe l’intuizione dello spazio
a tante dimensioni quanti sono i canali semi-circolari. In essa si
palesa non espressamente ma non per questo meno chiara- mente — la
tendenza del Poincaré a considerare tale tesi come essenzialmente
paradossale. Anche se la teoria del De Cyon è troppo categorica, nessun
filosofo avrebbe a meravigliarsi che, in senso più generico, l’intuizione
spaziale variasse nel numero delle sue dimensioni a seconda delle diverse
strutture orga- niche. Ove ciò si potesse dimostrare, porterebbe senza
dubbio un colpo rude alla dottrina dall’incondizionato
convenzionalismo, mentre lascerebbe immutato il valore dell’ « a priori »
kantiano. La posizione gnoseologica della matematica
Indubbiamente la metageometria è destinata a dire l’ultima parola al
riguardo: per questo essa costituisce a mio modo di vedere un indirizzo
di' capitale impor- tanza per il filosofo; anche in tal campo può
manife- starsi l’azione unificatrice della filosofia nei riguardi
delle scienze particolari; sarà compito precipuo del filo- sofo stabilire
quella sintesi fra le argomentazioni della psicologia e quella della
geometria, che sola potrà av- viarci sulla strada della soluzione del
problema, fino ad ora esaminato soltanto sotto il punto di vista
partico- lare di questa o di quella scienza. Nei riguardi di
Kantessa rifletterebbe specificatamente, come si è accennato, il significato
del suo «a priori ». Fondamento dei principii della geometria verrebbe
ad essere in ogni modo non già l’esperienza e quindi l’empirismo
non avrebbe nulla a guadagnarci — ma un «a priori » convenzionale ben
diverso da quello kantiano che sarebbe il solo « a priori » possibile per
la nostra sensibilità e non soltanto il più comodo: l’innatezza
cioè contrapposta alla convenzionalità. Logistica. Un più vasto campo
d’azione contro la dottrina matematica kantiana ci è offerto dalla
logistica: mentre in fondo la metageometria, anche intesa come da
alcuni si vuole, non porterebbe che a scalzare l’aprio- rità della nostra
intuizione spaziale, la logistica mira anche a intaccare il punto
essenziale del procedimento della conoscenza matematica:
l'intuizione. Gl’assertori della logistica sostengono infatti che ‘
nella matematica figurano soltanto l’ipotesi e il proce- dimento logico
facendo loro l’espressione del più strenuo collaboratore di Peano, Pieri,
che la matematica pura è un «sistema ipotetico deduttivo. Crede di
poter con sicurezza affermare la logistica che per poter am-
mettere un procedimento puramente logico nella mate- matica è necessario
non tanto riformare questa quanto riformare la logica tradizionale, che
siamo abituati a considerare come qualche cosa di necessariamente
statico, immutabile nelle sue verità, mentre è invece essa pure passibile
di modificazioni e di perfezionamenti, come qualunque altra attività del
pensiero. Pare impossibile, nota il Couturat, e con lui altri matematici
di opposto indirizzo nei riguardi dell’intuizione (es, P. Bou-
troux), si sia aspettato fino al secolo XIX ad accorgersi della
insufficienza logica dei principii logici universal- mente ammessi. Ciò
constatato la logistica ci fornisce una serie di principii fondamentali
da sostituire a quelli della logica formale, i quali ultimi si accentrano
intorno al principio di contraddizione, d’identità e del terzo
escluso. Questi principii fondamentali della tradizione
logica hanno indubbiamente ammette la logistica dei pregi e ciò
spiega, se non giustifica, come essi abbiano potuto essere per tanto tempo
incondizionati dominatori; inoltre essi rappresentano al più alto grado
il vantaggio di essere poco numerosi e di offrire l’illusione di
poter essere alla loro volta ridotti, tanto che da alcuni si obbligò
il solo principio di contraddizione a portare tutto il peso della logica
formale. Soltanto, per la logistica i principii stessì
presentano l'inconveniente fondamentale di non essere... principii. Lo
stesso gran principio di contraddizione notano Russell e Couturat presuppone la
definizione della negazione. In questo senso si è resa necessaria la ri-forma
della logica e infine l’affermazione della sua espressione più completa nella
logistica. Andrei troppo lontano dal limitatissimo scopo prefissomi
esponendo qui i principii della logica-matematica in tal modo intesa,
sufficienti di per se stessi a darci tutto l’edificio matematico, senza
ricorrere a nessun altro elemento che non sia quello della deduzione
delle verità particolari da queste verità generali, e, partico-
larmente per quanto c’interessa, senza ricorrere all’intuizione. Senza
dubbio è vero quanto i matematici rimprove- rano alla logica di essersi
arenata per secoli in quisquilie, distinzioni e suddistinzioni nell’
interpretazione di Aristotele, vedendo soltanto nel procedimento
logico da lui adottato la forma di ogni sapere che aspirasse
effettivamente ad essere scienza in senso rigoroso e non soltanto
conoscenza relativa e provvisoria. Mantenuta in questi limiti
l'osservazione è perfettamente giusta, ma in questi limiti essa è
accettata da qualunque uomo di buon senso. Coloro che trovano
perfettamente natu- rale l'eventuale meraviglia di quelli che sono
portati a constatare che soltanto nel secolo XIX ci si sia accorti
che qualche cosa si poteva riformare nella logica ari- stotelico-scolastica,
rivelano con questo implicitamente di credere che proprio fino al
declinare del 1800 tale logica aristotelico-scolastica sia rimasta sola e
incontrastala padrona. Ma questo non è, e non è precisamente per merito
di quell’indagine filosofica che si cercherebbe di paragonare in
certo qual modo a dell’acqua stagnante: non è per merito particolare di
quel Kant (Proleg.) contro il quale principalmente sono rivolte le
critiche della logistica. Reputo quindi del tutto arbitrario
l’attribuire quasi esclusivamente e secondo non pochi, esclusivamente ai
matematici l’onore di aver battuto una nuova strada nel procedimento
logico chè qui le strade non possono essere che due, le vecchie due ma
certo si può riconoscere avere essi aggiunto qualche cosa a
complemento di tali due antiche strade, l’analitica e la sintetica.
Soltanto, queste nuove, recenti modificazioni e ciò sia detto non soltanto
dell’indirizzo logistico, ma di tutta la matematica — non sono così
determinanti nei rapporti fra la logica e la matematica come normalmente
si crede dai matematici o per lo meno dai matematici logici, intendendo
alludere con tale espres- sione a quella scuola che pretende escludere
l’intuizione dal procedimento conoscitivo della matematica. Il pre-
tendere di rivoluzionare la logica equivale al preten- dere di cambiare
il nostro pensiero che si è creato la logica: esso può andare assumendo
nuovi e più complessi atteggiamenti che richiedono un perfezionamento dei
suoi elementi formali, ma questi non possono essere sostituiti da altri,
i quali, perchè si verifichi vera rivo- luzione, non potranno che essere
incompatibili con i primi. Per questo credo non si debba fare altro
quando si parla di riforma della logica, in qualunque caso, che tenere
presente che la riforma stessa non può signi- ficare se non
perfezionamento del metodo sintetico o di quello analitico o di entrambi;
ma non mai intendere esclusione di uno di tali metodi o aggiunta ad essi
di un qualsiasi altro elemento. Se si accettano questi punti
fondamentali credo che malgrado la logistica si debba ammettere oggi come
ieri l'intuizione come base essenziale del procedimento ma-
tematico. Ho voluto specificare « malgrado la logistica » perchè è
soltanto questa corrente che tende ad abbat- tere completamente senza
alcuna speranza di appello la dottrina matematica di Kant: l’intuizione è
infatti an- cora oggi ammessa come condizione indispensabile per
poter proseguire tanto in aritmetica quanto e più sensibilmente, direi in
geometria, da matematici non certo sospetti di superficialità o di «
divagazioni meta- fisiche » a detrimento — la metafisica ha spalle
robuste e può sopportare tutte le accuse del rigoroso proce-
dimento proprio delle scienze esatte: basterebbe al ri- guardo citare il
Poincaré e Pietro Boutroux. Specifichiamo bene questo punto:
possiamo notare che tutti i matematici hanno qualche cosa da rimproverare
a Kant. Innanzi tutto egli ha avuto l’ardire di parlare, e ripetutamente,
della matematica senza essere un ma- tematico, e questo non è facilmente
perdonato dai tecnici. In secondo luogo Kant non dimostra sempre di avere
una conoscenza profonda della materia che tratta: quali possano essere i
suoi meriti, è tuttavia necessario ammettere questo. Era forse troppo
filosofo per poter essere anche qualche cosa d’altro! Egli non ha, è
vero, lasciatoin matematica alcuna traccia; nonè un Descartes o un
Leibniz, ma anche le sue pretese sono al riguardo quanto mai modeste.
Egli si limita in fondo a dirci che: a) i principii fondamentali della
matematica sono « a priori »; i giudizi matematici sono
sintetici; la matematica procede per intuizione. È bene
inoltre ricordare che tali modeste pretese non sono da Kant prospettate
volendo trattare specificata- mente del problema della matematica, ma
soltanto indi- rettamente viene a parlare di essa come avrebbe
potuto fare con qualunque altra scienza particolare: certo, essa ha
una superiorità sulle altre discipline in quanto si presenta sotto un
aspetto rigorosamente organico e le sue proposizioni significano verità e
serietà che non pos- sono essere poste in dubbio da alcuno
contrariamente di quello che si può constatare
nell’indeterminatissima metafisica. Essa non rappresenta cioè nella
teoria kan- tiana del giudizio sintetico « a priori » che un
esempio il più efficace se si vuole ma pur sempre semplice esempio,
come un altro ci vien dato dal problema inerente alla fisica pura.
Ora, mentre i matematici in generale, pure non accet- tando
integralmente questi tre punti essenziali della dottrina matematica
kantiana, tuttavia non li respin- gono in blocco, possiamo invece notare
che questo si verifica nei riguardi della logistica. L’azione
più fortemente demolitrice di questa rispetto a Kant verte sul terzo
punto fondamentale della dot- trina matematica di questi, voglio dire sul
procedimento intuizionistico. Per questo fu da me trattato per
primo e per questo possiamo qui concludere che malgrado le
argomentazioni portate dalla logistica medesima, l’in- tuizione nel
processo matematico si mantiene in tutta la sua importanza proprio per
quelle stesse ragioni accampate da Kant. Il vecchio esempio della Critica per
il quale se un filosofo si mette ad esaminare il con- cetto di triangolo,
pure avendo lo stesso filosofo già chiaramente fissato il concetto di
punto, di linea, di spazio, ecc., non potrà mai venire a capo di nulla
ba- sandosi su tali concetti e da essi argomentando esclu-
sivamente per via rigidamente logica (analisi e sintesi), | rimane in
tutta la sua efficacia: « egli potrà riflettere fin che vuole su questo
concetto (del triangolo) non ne tirerà fuori niente di nuovo ».
Di conseguenza rimane pure in tutta la sua efficacia detto esempio
esteso al differente contegno che di fronte al concetto di triangolo assumerà
il geometra: questi comincerà innanzi tutto a « costruire » un triangolo,
e questo sarà il primo punto differenziale (le matematiche agiscono
sempre su « costruzioni di concetti » e non su concetti). « Proleg. Inoltre,
sapendo che due angoli retti presi insieme equivalgono... ecc.,
prolungherà « un lato del suo trian- golo, ottenendo così due angoli
contigui che sono uguali a due angoli retti » e così di seguito. Egli
arriverà così alla conclusione per una serie di ragionamenti, ma «
sempre sorretto dalla intuizione ». Soltanto per questa differenza
di procedimento, pura- mente logico nel primo caso,
logico-intuizionistico nel secondo, si potrà arrivare a determinare che
la somma degli angoli di un triangolo è uguale a due angoli retti.
Io domando questo soltanto: è vero che si può notare quesia
differenza di procedimento ? Ciò ammesso, è vero che nel procedimento del
geometra figura un elemento in più che in quello del filosofo ? Ciò
ammesso, che cosa è questo elemento in più ? Non è forse desso
l’intuizione, o se non volete chiamarlo intuizione, chiamatelo pure
come volete purchè non si voglia far rientrare questo elemento in più,
ossia questa nuova attività del pen- siero che si aggiunge all’altra
puramente logica del filo- sofo e che per questo suo aggiungersi la
deforma nella sua purezza, purchè non si voglia far rientrare anche
questo nuovo elemento dicevo nel campo della lo- gica in senso stretto. È
soltanto in virtù di questo in più deformatore che la scienza può
proseguire; la logica perfeziona una scienza, ma non vi aggiunge nulla
di nuovo; la sua azione si limita ad essere puramente for- male,
esempio tipico il sillogismo. Lo stesso -possiamo osservare nei riguardi
del carat- tere sintetico del giudizio matematico, con la constata-
zione però che le critiche alla dottrina di Kant hanno qui un’estensione
maggiore in quanto sono condivise da non pochi matematici che pure
ammettono l’ intui- zione. Innanzi tutto, adottando la terminologia
kantiana possiamo osservare nei riguardi della logistica che poichè
il giudizio matematico è basato su altri principii e non soltanto su quello
di contraddizione, perciò stesso il giudizio matematico non può essere
che sintetico. È vero, la terminologia di Kant è in merito alquanto
in- felice; ma ciò avrebbe importanza se egli avesse voluto darci
un dizionario filosofico o porre comunque le basi di quel linguaggio
internazionale psichico-logico da adottarsi universalmente in tutte le
relazioni fra gli uomini e segnatamente negli scambi di vedute fra
gli studiosi dei diversi paesi per meglio comprendersi, 0, per lo
meno, per non fraintendersi; ma questo non può avere invece che ben
relativa importanza nell’opera kantiana in quanto egli si limita
onestamente a dirci: per giudizio analitico intendo questo, e per
giudizio sin- tetico quest’altro. In ogni modo la non felice scelta
della terminologia kantiana — e non soltanto in questo caso — è stata già
rilevata da tempo e da molti filosofi: (1) Sono quindi
perfettamente del parere del Couturat (La philosophie des Math. de K. in
Revue de Méth., che « la distinction des jugements analytiques et
synthétiques était singuliérement vague et flottante dans l’esprit méme
de son auteur », ma credo pure che questo non ha importanza per
togliere valore all’affermazione che i giudizi matematici sono sintetici,
ma tutto al più che gli esempii da Kant portati come analitici sono essi
pure sintetici: Es. (a-+-b) > a. tanto per citarne uno da Franchi in «
La teorica del giudizio ». Come è stato pure notato d’altronde, in tesi
ancor più generale, che ogni giudizio non può in fondo essere altro che
sintetico (Martinetti). E anche questo fu rilevato da filosofi nel senso
più rigido della parola senza che si fosse sentito il bisogno di
ricorrere ai lumi delle scienze particolari. Ma,
indipendentemente da ogni considerazione sul si- gnificato di « analitico
» e di « sintetico » possiamo anche qui osservare che rimane come nel
caso precedente che il famoso esempio kantiano esprime benissimo la
sin- tesi insita nel giudizio matematico. Se noi abbiamo 7-+-5 non
possiamo che per un’operazione sintetizzatrice del | nostro pensiero
determinare il numero 12. La ragione del carattere sintetico del 12 in
questo caso non dob- biamo ricercarla con argomentazioni
rigorosamente scientifiche, ma unicamente pensando che un individuo
immaginario qualsiasi che nulla sa di aritmetica, che non è nemmeno del
nostro mondo, ove si trovi di fronte a due categorie di oggetti (7 della
prima e 5 della se- conda) non gli viene fatto certo di pensare a un
numero solo che unisca i singoli componenti delle due categorie:
nello stesso modo se noi parliamo a un altro individuo della stessa
specie degli elementi che compongono un oggetto qualsiasi, ad es., una
sedia, esso potrà sommare gambe, sedile e spalliera fin che vuole, non
gli riuscirà mai di ricavarne la sedia se non ricorrendo a qualche
cosa che non fa parte degli elementi medesimi e che ne costituisce
precisamente la loro sintesi. Considerazioni generali. Aspetto più
generico viene ad assumere il problema dell’« a priori ». Nei tre
punti da me posti come base essenziale della dottrina matematica di Kant
si nota cioè, nell’ordine, una sempre maggiore estensione della critica:
pochi matematici (la logistica) non ammettono l’intuizione per poter
prose- guire nella matematica; molti non ammettono il carat- tere
esclusivamente sintetico dei suoi giudizii; tutti non ammettono l’« a
priori » dei suoi principii come Kant l’intende, ossia un « a priori »
che significa in altre pa- rale innatezza e inconcepibilità del contrario
(bene in- teso sempre ricordando che l’inconcepibilità stessa non è
considerata da Kant che condizionatamente alla nostra sensibilità). Si è
già accennato a questo «a priori » nei riguardi della terza dimensione
dello spazio alludendo alla polemica intorno al V postulato di Euclide e
alla scienza metageometrica derivatane. Qui non posso fare
altro che completare le conside- razioni medesime estendendole a tutto il
complesso dell’a-priori matematico e non già limitandolo soltanto alla
terza dimensione dello spazio. Non credo cioò si possa qui dare, con
tutta la buona volontà possibile, incondizionatamente ragione a Kant. Se
al nostro pen- siero ripugna di ammettere che i principii
fondamentali della matematica (definizioni, assiomi e postulati)
non ‘ siano altro che frutto di puri e semplici artifici conven-
zionali intervenuti quasi per tacito accordo fra i mate- matici — cosa
che, di qualunque abilità dialettica ed erudizione sì possa fare sfoggio,
non potrebbe portare che alla negazione della matematica stessa, che
non verrebbe ad essere altro che un’ immensa illusione ciò non pertanto
non si può ammettere che tutti questi principii fondamentali siano in noi
talmente radicati da poter essere considerati evidentissimi anche per chi
non è addentro nelle cose di tale scienza. In altre parole mentre
se noi diciamo che A è uguale ad 4 stabiliamo un principio che non può
assolutamente non essere con- siderato evidente da tutti, non credo si
debba ammet- tere senz'altro come verità di cui debba considerarsi
inconcepibile il contrario, viceversa proposizioni come quella che una
retta può prolungarsi all’infinito (come sostiene Kant, « Proleg. », $
12, alludendo evidentemente, sia pure in modo incompleto, al II postulato
di Euclide), e RISE E Appendice nè il postulato delle parallele, nè,
tanto per brevemente intenderci, i postulati propriamente detti,
intendendo con ciò distinguerli, come d’altronde aveva intuito Eu-
clide, dagli assiomi. L’« a priori » kantiano difetta di un tale
criterio dif- ferenziale e la ragione di tale mancanza credo
proprio debba ricercarsi nell’insufficienza della sua coltura tec-
nica dirò, della matematica. Ciò non ne infirma cioè la dottrina
considerata nel suo complesso: si può rimproverare a lui l’esclusione dei
principii fondamentali a priori della matematica, ad es. che il tutto è
maggiore © della sua parte, che è proprio il IV assioma di Euclide;
ma anche questo è un particolare. Kant vide erronea- mente in tale
giudizio un carattere puramente anali- tico e gli sembrò che ciò potesse
infirmare la sua teoria del giudizio sintetico della matematica, mentre
nel giu- dizio stesso possiamo sì ammettere una comparazione, ma
non saprei proprio come vederci un’analisi, mentre non sarebbe affatto
difficile stabilirne il carattere sin- tetico proprio con le stesse
argomentazioni dell'esempio del 7+5=12. Più ancora, Kant si preoccupò
forse troppo d’indicare come principii «a priori » della ma-
tematica, principii particolari ad essa esclusivamente suoi proprii, ciò
che lo portò a rifuggire da quei prin- cipii generalissimi che invece
proprio soltanto essi sono «a priori » in quanto nozioni comuni a tutti
gli uomini e dei quali effettivamente non possiamo concepire il
contrario. Ma, ripeto, questi sono particolari tecnici che non
in- taccano il gran valore del complesso della dottrina del- l’« a
priori » mirante a dirci che anche in quelle scienze particolari che noi
siamo abituati a considerare come le più sicure, figura un elemento che è
insito nella nostra stessa coscienza, e che anzi è soltanto in virtù di
questo elemento che noi possiamo conoscere, che noi possiamo
raggiungere quel sapere, non destinato a mutare ad ogni soffiar di vento,
come sarebbe invece se soltanto dal mondo esterno noi dovessimo ricavare
le nostre nozioni. 190. La posizione gnoseologica della
matematica ° n'a Mi sono forse dilungato un po’ troppo, e non
voglio abusare oltre della pazienza cortese del Congresso. Una sola
osservazione per quanto riguarda i rapporti fra Kant e i matematici
considerati nel loro complesso senza alcuna distinzione di scuola o
d’altro. Nello studio delle matematiche che ho ripreso da qualche anno,
perchè ne ho veduta l’indispensabilità per il filosofo, ho trovato
un punto sul quale tutti i matematici si trovano d’accordo: è nel parlare con
eccessiva disinvoltura di Kant. Scusatemi l’espressione, ma non ho saputo
trovarne altra più corretta; forse, la profonda venerazione per il
grande maestro mi ha presa la mano; ma confesso che alcune volte non ho
potuto fare a meno di restare stupefatto di fronte a giudizii affrettati
che non fanno: altro, molto spesso, che porre nettamente in luce
che esistono divarii molto più sensibili fra questo e quel
matematico, che fra i matematici e Kant. Il Poincaré è più vicino a Kant
che al Vailati: il Boutroux è più vi- cino a Kant che al Couturat e al
Russel. Sembrerà questo eccessivo semplicismo, ma appunto per
consoli- dare alquanto la mia coltura tecnica della matematica troppo
recente per poter essere molto robusta — mi limito a chiudere con una
domanda: perchè questa gara fra i più belli ingegni matematici di tutti i
paesi da Gauss ai giorni nostri, ad assumere posizione d’attacco
contro la filosofia kantiana, proprio contro quella filo- sofia cioè che
ha portato a un così alto grado di nobiltà la vostra disciplina
? Torino - Fratelli BOCCA, Editori Torino ALPINOLO NATUCCI IL
CONCETTO DI NUMERO E LE SUE ESTENSIONI Studî storico-critici intorno
ai fondamenti dell’ Aritmetica generale con oltre 700 indicazioni
bibliografiche. Introduzione Storica.Teorie Sintetiche. Teorie Analitiche.
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Lombardi Loria Peano Pensa Sanna Segre Severi Terracini Togliatti.
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SCIENZA Logica Matematica Fisica). LOGICA FORMALE dedotta dalla
considerazione di modelli meccanici con figure e tavole SILLOGISMO E
PROPORZIONE Contributo alla Teoria ed alla Storia della logica pura. TUNZELMANN LA
TEORIA ELETTRICA ED IL PROBLEMA DELL’UNIVERSO Un volume con
illustrazioni .puis HO a) Torino. Nome compiuto: Giovanni Emanuele Barié.
Keywords: Enea, lo stoicism romano, Enea, eroe romano, eroe stoico, Catone, il
noi trascendentale, vico, storia vichiana, arimmetica. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Barié” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice
e Baricelli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola
di San Marco dei Cavoti – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (San Marco dei Cavoti).
Filosofo italiano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. San Marco dei Cavoti,
Benevento, Campania. Grice: “Italian philosophers can be eccentric;
Baricelli started commenting Plato but his masterpiece is a philosophical tract
on sweat, as experienced by the athletes Plato was familiar with!” Filosofo, medico, e chimico,
di fama italiana ed europea, Giulio Cesare B. è da molti, pure erroneamente,
ritenuto originario di Benevento o di San Marco Argentano in Calabria. Erudito e studioso di poliedriche attitudini
e capacità, studia medicina. S’interessa di filosofia tanto che è autore di
commenti alle opere dell’ACCADEMIA. Publica De hydronosa natura sive de sudore
umani corporis, sulla natura e la terapia della sudorazione umana, e scrive
l’Hortulus genialis, edito a Colonia e Ginevra, ove raccolse antidoti e sudi
sulle intossicazioni. Da alle stampe il Thesaurus secretorum, in cui sono
elencate le cure ed i rimedi per svariate malattie e problematiche quotidiane.
Pubblica un trattato sull'uso del siero del latte e del burro come medicamento,
intitolato De lactis, seri, butyri facultatibus et usu. Gl’è conferita la
cittadinanza beneventana. Cultore di studi umanistici B. scrive anche alcuni
epigrammi latini. Muore in Benevento. A San Marco dei Cavoti, gli venneno
intitolati un circolo ricreativo, la scuola, ed la strada ove si trova
l'abitazione in cui vive, già denominata Via Pastocchia, che ospita anche un
monumento in suo onore, opera di Calandro A proposito dell'intitolazione della
scuola, su espressa richiesta dell'allora commissario prefettizio Jelardi,
l'insigne storico Zazo propone la seguente epigrafe che ne riassume le doti i
meriti: A B. CHE DEL RINASCIMENTO HA LO
SPRITO INFORMATORE E LA VASTA ATTIVITÀ PROFUSE NELLE SPECULAZIONI FILOSOFICHE
IL COMUNE DI SAN MARCO DEI CAVOTI A RICORDO ED INCITAMENTO PER LE GENERAZIONI
CHE IN QUESTA SCUOLA SI EDUCANO NEL FERVORE E NELLA FEDE DEI NUOVI GRANDI,
AUSPICATI DESTINI DELLA PATRIA. Zazo, Dizionario bio-bibliografico del Sannio,
Napoli, Fuschetto, B., Jelardi, Dizionario biografico dei Sammarchesi,
Benevento. nis Hortuli Genialise RERVM MEMORABILIVM,
QVÆ IN HORTVLO Geniali continentur elenchus. A Beſton accenfus, perpetuòarder.
A cos. poribus effe &tus procreari. Admirandumauxiliuin advefica calculum,
qwo abſque inciſione diffoluitur de expurgator Alapides renum vefica frangendos
mirabile remedium Ammantium lac ab alimentis recipere qualita tem. Agricola
nonſemel tempeftates e Serenitates pre dicunt. Abſyntbiumroborat ventry
Abfynthij Romani mira Abſalonformararus. Acorescapitis bufonefanartit Achatis
lapidismirabilis Acetum ad i &tus venenosov Acetiſcyllitici miraoperato
Adam eratſapiennriſsimus Aegyptiſ in annimenfura Aegyptiorum opinio de
elementis. Isbe Aepyptij in morborum -Chrafacileadiguem recara Aemorrhagia (electumprefidiuna
Aegypti hierogliphicis vacabant Aegyptiorumarcana ait quartanam Aegyptijregesopera
magnifica do admiranda an. Liquitus conftruxiffe.zi. Aegye MONACENSIS. REGLA
BIBLIOTHECA Tunt. Aegyptiorum in condiendis corporibus obferuatio. Levis
ſalubritatem ad vite produktionem maxå moperè videmusconducere Aegyptiorum
Auditim ir lapidis á vefsica extra Sione Aegyptij quomodoignea prefidia
component Aerisnatura quomodo nofcatur Afflictionem tribuere intellettum.
Agricolafilicibus in horreis cur vtantur Agricola cwufdam interitus. Alexandri
mors.quo veneno fuexit caufata Alexandri ſudoredolens. Alexandri
uder.fanguineus. Alexandri magnanimitas in ftudiofos Amazones mammas dextras
ſecabant. Amoris originis controuerfia Amantes surfacile irafcantur Ambarum vi
ebrietatemfaciat Animalia quadam Arni tempora pradicero. An transformatio
realis detur. An animal in igne viuere poſsie Anni computum diuerfimode fa
&tum Animalia ex putri materia non ſemper extitiffe. Anicularum quarundam
facinona. Antimony in vitrum redu et io. Anuli Bubali ad gramphum vtiles Anularis
digitus cordi amicus Antora napello inimiciſsima Anginaprafocatina vt
compefcatur Animalia a vteerikus Dis dicata, Anguil Anguillarum cum Aquilone
affe &tus Animantiumcobur à cominé oritur. Anni climacterici quales.
Annibalisſtratagema in boftes. Anniprefagia à quercus galiis: Ancitodorum
aliquor obferuationes A priteftium virtus mirabilis Apri ægrotantes hederam
quarunt. Api efum infauftum veteribus Apri dentes adanginan dompleuritidem
vtiles Apes imminente pluuia adalucaria redeunt Apiumri usherbafcelerata; Apum
mirabilisſagacitasdan officium Aqua mirabilis ad viſusdefectum Aquilinumlapidem
partum accelerare, 126 Aquafrigidaqualiter apparetur. Arcades qualiter annum
computabant Archelai Regis in populos immanitasi go Arboris
ficusmirabilisnatura: Arietislingualantium ostendit. Araneorum reła in medicina
vfurpata Arbores quandoquein lapides mutate Artemiſia quando in radicibus
carbonem producati Articulares dolores quomodo curentur. Archelaus
Rexaſtronomie ignarus Ariſtotelis opinio demularum ortu. Ariftotelis rerum
indagator, Ariſtolochia piſces ftupidosfacit. Archelaus turrim incombuſtibilem
fecit: Aſphaltirisla 'usmirabilis natura, Apronomia medicis neceſaria Ararum
vomitu humores expurgat. Aparagor um 2u corporis nitorem producit. Afphespropè
halico ibum fiupidi Aſparagi vi mirabiliter erefcant Ap.dum natura qualis.
Athenien esfacerdotes cicutam comedebant Atrila canis instarlatrabat Athenienfium
ura erga fiicos Aues vfu Taxi nigra fiunt. Auri vfus in medicina Aufonij locus
de mecha uxore Afilici odor vermesgignis Bafilijanhabitat pelicudinibm Aphrice
Ibid. Bafilifcum haudàgallo excludi. Bardana mira vis in affe& u uteri.
Bituminis vis in hiſterica paſs. Braſsica, dorura fimul fatahereunt. Bruta
aliquot lafciuiffe in fominas, Bryonia mira virtus in affe&tu-matricis.
Braſsica fuccus contra ibrietatem. Britânnurum præfidium in furiofos.
Bubuloftercore colicam,anari. Bufonis lapis cóntra vinena. Bufonis.mira
propriet as in Aſcite. Arnes dura utfiant teneriores. Canes.obmutefcunt vmbra
Hyena. Capramaximè epilepſia tentatur, Capillorum defluussm laudano curare Cani
Canicula exortum à veteribus previſum, Carnes cocta,quomodo crude videantur Canes
fabrorum exiguos habent lienes Cancri vini quomodo co &tifimulentur Capre in
luftinis montibuseuomunt Capilli noftri plantis affimilantur Caftratilienem,
dan vitella ouorum deglutire ne. queunt. Cauſtica remedia,qualia adftrumas Caryophillgte
vis adcorporismacular Caftorei teftespropèrenes adeffe Caminus quo fumum non
emittet, Calphurnius beftia uxores dormientes necabat.Catelli membrorum dolores
confopiunt, Cacodamonem mali nnncijpraſagiumattuliffe Calendula folis
amica. Capiuacceiopinio de
menftruofanguine Cantharidum mira vis nocendi Carthaginienfium prefidium ad
deftillationes in. fantium. Cati.cerebrum hominesdementat.
Cornilacrymaſworesſuſcitat, Corui renouantnr eſos ferpenris Cervi carnes ad
vita produftionen Cepamab Hyppocrate deteftari Ceruorum vita longiſsima Cerius
Alatus Francorum inſignie Cerninum penem.conceptum facere. Ceraforum aqua
epilecticis vtiliſsima Chamedrij mira vis ad lienofos Chalcanti vfus
quidoperetur Chymici forebantapud veteres: Cibm Chuslapidus quomodo apparetur.
Cicutam uterinum furorem domare Cicuta virginum mammas detumat Cynorrhodi radix
ad hydrophobiam Cyminum hominibupallorem inducere. Cyprinorum vfuspodlagricis
infeftus Cyprini officulü caluarisad spilefiä mirabile Clarorum virorumexitus.
Lorui morientiúm fæditatem fentiunt Colicu dolor quomodofanetur Collegium veterum pro tuendaſanitate Cotoneorumfeminaadcombufta
Confedtio fenibuspraftantiſſima Corpusutglabrum reddipofit Corpora venenatá
vtnofcantur. Coralline vis adlumbricos Corniplanta hydrophobiam ſuſcitat
Consensus de disensus animantium Corneliu Celji valetudinis precepta.
Creationis mundi opiniones. 10 Croci metallorum.compofitio.: Crinesmulierum qua via denfiores fiant Cupreff
folia Strumas auferre. Cur fit vtquis clauos vomere videatur. Cucumeres oleum
abborrent. Cur quiti impronisè moriantur. D. Ature flores Defunium capillorum
ab hydrargiro, Demoris afturia apud indos. IS Democrittfedulitas in olei
caritare. Demofthenes quomodocuraffet lingue impedimen Denti Dentium dolores
bufonis tibia janari: Dentium ftupor
àportulacaremouetur Dentium dolores paſtinaca marina radio conquieſterr Defipientia
mulieribus familiaris, Digiti annularis ſympathia. E. EBura quoartificiocolorentur.
Ebriy variafufcipiunt deliria Echini ſagacitas in ventorum mutationibus Elephantte
in fæminam mirusamor Empiricorumremedi4periculofa Epistola quomodo in ouo
celetur Equam grauidam marem admittere. Equagrauida fomas occiditur,abortit Equorum teftes ad
ſecundas depellendas praftan. tiſsimi. Equusphaleris accinctus acrior. fot. Asies
rugata quomodo emendentur. Faciem hominis diuerfimode alterari Familia in Creta
mire faſcinatrices Faces ardentes ex Betula corticibus Fætor extin &ta
lucerna grauidisperniciofu Febricitantium fitis qualiter compefcatur Febrem à
quodum pifceillico exitari. Fæmina aliquot inrares mutate,, Fæmina pruritu
corripiuntur in pudendis in prima menftriornm eruptione. -Fæcula Brionie in
affecte vteri Feniculorum femina aliquando exitialia Filij Filij â parentibus
figna recipiunt. Ficorum efumfudoremparerefætidum Filices ab agris qualiter exterminentur.
Flores in Aegypto fine odore. Flamma quomodo in aqua excitetur. Fluuij aliquot
mirabilis natura. Fructum vinearum, iumentorumg interitus pre ſagium Ferarum
natura in hominibus mirum in modum deft. 8a Fons mirabilis apud Garamantes.
Frigida post pharmacü exhihita, felici fucceffu Fraxinum ferpentibus inimicum:
Furiofi in pleniluno,magis infaniunt. Futi vulnera quomodo curentur. Fungi ubi
in lapides mutentur. fumus hydrargiri
quid efficiat Galenu,Medicorum princeps Aline appenfo milui capite furisunt.
Galega, defcordij vis contra peftem. Gallinarum.stercus adfungorum viru. Gallinarum adeps quomodo diu ſeruetw Gallina
quomodofæcunda fiant. Gentium.don populorum ingenia. Germanorum mos circa
coitum. Gigantes quando in orbe fuerint, Gymnofophifta apud Indos mirabiles.
Grauidationis muliersus affertio.Grauida mulieres marein admittunt. Grauida
conceptü quomodo valeant occisltare. Grauidaaliquando fætupariuntfine vnguibus.
Gra Greuide mulieres curpallida. Greci
de Iudeorum monumentis nihiladduxe H.
Auftulus aqua matutinus falubris. Heclaignis aqua nutritur Hemicrania Gagate
fubmouetur. Homicrania à carduo
benedi&to fanythr. Herfetes ceroro
tabacci coufanari. Hellebori nigti ele&tio in Anticris. Hederam cumvino
habere diſcordiam Hemorrboidailisherbe mira virtus, Hellebori nigriextra et nm. Hybernie miraaerisſalubritas, Hidropsà viridi
lacerto confanata Hydrophobosè poto catuli congulo aquam illico ap petere.
Hippocratis opinio de balbisdefe&tiua, Hydrargiri minera quomodo
reperiatur. Hyppiatriquo studioftellas albas in equorum fu cis confingant
Hydrophobia rara dicuffion Hydrargiri
mira natura..Hydrargirum remedium eft advermes. Hydrargirum utilead celidolorem
Hydrargirumremedium in pofte. Hydrargirum defluuium capillorum facere. Hominis vite longitudinis
breuitatis figna, Homo repertus mira vaftitatis. Hominumcur aliquotfubtilioris,
vel graffiorisin. genijfiant. Homines
Principis vitam imitantur. Horai. Homines inuenti miragracilitatis. Hominis compofitionismirabilia Hominesquomodo
fiant abfemy. Hominum corpora olim vafta
Ibis in degyptofolum moratur, Ignispraſidra admorbos fele &ta. Infantes à quibusnutricibm ladandi. Infantis
inumbilicum animaduerfio. Indi ante Hiſpanorum tranfitum variolas baud paffi
funt. 88 Infania ex folano fyluatico quomodo
emondetur Indus quidam longiffime vite. Infantes eiulareautoladein mammillu,
Infantium ruptura ut curentur. Infantes
vipreferuentur ab epilepfie. Infantes ànutricibus mores recipere Infantis umbilicum conceptum facere. Inser Lupum eAgnum diſcordia. Inter brafficam,
de vitesfympathis. Iumenta clitellaria fibilo, cantu á laboribus fubleuari Aminas
aris& vitrileo extrahi Lapidis ignem redensis compofitio. Lapathiam camas
duras,teneruofacit, Lacerta apudIndosmira magnitudinis, Lu,fanguisaliquandopluers
viſs. Lepusannis decemviueredicitur. Letargicos à Satureia vigiles fieri.
Leonardi vatri de partu opinio. Leones
Leones aftatttertianam patiuntur.
Leporumnonomnes hermaphrodui, Leo timet Gallung. ISO Linteaapud Indos
igne depurari, Littera aurei coloris quomodofiant: Lignum èviſco Latum
diſcutita Lienem adcorporis turpitudinem valere Lolium praun inducit ſyptomata. Lolij nocumenta Aceto fanari. Ibid. Lups
afpe&tu homines obmuteſcunt. Irupi pauci reperiuntur,ones autem multa Zapi
quomodo ouibus nacere nequeant., Lumaca lapispartum accelerat Ludi in
conuinijsfeftiuiquales, Lupi,canes, doFeles ut curentur, Lupi in fenio ſerpentesin renibus generant. Luna confinusad inferiora, mirabilis. Lue gallica canis infeftus
Lumbricosquandoquegenerari virulentos MAmirimum
vitulum àfulmine non ladi, izg Aris yubri admiranda: Maleficas artesir
Septentr. exerceri Mascitius, quàm
fæmina animatur, Maritimarumtempestatumprafagia Maculanigre in morbisquid
portendant. Mădragoravitibus infundit vim ſoporiferam: Mares in mammillisſapè
Lachabent.. Marina pallinace radiusad dentiumdelores yti lis. Mommarum sum
vtero ſympathis Medicinepraktamsia quanta fit.. Menftrualisfanguinis immanita,
Medea an fuerit venefica. Memoriaquo
prafidio augeatur. Mercury pojisura in hominūnatiuitatibus, quan tum valeat.
Mergorum i anferum proprietas contraHydropho biam.. Mellis vfu vita
vtiliffimus. Medicina multa abanimalibus capta. Meſpulilignum ab ab ortu
preferuat. Menftrua plerifqs fæminis in fenio. Mirabiles in
hominibusproprietates dari. Mithridates inculpatè venena bibebat. Mithridatis
antidotum ad venena. Mirafontis inEpgroproprietas, Mille pedum preparatio
adcalculos. Mille folium aduulnera
conſolidanda. Morborum prauorum natura, Morus planta prudentiffima.
Morfusquidam à cane rabido latrauit.
Mors inArthritide quandofuccedat.
Mures futurorum praſcj. Muftela cur rutam comedat. Multa prafidia ab
animalibus homines accepije.Mulierum capilli quomodo in vermes mutentur.zo
Monftruofa Dæmonis apparitio. Mulieres pregnantes vt nofcantur. Muftella fanguisadepilepfiam.
Mundi creatio.ornatus. Mullus sterilisatem producit. Mulierum pinguedoſuamis.
Mutin Mulieresrarò inebriantur.
Mulorumgenuspropagare nequit. Mulieresin. Ponto animalibus.nocentes. N: Natura
presidentia in brutis.. Natsuitates.hominum quando ob'eruende Natura
arcanaprovira producenda. Neronis crudelitas quoque pads a nutrice wiginem
fumpfit. Nero Tapfiam magnificauit. Nereides, Sirene lepe vifa fust: Nili
proprietu admiranda Niues rubentes in Armenie. Nodi in vmbilico infantis quid
sotentas Nuxairiftica quomodofiat vigore for O Learum fterilitatis preſagium:
olei, vini,fegetumquefterilitatis prefagium. olei balneumproconkulfis laudatum.
aleun amigdalarum dulcinm advariolarum veftigia probibendu. olea Minerka a
yeteribu dicata: slei cinemani
raracampofis. elina olinarum oleum
adunguium pannas. tur. Par Oleum latris colicum affe& um domato Oleum lixiuio miftum albeſcit. Opthalmia
aliquando.folo afpe et u communicar @ris
ulceraquomodofanemtur: Oryalus viſu auriginoſos.sanat.. Orestis cadauer odto
cubitorum. fa de corde Cersui.corina uznena.. Oxes capite
mouentpluuialmininente. Quesalba ubi nigrefiant. P Arimdi difficultasquandoqueà curto umbi lco
prouenit. Paracelfafalſa opinio dehomunculipartu.Panaritiumqualiter illico
fanetur. Parthi, Scytheque quo venenofagittas linjrent.Pestilentitemporeinter
precipua præfidia.neris Aifcatio fummum iudicatur. Papauer agreſte contra
pleuritidem, Papauer ſolisfpheraminfequitur, Perfa.aliis coquinas replebant:
Pediculicorpora morientium relinquunt Beftem ex occulta antipashia oriti. Penna
Ibidis ſerpentes-terret,
Perniones:quomodo fanentur: Phalangii'ueneni opera. Phrensuci cur
fortiſsimifint, Phrenetidem exnigro-corallio quiefcere Bhreneticialiquando
mirabilia loqui. Pharmacum dare, quando periculofum. Philomenaà vipera deuoratut. Pifa Piſces marinifalubres, japidi, Pifiesfrixi
quomodo in venenum tranfeunt. Pici mirandulani ingenium; Picem cum oleo habere colligantiam Pici
opinio de fcientiarum varietate Portulæca foment contra lumbricosa
Plurimamèterra furfum rapi iterumque deorfumi cumpluuiis precipitarz. Polypodijmira viscontra cancrosa Porri
caputquomodo augeri pofsit: Potentia imaginatiua in conceptu mirabilis. Planta
fimileseffe&tu fimiles, vinute... Pluvia imminentisprofagia. Plumburglans
in coli dolorepraffans. Prognoftica tempestatis pluusoſa. Prafodiam mirabile ad
calculos Preſedia admiranda inangina. Pfli, do Marfi ferpentibus amici.
Pulchritudo, deformitas afpeétuo quid portono. dat. Pulchritudo corporis quo
termino confitna. $. Euella à teneris veneno odusara. Pulſus deficientes
anfemper mali, Queen Vanium profit neris puritasin peffe. Wartanarii improuifo rimore fananiky. Mr. Qua
via volucrumpennacolorentur. Quartana quomododebellerur.
Quibuscorpusflorsfcit,his lien decrefcit. Quo artificio es aduratur. QuorumdamiAnimalium vitalongitado Quorumdam
animalium naturl. Quorumdam homină virtutes, et ornamenta. quo artificio mares ab. uxoribus. [tyfcipere
vales Quo Artificio duriſsimafaxa frangerevaleamus. Quomodo in
urdieriſomasexcitari valeamus. mks. R Aneterreftris oleum aditrumas !
Rexbarbarumcidoniatum gravidisfummum medicamentum. Rerum Sympathiam in aliquot brutis Admirabi.
lem effe;. Rută inter alexiteria medicaméta cõnumerari, Rores marini virtus
miranda, Ruta mira. vis contra venenum. S jabbarici junijmiraproprietas,
Sanguis menftruus quandoque ex oculis velgingi uis excluditur, Salis prunelle
virtus,de compofitio. Sartyriam carnofum venerems excitat,flaccidum vero
extinguat. Sanguis menstrualisexucis, ſcarabais venenū. Sanguis caninus
hydrophobis vtilis. Saliua bominisfcorpionesnecat. Scarabei miraproprietas.
Scarabai cornuti vis in febre ciendo. Sciffure laborum.usmanuum remed. Scythe
quomodo diuabfque cibo vivant: Berpentesquibus fufficibusarceantur.
Sene&tutisincommodah Sepermusinter mafculos meră retinet virtutã. Serpeniums
ona, velgenitura in pornfumptaSerpenting gignunt. Singulis quopatto cohibeatar,
Socij Diomedis in volucres conneri. Solis confuxm ad inferiora maximus. Solatri
potencia contra parafitos.
fomniorsuspreſagia à Deoconcedi. Sodami -Gomorrbi fruétus vari. Solis
defe et us quomodo comprehendatur. Spurij robuftiores legitimis fuus Spe&
acula veterum vbi celebratamagis. Spuweis epilepticis non femper filo
Spatiuwvil e fecundum Acryptias. Stygis Arcadiemortifera natura. Sirumarum
mirum remediusa. Strumaper vrisano quandoquepurgalai Sterilituin bomine
ytdiriwratur SAMIremedium temporepeffu. Succinum parium mulieris accelerare,
Syrupus fpinæ infeftorie ad temelusume. SS SwimeisterSidera calidißima. T.
sbacci vw apud Iudos. Talpeoleum ad Aruma. Taurifanguis inter VEREBANwerari.
Taurilapillu veſice contracalcules. Taum Philoſopbw famen cabiberet. Ferro
lenonia contra ventna. Tbagfia mira vis in facillasi. SO Thappa Thapſia
veſsicas, do ademata excitat. Torpedinismira vis in capitis dolores.
Trauli,cobalbi,do femilingues unde finns. Tuberum efufrequenti hominescadunt.
Aleriane vis contra epilepfiam, V Variola,morbilli affe&tmnoni, Verruce quomodo extirpentur. Verbena vis in
capitis doloresi Verbena virtus contra frumas Vermium in corporibus hominum
varia figura 18 periuntur Vermes rubei in cerebro adnati. Verbafci florss Sole aecedente decidunt,
Veterum fepulchra mitèconftrudia Veterum ruditasdo, in foribendovarietas. Vena
ſarustella ſpleneticis auxiliatrix Veterum in nuptiisconfuetudo. Veteres
equoram lacrymas admirabantur. Venenumà diſsimili extinguigecontra Vermes in
cordis.capſula exorti Ventorum mutationes ab Echmo previderi. Vifusacies,in
quibus fueritadmiranda. Víres collapſa odoribus reſarciri poffunt. Vitrioli,
com fulphurisoleumad vermes. Vipera catellosfuosparit,utnutrit Vipera inter
ſerpentes fola parit animal vinã.ibe Viperamorſus Hellebori nigri radicibus
fanan. Vinum pro Afthmate ſele&tum Vito longena quomodo apparemme zur. Vina
Vina alba quomodo rubra fant, Virginitatismulierum figna. Vitrum quo modo
diuidarur. Vinum
venenatumquibus profuerit. Vinum à veteribus feminis interdi et um. Vifcum
quercinum epilepticis falutare Vitri puluerem calculus comminuere.Vimivſus
elephanticis falutaris.Vlcera formicantia quomodo breui fanentur. Vricornu proprietas, bet cognitio. Volatilium, piſciumque
fecunditatispreſagia. Vrtica folia ſalutem, vel mortem informi in lotio
prefagiunf. De Medicine praftantia. Edicina decçio demiſla eft: ita
Mercurius Trifmegiftus apud Aegyptios ſapientiſsi. profectoad fluxilis natura
goltre remedium Deus altiſsimus ho minibus conceſſit; vt fanitatem conſer.
uare, &perditam recuperare commodè valeamus. lofa autemà vitæ conftituto
termino, et à morte nequaquam viuen. sia omninoliberare; ſedcorpora à cor
suptione, et feftinadiſſolutione præfer uarepotius iudicatur. Amazonescur
mammasdextras refecauerint. Mazones illæ, tantum à ſcriptori bus celebratæ,propterea
fibi má. mas dextras refecari curabant, vt magis A armis gerendis aptæ fierent;
vel potius Demannum, et brachiorum impedire tur motus. Mihi zutem Galeni opinio
7. Aphor. 43.ex fententia Hippoc. admo dum placet; qui has mulieres id feciffe
aferuit, vt manus dextra robuftior cua detet.Hocautem à ratione alienum mi.
nimèeft, quippe nutrimentum,quod in mammam dextram à natura diſtribui
debebat,totum in manum, et brachium immittebatur. Strab. Olearum fterilitatis
prefagium. Ergiliarum occultatio, et emerso Sucularum tempeftuofi fideris, fi
pluuiofam tempeftatémouerit, et vitis, &olei germinationé fuffocabit.Ex hac
cauſa Democritus olei præuifa caricate, magna vilitate oliuas in toto co tractu
coemit, mirantibus, quipaupertatem, do et rinam, et quietem homini oble et a.
mento cffeſciebant: at vt apparuit cau. fa, et ingens dinitiarum acceffio,reftituis
mercedem, contentusleita probaffe, 0. pes fibi in promptu eflc cum vellet. Ex
Fran, luncino in Sphæra. Do&oris Medici, et Philofophi, Hortulus Genialis.
DeMedicinepraffantia. Edicina decçio demifla eft: ita Mercurius Triſmegiſtus
apud Aegyptios ſapientiſsi musfcriptum reliquit. Hát profecto ad fluxilis
natura noltre remèdium Deus altiſsimus ho minibus conceffit; vt fanitatem
confere uare, et perditam recuperare commodè valeamus. lofa autem à vitæ
conftituto termino, et à morte nequaquam viuen. sia omnino liberare; fed
corpora à cor ruptionc, &feftina diſſolutionepræfer uarepotius iudicatur.
Amazones cur mammasdextras refecauerint. AMiszonesilla, tantum àfcriptori.. mas
dextras reſccaricurabant,vt magis armis gerendis aptæ fierent; vel potius De
manuum, et brachiorum impedire tur motus.Mihi autem Galeni opinio 7. Aphor. 43.
exfententia Hippoc. admo. dum placet; qui has mulieres id feciffe aferuit, vt
manus dextra robuftior cua deret.Hocautem à ratione alienum mi. nimé eft,
quippe nutrimentum, quod in mammam dextram à natura diſtribui debebat,totum in
manum, et brachium immittebatur. Strab. lib.11. Olearum fterilitatis præfagius.
Ergiliarum occultatio, et emerGo Sucularum tempeftuofi fideris, fi pluuiofam
tempeſtatemouerit, et vitis, et olei germinationé fuffocabit. Ex bas cauſa
Democritusolei præuifa caritate, magna vilitate oliuas in toto co tracta
coemit, mirantibus, quipaupertatem, do et rinam, et quietem homini oble et a
mento effe ſciebant: at vt apparuit cau. $ a, et ingens dinitiarum acceffio, reftituit
mercedem, contentusleita probaffe, o pes Sbi in promptu effe cumi vellet. Ex
Frap, lundino in Sphæra. V O aqua Nili,
Nilifluminisproprietas uædam aquæ reperiuntur, quæ fæ. cunditatem proprietate
quadam inducere celebrantur: ita eſt quæ ſua vi nitroſa, vt voluit Seneca 3.
Natur. quæſt. natura. fæpè vteros per petua fterilitate occluſos aperuit, et conceptumfecit:
Vnde mulieres in AE gypto,vtfcripfit Ariſtot.quinos, et qua ternos frequenrer
fætus edunt; ratio non alteri tribuitur, quàm Nili aquæ, quæ illis in potu
familiariſlima eſt. De Mundicreatione. N qua Anni parte Müdus à Deo crea
tusfuiflet,diſcordes interſe ſcriptores funt, vt Hebræi, Iſmaelitæ, Chaldæi,
Arabes,Aegyptij,Græci, et Latini.Mula ti enim in Aeftate, nonnulli in vere,alij
verò in Autumno conditum fuifle con tendunt. Moyles fuiſſe in Autumno affe.
rere videtur, cum in Geneli dicat, Ger minet terra berbam virentem,
&facientem emen, Glignum pomifera faciens fru &tung iuxtágenusfuum.Ex
Aegyptijs nonnulli A eſtate creatum afferunt. Inter Latinos Cardinalis
Aliacenfis vere nouo condi tum voluit.Inſuper variant,quia Plane tas aliquot
afferunt in mundi principio fuiſſe creatos in fuis domibus: Solem ſci licet in
Leone, Lunam in Cancro, Martē in Scorpione, Saturnum in Capricorno, Venerem in
Libra,Mercurium in Virgi ne, Iouem in Sagittario. Alij, Planetas volunt, in
fuis altitudinibus, præter Mercuriú, omnes fuiffe collocatos. Que autem opinio
fit verior, D.Thomas 4 fons dif. 2. artic. 8. videnduseft. Murium fagacias.
Vres ex ônibus animalbusquo dám do cognofcuntur. Cum enim domus aliqua
conſenuit, &ruinam aliquam iamcom minatur, primi ſentiunt; et reli et is
fuis cauernis, priſtiniſque fiabitationibus, domum relinquunt, properè
fugientes, aliudque domiciliú quærunt. Aelianus de var, hift.lib.z.& Leuisius Lempius do
fest. nat. Pluuja Mamodofuturorum præcij effe Pluuioſa tempeftatis Prognoſtics.
' Ergiliarum occafus matutinus, lo nubile Coelo accidat, hyené plu. uiofam
denunciat,fi fermo Cælo,alpe ram.Sic Veneris,aut Martis per Pleiades tranfitus
aliquot dicbus pluuioſam ciet tempeftarem.Saturnus inſuper cum cor pore, aut
radijs ad a &turum accedit, i dem minatur.Ex Plinio,óobferuat.Stadi.
Agricola non femel tempeftates, et f renitates predicant. Vltos profe et o
cognoui pafto res, plerofquc agricolas, quiin prædicédislerenitatibus, et tépeftatib.
magnæ mihi erant admirationi, quare tanquamcnriofus fciſcitabar, qua via,
&ordinc hęcſcirent?ratus forfan fimpli ces, &idiotas non poflc tanta
certitudi. ne futura prænoſcerc;nifi vel Dei mu. nere, vel Demonisa et uid
fieret. Exre latu diuerfas ftellarum conftellationes abijs experientia cognitas,
no et u, ani. maduerti:quarüobferuatione vera pre M dicunt. Experti enim ſupt
Pleiades in Autumno, quæ in principio no&is ori. untur cum Marte, velVenere
mouere tempeftatem. Aréturum non fine gran dine emergere. Hadorum ortum et oc.
cafum tempeftatem pluvioſam in regio. nibus noftris prænunciare; et alia, quæ
in promptu tales habent, licet alijs no minibus hæc fidera nominent. Quare
mirum non eft, priores ftellarum per fcrutatores circa carum prædi& iones
multa nobis reliquiffe,cum id ſapientia, et obferuatione perfecerint, quod iam
idiotæ fine magiftro facere valent. Valeriana miraviscótra epilephan. leriana
ſylueftris, quęlpontènal. citur,præter innumeras, quæ ab au et oribus ei
tribuuntur virtutes, hancia diù, in multis, atque in fe ipfo Fabius Columna in
bifter, plant. expertam ape suit,vt ſemel,velbis radicis puluerisco chlearij
dimidium cumvino,aqualadte, aut alio quouis decétifucco et proggro
sicómcditate, et ætate fumptü,epilep Valeri Ga correptos liberet. Extirpatur
ante quam caulem edat, et puerisexhibetur, et preſertim infantibus, qui morbo
hoc facilè laborant. Retulit auctor ſe multis puerulis lac propinafle; multiſ“;
amicis donodediffe: qui deinde diuino prius numine glorificato,
puluerehuiusplan tæ illis reftitutá fanitatem affirmarunt. Transformationes
hominumin beſtia as noneffe reales. Vædá monſtruoſæ hominü tranſ formationes in
beſtias à multis au Storibus fcribuntur; et inter alias, de il la Maga famosissima
Circe, quæ ſocios Vlysis in deftiasfertur mutaffe: de Ar codibus, qui forte ducti
tranſnatabant quoddam ftagnum atq; ibi conuerteba tur in Lupos: de Diomedis
ſocijs, qui in voluitres conuerſi ſunt, plurima'addu cunt. Hoc non fabuloſo mendacio,fed hiftorica affirmatione
multi confirmat, vt in fpec. natut. Gib. Vincentius Beluacenſis retulit.
Aflerunt enim (vt ajtSolinus )velmagiciscantibus, vel her barum veneficio in
feras corpora tranſ formari. Dicunt in experimento Neuros populos Aeftatis
tempore in lupos mu tari, deinde fpatio, quod his attributun eft exacto,
inpriſtinam faciem reuerti, Anautem huiuſmodi trasformatiorea. lis ſit vel
illufivè facta à Demone, D.Au guft.lib. 18. de ciuit. Dei ita nodum enu.
cleauit: Quod transformationes homi numinbruta animalia,quæ dicuntur ar te
Dæmonum faétę,non fuerint fecun dum veritatem; fed folum fecundum apparentiam.
Quippe opus hoc tantum Deieft; vt in Concil, lacro A Acyrano fancitum eft. Demonis
aftutia apud Indos. Erba, quam Tabacchum appella mus, apud Occidentales Iodos
in magno cratpretio.Cum eniminter hos dere graui agebatur, ad Sacerdotemil.
lico accedebat,quitotuoegotiúexpone bát. Sacerdos auté corá illis fronde, vel furculum
Tabacchiſumebat, qua carbo. nibus inic et ta, fumum peros, et nares ex.
cipiebat, et inftar mortuiin terrá cade bat. Paulo poſt conſumptis fumivirto
bus in cerebro, reſponsa, ſed ambigua, prout Dæmones perilluſiones, et fimu
Jachra fuggefferant, populo dabat;qua tanquam religioſa, et veriſsima cunati
recipiebant. Ita profi eto hominum ini. micus Gentiles decipere confueuerat.
Monardes de rebus Indicis. Quid Picusdefcientiarum varietate fentiret. CH *Vm
quodam die Ioannes Picus Mi Urandula de fcientiarum varierate diſſereret,in
Hebrçorú, inquii, Philofo phia, omnia funtveluti quodam numi ne facra, et in
maieftate veritatisabdita Ceu prodigia quædam, et arcana myfte sia. In Græcorum
veròdifciplinis, in genium, acumen, et omnigena eruditio apparet, vt nulla
vnquam gens fuerit, quæ dicendi copia, et ingenij elegancia cam illis
poffitconferri.InRomanaved sò Academia, ca ferè omnia, quæad ci. witaté, et vitæ
morespertinent, &graui. *, et copiosè funt explicata,ac magni fica ficè
diđa. Sic ve grauitas maximè Roo manis, et imperijmaieftas, Grçcisinge nium,
&acumen; Hebræis do et rina fe. cretior, et quaſi diuinitasaſiribi poſsit,
Crinitus da honeft. diſcipl. lib.g. Subditos, Principis vitam vtpluri.
mumimitari Rincipis vitam fubditi maximopere imitantur. Hinc fa et um eft,vt ex
Philofophica vita Marci Imperatoris, magnum virorum doctorum prouentu ærasilla
tulerit. Solent enim plerumque homines vitam Principis æmulari iux. ta illud
Platonis à Tullio in epift.ad Lé tulum reperitü: Quales fum in Republica
Principes, sales folers effe cines.Quapropter ex bonitate Principis Marci,
plurimila philoſophari finxerunr,vt abeo ditarë. tur. Ex Herodiano, et Xiphilino.
Rutam allium ferpentibuset werfari. Vtä odor,allija; ferpentibus max ex
teftimonio Ariſtotelis 9.de.biſtor. animal.c. 6. habemus muſtelam, cum
dimicatura eft cum ſerpentibus, rutam comedere. Hac etiam ratione ducti Perfæ(auctore
Simone Sethi ) coquinas allijs replebāt, vt ipfasà ferpentiú contagio
tuerentur. Animaliaoriri, et viuere poſſe in ig ne compertum eft. Agna
admiratione dignum eſt illud, quod ab Ariſt. s.de hiftor. animal adducitur;
animalia ſcilicet oriri, et viuere in igne,cum elementum hoc omnia comburat: et
nullatenus pu treſcat. In Cypro, inquit, infulaærarijs fornacibusvbi, Calcites
lapis ingeftus compluribus diebus crematur,beſtiola in medio igne naſcuntur
pennatæ,paulo mufcisgrandibus maiores, quæ per igne Saliant, et ambulent.
Equidem fià tanto viro hocnon aperiretur; vix credere homincs auderent, cum
totum rationi aduerſetur; fed hæc, et alia maiora à po fentiſlimanatura fieri
poſſunt, 10 Lacus Lachs Affhaltitis mirabilis natura. Yommemoratione dignum
puto Alphaltitis lacus naturam expo nere.Salfus ille quidem,ac ſterilis eft,fed
tanta leuitate, vt etiam, quæ grauiſſima ſunt,in eum iacta fluitent:nec
quiſquam demergi in profundum ne de induſtria quidemfacilè poſſit.Denique
Veſpaſia mus, qui eius viſendica uſa illucaccelle sat, iuſfit quoſdam natandi
infcios, vin &is poſt terga manibus, in altum deijci, et euenit omnibus, vt
tanquam vi fpiri. tus farſum repulfi, deluper Auitarent. Joſepbas lib. 5.de
bello Iudaicri.9. Piſces marinos falubriores, et fapidi. ores efe fluminum
piſcibus. lices, tum pidiores, tum falubriores ſunt ijs, qui in fuminibus,
ftagnis, lacubus, auc riuulis viuunt.Salfedo enim duriorem facit carnem, et fubtilioris
fubftantiæ. Contra in piſcibus, qui ſunt in fiumini
bus, &perinde eorú caro excrementitia eſt muccoſa, et infuauis. Vndeapud
Co. lumellam extat lepidum didū. Philip pus cum ad Numidam hofpitem deue
niſlet, et fibi è vicino fluminelupi for moſum appofitúdeguftaffet,ex puiſſet
guc dixit: Peream ni piſcem putauerim ! vſque adco à Tyberino,velmarino dif.
ferre putauit, vt illum piſcis nomine in. dignum iudicauerit. Mulieris cinni
fogant ſerpentes, da in vermesmutantMr. ulierum capilli, quibustantopere
gaudent, et pro quorum ſtructu ra in exornandis multum conſumunt te. poris,cremáei,
ferpentes abigere vifi sūt: fin autem in aquam inijciantur, in ver mes non diù
retenti commutantur. Plurimos homines aqui per tenebras, de per lucem vidiffe.
Erum natura opulentiſsima admi ſus aciem,oculoſgue ſplendentes pręſti tit; vt
multi felium more noctu vagari liberè potuerint. Legitur de Alexandro per tenebras
æquè,ac per lucem vidiſſe; viſum adco acerrimum habuit Galenus, quod in lomnis,
patefactis repentè pal pebris, magnamante oculos lucer via debat, vtiplede ſe
fidem facit Hip port. Go Platon, plac.6.4. At mirabilior erat TiberijCeſaris
proprietas; qui in tenebris exactè videbat;de qua re adeo admiratur
Tranquillus, vt id pro mira culo ſcribat. Cibus fapidiſsimus quomodo apparetur.
Viſapidissimum cibum habere de liderat, Gallinaceos pullos, qui la &te et panis
micis laginati lipt, in menſa procuret, ij profe &to præſtantiſsimum
ſaporem exhibent, mireque cum palate ineunt gratiam. Andereriam carycis nu
tritus, tum ad medicinam, tum ad gula faporem eſt optimus, et piçlertim iccur.
Vnde non mirum L in Inſula Hiſpa niola apud Indos, porci harundinibus zacchari
faginatitantæ, ſapiditatis, et bonitatis ſint, vt febricitantibus etiam
exhibeantur, Gigan eft muccofa, et infuauis.Vndeapud Co. lumellam extat lepidum
di& ú. Philip puis cum ad Numidam hofpitem deuc niſlet, et fibi è vicino
flumine lupi for mo ſum appofitú deguftafſet,exfpuillet guc dixit: Peream ni
piſcem putauerim ! vſque,adco à Tyberino,velmarino dif. ferre putauit, vt illum
piſcis nomine in. dignum iudicauerit. Mulieris cinni fogant ferpentes, do in
vermes mutantur. ulierum capilli,quibustantopere gaudent, et pro quorum ſtructu
rain exornandis multum confumunt té poris,cremári,ſerpentesabigere vifi sūt:
fin autem in aquaminijciantur, in ver. mes non diù retenti commutantur.
Plurimos homines aqui per tenebras, acper lucem vidiffe. REErum natura
opulentilsima admi randam fæpiſsimè hominibus vi. ſus aciem,oculoſque
ſplendentes pręſti tit; vt multi felium more noctu vagari liberè potuerint.
Legitur de Alexandro per tenebras æquè, ac per lucem vidiſſe; viſum adco
acerrimum habuit Galenus, quod in fomnis, patefactis repentè pal pebris,
magnamante oculos lucern vi. debat, vtipfe de ſe fidem facit lib. 7.Hip porr.
Platon. plac.6. 4. At mirabilior erat Tiberij Ceſaris proprietas; qui in
tenebris exactè videbat; dequa re adeo admiratur Tranquillus, void pro mira
culo fcribat. Cibusſapidiſsimus quomodo apparetur. QlideraGallinaceos,
pullos,quila &e et panismicis laginatiſipt, in menſa procuret, ij profe
&to præſtantiſsimum ſaporem exhibent, mireque cum palato ineunt gratiam.
Anderetiam carycis nu tritus, tum ad medicinam, tumad gulæ faporem eſt optimus,
et pięlertim iecur. Vnde non mirum G in Inſula Hiſpa niola apud Indos, porci
harundinibus zacchari faginatitantæ, ſapiditatis, et bonitatis ſint, vt
febricitantibus etiam exhibeantur, Gigantes in orbequando fuerint? G. Igantum
foboles paulo ante Dilu (uium apparuit, patet hoc in Geneſi c.6.quando ingreſſi
ſunt blijDei ad fili as hominum: poſt autem Diluuium aliqui fueruntgigantes,
qui tamen non multo tempore durauerunt. Bonitas e nim naturæ (vt inquit
Abulenfis c. 3: Deuteronomij) in cibis, et afpectu cæli ad terran habitatam
remen humanum in tanta virtute continebat, vt tanti robo ris, et ftaturæ
homines ætas illa produ. ceret; Poftea paulatim deficiente natu, ra,tanquam ad
fenium múdus ifte decli. nauit, et humana corpora cum viribus minorata funt.
Adfacies mulierü rugatas ſelectum præfidium. (N gratiam rugatarum mulierum, et quæ
maculas in viſu fortitæ fuerint, quo ſenium, turpitudinemque faciei abfcondere
valcant, optimum adduca mus præſidium. Alumen tritum, et cum recentis oui
albumine agitatum,ſi dein de ferbuerit in olla,& { patula ligno coti nuo
mouebitur,in vnguenti ſpiſfitudi nem tranſit. Hoc f biduo, vel triduo facies
mane et vefperi collinitur, non modò emaculari et erugari, verum ſum mepulchram
&gratam eam reddi ani maduertent. Maxima eft folis excellentia, do in hec
inferiorainfluxus. Am maximè Homerus Solis natura, et excellentiam admirabatur,
vt illú Deorú patré,hominūá; vocauerit. Ipfe enimomniú aftrorú Rex eft, et tempora
cuncta moderatur: annos,menfes, et di os diſtinguit, et efficit; nos fua luce
læti ficamur, et eiuscalore ſanamur. Ipfe vi. rentes herbas, et terræ nafcentia germi.
narefacit, et flores redolere. Ipſefruges, producit, fructusmaturat, aerem puri
ficat, lucem affert, tenebraſque repellit, elementa tranſmutat,animalia gignit,
gemmaſque pretiofas cum admirandis viribus ex terræ viſceribus mira virtute
spitøre facit, Hominųm ipſe, cum ho mine Gigantes in orbequandofuerint? Glucos
Igantum foboles paulo ante Dilu (uium apparuit, patet hoc in Genefi c.6.quando
ingreſſi funt alij Deiad fili as hominum: poſt autem Diluvium aliqui
fueruntgigantes, qui tamen non multo tempore durauerunt. Bonitas e nim naturæ (vt
inquit Abulenfis 6. 3. Deuteronomy )in cibis, et aſpectu cæliad terran
habitatam femen humanum in tanta virtute continebat, vt tanti robo ris, et ftaturæ
homines ætas illa produ ceret; Poftea paulatim deficiente natu, ra,tanquam ad
fenium müdus iſte decli. nauit, et humana corpora cum viribus minorata ſunt.
Adfacies mulierürugat asſeleétum præfidium. Ngratiam rugatarum mulierum, et quæ
maculas in viſu fortitæ fuerint, quo ſenium, turpitudinemque faciei abſcondere
valcant, optimum adduca mus præſidium. Alumen tritum, et cum recentis oui
albumine agitatum, fi dein de ferbuerit in olla, et ſpacula ligno coti nuo
mouebitur,in vnguenti fpiffitudi nem tranfit. Hoc ſi biduo, vel triduo facies
mane et vefperi collinitur, non modò emaculæri et erugari, verum ſum mepulchram
&gratam eam reddi ani. maduertent. Maxima eft folis excellentia, din hec
inferior ainfluxus TO Am maximè Homerus Solis natura, et excellentiam
admirabatur, vtillu Deorú patré, hominúý; vocauerit. Ipſe enim omniú aftrorú
Rex eft, et tempora cunctamoderatur: annos,menſes, et di es diftinguit, et efficit;
nos fua luce læti. ficamur, et eius calore ſanamur. Ipfe vi. rentes herbas, et terræ
nafcentia germi. nare facit, et flores redolere. Ipſe fruges producit, fructus
maturat, aerem puri ficat, lucem affert, tenebraſque repellit, elementa
tranſmutat,animalia gignit, gemmaſque pretiofas cum admirandis viribus ex terræ
vifceribus mira virtute qpicere facit, Hominum ipſe, çum ho minegenerat,&
tandem quicquid in ter ra oritur, et occidit, corrumpitur &ge neratur, in
eius poteftate eft:fic ait Ari ſtot.z.degener.d corrupt. quod propter acceſsú,
&receffum Solis in circulo ob liquo,fiuntgenerationes, &corruptio pes.
Hæc, et alia tali lideri Creator om. pium largituseft. Falfißimum eft
Salamandramin igne viuere pole. B Ariftotelc, et Aeliano,Salaman dram non modò
in igne viuere, verum etiam illum extinguere proditú eſt. His ſuffragatur
Plinius lib.io.c. 67. qui tantum alleruit Salamandræ rigore elle,vt igné
glaciei ad inſtar extinguat, Hi autem famigeratiſſimi viri dormi. tare videntur,
cum omnia et comburi, et conſumi ab igne poſle iudicentur, Falſum ergo axioma
eſt;breuique fpatio animalillud, antequã comburatur, licet rigidiffimú foret,
in igne viuere verifia mile eft.Totú hocexperientia innotuit. Narrat enim
Matthiolusin Dia foridisin agro Tridentino,Veris,& Au. Tumpi tempore,maximam
Salamandra rum copiam reperiri, fe autem,vtexpe rimentum caperet eius, quodde
Sala mandra vulgo fertur, plurimas in igne conieciſſe, fed eas prorſus
exarſifle,bre uique penitus eſſeconſumptas. Sabbaticifluuj admirada proprietas.
I Nter Arcas, et Raphandas ciuitates (teſtimonio Iofephi.7.de bel. Iudaico )
regni Agrippę, Sabbaticus fluuius repe ritur, ita à leptimo die, quem ludzire
ligiosè colunt, appellatus. Hic copiofus fluit, nec meatu ſegniseſt,
mirabilemg; naturam obtinuit, liquidem interpofitis lex diebusà fonte luo
deficit,audumq; et ficcum alueum relinquit. Quod auté mirabilius eft, nulla
mutatione facta ſeptimo die fimilis exoritur, talemque continuo ordinem
obferuare pro certo ab omnibus cognitum eft. Quam fitexitiofumpro lattandisine
Fantibus vitioſas eligerenutrices. Vtrices pro lactádis puerulis ma lis moribus
imbutas, vitiofas, in. B eptas, crudeles vel ſuperbas reijciendas exiſtimo:
mites autem, benè moratas, fine vitio, et prudentes cligendas. Pueri enim ex
ijs educati ob acceptum nutri mentum à parentum natura recedunt, et 1 ad
nutricisvitia, vel prudentiam aliquá inclinationem habent. Indelegitur Ne Pi
ronem crudeliffimum à fuis progenito ribus longè degeneraffe(quamuis pravá
inclinationem vincerepotuiſſer) ijenim benigniffimi fuerant: ipſe autem à crue
delillima nutrice lactatus, et connutri tus, propriam matrem interfecit.
Menſtrualisfanguinis mulierum immanitas. Aximum contagium in mulieris i ei F
credidit.Refert enim nouellas vites eius pernecari contactu,rutam, et hederam
illico mori, apesta et is aluearijs fugere, lina nigrefcere, aciem in cultris
tonſor rum hebetari, æs graue virus et ærugi nem contrahere: equas, li lint
grauidæ, ta &tas abortire,multaque alia pernicio famala ex illius contactw
fieri tradidit. Sed longe à veritate diftar hic auctor: cuiuslibet
enimmulierisfanguinēmen i ftruum virulentum effe falfamum eſt, quippe in ſana
muliere, non differt et Yanguis à fanguine vitiumque illius in i quantitate
tantum perliftit,vtbenè Ca piuacceusin fua Praxi recenſuit, fecus eft in
morboſa muliere, ex menftruali enim iſtius fanguine nõmodopericula, quæà Plinio
adducuntur, eueniunt, ve - rum etiam alia. Equidem canes epoto · menſtruo in
rabiem vertuntur. Homi nes in he et icā, et phthiſim, fià veneficis, eis in
potu tribuitur, deueniunt: Oleze contacte ſterili fcunt. Alia ctiam ex il lius virulentia contingunt, quæ
reticere melius eſt. Frigidumpotumpoſt pharmacum af fumptum magnæ vtilitatis
afue tis fuiſſe. Egrotabat oliin in Sicilia Prorex Ioannes à Vega: ſumptoque
Phar maco ſegniter purgationem habebat. Medicusfamiliaris, vtaluum irritaret,
juris pulli ſine ſale pararú cyathum co B 2 A ram Principe habebat; illumque
nau. ſeantem, et tale brodium abhor. rentem, vtebiberet exorabat. Super ueniens
autem Philippus Ingraſsia, iua ris vice, libram aquæ frigidæ cum vn cia
zuccarimediocris albedinis propi. mauit. Erat enim ille frigidæ potioni af
fuetus,atqueiecore percalidus. At frigi. da cpota, deſtructa eft confeſtim
naufea fedatilque nonnullis in ore ventriculi morſibus, talem è veftigio
purgationé feliciter perfecit, vt gratias referre In graffiæ pro tali frigidæ
potione,cupiens, argenteum illud vas,in quo repofita fri gida fuerat, pretij
aureorum nummo. rum quinquaginta, gratiſsimo animo donauerit. Ingraff.
de.frig.por.poft medic. Verrucas cuiufdam animalculi liquo reperfanari. Eferam
quod mihi in Apuliæ quo dam loco, circa verrucas fucceflit. Expetebat à me quidá nobilis,
qui ma. nusà verrucis nimis deturbatas habebat aliquod pro illis abigendis
præſidium. Ego coram nonnullis multa,quæ aliàs RII veriſſimaefle comprobaueram,illicon
it'o fulebam.Inter hosrufticusquidam ino to pináter,fe ele &tiffimum habere
remedia pro ijs penitus dirimendis non rogatus I. faſſus eſt. Sciſcitor quale fit, animalcu Di lum eſſe dixit: ad
experimentum veni Before mus, ægro confentiente. Ruſticus ani. i malculum
inuenit. Hoc'in floribns 1. Eringij, et Cichorez æftiuo tempore uk moratur,eft
coloris calaſsini, cum ma of culis rubeis, et quodammodo aſsimila tur
proportionecorporiscantharidiyli y cet paruulum ſit. Acceperat aliquot 12 i-
fticus, et ſingula in ſingulis verrucis digitis exprexit: exibat liquor quidam,
o manus intumuit, et doluit,fed cum mo. derantia: intra tres dies detumuit, et fana
facta eſt, nec verrucę ampliusviſę ſunt. Tauriſanguinem inter lethalia vene na
connumerari. Nter atrociſsima, et fuffocantia ve nena Tauriſanguinem recenter
epo tum connumeramus; congelatur enim 2. in ventriculo, reſpirationemqueimpe s
diens, hominem fuffocat. Themiſtocles B 3 Athe Inesta Athenienfis tanti veneni
tentauit expen rimentum. Hic enim ciuium inuidia à Patria relegatus,ad
Artaxerxem confu git, à quo diues factus eſt.Dum autem in patriam ingratiam
Artaxerxis pugnare cogeretur,in Dianæ téplo,hauſto Tauri fanguine, vitam cum
morte commuta uit.Ex Plutarcbe. Quo artificio duriſsim afaxafrangen re
valeamus. Aris ſaxa non alia re frangendag quam larido accenfo retulit Ola
us.Hoc equidem rationi conſentaneum efle ducimus, cum pinguehumidum,fax lique
commiftum illud fit, ob id enim flamma potens et acris eſt diùque ma net.
Annibal verò dum Alpium rupes, ingreſſurus Italiam, comminuereopta ret, faxa
potentiſsimo igne concalefacta; acerrimo aceto humectabat;: ita enim ea
molliebãtur,& in fruſta cædebátur, fra ctioniq; facilior erat locus.ex Tiro
Liuip. De lapidis Asbeſti mirabilivirtutes LAsbeſtos lapis,qué Arabia, et Arcadia
producit, fi verus et probus fuerit, femel accenſus perpetuam flammam retinere
videtur.ExhocGentilestemplorú cane delabra conficere folebant, clarè ani
maduertentes fortiſsimam flammam et i * inextinguibilem elucere, quęnecabima
bribus,nec tempeſtatibus extingueba tur. D. Auguſtinus lib.21.deCiuit.Deiz.
Athenis Veneris Phanum fuiſſe referty in quo de di&to lapide lucernæ
conſtru Etæfuerant,quæ aliqua intemperie ex tingui minimè poterant. Aegypti
Reges opera magnifica, &admirane da Antiquitus conftruxiſle. Pera ab
Aegypti Regibus conſtria et a omni admiratione digna ſem per exiſtimaui. Hi porrò Labyrinthoi rum,Pyramidümqueprimifuerunt
au et tores, et Mauſolea fepulchra, et Obe. Hifcos erexerunt, Ferunt admiffo
faci: nore, Pheronem Regem è veftigio vi-, Cum amififfe,decennioquecæcum
-fúiſle. Vndecimo autem anno ab vrbe Buci, accepto Oraculo, quod viſum reci
peret, fi oculos mulieris, quæ tantum B 4 lui ſui viri amplexibus contenta
fuiſſet, cum terorumque virorum expers, lotio ab luiſet. Hic ante omnia vxoris
lotiura tentauit, cum autem nihil cerneret in. finitarum mulierum vrinam
experiri voluit; viſuque recuperato, præter eam (vxorem enim eandem duxit
)cuius lo tio vilum accepit, omnes concremauit. 'Abea autem calamitate
liberatus, cup alia in alijs templis donaria pofuit, om nia egregia ad memorię
diuturnitatem, tum maximè memorabilia, ac fpe &tacu lo dignain templo Solis
gemina faxa, quosobelos vocant à figuraverucēzenam cubitorum longitudinis,octonum
lati tudinis. Pelõdor. Virg.ex Herod. lib.z. Cacodamonem malinuncijpræfagium
aliquando attuliffe. Arcus Brutus cumexercitu ex A Gia nocte media et profunda
dum fplendidum erat lumen, et filentium vndique caftra tenebat, multa fecum
memoria recolebat. Cum autem ad fe venire aliquem præſentiret, intentus
MarcusBrutus cumexercituex A intentus ad
introitum afpiciens,horren dam, et monſtruolam corporis feri et terribilis ſibi
aſliſtere imaginem reſpex it.Quis (inquit)interrogans erutus,ho minum, aut
Deorum es,quid tibi vis? quidad nos veniſti?Murmurans ille,tu. us Ô Brute(dixit)malus
genius ſum, in Philippis me videbis. Tum brufus nihil perterritus, Videbo,
reſpondit,cogita. bundusqueaccubuit. Verum Caſsiana cognita clade deinde,
cogitationeſque fuas videns, et fpes fallaces ſublapſas re tro referrifin
Philippis fibiipfi mortem coniciuit.Ex Plutarcbo. olei, vini,ſegetumgſterilitatis
prafagia. Irij vefpertinus occaſus, fi biduoana teuertat, vel fequatur
Plenilunium, fegeti rubiginem,&foreftentibus vre. dinem pronunciat.
Procionis occafus veſpertinus,fi interlunio eueniat, flores ti yiti, et oleu
germinanti iniuriam ex vredine adfert.Aquilæ verfpertinus ex. ortus, et Arduri
occalus, in Pleniluniú B S incidit, et olei& vivi ſterilitatem, vtros
quetum florente denunciat Ex Iunitino - deris falubritatem advitæproduction
anem maximopere videmuscon: ducere.. N Hybernia quaſdam Infulas, ir quia bus
homines longiſsimæ vitæ funt, re periri compertum eſt,tanta eft enim ibi: aeris
ſalubritas,vtvita humanalongiſsi me producatur, Cum autem ad maxia. mam
ſenectutem homines deueniunt, deficiente pauliſper humido radicali, caloris
naturalis opera, quia anima pro-. pter complexionis bonitatem recedere: nequit,
in corpore magni ſuſcitantur dolores: Idcirco illius regionis homie nes poft
diuturnos labores, vitam aber forrétes, longèà propria regione fede portari
procurant; præſertimque ad lo. cum minus falubrem, vbifaciliter mon n'antur.
Abulenfis in Genef.c.2.6. Anania: in Vnis.Fabrica. Linica.magna proprietatisapud!
indos fiering 1 Maximi valoris lintea ex Asbeſti. no lino,& Amiancho lapide
con texere Indiani fo !ent. Hæc in ignem; proie et a flammam quidem concipiunt,
detrimentumautem nullum recipiunto Cum autem vſu commaculata Indi hæc lintea
depurare coguntur, (ſpreto more noſtro )non aqua,non cinere, vel ſmege mate
vtuntur; fed in ignem proijciunt:: certiſsimoexperimento perdocti ab eo non
cóluni modò; ſed potius-exempta. fplendeſcere,nihilqueillis deperire. Ta.. le
Carolum V..Imperatorem nonnulli habuiffe ferunt. Mizaldus. Hominibus àgraui
valetudine opa preffis varias hominum figuras appa: rnilleſepißime, expertum
oft. Ignum ſpeculatione illud fempers primuntur valetudine ex affe &to
cere. bro, an actu Demonis figare diuerſçapa pareant? Quippèno ſemel audiui,
non. mullos. Dæmanes,alios verò
fæminas. B 6 vidiſſe, vt inter cæteros Alexander ab Alexandro de ſe teſtatur.
Cum (inquit) Romæ ægravaletudine oppreffus eſſem iaceremque in lectulo,fpeciem
mulieris eleganti formamibiplanè vigilanti ap paruiſſe confiteor, quam cum
infpicerem diù cogitabundus,&tacitus fui, repu tans nunquid ego falfà
imagine captus, aliter,atque res eſſetafpicerem,cumque meos ſenſus. vigere, et figuram
illam pufquam à me dilabi viderem, quæ nam illa effet interrogaui, quæ tum
fubridens et ea quæ acceperat verba reſpondens, quaſi me planè derideret, cum
diù me fuiſſet intuita diſceſlit. Quomodo
au hæcfiani in lib. 1. de pita hominis difa fusè enucleamus. Hydropes lethales
multoties ab occul. tis,abditiſq præfidiisdifparuiſſe. Vltiequidem morbinon à
me dicorum remedijs, fed à caufis abditis curati funt.Refert Schenkius l.be
3.obferuat. Medicinal, Chriſtophorum quendamin deſperata hyeme, ab hs drope
lethali hac via fanatum fuifle. Illi dormienti in Sole aprico lacertus viri.
dis occurrit in laxatumque eius finum irrepfit, et toto cotempore, quo dormi.
it,per tumentem,nudatumqueventrem oberrauit. Poft horam expergefa et us
lacertum in ſinu ſubfultare animaduer tit, quem veluci homini amicum et in
noxium dimilit. Huic ab eo tempore hydropicus tumoromnis,citra alia re media
intra paucosdies ſubſedit, et diſ paruit. Quicafus mirabilis eft: et non
minori admiratione dignus, Bufonis fylueftris, quam fit proprietas. Hoc e nim
animal fi per ventrem fcinditur, et fuper renes hidropici ligatur, aquofita tem
per vias vrina, quæ in Aſcitelupet abundat,mirabiliter educit.Hoc VVie rus
expertuseft,Napaulli ſecreto rema dio hydropicorum aquas Colubri a quatici
lapide ventriapplicato ſenfim abfumunt. Infuper
vituli marini pelle aquam corpori fuffulam Hermolaus Barbarustolli prodidit.
Cæca igitur,& abdita via multos hoc morbo ſanari comperimus. B7
Mediana II Medeamà veneficiorum calumnia
a Diogene fuilevindicatam., moriæ ſcriptoresmandarunt,Meo. deam illam
concelebratam magicis arti bus, maximam dediffe operam, ijſque latiſsime fúille
inſtructam.Hic.n.apud Srobæum dicebat,Medeam fapientem, non veneficam fuifle,
que acceptis mole libus, et effæminatishominum corpo, ribus confirmabat ipfa
gymnaſijs,acex ercitationibus, et robulta vigentiaque reddebat.Hinc, vt
veriſimile eft,faina emanauit, quod illa coquendo carnes hominibus ivuentutem
reftitueret, Si. enim ad ea, quæ de ipfa dicuntur, quod nocturnis horis coram
Luna proftrata maleficia fuo nudato corpore pararet, refpicimus, vt patet per
Seneca in Tras gæd.7.Quod vero alia attinet de quie bus ipſam accuſent, neſcio
quomodo. ab infamia eam liberare valeamus. ImPlenilunio vtplurimum furioſos:
vehementius infanire Luna dum Soli opponitur, vehementius furiofos infanire
obſerua-: mus: tunc enim ex. fuperabundantium humortin copia-cerebrum ad
cranium vique intumeſcit,eofque ad furiam du.. cit.Hac (vt reor) caufa, furioſos
Britan. ni luna quarta decimaverberibus affli., gunt, conſiderantes ſailicet
ſanguinem, et fpiritum tunc temporis efferuefcere.. Verbera.autem non fine
ratione ad talie um ſalutem conferre videntur; vt enim larga proſperitas ad
inſaniam homines, ducere potenseft:ſic dolor, et calamitas, prudentiam inducere
conſueuit: quod, fapientiæPrinceps perbellè fignificauit: dum dixit, affli
&tionem tribuere intele lectum.Bodinus in tbeat.net, Annicomputumdimē ſuramàquin
bufdamnationibus ru diordine fuiffeconstructiuni Noi.certus modusapud felos Ar
gyptiosfemper fuit, eorum enim Sacerdotes ab Abrahamoedocti,& verá
anni-menſura, et Solis curſumcogno., frese fcere valuerunt. Apud alias nationes
di ípari numero, parique errore annus no tatus eft:fiquidem Arcades trium men.
fium annum faciebát. Lauinij tredecim. Acananes fex.Gręci reliqui .diebus.
Romulus annum decem menſibus, qui 304.dicbus conficiebatur ordinauit.Hic å
Martio incipiebat,eo quod Marti fuo genitori credito, menſem hunc dicaue rat.Numa
poft Romulum quinquagin. ta dies computo huic addidit, annum. que conſtituit
354.diebus. At. C.Cæſar Aegyptios imitatus, ad curſum Solis, quidiebus et quadrante
conſtituie tur,annum dirigereftuduit. Céſorinus, et Suetonius. Solatri maioris,
e Serpent arie mio norispotentiacontraparafitos mirabilis eft. Irabilis
profecto Solatri maio. ris, fiue herbæ Bella donna radicis potentia eft: fi
enim contrita, et exiccata vnius ſcrupuli pondere per horas ſex vino
infunditur,illudque facacolatura uno homini potui datur,vt illecibum guftare
nequeat,efficiet. Hoc paraſitis idoneum eft remedium,hi'enim aperto
ore,tanquãomnia deuoraturi,in menſa cófident;fed hac via pænas luent, quip pè
alios vidcbunt comedentes, ipſi ta men inſtar Tantaliin menſa fameſcent. Vnde
apud conuiuas ridiculi, et confuſi apparebunt.Sanantur hiconfeftim ace to
bibito.Idem facit radix Aron, fiuc -minoris Serpentariæ in acetarijs recens
contrita;qui enim guſtauerit, apparebit Suffocari cibumque relinquet. Sanatur
hie allio comefto. Ventorum ortum,occafumque terre Arem Echinuinmira fagacitatehomi
nibuspraſagire. Erreftris Echini, quiautumnalitě. pore in vineis, dumoſilque
fpinis verfari præcipuè conſueuit, in ortu oc cafuque ventorum præfagiendo mira
l'eft fagacitas.Horum porrò latibula du obusconftru &ta foraminibus, quorum
alterum Boream, alterum verò Auftrú reſpiciat,conſtructa reperiuntur. Pre fentientes
autem Boream Auſtrum,ali umve ventum fufHaturum, longè abe orum ortu, vnum vel
alterum cauernæ meatum obturant; ventorum enim cog nitio-ijs innata eft, vtab
ipſisſe tueri va Jeant.Hoc ordine Venatores Echinorú Jatibula, eorumque
fagacitatem cond derantes, nulla ſtellarum obferuatione habita, fed folum ex
cauernarum mea. tibus clauſis,velapertisVentorú indagia nem cófequentur. Ex
Plutarcho in Dialog. Animi pudorem, timoremque hu. manorumcorporum diuerfimoda
faciem alterare. agna inter animi pudorem, et ti morem cum vtrumque fit triſti.
riæ foboles, videturdiſparitas:quippe in pudorehomines facie rubefcunt,timen
tes verò pallefcunt. Natura(vt inquit Macrobius 7. Saturn. ), cum quid ei oc
currit honeſto pudore dignum, imum petendo penetrat ſanguinem,quo conto moto
diffuſoque cutis tingitur,rubora; saluitur, Thelelius auté (vt ex Taſſone
citatur M citatur) faciem in
pudore,voluit affe &iū recipere, et proinde erubeſcere. Hocà ratione
alienum haud eft, fiquidem vo lunt Philoſophi naturam pudoretacta, fanguinem,inftar
velamenti ante fe ten dere.Experientia infuperhoc docet, e rubeſcentes enim
manum fibi ante faci. em frequenter opponunt. At timentes palleſcunt,quia
natura cũ quid extrinſe. teoccurrens metuit, in profundum de. mergitur: ita
&noscum timemus,late bras quærimus, et loca occulta, Natura itaque
defcendens,vt lateat,fanguinem fecum trahit, quo demerſo dilutior cuti. humor
remanet,pallorqueſuccedit. Animaliaex putrigenita materit inmundi primordio
minimè fuiffe. Væ ex putri materia generantur, ſex animalium genera communi ter
exiſtunt. Quædam enim, vt bibio nes, quæ ſunt minutifsima animalia,ex vini
exhalationibus fiunt,vt papiliones ex aqua.Quædã ex humorú corruptio pibus
proueniunt: vt vermes in fter core,velciſternis. Quædam ex cadaue ribus, vt
apes ex iumentis:crabrones,fi ue muſcægrandes,quæ volando ſonant. Scarabæi liue
mufcæ virides ex equis, vel canibus mortuis: fcorpius de caucti mortui
carnibus:ſerpens de medulla ſpi næ humanæ. Quædam ex lignorum pu tredine, vt
teredines, qui lunt vermek intra ligna, quando non abſcinduntur tempore debito,
exorti. Quædam ex fructuum corruptione, vt girguliones ex fabis. Quædam ex
herbarum corrup tela, vttinex.Hçc autem in mundiprin cipio immediatè à Deo
creata fuiſſe, nulla ratio confiteri cogit,cum ipſa na turaliter ex corruptione
procedant;poſt autem mundi exordium huiuſmodi ex corruptelis generationes
eueniſſe verili mile eft;Deus tamen feminarias cauſas horum materijs indidit,
fine quibusori. ri non potuiſſent.Abulenfis in Genefi 6.2. Defygis Arcadia
mortifera natura, Alexandrimorte. Circa
Gerialis. ferunt, ille, CircaNonacrinin Arcadia,fons quidá teperitur è
petraexoriés, quęStyx ab in colis appellatur, tantæ mortiferæ natu rę, vt ſumma
celeritate corrúpat corpo ra. Equidemprotinus hauſta (Seneca teſtimonio 3
quaft.natur.)induratur,in Itarque gypſi ſub humore conftringitur, et ligat
viſcera.Quia autem, nec odore, nec fapore notabilis eft,fæpè fallit, nec ea
epota,amplius remedio locus eft.Fe runt nonære,non ferro, non teſta aquí
huiuſmodi continere,necaliter quam in equi vngula ferri poſſe. Huius vemeni
potu,magnumAlexandrum in Babylo. nia fuiſſeextin et um multi ſcriptoresre
medico,ob aquę feritatem in media po tione repentè veluti telo confixusinge
muit; elatuſque (vt ait Iuſtinus) è conui yio ſemianimis, tanto dolore
cruciatus eft,vt ferrum in remedia poſceret, et è tałtu hominum velut vulnere
indole. fceret. Achores tineafque capitis,ex bufonis oleofeliciter fanari. Dum
46 prope Luceriam Apuliæ ſemel me dicinam faceren, ibi quendam achori
bus,tineiſque per multos annos turpi. ter affe et um,cui varia fuerant
applicata temedia,omnia tamen inutiliter, prop termorbi reſiſtentiam repperi.
Tande noſtro conſilio hicele &tè ex pharmaco purgatus, folum linimento ex
oleo in quo ad exactam co &tionem Bufo fue Rana terreſtris ebullierat,
optime cura tus eft, quippe fimplici hoc remedio per paucosdies in capitevtens,
fanus, et capillatus fa et us eſt; durante autem lini mento
piliersortui,vulſellis à chirurgo extirpabantur. De Cerui lachryma, eiuſque in
ciendo fudore potentia. Antæ creditur elle efficaciæ Cerui lachryma in
Tudoreciendo, vt' li grana quinque vel ſex potui dětur, totü corpus fere folui
iudicemus.De hac lo quens.Abinzoar lib. I.tra &. 13.6.6. le tria grana Azir
filio Regij magiſtri equitum in lacte, vel aqua cucurbitæ, vel.roſatæ
exhibuiſle:retulit,illumque à virulento ictero liberaffe.Hæcautem in Ceruis
ante ceptelmum annum (teſti monio Scaligeri)nulla eft,temporis au tem proceſſu
generatur, et in iuglandis molemaccreſcit.Dicitur magnam habe read venenum
efficaciam, vt in Afia fe Hiciſsimo fucceflu fæpè experiuntur. Vires infirmorum
collapſas, odoribus refarciripoffe. Nfirmorum deperditas vires non potionibus
modò, verum atqueodo, ribus reftaurari pofſe obſesuatum eft. Aiunt enim
Democritú in dies aliquot, amicorumgratia pomi odore vitam fic bi prorogalle.
Hinc multi panem cali dum vino odorifero immerfum nari busadmouentægrorum, quem
a tem. poribus, et coſtis cataplafmatis more imponimus,vtique vires egrigie
reſti tuimus. ConciliatorApponenſis mori. búdá vitá, ex croco, et caſtoreo
cótuſis, vinoq; cómiſtis producere fecófueuifle tefta. teftatur,ſenibuſque eam compofitioné exhibuiſſe,
nullatenus olfa et u magis quam potu profuiſſe. Ferreriuslib.2.Me thod. De olei Balnei mirifica in
morbis præftantia. O Lei Balneum, vt Herodotus anti quiſsimusmedicus prodidit,
quià diuturnis affliguntur febribus, à laſsitu dine, vel neruoſarum partium
dolori bus oppreſsis, conuulfis, et vrinæ, fup preſsis laudatiſsimum, ac
ſalutare efic remedium experimur. Vidit huius pre ſidij experientiam Heurnius
in quoda extenuato, ac ferè exhauſto, dumeflet Patauij:illum enim validiſsima
occupa uerat conuulfio, at tepidi olei pleno vafe immerſus,ac fotus fanuseuafit.In
lib.no ftro de Hydron.nat. Adam et fuos contemporaneos, perfc.
etiſsimamrerumnaturalium ha buiffe cognitionem. Nter aliasrationes, quas
Abulenſis in Genef.in c.f.de longiſsima vitæ pri. morum parentum,quiannum ferè
mila Jeſimum ateingebant,retulit,hácaddux it;quod'Adam'rerum naturalium perfe
Etamà Deo cognitionem habuit.Intele lexit enimfru et uum, herbarum, lapidú,
lignorum, animalium, mineraliumque virtutes, et do&rinam, quibus vita hv
mana diutius conſeruari poterat; quæ omnia contemporaneos,(vt ipfi etiam vitam
producerent longiſsimèJedocuit. Hæc autem cognitio, et ex diluuio, et gérium diuifione
perdita eft. Reperiun turtamenin præfentiarum multa mira bilia,naturęque
ſecretiſsima apud ſapi entes, à temporuminiuria foslitan vin dicata; quæ
aliquando hominesvidentes aut audientes, tanquam lupernaturalia opera
admirantur Rutaminter alexiteria medicamenta connumerari: Nteralexipharmaca
præſidia, Rutam minimęconditionis haud efſc perhia bent,fiquidem ieiuno
ftomacho come fta multos à veneņiviçulentia liberaſſe C. degi legitur. Dehac Athenæus in 3.Deipn.la. quens,
Archelaum Ponti Regem fuos populos veneno interimete confue uifie fcribit,
illos autem à quibufdam edo &tos, ob id antequam è domibus ea grederentur, quotidieRutam
cdere fo litos à Tyrannicrudelitate.le.defendiffe. Solaſuſpenſione,
capitiscruciatus verbenam mitigare. Trabilis eft Verbenæ proprietas M.in dolore
capitis mitigando; 'fi quidem à Petro Foreſto traditur hoc folo præſidio
quendam fuifle perſana tum.Ille netlis remedijs, quamuis opti mis curari
potuerat,non venæ ſectione, non ſcrupis digerentibus, neque steco &tis
pilulis, cucurbitulis, nec alijs topic cis auxilijs. Cum autem nulla iuuarent
semedia,ad collum Verbenaviridisafe penſa eſt, et fanus fa et us
eft,lib.9.ebſer.3. Detkapſie virtute in fugillatis faci nandis, Neronisquecalle.
ditate. Nero Imperator in ſui Imperij ex 36 ordio Thapfiam, eiuſque excellé to
tiam magnificauit; Ille quidem dumno. et u incederet incognitus, et in multos
impetus faceret,nå ſemel facies fugitla Do ta,cutifq;livida,piftula; ab illis
fuerat. L. Confeftim hic,ex Thapfia,thure, et cem ra commiſta,linimento
ljuentem vifum collinibat,quopræſidio antelucem à fe da
ſugillationeliberabatur; dum autem die in populiconſpectu, faciem fanam
oftenderet,facinoris ſui famam, et igno. miniam occultabat. Ex Durante in Her.
25 g. barie. I je obſtétricibus animaduerfio. præcidendo diligentia adhibenda
eft;quippefi ni mium curtè vmbilicus religatur,ætatis progreſſu pariédi
conatumreftringere, imminenti vitę periculo,poteſt. Ex M46 mbia Cornace. De
arboris ficusmirabili natura. I coctu faciles habere deſideramus, in arbore
ficus eas ſuſpendemus, ita votum noftrum procul dubio aſſeque mur: credo
forſitan ob acutum, et incil: uú odorem, quem arbor Ipirat id cauſa
ri;velforſitan occulta cæcaque proprie tate.At quod mirabiliusin huius arbo.
ris natura eft, Taurum indomitum, fe rumque in eodem alligatum manfuef cere
tradunt. Neſcio autem annaturali via
propter-odorem,an aliqua antipa thia, quæ inter talia exiftat hoc eueniat.
Audiui tamenà multis vtrumqueexpe rientia fuille confirmatum. Quomodoà vitriolo
arislaminas.ex. trahere valeamus. Lui momenti illa cognitio, quomodo à
vitrioloæris lamellę extrahantur,ape riam modum, qua facilitate id affequi
valeamus.Bulliatur Romanumvitrio. lum in olla cú aquafontis: in eaque cha lybis
lamina per horæ quaternionem demergatur: extrahito demum chaly bem, ipſumenim
lamellis æris inftar suginis colligatum habebis, quęculcro radende fút, vt
alias chalybem immera. gere pofsisznouaſquelamellas extrahe.. re. fiquidem
tamdiù corradi poterunt, quouſq; Vätrioli portio in aqua fuerit. Arrigat aures
ingeniofus; quia ex hoc: minimo principio multa, precipuèinre: medica, yrilia
aſſequetur. oléum vitrioli,&fulphuris rostris: lumbricos plurimumvalere.
NITlfi magnis experimentis præſtana tiſsimum remedium ad puerors i
lumbricoscomprobalſem,haud audia. rem hic inter arcana ſele &tà fóre
repezia nendum confiteri: quippe tanta eft eiuss virtus,& potentia, vt
mortuos ferè pur erosè vermibus ad vitam trahat. Hic: induſtria paratur,In libris
ſingulis aque fontis oleifulphuris, vel vitrioli chimi.. cè extractorum,
aliquotguttulaadden dæ funt,ita vt aqua acidula frat, quæ pu eris,natuque
maioribus danda eft diù noctuque ad placitum,.e et enim præſtaa tiſsimæ
virtutis 0 T! 10 Da De Caraba mirabili virtute invuula cafum,Amygdalaruamque tu.
mores ArtinusRulandusvirin chimicis M celeberrimus in Amygdalarum inflāmatiene,
et tumore, vuulæquecaſu ex humoribus à capite fluentibus exci tatis ſola Carabâ
mirabiliaparauit-Prie mo fuffimétum cófuebat,hoc modo ex. ceptü.Accipiebat
Carabæ albiff. drach. 7.qua redacta in puluerem craſsiorem, et carbonibus
impofita,fumus per infa dibulum,ore excipiebatur ab ægro mar. ne,meridie, et veſperi,
multa vtilitate, Accipiebatetiam fermenti veteris vnc.. et quam moreemplaftri
linteolo indu cebat, afperfoque Carabæ albæ pul uere vertici imponebat per diem,per
noctem vero fequétem recens applica bat. Quibus paucis remedijs, &ex fola:
quaſi Carabayquam plurimos à fauci um tumoribus, vuulæque cafu,Amyg dalarumque
inflámationibus oppreſlos perſanauit. Ex eiusCurationibus. Spina HorTvivs
GENIALIS Spine infeftoriæ Baccas" ad. Tenaf mumexfalfapituita
expertiſsimum verumque ad illum exiftere remedium. St mihi remedium pro
Tenafmodo quadam fortafle mille kominum, qui endemiali fere morbo hic ſugebant
per fanafle quam citiſsime. Syrupum ex Baccis fpinæ ceruinæ, fiue infectorice:
Aromatario parariiufferam. Hæinfine: O et obris, cum bene maturuerint, collie
guntur, exprefloque fucco cum melle vel Zuccaro ad formamfyrupi ducitur:
additurque in fine maſticis, velzinzibes sis, anih, vel cinamomiad drach.j.vet?
in maiori dofi, fi libuerit.Datur hic fy rup.ab vnce vſque ad duas cumpauco
vino dilutus,abitemijs datur cum aqua cinamomi:epoto, cibatur eger,parceta men,
et ieiuno ftomacho, præcipiturque ne dormiat.Equidem vna die fanaturę ger,
foluitur enim aluus,abfque mole tia, et excretis féroſis.viſcidilg; humorib.
Tolo hoc preſidio integrè liberatur C Ariet mo Arietis linguam futurum in ouibus
milanitium, commonftrare.. M Irantur multi Virgilium in 3.. nere, vt linguam
paftores conſpicere debeant, deſinant autem admirari, cau ſam enim adducimus ex
Plinio, quipro pterea Arietum ora introſpici à pafto ribus voluit, quia cuius
coloris ijlin guam habuerint, tále in fætibus gene randis forelanitium. Audiui
à multis, hocyeriſsimum reperiri. Ouis enim e. tam cum vterum gerit, fi linguam
habueritnigram nigrum pariet agnum, fi albam album, et fic de aliis coloribus.
Ridiculüm eft quod fertur; Bafilifcum àGalliouoexclwdi.. On modo à plebeiis
verum atq;: à nonnullis ftudiofis, Bafilifcum: abouo galli veteris connaſci
perhibe tur. Fingunthi ex aliquorum fcriptorú teſtimonio, quos eriam ego
perlegia: Gallo decrepito, quiſeptimum, aut no.. olm, vel ad fummum decimum
quar.. Na tum annum agat, ex putrefacto ſemine, aut humorum illuuie altiuo
tempore, ouum conflári, ex quo ab eodemfoto (vt à Gallinis alia fouentur oua )
Bafi... liſcusoriatur.Sed hoc animal nemo vio dit,habitat enim (auctóre Plinio
) in Aphricæ folitudinibus: proinde hæc creo dere difficile eſt. Inſuper ſi
hanc fpecie em mafculinam poſſe fætare conceſſum. eflet, contingeret etiam
inalijs, quod minimèobſeruamus. Mihi aliquotoua: in experimentum à mulierculis
allata fünt, dicentibusGallum peperiſſe: erát oblonga,& in caudam ſerpentis
quibuſ dá nodulis terminabátur:at hæc à Gallie nisex plurium ouorum minutorů
col ligatura (cu kuperfætatione,non autem a Gallis fieri dixi. Homines ex
impromiſo Lupi afpects: veluti mutosdo; attonitos fieri. Vlgatiſsimum illud
eft, hominesex improuiſo Lupi aſpectuadeo mutos et attonitos fieri,vt nec fari,
nec vociferari valeant. A Lupiquadá prietate id fieri aſlerunt, contenderse tes
Lupum,fiprior obuium quempiam conſpexeritillico vocem adimere, can demque illum
luere pænarn,ſiab homis ne prius videatur. Ad hænugæ ſuot.Si quidem ex
terribilişimprouiloqueLu.. pi aſpe &tu,homines terreri, timoteque
concutiqveriſimile eft: ex timore autem: valido mébra frigefieri ex raptu ad in
teriora fpirituum,inde corporis, et ar.. tuum fieri impedimentu, vociſque pri
uationem mirum non eft.Alijalia fin gunt, mihi autem hęc omnia ad folum timorem,tanquamad
caufam proporti Onatam reducere viſum eſt.. Multa facinoraàMagisanicalis
perpetrari pole. Etulit Leonardus Vairus lib.1.de: Faſcino multas hac noftra
tempe fate exiſtere aniculas, quarum impurie tate, nonpaucos effaſcinari pueros
illofa quenonmodoin grauiſsimum incidere diſcrimen,verum etiam acerbam fæpiſe
fimè ſubire mortem. Pecudes inſuper: partuqalacte priuari,equospacreſcene R
Falcin Cquote et emorislegetes abſque fructu colligi, arbores arefcere;ac
denique omnia per ſum ire quandoque videri, AFucovulnera illata,Muſcis contri
tisbreuifpatio perſanari.. " Vm quadam die apud amicos alie, quot
cómorarer,& læti in měla de more varia confabularemur; ecce vous ex ijs in
ſuperiori labro à Fuco animali vulneratur,quo morſu ſtatim intumuit vulnus,cum
maximo patientis dolore, Amici in riſum ſoli, patientismedelam
minimeprocurabant.Ego quidem alias morfus hos curafle recordabar; quare
confeftim, vt nonnullas muſcas feruus meus caperet, iulli, quas contritas, dum
fupermorfū impofuiſset,breuidolorie datuseſt;.tumorq, cúmaximapatientis
lætitia;aliorúg, admiratione detumuit, Quafacilitate vlcera formicantia dan
cacoëthica fanarivaleant. Vidam amicus meus, cumir Hya pochondrijs,vicera
formicátia,pra maque, quæ à nonnullis vermes dicun Q tur,paffus eſſet, ſauitatcm,poftmultat do et ifsimis
medicis tētạta remedia, ac. quirere non potuit:ylcera enim licet fac pari
viderentur;renouationem tamen continuo recipiebanta,Vltimò poftan.. nos,&
menfes in empiricum chirurgum incidit:quipaucorum dierum ſpatioita hominem
perſänauit. Abluebat primo vlcera albo vino,tum ex - patellis -mari-. nis
puluerem, fiue cinerem Ex Corici bus (exemptis interioribus) couſperge-.
bat,vltimoherba marina vlcera coope riebat; faſciaque premebat, femel in die
hoc vſus remedio vigintidierum fpatio, ægerconualuit. Procurauit arcanum a..
micus, et mihi fideliter communicauit, Fallſsimumeft, quod fertur Viperă o
coitu mafculumoccidere, ipfamque asfuis.catultsinpartunecarie LAG Grauiſsimis
au et oribusaffirma, mine) maſculi caput'abſcindere (ille.n.. infæminæ os caput
inferit ) et fic củoca. sidere, ſed poenam täti facti illam luere. ſiquia fiquidem
Viperinicaruliconcepti, gra-. Jiores facti vifceramatris cofrodunt,e am que
occidunt. Sic voluit Plinius lib. 10.&Nicander in Thoriacis, quare Vipe.
ram aiunt diciab co, quod vi pereat,aut vipariat.vtrumque autem falfifsimum
effe, et experientia, et grauiſsimorum e. tiam ſcriptorum auctoritate cognitum
eſt.Apollonius apud Philoftratum Vi... peram aliquando viſam fuiffe catulos
ſuos; quos peperiſſet lambere, et expolire aſſeruit. Bodinus in nat.theatr. in
Gallia,ad Clapum Pictauorú flumen, vbi Viperæfrequentiores ſunt, vtriuſq. fexus
viperas lagenis vitreis inclufas fu iffe reculit; illafque peperife, et conce
piſle vtroq; parente fuperſtite, Matthi olurs ex. Obferuatione FerdinandiIm
perati Neapol.Pharmacopolæ Viperam parere catulos ſuos, et non occidiafts-,
ruit;catuloſque-non viſcera matris,led membranas quibns incladuntur diſrúa
pere. Quarerectiusſentimus,fi Vipera non à vi
parere,vel perire dicimus,fed quafit quaſ Viuiparam, quod non oua, vtcæ.. teri
ſerpentes, ſed viuum animal pariat. Iraulos, balbos, et femilingues fieri ob
nimiam cerebri bumiditatem, VA communiseft fententia ab expe
rientiaalienumreperitur. Rauli, et Balbi non ob cerebri hus midam intemperiem
fiunt, vt ferè omnes autumant; inueniuntur enim hi' modo calidi,modo
frigidi,modo humi di,vel ficci, vt et reliqui, qui nec Traus li,nec Balbi
funt;imò et hi modo (putis " abundant; modo ijs carent:quare non ob
bumiditatem nimiam cerebri buiure modi Traulos-& Balbos fieri, fed obt
varietatem mearuum, in intrimentis; pertinentibusad locutionem exiftenti um,
docuit experientia.Porrò Trauli, qui literam R.exprimere nequcunt, in media
palatiregione, vbi quartum eſt osfuperiorismaxilta, duo inueniuntur foramina,
quæ nullo modo adeo aperta et obuia sút, vt ijs, qui optime loquútur, Balbis
veròiuxta dentes maioraobſer. samus foramina,per quæ ſtillans pitui
ta,linguamque irrigans in parte illa an. teriori,bleſam locutionem facit;; vnde
bleſi, et ſemilingues fiunt: quod fi hæc non eflent haud balbutarent, licet à
ca pite copiofa defcéderet pituita, vtmul tis contingit, quiex hac tamné balbi
non fiunt.Quare fententiaHippocratis 2.A phor.32.malè verificatur, cum afferit,
balbos ob frigidam, humidamque ca pitis intemperiem fluxu tentari: Auxio. enim
talis et Balbis, et non Balbis fuc cedit: concurrit tamen hæc fluxio, vt caufa
remota, qua aliquando cum pro zima,dicitur affe &tum facere poffe, fi.
iunctatuerit:: fola autem facere nequit. vemale Hippocrates,& alijopinati
ſunt ExSanctorio Sander.de pit.en.lib.3. Morbosperniciofos; velmortem, veb
affectus longitudineminducere. Jana ciuitate, et in circum vicinis propè
Neapolim perniciofifsimi orto funtmorbi,vbiſectis aliquibus corpo, tibus, eorum
Ventriculus bilis copiaz, vitellinæ plenus inuentuseft, eiuſque: tunicæ, et inteſtina
eodem colore per tincta viſa ſunt. Meatusqui ad fellis; chiftim protendit, ab
humoribuscraf fis, viſcoſis, et tenacibus obftru et us ea. rat. Fellis veſica
diſſecta, bilis flaua haud inuenta eſt; fed eius vice atra, et inſtar atramenti
nigerrima.Hepar quo ad externam partem album erat, in in terna autem nigrum,
&atrum, veluti carbo accenſus, et extindus. Langueno tes,in febrium initio,vomitu,
&nauſea, moleftabantur. Eorum lotia craſla icte. rica, et fubrubra ſemper
erant. Omnes. ferè erant icterici, et longo tempore,ſi: qui
euadebant,indigebant, vt fanitatem acquirerent, Ex -Io. Bapt:Cauallario deMore
bo Nolano, ſeu demorbo epidemiali Lupicur paucireperiantur, ouess autem multa
Tidetur quafi abftrufum illud quxar, aucs autem multæ?'profecto in partu plures
lupaedit catulos,quamouis,quæ vnicum, vt plurimum parit; Inſuper o. ues, et agni
in hominú alimoniam con tinuo occiduntur; luporum autem caro eſui apta non
probatur; nihilominus Q. ues-agni, et arietes ſemper in maioriny mero
reperiuntur, quă lupi.Huius cau fa, prima eft Dei bonitas, qui tam imma ne
animal in eius ſpecie excrefcere non permittit, in facra enim Gen. c. 7.Noe, vt
ex omnibus animantibusnūdis fepa, tena, et feptenamaſculum, et foeminam in
arcam tolleret monituseft:ex immu dis vero duo, et duomaſculum, et foe minam.
Secunda cauſa luporum eft faga citas, et in propriam ſpeciemimmanitas. Hi enim;cum
rationesviuedi deficiunt, ob cibi inopiam in multo numero con ueniunt:atque in
circulo vnus poft aliú currit;vt apud vulgum á villicisparatur ludus,diciturque
Řotalupo;primusau tem,qui viribus deſtirutus, currere ne. quit &in terram
cadit,fit aliorum cibus, renouaturque ludus ad omnium faturi taté.Hæceſt poitísimaratio
huius ſpeci Vhelin ei decremen i, alius enim comedit alii um. Ex Aeliano vt
reor, Antimonij in vitrum reductio, eiuſ quevires in medicina. 7ltri ſtibium,quod
in longis, et dif ficilibus morbis propinatur, in e. pilepfia fcilicet,melarcholia,podagra,
elephanticis, reſolutione, in febribus quotidianis,tertianis, et quartanis,peſti
fentia correptis, venenatis, hydropicis, tæphaleis, ictericis, et fimilibus;
robu ſtis tamen corporibus, ita præparatur. Stibiū, quod ex auri fodinis
colligitur, in puluerem tenuiflimum contunditur, teriturq; et fupra ignem in fi
&tilio, rude ferrea,aut cochleari continuo agitando vritur, vſquedum omnis
humor, ac fu mus euaneſcat, quod in ſex,aut octo ho rarum fpatio
expeditur:deinde calx có teritur, carilloque impoſita,in fornacē inter
candentes carbones collocatur, et igne luculentiſsimo vrgetur,dū liqueſ. cat
picisiftar, poftea ſuper marnorfun ditur,atq; fic ex Stibij vncirs duodecim,
vitri ipfius hyacinthi modo pellucidi, wacja M vncias quinque coliges.
Andernacus Co ment-z.Dialog.7.de nou. vet.med. Solo Metronchita auxilio
mulieres offepragnantes (omiſsis ceterisindio cys)experimur. Vlta apud
fcriptores, quibusin primis menfibus mulieré præge nantem comprehendere
valeamus, inu. dicia reperiuntur.Dienntmulti,lorij tab. fpe &tione grauidas
nofci;fillud album, clarumque fuerit,in eoque atomi afcen dentes, et defcendentesapparuerint.
Alt ex ſuppreſsis menſibus,deie &to appeti. tu,vomitu, et nauſea ante
prandiumid conſequuntur.Nonnulliex la et te in.ma millis,ex arterijs gulæ fi
plus iuſto pul fant,ex lentiginibus,fi in mulieris facie oriútur,ex tumefa et is
mámillis, et a ful co earú capitú colore pregnátes venatur. Cæteri tú ex his,
tú ex pódese circa pe dé,ex: vmbilici egreſſu, ſiin dies fit ma ior, ex tumefa
&tis venis, quæ vidétur in nariú angulis iuxta lachrimalia. Obfte
trices.digitisexperiútur an vteriorificiáfue-fat claufum, vel apertum, ex
claufo te nim grauidationem patefaciunt. Non défunt alij, qui Hippocratis
Aphorifs mis confiſi hydromel, et fuffumigia e x periuntur,epoto enim
hydromelle poſt cenam, fi tormina fequentur arguunt prægnantem eſſe mulierem.-Siilia
fuf fumigio acuta per pudenda vfa fuerit, fiadnaresodores non perueniunt ', in
dicant vtero eſſe gerentem.Hæc autem figna, quia pathognomica non funt ve lúti
futilia reijcimus,& tanquam abſurdaad meros Empiricos committimus. Nonenim
ex lótij afpe et u vere mulie rem efle prægnantem diuinare poſlumus,nam meatus
vrinarius cum vtero: nihilcommunehabet, lotijque claritasy; albedo,&
bulloſa granula in eo,poflunt morbosetiam ſignificare, vtin cachochimo corpore
ſæpius obſeruamus; hoc itaque indicium prægnantium verum non eſt:Nonexmenſibus
ſuppreſsis,nó ex vomita, &nauſea, ſiue appetitus de iectione hoc
conſequimur: quia affc et i oneshęc ex multiscaufis, in m ulieribus, quæ pregnantes
non funt, affe &tiones e uenirepoffunt. Non ex lacte in mam millis; quia
id etiá virgines habere pof Lunt,vt voluit Hippocr. Inſuper inult mulieresin
primis menfibuslacinon ha bent: lacergo non eſt grauidationis ved irum indicium
Pulſatio arteriarum gule, ſolito crebrior conceptum peculiariter haud
arguit,quia ex retentismenfibus, {plenis et ventris tumore et ex pituita in -pe
&tore colle &ta etiam fieri poteft.Len tigenes non in folo
conceptuapparent,:: quippeſignumihoc, neque omnibus,nes queſemper competit, et in
nonprægnā. tibusetiamifta fiunt.Mammillæ tumes fa &tæ,earumque capitum
fuſcus color, communiafignafunt &retentis menfi bus,&
prægnantibus.Pondus circa pe et en,non in grauidismodò fed, in rete tis
menfibus, in mola, et veficæ calculo obſeruatur, Ymbilici egreffusex mul 6 tis
caufis præter naturam fieripoteſt,nó ergo peculiare grauidarú indicium eft,
Yenæ tumefadęin nariú angulis iuxta lachrimalia, non in grauidis.modo ap 7 parent,
fed in quolibet abdomin's et fplenis tumore, et in occlulis menfi bus.
Obſtetrices anatomiæ ignaræ de queunt intimum Vteri orificium tange
sc,licetmanibuscontractent,illud enim valdeà labijs matricis diftás eft,ipfe au
té externá Vteri tantummodo orifici um tractare poffunt, quod femper, et grauidis,
et non grauidis apertum ma net, experimentum Hippocratisde hy dromelle, et acuto
luftumigio non æter næveritatis eft, vtGalenus et Auicenna comprobarunt. His
itaque indicijs vere conceptum explorari non pofle expla natumeft.cognoſcimus
tamen ſigno e uidenti et infallibili indicio prægnan tes mulieresin
primismenfibusMitren chitæ fue Specilli, quo liquores in Vte rum
inijciuntur,auxilio.hoc apud vete. resin magno vſu erat. Profecto;li illius in
foramen Vteriexternum apicemin. mittimus, quod fumma cum dexterita te finiftræ
manusdigito indice inuenie. mus non enim quilibet inexpertus in yenirefciet,
eft ſiquidem externum V. çeri foramé in vuluæ apice particula obe longa, et duriuſcula,
quæ exigui penis puerorum exprimit imaginem)ſi ex pice ſpecilli liquor aliquis
fuauiſsimus ficut efle vini tenuiſsimi pauxillumine forte exiſtente coneep'u
fequatur:abt ortus) exprimitur, breui tractu votum I affequemur, Sienim
obturatum eſt in timum vteri foramen, quod fit concep tu pera et o liquor
Vterum non ingredi gur,& mulier faftidij njhil perfentiet. Sin autem ex
intromiſlo liquore velli, cationem paruam pertulerit mulier: quod facile fiet
ex maximo ſenſu parti um vteri,vưiquegrauida non erit; et V teri intimum
foramenapertum reperiea tür, vt experientia liquoris oftendet. Sand.Sanctor.lib.1.de
vitand error. Periculofum eft pifces frixesin humido locarefor matos fomedere;
Nter magna venena piſciú frixorú, quireſeruantur inhumido, vel qui Aeterint
cooperti calido vaſculo, eſus eft;bi enim in lethiferú cómutantur ver nenú,
&fymptomata pernicioforú fun gorum corporibus inferút, quæ quan doq; non
ftatim,ſed poft diem, vel bi duum eueniunt: oportet igitur frixos pifces in
loco aperto,vtfrigeant, demita tere, fi venenimalitiam cupimus euita re.Ex
ArnoldoVittan.lib.de venenis, 10. Lałtis balneum procorporis decoratie
onemultum præftare. Pud veteres lactis Balneum max A idve vu, illiusfiquidem
lotione,corpora, et candore, et venuſta te vigebant. Hinc memoriæ proditum eſt
Poppeiam Neronis vxorem quin gentas ſecum aſellas ducere conſueuifle, quarü
lacte,vt candefieret, totü corpus balneabatur. Mercurialis de Decoratione.
Germantantiquitùs corporis firmi tadinimaximèvacabant. M Agna profe &to
faude Germano rum conſuetudo, digna iudicatur in corporum hominum vigore confir
mando:ijenim legem habuerunt,neant te ætatis vigelimum annum, quiſpianti
Venereis amplexibus commiſceretur, recte exiftimantes corporum viresà nim mis
tempeſtivo coitu eneruari.Cefar 6. de belloGalico. Fæminas vtero gerentes,
libenter: marem admittere:bruta autem grauida nequaquam. ! Olie Vam
diſsideatmulier à brutis gra uidationis tempore, bene nouit A rift.7.de biſt.
animal. cap. 4. Hæc enim ſigrauida clt, marem admittit,brutoru vero omniumſola
equa coitum patitur à conceptų, reliqua autemminime. Ma nifeftifsimum eſthoc in
ſpeciehumana mulierem grauidam coitum pati, et ap petere. Cicutam, vterinum
furoremex ": tinguere. Icet cicuta inter frigida connume. retur venena,
præcipuè quæ in quis, &lacubus inuenitur,furoris tamen vterini, fiue
Satyriaſis remedium it. Hic affectus Veneris eſt immoderatus appetitus, cum
vteriardore, et delirio, Narrat Diuus Baſilius quaſdam vidifle fæminas, quæ
Cicutæ potione rabioſas capiditates extinxerunt.Hoc legiturs. Liebe Homil.fup.Hexaemeron,cuiusverbanotr
nulli intelligunt de ciborum appetitu, ego tamen potiusadfurorem vterinum,
&ad renereos incentiuosappetitus de ducerem, cuius auxilio compefcuntur:
quippe Athenienſes facerdotes cicutæ vfu,libidinisincendia extinguere con
ſueuiſſeproditum eſt. Variolas
&morbillosmorbos effe no yos, et hereditaria, &paterna prom prietate
vagari. Agna eft difcordia inter feripto, origine. Aflerunt multi, hos fub nomi
neexanthematum, veteres intellexiſſe, cauſaſque illorum reliquias efle excre
mentifanguinis menftrui, quo nutriun fur fætusin vtero, et naturam, fiue calo.
remnaturalem, ita exprimunt materiá, et efficientem. Alij minimeà veteribus
fuille cognitos volunt, digladiantur que:num vitio.coli,vel ab internis cor.
poris principijs apparuerint: quippe Arabes, quorú tempore cæpiffe hic mor
buscreditur, eos peftem efle, fierique in pefte, et à corrupto cælo contendunt.
de Equidem ante Arabum tempora nul lus-reperitur au et or, à quo morbos hos LT
aut generatos, aut clare explicatos ha beamus.Proptereamulti latini, &non
nulli inter ipſos Arabes, propter labem menſtrualem, lactis corruptionem, vi
&tus rationem, et alias cauſas fieri fcrip ferunt.In tanta rerú
difficultate, et ob > fcuritate.Hieronymus Mercurialis vir
d octiſsimus, hosefle morbos hæridita o rios,ortúqueà cæli vitio
temporeſcrip e torum Arabum, et proinde à veteribus haud fuifle cognitos
enucleauit. Adhu ius viri opinionem libenter deuenie, quippęſi à menftruivitio,
homines in ficerentur, quia hocab Euæ peccato à mundiorigine fempiternum fuit,debu
iffent homines hac menftruorum labe conta&i ſemper Variolas, et Morbillos
pari,tamcn vec inprimaætate, nec poſt Noe,nec ante ſcriptores Arabes quem piam
hos habuiſle, apertè legitur. Aperiunt iſtorú fundamentum efleiro walidú bruta
fanguinea,hæc enim (teſti monio Arift.6.de hiſtor.animal. 18. ) mé ſtruas
purgationes habent, et inter cæte. ra Equus,Canis, et Alinus,tamen hæc à
Variolis, et Morbillis non tentantur. At quodhuius reimagis negotium conua
lidat,eft,Indosante Hifpanorútranſitú nequaquã Variolas paſſos, dirco non à
reliquiis nutrimentià menſtruo fangui ne,velab iſtius excremento ortú ducunt
Morbilli; quia ſià tali fuifsét variolarú, morbillorúq; origines,vtiq;ij hos
mor bos experti fuiſſent. Legitur apud Ra mufiúIndiæ incolas,vitioCęliplurimos
Variolis fuiffe extinctos, eoq;tempore, quo noftriáb illis gallicam luem accepe
runt, cordemmet viciſsim à noftris Va riolas, et Morbillos recepiſſe.Suntergo
hi morbi noui à Cælo productiprimò, cuius vitio adco homines fædati funt, vtin
pofterosper hæreditatem maliſée minarias cauſas tranſmittant, proinde morbi
hæreditarij dici merentur, quia paterna proprietate vagantur. Ex Mer. caridi. A1
th Dearaneorum telis,earumque ufuo inmedicina. Iro artificio Araneus telas ordi
M tur, quibusmufcaspro vi&u ta. piat, hasad Tertianę febris circuitusde
pellendos,multi præftantes, et celébres tempeftatis noſtremedici,non fine feli
ci fucceflu in vfum præſtitere:fiquidem exiis, et populeo vnguento pilulas pam
rant,corporiſque locis, horisaliquot an, - te acceſsionem,in quibus
arteriariume uidens deprehenditur pulfátio, colligātas &relinquunt; indė
votum conſequun. tur. Ioannes Moibanus. - Natur& cautela inmenftrualimulier
rum fanguine purgandomaxi-, ma eft, MalenAgna eſt, in depurandis femina rum
corporibus à menſtruali luc, naturæ fagacitas; quippe fi oculos habuerit
meatus, quibus lingulis men fibus illam deponere conſueuerit,nouas adi illius
expulfionem vias molitur. Proptera.multæ, ex oculis cruentas, laie.
chrymas,aliæ ex narium venis farguinis profluuium emisêre,nonnullæ ſputa ru
bentia pafſæ ſuntin menftruorum cefla tione.Ipfein quadam ancilla noſtra, cui
menſtrua occlufa erant, ex gingiuisſan guinem profundere obferuati.Atquod
magnam infert admirationem, multæ per minimum manusdigitum,& per an nularem
fingulis menfibusfanguinis fu. fionem habuerunt,vt in religiofa qua dama
foeminanon menſtruante ter in fin niſtra manu Ludouicus Mercatus fami. geratus
medicus obferuauit. Inter rutam do braſsicam nullam imao effe antipathiam.
Xſèriptoribus in re ruſtica malti, fi. fecus rutam feratur, braſsicam illico
arefcere tradunt. Aliam von adducant cauſam, et rationem, quam antipathiam, et diſparitatem
quandam inter talium naturam.F utile autem eſt hotum argua. mentum, nulla enim
inter rutam, et braſsicam.contrarietas eft, quia tamen alte. Elec NO altera prope alteram areſcit, id in cauſam
eſle poteft,quiavtraque calida, et ficca - eft, inde facile euenire poteft, vt
ob humiditátis inopiam altera, vel amba i ariditate perdantur. Pediculos
morientium corpora miris Jagacitate relinquere. on leue à Medicis præfagium à
pediculis in grauibus hominum valetudinibusſumitur. Hi profe &to in
moritüris; quandờadeo intenfà eft huis morum corruptela, ve calor innaus re
foluatur, vel putreſcat, circaventricule regionem, vel fub-mento, vbi maior eft
" ealiditas congregantur,parteſque extrbó mas, tanquam calore proprio
orbatasderelinquunt. Quodcalorem proprium penitus exſolui cognouerint, ab
infirmi corpore mira celeritate longius abeſle: confpiciuntur. Lemnius. De Achatis
lapidismirabili. natura A Chates lapis, qui ex India fertur, tum coloribus
diuerſis, tum ve D4 piss TA m nis
variari confpicitur, ex quorum in.. terſectione diuerlæ imagines multoties,
fabricamtur.Quod autem mirabilius eft, nuncferarum genera, flores, aut nemo
ra,nuncvolucres, autRegum naturales, hic lapis portendir effigies: quippe fer
tur in Achate Pyrrhi Regis, et capuri, et feptem arbores in quadam planitie ap
parentes extitiſſe, Ex Camillo Leonardo de. lapidib. Ferarum natura in
hominibus mie rum in modum deteftanda.. On eſt à ratione alienum, quod de
Attila circumfertur, quod Canis more latraſſet: quippe Ioannes; Langius clari
nominis medicus ab equi-. tibusComitis Palatini feaudiuifle retu lit, quod in
Auftria homine, qui latra. tu,ac curlus pernicitatecumcanibus co tenderet, et cũillisin
ſyluis illæfus ve naretur,vidiffent. Hæcauténaturaabfq; dubio deteſtanda eft,
quippe tales. im manes ſunt, et in hominum occiſiones procliues, vtAttila
crudeliſsimus fuit, NRege in es Ees et in viuentium cædes pronus, à quo tot
Vrbes, et populi vaſtati ſunt.. Non modòinfæminaslaſcinire homi: nesverum,
etiam brutacernuntur. Omines laſciuire in fæminas, nec nouum, nec inauditum eft
cum anebo fub humana fpecie contineantur. Quod autem bruta in eafdem
laſciuiant, mirabile eft,Plutarchus in Dialog. Ele phantem in Alexandria
fæminam qua- - dam,quæ coronas ſutiles componebat, fuiffeque Ariſtophano Grammatico
rio ualem, adamaſſe retulit: A micę,per pla team tranſiens Elephas,&poma,
et frum et us donabat, multiſque indicijs, et a morem, et ad fervitutem
promptitudi nem declarabat,læpeque à latereafside bat, et laſciuè mammarum loca
tange bat,Serpens etiam quidam (teſtimonio eiuſdem ) puellam ardentiſsimè adama
uit,no et u ad illam accedebat, placide. - que amplectebatur, &à latere
dormie bat, luce autem aduentante nulla illata kelione diſcedebat.Parentes,ne à
ſerpé tele. t n itas te læderetur, aliò puellam afportarunt: Ille autem ad
amicam vltimo peruenit, quá nonmorefolito'amplexa,ſed qui dam amantium ira in
illam irruit, ma nuſquepuellæ nodis vinciens,caudæ exe tremitate amicæ tibias
verberebat, profecto præreritę fügæ,atqueablentiæ: iniuriam vlcifci videbatur:
Quomodofamine vterogerentes: conceptumvaleantoccultare. Aximam Sabini cuiuſdam
Roe mani vxoris in occultando conceptu referam ſagacitatem, quo præfi dioaliæ
confimiliter,fi optabuntfæmiö. næ à conceptionis.indicijs faciliter oe
cultabuntur.Illa quidé dû aliæ mulieres; fecum lauabantur ventris tumorem ce..
Jare cupiens, vnguento, quo ruffas, et aureascomas.reddebat,ab vtero corpus
vniuerſumlinire folebat. Illius erat vis pinguitudinem, ſiue carnis inffationem,
aut laxitatem efficere, propterea com. Go: lange in corporis particulis
vtebatur, Hlud tumeftumrepletumque redde MA bat, ventriſque tumorem '
occultabat. Parabatur(vt' puto )'vnguentum ex res bus rubificairtibus,&
puftulas inducend tibus,calcefcilicet,auripigmento, tiap s. fia, et lulphure,
hæc enim alijs rebus co --- mifta veteres ad capillorum cultum cad 1 piebát,ſin
a.in aliqua corporisparticula applicantur ex magna caloris vijaut hu mores ex
alto ad fummum:trahuntur; aut ipfis fuſis.gignuntur:flatus cutis, et extima
corporisſuperficies attollitur, et in maiorem molem ducitur.Ex Plutarc... inlib
- epwTikā. Fructuum, vinearum,iumentorumga interitus praſagium. Agnun à mori
germinatione ca Lpiturpræſagium, mörus enim. ideo à Theophraſto prudentiſsima
vocatur, quia omnium nouiſsima gera minat, et pruinis non tangitur: Idcirco
fructus, et Vineæ à mori germia minationeà pruinis liberi fünt. Ea tam
menquando à pruina lædi contingit(fia: D G quidemosi M Ty et fiquidem læſam in
Aegypto, vt in pſala mo77 legimusMoyfis, tempore prodia tur fuiſſe
)Colimaximamarguitintema periem,& proinde fructuum, vinearum. que interitum
declarat.Atmaius ab vl. mo &perſicopræfagium capimus, quip pèvlmi, et perfici,
folia, præter tempus decidentia,peftem inomniiumentorű,. &pecuino genere
præfagiűt. Ex Cardano., Fætoremextinéta, lucerna vteroge Trentibus,infeftumeffe,&
ini. micuin... Dor extinctæ
lucernægrauis,adeo tur, vt in abortum faciliter conducat. Id: alleruit
Ariſtot.8.de hiſt. animal.c.24. vbi non modo mulierés grauidas,,verú.
didit.Profecto malus odor fi odor. fi prægnana. tjú corpora ingreditur, quia
fætus im becilliseft, et à quolibet alteråtur,facili negotio inficitur, eius
caro tenerrima, et ſpiritus inde abortusſequitur.. At no Kemelextinctalucernæ
fætor perniciē. quoque Ila He 4 i quoquc hominibus attulit, vt carbones in
cameris teſtudinatis facere accenficó. fueuerunt. Duos monachos retulit Pe.
trus Foreftus in obferunt. medicin..cum nodu cellam ceruiliariamintrașent, vt
fæcem cbullientem exportarent,(fortè candela extincta )cum exitum non inue
nirent,ſuffocatosfuiffe,ac mancmortu. os effe inuentos. Infania,& furori
àfolanofluatico contrattis vinum potentiſsimnmfora gulare eſe prafidium. Olamur.
fyluaticum, quodà multis Belladonna dicitur,tantæ eft immani tatis,vtinlaniam,
&furorem hominibus eiusacinos.comedentibusinducat, AC cidit cuidam (referente.
Hieron. Trago dib.i.hiftor. ftirp.) quiin fylua plantam vi. derat talis calus:
hicmultos decerpfit acinos, et deuorauit: altera verò die in tantam inſaniam,&
furorem deuenit, vt plerique illum à Dæmone obſeſlú cre derent.Intellecto
tamenmorbo, vinum fortiſsimumà. Trago illi propinatum Spelaria D? esto) eft, quo facto conſopitus,paulòpoft con
ualuit, et abfquelslione vixit, Lolium tritico", alýſque cerealibus:
commiftum varia hominibusfymptom mata attulille. Anis,in quo- lolium fuerit,
ſtuporem quendam,ac veluti temulentiam efi tantibusparit cum fòmno inexpugna.
bili.Id Gatenus afferuit lib.1.de Aliment: facult.Etenim (inquit )cum anni
confti tutio praua afiquando fuiffet, lolium tritico affatim ispaſci contigit,
quo haud feparato, quod paucus effet tritici prouentus ftatim quidem multis
caput dolere cæpit ineunte æſtate in cutemula torum,qui comederant vlcera; et alia
fymptomatafunt fubfequuta, quæ fuc corum.prauitatem indicabant, Lolijta.
mennocumento acetum efle præſenta Deum remedium iudicatur. Quare tum Htritico,tum
abalijs feminibus cerealio busdiligenterloliumfeparandum eſt. Scorpio
Scorpioidem herbam Scorpionum: iltus feliciter fanara. Irabilis eft herbæ
Scorpioidis in: M Scorpiones potentia,illi quidem huius tactu,exocculta
diſcordia exani. mantur, &intermoriuntur, tantam in ter eosanthiphatiam
natura indidit.As' quodmirabilius eſt exanimati Scorpi. ones,fi Hellebori albi
radice tanguntur; ad vitamreuocantur. Propterea.Scorpi oides,Scorpionum ictibus
impoſita fe liciter et citilsimè illorum virus mor, - tificat,viculque perſanat
ex, cuius prz. tentancain illos virtute à Scorpione now. men fumpfit, et Scorpioidesdi&ta
eft. Mirabilesin biomiwibus proprietatesquase
doger adfuiffe. Dmiranda profe &to in homini bus quandoque vifa funt. Regem
Pyrrhum aiuntpollicemindextro pede natura habuifle, cuius, taču lies nelis
medebatur: bunc cremari eum religae A réliquo corpore haud potuifle perhibet..
De Samplone legitur infacrisLitteris, quod in capillitio mirabilem contineret
virtutem, qua aduerfis quibuslibet re fiftere audebat. Veſpaſianūtactu.&
fali ua, et fine his quandoquenon paucis af feátibusmedicatumeffe tradunt.Ego
e. quidem idiotam cognoui hominē, qui Ipuitione ſola in osinfirmi ranulas per
fanabat, &licet primoafpe et u a&u De Monisid perfeciffe dubitauerim,
quieui tamen,cum fimpliciter curamagere illú: cognouerim. Dolorem colicum
Bubulo ftercore per Sanari. Agnam Bubulo ſtercori" dolorem colicum fanandi
indidit efficaciamquippè apud fcriptores legi, et à fide dignis audiuiffe viris
afferit Geſnerus, illius potu complures ruſti.. cos fuiſſe liberatos,qui enim
ftercus ari dú in iuſculo bibit, ftatim fanatur. Hinc apud multos mosortus eft,vt
nonnulli nonmodo ipſum excremét aridum,ve rum. 1 E1 uum recens, et expreflum iufculis ebi bant, et melius
habeant. Ego quidéru fticis tantummodo remedium præbe rem, nobilibus vero, ne
nausean indu cerem,non auderem,cum nobiliora pro ijs habeamus præfidia,
ſufficerent tali.. bus ex eodem ftercore cataplafmata, vt enim reor,ex
proprietate tale auxilium colico dolore vexatis,ſubire confueuit.
Epilepſiamfrumafqueverbena ako xilio evaneſcere. Aturalis Magiæ
profeſſoresverbes: nam (Sole Arietemi ) colle et am graniſque pæoniæ fociatam,
contritam, et ex vino albo hauftam per colato, epilepticosinftar miraculi fana.
re prodidere.Hoc exHermetetraditur. Nop.minoreft ejuſdem radicis efficacia,
quippe collo eius appenfa, qui ſtrumas, patitur,mirū,ac infperatum adfert pra
fidiumReferunt Aſtrologi hanc Vene ri effe dicatú, ffrumaſque delere,quod
Veneri ancilletur, quæ collo præeft, propter Taurum eius domicilium.. Ex.
Durante inHerb. N1111 i Arbores quandoque in lapides commutantur: N Danico mari,
iuxta Lubecenfem vrbem Alberti Magni'ætate, arboris ramus inkientus eft cum
Nido, et pullis, qui cum in lapidem omnes, cum arboré et nido eflent conuerfi,purpureum
ta = men,(vtipfe retulit Jadhuc colorem fa um retinebant. Georgius Agricola eti
am memoriæ tradidit,in Elpogano tra étu, iuxta oppidum à Falconibus cog
nominatum, Abietes integras cum cor tice in lapides verſås elle,atque, quod
maius eft, in rimisetiam porphyritidem Japidem continuifle, quod maximè foc
Tertiſsimæ naturæ operibus tribuen dum eſt. Bardanamaiorcum mulieris piero
magnam baber ſympathiami quæ MPerfomatia diciturinmulieris yra rum, magnaque
eft cum illo eius fym. pathia, quippe illius foliun lämmo ca. pite geftatum
matricem furſum tollit, fub planta pedis deorſum. Propterea huiufmodipræfidium
aduerſus matri cis ſuffocationes,præcipitationes, ac tiſo locationes
præſtantiſsimum à multis iudicatur. Ex Mizaldo, Quomodo literas axrei
colorispinger. valeanks. VI T literas aurei coloris habere pole fimus,auri
ſolia quot libuerit, eli gemus quibns mellis tres vel quatuor guttas
miſcebimus, hæc infimul conte renda funt. ad vnguenti fpiſsitudinem, in
ofleoque vaſculo conferuanda, Cum autem ad ſcribendum.huiuſmodi mir ftura vti
volumus,aquæ gemmaræ ali quid addendum eſt; vt operi liquorap tior exiftat:ita
profe et ò litteras habebi. musincomparabiles. Ex Alex. Pedemono Lano.
Qyomodoveftigia; et défórmitates vario lis,&morbillis bomines poſsint.
euitari. Ne 92 E morbillos. in facie,
corporeque hominum remaneant, expertifsimum apud me, quod in publicam
vtilitatem placuit aperire,eftpreſidium,quo vten tes pueri puella
quedeformidate, quæ ab ijs relinquitur, carebunt. Cum va riolæ,
fiuemorbillimartruerint, et in medio oculi quafi albicantes enricu erint, quod
eft fignum bonæ matura tionis,omni die bis oleo amygdalarum dulcium recers.
expreffo plura leuiter oblinire oportet, donecexſiccentur, ita profe et ò, vt
fæpius experiri libuit, ve Itigia non remanebunt; et quod melius eft,oleum
hoc'excoriatas variolasmira. bilíter ad fanitatem perducit. Quantum in
hominibus: vfus vene norum valeat. Ithridates fæpè veneno epoto, adeo venenorum
tis auxilijs corpus diſpoſuit,vtcitra of fenfam venena ebiberet. Cum autem à
Pompeio profiigatus eſſet,atque in ex trema:I trema fortunæ miſeria conſtitutus,
è vi e taillæſus diſcedere feſtinabat, quaprop ter venenum hauſit, et pluſquam
fatis eſſet,nectamen emori potuit,cum con tinuus venenorum vſus in hominum
naturam pertranſeat.Ex Plinio. Inhominibus vermes figura maximè differunt. V 23
5 admodum funt differentes, quippe in quodam Antoniano CanonicoMon tanus
obſeruauit.Hiccolico dolore tor quebatur, cuius moleftia Hierameram
deuorauit,vermemque deiecit.Erat ille viridis, figura lacerti, ſed craſsior,
hirfu. tusq;, et pedibus quatuor innexus.Breui tempore à fera propulſa,
canonicus obia ic:contra illa in vitrea phiala aql a plena, per menſes aliquot
viua ſuperſtitit. Ex codemMontano lib.. Calculusrenum,
veficæque in homi mibus, quopacto confumi valeat. Lapil t Apillus, qui in Tauri veſica,men {e Maio
reperitur, magnam habet in conſumendo calculo efficacia. Hic fi vino imponitur,
mutato paululum ſa pore, colorem croceum contrahit. De hocvino quotidierecens
effufo, donec lapis vino impofitusomnino conſum peus lit, à calculo infirmos
bibere opor. tet. Hac enim ratione, nó modo calculú comminui, verum etiam
conſumi mul. tos experientia edocuit. Ex Quercetane. Filiosà parentibusfignum
aliquod recipere, vulgatifsimumet. " Ilii omnes patrium aliquid, aut aui
tum ad vnguema retinere folent,ver Tucam ſcilicet, vel cicatricem, vel effi
giem,velmores, autmanuum lineas.In domo noftra omnes à parentibus verru cam in
brachio habuimus, et Marcellus filius meus ex me confimiliter. Proue niunt hæc
à feminum miſcela, ſpiritu umquevtriuſq; parentis ſeminaliú,auo rumq;
effuſione. Proptera etiá ſuccedit, File (fire fi feminain filiorum generatione
benc mifcentur,atque in minimas partesiun guntur) vt fætus robuſti euadant. Hac
enim rationefpurij robuftiores exiſtunt quoniam ob amoris vehementiam, ve
triuſque ſemina multum, beneque.co. ráiſcentur:Ex Cardano de subtit. go D:
Marerubrùm in plantisproducendis terre vigorem obtinuiffe videtur, to Adel D
mare rubrum afbos nulla in terra prouenit,præter fpinam, quç dipras vocatur.
hęc autem propter fer uores, &aquę penuriam rara etiam eſt, quippe non nifi
quarto, quintoue anno pluit, et tuncquidem impetuoſe, breai quam te?mpore. At-
in mariexeunt plantz, cat quelaurum et oleam appellant.Läu rus arię fimilis in
toto eft, olea folio ta tum fru et um oleę proximuin his noftris oliuis parit,
et lachrymam -emittit,ex qua medici, Irftendo fanguini medica Hentủ compopunt:
Cú auteaquỵ plures inceflerit,fúgi iuxta mare quodãin loco crum HM erumpunt,qui
Sole tacti, in lapidem co mutantur. Ex Tbeophr.in 4. de hift.plan. Incapillorum
defluuio ex Hydrargynı lac epotum peculiare iudicatur auxilium.. rifabris
capillorum defluuium in ducere conſueuit, aliaque ſymptomata; quæ tales in
mortis pericula conducunt. Pro huius immanitate, vtiin potu capri no lacte,
illudque cum pane commede re,fingulare et expertum eft remedium; quippe ſedata
illius vi,atque potentia,à veneni morte liberanturægri, et piliite rum
nafcuntur. Ex Foreſto in
obſeruat.med. Inter Lupum, Agnum maximam effe antipathiam. Tantralis
difcordia,vt ipfisemor., tuis in eorum chordis id etiä eluceſcat. Si enim ex
Lupi, Agnique inteſtinis, chordæ conficiuntur, in inftrumentis muſicis
applicatas minime concentum vocefque lonoras reddere,fed continuo tadas Bo ta
&tas dillonare obſeruatum eft:at quod mirabilius eſt, agninas chordas à
Lupi funiculis corrodi, et confumi, fi fimul n repofitæ fuerint,comprobatum
eſt. I demde Aquilæ, &anſerum plumis fer tur, Aquilæ enim pluma naturali
antia pathia anſerinas poſitæ interplamas, vt docuit experientia eas conlumunt
et corrodunt, Quadam pro Epilepſia admiranda reperiun. RiaabHoratio Augenio ioluiscá. (ult.pro epilepfia
curanda magne efficacię proponuntur remedia. Primo lococarbo eftille odoratus,
qui fub Ar timiſiç radicibusęſtiuo folftitio colligi tur, quiper
dies40.infirmis,aliquocon ucnienti liquore exhibendus eft mane ieiuno
ſtomacho.confircor ego cuidam, epileptico huiuſmodi remedium ada
modumprofuiſſeSecundo loco,Mufte lę fanguis adducitur, hic pręſtantiſsi. mus
proepilepfia ſananda cenſetur,au. joris experimento, vidit enim fanatum E
epilep probauit, fanari confueuit. Colligitur epilepticum fupra 25.annum,ſolo
huius fanguinis vfu potati ſcilicet ftatim at queè venis exiſtadvoc.ij. cum
vnaacer. ti:Vltimo loco tefticuli Apri,aut faltem Verris fiueSuis
domeſtici-Venere vtéris; &tefticuliGalliexiccati in furno mira biles
cenfentur;hi in puluerem tenuiſsi. mèredađi, cum zuccaro mifcentur, et decem
continuis diebus epilepticis ad drach.tres,cum aqualettonicæfelici cũ
fuccefsu.exhibent. Flatuofam inmembrisconuulfionem lignoce peſcoperfanari,
Onoulſio illa, quęà flatu in mufcus lis, et membrisoritur cum dolore, Chanc
noftrirampham,ſiue gramphum.yo cát)nodis ligneis à viſco, quod in quer.
cubus'adnafcitur, vt experientia com С. viſcuin aftiuo tempore,Sole in Lepois
fickere commorante,tunc enim perfectia onis complementumadeptum eft, Dc. bent
nodi ligneiillius, loco patienti fu perponi, vtitarimfiatus: diffugiat,pio gui
ficco, renuiq; prædirum eftlignum, * aut occulta ratione, vtvoluirCardanus
Confiteor,multis taleprælidium ad pre feruationem meconfuluiſie,votumque $
fuiſſe aſſequutosſola iſtius ligni tuſpen y fone. Annult ex bubalorum cornibus
| huiufmodi etiam dolores prohibere multa experientia, ex eodem Cardano i
obferuati ſunt. Quomodo nonnullorum animalium vent num corpora vostra
ingrediatur. Pedido Halangium cum aliquem momor. dit, quamuisparuum fit
animal,ex. - iftimare tamen debemus, venenum ex ipſius ore, primo quidem in
ſuperfici em,deinde vero in totum corpus defer ri, Præterea marina turturis,
ficuti, et terreni Scorpionis aculeus, quamuis ir extremam illam acutiſsimamque
par temfiniatur, vbi nullum foramen eft, per quod venenum deijci pofsit,neceffe
en eft vt excogitemus ſúbftantiá quianda ineſſe illi,aut fpirituale,autAgidam,qnz
E vt mole minima, ita facultate eft quam maxima.Siquidécú nuper fuiſſet quida
ict Scorpione, videormihi eſle(inquit) percuſſus grandine:eratque omninofri
gidus,frigidoq;fudore perfufus.Quip pe vbi exicta parte,pertotam iplamce
leriter diſtributa fuerit venenivis,con tingiteam, endemrurſus.contactu,in
fingulas ſubiectarumei partium recipi: mox ex illis inalias continuas, done: in
aliquam peruenerit principe:quo tem forémortis periculum inftar. Ad hanc remin
primis conferunt vincula parti bus fupernis inie et a, abſciſsioque pare tium
venenatarum. Noui equidem ru fticum,quiepoto è viperis medicamen to, reſciſlo
priusdigito euafit, ficut, et alium quendamqui ſola ſectione circa medicamen
eſt liberatus. Hac Galat. 3.
deloc. aff. Mirabile ad Strumas gurturis, ramicem, Adem44 Yemedium. Dmirandum
remedium ad ſtru. A mas. Cupreſsi foljaneque teneri. ora,neque duriora in
puluerem com di minties, tortiuo vino confperges, atque ita volutabis, dum in
fæcis corpus coe TH ant, inde fruma, velramex indecitur, pe tertio primum die
foluitur medicamen tum, contractum locum inuenies, quidie o gitis-exprimidebec
rurfus ad tres dies idem pharmacum applicabis,eodemque modofolues, &exprimes;
feptimodie, vel ad fummum pono, ſtrumæ velut miraculo abolebuntur. Valet etiam
ada ramicégutturis, parotidas,omnemdur se ritiem, et ædemata. Hie
tollerininhere fit.Chirurg.6... Peftilenti
tempore in:er pracipua-prafidia: aeris re&tificatio fummum iudicatur.
Mnilaudedignus, omniq; decore admirandus Hippocratesiudican dus eft,qui peſtem
illam ex AEthiopia ad Græciam venientem, non aliorepu lit auxilio, quá aeris
purificatione.Præ cepit enim,vt per totam ciuitatem ignes accenderétur; qui non
è fimplici folum materia,fed etiã beneolenti conftarent. Qua propter, et coronas
odoriferas, florefquearomata,vnguenta pinguiſsi magrati odoris, et alia
iucundosodores fpirantia, ciues igniſpargebant, quo paa Eto aer purusfa et useft,&
ijà peſte tuti fuerunt. Ea fuit magni Hippocratis dia ligentia. Ex Galeno.
Portaldara fenuinis contra lumbricas: magna estefficacia. Nlumbricis necandis
nonmodòPon tulacz aqua ftillatitia aptiſsima iudi.. catur,verum etiam illius
femen.Narrat enin: Arnaldus Villanoua, quendam puerum, dum effet in mortis
periculo Conſtitutuspropter lumbricorum mula titudinem drach.jem. feminis
Portula cæ cum lacte fumpfiffe,atque lumbricas multos
emiſiſke,fuiffequeliberatum. Quorundam animalium vita terminus con. ftitutus,quis fit.
epusannis decem viuere fertur, et Catus totidem. Capra o et o. Afinus
triginta.Quisdecem: fed vir gregisfæpè quindecim. Canis quatuordecim, et quandoque
vigintiTaurus. quindecim. Bos,quia caftratus,viginţi. Sus, et Pauo viginti
quinque.Equus-vigioti,&non punquam triginta, inuenti funt, quiad
quinquageſimum peruenerint.Colum biodo, vti etiam Turtures. Perdix vi. ginti quinque, vt &Palumbus, qui non
nunquam ad quadrageſimumperuenit. Ex Alberto Låddoloresarticulares electuariano
mirabile. Periam electuarium illud mirabia le, quo ego in doloribusiun
&tura rum, et in arthritide cum felici fucceffua nor femel vfus fum. Huius
auctor Pem trus Bayrus eft,licetipfe Galenicompofitionem efle dicat in -lib.18:
fuæ Praski. Confiteor fubito ſoluere finemoleſtia, ignitum caloré extinguere,
et membra patientis adeo contemperare, vtmultas viderim, endédie, qua pharmacum
acce. perant, à ſella ad locú propriúſine alte rius auxilio languētes redire.
Capiútur Hermos Qua propter, et coronas odoriferas į floreſquearomata, vnguenta
pinguiſsi magrati odoris, et alia iucundosodores fpirantia, ciues igni
ſpargebant,quo paa cro aer purus fa et useft, &ijà peftetuti fuerunt. Ea
fuit magni Hippocratis dia ligentia. Ex Galeno.. Portulara feminis contra
lumbricos. magna est efficacia. Nlumbricis necandis nonmoddPon tulacæ aqua
ftillatitia aptiſsima iudim. catur,verum etiam illius femen. Narrat enin: Arnaldus Villanoua,
quendam puerum, dum eſſet in mortis periculo! Conſtitutuspropter lumbricorum
mula titudinem drach.jem. feminis Portula cæ cum lacte ſumpfiffe,atque
lumbricas multos emifiſke,fuifíeque liberatum. * Quorundam animalium vita
terminus.com ftitutus,quis fit. epusannis decem viuere fertur, et Catus totidem.
Capraodo. Alinus triginta.Quisdecem: fed virgregis læpè. quin io rabia quindecim.
Canis quatuordecim, et quandoqueviginti.Taurus quindecim. Bos,quia
caſtratus,viginti. Sus, et Pauo viginti quinque.Equus-viginti, et non punquam
triginta, inuentiſuật, qui ad quinquagefimum peruenerint.Colum biodo, veietiam
Turtures, Perdix vi. ginti quinque, vt &Palumbus, qui nons nunquam ad
quadrageſimum peruenit. Ex Alberto Laddolores articulares electisarianos
mirabile. le,quo ego in doloribus iun et tura rum, et in arthritide cum felici
fucceffu non femel vfus fum. Huius auctor Pew trus Bayrus eft, licetipſe
Galenicompo fitionem efle dicat in lib.18. fuæ Brasti. Confiteor ſubito ſoluere
ſinemoleſtia, ignitum caloré extinguere, et membra patientis adeo
contemperare,vtmultos viderim, eadédie, quapharmacum acce perant, àſella ad
locú propriú fine alte rius auxilio languētes redire. Capiútur Hermodactylorum
alborum à cordis fuperiorimundatorum, et Diagridii an..
drach.ij.cofti,cymini,zinziberis,cario phyllorum an.dracij.trita, et cribellata
conficianturcum fyrupo fa et o exmelle, et vinoalbo inuicem coctis,donec ſyru.
pi bene codi formam recipiant. Dofis eſtà drach. ij.ad drac. iiij.fecundum in
firmi tolerantiam. Auctorconfitetur ter ab huiuſmodi doloribus fuiffe correp
tum,& femperinaurora huiusele et uarij (quod Diacoftum vocat )vnc.ſem,
acces piſſe, et in vna die conualuiffe. Ego dia-. gridium in
minoridofi,exhibuifemper et beneſucceſsit. Periculofumeft Bafilicum continues
adorari. Vantį ſit periculi, herbæ Baſilica frequens odoratus plenus,ex Hol
Jerij exacta obferuationeperfpicitur. Quidam enim Italus ex continuo eius
odoratuin vehementes, &longos inci-. dit dolores capitis ex Scorpionein
cere bro epato,cuius caufa morsconfequuta eft ck Ratio apud aliquot huius
euentus,ea potiſsima eft, quod Bafilici folia ſub te. ftafi et ili putrefaéta
in Scorpiones mu tentur, ex quo arguunt, frequentem o. doratum animalcula
quædam Scorpio onuminftàr, in cerebro geocrare. Vte cumque tamen fit, Bafilici
odoratus ad Syncopim, et animi hominum deliquia, mirumin modum prodelle
compertum cfts Piſcem Torpedinem, dolores capitis àcaufa calida feliciter
fanare. Nter fele et a, et quae dolores capitis à caula calida auferunt remedia,Tor.
pedo piſcis eft. Aitenim Celfus, quem ſequutus eft Seribonius Largus, huius
Puciscapiti affricatu,adeo tales dolores remoueri vtin pofteru redire nequeant.
Cauſa torpedinis qualitas eft,ipfa enim viua in mari, et procul, et à longin $
quo velfi haftá; virgaveattingatur,tor porem piſcatoris mébrisinduceredici.
tur, vt Plinius lib.23.prodidit. Idcirco etMatthiolus dixit) mirum non eft huiuſmodi
affe& us, quodam ftupore: feliciter ſola confricatione fanare. Queex occulta natura proprietate fiunt, mirabilia
videri. Aturæ arcana femper hominibus, admirationem præſticere:ratio eſt,, quia
caufas ignoramusproprias, et pro.. pterea in ſpeculandis his ce pitamus,
necaliud nobisreftat, quam føla admi. ratio. Quis enim non admiratur, cur:
Hyænæ vmbræ conta et u, canesobmya. teſcant?Cur Eryngium ore Capræſum. ptum
totum gregem fiftat? CurGallina, appenfo miluicapite nunquam quiefcea. re
valeant? Curappenſo allij flueſtris capite in ouis collo, quz in grege omnes
antecedat, Lupi ouibus nocere neque.. ant? Profe &to hæc mirabilia funt, et in refum
fympathias, et antipathias, et na-. turæ arcana reducuntur. Nonnulla
animaliareiuuenefcere: proditur. Agnum natura quibuſdam anie. inalibus pro
fene&tute euitandai, COA conceſsit releuamer, Ceruus enim elu, ſerpentum
renouari dicitur, quippès dum fentit fene&tute fe grauari, ſpiritu, per
nares è cauernis ſerpentes extrahit, fuperataque veneni pernicie,illorum:
pabuloreparatur.Colubri quoque alijq; ferpentes quoniamper hybernas latebras.
vifum obſcurari ſentiunt, primo vere, maratro, feu feniculo feſe affricát,illud,
que comedunt, ita vifum recuperant, &, exacuunt, et vetuſta tunica
depoſitag pelleque priori reiuuenelcere dicuntur.. Qgorandam animalium carnes ad vitæ lorem. gitudinem
palere. Longifsima vita aliquorum ami.. malium vel eorum proprietate, multi
fapientés vitæ longitudinem in hominibusinuenire conati funt,volunt enim
carnium efu longæ vitæ animali um,vită poffe produci, re& ecenſulen. tes
ſolidá nutrimentă,multú,diùq nutri R, et à morbis defendere. Hac ratione
Ceruicarnesprecipuè iuuenisadlógitu L6 dinem vitæ valere autumant, Reculit
Plinius quafdam nouifle principes fæ minas,omnibus diebus Cerui carnes de
paſtas, et longo ævo febribus, caruiffe.. Dioſcorides lib.z.longam ſençđuter
cos agere dixit, qui Viperę carnibus, veſcuntur.Propterea Pliniuslib.13»An
tonium Muſam Cæſaris Augufti medi cum dicebat, Viperas in cibis ijs dediffen
qui ab vlceribus incurabilibus affligea bantur,ratus hoc auxilium, vitam illis,
producere,atque omnesſanafle.Exlib.3; Conuiuij noftilitterarij. Abfürdan,
ridiculain effe Paracelli opic. nionem,de homunculi inpbialia vitrea g !..
meratione, de partu. NPara Onmodo ridicula,ledinfanda eft: Paracelfi, damnatæ
memoriæ opi-. niode homymauliconceptione, et partu.. Scripſitenimex
feminehumano in ama pulla vitrea. conie et o:;: et aliquandiù: fub cquino,
fuma, Itabulato, homun-. Cului culum gencrari. Vt autem hanc hypo..
thefimfaliam ille impiusdoceret, exo uo fumpfit conie &turam,quod cum op
ſeruaret in loco calido concludipofle, et ex eo tandem pulliim excludi,
perſuaſit hoc idem in humano ſemine in vitreo vaſculo reclufo poffe contingere.
Sed vana, et fabulofa ſunt eius figmenta, fi-. quidem ex putrefa& o femine,
in an. pulla fub fimo recondita talis homun.. culi partus fieri nequit, qualis
enim eft cauſa,çaliseffe et us conſequitur,proinde ex putrefacto nihil,piſi
corruptum ori.. tur. Infuper in fetusconceptu,vt ex fa. ais:diuiniverbidecretis
capitur,ſemen virumque viri: &mulieris concurrere opuseft, præterhęę conceptio
haud ori turniſi. fuerit vterus benetemperatus, tanquam hortulus à Deo
deftinatus ad hanc prolem, cui fanguis maternns fi mulaffluar: quippè
fi.materni- fanguinis deficeretappulfus,necfemenaugeri,nec ali planıę inftar,
necpartes conformari pollenr,, vt omnium philofophorum E. 7 conſenlus eft. Ad
hæc inter fætum, et vtero gerentem fympathia quædami requiritur, vr calorem, et
nutrimená. tum à matre recipiat, et à fætu viuena te inatsis calor augeatur: et
abia' ad cona coctionem, et produ &tionem feliciter fuccedant. Quæ omnia
fallain effe Pas tacelfi coniecturam atgtrunt: ille enim non perfpexit in
ouofemen, exquo puls dus fit, fimulcum alimento vernaculo conferri, et in teſta
per fe porracea tans quam invteroquidemconcludi; ex qua pullus ali, et refpirare
pofsit Semen vero humanum caloris, et fpiritus Cu iuſdam viuifici particeps,
&conforss quorum vi, et beneficio fir generatio, antequam in vitream
ampullam per funderetur, eodem temporis veſtigio exhalaret, et conceptio
euanefceret: Hue aceedit, quod deeſt fanguis, quo femen nutritur, et augetur.
Adde quod per ampullam vitream, fub fimo recon ditam tetas fpirare nequiret
confuta.. maergofunt Paracelfiftarum fomnia,& fabula fabulofa eorum
magiftri conie et ura; et vana de homunculi partu affertio. Ex. Georgio Bertino
Campano. In Armenia nines rúbentes fieri. Iues omnes(fublata philofophand tium
ratione)albæ funt, et ita ius d cat fenſus, vtnon immcrito Plinius lib. 17.
capite z: niuem vocaverit cæle ftiumaquarum ſpumam. Nihilominus Euftachius
Homeri interpres, in Ara menia niues rubentes confpici retulit. Harumcolorçm
multi fapientes rummi Aantes, non natura niues rubentes fieri, fed
accidentaliter illic voluere. Illa enim loca minio luxuriant, cuius colo re ex
halātiones, è quibus in Armenia ninesgenerantur, pallutæ, rubedincm.
acquirunti. Pro quartana febrejſalitaremedia. A Rnaldus Villanoua pra fecreto
ha. buit in febrequarrapaexhibere taxi barbaſsi radicem ex vino per dúashoras.
mote acceſsioné, et Dominus osdecorde: Ceruiad drach. Itidemex vino alterator
di& amocretico, ſaluta, chamedrio, chamæpithio, &myrrha ex fucco
abfynthit ad ſcrup.ij.caftorei eriam, et bituminis anſcrup. ij. ex vino:
Alij,vt quartanam excutiant, infirmis dum in acceſsione affliguntur, timorem ex
improuifo incu tiunt. Proptera Titus Liuius fcripfit, Quin et umFabiuin Maximum
in con fictu febre quartana fuille liberatum... Terra Lemonia contra venena
miram: babet efficaciam. Nterpræſtantiſsima auxilia contra venena,terra
Lemniaconnumeratur, quæ ad Cantharides,& adLeporem ma rinú adeò pręſtat, vt
quadam proprie. tate, deuorata, omnevenenum per vomitum expellat, quemadmodum
mul tis experimentis hæc omnia didicifle. Galenusconfitetur, Lumacalapidem,partümulierum
facilitati. Icitur Lumaca, lapidem nobiliſsi.. me virtutis in capitcretinere,
qué fi trio I tritum ftranguriofis liquore aliquo conuenienti dederis, vrinam
foluere, i breuiterq; fanare comprobatum eft. AL mirabilem baberingrauidamulierecó.
Senfum:quippe appenfam fi ſecum por tauerit,in abortum minimè incidet, fin
autem tempore partus tritam,cum vino capiet,multa facilitate pariet: fiquidem
lapides himeatusmuèaperiunt, è qui-. bus fætui facilior datur tranfitus. Ex:
Ifidoro.. Kamum fympathian in aliquet bruto mirabilem. elle Izaldus lib. 1.
arcan: &Podinus: lib.3,theat.nat.obſeruatű,exper tumque audiuiſſe
aiunt,Vaccam,Quem Equam, Afellam, Canem Suem, Felem; fimiliaq, foeminei generis
animalia do meſtica, et manfueta, dum vtero gerunt, autinterire, autabortum
parere, fi mas ex quo conceperunt,ma&tetur autocci.. datur,tam valida
eft,ac vehemens-illo rum inter fe fympathia. Hoc autem an verum fit,confiteor,
menondum fuiffe expertum.. oletno Oleam -arborem puritatis virginitate of
amantifsimam. Liva fimanuvirginea plantatur, et educatur,,vberiores fructus
præbe redicitur:, vſque adeo puritatis eſtamā tiſsima, et labis nefcia. Hacde
cauſa, ve Teor,abantiquis ſapientibus olea, Mi neruæ dicata, et confecrata
füit. Audiui equidem àmultis, alearum à laſciuis mulieribus non femel fuifle
collectas fructus,calq; fequenti amo parum fru et ificaſſe,ExCarolo
Stephanointideraruftia Aftronomiam Medicis effe neceffariam. PRudens Phyſicus
Aftronomiam in telligere debet, aliter perfe& usMe dicus effe nequit.Cum
autem ægros -Cųe rare intendet, Lunam afpicereoporte bit, fi enim plena
cſt,crefcitfanguis, et humiditas in homine, et beftiis, et me dulla in plantis,
ita voluit Hippocr.inl. dediſciplina Mahemas: qui apud Galore peritur.Cum ergo
quis in morbum in ciderit,fi Luna è combuſtione exit,tunc iei creſcit
infirmitas vfque ad oppofitio bis gradum, quo tempore per a &to cceli
themateaſpicienda Luna eſt,an cum alia quo planetarum ſocietur fortunato, vel
et infortunato;numin malovelbonofue. titalpe et u; et an dominúdomus mortis.
afpexerit; ita enim de morte, et vita; de morbi longitudine, et breuitate
infire morum accuratiusconie &turarepoterit.. Ex Hippers. 10ak. Ganjucto.
Saturni,Martiſque coniun tionem inTauro, Bobuspeftilentiam pradicere futuram.
A. Strologorum ex multaobſeruan tia decretum eft, cum Saturnus. Hupiter,&
Mars, vel iftorum duo fimul iun &ti fuerint ſub humano figno, cona.
currenti ad eam ftellarum fixarun vea Denoforum animalium afpe et u,morbos
peftilentes hominibus effc futuros. Ex diuerſitate autem Zodiaci brutis quan
doque contagium appariturum, faluis hominibus. Vnde notat Auguftinus Sueſſanus
in comment.Apotelaſmatum Pro. Lomai,non multis ante annis,obferualle, cum
SaturniMartiſque coniun et io in Tauro horrendiſsima frigora'excitallet, magnam
Bobus calamitatem eueniffe. Ques autem licet imbecilliores, füper tites tamen
fuiffe. In Boues tamen pe ffis illa defçuit propter cceleſte fignum, ad quod
terreftris Bos refertur. Quæfi fuiffet in Ariete, forfitam in Oues graf fata
effet. Anno 1479. in figno humano Martis, et Saturni fuit coniunctio (tefti
monio Ficini ) et peftis crudeliſsima ho mines inuafit,,vt& prius anno1408.
et omnium peſsimaanno 1345. ex trium Planetarium infimul conjun et ione. suffiiu
bituminismulieres ab byfterice '. 3 Vltis experimentis comproba audio,, lieres
ab vtero ſuffocatas lubitòad ſanie. tatem reuocari, et quod mirabiliuseft,
Hyſterică extemplobituméacceſsionen corrigere, fiue crudum, fiue vſtum mu.
licrum naribus admoueatur. Propterea mulieres,quętali pafsioni obnoxięfunt lans
paſsione liberari. CA lana exceptum, fiue goſsipiocolloap penſum,Medicorum
conflio (Mizaldo · auctore ) in romullis locis habent, vt e, crebo olfactu
paroxyſmum arceant. Cantharides quandoque ſolo olfa et u fangui. nens,
veltactuècorpore euacuajſe. Antharidumvis, et venenú in fane guine purgando per
vrinam, apud paucos incognita eft, quippe in potui ex ceptas non modò veſicam
exulcerare, verumatque fuffocationes, et horrenda ſymtomatainducerecomprobatum
eft. Imò tantæ feritatis funt, vt quandoqué et tactu,vel olfactu hec
efficiant,vt cui damchirurgo Mediolani ſucceſsit, qui bis fanguinisprofluuio
correptus fuit per vrinam,folum portando cauterium ex cantharidibus in Byrfa.
Ex Micbarle Rafraljo. Podeortum fit adagium, Naniga Anticres. } MXneotericisMedicis,nigrum
Vlta obſertatione &à prioribus, et neotericis, helleborum ad infanos, et mente
captos peculiare auxilium eſſe, probatum eſt. Huiuspotio licet periculoſa fit,
cú cau telatamen fumpta, mirabiliter ijs pro deffevidetur. Hellebori virtutem
De. moſthenes innuere volebat, dum acti. onem mouens Aeſchini, vt ſeſe pur.
garet helleboro dicebat.Hoc in Anti. cyris duabus ele&tiſsimum, et magniva.
loris naſcitur, quo nauigare oportere a dagium, quiab intania Canari cupit vt
Strabo lib.9.Geograph,loquitur. Hinc Stephanus deHelleboro loquens addit,
Anticorenſem quempiã fuiſſe, quiHer çulem dato Helleboro infania libera uerit,
Grauidas simio fale prentes, parerifetus fine vnguibus. Noneftàratione aliepum,
quodab Ariſtot.dicitur 7 de biftor.animal.c.4 mulieresgrauidas, fi nimio ſale
in cibis vſæ fuerint,fætusparere finc vnguibus vngues enim,vt dixit Hipporc.in lib.de
care FOS. 1 Carnibusex glutinoſa, et viſcida materia geperátør, hincaecedente Galitorum
v. Tu,materia illa viſcida adeo attenuatur, &adimitur, vtfacilè illorum
ortusde. ficiat.Comprobatur hocetiam in ladá, tibus, quibusex aſsiduo, et nimio
ſali torum vſu,lacomne, paulatim deficere conſueuit. Oui badiin
conuiuijsiucundi, feftiuiquelas beantur. N conuiuijs profecto,vt hilariter'iu:
Du { 11 X G 3 epulétur,tron femel ludi aliquotper io cum apparantur qui omnes
in iftanti um riſus, &cathihnos mutantur. Inter multoshi erunt Feftiui:Si
lintea;& map pæ calchanti puluere confricantur, qui foti fe deterſerint ea
parte nigrifient;li ceti lintea prius candidiſsima apparue. sint.Si cultri
fuccocolocynthidis, vela fòe ta et ifuerit,amara oíaex ijs incita le tiétur:ex
afla fætida autem cuncta fæti da audientur:Si fuperpaſtillos nuper e fixos
inſtrumétorü chordas minutim in difasproieceris inftar vermium à calore V
contracte apparebunt, naufeamque rei inſcijs mouebunt. quibus vinum potui
dabitur,cui caftancarum cruftæſubtili ter tritæ fuerint inie et xà ventris
«crepi tibusſollicitabuntur. De amorisorigine aliquet controuerfia.
OlentesPhyfici amoris originem, velpotius furoris amatorijreperi te indaginem,ex
correſpondenti homi num complexione, leu verius ex con formi ipfius fanguinis
qualitate,nempe calida proficiſcivolunt, hancenim como plexionem valde amorem
gignere af firmarunt, Aſtrologi inter eos amorem exiſtere aiunt, qui in codem
aftrorum gradu conſiſtunt,vel qui in aliqua con Itellatione ex æquo
participant, et con formes ſunt,tunc enim fe redamare có. fingunt. Alij
Philoſophi amorem naſci afferuerút, quoties noftra luminainde.
fideratumobic&um conijcimus,voluat cnim quoſdam fpiritus ex ſubtiliſsimo,
puriſsimoque fanguine cordis noftri in rem concupitam exhalare, acque ocyſsi *
IN me ad mè ad oculos noſtros recurrere, ibique a in vapores'& 'humores
refolui,quifen. fim ad correlapſi, diffuſiq;per corpus, in oculis, rei dilectæ
quandam idem, inſtar fimulachri, et imaginis,non aliter, quam in fpeculo macula
permanet ve nenofi oculi, vel menſtruatæ,auriginoſi, aut fimili aliquo morbo
infecti, impri munt.Hacde caufa miſerum amafium, hiſce nouisille &tum
fpiritibus,qui natu ralem fuam fedem repetunt, et ad cor permeant, perditam
libertatem fuam dolere, lamentarique cogi affirma. Nonnulli autem naturalis
fcientiæ ad. 'modum ftudiofi,cum multa de amoris fcaturigine eſſent
imaginati;nec veram tam furiofi morbi originem inuenif. fent: in
hæcproruperunt:Amorem effe neſcio quid,natum neſcio vnde, qui vee wit neſcio
quomodo, &accendit nefcio quo pa&to,certam aliquam rem, &per ſonam.
Hominem apud Indos longiſsimam pitam babuiſſe. F Apud Lufitanicæhiſtoricæ
fecènti ores ſcriptores(interquos eft Fer din. Caſtanneda:)fidei probatiſsimę,
longa narratione, et certa, cuidam nobia li,apud Indosannorū, quibus vixit tre.
to centorum, et quadraginta fpatio,iuuenis tæ florem ter exaruiffe, et ter
refloruiffe: inuenimus:atque ex cuiuſdam Epifcopi relatu
nouiterpercurrimus.(Hocprofe to mirabile eft, et paucifsimis à Deo conceſſum.
At non minori admiratione illud dignum eft,quod à Langio de Or benouoproditur,inſulam
quádam fu. ifle repertam, Bonicam nomine,in qua fontis reperiatur ſcaturigo
cuius aqua vino preciofior fenium epota in iuuen tutem cómPomba. Ex lib.
1.debominis vita, vbi de Priorifla anu facta, et reiuueneſs eente fcribitur.
Hydrargyriminer aquomodo inueniatur. Ńter metallica ônia,hydrargyro ex
cellétius vix inueniri aliud cryditur, cum ad infinita tale accómodetur.Soler
tiinduftria opus eſt, vt vbi eius mineræ fit ſcaturigo coniectores deprehendant;
propterea menſbus Aprilis, et Maiiſub aurora, ſereno autem cælo afcendétes,
vapores in montibus fpe et ant; ſi enim inftar nebulæ fuerint, non altius feat
tollentis,fed humillimæ, ac quaſi terrae ad hærentis, argenti viuiibi ſedem
eſſe allequuntur. Ex Cardanode Subtil. Aqua mirabilis pro viſus obfuritate.
Periam aquam, quam ſcribuntre ſtituiſſe viſum cęco nouem anno. rum.R.ſucci
apij,feniculi, verbenæ,cha medryos, pimpinellæ, Garyophilatæ,
Caluię,chelidonię,rutę,centinodię,mor { usgallinæ,garyophyllorum, farinæ vo.
latilisan.vnc.j. piperis craſsiuſculètrití, nucis muſchatę,ligni aloes an.drach.
iij. Omnia imergătur in vrina pueri, et lex: ta partevini maluatici.
Bulliátbreuite pore, tú exprime,& percola.Repone va le vitreo benè
obturato.Hora sóni fingu. las guttas ſingulis oculis inftilla. Holler. Roris
marinipraftantiſstma'virtutes, Lanta illa, quam Romani, et Itali Roſmarinum
dicunt, inter plantas: nobiliſsima eft, magiſque quam ex F 2 iſtimetur
excellens, quamuis mulcitu. dine, et frequétia vilefcat.Eftenim fem per
virens,nulli nocens, et multis infir mitatibus inimica maximè comitiali morbo,
quiferè dæmoniacuseſt. Radix eius cum melle purgatvlcera, tormini. bus medetur,
et medendis ferpentum i et ibus cum vino bibitur.Prodeſt etiam contra morbum
Regium in vino cum pipere. Et tanto contra maiora mala præualet, quanto maiori
gaudet tutela, et fauore cæleſti, à quo omnis virtus confouetur.
Naturefagacitas in difficillimis morbus fac mandis magna ift. Agna eft naturæ
fagacitas in ali quot morbis ſanandis,qui medi. corum auxilijs perdifficilc
eft,vt ad fa nitatem perducantur. Ketulit Alexan. der Veronenſis lib.2.
Anatem.c.9.tr ulie rem Venetam,acum crinalem, qua cirri capillorum intorquentur,
quatuor die gitorum longitudine ore detinuiſle, dú obdormiſceret, fomnoque
ſopitam de M glutif Etv ghuiuifle: decimo autem menſe, quod m mirabile eſt, per
vrinam eminxiffe.Lan. Er gius etiá in alia iuuencula,quæ aciculam deuorauerat,
id etiam eueniffe fcribit, e Naturæigitur induſtria maxima eſt. * Lapidis
compofitio ignē fricationereddernisi. Ricatione cuiuſdam lapidis facilli
meignem excutere poterimus. Hæc eius eft compoſitio. Capimus ſkyracis, calamitæ,
ſulphuris, calcis viue, picise an.drach. iij. Camphorædrach.j,Alpalit. dre iij
critahæc pobanturinvalesce Teoroptimèconcoctecca Hapidécouertátur.Hic panno
fricatusu ceditur,fputo veròemoritur.ExRole! Naturam beftis,ad corporis t
ütelammulta remedia indicaffe. PlurimaşürNaturæ beneficiaquebê ftiis fuiffe
conceffa legimus.Hæcpro fectoruminans Plutarchus, præadmi. rationeinextaſin
raptus,Maturan mulo.. to plura in pecudes, quam in hominem contuliffe dixit.
Quippefibeſtijs Fors bus accidit.Naturamoxantidotum in F dicauit. Hinc Palumbes,
monedula, merulę,perdices, Lauri folijs deguftatis humores fuperfluos
expurgant. Lupi, Canes,Feles ſięgrotant,vel li excreme torum colluuie ftomachum,
vel viſcera oppleta fentiunt, gramina comedunt ra, re perfufa,herbam frumenti,
&rapiſtru decerpunt:quibus ſtomachum, aluumg; exonerant.Columbæ,turtures,pullique
gallinacei in morbis heliofelinum degu far. Teſtudincs morſus ſibi in flictos
ci cuta perfạnant.Cerui volnerati dictami paſtufagittas, excutiunt.Ivuiteladůmu
res venatur, ruta ſe munire confueuit,. vc validiuseosoppugnet. Vrlimandra-. *
goram quærunt in mala valetudine. A. priauté egrotanteshedera ſe colligunt.,
Ceteraverò animalia pro virę tutela di uerfa alia retinent auxilia.Ex
Arifter.pl njo,Nipho,&aliis. Lapidem Aetitem mulierum partus. accelerare.
Maison Agnam intulitnatura Aetitilapi. diin partu prægnantium accele rando
efficaciam: quippefiearum coxis argento cóuolutus partu inſtante fuerit
ligatus, miram ytero generabit láxitam tem,ex qua prægnantesfacilius parient.
Ab Aquilis pręlidium hoc'captum reorg illa enim dum arctiores ſe ſentiunt et oua
cum difficultate pariunt, Ae titem quærunt, ex quo laxiori matricis orificio
facto,leniusoua excernūt.Hinc Aeritis S-apis, Aquilinus di et us eft, quiaz
Aquilă hos in nidum portant,ibiq;verii reperiuntur. Intellexi ex feminis, pria
marias aliquot hos lapides in vſu,& pre cio habere,beneratas
partuslaboresfu Bleuare. Hellebori nigriradićem, Viperemorfus in bon Aysſanare.
(N magna æſtimatione apud multosis Helleborinigri radix habetur, ipſa enim
inter carnem, et pellem iumentià Vipera demorfiinſerta proculdubio faa -
mat.Confiteor profe &to fubulcum qué dam porcorú numerüigne perfico, fiue
cryſipelate peftilenti pollutum (hunc morbum vulgares, eo quod porcorum caput
in excreſcentiamagná deuenit,apo pellap (męobſeruante adfanitatéducti funt..
pellant Capoatto.) fola huius radice om.. nes incolumes feruaffe.In porcorum
au. ribus cultello circulum ad viuum fane guinem formabat,deindecentro,ex ſtye.
lo ferro perforato,radicisfruſtulum éfo. fingebat, ad paftumý;porcosmittebat,
ita equidemſolo học auxilio, omnes Hippiatros in equorum faciepitorum euul,
maculas albasfacere. N hominum canitie frequentescapil. larum euulfiones, vt
nonnulliin viu habent,vituperantur, eo quod illorum cuulſa niaior
generaturcmitics:Hippia atri enim cum maculas albas in equo-... tum facie
fingere intendunt, frequeno tiſsime pilosextirpant, qua continuata
euulſione,pilos excreſcere albos exper tum eft. Queapud Veteresmagis
erantcelebrata: pectaculam Nterorbis terręcelebrata {pe& aculag, Mauſolæum,
hoceft: 9.Maufoli ſepul chrum ES Noun
ehrum;Coloſſus folis apudRhodiosios uisOlympici fimulachturm,quodPhidias
-fecitex ebore:MuriBabylonis,quos ex. citauit Regina Semiramis; Pyramides in
Aegypto; Obeliſcus in via nobiliſsima Babylone à Regina ſupradicta erectus,
Rodigingso Marinum Vitulum à Cåeli fulmine non mo leftari. O pauci ſunt
ſcriptores,quiMaria num Vitulum, (multa obferuatiu. one peracta) à fulmine
incolumem effe perhibent.Propterea Seuerum Imperaitorem Lecticam fuam
Vitulimarinico riocontégi voluiſſe legimus,hoc enim animal ex marinis, à Cæli
fulminemio nimè percuti audiuerat. Inde fa &tum elte vt veteres,
pauidi,pefulmine ferirena tur, tabernacula ex iftiuspellibus con-.. tecta
retinerent,ita profecto àCæli fula. mine præſeruari poflcputabant. ExPline.
Captaminter bruta maxima Epilepsia tentari: Ippocratesin lib. de facro -morbou:
H Fs (si liber ille genuinus eius est) vt ab ' Èpilepſia homines præferuari
valeant monet, neque in caprina pelle decum. bendum effe,neq; eandemgeſtare
opor tere,beneratus tale animal; maximè ab Epilepſia tentari. Hocetiam
Plutarchus rerum naturalium perfcrutator indefef ſusaſleruit:propterea
veteresSacerdotes ab eius carne,ve morbida,abftinuiffe fe runtur, neguitantibus
aut tangențibus. modo, aliquid eiusmorbi induceretur.. Dinum in Asthmatisçura
ſele &tiſsimim.". V TInum pro fanando Aſthmate ab, mo, quo pater eius
cum fælici ſemper: fucceflu vſus eſt,adducitur. Habet yie. ni dulcis, quaie
potiſsimùm Verpacia eft,non craſsi,ſedtepuis,mellicraticoctii an, lib.decem:puluer.
Foliorum Tabe. bacciexicc.in vmbra vnc.j radicum polypodii quercini
recentis,acminutiſ.. fimeconcili ync.iij.radicum hellenij re..
motomcditullio,& inciſarum unc. iij..:? macerentur horis 48.poftea
verocolentur per manicam Hippocratis vocatam, conſeruetur vinum inloco frigido.
Dá - tur vnc. vj.
pro vice; ſingulis diebus,; horis ante prandium quinque. Homines a phrenttide
correptos sania fortiores fierii On pauci admirantur, cur homi.
nesphreneticiflicet in ſanitate debiles fuerint prius ) ipfis fanis fortiores:
euadant?Equidem à morbi naturato- · tum procedere verendum non eft: cum autem
in phrenitide magis, ob exficcationem lædantur nerui fenſitui, quam motiui,
nulli dubium eft, tales quo ad motum ipſis ſanis fortiores, et debilio. res,
quo ad virtutem fenfitiuam fieri;: ratio omnium eft,quia operationes,ner uorum
fenfitiuorum humiditate magis perficiuntur: fecusmotiui. Huicadiun gitur, quod
phrenetici (mente læſa ). doloremnon fentiunt,idcirco fortiores.com Ek Arculano.
Tuberum efufrequenti, bomines in epile Pliam incidere. 2 M2Aximopere (ve valuit
Simeon Zethus) ſuberum continuattis v fus vituperatur: adeo enim hornines
crebro eorú eſu afticiuntur, vtepilepti ci;vel apoplectici fiant. Apud veteres
autem in pretio habebantur,illifq; cum Colo quandam affinitatem,nec niſi to.
nante loue nafai, credidit antiquitas.. Vnde Iuuenalis: Facient optat atonitrus
CHAS - Offri de corde Cerui à morfibus venenofas; hos minespreferu476. Irabilis
eſt profecto oſsiculorum, proprietas, quæ in Ceruorum; corde
reperiuntur;geſtata enim ad præ feruandiim à beftiarum venenofarum morſibus, et
i et ibusmaximeproſunt. In officinis tanquam præſtantiſsimum an.. ridotum
contra venenum, et febres pe tulentes,hxc eſſa conſeruatur, &cum
feelicifucceffu mediciindiesad hæc valere experiuntur:: multi tamen pre.
ofic.cordis ceruipi, os.bubulum tradunt in magnam languentium perniciem, et ped.com
M propi eterمه 27 that medicorum afamiam.Ex Alexan.fro Be Pedido.
Hemicranian lapide Gegatisſummoueri. MW Vleo experimento Democritus:
Hemicranian, lapidis Gagatis ſo'a ad collum appenfione tolli com.. probauis
fcribit enim huiufmodi lapi. dem geftatum ſeinperniagis ponderare, quam
antequam appendatur: quafi in eo quædam attrahendi in fe fe humo. rem,à quo
dolor in parte cranij fufcitam. tar proprietasreperiatur.Mercurialis.
Epilepritof non perpetuoconcidere nee quefpumam facere. Vicomitiali morbo
laborátnánili in magoa ventrico !orum cerebriz cralo s humoribus obftru et ione
conci dere, et fpumam ferre confueuerunt: ſe cus vero in alijs cauſis, vtin
quadapu.. ella Aretina Beniuenius obferuauit. In cidit illa in Epilepfiam,
tamen neque concidebat,pequeexorefpumam emito. tebat. Sedſtanscaput hinc indecücere
wice uice, ac fi quid infpicere vellet
mous bat; nihil interim loquens, nihil fenti ens.Cum auté ad fe reuerteretur,
inter rogata quid egiflet, penitus ignorabat. Cauſam Beniuenius exiſtimauit,
quod non caderet quod contra et io, et tenfio ad cerebrum non ferretur,cumfolus
va por ſurſum aſcenderet: ex quonullor gore cerebrum ipfum intentum, abot
dinatis motibus-reliqua membra pre feruare potuit. Vermes rubros in hominum
cerebro, in qua dam epidemia natos effe. y Beneuenti,cum multi ignoto morbo
decederent è vita, medici tandem, hoc morbo quedam mortuum incidere voluerunt,
et in huius cerebro vermem cubeum breuem inuenerunt, quem cum
mulrismedicamentis vermesoccidendi vim habétibus interficere nequiuiſſent,
fruſta raphani inciſa in vino-maluatico vltimo decoxerunt,quo vermis occilus
eft,atque hoc eodem remedio deinde - mili morbo, quali epidemico affe et i
omness. Omnes curabantur. Foreftusex lib.Corne tỷ Roterodam. Capillorum
defluuium ex Laudano curari. TOn femel morboacuto egrotantia bus (-ſiad
fanitatem reducuntur è capite capillos decidere expertumelt. His facilliinè
fuccurritur huiufmodilia nimento, quo 'capillorum defluuium non folum amouetur
verú etiam amiſsi irerum renouantur. Laudanum cum vi. ño, et oleo rofato ad
decentem vnguen ti fpiſsitudinem coquitur, quo caput v niuerfum linitur;
breuique capillatum redditur, Ex Bayro.. An empiricis tradararemedia,mortem !
non paucis:attulije.. ftrum baudelt, remedia, quæ ab Kempricis adhibentur,
morté aliquádo hominibus attulife, ij a. nulla ra. tione, nullaq;
methodofuffulti, fed fola experiméti indagine,nec caufasmorbo Tum verè
cognoſcere,nec ordine auxilia applicare poſiúnt.Proptereamilesquida
inmorboinueteratoluinepotis,quicapi. Member Aximopere (ve valuit Simeon
MZethus) ſuberum.continuattis V.. fus vituperatur: adeo enim, hornines crebro
eorú cſuafticiuntur,vtepilepti ci;vel apoplectici fiatt. Apud veteres autem in
pretio habebantur, illiſq; cum Colo quandam affinicatem, necniſi toe. nante
loue nafai, credidit antiquitas.. Vinde Iuuenalis: Facient opfataronitrua,
Cen45 -offi de corde Ceuiàmorfibus venenofisshos minespreferuatge -Irabilis eſt
protecto oſsiculorum, proprietas, quæin Ceruorum corde reperiuntur;geſtata
enimadpræ • Tóruandum à beſtiárum venenofarum I morſibus, et i&
ibusmaximeproſunt.In officinis tanquam præſtantiſsimum an-. ridotum contra
venenum, et febres pe.. bilentes, hæcoſſa conſeruatur, et cum. foelici
fucceffumcdiciindiesad hæc va lere experiuntur:: (multi tamen pro. ofic.cordis
ceruidi, osbubulumtradunt in magnam languentium perniciem, et M pedice medicorum
afamiam.Ex Alz xan.fro Bem nedido. Hemicranian
laide Gagatia ummoueri. Viro experimento Democritus Hemicraniam, lapidisGagatis
fola ad collum appenfione tolli com.. probauis fcribit enim huiufmodi lapi. dem
geſtatum ſempernagisponderare, quam antequam appendatur: quafi in eo quædam
attrahendi in fe fe humo rem,à quodolor in parte cranij ſuſcita.. tar
proprietasreperiatur.Mercurialis. -Epileptites nonperpetuo concidere nee que
fpumam facere, Vicomitiali morbo laborát nánili in magoa ventricolorum cerebria
crais humoribus obftruatione eonci dere, et fpumam ferre confueuerunt: ſe cus
vero in alijs caufis, vt in quadá pu ella Aretina Beniuenius obferuauit. In
cidit illa in Epilepfiam, tamen neque concidebat,pequeexore fpumam emit tebat.
Sed ftans caput hinc inde cucere vice, ac fi quid inſpicere vellet mout
bat;nihil interim loquens, nihil fenti ens.Cum auté ad fe reuerteretur,inter
rogata quid egiflet, penitus ignorabat. Caufam Beniucnius exiſtimauit, quod non
caderet quod contra et io, et tenfio ad cerebrum non ferretur, cum folusva por
ſurſum aſcenderet: ex quo nullori gorecerebrum ipfum intentum, ab of dinatis
motibussreliqua membra præ feruare potuit, Vermes rubros in hominum cerebro, in
quae dam epidemia natos effe., Beneuenti, cum multi ignoto morbo; decederent è
vita, medici tandem, hoc morbo quedam mortuum incidere voluerunt, et in huius
cerebro vermem rubeum breuem inuenerunt, quem cum multismedicamentis
vermesoccidendi vim habétibus interficere nequiuiſſent, fruſta raphani inciſa
in vino maluatico vltimo decoxerunt, quo vermis occiſus eft,atque hoc eodem
remedio deinde se smili.morbo, quali epidemico affe et ij, omnes Nous ) omnes
curabantur. Foreftusex lib.Corne, i Roterodam. Capillorum defluuium ex Laudano
curari. "Onfemel morboacuto egrotantia bus (-ſiad fanitatem reducuntur ) è
capite capillos decidere expertumelt. His facillimèfuccurritur huiufmodilia
nimento, quo capillorum defluuium non ſolum amouetur verű etiam amiſsi irerum
renouantur. Laudanum cum vi. ño, et oleo rofato ad decentem vnguen ti
fpiſsitudinem coquitur, quo caput y niuerfum linitur, breuique capillatum
redditur, Ex Bayro.. An empiricis tradararemedia,mortem ! non paucis:attulife:
ftrum baudelt, remedia, quæ ab tempricis adhibentur, mortéali quádo
hominibusattulife,ijn. nulla ra. tione, nullaq; methodo fuffulti, fed fola
experiméti-indagine,neccaulas morbo. Tum verè cognoſcere,nec ordine auxilia applicarepoflunt.Propterea
miles quidā. igjorbo inueteratoluinepotis,quicapi N + 136 tis achoribus erat
fædatus, finecautio. os,more empiricorum,nec ætate obfer uata, vnguentum ex
arſenico, ſulphure viridiæris, femine ſinapis confe&tum capiti appofuit;ita
enim ex quodam lio bro remedium collegerat, et mane ſee quenti puer ille, qui
erat duodecim an norum, in lecto mortuus inuentus eſt. Hi profe& o fru et us
empiricorum ſunt. ExValefio.. Triplici auxilio homines longauam vitam Af
quirerepofle. Ifi hominum frequens luxus exo NA vita
songior,ſaniorquevideretur,hi ay tem in luxum,epulas, et otia effuli, vix
trigefimum exceduntannum, abſque. fene et utis aliquo veftigio,vita enim los.
gæua,non luxu,& profufione nimia, fed triplici tantum remediocomparatur;fie
quidem pareitas cibi, et potus, bonus cibus,& moderatum exercitiummorta -
lium vitam, ex Philoſophorum decre to,producere valebunt.Bartholom.Males **
Dino Gagorio. Nmin Quo paéto fingultum
cohibere valeamus. Onleui angaſtia angultum ho• mines cruciare quandoque vide
mus adeò quod multiin longiſsimā via. giliam huiuſmodi affe et u ducti funt,
Multi funt, quieximprouifo timorem ſingultientibus incuitientes,votum alle
quumtur: alij verò auricularidigito ito bentintus aures diu confricari;Lyfimam
chus tamen apud Platonem, fternuta. mento afperfione aquæ frigidæ, et re
{pirationis coñibitionefingultum cxčke ti propalauit. Quopado plebrios, tincios
en admiration nem -dustus. Plebeiprofe &to qui populi parsfino plicior
eft,ex leuifsima occaſione fa. cilè in admirationé ducuntur. Si optas autem vt
adftantes credantvel magico Çarmine, vel quodammiraculo te open. rari, manècum
Verbaſcum flores aperit æſtiuo tempore, iispræſentibus leniter moueto plantam:
flores enim paulatim decidunt, et exiccatur, cum magno ile. lorum ftupore,
fiquidem illius plantæ hæceſt proprietas, vt (Sole accedente ) flores decidant.
Quod fi magis irridere velis inutiliter aliquid murmurabis, vt admiratio excrefcat,
vltimòtandemor mpia in rifum finiantur. Ex Porta. Memoriam è thure epoto maximè
Augeri. Maximo hominibusadiumento eſt firma memoria, triftitiæ verò, et Jabori,
imbecillitas, iis præſertim, qui bonarum litterarum ftudio incúberec ptant. Ita
autem cófirmatur.Thus albife Gmuin in pollinem attritum,& cú vino, li
hyemsfuerit,velaqua deco et ionis paſ fularü, fięſtas;epotum,inLunęaugmen. to,oriente
Sole, necnonmeridie, et oC- t caſu, mirum in modum memoriam aya gere fertur. Ex
Rafi. Quo pačtofamis importunitascohibeatur: Vis Taurum Philoſophum, eiufq;
mendo famisimpetu? profe& o dumfa. maemaximèmoleſtabatur, eius importurnitatem,
compreſsis hypochondriis et ventris ſtri et ione compefcebat. Apud. Aulum
Gellium. Mulierem grauidationis tempore pallefcere., debilioremque effe.
TOnlinerationemulieres, quoté pore vterum gerunt, virore pallia dæ fiunt, purus
enim illarú fanguiscono tinuò ex corpore deftillat, et in vterum à natura
demittitur, vtfætú tú nutriat; tú eius procuret augmentü.Cum autem ipfis
paucior in corpore-refideat fanguis neceſſe eſt fieri pallidas, atq; alienos ci
Bos appetere.In ſuper exco,quia fanguis folitusipfis minuitur,debiliores fieri
ne celle eſt. ExHippocr. lib. 1. de morb.mulier.. Myrifticam nucem à vira
geftat am, vigo rofiorem fieri. MIrabilis eft nucismyriſtice, quava cant
muſcatam, cum homine fym pathia: ſi enim à viro.geftatur, nomodò vigore
proprium cóferuare, verù etiam turgere,magifq;fucculentam, et ſpecio ſam
ficrialkunāt, pręfertim fiiuuenilis adultæque ætatis homines circumferát Ex
Liuinio Lem. Hepaticos, Gtienoſos decodochamading fanari. INter præſtantiſsima
remedia, quæ I hepaticis, et lienofis adhibentur pri mum Chaniædrium locum
retinet: fie nim ex aceto deco et a,per pluresdies ex.
hibetur,hepaticos,atquelienoſos pro. culdubio fanat: multisequidem experi
mentis comprobatum eft tale decoctí viſceraab infar &tu liberare:propterea
ini febribus chronicis, eo quod obitruction tres mire abigat, fdelici fùcceffo
à multis: pro fingulari ſecreto audio vſurpari. Pulfus
deficientes,&intermittentes in ix. uenibus mortem prædicere, O Vanti
timoris in languentibus,pul sus deficientes, vermiculantes, et formicantes
exiſtant,apud Medicos notiſsimum eſt: ij enim ex proſtrata natura exorti,exitiú
efle in foribus aftédūt. In. termittentes autem duorúpulfuum ſpa tie tio,non
modò in omnibus fufpe et i ha bentur, verum etiam omnibus maxime iuuenibus
exitiofifunt; diſséticGalenus, qui in pueris, &fenibus non ita fore ti
mendos afleruit.Huius rei habuitexse. rimentum Proſper Alpinus in Iacobo
Antonio Cortulo octuagenario,pleuri. tiro, et febreardente vexato, cui pulfus
fuerunt cùm intermittentcs, tum defi cientes; tamen ille citò conualuit.lib.s.
de med. method. Mitbridatis Regis, ad venena maximum Antidotum. D Euico
Mithridato Rege maximo, in eiusArcanis Pompeius inuenifle in peculiari
commentario ipfius manu exarato compofitionem antidoti dici Inr.Cóftabat ex
duabus nucibus ficcis ite ficis totidem, et ruræ folijs viginti fimul tritis,
addito falisgrano.Si aliquis hoc iciunus allumeret, rullum ei venenum nociturum
illa die affirmabat, Ex Plinio. ONO Slidera Quo artificio offa, velebora
colorari valeant. I offa,vel ebora coloratahabere de lideramus,ca in primis
oportet abim munditiis purgare; deinde in aluminis aquadecoquere,tum demumin
vrină, vel calcis aquam in qua diffolutum fit verzioum, rubrica, aut cæruleus
color, fiue alius quem volumus immittere, et vna iterum coquere.Cum autem
perfri gerata in eodem etiam liquore fuerint, extrahenda ſunt; et pulchra, et bellè
tin eta habebimus. Alexius Pedemont. BRICA Bryonieradicio è vinoalbo decoctum,
hyfte. ricam paſsiorem reprimere. Ryonia in fedandamulierum hyſte rica
paſsione,egregiam habere vir tutem multis experimentis dicitur.Ex multis
obſeruationibus in quadam mu liere, quæ quotidie ferè per multos an nos
hocaffectu laborauerat, à Matthio lo experta eft. Hæccum ſemelper heb. domadam,
cius confilio, ſub fccti ingressum, vinum album, in quo ip fius radicis vncia
efferbuerat, hauſſet ex illa paſsione optimè conualuit. Ne tamen amplius in
fuffocationes deueni ret vteri,perannum integrum hoc me dicamento vía eſt, nec
morbus iterum recidiuauit. Quo fuffitu Serpentes venenati à domibus, velpradiis
arceantur. Vlta equidem reperiuntur, quo rum ſuffitus adco o diolus eſt, vtà
loco, vbi is. fiat,penitus arçeantur. Scribit Florentinus in Geo pon. Venenatam
feram numquam accef luram, vbi adepsceruinus, aut radix Centaurij maioris,
autLapisGagates aurDictamus creticus,aut Aquilæ, vel Milui fimus cú ftyrace
miftus fuffatur. Ex Gal. autem habemus in lib.de med. fac. parab.ad
Solonem.Pyretrum, ful phur,cornu ceruinum, pinguedinem,& pulmonem Afini
accenfum,ac fuffitum, cuncta animalia venenoſa efficaciter fu - gare compertum
elle. Herpetes exedentesTabucoicereto felicitors Sanuri. Terorymus Aquapenders
inl.:.de Tumoy prenat.6.20.5xedcotes her petes teſtatur curaſſe quoad totum cor
pus, ex ſero Caprino expurgatione con fecta,fæpèautem cum fa !fæ parille de co
et ione:partes affectas aquis therma lbus D.Petri lauabat,vltimoiis, felici cum
fucceſfu ſequens admouitCeratú. R.Succi Tabacci, ſeu herbæ Reginæ vnc. iij.Ceræ
citrinæ nouiſsime.vnc. ij.Refie næpinivnc.j. Rofinz Tyerebintinæ
vnc.j.Oleimyrtini quantum fuffic. pro formando Ceroto. Vina alba, qua induſtrie
inrubramu tentur. A Lba vina abſque vllo detrimento in rubra(auctore Mizaldo )
tatim Conuertuntur,lipuluerem mellisad du rilsimă conliltentiam deco&i, et ficcati
in vinum albuin proiecerimus, et tran Suaſandomiſcuerimus,Idautem minori faſtidio
efficier lapathorum radix, fi re cens, vel ficca in vinum mittitur. Flores in
Aegyptoprope Nilum inode tar os exiftere. O Dorin ficco fundatur, eidemq; in
nititur;hinceuenit(auctore Theop. 6.de cauf.plantar.) vt fru et us agreſtesvro
- banis ſui generis odoratiores,eo quod - ficciores exiſtant
vrbanis,habeátur.Heç quoq; caufa eft,quod in Aegypto mini mèodorati flores
naſcantur;vt n. Plini - us prodidit, Aegypti aer à Aumine Nile tum nebulofus,
tum roſciduseſt: cuius cauſa odor in foribusadimitur. Abfynthium ventriculum
roborare ſo lum adftri& ione. Vantam Abſynthium in roboran do ventriculo
vim retineat,in mul. tis locis à Galeno exprimitur:bancau tem virtutem non ab
amaritudinem fed propter adftri et tionem abfynthio inefle verfimilc eſt. Conſtat
hoc totum ab eius fucci natura, qui corroborandi facultate deſtituitur, ex eo,
quod ter rez partes, in quibus adſtringendi vis poſita eſt, ab ipſo feparantur.
Succus itaque folum amarulentiamhabet, quz tantum abeft, vt ventriculum
roboret, fed vt potius illum infeſter. Ex epote Chalcantho, albos pilos è capi
te decidere. Icet Chalcanthi, fiuc vitrioli vſus, e reſumpti, apudGalenum
ſuſpeatus habeatur: à multis tamen audio maximè commendari. Inter graues
fcriptores, Rbaſes eft,qui 29. Continentis, 6.24. ſe habuifle amicum quendam
ſcribit; qui potata vitrioli drachma, propènoctem pilos omnes, quos in capite
habebatal bos, abiecit.Res profe &to mira eft, pbrenitidem ex nigro Coralio
felicitar Sanari. Oralium nigrum, quod Antipallas, fiue Antipatkes
dicitur,inPhrenitide morbo corrigendo, et fanando perquá Airam habere
facultatem exiſtimatur. Hoc nigerrimi.coloris eft, et ob varie. tatem in magno
precio tenetur, et cótra huiuſ HORTvĆvs G et NI ALIS. 14h ** Merete huiuſmodi
affectum tanquam præftan tiſsimům remedium vſurpatur. Ex Ense lio de Gemmis lib.
3: Lethargicosà Satureia capiti admota excitari. Vltis experimentis obſeruatum
reperio,Satureiam cumfloribus vino incoctam, et calentem occipitiad. #motam,
Lethargicosdifficili ac pertina E ci sono oppreſlos, ac veluti raptos exci
tare, et reuocare.Vt autem curæ folici $, or fit exitushuius decoctiguttæ
aliquot fe infirmiauribus inftillandæ funt. Hana diſchius. I peftilentias
quasdam occulta anispat hia ho minum corpora depafcere. M Vlta reperiuntur,quæ
occulta qua dam antipathia, cun &tis hominis bus aduerfantur. Huiuſmodi
fuit aura illa peſtilens, quæ ex arcula aurea in quá miles forte quidam
inciderát (referente Iulio Capitolino ) in Babylonia orta eft, Ex hac nata
fertur peſtilentia, quæ in - de Parthos orbemý; compleuit. Huic haud abfimilis,
vel prauior vtique fuit G peſtisilla, quæ anno 1348.ab oriente in cipiens (teſte
Guidone Cauliacenſi ) vniucrlum fere orbem peruagata eſt, tảntaq; lauitie
peragrabat, vt vix quar ta hominum pars ſuperſtes euaferit. Bra M. Infantes
eiulare quoties lar, nutricum mammas papillas pangit. Slidua experientia
comperimus f A mammasnutricum, et papillas lancinat, et pungit,quippead
infanculos tunc nu trices redire videntur ftatim; cum pa pillarum mordicationem,
ſiue vellica. tionem ſentiunt. Duplici autem id fieri caufa credendum eft; vel
quia quo tem porecoctionem infantulus perfecit, eo dem momento nutricis vbera
complen. tur, vel quia tutela Angeli Cuftodisin fantis nutricem ad officium,
leuiſsima vellicatione follicitat.Hoc verius vide. tur eo,quod modo citiusmodo
tardin fanteseiulant: et vtriuſq; ſtatus non lem per idem eft. Ex Bodino
lib.3.Theanatu. Sales Han 7 Salis Prunella virtus, &compofitio. al prunella,ob
fingularem vim do lores mitigandià quauiscaufacalida &inflammatione
excitatos, quam reti-, net, a nodynum minerale à chymicis apo pellatur. Eius
compoſitio talis eſt:Para tur ex,nitro optimo; quod in cruſibulo. funditur,
paulatim ſuperinijciendo flom res ſulphuris,quieiuspingaedinem tole Junt,
idqueadeo pellucidum, purum que reddunt; vt fi luper lapidemmar moreum
effundas; omninò clarum, et dlaphanuin appareat vitri inſtar: quod? đšinde Sal
ſjuelapis prunelle.dicitur,Sa lutare eit remediú ad ardentiſsimills febrem
Hungaris familiaré extinguento - dam, et edomandam:cuius ferocia tana' ta eſt,
vt ægrotantium linguas prorſus nigras, et prunis ardentibusfimiles ef ficiat.
Cum autem tanti ſymptomatislę. vitia extinguatarhuius vlu,leniatur, et opprimatur:
Sal prunellæ apellatus eft. Eft præterea idem remedium magnum diureticum,&
diaphoreticum. Querceta mus in Pharmacopes. 63 Hy ilico appetere. 1 adduxeram:
qui Leonem, Gallum ve.. Hydrophobos è poto Catuli coagulo aquami Iris
laudibusCatuli coagulum in Aetio, ex tollitur: Illud enim fi femel tantum ex
aceto Hydrophobici guftauerint;ſta rim eos,aquæ pofus cupiditatem capere: ob id
medicamentum hoc præftantiſsi muth iudicamus, in huiuſmodi enim afa fe et u,
nulla falus ſalubrior iudicatur, quam aquæ potus: quo deficiente,mors in
foribus ſemper eſte Cur Leo Gallum timeat abfolutaz " izquifitio.
CVVmquodam die Cercelliani gra tia apud Carolum Cifellum luriſ conſult.
clariſsimum, meique amiciſsi. mum effem, forteinter nosde Gallina tura orta
fuir diſputatio; illa preſertim, cur Leo illum timeret? Pro dubii folu. tione
Ficinú inlib. z. de vit a celit. compar: reri ſcripfit, eo quod in ordine
Phoebeo, Gallus eſt Leone ſuperior. Hoc etiá ex Proclo confirmare volui, qui, Apollinca
Dæmonem;qui alias fub Leonis figura apparuerat, ftatim obiecoGallo diſpa ruiffe
prodidit. Ifle-autem quia bonarú Jiteraum citra legalem fcientiam admo
dumftudiofus et contraria rationeLeo i. nis timorem euenire contendebat. Ada
ducebat Leonardum Vairum in lib. 1. de Fafcino, quiex Gallorum oculis ſemina i
quædam, ac fpiritus exire profitetur gr I quibus Leonib'dolor,acmeror incredia
bilis inčuciatur, inde veluti effafciñatas ritere.Ego quidem licera Lucretio
hac etiam opinionem fuftentari viditlemi tamen poft,pleraque vltro, cirroque
inter nios de re hac ventilata;confeſſus füi apud me neutram opinionem vide ti
validam. Vbienim naturales rationes præualēt,nec ad Aftrologicas,nec adoc
cultascófugiendium eft.Leonesquoniá bile faya, et copiacaloris abundant,faci le
fit,vt ex fonoraGalli voce comoucka tur:ita profecto Canesex leui etiam al 2,
G4 terius 30 II terius latratu faciunt. Infuperrubicun da Galli criſta,flammæinftar
rutilantis, primo afpectu,colorisratione,bilem in Leonibus celeri motu excitat,
vt panni rubri armenta quædam fugare, et mo uerefolent,inde fit, vt quodammodo
Leones &afpe&tum, et Gallivocem ti meant. Haud tamen credendum eft in
iis (ledato primo impetu ) perpetuotimo. rem ex hac beftiola durare, et induci
poffe. Corues, morientium feditatem ſentire, ob id fuperte&um infirmorum
crocitare. Orui, quia hominibus meliorem habent odoratum, vt voluitÀrift,
corporis morituri fætidum odorem de longe fentiunt: fecus eft in hominibus,
licet prope maneant. Propterea ſuper te et um infirmiCorui volitant, &cro.
citant, quando eius corruptio, &fædi tas magna eft, vt ea paſcantur:
huiufmo dienim animalium genusrerum foeti darummaximeauidum eſt; quibus pa
fcitur: Charlie [ citur: idcirco in bellis, &in peftilenti tempore, cum
corpora mortuorum vel hominum velarimaliū humi ia&a funt;
Coruorucopiaprcualet.Homines vulga tes, et quiparú prudétes funt;dů Coruos
crocitantes fuper te &tum infirmiaſpici unt, illum moridebere afferunt:hoc
au. tem falfum eft: ii enim tantum fæditaté inſequuntur. Sæpè tamen Déus permit
tit Dæmonesin Coruorum, et aliorum animalium forma ſuper domos: vel in
domibusmorientiúapparere, quando be ftialiter vixerút. Et Bernardino de Buftis.
Quo artificio es aduratur, ut cinnaba. ricolorem acquiraté Iæsvífum colore
cinnabari, et ad ru bedinem verlum habere volueris, o quemadmodum vult
Diofcorides; AC i cipe æristaminascuttricoftę profundas: non ſint autemęris
alias fufi, quia in hoc ſemper ſtannum commiſtum eſt, Has e ſuper ignitos
carbones apta, cum autem i illæ rubeſcere incipient,ſulphurispul.. uerem
tenuiſsimum leniter deſuper có iicito, Sleepin ijáto', videbisenim (cellante
fulphuris Máma) Pris (quamu'as euidenter extra hi,& euelli.Tumodol.perfe et
e nó pol. Te cuelli cognoueris, addito ſulphur. remtoties, quouſque lamulæ
eradicari videantur:caue tamen nevrantur, et ad nigredinem vergant. Extinéta
tandem Sulphuris flamma, et refrigeratis lami. nis;æris rubei ſquamulas habebis
magni valoris,quasloco Hydrargyri præcipi-. tati in medicamentis recipies alias
aut tem huius vires apudGalen. et Dioſco videto. Theodorus Ga4,
quedinfelicitertex Arist,', deHydrophobia conuerterit, à crimine abfoluitur.
Heodorus Gaza vir do et iffimus, dumArift.tex.8.de hiftor,animal.c. 22
traduceret,omnia animantia voluit à Cane rabidodemorfa, ip - rabiem ági,. ac
mori, excepto homine. Hoc autem qqantum ſit falfum,quotidianademon Strát
obferuantia. Homines n. demor fi; in rabiem aguntur, et pereunt; niſi Tectè
curentur, vtcuidam (pauci sunt menses) hic iuueni accidit, quià Canc rabido in
manu demorfus, nullo adhibi, to to medico, fed folum circulatoribus com fiſus,
in 40.die in furorem deuenit; quo temporelicetme parentes vocaffent,fas s
&o tamen preſagio,quodbreuimorere I retur, tanquam deploratū reliqui. Hęc
igiturTheodoritradu et io pleroſq; in vi rioslabyrinthos deduxit:multin.,tum i
vtGazá defenderent,tum iavtArifto telem ab erroris ſuſpicione vindicarent,
textum ita acceperunt animantia omnia à cane rabido correpta interire, hominē 3
verò folum abſque periculo non ferua. rizita expoſuitIulius Pollux. Alii verès
inter quos eft Leonicenus, textum malè fuifle conuerfum, veleſle depra suatum
contendunt, et fic loco a pocos i legendum mpirs afferunt, quafi ho
mocorreptus, &in rabiem, et mortem deueniret, fed non ita citiùs, vt
ceteris animalibuscontingit.Hic fenfus quoad - negotij veritaté ver
eſt,quiahômo pro i pter oprimú téperamétum, tardius, qua: cætera violatur:tamen
Ariſtotelisinten. 2 tio neutiquam eſt ipfe enim ex profeſſo hominem à rabie, et
morte ſeruari fcri pſit,cuius textů Gaza fideliter traduxit, neque deprauatum,
neque commutan dum exiſtimo, quia mens Philoſophi peruerteretur. Vtauté
Ariftopinjoom nibus innoceľçat; hydrophobiamin ho minemorbum elle nouum,
illiuſq;tem peftateincognitum proponimus,ex quo iure expofuit animantia omnia
é: Canis rabie emori, homine excepto,quia hæc lues in homine nondú innotuerat.
Con-. firmat opinionem noftram Plutarchus 8. Sympoſiacorum, in probl.9. dum
exfen tentia AthenodoriMedici ſcripfit, hy drophobiam eſſe morbum nouum, atq;
apparuiſſe tempore Aſclepiadis, qui Sub Pompeio Romæ claruit. Confir mant etiam
hoc Scriptores ante Aſcle piadem, quideHydrophobia mentio. nem aliquam haud
faciunt:e od lima. nifeſtum fuiffet, non video cur lub fie lentio tantum morbum
occultaſſent, E go quidem Hydrophobiam antiquitus haud extitiſſe,perſuaderemihi
nonpof fum:innotuiſſe autem veriſimile eft, nó ob aliud, niſi quia morbushic
non ſtaa tim à vulnereaperitur: Siquidem multi in 40.die rabiunt, aliqui poft
fextum, autoctauum menfem,vel etiam poſtane num, vt fcribit Gal. Auicenna
adnota - uitpoftfeptimum; Albertus poft duo decim.Propterea
antiquitus,&precipue Ariſtotelis tempeftate,huius morbi cau fa
nóaduertebatur à Medicis innoteſce bat quidem aquę timor taméàcanisvul nere et tabiem,
et illa praua ſymptoma ta oriri imaginabantur: idcirco Ariſto teles etiam,
interillos, hominem com morſum à canerabido,necrabidum fi eri,nec emori
ſcripfit. Alai radicem pro expurg andis vomitu te nacibushumoribus à
ventriculo,effico cißimum eleremedium. Vanta Git Affari radicis non modo in
ciendo yon: itu,verum etiam in expurgandis àventriculo. et ab eius par tibus,
humoribus craſsis et tenacibus ef ficacia,fapientum aliquot edocuit obler:
uatio: fiquidem multinon folum in vis tiis ventriculi, ſed etiam in quartanafea
bre, aliisque longis affectibushac eua cuationefeliciſsimo cũfucceflu va funt..
Præparatur è fcrup.ij.aut Drach.j.radio cis Affari, quæ in hydromelite, aut
para fularum decocto fit diſſoluta, cuitan - tillum cinamomi, &firupi
violar. ade iicitur. Ex Fernelio. In conftruendis ſepulebris veteresfuiffeadu!
modum diligentes... Xáca Veteres in conftruendis fer Epulchris, webantur
diligentia:id circo admiratione maxima dignum eft illud, quodà Ludouico
Vluenarratur memoria patrum fuorum fepulhrim fuifleerutum, in quo ardens
lucerna inuenta eft.Hæcibidem (vt infcriptio ata * teftabatur Jante
Ann.M.D.condita'erat, - et poſita: manibusautēcontreccata, ex templo in
puluerécóuerſa eſt.Ex Langit. Ganicula exortum à veteribus maxime fuiße
obferuatum. Canis cAničulæ exortus antiquitus à prifcis ex eius colore, deami
ſtatu côtecturam capiebant. Illan, fiobfcurior, et veluti: caliginofa
oriebatur, graui, et peftilenté foreannu;ficlara et pellucida ſalubre ac
proſperu predicebant.Heraclides Põticubi. Aegyptiorum de'quatuor elementis
opinio. Vatuor elementa feceruntAegy, et fæmiam conftituunt. Aerem marem
iudicant,quà ventus eft, feminā, quà ne bulofus, &iners. A quam
virilevocant mare,mulieréómnem aliam.Ignévocát maſculum;qya arder fáma; et fæminami
quà luct;& innoxius eft tactu. Terram fortioré marem vocent;faxiscautibusq;
fæminçnomen aſsignant, tractabili ad culturam. L: Senecakb.z.Natur. Quaft.
Pbreneticos aliquandomirabilia loqui. Mirabile eft, quod aliquádoin Phre«
neticisobfcruamus,isturum enim, aliquot(benè inflammato cerebro )}in
guaLatinaloqui vel carmina cóponere cum prius fuerint eorum igna viſ funt, fed
quod mirabilius eſt, Nicolaus Flo rentinus refert, fe fratrem phrenericum
habuiffe, qui futura pradixit, quæ euer nerunt, ita vt eius prædictiones magna
ex parte poftea veræ inuentæ fuerint:de quibus tamen fanusexiftens,nullam ha:
bebat cognitionem. Infantium rupturn; qua via Sanare: valeamus. Vltis
obferuationibus, nullum remedium; Salubrius infantium rnpturis inueniri
expertum eſt, quam extritis cochleis, thure, &oui albumine emplaftrum
confectum. Hoc enim fi pare in affi &tæ
apponitur,& infantes eo temporinlecto detinétur miram in fa nando' affectu
retinet efficaciam. Ex Matthiolo. Digitum anularem, maximam cum cords retinere
ſympathiam. Valem anularis digituscum corde habeat confenfum, in animi defe et ibus,
et in fyncope experimur. Qui e. nim à talibus paſsionibus vexantur,vel. licato
articulo anularis digiti,feu medi. ci, vel attritu auri ad eundem cum croci
momento eriguntur. Per hunc prefecto vis quædamrefocillatrix ad cor perue nit,ex
qua ab animidefe et u collapſi vi gorantur, et in priftinam valetudinem
redeunt. Ex Lennio. Carnes code quomodo cruda vje deantur. N lautis
conuitiis,nevoraces gulofi que carnes coctas comedant, ticarti ficium
parabimus.Excipitur:leporis,aut agni ſanguis, quem congelatum, et fico. catum
in puluerem comminuemus,hic: fi fuper carnes coetas fpargitur ftatim foluitur,
illæq; colorem proprium mu tantes ſanguinofæ videbuntur, venau feabundus,
reijcias. In comeffationi.. bus contra paraſitoshoc eſt ele &tumra medium.
Ex Vuerckero... Adoris plcera, labiorumque fciffuras exper HomasThomaiusin Idea
fuivirida rij, Nicolaum Zannonem Chirur. gum guim Rauennæ retulit, mirabili
fucceffu: et artificio,oris, gingiuarum linguæ,&: palari, nulla alia re,
quam radicis penta phyon, fiue quinque foliorum decocto vlcera fanare,atque
labiorum fciffuras linimento,ex oleoamygdalarum dulci-, um, cera, &maſtice,
quam breuiſsimè adianitatem perducere. Exapri tefticulis,fterilitatem in bomi
nibus remoueri. MA Agnaeft vxoratis inquietudo, et Gerileſque exiſtere:
propterea.vt à xan to infortunio liberentur, prolemq; ha beant,peraliquot dies
ieiuno ſtamacho vir, et vxor cum iure galli veteristeſti culorumapri,que
verrisin vmbra exico catorum puluerem capiant:ita profectò. breui tempore
optatumadipiſcentur, vt in multisfterilibus ex quacunq; cau « fa non ſemel
expertum eft.Ex Democrito. Bufonistibiisdentium doloreseuanefcere.'. Nter
maximos cruciatus à quibus; dolores perniciofiſsimiexiſtimătur,ad? cò quod
multi et in animideliquia,& in manias deuenerint, multi etiam in vitę
deſperationem.Huius doloris remedio. um in odioſo et abominabili animali natura
repoſuit. Aperiam hoc arcanum maximum. Tibiæ Bufonis, fiue' ranz terreſtris à
carnibus mundatæ, fi fuper dentes condolences fricabuntur,imme diatè dolorem
remonent; adeoque cru ciatus ceffabit, vt quafi in dentium ſum perficie dolor
collocatusvideatur. Ex. perire modo, et fruere tanti arcani theo fauro. Ex
Florauanté. Cepam ab Hippocratemaximèdeteftario ' £pam Hippocrates afpeétu
inagis, quam efú coinmendauit, viſu bonā, elu malam elle dicens. Idcirco
lucubram tionibus, et litterarum ftuţiis addi& is fùmmècauenda eft: oculos
enim vitiati &viſum obtenebrat,bilemque exacuit.. Villicis, et folloribus,
qui literis non ind. cumbunt huius eſús maximè collauda tur: eius enim calore
vires ad opera exercitanda magnopere excitantur.Ex Plinio.. C Anima 164 B1: 1 c:
L L /, Animalibus naturam non modo terra, perum etiam fi um pra termino
conftituiffe. Agna fuit
conftituendis terrarum terminis, et fitu quibufdam animalibus: ne simul vbique
viuentia, et hominibus et fibi ipfis perpetuo effent nocumento. Pro pterea
animalium pleraque in diuersű à proprio addu &ta fitum vtplurimum ægrotant,
et moriuntur. Hinccolligi musin Meda, Sylva Italia, non
niſiin: parte repeririglires. In OlympoMaceo doniæ monte Lupi minimè habitant,
nec in Creta Infüla. In Africa nec Vrfig. nec Apri, nec Cerui, necCapreæ viden
tur: In Illyria, Thracia, et Epiro Afini paruigenerantur: In Scythica terraa..
tem, &Celtica neclunti Alini, nec vio. uunt Leones in Europa, Pantheræ in
Aſia, Ibisin Aegypto lolum commora tur. In Creta: nec Vulpes, nec Vrfifunt,
necaliud animal maleficum pręter Pha langium. In Ebulo Cuniculi non funt,
catent in Hiſpania, et Balearibus, In Seripho inſula Ranæ ſuntmutæ,illæ au tem
fialiò transferuntur, vocales fiunt. In Italia mures aranei venenati ſunt hos
tamé regio vltcrior Apenninohaud generat. Ceruiin Hellesponto ad alie nos fines
non commeant. In Ithaca illati lepores no viuunt. Sunt et alia animalia quæ in
determinatis locis, &non vbiqi viuunt, et generantur. Apjefum in menfis
apud Veteres infauftum extitiffe. X veteribus maiores nullum A pij genus in
cibis admittere folebant defun &torum enim epulis feralibus ab ipſis erat
dicatum, vtex Chryfippo Pli nius retulit. Multiautem non folum ex hoc, quia
ſepulchra coronabantur,Api umà veteribus fuiſle damnatum à men ſis, fed etiam
quia eius eſu viſus dimis nuitur, et Epilepſia generatur autumát: vnde à
Mcdicis nutrices moneri conſue lo, (frequenti enim huius vſu, lactum
decrementum, tum malam recipit qua titatem ECO 9. i > Samen litatem )vt ab
Apio abſtineant,ne lacté tes in morbum comitialem proni fiant. Dicunt in eorum
caulibus nonnulli cru diti ſcriptores vermiculos naſci, eoſque fterilefcere,
qui comederint in vtroque fexu: Satyri teſticulum carnofiorem Veneris in.
cendia excitæreflaccidum vero extinguere. Atyrium; quod Canis teſticulos vo
cant,magnæ apud fapientes eſt conſi derationis:in hoc enim,tum Venerem
excitandi,tum reprimendi à natura vi. detur eſſe remedium collocatum. Quip pè
maior planta bubulus, quiplenior, et mollior eft,ex ſuperflua &ventola eius
humiditate, in potu aſſumptus Veneris incendia excitate cóſueuit: minor verò,
qui flaccidior, et aridior eft illa reprime re,Veneremque extinguerevidetur. Ob
id(vt aiunt) in Theſſalia mulieres molle teſticulum in la &te caprino ad
ſtimulan. doscoitus,& bibere,& hominibus inpo tu;præparare ſolent.Quod
autem in Sa tyrio mirabilius eft,aiunt, alterú alterius in poo Sier o in potu ſumptų potentiam et efficaciam
refoluerezlı vterque teſticulusvpà exhi betur. Sterilitatem hominibus,à fterilibus
animali " bespoffe prouenire. I verum eſt, quod ab Athenæo pro
dicur,Malluin ter in vita parere,relis quoque tempore fterilem efle, quod in
eius vtero naſcantur vermiculi, à quibus femendeuoratur non abfque rationeex
iftius naturahomines pofle fterileſcere. Terpſicles apud eundem dicebat.Mul lus
enim fi viuusin vino fuerit fuffoca. arus,atque id vir biberitçrei venerea -o
peram darenon poffe creditur, quod ex 3 Plinio etiam confirmatur, qui veneris
incendia extinguere fcripſit. Cynorhodiradicem ad Hydropbobiam pluri mum
valere. Dmorſum canis rabidi vnicum " A Pemedii,quodá oraculoroperti
proponit Pliniuslib.8.cap.41. Hæc radix Hlueftris roſæ eft, quæ Cynorhoda apl
pellatur.NarratB.Fulgofius de quadam s fæmina quæ per ſomniú admonita eft, vt
12 Hvide vtradicem Cynorhodi filio à cane ra. bido demorſo, et aquas iam
metuenti præberet, quæ ftatim ex Hifpania affer ri curauit radice qua
Hydrophobicus ce, lerrimè fanitati fuit reftitutus. Ex Gem. m4Cofmacrit. lib.1.
ap 6. Hominis vitam quibusfignis long am,velbres nem metiamur. Ominis vita pomo
perfimilis effe videtur; quod aut maturum,deci. dit Spóte,aut ante iniuria
tempeſtatum, ventorumue impetu deijcitur. Vitae breuis figna colligimus,
raros dentes, prelongos digitos,ac plumbeum habere colorem. Contra longæ,
incuruos hu meros, nares amplas, et tria ſigna primis contraria, multos
ſcilicet dentes, breues digitos, craſfosque atque clarum reti. nere colorein
Forcius. Extra£tum Hellebori nigri ad morbos inue ter atosmagnaeffe praftantia.
N thrities atqueaffectibus inueteratis, iiſque potiſsimum, qui ex atro, et meo
lancho T! ta ļ lancholico humore excitantur, extra Ecü migriHellebori,remedium
praſtancil efimum femper clle inueni.Capianturnie gr Hellebori radices à
fordibus purga tæ, et in pila terantur groſſo modo: in fundantur vino
albo,& in vafe terreo e bulliantur quousquc radices benè emol liantur, quo
facto prælo exprimantur,& iterum in vaſe terreo leniter ebulliat (deic et is
tamen radicibs) quod fucrit expreſsum. Acquiret
fuccus (piſsitudi nem inftar picis, quicum modico cinna. somo,& pulucre
aniſorum miſcendus eft. Dofis in grandioribuseft fcrup.ſem. in minoribusà
granis quatuor vſque ad ſex. Datur cum zuccaro in forma pilalar. Confiteor in
obſtructionibus, in c pilepticis, retentione menftruorum ex cralforum humorum
infarctu, et in alijs inueteratis affectibus, mirabiles huius remedij fucceflus
vid.Conficitur eti, am extra et um fine expreſsionc, et cffi. - Cacifsimum cſt.
AdLejenem induratum ejufqueobfrationen efficacifsimaprafidia TE 3 Inte Nter ea
remedia, quelienem, &fple. neticos ab obſtru &tionibus liberare reperta
sút,mihi femper ex voto fuccef GtAbſinthijRomanideco &tum,ieiuno ftomacho
epocú,quod à Cornelio Cel fo fummècoromendatur:Vt autem eura felicior ſuccedat
poft cibum,aqua Fabri ferrarij; in qua pluries ignitum ferrum extindum fit,
Lienoſis præbenda eft. Experientia id totum manifeftauit, ani Talia enim apud
huiulmodi fabrose nutrita, ob eiuspotum, exiguos habere lienes obferuatur.
Beniuenius, ciuem Florentinum per feptennium ſplenis fcirro malè affe et um
curaffe gloriatur, atque ſolo eſucapparorum, et aqua per lanalle.Debenttamé hæc
remedia mul to tempore vfurpari,vtfcopú attingat. Hominem quendam fuiffe
repertum, mira vaftitatis,&ingluuiei. NdixeratMaximilianusCæſar Ann, MDX
I.apud Auguſtú comitia: quã. do illi vir quidam, prodigiofæ vaftita tis, et craſsitudinis
oblatus eft;at in illo incredibilis, et inſatiabilis erat ingluuies itavt
integrű virtulü crudun,vel ouem UN It incođá vna vice deuoraret, nec taméfa.
mem expleta diceret. Ferunt(vt Surius) hominēBorealibus regionibus ortú fuiſ fe,
vbiob locorú frigora folent homines elleedaciores.Hoc taménon folú in Scp
tentrionalibus partibus,verú etiam alibi bi repertú cft:Voraces n.fupramodú
fuifle referunt Aeliano auctore lib.3.de var. hift.) Pityreú Phrygem, Cambeten
Ly dium,Charidamcleonymu,Pifandrum, Charippum,Mithridatem, Ponticum.Et e
Anaxilas comicus dicit, Cefiam quendā infinitæ voracitatis extitifle. Antidot
erum aliquet contra penenum ab ſeruationes. Rcareca Viperamorfus, per impofi
tioné tormentille à campo penſili colle etę,illico liberatus eſt,Altercum ingen
ti dolore, et ardore premeretur fuper | dextra spatula, et ita angeretur, vt
vix ſe s pedibuscontinere, oculis videre, et lo. qui poſſet, veritus neà
fcorpione eller comorſus,oleum bibit,multú vomuit,& à dolore leuatus eft,
et quod mirabilius, Ha in ſpatula nihil
erat ſigni,vbi prius fue rat dolor.Quidametiamà fimili dolore, et tremore
correptus ex aflumpto Bolo armeno cum aceto ſubito cuafit.Puellus etiam
putredinem timens, et vermes al fumpfit Scordeum, &liber fa et us eft. Ex
Franci.Thomaſio depeste. Quoartificio Cancri pixiextemplo sodi vi deantur. Inum
ſublimatum, fiue aqua vita magnam habet efficaciam ia rubi ficandis cancris
viuis: propterea fi vis homines in admirationem dicere,accipe viuos Cancros
atque in vino fubliaato fubmergas, ita enim confeftim ruber cent,acli perco
&ti eflent cantaeft illius aquæ caliditas, et energia,vt inſtar ignis
exardeſcat: admiratio tamen indenaſci cur, quod rubefa et i,& viui ab aqua
e. cmpti ambulent. Quorradoflamme excit etw inagha. I calcem non extin et am
accipias,Sul et lalnitrum in partes æquales, ac bene omnia fimul ailccas,
puluis perabitur, qui forqui in aqua proiectus inflammabitur, ac ducem reddet:
quod parui mométi haud Berit,prçcipuè ſinodu luce indigebis.Po e terit id fieri
in valčulo aqua pleno, vt™ quidá amicusmeus dū no et u in itinere
lefſerexpertus eft,qui totum mihi fideliter comunicauit. 9 vbivigent morbi, ibi
maximè remedia oriri. M.Agna eft Naturę prouidentia ia ado iuuandis
hominibus,quippè obſeros suatú eft,vbi aliquimorbi copiosè vaga. ctur, ibi
remedia accomodataad illlorum exterminiūnaſci voluiffe.Hincinaphri bea, quę
ferpentú eft feracißima,aromata? tanquã eorű veneno antidota,oriuntura In Argo
Scorpiones plurimi videntur; propterea ibi Locuſta adverſus Scorpio.
nesinſurgensnafcitur: ApudIndos Os cidentales Gallica lucs viget,ibi lignum
SanaaGuaiacum di& á exoritur, et il. lincad nosdefertur.Catharides veneno
ierodunt:ex illis remediú caput, alias et e pedes earum exiftere
obferuamus.Quia Stellionibus mordentur, iiſdem in potu Ghana fumptis,fanantur
Crocodili adeps, fi in ipfius vicera inftillatur,ſuo veneno me deri videtur.
Scorpiones,Draco mari. nus, et Paſtinaca contriti, et eorum pla gis
impofiti,procul dubio fanánt. Na. pellusmortiferum venenum eft, vbita men
nafcitur,ibi Antorareperitur.cuius radices cốntra Napelliperniciem,fingu Jare
ſuntpræfidium. Animantium lac ab alimentis recipere gut litatem. Lacomnein
animantium corporibus alimeati recipere qualitatem adeo verum et vt
demonftratione nonegeat: liquidem nutrices ex prauo in vidure giminenon ſemel
infecifle infantesvifa funt,hac etiá caufa lacin ijs modò.craf fum,modò
liquidum,aut ferofum cer nitur,eo quod cibusaut craffus, aut in eiſsius
fuerit,modò infantium cóftrin git aluum,modò ſoluit,quod vel con ſtringentia
vel foluentia nutrices come derint,Hocin pecoribus etiam manife ftum eft:in
locis enim vbi hæc fcamoniú Helleborum,aut mercurialem comedit, vtiq; lacomne
ventré,& ftomachūſub vertit: quemadmodú Dioſcorides in Iul ftinis moribus
contingere prodidit: vbi ficapre albúveratrū pro pabulo habue i fint, primo
foliorúpaftueunmere, et ea rá lacnauſea n epotứcreare atq; ftoma
chúvomitionibus offendere ait: Cum a.. adftringétibus pabulis,robore,lentiſcogs
frondibus oleagincis, et terebintho pe cus hocveſcitur, lac ſtomacho accómoe
datiſsimügenerare veriſimile eft. Ex pulcbritudine, da deformitate aſpoetuse'
mures viuentibus coniectusari. MAgmá nobis afpe&tus pulchritudo
veldeformitasnon folurn in homin I nib,fed etiã animalibus,& plátis
preſtaci cóiectură,qua benignos vel prauosmon res et naturas veoarifolemus;
intuitu nó pulchri corporiszfpeciofiq; afpe &tusmité naturam, benignofq;moresin
homine illo perfiſtere conieéturamus: contrain I deformicorpore,turpiafpe et u
timemus. enim neſcio quid calliditatis, et malitie i In animalibus laudamus
catellos, canes Venaticos, et ſagaces, venamur in eis benignam naturam, et mites
mores: (6.. tra in Maloſsis,inLupis,Pantheris, et fi milibus, timemus
crudelitatem, maliti am, et voracitatem. In plantisex pul chritudine venamur
falutares naturas, ex deformitate autem noxias, Rola,Li lium, et Iris nobis
præftát argumentum, quamplurimis pollere virtutibus: con tra Cicutam, Aconitum,
Napellum.ex deformitate enim plantarumhuiuſmo di,mortem nobis poſſeinducere
arbitra arur. Ex Poria in pbyſiognom. 1: partibus Septemrionalibu sdeficitate
tes exaceri. Laus Magnus de gentibus Septena. rrionalibus loquens: Sunt (inquit
) Biariniidololatrę, et hamaxobii,Scytha. rum more,atquein falcinandis homini..
bus inftru et iſsimi; quippè oculorum, aut verborum, aut alicuius alterius rei
maleficio, homines fæpe ad extremam maciem deducút et tabefcêdo perdunt.. In
hamorrhagia fele&tißimum praſidium. Nfluxu fanguinis narium copioſople..
5i9; et in animi deliquia, et fyncopim deur.. perati intercant. A periam quod
mihi deueniunt, multoties etiam tanti peri cali bicmorbus eft,vtægrià ſalute
deb u,fem * per adhibere profuit.Burſa paftoris co I trita, ficum ouialbugine,
et aceto,com i mifta fuerit, et frontiapplicatur, confe * ftim fanguis
conftringitur;ve mihinon £ femel in infirmorumcuracontigit. Vi in
febricitantibus fitis, lingua ardor compefcatur. Nfebricitantiú querimonijs ex
ſiti, et linguæ ardoribus, Criſtalli vfus inter præcipua iudicatur remedium. It
lad enim fi diù in aqua frigida agitatur, &ore deindedetinetur, fitim et calore
corrigit, atque linguam humectat: ma ioris tamen virtutis eft lapis albus, qui
in lysacis capite reperitur. hic porrò ſub lingua agitatus non modo fitim ca
loremquerefrenat; verum etiam faliva in ore excitat: vnde febricitátibus,&
ma kimè, fiticuloſis prælentaneum iudicae tur effe præadium. Ex Lemnio. Skolen
Al ignis prefidia fuiſsimè in morbis CW AX: dis Aegypties TerueTATE. Var
Aegyptij admodum proclives in languentium cura,adignea prælia dia
eligeada,propterea vftione vtuntur afthmatelaborantibus,in ſtomacho frie
gido,humidoque ab humorumque dea Auxu, &facibus repleto,Hepar,& Lic nem
obduratum, &refrigeratum,multa cum vtilitate inucunt; Hydropicos ſub
vmbilico, &fub hypochondrio finiftro linea petia ignita adurunt. In
doloribus dorfi,lumborum,colli, et orenium arti culorum,in ſpina dorli,lumbis,collo,
et alijs partibusdolore cruciatis,hocpræſi-. dium frequentant, In tumoribus à
crue. dis, pituitofisquc humoribus generatis ad ignem confugiunt, tanquam
auxiliú quod citò multosmorbos curet, inopia queproprium efle autumant. Ex Alpines de Medic. Aeg opri..
Centium, et populorum ingenia bifuris, prouerbäs: excogitari.. Vlius Scaligeri
vir acutiſsimi inge nij,Gentium,& populorum naturas tum ex hiſtorijs, tum
ex prouerbijs, at que ex ore vulgi ita excepir. Alanoruto luxus:Africanorum
perfidia: Europeorü acritas.Mótani afperi. Campeſtres mol
liores,deſides.Maritimi prædones, mi ftis tamen moribus: eadem ratione In
fulani quoqueſunt.Indimobiles, inge nioſ, magiæ ſtudioſi,numcro fidenteso
Affyrij,Syri ſuperſtitioſi. Perſæ, Medi Baštriani,Pyrrhi,Scythæ,Sibi,Phryges,
Cares,Cappadoces,Armeni,Pamphilij, mercenarij, atquealijsbellicoſi, Aegyp tiz
ignaui,molles, ſtolidi, pauidi. Afria cres infidi,inquieti.Aethiopesanimofi,
pertinaces, vitæ mortifque iuxta con temptores. Thraces,Myfi,Arabes,Mo.
ſchouitæ, Pæones, Hungari,prædones. Illyrij, Liburni,Dalmatrz, iactabundi,
Germani fortes, limplices, animarum prodigi, veri amici, verique hoſtes,Sue.
tij.Noruegij.Grunlandi, Gorri, beluæ, Scoti non ininus. Angliperfidi, inflati,
feri,contemptorës,ftolidi,amentes, in ertes, in hoſpitales,immanes. Itali con
Atatores irrifores,fa &tioſi, alieni fibiip kis bellicofi,coacti,ferui vine
(cruiant, E H Dci 318 ! CEL: 1: 1: Dei contéptores. Galli ad rem attenti,
mobiles,leues,humapi,hoſpitales,'pro-. digi,lauri,bellicoli, hoftium contempto
ges,atque idcirco ſui negligentes, impa rati, audaces, cedentes labori,
equites, omnium longè optimi.Hifpanis vi& us, afper domi,alienis menfis
largi, alacres, bibaces,loquacesyia et abjadi lor 3.Poc-, tices. SCMabaum,Solis
Lunaque coniunčtionen piuentibus oftendere. Irabile eft, quod à natura Scara-.
bæus animal notifsimúedidicit, omnibus enim Solis, L'unaque coitum apertè
demonftrat.Hicex bibulo fter core pilulam ab ortu, ad occaſum totá. döverlans,
in orbis imaginem effingit, quam xxviii.diebus peracta humiicro beobruit ibique
candiu abfcondit, dum ZodiacuniLunaambiens fiat interme.. itiis,&
fileat:tum foueamaperit, et fide-. THM coniunctionem denuncians,nouam pralem
cdit: hæc enim eft iftius beſtio la necalia nafcendi origo Ex Mizeldo.i. exo # Bobilin 2x Quorundam aimalistu natur &..
Oseft conftans, afinus piger,equus: libidineincenditur, petitąue impe.. tnosè
femellam;lupusmiteſcerenequit; Vulpes inſidiola, aſtuta callida: Ceruus
timidus;Formicalaborioſa:Apis parca: Canis gratioſus, ad amicitiam propēlus,
Leoſolitarius,expers focietatis,nunqua pabulum externum admittens, tanta vocis
magnitudine, aut fonitu, vt ſolo Tugitu celerrimaanimantia profternat; Visſa
pigerrima,ſolitaria,corporegraui, compacto, indiftin et o: Panthera vehea
menis,& ad impetus faciendospropenfa, pernixoyedi& a quaſitota
fera.Anguis fæniculi paſtu oculorum lippitudinem carat: Formica temporishyberni
pabu lum æfiate condit:Item - fides in canibus, in elephante manſuetudo,ftudium
ore of natus in Pauone, çura vocis amanæ ſuam, uiſque in Lufcinia.Forciuss.
Cervorum vitam,eße lengisimam. Piabat Magnus Alexander poſteria -jari, Ceruorum
vitæ loogicudinem oftenders,propterea multoscapi iuſsit, quibus aureos torques
in collo in neđi voluit: in ijs temporis curri culum erat expreffum,
&Alexandri deo creturn; illorum aliquot poft centum annosab Alexádri morte
capti fuerunt, qui adhuc ætatis ſenium minimè pręfe ferebant.Ex Plinio.
Mafculinum fuum citius in ptero, gianfo mining animeri.. X omnium ferè
Scriptorum opi nionemaremfætum citiùs in vtero, quam fæminam animari capitur,
aiunt enim marem io dextra parte matricis ex feminecalidiori concipifæminam:
verò ex ſemine frigido, ſiue minus calido in finiftra partematricis,
quæcomparatiuè ad alteram frigida eft.Hincmasdie40. foemina verò .vel90..vt
plurimuma nimaridicitur:quod frigidum tardum fit,&pigrum in ſua operatione:
calidum. autem velox: idcircò virtutem forma tricem invno femine velocius, et citius
mébra organizare, et formare, quam in alio obferuamus. Ex DominicoTbolofano
fuper Leuit.cap. 1 o. Pici PictMirandulaniingenium, quam maximè collaudatum. A,&,
+ PiciMirandulani,& ingenium, et et multiplicem do et rinam collaudabant,
et miro ordine extollebant:Quando(in quit Picus) ron eft,vthac in re mihi,aut
meo ingenio velitisbiandiri: quin refpi.. cite potius afsiduis vigilijs, atq;
lucu brationibus,quàm noftro ingenio plau 9 dendum: et fimul aſpicite fupelle
et ilem noftram,atque librorum thefauros:oité I debat porro Picus bibliothecam
egre. gio ornatuconſtructam, atque omnigem nis libris ex varia eruditione
refertam. Ex Crimite InHydrargyro onnis metallica Supernatare. Akreexcepto.
Ercij,vel fi mauis, Argenti viui; proprietas mirabilis cit, quòd, omnia
mineralia ferè,vtplumbum, fer Tum, æs, et alia ponderotiſsima(excepto. auro )in
eo fuperpatent: aurum ditem, * fundum petir, et eius recipit, cola rem,
quiignis tantùm opeabfumitut et in fumú mali odoris refoluitur. Hu. jus nidor,
et virulentia nauſeam, nocu mentumque adftantibus inducit: inde membra ſtuporem
recipiunt, et nerui relaxantur; vt fæpifsimèip inauratorio bus obferuatur. Ex
Lem. oleicinnamomai rara o pretiofa como pofitio,plerisque incognita.
Icinnamomiolcum ad diuerfas infira: mitates parare optabimus caperec portet,
cinnamomicontriti lib.j.quam adinftar liquid: pultis cum oleo amyg-: dalarum
dulcium commiſcere ftude bimus, tum demum duodecim dierum ſpatio in loco tepido
clauſo vaſculo fituabimus, poftmodum ex torculari totam id exprimatur fortiter:
hac ett nim methodo oleum, odoris,.coloris, et faporiscinnamomihabebimusad vo
tum. Hocadvires reparandas, et Vio letudinem conferuandam rarum eft ro medium,
prodeft parturientibus, et in ftomacho debilitatotam interius,quàna exterius
vfurpatur; ngritudines frigi 18g A E das arcet, et in partibus corporis ro u
borandis eft tantæ efficaciæ, vt vix ale v toruin conſimile inueniatur remedium..
e Marimum Herinaechin tempeftates:mariti w pracognofcere. Dmiranda profecto:
eft' Marini Herinacei proprietas: hic paruus pifciculus eſt, nullatenus
tranquillita tis tempore naturali propenſione futu ram præcognoſcit tempeftatem.
Ea im. minente ita fe præparat: faburram fa cit, lapidem ore percipiens, ne
maris flu et us,vndaqueimpetuofæ facile eum diocodimouere, atque huc illuc in
pellere valeant. Nautæ id afpicientes: fucuram tempeftatem à piſciculo hoce. do
et ti percipiunt, ob id anchoras et fue. des, et fe ipfos parant, tempeſtatibus
maris reſiſtere poſsint.Ex D.Ambrofia, Miracuimdam fontis in Epiro Proprietasi
A naturz proprietas illius fontis, qui in Epiro (vbi Dodonæi louis tema. plum
olim inftru &tú erat, quacaufa hic faces facer di &tus eft ) inuenitur.
Ille fri. gidus eft, et immerſas faces, ſicut cx teri extinguitcum: autemfine
igne pro culadmouentur,mirabiliter accedit, A bulenfis fuperGeref.cap. 13. de
hoc menti onem facit, afferitque huiuſmodi pro prietatis cognitionem Adam, et conté
poraneis fuiffe apertam, diluviogue et gentiumdifperfione effle perditam.vide
Pomponium Melam. mHecla ignem emiffum,ficcis.extingui, to que verò nutriri.
Dmirationem, &fidem omnem ſuperaret, ignem ab aqua nutriri, et non
extinguiintelligere,nifiGeorgi us Agricola,vif noftræ tempeftatis me moria
dignus,oculatus adfuiffet in He cla.Narrat hic in Inſula Irlandia mon tem
nomine Heclam exiftere,, ex quo ignis emittitur,vt hodie in Vulcanopro. pe
Siciliam,Sicaniam dicam, et Puteo lis in loco vocato le Fumarole, obſer uamus.
Ille autem à cæteris diſsimilis ficcis extinguitur, aqua verò alitur. Ex
lib:noftro de Hydrom:Naty. Hominum aliquot fubtilioris, plerofque au tem
groſsioris ingenij adeffe. Ropterea Aftrologi, et præcipuè Al. bumas,hominum
aliquos fubtilioris i ingenij,aliquosverò groſsioris inueniri volunt: quia in
eorum natiuitate Mer. curius, vel bonam,vel malam habet pòa' fituram.In quorú
enim natiuitate Mer. curius in domo,velexaltatione Solis fue sit, ij ſunt
ingenio prædici; fi verò fuerit + in domo Lunæ, nafcuntur groſsioresor
Ptolemæus, Bropoſ. 70. in quorum ortu | Luna reſpicit Mercuriú, fapientes fieri
voluit;contra autem amentes:quiaLuna virtutes naturales infundit,Mercurius verò
rationales:vnde eum virtutes naa turales,quibus corpusguberdatur, rati onem
reſpiciunt, ille nafcitur sapiens; cùm autem non refpiciunt, amens. Hac etiam de cauſa efficitur
mentis hebes, et obliuiofus, qui in natiuitate Mercurium babuerit retrogradum:
fi enim dire &tus fuerit,ingenijceleris fiet. HancAſtrolo. gi ducunt
rationem, quòd ftellæ nóim. peditæ,luas faciant naturales operatio nes;
oppoſitum autem,fiimpediuntur. Hisdecaufis frequenter Aſtrologosve sa
pronoſticare de moribus hominiume" accidit; non quòd ita neceſſariò eue.
niant, fi homo per voluntatem, ratico pis legem magis, quam ſenſusſequi vo
luerit:fed quia pronuseſt ad ſequendum appetitum fenfitiuum, in quo Aſtra
influunt. Raxael. Matr. in Addit. Bartol.. Bibyl. Galenum omniumporiamcorporis,
folum perfe& ifsimè inter veteres, morbos Caraffe. Ratapud
Aegyptiosinuiolabile de cretum, vt fingulis morbis, finguli adhiberentur
medici. Hinc illorum 0. cularii, auricularij, et alterius,morbo rum
nomenclaturæ aliquot vocabantur: arbitrabantur enim fieri non pofle, vt v nus
omnium curarum difciplinam re&tè teneret; quamuis in vnadoctus habere tur,
vt BaptiftaFulgofuslib. 2. adnota uit. Galenus tamen illic temporis inter
veteres, naturæ miraculum, omnium corporis humani partium, tanquamfa. E pientiſsimus,morbusperfe& ifsimè fo lus curare
nouit. In lib.de Pet. Art.Med.c.2. Grecos feriptores de Iudeorum monumenti
rutibi pertractafle Riſteas, cuiushodielibellus extat de Translatione In
terpretum,refert; Ptolomeum Philadel phum, fecundum Aegypti Regem poft
Alexandrum, quæluille ex Demetrio Phalereo, quem ille inſtruendæ biblio thecæ
præfecerat, curGræci ſcriptores,.nullá dehiftoriis, &monumétis ludæo
rummentionem feciſſent reſpondiffe autem Demetrium, tentafle quidem id facere
Theopompu,& Theode&tem,no biles in primis fcriptores, et quedá ex lu..
dæorum monumentis ioleruiſle fcriptis fuis: fed mox taméluifſe temeritatis pe
nas:illum enim amentia: hunc cæcitate diuinituspercuflum; ſed poftea mali fui
caufam agnofccntes, et ex animo dolen tes, placato Deo,ſanitari elle
reſtitutos. Eufebius lib.8 De Prapar. Euang. A Cane qido demo- fum, inftarCanis
la traffe proditumeft. Ex corrupta imaginatiua non femel à cane rapido commorh
latrare vifi funt:cognouit enim NicolausFlorenti nus quendam, quià cane rapido
morſus, curationem vulneris minimè quæfiuit; exercuit hic per dies 35.negotia
ſua abſ. que læſjone, maneautéfequentis diei è lecto ſurgens retrò vxorem ſuam
inftar canis ſtetic, cæpico;pofteam latrare: dú autemab illa
reprehenderetur,lubridés ſurrexit, idque pluries eadé die reperi uit. Serò
corrupta ex eius ratio, et die 40.mortuusà morſu illato repertus eft. In
Arthritidey Chiragra, quando mors fuccedas. Arò mortem in Athritide, et Chi R
corporis ignobilibus humor refideat; hinc (nouo haud fuperueniente morbo) tales
àmortis periculo, vexatidoloribus vindicantur. Has tamen mori com pertum eft,
quando circa finiftrum pectoris finum, cui cordis turbinatus mucro ſubeſt
humorum colluuies den cumbat,atque Gniſtræ manus digitus an Bulan Di mularis nodum acquirat, ac valde intu i
meſcat.ex Lemnis. Lienen ad -corporis tarpitudimem maximè Talere,
Vantacoloristurpitudine,qui ab in dicuntur,exiſtant, in dies obſervamus, non
modò in illius obftru &tionibus, verùm atqueScirrhis, alijſque tumori -
ribus. Hioc iure dicebat Galenus z.de Natur. Facult. Quibus corpus florefcit,
his lienem decreſcere,ac vice verla,qui bus lien creſcic, illis corpus
tabeſcere, et o vitiofis repleri humoribus. Caufa om nium eft, quòd lien ab
infar &tu fa et us imbecillis,nequit(fa &ta humorum ſeparatione in
Hepate) melancholicum fuc cumad ſe attrahere: hinc demiflus ille cum fanguine
corporisatro colore ani. bitum maculat. Iumenta clitellaria in itinare fibilo,
da Cana In à laboribus fubleuni. Vlicęconcencusſongriſ numeri maximè homines
delectant, ob id multi et cymbala, et alia muſica inftrumenta frequentant, vt
animus à mæftitiis fubleuetur. Hac coniectura obferuatum eft:iumenta
clitellaria in la boribus, et itinere, cantu, et libilo al leuari:propterea
mulones, vt muli, ce seraqueiumenta dicellaria,& tarcinam, et alia onera
minus laboriosè fentiant, tincionabulorum torques in illorú col. lisfufpendunt,
quorum fonitu, huiuſ modi valdedele &tari cognouerunt, et perinde refici,
et à laſsitudinc fubleyari. Ex Vairo kb.z.da Fafcine, Mafalas nigras in acutis
morbis apparentes, exitium prefagics. Neer ligna, mortem languentiuni, quæ
præſagiunt in febris acutis, illud maxime obſeruatu iudicaui dignū, quod à
Sauonarola multa experientia com probatum eft. Sienim infacie, ſeu genis
ægrerum,maculæ nigræ obortæ contpi cientur,prcculdubio languentis exitium
minantur,quippè venenofæ, et peftiferę materiæ in corpore predominiú redun dere
arguunt, ex quo mors ſubſequitur. Has cum obſeruaſiet Sauonarola, ex tali ľ
prognognoſtico,magnumhonorem fua ifle confequutum refert. Acetum adictus
venenofos epotumplurimum valere. Cornelij Celli obferuatione ace tum pertum
eſt:quippecùm puer quidam ab j. afpide ictus eſſet, et partim ob ipſum
vulaus,partim ob immodicos æftus, fiti premeretur,cum in locis ficcis aliumhu
morem nó reperiret,acetum, quod fortè ſecum habebat, ebibit, et liberatus eſt:
coniecturandum eft acetum, quamuis refrigerandi vim habeat, habere etiam
difsipandi,quo fit, vt terra reſperſa co spumet. Propterea eadem vi veriſimia
le eft, fpifleſcentem quoq; intus humo. rem hominis, ab eo diſcuti, et fic dari
fanitatem, lib.s.de ictu afpidis. A quodam piſtisgenere febrem illico ex
citari. N Arota flumine Inſulæ Zeilã quod. dam piſais genus reperiri referunt,
quod manuapprehéfum febrem accen, 1 dat.Equidem piſcesillic neutiquam el
culenti ſunt, liceat flumen fitpiſcofiſsi mum, qui tamen piſcem febrium appel
fatum retigerit,confeftini à febre corri pitur;ſed quod mirabilius eſt, demiſſo
piſce, ftatim liberauit.Cardanus, et 566 lig.in Exercit. Fæminas in maresfuiße
commutatas fabulo fum non est. Pudmultosauctores ex pluribus obferuationibus
notatum reperio, foeminas in mares quandoque commu taras fuifle:referam folum,
quod tempo reFerdinandi I.RegisNeapolisfueceſsit. Erat Salerni quidarn
Ludouicus Guara rea, à quo quinque filiæ fufceptæ funt, quarum natu maioribus
duabus, alteri Francifcæ, et alteri Carolæ erat nomen. Hæ ambæ cùm perueniffent
addecimu quintum annum,in mares mutatę funt: ijs enim genitalia membrainſtar
marių eruperunt,mutatoquehabitu pro mari bushabiciſunt: Franciſcus,
&Carolus nuncupati.Ex Fulgoro. Sene et utis incommodatam corporis quàm
Animai NKINGT ANTUT: Quanta fint in fenibus, et corporis, et animi incommoda,
non modò à Scriptoribus, verùm arquecontinua,ob feruatione experimar,vt iure
afferere libeat,hanc hominis poftremam ætatis $ partem miferrimam iudicari.
Mortales enim cùm ad fene &tutem perueniunt * cor eorum affcum eſt,caput
tremulú, (piritus languidus, anhelitus færidus, frons caperata, corpus recuruum,
nares mucores deftillant, vifus debilitatur, i capilli decidunt,
dentesputreſcunt. In fuper ſenes ſunt iracundi, inexorabiles, moroſi,nimis
creduli, rarò obliuiſcun. tur iniuriarum,laudantveteres, prælen tia
damnant,triſtes ſunt, languidi, iniu cundi, et alperi:ſuntauari,ſuſpiciofi, o.
neroli,difficiles.Exquibus fene &tutem fentina, et cloacam efleomnium ford
ú, et immunditiarum ætatis noftræ confia tendum eft.Ex Lauren. Cupero. + Magnum
Alexandrum, corporis ſudorem ha buiffe redoleni em. Rat Magnus Alexander tam re
et a humorúarmo I 2 nia, et temperamento conftitutus, vee iusanhelitus odorem
balſamiexpiraret; imò fudor, quem è corpore emittebat, tanta ſuauitate, et fragrantia
redolebat, vt quoties eiuspori recluderentur, gra tiſsimis odoribus perfufus
crederetur. Quod autem mirabile, et difficile credi tu eft,cadauer eius tam
fuauiterſpira bat, vt aromaticis ſpeciebus repletum efle iudicauerint.. Ex Quinto Curtio,& lib.
noftro de Hydron.Natur. Diuerfe quorundam hominum virtutes, ornamentA. P tibus,tumanimi magnificentia col. laudantur,omnes
in paucis earum per. fe &tionem, confirmant. Porrò Ablalo nisformam, et pulchritudinem
extol lunt:robur, &fortitudinem Sampfonis: fapientiam Salomonis: agilitatem,
et celeritaté Afaelis:diuitias, et opes Creo G: liberalitatem Alexandri:vigorem,
et dexteritatem Hectoris: eloquentiam Homeri: fortuuam Augufti: Iuftitiam
Traiani: zelum Ciceronis. Veteran Baderoase no canna, et in papyro penna
fcribebate Veterim ruditas, &infcribendo vari Arbara equidem,& mifera
erat ve teruminfcribendo ruditas:ij enim primò in cinere, deindein corticibus,
et folijsarborum,pofterin lapidibus,mox in lauri folijs, exinde in laminis plum
beis,conſequenter in pergameno, et tan dem in papyro fcribere politiſant.Erat
præterea illis in modo fcribendi, ins Itrumentorum diuerfitas: in petrisenim:.
ftylo ferreo, in folijs penicillo, in cinere digito,incorticibus cultro in
pergame. Eorum etiam atramentum varium erat, primum fuit liquor pifcis illius,
quem nos ſepiam appellamus;deinde mororú fuccus;ad hæcex fuligine caminorum;
mox eft fynopica rubrica,aut minio; vl. timò tandem ex galla,gummi,, et vitrio
o lo fieri cófueuit. Bx Strabonede situOrbis. $ InAngira prauosatiuspilulami
rabiles Periamnunc pilulas meas maxi mæ efficacia, quibus in angina 3 prafo А pręfocatiua
à cratsis frigidiſý; humori bus exorta, ſéper cu felicifucceeflu vfus
fum.Interalias obſeruationes, in quibus tale medicamétum libuit experiri, luc
cefsit calus in R. Petro de Stephano Archipresbytero Cercelli, qui ferè fufa
focatuserat, quare vocatus anno 16156 vt eius ſaluti confulerem; cognito mora
bo, quòd ex craſla et viſcida à capite de ftillatione fieret, pilulas meas in
aurora exhibui,non fine loſephi de Simoncin medicinaDo&oris, mei collegæ
admis. ratione, qui rennebat quodammodo. medicamentum. Eratpilularum come
pofitio ex trochis, alandahal, et Aloes an.Scrup.Sem.j.Diagrid.Scrup.Sem.cú
ſyrup.de líquiritia conficitur maſſa. Ex hac plurimępilulæ,vtfacilius æger de
glutiret, confe&tæ fupe:Hisdeglutitis, iuriscicerum fubitò cya mbum propine.
re foleo,quemadmodum in hoc feci, qui fine moleſtia euacuauit, et breui
delituit dolor et gulętumor,benè reſpirauit,be nècomedit, et vna die fanus
factus eft, cummaxima multorum admiration et lgtigia. His pilulis vfus
eftGalenus ad linguam tumefactam, vi lib. 14. Method s med. ſcriptum reliquit:
Capitis noftri capillos, plant arumnatura mo ximè aRimilari. M
Agnácapitisnoftris capillicumplá tis retinent fimilitudine: quemaddum n.plantę
nónullæ humoris defe& u. inarefcétes contabeſcút,aliç verò alienis naturæ
ipfarum humoribus occurſantes: o pereunt; fic &capitis noftricapillisaccia:
-1 dit:vel n.ex humiditatisdefe et u,quanu. triútur; vel ex eiuſdé prauitate
corrum- 3 puntut, et decidunt.inc defluuiú et alir eapillorūdefe& us in
cap'oriútur.Ex Gal. Qya dia volucrum pennits varite coloribus tirgere valeamus:
I volucrú pennas variisco !oribus tin--, gere 1 ter abluereoportet; mox in aqua
alumi.. nis
decoquere,atq; du calent,in aquá cro co colorarā, ſi flauas eas cupimus, conii.
* ciemus:lina.cæruleas, in fuccú, aut vinü acinorú ſambuci vel ebuli.In diluto
fio. ris æris virides fiunt: codémodo colore minij,atraméti, alteriusue
coloristin &tas habebimus. Agric Poftulanie,à meluannesBerardinus Agricolas,
Filicibus pro frumentoconfervant do in borreis pri. Oftulauit Mazzocca à
Vitulano,magna expe cationis adoleſcens, ob flagrantem in ſtudia amorem, cuius
familjaritas apud me gratiſsima eft:CurAgricolę pto fru mento conſeruando,
filicibus pro ftra gulis in horreis vtantur; Equidem hu ius ingenium, et animi
indolem fepè de miratus fum: proptera in recurioſiſsima complacere
volui.Vtuntur Agricolæ fie 1 cibus in horreis, vt cerealia à corrupte la
præferuent: quippè filix à proprietate generationi obeft, hinc agrifilice pleni
reputantur fteriles. Hinc filix epota ne cat vermes, &ex aluo deiicit: in
grauie dis necar fætum, mulieresque reddit ſteriles: quapropter multa ratione
agria cula (1.cet tanti arcaniline ignari) filio cibus pro frumentorum
ſtragulis vtun ter: quia illorum corruptioni maxime refiftuor. Terrestres
Lumbrices digitorum panaricium: fanats. Panae sol PAnaricium in latere vnguium accidit,
&interapoftemata numeratur,quod tantum inducitdoloris, vt patiens, ne. que
diu, nequenoctu dormire valeat. Prohuiuscuratione, et dolorislenitione
multimultafcribunt: egoprofe et dcer. tiſsimo experiméto multoties compro baui,
lumbricos terreſtres viuos ſuper pánaricium alligatos,præfertim in prin. cipio,mirabilitet
apoftemacompefcere, et fanare, vt vix diei fpatium affe &tus pertranſeat. €
Galega, atqueScordimir am,contra lüemo peffifentemefe efficaciam. M Trabile
obſeruamus Galege, et Scordii efle virtutem cótra febres malignas, et peſtilentes;
fi quis enim Galegęfoliainacetariis, autcarniú iure femetindiefumplerit,afebre
hactutus, et incolumis præferuabitur. Idem (Gam leni teſtimonio ) Scordium
efficere pro batum eft:fiquidem ex.veterum quorú, dammonumentis aduerfus
putredinem Scordium fingulare effe. remedium tra đitur, vt j.de Antid.capaz.
legimus:nam Is cum nteremptorumcadauerain pręliog multosdies infepulta
máſillent; quęcund que ſuper ſcordium.fortè fortuna cocia derant, multò minùs
aliis computrue. runt; ea præfertim particula,qua(cerdi um attigerant:ob
quáremomnibus per ſuaſum eft,tam reptilium venenisquàm noxiis medicamétis quæ
corpusputred ſcere faciunt, fcordum aduerfari. Anni bal. Camil En. Nodos. in
infantis ombilico filiorumrume-, rum haud oftendere. Pleriqueexnodis inkantis
primènato bliorum numerum ex eadem matre: naſciturumcognoſcere profirenturthoc
autem caretratione; fæpèenim fit, vt illa moriarur, aut cafta viuat:vel
plutesge neret filios, et pariat, quàm nodorum numerus exiſtat;fiue plures
viros habeat: è quibuscum alio plures, cum alio paung ciores filios fuſcipiat.
Proptereà certio. kiratione afferendum,in nodorum vm bilici primi infantis
coniectura, exiſtin, mosfæcundosvteros plerumque plures ! nodosininfátis
parerevmbilicofteriles; miebe autem paucos, eofque non ad vnguem diſtincos, vt
frequens obſtetricum obą feruatio demonftrat, et vt euentui hæc talia,
vtplurimum concordare.viden i tur. Ex Carda. 8.de Oryalum quem ſolo afpeétu
auriginoſosbom. mines ſanare. Irabile eſt, quod de Oryalo aue ecircumfertur.
Hæc potrò talem dicitur fuiſle naturam ſortita, vt icteria cum affectum, à quo
homines plerum que moleſtantur, ad ſe valeat ſolo oculorum afpectu attrahere;
proinde vocao tur I &teribus,fiue Galgulus à multis, ab ' Ariſt. autéin
biftor.animal.Goryon. Sed 1 quod mirabilius eft, auriginofus homo ab alite
viſus fanatur,ales verò moritur. Homines, quandoque ſolo intuitu Ophtbaho miam
contrahere. Vita obieruatione animaduerti Ophthalmiam fiue lippitudinis morbũ
quádoq; contagiosú elle, et folo perinde afpe et uab hominibuscontrahi:: oculi
enim tunc adeò perniciofam vim. $ retineat, xt in alios propriumaffectum, 6
ciacus ejaculari valeant. Pulchra
ratione hoc Vairuslib.j.de Fafci, quomodofieri por fit, differuit:Siquidem
animus malèaffe et us fuum quoque corpusmalè habet; ob id fianimusaliquomcrore,
aut vi. tio afficitur,colores.corporisetiam im mutar:ſi enimab inuidiacentatur,
pallo re, &croceoscolore corpus. inficit. Inde fitetiam, winuidia
tabefcentes,ftocle. Jos.inaliquem. liuentes.defigunt, animi fimul venenum
vibrent, et quafivirule.. tis iaculis confodiant.Proptereamirumi non-ef,
hominesaliquando ſolo.aſpe et uindippitudinemincideres,vt Hieron nymus,
Thomafiusmedicusinſignis, (dú ipfe Neapoli ftudijs.vacarem ) defeipfo. teftatus
eft. Adlapidessenum,din neficefrangendos mine rabile remedium.. Vidam -medicus
ecuditus, ad lapin desfrangendostanquam admiran dium.parauit cibum,cuiusefficaciam
a. dedimirabilem eſle cognouit,včad.lapi.. desexpellendos non folumà
renibus,& retisa;ſed etiamab anulo comedentis, efficacius remedium haud
confedus fu. erit.Paraturex hepate, pulmone, reni. bus,tefticulis cum priapo
hirci, quæ cú et croco, cinnamomo, et mellemifcentur, ac ijs hirci inteſtina
implentur.Doſis fint duæ, aut tres.buccella Res porrò mon ftruofa,faveraeft.Ex.Micbaele
Pafebl. lib. 1.Metbed.Meck. Veterum medicornmpro conferuanda Sanin tate
collegium lans Rifx potentiſsimus Afiæ, et Syrie, quialter Alexanderdi &tus
fum, it (vt ex Ariftiin libisecret.fiuede Regin. Principa.habetur)medicos
præftantiores exregionibus Indiæ, GregiæMediæ,, ac aliarum mundi parcium
congregauit, quibus impofuit,vttalem inuenirent medicinam, qua fi homo vteretur,
nec. medicis,nec adia: mediciņa indigeret, pollicitufque fuitRex dirüsimus maxi
mumpræmiumefle daturum.Illi autem pro maturèconfülendo e rrium dierum fpatio
postulato collegiú iniuére. Mox ad Regem cùmomnes cffent requiſiti Sanages
Grocus Medicinæ peritiſsimus, qui pręter ceterosdo et trina et fciētiarua
tilabat omniú conſenſu Regiindicauit, quòd fumere quoủibet manè aquábisplez
noore,efficiat,vt homo fanusperfiftat, &alia haud indigeatmedicina.blocpro
feccò à rationealienu non eft:vtenim in Arabum, Græcorumque antiquifsimis
voluminibus inuenitur,aqua ponderofitatis ratione ad ftomachi fundum ten
dit,auget calorem, et citiùs comprimit, et digerit cibos, digeftionig; maximè
au: xiliarur,ceteriſk; mébris corporispluri múconducit. Fabrorú exemploid torú
inquiritur, quiin accenſoscarbones mo dicum aquæ conijciunt,vt ignis
vi'maioriaccendatur.Idcirco binos aquæclear ræ hauftus manè potare, menfe Iunio
præſertim, propter choleram reprimen dam, multum confert ad fanitatem cone
feruandam. EfBurtbolam. Moles in lib. de; ſanit.tuer.. Alexandrum Magnum
fudorem fanguineum in pugna habuiſſe. * Vdare fanguinem puruminteradri Skadar
randa, quæ rard luccedunt,puimera. SUT 1
tur:vbenim in aliquot fudorex láguinis i iclore cruentus corpore malè affecto,:
vifuseft; et is nequaquam fineadmiratie one, et iftuporezita di illeexputo
danguis: nexortusfuerit,atquein corpore fano; ) vtique maiorem præſtat-negotijcaufam
inueftigandi cupiditatem; vt futiſsimè nobisinlib.de Hydraniofazatura.olimedia
to pertraétatuet Referam nunc quod, Magno: Alexandro euenit; dum eſſet in
extremevitae pcriculo conftitutus.Is cũ, in pugna quadamedererum fumma cum
Indis.decertaters lub @ diarioque milisere deitituereto Milqucadedcholera: luccés,
[useftzvékotocorpore purú languinédes fudauerit; Barbariſgulecotus igneis
filáns misardere vifus fit.Hocautemtantum ijs terroris-ingcfsit, vt fe
Alexandra.com mittere coactant, Lüpathium rantie darworetaſtas,tenetrier mas,
efung aprusreddere. Rat apud veteres Lapathiorum vfus, pecu liare,eft,vt
carnes; &vedulia cú hiselixata vel link dugaa yesulta, et coriacea,terit
titatem, et mollitiemacquirant.Propte. rea,quòdcibos concoctu faciles przſta,
bant,& aluumemolliebant à vecerum à mélis raròhujuſmodi abfuifle legimus.
Catoncorum feminum:muccaginem combusa fionibus maximèopitulai Nter
præftantifsimaauxilia, quæ có buftionibus: adhibentur', feminun cotoneorum
muccagipesretinent prin cipatum. Referam:Petri Foreſti in pro prio filio
experimentum, Ille matri obo. fequioſus,,cümtefta carbone ignito re
pletamkappostaret,cecidit et igneoculos. combuftitit: Putem cum temen cotone.
orum in quâ raſaceam coniecifset,atq; muccagineoculosiçpiusabluiffet; mira
culi-infarpuer-comualuitabfq; combus ftionis veſtigio. Hoc etiãauxilio in f. milibus cafibus feliciſsimè
ſemper vsű fuiffe,idemconfirmat, In lib.6. Obf. Medo Aegyptiospermotas
figuras,fenfus,or. rummemoriameffingereconfueuiffe. A Egyptiorum fcientia,quia
inter cæterasprecellerorerat apud ve teres, (illa enim ab Abrahan originem habuit)
dcirco,& rudimento, &Hiero glyphicis ferè occulra indicabatur. Si à qui
illorum primi per figuras animaliú (CornelijTaciti teftimonio)léfusmétis
elfingebant, et antiquifsimamonumera humanæ memoriælaxis impreſla cer. auntur,
et literarum inuentores perhi. bentur. Hinc in quibufdam Obeliſcis: - látcerę
reperiuntur,quæRegum illorum diuitias, acpotentiamdeclarant. Per a - pis enim
fpeciemmella conficientis Re. gem oftendebant. Siquem memorem s fignificare
volebant; leporem aut vul. pemauritis auribus, quod fummieſlent auditus,& inlignismemoriæ,effingebát:
fi veròmalum crocodilum:fi velocem, vel rem citò factam,accipitrem; quonis hæc
aliarum fermè auium fit velociſsie ma. Si inuidum, anguillam, quòd cum piſcibus
fit intociabilis.Si iuſtum,oculü: Gliberalem, dextram manum, digitis
paſsis:fiauarunn,ijfdem compreſsis.Per inſtrumenta quædam, et membra humana
pleraque fcribe Jant. De bis vide Pie arium, Diodorum, Srabonem. lum ritatem, &mollitiem acquirant.Propte. rea,
quddcibos concoctu faciles præſta, bant,& aluumemolliebant à veterum à
mėlis raròhujuſmodi abfuifle legimus. Cotoncorsimfeminum -muccaginemcombuso
fionibus maximè opitulari. Nter præftantiſsimaauxilia, quæ có. buftionibus
adhibentur',, feminum, cotoneorum muccagines retinent prin cipatum.Referam:PetriForeſti
in pro prio filio experimentum. Illematri obo... fequiofus,cum teſtá carbone
ignito re pletamkappúrtaret cecidit& igncoculos, combuft Pitemaeumtemen
cotone. orum iniquárafáceam conieciſset,atq; muccagineocalosiçpiusabluiffet;mira.
culiinffarpuce -Conualuitabſq; combus ftionis veftigio. Hoc etiãauxilio in fi
milibus cafibus feliciſsimè femper vsű fuiffe, idem confirmat, In lib.6.obf.
Medo Aegyptiospermotasid pguras, fenfus, re rum memoriam effingere confueuiffe.
Aegyptiorum fcientia,quia inter teres, (illa enim ab Abraham originem habuit)
dcirco,& rudimenen,& Hiero glyphicis ferè occulta indicabatur. Si qui
illorum primi per figuras animaliú 5 (CornelijTaciti teftimonio )jēlusmétis -
elfingebant, et antiquifsimamonuméta humanæ memoriæfaxis impreſia cer. auntur,
et literarum inuentoresperhi. bentur. Hinc in quibufdam Obeliſcis
látceręreperiuntur,quæ Regum illorum diuitias, ac potentiam declarant. Per a
pis enim fpeciem mella conficientis Re. gem oftendebant. Si quem memorem
ſignificare volebant; leporem aut vul pem auritisauribus, quod fummieſſent
auditus, et inlignis memoriæ,effingebát: fi veròmalum crocodilum: lì velocem,
vel rem citò factam,accipitrem;quonis bec aliarum fermè auium fit velociſsi
ma.Si inuidum, anguillam,quòd cum piſcibus fitinfociabilis.Si iuftum, oculu: G
liberalem, dextram manum, digitis paſsis:fi auaruin ijfdem compreſsis. Per
inſtrumenta quædam, et membra hu. mana pleraque fcribe vant. De bis vide Pie. crium,Diadorum,cSrabonem.
Quamethodo peftilenti tempore àluenos tueri yalcancus. Retiofa,acbreuis
theriaca reperitur, qua homines ab aere peſtilenti, ad jun et o vitę
regimine,præferuari poſsúr: Sumuntur caricæ,nuces iuglandæ, folia rutæ,
&iuni peri baccæ pondereæquali, confundanturfimul, atq cum aceto ro faceo,
vel communi diffoluantur; mox per pannum colentur, fuauiterg; expri
mantur;ſuccus verò, qui percolabit,fero uetur: vnúenim iftius cochleare, mane
ieiuno ftomacho ſumptum,non finit illa die hominemà peſtilentia corripi. Ex
Alpbane de Pefter Olivarum oleum unguium pun &tura mira biliter fanare. IN
fedando dolore vnguium expun, Aurisacu,vel ferro,atq; iisperſanan dis,nullam
remedium oleo oliuarum fa lubrius inuenitur; confiteor multa oba
feruatione,multisa; experimentis id toa tum comprobaffe. Honefta mulier; ac
vnicè dilecta, Laura de Otaro, mea vxor cariſsima, no femel, dum varia-ad femi liæornamentum,acu
contexerer, in vn guibus digitorum pun&a eft; limplicita menoleo oliuarumio
puncturiscollini to;&dolor confeftim euanuit, et falus introducta eſt.Ego
profe et ò ſemel pun. aus ferri cufpide ſubter pollicisvngue com ſanguinis
effufione, fubitò ad lini mentum ex oliuarum oleo, antequam aquamtetigiſſem,deueni;quo
adhibita dolor delituit,atque vulnus vnà breui ter, et conſolidationé, et fanitatéhabuito
Admirandüauxiliü ad vefica calculã,quoabt que inciſione diffoluitur,&
expurgtur. Nter admiranda auxilia, quæ ad cal INTE culoſos adhibentur,
connumerandum iudico remedium, à do &tiſsimo Hora tio A ugenio experimento
confirmatú in epiftolis addu& um,quo abfque inci fione in vefica multorum
Japides com minuit,& expurgauit.Réferam qua via id, innotuita Aegrotabat
calculo veſicæ cuiuſdam Typographi filius Romæ poft varia aſſumpta remedia,cùm
nulla lub fequutá noſlet ytilitatem,fecaricupidus; de pretio cû Nurfino
artificecóuenerate propterea Sacerdotem iufsit accerf ri, vt ſumptis Ecclefiæ
facramentis, fex le &tione moreretur, animæ fuiffet confultum.Religiofus ex
focietate Iefu, audita confeſsione, proponit illi phare macum,de quo in leipfo,
et in alijs peri culum fecerat: expeririæger voluit, et magna aſsiſtentium
admiratione fana s:Pharmacum ita erat concinnatum. Puluerris Millepedum
præparar,drach, i.ad fummum Scrup.iiij.aquæ vitæ vnc. Sem.iuris cicerum
rub.vnc. ix.velx.ca piatæger calidum,horis quinque ante prandium. Efectus
medicamenti talis fuit. Horarin duarum fpatio totum corpus incalefcebat,
anguſtiabatur z grotus fitiebat, ac ferè loco ſtare non poterat,aliquandocirca
pubem dolores vrgebant.Vrina hora quinta cceperunt cralsiores:feddi,fed non
multæ.Secunda die à pharmaco contingebant eadem, fedvrinæcopioſiores, et craſsiores.Ter
tia labulumapparuit multum. Septima tandem adeò plena fabulo vifæ funt, ve
rectequis diceret,easnihil efte quamfabulum aqua diflolutum: omnia in me liorem
ftatum redigebantur, ita vt, qui proximèincididebebat, liber abomni malo nona
fuerit die. Miliepedum ad calculosRenum VP fuca preparatio. PRæparantur
Millepedes ad Renum Velicæque calculos talimodo r.Az fellorumquam volueris
quantitatem, vinoquealbogeneroſo abluito diligen ter, mox in ollam copiicito
nouam, vi tro obductam, lutoque aliquopiam ile lam incruſtato, demú in furno
exiccen tur,ita vt poſsit in tenuem puluerem rc. digi; tumverò affunde vini
ciufdem gee neroli quantum poterunt imbibere, et rurfus exiccato, ac tertiò
imbibito et exiccato vt ſupra,quartò veròpuluerem irrorato aqua fragarum
deſtillationis &olei exCalchanto Scrup.j. permifce to inuicem, et exiccato
rurſus: vbi verò fic fuerit exiccatum in tenuiſsimumque puluerem redactum,feruetur
in vale vi. treo,aureo,yelargento. Es codem. Frequentem ficoram efum fudorem
parere abominabilem. Licetficorumvfus multa hominibus commoda părturiat; ran et
ij citifsi mè nutriunt, et impinguant corpora, aluum emolliunt, et per vrinas,
et per ambitum corporis non pauca excernunt excrementa: tamen eorum continuus,
et frequens vfus fudorem generat abomi. nabilem, et corporis fæditatem; indici
um huius rei eft, quòd illorum eſu pe diculorum copia innaſcitur. Hinc apud
Rhodiginum lib.6.Antiquar. teet. Anchie molum, et Moſchuni Sophiſtas,legitur
tota vita fuiſſe hydropotas,acficis modò folitos veſci, et tamen robuſtos
extitiflc, ſed adeò fætentes,vt propter abomina bilem fudorem certatim in
balneis aba. liis excluderentur. Mulieres eximiam, &fuauemrerinete
pinguedinem. Orpora mulierum fuauiori, et ma: ori fulciuntur pinguedine, quàm
hominium ipſa,quæ profe& ò ob ſiccitaa tis, dominium,minùshumidi, et oleofia
C ttatis retinere videntur. Propterea apud Plutarchú 3.Sympol -4.habemus, vbi
mul sta cadauera promifcuè erất cóburenda, veterú tempeftate, temper decévirorú
vnú mulier brcímiſceri ſolitú: qualiil lud vnú tantú ſuppeditaret pīguedin is,
vt cętera faciliùs cócremari valuiſsent, Aſtu demonum, mirabiles in hominum.cor
poribus effectus procreari.: ribus Dæmonis aftu cffectus con ců, ſpiciuntur, vt
quando quis euomat am icus, clauos, pilos,oflamagna: vel quòd plumæ in lecto
fint ingeniofifsimè con ferta:multæ enim de iis obferuationes apud Hieronymum
Mengum in Malleo Maleficar. Paul:Grillandum, et Delrium reperiuntur. Quomodo
autem hæc fieri pofsint, talis eft ratio: aut enim ifta funt Diaboli
illufiones,ita quòd ea videátur, quz vera non funt, fiue per a&iua natu
ralia hoc efficiétia, ſiueper acrifiam,fiue per aeriscondenfationem;aut funt
vera; quippe Diabolusinuifibiliter huiuſmodi in hominis ftomacho intulit, et exinde
viſbi. Emin viſibiliter educit,licet ram
magna vide antur; nam &ea diuidere, et integrare poteft faltem
apparenter,eò quòd loca ſiter huiuſmodi corpora, et partes eorú, ad nutum
moueantur, et ad inuicem con glutinéter,Deo non impediente. Summa Sylueftrina
de Malefic. Carduum Benedi& um ab Hemicrania homi. nes preferuare. X India
Carduum Benedi& um pri mùmomniumad Imperatorem Fri dericum honoris gratia
fuiſle miſſum multi hiſtorici autumant, quod miris laudibus, ob peculiares eius
virtutes, planta hæccelebrabatur,&obidà mula tis Carduus Sanctus dicitur.
Hæcenim venena lupcrai, &confert cùm vlceri bus, tùm vulneribus, eft
præfentaneum remediumad peftem, necat vermes, et vtero prcdeft, et in cibo, et potu
viit pata, ab immenfoillo præferuat capitis dolore, quemHemicraniam vocant. Ex
Trago. Infantes preferuari Apoplexia.Epilepfia fumpto prime fyropo de
Cichor.cum Rhabar. vei Corallio, aut ſucco Rute. tibus morbus epilepticus,apud
au * Etores noftros paſsim legitur, ob id af. feetus hic vocanturà nonnullis
iLorbus * puerilis, liue mater puerorum: Vtau iem cùm ab Epileplia, cùm
apoplexia ghi præferuari valeant, multa obſerua tioneexpertum eft,iis,antequam
lacgu ftent, in primo ortu prebendo fyropum in cichorea cum Rhabarbaro drach.
ii.ab $ hacluepræſeruari,vt Nicolaus Florer - tinus fatetur. Arnaldus Villanoua
Co mit rallium laudat:nam fi diligenter triti të y Scrup.Sem, infans hauſerit
cum lacte, antequam aliquid guſtat, nunquam in Epilepſiam incurrere obſeruauit.
Ego quidem Marcello,Hieronymo, &Mare i co Antonio filiolis meis ſuccũ ruiæ
cum modico auro ad ſcrup. ii. cuilibet dedi, antcquam lac guſtarent,
&gratia Deiab Epileplia immunes exiſtunt.Helionora, K. quæ nunc ablactatur,
feremortua nata eft fumptoque et ieiunato paruo cochle airo ſyropi de Cihor.
cum Rhabar.re uixit, epilepfiam nunquam adhuc palla eft. Menſtrualem mulieris
fanguinema Tontta # nimaliaefe venenum. Nter naturæ arcana reponendum eſſe
iudicaui,quodàMetrodoro Sceptio traditur demulierismenftrualifangui ne.Mulieres
fiquidem fimenſtruationis ſpatio nudatæ ſegetes ambiunt, erucas, vermiculos, fcarabços,
ac alia noxia ani malcula decidere faciunt. Tale enim à natura ijs virus
inuentum eft.Non folú autem huiuſmodi animalculis menftru alis mulierum fanguis
nocere creditur, verùm atque grandioribus; quippè cao pes, ex Plinij teftimonio
menftruofan guine guſtato, in rabiemutari vifi funt, quorú morſus inter
difficillimos mora ſus fanatu reputatur. At de re hac fupe riùsaliàs
tractauimus. Thapfiam veficas,do ademata corporifuper poftam excitare. Magna
profectò eft Thapſiæ effi cacia in veficis, et ædematibus ge nerandis,idcirco à
nonnullis in peftife Eris febribus vbi veficantia neceffaria súc cum felici
ſucceſſu vſurpari audio.Cùm autem corporis locum aliquem inflare quis
deſiderat, veloſtentationis, vel cu o riofitatis gracia, ponatur Thapfia in low
i co conftituta:ibi enim breui veſicas, et ædemata excitabit; vt tandem citra
læ fionem id ſuccedat et breui etiam fol jů uantur, cheriacam linire, vel
curninum, i aut acerü fuperponere oportet. Ex Car dano lib.8.devaret. |
Antivfum inmedicinapro conferuanda va letudine mirabilem obtinera proprie
Mlimbi Irabilis efficaciæ aurum in medi Lcina eſt:quippe innumeras illud pro
corporis tuenda fanitate retinet vir.? tutes.Eiusvſusin vino maximèexcellit
capiunturpropterea aurilamellæ, quæ ignitętoties in vino extinguútur,donec
ferueat iſtud,mox colatur, et vſuiſerua tur. Vigum bocpotatum ventriculo imbecillo
fuccurrit, concoctionem ad iuuat,foedum colorem emédat, et prin. cipalia membra
coroborat, et rcſarcia. Proinde obferuatum reperio,cor ab illo roborari prauos
humores calore fuo abi fumi,vitales ſpiritusclarificari, hepatia que plurimum
prodeffe fua virtute ile lius vſum. Multi certiſsimo experimen, to huiufmodi
vinum vitam prolongare cognouerunt,fpiritufque fynceros face re,atque
virestotius corporis renouare Nonnulli leproſis multum conducere Scribunt,ve ex
Mizaldo, et Zacharia à Puteo capitur. Quercetanus Auri falia in aliqua betonicæ,autabfinthij
confer lacommiſta, ac deglutita ſua fpecifica facultate vétriculú corroborare
fcripfit, Aliquot animalia ex nature eorumfimili tudine à veteribusfais Dầsfuiffe
dicat. veterum infania in rum falſa religione: quippe,& i nimalibus cultum
reddidiffe,infinitis ae lijs federibus, et naturalibusrebuscircú. fórtur. Inter
alia, quædago apud eos PO animalia erant, quæ ex naturæ illorum proprietate, et
fimilitudine, vtreor, ali quibus Dijs reperiuntur fuisſe dicata. Hinc Canis
Diana { ace: eft, Aquila lo 1 ui, Tigris Baccho,Pawo luponi,LeoCy
beli,EquusNeptuno,Cygnus Apollini, Anguis Aeſculapio, CoruusPhoebo A finus
Libero,GallusMarti,Colúba Vara neri,No& ua Mineruæ, Lupus Marti, Anſer
Iunoni,Soli Phenix.Ex Fonio. Veri V nicornu proprietas, eiusque cognisio, Erum
Vnicornu, quod in febribus peftiferis propinatur languentibus veilitate
maxima,in fyncopemaximo. Pere prodeffe videtur.Illud auté non ex eo
cognofcitur, quòd bullas excitet, vt plerique hominum ignari perſuaſi ſunt:
hocenim quodlibet cornu etiam facit: fed alia, diuerfaque methodo. Hoc eſt
præcipuum experimentum. Si ſcobem eius củ arſenicogallina,turturi,aut co
lumbædeuorandum dabimus, fi fuper Itesmanſerit, vel vnicornuftatim poft
arſenicum fumptum datum fuerit)verí K 3 et legitimum Vnicornu pronuntiabi mus.
Alii in aurificis fornacem demit. tunt, fiodorem cornu à ſe emittet,ve rumefle
prędicapt.Nonnulli experime toʻreferunt, quòd in vftionepon omni no
comburaturſed, augeatur potius minimeque in vſtione fætorem cornu *habeat, tt
in cornu ceruinioexperirilor elet. Ex Føreſto. Oxo artificio mulierum cinni
crocei euadant. CApillorum cullui mulieresmaximè vacát, illud autem
iisoprabilìus eft, vt Aauitiem acquirant. Referam mo dum, quo votum aflequi
poſsint. Su mito Rhabarbarifabæ magnitudinem, fæniGræci, croci fylueftris,
liquiri tiæ tabacci, corticum aranciorum quan.. titatem adtui libitum, paleæ
triticæ ft. militer, his quernum cinerem addito,, et incoquito, vt
tribusdigitisdefcen dat aqua, inde lauentur capilli: tanta enim fauitie“
redundabunt, vt illos aurcos eſledicas.,. Ex Porta in Phitogn. tipios A4
itib...Adexcitandum in fenibus nauralem caló lorem, eorum; vires deperdit
assenquandika confectio præftantiſsima. "Heſauris profecta comparanda eſt,
Marſilio Fici 4. no, in lib.z.devita producenda, Medicina Magorum appellatur,
quippe ſpiritus, naturalem, vitalem, et animalem fouet, confirmat,&
Toborat; et proptereaſenie bus præſtantiſsima eſt. Conſtat hæcex thurisvnc.ij.
myrrhæ vnc,j. auri in fo lia ducti drach. fem. contundere fimul į tria oportet,
atque aureo quodam mero confundere, et in pilulas ducere. Sumi kä tur
huius-mifturæ portiuncula inaurora ieiuno ſtomacho; in æftarecum aqua: roſacea;
in hyeme verò cum exiguo Quomodo febris in aliquo confeftim induci palent.. VI
febrem in aliquo velad oftentatio.. nem, vel ad remedium, curioſi tatemque
inducereoptabimus,(fiquidem in conuulfionibus, parakyſi, aliisque frigidis affe
et ibus,non parumaliquádo K4 febrew meri potu. 14 Sheh febrem excitare profuit, ) Scarabe cor buti in
oleo decoquantur, illogue arte ria brachialis iniungatur: tanta enim eſt corum
potentia, vt confeftim febris, et accenſiones corporis criantur. Ex Car Nuno.
Amultis animalibus anni tempora precognoſci. Tdcntur profe et ò plerac;
animalia anni temporaprecognoſcere:fiqui dem ex corum inſtinctu, illa homines
commentiuntur. Grues enim autumni
tempore ad loca calida peruolant, hye mis frigora fugientes. Hirundines ver
nali tempeftate ad regiones noftras re meant. Ficedulæ, coturnices. aliaque multa volucria, in anni
temporibus,pa bula commutare,aliaque loca adire con ſpiciuntur. Hæc autem non
Ver, Autu mnum,vel Hyemem dire et è præſentiút, quemadmodum nonnulli falsò ſibi
per fuafi funt; fed verius ex facta alteratio neà calido, vel frigido in eorum
corpo ribus,fiue occulta qualitate,has viciſsi sudines facere cognouerunt. Am ago
Amantis ex leuiſsima quidemoccafione sie furcenfere folent.: Viperditè amant,leui
alioqui mo mento iraici videntur: ratiohuius rei eft, quiainiurias, licet leues,
graues iudicant. Grauefiquidem exiftimatur, vtilleiniuriam in te committat, cui
ma ximeplacere ftudeas. Cæterùm quem admodum fubitò dolet», qui contra fui
habitus propenfionem facere quippiam conátur; ita &amantem facere conſpi
cimas;moxtamen rixarum,& odisper nätde, rurfusque fupplex iugumſubacta
ceruice repofcit.Ex Leona dojachine, IN Plenilunio, Nouilunio Pharmaci ex
bibitionem àMedicis maximè deteftai. Vlra rationc à Medicis in. Pleni junio, et
Nouilunio Pharmacam ehitatur: fiquidem Luna,cùm interme Hriseftzomhiijo caret
lumine,atqueſub radijs lotaribus ia &ta, et proinde ſolica caret
humiditate, quo fit vt corpora ne ftra magis licca maneant, et virtusteten trix
robuftior exiſtat. Idcirco fin No puilunio ipharmacum ægris exhibetur;a K 5 abfquedubio
humores noxiosagitabit, atqueob retentricis facultatis inobedie. entiam parum
euacuabit.InPlenitapig ob Lunç porentiam corpora noftu yali de
calefcunt,humoresque augetur,Hing In pleniluniis no &tesicalidioreselle ex
perimur,cuius caufa, cailorem à centro ad circumferentiam attrahi, verilmile:
eſt's quas propter fihumores, corporis: noftriad ambitum tendunt, procul dus
bio pharmacum improbatur:illudenim à circumferencia ad centrum trahitmg. tumque
natureperuertit, quo facilefut cedit;vt virtus kadetur,&humorumsys
tiacuatio,velmale,veldeprauana.coring gat: Ex loann,de Pitch
19continuatamaſculorum generatione Jep, LR timanm mirabilembakere virtutem.:
TIG apud multos fcriptores repe rifles, feptimun mafculum com tinuatæ
generationis mirabilem habere virtutem interhæc noftra embammata minimehoc
adieciſlem. Volunt enim quando aliquis ſeptem filios maſculos Continuatim et inter
eos fæminam nul, Quod autem in
Hydrargiro mirabile pullam ſuſcipiat, ſeptimum mirabilem virtutem et ftrumas,
et alios plerofque effe et us retinere ſanandi, An autem ve rum fit, ncſcio,cupio
tamen à fapienti bus experiri. Forum Hydrargiri, fuperpofito yclamine, 1: in
molem Mercuriimatari, Yrifices dum valamineralla inau. rare cupiunt, Hydrargiro
pro bo peremoliendo vtuntur; illud autem in igneimpofitumin fætores grauem, et fætidas
exhalationes reſoluitur, pernici--- ofas quidem, niſi abijscautè'euitantur. iudicatur,
eft iftud, ſiſuper illius fumá linteolum extendimus, in quo colligi. poſsit,
vtique in argentum viuum fu moſitas illa icerum conuertitur, et Hya, drargiram
renouatur. Experimur hoc. etiam in carbonum fumofitatibus in traffas fuligines
reuertuntur, licet die uerfimodè ab Hydrargiro,Ex Lemnie. Eæculas Bryonia viera
mundificando mirane babere pirtutem. 5 K Singularis profe et ò fæcularum Bryo.
niæ,tum pro matrice muodificanda, tum ad hiſtoricas ipſius paſsionesſanan das
eſt efficacia:quippe ex multis expe. rimentis comprobatum eft,in huiuſmo di
affiEtibus curadis inter remedia,prin cipatum habere. Referam ipfarum con
ſtructionem, Exprimatur pręło ex Bry onix conciſis radicibus, et contufis fuca
cus.crit primò turbulétus,idcirco in va ſe aliquo afferuādus eft, vefæcalisma.
teria ſubſideat: detineatur in locofrigi doper paucosdies; in hoc enim fpatio
finclinato vaſculo,viturbulenta aguia) Separetur, et proijciatur) fæces albiſsi
mas inſtar amyli in fundo inueniemus quas iterum in pluribusvafculis vitreis,
aut terreis diuiſasin vmbra vt, exiccen tur feruabimus;ita protectòintra paucas
horaşexiccabitur, et formáanjyli acqui rarexpreſlum, quã Bryonize foculá no
minamus.Hac fingipoſſunt pilulex.aut xij. granorum pondere, et cú palico ca
ſtorci, et alfęferidę ſummü; ac precipuú. aratur remediú cótra affcctusnarratos.
Fæculæ huiufmodi etiamfi diffoluütur, inaqua florum faþarú pro fuco ad orna tum
mulierum,paneaſque defendas ef ficacifsimæ funt.Ex Quercerano, Miſaldo,
&Zubariaà Puted. Millefolium ad conſolidande vulnera misam babere
potentiam. Lurimis experimentis comprobatú audioMillefólij virtutem ad vulne
rum coitionem, indielğue nouis obſer: uationibus confirmari.Referam folum quod
ab Hellerioin Chirurg.adnotatur. Cuidam deciſus naſus erat,qua osin car
tilaginem definit: Ruſticus propenden tem partem alteridigitis coniunxit,her
bam tuſam,& èvino nigro tritam,quod Millefolium appellant,impegit, rudius
omnia colligauit, vede celerrimè reſti. tit fanguis profuens, et vulnus pulchra
e cicatrice brcui coijt. Chymicam aztem, reterum tem; eftate floruiſe. Pud
Veteres i maximo prctio ars p !eriſq;illiusftudio vacabátur:inginte s A K7 enim
diuitiarum copias illa methodo homines componebant,quibus ditiores facti cum
Regibus bellum adibant. Pro. pterca DiocletianumCæſarem legitur poftquam
Achillem Aegyptiorum Du cem o et omenſcsin Alexandria obſeſsú: profligaflet,
omneschymicæ artis libros, diligenti ſtudio conquiſitos, deflagral. fe:
pereparatis opibus, Romanisfacilè. repugnarent. Ex Suidt, oOrolio. Quoartificio
corpus glabrum reddi: poßit L Itet varüs modis corpus depilatum; &glabrum
reddipoſsit, nulla tamen via præftantior eft,Varronis teftimo nio, quàm loca
lauare aqua; vbi Bufo nes decocti fint,donecad tertiam redcat: - quippè- fi
tali decocto corpus Jauetur, proculdubio glabrum,&fine pilis had bebitur..
Natiuitatis hominum tempora à multis: obferuari On leuis profectò eſt.multorem:
ſcriptorum obſeruatio in homia. EN lp mum natiuitatis tempore: à multis enim occafiopibus
temperamenta corú. variant, &plerique àrnaturæ terminis,
roaximédiftrahantur. Porròquiinipfor terremotus i momento nafcuntur femper
patent in tonitru ſemper lan guidifumo qardenet Cometa coex ar... dendi
complexjoneargentesfuntainter's Lühiikempordebiles cuadunt, vel fals, temi
Ariſtotelis teftimonio ) melan-; eholici, et atrabile laborantes. Hydárrgýrum
non effe vendnum in paura: fumptums quam itme', fed adver: mes nes andas
exiftere remedium ydrargyrum, vel fimauisargenti vionm, quodà multis venenum
exiftimatur, feliciſsimo fucceflu contra vermes exbibeturjzáptægue certitudi-.
nis illud in Hiſpania reputatur, vtmu lienes, tenellis pueris, quila ĉçis
vomi.. ty laborant, ad quantitatern granorum
trium in propria fubftantia propinare audgár:bacn, via morbuscellare videtur:
frequen A Hedmare frequentatisexperimentis. Ego quidem viduam mulierem curani,
quæ nouem dierum fpatio vomitibus continuis ex vermibuslaborauerat, et ferè
triduono comederatznec cibum retinere valuerat. Haiccùm fcrup.ij. bydrargyri
mortifica tii, cum tantillo adoniipropinaffem abfque vlla moleſtia peraluum
centum, et pluresemifitvermes, &eademdie lis berata eft, et folita exercuit
domi, et foris negotia,magna profe et ò parentum ſemper eventu, domique
continuò a quamhabeo, in quaHydrargyrum, in. furum retineo, illaa que puerulis
pro vermibus libentiſsimèconcedo, nec ad hucquempiam ex illo noxiam recepifle
expertus ſum. Vfuseft hoc remedioad vermesmecandos,MatthiolusHoratius,
Augenius, et plerique alii celebres viri, qui omnes huiusauxilii maximè extol.
lunt beneficium. Datur pueris in lub: ftantia Scrup. ji grandioribus Scrup.ij.
vel drach.j. Corrigitur illud, et nrore ficatur in mortario vitreo cum zuccaro
rubeo: ibi enim tam diù conteritur, vt in partes inuiſibiles diffoluatur; ne au
tem in priſtinam formam iterum redeat, * olei amigdal,dulc.gurtulas binas adde
re oportet, et cum zuccaro rof. violato, vel cidoniato ieiuno ftomacho languen
mtibus propinatur.Sciant igitur curioſiin hac dofi nullum præbere periculum,in
# maiori tamen non dedi,neque concede tem:licet apud Aufonium Epigram.10. o
legatur hydrargyrum contra medicinas venenofas valere. * Datura flores, com ſemper,
hominem in ri(was; concitane. M ! Tra eſt Daturæ potentia in faſcinan.. dis, vt
ita dicam, hominum men tibus, adeò quòd, qui illiusflores, vel Temen ſumpſerit,
à riſu, cachinnisque non defiftat,donec més alienata ex plan tæ viribus in
priſtinem redeat tempera mentum, Apud Indos à furibus Datura vfurpatur;fores
enim, vel femen in ci bos eorum, quosdepredari volunt, exhi. bent, et in mentis
alienationé, et in riſum 2. conci. MA it
concitant: ita profecto furádi parantin duftriam.Durat illorum riſus, et mentis
error, viginti quatuor horarumtermipc.. Ex Gozdab Horto. Lupesſenio confectos
in renibus venenoſosgeo net areſerpentes. Agnum profectò in præſentiarü arcanum
aperio, multis hucuſ. que incognitum de luporum natura. Il lud eft,cur à Lupis
animalia commorfa modòfanentur, modòautemmoriantur.. Anquòdluporum aliqui
venenoſi, ali qui verò ſine veneno exiftant?Equidem CarolusStephanus lib7 Jus
Agricult.cap.i. ſe obſerualle fatetur, ib Luporum fenum renibus,primò ferpentes
vno pede.Jona giores, et breuiores, qui temporisſpa tio venenauſsimi
effecti,Lupum enecás. Hac via facilius nobis tribuiturconie &tura deLuporum
morfibus.Si enimle piiuuenes fuerint, animahaa, momor derint, ex benigniori
eorum natura, mortem baud inferunt,vtmultoties ob feruamus, niſifortè.vulnera
in principi buscorporis fuerint locis, vel tá grádia, vimori neceflc fit.Sin
auté ſenio fuerint confe et i,proculdubio leuiſsimo morſu animalianecabút, propter
peculiare ve nenum inLupo delitefcens,quod víu ve nit,vtpieraq; præmorla
animalium, vel moriantur, velmembrum morſum pu treſcat, vtfaltem difficillimè
curetur. Ex. Gaſp Benkino. Qualiartificio ab vxoribus homines mafcu losfilios
fufcipere pale ant. Vita à Scriptoribus ad marium M reperimus:hæcautem præcipua,
et ve riora effe exiftimaui.Primovthomo ex exceatur,folidiorig;vtatur cibo,atq;
ra rius cócubat: ita n. et calidius et fpiflius fe. méeuadit,fita; prolificum,
et aptiſsimum ad marium conceptum. Secundo mater, et incongreffu fuper
latusdextrum recubat et à coitu confeftim fuper illud conqui elcat: Siquidem
Hippocratesmaſculosin dextris,fæminas verò in finiſtris genera-. ri ſcripſit.In
dextris enim ab Hepate fo. uetur ſemen,quod eſt calidum: in ſini. ftris autem à
liene frigido quoquo pa.; do refrigeratur, et ad fæminarunt 3
conceptum'præparatur.Tertiò ſpiranti tibus Aquilonibus concubant, Auſtris vero
defiftát:Aquilo enim admares fuf. cipiendos accommodatiſsimum eft,Au fter verò
ad fæmellas. Capimus huius rei ab ouibus experimentum, quæ fiflá. te Aquilone
concipiunt, marem ferunt; Auſtro autem foeminam. Multi, inter quos Cardanus
eft,ad marium concep tum Mercurialis maſculæ elum extol lunt,hæc duos quafi
coleos pro feminie bus habet, et ab vtroq; coniuge depaſta, marem inducere
occulte vi exiftimatur. Magnumele in hac inferiora Lune con fluxum. Trabilis
profectò eft Lunæ vis in hæc inferiora: ipfa enim noctes illuminat, et fuper
humida poteſtatem haber,marisfluxus, et refluxus per quae draturasfuas
intētiùs, et remifliùs facit; quippèdum oritur,maria intumeſcunt, et in
æftuariafluunt, quoufque ad circu. lum meridianum illa perueniat; cùm autem ad
occafum inclinat, Oceanus ab æftuarijsrefluit ingurgites; quando ſub M Orizonte,
percurrit,mare ad confueca æftuaria conuertitur, quoad nocte me dia meridiei
circulum Luna atringat; poſtremdcùm ad Orienté tendit,Ocea Rusquoque ad folitos
alueos regurgitat. Ipſa in Agricultura rebus dicitur do, mina;propterea antiqui
gentiles, qui in terræcultura proficere optabant, Lund libamina ſpecialiter
obtuliſſe dicuntur; y ocabatur Diana, ſiue Latonia virgo, aut Plutonia coniux
velProſerpin. Leonardi asri deOdtimeftri pariu ſenten tiamdebilem effe.
Peculatur Vairus in lib. 2.de Faſcino, Cur partus odimeſtris vitalis mini mè
lit,innuit hic, vir alioquin doctus, talem partum non viuere, ob femen im
perfectum:quia non datur ſemen (vtar guit )quod ad illud tempus fætu procre.
are valeat: ſicutin genere triticiquod dam eft,quod tribus menſibusgignitur;
quoddam verò, quod nouem menſibus: fed debile eft huius fundamentum, quá do in
Hifpania, et Aegypto o et imeltres partusões vitales efle perhibcãt:Potior ergo
concluſionis ratio requiritur,quam nos alibi tábgemus. somniarumprofagizà Deo
diuinare, aliqus bus bominibus concedi. On
omnibusfomniorum diuina N doconcellavidetur,fed quibusà Deo ex ſpeciali gratia
permittitur. Qui anim fomnia proprio ingenio diuirare intendunt (dempta
fomniorum intere pretatione, quæ et caulis naturalibus in naſcitur, quorum
præfagium ad media cos pertinet) aut cæcutiunt, et delirant; aut dæmonum
fallacijs inuoluuntur. Iofeph apud Pharaonem, et Daniela pud Regem Chaldæorum (vt
infacris habemus) quia diuina afflati erant ſapi entia, fomnia
diuinabant.Propterea mi niftris fuis Pharaonem audita fui fom.
nijinterpretatione,dixifle legitur: Num inueirepoterimustalem virum, quifpiriru
Deiplenusfit? et Rex Babylonis ad Da. nielem:Audiui de te,queviäm fpiritum De
orum habeas, ce ſcientia,inselligentiaq, as Sapientia amplioresinuentafunsin
tq.ExTa úello. Inter Polypodium, et Cancrosmagxam in. eſſe antipathiam. Axima
videtur inter polybodie M, i quòd fi polypodiumſuper cancirú abie ceris viuum,
breuiſpatio tum pedum cortices,cum vngues ille eijcier:tanca eft i iſtius
plantæ in illum particularis viru 3 lentia,& efficacia.Ex Mashioto, Ć
Dengan Ibidis, ferpentesattonitos reddere. Irabilis eſt ibidis pennarumvis M
contra ſerpentes, quippe fi illius penna ad illorum quempiam inijcitur,
Confeſtim in veſtigiogreffus hæret: ad mirabiliustamé eft, quòd ſerpens quer
pis frondibuscontacta moriatur, quare circulatores aftantibus mirabilia fæpè
protrahere à racione inconucniens elle a non debet:multa enim iis funt, quæ ad
i mirandaiudicantur:quemadmodum eft Viperam viſo Fago perterri:experimé. "
to enim probatum eſt, illiusramo ante hocanimal iniecto, veluti attonitú fie
si, nec ampliusmoueri Hoc etiá cuenic Gha. ti ſi barundine feuilsime percutitur:
fin verò iterum eadem vipera incutitur confirmari videtur, et fugam repentè
adire. Mulieres rard inebriari, acbrd autem ſenes, Ontrariam naturam ſenile
corpus, Contd et muliebre fortita funt:ob id mulie. res rarò ab ebrietate
corripi afpicimus, crebò tamen'ſencs. Mulier quidem hu mida eft, vtà cutis
cenitate,& fplendo re.comperimus, fenex contra ſiccus, cucis
afperitas&ſqualor confirmat. M11, lier ex aſsiduis purgationibus fuperfluú
exonerat; ſenex autem ex corporis duri. tie,luperfluanonexcernit.Mulieriscor.
pus, quia variis purgationibus crat de putatum, pluribus foraminibus fuit có
fertum; non ſic ſenis corpus,propterea naturales meatus à corporis ſiccitate,
et duricie potiùs obſerantur. Hæc funt în caula, vt ebrii fenes facilè fiant,
muº lieres verò perquàm rard. Nam fià mu. liere largè vinumfuerit hauſtum,
illud magnam mulieris humiditatem incidens,vtiq;vimluam perdit; dilutiulý; fit,
et cerebriſedem non petit: nam per. varia foramina mulieris illius vapor re
Currit, et celeriter eius fortitudo euanel cit.In ſenibus vinum contrarietatem
no recipit: quia corpusillorum ficcum eſt; ob id vinum firmiter adhæret,
cerebría que petit, quia in durioribus membris; et aridis(vt ita dică )
exhalatio nulla fit: hincab ebrietate facilècapiücur. Ex MA crobio 7.Saturn.
Qua induſtria in vrgenti fomno, quis vac leat excitari. Agnus Alexander,vt
ingerendo imperio, occupatior eſſet,magnú contra ſomnum excogitauit remedium,
quoſi quis vtetur,facilèin ſomni graui tate excitari valebit. Ille Vas æneu pro
pè lectum conſtituebat, et pilamæneam fiue argenteam manu compreſſam ha
bebat,brachiumque ſuper vas illud ap tè componebat,vt pila in ſomno elapſa in
æneum procideret, et à fonitu excita retur, et furgeret.Mira equidé fuit hu. ias
ingenij dexteritas, licet hæc Alexandri dormitatio potius quàm fomnus dici
poſsit.Ex Ammiano Marcellino. Quibusfignü corpora venenata cognoſci yaleant. L
Icet venenorum genera multa fint, ex quo difficile fit omnia figna repe
rire,quibus cognofci valeant,afferam ta men qua mcthodo corpora, quæ venenü
fumpferint,intelligere poſsimus. Porrò magna fit in corpore commotio, dum quis
venenum hauferit;præcipuè fiillud calidæ fuerit naturę:doloribus enim va lidis,atqueacutis
in ſtomacho, et inte kinis torbonibus languens cruciabitur, præcordiorum
fentiet anguſtiam, fati gabitur vomitu,& fuxu ventris, ſudor fuſcirabitur
in fronte cum vultu frigi do: colorægri erit pallidus, pulſus de bilis,
inzqualis, et inordinatus,fynco pi, &animi deliquiis affligetur. Hæchi
omania, vel in maiori parte fuccedunt, o porter celerrimèinggris.vomitum pro
uocare, vt aflumptum vencnum eiicia ur. Ex pal.Vilan. Luem Gallicam non modò
homines, fed canes etiam inuidere. Tanta eft morbi Gallici quandoque immanitas,
vt non modò ex vno lan guente,vel reſpiratione,tactu, autcom merci oplures
homines ea lue polluan tur; verùm atque canes, ſi vicera, vel vnguenta infirini
lingere potuerint.Ex I perientia hoc edocuit; viſus eft enim et quidam canis
Gallica lue captus, quihe I riſui emplaſtra linxerat. Ex obformatore if Iulii
Scaligeri. 6. Poet. Quotermi nocorporis hominispulchritudo conftitui debeat.
Arii equidem funt Scriptores in conſtituendo termino longitudi nis, et latitudiniscorporis
pulchri:ihter quos, ſententia loannis Goropii, in fua Gigantomachia, magis
acceptanda vide tur à fapientibus:colligit exHomeride Creto longitudinem
hominis pulchri de bere eſſe quatuor cubitorum, latitudi nem verò vnius cubiti.
Cymrinum bominibus palliditatem corporis inducere. More Multa profectd ſunt,
quæ vultus colorem hominum deflorare ob ſeruantur: fiquidem panis hordeacęi v
fus facit homines pallidos.Ex Ariftot. A quælutulentæ potus, vſus ſalitorum, et
immoderata Venus valde colorem de. turbant: inter ea tamen, quæ ex proprie.
tate decolerare putantur, Cyminivſus, &olfactus eſt. Duo enim de hoc exem
pla habentur apud Plin.lib.20.C.24.V. num fe &tatorum Portij latronis, qui,
ve illius imitarenturpallorem,cymino fre quenter vtebátur:alterum eſt Iulij
Vine dicis,qui, vt Neronen falleret,palloré Sibicymino conciliabat. Ex
Mercurialide Decorat. Regem Archelaum maximè Aſtronomie fi iffe imperitum. T
minibusneceffariaiudicatur,vt malè ciuitates, refpublicas;hominumo; cætus fine
illorumobſeruatione ij con leruare valeant.Vtique horum ope té pora,annos,
menſes, et horas metimur, &ſine his in, varia labyrintha inuolui mus mur.Hoc
apertè ille imperitus Aſtrono miæ Rex Archelaus oftendit,qui (vt vi ri ſummæ
fidei fcriptú reliquerunt) ob Solis Eclipfim,cuius caulam ignorabat, *
tantotimore correptus eft,vt regiam is clauferit,filium totonderit, iudicia è
fo ro fuftulerit, et iuriſdi& ionem penitts en intermiſerit: vltimum enim
orbis diem. eſſe arbitrabatur.Ex Magino. Mira grecilitatis quofdam bomines
fuilfe repertos. X Aeliano,& Athençoquofdam ho mines extremæ gracilitatis
fuiſſe * colligimus:legitur enim quendá Arche ftratum vatem fuiſſe, qui captus
ab ho ftibus tantæ gracilitatis repertus eſt, vt cùmlanci apponeretur, pondus
vnius obolihabuiſſet,quod incredibile,& ferè ridiculum exiftimatur.Philetas
Couse. tiaminuentuseft, quem ex gracilitate E vſque adeò inualidum fuiffe
fcribunt, vt ne à vento deijceretur, pondera ferrea pedibus, et foleis geftare
coge { retur, Anguit. Emine Anguillas cumAquilone mirambabere fyme putbiam.
Trabilis profe et ò conſenſus eſt, quem Anguillæ cum Aquiloni.. bus habent:
ipfis enim ſpirantibus fex. dies fine cibo, et aqua has viuere fertur; cum
Auftrisautem diſſentiunt, quippe his flátibus diu ſine cibo, et aqua illæ vi..
uere non poflunt. Ex Bodino in Theat. Aſparagorum vſum corporis facere pitorem.
Nter ea,quæ nitorem; &pulchritudia nem tur, Aſparagorum vfusconnumeratur,
cuius efficacia à multis in corpore colo.. rando ferè mirabilis iudicatur.
Aſpara.. gi fætentem reddunt arinam, et perilla pratos corporis
expurganthumores:eb: id mirum non eft,fi,ijs euacuatis,corpus reliquum non modò
odoratum redda tur, ſed etiam nitidum, et coloratum: quippeex humorum prauorum
conge. rie, et palliditas, et defloreſcentia nobis jonaſcitur, quibus
ceflantibus, ceſat de. formitas, et colornitidus exoritur. Ex Auicenna. Picem
cum oleo; maximam babere colli gantiam. E X congeneri ferènatura Picem, Rea
ſinam, et hujuſmodi, magnam cum oleo affinitatem retinereobferuamus:fi manus
enim pice, vel refina fædantur vtique eas oleum extergit,idque ob col":
Tigantiam oritur. Oleum furfur tollit, furfur aqua eluit; aquam demumlintco:
ficcamus.Ex Cardino Mularumgenuse propriapecieminime propag ari: MVlasequidem,&
monftraconfimis lia,nec parere,nechium genus prou pagare obferuamus:id fieri
aiuntmulti;. ab improportionato generandi tempe ramento: veriùs tamen cum
Bodino in Theau.Natur: hot contingere exiftimo, une fpecierú fit infinitas:
natura enim in finitatem abhorret. Ariſtoteles in Syria fupra Phænicesmulas
parere ſcriplīt; et Theophraſtus in Cappadocia illas genus 3, propagare
voluit:tamen hoc veriſimile haud eſt. Propterea magis credendum reor, in illis
locis Aſinarum quoddams: genus oriri mulabus conſimile, potiùs, quàm mulas,
quarum partus à noftris. prodigiofus, et funeftus effe dicitur, vt Iulius
Obſeq.inlib de prodig: adnotauit. Leones, Sole in Leone'peragrante,a'febribus,
moleftari: Irabileeſt, quod in Leonumfpecie contingit,dum Sol Leonis cælefte
fignum ingreditur:ijenim à febre tertia.. na in toto fyderis fpatio
excruciantur:a deà quòd fateri oportet, talium genus cum hoc fydere antipathiam
habere et tertianam recipere'; proinde Leoninaà multis hæcfeprisapperiatur,bene
iudi. cantibus, Leonemeſſe peculiarem. Leo. nes hoc temporetertio quoque die
paſo cuntur,neciemel etiam accidit, vt bidu um,veltriduum inediam ſufferāt,
Ster custunc ficciſsimum, et vrinam fatente excernunt,vt Ariſtotelesadnotatum
re liquit.Aiuntmulti, hocà natura forſitan eſſe factum,vt ferociſsimæ beſtiæ
quo quo pacto cohiberetur impetus, et à fre quentiori rapina coerceretur. Quo
artificio in fenibus barbas, albofque cam pillosdenigrare pale amus. Eferam
notabilem miſturam qua, ' R Jeant.Sumito lixiuij communis quantú volueris,
decoque in eo faluiæ, et lauri folia cum corticibusiuglandium viri. dium; mox
laua, aut ablue madefa &ta fpongia:ita enimnigredinem compara bis, quæ diu
durabit, &lætaberis effectu. Ex Porta: Mergum,& Anferem aquaticum in
Hydrsa phobiam plurimum valere Ntercuncta animalia adnotauit Arie ftoteles
Anſerem aquaticum folùm non rabire, ob id à multis huius efum in Hydrophobia
maximè celebrarur: mirifico autem experimento contra ram. bidi canis morlus
valere dicitur Mergus qui in aquis et maridegit, quippe ab Ace. tio,eius eſu
Hydrophobosillicoaquam efflagitare narratur. Lacertasmira magnitudinisapud
Indos iz... Meniria NInfula Sancti Thomę, quçdam La IN Ls certæ ſpécies miræ
reperitur magnitu dinis,quæ admodum illius gentibus fa miliaris, eft.In Ioſula
etiam Capraria,, quæ vna èFortunatis eft, ingentis ma gnitudinis hæc animalia
cerpūrur;habis tatores autépro ijs interficiendis, bom. bardis,fiue
ſolopetis,alijfque bellicis in. ftrumentis vtuntur. Ex Amate Luſsin Dia. ofcer.
In educandis iuuenibus, miran fulle aibe: niexfium induftriam. Moser Oserat
Athenientum in iuvenum educatione, vtij cothurnicibus, fio uc qualeis, aut
gallis pugnantibus ftudi. an impendcrent:Solent enim hiermo. di
volucres,vfquead extremam virium defeâionem certare. Qulo exemplo ad
ſubeundapericula; et vulnera contem merida, ifamınabant iuuencs increpan tès au:bus
minus ingenioſos effe homi. nes, non debere.Exsotino apud Lucianum Serpentum
eumapudl kudosfrequentari.. NCuba Inſula penes Indos,ferpentes loua totius
corporis ipecie, ac forma prediti inueniuntur,quippe ſelquipedis IM I plerumque
longitudine exiftunt,& ex terra, et aqua viuunt:Quod autem apud illas
rationes mirabilius videtur inlay tioribusmenfis, horum animalium e fum,tanquam
ibum ſapidiſsimum free quentari.Fx Petro Bembo. Quomifico,Po ticaput; inmiram
intumeſcentiam redderevaleamus. NterAgriculturæ arcana, non infimi momenti
methodus eſt, quaporri cam put in tumorem magnum reddere poro Gimus.Aperiam
abftrufum artificium:Si enim porri caput,arundine, vel ligneo ſtylo
pupugeris,atq; raporum,vel cucu- merum fomen vti foramine occultaueris
proculdubio propria capeo in tan tamtumorem deuenire, vtid prodigio- fum
iudicetur, Ex Mizaldo. Iwer Fraxinum, &Serpentes miram adeffe Antipathiami
Raxini fuccus ad ferpentum morfuss mirabili fuccelu à medicis vſurpa nec fine
ratione: hanc enim plans tam Serpentes, ex occulta antipathia ji miro odio
infequuntur: fiquidem illius L6 yobras OX tur, vmbras tùm matutinas,tùm
veſpertinas euitant,& lógiusaufugiunt. Retulit Pli nius lib. 16.cap. 13.ex
fraxino experi. mentum quòd figyrum frondibus fra xini,& igne apparatur, in
cuius medio ſerpens lit proiectus,procul dubio ferá in ignempotius, quàm in
fraxinu aufu gere:tantusefthorum diffenfus, &co. culta ſerpentum
inimicitia., Virginitatem in mulieribus, qua viaexperizi: paleamus. L Apathiū
maius in aperienda mulica rum virginitate aftantibus magnam retinet efficaciam:
ſi enim ex huius folijs faraturfuffumigium,fiue hęc fuper ig. nitos carbones
inijciuntur,vteffument, vbi mulierum fit corona, cum odor ad pudenda mulieris
perueniet, illius bon. nitatem,vel malitiam oftendet: quippe fi viro copulata
fuerit,abfque dubio v rinabit, fim verò fuerit virgo,vrina po tiùs
conftringitur, quam emictatur.Ide etiam faccre autumant,lignum Agallo chum,
fiue Xiloaloem, vel femen portu-, acæ fi fuper carbonesiniecta,adeò effument,
vt ad pudenda mulieris odor va leat penetrare: mouetur enim in deflo ratis
vrina quantò citiùs, fecùs verò in virginibus.Ex.Perta. Quomodo ex duabus aquis
claris, lac effings re illud valeamus.quod Virginale Pocatur. Ac illud,quodà
pleriſque ob colo Cris ſimilitudinem,liue ex nouo ori gine, Virginale
appellatur, ex duabus, aquis artificiosè corifedis exoritur ad multa equidem
corporis mala yti. Lifsimum.. Eius modus talis eft. Su mito lithargyrij in
puluerem redacti Vnc.ija acetialbivnc.si.commiſta infi-, mul per filtram lineum
deſtillato, et a quam clară habebis.Vtautem alteram componas, fumito Salis
gemmæ Vnc.), Aquæ cómunis, fiuepluuialis claræ Vnc. Mimiketo fimul, et fic
bimas habebisa quas magni valoris. Cùm verò vel ad oftentationem, vel
curioſitaré fiue ne. celsitatem lac Virginale conficere opta bis,aquas vtrafque
coniungesfimul mil cendogita profectò confeftim laquor la L7 Ereus M deus ſuſcitabitur, qui Virgineusvoca.
tur.Verrucæ in manibus fi hoc lacte per dies aliquot beneconfricantur, euanef
cunt. Impetigines,omneſq; faciei macu. læ,rubores, et ex foleardores, hoclini.
mento facillimè curantur. Caftrates lienem,velonorum vitellós durios? res
deglutire non poffe. Irabilc elt i: lud,quod in caftratis, circa cibum
obferuatur: hi enim nec lienem,nec duriores ouorum vitels losdeglutirepoffunt,
vt frequentiſsima apud multosinoleuirexperientia.Retulit Bodinus in
ſuoTbea.tales priùs fame fe necari pati, quàin lienem vorare por fe.Huius
reialia non creditur effe ratio, quã xſophagiiſtorú ex nimia adipecoão |
guftatio, et cóftri& io; cũ auté lienis fub-. Itātia spõgiofa &flatuoſa
fit,atq; in mã. ducationemagis infletur;facile fit, vtiji i ex ælophagi
anguftia talem cibum deo to glutire nequeant. Eadem ratio eftino uerum
vitellisdurioribus', qui ex ſuba Itantia glutinoſa,per anguftum non facie la
tranſeunt. Spatium humanæ vita, centum annorum fom cundum degyptios
compenſariin. teruallo. in. * " Vriofa magis, quàm veritari confo näns
mihi videtur Aegyptiorum aliquotopinio,dehominum vitęmenfu, ra:quippe illorú
multi, qui medcata cadauera feruart conſueuerant, ex quada conic et ura à
cordis humani ponderede fumpta in eam deuenerefententiam, ho. minisviram centum
annorum fpatio de Gniri.Sumebant experimentum in cora poribus, quæ fine
labemoriebantur; ho rumenim anniculi duarum drachmarú. pondtrisgcorretinere
videbantur, bini quatuor;& fic in iingulis annis, quo in anno quinquagelimo
bomines centum. drachmiscor in pondere retinere affiras mabant:à quinquagefimo
binas: dracha mas fingulisannis decreſcere, atque à cordis pondere detrahi,
minuijè dicea. bant, &fic in anno centefimo ad primum, fui ponderis:
fecundum iftorum conie... awan,corredibat.Ex Teicntio / arrone. Claro Pblibotomiam ex vena ſaluatella,
pleneticis: plurimumprodeffe. "VrabatGalenus ſpleneticum qué dam;&
cumdiù (vtipfe narrat)de illius cura eſſet ſollicitus,atque diligen. ter
remedia quæreret quadam nođeſó niauit,fe in infirmo de vena faluatella, quæ eft
interminimú,& annularem ma nus digitos ſäguinétrahere; quod fecit, et fanatus
illeeſt. Hoc diuinæ bonitati tribuendúexiſtimo, quæ multoties, ho mines per
bonosfpiritus dirigit, vt ca perficiant, quæ in corpornm valetudine
concernuntur.Ex Bartbol.Sibylla. Gymnosophistas apud indosmire, viſus, et in
genij dexteritatis inueniri. MIIrabile profectò illud eft; quod de
-Gymnoſophiſtis quibusdam apud Indos narratur. Hienim ab exortu, vf quead Solis
occaſū; oculis contentiscan. didiſsimi fyderis orbē intuentur,inglo bo igneo
rimantes fecreta quædam,a renilgue feruentibus perpetem diem al ternis
pedibusinfiftunt.Ex Solino. Quibus auxilysforumarum materia,per pri nis
paleasensachari. Bseruatum eft huiufmodi præfi O sibus euaneſcere.Adhibentur
primò in firmis aliquot clyfteria, ex fucco bryo niæ, et mercurialis,oleo, et fale
concin nata, quibus patiens tum gelu, tum ma. terias.viſcidas copiosè purgari
videbi. tur:mox cum oleo amygdalaru dulciū, vel mali aurantij coleis, manè
dilucu.. lo, cantharidum præparatarum grana quinque,velſex iuxta corporis
naturama. capiet.Cantharides autem per horas 24.. in aceto
infundantur,deindeexiccentur, &in puluerem reddantur.Hic enim ea.
rumpræparationis modus eſt. Huiul modiauxilijsftrumarummaterias, vri pas
euacuari compertum eft., Obferua uit hocDo et orPhyficusJoannes Domi. nicus
Donnus,cuitis familiaritas,animi queindoleseſt mihiſemper gratiſsima, mihique
tale remedium communicauit; robuſtis tamen corporibus folú adhibe ducéleo: ex
illius enim experiméto do lors BARCE- 1 II! lores ad inftar parturientis circa
pe &tine tale præſidium commouereaudiui. Alijs etiam modis, et auxilijs
(trupęcurătur, quippe fioleo,in quo rana terreſtris,tal pa vellacerto, (vulgò
dicitur racano )fi ue lacerta magna vocata ebullierit, diú ftrumæ,purgato
corpore, liniantur,abf que dubioexiccátur, et euaneſcunt.Het animalia viua
prius in oleo fuffocantur, cùm ad carnium ab oſsibus ſeparationé ebulliunt, et oleum
mirabile ad ftrumas componitur. Nonpulliad earum extir. pationem caufticis
vtunturmedicamen tis, quorú potentia caro aperitur, et ftru
mæetiacuantur.Componuntur hęc talia ex arſenici fublimati drach.j. lithargyrij
aur. et aluminis roccean.drach.ij.fabari vftulatur:numero quinq; hæc in pulue.
rem reda et a cum frumenti farina,aceto que acerrimo mifcentur, et fit malfa, è
qua orbiculi, vel plancentulæ formantur et exiccantur in Sole, vel furno,admoué
tur fuper ſtrumas, &fpatio horarum24. opus perficiunt, Alexandri Magni
magnanimitas in pofteros: ftudiofas. MVlta ratione Alexander Macedo
Magnusdi& us eft',cùm eius excel lentia non modò in litteris apparuerit..
Ille quidem, vt Ariftoteles de animali bus hiftoriasfcriberet,multa
liberalitate in pofterum vtilitatem, octingenti auri talenta, cum tribus
hominum millibus dedit, vt fyluas,aularia, et viuaria, omnis. generis
diſquirerét, et opusab ipio per.. ficeretur.Illi autem per Europain,Afriw. -
Cam, et Afiam peragrantes,multa anima: tium gencra ad Ariſtotelem attulerunt,
quarum difle et ionibus, de vniuerfa fen? rè horum natura accuratiſsimè
Philofon phus fcribere potuit.Ex loanne Bodeno. I WA Mulieres quafdam in
oculis, equi effigiem, pel: geminaspupilas babere compertum eft. NO On rarò
quædam mulicres magæ reperiuntur, quæ vt plurimum a-. niculæ funt, hominibus,
animalibusý; vilu,nocentės. Solent hæ in fingulia, acut oculis, velgeminam
habere pupillam, (vt HieronymusMengus de Arte Exe orciſt. adnotauit ) vel equi
effigiem, quemadmodùm nonnullas Pontumin colentes habuiſſe legitur. Referuntex
iftarum oculis quofdam emittiradios, qui non ſecus iacula et ſagitrę pro homi
num cordibus faſcinandis exiftunt, ità profe et ò totü pernicioſa quadam qua
litate corpus inficiūt,breuique velnullo temporis conſumpto interuallo,homie
nes,bruta,ſegetes,arbores polluunt, et ad interitum tæpè deducunt. sanguinem
caninum HydrophobosCupareba PotumAutumant Galenus N Serapio,& pleriq;fapiêtes,fangui
nis canini potu, canisrabidimorſum ca. rari teftantur: quæautem fit ratio,apud
hos non legitur. Referam tamen, quæ àMarſilio Ficino in lib. z. de Vit.produc.
adducitur. Ego opinor (inquit) ſali ziam canis rabidi venenoſam, impreſ fam
hominis pedilæſo,per venas paula tim ad corafcendere more veneni, nifi quid in
tereadiſtrahat.Si igitur interim canis alterius fanguinem ille biberit,fan guis
illecrudus ad multashoras natat in ftomacho, eum denique velutperegrie - num
deie et uro per alium. Interea cani. pus languis ifte,faliuam caniná fuperio ra
membra prenſantem, priufquam ad præcordia veniat, deriuat ad ftomachű: ná
&in canino ſanguine virtus eft ad faa liuamcanis attrahendam, et in
ſaliuavia ciſsim viftus ad fimilem fanguinem proſequendum. Venenum igitur à cor
defemotum, fanguiniqueimbibitum, in aluo natanti, vnà cum ſanguine per
inferiora deducitur, hominemque ita relinquit incolumen. Corallinam, ad
puerorum vermes necandos maximè laudari. COMOrallinæ, quam plerique muſcum
marinum appellant, in puerorum ť vermibusnccandis,miraeft virtus, et cf.
ficacia.Hanccirculatores in plateis vene dere folent,talegue remedium ad lum
bricorum internecionem, fummis lau. dibus extollunt. Profectò à veritate in hoc
negotio haud abſuot:hoc enim cão teris medicamentis, in rehacaccommo
datis,excellétius eft:experimento fiqui. dem comprobatum eft non modòlum.
bricos interficeretale præfidium; verùm atque eadem die, cùin aſtantium admi
ratione, oxpellere, vtiure dixit Mat thiolus, quòd quandoque viſus fit puer,
quiex aſſumpra huiuspulueris drachma, a centum vermes excreuerit. Qua induſtria,
labioram,meruum, capia tamgmamilarum citifsimèfifuras fanate vale anus. Periam
ele &tiſsimum præfidium, A tumque mamillarum fiffuris feliciſsimo fucceflu
fere millies vfus fum. Sumiro lithargyrii argent, myrrhæ, zinziberis an,vncj.redigantur
omnia in puluerem fubtilif. et ex cera recenti, melle,& oleo oliuarum ad
fuffic. fiat vnguentú. Vfus talis eft: primò liniantur fifluræ ex hu mana
ſaliua, mox defuper in tela exten fum applicetur vnguentum,ita cquidem paucis
diebus fanantur, Rhabarbarum cidoniatan, y terogerensabs que periculoalue
exonerare. IN graudis mulier bus, cùm grandi inorbo affliguntur, magna cautela
ſo lent medici medicamenta cuacuantiae ligere: vel enimhaud porrigunt,ne con
Ceptum diſperdant, et matrem occidant; velmitiſsima, et benigniſsima excogi
tant, et propinant. Multi Rhabarbarum ob eius caliditatem, et amarulentiă recu
fát: ſed perperá quidé, quádo illud cido nio Correptú, inter ele& ifsima
&benig piſsima connumerari debeat, Rcferam i qua induftria à Ludouico
Mercato,viro celeberrimo,prçparetur.Sumanturcoto nea, ab interraneis repurgata,
tes diuifa, (ſed fuperftite pellicula, quæ valde eft odorata) in aquadonec
tabuc rint ebulliant: mox per linteum colata, et exprefla, optimolaccaro
coquantur, et dumid fit,adiicies ad lib.j. huius con diturz,vnc.j.Rhabarbari.
Doſis cuius fit vnc.j.vel Aliud cidoniatum compo nitur, quod eftgratius, et abfq;
moleftia efficacius euacuat. Diuidatur cidopium &fub God &in par 1 (264
et fublatis feminibuscủfolliculis, parti um ciuitates puluere optimi Rhabar,
negligenter triti,ac Drach.j.velj.- aut ij.imp cátur, vel, ſi affectus
poftulaueri agarici tantundem, vel foliorum ſene; mox vniantur cidonij partes,
papyro que inuoluantur, et ligata in clibano,vel furnello coquantur ad perfe
&tam co et i onem;poftremò abie &tis medicamentis internis, pulpa
manducetur. Hoc pro fe et ò medicinæ genus fecurè cuacuat, et viſcera omnia
corroborat. Animantium robur animi, à femine inge terari. Vanta fit feminis
efficacia, in aoda. cia hominibus comparanda, nullo aliomedio ſecuriùs
cognoſcitur, quàm caſtratorum natură compéfare.Hipro fextò ſtatim atque
teftibus priuantur, animi robur amittunt, atque máſueſcár: fiquidem et à
fpirituumcopia, et calore potiſsimùm naſcitur audacia, quæ in teſtium natura
valde { pongiola ge. merantur, et ab ijs in corpus deferuntur.Ob id Galenus,in
lib.1.de femine,le méSolicóparauit, quod ſuo fulgoreorbe illuſtrat;iuxta cuius
fulgorcs ſemē,& ipi rituú,& caloris potentia, ferè corpusil luſtrare
admonemur.Hinc Aegyptijſa pientiſsimi,cum Regem fractum, hebe temq;
repreſentare volebant,meritò Ti. phonem caſtratum pictabant benè ani
maduertentes,nil poſle verius hominem infirmum oftendere,quàin hominem fie nc
ſemine. Aegyptiorum aliquot ad Quartanam febrens ſecreta experimenta. х bris
quartanas Aegyptis familiaria ſunt, hoc pro ſele &tiſsimo remedio ha
bent,ægrotisdeco &tum ex menta para. tum ad femilibram,calidum cum (polio
ſerpentis puluerizatibinisdrachmisan te accefsionem per horam propinare.A, lij
cum decocto affati temporeacceſsio nisvomitum procurant cum felici fuo.
ceffu.Sunt et nonnulli,quiante acceſsio nem pilularum drachmam exhibent. M He
exagarici,gentianę,caftorei,mytrhe, rutæ an, drach.ij.piperis longi,calamia
romatici,crocian. fcrup.iv.theriacæ an tiquæ drach. iij.conftant, et cum ſyrupo
de granat. dulcib.conficiuntur. Aliis ve ſitatiùs eft,exhibere drach.
agarici,cum myrrhæ ſcrupulo, diſſoluram in pulegi deco et o, Ex Alpino de
Medic. Aegyp. Auesbacciarum taxi eſu nigro colore fieri. Axus inter plontas
virulentiam ha bere maximam videtur: quienim fub iftius vmbra dormire audebit,
in grauem affe et ionem incidet. In baccis autem venenum potiſsimum viget.nam à
viris comeftæ,ventris profluuia, atque funefta pericula mouent: boues illarum
vfu moriútur, quemadmodum &peco ra,ffortè has comederint, Aues verò iftarum
eſu minimè moriuntur, penna rum autem color in nigrediné mutatus, Chelidonium
Lapidem MIT APN epilepfiam baberepirtutcm. VIItrus Chelidonii lapidis à
pleriſque maximè extollitur: prelentaneum enim Epilepticis réputatur remedium,
adeò quòd non pauci iſtius vſu à tanta morbi forociate liberati funt. Feruntin.
Autumni principio,Luna creſcente, hũc lapidem à ventre hirundinis extrahi, et contricum
aliquo liquore epilepticis in potum propinari:quippe facultatem re tinere
dicitur, tenacem, et vifcidum hu morem, qui caufa caducimorbi eſt exica candi.
Multi,chelidonium non folùm elu, fed etiam ſola ſuſpenſione, Epilep ticos à
proprietate ſanare contendunt, Ex Lomnio. Miram interafpides, et halic acabum
inejſe Antipathiam. Irabilem natura inter alpides, et halicacabum, quemaiorem
veſi cariam inuenit diſlenſum, et antipathi am:ijenim, fi iuxtà huiuſmodi
plantæ radices quoquo pacto corpora admoue rint,tanta ſtupiditate, et fomnolétia
cor Tipiontur, vt amplius nequeant excitari. Ariftotelem rerumcaufis maximum
noſcena dis adhibuiffe ftudium M M 2 Erat Aristoteles adeò cauſarum re, Erum
cognitionis ftudiofus,vedie cilè quiefceret, nifiad quæfitum exas ctum
ſcrutinium deueniret: ob id cumà. graui valetudineopprimeretur,atq; me dicus
citra morbicausa,pleraq; vetaret, fertur(teſtimonio Polybij ) sc.medico
dixiſſe:Nemecures,vt bubulcú, et for forem; fed prius caufas ediſſere, et ita
pre ceptistuis facilè memorigeratum habe bis.Cum autem in Chalcide exularet;ati
que Euripi, qui inter Aulidem Bcotia portum,& Eubeam infulam ſuntaugu iti
freti,feptiesinterdiu noctuq;alternis fluctibus ſtato tempore refluerent, ille
maris recurſus excogitans,atque caulam reddere non valens, tanto mærore affe et
us eft,vtmorti occumberet. Ex Iufting Martyr. Infates a nutricib mores,&
téperiē recipere, nfantes profe et ò à nutričibus non foi lùm circa temperiem,
fed etiam mo res multum recipere videntur.Ob id fat pienterà veteribus,Romulum
à lupafu. idela &tatum, proditum eſt, velhocfinx I erring erint, vel vera
narrauerint; fuit enimRo mulus ferinis moribus, callidus, fortif limus, et incommodipatientifsimus.At
præter hunc,multosà feris enutriros, et educatos legimus; num autem hoc ijs, ex
animi feritate fuerit tributum peſcio. Scribitur Cyrum à cane fuiſſe nutritum,
TelephumHerculis,filiumà cerua,Pelia Neptuni filium abequa, Alexandrum Priamià
vulpe,A egiſthum à capra,quo rum inores,apudScriptoresnoti ſunt,vt
apertènofcamus, quid nutrices infanti bus afferant.Equidem quià capra lactá
tur,ftulti fiunt, et fälaces;& ita hircuselt;. quare ex hac conie et ura
tales euadere in.. fantes, quales fuerint& nutrices com perimus;fed mores
virtute animi mode fari poffunt. Qdo artificio vitrum diuidere valeamus. Icet
vitrú folum ab adamante, cùm plicabile haud fit, diuidiinueniatur, tamen alia
induſtria etiam compertú eft illud poſle diuidi,vt Cardanusrecenſuit Hic eft
modus: Filum fulphure, et oleo irabue, L M3 370 imbue,locum circunda,accende,
repete, donec locus optimècalefcat;mox confe ftim alio filo, aqua frigida
madefa&to circundato, et vitro in eo loco fractum, &diuiſum habebis.Ego
quidéalio artie ficio, et fecuriori vitrum, diuido,caſug; hoc mihi notuit.
Habebat quadam die cyathum vitri vino ſublimato,fiue aqua vitæfemiplenum, ad
curiofitatem non nullorum amicorum,a quamin flammá, accenfa candela,reddidi, vt
vinum fub. limatum accendi folet, confuiripta all tem flamma, cyathusin medio
diuifus eſt,atque co potiſsimùm loco, quema qua fupernatans attingebat.Ita ex
curio. loexperimento, vitruin diuidere apud alios amicosnon lemel valuir
Gallinaceum ftercusà fungorum virulentia bomines tueri. ' Vngorummalitia,ex
multorum ex.. perimento, pleroſquevita priuauit quia autem homines ab illorum
elu ob luxus abſtinere nequeunt,referam quid àGaleno,tanquam arcanum,pro
iſtorú. Fe virulentia extirpanda,leu ſuperanda ada notetur.Erat in Myſia
medicus quiho mines penè ſuffocatos ab elu fungorum ad vitam ducebat, remedioa;
tanquam arcano quodam vtebatur: huncprecibus exorauit, vt tantum auxilium
aperireta Stercus gallinaceum ille adduxit, quo contrito ad- læuorem vtebatur,
et cum: oxycrato,autoxymelite propinabat in firmis, qui celeriter
omnesadiutiſunt. Hoc vſus fuitmox in quibuſdam Vr- r banis Galenus, et verum
inuenit: nain: qui præfocabantur, paulò poftvome bant pituitofum humoré omninò
cral hiſsimum, et exindeplanè liberati funt. Infuper Myſius ille vtebatur
huiuſmodi præſidio in diutinoColi dolorecú oxyo melite,propinato vino, velaqua,
cum felicifsimo fucceffu lob id Galenus ex Bolilongo dolore fpafmo correptos,ta
li remedio quoſdam perſanauit: nam et hoc colicum doloremaufert, qui caufa
ſpaſmi eſt.Ex Gal.16.simplic.cap.io. Varia deliramenta di vini
potentißimipotua.r exoriri. M 41 Multa Vlta equidem deliria in ijs,quia vino
potentiſsimo inebriantur, fecundùm humorum in corpore prædo-. minium ſuſcitari
ſolent:quippe iltorum nonnulliin riſum maximum mouentur, aliqui plorant,pleriq;
vociferantur, alij. profund ſsimo lomno quiefcunt.Refert Alphinus,in lib.de
medic, degypt. muliere quandam à vini potu largiori ebriam, primònimis euafifle
hilarem,atq; in ho.. mines la ciuiffe, quoscomplectebatur, et ofculis tenebat;moxèrifu, et cantu,
ad ram, et furias deueniffe ex quibus fami.. liares eam pertimentes,
præcauebant;de. inumin mæftitiam,vtdefun &tos lamě. tabili voce
deploraret;poftremò à fom. no oppreflam,omnem ebrietatem digef fiffe.Caufa
omnium eft, quia vinum pri mòcalefacit,fecundò adurit,tertiò refri gerat; ſi
potésfuerit, et immodeſte poti. Ego profe et ò quendam cognoui, qui a pud
Marchionem primum Sancti Marci dominum meum erat in culina,vt lances vaſaque
culinaria in dies-collueret; vo cabant Iulium Colauentre. Hic epoto vino grandi,
quodBeneuento pro domi 13 ni menſa forebatur in tam immanemde uenit ebrietaté,
vt Dæmoniacus appare ret,os,manufq; extorquebat,in fe ipfum fæuicbat, ia
&tabatq; membra, et infinita agebat deliramenta. Aulæ Sacerdos fa cris
libris accingebatur ad exorcizandú hominem: quando vocatus, ebrium illi effe
faffus fum,meoqueiuſſu ferula,mo Te puerorum, circa nates,flagelliſá; con
tačius, breui ebrietatem dereliquit. Syrium inter fydera.calidißime exiſtere
matuth., Riente Syrio tantum aëris concipi.. præ ardore langueſcant;canes in
rabiem trahuntur;furiunt viperx, et ferpétes; ftuant mariajaer occultam nocendi
qua. fitatem recipit;ſemina, ia era ſub tali ſy dere,minimènafcuntur: talis
profectò eft Syrij natura. Exlib.2.de Hydr.natur. Viterum in nuptis mulieribus
varios fuiffe mores, o confuetudines.. 3 MS Non
N.DE dumprima On vna equidem apud Veteresin. nuptis fæminis erat
confuetudo: quippe conſueuerát homines in finuPer. fico, littoreg;Orientali,
Virgines nobi. les nubiles haud deflorare, nifi brachijs, margaritarıım ļineis
ornatæ incederent:: ab id illæ in magņo.erantprecio.Deſije. a nuncmosille, et margaritæ
vilius illice. muntur.E « Garzi4 ab Horto. Catullus, in nuptijs Pelei, Tetbidw,
aliam natat con ſuetudinem, Virgo nupta, noctecun marito erat concubituva, ita
tra et abatur:ante coitum eiuscollinen.. fura filo circumdato meníurabatur,mae
nèhocrepetebant, quòd fi latius, quam vt filo comprehenderent, collum inueni
ebant, defloratam ça nocte cenfebant:ſin: Vitò dibilomaius,integram, aut antea.
fuille deuịrginatam habebant. Aļijalias. habuere confuetudines. Pupauetagrefte
mirabiliter Pleuriticum mere bum fanare, Efeet Galenuspapaueradolores miti gare,
atq; interanodyna reponiina multis locis referat;tamen agrelte,pleu, ritidem,in
lib deremed paras.facil.confel, - fus eſt perſanare. Aperiam quodà mo nacho
empirico mirabili fucceflu in hoc morbo fa et um vidi.Hic folia et ſemina
agreſtis papaueris,in vmbra exiccata,ſe cum continuo deferebat:cum autê quis
laterali morbo infeftabatur, eius confr lio ſanguinem à brachio ſecundum ca 1
nones extrahi curabat,mox deco&ú fo liorum in brodio pulli collatum, cum
drach.j.velj- iplius papaueris ſeminis capillamentorum, quæ poft colaturam
addebãtur,capiebat tepidè, et ieiunio * ſtomacho. In loco doloris hæc Epithe.
cata adhibebantur.Parabantur ex pul yere roris marini, et ſalis,farina, et aqua"
tres placentulæ,quæ ſuper calido latere in firmam ſubſtantiam ducebantur: hiss
locus,epithematis inſtar,fouebatur, et breui tim dolor euanefcebat, tum etiá:
apoftema rupebatur, et infirmus ad fa. lutem magna admiratione priftinam rew.
dibát, Corni plantam, Singuinarie,vel SörbiHydrom phobiam curatam fufcitare.
1.1 ter 276 Je Nterrerum admiranda, connumera tur aliquot plantarum energia,
quæ ſopitam, atque curatam in hominibus Hydrophobiam ſuſcitare, et renouare
couſueuere. Pluries etenim obferuatum reperio à Canerabidocommorfos, fi plă tam
corni, yel fanguinariæ tetigerintan. te annum exa et um, velfub forbo dor
mierint, ineuitabiliter in rabiem incide. Tę. Salius in lib.de affe&. part,
virus hoc potius à toto ſubſtantia, quàmàtempe ramenti ratione ſufçitari
prodidit; nec enim à taląu, necab vmbra intemperi es introducipoteſt.
Itaquemirabileelt, ab iis lopitam rabiem renouari, quod. fieri non poſſet,
niſicum rabidalue, ha plantæ aliquam haberent antipathiamy cuius alia potior
haud adduci poterit ratio, quam tetigimus, quod huiufmodi a proprietate
hocperficiant. Qua induſtria penenum illumptum deſcen.. diffe ad gibbum Hepatis
pèlinteftina. rognoſcere valeamus... iquopropinato,nullamajor me dicis, difficultas
exoritur, quam veneni refidentiam reperire, vtritè ca adhibe antur pręfidia,
quæ talia oppugnare re perta ſunt. Si enim venenum fuerit in ſtomacho,vomitum
proderit excitare; fecus autem,li tranſiuerit hepatis regio nes,Hiceft modus.
Ponaturoui vitellus cumalbugine, cum infirmi lotioin ma tula;fiinfra
paucashorasnigrefcit, et fee tet, venenum adiecoris gibbú peruenit; Tip verò
rugetur,çitrinefcat, et non fæte at, inteſtina haudtranfiuit. Hinc indica tionem corradimus, veneno ad inteſtina
Traiecto,non conferre vomitum prouo care, ExBAYTO. Plantas peduconfimiles;congeneres
retine YENİKHI€s. MVltis experimentiscomprobatum Teperio,plátas,fruticelý;
ligna, quę quadã aſpectus ſimilitudine cóueniunt, congeneres retinere vires.Sic
multi mea dicorum peritiſsimi locolingniGuaiaci, Buxo vtuntur;loco falſę
parillæ,ſmilace it aſpera, loco ſaſſafras, žylucftrifoeniculo; pro polypodio,
filicecligunt; protipfa M 7 na nyhor
leum pro myrto,liguitrů; pro ea buio,fambucum;pro china radicem no ftræ
arundinis;pro Rhabarbaro, hippo lapathú.Hçcn.facie corporeg; aſsimilá.
túr,proindecöſimiles vires habere exia ftimatur. Exlib.noftro de Hydran. Natur. Inter Arundinem. Fräcem,may
nam inefſe extipathiam. Aturali quodam odio inter ſe Fi lix, &Afando
diſsidere videntur: moritur enim filix, quæ ab arundinem: plantis circundatur;
et arundo quæ à fio licum virgultis: quo dudi experimen to agricolæ, arundinis
folia in colendis agris, vomeribus alligant, perſuaſi ab iſtorūdiſſenlu,
ſilices ab agris extrudere, &,vt audio votum in dies conſequütur. Apri
dentem ad Cynanchen, Pleuritiden mirabiliter valere. Agna eft efficacia dentis
Apriin NA ! uis eius oleo linino excipitur, ac locus affe &tus tangatur cum
pennę' extremitaa: tę,cx Arnaldo, et Auicenna habetur,bảo morbum præfeptiſsimè
curari.In curan da pleuritidenon minor eft virtus eius. propterea folent
practicantes admiſcere tum fyrupis,tum electuarijs huiufinodi dentis puluerem,benèpoſcentes
ab oc ! culta,&aperta proprietate talem pulue rem prodeſſe: quippè
extenuādi, et exic, candi vim habet. De hocdente mirum. feribitur;occiſo enim
Apro recentar,ip fius détes adeo feruere referüt, yt capil losadmotos
nonnunquam comburant. Id accidit., quia Apricalór magous eſt; dumý; occiditur,
ira et exercitatione fer uefcit; proinde dentespropter denſam ſubſtantiam,
magnamrecipiunrcalidita tem,cuius indicium ipmaeſt. Aparagos ju arundineros
fatosmirabiliter ex. crefcere. FAximuseft inter arundines, et af par gos
naturalis cófenſus;idcir... Iragos, et pulchriores, et core pore?s atq;
ſapidiores habere op tabit,ue, arundinetis leminare procu rabitquippe ex
naturali ſympathia mi rum in modum excreſcere, et germinare, animaduertet. Meani co qui MVltis profe& ò notiſsima eft, an Viero
gerentes eſu cotoneorum induftrios; acuri ingenij parere filios.. Mirab Trabile
eft illud, quodà multis de cotoncorum proprietate affirmari audio: ſi
enim.grauidæ mulieres,quàm læpius cotones-comedere folitæ fuerint, filios et induſtrios,
et maximaingenij pårere dicuntur:fiquidem cotoneis mia ram hanc facultatem
ineffe credunt. A. liud autem mirum in ijsreperiri apud Mizaldum legi,grauidas
mulieres háud parere, velfalte difficulter fætum ede re,ſi in cubiculo,
quotempore partus fuerint,cotosca feruauerint: credo ex eorum
conftringentiodore, velocculta. rationeid euenire. Heder am cum vinomiram
habere diſcordiam. tipathia, quæ inter hederam, et vinuinànatura infita eft; fi
enim ex hc deræ trunco cratera componitur, in qua vinum dilutumfuerit impofitum,pro
cul dubio vinum confeftim effluesfun detur aqua verò intus retinebitur,adeò vini
impatiens hedera exiſtimatur.Hoc ducti experimento nonnulli in vinise mendis
hederæ poculis vtuntur: ita e quidem num purum, vel dilutum vi num
exiftat;examinani, et cognoſcunt, Volatilium piſciumg;fecunditatis,Ginteria.
Tuprafagia. Oletin quibuſdam annis animanti bus quædam peculiaris peſtis graſſa
ri;hinc fit,ve (liannus valde pluuioſus extiterit(auium, volatilium, bombycú
ſericeorum,araneorum,erucarum,inte.. ritum videamus;piſcium verò ftirpiúq;:
fertilitatem, et valetudinem.Annus ay. tem ficcusvolatilibus (apibus excepris)
falutaris iudicatur;piſcibus verò perni... ciofius:ficut enim in angulto aere,
obim. pediram reſpirationein,fuffocamur, vi. uereque nequimus;ita piſces in
anguſtis aquis concluſi diu vicam agere mini mè poſſunt. Gallinarum adipem(accharo
obuolutam,vor modò a corruptela preferuari;verùm atque oleum redderepretiofis
fimun. Mira Mina Ira equidem eft facchari virtus, in conferuandis àcorruptela
adi pibus. Cum quadam hyemePrudenria filiamea gallinarum adipes collegiſſeter
acfaccharo albo benè conuolutasin va ſculorepofuiflet,æftate ſubſequenti, il
lud oleo femiplenum reperit, adeòpel lucido, vtcumad medeferret excellen tius
haud inueniri poffe iudicaui. Hoc licet illa pro exornandis capillisvtere tur,
tamen pro mitigandis corporis do loribus,pro carnis (cabritie tollenda, ae
liifque infirmitatibus vtiliſsimum effe į cenfeo:Quod autem mirabiliusiudicaui:
adipes illas:poft multos annos conſerua.. tas, eodem colore,atqueodore, quo re-:
centesin vafculo fuerunt claufæ anim aducrti. A quodam Chirurgo amicoet ia
nintellexi, humanam adipem faccha. ro conuolutam;per longifsima tempo ra à
carie, et rancido præferuari: quodiſi. ita eſt, credo in omnibusanimantiumde.
dipibus id euenire.Qrare Magpatú cor pora condienda melius faccharo imple. ta,
quàm aromatibus pofle conſeruari crederem;eò magis, quia hoc præſidio, corpora
in propriocolore, vi deadipe dixi perfifterent. Cucameres naturali odżo
oleumabborreres - aquam verò appetere. INteſtina iudicatur diſcordia, quæ in,
ter cucumeres, et oleum ineft: nam, et ijaquam,appetere.à lege naturæ viden.
tur.Proinde virentes, atque è propriis. plancis pendentes, vafcula ff aqua
plena ſübterhabuerint,adeò longius extrahús, tur, vtaquam inſequiex certitudine
ex. iſtimentur; fin autem oleum fub his fue. rit eie et tum procul dubio in
feipfos, ve Juti vncus, retrahuntur;fiquidem ij olei impatientes ex naturali
antipathia co gnofcuntur.ExMatthiolo, Mandragoram pitibusapplántatam,vim il tis
infundere ſoporiferam. T Antam habét Mandragora inducena, di ſoporem efficaciam,
vteius pom vel comeſta, vel odorata,quandoque ca taphoram exuſçirent. Illud
autem mi rabilc eft, vitibus Mandragoram com plantatam, propriam iis naturam
infun-. dere, adeò quòd vinum ex huiuſmodi: confectum ſophrem bibentibusinduce
reconſueuerit, vt Rhodiginus adnota-, uit. De Mandragora Iulius Frontinus
hiſtoriam feripſit Strathagemwoz.Arn balà Carthaginenfibus cõrra Afrosmit. ſus
fuerat, qui cùn ſciret gentem illam vini auidam eſſe,in quibuldam vini do liis,
quæ in caſtris habebat, Mandragore copiam coniecit,indeleui comiſſo bello, ex
induſtria celsit, fugamque ſimulauit. Barbari,occupatis caltris,auidèmedica.
tum merũ cùmhaufiffent, in captapho ram lapſi ſunt, et ab Annibale trucidatia:
Quando, Aegypti mortuorum corpora come dire foleant: E condiendis mortuorum
corporibus, Aegyptiorum ex monumena tis multa, tum ab Hérodoto, tum à Cæ. Jio
Rhodigino exempla afferuntur. Ae gyptii enimmortuoscondiunt, atq; do mi
feruant: Ageſilai cadauer cera condi. tum fuit, yt et Perfæ facere folent; Alex
andri corpus melle colitum eſt. Apud Iudæos exmyrrha, et aloe cadauera con
diebantar,vé apud Ioanné Euangeliſtam cap. Iceportabile equindependenciaenels
C. 19. legimus: quippeNicodemus myr rhæ, et alocs ad libras fermè centum mi.
furam fecit pro corpore Ieſu Saluatoris noftri condiendo. Magorum eratmos, non
humare fuorum corpora, nifià fer - ris ante laniata forent: Affyriorum Re gure
fepulchra in paludibus condita fu ile tradunt. Mellis vſum, vita hominibus
inducere diuturnitatem. Nenarrabili equidem potentia mel, corruptione cuſtodire
valeret, à natura productúeft:propterea Plinius l.20.maximè huius virtutem ad
miratur, ClaudioqueCæſari Hippocen taurum, exAegyptoin melleallatum, vt citra
cariem eſlet, commendauit: nam et hoc corpora computraſcere non ſinit; fiquidem
multi fenium longum mulſi tantum intinctu tolerauêre.Celebre eft mellis
exemplum in Pollione, qui cen tefimum annů excefsit: hicenim ab Au. gufto
interrogatus, qua ratione, &ani mi, et corporis vigorem, maximè cuſto
difíet,hocreſpódiſſe fertur:Melle intus, foris oleo. Proditur etiam Corficæ in
fulæ populos, ex aſsiduo mellis vfu, vi. tæ acquirere diuturnitatem, cuius rei
li cet Diodorus non comprobet exemplu eò quòd mel Corficú peſsimum cente at,
tamen non per hoc vſum mellis ad vi tæ produ et ionem improbauit. Gulinas
ouaparere quolibet anni temporefi femina urtica, velcanabisin cibis habuerint.
Scripſit Ariftoteles6.de Hiftor.animal. cap. 1, Gallinas toto anno oua parere,
exceptis duobus menlibus brumalibus. Hoctamen tempore, quo à fætura deti ftunt,
ferninis vrtica, et canabis auxilio faciliter gallinæ fæcundantur:fienim in
cibis iſtorum ſemina Ticca comederit, procul dubio tota hyemis tempeſtate, non
modò calidis temporibus oua pari ent. Hæc profectò earum corpora cale. faciunt,
et ad fæcunditatem diſponunt. Curyepbylatam infantium maculas è corpo Olent
tenella infantium corpora, dű vtero exiftunt materno, maculis 0 pore extricare.
Solenereexiftuntmaterno, quibusdam, næuis, lituris, veruciſque, quæ à matris
imaginatione fiunt, com maculari: hæcporrò quali ſigilla impri muntur,
&difficulter poft ortum elui poſluņi. Pro iis delendis principatum
habetCaryophyllata, cuius vis,& po tétia in huiuſmodi maculis extricandis,
mirabilis iudicatur.Sumitur enim plan ta hæc cum ſuis radicibus in fine menfis
Maij, quo tempore virtus vigorofror eſt atque à terreitate emundata, in alem
bicco deftillatur, mox ex aqua ſtil lata infantium lituræ maculæque Tæpius
lauantur, abſque dubio, eua. Deſcunt. Vrrica folia in lotio infirmi cuftodita,
vitam, vel interitumpreſagire. Ira equidem, ex abdito naturæ eſcrutinio, in
vica,morteq; infirmi praſagienda, vrticæ virtus,&potentia eft. Si enim
recensplanta extirpatur, ac -24.horarum ſpatio ia ægri lotio aderua tur,
vtiquefiviridis colore permanebit ex multorum experimentis,falutem, et vitam
infirmiſignificare dicitur:fin auté haud A cantu haud viridis
cuſtoditur,colorema; mura bit,mortem, velgrauepericulum deno tare, Ex Caftore
Durante. Philomelam axem miro conſenſu à viperade. pafci. Vis Philomela cx
cantu dulciſsi mo omnibus cognita eft; incogni tus autemeiusconfenſus eſt, quoà
Vipe rà depaſci permittit:dum enim ſub ar bore,in quacantans auis fuerit,
viperam viderit paulatim ex illa defcendit,&ad viperam accedit, vt illi
fiteſca. Ex Thoma Tomai. Caftorem fià canibus inuaditur, minimè te fticulos
fibi amputare. Linius,Solinus, et grauiſsimorú Scri ptorum multi,caftorem fibi
teſticu. los amputare referunt, quoties venato tes ipfum canibus aggrediuntur
quafi confcius exiſtat,quod(ijs reciſis ) à mof tis periculo ſit ereptus;
fiquidem vena tores hæc infequuntur animalia, vt ex his accipiant,quodad
medicinam vſur patur.' Rci autem veritate hi om. nes grauiter errant; quippe
caftor, Ppioru testiculi iuxta ſpinam inclufi funt, vt multis ex anatome
obferuatum. eſtiſte rum error ex velicis quibuſdam ortus eft, quæ in vtroque,
maſculo et fæmina, loco teſticulorum pendent, flauo plenæ liquore ad medicinam
vſurpatæ. Has vocant caſtereum aromatarii, teſticuii autem minimè lunt. Quo
atsficio miliciæ Duces, vt hoftes offen danti gnemmiſsilem perniciofum -con
ponere valeant. APeriam potentiſsimiigpis miſsilis, fiue artificiari
compoſitionem,cuius potentia tanta eft, vt eiusminimaItilla non modò hominem
viuum, verùmat que ferrum comburere valeat. Sumun turſandaracæ factitiæ lib.
1o. ſulphuris viui lib.4.oleiè rafa, fiue ex adipealbur ni ftillari lib. 2.
ſalinitrifib.j. thuris lib.j.camphoræ vnc.6.vini ſublimati, fi ue aquævitæ
optiinę vnc.14.Omniahọc lento igne bene mifceátur; deinde fupa obuoluta, atque
accenſa in ollis, in ho ſtes inijciuntur. Ignishic, infernalis di citur,tum ex
eo,quòd mirabilia agat; tū N atque ex Paracelfi impij ceſtimonio, qui retulit
fc à quodam Dæmone fuille hunc ignem edocum. Demoſthmen lingua duritiem,
quibuſdama Lapillis confregiffe. DEmetrius Phalereusalloquutus.com, quomodo
fibi curaſſet linguæ impedi menta ſciſcitatus eft.Habebat enim ille linguam
duram, et ſcabram, &proinde adoratoriam exercitationem impoten. tiſsimam ).
Sanatam refpondit atque la. xatam fuiffe linguam raſpondit ex non nullis
lapillisoreretentis, quibus loqui conabatur.Cuius Demofthenis præfidi í um
difficilem habentibus loquutionem faluberrimum iudico, vtexpeditius fer mo
citari valeat.Ex Plutarcho. Vinum quoddam àferpentibus venenatum, pleroſque
àdifficillimis morbisconfanaffe. Trabilise{t hiltoria,quęáProlpe Milocro Alpino,lib.4.de
Medic.Method. de vino à ſerpentibus venenato affertur In cella vinaria quidem
ciuis Ferrariz inter alia,vinidolium habebat, quod (i ne operculo diù apertum
extiterat: - et proinde compluresſerpentes,quos vul gus angues, et anzasappellant,ingreſsi
in vinum ſuffocati, et putrefa& i fuerát. Multiægroti ex febribuschronicis;
atq; difficillimis vexati morbis ignari,quod ſerpétes in eomortuielent, vinum à
ci ue emebant illud, quod guſtui gratum iudicabant, et breui fanati ſunt. Alij
ab huius viniſama ſuaui, cum paucos dies bibillent,itidem lanati funt, et poft
hos alijitidem eodem modo fere innumeri. Quare vinidominus tantæ vini faculta
tis admiratusvinum e dolio torum edu xit, et ferpétes complures ſemi putridos
inuenit,qui ré manifeſtá planè fecerunt. Veteres equorum lacrymas inter auguria
recepiſſe. Agnifaciebant veteres equorum Llachrymas, atq; ex ijs auguriun
vaniſsimumrecipiebant.Propterea ante Cæfaris mortem ad Rubiconemcqui dedicati
ab eo flebant,idquemagno au gurio excerptum eſt. Illorum autem N 2 inanitas,ſiue
ruditas vt ita loquar, mani feftiffima nobiseft:fiquidétépeftate no ftra fæpius
equos collachrymātes afpici mus, necperinde ex ijs alicui ſiniſtri quid
accidereobſeruamus. Vt ipſe non Semelexpertusfum, æftate potiſsimum equos
lachrymari conſpexi, idcirco vel illorum naturá efle,velmorbú iudicaui.
Crocimerallorum compofitio. Fferam Quercetani, Croci metal. Jorumcompoſitionem,
qui potens medicamentum tam vomitiuum, quàm purgatiuum fimul eſt, variisque
affecti bus accommodatum. Præparatur cum zquis partibus MagnefiæSaturninæ, et Nitri
inuicem mixtis, et inflammatis in quodã crucibulo vt vtar artis vocabulis, et remanebit
quædam materia calcina ta in colore Hepatis, quz puluerizata, rubicunda apparet
inſtarcroci Martis, quæque dulcoranda eft: Doris -grana x. vel xij.cum vino,aut
ațio liquore. Hominis compoſitionis mirabilia. Ntet mirabilia, quæin hominis
com I pofitionecontingunt,illud quidem mirum eft,quòd tali corporis fit colla
tusproportione,vt partes omnes pera. que toti cópofito correſpondeat. Licet
auto in eius ftatuia nec certa nec deter, minatareperiatur mēſura;ex hominibo
enim aliquibreues,aliquilongi ſunt;la pienus nihilominus perfectioré homi. nis
ſtaturam è ſex pedibus cóftareiudi cauerunt, vel quod ſaltem feptem non
trárcédar.Interproportiones voluit Vi truuius cubitum quartam partem totius
corporis exiftere; eandemſ;penſurat. eſſed capitis vertice, ad pectorisinitisko
Manus longitudo à cõiun &tione ad mee dijdigiti extremū corporisdecimapars:
eft.Facies à capillorum radicibus ad ex® tremum barbę,eade eſt menſura.Maior
pollicis coiú et io,oris eftaltitudo.Tota manustotius faciei menfura eft, Maior
iudicisconiun &tio, frontiset altitudo, cilijs fcilicet ad capillorum
radices; cæ teræ autem iftius coniun et iones, nafi longitudinem
oftendunt:Hominisproe funditas, ſi ſub brachiis, pe& ore, et hu
merismeluratur,ftaturæ illiusmedietas: 3 reperi inanitas,ſiue ruditas vt ita
loquar,mani. feftiffimanobiseft:fiquide tépeftate no ftrafæpius equos
collachrymātes afpici mus, necperindeex ijsalicui finiftri quidaccidere
obſeruamus. Vt ipfe non femelexpertus fum, æftatepotiſsimum equos lachrymari
conſpexi, idcirco vel illorum natura efle, velmorbú iudicaui. Crocimet
allorumscompofitio. Fferam Quercetani, Crocí metal. A medicamentum tam
vomitiuum,quàm -purgatiuum fimul eſt, variisque affecti busaccommodatum.
Præparatur cuin zquis partibus Magneſiæ Saturninz, et Nitri inuicem mixtis, et inflammatis
in quodá crucibulo vt vtar artis vocabulis, et remanebit quædam materia calcina
ta in colore Hepatis,quz puluerizata, rubicundaapparetinftar croci Martis,
quæque dulcoranda eſt: Dofis -grana x.. vel xij.cum vino,aut alio liquore.
Hominis compofitionis mirabilia. I' poſitione contingunt, illud quidem mirum mirtim
eft,quod tali corporis fit colla tus proportione,vt partes omnes pera quetoti
copofito correfpondeat. Licet autē in eius ſtatura nec certa,nec deter, minata
reperiatur mēſura;ex hominibe enim aliquibreues,aliquilongi ſunt; la pienas
nihilominus perfectiorë homi nisſtaturam è ſex pedibus cóftareiudi cauerunt,
vel quod faltem feptem non trárcédat.Inter proportiones voluitVi truuius
cubitum quartam partem totius corporis exiftere;eandemg;menfurami eſea
capitisvertice, ad gedorisinitiúko Manuslongitudo à cõiun et ionead mes
dijdigiti extrema corporis decimapars: eft.Facies à capillorum radicibus ad ex
tremum Barbę,eadé eſt menſura.Maior polliciscóiú et io,oris eftaltitudo.Tota
manustotius facieimenfura eft, Maior Indicisconiun et io,frontisettaltitudo,a
cilijs fcilicet ad capillorum radices; cæ teræ autem iftius coniunctiones, naf
longitudinem oftendunt:Hominisprop funditas, fifub brachiis,pe et ore, et hu
merisméluratur, ftaturæ illiusmedietas. 3 rreperitur. Cæteræ partes cum
aliistra. bentrationem,vtſuperius tetigimus. Apedumnaturam mirabilem effe. IN
Neer terreftria animalia,Aſpidum ne, tura mirabilis iudicatur. Ex his enim mas
et fæmina infimul vitam agunt, ta. tula; amoris affectus inter ambdsinge ritur,
vtfi cafu illorum alter occiditur viuens occiforem infequi, quouſque fo
dj,necem vlciſcatur,hauddeſinat.Quod autem mirabilius eft,ex Plinij, et Ifidori
Teſtimonio, occulta proprietate occiío on noicit,(talem ifs natura indidit )
igi quemIrruit, licet in quantovis hominu agmine reperiatur. Præceptum ergoo.
mnibus eflc velim,vtocciſo iſtorum ani malium quopiã,celeri fugaiter occiſor
arripiat,ne à compare animali veneno fiſsimoinfeftetur, Leporesomneshaudeffe
bermaphroditos,con traVeterum opinionem. Mneslepores vtriufq; lcxusexiſte re
voluerunt Veteres, quod et M. Varro ctiam tradidit. Error tamen eſt, vt
diuturna docuit experientia, quama feulos fculos à fæminis lexu eſſe diſcreros
cognitum cft. Porrò tantorum inſcitia, abhoc, vt reor,ortaeft, quia in leporum
genere lępius, quàm in aliis animantibus hermaphroditos reperimus: inde Hebrei
naturæ arcana intimiùsſubodors tes, leporéfæminino vocabulo léper ex planarunt,
ARNEBETH, eò quòd in iis foemineusſexuspræualet magis.Rej ve ritate noomncs
hermaphroditiſunt,vt ex peritiſsimis venatoribus audiui; exic et ione multorum
cognoui,ficut.com iam Bodinus edoctus fuit,vtivrhluth confitetur. Equidem
Hermaphrodig plurimi funt,fedfæcunditatem fervita. rumminimè recinéignecmares
vnquam vtero gerunt, necminus fuperfætant. Mirabilen eße Imaginationis po
tentiam n vtero gerentibus imaginationis po tentia apertè cognoſcitur.Si enim
illæ inter virorum amplexus, et fuauia,ali quid intensè cogitauerint, facilè in
in.. fántium corporisexternis partibus imax ginata imprimunt. Hinc variæ rerum
formar Ire N forme,næui,lituræ, verrucæ,
et alia figa na in infantibus impreſſa conlpicimus, Lingmultæ ex leporum obeutu
fætuse-, dunt ſciſſolabello,aliæ fimis naribus,ore diftorto, vultumonftruofo,labris
turpè prominentibus,corporedifformi,ocu-, liſq; horrendis infantes genérant:
quia conceptus, vel grauidationis tempore, turpia,monſtruoſa,& horribilia
fixa co gitatione excogitarunt-Fæminisidcirce, præſertim nuptis, pulchras imagines
da mihaberecófulerem,atq;à turpibus av effe,ne pręuia imaginatione fætus mó.
Atruoſos, turpefá; concipiant. Veteres, Climaftericos annos admodum ti muiffe.
1 A mationis apud Aſtronomos exi ſtunt &re vera videtur in quolibet anni
feptenario quædam hominis mutation deò quod, ficuti in morbis dies criticos
timemus,ita in vita hominum annosClin mactericos,qui à multis ſcalares dicun
tui, quòd gradatim eueniant.Sunthi an ni, .Inte hos annos 49.63. magis
periculosos credunt; quiaconſtant è feptenario, duplici, &nouenario
complicato,obfero uatumq; àgrauibus auctoribusreperio, maiorem hominum partem
io anno 63. Mori contingere.Idcirco hos veteres ada modumpertinebant,&, vt
capiturin Gellio lib. Auguftus itaſcripfit ad Ça ium nepotem:Spero te lætum,
&bene uolum celebraffe, quartum et fexagefi mumannum natalem meum:nam,vt vi
des,Elimactericum communem fenio rum omnium, tertium et 'fexageſimum annum
euafimus. Dehis tractatum edi dit Iofephus de Roſsi à Sulmona vtilem
&jucundum. fMundiprimordiisinter homines, es ferpema tes
antiparhiaminfurrexiffe. IRRreconciliabile odium eft, quod inter homines,&
ferpérescadit,adeò, quòd expauefcit homo fi ferpentem inuenit, antvidet;magis
autem fæmina: fiquidé obſeruatum audio gravidam mulierem (vifo ferpéte )præ
timore abortire.Hu. ius difcordia illa ratio potiſsima eft quodàmundiprimordijs
ínterkanc, et QUnca Semuan -illum Gt ſtatuta inimicitia, et irreparaa bile
odium, quo altera-, alteram fpecia em inſequatur. Carolum V I. Francorum Regem,
Ceruum 4 latumpro infigniprimò habuiße. Iluanettum Rex Carolus venandi cauſa fe
contulerat, canum latratibus excitatusin fugam Ceruus, æneam tore. quem
collogerere viſuseſt, quem vena bulis,aut ferro appeti Rex prohibens,in calles,
et retia compellit.Erarin torque latinis litteris infcriptum:HocmeCçſar
donauit. Exeotempore Caroluserua alatum pro inſigni habuit; &alii,regibus
inſignijs (quęlilijsaurcis tribus conftát) circa latera, Ceruos duos apponere
con fueuerunt. Gaguilis in vita Carol. V I. HANC. Reg. Insaanimantia confenfum,
&difcas diane ineffe. Vllidubium inter animantia fym pathiam, et antipathiam
efle inter trpiantes ſubditur: fiquidem muſtelam miro eiulatu in bufonis os
deuorandam inueherelegimus; et bufonern in ferpen Npathi Lisa I tis,botræ
vocati, os ingredi.Inſuperci cutam, fturno eſle cibum; homini vero venenum in
dies obſeruamus: atqueveo Fatrum cotumices nutrire, hominem autem lædere non
eft ambiguum. Senaterem quendam, exconiuge liberos ſur dos,
&mutosfufcepiffe omnes. nature. omnesex, &mutos ſuſcipi,itaequidem à
Fernelio obferuatum eft in quodā Senatore.Cre didit Ambianus huius reiobfcuram,
et cæcam eſſe rationem, mihi autem altera fubeft, quæa Phyficis minimè differt:
fi quidem auditio grauis, atque ſurditas quæ à natalibus viſa fit à conformatio
nis vitio exoriens, hæreditarios mor bosgenerare creditur, et perinde libe ros,
exhuiuſmodivitioſis,ſurdos, &muin tos excitari:fæpè autem non in filiis,ſed
! in nepotibus hæclues oriri videtur. Apud Garamantes. mirabilem fonterros
obferuari, Dmiranda profe& ò, eft fontis il.com ARJiusproprietas, quiin
oppido Der 1 bris apud Garamantes reperitur. Hices nim die friget, no&c
verò æftuat; adeò quòd memoratu incredibile videtur, quomodoin tambreui
temporis fpatio tantam natura ſui faciat varietatem. Equidem, quinoéte fontem
afpicit, ibi flammasignefqueæternos exiſtere cres dit:quiautem die hyemales
ſpectat: fca. tebras, vtique fontem perpetuò rigere exiſtimat. Propterea Debris
apud mudi nationes inclyta eſt: eius enim aqua qualitatem excæleſti
vertigine,mutare confpiciuntur.Ex Solino. Quo artificio Caminus per ſuperiorem
"api cem ſolum fumum emittere valeat. N Caminorum fru et ura,.non modi aim
tufferimus laboris, ne ignis fi molimtesin nos ipfos erumpant: fiqu. dem in
ventorum mutationc facile fit, vt fumi quandoque potius defcendant;
quàmadapicem aſcendant: ventorum enimvisillos deprimit, deſcenderequc
percaminum cogit. Egotale ad fumi ferlum impulfionem excogitaui artif. simm.Struktur
Caminus, cuiusfuperius fafti. zor faftigiu rotundú fit,ibique foramen la
pidibus fi &tilibus conſtructum fit: mox ahenum inſtar tympani ex-ære, in
cuius latere feneſtella extracta ſit, fuper lapi des affigito: ftylifớ
ferreisfubcingito; ita tamen,ve intus vagari, mouerique commodèpoſsitapta demum
fuper fer reos ftylos, et lebeten?' ex ære infuper vexillum,quod feneftellam
fubiec dia recto habeat,taliq;induſtria,vtin quo libet vexilli motu, moueatur,
et calda riumin gyrum,ita profe et ò è feneſtella, ventis
oppofita,fumuserumpet, et non deſcendet.Pleriq;, vt fpero, huit noftro fcruinio,ineliorem
addent Atructuram. meamque opinionem noníſpernent. Adconftruendum celerrime
Horologium muncrabile in paritte. Ncoritruendis, pingendiſque ſolari, bus
Horvlogiis, non modo lintā me ridianam,opuseft imienire, vthorarum tempus
fidele reperiamus, rerum atque Ortum, et Occalum, Borcam, &All ftrum cum
Aquinoctia, et Solftitia: in is.n. Solarismotusquarnaxime variat. N 7 Ego quidem,
vt labores fugiamus, tale excogitaui artificium.Globum planum. extabula lignea
formato in cuius medio ftylus ferreus ſitus fit;diuidito mox glo. bum lineis,ex
centro ad extremum du cendo illius in 24,portiones, demumin globiapice horas
ſignato, &vltimo in patiete contra Solis radios affigito. Vt auté ex
Solaribus vmbris diei, horas ve nari poſsis,Horologium portatile afpici.
conglobumý; ad horam illam accommo. dato:ita profectò,abfq;alio auxilio, ce
ferrimèHorologiumvmbratile in pari cre habebis.In Aequinoctijs, et Solftitijs 1
eodem portatilis Horologijauxilio,fa. cillimè ad horarum æqualitatem globů
reducere poterimus. Infancium pir uitam, è capitefluerem, quo artificio
Chartaginenſes fiftere procurandTing, Xinfantium pituita, in capiteredú.
dante,plerique fuecedunt morbi in. ter alios, morbus comitialis exoritur, qui à
multis puerilis vocatur, quòd ijs,ve plurinum,eueniat.. Vt autem infantes ab huiuſmodi
pręſèruarent Pæni, illorú vedas capitis lana ſuecida inurere,pitu. itainý;
fuentem hoc præfidio compefa cere conſueuerunt. Athiopes infantes te ditos,ab
ipſo quoq; natali die,in fronte adurút,ita profe et ò tumcapitis, tumo culorü
humorfiftitur. Apud Inſubress. ex teſtimonio Mercurialis, et pleroſque
populos,veícribit Scipio Mercurius,l ditos infantes fetonein collo muniunt,
quod falutáre experti funt aduerſus mor. bos,qui à capite Huunt, Inmise rasis
pluuie,quapotiora ixdiceniny præfagia. pluuiam imminentem,tum ex Gallo rum
cantu intempeſtiuo,tum ex fre quenti cornicis crocitarione multi præ
dicunt.Hisautem addendum puto muf cas(ca imminente)pulice's, pleraqzani malcula
à furore vexari, intentula;mer il dere:hæc enini à vaporum inaerem ctc. rationc
à radijs falar bus perturbantur. Infuper (pluuia imminente )odoris fra. grátia
in floribus sétitur;apes ad alueária - sedcut;bufones, vermeſi;èterraakédut
Brina vifa eft per dies præcedentes; catti manibus caput, quafi linientes,
compri munt; ouescapitacommotient:afini hu miles habent aures; ftercora fumát,
ma legue olent.Horum omniumratio, va poresàSole exhumidisfublatifunt:pro. inde
animalia,cerebra humida habentia, nonnulla magis extorquentur. Vinum à
Verrribus fuiffe mulieribus inter di& um. Agna fuitVeterum à vinivfuab.
Itinentia:illudautem adeò muli. eribus erat interdi et um,vtcapitale iudi. cium
inirct,quæ vinum biberet. Porrò inoleuit confuetudo,vtcognati, et affi. mes,
mulieres ofcularentur, ore explo rantes, an ex vinum bibiffent. Idem ve
fusMafsilienfibus, Mileliis, pluribus; Græcorum, &Barbarorum gentibusin,.
valuit, apud quos muliereshydropota, et viri erant abftemiz: Intermemoran da
illor um temporum,EgnatiusMetel fus, vxorem, quod vinum biberet,fufte necafe
dicitur. Quo artifii io è plumbo Antimonii flores ex Habere paleamase Ape nij,
fiue Stibinon femel extrahere Periam artem,qua flores Antimo à plumbo valui,
quo præſidioin multis corporis affe et ionibus feliciſsimo euétu voor.Capito
Plumbicampanam, è qua aromatarij rofarum aquam ftillatitiam extrahunt; hæc
habet æris fundum: tu verò txargilla eligito,quodacerrimoa etto fupra
medietatem implendum con fuilo,eaq; induſtria,qua rofæ ftillantur, in aceti
deftillatione carbonibus bene ignitisagendum cít:caue tamen, ne totus fillet
acetum, ne aqua extracta vftioné fentiat.Hæcaqua auri colore eft, fapore xerò
facchari, et mellis; mirabilis tamen tum in potu, tum extrinfecè vfurpata, ob
ftib j flores ex plumbo extre et os. vomitu, et aluo purgat, ob id frigidis
affectionibus,obſtructionibusý; vtiliſ. fima': In vlceribus putridis, fætidis
acoribus, ſcabie, herpere exedente, et aliis huiuſmodi,maximi eſt valoris.Doe
ſis in potu ſît vnc.ij. Deforisad placitū. Clarorum virorum exitum aliquot inte
felicem fuiffe Aniene fluuio Aeneas poft tot vi. et orias, torque clara
facinora periiffe dicitur: nec diſsimilisRomulo, Cæfari, Alexandro, Annibali, Scipioni,
Iugur thæ,Mithridati, atque alijs innumeris mors ſucceſsit:per quàm n. pauci
viriex iis, qui clari,atque illuſtres tum virturi bus, tum fortuna habiti funt,
quos non infælix exitus,tanq: á pro exemolo,fós offentäuérit porterial text
caligero. Defipientiam, mulierum natuefamiliarem indicati. MVlieres vtero
gerèntes,fiàphrenia tide capiuntur,Galeni teftimonio, rarò confanefcere legimus,
vt fcribit tamen Cælius Aur.femper minus graui ter,minuſquc periculosè, quam
viri,mu lieres ægrotant.Hoc autem, vt Merci. sialis opinatur,ab alia ratione
continge re non poteft, quam ab ipfarum natura, cuius familiarius eft
defipere,quam viri. Mirabile Annibalis, contra Romanos nauala fratagemia.
Nfolita,& mirabilis Annibalis milita Eisafutia contra Romanos iudicarur: hic
enim bello naturali cum iis dimica. curus, cum impares vires habere anim
aduerteret,rale ſtratagema inuenit. Ser pentibus, quorumvenenumconfeftim
enecat,pleraſq;ollas impleuit,opertasq; repente in hoftes iaculatus cít, quorum
ictibus plurimi cecidere.Hifceftratage matibus vir hic tanquam alter ſerperis,
multoties hoftium manus effugere con fucuit.Ex Gdenoin lib.de tbet.Akrijon
Ambarum cum vino alicui exbibitum, cena feftiminducere ebrietaisn. Mbarum, quod
à vulgo Ambrageye ſea vocatur,fomiſsisatiopam falfos opinionib et bituminofis
fontibus,qui in maris profunditate exiftunt, oritur, Hocautem primòliquidum eft,cùm
ve rò aquarum impetu ſurfum rapitur, ex aerisfrigiditatecondenſatur, et Amban
rum fir:Siquidem in maris concauo, ple raq; mollia,teneraque obfèruantur, et interalia
Coralliú, quod ex aqua exea ptum, citiſsimè lapideſeit. In Ambaro illud
mirabileiudicatur, quod ab alique antequam vinum hauriat,odoratum, ina sttar
ebrii eladat: cum vinoa, propina tū,confeſtim notabiléinducere ebrieta tem
multis experimentis eft comproba. tum. Ex Simeone Sethi Greco auctore. oleam
Lathyris Tympaniam, Colicas, affectiones mirabiliter ſanare. Irabile quidem,quod
è Cataputię -ſeminibus extrahitur, oleum eft, quippein expellendismorbis,qui à
filao tu luccile;frigidis oriuntur, principem habet locum.Contundantur huius
ſemi na, atq; in aquatam diùebulliant,vt ex cocta videantur;mox oleum in aqua
fu pernatans cochleari colligendúeft. Mos eft apudIndos tale oleum cómodius per
decoctionem, quàm expreſsionem cola ligere. Vfurpaturhoc feliciſsimo fuccef.
fuin Tympania,colicis, iliaciſq;dolori. bus,ftomachiaffe et ione,aurium furdita
te,atq, in iis morbis,qui à ſuccis frigidis, fatua;fiunt. Huius gutta aliquo
lique re in potu ſumpta aquam citrinam euan euat,in articulorumq; doloribus
pitui tam, humoreſque frigidos. Extrinfecè vfurpatur in omni Hydropis ſpecie:
vbi tamen flatuofitas viget, maximam in expellenda proprietatem habere vi
detur. Ex Don Garzia ab Horto. Verenum à
diſsimili extingui; à fimili vero angeri. Hocpropriumelle veneni,àfapien
Lrioribus proditur, à diſsimili ex. tingui, et a ſimili augeri, et robuſtius fi
erizea propter non femel à perfidisho minibus exhibita venena nullius valo
risfuifleobſeruatum eft,cùmeadiſsimi libusfuerint fociata. Aconitú, et Napel
lus miram retinent vim necandi, com pefcitur accamen corum potentia à ve neno
diſsimili, ex quorum diſsimilitu dine,vtriuſq;vis hebetatur.Mira eftAu. fonii
hiſtoria de vxore mæcha, quzma rito venenum propinauerat, vt a. illud robuftius
effet, Hydrargyrum miſcuit ex quo toxici virtusdempta eft, et vir immunis
euafit. Hoc epigrammate ille monftrat; Texica Zelotypadedit vxor mecha marito,
Necfatis ad mortem, credidit effe datum: Miſcuit HA Mifcuit agente lethaliapandera viui,
Cogeret vt celerem visgemindanecem. Digid at ber fiquis faciunt difiseta
venenü; Ansideram fumet,quiſociala bibet. Ergo inter fefe dum noxia pocula
cortant, Cele lethalisnoxafalurifora Protinus,Go Vacuos duipetiêre receffiua,
Lubrica deie& is,quaria nota cibis. Quanpia cura Deumprodeft crudelier
vxor, Elçüm fata voluns,bina venena juuans. Cornelij Celfy de valetudine
fanorum bomsi num conferuandatutißima præcepta. Nter grauiſsimosmedicos,&
fcripto res,nemo eft,qui in conſeruáda fano rum hominú fanitate oculatior
exiſtat. Afferă ciusverba ', ytfaluberrima iſtius præcepta rectius
intelligantur.Sanus ho mo,qui, &bene valet, et ſuæ (pontis eft, nullis
obligare fe legibusdebet, ac neq; medico,ncq; dcalipta egere.Húcoportet varium
habere vitæ genus, modo ruri eſſe,modòin vrbe,fæpiuſý; in agro: na uigare,
venari, quiefcere interdum: fed frequentius fe exercere.Siquidé ignauia corpus
hebetat labor firmat; illa matură lepc ſenectute, hic longăadoleſcentiá reddir.
Prodefteciâincerdúbalnco interdú,aquis frigidisyti;modòvngi,modòipsú negli
gere:nullú cibigenus fugere,quopopu. lus-vtatur:interdú in cóuiuio eſie, inter.
dum ab eo ſe retrahere:modò plus iufto, modò no ampliusaffumere:bis die poti us
quàm femel cibú capere, et fèper quá plurimum,dummodo hunc concoquat. Secl vt
huiusgenerisexercitationes cibi queneceſſarij ſunt;ficathletici, ſuperua. cui.
Nam, et intermiſſus propter ciui. les aliquas neceſsitates ordo exercitati.
onis,corpusaffligit, et ea corpora, quæ more eorum repleta funt,celerrimè, et fenelcunt,
et ægrotant. Hæc firmis ſer: uapda fune,cauendumquene inſecunda valecudine,
aduerfæ præſidia cenſum mantur.Ex lib.i. Socrati à familiariDeironcde Plasonis
indole Somnium fuiffe immiſſum. Solene quandoq;malifpiritus homi nibus fomnia
ingerere futurarum re rú, vel Dei permiflione, vel vt nos ipfos dedecipiant.
Hinc Socratem legimus, vidiffe per ſomnium,oloris pullum ſibi in gremio
plumefcere, qui continuò exorcispennis et expanfisalis, in altum aduolans, fua
tiſsimos cantus edebat. Poftridie Pla tone adducto, hic eft (inquit ) Cygnus, quem
ego præterita nocte cam fuauiter canentem fomno videram. Hocfomnium, ve fcribit
Henricus de Aſsia, à fpirira fa. I miliari, ſub forma Cygni, quem Athe
nienſesVeneri dicarunt, fuit immiſsum Socrati, vt Platonem in diſciplinam re
ceperit ', à quo, quum ipſe uilil ſcrie ptum reliquerit, dulciſsimi ipfius et Caluberrimai
fermones proderentur, Magia ſeu inc antatianis ris. Onmeras eſſe præftigias,
quæ magica? arte efficiuntur; multis exemplis notum eft, fed vno in primis,
quod deſcribere vifum eft. Rufticus quidam magnis doloribus ventriculi vexaba
tur:: quos etfi variis, medicameutis depellere cogar zur illi tamen non 1 ceffarunt,
fed potius in dies recrudeſcere vifi funt. Quare agricola doloruin impati ens,
cultello ſibi guttur abfcidit. Dum au tem tertio die mortuus ad fepulchrum ef
ferretur, à duobus chirurgisin magna ho. minum frequentia, illius ventriculus
iraci. fus eſt. In ee (res mira, et prodigiofa ) lignum teres, et oblongum,quatuor
excha. lybe cultri, partim acuti, partim ferræ in. ftar dentari, ac duo
ferramenta aſpera re. perta fuerunt:quorum fingulaſpithamęlos gitudinem
excedebant. Aderat, &capillo. rum inuolucrum globi inftar. Credibileen
fanè, hęcin ventriculi cauitate congeſta fu iffe, non alia arte, quàm Dæmonis
aftu,& dolo. Quo artificio epiftolam, in ouo celatam alicui afcribere
valeamus Nter ſcripturarum furtiuarum arcana non infinum locum tenere exiftimo,
in ouo epiftolam celare, atq; amico ſcribere, Videbis enim oui putamen illæſum,
mun. dung; illo tamen exempto, difruptos; cha paeteres apparebunt. Aperiam
ſecretum. S? Atramento, ex gallis, alumine &aceto con. fecto, in ouicortice
literas ſignabis, votum pffequeris. Has oportet in Sole calente ex ccare, mox
ouum in muria concoquere ita enim à cortice characteres euaneſcune, et ad
interna gradiuntur:ſiquidem putami. ne exempto, notæ oui durato albumine in
ueniuntur Ex.Carolo Stephano. In aquafrigida captanda maximum veterum
fuiffeftudium. Aximam antiqui curam adhibebát, vt aquam frigidam pro ætatis in.
cendio temperando conferuarent: quareex niuibus eam parabant, vt
Athenæusretulit. Dequa re perbellè loquebacur Seneca, et panas montium in
voluptates transferunt, Alexandrini aquam Soletepentem, in fene ftris ad
ventorum incurfus exponebant, vt poctu frigeſceret;manè autem inte Solis or
ruin hani ponebant, folijſque lactucæ, ac que pampinis iniectis frigidam
tuebantur. HocGalen.parrat.6. Epidemior. Plasarchu: 6.Sympus cotibus et filicibus
aquæ inietti hoc fieri fcripfit. Neronis autem in re har ftudium nobiliſsimum
fuiffe proditur: ise genim, vtninis voluptate, ablque njuisia iniuria fruererur,
feruentem aquam vitro immifiam in niues refrige jarimandabat:Ex Heur nie. Ecua Fæminas
in prima menftruorum eruptione in Venerem maximè incitari. e Erunpune,fceminis
bera exurgunt:Pana guis ille,inftar occifi animalis videtur, atq; in maiori
copia erumpit, cùm vbera ad du os digitos prominent, que tempore puella rum
vocem in grauiorem mutari confpici. mus, Illud autem maximè adnotandum eft, in
prima menſtruorum eruptione puellas in pudendis,valida tentigine, prurituque
core ripi,ex quo ad Venerem incitantur: quare per tempus illud cautè cuſtodiri
exiſtimo. Ex Arift.7.de
Hift.anim. Qua induſtria Aegypti lapides à vefica,abfiga incifione extrahant.
Irabile quidem eſt Aegyptiorum ftudium in extrahendo lapide à ve fica abſque
inciſione, quando noftrates me dici, lapidarij ſine illa facerenequeant, idque
cum magno languentium vicę periculo. Hiligneam
cannulam accipiunt, octo di. gitorum longitudine, et digiti pollicis latia
tudine in opere abfoluendo. Hanc colisca nali admouent, fortiterque
infufflant;neau. tem flatus ad interioraperueniat, extre. mū pudendimánu altera
perftringunt, fo. samen deinde cannulæ claudunt, vt virga 0 % cabang M N
eagalisiotumeſcat, latiorq; fiar. Quo facto miniſter digitoin ano pofito,
lapidem pau Jatim ad canalem virgæ, atq; in eius vasex tremun deducit. Quivbipræputio lapidem
appropinquare ſentit,cannulam à virgæ ca nali fortiter, impetug; amouet, et lapis
ex. trahitur. Ex Alpino. Mult a praſidia ab animalibus, bomines accepiffe. On
pauca equidem præſidia funt, quæ ad hominum tutelam ab animalibus accepta ſunt.
Chelidoniæenim virtutein ad oculorum morbos ab Hirundine accepi. mus, quæ hanc
conquirit herbam,vt furorú filiorum oculos, vel vitiatos, vel.cæcos cu rer,
Fæoiculi virtutem ad eandep tutelam ab'anguibus didicimus, Ab Ibide, quæ in
ftar Ciconię auis eft, clyftris vſum habui mus: nam et illa roftre marinamaquam
al lumere folet, illoſ; pro clyfteri vtitur, vt ventrem nimis onuftum exonerare
valeat. Inſuper marinus equus, Hyppopot mus di etus, venarum fectionein nos
docuit: illef. quidem mala oppreffus -valetudine, ad re center fuccifas
arundines graditur, acutio. riſ;cuſpidefanguinem è cryrjuin venis adi mit. Quod
autem in hocmirabile eft, vela guinem cohibeat, in fimo, vel cono volutatur, et
ica vitam tuetur, et fanguinem fim ftit. Ex Plinio, alis. Equorum teft:cilos ad ſecundas
depellendas miram babere pirt utern. Ingularis profecto Equi teſticulorum ad
nulierum fecundasdepellendas eft pro prietas, adeò, quod teftatur Genſerus in e
pift. Rufticum quendam, quinquaginta in puerperis feliciter hoc vſum fuiſſe
reme dio. Vfus eit et Horatius Augerius in plu. ribus mirabili euentu:
præſtantiſsimuin id circo à grauibus auctoribus indicatur re ne diun),nam, et pluribusiam
deploratis pro fuit.Capiunturteſticuli equ: caftrati,& tria ftillatim
conciſi in forno exiccantur, quorü puluis quantum capitur tribusdigitis è jure
bibendas datur in neceſsitate; idé; fi opus eit, bis, auc ter reperitur.
Humanam faliuam Scorpiones interimere. Ominum faliua Scorpionibus infe
ttiſsimum venenum eít, adeò quòd ca tacti confeftim intereanc. Porrò ijs,
ſaliua fora ſubſtancia aduerfaelt, ve Galenus lib.io fimp, medic. experimento
confeffus eft; ist. nim à fola faliua morientem vidit Scorpio. nem, id;
celeriter patientem à faliua elue riencium, aut fit jentium; tard autem ab 3 illis,qui
cibo, potuque fuerant impleti,ina. liis autem proportione, Apium
riſus,bominesridendo interfi. cere. Scelerata eft herba quæ Apiamrifusdicia
cur, quod ridendo homines interficiar: fi quis enim gnftauerit ieiunus vtique
ridendo exanimabitur, vt Apuleiusteftatus eft: Ex hacillud adagium ortum habuit:Sardonius
siſus; nam et Sardonia eriam vocatur.Porrò on ex rifu, qui hác guftauerint,
moriuntur fed potius,vt placet Saluſtio neruos labio rum, et orismuſculosillius,
qui eam come dit, contrahere facit,adeò, vtridendo mori videatur. Qua induſtria
Partbi, Scytheque Sagittarum aciem venenajunt: AR'thorum, Scytarumque toxicum,
quo fagicrarum acies inungi folebant, humano fanguine, et viperinaſanie confta
bat, tantæquc feritatis erat hoc venenum, ve leui tactu animal interimerer,
Equidem Scythæ viperas recenter enixas venantur, eaſque diesal.quoccontabelcere
finunt, do necip fapien putre.cane, mox com visus hominis fanguine in ollam
effuſo, eam ex quifite coopertam; fimoque obrutam com putrefcere finunt, cuius
demum.1. ick or fan. PAT fanguini ſupernatans, fiue ferum cuni vipe rarum
faniecommixtum lethale Scytharum toxicum eft. Ex Arift. Plinio, et Langio.
Succinumpterogerentibus exbibitum, mire partum accelerare. Mvicis experimentis
comprobariaudio ſuccinum parturientibus drach. ſemis pondere ex vipo albo potui
dátum, mirè par tuin accelerare. Hoc eriam facit eius oleum, fi gutta tantum ex
aqua verbenæ parturienti propinatur.Quidātamen medicusHetrufcus (Fallopii
teftimonio )exhibebatfcrup.i.bora• cis in decoctomatricariæ, velfabinæ diffolu
tæ difficulter parientib.mirag; faciebat: bre ui enim temporis fpatio
feetus,vel viuus,vel mortuns egrediebatur. Habebat ille medi euis pro arcano præftantiſsimum hoc
auxili um tamen neſcio quomodo postea fuerit de fetum. Ex Andernaco Serpentum
oua genituramí per imprudētiam in petu haufta,ſerpentesin corpe ribus
procreare: Dmiranda fuccedunt quandoq; fym dem imprudenter cum ea femina, vel
ova ſerpentú hauriuntur, è quibus moxſerpentes generantur. Genſerus in lib 2.
hift animal cap, de Ranis Rubetis, bufones in ventriculis in reftinifq; hominum
haufta eorum genitura, fieri, &nutriri probauit. Iacobus Manlius, in
lib.experim.in cuiuſdam equitis, exhau * Ita cuiufdam lacunæ aqua, vbi
erantſemina Serpentum, in ventriculo plures angues fu. iflegenicos prodidit:
quibus per internalla extractis, medicorum auxiliis, fanus factus eft. Leuinus Lemnius Vermiculos cauda
tos, atg; infolita forma beſtiolas vomitu ciectas nouit. In nonnullis lacertas
à phar. maco fuifle eductas obferuatum eft, vt Gé. maCoſmocrit vidit. Quare
maxima in a quæ potu hominibus opus eſt animaduerfi. one huiufinodi exhanftis,
pernicies corpo. Tis conſequatur. In deſperato coli dolore Hydrargyruin, v4.
glandem plumbeamexbibitam, multos confanaffe. Irabile videtur, Hydrargyrum,quod
à mulis venenum reputatur, in der. peraro coli'dolore exhibitum, plurimun
prodell:. Equidem Marianus Sanctus, ex multorum confilio, qui ab hoc lethali
mor bo fanati fint, fuadet, fi obstructio perfeue rauerit, et fæces per os
extrudantur, hau fire cum aqua fola argenti viui libras tres, Probat hic
exratione vinetuin feu duplicatű inteltinum Hydrargyri pondere explicari, fæces
detrudi,vermelý; fi ibi fuerint interi. mi, &ægrum liberari. Haud ab hoc difsi mili auxilio quidam nobilis, poft
alia ten tata ad morbi huiuſinodi acerbita tem ma. chinamenta, liberatus eft.
Hic hauftis olei amygdalarum dulcium fine igne extraćti vnc. iij.cum vino albo,
&aqua parietariæ mixcis, mox deuorata glande pluoibea ar gento viuo illita,
planè à colico cruciatit euafit, illamque exano abſquelaborerede didjt. Ex
Pareo lib. 16. Infæniculorumfeminibus, vim quando que exitialem deliteſcere.
Grauibus ſcriptoribus comprobatur, ſerpentes fæniculorum elu, &fene ctam exuere,&oculorum
aciem rnonare. Hinc iis affricantur oculi anguium, vt vo. tum affequantur, Ex
attritu foeniculorum feminibus, praya quædam imprimitur qua litas, è qua
venenati producuntur vermi. culi,quorum eſu multi in peſsima deuene. runt
ſymptomata, &ab alexiteriis rarò ad iusj funt, tanta huius veneni potentia
eft. Quare foeniculorum ymbelli,antequam co. medantur, aperiantur, et diligenter
concu, tjantur, vtå vermibus emundentur. Præ, OS Habis A A ſtabit al quantifper
in frigida macerare. Ex Balthajaro Pifanello, Noua admirandag; prafidia, ad Ang
i nam, gutturules apoflemata. Fferanı fingularia auxilia, è quibus ex
grauiſsimis fcriptoribus, ad anginam et gutturis apoſtemata mirabilia
contigiffe proditur.Lignum hederæ ad gutturis apoſte. mata à proprietate valere
fcribit Ioannes Marquardus: quippe obſeruatum eft, come dentem
excochlearihederæ ligneo, fiue bi. bencem in aliquo ipfius vafe ligneo, num
quam, vel raro in gutturis, vel vuulæ apo. temaińcurrere, Rubeta cocta,
&pro em plaftroSynachicis impoſita,cófefim liberat. Vermes.quandog, in
cordis capſula pro creari, è quibus mors ſubitanea pleriſqueexoritur. Abulofum
haud eft, vermes in cordege: nerari. Hoc enim Melues docet, Holle rius, Marth.
Cornax, Alexius Pedemonta. nus, et alij loan, Hebenftrit, in lib. de Pette,
Principem quendam ex morbi fæuitia peri iffe narrar, cuius cadauere diffecto,
vermis albus præacito roſtello, eoq; corneo præ. ditus, cordi adhęreſcere
deprehenfus eft. Exmedicis, ſucco alii feram hanc, tanquain ex indubitato
remedio, interimi probatü eft. Petrus Sphererius (vt ScheukinsBarratti lem fiorentinum morte fubitanea correpti, atq;
diſſecatum obferuauit, in cuius cordis caplula vermis viuus repertus fuit.
Aiunt multi certiſsimo experimenco-ficco allii,ra phani, et nafturtii hos
vermes pecari, qui, ex teſtimonio Pedemontani, in corde deli teſcentes, ſyncopim,
Epilepfian, et mortem inferre folent. Mares pleroſque in mamillis, mulierum
instar, lac producere. Icet marium mamillæ fpiffa carne in fuiffe productum
obferuatum eft. Nouit hoc Arift. vtlib. 1. dehiſt. animal. docuit. Veſali us
non femel id confpexiffe in . Anat. commemorat, et Hieronymus Eugubius in
libell, de lacte: fic et Cardanus,lib. 1. de Sub til. qui ianuæ vidit Antonium
Denzium, è cuius mamillis lactis tantum profluebat, vt infantem fernè lactàre
potuiffet. At hifto ria, quæ affertur ab Alex. Benedicto mira. bilis eft:
aitenim, Syrum quendam,mortua coniuge, è qua infans ſupererar, ybera filio
admouiffe, ècuius ſuctu tanta lactiscopia i pupillam manauit, vt exinde loco
matris nn trire valuerit. Ego quidem in duobus filiis meis, in primis diebus à
partu obferuaui, ab obftetrice.mamillas cofrectatas, lacimpulſo (magno multorum
ftupore) emififfe: idậ; in aliis etiam infantibus contpexi, Lumbricosquandoque
tantaprocreari pi Tulentia, vt interior a corporis perfurare valeant. Nfanda equidé fymptomata à
vermibus aliquando proueniunt: refert enim Om bibonus, lib. 4. de morb. infant.
Lumbricos ex vmbilico cuiuſdam erupiffe. Tralliani teſtimonio habemus, hæc
animalia ob ali menti inopiam inteftina laceraffe, fuiffe ob ſeruatum. Id etiam
ab Aegineta confirma tur: jofuper Hollerius confpexit, vermes per inguina, et vmbilicum
prorupifle. Ma. gna igitur cura opus eſt in horum
redua dantia, ne interioracorporis valeant lace fare, A Infamis vmbilicam, et Ceruinumpenem
mirabiliter conceptumfacere. Lexander Benedictus, 1.30. de curand.
morbis,vmbilicü infantis, qui fponte caditquoquo, modo in ciboſumprú, fiigno
rauerit mulier,adconceptum facere, pro. didit;illumg; in brachialibus à muliere
ge ftacuin conceptum inhibere eredir. Cerui. aum inſuper penena aridum, et in
fari. namredactum, oboli pondere, à coitu forminis datum; procul dubio ad
concipien. dum prodeffe experimento probat, Baueri. us tamen conf: 50.vterum
ceruinum fingu lari dote ad conceptum valere prædicat, Vlmi vſum, recentem
Elephantiafim curare fuiffe obferuatum. Inquam certum remedium, Vimi vfus in
curanda recenti Elephantiaſi à laco. bo Douinero, lib.Tic.7. prædicatur. Vidit enim adoleſcentem tali
affetu laboranté, et decoctionis Vimi vſu (factis faciendis ) conualuiffe. Ea
equidem pro omni potu vte barur in quolibet paſtu, cum pauco vino al. bo,
&cantiſudores mouebantur graueolen tes, vt vix illos cuftodes ferre
poffent. Ita viſcera purgabantur, &magaa yrinæ copia excernebatur, quibus
excretionibus fanus factus eft. Cyprinorum efum podagricis elle infeflum.
Vamuis inter piſces, Cyprinusnobi. lifsimus exiftimetur, cum optimum præbeat
nutrimentum, exquiſitiſsimigsexi Atat faporis; tamen podagricis infeftuin ef.
fe obferuatum eft. Nouit enim podagroſum Iulius Alexandrinus (vt retulit lib.
.. de salubr. ) cui Cyprinorum efu pinguium, parata érat femper podagra, ve in
manu illi th effet, eo pacto accerfere, cùm vellet. G Puluere pellis leporine,
perniones à Sep tentrionalibusfanari. Laus, lib. 2. Rerum Septentrionalium,,
tilsimè perniones experiri fcripfit, qui mor bus, non aliis ab iis fanatur
remediis, quàm puluere pellis leporinæ. Plinius verò Rapú domeſticum feruen's
calcaneis impofitúla. nareretulit. Ego ex Carolo Séephano, inlib. de Ragraria,
in quodam expertus ſum reme dium, et bene fucceflit. Accipit ille, ficos
crematos, è quorum puluere, et cera yngné tum parat;hoc pernionibus impofitum
bre uiliberat patientes. Hydrargyrum loco amuletigeftatum à pefte faſcinog
corpora defendere. Arfilius Ficinus, et P. Droerus, in lib. M, fienim auellana
perforatur, &extracto in. teriori nucleocum acicula, argento viuote pletur,
et collo fuspenditur; mirum in mo dum à peſte corpora tuta reddit: ira profe
etò à peftifera lue fæniente fe defenderuut multi. Hoc eriam præfidio mulieres
lactan. tes, à faſcivatricibus, ne lac fic ademptum, quo infantes alendi funt,
præferuari poffe, i Thomas Iordanus, in libe dePefte, prodidit. - Q " ppe
multis experimentis obferuatum re, tulit (hoc fecum geſtao - ullas prorſus
laga. ruin, lamiarú aut ftriguin infidias lacrátibus nocere. CNICO Meſpili
lignum,collo appenfum grauidas ab abo orth preferuare. Wm quadam æſtate apud D.
Ioannem Nicolaumn Cucillum Brancacium, mei amantifsimun, ytpuerum curarem
interef ſem, fortè inter me, et Doininam D. Man. já Cotoneam e Toleris, eius
vxorē, de abor tus præſeruatione, tunc vtero gerentem, có: uentum est. Retulit
domina hæc Meſpili li gnum collo appenfum mirè ab abortu gra
uidasdefendere;idq; millies à fuis maiori bus foiffe expertum. Confiteor in
plerifq;, tale lignum fuifle à me expertum, atq;certú, et rarum remedium ſemper
inueniffe fe: fi quidein multæ aborrientes, et dolore, et fã. guinis fluxu (appeofo
ligno reſtrictæ ſunt, &ab abortuſeruatæ, adeò quòdined parti cularem
virtutem abortú prohibendiinefile seor, Qua induftriabomines abſtemios reddere
valeamus. Vleis experimentis comprobatum re perio Anguillas, vel Mullos in vino
M fuffo peri sfuffocatos vini faftidium inducere: et enim ex eo bibant homines,
procul dubio abfte mii fiunt. Infuper
philoſtratus in vita Apol loni, ona noćtuæ elxaca, et infantibus pro cibo
allata, hydropotos in tota vita illos reddere ſcripſit. Mizaldus, Ragam viridem,
ex iis, quæ in fontibus ſaliunt, viuam in vi. no fuffocatam, idem efficere, fi
tale vinum potetur, prodidit. Rotundam Ariſtolochiam mirè piſces ftu pidos
reddere. Ira eſt Ariſtolochiæ virtis in piſces: ipfa enim illos odore ad fe al
licit,moxftupidos reddit. Proprerea fi eius radicem contritam, calciq;
commiſtam, fiue eius decoctionem cum calce pacato flumine aut maris littore
piſcatores confpergent, piſces agminatim confluere videbunt. Ili autem puluere
deguftata, veluti examina ti ſupernatantes capientur. Puellam veneno ab
infantia nutritam, Alexandro ab Indorum Rege fuiße miffam. Ndorum Rex Alexandri
fortunæ inuidés, vt illum interimeret, miræ pulchritudi nis mifit puellam,
ratus forfitan Alexandru confeftim cum ea concubiturum. Illa au tem Nappelli
veneno ferè à cunabulis erat educata, propterea more Serpentum ſcin tillances
habebat oculos. Hos Ariftotelesar piciens, caue tibi ab hac (dixit ) 6 Alexan
der; nam virus peftilentiſsimum alit, vode tibi exitium paratur. Poft paucos
dies pleri q; proci huius commercio venenari periere ex quo Ariſtotelis
praſagium mirabile fuit iudicatum. Ex Averroe. Quale fitigneum prafidium,
quodin morbis ab Aegyptis, et * Arab.bus vfurpatur. N lib. deMedicina
Aegyptiorum prodi. dit Alpinus, quo pacto illiin morbis cor. pora adurant.
Accipiunteniin lineam peti. am cubiti longitudine, latitudine verò tri um
digitorum, quam ad formam pyramydis aptant goſsipioque implent; ipfius latior
pars, parti adurendæ applicatur, alterumg; capuc accendunt, comburió; cam dia
per miteant, ye faſciculus crematur. Continuò ramen dum cutis vritur, ferro
circumcirca accingunt carné,ne caloris incendio aliqua oriatur inflammatio.Hocinfuperinuolucro
parando obſeruant, vein medio meatus ex iftar fafciculi: ita enim euentatio fue
refa piratio aliqua paratur, In vftione autem per aćta offium medulla in
carneaduſta, quoad eſchara cadat yantur.Hic vrendi modusAe. gyptiis &,
Arabibus familiaris eft. Olim in Creta familiasquaſdam mirè faſes:
natricesadfuiffe A quoſdam, tum fæminas in hiſce parti bus animalibus,
pueriſque laudando faſci num attuliffe: adeo quodij;fiad ouile, por cileque
quodpiam adiuiffent,confeftim in teritum pleriſque produxiffe: Quare mirum haud
eft, quod legitur in Creta quaſdam fa. milias adfuiffe, quæ laudando faſcinum
is. ferebant. His profectonatura quædam ferè venenofa efficitur, et ex oculis
inde fpiritus efflant venenatos,quibusanimalia,pueri, et grandiores faſcino
maculantur. Laudando autem venenum promptiusoperatur: fiqui dem laus propria,
gaudium affert, quo cordis fpirituumque dilaratio oritur, et veneno. a ditus
præparatur.Ex Fracaſtorio - de fymp. sta Antypat.rer. Cyprint verticis
oſsiculum mirabiliter Epilep. ticisfubuenire. N Cyprini caluarix vertice
quoddam re peritur ofsiculum triangulare lapidisin ftar, quod in curanda
Epilepſia; principeng loců obtinereaiunt. Táta enim efficacia epi lepticicis
fubuenit, vt morbusis numquam reuertatur,Hoc, vbifuturæ in vertice calua six
Cyprinicômitrútur intus fubfiftit,prop I cerea terea ſi illa capello
penetratur, ſtacim fora profilit,Andernacushoc ofsiculum nummi Germanici
cruciferi appellati,magnitudine exiſtere prodidit,atque ſalutare eſſe Epilep
fiæ remedium, Calphurnius Bestia Romanus qua pia vxores dormientes interemerit.
Nonnulliex veteribus in venenisnofçé et dili gentiam inter alia Aconitum
venenorus omnium elle ocyfsimam comprobarlot: fi quidem tactis huiufinoti
veneno genitali bus lexus faninini animaliuin, eodem die mortem inferre viſiun
eft.Hacvia Calphur nius beitia, veditaretur forſiçan, vxores dor mientes
interemit, de quo à M.Cæcilio ac cufatus eft.Hincilla -atiox peroratio eius in
digito mertuas. Confimili induftria Ladica laus Neapolis Rex, cum cuiuſdam
medici Prochytami filiam adamaret, cum eaque concumberet, Florentinorum
confilio ex cinctus eſt, AcetoStitillitieo Bythagoram vitam longiſsi
meproduxiße. Afecit:feripfit enim eius viulongāhonia nes vitá conſequi, et vfquead
eius extremum: finem permanere integrè, et dextra valetu dine.lole cu
quinquagefimum ageret awaum hoc remedio
vfus eft &eius vfu ad centefi. muum, et decimum ſeptimum productus et
integer et nulla vnquam aduerfa valetudine tentatus: cuius optimam facultatem
admira. tus, confanguineis co umuuicauit, vt illings vfum haberent. Oleiom
lixiuio mixtum in lattis fpeciem tran fire. ' rmè experimen: o oleum lixiuio
mixtú, fi diuag retur,in lactis ſpeciem tranfire, comprobatum eſt: eft enim
lixiuium tenue, atque calidum,oleum autem cum aêreum fit à lixiuio attenuatur,
et proinde aerem con cipit,ex qua albedoiunaſcitur. In aquis etis am, quæ diu
agitantur,lactis ſpecies quædam exoritur ex confimili induſtria. huius indi. In
cium ſpuma eft, quæ cun fic tenuis, aérem concipit, et dealbatur, Ex Cardano.
Quainduftria Scythe abſque cibo, potu per plures diesexiftant. Miraett herba
Scythicæ operatio, qua scythæ per plures diesfiue cibo, po - tuque viliere
dicuntur. Hanc ij circa Boeri. am inueniuntcreſcentem, et ad famem ficou timque
tolerandam vtuntur: fi quidem guftu dulcis, vt liquiritia eft, et in ore
detenta fa mis, fitifq; fenfum habetar, Idem apud cales C: Hippice præſtat, eò
quòd hæc planta equis confimilem generet effectum. Aiuntmulci, Scythas his
herbis duodesos eriam dies, fac mem, &ſicim non ſentire.Ex Martbiolo. Catellos calorem natiuum augere, membros rumque
dolores conſopire. PRo excitando nativo calore, membro. rumque cruciatibus
demulcendis, Carelo li præſtantiſsimi(Galeni teſtimonio,7. Me thod
med.)exiſtimantur:illorun autem hu. ius naturæ haud omnes habentur, fed ijpræ
cipuè,quibus pilus concolor eft. Propterea in Chiragra, podagra, et in omni
Arthri. tis fpecie cruciatus, quamlibet efferatos, parti affectæ adhibitos s
præſtantiſsime confopire àmalcis comprobatuni repe ris. plurima è terra
furſumtapi, iterumque deorfum cum pluuis pracips tari, Aximam
yellera,rang,vermiculi,lapil li,ligna,vabijgeneris frumentacealac, fanguis, et id
genus alia terræ permixta, quæ cum pluuijs quandoque præcipitari afpici. mus,,
nobis præftant admiracionem, adeo quod à cafu infolito plerique perterriti,
Cæli mipas metuunt; Celiat aixen admira. tio,fi eorúcauſas penfitamus:hæc enim
pri mo mò ventorum effluuijs, ventorumque inipe tu terræ permixta furfum
feruntur,mox cum pluuijs iterum deſcendunt. Propterea nec ſemper mirum,autinſolens
à ſapientibusiu dicatur: CorneliusGemma, inCoſmitriticaca 6.hæc caufas
legitimas à coeleftibus Syzygi. is habere prodidit: fed tamen eo vſque pro
gredi ſoiere,cum fpecie fua, tum magnitu dine,vt etiam in portentis principem
inue niant locum, Cum Pſylis, &Marfis, Serpentes haudbabere inimicitiam. M
Irabile eft, Serpentes, quià mundi pri uerfam,inimicitiainque iniuere,cum -
Pſyl lis, et Marfis nec odium nec difconuenienti am retinere, Neceſſe ctenim
elt, ve ijs aliqua miftio non omnino contraria oriatur,auto dor, autaliud, è
quo fpecies minus ingraca videatur; ita profecto inter homines ipſos. criam
contingit: quandoque enim fine cauſa nonnullos odimus,alios amamus,prout re
sum.fpecies ad animam noſtram perue. niunte, quibus conuenientiam, et diſconnenientiain
capta mus. Ex Fracastor rian - ) Oling Olim vasta, ego robuſtafuifle
bominuincor pora. Vamuis Plinius,cæteriq;ſcriptores, ho ninum corpora, robur,
vitam ſemper imminui conquerantur; tamen olim Gigan ces extitiffe, &vaſta
hominum fuillecorpo. ra negandum non eft.D.Auguftinus lib.15.de
Ciuit.Dei.dentem gigantis in quodam flu mine inuentum fuiffe
prodidit,quiminutim diuiſus,centum ex noftris dentes ſuperabas. De Pailante
ſcribitur admirandum.Hic Ae neam contra Turnum Regem Rutilorum adiuuit,
mortuustandem, et fepultus, vbi nunc Roma eft, (reference Solino)Anno O.
atingefimo poft Chriftum Dominum dam quiædam ædificia Romefierentcafu in ſepul
chro quo arte mirabili cum lucerna ardenti códitus erat, inuétus eft, et integer
erectus altitudinem nuricapite excellebat.Quid de Aiace, et quid de Turno; et de
ingenti,faxo, quodvterque in hoftem conjecir, referatur nouúhaud eſt.Quid
tandem de Oreſte, filio Agamemnonis,cuiuscadauer oéto cub tirá longitudinem
excedebat, atque de alijs in numerisdicatur,apud fcriptores reperitur. Idcirco
præter ftirpem giganteam,quæ poft diluuiumimminuca eft, alia corpora vastitatem
et robur maximum retinuiffe conce. dendum eft; in præfentiarum verò homi. num
corpora huiuſmodi comparata, tam pufilla funt, vt præ illis inania effe videan
tur. Ex Helinando Chronographo. Equum Phaleris accin&tum pulcbris, acri
oremfieri., chris ornantur phaleris, tum acriores, tum pulchriores iudicentur.
Eſt de his cla. rum exemplum de Bucephalo Alexandri, qui phaleris accioétus
Regijs neminem præter Alexandrum (teftimonio Aeliani) ad fe aſcendere
paciebatur, et quoderat 18 illo mirabilius, veaſcenſus facilior effet,
demittebatur cum dominus equitare vole bat.Phaleris autem remotis,quilibet
medi. aftinus aſcendere, &tractare poterat. Ego quidem domimulam habeo,cuius
tanta eft ſagacitas,vt fi feruus meus ephipium parat, habenafque illa humilis,demiffa,
et quafi gaudens perfiſtic,viAernatur, hilariſque in. cedit, et acrior: fin
autem clitellas, calcitro fa, indomita, feraque confeftim fit, necta lem
ſarcinam, niſi vinctis pedibus ferre ſu Atinet, adeò quòd feruus ab opere
defiftere cogitur. Exitiofißimum effe homini,ſub Lunaradijs ſomnum facere.
Vnæproprium eft,in hæc inferiora hu miditatem immittere: quare exitioſum
elt,lub eius radijs diu dormire; quippè dor mientes obleruatum eft ægrè
excitari, atque proximos infanis fieri, Lunæ vires in lignis, quæ ad ædificia
colliguntur,potiſsimum ex perimur:conciſa enim Luna creſcente, funt ferè
emollira per humoris conceptionem, idcirco tanquam inepta à fabricis reijciun
rur. Agricola 'experimento cognouerunt, fruméta de agris in Lunæ diminutione
colo lecta diutius ficca permanere. Hæc à veterie bus Lucina vocabatur, et à
parturientibus inuocabatur: Lunæ enim diftendere rimas corporis,meatibuſgue
viam dare munus eft: propterea, tale ſydus partui ſalutare, illum.
queaccelerare putabant. Archelaum,Mithridatispræfe&tum, ligneam turrim
incombuſtibilem confeiffe. Dmiranduin profectò iudicatum eft
AArchelai,Mithridatispræfe&ti,cótra Syllam commentum:hic enim turrim ligue.
ain iocombuſtibilem condidit,quam fruftra ille incendere conabatur. Erat
currista. bulata alumine collinita, in ijs autem cruſta durior erat obducta, et
alumen, plumbique albi albicineres
pigmentis copioſè commifti: quia induſtria ab igne feruata ſunt. Confio mili
artificio,Ceſar ex larigna materia cir. ca Padum,Caftellum etiarn conftruxit,
Ex Lemnio. Viſcum quercinum fola fufpenfioneEpilepti. cis fubuenire. X
grauibusfcriptoribusmultiorbicua losè viſco querciofola ſuſpenſione vulgari
filo transfixos idem præftare in 2 molienda,& præcauendaepilepfia tradunt,
quod peonię maſculæ radix,aut ſmaragdus è collopendens efficere creditur,
Reculit Iacchinus in Epilepticerum curatione, fe mel ea ratione,qua ligno
guaiaco vtimur, Viſcum quercinum per dies 40. propinafre, et profuiffe quidem,
non tamen Worbum abituliffe,nequelicuilleiterum id temedij iofaciliori morbo
experiri. Isterbraſsicam o vites maxisnum ineſe dif fenfum. Focabilis equidem
difcordia inter braſsicam, et vites reperitur, propte reade Reruftica fapientes
fcriptores, VICCE à braſsica offendi, deterioreſque et fucco, &odore, fi
ſecusplancatur, fieri prodidere. Experimento hoc comperitur:nam gerinen
ijspropius cu accellerit, auerſü ab inimico Notabilis compulſum odore
retrograditur. Infuper G inollam, vbi braſsica elixatur, vini vel mi nimum
conijcitur, quippe nec braſsica cona coqui vnquam poterit, et quod mirabilius
eft, colorem proprium amitter. Hacmotira tione ſapiéres,ebriis braſsicæ ſucçú
propinát, quo ebrietas ſubitò foluitur. Conuiuates pa riter, ne à vini copia
potenciaģ; offendantur (Germanorum inftar ) braſsicam crudam primò comedere
debent: ita enim viruna ad satietatem, abfq; ebrietaris periculo haua rire
valebunt. Cati nigerrimiefum cerebrum, homines dementare, Ericulofum est, versicoloris,
et maximè nigerrimicati cerebrum alicui efirm prz bere: ad iufaniam enim
homines ducit, et quod peius, cerebri meatus obftruit, ſpiri. Etuſý; impedit
animales, Inter fcriptores Per trusApoinenfis, huius efuadeò io ſanirehow'
mines dixit,vt præftigiis quafiobnoxii videa antur. Ponzertus pariter cati
pilos venenoſos eſſe prodidit, citly; anhelitumfebrem heoti cam induccre.
Exbetulacorticibus, ardentesfaces comparari Etulæ cortices non modò ignem
confe. tim recipiunt, verùm atque flammam pariung Mha pariunt ardentem; quo fit, vepleriq;
faces, pro noctis obſcuritate fuganda, ex iis com. ponaot, bene rati lucidiorem
has flammam, quãpini fædam parere: ex liquore autem picis inſtar, qui dum
vtuntur deftillat, oriri hociu dicatur, cuius natura cùm facile accendatur,
mirum haud eft: talem effectum producere. Hæmorrhoidalemn berbam contactu Hamer
rboides fünare. Ira eft Hæmorrhoidalis vis, et poté. tia in perfanandis
Hæmorrhoides: fi enimhuius radicibus, Hæmorrhoidales do lentes tanguntur, atq;
illæ per diem circa fe. mur ferantur, et mox in camino fumanti (afpendantur,
procul dubio effectusfanatur: fiquidé Hæmorrhoides que atq; radices ex iccărur,
fiaccelcıyor: qua caufa herba ab effe ctu nomen deduxir, nec immeritò: namin
iftarum infiammatione, &doloribus, fi hu us radices contufæ applicantur,
confeftim, et dolor, et inflammatio mulcentur. Ex Ex Tante. Marine Paltinuca
radium,identium do loresmitigare. entium dolores multis experimentis ex Marinæ
pattinacæ radio mitigari vifi func; huius eniin radio, qui in piſcis cauda cpa,
situr, dentes tanguntur, et gingina ſcari. ! x herbis non paucæ Ecale ſcar
ficantur, quo præſidio quan cítiſsime dolor euanefcit. Prodidit Dioſcorides.
radiuin hunc dentes frangere, et e urcare.quomodo autem hoc perficiat docu it
Plinius lib. 3. cap 4. Conteritur enim is, et cum Helleboro albo miſcetur,
quorin miſtura fi dentes illiti fuerint, fine vexatio ne extrahuntur, Plerasg,
berbas, Solisexortum, et occafuma ostendere, Solis ortum, et OC cafum noffe
videntur tantaq;huius lyde. ris ſectandi,talibus auiditas nafcitur, vt Gr.
miter inter kas, et folem magnam in ſe lym pathiam credamus. Profe&to fos
calendula in Solis ortu aperitur, &in occafii clauditur; ex quo villicorum
horologium à nuleis di citur. Sequuntur Solis fphæram non modo papauer, et illudtithymalli
genus, quod vo. cant helioſcopon; ſed etiam malua, lupini et cichorea;
intenſius autem Lotus herba re ctatur, &exortum quotidianum, &occafum
noſcit. Hæc (Theophrafti teitimonio ) cau lem, &florem veſpere mergit, et circa
me. diam noctem tota in lacum irruit, et adeo occulcatur, vt nec manu admiffa
quis valeat inuenire, verciturmox panlatimg; erigitur, etin Solis exortu extra
aquas confirrgit; for P 3 reing Temą;
aperit, et patefacit, caliterá; etiam num confulit, vc alièab aqua abeffe videa
quarum Sodo Qualssin Sodomi, et Gomorriveſtigiso riantur fru et us. LtiſsimiDei
decreto quinq; vrbes ciquicus incentæ
ſunt wuum, et Gomorrhum præftantifsimæ fiudj erbantur.Harum in fauillis quædam
noſcú. tur veſtigia; Giquidem cæleftis ignis reliquiæ adhuc perfiftunt. Quod
autem illic admira bile perfpicitur.viridancia fpectantur poma, formaci vuarum
racemi, nec quis elt, qui e dendi haud cupiditatem habeat: illa. autem manibus
capta faciſcunt, et in cinerem refol. uuntur, fumuggsexcitant, quafiadhucarde
ant. Ex Egeſippalib. 4. Magnam inter vterun, ammasinef Seſympathiam. On exiguus
inter mulierum vterum, et mammas contéplatur confenfus: quip pe alterum
alterius pathema oftendere on laruamus, A venis inter has partes coniunctis
maximè ratio ošteditoriri ſympathiá:ex iis e nim materias ab vtrifq; contentis
transferring etexonerari experimur.In menftruorum re dundantia Cucurbitula fub
mammisappofita, fluxum cohiberi ab Hippocrate docemur, Lactis copia in puerperis dum magna grauit q;
fuerit, die feptimo puerperii octauo, 10 nog; in vterum à naturaefunditur. Suppreisi menfes in virginibus, et
viduis caftis, non femel io mammasrefiliunt, et la et tis copiam fuſcitant. In mulierum pubertate accedente menftruo vtramq;
parteni creſcere vidernus. Quo artificio Solis defectumfirmiter com prehendere
paleamus. Aria induſtria pleriq; conantur folis defectam deprehendere;hocautem
có pertum eft, artificio illius defectionem fir miter apprehendi, Pelues hora
inſtanti capi. antur, quæ non aqua, fed aut oleo, aút pice implendæ ſunt; ratio
enim fuadet, humorem pinguem non facile curbari, atq; imagines perinde, quas
recipit conſernare. Equidem in magines in liquido et immoto tantum appa
rereconfueuerunt, propterea in olen, et pi. ce, commodius, et firmius, quomodo
Luna Solilc opponat, et illum abſcondat accipere poterimus. Ex Seneca in Natur.
Quaft. Virginummammillarum tumorem acis cuta impediria Ac inter alias, cicuta
pollet efficacia, vt contufa cum vmbeila, atq; virginü B H mammillis impofita,
tumorem, et excref centiam valeat prohibere; fortaffe nutrimé cum impedit, quo
minus augeantur, vt in pu crorun tefticulis fuccedit, fi hæc adhibetur: ijenim
reatibus alimenti obtufis facilè ex iccantur. Aperiani in hoc loco quod à Bon
doletio nultis experimentis comprobatum Teperio de piſce Squarina: hicenim
mulie. rum mammis fuperpofitus, illas adeò con. ftringit, ve virginum mammillæ
appareant; credunt multi in genitalibus eundem fimili ter effectum producere.
Quercusgallis, anniprafagia comparari. Napoleon Onmodò à Plinio, verùm atq; à
plea riſq; rei rufticæ ſcriptoribus obſerua tum fuiffe comperio, à gallis
quercus maio sibus præfagium aliud anni, quodapud vece res in magno fuiſſe
pretio,etopinione legi. tur. Aperiuntur gallæ, quando integræ funt, ibig;
muſca, aranea, aut vermiculus repe. ritur: fiquidem planta hæc in gallis
huiuſmo di aninialium gignere confueuit. Si mufca volar, angi fertilitatem et
bellum futurum præſagiunt; ſin vermiculus repit, annonæ carentiam arguunt; fi
autem aranea profiliet fummam caritatem, et peftilentes affectus prædicunt. His
ego adderem, præfagia hu. iufmodi, fi Deo placuerit, confimiles ſecta. tur
elientus. Vitri puluerem, calculos comminuere. ron folum Galenus, fed Anicenna,
et mouendos vitri puluerem excollunt quomo do autem hæc fieret, plurimum
infudiui; tandem quæ ab Abecizoare componitur,mihi ex voto ſucceſsit, et vitrum
adurere didici. Capitur vieri albi, et perſpicui fruftulum, quod terebinthina
coll nire oporter totum, nyox tandiù in prunis detinere, veexcandel. cat; hoc
demum in aqua exſtinguicur, ſepti. eſg; iteratur, primò tamen linitur, fecundò
cxcoquitur, vltimò extinguitur; quo peracto, vitrum conteritur, et in puluerem
lubciliſsi mum mutacur. Propinamus languentibus au rei pondus vel drach.j. cum
vino albo, et ef ficaciter calculos comminui experimur. Quo artificio aëris
naturimexplorare valeamus. Eris qualitatem, et naturam cum ex plorare libuerit,
fpongia bene ficca, atq; munda ſèreno cælo per noctem fub diuo exponenda eft;
illa eniin fiſicca mane fuerit, ficcu's P5 АБЫ liceus et aër erit; fi humecta,nimbolus; fi
anoll cervda,humidus,acroridus Inſuper ft recente pané eadem induftria
expofueris, di corrupto,ficuin contrahere videbitur;à fic co, fiec ficcus;ab
Humido aucem, à ftacu pro prionon mutabitur.Siaër fuerit peftilens,
carnesexpofitæ corrumpuntur,atque colo rem mutant;fic eciam et adipes.Siaércraf
fus erit,patebit in marmore, et filicibus, qnę in cali natura admodum madere
folent; cós tra verò in aere'tenui, liges humidus eſſet, hę enim in tali con
ica humeſcunt. Ex CATO dano. Quali fratagemate homines, mortui Š videantur.
Vltis experimétis confirmatum repe rio fublimatum, ffue aqua vitæ cum fale
miſce tur, ac in patina (ſublata qualibet alia lua ce ) accenditur in cabiculo,
nocturno tem pore, vbi homines reperiantur; fiquidem ipfi immobiles fuerint,
fpeciem mortuorús repræſentabunt. Pleriq; vt Aethiopes fin gant, lucernam
accendunt oleo plenam, cum quo ſepia atramentum fit dilucum, fi we calchantuni,
aut ærugo, nec fine ratio ne:oftédit enim,lux eorû colores, quæ in iis sát
quæaccédācur: oportet tamen iu cubi culorcliquas luces adimere, Nerein VA No
Nereidesfaciehumana dy venufta, prezi que fuifferepertas Ereides, quas vulgus
Birenas appela lat, plurimæ in locis maritimisinué tę funt;quodauté
cátusdulcedine nauigātes hein foporem perliciant, et capiant,nos. in lib. 1. de
Hominis vita, abundedifferui mus, vbi de Tritonibus, Nereidibus, ho. minibuſqs
in maridegēribas, quos marinos vocant tractatur; Poetarumq; fabulæ eno. dantur,
Vidithas Theodorus Gaza et Gee orgius Trapezont ius, homines nagnæ e ruditionis:
Gaza in Pelepomeno exorta maris tempeftate, Nereidem proiectain in lidcore
reperije viuentem, et fpirantem, ynleu hrniano, facie decora, corpore fqua mis
hirto ad pubem vſq, cætera autem ia locuftæcaudam definebant: ad hanc viſen dam
magnus fuit concurſus, illa tamen e vac maefta, crebrog, ſuſpirio fatigata et
frequentia hominum circumdata gemitus dedit et lacrymas emiſit,quibusmacus mi.
fericordia,ad mare deduxit, vbimagno im petu fluctus fecauit, et ex oculis
omnium cuanuit. Quid Trapezontius, pleriqs. alii viderint, in loco cita. to
narrauimus De Apunx natura, earumque mirabiliſa gacitate. Tu quidem anceps fui
in fcrutanda A pummellificatione,foetu, et cera:nam et apud auctores magna
reperitur controuer. fia, num illæ ge nerent, et aliundeprolem habeant.Poft
auem exactum fcrutinium cu iufdam amici va lido experimento Ariftoter lis
opinionem veram eflecomprobaui;fiqui dem Apese floribus fauos conftruunt, exar
borum lacryma ceram fingunt, et mella ex aëris'rore captant.Hæ primum fauos
confi. ciunt,mox fotin collocant, ore calidum ſpirantes,vt vitain
recipiat.Mellificanræfta. te, et autūno cibi caufa;mel autem autinale cleatius
eft.Foetus in vere ferotino debilis fit: nã et naiori ex parte emoritur. Multi
aiunt oliuas, et examinum copiam cógenerem ha. bere nataram: nam fi altera
augetur, alcera abundans fit: fi vna deficit,altera deprimitur ratio eft:nam
mella ficcitates augent;lobo. lem verò imbres; quofit, vt ſimuloliuæ, et sopia
examinam fit. Vinorum aliquot existere genera natura mirabilis. R aliquot
vinorum genera mirabilis naturæ quod? co A quod vua et guftu, et fenfuà cæteris
minime diſcrepanr, nec vinum á ymis; tamen quod Heracliam Arcadiæ fit, viros
reddicinfancs epotum, et mulieres fteriles: et apudcabyni. am Achaiæ abortum
facic: et in Thiffo vi num quoddam lomaum producit; quoddam verò, vigiliam Ex
Tbeophraſto lib.9. Plant. Quoartificio ignem manibus abſque læfione tractare
valeamus. Pud plerofque fcriptores inueni, ig nem fine læſione poffe tractari,
fi tri. tomaluauiſco cum ouorum albumine, ma.. nus liniuntur,ac defuper alumen
inducitur.. Hoc autem experimentuin à Magno Alber to captum eſt, apud quem
aliud legitur hu. ius negotijartificium:fi enim Ichthyocolle, et aluminis
æquales partes capiuntur, et ad inuicem commiſcentur, fiacetum his ſuper
funditur; quicquidtali miſcellanea illitum in ignem proijcitur, vtique non
comburie tür. Menftrua in ſenio ferèquibufdam fæminés 46 cidere. Vàm fallax fit
tum Ariſtotelis, tum ali orum iudicium,quodin mulieribuscir ca quadragefimum
annum,fiue quinquagefi mum menftrua deficiant, quotidiana demone strat experiencia.
Mulierem hic cognoui, Qyour P7 Victoriam nomine, eamque honeftam et bene
morigeratamshuic in anno 45.méftrua ceffarunt, et faufta valetudine vixit,cum
au tem fexagefimum ferè annum attingeret, ce teilli menfes rubei,bonique
coloris redie. De vberague, quæ priusflaccida erant,more: virginum turgidula
facta ſunt lactifque tan ta copia impleta,vt impulſu ferretur: quarez, vt
puerulú filiæ fuæ lactaret àmeadmonita eft. Alteram cognoui, quæ vfque ad annum
65.femper menftrua paffa, et hodie viuit, et menftrua fingulis menfibus fuentia
habet Hæcautem raròcontingunt.. Bufonislapidem contra venena mirabileinha bere
virtutem. Pleriſque lcriptoribus excollitur lapiss ille terreſtrisinuenitur:
ſiquidem contra venena folo contactu valere expertü eft; propterea inflationes
abeftijs venenatis illatas diſcute re, venenúq; elicere aiut.Scribit Lemnius,
tu mores, et dolores ex forieibus,araneis, vel pis,fcarabeis,gliribus,
aliifuevenenofis 2. nimalibus caufatos fclo lapidis blaul do attritu.euanef
cere Aquarum Fluuios natur& mirabilis repe $ rire. N multis locis aquarum
exortas, mira cfficaciæ inuenirilegimus Scribit Arift. in terra Aſsirithidæ
aquas naſci, quas cum oues biberint,moxgs inierint, nigros agnos generare. In
Arandria dnos ineffe fluuios ad.. notauit, quorum alter candorem, alter nio
gritiem facit pecoribas:at Scamander am gis, quem Homerus Xanthuniappellauit,
fia uas reddere oues creditur. Mirabilers in concepta imaginationis effe per
rentiam Maginationis potentiam tam miram effe Phyfici confitentur ve viſa per
cóceptum in partu fæpiſsimè eluceſcant. Referam hi ftoriain admirandam ex
Ludouico Vives 12; de Ciuit.Dei de huius negotio conſcriptam In Brabantia Buſco
ducis quædam vrbs eft, in qua more eiufdem Prouinciæ quodam die rempli vrbis
feſtum celebratur, quo tempore varii ludi apparantur.Sunt aliquot, qui ſtato
die diuorum perſonas induunt:nönulli vera Dæmonů.Ex his vnus cū viſa puella
exarfif. fet, et demúfaltado ſe ſe recepiſſet, et apreprā Vt er at perfonatus
vxore fua in le &tum con. ieciſiet,ſe exeaDanonem gignere velle di.. cells D cens, concubuit, et concepit inulier: clim
autem in partuinfantem peperiffet,'s fimul ac primum editus eft, Calcitare
cæpit forma, quali Dæ nones pinguntur. Dentium.stupores à portulaca confeftim
amoueri: Entium ftupores,qui ab acidis.edulijs Connarci confueuere,ex aqua aut
luc co, vel frondibus portulacæ commanfis, quam citifsimèdiffoluuntur.Ipfe cum
qua-. damæftate cùm fiti maxima, tùm dentium: ftupore affligeretur,cömanfis
ipfius frondi bus, &à fit, &à ftupore fubito liberatussú, Ab amico
quodam audiui parculacæ fuccúi collinitum,abfque dubio verrucas exter
minare,mihiautem experiundi locus haudi adhuc datus eft. Ex Aphrodiſeo,
Ceraferum aquam ftillatitiam in Epilepfia ! fummumeſſeremedium. Ninitis
experimentis Ceraſorum aquam 10 laccurrendis Epilepticis conprebari reperio
propierea à loanneAgricola in lib.. Herbar.maximèetiam extollitur. Qua pro vita
producenda inter arcana natu 12 connumerentur. APudreru naturalium (crucatores
acer rimos inueni, idque in arcanis conſer wari Hellebori nigri fólia Saccharo
cómilta degluci deglutientem ad iuglandis magnitudinenia in offenſam
valetudinem, ad ſenectutem vſ. que conſeruari.InfuperSilicem ignitum lin.
teiſque parum madidis inuolutum,& pedi. bus applicitum,pernicioſos
valetudinis vaki pores extrahere. Quoartificio in mulieribuscrinesdenfiores,
copiofiores comparare paluamus. Nter ſelectiſsima prælidia, quæ ad capil lorum
copiam generaodam ineffe cre duntur, Maluæ radix connumerari poteft:: fi enim
caput mulierum livinio lauatur in quo elixa fit maluæ radix, et deinde fucco
maluæ crines, inungantur, profecto ya bercim prouenient, et cicila fimé. Giulio
Cesare Baricelli (n. San Marco dei Cavoti) è un filosofo. De hydronosa
natura sive de sudore umani corporis Hortulus genialis Thesaurus secretorum De
lactis, seri, butyri facultatibus et usu implicatura sudorosa de hydronosa
natura de medicinae praestantiae amazones cur mammas dextras resecaverint olearum sterilitatis praesagium nili flumines proprietas de mundi creatione murium sagacitas pluviosa
tempestatis prognostica agricolas non semper tempestates et serenitates
praedictunt valeriana miravis contra epilepsiam
transformationes hominum in bestias non esse reales daemonis astutia
apud indos quid picus de scientiarum varietatis sentiret subditos principis
vitam ut plurium imitari rutam et allium serpentibus adversari animalis oriri
et vivere posse in igne compertum est lacus asphaltritis mirabilis naturae pisces
marinos salubriores et rapidiores fulminibis esse mulieris hominos cibus
gigantes in orbem mulieres excellentia falsissimum est salamandran in igne
vivere posse sabbatici lactandis infantibus menstrualis pharmacum animal tauri
faxa aegypti reges sterilitatis praesagia aeris salubritatem lintea hominibus
hydropes plenilunio nationibus romulus serpentaria echinum animi pudorem
animalia alexandri morti sanari cervi sudori vires balnei adam rutam verbenam
anima aeris sulphuris caraba baccas linguam galli homines magis fuco cacoethica
vipera traulos morbos lupi vitrum pregnantes periculo pro corporis corporum
hominum utero paterna araneus telas menstruali rutam corpora achatis hominibus
hominem utero praesagium utero tritico scorpionum hominibus bubulo epilepsiam
arbores lapides bardana literas homines hominibus hominibus filios parentibus
signum mare rebrum hydrargyri lupum epilepsia flatu corpora pestilenti
efficacia animalium seminis basilicum torpedinem animalia armenia febre lumaca
amantissimam astronomiam martisque passione cantharides adagium parere fetus
iucundi de amoris origine aqua virtutes sagacitas lapidis naturam partus
amorfus equorum spectacula marinum vitulum epilepsia vinum homines homines
cervi gagatis epilepticos hominum laudano mortem pacto a viro hepaticos mortem
mithridatis ossa bryonia herpetes vina alba flores absynthium chalcantho
coralio lethargicos infantes prunellae catuli gallum corios artificio theodorus
radicem dilligentes canicula quatuor elementis phreneticos digitum carnes vicera
testiculis dentium hippocrate animalibus apii satyrii testiculum hominibus
radicem hominis extractum praesidia hominem antidotorum cancri quomodo morbi
animantium pulchritudine septentrionalibum hemorraghia lingua ardor aegyptios
gentium solis animalium cervorum masculinum fetum mirandulani hydrargyro
incognita tempestates epiro hecla hominum galenum graecos cane athritide lionem
iumenta acutis acetum piscis foeminas corporis alexandrum hominum ruditas
angina capillos volucrum agricolas galege infantis oryalum homines lapides
collegium alexandrum laparhiorum feminum aegyptios methodo olivarum admirandu
millepedum frequentem mulieres daemonum carduum infantes menstrualem corpori
medicina animalia unicornu mulierum naturalem febris precognosci medicis masculorum
hydrargiri bryonia consolidanda chymicam corpus hominum venenum semen lupos
homines luna leonardi hominibus polypidium ibidis mulieres industria corpora
gallicam hominis hominibus regem homines aquilone usum usum oleo genus leones
artificio mergum lacertas educandis artificio serpentes virginitatem virginale
vitellos humana vita vena materia alexandri mulieres hydrophobos puerorum
labiorum utero semine aegyptorum taxi epilepsiam aspides infantes vitrum
homines vini syrium nuptis agreste hydrophobiam hepatis viventes arundinem
cynanchem parere filios vino praesagia gallinarum aquam mandragoram corpora
vita hominibus semina infantium vitam philomelam castorem duces lingua vinum
equorum croci hominis aspidum hermaphroditos imaginationis potentian climactericos
inter homines carolum animantia liberos garamantes caminus horologium infantium
praesagia vinum virorum familiarem romanos ambarum tympaniam venenum toxica
socrati magia epistolam aqua frigida menstruorum lapides homines testiculos
humanam salivam homines ridendo parthi partum accelerare serpentum hydrargyrum
vim anginam vermes mamillis lumbricos infantis elephantiasim cyprinorum
leporine hydrargyrum gravidas homines abstemios — aristolochiam alexandro
morbis creta cyprini calphurnius bestia romanus aceto oleum scythae catellos
plurima martis robusta hominum corpora equum homini lunae mithridiatu viscum
vites betulae haemorrhoidalem dentium dolores sodomi uterum solis virginum
praesagia vitri aeris homines facie humana apum natura vinorum ignem menstrua
virtutem aquarum in conceptu imaginationis esse potentiam dentium stupores
epilepsia pro vita producenda mulieribus. Giulio Cesare
Baricelli. Keywords: sweat, il sudore umano, sudore e la regola, stirgilo,
amore, Socrate, Aristotele, controversia sull’origine del sentiment dell’amore,
Socrate, l’idea di causa in Aristotele. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice e Baricelli,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – Grice
e Baroncelli: l’implicatura conversazionale della compassione – filosofia
ligure – filosofia italica – scuola di Savona -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Savona).
Filosofo ligure. Filosofo italiano. Savona, Liguria. Grice:
“I like Baroncelli – he can be hyperbolic – “Mi manda Platone,” surely he only
requested! My favourite is his ‘compassione,’ which is ‘calco’ of ‘sumpatheia’
and therefore at the core of my balance between conversational egoism and
conversational altruism.” Flavio Baroncelli (Savona) filosofo Nato e cresciuto a Savona, si laurea in
filosofia all'Genova con relatore Romeo Crippa, di cui diventa assistente. Insegna Storia dell'età dell'Illuminismo
all'Trieste. E di nuovo a Genova, dove
tiene la cattedra di Storia della filosofia moderna. Viventa ordinario all'Università della
Calabria. L'anno successivo ritorna a Genova dove prende la cattedra di
Filosofia morale. Un grave incidente motociclistico durante una vacanza in
Turchia lo allontana per qualche periodo dall'insegnamento e dalla ricerca,
attività che riprende all'inizio degli anni novanta come visiting scholar
all'Madison, nel Wisconsin. Nel
frattempo collabora con molti quotidiani e periodici, come La Voce di Indro
Montanelli, Village, Il diario della settimana, il Secolo XIX. Tornato a Genova, diviene molto amico del
filosofo Franco Manti, segretario generale dell’Istituto Italiano di Bioetica.
Riprende la vita accademica per allontanarsene a causa della malattia. Il pensiero di B. ripropose un'etica
planetaria alla luce del mondo globalizzato, invitando a riconsiderare i valori
e le identità storiche dei gruppi umani occidentali riorientandoli a favore di
un sistema di valori e di identità individuali e culturali di tipo mobile e
pluralistico. Ha qualificato le varie culture come sistemi aperti in grado
comunicare e di essere traslati o esportati ovunque nel mondo, nella
convinzione che gli esseri umani appartengano tutti alla stessa specie e siano
tutti abitanti dello stesso pianeta.
Pensiero e la ricerca Profondamente influenzato da Hume e dallo
scetticismo inglese, si è occupato in prevalenza di temi etico-politici come il
razzismo, la tolleranza, il liberalismo e il politically correct. Altre saggi: “Un inquietante filosofo
perbene: saggio su Davide Home” (La Nuova Italia, Firenze); “Sulla povertà,
idee leggi e progetti nell'Europa moderna, Herodote, Genova-Ivrea); “Il
razzismo è una gaffe” “Eccessi e virtù del "politically correct",
Donzelli, Roma); “Viaggio al termine degli Stati Uniti Perché gli americani
votano Bush e se ne vantano” Donzelli, Roma); “Mi manda Platone, Il Nuovo
Melangolo, Genova Saggi "Giustizialismo" in Ragion Pratica, "Post-fazione"
a Lysander Spooner, No treason, "Etica e razionalità. Un finto
divorzio?" in Materiali per una storia della cultura giuridica, Il
riconoscimento e i suoi sofismi" in Quaderni di Bioetica, "Come scrivere sulla tolleranza" in
Materiali per una storia della cultura giuridica. Note Franco Manti per la fondazione Pubblicità
progresso, Manti, Diversity, Otherness and the Politics of Recognition, in
Nordicum-Mediterraneum, 14, n. 2,
Akureyri,, Ospitato su archive.is. Citazione: To B., a friend I met only too
late, / whose lively intellect, critical sense, friendliness / and clever irony
I just had time to appreciate. Info dalla pagina del
Dottorato in filosofia dell'Genova. Registrazione audio[collegamento
interrotto] dell'intervento a una trasmissione di Radio 3 dall'archivio RAI
Trascrizione di un dibattito con gli studenti sulla tolleranza dal Enciclopedia
Multimediale delle Scienze Filosofiche di Rai Educational Necrologi Bertone,
Vittorio Coletti, Salvatore Veca e Pietro Cheli. Altri dello scrittore Morchio
e dell'amico Miggino. Sezione speciale della rivista Nordicum-Mediterraneum
dedicata a B.. Pagina di Wordpress B. con alcuni testi inediti. Nome compiuto: Flavio
Baroncelli. Keywords: compassione, filosofia ligure, Home, etica, ragione,
giustizia. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Baroncelli,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Barone: l’impliacatura conversazionale del linguaggio – scuola di Torino –
filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Torino).
Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo
italiano. Torino, Piemonte. Grice: “I like Barone, but I’m not sure he likes
me! You see, in Italy, there’s ‘scienze filosofiche,’ and ‘scienza’ was indeed
a way to describe philosophy! But at Oxford, you have to take the great go!
Lit. Hum., and I doubt Barone did! – ginnasio e liceo, as the Italians have it!
Therefore, his views on ‘filosofia e linguaggio,’ never mind his rather
pretentiously titled ‘logica formale,’ ‘logica trascendentale,’ ‘algebra dela logica,’
etc. have little to do with, well, Italian!” Laureato in Filosofia a
Torino nel 1946 come allievo di Guzzo e Abbagnano, visse a Viareggio. Professore
di Filosofia teoretica all'Pisa, dove fu preside della facoltà di Lettere e
filosofia, fu poi docente di Filosofia della scienza nonché direttore
dell'Istituto di Filosofia nella stessa università. Insegnò anche Filosofia
morale alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si dedicò soprattutto a studi di
storia e filosofia della scienza, pubblicando numerosi libri. Curò l'edizione
italiana delle opere di Niccolò Copernico. Socio nazionale dell'Accademia delle
scienze di Torino, della Società Nazionale di Scienze, Lettere e Arti in
Napoli, e dell'Accademia Nazionale dei Lincei, a Milano fu presidente del
Centro del C.N.R. di studi del pensiero filosofico del Cinquecento e del
Seicento in relazione ai problemi della scienza. Pensiero Particolarmente interessato alla
filosofia di Nicolai Hartmann, B. ne trasse spunto per un confronto tra la
dottrina realistica e quella neoidealista. La sua riflessione filosofica si
sarebbe poi focalizzata sui problemi epistemologici e della filosofia della
scienza. Come pubblicista affrontò temi
etico-politici sul rapporto tra individuo e società dal punto di vista della
ideologia liberale e liberista. Il tema
principale delle opere di Barone riguarda la filosofia della scienza e la
storia della scienza e della tecnica. Si deve a lui la prima pubblicazione in
Italia di una monografia sulla filosofia neopositivistica. Il suo pensiero si contraddistingue per lo
stretto rapporto tra epistemologia e storiografia della scienza, settore,
questo, in cui Barone ha preso in particolare considerazione il tema della
nascita dell'astronomia moderna, da Niccolò Copernico a Keplero e Galilei. Intorno agli anni sessanta, inoltre, Barone
si è dedicato con particolare attenzione agli sviluppi culturali, epistemologici
e filosofici della nascente informatica.
Altre saggi: “L'ontologia di Nicolai Hartmann” (Edizioni di Filosofia,
Torino); “Rudolf Carnap, Edizioni di Filosofia, Torino); “Wittgenstein inedito,
Edizioni di Filosofia, Torino); “Il neopositivismo logico, Edizioni di
Filosofia, Torino); “Assiologia e ontologia: etica ed estetica nel pensiero di
N. Hartmann, Torino); “Leibniz e la logica formale, Edizioni di Filosofia,
Torino); “Nicolai Hartmann nella filosofia del Novecento, Edizioni di
Filosofia, Torino); “Logica formale e logica trascendentale, I, Da Leibniz a Kant, Edizioni di Filosofia,
Torino); L'algebra della logica, Edizioni di Filosofia, Torino) Metafisica
della mente e analisi del pensiero, Edizioni di Filosofia, Torino) : viaggio di
Hume a Torino, Edizioni di Filosofia, Torino); “Mondo e linguaggi” (Edizioni di
Filosofia, Torino); “Determinismo e indeterminismo nella metodologia
scientifica” (Edizioni di Filosofia, Torino); “Concetti e teorie nella scienza
empirica, Edizioni di Filosofia, Torino); “Nicola Copernico, Opere (F. Barone),
POMBA, Torino); “Immagini filosofiche della scienza, Laterza, Roma-Bari); “Pensieri
contro, Società Editrice Napoletana, Napoli); Teoria ed osservazione nella
metodologia scientifica, Guida, Napoli); Verso un nuovo rapporto tra scienza e
filosofia, Centro Pannunzio, Torino); La fondazione dell'ontologia di Nicolai
Hartmann (F. Barone), Fabbri, Milano); Leibniz, Scritti di logica (F. Barone),
Zanichelli, Bologna). Note Francesco
Barone, Neopositivismo, in Enciclopedia del Novecento, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana Treccani, Barone, Francesco, in TreccaniEnciclopedie
on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Sito ufficiale, su francescobarone.
Francesco Barone, su TreccaniEnciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. B., in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Francesco Barone, su BeWeb, Conferenza
Episcopale Italiana. Opere B., su
openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Francesco Barone,. David Hume, il filosofo della non certezza di
B., La Stampa, Addio a B. il filosofo che diffidava dei paradisi in terra di
Dario Antiseri, Corriere della Sera, Archivio storico. Nome compiuto: Francesco
Barone. Keywords: linguaggio, assiologia, la semantica di Leibniz, la sintassi
di Leibniz, logica matematica, logica formale, logica trascendentale, logica
aritmetica, Hume a Torino, simbolo, logica simbolica, Leibnitii opera
philosophica, assiologia ed ontologia, mondo e linguaggio. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barone,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Barone: all’isola -- l’implicatura convrsazionale della dialettica fiorentina
– scuola d’Alcamo – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Alcamo). Filosofo
siciliano. Filosofo italiano. Alcamo, Trapani, Sicilia. Grice: “I like Barone;
at last a priest that takes Italian humanism SERIOUSLY!” -- Dopo avere finito gli studi teologici nel
Seminario Vescovile di Mazara del Vallo, fu ordinato sacerdote Frequenta, quindi, la Pontificia Università
Gregoriana di Roma dove conseguì la laurea in Filosofia trattando la tesi dal
titolo: L'Umanesimo filosofico di Giovanni Pico della Mirandola. Ebbe subito la nomina di Canonico della
Collegiata di Alcamo, poi quella di Vicario foraneo e Visitatore dei Monasteri;
fu nominato anche Canonico Onorario
della cattedrale di Trapani. Nel mese di
novembre 1956 fu pure nominato Cameriere Segreto Soprannumerario di Sua
Santità; fu quindi professore di lettere e filosofia del Seminario di Mazara
del Vallo e, per 16 anni, delegato Vescovile alla dirigenza dell'Istituto
Magistrale legalmente riconosciuto "Maria Santissima Immacolata" di
Alcamo. Per diversi anni, è stato anche
Rettore della Chiesa della Sacra Famiglia e della Badia Nuova; inoltre è stato
membro del Consiglio Presbiteriale diocesano e docente di Filosofia presso il
Seminario Vescovile di Trapani. Altre opere: “Il Santuario; Alcamo); “La Nuova
parrocchia di S.Oliva; ed. Bagolino, Alcamo); “Giovanni Pico della Mirandola profilo
biografico del celebre umanista; ed.Gastaldi, Milano-Roma); “L'Umanesimo
Filosofico di Giovanni Pico della Mirandola Studio del Pensiero Pichiano;
ed.Gastaldi, Milano-Roma); “Quattro saggi; ed. Accademia degli Studi
"Ciullo", Alcamo); “Donna IdealeIdeale di donna; ed. Accademia degli
Studi "Ciullo", Alcamo); “Didactica Magna di Comenius (traduzione
italiana); ed. Principato, Milano); “Scuola Libera, ed. Bagolino, Alcamo); “Il
Vero Maestro -Lineamenti di educazione; ed. Bagolino, Alcamo); “Verità e Vita;
ed. Cartografica, Alcamo, De hominis dignitate, di Giovanni Pico della
Mirandola, Firenze); “La Congregazione di Gesù Maria e Giuseppe nella chiesa
della Sacra Famiglia di Alcamo, Accademia di studi Cielo d'Alcamo); “La più
bella preghiera, Alcamo); “Antologia pichiana: letture filosofico-pedagogiche;
ed. Virgilio, Milano); “La docta pietas, di Sebastiano Bagolino erudito
alcamese; tip. Bosco, Alcamo); “Maria fonte di Misericordia e Madre dei
Miracoli Patrona di Alcamo; tip. Sarograf, Alcamo); “Dialogo con gli invisibili;
tip. Bosco, Alcamo). Note
trapaninostra,// trapaninostra /libri/ salvatoremugno Poesia_narrativa_saggistica
/Poesia_narrativa_e_saggistica_ in_provincia_di_Trapani_02.pdf Tommaso Papa, Memorie storiche del clero di
Alcamo, Alcamo, Accademia di studi Cielo d'Alcamo, Papa, Memorie storiche del
clero di Alcamo, Alcamo, Accademia di studi Cielo d'Alcamo, trapaninostra,//trapaninostra/
libri/s alvatoremugno/ Poesia narrativa_saggistica/ Poesia_ narrativa_ e_saggistica
_in_ provincia_di_Trapani_ Vincenzo Regina Tommaso Papa Identities -Biografie Biografie Cattolicesimo Cattolicesimo Letteratura
Letteratura Categorie: Presbiteri italiani Insegnanti italiani Filosofi
italiani Professore Alcamod Alcamo. Giuseppe Barone. Keywords: dialettica
fiorentino, pico, umanesimo toscano, pico, pichiano, pichismo, uomo, degno, la
degnita dell’uomo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice
e Barone,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Barsio: implicatura conversazionale dialettica – scuola di Mantova –
filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Mantova). Filosofo
lombardo. Filosofo italiano. Mantova, Lombardia. Grice: “I like Barsio – he
reminds me of G. Baker – there he is, Baker, succeeding me – and an American! –
as tutorial fellow in philosophy at St. John’s, and dedicating his life to
Witters – So when reminiscing, in my “Predilections and prejudices” about them
years, I said, “God forbid that you dedicate your life to the oeuvre of a minor
philosopher like Witters – it’s good to introject into a philosopher’s shoes as
you attain to grasp the longitudinal unity of philosophy, but look for a
non-minor pair of shoes!” – “Barsio is a radically minor philosopher – in that,
he never had to grade – I always hated grading and seldom did it! – since he
lived under the Gonzagas at Mantova – and he just phiosophised to the sake of
the pleasure he derived from it! My favourite is his elegy to his enemy,
Pomponazzi – but his satirical curriculum vitae is fantastical, but possibly
true!” -- Noto anche come Vincenzo Mantovano, frequentò le corti del marchese
Federico II Gonzaga e di sua moglie Isabella d'Este, alla quale pare avesse
dedicato il poemetto Silvia e la corte del marchese di Castel Goffredo Aloisio
Gonzaga, al quale dedicò il poema latino Alba. Studia filosofia a Bologna.
Altre opere: “Silvia, poemetto in tre libri, Pamphilus; Alba, dedicato al
marchese Gonzaga, signore di Castel Goffredo; Labyrintus, dedicato a Federico
II Gonzaga. Ireneo Affò, Vita di Luigi Gonzaga detto Rodomonte, Parma., su
books.google. Gaetano Melzi, Dizionario di opere anonime e pseudonime di
scrittori italiani, Milano, Coniglio, I Gonzaga, Varese, B. in Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. ICCU. B. su edit16 .iccu. Marsio. Vincenzo
Barsio. Barsio. Keywords. dialettica. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barsio,” The Swimming-Pool Library, Villa
Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice
e Bartoli (Roma). Filosofo italiano. B. è ricercatore
confermato in Filosofia del diritto e professore aggregato di Teoria
dell’interpretazione presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli
Studi di Roma Nome compiuto: Gianpaolo Bartoli.
Luigi Speranza -- Grice
e Barzaghi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della scuola
di anagogia – scuola di Monza – filosofia lombarda -- filosofia italiana –
Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Monza). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Monza,
Lombardia. Grice: “Barzaghi is a genius; the Italians hate him! In his “Compendio di storia
della filosofia,” there’s no mention of Cicero!” – Grice: “Barzaghi is the
Italian Copleston – what is it with religious minds – cf. Kenny – that have
this inclination towards the longitudinal unity of philosophy?!” – Grice:
“Barzaghi just ignores the most prosperous period in Roman philosophy; not so
much Romolo, but whatever happened in Rome after that infamous ‘embassy’ of
Carneade, an Academian, Critolao, a peripatetic, and Diogoene di Celesia, a
stoic!” -- Direttore della Scuola di
anagogia, fondata dal cardinale Giacomo Biffi. Discepolo di Bontadini e frate domenicano, è stato
l'interlocutore privilegiato di Emanuele Severino sulla questione di Dio e del
cristianesimo. Nella sua opera Oltre Dio, B. si interroga dapprima
sull’essenza del cristianesimo per giungere ad affermare la necessità, per il
credente, di assumere alcune fondamentali posizioni filosofiche riguardo la
vera comprensione della realtà: «Se il Cristianesimo è essenzialmente la partecipazione
della vita di Dio, cioè della vita eterna, per comprenderlo occorrerà porsi dal
punto di vista di Dio, cioè dell’eterno. Secondo B., l’Essere assoluto «non può
essere inteso come qualcosa accanto ad altre cose, e conseguentemente diviene
il punto di vista rigoroso per l’ispezione del tutto. In questo senso, la
filosofia di Emanuele Severino, che si presenta come alternativa al teismo,
offre in realtà per B. il fianco a un nuovo percorso argomentativo in favore
dell’esistenza di Dio (un Dio però non inteso come oggetto: da qui il titolo
dell’opera, che evoca esplicitamente un’espressione di Dionigi): se ogni cosa è
eterna, e tale dunque è anche il suo apparire, esso deve continuare ad
apparire, eternamente, anche quando “non appare”. «Dunqueafferma il filosofo –,
se tale apparire non permane nell’orizzonte dell’apparire che è la mia coscienza,
perché consta l’apparire-scomparire dell’ente, deve comunque continuare ad
apparire in modo determinatissimo, dunque alla sola scienza di Dio cui
eternamente appaiono gli eterni. Non ammettere questa scienza di Dio, cioè Dio,
significa ammettere che l’apparire, che è pur un non-niente, sia un niente nel
momento in cui non appare più determinatamente, individualmente. Questa
scienzachiamata nel linguaggio tomista scientia Dei visionis«ha la fisionomia
dell’apparire infinito di cui parla Severino nei suoi scritti. Nel pensiero
barzaghiano, il punto di vista sub specie aeternitatis (dal punto di vista
dell’eternità) diventa la condizione imprescindibile di tutta la riflessione
teologica e filosofica. In teologia, solo questa prospettiva riesce a rendere
metafisicamente plausibile l’affermazione rivelata dell’«Agnello immolato nella
stessa fondazione del cosmo» di cui parla il libro dell’Apocalisse, così da
poter parlare di una «inseità redentiva dell’atto creatore». Nella riflessione
filosofica, poi, la prospettiva sub specie aeternitatis consente di avere uno
sguardo «dialetticamente onninclusivo», per cui ogni ente rispecchia in sé
l’eternità del tutto e di ogni altro ente secondo la nozione di exemplar.
Ne Il fondamento teoretico della sintesi tomista, Barzaghi propone appunto
l’idea di exemplar come cardine speculativo, approfondendo e oltrepassando la
proposta di S. M. Ramírez, neotomista spagnolo di individuare nella “dottrina
dell’ordine” la struttura più sintetica di tutto il pensiero d’Aquino.
L’exemplar rappresenta «il minimo di complessità per muoversi nel massimo della
complessità. Ma per compiere questa operazione di analisi, occorre esprimersi
attraverso l’analogia, «riflesso logico gnoseologico dell’ordine ontologico e mezzo
inventivo ed espressivo del conoscere, che acquisisce conseguentemente una
notevole importanza nel pensiero di Barzaghi. Nell’esemplare (exemplar) si
trova il centro della spiegazione causale, dal momento che in esso si presenta
in modo simultaneo tutto l’ordine che lega le cause aristoteliche: il fine,
l’agente che intende il fine, la forma implicata, e la materia che la deve
accogliere. E l’esemplare trascende la mera dimensione funzionalistica: in
quanto contiene tutto (compreso l’esemplante nel suo riferirsi all’esemplato),
è una totalità, e possiede quindi caratteristiche di liberalità e assolutezza:
è «sottratto alla dipendenza e al dominio. In una frase, che sintetizza bene il
punto di vista anagogico della filosofia e della teologia di B.: «Dio,
conoscendo se stesso, conosce tutte le possibili realizzazioni similitudinarie
della propria essenza, cioè tutte le essenze create e creabili» (p.
96). Seguendo infine l’esempio specifico di Bontadini, suo maestro, egli
fa risiedere nell’atto creatore intemporale la consistenza della totalità delle
cose, cioè delle creature, giacché queste sono «nulla come aggiunta a Dio» (p.
98). Secondo tale prospettica dell’exemplar, si può così realizzare, senza
aporie dogmatiche, la visione del Deus omnia in omnibus (Dio tutto in tutto).
Il dibattito con Severino Il primo dibattito fra Giuseppe Barzaghi ed Emanuele
Severino avvenne nel 1995 nella forma di disputa tra le posizioni della
teologia cattolica tomista e quelle della filosofia severiniana. Il dibattito
trovò, al di là delle aspettative degli organizzatori, alcuni punti di
possibile convergenza, che portarono il filosofo-teologo alla pubblicazione di
Soliloqui sul divino, in cui l’autore cerca per la prima volta di rileggere le
intuizioni di Severino in un modo che egli definirà più tardi voler essere
quello con cui Aquino, filosofo e teologo cristiano, leggeva e faceva tesoro
dell’insegnamento filosofico di Aristotele, filosofo pagano. Ciò rese il
rapporto fra i due pensatori un dialogo di reciproca conoscenza e stima.
Severino dedica a B. un articolo sul Corriere della sera, in cui indicava il
sacerdote monzese come il fautore del più interessante tentativo di riportare
la sua filosofia al contesto cristiano da cui si era volontariamente staccato.
In tale articolo, il filosofo ateo definiva “aperto” il dilemma sulla
possibilità o meno per il cristianesimo di porsi come casa abitabile per l’uomo
contemporaneo, a patto però di diradare, sull’esempio di Barzaghi, la nebbia
che circonda il discorso religioso attraverso una ripulitura dei concetti a
partire dal punto di vista dell’eterno. Seguirono poi altri dibattiti pubblici,
come quello a Milano e quello a Bologna. Altre opere: “Metafisica della
cultura” (Bologna, ESD); “L’essere, la ragione, la persuasione, Bologna, ESD);
“Diario di metafisica. Concetti e digressioni sul senso dell’essere, Bologna,
ESD); “Soliloqui sul divino. Meditazioni sul segreto cristiano, Bologna, ESD);
“Philosophia. Il piacere di pensare, Padova, Il Poligrafo); “Oltre Dio, ovvero
omnia in omnibus. Pensieri su Dio, il divino, la Deità, Bologna, Barghigiani);
“Maestro Eckart, Cinisello Balsamo, Ed. San Paolo); “Anagogia. Il Cristianesimo
sub specie aeternitatis, Modena, ETC); “Lo sguardo di Dio. Saggi di teologia
anagogica, Siena, Cantagalli); “Compendio di storia della filosofia, Bologna,
ESD); “Compendio di filosofia sistematica, Bologna, ESD); “La Fuga. Esercizi di
filosofia, Bologna, ESD); “L’originario. La culla del mondo, Bologna, ESD); “Il
fondamento teoretico della sintesi tomista. L’Exemplar, Bologna, ESD); “La
maestria contagiosa. Il segreto di Tommaso d’Aquino, Bologna, ESD); “Il
Riflesso, Bologna, ESD); “Lezioni di dialettica, Bologna, ESD); “Il bene comune
secondo S.Tommaso d’Aquino, in “Communio” L’alterità tra mondo e Dio: la verità
dell’essere e il divenire, in “Divus Thomas”, Ambientazione teologica del concetto
di “gioia”,in I. Valent, Cura e la salvezza. Saggi dedicati a Emanuele
Severino, Bergamo, Moretti et Vitali); “I fondamenti metafisici della mistica,
in M. Vannini, Mistica d’oriente e occidente oggi, Milano, Paoline, La potenza obbedienziale dell’intelletto
agente come chiave di volta del rapporto fede-ragione, in “Angelicum”, Articolazione
teoretica della teologia trinitaria in chiave tomistica, in A. Petterlini, G.
Brianese, G. Goggi, Le parole dell’Essere. Milano, Bruno Mondadori, Desiderio e
abbandono. Eckhart e Aquino: le due facce di un'unica metafisica, in C. Ciancio,
Metafisica del desiderio, Milano, Vita e Pensiero); Anagogia epistemica, in R.
Serpa, Antropologia, metafisica, teologia. Studi in onore di Battista Mondin,
filosofo, teologo, ciclista, Bologna, ESD); L’unum argumentum di Anselmo
d’Aosta e il fulcro anagogico della metafisica. Essere logici nel Logos, in T.
Rossi, Figurae fidei. Strategie di ricerca nel Medioevo, Studi, Roma, Angelicum
University Press, Anagogia: voce in “Enciclopedia Filosofica”, Milano, Ed.
Bompiani, L’epistemologia teologica di Tommaso d’Aquino. Analisi e
approfondimento, in G. Grandi L. Grion, Rivelazione e conoscenza, Soveria Mannelli,
Rubbettino,L’intero antropologico. Con Gentile oltre Gentile verso una
rifondazione metafisica dell’antropologia tomista. Ovvero le virtualità
tomistiche del discorso filosofico sull’autocoscienza e la corporeità umana, in
“Divus Thomas”. Il luogo poetico e contemplativo del sapere
filosofico-teologico. L’anima del giudizio scientifico, in “Divus Thomas” Mistica
cristiana come estetica assoluta, in
Mistica forum, Bologna, Lombar Key, Fenomenologia, metafisica e anagogia,
in “Divus Thomas”, Il bisbiglio del “Logos” e il suo riflesso nella ragione, in
“Divus Thomas”, Il destino sempiterno dell’Occaso. L’inseità mistica della
ragione, in A. Olmi, L’eredità dell’occidente. Cristianesimo, Europa, nuovi mondi,
Firenze, Nerbini, La commozione come filosofia del valore. Saper nuotare negli
affetti. L’ambiente invisibile della vita cristiana: il Fondamento, in V. Lagioia,
Storie di invisibili, marginali ed esclusi, Bononia University Press, Bologna, Abitare
teologicamente la natura. Lo sguardo metaforico di Aquino. Teoresi e struttura.
Riflessioni e approfondimenti sulla rigorizzazione bontadiniana, in “Divus
Thomas” Creazione dal nulla o relazione fondativa, in S. Pinna D.
Riserbato Fenomeno et Fondamento.
Ricerca dell’Assoluto. Studi in onore di Antonio Margaritti, Città del Vaticano,
Ed. vaticana, Anagogia e teoria del fondamento, in “Divus Thomas” Metafora. La
trasparenza nella trasposizione, in M. RaveriL. V. Tarca, “I linguaggi
dell’Assoluto, Milano, Mimesis,, L’eternità dell’essente in teologia, in G.
GoggiI. TestoniAll’alba dell’eternità”. I primi 60 anni de ‘La Struttura
Originaria’, Padova, Padova University Press, Dibattito con E. Severino, in
“Divus Thomas”. Il quadro anagogico e i segreti della musica di Bach. La
Ciaccona e il Contrappunto XIV de L’Arte della Fuga, in “Divus Thomas”. Postorino,
La scienza di Dio. Il tomismo anagogico di G.i... Data l'importanza dell'anagogia nel pensiero
di Barzaghi, gli è stata commissionata la stesura dell'omonima voce
sull'Enciclopedia filosofica (Bompiani), nonché, sul versante teologico, la
voce «mistica anagogica» sul Nuovo dizionario di mistica dell’Editrice vaticana. RaiCultura: Dio e il concetto filosofico di
eternità del Tutto Dialogo tra Severino
e B. Severino, Nascere. E altri problemi della coscienza religiosa, Articolo
pubblicato sul Corriere della Sera, Dionigi, I nomi divini (testo critico di M.
Moranicommento di G. Barzaghi), Bologna, ESD,, II, 3. All'alba dell'eternità. I primi 60 anni de
'La struttura originaria' (UniPa)
Apocalisse Cfr. B., Lo sguardo di Dio. Nuovi saggi di teologia
anagogica, Bologna, ESD, Santiago María Ramírez op, De ordine placita quaedam
thomistica, Salamanca, San Esteban, Barzaghi, Lo sguardo di Dio. Saggi di
teologia anagogica, Siena, Cantagalli,
UniPdL’eternità dell’essente
RaiScuola: Giuseppe Barzaghi. Dio e il concetto filosofico… Si veda ad esempio: E. SeverinoG. Barzaghi,
L’alterità tra mondo e Dio: la verità dell’essere e il divenire, in: “Divus
Thomas” Severino, Nascere. E altri problemi della coscienza religiosa Dialogo Severino-Barzaghi a Milano Giornata di studio dello Studio filosofico
domenicano di Bologna RaiCultura.
Giuseppe Barzaghi, Dio e il concetto filosofico di eternità del Tutto su
raicultura. Interviste ai filosofi: Giuseppe Barzaghi su you tube.com. Nome
compiuto: Giuseppe Barzaghi. Keywords: scuola di anagogia, ana-gogia, il quadro
anagogico, anagogia, greco ‘anagogia’. Implicatura storica, la porta di velia,
girgentu, l’implicatura di milesso, il segno di boezio, filosofia italiana.
Scuola di anagogia, Bologna, fidanza, Aquino, filosofia romana, carneade, l’ambassiata
greca a Roma, filosofia, la scuola di Crotone, l’impicatura di Gorgia di
Leonzio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Barzaghi,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Itlia.
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