LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" --A-Z B BA

 

Luigi Speranza -- Grice e Badaloni: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della colloquenza – la scuola di Livorno – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice  (Livorno). Filosofo toscano. Filosofo italiano. Livorno, Toscana. Grice: “I like Badaloni; he never took the ROMAN story of philosophy – I say story since history, as every Italian knows, is too pretentious! – seriously until he had to teach it! “Storia del pensiero filosofico – l’antichita’ is my favourite – because he does his best to understand Plato’s pragmatics of dialogue as misunderstood by Cicero!” --  Nicola Badaloni, Sindaco di Livorno Predecessore Diaz Successore Raugi Nicola B. (detto Marco). Di spiccate convinzioni marxiste, è stato uno studioso di Bruno, Campanella, Vico, Marx, e Gramsci.  All'attività di ricerca e di docenza a Pisa, dove è stato Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia e  occupa e la cattedra di filosofia, B. ha affiancato un'imponente attività politica nelle file del movimento operaio, ricoprendo per molti anni la carica di sindaco di Livorno, di presidente dell'Istituto Gramsci, nonché di membro del Comitato centrale del PCI. I suoi contributi storiografici, salutati fin dall'esordio dall'apprezzamento di Benedetto Croce hanno messo in luce autori considerati minori e pensatori inattuali (Franco, Fracastoro, Porta, Cherbury, Conti) rinnovando radicalmente, attraverso una collocazione nel contesto storico, grandi figure viste dalla storiografia idealistica precedente come immerse in una «solitudine metastorica».  Storicismo e filosofia Nella presentazione dell'ultima pubblicazione di B., Bodei ha sostenuto che il marxismo, lontano da ogni vulgata, conserva, per lo storico della filosofia toscano, la sua capacità di strumento di comprensione del mondo, di erogatore di energie di cambiamento, di guida per lo sviluppo di una prassi razionale, ancora validi dopo le esperienze del cosiddetto "socialismo realizzato". B. ha incessantemente ricercato un legame, nella storia, tra pensiero e azione sociale e sviluppato uno storicismo di impronta marxista che raccordasse autori lontani nel tempo (come Bruno, Vico, e Labriola), ma accomunati dalla tensione al rinnovamento e alla trasformazione progressiva degli assetti sociali in una data situazione storica determinata. Così come c'è alterità profonda, ma non rottura senza legame, tra Hegel e Marx e similmente tra Croce e Gramsci.  Altre saggi: “Retorica e storicità in Vico” -- “Inquietudini e fermenti di libertà nel Rinascimento italiano” (ETS, Pisa); “Appunti intorno alla fama del Bruno”; “Introduzione a Giambattista Vico, Feltrinelli); “Marxismo come storicismo, Feltrinelli); “Tommaso Campanella” (Feltrinelli, 'Istituto Poligrafico dello Stato); “Conti. Un abate libero pensatore tra Newton e Voltaire” (Feltrinelli); “Il marxismo italiano degli anni Sessanta” (Editori Riuniti); “Labriola politico e filosofo, sta in Critica marxista, Roma); “Per il comunismo. Questioni di teoria, Einaudi); “Fermenti di vita intellettuale a Napoli, Storia di Napoli, Società Editrice Storia di Napoli); “Cultura e vita civile tra Riforma e Controriforma” (Laterza); “La storia della cultura, sta in Storia d'Italia, III -(Dal primo Settecento all'Unità), Einaudi); “Il marxismo di Gramsci. Dal mito alla ricomposizione politica, Einaudi); “Libertà individuale e uomo collettivo in Gramsci, in Politica e storia in Gramsci, F. Ferri,  1, Roma, Editori Riuniti-Istituto Gramsci); “Labriola, Croce e Gentile” (Laterza); “Dialettica del capitale, Editori Riuniti); “Gramsci: la filosofia della prassi, sta in Antonio Gramsci. La filosofia della prassi come previsione, in Hobsbawm, E. H., Storia del marxismo” (Torino, Einaudi); “Teoria della società e dell'economia in Labriola, I e II, in Dimensioni”; Forme della politica e teorie del cambiamento. Scritti e polemiche” (ETS); Movimento operaio e lotta politica a Livorno”; “Democratici e socialisti in Livorno” (Nuova Fortezza); “Filosofia della praxis, sta in  Gramsci. Le sue idee nel nostro tempo, Editrice l'Unità); “Labriola nella cultura europea dell'Ottocento, Lacaita); “Il problema dell'immanenza nella filosofia politica di  Gramsci, Quaderni della Fondazione Istituto Gramsci Veneto, Venezia, Arsenale); “ Bruno. Tra cosmologia ed etica, De Donato); “Laici credenti all'alba del moderno. La linea Herbert-Vico, Le Monnier-Mondadori); “Inquietudini e fermenti di libertà nel Rinascimento italiano, Edizioni ETS, Pisa, B. è inoltre coautore di due importanti manuali:  Storia della pedagogia, (Laterza); “Il pensiero filosofico. Storia. Testi. Per le Scuole superiori” (Signorelli Editore). Notizia della morte sul settimanale Macchianera, su macchianera.  Giuliano Campioni, Addio a B., maestro di filosofia, Athenet, Sistema bibliotecario di ateneo, Pisa. La lezione di Nicola Badaloni di Giuliano Campioni, professore del Dipartimento di Filosofia dell'Pisa, 20 gennaio,, in Pisanotizie. B. in Treccani Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Predecessore Sindaco di LivornoSuccessore Livorno Stemma.svg Diaz Raugi Filosofia Politica  Politica Categorie: Politici italiani Politici italiani Filosofi italiani Filosofi. Nome compiuto: Nicola Badaloni. Badaloni Keywords: colloquenza, la retorica di Vico. La storia di Vico, storia e storicita, campanella, lingua utopica. Bruno, Campanella, Gentile, Croce, Labriola, Gramsci. badaloni — implicatura vichiana — libero — biologia filosofica  telesio — vallisneri — lingua utopica di campanella — “retorica e storicità” — laico — bruno — comune — comunismo — marchetti — vignoli —Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Badaloni,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Baglietto: la ragione conversazionle e l’implicatura conversazionale della dialettica – filosofia ligure – la scuola di Varazze -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice (Varazze). Filosofo ligure. Filosofo italiano. Varazze, Liguria. Grice: “I like Baglietto; unlike me, he was a consceinious objector, but then we were fighting on different camps! I love the fact that his first tract is on ‘il problema del linguaggio’ in Mazzoni – but then he turned from ‘la bella lingua’ to Dutch! And specialized in Kant, but most notably Heidegger – ‘mitsein und sprache.’ But he also wrote on ‘eros’ and ‘love,’ – which is very Platonic of him! And of me, since the ground for my theory of conversation is on the balance between what I call a principle of conversational self-LOVE (or egoism, if you mustn’t) and a corresponding principle of conversational OTHER-love (or altruism, if you must, since I prefer tu-ism – ‘thou-ism’).” Claudio Baglietto (Varazze), filosofo.   Di origini modeste, dopo gli studi liceali presso il Liceo "Chiabrera"di Savona, studiò Filosofia all'Pisa e si perfezionò presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, allora diretta da Giovanni Gentile. Baglietto fu assistente del filosofo Armando Carlini. Negli anni pisani sviluppò idee di riforma religiosa e morale, in contrapposizione al Cattolicesimo e al Fascismo. Insieme a Capitini, B. organizzava riunioni serali in una camera della Normale, cui partecipavano giovani studenti, divenuti in seguito affermati intellettuali, come Binni, Dessì, Ragghianti, Varese.  Così Capitini ricordava l'amico nel suo saggio Antifascismo tra i giovani (Trapani): "era una mente limpida e forte, un carattere disciplinato, uno studioso di prima qualità, una coscienza sobria, pronta ad impegnarsi, con una forza razionale rara, con un'evidentissima sanità spirituale. Cominciai a scambiare con lui idee di riforma religiosa, egli era già staccato dal cattolicesimo, né era fascista. Su due punti convenivamo facilmente perché ci eravamo diretti ad essi già in un lavoro personale da anni: un teismo razionale di tipo spiccatamente etico e kantiano; il metodo Gandhiano della noncollaborazione col male. Si aggiungeva, strettamente conseguente, la posizione di antifascismo, che B. venne concretando meglio. Non tenemmo per noi queste idee, le scrivemmo facendo circolare i dattiloscritti, cominciando quell'uso di diffondere pagine dattilografate con idee di etica di politica, che continuò per tutto il periodo clandestino, spesso unendo elenchi di libri da leggere, che fossero accessibili e implicitamente antifascisti. Invitammo gli amici più vicini a conversazioni periodiche in una camera della stessa Normale [...]".  Ottenuta una borsa per perfezionarsi presso l'Friburgo in Germania, dove allora insegnava Heidegger, in coerenza con i suoi ideali di nonviolenza incompatibili col Fascismo, B. decide di non rientrare più in Italia e rinunciò alla borsa, cosa che scandalizza Gentile (che aveva garantito per lui presso le autorità per il visto). Anche Cantimori criticò animatamente la scelta di B., in particolare nel suo carteggio con Capitini e con Varese, accusando i colleghi normalisti dissidenti dal Fascismo di mancanza di senso di realismo politico, nonché di senso dello Stato (fu poi lo stesso Cantimori ad avvisare Gentile della morte di B.).  Lasciata Friburgo, B. si trasfere quindi a Basilea, dove visse da esule, proseguendo gli studi e dando lezioni private. Sepolto nel cimitero di Basilea. Il cammino della filosofia, “Annali della Scuola Normale di Pisa”, Scritti religiosi. Antifascismo tra i giovani, Celebres, Trapani); "Kant e l'antifascismo", in Fontanari e Pievatolo, Bollettino italiano di filosofia politica, Pisa, Ospitato su archiviomarini.sp.unipi. (Saggio inedito di Baglietto, composto a Basilea e da anni depositato nell'Archivio Marini dell'Pisa) Note. A. Capitini, L'antifascismo tra i giovani, Celebres, Trapani); Chiantera Stutte, Cantimori. Un intellettuale del Novecento, Carocci, Roma, che rinvia soprattutto a Simoncelli, La Normale di Pisa. Tensioni e consenso; Angeli, Milano); Capitini. Capitini Mahatma Gandhi Nonviolenza  B. e la questione morale --  "Phenomology Lab", B., Kant e l'antifascismo di Fontanari, nel "Archivio Marini". Filosofia Università  Università Filosofo Professore Varazze Basilea Nonviolenza Antifascisti italiani Studenti dell'Pisa. Nome compiuto: Claudio Baglietto. Baglietto. Keywords.  dialettica, filosofia ligure, baglietto — il kantismo di heidegger — manzoni — filosofia dell’amore — dialettica — Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Baglietto,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Balbillo: il filosofo personale di Nerone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo italiano. A man of learning, he is much admired by Seneca. He is the personal philosopher of NERONE and writes a long book on astrology. Nome compiuto: Tiberio Claudio Balbillo. Balbillo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Balbillo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Balbo: il tutore di filosofia -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Scolaro di SCEVOLA (si veda) pontefice, e soprattutto un giurista. I shall say but little of some other Balbus's, mentioned by ancient Authors. Disciple SCEVOLA, and preceptor of Servio Sulpizio, an excellent philosopher of law. CICERONE says that Sulpizio did exceed his master, who, by the addition of a mature judgment to his learning, was something slow, whereas his disciple is quick and expeditious. B.’s essays are lost, to which perhaps his disciple Sulpizio did not a little contribute by inserting most of them in his own. Nome compiuto: Lucio Lucilio Balbo. Balbo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Balbo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Sperana -- Grice e Balbo: gl’ortelani – Roma antica – filosofa italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Portico. Consul. Friend of CICERONE, who successfully defended him in a legal action. Comments made by Cicero suggest he was a member of L’ORTO. Nome compiuto: Lucio Cornelio Balbo. Balbo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Balbo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Balbo: il portico a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo italiano. Chiamato ‘dal portico’ da CICERONE che nel De natura Deorum gli assegna l’esposizione delle dottrine teologiche stoiche.   Ivi B. dichiara di avere familiarità con Posidonio.Antioco dedica a B. un saggio.  Secondo CICERONE, B. e pari ai più insigni stoici. A Stoic philosopher and a pupil of Panezio.  B. appears to CICERONE as comparable to the best philosophers. He is introduced by CICERONE in his dialogue De natura deorum as the expositor of the opinions of the Portch on that subject. B.’s arguments are represented as of considerable weight. His name appears in the extant fragments of CICERONE’s Ortensio, but it is no longer thought that B. is a speaker in the dialogue. Cicero, De Divinatione. Griffin, "Composition of the Academica, in Inwood and Mansfield, Assent and Argument: Studies in Cicero's Academic Books. Brill. Smith, Dictionary of Roman Biography. Categories: Philosophers of Roman Italy Roman-era Stoic philosophers Lucilii Ancient Roman people GRICE E BALBO We must not, as Glandorpius has done, confound this Balbus with *Quintus* Lucilius BALBUS, the philosopher, and one of Cicero's interlocutors in the books de Natura Deor. A member of the Portch. Cicero uses him as a spokesmn for the Porch in De natura deorum. Nome compiuto: Lucio Lucilio Balbo. Quinto Lucilio Balbo. Balbo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Balbo,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza-- Grice e Baldini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del linguaggio – la scuola di Greve – filosofia fiorentina – la scuola di Firenze – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Greve). Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo Italiano. Greve, Firenze, Toscana. Grice: “I like Baldini, but more so does Austin! In his collection of ‘lessons’ (lezioni) on ‘filosofia del linguaggio’ (not just ‘sematnica’ or ‘semiotica’) for the distinguished Firenze-based publisher Nardini, he deals with Austin, but not me!” Grice: “Baldini fails to realise that I refuted Austdin – when Baldini opposes ‘filosofese,’ I am reminded of my non-conventional non-conversational implicata – and Austin’s less happy idea of a felicity condition for a perlocutionary effect!” Grice: “But what I like about Baldini is that being Italian, he refers to ‘amore’ in his ‘natural’ history of AMicizia – which is all that my conversational pragmatics is about: Achilles and Ayax must share a lot of common ground to be able to play the game of conversation, and they do!”  Si dedica alla filosofia del linguaggio. Figlio dello storico Carlo B., laureato a Firenze, insegna a Firenze, Siena, Perugia, Bari, e Roma. Diversi sono gli’ambiti di ricerca che più di altri B. coltiva: la filosofia della scienza (con una particolare attenzione al pensiero dell'epistemologo  Popper, di cui ha curato anche alcune opere), la filosofia del linguaggio, e la semiotica delle mode filosofiche. Dedicato saggi all'epistemologia, cogliendone le possibili applicazioni alla medicina, alla storia della scienza, alla pedagogia e, infine, alla filosofia politica. Parallelamente, ha rivolto i suoi interessi anche alla storia della scienza e, in particolare, alla storia della medicina. Un'attenzione particolare è stata dedicata ai nessi che intercorrono tra l'epistemologia e la filosofia della politica: sulla scorta delle riflessioni popperiane, ha riletto il pensiero utopico sia nella sua dimensione storica che in quella teorica.  L'altro grande interesse filosofico di B. è stata la filosofia del linguaggio. In particolare ha studiato le tesi dei semanticisti generali, un movimento nato negli Stati Uniti tra le due guerre mondiali e di cui si era occupato per primo in Italia negli anni Cinquanta Francesco Barone. L'interesse per la filosofia del linguaggio si è declinato anche in chiave storica: e alla storia della comunicazione Massimo Baldini ha dedicato numerose opere. Inoltre, gli studi sulla filosofia del linguaggio si sono incentrati sull'analisi di alcuni linguaggi specialistici: quello della pubblicità, quello dei mistici, quello della pubblica amministrazione, quello dei giornalisti, nonché il tema correlato del silenzio. Tutti questi linguaggi, sono stati studiati nelle prospettive dell'oscurità e della chiarezza, e dell'oggettività (soprattutto con riferimento al contesto dell'informazione).   La biblioteca comunale "B." di Greve in Chianti A partire dalla fine degli anni Novanta, infine, gli interessi di B. si sono incentrati sul tema della moda, che egli ha studiato dal punto di vista storico e semiotico, e nelle diverse componenti della moda vestimentaria e della moda capelli. Tutta l'attività di ricerca di B. è confluita in numerose opere individuali e collettive, curatele, introduzioni e prefazioni a testi italiani e stranieri, traduzioni, nonché nella collaborazione stabile con alcune case editrici e riviste scientifiche. In particolare, presso l'editore Armando (Roma) ha diretto le collane Temi del nostro tempo, I maestri del liberalismo, Moda e mode, I linguaggi della comunicazione; presso l'editore Rubbettino (Soveria Mannelli) la collana Biblioteca austriaca (con Antiseri, Infantino e Ricossa).  Menzione a parte merita poi il ricordare che B. è stato ed è rimasto nel corso dei decenni un grande estimatore e diffusore dell'opera del concittadino grevigiano Giuliotti, il "poeta-mistico" o "profeta" Giuliotti, del quale il nostro ha riedito alcune delle sue maggiori opere per lo più per conto delle edizioni Logos di Roma, oltre a dedicare al medesimo alcune raccolte di saggi come "Il più santo dei ribelli. Scritti su Domenico Giuliotti" oppure "Giuliotti. Cristiano controcorrente" (ed. EMP), senza contare i volumetti preparati per conto della preziosa casa editrice La Locusta di Vicenza, in consonanza agli interessi espressisi e sviluppatisi soprattutto a partire dagli anni ottanta, quelli che afferivano ai connotati e alle 'modalità' del linguaggio dei mistici, o alle relazioni intercorrenti fra le dimensioni del silenzio-parola-Parola di Dio-ascolto.  È stato altresì membro del Comitato Nazionale per la Bioetica; membro del comitato scientifico delle riviste L'Arco di Giano, 'Nuova civiltà delle macchine, Desk.  Morì a causa di un infarto mentre si trovava a cena con alcuni colleghi universitari. Nel  per la casa editrice Rubbettino è uscito il libro La responsabilità del filosofo. Studi in onore di B. Antiseri con saggi di amici, colleghi, collaboratori e studenti per ricordare la figura intellettuale e morale di Massimo Baldini a quattro anni dalla scomparsa. Partecipano all'antologia Mauro e Kerckhove. Il primo maggio  è stata inaugurata a Greve in Chianti la Biblioteca B.  Sulla filosofia del linguaggio «È chiaro che devo preoccuparmi di essere inteso da tutti perché penso che la chiarezza sia la cortesia del filosofo»  (Gasset, Cos'è la filosofia?) Secondo Baldini scopo del filosofo e della sua filosofia è essere chiari: scrisse infatti «l'accusa che più frequentemente viene rivolta alle opere dei filosofi è quella dell'illegibilità». I filosofi come dimostra nel suo Contro il filosofese e nel Elogio dell'oscurità e della chiarezza non seguono sempre questa missione ed in alcuni casi sembra usino volutamente un linguaggio oscuro ed incomprensibile. Tre dei filosofi più oscuri secondo Baldini, che ricalca in questo anche il giudizio di Schopenhauer, sono stati Fichte, Hegel e Schelling. Parlando di Hegel, Baldini riporta il giudizio di uno scritto di Koyré che definisce la lingua di Hegel "incomprensibile e intraducibile".  Citando inoltre il giudizio di Popper scrive: «Troppo spesso, secondo Popper, i filosofi vengono meno alla virtù della chiarezza. Con l'oscurità sovente mascherano le tautologie e le banalità che infiorettano i loro discorsi».  Bergson cita l'esempio di Cartesio, di Malebranche e di molti altri filosofi francesi mostrando che idee molto raffinate e profonde possono essere espresse nel linguaggio ordinario anziché con circonlocuzioni e ridondanze e termini che sono causa di equivoci. B. afferma che l'oscurità in filosofia è, dunque, il modo migliore per fingere di spacciare pensieri, mentre si sta solo spacciando parole, è una maschera che cela spesso il vuoto di pensiero o la banalità dei pensieri. Nonostante tutto secondo B., non bisogna giudicare frettolosamente un filosofo, definendolo oscuro, a volte può essere una carenza della nostra conoscenza che ci porta a respingere come vuoto suono, parole che invece, hanno il loro preciso significato.  Filosofare in maniera chiara può avere le sue difficoltà, Nietzsche infatti afferma che ci vuole meno tempo ad imparare a scrivere nobilmente che chiaramente e  Wittgenstein che celebra a più riprese la chiarezza, fa autocritica ammettendo in una sua lettera a Russell che il suo Tractatus logico-philosophicus è tremendamente oscuro. Quanti celebrano la chiarezza in filosofia, sanno bene che ogni lettore di testi filosofici deve fare proprio il consiglio che Wittgenstein da a Russell, quando questi si lamenta con lui dell'oscurità del trattato, gli scrive. Non credere che tutto ciò in cui tu sei capace di capire consista di stupidaggini. Invece, un personaggio che volutamente, secondo B., tende a non farsi capire e a sopraffare linguisticamente fra gli applausi di ammirazione i suoi ascoltatori, è Verdiglione.  Chi si avventura nelle sue opere, fa rilevare il filosofo, si imbatteva in frasi tipo questa. Sono tratto da un demone a dire, a fare, a scrivere sempre fra oriente e occidente e fra nord e sud. Senza luogo della parola. Questo demone è il colore del punto, dello specchio, dello sguardo, della voce: la moneta stessa. Punto, sembiante, oggetto scientifico, è indotto dalla pulsione, dall'instaurazione della domanda, dove l'offerta è il pleonasmo», ed ancora: «Ecco questo primo rinascimento. Primo in quanto procede dal secondo, ovvero dall'originario. Secondo dunque non in senso ordinale, non in nome del nome. Non è neppure nuovo, perché non parte dalla corruzione per arrivare all'utopia». "Oscuro superlinguaggio" e "gargarismi linguistici e semantici" sono secondo B. il risultato della verdiglionite ovvero di chi si muove sui sentieri del filosofese. Secondo B. quindi la difficoltà di esprimere alcuni profondi pensieri filosofici non dovrebbe essere amplificata, è vero che ci sono pensieri filosofici difficili da esprimere in modo semplice, ma è pur vero che il filosofo che desidera trasmettere la propria filosofia, dove fare un onesto sforzo affinché essa sia quanto più possibile comprensibile al proprio uditorio.  Sociologi: è morto B., semiologo e filosofo, Adnkronos, Contro il filosofese I filosofi e l'abuso delle parole; Contro il filosofeseFichte, Schelling, ed Hegel: i professionisti dell'oscurità; Koyré, Note sulla lingua e la terminologia hegeliana, Interpretazioni hegeliane, La Nuova Italia, Firenze; Russel. L'autobiografia Longanesi, Milano Verdiglione, Manifesto del secondo rinascimento, Rizzoli, Milano. Altre saggi: “Epistemologia e storia della scienza” (Città di vita, Firenze); “Campanella ed il linguaggio dell’utopia” – “Utopia e ideologia: una rilettura epistemologica” Ed. Studium, Roma); “Epistemologia contemporanea e clinica medica” (Città di vita, Firenze); “Teoria e storia della scienza” (Armando, Roma); “I fondamenti epistemologici dell'educazione scientifica” (Armando, Roma); “La semantica generale” (Città nuova, Roma); “Gli scienziati ipocriti sinceri: metodologia e storia della scienza” (Armando, Roma); “La tirannia e il potere delle parole: saggi sulla semantica generale” (Armando, Roma); “Congetture sull'epistemologia e sulla storia della scienza” (Armando, Roma); “Epistemologia e pedagogia dell'errore” (Scuola, Brescia); “Il linguaggio dei mistici” (Queriniana, Brescia); “Il linguaggio della pubblicità” “La fantaparola” (Armando, Roma); “Educare all'ascolto, Scuola, Brescia); “Parlar chiaro, parlar oscuro” (Ed. Laterza, Roma Bari); “Lezioni di filosofia del linguaggio” (Nardini, Firenze); “Antologia filosofica, Scuola, Brescia); “Contro il filosofese” (Laterza, Roma); “Storia della comunicazione, Newton et Compton, Roma); “La storia delle utopie, Armando Editore, Roma); “Il proverbi italiano” (Newton et Compton., Milano); “Karl Popper e Sherlock Holmes: l'epistemologo, il detective, il medico, lo storico e lo scienziato” (Armando, Roma); “La medicina: gli uomini e le teorie, CLUEB, Bologna); “Il liberalismo, Dio e il mercato” (Armando, Roma); “L’amicizia” (Armando, Roma); “Introduzione a Karl R. Popper, Armando Editore, Roma); “Capelli: moda, seduzione, simbologia” Peliti, Roma); “Popper e Benetton: epistemologia per gli imprenditori e gli economisti” (Armando, Roma); “Elogio dell'oscurità e della chiarezza, LUISS University Press e Armando Editore, Roma); “Elogio del silenzio e della parola: i filosofi, i mistici, i poeti, Rubettino, Soveria Mannelli); “I filosofi, le bionde e le rosse, Armando Editore, Roma); “L'invenzione della moda: le teorie, gli stilisti, la storia. Armando Editore, Roma); “L'arte della coiffure: i parrucchieri, la moda e i pittori, Armando Editore, Roma); Popper, Ottone, Scalfari, LUISS University Press, Roma. Citazionio su B. Scheda dell'Università LUISS, su docenti. luiss. Filosofia Filosofo Filosofi italiani Accademici italiani Accademici italiani Professore Greve in Chianti Roma Professori della Libera università internazionale degli studi sociali Carli Professori della Sapienza Roma Perugia Siena Bari Firenze. Intendo concentrarmi qui su alcuni aspetti della teoria aristotelica dell’amicizia: il metodo di indagine attraverso cui è articolata e acquisita, e il suo significato dialettico e teorico.  Il processo conoscitivo per Aristotele è una transizione da ciò che è primo per noi a ciò che è primo per sé, e l’indagine sull’amicizia non fa eccezione. Il primo per noi contempla la nostra esperienza della cosa intesa in senso ampio, tale da includere: le prassi linguistiche e ascrittive diffuse, le opinioni notevoli (ἔνδοξα) condivise da tutti o dai più o dai sapienti o da alcuni di essi, i topoi o luoghi comuni consegnati dalla tradizione, i fenomeni intesi come fatti della vita, ovverosia le ordinarie prassi umane, i comportamenti concreti implicati nelle relazioni di amicizia. Si tratta di un materiale eterogeneo, variegato, opaco, bisognoso di sintesi e di articolazione concettuale. Il suo trattamento dialettico preliminare e orientato anzitutto a evidenziare le contraddizioni che tale materiale ospita, per poi cercare di superarle entro una sintesi superiore la quale, attraverso una teorizzazione positiva ˗ materiata di distinzioni semantiche e concettuali, argomenti, definizioni ˗ ne salvi gli elementi genuini nella misura del possibile, mostri l’apparenza delle contraddizioni, e produca così una sorta d’equilibrio riflettuto fra il primo per noi, da cui pure si sono prese le mosse, e il primo per sé, punto d’arrivo dell’indagine. Una buona teoria dovrà fare giustizia dei caratteri manifesti dell’oggetto, renderli cioè intellegibili e inferibili. Una teoria che nega questi caratteri, e ipso facto una teoria deficitaria, insoddisfacente: non ci riconcilierebbe coi φαινόμενα, che pure sono il suo originario explanandum.  Questa cifra metodologica va tenuta presente, se si vuole apprezzare in modo non superficiale la trattazione aristotelica dell’amicizia nelle Etiche. Perciò è opportuno partire non da Aristotele, bensì dall’orizzonte teorico-culturale cui egli si rapporta dialetticamente, nonché dai suoi obbiettivi polemici. Il significato ordinario di «φιλία» ha un’estensione ben più ampia della nostra nozione di «amicizia»: oltre all’amicizia propriamente intesa, può denotare anche l’alleanza politica, la vasta gamma dei rapporti sociali, dalle relazioni parentali e matrimoniali a quelle commerciali, quelle cameratistiche, quelle amorose ed erotiche; insomma, qualunque interazione umana positiva e non ostile, fra individui o fra gruppi – ma anche fra uomini e dei– è denotabile come φιλία. Nella caratterizzazione preliminare che ne offre, Aristotele attinge ai grandi modelli omerico ed esiodeo, così come ai Sette Savi, ai tragici, nonché al sapere filosofico dei predecessori (Empedocle, Eraclito, etc.); ma il punto di riferimento dialettico che, sottotraccia, orienta l’intera trattazione, è il Liside platonico, la prima indagine filosofica sistematica dedicata alla φιλία[8], nelle cui note aporie sono peraltro condensate e portate a tematizzazione le contraddizioni insite nelle istanze della tradizione pre-filosofica globalmente intesa. Il Liside dunque, fra gli ἔνδοξα e i λεγόμενα, riveste un ruolo dialettico-polemico primario, anche se non se ne fa alcun riferimento esplicito. È impossibile in questa sede tentarne anche solo una cursoria sintesi, ma è necessario individuare perlomeno quelle aporie di fondo intorno alla φιλία che Aristotele riprende in maniera puntuale.  Una importante aporia radicata nella dicotomia attivo/passivo, è articolata intorno alla questione: chi dei due, in una relazione amicale, è l’amico? Chi ama o chi è amato? Si sonda tutto lo spazio logico delle possibilità, producendo esiti paradossali (di qui, appunto, lo status di aporia): se è chi ama, ad essere amico di chi è amato, allora nel caso che chi è amato odiasse chi lo ama, uno sarebbe amico di chi lo odia! se è chi è amato, ad essere amico, sarà anche il caso che chi è odiato è nemico, dunque se qualcuno ama qualcuno che lo odia, allora sarà nemico di un suo amico! se sono amici o chi ama o chi è amato, indifferentemente, resta fermo che uno potrebbe essere amico di chi lo odia se sono amici necessariamente entrambi, allora non potremmo essere “amici” di entità che non ci amano, come la scienza, o il vino, o i cavalli. L’aporia presuppone l’ampia estensione semantica di φιλία e di φίλος, che da un lato può avere significato passivo (esser caro a qualcuno), attivo (essere amico o reciproco, dall’altro come prefisso (φίλο-) può comporre termini denotanti amore, passione o apprezzamento per entità impersonali, che non reciprocano. Ma l’aporia è filosofica, non meramente linguistica.  Una seconda aporia muove dalla questione se l’amicizia si dia fra simili o fra dissimili. Se si dà fra simili, allora anche i malvagi sarebbero amici, ma fra malvagi non si dà vera amicizia (assunzione qui data per vera); se si dà non fra simili simpliciter ma fra simili nell’esser buoni, sorge il problema di come il buono – il quale basta a se stesso – possa trarre utilità da un altro buono, e viceversa, quando si era precedentemente stabilito che nessun amico è inutile all’amico se si dà fra dissimili contrari, come povero/ricco, sapiente/ignorante etc., allora, daccapo, l’amico sarà amico del nemico, il malvagio del buono etc.: amico/nemico e malvagio/buono sono contrari; 4) forse si dà fra certi dissimili non contrari: chi è intermedio fra buono e cattivo può amare il buono in virtù della presenza in sé di un “male”, cioè della privazione di bene di cui è conscio e che lo rende intermedio; così l’amicizia diventa un caso particolare del desiderio, volto strutturalmente a ciò di cui si è privi. Ma anche qui si ricadrebbe nel caso 1 della Prima aporia: pare che l’amare unidirezionale e non ricambiato non sia sufficiente all’amicizia, inoltre il buono sarebbe amato senza amare a sua volta (infatti l’altro gli è inutile giacché egli ha già il bene presso di sé).  A questo punto viene introdotta l’idea che, se noi cerchiamo nell’amico il bene ma nessun amico può avere il bene pienamente presso di sé, allora ciò che cerchiamo negli amici è il «Primo Amico», qualcosa che trascende sia noi che gli amici stessi, di cui questi ultimi sono apparenze (εἰδώλα). Le relazioni amicali sono da ultimo orientate verso qualcosa che trascende entrambi i relati, secondo una dinamica “ascensionale” segnatamente platonica: ma così l’amico in carne e ossa parrebbe ridotto a mero luogo di transito di una tensione desiderante che ascende in direzione di un assoluto ideale. Riesaminando poi la relazione “orizzontale”, si introduce la nozione di «affine» (οἰκεῖος): forse la φιλία è rapporto col simile in quanto affine, o familiare; ma l’affinità pare essere reciproca (se A è affine a B, B è affine ad A), dunque il buono risulta inservibile a chi è già affine al buono; inoltre, sono affini anche i malvagi.  Anche se la trattazione appare un poco schematica e talora verbalistica, essa tocca problemi speculativi genuini. Come ci si aspetta da un dialogo “socratico” di Platone, le aporie non trovano uno scioglimento, se non la paradossale acquisizione che né amanti né amati, né simili né dissimili né contrari, né affini, né buoni, possono essere amici! Teniamo dunque a mente questi nodi problematici. L’amicizia è studiata nell’Etiche Eudemia e Nicomachea. Mentre la trattazione dell’Etica Eudemia risulta più logica e astratta, quella dell’Etica Nicomachea è più orientata a salvare i fenomeni, è più empirica e inclusiva: per cogliere i nuclei teorici di fondo, è sensato muovere dalla prima, e valutare criticamente quando e perché la seconda propone integrazioni o discostamenti teorici da quella. Sia la Eudemia precedente alla Nicomachea o meno, in essa appare più nitidamente come la trattazione aristotelica costituisca una sorta di virtuale controcanto filosofico del Liside platonico.  Etica Eudemia VII introduce il soggetto come specialmente degno di essere indagato: gli ἔνδοξα universalmente diffusi pongono la φιλία come il fine stesso della politica, come antidoto all’ingiustizia, come habitus caratteriale rivolto ai buoni, pongono l’amico come il più grande dei beni esterni (anche in quanto volontariamente scelto) e l’assenza di amici come il male più terribile. La φιλία è aspetto centrale dell’etica – soprattutto entro un’etica eudemonistica imperniata sul bene e sulla felicità – dunque non sorprende che la sua trattazione occupi quasi un quinto degli scritti etici aristotelici.  Ma altre opinioni notevoli non sono universalmente condivise: per alcuni il simile è amico del simile (Omero, Empedocle), per altri lo è il contrario del contrario (Esiodo, Euripide, Eraclito): sono le opzioni 1 e 3 della Seconda Aporia del Liside, che pure non viene citato. Si ricordano poi altre opinioni, topoi tradizionali già ripresi dal Liside: per alcuni non c’è amicizia fra malvagi ma solo fra buoni (cfr. opzione 1 della Prima Aporia), per altri solo chi è utile può essere amico (cfr. opzione 2 della Seconda Aporia).  Prima di passare alla pars construens, Aristotele enuncia candidamente il criterio metodologico e lo scopo dell’indagine:    Occorre trovare un’argomentazione che insieme renda conto (ἀποδώσει) al massimo grado delle opinioni (τά δοκοῦντα) intorno a queste cose, e anche che sciolga le aporie e le contraddizioni. Ciò avverrà qualora appaia che le opinioni contrarie sono sostenute con buone ragioni: una tale argomentazione sarà nel massimo accordo coi fenomeni. E le tesi in contraddizione risultano mantenersi, se quel che affermano è vero in un senso, ma in un altro no. (Et. Eud.).  Le opinioni diffuse e notevoli non vanno accolte in modo supino e acritico, ma comprese nelle loro buone ragioni e, nella misura del possibile, salvate entro una sintesi teorica che superi le aporie e mostri che le affermazioni apparentemente incompatibili possano essere vere entrambe, in sensi diversi; così vi sarà anche il massimo accordo coi φαινόμενα. Questi, i desiderata da soddisfare.  Se l’amicizia è desiderio (altra acquisizione del Liside[25]), il desiderio può essere del piacevole (appetito) o del buono (volontà)[26], dunque ciascuno di essi ci è «amico» o caro (φίλον); comunque il piacere si presenta come un bene (o appare tale o è creduto tale[27]): la prima distinzione da fare è perciò fra bene e bene apparente (φαινόμενον ἀγαθόν), oggetti del desiderio. La seconda è quella fra bene incondizionato (ἁπλῶς) e bene per qualcuno[29]: ciò che è buono simpliciter lo è per l’essere umano in generale, ciò che è tale «per qualcuno» lo è per certi individui particolari in certe circostanze (per esempio, un’operazione per un malato); parimenti, vi è un piacevole incondizionato e un piacevole «per qualcuno» (per esempio, in condizioni fisiche o morali alterate); Aristotele sostiene che il piacevole incondizionato coincida col buono incondizionato[30]: ciò che è buono per l’uomo in generale, è anche piacevole per l’uomo in generale, invece un individuo malato o corrotto troverà piacevoli cose non oggettivamente buone; né coincideranno il piacevole «per lui» e il buono «per lui». Un uomo saggio e virtuoso troverà piacevole ciò che è buono, dunque nel suo caso si identificano bene apparente e bene reale (è buono ciò che gli appare tale), bene «per lui» e bene incondizionato (ciò che è bene per lui è buono in generale per l’uomo), nonché bene e piacere: egli è norma rispetto a ciò che per l’uomo in generale è e deve essere buono e piacevole, in quanto esprime l’eccellenza della stessa natura umana. A ogni modo, ciò che motiva un soggetto S deve apparire un bene a S (che lo sia o meno), e apparire a S un bene per lui (che sia o meno anche un bene in senso incondizionato). Ci sono cose per noi buone in quanto le riteniamo dotate di valore intrinseco, cose per noi buone in quanto le riteniamo utili, e cose per noi buone in quanto le troviamo piacevoli. Poiché l’amico è un bene scelto e desiderato ˗ il φιλεῖν è un caso particolare di desiderio ˗ potrà esserlo per questi tre motivi: come bene in sé, e cioè in quanto è ciò che è e «per la virtù», o in quanto è ci è utile, o in quanto sia piacevole, «per il piacere». Chiariremo successivamente perché il buono in quanto buono, quando il bene sia l’amico stesso, si identifichi con la sua virtù.  Colui che è amato in base a uno dei tre aspetti suddetti (bene-virtù, utilità, piacevolezza) diventa un amico ˗ si aggiunge ˗ quando contraccambia l’affetto: dunque la reciprocità diviene un tratto essenziale dell’amicizia, una sua condizione necessaria; Aristotele sceglie l’opzione 4 della Prima Aporia del Liside, ma replica all’obiezione ivi contenuta, secondo cui cose amate come il vino, i cavalli e la scienza non possono ricambiare, mediante la distinzione fra φιλία e φίλησις[33]: la seconda è un affetto/desiderio per le cose inanimate, la prima implica un simile affetto come componente, ma include necessariamente la reciprocità. Talvolta, una nozione vaga può essere disambiguata mediante una distinzione semantica, in modo da sciogliere apparenti contraddizioni e insieme “salvare i fenomeni”. Tuttavia, l’affetto reciproco sulla base di uno dei tre amabili non è ancora sufficiente perché ci sia φιλία; tale reciprocità deve essere esplicita, non celata, nota ai due amici: se amo qualcuno che non lo sa, non siamo amici, nemmeno nel caso lui ami me e io lo sappia; entrambi devono amarsi l’un l’altro, ed entrambi lo devono fare in modo manifesto, tale che sia noto all’uno e all’altro. La coscienza di essere amici è essenziale all’essere amici: qualcuno può credere di essere amico senza esserlo[34], però nessuno può essere amico di qualcuno senza credere di esserlo. Se manca la reciprocità, non si ha amicizia ma «benevolenza» (εὔνοια), cioè desiderio del bene dell’altro; quando quest’ultima è reciproca e non è celata, allora può divenire amicizia.  Le tre forme di amicizia, rispettivamente basate su virtù, utilità, piacere, secondo l’Eudemia intrattengono la relazione asimmetrica che Aristotele chiama πρὸς ἓν, in cui vi è un significato primario o focal meaning cui gli altri, secondari e derivati, rimandano[36]: l’amicizia a causa della virtù e fondata sul bene è posta come πρώτη φιλία, «prima amicizia», da cui le altre dipendono dal punto di vista definitorio. Quindi «φιλία» non denota tre specie di un unico genere, né è un termine equivoco che denota realtà completamente diverse; è termine “multivoco”, giacché l’amicizia si dice in molti modi ma in riferimento a un senso che illumina tutti gli altri, e a cui gli altri si rapportano necessariamente. Molti critici ritengono che, siccome l’amicizia “utilitaristica” e quella “edonistica” possono darsi indipendentemente da quella “virtuosa”, l’idea che esse rimandino necessariamente a quella “virtuosa” non sarebbe convincente, e proprio per questo sarebbe poi abbandonata nella Nicomachea. Ma la gerarchizzazione πρὸς ἓν è anzitutto definitoria: il piacere è un bene apparente (dunque, una declinazione del bene), l’utile è tale in quanto foriero di bene[38] o di piacere (che, daccapo, è un bene apparente); dunque i tre amabili sono un bene, un modo di apparire del bene, una via che porta al bene. Al modo in cui il piacere e l’utilità si definiscono in rapporto al bene[39] (ma, per Aristotele, non viceversa), così le amicizie basate sul piacere e l’utile si definiscono in rapporto a quella basata sul bene come tale: e infatti, come vedremo, ne sono forme imperfette e difettive.  Si noti la pur generica assonanza fra la πρώτη φιλία e il πρῶτον φίλον, il Primo Amico del Liside: se Platone radica il senso delle relazioni amicali in un anelito a qualcosa che trascende le amicizie e gli amici stessi illuminandole, per così dire, dall’alto, Aristotele immanentizza il bene entro gli amici stessi e le loro relazioni; c’è una amicizia prima, ma non un Amico primo che si distingua dagli amici empirici e concreti. Il bene che è in gioco nell’amicizia è ubicato negli amici stessi, è immanente.  Qual è la ragione profonda di questa tripartizione? Si può mostrare in modo puntuale che si tratta di una risposta alle aporie platoniche: se i platonici pongono come amicizia solo quella virtuosa, «non riescono a dare conto dei fenomeni»[40], ove per fenomeni si devono intendere non solo le prassi umane, ma anche gli ἔνδοξα e i λεγόμενα. Se vi sono tre forme di amicizia, può darsi che alcune opinioni notevoli e intuizioni siano vere dell’una ma false dell’altra, altre siano vere dell’altra ma false dell’una, come afferma il passo metodologico succitato. Se poi a partire da ciascuna delle tre caratterizzazioni si potessero inferire o congetturare dei rispettivi propria, che coincidano coi rispettivi tratti manifesti dell’amicizia che parevano aporetici in quanto incompatibili, allora grazie a questa tassonomia tricotomica le aporie potrebbero essere sciolte, poiché alcuni di questi tratti caratterizzeranno un tipo di amicizia, alcuni altri un altro tipo di amicizia.  L’amicizia virtuosa, fondata sul bene, è fra simili in quanto buoni[41]: essa cattura l’opzione 2 della Seconda Aporia del Liside, nonché l’ideale arcaico, omerico ma anche teognideo e in generale aristocratico, della φιλία come sodalizio elettivo fra ἀγαθοί; a questo topos tradizionale, il Socrate del Liside replica che esso è incompatibile con un’altra idea ben radicata (basata su altri due topoi tradizionali): il buono è autosufficiente, e un amico gli sarebbe inutile, ma l’amicizia è fondata proprio sull’utilità reciproca; quest’ultima idea, di matrice esiodea[42] ma anche un luogo comune confermato dalle prassi umane, non può essere negata, per Aristotele: sono gli stessi φαινόμενα a mostrare che coloro che intrattengono relazioni continuative di utilità e soccorso reciproco, si chiamano amici  e si ritengono tali, e così sono dagli altri chiamati e ritenuti. La contraddizione è apparente, se si postula che l’utilità reciproca è un prerequisito di una forma di amicizia (quella basata sull’utile) e non dell’altra (quella basata sul bene). Le relazioni utilitaristiche sono amicizia, sebbene di un certo tipo; sia queste che quelle fondate sul piacere, possono sussistere anche fra individui non buoni, persino fra malvagi, sebbene in forma estremamente labile e instabile: l’opzione 1 della Seconda Aporia del Liside è anch’essa percorribile, in quanto due individui non “buoni” possono essere amici sulla base del piacere, e sono simili nella misura in cui condividono certi tipi di piacere; inoltre, l’intuizione per cui l’amicizia si dà fra contrari come povero/ricco, sapiente/ignorante etc. ˗ opzione 3 della Seconda Aporia del Liside ˗ è anch’essa fatta salva, in quanto viene posta come peculiare all’amicizia utilitaristica, che tipicamente è intrattenuta da individui in qualche senso contrari (l’uno ha qualcosa che l’altro non ha). Aristotele riesce a salvare i fenomeni attraverso una distinzione tassonomica fondamentale, che deve conciliare certe apparenti incompatibilità ma al tempo stesso preservare una certa unitarietà dell’oggetto: quella di amicizia è una nozione originariamente ospitale, plurale e polivoca, tanto internamente differenziata da implicare una demarcazione netta fra l’amicizia virtuosa e le altre, ma non tanto monolitica da implicare che si escludano dal novero delle amicizie quelle forme di relazione (utilitaria, edonistica) ordinariamente denominate così: altrimenti si farebbe violenza al linguaggio e alle “cose stesse”: a quel “primo per noi” che è lo stesso explanandum originario.  Una delle ragioni per cui l’amicizia virtuosa è detta «prima» nella Eudemia e poi «perfetta» (τέλεια) nella Nicomachea[44], è che essa è costitutivamente piacevole, benché non sia fondata sul piacere, e implica la disposizione alla mutua utilità quando serva, benché non sia fondata sull’utile: dunque contiene in sé, in certo modo, le altre due. Tuttavia, il piacere che consegue al bene ed è persino costitutivo di esso, non è lo stesso piacere che fonda le amicizie edonistiche; il primo è inseparabile dal bene cui consegue[45], quindi l’integrazione di piacere e utilità nell’amicizia virtuosa non è da concepirsi come una somma estrinseca o giustapposizione di aspetti positivi (bene + utilità + piacere). La perfezione di questa amicizia non è una somma di amicizie imperfette, è originaria completezza.  Nella Nicomachea non vi è traccia della relazione πρὸς ἓν, e la πρώτη φιλία diventa τέλεια φιλία[46]. Le altre amicizie qui sono dette tali «secondo somiglianza» a quella perfetta: a mio avviso, al netto della differenza di linguaggio, la posizione di Aristotele non muta in modo sensibile fra le due opere; la somiglianza delle amicizie edonistica e utilitaristica a quella perfetta consiste anche qui nel fatto che quest’ultima è, per entrambi gli amici, utile e piacevole, dunque contiene quegli aspetti che fondano le amicizie imperfette, ma non ne è simmetricamente contenuta. Infatti, ciò che è buono è anche utile e piacevole, mentre ciò che è utile può non essere piacevole e può non essere buono (né simpliciter, né per l’individuo) – per esempio, se l’individuo è corrotto e trova per sé utile qualcosa che lo approssima a ciò che non è il suo bene (anche se egli magari crede che sia il suo bene[48]) – e ciò che è piacevole può essere inutile o persino dannoso. Questo vale in generale, e a fortiori vale per gli amici buoni, utili, piacevoli. In realtà, lo stesso “compito” etico implicitamente affidato all’uomo, gli è affidato anche in rapporto all’amicizia: l’ideale umano, incarnato dal saggio che ne è norma ed esempio, è quello di far coincidere ciò che è bene per sé con ciò che è bene in generale, e ciò che è piacevole per sé con ciò che lo è in generale; si realizza così anche la coincidenza di bene e piacere, visto che il buono in generale e il piacevole in generale si identificano per natura[49]. Ciò importa che occorra anzitutto essere buoni (saggi e virtuosi) e, essendolo, prediligere le amicizie virtuose (che sono appannaggio dei buoni): esse non ospitano conflitti strutturali, soprattutto il bene e il piacere – il confliggere dei quali sopraffà l’acratico – sono adeguati ab origine, nell’amicizia perfetta, giacché essa è piacevole proprio in quanto buona. Ma ciò non esclude che i buoni possano intrattenere anche amicizie fondate sul piacere, o sull’utile[50]: esse però, nell’economia della loro vita, risulteranno marginali, sia nella quantità che nella qualità.  Può sorprenderci il fatto che alla forma di amicizia più rara e più “inarrivabile” delle tre (i buoni sono pochi, gli amici a causa del bene ancora meno) venga ascritta una priorità definitoria, sia essa del tipo πρὸς ἓν o «per somiglianza». Ma per Aristotele qualunque capacità umana – l’amicizia è una virtù, le virtù sono capacità acquisite – viene individuata e definita sulla base della sua eccellenza: è il caso eccellente, in cui un tratto umano è più pienamente realizzato, che funge da essenza normativa rispetto ai casi difettivi, deficitari, degradati, imperfetti; per definire, occorre guardare ai casi migliori, alla modalità in cui una potenzialità è dispiegata ed espressa più compiutamente, e che misura gli altri casi quasi costituendone un virtuale dover-essere rispetto a cui essi mostrano la loro manchevolezza. Perciò la teoria aristotelica presenta al contempo una dimensione descrittiva e una normativa, fra le quali sussiste una sorta di tensione dialettica. E in effetti le amicizie fondate sul piacere e sull’utile sono incomplete: vengono caratterizzate addirittura come amicizie per accidens[51], il che sembra sulle prime vanificare l’atteggiamento inclusivo adottato da Aristotele come cifra metodologica, non solo praticata ma persino esplicitata in modo programmatico[52]. È come se in sede di definizione generale Aristotele fosse interessato a preservare l’unità della nozione di amicizia nonostante le differenze, ma in sede di caratterizzazione sinottico-comparativa dei diversi tipi, ponesse invece l’enfasi sullo iato che separa l’amicizia prima o perfetta dalle altre, fino a trattare le altre come solo accidentalmente tali. Perché esse sono caratterizzate come «accidentali»?  Chi si ama per l’utile o per il piacere lo fa «non perché l’individuo amato sia quello che è, ma in quanto è utile o in quanto è piacevole»[53]: l’utilità e la piacevolezza sono proprietà relazionali esterne all’essenza dell’amico amato, determinate dagli effetti che esso ha su chi lo ama, «perché gli uni ne traggono un qualche bene, gli altri un piacere»[54]; invece l’amicizia basata sulla virtù e la bontà dell’amico amato, è basata su proprietà intrinseche all’amato, su ciò che da ultimo l’amato è. Noi siamo il nostro carattere, il nostro carattere è l’insieme unificato delle nostre virtù, una seconda natura che è frutto prima dell’educazione e poi delle nostre scelte: noi siamo un sé che sceglie, e i nostri pensieri, discorsi e azioni manifestano il nostro “sé”. Pertanto, nell’amicizia perfetta il bene che è in gioco è l’amico stesso che è amato, per ciò che egli essenzialmente è, mentre il bene che è in gioco nelle altre amicizie è il bene – nella forma dell’utile o del piacevole – dell’amico che ama. Anche se l’amicizia è sempre reciproca, resta fermo che nell’amicizia perfetta il fondamento è, per ciascuno degli amici, l’altro come buono, nelle altre è invece il proprio bene in quanto utilità o piacere[56]. Nelle amicizie imperfette la ragione per cui si vuole e persegue il bene dell’altro, resta radicata nell’interesse proprio come diverso dal bene elargito all’altro e diverso dall’altro stesso come dotato di valore intrinseco. È questa differenza radicale a rendere le amicizie imperfette amicizie per accidens: ciò non implica, si badi, che non siano amicizie, bensì che lo sono solo in virtù del loro somigliare all’amicizia perfetta, seppure in modo difettivo.  Ma l’amicizia fondata sul bene dell’amico non rischia così di risultare “disinteressata” in un modo psicologicamente implausibile? Solo in apparenza, in quanto il bene di chi ama è in gioco, ma lo è in quanto coincide col bene dell’amico: se siamo amici perfetti, siamo entrambi buoni e virtuosi, e il nostro bene individuale coincide col bene simpliciter: noi, come amici perfetti, cooperiamo per realizzare il bene in generale[58]; il bene mio e dell’amico sono voluti – rispettivamente, dall’amico e da me – in conseguenza del fatto che anzitutto io e l’amico siamo dei beni: se lo siamo l’uno per l’altro, è perché siamo buoni, siamo dotati di valore intrinseco, e lo riconosciamo reciprocamente. Non si tratta di una implausibile relazione puramente altruistica e disinteressata, perché non si fonda – ribadiamolo – solo sul volere il bene dell’altro, ma anzitutto sull’altro come bene in sé: voglio e perseguo il bene dell’altro non per altruismo astratto, ma perché l’altro è un bene. Una nozione comune con cui forse potremmo rendere più chiaro questo aspetto, è quella di stima. L’amicizia perfetta è fondata sulla stima reciproca: un amico che stimo per ciò che è e per come è, esemplifica in sé ciò che è buono, a prescindere da ciò che io posso trarre da lei/lui: «se uno non gioisce perché l’altro è buono, non c’è la prima amicizia» (1237b4-5). La stima reciproca presuppone una consonanza di valori, un’intesa su ciò che vale e ciò che è degno: e visto che i due amici sono virtuosi e buoni, essi valgono e sanno di valere, per questo valgono anche l’uno per l’altro. Si tratta di una amicizia in cui coltivare il proprio bene coincide col coltivare l’altro e il suo bene, e questo coincidere non è accidentale – come accade nelle altre amicizie – bensì è costitutivo. Invece posso trarre vantaggio da un amico utile senza stimarlo affatto, così come posso trarre piacere – per esempio, divertendomici insieme – da qualcuno che non stimo, che non ritengo una persona buona, degna, valida.  L’accidentalità delle amicizie non perfette si rende perspicua nella loro strutturale instabilità: un rapporto fondato sull’utilità non avrà più ragion d’essere, qualora uno dei due amici smetta di essere utile all’altro; i bisogni umani sono cangianti, e tali sono le risorse altrui per farvi fronte, cosicché anche le relazioni utilitarie sono essenzialmente mutevoli; lo stesso accade per gli amici secondo il piacere: cambiano, nel tempo, le fonti del piacere, i “gusti”, e cambiano anche le capacità altrui di procurarci piacere; l’amicizia piacevole, poi, è precaria anche perché riguarda tipicamente i giovani, i quali sono di per sé in continuo cambiamento[59].  Invece la virtù del carattere è cosa stabile: le amicizie complete sono stabili perché sono fondate sul bene come virtù, che è costante e non facile a mutare[60]. Il tempo può rendere inutile un amico che prima era utile, o non più piacevole un amico che lo era, ma difficilmente può sottrarre a un carattere le virtù, far diventare malvagi i buoni, stolti i saggi, e dunque minare le basi su cui le relazioni virtuose fra buoni sono costruite. Per questo l’amicizia completa è specialmente solida, quasi incrollabile[61], e l’amico virtuoso è un amico «al massimo grado», un amico «vero»[63]. Un tale amico si renderà utile se può e quando sia necessario, ma sarà utile perché è un amico, piuttosto che essere amico perché è utile; e sarà piacevole all’amico, giacché ci risulta tendenzialmente piacevole frequentare chi stimiamo[64].  Così Aristotele, forte della sua tassonomia tripartita, deriva dei propria (dei caratteri distintivi) di ciascuna amicizia, spiegando i fenomeni e riconciliandoci con le comuni pratiche ascrittive: alcune intuizioni, luoghi comuni e opinioni notevoli sono vere di un’amicizia, alcune dell’altra. Parlando coi giovani Liside e Menesseno, Socrate nel Liside si dice desideroso di amicizia più di ogni cosa al mondo – con una Priamel che restituisce in modo icastico l’idea dell’amicizia come il più grande dei beni esterni, fatta anch’essa propria da Aristotele – e invidia ironicamente la loro felicità, visto che sono giovani e sono diventati amici «in modo facile e rapido». Si tratta di caustica ironia, visto che la φιλία che ha a cuore Socrate non è né facile né rapida: ciò che è dissimulato, è che quella non è verace amicizia, ma altro. Qui c’è un’aporia in nuce, visto che i giovani che si frequentano, pur con una certa leggerezza e una conoscenza reciproca non profonda, paiono amici e sono detti tali, eppure non soddisfano i requisiti della “vera” amicizia non solo secondo l’idea socratica, ma anche secondo l’opinione diffusa per cui la vera amicizia è durevole, lenta e difficile a darsi. Aristotele distingue i soggetti delle attribuzioni incompatibili, salvando la verità di entrambe: l’amicizia giovanile (per esempio, quella di Liside e Menesseno) è fondata sul piacere, e ha certi tratti distintivi quali la facilità a prodursi e a decadere, l’intensità emotiva, e così via; l’amicizia perfetta, tipica degli uomini maturi (è quella per cui Socrate dice di ardere di desiderio), necessita di una lunga consuetudine e di una conoscenza reciproca profonda[66], è rara e appannaggio di pochi, è difficilissima a nascere ma altrettanto difficile a morire, fondandosi su ciò che in noi vi è di più stabile. Invece, quella utile caratterizza tipicamente gli anziani, particolarmente bisognosi d’aiuto e sensibili, per debolezza, al beneficio che può arrecare il mutuo soccorso; inoltre, essa si riscontra nei più, nelle masse, le quali sono più preoccupate dei benefici personali che del bene e del bello. Fra le amicizie incomplete, Aristotele ascrive una superiore nobiltà a quella fondata sul piacere, mentre quella fondata sull’utile è «da bottegai»[68]. In effetti, la condivisione del piacere è qualcosa di meno strumentale rispetto al trarre vantaggi da qualcuno: perlomeno il piacere è un fine, non un mezzo; inoltre, il piacere appartiene alla frequentazione stessa dell’amico, mentre l’utile è a questa completamente estrinseco: dunque il fondamento dell’amicizia utile è più esteriore e più contingente di quello dell’amicizia piacevole.  Un altro aspetto problematico del Liside emerge in particolare nella Prima Aporia rispetto alla polarità attivo/passivo (amante/amato), ma soggiace implicitamente anche ad altre aporie: l’amicizia sembra implicare uguaglianza e comunanza da un lato, e differenza e asimmetria dall’altro; si mescolano aspetti tipici del rapporto pederastico-erotico (amante e amato non sono intercambiabili), aspetti del rapporto genitoriale, anch’essi per definizione asimmetrici, e relazioni “fra buoni” simili, potenzialmente simmetriche. Aristotele cerca di articolare queste istanze entro un quadro più sistematico: la tassonomia delle tre amicizie si arricchisce di una distinzione trasversale, fra amicizie simmetriche e amicizie asimmetriche in cui uno è superiore e l’altro inferiore[69]; la φιλία deve essere reciproca, ma tale reciprocità può essere simmetrica o asimmetrica (fra superiore e inferiore). I tipi di amicizia sono dunque sei, giacché si può essere superiori quanto a virtù, a utilità, e a piacevolezza.  La ulteriore distinzione fra amicizie simmetriche e asimmetriche consente ad Aristotele una esplorazione straordinariamente ricca dei legami sociali più eterogenei, che assimila alla φιλία e alle sue declinazioni i rapporti familiari (padre-figlio, marito-moglie, figlio-figlio), i rapporti politici fra città (in vista dell’utile)[70], gli stessi rapporti fra i cittadini in rapporto alla loro comunità, i rapporti fra governanti e governati, le relazioni commerciali, e così via, e indaga le relazioni profonde fra amicizia, giustizia, concordia, comunità. Non è possibile restituire nemmeno sommariamente la ricchezza di tali analisi in questo contributo, il quale si focalizza piuttosto sul significato filosofico e dialettico della tripartizione in generale: ma fa d’uopo rilevare che le applicazioni di questa teoria generale sono molteplici e fecondissime.     3. Amicizia e autosufficienza    La tripartizione (con ulteriore dicotomia trasversale) non scioglie di per sé un nodo aporetico concernente la stessa amicizia perfetta fra buoni: è l’idea espressa entro il punto 2 della Seconda Aporia del Liside, per cui chi ha il bene presso di sé è autosufficiente e non ha bisogno di nulla, dunque l’amicizia di chicchessia gli sarebbe inutile. È vero che Aristotele ha distinto l’amicizia perfetta da quella utile, ma resta il problema di comprendere come mai colui che è saggio, virtuoso e buono, bastando a sé stesso, abbia una qualche motivazione a coltivare un amico, foss’anche un amico perfetto: «se è felice chi ha la virtù, che bisogno avrà di un amico?»[71]. L’idea dell’autosufficienza di chi è saggio, virtuoso, felice e beato, ripresa dal Liside, è un topos tradizionale, quindi ha lo status di ἔνδοξον ben radicato, di cui va dato conto e di cui va mostrata la compatibilità con la teoria positiva proposta nonché con altri ἔνδοξα altrettanto ben attestati.  Il problema è affrontato in Etica Eudemia VII 12 e in Etica Nicomachea IX 9, in maniere parzialmente differenti. L’Eudemia muove dall’analogia con la condizione divina, paradigma dell’autosufficienza. Ma la condizione umana può assurgere all’autosufficienza solo nella misura in cui lo consente la natura dell’uomo, che è animale sociale-politico[72] e può/deve realizzare questa natura, non quella divina[73]: il bene umano contempla sempre il rapporto a un’alterità – è καθ’ ἕτερον[74] ˗ quello divino è assoluto rapporto a sé[75]. L’autosufficienza divina funge da “idea regolativa”, da norma ideale: l’uomo felice minimizzerà il numero degli amici e si limiterà a quelli virtuosi, degni di accompagnarsi a lui; proprio il caso di chi non è obnubilato da bisogni e mancanze, evidenzia il valore intrinseco dell’amicizia perfetta, perseguita non già per ricevere benefici bensì per fare, dare e condividere il bene che si possiede. Ma l’argomento successivo – che è molto complesso e possiamo solo sintetizzare[76] – chiarisce che non si tratta di un altruismo generico e astratto, in quanto l’amicizia è ingrediente essenziale, non accessorio, della felicità individuale.  Vivere, per l’uomo, è percepire e conoscere[77], e – prosegue Aristotele ˗ l’aspirazione massima di ciascuno di noi è, da ultimo, quella di conoscere noi stessi (tesi che rivisita il celebre monito delfico-socratico); la felicità è costituita dalla conoscenza di sé in quanto attivi come buoni e virtuosi[78], e la conoscenza di sé passa per la conoscenza reciproca fra amici: l’amico è «un altro sé»[79], «percepire l’amico necessariamente è percepire in certo modo sé stesso e conoscere in certo modo sé stesso»[80]. Condividendo con l’amico i beni, i piaceri e le attività della vita felice, incrementiamo dunque la conoscenza di noi stessi e della nostra stessa felicità. La Nicomachea chiarisce la relazione fra il riconoscimento reciproco degli amici virtuosi e la loro felicità, soprattutto in un passo speculativamente densissimo:    Se l’essere felici consiste nel vivere e nell’agire, e l’attività dell’uomo dabbene ed eccellente è per sé virtuosa [..], se poi anche ciò che è familiare/affine (οἰκεῖον) a qualcuno è tra le cose che lui trova piacevoli, se noi possiamo osservare il nostro prossimo meglio di noi stessi, e le sue azioni più che le nostre, se le azioni degli uomini superiori, che siano anche amici, sono fonte di piacere per i buoni, dato che hanno tutte e due le caratteristiche piacevoli per natura, allora l’uomo beato avrà bisogno di amici simili a lui, posto che davvero preferisca osservare azioni buone, e che gli sono proprie, come lo sono le azioni dell’amico, quando è buono. (Et. Nic.) Le attività di un’esistenza virtuosa e felice sono obbiettivamente piacevoli agli occhi di un uomo buono, virtuoso e felice a sua volta: vi si rispecchia, sentendocisi “a casa propria”, e la familiarità determinata da affinità e prossimità, gli è in sé piacevole. Come si evincerà, la nozione platonica di οἰκεῖον, introdotta sul finire del Liside come cifra stessa della φιλία, trova una ripresa puntuale e una valorizzazione speculativa nella teoria aristotelica. Il prossimo si offre alla nostra conoscenza in modo più trasparente che noi stessi, giacché la sua distanza da noi lo rende meglio oggettivabile. I due tratti umani piacevoli per natura sono da un lato la felicità di cui la virtù è costitutiva, dall’altro la familiarità, che chi è felice è virtuoso riscontra ed esperisce nel contemplare e cooperare con un’altra esistenza felice e virtuosa. Le azioni di un nostro amico “perfetto” sono buone e nel contempo ci sono proprie, cosicché contemplarle è come trovare in esse lo stesso bene che noi siamo. Potrebbe stupire il riferimento reiterato al tema del piacevole, quasi che si trattasse di una delle due amicizie non perfette: ma occorre tenere a mente che il piacevole per natura o ἁπλῶς coincide col bene ἁπλῶς, e che si tratta di un piacere costitutivo del bene e inseparabile da esso, piuttosto che di un piacere addizionale ed esteriore rispetto al bene cui consegue. Se l’altro è sufficientemente prossimo a me, posso de-situarmi e oggettivarmi riconoscendomi nelle sue azioni, secondo una dialettica complessa e chiastica di riconoscimento reciproco. «Se l’uomo eccellente si comporta verso l’amico come si comporta verso di sé, dato che l’amico è un altro se stesso, allora, così come è desiderabile per ciascuno il suo proprio esserci, così è desiderabile l’esserci dell’amico, o quasi» (EN). In questo gioco speculare di identificazioni reciproche, il mio rapporto con l’altro è mediato del mio rapporto con me stesso, l’altro è un «altro me» e perseguo il suo bene in maniera pressoché equivalente a come perseguo il mio (quel «quasi» è una concessione al realismo empirico, da cui questa idealizzazione non vuole disancorarsi); ma è altrettanto vero che il mio rapporto con me stesso è a sua volta mediato dal mio rapporto con l’altro, giacché conosco genuinamente me stesso non già con un qualche misterioso atto introspettivo[83], bensì conoscendo persone simili a me che a loro volta mi riconoscono simili a sé: questa è la ragione perché v’è bisogno di amici buoni e virtuosi entro relazioni di amicizia “perfetta”; se la felicità implica autosufficienza, si tratta di un’autosufficienza umana e non divina, che passa per l’inclusione del prossimo nella nostra esistenza, e per la cooperazione con chi scegliamo come degno incarnare il bene e la virtù[84]. Come l’essere amici non si dà senza il sapere di esserlo anche se si può credere di essere amici senza esserlo, così l’essere felici (in quanto buoni e virtuosi in attività) non si dà senza la coscienza di essere felici (in quanto buoni e virtuosi), anche se è possibile credere di essere felici senza esserlo davvero. E per sapere chi sono, devo rispecchiarmi in amici simili a me[85]. Ciò importa che l’uomo beato non avrà bisogno di amici “meramente utili” e “meramente piacevoli”, invece dovrà avere amici buoni e virtuosi: il topos tradizionale è riscattato nella sua verità profonda, ma anche oltrepassato in virtù della tripartizione; in un senso è vero, in un altro no. Essere felici insieme è diverso dal semplice divertirsi insieme, anche se lo include, ed è diverso dal semplice aiutarsi l’un l’altro, anche se può includerlo.  L’amico perfetto ˗ come ogni altro autentico bene ˗ è oggetto di scelta razionale[86]. Anche per questo la teoria aristotelica si distanzia da quella platonica[87]: la φιλία erotica, già ben presente nel Liside sin dalla sua ambientazione scenica – una palestra, ove Liside è il «bello del momento» di cui Ippotale è innamorato – viene relegata da Aristotele a una delle tante forme di φιλία, degna di pochi accenni espliciti, mentre nel Simposio e nel Fedro, dialoghi ben più elaborati e costruttivi del Liside, l’eros è la forma di φιλία che viene eletta a oggetto di indagine paradigmatico. Ma le componenti mistico-estatiche della φιλία erotica come «follia divina» e frutto di invasamento[88], risultano completamente marginalizzate entro la teoria aristotelica. L’amicizia più degna e verace è attività derivante da scelta come desiderio razionale; se la felicità è attività e i beni che la materiano sono oggetto di scelta, allora anche l’amicizia, ingrediente costitutivo della vita felice, sarà espressione di attività, piuttosto che passivo invasamento consistente nell’esser “posseduti” da uomini o dèi. Il primato etico, fisico e metafisico dell’azione sulla passione, è anche il primato di un certo tipo d’amore su un cert’altro. L’amicizia è riportata fra gli amici, e la sua declinazione più eccellente, normante rispetto alle altre, è caratterizzata secondo la dimensione eticamente più elevata dell’umano: la ragione che sceglie e governa il desiderio, piuttosto che esserne governata. L’eros platonico, così bellamente ed enfaticamente rappresentato nel Simposio e nel Fedro, diventa per Aristotele solo una delle tante declinazioni possibili di un tipo di amicizia – quella fondata sul piacere – che è già di per sé incompleta e deficitaria.  Secondo l’aporetico excipit del Liside, né amanti né amati, né simili né dissimili, né contrari né affini, né buoni, possono essere amici[90]; le Etiche aristoteliche presentano una teoria la quale non solo consente ma anche prevede che amanti, amati, simili, dissimili, contrari, affini, buoni, e perfino malvagi possano essere amici; inoltre tale teoria offre le risorse concettuali per chiarire quali coppie di amici possano e/o debbano avere questo o quel carattere distintivo, e perché.  Spero di avere almeno approssimato il duplice obbiettivo prefissatomi: mostrare in modo dettagliato e sistematico la dipendenza polemico-dialettica della teoria aristotelica dal Liside platonico, e mettere in luce il significato filosofico generale della tripartizione della φιλία in Aristotele. Adkins, ‘Friendship’ and ‘Self-sufficiency’ in Homer and Aristotle, «Classical Quarterly», Annas, Plato and Aristotle on Friendship and Altruism, «Mind»: 532-554. Berti, E. (1995), Il concetto di amicizia in Aristotele, in AA.VV., Il concetto di amicizia nella storia europea, Merano: Istituto di Studi italo-tedesco, 102-135. Bordt, Platon. Lysys, Übersetzung und Kommentar, Göttingen: Vandenhoeck et Ruprecht Verlag. Calvo Martinez, La unidad de la nocion de philia en Aristoteles, «Methexis», 20: 63-82 Cooper, J. (1976-1977), Aristotle on the Forms of Friendship, «Review of Metaphysics», Dirlmeier, F. (1967), Aristoteles Nikomachische Ethik. Überseztz und Kommentiert, Berlin: Akademie Verlag. Donini, P. (traduzione, introduzione e note a cura di), Aristotele. Etica Eudemia, Roma-Bari: Laterza. Ferejohn, M. (1980), Aristotle on focal meaning and the unity of science, «Phronesis», 25: 117-128 Fortenbaugh, W.W. (1975), Aristotle’s Analysis of Friendship: Function and Analogy, Resemblance, Focal Meaning, «Phronesis», 20: 51-62. Fraisse, J.C. (1974), Philia. La notion d’amitiè dans la philosophie antique, Paris: Vrin. Gomperz, Griechische Denker, Veit: Leipzig; trad. it. Pensatori greci (2013), Milano: Bompiani. Kahn, Ch. (1981), Aristotle and Altruism, «Mind», 90: 20-40. Kahn, Ch. (1996), Plato and the Socratic Dialogue, Oxford: Oxford University Press. Kosman, A. (2004), Aristotle on the Desirability of Friends, «Ancient Philosophy», 24, 1: 135-154. Lualdi, M. (1974), Il problema della philia e il Liside platonico, Milano: CELUC. Natali, C. (traduzione, introduzione e note a cura di) (1999), Aristotele. Etica Nicomachea, Roma-Bari: Laterza. Natali, L’amicizia secondo Aristotele, «Bollettino della società filosofica italiana»: 13-28. Nussbaum, The Vulnerability of the good human life, in Id., The Fragility of Goodness, Cambridge Mass.: Cambridge University Press, 343-370. Nussbaum, Saving Aristotle’s Appearances, in Id., The Fragility of Goodness, Cambridge Mass.: Cambridge University Press, 240-261. O’Connor, D.K. (1990), Two Ideals of Friendship, «History of Philosophy Quarterly», 7: 109-122. Owen, G.E.L. (1960), Logic and Metaphysics in Some Earlier Works of Aristotle, in Barnes, J. (ed.), Articles on Aristotle (1979), vol. 3 (Metaphysics), London: Duckworth, 1-31. Owen, G.E.L. (1967), ΤΙΘÉΝAΙ ΤΑ ΦΑIΝÓΜΕΝΑ, in Moravcsic, J. (ed.), Aristotle. A Collection of Critical Essays, New York: Garden City, 183-190. Pakaluk, M. (1998), Aristotle. Nicomachean Ethics. Books VIII and IX, Pakaluk, M. (trans. and with a comm.), Oxford: Clarendon Aristotle Series. Payne, A. (2000), Character and the Forms of Friendship in Aristotle, «Apeiron», 1: 53-74. Pizzolato, L. (1993), L’idea di amicizia nel mondo classico e Cristiano, Torino: Einaudi. Price, A.W. (1989), Love and Friendship in Plato and Aristotle, Oxford: Clarendon Press. Reale, G. (a cura di) (2015), Introduzione, in Platone, Liside, Milano: Bompiani. Ruggiu, L., Il ΠΡΟΤΕΡΟΝ ΠΡΟΣ ΗΜΑΣ. L’ΑΡΧΗ del filosofare in Aristotele, «Rivista di filosofia neoscolastica», 57: 22-66. Trabattoni, F. (a cura di) (2004), Il Liside: un’introduzione all’etica socratica, in Platone, Liside, vol. II, Milano: LED: 47-171. Versenyi, L. (1975), Plato’s Lysis, «Phronesis», 20: 185-198. Vlastos, G. (1981), The Individual Love in Plato, in Id., Platonic Studies, Princeton: Princeton University Press, 3-34. von Willamowitz, U. (1959), Platon. Sein Leben und seine Werke, (Auslage 5 mit Bruno Snell), Berlin: Weidmannsche Buchhandlung. Walker, A.D.M. (1979), Aristotle’s Account of Friendship in the Nicomachean Ethics, «Phronesis», 24: 180-196. Ward, J.W. (1995), Focal Reference in Aristotle’s Account of Philia, «Apeiron», 28: 83-205. Wieland, W. (1970), Die aristotelische Physik, Göttingen: Vandenhoek et Ruprecht; trad. it. La Fisica di Aristotele (1993), Bologna: Il Mulino. Williams, R.R. (2010), Aristotle and Hegel on Recognition and Friendship, in Seymour, M. (ed.), The Plural States of Recognition, London: Palgrave Macmillan. Zucca, L’anima del vivente. Vita, cognizione e azione nella psicologia aristotelica, Milano-Brescia: Morcelliana.     Note al testo   [1] Cfr. Phys. I 1: la conoscenza procede da ciò che è più prossimo e più conoscibile per noi, a ciò che è primo per se o per natura; se tale “risalita” verso i principi a partire da ciò che ci è immediatamente più vicino è il metodo della fisica, a fortiori esso si applica all’ambito etico, che è ambito segnatamente umano: cfr. Et. Nic. I 2, 1095a31-b4, ma anche De An. II 2, 413a11-17 e Met. VII 3, 1029a35-b12. Sul valore epistemologico di questa differenza, resta decisivo Ruggiu (1965). [2] Per esempio: quando diciamo, tipicamente, qualcuno «amico» di qualcun altro? Sul rapporto costitutivo fra il primo-per-noi e il linguaggio, cfr. Wieland.  Cfr. Top. I 1, 100 b 21-23; intendo questa definizione di ἔνδοξον come una disgiunzione inclusiva: se un’opinione è condivisa almeno da uno degli insiemi indicati (tutti, i più, i sapienti, qualcuno di essi), è un ἔνδοξον, e ciò che lo rende tale può essere quantitativo, o qualitativo, o entrambi: per esempio, se è condiviso da tutti, lo sarà anche dai sapienti. [4] Sulla intima connessione fra δοκοῦντα, λεγόμενα e φαινόμενα, cfr. Owen (1967), Nussbaum (1986b).  Cfr. De An. I 1, 402b 16-403a8. [6] Cfr. Herod. III 82, 35 e Tucid. I 137, 4, in cui si trova l’endiadi «συμμαχίᾳ καὶ φιλία». [7] Nei poemi omerici non vi è il termine φιλία – le prime occorrenze si trovano in Teognide (Teog. I, 31-38, 53-60, 323-28) – ma termini analoghi come φιλότης, φίλος sono utilizzati sia a proposito del rapporto fra uomini che di quello fra uomini e dèi. Sulla φιλία nel mondo antico, cfr. Pizzolato (1993), Fraisse (1974). [8] Nel Fedro platonico (228a-e), Socrate confuta un discorso di Lisia sulla φιλία, che Fedro custodiva sotto il mantello: quindi è verosimile che anche prima della data di composizione del Liside la φιλία fosse importante oggetto di dibattito e di riflessione critica. Del resto Giamblico (De Pythagorica Vita, 229-30) e Diogene Laerzio (Vitae Philosophorum, VIII, 10) attribuiscono già a Pitagora la prima trattazione filosofica della φιλία. [9] Anche il Fedro e il Simposio si occupano lungamente della φιλία – l’eros è una forma della φιλία, per Platone quella più significativa – ma, come cercherò di mostrare, l’indagine aristotelica dipende sistematicamente dal Liside: per così dire, essa articola una differente risposta a quelle aporie, rispetto a quella che propone Platone nel Simposio e nel Fedro. [10] Meglio: se qualcuno sia amico di qualcun altro in quanto ami o, piuttosto, in quanto sia amato. [11] φίλος + dativo significa “caro a qualcuno”, φίλος + genitivo indica colui a cui qualcuno è caro, due individui sono φίλοι, quando sono l’uno “caro” all’altro. [12] Alcuni interpreti leggono il Liside come un esercizio dialettico, filosoficamente debole [Versenyi (1975)] o più retorico-sofistico che filosofico [Bordt (1988)], o dal significato prolettico-introduttivo rispetto ai maturi Simposio e Fedro [Kahn (1996), ma già Gomperz (2013), Auslage 5, e Willamovitz (1959)]; benché questi due dialoghi successivi ne possano a buon diritto adombrare il valore intrinseco, tuttavia i temi sollevati dal Liside sono nodi aporetici sostanziali, e non deve fuorviare il fatto che Socrate mutui il linguaggio e lo stile argomentativo dal tipo di interlocutore che affronta (per esempio, “facendo” il sofista col sofista Menesseno, e così via). Per una interpretazione non riduttiva del Liside e del suo valore speculativo, è illuminante Trabattoni (2004). [13] Un altro topos tradizionale – per cui la vera amicizia è fra ἀγαθοί – ricorrente in Platone: per restare all’esempio più noto, in Resp. I, 351a-e Socrate replica a Trasimaco che fra malvagi e ingiusti non può esserci alcuna cooperazione né amicizia; era comunque un tema essenziale per Socrate (cfr. Senofonte, Mem., 2.6 1-7). [14] Sull’ascendenza omerica di questo topos tradizionale, e sulla sua importanza per Aristotele (cfr. infra: Par. III), cfr. Adkins (1963). [15] La coscienza del male come tale è sintomo del fatto che il male è relativo e non assoluto. [16] Qui nel Liside si tratta di ἐπιθυμία (cfr. 217c). [17] Tralascio qui la questione della possibile identificazione del Primo Amico col Bene: ciò che rileva, qui, è il fatto che esso trascenda gli amici concreti, i quali sono tali solo «a parole» e stanno al Primo amico – che è tale «in realtà» (τῷ ὄντι) – come i mezzi al fine (cfr. Lys. 220b1-4). [18] Lys 222e1-7. [19] La letteratura sull’amicizia in Aristotele è sterminata: in luogo di proporre una lunga lista di studi che comunque sarebbe tutt’altro che esaustiva, nel seguito mi limiterò a citare alcuni contributi che sono particolarmente pertinenti agli aspetti che tratterò. Un commento sintetico e preciso a Et. Nic. VIII e IX è Pakaluk (1998). [20] È il giudizio nettamente prevalente, anche se non unanime. [21] Sul rapporto fra il Liside e le Etiche aristoteliche riguardo l’amicizia, buoni spunti si trovano in Annas (1986). [22] Et. Eud. VII 1, 1234b18-1235a4; cfr. anche Et. Nic. VIII 1. [23] Et. Eud.. [24] Trad. it. modificata. [25] Cfr. supra: nota 16. [26] Et. Eud. VII 2, 1235b22-23. [27] C’è chi crede che il piacere sia un bene, ma c’è anche chi crede che non lo sia eppure gli appare – porto dalla φαντασία – come se lo fosse. Nell’acratico la forza della φαντασία sopravanza, nelle scelte pratiche, quella della δόξα. [28] Il «bene apparente» è qualcosa che appare come bene; ma può anche non esserlo: tuttavia, anche il bene reale motiva il desiderio solo apparendo come bene. Dunque «apparente» qui non va affatto interpretato come falsa apparenza. [29] Et. Eud. VII 2, 1235b30-1236a1. [30] Il piacevole non è l’immediato, ma anche ciò che non procura dispiacere futuro; Aristotele sa bene che molte cose dannose possono procurare del piacere immediato. Ma chi non è acratico, conscio delle conseguenze negative, accorderà il suo desiderio con la sua ragione, e la motivazione data dall’ipotetico piacere immediato sarà soverchiata dalla motivazione a evitare danni futuri. [31] Questo punto è più chiaro per come è presentato in Et. Nic. VIII 2, 1155b23-27. [32]  Nelle espressioni δι’ ἀρετὴν, διὰ τὸ χρήσιμον, δι’ ἡδονήν, la preposizione significa a un tempo «in base a», «a causa di», «al fine di»: il rispettivo amabile è ciò che causa quell’amicizia, ciò che ne costituisce il fondamento o ragion d’essere, ciò che ne rappresenta il fine [su un’idea analoga, cfr. Nussbaum (1986a)]; nei termini della nota teoria delle quattro cause (dei quattro sensi del διὰ τί, cfr. Phys. II 3), potremmo plausibilmente intendere il tipo di amabile come causa efficiente, formale e finale della rispettiva relazione amicale. [33] Cfr. Et. Nic. VIII 2, 1155b26-31. Mentre la φίλησις è una passione o affezione (πάθος), la φιλία è uno stato abituale (ἕξις, 1557b28-29). [34] Cfr. Et. Eud. VII 2, 1237b17-23; Et. Nic. VIII 4, 1156b30-33. [35] Vi è discussione sul fatto che questa caratterizzazione definitoria offra condizioni sufficienti perché qualcosa sia amicizia, oppure solo condizioni necessarie; propenderei per la seconda opzione: per esempio, Aristotele ritiene che per diventare amici deve passare del tempo, e molti scambiano il desiderio di essere amici con l’amicizia stessa (Et. Eud. VII 2, 1237b12-22); ma se il desiderio è reciproco, sussiste già benevolenza reciproca non celata, che non è ancora amicizia. [36] Sul focal meaning cfr. Owen (1963), Ferejohn (1980). L’exemplum princeps è quello della Metafisica: la sostanza è il focal meaning dell’essere, tutto ciò che è o è sostanza o rimanda a una sostanza, al modo in cui tutto ciò che è «sano» rimanda alla salute e tutto ciò che è «medico» alla medicina (cfr. Met. IV 2, 1003a32-1003b11). [37] Cfr. Fortenbaugh (1975). Può esserlo in modo mediato, come foriero di un altro utile, al modo in cui qualcosa è mezzo di un altro mezzo, ma in ultima istanza l’utile è tale perché porta al bene e i mezzi sono tali perché portano al fine. [39] Per esempio, in De An. III 7, 431a10-13 il piacere è definito come l’essere percettivamente attivi nei confronti del bene in quanto bene; l’utilità è indefinibile se non come capacità di avvicinarci a un qualche bene; l’utile sta al bene come il mezzo al fine, e non vi è modo di definire cosa sia un mezzo, senza chiamare in causa la nozione di fine. [40] Et. Eud. VII 2, 1236a25-26. [41] Et. Eud. VII 2, 1236b1-2; Et. Nic. VIII 4, 1156b7-8. [42] Cfr. Esiodo, Opera et dies, 342-360; 707-723. [43] Chiamare amicizia solo quella prima, equivarrebbe a «violentare i fenomeni» (βιάζεσθαι τὰ φαινόμενα, Et. Eud. VII 2, 1236b 22). [44] Et. Nic. VIII 4, 1156b7. [45] La prima amicizia, infatti è quella «secondo virtù e a causa del piacere della virtù» (EE VII 1238a31-32). [46] Secondo Aspasio (164.3-11), Owen (1960) e Dirlmeier (1967) vi sarebbe comunque focal meaning e relazione πρὸς ἓν, ancorché non esplicitata. [47] Et. Nic. VIII 5, 1157a32. [48] Se poi l’individuo è acratico, potrebbe anche non credere che qualcosa sia il suo bene, ma perseguirlo perché gli “appare” bene e frequentare individui utili a qualcosa che egli cerca di procurarsi pur sapendo che non è il suo bene: come uno che frequentasse un pusher in modo costante per procurarsi della droga, sapendo di farsi del male ma perseverando nel suo comportamento autodistruttivo (e nelle frequentazioni relative) per debolezza. [49] Sulla rilevanza della distinzione fra «bene per qualcuno» e «bene incondizionato» in rapporto alla teoria delle tre amicizie, insiste doverosamente O’Connor (1990). [50] Et. Nic. [51] Così, nella Nicomachea (Et. Nic. VIII 2, 1156a17), non nella Eudemia. [52] Cfr. supra: Par. II, 3. [53] EN VIII 3, 1156 a 16-17. [54] EN VIII 3, 1156a18-19 [55] Cooper (1977) sostiene che le amicizie accidentali siano tali perché dipendano da tratti accidentali del carattere dell’amico amato; Payne (2000) replica che anche i tratti in virtù di cui qualcuno risulta piacevole o utile possono essere altrettanto essenziali di quelli che lo rendono virtuoso: gli amici perfetti sarebbero scelti «per sé stessi» in quanto i loro caratteri virtuosi sono scelti come fine e non come mezzo (per altro). Ma le letture sono forse componibili: l’esser utile o piacevole, anche se sopravviene a tratti essenziali del carattere altrui, restano esterni all’altro, in quanto relazionali in un senso diverso dalla virtù; l’esser buono è sia essenziale e intrinseco all’amico, che scelto per sé stesso e non per altro, e rende anche l’amico stesso, che ha quel carattere virtuoso, scelto per sé stesso e non per altro. Cfr. supra: nota 31. [56] In Et. Eud. VII 7, 1241a5-7 si afferma che «se uno vuole per un altro i beni perché costui gli è utile, li vorrebbe allora non per quello ma per sé stesso; mentre invece la benevolenza, proprio come l’amicizia, si ritiene che sia rivolta non a quello che la prova, ma a colui per il quale la si prova. Pertanto, è chiaro che la benevolenza è in relazione con l’amicizia etica». Qui pare che solo l’amicizia etica (=virtuosa) implichi la benevolenza, che però è un costituente della definizione generale di amicizia. Da passi di questo tenore pare che le amicizie incomplete non siano amicizie in senso proprio, visto che non soddisfano la definizione; Aristotele è oscillante, è innegabile che vi sia una tensione irrisolta fra la sua vocazione inclusiva e lo sforzo di enucleazione della “vera” amicizia come tipologia normante e assiologicamente sovraordinata, che non è semplicemente una delle tre amicizie ma quella par excellence, di cui le altre sono approssimazioni manchevoli. Si può accogliere la lettura di Walker, per cui l’amicizia perfetta soddisfa criteri più severi, le altre criteri più laschi. [57] Si pensi alla percezione per accidente (De An. II 6, III 1): essa è comunque studiata come una modalità genuina di percezione: le ragioni per cui essa è percezione per accidente non inficiano il fatto di essere genuinamente un tipo di percezione. [58] I due amici perfetti, in quanto buoni e virtuosi, realizzano l’eccellenza della natura umana, sono esempi del bene incondizionato e del piacere incondizionato. [59] Et. Nic. VIII 3, 1156a31-1156b1. [60] Et. Eud. VII 2, 1238a11-30; Et. Nic. VIII 3, 1156b17-32. [61] Può succedere che l’altro cambi, peggiori, o impazzisca, ma non accade per lo più. Cfr. Et. Nic. IX 3. [62] Et. Nic. VIII 4, 1156b10. [63] Et. Eud. VII 2, 1236b31. [64] La sventura, poi, può rivelare che un’amicizia che pareva perfetta era in realtà in vista dell’utile (Et. Eud. VII 2, 1238a19-21). [65] Lys. 211e-212a. [66] Et. Eud. VII 2, 1237b13-27. [67] Et. Nic. VIII 3, 1156a24-31. [68] Et. Nic. VIII 7, 1158a21. [69] Et. Eud. VII 4; Et. Nic. VIII 8. [70] Et. Eud. VII 9-11, Et. Nic. VIII 12-14. [71] Et. Eud. VII 12, 1244b4-5. [72] Cfr. Pol. I 1, 1253a10-12; Et. Nic. IX 12, 1169b18-19. [73] Et. Eud. VII 12, 1245b15-16. [74] Et. Nic. 1245b18. [75] Et. Eud. VII 12, 1245b18-19. [76] Si tratta di una complessità anche filologica, dovuta a corruzioni del testo. Su ciò, cfr. Kosman (2004). [77] Delle tre anime – nutritivo-riproduttiva, percettiva, razionale – la percettiva e la razionale sono quelle che discriminano la realtà (cfr. De An. III 3, 427a17-23); la percettiva, poi, è intimamente connessa col desiderio e, quindi, con l’azione (cfr. De An. III 9-11). Vivere significa realizzare le proprie capacità naturali e acquisite, il che per l’uomo implica anzitutto l’esercizio di percezione e pensiero (ove entrambe vanno concepite come connesse all’azione, in quanto coinvolgono anche desiderio e intelletto pratico). Su ciò, mi permetto di rimandare a Zucca (2015), Capp. II e VI. [78] La felicità è «una certa attività dell’anima secondo virtù completa» (Et. Nic. II 13, 1102a5-6). [79] Et. Eud. VII 12, 1245a30; Et. Nic. IX 9, 1166 a 32, 1170 b 6. [80] Et. Eud. VII 12, 1245a35-7. [81] Trad. it. modificata. [82] In Et. Eud. VII 6 e in Et. Nic. si argomenta che i tipi di relazione che si hanno con gli altri dipendono dal rapporto che si ha con sé stessi: chi è buono e virtuoso sarà anche amico di sé stesso in modo armonico e costante – sebbene si possa parlare di amicizia solo κατὰ ἀναλογίαν (1240a13), nel caso dell’auto-rapporto – chi è malvagio sarà incostante e in conflitto con sé stesso, e in senso analogico sarà nemico di sé stesso. Questa idea non contraddice l’idea per cui la conoscenza di sé passa per la conoscenza dell’altro (Et. Nic. IX 9), ma anzi la completa: il buono e virtuoso è felice anzitutto in quanto ha un “sano” rapporto con sé, ma si conosce e realizza come felice solo in quanto ha un rapporto di riconoscimento reciproco con amici che hanno, a loro volta, un altrettanto “sano” rapporto con sé stessi. [83] L’idea di un accesso introspettivo infallibile ed essenzialmente privato ai nostri propri atti mentali, così tipicamente moderna, è affatto estranea ad Aristotele. [84] Come è naturale porre l’enfasi sul valore speculativo intrinseco della teoria, così è altrettanto opportuno ricordare che l’amicizia perfetta aristotelica resta prerogativa di un sottoinsieme dei maschi adulti liberi; tuttavia, questa tara storica affetta la teoria dell’amicizia, per così dire, mediatamente: in quanto restringe a quel sottoinsieme la capacità di realizzare l’eccellenza morale, precondizione della relazione d’amicizia perfetta. [85] Non uso la locuzione «sapere chi sono», anacronisticamente, come il coglimento di me stesso in quanto individualità irriducibile, magari ineffabile e inaccessibile ad altri – non è certo questa sorta di soggettività “novecentesca”, che secondo Aristotele giungerebbe alla coscienza di sé nell’amicizia – bensì come il venire a conoscenza di che tipo di persona sono. [86] Come bene intrinseco che trascende il livello del piacevole, è un amabile oggetto di volontà piuttosto che di appetito (Et. Eud. VII 2, 1235b22-23), e la volontà è desiderio razionale di beni scelti. [87] Un’analisi sistematica e comparativa delle nozioni di amicizia e amore in Platone e Aristotele, è Price (1989). Cfr. anche Kahn (1981). [88] Cfr. Phaedr. 265b-c. [89] La relazione erotica amante/amato, peraltro, è anche meno significativa e più instabile di altre relazioni fondate sul piacere – dunque, già di per sé instabili – in quanto in questo caso il piacere «non deriva dalla stessa fonte» (l’uno gode nell’esser corteggiato, l’altro nel contemplare l’altro, Et. Nic. VIII 5, 1157a2-10). [90] Lys. 222a3-7. Proverbi, impicatura proverbiale. A Errare humanum est.jpg Ab amico reconciliato cave. Guardati da un amico riconciliato.Absit reverentia vero. Bando ai pudori di fronte alla verità. (Ovidio) Abusus non tollit usum. L'abuso non esclude l'uso.[2] Accidere ex una scintilla incendia passim. A volte da una sola scintilla scoppia un incendio.Ad impossibilia nemo tenetur. Nessuno è obbligato a fare l'impossibile.[4] Adulator propriis commodis tantum suadet L'adulatore tiene di mira solo i suoi interessi.[5] (Giulio Cesare) Amantis ius iurandum poenam non habet. Il giuramento dell'innamorato non si può punire.[6] Amicus certus in re incerta cernitur. Il vero amico si rivela nelle situazioni difficili.[7] (Quinto Ennio) Amicus omnibus, amicus nemini. Amico di tutti, amico di nessuno.Amicus Plato, sed magis amica veritas. Amo Platone, ma amo di più la verità.[9] (Aristotele) Amor arma ministrat. L'amore procura le armi [agli amanti perché possano essere grati alla persona amata].[10] (proverbio medievale) Amor caecus. L'amore è cieco.[11] Amor gignit amorem.[10] Amore genera amore. Amor tussisque non celatur. L'amore e la tosse non si possono nascondere.[12] Amoris vulnus sanat idem qui facit. La ferita d'amore la risana chi la fa.[12] Anceps fortuna belli. Le sorti della guerra sono incerte.[9] (Cicerone) Aquila non captat muscas. L'aquila non prende mosche.[13] Athenas noctuas mittere.[14] Mandare nottole ad Atene. Fare cosa inutile e superflua. Ars est celare artem.[15] La perfezione dell'arte sta nel celarla. Audi, vide, tace, si vis vivere in pace.Ascolta, guarda e taci, se vuoi vivere in pace. B Barba virile decus, et sine barba pecus.[17] La barba è decoro dell'uomo e chi è senza barba è pecoro. Bene qui latuit, bene vixit. Ben visse chi seppe vivere nell'oscurità.[18] (Ovidio) Beati monoculi in terra caecorum. Beati i monòcoli nel paese dei ciechi. Bis dat qui cito dat. Dà due volte chi dà presto.[19] Bis peccat qui crimen negat.[20] È due volte colpevole chi nega la propria colpa. Bis pueris senes. Il vecchio è due volte fanciullo. Bonis nocet qui malis parcet. Chi risparmia i malvagi danneggia i buoni.[22] Bonum nomen, bonum omen.[23] Buon nome, buon augurio. C Caecus non judicat de colore.[24] Il cieco non giudica i colori. Non si può giudicare ciò che si sottrae alle nostre attitudini. Caesar non supra grammaticos.[25] Cesare non (ha autorità) sopra i grammatici. Le persone più altolocate non possono avere autorità se non su quelle cose di cui s'intendono. Canis caninam non est.[26] Cane non mangia cane. Carpe diem. Cogli il giorno. (Quinto Orazio Flacco) Caseus est sanus, quem dat avara manus. Fa bene quel formaggio servito da una mano avara.[27] Causa patrocinio non bona peior erit. La causa cattiva diventa peggiore col volerla difendere.[28] (Ovidio) Causa perit iusta, si dextera non sit onusta.[29] La giusta causa soccombe se la destra non è piena [di denaro]. Cave a signatis. Guàrdati dai segnati.[28] Antico adagio in odio a coloro che sono affetti da qualche imperfezione fisica: guerci, zoppi, ecc. Cave tibi ab acquis silentibus. Guàrdati dalle acque chete.[28] Cavendo tutus.[30] Se sarai cauto, sarai sicuro. Cogito ergo sum. Penso dunque sono. (Cartesio) Commendatoria verba non obligant.[31] Le parole di raccomandazione non obbligano. Commune periculum concordiam paret.[32] Il comune pericolo prepari la concordia. Consuetudo est altera natura. L'abitudine è una seconda natura.[33] D De gustibus non est disputandum. Sui gusti non si discute.[34] Difficilis in otio quies. È difficile esser tranquilli nell'ozio. Dulce bellum inexpertis, expertus metuit. La guerra è dolce per chi non ne ha esperienza, l'esperto la teme. (proverbio medievale) Dum caput dolet, caetera membra languent. Quando duole il capo, tutte le membra languono.[37] Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. Mentre a Roma si delibera, Sagunto è espugnata.[38] Dum vinum intrat exit sapientia.[39] Mentre il vino entra, esce la sapienza. Duo cum faciunt idem, non est idem.[35] Quando due fanno la stessa cosa, non è più la stessa cosa. E Errare humanum est, perseverare autem diabolicum.[40] L'errare è cosa umana, il perseverare nella colpa invece è diabolico. Error hesternus sit tibi doctor hodiernus.[41] L'errore di ieri ti sia maestro oggi. Est in canitie ridicula Venus. È ridicolo l'amore di un vecchio.[42] (Proverbio medievale) Est modus in rebus, sunt certi denique fines | quos ultra citraque nequit consistere rectum. C'è una giusta misura nelle cose, ci sono giusti confini | al di qua e al di là dei quali non può sussistere la cosa giusta. (Quinto Orazio Flacco) Ex ungue leonem.[43] Dall'unghia si conosce il leone. Da un atto compiuto si rivela la forza dell'autore, morale o materiale. Excusatio non petita fit accusatio manifesta (proverbio medievale)[44] Chi si scusa senza esserne richiesto s'accusa. F Fabas indulcat fames.[45] La fame addolcisce le fave. Facile est inventis addere.[46] È facile aggiungere a ciò che è stato inventato. Facile perit amicitia coacta.[47] Facilmente muore un'amicizia forzata. Facit experientia cautos.[48] L'esperienza rende cauti. Fac sapias et liber eris.[49] Fa' di sapere e sarai libero. Felicium omnes sunt cognati. Tutti sono parenti dei fortunati.[8] Fiat iustitia et pereat mundus. Sia fatta giustizia e perisca pure il mondo. Frangitur ira gravis cum sit responsio suavis.[50] Una dolce risposta infrange l'ira. Frustra sapiens qui sibi non sapet.[51] Inutilmente sa chi non sa per sé. G Gutta cavat lapidem. La goccia scava la pietra. H Homo longus raro sapiens; sed si sapiens, sapientissimus. Un uomo lungo (ossia alto) di rado è sapiente; ma se è sapiente, è sapientissimo.[52] Homo sine pecunia, imago mortis. L'uomo senza danaro è l'immagine della morte.[53] I Ianuensis ergo mercator. Genovese quindi mercante.[54] Imperare sibi maximum imperium est. Comandare a sé stessi è la forma più grande di comando. (Seneca, Lettere a Lucilio, CXIII.30) In magno mari capiuntur flumine pisces.[55] Nei grandi fiumi si pescano i grandi pesci. Nei grandi affari si fanno i grossi guadagni. In medio stat virtus. La virtù sta nel mezzo. (Orazio) In vino veritas. Nel vino c'è la verità. L M Magnum vectigal parsimonia.[56] La parsimonia è un gran capitale. (Cicerone) Major e longiquo reverentia.[56] La riverenza è maggiore da lontano. (Tacito) Mala gallina, malum ovum.[57] Gallina cattiva, uovo cattivo. Mea mihi conscientia pluris est quam omnium sermo.[58] Per me val più la mia coscienza che il discorso di tutti. (Cicerone) Medicus curat, natura sanat. Il medico cura ma è la natura che guarisce.[59] Melius est abundare quam deficere. Meglio abbondare che trovarsi in scarsezza.[60] Mors tua vita mea.[56] La tua morte è la mia vita. Mortui non mordent. I morti non mordono[61] [truismo] Mortuo leoni et lepores insultant. Anche le lepri insultano un leone morto.[62] Multi multa, nemo omnia novit. Molti sanno molto, nessuno sa tutto.[63] N Natura non facit saltus. La natura non procede per salti.[64] Naturalia non sunt turpia.[65] Le cose naturali non sono turpi. Nemo non formosus filius matri. Nessun figlio non è bello per sua madre.[66] Ne pulsato portam alterius, nisi velis pulsetur et tua.[67] Non bussare alla porta altrui se non vuoi che bussino alla tua. Nihil est in intellectu quod non fuerit in sensu. Nulla è nell'intelligenza che prima non fosse nel senso[68] Non omne quod licet honestum est.[69] Non tutto ciò che è lecito è onesto. Non omnibus dormio. Non dormo per tutti.[70] Nomen omen Il nome è un presagio (v. anche nomina sunt consequentia rerum e conveniunt rebus nomina saepe suis) (Plauto, Persa, 625) Nomina sunt consequentia rerum. I nomi sono corrispondenti alle cose. (Giustiniano, Institutiones, 2, 7, 3) O Omne animal post coitum triste. Tutti gli animali sono mesti dopo il coito.[71] Omne ignotum pro terribili.[72] Tutto ciò che è ignoto incute paura. Omnia munda mundis. Per chi è puro tutto è puro. (Paolo di Tarso) Omnia vincit amor. L'amore vince ogni cosa. (Virgilio, Bucoliche X, 69) Omnia fert aetas. Il tempo porta via tutte le cose. (Virgilio) Omnis festinatio ex parte diaboli est.[73] Ogni fretta viene dal diavolo. P Panem et circenses. Pane e giochi [per distrarre il popolo]. (Giovenale, X 81) Patere quam ipse fecisti legem.[74] Subisci la legge che tu stesso hai fatta. Pectus est enim quod disertos facit È infatti il cuore che rende eloquenti (Quintiliano, 10,7,15) Pecunia non olet Il denaro non puzza (Vespasiano) Per aspera ad astra. Alle stelle [si giunge] attraverso aspri sentieri.[75] Periculum in mora. Vi è pericolo nel ritardo. (Tito Livio, Ab urbe condita; XXXVIII, 25) Philosophum non facit barbam.[76] La barba non fa il filosofo. Primum vivere deinde philosophari (Thomas Hobbes) Prima vivere, poi fare della filosofia. Q Quando Sol est in Leone, bibe vinum cum pistone. Quando il sole è in Leone [segno zodiacale], bevi il vino col pistone [a garganella].[77] Qui aquam Nili bibit rursus bibet.[78] Chi beve l'acqua del Nilo la berrà di nuovo. È destinato a ritornarvi. Qui asinum non potest, stratum caedit.[79] Chi non può bastonare l'asino bastona la bardatura. Qui gladio ferit gladio perit. Chi di spada ferisce di spada perisce.[80] Qui in pergula natus est, aedes non somniatur. Chi è nato in una capanna, i palazzi non li vede neanche in sogno. (Petronio, 74,14) Qui jacet in terra non habet unde cadat. Per chi giace in terra non c'è pericolo di cadere.[81] [truismo] Qui medice vivit, misere vivit. Chi vive sotto la guida del medico, vive miseramente.Qui scribit, bis legit.[82] Quisque faber fortunae suae. Ognuno è artefice del proprio destino. (Appio Claudio Cieco) Quod differtur non aufertur Ciò che si dilaziona non lo si perde[83] Quod non potest diabolus mulier evincit. Ciò che non può il diavolo, l'ottiene la donna.[84] (proverbio medievale) Quot homines tot sententiae. Tanti uomini, altrettante opinioni.[85] Quot servi tot hostes. Tanti servi, tanti nemici.[85] R Re opitulandum, non verbis.[86] L'aiuto va dato con i fatti, non con le parole. Rem tene, verba sequentur Possiedi l'argomento e le parole seguiranno. (Marco Porcio Catone) Res satis est nota, plus foetent stercora mota.[87] È cosa nota: lo sterco più è stuzzicato e più puzza. S Salus extra Ecclesiam non est[88] Al di fuori della Chiesa non v'è salvezza (Tascio Cecilio Cipriano, Lettera, 73, 21) Sapiens nihil affirmat quod non probet.[89] Il saggio nulla afferma che non possa provare. Satis quod sufficit.[90] Ciò che è sufficiente al bisogno, basta. Semel abas, semper abas.[91] Una volta abate, sempre abate. Proverbio medioevale, affermante che chi ha vestito una volta l'abito sacerdotale non può spogliarsi più delle idee e delle abitudini ecclesiastiche. Significa anche, per estensione, che si conservano sempre le idee una volta acquistate. Semel in anno licet insanire. Una volta all'anno è lecito fare follie. (Seneca) Senatores boni viri: senatus autem mala bestia.[92] I senatori sono brava gente; ma il senato è una cattiva bestia. Sero venientibus ossa.[93] Per chi viene troppo tardi restano le ossa. Si vis pacem, para bellum. Se vuoi la pace prepara la guerra. (Vegezio) Sicut mater, ita et filia eius. Quale la madre, tale anche la figlia.[94] Simia simia est, etiamsi aurea gestet insignia.[95] La scimmia resta sempre scimmia, anche se indossa ornamenti d'oro. Sol lucet omnibus.[96] Il sole splende per tutti. Vi sono delle cose di cui tutti gli uomini possono godere. Sorex suo perit indicio.[97] Il topo perisce per essersi rivelato da sé. Sublata causa, tollitur effectum.[98] Soppressa la causa, scompare l'effetto. T Timeo Danaos et dona ferentes. Io temo comunque i Greci, anche se recano doni. (Publio Virgilio Marone) U Ubi maior, minor cessat. Dinanzi al più forte, il debole scompare.[8] Ubi opes, ibi amici. Dove sono le ricchezze, lì sono anche gli amici.[8] Ubi uber, ibi tuber.[99] Dove è la mammella, ivi è il tumore. Dove c'è abbondanza, ivi si forma il marciume, la corruzione. V Verba movent, exempla trahunt.[100] Le parole commuovono, ma gli esempi trascinano. Verba volant, scripta manent.[101] Le parole volano, gli scritti restano. Vigilantibus, non dormientibus, jura succurunt.[102] Le leggi forniscono aiuto ai vigilanti, non ai dormienti. Vinum lac senum.[103] Il vino è il latte dei vecchi. Vulgus vult decipi, ergo decipiatur. Il popolo (il mondo) vuole essere ingannato, e allora sia ingannato.[104] Note  Citato in Mastellaro, p. 21.  Citato in Tosi 2017, n. 1408.  Citato in Tosi 2017, n. 1010.  Citato in 2005, p. 6.  Citato in Mastellaro, p. 11.  Citato in Mastellaro, p. 25.  Citato in Mastellaro, p. 18.  Citato in Mastellaro, p. 20.  Citato e tradotto in 2005, p. 15.  Citato in De Mauri, p. 27.  Citato in Mastellaro, p. 24.  Citato in Mastellaro, p. 23.  Citato in Tosi 2017, n. 2265.  Citato, con spiegazione, in Umberto Bosco, Lessico universale italiano, vol. XV, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma, 1968, p. 59.  Citato e tradotto in 2005, § 169.  Citato e tradotto in 2005, § 188.  Citato e tradotto in 2005, § 215.  Citato con traduzione in 2005, p. 28.  Citato in 1921, p. 43, § 161.  Citato e tradotto in 2005, § 243.  Citato e tradotto in Lo Forte, § 148.  Citato con traduzione in 2005, p. 30.  Citato e tradotto in 2005, § 256.  Citato e tradotto in Lo Forte, § 154.  Citato e tradotto in Lo Forte, § 155.  Citato e tradotto in 2005, § 280.  Citato in Andrea Perin e Francesca Tasso (a cura di), Il sapore dell'arte, Skira, Milano, 2010, p. 41.  Citato e tradotto in 2005, p. 37.  Citato e tradotto in 2005, § 305.  Citato e tradotto in 2005, § 312.  Citato e tradotto in 2005, § 343.  Citato e tradotto in 2005, § 344.  Citato in Mastellaro, p. 9.  Citato in 2005, p. 57.  Citato in Arthur Schopenhauer, Aforismi sulla saggezza nella vita, traduzione di Oscar Chilesotti, Dumolard, Milano, 1885.  Citato in Marco Costa, Psicologia militare, FrancoAngeli, Milano, 2006, p. 645. ISBN 88-464-7966-1  Citato in 1876, p. 66.  Citato in 1921, p. 496.  (ES) Citato in Jesús Cantera Ortiz de Urbina, Refranero Latino, Ediciones Akal, Madrid, p. 68 § 773. ISBN 9788446012962  Citato e tradotto in 2005, § 645.  Citato e tradotto in 2005, § 650.  Citato in De Mauri, p. 29.  Citato e tradotto in Lo Forte, § 366.  Citato in Giuseppe Fumagalli, L'ape latina, Milano, 1975, p. 82  Citato e tradotto in 2005, § 732.  Citato e tradotto in 2005, § 739.  Citato e tradotto in 2005, § 741.  Citato e tradotto in 2005, § 744.  Citato e tradotto in 2005, § 747.  Citato e tradotto in 2005, § 829.  Citato e tradotto in 2005, § 835.  Citato in 2005, p. 108.  Citato in 2005, p. 109, § 941.  Citato in Filippo Ruschi, Questioni di spazio: la terra, il mare, il diritto secondo Carl Schmitt, G. Giappichelli Editore, Citato e tradotto in 2005, § 1072.  Citato in 2005, p. 152.  Citato e tradotto in 2005, § 1313.  Citato con traduzione in Jean Louis Burnouf, Metodo per studiare la lingua latina adottato dall'Università di Francia, presso Ricordi e Jouhaud, Firenze 1850, p. 276.  Citato in 2005, p. 158.  Citato in 2005, p. 159.  Citato in AA. VV., Dizionario delle sentenze latine e greche, § 1509, Rizzoli, Milano, 2017.  Citato in 2005, p. 166.  Citato in 2005, p. 168.  Citato in 1921, p. 88, § 319.  Citato e tradotto in Lo Forte, § 733.  Citato in 2017, § 664.  Citato in 1876, p. 58.  Citato in 1921, p. 556.  Citato e tradotto in Lo Forte, § 788.  Citato in 1921, p. 536.  Citato in Paul-Augustin-Olivier Mahon, Medicina legale e Polizia medica, vol. 4, a cura di Giuseppe Chiappari, Pirotta, Milano, 1820, p. 295.  Citato in Guillaume Musso, Central Park, traduzione di Sergio Arecco, Bompiani, 2016, p. 195.  Citato in Ann Casement, Who Owns Jung?, Karnac Books, 2007, Londra, p.176 Anteprima Google  Citato in L. De Mauri, Angelo Paredi e Gabriele Nepi, p. 95.  Citato in Peter Olman, Zwei Mädchen suchen ihr Glück: Caleidoscopio berlinese, Edizioni Mediterranee, Roma, 1966, p. 265.  Citato e tradotto in 2005, § 1970.  Citato in 2005, p. 248.  (DE) Citato in Friedrich Otto Bittrich, Ägypten und Libyen, Safari-Verlag, Berlino, 1953, p. 7.  Citato e tradotto in 2005, § 2167.  Dal Vangelo:... tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada (Mt 26:52).  Citato in 2005, p. 256.  Citato in 2005, p. 258.  Citato in Tosi 2017, n. 1174.  Citato in De Mauri, p. 171.  Citato in 2005, p. 266.  Citato e tradotto in 2005, § 2342.  Citato e tradotto in 2005, § 2363.  Spesso la frase viene attribuita a Cipriano in una forma diversa: Extra Ecclesiam nulla salus.  Citato e tradotto in 2005, § 2415.  Citato e tradotto in 2005, § 2421.  Citato e tradotto in Lo Forte, § 1034.  Citato e tradotto in 2005, § 2457.  Citato e tradotto in 2005, § 2472.  Citato in 1921, p. 138, § 465.  Citato e tradotto in 2005, § 2528.  Citato e tradotto in Lo Forte, § 1079.  Citato e tradotto in 2005, § 2606.  Citato e tradotto in Lo Forte, § 1097.  Citato e tradotto in Lo Forte, § 1169.  Citato e tradotto in Lo Forte, § 1203.  Citato e tradotto in Lo Forte, § 1204.  Citato e tradotto in Lo Forte, § 1216.  Citato in Proverbi siciliani raccolti e confrontati con quelli degli altri dialetti d'Italia da Giuseppe Pitrè, Luigi Pedone Lauriel, Palermo, 1880, vol. IV, p. 140.  Traduzione in voce su Wikipedia. Bibliografia L. De Mauri, 5000 proverbi e motti latini, seconda edizione, Hoepli, Milano, 2006. ISBN 978-88-203-0992-0 Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, Milano, 1921. Giuseppe Fumagalli, L'ape latina, Hoepli, Milano, 2005. ISBN 88-203-0033-8 Giacomo Lo Forte, Ad hoc, Sandron, 1921. Paola Mastellaro, Il libro delle citazioni latine e greche, Mondadori, Milano, 2012. ISBN 978-88-04-47133-2. Gustavo Benelli, Raccolta di proverbi, massime morali, aneddoti, ed altro, Carnesecchi, Firenze, 1876. Renzo Tosi, Dizionario delle sentenze latine e greche, Rizzoli, 2017. Voci correlate Modi di dire latini Lingua latina Palindromi latini Categorie: Lingua latinaProverbi per nazione. Proverbi Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi: Proverbi toscani. A A brigante brigante e mezzo. 1 A buon cavalier non manca lancia. 2 A buon cavallo non manca sella. 2 A buon cavallo non occorre dir trotta. 3 A buon intenditor poche parole.[1 2 A caldo autunno segue lungo inverno. 4 A cane scottato l'acqua fredda par calda. 5 A cane vecchio non dargli cuccia. 2 A carnevale ogni scherzo vale, ma che sia uno scherzo che sa di sale. 6 A caval che corre, non abbisognano speroni. 3 A caval donato non si guarda in bocca.[2 2 A cavalier novizio, cavallo senza vizio. 3 A cavallo d'altri non si dice zoppo. 3 A cavallo di fuoco, uomo di paglia, a uomo di paglia, cavallo di fuoco. 3 A cavallo giovane, cavalier vecchio. 3 A caval nuovo cavaliere vecchio. 2 A chi batte forte, si apron le porte. 7 A chi Dio vuole aiutare, niente gli può nuocere. 4 A chi fortuna zufola, ha un bel ballare. 4 A chi ha abbastanza, non manca nulla. 4 A chi mangia sempre polli vien voglia di polenta. 8 A chi non piace il vino, il Signore faccia mancar l'acqua. 8 A chi non può imparare l'abbicì, non si può dare in mano la Bibbia. 4 A chi non vuol credere, poco valgono mille testimoni. 8 A chi non vuol credere sono inutili tutte le prove. 8 A chi non vuol far fatiche, il terreno produce ortiche. 9 A chi prende moglie ci vogliono due cervelli. 4 A chi tanto e a chi niente. 2 A chi troppo e a chi niente. 10 A chi ti dà il cappone, dagli la coscia e l'alone. 8 A chi ti porge un dito non prendere la mano. 2 A chi vuole fare del male non manca l'occasione. 4] A ciascun giorno basta la sua pena.[3] 2] A ciascuno sta bene il proprio abito. 4] A donna di gran bellezza, dalla poca larghezza. 4] A duro ceppo, dura accetta. 4] A goccia a goccia si scava la pietra.[4] 11] A goccia a goccia s'incava la pietra. 2] A gran salita, gran discesa. 4] A granello a granello si riempie lo staio e si fa il monte. 4] A grassa cucina povertà vicina. 4] A lavar la testa all'asino si perde il ranno e il sapone. 12] A lume spento è pari ogni bellezza. 4] A mali estremi estremi rimedi. 1] A muro basso ognuno ci si appoggia. 1] A nemico che fugge ponti d'oro. 1] A ogni uccello suo nido è bello. 1] A padre avaro figliuol prodigo. 13] A pancia piena si ragiona meglio. 8] A pagare e a morire c'è sempre tempo. 14] A paragone del molto che ignoriamo, è meno di niente quanto noi sappiamo. 4] A pazzo relatore, savio ascoltatore. 8] A pensar male, s'indovina sempre. 15] A pensar male ci s'indovina. 2] A pentola che bolle, gatta non s'accosta. 8] A rubar poco si va in galera, a rubar tanto si fa carriera. 1] A san Lorenzo il dente la noce già sente. 2] A san Martino [11 novembre], apri la botte e assaggia il vino. 8] A San Martino ogni mosto è vino. 16] A san Mattia la neve va via. 4] A scherzar con la fiamma, ci si scotta. 17] A tal fortezza, tal trincea. 4] A torto si lagna del mare chi due volte ci vuole tornare. 4] A tutto c'è rimedio fuorché alla morte. 1] A usanza nuova non correre. 2] Abbattuto l'albero scompare l'ombra. 8] Accasa il figlio quando vuoi, e la figlia quando puoi. 18] Acquista buona fama e mettiti a dormire. 4] Ai bugiardi e agli spacconi non è creduto. 8] Ai voli troppo alti e repentini sogliono i precipizi esser vicini. 19] A voli troppo alti e repentini sogliono i precipizi esser vicini. 2] Abate cupido, per un'offerta ne perde cento. 4] Abate rigoroso rende i frati penitenti. 4] Abbi piuttosto il piccolo per amico, che il grande per nemico. 8] Abiti stranieri, costumi stranieri; costumi stranieri, gente straniera; la gente straniera sloggia gli antichi abitanti. 4] Abito troppo portato e donna troppo vista vengono presto a noia. 4] Abbondanza genera baldanza. 4] Accade in un'ora quel che non avviene in mill'anni. 2] Accade in un'ora quel che non avviene in cent'anni. 2] Accendere una candela ai Santi e una al diavolo. 4] Accendere una fiaccola per far lume al sole. 4] Acqua che corre non porta veleno. 4] Acqua cheta rompe i ponti. 16] Acqua di san Lorenzo [10 agosto] venuta per tempo; se alla Madonna viene va ancora bene; tardiva sempre buona quando arriva. 2] Acqua e chiacchiere non fanno frittelle. 20] Acqua lontana non spegne il fuoco. 21] Acqua passata, non macina più. 22] Ad albero vecchio ed a muro cadente, non manca mai edera. 4] Ad ogni primavera segue un autunno. 4] Ad ognuno la sua croce. 23] Ad ognuno pare bello il suo. 4] Ad un grasso mezzogiorno spesso tien dietro una cena magra. 4] Agosto ci matura il grano e il mosto 16]. Agosto: moglie mia non ti conosco.[5][6] 1] Ai macelli van più bovi che vitelli. 2] Ai pazzi ed ai fanciulli, non si deve prometter nulla. 8] Ai pazzi si dà sempre ragione. 8] Aiutati che Dio t'aiuta. 24] Aiutati che il ciel t'aiuta. 25] Aiutati che io ti aiuto. 16] Al baciarsi presto tien dietro il coricarsi. 4] Al bisogno si conosce l'amico. 1] Al buio la villana è bella quanto la dama. 2] Al buio, le donne sono tutte uguali. 8] Al buio tutti i gatti sono bigi. 16] Al confessor, medico e avvocato, non tenere il ver celato. 26] Al confessore, al medico e all'avvocato non si tiene il ver celato. 2] Al contadin non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere. 1] Al cuore non si comanda. 1] Al cuor non si comanda. 27] Al cazzo non si comanda. 2] Al culo non si comanda. 28] Al destino non si comanda. 2] Al tempo non si comanda. 2] Al tempo e al culo non si comanda. 2] Al debole il forte sovente fa torto. 8] Al fratello piace più veder la sorella ricca, che farla tale. 8] Al levar le tende si conosce il guadagno. 4] Al gatto che lecca lo spiedo non affidar arrosto. 8] Al genio non si danno le ali, ma le si tagliano. 4] Al medico, al confessore e all'avvocato, bisogna dire ogni peccato. 8] Al povero manca il pane, al ricco l'appetito. 8] Al primo colpo non cade l'albero. 2] Al primo colpo non cade un albero. 2] Al suono si riconosce la pignata. 29] Al villano, se gli porgi il dito, si prende la mano. 30] All'A tien dietro il B nel nostro abbicì. 4] All'eco spetta l'ultima parola. 4] All'orsa paion belli i suoi orsacchiotti. 8] All'uccello ingordo crepa il gozzo. 2] All'ultimo si contano le pecore. 1] All'umiltà felicità, all'orgoglio calamità. 8] Alla fame è presto ridotto chi s'imbarca senza biscotto. 4] Alla fine anche le pernici allo spiedo vengono a noia. 8] Alla fine loda la vita e alla sera loda il giorno.[7] 4] Alla fine loda la vita e alla sera il giorno. 2] Alla guerra si va pieno di denari e si torna pieni di vizi e di pidocchi. 4] Alle barbe dei pazzi, il barbiere impara a radere. 8] Alle volte si crede di trovare il sole d'agosto e si trova la luna di marzo. 8] Altri tempi, altri costumi. 2] Alzati presto al mattino se vuoi gabbare il tuo vicino. 8] Ambasciator non porta pena. 2] Amare e non essere amato è tempo perso. 4] Ambasciatore che tarda notizia buona che porta. 2] Amicizia che cessa, non fu mai vera. 4] Amico beneficato, nemico dichiarato. 4] Amico di buon tempo mutasi col vento. 4] Amico di ventura, molto briga e poco dura. 31] Ammogliarsi è un piacere che costa caro. 4] Amor che nasce di malattia, quando si guarisce passa via. 8] Amor di nostra vita ultimo inganno.[8] 32] Amor, dispetto, rabbia e gelosia, sul cuore della donna han signoria. 8] Amor nuovo va e viene, amor vecchio si mantiene. 8] Amor regge il suo regno senza spada. 32] Amore con amor si paga. 2] Amore di parentato, amore interessato. 4] Amore di villeggiatura poco vale e poco dura. 2] Amore di fratello, amore di coltello. 8] Amore è il vero prezzo con che si compra amore. 33] Amore non si compra né si vende. 33] Amore onorato, né vergogna né peccato. 8] Amore scaccia amore. 4] Anche fra le spine nascono le rose. 34] Anche i fanciulli diventano uomini. 4] Anche il più verde diventa fieno. 4] Anche il sole ha le sue macchie. 4] Anche l'abate fu prima frate. 4] Anche l'ambizione è una fame. 4] Anche la legna storta dà il fuoco diritto. 4] Anche la regina Margherita mangia il pollo con le dita. 35] Anche le bestie le ha fatte il Signore. 8] Anche le colombe hanno il fiele. 4] Anche le pulci hanno la tosse. 2] Anche le uova della gallina nera sono bianche; ma staremo a vedere se anche i suoi pulcini sono bianchi. 4] Anche un giogo dorato pesa. 8] Andar presto a dormire e alzarsi presto chiude la porta a molte malattie. 8] Andar bestia, e tornar bestia, dice il moro. 36] Anno nevoso anno fruttuoso. 16] Anno nuovo vita nuova. 1] Approfitta degli errori degli altri, piuttosto che censurarli. 4] Aprile dolce dormire.[9] 2] Aprile e maggio sono la chiave di tutto l'anno. 4] Aprile ogni goccia un barile.[10] 2] Aprile piovoso, maggio ventoso, anno fruttuoso. 4] Ara nel mare e nella rena semina, chi crede alle parole della femmina. 8] Arcobaleno porta il sereno. 2] Aria rossa o piscia o soffia. 2] Asino che ha fame mangia d'ogni strame. 2] Assai bene balla a chi fortuna suona. 4] Assai digiuna chi mal mangia. 8] Assai domanda chi ben serve e tace. 37] Assai domanda chi si lamenta. 8] Assalto francese e ritirata spagnola. 2] Attacca l'asino dove vuole il padrone e, se si rompe il collo, suo danno. 1] Avuta la grazia, gabbato lo santo. 8] B Bacco, tabacco e Venere riducon l'uomo in cenere. 2] Ballaremo secondo che voi suonerete. 4] Bandiera rotta onor di capitano. Bandiera vecchia onor di capitano. 2] Basta un matto per casa. 8] Batti il ferro finché è caldo. Batti il ferro quando è caldo. 1] Bei gatti e grossi letamai mostrano il buon agricoltore. 38] Bella cosa presto è rapita. 4] Bella in vista, dentro è trista. 4] Bella ostessa, conti traditori. 2] Bella ostessa, brutti conti. 39] Bell'ostessa, conto caro. 40] Bella vigna poca uva. 2] Bellezza di corpo non è eredità. 4] Bellezza e follia vanno spesso in compagnia. 41] Bello in fasce brutto in piazza. 1] Ben sa la botte di qual vino è piena. 4] Ben si caccia il diavolo, ma Satana ritorna. 4] Bene per male è carità, male per bene è crudeltà. 8] Bene educato, non mentì mai. 4] Bene perduto è conosciuto. 4] Beni di fortuna passano come la luna. 2] Bevi il vino e lascia andar l'acqua al mulino. 8] Bisogna dire pane al pane e vino al vino. 2] Bisogna far buon viso a cattivo gioco. 1] Bisogna fare di necessità virtù. 2] Bisogna fare il pane con la farina che si ha. 4] Bisogna fare la festa quando cade, e prendere il tempo come viene. 4] Bisogna fare la festa quando è il santo. 4] Bisogna mangiare per vivere e non vivere per mangiare. 2] Bisogna prendere gli avvenimenti quando Dio li manda. 4] Bocca che tace nessuno l'aiuta. 2] Bocca che tace mal si può aiutare. 42] Bocca chiusa ed occhio aperto non fecero mai male a nessuno. 4] Botte buona fa buon vino. 2] Brutta cosa è il povero superbo e il ricco avaro. 8] Brutta di viso ha sotto il paradiso. 2] Brutto in fasce bello in piazza. 1] Buca il marmo fin d'acqua una goccia. 8] Bue sciolto lecca per tutto. 8] Bue fiacco stampa più forte il piede in terra. 4] Bue vecchio, solco diritto. 4] Buon fuoco e buon vino, scaldano il mio camino. 8] Buon sangue non mente. 2] Buon tempo e mal tempo non dura tutto il tempo. 1] Buon vino e bravura, poco dura. 8] Buon vino fa buon sangue. 1] 8] Buon vino, favola lunga. 8] Buona fama presto è perduta. 4] Buona greppia, buona bestia. 8] Buona guardia giova a molte cose. 4] Buona la forza, migliore l'ingegno. 4] Buone parole e pere marce non rompono la testa a nessuno. 31] Burlando si dice il vero. 4] C Cader non può, chi ha la virtù per guida. 4] Cambiano i suonatori ma la musica è sempre quella. 1] Cambiare e migliorare sono due cose; molto si cambia nel mondo, ma poco si migliora. 4] Campa cavallo che l'erba cresce. 2] Campa, cavallo mio, che l'erba cresce. 1] Can che abbaia non morde. 1] Cane affamato non teme bastone.[11] 2] Cane e gatta tre ne porta e tre ne allatta. 8] Cane non mangia cane. 43] Cane ringhioso e non forzoso, guai alla sua pelle! 4] Capelli lunghi, cervello corto. 4] Carta canta e villan dorme. 1] Casa fatta e vigna posta, non si sa quello che costa. 44] Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia, tu mi sembri una badia. 45] Casa mia, casa mia, benché piccola tu sia, tu mi sembri una badia. 2] Casa mia, casa mia, pur piccina che tu sia mi sembri una badia. 9] Castiga il buono e si emenderà; castiga il cattivo e peggiorerà. 4] Cattivo cominciamento, fine peggiore. 8] Cavallo da vettura, poco costa e poco dura. 46] Cavallo vecchio, tardi muta ambiatura. 47] Cavolo riscaldato non fu mai buono. 2] Cavolo riscaldato, frate sfratato e serva ritornata non furon mai buoni. 2] Cento teste, cento cappelli. 48] Certe macchie ben si possono grattare ma non togliere. 4] Cessato il guadagno, cessata l'amicizia. 49] Chi a tutti facilmente crede, ingannato si vede. 4] Chi accarezza la mula rimedia calci. 2] Chi accarezza la mula buscherà calci. 2] Chi accetta l'eredità accetti anche i debiti. 4] Chi ad altri inganni tesse, poco bene per sé ordisce. 4] Chi alza il piede per ogni paglia, si può rompere facilmente una gamba. 8] Chi ama me, ama il mio cane. 50] Chi ara terra bagnata, per tre anni l'ha dissipata. 51] Chi asino nasce, asino muore. 4] Chi balla senza suono, come asino si ritrova. 52] Chi ben coltiva il moro, coltiva nel suo campo un gran tesoro. 47] Chi ben comincia è a metà dell'opera. 53] Chi ben comincia è alla metà dell'opera. 2] Chi ben comincia è alla metà dell'opra. 1] Chi bene semina, bene raccoglie. 4] Chi beve vin, campa cent'anni. 54] Chi beve birra campa cent'anni.[12] 2] Chi biasima il suo prossimo che è morto, dica il vero, dica il falso, ha sempre torto. 4] Chi caccia volentieri trova presto la lepre. 4] Chi cade in povertà, perde ogni amico. 4] Chi cava e non mette, le possessioni si disfanno. 55] Chi cavalca o trotta alla china, o non è sua la bestia, o non la stima. 8] Chi cento ne fa una ne aspetta. 1] Chi cerca di sapere ciò che bolle nella pentola d'altri, ha leccate le sue. 8] Chi cerca lealtà e fedeltà nel mondo, non trova che ipocrisia. 4] Chi cerca, trova.[13] 2] Chi cerca trova e chi domanda intende. 2] Chi coglie acerbo il senno, maturo ha sempre d'ignoranza il frutto. 8] Chi comincia in alto, finisce in basso. 8] Chi compra il superfluo, si prepara a vendere il necessario. 56] Chi compra sprezza e chi ha comprato apprezza. 2] Chi conserva per l'indomani, conserva per il cane. 8] Chi contro Dio getta la pietra, in capo gli torna. 8] Chi d'estate secca serpi, nell'inverno mangia anguille. 4] Chi d'estate vuole stare al fresco, ci starà anche d'inverno. 4] Chi da gallina nasce, convien che razzoli. 8] Chi da savio operare vuole, pensi al fine. 4] Chi dà ghiande non può riavere confetti. 4] Chi di gallina nasce convien che razzoli. 2] Chi dal lotto spera soccorso, mette il pelo come un orso. 8] Chi dà per ricevere, non dà nulla. 8] Chi del vino è amico, di se stesso è nemico. 8] Chi di spada ferisce di spada perisce.[14] 1] Chi di speranza vive disperato muore. 1] Chi di una donna brutta s'innamora, lieto con essa invecchia e l'ama ancora. 8] Chi di coltel ferisce, di coltel perisce. 4] Chi di spirito e di talenti è pieno domina su quelli che ne hanno meno. 4] Chi dice A arrivi fino alla Z. 4] Chi dice A deve dire anche B. 4] Chi dice donna dice danno. 1] Chi dice donna dice guai, chi dice uomo peggio che mai. 8] Chi dice male, l'indovina quasi sempre. 4] Chi dice quel che vuole sente quel che non vorrebbe. 1] Chi disprezza compra. 1] Chi disprezza vuol comprare e chi loda vuol lasciare. 2] Chi domanda ciò che non dovrebbe, ode quel che non vorrebbe. 2] Chi domanda non erra. 2] Chi domanda non fa errore. 57] Chi dopo la polenta beve acqua, alza la gamba e la polenta scappa. 8] Chi dorme d'agosto dorme a suo costo. 2] Chi dorme non piglia pesci.[15] 1] Chi è causa del suo mal pianga se stesso.[16] 1] Chi è bugiardo è ladro. 4] Chi è destinato alla forca non annega. 58] Chi è generoso con la bocca, è avaro col sacco. 4] Chi è in difetto è in sospetto. 1] Chi è mandato dai farisei è ingannato dai farisei. 4] Chi è morso dalla serpe, teme la lucertola. 8] Chi non è savio, paziente e forte si lamenti di sé, non della sorte. 8] Chi è schiavo delle ambizioni ha mille padroni. 4] Chi è stato trovato una volta in frode, si presume vi sia sempre. 4] Chi è svelto a mangiare è svelto a lavorare. 1] Chi è tosato da un usuraio, non mette più pelo. 8] Chi è uso all'impiccare, non teme la forca. 4] Chi fa da sé fa per tre.[17] 1] Chi fa come il prete dice, va in Paradiso: ma chi fa come il prete fa, a casa del diavolo se ne va.[18] Chi fa del bene agli ingrati, Dio lo considera per male. 4] Chi fa il male odia la luce. 4] Chi fa l'altrui mestiere, fa la zuppa nel paniere. 59] Chi fa la legge, deve conservarla. 4] Chi fa una legge, deve anche preoccuparsi che sia eseguita. 4] Chi fa le fave senza concime le raccoglie senza baccelli. 2] Chi fa falla e chi non fa sfarfalla. 1] Chi fa un'ingiustizia, la dimentica; chi la riceve, se ne ricorda. 4] Chi fosse indovino, sarebbe ricco. 4] Chi fugge il giudizio, si condanna. 4] Chi fugge un matto, ha fatto buona giornata. 8] Chi getta un seme lo deve coltivare, se vuol vederlo con il tempo germogliare. 60] Chi gioca al lotto, è un gran merlotto. 8] Chi gioca al lotto, in rovina va di botto. 8] Chi gioca al lotto, in rovina va di trotto. 8] Chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato. 16]. Chi ha avuto il beneficio, se lo dimentica. 4] Chi ha da far con un incostante, tien l'anguilla per la coda. 4] Chi ha denti non ha pane e chi ha pane non ha denti. 1] Chi ha farina non ha la sacca. 1] Chi ha fatto ingiuria ad altri, da altri convien che la sopporti. 4] Chi ha il capo di cera, non vada al sole. 61] Chi ha imbarcato il diavolo, deve stare in sua compagnia. 4] Chi ha ingegno, lo mostri. 62] Chi ha per letto la terra, deve coprirsi col cielo. 8] Chi ha polvere spara. 1] Chi ha portato la tonaca puzza sempre di frate. 2] Chi ha prete, o parente in corte, fontana gli risorge. 63] Chi ha tempo, ha vita. 64] Chi ha tempo non aspetti tempo. 1] Chi ha terra, ha guerra. 56] Chi ha tutto il suo in un loco l'ha nel fuoco. 2] Chi ha un mestiere in mano, dappertutto trova pane. 4] Chi il vasto mare intrepido ha solcato, talvolta in piccol rio muore annegato. 65] Chi la dura la vince. 1] Chi la fa l'aspetti. 1] Chi lascia la via vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non sa quel che trova. 1] Chi lascia la via vecchia per la nuova peggio si trova. 16] Chi lavora con diligenza, prega due volte. 4] Chi lavora, Dio gli dona. 4] Chi mal semina mal raccoglie. 1] Chi male una volta si marita, ne risente tutta la vita. 4] Chi male vive, male muore. 2] Chi maltratta le bestie, non la fa mai bene. 8] Chi mangia sempre pan bianco, spesso desidera il nero. 8] Chi mangia sempre torta se ne sazia. 8] Chi mena per primo mena due volte.Chi molto parla, spesso falla. Chi mordere non può non mostri i denti. 40] Chi muore giace e chi vive si dà pace. 1] Chi nasce afflitto muore sconsolato. 1] Chi nasce è bello, chi si sposa è buono e chi muore è santo. 1] Chi nasce matto non guarisce mai. 8] Chi nasce tondo non può morir quadrato. 57] Chi non ama le bestie, non ama i cristiani. 8] Chi non apre la bocca, non le piove dentro. 4] Chi non beve in compagnia o è un ladro o è una spia. 1] Chi non caccia non prende. 4] Chi non comincia non finisce. 1] Chi non crede di esser matto, è matto davvero. 8] Chi non crede in Dio, non crede nel diavolo. 67] Chi non dà a Cristo, dà al fisco. 8] Chi non è con me è contro di me. 2] Chi non è volpe, dal lupo si guardi, perché ne sarà preda presto o tardi. 4] Chi non fu buon soldato, non sarà buon capitano. 68] Chi non ha fede, non ne può dare. 8] Chi non ha il gatto mantiene i topi e chi ce l'ha li mantiene tutti e due. 8] Chi non ha imparato a ubbidire, non saprà mai comandare. 8] Chi non ha testa abbia gambe. 57] Chi non lavora non mangia. 2] Chi non mangia ha già mangiato. 2] Chi non muore si rivede. 2] Chi non naufragò in mare, può naufragare in porto. 8] Chi non può bastonare il cavallo, bastona la sella. 4] Chi non risica, non rosica. 1] Chi non sa adulare non sa regnare. 4] Chi non sa fare non sa comandare. 68] Chi non sa leggere la sua scrittura è asino di natura. 69] Chi non sa niente non è buono a niente. 4] Chi non sa tacere non sa parlare. 2] Chi non sa ubbidire, non sa comandare. 68] Chi non segue il consiglio dei genitori, tardi se ne pente. 4] Chi non semina non raccoglie. 2] Chi non si innamora da giovane, si innamora da vecchio. 8] Chi non trovò ombra nell'estate, la troverà nell'inverno. 4] Chi non vuol essere consigliato, non può essere aiutato. 4] Chi parla due lingue è doppio uomo. 70] Chi pecca in segreto fa la penitenza pubblica. 8] Chi pecora si fa, il lupo se la mangia. 1] Chi per grazia prega, non ha mai bene. 4] Chi perde ha sempre torto. 1] Chi perdona senza dimenticare, non perdona che metà. 4] Chi pesca con l'amo d'oro, qualcosa piglia sempr e. 8] Chi piglia leone in assenza, teme la talpa in presenza. 8] Chi più ha più vuole. 1] Chi più ha più ne vorrebbe. 2] Chi più lavora, meno mangia. 4] Chi più ne fa è fatto papa. 4] Chi più ne ha più ne metta. 2] Chi più sa meno crede. 1] Chi più spende meno spende. 2] Chi poco sa presto parla. 2] Chi porta fiori, porta amore. 8] Chi predica al deserto, perde il sermone. 71] Chi prende l'anguilla per la coda, può dire di non tenere nulla. 4] Chi prima arriva meglio alloggia. 2] Chi prima nasce prima pasce. 1] Chi prima non pensa dopo sospira. 2] Chi rende male per bene, non vedrà mai partire da casa sua la sciagura. 8] Chi ricorda un beneficio, lo rinfaccia. 4] Chi ride il venerdì piange la domenica. 1] Chi rimane in umile stato, non ha da temer caduta. 8] Chi ringrazia non vuol obblighi. 8] Chi ringrazia per una spiga, riceve una manna. 8] Chi Roma non vede, nulla crede. 8] Chi ruba poco, ruba assai. 72] Chi rompe paga e i cocci sono suoi. 1] Chi ruba un regno è un ladro glorificato, e chi un fazzoletto, un ladro castigato. 4] Chi ruba una volta è sempre ladro. 4] Chi s'accapiglia si piglia.[19] Chi s'aiuta Iddio l'aiuta. 1] Chi sa fa e chi non sa insegna. 1] Chi sa fare fa e chi non sa fare insegna.[20] Chi sa il gioco non l'insegni. 1] Chi sa il trucco non l'insegni. 1] Chi sa senza Cristo non sa nulla. 8] Chi scopre il segreto perde la fede. 1] Chi semina buon grano avrà buon pane; chi semina lupino non avrà né pan né vino. 2] Chi semina con l'acqua raccoglie col paniere. 2] Chi semina raccoglie. 2] Chi semina vento raccoglie tempesta.[21][22] 1] Chi serba serba al gatto. 1] Chi si contenta gode. 1] Chi si diletta di frodare gli altri, non si deve lamentare se gli altri lo ingannano. 4] Chi si fa i fatti suoi campa cent'anni. 57] Chi si fa un idolo del suo interesse, si fa un martire della sua integrità. 73] Chi si fida nel lotto, non mangia di cotto. 8] Chi si fida di greco, non ha il cervel seco. 74] Chi si guarda dal calcio della mosca, gli tocca quello del cavallo. 4] Chi si immagina di essere più di quello che è, si guardi nello specchio. 4] Chi si loda si sbroda. 4] Chi si prende d'amore, si lascia di rabbia. 8] Chi si scusa si accusa. 1] Chi si somiglia si piglia. 2] Chi si sposa in fretta, stenta adagio. 75] Chi si umilia sarà esaltato, chi si esalta sarà umiliato. 8] Chi si vanta da solo non vale un fagiolo. 2] Chi si vanta del delitto è due volte delinquente. 4] Chi siede in basso, siede bene. 8] Chi sta tra due selle si trova col culo in terra. 2] Chi tace acconsente. 1][23] Chi tace davanti alla forza, perde il suo diritto. 4] Chi tanto e chi niente. 1] Chi troppo e chi niente. 1] Chi tardi arriva male alloggia. 1] Chi ti dà un osso non ti vorrebbe morto. 4] Chi ti vuol male, ti liscia il pelo. 8] Chi tiene il letame nel suo letamaio, fa triste il suo pagliaio. 8] Chi tiene la scala non è meno reo del ladro. 76] Chi troppo comincia, poco finisce. 77] Chi troppo vuole nulla stringe.[24] 1] Chi trova un amico trova un tesoro. 1] Chi uccide i gatti fa male i suoi fatti. 38] Chi va a caccia non deve lasciare a casa il fucile. 4] Chi va a Roma perde la poltrona. 2] Chi va all'acqua d'agosto, non beve o non vuol bere il mosto. 8] Chi va all'osto, perde il posto. 78] Chi va al mulino s'infarina. 1] Chi va con lo zoppo, impara a zoppicare. 79] Chi va piano va sano e va lontano. Chi va forte va alla morte.[25] 80] Chi ha più fretta, più tardi finisce. 4] Chi fa in fretta fa due volte. 4] Chi pesca e ha fretta, spesse volte prende dei granchi. 4] Chi va via perde il posto all'osteria. 81] Chi vanta se stesso e abbassa gli altri, gli altri abbasseranno lui. 4] Chi vende a credenza spaccia assai: perde gli amici e i quattrin non ha mai.[26] 2] Chi dà a credito spaccia assai perde gli amici e danar non ha mai. 2] Chi va alla festa e non è invitato, ben gli sta se ne è scacciato. 4] Chi vien di raro, gli si fa festa. 8] Chi vince ha sempre ragione. 82] Chi vive in libertà non tenti il fato. 4] Chi vive sei giorni nell'oasi, il settimo anela il deserto. 8] Chi vivrà vedrà. 2] Chi vuol d'avena un granaio la semini di febbraio. 2] Chi vuol dell'acqua chiara vada alla fonte. 4] Chi vuol udir novelle, dal barbier si dicon belle. 8] Chi vuol esser libero, non metta il collo sotto il giogo. 8] Chi vuol essere pagato, non dev'essere ringraziato. 8] Chi vuol guarire deve soffrire. 4] Chi vuol impetrare, la vergogna ha da levare. 83] Chi vuol lavoro degno assai ferro e poco legno. 2] Chi vuol pane, meni letame. 84] Chi vuol presto impoverire, chieda prestito all'usuraio. 8] Chi vuol provar le pene dell'inferno, la stia in Puglia e all'Aquila d'inverno. 8] Chi vuol saper cos'è l'inferno faccia il cuoco d'estate e il carrettiere d'inverno. 8] Chi vuol un bel pagliaio lo pianti di febbraio. 8] Chi vuol vedere Pisa vada a Genova. 85] Chi vuole arricchire in un anno, è impiccato in sei mesi. 4] Chi vuole assai, non domandi poco. 86] Chi vuole essere amato, divenga amabile. 9] Chi vuole essere sicuro della sua farina, deve portare egli stesso il sacco al mulino. 4] Chi vuole i santi se li preghi. 1] Chi vuole la figlia accarezzi la madre. 4] Chi vuole vada e chi non vuole mandi. 1] Chiara notte di capodanno, dà slancio a un buon anno. 8] Chiodo scaccia chiodo. 2] Chiodo schiaccia chiodo. 9] Chitarra e schioppo fanno andare la casa a galoppo. 8] Ci vuole altro che un'accozzaglia di gente per fare un esercito. 4] Ci vuole ingegno per governare i pazzi. 4] Ciascuno è artefice della sua fortuna. 2][27] Ciascuno è artefice della propria fortuna. 2] Ciascuno porta il suo ingegno al mercato. 4] Cielo a pecorelle acqua a catinelle. 1] Ciò che è male per uno, è bene per un altro. 4] Ciò che lo stolto fa in fine, il savio fa in principio. 87] Ciò che non si può cambiare bisogna saperlo sopportare. 4] Col fuoco non si scherza. 1] Col latino, con un ronzino e con un fiorino si gira il mondo. 4] Col nulla non si fa nulla. 1] Col pane tutti i guai sono dolci. 1] Col tempo e con la paglia maturano le nespole.[28] 2] Col tempo e con la paglia maturano le sorbe e la canaglia. 2] Colla sola lealtà, non si pagano i merletti della cuffia. 4] Come farai, così avrai. 4] Come i piedi portano il corpo, così la benevolenza porta l'anima. 4] Comincia, che Dio provvede al resto. 4] Compar di Puglia, l'un tiene e l'altro spoglia. 8] Comun servizio ingratitudine rende. 8] Con arte e con ingegno, si acquista mezzo regno; e con ingegno ed arte, si acquista l'altra parte. 4] Con gli anni crescono gli affanni. 8] Con i matti non ci son patti. 8] Con l'inchiostro, una mano può innalzare un furfante ed abbassare un galantuomo. 8] Con la pazienza la foglia di gelso diventa seta. 88] Con la pietra si prova l'oro, con l'oro la donna e con la donna l'uomo. 8] Con la più alta libertà, abita la più bassa servitù. 4] Con le buone maniere si ottiene tutto. 89] Con un bicchier di vino si fa un amico. 8] Con un occhio si frigge il pesce e con l'altro si guarda il gatto. 8] Conchiuder lega è facile, difficile il mantenerla. 4] Confidenza toglie riverenza. 4] Conserva le monete bianche per le giornate nere. 8] Contadini, scarpe grosse e cervelli fini. 1] Contano più i fatti che le parole. 90] Contro due donne neanche il diavolo può metterci il becco. 8] Contro due non la potrebbe Orlando. 91] Contro la forza la ragion non vale. 1] Contro la nebbia forza no vale. 4] Coricarsi presto, alzarsi presto, danno salute, ricchezza e sapienza. 8] Corpo satollo anima consolata. 1] Corpo sazio non crede a digiuno. 1] Cortesia schietta, domanda non aspetta. 92] Corre un pezzo la lepre, un pezzo il cane; così s'alternano le vicende umane. 8] Cosa fatta capo ha.[29] 2] Cosa di rado veduta, più cara è tenuta. 8] Cosa rara, cosa cara. 8] Cucina grassa, magra eredità. 4] Cuor contento gran talento. 93] Cuor contento il ciel l'aiuta. 94] Cuor contento il ciel lo guarda. 2] Cuor contento non sente stento. 2] D D'aprile ogni goccia val mille lire. 2] D'aquila non nasce colomba. 4] Da colpa nasce colpa. 4] Da cosa nasce cosa. 95] Da falsa lingua, cattiva arringa. 8] Da Lodi, tutti passan volentieri. 8] Da un disordine nasce un ordine. 8] Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io. 2] Dàgli, dàgli, le cipolle diventano agli. 96] Riferito alle insidie che l'amore riserva alle virtù delle fanciulle. Dai giudici siciliani, vacci coi polli nelle mani. 8] Dall'asino non cercar lana. 4] Dall'opera si conosce il maestro. 4] Dall'immagine si conosce il pittore. 4] Dalla mano si riconosce l'artista. 4] Dal canto si conosce l'uccello. 4] Dal passato è facile predire il futuro. 4] Dalla casa si conosce il padrone. 4] Danaro e santità, metà della metà. 8] Denari e santità metà della metà. 97] Date a Cesare quel che è di Cesare.[30] 2] Davanti al cameriere non vi è Eccellenza. 4] Davanti l'abisso e dietro i denti di un lupo. 4] Debole catena muover può gran peso. 8] Dei vizi è regina l'avarizia. 98] Del senno di poi son piene le fosse. 1] Delle calende non me ne curo purché a san Paolo non faccia scuro.[31] 2] Detto senza fatto, ad ognuno pare un misfatto. 4] Di buone intenzioni è lastricato l'inferno. 99] Di chi è l'asino, lo pigli per la coda. 4] Di dolore non si muore, ma d'allegrezza sì. 8] Di maggio si dorme per assaggio.[32] 2] Di malerba non si fa buon fieno. 4] Di notte si ritirano i galantuomini ed escono i birbanti. 8] Di quello che non ti interessa, non dire né bene né male. 4] Di tutte le arti maestro è l'amore. 8] Dice la serpe: non mi toccar che non ti tocco. 8] Dicembre favaio. 16] Dicono che è mercante anche chi perde, ma questo presto ridurrassi al verde. 100] Dieci ne pensa il topo e cento il gatto. 101] Dietro il monte c'è la china. 2] Dietro il riso viene il pianto. 8] Dimmi con chi vai, e ti dirò che fai. 73] Dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei. 102] Dio aiuti il povero, perché il ricco può aiutar se stesso. 8] Dio dà la piaga e dà anche la medicina. 4] Dio guarisce e il medico è ringraziato. 4] Dio li fa e poi li accoppia. 1] Dio manda il freddo secondo i panni. 1] Dio mi guardi da chi studia un libro solo. 4] Dio misura il vento all'agnello tosato. 4] Dio vede e provvede. 2] Disse la volpe ai figli: "Quando a tordi, quando a grilli". 4] Dolore comunicato è subito scemato. 4] Domandando si va a Roma. 2] Domandare è lecito, rispondere è cortesia. 2] Donna al volante, pericolo costante. 103] Donna adorna, tardi esce e tardi torna. 8] Donna baffuta sempre piaciuta. 2] Donna barbuta, sempre piaciuta. 103] Donna barbuta coi sassi si saluta. 2] Donna bianca, poco gli manca. 8] Donna rossa coscia grossa. 8] Donna che canti dolcemente in scena, pei giovani inesperti è una sirena. 8] Donna che dona, di rado è buona. 8] Donna che piange, ovver che dolce canti, son due diversi, ambo possenti incanti. 8] Donna che sa il latino è rara cosa, ma guardati dal prenderla in isposa. 8] Donna e fuoco, toccali poco. 8] Donne e motori gioie e dolori. 104] Donna e vino ubriaca il grande e il piccolino. 8] Donna giovane e uomo anziano possono riempire la casa di figli. 8] Donna io conosco, ch'è una santa a messa e che in casa è un'orribil diavolessa. 8] Donna nana tutta tana. 2] Donna nobil per natura è un tesor cheonna savia e bella è preziosa ancsempre dura. 8] Donna pelosa, donna virtuosa. 2] Donna pregata nega, trascurata prega. 8] Donna prudente, gioia eccellente. 8] Dhe in gonnella. 8] Donna si lagna, donna si duole, donna s'ammala quando lo vuole. 8] Donne e sardine, son buone piccoline. 8] Donne, danno, fanno gli uomini e li disfanno. 8] Dopo desinare non camminare; dopo cena, con dolce lena. 4] Dopo e poi son parenti del mai. 2] Dopo il dolce vien l'amaro. 8] Dopo il fatto il consiglio non vale. 4] Dopo il fatto viene troppo tardi il pentimento. 4] Dopo il giorno vien la notte. 8] Dopo la grazia di Dio, la miglior cosa è la libertà. 8] Dopo la tempesta, il sole. 8] Dopo le fosche nuvole il sol splende più fulgido. 8] Dopo vendemmia, imbuto. 105] Non bisogna lasciarsi sfuggire le occasioni favorevoli, chi ha tempo non aspetti tempo. Dove c'è l'amore, la gamba trascina il piede. 8] Dove è castigo è disciplina, dove è pace è gioia. 4] Dove entra la fortuna, esce l'umiltà. 8] Dove l'accidia attecchisce ogni cosa deperisce. 4] Dove la fedeltà mette le radici, Dio fa crescere un albero. 4] Dove non c'è amore, non c'è umanità. 8] Dove non c'è fieno, i cavalli mangiano paglia. 8] Dove non c'è ordine, c'è disordine. 8] Dove non si crede né all'inferno né al paradiso, il diavolo intasca tutte le entrate. 8] Dove non vi è educazione, non vi è onore. 4] Dove non vi sono capelli, male si pettina. 4] Dove può il vino non può il silenzio. 8] Dove regna Bacco e Amore, Minerva non si lascia vedere. 4] Dove regna il vino, non regna il silenzio. 8] Dove son carogne son corvi. 8] Dove sono i pulcini, ivi è l'occhio della chioccia. 8] Dove vola il cuore, striscia la ragione. 8] Due cani che un solo osso hanno, difficilmente in pace stanno. 4] Due noci in un sacco e due donne in casa fanno un bel fracasso. 8] Due polente insieme non furon mai viste. 8] Dura più un carro rotto che uno nuovo. 4] Duro con duro non fa buon muro. 106] E È cattivo sparviero quel che non torna al richiamo. 8] È difficile far diventare bianco un moro. 4] È difficile guardarsi dai ladri di casa. 4] È difficile piegare un albero vecchio. 4] È difficile zoppicare bene davanti allo sciancato. 8] È facile lamentarsi quando c'è chi ascolta. 8] È impossibile come cavalcare un raggio di sole. 4] È impossibile volare senza ali. 4] È inutile piangere sul latte versato. 98] [truismo] È l'acqua che fa l'orto. 98] L'acqua fa l'orto. 98] È la donna che fa l'uomo. 57] È lieve astuzia ingannar gelosia, che tutto crede quando è in frenesia. 4] È meglio avere la cura di un sacco di pulci che una donna. 4] È meglio contentarsi che lamentarsi. 8] È meglio correggere i propri difetti, che riprendere quelli degli altri. 4] È meglio esser digiuno fuori, che satollo in prigione. 8] È meglio essere testa d'anguilla che coda di storione. 8] È meglio essere uccel di bosco, che uccel di gabbia. 8] È meglio essere umile a cavallo, che orgoglioso a piedi. 8] È meglio gelare nella nuda cameretta della verità, che crogiolarsi nella pelliccia della menzogna. 4] È meglio mangiarsi l'eredità, che conservarla per il convento. 4] È meglio meritar la lode che ottenerla. 4] È meglio sentir cantare l'usignolo, che rodere il topo. 8] È meglio testa di lucertola che coda di drago. 8] È meglio un esercito di cervi sotto il comando di un leone, che un esercito di leoni sotto il comando di un cervo. 4] È meglio un leone che mille mosche. 8] È più facile biasimare, che migliorare. 4] È più facile lagnarsi, che rimuovere gl'impedimenti. 8] È più facile prevenire una malattia che guarirla. 8] È più facile trovar dolce l'assenzio, che in mezzo a poche donne il silenzio. 8] È un bel predicare il digiuno a corpo pieno. 4] È una bella risposta quella che si attaglia ad ogni domanda. 8] Ebrei e rigattieri, spendono poco e gabbano volentieri. 4] Ecco il rimedio per l'ipocondria: mangiare e bere in buona compagnia. 8] Errare è umano, perseverare è diabolico. 107] Errare è umano, perseverare diabolico. 2] Sbagliare è umano, perseverare è diabolico. 108] Errore non è inganno. 4] Errore non paga debito. 4] Errore riconosciuto conduce alla verità. 4] Esser dotto poco vale, quando gli altri non lo sanno. 8] Èssere più torbo che non è l'acqua dei maccheroni. 8] F Fa quel che il prete dice, non quel che il prete fa. 1] Fa quello che fanno gli altri, e nessuno si farà beffe di te. 4] Faccia bella, anima bella. 4] Facile è criticare, difficile è l'arte.[33] 109] Fare debiti non è vergogna, ma pagarli è questione d'onore. 4] Fare e disfare, è tutto un lavorare. 110] Fare l'amore fa bene all'amore. 111] Fate del bene al villano, dirà che gli fate del male. 8] Fatta la legge trovato l'inganno.[34] 1] Fatti asino e tutti ti metteranno la soma. 4] Fatti di miele e ti mangieranno le mosche. 4] Fatti le ali e poi vola. 4] Febbraio, febbraietto mese corto e maledetto.[35] 2] Felice non è, chi d'esserlo non sa. 64] Femmine e galline, se giran troppo si perdono. 8] Ferita d'amore non uccide. 8] Finché c'è vita c'è speranza. 1] Fino alla morte non si sa qual è la sorte. 8] Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. 1] Fidati dell'arte, ma non dell'artigiano. 4] Fino alla bara sempre s'impara. 112] Fortezza che parlamenta, è prossima ad arrendersi. 4] Fortuna cieca, i suoi acceca. 4] Fortuna instupidisce colui ch'ella favorisce. 4] Fortunato al gioco, sfortunato in amore. 4] Fra Modesto non fu mai priore. 8] Fra sepolto tesoro e occulta scienza, non vi conosco alcuna differenza. 8] Fra un usuraio e un assassino poco ci corre. 8] Frutto precoce facilmente si guasta. Fuggire l'acqua sotto la grondaia. 4] Funghi e poeti: per uno buono dieci cattivi. 8] G Gallina che non razzola ha già razzolato. 113] Gallina vecchia fa buon brodo. 114] Gallo senza cresta è un cappone, uomo senza barba è un minchione. Gatta inguantata non prese mai topo. 8] Gattini sventati, fanno gatti posati. 115] Gatto e donna in casa, cane e uomo fuori. 38] Gatto rinchiuso diventa leone. 8] Gatto scottato dall'acqua calda, ha paura della fredda. 4] Gelosia non mette ruga.  Gioco di mano gioco di villano. 1] Gioia e sciagura sempre non dura. 8] Giovani di buon cuore, indoli buone, crescono cattivi per poca educazione. 4] Giugno la falce in pugno.[36] 2] Gli abiti e gli uomini presto invecchiano. Gli abiti e i costumi sono mutabili. 4] Gli abiti sono freddi, ma ricevono il calore da chi li porta. 4] Gli amori nuovi fanno dimenticare i vecchi. 4] Gli eredi dell'avaro sono onnipotenti, perché possono risuscitare i morti. 4] Gli eretici rubano la parola di Dio. 4] Gli errori degli altri sono i nostri migliori maestri. 4] Gli errori non si conoscono finché non siano commessi. 4] Gli errori si pagano. 8] Gli estremi si toccano. 4] Gli idoli separano papa e imperatore. 4] Gli occhi s'hanno a toccare con le gomita. 91] Gli stolti fanno le feste e gli accorti se le godono. 116] Gli uccelli dalle stesse piume devono stare nello stesso nido. 8] Gli uomini onesti non temono né la luce, né il buio. 8] Gobba a ponente luna crescente, gobba a levante luna calante. 2] Gola degli adulatori, sepolcro aperto. 117] Gotta inossota, mai fi sanata. 118] Gran giustizia, grande offesa. 4] Grande amore, gran dolore. 8] Greco in mare, Greco in tavola, Greco non aver a far seco. 74] Gru e donne fan volentieri il nido in alto. 8] Guardalo, figlia, guardalo tutto, l'uomo senza denari com'è brutto. 4] Guardare e non toccare è una cosa da imparare. 2] Guardati da chi accende il fuoco e grida poi contro le fiamme. 4] Guardati da cane rabbioso e da uomo sospettoso. 8] Guardati da chi giura in coscienza. 8] Guardati da chi non ha cura della sua reputazione. 8] Guardati da chi ride e guarda da un'altra parte. 8] Guardati da tre cose: da cavallo focoso, da uomo infido e da donna svergognata. 8] Guardati da tutte quelle cose che possono nuocere all'anima e al corpo. 8] Guardati dai fanciulli che ascoltano: anche i piccoli vasi hanno orecchie. 8] Guardati dai matti, dagli ubriachi, dagli ipocriti e dai minchioni. 8] Guardati dai tumulti, e non sarai né testimonio né parte. 8] Guardati dal diffamare, perché le prove sono difficili. 8] Guardati dal vecchio turco e dal giovane serbo. 119] Guardati dall'ipocrisia, perché è una cattiva malattia. 8] Guardati dalla primavera di gennaio. 8] Guardati in tua vita di non dare a niun smentita. 8] Guerra, peste e carestia, vanno sempre in compagnia. 120] H Ha cento volte un uomo flemma e giudizio, alla centuna corre al precipizio. 65] Ha bel mentir chi vien da lontano. 76] Ha la giustizia in mano bilancia e spada, perché il giusto s'innalza e l'empio cada. 4] Ha più il ricco in un angolo, che il povero in tutta la casa. 8] Ha un buon sapore l'odore del guadagno. 4] Ha un coraggio da leone, quello che non fa violenza ai deboli. 8] Ho veduto assai volte un piccol male non rispettato, divenir mortale. 65] I I baci sono come le ciliegie: uno tira l'altro. 2] I cani abbaiano come sono nutriti. 4] I capponi sono buoni in tutte le stagioni. 8] I cattivi esempi si imitano facilmente, meno i buoni. 4] I debiti sono gli eredi più prossimi. 4] I denari del lotto se ne van di galoppo. 8] I denari servono al povero di beneficio, ed all'avaro di gran supplizio. 4] I desideri non riempiono il sacco. 4] I docili non hanno bisogno della verga. 8] I doni dei nemici sono pericolosi. 4] I fanciulli diventano uomini e le ragazze spose. 4] I fanciulli e gli ubriachi cadono nelle mani di Dio. 4] I figli dei gatti mangiano i topi. 8] I figli sono la ricchezza dei poveri. 18] I figli sono pezzi di cuore. 2] I fiori tanto profumano per i poveri come per i ricchi. 8] I frati non s'inchinano all'abate, ma al mazzo delle sue chiavi. 4] I gamberi son buoni nei mesi della erre. 8] I gatti e i veri uomini cadono sempre in piedi. 121] I genii si incontrano. 4] I genitori amano i figli, più che i figli i genitori. 4] I genovesi risparmiano anche sui numeri: li usano due volte.[37] 122] I giovani vogliono essere più accorti dei vecchi. 4] I giuramenti degli innamorati sono come quelli dei marinai. 4] I granchi son pieni quando la luna è tonda. 8] I guai della pentola li sa il mestolo che li rimescola. 8] I ladri grandi fanno impiccare i piccoli. 4] I loquaci e i vantatori son mal veduti da tutti. 8] I matti ed i fanciulli hanno un angelo dalla loro. 8] I matti fanno le feste ed i savi le godono. 4] I medici vogliono essere vecchi, i farmacisti ricchi ed i barbieri giovani. 4] "I miei datteri sono più dolci", dice il vischio che cresce sulla palma. 8] [wellerismo] I panni sporchi si lavano in casa. 123] I paperi vogliono portare a bere le oche. 4] I parenti sono come le scarpe: più sono stretti, più fanno male. 2] I pazzi crescono senza innaffiarli. 8] I pazzi e i fanciulli possono dire quello che vogliono. 8] I pazzi per lettera sono i maggiori pazzi. 124] I pazzi si conoscono dai gesti. 8] I peccati di gioventù si piangono in vecchiaia. 8] I poeti nascono, e gli oratori si formano. 8] I poveri cercano il mangiare per lo stomaco; e i ricchi lo stomaco per mangiare. 8] I poveri hanno la salute e i ricchi le medicine. 8] I pulci di vendemmia li tiene l'uomo e non le femmine. 125] I ricchi devono consolare i poveri. 8] I rimproveri del padre fanno più che le legnate della madre. 8] I soldi non fanno la felicità. 2] I veri amici sono come le mosche bianche. 4] Il bel tempo non viene mai a noia. 9] Il ben di un anno se ne va in una bestemmia. 4] Il ben fare non è mai tardo. 4] Il bisognino fa trottar la vecchia. 2] Il bue dice cornuto all'asino. 126] Il bue mangia il fieno perché si ricorda che è stato erba. 2] Il buon ordine è figlio del disordine. 8] Il buon nocchiero muta vela, ma non tramontana. 8] Il caffè deve essere caldo come l'inferno, nero come il diavolo, puro come un angelo e dolce come l'amore.[38] 127] Il caldo delle lenzuola non fa bollire la pentola. 128] Il cane che ho nutrito è quel che mi morde. 8] Il cane è il miglior amico dell'uomo. 2] Il cane pauroso abbaia più forte. 4] Il cane rode l'osso perché non può inghiottirlo. 4] Il coccodrillo mangia l'uomo e poi lo piange. 8] Il colombo che rimane in colombaia è al sicuro dal falco. 8] Il colore più caro agli ebrei è il giallo. 4] Il coraggio copre l'eroe meglio che lo scudo il codardo. 8] Il corpo e l'anima ridono a chi si alza di buon mattino. 8] Il corvo piange la pecora e poi la mangia. 117] Il cuor cattivo rende ingratitudine per beneficio. 8] Il cuor magnanimo si piglia con poco amore, e il cuore dello stolto con poca adulazione. 8] Il cuore ha le sue ragioni e non intende ragione.[39] 129] Il dare è onore, il chiedere è dolore. 8] Il delitto non si deve tollerare, ma anche meno si deve approvare. 4] Il denaro è il nervo della guerra. 4] Il denaro può molto, ma l'amore può tutto. 4] Il diavolo ben si lascia pigliare per la coda, ma non se la lascia strappare. 4] Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. 1] Il diavolo non è così brutto come lo si dipinge. 130] Il diavolo vuol farsi cappuccino. 2] Il diavolo vuol farsi santo. 2] Il domandare è senno, il rispondere è obbligo. 8] Il dono del cattivo è simile al suo padrone. 56] Il dubbio è padre del sapere. 4] Il fare insegna a fare. 4] Il fatto non si può disfare. 4] Il ferro di cavallo che risuona, ha bisogno di un chiodo. 8] Il ferro è duro, ma il fuoco lo rende morbido. 4] Il figlio al padre s'assomiglia, alla madre la figlia. 4] Il filo sottile facilmente si strappa. 4] Il fuoco che non mi scalda, non voglio che mi scotti. 4] Il fuoco che non mi brucia, non lo spengo. 4] Il gatto ama i pesci, ma non vuole bagnarsi le zampe. 131] Il gatto brontola sempre, anche quando gode. 8] Il gatto che si è bruciato, ha paura anche dell'acqua fredda. 121] Il gatto è una tigre domestica. 8] Il gatto lecca oggi, domani graffia. 132] Il gatto non è gatto se non è ladro. 133] Il gatto non ti accarezza, si accarezza vicino a te. 134] Il generoso non ha mai abbastanza denaro. 4] Il gentiluomo chiede solo il miele, ma la gentildonna vuol anche la cera. 8] Il gioco è bello quando dura poco. 2] Il gioco, il lotto, la donna e il fuoco non si contentan mai di poco. 8] Il giudizio è opera di Dio. 4] Il grano rado non fa vergogna all'aia. 135] Il Greco dice la verità solo una volta all'anno. 4] Il lamentarsi non riempie camera vuota. 8] Il lavorare senza pregare, è una botte senza vino, e oro senza splendore. 4] Il lavoro nobilita l'uomo. 136] Il letto si chiama rosa, se non si dorme si riposa. 137] Il lotto è la tassa degli imbecilli. 8] Il lotto è un inganno continuo. 8] Il lupo non caca agnelli. 2] Il lupo perde il pelo ma non il vizio.[40] 1] Il lupo quando acciuffa una pecora, ne guarda già un'altra. 4] Il magnanimo è superiore all'ingiuria, all'ingiustizia, al dolore. 8] Il magnanimo non ricorre all'astuzia. 8] Il male che non ha riparo è bene tenerlo nascosto. 4] Il male peggiore dei mali è il timore. 8] Il male viene in grandi quantità, e se ne va via a poco a poco. 4] Il matrimonio è la tomba dell'amore. 2] Il mattino ha l'oro in bocca. 138] Le ore del mattino hanno l'oro in bocca. 139] Il medico pietoso fa la piaga puzzolente. 140] Il medico pietoso fa la piaga verminosa. 140] Il meglio è nemico del bene. 1] Il merlo ingrassa in gabbia, il leone muore di rabbia. 8] Il miele non è fatto per gli asini. 4] Il miglior tiro ai dadi è non giocarli. 4] Il molto ringraziare significa chieder dell'altro. 8] Il mondo ricompensa come il caprone che dà cornate al suo padrone. 8] Il mulino di Dio macina piano ma sottile. 141] Il nano è piccolo anche se è sul campanile. 8] Il passato deve essere maestro dell'oggi. 4] Il passato non deve prendere a prestito dall'oggi. 4] Il peggior passo è quello dell'uscio. 2] Il pesce puzza dalla testa. 1] Il Piemonte è la sepoltura dei francesi. 8] Il poeta ben trova le palme, ma non i datteri. 8] Il politico bacia con la bocca, e tira calci con i piedi. 8] Il Portogallo[41] è piccolo, ma è un pezzo di zucchero. 8] Il povero non può e il ricco non vuole. 8] Il prete, dove mangia, vi canta. 142] Il prete vien cantando e va via zufolando. 143] Il prete vive ancor un anno dopo morte. 142] I suoi familiari continuano ad incassar per un anno i suoi redditi.[42] Il primo amore non si arrugginisce. 8] Il primo amore non si scorda mai. 8] Il primo anno ci si abbraccia, il secondo si fascia, il terzo anno si ha la malattia e la cattiva Pasqua. 4] Il puledro non va all'ambio, se la cavalla trotta. 144] Il ramo assomiglia al tronco. 4] Il ricco ha tanto bisogno del povero, quanto il povero del ricco. 8] Il ricco vive, il povero vivacchia. 8] Il ringraziare non fa male alla bocca. 8] Il ringraziare non paga debito. 8] Il riso abbonda sulla bocca degli stolti. 2] Il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi. 145] Il riso nasce nell'acqua ma deve morire nel vino. 8] Il sapere è di tutti. 2] Il «se» e il «ma» sono due corbellerie da Adamo in qua. 4] Il silenzio è d'oro e la parola d'argento. 1] Il sospirar non vale. 8] Il superfluo del ricco è il necessario del povero. 8] Il tatto è tattica. 8] Il tatto è tutto. 8] Il tempo è denaro. 146] Il tempo è un gran medico. 147] Il tempo scopre tutto, perché è galantuomo. 147] Il tempo vola. 147] Il termine della notte è l'inizio del giorno. 8] Il timore fa trottare anche lo zoppo. 8] Il troppo gestire è da pazzi. 8] Il troppo tirare, l'arco fa spezzare. 4] Il turco ben può divenir un dotto, ma un uomo giammai. 119] Il ventre non ha orecchie. 2] Il vero infermo è quello che non vuol esser guarito. 8] Il vino al sapore, il pane al colore. 8] Il vino è buono per chi lo sa bere. 8] Il vino è forte ma il sonno lo vince, ma più forte d'ogni cosa è la donna. 8] Il vino è il latte dei vecchi. 8] Il vino è mezzo vitto. 8] Il vino fa ballare i vecchi. 8] Il vino la mattina è piombo, a mezzodì argento, la sera oro. 8] Impara a vivere lo sciocco a sue spese, il savio a quelle altrui. 4] Impara l'arte e mettila da parte. 1] In amore e in guerra niente regole. 8] In bocca chiusa non entran mosche. 2] In Campania si inganna persino il diavolo. 8] In casa del calzolaio non si hanno scarpe. 4] In cento libbre di legge, non v'è un'oncia di amore. 148] In chiesa coi santi e in taverna coi ghiottoni. 1] In compagnia prese moglie un frate. 1] In febbraio la beccaccia fa il nido. 8] In Lazio si nasce coi sassi in mano. 8] In lunghi viaggi anche la paglia pesa. 8] In paradiso non ci si va in carrozza. 141] In Sardegna non vi son serpenti, né in Piemonte bestemmie. 8] In tanta incostanza e quantità delle cose umane, nulla, se non quello che è passato, è sicuro. 4] In terra di ciechi, beato chi ha un occhio. 36] In terra di ladri, la valigia dinanzi. 8] In vaso mal lavato, il vino è tosto guastato. 8] Ingegno e capelli, crescono soltanto con gli anni. 4] Insieme non vanno la pudicizia e la beltà. 4] Inventare è poco, diffondere l'invenzione è tutto. 4] L L'abbaiare dei cani non arriva in cielo. 4] L'abbondanza non lascia dormire il ricco. 4] L'abete che fa ombra crede di fare frutti. 4] L'abete cresce in altezza, ma la felce cresce in larghezza. 4] L'abito non fa il monaco.[43] 2] L'abuso insegna il vero uso. 4] L'acqua cheta rovina i ponti. 2] L'acqua corre al mare. 149] L'acqua e il fuoco sono buoni servitori, ma cattivi padroni. 4] L'acqua fa male e il vino fa cantare. 8] L'acqua fa marcire i pali. 5] L'acqua fa venire i ranocchi in corpo. 150] L'acqua di maggio inganna il villano: par che non piova e si bagna il gabbano[44]. 2] L'acqua non è fatta per sposarsi. 9] L'allegria dei cattivi dura poco. 8] L'allegria è di ogni male il rimedio universale. 4] L'allegria è il balsamo della vita. 8] L'allegria fa campare, la passione fa crepare. 8] L'allegria piace anche a Dio. 8] L'allegria scaccia ogni male. 8] L'allodola vola in alto, ma fa il suo nido in terra. 8] L'altezza è mezza bellezza.[45] 2] L'ambizione e la vendetta muoiono sempre di fame. 4] L'ambizione è nemica della ragione. 4] L'amore di carnevale muore in quaresima. 8] L'amore è cieco. 2] L'amore è cieco, ma vede lontano. 8] L'amore fa passare il tempo e il tempo fa passare l'amore. 8] L'amore non è bello se non è litigarello. 103] L'amore non si misura a metri. 8] L'amore passa dentro la cruna di un ago. 8] L'amore quanto più è bestia, tanto più sublime. 32] L'amore scalda il cuore e l'ira fa il poeta. 8] L'amore senza baci è pane senza sale. 8] L'animo fa il nobile e non il sangue. 8] L'anno produce il raccolto, non il campo. 4] L'apparenza inganna. 1] L'appetito non vuol salsa. 151] L'appetito vien mangiando. 1] L'arancia la mattina è oro, il giorno argento, la sera è piombo. 2] Con riferimento a chi fa fatica a digerire le arance. L'arcobaleno la mattina bagna il becco della gallina; l'arcobaleno la sera buon tempo mena. 1] L'arte non ha maggior nemico dell'ignorante. 4] L'asino e il mulattiere non hanno lo stesso pensiero. 4] L'asino non conosce la coda, se non quando non l'ha più. 4] L'assai basta e il troppo guasta. 1] L'avaro in punto di morte rimpiange i soldi spesi per la bara. 8] L'avaro lascia eredi ridenti. 4] L'avaro non dorme. 4] L'avaro non vive, vegeta. 4] L'avversità che fiacca i cuori deboli, ingagliardisce le anime forti. 8] L'eccesso degli obblighi può fare perdere un amico. 4] L'eccesso della gioia divien tristezza, e l'eccesso del vino ubriachezza. 8] L'eccezione conferma la regola.[46] 1] L'eclissi di sole avviene di giorno e non di notte. 4] L'edera taciturna si arrampica in cima alla quercia. 4] L'elefante non cura il morso delle pulci. 8] L'elemosina non fa impoverire. 4] L'eloquenza del cattivo è falso acume. 8] L'Epifania tutte le feste porta via.[47] 1] L'erba del vicino è sempre più verde.[48] 152] L'erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re. 2] L'erba che non voglio, cresce nell'orto. 4] L'erba non cresce sulla strada maestra. 4] L'eredità paterna ai paterni, la materna ai materni. 4] L'errore che si confessa è mezzo rimediato. 4] L'errore è un cocchiere che conduce sopra una falsa strada. 4] L'errore è umano, il perdono divino. 153] L'esercizio è buon maestro. 4] L'esperienza nel mondo conduce alla diffidenza, la diffidenza conduce al sospetto, il sospetto all'astuzia, l'astuzia alla malvagità e la malvagità a tutto. L'esperienza senza il sapere è meglio che il sapere senza sapienza. 70] L'estate ce la porta sant'Urbano e l'autunno san Bartolomeo. 4] L'estate davanti e l'inverno dietro. 4] L'estate di San Martino dura tre giorni e un pochinino.[49] 2] L'estate per chi lavora, l'inverno per chi dorme. 4] L'estate è una schiava, l'inverno un padrone. 4] L'estate per il povero è migliore dell'inverno. 4] L'eternità è una compera lunga. 4] L'eternità non ha capelli grigi. 4] L'eterno parlatore né ode né impara. 4] L'idolo si adora finché non è infranto. 4] L'ignorante ha le ali di un'aquila e gli occhi di un gufo. 4] L'inchiostro è il mio campo, su cui posso scrivere valorosamente; la penna, il mio aratro; le parole, la mia semente. 8] L'inchiostro è nero, e tinge le dita e la reputazione. 8] L'inferno e i tribunali son sempre aperti. 4] L'ingegno viene con gli anni, e se ne va con gli anni. 4] L'ingratitudine converte in ghiaccio il caldo sangue. 8] L'ingratitudine è la mano sinistra dell'egoismo. 8] L'ingratitudine è un'amara radice da cui crescono amari frutti. 8] L'ingratitudine nuoce anche a chi non è reo. 8] L'ingratitudine taglia i nervi al beneficio. 8] L'intelletto è nella testa e non negli anni. 4] L'intelletto non viene mai prima degli anni. 4] L'interesse acceca anche i galantuomini. 8] L'inverno al fuoco e l'estate all'ombra. 4] L'invidia è annessa alla felicità. 4] L'invidia è un gufo che non può sopportare la luce della prosperità degli altri. 4] L'invidia è una bestia che rode le proprie gambe, quando non ha altro da rodere. 4] L'invidia somiglia alla gramigna, che mai non muore, e da per tutto alligna. 4] L'ipocrisia intasca il denaro, e la verità va mendica. 4] L'ira senza forza, non vale una scorza. 4] L'ira turba la mente e acceca la ragione. 4] L'Italia è il paese dove corre latte e miele. 4] L'Italia è un paradiso abitato da demoni. 4] L'Italia per nascervi, la Francia per viverci e la Spagna per morirvi. 4] L'occasione fa l'uomo ladro. 1] L'occhio del padrone ingrassa il cavallo. 1] L'oggi non deve calunniare il passato. 4] L'olivo benedetto vuol trovar pulito e netto.L'ombra di un principe dev'essere la liberalità. 4] L'ordine caccia il disordine. 8] L'ordine è pane, il disordine è fame. 8] L'orgoglio crede che il suo uovo abbia due tuorli. 8] L'orgoglio è stoltezza, l'umiltà è saviezza. 8] L'orgoglio fa colazione con l'abbondanza, pranza con la povertà e cena con la vergogna. 154] L'orologio dell'amore ritarda sempre. 8] L'ospite è come il pesce: dopo tre giorni puzza. 2] L'ospite e il pesce dopo tre dì rincresce. 1] L'ozio è il padre di tutti i vizi. 1] L'ozio in gioventù non è la via della virtù. 4] L'uguaglianza e misurar tutti con la stessa spanna, è la legge della morte. 8] L'umiliarsi è da saggio, l'avvilirsi è da bestia. 8] L'umiliazione va dietro al superbo. 8] L'umiltà è il miglior modo di evitare l'umiliazione. 8] L'umiltà è la corona di tutte le virtù. 8] L'umiltà è la madre dell'onore. 8] L'umiltà è una virtù che adorna tanto la vecchiaia, quanto la gioventù. 8] L'umiltà ottiene spesso più dell'alterigia. 8] L'umiltà sta bene a tutti. 8] L'umiltà sta bene con la castità. 8] L'unione fa la forza. 1] L'uomo avaro e l'occhio sono insaziabili. 4] L'uomo deve tenere aperta la bocca a lungo prima che c'entri un colombo arrostito. 4] L'uomo fu creato per lavorare, come l'uccello per volare. 4] L'uomo ordisce e la fortuna tesse. 1] L'uomo politico accende una candela a Dio e un'altra al diavolo. 8] L'uomo per la parola e il bue per le corna. 1] L'uomo propone e Dio dispone. 1] L'uomo propone e la donna dispone. 2] L'uomo si conosce al bicchiere. 4] L'uomo si giudica male dall'aspetto. 4] L'usura arricchisce, ma non dura. 8] L'usura è il miglior apostolo del diavolo. 8] L'usura è la figlia primogenita dell'avarizia. 8] L'usura è un assassinio. 8] L'usura è vietata da Dio. 8] L'usura veglia quando l'uomo dorme. 8] L'usuraio arricchisce col sudor dei poveri. 8] L'usuraio ha un torchio a sangue. 8] L'usuraio ingrassa andando a spasso. 8] La bestemmia gira gira torna addosso a chi la tira. 4] La buona cantina fa il buon vino. 8] La buona mamma fa la buona figlia. 4] La buona sorte ogni vile cuore fa forte. 8] La calma è la virtù dei forti. 2] La capacità si vede nelle difficoltà. 4] La carestia è il pane dell'usuraio. 4] La carne migliore è quella intorno all'osso. 4] La carne senz'osso non fa brodo. 4] La carrucola non frulla, se non è unta. 4] La cattiva sorte porta spesso buona sorte. 8] La cicala prima canta e poi muore. 8] La coda è la più lunga da scorticare. 1] La comodità fa l'uomo cattivo. 8] La compassione è la figlia dell'amore. 4] La concordia rende forti i deboli. 8] La contentezza viene dalle budella. 1] La corda troppo tesa si spezza. 1] La cupidigia rompe il sacco. 4] La dieta ogni mal quieta. 155] La difficoltà sta nell'iniziare. 4] La diffidenza aguzza gli occhi. La diffidenza è la morte dell'amore. 4] La diffidenza porta più avanti della fiducia. 4] La donna a 15 anni scherza, a 20 brilla, a 25 ama, a 30 brama, a 35 sente, a 40 vuole e a 50 paga. 8] La donna bisogna praticarla un giorno, un mese e un'estate per sapere che odore sa. 8] La donna buona vale una corona. 8] La donna deve avere tre m: matrona in strada, modesta in chiesa, massaia in casa. 8] La donna e l'orto vogliono un sol padrone. 8] La donna ha più capricci che ricci. 8] La donna oziosa non può essere virtuosa. 8] La donna per piccola che sia, vince il diavolo in furberia. 8] La donna più sciocca vale due uomini. 8] La donna troppo in vista, è di facile conquista. 8] La fame caccia il lupo dal bosco. 1] La fame caccia il lupo dalla tana. 4] La fame spinge il lupo nel villaggio. 4] La fame condisce tutte le vivande. 4] La fame non vede la muffa nel pane. 4] La fame è cattiva consigliera. 1] La fame, gran maestra, anche le bestie addestra. 4] La fame muta le fave in mandorle. 4] La farina del diavolo va tutta in crusca. 1] La fedeltà non è mai rimeritata abbastanza, e l'infedeltà mai abbastanza. 4] La femmina è cosa mobile per natura. 4] La fine della passione è il principio del pentimento. 129] La fortuna aiuta gli audaci. 2] La fortuna del savio ha per figliola la modestia. 8] La fortuna è cieca. 2] La fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo. 108] La fretta fa rompere la pentola. 8] La fretta è una cattiva consigliera. 108] La furia non fu mai buona. 4] La gallina del vicino sembra un fagiano. 152] La gatta frettolosa fece i gattini ciechi. 1] La gatta grassa fa onore alla casa. 121] La gatta, mette il piede davanti alla vacca. 156] La gatta non s'accosta alla pentola che bolle. 38] La gatta vorrebbe mangiar pesci, ma non pescare. 157] La gelosia della moglie è la via al suo divorzio. 4] La gelosia è il peggiore di tutti i mali. 4] La gelosia è una passione che cerca avidamente quel che tormenta. 4] La generosità è un muro che non si può alzare più alto di quello che arrivano i materiali.La gente ricca alleva male i suoi cani, e la gente povera i suoi figlioli. La gente savia non si cura di quel che non può avere. 87] La gioventù fugge, e la bellezza sfiorisce. 4] La gioventù vuol fare il suo corso. 4] La lealtà se ne è andata dal mondo e la dirittura si è messa a dormire. 4] La lega fa forte i deboli. 4] La liberalità è un muro che non si deve rizzare più alto di quello che comportino i materiali. 4] La liberalità non sta nel dare molto, ma saggiamente. 4] La libertà del povero è di lasciarlo mendicare. 4] La libertà è da Dio; le libertà, dal diavolo. 4] La libertà è più cara degli occhi e della vita. 4] La libertà fila con le sue mani il filo della sua tenda. 4] La lingua batte dove il dente duole. 1] La lingua non ha osso e sa rompere il dosso. 4] La lingua spagnola è la più amabile; quando il diavolo tentò Eva, le parlo in spagnolo. 8] La lode propria puzza, quella degli amici zoppica. 4] La luna di gennaio è la luna del vino. 2] La luna è bugiarda: quando fa la C diminuisce, e quando fa la D cresce 158] La luna non cura l'abbaiar dei cani. 2] La luna regge il lume ai ladri. 158] La luna, se non riscalda, illumina. 158] La Lombardia è il giardino del mondo. 8] La madre del peggio è sempre incinta. 159] La madre degli imbecilli è sempre incinta. 160] La madre dei fessi è sempre incinta. 160] La magnificenza spesso copre la povertà. 4] La mala erba non muore mai. 1] La mala nuova la porta il vento. 1] La malerba cresce presto. 2] La malinconia e le cure fanno invecchiare anzitempo. 4] La mercanzia rara è meglio che buona. 8] La miglior difesa è l'attacco. 1] La minestra lunga sa di fumo. 8] La modestia è il dattero che matura raramente sull'albero della ricchezza. 8] La modestia è madre d'ogni creanza. 8] La moglie è la chiave di casa. 8] La morte ci rende uguali nella sepoltura, disuguali nell'eternità. 8] La necessità aguzza l'ingegno. 2] La necessità fa più ladri che galantuomini. 8] La notte è fatta per gli allocchi. 8] La notte porta consiglio. 1] La novella non è bella, se non c'è la giuntarella. 8] La pancia del buongustaio è il cimitero dei cibi buoni. 8] La parola del ricco è simile al sole, e quella del povero è simile al vapore. 8] La pazienza è la virtù dei forti. 9] La pazienza è una buon'erba, ma non nasce in tutti gli orti. 88] La pecora che se ne va sola, il lupo la mangia. 91] La peggio ruota è quella che stride. 8] La peggior carne da conoscere è quella dell'uomo. 4] La penitenza corre dietro al peccato. 8] La pentola vuota è quella che suona. 8] La pianta si conosce dal frutto. 1] La pigrizia e l'impudicizia sono sorelle. 8] La pittura è una poesia tacita, e la poesia una pittura loquace. 8] La più bell'ora per il mangiare è quella in cui si ha fame. 8] La polenta è utile per quattro cose: serve da minestra, serve da pane, sazia e scalda le mani. 8] La povertà è priva di molte cose, l'avarizia è priva di tutto. 56] La prima acqua è quella che bagna. 1] La prima gallina che canta ha fatto l'uovo. 108] La prima eredità al primo figlio, l'ultima eredità all'ultimo figlio. 4] La provvidenza quel che toglie rende. 4] La pulce che esce di dietro l'orecchio con il diavolo si consiglia. 8] La puttana e la lattuga una stagione dura. 8] La rana è usa ai pantani, se non ci va oggi ci andrà domani. 8] La rana non morde, perché non ha denti. 8] La rana, o salta o piscia, ma mai non sbrana. 8] La razza comincia dalla bocca. 8] La roba dei pazzi è la prima ad andarsene. 8] La ruota della fortuna gira. 4] La ruota della fortuna non è sempre una. 4] La scorza fa bella la castagna. 4] La scimmia è sempre scimmia, anche vestita di seta. 8] La semplicità senza accortezza è pura pazzia. 8] La sera leoni e la mattina coglioni. 2] La sorte è come ognuno se la fa. 8] La speranza è cattivo denaro. 161] La speranza è il pane dei poveri. 2] La speranza è il patrimonio dei poveri. 2] La speranza è il sogno dell'uomo desto. 2] La speranza è l'ultima a morire. 2] La speranza è la miglior consolazione nella miseria. 161] La speranza è la miglior musica del dolore. 161] La speranza è la ricchezza dei poveri. 2] La speranza è sempre verde. 2] La speranza è un balsamo per i cuor piagati. 161] La speranza è un sogno nella veglia. 2] La speranza infonde coraggio anche al codardo. 161] La speranza ingrandisce, l'esperienza rimpicciolisce. 57] La superbia è figlia dell'ignoranza. 1] La superbia mostra l'ignoranza. 162] La superbia va a cavallo e torna a piedi. 1] La terra è madre di tutti gli uomini ed anche sepoltura. 8] La troppa umiltà vien dalla superbia. 8] La vanagloria è un fiore che mai non porta frutta. 163] La vera libertà è non servire al vizio. 4] La verità è nel vino. 8] La verità viene sempre a galla. 2] La veste copre gran difetti. 55] La via dell'inferno è lastricata di buone intenzioni. 1] La vipera morta non morde seno, ma pure fa male coll'odor del veleno. 8] La virtù sta nel mezzo.[51] 164] La vita è breve e l'arte è lunga.[52] 55] La vita è già mezzo trascorsa anziché si sappia che cosa sia. 165] La volpe si conosce dalla coda. 4] Lamentarsi, supplicare e bere acqua è lecito a tutti. 8] Latte e vino, tossico fino. 8] Lavora come se avessi a campare ognora, adora come avessi a morire allora. 4] Lavoro non ingrassò mai bue. 4] Le allegrezze non durano. 8] Le belle penne rendono bello l'uccello. 4] Le bellezze durano fino alle porte, la bontà fino alla morte. 4] Le braccia e le mani del povero appartengono al ricco. 8] Le bugie hanno le gambe corte. 1] Le bugie sono lo scudo degli uomini dappoco. 4] Le chiacchiere non fanno farina. 1] Le colombe che rimangono in colombaia, sono sicure dal nibbio. 8] Le cose lunghe diventano serpi. 1] Le cose lunghe prendono vizio. 1] Le dita della mano sono disuguali. 8] Le donne hanno lunghi i capelli e corti i cervelli. 4] Le donne hanno quattro malattie all'anno, e tre mesi dura ogni malanno. 8] Le bestie vanno trattate da bestie. 8] Le cattive nuove sono le prime ad arrivare. 8] Le cattive nuove volano. 1] Le chiavi ed i lucchetti non si fanno per le dita fidate. 8] Le disgrazie non vengono mai sole. 1] Le disgrazie sono come le ciliegie: una tira l'altra.[53] Le donne hanno lunghi i capelli e corti i cervelli. 166] Le donne hanno sette anime... e mezza. 8] Le donne ne sanno una più del diavolo. 2] Le donne piglian bene le pulci. 8] Le lacrime sono le armi delle donne. 4] Le leghe e le corde fradice non durano a lungo. 4] Le malattie ci dicono quel che siamo. 88] Le montagne stanno ferme, gli uomini s'incontrano. 167] Le ore del mattino hanno l'oro in bocca. 1] Le parole sono femmine e i fatti sono maschi. 1] Le piante che fruttano troppo presto, si seccano. 8] Le querce non fanno limoni. 2] Le ragazze sono d'oro, le sposate d'argento, le vedove di rame e le vecchie di latta. 8] Le rane han perso la coda perché non seppero chiedere aiuto. 8] Le rose cascano, le spine restano. 168] Le teste di legno fan sempre del chiasso. 55] Le Trentine vengono giù pollastre e se ne vanno sù galline. 8] Le vie della provvidenza sono infinite. 1] Le vie del Signore sono infinite. 1] Leggi, rileggi e pondera. 8] Lingua cheta e fatti parlanti. 4] Lo sbadiglio non vuol mentire: o che ha sonno o che vorrebbe dormire, o che ha qualche cosa che non può dire. 8] Lo scarafaggio corre sempre allo sterco. 8] Lo scimunito parla col dito. 8] Lo scorpione dorme sotto ogni lastra. 8] Lo smargiasso ciancia in guerra, il valente combatte muto. 8] Loda il gran campo e il piccolo coltiva. 169] Loda il monte e tieniti al piano. 2] Loda il pazzo e fallo saltare, se non è pazzo lo farai diventare. 8] Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. 170] Lontan dagli occhi, lontan dal cuore. 2] Luna di grappoli a gennaio luna di racimoli a febbraio.[54] 2] Lunga lingua, corta mano. 8] Lungo come la quaresima.[55] 2] Luglio dal gran caldo, bevi bene e batti saldo. 16] Lungo digiuno caccia la fame. 4] Lupo non mangia lupo. 2] M Ma in premio d'amore amor si rende. 33] Maggio ortolano, molta paglia e poco grano. 16] Maggiore il santo, maggiore la sua umiltà. 8] Mai gli uomini sanno essere abbastanza riconoscenti verso gli inventori. 4] Mal comune mezzo gaudio. 2] Mal può rendere ragion del proprio fatto chi lardo o pesce lascia in guardia al gatto. 65] Mal si giudica il cavallo dalla sella. 3] Male che si vuole non duole. 9] Male ignoto si teme doppiamente. 8] Male non fare, paura non avere. 2] Male voluto non fu mai troppo. 57] Maledetto il ventre che del pan che mangia non si ricorda niente. 8] Manca tanto la pazienza ai poveri, quanto la compassione ai ricchi. 8] Mangiar molto e far buona digestione, è un privilegio che han poche persone. 8] Mano dritta e bocca monda possono andare per tutto il mondo. 4] Marinaio genovese, mercante fiorentino. 8] Martello d'oro non rompe le porte del cielo. 47] Marzo è pazzo. 16] Marzo pazzerello guarda il sole e prendi l'ombrello. 2] Marzo molle, gran per le zolle. 16] Mazza e pane fanno i figli belli; pane senza mazza fa i figli pazzi. 171] Medico vecchio e chirurgo giovane. 172] Medico vecchio e medicina nuova. 2] Chirurgo giovane e medico anziano.[56] Mediocre bestiame ben pasciuto è di maggior vantaggio che molto bestiame mal mantenuto. 173] Meglio andare a letto senza cena, che alzarsi con debiti. 4] Meglio aperto rimprovero, che odio segreto. 8] Meglio dietro agli uccelli, che dietro ai signori. 8] Meglio essere ben educato, che nascere nobile. 4] Meglio essere invidiati che compatiti. 174] Meglio fare la serva in casa propria, che la padrona in casa altrui. 4] Meglio fave in libertà, che capponi in schiavitù. 8] Meglio fringuello in man che tordo in frasca. 2] Meglio fringuello in tasca che tordo in frasca. 2] Meglio il marito senz'amore, che con gelosia. 75] Meglio l'uovo oggi che la gallina domani. 1] Meglio mangiar carote in pace che molte pietanze in disunione. 8] Meglio mendicante che ignorante. 124] Meglio pane con amore, che gallina con dolore. 4] Meglio poco che niente. 1] Meglio soli che male accompagnati. 1] Meglio tardi che mai. 1] Meglio un asino vivo che un dottore morto. 1] Meglio un fiorino guadagnato, che cento ereditati. 4] Meglio un magro accordo che una grassa sentenza. 2] Meglio un morto in casa che un pisano all'uscio. 2] Meglio una festa che cento festicciole. 1] Meglio una volta arrossire che mille impallidire. 8] Meglio vivere ben che vivere a lungo. 64] Meno siamo meglio stiamo. 57] Mente lieta, vita quieta e moderata dieta. 2] Merito non conosciuto poco vale. 8] Milan può far, Milan può dir, ma non può far dell'acqua vin. 8] Mille errori sono più facilmente pronunciati che una verità. 4] Moglie e buoi dei paesi tuoi. 1] Donne e buoi dei paesi tuoi. 2] Mogli che non contraddicono e galline che facciano le uova d'oro, sono uccelli rari. 8] Moglie maglio. 1] Molte cose si giudicano impossibili a farsi prima che siano fatte. Molte mani fanno l'opera leggera. Molte paglie unite possono legare un elefante. 8] Molte volte la belleza più adorabile si unisce alla stupidaggine più insopportabile. Molte volte si perde per negligenza quello che si è guadagnato con giustizia. 4] Molti hanno buone carte in mano, ma non le sanno giocare. 4] Molti inventano oro con la bocca ed hanno piombo alle mani e ai piedi. 4] Molti parlano d'Orlando anche se non videro mai il suo brando. 8] Molti sfuggono alla pena, ma non ai rimorsi della coscienza. 8] Molti si immaginano di avere il pulcino, che non hanno ancora l'uovo. 4] Molti si lamentano del buon tempo. 8] Molti sono i verseggiatori, pochi i poeti. 8] Molti squartano un gatto e giurano che era un leone. 8] Molti voti fanno l'abate. 4] Molto denaro, molti amici. 4] Molto fumo e poco arrosto. 1] Molto può nuocere una piccola negligenza. 8] Morire di fame in una madia di pane. 4] Morta la serpe, spento il veleno. 8] Morto un papa se ne fa un altro. 1] Mulo buon mulo, ma cattiva bestia. 8] Muore il ricco, gli fanno il funerale; muore il povero, nessuno gli dice: vale. 8] Muove la coda il cane non per te, ma per il pane. 4] N Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi. Né col capretto né con l'agnello, si adopera il coltello. 8] Né di venere, né di marte non si sposa né si parte, né si dà principio all'arte. 2] Né donna né tela al lume di candela. 8] Ne uccide più la lingua che la spada. 2] Ne uccide più la gola che la spada. 2] Necessità fa legge e tribunale. 2] Negli ordini pari, i pareri sono dispari. 8] Nel bere e nel camminare si conoscono le donne. 8] Nel bosco tagliato non ci stanno assassini. 8] Nel dubbio astieniti. 2] Nel monte di Brianza, senza vin non si danza. 8] Nel paese degli zoppi, zoppicar non è vergogna. 8] Nel regno dei ciechi anche un orbo è re. 175] Nel regno dei ciechi anche un guercio è re. 175] Nel regno di Dio, poveri e ricchi sono uguali. 8] Nell'autunno non bisogna più sognare di rose e tulipani. 4] Nell'estate si deve pensare all'inverno, e nella gioventù alla vecchiaia. 4] Nell'eternità si arriva sempre in tempo. Nell'inverno il pazzo sogna rose, e nell'estate il savio le raccoglie. 4] Nella botte piccola c'è il buon vino. 8] Nella felicità ragione, nell'infelicità pazienza. 8] Nella gotta, il medico non vede gotta. 176] Nelle sventure si conosce l'amico. 1] Nessuna corona è più bella di quella dell'umiltà. 8] Nessuna fortezza è così salda che non si lasci conquistare dall'oro. 4] Nessuna ingiustizia rimane impunita. 4] Nessuna mela è così bella che non abbia qualche difetto. 4] Nessuna nuova, buona nuova. Nessuno è profeta in patria. Nessuno può dare quello che non ha. 4] Nessuno può difendersi dalla beffa. 4] Ne uccide più Bacco che Marte. 4] Neve di Dicembre dura fin che dura la brina. 8] Niente è più bello di una faccia allegra. 8] Niuna guardia è migliore di quella che una donna fa a se stessa. 4] Non accettare i rimproveri o consigli da chi educare non seppe i propri figli. Non aspettar che l'abete porti pomi. 4] Non basta esser galantuomo, bisogna anche esser conosciuto per tale. 8] Non bisogna fare il diavolo più nero di quello che è. 8] Non bisogna fasciarsi il capo prima di romperselo. 8] Non bisogna mai usare due pesi e due misure. 8] Non bisogna scuotere l'orzo dal sacco prima di avere il frumento. Non c'è alcuno così povero che non possa aiutare, né alcuno così ricco che non abbia bisogno d'aiuto. 8] Non c'è cosa più triste sulla terra dell'uomo ingrato.Non si muove foglia che Dio non voglia. Non c'è affanno senza danno. 4] Non c'è Carnevale senza luna di febbraio. Non c'è due senza tre. 1] Non c'è due senza tre e il quarto vien da sé. 2] Non c'è cosa così cattiva che non sia buona a qualche cosa. 4] Non c'è eretico che non abbia la sua credenza. 4] Non c'è fumo senza arrosto. 1] Non c'è gallina né gallinaccia che di gennaio l'uova non faccia. 2] Non c'è intoppo per avere, più che chiedere e temere. 178] Non c'è male senza bene. 4] Non c'è miglior cieco di quello che non vuole vedere. 4] Non c'è pane senza pena. 1] Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. 2] Non c'è regola senza eccezioni. 1] Non c'è rosa senza spine.Non cade foglia che Dio non voglia. 1] Non ci fu mai frettoloso che non fosse pazzo. 8] Non ci rimane nessuna vigna da vendemmiare, e né meno nessuna donna da maritare. 179] Non credere a donna, quand'anche sia morta. 4] Non destare il can che dorme. 1] Non dire quattro se non l'hai nel sacco. 2] Non dire gatto se non ce l'hai nel sacco. 180] Non è arte il giocare, ma lo smettere. 4] Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace. 181] Non è bene esser poeta nel villaggio. 8] Non è bene riporre denaro in una cassa di cui non si ha la chiave. 4] Non è col dire "miel, miel," che la dolcezza viene in bocca. 117] Non è contento quel che si lamenta. 8] Non è in nessun luogo chi è in ogni luogo. 4] Non è mai gran gagliardia, senza un ramo di pazzia. 8] Non è povero, se non chi si crede tale. 8] Non è sempre savio chi non sa esser qualche volta pazzo. 8] Non è sì tristo cane, che non meni la coda. 182] Non è tutto oro quel che luccica. 183] Non è tutto oro quel che riluce. 183] Non esiste amore senza gelosia. 8] Non fa la stessa viva sensazione il solletico a tutte le persone. 8] Non facendo niente, più pena si sente. 4] Non far mai bene, non avrai mai male. 8] Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te.[58] 2] Non fare il male ch'è peccato, non fare il bene ch'è sprecato. 1] Non fare il passo più lungo della gamba. 2] Non gira il corvo che non sia vicina la carogna. 8] Non lodare il bel giorno prima di sera. 4] Non mettere il carro davanti ai buoi. 184] Non mettere il rasoio in mano a un pazzo. 8] Non mettere un rasoio in mano a un pazzo. 185] Non mi morse mai scorpione, ch'io non mi medicassi col suo olio. 8] Non nominar la corda in casa dell'impiccato. 1] Non ogni abisso ha un parapetto. 4] Non ogni lettera va alla posta, non ogni domanda vuole risposta. 8] Non pensa il cuore quel che dice la bocca. 4] Non perde il cervello se non chi l'ha. 8] Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi. 1] Non sempre va d'accordo la campana dell'orologio con la meridiana. 8] Non serve dire «Di tal acqua non berrò». 4] Non si campa d'aria. 4] Non si comincia bene se non dal cielo. 4] Non si dà fumo senza fuoco. 4] Non si entra in Paradiso a dispetto dei Santi. 1] Non si fa niente per niente. 1] Non si fan nozze coi fichi secchi. 186] Non si finisce mai di imparare. 4] Non si insegna a nuotare ai pesci. 4] Non si legge mai libro senza imparare qualcosa. 4] Non si possono cavar le castagne dal fuoco colla zampa del gatto. 187] Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. 1] Non si può bere e fischiare. 77] Non si sa mai per chi si lavora. 4] Non si sta mai tanto bene che non si possa star meglio, né tanto male che non si possa star meglio. 8] Non sono cacciatori tutti quelli che portano il fucile. 4] Non sono uguali tutti i giorni. 4] Non ti far povero a chi non ha da farti ricco. 8] Non ti fidar d'un tratto, di grazia o di bontà. 8] Non ti vantar farfalla, tuo padre era un bruco. 8] Non tutte le ciambelle riescono col buco. 1] Non tutte le lacrime vengono dal cuor. 4] Non tutti i matti rompono i piatti. 8] Non tutti i pazzi stanno al manicomio. 8] Non tutti possiamo abitare in piazza. 8] Non tutti sono ammalati quelli che sono in letto. 8] Non tutti sono infelici come credono. 8] Non tutti sono infermi quelli che gridano ahi! 8] Non tutti vedono la serpe che sta nascosta sotto l'erba. 4] Non tutto il male vien per nuocere. 2] Non v'è mai tanta pace in convento, come quando i frati portano tonache uguali. 8] Non vi è donna senza amore. 8] Non vi è inganno che non si vinca con l'inganno. 4] Non vi è lino senza resca, né donna senza pecca. 4] Non vi è nulla che ricercando non si possa penetrare. 4] Non vi è peggior burla che la vera. 4] Non vi fu mai gatta che non corresse ai topi. 8] Non vendere la pelle dell'orso prima di averlo ucciso. 1] Non vo' dormire né fare la guardia. 4] Notte, amore e vino fanno spesso l'uomo meschino. 8] Novembre vinaio. 16] Nulla è così buono che a lungo andare non venga a noia. 8] Nuovo padrone, nuova legge. 58] Nutri il corvo e ti caverà gli occhi. 8] Nutri la serpe in seno, ti renderà veleno. 8] O O taci, o di' cosa migliore del silenzio.[59] 8] Occhio che piange cuore che duole. 2] Occhio che piange cuore che sente. 2] Occhio non vede, cuore non duole. 2] Occhio per occhio, dente per dente.[60] 2] Olio di lucerna ogni mal governa. 2] Oggi a me domani a te. 2] Oggi allegria, domani malinconia. 8] Oggi creditore, domani debitore. 8] Oggi fresco e forte, domani nella morte. 8] Oggi in figura, domani in sepoltura. 8] Oggi in pace, domani in guerra. 8] Oggi mercante, domani mendicante. 8] Oggi pioggia e doman vento, tutto cambia in un momento. 8] Ogni Abele ha il suo Caino. 4] Ogni animale per non morir s'aiuta. 188] Ogni bel gioco dura poco. 1] Ogni bella scarpa diventa ciabatta, ogni bella donna diventa nonna. 8] Ogni bene infine svanisce, ma la fama non perisce. 4] Ogni cosa ch'è rara, suol essere più cara. 8] Ogni disuguaglianza, l'amore uguaglia. 4] Ogni erba si conosce dal seme. 4] Ogni fatica merita ricompensa. 4] Ogni gatta ha il suo febbraio. 8] Ogni giorno non è festa. 4] Ogni giorno non si fanno nozze. 4] Ogni grillo si crede cavallo. 8] Ogni lasciata è persa. 1] Ogni legno ha il suo tarlo. 1] Ogni lucciola non è un fuoco. 8] Ogni lumaca vede le corna delle altre. 189] Ogni matto fa il suo atto. 8] Ogni medaglia ha il suo rovescio. 1] Ogni pazzo vuol dar consiglio. 8] Ogni pelo ha la sua ombra. 4] Ogni popolo ha il governo che si merita. 190] Ogni promessa è debito. 1] Ogni rana si crede gran dama. 8] Ogni rana si crede una Diana. 8] Ogni scimmia trova belli i suoi scimmiotti. 8] Ogni serpe ha il suo veleno. 8] Ogni simile ama il suo simile. 1] Ogni uccello fa il suo verso. 8] Ogni uccello canta il suo verso. 191] Ognun patisce del suo mestiere. 192] Ognuno trascura per sé i godimenti dell'arte sua, quasi venutigli a noia perché ci ha guardato dentro: il cuoco non è mai ghiotto, il calzolaio va colle scarpe rotte. Ognun per sé e Dio per tutti. 1] Ognun vede le proprie oche come cigni. 8] Ognuno all'arte sua e il lupo alle pecore. 2] Ognuno ama sentirsi lodare. 4] Ognuno che ha un gran coltello, non è un boia. 4] Ognuno fa degli errori. 4] Ognuno faccia il suo mestiere. 2] Ognuno ha i suoi gusti. Ognuno ha il suo affanno. 8] Ognuno ha la sua croce. 1] Ognuno tira l'acqua al suo mulino. 2] Orto, uomo morto. 169] Orzo e paglia fanno il caval da battaglia. 8] Ospite raro ospite caro. 1] Ottobre mostaio. 16] P Paese che vai usanza che trovi. 1] Paga il giusto per il peccatore. 1] Pancia affamata, vita disperata. 4] Pancia piena non crede a digiuno. 1] Pancia vuota non sente ragioni.  Parla all'amico come se ti avesse a diventar nemico. 8] Pane finché dura, vino con misura. 194] Parenti, amici, pioggia, dopo tre giorni vengono a noia. 8] Parenti serpenti. 1] Parenti serpenti, cugini assassini, fratelli coltelli. 2] Parere e non essere è come filare e non tessere. 2] Parlare francese come una vacca spagnola. 4] Passata la festa gabbato lo santo. 1] Passato il fiume scordato il santo. 4] Patti chiari, amici cari. 2] Patti chiari amicizia lunga. 2] Pazzi e buffoni hanno pari libertà. 8] Pazzo è colui che bada ai fatti altrui. 8] Pazzo è quel prete che biasima le sue reliquie. 195] Pazzo per natura, savio per scrittura. 8] Peccati vecchi, penitenza nuova. 8] Peccato celato è mezzo perdonato.[61] 196] Peccato confessato è mezzo perdonato. 8] Per amore anche una donna onesta, può perdere la testa. 8] Per chi vuol esser libero, non c'è catena che tenga. 8] Per essere amabili, bisogna amare. 9] Per fare l'elemosina non manca mai la borsa. 4] Per il galantuomo non ci sono leggi. 8] Per il saggio le lacrime delle donne sono come gocce salate. 4] Per imparare qualche cosa, non è mai troppo tardi. 4] Per l'abbondanza del cuore la bocca parla. 4] Per l'oro, l'abate vende il convento. 4] Per la santa Candelora dell'inverno siamo fora, ma se piove o tira vento, dell'inverno siamo dentro. 2] Per la santa Candelora se tempesta o se gragnola dell'inverno siamo fora; ma se è sole o solicello siamo solo a mezzo inverno. 2] Per natura tutti gli uomini sono simili; per l'educazione diventano interamente diversi. 4] Per ogni civetta che si sente cantare sul tetto, non bisogna metter lutto. 8] Per quanto alletti la bellezza di un fiore, nessuno lo coglie se ha cattivo odore. 4] Per san Lorenzo la noce è fatta. 2] Per San Lorenzo la noce si spacca nel mezzo. 197] Per san Lorenzo piove dal cielo carbone ardente. 2] Per Santa Caterina [25 novembre], le bestie fuori dalla cascina. 198] Per trovare ingiustizie non occorrono lanterne. 4] Per un chiodo si perde un ferro, e per un ferro un cavallo. 8] Per un punto Martin perse la cappa. Per una scopa formano un mercato tre donne e assordan tutto il vicinato. 8] Perde le lacrime chi piange davanti al giudice. 4] Perdona a tutti, ma non a te. 199] Perdonare è da uomini, scordare è da bestie. 199] Pesce che va all'amo, cerca d'esser gramo. 8] Pianta a cui spesso si muta luogo, non prende vigore. 4] Piccola fiamma non fa gran luce. 8] Piccola pietra rovesciar può il carro. Piccola scintilla può bruciar la villa. 8] Piccole ruote portano gran pesi. 8] Piccolo ago scioglie stretto nodo. 8] Piglia il bene quando viene, ed il male quando conviene. 8] Piove sempre sul bagnato. 2] Pisa, pesa per chi posa. 8] Più alta la condizione, più si deve essere umili. 8] Più briccone, più fortunato. 4] Più il fiume è profondo, più scorre il silenzio. 4] Più si chiacchiera, meno si ama. 8] Piuttosto un asino che porti, che un cavallo che butti in terra. 87] Poca brigata vita beata. 1] Poeta si nasce, oratori si diventa. 200] Poeti e Santi campano tutti quanti. 201] Poeti, pittori e pellegrini a fare e a dire sono indovini. 8] Polenta e latte bollito, in quattro salti è digerito. 8] Portare frasconi a Vallombrosa. 4] Prendi la bruna per amante e la bionda per moglie. 8] Preghiera di gatto e brontolio di pulce non arrivano in cielo. 131] Preghiera umile entra in cielo. 8] Presto e bene, raro avviene. 8] Prete spretato e cavolo riscaldato, non fu mai buono.[64] Prevedere per provvedere e prevenire. 202] Prima della morte non chiamare nessuno felice. 4] Prima di ammogliarsi bisogna fare il nido. 4] Prima di andare alla pesca esamina ben bene la tua rete. 8] Prima di domandare, pensa alla risposta. 203] Prima lusingare e poi graffiare, è arte dei gatti. 8] Prodigo e bevitor di vino, non fa né forno né mulino. 8] Pugliesi, cento per forca e un per paese. 8] Puoi ben drizzare il tenero virgulto, non l'albero già fatto adulto. 4] Putto in vino e donna in latino non fecero mai buon fine. 4] Q Qual proposta tal risposta. 1] Qualche intervallo il pazzo ha di saviezza, qualche intervallo il savio ha di stoltezza. 8] Qualche volta anche Omero sonnecchia. 204] Quale uccello, tale il nido. 205] Quand'anche si trapiantassero in paradiso, i cardi non porterebbero mai rose. 8] Quando arriva la gloria svanisce la memoria. 2] Quando c'è l'esercito, si trova anche il generale. 4] Quando c'è la salute c'è tutto. Quando canta la rana, la pioggia non è lontana. 8] Quando ci sono molti galli a cantare non si fa mai giorno. 16] Quando è alta la passione, è bassa la ragione. 206] Quando è finito il raccolto dei datteri, ciascuno trova da ridire alla palma. 8] Quando fischia l'orecchio dritto, il cuore è afflitto; quando il manco, il cuore è franco. 8] Quando gli eretici si accapigliano, la chiesa ha pace. 4] Quando il colombo ha il gozzo pieno, le vecce gli sembrano amare. 8] Quando il culo è avvezzo al peto non si può tenerlo cheto. 2] Quando il fanciullo è satollo anche il miele non ha più gusto. 4] Quando il fanciullo ha sette anni, la ragione spunta in lui. 207] Quando il gatto lecca il pelo viene acqua giù dal cielo. 38] Quando il gatto non c'è i topi ballano. 1] Quando il gatto non può arrivare al lardo dice che è rancido. 8] Quando il gatto si lecca e si sfrega le orecchie con la zampina, pioverà prima che sia mattina. 8] Quando il gozzo è pieno, le ciliegie sono acerbe. 8] Quando il grano ricasca, il contadino si rizza. 57] Quando il grano va a male, bisogna ringraziare Dio per la paglia. 8] Quando il lardo è divorato, poco val cacciare il gatto. Quando il mandorlo non frutta, la semente ci va tutta. 8] Quando il padrone zoppica, il servo non va diritto. 8] Quando il sole splende, non ti curar della luna. 8] Quando il tempo è chiaro in autunno, vento nell'inverno. 4] Quando in autunno sono grassi i tassi e le lepri, l'inverno è rigoroso. 4] Quando l'amore è a pezzi non c'è alcuna colla che lo riappiccichi. 8] Quando l'angelo diventa diavolo, non c'è peggior diavolo. 4] Quando l'avaro muore, il danaro respira. 4] Quando l'Italia suona la chitarra, la Spagna le nacchere, la Francia il liuto, l'Irlanda l'arpa, la Germania la tromba, l'Inghilterra il violino, l'Olanda il tamburo, nulla è uguale ad esse. 8] Quando la barba fa bianchino, lascia la donna e tienti al vino. 208] Quando la cicala canta in settembre, non comprare gran da vendere. 8] Quando la fame entra dalla porta, l'amore esce dalla finestra. 8] Quando la grazia di Dio è nel cuore, gli occhi nuotano nell'allegria. 4] Quando la guerra comincia s'apre l'inferno. 4] Quando la neve si scioglie si scopre la mondezza. 1] Quando la pera è matura casca da sé. 1] Quando la pera è matura bisogna che caschi. 16] Quando la radice è tagliata, le foglie se ne vanno. 8] Quando la ragione dorme, il cuore scappuccia. 8] Quando la luna è bianca il tempo è bello; se è rossa, vuole dire vento; se pallida, pioggia. 4] Quando la rana canta il tempo cambia. 8] Quando non dice niente, non è dal savio il pazzo differente. 8] Quando non sai, frequenta in domandare. 209] Quando piove col sole le vecchie fanno l'amore. 1] Quando piove col sole il diavolo fa l'amore. 1] Quando piove col sole le streghe fanno l'amore. 2] Quando piove col sole si marita la volpe.[65] 2] Quando piove d'agosto, piove miele e mosto. 8] Quando si è in ballo bisogna ballare. 1] Quando si è patito si è inclini a compatire. 4] Quando si mangia non si parla. 57] Quando sono fidanzate hanno sette mani e una lingua, quando sono sposate hanno sette lingue e una mano. Quando un amico chiede, non v'è domani. 210] Quando un povero dà al ricco, Dio ride in cielo. 8] Quando una cosa è accaduta, poco vale lamentarsi. 8] Quando viene la forza, il diritto è morto. 4] Quanto più è alto il monte, tanto più profonda la valle. 4] Quanto più la rana si gonfia, più presto crepa. Quanto più se n'ha, tanto più se ne vorrebbe. 4] Quattro lumi non s'accendono. 2] Quattro nuove invenzioni vanta il mondo: scorticare senza coltello, arrostire senza fuoco, lavare senza sapone, e invece degli occhiali vedere attraverso le dita. 4] Quel ch'è innato per natura, si porta alla sepoltura. Quel ch'è raro, è stimato. 8] Quel che con l'acqua mischia e guasta il vino, merita di bere il mare a capo chino. 8] Quel che è disposto in cielo, conviene che sia. 4] Quel, che è fatto, è fatto, e non si può fare, che fatto non sia. 211] Quel che è fatto è reso. 2] Quel che non può l'ìngegno, può spesso la fortuna. Quel che non puoi pagare col denaro, pagalo almeno col ringraziamento. 8] Quel che è gioco per il forte per il debole è morte. 8] Quel che si dà al ricco, si ruba al povero. 8] Quel che si fa a fin di bene, non dispiace mai a Dio. 4] Quel che si fa all'oscuro, appare al sole. 4] Quel che supera il mio intelletto, lo lascio stare. 4] Quella bellezza l'uomo saggio apprezza che dura sempre, fino alla vecchiaia. 4] Quelli che hanno meno ingegno, ne hanno da vendere più degli altri. 4] Quello che abbaia è il cane sdentato. 4] Quello che deve durare per l'eternità non si deve scrivere con l'acqua. 4] Quello che è accaduto ieri, può accadere oggi. 4] Quello che è passato, è scordato. 4] Quello che ha da essere, sarà. 4] Quello che non avviene oggi, può avvenire domani. 4] Quello che non è stato può essere. 4] Quello che non può l'intelletto, può spesso il caso. 4] Quello che puoi fare oggi, non rimandarlo a domani. Quello che si dice all'eco nel bosco, il bosco lo ripete. 4] Quello che si impara in gioventù, non si dimentica mai più. 4] Quello che si usa non si scusa. 212] Quello è mio zio, che vuole il bene mio. 4] Quello è un fanciullo accorto che conosce suo padre. 4] Questo devi sapere che la gelosia di un Arabo è la stessa gelosia. 4] Quieta non muovere. 16] R Raglio d'asino non giunse mai al cielo. 2] Rana di palude sempre si salva. 8] Rane, malsane. 8] Render nuovi benefici all'ingratitudine è la virtù di Dio e dei veri uomini grandi. 8] Ricchezza mal disposta a povertà s'accosta. 8] Ricchezze nell'India, sapere in Europa, e pompa fra gli ottomani. 8] Ricchi e poveri non portano che un lenzuolo all'altro mondo. 8] Ricco e grande fortuna potrà farti, ma mai il comune senso potrà darti. 4] Ricorda che il nemico può diventarti amico. 8] Ride ben chi ride ultimo. 2] Ride ben chi ride l'ultimo. 2] Roba calda il corpo non salda. 213] Roba d'altri, tutti scaltri. 4] Roma, a chi nulla in cent'anni, a chi molto in tre dì. 8] Roma non fu fatta in un giorno. 2] Roma santa, Aquila bella, Napoli galante. 214] Rosso di mattina, pioggia vicina. 215] Rosso di sera bel tempo si spera; rosso di mattina acqua vicina. 2] Rosso di sera, buon tempo si spera; rosso di mattina mal tempo si avvicina. 1] Rosso e giallaccio pare bello ad ogni faccia, verde e turchino si deve essere più che bellino. 216] Rovo, in buona terra covo. 169] S Salta chi può. 1] San Benedetto[66] la rondine sotto il tetto. 2] San Lorenzo dalla gran calura. 2] San Pietro abbracciato, Cristo negato. 4] San Silvestro [31 dicembre] l'oliva nel canestro. 2] Sangue giovane sempre spavaldo. 8] Sasso che rotola non fa muschio. 47] Pietra che rotola non fa muschio. 2] Sbagliando s'impara. 1] Scalda più l'amore che mille fuochi. 8] Scherza coi fanti e lascia stare i Santi. 1] Scherzando intorno al lume che t'invita, farfalla perderai l'ali e la vita. 65] Scherzo di mano, scherzo di villano. 1] Gioco di mano, gioco di villano. 1] Schiena di mulo, corso di barca, buon per chi n'accatta. 8] Scusa non richiesta, accusa manifesta.[67] 217] Se ari male, peggio mieterai. 47] Se fossero buoni i nipoti non si leverebbero dalla vigna. 218] Se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse. 167] Se i gatti sapessero volare, le beccacce sarebbero rare. 131] Se il coltivatore non è più forte della su' terra questa finisce per divorarlo. 47] Se il ladro lasciasse il suo rubare, non ci sarebbero più forche. 4] Se il giovane sapesse di quanto ha bisogno la vecchiaia, chiuderebbe spesso la borsa. 4] Se il padre di famiglia è miope, i servi sono ciechi. 8] Se il piede destro è zoppo, Dio rafforza il sinistro. 8] Se il poeta s'erige a oratore predicherà agli orecchi e non al cuore. 8] Se il primo bottone hai fatto essere secondo, tutti sbagliati saranno da cima a fondo. 4] Se il re sputa sopra un abete si chiama subito abete reale. 4] Se il ricco conoscesse la fame del povero, gli darebbe del suo pane. 8] Se il ringraziare costasse denaro, molti se lo terrebbero in tasca. 8] Se il tuo gatto è ladro non scacciarlo di casa. 8] Se il virtuoso è povero, il lodarlo non basta; il dovere primo è d'aiutarlo. 8] Se la pazzia fosse dolore, in ogni casa si sentirebbe stridere. 8] Se le lattughe lasci in guardia alle oche, al ritorno ne troverai ben poche. 219] Se ne vanno gli amori e restano i dolori. 4] Se nessuno sa quel che sai, a nulla serve il tuo sapere. 8] Se non è zuppa è pan bagnato. 1] Se non hai mai rubato, la parola ladro non è per te un'ingiuria. 4] Se occhio non mira, cuor non sospira. 8] Se ognun spazzasse da casa sua, tutta la città sarebbe netta. 220] Se piovesse oro, la gente si stancherebbe a raccoglierlo. 8] Se son rose fioriranno. 1] Se ti vuoi nutrire bene, fai ballare i trentadue. 8] Se un fratello compie un omicidio, gli altri non sono responsabili. 4] Se vuoi che t'ami, fa' che ti brami. 8] Se vuoi portare l'uomo a incretinire, fallo ingelosire. 4] Segui il filo e troverai il gomitolo. 4] Senza denari non canta un cieco. 1] Senza denari non si canta messa. 1] Senza umiltà tutte le virtù sono vizi. 8] Sempre ti graffierà chi nacque gatto. 8] Senza umanità non vi è né virtù, né vero coraggio, né gloria durevole. 8] Seren d'inverno e nuvolo d'estate, non ti fidare. 4] Sette in un colpo! disse quel sarto che aveva ammazzato sette mosche. 8] [wellerismo] Settembre, l'uva è fatta e il fico pende. 16] Si bacia il fanciullo a causa della madre, e la madre a causa del fanciullo. 4] Si deve alzare di buon'ora chi vuol contentare i suoi vicini. 8] Si dice il peccato, ma non il peccatore. 2] Si mantiene un esercito per mille giorni, e non se ne fa uso che per un momento. 4] Si parla del diavolo e spuntano le corna. 130] Si può conoscere la tua opinione dal tuo sbadigliare. 8] Si può vivere senza fratelli ma non senza amici.[68] Si stava meglio quando si stava peggio.[69] 2] Sia l'astrologo che l'indovina ti portano alla rovina. 4] Sicuro come il pane. 4] Sin che si vive, s'impara sempre. 4] Sol gente di mal'affare, bestie e botte, van fuori di notte. Son padrone del mondo oggi le donne e cedon toghe e spade a cuffie e gonne. 8] Sono meglio cento beffe che un danno. 4] Sono sempre gli stracci che vanno all'aria. 1] Sopra l'albero caduto ognuno corre a fare legna. 4] Sopra ogni vino, il greco è divino. 8] Sotto la neve pane, sotto l'acqua fame. 1] Spesso a chiaro mattino, v'è torbida sera. 222] Spesso chi commette un'ingiustizia, ne subisce una peggiore. 4] Spesso vince più l'umiltà che il ferro. 8] Sposa bagnata sposa fortunata. 223] Stretta la foglia, larga la via dite la vostra che ho detto la mia. 2] Larga la foglia, stretta la via dite la vostra che ho detto la mia. 2] Stringe più la camicia che la gonnella. 4] Studia non per sapere di più, ma per sapere meglio degli altri. 224] Studio in gioventù, onore alla vecchiaia. 4] Sulla pelle della serpe nessuno guarda alle macchie. 8] Superbia povera spiace anche al diavolo; umiltà ricca piace anche a Dio. 8] T T'annoia il tuo vicino? Prestagli uno zecchino. 4] Tagliare i capelli con la pentola. 225] Tagliarli male. Tal lascia l'arrosto che poi brama il fumo. 4] Tale padre, tale figlio.[70] 2] Tanti galli a cantar non fa mai giorno. 1] Tanti idoli, tanti templi. Tanti pochi fanno un assai. 226] Tanto fumo e poco arrosto. 2] Tanto l'amore quanto il fuoco devono essere attizzati. 8] Tanto l'amore quanto la minestra di fagioli vogliono uno sfogo. 8] Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino. 1] Tempo chiaro e dolce a capodanno, assicura bel tempo tutto l'anno. 8] Tenga bene a mente un bugiardo quando mente. 4] Tentar non nuoce. 1] Terra assai, terra poca. 169] Terra bianca, tosto stanca. 227] Terra coltivata raccolta sperata. 2] Terra nera buon grano mena. 2] Testa di lucertola, collo di gru, gambe di ragno, pancia di vacca, groppa di baldracca. 8] Testa di pazzo non incanutisce mai. 8] Tinca di maggio e luccio di settembre. 8] Tinca in camicia, luccio in pelliccia. 8] Tira più un pelo di fica che cento paia di buoi. 2] Tira più un capello di donna che cento paia di buoi. 8] Tolta la causa, cessato l'effetto. 8] Tondi l'agnello e lascia il porcello. 8] Torinesi e Monferrini, pane, vino e tamburini. 8] Tra cani non si mordono. 1] Tra i due litiganti il terzo gode. 1] Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. 1] Tra l'incudine e il martello, mano non metta chi ha cervello. 4] Tra moglie e marito non mettere il dito. 1] Tradimento piace assai, traditor non piace mai. 148] Trattar male il povero è il disonor del ricco. 8] Tre cose cacciano l'uomo di casa: fumo, goccia e femmina arrabbiata. 4] Tre cose fanno l'uomo ammalato: amore, vino e bagno. 8] Tre cose simili: prete, avvocato e morte. Il prete toglie dal vivo e dal morto; l'avvocato vuol del diritto e del torto; e la morte vuole il debole e il forte. 142] Tre cose sono rare: un buon melone, un buon amico e una buona moglie. 8] Tre sono le meraviglie, Napoli, Roma e la faccia tua. 228] Trenta monaci e un abate non farebbero bere un asino per forza. 4] Triste e guai, chi crede troppo e chi non crede mai. 8] Triste quel cane che si lascia prendere la coda in mano. 8] Triste quell'estate, che ha saggina e rape. 8] Tromba di culo, sanità di corpo. 213] Troppa manna, nausea. 8] Troppa modestia è orgoglio mascherato. 8] Troppe soddisfazioni tolgono ogni voglia. 8] Troppi cuochi guastano la cucina. 1] Troppo povero e troppo ricco fa ugual disgrazia. 8] Tu scherzi col tuo gatto e l'accarezzi, ma so ben io qual fine avran quei vezzi. 8] Turchi e Tartari, flagelli dei popoli. 229] Tutta la strada non fallisce il saggio che, accortosi a metà, corregge il viaggio. 4] Tutte le cose sono difficili prima di diventar facili. 70] Tutte le strade portano a Roma. 1] Tutte le volpi si ritrovano in pellicceria. 2] Tutte le volpi si rivedono in pellicceria. 2] Tutte le volte che si ride si toglie un chiodo dalla cassa. 230] Tutti del pazzo tronco abbiamo un ramo. 8] Tutti i fiumi vanno al mare. 1] Tutti i giorni sono buoni per andare a caccia. ma non per prendere uccelli. 4] Tutti i guai son guai, ma il guaio senza pane è il più grosso. 1] Tutti i gusti son gusti. 1] Tutti i mestieri danno il pane. 231] Tutti i nodi vengono al pettine. 1] Tutti i peccati mortali sono femmine. 8] Tutti i salmi finiscono in gloria. 1] Tutti siamo figli di Adamo ed Eva. 190] Tutto ciò che dura a lungo annoia. 8] Tutto è bene quel che finisce bene.[71] 1] Tutto il cervello non è in una testa. 4] Tutto il mondo è paese. Tutto quello che è bianco non è farina. 4] Tutto s'accomoda fuorché l'osso del collo. 31] U Uccellin che mette coda vuol mangiare a tutte l'ore. 2] Uccello raro ha nido raro. 8] Ucci ucci, sento odor di cristianucci. 2] Umiltà e cortesia adornano più di una veste tessuta d'oro. 8] Un bel tacer non fu mai scritto.[73] 2] Un'anima magnanima consulta le altre; un'anima volgare disprezza i consigli. 8] Un'oncia di allegria vale più di una libbra di tristezza. 232] Un'ora di contento sconta cent'anni di tormento. 233] Un abete non fa foresta. 4] Un bell'abito è una lettera di raccomandazione. 4] Un buon abate loda sempre il suo convento. 4] Un buon principio va sempre a buon fine. 4] Un cattivo libro ha spesso un buon titolo, ed una fronte onesta, un cervello ribaldo. 4] Un cuor magnanimo vuol sempre il bene, anche se il premio mai non ottiene. 8] Un esercito senza generale è come un corpo senz'anima. 4] Un fido amico, e ricchezze ben acquistate son due cose rare. 8] Un fratello aiuta l'altro. 4] Un granello fa traboccare la bilancia. 4] Un granello di polvere fa scoppiare tutta la bomba. 4] Un ladro non ruba sempre, ma bisogna guardarsi da lui. 4] Un lume è più presto spento che acceso. 4] Un male tira l'altro. 4] Un padre campa cento figli e cento figli non campano un padre. 2] Un pazzo ne fa cento. 8] Un piccolo buco fa affondare un gran bastimento. Un povero virtuoso val più di un ricco vizioso. 8] Una bella barba e un cuor valente adornano l'uomo. 4] Una bella giornata non fa estate. 4] Una bella lacrima trova facilmente un fazzoletto che la asciughi. 4] Una bugia ha bisogno di sette bugie. 4] Una buona risata si trasforma tutta in buon sangue. 232] Una ciliegia tira l'altra. 2] Una cosa tira l'altra. 16] Una estate vale più di dieci inverni. 4] Una parola tira l'altra. 2] Una e buona. 16] Una ma buona. 16] Una fa, due stentano, ma a tre ci vuol la serva. 8] Una Fenice fra le donne è quella, che altra donna confessa essere bella. 8] Una mano lava l'altra e tutte e due lavano il viso. 1] Una mela al giorno leva il medico di torno. 2] Una ne paga cento. 1] Una ne paga tutte. 1] Una rondine non fa primavera. 1] Un fiore non fa giardino. 4] Un fiore non fa primavera. 4] Una volta corre il cane e una volta la lepre. 1] Una volta per uno non fa male a nessuno. 1] Uno semina, l'altro raccoglie. 72] Uno si fa la sorte da sé, l'altro la riceve bell'e fatta. 8] Uomo a cavallo, sepoltura aperta. 2] Uomo avvisato mezzo salvato. 1] Uomo da nessuno invidiato, è uomo non fortunato. 4] Uomo di vino, non vale un quattrino. 8] Uomo morto non fa più guerra. 234] Uomo senza quattrini è un morto che cammina. 2] Uomo solitario, o angelo o demone. 235] Uomo zelante, uomo amante. 4] L'uomo misero è un morto che cammina. 2] Uovo di un'ora, pane di un giorno, vino di un anno, donna di quindici e amici di trent'anni. 8] V Va' in piazza vedi e odi, torna a casa bevi e godi. 236] Va più di un asino al mercato. 4] Val più un piacere da farsi che cento di quelli fatti. 8] Val più una messa in vita che cento in morte. 4] Vale più la pratica che la grammatica. 1] Vale più un fatto che cento parole. 237] Vale più un gusto che un casale. 1] Vale più un testimone di vista che cento d'udito. 2] Vale più uno a fare. 16] Vanga e zappa non vuol digiuno. 47] Vanga piatta poco attacca, vanga ritta terra ricca, vanga sotto ricca il doppio. 2] Vecchi doni vogliono nuovi ringraziamenti. 8] Vecchiaia d'aquila, giovinezza d'allodola. 4] Vedere e non toccare è una cosa da crepare. 2] Vedere per credere. 238] Vento fresco mare crespo. 239] Ventre pieno non crede a digiuno. 16] Ventre vuoto non sente ragioni. 16] Vesti un legno, pare un regno. 41] Vi sono dei matti savi, e dei savi matti. 8] Vicino alla chiesa lontano da Dio. 2] Vicino alla serpe c'è il biacco. 8] Vigna nel sasso e orto in terren grasso. 240] Vincere un ambo al lotto è un malefizio, che più accresce la speranza al vizio. 8] Vino amaro, tienilo caro. 8] Vino battezzato non vale un fiato. 8] Vino battezzato, non va al palato. 8] Vino dentro, senno fuori. 8] Vino di fiasco la sera buono e la mattina guasto. 8] Vino e sdegno fan palese ogni disegno. 8] Vino non è buono che non rallegra l'uomo. 8] Violenza non dura a lungo. 241] Vivi e lascia vivere. 1] Vizio di natura fino alla fossa dura. 2] Vizio di natura, fino alla morte dura. 242] Voglia di lavorar saltami addosso, lavora tu per me che io non posso. 243] Voglio piuttosto un asino che mi porti, che un cavallo che mi getti in terra. 4] Volpe che dorme, ebreo che giura, donna che piange, malizie sopraffine colle frange. 4] Note  Cfr. voce dedicata su Wikipedia.  Cfr. voce dedicata su Wikipedia.  Cfr. Matteo, 6, 34.  La locuzione latina gutta cavat lapidem (letteralmente "la goccia perfora la pietra") venne utilizzata da Tito Lucrezio Caro, Publio Ovidio Nasone e Albio Tibullo. Cfr. voce dedicata su Wikipedia.  Cfr. voce dedicata su Wikipedia.  Titolo di un'opera di Achille Campanile del 1930, passato a proverbio e modo di dire comune.  Cfr. Petrarca: «La vita el fin, e 'l dí loda la sera».  Cfr. Giacomo Leopardi: «Amore, | amor, di nostra vita ultimo inganno, | t'abbandonava».  Cfr. voce dedicata su Wikipedia.  Cfr. voce dedicata su Wikipedia.  Cfr. Giovanni Verga, I Malavoglia.  Slogan pubblicitario degli anni Ottanta.  Cfr. Gesù, Discorso della Montagna: «Cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova».  Cfr. Gesù, Vangelo secondo Matteo: «Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada».  Cfr. voce dedicata su Wikipedia.  Cfr. voce dedicata su Wikipedia.  Cfr. voce dedicata su Wikipedia.  Citato in Giovanni Battista Rossi, Conferenze popolari per gli uomini nel tempo degli esercizi spirituali, Tappi, Torino, Citato nel film Riso amaro.  Citato in Dizionario Italiano Olivetti, dizionario-italiano.it.  Cfr. voce dedicata su Wikipedia.  Cfr. Libro di Osea: «E poiché hanno seminato vento | raccoglieranno tempesta».  Cfr. attribuite a Papa Bonifacio VIII: «Qui tacet, consentire videtur».  Cfr. voce dedicata su Wikipedia.  Cfr. voce dedicata.  Cfr. Cristoforo Poggiali, Proverbj, motti e sentenze ad uso ed istruzione del popolo: Chi dà a credenza, molte merci spaccia; | Ma un presto fallimento si procaccia».  Cfr. Appio Claudio Cieco, Sententiae: «Quisque faber fortunae suae.»  Cfr. voce dedicata.  La frase è attribuita (MACHIAVELLO MACHIAVELLI (si veda0, Istorie fiorentine, II, 3; Giovanni Villani, Nuova Cronica, VI, 38) a Mosca dei Lamberti che a Firenze, convinse così gli Amidei a uccidere Buondelmonte de' Buondelmonti; dal delitto nacquero le fazioni dei guelfi e dei ghibellini. Citato anche nella Divina Commedia di Dante Alighieri (Inferno): Gridò: "Ricordera' ti anche del Mosca, | che disse, lasso!, 'Capo ha cosa fatta', | che fu mal seme per la gente tosca". È possibile che Mosca dei Lamberti adattò al momento un proverbio già noto ai suoi tempi (Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921); secondo l'Accademia della Crusca (Dizionario della lingua italiana) corrisponderebbe al latino «Factum infectum fieri nequit».  Cfr. Gesù, Vangelo secondo Matteo: «Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio».  Cfr. voce dedicata.  Cfr. voce dedicata.  Cfr. Philippe Néricault Destouches, Le Glorieux, atto II, scena V: «La critique est aisée, et l'art est difficile.».  Cfr. «Facta lex inventa fraus.»  Cfr. voce dedicata su Wikipedia.  Cfr. voce dedicata su Wikipedia.  Riferito all'uso di numeri civici di colore nero per le abitazioni e rosso per gli esercizi commerciali.  Cfr. Michail Aleksandrovič Bakunin: «Il caffè, per esser buono, deve essere nero come la notte, dolce come l'amore e caldo come l'inferno».  Cfr. Blaise Pascal: «Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce».  Cfr. voce dedicata su Wikipedia.  Nei dialetti siciliani e nel napoletano l'arancia viene chiamata portogallo.  La spiegazione è in Strafforello.  Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Veste da lavoro usata, specialmente in Toscana, da contadini e operai.  Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. voce dedicata su Wikipedia.  Cfr. voce dedicata su Wikipedia. Cfr. voce dedicata su Wikipedia.  Cfr. voce dedicata.  Cfr. voce dedicata.  Cfr. Ippocrate: «La vita è breve, l'arte è lunga, l'occasione è fugace, l'esperienza è fallace, il giudizio è difficile».  Citato in Dizionario Italiano, dizionario-italiano.it.  Cfr. voce dedicata Cfr. voce dedicata.  itato in Dizionario Italiano Olivetti.  Cfr. Gesù, Vangelo secondo Luca: «Nessun profeta è ben accetto in patria».  Cfr. Etica della reciprocità.  Cfr. anche Salvator Rosa, iscrizione riportato su un autoritratto: «Aut tace | aut loquere meliora | silentio.».  Questo detto, ripreso dal Libro dell'Esodo («occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido»), è chiamato Legge del taglione.  Il proverbio compare in una novella del Decameron di Giovanni Boccaccio (la quarta della prima giornata). Cfr. Focus storia in tale giorno la Chiesa cattolica celebra la presentazione al Tempio di Gesù (Luca), popolarmente chiamata festa della Candelora, perché in questo giorno si benedicono le candele, simbolo di Cristo. La festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché, secondo l'usanza ebraica, una donna era considerata impura del sangue mestruale per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre.  Cfr. voce dedicata su Wikipedia.  Citato in Vocabolario degli accademici della Crusca, Tipografia Galileiana di M. Cellini e c., Firenze, Una leggenda simile esiste anche in Giappone: i demoni-volpe (le kitsune) preferirebbero celebrare i loro matrimoni sotto la pioggia mentre splende il sole; il regista Akira Kurosawa ne prese spunto per il primo episodio (Raggi di sole nella pioggia) del film Sogni prima della riforma del calendario liturgico Cfr. Proverbio latino medievale: Excusatio non petita, accusatio manifesta.  Citato in Macfarlane, Attribuita a Francesco Domenico Guerrazzi.  Cfr. Libro di Ezechiele: «Ecco, ogni esperto di proverbi dovrà dire questo proverbio a tuo riguardo: Quale la madre, tale la figlia».  Titolo di una commedia di Shakespeare.  Cfr. Petronio Arbitro, Satyricon, Cfr. Badoer: «Un bel tacer | mai scritto fu». Fonti  Citato ne Il nuovo Zingarelli.  Citato in Lapucci.  Citato in Carlo Volpini, proverbi sul cavallo, Cisalpino-Goliardica, Citato in Donato.  Citato in Max Pfister, Lessico etimologico italiano, Reichert, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Selene.  Citato in Marino Ferrini, I proverbi dei nonni, Il Leccio, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Vocabolario della lingua italiana.  Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, § 235.  Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Schwamenthal, Citato in Vezio Melegari, Manuale della barzelletta, Mondadori, Milano, Citato in Macfarlane, p. 352.  Citato in Francesco Protonotari, Nuova antologia di scienze, lettere ed arti, volume settimo, Direzione della nuova antologia, Firenze, Citato in Grisi, Citato in Daniela Schembri Volpe, 101 perché sulla storia di Torino che non puoi non sapere, Newton Compton Editori, Citato in Pescetti, Citato in Grisi, Citato in Paronuzzi, Citato in Schwamenthal, Citato in Giulio Franceschi, Proverbi e modi proverbiali italiani, Hoepli, Citato in Macfarlane, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Volpini, Citato in Francesco Picchianti, Proverbi italiani, A. Salani, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in Augusto Arthaber, Dizionario comparato di proverbi e modi proverbiali, Hoepli, Citato in Macfarlane, Citato in Temistocle Franceschi, Atlante paremiologico italiano, Edizioni dell'Orso, Citato in Macfarlane, Citato in Schwamenthal, § 1066.  Citato in Grisi, Citato in Macfarlane, Citato in Amadeus Voldben, Il giardino della saggezza, Amedeo Rotondi, Citato in Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini, Dizionario della lingua italiana, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Citato in Macfarlane, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, Citato in Grisi, Citato in Macfarlane. Citato in Schwamenthal,  Citato in Emanuel Strauss, Concise Dictionary of European Proverbs, Routledge, Citato in Macfarlane, Citato in Giuseppe Giusti, Dizionario dei proverbi italiani.  Citato in Macfarlane, p. 364.  Citato in Macfarlane, Citato in Macfarlane, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Filippo Moisè, Storia della Toscana dalla fondazione di Firenze fino ai nostri giorni, V. Batelli e compagni, Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in Macfarlane, Citato in Schwamenthal, Citato in Alfani, Citato in Macfarlane, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, § 2034.  Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Schwamenthal, Citato in Paola Guazzotti e Maria Federica Oddera, Il Grande dizionario dei proverbi italiani, Zanichelli, Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Valter Boggione, Chi dice donna, POMBA, Citato in Schwamenthal. Citato in Salvatore Battaglia, Grande Dizionario della Lingua Italiana, VII Grav - Ing, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, Citato in Macfarlane, Citato in Grisi, Citato in Donalda Feroldi, Elena Dal Pra, Dizionario analogico della lingua italiana, Zanichelli, Bologna, Citato in Giuseppe Pittàno, Frase fatta capo ha. Dizionario dei modi di dire, proverbi e locuzioni, Zanichelli,Citato in Schwamenthal, Citato in Piero Angela, Ti amerò per sempre: La scienza dell'amore, Mondadori, Milano, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in Macfarlane, Citato in Florio, lettera G.  Citato in Gutta cavat lapidem. Indagini fraseologiche e paremiologiche, a cura di Elena Dal Maso, Carmen Navarro, Universitas Studiorum, Mantova, Citato in Gustavo Strafforello, La sapienza del mondo: ovvero, Dizionario universale dei proverbi, A.F. Negro, Citato in Paronuzzi, Citato in Silvia Merialdo, Genova. Una guida, Odòs Libreria Editrice, Udine, Citato in Castagna Citato in Macfarlane, Citato in Castagna Citato in Schwamenthal, Citato in Anna Fata, Lo zen e l'arte di cucinare, Edizioni Il Punto d'Incontro, Vicenza, Citato in Salvatore Battaglia, Grande Dizionario della Lingua Italiana, XII Orad - Pere, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, Citato in Macfarlane, p. 389.  Citato in Dizionario di Italiano, corriere.it, diavolo.  Citato in Paronuzzi, Citato in Roberto Allegri, 1001 cose da sapere e da fare con il tuo gatto, Newton Compton, Roma, Citato in Brigitte Bulard-Cordeau, Il piccolo libro dei gatti, traduzione di Giovanni Zucca, Fabbri Editori, Milano, Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, § 4058.  Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in Strafforello, Citato in Grisi, Citato in Volpini, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Macfarlane, Citato in Schwamenthal, Citato in Paola Guazzotti, Maria Federica Oddera, Il grande dizionario dei proverbi italiani, in riga edizioni, Bologna, Citato in Schwamenthal, Citato in Paolo De Nardis, L'invidia. Un rompicapo per le scienze sociali, Meltemi Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi, p. 130.  Citato in Luigi Pozzoli, Sul respiro di Dio. Commento alle letture festive. Anno B, Paoline, Milano, Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi, Citato in Grisi, Citato in Macfarlane, Citato in Grisi, Citato in Macfarlane, Citato in Schwamenthal, Citato in Ann H. Swenson, Proverbi e modi proverbiali, Nerbini, Citato in Grisi, p. 109.  Citato in Ugo Rossi-Ferrini, Proverbi agricoli, I Fermenti, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Carlo Giuseppe Sisti, Agricoltura pratica della Lombardia, Milano, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Florio, lettera N.  Citato in Schwamenthal,  Citato in Schwamenthal, § 3630.  Citato in Castagna Citato in Paronuzzi, Citato in Schwamenthal, Citato in Pescetti, Anche in Arthur Schopenhauer, Aforismi sulla saggezza della vita, Parenesi e massime.  Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane.  Citato in Schwamenthal, Citato in Alfani, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in La scienza pratica: dizionario di proverbi e sentenze che a utile sociale raccolse il padre Lorenzo da Volturino, Quaracchi: Tipografia del Collegio di S.Bonaventura, Firenze, Citato in Focus storia Citato in Schwamenthal, § 4306.  Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Piero Angela, A cosa serve la politica?, Mondadori, Milano, Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, § 4698.  Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane, Citato in Pescetti, Citato in Schwamenthal, Citato in Augusta Forconi, Le parole del corpo. Modi di dire, frasi proverbiali, proverbi antichi e moderni del corpo umano, SugarCo, Citato in Castagna Citato in Castagna Citato in Castagna Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi, Citato in Schwamenthal, Citato in Grisi, Citato in Salvatore Battaglia, Grande Dizionario della Lingua Italiana, Orad - Pere, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Gustavo Strafforello, La sapienza del mondo, ovvero, Dizionario universale dei proverbi, Negro, Citato in Schwamenthal, § 5620.  Citato in Schwamenthal, Citato in Francesco Grisi, Il grande libro dei proverbi. Dall'antica saggezza popolare detti e massime per ogni occasione, Piemme, Citato in Gluski, Proverbs. Proverbes. Sprichworter. Proverbi. Proverbios. Poslovitsy. A comparative book of English, French, German, Italian, Spanish and Russian proverbs with a Latin appendix, Elsevier Citato in Schwamenthal, Citato in Macfarlane, p. 267.  Citato in Novo vocabolario della lingua italiana, coi tipi di M. Cellini e C., Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, Citato in Castagna Citato in Macfarlane, Citato in Schwamenthal, Citato in Schwamenthal, § 5932. Bibliografia Augusto Alfani, Proverbi e modi proverbiali, Tipografia e Libreria Salesiana, Torino, 1882. Niccola Castagna, Proverbi italiani, Antonio Metitiero, Napoli, Castagna, Proverbi italiani, pe' tipi del Commend. Gaetano Nobile, Napoli, Donato, Gianni Palitta, Dizionario dei proverbi, L.I.BER. progetti editoriali, Genova, 1998. John Florio, Giardino di ricreatione, appresso Thomaso Woodcock, Londra, Grisi, Il grande libro dei proverbi, Piemme, Lapucci, Dizionario dei proverbi italiani, Mondadori, Macfarlane, The Little Giant Encyclopedia of Proverbs, Sterling, New York, Paronuzzi, José e Renzo Kollmann, Non dire gatto..., Àncora Editrice, Milano, Pescetti, Proverbi italiani. Raccolti, e ridotti sotto a certi capi, e luoghi comuni per ordine d'alfabeto, Compagnia degli Aspiranti, Verona, Schwamenthal e Straniero, Dizionario dei proverbi italiani e dialettali, Selene, Dizionario dei proverbi, Pan libri, Volpini, proverbi sul cavallo, Ulrico Hoepli, Milano, Il nuovo Zingarelli, Zanichelli, Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana, Zanichelli Editore, Bologna, Strafforello, La sapienza del mondo: ovvero, Dizionario universale dei proverbi di tutti i popoli,, vol. III, Augusto Federico Negro, Torino, stampa Voci correlate Modi di dire italiani Scioglilingua italiani Categoria: Proverbi dell'Italia. Nome compiuto: Massimo Baldini. Keywords: linguaggio, Campanellese, lingua utopica, fantaparola – phanta-parabola, il proverbio italiano, amici, implicatura proverbiale, proverbi romani, proverbi italiani, lezioni di filosofia del linguaggio, con D. Antiseri, indice, grice – filosofia analica, parte I: filosofia analitica Austin e Grice, parte II tipi di linguaggio.  baldini — implicatura proverbiale — i amici — das mystisch — filosofia italiana della moda maschile italiana — haircuts — journalese — journal of the Royal Association of Philosophy — lingua utopica — Campanellese — Empedocle filosofo poeta — Lucrezio filosofo poeta — Parmenide filosofo poeta — Eraclito l’oscuro — vallisneri — fantaparola — gargarismo — trabocchetta — rumore — ingorgo — aforismo — Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Baldini,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Baldinotti: all’isola – la scuola di Palermo -- filosofia italiana – filosofia siciliana -- Luigi Speranza (Palermo). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Palermo, Sicilia. Grice: “I like Baldinotti; Speranza thinks he is a Griceian, just to oppose to the Italian received view that he is Lockeian! But I say, he is MORE than either! Baldinotti can quote from  Rousseau, and the French authors that Locke never cared about! And most importantly, he can SIMPLIFY and need not appeal to Anglo-Saxonisms as Locke does (what does it mean that a ‘word’ STANDS for ‘an idea’?” --.” Grice: “In fact, as Speranza showed at Oxford, one can organize a tutorial on the philosophy of language (he won’t though – he hardly organises!)  just using Balidonotti’s rough Latin of first chapter of ‘De vocibus’!”  “All the material I rely on in my Oxford 1948 talk on ‘meaning’ for the Philosophical Society can be found there: ‘vox’ significat affectus animae artificialiter, lachrymal significat affectum animae naturaliter --.” Grice: “Unless she is a crocodile, as Speranza remarks!” Tutore di metafisica nel ginnasio di Mantova, pavia, padova. Altre saggi: “De recta humanae mentis institutione”;  Historiae philosphica prima, et expeditissima adumbratio, Operationum mentis analysis . De elementis humanarum cognitionum -- de perceptione et ideas, earumque adnexis -- de idearum affectionibus, et in primis de realitate, abstractione, universalitate earumdem -- de simplicitate, compositione, relatione idearum -- de idearum clartitate, et distinctione, veritate, et perfectione, DE VOCIBUS, DE SYNONIMIS, ET INVERSIONIBUS, DE VARIETATE LINGUARUM, ET DE MUTUO VOCUM, ET IDEARUM IFLUXU, DE USU, ET ABUSU VERBORUM, DE VERBORUM INTERPRETATIONE, DE MULTIPLICITI SCRIBENDI RATIONE. De humana cognition. Humana cognitionis analysis, de PROPOSITIONIBUS -- de gradibus humana cognitionis -- De cognitione probabili -- De cognitionum realitate -- De extensione humanarum cognitionum -- De impedimentis humanarum cognitionum -- de humanarum cognitionum instrumentis --  De mentis magnitudine, et perspicacitate augenda -- De analysi, et definitione -- de ratiocinio et demonstratione -- De nonnullis argumentorum generibus -- De inductione et analogia -- De methodo generatim -- De methodo analytica -- De methodo synthetica -- De principiis -- De hypothesibus -- De ratione coniectandi probabilia -- De fontibus humanarum cognitionum -- de conscientia -- de ratione -- De concursu rationis, et revelationis -- De sensibus, deque recto eorum usu -- De cognitionibus, et erroribus sensuum -- De observatione, et experientia -- de auctoritate -- De testibus oculatis, et auritis -- De traditione et monumentis -- De historia -- De librorum authenticitate,sinceritate, suppositione, interpolatione, corruptione, et de interpretationibus -- de arte hermeneutica -- “Tentamen”; “De metaphysca generali liber unicum” De existente et possibili, et deiis, quae qua tenus tale est, ad utrumque pertinent -- De identitate, similitudine, distinctione -- De composito, simplici, uno -- De infinito. De spatio. De tempore. De causa. De non nullis impropriis causarum generibus. De Kantii philosophandi ratione et placitis, ut ad metaphysicam generalem referuntur. S. Gori Savellini, Cesare B. in "Dizionario Biografico degli Italiani", Istituto dell'Enciclpopedia Italiana, Roma. Troilo, Un maestro di Rosmini a Padova, Cesare B. in: "Memorie e documenti per la storia della Padova", Padova. Cesare B., Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. DE VOCIBUS. Voces nostrum studium,et operam expostulare,fuit iam suo loco observatum.Quae cum sint idearum nostrarum signa, horum tradenda prima divisio est', qua in naturalia, et artifi cialia distinguuntur. Signum naturale cum re significata habet nexum ex eius natura derivatum; artificiale vero ex hominum institutione, et arbitrio aliquam rem significat: lacrymae sunt doloris signum naturale, voces signum idearum artificiale. Non erit porro alienum de naturalibus signis advertere, homines non raro ad errorem trahi, dum ex illisrem significatam inferunt: sunt enim haec signa, vel effectus, qui caussas, vel caussae quae effectus indicant,ut in signis rerum futurarum. Iidem autem effectus nunc ab una,nunc ab alia caussa oriun tur;neceadem caussa eosdem semper effectusgignit; sed multa sunt, quae causarum actionem determinant, suspendunt, et etiam omnino mutant. Non igitur necessario, et semper SIGNUM NATURALE rem certam innuit; sed a multi spendet, quod eo una potius,quam alia ostendatur. SIGNA AFFECTUUM ANIMI SUNT NATURALIA. Eos tamen non semper denotant,et ille in perpetuo errore versaretur, qui de affectibus ex eorum signis statueret. Sed ad voces revertamur, quarum origo, indoles, vis, in ideas et mentis operationes, influxus, usus, abusus, interpretatio leviter attingenda. Quin imo Reid Rech. sur. l'Entend. arbitratur, eas, quas dicimus causas, esse tantum RERUM SIGNA.Videmus dumtaxat, quae dam hunc inter se nexum habere, ut si unum praecedat, aliud illico subsequatur. Id tantum statuere possumus; non vero in eo, quod prae cedit respectu illius, quod subsequitur, causalitatem, ut aiunt, inesse, cum haec nullaratione ostendatur. Inter eas quae non prorsus inutiliter attinguntur, commemorari possunt potissimum nominum divisiones, ad quarum normam nomen in enunciatione, vel est subiectum de quo aliquid effertur, vel est praedicatum quod effertur, vel est concretum, remque significat cum sua forma, vel est ab. Voces INSTITUTIONIS esse signa nempe ARTIFICIALIA, nec necessarium habere NEXUM CUM REBUS, ad evidentiam probantmuti, et linguarum varietas. Nam si haberent, organo tantum vocis impedito, sermonis nullus esset usus, et quae apud omnes eadem sunt, iis demetiam nominibus appellarentum. Mira autem est non rerum, sed verborum diversitas; et muti sunt ii, qui surditat elaborant. Nunc vero videamus, an facultates humanae vocibus AD RES SIGNIFICANDAS INSTITUENDIS sint pares. An videlicet possint homines linguam aliquam condere. Animi affectus, sensusque vividi doloris et voluptatis naturalibus quibusdam signis coniunguntur, iisdemque manifestantur: homines haec facile possunt artificialia reddere, sinempe observent affectus, quos indicant, nec ea tantum edant impellente natura, sed consulto, ut quae experiuntur, ceteris manifestent. Quae signa clamoribus non articulatis, habitu vultus, et gestibus continentur, atque actionis, quam vocant, linguam conficiunt. Usu autem constat facilem, expeditam secretam idearum COMMUNICATIONEM hac lingua non obtineri, distantia, et interposito corpore impediri. Sensim igitur ab ea recedere coguntur homines, ad eamque feruntur, quae vocis distinctionibus pititur. Hanc ut instituant clamores naturales in primis pro stractum solamque formam exprimit, vel est categorematicum quod solum et per se aliquid notat, vel est syncatagorematicum quod ab alio avulsum nihil certi repraesentat, vel categoricum quod rem categoria comprehensam obiicit. Sed de his satis, sapiens est non qui multa, sed qui utilia novit. Negat Lamy in Trat. de Ar. log.; et Rousseau disc. sur. l’ineg. parmi les Hom. parum abesse censet, quin demonstratum sit, fieri numquam posse, ut lingua ulla suam ab hominibus originem habeat. Ita etiam A. Encycl. A. lang. His e diametro se se oppouunt Epicurei, quorum hac super re doctrinam LUCREZIO (si veda) de Nat. rerum exposuit. Diodorus Siculus Bibl. quod nobis possibile, et hypotheticum est, factum habet, omnesque linguas humanum fuisse inventum putat. Nuperrime in Diss. de ling. orig. ab A. Berol. an. praemio donata Herder contendit linguas in universum non divinae, sed humanae prorsus esse institutionis. De hac lingua V. Condil. Gram. Sinensium lingua hanc videtur originem habuisse, ea constat ex monosyllabis., quae pronunciationo variata otficiunt SIGNA, (V. Condil. -- trahunt, et simul iungunt, rerum etiam externarum sonos referunt, et imitantur, unde voces oriuntur, quae elevatione et depressione multum distantes aliquo modo gestuum et clamorum vim exprimunt. Atque ita verborum dstinctioni consultum, quantum patitur vocis et auditus organum rude adhuc et inexercitatum. Subtilius, qui haec disputant, quorum etiam aures delicatiores, similitudinem quamdam inveniunt inter impressionem a rebus, et a verbis excitatam. Eamque prolatis ex. gr. vocibus "crux", "mel",  "vepres", "furens", "turbidus", "languidus" distincte sentiunt. Hinc multae voces. Multae etiam facultate, qua pollemus, per metaphoras sive transferentiam omnia explicandi, et associandi insensibiles ideas sensibilibus. Revera verba, quae res insensibiles referunt, metaphorica sive transrelata omnino sunt. Perpetuo autem usu nomina propria evasere, et vetustate multorum etymologia sensibilis ita evanuit, ut res pror sus in sua SPIRITUALITATE relinquant. Quin immo eadem verba solum confugiendo ad metaphoras sive transferentiam poterant fabricari. Externa namque forma carent, etsono res insensibiles, unde earum no mina desumantur. Ac certe per imagines solum et similitudines id, quod experimur, aliis, qui illud ipsum non experiuntur, possumus explicare. Traité des connois. hum.) Alii monosyllaba Sinensium numerant. Freret sur la lang, des Chin., et signa inde componunt 54509. et 80000. Haec loquendi ratio supponit iudicium aurium subtilissimum. SOAVE (si veda), Compendio di Lock. Ap. al c.I. Hoc facile sibi suadeat quisquis rerum, quae sonorae sunt, nomina advertat ex gr. "ululare", "hinnire", "sibilus", "tonitrus", "stridor", "murmur". Observat Warburthon Ess. sus les Hierogl. actionis lingua, inventis iam vocibus, homines usos fuisse, Orientales praesertim, quorum alacritas, et imaginatio vehemens hunc exitum etiam requirit. Atque exempla permulta ex historia tum sacra, tum profana hanc in rem profert. Ut recte nomina rebus IMPOSITA sint, quamdam esse debere rerum, et nominum convenientiam ex ipsa earumdem rerum natura ortam in Cratylo contendit Plato. Sunt enim, ait ipse, nomina IMITAMENTUM, quemadmodum etiam pictura, et qui rei speciem in litieras, ac syllabas referre nonnovit, is ineptus nominum opifexest. Erecentioribus Ioannes Baptista Vico, principii d'una scienza ec., de similitudine verborum cum forma rerum multis disseruit. Horum nominum exempla sint cogitatio, voluntas, desiderium, aliaque huiusmodi. V. Traité de la Formation mechan. etc. Ch.XII.  Quod vero homines, ut boc aliisque modis ad sermonem formandum aptisutantur, fortius incitat, indigentia est, maxima rerum omnium magistra. Sermonis etiam utilitas, atque necessitas vix paucis inventis vocibus sub oculos posita. Hinc multi conatus, ut verborum numerus augeatur, quos felices reddit cognitionum, et idearum COMMERCIUM homines inter initum. Haec enim se mutuo fovent, et,ut verba commercium illud amplificant, ita ex commercio novae vires additae, et nova suppeditata istrumenta, quibus ars faciendorum et deligendorum verborum perficiatur. Nec vero sunt verba hominum opus, in quo ipsi nihil aliud, quam arbitrium recte sequantur. Est enim illa analogia im pressionis, et soni imitatio, quam pulcherrime in fingendis vocibus sequimur. Est forma, et affectio orgaai vo eis, a qua earumdem elementa, literae praesertim vocales determinantnr. Sunt denique derivata, et voces artium, et technicae in hominum libertate haud repositae, cum illae derivationis naturam imitentur. Hac vero vim, et EFFECTUS RERUM SIGNIFICENT significent. Duo sunt, quae videntur iam asserta impugnare. Primum scilicet sermonis institutionem requirere, ut de significatu verborum conveniatur. Conveniri autem inter eos non posse, qui omni sermone destituti sunt. Quasi vero nulla alia praeter voces ratio suppetat. Qua explicetur quid ipsae SIGNIFICENT Percipi enim id. Modum transferendi verba necessitas genuit inopia coactaet augustiis, post autem delectatio iucunditasque celebravit. Cic. de Orat. III. 38. Notat et illuminat marime orationem tamquem stellis qui. busdam verbum translatum Idem ib. 48. Huc faciunt quae de linguarum analogia subtiliter disserunt Valcke naerius in observatt. academicis, Lennep inpraelett. academicis et Scheidius in orat. de linguarum analogia ex analogicis mentis actionibus probata. Sed est etiam unde moveantur homines ad res alias per multas metaphorice appellandas, eas scilicet quas primum obscure, et confuse percipiunt. Et enim has meditando earum quamdam similitudinem cum aliis distincte perceptis intelligunt, quorum proinde nomina ad illa transferunt. Atque in hoc mirifice dele ctantur luce, quae ex rebus claris, et distinctis in alias obscuras, et confusas diffunditur. potest ex circumstantiis, in quibus adhibentur, et ex gestibus, qui pronunciatis nominibus res indicarent. In eamdem etiam rem conferet illa imitatio, atque similitudo. Aliud vero erat huiusmodi. Summis viris difficultas maxima se semper obiecit in linguis ornandis, et perficiendis. Qui ergo fieri potuit, ut homines plane rudes, atque ferini, communione scilicet cum aliis non exculti ex integro sermonem con dant? Fieri istud quidem non posset, si de perfecto sermone contenderetur, in quo non tantum apte expressa, quae ad necessitatem pertinent, sed etiam, quae ad cultum vitae, et oblectationem. In quo multae orationis partes, multae leges syntaxis, et inflexionum, multa denique, ut numerus, et varietas obtineatur. Haec sermoni non absolute necessaria sunt, et vix nomina, utaiunt, substantiva, et signum aliquod numquam variatum ad verbum auxiliare sum exprimendum. Quae quidem hominis licet sylvestris facultates non superant. Multa in qualibet lingua videntur esse synonima, voces scilicet, quae unam, eamdemque ideam referunt. Dubitari autem iure potest, an revera sint. Quin potius statuerem ea, quae di cuntur synonima, eamdem ideam principalem reddere, accessoria vero differre plerumque. Atque hoc modo inter se differunt "amo", et "diligo"; "peto", et "postulo", "timeo", et "vereor" Condill. Gram. Traité de la form. mechan. du langage; Condillac Traité des connois. hum.; Grammaire, Maupertuis Diss.sur les moyens etc. pour exprimer leurs idées; Sulzer de l'influence recipr. de la raison, etc. extat in Ac. Ber. et Vol. IV. opusc. Select. Mediol. Soave Comp. etc. Ap. al C.I. Receptum apud logicos novimus, ut nomina tribuant in synonima, quae secundum unam eamdem que rationem de pluribus usurpantur, et in homonyma quae rationem naturamque diversam in iis SIGNIFICANT, de quibus adhibentur, Iam vero homonyma alia dicuntur casu et citra rationem ac temere im. Synonima stricto sensu accepta, quae nulla idea accessoria differrent, linguae vitium indicarent. D'Alemb. Elem. de Phil. XIII. Hac de re notandum est, vocibus duplicem illam ideam  subesse. Et, ut praeteream exempla, quis est, qui non noverit, vocabula quaeque loco, et tempori, et generi s u scepto orationis non convenire? Quod profecto maxime oritur ex idea accessoria, quae non solum verba eamdem principalem exprimentia distinguit, sed eorum etiam opportunitatem deter minat. Quae ergo synonima habentur, ea profecto non iure; namque discrepant accessoriis illis ideis, quae rerum diversos aspectus, gradus, et relationes, et adiuncta exprimunt. Imperiti haec apprime synonima reputant, quorum levia discrimina lin guarum cultores notant. In eo frequenter peccant ex lexicis pene omnia, quae adolescentes, misere decipiunt. Duplex distinguitur ordo verborum, et conformatio, naturalis, et artificialis; seu inversa. Porro quem ordinem habent ideae, idem etiam verborum est: ordo autem idearum, fertur ad modum, quo in mente sibi succedunt, vel ad earum dependentiam mutuam,ex qua fit, utaliaealias regant, et explicent, aliae explicentur, atque regantur. Si primum, ordo, quo exprimuntur ideae, naturalis erit, quando idem, ac ille, qui in earum successione servatur. Qui quidem in singulis diversus est. Si secundum, ut ordo sit naturalis, quae alias regunt, vel ab aliis explicantur praemittendae sunt. Quae reguntur, et alias explicant postponendae. Secus erit artificialis, seu inversus. Sed unde oritur, quod ordo inversus orationi vim addat,et siteius quasi lumen quoddam nosque voluptate perfundat? Scilicet posita, et alia dicuntur ratione, quod rebus tribuantur aliqua inter se similitudine cohaerentibus. Posteriora haec aptius vocantur analoga, sive attributionis, quum uni quidem rei primario conveniunt, reliquis secun dario,sive proportionis,quae pluribus rebus propter proportionem aliquam accommodantur. Ex  hoc fonte methaphorae pleraeque omnesdimanant. Nonnullarum rerum, atque actionum voces quaedam ex ideis hisce accessoriis inhonestae, et turpes evadunt; quae ideae si in aliis vocibus omittantur, vel mutentur,nulla amplius est turpitudo. Unde fit, quod eae. dem res, etverecunde, etobscoene dicifpossint,etquod ea,quae turpia re non sunt, nominibus, ac verbis flagitiosa ducamus. vel re. D'Alembert loc. cit. Traité de la form. mech. du lang. ch. IX n.161.  quia eum, quem Rethores MODUM appellant, et numerum parit; quia imaginationem exercet;quia ideas nimis disiunctas coniungit. Revera voces ordine inverso positas ad se mutuo referi m u s, ut postulat idearum ratio. Atque si in periodo multae sint ideae, quae a quadam principalipendeant, et exiis aliquaehuic praeponantur, postponantur vero aliae, arctius omnes cum ea coniunguntur. In quo nexu illud praesertim admirabile,quod uno verbo ad integram sententiam animus revocetur. ET IDEARUM INFLUXU. Varietatem linguarum,et nos ad confusionem Babylonicam referimus: simul autem liceat statuere,ex diverso hominum ingenio, et indole,eorumque externis circumstantiis oriri potuisse, et magna ex parte ortum esse,ut singulae suum -co lorem habeant. Ac ex confusione illa vocum origines potius, quam ipsaelinguae;quae perfici sensim debuerunt,etaugeri verborum copia, atque syntaxi, et inflexionibus moderari. Non una autem in hoc fuit omnium gentium ratio, quod multis causis tum physicis, cum moralibus tribuendum est. Atque inter eas recenserem caeli temperiem, non eamdem ubique faciem naturae, rerum aspectus multiplices, diversas opiniones sive ad civitatem sive ad religionem pertinentes, regiminis formam, educationem, mores denique et studia. Revera sermonis vis, copia,et harmonia, et inflexio nationum exprimit characterem,ingenium,atque culturam;ac eadem linguarum, et gentium fuere semper fata, et vicissitu dines. QUOD IN ROMANI IMPERII, ET LINGUAE LATINAE ORTU, progressu, et occasu velut sub oculos positum est. Iunctam, cohaerentem, levem, et aequabiliter fluentem orationem facit verborum collocatio. de Orat. D'Alembert Eclair cis. Condill. Gram.; Art.d'Ecrire; Traité de la form. mechan. etc.  INSTITUTIONE DE VARIETATE LINGUARUM, ET DE MUTUO VOCUM. Sed ex iisdem quoque caussis fit, ut nationes singulae suas habeant idearum compositiones, et vocibus, quibus aliae carent, utantur. Inde in interpretando necessitas verborum circuitum saepius adhibendi, cum non semper verbum e verbo exprimi possit. Indeadeo difficile, libros ex una in aliam linguam convertere. Atque in hoc lice tomnis cura, et studium ponatur, adeo singulis linguis suum quoddam inest ingenium, ut nullae fere sint interpretationes, quae authographi vim, et elegantiam, et nativum splendorem nequaquam desiderent. Quae quidem eo nos adducunt, ut intelligamus, quem dam esse posse sermonem, edisci, et percipi omnino facilem. Quem si universalem veluti linguam cunctae gentes amplecterentur, eo possent mutuum idearum, et cognitionum commercium inire. Ac difficultas, qua ab hoc impediuntur, ex lin guarum varietate, et multitudine orta, alia etiam ratione vinci posset, characteristicam nempe aliquam linguam adhibendo, quae res ipsas, non rerum voces exprimeret. De bac sermo erit inferius. Interim cum nullus ex hisce modis adhuc suppetat. Nec ulla spes sit, ut in unum, V. Clericum Art. Crit. Linguarum varietas non leve incommodum affert societati, et progressui scientiarum. Nec enim consultum, ut facile edisci possent, sed casu magna ex parte conditae, et procurata copia, et ornatus. Sublatis declinationibus, coniugationibus, et generibus, si substantiva unam immutabilem terminationem haberent, suam adiectiva, et verba pariter, quae adverbiorum ope temporibus, et modis distinguerentur. Pullae superessent regulae grammaticorum, et solius lexici auxilio linguam quam libet perciperemus. Cumque insuper esset prima illa lingua absurda, et egestate, atque uniformitatis squalore sordesceret. Maxime erit optandum, ut LATINI SERMONIS USU conservetur. Locupletissimus namque est hic sermo, electissimis, et praeclaris verbis abundat, communis hactenus fere fuit omnium eruditorum; qui eo abiecto, si suam singuli linguam in scribendo usurparent, iam, vel aliena omnia nescirent, vel in omnium gentium, quae doctrinae laude vel alium conveniant omnes. Splendescunt, perdiscendis linguis curam, et operam compellerentur insumere, quam ad rerum cognitionem adipiscendam con tulissent. Quae hactenus de vocibus dicta sunt, satis ostendunt, easabideis, et cogitandi modo non parum pendere. Sed magnus etiam est verborum in ideas, et mentis operationes influxus. Atque in psychologia, si fortasse ad veritatem plane non sua detur, nullas fere absque verborum usu nos exequi posse. Illud profecto demonstratur, eo foveri multum, et perfici. Quod probari nunc potest exemplo mutorum. Earum etiam gentium, quibus signa numerica pro maioribus quantitatibus deficiant, cetera sint nimis composita. Illi quidem multis omnino ideis destituuntur, mentisque facultates obtusas habent, nec ad operandum faciles et expeditas. Hae vero gentes in rebus ARITHMETICIS ne vix quidem progressæ sunt. Tantum signa valent ad humanas cognitiones promovendas vel impediendas. Equidem arbitror, a veritate abesse longius, qui crederet verba communicationi cum aliis tantum inservire. Ea menti sistunt obiecta. Nimis composita dividunt. Si magnifica sint et nobilia, res amplificant, et extollunt. Si humilia, imminuunt, et deprimunt. Mosheim DISSERT. DE LINGUÆ LATINÆ CVLTVRA ET NECESSITATE V. etiam quæ nuperrime Ferrius, et Tiraboschius, Gorius, et VANNETTI (si veda) in eam habent Alamberti sententiam, Melang., statuentem bene LATINE scribi non posse, et LATINITATE abiecta studium omne ad patriam linguam transferentem. Refert Condaminius, quosdam Americæ populos, cum ocesnume rorum supra ternarium non habeant, in hoc arithmeticam eorum consistere: certevix paucis huiusmodi signis utuntur, iisque ad modum compositis, ex quofit, ut maiores numeros mente haud comprehendant, et quem libet ultra vicesimu in indefinite concipiant, atque capillorum numero comparent.V. De la Condamine Voy. Paw Rech. sur les Americ. Cogitatio, ait ACCADEMIA in Theæteto, est sermo,quem mens apud se volvit circa illa, quæ considerat. Cum enim cogitat, secum ipsa disserit adeo, ut cogitatio sit sine strepitu vocis oratio, aut interior collocutio. Verba sunt veluti signa algebrica idearum. Brevitati proinde consulunt, multarum idearum comparationem faciliorem reddunt, mentenique sublevant in consideratione multarum rerum, atque compositarum: quæ verborum utilitates maxime elucentin modorum mixtorum ideis, quas in nullo exemplari iunctas videmus, sed verbis exhibentur et comprehenduntur. Verba denique nexus inter ideas augent, eas facilius, et promptius exsuscitant, distinguunt, quæ vix confuse percipe rentur. Sic technicæ in arte pingendi voces omnia alicuius tabulæ vitia, omnemque præstantiam indicant. Quæ eos prorsus fugerent, qui illas voces nequaquam callerent. Quare scientiæ, omnesque artes multum debent verborum inventoribus, ut Linnæo Botanica; et Ontologia, licet nomenclatione tantum contineretur, non esset penitus contemnenda. De verborum usu, et abusu hæc fere a Lokio, aliisque melioris notæ Logicis accepimus. In primis duplicem esse usum verborum. Vel enim eo cogitationes nobiscum cooferimus, vel aliis exprimimus. Illum jam attigimus capite superiore, in quo osten debam, maximas utilitates ex hoc interno sermone profluere. Cum aliis autem utimur verbis,aut in vitæ civilis consuetudine,vel in studio Scientiarum. Inquo præsertim distinctioni, et perspicuitati. Ideæ in primis connexæ inter se sunt ex analogia rerum, et ex circumstantiis, in quibus acquiruntur. Sed insuper verbis etiam unæ cum aliis colligantur. Quot ideas unum verbum sæpius excitat? Atque ex verbis hæc alia utilitas provenit, ut in ideiş revocandis, et disponendis ordini, quo a nobis comparatæ fuere,non adstringamur, sed illum qui magis placeat, magisque conveniat iisdem tribuimus. Bonnet Ess. Analyt. Sulzer. Micheælis de l'influ. des opin. sur le lang. etc. Condil. Art. de penser; STELLINI OSSERVAZIONE SULLE LINGUE; Soave Comp. di Locke Iap. al cap. XI.  Scilicet, si circa ideas maxime compositas,  sertim versemus, iisdem nomina, quibus appellantur, substituimus. Nimis enimesset operosum, eetiam impossibile, omnes ideas simplices illas componentes mente revolvere. Quod etiam confusionem afferret, et, ne idearum relationes viderentur, obstaret. Hæc habitualis, non actualis distincta perceptio est idea coeca, et symbolica Leibnitii. circa notiones præ 1 litandum est, ne per se difficilia reddantur difficiliora. Et ne rerum INVESTIGATIONES in æternas quæstiones de nomine abeant. Locutionis perspicuitas, atque distinctio maxime optanda idearum claritatem, et distinctionem desiderat: quomodo enim, quæ confuse percipimus, aliis distincte explicarentur? ad eam confert brevitas, in qua tamen habendus modus;nam ut nimia verborum copia res obruit, ita eorum egestas tenebras rebus offundit. Denique cum iis, qui loquuntur confuse, vitanda fa miliaritas est,qua nihil fortius ad idem vitium contrahendum. Ita autem verbis utamur, ut unicuique idea determinata re spondeat;dequo,sinobiscum tantum colloquimur, nos ipsos debemus interrogare; si vero cum aliis,et dubium sit, an verba ideas claras,etdistinctas in aliorum mentem immittant, tunc ea dilucide explicanda sunt. Id quidem de nominibus idea rum simplicium præstari potest (vix autem erit necesse), si observanda proponantur obiecta,quæ significant,etmodus,et circumstantiæ indicentur, in quibus eorum ideæ acquiruntur. Nomina vero idearum, quæ sint compositæ, decla rantur earum obiectis exhibitis, et addita ipsorum definitione; nec enim omnia attributa patent sensibus, et multa indolem potentiæ habent. Quod si hæc obiecta non existant.Verborum universalium magnus est usus, et maxima utilitas; innumera enim individua una tantum voce comprehendi mus, quæ esset impossibile omnia suis nominibus distinguere. Esset etiam inutile, quia necii, quibus cum loquimur, multoque minus illi, quibus aliquid scriptum relinquimus, eadem indivi dua agnoscunt.  ergo. Sed quæ circa rectum verborum usum,et eorum inter pretationem, de qua inferius, præcipienda sunt, separari vix possunt ab idearum doctrina iam tradita; utrisque enim idem finis, avocationempe ab erroribus. Inter eætiam intimus nexus, quantus inter voces, et ideas. Nunc lum, quæ propius ad verba pertinent, quæque eo loci explicata non sunt. ne actum agam, so meratio idearum, quas simul reflexione, aut pro arbitrio con iunximus. fiat enu Vocibus demum abutimur, si quæ incertam significa tionem habent, non definiantur; si definitus sensus mPombaur. Si in rebus scientiarum artes consectemur oratorias. Namque delectant, et movent, mentemque avertunt a philosophico rerum examine,quas non accurate,sed ad similitudinem exprimunt. In verborum sensu commutando peccarunt vehementer scholastici. V. Gassendum in Exerc. Arist. Exerc. Hic cum Logicis fere omnibus non præcipio, abstinendum esse a tropis atque figuris:rebus enim permultis vocabula metaphorica necessario imposita sunt, aliis utiliter, cum ex iis orationi splen dor accedere videatur. Condil. Art. d' écrire. Translationes propter similitudinem transferunt animos,etre. Neque vero minor utilitas ex verbis notionum;.harum nullum archetypum extra nos invenitur iunctas exhibens ideas, ex quibus componuntur. Id vero præstant nomina, quæ illas comprehendunt. Sunt denique voces, quas particulas appellant Grammatici; his utimur, ut ideas, et periodi membra, et periodos ipsas interse coniungamus. Quisaneusus mirificus est, et ex eo maxime vis tota orationis derivat. Rectus erit,si m u tuam rerumdependentiam, et relationes diligenter consideremus.  Hæcdeusu. Nunc de abusu,quirestat,dicendumest. Iam vero abutimur verbis, si iis, nullam ideam, aut obscuram associemus, adeo ut inania sint, et ambigua: in quo non rarum estlabi;etmaxime verba notionum virtutis,honoris,et simi lium multo pluribus sunt meri soni; obiectum namque non referunt, quod sensus moveat, nec illud quod referunt in in fantia, percipimus. Hinc ea absque ulla significatione usurpandi longam consuetudinem iam contraximus, a qua ut reMilanius, reflexione vehementer nitendum est. Sed abusus verborum etiam ex ignorantia, et malitia. Scilicet, qui partium studio, vel anticipata opinione moventur. Qui vulgo avent imponere. Qui difficultatum pondere hærent et idearum defectu impediuntur. Tunc enim vero ii obscuritatem affectant, verbis inanibus se se involvunt, nova etiam fundunt, atque sesquipedalia. Optimum ergo erit, mentem parumper a verbis abstrabere, eamque in ideas intendere, ne verborum so nitu hallucinemur. Ut verba recte interpretemur, advertendum in primis, notiones eius, a quo adhibentur,'significare. Non igitur suppo natur, omnes iisdem verbis adnectere easdem ideas, et ipsis rerum realitatem apprime respondere. Quæ qui supponunt, de rebus perperam ex verbis iudicant, et ex propriis aliorum ideas non bene copiiciunt. Hisce per summa capita indicatis, advertam in primis, duplicem distingui sensum verborum, proprium scilicet,et tran slatum;namque verba,aut illam rem exprimunt,cui primum fuere assignata. Vel ex quadam similitudine cum re ipsis propria eadem verba ad aliam significandam transferimus. Quod si fiat, sensum habent translatum, secus autem proprium. Nisi quis sensum proprium alicuius vocabuli accurate perceperit, numquam fieri poterit, ut translatum assequatur; hic siquidem ad illum refertur. Rerum præterea conditionem inspiciet,ex qua oritur, ut quædam voces potius, quam aliæ, ad res sensu translato exprimendas, electæ fuerint. Inde clarius is sensus patebit ferunt, ac movent huc, et illuc, qui motus cogitationis celeriter agi tatus per se ipse delectat. de Orat. Translatio est, cum verbum in quamdam rem transfertur ex alia; quod propter similitudinem recte videturposse transferri. Cic. ad Heren.; Alembert Eclaircis., sur les Elém. de phil. Quam vero quisque vocibus notionem subiicit, arguere tuto possumus, si multa nobis nota sint, eaque invicem conferamus; loquentis scilicet ingenium,et characterem; affectus, oris habitum; linguæ, quautitur, vim, etindolem; rem,quam tractat; circumstantias, in quibus versatur; opiniones, religionem, quam sequitur;demum popularium eiusmores, ritus, consuetudines. Haac enim omnia efficiunt, ut licet verba sint eadem, non tamen eumdem significatum, eamdemque vim habeant. Nunc vero singula verborum genera persequar, deque  Difficilius assequimur sensum verborum, quæ notionibus respondent; siquidem præter caussas nominibus rerum existentium communes, peculiares etiam concurrunt, ex quibus efficitur, ut singuli fere has ideas diverso modo componant. Nec eadem semper significatio est vocibus orationis par ticulas exprimentibus; loquentium igitur, vel scribentium affe ctus, et præcipue contextus consulatur,cum ex iis sit dedu cenda. De nominibus relativis, quid advertendum in præsen tiarum,ut recte explicentur? Porro id muneris iam explevi dum agebam de eiusdem generis ideis. Quid de nominibus uni versalibus,quod paritereoloci, traditum non sit? Illud subiungam,voces particulares,aliquis,quidem etc. obscuras esse et indeterminatas, nec denotare, quæ, et quanta subiecta sint; universales vero aliquando particulariter esse sumendas, aliquando non omnia individua generum,sed individuorum omnia  siores esse, iisnonnulla admoneam,ad quæ semper in eorum interpretatione spectemus. Qualitatum sensibilium nomina, colorum nempe, saporum, aliarumque huiuscemodi, sensationum etiam doloris, et voluptatis, non ita accipienda sunt, quasi explicent id, quod est in rebus extranos positis. Nostras affectiones, sensationesque upice indicant, nec vero vim,et quantitatem earumdem. Hanc experimur, non autem accurate possumus efferre. Fit autem sæ pius,ut in singulis maior,vel minor multiplici gradu sit. Dubitari quidem potest,quin ipsæ sensationes apud aliquos prorsus differant, licet omnes iisdem verbis utantur. Omnes arborum folia viridia appellant; sed adhuc videndum, utrum hæc vox eamdem omnibus ideam excitet. Quam dubitationem ingerit di versa corporis temperies, et habitus, nec eadem omnino fabrica sensuum;unde certo oritur,affectiones easdem aliquibus inten aliis languidiores. Nomina idearum compositarum non idem apud omnes. Maxime si veteres cum recentioribus confe rantur.Ne eas igitur ex nostris notionibus interpretemur, sed ex illis quæ ampliores fortasse, vel angustiores. Nominibus substantiarum easdem qualitates non omnes complectimur. Nulli essentiam primariam,a qua eæ nascuntur,et quam nemo novit.   genera significare. Quæ quidem ex circumstantiis, linguarum indole, ingenio, loquendi consuetudine patent dilucide. His fere,quæ adhuc de vocibus disserebam, continentur potiora,ex quibus Grammatica philosophica conficitur: linguarum singulæ suam habent, eaque particularis Grammatica dicitur. Est vero etiam Grammatica universalis,quæ principia constituit omnibus linguis communia. Notandum superest,syntaxim totam legibus concordantiæ, et regiminis moderari. Illæ principio identitatis, hæ principio diversitatis innituntur. Verborum disputatio manca videretur, si de scribendi rationibus haudquaquam dissererem. Non igitur una fuit hæc ratio apud omnes,nec omnibus temporibus;tamen in eo con veniebant, quod signis non ore,sed manu expressis,quæ mente revolvimus, manifestarent. Ac, quæ fuere adhibitæ, pictura, symbolis allegoricis, denique signis arbitrariis continentur. Pictura, aut unam figuram, aut plures exhibet, signa arbitraria, aut ideas,aut syllabas,aut litteras verborum significant. Scripturæ, licet ab ea, qua nunc omnes fere gentes utuntur, longe dissimilis,specimen aliquod hominibus innotuit per imagines, quæ sui res exhibent, et quas conamur exprimere gestibus, et clamoribus, ut iis longinqua designemus. Ad has imagines adumbrandas urgebat necessitas communicandi cum absentibus, et præsentibus explicandi id, quod verbis efferri non poterat. Inde scripturæ origo potius, quam ex cura committendi nostras cognitiones posteritati. Ac homines ex rerumimaginibusidconsiliicepisse,ut illas ad suos cogitationes enuntiandas delinearent, omnium pene De usu, abusu, interpretatione verborum videantur Locke Ess, etc. Leibnitz Nouv. Ess, etc. Clericus art.crit., Du Marsais princip. de gram. Condillac gram. D'Alembert Elem.de Phil. et Eclaircis. sur les Elem. etc, Hinc sensim crescere CONVENTIONIS SIGNA, etomniatan. dem huiusmodi evadere. Quae sola notiones reflexione perceptas possunt exprimere;quae ob multos rerum aspectus sunt neces saria. Namque notiones illae nullam imaginem praeseferunt, nec ulla imago diversas relationes comprehendit, sub quibus res, ut lubet, consideramus. Signa autem, quae ex CONVENTIONES sunt, optime quidem ab eo constituta fuissent, qui singula singulis ideis simplicibus destinasset, suaideis universalibus, aliademum determinationibus individua constituentibus. Enim vero simul iungendo, et apte componendo haec signa, res omnes possent distincte explicari. Hoc scribendi modo philosophus tantum uti potest, nempe ille solus, qui probe noverit, quaenam ideae simplices illas substantiarum, et notionum componant. Quique etiam adeo individua observaverit, ut ea possit plane describere. Illum Paw Recher. sur les Americ. Quemadmodum artis typographicae occasio fuit ars caelatoria et sculptoria, ita occasio scripturae non inepte ex pictura derivatur. Praesertim quum non aliter pictura sit obiectorum in oculos incurrentium scriptura, quam scriptură sit obiectorum quae aures feriunt pictura. Videsis Augustum Heumannum in conspectu reipublicae literariae Signa huiusmodi spectant ad linguae universalis institutionem. Alia ratio, qua ad eamdem possumus pervenire, indicata, vix est N. LXXII., LXXXII. V. Soave Comp. di Locke, qui etiam celebriores scriptores recenset, a quibus ea institutio suscepta fuit. Leibnitii historiam, et commend. characteristicae linguae univers. Traité de la Form. etc. Mémoires de l'Acad.de Berl., ibi Thiebault videtur succensere Michaelis, et non ita difficilem, nec vero inutilem, et multo minus perniciosam, quemadmodum ille, censet linguae universalis institutionem, quae primo illo modo conti. neretur. Sepositis iis,quae de universali lingua instituenda excogitari subti.  vetustarum nationum monumenta, et gentium sylvestrium usus confirmant. Quae scribendi ratio picturae affinis, cum auctis cogni tionibus, relationibus, et indigentiis ad omnia exprimenda non non satis esset apta, paulatim a signis discessum est rerum i m a ginem referentibus, et huius pars tantum depicta, et plures ideae uno signo manifestatae. nenses adhibent; proindeque mirum non est, si tanti apud illos sit literas scire. Quae difficultas effecit, ut nationes pene omnes eum scribendi m o d u m probaverint, quo non obiecta, non ideas, sed sonos verborum reddunt; ad quem duplici via perveniri posse declarabam liter possent, splendideque proponi; multo fuerit satius consilio adquie scere Ludovici Vivis, cuius haec sunt (De tradendis disciplinis lib.III. verba. Sacrarium est eruditionis lingua,et sive quid recondendum est,sive promendum velut proma quaedam conda.Et quando aerarium est eruditionis, ac instrumentum societatis hominum,e re esset generis humani unam esse linguam, qua omnes nationes communiter ute rentur: si perfici hoc non posset, saltem qua gentes ac nationes plurimae, certe qua nos christiani initiati eisdem sacris, et ad commercia et ad peritiam rerumpropagandam. Peccati enim poenaesttot esse linguas. Eam vero ipsam linguam oporteret esse cum suavem, tum etiam doctam et facundam. Suavitas est in sono sivé simplicium verborum ac separatorum, sive coniunctorum. Doctrina est in apta proprietate appellandarum rerum. Facundia in verborum et formularum varietate ac copia. Quae omnia effi cerent, ut libenter ea loquerentur homines,et aptissime possent explicare quae sentirent, multumque per eam accresceret iudicii. Talis videtur mihi latina lingua ex iis certe quas homines usurpant, quaeque nobis sunt cognitae. Quod continuo diligenter, ostendit, eaque tradit quae merito cum disputatione componantur ab Aloisio Lanzio libris inscriptionum et carminum praefixa. Sinensium alphabetum Typographicum ex 50000. signis constat. V. Mémoir, concernant l'histoire etc. des Chinois parles mission. tom.X1., Mopertuis ius auget ad 80000. Iaponenses, licetomnino diversa linguautan tur, quae tamen Sinenses literis consignant,probe intelligunt; adeo verum est haec signa non rerum voces, sed earum conceptus delineare. V. Marpertuis loc. Iam. cit. Nome compiuto: Cesare Baldinotti. Keywords: signum, genere, segno, genere, segno naturale, lacrima, segno artificiale, ‘homo’, conventione, imposizione, idea, ideazionismo, ‘Locki’ – enciclopedismo, illuminismo, ‘discorso sulle lingue’, propositione, articulazione, logica, grammatica, forma logica, modus significandi, imitatmento, il Cratilo di Platone. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Baldinotti,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Balduino: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del vestigio dell’angelo al  Campidoglio – la scuola di Montesardo – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library  (Montesardo). Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Montesardo, Alessano, Lecce, Puglia. Grice: “It is amusing that when we were lecturing with Sir Peter at Oxford on ‘Categoriae’ and ‘De Interpretatione,’ Girolamo Balduino had done precisely that – AGES before, in a beautiful beach town of Italy! ‘vir Montesardis,’ –“ Grice: “Strawson and I, following an advice by Paulello, drew a lot from Balduino’s commentary – especially of the Peri Hermeneias, the section on the ‘oratio,’ since we were looking for ordinary-language ways to render all the modal distinctions (indicative, imperative, optative, interrogative, vocative, …) that Balduino finds so easy to digest – but our Oxonian tutees didn’t!” --  Girolamo Balduino (Montesardo), filosofo.  Studiò all'Padova sotto Marco Antonio Passeri (detto il Genua) e Sperone Speroni, formandosi nell'eclettismo aristotelico proprio di quella scuola. Insegna sofistica in quello Studio; passò poi all'Salerno e all'Napoli.  Nella seconda metà del Cinquecento le sue opere furono occasione di vivaci dibattiti. Alle sue dottrine si oppose, in particolare, il filosofo padovano Jacopo Zabarella. Altre opere: “Perì hermeneias”, “De interpretation, “Dell’interpretazione”; “Quaesita tum naturalia, tum logicalia”.  Studi Giovanni Papuli, B.: ricerche sulla logica della Scuola di Padova nel Rinascimento, Manduria, Lacaita, Papuli, B. e la logica scotistica, in Acta Congressus Scotistici, Roma, Papuli, Da B. allo Zabarella e al giovane Galilei: scienza e dimostrazioni, in « Bollettino di storia e filosofia », Raffaele Colapietra, recensione di Ricerche sulla logica della scuola di Padova nel Rinascimento, Emeroteca della Provincia di Brindisi. B.. “De signis”. It. segnare, notare, segnificare, notificare. Primum oportet ponere quid sit nomen et quiddam in proæmio, ut propositum suæ considerationis ante quid verbum cognovit et infra ab orationibus rethoricis et poeticis, atque his quæ affectus explicant, illam se legit. Item tes cum iste liber cum tota logicae undem modum cong ordine lint considerandæ quo, ex processu resolvente com, siderandi participet, qui ut ante monstrani est instrumen monstrat cum inquit primum bum etc. vers tum seu organum notificandi. Quid inter hunc librum quid nomen quid alios differt? Respondetur. Id interesse et, inter diversos primum, non intentione, cum libros eandem rem eodem. Sed quod primo exequi instituimus dicit opor versa prædicata propria, de illa cognoscantur. Q dis eaq. præs cipia quæ ut deus, et prima in omni tempore, loco, et subiecto dicata ex fine libri facile inveniri possunt demostrationis prin sunt nes mus, extremum nam ut posuis cellaria. Sed suppositione in hoc libro et finis, rum conceptarum res et secundum quid. nam tuimus dicata quinq vocem SIGNIficativam stag are, ut toto, necessario tra verlrum etc. Hæc verbi, orationis, enunciationis nominis, nis quibus eædem libro poeticorum est præceptionem tradere finiendo considerant alterum ut aspernetur et um metrum formandum, bi etc. ponere ergo sumetur non tanquam res dubia inquirendum sum, verum et constans ponendum primo mento magno exemplo explicatur artificum idem ligna ut lignum, sit sed ut per seno post incos unus artifex statua malter, referet tæ, cum suo proprio monius inquiens est, ad metria positi oest. Ita que non nisi ut enunciativa. Sed de subiecto do post secund infine. Regulem logicem ponuntur ut notæ orator et  poeta enunciativa orationis codem modo ista des:ante et SIGNIficativas intendit idenim definitionem nomini suer, sitione SIGNIficantes tionis tantum urilitatem declarat apo demonstra, ad impossibile primo prior de tione simplici et hæc porest. Sed demonstratio viriali cuius, extranea autem quod licer hæc omnia demonstrationis Postremo scientiarum. ne viam atrium et iuxtaponitur uerbo. Magentinus positionis modos modo considerantes est interpretario posis ab instituto, nomen, aim. Ponere seu constituere. Ammonius has tres particulas legit cum ergo sunt prædicata propria, affirmationis et negatio mum ponendum constituat, alterum appetendum explicaretur oportet definire et fugiat. Poeta ad cocinnum orator vero adornatum. Id, quasi istorum quid nominis ad efficiendam. Huic quam retuli rei confidera Averrois, definitio enim inquit Aristotele ingeo navem, alteradarcham considerandi modo, assentit, Amonius definitiones positiones in arte dicuntur. Metafisicae in hoc libro confiderari de oratione, in magno com cuiusratio est primopoft. quam per voces clariores mo prior primo, syllogismus est positis et concessis et concesso, pri oratio in quaquibusdam attingit. Magentinus syllogism ducente hac tenus. Paul e re niam fiunt. Quos cis nunc. De utilitate dicimus ab anima, quæ facile opus suum inquitex proposito patet: ad de et ex inscriptione cepit ergo tertium  modorum quos Ammonius attulit. Su subiceti interpretationem refertur. Quam mitur enim gratia quæri retulimus nam enunciatio ad ins ponere, primo prosupposito tendatur tet non simpliciter sic enunciatio in to, propositum quas per voces clariores NOTIFICARE nostrum esse, de oratione enunciativa. Hic autem finis haberino potest, nisi per hæc præ tertio ait igitur de partibus tractandum est, quid nomen et quid verbum inquiens et Aristotele verba conne fit ita res tractatæ alibi differunt. Requires et ens quia propositum Aristotele quam, necessario. Quona igitur modo sei ungi simplicium essential cognoscenda differentia locus, tamen hic nomen quid ferme omnis explicatur ex proprio fine quoniam et uerbum. Juult ergo cum cæteris ista considerat utg syllogism parte sefficiantur logicus bus ponere sumendum fore pro definire et definit, ut verum strationi deseruiant, grammaticus vero voces tis compositas incongruum sermonem ex elemen, ut congruum, siue oportet ponere, id est definire et falsum declarant. Et novissime ut demons dissentio latina ac sensum accedens ab Aristotele sidiceret. Sed ab his ad Aristotele verba græca et. nam committeretur nugatio possunt? ideo dixit primum est erfide hoc infra fit proprius considerandi oportet ponere  id est definire, magis ut iudico. Hæc ut bene Ammonius cognoscit. Ac.p fine propositis nullo modo tamen, ut omnia moveri commune commodum est id muniter posito primo top. nono.Tertio et concello quomodo sumitur procom de mente Ammonii attulimus gratia explicentur omnibus Aristotele. Quarto pro ea fine ratiocina, pro proprium est. Locis quos adverbio quod nibuscarentibus pro definitio positione fieri ex Heracliti sententia via relinquenda non est docentes, fine via eius contemplationem medio. Secundo poster incommens damus, tenebrisan; circumsusi more feramur, est igitur enumerat: tray in incertum imperitorum via, illa quam toti logicæ Aristotele to magno est. coniung nomine et verbo. Pris. primo post secundo post. et ratiocinatione ex hypothesi. Secundo supra retulimus et hic accepit sed quem modum Aristotele hic fert. Ex hisitaque patet. Arit, resconsiderandas acceperit, verbum nullum proj ea considerantur. Quod si orationem ante etiam posuit et tractavit, non nisi ut genus commune enunciationis, ad verbum. OD rum ordinem pofuisse) tanquam subiecta et tertio prædi num triplex potestelle consideratio: primo ut absolute Cara, quideorum, scilicet ponere sive constituere. Sed SIGNIificant simplices CONCEPTUS. Ita in prædicamentis cons citorcum primo post in parva commentatione: scieny fiderantur. aliomodo secundum orationem, ut partes tiasitunius generis fubieéti, quçcúq; exprimis componitur, sunt enunciationis: sica dhuc librum spectabunt, propter et partes et PASSIONES horú sunt pse. igitur duo sunt per reaenim inquit traduntur sub rationem nominis: uet er se predicata, substantia sive essentia quæ per definitione, et biut SIGNIficant cum tempore aut sine tempore, intulit accidens proprium, quod per demonlirarionem concluditur. etiam. et traduntur alia huius modi, quæ ad dictionum secundo post. Inmagno commento cur tantum pertinentrationem, ut enunciationem conftituunt sed quid istorum proposuit? Ad hoc dicendum mihi uiden quam vistant iuiri ingenium et iudicium semper cum sum tur: ex primo post res quarueif ecf timperfectum, et quasi in mente, non habentuere definitiones. Secundo ponendum quod supra documus, res logicas ut intrumen ta et organa artium  et scientiarum, ad proprios fines et quod satis probatum est supra cum a nobis Ammonius notitiam explicandam referri. His datis patet ad petitios est reprehensus. Præter eaut diximus nome et verbum nem responsio: namdum Aristotele quid prædi et orumponen simplicior asunt decem vocum conceptibus. Amplius dumpropofuit, et propriosfinesquiipsorumpropriafer rationoininis et ucrbi et fi ut materia adorationemenun rendicuntur accidentia, anteposuille dicetur sic enim ora, ciatiuam pertineant: tamen corum rationes sunt commu cionem definiens enunciatilia inquiet non omnis: sed in nes, non ad orationem tantum contra et æ. ut prædicari de qua verum et falsum explicatur et nomen quod vox fit si vocibus simplicibus prædicamentorum non possint, licet SIGNIificatrix. Requirit secundo Ammonius a quo Aquinas cum divo Thomas in ultimo suo dicto contra Ammonii opis mas accepit. Side simplicium vocum essentia in prædica; nionem consentiam: nomina et verba in hoc libro tracta mentistra et auit: cur hic iterum repetits respondet Ammonius. ri,ut cum tempore aut sine tempore SIGNIficant, et non solu unum quod supra tanquam falsum reiecimus. Nam et fi hæc SIGNIificare dicuntur, sed et alia huius modi quæ perlig verum dicat. Ut robique easdem res subicto, rationetas nent ad rationem dictionum. Licet ipse sub inferat, utes men differentes finiri: nihilo minus differentia quamaddu nunciationem constituunt. Non solum affirmatigam enun cit est falsa. Dum inquitin prædicamentis voces simplis ciationem, ut Ammonius afferebat. Si autem ista verba, ces considerariut indicativæ sunt rerum simplicium quæ Aquinas referret addi et tasuperius ut diceret qiftain hoc quando cum temporis mensura SIGNIficant, verba: quando libro traduntur sub ratione nominis et verbi et alia huius, sine tempore cum articulis explicant, nomina sunt dicen modi, scilicet traduntur quem  ad rationem pertinent diction da. Quando pars affirmationis uel negationis, dictio: cum num, tunc inter nomen, et verbum et dicionem distingue autem pars syllogismi, terminus. Sed primum inas SIGNA y ret. Sed primum de mente sua verius credo. nam alii ta differentia dubito: quarationeun quam fiet: ut substan teridemdi et umforet contrasequodin, Ammonium die sia per le existens SIGNIficari possit cum motu? maxime ximus. Postular Ammonius et AQUINO curaliisoras cum prædicamentares sint completæina et tu. Nam quinto tionis partibus missis, solum nominis et verbi considen metaph. septimom et septimo primo physic. ens rationem præposuit? addituretiam. quia libro poetico, quod est, aut existere dicitur, in decem primasres, seu voces partitur: quo ergo SIGNIficari possunt cum tempore! nisi diceres ut sunt imperfe et cres, et in motu cum actione, et passione et generatione lubstantiæ alteratione qualitatis augumento quantitates et ex accidente mutatione eorum quem ut uo referuntur. Seundo nec dubium solve revidetur quod dicit. Sed falsum etiam est in prædicamentis rum orationis partes enumerans, inquit septem elle. Elementum, syllabam, coniunctionem, nomen, uerbum, articulum, orationem. Ad hoc breviter respondent alig qui Aristotele omifisse quediximus, tanquam inutilia et ad rectum poetarum metrum spectancia hic solum mentioq nem fecisse nominis et verbi: pista sunt necessariæ parstes enunciativæ orationis, inquo, Ammonio non aduery voces considerari, ut ad simplicium rerum cognitionem dedu satur nec diuo AQUINAS et fi oratio enunciativa quando que cunt. Sed inftan taliqui. In prædicamentis, Aristotele fini ens in conftetexaliis, non necessario, simpliciter, omnitempore, quit. Substatia dicitur. sed quam uanère spondeantex Aril. Quinto meta et Alexandro Aphrodiseo exponente cognoscant, secundum se inquit vero dicuntur quæcunq; predicamenti figuras SIGNIficant aut secundum Boethium quæcunque figuras predicationis significant. Itaq. Per Aphrodiseus quod a nomine, vel uerbo deducitur:lig verbum hoc dici et significare res simplices, prædicamen ca ad metaph. Non logicum pertinent: sed ut decemu ces, res mediis CONCEPTIBUS A POSITIONE SIGNIFICANT logie corum considerationi convenient. Tertio dubito et tan cuti et legendum, et navigandum alegere et navigare verbo originem ducunt. Similia dici possunt de explicatione Alexandri. Quautitur Ammonius dum de verbo consin dcrans Aristotele inquit. Verba autem secundum se dicta nomina sunt id est simplex habent SIGNIficatum nominis eius simplicibus partibus simile, ex quibus constatoratio. Ita pro Alexandro dicendum. Adverbia plurima ex parte quam vanam explicationem existimo, dictionem, scilicet affirmationis partem vocari. Nam quid interest dicere nomen et verbum vocem esse SIGNIFICATRICEM A PLACITO et afferere nomen et verbum dictionem esse ihuius may de ducia vero nomine aut a parte orationis simpliciquæ nifestum indicium ex Aristotele sumitur. Qui ipsam orationem definiensait oratio est vox SIGNIficatrix, cuius ex partibus aliqua separata SIGNIficat ut dictio, verum non ut affirmatio ergo idem est dictio, quod nomen. Ut habet translatio Magentini. Et verbum. Ergo dictio, orationis communis pars erit, non affirmatione stantum. Nisi per appropriationem dicat illud sed AQUINO vidensuocesalo, gico consideratas non posse decem simplicissimas resnis fime diis conceptibus explicare itaenim secundo intely uim habeat nominis. Et ita si quando goriatura verbo, nihil Alexandri et Aristotele sententiæ officit. Sed cur particispium, quoquam se pissime in demonstrativis scientiarum sermonibus utitur, tam hicquam poeticorum libro relis quit? Ammonius dicit, quia ad nomen et verbum reduciy tur. Alii vero quod idem sft dicunt quia pars comporis ta non simplex orationis dicitur. Quæ responsio magis perspicua et evidens iudicio meo est. Nam primo pos ter, secundo, præposuit dupliciter præ cognoscere oportere, leda sive secundæ intentiones dicentur, nonu tres linere alia namgquia sunt prius opinari necesse est alia vero quid lationibus denotant ad philosophiam naturalem spe et an est quod dicitur intelligere oportet sed cum duas propos tes et metaph. A literalseric, simplicium inquit diction ne rettrese numeravit et ad hoc respondet Aver, optertia ma veneratione sanctitatis probarim: in hactamenre' sponsione dissentio: cum decem voces non solum simplices conceptus sed res mediis conceptibus explicent: loco et subiecto et non nisirespe et uhorum ut pronomen loco proprii nominis. Adverbium tam hic, quam in libro poeticorum relinquitur, uel quiaut Ammonius ait, modum dicit quo prædicatum incit subiecto. aut ut  sрее   species composita est ex his dicas etiam o duas præposuit neccessarias signum est q Aristotele dixit dupliciter præcognoscere oportet et quia lunt, opinari necesse est et quid intelligere oportet ad tertiam vero præcognitionem der scendens, fineullo necessitates verbo additoait quædam autem ut rag nam compositaquæ esse et am tertiam naturam non dicunt distinctama componentibus, explicatis necessariis partibus, coniunctim ex his explicari intelliguntur verum quicquid sit de Arist. textu et ratione quamdi xi: sufficiens ref ponfiofit: qhicde simplicibus partibus Aristotele loquitur, quale non est participium. Coniunctionem omisit, nonquia inutilis, quoniam. infra quod ipseconfirmat hic, et supra contra Boethii opinionem adduxit Arist. dividet orationem enunciatiuam in unam simpliciter et coniunctione unam: quæ necessario coniuctionem expostulat. Nec exomisit ut Ammonius et Aquinas quia pars orationis non est sed pars conne et ensatque coniungens. quoniam Aristotele coniunctionem poeticæ locutio nian numeravit, tanquam orationis elementum. Item in cap.quarto Aver dicet, q syllogismus conditionalis est unus per unam copulativam. Gifoloritur ergo dies est sicut predicativus est unus per medium terminum sed hic medius terminus necessaria est pars prædicatiui sive CATHEGORICI syllogismi. Ergoconiunétio syllogismiexpofis tionefiuehypothetici.Hinc etiam contra eos fequetur inutilemconiun et ionemnonesse: sed hypotethico fyllor gisino necessariam: ut medium terminum prædicativo syllogismo. Alii sentiunt propterea coniunctionem omiy filfe de enuntiatione una simpliciter demonstrationi servienti, non coniun et ione una considerat sed hanc reo sponsionem suprareiecimus: ea rationeq hic liber etiam ad librum priorum dirigitur, proximam syllogismo hypothetico positionem seu præmis lamelargiens. Itemin hoc libro, capit.quarto, propofitam enunciationem ab aliis oratoriisac poeticis seligens, in has duas partitur. itidemq; definite oratione in libro poeticorum eam in hasdistribuit feudi uisit species. Dicendum igitur nobis videtur, proptereahic relictam coniunctionem esse, quia facilis, et Aristoteles sufficiens erat ea parva cognitioquam tradidit in libro poeticorum. Aut secondo dicasquor demonstrativa scientia. Et secundo poft. iuxta ordi niamhic propofitum est de vocibus necessario SIGNIFICATRICI nemquem compositiuum aut componentem appellant, pri bus agere ad interpretationem per voces clariores efficieendam: quem oém orationem efficient nam hic libercom munia principia explicat. Dic secondo q in libro poeticorum cap. septimo, coniunctio significationis est expers: qua de causa definitioni, quæ perfecta oratio est, nond eses Post ea quid est negatio, o affirmatio et enunciatio, u oratio, deinde quid sit negatio, a affirmatio, o enunciatio, oratio. mo genus, quid syllogismus, inde speciem, demonstrationem collegit. Premponens igitur hic ista duo tangfinem unum in tegrūperse ex genere et specie constitutum, primo ait enunciationem, deinde oratione, non ita per se intenta: nobis innato aminus communi ad communiora. Sed hæc responsio improbatur quia. Si ordinen obis innato, seu aminus communi et im per se et oincipiendum est, cur latus ordo ex accidente euenit, ut quando gab imperfer et o furnatinitium quia in libro de anima secundo, textura Magentino cum universe res quas universalia dicunt singulis præferantur, cur hic non primum de oratione et genere, deindede enunciatione affirmatione et negatione ex orsus fit Aristoteles sed primum a nomine et uerbo: nam auta nobilior iincho an dumerat, aut are magiscõi, ut ordone ceffarius servaretur, non anobiliori, cum negationem affirmationi prætulerit non acommuniori, quia oratio fuif setante ponenda. Responder ipse. Solere quandoq; Arist. Hocfacere et are communiori quæ ad singulasres spes et antincipere quomodo hic dicita nominee SIGNIficante substantiam sive eflentiam et a verbo SIGNIficante actionem seu passionem, Aristoteles inchoare sed quare istum secundum necessarium ordinem inter negationem et affirmationem, enunciationem et orationem non seruauerit, ut Gbioccultumomi fit. Præter ca enunciatio ut finishorum materialium principiorum prenstantior est, ergo antepor nendafuisset. Amplius nomen et uerbum, non ideo communiora esse dicimus, q subtantiam aut accidens SIGNISFICARE dicuntur, sed q voces SIGNIficative apositionelunt, non substantiæ aut accidentis, ut naturæ terminatæ, sed communiter omnium ratio ergo est sumpta a processu resolvente finem in causas et principia prima intra rem itas quecum orationem non omnem, sed inqua est verum et falsum, id est enunciativam, ut finems peculetur, et hæc ex nomine et verbo, ut materiis, constituatur necessario ergo primum dehis ponendum quidf snt: deinde complebit reliquas partes processus resolutiui sed subiectum, ut totum potential primas species continens, cognosci non potest finesuis speciebus, sicut totum constare non potnifiex suis constituentibus principiis materialibus: ergo deinde de his quæ ad finem proprium diriguntur, dicendum, quid oratio et enunciatio, ut completes finisele et us habeatur: quiahec in affirmationem et negationem dividitur ut pris mophy intelligere et scire, id est intelligere scientificum: quod Auer. Finem rerum naturalium pofuit. Item genuscum principali sua specie unum finé constituit, acea uno proce mio proponuntur et epilogo colliguntur: ut primoprio rumde syllogismo tradaturus, resoluentem processum efficiens a principali fine inchoauit: de demonftratione et  Propositis communibus, ut materia, principiis, quæ per se SIGNIficant ia omnem orationem conftituunt: nunc de coniumctis ex his principiis et conftitutis proponit. pri mumq; ait Deinde, ut diximus ex Ammonio, ordinem et urum proponit de rebus omnibus: deinde de elementis, denotata principiorum constituen tiu madres constitutas. Et de omni anima prius quam hac autilla animaratio pof t e a inquit quid ne a t i o affirmati o et c Hic quæris igitur et causa ordinis a dnoscelatiesta notioribus nobis Diiii gationem affirmationi prætulerit. Ammonius ait prius nomen perfectius posuit? Item in situs, et ad nosre asenfuuisus incepit ut Auer. aitineodem libro. de anima de intellectu prius quamdesecuny. dum locum motiva potentia. Similiter secundum accidens est ut a comunioribus five minus comunibus pro Milanius. Nam de generatione considerans de ea generatim sedin ruit: et fi per se non SIGNIficat ut ait Aristotele licet SIGNIfica, demonftratio intenditur quam syllogifmus. Et primophy. tionem non impediat perfead hunc librumnon per primo finem proponens rerum naturalium primum, dixit. Et at, quietiam per se SIGNIFICANTIA principia ut materias spe quoniam intelligere et scire contingit, id est rationem ellen culari conftituit. Quarenon inutilis quidem coniun&tioerit: tiam ac naturam ipsarum, inde scientiam per demonstras sednec necessaria pars SIGNIficans, orationi per se, id est, tionem acquisitam ratione et eflentia posita et explicata omni conveniens oratio autem divisa in species duas, per definitionem, in fine explicando, nobilius explicavit, quas monstravimus, conjunctionem a poetica, ut eius parti ac magis intentum. Sed ad huc dubium remanet curnes utilem, mutuo accipit sed ad enunciationem relatam ut primo priorum, prius TEX. BOEZIO. ordine ad nos relato, ab imperfecto ad perfectum procedit et   tum negatio enim diuisionem continet, affirmatio autem in compositione consistit negationem igitur affirmationi præposuit, et magis ad partes accedir, compositioautem ad totum. Sed ueniat anti uiri fit dictum negation magis composita dicitur quam affirmatio, cum additione negan cis particulæ, affirmatio efficiatur negatio. Ad rationem orationem quatenus ex luis materialibus principiis cons harum alter utra præferatur. Sed contra dicimus, pris mo hic liberad demonstrationem dirigitur, ut ipse fal dem, fic nece ædem voces. Quarum autem hæ primum NOTAE sunt, eædem omnibus PASSIONES ANIMAE sunt et quas rum hæ similitudines, res etiam eædem. Sunt quidem ergo hæc in voce, earum in anima passios ad modum necliter et omnibus cædem, fic nec eædem voces. sentiens cum Magentino reprehenditura Sueffa. adiu mentum seu commodumin proæmio, nointractatupræ do secondo phy.tertio.natura est principium motus et quietis, per se et non secundum accidens ita que ex his positis sequitur negationem instrumentum explicans con fitione formam eflentiam q; cognoscimus hoceft agen rium et dirigentium ad ipsas. Oportet igiturante cogno! Scereea exquibus est definitio: propter eaq ifta præcogni tetur, quææternorum est non autem ad eaquæ possunt ponitur. Diceret enim ille utilitatem totius libri et subiecti esse et non esse. Amplius et fiinuno, quod de potens anteponenda, non utilitatem cognitionis, perquampro tiaadactume ducitur, non esse prius fit eo, quod est: pofitad eclarari, ac definiri possunt. meæ etiam rationi nontamen simpliciter in omni natura: cumea, quem poten responderet. In sequenti textu commodum quale fitex tia continentur, non nisiaba et tu, ac eo quod uere eft in plicari: sed quam in ordinate ac fine arte id faciat, uides actume dantur præterea cap.quarto enunciationem in rintalii, retamen idem cum Ammonio sentit quiait Ari. has duas species diuidensinquit. Prima autem oratio docere uelle nomen et verbum quorum finitiones promi enunciatiua est affirmatio, deinde negatio ergo analoga, fit, voces SIGNIficativas esse, quod ifferata vocibus nonli aut per rationem ad aliud nonç que diuisa participatur ab SIGNIficantibus, ut scindapfus docetom quæ inprimis, ac utrii: fedde hoc fuo loco dicemus. sicut Ammonius di proxime ab ipfis vocibus in dicentur. conceptus, scilicet durum promittit: Mihi quod uerius probatur iftud est, primo: quorum interuentures explicantur.quæ omnia, hic affirmationem et negationem numerariut plures species enunciationis, id est oppositionem contradictoriam erficientes. Quæ infine fectionis fecundæ, in hoc conssistit. ut aliquas edeiiciant, deftruant, abiiciant, atque ne gent; in hoc autem efficiendo potissimam et inprimis vim habet negatio. Quade causa ibi primum ab Arift .numeratur, ut secondo de anima cum species subiecti fint plures, ex enumeratione ipsarum precognoscitur esse, id verum in demostratione, iti demin definitionem ons quod anteponendum est, prius quam tractatus cognitioaut definitiohabeatur. Secundo sciendum primo topic. ofta  Opposita secundum contradictionem protenfa alterum oppositum explicare.Et primo post. octauo. In antiqua commentatione, de omni eft quod non inquodam quidem fic, in quodam autem non nec aliquando quisdem sic, aliquando quidem non. Jitidem et tex. Quinto scire autem simpliciter opinamur: sed non sophistico monitionis: qua simplici conceptu fine assertione seu compo iun et a et  divisa, notio rem esse quam affirmationem nam ta, ad eam habendam nos dirigunt at qzillamex præno attendere folemus diligentius ad contraria, ut nobis ads uerlancia, quam eaquæ sunt nobisi nnata. hæc autem affirmatio, illa negatio explicat per externa, explicantia ti sefficiunt. Arif. igitur quoniam dixit oportet nos constituere, siue ponere quid nomen, et uerbum etc et com muniter hæc erunt voces SIGNIificatiuæ positione aliem fine quodam modo alterum sed cum iple species ex propriis very explicatione, aliem cum vero. iccircoiftatria antemani principiis internis definiuntur, I uxta ipsarum naturam, feftat: nesue definitiones fineratione et fineea quam ipse proprietatem et ut ad commune genus proportionale tradidit arte ponantur, at constituantur. In hoc textu eu analogum referuntur, finienda sunt primo, modo hic in proæmio negatio præposita numeratur, ut instrumeng voces esse SIGNIficatiuas: quod Ammonilis exponens cum tum est habens ellenorius: secondo autem modo infra in Magentino ait quattuor ad ho cutilia effe: rem, conceptum, tra et tatu et propria definition subsequitur itainfra intely vocem, et literas. Amm. autemait Aril. inchoare, nona lectus quando plineuero est et falso: circa composition rebus, quæ perse, nec simplices sunt nec compofitr: id nem enim est falsum et uerum. Querunt novissime curuo enim habent conceptus sed a vocibus, tr"fine quibus dis cem omiserit. Sed Aris . infri ad hoc respondebit ut supra sciplina et præceptio fieri non potest aitam; nullam facere etiam a nobis fatis est dictum. Propter ea ad alia contendamus. Aristotele de literis mentionem g nullius ui funt ad proporto et fiuerafint, dimin Pombaamen ponunturcum aliammay gis intentam differentiam SIGNIFICARE SCILICET A POSITIONE, NON NATURA relinquat, quamtamen Alex. et Pfellius prosequuntur et in expositione tex. Ammonius A uer. ato alii non omittunt unum ergo et idem cum hissentiens, eorum veritatem confirmo. Cum nominis doctrina et dissciplina ex ante posita fiue præexistenti fiat cognitione, ftretur et testimonio Auer. confirmetur. primopost.ses cundo. et Arift. primo Metaph. et apud Alex. pri motop. quarto oportetenimait Arift. ex quibus eft de finitiopræ scire, fiue ante cognoscere et Alex. inquit definition per omnia nota et precognita procedit et Averroes primo post. secundo. fic. etiam uerisimile eft effe dispositionem specierum prænotionum conceptionis id est defiunumeorum quæ diximus explicatur, nomen et verbum  primo secundo. hec autem quandog imperfctiora, TEX. BOETHIL. Suntergoea, quæ funt in voce earum, que sunt inanie quandoy perfectiora, minus communia autcomiora. Ma ma, passionum not&,o eaquæ scribuntur, corum, que gentinusaitq cum evidentia dixerit, abhistanquam abdi tis et occultis abstinuit. Aquinas dicit gquia Aril. cępitapar sunt in uoce. Et quem ad modum nec literæ omnibuse et s tibuse numerare: ideo nunc procedit a partibus ad tol adducam dicitur. aliud effe dicere num note: O quæ scribuntur eorum IN VOCE. Et queme procedere, quia magis sensate sunt de anima instrumentum, seu Atat, esse magis minusu e compositam aliud finem habes PASSIONES ANIME SUNT, o quarumbæ similitudines, res quoquecedem. re ut alterum coniungicum altero, aut feiungi ab altero enunciet. secundum concedimus: sed exillo affirmationis naturam magis compositam esse, sequi negamus sed Magentinus dicit q enumeratis nominee et verbo et aliis eorum definitiones tradendæ erant, quas ponere constistuerat. Sed hoc Aril. non facit: sed caput proponit quod nobis ad iumento erit sed quod fit ad iumentum non exiplicat, nec increpandus ame eritut Herminius idem negationis potius. Secundo respondet p in hisquę possunt efle X non efle, prius eft non effe quod SIGNIficant negatio, quamefle, quod explicat affirmatio sed ut species sunt æque genus diuidentes, sunt fimulnatura, nihil grefert Quorum tamen hæc primum notæ funt, eædem omnibus i ta con    la contemplanda. Quod fi ita est. Cur ergo iftorum quat PASSIONES SEU CONCEPTIONES esse omnibus easdem:id est tuor meminic? Et si infra longioribus, nunc tamen quod ellea natura: Expolitores non explicant qua de causa, ad rem pertinent dicamus et brcuiter: finem huius libri interpretationem esseut fupra pofuimus hæc autem ut lov gicum instrumentum et organum cognoscendi, ad explicationem rerum dirigitur, ac tanqua multimum et perfe netemere et fineulla ratione iddrift pofuiffe dicamus. notandum, sexto topi. In explicandis partibus defini tionis oppositorum, non tantum opus effe oppoftiscum negation præpofita, sed etiam rebus huius modi, quiz intentum finem refertur interpretatio uero rerum non busdefinitio feu definitionis pars tanquam habitui conue fit nisi per voces clariores SIGNIficantes A POSITIONE, aut perl iteras cum voces defuerint propter eanecresomi lit, sed tanquam fine multimum et in primis intentum por fuit tertio enim mera meta nemo define consuls nit: nam per se habitus per privations noscuntur: licet quodammodo id est ut commentator primo pofter, in magna commentauone et primorheto. cap. quin toinepitomatibus logicalibus explicet alicui generi ha minum privatio, atque oppositum cum negatione praeposita, alterum manifestet. quam obrem topica loca constituunt. Qomnibus, aut pluribus ita uidentur. Cum igitur supra explicasset, li voces SIGNA ESSE A POSITIONE, ex appo fat: fed ftatuitatq; ponit: sed quomodo et per quæis finis eueniat deliberat. nam primo ethico septimo, fifinem tanquam exemplar habuerimus, magis intelligemus quæ nobis sunt bona et septim opoli. in principio: duo funt inquibus omnis commendation bene agendiconsiy fito cum negatione præmissa, nunc eadem explicat pary ftit. unum ut propositum ac finis recte agenda subjaceat: alterum ut eas quæ in illum sinem ferant actiones inueniamus, resigitur hic non relinquuntur sed tanquam fines explicanda ponuntur. Nec literæ fruftra ab Arift. nume rantur cum vocum fungantur officio: hisq; principibus explicatis,& quæ scribuntur aperiri intelligimus huius enim caula quæ sunt in voce conscribimus, ut absentisbus uocibus, res concepta scertius, uberius et firmius teneremus quæ enim uox, tot philosophorum, a nobis absentium, sententias unquam aperuit ad quas eorum libri nostam facile deduxerunt, ut possemus aliquando quid ticulamex opposite positiuo passiones enim et respros prereaq eædem sunt omnibus, NATURA SUNT, NON EX ARBITRIO ET POSITIONE ex opposito voces, ac scripiuræ quia non sunt eædem, A POSITIONE, NO NATURA SIGNIFICANT. aHinc etiam differentia vocum A POSITIONE ET PASSIONUM sive conceptionum et rerum colligitur et approbationem intelligat, ex græca particular aperitur. quæ diciti quorum quidem. Quæ particula causam propofiti explicat, non controversiam. Quioaduerba, Ammonius primum obseruat.q cumde uocibus et literis diceret Arist. ait. quorum ex SIGNA sunt sed passions similitudines re senserint eorum scripta fæpius repetentes a gnoscere: No rum uocauit. Quia simulacra rerum naturas, quoadlicet igiturut Ammonius dico nihilo pusesse scriptis. Sed dico, representant ut inpi et uristidetur inquibus mutarefor magis fuisse conveniens Arift. nomen et verbum et c des mas præsentatas non licet. litin Socrate pitto calvo, fi finire per uoces quæ in disciplinis quasalio certo duce mo, oculis prominentibus SIGNA vero et NOTAE totumha per discimusfacile primas tulerunt: quam perscripta: bent ab impositione et cogitatione nostra, ut in militum quibus periti occulta cognoscunt et percepta declarant, SIGNIS ET NOTIS diversis a; institutis conspicitur. Sed cong Nunc ad litera mueniamus ea quæ in uoce sunt, cons traquia secondo priorum. de enthimema te tractans. fi stunt, aut continentur, sunt SIGNA se unorem ounebonor enim duo hæc significat earum passionum i.eorum conceptuum: quos patitur, id est, ut formis perficitur phantasia, mens, seu anima, ut Prelliusait et quem scribuntur SIGNA ac NOTAE funt eorum quæ in uoce consistunt. Etquemadmo gnificans.quiaidemuerbum,lignum,&notauocatur. dum necliteræomnibusexdem ficneceædem uoces.} Explicata prima definitionis particula, núc ad secundam accedit q uoces A POSITIONE SIGNIFICANT. Id que approbat Arifto. ratione fumpta ex opposite cum negation prol tensa. Quodquodam modo notius, alterum palam facit. primo topico et auo, hinc facile confirmatut experimen Arist. quod supra de negatione ante posita affirmationi docuimus ratione sed oppositum ei quod est A POSITIONE elle, estelle A NATURA: quæ eadem omnibus in est ex opsposito igitur ratio in hunc modum formetur ad conclusionem ex similinotiori in litteris innuendam, id natura esse dicetur quod eftomnibus idem; natura enim princiy pium est perse& deomni: quæ igitur non sunt omnibus eadem, non natura sunt aut significant. A negatione proy Prætereasi hæc differentia uera esset, acillam Aristot. ex his uerbis intenderet, his tantum nominibus pofitis suffincienter explicasset, dum diceret. Propterea quod uoces et literæ SIGNA ac NOTAE sunt, A POSITIONE SIGNIFICANT. PASSIONES vero et RES quia SIMILITUDINES SUNT A NATURA. Ita in finiendo nomine et uerbo sufficeretsiduntaxat dixisset, nomen et uerbum es tnota non igitur addendum quog cesfint A POSITIONE SIGNIFICANTES et hic omittendum fuils set, quod voces et literæ sunt notæ fue SIGNA non eadem, neidem calu, actemere refricaret. Mihi ita sentiendum videtur. Ovuboloy superior “NOTAM” (NOTARE, NOTIFICARE), “SIGNUM” (SIGNARE, SIGNIFICARE), “VESTIGIUM” dices re quæ ita dicuntur quia ut notiora exterius NOTIFICANT, ac ut VESTIGIA pedum significant. Hoera autem, id est PASSIONES SIVE CONCEPTIONES non ita: quanuis interius priæ definitionis ad negationem definiti henc propositio, similitudines rerum vocentur: rem tamen et fiinterius, quia perspicua, approbanda non est: sed lumiper senoi exterius non aperiunt propterea igitur voces et literas fi, tam oportet, alibi quodam modo declarandam: Allumy SIGNA ET NOTAS vocauit et  PASSIONES SIMILITUDINES quia ille prio, id eft minor propositio in textu ex oppofito cumne exterius, hæc interius manifestant. Secundo ex dicti sfaz gatione præposita notiori in literis et quemadmo! cile reprehenditur syllogismus quem Suella formauitex dum neque literæ omnibus eædem: fic nec eædemuol litera dum afferit Arifto. uelle probare voces et literas ces conclusio consequetur. Igitur nec voces A NATURA SIGNIFICANT a quume uarient, A POSITIONE haberi, conceptiones ver et SIGNIFICANT et non omnibuseç demerunt. Quorum aux res, cum non euarient, natura esse. hocto tumuultelle tem.; Approbata minori propofitione ex simili notiori præceptum et complexionem fiue conclufionem ad qua inliteris, in quibus idem prædicatum inuenitur. nunc inferenda mait Aristotele in textu ratiocinari. Quæcung sunt alia duo, conceptus scilicet, seu passions et resmanis aliorum SIGNA VEL NOTAE, positione se habent. Uult deinde fe stata natura effe et ita ead emomnibus, inquit ledpal, quom dassumptionem, id est minorem Arift.ponatibi funt Gones animæ quarum hædi et æ uoces primum nuly quidem igitur quæ sunt in uoce et c. id est sed nomina et lointeruentu, noræ sunt hæ animæ passiones sunt cæs uerba. Et scripta sunt signa et notæ aliarum, voces, Ccili demomnibus et res quarumhæ passiones sunt similitus c et conceptionum, et scripta vocum: sequitur conclusiout dines, etiam eædem funt. Sed cuius gratia manifestat putatibi qaemad modum nec literæe ædem ficnecuos Aristot. ipsum definiensait, syllogismus est imperfectus: ex signis ubieodem uerbo ut itur ad ex plicandum SIGNUM NATURALE E SIGNUM A POSITIONE uana iti demerit, assignata differentia Magentini. non fita positione ceseæd emerunt ubi sic ingræco non haberi affirmattur. Sed primær esponsionis partitio, feudiftinentio, quo quod manifefte falsum eft Toosenim sic latine significat nam modo fit uera in primo suo membro, supra longios et quem ad modum et ait et uim habere inferendi fæ ribus disservimus cetera tamquam uera probanus. Seddu pe consueuisse. Sed obiurgandus est Ammonius qui lis SIGNUM ET NOTAM ait approbationem, id est probationem bitabis Vox SIGNIficatrix est per se genus nominis et uery bi: igitur vox erit generis pars communis, per se unum constituens: duo igitur consequuntur. primum naturale,unā per se constituerecum artificiali, et ens reale cum enteratio, nis: secondo partem efle intotoniinuscommuni: signifi care,scilicetapositione,effeinuoce,quæeftmagiscomo munis. Qui modus improprius dicitur eius, quod est in esse.q nomina,& uerb auoces, et scripta a positionef SIGNIificent: cum secondo priorum In Epiromatibus logica, libus, de rhetorica persuasiua et syllogismo contradictoria SIGNA enthimematis et demonstrationis et topica etiam,  non a positione significent. lignum ergo, et NOTA, commune est ad signum, quod EX ARBITRIO ET inftituto signifiy alioelle. quartophy.Adprimum&finihilhicneceffario cat,& signumnaturaconsistens. Secundo propria eius ratiocinatio confutatur: non enim unus est syllogismus in textu quen suo arbitratu diuisit, sedduo. Vnus quonos mina Aristot. Et verba voces esse SIGNIFICATIVAS declarat: quod amedi&um est Paulo antedum primum in textum hoc modo quæ sunt in voce sunt NOTAE ET SIGNA scilicet SIGNIFICANTIA exterius earum quæ sunt in anima passionum minor siue assumptio, ut pofitio per se nota, ap Aris. dubitarem res logicas ut habentes esse imperfectum et quasi in cogitatione ut subiecto: in voce ut SIGNO,aliam naturam ullam sortitas non esse, quam eamquam anima probationis non indigens ponetur. Cum nomen et uers ex arbitrio finxit: ut ad aliud SIGNIficandum exterius refe bum definiet, sed nomen et verbum sunt SIGNA seu voces: ratur. Ficut ea, quæ artificum manuseffingunt præterna itaq; maior, ergo et c.propositio allumpta est, ut per seno turæopis, lignum, scilicetæs, aurumue, nil reliquumha ta. SIGNUM est illa græca particula quidem igitur quæ bent, nisi quod ars uera per sua inftrumenta hoc uelillo uel executionis fit nota, uel fi neulla approbatione ex propositis inferens, meam sententiam confirmabit id esse fine approbatione aliqua positum. ut communiter affertum abomnibus: Secundus syllogismus eriti bi. Etquems admodum et c ut secunda pars definitionis ponatur, SIGNIFICARE, SCILICET, A POSITIONE. Quod tanquam per se notum, non demonstrat, sed quia non omnino, cinealiy qua controversia est consessum propter eaquodam modo ex opposito cum negatione præposita manifestat. Quod in scriptis est manifestius, a positione sint; et eui dentius conttantius q; manifestent. Syllogismus igitur erit. quæ non omnibus eadem sunt illa non a natura quæ in omnibus uno modo invenitur: per se idem in omnibus similiter operans sed A POSITIONE sunt et SIGNIFICANT minor in textu. Et quem ad modum nec literæ omnibus eædem, fic nec uoces eædem. Ita que maior propositio syllogismi Suessenon est ad hanc inferendam conclufionem, quam nostra secunda ratiocinatio intulit et quæa suessa ratiocinationis conclusion et complexion dicitur, no bisminor secondi syllogismi cum eius approbatione ex simili literarum uiderur nam fine ulla controuersia ut bene animaduertit Ammonius scripturæ et literæa positione significant licet quodam modo uertaturindus biuman nomina et uerba, nátura, ut Plato uideturassere re, anaconfilio, ut Arift. sentit, significare dicantur. hinc. per se unum constituit cum voce, naturali opera anima ut fequetur eum non aduerba Arift. ne que sensum dicere. dum infecunda sua expofitione afferit, quam Alexandri et Afpafii esse confirmat, hic Aristotele velle colligere similitudi singulare opus naturæ est, fed ut indiuiduum ab arte for matum. Itaque nec primum sequetur, naturale cum arti ficialiunum per se constituere: quianon ut naturale, sed nem inter scripta et uoces. Sed q ex hoc predicato, significa ut arte effectum, formatum cum sua causa formali perl e re ut non idem, idefta pofitione: quod norius et firmiusin unum efficeredicitur: similiterres logicas et placitum scriptis uidetur. Inferti demde uocibus significatiuis, tan uementis arbitrium in uoce contineri affirmamus: non quam genere proximo nominis et uerbi et omnium alio tamen ut opus naturæ eft, per se unum genus conftituit, rum. Quærit secundo Ammonius: cur Arift. non dixer fed tantu muta positione, et confilio, et cogitatione fal cit. uoces sunt SIGNA CONCEPTIONUM. Sed eaquæ sunt in et um eft, ut vox ad hoc uel illud explicandum ponatur. Voce irespondet primum: cum triplex fit oratio, concel et ex communi imponentium consiliore feratur. Sica pra, in uoce; inscripto: de secunda hic loquitur fecuny mentis relatione, que in uoce ad significandum relinquis do respondet, voces naturae dimus ficut uidere, audire: aliud eft ergo uoces esse, ut opus naturæ, aliud nomis na et verba a positione et nostra cogitatione, quæ uoce utuntur, nam quem ad modum ianua dicitur lignum, et nummusæsue laurum ex arte, quæ imponit figuras et tur, uocem naturæ opus, artis logicæ inftrumentum et opus artificiale per leunum et ad alterum SIGNA ng dum relatum conftituitur. Ex his ad id quod secundo consequebatur patet responsio non enim in conuerniens eft minus commune, quod formam et a&umdig characteres: eodem modo et uoces dicuntur nomina, cit, contineriin alio magis communi quod  in potentia cum a locutoria imagination fingunturac formantur, fie exiftens per ficiac formariabali opossitminus commu; gna eorum,quæ inanimouoluntantur,& talem sunt formamadeptæ:utex positionefignificent.signum est uoxmutorum articulata, quæ quianon ex composito et  institutione aliorum eft, ideo nomen et uerbum non dicis ni.ut de intellectu et cogitativa Auer opinatur de anima altrice, sentiente et rationali et ex Aristotele confirmatur secundo de anima. Postremo in uoce, perfe&io placiti, seuarbitrii, confilii, &pofitionis, effet dicendum sed metaphyfico et naturali hæc quæftio difficilis relinquenda ellerbonitatis, tamen gratia, quam breuissime poterore spondebo. Sed animaduerten dum primo modo effigiantia progenuerit. Hoc,alterum comitatur, easdem res logicas, uts ecundo intellecta, ad logicam non ut scientiam sed artem spectare namearuni, mentis arbitrium, ut externa causa efficiens assignatur aquo effig ciunturea, quæartiu et scientiarum explicationi conuer niunt et in uocibus, acaliis notioribus regulis apponuntur primo post secondo poster tertio ponens dum metaph. Non eodem modo, omnium unitatis per se causam requiri. Alia nanque, quæ matelriæ conditionibu suacant, ut intelligentiæ fiue mentes, fta timens et unum persesunt. Aliaquæ ex materiis constant, unum per se fiunt q hocidem, quod ens potentia erat; idem fit et u:efficiente tantum educented epotens tiaina et um artificialia per se unum conftituunt, secundo physica secundode animao octauo, non cum subiecto ut naturæ indiuiduum est, sed ut arte formatum, viue effigia tum est: artis, ac formæ artificialis esse recipiens. causa enim propria cum sitars, et esse us artificiale quiderit. Ficut causa propria indiuidui et esse et in naturalis est forma et substantia, effe tum igitur subftantia erit, ita proportione et similitudine quadam, quæ de unitate et definitioneres rum artificialium dicta sunt: fere eadem de rebus logicis, et v ocesignificatrice a positione dicenda sunt non enim quod in uoce ex consilio et mentis arbitrio pofitumest, quibus quibu suoxipsa, quali formatur et denominatione exo trin. ecus SIGNIFICARE A POSITIONE dicitur, atque, ut aiunt, per attributionem placiti, ut formæ specialis, uoci, ut cantibus omnibus, non definite contractis ad nomen et verbum: nam uox significativa partem communits imam generis nominis et uerbi et orationis conitituit non pros materiæ sive generi magis communi ad sunt. Nec incon prie nomen et uerbum tantum. Differentiam aut eniliter ueniens modus ellendi in alio eft, minus communisinma rarum abelc mentis quam Ammonius accepita Dionysgis communi fiue formæ in materia, ut Suetreuidetur, quo fio, lumasab Arist. in libro enim poeticorum ait. Eles niam quarto physica Primus modus numerator partis in mentum uocem effe indiuuduam: ergo proprie in uoce sed toto, secundus totiusin partibus tertius specie ingenere, ad sensum patet literas partes eorum efle quæ scribuntur. Quartus generis in specie, quintus speciei, leu formem inmai Quæriturcur passiones uocauit et similitudines uelfimu feria  et c. Nec ualetfua obiectio contra Porphyrium: lacra. Ut Ammonius dicit. Sueffar espondet propter eafie sequeretur Arist. Intam paucis verbis ambigue dicere. Militudines appellari, qarederiuaniur: passiones uero, ut animum ipsum perficiunt:c onceptus, ut principilim et ratio intelligendi. Sed contra, quiarecte Ammonius interpretatur, simulacra rerum dicuntur, non quia causa, taarebus ut phantasmatibus siue sensu perceptis sed quoniam rerum naturas, quo ad licet, representant ut in picturis demonstrate in quibus mutare, ac transformare naturas representatas non licet. Præterea conceptus, nifi constituantur nouarum rerum uocabula, rem iam concer ptam et cognitam supponunt. Non igitur proprieprincis piumseuratio cognoscendi dicentur: nisi ut species et phantasma, ut obiectum alumina intellectus agens, eft des puratum, uta iunt, formatum et illustratum. Item non explicatquem animum passiones perficiant. quianon mentem per se impatibile in, ut Auer. opinatur. Sed animam seu mentem phantasticam, id eft existentem in phantasia ut oprimePsellius explicauit attributiue enim mens quia dudicit eaque sunt in uoce. Sumitur ut parsminus communis in toto, id est inmagis communi. cum vero sequitur, sunt SIGNA earum passionum quæ sunt in anima nunc sumitur ut accidens et forma in subiecto. Sed constraquia æque ipsum inconveniens hoc sequetur: cum placitum, fiue consilium, uoci non hæreat denominatione interna, id est intrinsecus sed a confilio imponentium attributum, ut SIGNOf Placitum ergo fiue arbitrium, pactio et mentis cogitation eft in uoce ut SIGNO non cui extraanis mæ operationem inhæreat: sed passiones animæ rationa liconueniuntutactueamformantesacperficientesetiam dum dormimus. Item proprius modus elrendi in alio maxime dicitur ultimus,utinlocoueluale aliitrans lumptiue, id est per translationem, ut Arift et commentator afirmant. Tertio queritur quod primo loco quæren dun fuerat an per uoce, ergo aliquid ex propofitis inferat, an executionis fit nota AQUINAS ait ex præmissis concludere, hoc modo quia Arift. dixit oportet ponere quid nomen et uerbum et c Shemc sunt uoces SIGNISficatii caduca et infirmapatibilis et poftremo in homine sola mortalis. Sed hic primum quærocur solum Arift. passion num et similitudinum seu simulacrorum meminit: Respo deturcu principio intelletus fiue mens phantastica rerum qualia dumbratas intelligentias et similitudines recipit, his ut patiens i l lu f tratur u t patibilis intellectus. Hinc requistur, eas similitudines, ut animam perficiunt phantasticam, passiones vocari, perficientes, ac illustrantes eamnuilo contrario ante corrupro. Hemec similitudines dicuntur ut o intendimus ex Ammonio jur rerum naturas quo ad licet representant et conceptus, ut abintelle et tu patibili seu possibili concipiuntur, autiam sunt conceptæ. Secundo ponendum intellectum patibilem, idest possibilem ad passiones et similitudines cum eas primum concipit conferri, ut poteftate eft omnia illa, tertio de anima quem ad modum TABVLA RASA in qua nihil esta scriptum siue fir et um. Indeetiam sequitur tertio intellectum semper esse uerum. tertio de anima id eft non errare. sed intelles Etu ssecundo progressus ultra componit illas passiones, ut simplicial intelle et a: et hoc quando ßuerequandog false compræhendit ut infra sectione quinta datur opisnio falsa ac apositione, confilio, fiue arbitrio opinatur. Buntur sunt notæ eorum quæ sunt in voce, non autemdi dequibus Alexander forteait dee isdem rebus fæpe uæ: ergo oportet uocum SIGNIficationem exponere, seu rectius ponere. Contra placet Sueffecum græcis omnibus notam elle executionis. Sed nec ipse quicontradicit diffi cilere fellitur, non enimdiuus AQUINAS afirmat ergo aliquid supra  tra et tatum, seu, ut ipsia iunt, colligere supra execustum, sed ex prædicatis ac præceptis inferre, infra confidei randaspræ cognitiones ut nosetiam diximus et itaes xecutionis est nota propter eanon uniuersatim eft uerrum quidem igitur notam efle executionis, quæexan te positis no ntr a haturnam nomen definiens, nomen in quitquid emigitur eft uox et c. definition autem nominis exante cognitis partibus sequitur similiter secondo priorum deenthimemate tractans, declarator et posito quidfis gnumdicatur, intulit Enthimema qudem igitur est syllorgismus imperfectus sed alii arbitrantur, ornatus causa a græcis poni.fica NOSTRIS LATINIS quidem enim adexory nandam orationem ponuntur: Mihi Arift. uerba et pro cellum consideranci, quando que epilogi, quando q exer cutionis, siue ornatus ellenota uidetur: quod facileex fuperiore et inferior scriptura, ne ambigua estimentur, perspicuum fiet. Quærit Ammonius cur dixerit. quçscri nos diuersos sensus habere in quo Magentinus fruftraconatur, Alexandrum arguere. itaphi sensusuarii quos exueris simplicibus cognitis et eifdem, acanaturacon di non sunt literem et elementa sed horum partes i secundo fiftentibus intellectus coniungit non omnibus iidem Xerit .literæ et elementa sunt SIGNA eorum, quæ in uoce: duobus modis respondet, primo hic Arif. de nomine et uerbo, acaliis propositis in proæmio speculari, cuiusmo aitq si'uerbum Aris ad omnem dictionem extenditur litteræ proprie sub his continentur quem scribuntur, elemens taueroquæ proprie in prolatione consistunt, subhisquem in  oce. Sed Arift. generatim loquitur de vocibus SIGNIficatiuis ut pars definitionis eft omnium, quæ in proæmio definire proposuit. Sed in libro poeticorum elementum definitur, a uox fit indiuidua: non omnis, scilicet per se significans sed ex qua intelligibilis vox fieri poteft.hic uero dixit eaquæ sunt in uoce.i.arbitrium, confilium, an passiones simplices quas de ipsis habemus, easdem res cognitio, intelligentia sunt SIGNA SIGNIFICANTIA et intelli SIGNIFICARE dicantur: cum semper fint distinguen deutdie gentiam conceptuun explicantia, non igitur hic eft fers uerfas res continentes Responde as aliudeile dicere paso mo proprie de elementis ex literis, quæ eadem sun tre, li fiones primas effe similitudines easdem, id eft a natura cetratione quam diximus differant, ledde uocibus SIGNIFICANTES fignifi constantes, aliud passionesesse naturales fimilitudines rem patibilem affirmamus primo de anima tery tio de anima ratione phantasiæ fiue cogitatiue quæ funt,l icet a positione et opinantium consili opendeant. His positis, patethorum duntaxat Arist. meminiffe, quia hæc sola sint uere omnibus eadem, adquæ anima cons paratur ut potestate recipiens quam obrem passiones Arift. appellauit alii autem conceptus, aut non iidemdi cuntur, autadillas, quas diximus passiones et similitudines, reducuntur hæc dehisha et enus quæ tunc docenda erunt cum de anima dicemus. De æquiuocis ambigunt. id est natura consistentes habebunt: quibus plura cognosscunt et representant, acreferunt licet voces quarum proprie ambiguitas dicitur, non naturas inteædem feda positione SIGNIficent: æquoca enim rem unam cominus nemnon habent: fed tantum uocem et hoc responsio, diz ui AQUINAS dictis, eft fuita. Sed obiicies ut Suella contra Porphyrium ubi voces funt eædema consilio, pofitæ, easdem primas conceptiones fine erroreaut falso SIGNIficant; non ergo ambigue loqui contingeret, ne quedifting bis. ubinamin Ari. patet, similitudines in primis esseres rum simulacra et naturalia ficutresnatura eædem omnis bus sunt? Respondeasextertiode anima animam, quodammodo efficiomnia,cum omnium formas,aut sensu, aut mentes uscipiat et quia singulorum formæ per animam cognoscuntur, LAPIS autem NON EST IN ANIMA,sed species et forma eius primum lapidem representans. Primum ergo similitudines et species rem et DURAM LAPIDEM ESSE repre reautillic Arist.dicit. Ad phantasmata intellectus confers tur, ut sensus ad SENSIBILIA a quibus natura mouemur: atque impossibile dicitur, qui nuis istangamur. Itemne celle Arilair, intelligentem phantasmara, id eft eorum SIMILITUDINES, specularit ex res autem o narura constent, tanquam omnibus perspicuum omittatur. Amnionius di de anima ad poftremo relatum dixit cæterum prodig tum de hiseflein libris de anima, scilicet tertio de anir TEX. BOETHIT. De his uero dictum – LAPIS EST DURA – est inijs, qui sunt de anima, alte rius enim est negocij. Eius demrei uel diuerfarum nam analoga, ut primum offensioad arteriam, fideconsulto et composito siat, illac concipiuntur, diuersa continent, ordine, comparatione qua commeat spiritus uox eft: tussisuero, non eft ea uox: seu proportione adunum collata. tamen eorum prime intelligentiæ fcuconceptiones eædem dicuntur, id eft naturra non arbitrio uariæ ficut voces: qux comparatione, reu proportione dicta A POSITIONE SIGNIFICANT simili ratione ambigua, id eft æquiuoca, primas conceptiones easdem, nus, quicum SIGNIficatione aliquaemittitur. Sed postula quamuis per eadem loca, machinamenta proueniat. quia, scilicet non ex proposito accidit nam aitfi necogitatio ne aut consilio vox missa, non est vox nam “hocomnino” in definitione uocis collocandum eft quoniamuox eft so in  guere differentes, qui satis ex notis locibus, atque errore, conceptionibus conftituere poffent, quod fit ads sentant, nam intellectus omnium, de rebus senfibilibus primum uenit, ex quibus VISA quædam et similitudines procreat ad quasintelligens feconuertit et cum intelli uersariorum consilium,aut quid ueline Dicas his disting dioneuti opus non effe, quibus ita hæc nomina sunt perspicua et communia, ut quasidomi ab ipsorum positione nascantur. Sed his qui quasi modo nascentes de notissimis rebus atque nominibus hæsitant, nihilq; ab aliisexplicar tum nouerunt: qua de causa, diftinctio in bis nominibus fiet, quæ habentur dubia: quorum res abditæ et arbitrium consilium plurimarum rerum et conceptum non gie necesse est simul phantasma aliquod speculari. phang ialmata enim, sicut sensibilia sunt: præterquam tertiode aninia sunt sine materia. fecido natura constant similitudines: non ex arbitrio pendent: quia ad similitudines comparatur patibilis intellectus, ut natura pure potentia aut poteft ate recipiens tertio de anima in natura enim anime ef tunum natura agens, alterum natura patiens ficut in omnia lia natura monstratur tertii. Prætes perspicuuin dicitur. Ad textum nunc redeamus. Ex uerbis his collige quod supra docuimus uenforqui dem igitur quandog ad exornandam orationem ab Ari. poni, ut hic: nilenim ex supra cognitis infert, neque alia quid exequendum. seu tractandum proponit. Queresab Arift.cur istorum naturam dillerere diligentius et proprietates omittis? quibusg ab animantibus instrumentis uocalibus proueniant: pulmone et aspera arteria, aquos ma at conceptus dicit mentis primi, quid intererit quo minus fint phantasmata: Respordet an neque alii phantasmata sunt, uerum non fine phantasmate tum in rum primo, uocis materia aer præstatur. ab altero, voces graves et acutæ effigiemfumunt.& q articulate dicantur a lingua, palato labiis, ac dentibus ut animæ rationalis motioni deseruiunt curhçcitidema positionc, alteraa natura confiftant atque fimilitudines rerum sint primum fimulacra, voces uero passionum ligna, ac notæ dicans tur: Ad hæc omnia putoAristot. respondere propterea abeo essereliaa o alterius est pertra &ationis, id eft ad alium pertinent modum considerandi naturalem deani, ma: nam pertra et are quanam ratione istaabaninia, ac instrumentis eius proueniant, an a voluntate pendeant, ut operationes, ad animam, suum proprium principium res rum voces primo res generatim SIGNIificare, sedl ogicos feruntur, de quibus ut supra diximus, secundo de anima differit ubi vocem significativa mex imagination animæ uoluntaria, Conum appellat: hinc ergo patet voce sesse SIGNIificatiuas sic enim ad interpretatio rum primo conceptus quod ex definitione Platonis aquo Grammatici acceperunt confirmant nomen nem dicuntur conferretex et apositione SIGNIifica re quia ab imaginatione SIGNIficant et voluntate ut commentato at Arist. asserunt. Arist. enimait oportet animatum esse ucrberans et cum imaginatione aliqua, id eit voluntaria cuius rationem adducens, inquit sunt in aninia et quarum passionum eq voces primum gnasunt etc sed contra quia eodemmodo nomen defini, tura logico, poeta, atque grammatico id autem ut verum fit in definition nominis declarabimus secundo fin nisharumuo cum eft idem ei ad quem oratio enunciatiua refertur hicautem eft interpretation rerum conceptarum, quæ idem sunt quod conceptus: SCOTUS vero quæstione secunda respondet conceptus SIGNIficarerem, ut similitudo et speciesrei, non ut accidens animæ dicitur, Sed non quæritur hoc, sed duntaxat, an voces principaliter, seu vox enim est quidam SONUS SIGNIFICATIVUS NON NATURALITER  ut SIGNIficatiuus est sonus respirati acris sicut tussis sed ab alio libero movente hunc aerem ad arteriam. Ing quit etiam Themistius acute hunc locum perspiciens hus iusergoaeris quem spirando reddimus percussion et quibus imaginationem passivi intellctus nomine appels landamcensuit tertio de anima primo de anima ex quibus tam obscuris verbis non potest concludi aliud, nifiquod poftremo deduximus non enim video quid suadi et a sequatur, fi primi et aliia primis conceptibus non sunt phantasmata, non tamen sine phantasmate, line quo nihil intelligit animam, nisi conceptus primo phantasmata representare et necesario: ut intulimus. Mihi autem VISUM eft, sermonem Arift. adomnia supra di et a potuisse referri, cuius uerifimile argumentum poteft esse. dixit dictum eft, quidem ergo in his quæ de anima, id est libris duobus secondo et tertio: ut retulimus; non tertio solum ut Ammonius opinatur. Et ut finem tandem quærendi faciamus paucis ad hæcadditis, poftres moquæramus nomina fiue uoces an primo SIGNIficent res, an conceptus? Quidam respondent, grammaticos finientes quod substantiam vel qualitatem significet et hic Arift.quæ in voce, ligna sunt earum passionum quæ de his quidem igitur dicemus in his que de anima alterius enim estnegocij: et um hoc Arift. Dehis quidem dictum efti nhis, quæ   in primis res aut conceptiones significent. Propterea uerius ad rem et senfum accedens, respondeo et nobiscum, sinominibus non concinnat suella, re tamé idem affirmat cum Alexandro primum pono voce tanquam ultimo in? Tentumfinem et principalius, mediatetamen, SIGNIficare RES et extremum, voces, an res ipsas SIGNIficent in contrariam partem Arift. et Comment. et quæ scribuntur SIGNA et no iæ sunt eorum quæ in voce et li uoces PRIMO SIGNIFICANT CONCEPTUS, et conceptus primum res, scripturæ ergo primum uoces declarant sed contrarium, leniuum teltimonio et experimento monfiratur. Quia scriptura homini et cei terarum rerum dequibus philosophi differunt, utimur, rei cum ipsarum explicandarum causa præterea epistola in uen fecundo autem minus principaliter, sed IMMEDIATE CONCEPTUS quæ duo afferta exemplo a scie manifestant urnam ascia ut instrumentum efficit immediatum sed principale seu princeps efficiens est artificismanus quod declar ta affirmatur, ut certiores faciamus absentes, siqu id esset rans primo de anima octauoThemist ait qprincipale ac ultimo intentum cognosci et definiri, indiuiduum dicitur: fed alio intermedio cognito forma uero uniuersalis fine alio medio: ut tamen ad indiuiduum cognoscendum refertur. Hæc di et ahisrationibus approbantur. Id quod eos scire aut nostra autipsorum interesset: igiturres poftremo, ut ultimü et finis, explicari intenduntur. Item fi quæ scribuntur SIGNA sunt vocum, autearum quæ extraani mam, quod impossibile eft, aut in anima: uoces autemin anima conceptus dicuntur, quos ad rerum explicationem in primis uoces SIGNIficant, ad quod SIGNIficandum nouos referriut sinem supraretulimus. Nunc ade aquæ adducerum nominum inventorim posuit hic autem ad rem explicandam uoces consticuit id.n. de uerbo considerans Aril. et manifestans uerbum SIGNIficare, approbat, quia consftituit intellectu. sed VOX PROLATA hominis tunc conftituit, et quie cerefacit intellectum non cum ad conceptum: sed ad naturam humanam deducit ergo voces et nomina tanguls timum finem in primis intentum res explicabunt licetins ter mediis conceptibus præterea primo elenchorum pris banturex Arift. respondebo. Non solum querendum quid philosophus dicat. Sed quid convenient errationi et sententiæ suæ vere opinetur audiendum. Hunc enim in modum. Aristoteles Intelligimus quæ scribuntur, sunt notæ eorumquç in voce i. confilii et arbitrii in voce quæ secondo intellectus et conceptus res explicantes dicuntur. Sici nterpreteris quæ ex Arift. adducuntur que scribuntur sunt lignaeorü, quæ in voce i.explicant cum voces defuerint ea, quem ex plicantur per voces, quarum uice fungitur immediateer go uoces sed non tanquam ultimum et extremum, quod mo, uocum finem declarans Arist. ait: quoniam res addil serendum afferre non poffumus, utimur nominibus loco rerum ad explicationem ergo rerum, consideration uocum referturnon conceptuum, ut fine mulcimum. Amplius. Idem opus exercetcumeo, cuiusuicemgerit, utdeconsu metaph. Ratio illiusrei, cuius nomen est SIGNUM, definition eft uox igitur rei per definitionem explicatæ, SIGNUM dicetur. Item teftimonio fenfuum confirmatur:quorum clara& certaiudiciasunt, eorumquærationeetiamiudis cantur.Ad quidenimtam diu expectamus, flagitamusuo le, rege et pro-consule, siue proregein vollendiscontro uersiis perspicuum est. Scripta autem vocum uicem exercent. Idem ergoextremum significatum habebunt. explicationem, scilicet, conceptarum rerum. Amplius literarum inventor, ad rerum explicationem direxit et Auer. Ait scri cum interpretationem: nisi ueri inuenié di gratia in rebus, pturas SIGNIficare uerba, id est fine medio et SIGNIficata uer quas cognoscere cireftatuimus I denim uolumus et borum cum forte uoces defuerint, hæc dequestionibus ardemus defiderio tang extremum. Ad hæc.fi conceptus sunt inftrumenta ipsa rumuocum ut ad rerum notitian mediis conceptibus ducant nó igitur ultimum et extremum que verum adbucest. SIGNUM autem huius est, hır coce e ruus enim aliquid SIGNIficat, sed non dumuerum aliquid, vel falsum, fi non uelese, uel non esse addatur, uclfine pliciter, uel fecundum tempus. Est autem quem admodum in anima aliquando quidem o falsum. Nomina quidem igitur ipsa Q verba consimi liafuntei intelligentiæque est sine composition neo diuie suimus et rationibu sacsensibus, rationem confirmatibus fone, ut “HOMO” uel “ALBUM”, quando non aliquid additur: nes approbauimus. Pugnabis poftremo, fi uoces, mediis con queenim falsum, nequeuerumadhuc est. SIGNUM autem ceptibus explicationem rerum efficiunt: cum immediate bus ueritas et falfitas inuenitur, hæc autem conceptus sunt, non res ipsę. respondeasuerum et falsum in conceptibus, ut in rerum similitudine inueniri: quæadipfarumuerará rerum cognitionem refertur uerum in rebus est, ut in causa. In poft prædicamentis cap.de priori et in fine huius primi libri itap attributiue. i. per attributionem et collationem ad res, veritas in conceptibus erit: uere autem, ut in causa, in rebus. Dices propter quod unum quod am tale et illudma césrefertur, ueascia admanus artificum: quod suprapor SIGNIficatum non ab organo sumi oportere: sed ultimo explicare conftituunt. nam quod uicem alterius perficit, dum uerum aliquid uel falfum; si non uel esse uel non effe  fatis, ac principale SIGNIficatum vocum dicentur. Etfiobiicietati quidem intellectus fincuero, uel falso, aliquando autem cuiiam quis Arift. textum, quem retulimus voces PRIMUM SIGNIFICARE CONCEPTUS intelligas fine medio alio. non tamen,ut necessees thorum alterum in effe, fic etiam in uoce. Circa compositionem n. o divisionem, eft uerum,o falfum. No ultimum et extremum SIGNIficatun. Nam uoces dicuntur SIGNIficare conceptus, ut rerii sunt similitudines ut ab ipsis rebus conceptus uenisse ad intelletum dicamus, quas novissime, ut finem et ultimum intermedias conceptibus per voces clariores NOSCAMUS. Nec secundum eorum argumentum concludet. Voces ea in primis ut finem SIGNIficare in quis mina igitur ipsa et verba consimilia sunt ei, qui fine comegis. Si ergo voces mediis conceptibus explicantres, igitur uoces magis et inprimis conceptus, q res ipsa saperient. Dic Aristoteles locum ualere in causa principe. i. principali non iuuante tanquam instrumento, quomodo conceptus a duo intellecus et cogitation fine vero uel falso, aliquando autem cuiiam necesse est alterum horum ineses, ic, etiam inuos ce. Circa compositionem enim et divisionem estuerum conceptus, ut accidentia denotent, nunquam substantiam explicabunt. Paucis, ut supra, respondeas, tocum propria addatur, uel simpliciter uel secundum tempus et extremo fine intent. Quod quandoq substantia quando g accidens appellatur. Huic veritati Alexander et Themistius ascribunt, etc. Ammonius non dissentit. Secundo quæs ritur, an scripturæ siue quæ scribuntur, tanquam ultimum Magentinus hunc in modum Aristotelis textum cum præce denticonne et tit.cum duo sint investigata. Primiiquonam modo nominis et uerbi SIGNIfication intelligenda ellerutrum TEX. BOEZIO (si veda) Est autem, quem ad modum in anima, aliquando positione, divisione est, intellectui. Ut “HOMO”, uel, “ALBUM”, quando non aliquid additur, neque enim falsum. Ne huius est, quia “hircocervus” aliquid significat sed none E   hæc duo fineab Aristotele, posita, causam et finem curitapo ratiocinatur. Quem ad modum in anima intelle usquando fuerit, non declarant:ut.l. quid nominis partium definir tionis nominis et uerbiorationis, enunciatiuæ tang præs cognitions ponag ntur. Alterum etiam secondo dicúrey fello. Non et enim video ubi investigauerit Aristotele inquibus verum et falsum inveniretur. Quod nucquog inueftigare constituat. Item pugnantiacum Ammon. dicit. aitenim in anima eft quando querum aut falfum et ita probatio Ammonius per hæc utilitate in ad institutæ commentatio, esset minorisibi. Circaca in positionem. n.intellectus et di nis propositum tradi cum. C. verum et falsum sit in mentis uifione meftuerum aut falfum conclufio ut claratuncre concepribus et uocibus ut SIGNIficantibus et quodnumcdo linqueretur ergo itaerit in uoce sed uere arguit ex hypo cet philosophus non in his simplicibus sed compofitisue theli, non potential cathegorico syllogism nam cumpos rum et falsum spectari non nominibus nisi ut peroratio fitionem quodammodo ignotam manifestet, non syllogir n e m enunciatiuam a firmativam coniunctis, vel per negativam divisis, ita gnó in quit hæc quæ diximus Aristotele docuif m o arguit. Ex quo aliud ignotum natura concluditur, sed ex hypothesi, ut diximus et infradicemus. Prætere aut Commen et Ammonius asserunt ibi circa compofitionem enim et diuisionem non minorem sed approbationem unius partis antecedentis apponit. Aliquádo intellectus cumuero et falso fit SIGNUM est particula enim quæcau sam propositi denotat, scilicet quia verum et falsum sunt circa compositionem, id est affirmatione, quaaliquid cum falsum in compositione et divisione sequuntur intentiones se: sed nunc docere et in conceptibus et vocibus ut SIGNI? SIGNIficatiuis, falsum et uerum spe et ari,dum coniunguntur aut diuiduntur non persesumptis. Addeex Amm.hæc Aris. Nunc docere ut alteram orationis parte mante cognoscat. Dices pro Magentino illa quæ dixit, ab Amm.ferem aduer bum superiori textu sumpfife cuminquit cumhæcitaq percaquæ nunc dicunturtradentur. Iuocesesse SIGNIficati was rerum mediis conceptibus tum uel maxime quibus in rebus quocunq fuerit modo ueritatem ac falfitatem scruz tariconuenict C. inhoctex. Addés uero quem in textu supe intellectus. i. sunt in anima, sexto metaph. Ergo eruntin riori confideret ait. de quibus in præsentia nobis perpen uocibus seu uerbis significantibus ipsas conceptiones, ut fioest. Utrumin rebus anmentis conceptibus, an uocibus, Comen. animaduertit. Exhis declaratis etiam patet,q in aninquibufdam. harumduabus: anetiamin omnibus. telle et usfitali quando finc uero aut falso, idq; tangexsuo fiin uocibus qualibus his scilicet compofitis non nomine et uerbo et prædicamentis, ita incompositis conceptibus qui causa funt locum, no per le in simplicibus nec compo! Fitis rebus) Sed animaduerte quod dixerit nobis perpensio uisionez.i. line uero aut falso hæc exemplo manifeftat subs inprçsentiaeft) quod tamen inferius considerabit. neg dicitab Arifthæcquæ ipse perpendit, inveftigata nec'ait Inveftigasse Aristan SIGNIficatio nominis et uerbis olī, pen deatexuocetantum, an ex intelligentia uel rebus: sed quo cunq; fueritmodo, inhisueritas et falfita seft, ute xplicátis bus instrumétis hac enim ratione res ipfa sabiecit adquas famen ut extremum et finemultimum explicandas, uoces ter et non admittunt: ergo nec dequominus: nistuery et conceptiones animæ referuntur, q siquispiamhęcquæ bum effe affirmatum, aut non effe negatum addatur. fim eft fine uero aut falso, quando cuihorum alteruminesse necesse eft, ita et in uoce: hoc totum eft propofitio maior, affumptio et minori bi.circa compofitionem enim et diui rionemestuerum et falsum et non circa simplicia, ita ergo erit in voce. Sed contra: quiaminor hæc effe debuiflet: fed alio componi SIGNIficatur, aut diuifioné, id est negationé, qua explicatur prçdicatum a subie&to disiúgi. et uerum et opposite perspicuum utcorolarium et consfequens posuitcū ait. nomina quidemigituripsa et uerba consimiliasuntei intelligentię fiue intellectuiquiestfine compositione et di ftantię et accidétis: “HOMINIS”. C. et “ALBI” . utexhisomniaalia prædicamenta intelligatur. quando. n. his non aliquid ads ditur, fcilicet uerbum prædicatum “ALBUM” cum “HOMINE” suz biecto coniungens, neque falfum ne que uerum adhuc eft. Hoc denominehyrcoceruimanifeftat, nanquehuiusinor di compofita nomina uidentur uerum aut falsum admity  exvocetanti: m, aut sola intelligentin, an ex resolumuos ex Anmonio dicimus non probarit, inutrunq zfitdi&tum. Cesitemper animi sensus rerum elle interpretes. Secundo inquibusuerum et falum invenireiur quòdnunequoß id ostendendti Arist. proponit. fedutrunchiltorum reiicio. non eniin supra investigauit. Sed pofuit, ut persenorum, AQUINAS dicitq postquam tradiditordinem SIGNIficationis vocum – H. P. Grice: What an utterer means, what a sentence means, what a word means -- , hic agitde diuersa uocum SIGNIficatione: quarum quædam uerum et falfum SIGNIficant: quædam non. Sedli cetuerumdicatur, ut de Ammonioreiulinius: tamenfine nomina et uerba SIGNIficatiua efle, cx hoc peaquæsuntin cuius gratia ista ponantur,fubricuit: Licédumigiturcum uocefunt SIGNA ET NOTAE SIGNIFICANTES PASSIONES nullomes diointerie et o, hisautem mediis, tanquam ultimui, res explicare. prçterea non uideo ubi inuestigarit, an nominis et uerb SIGNIgnificatio intelligenda esset ex uoce tantum, aut intelligentia tantum, aut ex re solum: fed hoc posuit sunt uæ, quibus etiam differebantabaliis: nuncuelleconstitue quidem ergoquę funt in uoce et c ut SIGNIficatio sumatur non ex uoce tantum, nonintelligentia, fed arbitrio,cognitione, et CONSILIO et  imponentium consensu, quem in uoce re feuante cognoscere differétiam, qua oratio differtano mine et uerbo: et quaoratio enunciatiuaaboraroriis poeticis optantibus et c.separatur et quoniamquępones reoportet et antecognoscere, ut per senota, non isialiquo facili instrument innuidebent nullo modo demonstrari. Propterea ex fimili seu hypothefi, &cóceflo, acpofitotery expaétione et confilio reliquerunt acuoci per attributio né dederunt at nullamentio eftfaéta de rebus, anabeasu mendaeflet SIGNIicatio nominis et uerbi quoniam maxiy m u m esset ignorationis, ac inscitiæ in Arift. argumentum, firem tam perspicuam, nec dubiain pro occulta quæliffet tiam definitionis partem et differentiam manifeftat.cũ inz quit. esid. ubi, ',proenim Magentinus uertit. ut causam hic assignareuelit ut Ammonius et Aquinus dixerút, acdubia. cuieniniuelrudi dubium uideretur, nomen et uerbum quod ut organum et instrumentum SIGNIficant a rebus, inftrumenti SIGNIficatiu et organi cognoscendi alte rum, SIGNIficationem habere, cum tantü SIGNIficentur, et nul lomodo SIGNIficent ine SIGNIficare et explicare,utorgas num logicum uideantur? Item ea SIGNIficatioerat nomio nis et uerbiponenda, quæ ut præcognitio partium definitionisadea cognoscendadirigeret hæcautem eftuoxa de quo nunc differemus aitergo de antecedente syllogismi exposito ficutuelquem admodu menim eft in anima intellectus cogitatio, intelligentia vóruceenim ifta SIGNIficat.) aliquando quidemsine uero uel fallo: aliquandouer rocui necesse esthorum alteruminesse. Ex hoc posito et notiori antecedente infert quodammodo ignotumin choantibus consequens ficetiam in uoce ut SIGNIS ET NOTIS CONCPTVVM erit, aliquando sine uero uel fallo ut in nominibus et uerbis, aliquando cuinecesseestiam horum alterumin effe: ut in oratione enunciatiua, Suellaueroita pofitione SIGNIficans,non res tantum SIGNIficata: a uoce ergo et intelligentia in voce relicta, Ctributa fiue attributa SIGNIficatio nominis et uerbi pident, no ar ebus. Amplius: Suela nam licet fupra male textum Arist. declararit Sucr sa, nun cueritatecoaaus idem dicit quodnosin explicans do philofopho dicebamusp ofitisduabus partibus defini tioniscómunibusnomini et uerbo et orationi enunciatis pliciter,  efle, quamartemutexemplar, adopuseffin latenus inc aliquiduocum: nec eorum quæ in voce, no ut gendumexteriusafpicit, qopusexarte notioriinmates finis: cum conceptus prior fit uoce et ueritate quem in uoce confiftit: non ut agens.quia res agens est, a qua oratioues taut falsa vocatur sed non difficileest Amm. et Aquinas. sententiam et opinionem, a Suessæ argumentis defendere. primum, absurdum affirmat. Conceptus non tangformam SIGNIficant: qui in voce tang artificiali materia relinquuntur: quo esseueriautfalliinuoce, cumnecaliquidfintvocum, nec cumuiuocessuntnotæ: Exhisrespondemus: rationem eorum quæsuntin uoce: Peroenimabeocumsupra dixe ritArift. Eaquæfuntinuoce etc.nonnifiarbitrium, et placitum, cogitatiointelligitur: ut ipse metcum locum interpretans, opinatur: ergo conceptus est aliquid existens in voce, non utopus naturaleest, sed arte.i. uoluntate: confi et um. Itemipfeconfiteturuocemsignificatiuam,communeges nusnominisuerbi& orationis enunciatiuę uocari: nõuo lessuntsimilitudinesrerum.Seddicessecundomenunc cé, utnaturaleopus. Ergouta cognitione, imaginatione pugnantiadicerecumhis, quæanteacontraAnimo.Boe uoluntaria effi&taeft: ut signum fit ad aliud extraexplican thium,& Scotum diximus: orationen dariinméte et no dum relatum: Et fecundo de anima Averroes et Themist. tioremesseea, quæinuoceconfiftit. Diximusadhçcartis fumentes ab Arift. asserunt: essentiam uocis interpretatis inuentoribu sueliaminuentam docentibus, ineodem no efle percussionem aeris anhelati, ad membrum quod cana tioremesse artem, acconceptionescūuero& falsoinani dicitur, ab ex pulfione animæ imaginatiuæ uoluntariæ: et ma, quam exterius opus effictum: ficinpropofito,excong infraqinessendo uocem necesse est ut percutiens habeat ceptibus rationem coposuit, notioribusapositione signifi animam imaginatiuam, tuoluntatem:effentiaergouol catis:quiquodammodonotiores:utindu&ionesensata cispendet abipso conceptu et placito reliéto a positione patet infraenim sectione quinta ex opposition maioriin in uoce, tangforma et uox uropus naturæ interpretans mente, explicatitae! Tein uoce: Item placitum est causa, a placito ab anima etiam, tangagente, depédet: nam secundo de anima. percussiorespiratiaerisad uocala arteriam ab anima quæinhispartibus uox eft ut efficiente causa hinc Cómen. Inprincipiocómentiait oportet igiturut percussioaerisanhelati ab anima, queestisismé præcognitionem partistertię definitionisratiocinatur:no brisadcannam, fitillud quodfacituoc a et inmediocom igitur demonftrationem effect quæadnaturaliterignos menti primum enim mouens in uoce,estanima,imagina tiua et concupiscibilis et ideouox eftsonusilliusprimi uolentis et mouentis. Etq etiam dici pof sit quodammo dofinisuocum, perspicuum est ex his,quæ fupradocuio mus: fine muocum effè eriam res conceptas: namorgal na ad eorum opera, tang finem et ultima, diriguntur.pris mo topic..cumnonpropterse, sed propte ralterum exo petantur:sed uoces SIGNA sunt ET NOTAE CONCEPTUUM adquos explicandosreferimus: finesergo medii,licetnon ultimi tumdir igitur. Secundo post.primo. necillam utperitus ad rem per se nota efficere potuit. ne ipse suampręcogni tionum artem confirmaturus experiment contrarioinfir maret. Itidemminime consecurionem ualere dicimus:ra tio ex caufis eft notioribus, ergodemóftrationempropter quid aut simpliciter constituere affirmabitur quoniam alte rum& pręcipuum demonftratiodi &arequirit.utadigno tum naturaliter dirigatur, non ad pręcognitionem ponendam, utpersenotam:nam primopofte veręetiàdefis uocabuntur: Exhisfacileeiusrationibus respondemus. nitiones, quidtantum nominis non ueræ definition suim haberedicunturab Auer. Utpræcognitiones sunt:ita et fi hæc præcognitio ex caufamonftretur, nonutdemonstras tiua, fed ut ex fimili accepta, et uisa, et alibideclarata; pros ptereatopica potius, quàmdemonftransuocanda:noto pica,o fitdubia, autfalfa, immouera, sed hic accepta alig biuisa philosopho et hic posita, utc redita:dequo latius ressecundum feeffe dicantur, nótamen apudeosquicon ceprus et res conceptas ignorant: adquarumexplication nem, utultimum, referuntur. Ad tertiam de agente dico: inquit exAmmonioait. Primo quiahæcconfi& anomina rem, agens remotum uocari: aquo intellecus phantasticus falsum significare uidentur: ut. Aquinas ait. Sedcótra.quia fimilitudiné abftrahit: sedanima, ut naturaagens,uocem ab Aristotele dicitur sed non dum uerum aut falsum signifi interpretantem tang operationem propria mefficit, &lo cant. Nifi effe aut non effe addatur: ergoutrunque signis gico tradit: cuilogicusproprium considerandi modum ficareuidentur. Item causa assignandafuiffet, curexem attribuens, utinftrumentum significandi et explicandicon pliscöpositis (que uerum dignificare potius etiá uidentur) Ad primam, utpatet, intelligentia, inuoceartecong fi et tareli&ta,eft,utaliquiduocis.i.forma. Ad secundam Q non fitfinis, nonualet, idpriuseft,ergonon finis:Deus enim eftpriormotu&creatura,quæad Deicognitionem deducunt, ut signa et effe&ta ad suumfinem cognoscenda directa: fimiliter dicatur de uocibus, et fi conceptus prio riaexternareli&um: manifeftum eft argumentum qdixit Arist. bon uoces: sedeaquæsuntinuoce, suntsignapass fionum et conceptuum,utnaturaliumsimulacrorum et res rum fimilitudinum. i.cóceptusapositione,(utratio)signi exfimilinotiori, et fuperiusab Arif. pofito, exlibrisdeani maprocessisle: ficutinanima eftaliquandointelle us fineueroautfalso, aliquandocum horum altero: ita& in uoce: et de uero et  falso loquitur utAlex. et Ammo.ac cæteriboni expositoresaffirmant)orationisenunciatiuæ, et denominibusfignificantibusaplacito,nonutnaturas quamobremuoces significant cúfiuntnotæ. Necproptes reao conceptusutcaufedicuntur.quosnomina et  uoces tanquam SIGNA et effetusimitantur, afferendúeftArif.des monftrantem rationem efficere: namhich ypotheticè ad Deoda nieprimotopic. dicemus. Quæruntcur Arift.fis &aprotulitexemplapotiusquàmuera.Sueflasumens ut  pliciter, quod præsentis efttemporis.aut secundum tome pus.i.præteritum& futurumut Com. explicauit. De Am monii expositione dicemustunc,cumaddubiaresponden bimus. Quæritprimú Suessa.qualisnam ratiocinatio Aris. fuerit(quéadmodum inanima quandoq intelligétiafine ueroautfallo, quando quehorumalterumnecetle eft in esse.respondet. Aquinas et Ammo. intex. præcedenti,nes liderat, accognoscit: Respondendum ergoest uteftdig &um Arift. exhypothefileu positione,& ex fimili notion riprocedere: quod quemadmodum particuladenotat. dum asimili: sed a causaquamimitatureffectus, proceder re. nam Ammo. ait: circa enunciatiuam orationem quæ quæsupraetiam Aril. poluit: namproptereauoxfignum exillorumcomplexuefficitur, uerum et falsum spectari. &notaexterius explicansdicitur, qapositione et intellig ante voces quoq; hæccircaconceptuscósiderari.utqui causæ uocuinlunt,aquibusconceptusfimplicesfineueris tate, et compofiticum uero et falsodefignantur et declas tantur: Responsionem improbat Suelta: quia conceptus non causaueriaut falliinuocetang formasunt:cumnuls duftioncperspicuum eft ut Amnioniusanimaduertit no tioremartem Seddices ratione inaliniilieffe& et tamex ignotis concludes re, nanieaexquibushic ratiocinatur, extertiodeanima infrasumuntur: hæcautemtanquam ardua,& inchos antibus difficilia,utphilofophus,& relinquendasupra nosmonuit: Satis huicrationi faciendum arbitror ex his, gentiaatqzarbitriopendet:ineo presertimartific equivoces impofuit: uel ab impositis et Gibi notis nominibus, regulas logicæ docet:in mente enim artificis& docétis ing E ii   quærimus, ad que causa hæc nondirigitur. Tertio dicit: ut quçinintelle&usuntfolo.sednefcioquçueritasdicipót, cuinihilextraresponderinre:cum infra& inpoftpredi camentisdicatur abeoq resest, uelnoneftoratiodicitur uerauelf alla remota aūt causa et prima radice, ceterade ftruinec effe eft. Item Aristotele de vocibus loquitur. Propterea mihi hoc libet dicere. Hac de causa fiais exemplissuasen tentianicomproballe,o fi&aamer a positione significant: et ideo magisobuia& perspicuaacconsuetafuntadexpli candum: ut quod ámodonotiora, ut magisuulgata, exars omnemueritatem haberiin compofitione& diuisione.ne excludatur ueritas apud Platonem in intelligibilibus,& in telligentiisfiuemenubus,& apudArift.desimpliciuming telligentia et abstractis: fedeam que in pronunciatiuissubs est motibus, scilicet cum discursu: seu ratiocinatione: quæ perenunciatiuam fitorationem.&inniotibuspronuna ciatiuis,non invoce solum (intelligas) exiftentibus:fices nimtextui Arift.& eiusdillisaduersantiadiceret.sedetia ne&diuifionefalsum et uerumremouerineceffeeft:pro ptereaergodixit, (circacompositionem at causam noia ret: sed ad nomina in uoce descendens ait non significare uerum, aut falsum: significare enim proprium eftnomi num, quæinuocea compositione significanteconfiftunt. PetitAmmonius quomodo uerum fit, circacomposicios innueretueritatem non in rebusreperiri:fedinhisetiam, nem et divisionenelle uerum et falsum. Responder non nonutitur: ficut utiturhis, quæ falsum significare maxime affirmantur. fecundam causam adducit: utinnueret, non solum nomina simplicia ad ueritatem explicanda indiges reuerbo sed etiam ipsa composite. Sed idem est dicendum de nominibus compositis ueris, nosautem de fictis proprie non  bitrio plurimorum: exhistamenfi&lisnominibus, aliaue ca intelligendasunt. exempla autem innotescendi gratia inuenta, exuulgatis& consuetistr ad endafunt et lificadi cantur: quibustaméuerum facilius inueniamus, autinuen tum facilius doceamus: Petit Suella cur Aristotele.dixerit conpositionem significare cum uero et falso, non autem significare uerum aut falsum i respondet, hoc differreinter significare uerum et significare cum uero:quias ignificare ueru potest uere in nomine simplici inueniri:u.g.hoc nomen uerum aut fallum, simplex verum significat.i. se ipsum: sed significare cum uero, eftfignificare cum uerbi complexu ut de uerbo dicetur, significare cum tempore, notempus: ut dies et annus sedlicethęc dubitatione relinquenda foret, cum id quærat, quodin Arift.textunoneft:tamenneaus inmotibus pronunciatiuis, ideftquicaufafuntutper enung ciatiuam orationem pronuncientur,ueritasergoquacon ditorum ingenia, obuiriau&oritatem fallantur, ponere& cipitur,aut enunciatur aliquid ineffc alicui,folum circa con pofitionem et diuifionemeft,utspeciesorationisenuncia tiuæ.dixieam ueritatem circacompofitionem elle,quæ concipiturinmente, uelexplicaturinuoce,& quaprædiy catuminesse subiectoaffirmatur:quoniam primotopic.4, loca accidentis propriè dicuntur,quibus potentes fumus concludere hæc alteriineile:& ideo locaeducentia uerum enunciative propofitionis dicuntur loca accidentis et veritatis qua aliquid alicui in esse concipitur vel explicatur:Sci scitatursecüdo Ammonius cur Aristotele dicens nomina igitur et uerba consimiliaíunteiqui sine compositione et divisione est intelleclui exempla protulittantum nommun, non uerborum dicens, ut “homo” vel “album”. Respondet per hominem nomen: per “album” verbum fumpfiffe: non eata meninquitratione, qua verbum proprie inferius definitur. Sed quia Aristotele statuit, omnemvuocem quæt erminum prædicatum facit, verbum appellanda. Sed responsio hęc improbandauidetur: primum q Arift.nondieetinfraprę refellereconstitui: non. n. Aristotele dicit compositionem cum uero aut falso significare: sed ait circa. n. compositionem et divisionem elle veritatem et falsitatem. Item de “hircoscervi” nomine afferuit. “Chircocervus” aliquid SIGNIficat, sed non dum uerum aut falsum de nominibu sergoopposiy dicatumu erbum appellandum fore: quod fictiam dices tum dicit eiquod Suellafingebat: nomina non significare ret, exemplum albiquod posueratantea, adexplicandum uerum aut falsum, sed significare sine vero aut salso: Eiusery uere uerbum, inutile videretur:Aliter igitur responden, gore sponfioin textu Aristotele.infirmatur, cum denominibus dum. His exemplis dicta inchoantibus comprobandaque compositis neget significare verum aut fallum: differentia etiam abeo assignatauerbis Aristotele, adversatur Ampliu snec potuisset Aristotele dicere, compositionem et diuisionem verum significare, na in compositio. i.affirmatio et divisio.i.negay cumuerbonominibus:tamenutnotaprædicatumcuin ciosumerenturinuoce quo infrade oratione enunciatiua dubieto connectens, dubiumfaciunt, anuerum et failum dicetur. Litoratio significans verum vel falsum, &inqua fignificent, signum est. Ammoniusetiam tanquam duy eftuerum& falfumutinfigno externo significante:nam oratio in mente, non significate positione, ut hic intelli, bium quærit de uerbis primæ et secundæ personæ “ambulO”, “ambulaAS” et in quibus tertia persona et certas statuitur. Git SIGNUM est opde nominibus fimplicibu s& compofitis, line uerbo, intulit dicens nomina igitur ipsa auteur bacó similia sunt fine compositione et divisione intellecus. lt homo et album hircocervus quæ et si aliquid simplex significent, non dum tamen uerum aut falsum hæc autem nomini in voce sunt, noninmente: quiafiutinmēte essent, ut ningit. quæ veritatis et falsitatis videntur capacia. Licet nonperfe, fedcomplexuhorumuerborum cũcertispery fonis.nonitadubium eft de nominibus, dequibusinse acceptishæstat nemo, an veritatem significant aut falsitatem: Quærit nouissime Ammonius quid intellexerit Aristotele. Per simpliciter, uel secundum tempus cum ait. (hircocery considerentur, non dicerenturno significare uerum aut falsum et q effent fimilia intellectui fine compositione& diy uifione: quia essent ipseintelle&us,seuintelligentiafineue roautfallo: Dicendum igiturin questionem potiusuerten dumcur dixerit (circac compositionem.et divisionem, ut inmentesunt, est verum et falsumj denominibus autem in uoce corolarie inferens,ait:(fineuerbonondum uerum uusenim aliquidsignificat:fednondum uerumaliquid autfalsum, finon, ueleffeuelnonesseaddatur,uelfimpli citeruel secundum tempus. respondet sermonem Arif. ad eadem referens verba, inquiens: nifi effe addatur fimplicis ter,ideftnisi effe addaturindefinite et indeterminate significans: ut “Fuit hircocervus” est, auterit. Non definiens, ac determinansan hodie, sero, anmane, perendie etc. vel aut falsum significare. Ad quod respondendum, quod fecundum tempus, ideftnifiaddatur cum aliqua determis propterea vox quando eftfineuero&fallo, quandoque natione tempori addita præsenti, præterito, uel futuro, cum his, quia circa compofitionem et divifionem intelle, sciliceterat,eft,erit,herianno superiori, hodie uel cras, et us eftuerum et falfum:ex quo intulit de nominibus in autsuccessiuotempore.quam tamenexplicationemaci uoce, gfintfine uero, X fallo ex eadem causa, pfimiliasing intellectui fine compofitione et divisione: circa quæuerum cipiens Magentinus uel in latinum vertens non intellexit: cumpereffef smpliciter et omnino, in, finitoacdetermi et falsum uersatur, ut caulam, quaposita, uerum aut falsum i ponitur. et hac remota (ut in nominibus fineaddito uery natotemporeintelligat. Ad tempus uero et in tempore infinito. tragelaphuserat, uel erit, hęc.n.infinitafunt: fed bouidetur, quæ fimiliasunt intelligentięfinecompositio eft presentist emporis, aitdefinitumelle:l iceteft, ut de Deo facilius conftitutam sententiam approbant verba aute in ut dicetur quandam compositionem significant, quam licet ex se non habeant, sed ex alio, ex compositis, scilicet dicitur infinitum significet: Idem Deus, erat, et est, sed in aliis rebus, tempore non definite uti murita. Hinc liquet, igitur erunt: quæ et fiacu et explicite verbii, prædicatum et subiectum ut nomina non contineant, illata men eximigit, ergo et hic per tempus dimpliciter, tempus præsens, 8C per secundum tempus præteritum vel futurum: quæ pros ptereanuncupantur et lunt, quere tempus prælensciry cunstant, iuxtas; ipsum ponuntur: propterea dixit, secun significat, quemadmodum in oratione quaestequus ferus. Ofitis et precognitis partibus definitionis nominis ac nunc ad definitione sponendas integras ac totas accedit: sed Ammonius querit cur primo de nomine ade verbo definis dum tempus quod non simpliciter et ina et ueft. Sed quod.tionem assignet? respondet, proptere a nomen uerbo esse præteriit uel futurum est: solum præsens simpliciter et in actuest utre et te. Aquinas exposuit. Nec Sueffe confutatio ualet et que liber differentia temporis est tempus secundu quid: quoniam per aliquid ab aliis differentiis differt: quod autemper partem est, fecundumquid, non simplicitertas antepositum, qnomen substantiả.i. naturam et vim rerum significat: verbum vero a&ionematqz affetionem, quænel Cellario naturam acuimmouentem supponit. contraarguit Sueffa. substantia non nisi per accidentia cognoscitur, prius ergo verbum definiendumq nomen: Ad instantiam, Am Icesse dicetur: primo clenchorum. Sedĝfalla hæc fit monius facile diceret substantiam cognoscifine describir improbatio patet, quiaens, cumin substantiamens simplisciter diuidatur et accidens, inaĉtum simpliciter, et potens tiam secundum quid, ne quaquam uere divideretur: quia per aliquid differ substantia ab accidente et potentia ab aétu, &fi proprie differentiam non habeant. Item ratiofal lit. lihęc species per aliquam differentiam acuprecipue differt, rrgo per partem. Igitur secundum quid. accidenti aut posteriora accidentia vero per substantias definiri, ut priores: fic Aristotele primo naturam quam motum finiuit, aquamotus, ut perseprincipio, prouenit: et materiam primo phy..g formam. phy. quæ a materia cuiu nitur& datellelustentatur, Aliteripse respndet, proptere a nomen uerbo prætulisle, onotius est. Et iterbi feconuenire Arist. affirmauit, sed enunciationitantu: erunt igitur enunciationes, cum enunciationis proprium opusef signum. sed compositionem acueritatem comsignificat quan fician. Suellanouariis Sorticularumdi et tis et improbatis sententiis, hocuisum est: literas et nomina quo ad prima eorumimpo fitionem, non significare nidi in complexum, nec cum uero et falso: sed quod quo ad nova impositio, nem, significare possunt cum vero et falso: propter eaqapo in compositione explicare fine additouer bonó possunt. Dis fitione sunt. Nung tamen erunt propositiones aut enuncia cas Querbumetsi compositionem extremorum aétu non tiones: propter eanóualereait, a, significat cum uero aut dicat, a et tionem tamen, et affectionem significat, quæ causa fallo, ergo enunciation erit. Quoniáin quit oportetinantes est, qpredicatum seu appositúsubie &ofiue suppositocon cedenteaddere. significet ex prima impositione, nonau iungatur, uerbum ergo lempereftunio comiungens apritu temex nova institutione. Sed contrahancadditam conditio dinesaltem cum in propositione non est. Sedcunsecundum nem ex proprio arbitrio. Enuciatio prima impositiones isse, acpurú accipitur: nomina uero sunt composita, seu quæ significat propriecum vero et falso. Ego ubi est proprium apta sunt pera et tumuerbi coniungi, proptere a nomina pen opus, necessario propriumerit instrumentum: neq; enima denta verbo, quasi formauniéte et verbiianoíe quasimai nova aliqua institutione propriú opus a proprio inftrosen teria, qunici habetp uerbum. Ut materiaaŭt, tempore pre iungipoteft: proptereafi. a. b. c, etc.  novis aut antiquis concedit forma, et prius, ut facilius et ordinenecessitatisnos Giliis&pofitioneimpositasunt, ad verum et falsum, seu ut menanteafiniendu. Verbum vero, quniéda funt, prçsuppo ipfi volunt cum uero et falso significandum. enunciationes nés, posterius ut ignotius et the posterius explicandú: quas quando secundū se, acpurumdicetur. Ipsum.n.sic purumi nullüueritatis et compositionis, aqua verum explicatur, est dam, nonperse, sed quam sine compofitis nominibus non est intelligere. Gi ergo hac de causa nomem præponit verbo, q notitia verbi in compositione verum explicantis, non pont, intelligi sine nominibus compositis. Ita et nomina, uerum  illud, quod Ammonius, tempus simpliciter et omnino, ponentium CONSILIO coplcctuntur. Exemplo simili Amm sus ideftindetinite et indeterminate significans, appellabat, Ma, gentinus dicit esse tempus finitum et determinatum. Et parsticula, quam Ammo. adom né temporis differentiam rer pra, cum dicimus "curro", "curris", nin git, pluit, complexuhorūuer borum cúcertis intelle&is personis, cú vero et fallof sgnificant. ferebar, Magentinus ad solum præsens direxit. falsum igir. Nome compiuto : Girolamo Balduino. Balduino. Keywords: il vestigio dell’angelo, Campidoglio Inv. # 334, donazione di papa Gregorio, logicalia, interpretatio, interpretazione, logica, signum, segno, nota, notare, notante, segnante, notificare, segnante, vestigio, il segno del’angelo, campidoglio, san michele, vestigo, etym. dub. ves-stigium, foot-print. – segno naturale – segno, genere e specie – genere: segno. Specie: segno naturale, vestigio, marca, nota.. segno artifiziae, segnar per posizione, arbitrio, a piacere, consilio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.Grice, “Grice e Balduino,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.  

 

Luigi Speranza -- Grice e Banfi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale d’Eurialo -- Niso; ovvero, la tradizione vichiana – la scuola di Vimercate – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice (Vimercate). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Vimercate, Monza, Lombardia. Grice: “What I like about Banfi is that he is more ‘important’ than it seems, at least to Italians! He has written bunches, but my favourite are two: his ‘l’interpretazione’ (Banfi makes a distinction between ‘esegesi,’ ‘interpretazione’ and ‘TEORIA dell’interpretazione,’ in a slightly non-Griceian use of ‘teoria’ – and his essays on ‘eros e prassi,’ for indeed the second strand (eros e prassi) is the base for the former (interpretazione): unless you CARE, why interpret – which is indeed, a performance?!” Senatore della repubblica italiana, II Gruppo parlamentare Comunista Circoscrizione Lombardia Dati generali Partito politico Partito Comunista Italiano Titolo di studio Laurea in Lettere Università Università Humboldt di Berlino Professione Docente. teorico della filosofia, traduttore, accademico e politico italiano. Sostenitore di un razionalismo aperto e anti-dogmatico in grado di attraversare i vari settori dell'animo umano. A lui è intitolato il liceo del suo comune natale, Vimercate. Nasce in un ambiente familiare formatosi su principi liberali della borghesia colta lombarda, nella quale da generazioni combaciano una positiva idea della religione e un razionale illuminismo tecnico-scientifico. La ricca e vasta biblioteca in possesso della famiglia diviene per B. grande stimolo di conoscenza nei suoi studi, quando da Mantova, dove frequenta il Liceo Virgilio, ritorna a Vimercate, dove assieme alla famiglia trascorre le vacanze estive. Frequenta i corsi universitari alla facoltà di lettere della Regia Accademia scientifico-letteraria di Milano e ottenne la laurea con lode, discutendo con il relatore NOVATI (si veda) una monografia su Francesco da BARBERINO (si veda). Insegna all'Istituto Cavalli-Conti di Milano e prosegue con grande determinazione gli studi di filosofia (con ZUCCANTE (si veda) per la storia della filosofia e MARTINETTI (si veda) per la teoretica). Prende una seconda laurea in filosofia, discutendo con MARTINETTI (si veda) una tesi intitolata "Saggi critici della filosofia della CONTINGENZA", contenente tre monografie sul pensiero di Boutroux, Renouvier e Bergson. Con la borsa di studio attribuita dall'Istituto Franchetti di Mantova ai laureati meritevoli, B. decide d’andare in Germania e iscriversi, con il suo amico Cotti, alla facoltà di filosofia della Wilhelms di Berlino, dove stringe amicizia con il socialista Caffi. Ritorna in Italia e partecipa a vari concorsi, ottenendo una supplenza di filosofia a Lanciano, e a Urbino. Assunge diversi incarichi in varie sedi scolastiche.  Durante la guerra, già riformato al servizio di leva, si dedica con senso di servizio e scrupolosa diligenza all'insegnamento e, per la penuria d’insegnanti richiamati al fronte, oltre alla sua cattedra è costretto a ricoprire altri incarichi. Solo agl’inizi dell'ultimo anno venne aggregato come soldato semplice all'ufficio annonario della prefettura di Alessandria.  Nei primi anni del dopoguerra B., pur non militando nel movimento socialista, assume in modo molto deciso posizioni di sinistra e partecipa, come iscritto alla camera del lavoro, all'organizzazione della cultura popolare, diventando in poco tempo una delle personalità più in vista del mondo culturale democratico alessandrino; venne nominato anche direttore della biblioteca di Alessandria, da cui fu in seguito allontanato dal nascente squadrismo fascista. E tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Croce. Martinetti, che era stato collocato a riposo d'autorità per aver rifiutato di giurare fedeltà al fascismo, lo propose come suo successore per l'insegnamento della Storia della Filosofia all'Università degli Studi di Milano, dove fu maestro di Rossanda.  Diresse la rivista Studi filosofici, pubblicata. Nel secondo dopoguerra, con le elezioni politiche, è eletto per le liste del Partito comunista,nel Senato della Repubblica. Il mandato fu confermato alle successive elezioni. B. può essere considerato il maestro della corrente filosofica che in Italia si è denominata Razionalismo critico e che ha avuto anche derivazioni significative nel campo della pedagogia teoretica con il Problematicismo. In sostanza, usando il concetto kantiano di ragione, Banfi la considera come la facoltà di un discernimento critico, analitico, presupposto trascendentale che sistematizza l'esperienza, i dati empirici, non pervenendo a dogmi o a sistemi di sapere chiusi e assoluti. Il principio razionale permette di cogliere e comprendere la realtà nelle sue complesse determinazioni: senza questo principio, che va assunto appunto come trascendentale, la realtà sarebbe caotica e solo contingente ed esperienziale oppure interpretata secondo la Metafisica o sistemi di pensiero chiusi e non problematici come richiesto dalla scienza e in generale dalla complessa dinamica del mondo umano e naturale. L'apertura della ragione è talmente ampia che anche le filosofie assolutizzanti vengono poste come possibilità di verità, seppur parziali ("È bene tener presente che il pensiero non pensa mai il falso in modo assoluto"). La filosofia è lo strumento indispensabile per l'analisi critica del reale, non deve tendere a un sapere assoluto, ma porsi il tema privilegiato della coscienza, purché questa coscienza sia "coscienza della relatività, della problematicità, della viva dialettica del reale". Si sfugge al relativismo possibile seguendo le orme di Socrate: l'eticità prevale quando, non potendo esistere se non come tendenza verità assoluta, le verità relative sono assunte come problema, cioè come ricerca interrogante e incessante fondante l'intero processo conoscitivo. Le conclusioni sono, come nell'ambito scientifico (la scienza è lo strumento pragmatico della ragione, la filosofia lo strumento teoretico) non false ma possibili, non solo provvisorie, ma reali. Le categorie che B. propone per sintetizzare la sua proposta filosofica, sono quelle di "sistematica" del sapere, fondata su un significato antidogmatico della ragione, una "sistematica" aperta per il rinnovamento critico di tutte le strutture razionali e di un umanesimo nuovo, radicale, che ponga l'uomo al centro dell'indagine razionale e nella sua realtà storico-effettuale, che forma la sua coscienza concreta nel mondo reale: dunque critica alla metafisica ma necessità della filosofia, il sapere costruttivo garanzia di libertà e concretezza. Il confronto che B. predilige è con gli indirizzi filosofici della prima metà del Novecento, in particolare la Fenomenologia, il neokantismo di Marburgo, il neopositivismo, l'Esistenzialismo, ma negli ultimi anni orienta sempre più il suo interesse al Marxismo, di cui condivide gli assunti fondamentali leggendoli alla luce del suo razionalismo critico, come si evince dalla raccolta postuma Saggi sul marxismo. Archivio Si segnalano tre fondi archivistici del pensatore:  "Fondo Antonio Banfi" presso la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia. L'archivio, insieme con la biblioteca personale di Banfi, dopo la morte del pensatore venne donato alla provincia di Reggio Emilia insieme con la costituzione del "Centro studi B.”. In seguito, il Centro si trasformerà in "Istituto Banfi", con sede a Reggio Emilia. Nel, l’archivio e la biblioteca personale del filosofo sono stati depositati alla Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, a seguito di un accordo tra Soprintendenza Archivistica per l’Emilia-Romagna, Comune e Provincia di Reggio Emilia. La biblioteca conserva anche l'archivio di Daria Malaguzzi Valeri e l’archivio delle carte di Clelia Abate, segretaria del Fronte della Cultura e allieva di B.. Archivio B., Biblioteca di Filosofia dell'Università degli Studi di Milano. Il fondo archivistico contiene diverse centinaia di documenti conservati da Daria, moglie del filosofo, e da lei usati nella stesura del libro Umanità, pubblicato per le Edizioni Franco di Reggio Emilia. I documenti del fondo coprono l'intero arco di vita di B. ma risultano particolarmente ben rappresentati gli anni giovanili; da segnalare soprattutto il ricco epistolario con la futura moglie, riferito e la corrispondenza con Piero Martinetti, durante la sua docenza presso la Regia Accademia Filosofico Letteraria di Milano e poi dal suo ritiro di Spineto. Archivio privato familiare B. conservato presso l'Università degli studi dell'Insubria. Centro Internazionale Insubrico Cattaneo e Preti, riunisce migliaia di lettere, biglietti, cartoline postali, plichi e buste, conservati in 33 raccoglitori a loro volta inseriti in 15 buste, per una consistenza di circa 1,5 mi. Gran parte dell'archivio è costituito dal carteggio tra B. e Daria, sposatisi  Il rapporto epistolare con la moglie, infatti, non si limitò alla sfera affettiva e familiare, ma affronta spesso tematiche filosofiche (ad esempio, la frequentazione di Simmel durante il giovanile soggiorno a Berlino, o la ricezione dell'opera e la personale conoscenza di E. Husserl) e di attualità, nella concretezza dei riferimenti a eventi e circostanze del presente e ai rapporti sociali coltivati da Banfi come pensatore, studioso, organizzatore culturale e uomo politico. Altre opere: “La filosofia e la vita spirituale” – lo spirito, l’animo, vita, animo vitale – (Milano, Isis); “Principi di una teoria della ragione” (Firenze, la Nuova Italia); “Pestalozzi, Firenze, Vallecchi); “Vita di BONAITUI (si veda) Galilei” (Lanciano, Carabba); “Sommario di storia della pedagogia” (Milano, Mondadori); “I classici della pedagogia: Rousseau, Pestalozzi, Capponi, Gabelli, Gentile” (Milano, Mondadori); “Studi filosofici: rivista trimestrale di filosofia contemporanea” (Milano); “Saggio sul diritto e sullo Stato, Roma, Rivista internazionale di filosofia del diritto); “Per un razionalismo critico, Como, Marzorati); “Lezioni di estetica raccolte Maria Antonietta Fraschini e Ida Vergani, Milano, Istit. Edit. Cisalpino); “Vita dell'arte, Milano, Minuziano); “Galileo Galilei” (Milano, Ambrosiana); “L'uomo copernicano, Milano, A. Mondadori); “La crisi dell'uso dogmatico della ragione, Milano, Bocca);:La filosofia del settecento, Milano, La Goliardica); “La filosofia critica di Kant” (Milano, La Goliardica); “La filosofia degli ultimi cinquant'anni, Milano, La Goliardica); “La ricerca della realtà” (Firenze, Sansoni); “Saggi sul marxismo, Roma, Editori Riuniti); “Filosofia dell'arte” (Roma, Riuniti).  "Perciò appunto non ho dimenticato i tuoi interessi e sarei lieto che fossi tu a succedermi, In questo senso ho scritto, richiesto da Castiglioni stesso, che ora è preside, a Castiglioni. Ho consigliato lui e con lui la facoltà ad accaparrarsi te per la Filosofia e B. per la Storia della Filosofia"; Lettera, Martinetti a Baratono, in Martinetti Lettere, Firenze,,  Rossanda, Rossana, La ragazza del secolo scorso, Torino, Einaudi, Vedi scheda del Senato della RepubblicaI Legislatura.  Vedi scheda del Senato della RepubblicaII Legislatura.  Cit. in "Il marxismo e la libertà di pensiero", "Saggi sul marxismo", Riuniti. B., La mia prospettiva filosofica, in La ricerca della realtà, Fondo Banfi Antonio, su SIUSA Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. Centro Internazionale Insubrico Cattaneo e Preti per la filosofia, l'epistemologia, le scienze cognitive e la scienza delle scienze tecniche, su dicom. uninsubria. Bertin, B., Padova, MILANI, Garin, Cronache di filosofia italiana, Bari, Laterza,Bertin, L'idea di ragione e il pensiero etico-pedagogico di B., Roma, Armando, Papi, Il pensiero di B., Parenti, Firenze; Papi, B., Dizionario Biografico degli Italiani,  Treccani. A. Erbetta, L'umanesimo critico di B., Milano, Marzorati, B. tre generazioni dopo. Atti del convegno della Fondazione Corrente, Milano, Il Saggiatore, Milano; Salemi,  banfiana, Parma, Pratiche, Scaramuzza, B. La ragione e l'estetico, Padova, Cleup; Eletti, Il problema della persona in B., La Nuova Italia, Firenze, Centenario della nascita di B., Reggio Emilia, Istituto B.; Sichirollo, Attualità di B., Urbino, QuattroVenti, Luciani, Incontro con B., Cosenza, Presenze Editrice, Neri, Crisi e costruzione della storia. Sviluppi del pensiero di B., Napoli, Bibliopolis, Papi, Vita e filosofia. La scuola di Milano: B., Cantoni, Paci, Preti, Milano, Guerrini; Valore, Trascendentale e idea di ragione. Studi sulla fenomenologia banfiana, Firenze, La Nuova Italia, Scaramuzza, Crisi come rinnovamento. Scritti sull'estetica della scuola di Milano, Milano, Unicopli, Luciani, Polemiche della ragione. Gramsci, Banfi, Della Volpe, Cosenza, Arti Grafiche Barbieri, 2002. Giovambattista Trebisacce, B. e la pedagogia, Cosenza, Jonia editrice, Papi, B. e la pedagogia, Cosenza, Jonia editrice, Chiodo G. Scaramuzza (a cura), Ad Antonio Banfi cinquant'anni dopo, Milano, Unicopli, Vigorelli, La nostra inquetudine. Martinetti, B., Rebora, Cantoni, Paci, De Martino, Rensi, Untersteiner, Dal Pra, Segre, Capitini, Milano, B. Mondadori, Trebisacce, La pedagogia tra razionalismo critico e marxismo, Roma, Anicia, Assael, Alle origini della scuola di Milano. Martinetti, Barié, B., Milano, Guerrini, Sacaramuzza, Estetica come filosofia della musica nella scuola di Milano, Milano, CUEM, Miele, Antonio Banfi Enzo Paci. Crisi, eros, prassi, Milano, Mimesis,. M. Gisondi, Una fede filosofica. Antonio Banfi negli anni della sua formazione, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura,. A. Crisanti, Banfi a Milano. L'università, l'editoria, il partito, Milano, Unicopli,.  Corti Pozzi Anceschi Rossanda Bucalossi Martinetti Scuola di Milano; B. Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Antonio Banfi, su siusa.archivi.beniculturali, Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. B., su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana.  Opere di B., su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di B.; altra versione, su Senato della Repubblica.  La morte a Milano di B. articolo del quotidiano La Stampa, Archivio storico. Massimo Ferrari, Piero Martinetti e Antonio Banfi, in Il contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Gisondi, La formazione intellettuale e politica di B.. Tesi, discussa presso l’Università Federico II di Napoli (a.a. /) "B. a Milano", sito della mostra allestita  presso la Biblioteca di Filosofia dell'Università degli Studi di Milano Filosofia Università  Università Filosofi Storici della filosofia italiani Traduttori italiani Vimercate Milano Accademici italiani Direttori di periodici italiani Politici italiani Professori dell'Università degli Studi di Milano Antifascisti italiani Senatori della I legislatura della Repubblica Italiana Senatori della II legislatura della Repubblica ItalianaStudenti dell'Università Humboldt di BerlinoTraduttori all'italianoTraduttori dal franceseTraduttori dal greco all'italianoTraduttori dall'inglese all'italiano Traduttori dal latino Traduttori dal tedesco all'italiano. Nome compiuto: Antonio Banfi. Banfi.  Keywords. Eurialo e Niso; ovvero, la tradizione vichiana; banfi — spirito vitale — storiografia filosofica — istituto di storia della filosofia — ragione e conversazione — criticismo — conversazione con hegel — personalismo — l’interpersonale — sovranità — lo stato italiano — lo stoicismo romano — enea e marc’aurelio — acerrima indago — diritto criminale — kantismo —Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Banfi,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Baratono: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale stilistica – la scuola di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Firenze). Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Firenze, Toscana. Grice: “I like Baratono – especially his ‘stilistica italiana’ – if I were to offer an English stylistics I would not count as a philosopher – but that’s because ‘English’ is spoken by more than Englishmen, while Italian ain’t!” Grice: “Baratono thinks he is a sensist alla ‘Giovanni Locke,’ which he possibly is.” Grice: “In the typical Italian way, instead of focusing on the classics – Roman philosophy – he read sociology and psychology and came up, in a typically Italian way, with a ‘sintessi,’ ‘la psicologia del popolo’ alla Wundt.” Grice: “If Austin punned on sense and sensibility – Baratono takes ‘sensibilia’ VERY sensibly – as the basis for ‘aesthetics,’ seeing that ‘aesthetikos’ IS Ciceronian for ‘sensibile’.” – Grice: “Baratono is Griceian in his search for what he calls the ‘elementary’ – he applies ‘elementary’ to ‘fatto psichico’: judicativo e volitivo – both based on the ‘sensibile’ – or rather on probability and desirability – credibility and desirability --. His use of ‘sense’ does not quite fit the Oxonian ‘sense datum,’ since the will is involved in the sensibile – or, in his wording, it is the anima (or psyche) that searches for the corpus -- -- The compound is something like the hylemorphism – the form is sensible – and the volitive (prattica) and judicative (teoretica) components of the soul operate on this.” Fra i maggiori esponenti del socialismo. Vive a Genova, dove compie i suoi studi. Si laurea in filosofia. Insegna a Genova, Savona, Cagliari, Milano.  B. si iscrive al PSI subito dopo la fondazione e viene eletto consigliere comunale a Savona, aderendo all'ala intransigente in forte polemica con i riformisti. Entra nella Direzione nazionale del partito. Alcune battaglie politiche lo vedono emergere come figura di primo piano del socialismo italiano, come quella che B. porta avanti capeggiando la frazione comunista unitaria al Congresso di Livorno. L'accettazione con riserva dei 21 punti dell'Internazionale comunista di Mosca determina la clamorosa scissione e l'uscita dei comunisti dal Partito Socialista. Presenta al congresso la mozione massimalista. Diviene deputato. Confermato per la terza volta membro della Direzione socialista, mentre la maggioranza massimalista si orienta per la scissione dei riformisti, al Congresso di Roma sostiene fortemente l'unità, anche per il timore dell'affermarsi delle forze fasciste. Dopo il Congresso di Roma, aderisce al Partito Socialista Unitario e diviene un assiduo collaboratore di Critica Sociale. Collabora al “Quarto Stato”. Con il consolidamento del regime fascista, si dedica esclusivamente ai suoi studi filosofici.  Torna all'attività politica all'indomani della Liberazione, con collaborazioni sull'Avanti! riprendendo i suoi studi di critica marxista. Perciò appunto non ho dimenticato i tuoi interessi e sarei lieto che fossi tu a succedermi, In questo senso ho scritto, richiesto da Castiglioni stesso, che ora è preside, a Castiglioni. Ho consigliato lui e con lui la facoltà ad accaparrarsi te per la Filosofia e Banfi per la Storia della Filosofia. Lettera, Martinetti a B., in Martinetti Lettere, Firenze,, Mathieu, B.,  Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 5, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  B., in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Opere di Adelchi Baratono, su Liber Liber.  Opere di B., su open MLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di B., B. su storia.camera, Camera dei deputati. Filosofi italiani Politici italiani Accademici italiani Professore Firenze Genova Politici del Partito Socialista Italiano Deputati della legislatura del Regno d'ItaliaStudenti dell'Università degli Studi di Genova Professori dell'Università degli Studi di Genova Professori dell'Università degli Studi di Cagliari Professori dell'Università degli Studi di Milano. Critica dei valori ed estetica metafisica. Psicologia critica dei valori e metafisica estetica. Carissimo Groppali. Nella tua pubblicazione dal titolo Psicologia sociale e psic. collettira, trovo rammentato un mio articolo (comparso nel quarto fascicolo del l'Archivio di Psic.coll.).con queste parole citato; non posso fare comequel buon figliuolo di Renzo Tramaglino, che, a sentir dire che la sua Lucia era una bella baggiana, per amor dell'epiteto lasciava passare il sostantivo. Lasciami invece un po'brontolare contro la seconda parte del tuo giudizio. E, quantunque in fatto di scoperte scientifiche nessuno si possa dire assolutamente il primo scopritore, permettimi di dare al Sighele quelch' èdi Sighele, ea me quelchesembramio.  Per il nostro caso, la scoperta piùimportante, acuisono giunti questi autori, è la semplice constatazione del fatto, che gli atti estrin secanti la emozione d'un individuo riproducono in altri individui ana loghe emozioni ed atti volontari. Ebbene: prima e più completamente di quegli scienziati, Spencer e pervenuto alla medesima legge con la sua teorica della simpatia; e per di più aveva spiegato il fatto diquella suggestione con la ragione sociale, osservando che un atto emotivo non puo suscitare nei pre senti un sentimento corrispondente se non vi fosse stata l'esperienza propria o atavica che avesse associato quell'atto all'emozione reale unitamente sofferta; trovandone perciò la genesi nella convivenza sociale, per essere gl'individui associati sottoposti alle medesime cause di piacere e dolore. Adunque io nel mio studio potevo passarmi di citare altre teorie, oltre quella spenceriana, quando ridussi il fenomeno collettivo a fenomeno simpatetico. E fin qui non ho fatto, nè ho detto di fare, nessuna scoperta: ma soltanto ho applicato la legge spenceriana a un nuovo gruppo di fatti, da Ini non considerati specialmente. Ripeto: io non ho sostenuto come mia scoperta, ma ho soltanto accettato e meglio dimostrato, che il fatto psichico del delirio collettivo ha per sostrato il giuoco delle emozioni e rappresentazioni, cioè il fatto simpatetico. A questa domanda non puo rispondere nè Sighele, che non è mai entrato nel campo della psicologia generale, nè,c ome si sa, Spencer e gli associazionisti, che si contentavano di descrivere il fatto, riducendolo a uno schema associativo,ciòche,come spiegazione, ha ilvalore di una tautologia, senza svelarne il meccanismo, cioè il rapporto fra gli elementi; né I materialisti, che ne davano una ipotetica spiegazione anatomo-fisiologica, senza entrare nella pura psicologia. Dall'altraparte, rispondere a quelle domande significa trovarele ragioni ultime e più generali del fenomeno collettivo. Vale a dire, ridurlo completamente. Questo ho tentato io di fare; di qui comincia il mio studio genuino. Me ne sono vantato? ho soltanto asserito che tentavo di muovere un  Sighele intui, che i fatti caratteristici della emozione di una folla si possono ridurre a qualcosa di più generale, ov'entri quella facoltà dell'imitazione, quella suggestione, con le quali altri avevano spiegato il contagio morale; perciò egli, se mal non ricordo, senza nulla aggiungere di proprio, si rifere alle teorie di Bordère, Ebrard, Jolly,Tarde, Sergi, Espinas ecc. ecc. Ho dunque accettata una legge, o, meglio, ladescrizione di un fatto generale, che si potrebbe enunciare cosi. In due individui associate, A e B, la percezione degl’atti corrispondenti alle emozioni di alcuno destando in altri la rappresentazione di piaceri o dolori analoghi, suscita piaceri o dolori analoghi e gliatti corrispondenti. In questo enunciato c'è qualcosa di mio. Ma non mi curo di metterlo in luce. Piuttosto ti rivolgo la domanda: osservato il fatto, Spencer ne trova la ragione sociologica. Ma vi è qualcuno che ne trova la ragione *psicologica*? Come una rappresentazione emotiva può diventare un'emozione attuale, condizione e stimolo di atti volontari? Passo nel cammino della psicologia collettiva. Tu puoi scusarmene, perché conosci il tripudio di chi lavora per la scienza, che oggi è ancor l'unica nostra ricompensa. Adunque il rimanente studio, la risposta a quella domanda è mio. Mio nelle premesse, che si riferiscono al saggio, “I fatti psichiri elementary”, dove dimostro che la legge più generale della psiche è data dalla serie dei fatti emotivo -conoscitivo -volitivo, quando si consideri questa come l'espressione di un rapporto, per cui il primo termine rappresenta l'energia determinante degli altri. Mio nell'applicazione al fenomeno collettivo, dove le multiple rappresentazioni emotive devono agire sopra ognuno degli individui come altrettante emozioni reali attenuate, ma accumulate sulla prima; onde l'esaltazione propria della folla. Tutte queste tesi sono diverse da quelle sostenute e dall'intellettualismo e dal volontarismo. Epilogando: Sighele giunse a ridurre il fenomeno collettivo a un fatto generale enunciato come legge; e Spencer da la spiegazione sociologica di questo fatto. Ma, perchè vi fosse una spiegazione *psicologica*, bisogna aver trovato non solo l'associazione, ma anche il rapporto tra gli elementi associati; il quale rapporto di dipendenza, cioè di condizione e stimolo, dove, per ridurre completamente quel fenomeno, coincidere col rapporto o legge più generale della psiche. Questo ho cercato difare: e, poi che in modo particolare avevo stabilita la serie dei fatti psichici veramente elementari e il loro rapporto, cio è la legge psicologica generale, anche particolare, dove riuscire l'inferenza al fenomeno collettivo. Non posso, egregio e carissimo amico, riassumere in poche pagine quello che, a giudizio mio ed altrui è già troppo strettamente riassunto ne'miei saggi. A te, che liconosci, e che possiedi un forte ingegno intuitivo, basta questo richiamo; e spero che ti persuaderai, che Sighele restaugualmente uno de'nostri migliori scienziati, anche senza regalare a lui, che non ne ha bisegno, quelle due o tre pagine con le quali si termina il mio saggio. Spero ancora più fervidamente, che tu non mi dia del noioso e del l'immodesto per questa mia lettera, e che sempre mi creda il tuo. Adelchi. Nacque a Firenze dove il padre, Alessandro, originario di Ivrea, si era stabilito dopo il trasferimento della capitale del regno da Torino. La madre, Ermelinda Rossi, era fiorentina. La famiglia si fissa definitivamente a Genova, e compiuti gli studi classici, frequenta l'università, addottorandosi in lettere e in filosofia. Suo principale maestro fu Asturaro, del cui indirizzo sociologico B. risentì nei suoi primi lavori (Sociologia estetica, Civitanova Marche; Sul problema religioso,in Riv. ital. di sociol.), così come, successivamente, sube l'influsso di Morselli e delle sue lezioni di psichiatria. I suoi interessi psicologici sono documentati in questo periodo da numerose pubblicazioni (I fatti psichici elementari, Torino; Sulla classificazione dei fatti psichici, Bologna; Energia e psiche, in Riv. di filos. e scienze affini). Psicologia e sociologia venivano, poi, naturalmente a fondersi in una wundtiana psicologia dei popoli (Sulla psicologia dei popoli, Genova), permeata di una filosofia scientificamente concepita. Questo movimento culmina nei Fondamenti di psicologia sperimentale (Torino), che risentono ancora dell'influsso positivistico, nella ricerca di una filosofia scientifica, ma cominciano, al tempo stesso, a rivelare la sua originalità filosofica. Contemporaneamente coltivava il proprio gusto estetico frequentando i circoli letterari, le mostre di pittura, i caffè degli artisti. Pubblica un volumetto di versi (Sparvieri,Genova, con acqueforti di Edoardo De Albertis), che sarà seguito da altre poesie (Lettera - Notturno - Congedo), articoli letterari e frammentarie commedie, comparsi generalmente in Riviera ligure.  Questo duplice interesse, psicologico, ed estetico, accompagna il filosofo per tutta la vita, ma non senza trasformarsi radicalmente, dall'originario positivismo, in una personale forma di sensismo, dove tornavano a incontrarsi il significato etimologico e il significato moderno della parola "estetica". L’anno del congresso internazionale di filosofia di Bologna, a cui B. partecipa - egli, che l'anno prima aveva celebrato I funerali del positivismo italiano (in Lavoro nuovo), pubblica la Psicologia sintetica, in cui l'aspetto filosofico e quello scientifico-sperimentale della ricerca erano nettamente divisi, e la psicologia venne assegnata al secondo.  Conseguita la libera docenza, tenne corsi e conferenze all'università di Genova - oltre che all'università popolare - prendendo a interessarsi del problema pedagogico, strettamente congiunto con quello politico. Quattro Discorsi sull'educazione furono da lui riuniti in un volumetto, e alcuni anni dopo uscì la sua opera fondamentale in materia: Critica e pedagogia dei valori (Palermo).  Dalla politica si er sentito attratto. Le sue convinzioni etiche lo indussero a militare nelle file del socialismo; tuttavia, anche nell'attività politica, egli conserva quell'atteggiamento aristocratico e leggermente distaccato che lo caratterizzava sul piano culturale, ciò che tolse mordente alla sua azione. Per le elezioni amministrative, redasse in collaborazione con Gennari un ordine del giorno, votato poi all'unanimità dal Consiglio nazionale del partito, dove si dichiara che dei comuni ci si doveva impadronire per parálizzare tutti i poteri e tutti i congegni dello Stato borghese, allo scopo di accelerare la rivoluzione proletaria. Rispetto alla rivoluzione russa, si pronuncia contro l'accettazione senza riserve delle ventuno condizioni poste da Mosca per l'adesione alla Terza Internazionale, ma e messo in minoranza nella riunione della direzione. Cerca inoltre di evitare ogni scissione a sinistra, anche a costo dell'espulsione dei riformisti, che rappresentavano l'ala destra del partito: questo suo punto di vista, sostenuto prima e durante il congresso di Livorno, trova tuttavia la via sbarrata dal successo degl’unitari. Dalla sua dirittura morale e portato all'intransigenza. Antimassone, respinge l'anticlericalismo di maniera, auspicava la libertà dell'insegnamento. Turati ha a definirlo "il filosofo della direzione del partito". Eletto deputato nella legislatura, sedette al parlamento, ma l'avvento deli fascismo lo costrinse ad abbandonare l'attività politica (nella quale rientrano anche scritti come Le due facce del marxismo italiano, Milano e Fatica senza fatica, Torino).  Più fortunata divenne, a, questo punto, la carriera universitaria. Titolare a Cagliari, si occupa, tra l'altro, di Problemi universitari (Mediterranea) e vagheggia un progetto Per la riforma della facoltà filos. (Atti della Società ital. per il progresso delle scienze), che fu combattuto dal Gentile (Giorn. crit. d. filos. Ital.). Passa a Milano, sulla cattedra di P. Martinetti (che si era ritirato per non prestare giuramento) e torna all'amata Genova, stabilendosi sulla riviera di Sant'Ilario. Qui riceve volentieri i suoi studenti e colti visitatori, attratti da una fama, che, specialmente dopo la pubblicazione di Arte e poesia (Milano), si estese oltre la cerchia dei filosofi di professione. Riprese l'attività politica negli ultimi anni, soprattutto in forma di collaborazione a giornali e di rielaborazione di vecchi scritti di critica marxista. L'ultimo articolo, L'etica dell'economia marxista, uscì sull'Avanti! alla vigilia della morte. Al suo nome è intitolato l'istituto universitario di magistero di Genova.  La sua prima formulazione pienamente matura della filosofia può essere considerata il volume Il mondo sensibile, introduzione all'estetica (Messina), preparato da alcuni degli scritti raccolti in Filosofia in margine (Roma); in esso si vuol raggiungere la "prova esistenziale" della spiritualità del contenuto sensibile. Contro l'impostazione gnoseologica che soggettivizza il mondo, propugna un'impostazione estetica che vede nel mondo sensibile, preso per se stesso, "la forma dell'esistenza". Tale dottrina fu chiamata "occasionalismo sensista", in una comunicazione alla sezione piemontese dell'Istituto di studi filosofici  (Per un occasionalismo sensista, in Concetto e programma della filosofia d'oggi, Milano). La denominazione esprime l'intento di "riflettere sulla pura forma invece di prenderla quale rappresentazione di altro (soggetto od oggetto) posto come un contenuto irreducibile a quella forma. L'esperienza estetica ci mostra che un'ide a pura esiste come forma pura, sensibilmente, e che questa forma sensibile vale per sé, in un rapporto formalmente sentito con certezza, che diciamo verità. Ciò costituisce un valore sensibile direttamente, diverso sia dal valore del sensibile (che rappresenta il valore specificamente teoretico) sia dal valore del sentimento (che rappresenta il valore pratico). L'esserci sensibile interessa il pensatore o l'uomo pratico solo come ostacolo da superare, ma riempe di meraviglia chi guarda il mondo con gli occhi spalancati sol per la gioia di vedere, e così ne può apprezzare la bellezza. Queste idee sono esposte in Arte e poesia,e messe alla prova non solo a contatto con estetiche come quelle di Burke e di Focillon, a cui iscrisse introduzioni (Milano), ma con la stessa opera poetica, per es. di un Verlaine, di cui ripubblica in Italia una raccolta di Poesie, conintroduzione (Milano). Arte e poesia si conclude con una "apologia della forma", la quale sembra a torto imprigionare lo spirito e limitare il valore solo perché, in realtà, lo determina e lo realizza. Rovesciando l'istanza idealistica, secondo cui il valore sta in un'unità spirituale che si riduce a un'esigenza puro-pratica, a una rappresentazione di ciò che non è, dichiara che l'anima cerca il corpo, non viceversa, che lo spirito cerca la forma, la filosofia la poesia. Sicché il valore non appare più la premessa indimostrabile di ogni esistenza, ma il risultato intuitivo della stessa forma sensibile.   Bibl.: F. Della Corte, A. B., in Genova, Sul B. Ipolitico: Meda. Il Partito Socialista Italiano dalla Prima alla Terza Internazionale, Milano, I deputati al Parlamento per la legislatura, Milano, M. Carrea, Per una filosofia del socialismo, in Osservatorio, Genova, Nenni, Storia di quattro anni, Roma, Tasca, Nascita e avvento del fascismo, Firenze, Turati-A. Kuliscioff, Carteggio. Dopoguerra e fascismo, a cura di A. Schiavi, Torino, vedi Indice. Inoltre per alcuni scritti del B., in Critica Sociale, vedi Critica Sociale, cur. Spinella, Caracciolo, Amaduzzi, Petronio, Milano, Indici, cur. Lanza. Sul B. filosofo, oltre l'esposizione del proprio pensiero fatta da lui stesso in Il mio paradosso, in Filosofi ital. contemporanei, Como, Milano, cfr. U. Spirito, L'idealismo ital. e i suoi critici, Firenze, Volpe, Crisi dell'estetica romantica, Messina, Sciacca, Il secolo XX, Milano, Faggin, Il formalismo sensista di A. B.,in Riv. crit. di storia d. filos.,  Assunto, B. e l'estetica moderna, in L'Italia che scrive, Bertin, L'estetica di B.,in Studi filosofici, Bontadini, Dall'attualismo al problematicismo, Brescia, Talenti, A. B., Torino  (con bibl.). Nome compiuto: Adelchi Baratono. Baratono. Keywords: stilistica, breviario di stilistica italiana, fatto psichico elementare, i fatti psichici eleentare, psicologia filosofica, illuminismo, implicatura luminaria, implicatura escataologica, politica ed etica, la filosofia al margine: gentile, croce, natura umana, esperienza, il mondo sensibile, estetica, il bello, il sublime, criticismo, assiologia, hume a Cremona e torino, spirito, animo, forma logica, l’eneide, riviera ligure, “Rivera Ligure”. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Baratono,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Barba: la ragione conversazionale e l’impliatura conversazionale – la scuola di Gallipoli – filosofia leccese – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Gallipoli). Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Gallipoli, Lecce, Puglia. Grice: “I like Barba, but then I like Gallipoli – and he was born and died there, at Villa Barba. His main interest was Roman philosophy, which he studied at Naples! – The Roman occupation in Southern Italy brought ‘a breath of fresh air,’ as Barba has it, to the old “Grecia Magna” tradition --.” Grice: “Barba is very clear: ‘Epigrafia filosofica latina,’ o ‘epigrafia filosofica romana’ surely ain’t Grecian!” Conduce gli studi a Gallipoli, per poi trasferirsi a Napoli presso il zio, Tommaso Barba. Tommaso Barba e presidente della Gran Corte. Studia grammatica e materie letterarie nella scuola di Puoti. Si laurea in Filosofia. Studiare nel R. Collegio Cerusico e divenne professore di anatomia umana comparata. Insegna scienze e lettere al ginnasio di Gallipoli e fu sovrintendente scolastico ed Assessore delegato alla Pubblica Istruzione.  Fu arrestato ed esiliato a causa delle resistenze al governo. I membri dell'Associazione Democratica posero una scritta: "Nato dal popolo, Per il popolo si adoperò". A lui fu intitolato il Museo civico di Gallipoli.  Note  AnxaEmanuele Barba, su anxa. 21 aprile  13 ottobre ).  Scheda sul sito del Museo B.. Filosofi. Nome compiuto: Emanuele Barba. Barba. Keywords. epigrafia latina, iscrizione latina, iscrizione greco-romana, la iscrizione di Platone sulla porta dell’academia, ageometretos medeis eisito, Delville pittore belga (Libert), a Italia crea ‘L’ecole de Platon,’ per la Sorbonna.  I vasi di Barba – gemelli, fratelli siamesi, ecc. Monete romana, Gallipoli, colonia romana, ‘Proverbi e motti del popolo gallipolino” – poesie di Barba sulla morte del re d’Italia, risorgimento – esilato, carcere – la filosofia di Barba, barba filosofo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barba,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Barbaro: la ragione conversazionale e  l’implicatura conversazionale del Daniele –  filosofia veneziana – scuola di Venezia – filosofia veneta -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Venezia). Filosofo veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Grice: “This can be confusing to Oxonians, althou we are familiar with the Hanover dynasty! Daniele Barbaro, a faithful nephew, commented on his uncle’s, Ermolao Barbaro’s, ‘translation’ of Aristotle’s rhetoric – I shouldn’t even be saying this since it’s implicated in the title where Ermolao features as ‘interprete,’ and the ‘commentarium’ is due to Daniele.” Grice: “On top, Daniele wrote about ‘eloquenza,’ but his comments on his uncle’s vulgarization into latin of Aristotle’s vulgar-greek (koine) rhetorica – is perhaps more Griceian – since there is little conversational about Daniele Barbaro’s ‘eloquenza,’ while the rhetoric (or ‘rettorica,’ as he prefers) is ALL about ‘dialettica’ and dialogue!” --  Daniele Barbaro patriarca della Chiesa cattolica Portret van Daniele Barbaro Rijksmuseum -A-4011.jpeg Ritratto di Daniele Barbaro, opera di Veronese, presso il Rijksmuseum di Amsterdam Template-Patriarch (Latin Rite) Interwoven with gold.svg   Incarichi ricopertiPatriarca di Aquileia. Nato 8 a Venezia Nominato patriarca da Giulio III Deceduto Venezia. Ritratto da Paolo Veronese (Firenze, Palazzo Pitti)  Villa Barbaro a Maser  Pratica della perspettiva, 1569 È noto soprattutto come traduttore e commentatore del trattato De architectura di Marco Vitruvio Pollione e per il trattato La pratica della perspettiva.  Importanti furono i suoi studi sulla prospettiva e sulle applicazioni della camera oscura, dove utilizzò un diaframma per migliorare la resa dell'immagine. Uomo colto e di ampi interessi, fu amico di PALLADIO, TASSO e BEMPO. Commissionò a Palladio Villa B. a Maser e a Paolo Veronese numerose opere, tra cui due suoi ritratti. Daniele Matteo Alvise B. e figlio di Francesco di Daniele Barbaro ed Elena Pisani, figlia del banchiere Alvise Pisani e Cecilia Giustinian. Suo fratello minore fu l'ambasciatore Marcantonio Barbaro. Barbaro studiò filosofia, matematica e ottica a Padova.  E ambasciatore della Serenissima presso la corte di Edoardo VI a Londra, e come rappresentante di Venezia al Concilio di Trento.  Nipote del patriarca di Aquileia Giovanni Grimani, fu suo coauditore nella sede patriarcale di Aquileia. Venne promosso in concistoro a patriarca "eletto" di Aquileia (coadiutore), con diritto di futura successione, ma non assunse mai la guida del patriarcato perché morì prima dello zio. All'epoca tale carica era quasi una questione di famiglia per i Barbaro, infatti furono patriarchi di Aquileia ben 4 B.. Ermolao B. il Giovane, patriarca di Aquileia, Daniele Barbaro, patriarca di Aquileia, Francesco Barbaro, patriarca di Aquileia, Ermolao II Barbaro, patriarca di Aquileia. Fu forse nominato cardinale in pectore da papa Pio IV nel concistoro. Solo i Grimani, con cui erano imparentati, occuparono più volte il patriarcato (ben sei).  Partecipò a varie sedute del Concilio di Trento fino alla sua chiusura. Atre opere: commentarii di Aristotele Retorica del suo pro-zio Ermolao Barbaro il Giovane (Venezia); Compendium scientiae naturalis di Ermolao B. il Giovane (Venezia); Commento sull’archittetura d Vitruvio, pubblicato col titolo “Dieci libri dell'architettura di M. Vitruvio” (Venezia). Di essa pubblica anche una versione in latino intitolata M. Vitruvii de architectura, (Venezia). Le illustrazioni sono realizzate da Palladio --; un trattato sulla geometria, prospettiva e scienza della pittura, La pratica della perspettiva (Venezia); un trattato sulla costruzione delle meridiani, “De Horologiis describendis libellus” (Venice, Biblioteca Marciana, Cod. Lat.). Più tardi si scopre che il testo del B. affronta la tecnica di strumenti come l'astrolabio, il planisfero, il bacolo, il triquetrum, e olometro di Abel Foullon. Cronache, probabilmente riprese da Giovanni Bembo nella Cronaca Bemba. Aurea in quinquaginta Davidicos Psalmos doctorum graecorum catena interpretante Daniele Barbaro electo patriarcha Aquileiensi, Venetiis, apud Georgium de Caballis.  Note  La pratica della perspettiva, consultabile (testo italiano + tavole originali)  Giuseppe Trebbi, Barbaro Daniele, in Nuovo Liruti: dizionario biografico dei friulani. 2: l'età veneta. A-C, Forum editrice universitaria, Udine Eubel, Hierarchia Catholica Medii et Recentoris Aevi, III39, che cita gli Acta camerarii e gli Acta vicecancellarii 8, f 7  Cellauro, B. and VITRUVIO: the architectural theory of a Renaissance humanist and patron, Papers of the British School at Rome, Paschini, B. letterato e prelato veneziano del Cinquecento, Rivista di storia della chiesa in Italia, Władysław Tatarkiewicz, History of Aesthetics,  III: Modern Aesthetics, edited by D. Petsch, translated from the Polish by Kisiel and Besemeres, The Hague, Mouton,  B., Pratica della perspettiva, In Venetia, appresso Camillo, et Rutilio Borgominieri fratelli, al Segno di S. Giorgio, Devreesse, La chaine sur les psaumes de B., Revue Biblique,  Mercati, Il Niceforo della Catena di B. e il suo commento del Salterio, in Biblica,  Storia della fotografia Villa Barbaro. Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Vacca, B. in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Daniele Barbaro, su Enciclopedia Britannica, Giuseppe Alberigo, Daniele Barbaro, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Opere di B., su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di B.,. David M. Cheney, B. in Catholic Hierarchy.  B., su museo galileoMuseo Galileo, Firenze. Daniele B. su mathematica.sns Edizione Nazionale Mathematica Italiana, Pisa, Centro di Ricerca Matematica Ennio De Giorgi Salvador Miranda, Barbaro, Daniele Matteo Alvise, su fiu. eduThe Cardinals of the Holy Roman Church, Florida International University. PredecessorePatriarca di Aquileia Successore Patriarch Non Cardinal Pio M.svg Giovanni Grimani  Aloisio Giustiniani Umanisti italiani Nati Venezia Venezia Barbaro Patriarchi di Aquileia Ambasciatori italiani. DELLA ELOQUENTIA, DIALOGO. INTERLOCVTORI:  L'ARTE, LA NATVRA, ET L'ANIMA. R. IO VORREI VOLENTIERI Natura, che noi disputassimo insieme, se però l'ufficio del disputare alla tua conditione si conuenisse. NATURA.  Il disputare é cosa da te, ò arte, figliuola mia. Ma se à me stesse l'ammaestrarti, di presente direi, che tra il tuo intendimento, o il mio, alcuna differenza non fusse, da che dentro ti venija se il contender meco. ARTE. Al almeno desidero tale occasione. NATURA. Vano, o dannoso desiderio é il tuo, si perche io non sono mai ociosa, come perche tu sempre dei non mes no abbracciare il bene che cercare la verità delle cose. ARTE. Niena te più migioua che il bene ne che il vero più mi diletta. NATURA. In questo almeno tu m’assomigli che ouunque sia, ch'io mi ritrdovi, il vero sono, o il bene di ciascuna cosa. ARTE. si,  ma tu alla cieca ne vai, e io di tanto amo ogn'uno che con deliberato consiglio, o a nati veduto fine faccio, lo di far bene. NATURA. Emmi pur manifesto che la tua grandezza è di nascondere te stessa quantopuoi o di accoltarti à me. ARTE. Questo é, ma ciò a viene, perche tu prima di me al mondo venisti, o gl’uomini a tuoi piaceri adulasti, innanzi ch'io ci nascessi; o questa mia imitazione non ti accresce dignitade alcuna. Percioche, nella formica vile animaluzzo e più degna, nell’uomo meno onorato, ancor che questo quella imitando, l'estate per lo verno si proueda. La mia industria, o natura, fa maggiore il tuo povero patrimonio. NATURA. Che accrecimento farebbe ella, se io non ti lasciassi che accres cere? Tu pure, se uuoi, ben sai, che ogni opera presuppone il soggetto, senza il quale nulla si può fare. Que so da me, non da te procede. Oltra che appresso giusto giudice il secondo. A secondo luogo, non che il primo, ti faria denegato. ARTE. Giusto à tua scelta intendi colui, che te à me anteponga; ma nonſai che per la età molto ti concedo. NATURA. E mi piace di ragionare an poco tea co sopra questa materia, poi che tant'oltra proceduta ſei, che di te con buona equità midolga. Dicoti adunque, che in ordine di onoranza ne prima ſei, né ſeconda. ARTE. Chi adunque à noi soprasta? NATURA. Chi ne fece ambedue é il primo senza mezzo da lui nace qui. Tu doppo me sei. NATURA. Adunque mentono coloro che affermano, te esser madre universale, poi che tu stessa non nieghi eſſere d'altruifattura? NATURA Ad un modo io sono madre, ad un'altro figlia. ARTE Adunque di te cosa picprestante si truova? NATURA. Chi ne dubita? Ma io per essere a gli umani sentimenti vicina, tutta fiata son preferita. ARTE. Hai tu conoscimento di fine alcuno? NATURA. Certo no. Ma nel gouerno del tutto io son drizzata, e quasi addestrata dal padre mio. ARTE. In che dunque é ripoſta questa tua gloria? NATURA. Tanto potente, saggio, e buono é il mio fattore, che la sua gloria in me mirabilmente soprabonda. ARTE. Sommi più volte marauigliata di coteſta tua occulta uirtù, dalla quale tu ſei cosi gentilmente guidata jpelefiate mi è uenuto in animo di cre dere che ella forſe habbia potere di trar mead imitarti diforza; ergo però diſcorrendo,etpiù dentro penetrando, bo giudicato eſſere gran famiglianza tra quelprincipio, che ti muoue, &me, ondeper la ſea creta uirtu,non tua,io mi muouo ad operar come tu fai. Ma poi mi pare,che,ſe il diſcorrere l'ordinare,e il ridurre àfine le coſeantiue dute, è ufficio mio,io ſia inanzi di teſtata nel Cielo appreſſo il padre tuo, che egli habbia l'opera mia uſata in generarti ò produrti NAT. In altra guiſa io faccio le coſe mie tule tue, di quella del fattor noſtro, chenehafatte, et create.Però guardati dinon giudi care troppo animoſamente le coſe, figurando le inuiſibili, et occulte per le uiſibilio manifeſte. Ma perchecosi agramente mi condane ni? ſe in qualunque modo tu uuoi per le coſe già dette chiamar mi, ò madre, è figlia, o ſorella, ó amica ſeisforzatadi nominarmi? no mi tutti di congiuntione, amicitia, oſtrettezza. Egli non ſi uuol có. si correre a furia. AR. Non ti adirare ó Natura, che io non ho contra te mal uolere, né il finemio é ſtato cattiuo, anzi per lo tuo ef faltamento ho uoluto raffrenare la mia credenza, che era di ſapere con qual calamita io tirata fußi ad operare come tu fai,e mi uenu to ben fatto per lo ragionamento, che éftato fra noi, perche hauen do noi do noi ritrouata l'origine del noſtro naſcimento, ſiamoſicuré della no ftra nobiltà, come quella checon la eternità ſipareggi,o dal primo fattore d'ogni coſa proceda. Ma ben mi duole, et per queſto ti ho chiamata,cheà molte ſciagure ſia la grandezza mia ſottopoſta.Et quanto maggiore è lo stato mio, tanto àpiù pericoli mi ueggio eſſer ſoggetta. NAT. Quai ſciagure, oquai pericoliſono queſti? AR. Saper dei Natura, madre mia, che in tutte le parti delmondo mi truouo hauer molti miniſtri,de quali neſono alcuni,chemifanno una gran uergogna, a oltre à ciò miſono di danno infinito, o per lor cagione io ne ſento male. Perche non indrizzando me al debito fine, anzifieramente in abuſo ponendomi, come buona, utile, oono reuole cheio ſono,rea,dannofa, et uituperabilemifanno. Ondegli huomini per mezo mio ingannati da loro, certi de' loro danni, main certi di chi la colpaſiſia, s'accendono d'ira contra dime, à guiſa di co loro,che le ſpade,o non glihomicidi punir uoleſſero. NAT. Tu non ſei ſola nelmale di si fattioltraggi, tutto'l dime ne uengono afe ſai. Percioche producendo io ogni coſaà beneficio della vita di chi ci naſce, moltiſciagurati epieni dimal talento, maleufando l'arti ficio loro,empiono iltutto diconfuſione, auelenando, uccidendo,in, gannando, eoffendendoſenza riguardo alcuno; e chi ode o xede tali ſceleraggini, maledice ogni mia fattura. AR. Duraper certo ėlaforte noſtra,però che il uolgo cieco, &ignorante non ſa, chereo non è quello, che in bene uſar ſipuote.Maper uer direzio poco mi marauiglio, ſe il ueleno auelena,ò il ferro uccide, ma ben grandeam miratione miporge,quädo il cibo, di cuiſiuiue,cosi ſpeſſo in cattiuo umore ſi conuerte, che alla morte conduce. Et ciò dico à fine,chetu Sappia quantoiogiuſtamente mi dolga,che lapiù pretiofa parte, che tupergratia del tuo fattoreall'huomo cõcedi conla quale egli poſ fan debbia altrui eſſere d'infinito giouamento, cosi ad offeſa Sia, ex à danno preparata, che niente più. NAT. Chié quelmaluagio Oingrato,che tal coſa ardiſca di fare? AR. L'Anima, o la più diuina parte di lei. NAT. Perseguitiamola dunque, o facciamo la citare dinanzi al tribunal diuino, Voglio, che ella dica la cauſa ſua. AR. Ma prima uoglio,che infingendo noi con eſſo lei, tanto la prendiamo che ella dica à noi ogni ſuaeſcufatione. NAT. Né la giuſtitia del Giudice, né la uerità del fatto, nela tua dignità ricerca tale inganno,eſſendo quello ſincerißimo,la coſa uerißima, otu quel la,che del medeſimo errorej, del quale ſei per riprender lei, puoi eſ A 2 Ser accufatd. A R. Ben di..Ma io altrimenti non ſonouſata difure. Ma eccoti queſta ingrata,che di molte parti, et eccellenti doni da noi dotata d'alcuna gratia,che futta le habbiamo,non ſi ricorda,contre mecon me fteſa,o contra te per li beni, che dato le hai, altiera ſi lieua. Aſcoltiamola alquanto. ANIMA. Iddio vi ſalui ſorelle amantißime, delle qualiund mi rende atta l'altra mi fa gagliarda als l'operare. AR. Et te ancora ſecondo il tuo buon uolere, ma dins ne, che usi tu cercando? AN. Te ſopra tutte le coſe. ARTE. In parte difficile ti ſei riuolta, perciò che biſogna, che tu oſſeruicon di ligenzatutte le operationi, a modi di coteſta noſtra commune amis ca. AN. Hoio ad impiegare tanta fatica, innanzich'io t'imprens da? AR. Et poſponere a queſta ogni altra cura,ben che dolcißima cura ti fia, per la ſperanza dello acquiſto, che ne farai. Ma che parte di me conoſcer deſideri? AN. Indifferentemente,ſe poßibil fuſſe, tutte le uorrei, tutte le abbraccerei tutte le poſſederei. Ma ora grado mifia tant'oltre procedere, ch'ioſappia altrui paleſare i cons cetti miei. AR. Più chiaramente midi quel che uuoi,perche in molte maniere giouar ti poſſo d'intorno à cosi fatto dimoſtramento di penſieri. Vuoi tu ſapere conqual nodo di ragione ſi ſtringa ung parola con l'altra quale ſia la concordanza de' numeridelle per fone, ode' uocaboli delle coſe, et con quai regole dirittamente fifcri Me? AN. Queſta parte io la preſuppongo. AR. Forſe tu uai cer cando d'intendere con quale unione una coſa con l'altra conuengd, per poter'à tua uoglia diſcorrere, argomentare, o foſtenere le cons teſe  AN. Né ciò intendo per ora, ma di più dilette uol parte ho curd. AR. Tu uuoi tutta fiata porgere diletto col parlar ſoauiſ fimamente,à guiſa di delicata uiuanda acconciandoi numeri, il ſuono, per l'armonia delle uoci eſprimenti coſe piaceuoli, et grate à i fenfi umani? ARTE. 10 uorrei più adentro penetrare, né tanto effer folles cita di piacere alle orecchie,quanto di giouare all'animo, operò dimmiſe hai più parti, quaſi figliuole,cui ſi conuenga la cura del ras gionare. AR. Honne, o hauer ne poſſo ancora molte altre, che nonſono in luce; ma tra le altre una ue n'ba, che non è leggitima; un'altra la quale bēche leggitima ſid, pure e di tāto riſpetto, che rare Holte ſilaſcia al mondo compiutamente uedere. La prima in tanto da me é hauuta per buona, in quanto ella inſegna di conoſcere gli ingan ni del parlare, e à fuggire i ciurmatori. Laſeconda e da me coſto dita, &guardatamolto, percheio temo, che gli huomini di malaf fare non la ſuijno. Et eſſendo ella di bellezza,o di forma ſopra ogni altra eccellente gran pericolo miſoprafta Jlquale tolga lddio, ma doue non paſſa la maluagità umana: doue non penetra l'audacia? ego di queſto, poco fa, la Natura, a io ci doleuumo, et penſauamo,che tu fußi quella tu, che d'ogni male Q uergogna noſtra fußi l'apporta trice. AN. Perunared eu perfida, che ſi truoua, non crediate di gratia, che oggi di tutte ſieno tali,perche da me ui prometto,che als tro che onore non hauerete, AR. Bene, o cosine cape nell’anis mo. Che uuoi tu adunque da me ſapere?  AN. 10 cerco molto, Ò Arte, à modo mio di posſedere coteſta tua cosi bella, o riguardata figliuola,à benefitio deipopoli, o delle genti, o à gloria tua, di me,dicui altro cibo più ſoaue non truouo. AR. Prega tu prima la Natura, che à te conceda corpo ben diſpoſto, oformato, aſpetto graue, o gentile, uoce chiara, á eſpedita fianco,modo, o mouimen ti conformialla virtù, che deſideri". Appreſſo poi à me prometterai congiuramento di non ufare già mai la figliuola mia,uezzofa, inſos lente, « che tanto uagaſia delle bellezze ſue, che per farſi uaghegs giare in ogni luogo, in ogni tempo, in ogni propoſito ſenza riſpetto alcuno compariſca. Et con luſinghe eadulatione dal ben fare le genti, o i popoli aſcoltanti rimuoua. AN. Se ottimo uolere, fe oneſtédimanda ritruoua luogo appreſſo di te, o Natura, con ogni af fetto ti priego, chetu mi dia quello chel'arte mi perſuade, che ti dis mandi, corpo gratiofo,formato,odotato di quelle parti, che conue nientiſono alualore della figliuola fua. Etſe bene in alcun tempo io non ti poteßi di tanto donorimeritare,pure non ceſſerò di eſſertiſem pre obligatißima. NAT. Siati la gratia, che dimandi, conceſſa. A N. Io tigiuro ó Arte,perquella diuinità, che ſi truoua maggiore, di accoſtumare la tua figliuola à giouare ouà ben far’altrui, né per modo alcuno permettere, che ella ſeguagli apperiti diſordinati, ma circoſpetta ſempre, oſempre riguardeuole compariſca. AR. CO si habbi la chiarezza del ſangue, la libertà, eccellenza della pas tria, ibeni da gli huomini defiderati, come ciò facendo,alcolmo della gloria à pochi conceſſa,peruenirai. NA. Felice patria,che di tale, e tant'huomoſaràfornita. Maqual patria le dareſti tu, ó Ar te? ARTE A'mia uogliale darei quella,in cui le leggi poteſſero piit, che gli huomini, doue la maggior parte alla commune utilità s'ina drizzaſſe; antica,nobile,illuſtre,e di quelgouerno, nel quale il bes ne di tutti glialtri gouerniſiconteneffe, qualeforſe non più che unds'e  s'è ritrouata,oſi ritruoua al mondo, oforſe tu, o Natura,conſentia ſti di prepararle il più ſicuro et comodo luogo, oil piie forte fito, cheueder ſi poſſa,nonmeno al mare che alla terra uicino,cui di gra tiaſpeciale ancora il Cielo concede priuilegio di eſſer nimica d'ogni tumulto, o ſeditione,parca,pia,oreligioſa, con inſtitutiottimi temperata: NA. Troppo di cuore commendi, o lodi queſta tua Città, eforſe à ciò fare queſto t’induce,che tu in eſſa puoi il tuo ud lore, o la tuaforza chiaramente dimoſtrare. Ma tu, ó Anima, già ricca di tanti doni, chefatti t'habbiamo, che dici? A N. Le gratie non ſonopari al uolere,io attendo quello, che attender dei, &sò lo ſtudio,che tu ſei ſolita di porre nelle coſe tue;mi& rendo certa, che tuſai ancora, che ritrouando io unatemperatißima compleßione di corpo,à quella dò la umanaperfettione, o come quella temperanza cade, cosiſopra di eſſa declina ilmio ualore. Làondeſono alcune co ſe, allequali io non degno la uita concedere. Ad altre ueramente dos no la uita,ma le operationi di quella cosi ſono occulte, che in forſe fi ftà di credere ſe in eſſe la uita ſi truoui. Altre uita,ſenſo, omouis mento da me hanno comealcune intelligēze, et amore, coſa nobile et ueramente diuina. NAT. Queſtomipare,checosi ſia map ure als cuna fiata io ueggo, che le anime uan ſeguitando le compleßioni de' corpi. Onde poiſono alcuni ſdegnoſi, alcuni manſueti, altriuanno dietro alle apparenze, altrialle fauole più che alla uerità fi danno, emolti in ogni pruoua, ſoda ex inquiſita ragione uan ricercando. A N. Et queſto èquello da me tantodeſiderato dono, che e di ſapes re in tal guiſaſpiegare i concetti miei,ch'io ſatisfaccia à tanta diuer. ſità di nature, o d'ingegni. NAT. Quando tu ſarai giunta à quel paßo,chetu ſappia per mezo dell'arte cosi ben gouernarti con ogni maniera di perſone, dotte,roze,ciuili, barbare, umane, e inumane, allora potrai à tua uoglia mitigar’anco gli adirati, fpingere i pigri, raffrenare i feroci, ingagliardire i deboli; et di uno in altro cótrario à uiua forza ogni anima tramutare. ANIMA. Coteſta é und magica eccellentiſsima. Ma tu Arte,cui è dato di ritrouare alcune uie ragio neuoli di peruenire alla cognitione di coſe non conoſciute, incomincia da quelle che facili, en eſpedite ad inuiarmi al deſiderato fine riputes rai. Ar. Cosi uoglio, o à te farò capo, ó Natura, dinuouo addis mandandoti,di che beni uuoi tu adornare queſta noſtra nouella ſpoſa? NAT. Hollo già detto, a più aperto ti diſtinguo,dar le uoglio, ol tre al corpo ben formato unauoce grata, chiara, eguale, che ogni ſuono ageuclmente ſi pieghi, e che ſe ſteſſa inſino all'eſtremo ſoſtenti. AR. Et io le dimoſtreró parole atte ad eſprimere leggia dramente ogni concetto,pure,ampie, illuftri, eleganti ſeuere,giocona de, accoſtumate, ſemplici,uere, tarde, ueloci, ofinalmente tali, che abbracceranno la uera idea di me in queſtoeſſercitio. Et di più io l'inſegnerò di collocarle si fattamente inſieme, che diletteranno ſema pre, o non falliranno già mai; or iu Anima farai ociofa? AN. Hauendo io per gratia di te Natura le coſe conuenienti, oper tud corteſia ò Arte le parole conformi, farò si, che niuno in mepotrà de fiderare ne penſamento neſtudio alcuno. NAT. 10 a' ſenſi tuoiſot toporrò tutte le coſe, dalle quaifacilmēte ti uerrà fatto di prendere argomento di ragionare. Tu fin tanto non mancherai di diligenza. AR. Paterno, oſaggio ricordo. Però che con la diligenza ogni giorno teſteſſa auanzerai, ella ti farà poßibile ogni impoßibilità, ela la é la perfettione, lalode di tutte le opere de mortalijà cui cons giunte ſono tutte queſte coſe, cura, induftria, penſamento, fatica,eſſer citio, imitatione de migliori, «il tempo padre d'ogni coſa. Credi adunque à me quelloche la lunga eſperienza mi haidimoſtrato, cioé, che niente giouano imieiprecetti,niente le regole, niente gli ammae ſtramenti,ſenza la diligenza,con la quale oltre alla inuentione, all'ordine delle coſe,otterrai di accommodar la uoce alle parole, eſpri mendo le umili con baſſo, o rimeſſo ſuono, le pure coniſchiettezza, le afpre con durezza,abbaſſando, et inalzando queſto beato inſtrué mento à que' tuoni, che ſaranno conuenienti. An. Coteſte fono leggi da eſſere oſſeruate allora che io ſarò col corpo congiunta. Pers cheben ſai chenė lingua, nė uoce habbiamo, nė però egliſi uuoldire cosi ad ogn'uno,in che maniera tra noi fauelliamo. NAT. 10 ſo be ne, chegli huomini andrannofauo leggiando di noi, come altre fiate hanno detto chele cannucce parlarono, ilche é maggior miracolo, che ſe gli Indiani uccelli eſprimono le uoci umane. A R. Se già col mio aiuto uolarono gli huomini, molte coſe inſenſate hebbero mo uimento, che marauiglia potranno oggi maiprendere del parlar nos ſtro? AN. Che debbo dir’io? partita ora dalluogo,oue il parlaa re é uiſibile, l'intendimento ſenza fauella ſi ſcuopre, muoueſi ſenza luogo,e s'impara ſenza discorso. AR. Coteſti miracoli, che tu ci narri,ſono ſegno, che tu non habbia biſogno dell'opera noſtra. AN. Tu di vero, ſeio nella mia primiera ſimplicità mi rimaneßi. Ma diſcendendo dalpuro o purgato eſſere, o venendo quaſi ad un'aria infettata e corrotta,molto mi ſento dal mio primo ſtato ria moſſa. NAT. Peggio ti auerrà meſcolandoti con la masſa matea riile del corpo. A N. Ad ogni modo mi biſogna ſtar ſottopoſta. AR. Non uſciamo di ſtrada,macome buoni mercatanti accontiamo inſieme. Haßi dunquefin'ora promeſſa di uoce eſpedita, di copia di parole, di modo conueniente di accomodar la uoce alle parole;oraci reſta di affettare le parole alle coſe. Cheditu Natura? NAT. Die co, ch'egli è più che neceſſario queſto affettamento,ſenzail quale le parole ſarebbon uane et ſenza frutto, però accreſcendo le doti, che io intendo dare à coſtei, promettole di dimoſtrarle nelle coſe mie us na certa uerità, alla quale accoſtandoſi, potrà ſeco tirare ogniforte di gente, o di tale ueritàſenza dubbioti affermo eſſerne ogn'uno capace. A'R. Già tre corde di queſto liuto ſono accordate, uoci, parole, a coſe. Reſta, che nelle coſeſi ueda una certa conuenienza con eſſo teco,ò Anima, e con le parti tue; che ne riſulti la perfetta e compiutafoauità della deſiderata armonia. Però aiutamia ritros uare le tue più ſecrete parti, epiù occulte uirtù, acciò cheſi ſappia qual parte di te, con quai coſe, « con che parole, et con che attione ſi debba muovere. A n. Piacemi queſta diſpoſitione mirabilmene te ofappi,che auenga;ch'io nonſia ſtata col corpo già mai, nientes dimeno come nouella ſpoſa nella caſa del padre molte coſe hoſapute, che mi aueranno quando ciſarò legata. A R. Ora incomincia à dir mene alcune. AN. Hogià inteſo,che quando io ſarò con eſſo il cor po, molte mie forze emoltemie uirtù ſi ſcoprirāno,le qualiora non ſi conoſcono. Et prima ne gli occhi io ſarò il uedere, nell'orecchie l’u dire, nel palato il guſto, per ogni luogo oparti del corpo faró ſentimento, nel cuore principio diuita,di ſenſo,etdi mouimento. Ben che ad altra intentione altri riguardando,la origine di tai coſe ad al tre parti aſſegnerano. In un luogo ſarò fantaſia,in altro memoriain altro ingegno,et per tutto ſarò anima.Et ſe il corpo fuſſe di tal tem pra, chegli fuſſe diffoſto à riceuere ogni mis uirtù, farei nelle orecs chie la uiſte, o ne gli occhi l'udito, quantunque per molti accia denti, che uengono à i corpi, l'animepouerelle uſar non poſſano le forzeloro, da che nacque l'opinione di coloro, che dicono "credos no che noi moriamo inſieme col corpo.Ma io ti giuro per quell'onnis potente maeſtro, che mi fece che noiſiamo immortali, oſe ora io fo noſenza il corpo,perche non ſi dee credere che io reſtar poſlı dapoi, che'l corpoſarà disfatto? AR. Tutto chemolte ragioni aſſai pro Babiliper l'und ei per l'altra parte mi muouano,pureal modo,che io Sonoſolita di cercare la uerità delle coſe,io non ſono puntoſicura del la voſtra immortalità, però rimettendomi à qualche maggior ſapien za, che la mia non é, mi gioua di credere che noi uiuiate eternaměte. A N. Più oltraiſe fenza il corpo conoſco,fo ueggio, econoſco di conoſcere,miapropria operatione, che dirai tu poſcia dello eſſer mio? AR, Ritorniamo al cominciato ragionamento. An. Ben ti dico ora delle forze mie, perche io conoſco di dentro, e di fuori, dentro con la fantaſia, col diſcorſo, o con l'intelletto, o ciò si dia mandavolontà, come quello del ſenſo appetito, il quale hauirtù di porſiinanzialle coſe diletteuoli, o di fuggire le diſpiaceuoli.La no lontà è Regind. AR. A'me pare, che tu mi hábbiposto inanzia gli occhi la forma di una ben'ordinata Republica, nella quale ui ſia il Principe, iCoſiglieri,i Guardiani, et gli Artefici. Mainfinitamentemi doglio d'alcuni, che per molti ſecreti auenimenti, de' quali non fan renderealtramente ragione, corrono à fabricar nomi, che nonſono, et con quegli impauriſcono le genti,aguiſa delle nutrici,che ſpauenta, no ifanciulli con le fauole, quindi è nato il nome della Fortuna,cui ca pital nimica io ſempreſonoſtata, nõ percheio creda,che à quel nome alcuna coſariſponda, maperche mimoleſtalafalſa opinione di colo ro, che non ſolamente uogliono, che ella ſia una coſa come le altre, che ſono, ma le attribuiſcono la diuinità. NAT. 10fo bene, che la for tuna non è fattura mia. ART. Né di me'ancora. An. Molto mea no dimeauezza à coſe stabili e impermutabili. ART. Laſcida mola dunque andare, o ueggiamo ſe io ti bo ben’inteſa, due ſono i conſiglieri,per quanto io comprendo,ragione, &appetito, daiquali commoſſo e perſuaſo,s’induce à fare, eoperare il tutto, perche ora nė difortuna,nédi uiolenza alcuna ragiono. A N. Senza dub bio, ſe riguardi al nome, maſaper dei, che ſotto queſto nome di appea tito ſi comprendono due conſiglieri,l'uno, nel quale è poſto l'iracons dia,che è come difenſore dell'altro,nelquale è posta la cõcupiſcenza. AR. O diquantimali, e di quante conteſe l'uno e l'altro de gli appetiti ſuoleſſer ſemenza. An. Queſto non già auiene pur il dritto gouerno in tirannia non ſi tramuti. Diritto gouer è quel lo,nel quale,chi deue ubidire, ubidiſce, ochi dee comandare, cos manda". La ragione adunque di queſta piccola città preceder deue allo appetito, e non permettere, che egli ad abandonate redini cors sendo, ſeco dietro la tiri. AR. Moltomipidce quello che tu di,eso B per che 1 jo per ricompenſa di tal piacere voglioti ſcopriremoltiſecreti, che io bo d'intorno alle predette coſe.Ma dimmi tu prima queſta una parte, nella quale é riposta la ragione,diche hai tu inteſo cheella eſſer deb bia adornata? NAT. Diſcienza o di buona opinione ART, Vero é, per che la ſcienza é ilpiù bello adornamento, che s'habs bia, al qualeſe s’auicina la buona opinione,ò che gentileabito é que ſto,diche l'animaſiueſte apparando le ſcienze. Alora ella acquiſta laſua perfettione,allora ella é pronta à conſeguire il deſiderato fine, et quaſi ſeſopraſeinnalzando auanza ogni coſa mortale, o ſi cons giungecon la diuinità.Ma come di coſa precioſa,orara, difficile,or non da noi ora cercata,non ne ragioniamo, ma ritorniamo alla buong opinione, la quale si come la ſcienza è una certa cognitione delle cofe occulte, nata da uere og manifeſte cagioni, cosi eſſa opinione è una incerta notitia,nata da alcune dubbioſe cagioni, alle quali l'anis ma con timore difallire, odi errare, s'inchina. Per uoler'adunque ottenere l'intento fuo,é biſogno conoſcere il modo,col quale dapia gliareſi hanno,o, comeſidice, farſi beneuoli i detti conſiglieri,ac cio che acquiſtata lagratia loro, l'animaſi muoua àfareleuoglie di chi parla.Muoueſiadunque la ragioneuol parte,che è nell'anima, că lepruoue, ocon le ragioni; et tal mouimento s'addimanda inſegna re. Etperche la ragione è uno de' conſiglieri, prudente,etſuegliato, perd nell'ufficio deŪ'inſegnare é di mestiere diacuto epronto inten: dimento, mal'appetito in altro modoſimuoue.Il primo, che è detto Concupiſcibile,richiede una certa piaceuolezzaet cõciliatione. Pero ciòche cosi di dentro i petti umaniſono da quello tirati. Ilſecondo gli fpigneàforza, operò cõ eſo egliſiuuole uſare uno impeto, a cui più propriamente queſto nomedimouimento ſi conuiene, che à gli al tri; e comedebito è lo inſegnare,cioè il dimoſtrare con ueriſimil pruoua le propoſte coſe, cosi è onoreuole il conciliare, o neceſſario il muouere. Ma da ogni afficio di queſti tre peruiene lapropria dileto tatione. An. Io ſo almeno,che altro diletto non ho che lo apparda re. AR. Et tu prouerai appreſo quanto piacere naſca negliapa petiti. An. 10 pure ſono auifata cheeſſendo in eßi ripoſte le umaa ne affettioni, nonpuò eſſere che ſenza riſentimento di dolore ſimuou wano. ARTE. In ogni affetto, et mouimento d'animo, dolore, o piso cere ſono compagni.Oruedi quáto sfrenataſia l'iracondia, oquana to doloroſo ſia l'adirato,et pure conoſcerai, che lo appetito,et la ime ginatione della vendettaglie piùfoane che il mele. Ho duucrtito, che nc ELOQVENZA. ii negli eſtremi dolori gl’uomini hauuto hanno piacere di dolerſi, ayo il non poter ciò fare, èſtato loro di doppia doglia cagione, non cbe à loro elettion ehaueſſero uoluto l'occaſione di dolerſi,ma poſti neldo lore; dolce coſa il poter'à lor uoglia ramaricarſi hāno riputato. Dilet ta ueramente la SPERANZA, ma il deſiderio la tormenta. Peßima coſa è la diſperatione tra tuttigli affetti umani, maſola è ſicura contra la morte. Mauannetu diſcorrendo nelle altre perturbationi,che trouca rai nella allegrezza ſteſſa un mancamento diſpiriti, ounatenerez xa, che al pianto ti condurrà fpele fiate.Però io tiſcuopriròintorno à tai coſe bellißimiſecreti. ANIMA. sidigratia; percioche queſte mi paiono leuere, epotentifuni, con le quai ſi tirano l'altrui ate nos ſtre uoglie. A R. 10 ho inſegnato a' mieifedeli,che non fieno fema pre folleciti d'intorno ad unoaffetto, per fuggire la noia con la uda rietà dellecoſe, imitando la Natura, la qualeama ſopra modo il udm riare,o il mutare le coſe ſue. NAT. Vero è, perche chiaramente dei vedere la diuerſità delle ſtagioniedei tempi, la grandezza co l'ornamento de i cieli, la moltitudine delle coſe e delle apparenze, ch'io ſonouſata di dare alle coſe mie. AR. O'quanto io leggo fo pra il tuo libro è Natura;ma non abandoniamo l'impreſa. Deiaduna que fapereè Animà un'altro ſecreto, non meno delſopra detto bello, degno da eſſere apprezzato. Jo ti dico che tu auuertiſca bene di nõ ſollecitare con tutte le forze ad unoſteſſo tempo i detti conſiglieri, perche l'anima trauiata in molti mouimenti, non attende comeſi dee ad un ſolo.L'eſperienza ti moſtrerà, che ad un'bora né gliocchi, di belißime pitture,né l'orecchie di ſoauißime confonanze potrai pies: namenteſatiarejma compartendole opere, meglio aſſai per guſtare i diletti,e i piaceri delſenſo,uederai quanto può queſtaſeparata pers ſuaſione. Inſegna adunque. Inſegnato che hauerai, muoui, apporta le facelle, et eccita con gli ſtimolide gli affetti l'animo de gliaſcoltanti. AN. O' Arte tu ſarai ſempre arte. A n. Et tu anima ſaraiſempre anima. ANIMA. Eſſendo io anima, o da te ammueſtrata,diuentero Ar te, o tu eſſendo in me Arte, Anima diventerai. A R. Nuouo miracolo, didue coſe farne una; ma digratia non ci laſciamo ſuiare dalle occaſioni,che in uero alcuna uolta épiùdifficile la ſcelta, che la inuentione. Ora foniamo a raccolta, o quaſi ſotto uno ſtendardo ria duciamo le tue;uirtù, dalle quali fin’ora habbiamo iregali aßiſtenti ragione, concupiſcenza,oira. Reſta, che andiamo alle altre parti.; AN. Cosi faremo, o da eſſa memoria ſidarà principio. AR..O B quanto tiſon tenuta in nomeſuo,che mi giouerebbe duuertiré un'afa fetto di Natura, ſe altra fiata in quello abbattendomi, la memoris preſta nõ mi diceſse, Eccoti,ò Arte,quello che ancora uedeſti. Che es ſperienza ſitruouain meſenza di eſſa? chis'accorgerebbe, che in al. cuna di uoi, ó Anine, io miritrouaßi, ſe non fuſe la memoria come guardiana, teſoriera ditutte le parti dello ingegno? onde con ues rità ſidice, Che tanto fa l'huomo, quäto ſiricorda Naſce la memoria dal bene ordinare, l'ordine dello intendere, odal penſamento, però poſſo io con le imagini in alcuni luoghi riposte artificioſaméte indura rela memoriadelle coſe. NAT. A lungo andare tu le ſeipiù toſto di danno, che di prò alcuno, però non mipiace altro che uno eſſercitio, di eſſa memoria,cheſi fa mandando motte coſe à mente. A R. Che fai tu di eſſercitio • Natura, l'ordine della quale è ſempre conforme? il tuo fuoco ſempre tiraall'insù, la tua terra per lo dritto all'ingiù di fcende, o cot ſuo giuſto peſo al centro rouinando à modo alcuno non fi può uſare alla ſalita.volgeſiilcielo tutta fiata raggirandoſi in ſe medeſimo, ogni tua legge e impermutabile, o tutto che i tuoi mona ftri, le tue ſconciature alcuna volta ci diano da marauigliare, pus ge ſono tue fatture,néſono alla tua generale intentione repugnanti, mal'Anime da uno in altro cõtrario trapaſſando, buone di ree,et ree di buonediuengono. NAT. Io conoſco il biſogno in quel modo che gli occhi comprendono la notte, che é priuatione di luce, ma ben ti dico, chela memoria da me con molta cura é guardata nella compoſiz tione dell'huomo. A R. Io l'ho auuertito nel tagliare di eſſo, egomi fono marauigliata con quanta cura difeſo hai quella parte,nella quale éla memoria collocata, hauendole dato nella parte di dietro della tes ſta un'oſſo fermo, e rileuato,che da ogniſtraniera forza nella difens da. Tui in temperata umidità e la impreſione, e in ſecco proportios nato la ritentione delle coſe. Ma tu Arima,la cui nobiltà fi fa manife ſta per tante et tali operationi, di ciò il tuo fattore ne ringratierai, regolando con la ragione i tuoi appetiti, penſa,ordina, ocon lo eſa fercitio conſerua la memoria quanto puoi,percheciò facendo,tale di senterai, quale deſideri, e conoſcendo te ſteſſa, conoſcerai l'altre tue forelle, et come della più onorata di eſſe la tua ragione ſopraſta alla loro, il tuo dritto deſiderio ſarà lor freno, onde infinita riputatione acquiſterai,perche di leggieriſicrede à colui, in chiſifida, et facilmen te ſi fida in chi ſi truoua autorità, w credito, il qual naſce dalla inte grità,o bontà de' coſtumi, o queſto é,ch'io deſideroſa, fe altra ſi truoua del bene,temo aſſai non abbattermiin perſone ma lungie. AN: In che potranno ufare la loro malu agità, non eſſendo lor data ſede? ART. Come io non ti niego,che il uiuer bene, es accoſtumatamente non ſia di gran giouamento à farſi luogo nel coſpetto degli huomini, e acquiſtarlagratia de gli aſcoltanti,cosi non ti conſento che l'has uergli dalla ſua,per uirtù, oforza di parole non ſi poſſa fare. A N. Perche inſegni tu coteſti incanteſimi? A R. Il mio ualore e tale, che io poſſi in parti contrarie e repugnanti, ſenza che io deſidero ſcoprire in altruiſimili inganni, e però biſogna conoſcergli, cosila uerità ſtadi ſopra, ola bugia cade'uinta in terra,cosiſiponfine alle conteſe, cosi ſi terminano le liti, cosi ſi ammolliſce le durezze degli adirati, s'attura le rabbie de’ ſeditioſi, ſi ſollieua l'autorità delle leggi caduta contra il uolere di quegli, che ſtimando l'oro, l'argento, più cheil douere, et à prezzoſeruendo, poſpongono la ſalute coma mune alla utilità priuata.o quanto nei publici mali,e nei tempi pe ricoloſi compenſo pigliarſi ſuole dal parlare digraue et onorato cit. tadino,le cui parole condite diſenno,ſeco hanno l'alleggiamento d'o gnimalinconia,che gliafflige. An. E dunquegran difetto d'huos mini da bene? AR. Senza dubbio, o ciò auiene perche la uia dis ritta è una,male torteſono infinite, però di raro ſi vede tra mortali, chi per la ſola camini. Ma tuſcordata ti ſei d’un'altrauirtù, la quale per mettere le coſe dinanzi a gli occhi (il che éſommamente richies ſto)non ha pari.Di queſta uirtù, perche ella ha grande amicitia co i ſenſi corporali,o é molto confuſa,come quella, che é lo ſpecchio ges nerale di tuttii ſentimenti umani, o perciò è detta imaginatione; di queſta uirtù dico, non hauendola tu ancora eſſercitata, non ne haifin ora alcuna parola mosſa. Io odo dire che nella imaginationeſirifere bano le imagini, e le apparenze da ſenſi riceuute,et beneppeſſo in lei cosi ſtranamente tramutarſi che i ſogni non ſono cosi turbati, et con fuſi, là onde molti ſono detti, o riputati fantaſtici, altri ſi fanno Re O signori,o talmente par loro eſſere que'tali, che ſi credono di eſ ſere,che riſo eg compaßione mouono a chigli vede. Alcuni uanno, come ſi dice,in aria fábricando, et tanto ſi ſtanno nel lor penſiero fißi, che forſennati,e pazzi da tutti creduti ſono. A R. Quanto piùe uanamente ſpender ſi ſuole tal uirtù, tanto à maggior prò li deue ue farla,& adoperarla. Per queſta l'huomo prima taleſi fa, qual uuole che altri ſieno. Perche egli prima dentro diſe ſi propone la coſa, che egli cerca dare ad intendere altrui, con quel migliore e più eccelslente modo cheſi può, auolendo egli metter’altri a pianto, non tera rà mai gli occhi aſciutti. Simile forza nella pittura ſi dimoſtra, lo ar tefice della quale, ogni forma, che egli cerca di far uederenelle ſue tele, primanella imaginatione fermamente ſi dipinze, o quanto più belli,o gagliarda è la ſua imaginatione, tantopiù illuſtre, o loda. ta e la ſua pittura. Molte forme, oſembianze ſono de gli adirati,ma una più eſprimela forza dell'iracondia; queſta una deue inanzi alle altre eſſer poſta nella fantaſia, o à quela il pennello e la linguafi deue indrizzare; en cosi tutta fiata il più efficace modo o di moues re, o di dilettare, ò d'inſegnare por ſi dee chiragiona, inanzi,accioche egli ſi habbia l'aſcoltatore come deſidera.Et queſta è la utilità grans de di coteſta tuapericoloſa potenza,pericoloſa dico, perchemolti no ſanno ufarla à feruigidello intelletto, ocredono, che lo imaginarſi ſia intendere odiſcorrere. Ma laſciamo queſto da parte;o racco: gliamo le tue uirtù. Che mi hai tu dato fin'ora? An. Mente,uolons tà, appetito, memoria, imaginatione. A RT. Molto mi piace.Nella mente, che uiporremo altro, ſenon buona opinione, con l'ufficio dello inſegnare? Làonde la uolontà ſi muoua ad abbracciar le coſe. Et nel lo appetito,che ui ſtarà ſenongli affetti, eccitaticol muouere, &col dilettare, Là onde l'animo ſia uiolentato à bene eſſequire? Della me. moria non dico altro, né della imaginatione, percheſono ambedue di ſopra aſſai bene ſtate de noi diſtinte. Ora bella coſa udirai, oda non eſſer à dietro laſciata. A N. Che mi dirai tu? ART. Dicoti,che doppo la eſpedita dimoſtratione di tutte le tue parti, fa di meſtiere di ſapere in qual maniera elleſieno dipoſte à riceuere la impreſione dei loro oggetti. Perche uana, ofriuolafatica quella ſarebbe, di chi af fettaſſe in parte al pianto diſpoſta ſenza alcun mezo porre il piacere. Credi tu che eguale prontezza hauerai allo imparare,et allo adirars ti? Indrizza adunque i tuoi penſieri à gli ammaeſtramenti, che io ti uoglio dare, oſaperai comedeueeſſer' apparecchiato l'animo dico. lui che ricerca la pruoua, edi colui che è pronto all'affettione, imis tando i buoni medici, i quali prima uannoinueſtigado quai partiſieno guaſte, o quaiſane,eappreſſo, le guaſte uanno disponendo à rices uere i rimedij conuenienti; e prima leniſcono, e ammolliſcono, poi apportano la medicina. L'anima adunque, nella quale la ragione fi dee porre, acciò che dia luogo alle pruoue, et accettar poſſa la buona opinione, e iſcacciare la contraria,deue eſſere ripoſata, e quieta,et non in modo niuno affettionata, et trauagliata. Perche eſſendo il piancere,cheha l'anima, quando impara, foauißima coſa, biſognofache ellaſia lontana da ogniturbatione, operò molto male è conſigliato colui chenel conſigliar'altrui uſa la forza, o la violenza degli aps petiti, &degli affetti, laſciando il ripoſo della verità daparte; qual contento può riportar colui, che partito dal Senato dica, per qual ragione ho io aſſentito?perche ho io cosi deliberato? Buona coſa è l'hauer’alla uerità conſentito,mamiglior'e, ciò hauerfatto ragion neuolmente più toſto che à forza, perche in tal caſo non pure ſifabe ne,maſiſa di far bene; di che non è coſa più diletteuole w gioconda. Habbiaſi dunque l'animo ripoſato di colui cheattende la ragione; queſto ageuolmenteſi può fare, ponendoſiprima di mezo trail si o il no,come chiſta in dubbio.Però che più prontamëte ſi prende para tito,et ſi ammette il uero dubitando, che portando ſeco alcuna opinio ne. Macome diſpoſto ſia lo appetitoalle coſeſueattendi,che loſaprai con una bella diuiſione degli affetti. Perciò che in eſſo appetito gliaf fetti ripoſti ſtanno,comet'ho detto. Ogni affetto e d'intorno al male, ò d'intornoal bene, truouiſi pure lo affetto in qualunque parteſi uos glia. Ecco nel tuo generoſo ſoldato,cui é conceſſo l'adirarſi, opren. der l’armi quando biſogna dico dello appetito iraſcibile, D’INTORNO AL BENE VISTA LA SPERANZA, E LA DISPERATIONE. LA SPERANZA È UNO ASPETTARE IL BENE; LA DISPERATIONE È UN CADIMENTO DA QUELLO ASPETTARE. D'in = torno al maleuiſta l'ira, la manſuetudine, il timore, ol'audacia. Ira é appetito diuendetta euidente per riceuuto oltraggio Mania ſuetudine èraffrenamento dell'ira, oambedue queſti affettiſono in torno almale,difficile,etpreſente.Il timore é un aſpettatione di noia, ouero un ſoſpetto di eſſere diſonorato.Et queſta ſichiamauergogna. Il primo,ouero é temperato,ouero eccede la miſura. Dal temperato neuieneil conſiglio,dall'altro la inconſideratione,il tremore, et altri ſtrani accidenti.Laconfidenza, «audacia, é contrario affetto. Et queſte perturbationi tutte ſono d'intorno almale che dee uenire.Nel L'altro appetito, in cui è poſta la concupiſcenza, d'intorno al bene ui ſta l’amore,il deſiderio, a l'allegrezza. D'intorno al male l'odio, o l'abominatione, di cui ſegno infelice e la triſtezza, dalla quale naſce l'inuidia, la emulatione, lo ſdegno, o la compaßione,quando auiene che la triſtezza detta ſia de i maliouero de i beni altrui. Ma nelle co fe proprie affligendoſi l'huomo tre alleggiamenti ritruoua. Il primo ė ripoſto nel proprio ualore, perche niuno ſcelerato é compiutamente aüegro.L'altro è meſſo nel conſiderare il dritto della ragione, werita 16 D ' Ε ι ι Α fuerità delle coſe, da che naſce la ſofferenza figliuoladella fortezza. L'ultimo é la conuerſatione di alcuno amico, perche ne gli amici e ripoſta la ſoauità della uita. Ritornando adunque allo amore, ti dico, che Amore è uoglia del bene altrui,eu ſe é mouimento d'animo a far bene, li dimanda gratis. Senon ſopporta concorrenza, geloſia, lela ſopporta ad onefto fine, amicitia. L'inuidia non uorrebbe, che altri haueſſe bene,ſe benuifuſſe il merito. Lo ſdegno non lo uorreb be, non ui eſſendo il merito La emulatione il uorrebbe anche per ſe. La compaßione ſi duole del male altrui, temendo il ſimilenon da uengu á lei. Etciò ti puòbaſtare in quanto ad una brieue dichiaraz tiore di tutti gli umani affetti. Ora econueniente, che tu ſappia in che modo à ciaſcuno d'eſſi tu ſia diſpoſta, acciò che tu ſappia poi als truiſimigliantemente diſporre. Eſſendo adunque l'appetito uarias mente affettionato, quandoſi ſdegna,quandoinuidia, quando aborris ſcequando ama, quando teme, quandofpera, equando in altro mo. do é trauagliato,acommoſſo, aſcolta un bellißimo ſecreto, ilquale non ſolamente à diſporre gli animi à qualunque affetto è buono, ma in ogni operatione é neceſſario, et benche oggi mai per uero ammies ſtramento della uita da ogn'uno ſi dica, RIGVARDA AL F13NE, non é però d'ogn’uno l'applicare alle attioni o opere de' mortali, cosi belle ſentenza. Laſcerò da canto le coſe, che non ſpettano alla noſtra intentione,ſolo dirotti quanto io deſidero, che ſia negli af fetti oſſeruato. Deiſapere che egli ſi truoua una maniera diparlare, la quale in molte, manifeſte parole effrime la forzı, ey la natura delle coſe; e quelle molte, omanifeſte parole altro non ſono, che le parti della coſa eſpreſſa. Queſtamanieradi parlare é detta Diffie nitione. Ora dunque io ti ammoniſco, che nel muouere gli effetti pri ma tu habbia à riguardare alla diffinitione di ciaſcuno,come al deſide rato fine. Però cheſe la diffinitione rinchiude in certi termini la nas turi della coſa propoſta, ſenza dubbio querrà, che il conoſcitoredel la natura, o delle parti deltutto diffinito, oeſpreſſo, indrizzerà tutte le forze dello ingegno ſuo, à ciò fare,et tale aiuto preſterà abon dantißima copia di ragionare, o diſciogliere ogni occorrente diffi cultà, e durezzé. Eccotiſe ſai, che l'ira é deſiderio di uendetta per riceuuto oltraggio, o ſe mirerai in queſto fine, non anderai tu dia ſcorrendo, in qual modo eſſer debbia diſpoſto all'ira colui, che tu uora rai hauere ſcorucciato? o conchi, oper qualicagione, et quanti modiſieno di oltraggiare altrui? Et ciòin ogni affetto facendo,non ti farai ſignore, et poſſeditore dello animo di ciaſcheduno? Et rans to più dimoſtrerai con la uoce, et co i mouimenti del corpo, te tale. effere, quale uorrai,che altri ſia, certamente si. La diffinitione adun queé il ſegno,al quale ſi deue attentamente guardare. Ora inbrieue ti dico dell'ira, che eſſendo ella uoglia di uendetta,è neceſſario,che lo adirato ſi dolga, o dolendoſi appetiſca alcuna coſa, dalche naſce,che repugnando altri à gli umani deſiderij, ouero à quelli alcuno impedi mento ponendo, ouero in qualunquemodo ritardande le uoglie al trui, porga cigione di adirarſi, cioé di deſiderare uendetta,ilperche nella ſtanchezza nell'amore, nella pouertà, e ne i biſogni ſonodiſpoſti i petti umani agramente al dolore cagionato dall'ira, epiù cheſono ideſiderijmaggiori, più apparecchiati, oprontiſono all'ira, o al furore. Lo hauer male di chi s'attende ilbene, lo eſſere in poco pre gio tenuto, ò diſubidito, o prezzato, o per ingratitudine, ò per ingiuria ſenza prò dello ingiuriatore, ſono tutte diſpoſitioni al predet to mouimento. Giouamolto, oin queſto, et in altri affetti ſaper. la natura,ilpaeſe, la fortuna, ela conſuetudine di ciaſcheduno. Se adunque ſi accende nell'ira in tal modo, chië diſonorato, o iſcordas to,ſenza dubbio acqueterai colui cheſarà onorato, riuerito,ubidito, ammeſſo, et riputato; ouero, chiſiſarà uendicato,a cuiſarà dimandato perdono con la confeßione del fallo, incolpando la violenza, enon la uolontà. Deueſi dare molto al tempo, oalla occaſionein ognicoſa, operò ne' conuiti, ne i diletti, one igiuochigli umani appetitifoa no più alla manfuetudine inchinati Dell'amorealtro non tidico, le non che eſſendo eſo soglia del bene altrui, l'eſſere cagione, mezano, interceſſore, aiutore al bene altrui,diſpone ageuolmente à tale affets to ciaſcuno. Et perche Amore appreſſo, é una ſimiglianza, w unios ne di uolere, però coluiſarà più amato, ocon l'animo più abbrace ciato, il quale dimoſtrerà d'eſſere d'un'animo, o d'una uoglia steſſa con noi. Ilche nelle allegrezze, one i dolori ſi conoſce, o neį biſoa gni ancora; non ſolo nelle perſone amate, ma ancora negli amici de gli amici. Allo Amore riferiſco la Benuoglienza, e l'Amicitia, las quale, ben che affetto non ſia, pure è nata da eſſo amore, che è uno de gli umani affetti. Qui non é luogo di più diſtintamente ragionare dell'amicitia; de gli oggetti, delle parti, e delſine ſuo. Perciò che altroue nei graui ragionamenti di filoſofia ciò ſi conuiene. Baftiti d'hauere per ora la ſuperficie, el'apparenza. Ritorno adunque e ti dico,che ipiaceuoli,coloro, cheſidimenticano dell'ingiurie i с faceti, imanſueti, gli officiofi uerſo i lontani, atti ſono ad eſſer'amati. Peril cótrario ſapersi chedire intorno all'odio,il quale è ira inſatia: bile, da uendetta, da tempo, daruina alcuna non mitigato; occulto ine ſidiatore, ymortale, nato da in giurie o ſoſpetti. Al quale diſpoſte ſono altre nature più, altre meno, o à megliodiſporle,biſogna ams plificare le ingiurie, « iſospetti,acciò che nonſoloſi brami una ſema plice uendetta, ma la diſtruttione della perſona odista. Del timore, odella confidenza, che ne attendi più, ſe di queſta, ed'ogni altra perturbatione ne i uolumi degliſcrittori, et nelle pratiche umane'ne Jei per uedere aſſai? Timore e turbation d'animo, nata da ſoſpetto di futura noia. Et però chi temeſa ó penſa dipotere ageuolmente eſſer’offeſo, eda chiſpecialmente, ſopraſtando il tempo,es la occas: fione. Etchiciò non ſoſpetta,non é al timore diſpoſto comeé chi ſem pre éſtato fortunato, chi ſempre miſero, chi è copioſo d'amici, di ros 64,09di potere,chi é fuggitoſpeſo dalle ſciag ure, ode pericoli,ego altriſimiglianti;o que'taliſono confidenti, &audaci. Euui altra maniera di timore, non didanno,madi biaſimo; alla quale diſpoſtiſos no i giouanetti,i riſpettoſi, oriuerenti, quelli cheuoglionoeſſer' ha uutiper buoni da ' più uecchi, o da ſimili, opari. Et però aûa loro preſenzaſonopronti ad arroſire. Non cosi ſono i vecchi,perche non credono,che di loro altri ſoſpettino quelle coſe, che ſono ne' giouani, come laſciuie,amori, euanità. Etperche il diſonore è coſa, cheuies n'altronde, però gli ſpiritidalſangue à quellaparte, che più lo ricer inuiati ſono.Ladoueil uiſo ſi tignediquel roſſore, cheſi vede. il contrario nei timidi, nel cuore dei quali il ſangue ſi riſtringe, per ſoccorſo di quella parte, che teme la offenſione. Nella uergogna ſi abbaſſano gli occhi, come che tolerar nonſi posſa la preſenza dicos lui, che è giudice de i difetti umani. Queſto è ne' giouani aſſai buon ſegno di gentil natura. Però che pare, cheuergognandoſi conoſcas no idifetti, ey habbiano cura di quelli. Non uogliopire diſcorrer’ina torno all'audacia, allo ſdegno, alla compaßione, alla emulatione, « al la inuidia. Però che molto ne uedraiſcritto, eragionato da altri. Ben non ti poſſo tacere del male acerbo, mortale, ch'io uoglio à quella fiera indomita, eabomineuole dell'inuidia, che all'udir ſolo il nomeſuo, ſtranamentemi muouo. Lafigura,i modi, ai coſtumi di eſſa ſono da gran poetadeſcritti. Di queſta mi dolgo, per eſſer quels la, che più regnaneimiei seguaci. Là doue il fabro al fabro, il mes dico al medico,l'uno artefice all'altro, inuidia portano ſempremai. M4 ca, Md tacciamoora di queſto, e poicheragionatohabbiamo di te, delo le parti tue, delle quali taci, che in eſſeſi ſtanno,e delle loro difpofia tioni, addimandiamo la Natura quaicoſe a’quai parti di te conuena gono, acciò che accordando la foauißima armonia della umana elo quenza con piacere, og utiledegli aſcoltanti uditi ſiamo apieno por polo raccontare i miracoli della Natura. ' AN. lo ueggio ben oggia mai' ' Arte, che tuſei quella chefai l'acume, ò la ſottilezzadell’oca chio mortale nel ſecreto della diuinamentetrapaſſare. AN. Anzi per te, ó Anima,coteſto mirabile ufficio s'acquiſta, la cui cognitione tanto apporta di lume, e chiarezzaad ogniprofeßione, o scienza, che ucramenteſi può dire chetuſia ilprincipio d'ogni conoſcimento Etperò chiunqueſtima; ola uſanza di uno leggieri eſſercitio, o il ca fo tanto potere quanto tu, o io.uagliamo, grandamente s'allontana dal uero. Tu t'abbatterai in un ſecolo impazzito, d'huomini, i quali s'accoſteranno ad imitare più uno, che l'altro, olo imitar loro non faràſenon manifeſto rubamento, ſciocchi,oferui imitatori, che non Sapendo, perche altri s'habbiano acquiſtato il nome, tutta via in ciò s'affaticano. Altri perche hanno unaſcelta di belle, &ornate pde role uogliono ad uno ſteſſo tempo fcoprirle accomodando à quelle i concetti loro; ma che poi ſono cosi rozi, a inetti, cheſenza ordine, Ofuor di tempo le metteranno, e diranno, Io cosi dißi,perche cosi ha detto alcuno de' più preſtanti. Queſtiſono gli incomodi delfecom lo. Nat. O`quanto m’increſce perciò eſſere ſtimatapouera «biſo gnoſa, come che à me manchi alcunafiata,che donare, o che nel cer care l'altrui teſoro l'huomo perda,ò non conoſca il ſuo. AR. Chi ſempre ſegue, ſempre ſta di dietro, chi nonua dipari,nõ puòauan zare. Male hauerebbonofatto i primi inuentori delle coſe, fehae veſſero aſpettato,chiloro douea farla ſtrada. Et troppo pigro écoe lui, cheſi contenta del ritrouato. Ionon porgo già mai la mano a chi laſcia, oabandona la naturale inclinatione, come bene ho ueduto que' ali non conſeguire il deſiderato fine. NAT. Mi turbano apa preſſo quelli, ò Arte, che tanto di me ſi fidano, che te laſciano à dies tro". AR. Non ti dißi da principio, chenoi erauamo unite, e che ciò che appare di uarietà, e diſomiglianza tra noi,e in un principio ricongiunto? Che miditu? Chiunque opera alcuna coſa da me drizzato, uſa una regola commune, et uniuerſale, che à molte, diuerſe nature feruendo,quelle uniſce, o lega in uno artifi cio medeſimo, perche io ſono la conformità,o la ſimiglianza;altri acutifono, eſuegliati, altriſeueri,& graui,altri piaceuoli, &eles ganti per natura. Vnaperò e l'arte,una éla uia, che ciaſcuno al ſuo ſegno conduce. Quando adunque l'arte precede, facile e lo imitare; lodeuole il rubare, et aperta la ſtrada alſuperare altrui. Et in tal guiſa bene ſilpendeſenza lo auantarſi di eſſer ricco, a fenza dar ſos: spittione di uergognoſo furto. Accompagnifi dunque nelle ciuili con teſe il core, ola ſcrima,cioè la natura, el'arte, ogſi uederanno poi que’miracoli, ch'io ſo fare. Ma laſciamo tai coſe, e incomincia o Natura, o dimmi, in che modo le coſe tue fiſtanno, che di eſſe cosi dileggieri gli huomini ſi uanno ingannando NAT. Sappi ò Arte, che ogn'uno che ci naſce, ſeco porta dal naſcimento ſuo unacerta ins clinatione alla uerità, donde auiene, che inſieme con glianni creſcens do ella in parteſuole il uero congetturare, laqual congetturi opis nione più toſtocheſcienza uferai di chiamare. Laſcio la uſanza mia imitatrice,chefino da primiannirecarſuole molte opinioni, che poi dipenacon l'altra certezzaſileuano, parlerò di quella ſembianza più toſto, che ſembiante di uero,cheé atta nata à muouere l'umane mentia far giudicio delle coſe. Dico adunque, alcune coſeeſſer da ſe ſteſſe manifeſte, chiare, altre, niente da ſe hanno di lume, edi fplendore,mailluminate da quelleche ſeco hanno la luce, ſi fannoa? fenſi umanipaleſi; nel primo gradoé il Sole, o tutti que' corpi, che ſon chiamati luminoſi. Nel ſecondo ſono i corpi coloriti, i quali non hannoin ſe ſcintilla di chiarezza, ma d'altronde ſono illuminati. Il fimigliante ſi ritruoua nello intelletto. Iljaale riceuendo alcune coſe diſubito quelle apprende, og ritiene. Però che quelle ſeco hannoil lume loro, ſe à me ſteſſe il fabricare de' nomi, io le chiamerei Noti tie, ouero Intendimenti primi. Ma poi altre ſono, che non hannoda ſe lume, ó uiuezza alcuna,&però di quelle ſifa giudicio con ſoſpetto di errare, fe da altro luogo la loro intelligenza non uiene; quinci ė nata la opinione, la quale come opinione, che ella é, né uera ſitruoua, ne falfa. Il difetto naſce daquelli uirtù,chepoco dianzi diceſte.Pero che le coſe mie fono, come ſono,mariceuute nell'anima, e da' ſenſi al la fantaſia per alcune debili ſembianze traportate, ſtranamente meſcolate, fannodiuerſe opinioni. Ben’é uero, ch'io non faccio una co ſa tanto diuerſa da un'altra, che l'huomo dueduto non poſſa alcuna Somiglianza tra eſſe ritrouare. AR. Molto mi piace che l'animadi ciò nonſia fatta capace, perche accadendoleſpeſo mutare le opinioni umine, e da uno in altro contrario traportarle, molto deſtramente biſogna adoperarſi,et diſimiglianza, in ſimiglianzaà poco a poco pas fando,perchelo errore in eſe ſimiglianze ſinaſconde, tirar le menti, che no s'aueggono di una in altra ſentenza. An. Et chi può queſto ageuolmente fare? AR. Chi con diligenza inueftiga la natura dela le coſe ſottilmente, uedrà in che l'una con l'altra ſi conuenga, ma non chiamiamo però la opinione incerta,cognitione à queſto ſenſo,checo lui, che ha opinione ſappiaſempre quella eſſer’incerta, o dubbioſt conoſcenza, ma bene che in ſe conſiderata, come opinione da chiuna que hauerà il uero ſapere,ſarà riputataincerta. NAT. O quans to mi nuoce in questo caſo,la uſanza inſieme con la età creſciuta, lds quale à guiſadimeſtesſa, ferma talmente le coſe nelle menti umane, che bene ſpeſſo la bugia, più che la uerità in eſi ritruoua luogo. Et peròcredono molte coſe che nonſono, ouerofe ſono, ad altro modo di quello, che ſono, uengono giudicate. Etfe pure dirittamente appreſe ſono, altre cagioni lor danno,che le uere, e quelle ch'io so eſſere in mediati o continuate à gli effetti. Et queſto auiene quando la ragio ne inchina più al ſenſo che all'intelletto, « più all'apparenza, che al l'eſſenza. AR. Tu hai più dell'Arte,o Natura,che di te ſteſſa,cos si bene uai diſtinguendo i tuoi ragionamenti. NAT. Non te ne ma rauigliare, ò Arte,perche io qual ſono,tale mi dimoſtro, oſe di me medeſima parlo, cometu uedi io lo faccio in quel modo, chetu altre uolté hai confeſſato, che io ragionereiſe io fußite. AR. Quello che io dico, lo dico per amınaeſtramento di coſtei, laqualanche non ſi dee marduegliare di queſta apparenza del uero. Perciò che è aſſai als l'huomo ſaggio, che le buoneragioni gliſieno ſemprequelle ſtelle, da quelle ne prenda la ſimiglianza del uero, che per lo più muoue le umane menti, oin eſſe ageuolmente ſi pone, al che fare, opportuna, ocomoda coſa é ricordarſi, in che maniera per lo pulſato l'huomo ſe ſteſſo habbia ingannato, o in qual modo ancora, e per qual cagione altri ingannatiſi fieno da loro medeſimi, in uero te ne riderui, uedens do alcuni che penſano, ogni coſa, che precede un'altra, cffer di quella cigione, ò che lo eſſer fimile ſia il medeſimo. Ne per ciò direi che l'os pinione fuſe ignoranza,comenon dico, eſſa eſſere ſcienza, perche la ſcienza e stabilità,o fermata da uero, e infallibile argomento, en la ignoranza non è di coſe uere. Onde naſce,chela opinione è un abi to mezano tra il uero intendimento, o l'ignoranza, differente dal dia bitare in queſto che la opinione piega più in una, che in un'altra par te, il dubitare tiene in egual bilancia la mente tra l'affermare, o il negare, eye però biſogna riuocare in dubbio le coſegià ammeſſe,e di mojtrare quäto pericolo ſia il giudicare. Da queſtone naſcerà la que ſtione, e la dimanda, la quale diſponendo le menti alle ragioni; quan to leuerà della prima opinione, tanto porrà di quella, che tu uorrai, o à ciò fare uia non é appreſſo quella che ua per le ſimiglianze delle coſe.Partipoco,ò Anima, cotesti uirtu? penſi tu,che ſia cosi facile il perſuadere? ó credi tù chegià biſogni con dritto giudicio, o con ſal do intendimento penetrare dalla ſuperficie alla profondità delle coſe? A N. Da che occulta radice l'apparente bellezza dicoteſta tua figli uola,nel cuiadornameiito la Natura ſola non baſta. NAT, Ora ogniſentimento mi ſi ſcuopre, ó Anima, da costei, emanifeſta uedo eſſermifatta la cagione,per la quale molti miei amiciſono diſonorati. ART. Quai ſono coteſti amicituoi? NAT. Quei, che inueftis gando uanno iſecretimiei, le ripoſte cagioni delle coſe,i movimenti, le alterationi, &i naſcimenti d'ogni coſa, o che non ſicontentano di ſtare par pari de gli altri huomini,manobilitando la ſpecie loro con le dottrine traſcendono i cieli. AR. Che ſtrano accidente può ueni re à perſone cosi pregiate, come ſono iſeguaci tuoi, ogli amatori della Sapienza,i quali comerettori delmondo, felicißimi,er beatißis mi eſſer deono riputati? NAT. Queſti fedeli miei à punto ſonoquel li, che più de gli altri ſono diſonorati. An. In che coſa? ART. Aſcolta digratia; mentre che gli ſtudioſidi meſi ſtannoſoli, ein par te ripoſta comeſchiui dell'umano confortio,non é loda • grido onora to, che con ammiratione delle gentinon gli eſſalti o inalzi infino al cielo. Mapoi che compareno, et uěgono alla luce,ſono prima da ogn'u no guardati, si per la eſpettatione già conceputa della virtù loro, si an cora per la nouità dell'abito, o dell'aſpetto,et del portamento,ogn's no lor tiene gli occhi addoſſo, a attentamente ſi dimoſtra di uolergli udire. Io non ti potrei eſprimere con che grauità poi aprono la boca ca, e con che tardezza poimandano fuori le parole, etquanta ſia la dimora de i loro ragionamenti, i quali poi che da principio nonſono in teſi dalle genti,comecoſe lontane dalla umana conuerſatione, non cosi toto uiene lor tolta la credenza, per che purſiattende coſa miglios respire conforme alla opinionede’uolgari,iquali dalla prima eſpets tatione inuiati danno i ſeſteßi la colpa del non capire la profondità de' concetti loro. Mapoi che nel ſeguete ragionare s'accorgono pur in tutto di non poter’alcuna coſa da que'beati ritrarre, et che ogn'os ra più le coſe intricate, ar le parole aſcoſe ogni lume d'intelligenza Hanno lor togliendo, quanto ſcherno, Dio buono, jego quanto riſo ſe ne fanno. AR. Jo grauemente miſdegno, ó Natura, et mi dolgo di ſimili auenimenti, poi chegli infelici non fanno drittamente ſtimar le coſe, benchefino al fondodi eſſe paſarſi credono,maforſe è, cheſtan do eßiſemprein altro, quando poi allo in giù riguardando ueggono l'altezza loro, a la profondità delle coſe terrene, uanno uaccillando con gli occhi; ocomparando il cielo alla terra, ſtimano ld terra un minimo punto, o una bella città un niente che nobiltà, che chiaa rezza diſangue può eſſere appreſſo coloro, che ſeſteßicon la eterni tà miſurando, tutti da uno ſteſſo principio uenuti affermano? Che rica chezzaſarà grande appreſocoloro, che ſi ſtimano poſſeditori del cie. lo? qual prouiſione daſoſtentare i popoli farà colui il quale quaſipa ſciuto del cibo de i Dei,altro non guſta, altronon ſente,altronon din fia,cheſempre ſtare alla ſteſſa menſa? ne credono, che altriſieno in bi sogno? Queſte coſe io direi in loro efcuſatione. Ma che midiraitu di quelli che ſono ſtudioſi della vita ciuile, o che fanno le cagioni de’mu. tamenti de i Regni, e delle Rep.le conditioni de principi, gli ufficij di ciaſcuno,le uirti, gli abiti uirtuoſi? Non credi tu, che queſti ſie no più auenturati de gli altri? NAT. Peggio, percioche il ſapere ciaſcuna delle dette coſe,hauer le diffinitionid'ogni uirti, ocoa noſcere diſtintamente ogni buona qualità,non é aſſai, ma egli biſogna uſar tanto teſoro al governoaltrui per ſalute, ocomodo uniuerſaa le, e oltre all'uſo hauer parole al preſente maneggio oalla ciuile uſanza accomodate. ART. Dondeprocede coteſta loro cosi ſot tile ignoranza: forſe cosi eleggono penſando di eſſer' hauutiper dot tiæ intelligenti parlando in cotalguiſa?Ma questa é una groſſezza infinita,perche non é piacere, che s'agguagli à quelloche prende ľa ſcoltatore quando impara &intende ciò che uien detto.Sai tu duns que la cagione di cosi fatto errore? NAT. Forſe è,perche non ha uendo eſsi alcuna eſperienza della conuerfatione cittadineſca, fanno quelguidicio dimolti cheſonoſoliti di far d'alcuni pochi, loro come pagni,co i quali tutto’l giorno con uarie diſputationi argomentando trapaſſano,ne mai ſono riſoluti. ART. Et io ancora cosi credo, pe rò guardati ó Anima, di non entrare nel loro no conoſciuto collegio, ò ſe pure ui uorrai entrare tanto iui dimora,quanto alcun giouamen to ne puoi ritrarreper la ciuile amminiſtratione. Nel resto pronta, et ſuegliata nel coſpetto degli huomininon meno alla ſcuola eall'acas demia,che alla piazza,alla corte, o alſenato intentafarai, o uſans do.doistiche le gi,con mozeme uoci raptorersi, percbe riund coſa é få mots, creudire ripublicico:lizále uanie dig esioni, o le Haitat parole di moint, i quali razlo" 2r.do le ébloro per la Città frendere unsguerra,realize, ne: i mezi di efl: u21 riguardando, riaprindo le ſcuole de presa deguono, di 7: oro, oargos:ht::opia ficcrente del mondo, o cercano chifu il primo ins kantore deli'arxi chifrino in ROMA trionfale, cbisitrouo le naui, chui brizla i czasu, et ilere ciance si fatte,cbenc irfegn2":0,ne dis last250,14.1widojiore della prostione de' daruri, delle genti, o del *010, col quale s bubbis a fartal guerra. Il percbelo. To poi auies fie, cbei nero perini,çia deguamente di loro parlando, ſono con grue de 11ratione acoltati. NAT. Cotto e mio dono,percbe ditus to potere affreuz! cusi mi truono,che wina forzaglimetto irrar ci i tuoi ſegussi. AR. Et forſe corne sfrenati causlii, gli fai tel mezo del coro pericolare; pero sili eccellente natura,che ta lorda, sorrei che mi falje l'aiuto rio.percbe meglio, o çik ficuri aadribs 6290 per lefiziglianze dre coſe. An. Bisogna dunque pik skatie rigliz- guardare, cbe al wero? A R. Cosi biſcgna; o quedo porriaz slitacels il facesi, sı il donerci tu fare, o ciaſcuno, che * pis airtai perjuadere, accio cbe fiso aſcoltato, o inteſo dude geri, lezasli barefeito -Is bagis nga 14.0, får cbe in ejja las casicae spetto dd zero. Queto per fo cjjere, cbei şià f- 931 babe bis 10 c50 surorit: b4xx.: predoi popoli cbei nácti inges gs. An. Dizni gratis, çusio é cbegli buozi idaro fede: cazzo, cbe apps uto, nos lo faze0 percbeloro piace il nero? Ar.. As. Paepiuere già saco: 507 co:cf-:: ta? Forzz aidake,che il sero lis és glicucuitico? Ax Pacte danese giàceil serezos bruszni P -T271? AR Perikliois tragises filer cxz. AX. Aja -- 22:04 ks:0 600leri: del bero. Às. SostraTrao Adira.secte lazaratsie sesi tid: acts indiscrezi !4.cezecklacteae fepie regiaze, o lomatto; c (72.0: 1, o Resmitironine. cedriersdieedia 2.3 " To Rossir adizioro Boricitis 32 2 ciasto nigirisececeáciless Aires22:22: carte.ro 2,cheſe la opinione con la ragione ſarà legata, per modo niuno potrà fuggire,anzifuori dell’eſſerſuo leggiadramente uſcita nõ più opinio ne, maſcienza ſi potrà nominare. A N. Dimmi, ſe'l uerifimile e tale ad ogn'unoegualmente. AR. Nó. An. Che differenza ci fai tu? A R. Grande. Ben'è uero,che quando io dico ueriſimile, io intendo ciò che pare alla più parte. Ma diſtinguendo dico, la più parte però effere ode gli huomini ſenza dottrina,o degli huomini letterati. Et altro ſarà il ueriſimile, che parerà à gli Idioti, altro à iperiti. AN. Inſegnami à conoſcere queſto uerifimile. AR. Il ſegno della ſimia glianza alcuna fiata ſi ritruoua in eſſaſuperficie delle coſe, cheſenza diſcorſo di ragione ſono riceuute,o appreſe daiſenſi umani; da ciò naſce il veriſimile, che pare egualmente a tutti, come auienedimolte miſture, che's'aſſomigliano à l'oro, cheſe il giudicio filaſciaſſe al ſenſo ſolo,per oro da ogn’uno ſarebbono hauute. Alcune uolte il detto fe gno emeſcolato con alcuna ragione,accompagnata col ſenſo, oque sto é quello, che pare àmo!ti. Speſſo più di ragione, che di ſenſo ſi mette, e ciò è quello,che pare à i piùſaggi; o quarto più dalſenſo s'allontana,o s'accoſta la ragione all'intelletto, tanto de' più saggi, edi pochi ſarà l'apparenza del uero. Ma laſciando coteſte più ina terneſomiglianzedel uero, bauendo tu àfare. con la moltitudine, quelle attendi,che a tutti,ò alla partemaggiore appariranno; &co: si ogniforza di proponimento nelle altrui menti rompendo, farai la uoglia tud. AN. Queſto mipiace. Ma uorrei, che tu m'inſegnaſi à congetturar quello chepuò eſſere. Dimmi, ſe n'hai ammaeſtramen to alcuno. A R. Dimandane pur la Natura. AN. Non n'hai tu ancora poter’alcuno? A r. sibene; ma la Natura operando, Sa meglio dime,quello che èpoßibile. An. Dimmi tu dunqueò Naz tura,quai coſeeſſer poſſono? NAT. Tutte quelle il principio delle quali ſi ritruoua. An. Adunque ui ſarà l'arte deldire, poi che'l prin cipio di lei ſi truoua? ilquale nõ é altro, che l'ojferuatione,che fu l'Ar te di te ó Nitura. Ar. Che uai tu mettendo in dubbio quello che fie qui habbiamo fermato? ſegui. NAT. Se quello chepiù importa, ò che piie uale, ò che ha più difficultà, fiuede, ſenza dubbio il meno importante, il più debile, il più facile ejer potri. A n. Adunque ſe l'arte puòridurre gli huomini rozialla uita ciuile, meglio potrà gli ammaeſtrati inalzare algouerno della Città? ART4 pur uti argomentando. AN. Mercé tua, che giàmiſei fatta familiare. A R. Queſto ſo io, che poſſeduta che io ſono dalle anime, dimoſtro il. Α ualore, il piacere, o la facilità dell'operare. NAT. se può eſſer la cagione, chivieta che lo effetto non posſa eſſere? et ſe queſtoé, quel la di neceßità ſi haue. Quello che ſegue dimoſtra,che può eſſere quel lo che antecede. In ſomma ogni coſa può offere, di cui naturale appeti toſi uegga, o dalla poſibilità delle parti naſce quella del tutto. Dals l’uniuerſale il particolare, o dal meno quello che più comprendeſi congettura. Vna metà, il ſimile, il pare ricerca l'altra metà, l'altro Simile, o l'altro pare. Etſeſenza arteſi puòfar’una coſa molto me glio ſi farà con artificio, ſe chi meno può opra, chi più può non opes rera egli ancora? Chene attendi più,ſe queſto ti può eſſere à baſtan za à farti aprire gli occhi è ritrouare il fonte della eloquenza? AR. Et io già mitruouoſatisfatta in queſta parte,che alle coſe appar tenenti all'intelletto ſi conuiene; però aquelle io uorrei,che paſſaßi, lequaliſono da eſſere ne gli appetiti collocate.Et attendo,che tu quel le brieuemente mi dimoſtri,etdiffiniſca, acciò che l'anima oggimaicõ. tenta dellaſeconda promeſſa,alla terza,et ultima ſi riuolga. A N. Per qual cagione, ò Arte, dimanditu le diffinitioni della Natura? ejendo ſuo carico il diffinire. A R. Perche ora io non attendo le eſquiſite, Oregolate diffinitioni,maquelle che dalla più parte delle gentiſono ammeſſe, delle quaiquaſiſenz'artificio ſe ne può formare un numero infinito. An. Tu ſei molto circoſpetta. AR. Seguiò Natura, féle coſe àgli umaniappetitidi lor natura piacere, o dispiacere posſo no apportare,òpur l'Anima ne li fa tali. NAT. Senza dubbio non folo elaAnimaha uirtidi apprendere, ofuggire le coſe, ma in effe ancora e nonſo cheda eſſer fuggito,ouero abbracciato. Quädo adun que tra la coſa, o l'animaſi truouaalcuna conformità, allora lo appe tito ſi muoue ad abbracciarla, o queſto mouimento,ſi può dire, no minar defiderio,ilquale è appetito di coſa che nõ ſi poßiede,cõforme però à quella uirtù ò parte dell'anima, che l'appetiſce; ma quando no ui é queſta conformità,tra gli oggetti, o l'anima,ella gli aborre, o fugge, né ſolamente oue o anima,oſentimento ſi truoua cotefti ab bracciamenti,e fugheſiueggono,ma doue occultamente io ſonoſoli ta di operare, doue non éſenſo, ociò faccio con un ſemplice inſtinto, ilquale al mio poteree tale, quale al tuo é la conoſcenza. Coteſto in ſtinto ogni coſa conduce alla conſeruatione, o albene; et dalmale et dalla morte il tutto ritragge quanto può. Maper dirti de gli huo mini, ſappi, che eſſendo tra le coſe oppoſte, ole parti de gli animi lo ro,conuenienza,quando auiene,che quelli ſíenopreſenti,oche laſcia no impreſſa la loro qualità,in quellapartechegli appetiſie, allora ſi genera ildiletto, e l'allegrezzanata dalla morte delprimo deſides rio, perche poſſedendo la coſa deſiderata, il diſio è già conuertito in piacere. Ilqualpiacere altro non é,cheadempimento di uoglie. Tu conoſcerai, cheil guſto tuo bauerà conformità con le coſe dolci; da queſta nenafcerà l'appetito,auenendo poi,chele coſe dolci uicine fica no à quella parte,doue il detto ſenſo dimora, eche in eſſa laſcino la lor qualitàimpreſſa, che é la dolcezza, nonha dubbio,che quella par te nonſia per bauer diletto, egiocondità. Il ſimigliante uedrai in ogni tua parte, Et per lo contrario ſi ſente noia, e diſpiacereo nella priuatione delle coſe deſiderate, o nell'hauere le difformi, oaborrite, ecome il principio di ottenere il bene era il deſiderio dalla ſperanza accompagnato, cosi il principio di hauere la noia, era la fuga dal timore commoffa. Etcome nella prima impreſione la ſperanza in gio is fi conuertiua, cosi nella ſeconda la paura ſi tramutaua in dolore. Eccoti adunque i quattro principali affetti diuoianime. AN. Vor reiſaperè,o Natura, in cheſia poſta la conueneuolezza, che é trale coſe, ole parti mie. NAT. Percheioſono tale in ciaſcuna coſa, quale io mi truouo, però nelle coſe eſaéripoſta per me; maperche poi auenga,che io tale mi truoui in ciaſcuna coſa,dimandane chi cos si ab eterno prouid. AR. Or l'anima tipare troppo curioſa? ma dimmi quai coſe,à qual parte dell'anima ſono conformi. NÁT. In fomma il uero é il bene, &per tal cagione, quello che è uero,uien giu dicato bene. Ar. Che intendi tù bene? NAT. Ciò che daogn'u no,e da ogni coſa uien deſiderato, &uoluto. A R. Qual bene Ć cercato daữ’intelletto? NA T. Dimandane coſtei  AN. il ſapee re, la dritta opinione. NAT. Dalla uolontà? AR. Ogniabis to di uirti. NAT. Da gli appetiti. AR. Ogniutilità e dilets to AR. Che naſcerà poi, ò Natura, dal deſiderio ditai coſe? NAT. Lo sforzo, o lo ſtudio de'mortali per conſeguirle. An. Buui alcuno inganno de gli appetiti intorno al bene, come ui é l'ingan no dell'intelletto intorno al uero? NAT. Grandissimo. AN. Et come ſe il bene e cosi conforme all'anima? NAT. Non hai tu udito poco di ſopra, come l'anima era d'intorno al uero, opure anco il ue to le era molto conueneuole, et proportionato? AN. Ben'inteſi, che la cognitione del uero era molto confuſa, riſpetto alla fantaſia. ARTE Cosi é. Et di nuouo ti dico, afferino,che ogn'uno confufae mente apprende un bene,nelquale par che l'animo s’acqueti, et quels lo deſideri,mapoi da gli appetiti traportato (come prima era l'intele letto dalla fantaſia ) e aquegli rivolto ſmarriſce la uera strada di quel bene, al quale ciaſcuno digiugner contende, moſſo dalla interna forza della Natura. Et in quella ſtrada,orapiù lentamente, ora più. velocemente camina, troppo è meno amando, et deſiderando quello, che con miſura dourebbe amare,ò defiderare. Indië nata la ingorda uoglia delle ricchezze, lo sfrenato appetito dei piaceri, vtalbora la pigritia, om negligenza dell'ocio; &deſiderando altrilapropria con ſeruatione, s'inganna, credendo,che il bene altrui,ſia la ruina ſua,oue ro temendo di perder’i ſuoibeni, fauori,gratie,amiſtà,onori,o lodi, ſi muoue alla ingiuria,alla inuidis,alla uendetta. Et di qui naſce quello di che tutto di ſi contende fra' mortali, il giuſto, lo ingiufto, ildouere, l'equità, l'utile, oaltre coſe, che ſono cagioni di liti, o di conteſe Per il diletto adunque, et per il comodo, ciaſcuno ſi muoue à fare. Et benefarà quello, alquale ogni coſaſi riferiſce, ouero ſiriferirebbe, per ragione, o per appetito, o per natura.    Et ciò cheopera, difende, conſerua,accreſce,accompagna, ſegue,ordina,et ſignifica il bene, bene ſi chiama, operò la felicità, o tutte le parti ſueſarannobuone, a le uirtie ſopra tutto ſono benidiſua natura degni,bencheàmoltinon ſono cosi apparenti. Ilpró,l’utile, il piacere ebene, perche l'utile ė mezo di conſeguire il deſiderio, oil piacereè moltoalla natura cona forme. ANIMA. Fermati un poco, et dimmi,come non eſſendo beni cosi apparenti le uirtù de coſtumi,gli huominiſieno uenuti in cognis tione di quelle: AR. Credi, ó Anima,che ogni maniera di bene, che appare à gli huomini, éſimiglianza di quel bene, che non appare,e chi uuole drittamente giudicare da coteſti apparenti beni, potrà ris trouare la uia di peruenire alla cognitione di quegli, cheſono in ſebe ni, o che fanno la uera, es ſola felicità,più deſiderata,che conoſciu taima non ſta bene ora difiloſofare intorno a tal coſa. Baſtiti, ch'io ti ritruoui la uia, per la quale gli huomini ſono andati a ritrovare i beni dell'animo, o le uirti interiori. Dicoti adunque, che uedendo i mortali nel corpo umano molte buone conditioni, hanno congetturas to, ancora nell'animo ritrouarſi alcune ottime qualità, à quelle del cor po in qualche parte conuenienti. Dimandane la Natura, quali ſieno le doti del corpo,che tu ſaprai da me poſcia quali ſienogli ornamenti tuoi. AN. Dimmi ò Natura, fe egli ti piace, diche beni adorni tu i corpi umani? NAT. Prima diſanità, o di forza, poi di bellezza, O d'integrità diſenſi. An. In checonſiſte la ſanità? Nat. Nels la. la proportionata meſcolanza degliumori principali, enell'uſo di ej 14,6 queſta proportionata meſcolanza, ueramente ſipuò chiamare una egualità ragioneuole. ART. Credi tu, o Anima,di eſſer’al corpo inferiore? AN. Non già. ART. Credi adunque, che in te eſſer deue una certa egualità. Il cui ualore conſiſte nell'uſo. A N. Quale uuoi tu che ella ſia? AR. Quella che Giustitia ſi chiamna,fers ma, o coſtante volontà di render a ciaſcuno ilſuo. Ma che dici tu delle forze? NÅT. Dico, la gagliardezzaeſſer’una uirtù del cor po,poſta nel potere à ſua uoglia abbattere,atterrare,et uolgere ogni alieno impeto con leggiadria. AR. Bella, aneceſſaris uirtù neli aa nimo. Perqueſto giudicarono ifaggi,eſſer la fortezza, laquale reſis ſtendo à gli impetidella fortuna,ſola nė"ſuperbanel bene,ne uile nelle auuerſità ſi dimoſtra, &fola guida nella militia della uita mortale uin cendo, glorioſamente trionfa. NAT. Che dirai tu della bellezza del corpo, laquale è una proportione di membra, o di parti tra ſe ſteſ fe, o col tutto conuenienti dauiuacità di colori, et gentil gratia acs compagnata? AR. Tumi dipingila temperanza dell'animo,laqua le in ſe ſteſſa raccolta, ecompoſta,inuera, o proportionata miſura conſiſte, tanto può di dentro, che di fuorinel corpo il ripoſato, o quieto penſiero uedi, dolce, ogratioſa maniera ſi conoſce, et quafie una conſonanza di tutte le conſonanze. NAT. Che coſa trouerai tu nell'anima,conformealla integrità dei ſenſi, come alla bontà della uiſta, alla perfettione dell'udito, « al uigored'ogni ſentimento? ART. La prudenza, la quale consiste in saldo, o sincero conoſcia mento delle attioni umane: A N. Egli mi pare, che io ſia da Dio creata à fine, che le coſe mie fieno ſcala all'altezza di quello. AR. Che penſitu altro, ò Natura? NAT. Nulla, ſenon che conchiudo frame, che gli huominiſi ſieno aueduti delle uirtú interiori per le qua lità eſteriori. AR. Senza dubbio, a molti anche ſi ſono ingannas ti, oper una ſimiglianza, che hanno le uirtù con alcuni uitij, se lo Cangiando il nome hanno detto chela tardezza ſia moderata pruten za,la liberalità ſia la larghezzaſenzamiſura; e cosi all'incontro il prodigo ſia liberale. Et non hanno conſiderato, eſſergran differenza tra il ſaper dare, er il non ſaper conſeruare.Et queſto è quel ueriſimi le nei beni, che muoue ſpeſſo lementi, ogli appetiti umani. Orain brieue l'ordine, l'ornamento, e la coſtanza delle coſe handimoſtra to le uirtù, ou appreſſo la concordanza di tutte le operationi, o la grandezza, che le ſopra feſteſſa inalzają si come in ogni arte, com in ogni scienza biſogna hauer’alcuna coſa manifesta, e chiara, dalla quale da prima ella naſca, o s'augumenti,cosinella felicità, bed ta uitaſi richiede, euidente fondamento, preſo dui benimanifeſti à i ſen ſi umani,dalquale s'argomenti il uero, ottimo fine, operò dalle predette coſe ſiſtima, quella eſſer felicità, che con proſpero corſo tracorre,tutta diſeſteſsa, tutta di ſua uoglia, tutta piena,tutta d'ogni parte abondeuole, ocopioſa, eyd'intorno à tai coſe ricordati ſeme pre della diffinitione, da unaparte conſiderando, che coſa é bene,di! l'altra diſtinguendo quello che é del corpo, da quello, che é del’ani mo, e come ciaſcuno in molte parti ſi diuide.perciò che cosi ne trar: rai quella abondanza di coſe che tuuorrai,doue meritamente la pres detta parteſi può dar tutta alla inuentione, laquale e il fondamento della noſtra fábrica. Partidoadunque tutto quello cheſotto il nome di bene, ò uero, ò apparente ſi conciene, trouerai la felicità con tutte le ſue parti,o trouerai, che'l fuggire dal maggior male,ſia bene, et l'acquiſto delmaggior bene, « il contrario delmale; et queſto, pera che molti s'affaticano, e che i nimici lodano alcuna fiata.Et che ſifa ſenza incomodo, feſa, fatica, ò tempo, ſe é diſiderato; ofinalmente tutto è bene,uero, apparente, v dubbio, quello che uiene deſiderato. AN. Che dirai tu del piacere? AR. Grande ueramente è la fore za del piacere, et del dipiacere, percheſin da fanciulli ſi uede, che il tuttoſi fa per tai contrarietà. Et s'io uoleßi pienamente ragionarti, io non finirei cosi toſto, però di eſſo alcune brieui ſentenze io ti pros pongo,dalle quaiſe ne ritrarrà quella ſimigliäza di uero, che in tai be niſi può trarre. Dicotiadunque,che quelle coſe grate ſono, dipid= cere,che ſono alla natura conformi,come hai diſopra ſentito; pero à ciaſcheduno grato ſarà quello,à che eglidi natura ſua ſaràinchinas toje per la medeſima ragione,foaue,et gioconda coſa é la conſuetudi ne, come quella chemolto alla natura ſi confaccia. Perche quello, che speſſo,et per lo più ſifa, è molto uicino a quello che ſempre ſi ſuolfa re. Caro e quello,che non ſi trde per forza,perche la forza é contra natura, onde i trauagli,lecure, e ogni maniera diſtudio, odi pens ſiero,che turbi la quiete dell'animo, perche é uiolēto,arrecca moleſtia o diſpiacere. Seforſe la conſuetudine non l'ammolliſce. Cosi per con trario il diletto, il giuoco, il ripoſo,la ſicurezza ilſuono, et la rimeßio ne, come coſe di ogni neceßitá lotane. Néſolo col ſenſo uicino ſiprende piacere delle coſepreſenti, ma con la memoria,con la ſperanza,del lequali una riguarda le paſſate, l'altra le future. Lepaſſate apportano nella ricordatione aſſai diletto,perche la imaginatione le fa quaſi pres ſeriti, e ſe erano graui, o noioſe, con lieto, o piaceuol fine fatte ſos no dolci, eſoauile coſe buoneche hanno à uenire nello ſferare con fortano, comele preſenti nel goderle,ouero nel imaginarle, ilche ſuos le à gliamantiuenire, iquali non hanno ripoſo ſenon quanto penſano alle coſe diſiderate. Lauittoria ė foauißima coſa, ó lo auanzare il compagno, or però ogni maniera digiuoco ſuol dilettare la caccia, l'uccelare, la peſcagione, et appreſſo l'onore,ogni gratitudine, ogniri uerenza,inſin l'adulatione piace infinitamente. Lo imparare ancora é coſa piaceuole, onde la imitatione delle coſe è giocondiſſima, tutto che le coſe imitate non dilettino, perche nõ la coſa eſpreſſa,malo sfor zo, e il contraſto dell'arte ſuol dilettare. Indi è nato, che la pittura, le statue,o l'opre finte aggradano chi li mira. Ne più ti uoglio af faticare,o Anima,in dimoſtrarti,quello cheda te, et in te prouerai ef ſendo con eſſo il corpo.o quanto ti fia dipiacere il dominar’ultrui il comandare il ridurre à compimento le coſe incominciate, il veder riu ſcire ogni tua deliberatione, e finalmente tutto quello, che al bene t’indrizzerà,ò dal male ti ritrarrà. AN. Se queste coſe ſono buo ne, come tu di, per qual cagione ſipuò errare nel deſiderarle, nel cercarle? A R. Due mouimenti,ò Anima in te conoſcerai, l'uno de' quali da eſſa Natura riceuerai, e l'altro riporterai teco. Nel primo niuno errore puoi commettere,perche non è colpa tua, che alcuna co ſa ſi truoui,che ti diletti; ma nelſecondo ageuolmente puoi cadere, eſſendo in tua mano il freno di non conſentire cosi à pieno à quella prima voglia&, non riguardare alla ragione, che con certo conſiglio al gouerno de'primi appetiti guidar tidee. Maperche per lo primo, O naturalemouimento gli huominifanno il più delle loro operatio ni però debbono eſſer ueriſimilmente guidati,o é creduto per lo più, che ciaſcuno faccia con deliberatione quello cheegli fa, ſeguendo il primo inſtinto; néſi conſidera che in teſi truoua uirtá libera, o po tente,dalla quale ognilode, o ogni biaſimo procede. Etacciò che el la ſiapiù drittamentegouernata, eccoti l'autorità delle ſacre leggi, nella quale è poſta la ſalute, e la correttione d'ogniumano errore. Contra le quaichiunquepreſume di opporſi, dal proprio conſiglio abandonato, è dato in preda alle ſue proprie uoglie,e ſottoposto ale la pend, come quello cheiniquo, o ingiuſto ſia. Ora in brieue ti dico, che eſſendo eſſe leggi nelle rep. àgli animi quaſi medicine delle loro infirmità, o rimedijà i loro errori, biſogna ſapere ogni maniera di gouerno,  gouerno, in che eglipiù fermo fia,da che uegna il cadimento di quels lo, et quanti ſienoi contrarij ſuoi,per poteralla cõmune utilità con le Sante inſtitutioni liberamente prouedere. NAT. Matu non dimo ſtri, ò Arte, che alcune leggi ſono eterne, er immutabili, non da gli huomini ſecondo gli ſtati loro ordinate, ma dallo editto diuino, o da me inuiolabili ſtatuite, communi,& uniuerſali à tutte le genti, lequai non più allo Indiano,cheallo Ethiope,eguali, in ogniſecolo, in ogni luogo ſi Sogliono ritrouare, non ne igrandiuolumiſpiunati da' morta li,manel libro della eternità impreſſe,et ſigillate in ciaſcuno che ci na ſce. AR. Coteſte leggi,ó Natura,non ſono ritrouamenti umani, né ſecondo le occaſioniformate, ma eterne, econtinuate ad un modo in permutabile, del quale non tocca à me il ragionare, «pint é quella ch'io non dico di eſſe, o forſe quella equità,dichefpeſoſi ragiona, al tro nonė, che la leggeſcritta nel cuore d'ogn'uno per correttione di quella cheè poſta per commune uolere di ciaſcun popolo. An. Dun que nelle umane leggiſi truoua errore? AR. Nongià, ma ben può eſſereche ilfondatoredi eſſe al tutto non proueda,et chenon conſide ri molte coſe, le quai per alcuno accidente, come, che molti ne ſieno fanno uariare i giudicij, e in queſto caſo la equità, et l'oneſtà può aſſai, operò molto prudente, oqueduto biſogna cheſia, chiunque forma le fante leggi, « che il più che può tolga il potere à gli huos mini di giudicare da ſe ſteßi. Però cheben ſai, quantopericoloſopra ſtà nel giudicio, riſpetto allo amore, all'odio, e ognialtra perturbae tione umana. Matempo è, cheſi dia fine à queſta parte, perche aſſai sé detto d'intorno alle uirtù dell'anima,e d'intorno alle coſe appars tenenti ad eſſa, si di quelle che allo intelletto, come di quelle, che ape partengono allo appetito. In quanto che elle hanno ſimiglianza del uero, delbene, dj appartengono alla inuentione. A N. Tutto che ó Arte, inanzi à gli occhimiſieno le coſe, che tu m'hai dimoſtras te, hauendole tu ſopra la Natura delle coſe ſtabilite,pur uorrei ſapes re alcunſecreto, come diſopra molti me n'hai ſcoperti, quando tra noi ſi ragionaua delle parti mie. AR. Io non per naſconderti alcu na coſa miſon taciuta, maperche eglimipare, cheda te ſteſſa potrai ogni ripoſte bellezza conſiderare, uedere, che da que' beni che di ſopra habbiamo diſtinti, naſcono treparti principali dello artificio no ſtro. Però che ſe il bene é utile,nenaſce quella parte, che é posta nel conſigliare, laquale ſi uſa neiſenati. Se'l fine è giuſto, quell'altrapare te, che delle ingiurie ciuili,ò criminalitra i popoli fa mentione, felfie ne 1 1 ne é honeſto, allora ampia, o magnifica materia ſipreſta di lodare nelle pompe, et ne i trionfi le opere glorioſe, ma il ualore delgraue, o riputato Cittadino,primanel ben fare,poi nel ben conſigliareſi di moſtra. AN. Diche coſa più ſi conſiglia? AR. Di quello, che: più abbraccia l'utile uniuerſale. Etprima d'intorno al corpo delle uettouaglie, odel uiuere per ſoſtenimento di ogn'uno, odella difen fione per ſicurtà de i popoli, delle ricchezze perſoſtenere la difes Ja. Dapoi delle ſacre leggi, e della religione per ottenere l'ultis mo, o deſiderato fine. ANI. Che ſi ricerca nel conſigliare? ART. Prudenza, beneuolenza, animo, ſecretezza, e celeris, tà nello eſſequire. A N. Gli ineſperti adunque,imaligni, i timis di, i uani, i pigri huomini, non ſono atti al conſigliare: ART. Non già. Necoloro, che non ſanno conſigliare ſe ſteßi. Ma odi: alcuni ſecretidi queſta parte, forſe non uditi fin'ora. Vuoi tu ſapere un modo mirabile di conoſcere glianimi de' mortali? AN. Queſto eil tutto. A R. Sappi,checiò, che ſecreto nell’hkomo ſi truoua, forza cheſia in alcun ſentimento di eſſo,ò di dentro, o difuori.Sentis, mento chiamo ora ogniparte di te ó Anima. Et però uolendo tu ri trouar coteſto ſecreto, tenterai ogni ſentimento, perche quando es toccherai quella parte,nella qualee ripoſto il ſecreto di alcuno, o pia ceuole, ò noioſo,che egli fi fia,ſenza dubbio manderà fuorialcuniſea gni,comemeſſaggieridelle uoglie ſue,ocon alcuneſimiglianze dimo ſtrerà quello,che egli ſipenſa di haueredétro diſe naſcoſo; aguiſa di una corda chealſegno tirata di un'altra; quandoritruoua la conſon: nanza, ſimuque, a ſuona di pari armoniacon quella.Da queſta reues, latione dipende la uittoria, eu l'onore di chi parla nel coſpetto degli huomini.Etqueſto è un ſecreto ripoſto aſſai, wodegno di penſamento.. L'altro è, che a conoſcereil giuſto, e lo ingiuſto,biſogna riguardas re al fire,alquale ciaſcuna coſa deueeſſer meritamente riferita, pera, che quando ſia, che dal debito fine alcuna coſa ſi rimuoua, allora ne ng ſce la ingiuria,la quale éuna eſpreſſa maniera di ingiuſtitia. Aqueſta ingiuria altri ſono più diſpoſti a farla, che à patirla,altri per lo cons, trario. Et questo biſogna conſiderare per potere in quella parte uas lere, ii cuifinalgiudicio rizuarda il giuſto, o l'ingiuſto. Altri ſes creti ui ſono, ma io mi riſeruo là doue della applicatione ragiones remo, cioè quandoſi dirà il mododi porre le coſe nell'anima. Ma che marauiglia è queſta? doue é gita l'Anima, ò Natura? Perche te ne ridi tu? come ſono ingannata? come tolto mi viene il poter ſeguire E l'incominciato ragionamento? NAT. Aſpetta ó Arte, non titurs bare, toſto merrà, con chi tu habbi à ragionare. Ora uoglio che noi ci tramutiamo, o che cifacciamopalpabili, o viſibili. AR. Che mutationi mi usi predicando? NAT. Taci, attendi. Eccomi qui di corpo,e di formaumana. AR, Guardami ancora tu, ch'io ſo no trafigurata,à chimiſomigli tu o Natura? NAT. Io non ſaprei à coſa alcuna ſimigliartijmubene io uedo, che tu hai molto del graue nell'aſpetto, e nello andare, onel uestire,et à pena io ardiſcofiſarti. gliocchi à doſſo. Et mi viene una certa tenerezza di lagrimare. A R. Coteſto é ſegno,che tu mi ami et riueriſci;et tanto più ch'io ti ſcorgo un certo roſſore nel uolto, e ti odo ſopirare. Ma che ti pare de gli occhi miei? NAT. Tu haideldiuinoin eßi, come cheſieno di coloa re celeſte, o di luce penetrante. A R. Et de capelli,chedi tu? delle ciglia? NAT. Quelli ſono neri, a queſte rare, e di oneſta grandezza. ART. Saitu di cheſieno ſegni le predette coſe? NAT. Non già,ma bene ſtimo, che tu t'habbifigurata in quel mo do difuori,che tuſei di dentro, cioè piena d'intelletto, edi capacità ftudiofa delbene,folerte,er ſuegliata comeſei. A R. Tudi il ues ro, e dipiù il naſo aquilino, le orecchie egualiil collo brieue, il pete tolargo, le ſpalle große, le braccia, le palme, ø i diti lunghi, tuttiſou no ſogni euidenti dello eſſer mio. NAT. Ma tunonſei peròtroppo grande,bencheiltuo mouimento ſia tardo, elo ſtarediritto, chedie moſtrino te manſueta, umana, a piaceuole. Ar. Se non fuſſe il mio continuo penſamento, mi uedreſti ancora più allegra. Ma guarda quantiſtrumentiadoperar mi conuiene perporre in opra quello che io nella mente diſegno. NAT. 10 ſono dite più ſemplice, o piis ſchietta comeuedi. AR. Tu mifai ridere con tante mammelle. NAT. A punto io fo ridere ogni coſa per tante mie mammelle, pero che credi tu, chelefemine, noni maſchi habbiano tai parti? AR: Perche le femine ſono quelle chepartoriſcono, però biſo gna, che come eſſe danno la uita, cosi diano il notrimento,etperò han no le dette parti come iſtrumenti della nodritione. NAT. Quans te adunque nedebbo hauer’io, eſſendo madre dituttele coſe? AR. Tu hairagione,ma chi é quel giouane cosi bello, che incontro ne uie ne? NAT. L'anima,che poco dianzi era ſola,ora è accompagnata col corpo. AR. Chemiracoli fai tu ò Natura? NAT. Credi tu Arte ſapere ogni coſa? AR. 10 fo bene quello, che credo, ſo che le genti non crederanno queſte mutationi, che tu o io facciamo. NAT. Pochi ſono i ueri Sauij., però non diamo orecchie al uolgo. Eccoti il deſiderato aſpetto, conſidera o miſura le parti fue, che ria trouerai bella,o proportionata compoſitione. Ar. Che carne gen tile, odelicata, non però troppo molle, guarda chedignità,che maa niera chefronte allegra, « ſignorile,chipotrà dire che egli nonhab bia ad eſſere pieno di coſtumi, o d'ingegno? NAT. Ben ſai,che io gli ho la promeſſa ſeruata in tutto. ART. Rallegromi ueramen. te, o mi pare, che tu ſeimolto miglior maeſtra di me, ma che nome gli daremo?.NAT. Quello che conuengaà chi lo fece. ART. Io ne ho poco che fare. NAT. Anzi tugli hai dato, et darai il miglior'eſſere;ben’è uero,ch'io ne ho la parte mia, o il mie fattore la ſua. ART. Chiamiamolo dunque DINARDO. NAT. Perche? AR. Perche Dio, Natura, et Arte il donarono. NAT. Tu mi allegri con tal fabrica di nomi. A R. In molte lingue io ho queſto potere, il quale e poco da gli huomini conoſciuto. NAT. Mipiace, ma perche non l'hai tu dacapo a piedi minutamente miſurato? AR. Micuſui lo hauerglidimoſtrato, che la oratione eſſer dee.comeil corpo umano, o hauere principio,mezo, et fine. Etche le partiſue deono corriſpondere à ſejteſe, al tutto con dignità,e decoro? Et si comenel capo ſono tutti i ſentimenti del corpo, cosi nel principio eller deono ripoſti i ſentimentidella oratione. A lui pofciaſtarà di ore dinar la predetta materiafecondo il biſogno, facédolo auuertito, che i teftimonij delle opere de’ mortaliſono le coſe che ſtanno d'intorno à quelli. Et però mi gioua di nominarle circostanze, percioche fa cendo,o operando l'huomo alcuna coſa, ha ſempre inanzi,ò apprefe ſo il tempo,il luogo,le perſone, il modo, ilfine, le quaicoſe fanno fede ſe l'operaſua è buona, orea. Da coteſta conſideratione, ſi ſtima chi ragiond, e con chi,ſe è la occaſione di dire ſe in questo, o in quel luo, goſtarà bene di parlareſe ilfine è buono,et altre coſe,alle opere ap pertenēti. Ma tu gratioſißimo Giouane, che con tăto fauore delcielo ſeinato,ti ricorderai tu quelle coſe che dette habbiamo fin'ora? Non titurbure,cheio ſono l'Arte, e queſta è la Natura,con la quale tu, eſſendo Anima ragionaſti. Din. In che maniera ſono le coſe ſchiette, oignude, oin che forma ſono le compoſte,che cosi uiſiete mutate, piacemi di hauerui riconoſciute, o cosi uiaffermo di ricordarmi di quanto s'è detto. ART. 1o non mipoſſo ſatiare di guardarti. NAT. Che giouanezze ſono queſte? ART. Non ti dolere, o Natura, che la bellezza delle opere tue ſia da me riguardata con E 2 marauiglia. NAT. Poi che io à tale fon uenuta, che pienas mente ho ſatisfatto al deſiderio tuo, e chef Anima pronta s'è die moſtrata, comincia tu ancora ò Arte ad inſegnarci ilmodo, col quale applichiamo le coſe all'Anima. Et perché non più aſtratte ſiamo,ma compoſte,però voglio,che con le eſperienze degli ingegni altrui, eo con glieſempi, cheſono oſtaggi della verità, e con l'uſo quotidiano, tu ti rivolga à darci ad intendere la forza di L’ELOQUENZA UMANA. ARTE. Cosi farò. Ma tu, ò Dinardo, presteraimi udienza, e non lasciare à dietro cosa, ch'io ti dica. Marauiglioſa e ueramente la forza o la virti di LA FAVELLA UMANA. Perciò che oltre alla intenzione dei concetti e delle voglie di voi mortali, che per essa si suole con besneficio universale e evidente diletto appalesare, non é in voi sentismento alcuno, l'appettito del quale non sia da quella fieramente eccia tato, e commosso; a chi volesse di ciò prender debito argomento ogn'ora, che venisse bene, riguardando à i modi, che si usano tra  voi, ritroverebbe le cose à i sensi sottoposte alcuna volta essere di minor virtù in muovere ciascuna il senso suo, che IL PARLARE, quall’ora egli sia con bello, efficace, es maestrevole modo formato o fabricato o appreso doppo alcuna più profonda considerazione, conoscerebbe essere QUASI INFINITO IL VALORE DI ESSO PARLARE, come che solo allo intelletto dimostri la sostanza, e la ragione delle cose, it che à niuno altro sentimento, quantunque la Natura sempre a tutti liberalissima stata sia, né é, në fu, nef arà concesso già mai. Quante cose del cielo, quante delle intelligenze, quante del divino PER MEZZO DELLA LINGUA, senza l'aiuto degli’occh iò d'altro sentimento si fanno? IL PARLARE è solo dimostrastore della sostanza, IL PARLARE E SOLO PER UNIVERSALE MINISTRO DELL’ANIMA, IL PARLARE E SOLO STRUMENTO DELLA RAGIONE, ma onde é, o Dinardo, che negli que ni menti, et ne gl’atti degl’uomini tanta forza discens da NELLE PAROLE? DINARDO. Credo veramente, che essendoci dato da essa Natura IL PARLARE, come tu dici, affine, che LE NOSTRE BISOGNE, I NOSTRI PENSIERI ALTRUI MANIFESTIAMO, gran potere in quella FAVELLA debeba essere, la quale da vero, et ſaldo intendimento, e da sforzes uole disiderio procedendo, tale di fuori apparirà, quale di dentro nele l'animo dimorando ſtarasi. ARTE. Ben di. Essendo adunque le parole come ostaggi delle voglie o de concetti, bisogna, come tra’ signori aviene, dare gl’ostaggi alle persone convenienti, e però prensdendo noi DINTORNO AL PARLARE quel miglior partito che si conviene, soglio che picde inanzipie mettendo or gentilmente più oltre pafé fando ritroviamo le maniere, e gl’ASPETTI DELL’ORATIONE, o confiaderiamo quale PARLAMENTO à qual cosa, et à qual persona si conuenga. DINARDO. Di, ch'io t'ascolto. ARTE. Non è dubbio, che riportando IL PARLARE per gl’orrecchi alle anime de gl’ascoltanti, la forza dello intendere o del volere, bisogna in questo viaggio dar mouimento, et modo ad eso PARLARE. Perciòche lo intendimento ó la voglia nell'anima si riposano, o iui come nel suo caro nido dimorano, ne si potreba bono da quello senza ragione, et artificio, di partire. Al che fare accoa ciamente uoglio in prima che in ciaſcuna forma, o maniera di L’ORATIONE si truovi IL CONCETTO DELLE COSE INTESE, ca DESIDERATE, il quale par orasia detto, e nominato SENTENZA. Appresso uoglio, che ci sia lo artificio di levare LA SENTENZA dal luogo suo e là doue farà biſoagno, leggiadramente portarla, perche SIMIGLIANDO LA SENTENZA AL RISPOSO E ALL’ANIMA, diremo, che l'artificio sia la machina, il modo conveniente di levare il peso della SENTENZA dalla MENTE umana. Ma perche si vede che l'anima usa le forze sue, o adopra il corpo come strumento, però à ciascuna forma di LA ORATIONE appresso l'artificio, Ry LA SENTENZA, le ſidarà PAROLE, e voci, per mezzo delle quali puo l’anima delle sentenze la sua virtù, le forze sue gentilmente ad opearare. Ma per che aspetto alcuno non si potrà vedere, oueſieno le pare ti, la compositione di eſſe, IL COLORE, i contorni, oifinimenti del tutta, desidero condonar alle parole i suoi COLORI, il sito, o le parti qua si membra, o i suoi termini, accioche altri all’aspetto, o alla forma conosca quali oſtaggi ſieno dati dall'anima DEI I SUOI RIPOSTI E SECRETI INTENDIMENTI. Chiameremo dunque il colore LA FIGURA, la parte IL MEMBRO, il sito LA COMPOSIZIONE, il finimento chiusa o TERMINE dell’orazione. Et perche van a fatica sarebbe la nostra, le hauessimo solamente formato si bella creatura affine che ella si stesse, ne punto si movesse, pero come vivo s'intende quel corpo cui movimento e concesso, cosi daremo AL NOSTRO PARLARE il suo passo, o vero il suo corso, il quale si farà col riposo di alcune parti e col movimento di alcune altre, come farsi vede ne gl’animali, o perche con altro mouimento si muove uno adirata, con altro un mansueto, o altro é il passo d'uomo grave e atteme pato, altro d'un leggiero però nello spazio per lo quale ha da correre o caminare LA ORATIONE voglio che si conosca ogni interna qualità delle cose per lo movimento e per lo riposo di LE PARTI DEL SERMONE, e we per che di sopra habbiamo dato à ciasscuna parte il nome che à formar UNA MANIERA DI PARLAMENTO si richiede deremo ancora à questa ultima il nome suo si veramente che il riposo, o il movimento delle parti sotto uno stesso vocabolo si rinchiuda, poi chiamato sia o Numero, o numeroso componimento. DINARDO. Qual De dato puo cosi belle figure a fare, adornare, come fai tu, o Arte. Raccolgo fin tanto quelloche io ho da te sentito fin’ora, o dico che tu uuoi, che LA ORATIONE ha una qualità che conuenne alla cosa, o alle persona soggetto, o questa istessa qualità, forma á maa inierazò guisa dimandi. ARTE. Cosi e, DINARDO. Tuu uoi appresso che ciascuna forma primieramente ha la sua SENTENZA che altro non è che il CONCETTO della cosa, da poi l'artificio, che é il modo di les uarla dal luogo suo, ne questo ti basta, a però uuoi ire grandamente si consideri con quai PAROLE si puo pixi acconciamente RAGIONARE, a esprimere la OCCULTA virtù della SENTENZA, disponendo le PAROLE e dando a la parola i suo COLORE, e finalmente rinchiudendola in alcuni termini accio che sieno alla SENTENZA eguali, come l'anima à tutto il corpo, o a ciascuna parte dare il suo numeroso o MISURATO movimento, che col riposo, o con la velocità del tempo presente si misura. ARTE Cosi u'ho detto DINARDO: Ogni cosa mi pare d'intendere ragionevolmente, solo che tu voglia dichiararmi al quanto d'intorno a questo numeroso componimento, che “NUMERO” hai nominato. Et io son dispoſta à farlo, sueramente, ch'io voglio prima partitamente ragionare, ego distinguere la maniera, e la forme predetta, de cioche tu sappia il numero di ciascuna determinazione. Dico adunque, la prissma guisa, es la prima forma dover essere la LA CHIAREZZA, la quale sotto di se contiene la PURITA, o l’ELEGANZA del DIRE, anzi più presto da questa maniera ne risulta la cagione che nel primo luogo si riponga questa forma perche niuna cosa più si ricerca ò si disidera [cf. H. P. GRICE, DESIDERATA --] dachi jagiond, che il lasciarsi intendere, il che altramente non si può fare senzá LA PURITA DEL DIRE, la mondezza, la quale oggi voglio, che ELEGANZA si chiami da noi. Ma perche spesso aviene che sforzansdosi alcuni di esser inteſi, cadono in forma umile, ego dimessa molto les cuando, otogliendo della dignità, della grandezza del PARLARE, però appresso la predetta forma, si dirà della grandezza o GRAVITA DELLA ORATIONE, quale da molte altre fori ne procede, che sono quesste, muestd,  comprensione, asprezza; eemenza, splendore, viva cie tà i boppo LA CHIAREZZA e la grandezza del DIRE a me pare che si convenne conoscer’un’altra forma; ta quate tutto il corpo della orarzione con la convenienza delle parti, ornamento, os gratia recando, bella, en misurata si mostra, v però mi giova di NOMINARLE BELLEZZI, alla quale un'altra formaſi darà, volubile, presta, perche tèggia a dramente si muova, leggiadramente dico a fine, che ne troppo sciolta, né troppo legtta ſiueggia. Et ſe la chiara, a la grande, e la bella, o la veloce forma sono tanto richieste, quanto previdá te stesso considerare che diremo noi di quella, nella qual si dimostrano i modi, i costumi delle persone. Et di quell'altra, che fa credere ogni cosa che si dice esser verissima? Certo non meno queste che quelle esserticare deuriano, quando in queſte sta ripoſta ogni riputatione di CHI PARLA; et ogni credenza delle cose, cosi voglio nominar quella forma la quae le secondo le nature, e gl’abiti delle genti va ragionando sotto della quale è la simplicità, la giocondità, o l'acutezza; e quell'altra ancora, che verità si dimanda, sono forme, senza le quali morta e spenta sarebbe l’orazione. Ed in questo numero sono chiuse le maniere, o le guise, delle quali alcune hanno la sua sentenza, &i loro artificii, e l'altre parti distinte, es separate dall’altre; alcune comunicando insieme, si confarànno, o nella sentenza, ò nello artificio, ò nella parola, ò nella figura; o nel resto, cos me chiaramente uedrai. Queſte uoglio, chetu da feſteſe, come ſemplici forme riguardi diſtinte l'una dall'altra. Perciò che non quel lo che si truoua, ma quello che può essere, voglio che tra te medesimo rivolgendo consideri, e ciascuna forma, come tale, ew tale conoschi. DINARDO. Io t'intendo, Tu vuoi ch'io sappia considerare ogni guisa d’ORAZIONE in se stessa, onde poi a scelta mia io possa questa con quella, e quella con altra mescolando, di più semplici formarne una bella coinin posizione. ARTE. Che credi tu, che vaglia poi cotesta MESCOLANZA che nella purità ritenga grandezza, a peso, nella semplicità, forzkiego splendore, e ha nella grandezza del bello, e dilettevole, ma che afþramente piacevole, e piacevolmente aspra si dimostri, pungendo; gungendo, come si dice, ad un'horafteli e facendo che quello che è nella sentenza ampio o ripieno sia nello artificio ampio ad leggidadro. E in tal modo accompagnando la FIGURA d'una forma con la PAROLA d'un'altra, di più contrario -- cosa alla natura medesima riputata impossibile -- farne una amore uole fratellanza, onde poi questo generoso accozzamento di cose REPUGNANTI empia ogn’uno di maraviglia. DINARDO: Non mi accender pir di grazia, di quello che io sono, cominciami oggi mai à formare ciascheduna delle maniere, accionche io veda il fine della desiderata catena dell'anima delle cose, e del PARLARE. DE Ï Ï A parlare. ARTE Bendi. DEI DUNQUE sapere che come nell'anima, altra parte è quella che apprende la ragione, alfra quella che é da gl’effetti commossi, come dicemmo, o nella natura altre sono le cose allo IN-SEGNARE altre al muovere appartenenti cosi alcune forme dell’orazione e le quali converranno alle cose dell’intelletto, als cune alle cose della voglia, o dell’appetito o quando questo non e  né via, nė ragione alcuna e di poter acconciamente INDURRE OPNIONE E AFFEZZIONE con la forza della favella. Però auuertisci, che nel trattamento della forma da te stesso puo intendere qual forma a qual cosa si confaccia. DINARDO. Ricorditi di farmi ogni cosa chiara con gli essempi di CONVERSAZIONI DIADICHE e io mi obligo di interpretarli secondo la PARTICOLARE occasione in qualunque libro di questi che tu vorrai. Ma prima desidero saper alcuna cosa d'intorno al NUMERO o numeroso componimento, O QUANTITA O FORZA. ARTE. Lasciati à me guidare che il tutto saperai secondo il bisogno. Sappi adunque, o Dinardo, che qual’hora alcuno si rivolga à considerare il modo, e la ragione del medicare, che ritrovando alcuna bella cosa nella medicina, voglia giudiciosamente applicarla all’arte del dire, non è dubbio, che egli non sia per vedere tra la medicina, o l'arte di che si ragiona, grandiſsima simiglianza. Ecco la medicina cerca di indurre sanità, oue ella non ė, ò di conseruarla doue ella si truoua. Il simile fa quest'arte, d'intorno alla buona opinione, perche conogni studio s'affitica di metterla, ò di mantenerla oue sia bisogno. La medicina conosce qual parte del corpo con qual rimedio esser debbia risanata, o preservata, cosi queſt'arte opra con l'anima e con le parti sue con la forma del parlare o conversare. La medicina quanto più può fugge la noia che puo alcuno medicamento recar'atl'infermo, con mele ò con zucchero, ò con altra coperta mitigando il pessimo sapore, ego l'odore delle medicine, ne da questa gentilezza si parte la mia figliuola, cercandodi non offendere quel sentimento che prende i suoi rimedij, il qual sentimento é negl’orrecchi riposto, per le quali sotto la soauità del suono fa trapassar’inſino all'anima la opinione, quantun que sia di cosa dalla natura aborrita. E finalmente la medicina nelle sue composizioni alcune cose vi mette, non tanto gioue uoli alle parti offeſe, quanto preſte apportatrici delle virtù dell'altre cose al luogo infermo, il che quamto ſi conuenga all'artificio fa FAVELLA, non ti posso in poca hora dichiarare perche troppo grande é la forza del suo numeroso componimento; il quale portando ſeco agevolissimamente il valor della parola e della sentenza, pasa, e penetra per ogni parte dell'anima, deerosa di questa soauità, e benche gl’orecchi del volgo ne sentano assai, non è però da dimandare alcuno IDIOTA, onde ella proceda, ò come si faccia, perche QESTO GIUDIZIO E PIU PROPRIO DELL’INTELLETTO CHE DEL SENTIMENTO UMANO. Giudicando adunque, o considerando L’INTENDENTE UOMO quale sia la cagione che la parola più ad un modo che ad un'altro disposta e diletta uolio numerose, ritruova il tutto essere alla Natura, quanto al ſuo principio, conveniente, ma quanto alla perfezione non cosi; però che io ne ho grandssima parte. E perche tu sappia quello che la Natura, a quello che io ti possiamo prestare, dico che la Natura ha posto alls cor nell’orecchie il suo piacere e diletto, vuole che quelle affaticate si folleuino con la soauità, a dolcezza del dire; al che fare niuna cosa è più potente nel vostro ragionare che il NUMERO o la fosnità della parola. Il qual NUMERO bisogna che di sua voglia vegna nell’orazoone, si perche FA ORAZIONE E NON MUSICA (come la poesia),si per fuggir la sospitione dell’artificio, la quae le con luſinghe uole INGANNO pare che VOGLIA ABBAGLIAR L’AMINO DELL’ASCOLANTE opera leua loro ogni PERSUASIONE o fede. Ma quando con ine certo, o non conosciuto numero, dolce però, e soaue, si compone il parla-mento, o si lega insieme il fascio della sentenza e dell’intendimento, senza dubbio il tutto con credenza, o diletto si riceue. Fuggasi dunque il ucrſo, ogni regola continouata del uerso; continouata dico, peroche lo stesso numero più volte replicato facilmente si riconosce, o fa che gl’orecchi aspettanti l'ordinato, consueto ritorno, più al suono che al sentimento si diano cosa assai chiara, o attesa ne i versi, il NUMERO de’ quali usato, e conosciuto, più dall'arte che dalla natura procedente. Ma perche senza legge di NUMERO alcuno, o sciolta del tutto non dee restare l'orazione, che oscura, cu piaccuole ne rimarrebbe, però numerosa o composta ella si disidera grandemente. Ora da che nasca, o per qual cagione diverſamente offer convenga numerosa l'orazione quanto à me s'appartiene dirò brieuemente, dichiarando prima, che cosa sia NVMERO, ò numeroso come ponimento. DINARDO. Questo ordine à me sommamente diletta, però di cuore ti priego, che più distintamente che puoi, me lo dimostri. ARTE. La necessità vuole che le parole sieno pari alla sentenza, perche à questo fine si ragion e conversa, come si è detto, accioche quanto habbiamo di dene troſi dimostri di fuori, doue mancando o accrescendo parole, o il concetto interno non e espresso, come nella mente dimora, ò il parlar e OCIOSO – Grice, otiose -- ò mancheuole. Ma perche la sentenza nell'anima è finita O terminata, però debbon’esser finite, o terminate in QUANTITÀ le parole, che la sentenza dimostrano. La qual QUANTITÀ insieme ragunata, GIRO O CIRCUITO nomineremo il quale altro non e che pieno o perfetto abbracciamento della sentenza. Questo abbracciamento di pari accompagnando la virtù di ef la sentenza, può hauere una ò piu parti, o maggiori, o minori, secondo le parti della sentenza; e ciascuna parte é composta di parole, o si chiama MEMBRO O NODO o si come ogni parte del corpo ha il suo principio, il suo FINE, e il suo MEZZO, o il corpo medesimo e terminato e finito cosi le parti dello abbracciamento, welfo abbracciamento e finito o terminato. In tutto questo spazio adunque che è tra il principio, il fine di ciascuna parte, e tra il cominciamento, es la chiusa, che s'è detto chiamarsi gia ro, ė forza, che la lingua alcuna volta s'adagi, o si riposi secondo il bisogno,o si muoua più ueloce, ò piu tarda secondo la QUALITÀ del concetto. Et questo riposo, o questo movimento, misurato col tempo del proferire, para torisce il numero, del qual ragioniamo vero figliuolo della composizione, o de i termini del parlare, o molto piu nel fine, che nel cominciamento e più apparente ne gl’estremi che nel mezzo. E perche di esso NUMERO gl’orecchi fanno giudicio in quanto al sentimento del piacere o del dispiacere, per esser naturale à ciaſcuno la dilettatione de sensi, o l'intelletto fos lo come ti dissi, ne cerca la cagione però, hauendosi fin'ora in parte dimostrato quello che all'intelletto s'appartiene, in parte dico, perciò che l'intelletto in questo caso molto all’orecchie deferisce, o diverse maniere hanno diverso NUMERO. Però cominciando a trattare delle forme del dire daremo a ciascheduno il suo numeroso componimento, o con essempi DI CONVERSAZIONI DIADICHE ancora ritroueremo quello che con ragione e dimostrato. DINARDO. Molto bene auif di farmi capace di questa magnifica o illusſtre composizione; però segui che con maggior desiderio, che prima, fono apparecchiato d’ascoltarti perche mi pare, che ora tu facci di me pruoua marauigliosa. ARTE. La prima forma e nominata CHIAREZZA – la qual nasce da purità, o da eleganza. Pero essendo ella quasi un tutto, acciò che meglio ſi manifeſti, si dirà delle parti fue, et prima della mondezza o pilerità, poi della scelta o eleganza. Deefl dunque dare alla purità del dire quella sentenza la quale e di piana intelligenza e non ha bisogno di piu conſideratione, come per lo pia sono, o esser deono le narrationi delle cose, come qui. DINARDO. Tancredi, principe di Salerno, e signore assai umano, di benigno aspetto. ARTE Eccoti, che ſenza alcuna fatica di discorſo ogni mediocre ingigno gegro può capire il sentimento della sentenza già pronunciata, come ancora in questa sentenza. DINARDO. Io son Manfredi, nipote di Costanza imperatrice. ARTE. Et molti essempi sono della purità nelle novelle, la sentenza delle quali per la maggior parte è molto alla uolgar’intelligenza fottopo sta, pur che partitamenteſa ciascheduna in ſe conſiderata, percio che pua re non ſarebbono quando ad alcun fineſi riguardasse, o uero altro attendessero per fornir il sentimento loro, come se in questa guifa si dicesse. Essendo “Tancredi principe di Salerno signore assai umano”, perche questa sentenza non e TERMINATA O FINITA dovendo attendere a quello, che segue, o però più presto oscura e che monda enetta. Non aspetti adunque altro intendimento chi vuolessr puro nella sentenza, la quale stando nell'anima, dee esser con tal'artificio levata, che sola si tiri suo riga come di dentro dimostra il concetto, cosi di fuori fa fatto palese, senza alcun accidente che quella accompagni o consegua. E però da questa forma e bandita ogni circostanza di tempo di luogo, di persona, o di modo, ò d'altro avenimento. Vedi questa parte quanto é pura nella sentenza: DINARDO. La quale percioche egli, si come i mercatanti fanno, anda molto in torno a poco con lei dimora, s'inamora d’un uomo chiamato Roberto. ARTE. Non lascia esser pura cotesta sentenza quel trammezamento che dice percioche egli, si come i mercatanti fanno, andaua molto intorno, o questo adiviene, perche SOSPESO SI TIENE L’ANIMO DI CHI ODE. Fuggi adunque ogni raccoglimento se vuoi essere nel tuo dir mondo, et neto; et narra le cose partitamente come stanno, ma de i raccoglimenti quanti o quali sono, dirà poi. Delle parole veramente con le quali si dee uestire la purità breve ammaestramento si darà perche, tutte le parole, piane, facili, usitate, bricui, O communi sono all'anima della purità molto proportionate, onde le trae portate, le straniere, le lunghe, e quelle, che la lingua pena à proferire, o l'intelletto a capire sono dalla purità lontane, però purissime sono queste. DINARDO. Che à me pareva esser’in una bella, dilettevole selua, e in quella andar cacciando e haver preso una cauriola, parcami, che ella e piu che la neue bianca,or in brieue spazio diucnisse si mia domestica che punto da me non si partiva, tuttavia a me pareva haverla si cara, cbe accio che da me non partisse, le mi pareva nella gola haver messo un cola no d'oro e quella con una catena d'oro tener con le mani. ARTE Non è poco haver giudicio di ritrovar le parole ad ogni maniera conformii, ma molto più wi deue avvertir' nel disporle, o COLORIRLE, onde ne nasce il desiderato aspetto. E però sappi che la figura della parola, alla purità sottoposte, é il dritto, ecco. DINARDO. Nicolò Cornacchini e nostro cittadino, o ricco huomo. ARTE. E quiancora DINARDO. A solo adunque vago, piaceuole castello postto ne gl’estremi gioghi delle nostre Alpi sopra il Trivigiano ecsi come ogn’uno dee sapere arnese della reina di Cipri. ARTE. Non cosi puro e se dagli’obliqui casi ha cominciato, Dicendo, Di Asolo, vago e piaceuole castello posseditrice e la Reina di Cipri. Ma puro e per la figura del dritto, avenne che secondo quella parola puro non sia, doue si dice Arnese, voce straniera, ancora nello aretificio non é puro per quello tramezamento che dice, si come ogn’uno dee sapere, o per quelle circostanze del castello vago piaceuole pera che RITARDA IL SENTIMENTO DLL’ASCOLTANT, ovi mette le circonstanze del luogo. DINARDO. Dunque erra chi volendo esser puro usa una parole non pura, artificio, o figura d'altra maniera della orazione? ÁRTE. Errerebbe se egli crede, otenta d'essre in ogni parte puro, e netto, e non usa quello che si conviene ma non erra volendo alla purità del dire porgere grandezza o dignità. Ma ancora voglio che ogni maniera e in se stessa considerata e però la purità del dire ha  le parti sue distinte, o separate dalle altre nė solamente il dritto è figura di questa forma o manierq ma anche ogni altro COLORE che e contrario alla comprensione. Ora trattiamo del sito, o della composizione della sentenza, Dico nella purità, o mondezza del dire doversi mettere le parole insieme con quel modo che piu vicino e al favellare, usita e cosenza molta cura, caffettazione semplicemente quanto si può. E si cos me in ciascheduna parola di queſta forma bisognaua levar ogni durezza, Cogni difficultà di lettere, o di sillabe, accioche la voce di suono e quale, temperato, non impedito usce fuori cosi nella composizione bisosgna guardare d’acconciare talmente che pine tosto nate, che fabricate appariscano, come nell’esempio del sogno si conosceud. Considera tu poi la forza e lo spirito di ciascuna lettera e di ciascuna sillaba, come la natura in tutte ha posto la sua piaceuolezza, durezza, e tifa rai questo giudice del suono delle parole, della loro disposizione, ucdi che la “A” si forma nella più profonda parte del petto, o esce poi fuori con alta voce, risonante, onde lo spirito di essa grande, o sonoro essente, odi la seguente -- ch'é la consonsante “B/” La “B” é purasnella, despedita -- come è aspra la sequente, che e la consonante “C” quando è fine della sillaba, ISA C, órauca quando è posta inanzi la “A” à la “V” come per lo contrario e di dolce, spesso, o pieno suono, precedendo alla “I”. Alla “E” come qui. Salabetto mio dolce iomi ti raccomado o cosi come la mia persona è al piacer tuo, cosi é ciò che ciė, o cio che per me si può fare al comando tuo. Considera poi da te stesso il restante delle lettere, in che maniera essa natura di sua propria qualità ha ciascuna dotata e vederai onde nde sce più questa che quella composizione. Le parti e le membra, della purirità esser deono breui, et ciascuna dee terminar il suo sentimento, non ritardando con lunghezza del giro, o di raccoglimenti la intelligenza del popolo, come qui, D. Suol’essere a' naviganti caro qualhora da oscuro o fortunevole nemboso spinti errano, o travagliano la lor via, col segno della indiana pietra, ritrovare la trammontana in modo che qual ventosossi conoscendo, non Ria lor tolto il potere, e vela, o governo, là doue essi di giugner procacaciano, o almeno dove più la loro salvezza veggiono indirizzare. Bisogna parimente in minore spazio raccogliere il sentimento di ciaccuna parte ouest vuole esser puro, o fare in questo modo benche le parole sono a le quanto dure. DINARDO. Chino di Tacco piglia l'abbate di Clugni a medicalo del male di stomaco, poi il lascia l'abbate ritorna, in corte di Roma, o il ricomcilia con Bonifacio Papa, o fallofriere dell'ospedale. ARTE. E nel uerso ancora esser dee la predetta norma osseruata. DINARDO. Pace non trovo, e non ho da far guerra, e temo, espero, e ardo, e for’un ghiaccio. Il che non quiene in questa altra parte. DINARDO. Voi, ch'ascoltate in rime sparse il suono, perciò che IL SENSO E TROPPO RITARDATO o con lunghssime parti rattenuto. Ha si dunque della purità quello che bisogna d'intorno alla sentenza, all’artificio, alle parole, alla figura, alla composizione, e alle parti di esa. Resta che si tratti del numero, e del finimento, cioè della chiusa, o del termine della sentenza, o delle parti sue. Dico adunque che nello andare, ego nello spazio di questa forma non si dee essere ne veloce ne tardo ma temperato e ne i riposi, ne i movimenti, perche il numero nasce dalla composizione, co dal fine, però sapendo quale esser dee la composizione delle parole quale il fine tutto quello che sotto di queste parti contiene darà ad intender quello che si è detto, perche quanto si ricerca alla composizione si é dichiarito resta che si dica del finimento.ogni sentenza, ogni giro può finire, ò in alcuna parola tronca, o in parola piena, sieno queste parole, ò di II, ò di III, ò di piu silabe, o ancora di una. La parola piena, e compiuta ò e sdrucciolosa,  e volubile, o salda, o ferma, o perche non solo Ridce considerar l'estrema parola di tutta la chiusa, ma anco la vicina, o prossima, però partitamente si dice di ciascun finimento al luogo suo. Come adunque voglia la purità terminare le chiuse sue, assai chiaro ofer dee. prciò cheassimigliandosi elle al dire cotidiano, fuggirà il fine della parola tronca, come e quelle anda, corfuftarà, o C. perche le medesime dee nella disposizione fuggire, come ramarico, o render florido. Ed a contenterà di quel fine, che per lo più la natura a volgari dimostra, ma io non voglio, che con tanta religione si finisca in parole piene, et perfetete, fuggendo le tronche, o le fdrucciolose, che alcuna volta non si metta sie ne altrimenti al suo parlare, perche quello che si dice, si dice per la magegior parte dei finimenti, e delle chiuse della purità. Da questi adunque o dalla disposizione risorge quella MISURA – moderato --, che noi NUMERO addimandiamo. Essendo adunque la chiusa simile alla disposizione, la disposizione non isforzevole, ma temperata e naturale, seguita che il numero dell'uno, o, dell'altro figliuolo e, a quelle somigliante. Ben'è vero, che la forza di ciascuna maniera e riposta piu tosto nelle altre parti che nel numero, eccetto che nella bellezza, douc l'ornamento e il numero grandemente scerca, as molto piùè ne i versi, nella poesia che altrove, o questo dico, acciò che fu non metta piu studio dove non bsſogna riportandoti a gl’orecchi, il giudicio delle quali da essa natura é ſommamente aiutato. Ecco adunque, è Dinardo, quanto giova la mondezza, o purità del dire alla chiarezza. Ma perche questa semplice forma non può da se sola si chiaramente parlare che non visi a qualche impedimento, però bisogna ouunque le sia di aiuato mestieri, con l’eleganza aiutarla come con maniera che più un modo che un'altr piu questo ordine che quello secondo il bisogno adoprando elegge et fo uegna alla semplice purità del dire, il qual'aiuto è più presto nell'artificio che nelle sentenze riposto. Però che ella si sforza far ogni sentenza chiara e aperta, non che le pure già dichiarite di sopra. Parliamo aduneque dell’eleganza,o prima dello artificio, colquale ella lcuar suole ogni sentenza nella mente riposta. ARTE. L’eleganza e maniera che porta chiarezza à tutte le maniere della orazione, o però non tanto alla purità, douc ella manca soccorre, quanto à ciascaduna forma opra intelligenza, o facilità, da queſto nasce, che l’eleganza dalla purità del dire in alcuna cosa é differente. Perciò che la purità da se stessa è chiara, o aperta, ma l’eleganza nella grandezza, e magnificenza del dire e come un sole che ogni oscurità che per quella potesse venire, leua, o disgombra, o però in ogni sentenza ella può molto, si con l'artificio suo, si con COLORE, le figure. L'artificio adunque di les vare ogni sentenza dall’intelletto, acciò che ella sia intesa, cogni avvertimento innanzi fatto di quello che ft ha da ragionare o conversare. DINARDO. Canto com’io vssi in libertade Mentre amor nel mio albergo a sdegno s'ha poi seguirò si come à luim'in crebbe rroppo altamente: ARTE. Il simigliante R fa nella prosa. DINARDO. Mi piace à condiscendere a consigli d'uomini de' quai dicendo mi conuerrà far due cose molto a miei costumi contrarie, l'una sia al qua to me comendare, et l'altra il biasimare alquanto altrui, ma prioche dal ucro nė dall'una ne dall'altra non intendo partirmi il pur farò. ARTE. Vedi quanto gentilmente | sbriga l’intelletto dello ascoltare con tali avvertimenti. Appresso i quali assai bello artificio s'intende quela to, che per chiarezza di alcune cose altre ne narra senza le quali non si intende ageuolmente il restante. DINARDO. Ma per trattar del ben ch'io vi trovai, dico de l'altre cose ch'io vi ho scorte. ARTE. Se il poeta qui non dove dimostrare le pene de dannati e i tormenti di quegl che sono in disgrazia di Dio, non haurebbe potuto dare ad intendere facilmente il bene che ne riusci poi per hauer lo inferno cercato. Ecco qui dalla medesima necessità costretto quest'altro descrive la pestifera mortalità pervenuta nella egregia città di Firenze, avvertendo pri ma chi legge, in questo modo. DINARDO. Ma percioche quale e la cagione, perche le cose che appresso Rileggeranno, avenisseno, non si puo senza questa rammemorazione dimostrare quasi di necessità costretto a scriverla mi conduco. ARTE. Ecco qui ancora un'altra bella preparazione di cose, fatta per levare ogni impedimento, che puo offendere il rimanente. DINARDO. Ma io mi ti voglio un poco scusare che di que' tempi, che tu te n'andasti alcune volte ci volesti venire, e non potesti, alcune ci venisti, o non fosti cosi lietamente veduto, come sole vi e oltre a questo di ciòche io al termine promesso, non ti rendei gli tuoi danari, ARTE. In fine ogni precedente aviso, e ogni ordine di cose, e secondo, che este son fatte, narrandole, ė artificio scelto, e elegante, però tutte le proposizoni de' poeti sono elegantissime. DINARDO. Veramente quant’io del regno santo me la mia mente potei far tesoro e ora materia del mio canto, e canto di quel secondo regno que l'umano spirito si purga e di salir’al ciel diventa degno. ARTE. I simigliante modo è osseruato ne i principij di ogni nouella come da te stesso vedi. Suole ancora l’eleganza porre artificiosamente le opposizioni con le risposte partitamente. DINARDO. Saranno per aventura alcuni di voi che diranno ch'io habbia nello scriuere queste novelle troppo licenza usata. ARTE. Eccola dimanda seguita la soluzione. DINARDO. La qual cosa io niego, percioche ni una cosa e si disonesta che con oneste parole dicendola si disdica ad alcuno. ARTE. E cosi di paripasso alle obiettioni risponde benche altre fide te insieme posto habbia ogni accusa di se fatta, o poi s'habbia scusato, ma quel modo non ha dello elegante, come il predetto pose prima le opposizioni tutte insieme allora quando disse. DINARDO. Sono adunque, discrete donne, stati alcuni, che queste novelle leggendo hanno detto che voi mi piacete troppo e che onesta cosa non ė che io tanto diletto prenda di piacervi e di consolarvi. Et alcuni han dete to peggio, di coinmendarvi, come io so. Altri più maturamente mostrando di voler dire, hanno detto chenon stà bene l'andar'omai dietro queste cose, cice à ragionare o conversare  di donne, o à compiacer loro. E molti molto te neri della mia fama mostrandosi dicono ch'io farei più saviamente,à starmi con le muse in Parnaso che con queste ciance mescolarmi tra voi. E son di quegli ancora che più dispettosamente che sauiamente parlando, hanno detto, ch’io farei più discrettamente a pensare donde io puo haver del pane che dietro a queste frasche andarmi pascendo di vento. Et certi altri, in altra guisa essere state le cose da me raccontatevi, che come io le vi porgo s'ingegnano in detrimento della mia fatica di dimostrare. ARTE. In queſto luogo molte accuse contra dello autore si mettono. Prima che ad alcunaſi risponda, il che non è cosi elegante, come il primo artificio, ben che in tanta confusione egli studia di esser chiaro, cinteso, eso avisa qui sasse AVANTI L’ASCOLTANTE, come fa doue dice, roppo al quanto dalle predette opposizioni, perche non di subito risponde il che ancora é dall’eleganza lontano. DINARDO. Ma quanti ch'io vegna à far la risposta ad alcuno mi piace in favore di me raccontare non una nouella intera ma parte di una. ARTE E ne poeti ancora si osserva secondo che meglio lor ben viene di fare cosi fatti partimenti. DINARDO. Tu argomenti, se'lbuon voler dura, la violenza altrui, per qual cagione di meritar mi scema la misura. ARTE. Questa é una proposta alla quale secondo l'arte della eleganza ſ doueá prinia rispondere ma si è posta ancora la seconda, dove seguita. DINARDO. Ancor di dubitar ti dà cagione Parer tornarsi l'anima àle stesse secondo la sententia di PLATONE. ARTE. Ben che tu veda qui le proposte esser insieme collocate, non è perrò senza eleganza quella parte, per quello che segue. DINARDO. Queste son le question, che nel tuo velle Pontano egualemente, e però pria tratto quella che più badi selle. ART. In questo luogo non tanto l’eleganza dimostra l’artificio suo per lo avvertimento fatto di quello che si dee dire quanto per l’elezione di rispondere prima ad una domanda che ad un'altra. Evvi ancora un'altro artificio della sceltezza, il quale è quando si ripiglia quello che si è detto e si dimostra di che poi si bada dire, come in questi luoghi segnati. DINARDO. Ma hauere in ſino à qui detto della presente novella, voglio che mi basti,o à coloro rivolgermi, a quali ho la nouella raccontata. Il qual luogo acciò che meglio quello che è detto, e quello che segue, come stesse vi mostro. ARTE Asai si è detto fin qui, con che arte l’eleganza leva dato per sostegno la grandezza o magnificenza del dire cosi nella grandezza è pericolo di uscire in forma che non habbis ornamento, proporzione, o però se le darà per misura, o bellezza sua una forma diligente, accurata, o ben composta, la quale in termini conuvenienti richiudendo l'ampiezza della orazione, o SANGUE  o COLORE amabile en grazioso le dona, onde il tutto misurato e temperato maravigliosamente si puo uedere.Questa forma nė sentenza, ne artificio separato dal l'altre forme ritiene, ma ogni sua forza nelle parole, nel sito di osse, ne i luo mi, o nelle altre parti e riposta. Se però dare non le vogliamo quelle sentenze che acuti sono, o di sottile intendimento.  Le parole adunque di questa forma sono le soaui, leggiadre, bricui, di facile intelligenza, ischiette, o con gran circospezione traportate. Perciò che le traslazioni – o META-FORE -- in questa forma esser deono rarssime, o le figure di questa misurata. O ben composta maniera e la repetizione. DINARDO. Per meſ ua nella città dolente, per me vi ua ne l'eterno dolore, Per me si ua tra la perduta gente. ARTE.  E molto bella eornata questa figura, os tanto più ha di ornde mento, quanto quello che si replica, augumenta, o cresce. Come qui. Amor, che à cor gentil ratto s'apprende, Preſe costui de la bella persona che mifu tolta, e'l modo ancor m'offende. Amor che a nullo amato amar perdona, Mi preſe del coſtui piacer si forte Che, come vedi ancor non m'abbandona. amor condusse noi ad una morte. ARTE. Se alla REPETIZIONE aggiugnerai l’INTERROGAZIONE, senza dubbio tu entrerai nella maniera forte ucemente. DINARDO. Qual'amore qual ricchezza qual parentado baurebbe le lagrime, o i K sospiri pospiri di Tito con tanta efficacia fatti à Gilppo nel cuor sentire che egli perciò la bella sposa, gentil e amata da lui haue fatta divenir di Tito,  se non costei? Quai mi nacce?  ARTE. Tu da te stesso poi quanto ornata sa ducemente questa parte considerando vedi tanto più se appreso le dette figure ancora vi porrai la conversione della quale di sopra s'è detto. Nė ti maravigliarefe( una me desima figura sia da altre figure ornata illustrata. Pero che la lingua di questiornamenti é capacssima. Lascia che à fuo modo altri ragioni, tu ne ſarai giudice, o la cosa istessa te lo dimostra. La conversione adunque è figura di queſta idea, a R suol fare quando in quella stessa parola pii membri ſ lasciano terminare. Bella è ancora la ritornata che si fa quando la parola che segue comincia da quella in che la precedente finisce. DINARDO. Di me medesmo meco mi vergogno. E qui, E consoauepasso a campi discesa, per l'ampia pianura super le rua giadoſe erbe in fine à tanto che, etc. ARTE. O vero in questo modo. Infiammò contra megli animi tutti, egli infiammati infiammar si AUGUSTO OTTAVIANO, che lieti onor tornaro in tristi lutti. ARTE. Et ancora il Bifquizzo come nell'uno poeta si dicra ch'io fui per ritornar più volte volto, Et l'altro. Il fiorir queste innanzi tempo tempio. Da poi la predetta vi sono anco altre ornatissime figure, come è il loro ascendimento alla tradottione o altre. Lo ascendimento si fa quando le parti che seguono cominciano dalle parole medesime nelle quali van terminando le parti precedenti, con questa conditione: che si mutino le cadenze di esse parole. Nel dir l'andar, ne l'andar lui più lento. ARTE. Overo in quest'altromodo. Lusca, io non posso credere che queste parole vengano dalla mia donna, e perciò guarda quello che tu di. Et se pure da lei venissono, non credo che con l'animo fermo dire le ti faccia. E se pure con l'animo le dicesse, il mio Rignore mi fa più onorecheio non merito: ARTE. La traduzione e ė figura che replicando la stessa parola, non foldemente DIMOSTRA L’INTENZIONE DI CHI PARLA ma mirabil'ornamento accresce ove ellasſtruoud Laurd che’l verde lauro e l'aureo crine. ARTE. Molto diligente as accurata figura e quella che si fa quando due più parti fra se congiuntesi sogliono proferire E utile consiglio potranno pigliare e conoscere quello che fa da fuggire o che sia similmente da seguitare.  ARTE. E qui, A cui grandi ey rade,o à cui minute pelje. ARTE. Forza ė che onunque in una bella e adornata figura s'abbatta un bel giudizio, egli conosca es senta dentro di se alcuna dolcezza; com mese uno udirà in questo modo ragionare. Risposemi non huomo, huomo giàfui, E li parentimiei furon Lombardi, Mantovani per patri ambe dui, Nacqui sub Iulio ancor che fosse tardi, E vissi A ROMA sotto il buon AUGUSTO OTTAVIANO al tempo de gli dei falſie bugiardi poeta fui e CANTAI DI QUEL GIUSTO FIGLIUOL D’ANCHISE CHE VENNE DA TROIA poi che'l superbo Ilion e combusto. ARTE. Non sentirai tu per questa disgiunzione, per la quale ogni parte sotto il suo verbo è rinchiusa, una diligenza gentile del poeta: si come là, do we dice, Io son Beatrice, che ti faccio andare, vegno dal loco, oue tornar disso, amor mi molle, che mi fa parlare. E molto più se nella prosa detto ritrovasi a que' tempi che i nostri maggiori haueano l'occhio al governo di questa REPUBBLICA, eta riconosciuta la virtù de'buoni, davansi compensi dei danni ricevuti per la patria, chi robava il publico, era castigato; fiori ua dia na giouentù dedita alla mercantia, oucro alle lettere, lasciasasi il facer dos: tio, la militia da' nostri questa, per che i cittadini non pigliaſſero l'arme contra se stossi, quello, accio che fussero più finceri i parenti a far giudicio delle cose importanti. ARTE. Vedi, che narrando partitamente, o senza congiugnimeneto alcuno, il parlareè spedito, la figura ornata, o dilettevole sopramo do il suono di essa oratione. Al cui ornamento il traportar delle parti di ossa giova mirabilmente, come quando si dice, Al costei foco, alcolei grido. K 2 Giouin Giouinetto poss'io nel costui regno. Et qui. Vſate le colei bellezze. In questo caso nonf dee di tanto levar dall'ordine loro le parole, che la sentenza oscura deventi, come disse, che i belli, onde mi struggo, occhi mico la, di che è qual piena quella canzone. Verdi panni, sanguigni, oscuri, operſ. Bello al quanto è quel transportamento che dice. Or non odio per lei, per me pieta de cerco che quel non vo, questo non posso. Concedes però a’ poeti maggior licenza per rispetto della necessità del verso nel quale ancora più ampio luogo fanno gl’ornamenti che nella prosa pure non è che del bello non habbiano assai QUELLA FIGURA CHE PER LA NEGAZIONE AFFERMA,come s'egli si dicesse, io nol niego cioè io il confesso. E quella, non è alcuno,che nol creda, cioè ogn’uno il crede. Poi non taca que, cioè parlò, e disse. Suole ancora chi scriue a maggior bellezza circoscrivendo le cose con più parole quello che conuna può esprimere come qui, Era giàl'hora, che volge il deſio, a’ naviganti, e intenerisce il core, Il di, che han detto à i dolci amici,A Dio, ARTE. E cosi A chiama il sole Pianeta, che distingué l'hore, e dicest. LA PRUDENZA DI MARIO, LA SAPIENZA DI CATONE, IN LUOGO DI DIRE MARIO PRUDENTE O CATONE SAGGIO. E é appresso bella figura la innovazione i come qui, Parte preſ in battaglia, e parte ucciſt. Et quia Taciti ſolie senza compagnia, N'andavan l'un dinanzi e l'altro dopo. ARTE. Ecco come la bellezza ogni forma abbelifce, ne per tanto avenga che ella molte figure, molti lumi dimostre di quelle solament est contenuta, ma studiosa del diletto sforza di ragionare o conversare variamente. Là onde per fuggir la fatietà con mirabile artificio è usata di variare l’orazione. E questo suol fare primieramente doppo molte voci di piene sonore lettere ponendo ne alcune di basse U rimesse. Da poi fuggendo la continuata giaciatura de gl’accenti sopra una medesima sillaba, ora nelle ultime, ora in quet le che uanno innanzi adesse gli sopramette, o di più in mezo delle lunghe le corte parole fra mettendo grazia e adornamento le giunge. Bella cosa ė si come tra cittadini vedere gli stranieri, cosi tra le nostre parole alcuna adirai che alicna fa, o mescolare le isquisite con alcuna dette popolari, le BMOWE huone con le usate, finalmente la elezione in questa parte può asai, la quale ritrovandosi in saldo w ſottil giudicio, dimostra in un'essere tutto quello che col consiglio di molti eletto a ricolto esser potrebbe però non degna le vili sſcaccia le brutte, fugge l’aspre, abbraccia l’eleganti SCEGLIE LE SIGNIFICANTI o con copia maravigliosa varia la disposizione, i të pi, il NUMERO e i finimenti; nė di pari lunghezza formerà le  parti del parlare, nė ripiglierà una stessa figura, un tempo medesimo, un modo amile, una persona pari, ma quasi un'adorno pratola orazione di molta varietà formando, diletto, o gioia, recherà sempre mai. Leggi prima qui, come il Poeta i medesimi nomi non ridice in uno stesso luogo. Io credo che ci credette, ch'io credessi, che tante voci usisse da quei bronchi, da genti che per noi si nascondesse, però disse il maeſtro se tu tronchi cualche frafchetta d'una deste piante, penster c'hai ffaran tutti monchi. Allor porfi la mano un poco duante, E colfi un ramufcel da un gran pruno, E'l tronco fuo gridò perche miſchiante. Da che fatto fupoi diſanguebruno, Rincominciò à gridar, per che mi ſterpiš Non hai tu spirto di pietade alcuno? Huomini fummo, oorfemfatti sterpi, ben doverebbe la tua man più pia, seſtate fossim'anime di serpi? Comed'un sstizzo uerde, che arfo Ria, Dal'un de lati che da l'altro geme, Bi cigola per vento che va via. Cosi di quella scheggia usciua insteme, parole,e SANGUE, ond'io lasciai la cima cadere, e dette come l'huom che teme. ARTE Tu puoi uedere in quanti modi il Poeta ha voluto variar le parole con quanta felicità egli lo habbia ottenuto. Il che in molti luoghi può in e lo vedere.si come là, dove parlando del lago gelato, lo chiama ora ghiaccio, era vetro, ora gelozora grosso, o duro vello, ora ghiaccio, ora geld ti guazzi, ora eterno uzzo,ora gelata, ora cristallo orafaſcia gelata, ora fredda crostázora lagrime inuetriate, e simili altre parole usa variando il poema. Il simigliante hanno fatto, fono perfare tutti gli scrittori di non D B 1 L me. Leggerai mirabili essempi della varietà in tanti principij di giornar Odi novelle che sono in quell'autore, o leggerai anco l'ultima parte del secondo libro di quest'altro che comincia. Che andiamo noi pure tutta via di molti amanti et diletti ragionando e conversando. Ma ė tempo di ritornar’omai all’altre parti della forma predetta, o peró d'intorno alle membra dei sapere che la lunghezza di esse in questa forma è piu desiderata chela brevità o cortezza, non però voglio che si lo stremo ti fermi, ma con più distese parti che nell’eleganza vorrei che le sue sentenze li portassero che le parole di esse in tal guisa si collocassero, e si terminasse queüa orazione che variate alſo pradetto modo il fastidio o la satietà si fuggisse, o in grado ogni sprezzata cosa ci uenisse. Il numero al uerso vicino in questa forma ci vuole, il qual numero prima e di quella maniera che di sopra ti ho detto, cioè riposo o mouimento, ovvero tempo di proferire, ò da poi di un'altra che ora io ti dimostrerò. Perciò che molto bene all'orazione può dar forma numerosa e bella, la quale sia nata da ue na certa necessità delle cose ben composte, o considerate, come il contraporre i contrarij o le cose discordi l'una all'altra con misura corrisponedenti, ritrovare i similiipari, o altre cose somiglianti à queste, delle quali partitamente e con essempio ne dirò, Sono alcune membra o nodi della orazione, i quali hanno le lor sentenze opposte ma con una corrispondenza tra loro mirabile temperate. Il primo essempio e di quello che si chiama pare, il quale si fa quando le parti che Äihanno à corrispondere sono quasi di pare numero di silabe o di tempi quasi dico però che questa parità di sillabe, o di tempi con saldo intendimento o giudizio deve essere stimata, e nõ del tutto pari.L'essempio di que ſta forma e questo. Dou’ella disonestamente amica ti fu ch'ella onestamente tua moglie divenga. ARTE Nel predetto essempio in due modi si vede esser fatta numero, ſa la orazione prima per la parità delle sillabe la quale nelle parti si vede poi per la contrarietà corrispondente perche “amica” o “moglie” sono contrarij, onestamente o disonestamente sono contrarij, opposti, solo di pari ud questo.Qui vi à niunoſi cerca inganno, a niunoſifa ingiuria. ARTE. I contrarij adunque fanno la orazione osser numerosa, come ancora. Et di gran lunga é da eleggerpiù tosto il poco osaporito, che il molato o insipido. ART. tornare. 2 ! TAR. Ne i simili ancora cade il numeroso concento in modo che quando in simil suono la chiusa finisce, ne rinsulta il numero. Quel rossore, che in altri ha creduto gittare, sopra di se l'ha sentito ARTE. Spesso auiene che per fuggire il sospetto di cotesto artificio, la simiglianza dei finimenti delle parole in mezo delle parti si ponga, com me qui, Poi veggendo che questo suo consumamento, più tosto che emendamento della cattività del marito potrebbe essere. Che più dispettosamente che sauiamente parlando. Molti esempi ritrouerai da te stesso di queste numerose maniere, nate dalla corrispondenza delle parti. Ora vorrei, che bene aucrtssi di non replicare più volte cotesti adornamenti, di non affettar tanto la consonana delle parti, CHE CADESI IN FASTIDIO OVVERO IN SOSPETTO DELL’ASCOLANTE. E per questa reggerai medesimamente il verfo nel quale caduto in più luoghi Ruede l'autore delle nouelle, il quale à me pare che di ciò molto curato non habbia. Bene uero che con mirabile perfettione riempie le parti e le membra della sua favella quando divide i nodi de’ suoi giri in III parti, come qui Percioche niun'altro diletto, niun'altro diporto, niun'altra consolatione lasciata ti ha la tua eſtrema fortuna. E qui, Et se qualunque di quelle fuſſe in Salomone, ò in Aristotile, ò in Seneca,'haurebbe forzadi guastar ogni lorſenno, ogni lor uirtů, ogni lor santità. Et qui. Ma quanto sensante, quanto poderose, di quanto ben cagion le forze d'amore, etc.. Considera la distintione de’ membri in quella novella,  dove introduce to scolare, la vedova, perche cosi richiedeua la dotta persona dello scolare. ARTE. E degno di consideratione il numero delle sillabe che nelle parti, che hanno a rispondere l'una all'altra, si mette. Perciò che quando una pare te di troppo l'altra avanzasse, non ne seguiterebbe alcuna numerosa compo Rtione, però buone o numerose appaiono esser queste. Accioche come per nobiltà d'animo dall'altre diuise siete, cosi ancora per eccelentia di costumi spartite dall'altre vi dimostriate. ART. Ma qui appare al quanto lunghetta la rispondenza, e la die fagguaglianza de membri. Quanto più si parla de' fatti della fortuna tanto più à chi vuole le eue cose ben riguardare, ne resta da poter dire, ARTE. Può esser ancora che non si gusti il numero per la lunghezza delle sue parti, benche sieno quasi pari come qui, Egli auiene spesso, che sicome la fortuna sotto vili art ialcuna volta grandi tsſori di virtù nasconde, cosi ancora sotto turpissime forme d'huo. Ministruo wa marauiglioſ ingegni dalla natura essere stati riposti. AR. S'io ti uolessi ogni cosa mostrare d'intorno alla bellezza del dire, troppo ritarderei gli ſtudij che hai afare, o pocoti laſcerei da eſercia tarti d'intorno all’eloquenza umana. Però p trapassare alle altre forme, parlo della veloce e pronta maniera dell’orazione; la forza della quale è nello artificio, più tosto, o nelle seguenti parti che nelle sentenze riposta. L'artificio adunque della prestezza e a brievi dimande brievemente rispondere. S'amor non èche è dunque quel ch'ioſento? Ma s'egliè amor, per Dio che cosa è quale? Se buona, ond'ċ l'effetto aspro e mortale? Se ria, ondési dolce ogni tormento? ART. Overo il fare molte dimande, con forze di spirito obrer uits: Non era egli nobile giouane? Non era egli tra gli altri ſuoi cittadini bello? Non era egli valoroso in quelle cose che d' giouani s'appartengono? Non amato? Non bauuto caro? Non uolentieri veduto da ogni huomo? AR. Le membra, quaſ parole eſſer deono bricui uolubili, oche pa ia che in eſſe fa il monimento del parlar noſtro, OLTRE ALLA SIGNIFICAZIONE DELLE PAROLE nelle quali ė ripoſta la forza dela espressione di ogni forma. Soli bastano, accompagnati creſcono, und mille nefå, o delle mille in brieve tempo mille ne naſcono, per ciaſcuna sono aspettate giocondissime, no aspettate venturose, sono cari ageuoli, ma diſageuolivia più care inquanto le uittorie acquiſtate con alcuna fatica fanno il trionfo maggiore, donare, rubbare, guadagnare, guiderdonare, ragionare, ſoſpirare, lagrimare, rotte, reintegrate, prime ſeconde, falje,o uere, lunghe bricui, tutte fono diletteuoli tutte ſono gratiofe. AR. Vedi che mouimento apporti ſeco questo parlamento, il quale quando l'huomo è riſcaldato s'aſcolta con marauiglia delle genti. Confia Ate anco nella forza delle parole, o nelſuono, onella compoſitione come qui. E già uenia sì per le torbid onde, Vn fracaſſo d'un ſuon pien difpauento, Per cui tremauan' amendue le sponde, Non altramente fatti,che d'un uento: Impetuofo per gli auuerſardori, Chefier la ſeluaſenza alcun rattento Gli ramiſchianta, abbatte, e porta i fiori Dinanzi polucroſo ua superbo e fa fuggir lefiere e gli pastori. ART. Tanto voglio che tu sappia della prsſtezza del dire. Perciò che date medesimo puoi comprendere quanto ilconcorso delle cocali, ore forezza delle aillabe pa lontana da questa forma, esfapere che ogni ina dugio di proferire, ogni raccoglimento, ogni giro, impediſce il mouimento fuo. Resta adunque a dire della forma accostumata, o delle fue parti, la. quale e, che ſi conuiene alle cocoalle persone in tal modo che QUELLO CHE SI CHIAMA DECORO, molJa chiaramente si ueda Et però la detta forma ſota to di ſe IV maniere principali si uede contenere. La I ė la unilta u baſſezza. L'altra II é la piaceuolezza o il diletto. La III e l'acutezza Uprontezza. Et l'ultima IV la moderatezza della oration. Delle quai fore menecessariamente in questa forma si ragiona o convresa, perche cosi porta la natua rade gli huomini,i quali sono ó vili, o riputati, è piaceuoli, o moderati. La bajezze dangue e forma infima, e dimessa del dire, alle roze, o idiote persone convenicnte, à femine, fanciulli non diſdiceuole: da Comici, rie chieſta ouſata pia toſto che da Oratori, o eloquenti buomini,o piu tom Ho nelle cause de priuati, che ne i communiconſigli ricercata, quando uor rai attribuire il parlar a quella persona, cui non sidifdice la baffizza. Cá dono in queſta simplicita di dire i pastori, a quelli che le coſe boſcarecce Man deſcriuendo,o però le sentenze di queſta forma ſono piu baſſe Qumi li, opiùfacili che quelle della purità oſcioltezza del dire. Là onde ala cuni giuramenti ſciocchi à qneſtamaniera ſi confanno. O Calandrino mio dolce, culor del corpo mio, quanto tempo t'ho defide Tatob’dauerti edi poterti tenere a mio fenno.Tu m'hai con le piaccuoa lezza tuațratto il filo delacamicia, tu m'hai aggrattigliato il cuore con la tua ribecca. Può egli eſſer che io titenga? Leggeraila tutta, otutto che in questa formauiſa baſſezza, non è però ela ſenza artificio, percioche per dimoſlrarla pulefe,fi fuole alcuna fista minutamente ogni coſa deſcriuere,u ogni particolarità chia rire, introdurre alcune ſcioccheriſpoſte, ò ſemplici contentioni di coſe, che non rileuano con detti, le ſentenze de quali ſono grandi, ma le parole ſciocche, at rozze. L Cominciò à dire ch'egli era gentilhuomo per procuratore, roy. Begli bauea diſcudi più di milantanouefenza quellich'egli hauea àdarealtri che erano anzi piùche meno e che egliſapeus tale coſe fare; ct dire che domine pure unquanche. ART.. A tuo agio nie leggerai ilrestante,mauedi la contentione: Guatatala un poco in cagneſco per amoreuolezza la riniorchiaua '; ege ella cotale ſaluatichetta, facédo uiſtadi non auederſene andaua pure oltra in contengo. Seguita che tutta ëbaſſa per li giuramenti, per le beffe, con per alcuni rabbuffi, come qui. Vedi bestial buomo che ardiſce, là doue io Pid, parlar prima di me, laſcia dir à me, Et alla reina riuolta diſſe, Madonna, costui mi uuol far. conoſcer la moglie di Sicofanta, ne più ne meno come scio con lei ufata nor, fußi, che mi uuol dar' à uedere chela notte prima che Sicofanta giacque con lei meſſer Mazza entraffe in monte nero per forza,e con ſpargie mento di fangue oio vi dicoche non é ucro,anzi u’entró pacificamente: La deſcrittione del fante di fracipolld;& della fante,ėbaſſa,er propria di queſta formaa alcuni lameti cô parole ufitate et popolari. Dime,oimė Giãnel mio io fon morta,ecco ilmarito mio,chetri fto il faccia Dio,che ſi tornò, « non ſo che queſto ſi uoglia dire. ART. Et alcuni prouerbiemodiſono dimeßi. Et cosi al mododeluillan matto doppo il danno fece il patto, muoia. foldo, oniua amore, e tutta la brigata. ARTE. Dalle fentenze di queſta forma ſipuò far congettura quai parole, ochenumero, oquaichiuſe ad effali conuengonc, Però cheari tificioſamente da ogni artificio lontana offer deue ogni ſua parte, et imie tare la ſemplicità, ogroſſezza delle perſone. Io non uorrci queſtaforma in unpocma grande, o genoroſo; o dubito che per questa ragione da ale cuni ripreſo noſia uno de i piùcarifigliuoli ch'io habbia,ilqualefpeſo per dire ognicoſaminutamente cade in parole baßißime,come quando dife. Vn’amme non faria potuto dirſt, Quero. Etmentre che la giù con l'occhio cerco, o quello che ſegue Trale gambe pendeuan le minuggia La corata parea, e il tristo ſacco. Et il reſto. E non uidi già mai menare ſtregghia A ragazzo aſpettato daſignorfo, Et la doue diſſe che Tencuan bor done alle ſue rime. Md ora al diletto paſſando, dirò, che per diletto de gli aſcoltanti ale cuna uolta l'oratione ad una forma s'inchina la quale tutta e riposta nellä, bautentione delpoeta,però gioconda diletteuole maniera s'addimanda ĝrellache la ſemplice edimeſſa alquanto più rileua ealla fauola, ó fala uoloſa narratione ſi uolge. Là onde leſentenze di questa formafaranno contrarie alla forma della dignità del dire; &però diletteuoli o gior conde ſono quelle, doue ragionano inſieme la Diſcordia, o Gioue, o in quel dialogo d'Amore, oue R dimostra in che guiſa difcendeſſe fra more tali Amore.Sonoanco grate,ga dolci quelle ſentenze chehanno quelle coſe ntinutamente deſcritte, lequali per natura loro hanno onde piacere difense timenti umani, es però la deſcrittione dell'amenißima valle delle Donne a molto grata ad udire. Conſidererai di quanta dolcezzaſia ſtato amaeſtro Simone il ragionaméto di Bruno, quando egli deſcriſſe la brigata, che giudi in corſo,og de i loro follazzi, opiaceri,e delle altre coſe diletteuoli che egli uedeus in udiua. Ma è bene che tu ſappia, come di quelle coſe, che a ſenſi ſono ſottoposte, alcune fono oneste, alcune diſoneste. Le diſor Heiste ſe paleſamentesi ſcuoprono co iloroproprij uocaboli, offender for gliono le caſte orecchie;benche non offendano quelliche nė di dirle, ne di farle R logliono tergognare,maſe con diſcretomodoleggiadramente cura prono la bruttezza loro,non pure non perdono il diletto quando ſono inteſe, ma molto più di ſoauird ſeco recano à gli aſcoltanti: Narra lo amore di due cognatiil poeta ALIGHIERI, o uolendo il finedieſſo quantopiù poteua onestan mente ſcoprir diffe. Quel giorno pia non ui legemmo auante, cioé attena demmo ad altro che à legger quello, che fu cagione del nostro amore, o cosi quá lo l'altro poeta diſſe, Con lei fuß'io da cheparte il ſole. E non ci Medeß'altri che le ſtelle.Ocosi in mille modi ó per le coſe antecedenti, per quelle cheſeguono, eſſendo meno diſoneste,le difoneſtißimèappalefar ft poſſono ne è pocalode dichi ſcriuezin tale occaſione abbattědofi,ſenza offen fione anzi con diletto delle oneſte perſone deſcriuer le coſe meno che oneſte. Intělaſi adunque la coſa, ofuggaſi la bruttezza delle parole,o in queſto modo ſarà foaue, et diletteuole il parlar uoſtro. Alquale gli amori, le bele lezze de i luoghi,igiardinizi prati,i fiori le fontane, la prima uera, le pite ture, o altre coſe piaceuoli aggiungendoſi, ſenzadubbio ſi dimoſtrerà la predetta forma,della quale anco di ſopras é detto aſſai, quando del diletto, della gioia tiragionxi, che naturalinēte inuouc ogni coſa creata. Et cosi ſecondo l'affettione di ciaſcuno ſi porge ſolazzo opiacere col ragionare. L'artificio,et le parole della giocõdità tolteſono dalla primaformadel dire chiamata purità, onettezza. Voglio bene in queſto paſſo,che co più licen zoufigli aggiunti, ſegno e che i pocti loſtudio de' quali è proprio il dilet? tare, allora più dilettano quando più belli; e acconiodatiaggiunti- fono? wfati di porre ne' verſi loro, ecco Leggi. L et Giace nella fommità di Partenio, non'umile monte della pastorale Arct. dia,un diletteuolepiano di ampiezza non molto patioſo,peròche'l ſito del luogo nol conſente ma,di minuta, o uerdisſima, crbetta si ripieno, cbe fe: le lafciue pecorelle congli auidi morſi non uipa fceffero,ui ſi potrebbe dom gni tempo ritrouar merdura. ART. Tutti i principii delle giornateſono à proua fatti per dileta tarc, eperò inshi 13 ziunti uiſono meſcolati come tu potrai uedere. Egli lliſuole anchora interporre de i ucrſi per. dilettare, ma con destro modo, Perciò che non mipareche bence ſtia, che la compoſitionc babbia del uer fo come qui. Cofi detto, et riſposto,e contentato, doppo, un brieue.filentio di ciaſcuno. ART. Ecco che nella proſa ui è il uerlo, ſenza quel propoſito che: io ti diceua, però, biſogna rompere i ucrſi con alcuna parola,eccoti uer: foc, Postbaueafine alſuo ragionamento, madicendo. Pofthauca fine Lau, retta.al ſuo.ragionamento non è più verſo, benche queſto.autore altrowe: non foſſeſchifato dal uerfo, come quando diſſe. Poſcia che molto commendata l'hebbe, Disleale, o spregiuro, e traditore, Etpoi con un ſospir aſſai penſoſo, Luogo moltoſolingo, ofuor. dimano.. Et questi uerſi quanto ſono migliori,tanto più ſono da.cſfer fuggiti nel fic lo della oratione, fenon quando,o per eſſempio, o per autoritade, o per di: letto ſono tolti da poeti. Ora delle figure di questa faperai, che alla gioconda forma, oltra le fi gure che alla purità, Q umiltà. conuengono quelle ancora non disd.cono, che alla bellezza ſi danno, o però le membra pari di ſimili cadimenti le rime, i biſguizzi, itramutamenti; i circoli, le uoci.ſimiglianti, il fingeri: de i nomi ſonofigure di questaforma. Leggi i ſimili cadimenti. Tranquilla lite de'giudicanti ristora.le fettche gucrreggianti, in quel le con le ſeuereleggi de gli huomini, la pisceuolezza della natura,meſcoa. lando a queſti nel mezo de gli nocentisſimi guerreggiantipure, ø inno.. centisfime paci recando. Nellefſempio letto ui troucrai anco la bellezza di contrari, la parità de'membri, perche niente ci uicta,che una ſtela figura da molti lumi ancora illuminata, fi poffa fare illuſtre e luminoſa. Laura, che il ucrde lauro,c l'aurco crine.. Eſcherzo di upci ſimiglianti. Il mormorar dett'onde, bisbiglio, ſpruzza.. reribombo,gracidare, fonoparolefinte,cha con diletto cfprimeno il fatto,  ecco quando colui diffe,Filli, Filli,fonando tutti i calami, parue ueram mente che i calami fuſſono tocchi col fiato di dettopaftore, o quello ſem zafar motto alcuno. Rimafu quella di coſtui che diſſe. Tanto d'intorno à quel più bello, quanto pià de Thumido fenting di quello, Et perpiù adornamento et diletto, diſſe anco. L'acqua laquale alla ſua capacità ſoprabondaua. Et comei falli meritano punitione, Cosi i beneficii meritano guidero: done. Nella rima è pofta. la dolcezza de' Poeti di questa lingua, dallaqual.rima chi ardiſſe ò tentaſje per alcun mododidipartirf, toſto ſi pentirebbe. Le rime più vicine sono più dolci. Qucta licenza del rimare moderatamente Bplglia de prosatori, purche di affettata dilettatione: disoneſto SEGNO non porga. Voglio bene la compositione di questa forma, numerosa e più al verso vicina che l'altre, ma il verso per ogni modo le tolgo. Guarda con che facilità si puo coteſta prosa alla dolcezza del verso ridurre. Leg. Vna fede medeſimatraloro per le menti una fermezza, uno amore in agni faſo, in: ogni tronco, in ogni rina, uede L’AMANTE la faccia dolce delld. Fua belladonna, o ella quella del ſuo ſignore. Ma ora non: voglio che tanto ti piaccia la forma predetta che TRALASCIANDO la dignità, o grandezza del dire, procuri con ogni studio il diletto piacere cheda quella sola procede, Perciò che io non uorrei che alcuna. parte del tuo ragionamento ſenza piacer s’udisse, di che l'ascolta, il qual piacere nasce ancora dalla idea dell'altre forme, o dalle orecchie allo animo, trapassando ogni parte di esso sparge di diletto maraiglioso, perche movendo diletta, o dilettando li movc, INSEGNANDO similmente si moue, o diletta in quanto che lo INSEGNARE il moere, o il dilettare, sono operationi non distinte l'una dall'altra. Mi laſciamo questa quistione ad altro, tempo, o ancora non stiamo troppo in questa forma tutta di altra confladeratione, come quella cbe al Posta grandemente conuenga, al quale pocta. i giuochi, po le cose ridicole ſi confanno, operò di. cße ora non te ne dia 60, e tanto piu adietro di buon cuore ti lascerà questa matcria, quanto di: ſacopioſamente da molti ne è stato scritto, et ragionato. La rifponfione: ad ogni parte è anco figura di diletto. Leggi. La quale ciiba fattinc i corpi delicate, o morbide, negl’animi timide o paurofe, ne le menti benignc, o pietoſe, obacci dute le corporalifora ze leggieri, le uoci piacsuoli, o i mouimenti dei membrifoaui.. Ms or a passiamo all'acutezza del dire, forma inucro egregia e piùalto pensamento che altra meriteuple. Peroche ella contiene le SENTENZA fic, del tuttocontrarioalla umiltà, baffezza dell’ORAZIONE, ej in uero altro dicendo, altro intende. Percioche è dicoſeche hanno in ſeforza,et uds Forela onde lo artificiaė proferire le alte o difficili intentioni pianaměte, o con facilità, e le umili &abictte che paianoalte, o degne: onde i primo modo é, quando fi piglia una parola IN ALTRA SIGNIFICAZIONE CHE NELLA USATA CONSUETA MANIERA ne pcro e meno conuencuole et propriafe gli wiguarda alla forza della voce, che la uſala, conſucta, come qui. Non creda donna Berta oſer Martino Prueden un furar altro offerine. 9. Wedergli dentro al conſiglio diuino. Che quel puo furger,oquel può cadere. C: il  secondo modo e quello cheſi fa non mettendo la parola, douee la berie Starebbe, ilche abufione s'addimanda; come ė à dire allegrezza inſanabile, in luogo di dire allegrezza grandißima. Seguita il terzo modo di porre. una þarola pia uolte'., ma che ſempre ſia ad un modo istefjo pigliata, come dicendo, ſecglimuore, morirà tutto, perche uiuendo non uiue. Vſaſi ancora biquestaforma un altro artificio aljai degno di conſideratione il quale ft fa quando il parlare ſi fa pieno ditraslationi, o per la moltitudine di quelle lifa ogn'horpiùmanifesto. Ee leggi fon, ma chiponmanoad eſſe Nullo, percheil paſtor, che precede i Ruminar può,manon ha l'ugne. foffe, Perche la gente che ſua guida uede Pur à quel bel ferir on fella é ghiotta Di quelfi paſce, opiù oltre non chiede. ART. Et in queſto altro loco ancora Nel mezo del camin di noſtra uita Mi ritrouai in unaſelua oſcura Che la diritta uia craſinarita. ART. Acuti ſono ancora quei rimedij, che uanno quafi medicando le dile rezte delle Tralationi con alcune altre piu chiare, ecco dire il fiato della morte é duratralatione. Ma dire della morte, e ſpigne col ſuo fiato il noe ſtro lume, e acutamente raddolcita la aſprezza fua. O qui.Con altezza di: animo propoſe di calcar la miſeria della fori una.Voglio ancora,che acuto fa ilporre inanzi yliocchi le coſe con bella colligatione di SIGNIFICANTI ßia me parole, Vuoi tu ucdere la celerità del tempo. a Delaurco albergo con l'aurora istanzi E to 1vs K $ siratto ufciua it ſol cinto di raggi, Che detto baureſt',.Apur corcò dianzi. Jo uidi il ghiaccio, e li preſſo la rofa, Quaſi in un tempo il granfreddo, e ilgran caldo. Che pure udendo par mirabil cofa Veggo la fuga del miouiuerpresta. Anzi di tutti, et nel fuggir delſole, La ruina del mondo manifesta Voi tu uedere dipinta la oſcurità. Buio d'inferno, o di notte priuata D'ogni pianeta ſotto pouer ciclo Quant'eſſer puo di nuuol tenebrata: ART. No ſolaměte leparolefanno l'effetto,ma te fllabe, et le lettere steffe Vedi quáte fiate uie replicata la quinta lettera come lēte baſſa,co oſcura. Sotto queſtaforma i beidetti ſi coprendono, et quei mottiurbani, che co dimeſe parole dicono altißime coſe. Là onde alcune ſentēze, la ragione delle quali in effe ſi conticnejacute ſono, o di ſuegliato ingegno ſegnimanifesti. come à dire, le minacce fon arme del minacciato. sēdotu huomo penſa alle coſe humane o offendo mortale nõ hauerl'odio immortale, o quello. Rade volte è ſenza effetto quello che uuole ciaſcuna delle parti. Queſte ſono le parti principali dellaforma ſublime; et acuta,nellealtre haida ſeguitare la purità o eleganza del dire. Ma della Modestia, o Circonfpettione del parlare nel quale conſiſte quanta gratia tuti puoi con gli aſcoltanti acqui Atare,dirò,pregandoti caraméte,che tu uoglia questa ſopra tutte l'altre ele gere, abbracciare,et fauorire in ogni tuo ragionamēto. Modesta è adunque quella forma del dire che le proprie coſe abbaſſando innalza le altrui, o quaſi cede e toglierſi laſcia del ſuo, il che opinione acquista di grābone tade appreſſo chi ode.Le ſentezedi quellafono quelle che dimostrano l'ani mo di chi parla alieno dalle contētioni, il deſiderio di fuggire, o terminar le coteſe, il diſpiacere d'accufar altrui, il poter dimoſtrar maggior peccati dell'auuerfario, nõfarlo,et quello che ſi fafarlo sforzatamēté, ė astretto dalla uerità,o p no laſciar opprimere gl'innocēti,uerfo de'quali, chi dice, A deue dimostrare cõ queſta formaofficiofo, et benigne,comefece coſtui. Leggi. Mi piace condiſcendere a' conſigli de gli huomini, de quai die cendo mi conuerrà far due coſe molto a' miei coſtumi contrarie;luna fia al quanto me commendare o l'altra il biaſmar alquanto altrui,o auilire. ART. Molti huomini eccellenti nelle lodi, che date hanno a i loro cittadini uſati ſono di dire, uoi faceſte, uoi uinceste, mánel dimoſtrare alcana coſa meno che oneſta de' fatti loro,hanno detto per modeftia.Noi perdesſimo, noi malefi portasſimo, noialquanto imprudentemente to gließimo la guerra. A questeſentenzeſi aggiugne l'artificio, ilquale con Rate nel dire di fero delle proprie coſe modeſtamente, con dubitatione facendolegrditamente minori di quello cheſono; eſcuſando per lo contras rio gli auuerfarii,oucro con ragione, conalquanto di timore accufando li, permettendoli alcuna coſa a fuomodoin loro diffeſa pronuntiare,acció sonſi dia ſoſpetto al giudice dioffer contentiofo, et amicodelle liti, in que ſto caſo voglio,che tu uſ parole baſſe, et pure, oquelle che hanno manco forza nelle tue lodijonel biaſimo de gli auuerfari, però quelle figure a questa formaſono accomodate,nellequali con deliberato conſiglio alcuna coſaſ pretermette,quiſando però l'aſcoltante di tale deliberationc. Inbrie ue ti dico, cbe la DISSIMULAZIONE, che ironia s'addimanda, quenga, che ale cuna volta morda cu pungasėperò artificio, o figura di queſta materia,nel laqual alcuni Greci riuſcirono mirabilmente. Lacorrettione, oil giudi cio con timore ſonocolori di questa idea. Come quando ſi dice, S'io nca sn'inganno, s’io non erro, cosi mipare, o fimiglianti modi, i quali quanto più banno del leggiadro, tanto più dilettano, o fanno l'effetto, che ſi ricer 14. La correttione e in quel luogo. Si come prima cagione di queſto peccato, fe peccato é, perciò che io t'accerto. ART. Et la disſimulatione iui. Godi Firenze, poi che ſei si grande. ART. Belmodo e modešto é quando o il biaſimo, o la lote ſi fa dar da una terza perſona, perche meno ha d'innidia il teſtimonio altrui, che'l noftro, operò in queſto Poeta nel dire la origine fua, uedrai modestia ma rauiglioft, Leggi ancora qui. Nobilisfime giouuni, à confolatione delle quai io mi ſono meſſo à cosi lunga fatica io mi creda aiutandomi la diuina gratis ſi come io auiſo, per gli uostri pictofi preghi non gia per i mei mcriti quello compiutamente ha Herfornito, che io nel principio della preſente opera promiſi di douer far. ART. Et il principio della quarta giornata i ripieno di queſti modi. Ma tempo è di ucnire all'ultima forma di queſto ordine, ma prima in die gnità o perfettione,comequella, ſenza la quale niuna delle altre può nel l'animo entrare de gli aſcoltanti, dico della uerità, a laquale benche la moc desta e dimeſſaforma piu che l'altre s'auicinano, niente di meno non è da di Te,che ella debbia dall'altre offer abbandonata, imperoche non è opinione,  òaffetto, che ſenza eſſa indurre ſi poſſa, queſta fa credere che cofiſia, come Adice, questa moſtra l'animo di chiragions, queſta èfrutto diquella uir ta che tùche noi chiamiamo imaginatione, cosi potente nel porre le coſe dinanzid gli occhi,et cosi efficace ad ottenere ogni nostra intenţione. Dimoftrafl adia que l'aniino di chi parla in questo modo, cioè ſenza mezo alcuno rompendo in uno effetto, perche la natura in queſta guiſa ui diſpone chequandoſiete iņuno affetto ſenza altra ragione in quello entrando le dimoſtrate, cosi l'a ra, lo ſdegno, il diſo, il dolore,o ogniaccidente ſi fa paleſe. In ſommaſe je fidate,o diffidate, c teneteſperanza d'alcuna coſa ſe allegrezza uimuoue 'ò noia alcuna, ueracißimi pareranno gli affetti uoftri, ſe da quello che defe derateſenza porui tempo di mezo cominciante. Leggi. Fiamma del ciel si le tue trecce pioua Equi doue il Poeta dimanda aiuto Quando uidi costui nel gran diferto. Miferere di me cridai à lui. A R. Come qui è uitiofo, doue un nụncio corre al palazzo à dan nog ua alla Regina della preſa della città, es ardere etſaccheggiare ogni coſa, o incomincia con lunga narratione,dicendo, id ui dirò diffuſamente il tutto. Ma ritorniamo, hauendo il Porta di mandato aiuto à VIRGILIO più bricue che può gli da notitia diſco perche l'affetto lo pronaua à chiedergli pohc cagione egli ſi trouaſje in quel luo. soſeluaggio,dice. Ma tu perche ritorni à tanta noia? Etfa maggiore il ſuo affetto replia çando, perche non fali il dilettoſo monte. Là onde poiil Poeta pien di mara uiglia di ueder VIRGILIO, non gli riſponde, ma dà loco allo affetto,et dicca Leggi. orſe tu quel VIRGILIO, equella fonte, Che parge di parlar si largo fiume, Ripoſi lui con uergognofa fronte, Et piu ritornando all'effetto di primajo de gli altri poeti onor',e tume. AR. Vedi comele Discordia con Giove adirata in tal modo comincia. Parti Giove,che io, la qualeprodußi, et conſeruo il mondo,degna fia di doc uer’eßer biaſmata da ciaſcaduno. AR. Serbati in questo caſo à dimostrare che inte più uaglia la natur ra,che l'arte, o otterrai la credenza del uero che tu uuoi. Dire con uolubi li parolc é ſegno di uerità, l'infigner d'hauerſi ſcordato, il dimostrare die ſere dall'artificio lontario, o lo ejer dulla ucrità commoſſo, il correggerſ daſeſteſſo, lo cſclamare in alcune parti quafi rapito dal uero, o finalmene, te una diligente traſcuragine, et una traſcurata diligentia può far’apparenza diuero. Ecco quanto bene appare,ola modeftia, ola verità ufar la Discordia, doue dice, Etſel mio eſſere pien di miſeria mi ci rende in diſpetto l'effer Dea (coa me tuſei ) onata al gentilißimo modo delfangue two pieghi il tuo anis mo ad aſcoltarmi benignamente. oRati' stato ilmio minacciare più tos fto fegno di diſperatione, che cagion d'odio è di ſdegno che tu mi debbi portare. AR. Et poco dipoi. Io parlerò Gioueaffine di farti pietoſo alla mia miſeria, non con animo d'effer lodatacome eloquente;muoue il dolor la mia lingua, parte,et diſpone a fuo modo le mie parole, o quale id'l ſento nel core tale,à te uegnia allos recchie, cheſenza offer altramente artificioſa, Oornata, affai ti perſuaderà l'oration mia à dolerti di me,la qualedi tanto nonſon conformeallo affan nocleoue quello continuamente m’afflige,queſta toſto fi finirà, o ad ogni richiesta tua s'interromperà,però che qualunque uolta cofa dirò, che mena zogna ti paia ſon contenta di dichiararla,accioche picciolo error nel prin cipio nonſi faccia grande alla fine: AR. Vedi quanto efficaci ſtenote eſclamationi. O‘Amor quanti, o quali ſono le tue forze: AR. Et là doue dice, o felici anime,alle quali in unmedeſimo di auer re il feruente amore o la mortal uita terminare,o piú felicife inſieme ad uno medeſimoluogo n'antaſte, o felicissimi fe nell'altra uitaſi ama.com toi vi amate; come di qua faceste. Questa eſclamationefa parere la cofa uera, ilfalimento bella, la ſentent za degna,o grande,le parole aſpra, o acerba, oil numero fplendida,o generoſa.Al predetto artificio s'aggiungono le parole conuenienti alle cos feale appre nell'ira, le pure, o le fimplici nella comuniſeratione. Leggi. Ahi dolcißimo albergo di tutti imiei piaceri, maledetta fia la crudeltà di colui checon gli occhi della fronte or mi tifa uedcre. Affai m'ora con quelli dellu mēteriguardarti à ciaſcun’hora.Tu hai il tuo corſo finito, et di tale,come la fortuna tel concedette tiſe ſpacciato.Venuto ſe alla fine,alla quale ciaſcun corre, lasciate hai le miſerie del mondo, o le fatiche. ARTE. Conſidera le parti, le parole, o le figure di questa forma nella effempio ora letto, ote ſimili uſorai nelle occaſioni che ti ucrranno, et uce derai uſcirne opora maraniglioſa. Vodi che cömiferatione ſi truoua in que fe parole. Caro mio signore, fe la tua anima oralcmiclagrimc uede, oniuno i conoſcimento ó sentimento doppo la partita di quella rimane a corpi, rice. dei benignemoute l'ultimo dono di colei, laquale tu uiuendo cotato amasti. Vedi ancora qui la ſomiglianza del ucro grandemente adopraſi in rio fpondere alle coſe,che potriano eſſer dimandate. Andreuccio,io ſuno molto certa, che tu ti marauigli, et delle carezze, le qualiiori.fo.a delle mie lagrime;si come colui chenon miconoſci, o per quentura mai ricordar nonm'udisti, matu udirai toſto coſa, la quale più tifarà forſe marauigliare, si come è ch'io ſia tua ſorella. AR. Eccoti,che con una coſa più incredibile fa parere il falſo eſer aero. Vſafi questo modo nel raccontare,nello amplificar le lodi, ouero i uituperii delle genti,ouero in narrare le coſe fuori dell'ordine naturali, e rare.Con una antiucduta escusatio e,come qui, Carissime Donne à me ſipara dinanzi a doucrmifi far raccontare una uerità, che ba troppopiù di quello che ella fu, dimenzogna ſembianza. ARTE. Vera in ſoiamaè quella formadel dire, nella quale confiderata la natura delle coſe la uarietà de gli affetri, la uſanza del uiucre, con prue denza, riguardo dimostra le coſe fuggendo il coſpetto dello artificio, et però molto leggiadramente fidce procedere nell'accurata, obella forme del dire nella quale più vale il numero etl'artificio, che nell'altre.Sicno dun que gli ſpirtidi questa forma partiper tutto il corpo, accompagnati dal sangue della bellezza, o dal mouimento della celerità del dire, che facila mente si otterrà IL DESIDERATO FINE. Ne gl'affetti grandi, bricui ficno le membra, uiusci le parole, nel resto il giudizio di chi parla habbia luogo. Et qui Na il fine delle formc o maniere del dire in quanto che di ciaſcuna partie samente si può dire. Ma non sarà il fine di esse in quanto bisogna sapere il modo di usarle, ed accomodarle NELLA IVILE ORAZIONE. Perciò che colui ne oratore, ne erudito parcrebbe il quale come nouel cfſercitaßcle predette maniere da ſe steſſe ignude, o inconipote, onde l'artefuafi manifestasse, oegli di abomincus de fatietà, e fastidio ricmpicſſe l’orecchie o l’ANIMO dell’ascoltante,  Bella cosa é adunque il meſcolare inſieme le predette forme, o farne una ortima miſtura,dalla quale n'uſcirà l'ottima,o uniuerſale idea della oratio nc; appreſſo la qualeſarà quellà, che mancherà al quanto da quella ottima meſcolanza,cosi di grado in gradofcemundo il terzo,il quarto, o l'ul timo luogo occuperà l'oratore. Della prima operfetta compofitione dela leformeio non ti trouerei per ls uerità chi in questa lingua potefje, pere che gli ſcrittori di efla hanno hauuta ALTRA INTENZIONE, che formarela città M dincica dineſca minicra, ben che per quello ch'io ſtimo, non anderà molto, che alcu noci naſcerà atto a questa grandezza,alla quale più tosto manca la fatie ča,che il modo. Ora in quale forma debbia abondarc L’ELOQUENZA fa peraiz per che la chiarezza, LA VERITA, quella che accostumata ſi chiama, fono le forme principali di tutta la manicra ciuile. Dapoi appresso io amerei la celerità del dire con quelle forme poi,che alla grandezzafi danno, tra le quali io eleggerei la comprenſione. Le altre ueramente ſecondo il tempo; er la occafione reggendomi abbraccerei con quella ſcelta, con quella di fcretione che uolentieri,ut non isforzate păreſſero ucnire riel parlar mio Ben'è uero, che molte ſono le intentioni de gli huomini, e quelle con dilia genza offer dcono confiderate. Chi uuole de i ſecreti di natura parlare, bo delle cose morali dee abondare in grandezza senza alcuno volubile movimeto. Chi veramente cerca narrare i fatti de mortali, come si fa nella storia, elleggerà la schiettezza, o eleganza, nella quale è riposto l'ordine delle co fe,cu dei tempi, a riguarderà primai conſigli, ale deliberationi, poi le attioni, o i fatti, o finalmente gli auenimentio fucceßi. Nei conſigli di moſtrerà quelloche deue cffer lodato,o quello che merita biaſimo nelle at tioni,i fatti,ole parole, il modo, il fine. Et ne ifucceßi dimostrerà ció the alla uirtù,o ciò che alla fortunafi deve attribuire. Chi ne ifenati uud l'esprimere la forza dell’eloquenza, perche il peſo delle cose sară poſto fore. pra lepalle di chiragiona, biſogna abondare in grandezza,o dignità, di mostrar cura openſamento, il che non uale ne i giudicij, ſe non ſono di coi. Le graui, aimportanti, perche in eſſe più fimplicità, baſſezzaſi ricerca, eſſendo quegli per lo più di coſe edi buomini priuati. Nel difendere, ale fai uale la forma accoſtumata, obalfa, ſe non quando arditamente il fatto Rinega. Poco ancora ui ſi vedrà di uolubile, o presto mouimento. Ma non. cosi nello accuſare,douc oajpro, uecmente,o uiuo cſer dee l'accusatore. Chi lola. fi dee dare alla bellezza, o al diletto, o apprezzare lo fplene dore fenza ucсmenza, o celerità. Et in brieuc, biſogna aprir gli occhi; eje nello imitare i dotti,o eccclenti uomini si richiede conſiderare; di che for ma eßt ſieno più abondanti,o di che meno; accioche ſapendoper qual caz glorie eß istatilicno tali,ancora non ſia tolto il potere à gli studioſi di ace coſtarſi loro, o aguagliarli,o le poßibilc é, che pureé paßibile al modo già detto di ſuperargli. Et chi.pure non uoleſſe la fatica,poteße almeno giudicare i loro fecreti. Molti, o minuti ſono i precetti d'intorno a questo offercitio,maio non uoglio più affaticarmi, effendo quegli in molti,o gran di uolumi ordinatamente riposti, oltra che il nostro dicorso à niuno può parere terc imperfitto, quando egli voglia la nostra INTENZIONE riguardare, la quale è stata di fare i fondamenti dell’ELOQUENZA, avvertire di quanta cognizione esser debbia chi à quella si dona; sopra i quali fondamenti sono fordate l'articelle de' maestri, o gl’esercitij de' giovanetti. Baſtiti, oDinardo, che tu sia giunto là, doue di giugnere desideravi, o che tu habbi veduto un circolo della tanto desiderata cognizione. Però che dalle parti dell'ANIMA incominciasti,o in esse sei ritornato, havendo il corso tuo sopra di natura, ci sopra di me fornito, come sopra due rote di quel carro, che per lo aperto cielo ti condurrà vittorioso, o trionfante. Daniele Matteo Alvise Barbaro. Daniele Barbaro. Keywords: archittetura, palladio, prospettiva, retorica, ordine cronologico: Ermolao Barbaro il vecchio – Ermolao Barbaro il giovane – Daniele Barbaro – Temisto, index nominorum, interpretazione e commentario di Barbaro sul commentario di Tesmisto sull’analitica posteriora – manoscritto, Bologna. Manoscritto delle ‘Adnotationes ad analyticos priores’ – commentario diretto su Aristoele e no via Temisto – Villa Barbaro – lezione privati di Barbaro sull’organon di Aristotele – analytica priora e analytica posteriora, non al studio GENERALE, ma alla sua propria villa!. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barbaro,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.

 

Luigi Speranza -- Grice e Barbaro:la ragione cnversazionale e l’implicatura convresazionale del vecchio – scuola di Venezia – filosofia veneziana – filosofia veneta -- filosofia italiana – filosofia veneziana – Luigi Speranza (Venezia). Filosofo veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Umanista --. Grice: “As much as Speranza LOVES Daniele Barbaro, I prefer Ermolao Barbaro; after all, he was his uncle – I mean, Ermolao was Daniele’s uncle – and therefore HE taught HIM; I mean, Ermolao, as a good philosophical uncle, taught the ‘minor’ (literally, since he was his junior) Barbaro.”  "Some like Barbaro, but Barbaro's MY man." Ermolao Barbaro detto il Vecchio. Umanista e vescovo cattolico italiano.  Sendo stato uomo degnissimo, m'è paruto farne alcuna menzione nel numero di tanti singulari uomini, acciocché la fama di sì degno uomo non perisca (Vespasiano da Bisticci, Vite di uomini illustri del secolo XV). Ancora bambino comincia a studiare lettere conVeronese, e il successo di quest'accoppiata allievo-maestro fu tale che tradusse in latino le favole d’Esopo. Fece poi i suoi studi universitari a Padova dove si laurea. Successivamente si trasfee a Roma dove entrò al servizio della cancelleria papale. La sua carriera nella curia romana fu così fulminea che Eugenio IV lo nomina protonotario apostolico e gli concesse la diocesi di Treviso. Il rapporto con il pontefice, però, si interruppe bruscamente quando, dopo che gli era stata promessa la nomina a vescovo di Bergamo, il papa assegna il posto a Foscari.  Lascia Roma e viaggiò per l'Italia ma, dopo una serie di peregrinazioni, tornò a lavorare in curia. Si trasfere poi a Verona dove Niccolò V lo designa vescovo e dove si sistemò in pianta stabile, tranne una breve parentesi a Perugia come governatore. Messer Ermolao Barbaro, gentiluomo viniziano, fu fatto vescovo di Verona da papa Eugenio, per le sue virtù. Ebbe notizia di ragione canonica e civile, ed ebbe universale perizia di teologia, e di questi istudi d'umanità; ed ebbe nello scrivere ottimo stile. Fu di buonissimi costumi, e nel tempo di papa Eugenio si ritornò a Verona al suo vescovado, e attese con ogni diligenza alla cura, e vi accrebbe assai e onorò e multiplicò il culto divino. Era umanissimo con ognuno. Ridusse nel suo tempo il vescovado in buonissimo ordine, così nello spirituale come nel temporale. Aveva in casa sua alcuni dotti uomini, in modo che sempre vi si disputava o ragionava di lettere; ed era la sua casa governata, come si richiede una casa d'uno degno prelato. S'egli compose (che credo di sì) non ho notizia alcuna. Compose. Nulla se ne ha alle stampe trattane qualche lettera, ma più opuscoli manoscritti se ne hanno in alcune biblioteche, e fra essi la traduzione della Vita di S. Anastasio scritta da Eusebio di Cesarea. Note  Vespasiano da Bisticci, Vite di uomini illustri del secolo XV, ed. Barbera-Bianchi, Firenze. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, ed. Firenze, Società storica lombarda, Archivio storico lombardo, ser.4:v.7, L'Umanesimo umbro: Atti del Convegno di studi umbri. Gubbio, 2Perugia, Vespasiano da Bisticci, Tiraboschi, cit. pag. 808 Opere (alcune moderne edizioni italiane)  Ermolao Barbaro il Vecchio. Orationes contra poetas. Epistolae. Edizione critica a cura di Giorgio Ronconi.Firenze: Sansoni, Facolta di Magistero dell'Universita di Padova Ermolao Barbaro il Vecchio. Aesopi Fabulae. A cura di Cristina Cocco. Genova: D. AR.FI.CL.ET., Trad. italiana a fronte Hermolao Barbaro seniore interprete. Aesopi fabulae. A cura di Cristina Cocco, Firenze: Sismel-Edizioni del Galluzzo, Il ritorno dei classici nell'umanesimo. Edizione nazionale delle traduzioni dei testi greci in eta umanistica e rinascimentale. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, ed. Firenze, Vespasiano da Bisticci, Vite di uomini illustri, ed. Barbera-Bianchi, Firenze, 1859. Pio Paschini, Tre illustri prelati del Rinascimento: Ermolao Barbaro, Adriano Castellesi, Giovanni Grimani, Roma, Facultas Theologica Pontificii Athenaei Lateranensis, Emilio Bigi, Ermolao Barbaro, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 6 luglio 2018. Voci correlate Ermolao Barbaro il Giovane Collegamenti esterniDavid M. Cheney, Ermolao Barbaro il Vecchio, in Catholic Hierarchy. Predecessore Vescovo di Treviso Successore Bishop CoA PioM.svg Lodovico Barbo Marino ContariniPredecessoreVescovo di VeronaSuccessoreBishopCoA PioM.svg Francesco CondulmerGiovanni Michiel · Biografie Portale Biografie Cattolicesimo Portale Cattolicesimo Treviso Portale Treviso Venezia Portale Venezia Categorie: Umanisti italianiVescovi cattolici italiani Nati a Venezia Morti a Venezia BarbaroVescovi di TrevisoVescovi di VeronaTraduttori dal greco al latino. Nome compiuto: Ermolao Barbaro, il vecchio. Keywords: eloquenza. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barbaro,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.  

 

Luigi Speranza -- Grice e Barbaro: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazinale del giovane – scuola di Venezia -- filosofia veneziana – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Venezia). Filosofo veneziano. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Grice; “Very good.”, ermolao – the younger – il giovane, non il vecchio --  "Speranza likes Ermolao Barbaro the Younger, but Ermolao Barbaro The Elder is MY man." -- H.G. Ermolao Barbaro il Giovane. Avea profondamente meditato sopra i doveri che impone il carattere di legato a chi lo sostiene e sopra le avvertenze che devono servirgli di norma nella pratica degli affari, ónde servir con vantaggio il proprio governo e riportare onore anche da quello presso di cui risiede. Ei ne ha indicate le tracce in un pregevolissimo opuscolo  in cui la prudenza apparisce compagna della onestà del candore, ed è venuto a delineare in certa guisa il suo ritratto. Ma lo stesso suo merito fu a lui cagione di grave calamità. Cardinale di Santa Romana Chiesa Hermolaus Barbarus Ritratto di Ermolao Barbaro, opera di Theodor de Bry. Patriarca di Aquileia. Ordinato presbitero. Nominato patriarca da papa Alessandro VI. Consacrato patriarca. Creato cardinal da papa Innocenzo VIII. Ermolao Barbaro detto "Il giovane" -- è stato un umanista, patriarca cattolico e diplomatico italiano, al servizio della Repubblica di Venezia. Comincia l'educazione elementare con il padre Zaccaria Barbaro, politico e diplomatico veneziano, poi in tenerissima età e mandato a Verona dal pro-zio Ermolao Barbaro, vescovo della città e umanista di fama, per studiare lettere latine con Bosso. Per perfezionarsi passa a Roma dove ha come insegnanti prima Leto e poi Gaza. Un cursus studiorum concluso con successo. E laureato poeta, a Verona, da Federico III. Segue a Napoli il padre, titolare dell'ambasciata veneziana, e proprio nella città partenopea scrive la sua prima opera ovvero il “De Caelibatu”.  Traduce tutto Temistio, pubblicato poi, in parafrasi. Tornato in Veneto consegue a Padova il dottorato in arti e quello in diritto civile e canonico. Subito dopo fu nominato titolare della cattedra di etica. Come professore insegna soprattutto sulla Nicomachea di Aristotele, mettendo in guardia i suoi studenti dalle traduzioni in latino di Aristotele e predicando il ritorno alla traduzione diretta dal greco, proprio come face lui. Sono infatti di quegli anni i commentari all'Etica e alla Politica e la traduzione della Retorica. Abbandonato l'insegnamento  accompagna nuovamente il padre in missione diplomatica a Roma. E promosso senatore della Repubblica di Venezia e ma stavolta in veste ufficiale, si reca a Milano con il padre per una nuova ambasceria. Il primo incarico diplomatico arriva quando, insieme a Trevisano, rappresenta a Bruges la Serenissima in occasione dei festeggiamenti per l'incoronazione a ‘re dei romani’ di Massimiliano d'Asburgo e nell'occasione fu investito cavaliere. Dopo un'esperienza come savio di terraferma, e finalmente nominato ambasciatore residente a Milano dove si accredita e rimane in carica. Venne creato cardinale in pectore d’Innocenzo VIII nel concistoro, ma non venne mai pubblicato. L'ottima gestione della legazione veneziana a Milano, in tempi davvero turbolenti come quelli della reggenza di Ludovico il Moro, gli vale un anno dopo la nomina ad ambasciatore a Roma alla corte d’Innocenzo VIII. Ed e qui che avvenne la catastrofe.  Il giorno dopo la morte del patriarca di Aquileia Marco Barbo, Ermolao erasi recato all'udienza del papa, per fare istanza acciocché fosse differita la nomina del patriarca successore, finché il senato non gli e ne avesse presentato, secondo il consueto, la nomina. Ma il papa, senza punto badare a cotesta istanza, nomina lui appunto in patriarca di Aquileja; aggiungendogli, essere questa grazia una giusta ricompensa al suo sapere ed alla sua virtù. Il Barbaro in sulle prime si rifiutò dall'accettare la dignità, che il pontefice conferivagli; ma quando Innocenzo gli e lo comandò in virtù di santa ubbidienza, si vide costretto a sottomettervisi ed obbedire. Allora il papa sull'istante lo vestì del rocchetto, di cui, per darglielo, si spogliò uno dei cardinali colà presenti; e poscia in pieno concistoro fu preconizzato patriarca di questa Chiesa. La procedura era rigorosamente contraria alle leggi della repubblica che vietavano ai propri ambasciatori, senza la previa autorizzazione del senato, di ricevere incarichi o nomine dai principi presso i quali erano accreditati. Allora, per giustificare la violazione procedurale, il Papa scrisse una lettera al Doge chiedendogli di confermare la nomina, ma il Consiglio dei Dieci, competente in materia, delibera comunque che Barbaro deve rinunciare al patriarcato. Cosa che, dopo un po' di tira e molla, prontamente fa. Scelse, per farla più solenne, la circostanza del giovedì santo alla presenza del papa e di tutto il sacro collegio. Ma il papa non la volle accettare. Né l'obbedienza sua agli ordini del senato basta per anco a giustificarlo. Poco avveduto, non pensa di spedirne a Venezia la stessa sua dimissione al senato, ad onta dell'opposizione del pontefice; mostrandosi dal canto suo per tal guisa fedele ed obbediente alle leggi del suo governo. Più avrebbe inoltre dovuto lasciar Roma e ritornare a Venezia. Ov'egli si fosse regolato così, l'affare avrebbe cangiato di aspetto, e sarebbesi ridotta ad una semplice controversia di giurisdizione tra la corte di Roma e la Repubblica di Venezia. Ma essendo rimasto in quella capitale, ad onta della fatta rinunzia, né avendone dato avviso al senato, egli fu riputato veramente colpevole in faccia alla legge, e perciò costrinse il senato ad usare verso di lui ogni misura di rigore. Come risultato di questo pasticcio fu bandito perennemente dalla repubblica e interdetto da qualsiasi ufficio pubblico e privato. Quanto al patriarcato di Aquileia, tecnicamente, ne rimase titolare ma il senato oltre ad avergli impedito, con l'esilio, di recarvisi fisicamente, ne congelò le rendite patriarcali e nomina Donato in suo vece, anche se la nomina non fu ratificata dal papa. Ne deriva una situazione di stallo, durante la quale la diocesi patriarcale fu amministrata da Valaresso (anche Valleresso), vescovo di Capodistria, con il titolo di Governatore generale. B. rimase a Roma dove decise di dedicarsi a tempo pieno ai suoi studi. Pparticolarmente importanti, oltre alla composizione di Orationes et Carmina in latino e alla pubblicazione delle “Castigationes Plinianae, disputazioni scientifiche sulle imprecisioni e sulle invenzioni della Naturalis historia di PLINIO,  sono l’epistolario filosofico che si scambiò con Poliziano e Pico, che, insieme, costituirono un vero e proprio triumvirato, a que' giorni potente e celebratissimo nelle scienze e nelle lettere. E sventuratamente colto dalla pestilenza che serpeggia nell'agro romano. Giunta a Firenze la nuova del suo pericolo trafisse altamente il cuore dei due suoi celebri amici Poliziano e Pico. Si lagnavano essi che la sua perdita seco involge il destino delle buone lettere, sembrando loro che in un sol uomo pericolasse l'onere delle cose romane. Pico anzi volle tentar di soccorrerlo, inviandogli col mezzo di suo corriere un antidoto ch'ei medesimo componeva e che credeva atto a domare il morbo pestilenziale. Ma quando arriva a Roma l'espresso, era di già passato tra gli estinti. Note  De Legato, recuperato dal cardinal Quirini da un codice della Vaticana e stampato per la prima volta nelle annotazioni alla Deca II della sua Thiara et purpura veneta Corniani, Ugoni, Ticozzi, I secoli della letteratura italiana dopo il suo risorgimento, Torino, Contemporaries of Erasmus Figliuolo, Il Diplomatico E Il Trattatista: B. Ambasciatore Della Serenissima, Napoli, Guida Editori, Bettinelli, Risorgimento d'Italia negli studj, nelle arti, e ne' costumi dopo il mille, Bassano, Bettinelli, Poppi, Ricerche sulla teologia e la scienza nella scuola padovana del Cinque e Seicento, Rubbertino, Branca, La sapienza civile: Studi Sull'umanesimo a Venezia, Firenze Albèri, Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato, Firenze, Cappelletti, Le chiese d'Italia della loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, Cappelletti, Bernardi, Ermolao Barbaro o la scienza del pensiero dal secolo decimoquinto a noi, Venezia  I secoli della letteratura italiana, Bettinelli, Risorgimento d'Italia negli studj, nelle arti, e ne' costumi dopo il mille, Bassano, Eugenio Albèri, Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato, Firenze  Giuseppe Cappelletti, Le chiese d'Italia della loro origine sino ai nostri giorni, Vol. VIII, Venezia  Jacopo Bernardi, Ermolao Barbaro o la scienza del pensiero dal secolo decimoquinto a noi, Venezia, Giovanni Battista Corniani, Camillo Ugoni, Stefano Ticozzi, I secoli della letteratura italiana dopo il suo risorgimento, Torino Vittore Branca, La sapienza civile: Studi Sull'umanesimo a Venezia, Firenze, 1988 Bruno Figliuolo, Il Diplomatico E Il Trattatista: Ermolao Barbaro Ambasciatore Della Serenissima, Napoli, Guida Editori Antonino Poppi, Ricerche sulla teologia e la scienza nella scuola padovana del Cinque e Seicento, Rubbertino Deutscher, Contemporaries of Erasmus: A Biographical Register of the Renaissance and Reformation, University of Toronto B., su Treccani – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.Ermolao Barbaro il Giovane, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.Opere di B. il Giovane, su openMLOL, Horizons Unlimited srl.Opere di Ermolao Barbaro il Giovane, su Open Library, Internet Archive.David M. Cheney, Ermolao Barbaro il Giovane, in Catholic Hierarchy.Salvador Miranda, BARBARO, iuniore, Ermolao, su fiu.edu – The Cardinals of the Holy Roman Church, Florida International University. Ermolao Barbaro, in Treccani – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Emilio Bigi, B., in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, PredecessorePatriarca di Aquileia Successore Patriarch Non Cardinal Pio M.svg Marco Barbo Nicolò Donà Biografie Portale Biografie: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di biografie Categorie: Umanisti italianiPatriarchi cattolici italiani Diplomatici italiani Nati a Venezia Morti a RomaBarbaroAmbasciatori italianiPatriarchi di AquileiaTraduttori dal greco al latino[altre] Nome compiuto: Ermolao Barbaro. Keywords: il celibato, lettera a Pico, lettera a Poliziano, traduzione della retorica, commentario all’etica nicomachea, comentario alla politica, retorica ed eloquenza. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barbaro,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia,

 

Luigi Speranza -- Grice e Barcellona: all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei soggeti e le norme – scuola di Catania -- filosofia siciliana – filosofia italiana – Luigi Speranza (Catania). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Catania, Sicilia. Grice: “Perhaps my favourite by Barcellona is “I soggetti e le norme” – vide my conversational norms – and ‘soggeto’ of course relates to ‘intersoggetivita,’ a pet concept of Italian phenomenology!” Grice: “Of course, for us British subjects (to the Queen), the idea of ‘soggeti’ cannot quite make sense! But Barcellona’s point is fascinating: the Romans did have the concept of a sub-iectum and an ob-iectum: they like a symmetrical expression formation, too! Barcellona shows that we have to speak of ‘soggetti’ to get intersoggetivita – and then the norma – a very Roman concept, which as J. L. Austin said (following John Austin), does not quite translate as ‘norm’ – “We don’t use ‘norm’ in ordinary language.””  Barcellona shows that it is ‘I soggetti’ i. e. at least a dyad that makes ‘the noi trascendentale’ adding up ‘l’io trascendentale’ with ‘il tu trascendentale’ and ‘l’altro trascendentale’ that we get the norm. Barcellona got to the idea after seeing the French film, ‘l’un et l’autre’!” --  B., deputato della Repubblica Italiana LegislatureVIII Gruppo parlamentarePCI Dati generali Partito politicoPartito Comunista Italiano Titolo di studioLaurea in giurisprudenza ProfessioneDocente universitario Pietro Barcellona (Catania ),  filosofo. È stato docente di diritto privato e di filosofia del diritto presso la facoltà di giurisprudenza dell'Catania. È stato membro del Consiglio superiore della magistratura.  Si laurea in Giurisprudenza nel 1959. Nel 1963 consegue la libera docenza in Diritto Civile e insegna a Messina. -- è componente del Consiglio Superiore della Magistratura. Ha diretto il Centro per la Riforma dello Stato, fondato con Pietro Ingrao. -- è stato eletto deputato nelle file del Partito Comunista Italiano ed è stato membro della commissione giustizia della Camera. A causa della sua formazione teorica materialista, ha suscitato nel  molto scalpore la sua conversione raccontata nel libro Incontro con Gesù. Docente emerito di filosofia del diritto all'Catania. Altre opere: “Diritto privato e processo economico” (Jovene Editore); “L'uso alternativo del diritto, Laterza); “Stato e giuristi tra crisi e riforma, De Donato, Bari); “Stato e mercato tra monopolio e democrazia, De Donato); “La Repubblica in trasformazione. Problemi istituzionali del caso italiano, De Donato); “Oltre lo Stato sociale: economia e politica nella crisi dello Stato keynesiano, De Donato); “I soggetti e l’intersoggetivo della norma” (Giuffrè); “L'individualismo proprietario, Bollati Boringhieri); “L'egoismo maturo e la follia del capitale, Bollati Boringhieri); “Il Capitale come puro spirito: un fantasma si aggira per il mondo, Editori Riuniti); “Il ritorno del legame sociale, Bollati Boringhieri); “Lo spazio della politica. Tecnica e democrazia, Editori Riuniti); “Dallo Stato sociale allo Stato immaginario. Critica della ragione funzionalista (Bollati Boringhieri); “Laicità. Una sfida per il terzo millennio, Argo); “Diritto privato società moderna, Jovene); L'individuo sociale, Costa et Nolan); “Politica e passioni. Proposte per un dibattito, Bollati Boringhieri); “Il declino dello Stato. Riflessioni di fine secolo sulla crisi del progetto moderno, Ed. Dedalo); “Quale politica per il Terzo millennio?, Ed. Dedalo); “L'individuo e la comunità” (Edizioni Lavoro); “Le passioni negate. Globalismo e diritti umani, Città Aperta); “Le istituzioni del diritto privato contemporaneo, Jovene); “Tensioni metropolitane, Città Aperta); “I diritti umani tra politica, filosofia e storia, A. Guida); “La strategia dell'anima, Città Aperta); “Diritto senza società. Dal disincanto all'indifferenza, Ed. Dedalo); “Fine della storia e mondo come sistema. Tesi sulla post-modernità, Ed. Dedalo, “Il suicidio dell'Europa. Dalla coscienza infelice all'edonismo cognitivo, Ed. Dedalo); “Critica della ragion laica, Città Aperta); “Diagnosi del presente, Bonanno); “La parola perduta. Tra polis greca e cyberspazio, Ed. Dedalo); “L'epoca del postumano, Città Aperta); “La lotta tra diritto e giustizia, Marietti); “Il furto dell'anima. La narrazione post-umana, Ed. Dedalo); “L'ineludibile questione di Dio, Marietti); “L'oracolo di Delfi e L'isola delle capre, Marietti,  Elogio del discorso inutile. La parola gratuita, Ed. Dedalo); “Viaggio nel Bel Paese. Tra nostalgia e speranza, Città Aperta); “Incontro con Gesù, Marietti); “Declinazioni futuro/passato. Poesie, Prova d'autore, Il sapere affettivo, Diabasis); “Il desiderio impossibile, Prova d'autore”; “Passaggio d'epoca. L'Italia al tempo della crisi, Marietti); La speranza contro la paura, Marietti); “L'occidente tra libertà e tecnica, Saletta dell'Uva); “Parole potere, Castelvecchi,. Sottopelle. La storia, gli affetti, Castelvecchi);  La sfida della modernità, La Scuola,.Barcellona e la pittura Una delle più grandi passioni di B., è stata senza ombra di dubbio la pittura. Comincia a dipingere all'età di 20 anni. Due sue opere si trovano in esposizione permanente presso il "Museo dei Castelli Romani". Un suo quadro fa parte della collezione permanente della Salerniana, Galleria Civica d'Arte Contemporanea "Giuseppe Perricone". Vanta diverse personali:  1959"Mostra Città di Catania"; "Galleria Arte Club" di Catania, con testi critici di Manlio Sgalambro e Salvo Di Stefano; "Galleria Arte Club" di Catania. Espone un nucleo di ventiquattro opere sul tema "La città della donna" con testo critico di Giuseppe Frazzetto; 2002"Tensioni metropolitane" presso "Fondazione Luigi Di Sarro" di Roma; Galleria Quadrifoglio" di Siracusa; "Fondazione Filiberto Menna" di Salerno; 2003"Mitologia del quotidiano" presso "Galleria La Borgognona" di Roma, con testi in catalogo di Simonetta Lux e Domenico Guzzi; "Contrasti" presso "Galleria Tornabuoni" di Firenze, con testo in catalogo di Fabio Fornaciai e dello stesso Barcellona; 2004"Museo dell'Infiorata" di Genzano; "L'impossibile completezza" presso il "Museo Laboratorio di Arte Contemporanea" di Roma, Patrizia Ferri e Mario de Candia; "Il desiderio impossibile" presso "Le Ciminiere", Sala C2, di Catania, con testo critico di Mario Grasso. Saggi sull'opera di B.  Su B., ovvero, riverberi del meno, Atti del Convegno di Studi su alcune opere di Pietro Barcellona, Mario Grasso. Prova d'Autore,.  Magnoni, Persona e società: linee di etica sociale a partire da alcune provocazioni di Norberto Bobbio, Glossa Edizioni, Milano,  M. De CandiaFerri, B. raccontato dai suoi amici, Gangemi, Greco, Modernità, diritto e legame sociale, in «Materiali per una storia della cultura giuridica», Pegorin, Emergenza Antropologica. Pietro Barcellona e la lotta in difesa dell’umano Riconoscimenti Il 29 marzo, il Comune di Misterbianco (CT) gli intitola una piazza.  Note  Pietro Barcellona, su Camera VIII legislatura, Parlamento italiano.  "Barcellona: Mi converto, dal Partito Comunista a Gesù. Ragusa News.  l'Unità,  "Pietro Barcellona, Il Piacere di Dipingere"//archiviostorico.unita/cgi-bin/ highlightPdf.cgi?t=ebook& file=/golpdf/uni__05.pdf/ 11CUL31A.PDF&query= Andrea%20 carugati Corriere della Sera. Omaggio a Pietro Barcellona pittore, giurista e filosofo.//archivio storico.corriere/ ebbraio/01/ Omaggio_B._ pittore_giurista .shtml  Inaugurata la piazza intitolata al prof. Pietro Barcellona | Misterbianco. COM. Napolitano: B. fu un protagonista in Italia. Messaggio del Colle ai funerali del giurista, ex parlamentare Pci e membro laico del Csm[collegamento interrotto] articolo pubblicato da La Sicilia, 9 settembre, sito lasicilia. Filosofi italiani del XX secolo Filosofi. Nome compiuto: Pietro Barcellona. Keywords: i soggeti e le norme, filosofia siciliana, Barcellona, comune di Messina. Conte di Barcellona, lo stato imaginario, i soggeti, l’intersoggetivo della norma, communita intersoggetiva, discorso futilitario, societas, communitas, socius, seguire, ‘follow’, Toennies, communitario, stato keynesiano, stato imaginario, anima smartita, conflitto e cooperazione sociale, anima smarrita, communitas, immunitas, sociale, societas, discorso inutile, Grice, end of conversation, goal of conversation, deutero-esperanto, linguaggio privato, i soggeti, l’intersoggetivo. --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Barcellona” – The Swimming-Pool Library. Barcellona.

 

Luigi Speranza -- Grice e Barié: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale d’Enea – il Vico di B. – il noi trascendentale -- scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “”My favourite of Barié’s is his parody of Apel: “il noi trascendentale”!” -- I like Barié; he commited suicide, which is not that rare among philosophers – same percentage than the general population – cf. Durkheim, “Le suicide: a sociological enquiry,””. Grice: “Barié tried to play with the idea of the transcendental, and he did – he applied it first to “I” (‘l’io trascendentale’). When I wrote my thing on personal identity, I preferred the pronoun ‘someone,’ to stand for ‘I’, ‘thou,’ and the allegedy THIRD ‘person,’ ‘he.’ – Barié has also edited Vico’’scienza nuova,’ and provided a ‘compendium’ of the SYSTEMATIC kind, favoured by some, of the history of philosophy, with sections on ‘roman’ philosophy (“l’epicureanismo romano,” “lo stoicism romano,”) --.”  Grice: “Perhaps the closes Barié  comes to me is in his ‘The concept of the ‘transcendental,’ since I struggled with that in “Prejudices and predilections,” where I feign to think that perhaps ‘transcendental’ is too transcendental an expression and should be replaced by ‘metaphysical,’ but my tutee, Sir Peter, being more of a Bariéian, disagreed wholeheartedly!” – Grice: “I cherish Apel’s comment on Barié: “Surely, if we are going to have ‘l’io trascendentale,’ we need at least ‘l’altro trascendentale,’ or as I prefer ‘il tu trascendentale.’” Partendo da posizioni kantiane pervenne a una posizione da lui stesso definita neotrascendentalismo, scuola di pensiero di cui fu il fondatore. Si avviò agli studi di diritto che concluse solo a seguito del primo conflitto mondiale, che lo vide impegnato inizialmente come ufficiale di cavalleria e poi come aviatore. Ottenne la laurea in filosofia.  Inizialmente attestato su posizioni kantiane (La dottrina matematica di Kant nell'interpretazione dei matematici moderni, e La posizione gnoseologica della matematica), nel corso del suo progredire intellettuale Barié perviene a una posizione filosofica critica nei confronti della dottrina kantiana. Di questo passaggio è emblematica l'opera Oltre la Critica, che mette in luce le difficoltà della dottrina precedentemente sostenuta.  Il periodo metafisico Oltre la critica segna il punto di svolta dell'attività filosofico-intellettuale di B., che comincia a sviluppare un interesse metafisico, forse dovuto all'influenza di Martinetti, del quale era stato allievo. In questo senso il filosofo, nel suo primo approccio alla metafisica, si pone su un binario che era già stato di Spinoza, salvo poi rendersi conto del fatto che anche la posizione spinoziana è in realtà insufficiente per tentare di risolvere il dilemma della relazione essere-pensiero. Si ha quindi l'approdo di B. al pensiero leibniziano, testimoniato di La spiritualità dell'essere e Leibniz.  L'approdo al neotrascendentalismo e Il Pensiero Libero docente, ottiene la cattedra universitaria, spostandosi di conseguenza a Genova, Roma e infine Milano, nella cui università succede al suo maestro Martinetti nella cattedra di filosofia teoretica. Consapevole del fatto che, per quanto superata, la lezione antidogmatica di Kant non poteva essere completamente ignorata, Barié inizia una profonda revisione del proprio sistema teoretico che lo porta a diminuire drasticamente le sue pubblicazioni (di questo periodo sono il Compendio sistematico di storia della filosofia, e Descartes) e che culmina con la pubblicazione de L'io trascendentale. Fonda l'istituto di filosofia dell'Milano con lo scopo di renderlo centro propulsivo di una discussione filosofico-culturale con le realtà filosofiche del tempo che si sarebbero confrontate con la nuova visione di B., adesso orientato verso una concezione di filosofia come metafisica, ossia di metafisica quale causa della realtà sensibile e del pensiero. Con lo stesso scopo nacque la rivista Il Pensiero. Altre opere: “La posizione gnoseologica della matematica – e dell’arimmetica in particolare” 7 + 5 = 12” (Torino, Bocca); “Oltre la critica della ragione e del giudizio, il criticismo (Milano, Libreria editrice lombarda); “Spirito e anima: La spiritualità dell'essere e Leibniz” (Padova, MILANI); “Compendio sistematico di storia della filosofia con particolare attenzione alla filosofia romana sino Cicerone” (Torino, Paravia); “L'io trascendentale non-psicologico” (Milano-Messina, G. Principato); “Il concetto trascendentale” “Il trascendentale” (Milano, Veronelli. Atti del Congresso Internazionale di Filosofia, Napoli, riproduzione fotografica (da Opa lLibri antichi  riproduzione fotografica. Assael, Giovanni Emanuele Bariè, Milano, CUEM, Assael, "Il neotrascendentalismo di B.", in Rivista di Storia della Filosofia; Assael, Alle origini della scuola di Milano: Martinetti, B., Banfi, Guerini e associati, Milano, Milano Accademia scientifico-letteraria di Milano Università degli Studi di Milano Scuola di Milano. su Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. su sapere, De Agostini.B., in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Opere  B., su openMLOL, Horizons Unlimited srl.  Filosofia Università Università. Nasce da nobile famiglia lombarda. Iscrittosi a legge, interruppe gli studi per lo scoppio della prima guerra mondiale, e combatté prima come ufficiale di cavalleria, in seguito come aviatore. Ferito in combattimento aereo nel cielo macedone, si guadagna una medaglia d'argento e una croce di guerra. Terminato il conflitto e conclusi gli studi giuridici, intraprende a Milano quelli filosofici, laureandosi, sotto la guida di Martinetti.  Il magistero di MARTINETTI dove ben presto orientarlo verso ricerche gnoseologiche ed epistemologiche, condotte in stretto riferimento alle implicazioni speculative del criticismo. Negl’atti del congresso di filosofia, tenutosi a Napoli, si legge un suo saggio su La dottrina matematica di Kant nell'interpretazione dei matematici moderni, ch'è già un documento interessante degli originari orientainenti mentali di B. Segue un volume su La posizione gnoseologica della matematica, Torino, che del rilevato interesse di B. per il problema della validità conoscitiva del sapere scientifico da ulteriore e significativa conferma. Né si tratta, invero, d’un interesse astrattamente teorico, alieno dal gusto della verifica storica, ché, anzi, B. venne preparando alcune ricerche di storia della filosofia, che, senza tradire la preminente vocazione speculativa dell'autore, lo costrinsero a impegnative discussioni e analisi testuali, capaci di allargare e meglio determinare l'orizzonte problematico iniziale. Vide così la luce, nella Riv. di filosofia, il saggio Della possibilità di un'interpretazione positiva del "Teeteto", che vuol essere una ricognizione delle prospettive epistemologiche del platonismo. Apparve, col titolo Oltre la Critica, Milano, uno dei volumi più elaborati e tormentati del filosofo milanese, nel quale a un'esposizione intenzionalmente ortodossa del criticismo gnoseologico fa seguito una minuta denunzia dei limiti e delle insufficienze del criticismo. Certamente, dal punto di vista strettamente storico, Oltre la Critica si presta a qualche obiezione metodologica per quella sua caratteristica separazione delle parti espositive dalle sezioni valutative e critiche, che ricorda stranamente le impostazioni e gli schemi della più arcaica storiografia scolastica. E tuttavia, per l'evoluzione mentale di B., il saggio segna una data decisiva, come documento di un interesse meta-fisico ormai dominante rispetto alle originarie preoccupazioni gnoseologiche. Né, del resto, può esser motivo di sorpresa questa emergenza della meta-fisica dalla gnoseologia in uno scolaro di quel Martinetti che già aveva proposto una teoria della conoscenza come introduzione critica e preparazione negativa all'opera costruttiva e positiva della meta-fisica. E la convergenza con gli ideali di MARTINETTI trova, nel saggio di B., ulteriore conferma in una ripresa di temi panteistico-spinoziani, che già sono cari alla meditazione di Martinetti. L'ipotiposi del tutto come "identità immutabile" non compromessa dalle "mutazioni" delle "forme particolari", l'identificazione di Dio con la "vita stessa in quanto espressione unitaria di tutte le attività razionali", il riconoscimento dell'universale coscienzialità del reale, l'interpretazione della libertà come processo di comprensione razionale dell'essere, questi e altrettali sono i temi, la cui puntualizzazione conclude questo primo tentativo di sistemazione teoretica di B.. Ma son temi crudamente indicativi di una retrocessione verso posizioni pre-critiche piuttosto che di una vera assimilazione della problematica del criticismo. Lo stesso B. dimostra assai presto di rendersene conto. Conseguita, colla pubblicazione di Oltre la Critica, la libera docenza, B. prosegue con fervore la sua ricerca meditativa, che prende corpo, oltre che in saggi di carattere teoretico e storico, nell'ampio volume La spiritualità dell'essere e Leibniz, Padova. In Leibniz B. intravvide ciò che non aveva potuto trovare nello spinozismo e gli era tuttavia suggerito dalla sua provenienza critica di MARTINETTI: l'idea della spiritualità come auto-coscienza pensante, che ora egli assume quale strumento risolutivo del problema del rapporto tra essere e pensiero, divenuto ormai la sua preoccupazione meta-fisica fondamentale. Ancora panteismo, certamente: ma un panteismo più risolutamente immanentistico e venato di idealismo (forse non è estranea a quest'ulteriore svolgimento del pensiero di B. la pressione critico-speculativa dell'attualismo, di cui pure egli decisamente respinge la specifica impostazione logico-dialettica.  Pervenuto alla cattedra universitaria -- che tenne dapprima a Genova, quindi presso il magistero di Roma, infine a Mìlano, succedendovi a Martinetti -- B. parve progressivamente accorgersi che la lezione del criticismo impone una sostanziale revisione di quel certo dogmatismo meta-fisico che costituiva il residuo non risolto della sua appassionata meditazione. Per molti anni le sue pubblicazioni scarseggiarono - ricordiamo qui un Compendio sistematico di storia della filosofia (Milano-Torino; Varese) e un volumetto su Descartes, Milano, per la collana garzantiana "I Filosofi", oltre a qualche commento di testi classici e a pochi saggi - finché, dopo la parentesi bellica -- durante la quale B., benché parzialmente infermo, aveva invano richiesto dì militare ancora in aviazione --, apparve L'io trascendentale, Milano-Messina, che, insieme con altri saggi successivi e, soprattutto, col volume Il concetto trascendentale, Milano, traccia le linee della posizione di B., da lui stesso definita come "neo-trascendentalismo". Con apprezzabile onestà B. riconosce, in questa fase di revisione critica della sua filosofia, le insufficienze delle sue precedenti elaborazioni teoretiche, sforzandosi di sanarle col far leva sull'Ich denke e sulla logica trascendentale kantìana, per fondare un concetto dell'"io trascendentale" capace di garantire a un tempo la deduzione dell'essere dal pensare, la giustificazione metafisica dell'esperienza fenomenica e storica e l'affermazione anti-solipsistica della molteplicità degli io. Si tratta di un tentativo assai serio di dar veste più moderna alle istanze speculative fatte valere in precedenza; ma rimane il dubbio che la criticissima filosofia contemporanea, pur così aperta alle più diverse suggestioni e disposta alle più franche esperienze culturali, non sia in grado di accogliere l'invito di B. a una re-interpretazione tanto "meta-fisica" del trascendentalismo kantiano e post-kantiano.  Lo stesso B., consapevole della difficoltà, volle instaurare un colloquio critico-polemico colla filosofia contemporanea, e soprattutto colle tendenze metodologiche, scientistiche e fenomenìstiche in esso largamente presenti ed operanti. Fondato presso l'università di Milano l'istituto di filosofia, egli ne fa il centro di molteplici iniziative culturali e la sede d'incontri e discussioni con fìlosofi, storici e scienziati della più varia provenienza, allargandone poi l'attività con convegni annuali destinati a porre le più moderne istanze critiche a confronto col programma neo-trascendentalistico di una difesa della filosofia come meta-fisica. E sempre nel quadro di un tal programma B. inaugura altresì la rivista Il Pensiero, cui volle accompagnare, con le medesime intenzioni, una speciale "Biblìoteca filosofica" progettata in due serie. E non meno indicativi del citato interesse polemico di B. sono i due assai impegnati saggi di rivista, che chiusero, insieme coi Concetto trascendentale, l'attività culturale del pensatore milanese: un saggio su Il positivismo, in Giornale critico della filosofia ital., e i Prolegomeni ad ogni fisica futura che vorrà presentarsi come filosofia, in Il Pensiero.  La morte, intervenuta tragicamente a Milano, troncava la fervida attività speculativa e culturale di B. proprio nel momento in cuì forse essa stava per produrre i suoi frutti migliori.  Oltre le opere citate, si ricordano: Libertà e causalità, in Rendiconti del R. Istituto lombardo di scienze e lettere; Validità obiettiva del bello, in Riv. di filosofia; L'esigenza unitaria da Talete a Platone, Milano (rist. in Acme); Soggettività ed oggettività nella filosofia di Carabellese, in Rendic. del R. Ist. lombardo di scienze e lettere; E. Kant, Critica della ragione pratica, trad., introd. e note, Firenze; Il problema dell'oggettività, Logos; Leibniz, Discorso sulla metafisica, introd., trad. e comm., Torino; Di alcune cause della "metafisica religiosa" alessandrina, in Italia e Grecia, Firenze (rist. in Acme); Vico, La Scienza Nuova,con introduzione e commento, Milano; Il pensiero di Leibniz, nel volume Leibniz dell'Arch. di filosofia; Le moi trascendental, in Les Etudes Philosophiques; Immanenza e storia, in Gentile, La vita e il pensiero, Firenze, e in Giorn. critico d. filosofia ital.; Immanenza del concetto trascendentale; La concezione víchiana della storia, in Humanitas; Du "cogito" cartésien au moi trascendental, Revue philosophique; La conceptualité de la science (Aspect particulier du problème de la science), in Actes du Congrès International de Philosophie des Sciences, Paris; Risposta a Padre Gemelli, rettore della Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano (con riferimento alla "Rivista di filosofia neoscolastica"), in Acme; Giuseppe Antonio Borgese; La filosofia, oggi,in Atti del Congresso Nazionale di Filosofia, Roma-Milano; La libertà, nel vol. Enquéte sur la liberté, a cura dell'Unesco, Paris; Il neo-trascendentalismo, Il Pensiero. Bibl.: Sciacca, Il secolo XX, Milano; 11, p. 782 (opere di B. e bibl. sullo stesso); Bontadini, Dal Problematicismo alla metafisica, Milano; Pra, B.'in Acme; Lugarini, G. E.B., in Giorn. critico d. filosofia ital.; J. ChaixRuy, B., in Les études Philosophíques; Il Pensiero pubblica in memoria di B., scritti di V. Fazio-Allmayer, Chabod, Cantarella, Antoni, Geymonat, nonché una nota biobibliografica.   \ i |  LAI tag » x alla si e, °°°  4 e pa °° ° PS ® 9  j "el po ° î-  p_S A  è  = * ° = e 000,°, 0, frrceminti, e  ve è © è AR e    NI a  Sy  CI ” 3 ri è  * SS  Z SH  Lo) eli    ini eee ratti IMAA ER =  L NV LO | a f|f'*1 . VILLA | li    POSI FÀ De \E  GNOSESIOGICA DEA MAIEMAIICA    et    N° 512    EN-  MODERNE  Fu BOCCA LA POSIZIONE GNOSEOLOGICA DELLA MATEMATICA    A Ri ca e crei ite E I eric ni ciliairriiri Sor bin d    i deo birra rai ri A    i  G. E. B.  ì\ Lg   cent    LA POSIZIONE GNOSEOLOGICA DELLA MATEMATICA TORINO BOCCA Librai di S. M. il Re d'Italia (|  eid'o  f  Pi *e  ore  é  e  .  Uu'1s 6  dclo  a (oe  3)  2  pre  o 2 si  È . x  e . Id 0° 0° Pa Co) °  = - t e è. x .  - ver n 3» . . “  e, 0 90° * . è * n  e: o _0. bi » © 0. “+  id ° »* ti a e | 06 £ ® ».  ia É  è Tipografia OLIvERO e C. Piasza Carlo Emanuele II Torino, 2.  Printedin Italy. VAR N Sans les mathématiques, on ne penètre point  au fond de la philosophie; sans la philosophie, on  ne penétre point au fond des mathématiques; sans  les deux on ne penètre au fond de rien. LEIBNIZ. 600956  Preliminari metafisici. L’astrazione. La posizione che la mate-  matica è andata assumendo in quest’ultimo cin-  quantennio è degna del più attento esame per il  filosofo. Forse non è questa l’ultima ragione per  la quale fra i matematici odierni non troviamo  una netta comprensione del come l’ idealismo —  o almeno una corrente di esso — può porsi il pro-  blema della matematica (1). Hanno essi matema-  tici una specie di disposizione aprioristicamente  contraria alla filosofia che porta come a naturale  conseguenza o a grossolani errori d’ interpreta-  zione di non pochi pensieri fondamentali dei mae-  stri della filosofia moderna, oppure, e ciò è peggio,  ad una specie di affettazione di passare sotto si-  lenzio o quasi le loro dottrine sull'argomento, che  non serve certo a favorire quell’intima ripresa di  rapporti cordiali che già esistevano fra la filosofia  e le scienze particolari in genere e la matematica  in ispecie Appendice Bene inteso s’intende qui la filosofia non naturalistica  perchè con questa il contatto non fu mai perduto. In ogni  modo filosofia naturalistica in senso stretto sarebbe oggi un  non senso.  si . n PI n» 0 è. hi . A Li   £ Ed " x ld »  e e - 5 "o. . ® è  . 352 n    8 °%" La'poùtzione gnoseologica della matematica    Noi non tratteremo qui di tali rapporti nè dal.  punto di vista logico nè da quello storico: il loro  posto è altrove, in trattati introduttivi allo studio  della filosofia e sopra tutto della teoria della cono-  scenza; ma tali rapporti sarà bene che il lettore  ricordi onde più rapidamente e meglio entrare nel-  l'essenza di quanto andremo svolgendo.   Principalmente dopo Kant (1) l’empirismo scien-  tifico non avrebbe più dovuto rimproverare alla  metafisica di essere un’arbitraria divagazione del  nostro spirito, basandosi sul solito e tanto abu-  sato luogo comune di essere ciò connaturato con  la stessa sua intima ragione di essere in quanto  la metafisica — lo dice la parola stessa — non  può avere nello studio diretto ed esclusivo del  mondo esterno la fonte di ogni sua conclusione.  Kant ponendo da parte, o per lo meno credendo  di poter porre da parte tutte le precedenti conce-  zioni metafisiche impostandone ad ovo il pro-  blema, dopo aver osservato come essa non sia  progredita come le scienze particolari ed aver po-  lemizzato sul suo carattere scientifico o non — in  quanto il suo campo d’azione è oggi quello che  era tremila anni fa — viene ad esaminare se,    (4) Mi si potrà obbiettare — e validamente — che proprio in  causa dell’idealismo postkantiano, il divario fra filosofia e scienza  ha il suo significato. Su questo siamo, in linea di massima e  con le debite precauzioni, d’accordo. Per «dopo Kant» non in-  tendo qui l’idealismo postkantiano, ma mi fermo alla filosofia  dello stesso Kant, non sospetto, voglio sperare, di non tenere  nella dovuta considerazione le scienze particolari. Sensibilissima invece rimase nello svolgimento del suo  pensiero la metafisica leibniziana nel campo teoretico e il mondo  platonico nella trascendenza morale sopra tutto nei riguardi  dell’intelligenza divina, Preliminari metafisici 9    eventualmente, la ragione di ciò debba cercarsi  nella sua stessa natura di non avere una base    sperimentale, base incondizionatamente attribuita.    allora alle scienze per l’influenza è noto di  Locke e di Hume. Ma è vero questo? È vero che  le scienze particolari hanno un'origine essenzial-  mente empirica? Vediamo un po’, sembra ci dica  Kant, esaminiamo la scienza tipica per eccellenza,  quella che non può essere seriamente posta in  dubbio da alcuno, la matematica.   È troppo noto l’ulteriore svolgimento del pen-  siero kantiano sull’argomento perchè la sua espo-  sizione si renda qui necessaria : rimandiamo alla  « Critica » e ai « Prolegomeni ». Possiamo però  osservare che non è senza ragione che Kant abbia  proprio scelto la matematica come prima prova,  diremo, che non era il campo non sperimentale  della metafisica che venisse ad infirmarne il ca-  rattere scientifico, perchè la stessa origine, lo  stesso substrato non sperimentale poteva trovarsi  anche nelle scienze considerate nella loro « pura »  espressione. La matematica e per il suo carattere  rigidamente scientifico di cui sopra si è fatto  cenno, e per la sua stessa rappresentazione sim-  ‘bolica — numero e figura — meglio di ogni altra  doveva presentarsi alla sua attenzione in quanto  non solo relativamente all’origine poteva in essa  trovare un carattere aprioristico, chè ciò è comune  a tutte le scienze, ma altresì nel suo ulteriore  svolgimento. L’insufficienza della speculazione me-  tafisica attraverso.i secoli — alludo alla « meta-  fisica dogmatica » in senso kantiano — doveva  quindi essere ricercata altrove, e precisamente nel  compito impossibile che la metafisica si era fino  a lui, Kant, proposto, cioè di pretendere di darci    ®    10 La posizione gnoseologica della matematica    la conoscenza assoluta della realtà noumenica e non  limitarsi soltanto alla realtà fenomenica.   Onde non mi si fraintenda, vediamo di chiarire  meglio il punto particolare del significato della  matematica nella dottrina gnoseologica di Kant.  Sappiamo tutti che tanto la matematica quanto la  fisica non sono altro che due esempi portati da  Kant con lo Stesso intendimento, dimostrare cioè  come qualunque processo conoscitivo possa es-  sere determinato soltanto in virtù di un elemento  « a priori » che è in noi, che preesiste al dato em-  pirico e che viene anche a travisare, per la sua  azione puramente formale, l’intima essenza di esso  dato - (l’oggetto): conseguenza ultima di tale tra-  visamento, l’impossibilità di conoscere la cosa in  sè. Ciò vale, è vero, incondizionatamente tanto per  la matematica pura quanto per la fisica pura, ecc.  Soltanto, mentre nel suo successivo svolgimento  la fisica, come scienza della natura, non può ba-  sarsi soltanto su forme intuitive « a priori », ma  deve ricorrere anche a concetti intellettivi «a priori»,  che determineranno la possibilità di quell’ espe-  rienza, dalla quale esclusivamente essa fisica dovrà  poi attingere le sue scoperte, la matematica invece  . trae le sue scoperte dall’intuizione e le sviluppa  in base al processo logico della deduzione. Solo  in questo senso ho creduto di notare una diffe-  renza fra la matematica pura e la fisica pura in  senso kantiano (1).   Lasciamo Kant e specifichiamo meglio i termini Questa è anche la spiegazione che si può addurre per  avere Kant portato l’argomentazione dell’ «a priori » nella fisica  pura: ciò malgrado non reputo del tutto errate le critiche esposte  a tale sua concezione (Cfr. questo volume, $ 13, pag. 131 segg.). Preliminari metafisici 11    nel loro preciso significato. Nell’allusione impli-  citamente fatta sopra al campo d’indagine essen-  zialmente astratto della metafisica, la parola astra-  zione non figura nel suo preciso significato: l’astra-  zione non è un «a priori ». L’astrazione è una  rappresentazione simbolica di un concreto risultato  ottenuto per cui ad esso se ne sostituisce un altro di  carattere più generale: reciprocamente qualunque  astrazione può avere infinite rappresentazioni con-  crete. Si vedrà meglio in seguito (1) il valore lo-  gico o non di tali generalizzazioni: c’importa ora  di porre in luce come essa sia universalmente ap-  plicata nella più rigorosa delle scienze, la mate-  matica.   La generalizzazione astratta non fu certo adot-  tata senza contestazioni: è degna di nota la defi-  nizione data dal Russel (2) della matematica, se-  condo la quale essa sarebbe «la scienza in cui non  sappiamo mai di cosa parliamo, nè se quello che  diciamo è vero» (3). In tale paradosso vi è un    (1) Cfr. questo libro, Cap. II, $$ 6, 9.   (2) Recent work on the principles of mathematics (in The  International Monthly, N.1, pag. 84, 1901). È risaputo che il  Russell si compiace del paradosso. Possiamo fra l’altro ricor-  -dare la sua definizione della negazione: «la negazione di una  proposizione P significa che P implica tutto ». (Cfr. The Prin-  ciples of mathematics, $ 9, Cambridge, University Press, 1903),  paradosso acutamente spiegato dal Couturat (Principes.....):  « Cette definition paradoxale s’explique par le fait que le zero  logique implique tout et que nier une proposition c'est l’égaler  à zero ».   (3) Ampie considerazioni critiche riguardo a questa defini-  zione del Russell troverai in YOUNG, I concetti fondamentali  dell'algebra e della geometria, tr. it., Napoli, 1919, pag. 1,  nota 3). In tali considerazioni si dovrà però tener conto sol-  tanto degli argomenti strettamente matematici, non di quelli...    19 La posizione gnoseologica della matematica    substrato profondo di verità che non potrà sfug-  gire allo studioso sereno e spregiudicato. Che cosa  rappresentano infatti le astratte generalizzazioni  dell’algebra? Qual’ è il loro preciso significato ?  Nessuno. Possiamo anzi osservare come tali astra-  zioni acquistano un’ importanza sempre maggiore  quanto più le sostituzioni astratte perdono un si-  gnificato proprio : nell’algebra si sostituisce la let-  ‘ tera al numero per togliere appunto al calcolo ogni  caratteristica particolare : si sono scelte le lettere  dell’alfabeto perchè sembra esse rappresentino dei  simboli comodi e, diremo, inoffensivi (1).    filosofici. Così pure nella stessa opera a pag. 8 (nota 2). In tale  nota anzi il commentatore suppone che da qualche filosofo la  definizione stessa ha potuto essere presa alla lettera! Di ben  diversa concretezza il commento del Couturat (Principes...):  « En effet, on ne sait pas de quoi l’on parle, puisque la ma-  tiere des implications est indéterminée; et l’on ne sait pas si  ce qu’on dit est vrai, puisque la vérité des propositions dépend  de la vérité des hypothèses, la quelle dépend à son tour du con-  “ tenu qu’on leur donne» (Revue de méthaphysique, 1904,  pag. 21-22).   (1) Una breve e succosa corsa storico-critica sull’affacciarsi  alla mente del matematico della sostituzione algebrica troverai  in P. BouTROUx, L’Idéal scientifique des mathématiciens,  pag. 84-92 (Paris, 1920). V. anche un articolo di E. KARPINSKI,  Origine et développement de l’algébre pubbl. in Scientia,  Bologna, 1919, 8). Il lettore che desiderasse approfondire questo  particolare argomento potrà consultare (cfr. nota di V. G. Mitchell  in appendice al libro cit. di Young, tr. it.): FazzarI, Breve  storia della matematica (Palermo, Sandron); GamBIOLI, Breve  sommario della storia delle matematiche (Bologna, Zanichelli);  MILLER, Historical Introduction to math. literature (New York,  Macruillen) ; Rouse Barr, Breve compendio di storia delle ma-  tematiche (Bologna, Zanichelli); Ip., Récréations mathématiques  (Be partie), Paris, Hermann et fils; Cantor, Vorlesungen  ueber Geschichte der Mathematik (1894); Fink, A Brief Hi-  story of Mathematics (Chicago, 1903), dove figurano cenni    Cap. I. - Preliminari metafisici 13    D'altra parte se nella generalizzazione sostitu-  trice della lettera al numero, noi possiamo spa-  ziare in un campo ancora meno delimitato, ancora  più simbolico di quello numerico, ciò non ostante  non possiamo concludere che anche senza aver  creduto di trovare — nell’algebra sopra tutto —  una spiegazione all’espressione paradossale del  Russel, questa avrebbe già trovato — indipenden- ©  temente dall’algebra — la sua ragione di essere  nella stessa impossibilità di dirci che cosa inten-  diamo in geometria per punto, per linea, ecc., e  in aritmetica dell’elemento primo di essa, del nu-  mero.   Sono difficoltà in ogni modo che tutti sanno e  che tutti ammettono, primi gli stessi matematici:  soltanto trattando delle definizioni date di questi  primi elementi e delle critiche opposte, vi sarebbe  da riempire diversi volumi; il tutto, bene inteso,  senza nulla aggiungere al concetto della posizione  della matematica nella teoria della conoscenza.  L’accenno invece alla generalizzazione algebrica  ci ha posto in luce come l’astrazione sia elemento  di capitale importanza per passare dallo studio  dei dati a quello dei concetti, considerando per  concetto quell’elemento generico cui siamo arrivati  dopo numerose, successive esperienze. Il concetto  di una cosa noi lo possiamo avere attraverso una  rappresentazione nelle sue linee essenziali della    generici. Per maggiore ampiezza di particolari cfr. invece:  Loria, Le Scienze esatte nell’ Antica Grecia; Gow, History  of Greek Mathematics (Cambridge, 1884); G. H. F. NESs-  SELMANN, Die Algebra der Griechen (Berlin, 1842); e parti»  colarissima l’opera di HeATH, Diophantos of Alexandrie (Cam-  bridge, 1885).    14 La posizione gnoseologica della matematica    cosa stessa più volte percepita. Non sarà cioè un’im-  magine specifica di quella tal cosa o della tal’altra,  ma unicamente di quelle qualità essenziali proprie  degli oggetti di quella classe: noi avremo ad es. il  concetto di albero non già ricordandoci un albero  singolo effettivamente già percepito (1), ma sol-  tanto un estratto delle qualità fondamentali del-  l'albero, una specie di risultato intermedio fra  tutte quelle diverse specie di alberi che ci sarà  stato dato di vedere in passato.   Questo e null’altro il concetto propriamente detto.  Origine sperimentale ? Senza dubbio; ma un’ori-  gine sperimentale che significa pur sempre un’ela-  borazione essenzialmente intellettiva del dato. Per  non uscire da quel campo sperimentale partico-  larmente caro alle scienze positive, possiamo pren-  dere a nostra testimonianza la scienza tipicamente  empirica, la psicologia sperimentale. Essa ci pre-  munisce contro eventuali obbiezioni al riguardo  in quanto i risultati di essa ci permettono di poter  . affermare che — tanto per adoperare una espres-  sione molto dotta in fisiologia, ma che non dice  gran che ad un idealista — la « sede » dell’ im-  magine è sicuramente nel cervello (2).   Il concetto è il primo passo del processo di astra-  zione, passo comunissimo come ognun vede e  proprio della vita dell’uomo adulto in un’infinità di    (1) Tale rappresentazione specifica sarebbe propriamente la  immagine. |  Gli studi recentissimi della neurofisiologia hanno atte-  nuata, se non eliminata, la tendenza a fissare una localizza-  zione specifica ai centri nervosi. Degna di nota in Italia la scuola  del Patrizi. (Vedi ad es. l’opera recentissimamente pubblicata  di R. Brucia, La irrealtà dei centri nervosi, Bologna, 1923,  L. Cappelli ed.).    Cap. I. - Preliminari metafisici 15    manifestazioni dell’attività quotidiana. Ma l’astra-  zione non finisce qui: nella raffigurazione dianzi  accennata della matematica, noi abbiamo un’espres-  sione ben più complessa e profonda della nostra  attività spirituale (1) che non nella semplice rap-  presentazione concettuale. Per meglio indicare  questa ultima fase di evoluzione del processo  astrattivo, non ci bastano i vocaboli fin qui ado-  perati : se prima abbiamo potuto in modo un po’  grossolano è vero, ma sufficiente, cavarcela con  l’espressione di « rappresentazione generica » at-  tribuita al concetto, non così potremmo fare nel-  l’astrazione algebrica. A vero dire — si è già os-  servato — saremmo già imbarazzati se dovessimo  dire che cosa significa il numero se non stando  molto sulle generali e considerarlo come una epres-  sione simbolica indicante la quantità. Descartes  stesso, pertanto non sospetto di temporaggiamenti  e di tentativi di accomodamento per quanto ri-  guarda la scienza (2), evita al possibile di adope-  rare la parola numero, sostituendovi bene spesso  appunto la parola quantità.   Ma tale nostro imbarazzo diverrebbe addirittura  perplessità se dovessimo ad esempio giustificare  di fronte a un uomo ipotetico qualsiasi, atto a  ricavare le proprie nozioni esclusivamente dalla  esperienza, il processo sostitutivo dell’ algebra.    (1) No® è e non potrebbe essere nostro compito approfon-  dire qui. il significato di questa attività spirituale, condizione  sine qua non di qualunque idealismo e "SORA MIAO imperitura  di Kant l’aver posto in luce.   (2) Non si potrebbe estendere la stessa considerazione alle  conclusioni ultime della sua metafisica, ad es. nei riguardi della  dimostrazione dell’esistenza di Dio e, in generale, alla sua pre-  occupazione di non perdere il contatto con la religione ufficiale.    16 La posizione gnoseologica della matematica    Essa ci si presenta « come una tecnica avente per  oggetto il calcolo e che si lusinga di procurarci  molteplici preziosi vantaggi » ci dice il Bou-  troux (1). Noi non neghiamo i vantaggi; anzi  abbiamo accennato come siamo i primi a ricono-  scere l’importanza, la necessità anzi dell’astrazione  onde progredire nel campo scientifico ; non sol-  tanto, come la tendenza all’astrazione sia una na-  turale disposizione del nostro spirito: ad essa non  potremmo in ogni caso sottrarci anche se non ne  riconoscessimo l’ utilità, o per lo meno non po-  tremmo, dopo un certo tempo, sottrarci almeno a  quella forma naturale e quasi istintiva di astra-  zione che abbiamo chiamato concetto.   Alludendo a un individuo ipotetico atto a basare  le proprie nozioni esclusivamente sull’esperienza  ho voluto cioè alludere al sistema in molti casi  dalla scienza adottato : usare la generalizzazione  astratta e nello stesso tempo pretendere di consi-  derare come divagazione cervellotica tutto quanto  non ha esclusivamente sull’esperienza la sua base  fondamentale ed esclusiva. Questo individuo ipo-  tetico non comprenderebbe evidentemente nulla  della frase del Boutroux; più ancora non potrebbe  considerare che arbitrio qualunque generalizza-  zione astratta (2).    (1) Op. cit., pag. 82.   (2) In senso inverso da un essere essenzialmente logico la  sostituzione stessa non può essere accettata da un punto di vista  dimostrativo. (Cfr. questo lavoro, Cap. II, $$ 6, 9). La legitti-  mità della sostituzione fu infatti ammessa con infinite precau-  zioni dai Greci.    ! Cap. I. - Preliminari metafisici . 17    - $ 2. La definizione e l’idea. L’astrazione è così  posta in chiaro in modo che non possano più sor-  gere dubbi intorno alla sua interpretazione : com-  pito questo — il chiaramente intendersi sul signi-  ficato delle parole — non molto brillante, diremo,  ma quanto mai utile onde stabilire una netta  comprensione fra chi legge e chi scrive. Nel corso  di questo studio ci sarà dato osservare come l’equi-  voco 0, comunque, la non precisa esposizione del  significato di una parola usata in preciso senso  scientifico, possa portare a conseguenze spiacevoli.   Stabilito in tal modo il significato del processo  astratto, ci sarà facile accorgerci che esso non figura  . soltanto nell’algebra. Per non uscire dalle matema-  tiche, visto che di esse dobbiamo trattare, l’astra-  zione è propria della geometria come dell’aritme-  tica (1). Anche in geometria noi parliamo infatti  indifferentemente di concetto di triangolo o d’altro  senza aver piena conoscenza nemmeno dei primi  elementi costitutivi di esso — non si dimentichi il  paradosso di Russell—e prima di tutto del punto.   Girate la questione in tutti i sensi il punto è  indefinibile, « n’est qu’ une sorte de fiction » (2).    (1) D'altronde le relazioni fra algebra e geometria formano  uno dei capitoli più interessanti degli studi matematici. Descartes  svolge principalmente la sua algebra in un libro avente per  titolo Geometria (Amsterdam, 1659, nell’edizione latina curata  da Erasmo Bartholin).   Uno studio recente — d’altra parte essenzialmente tecnico e  particolare — è quello dei proff. ENRIQUES-CHISINI, Teoria geo-  metrica delle equazioni (Bologna, 1915). Numerosi sono d’al-  tronde i punti di vista nel considerare questa particolare que-  stione che Descartes vide sopra tutto nell’applicazione dell’algebra  alla geometria,   (2) J. RicHarDp, Sur la philosophie des mathématiques,  pag. 54 (Paris, 1903).    G. E. BARTÉ, La posizione gnoseologica della matematica. 2.    18 La posizione gnoseologica della matematica    Tutti i geometri si sono sbizzarriti a cercarne una  definizione che non fosse già di per se stessa una  contraddizione in termini, dove l’ inconcepibilità  di qualche cosa d’ inesteso e -la necessità logica  d’ipostasizzare la cosa stessa come inestesa, ren-  dessero meno stridente il loro insanabile dissidio.  Tutti giuochi di parole; sfoggi eruditi di virtuo-  sità dialettiche. Essi non poterono ahimè, che ri-  battere la strada di Euclide e per eliminare il  dissidio o per lo meno renderlo apparentemente  meno aspro, stare molto, troppo sulle generali. Il  maestro greco ci aveva già definito il punto come  « ciò che non ha parti », ma la definizione è abile,  non esauriente (1).   Oppure, seconda corrente, i geometri più mode-  stamente e più onestamente, hanno rinunciato al  compito impossibile e sono venuti nella determi-  nazione che alcuni concetti che noi indifferente-  mente adoperiamo nella geometria sono simboli  di entità non esistenti. Siano questi il punto, la  retta, il piano (Hilbert) (2) o sia che questi si pos-  sano ridurre al punto e alla « sovrapposizione »  (Padoa), a noi importa solo constatare come, non  soltanto in geometria, si sia sentita la necessità di  ricorrere a un processo astratto per meglio com-  prendersi e per poter proseguire; ma si è sentita  la necessità d’ipostasizzare come esistenti — tanto  . per adoperare una parola positiva — delle entità  | esclusivamente create dal nostro pensiero.   Ci affacciamo così alle soglie di un altro pro-    (1) Cfr. sull’argomento: G. VERONESE, Fondamenti di geo-  metria, I, 209-210 (Padova, 1891); VECCHIETTI, L’ Infinito,  pag. 28.   (2) Grundlagen der Geometrie, 3* ed., Lipsia, 1909.    Cap. I. - Preliminari metafisici 19    blema; non più cioè l’astrazione, espressione ul-  tima di un processo intellettivo che parte da un  risultato positivo per arrivare ad una rappresen-  tazione concettuale, ma di qualche cosa che pree-  siste ad ogni risultato positivo. Ci basti per ora  questa semplice osservazione : là riprenderemo  fra poco: ho voluto però fare subito l’osservazione  stessa perchè essa è di capitale importanza per  tutto lo svolgimento di questo studio.   Ciò detto, continuiamo nella nostra esposizione.  Il Richard (1) si affretta a rassicurare in certo qual  modo tutti coloro (op. cit., pag. 54) che potessero  obbiettare che se « al posto di un corpo piccolis-  simo noi mettiamo un punto, al posto di un corpo  sottile e lungo una linea, al posto di un corpo  infinitamente piatto una superficie » noi non  avremmo più allora dei risulati « conformi alla  realtà sensibile », si affretta a rassicurarli, dice-  vamo, che tale divario può essere reso « straordi-  nariamente debole ». L'assicurazione non può pre-  sentare per il filosofo il benchè minimo interesse.  Indebolito quanto si vuole il divario stesso resterà  pur sempre incolmabile e se l’ indebolimento del  medesimo può rendere soddisfatto il matematico  o il fisico, presenterà sempre lo stesso ostacolo  per il filosofo. Non solo; ma per l’idealista la  questione sì presenta sotto un aspetto opposto a  quello sotto il quale lo considera il Richard : ben.    (1) Da un punto di vista essenzialmente matematico cfr. al  riguardo: M. PAscH, Vorlesungen ueber neure Geometrie  (Leipzig, 1882), nonchè secondo lo stesso indirizzo: PEANO, /  principii di geometria logicamente esposti (Torino, 1889). Indi-  pendentemente da tale indirizzo e limitatamente all’essenza della  definizione cfr. anche: GERGONNE, Essai sur la théorie des  définitions (in Annales des mathématiques, IX, pag. 1 segg.).    20 La posizione gnoseologica della matematica    eni    lungi dal rassicurare a favore di un risultato con-  forme alla realtà sensibile, sarà tale divario per  il filosofo idealista una nuova conferma — senza  grande bisogno di essa d’altra parte — che la sen-  sibilità nostra solo in parte ci può sorreggere nel-  l’affermazione prima e nel successivo sviluppo di  qualunque scienza.   Importa molto invece a noi il constatare che  siamo così tenuti implicitamente ad ammettere la  necessità di entità non soltanto non sensibili, ma  altresì che prescindano da ogni sensibilità : ciò  per lo meno nei riguardi di quella scienza che  stiamo studiando : la matematica. Di queste ipo-  stasizzazioni alcune sono — quelle citate — inde-  finite ed indefinibili : altre sono, in matematica,  definite. Entra in campo ciò che ci sembra tanto  semplice e comune e che invece da millenni agita  e sconvolge il pensiero : la definizione.   Abbiamo veduto come l’algebra sia l’espressione  tipica dell’astrazione; ma l’algebra può agire con  tanta sicurezza e tranquillità esclusivamente se  potrà appoggiarsi su regole e principii generali  che alla loro volta trovano la loro giustificazione  nelle definizioni. Lo stesso concetto di definizione  contiene in se medesimo la conferma dell’impos-  sibilità di tutto definire: per due o tre entità al-  meno si dovrà ammettere, onde non compiere un  giro vizioso di parole, l’impossibilità di dirci che  cosa sono. Abbiamo accennato quali possono es-  sere quegli elementi primi, che, per essere neces-  — sarii in qualunque definizione vengono forzata-  mente a precedere anche le più semplici di esse. .  Sono idee che preesistono al fatto, come fu notato  dagli stessi matematici (Camescasse) (1) e sarebbe    (1) Gfr. YOUNG, op. cit., pag. 6 (nota).    Cap. I. - Preliminari metafisici DI.    perciò del tutto assurdo cercare di ricavarle da un  fatto. « Ce qu’on ne peut définir, on le montre »  ci dice il Richard, ma non sempre naturalmente  si può in tal modo semplicistico risolvere la que-  stione (1) ed anche ove lo potessimo, si ricadrebbe  pur sempre in quell’appello alla nostra conoscenza  sensibile, che già. abbiamo veduto essere insuffi-  ciente a tutto rivelarci.   Nello stesso tempo, genericamente considerata  — ossia indipendentemente dall’ipotesi del mate-  matico — la definizione non significa gran che  per chi si affacci ad una tale determinata scienza:  essa può esprimere il vero concetto di una scienza  soltanto per l’intelligenza di chi tale scienza co-  nosca già. In altre parole la definizione è una pro-  posizione che avrebbe il suo posto più alla fine  dello studio intrapreso che non al principio.   Questo per quanto riguarda il concelto appunto  « generico » di definizione; ma essa assume un  aspetto tutto particolare nella matematica. Qui si  manifesta la mecessità che la definizione preceda  lo svolgimento: questo precedere non è cioè come  nelle altre discipline semplice effetto di un’abitu-  dine metodologica di esposizione, di una tradizione  più o meno giusta: ma ciò diventa indispensabile  in quanto tutte le intuizioni e le deduzioni dei  matematici hanno ragione di essere solo se rico-  nosciamo ed accettiamo le definizioni preliminari.    (1) Acute osservazioni — da un punto di vista puramente  matematico — sulla « definizione » troverai in ENRIQUES, Pro-  blemi della Scienza (critica della definizione), Bologna, Zani-  chelli, 1906. Cfr. pure un articolo di Gergonne pubblicato negli  Annales des mathématiques, IX, 1, avente per titolo: « Essai  sur la théorie des définitions ».    ZI La posizione gnoseologica della matematica    Il passaggio dall’astrazione alla definizione (in  senso matematico) ha posto in luce un elemento  non soltanto non essenzialmente empirico — chè  tali già più non sono, come si è veduto, il concetto  e l’astrazione algebrica, ecc. — cioè un’espressione  che risulta in certo qual modo da una fusione di  esperienza e di sintesi intellettiva; ma anche di  elementi esclusivamente determinati dal pensiero,  indipendentemente da qualsiasi esperienza. Tali  elementi ci danno l’idea di « «& priori »: essi sono  appunto, in matematica, le definizioni, i postulati  e gli assiomi (1).  _ Ricapitolando brevissimamente: l’esperienza sem-   plice non ci dà che il dato (2); una fusione sintetica  di esperienza e di attività intellettiva ci dà l’astra-  zionee dalla sua forma primitiva e semplice del  concetto fino alla sua manifestazione più evoluta  della rappresentazione algebrica. Ma perchè tali  processi siano logicamente possibili è necessario  che noi ammettiamo degli altri elementi che sono  — tanto per intenderci — l'opposto del dato : mentre  questo è puramente empirico, questi nuovi ele-  menti sono puramente intellettivi : tali elementi  chiameremo idee.   Da questa esposizione risulta che l’astrazione è    (1) Distingueremo in seguito gli assiomi dagli altri principii  a priori, mostrando come essi siano proprii di qualunque nostra  attività spirituale, mentre i postulati riguardano soltanto le ma-  tematiche (cfr. questo lavoro, cap. III, $ 12).   (2) Onde non mi si fraintenda, non credo dire con questo  che possiamo ammettere qualche cosa — semplice quanto si  vuole — che non richieda per essere conosciuta la nostra atti-  vità intellettiva sintetizzatrice; ma, mentre il dato viene ad  essere conosciuto dalla nostra sensibilità, l’ elaborazione con-  cettuale di esso è diretto effetto della nostra intelligenza.    Cap. I. - Preliminari metafisici 23    un processo intermedio fra il dato empirico e l’idea:  questa, come elemento che preesiste a qualunque  esperienza sensibile, non potrà essere che elemento  formale (1). In tale mondo formale potremo riscon-  trare due gradi : un primo grado, più semplice in  quanto più vicino allo stato attuale della nostra  coscienza, il quale, pure preesistendo ad ogni em-  pirismo, tuttavia informa tutta la nostra conoscenza  sensibile, e sarà la forma intuizionistica «a priori »..  Un secondo grado infine che ci sarà dato dal pen-  siero razionale puro: sarà questo il mondo essen-  zialmente logico della conoscenza assoluta, esclu-  | sivamente inquadrato dalle categorie di contrad-  dizione e d’identità (2).   L’attribuire un campo puramente ideale a questo  secondo, ultimo grado di attività formale del pen-  siero, non esclude naturalmente che esso secondo  grado possa essere vantaggiosamente adottato anche  nel campo della conoscenza sensibile. Non soltanto;  ma tutte le proposizioni scientifiche aspirano ad es-  sere controllate da esso. Tale controllo formale  chiameremo il controllo logico (in senso rigoroso).  Mentre la forma intuizionistica riguarda tutte le  nostre conoscenze, quella puramente logica non    (1) Non si dimentichi il $ 9 dei Prolegomeni di KANT, in  risposta alla specifica domanda formulata nel paragrafo prece-  dente: « Ma come può l'intuizione dell’oggetto antecedere  l'oggetto? ». |   (2) Altre due categorie si potrebbero ammettere senza uscire  dal complesso logico di tali distinzioni e cioè l’incompatibilità  e la causalità; ma si può fare rientrare la prima nella cate-  goria più generica della contraddizione, e risolvendo il prin-  cipio di causalità si arriva all’identità, Lo svolgimento di tali  categorie è compito esclusivo della metafisica e non riguarda  questo studio. Ci basti accennare che è quel procedimento per  il quale si arriva ‘all’identità fra causa ed effetto.    24 La posizione gnoseologica della matematica    riguarda che una parte minima di esse, soltanto  cioè quelle che possiamo considerare come incon-  dizionatamente vere, che prescindono totalmente  anche dalle forme intuizionistico-sensibili di tempo  e di spazio e saranno gli assiomi (non i postulati  e non le definizioni) (1) e le proposizioni diretta-  mente derivati esclusivamente da tali assiomi.    $ 3. L’intuizione pura. — Non credo di aver  dato con questo il preciso significato d’ intuizione  e d’idea. Mentre le sopra esposte considerazioni  intorno all’essenza del concetto e dell’astrazione  non offrono punti per i quali non possano essere  da tutti accettate, il significato adottato d'’ intui-  zione «a priori » e d’idea presenta senza dubbio  ‘ il fianco a critiche e rimproveri.   In primo luogo non tutti accetteranno di buon  grado la distinzione implicita in conoscenza sen-  sibile e conoscenza razionale. In secondo luogo,  anche accettando la distinzione stessa, è passibile  di discussione il significato delle parole. Alla prima  eventuale obbiezione non ho nulla da rispondere:  tale distinzione gnoseologico-metafisica è qui pre-  supposta ‘ed ammessa come nota. Se essa dovesse  qui svolgersi cambierebbe totalmente il carattere  del nostro studio che avrebbe dovuto allora chia-  marsi « introduzione all’idealismo » o in altro  modo similare e non avere lo scopo particolare  dello studio della posizione della matematica nella  teoria della conoscenza. |   Alla seconda di tali eventuali obbiezioni rispondo  con il dichiarare che il significato delle parole in-  tuizione a priori e idea è qui soltanto « adottato » ;    (1) V. nota 1 pag. 22,    Cap. I. - Preliminari metafisici 25    ha cioè una funzione semplificativa che farà sì  ° che ci si intenda più speditamente. Faccio in ogni  modo osservare che quell’ intuizione a priori, che,  in quanto essa pure formale, abbiamo posto nel  mondo delle idee, non deve confondersi con l’ in-  tuizione in genere, di natura prevalentemente ipo-  tetica, la quale parte da un risultato positivo  cercando di stabilire fra questo una specie di cor-.  relazione con altri risultati che 1’ inspirazione può  suggerire come eventualmente conseguibili, par-  tendo da quello. L’ intuizione sotto tale aspetto con-  siderata sarà da me tratlata nei paragrafi 6, 7 e 8  di questo saggio. Neppure questa intuizione però  — possiamo dirlo fin d’ora — è di natura sensi-  bile. Ma, mentre l’intuizione cui si è accennato  è essenzialmente ideale e perciò preesiste a qua-  lunque dato positivo, questo secondo aspetto del-  l'intuizione ci ricorda piuttosto la divinazione di  una verità ignota suggeritaci da una verità nota. La  prima è l’intuizione ideale di Platone, l’a priori di  Kant e così via. I matematici non s’ impressionino.  Anche nei pensatori loro cari tale forma d'’ intui-  zione figura : è quella di Descartes nella sua « V  meditazione » (1), come fra i moderni la troviamo  affermata esplicitamente e non, in Carlo Hermite..   La seconda specie d’intuizione è ad es. quella  di Newton. Si procede in essa in questo modo :  la conoscenza cui siamo arrivati mi pare mi au-  torizzi a passare a questo e a quest'altro; lo posso  io fare? Proviamo. È il « Cimento » del ’600, molto  meno sperimentale di quello che molti pretendano:  è desso il procedimento intuizionistico del genio  nelle scienze positive.    (1) Pag. 108 segg. dell’ed. Flammarion.    36 La posizione gnoseologica della matematica    Per l’importanza che l’ipotesi viene ad assu-  mere in tale processo del pensiero, chiameremo  tale intuizione ipotetica. |   Molti vorrebbero ammettere un’altra specie d’ in-  tuizione, la sensibile. Anzi, normalmente l’ intui-  zione viene distinta in supersensibile e sensibile,  senza alcun’altra suddistinzione: per conto mio  ritengo sia indispensabile quella sopra esposta in  ideale propriamente detta ed ipotetica. Non vedo  invece la necessità dell’intuizione sensibile che  sarebbe per noi una terza specie d’intuizione: il  rispetto che porto ad alcuni degli assertori della  sua importanza (non fosse altro, per Kant!) non  mi permette di porla senz’altro in disparte: essa  mi sembra però priva di un significato suo proprio  in quanto o potrà confondersi con la percezione  o non essere altro che un momento del processo  psicologico della riviviscenza di essa percezione  sotto forma rappresentativa e in tal caso non  presenterà differenze sostanziali con l’ immagine.  Inoltre sotto questo secondo aspetto esaminata  l'intuizione sensibile oltre al non essere più in-  tuizione, non sarà più nemmeno sensibile, come  già si è incidentalmente osservato (pag. 14). In  ogni modo avremo su ciò a ritornare fra poco sul  significato appunto di tali parole nel Mach.   Certo l’ intuizione sensibile non figura nelle  scienze matematiche: la vera e propria specie  dell’ intuizione della matematica è quella da noi  chiamata ipotetica. Quella più specificatamente  « ideale » figura nella matematica come in qual-  siasi altra scienza: essa ne è il presupposto. Quella  ipotetica invece è necessaria non già per darci gli.  elementi fondamentali, originari del sapere, ma  per poter proseguire. È in matematica la condi-    Cap. I. - Preliminari metafisici 27    zione sine qua non per passare da una verità  nota ad una verità non ancora nota. Anche in  fisica, mi si obietterà, avviene lo stesso: noi stessi  abbiamo considerato in tal modo l’ intuizione ipo-  tetica e si è portato l’esempio di Newton. Perfet-  tamente, ma, mentre in fisica l’ intuizione ipotetica  è divinazione di genio, in matematica è normalità.  Non voglio qui alludere ad alcuna graduatoria  nei valori delle singole scienze: in filosofia ad  es. essa non ha che importanza relativa: ha un  compito ausiliario (1).   Per meglio fissare le idee, visto che siamo in  matematica, permettiamoci anche noi il lusso di  una rappresentazione abbreviata dei risultati ot-  tenuti: I    ideale A pile a qual-  siasi dato sperimentale  [Platone, Cartesio a    5 supersensibile (2) priori kantiano, ecc.]).  Intuizione de ipotetica (correlazione fra    verità nota ed altra di-  vinata come possibile).    sensibile (?) (o percezione o immagine).    Così delineati, molto per sommi capi — sono il  primo a riconoscerlo — i punti essenziali della  nostra possibilità di conoscere, quale posto dob-  biamo, nel problema gnoseologico, fissare alla ma-  tematica? È questo appunto lo scopo del nostro  studio. Uno storico avrebbe naturalmente in modo  ben diverso impostata la questione: anche senza  attenersi ad un’ esposizione del concetto della    (1) Cfr. questo lavoro, cap. II, $$ 6, 8.  (2) Nel senso di non empirico: non per questo cioè deve  significare pensiero puro, ragione.    28 La posizione gnoseologica della matematica    matematica nelle diverse civiltà, avrebbe per lo  meno posto in luce le diverse interpretazioni che  della matematica si sono avute e si hanno dagli  studiosi della materia (1). Sia essa matematica  quasi un metodo formale atto a plasmare le suc-  cessive indagini della fisica e in genere delle  scienze positive (2); sia la matematica paragona-  bile, in omaggio all’estetismo greco (3), ad una    (1) Interessanti sotto questo secondo aspetto le osservazioni  storico-critiche del Boutroux (op. cit., pag. 247 segg.).   (2) Cfr. specificatamente Bovasse, De la Meéthode dans les  Sciences, pag. 76 segg. (Paris, 1909). i   (3) Il Boutroux (op. cit., pag. 45 segg.) nota differenze essen-  ziali fra la concezione estetica che della matematica si erano fatta  i Greci con la concezione estetica dell’indirizzo moderno. Questa  si riconnette alla soddisfazione tutta propria del « costruttore »  di nuove teorie o del carattere elegante di nuove dimo;trazioni :  « Voila, dit-on souvent, un « beau travail mathématique », in-  diquant par là qu’autant ou plus que la valeur intrinsèque des  questions étudiées on entend louer l’ingéniosité et la brillante  victoire de l’Auteur ». Per i Greci invece la bellezza è da ri-  cercarsi nell’idea prima «et non dans ce que l’homme ajoute  aux idées», in altre parole le costruzioni delle figure, le dimo-  strazioni dei teoremi e così via.   La distinzione è profonda e sottile; ma di essa noi non pos-  siamo tener ‘conto nella semplice allusione sopra fatta che ha  precisamente lo scopo di porre in luce che, qualunque pos-  sano essere le particolari interpretazioni della matematica, tutte  queste interpretazioni hanno per il filosofo un’importanza sol-  tanto generica.   Il lettore potrà consultare: P. TANNERY, La géométrie grecque   e l’articolo pubblicato sulla Revue de méthaphysique et de  morale (marzo 19413) dal Rivaup; L. BrunscHVICG, Les étapes  de la philosophie mathématique (Paris, 1912); G. MiLHaAUuD,  Lecons sur les origines de la science grecque (Paris, 1893);  Ip., Les philosophes géométre de la Gréce (Paris, Alcan, 1900);  Ip., Etudes sur la pensée scientifique chez les Grecs et chez les  modernes (Paris, Alcan, 1906); Ip., Nouvelles Etudes sur l’his-  toire de la pensée scientifique (Paris, Alcan, 1911),    Cap. I. - Preliminari metafisici 29    imperitura opera d’arte; sia infine essa una scienza  con un diretto scopo di ricerca come qualsiasi  altra, tutti questi ed altri punti di vista possono  essere accettati dal filosofo. |   Indubbiamente in ciascuno di essi vi sono molti  lati pienamente accettabili; inoltre i punti di vista  medesimi .per quanto fra loro differenti non sol-  tanto come punto di partenza, ma anche come  campo d’azione, non sono fra loro affatto incom-  patibili. Essi rappresentano indubbiamente un in-  teresse maggiore per uno storico delle matematiche  o per un matematico che per un filosofo cui in  ultima analisi mediocremente importa sapere che  nel secolo tale si sia seguito prevalentemente  questo o quell’indirizzo. Il filosofo esplica nei  riguardi delle scienze in sommo grado quell’atti-  vità sintetica che gli scienziati alla loro volta  esplicano consciamente — anche se non sempre  vogliono riconoscerlo — nel loro campo partico-  lare, come il volgare inconsciamente nella sua  attività quotidiana. Sintesi in questo caso significa  proprio fare un estratto di tutte queste diverse  interpretazioni — fra loro incompatibili, ripeto —  e svolgere tranquillamente la propria teoria : in  questa il matematico interessato potrà eventual-  mente trovare questo o quel lato favorevole o  contrario alla sua interpretazione e, se lo crederà  opportuno, tenerne conto. Nello stesso modo il  filosofo deve tenere conto dello svolgimento del-  l'indagine matematica presa nel suo complesso:  qualunque specializzazione in filosofia può essere  dannosa. |   Ogni esame critico non può vertere che sugli  elementi essenziali di una disciplina. Già Descartes    nel proporsi di combattere tutti i pregiudizi che    30 La posizione gnoseologica della matematica    sono radicati in noi ed ostacolano il nostro pro-  gresso nella conoscenza, riteneva non doversi  perciò ritenere necessario passare alla disamina  di ciascuno di tali pregiudizi od opinioni comuni,  operazione fra l’altro che sarebbe andata all’ infi-  nito, « ma, poichè la rovina delle fondamenta  trascina necessariamente con sè tutto il resto del-  l’edificio, io prenderò innanzi tutto in esame quei  | principii sui quali poggiavano tutte le mie antiche  opinioni » (1).   Da quanto si è detto fino ad ora si comprenderà  facilmente che in una teoria della conoscenza,  com'è qui intesa, il punto essenziale è quello di  stabilire i rapporti fra le proposizioni matematiche  — e prevalentemente geometriche sulle quali pare  maggiormente verta, oggi sopra tutto, l’attenzione  degli scienziati — e quelle verità assolute, incon-  dizionatamente vere, cui aspira non soltanto ogni  forma d’idealismo, ma senza confessarselo, forse  senza saperlo, lo stesso buon senso dell’uomo  comune che inconsciamente chiede di essere si-  curo su quanto afferma o nega.    $ 4. L’ipotesi nelle scienze. — Mentre le scienze  particolari rimproverano alla filosofia la sua ecces-  siva astrazione, noi possiamo quindi a buon di-  ritto osservare come esse stesse, anche le più  positive, non possano fare a meno di ricorrere  all’astrazione medesima quando vogliano arrivare  alla formulazione di leggi aventi carattere rigida-  mente scientifico. Lo stesso procedimento cono-  scitivo prevalentemente seguito dalle scienze posi-  tive (1’ induttivo) porta alla considerazione generale    (1) Meditations méthaphysiques (1er),    Cap. I. - Preliminari metafisici 31    di quel fenomeno particolare che lo studioso aveva  dapprima isolatamente esaminato.   In queste parole è già implicito il concetto di  astrazione: per esso possiamo intendere qualunque  processo intellettivo per il quale il pensiero dopo  aver osservato sperimentalmente il verificarsi e il  costante ripetersi dei momenti della ininterrotta  successione causale (momenti pertanto razional-  mente non distinguibili, ma ciò ora non importa)  fissa tali sue osservazioni in un principio o in  una legge, che gli permetterà, eventualmente, di  passare per analogia all’ipostasizzazione di altra  legge o principio, di cui avrà invece a cercare la  conferma sperimentale: questa sarà più propria-  mente l’ipotesi intuitiva o intuizione ipotetica,  come si è veduto. Di questa soltanto s’ intenderà  parlare in questo studio, quando non verrà espres-  samente indicato trattarsi dell’altra specie d’ in-  tuizione: l’ ideale.   Tale processo ci permetterà di lavorare sul dato  senza avere il bisogno di ripetere ogni volta la  stessa indagine in quanto appunto potremo pre-  scindere dall'esame dei particolari di questo o  quel fenomeno singolo: è quanto abbiamo veduto  più nettamente e più universalmente applicato  nel calcolo algebrico. L’algebra, sostituendo la  lettera al numero, compie precisamente il processo  tipico dell’astrazione significando che le sue ve-  rità che abbiamo sperimentato sul numero tale o  tal’altro possono estendersi a tutti i numeri, a  tutte le quantità.   Ben lungi quindi da semplice divagazione arbi-  traria che ci allontana dalla constatazione speri-  mentale, possiamo considerare il processo intel-  lettivo come di estrema efficacia anche nella fisica,    38 La posizione gnoseologica della matematica    non già soltanto come semplice astrazione, per la  quale prescindendo dalle qualità particolari di un  determinato fenomeno singolo, noi cerchiamo di  elevarci alla sua espressione. generica, perchè il  suo valore come tale — esempio l’algebra — può,  dopo quanto si è detto considerarsi come fuori  discussione; ma anche di vero e proprio ispiratore  e determinatore di nuove scoperte, il che forma  precisamente quel secondo carattere cui abbiamo  accennato e che abbiamo chiamato intuizione ipo-  tetica. Cercherò di spiegarmi più chiaramente (1):  le scienze fisiche non possono nell’enunciazione  di qualsiasi loro principio fare a meno di basarsi  su verità matematiche come quelle che, rimanendo  inalterati i presupposti temporali e spaziali su cui  poggiano, non possono seriamente essere posti in  dubbio da alcuno: è per tale sicurezza che Kant  ha creduto di poter arrivare a stabilire — contro  Hume — il valore universale e necessario delle    (1) Interessanti, da un punto di vista puramente positivo, le —  dottrine sui rapporti fra matematica e fisica in particolare e  con le altre scienze in generale. Si potrà consultare con pro-  fitto: P. DuHEM, La théorie physique, son objet et sa structure  (Paris, Chevelier et Rivière, 1909); Bovasse, De la méthode  dans les sciences (Paris, Alcan, 1909) (già citato, pag. 28);  ARRIGHI, La storia della matematica in relazione con lo svi-  luppo del pensiero (Torino, Paravia); G. MiLHaun, Etudes sur  la pensée scientifique ; A. PASTORE, Sopra la teoria della scienza.  — Logica, matematica e fisica (Torino, Bocca); E. PicarD, La  science moderne ; E. Boury, La vérité scientifique; A. Rev, La  théorie de la physique; R. BRunscHvicG, La relation entre le  mathématique et le physique (adresse lue au meeting des So-  ciétés philosophiques d’Angleterre et d’ Ecosse, Durham, le.  44 juillet 1923), pubblicato poi in Revue de métaphysique,  1923, pag. 323 segg.; CAPELLI, La matematica nella sintesi  delle scienze (Discorso inaugurale tenuto alla R. Università di  Napoli, 1881). -    Cap. I. - Preliminari metafisici 33    verità matematiche. Quando le scienze fisiche non  possono appoggiare le loro affermazioni su verità  matematiche, noi possiamo a buon diritto consi-  derarle come del tutto insufficienti per la formu-  lazione coerente della legge scientifica e attribuire  loro un valore semplicemente empirico. Hume ha  già parlato troppo chiaramente sul nessun valore  logico di proposizioni basate esclusivamente sul-  l’esperienza per doverci tornare sopra: la debo-  lezza della sua dottrina dipende piuttosto dall’aver  troppo generalizzato tale affermazione, estenden-  dola anche a quelle nozioni che si basano su  principii non ricavati dall'esperienza. « Davide  Hume — dice Kant (1) — riconobbe che, per avere  il diritto-di andare al di là dell’esperienza, biso-  .gnava accordare a questi concetti (2) un’origine  a priori. Ma egli non potè spiegarsi in qual modo  sia possibile che l’ intelligenza concepisca come  necessariamente collegati nell’oggetto concetti che  non lo sono affatto tra di essi nell’intelletto e non  gli venne fatto di pensare che forse l’intelletto  era per mezzo di questi stessi concetti l’artefice  che gli fornì gli oggetti medesimi ».   Questo è precisamente il primo punto di vista  che abbiamo sopra considerato come evidente, cioè  il controllo logico della generalizzazione astratta.    (1) Critica ragione pura (tr. fr.), $ 14, pag. 134-135.   (2) Ossia i «concetti puri dell’intelletto », che noi abbiamo  chiamato specificatamente idee. Non vi è incompatibilità in ogni  modo anche mantenendo il termine un concetto, che Kant  d’altra parte confonde spesso con quello d’idea;. si è infatti  accennato che il mondo delle idee informa nel suo primo grado  — l’intuizionistico — tutta la conoscenza sensibile, non fosse  altro attraverso le più universali manifestazioni di essa: il  tempo e lo spazio. |    ‘ G. E. Barit, La posizione gnosealogica della matematica. 3.    34 La posizione gnoseologica della matematica    Ma possiamo andare oltre e osservare come il  processo inverso può in molti casi aver luogo, e  con pieno valore logico e non di semplice cono-  scenza empirica, quando, formulata astrattamente  un’ ipotesi, noi, per vincere ogni dubbio eventuale,  ne cerchiamo sperimentalmente la conferma. Ove  la conferma sperimentale abbia luogo ecco l’idea  originaria aver determinato una nuova scoperta.  È questo anzi il procedimento più normale del-  l'intuizione geniale; l’armonia perfetta del subbiet-  tivo e dell’obbiettivo che troppo unilateralmente  lo Schelling aveva creduto di trovare nell’ incon-  dizionata prevalenza dell’elemento soggettivo della  serie ideale sull’ obbiettivismo della serie reale.  È il processo di Newton (1) nella scoperta delle leggi  del movimento; di Galileo nella legge della ca-  duta dei gravi, anche se posteriore e più com-  plessa sia stata la determinazione dell’ « uniforme-  mente accelerato » della legge stessa; di Franklin  nel divinare l’analogia di natura della scintilla  elettrica con il fulmine.   Quando Francesco Bacone cominciò a esprimere  concettualmente l’esperienza non più limitandola  alla semplice osservazione del caso singolo per  cui ne venne a questa maggiore importanza nel  campo del sapere, il procedimento ipotetico fu a  torto dagli immediati successori trascurato come  arbitrario nelle scienze particolari e ciò a scapito  non lieve di queste sopra tutto dal punto di vista  della celerità dei risultati, senza per questo nulla  aggiungere alla loro sicurezza. Leibniz osserva  come le grandi menti penetranti di Descartes e  di Spinoza si fossero subito accorte della lentezza    (1) Cfr. pag. 25.    Cap. I. - Preliminari metafisici 35    e degli inciampi che tale metodo puramente spe-  rimentale spinto alle sue ultime conseguenze po-  teva portare e come ciò Descartes e Spinoza  avessero espresso nettamente riguardo al fisico  Boyle. Descartes in una delle sue lettere a propo-  sito del metodo di Francesco Bacone; lo Spinoza,  che il Leibniz bene inteso cita con le dovute ri-  serve (1), in una lettera a Oldenbourg, segretario  della « Società Reale d’ Inghilterra ». In tale lettera  egli osserva appunto come il Boyle s’arresti più  del bisogno su numerose e belle esperienze senza  indurne altra conclusione « di quella ch’ egli  avrebbe potuto prendere come principio, ossia  che tutto si fa meccanicamente nella natura, prin-  cipio che la sola ragione può darci come sicuro  e non mai le esperienze, qualunque sia il loro  numero ».    $ 5. L’ipotesi nella filosofia. — Certo, in tali  considerazioni sull’ importanza dell’ipotesi nella  conoscenza, la logica in senso stretto non ha nulla  a che vedere. Tali ipotesi non possono infatti  farsi rientrare nè nel metodo deduttivo nè nel-  l’induttivo: se l’ipotesi in un certo senso, e nel  campo fisico specialmente, può trovarsi più vicina  all’induzione che alla deduzione — in quanto    (1) È noto come lo Spinoza sia stato perseguitato e respinto  in vita e disprezzato per molti anni dopo la sua morte non già  soltanto dalla massa incolta e superstiziosa e dagli antichi cor-  religionari, ma anche da pensatori illuminati — basterebbe ri-  cordare la violenza di Malebranche contro «l’ateo ebreo » —  non esclusi coloro che non poco attinsero alla sua dottrina. Il  Leibniz in tal punto (Nouveaua Essais, IV, cap. XII) crede  indubbiamente di compiere un atto di franchezza coraggiosa,  scrivendo: ‘a ...et Spinoza, que je ne fais point de difficultés de  citer quand il dit de bonnes choses... n.    36 La posizione gnoseologica della matematica    rispecchia normalmente un processo che va dal  particolare al generale — non per questo incor-  reremo nell’errore di alcuni di non aver saputo  sufficientemente disgiungere la rigorosità logica  dell’ induzione dall’analogia intuizionale dell’ipotesi. Tale procedimento analogico è, sotto un  certo aspetto, ben superiore al rigido ragiona-  mento (2): esso è la diretta conseguenza di quel-  l'eccezionale « sviluppo delle associazioni per simi-  | larità » che è acutamente considerato dal James (3)  come la caratteristica precipua del genio.  Anzi nel campo strettamente filosofico l’ ipotesi  astratta del punto di partenza è propria  partico-  larmente nei deduttivi per eccellenza. La citazione  di Descartes e Spinoza nelle considerazioni ripor-  tate del Leibniz, non fu qui fatta a caso: essi  cercano nella realtà la conferma della loro ipotesi.  Il famoso dubbio cartesiano non è che il punto  di partenza di quello che si potrebbe chiamare  la seconda fase del suo pensiero (bene inteso non  in senso cronologico); la fase più propriamente.  riflessa, non già della visione complessiva della  realtà, la quale deve necessariamente essergli ba-  . lenata in precedenza sotto forma appunto di sem-  plice ipotesi, d’intuizione geniale. Ha tale mia   Il lettore potrà consultare i due lavori del WHEWELL:  The Philosophy of scientific Ideas (London, 1840) e History  of scientific Ideas (London, 1858). Sono essi studi più di carat-  ‘ tere storico-scientifico che propriamente filosofico, malgrado  l'inquadramento sia generale e non riguardi particolarmente  questa o quella scienza. Filosoficamente il Whewell risente  alquanto dell’influenza kantiana, malgrado abbia troppo accen-  tuato l’opposizione dell’idea al fatto.   (2) Cfr. specificatamente sull’argomento: R. BENZONI, L’In-  duzione, I, pag. 93 segg. (Genova). James, Psicologia (tr. it) Preliminari metafisici opinione valore maggiore di semplice supposizione  arbitraria? Certo nessuno, forse nemmeno chi crea,  | può seguire l’ evoluzione del proprio pensiero,  evoluzione che sarebbe della più grande utilità  conoscere per la scienza e che non ci è che molto  raramente, e quasi mai con decisa sincerità, rive-  lata dai battitori di nuove strade; ma certo a tale  convinzione si può (non dico sî deve) arrivare  nell’ambito della filosofia pura, ove si rifletta che  il fatto, come si è veduto, avrebbe riscontro in  quelle scienze che, per essere il loro campo d’azione  più ristretto e per trattare una materia molto più  accessibile, in quanto può rigorosamente essere  controllata dall’esperienza, sono più organiche,  più concretamente delimitate e costituite che non  la filosofia idealistica. Inoltre a tale convinzione  fui portato dalla constatazione che Descartes, senza  una precedente intuizione geniale del complesso,  formulato il suo « cogito ergo sum », non avrebbe  potuto, in modo rigorosamente logico, andare oltre.  Al « cogito » cartesiano possiamo infatti dare,  se ben guardiamo, non più di tre interpretazioni:  1°) Cartesio arrestandosi nel suo processo du-  bitativo alla indubitabile certezza del pensiero  (non fosse altro per il suo stesso poter dubitare:  «...ideoque scis quia te dubitare scis ») ne de-  duce la realtà dell’essere: se io posso pensare,  vuol dire che qualche cosa sono. L’essere in questo  primo senso verrebbe ad acquistare un valore em-  pirico: si potrebbe vedere nell’ergo sum la neces-  saria conseguenza che, poichè il pensiero è l’asso-  luta certezza, questo ha la necessità di manifestarsi  nelle azioni di cui esso pensiero è la causa : questa  rivelazione concreta del pensiero io non la posso  vedere immediatamente se non nel mio io. Tutto    38 La posizione gnoseologica della matematica    il resto non potrà essere ricavato che dall’aver  posto il mio io, che come contrapposto, cioè quando  mi sarò accorto che il porre il mio io è afferma-  zione vuota di senso se non contrappongo all’ io  un non io. Solo in tal modo l’io può essere de-  terminato, come solo ponendo ciò che non è uno  io posso afferrare l’essenza dell’unità. Constata-  zione questa semplice a farsi e antica quanto la  filosofia: la troviamo in Platone ad es. quando  nei suoi tardi anni tentò di darci una soluzione  logica e non soltanto teleologica del dualismo netto  e preciso cui l’aveva portato la dottrina delle  idee: il monismo raggiunto attraverso la funzione  teleologica dell'idea del Bene non poteva in' fondo  risolvere soddisfacentemente la necessità logica  che la sua dialettica era venuta a porre (e cioè  il rapporto fra l’idea e il dato sensibile) ed ecco  allora l’influenza pitagorica affacciarsi nuovamente  allo spirito platonico e manifestarsi attraverso la  famosa dottrina dei rapporti numerici. In ogni  modo questo non è, a mio modo di vedere, il  significato del « cogito ergo sum ». Il « sum »  assumerebbe qui il valore di una constatazione  empirica che mal si potrebbe inquadrare nell’idea-  lismo cartesiano. In fondo questo pensiero che  ha bisogno di una manifestazione empirica per  affermarsi ha un certo sapore naturalistico dal  quale non va spoglio l’indirizzo immanentistico  dominante oggi nella filosofia in Italia, nè l’allu-  sione alla dialettica trascendentale di Platone,  deve attenuare il sapore naturalistico medesimo.    (1) Senza avere nulla a che vedere con quanto qui è esposto,  è notevole sull’argomento lo studio particolare del TRENDE-  LENBURG, Platonis de ideis et numeris doctrina (Lipsia, 1826).    Cap. I. - Preliminari metafisici 39    2°) Un'altra interpretazione del « cogito » ci  pone il problema sotto un aspetto che nulla ha  a che vedere con il precedente. In senso netta-  mente idealistico l’ergo perderebbe il suo signifi-  cato di deduzione logica per non significare altro  che un’identificazione intuitiva: il sum non è più  la manifestazione concreta del pensaré, non è  qualche cosa di derivato dal pensare, ma è la  Stessa cosa : essere = essere cosciente. Quindi se  io penso vuol dire che sono in quanto coscienza (1),  perciò l’affermazione della coscieriza come prima  verità sulla quale senza alcun dubbio oramai pos-  siamo basarci, sicurezza specifica questa che non  incontriamo per la prima volta in filosofia: è già  ad es. in Agostino. Questo è, credo, il vero signifi-  cato della frase cartesiana. Ma questo «io sono »  in quanto essere cosciente, mantenuto in questi  limiti, non mi porta avanti di un passo nella  conoscenza, perchè mi resta pur sempre il com-  pito di dover affrontare in qual modo può essere  questa realtà sensibile che mi circonda della quale  la sicurezza espressa nell’ergo sum non dice nulla.  Mi si riaffaccia in tutta la sua intensità il pro-  blema della dialettica platonica, il rapporto fra  l’idea e la manifestazione sensibile, fra il pen-  siero e l’essere empirico.   Questo secondo significato è anche quello più  generalmente accettato. In tal modo interpreta in  fondo lo Spinoza in quegli studi giovanili sulla  filosofia di Descartes che poi completò (1663) con  un'appendice metafisica originale, nonchè lo stesso  Kant nella « Critica » (2), perchè, malgrado l’ îo     La res cogitans cartesiana.  (2) Tr. fr., ed. cit., pag. 345-346 (nota).    400 La posizione gnoseologica della matematica    di cui si tratta è pur sempre « una rappresenta-  zione puramente intellettiva » perchè se è vero  che « senza una rappresentazione empirica che  fornisce al pensiero la materia, l’atto « io penso »  non avrebbe luogo » è anche vero che « l’ele-  mento empirico non è che la condizione dell’ap-  plicazione o dell’uso della facoltà intellettiva pura ».   3°) Vi può essere infine un altro modo d'’ in-  terpretazione che non è, a vero dire, che un com-  plemento del precedente, ma che va ben oltre esso  nelle conseguenze metafisiche e ben oltre le stesse  intenzioni di Descartes. E cioè la constatazione  del « cogito » mi dà l'immediata certezza dell’es-  sere in quanto pensare ed essere sono identificabili,  in quanto cioè, come nel caso precedente, se penso  vuol dire di per se stesso che sono come coscienza;  ma dalla constatazione del pensare questo o quello  come elementi di una molteplicità, arriva alla  formulazione della coscienza come espressione di  un processo di unificazione che è già accennato  in ogni atto particolare del mio pensare. Tutta la  molteplicità disordinata la quale io penso trova  cioè la sua unificazione nell’atto del mio pensiero  e la sua espressione unitaria nella mia coscienza,  che viene così a rappresentare un grado più ele-  vato nello stesso mio processo del pensare.   La quale coscienza — tanto per intenderci chia-  miamola individuale — troverà poi nella molte-  plicità delle altre coscienze individuali la ragione  non tanto del suo essere quanto del suo rivelarsi:  le quali coscienze saranno esse pure naturalmente  infinite sintesi d’infiniti processi di unificazione  simili al mio che troveranno la loro espressione  ultima nella totalità della Coscienza, nell’ Io asso-  luto, in Dio.    Cap. I. - Preliminari metafisici 4    Inutile qui continuare per questa strada che ci  porterebbe troppo lontano dal seminato. Ho già  detto che se questo terzo indirizzo costruttivo si  può ricavare dalla constatazione cartesiana noi  non lo troviamo nella sua filosofia: l’ ho prospet-  tato soltanto come possibilità creatrice basantesi  sul « cogito ergo sum » preso come punto di par-  tenza. |   Quello che c’ importa di porre in luce è che in  nessuna di queste interpretazioni Descartes avrebbe  potuto proseguire attenendosi ad uno svolgimento  puramente logico.   I procedimenti della logica come considereremo  più ampiamente fra poco, sono rigorosamente due  soli, l’ induttivo e il deduttivo. Esaminate l’espres-  sione cartesiana in tutti i sensi senza dipartirvi  rigidamente da tali metodi, e vedrete che per  ricavarne qualche cosa, per fondare quella mo-  derna teoria della conoscenza che comunemente  si fa datare da Descartes, dovrete presupporre  un’ intuizione creatrice di cui il « cogito ergo sum »  non è già il punto di partenza, ma il punto d’ar-  rivo, la naturale conseguenza del suo pensiero,  che, ritornando su se stesso, esamina il cammino  . percorso e lo fissa nel modo noto. È una specie  di processo similare, condizionato all’ individuo,  a quello dell’Immaginazione produttrice e della  Riflessione nel pensiero di Fichte, naturalmente  fatte le debite proporzioni fra coscienza assoluta  e coscienza individuale e senza che vi sia incluso  il subiettivismo trascendentale del filosofo tedesco.   D'altronde, che l’intuizione possa avere la più  grande importanza nella filosofia è cosa notoria.  Kant la definisce la « rappresentazione che può    49 La posizione gnoseologica della matematica    essere data a ogni pensiero » (1), e per quanto la  filosofia non possa derivare dall’ intuizione i suoi  concetti, certo può chiarirli a mezzo di essa (2).   Nel panlogismo spinozistico quanto siamo an-  dati constatando in Descartes, si vede forse in  modo più deciso. Oltre al valere per lo Spinoza  le due considerazioni dianzi esposte per Descartes,  non può qui sfuggire come lo Spinoza dia alcune  volte l'impressione di compiere sforzi per imbri-  gliare il proprio pensiero nei limiti dell’osserva-  zione di fenomeni anche fra i più semplici o che  per lo meno tali potrebbero sembrare a chiunque  i fenomeni stessi non debba forzatamente far rien-  trare in un ordine precedentemente fissato. ln  altre parole si ha alcune volte l’impressione che  il pensiero di Spinoza si trovi dinnanzi a una  constatazione qualsiasi della realtà come di fronte  ad un ostacolo non intravveduto nella precedente  intuizione ideale.   Allora il filosofo incatena il fatto stesso nella  concezione prefissata; ma ciò evidentemente non  si verifica in modo naturale. Non è cioè il fatto  sensibile che viene conseguentemente dato come  esempio confermativo a quanto precede; ma si  vuole a forza farlo rientrare nell’ordine logico  da cui si è partiti come da fondamento generale  della realtà, quasi scopo della .dottrina stessa  fosse una tesi che si vuol dimostrare e non una  verità, qualsiasi verità essa sia, che si vuole  scoprire.    (1) Critica (tr. fr., ed. cit.), pag.138 (analitica trascendentale).  In modo meno chiaro, riguardo a questo punto particolare, nella  trattazione della prova ontologica dell’esistenza di Dio e nel $ 49  dei « Prolegomeni ». l   (2) Segnatamente nei Prolegomeni, $ 7.  Preliminari metafisici 43    Non so se rendo l’idea; ma dell’eventuale poca  chiarezza di queste mie parole mi si vorrà tener  venia, considerando che, per quanto il concetto  in esse insito sia in me limpido e preciso, è tut-  tavia di ben difficile formulazione, in quanto tale  mia opinione non è già effetto della ragione, ma  è una specie di malessere, di impressione sola-  mente « sentita » nel preciso significato che lo  Schopenhauer attribuisce a tale parola, appunto  contrapponendo il sapere, il sapere logico, al sen-  timento, come a qualcosa « di attualmente presente  nella coscienza, ma che non è un « concetto »,  non è una conoscenza astratta della ragione » (1).  Nello stesso significato, a maggior chiarezza esem-  plificativa tolgo l’allusione contenuta nello stesso  paragrafo del libro dello Schopenhauer: la parola  « sentito » è qui adoperata nello stesso modo in  cui è adoperata dal Tennemann nella sua « Storia  della filosofia » quando ci dice che « si sentiva  che i sofismi erano falsi, ma non se ne poteva  scoprire l’errore ». In ogni modo tale stato di  malessere del pensiero spinozistico possiamo ri-  scontrare nei due indirizzi estremi delle molteplici  interpretazioni dei suoi commentatori, e nei critici  che ce lo hanno rappresentato come pretto natu-  ralismo (es. K. Fischer e più ancora il Whale,  l'esponente tipico del realismo scettico), oppure  come quello del panlogismo idealistico più rigo-  roso, anzi come il vero fondatore del panlogismo  prekantiano, che possiamo differenziare da quello  posteriore sia per il suo carattere rigidamente  geometrico che lo porterà ad un dualismo irridu-    (1) Il mondo come V. e R., I, $ 11 (tr. it. B. Varisco-N. Pa-  langa), Perugia, 1913.    44 Là posizione gnoseologica della matematica    cibile, sia per la naturale influenza che la Critica  kantiana ha avuto su tutto il pensiero filosofico  seguente, precipuamente con l’aver posto in luce  che l’esperienza è possibile solo per l’attività sin-  tetica dell’intelligenza che il Martinetti (1) netta-  mente e il Franchi (2) pure, per quanto forse in  modo meno esplicito, considerano come il valore  fondamentale della dottrina di Kant (3).   Certo le considerazioni che si possono fare in  merito alle cause per cui derivano al pensiero  spinozistico così gravi difficoltà, vanno bene al di  là di questi semplici accenni, privi, l’abbiamo  veduto, di qualunque esplicito fondamento razio-  nale. Il Martinetti vede perfettamente ciò e ne  attribuisce la causa in primo luogo « alla posi-  zione assoluta dell’estensione ed al conseguente    parallelismo dei due attributi e' dei rispettivi.    modi » (4); in secondo luogo « al modo con cui  egli deriva, o almeno dovrebbe derivare logica-  mente il mondo dal suo principio ». Questi i due  punti fondamentali su cui avrebbero dovuto ver-  tere le nostre considerazioni per fare una disamina  razionale della dottrina spinozistica; la spiega-  zione teoretica cioè di quello che io non ho ac-    (1) Introduzione alla metafisica,I, pag. 240. Dice testualmente  l’A.: « In questa dimostrazione che le forme d’unità, per mezzo  di cui noi ordiniamo logicamente il contenuto sensibile, non ci  | pervengono dall’esterno, ma sono funzioni della coscienza, sin-  tesi operate dal pensiero per una specie di virtù propria, sta il  vero merito di Kant».   (2) Teorica del Giudizio, I, pag. 155.   (3) Interessante al riguardo l’ultima lettera, riportata dal    Paulsen nel suo studio su Kant, diretta dallo Schiller a Gu-    glielmo Humholdt (2 aprile 1805). In essa si dice fra l’ altro  «...alla fine noi due siamo pur idealisti e ci vergogneremmo  se i posteri dicessero di noi che furono le cose a formar noi  e non che fummo noi a formare le cose». MARTINETTI, op. ctt., II, pag. 360 segg.    .Cap. I. - Preliminari metafisici 45    cennato che come impressione, forse non del tutto  soggettiva, ma in ogni modo spoglia pur sempre  di qualunque valore razionale. La limitatezza  medesima delle mie osservazioni, se presenta l’in-  conveniente gravissimo di non essere convincente  in quanto non dimostrativa, presenta però il van-  taggio di poterne fare una questione più generale,  in un certo senso quasi psicologica, e osservare  che quanto si è rimproverato allo Spinoza sia in  certo modo la conseguenza naturale dello stato  di pensiero di tutti quei filosofi, i quali, partiti  da un presupposto determinato della visione della  realtà nel suo complesso, si trovano poi, costretti  come sono a dover esporre logicamente la loro  geniale visione del mondo, dinnanzi a piccoli  inciampi particolari, che minacciano di far cadere  tutto l’edificio faticosamente costruito; di tutti  quei filosofi che, in poche parole, credono di poter  dedurre il mondo da un presupposto ipotetico.  Nello Spinoza, e per questo mi sono soffermato  un po’ a lungo su di lui, ciò si vede più chiara-  mente che in qualsiasi altro filosofo di tale ten-  denza, perchè egli si attiene, più di qualsiasi altro  filosofo di tale tendenza, rigorosamente al suo  principio (non importa qui il dualismo iniziale) ‘  e perchè in lui possiamo trovare in modo emi-  nente quel temperamento filosofico, che si ha come  disposizione innata allo stesso modo come si nasce  poeti. Quanto si è andato osservando si riscontra  perciò più palesemente in lui: è lui stesso il primo  che avverte l’ostacolo; il suo pensiero ha ripu-  gnanza a far rientrare in un ambito voluto che  non è il suo il tal determinato fatto particolare.  Per questo ho parlato di stato di malessere (espres-  sione non certo indicata ove le mie osservazioni    46 La posizione gnoseologica della matematica    riguardassero esclusivamente la sua dottrina) che  qua e là si sente nella sua «Etica » e che sotto  tale forma si comunica allo studioso.   Ma riguardo a molti altri filosofi avremmo po-  tuto fare le stesse considerazioni inerenti agli in-  convenienti che tale sistema di costruire la realtà  comporta. Fichte è costretto a ricorrere alla fede  per spiegarci in qualche modo il suo processo  dall’ Io assoluto al non io. Schelling nulla ci dice  del mondo sensibile, malgrado la sua filosofia  della natura, se non rinunciando al suo idealismo,  non troppo bene sorretto sulle sue basi dalla teo-  gonia trascendentale originaria, e il suo pensiero  oscilla continuamente fra Spirito e Natura, ren-  dendo impossibile al critico una schematizzazione  della sua dottrina. Hegel, il fortunato artefice mo-  derno del panlogismo, manca al suo compito fonda-  mentale che è quello di darci una visione logica  della realtà, se non ricorrendo a passaggi dispotici.   Nello Spinoza inoltre — e ciò sia detto natural-  mente anche per Descartes — vi è la difficoltà di  doversi attenere ad argomentazioni prettamente  geometriche. Ora, le scienze matematiche se sono  indicate come il naturale controllo delle scienze  fisiche, non lo possono essere ‘di quella disciplina  che ha per iscopo di andare al di là di tutte le  scienze particolari, al di là di ogni esperienza e  avente la sua funzione particolare nella concate-  nazione ed esclusione di concetti e non già di  semplici dati, cioè della metafisica, intesa come  quella conoscenza essenzialmente razionale cui  non può fare a meno di tendere ogni nostra aspi-  razione gnoseologica.   Se è vero che la chiarezza dimostrativa è la  prima preoccupazione che deve avere un filosofo,    ‘Cap. I. - Preliminari metafisici 47    °    essa non è però sufficiente per giustificare una  concezione metafisica specialmente se la dimostra-  zione medesima significa sopra tutto analisi e  analisi, si noti, che ha il suo campo d’azione in  proposizioni dedotte da altre proposizioni e così  ‘ via, risalendo così gradatamente a principii in  gran parte da niente determinati se non dall’ in-  dispensabilità..... di avere un principio onde poter  cominciare. Questi inconvenienti sono palesi sopra  tutto nei discepoli di Descartes: in essi certo ben  più che nel maestro; ma essi formano l’ inconve-  niente di tutta la filosofia del secolo XVII: esempio  tipico la scuola di Porto Reale.   Pascal, è vero, si accorse nettamente di questa  insufficienza del metodo dominante nel tempo per  arrivare con sicurezza a sapere; ma non volendo  o non potendo, dato il suo temperamento di mate-  matico nato, attribuire specificatamente l’ insuffi-  cienza medesima al metodo matematico — in quanto  credeva di riconoscere in essa la massima poten-  zialità gnoseologica dell’uomo — ritenne di poter  arrivare alla conclusione dell’ impossibilità del  nostro conoscere inteso in senso razionale asso-  luto. Per non cadere nello scetticismo eccolo cer-  care la via di salvezza nel misticismo: ecco la fede  compensare in lui quello che la ragione non be  teva dargli.   Ma le cause dell’insufficienza speculativa di  questa scuola in particolare e del metodo mate-  matico in generale non hanno nulla di comune  con un'insufficienza generica della possibilità d’in-  dagine del nostro pensiero.   Il concetto di ciò che esiste realmente in natura  è continuamente passibile di variazioni, mentre  il concetto matematico è rigidissimo, non può    n nnnn_    48 La posizione gnoseologica della matematica    ammettere la più piccola modificazione. Come si  vedrà meglio più innanzi la perennità dell’ar-  monia delle sue proposizioni dipende principal-  mente dall’astrazione del suo campo d’ indagine,  dall’esistenza dirò immaginaria delle sue costru-  zioni, che non si riscontrano già nella realtà e  possono perciò resistere indifferenti e immutabili  a tutte le modificazioni che il pensiero nostro va  introducendo nelle « cose », aggiungendo conti-  nuamente nuove scoperte a quelle già ricche del  passato: per es. il concetto di un albero, di un  animale, di un minerale diventerà sempre più  complesso man mano che la ricerca scientifica  sarà venuta .modificando, sempre più completan-  dolo, il concetto medesimo. |   Ciò non può avvenire in alcun modo nella ma-  tematica in cui il concetto di ciascuno dei suoi  elementi è già di per se stesso immutabile per  definizione, la quale unicamente nelle scienze ma-  tematiche viene ad essere posta in modo insinda-  cabile. Qualunque possa essere il valore di questo  presupposto, su cui avremo a ritornare, esso sarà  pur sempre ugnale a se stesso, qualsivoglia perfe-  zionamenti possano venire introdotti col tempo e  con successivi studi nelle scienze matematiche  medesime.   Anche in Platone noi possiamo trovare qualche  traccia di questo metodo della « definizione ipote-  tica che aveva lo scopo di provare l’utilità e la  precisione di un concetto speculativo in base alla  esattezza delle conclusioni che se ne possono  trarre » (1), ma ciò è in lui determinato non già  da una netta esigenza logica quanto dalla parti-  sele    (1) Cfr. WinpeLBanD, Platone (tr. it.), pag. 77.    Cap. I. - Preliminari metafisici 49.    colare necessità di uscire dai viluppi della sua  stessa dialettica. Vi si può notare inoltre una  specie di movimento di reazione contro gli Eleati,  i quali, attenendosi allo stesso criterio della posi-  zione di due tesi contraddittorie, avevano creduto  di poter dimostrarne l’assurdità per le conclusioni  | opposte che ne sarebbero derivate.   Ma l’intendimento che anima anche qui la dia-  lettica platonica è del tutto diverso da quello della  matematica: nettamente trascendente e assoluto  in quella; immanente e relativo in questa, per  ammissione degli stessi matematici.   L’errore inevitabile di tutti questi pensatori —  e segnatamente dello Spinoza, che più rigorosa-  mente di ogni altro volle esporci una concezione:  logico-matematica del mondo — consiste precisa-  mente nel supporre possibile di trattare alla stessa  stregua dei concetti della matematica, per defini-  zione immutabili (1), concetti forzatamente mutabili  come sono quelli di tutte le altre scienze in gene-  rale e particolarmente della fisica e della psico-  logia, le due scienze particolari che ci danno i due  punti di vista opposti su cui possiamo costruire ogni  sistema filosofico: quella fornendoci la base del  ‘ naturalismo (il non io), questa dell’ idealismo (l’ î0).    (1) Questa immutabilità della matematica si deve intendere  qui non già nel senso preciso che Kant credette ravvisare in  essa, ossia per l’innatezza dei suoi principii; ma in quanto lo  svolgersi della nostra matematica o di qualsiasi eventuale ma-  tematica possibile futura, dovrà pur sempre basarsi su presup-  posti presi come ipotesi-postulati e perciò non possibili di varia-  zioni se non per volontà indipendente dal controllo della  esperienza. (Cfr. in ogni modo questo studio, Cap. III, $$ 10,  14, 12).    G. E. BARIÉ, La posizione gnoseologica della matematica. 4. IG DRITTO ITER IRR I rapporti fra la logica e la matematica. (1)    $ 6. Il procedimento logico nella matematica.  — La matematica è invece vegeta e rigogliosa in  quanto essa ha ben più modesta funzione.   Già Kant, pure riconoscendo il carattere di ve-  rità universali e necessarie alle verità matematiche, .  aveva ripetutamente affermato che la matematica  non può trascendere la conoscenza della realtà  sensibile: essa non ci può essere cioè di nessuna  utilità per la conoscenza della cosa in sè. Un più  rigido idealismo ispirantesi alla « Critica » non  può modificare tale insegnamento kantiano. Elimi-  . nando il concetto realistico della cosa in sè, esso  ha mantennto inalterato il valore della matema-  tica come scienza intuitiva e perciò superiore alla  esperienza, e perciò, come si è osservato sopra,  di potente indiscutibile appoggio per le scienze    (1) Cenni bibliografici: A. DE MoRGAN, Formal Logikor the cal-  culus of inference necessary and probable (1847); W.S.JEvons,  Pure logik... (1864); Ib., The Principles of science. A trea-  tise on logic and scientific method (1873); DuHAMEL, Des mé-  thodes dans les sciences de raisonnement (Il ed., 1875);  WINTER, La méthode dans la philosophie des mathématiques  (Paris, Alcan).    52 La posizione gnoseologica della matematica    empiriche. Come si vede c’è già, in questo sem-  plice riconoscimento dell'importanza della mate-  matica come controllo delle scienze esperimentali,  un implicito riconoscimento di tali scienze espe-  rimentali verso il concetto fondamentale dell’ idea-  lismo che subordina la nozione proveniente dalla  esperienza a una di natura più elevata qualitati-  vamente superiore, proveniente dall’ idea. Ma ciò  non pertanto la matematica non può che parzial-  mente soddisfare il pensiero umano (Kant direbbe  ‘ la Ragione), che tende alla conoscenza dell’Asso-  luto, oggetto propriamente del sapere logico, che  non può essere immedesimato con l’ intuizione ma-  tematica. Mentre dalla matematica discende una  infinità di nozioni, dalla logica considerata in  senso stretto d’induzione e di deduzione, non di-  scende alcuna nozione. La logica non ha altra  funzione che quella di potere formale, di sistema-  zione dell’attività della nostra intelligenza: il ma-  teriale da elaborarsi è già fornito totalmente ad  essa quando possiamo stabilire fra le diverse leggi  o concetti un’analogia, o, spronati dal dubbio, ri-  cercare il perchè della contraddizione. Quale nuova  nozione possiamo noi ricavare dal sillogismo?  Nessuna: eppure il sillogismo è l’espressione ti-  pica della deduzione.   Nè maggior fortuna avremmo ove esaminassimo  una qualsiasi induzione. Sotto tale punto di vista  anzi (quello dell’acquisizione di nuove cognizioni)  la logica e la matematica, ben lungi dal rivelare  fra loro sintomatici punti di contatto, offrono una  palese incompatibilità.   Ma, ove si sia tutti di accordo che il procedi-  mento rigorosamente logico nulla aggiunge alla  nostra conoscenza immediata, non avendo che una    <Irapporti fra la logica e la matematica funzione mediata di controllo su di essa, vien fatto  di domandarci dove le matematiche attingano il  ricco corredo di nozioni che esse ci danno. Nella  stessa impostazione del problema possiamo frat-  tanto osservare come ne discenda la naturale con-  seguenza della non logicità del procedimento ma-  tematico. Tale illogicità, sia pure relativa, dovrebbe  essere ammessa, ove conseguenti si voglia essere,  da tutti coloro — e molti matematici sono fra di  essi (1) — che sostengono nulla potersi apprendere  di nuovo nè dalla deduzione nè dalla induzione.  Tuttavia alla conclusione stessa difficilmente si  rassegnano, non tanto perchè essa non sia con-  vincente in quanto è a tutti palese il valore di  questo ragionamento: « Le forme della logica sono  due sole — deduzione e induzione — queste forme  però non ci danno alcuna nuova nozione essendo  la loro attività puramente formale; nello stesso  tempo noi sappiamo che la matematica ci apprende  nuove nozioni, dunque la matematica non può  essere logica »; quanto perchè la conclusione può    ‘ spaventare anche le menti più abituate alla inda-    gine spregiudicata e rigorosamente obbiettiva.  Ma i matematici non hanno disarmato nel vo-  lere avere in certo qual modo il monopolio della  logica: cacciati dalla porta essi vi sono rientrati  dalla finestra. Non potendo cioè ritonoscere nella  matematica un procedimento soltanto logico, pen-  sarono non già di logicizzare la matematica, ma  di riformare la logica, mummificata secondo loro  da secoli intorno alle stesse leggi. Questo il nucleo  del dissidio fra la logica tradizionale aristotelico-    (1) Basterebbe citare in fisica il Mach, in matematica il  Poincaré.    54 La posizione gnoseologica della matematica    scolastica e la logica matematica odierna o, tanto  per chiamarla con parola suggerita da uno dei  suoi maggiori esponenti — il Couturat —, logi-  stica (1).    (1) G. PEANO, I principii di geometria logicamente esposti  (Torino, 1889); In., Formulario matematico (1894-1906, 5 edi-  zioni); Ip., Aritmetices principia, novo methodo exposita (Torino); G. VAILATI, Scritti, pag. 229 segg., 659 segg.,  689 segg.; M. PIERI, numerosi scritti conservati negli Atti del-  l'Accademia delle Scienze di Torino; C. BuraLi FORTI, Logica  matematica (Milano, Manuali Hoepli, I ed. 1894, II ed. 1919);  In., Sulla teoria generale delle grandezze e dei numeri (Atti  della R. Acc. di Torino, vol. XXXIX, 1904); J. VENN, Symbolic  Logik (London, I ed. 1881, II ed. London, Macmillan, 1894)  (con ampia bibliografia e cenni, non geniali in verità, sui pre-  cursori matematici di Kant). Questi fra i numerosi rappresen-  tanti della logistica in Italia. Al Peano s’inchinano però osse-  quienti come a maestro anche i logistici degli altri paesi. I suoi  studi di logica matematica (intesa come riduzione della logica  formale a un calcolo simbolico) hanno avuto naturalmente dei  precursori (lo stesso Leibniz si vuol fare rientrare fra questi)  degno di nota fra tutti; G. BooLE (The Mathematical Analysis  of Logic, Cambridge, 1847), nonchè P£ACcOCK, DGREGORY e  A. pe Morgan, BAYNES, JEvoNS. Per  maggiori informazioni su tali ed altri precursori il lettore può  consultare : E. SCHRODER, Der Operationskreis des Logikkalkulus  (1877); In., Vorlesungen tiber die Algebra der Logik (1895);  L. LiARD, Les logiciens anglais contemporains (Paris, 1878) ;  Ip., Des definitions géometriques et des définitions empiriques  (Paris, Alcan).   I logici matematici sono però concordi nell'affermare che a  Peano spetta il merito di averne per primo tentato l’applica-  zione della logica matematica (cfr. lo studio del Peano: « Cal-  colo geometrico secondo l’ Ausdehnungslehre di Grassmann 1).   I capi scuola della logistica contemporanea all’estero sono:  FREGE, Begriffsschrift. Eine der arithmetischen nachgebil-  dete Formelsprache des reinen Deukens (Halle, 1879); Ip.,  Grundlagen der Arithmetik, eine logisch-mathematische  Unstersuchung iùber den Begriff der Zahl (Breslau, 1884);  Ip., Grundgesetze der Arithmetik begriffsschriftlich abgeleitet    Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica —55    Per conto mio, pure riconoscendo la giustezza  degli elogi che questo indirizzo ha saputo meri-  tarsi nel campo strettamente scientifico, credo esso  non ne abbia alcuno in filosofia. I pregi scienti-  fici della logistica consistono sopra tutto — e non  è poco — nella estrema rapidità e concisione della  sua rappresentazione simbolica, non solo senza  nulla perdere, ma anzi guadagnando in rigore  espositivo ed eliminando non pochi equivoci della  tradizione. Da un punto di vista gnoseologico la  logistica è però mancata al suo compito fondamen-  tale, quello appunto di riformare la logica: la lo-  gistica non ne ha colpa, se non in quanto Si è  accinta a un compito impossibile: riformare cioè  quelle leggi del pensiero che sono in noi, consi-  derandole invece come modi introdotti artificiosa-  mente da un criterio utilitario — convenzionali  stico per registrare, catalogare, ecc., le nostre co-  noscenze.   Questo errore fondamentale del punto di partenza  spiega e in certo qual modo giustifica l’entusiasmo  più sentimentale che razionale che i logistici hanno  per la loro teoria. Essi stessi sono i primi ad es-  sere meravigliati che proprio fino al secolo XIX  si sia aspettato per accorgersi che si era erronea-  mente ragionato per millenni e millenni, non già  da Aristotele cioè, ma dal primo formarsi di una  coscienza. Non esiste una logica di Tizio e una lo-  gica di Caio; esiste soltanto la Logica. Tizio o  Caio possono tutto al più aver dato alla Logica  una data particolare struttura a seconda che il    (Iena, 1893); B. Russe, The principles of mathematics  (Cambridge, University Press, 1903); L. COUTURAT, Les prin-  cipes des mathématiques (Paris, 1905).    56 La posizione gnoseologica della matematica    loro temperamento, il loro tempo e il loro grado  di coltura potevano suggerire. La stessa grandio-  sità della scoperta avrebbe dovuto rendere parti-  colarmente guardinghi e circospetti i logistici, e  infatti alcuni fra questi, più o meno esplicitamente,  ammettono che più che di scoperta si tratta di un  ritorno a Leibniz negando nei suoi punti essen-  ziali la dottrina matematica di Kant (1). Nella  concezione leibniziana troviamo già, per quanto  non categoricamente espresso, un carattere con-  venzionalistico nei principii matematici che è da  Kant totalmente escluso e dalla logistica incondi-  zionatamente ammesso; troviamo già la deduzione  — fondamento essenziale del procedimento mate-  matico secondo la logistica — ma credo che lo  stesso Leibniz sarebbe stato molto perplesso se,  . malgrado tutte le attuali argomentazioni della lo-  gistica, avesse potuto vedere nella meravigliosa  abilità costruttrice di questa la tomba dell’intui-  zione per quanto riguarda specificatamente il proce-  dimento matematico e la soppressione della logica  «tradizionale » secondo i paradossi del Russel.  Questi — si è già notato (2) — si compiace in-  dubbiamente del paradosso e in esso vi è sempre  la forte personalità scientifica del matematico  inglese; ma se ammettiamo la genialità del pa-  radosso buttato qua e là quasi a titolo di sfida,  ci stanchiamo a lungo andare di una esposi-  zione scientifica che sia tutta quanta un para-    (1) Questo punto particolare fu da me svolto al V Congresso  Internazionale di Filosofia (Napoli, 5-9 maggio 1924) e per  maggior comodità del lettore riportato alla fine del presente  volume (Appendice).   (2) Cfr. questo libro, cap. I, $ 1.    Cap. II. - Irapporti fra la logica e la matematica —57    dosso: ci stanchiamo non già ci scandaliZziamo.  Il pensiero moderno è troppo allenato a tutte le  possibili interpretazioni di un problema perchè  l’antica sofistica 0 comunque, un rinnovamento  parziale o totale dell’antica sofistica lo scuotano  eccessivamente; ma appunto in causa di quest’al-  lenamento il pensiero moderno non tollera gli si  ammanniscano come novità genialmente parados-  sali, atteggiamenti di pensiero ormai decrepiti e  « superati » — mi si passi la brutta parola — da  un pezzo. Queste mie ultime espressioni non ri-  guardano affatto la: logistica presa nel suo com-  plesso, ma soltanto il Russel e il Russel non in  quanto matematico, non il Russel cioè dei « Prin-  cipii », quanto il Russel del Congresso di Parigi  del 1900 (1), il Russel di alcuni articoli ecc. in. cui  si compiace di affrontare il problema della verità,  il problema della ricerca filosofica nello stesso  modo nel quale i sofisti avevano saziato la società  antica, con in meno forse l’abilità dialettica e la  esposizione brillante di quelli. Mi si interpreti ad  esempio una frase come questa: « Ciò che è vero,  è vero; ciò che è falso è falso, e non c’è altro da  dire ». L’aforisma è pieno di arcane profondità,  indubbiamente, ma vien fatto allora di doman-  darsi se è proprio conveniente di spendere tempo  e fatica per afferrarne l’intima essenza quando  potremmo giurare di essere già sicuri «a priori »  — proprio «a priori» — di aver già incontrato  molte, troppe volte questa stessa intima essenza.   Tutto questo però — lo ripeto — non riguarda    (1) B. RusseL, L’Idée d’ordre et la position absolue dans  l'espace et dans le temps (Congrès international de philosophie,  Paris, 1900).    08 La posizione gnoseologica della matematica    n    affatto la logistica presa nel suo complesso. Se in  questa la convinzione innovatrice ha potuto por-  tare alcuni suoi esponenti a conseguenze estreme  non per questo il relativismo proprio di ogni  nostra conoscenza è prospettato dai logistici come  una vera e propria rivoluzione introdotta nel  campo del sapere. Non soltanto, ma nemmeno li-  mitatamente alla matematica lo stesso Russel e il  Couturat, strenuo difensore e ampliatore in Francia  della sua dottrina, misconoscono quanto essi deb-  bono a Leibniz (1). In ogni modo nel campo stret-  tamente matematico rivoluzione c’è stata: il sim-  bolismo rappresentativo e l’esclusione dell’intui-  zione. Non parlo del convenzionalismo dei principii  . fondamentali e in complesso del procedimento ipo-  tetico deduttivo, perchè in tal caso la questione  sarebbe stata vecchia quanto il mondo (2).   Come si vede questa scuola fondata in Italia dal  Peano con i suoi principali collaboratori nel Pieri,  Vailati, Burali-Forti, Vacca, ecc., in Germania dal  Frege, rappresentata in Inghilterra dal Russel e  in Francia dal Couturat, non è affatto, fondamen-  talmente, un’argomentazione a sfavore di quanto  si è detto sin qui sul procedimento matematico se  non nei riguardi dell’intuizione. La logistica in-    (1) B. RusseL, La philosophie de Leibniz, Exposé critique  (tr. fr., Paris, 1903, sull’originale di Cambridge, 1900); L. Cou-  TURAT, La logique de Leibniz, d’aprés des documents inedite  (Paris, 1901); In., Opuscules et fragments inédits de Leibniz  (Paris, 1903). | |   (2) Da un punto di vista filosofico interessante lo studio pub-  blicato sulla Revue de métaphysique, 1911, pag. 280, avente  appunto per titolo: L’importance philosophique de la logis-  tique. Sotto questo aspetto cfr. pure in Perla storia della  logica di EnRIQUES il $ 29 (pag. 196 segg.).    Cap. 1I. - I rapporti fra la logica e la matematica 59    fatti esclude l’elemento sperimentale come origine  delle verità matematiche e l’induzione nel prose-  guire. L’origine dei principii fondamentali della  ‘ matematica è — sècondo la logistica, pura e sem-  plice convenzione, ipotesi, non è un «a priori »  nel vero senso; ma qui non è da me ammesso (1) -  l’a priori in senso kantiano se non limitatamente  ad alcuni principii fondamentali da cercarsi pre-  valentemente negli assiomi — non nei postulati —  secondo l’antico criterio euclideo. Bene inteso però  nei riguardi della logistica tale distinzione rispetto  al carattere ipotetico o non della loro origine, non  ha alcun senso: unico criterio di scelta sarà per  essa non già l’antica e vieta evidenza — cui io  credo si debba, malgrado tutto, ancora rigidamente  uniformarsi (2) — ma soltanto la maggiore como-  dità — e anche questo criterio non è, si potrebbe  osservare, nuovo di zecca — che le proposizioni  generali medesime avranno rispetto allo svolgi-  mento, essenzialmente deduttivo, per collegare in  un tutto: organico ed omogeneo queste sparse ve-  rità matematiche onde dirigerle più conveniente-    (1) Per non equivocare: se per «a priori» s'intende qualche  cosa che non ci è dato empiricamente, allora tutte le proposi-  zioni matematiche sono basate su di un «a priori». Ma se per  «a priori » s'intende qualche cosa che ci porta al necessario  ed all’universale, sia pure limitatamente alla realtà fenomenica  — e questo è il senso dell’« a priori» kantiano — allora credo  soltanto un piccolissimo numero di verità matematiche (pro-  priamente gli assiomi) possono essere considerate come deter-  minate esclusivamente « a priori ». Mi limito qui ad accennare  questo criterio differenziale tanto per immediatamente inten-  derci sulle linee essenziali dell'interpretazione della parola « a  priori »: esso sarà in seguito più ampiamente svolto.   (2) Proprio nel suo senso comune di inconcepibilità del  contrario.    60 La posizione gnoscologica della matematica    mente e più rapidamente verso lo scopo che ci  preme di raggiungere.   Trascurando i particolari di quello che io credo  si possa chiamare — limitatamente al problema  gnoseologico — l’illusione insita, volere o no,  nella logistica per quanto si riconnette alla riforma  della logica, i quali particolari solo indirettamente  potrebbero rientrare in quanto andiamo svolgendo,  è bene fermiamo l’attenzione nostra sul problema  .già accennato prima di trattare della logistica,  ossia quello intuitivo. Tale incompatibilità non  significa per altro illogicità assoluta — il che non  sarebbe d’altronde concepibile in nessuna espres-  sione cosciente — ma soltanto l’intervento di un  altro elemento non prettamente logico e che con  tutta la buona volontà mal si potrebbe costringere  nella deduzione, cioè, l’intuizione.   Questa esclusione della pura razionalità dalla  matematica non deve però portarci a stabilire in  essa una fonte empirica e un procedimento indut-  tivo, di basarci cioè esclusivamente su quell’espe-  rienza che la logica pura non considera nella  sua diretta espressione, in quanto essa logica in-  terviene soltanto quando il pensiero è passato ad  esaminare il substrato essenziale di quell’ indisso-  lubile fusione di soggetto-oggetto che è già nella  percezione, substrato normalmente chiamato con-  cetto (1). |   A tale convinzione — empirismo matematico —  saremmo costretti di addivenire soltanto se le fonti  del sapere fossero due: il dato sensibile e l’idea (2),  e si dovesse per forza schierarci con l’una o con    (1) Cfr. però questo libro, cap. I, $ 1.  (2) Cfr. questo libro cap. I, $ 2.    Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica €€—&    l’altra; ma la questione non ha affatto tale aspetto.  dilemmatico. Il dilemma sarebbe già fondamental-  mente errato anche se soltanto all’esperienza o alla  ragione si dovesse ricorrere per sapere, in quanto  si è accennato sopra come il divario fra di esse non  abbia ragione di essere dato che appunto in qua-  .lunque sensazione vi è già un elemento intellet-  tivo (1); ma il dilemma medesimo ci sembrerà mag-  giormente insostenibile osservando che vi è una  terza fonte di conoscenza: l’intuizione.   Di essa già abbiamo trattato nella sua più alta  espressione analogica nelle scienze fisiche e abbiamo  mostrato come, contrariamente a quanto la scienza  sembra credere, mentre è fonte apportatrice di ri-  sultati che hanno alcune volte del meraviglioso  nelle discipline particolari e segnatamente forse  nell’astronomia, essa sia insufficiente in filosofia.  Andremo ora man mano svolgendo quanto sino ad  ora è stato implicitamente ammesso, ma non svolto :  avere cioè il procedimento intuitivo la sua massima  espressione scientifica nella matematica.   Senza dubbio il naturalismo, in tutte le sue gra-  dazioni, si guarda bene dall’ammettere ciò dato che  il problema dell’intuizione in se stesso considerato,  è alquanto difficile ad essere trattato con mezzi che  pretendono di essere essenzialmente positivi, di de-  rivare qualunque attività esclusivamente dall’espe-  rienza. Così i fanatici detrattori dello « a _ priori »  originario delle proposizioni matematiche, vogliono  ad ogni costo vedere in esse un elemento speri-    (1) Qui basti tale semplice accenno a questo problema che ‘  è il più importante della teoria della conoscenza e la base ne-  cessaria su cui deve appoggiarsi qualunque idealismo gnoseo-  logico. |    62 La posizione gnoseologica della matematica    mentale, attribuendo alla matematica un procedi-  mento induttivo. Lo Young (1) crede di fornirci un  esempio di procedimento induttivo nella matema-  tica (2): «Sea ed sono due elementi di una succes-  sione discreta C e se a < 5 e s, il successivo im-  mediato di a, ss il successivo immediato di 8,, sg  di se, ecc., l'elemento » apparterrà all’aggregato  81, Se, 83...». La dimostrazione si fa per assurdo.   Dov” è in tal caso il procedimento induttivo? Non  lo so: l’unica induzione è in questa frase dell’A.:  « Il legame fra questo teorema e il principio d’in-  duzione matematica è evidente » (pag. 151). Non so  bene se l’A. abbia voluto con questo sostenere che  nella matematica, se non prevalentemente, figura  tuttavia anche il procedimento induttivo. L’esempio  citato è, come d’altronde quasi tutte le questioni  dall'A. trattate nei suoi « Concetti fondamentali  dell’algebra e della geometria », svolto molto bre-  vemente e sopra tutto isolatamente, per niente  affatto collegato con quanto precede e con quanto  segue: sono note preziose se li consideriamo prese  separatamente ; non ci dicono gran che se cerchiamo  di esaminarle nel loro complesso come un tutto  organico ed omogeneo. Perciò come dobbiamo in-  terpretare questo accenno dell’A. che ha per titolo  « Induzione matematica »? Basandoci appunto sul  titolo sembrerebbe doversi ritenere come un esem-    | (4) È evidentissimo nell’esempio citato dallo Young il rife-  rimento al principio d’induzione completo, di cui avremo  quanto prima a trattare nella sua enunciazione generica. Il  traduttore italiano aggiunge all’esposizione dello Young cenni  bibliografici: degni di nota gli articoli ricordati del Vacca e del  Combeirac.   (2) I concetti fondamentali dell’algebra e della geometria  (ed. cii., pag. 150-151).    Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica 63    ——T rc    pio, una prova anzi portata a favore dell’ induzione  applicata come metodo nell’indagine matematica.   Non avendo però nulla saputo trovare d’indut-  tivo con le mie sole forze nell’esempio citato, sono  ricorso al diligente studio del Benzoni (1) per ve-  dere se in qualche modo si poteva far rientrare tale  esempio nel procedimento induttivo: i miei tenta-  tivi non sono stati coronati dal successo. E si che  il Benzoni esamina con scrupolo rigoroso l’ indu-  zione sia dal punto di vista storico sia da quello  più rigidamente metodologico.   In ogni modo è certo che induzione non significa  nel caso citato dallo Young partire dal dato empi-  rico per arrivare all’astrazione generica. Lo Young,  posto di fronte al problema del fondamento della  geometria euclidea ad esempio (op. cit., pag. 45),  dichiara troppo esplicitamente di schierarsi a fianco  dei sostenitori di un’origine non sperimentale di  essa per dover insistere oltre sul caso citato. Il  confronto che egli fa, sulle traccie del Poincaré,  fra le proposizioni della geometria euclidea e quelle  del sistema metrico decimale, ci autorizza da solo  a porre lo Young fra quei matematici che negando  l’ a priori in senso stretto, come Kant l’intende,  ammettono però pur sempre un «a priori », con-  venzionale e arbitrario quanto si vuole, ma non  mai un’origine sperimentale che è il punto essen-  ziale di abbattere per una teoria idealistica della  conoscenza.    $ 7. Il procedimento sperimentale nella mate-  matica. — La tesi dell’intuizionismo come base  sine qua non per andare avanti in matematica ha    (1) R. BenzonI, L’induzione (Genova, 1894).    64 La posizione gnoseologica della matematica    i suoi esponenti tanto in filosofia quanto fra gli  stessi matematici, pensatori gli uni e gli altri non  sospetti certo di attribuire alla matematica valore  inferiore a quello che effettivamente le spetta. Il  Martinetti tratta in diversi punti della sua opera fon-  damentale (1) questo problema e in tutti questi punti  mostra la sua precisa convinzione della non asso-  luta logicità del procedimento matematico e sopra  tutto l’ impossibilità di considerarlo come indullivo.  A pag. 426 ci dice: « Le forme possibili dello spazio  sono infinite; quindi infinite le geometrie possibili  in astratto », mentre noi, anche immaginando qual-  siasi modificazione della nostra intuizione temporale  o spaziale, non potremmo concepire alcuna modi-  ficazione nel processo logico. E più specialmente  ancora per quanto ha attinenza col problema par-  ticolare che stiamo trattando, nella medesima opera  (pag. 429) leggiamo: « E per la stessa ragione (2)  riuscirebbe ugualmente impossibile ogni tentativo  di applicazione dei procedimenti logici alla mate-  matica; questa, per quanto sia anch’essa, come  scienza (3), rivestita di forme logiche e fissata in  concetti e giudizi, si forma in virtù di una logica  tutta sua propria senza di cui, anche con l’aiuto  di tutti i principii logici, non sarebbe possibile fare    (1) Introduzione alla metafisica (Torino, 1904).   (2) In quanto appunto « altro è l’evidenza logica, altro l’evi-  denza matematica », S. p.   (3) A commento di tale inciso cfr. nello stesso libro la cri-  tica all’empirismo : inoltre (pag. 225) il passaggio dall’empi-  rismo al criticismo kantiano (idea di sostanza in Locke e Kant).  Senza discutere ora sul principio dell’ « a priori » puoi vedere  come tutta l’estetica trascendentale di Kant e più ancora la sua  « Introduzione » alla Critica (particolarmente polemizzando con  Hume), mirino in fondo a questo, che figura incidentalmente  in tale espressione: ‘come scienza 1.    Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica 65    un passo oltre al primo assioma » (1). Giudizio che  ci ricorda nella sua essenza quello di Kant nella  « Critica » (estetica trascendentale): « Prendete, ad  esempio, queste proposizioni: due linee rette non  possono circoscrivere uno spazio, nè per conse-  guenza formare una figura e tentate di derivarla  dal concetto della linea retta e da quello del nu-  mero due. Prendete ancora, se voi volete, questa.  altra proposizione per la quale con tre rette si può  formare una figura e cercate di ricavarla sempli-  cemente da questi concetti. Tutti i vostri sforzi  saranno vani, e voi vi vedrete costretti di ricorrere  all’intuizione, come d’altronde fa sempre la geo-  metria ». .   Categorico è pure lo Schopenhauer nella sua  conclusione al riguardo : « Dopo tutte queste consi-  derazioni, nessuno, spero, vorrà mettere in dubbio  che l’evidenza della matematica — divenuta mo-  dello e simbolo di ogni evidenza — derivi per sua  essenza non già dalle dimostrazioni, ma dall’intui-  zione immediata. L’intuizione qui, come dapper-  tutto, è il principio supremo e la fonte di ogni  verità; ma quella che è a base della matematica  ha un grande privilegio su di ogui altra e in par-  ticolare sull’intuizione empirica..... » (2).   Nè sarà superfluo riferire in merito l’opinione di  un illustre matematico, il Poincaré, per il quale la    (1) Cfr. KanT, Prolegomeni (tr. it.), $ 2, pag. 33: «Il con-  cetto della « linea più breve » è qualche cosa di nuovo che si  aggiunge e non potrebbe per nessuna scomposizione venir de-  rivato dal concetto di retta ». Nonchéè nella Critica (metodo-  logia trascendentale). Cfr. inoltre LANGE, Hist. du Mat. (tr. fr.),  II, pag. 15 segg.   (2) SCHOPENHAUER, Il mondo come V. e R. (tr. it. Varisco-  Palanga), I, pag. 114.    G. E. BARIÉ, La posizione moseologica della matematica. 5.    66. La posizione gnoseologica della matematica    °    geometria euclidea è la nostra geometria « solo  perchè secondo essa appunto si sono costituite la  nostra intuizione spaziale e la nostra esperienza »;  e la conclusione cui lo stesso Poincaré arriva trat-  tando particolarmente della credenza di un’origine  sperimentale della geometria: « Non si esperimenta  su linee rette o su circonferenze ideali » (1). Il  Poincaré, è vero, sembra che qua e là ammetta  anche l’induzione nel procedimento matematico,  ma ciò dipende appunto in quanto, essendo un ma-  tematico, considera la logica semplicemente come  analisi (2) circoscrivendola in fondo al classico sil-  logismo aristotelico, più ancora all’applicazione  degli scolastici; ma quanto ciò sia incompleto è  superfluo far rilevare in filosofia, in cui la sintesi  è ritenuta rigorosamente logica quanto l’analisi.  Perciò il Poincaré, dovendo le creazioni di tutti i  matematici uniformarsi a un procedimento analogo,  e ritenendo per altro conveniente di distinguerli in  « logici » ed « intuitivi.» (non già per la materia  che trattano che è naturalmente la stessa, ma per  il loro temperamento personale), nè l’analisi pura  e semplice potendo portare a nuove scoperte, trovò  opportuna la denominazione d’induttivo al proce-  dimento seguito da questa classe particolare di mate-  matici da lui chiamati logici. Tale pretesa induzione  però che per i suoi caratteri specifici non potrebbe    (4) H. Poincaré, La Science et l’Hypothése, pag. 64. Altri  punti numerosi in tutte le opere del Poincaré si potranno tro-  vare in appoggio a tali argomentazioni. Vedi ad es. in La  valeur de la Science, pag. 16 (il temperamento logico di  Euclide malgrado la sua vasta costruzione sia dovuta all’intui-  zione) e pag. 17 «l’intuition ne peut nous donner la rigueur,  ni méme la certitude »..., ecc.   (2) Vedi segnatamente in La valeur de la Science, pag. 29.    Cap. II. - 1 rapporti fra la logica e la matematica 67    essere considerata tale da un logico rigoroso, egli  stesso trovò necessario di precisare meglio aggiun-  gendovi la specificazione di « matematica » (1).   Questo riconoscimento non è, bene inteso, am-  messo da lui, ma credo non si possa dubitare di  queste mie considerazioni innanzi tutto perquanto si  è sopra detto della voluta identità — in matematica  — dell’analisi con la logica, mentre invece quella  è soltanto un aspetto di questa (2); in secondo luogo.  per le conclusioni definitive cui il Poincaré arriva,  come possiamo facilmente constatare esaminando  la sua dottrina nel complesso senza troppo a lungo  soffermarci sui particolari, che, presi alla lettera,  possono molto spesso dar luogo ad errate interpre-  tazioni semplicistiche. |   Certo se con lo Stuart Mill noi ci limitiamo a  considerare gli assiomi come generalizzazioni del-  l’esperienza (3), l’induzione sarebbe il cardine su    (1) Ecco il principio fondamentale da cui dovrebbe emergere  l’induzione matematica: « Si un théorème est vrai du nombre 1  et si l’on démontre qu’ il est vrai de n 4-1, pourvu qu’il le  soit de x, il sera vrai de tous les nombres entiers ». ( Valeur  de la Science, pag. 21). Ora, questo «jugement synthétique  a priori, c'est le fondement de l’induction mathématique ri-  goureuse », ma la parola « induzione » non deve essere qui presa  alla lettera, e prova ne sia che alla pagina seguente (pag. 22) il  Poincaré ci dice che tale « axiome » è determinato da quella in-  tuizione suprasensibile che il Poincaré chiama «du nombre pur» .   (2) A tale punto crede il Poincaré di poter ammettere la sola  analisi come metodo logico che il processo sintetico insito in qua-  lunque nostra percezione, processo svolto naturalmente, quasi  inavvertitamente dal nostro pensiero, e che è la conquista più  significativa dell’idealismo moderno l’aver posto in luce, è da  lui considerato quasi come una prerogativa della matematica,  precisamente esaminata sotto il suo aspetto intuitivo e non già  sotto quello logico.   (3) J. Stuart MILL, A System of Logic..., V, VI.    68 La posizione gnoseologica della matematica    cui dovrebbero svolgersi le costruzioni matema-  tiche; ma ove dovessimo ciò accettare alla lettera  si verrebbe quasi ad annullare il valore della « Cri-  tica » kantiana nei riguardi appunto dell’esperienza.  Nessuno nega, e Kant meno che mai, l’importanza  dell’ esperienza per conoscere, ma se dobbiamo  accettare le verità fondamentali (assiomatiche) come  generalizzazioni dell’esperienza, non lo possiamo    fare se non accettando un’esperienza quale Kant.    ce l’offre, ossia un’esperienza che non significa già  il complesso di constatazioni empiriche — chè allora  non si avrebbero giudizi di esperienza ma soltanto  giudizi « percettivi » (1) — ricavate esclusivamente  dal mondo esterno; ma un’esperienza che significa  la possibilità delle constatazioni empiriche mede-  sime soltanto perchè il nostro pensiero ne stabilisce  il collegamento nella « coscienza generica » (2) a  mezzo dei concetti intellettivi puri «a priori ».  Questo è il significato essenziale della tratta-  zione della fisica pura nella dottrina gnoseolo-  gica di Kant. °   Così stando le cose — e non vi è possibilità di  una diversa interpretazione — il punto di partenza  non è più il dato empirico o il complesso di dati  empirici che trovano la loro espressione unificatrice  nel concetto, il che potrebbe significare induzione,  ma il procedimento inverso: e cioè la stessa espe-  rienza che viene ad essere resa possibile soltanto  per questa attività che va — mi si passi l’espres-  sione — dal mondo interno al mondo esterno e che  in tal modo lo rende possibile, informandolo: «l’in-    (41) Cfr. particolarmente i $$ 18, 20 dei Prolegomeni, e in  generale tutta la trattazione della fisica pura.  (2) ùberhaupt.    Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica 69    telletto non attinge le sue leggi (a priori) dalla na-  tura, anzi piuttosto le impone ad essa » (1).   L’empirismo dello Stuart Mill al riguardo non  significa che un passo indietro, non significa che  puro e semplice ritorno a Hume, e questo non è  d’altronde il solo punto nel quale lo Stuart Mill  rivela la sua imperfetta comprensione di Kant.   Ora, se un procedimento logico vogliamo riscon-  trare nel tanto abusato punto di partenza — l’espe-  rienza — dobbiamo ammettere che l’esperienza  stessa, per essere considerata fonte di conoscenza,  non è già più qualche cosa di semplice in se stessa;  ma è già il frutto, è già il derivato di un prece-  dente processo puramente intellettivo che solo lo  determina. Perciò quando diciamo che anche una  forte corrente idealistica ammette che ogni cono-  scenza ha a che fare con l’esperienza, non dobbiamo  dimenticare come alla formazione di questa espe-  rienza si sia arrivati.   Questo, bene inteso, non è il significato corrente  della parola esperienza, ma possiamo noi forse dare  alla parola medesima un significato diverso da  quello sopra esposto quando oggi, dopo Kant, par-  liamo di essa esperienza in sede scientifica come  fonte conoscenza? Nè dobbiamo qui lasciarci even-  tualmente fuorviare dal famoso « principio d’indu-  zione completa » per arrivare appunto a vedere un  procedimento induttivo o, comunque, il riconosci-  mento di un procedimento induttivo nella matema-  tica. Il principio d’induzione completa è esso pure  basato come ogni altro su di un procedimento  intuizionistico-deduttivo. Scoperto nel secolo XVI  da un matematico italiano — Francesco Maurolico    (1) Prolegomeni, $ 38.    70 La posizione gnoseologica della matematica    — esso afferma che se una proprietà è vera di un  numero intero qualunque, è pure vera anche del  numero che segue, ossia, più generalmente, la pro-  prietà medesima è vera per tutti i numeri maggiori  (interi) quando si è constatato che essa vale per  un numero intero dato. Il Poincaré l’anuncia molto  chiaramente e brevemente così: « Se una proprietà  è vera del numero 1, e se si constata ch’essa è  vera per n + 1, purchè essa lo sia di x, essa sarà  vera per tutti i numeri interi » (1).   Non vi è alcun bisogno di un particolare appro-  fondimento del principio d’induzione completa per  comprendere che soltanto un equivoco terminolo-  gico potrebbe riconoscere in esso una base indut-  tiva. Ciò non pertanto si è proprio voluto vedere  in esso un procedimento induttivo in senso stretto,  mentre, nota giustamente il Brunschwicg, « è un  principio di deduzione progressiva, la cui applica-  zione è sicura « a priori » del successo, poichè i  numeri sono i prodotti di questa deduzione pro-  gressiva » (2).   Pure attenendoci al concetto più generale del  procedimento induttivo dove si vede nel principio  d’induzione completa un passaggio dal particolare  al generale, bisognerebbe considerare come parti-  colare il numero dato e come generale il numero  n + 1, ma nonè forse già quello una generalizza-  zione astratta? Non sono già forse 1, 2,3... sim-  boli concettuali nello stesso modo come n +1?  Forse soltanto perchè questo può, in aritmetica,  significare maggiore indeterminatezza — e anche    (4) Cfr. ad es, la Revue de métaphysique (1905, pag. 818),  e in La Valeur de la Science, pag. 21.  (2) Les étapes de la phil. math., Il ed., pag. 483.    Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica 71    questo è molto discutibile — possiamo quello con-  siderare come dato più intuitivamente, più natu-  ralmente di questo? Il numero 1 è una generaliz-  zazione sintetica nello stesso modo che un numero  qualsiasi indicante milioni di milioni: mettiamo n  per significare più rapidamente e più comodamente  questo numero e poichè neppure esso n può costi-   tuire un limite, estendiamo il nostro ragionamento  anche ad n +1 e così di seguito, ricominciando  in tal modo una nuova serie in nulla differente dalla  precedente. Considerazioni, come si vede, che anche  il solo buon senso può suggerire, ma che alcune  volte si rendono necessarie onde non si possa  costruire sull’ equivoco. In tal caso l’equivoco è  terminologico e perciò più facile forse ad essere  eliminato: bisognerebbe però cominciare con il  bandire la infelice espressione di « principio d’in-  duzione completa » (1).   In ogni modo per quanto riguarda il Poincaré,  non credo possa ritenersi che il principio medesimo  sia da lui considerato come una vera induzione.  Esso può nella sua dottrina esser ridotto con la  massima facilità all’ intuizione e precisamente a  quell’intuizione che noi abbiamo chiamata nel  I capitolo « ideale » e che il Poincaré, contrappo-  nendola all’ intuizione sensibile, chiama « intuition  du nombre pur ». Il principio d’ induzione completa  . considerato dal Poincaré in « La Valeur de la  Science» come « il fondamento dell’induzione mate-  matica rigorosa » (pag. 21), viene ad essere consi-    (1) Cenni bibliografici : F. ENRIQUES, De la méthode dans les  sciences (Paris, Alcan); WHEWELL, History of îinductive sciences  (London, 1837); P. BoutRoUXx, Les principes de l’analyse ma-  thématique, Exposé historique et critique (Paris, Hermann).    72 La posizione gnoseologica della matematica    derato dal Poincaré subito dopo (pag. 22) come  sorretto appunto sull’ intuizione del numero puro:  dove la necessità dell’ induzione? Come principio  fondamentale « a priori » assiomatico non ha alcun  bisogno — direi quasi non ha alcuna possibilità —  di essere appoggiato nè alla deduzione, nè all’indu-  zione: nella sua applicazione è essenzialmente de-  duttivo, com’ è deduttivo qualsiasi teorema che si  ricava da un assioma o da un postulato.   Meno esplicito è il Mach. Veramente non mi pare  che questo punto sia stato da lui particolarmente.  trattato. Egli accenna però qua e là implicitamente  alle deduzioni della matematica, ma una sua espo-  sizione di carattere chiaro ed organico del proce-  dimènto di questa scienza, non la conosco. Possiamo  dire anche che la sua, opinione in merito pre-  senta non poche oscillazioni perchè, mentre egli è il  primo a riconoscere e a ripetutamente insistere che  spesso le scienze attingono molto da un fondamento  aprioristico, in ultima analisi mi pare si possa  affermare ch’ egli considera anche tali astrazioni  originarie di natura empirica, in quanto, se non  altro, poggiantesi sopra fatti precedenti di espe-  rienza sia individuale, sia collettiva. Per quanto  riguarda l’argomento che stiamo trattando, è par-  ticolarmente interessante il’ capitolo dedicato alla  psicologia della deduzione e dell’induzione nel suo  libro « La conoscenza e l’errore » (1). In esso, pure  sostenendo con la sua abituale lucidità di esposi-  zione che tanto la deduzione quanto l’induzione  nulla possono aggiungere alla nostra conoscenza,  figura un’espressione che, presa nel suo preciso    (4) MacH, Erkenntnis und Irrtum (Skizzen zur Psychologie  der Forschung), Leipzig, tr. fr., Paris, 1919.    Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica —‘73    significato, ci autorizza quasi a supporre che il Mach   ritenga le verità matematiche basate in ultima ana-   lisi sull’esperienza. Vediamo di chiarire con criterii   nostri tale punto controverso, ricordando che esso   ci è dato dall’opinione espressa dal Mach essere   la base fondamentale di ogni verità ricavata dal   concetto di triangolo « il fatto sperimentale che la   somma degli angoli di tutti i triangoli piani che   noi possiamo misurare, non differisce da due retti ».   Prendiamo l’esempio seguente che è il più sem-   plice che la geometria piana può fornirci per   a” mettere in chiaro l’opinione   dell’A. Supponiamo di avere   un triangolo a dc. Se prolun-   ghiamo il lato ac fino a un   punto qualunque f, noi ot-   e de e; teniamo un angolo esterno   b c f, che sappiamo essere   uguale alla somma degli angoli interni non adia-  centi, ossia avremo:    ZN Z4N /N  bcf= abc + dbac  Da cui possiamo altresì ricavare che, ove nell’ipo-    tesi si fosse ammesso trattarsi di un triangolo  isoscele si avrebbe:    bef= 20; bef=2d   e così via, e ciò appunto abbiamo potuto stabilire  | perchè sappiamo che la somma degli angoli del  triangolo a de è uguale all’angolo piatto a c f, ecc.  Ma non possiamo assolutamente riconoscere che  questa verità geometrica non sia a sua volta basata,  come ogni altra, sull’ intuizione originaria di alcuni  principii fondamentali « a priori »: nel caso parti-  colare sulla stessa definizione di triangolo.    74 La posizione gnoseologica della matematica    Ma ciò dipende forse da una certa imprecisione  dei vocaboli. Egli definisce l’ intuizione « tutto il  sistema di sensazioni coordinate nello spazio e nel  tempo che ci offre il senso della vista a mezzo del  quale noi riconosciamo d’un colpo d’occhio la  distribuzione dei corpi e dei loro movimenti reci-  proci » (1). E, ciò che trovo incomprensibile, ag-  giunge che «il vocabolo porta nettamente la sua  impronta originaria ». Il criterio etimologico del  Mach al riguardo è quanto mai discutibile perchè  questa sua affermazione non ha ragione di essere  se non considerando che in tedesco la parola  Anschauung significa propriamente intuizione (2),  mail vocabolo ha la radice in comune con Anschauen  (riguardare, rimirare) e così via. In ogni modo la  questione etimologica non ci interessa: occupiamoci  piuttosto della definizione riportata e non delle  considerazioni che seguono. Tale definizione mi  sembra del tutto inadatta a dirci che cosa sia l’in-  tuizione, ed è una definizione che caso mai uno  psicologo ad es. avrebbe potuto dare della perce-  zione, che pertanto, rigorosamente parlando, nulla  ha a che vedere con l’intuizione che è procedimento  astratto.di pensiero, formandosi prima della visione  dell’oggetto e non già della conoscenza sensibile  dell’oggetto medesimo. Che poi tanto la percezione  | quanto l’intuizione si debbano basare sull’associa-  zione delle immagini, ciò non equivale certo a sta-  bilirne l’identità. Se consultiamo la psicologia mi  pare che il suo responso non possa dar luogo ad    (4) MACH, op. cit. (tr. fr.), pag. 159-160.   (2) L’intuizione p. d. come è stata qui intesa si renderebbe  forse meglio in tedesco con Einfall nel suo senso particolare  di idea improvvisa, di sprazzo geniale.    Cap. Il. - Irapporti fra la logica e la matematica —75    equivoci. Il Peillaube (1), in cui trovai la più com-  pleta esposizione della formazione psichica della  percezione, definisce questa come « un complesso  di stati psicologici, di sensazioni, d'immagini, di  ricordi, di giudizii e di ragionamenti a proposito  di una impressione attuale » mentre il concetto di  intuizione comporta il principio di un avvenimento  futuro e che perciò non può essere basato princi-  palmente sulla vista come il Mach sembra credere.  Il Vaissière, pure trovando esatta la sopra esposta  definizione del Peillaube la giudica però un po’  imprecisa in quanto forse non sufficientemente  determinata e la vorrebbe completata nel modo  seguente di cui non possiamo non riconoscere la  assoluta chiarezza: « La percezione è una fusione  della sensazione eccitatrice con le immagini asso-  ciate » o più specificatamente « una fusione di  oggetti rappresentati dalla sensazione con gli oggetti  rappresentati dalle immagini associate » (2).   In ogni modo tale imprecisione di linguaggio nel  Mach risulta evidenteanche daaltri punti(pagg. 194,  206-209, 197, 308 dell’op. cit.). Nè di tale fatto dob-  biamo meravigliarci oltremodo, dato che possiamo  osservare di passaggio come non soltanto nel co-  mune linguaggio, nè in quello di studiosi non spe-  cializzati in psicologia troviamo equivoci termino-  logici, ma anche negli stessi psicologhi. L’insuffi-  . cienza del linguaggio è infatti considerata dal  James come la prima fonte di errori nella psicologia,  sia per la frequente mancanza di termini in quanto  « è assai difficile localizzare l’attenzione su di una  cosa senza nome » (3), sia, alcune volte, per l’uso    (1) PEILLAUBE, Les images.  (2) VaissiéRE, Psychologie expérimentale, pax. 145-146.  (3) James, Compendio di Psicologia (tr. it.), pag. 80.    76 La posizione gnoseologica della matematica    errato dei vocabili esistenti che si estende anche  a concetti fondamentali della psicologia, fra cui fra  la stessa sensazione e la percezione, pertanto netta-  mente separate, sopra tutto in una vita primitiva  e nell’infanzia. E in modo più categorico e sopra-  tutto più generale in quanto esteso all’espressione  tutta del pensiero e non alla sola psicologia, si  esprime il Condillac per il quale tutta l’indagine  del pensiero è in fondo — opinione che certo non  possiamo condividere spinta a tale estremo limite  — la conseguenza o no di « une langue bien faite »:  nello stesso modo il Leibniz vede nell’analisi pre-  cisa intorno al significato delle parole il fattore più  importante per la comprensione dei procedimenti  intellettivi (1). Ciò osservato possiamo benissimo  spiegarci come il Mach, fisico, abbia insistito tanto  sulla parte sensibile di quel processo che egli chiama  intuizione, tanto da darci una definizione che nel  complesso, ma sempre con le dovute riserve di cui  sopra, è molto più vicina alla formazione della per-  cezione, non esclusa quella particolare importanza  del senso della vista considerato come superiore a  quella d’ogni altro e non esclusi i movimenti dei  corpi, che ci darebbero quel sesto senso (movi-  mento) normalmente ammesso dalla moderna fisio-    (4) Da un po’ di tempo a questa parte si nota una prege-  vole tendenza ad attribuire alle parole l’importanza loro dovuta  per meglio comprendersi. Interessante al riguardo la comuni-  cazione del CouTUuRAT (D’une application de la logique au pro-  blèeme de la langue internationale) al III Congresso inter. di  filosofia (Heidelberg, 1908).   Cfr. pure la prolusione al corso libero di storia della mec-  canica all’Università di Torino (1898) del VAILATI avente per  titolo Alcune osservazioni sulle questioni di parole nella storia  della scienza e della cultura (Torino, Bocca, 1899). Anche in  Scritti, pag. 203-228.    Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica 77    logia. Altri punti di tale definizione del Mach si po-  trebbero qui porre in discussione e primo fra tutti la  disinvoltura con cui egli — anche attribuendo la  sua definizione alla percezione e non all’intui-  zione — sorvola sul « colpo d’occhio », per cui  diverse sensazioni ci appaiono in una sintesi come  una sola cosa. Ora, se nell’adulto civilizzato pos-  siamo considerare ciò come un fenomeno normale  creato dall’abitudine, si può tuttavia con facilità.  mettere in luce che tale sintesi non è nel bambino e  non è nel primitivo (1). L'uno e l’altro prima di  arrivare alla percezione di un oggetto come noi  l'abbiamo qui inteso, passano attraverso ai diversi  stadi in cui si manifestano dapprima separatamente  tutte le diverse sensazioni la cui sintesi formerà  poi la percezione di quell’oggetto ; processo questo  che ha fatto molto riflettere sulla forma ragionativa  (sillogistica) della percezione, filosofi come lo Scho-  penhauer e il Wundt.    (4) Non mi sembra inutile far qui osservare come, essendosi  molto abusato riguardo alle analogie psichiche fra il bambino  e l’uomo selvaggio, l’allusione medesima sia qui da me fatta  unicamente limitantesi a questo caso particolare — il che non  vuole però dire, per contro, che questo sia l’unico punto di  contatto fra le due coscienze. Così, p. es., non si può sostenere  nel caso dell’uomo primitivo quanto ci dice giustamente il Janet  (Eat mental des hystériques, pag. 70 segg.), che il difetto di  intelligenza nel bambino dipende prevalentemente nell’assenza  di ricordi, d'immagini, di tendenze preorganizzate, ecc. Tali  mancanze non sono evidentemente nel selvaggio adulto: esse  possono essere supposte in lui solo in modo parzialissimo e  unicamente per quanto può avere attinenza con il problema  ereditario; soltanto cioè in quanto i suoi progenitori gli avranno  lasciato poca attitudine a ricordare e a compiere quel processo  rapidissimo di associazioni per cui l'adulto civilizzato riconosce  immediatamente un oggetto come noto, sia come simile, sia  come identico a quello già percepito o immaginato in passato,    78 La posizione gnoseologica della matematica    Tutto ciò a esplicazione della poca chiarezza del-  l'atteggiamento del Mach di fronte al carattere  intuitivo dei principi matematici e al loro dubbio  valore logico. E su questo punto dobbiamo ancora  insistere essendo per noi fondamentale, dato che  ci siamo proposti di dimostrare come le stesse  scienze si servano molto spesso di una base essen-  zialmente astratta, com'è l’ipotesi, per poter prose-  guire, mentre tanto volentieri l’astrazione esse  rimproverano ai « castelli in aria della metafisica »..  Possiamo pertanto notare come nel fisico Mach,  mutato il senso della parola «intuizione » in quello  più positivo di « percezione », troviamo ciò non  pertanto l’ intuizione confusa alcune volte con  « l'immaginazione » (pag. 199, op. cît.) che a sua  volta non è bene distinta, nel libro medesimo (1)  dalla « allucinazione »; ma, senza divagare in con-  statazioni non indispensabili sull’ imprecisione dei  vocaboli adoperati, c’ interessa però mettere in luce  qui come quell’intuizione che particolarmente ci  importa di conoscere in quanto è stata da noi con-  siderata come la base fondamentale di qualunque  procedimento matematico, sia dal Mach ammessa  sotto la denominazione suggestiva di « esperimento  mentale » (2).   Ora, scientificamente parlando, noi non possiamo  considerare l’immaginazione come un’associazione  di elementi « che non si sono mai riscontrati negli.  avvenimenti della nostra esistenza ». Il processo  immaginario è del tutto differente: è cioè un feno-  meno che pure non accordandosi con una sensa-  zione attuale, è tuttavia il ricordo di una sensazione    (1) Cfr. ad es., la definizione a pag. 163 dell’op. cit.  (2) MACH, op. cit., pag. 209.    Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica 79    passata: in altre parole l’immagine è nella serie  debole quello che è la percezione nella serie forte.  Così stando le cose è evidente come l’immagine,  ben lungi dal poter essere considerata come il pro-  dotto arbitrario — sia pure geniale, qui non im- .  porta — della nostra fantasia, si verifica sempre.  nell’uomo in istato normale. L’anormalità è il con-  trario; quando cioè noi non possiamo per « dimnesia  O per amnesia rappresentarci attualmente quanto  altra volta percepimmo » (1).   Si comprende -benissimo come tutto quanto an-  diamo osservando non abbia per nulla affatto carat-  tere accademico, ma abbia il preciso senso di  mostrare, incidentalmente, come il non esatto signi-  ficato di una parola, possa far travisare tutto il  pensiero di uno scrittore e far restare perplesso e  dubbioso il lettore attento; ma sopra tutto di mo-  strare come il Mach possa affermare che ogni nostra  conoscenza derivi dall’intuizione nelle sue forme  d’ intuizione sensibile e d’intuizione astratta, pur  restando fedele al suo concetto dell’origine sensi-  bile di ogni nostra conoscenza. Tale equivoca fu-  sione di concetti è rappresentata dal suo esperi-  mento mentale. Questo non si distingue, per quanto  egli ne parli ampiamente a parte (Cap. XI), fonda-  mentalmente dall’immaginazione, sempre stando  naturalmente al suo concetto d’immaginazione. È    (1) La dimnesia si riscontra quando congenitalmente o acci-  dentalmente i ricordi non possono essere fissati; l’ammnesia si  riscontra quando il ricordo è stato sì registrato e fissato, ma  sì perde in seguito a traumatismo o emozione violenta o dete-  rioramento progressivo del cervello come ad es. nella paralisi  generale. Il caso anormale opposto ai precedenti ci è dato dal-  l’ipermnesia in cui dei vaghi ricordi riprendono la più grande  intensità. (Per tutto ciò cfr. VAIssiERE, Ps. Ex.).    80 La posizione gnoscologica della matematica    questo ‘esperimento mentale che noi saremmo pro-  clivi a chiamare intuizione. Semplice questione di  nomi? Niente affatto; pure essendo convinti in ogni  modo che anche una semplice questione di nomi  possa in alcuni casi portarci molto lontani nelle  nostre conoscenze, dobbiamo qui osservare come il  fatto sia più complesso. |   Dipende cioè dallo stabilire come, anche per il  Mach, la matematica abbia un’ origine intuitiva, non  già nel suo senso di parola intuizione, ma precisa-  mente nel vero senso di essa, ossia in quel conca-  tenamento di fatti o cose note, che percepiamo  attualmente, o di cui ci rappresentiamo le imma-  gini da cui si possa passare ad intravedere mental-  mente un nuovo fatto o cosa, o serie di fatti o di  cose: procedimento puramente intellettivo questo,  e perciò proprio soltanto di uno sviluppo avanzato  del pensiero, di cui invano si cercherebbe un’ori-  gine empirica, dato che si comprende benissimo  come il fatto o la cosa non sia che un punto di  partenza apparente. Il punto di partenza reale non  ci è dato effettivamente che da quell’ improvvisa  idea per cui ci vien fatto di pensare che la « cosa »  o il « fatto » noto può mettersi in correlazione con  altra verità che non conosciamo ancora, nè che  possiamo affermare basandoci esclusivamente su  questo sprazzo di luce interiore, ma che ci propo-  niamo di dimostrare logicamente o, almeno, pro-  vare sperimentalmente.   Questa è l’ intuizione e ad essa si avvicina molto  l'esperimento mentale del Mach anche se la pa-  rola « esperimento » può trarci a conclusioni errate  sulla sua origine.   Da tale esperimento mentale fa il Mach derivare  le proposizioni matematiche. Nello svolgimento che    Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica 81    di esso ci dà l’A. resta però sempre connesso un  certo carattere sperimentale sia per mantenersi fe-  dele alla denominazione stessa di tale processo del  pensiero, sia per la trattazione di esso, sia per lo  appellarsi ad Eulero quasi a conferma della sua  esposizione.   Tale mio concetto d’intuizione differisce anche  da quello del Poincaré (1) il quale non distingue  bene l’intuizione dalla rappresentazione. Quella  differisce da questa in quanto il suo processo non  si limita ad essere immaginativo. L’equivoco del  Poincaré dipende qui dal non avere egli veduto  che, mentre la rappresentazione si limita soltanto  a riprodurre mentalmente una figura che noi non  abbiamo fissata sensibilmente (di solito in modo  grafico) l'intuizione va bene al di là di ciò: essa  ci mostra altresì che quella figura deve essere così  e non altrimenti. |   Così, se noi abbiamo una retta AB e su di essa  un punto C qualunque e poi fissiamo un altro  punto qualunque su AC, sappiamo che il punto    A ;C B    medesimo sarà pure su 45. L'associazione delle  immagini può dispensarci dal dover fissare grafi-  camente la retta A4B ecc., ma null’altro. Soltanto  l’intuizione può farci comprendere che il nuovo  punto fissato in AC deve per forza essere pure su  AB. Sono certo due processi immediatamente sus-  seguenti, ma che è bene tuttavia tenere distinti in  quanto appunto l’intuizione non è contemporanea,  ma susseguente alla rappresentazione mentale.    (1) La Valeur de la Science, pag. 21.    G. E. BARIÉ, La posizione gnoseologica della matematica. €.    82 La posizione gnoseologica della matematica    In altre parole questa specie d’intuizione del  Poincaré è ciò che Kant chiama molto opportu-  namente «costruzione di concetto », che non si-  gnifica soltanto rappresentazione grafica, ma anche  rappresentazione « a mezzo della semplice imma-  ginazione nell’ intuizione pura (1) ». È desso il solo  campo d’azione nel quale possa esplicarsi l’ atti-  vità del matematico.    $ 8. Il procedimento intuizionistico della mate-  matica. — Ma nemmeno limitato al signîficato  esposto nel paragrafo precedente, possiamo accet-  tare il « fatto di esperienza » del Mach nella ma-  tematica: nè con questo crediamo di togliere, ma  bensì di aggiungere qualche cosa al valore dì essa  rispetto alla sua posizione nella teoria della cono-  scenza. La matematica è precisamente quella di-  sciplina — la logica non essendo che semplice  "controllo formale del sapere e, inoltre, di un sa-  pere, come vedremo, qualitativamente superiore  — che abbia rigoroso carattere scientifico senza  avere bisogno alcuno dell’esperienza.   Come si è veduto il nostro concetto d’intuizione  non è in deciso contrasto con il fattore sensibile  che è sempre implicito in qualunque fatto o cosa: .  non si tratta qui cioè dell’intuizione puramente  intellettiva di Descartes (2), la quale, se si può  ammettere benissimo anche senza accettare incon-  dizionatamente la sua dottrina delle idee innate,  non ha tuttavia nulla a che vedere con l’ipotesi,    (4) Per maggiori ragguagli su questo punto particolare vedi  questo libro, Cap. III, $ 10, pag. 101 segg.   (2) Cfr. questo libro, Cap. I, $ 3. Essa è quell’intuizione da  noi chiamata, tanto per intenderci, ideale.    Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica 83    in quanto preesiste a qualunque possibilità di for-  mularne. Ciò non pertanto il lato sensibile che è  in ogni fatto o in ogni cosa — non fosse altro  l’azione formale sensibile del tempo nel « fatto »  e dello spazio nella «cosa» — non si verifica più  nel processo intuitivo propriamente detto, ma  questo è un processo d’inspirazione astratta e  semplificato al possibile. Certo anche l’ intuizione  ipotetica si appoggia, come qualsiasi altra funzione  psichica, su di uno svolgimento che si opera in  noi attraverso il tempo, ma. tale svolgimento non  è già determinato dal contatto con il mondo esterno,  ma si opera in noi, nella nostra stessa coscienza  alla cui sempre più complessa, sempre superiore  formazione, l’ influenza esterna non fornisce che  le cause apparenti, che fattori incidentali del suo  svolgimento. |   Nè se nella formazione originaria delle cause  determinanti il processo psichico dell’ intuizione  non vedessimo alcun lato sensibile, noi saremmo  coerenti nell’affermare che essa può avere efficacia  soltanto nei riguardi di una conoscenza non asso-.  luta, qualitativamente inferiore a quella cui pos-  siamo arrivare prescindendo da ogni lato sensibile,  come abbiamo incidentalmente notato e come mo-  streremo più esaurientemente fra poco: noi po-  tremmo allora sostenere l'identità del procedi-  mento intuitivo con quello puramente razionale,  cosa che ci guardiamo bene dall’affermare.   Ora, se-noi adottiamo la tripartizione accettata  dal Leibniz, per la quale ogni nostra conoscenza  ha un’origine intuitiva o dimostrativa o, con le de-  bite precauzioni, sensibile (1), noi non possiamo    (4) Cfr. LeignIz, Nouveau Essais, IV, 3.    84 La posizione gnoseologica della matematica    fare a meno di porre le verità matematiche nel  primo ordine per quanto riguarda i principii fon-  damentali, in un ordine intermedio fra il primo  e il secondo per quanto riguarda le verità derivate  (teoremi, corollari, scoli); non mai nel terzo (il  sensibile), se intendiamo per esso la constatazione  empirica.   Tale carattere intuitivo delle verità matematiche  vide perfettamente Kant dicendoci che « la mate-  matica pura è adunque possibile solo in quanto  essa non si riferisce che agli oggetti dei sensi,  alla cui intuizione empirica sta a fondamento una  intuizione pura «a priori » (1) la quale non è  altro che la pura forma della sensibilità, che  preesiste all'apparizione degli oggetti; ed anzi è  quella che sola nel fatto la rende possibile ». È  maggior forza acquisterà la conclusione di Kant  sull’ argomento ricordando che i suoi principii  «a priori » poggiano su altrettante intuizioni.   In tale brano di Kant è evidente l’esclusione  del procedimento logico come di quello sperimen-  tale. Effettivamente se l’intuizione ci è molto co-  moda in qualunque teoria della conoscenza, non  può dare un’esauriente risposta ai nostri dubbi,  che soltanto dalla logica possono essere appagati.  Una conoscenza intuitiva può avere valore soltanto  quando siamo posti di fronte a un caso singolo;  ma da questo non possiamo mai risalire alla ge-  neralizzazione cui si può arrivare soltanto facendo  appello alla ragione e non semplicemente all’in-  telletto (2). Lo Schopenhauer anzi, ben lungi dal    (1) Tempo e spazio.  (2) Ragione e intelletto sono qui usati nello stesso signilicato  dello Schopenhauer (op. cit., ed, cit.), I, 12.    Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica —85    considerare l’ intuizione una forma attinente ‘alla  logica, la oppone a questa da un punto di vista  gnoseologico (1), pure riconoscendo il grande valore  dell’intuizione come il mezzo più rapido (2), se  non più certo, per conoscere, e, in estetica, come  l’unico mezzo che possa essere di fondamento alla  creazione dell’opera d’arte. Nè diversamente in  fondo conclude il Croce, malgrado il suo poco ri-  spetto per lo Schopenhauer, quando fissa le nostre  possibilità di conoscere in intuitive e logiche,  quasi contrapponendo le une alle altre; contrap-  posizione che possiamo già trovare nella stessa  « Critica della Ragion Pura », in cui, distinguendo  fra intuizione e concetto, Kant ci dice che « per  la prima un oggetto ci è dato, per il secondo esso  è pensato nel suo rapporto con questa rappresen-  tazione ».   Che poi su pochi principii presi come punto di  partenza si possano costruire un’ infinità di altre  verità dimostrabili — e che la matematica indub-  biamente dimostra — e che poi tutte queste verità  prese nel loro complesso, ossia tanto quelle aventi  carattere assiomatico — es. il tutto è maggiore di  una sua parte — che quelle aventi carattere di-  mostrativo (teoremi), che tali verità, dicevamo,  possano molto spesso — non sempre in ogni modo  — avere riscontro anche nell’ esperienza, allora  entriamo in tutt’alro ordine d’idee e sul quale    (1) SCHOPENHAUER, op. cit., $ cit..   (2) La « rapidità » è considerata pure dai matematici come  uno dei vantaggi essenziali della generalizzazione algebrica.  (Cfr. Bourroux, L'’Idéal scientifique des mathématiciens,  pag. 82). La «sicurezza » del Boutroux, valida per un matema-  tico, deve naturalmente ritenersi condizionata in filosofia per  quanto si va appunto trattando.    ®    86 La posisione gnoseologica della matematica    siamo tutti d’accordo. Si verifica cioè nel proce-  dimento delle matematiche una specie d’inversione  a quanto di solito si riscontra nella fisica. Questa  parte, normalmente (1), dal lato empirico e perchè  le sue leggi possano avere valore rigorosamente  scientifico è necessario che passino sotto il con-  trollo dell’astrazione logico-matematica: la mate-  matica invece, partendo da principii puramente  astratti, « a priori » (2), può trovare la sua con-  ferma nell’esperienza.   Da quanto detto possiamo rimarcare la posizione  privilegiata che ha la matematica rispetto a qua-  lunque altra attività del pensiero. Essa ha il van-  taggio sulla logica — presa nel suo preciso signi-  ficato di: pura azione formale del sapere concet-  tuale—di poter fornire nozioni al nostro patrimonio  | conoscitivo e di poter ricevere dalla rappresenta-  zione sensibile (3) dei suoi concetti una maggiore  evidenza e una più generale accessibilità. Essa ha  il vantaggio sulle scienze fisiche che le sue verità  presentano quel valore universale e necessario che  queste non possono dare alle proprie se non fa-  cendo appello a entità astratte che trascendono il  loro campo d’azione, e che esse adottano non solo  senza conoscerle, ma pretendendo di negarle (ba-    (1) L’ipotesi come intuizione geniale come noi l’abbiamo  considerata, non è il procedimento normale delle scienze fisiche.  (Cfr. più esplicitamente questo lavoro, pag. 76-79).   (2) Avremo più tardi a trattare dell’inaccettabilità (fisica) dei  principii sintetici « a priori » di Kant della fisica pura.   (3) Cioè la rappresentazione grafica delle figure geometriche.  La necessità di tale genere di rappresentazione verrà più avanti  spiegata. Per ora basti osservare che la consideriamo nello  stesso modo come è in Kant (Critica, tr, fr., ed. cit., pag. 214,  metodologia trascendentale).    Cap. LI. - Irapporti fra la logica e la matematica —87    sterebbe per tutte l’attività stessa del nostro pen-  siero) (1). Essa presenta infine il vantaggio su  entrambe — il sapere logico e le scienze fisiche  — di svolgere il suo campo d’indagine in un  mondo che non può soffrire, per definizione, va-  riazioni di sorta. |   Non crediamo di dover trattare qui la natura e  sopratutto il valore di tali presupposti della ma-  tematica che svolgeremo nella seconda parte: ne  è conveniente di trattare -le particolari questioni  che riguardano l’essenza delle definizioni matema-  tiche. Su di essa i pareri e le distinzioni e suddi-  stinzioni sono molteplici già dai primi albori della  scienza stessa — forse già lo stesso Talete di  Mileto ebbe a trattarne — ininterrottamente fino  ai giorni nostri, con la distinzione in definizioni  «reali » e « nominali » di Aristotele, attraverso i  critici e commentatori medievali e ai grandi filo-  sofi matemateci come Hobbes e Leibniz fino alla  scienza metageometrica dei giorni nostri (2).    (1) La fisiologia in stretto senso si limita a ritenere il pen-  siero un movimento del cervello senza considerare che quando  anche potessimo precisare — ciò che non è — i singoli movi-  menti del cervello (che d’altronde non sappiamo nemmeno se  sia la sede della sensazione) ci resterebbe pur sempre di spie-  gare che cosa sia il pensiero a meno di sostenere l’assurdo  dell’identità pensiero-movimento. I fisici più avveduti non in-  corrono più però in simili incongruenze. Cfr. anche MacH,  Analisi delle sensazioni, e AVENARIUS, Idea degli uomini sul  mondo, di cui il Mach riporta (pag. 33-34, op. cit., nota) testual-  mente: «Il cervello non è... alcuna sede... Il pensiero non è  ‘un inquilino e un padrone, ecc...., e nemmeno una funzione  fisiologica ».   (2) Informazioni riguardo all’essenza della definizione potrai  trovare, corredate da spunti critici, in F. ENRIQUES, Per la  storia della logica, Cap. II, nonchè dello stesso A. la Critica  della definizione in Problemi della Scienza. Per maggiori    r    88 La posizione gnoseologica della matematica    Ma fin d’ora possiamo osservare come la carat-  teristica dell’ immutabilità della matematica è inti-  mamente connessa con la sua prerogativa della  definizione.   Dice la geometria: dalla definizione posta di  cerchio, sappiamo che per esso dobbiamo inten-  dere quella qualsiasi delimitazione spaziale che  presenta la prerogativa di avere tutti i suoi punti  ugualmente distanti da un punto interno detto  « centro ». Noi abbiamo già l’idea di « punto »  — e questa è un’altra definizione e, sotto un certo  punto di vista, contradittoria (1), per quanto ri-  .guarda l’ estensione inestesa di esso su cui il  matematico invano si affanna. — Da questa tale  determinata figura che siamo d’accordo di chiamare  cerchio, noi possiamo andare oltre stabilendo queste  e quest’altre verità, di cui le prime discendono  direttamente dalla stessa definizione di cerchio,  altre verità da queste prime e così via (2).   E tutto ciò, diciamo noi, è — almeno nelle  verità derivate — rigorosamente dimostrato e perciò  i giudizi matematici presentano quel carattere di  universalità e necessità che hanno i giudizi logici e  che non hanno, nè mai potranno avere, quelli delle  . altre scienze per la continua variabilità del mondo    schiarimenti cfr. anche: Prano in Mathesis (giugno 1910) ed  anche su questo il libro classico del BrunscHvICG, Les étapes  de la philosophie mathématique, (Paris, 1912), Ch. IV.   (1) È precisamente contraddittoria sotto ogni punto di vista  la si voglia considerare che non sia quello idealistico dell’azione  sintetizzatrice del nostro pensiero.   (2) Non dimentichiamo l’altra (cfr. questo lavoro, pag. 11)  celebre definizione di B. Russel della matematica: «la classe  «di tutte le proposizioni della forma: P implica Q (P, 0)».  (The Principles of Mathematics).    Cap. II. - Irapporti.fra la logica e la matematica 89    empirico su cui devono basarsi; e tutto ciò aumenta  direttamente la nostra conoscenza e perciò essa  matematica presenta quel carattere che hanno le  scienze e che non ha la logica. Ma questa mera-  vigliosa fusione di risultati dipende pur sempre  dalla sua particolare posizione di poter svolgere  la sua attività in un mondo in gran parte ipote-  tico, in gran parte da' essa stessa creato e non  su entità astratte o su fenomeni già dati alla nostra  osservazione, e. precisamente: lo studio riflesso  sulla nostra stessa attività del pensiero, funzione  della logica, o sui fattori forniti alla nostra sen-  sibilità, com’è nelle scienze empiriche. Se noi non  accettiamo il punto di partenza, cade tutta la  grandiosa conquista matematica da Euclide ai  giorni nostri (1).   Il privilegio della posizione della malemalica  rispetto alle esigenze della nostra intelligenza è  quindi del tutto apparente. Ciò che forma la sua  grande forza rispetto a un sapere relativo, segna  pure la sua definitiva condanna rispetto al sapere  assoluto, che esige sì l’immutabilità formale della  logica e l'universalità e la necessità del giudizio,  ma che pretende di trovare immutabilità di pro-  cedimento e universalità e necessità di conoscenza  direttamente dalla realtà com’essa veramente è, e  non come noi vogliamo che sia.   Ciò non pertanto la matematica ha indubbia-  mente una speciale importanza in ogni teoria della  conoscenza. Pure riservandoci di determinare più    (1) La questione fondamentale al riguardo sta appunto nel  vedere se noi possiamo fare a meno di accettare tali punti di  partenza; questione che svolgeremo trattando del punto di vista  della moderna metageometria e dei PEREp sintetici «a priori »  di Kant.    90 La posizione gnoseologica della matematica    nettamente nella terza parte di questo studio la  sua particolare funzione rispetto al problema co-  noscitivo noi possiamo osservare fin d’ora che la  sua immutabilità concettuale e la necessità e uni-  versalità dei suoi giudizi non è determinata esclu-  sivamente, e forse nemmeno prevalentemente, dalla  parziale convenzionalità che noi abbiamo creduto  di trovare nelle sue definizioni. Tali prerogative  sono proprie, rigorosamente parlando, soltanto  della logica (1), ma esse si possono a buon diritto  estendere alla matematica, anche perchè questa è  la scienza più vicina alla logica, sia pér somi-  glianza (2) di procedimento, sia per essere, come  questa, per nulla affatto influenzata da circostanze  ambientali.  Ove si volesse riassumere le considerazioni fatte   a proposito dei rapporti fra logica e matematica  rispetto alla conoscenza, potremo così concludere:   I) la matematica, come le altre scienze aumenta  il nostro patrimonio conoscitivo: la logica, no;   II) la matematica presenta i caratteri dell’im-  mutabilità del procedimento logico e dell’ univer-  salità e necessità delle conoscenze passate sotto il  controllo formale della logica: le altre scienze, no;   III) il valore della matematica è in parte  relativo perchè fondato su presupposti (definizioni,  assiomi e postulati) che la logica non può sempre  incondizionatamente accettare.   Un quarto carettere di tali relazioni logico-ma-   tematiche rispetto alla conoscenza è quello del    (1) Non già del sapere logico, razionale, ma della logic? for-  male p. d. (contraddizione ed identità), cfr. questo libro, $ 2,  pag. 23 (nota 22).   (2) Semplice somiglianza, come si è veduto.    Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica 91    vertere le proposizioni matematiche unicamente  sulla nostra conoscenza sensibile, ma tale osser-  vazione non possiamo qui porre come conclusiva  data la necessità di esaminare prima, il presup-  posto essenziale alle scienze matematiche, vogliamo  dire la forma della conoscenza sensibile, ossia il  tempo (aritmetica) e lo spazio (geometria).   Per quanto riguarda il procedimento cui si  attengono le diverse scienze — e segnatamente la  matematica — rispetto sempre naturalmente alla  sola conoscenza sensibile e la loro attinenza con la  funzione specifica della logica in questo campo,  esso potrebbe essere schematicamente rappresen-  tato nel modo seguente:    principii « a priori »    : definizioni, assiomi  matematica (procede nor- x? ’  malmente dall’ intui- postulati).  zione) dimostrazione  logica (teoremi)    altre scienze (procedono normalmente dall’espe-  rienza : in alcuni casi dalla intuizione geniale  sempre però comprovata da una susseguente  esperienza) |    in cui, per spiegarmi meglio onde non si frain-  tenda, si deve leggere: la logica influenzare tutto  il nostro procedimento conoscitivo sia specificata-  mente nella matematica (sopra tutto nelle verità  derivate per dimostrazione) sia in tutte le altre  indagini della nostra intelligenza, ove le indagini  stesse pretendano di essere «scienze» nel preciso  significato della parola, di rispondere cioè esau-  rientemente ai nostri dubbi sul valore delle loro  affermazioni e negazioni.    92 La posizione gnoseologica della matematica    $ 9. II procedimento ipotetico della matematica.  — Da quanto precede possiamo così dedurre che  quello che. il Leibniz sostiene a proposito della  necessità dei postulati e della natura di questi,  pure essendo, a nostro modo di vedere, profon-  damente vero, non può che parzialmente soddisfare  il nostro bisogno di conoscere. Certo il Leibniz  non considera i principii matematici come arbi-  trarii nè per quanto riguarda le definizioni, nè per  quanto riguarda i postulati. È anzi appunto il  Leibniz stesso che ha posto in luce come, ove la  geometria ci desse la definizione di figure impos-  sibili (1), questa sarebbe incompatibile con il tutto  geometrico e prima o poi ne risulterebbe l’assur-  dità; quindi non si può ammettere l’arbitrio nella  definizione. .   Così è appunto il Leibniz che si preoccupa di.  replicare ripetutamente a Locke che gli assiomi  matematici non sono affatto dei principii imma-  ginarii, delle « supposizioni arbitrarie di cui si sia  misconosciuta la verità » (2).   Ma non possiamo però dimenticare che è lo  stesso Leibniz che sostiene nelle « Primae Veri-  tates » (3) che, le prime verità appunto, sono sol-  tanto quelle « quae idem se ipso enuntiant aut  oppositum de ipso opposito negant. Ut A est A,    (1) L’EnRIQUES (op. cît., II, pag. 90) riporta al riguardo  l'esempio del decaedro regolare, esempio d'altronde addotto  dallo stesso Leibniz. Ragionando attorno a tale figura impos- -  sibile si riuscirebbe certo «a mettere in evidenza le contrad-  dizioni che il suo concetto implicitamente racchiude ».   (2) LeiBNIZ, Nouveaua Essais, IV, pag. 12.   (3) Cfr. L. COUTURAT, Opnactlca et Fragments inédits de  Leibniz, (1903), pag. 518.    Cap. II.- I rapporti fra la logica e la matematica —93    vel A non est non A (1). Si verum est A esse B,  falsum est 4 non esse B vel A esse non B»: nè  possiamo dimenticare che egli vedesse la necessità  di tali assiomi (2) non già nell’ indimostrabilità ed  evidenza di essi come verità insindacabili, bensì  nella loro utilità onde poter proseguire, in un  senso cioè che — sotto questo aspetto particolare  — possiamo riconnettere con il criterio di pratica  utilità e non altro che l’Hobbes riconosceva ai  principii fondamentali della matematica. Dal punto  di vista dell’insoddisfazione della nostra esigenza  conoscitiva le considerazioni introdotte dal Leibniz  sull’utilità di tale procedimento assiomatico, mi  ricordano in certo qual modo come il Mach si  sbriga nei suoi « Preliminari antimetafisici » della  essenza dell’ io (3) che egli considera come pura e  semplice eonvenzione utile a più facilmente inten-  dersi e a tirare innanzi, riconoscendo tutto al più  una maggiore fusione nel gruppo di elementi che  costituiscono l’îo in confronto « con altri gruppi  dello stesso genere ». L’analogia consiste natu-  ralmente — è ovvio — nel solo punto di vista,  dato che il Mach non si limita soltanto a procla-  mare il valore di un’ipotesi, anche se puramente  convenzionale, sotto il solo suo aspetto utilitario,  il che potrebbe rivelarci, caso mai, l’estrema con-  seguenza di volersi a ogni costo mantenere fedele  alla sua dottrina dell’economia del pensiero; ma  incorre nel gravissimo errore di considerare come    (1) Cfr. Kant, Prolegomeni (tr. it.), $ 2, db): «Il principio  fondamentale dei giudizi analitici è il principio di contraddi-  zione » (ogni corpo è esteso = nessun corpo è inesteso).   (2) LeiBnIz, Nouv. Ess., IV, 7, 12.   (3) Maca, Analisi delle sensazioni (tr. it.), cap. I.    94 La posizione gnoseologica della matematica    supposizione ciò che possiamo ritenere per la nostra  più assoluta certezza: l’ io, soltanto perchè essa  non può essere determinata da ricerche semplice-  mente positive.   Ma l’inconveniente razionale dell’ ammissione  utilitaria del presupposto del punto di partenza  onde potere più speditamente, e, sia pure, più  efficacemente proseguire, è simile in entrambi i  casi: ne differisce soltanto d’intensità.   Senza dubbio tale concezione del Mach avrebbe  spaventato il Leibniz, paziente indagatore e ardito  metafisico, e gli avrebbe dato a riflettere come lo  esempio illustre della matematica, potesse esten-  dersi con troppa tranquillità persino alla base es-  senziale di qualunque nostra possibilità di cono-  scere. Ma dalle sue considerazioni del libro IV  dei « Nouveaux Essais» a favore del mondo ipo-  tetico della matematica — sia nel capitolo 7° de-  dicato alle « massime ed assiomi », sia nel capi-  tolo 12° riguardante «i mezzi per aumentare la  nostra conoscenza » — sorge naturale l’osserva-  zione che tutte le sue argomentazioni hanno valore  soltanto di giustificazione esplicativa provvisoria:  e conferma ne sia la sua diligenza a mostrare  come sia opera lodevole il tentare di ridurre a un  minimo indispensabile tali principii fondamentali  «a priori » della matematica, e a ricordarci come  già dai tempi antichissimi molto si sia tentato in  questo campo. Anche se la critica moderna non  può accettare che già con Talete di Mileto, il primo  dei matematici greci, colui che predisse l’eclisse  solare del 28 maggio 585, si sia tentato dimostrare  proposizioni poi supposte da Euclide come evidenti,  come Liebniz sembra credere sulla testimonianza    Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica —95    di Proclo (1), è certo però che fra gli stessi con-  temporanei di Euclide, figurano già questi tenta-  tivi continuati poi con intensità sempre maggiore  dagli immediati successori (Apollonio) (2) ininter-  rottamente sino a noi. Le argomentazioni del  Leibniz mirano cioè soltanto a convincerci che  tale mondo ipotetico della matematica (ipotetico  non significa arbitrario) (3) è stato della più grande  utilità non soltanto limitatamente all’aritmetica e  alla geometria, ma anche a tutte quelle altre  scienze, che più o meno direttamente su di esse  si appoggiano, in quanto che se Euclide non si  fosse basato su alcune di queste verità intuitive  prese come postulati, se Archimede non ne avesse  introdotte altre e così via, noi non avremmo an-  cora ai giorni nostri una geometria, non avremmo  quel meraviglioso edificio che partendo da pochi  principii arriva « alla scoperta e alla dimostrazione  di verità che sembravano dapprima al di sopra  della capacità umana ».    (1) Commentarii in primum Euclidis elementorum libri  (Leipzig, Teubner, 1873). |   (2) Cfr. il cap. 7° del libro IV dei Nouveaux Essais, nonchè,  per quanto riguarda Apollonio, il libro citato del CouTuRAT,  Op. et Frag. in. de Leibniz, pag. 181-182: « Euclide avoit  raison, mais Apollone en avoit encore davantage n. Così pure  nella « Demonstratio axiomatum Euclidis », pag. 539 dell’opera  medesima.   (3) Anche i matematici dei giorni nostri insistono su tale  distinzione, non esclusa la corrente decisamente convenziona-  lista del Poincaré e seguaci. Cfr. ad es. RougIER, La philo-  sophie géométrique de Henri Poincaré, pag. 129: « Cette con-  vention (il V postulato di Euclide) bien que facultative, n’est  toutefois pas arbitraire ». Nello stesso senso insiste ripetuta-  mente il Brunschwicg (« Les Etapes de la philosophie mathé-  matique » ) in quanto « libero non significa arbitrario» (pag. 541)  e così un’infinità d’altri.    96 La posizione gnoseologica della matematica    Tutto ciò è, almeno a mio modo di vedere, per-  fettamente esatto, ma noi da tali argomentazioni  usciamo solo in parte soddisfatti. Io non guardo  se sia stato più utile che gli antichi sapienti in-  vece di fermarsi alla possibilità o non della dimo-  strazione di un principio preso come postulato,  abbiano proseguito con sicurezza e tranquillità :  dell’ utilità del procedimento medesimo io non mi  curo. Ma mi curo però di osservare come i miei  dubbi sul valore delle proposizioni originarie siano  rimasti intatti malgrado lo sviluppo grandioso che  da tutti è riconosciuto alla matematica, e che  malgrado gli allettamenti di un tale metodo di  sapere, la ragione resterà disperatamente fedele al  suo dubbio metafisico su cui non potrà sorvolare  nemmeno provvisoriamente, supponendolo risolto  onde poter arrivare a un tutto splendidamente or-  ganico ed omogeneo che impressiona, ma non  soddisfa. Lo stesso famoso dubbio cartesiano non  avrebbe avuto alcuna ragione di essere, se De-  scartes, malgrado il suo geniale tentativo geome-  metrico, fosse stato veramente un matematico e  non un metafisico. |   È perciò legittima la questione che il nostro  pensiero non può fare a meno di rivolgersi: posso  io sicuramente credere in verità che abbiano tale  origine? Certo, si potrebbe rispondere, e per due  ragioni: innanzi tutto perchè è necessario che qua-  lunque indagine abbia un punto di partenza su cui  basarsi onde non perdersi in cervellotiche e incon-  cludenti divagazioni all’infinito ; inoltre perchè tali  principii fondamentali sono in noi, in certo qual  modo innati, e alla loro evidenza non possiamo  sottrarci. |   La prima di queste ragioni non può essere in    Ù    Cap. II. - I rapporti fra la logica e la matematica —97.    linea di massima seriamente contestata da alcuno:  sono troppo note le elucubrazioni tanto ingegnose  e sottili quanto vuote e inconsistenti della ricerca  di una causa prima in cui si sono sbizzarriti logici  e metafisici medievali, perchè non si debba rite-  nere necessario il partire da principii nettamente  posti e .su di essì costruire.   Veniamo così ad affacciarci naturalmente alla  seconda eventuale risposta al problema postoci  inerente alla scelta dei principii fondamentali me-  desimi e al loro numero. La scelta dovrà essere  determinata esclusivamente dall’inconcepibilità del  contrario, basandoci ancora proprio sul vieto. cri-  terio dell’evidenza ormai quasi universalmente  ripudiato dai matematici. Conseguentemente il nu-.  mero di essi dovrà essere ridotto al minimo, per  la semplicissima ragione che ben poche sono le  verità il cui contrario è per noi impensabile. D'altra  parte, indipendentemente però dal criterio dell’ evi-  denza, la necessità di ridurre a un minimo indi-  spensabile i principii presi come presupposti è  ammessa dagli stessi matematici.   Il problema inerente al criterio che deve presie-  dere alla formazione dei principii medesimi sarà il  tema delle considerazioni che passiamo a svolgere.  In primo luogo, a maggiore esplicazione di quanto  si è già sino ad ora superficialmente trattato, nel  limitare il valore dei giudizi matematici — qua-  lunque sia per essere il grado di perfezionamento  che essa potrà eventualmente raggiungere in avve-.  nire — al solo campo della conoscenza sensibile,  ossia soltanto relativamente ad una realtà quanti-  tativamente inferiore a quella essenzialmente con-  cettuale del pensiero puro.    G. E. BARIÉ, La posizione gnoseologica della matematica. 7.    98 La posizione gnosseologica della matematica    In secondo luogo — e questa sarà la funzione  specifica delle considerazioni medesime — a met-  tere in luce se, anche limitatamante a tale campo  conoscitivo, i giudizi matematici abbiano quel va-  lore universale e necessario che Kant attribuisce  loro, e in quali rapporti tale valore sia con la  metageometria contemporanea.    SEGR RI 0 III ELIO  Il valore del giudizio matematico.    $ 10. Il valore universale e necessario del giu-  dizio matematico. — Ma un’obbiezione al concetto  di un mondo ipotetico della matematica, che Leibniz  implicitamente e parzialmente riconosce ammetten-  done l’utilità, la necessità anzi onde poter prose-  guire, la troviamo nella concezione kantiana dei  principii sintetici a priori, principii sintetici di cui  abbiamo riconosciuta l’estrema importanza, e su  cui ci siamo basati, per dimostrare l’origine non  essenzialmente empirica di ogni nostra conoscenza,  in quanto i principii stessi sono già in noi prece-  denti qualsiasi sensazione, non soltanto, ma in  certo qual modo influendo sulle sensazioni mede-  sime. Abbiamo anzi osservato come questo sia, dal  punto di vista idealistico della. teoria della cono-  scenza, l’argomentazione su cui si deve basarsi per  combattere l’empirismo in tutte le sue forme e per  non cadere nello scetticismo, cui dovrebbe logica-  mente giungere qualunque pensiero che si basi  essenzialmente sul dato empirico per arrivare alla  legge scientifica. L’obbiezione particolare che nel  caso nostro (della matematica-logica) si potrebbe  dedurre dalia constatazione generale dell’esistenza  di tali principii sintetici a priori nella matematica,    100 La posizione gnoseologica della matematica    sarebbe questa: quelle definizioni e quegli assiomi  su cui il matematico costruisce man mano i proprii  teoremi non sono già in noi in virtù di un presup-  posto particolare a detta scienza, ma sono vere e  proprie verità che esisterebbero indipendentemente  dall’esistenza della matematica. Cioè se Euclide  non fosse mai esistito ciò non pertanto non sarebbe  mutata la definizione del triangolo, ciò non per-  tanto non perderebbe di valore l’assioma, ad es., che  aggiungendo uguali quantità a quantità uguali se  ne otterranno di nuovo quantità uguali, e così via.  Possiamo senz’altro osservare che anche ove ciò  sia o non incondizionatamente vero, nulla verrebbe  a risentirne l’affermazione fatta che la matematica  parte da intuizioni e procede per un metodo di  analogia, di sostituzione che molto spesso non ha  il carattere logico, e che appunto perchè tale non  può rispondere alle esigenze del nostro pensiero,  tendente alla conoscenza assoluta. Per ciò potremmo  pur sempre considerare la visione matematica, come  una visione indubbiamente sintetica e concettuale  — per quanto concettuale in modo relativo in  quanto ha pur sempre bisogno di una rappresen-  tazione sensibile determinata — che offre al filosofo  la possibilità di mostrare come seguendo un pro-  cedimento rigorosamente esatto e non empirico  nelle sue linee essenziali, si possa arrivare a mera-  vigliosi risultati; ma risultati che non possono in  alcun modo trascendere la nostra sensibilità.   La matematica in questo modo considerata può  ricordarci, contrariamente a ogni scienza (altra ra-  gione per cui essa deve essere separatamente trat-  tata), la visione estetica dell’opera d’arte (1), ma    (1) Cfr. Cap. 1, 83, pag. 28-29.    Li  e * coco > è [i < dé è    Cap. III. - Il valore del giudizio maiematico 101    ciò non pertanto essa, per la sua necessità di lavo-  rare, non già sul concetto puro, ma su di una rap-  presentazione gradatamente sempre più complessa  di esso (in geometria dal punto al solido), come  l’arte per la preponderanza del lato sensibile, rap-    presenta pur sempre un mondo che da un punto    di vista logico non può rispondere alle esigenze  del metafisico. Pure accettando i principii della ma-  tematica come incondizionatamente veri in quanto  insiti nel nostro pensiero stesso, il suo modo sarebbe  pur sempre, anche ritenendo con il Fouillée che  «le verità metafisiche avendo la loro espressione,  per quanto incompleta, nei fatti attualmente cono-  sciuti dall’esperienza, questa espressione può essere  studiata e interpretata per mezzo di un metodo,  che, come abbiamo veduto, non è senza qualche  analogia con quello del calcolo infinitesimale » (1),  sarebbe pur sempre, dicevamo, un mondo non essen-  zialmente concettuale in quanto agisce su di una  determinata figura specifica, come'si vede molto  chiaramente nella geometria. Questa non costruisce  ‘già sul concetto di triangolo genericamente preso,  ma sul tale determinato triangolo, particolarità  questa che porta all’esigenza della rappresentazione  grafica della figura che si deve esaminare.   Tale necessità di rappresentazione grafica, deve  qui intendersi nello stesso modo nel quale la in-  tende Kant nella « Critica » (2). Se diamo ad un  filosofo il concetto di triangolo e gli diciamo di    (1) A. FOUILLÉE, L’avenir de la méth. fondée sur l’ex. (1889),  pag. 295.   (2) Critica (ed. cit.), vol. II, pag. 214 (Metodologia trascenden-  tale). Metti in relazione tale brano con quello citato nel pre-  sente lavoro a pag. 82.    102 La posizione gnoseologica della matematica    trovare secondo la sua maniera (1) il rapporto della  somma dei suoi angoli con l’angolo retto, egli non  verrà mai a capo di nulla. Potrà esaminare finchè  vuole il concetto di retta, il concetto di angolo, il  concetto del numero tre, « non troverà mai altre  proprietà che non siano contenute in questi con-  cetti ». Ma, provate un po’ a sottoporre a un mate-  matico tale problema, e vedrete quanto differente  sarà il suo modo di trattarlo. « Innanzi tutto egli  comincerà col costruire un triangolo. Poi, sapendo  che la somma degli angoli di un triangolo è uguale  a due angoli retti, prolungherà un lato del suo  triangolo, ecc. », nel modo noto. Ora, noi sappiamo,  pure dalla « Critica » (2), che cosa intenda Kant  per costruzione di una figura geometrica, significa  cioè: «rappresentare l’oggetto corrispondente a  mezzo dell’immaginazione nell’ intuizione pura o  anche in modo conforme a questa, sulla carta, nel-  l’ intuizione empirica », bene inteso in entrambi i  casi in modo del tutto indipendente da qualunque  criterio sperimentale. Oggi infatti non si può più  ritenere seriamente che si possa supporre che sono  le figure che danno la prova nella geometria il cui  errore Leibniz si preoccupavadi mettere in chiaro (3).   Soltanto per un processo non sempre lecito di  sostituzione analogica (4) noi possiamo dal caso    (1) Ossia secondo la maniera rigorosamente razionale.   (2) Ed. cit., vol. II, pag. 212.   (3) Nouveaux Essais, v. alla fine del Cap. I.   (4) Tale processo di sostituzione non figura, è vero, a rigor  di termini nel calcolo infinitesimale, ma questo esula già in  certo qual modo dal rigoroso calcolo aritmetico che non può  essere considerato nella sua purezza che nel numero intero:  e ciò sia detto a meno di considerare lo stesso calcolo infini-  tesimale quasi core aritmetizzato riducendo l’ Infinito a un si-  stema finito di disuguaglianza dei numeri interi.    Cap. II1. - Il valore del giudizio matematico —103    singolo del triangolo che si sta esaminando, risa-  lire all’enunciazione generica da cui siamo partiti  ed estenderlo a tutte quelle figure che rispondono  ai requisiti della definizione di triangolo. Ciò è  nella geometria in modo forse più palese, ma ciò  figura anche nell’aritmetica, nell’operazione più  semplice di essa: nell’addizione.  Sostenendo che:  dLQZ=4Z4 î    noi, prescindendo dalle considerazioni kantiane che  ci dimostrano che questo concetto di 4 non ci è  dato effettivamente che basandoci su di un giudizio  sintetico « a priori », che nel caso che stiamo esa-  minando — processo sostitutivo nella matematica  — non ci interessa, noi possiamo arrivare alla  somma soltanto dimostrando in antecedenza che:  1+1=2; 2+1=3; 3+1=4   in cui c'è d'altronde il processo sostitutivo.   Ma appunto basandoci su tale esempio possiamo  subito osservare che la dimostrazione riportata, da  un punto di vista logico, è da considerarsi come  dubbia: è infatti più un chiarimento, una « verifi-  cation », come nota acutamente il Poincaré in un  caso simile per quanto dettato da altri motivi. Ove  poi noi volessimo generalizzare, compito di ogni  ricerca che voglia avere carattere scientifico e com-  pito precipuo della matematica, sostituendo i nu-  meri con lettere, noi dovremmo per arrivare alla  dimostrazione — o meglio verifica — che:    xtn=y  aver trovato prima, sempre, il valore di:  xt+tn_-1)    ciò che in pratica non si verifica,    i  104 La posizione gnoseologica della matematica    Basta ricordare il teorema sui numeri primi del-  l’ illustre Fermat, quello stesso Fermat che Pascal  considerava come il più gran geometra di Europa.  Egli si era proposto di cercare una formula che  «non contenendo che dei numeri primi, desse di-  rettamente un numero primo maggiore di qualunque  numero assegnabile » (1). Il Fermat credette di poter  stabilire che tale numero primo poteva essere dato  dal 2 elevato a potenza (che doveva essa pure essere  una potenza del 2) più l’unità: e infatti Eulero  mostrò che ciò cessa di aver luogo per la 32* po-  tenza del 2 (4.294.967.297), numero praticamente  più che sufficiente, ma che logicamente non può  affatto autorizzare la sostituzione letterale che do-  vrebbe non conoscere limiti: nello stesso modo si   osserva in Leibniz (2) la più che sufficienza pratica  di fermarsi al nonilione come limite dell’ infinito  numerico. Il Fermat fu inoltre il primo ad ammet-  tere che la sua non era una « dimostrazione » (3).  . Così ad es. ove si sia mostrato che:    5H+7=12  7+5=12 |  (b+7)=(7+5)  in matematica veniamo senz’ altro alla conclu-  sione che    2+y=y+x    agendo puramente per sostituzione. Questa ha in-  dubbiamente incalcolabile efficacia scientifica, nè    (1) P. S. LAPLACE, Essai philosophique sur les probalités, II,  pag. 86 segg. (Paris, 1921).   (2) Nouv. Essais, II, 16, pag. 113 (Flammarion ed.).   (3) Anche degli studi del Fermat fu fatta un’edizione com-  pleta: Oeuvres de Fermat, Tannery-Henry ed.    Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 105    da un punto di vista logico può essere considerata  come puro e semplice arbitrio, ma certo non pos-  siamo vedere in essa quello scrupolo che una mente  prettamente logica potrebbe pretendere. Del tutto  arbitrario il procedimento sostitutivo non è, in  quanto negli esempii citati vi è indubbiamente del-  l’analisi nel verificare perchè 2 + 2 —4, e della  sintesi (v. Kant) nel numero 4 da noi introdotto ;  ma certo il lato logico di tale procedimento è in-  dizio di una logica tutta particolare della matema-  tica e che non potrebbe in alcun modo estendersi  al campo dell’ indagine puramente concettuale della  metafisica. o    $ 11. II valore convenzionale e relativo del  giudizio matematico (1). — Ma ciò non basta per  rispondere esaurientemente alla obbiezione che,  basandoci sui principii sintetici « a priori » della  matematica, secondo Kant, si potrebbe rivolgerci,  in quanto che tale mondo della matematica, anche  se non atto a soddisfare la nostra tendenza all’as-  soluto metafisico — e in ciò, come si vede, non ci  si allontanerebbe affatto da Kant, in quanto anche    (1) Cenni bibliografici: RusseLL, Essai sur les fondements  de la géométrie (tr. fr., Paris, Gauthier-Villars, 1901); CHasLESs,  Apergu historique sur l’origine et le développement des mé-  thodes en géométrie (Bruxelles, 1837); BELTRAMI, Saggio di  interpretazione della geometria non euclidea (1865); BaRr-  BARIN, La géomeétrie non euclidienne (Paris, Gauthier-Villars);  D. M. Y. SOMMERVILLE, The Elements of now-euclidean geo-  metrie (London, Bellaud Sons).   Dello stesso A. di somma utilità è la: Bibliography of non-  euclidean geometrie, including the theorie of parallels, the  foundations of geometry and space of n dimensions (London,  Harrison and Sons); Mac-LEoD, Introduction à la géométrie  non euclidienne (Paris, Hermann, 1922).    106 La posizione gnoseologica della matematica    per lui le verità matematiche hanno valore soltanto  per la realtà sensibile e non per la vera realtà, per  la cosa in sè — sarebbe pur sempre un mondo non  ipotetico come viceversa abbiamo più sopra soste-  nuto. Vediamo un po’ da vicino la questione che  è di tale importanza da meritare il più attento esame.  I giudizii sintetici « a priori » di Kant sarebbero  rimasti, nel campo della matematica, incondizio-  natamente dominatori, se non fossero sorti nel seno  ‘stesso della matematica, obbiezioni sulla loro vali-  dità universale e necessaria. Possiamo dire subito  come l’importanza di questo recentissimo indirizzo  matematico — la metageometria — sia stato esa-  gerato non tanto dalla ricerca spassionatamente  scientifica dei suoi principali esponenti, quanto dal  carattere polemico di alcuni studii che senz'altro  credettero di poter ravvisare in essa la tomba della  dottrina kantiana dell’apriorità. Ciò è errato, e su  ciò abbiamo troppo a lungo insistito per tornarci  sopra: l’origine delle verità matematiche non può  essere che aprioristica, nè la metageometria pre-  tende di sostenere il contrario. Nè tutto in essa è  nuovo di zecca. È riconosciuto che lo stesso Kant  già avesse preveduto (1) la possibilità di future  infinite geometrie ammissibili in astratto; forse  nello stesso Aristotele (2) si riscontrano allusioni  che ci potrebbero far credere all’esistenza di pen-  satori che fin d’allora mettessero in dubbio il'va-  lore complessivo dei principii scientifici e logici,  senza esclusione nemmeno di quelli matematici.    (1) Cfr. al riguardo il Commento ai Prolegomeni del Marti-  netti, pag. 240, riferendosi ai Gedanken von der wahren  Scatzung der lebendigen Kréafte, scritto da Kant a 22 anni.   (2) Cfr. F. ENRIQUES, Il concetto della logica dimostrativa  secondo Aristotele, in Riv. di Filosofia, gennaio 1918.    Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 107    Malgrado queste numerose e antichissime traccie,  la metageometria soltanto ai giorni nostri è venuta  assumendo la sua piena espressione critica (1). E  ciò non tanto per il naturale progresso proprio di  ogni scienza e quindi anche della matematica, ma  per una particolare evoluzione del nostro pensiero  a tendere sempre più verso la logica più rigorosa.  C° è nella nostra volontà conoscitiva di questi ultimi  tempi una sempre più intensa esigenza che la porta  ad uno scrupolo sempre maggiore nel controllare  qualsiasi nozione prima di essere ammessa : verità  che gli antichi accettavano senz’altro, sembrano  oggi da esaminarsi con riserbo. L’intuizione va  cioè man mano diminuendo d’importanza, non  tanto nell’ acquisizione di nuove nozioni, quanto  nell’accettazione incondizionata di esse.   Non so se lo sviluppo della logica considerata  come scienza a sè stante, sia più manifesto dello  sviluppo di altre discipline, ma credo si possa con  sicurezza affermare che anche se le inutili sotti-  gliezze dei teorici della logica, non hanno raggiunto  un particolare miglioramento d’espressione, questo  può senza dubbio verificarsi nella sempre più ri-  guardosa prudenza che lo studioso è andato acqui-  stando e che lo fa rimanere dubbioso prima di  poter dichiarare: sì questo è vero.   Sotto questo punto di vista sembra che il pen-  siero moderno si differenzi dall’antico in quanto  alla affermazione di « evidenza » di questo, risponde    (1) V. le opere fondamentali dei suoi fondatori: B. RIEMANN,  OQuvres mathématiques (Paris, 1898), tr. fr. de L. Laugel;  LOBATCHEFSKI, Pangéomeétrie ou théorie générale des paralléles  suivie des opinions de D’Alembert sur le méme sujet et d’une  discussion sur la ligne droite entre Fourier et Monge (tr. fr.,  Paris, Gauthier-Villars).    108 La posizione gnoseologica della matematica    con maggior calma: adagio, prima ragioniamo,  vediamo se tutte le strade sono state tentate e se  nulla possiamo aggiungere a quelle già battute;  cerchiamo di vedere, se non altro; se non possiamo  ammettere in alcun caso l’ipotesi contraria.   In questa posizione rispettiva dei due pensieri  il moderno ha naturalmente una grande prevalenza,  non soltanto iniziale, sull’altro. Ciò per due ragioni:  in primo luogo in quanto anche se l’ipotesi contraria  non può essere sostenibile, non per questo possiamo  contare: con sicurezza su quella primiera, tranne  nel caso che l’ipotesi in questione sia veramente  dilemmatica, il che non sempre è: l’ idealismo tra-  scendentale ci offre in filosofia un esempio chiaris-  simo di tale supposizione dilemmatica. Segnata-  mente Fichte e Schelling credettero di poter vedere  soltanto una via alla soluzione della cosa in sè:  far derivare il mondo esterno dal soggetto; ciò che  li portò molto, troppo lontani nelle conseguenze.   In secondo luogo, in quanto il pensiero moderno  può basarsi su quell’esperienza millenaria che ha  potuto sempre maggiormente porre in luce che altre  verità intuitive ritenute per secoli evidenti e indi-  mostrabili, sono state col tempo dimostrate o,  peggio, sono col tempo cadute.   Su tali più solide basi la metageometria è venuta  a formare, oggi, una nuova scienza, che, in quanto  « scienza », possiamo ancora considerare agli inizii  e in cui figurano perciò gravi lacune che non sa-  ranno facili a colmare; ma essa ha pur sempre  portato notevole contributo alla questione. della  apriorità del principio e del valore del giudizio  matematico fornendo a questa nuovi elementi e  fissandone i limiti.   La metageometria si limita soltanto a sostenere    Cap. 1II. - Il valore del giudizio matematico 109    il carattere puramente convenzionale del. mondo  geometrico euclideo: la geometria euclidea è stata  da noi «scelta» unicamente perchè essa è per noi  la più vantaggiosa, ed anche — la metageometria  lo riconosce — la più vicina alla nostra naturale  intuizione spaziale. Il Poincaré sostiene nettamente  che la geometria euclidea è e sarà sempre « la plus  commode », intendendo appunto con tale espres-  sione di stabilire che essa è la più vicina alla  nostra diretta sensibilità spaziale. Essa infatti è la  più semplice non già soltanto in seguito alla nostra  abitudine « ou de je ne sais quelle intuition directe  de l’espace euclidien », ma anche in se stessa con-  siderata, nello stesso modo e per le stesse ragioni  per le quali un polinomio di 1° grado è più sem-  plice di un polinomio di 2° grado, e così via. Inoltre,  continua il Poincaré, la geometria euclidea « si ac-  corda assai bene con le proprietà dei solidi natu-  rali » di cui ci serviamo Der fare i nostri strumenti  di misura (1).   La metageometria si ciarda bene, così stando le  cose, dall’affermare che per questo i giudizii mate-  . matici verrebbero ad avere un’origine sperimentale,  empirica. La indipendenza della matematica dalla  esperienza viene anzi ripetutamente affermata,  esplicitamente o non, da tutti i migliori rappre-  sentanti di tale indirizzo geometrico-critico; ma .  anche ove l’affermazione categorica mancasse, essa  sarebbe pur sempre la conseguenza indispensabile  della tesi metageometrica del non poter essere con-  siderato. lo spazio come fattore sperimentale, come  vedremo trattando della terza dimensione.    (1) H. PoIiNcaRÉ, La Science et l’ Hypothese. La metageometria segna così un nuovo elemento  a favore della dottrina idealistica: più specificata-  mente, per quanto riguarda il punto fondamentale  che interessa all’idealismo in questo argomento,  il punto in cui Kant si solleva decisamente sul-  l’empirismo di Hume, possiamo dire che essa segna  una specie di prova, di controllo a favore di Kant  precisamente contro Hume. Si sa come Kant rim-  proveri a Hume di aver attribuito al giudizio mate-  matico un carattere esclusivamente analitico; ma  ciò — più che da un’errata interpretazione di Kant  al riguardo — dipende dall’aver Kant voluto attri-  buire a Hume la propria terminologia. Hume pone  infatti la matematica nella conoscenza dimostrativa  (copia d’impressioni), in quella conoscenza cioè  che è basata nella filosofia dell’empirico scozzese  sul principio di « somiglianza e contrasto ». Questo  ci dà, sempre secondo Hume, una certa sicurezza  conoscitiva, ma questa sicurezza è quanto mai mo-  desta: si limita in fondo a dirci che noi possiamo  venire a sapere se una cosa è uguale o differente  da un’ altra. Ma tale principio di somiglianza e  contrasto è in fondo il vecchio principio di con-  traddizione: ora, il principio di contraddizione è  da Kant posto a base dei giudizii analitici: esso  figura, è vero, anche nei giudizii sintetici; ma allora  non è più solo; vi si trova con il principio di  causa, ecc. Escluso il principio di causa da Hume,  o meglio ridotto esso ad una pura e semplice suc-  cessione temporale, ne viene che la conoscenza  dimostrativa, e quindi la matematica che è posta  in essa, poggia soltanto sul principio di somiglianza  e contrasto. Quindi secondo la terminologia kan-  tiana i giudizii di essa non potevano essere che    Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 111    analitici nella dottrina di Hume (1). Questi in ogni  modo, indipendentemente dal carattere sintetico o  analitico delle proporzioni matematiche, venne im-  plicitamente a porre sull’esperienza, il fondamento  delle proporzioni medesime; concezione che pos-  siamo d’altra parte trovare in diversi altri pensa-  tori, come ad es. in Wolff e discepoli.   Soltanto, viene molto naturale osservare a questo  proposito come, riconoscendo l’apriorità dei prin-  cipii della matematica, ma attribuendo a tale aprio-  rità valore puramente e semplicemente convenzio-  nale, si viene ad ammettere il punto di partenza  della dottrina kantiana, ma a negarne le conse-  guenze, a negare cioè che i principii stessi abbiano  valore universale e necessario. In altre parole la  natura delle scienze matematiche viene ad essere  notevolmente modificata non già nella natura non  sperimentale dei suoi punti di partenza, ma nelle ‘  conclusioni.   Intendiamoci bene: Kant non si è mai stancato  di ripetere, nè diversamente poteva essere dato il  suo realismo gnoseologico, che le verità matema-  tiche non potevano riguardare che la realtà sen-  sibile. Ove a Kant si fosse obbiettato che con    (1) Non sono quindi in tutto del parere di Martinetti che  trova in Kant un’errata interpretazione di Hume al riguardo  (cfr. il suo Commento ai Prolegomeni, pag. 215). Non è che  Kant attribuisca a Hume di avere scritto in qualche parte che  il metodo matematico consiste «in un’analisi pura e semplice  di concetti», ma soltanto per l’identificazione del principio  humiano della «somiglianza e contrasto » con il principio di  contraddizione, e per aver posto esclusivamente questo stesso  principio (escludendone la causalità) a base di quella conoscenza  dimostrativa della quale fa parte, nella dottrina di Hume, la  matematica, la quale veniva così di conseguenza ad esser, in  linguaggio kantiano, analitica.    112 La posizione gnoseologica della matematica    modificazioni adatte del mondo ambiente — in  quelle diverse ipotesi che si potrebbero prospet-  tare in merito e che sono, indubbiamente molto  numerose — il soggetto conoscente sarebbe addi-  venuto ad un'intuizione spaziale in cui la geo-  metria euclidea non sarebbe forse stata concepita  neppure come ipotesi possibile in astratto, Kant  avrebbe con tutta tranquillità potuto rispondere  ch’egli si interessava soltanto di questo nostro  mondo e che sarebbe opera da sognatore l’aspi-  rare alla realtà assoluta; ma, egli avrebbe ag-  giunto, dato questo nostro mondo, i giudizii ma-  tematici sono insindacabili ed hanno valore  universale e necessario : anche se in avvenire  noi potremo arrivare a immaginare non una, ma  mille geometrie diverse dalla euclidea, questa sol-  tanto potrà rispondere alle nostre esigenze col  "darci nozioni tali da permettere la necessità e  l’universalità dei nostri giudizii, perchè soltanto  l’ euclidea può essere la nostra geometria per  l'identità della sua con la nostra naturale intuizione dello spazio (1). |   L’idealismo più rigoroso posto di fronte a tale  questione, non modificherebbe gran che la risposta  di Kant. Per conto mio, ove ritenessi di potere  accettare incondizionatamente i principii sintetici  «a priori » della matematica e quindi la necessità  e universalità dei suoi giudizii, credo si potrebbe  osservare che, senza dubbio per ragioni differenti.  da quelle realistiche cui tiene fermo Kant, si do-  vrebbe arrivare alla stessa conclusione che il    (1) Svolgeremo tale argomento particolare più innanzi trat-  tando della III dimensione dello spazio. (Capitolo IV di questo  libro).    Y    Cap. III. -"Il valore del giudizio matematico 113    valore del giudizio matematico (come abbiamo  già accennato nel cap. II) non può andare al di  là della realtà sensibile, in quanto basato su  quelle che sono appunto le forme indispensabili  della conoscenza sensibile — tempo e spazio —  ma che soltanto limitatamente ad essa hanno ra-  gione di essere. Evidentemente qualunque verità  assoluta o che tende all’assoluto non può che  prescindere da tutto quanto può avere attinenza  col senso e quindi essere del tutto indipendente  dal tempo e dallo spazio, risultato che può essere  conseguito soltanto basandosi: sulla pura forma  della razionalità: la logica.   Perciò ove potessi ammettere incondizionata-  mente la validità dei giudizii sintetici «a priori »,  verrei alla conclusione che la matematica corri-  sponde in certo qual modo nella conoscenza sen-  sibile a quello che è la logica nella conoscenza  razionale: il tempo e lo spazio, che sono partico-  larmente proprii della aritmetica e della geometria,  hanno nella conoscenza sensibile la stessa funzione  che hanno nella conoscenza razionale la contrad-  dizione e l’ identità (1), che sono particolarmente  proprie della logica.   La relazione non deve naturalmente esser presa  alla lettera in quanto da quello che precede ab-  biamo veduto (2) che la logica influenza ogni  disciplina e segnatamente la matematica, e che  questa ci dà nuove nozioni, cosa che la logica  non può mai fare; ma la relazione stessa può a  grandi linee essere posta come sopra in modo quasi proporzionale, e cioè: la matematica sta  | alla conoscenza sensibile come la logica sta alla  conoscenza razionale.    $ 12. Concezione intermedia del valore del  giudizio matematico. — Tutto ciò però accettando  incondizionatamente i principii sintetici «a priori»  della matematica come fossero parte essenziale,  insita nel nostro intelletto; come essi fossero tutti  e del tutto estranei a qualunque supposizione  provvisoria.   Ora, a tale proposito mi sembra che la via  mediana possa considerarsi quella più rispondente  alla verità.   Escludendo, come abbiamo accennato e come  svolgeremo meglio nel cap. IV, quello che molti  vorrebbero (Helmholtz), e cioè che la metageo-  metria abbia senz’altro annullato il valore della  dottrina kantiana sull’ argomento, non ci pare  possa senz'altro concludersi che la dottrina kan-  tiana esca intatta dall’arduo cimento, per lo meno  per quanto riguarda i particolari. In ogni modo,  indipendentemente dalla metageometria e senza  per nulla diminuire l’ importanza dei principii  matematici, noi abbiamo già veduto come Leibniz  considerasse implicitamente ipotetica la posizione  di detti principii: come anzi plaudesse a tale me-  todo come all’unico che partendo da poche pre-  messe, non certo in contraddizione con la nostra  ragione anche se non del tutto innate in essa, sia  arrivato a quelle mirabili ed efficacissime costru-  zioni che tutti sanno: qualunque possa essere la  nostra opinione sulla matematica dal punto di  vista gnoseologico, noi la consideriamo sempre  — per dirla col Paulsen, che così interpreta il    Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 116    pensiero kantiano — « la più sicura e meno oscil-  lante delle scienze » (1).   La metageometria ha portato cioè per il filosofo  una rivoluzione molto meno profonda di quello  che possa sembrare a prima vista. Ora è precisa-  mente da un punto di vista essenzialmente filo-  sofico che mi pare si potrebbe arrivare a conclu-  dere che se è vera l’apriorità del principio e  l’ intuizionismo del procedimento matematico, è  soltanto parzialmente vero che i suoi assiomi  siano già in noi quasi quali principii innati. È  cioè necessario distinguere in tali assiomi: alcuni  sono effettivamente insindacabili, generali e di  essi noi non possiamo nemmeno concepire il con-  trario, ed essi sarebbero sempre, indipendentemente  dall’ambiente e dalle circostanze. Su tali principii,  evidentemente non proprii soltanto dell’apriorità  inatematica, questa scienza ha avuto pur sempre  il merito — e Kant di porlo in rilievo — di ap-  poggiarsi in modo più rigoroso che qualunque  altra. Per questa ragione la matematica non può  essere posta in dubbio da alcuno e per tale ra-  gione mi è sembrato. possibile considerarla come  la più alta espressione della conoscenza sensibile.   Ma è bene specificare che cosa s’ intenda per  evidenza. Per evidente mi sembra non si debba  poter intendere altro che una proposizione il cui  contrario è inconcepibile, non già nel senso che  il Richard (2) vuole attribuire al significato di    (1) F. PauLSEN, Kant (tr. it.), pag. 131.   (2) Op. cit., pag. 91-92. Lo stesso inconveniente trovasi in  CoururaT, Les principes des mathématiques (in Revue de  Math., 1904, pag. 24). Anche per il Couturat la parola «a evi-  dente » ha un campo d'azione puramente soggettivo e psicolo-    116 La posizione gnoseologica della matematica    tale parola in Descartes, in quanto per evidente  non mi sembra affatto possa intendersi mai qualche  cosa di subbiettivo e che si possa comunque inter-  pretare che Descartes in tal modo l’intenda: un  tale non può convincermi che per lui è eviden-  tissimo che A + B sia minore di A. Vi è quindi  un’ evidenza perfettamente obbiettiva anche nei  principii fondamentali. È cioè per tutti noi incon-  cepibile che A + B sia minore di 4; ma anche  qui dobbiamo andare guardinghi. Non dobbiamo  cioè non distinguere, come ci fa osservare il  Masci (1), l’inconcepibilità con « altri stadi men-  tali che potrebbero confondersi con essa, cioè  con l’incredibilità e con l’impossibilità di rap-  | presentarsi una qualche cosa ». L’inconcepibile  è — mi si passi la parola — più che l’incredi-  bile che è soltanto « ciò che è contrario all’espe-  rienza e alle sue leggi ». Così per ripetere l’esempio  del Masci, noi non potremmo oggi credere « che  un. proiettile dall’ Inghilterra vada a cadere in  Giappone » ma la cosa non è affatto inconcepibile.  Aggiungerò per conto mio che da un punto di  vista gnoseologico l’inconcepibilità è assoluta,  mentre l’incredibilità è relativa.    gico e perciò estraneo alla logica. Questa è nel Couturat una  semplice allusione buttata là senza importanza, quasi come ve-  rità ormai fuori discussione ; essa eserciterà invece un’influenza  non trascurabile sul successivo svolgersi dei suoi Principes in  quanto l’evidenza del principio «a priori» — evidenza consi-  derata obbiettivamente — non potrà essergli certo di ostacolo  nel venire a considerare, più o meno esplicitamente, come con-  venzionali quei principii fondamentali della matematica, posti  come indimostrabili, e dai quali dovranno dedursi le altre verità  di tale scienza.   (4) F. Masci, Pensiero e Conoscenza, pag. 83 (Torino, 1922).    Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 117    Meno interessante è per il nostro particolare  punto di vista la distinzione fra inconcepibilità e  impossibilità di rappresentare per la quale riman-  diamo il lettore all’opera citata (pag. 33).   Chiarito così il significato della parola inconce-  pibilità ci sarà facile comprendere come l’evidenza  in genere può essere effetto di una dimostrazione e  sarà allora la rigorosa deduzione da una verità  nota di una nuova verità: di tale evidenza non  è questione trattando dei principii fondamentali  « a priori »; oppure potrà essere un’evidenza im-  plicita in una proposizione nel suo stesso enun-  ciarsi ed allora dovrà avere la stessa obbiettività  e la stessa universalità di qualunque proposi-  zione dimostrata. Sono questi gli assiomi propria-  mente detti.   Ma vi sono però altri principii posti come indi-  mostrabili dalla matematica, che non sono insiti  di per se stessi nel nostro intelletto, che non  sono incondizionatamente veri, ma che la mate-  matica ha soltanto ipostasizzato per potere effica-  cemente proseguire. (Questi principii sono stati  dalla matematica stessa soltanto provvisoriamente  posti come indimostrabili, e prova ne sia che in  tutti i tempi si possono riscontrare nobili fatiche  di matematici — sforzi coronati di frequente da  felice risultato — tendenti a dimostrare precedenti  proposizioni assunte come evidenti. Lo stesso po-  stulato famoso di Euclide: « per un punto sì può  far passare una parallela a una retta data e una  soltanto », è stato oggetto di queste indagini, e  malgrado l’ insuccesso di questi tentativi, in questo  caso particolare, è pur sempre degno di nota come  il bisogno del nostro pensiero di una sempre mag-  giore sicurezza conoscitiva si sia spinto fino al    118 La posizione gnoseologica della matematica    presupposto tipico della massima parte delle pro-  posizioni della nostra geometria. È nota la pole-  mica intorno a questo postulato (il quinto) (1) di  Euclide.    (4) Figura in alcune opere come l’XI assioma. Come tale è  considerato ad es. dal Masci, Pensiero e Conoscenza (Torino,  1922) a pag. 184. È però ora ritenuto ‘dalla totalità dei  matematici come il V postulato. La precisa formulazione di  questo postulato non è quella sopra enunciata, ma bensì quella  scritta alla fine di questa nota. L’identificazione del V postu-  lato come fu enunciato da Euclide con quello sopra citato (detto  propriamente postulato « delle parallele ») risulta evidente met-  tendo in relazione il V postulato propriamente detto, con la  definizione di rette parallele (33 degli Elementi).   Interessante è ciò che dice lo ZEUTHEN: Histoire des Mathé-  matiques dans l’antiquité et le moyen age (tr. fr., Paris,  1902), pag. 98: «Les constructions qui doivent servir à com-  poser toutes les autres, d’aprés ces postulats (quelli di Euclide)  sont celles qui on exécute pratiquement avec la règle et le  compas, mais on se tromperait cependant si l’on voulait envi-  sager les postulats à cet unique point de vue: entre autres  faits, les deux derniers postulats ne seraient point alors à leur  vraie place, et c’est la raison méme, qui, de très bonne heure  déjà, fit commettre à des èditeurs la faute qui consiste d ranger  ces postulats parmi les arxiomes 1.   Per meglio intenderci su questo punto e su altri che even-  tualmente potessero in seguito presentarsi al nostro esame, ri-  cordo qui gli assiomi e i postulati di Euclide (I libro) secondo  la classica edizione curata da Heiberg: Euclidis opera omnia,  (J. L. Heiberg, Leipzig, 1883-1905).   Assiomi: I. Le grandezze uguali ad una stessa grandezza  sono uguali fra loro; II. Se a grandezze uguali si aggiungono  grandezze uguali, si hanno risultati uguali; III. Se da grandezze  uguali si sottraggono grandezze uguali si hanno risultati uguali;  IV. Il tutto è maggiore di una sua parte; V. Le grandezze che  coincidono sono uguali.   Postulati: I. Fra due punti si può sempre tirare una retta;  II. Un segmento di retta si può prolungare all'infinito tanto  dall’una quanto dall’altra parte; III. Si può sempre descrivere  una circonferenza che passi per un punto dato e avente per    Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 119    È desso la colonna della geometria euclidea (per  lo meno dopo il 29° teorema), ma ne è anche  il suo tallone d’Achille. Proclo ci riferisce degli  sforzi fatti dagli antichi per la dimostrazione di  esso: egli medesimo ce ne dà un saggio perso-  nale giudicato d’altronde dai competenti come  molto modesto. Lo stesso dicasi degli Arabi. Indi-  pendentemente da ogni altra considerazione, è  certo quanto mai significativo il fatto che mai  come intorno al postulato delle parallele si siano  sbizzarriti i più significativi ingegni matematici  di tutti i tempi e che soltanto ai giorni nostri  può considerarsi chiusa la polemica intorno alla  sua dimostrabilità per le recenti affermazioni della  metageometria e per gl’infruttuosi tentativi di  dimostrazioni del Gauss (1811) (1) influenzati alla  loro volta dalle diligenti indagini che quasi un  secolo prima erano state portate a rinnovato lustro  — furono in ogni tempo fatti tentativi al riguardo —  nelle fatiche di Legendre, di Wallis e di Sac-  cheri (2).    centro un punto dato; IV. Tutti gli angoli retti sono uguali fra  loro; V. Se una linea retta, che ne taglia altre due, forma  dallo stesso lato degli angoli interni la cui somma sia minore  di due retti, le due ultime linee citate si taglieranno sui loro  prolungamenti dalla parte nella quale la somma degli angoli è  inferiore a due retti.   (1) G. B. HaLsTED, Gauss and the non euclidean geometry  (in Science). La bibliografia sul V postulato basterebbe da sola a riem-  pire un volume: accenno soltanto a qualcuna nel caso il lettore  voglia approfondire questo argomento particolare : I.H. LAMBERT,  Theorie der Parallellinien (in Magaz. f. d. reine u. angew..  Math.), Leipzig, 1786; ENGEL UND STAECKEL, Theorie der Pa-  rallellinien von Euclid his auf Gauss; D. HILBERT, Grund-  lagen der Geometrie (III ed., Leipzig, 1909); LORIA, Il pas-    120 La posizione gnoseologioa della matematica    Per quanto riguarda specificatamente quest’ul-  timo, l’importanza della sua opera di studioso in  merito al postulato delle parallele non potrebbe  essere esagerata. In tali tentativi di dimostrazione  Young, Vailati, Segre, Enriques vedono nettamente  i segni precursori della metageometria moderna.  Lo Young non pecca al riguardo di una soverchia  precisione cronologica, in quanto l’avere lo scritto  più importante del Saccheri veduto la luce il 1733  (l’anno stesso della morte del ‘suo A.) non può  evidentemente significare che il gesuita italiano  ebbe a svolgere la sua attività di studioso intorno  al 1733: a meno che proprio soltanto gli ultimi  mesi di sua vita il nostro matematico si sia messo  a lavorare; ma di tale particolare non parla, ch’ io  sappia, alcuna cronaca del tempo, nè alcuno studio  di poi. Fatto sta ed è che un’altra operetta del Sac-  cheri fu pubblicata a Torino nel 1697 con il titolo  di « Logica demonstrativa » (1).   Più importante ad ogni modo per noi e, credo,  per tutti, è il suo « Euclides ab omni naevo vin-  dicatus » (2). In questo libro il tentativo di dimo-    sato e il presente delle principali teorie geometriche ; R. Bo-  NOLA, La geometria non euclidea, Esposizione storico-critica  del suo sviluppo (Bologna, 1906); RicHaRD, Sur la philosophie  des mathématiques (Chap. III); L. Roucier, La philosophie  géom. de H. Poincaré (Chap. II, II); ZEUTHEN, Hist. d. mante:  matiques (tr. fr.), pag. 110-114.   (1) Una copia di tale edizione esiste tuttora — ci rende noto  I’ Enriques — nella Biblioteca Vittorio Emanuele in Roma. No-  tizie particolari su la Zogica demonstrativa potrai trovare in  un articolo del Vailati (in Rivista di filosofia, 1903, n. 4), ri-  stampata in Scritti, pag. 477 segg.   (2) Tradotto in italiano dal Boccardini con il titolo di: Euclide  emendato (Milano, Hoepli, 1904). Il titolo preciso e completo  dell’opera originaria è : Euclides ab omni naevo vindicatus:    Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 191    strazione del V postulato è, per la prima volta,  fatto con quel procedimento — d’altra parte già  adottato dallo stesso Saccheri nella sua « Logica»  — della reductio ad absurdum. Ricordiamo tutti  in che cosa consista: porre in luce che il non  ammettere la proposizione che si deve dimostrare  vera, ci porterebbe ad una contraddizione con una  proposizione precedentemente riconosciuta vera.  È un procedimento come si vede che si riconnette  con il principio di contraddizione e perciò incon-  dizionatamente accettato dai matematici di tutti  i tempi (una traccia di esso troviamo già in Eu-  ‘ clide, IX, 12) e perciò molto spesso adottato dai  filosofi — Socrate ne usava volentieri — ma che,  malgrado tutti i suoi pregi indiscutibili e la sua  azione sicura nel mettere l’ipotetico avversario  con le spalle al muro, lascia nel logico che lo  adopera un senso di relativa soddisfazione. Pro-  cedimento ricco di risultati d'altronde : attenendosi  ad esso il Lobatchefski arrivò alle sue meravi-  gliose costruzioni di geometria non euclidea (1).   È d’altronde risaputo che sempre si sentì il  bisogno di marcare la differenza fra assiomi e po-  stulati: Euclide stesso con il darcene due elenchi  nettamente distinti e separati. Le differenze di  tale distinzione dipendono soltanto dalla diversità  ‘ del punto di vista sotto il quale i principii mede-  simi vengono considerati.    sive conatus geomeiricus quo stabiliantur prima ipsa uni-  versae geometriae principia (Milano, 1733).   (1) N. S. LOBATCHEFSKI, Pangéomeétrie ou Théorie générale  des paralleéles, suivie des opinions de D° Alembert sur le méme  sujet et d’une discussion sur la ligne droite entre Fourier et  Monge (Paris, Gauthier-Villars). Cfr. pure F. EngEL, U. I. Lo-  bachefsky: Zwei geometriche Abhandlungen (Leipzig, 1898).    129 La posizione gnoseologica della matematica    Fra tali caratteri differenziali il più semplice e  il più convincente per noi, per quanto non bene  accetto in generale ai matematici in causa della  sua non precisa determinazione tecnica, è quello  dell’evidenza, maggiore negli assiomi che nei po-  stulati. Si è già accennato come invece l’evidenza  può essere un criterio di per se stesso sufficien-  temente rigoroso. Sotto tale aspetto troviamo già  in Proclo una distinzione fra gli assiomi e i po-  stulati; ma su di essa nori possiamo basarci perchè  altre distinzioni seguono nello stesso storico ma-  tematico per la classificazione dei principii fonda-  mentali in assiomi e postulati. Chi voglia su questo  punto maggiori schiarimenti può consultare l’espo-  sizione del Vailati al III Congresso internazionale  di matematica (Heidelberg, 1904) (1).   Io mi fermo al criterio di maggiore o minore  evidenza perchè esso mi sembra il più rispondente  al nostro punto di vista. Considerando l’evidenza  secondo fu sopra esposto, non possono nascere  equivoci intorno alla sua interpretazione: l’incon-  cepibilità del contrario e il carattere assoluto di  essa è proprio degli assiomi; l’incredibilità del  contrario e il carattere relativo di essa è proprio  dei postulati.    (1) Oppure in Scritti, pag. 547-552 (CXXII. — Intorno al  significato della differenza fra gli assiomi e î postulati nella  geometria greca). Cfr. inoltre: ZEUTHEN, Historie des mathe-  matiques (tr. fr., pag. 92-114); ENRIQUES, Per la storia della  logica(pag.19-30); Loria, Le scienze esatte nell'antica Grecia  (Milano, Hoepli); Guida allo studio d. storia d. mat. (Milano,  1916); CANTON, Geschichte der mathematik, I (Leipzig, 1880);  Simon, Geschichte der mathem. im altertum (Berlin, 1909) ;  MILHAUD, Les philosophes géométres de la Greéce (Paris, 1900);  HouEeLr, Essai critique sur les principes fondamentaux de la  géometrie (Paris, I ed., 1867).    Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 193    Appunto il carattere relativo e condizionato di  questi ultimi può permetterci dei dubbii sulla loro  apriorità (in senso kantiano) e spiega quella con-  venzionalità parziale che noi troveremo in essi e  in certo qual modo potrà giustificare quella con-  venzionalità totale che non pochi matematici mo- .  derni — e non certo fra i meno illustri — crede-  ranno di potere incondizionatamente affermare nei  principii fondamentali della matematica.   Come si vede la mia tesi di una parziale con-  . venzionalità di alcuni principii fondamentali è  quanto mai limitata. Essa differisce profondamente  da quella di Locke, al quale a ragione il Leibniz  rimprovera di supporre che gli assiomi stessi siano  stati ammessi così, quasi senz’alcun fondamento,  quasi «gratuitamente ». Certo anche quei principii  che abbiamo considerato come effettivamente in-  nati, non si sono presentati al nostro spirito  originariamente nella loro precisa formulazione  scientifica; ma ciò non toglie nulla alla loro chia-  rezza: è anzi sommamente lodevole che alla pre-  cisa espressione loro si sia addivenuti. Soltanto,  l’obbiezione di Filalete a Teofilo (« Non è forse  dannoso autorizzare supposizioni sotto il pretesto  di assiomi? ») (1) mantiene, malgrado la risposta  di Teofilo, la sua ragione di essere. Una parte di  tali principii conserva la sua ipostasizzazione con-  venzionale, la quale non puf, essere giustificata,  come fa in fondo Leibniz*- «non ricorrendo al  suo carattere utilitario prov $° * ;g: nè i matema-  tici moderni si comportano ‘15° ssrmente.   Per precisare meglio in b®‘& quanto sopra:  fanno parte della prima categéria di tali proposi-    (1) LeIBNIZ, Nouv. Ess., IV, cap. 12.    124 È. La posizione gnoseologica della matematica    zioni (cioè principii spogli di qualunque carattere  ipotetico) verità come queste: A= A  ra  a <A    e così via. Verità che, come si vede, sono tali da  ricordarci la frase di Platone nel Teeteto: « nem-  meno in sogno hai osato sussurrare a te stesso  che il dispari è pari », e quanto Pascal ebbe a  dirci consigliandoci « di non accingerci nemmeno  a tentare di dimostrare alcuna cosa che sia tal-  mente evidente per. se stessa che nulla vi sia di  più chiaro per poterla dimostrare e provare ».   Fanno parte della seconda categoria (in cui è  insito cioè un carattere ipotetico) alcuni di quei  principii che sono proprii particolarmente della  geometria, come ad esempio:   « Per due punti dello spazio può sempre pas-  sare una retta data e una soltanto »;   « La retta è il più breve spazio fra 2 punti » ;  principio questo ad es. che pare già lo stesso  Archimede non considerasse altro che un’assun-  zione, un’ammissione (\apBavépeva) (1).   Kant stesso si accorse che una differenza fonda-  mentale esisteva fra le due categorie di giudizii  da noi citati. Soltanto, preoccupato di vedere ogni    (4) Archimedis opera smnia cum commentariis Eutocii.  Ed. Heiberg, 19410, Lipsia. (Cfr. in ENRIQUES, Per la storia della  logica, pag. 25, 26). L’egizione inglese sul testo di Heiberg fu  curata da T. L. HEAT, Th thirteen books of Euclid's Elements,  translated from the text of Heiberg with Introduction and  Commentary (3 vols., Cambridge, 1908). Vedi pure a cura  dello stesso Heat: The Works of Archimedis (Cambridge, 1897).    Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 195    differenza fondamentale dei giudizii in genere nel  loro carattere sintetico o analitico, venne senz'altro  a fissare la differente natura fra le due categorie  di giudizii da noi accennati, all’essere quelli della .  prima categoria (4= A ecc.) « analitici », venendo  così ad escludere precisamente quei principii che  pur non essendo proprii soltanto della matematica,  ad essi portano indubbiamente grande vantaggio  per quanto ha attinenza alla incondizionata obbiet-  tività dei suoi assiomi. Giudizii simili a quelli da  noi posti nella prima categoria apparterrebbero  infatti, secondo Kant, a quel « piccolo numero di  giudizii supposti dai geometri » che sono contra-  riamente ai noti esempii da lui precedentemente  esaminati, « realmente analitici ed hanno la loro  base sul principio di contraddizione » (1).    $ 13. L’essere e il dover essere della mate-  matica. — Non è qui il caso di discutere l’oppor-  tunità o meno del criterio generale cui Kant si è  attenuto nella divisione dei giudizii in sintetici  ed analitici. Innanzi tutto le nostre considerazioni  in merito non potrebbero che molto indirettamente  aver relazione con quanto andiamo trattando: in  secondo luogo confesso di non essere mai riuscito Kr. r. Ver. (tr. fr.), Introduzione. Cfr. pure Prolego-  meni (tr. it.), $ 2, nonchè i $$ 36-37 della Logik (Jasche ed.).  Senza alcun riferimento al significato delle parole analitico e  sintetico nella dottrina kantiana, ma interessanti nei riguardi  del carattere analitico o sintetico del giudizio matematico sono  _ 4 due studii seguenti: GERGONNE, De l’analyse et’ de la syn-  thèse dans les sciences mathématiques in Annales des mathé-  matiques, VII, pag. 345 segg.; P. BouTRoux, En quel sens la  recerche scientifique est-elle une analyse ? negli Atti del Con-  gresso di Filosofia di Bologna nel 1911, nonchè cenni nel fa-  moso libro dello ZEUTHEN, Hist. des math. (tr. fr.) La posizione gnoseologica della matematica    a comprendere l’ importanza delle polemiche sol-  levate al riguardo, dato che, in ultima analisi,  qualunque giudizio presuppone pur sempre una  sintesi. |  Possiamo tuttavia con il Franchi osservare come  il primo di questi giudizii che abbiamo creduto di  far rientrare in una prima categoria (A = 4), che  Kant pretende di poter ritenere senz'altro come  analitico, non lo sia affatto, ma sia invece puro  e semplice giudizio d’identità. « Or come mai  c'entra qui l’analisi? » — si domanda il Franchi (1)  — il quale poco appresso conclude: « Quel prin-  cipio è adunque un giudizio identico e non ana-  litico. Nè piglia valore comparativo dalla nozione  di eguaglianza che v’è inclusa, poichè quell’eguale  significa propriamente identico; l’identità assoluta  come relazione proveniente dalla sola replica di  uno stesso concetto, non ha a che fare con la:  relazione che costituisce un giudizio comparativo  e che consiste nel paragonare il grado di conve-  nienza di una proprietà medesima a più subietti,  o di più’ proprietà a un medesimo subietto ».  Nè in modo molto diverso potremmo ragionare  per quanto riguarda il secondo principio esem-  plificativo di questa stessa categoria di giudizii    7 < A, oppure per prendere proprio quello scelto    da Kant: (4'+ B)> A (2). Qui la comparazione FRANCHI, La teorica del giudizio, v. I, lettera VII,  pag. 41 segg. (1870). °   (2) In questo caso l’obbiezione del Couturat, essere tale prin-  cipio vero soltanto nei riguardi dei numeri finiti, ma errato,  come ebbe a dimostrare il Whithehead, per i numeri cardinali  infiniti non ha alcuna ragione di essere, trattandosi qui di un    Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 127    indubbiamente esiste, ma non potremmo conclu-  dere però se il giudizio, anche scrupolosamente  attenendoci al criterio kantiano, sia più analitico  che sintetico o viceversa.   E basti questa osservazione incidentale sul ca-  rattere analitico o non di un tale determinato giu-  dizio. A noi importa però mettere in particolare  rilievo come la prima categoria di tali giudizii, che —  abbiamo considerati come effettivamente innati e in-  condizionatamente evidenti, non siano però proprii  esclusivamente della geometria, ma bensì di ogni  nostra attività intellettiva. Essi possono tutto al  più, aggiungiamo noi, avere una più rigorosa  espressione e una più vasta applicazione nella ma-  tematica che in qualsiasi altra scienza particolare,  in quanto appunto essa deve considerarsi come la  scienza omogeneamente costituita ed organica che  abbia la sua sfera d’azione in un campo non em-  pirico, e perciò, come si è veduto, più vicina alla  logica. A tale conclusione ha potuto logicamente  arrivare soltanto l’idealismo, ma ciò è stato, im-  plicitamente od esplicitamente, riconosciuto anche    principio generale, non già applicato specificatamente alla ma-  tematica. Come d’altronde fa anche Kant, che in fondo avrebbe  potuto cavarsela con onore anche senza la benevolenza del Cou-  turat (in Revue de métaphysique, 1904: La philosophie des  mathématiques de Kant, pag. 346), secondo il quale: « on ne  peut reprocher à Kant d’avoir ignoré ces vérités, si élémen-  taires -qu’elles soient aujourd’hui ». Infatti nessun significato  ‘ può avere la constatazione del Whithehead e l’osservazione del  Couturat se non condizionatamente al ristretto campo, dirò,  tecnico della matematica. Il numero cardinale infinito non può  essere in alcun modo afferrabile non soltanto dalla sensibilità  umana, ma nemmeno dal pensiero puro: esso non è che una  artificiosa creazione non altrimenti identificabile che per neces-  sità di calcolo esclusivamente matematico,    188 La posizione gnoseologica della matematica    dal pensiero positivico. Il Comte in fondo deve  ciò ammettere implicitamente, per essere coerente  con la sua convinzione essere la matematica « la  scienza più antica e più perfetta » (1). Anzi il suo  entusiasmo per la matematica è andato tanto oltre  che, per mantenersi, almeno apparentemente, fe-  dele al suo principio positivistico e non intaccare  la validità delle proposizioni matematiche, ha tro-  vato opportuno introdurre in tale disciplina una  divisione in matematica « concreta » (avente carat-  tere sperimentale, fisico) e matematica « astratta »  (di natura essenzialmente logica). Quanto si è detto  fino ad ora ci dispensa dal mostrare come tale di-  stinzione sia del tutto personale e arbitraria e  quanto tutte e due le affermazioni, anche prese a  sè stanti, siano secondo noi fondamentalmente er-  rate, in quanto appunto si è sostenuto non essere  mai la matematica nè direttamente sperimentale,  nè puramente logica.   . Ho creduto opportuno di riportare tali osserva-  zioni del Comte in quanto esse mostrano pur sempre  come in qualunque indirizzo del pensiero filosofico  si sia veduta la necessità di considerare la mate-  matica pura come la scienza più vicina alla lo-  gica. Naturalmente questa affermazione deve es-  sere presa con quella prudenza cui ci dà diritto  di aspirare quanto siamo andati svolgendo nel  cap. II sul carattere prevalentemente intuitivo del  procedimento matematico ; ma l’affermazione stessa  ci allontana alquanto da Kant dato che non pos-  siamo accettare la distinzione ch’egli viene impli-  citamente ad ammettere intorno al valore di questi  giudizii che egli chiama « analitici » per quello che    (1) Philosophie positive, 1, cap. III.    Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 129    riguarda la matematica. Kant cioè dicendoci che  queste verità (A = A4ecc.) non servono « come  proposizioni identiche che alla concatenazione del  metodo e non rivestono la funzione di veri prin-  cipii » (1) viene a introdurre una specie di distin-  zione fra quel che possono essere i principii « a  priori » della matematica e quelli della logica, di-  stinzione che soltanto rispetto alla concezione idea-  | listica di una realtà superiore possiamo accettare,  ma ciò non è nella distinzione kantiana. Inoltre  la distinzione medesima, dato il fondamento sin-  .tetico « a priori » di ogni scienza, verrebbe ad  allontanare da una base logica ogni scienza; mentre  i principii fondamentali di qualunque attività del  pensiero non possono effettivamente essere vagliati,  se non basandosi esclusivamente su quel criterio  logico che è comune a tutte le scienze.   Che poi la categoria di giudizii che stiamo esa-  ‘minando e che abbiamo affermato essere la sola  effettivamente assiomatica, in quanto la sola na-  turalmente ed incondizionatamente evidente, non  sia propria soltanto della geometria, come invece  l’altro principio citato per cui per un punto non  può passare che una sola parallela a una retta  data, questo non significa affatto che quei principii  assiomatici. non possono essere considerati come  principii « a priori » non soltanto anche, ma pre-  valentemente della geometria per la posizione par-  ticolare di questa e dell’aritmetica di fronte al  sapere (2). Se i principii medesimi sono poi appli-  cabili anche alle altre scienze, ciò dipende dal fatto  molto naturale che principii effettivamente innati    (1) Critica BARIÉ, La posizione gnoseologica della matematica. La posizione gnoseologica della matematica    non possono essere esclusivamente proprii di questa  o quella disciplina particolare, ma esse li possono  tutto al più considerare e su di essi appoggiarsi  a seconda del proprio punto di vista. Mi sembra  in ogni modo fuori di discussione che i principii  medesimi trovino il loro naturale svolgimento  proprio in quella scienza geometrica dalla quale  Kant vorrebbe bandirli.   Questa tendenza a voler troppo specificare, esem-  plificando dei principii generalissimi come quelli  « a priori » — tendenza pertanto in contrasto con  il significato più profondo della teoria dell’ « a  priori » — ha potuto dar luogo facilmente ad er-  rate interpretazioni.   Povero Kant! Il suo « metodo analitico » con  tanta fiducia adottato nei « Prolegomeni » in con-  trasto con quello « sintetico » che si era rivelato  troppo oscuro per la comprensione della « Critica »  nei suoi primi interpreti, non è stato così ricco di  risultati presso la gran parte dei lettori, come  Kant sì riprometteva. Ci dice Kant, ricordiamo-  celo, che poichè il metodo applicato nella « Cri-  tica » aveva potuto dar luogo ad equivoci inter-  pretativi nel senso che sbalzava di colpo il lettore  nel mondo dell’ indeterminatezza metafisica, egli  intende svolgere nella chiarificazione riassuntiva  nella sua opera fondamentale — e cioè nei « Pro-  legomeni » — il metodo inverso, ossia di portare  gradatamente il lettore al problema della metafisica  affrontando prima quello delle scienze particolari,  le quali, in quanto più organiche, già costituite,  già scientificamente ammesse e riconosciute, po-  tevano facilitare il compito, se non dell’autore,  almeno del lettore. Fra tutte le scienze la mate-  matica e la fisica erano le più rispondenti allo    Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 131    scopo, la prima per la sua evidenza, la seconda  per la facilità del controllo sperimentale: nul-  l’altro. |   Vana speranza ! Si è tanto bene compresa questa  intenzione che si è voluto fare della I e II parte  del problema trascendentale, un trattato di filosofia  delle scienze. Si è arrivati a vedere in quella che  è un’indagine puramente gnoseologica per arrivare  alla metafisica in senso stretto — procedimento  pertanto indispensabile — una ricerca particolare  chiusa nell’orizzonte limitato della matematica e  della fisica. E naturalmente e matematici e fisici  non si sono lì dentro riconosciuti! Se Kant avesse  presentato in un ipotetico congresso filosofico dei  suoi tempi, un’eventuale « comunicazione » sugli  argomenti trattati nelle prime due parti dei « Pro-  legomeni », essa sarebbe stata rubricata da questi  eccellenti interpreti nella « sezione » di filosofia  delle scienze, non già della teoria della cono-  scenza ! |   Tanto per darne un esempio ricordiamo che  nella dottrina dei concetti intellettivi la categoria  della sostanza trova la sua espressione nel prin-  cipio fisiologico della «permanenza della sostanza».  Ciò ha potuto dar luogo ad osservazioni come  ‘questa: che il principio medesimo, ben lungi di  essere « a priori » è stato trovato da Lavoisier a  mezzo di successive esperienze. Ma questo, ben  lungi dall’essere in contrasto con la teoria kan-  tiana dell’intelletto, ne è la conferma! Lavoisier  ha trovato l’applicabilità del principio nell’espe-  rienza, ma l’essenza del concetto sostanza era già,  era «a priori », era nell’intelletto. Chissà che ciò  ‘ non sarebbe stato osservato se Kant non l’avesse  fatto figurare, a maggior comprensione e volga-    132 La posizione gnoseologica della matematica    rizzazione dell’analitica trascendentale della « Gri-  tica », nel problema della faca pura nei « Pro-  legomeni »?.   E non si disse forse, e si scrive, che l’esempio  — certo non bene scelto — di « alcuni corpi sono  pesanti » come proposizione sintetica era da Kant  stato fondato perchè egli, ammettendo, appunto in  quanto giudizio sintetico, che il predicato « pe-  sante » non era già implicito nel soggetto corpo intende alludere – H. P. Grice: “He meant to mean” -- all’aria nulla sapenda della  scoperta di Torricelli ?.....   Ciò non pertanto è doveroso riconoscere che gli  esempii non sono nella dottrina kantiana sempre  opportuni. La stessa proposizione testè ricordata  ne è la conferma. Nello stesso modo l’esempio  citato nel $ 12 dei « Prolegomeni » a conferma  che l’ intuizione spaziale è «a priori », esempio  che ricorda la proposizione della geometria eu-  clidea per la quale non si possono tagliare nello  stesso punto ad angolo retto che tre sole rette e  che è su tale verità, fondata appunto sull’ intui-  zione pura «a priori», che possiamo basarci per  affermare che lo spazio perfetto non ha nè più nè  meno di tre dimensioni, avrebbe potuto essere so-  stituito più direttamente e con maggiore efficacia  dal postulato delle parallele. Così pure nel $ 38°  degli stessi « Prolegomeni » in quell’esempio delle  «due linee che taglino se stesse e ad un tempo il cir-  .colo in qualunque modo vengano tirate, si divi-  dono sempre secondo una regola tale che il rettan-  golo avente per lati i due segmenti è uguale (1)  al rettangolo avente per lati i segmenti dell’altro »,  Kant va a perdersi in argomentazioni che vengono    (1) Kant dice «uguale »; avrebbe dovuto dire « equivalente ».    | è  Cap. ITI. - Il valore del giudizio matematico 133    a complicare un teorema pertanto molto semplice  di geometria e che non sono necessarie per rispon-  dere al problema che fondamentalmente c’interessa  per sapere cioè se la « legge » — come la chiama  Kant — dell’uguaglianza del raggio è nel circolo  come figura a sè, indipendentemente dal pensiero,  oppure è il nostro intelletto che la impone ad esso.  E così altre osservazioni del genere si potrebbero  fare.   Sono queste indubbiamente meticolosità che non  nuocciono alla genialità del sistema, ma che ci pre-  sentano l’ inconveniente del particolarismo e of-  frono il fianco a facili critiche. Non nuocciono  alla genialità del complesso perchè non sono certo  degli esempii non bene scelti, che possono intac-  ‘care il compito essenziale della trattazione del-  l’analitica trascendentale nella « Critica » e della  fisica pura nei « Prolegomeni » consistente nel  porre in luce la funzione del concetto intellettivo  puro « a priori » nella formazione dell’esperienza,  come ho già dovuto altrove accennare..   Per questo possiamo notare che nessun fisico  riconoscerebbe della fisica nella materia trattata  da Kant sotto questo nome: è dessa metafisica  vera e propria, uno svolgimento perfettamente  conseguente con la trattazione della matematica  pura (estetica trascendentale); ma meglio com-  prenderemmo il complesso svolgersi di tutta la  teoria chiamando la prima (matematica pura) co-  noscenza intuîtiva, e la seconda (fisica pura) co-  noscenza intellettiva. E con ciò d’altra parte si  entrerebbe nel significato profondo del pensiero  kantiano se lo svolgimento di quello ch’egli chiama  il problema propriamente metafisico si denominasse  conoscenza razionale, adottando la distinzione fra    A  134 La posizione gnoseologica della mateniatica    intelletto e ragione come Rant l’intende ossia l’in-  telletto come attività informatrice della natura e  quindi l’elemento che solo può rendere possibile  la conoscenza della natura — l’esperienza —; la  ragione come attività puramente ideale (nel suo  preciso significato) che nulla può obbiettivamente  darci in quanto pretende di fare a meno dell’espe-  rienza, ripudiando così quell’elemento sensibile al  quale malgrado ogni nostro sforzo noi non pos-    ‘siamo fare a meno di ricorrere quando vogliamo    in certo qual modo rappresentare l’elemento che  è mèta della nostra indagine conoscitiva.   Il carattere metafisico della fisica pura come  Kant l’intende è d’altronde ammesso anche dal  più rigoroso idealismo trascendentale odierno di-  rettamente influenzato dal criticismo kantiano.  Così il Martinetti nel suo « Commento » ai « Pro-  legomeni » (pag. 215) scrive: «i giudizii della fisica  pura ($ 15) sono giudizii metafisici », nonchè (pa-  gina 219 ibid.): « la fisica pura sarebbe quindi la  metafisica immanente della natura esteriore, che  noi possiamo conoscere « a priori » in quanto pro-  cedono dalle forme pure dell’intelletto ».   Ho accennato anche ai principii della fisica pura  secondo Kant perchè essi, più di tutti gli altri, ci  possono mostrare come una dottrina profondissima  e sistematicamente svolta come quella dell’ « a  priori » possa portare a interpretazioni errate vo-  lendo in essa distinguere un « a priori » matematico  da un «a priori » fisico e così via ; ed è naturale  che sia così: l’apriorità è insita nella stessa natura  del nostro processo conoscitivo, del nostro pensiero  medesimo ; la suddivisione del sapere in tante  branche particolari non è effetto invece che di  una specializzazione recentissima dovuta a una    A.    Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 135    maggiore comodità di orizzontarsi nel sempre più  vasto campo del sapere. In questo senso pos-  siamo considerare che la dottrina dell’apriorità  non può venire posta in dubbiò dalle precedenti  e dalle susseguenti nostre considerazioni e tanto  meno della metageometria ; resta intatto il gran  merito di Kant di averci dimostrato che qualunque  conoscenza, per essere universale e necessaria, ha  bisogno di un’azione immediata innata del nostro  | pensiero ; ma il merito stesso, non in senso asso-  luto, ma certo in-senso relativo (nel caso nostro,  della matematica, non ha potuto uscire intatto  in causa dell’esclusione o quasi dal campo geo-  metrico proprio di quei giudizii che alla geometria  dànno più valido appoggio per la sua obbiettività.   Concludendo, da quanto precede verrei ad affer-  mare questo : se i principii « a priori » della ma-  tematica fossero esclusivamente della prima ca-  tegoria    (a=a, 7 <a, ecc.),    si potrebbe senz'altro accettare la dottrina di Kant  anche nelle sue estreme conseguenze: basandosi  invece la matematica su altri principii particolari  tutti suoi proprii, e, ciò che più conta, principii  passibili di discussione per ammissione degli stessi  matematici, mi sembra si possa concludere che la  matematica tende a diventare quale Kant la con-  cepisce, ma che tale essa non sia ancora attual-  mente.   Cerchiamo di precisare meglio in che cosa con-  sista questo tendere della matematica a dare ai  suoi giudizii valore universale e necessario e a di-  venire, secondo il nostro modo di vedere, la più  ‘ alta espressione della conoscenza sensibile ; al di-    136 La posizione gnoseologica della matematica    venire cioè il numero l’elemento meglio adatto  nel conoscere il mondo della nostra sensibilità.  Siamo ben lontani evidentemente dall’assolutismo  di alcuni fisici moderni che si riconnettono agli  antichi pitagorici; ma se tale assolutismo non può  in alcun modo essere accettato in filosofia, è però  spiegabile in un fisico. Emilio Borel non si perita  di dichiarare che « spiegare il mondo non può  significare altro per lo scienziato che dare del  mondo una descrizione numericamente esatta ».  Ma egli stesso sente il bisogno d’immediatamente  Soggiungere che per soddisfare i più esigenti sa-  rebbe necessario che « tale descrizione numerica  abbracciasse così il futuro come il passato » (1),  vana aspirazione sempre, ma tanto più irraggiun-  gibile basandoci essenzialmente sul metodo mate-  matico. Quand’anche la metereologia potesse per  un qualsiasi giorno avvenire predirci esattamente  la pressione, la temperatura, ecc., il nostro pen-  siero si domanderebbe pur sempre come siamo  giunti a questo: il nostro pensiero dubiterebbe  pur sempre che nel magnifico risultato ottenuto  non sia da escludersi, sia pure forse in minima  parte, l’effetto favorevole del caso, e quando anche  il risultato favorevole si ottenesse non una, ma  mille volte, entrambe le obbiezioni resterebbero  nella loro intensità dubitativa.    $ 14. La funzione del postulato e il dover  essere della matematica. — La concezione di un  divenire della matematica, più specificatamente di  «un tendere di essa a diventare la più alta espres-    (1) Cfr. E. BoreL, L’espace et le temps, pag. 209 segg.  (Paris, 1922).    Cap. ILI. - Il valore del giudizio matematico 137    sione della realtà sensibile, non ci sembrerà affatto  arbitraria se noi cì rappresentiamo tale scienza  come intenta a una sempre maggiore purificazione  di se stessa. E anche tale rappresentazione non ha  nulla di arbitrario, in quanto, oltre all’essere questa  la naturale tendenza di ogni sapere che aspiri ad  essere rigorosamente scientifico, la possiamo nella  matematica precipuamente riscontrare nell’ammis-  sione degli stessi matematici della necessità di  ridurre a un minimo indispensabile i postulati fon-  damentali : bisogno quindi non soltanto intuito,  ma messo in pratica (1), sia col far derivare al-  cuni giudizii matematici, precedentemente giudicati  assiomatici, da altri postulati a mezzo di un pro-  cesso deduttivo-sostitutivo, come si è veduto nelle  prime pagine di questo capitolo; sia col ridurre i  postulati a teoremi, risolvendoli poi col processo  dimostrativo.   Ove a questa tendenza i matematici si fossero  strettamente attenuti, si avrebbe oggi una scienza  indubbiamente meno sviluppata di quella che ef-  fettivamente si abbia ; ma di questo tendere della  matematica a piegarsi in certo qual modo su se  stessa, lo possiamo oggi osservare nettamente nel-  l’opera dei più notevoli filosofi della matematica.  Secondo essi mèta del matamatico oggi non deve  essere l’ampliamento, dirò, di essa, non la «sco-  perta » di nuove proposizioni, ma un sobrio pe-  riodo di riflessione è per essa più profittevole che  quell’incessante avanzare che soltanto apparente-  mente può significare progresso. Se ben guardiamo, Degna di nota la constatazione storica de Boutroux : « Le  nombre des postulats indémontrables a été de plus en plus  restreint ». (L’Idéal sc. math., pag. 251).    138 La posizione gnoscologica della matematica    le stesse creazioni della metageometria rappresen-  tano più una fase di riflessione che di creazione.  È quanto avviene anche in discipline che nulla  hanno a che vedere con la matematica : non ve-  diamo forse in economia politica una forte ed ag-  guerrita corrente di sociologi arrestarsi perplessa  dinnanzi alla corsa dell'umanità verso una sempre  maggiore ricchezza e verso una sempre più sensi-  bile miseria? La miseria è diminuita sia.pure;  ma è diminuita soltanto se manteniamo inalterate  le esigenze dell’uomo : e perchè proprio ‘dai pro-  gressisti più convinti non si dovrebbe riconoscere  come del tutto naturale e giusto anche il progresso  nelle esigenze umane? Se noi facciamo progredire  di pari passo queste esigenze con l’aumento glo-  bale della ricchezza del mondo, ecco che ci spie-  gheremo senza troppa fatica come, malgrado tutti  gl’infiniti miglioramenti economici di cui si com-  piace con se stessa la civiltà contemporanea, la  massa è infinitamente più malcontenta oggi che  non un secolo, molti secoli fa: ecco così sorgere  quello che si potrebbe chiamare la fase critica,  di riflessione del problema economico, non più  dell'aumento della ricchezza, ma di quello ben più  complesso e più umano di un’equa distribuzione  di essa. Ecco prorompere il problema teoretico me-  desimo nell’azione pratica che può naturalmente  degenerare in manifestazioni brute e violente.  Per questo credo si possano notare dei segni  — precursori se volete, ma pur sempre non dubbii —  di un periodo di raccoglimento nell’attività intel-  lettiva dell’uomo: è una specie di sosta nella quale  sembra ci domandiamo: « ma è proprio questo folle  avanzare senza mèta, questo ‘‘ progresso ’’ cieco,  ciò che forma la rivelazione più alta della mia    Cap. III. - Il valore del giudizio matematico 139    umanità ? ». O non sarebbe piuttosto doveroso o,  se la parola vi spaventa o la trovate di sapore ar-  caico, più utile, che insieme ci si metta a rimirare  il cammino percorso e che serenamente esaminiamo  se tutto in tale cammino significa effettivamente  progresso; se tutte le tappe che abbiamo percorso  furono effettivamente fatte nella stessa direzione,  per la stessa via, o non ci siamo piuttosto smarriti  in sentieri trasversali dai quali sarà saggio ritor-  nare sulla strada maestra per poi riprendere di  nuovo il cammino fatti più avveduti dalla dolorosa  esperienza provata, più severi di fronte agli allet-  tamenti di un correre verso grandiose conquiste  che più si approfondiscono e più ci rivelano la loro  natura illusoria e, soggiungerebbe uno scettico,  derisoria ed ironica ?   Senza dubbio il procedere della matematica verso  orizzonti sempre più vasti è riguardoso e prudente,  e prova ne sia che quasi sempre i nuovi postulati  introdotti vengono poi in processo di tempo più o  meno lungo, riscontrati esatti; ma questo non basta  per determinarci a credere che la formulazione dei  nuovi postulati, che le necessità sempre maggiori  vanno creando, come quelli antichi presi come  punti di partenza agli albori di tale scienza, siano  del tutto simili con i nostri principii innati.   Il controllo ulteriore dell’esattezza dei postulati  medesimi prova come la convenzionalità del mondo  geometrico sia indubbiamente molto limitata e non  certo da potersi estendere agli estremi limiti cui  hanno creduto di poter arrivare alcuni entusiasti  della nuova metageometria, identificando appunto  la convenzionalità del mondo euclideo con quella  . totale del sistema metrico decimale. Ma non per  questo dobbiamo esagerare l’efficacia del controllo    140 La posizione gnoseologica della matematica    medesimo : non v’è affatto il bisogno di ammet-  tere un’origine insita nel nostro stesso intelletto  perchè dei principii possano essere considerati per  lo meno parzialmente ipotetici, anche se in seguito  vengono riscontrati esatti. È infatti del tutto natu-  rale che intelletti superiori dediti esclusivamente  agli studii matematici, con essi quasi immedesimati  (mi si passi l’espressione), abbiano quasi sempre,  o anche sempre, veduto giusto.   Ciò, lo abbiamo veduto, può riscontrarsi anche  nelle scienze empiriche ed abbiamo accennato a  scoperte di Galileo e di Newton, le quali hanno  la loro lontana origine in ipotesi, poi controllate  valide dal metodo sperimentale.   Ma in ogni modo non è già un errore il supporre,  più ancora, il ritenere indimostrabile una proposi-  zione, che poi si riesce a dimostrare, e, si noti, a  dimostrare alcune volte con un carattere pure in-  dubbiamente più rigorosamente scientifico di quello  che effettivamente questa scienza non abbia. Cioè il  tendere della matematica a divenire la vera espres-  sione apodittica della nostra conoscenza sensibile  se è rivelato da quanto sopra, è però ostacolato dal  miraggio di estendere sempre maggiormente i suoi  confini; di affrontare sempre nuovi problemi per  risolvere i quali necessita molto spesso l’iposta-  sizzazione di una nuova definizione o di un nuovo  postulato che spesso presuppone una definizione.  Ciò non può verificarsi che a detrimento, per lo  meno parziale, della necessità e univesalità dei  suoi giudizii; le quali prerogative non possono  ammettersi che condizionatamente all’accettazione  dei postulati che vengono man mano introdotti.  Questi possono alla lor volta essere concepiti -be-    Cap. III. - Il valore del giudizio matematico  nissimo — faccio mia l’immagine del Fouillée  —  come anelli provvisoriamente posti come indimo-  strabili onde il tutto matematico non perda quella  continuità e quell’organicità su cui si basa.   E ciò avviene, alcune volte, con gli stessi mezzi  d’indagine con i quali prima si era dichiarato il  contrario. In questo caso la questione non esce dal  campo puramente tecnico del matematico. Se è  vero che questi non deve nemmeno curarsi di sapere  se i suoi postulati rispondano più o meno a delle  reali verità, più ancora se per lui la questione è  vuota di senso — lo si sostiene, ma non ne vedo  il perchè — compito del matematico è però di far  sì che le ipotesi da lui supposte come punti di.  partenza, debbano necessariamente portare alle  deduzioni ch’egli si è proposto di trarne. Inoltre,  nella formulazione delle ipotesi medesime, egli  dovrà non aver nè mancato nè ecceduto: nel corso  delle deduzioni se egli ha formulato un numero  insufficiente d’ipotesi, egli avrà agio di accorger-  sene ed eventualmente di rimediare; ma se il nu-  ‘mero d’ ipotesi da lui ammesse è superiore a quello  che era necessario per dimostrare ciò che voleva,  egli correrà il pericolo, nota lo Zeuthen, di « ve-  dersi provare da altri che alcune delle sue ipotesi  erano contraddittorie, o potevano derivare le une  dalle altre » (2).   Il che significa che anche restringendo al mas-  simo il compito del matematico — nel senso che  egli ha il diritto di prescindere da ogni preoccu-  pazione di natura filosofica — egli non può man-  FOVUILLÉEE, L’evenir de la méthaphysique fondée sur  l’expérience.   ZEUTHEN, op. cit., tr. fr., pag. 95.    149 La posizione gnoseologica della matematica    care però di attenersi al conflitto sopra detto, cioè  far sì che le ipotesi adottate non possano nel corso  delle successive dimostrazioni risultare contraddit-  torie — ciò che è evidente per tutti — ma altresì  che esse ipotesi non possano risultare in alcun  modo deducibili da altre proposizioni note.   Ma vi è di più: perchè questo incessante tentativo  di dimostrazione si verifica, se il nostro intelletto  ci ha subito fatto balenare la verità medesima come  di una tale evidenza per cui l’ intelletto stesso non  doveva non solo riuscire, na nemmeno fentare di  completare ciò che esso stesso trovava quasi parte  di se medesimo ?   Tali verità innate dovrebbero imporsi con una  tale violenza al nostro spirito che nessuno pense-  rebbe di ricercarne la spiegazione in modo più  concreto e positivo, precisamente come a nessuno  è mai venuto seriamente in mente di dimostrare  che a = a, o altri giudizii di simil natura di per  se stessi effettivamente evidenti (1).   Eppure la geometria è piena di tali indagini che  .si possano a buon diritto chiamare vittorie su se  stessa. | |   Inoltre, non vi sembra più conseguente che, ove  i postulati fossero in noi verità effettivamente in-  nate, non si sentirebbe il bisogno di aumentarle  in omaggio al sempre più vasto campo d’azione  della matematica ? Tale bisogno non potrebbe veri-  ficarsi. Ma, mi potreste rispondere, ciò si verifica  in quanto i principii medesimi non si presentano  naturalmente nello stesso numero e con la stessa  intensità al pensiero umano in tutte le gradazioni    (1) Si potrebbero qui ricordare di nuovo le frasi, citate al  $ 7, di Platone e di Pascal.    Cap. III. - Il valore" del giudizio matematico 143    del suo sviluppo: i principii innati del primitivo  possono essere ridotti a ben pochi; numerosi in-  ‘vece sono quelli dell’uomo civilizzato odierno. Ciò  dipende da cause molteplici nella ricerca delle  quali nemmeno il più rigido idealismo trascen-  dentale può prescindere dalle considerazioni fisio-  logiche inerenti al più complesso sviluppo dei  nostri organi mentali ; dell’ereditarietà concepita  come esperienza multimillenaria del nostro intel-  letto, e così via. |   Tutte cause-effetti, come si vede, perfettamente  plausibili; ma tuttavia alquanto vaghe a un at-  tento esame, alquanto insufficienti quando ci si  trova di fronte al caso particolare. Leibniz (1), ad  esempio, ci dice come l’assioma per il quale di  due linee curve che abbiano entrambe la loro con-  cavità dalla stessa parte è maggiore quella che è  al di fuori dell’altra, sia stato ammesso (unita-  mente d’altronde a diversi altri) per la prima volta  da Archimede. Ora possiamo noi credere che effet-  tivamente la pura e semplice evoluzione del pen-  siero in sè stante, cioè indipendentemente da ogni  particolare necessità matematica, sia stata tanto  sensibile da Euclide ad Archimede da poter da sè  sola giustificare l’ introduzione della nuova verità  fondamentale ?   Non acquisterebbe ben maggior valore la nostra  spiegazione se invece sostenessimo che è stato il  particolare sviluppo della geometria in tale periodo  di tempo a fare intuire ad Archimede che, ammet-  tendo la proposizione medesima come verità fon-  damentale, egli avrebbe in certo qual modo potuto  dedurre numerose altre proposizioni perfettamente    (1) Nouv. Ess., La posizione gnoseologica della matematica    consone con il principio di contraddizione, perfet-  tamente apodittiche condizionatamente a quel po-  stulato, del quale altri eventualmente avrebbero  potuto in seguito stabilire la certezza ?   Per conto mio non vi può essere dubbio nella  scelta delle due interpretazioni: la seconda mi pare  s’imponga con decisa chiarezza alla nostra ragione.  E ciò affermando sono ben lungi dal negare il valore  apodittico delle verità risultanti, dato che la mi-  nima convenzionalità che nelle verità stesse credo  si debba ammettere ripensando in alcuni casi alla  loro lontana origine, possiamo sperare che in pro-  cesso di tempo possa venire eliminata per quanto  abbiamo sopra esposto riguardo all’ incessante  sforzo della matematica per ridurre a un minimo  indispensabile i suoi postulati. È già gran risul-  tato scientifico il poter contare con sicurezza as-  soluta su proposizioni che richiedono, per essere  universalmente vere, la sola condizione di accet-  tare: come universalmente vero un determinato  principio, che, si noti, già di per se stesso non è  affatto fantastico e arbitrario, ma principio tanto  accettabile dal nostro intelletto da poter essere  preso come base dell’ulteriore costruzione (1).    (1) Da un punto di vista puramente tecnico, e perciò senza  diretta relazione con quanto esposto in quest’ultimo paragrafo,  ma importante per ben comprendere le fondamenta della ma-  tematica, si potranno consultare le opere seguenti: SAUTREAUX,  Essai sur les axiomes mathématiques (Grenoble, Gratier et  Rey); DE ContensOoN, Les fondements mathématiques (Paris,  Gauthier-Villars); MAROGER, Lecons critiques et historiques sur  le fondement des mathématiques (Paris); C. ELLIOTT,  Models to illustratethefoundations of mathematics (Edimburg,  1914); DELEGUE, Essai sur les principes des sciences mathé-  matiques.  SUE DO IO I O DI SO IL DÀ La questione precedente  svolta specificatamente nei riguardi  della geometria (1).    $ 15. La II dimensione dello spazio. — La  moderna metageometria però, forse troppo imbal-  danzita dal successo — conseguenza naturale della  sua stessa giovinezza — va ben oltre i limiti critici  in cui noi ci siamo mantenuti nel precedente capi-  tolo. Essa non si perita d’indagare anche nei più  reconditi presupposti dei fondamenti euclidei, con  il negare che la stessa intuizione dello spazio sia  in noi naturalmente identica a quella della geo-  metria euclidea: tale identità è la base sine qua  non dell’innata evidenza dei principii della geo-  metria medesima. Pure riconoscendo l’estrema im-  . portanza di questa ultima questione, faccio subito  osservare che ove tale identità, contrariamente a  quanto si ritiene oggi dalla metageometria e da  non pochi psicologi, venisse in ultima analisi con  l'essere dimostrata, le obbiezioni sopra esposte    (1) Cenni bibliografici: DEL RE, Sulla struttura geometrica  dello spazio (Napoli, 1911); P. STAECKEL, Geometrische Unter-  suchungen (Teubner, 1913); BoREL, Geometrie (Paris, Colin).    G. E. BARIÉ, La posizione gnoseologica della matematica. 10.    146 La posizione gnoseologica della matematica.    tendenti a mostrare un procedimento ipotetico sia pure limitatamente quanto si vuole della  matematica e il suo divenire, resterebbero immu-  tate. Abbiamo sostenuto che il valore universale e  necessario del giudizio matematico è il suo dover  essere e non già il suo essere, senza nemmeno  alludere alla necessità di una differenza qualsiasi  fra il nostro spazio e quello della geometria  euclidea.   Così posti i termini del problema aggiungo una.”  seconda osservazione, intimamente connessa con  la precedente, e cioè che non pretendo affatto ri-  solvere in questo capitolo il complesso problema  dello spazio in se stesso considerato, dato che il  problema stesso non è, a mio modo di vedere,  indispensabile, come si è osservato, per arrivare  alle conclusioni cui siamo arrivati; ma l’impor-  tanza di tale questione è estrema piuttosto per  quei filosofi che incondizionatamente ammettono  i principii kantiani anche nelle loro conseguenze  ultime e particolari. Kant stesso per sostenere il  suo punto di vista, ammette tale identità d’intui-  zione spaziale. Per quanto non ce ne dia mai una  esplicita dimostrazione, o per lo meno passi a  svolgere con ampiezza tale sua convinzione, vi è  però un punto nei « Prolegomeni » che non per-  mette si possano avere al riguardo dubbii di sorta.  Alludo alla osservazione III, nella quale, dopo aver  constatato ancora una volta che lo spazio non è  nelle cose, ma è un’ intuizione «a priori » che ci  permette di stabilire un rapporto fra noi e il mondo  esterno, intuizione senza la quale noi non po-  tremmo arrivare alla conoscenza sensibile, Kant  osserva che non per questo si deve ritenersi auto-  rizzati a ritenere che lo spazio medesimo sia    Cap. IV. - La questione precedente ecc. 147    qualche cosa d’immaginario, dal soggetto arbi-  trariamente creato.   Se così fosse «lo spazio del geometra verrebbe  ad essere considerato come una semplice inven-  zione senza validità obbiettiva ». Ma in che modo  sì potrebbe poi spiegare la strana combinazione  che le cose vengono poi a «concordare con l’im-  magine che noi ce ne* facciamo in antecedenza  da noi? ». |   Che tale d’altra parte sia la sicurezza su cui  Kant si basa è anche l’opinione dei più notevoli  interpreti del suo pensiero. Il Martinetti ne) suo  «Commento ai Prolegomeni » (pag. 224-225), alla  domanda postasi del come può essere il valore  universale e necessario delle proposizioni geome-  triche, così interpreta : « Ciò avviene -— risponde  Kant — in quanto lo spazio del matematico e lo  spazio nel quale si trovano i corpi sono, in fondo,  una cosa sola: lo spazio reale non è un misterioso  recipiente a cui lo spirito sia estraneo, ma è una  costruzione formale dello spirito conoscente in ge-  nere e le leggi che il matematico trova, quando  considera questa funzione dello spirito, astrazion  fatta dal contenuto che in detta costruzione for-  male viene ordinato, valgono necessariamente delle  cose corporee, perchè queste sono appunto il risul-  tato della costruzione stessa ». |   Anche qui, come già nel brano riportato da  Kant, dobbiamo distinguere : quello che partico-  larmente importa all’argomento che stiamo trat-  tando è dato dal primo periodo da cui risulta che  lo spazio nostro intuitivo e quello del geometra  euclideo sono in fondo una cosa sola. Su questa  necessità avrà d’altronde il Martinetti a ritornare  per conto suo, nello stesso « Commento », quando,    148 La posizione gnoseologica della matematica    combattendo le conseguenze estreme (la totale con-  venzionalità del mondo matematico) cui sono ar-  rivati gli esponenti della metageometria (es. Poin-  caré, Rougier, ecc.) e alcuni fisici che andarono  oltre basandosi su di essa (es. Helmholtz) si schie-  rerà risolutamente all’estremo opposto (la nessuna .  convenzionalità del mondo matematico) accettando  senza restrizioni la dottrina kantiana dell’apoditti-  cità dei giudizii matematici, completandola di quelle.  considerazioni che le scoperte della metageometria  hanno ora reso possibile (1). Il Martinetti cioè,  sostenendo la completa indifferenza della dottrina  kantiana di fronte alle indagini della metageo-  metria, si appoggerà prevalentemente al concetto  che qualunque siano per essere le geometrie pos-  sibili, tuttavia « uno spazio a tre dimensioni di-  verso dal nostro, o uno spazio a più di tre dimen-  sioni, non possono venir costruiti che in astratto  o simbolicamente rappresentati per mezzo di ele-  menti tolti al nostro spazio » (2).   Il Paulsen (3) pure interpreta che Kant faccia  risiedere la validità obbiettiva dei giudizii mate-  “matici, anche in quanto « lo spazio in cui la geo-  metria (4) opera la sua costruzione ‘a priori ’’,  cioè lo spazio della nostra rappresentazione è pre-  cisamente lo stesso spazio in cui sono i corpi ».   La relativa chiarezza dell’espressione dipende  qui, come si vedrà meglio naturalmente sull’ori-  ginale, dal non trattare l’A. la questione dal punto  ‘ di vista problematico della metageometria, ma il  significato è lo stesso.    (1) Op. cit., pag. 239-242.   (2) Nel Commento cit., pag. 240.   (3) F. PAULSEN, Kant (tr. it.), pag. 130.  (4) Bene inteso geometria euclidea. La questione precedente ecc. L’intuizione spaziale ‘ a priori ”’ e lo  spazio euclideo. — È d’altra parte indubitale che  Kant così pensasse : soltanto a titolo di definitiva  conferma ho in proposito citato il Martinetti e il  Paulsen.   È qui facilissimo cadere in errore. Per questo  nello svolgimento ulteriore del problema inerente  all’ intuizione spaziale non mi preoccuperò che  di render ben chiaro il mio pensiero, incorrendo  eventualmente anche in prolissità apparenti e  ripetizioni.   Possiamo frattanto osservare subito come la dot-  trina kantiana dello spazio da un punto di vista  generalissimo (1) è in fondo ammessa anche da  coloro che negano l’innatezza e l’invariabilità del-  l'intuizione spaziale medesima. Ma il problema  non ha nemmeno ragione di sussistere nei riguardi  di Kant, come fa ad esempio lo Stefanescu in un  libro (2) pertanto sotto molti aspetti notevole.  Dice lo Stefanescu : « L’idea di spazio quale noi  ce la rappresentiamo abitualmente oggi e quale  la concepisce Kant è un tutto omogeneo, infinito,  continuo, che non ha il suo centro in nessuna  parte, dove si possono costruire a volontà figure  , simili ecc. » (3). E fin qui possiamo anche essere  d’accordo: ciò è indubbiamente molto vago e in-  determinato, ma risponde a verità.   . Ma non ci comprendiamo più quando lo Stefa-  | nescu soggiunge: « È una forma “a priori ’’, in-  variabile, sempre identica a se medesima? No,    (1) Come qualche cosa d’inafferrabile e d’infinito che tutto .  informa.  (2) M. StEFANESCU, Le dualisme logique (Paris, Alcan). La posizione gnoseologica della matematica    perchè noi sappiamo storicamente ch’essa si è  modificata e che essa è ancora possibile di varia-  zioni; a fianco di una geometria euclidea, noi  abbiamo delle geometrie non euclidee» e così via  di seguito. Prima di tutto noi non possiamo affatto  affermare storicamente che la nostra intuizione  spaziale si sia modificata nel corso del tempo. In  secondo luogo non significa proprio nulla l’esempio  addotto dell’esistenza di geometrie non euctidee :  questo non viene affatto di per sè solo, ad intac-  care l’invariabilità della nostra umana intuizione  dello spazio. Già Kant aveva preveduto ed am-  messo (1).   La questione è ben diversa. Le geometrie non  euclidee già esistenti si appoggiano sopra un’in-  . tuizione spaziale che certamente non è la nostra  fisiologica, ma creazione ipotetica che significa sol-  tanto questo: se noi modificassimo l’ intuizione  spaziale che è a fondamento della geometria eu-  clidea ben diverse verrebbero ad essere le « verità »  ottenute. Questa nuova intuizione dello spazio non  è perciò l’effetto di un processo modificatore storico-  . fisiologico, come lo Stefanescu sembra credere, ma  soltanto di una convenzione ipotetica che verrebbe  in certo modo a coartare la nostra sensibilità.   Ed ecco affacciarsi qui il punto fondamentale  della questione: siamo noi sicuri di quest’ iden-  tità fra la nostra naturale umana intuizione dello  spazio e quello della geometria euclidea che ab-  biamo mostrato nel paragrafo seguente essere il .  fondamento indispensabile per accettare senza ri-  . serve il valore apodittico del giudizio geometrico  come Kant vuole ? La questione precedente ecc. L’errore della metageometria al riguardo, anche  degli esponenti più riservati di essa, è stato quello  di affermare senz’ altro la totale convenzionalità  della geometria euclidea in quanto altre geometrie  hanno potuto costruirsi con conclusioni rigorosa-  mente esatte e diverse da quelle della geometria  euclidea. Errore, in quanto a tale affermazione si  sarebbe potuto arrivare soltanto nel caso che le  geometrie diverse dalla geometria euclidea si fon-  dassero sopra un’intuizione dello spazio pure a  tre dimensioni: ciò che, sino ad ora, non è stato  possibile. Gli studi del Lobatchefski e del Riemann  riguardano un mondo diverso da quello della nostra  sensibilità e pure inchinandoci ossequienti alle  loro ipotesi geniali, non possiamo certo basarci su  di esse per intaccare nè l’universalità e necessità  dei giudizii nè l’apriorità dei principii matematici,  apriorità che d’altronde essi non pongono meno-  mamente in dubbio, almeno considerando l’aprio-.  rità soltanto come non empiricità e non come in-  natezza.   La questione della terza dimensione nella nostra  intuizione spaziale si presenta al nostro esame sotto  un aspetto psicologico e sotto un aspetto rigida-  mente geometrico. Sotto il primo aspetto la que-  stione non fornisce veramente all’attenzione dello  studioso elementi tali che ci possano portare a con-  cludere logicamente in un modo o nell’altro: sotto  l’aspetto geometrico, senza potere affermare essere  la questione medesima molto innanzi, possiamo  indubbiamente trovare in esso più solidi punti di  appoggio. |   È evidente che soltanto dalla fusione degli sforzi  concordi di matematici e di psicologi si potrebbe  su tal punto arrivare ad una chiarificazione. Ma    152 La posizione gnoseologica della matematica    ciò si presenta sempre più difficile con la sempre  maggiore specializzazione delle singole scienze, la  quale, se si è resa necessaria per efficacemente pro-  seguire nel campo del conoscere, ha anche portato  disgraziatamente — perchè non confessarlo? —- ad  una specie di diffidenza fra i cultori di questa o  quella disciplina.   Da un punto di vista molto generale, qualche  cosa indubbiamente si è fatto nella seconda metà  del secolo scorso; ma si mirò allora piuttosto a.  indagini atte a trovare un metodo, superiore ad  ogni sospetto per la sua obbiettività assoluta, onde  poter controllare i fenomeni psichici, tanto da poter  arrivare alla formulazione di leggi psichiche con  metodo matematico.   Ma questo movimento, oltre all’ essersi mante-  nuto troppo sulle generali, come si è osservato,  per poter avere efficacia diretta sul particolare ar-  gomento della terza dimensione che stiamo trat-  tando, presenta anche l’inconveniente comune a  tutti gli indirizzi filosofici del genere: l’assogget-  tare cioè ogni ricerca, anche di carattere metafi-  sico, a un criterio puramente matematico. Ciò porta  alla necessità prima di postulare su ipotesi e alla  conseguenza inevitabile di dover poi forzatamente  far rientrare il tutto quasi in un piano prestabilito.   Quello che abbiamo già accennato nei riguardi  di Cartesio e di Spinoza (2) si presenta qui in tutta  la sua chiarezza, con l’aggravante della mancanza  della grandiosità unitaria della visione sintetica  ad esempio: G. Tu. FEcHNER, Revision der Haupt-  punkte der Psychophysik (Leipzig); H. MiNnSsrERBERG,  Ueber Aufgabe und Methoden der Psychologie (Leipzig, 1891).   (2) Cap. 1, 85.    Cap. IV. - La questione precedente ecc. 153    dell’universo preso nel suo complesso, e con la  pretesa di adottare, quasi caso per caso, l’applica-  zione del metodo matematico a ricerche sperimen-  talmente impostate, come si tende a fare nella  moderna psicologia. Specificatasi come scienza par-  ticolare, allontanatasi perciò dalla filosofia, della  quale non era stata fino allora che un capitolo,  non poteva trovare appoggio che in un criterio  positivo di ricerca e diventare sopra tutto speri-  mentale. Non quindi una collaborazione simile a quella  verificatasi fra psicologia e matematica è da auspi-  carsi per poter approfondire il problema della terza  dimensione, perchè essa, più che fusione di sforzi  significava incondizionata accettazione di metodo ;  ma nella collaborazione reciproca dei risultati ot-  tenuti, i quali frutti soltanto dal filosofo potranno  essere portati alla loro espressione ultima.   Ciò non essendosi ancora verificato, la questione  che ci preoccupa non può sfuggire del tutto, mal-  grado la buona volontà, ad una certa indetermi-  natezza.   Cerchiamo perciò di precisare con la maggiore  chiarezza possibile il problema: è la nostra intui-  zione dello spazio identica a quella della geometria  euclidea? Sarà in primo luogo necessario stabilire  se è in noi la terza dimensione effettivamente in-  nata, a priori.   Facciamo subito notare come la stessa Landa  zione del problema non intacca nemmeno lontana-  mente la nostra concezione idealistica della mate-  matica: e che anche qui, nel caso particolare della  terza dimensione, come dianzi, nel problema del-  l’ intuizione spaziale più genericamente esaminato,  qualunque possa essere la soluzione di esso problema, anche se affermativa, non nuocerebbe alla  tesi che siamo venuti svolgendo in merito al ca-  rattere parzialmente ipotetico della geometria : ove  la soluzione stessa ci portasse poi a una risposta  negativa, la incondizionata sicurezza del giudizio  matematico non potrebbe in alcun modo sussistere.  È evidente che non si possono ammettere come  del tutto innati nell’ uomo principii che presuppon-  gono un’intuizione spaziale differente da quella  insita nell'uomo medesimo. Noi sappiamo, ad es.,  che il postulato di Euclide ha valore soltanto per  uno spazio a tre dimensioni: se il nostro spazio  non fosse a tre dimensioni, cadrebbe senz'altro,  non già l’apriorità originaria del postulato me-  desimo, ma certamente il suo valore universale e  necessario, dato che la sua obbiettività non sarebbe  se non accettando come punto di partenza insin-  dacabile un’ ipotesi, che sapremmo già non rispon-  dere a verità, in quanto basata su di uno spazio  a tre dimensioni, che non sarebbe già il nostro  spazio naturale, ma uno spazio che noi avremmo  in certo qual modo preso a prestito.   La questione è, come sì vede, di tale natura da  avere il suo logico svolgimento in trattati parti-  colari di psicologia o di matematica, a seconda del  punto di vista sotto cui essa verrebbe svolta; ma  essa è di tale importanza per determinare l’esatta  posizione della geometria nella teoria della cono-  scenza, che qualche delucidazione è qui necessaria.  Necessità tanto per i filosofi, onde essi non si chiu-  dano in una rigidezza non sempre giustificata din-  nanzi alle indagini della scienza moderna e sopra  tutto alle indagini svolte in questo campo partico-  lare; quanto, e più sensibilmente ancora, per i ma-  tematici e i fisici del nuovo indirizzo metageometrico, i quali, male interpretando la dottrina di  Kant, credettero di ravvisare nella sola possibilità  di concepire una geometria diversa da quella eu-  clidea, il tallone d’ Achille della dottrina medesima,  meritandosi così il biasimo di quei filosofi che ve-  dono nelle loro argomentazioni e ricerche una specie  di circolo vizioso in quanto queste « presuppongono  già tutte quella costituzione particolare del mondo-  dell’esperienza che se ne vorrebbe derivare» (1).   Così non possiamo passare sotto silenzio che un  matematico come il Poincaré venga proprio a con-  cludere che la nostra intuizione dello spazio dif-  ferisce da quella di Euclide, che presuppone una  omogeneità ed un’isotropia che non possiamo in  alcun modo — reputa almeno il Poincaré — ri-  scontrare naturalmente nella nostra (2). Tale con-  statazione esce forse dal campo puramente matema-  tico per coinvolgere, come si vede, una questione  psicologica; ma i due aspetti del problema sono  fra loro talmente connessi, che mal si potrebbe  trattarli in modo del tutto indipendente l’ uno dal-  l’altro.   È doveroso inoltre riconoscere che tutti questi    (1) V. il Commento di Martinetti ai Prolegomeni, pag. 241.  (2) Analogamente L. RouciER, La Philosophie géométrique  . de Henri Poincaré, pag. 100. Il Rougier aggiunge a favore  della relatività dello spazio (oltre all’omogeneità e all’isotropia)  altre due prerogative, e cioè: il non comportare lo spazio al-  ‘ cuna grandezza assoluta e l’essere a amorfo-1. Come si vede  però questi ultimi due non sono caratteri differenziali o per lo  meno ammessi come differenziali fra il nostro spazio e quello  della geometria euclidea, ma sono unicamente in appoggio alla  relatività generica di ogni intuizione spaziale, concetto che la  filosofia ha già fatto suo da un pezzo. La teoria del Poincaré su  tale problema più generale troverai in: La relativité de l’espace  (L’Année psychologique, XMI, 1907, 1, 17).    156 La posizione gnoseologica della matematica    matematici — e ciò sia detto a loro onorè — nelle  loro ansiose ricerche, spingono queste al di là della  stretta cerchia tecnica in cui potrebbero contenerle  e che le complesse e molto spesso vacillanti dot-  trine della fisiologia non li spaventano. In tal modo  accade ad es. di esprimersi al Poincaré (1), dopo  avere affrontato l’aspetto fisiologico del problema:  «Se così fosse, se una sensazione muscolare non  potesse nascere se non accompagnata da questo sen-  timento geometrico della direzione, lo spazio geome-  trico sarebbe allora veramente una forma imposta  alla nostra sensibilità », parole che ci ricordano  quelle del James: « Il senso muscolare non ha un  ufficio notevole nella generazione delle nostre sen-  sazioni di forma, direzione », ecc. (2).   Così non possiamo passare sotto silenzio che uno  psicologico come lo stesso James, pure concludendo  per conto suo che la terza dimensione « forma un  elemento originario di tutte le nostre sensazioni  spaziali » (3), riconosca tuttavia notevolissimo va-  lore alla posizione opposta assunta dalla maggior  parte degli psicologi e che sia costretto a ricono-  scere egli stesso che indubbiamente il concetto della  terza dimensione non può essere senz’altro accet-  tato come quello delle altre due dimensioni (4).   Nè sì deve dimenticare come ben prima di tutto  ciò, il Berkeley considerasse la distanza come data La science et l’hypothese, pag. 73 segg.   (2) .W. James, Psicologia (tr. it.), pag. 355.   (3) Op. cit., pag. 357.   (4) Il Vaissiàre, senza trattare particolarmente la questione,  ha un'eccellente espressione per indicare l’insufficienza della vista  per determinare, anche soltanto fisiologicamente, la distanza:  « Nous nous servons de nos. lignes visuelles comme l’aveugle  se serve de son baton ». V. Psychologie Expérimentale La questione precedente ecc. > 157    in noi puramente in modo tattile, distinguendola  così dalle altre sensazioni spaziali, proprie invece  sopra tutto dell’organo visivo.   Le prove fatte sui ciechi nati, di cui ci parla la  psicologia sperimentale, possono indubbiamente far  pensare, far dubitare che nel loro complesso le fi-  gure geometriche non possono essere concepite —  malgrado la pretesa evidenza innata della defini- ©  zione — da un cieco nato. L’esempio che il James  riferisce, a proposito di tutt'altro argomento, del-  l’esperienza del dottor Franz è quanto mai signi-  ficativo per il problema che stiamo esaminando:  un giovane, cui il dottor Franz diede la vista to-  gliendogli la cataratta, posto dinnanzi a delle fi- .  gure geometriche, ebbe a dichiarare «che queste  | non sarebbero state affatto capaci di dargli l’ idea  di un quadrato o di un circolo se egli non avesse  percepita, sulla punta delle dita, la sensazione di  ciò che ora vedeva come se toccasse realmente gli  oggetti.   Riconosco perfettamente che tali allusioni e tali  esempi hanno in fondo un valore puramente rela-  tivo, in quanto altri esempi si potrebbero portare  contro questi ed esempi forse di non minore va-  lore. Così degno di nota, come argomentazione con-  traria all'esperienza del dottor Franz, è indubbia-  mente il caso di quel matematico Saunderson che  riuscì a costruire, ci dice il Mach, un sistema geo-  metrico intelligibile anche per chi vede, pure es-  sendo nato e rimasto cieco. E su questo come su  altri esempii si potrebbero svolgere considerazioni  che potrebbero eventualmente portarci a conclu-    (1) JAMES, op. cit., pag. 309. Il James lo riporta trattando  dell’ immaginazione. |    158 La posizione gnoseologica della matematica    sioni opposte a quelle cui sembrerebbe doversi  necessariamente arrivare basandoci soltanto sulle  prime da noi dianzi esposte (1).  La teoria del Poincaré sulla III dimen-  sione. Ben diverso risultato possiamo invece  conseguire esaminando la questione della terza di-  mensione nel pensiero dei matematici; innanzi  tutto, per la più precisa impostazione del pro-  blema; in secondo luogo perchè il problema me-  desimo è da loro direttamente trattato e non sol-  tanto incidentalmente com'è nei libri di psicologia  e di fisiologia. Le osservazioni dei pensatori ma-  tematici al riguardo hanno indubbiamente valore  notevole per il rigore del procedimento. Decisive  sarebbero, ove dovessimo accettarle senza obbie-  zioni, le differenze che il Poincaré — per non pren-  dere che l’esponente più insigne di tale corrente Il caso del cieco nato Saunderson dà al Mach l’occasione  di uscire in notevoli considerazioni inerenti al senso della vista  nella nostra intuizione spaziale, ma esse soltanto molto indi-  rettamente potrebbero riguardare il problema particolare che  c’ interessa, e precisamente soltanto nei limiti dello spazio fisio-  logico, che potrebbe avere attinenza con quanto sopra soltanto  per mostrare se la terza dimensione debba in noi ritenersi alla  stessa stregua delle altre, oppure se essa sia stata acquisita in  seguito o comunque circoscritta soltanto ad alcuni organi di  senso. Può in ogni modo interessare quanto la fisica, in senso  rigoroso, pensi. sull’argomento. Il Mach ne tratta, per quanto  io sappia, segnatamente in: La connaissance et l'erreur  (cap. XXII, Le temps et l’espace en physique), Analisi delle  sensazioni (cap. VI, Sensazioni spaziali nella vista; nonchè  nei cap. IV, VII, X dello stesso libro), e inoltre in uno studio  particolare: Sull’effetto fisiologico degli stimoli di luce distri-  buiti nello spazio. Si troverà in tali svolgimenti anche una  scelta bibliografia, per quanto limitata ai soli autori che il Mach  combatte o sui quali si appoggia.    . - La questione precedente ecc.  ha creduto di poter affermare fra la nostra na-  turale intuizione spaziale e quella che serve di pre-  supposto necessario alla geometria euclidea: e ciò  non tanto riguardo alle particolarità dell’ omoge-  neità e dell’isotropia che sono in questa e non  sarebbero in quella, dato che esse mi sembrano  di ben difficile determinazione, quanto nell’affer-  mazione che il Poincaré non esita a fare riguardo  alla pura e semplice convenzionalità, comodità  — per usare la sua precisa parola — delle tre di-  mensioni del nostro stesso spazio naturale.   Noi abbiamo già con sufficiente ampiezza mo-  strato come Kant e i filosofi che direttamente a  Kant si riconnettono sull’argomento, ritengono essi  medesimi indispensabile che, per il valore incon-  dizionato della loro dottrina, la nostra intuizione  dello spazio sia, appunto, a tre dimensioni: donde  il valore grandissimo di tale teoria del Poincaré.   Ma riesce egli nel suo scopo? Non mi pare.   Da un punto di vista filosofico (idealistico) le sue  acutissime considerazioni sullo spazio non presen-  tano il minimo interesse specifico; non presentano  cioè che quell’interesse generico che qualunque  dottrina scientifica offre allo studioso; ma da tale  dottrina esce illesa la teoria kantiana della natura  aprioristica della nostra intuizione spaziale e del  numero delle sue dimensioni.   Precisiamo meglio. La dottrina del Poincaré  sullo spazio è una nuova conferma — ove ce ne  fosse stato bisogno — della sua mente straordi-  nariamente aperta ad afferrare l’intima essenza  delle cose e non già soltanto la loro veste appa-  rente; dote questa — è dolorosa ma necessaria  constatazione — che non è molto frequente negli  scienziati, nemmeno fra i più insigni di essi: ma    160 La posizione gnoseologica della matematica    essa dottrina ci rivela altresì una mediocrissima  conoscenza del pensiero di Kant.   Vediamo di esporre tale dottrina almeno nelle  sue linee essenziali e sotto il suo aspetto partico-  lare, veramente originale questo, del come sia  sorta nella geometria euclidea la concezione di uno:  spazio a tre dimensioni.   Ponendosi nettamente il problema: che cosa in-  tendiamo noi dire parlando di dimensioni dello  spazio (1), il Poincaré vede la necessità di arrivare  prima che al concetto di dimensione al concetto  di divisione di un « continuo ». Che cosa si debba  intendere per « continuo » fisico l'A. ha già mo-  strato in « La Science et l’Hypotèse » e mostra  nuovamente in «La Valeur de la Science »: pos-  siamo avere l’idea di un continuo fisico tutte le  volte che noi siamo capaci di distinguere due im-  pressioni l’una dall’altra, senza che queste pos-  sano alla loro volta essere distinte da una terza  intermedia. Gli esempii sono numerosissimi in ogni  nostra sensazione, ma per non uscire dal campo  prescelto e per adottare l’esempio dell’A., pos-  siamo pensare a due oggetti leggerissimi A, C, di  cui il peso di A = 10 grammi, il peso di C = 12  grammi. Una mano un po’ esercitata può distin-  guere che A è più leggiero di C; ma se noi pren-  diamo un altro oggetto B che pesì 11 grammi,  ecco che quella stessa mano non distinguerà B nè  da A nè da C. Da cui si verrebbe a ricavare:    A=B, B=C, A<C    (1) Cfr. anche l’articolo del PoINcARÉ: L’espace et ses trois  dimensions (Revue de méthaphysique et de morale, 1903,  pag. 281-301, 407-429).    Cap. IV. - La questione precedente ecc. 161.    conclusione di cui è evidente l’assurdo. Nè miglior  risultato noi avremmo se invece di fidarci della  mano esercitata, adoperassimo la più perfezionata  delle bilance. Si verrebbe pur sempre a conclu-  dere in una contraddizione anche se i termini di  essa sarebbero infinitamente più vicini che non 4  con B e B con C nell’esempio citato.   Tale contraddizione è stata tolta con l’introdu-  zione del continuo matematico, ed appunto per  intendere questo ci siamo rifatti al continuo fisico :  « C'est l’esprit seul » dice giustamente il Poincaré,  che può risolvere la contraddizione medesima (1).   Ma che cosa ha a che vedere con tutto ciò il  numero delle dimensioni dello spazio? Innanzi  tutto « che cosa vogliamo dire quando diciamo  che un continuo matematico o un continuo fisico  ha due o tre dimensioni ? » (2). Continuando nel-  l'esempio citato e introdotta una distinzione non  soltanto fra (A e C, ma anche fra Ae Be fra B  e C contrariamente a quanto ha potuto rivelarci  la sola. esperienza bruta, si potrà sempre consi-  | derare una serie di elementi E; Fs...... . En, i quali  siano fra A e Be tali che ciascuno di essi non  sia distinguibile da quello immediatamente prece-  dente o susseguente, così :    A=H,, E, = Ea. seseo En = B    . da cui risulta che l’assurdità della serie precedente  non è stata in fondo che differita. Per venirne alla  soluzione siamo perciò costretti a introdurre un  nuovo elemento, puramente astratto questo e che  il Poincaré chiama «la notion de coupure ». Tale    (1) La Valeur de la Science B., La posizione gnoseologica della matematica. 11.    162 La posisione gnoseologica della matematica    nozione, lo dice il suo stesso nome, ci permetterà  di supporre che questa ininterrotta serie d’iden-  tità parziali non sia: ciò ci permetterà di pren-  dere in esame qualcuno degli elementi di C, cosa  che non avremmo potuto fare continuando a ve-  dere in C un continuo ininterrotto. Tali elementi  che prendiamo ad esaminare potranno essere o  tutti distinguibili gli uni dagli altri, o formare  essi stessi uno o diversi continui. Tali elementi  così arbitrariamente considerati sono appunto le  « Coupures » del Poincaré: esaminiamo allora di  nuovo con tale criterio arbitrariamente ottenuto  il continuo C. La differente situazione creata ci  permetterà di distinguere due nuovi casi, i quali  passiamo ad esaminare, osservando però che gli  elementi della serie E introdotti nel continuo €,  continuano come prima a rispondere ai due requi-  siti di appartenere tutti a C e che ciascuno di essi  non è distinguibile da quello immediatamente sus-  seguente o precedente.   I due nuovi casi sotto i quali le « coupures »  possono presentarcisi sono questi: 1° che esse  siano tutte distinguibili da tutti gli elementi della  serie Z; 2° che una di esse non sia distinguibile  da uno degli elementi E. Nel primo caso C re-  sterà sempre un continuo ininterrotto ; nel secondo  C sarà diviso.   Siamo venuti così a introdurre una nuova no-  zione : quella di divisione. Essa, come già la « cou-  pure », ci porterà ad esaminare due altri casì:  1° di considerare per divisione di un continuo  delle « coupures » date da elementi tutti fra loro  differenti e allora il continuo sarà a una.dimen-  sione ; 2° di considerare per divisione di un con-  tinuo che le « coupures » debbano alla loro volta    Cap. IV. - La questione precedente ecc. 1630    formare esse stesse uno o più continui, e allora  il continuo base sarà a più dimensioni.   E ancora, ultima distinzione, se adottiamo que-  st’ultima ipotesi (« coupures » di un continuo che  formano altri continui) e i continui che ne risul-  tano sono tutti a una dimensione, il continuo €  sarà allora a due dimensioni, se invece i continui  che ne risultano sono a due dimensioni, il con-  tinuo C sarà a tre dimensioni. Come si vede tutta la teoria del Poincaré per ar-  rivare al concetto di dimensione, è una successione  di definizioni. È quindi necessario che, perchè esse  siano accettate per lo svolgimento della sua tesi,  corrispondano al procedimento per il quale nella  geometria euclidea si è venuto introducendo il  concetto dello spazio a tre dimensioni. Ed effetti-  vamente la concezione è la stessa : le « coupures »  in questo caso introdotte per la divisione dello  spazio sono la superficie, la linea e il punto.   Posta così la nozione di spazio, il Poincaré passa  ad esaminare il caso specifico della terza dimen-  sione in genere, non vedendo perchè mai si do-  vrebbe attribuire valore diverso da quello di sem-  plice convenzione utilitaria alla intuizione spaziale  a tre dimensioni. Noi verremmo così a seguire l’A.  in considerazioni e' constatazioni molto dotte, di  . natura queste prevalentemente fisiologica, dalle  quali si dovrebbe dedurre che, se il processo della Ho cercato di esporre tale teoria del Poincaré il più bre-  vemente e chiaramente che mi è stato possibile corredando  incidentalmente la stessa (esposta in La Valeur de la Science,  cap. III) con altri pensieri e concetti dallo stesso A. svolti in  altre sue opere e segnatamente in Sc. Hyp. e in Science et    Méthode.  Porncaré, La Valeur de la Science La posizione gnoseologica della matematica    sensazione non si verificasse in noi nel modo  noto, ecc. noi non avremmo già uno spazio a tre  dimensioni, ma di un altro numero di dimensioni,  numero variabile a seconda delle diverse ipotesi.    $ 18. Critica della teoria precedente. — Tutte  queste considerazioni del Poincaré sia per quello  che riguarda la teoria della nozione di spazio, la  quale abbiamo ritenuto opportuno di esporre in  quanto essa presenta indubbiamente dei lati pro-  fondamente originali; sia per quello che riguarda  le deduzioni che egli crede di poterne trarre, per  le quali rimandiamo alle sue opere ritenendole note  nelle loro linee essenziali, cadono di fronte a una  sola obbiezione (1) di una semplicità estrema,  questa : tali argomentazioni avrebbero valore de-  cisivo anche rispetto alla dottrina kantiana ed  anche all’ idealismo gnoseologico — sotto questo  aspetto convergenti — se l’una e l’altro non aves-  sero già detto ciò; non avessero già dimostrato  cioè che lo spazio è per essi la pura forma della  sensibilità; non riguardare cioè esso in alcun  modo la verità assoluta.   Il venire a dirci, come fa il Bolis che ove  in noi non si verificasse una certa sensazione di    (1) L’obbiezione medesima ha naturalmente valore anche per  la teoria del matematico francese riguardo alla nozione del  tempo, che qui non abbiamo considerato per maggiore brevità  e semplicità: la concezione idealistica del valore del giudizio  matematico non ha nulla a soffrire di ciò; il tutto potrebbe  facilmente essere esteso anche riguardo all’ intuizione tempo-  rale, che non-presenta, da un punto di vista gnoseologico, al-  cuna differenza essenziale con quella spaziale. In Sc. Hyp. il  Poincaré conclude esplicitamente a un errore di Kant: meno  esplicitamente, ma tuttavia in modo non dubbio. V. La Valeur  de la Science, La questione precedente eco. convergenza in due sensazioni visive, che dovreb-  bero in certo qual modo mantenersi separate e che  tali specie di sensazioni di convergenza — l’espres-  sione è fisiologicamente alquanto discutibile, ma  ciò non conta per quanto andiamo osservando —  sia a sua volta sempre accompagnata — l’espe-  rienza almeno ce lo conferma — da una stessa sen-  sazione di accomodamento, noi avremmo una intui-  zione dello spazio non più a tre, ma a quattro di-  mensioni (1), non intacca affatto Kant e quello che  una corrente idealistica derivata dal criticismo  kantiano hanno già posto chiaramente in luce da  un pezzo : essere cioè l’intuizione dello spazio uni-  camente inerente alla realtà come è in natura (sen-  sibile) e non come dovrebbe essere (razionale).  Certo un « dover essere » c’è già nella conoscenza  sensibile, più ancora in qualunque percezione, e  c’è già proprio per la funzione del tempo e dello  spazio. Ma tale funzione ben lungi dal poterci dare  il dover essere che appaghi la nostra ragione, si  limita a far sentire al nostro pensiero il bisogno  appunto di una più profonda sintesi verso una  più definitiva realtà come Hegel ci ha mostrato.   Contrariamente quindi a quanto il Poincaré  stesso e molti suoi seguaci — come ad es. Luigi  Rougier (2) — e non pochi fisiologi illustri che si  | sono occupati direttamente della questione — come  ad es. l’Helmholtz  —, la teoria del matematico La Valeur de la Science, pag. 90 segg.   (2) L. Roucier, La Philosophie géométrique de H. Poin-  caré, Paris, 1920. V. pure ad opera di diversi matematici di  questa scuola (V. Volterra, I. Hadamard, P. Langevin, P. Bou-  troux), il notevole volume: Henri Poincaré, LOCUUrE scienti-  fique, l’oeuvre philosophique. HeLMHOLTZ, Wissenschaftliche ina II, La posizione gnoseologica della matematica    francese segna al riguardo la prova che la scienza  dà di una precedente speculazione filosofica, com'è  d’altra parte logico che sia. Ma ciò non può au-  torizzare alcuno a concludere che « tutto ciò che  noi possiamo dire è che l’esperienza ci ha ap-  preso che è comodo attribuire allo spazio tre di-  mensioni ».   La conclusione va bene al di là dei risultati  ottenuti : basandoci rigorosamente su di essi noi  possiamo, oggi, soltanto concludere che l’ intui-  zione dello spazio a tre dimensioni è l’unica pos-  sibile per l’uomo nel mondo nel quale esso vive.  Per questo e nel primo capitolo e nel secondo non  mi sono mai stancato di ripetere a sazietà che  l’aritmetica e la geometria dovendo basarsi esclu-  sivamente sulle forme proprie della conoscenza  sensibile (tempo e spazio), non possono e non po-  tranno mai assurgere alla ricerca della verità as-  soluta, concezione questa che la metageometria  contemporanea ha creduto essa di scoprire, mentre  invece era già una constatazione da lungo tempo  — da Kant — acquisita incrollabilmente.   La reale importanza che la metageometria pre-  senta per il filosofo, non già in quanto essa abbia  originato il problema, ma certo in quanto ai ten-  tativi di soluzione di questo ha portato notevole  contributo, è unicamente questo : hanno le verità  matematiche, condizionatamente alla conoscenza  sensibile, valore universale e necessario? Tale  problema si è appunto trattato specificatamente  nel terzo capitolo: per la soluzione di esso ho  creduto di poter prospettare la tesi di un tendere,  di un divenire della matematica ad essere tale  espressione — che è precisamente il suo « dover  essere » — ma che, contrariamente a Kant, penso La questione precedente ecc. che la matematica non ha ancora raggiunto e mai  potrà raggiungere se non ritornando in certo qual  modo sul cammino percorso, compiendo quell’opera  di riflessione sull’ampia messe di risultati raccolti,  senza preoccuparsi di estendere ancor più il pro-  prio campo conoscitivo, il che non potrebbe fare  se non introducendo ognor più nuovi postulati. In  poche parole : limitando o per lo meno non esten-  dendo il proprio dominio e preoccuparsi piuttosto  di rafforzarlo, come in parte essa sta già facendo  riguardo al calcolo infinitesimale. La possibilità di più geometrie basantesi  su di una stessa intuizione spaziale. — Perciò,  anche se dovessimo rispondere affermativamente  alla domanda postaci inerente all’essere o non la  nostra intuizione « a priori » dello spazio a tre  dimensioni, non per questo si dovrebbe dedurre  essere la geometria euclidea la sola possibile (come  vuole Kant), la sola incondizionatamente vera o, se  si vuole, più vera di altre eventuali geometrie future  esse pure basate su di uno spazio a tre dimensioni.    (1) È quindi in linea di massima accettabilissima (da un  punto di vista puramente gnoseologico,. bene inteso) quella  teoria fisiologica del De Cyon, che vi siano cioè organismi il  cui spazio sia a due od anche ad una dimensione. Ciò indi-  pendentemente dalla giustezza dell’affermazione categorica del  De Cyon che il numero delle dimensioni dello spazio corri-  sponde esattamente al numero dei canali semicircolari dell’orga-  nismo; affermazione che il Poincaré si preoccupa di combat-  tere appoggiandosi alla teoria Mach-Delage. Ma questi ultimi  sono particolari che in nessun modo possono interessare la  questione dal punto .di vista gnoseologico: è importantissimo  invece per noi porre in luce come il numero delle dimensioni  dell’intuizione spaziale — dipenda esso numero da questo o da  quello — è problema fisiologico. Modificate l’organismo e potrà  essere modificata anche l’intuizione spaziale, quindi relatività  in ogni nozione che con lo spazio ha a che fare.    168 La posizione gnoseologica della matematica    Formuliamo nettamente il nuovo problema : si  possono teoricamente ammettere due geometrie,  entrambe a tre dimensioni e che pertanto differi-  scono fra loro? Credo di sì. Le geometrie del  — Riemann e del Lobatchefski poggiano l’una e  l’altra su di un’intuizione spaziale a due dimen-  sioni e pertanto differiscono così sensibilmente fra  foro che alcune proposizioni della geometria del  Riemann arrivano a conclusioni diverse da quelle  del Lobachefski: nella geometria del primo ad es.  la somma degli angoli di un triangolo è maggiore di  due angoli retti; nella geometria del secondo tale  somma è invece minore di due angoli retti. Lo  stesso dicasi anche per le verità assiomatiche :  valga per tutte il postulato d’Euclide, posto dalla  geometria del Riemann in modo tanto diverso da  quello della geometria del Lobatchefski.   Pertanto, senza andare troppo lontano in con-  siderazioni puramente matematiche, noi possiamo  a buon diritto affermare che non vediamo per  quali ragioni noi non potremmo arrivare, in un  avvenire più o meno prossimo, a concepire una  geometria diversa dalla euclidea e tuttavia basata  su di un presupposto spaziale a tre dimensioni.  Che cosa questo ci porterebbe a concludere ?   Ci porterebbe a concludere dell’esistenza in con-  flitto di due diverse geometrie che si baserebbero  entrambe su di uno spazio a tre dimensioni, dello  stesso numero di dimensioni cioè su cui la nostra  naturale intuizione spaziale è pure basata; ossia  che quella ragione fondamentale che si era rico-  nosciuta necessaria e non sufficiente per poter so-  stenere incondizionata mente la dottrina matematica  di Kant, in quanto essa sostiene che l’unica geo-  metria possibile è per noi quella di Euclide e    La questione precedente ecc.     cioè l’identità del nostro spazio con quello euclideo  — non ha più la stessa importanza perchè l’iden-  tità medesima verrebbe eventualmente a sussistere  con un terzo fattore, e — perchè no? — magari  ‘con infiniti altri fattori, dato che non è nemmeno  da escludersi che non una, ma infinite geometrie  non euclidee si possano inventare su di una in-  tuizione spaziale a tre dimensioni.   Tutti elementi questi che ci porterebbero natu-  ralmente ad affermazioni ben diverse, per risol-  vere le quali, in omaggio al principio di contrad-  dizione, saremmo costretti ad ammettere una  differenza essenziale nei punti di partenza, dato  che soltanto nelle differenze insite in essi noi po-  tremmo trovare la spiegazione della diversità delle  conseguenze dedottene.   In tal caso quale di queste geometrie corrispon-  derebbe a quella che secondo Kant sarebbe in certo  qual modo innata in noi? Perchè mai proprio  quella euclidea ? Confesso per conto mio di non  vederne le ragioni. |   Non ne vedo le ragioni appunto perchè i prin-  cipii fondamentali sui quali la nostra geometria  si basa non sono tutti spogli di ogni carattere  ipotetico. Quest'ultima considerazione viene a chia-  rire, credo ormai senza possibilità di equivoco,  la grande importanza da me attribuita in tutto lo  svolgimento di questo saggio, e segnatamente al  cap. III, di una distinzione fra l’essere e il dover  essere della matematica. Questo dover essere sol-  tanto può rappresentare la verità universale e neces-  saria del giudizio matematico — sia pure sempre  condizionatamente alla conoscenza sensibile non  fosse altro per la necessità della matematica di  agire nel tempo e nello spazio — che Kant crede in-    170 La posizione gnoseologica della matematica    vece si debba senz'altro ravvisare in esso. Questo  valore universale e necessario non si deve invece  vedere nel giudizio matematico se non quando  ogni parvenza d’ipotesi sarà totalmente bandita  dai suoi principii fondamentali; quando cioè ba-  sandoci sulla terminologia qui adottata, tutte le  proposizioni matematiche non saranno costituite  che da assiomi o verità FIGOFOSARIONTO dedotte da -  tali assiomi.   Ma, poichè siamo obbligati a riconoscere un va-  lore convenzionalmente ipotetico — e ciò contra-  riamente a Kant e conformemente ai matematici.  puri — nei postulati, quale ragione sufficiente pos-  siamo noi avere per negare la possibilità di altre  ipotesi che ci possano portare a conclusioni dif-  ferenti, e ciò senza che le ipotesi medesime —  chè allora il fatto già si è verificato nelle geo-  metrie del Lobatchefski e del Riemann — abbiano  bisogno di appoggiarsi su di un’intuizione spa-  ziale non a tre dimensioni ?  La trattazione del lato pu-  ramente tecnico, matematico della questione, non  deve peraltro portarci troppo lontani dal nostro  punto di vista, che crediamo di poter ora con  maggiore autorità di prima riassumere nel modo .  seguente :   a) Le proposizioni matematiche, comunque si  possano considerare, non hanno importanza che per  la conoscenza sensibile, ossia per una conoscenza  che è qualitativamente inferiore a quella cui mira  la nostra ragione.   b) Le proposizioni matematiche sono basate  su principii «a priori », e procedono prevalente-  mente per intuizione. La questione precedente ecc. | Le proposizioni matematiche tendono ad  avere per bd) e condizionatamente per a) valore  universale e necessario. Malgrado tale valore esse  non abbiano ancora raggiunto, esse si possono  pur sempre considerare come la più alta e sicura  espressione della nostra conoscenza sensibile.   d) La metageometria, ben lungi dal poter es-  sere considerata come un ostacolo per l’idealismo  gnoseologico, è una nuova conferma (d’altra parte  non necessaria) del procedimento astratto della  scienza tipica. per eccellenza. Inalterata resterà la  posizione della metageometria al riguardo, qua-  lunque potranno essere per l’avvenire le scoperte  della metageometria medesima.   Qualunque infatti possa essere il valore delle  nostre considerazioni che ci hanno portati a queste  conclusioni; più ancora, qualunque possano . es-  sere i risultati che l’avvenire può riserbare alle più  coraggiose indagini, l’interpretazione idealistica  della matematica non può essere scossa.   Restano come verità definitivamente acquisite al  pensiero idealistico la necessità della fonte aprio-  ristica di ogni cognizione che intenda veramente  | esser tale e non subire a volta a volta le mutevoli  influenze della fonte empirica. Resta la necessità,  maggiormente posta in luce oggi dalla metageo-  metria — che tutto sommato ha portato più ele-  menti a favore che contro la dottrina dell’apriorità  kantiana — che il tempo e lo spazio essendo forme  conoscitive puramente condizionate alla nostra sen-  sibilità, tutte le scienze particolari, che necessaria-  mente su di esse debbono basarsi — le matematiche  non escluse —, non possono darci altre verità se  non quelle aventi valore relativamente a noi in  quel momento ed in quel luogo. Non mi si fraintenda: in quest’ultima espres-  sione non deve per nulla affatto figurare alcuna  traccia dell’antico soggettivismo kantiano, dallo  idealismo moderno definitivamente sepolto. Il re-  lativismo della nostra conoscenza scientifica con-  dizionata a quel momento e a quel luogo, è tale  unicamente rispetto al sapere logico, al pensiero  puro: per il soggetto conoscente è, nelle sue par-  ticolari condizioni, l’unica verità. possibile, verità  per lui sommamente obbiettiva; ma nello stesso  modo come noi accettiamo per assoluta verità  quanto noi sentiamo nel sogno, nell’illusione e  nell’allucinazione: la differenza consiste soltanto  nella possibilità o non del controllo sperimentale.   Da queste conclusioni delle quali soltanto c) può  essere passibile di discussione, possiamo dedurre  che la nostra indagine conoscitiva non può limi-  tarsi alle scienze, nemmeno alla più pura fra esse,  ma sia necessario andare oltre queste nel tendere  verso una verità incondizionatamente vera, verso  quella verità qualitativamente superiore che Kant,  indipendentemente dalla matematica, ci nega nel  campo gnoseologico e ci dà nel campo morale.   A Kant resta senza dubbio il merito massimo di  aver rivolto la nostra attenzione sulla formazione  e l’incalcolabile portata dell’attività sintetica della  nostra intelligenza in ogni più semplice processo  conoscitivo, e di aver additato quasi imperiosa-  mente la via da seguire al susseguente idealismo;  ma questo, insofferente dei limiti misteriosi ed  opprimenti della cosa in sè, guida la ricerta del  pensiero, sempre più sicuro di se stesso, sempre  più audace, verso la più lontana méèta della cono-  scenza razionale.  É una Comunicazione che tenni al V Congresso Inter-  nazionale di Filosofia (Napoli). Credo oppor-  tuno pubblicarla in fine al mio studio, perchè essa potrà forse  essere di ausilio nei riguardi dell’interpretazione dei nume-  rosi passi in cui accenno alla concezione della matematica nella  filosofia di Kant. se   Le note dell’ Appendice figurano anche nella Comunicazione:  sono state però qui completate con riferimenti a questo volume. La dottrina matematica di Kant  nell' interpretazione dei matematici moderni.    Introduzione. — La discussione inerente alla conce-  zione della matematica quale si può ricavare segnata-  mente dalla « Critica » e dai « Prolegomeni » ha avuto  in questi ultimi tempi una recrudescenza particolare:  ciò, è doverosa constatazione più per merito dei mate-  matici che per merito dei filosofi.   Due sono gli aspetti fondamentali che è andata assu-  mendo la polemica stessa: il primo, di data più antica,  discende direttamente da Gauss e ha incontrato sempre  più fortuna con la sicurezza dell’indimostrabilità del  V postulato, la quale portata già a rigorosa concretezza  nel ’”735 da Gerolamo Saccheri, passa con il Lobatchefski  da pura e semplice constatazione negativa ad organica  costruzione positiva. Questa corrente, sempre più per-  fezionatasi sotto l’aspetto critico attraverso Riemann,  Beltrami, Bonola, Poincaré e i suoi numerosi e valo-  rosi seguaci, è venuta oggi a costituire, più che un in-  dirizzo particolare, una nuova scienza: la metageometria.   Un secondo aspetto — recentissimo — è rappresentato  dalla riforma della logica matematica iniziatasi in Italia  con il Peano (« Formulario matematico »), completata in  Inghilterra dal Russel («The Principlesofmathematics»),  seguita entusiasticamente in Francia dal Couturat (« Les  principes des mathématiques »), ha trovato al suo nascere  non pochi oppositori fra gli stessi matematici. Per mag-  giore comodità e chiarezza chiamerò questo secondo    176 La posizione gnoseologica della matematica ’    indirizzo con la parola di logistica che il Couturat con-  siglia e alla quale contemporaneamente a lui erano addi-  venuti Itelson e Lalande, indizio che depone indubbia-  mente a favore della bontà del vocabolo prescelto, come  il Couturat stesso ebbe a constatare al Congresso di  Ginevra.  Questi sono i due aspetti fondamentali che ha assunto  la polemica contro la concezione matematica nella dot-  trina kantiana. Vi sono però matematici — e sono la  maggior parte — che senza rientrare direttamente nè  nell’una nè nell’altra corrente — in quanto non hanno  assunto nei riguardi della metageometria una posizione  decisa, e mostrano una certa diffidenza per la logistica  — si trovano in ogni modo d’accordo nella critica dei  principii kantiani, condizionatamente almeno alla loro  disciplina. Per meglio intendersi posso specificare che  uno di questi matematici è lo Young. Nella traduzione  italiana della sua opera «I concetti fondamentali del-  l’algebra e della geometria », per quanto essa sia ricca  di osservazioni acute e miniera inesauribile di dati bi-  bliografici, a pag. 61-63 si allude alla dottrina matema-  tica kantiana in modo che non si può fare diversamente  di chiamare ..... ameno. Nè fra gli Italiani è da dimen-  ticarsi lo stesso Vailati, studioso pertanto di non dubbia  dottrina, che non soltanto — sempre nei riguardi di Kant  — peccò nell’interpretazione, ma anche nella forma in  quanto uscì pure in espressioni non corrette a riguardo  del maestro e dei neo kantiani, ai quali poi — non so  proprio con quale fondamento — attribuisce di essere i  dominatori nella filosofia ufficiale dei varii paesi, plau-  dendo perciò al Couturat che contro tale indirizzo seppe  assumere, almeno in Francia, posizione di attacco.  Scritti Malgrado il Vailati le «oche del Campidoglio kantiano »  . non accennano a diminuire sopratutto nei riguardi della  sua allusione all’articolo del Couturat su « La Philo-  sophie des mathématiques de Kant» pubblicata sulla  « Reyue de Métaphysique » nel 1904 a commemorazione  del centenario della morte del filosofo tedesco.   Un esame un po’ più particolareggiato, breve quanto  si vuole, è qui necessario.    Metageometria. — Per quanto ha attinenza alla me-  tageometria la polemica si appunta fondamentalmente  sull’intuizione dello spazio, e, dovendo, per esigenza di  tempo, restringere al massimo questi appunti, si può  precisare meglio limitando la questione medesima alle  tre dimensioni dello spazio, che effettivamente Kant  pone come insindacabili, quasi non vi fosse già ai suoi  tempi la questione ad esse dimensioni inerente. Un  | punto ci rivela esplicitamente il pensiero di Kant al  riguardo: lo troviamo nei « Prolegomeni » ($ 12); in quel  paragrafo cioè che nelle intenzioni di Kant avrebbe do-  vuto avere ben più modesta funzione che non quella  che venne ad assumere in seguito con le decisive affer-  mazioni della metageometria e col nuovo carattere as-  sunto dalla questione delle dimensioni dello spazic. Il  $ 12 non era altro infatti, nel conseguente sviluppo della  dottrina kantiana, che l’enunciazione di esempi a con-  ferma della parte teorica esposta nei paragrafi prece-  denti, del carattere « a priori » dell’intuizione dello  spazio, nello stesso modo come il $ 13 non ci darà altro  che esempi a conferma della funzione puramente for-  male dello spazio medesimo.   Tale $ 12 può invece essere oggi considerato nei ri-  guardi della metageometria come il più controverso: dice  Kant « che lo spazio perfetto (quello che non è più sol-  tanto il limite di un altro spazio) abbia tre dimensioni  e che lo spazio in genere non possa averne di più si  fonda sulla proposizione che in un dato punto possono  tagliarsi ad angolo retto tre sole rette ». In altre pa- B., La posizione gnoseologica della matematica.  La posizione gnoseologica della matematica    role: lo spazio nostro ha tre dimensioni e tale consta-  tazione noi la possiamo fare soltanto basandoci su di  un principio «a priori ».   L'affermazione è esplicita e non può dar luogo a du-  plice interpretazione : è questo uno dei punti in cui Kant  rivela più palesemente la sua imperfetta conoscenza  delle matematiche, imperfetta conoscenza che si è d’altra  parte a più riprese esagerata, e che in modo molto più  significativo possiamo riscontrare in altri filosofi che si  “sono interessati di matematica senza che pertanto siano  incorsi nelle ire dei tecnici. Certo però non è passibile  di giustificazione che Kant così poco sapesse di Lambert  di non essersi ricordato di lui quando scriveva, con  assoluta tranquillità, le poche righe sopra riportate.   Soltanto, se il punto di partenza delle obiezioni dei  matematici è giusto, sono errate le conseguenze ultime.  Kant si limita a dirci che lo spazio nei suoi rapporti  con la nostra sensibilità ha tre dimensioni, il che non  vuol dire che non si possano artificiosamente costruire  tanti spazi a tante dimensioni quante si vogliono. La  metageometria non ha perciò portato alcun colpo mor-  tale alla dottrina kantiana dello spazio, non già soltanto  nei riguardi della sua apriorità considerata in senso ge-  nerico, ma nemmeno nel punto particolare del numero  delle dimensioni di esso spazio. Un colpo grave sarebbe  stato invece se si fosse dimostrato che è falso che l’in-  tuizione spaziale propria di qualunque processo cono-  scitivo umano non è a tre dimensioni, o, se possibile,  pur essendo a tre dimensioni, queste non sono quelle  della geometria euclidea.   La questione si presenta sotto due aspetti :   1° psico-fisiologico;  20 geometrico.   Soltanto nell’intima collaborazione di essi credo la  questione stessa possa avviarsi ad una soluzione: fino  ad ora tale collaborazione non solo non si è ottenuta,  ma psicologi e matematici non si sono ben compresi  reciprocamente. Troppo indeterminati i primi (Berkeley,    Appendice 179    James, Mach); più determinati ma troppo categorici ed  esclusivisti i secondi. Uno sforzo notevole al riguardo  lo troviamo nel Poincaré (1), sforzo che avrebbe avuto  più ricchi risultati se il Poincaré stesso non fosse stato  influenzato egli pure dalla convinzione dell’assoluta convenzionalità dell’intuizione spaziale nella geometria euclidea. Così la dotta esposizione di Poincaré non dice nulla di nuovo al filosofo, non significa nulla, in questo caso, alla critica della dottrina di Kant sulle tre dimensioni  della nostra intuizione spaziale, appunto perchè Kanto  non si stanca mai di ripetere che le sue forme intuizio-  nistiche della conoscenza riguardano soltanto il mondo  fenomenico non quello delle cosè in sè.   La questione resta pertanto immutata, resta in tutta  la sua intensità dubitativa: è l’ intuizione spaziale della  sensibilità umana a tre dimensioni? Ciò ammesso, è  dessa identica a quella della geometria euclidea? Que-  | stioni che la metageometria non ha sotto il primo aspetto  nemmeno affrontato, mentre sotto il secondo si è limi-  tata ad accennare vagamente ad alcune prerogative  (omogeneità, ecc.) che figurano nello spazio geometrico  e che non figurano in quello mi si passi la parola reale. La Valeur de la Science, nonchè in Revue  de Méth., ad esempio la critica alla teoria del De Cyon secondo  il quale ciascun organismo avrebbe l’intuizione dello spazio a  tante dimensioni quanti sono i canali semi-circolari. In essa si  palesa non espressamente ma non per questo meno chiara-  mente — la tendenza del Poincaré a considerare tale tesi come  essenzialmente paradossale. Anche se la teoria del De Cyon è  troppo categorica, nessun filosofo avrebbe a meravigliarsi che,  in senso più generico, l’intuizione spaziale variasse nel numero  delle sue dimensioni a seconda delle diverse strutture orga-  niche. Ove ciò si potesse dimostrare, porterebbe senza dubbio  un colpo rude alla dottrina dall’incondizionato convenzionalismo,  mentre lascerebbe immutato il valore dell’ « a priori » kantiano. La posizione gnoseologica della matematica    Indubbiamente la metageometria è destinata a dire  l’ultima parola al riguardo: per questo essa costituisce  a mio modo di vedere un indirizzo di' capitale impor-  tanza per il filosofo; anche in tal campo può manife-  starsi l’azione unificatrice della filosofia nei riguardi  delle scienze particolari; sarà compito precipuo del filo-  sofo stabilire quella sintesi fra le argomentazioni della  psicologia e quella della geometria, che sola potrà av-  viarci sulla strada della soluzione del problema, fino ad  ora esaminato soltanto sotto il punto di vista partico-  lare di questa o di quella scienza.   Nei riguardi di Kantessa rifletterebbe specificatamente,  come si è accennato, il significato del suo «a priori ».  Fondamento dei principii della geometria verrebbe ad  essere in ogni modo non già l’esperienza e quindi  l’empirismo non avrebbe nulla a guadagnarci — ma un  «a priori » convenzionale ben diverso da quello kantiano  che sarebbe il solo « a priori » possibile per la nostra  sensibilità e non soltanto il più comodo: l’innatezza  cioè contrapposta alla convenzionalità. Logistica. Un più vasto campo d’azione contro la  dottrina matematica kantiana ci è offerto dalla logistica:  mentre in fondo la metageometria, anche intesa come  da alcuni si vuole, non porterebbe che a scalzare l’aprio-  rità della nostra intuizione spaziale, la logistica mira  anche a intaccare il punto essenziale del procedimento  della conoscenza matematica: l'intuizione. Gl’assertori della logistica sostengono infatti che  ‘ nella matematica figurano soltanto l’ipotesi e il proce-  dimento logico facendo loro l’espressione del più strenuo  collaboratore di Peano, Pieri, che la matematica  pura è un «sistema ipotetico deduttivo. Crede di poter  con sicurezza affermare la logistica che per poter am-  mettere un procedimento puramente logico nella mate-  matica è necessario non tanto riformare questa quanto  riformare la logica tradizionale, che siamo abituati a  considerare come qualche cosa di necessariamente statico, immutabile nelle sue verità, mentre è invece essa  pure passibile di modificazioni e di perfezionamenti,  come qualunque altra attività del pensiero. Pare impossibile, nota il Couturat, e con lui altri matematici di  opposto indirizzo nei riguardi dell’intuizione (es, P. Bou-  troux), si sia aspettato fino al secolo XIX ad accorgersi  della insufficienza logica dei principii logici universal-  mente ammessi. Ciò constatato la logistica ci fornisce  una serie di principii fondamentali da sostituire a quelli  della logica formale, i quali ultimi si accentrano intorno  al principio di contraddizione, d’identità e del terzo  escluso.   Questi principii fondamentali della tradizione logica  hanno indubbiamente ammette la logistica dei pregi  e ciò spiega, se non giustifica, come essi abbiano potuto essere per tanto tempo incondizionati dominatori;  inoltre essi rappresentano al più alto grado il vantaggio  di essere poco numerosi e di offrire l’illusione di poter  essere alla loro volta ridotti, tanto che da alcuni si  obbligò il solo principio di contraddizione a portare  tutto il peso della logica formale.   Soltanto, per la logistica i principii stessì presentano  l'inconveniente fondamentale di non essere... principii. Lo stesso gran principio di contraddizione notano Russell e Couturat presuppone la definizione della  negazione. In questo senso si è resa necessaria la ri-forma della logica e infine l’affermazione della sua espressione più completa nella logistica. Andrei troppo lontano dal limitatissimo scopo prefissomi esponendo qui i principii della logica-matematica  in tal modo intesa, sufficienti di per se stessi a darci  tutto l’edificio matematico, senza ricorrere a nessun  altro elemento che non sia quello della deduzione delle  verità particolari da queste verità generali, e, partico-  larmente per quanto c’interessa, senza ricorrere all’intuizione. Senza dubbio è vero quanto i matematici rimprove-  rano alla logica di essersi arenata per secoli in quisquilie, distinzioni e suddistinzioni nell’ interpretazione  di Aristotele, vedendo soltanto nel procedimento logico  da lui adottato la forma di ogni sapere che aspirasse  effettivamente ad essere scienza in senso rigoroso e non  soltanto conoscenza relativa e provvisoria. Mantenuta  in questi limiti l'osservazione è perfettamente giusta,  ma in questi limiti essa è accettata da qualunque uomo  di buon senso. Coloro che trovano perfettamente natu-  rale l'eventuale meraviglia di quelli che sono portati a  constatare che soltanto nel secolo XIX ci si sia accorti  che qualche cosa si poteva riformare nella logica ari-  stotelico-scolastica, rivelano con questo implicitamente  di credere che proprio fino al declinare del 1800 tale logica aristotelico-scolastica sia rimasta sola e incontrastala padrona. Ma questo non è, e non è precisamente per merito di  quell’indagine filosofica che si cercherebbe di paragonare  in certo qual modo a dell’acqua stagnante: non è per  merito particolare di quel Kant (Proleg.) contro  il quale principalmente sono rivolte le critiche della  logistica. Reputo quindi del tutto arbitrario l’attribuire  quasi esclusivamente e secondo non pochi, esclusivamente ai matematici l’onore di aver battuto una  nuova strada nel procedimento logico chè qui le strade  non possono essere che due, le vecchie due ma certo  si può riconoscere avere essi aggiunto qualche cosa a  complemento di tali due antiche strade, l’analitica e la  sintetica. Soltanto, queste nuove, recenti modificazioni e ciò sia detto non soltanto dell’indirizzo logistico,  ma di tutta la matematica — non sono così determinanti nei rapporti fra la logica e la matematica come  normalmente si crede dai matematici o per lo meno dai  matematici logici, intendendo alludere con tale espres-  sione a quella scuola che pretende escludere l’intuizione  dal procedimento conoscitivo della matematica. Il pre-  tendere di rivoluzionare la logica equivale al preten-  dere di cambiare il nostro pensiero che si è creato la  logica: esso può andare assumendo nuovi e più complessi atteggiamenti che richiedono un perfezionamento  dei suoi elementi formali, ma questi non possono essere  sostituiti da altri, i quali, perchè si verifichi vera rivo-  luzione, non potranno che essere incompatibili con i  primi. Per questo credo non si debba fare altro quando si  parla di riforma della logica, in qualunque caso, che tenere presente che la riforma stessa non può signi-  ficare se non perfezionamento del metodo sintetico o di  quello analitico o di entrambi; ma non mai intendere  esclusione di uno di tali metodi o aggiunta ad essi di  un qualsiasi altro elemento.   Se si accettano questi punti fondamentali credo che  malgrado la logistica si debba ammettere oggi come ieri  l'intuizione come base essenziale del procedimento ma-  tematico. Ho voluto specificare « malgrado la logistica »  perchè è soltanto questa corrente che tende ad abbat-  tere completamente senza alcuna speranza di appello la  dottrina matematica di Kant: l’intuizione è infatti an-  cora oggi ammessa come condizione indispensabile per  poter proseguire tanto in aritmetica quanto e più sensibilmente, direi in geometria, da matematici non  certo sospetti di superficialità o di « divagazioni meta-  fisiche » a detrimento — la metafisica ha spalle robuste  e può sopportare tutte le accuse del rigoroso proce-  dimento proprio delle scienze esatte: basterebbe al ri-  guardo citare il Poincaré e Pietro Boutroux.   Specifichiamo bene questo punto: possiamo notare che  tutti i matematici hanno qualche cosa da rimproverare  a Kant. Innanzi tutto egli ha avuto l’ardire di parlare,  e ripetutamente, della matematica senza essere un ma-  tematico, e questo non è facilmente perdonato dai tecnici. In secondo luogo Kant non dimostra sempre di  avere una conoscenza profonda della materia che tratta:  quali possano essere i suoi meriti, è tuttavia necessario  ammettere questo. Era forse troppo filosofo per poter  essere anche qualche cosa d’altro! Egli non ha, è vero,  lasciatoin matematica alcuna traccia; nonè un Descartes o un Leibniz, ma anche le sue pretese sono al riguardo  quanto mai modeste. Egli si limita in fondo a dirci che:  a) i principii fondamentali della matematica sono  « a priori »; i giudizi matematici sono sintetici; la matematica procede per intuizione.   È bene inoltre ricordare che tali modeste pretese non  sono da Kant prospettate volendo trattare specificata-  mente del problema della matematica, ma soltanto indi-  rettamente viene a parlare di essa come avrebbe potuto  fare con qualunque altra scienza particolare: certo, essa  ha una superiorità sulle altre discipline in quanto si  presenta sotto un aspetto rigorosamente organico e le  sue proposizioni significano verità e serietà che non pos-  sono essere poste in dubbio da alcuno contrariamente  di quello che si può constatare nell’indeterminatissima  metafisica. Essa non rappresenta cioè nella teoria kan-  tiana del giudizio sintetico « a priori » che un esempio il più efficace se si vuole ma pur sempre semplice  esempio, come un altro ci vien dato dal problema inerente alla fisica pura.   Ora, mentre i matematici in generale, pure non accet-  tando integralmente questi tre punti essenziali della  dottrina matematica kantiana, tuttavia non li respin-  gono in blocco, possiamo invece notare che questo si  verifica nei riguardi della logistica.   L’azione più fortemente demolitrice di questa rispetto  a Kant verte sul terzo punto fondamentale della dot-  trina matematica di questi, voglio dire sul procedimento  intuizionistico. Per questo fu da me trattato per primo  e per questo possiamo qui concludere che malgrado le  argomentazioni portate dalla logistica medesima, l’in-  tuizione nel processo matematico si mantiene in tutta  la sua importanza proprio per quelle stesse ragioni accampate da Kant. Il vecchio esempio della Critica per il quale se un filosofo si mette ad esaminare il con-  cetto di triangolo, pure avendo lo stesso filosofo già  chiaramente fissato il concetto di punto, di linea, di spazio, ecc., non potrà mai venire a capo di nulla ba-  sandosi su tali concetti e da essi argomentando esclu-  sivamente per via rigidamente logica (analisi e sintesi),  | rimane in tutta la sua efficacia: « egli potrà riflettere  fin che vuole su questo concetto (del triangolo) non ne  tirerà fuori niente di nuovo ».   Di conseguenza rimane pure in tutta la sua efficacia  detto esempio esteso al differente contegno che di fronte  al concetto di triangolo assumerà il geometra: questi  comincerà innanzi tutto a « costruire » un triangolo, e  questo sarà il primo punto differenziale (le matematiche  agiscono sempre su « costruzioni di concetti » e non su  concetti). « Proleg. Inoltre, sapendo che due angoli retti presi insieme  equivalgono... ecc., prolungherà « un lato del suo trian-  golo, ottenendo così due angoli contigui che sono uguali  a due angoli retti » e così di seguito. Egli arriverà così  alla conclusione per una serie di ragionamenti, ma  « sempre sorretto dalla intuizione ».   Soltanto per questa differenza di procedimento, pura-  mente logico nel primo caso, logico-intuizionistico nel  secondo, si potrà arrivare a determinare che la somma  degli angoli di un triangolo è uguale a due angoli retti.   Io domando questo soltanto: è vero che si può notare  quesia differenza di procedimento ? Ciò ammesso, è vero  che nel procedimento del geometra figura un elemento  in più che in quello del filosofo ? Ciò ammesso, che cosa  è questo elemento in più ? Non è forse desso l’intuizione,  o se non volete chiamarlo intuizione, chiamatelo pure  come volete purchè non si voglia far rientrare questo  elemento in più, ossia questa nuova attività del pen-  siero che si aggiunge all’altra puramente logica del filo-  sofo e che per questo suo aggiungersi la deforma nella  sua purezza, purchè non si voglia far rientrare anche  questo nuovo elemento dicevo nel campo della lo-  gica in senso stretto. È soltanto in virtù di questo in  più deformatore che la scienza può proseguire; la logica  perfeziona una scienza, ma non vi aggiunge nulla di nuovo; la sua azione si limita ad essere puramente for-  male, esempio tipico il sillogismo. Lo stesso -possiamo osservare nei riguardi del carat-  tere sintetico del giudizio matematico, con la constata-  zione però che le critiche alla dottrina di Kant hanno  qui un’estensione maggiore in quanto sono condivise  da non pochi matematici che pure ammettono l’ intui-  zione. Innanzi tutto, adottando la terminologia kantiana  possiamo osservare nei riguardi della logistica che poichè  il giudizio matematico è basato su altri principii e non  soltanto su quello di contraddizione, perciò stesso il  giudizio matematico non può essere che sintetico. È  vero, la terminologia di Kant è in merito alquanto in-  felice; ma ciò avrebbe importanza se egli avesse voluto  darci un dizionario filosofico o porre comunque le basi  di quel linguaggio internazionale psichico-logico da  adottarsi universalmente in tutte le relazioni fra gli  uomini e segnatamente negli scambi di vedute fra gli  studiosi dei diversi paesi per meglio comprendersi, 0,  per lo meno, per non fraintendersi; ma questo non può  avere invece che ben relativa importanza nell’opera  kantiana in quanto egli si limita onestamente a dirci:  per giudizio analitico intendo questo, e per giudizio sin-  tetico quest’altro. In ogni modo la non felice scelta  della terminologia kantiana — e non soltanto in questo  caso — è stata già rilevata da tempo e da molti filosofi:    (1) Sono quindi perfettamente del parere del Couturat (La  philosophie des Math. de K. in Revue de Méth.,  che « la distinction des jugements analytiques et synthétiques  était singuliérement vague et flottante dans l’esprit méme de  son auteur », ma credo pure che questo non ha importanza per  togliere valore all’affermazione che i giudizi matematici sono  sintetici, ma tutto al più che gli esempii da Kant portati come  analitici sono essi pure sintetici: Es. (a-+-b) > a. tanto per citarne uno da Franchi in « La teorica del giudizio ». Come è stato pure notato d’altronde,  in tesi ancor più generale, che ogni giudizio non può in  fondo essere altro che sintetico (Martinetti). E anche  questo fu rilevato da filosofi nel senso più rigido della  parola senza che si fosse sentito il bisogno di ricorrere  ai lumi delle scienze particolari.   Ma, indipendentemente da ogni considerazione sul si-  gnificato di « analitico » e di « sintetico » possiamo anche  qui osservare che rimane come nel caso precedente che  il famoso esempio kantiano esprime benissimo la sin-  tesi insita nel giudizio matematico. Se noi abbiamo 7-+-5  non possiamo che per un’operazione sintetizzatrice del  | nostro pensiero determinare il numero 12. La ragione  del carattere sintetico del 12 in questo caso non dob-  biamo ricercarla con argomentazioni rigorosamente  scientifiche, ma unicamente pensando che un individuo  immaginario qualsiasi che nulla sa di aritmetica, che  non è nemmeno del nostro mondo, ove si trovi di fronte  a due categorie di oggetti (7 della prima e 5 della se-  conda) non gli viene fatto certo di pensare a un numero  solo che unisca i singoli componenti delle due categorie:  nello stesso modo se noi parliamo a un altro individuo  della stessa specie degli elementi che compongono un  oggetto qualsiasi, ad es., una sedia, esso potrà sommare  gambe, sedile e spalliera fin che vuole, non gli riuscirà  mai di ricavarne la sedia se non ricorrendo a qualche  cosa che non fa parte degli elementi medesimi e che ne  costituisce precisamente la loro sintesi. Considerazioni generali. Aspetto più generico  viene ad assumere il problema dell’« a priori ». Nei tre  punti da me posti come base essenziale della dottrina  matematica di Kant si nota cioè, nell’ordine, una sempre  maggiore estensione della critica: pochi matematici (la logistica) non ammettono l’intuizione per poter prose-  guire nella matematica; molti non ammettono il carat-  tere esclusivamente sintetico dei suoi giudizii; tutti non  ammettono l’« a priori » dei suoi principii come Kant  l’intende, ossia un « a priori » che significa in altre pa-  rale innatezza e inconcepibilità del contrario (bene in-  teso sempre ricordando che l’inconcepibilità stessa non  è considerata da Kant che condizionatamente alla nostra  sensibilità). Si è già accennato a questo «a priori » nei  riguardi della terza dimensione dello spazio alludendo  alla polemica intorno al V postulato di Euclide e alla  scienza metageometrica derivatane.   Qui non posso fare altro che completare le conside-  razioni medesime estendendole a tutto il complesso dell’a-priori matematico e non già limitandolo soltanto  alla terza dimensione dello spazio. Non credo cioò si  possa qui dare, con tutta la buona volontà possibile,  incondizionatamente ragione a Kant. Se al nostro pen-  siero ripugna di ammettere che i principii fondamentali  della matematica (definizioni, assiomi e postulati) non  ‘ siano altro che frutto di puri e semplici artifici conven-  zionali intervenuti quasi per tacito accordo fra i mate-  matici — cosa che, di qualunque abilità dialettica ed  erudizione sì possa fare sfoggio, non potrebbe portare  che alla negazione della matematica stessa, che non  verrebbe ad essere altro che un’ immensa illusione ciò non pertanto non si può ammettere che tutti questi  principii fondamentali siano in noi talmente radicati da  poter essere considerati evidentissimi anche per chi non  è addentro nelle cose di tale scienza. In altre parole  mentre se noi diciamo che A è uguale ad 4 stabiliamo  un principio che non può assolutamente non essere con-  siderato evidente da tutti, non credo si debba ammet-  tere senz'altro come verità di cui debba considerarsi  inconcepibile il contrario, viceversa proposizioni come  quella che una retta può prolungarsi all’infinito (come  sostiene Kant, « Proleg. », $ 12, alludendo evidentemente,  sia pure in modo incompleto, al II postulato di Euclide), e RISE E  Appendice nè il postulato delle parallele, nè, tanto per brevemente  intenderci, i postulati propriamente detti, intendendo  con ciò distinguerli, come d’altronde aveva intuito Eu-  clide, dagli assiomi.   L’« a priori » kantiano difetta di un tale criterio dif-  ferenziale e la ragione di tale mancanza credo proprio  debba ricercarsi nell’insufficienza della sua coltura tec-  nica dirò, della matematica. Ciò non ne infirma cioè la  dottrina considerata nel suo complesso: si può rimproverare a lui l’esclusione dei principii fondamentali a priori della matematica, ad es. che il tutto è maggiore ©  della sua parte, che è proprio il IV assioma di Euclide;  ma anche questo è un particolare. Kant vide erronea-  mente in tale giudizio un carattere puramente anali-  tico e gli sembrò che ciò potesse infirmare la sua teoria  del giudizio sintetico della matematica, mentre nel giu-  dizio stesso possiamo sì ammettere una comparazione,  ma non saprei proprio come vederci un’analisi, mentre  non sarebbe affatto difficile stabilirne il carattere sin-  tetico proprio con le stesse argomentazioni dell'esempio  del 7+5=12. Più ancora, Kant si preoccupò forse  troppo d’indicare come principii «a priori » della ma-  tematica, principii particolari ad essa esclusivamente  suoi proprii, ciò che lo portò a rifuggire da quei prin-  cipii generalissimi che invece proprio soltanto essi sono  «a priori » in quanto nozioni comuni a tutti gli uomini  e dei quali effettivamente non possiamo concepire il  contrario.   Ma, ripeto, questi sono particolari tecnici che non in-  taccano il gran valore del complesso della dottrina del-  l’« a priori » mirante a dirci che anche in quelle scienze  particolari che noi siamo abituati a considerare come le  più sicure, figura un elemento che è insito nella nostra  stessa coscienza, e che anzi è soltanto in virtù di questo  elemento che noi possiamo conoscere, che noi possiamo  raggiungere quel sapere, non destinato a mutare ad ogni  soffiar di vento, come sarebbe invece se soltanto dal  mondo esterno noi dovessimo ricavare le nostre nozioni.    190. La posizione gnoseologica della matematica ° n'a   Mi sono forse dilungato un po’ troppo, e non voglio  abusare oltre della pazienza cortese del Congresso. Una  sola osservazione per quanto riguarda i rapporti fra  Kant e i matematici considerati nel loro complesso senza  alcuna distinzione di scuola o d’altro. Nello studio delle  matematiche che ho ripreso da qualche anno, perchè ne  ho veduta l’indispensabilità per il filosofo, ho trovato  un punto sul quale tutti i matematici si trovano d’accordo: è nel parlare con eccessiva disinvoltura di Kant.  Scusatemi l’espressione, ma non ho saputo trovarne  altra più corretta; forse, la profonda venerazione per  il grande maestro mi ha presa la mano; ma confesso  che alcune volte non ho potuto fare a meno di restare  stupefatto di fronte a giudizii affrettati che non fanno:  altro, molto spesso, che porre nettamente in luce che  esistono divarii molto più sensibili fra questo e quel  matematico, che fra i matematici e Kant. Il Poincaré è  più vicino a Kant che al Vailati: il Boutroux è più vi-  cino a Kant che al Couturat e al Russel. Sembrerà  questo eccessivo semplicismo, ma appunto per consoli-  dare alquanto la mia coltura tecnica della matematica  troppo recente per poter essere molto robusta — mi  limito a chiudere con una domanda: perchè questa gara  fra i più belli ingegni matematici di tutti i paesi da  Gauss ai giorni nostri, ad assumere posizione d’attacco  contro la filosofia kantiana, proprio contro quella filo-  sofia cioè che ha portato a un così alto grado di nobiltà  la vostra disciplina ? Torino - Fratelli BOCCA, Editori Torino  ALPINOLO NATUCCI IL CONCETTO DI NUMERO  E LE SUE ESTENSIONI Studî storico-critici intorno ai fondamenti dell’ Aritmetica generale  con oltre 700 indicazioni bibliografiche. Introduzione Storica.Teorie Sintetiche. Teorie Analitiche. Teorie Logico-Formali. Critica e Metodologia. Nota bibliografica. Legato elegantemente in tela con fregi. SCRITTI MATEMATICI offerti ad OVIDIO in occasione del suo LXXV genetliaco dai Professori: Almansi Bernardi Bottasso Castellano Castelnuovo Fano Fubini Gerbaldi Giambelli Jadanza Laura Levi L. Lombardi Loria Peano Pensa Sanna Segre Severi Terracini Togliatti.  icati per cura di Gerbaldi e Loria. PASTORE SOPRA LA TEORIA DELLA SCIENZA Logica Matematica Fisica). LOGICA FORMALE  dedotta dalla considerazione di modelli meccanici con figure e tavole SILLOGISMO E PROPORZIONE Contributo alla Teoria ed alla Storia della logica pura. TUNZELMANN LA TEORIA ELETTRICA  ED IL PROBLEMA DELL’UNIVERSO Un volume con illustrazioni .puis HO a) Torino. Nome compiuto: Giovanni Emanuele Barié. Keywords: Enea, lo stoicism romano, Enea, eroe romano, eroe stoico, Catone, il noi trascendentale, vico, storia vichiana, arimmetica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Barié” – The Swimming-Pool Library.

 

Luigi Speranza -- Grice e Baricelli: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola di San Marco dei Cavoti – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (San Marco dei Cavoti). Filosofo italiano. Filosofo campanese. Filosofo italiano. San Marco dei Cavoti, Benevento, Campania. Grice: “Italian philosophers can be eccentric; Baricelli started commenting Plato but his masterpiece is a philosophical tract on sweat, as experienced by the athletes Plato was familiar with!” Filosofo, medico, e chimico, di fama italiana ed europea, Giulio Cesare B. è da molti, pure erroneamente, ritenuto originario di Benevento o di San Marco Argentano in Calabria.  Erudito e studioso di poliedriche attitudini e capacità, studia medicina. S’interessa di filosofia tanto che è autore di commenti alle opere dell’ACCADEMIA. Publica De hydronosa natura sive de sudore umani corporis, sulla natura e la terapia della sudorazione umana, e scrive l’Hortulus genialis, edito a Colonia e Ginevra, ove raccolse antidoti e sudi sulle intossicazioni. Da alle stampe il Thesaurus secretorum, in cui sono elencate le cure ed i rimedi per svariate malattie e problematiche quotidiane. Pubblica un trattato sull'uso del siero del latte e del burro come medicamento, intitolato De lactis, seri, butyri facultatibus et usu. Gl’è conferita la cittadinanza beneventana. Cultore di studi umanistici B. scrive anche alcuni epigrammi latini. Muore in Benevento. A San Marco dei Cavoti, gli venneno intitolati un circolo ricreativo, la scuola, ed la strada ove si trova l'abitazione in cui vive, già denominata Via Pastocchia, che ospita anche un monumento in suo onore, opera di Calandro A proposito dell'intitolazione della scuola, su espressa richiesta dell'allora commissario prefettizio Jelardi, l'insigne storico Zazo propone la seguente epigrafe che ne riassume le doti i meriti:  A B. CHE DEL RINASCIMENTO HA LO SPRITO INFORMATORE E LA VASTA ATTIVITÀ PROFUSE NELLE SPECULAZIONI FILOSOFICHE IL COMUNE DI SAN MARCO DEI CAVOTI A RICORDO ED INCITAMENTO PER LE GENERAZIONI CHE IN QUESTA SCUOLA SI EDUCANO NEL FERVORE E NELLA FEDE DEI NUOVI GRANDI, AUSPICATI DESTINI DELLA PATRIA. Zazo, Dizionario bio-bibliografico del Sannio, Napoli, Fuschetto, B., Jelardi, Dizionario biografico dei Sammarchesi, Benevento. nis Hortuli Genialise RERVM MEMORABILIVM, QVÆ IN HORTVLO Geniali continentur elenchus. A Beſton accenfus, perpetuòarder. A cos. poribus effe &tus procreari. Admirandumauxiliuin advefica calculum, qwo abſque inciſione diffoluitur de expurgator Alapides renum vefica frangendos mirabile remedium Ammantium lac ab alimentis recipere qualita tem. Agricola nonſemel tempeftates e Serenitates pre dicunt. Abſyntbiumroborat ventry Abfynthij Romani mira Abſalonformararus. Acorescapitis bufonefanartit Achatis lapidismirabilis Acetum ad i &tus venenosov Acetiſcyllitici miraoperato Adam eratſapiennriſsimus Aegyptiſ in annimenfura Aegyptiorum opinio de elementis. Isbe Aepyptij in morborum -Chrafacileadiguem recara Aemorrhagia (electumprefidiuna Aegypti hierogliphicis vacabant Aegyptiorumarcana ait quartanam Aegyptijregesopera magnifica do admiranda an. Liquitus conftruxiffe.zi. Aegye MONACENSIS. REGLA BIBLIOTHECA Tunt. Aegyptiorum in condiendis corporibus obferuatio. Levis ſalubritatem ad vite produktionem maxå moperè videmusconducere Aegyptiorum Auditim ir lapidis á vefsica extra Sione Aegyptij quomodoignea prefidia component Aerisnatura quomodo nofcatur Afflictionem tribuere intellettum. Agricolafilicibus in horreis cur vtantur Agricola cwufdam interitus. Alexandri mors.quo veneno fuexit caufata Alexandri ſudoredolens. Alexandri uder.fanguineus. Alexandri magnanimitas in ftudiofos Amazones mammas dextras ſecabant. Amoris originis controuerfia Amantes surfacile irafcantur Ambarum vi ebrietatemfaciat Animalia quadam Arni tempora pradicero. An transformatio realis detur. An animal in igne viuere poſsie Anni computum diuerfimode fa &tum Animalia ex putri materia non ſemper extitiffe. Anicularum quarundam facinona. Antimony in vitrum redu et io. Anuli Bubali ad gramphum vtiles Anularis digitus cordi amicus Antora napello inimiciſsima Anginaprafocatina vt compefcatur Animalia a vteerikus Dis dicata, Anguil Anguillarum cum Aquilone affe &tus Animantiumcobur à cominé oritur. Anni climacterici quales. Annibalisſtratagema in boftes. Anniprefagia à quercus galiis: Ancitodorum aliquor obferuationes A priteftium virtus mirabilis Apri ægrotantes hederam quarunt. Api efum infauftum veteribus Apri dentes adanginan dompleuritidem vtiles Apes imminente pluuia adalucaria redeunt Apiumri usherbafcelerata; Apum mirabilisſagacitasdan officium Aqua mirabilis ad viſusdefectum Aquilinumlapidem partum accelerare, 126 Aquafrigidaqualiter apparetur. Arcades qualiter annum computabant Archelai Regis in populos immanitasi go Arboris ficusmirabilisnatura: Arietislingualantium ostendit. Araneorum reła in medicina vfurpata Arbores quandoquein lapides mutate Artemiſia quando in radicibus carbonem producati Articulares dolores quomodo curentur. Archelaus Rexaſtronomie ignarus Ariſtotelis opinio demularum ortu. Ariftotelis rerum indagator, Ariſtolochia piſces ftupidosfacit. Archelaus turrim incombuſtibilem fecit: Aſphaltirisla 'usmirabilis natura, Apronomia medicis neceſaria Ararum vomitu humores expurgat. Aparagor um 2u corporis nitorem producit. Afphespropè halico ibum fiupidi Aſparagi vi mirabiliter erefcant Ap.dum natura qualis. Athenien esfacerdotes cicutam comedebant Atrila canis instarlatrabat Athenienfium ura erga fiicos Aues vfu Taxi nigra fiunt. Auri vfus in medicina Aufonij locus de mecha uxore Afilici odor vermesgignis Bafilijanhabitat pelicudinibm Aphrice Ibid. Bafilifcum haudàgallo excludi. Bardana mira vis in affe& u uteri. Bituminis vis in hiſterica paſs. Braſsica, dorura fimul fatahereunt. Bruta aliquot lafciuiffe in fominas, Bryonia mira virtus in affe&tu-matricis. Braſsica fuccus contra ibrietatem. Britânnurum præfidium in furiofos. Bubuloftercore colicam,anari. Bufonis lapis cóntra vinena. Bufonis.mira propriet as in Aſcite. Arnes dura utfiant teneriores. Canes.obmutefcunt vmbra Hyena. Capramaximè epilepſia tentatur, Capillorum defluussm laudano curare Cani Canicula exortum à veteribus previſum, Carnes cocta,quomodo crude videantur Canes fabrorum exiguos habent lienes Cancri vini quomodo co &tifimulentur Capre in luftinis montibuseuomunt Capilli noftri plantis affimilantur Caftratilienem, dan vitella ouorum deglutire ne. queunt. Cauſtica remedia,qualia adftrumas Caryophillgte vis adcorporismacular Caftorei teftespropèrenes adeffe Caminus quo fumum non emittet, Calphurnius beftia uxores dormientes necabat.Catelli membrorum dolores confopiunt, Cacodamonem mali nnncijpraſagiumattuliffe Calendula folis amica.  Capiuacceiopinio de menftruofanguine Cantharidum mira vis nocendi Carthaginienfium prefidium ad deftillationes in. fantium. Cati.cerebrum hominesdementat. Cornilacrymaſworesſuſcitat, Corui renouantnr eſos ferpenris Cervi carnes ad vita produftionen Cepamab Hyppocrate deteftari Ceruorum vita longiſsima Cerius Alatus Francorum inſignie Cerninum penem.conceptum facere. Ceraforum aqua epilecticis vtiliſsima Chamedrij mira vis ad lienofos Chalcanti vfus quidoperetur Chymici forebantapud veteres: Cibm Chuslapidus quomodo apparetur. Cicutam uterinum furorem domare Cicuta virginum mammas detumat Cynorrhodi radix ad hydrophobiam Cyminum hominibupallorem inducere. Cyprinorum vfuspodlagricis infeftus Cyprini officulü caluarisad spilefiä mirabile Clarorum virorumexitus. Lorui morientiúm fæditatem fentiunt Colicu dolor quomodofanetur  Collegium veterum pro tuendaſanitate Cotoneorumfeminaadcombufta Confedtio fenibuspraftantiſſima Corpusutglabrum reddipofit Corpora venenatá vtnofcantur. Coralline vis adlumbricos Corniplanta hydrophobiam ſuſcitat Consensus de disensus animantium Corneliu Celji valetudinis precepta. Creationis mundi opiniones. 10 Croci metallorum.compofitio.:  Crinesmulierum qua via denfiores fiant Cupreff folia Strumas auferre. Cur fit vtquis clauos vomere videatur. Cucumeres oleum abborrent. Cur quiti impronisè moriantur. D. Ature flores Defunium capillorum ab hydrargiro, Demoris afturia apud indos. IS Democrittfedulitas in olei caritare. Demofthenes quomodocuraffet lingue impedimen Denti Dentium dolores bufonis tibia janari:  Dentium ftupor àportulacaremouetur Dentium dolores paſtinaca marina radio conquieſterr Defipientia mulieribus familiaris, Digiti annularis ſympathia. E. EBura quoartificiocolorentur. Ebriy variafufcipiunt deliria Echini ſagacitas in ventorum mutationibus Elephantte in fæminam mirusamor Empiricorumremedi4periculofa Epistola quomodo in ouo celetur Equam grauidam marem admittere. Equagrauida fomas occiditur,abortit Equorum teftes ad ſecundas depellendas praftan. tiſsimi. Equusphaleris accinctus acrior. fot. Asies rugata quomodo emendentur. Faciem hominis diuerfimode alterari Familia in Creta mire faſcinatrices Faces ardentes ex Betula corticibus Fætor extin &ta lucerna grauidisperniciofu Febricitantium fitis qualiter compefcatur Febrem à quodum pifceillico exitari. Fæmina aliquot inrares mutate,, Fæmina pruritu corripiuntur in pudendis in prima menftriornm eruptione. -Fæcula Brionie in affecte vteri Feniculorum femina aliquando exitialia Filij Filij â parentibus figna recipiunt. Ficorum efumfudoremparerefætidum  Filices ab agris qualiter exterminentur. Flores in Aegypto fine odore. Flamma quomodo in aqua excitetur. Fluuij aliquot mirabilis natura. Fructum vinearum, iumentorumg interitus pre ſagium Ferarum natura in hominibus mirum in modum deft. 8a Fons mirabilis apud Garamantes. Frigida post pharmacü exhihita, felici fucceffu Fraxinum ferpentibus inimicum: Furiofi in pleniluno,magis infaniunt. Futi vulnera quomodo curentur. Fungi ubi in lapides mutentur.  fumus hydrargiri quid efficiat Galenu,Medicorum princeps Aline appenfo milui capite furisunt. Galega, defcordij vis contra peftem. Gallinarum.stercus adfungorum viru.  Gallinarum adeps quomodo diu ſeruetw Gallina quomodofæcunda fiant. Gentium.don populorum ingenia. Germanorum mos circa coitum. Gigantes quando in orbe fuerint, Gymnofophifta apud Indos mirabiles. Grauidationis muliersus affertio.Grauida mulieres marein admittunt. Grauida conceptü quomodo valeant occisltare. Grauidaaliquando fætupariuntfine vnguibus. Gra  Greuide mulieres curpallida. Greci de Iudeorum monumentis nihiladduxe  H. Auftulus aqua matutinus falubris. Heclaignis aqua nutritur Hemicrania Gagate fubmouetur.  Homicrania à carduo benedi&to fanythr. Herfetes ceroro tabacci coufanari. Hellebori nigti ele&tio in Anticris. Hederam cumvino habere diſcordiam Hemorrboidailisherbe mira virtus, Hellebori nigriextra et nm.  Hybernie miraaerisſalubritas, Hidropsà viridi lacerto confanata Hydrophobosè poto catuli congulo aquam illico ap petere. Hippocratis opinio de balbisdefe&tiua, Hydrargiri minera quomodo reperiatur. Hyppiatriquo studioftellas albas in equorum fu cis confingant Hydrophobia rara dicuffion  Hydrargiri mira natura..Hydrargirum remedium eft advermes. Hydrargirum utilead celidolorem Hydrargirumremedium in pofte. Hydrargirum defluuium capillorum facere. Hominis vite longitudinis breuitatis figna, Homo repertus mira vaftitatis. Hominumcur aliquotfubtilioris, vel graffiorisin. genijfiant.  Homines Principis vitam imitantur. Horai. Homines inuenti miragracilitatis.  Hominis compofitionismirabilia Hominesquomodo fiant abfemy.  Hominum corpora olim vafta Ibis in degyptofolum moratur, Ignispraſidra admorbos fele &ta.  Infantes à quibusnutricibm ladandi. Infantis inumbilicum animaduerfio. Indi ante Hiſpanorum tranfitum variolas baud paffi funt. 88 Infania ex folano fyluatico quomodo emondetur Indus quidam longiffime vite. Infantes eiulareautoladein mammillu, Infantium ruptura ut curentur.  Infantes vipreferuentur ab epilepfie. Infantes ànutricibus mores recipere  Infantis umbilicum conceptum facere.  Inser Lupum eAgnum diſcordia. Inter brafficam, de vitesfympathis. Iumenta clitellaria fibilo, cantu á laboribus fubleuari Aminas aris& vitrileo extrahi Lapidis ignem redensis compofitio. Lapathiam camas duras,teneruofacit, Lacerta apudIndosmira magnitudinis, Lu,fanguisaliquandopluers viſs. Lepusannis decemviueredicitur. Letargicos à Satureia vigiles fieri. Leonardi vatri de partu opinio.  Leones Leones aftatttertianam patiuntur.  Leporumnonomnes hermaphrodui, Leo timet Gallung. ISO Linteaapud Indos igne depurari, Littera aurei coloris quomodofiant: Lignum èviſco Latum diſcutita Lienem adcorporis turpitudinem valere Lolium praun inducit ſyptomata.  Lolij nocumenta Aceto fanari. Ibid. Lups afpe&tu homines obmuteſcunt. Irupi pauci reperiuntur,ones autem multa Zapi quomodo ouibus nacere nequeant., Lumaca lapispartum accelerat Ludi in conuinijsfeftiuiquales, Lupi,canes, doFeles ut curentur,  Lupi in fenio ſerpentesin renibus generant.  Luna confinusad inferiora, mirabilis.  Lue gallica canis infeftus Lumbricosquandoquegenerari virulentos  MAmirimum vitulum àfulmine non ladi, izg Aris yubri admiranda: Maleficas artesir Septentr. exerceri  Mascitius, quàm fæmina animatur, Maritimarumtempestatumprafagia Maculanigre in morbisquid portendant. Mădragoravitibus infundit vim ſoporiferam: Mares in mammillisſapè Lachabent.. Marina pallinace radiusad dentiumdelores yti lis. Mommarum sum vtero ſympathis Medicinepraktamsia quanta fit.. Menftrualisfanguinis immanita, Medea an fuerit venefica.  Memoriaquo prafidio augeatur. Mercury pojisura in hominūnatiuitatibus, quan tum valeat. Mergorum i anferum proprietas contraHydropho biam.. Mellis vfu vita vtiliffimus. Medicina multa abanimalibus capta. Meſpulilignum ab ab ortu preferuat. Menftrua plerifqs fæminis in fenio. Mirabiles in hominibusproprietates dari. Mithridates inculpatè venena bibebat. Mithridatis antidotum ad venena. Mirafontis inEpgroproprietas, Mille pedum preparatio adcalculos.  Mille folium aduulnera conſolidanda. Morborum prauorum natura, Morus planta prudentiffima. Morfusquidam à cane rabido latrauit.  Mors inArthritide quandofuccedat.  Mures futurorum praſcj. Muftela cur rutam comedat. Multa prafidia ab animalibus homines accepije.Mulierum capilli quomodo in vermes mutentur.zo Monftruofa Dæmonis apparitio. Mulieres pregnantes vt nofcantur. Muftella fanguisadepilepfiam. Mundi creatio.ornatus. Mullus sterilisatem producit. Mulierum pinguedoſuamis. Mutin  Mulieresrarò inebriantur. Mulorumgenuspropagare nequit. Mulieresin. Ponto animalibus.nocentes. N: Natura presidentia in brutis.. Natsuitates.hominum quando ob'eruende Natura arcanaprovira producenda. Neronis crudelitas quoque pads a nutrice wiginem fumpfit. Nero Tapfiam magnificauit. Nereides, Sirene lepe vifa fust: Nili proprietu admiranda Niues rubentes in Armenie. Nodi in vmbilico infantis quid sotentas Nuxairiftica quomodofiat vigore for O Learum fterilitatis preſagium: olei, vini,fegetumquefterilitatis prefagium. olei balneumproconkulfis laudatum. aleun amigdalarum dulcinm advariolarum veftigia probibendu. olea Minerka a yeteribu dicata:  slei cinemani raracampofis.  elina olinarum oleum adunguium pannas. tur. Par Oleum latris colicum affe& um domato  Oleum lixiuio miftum albeſcit. Opthalmia aliquando.folo afpe et u communicar  @ris ulceraquomodofanemtur: Oryalus viſu auriginoſos.sanat.. Orestis cadauer odto cubitorum. fa de corde Cersui.corina uznena.. Oxes capite mouentpluuialmininente. Quesalba ubi nigrefiant.  P Arimdi difficultasquandoqueà curto umbi lco prouenit. Paracelfafalſa opinio dehomunculipartu.Panaritiumqualiter illico fanetur. Parthi, Scytheque quo venenofagittas linjrent.Pestilentitemporeinter precipua præfidia.neris Aifcatio fummum iudicatur. Papauer agreſte contra pleuritidem, Papauer ſolisfpheraminfequitur, Perfa.aliis coquinas replebant: Pediculicorpora morientium relinquunt Beftem ex occulta antipashia oriti. Penna Ibidis ſerpentes-terret,  Perniones:quomodo fanentur: Phalangii'ueneni opera. Phrensuci cur fortiſsimifint, Phrenetidem exnigro-corallio quiefcere Bhreneticialiquando mirabilia loqui. Pharmacum dare, quando periculofum.  Philomenaà vipera deuoratut. Pifa  Piſces marinifalubres, japidi, Pifiesfrixi quomodo in venenum tranfeunt. Pici mirandulani ingenium;  Picem cum oleo habere colligantiam Pici opinio de fcientiarum varietate  Portulæca foment contra lumbricosa Plurimamèterra furfum rapi iterumque deorfumi cumpluuiis precipitarz.  Polypodijmira viscontra cancrosa Porri caputquomodo augeri pofsit: Potentia imaginatiua in conceptu mirabilis. Planta fimileseffe&tu fimiles, vinute... Pluvia imminentisprofagia. Plumburglans in coli dolorepraffans. Prognoftica tempestatis pluusoſa. Prafodiam mirabile ad calculos Preſedia admiranda inangina. Pfli, do Marfi ferpentibus amici. Pulchritudo, deformitas afpeétuo quid portono. dat. Pulchritudo corporis quo termino confitna. $. Euella à teneris veneno odusara. Pulſus deficientes anfemper mali, Queen Vanium profit neris puritasin peffe.  Wartanarii improuifo rimore fananiky. Mr. Qua via volucrumpennacolorentur. Quartana quomododebellerur. Quibuscorpusflorsfcit,his lien decrefcit. Quo artificio es aduratur.  QuorumdamiAnimalium vitalongitado Quorumdam animalium naturl. Quorumdam homină virtutes, et ornamenta.  quo artificio mares ab. uxoribus. [tyfcipere vales Quo Artificio duriſsimafaxa frangerevaleamus. Quomodo in urdieriſomasexcitari valeamus. mks. R Aneterreftris oleum aditrumas ! Rexbarbarumcidoniatum gravidisfummum medicamentum.  Rerum Sympathiam in aliquot brutis Admirabi. lem effe;. Rută inter alexiteria medicaméta cõnumerari, Rores marini virtus miranda, Ruta mira. vis contra venenum. S jabbarici junijmiraproprietas, Sanguis menftruus quandoque ex oculis velgingi uis excluditur, Salis prunelle virtus,de compofitio. Sartyriam carnofum venerems excitat,flaccidum vero extinguat. Sanguis menstrualisexucis, ſcarabais venenū. Sanguis caninus hydrophobis vtilis. Saliua bominisfcorpionesnecat. Scarabei miraproprietas. Scarabai cornuti vis in febre ciendo. Sciffure laborum.usmanuum remed. Scythe quomodo diuabfque cibo vivant: Berpentesquibus fufficibusarceantur. Sene&tutisincommodah Sepermusinter mafculos meră retinet virtutã. Serpeniums ona, velgenitura in pornfumptaSerpenting gignunt. Singulis quopatto cohibeatar, Socij Diomedis in volucres conneri. Solis confuxm ad inferiora maximus. Solatri potencia contra parafitos.  fomniorsuspreſagia à Deoconcedi. Sodami -Gomorrbi fruétus vari. Solis defe et us quomodo comprehendatur. Spurij robuftiores legitimis fuus Spe& acula veterum vbi celebratamagis. Spuweis epilepticis non femper filo Spatiuwvil e fecundum Acryptias. Stygis Arcadiemortifera natura. Sirumarum mirum remediusa. Strumaper vrisano quandoquepurgalai Sterilituin bomine ytdiriwratur SAMIremedium temporepeffu. Succinum parium mulieris accelerare, Syrupus fpinæ infeftorie ad temelusume. SS SwimeisterSidera calidißima. T. sbacci vw apud Iudos. Talpeoleum ad Aruma. Taurifanguis inter VEREBANwerari. Taurilapillu veſice contracalcules. Taum Philoſopbw famen cabiberet. Ferro lenonia contra ventna. Tbagfia mira vis in facillasi. SO Thappa Thapſia veſsicas, do ademata excitat. Torpedinismira vis in capitis dolores. Trauli,cobalbi,do femilingues unde finns. Tuberum efufrequenti hominescadunt. Aleriane vis contra epilepfiam, V Variola,morbilli affe&tmnoni,  Verruce quomodo extirpentur. Verbena vis in capitis doloresi Verbena virtus contra frumas Vermium in corporibus hominum varia figura 18 periuntur Vermes rubei in cerebro adnati.  Verbafci florss Sole aecedente decidunt, Veterum fepulchra mitèconftrudia Veterum ruditasdo, in foribendovarietas. Vena ſarustella ſpleneticis auxiliatrix Veterum in nuptiisconfuetudo. Veteres equoram lacrymas admirabantur. Venenumà diſsimili extinguigecontra Vermes in cordis.capſula exorti Ventorum mutationes ab Echmo previderi. Vifusacies,in quibus fueritadmiranda. Víres collapſa odoribus reſarciri poffunt. Vitrioli, com fulphurisoleumad vermes. Vipera catellosfuosparit,utnutrit Vipera inter ſerpentes fola parit animal vinã.ibe Viperamorſus Hellebori nigri radicibus fanan. Vinum pro Afthmate ſele&tum Vito longena quomodo apparemme zur. Vina Vina alba quomodo rubra fant, Virginitatismulierum figna. Vitrum quo modo diuidarur. Vinum venenatumquibus profuerit. Vinum à veteribus feminis interdi et um. Vifcum quercinum epilepticis falutare Vitri puluerem calculus comminuere.Vimivſus elephanticis falutaris.Vlcera formicantia quomodo breui fanentur. Vricornu proprietas, bet cognitio. Volatilium, piſciumque fecunditatispreſagia. Vrtica folia ſalutem, vel mortem informi in lotio prefagiunf.  De Medicine praftantia. Edicina decçio demiſla eft: ita Mercurius Trifmegiftus apud Aegyptios ſapientiſsi. profectoad fluxilis natura goltre remedium Deus altiſsimus ho minibus conceſſit; vt fanitatem conſer. uare, &perditam recuperare commodè valeamus. lofa autemà vitæ conftituto termino, et à morte nequaquam viuen. sia omninoliberare; ſedcorpora à cor suptione, et feftinadiſſolutione præfer uarepotius iudicatur. Amazonescur mammasdextras refecauerint. Mazones illæ, tantum à ſcriptori bus celebratæ,propterea fibi má. mas dextras refecari curabant, vt magis A armis gerendis aptæ fierent; vel potius Demannum, et brachiorum impedire tur motus. Mihi zutem Galeni opinio 7. Aphor. 43.ex fententia Hippoc. admo dum placet; qui has mulieres id feciffe aferuit, vt manus dextra robuftior cua detet.Hocautem à ratione alienum mi. nimèeft, quippe nutrimentum,quod in mammam dextram à natura diſtribui debebat,totum in manum, et brachium immittebatur. Strab. Olearum fterilitatis prefagium. Ergiliarum occultatio, et emerso Sucularum tempeftuofi fideris, fi pluuiofam tempeftatémouerit, et vitis, &olei germinationé fuffocabit.Ex hac cauſa Democritus olei præuifa caricate, magna vilitate oliuas in toto co tractu coemit, mirantibus, quipaupertatem, do et rinam, et quietem homini oble et a. mento cffeſciebant: at vt apparuit cau. fa, et ingens dinitiarum acceffio,reftituis mercedem, contentusleita probaffe, 0. pes fibi in promptu eflc cum vellet. Ex Fran, luncino in Sphæra. Do&oris Medici, et Philofophi, Hortulus Genialis. DeMedicinepraffantia. Edicina decçio demifla eft: ita Mercurius Triſmegiſtus apud Aegyptios ſapientiſsi musfcriptum reliquit. Hát profecto ad fluxilis natura noltre remèdium Deus altiſsimus ho minibus conceffit; vt fanitatem confere uare, et perditam recuperare commodè valeamus. lofa autem à vitæ conftituto termino, et à morte nequaquam viuen. sia omnino liberare; fed corpora à cor ruptionc, &feftina diſſolutionepræfer uarepotius iudicatur. Amazones cur mammasdextras refecauerint. AMiszonesilla, tantum àfcriptori.. mas dextras reſccaricurabant,vt magis armis gerendis aptæ fierent; vel potius De manuum, et brachiorum impedire tur motus.Mihi autem Galeni opinio 7. Aphor. 43. exfententia Hippoc. admo. dum placet; qui has mulieres id feciffe aferuit, vt manus dextra robuftior cua deret.Hocautem à ratione alienum mi. nimé eft, quippe nutrimentum, quod in mammam dextram à natura diſtribui debebat,totum in manum, et brachium immittebatur. Strab. lib.11. Olearum fterilitatis præfagius. Ergiliarum occultatio, et emerGo Sucularum tempeftuofi fideris, fi pluuiofam tempeſtatemouerit, et vitis, et olei germinationé fuffocabit. Ex bas cauſa Democritusolei præuifa caritate, magna vilitate oliuas in toto co tracta coemit, mirantibus, quipaupertatem, do et rinam, et quietem homini oble et a mento effe ſciebant: at vt apparuit cau. $ a, et ingens dinitiarum acceffio, reftituit mercedem, contentusleita probaffe, o pes Sbi in promptu effe cumi vellet. Ex Frap, lundino in Sphæra. V  O aqua Nili, Nilifluminisproprietas uædam aquæ reperiuntur, quæ fæ. cunditatem proprietate quadam inducere celebrantur: ita eſt quæ ſua vi nitroſa, vt voluit Seneca 3. Natur. quæſt. natura. fæpè vteros per petua fterilitate occluſos aperuit, et conceptumfecit: Vnde mulieres in AE gypto,vtfcripfit Ariſtot.quinos, et qua ternos frequenrer fætus edunt; ratio non alteri tribuitur, quàm Nili aquæ, quæ illis in potu familiariſlima eſt. De Mundicreatione. N qua Anni parte Müdus à Deo crea tusfuiflet,diſcordes interſe ſcriptores funt, vt Hebræi, Iſmaelitæ, Chaldæi, Arabes,Aegyptij,Græci, et Latini.Mula ti enim in Aeftate, nonnulli in vere,alij verò in Autumno conditum fuifle con tendunt. Moyles fuiſſe in Autumno affe. rere videtur, cum in Geneli dicat, Ger minet terra berbam virentem, &facientem emen, Glignum pomifera faciens fru &tung iuxtágenusfuum.Ex Aegyptijs nonnulli A eſtate creatum afferunt. Inter Latinos Cardinalis Aliacenfis vere nouo condi tum voluit.Inſuper variant,quia Plane tas aliquot afferunt in mundi principio fuiſſe creatos in fuis domibus: Solem ſci licet in Leone, Lunam in Cancro, Martē in Scorpione, Saturnum in Capricorno, Venerem in Libra,Mercurium in Virgi ne, Iouem in Sagittario. Alij, Planetas volunt, in fuis altitudinibus, præter Mercuriú, omnes fuiffe collocatos. Que autem opinio fit verior, D.Thomas 4 fons dif. 2. artic. 8. videnduseft. Murium fagacias. Vres ex ônibus animalbusquo dám do cognofcuntur. Cum enim domus aliqua conſenuit, &ruinam aliquam iamcom minatur, primi ſentiunt; et reli et is fuis cauernis, priſtiniſque fiabitationibus, domum relinquunt, properè fugientes, aliudque domiciliú quærunt. Aelianus de var, hift.lib.z.& Leuisius Lempius do fest. nat. Pluuja Mamodofuturorum præcij effe Pluuioſa tempeftatis Prognoſtics. ' Ergiliarum occafus matutinus, lo nubile Coelo accidat, hyené plu. uiofam denunciat,fi fermo Cælo,alpe ram.Sic Veneris,aut Martis per Pleiades tranfitus aliquot dicbus pluuioſam ciet tempeftarem.Saturnus inſuper cum cor pore, aut radijs ad a &turum accedit, i dem minatur.Ex Plinio,óobferuat.Stadi. Agricola non femel tempeftates, et f renitates predicant. Vltos profe et o cognoui pafto res, plerofquc agricolas, quiin prædicédislerenitatibus, et tépeftatib. magnæ mihi erant admirationi, quare tanquamcnriofus fciſcitabar, qua via, &ordinc hęcſcirent?ratus forfan fimpli ces, &idiotas non poflc tanta certitudi. ne futura prænoſcerc;nifi vel Dei mu. nere, vel Demonisa et uid fieret. Exre latu diuerfas ftellarum conftellationes abijs experientia cognitas, no et u, ani. maduerti:quarüobferuatione vera pre M dicunt. Experti enim ſupt Pleiades in Autumno, quæ in principio no&is ori. untur cum Marte, velVenere mouere tempeftatem. Aréturum non fine gran dine emergere. Hadorum ortum et oc. cafum tempeftatem pluvioſam in regio. nibus noftris prænunciare; et alia, quæ in promptu tales habent, licet alijs no minibus hæc fidera nominent. Quare mirum non eft, priores ftellarum per fcrutatores circa carum prædi& iones multa nobis reliquiffe,cum id ſapientia, et obferuatione perfecerint, quod iam idiotæ fine magiftro facere valent. Valeriana miraviscótra epilephan. leriana ſylueftris, quęlpontènal. citur,præter innumeras, quæ ab au et oribus ei tribuuntur virtutes, hancia diù, in multis, atque in fe ipfo Fabius Columna in bifter, plant. expertam ape suit,vt ſemel,velbis radicis puluerisco chlearij dimidium cumvino,aqualadte, aut alio quouis decétifucco et proggro sicómcditate, et ætate fumptü,epilep Valeri Ga correptos liberet. Extirpatur ante quam caulem edat, et puerisexhibetur, et preſertim infantibus, qui morbo hoc facilè laborant. Retulit auctor ſe multis puerulis lac propinafle; multiſ“; amicis donodediffe: qui deinde diuino prius numine glorificato, puluerehuiusplan tæ illis reftitutá fanitatem affirmarunt. Transformationes hominumin beſtia as noneffe reales. Vædá monſtruoſæ hominü tranſ formationes in beſtias à multis au Storibus fcribuntur; et inter alias, de il la Maga famosissima Circe, quæ ſocios Vlysis in deftiasfertur mutaffe: de Ar codibus, qui forte ducti tranſnatabant quoddam ftagnum atq; ibi conuerteba tur in Lupos: de Diomedis ſocijs, qui in voluitres conuerſi ſunt, plurima'addu cunt. Hoc non fabuloſo mendacio,fed hiftorica affirmatione multi confirmat, vt in fpec. natut. Gib. Vincentius Beluacenſis retulit. Aflerunt enim (vt ajtSolinus )velmagiciscantibus, vel her barum veneficio in feras corpora tranſ formari. Dicunt in experimento Neuros populos Aeftatis tempore in lupos mu tari, deinde fpatio, quod his attributun eft exacto, inpriſtinam faciem reuerti, Anautem huiuſmodi trasformatiorea. lis ſit vel illufivè facta à Demone, D.Au guft.lib. 18. de ciuit. Dei ita nodum enu. cleauit: Quod transformationes homi numinbruta animalia,quæ dicuntur ar te Dæmonum faétę,non fuerint fecun dum veritatem; fed folum fecundum apparentiam. Quippe opus hoc tantum Deieft; vt in Concil, lacro A Acyrano fancitum eft. Demonis aftutia apud Indos. Erba, quam Tabacchum appella mus, apud Occidentales Iodos in magno cratpretio.Cum eniminter hos dere graui agebatur, ad Sacerdotemil. lico accedebat,quitotuoegotiúexpone bát. Sacerdos auté corá illis fronde, vel furculum Tabacchiſumebat, qua carbo. nibus inic et ta, fumum peros, et nares ex. cipiebat, et inftar mortuiin terrá cade bat. Paulo poſt conſumptis fumivirto bus in cerebro, reſponsa, ſed ambigua, prout Dæmones perilluſiones, et fimu Jachra fuggefferant, populo dabat;qua tanquam religioſa, et veriſsima cunati recipiebant. Ita profi eto hominum ini. micus Gentiles decipere confueuerat. Monardes de rebus Indicis. Quid Picusdefcientiarum varietate fentiret. CH *Vm quodam die Ioannes Picus Mi Urandula de fcientiarum varierate diſſereret,in Hebrçorú, inquii, Philofo phia, omnia funtveluti quodam numi ne facra, et in maieftate veritatisabdita Ceu prodigia quædam, et arcana myfte sia. In Græcorum veròdifciplinis, in genium, acumen, et omnigena eruditio apparet, vt nulla vnquam gens fuerit, quæ dicendi copia, et ingenij elegancia cam illis poffitconferri.InRomanaved sò Academia, ca ferè omnia, quæad ci. witaté, et vitæ morespertinent, &graui. *, et copiosè funt explicata,ac magni fica ficè diđa. Sic ve grauitas maximè Roo manis, et imperijmaieftas, Grçcisinge nium, &acumen; Hebræis do et rina fe. cretior, et quaſi diuinitasaſiribi poſsit, Crinitus da honeft. diſcipl. lib.g. Subditos, Principis vitam vtpluri. mumimitari Rincipis vitam fubditi maximopere imitantur. Hinc fa et um eft,vt ex Philofophica vita Marci Imperatoris, magnum virorum doctorum prouentu ærasilla tulerit. Solent enim plerumque homines vitam Principis æmulari iux. ta illud Platonis à Tullio in epift.ad Lé tulum reperitü: Quales fum in Republica Principes, sales folers effe cines.Quapropter ex bonitate Principis Marci, plurimila philoſophari finxerunr,vt abeo ditarë. tur. Ex Herodiano, et Xiphilino. Rutam allium ferpentibuset werfari. Vtä odor,allija; ferpentibus max ex teftimonio Ariſtotelis 9.de.biſtor. animal.c. 6. habemus muſtelam, cum dimicatura eft cum ſerpentibus, rutam comedere. Hac etiam ratione ducti Perfæ(auctore Simone Sethi ) coquinas allijs replebāt, vt ipfasà ferpentiú contagio tuerentur. Animaliaoriri, et viuere poſſe in ig ne compertum eft. Agna admiratione dignum eſt illud, quod ab Ariſt. s.de hiftor. animal adducitur; animalia ſcilicet oriri, et viuere in igne,cum elementum hoc omnia comburat: et nullatenus pu treſcat. In Cypro, inquit, infulaærarijs fornacibusvbi, Calcites lapis ingeftus compluribus diebus crematur,beſtiola in medio igne naſcuntur pennatæ,paulo mufcisgrandibus maiores, quæ per igne Saliant, et ambulent. Equidem fià tanto viro hocnon aperiretur; vix credere homincs auderent, cum totum rationi aduerſetur; fed hæc, et alia maiora à po fentiſlimanatura fieri poſſunt, 10 Lacus Lachs Affhaltitis mirabilis natura. Yommemoratione dignum puto Alphaltitis lacus naturam expo nere.Salfus ille quidem,ac ſterilis eft,fed tanta leuitate, vt etiam, quæ grauiſſima ſunt,in eum iacta fluitent:nec quiſquam demergi in profundum ne de induſtria quidemfacilè poſſit.Denique Veſpaſia mus, qui eius viſendica uſa illucaccelle sat, iuſfit quoſdam natandi infcios, vin &is poſt terga manibus, in altum deijci, et euenit omnibus, vt tanquam vi fpiri. tus farſum repulfi, deluper Auitarent. Joſepbas lib. 5.de bello Iudaicri.9. Piſces marinos falubriores, et fapidi. ores efe fluminum piſcibus. lices, tum pidiores, tum falubriores ſunt ijs, qui in fuminibus, ftagnis, lacubus, auc riuulis viuunt.Salfedo enim duriorem facit carnem, et fubtilioris fubftantiæ. Contra in piſcibus, qui ſunt in fiumini bus, &perinde eorú caro excrementitia eſt muccoſa, et infuauis. Vndeapud Co. lumellam extat lepidum didū. Philip pus cum ad Numidam hofpitem deue niſlet, et fibi è vicino fluminelupi for moſum appofitúdeguftaffet,ex puiſſet guc dixit: Peream ni piſcem putauerim ! vſque adco à Tyberino,velmarino dif. ferre putauit, vt illum piſcis nomine in. dignum iudicauerit. Mulieris cinni fogant ſerpentes, da in vermesmutantMr. ulierum capilli, quibustantopere gaudent, et pro quorum ſtructu ra in exornandis multum conſumunt te. poris,cremáei, ferpentes abigere vifi sūt: fin autem in aquam inijciantur, in ver mes non diù retenti commutantur. Plurimos homines aqui per tenebras, de per lucem vidiffe. Erum natura opulentiſsima admi ſus aciem,oculoſgue ſplendentes pręſti tit; vt multi felium more noctu vagari liberè potuerint. Legitur de Alexandro per tenebras æquè,ac per lucem vidiſſe; viſum adco acerrimum habuit Galenus, quod in lomnis, patefactis repentè pal pebris, magnamante oculos lucer via debat, vtiplede ſe fidem facit Hip port. Go Platon, plac.6.4. At mirabilior erat TiberijCeſaris proprietas; qui in tenebris exactè videbat;de qua re adeo admiratur Tranquillus, vt id pro mira culo ſcribat. Cibus fapidiſsimus quomodo apparetur. Viſapidissimum cibum habere de liderat, Gallinaceos pullos, qui la &te et panis micis laginati lipt, in menſa procuret, ij profe &to præſtantiſsimum ſaporem exhibent, mireque cum palate ineunt gratiam. Andereriam carycis nu tritus, tum ad medicinam, tum ad gula faporem eſt optimus, et piçlertim iccur. Vnde non mirum L in Inſula Hiſpa niola apud Indos, porci harundinibus zacchari faginatitantæ, ſapiditatis, et bonitatis ſint, vt febricitantibus etiam exhibeantur, Gigan eft muccofa, et infuauis.Vndeapud Co. lumellam extat lepidum di& ú. Philip puis cum ad Numidam hofpitem deuc niſlet, et fibi è vicino flumine lupi for mo ſum appofitú deguftafſet,exfpuillet guc dixit: Peream ni piſcem putauerim ! vſque,adco à Tyberino,velmarino dif. ferre putauit, vt illum piſcis nomine in. dignum iudicauerit. Mulieris cinni fogant ferpentes, do in vermes mutantur. ulierum capilli,quibustantopere gaudent, et pro quorum ſtructu rain exornandis multum confumunt té poris,cremári,ſerpentesabigere vifi sūt: fin autem in aquaminijciantur, in ver. mes non diù retenti commutantur. Plurimos homines aqui per tenebras, acper lucem vidiffe. REErum natura opulentilsima admi randam fæpiſsimè hominibus vi. ſus aciem,oculoſque ſplendentes pręſti tit; vt multi felium more noctu vagari liberè potuerint. Legitur de Alexandro per tenebras æquè, ac per lucem vidiſſe; viſum adco acerrimum habuit Galenus, quod in fomnis, patefactis repentè pal pebris, magnamante oculos lucern vi. debat, vtipfe de ſe fidem facit lib. 7.Hip porr. Platon. plac.6. 4. At mirabilior erat Tiberij Ceſaris proprietas; qui in tenebris exactè videbat; dequa re adeo admiratur Tranquillus, void pro mira culo fcribat. Cibusſapidiſsimus quomodo apparetur. QlideraGallinaceos, pullos,quila &e et panismicis laginatiſipt, in menſa procuret, ij profe &to præſtantiſsimum ſaporem exhibent, mireque cum palato ineunt gratiam. Anderetiam carycis nu tritus, tum ad medicinam, tumad gulæ faporem eſt optimus, et pięlertim iecur. Vnde non mirum G in Inſula Hiſpa niola apud Indos, porci harundinibus zacchari faginatitantæ, ſapiditatis, et bonitatis ſint, vt febricitantibus etiam exhibeantur, Gigantes in orbequando fuerint? G. Igantum foboles paulo ante Dilu (uium apparuit, patet hoc in Geneſi c.6.quando ingreſſi ſunt blijDei ad fili as hominum: poſt autem Diluuium aliqui fueruntgigantes, qui tamen non multo tempore durauerunt. Bonitas e nim naturæ (vt inquit Abulenfis c. 3: Deuteronomij) in cibis, et afpectu cæli ad terran habitatam remen humanum in tanta virtute continebat, vt tanti robo ris, et ftaturæ homines ætas illa produ. ceret; Poftea paulatim deficiente natu, ra,tanquam ad fenium múdus ifte decli. nauit, et humana corpora cum viribus minorata funt. Adfacies mulierü rugatas ſelectum præfidium. (N gratiam rugatarum mulierum, et quæ maculas in viſu fortitæ fuerint, quo ſenium, turpitudinemque faciei abfcondere valcant, optimum adduca mus præſidium. Alumen tritum, et cum recentis oui albumine agitatum,ſi dein de ferbuerit in olla,& { patula ligno coti nuo mouebitur,in vnguenti ſpiſfitudi nem tranſit. Hoc f biduo, vel triduo facies mane et vefperi collinitur, non modò emaculari et erugari, verum ſum mepulchram &gratam eam reddi ani maduertent. Maxima eft folis excellentia, do in hec inferiorainfluxus. Am maximè Homerus Solis natura, et excellentiam admirabatur, vt illú Deorú patré,hominūá; vocauerit. Ipfe enimomniú aftrorú Rex eft, et tempora cuncta moderatur: annos,menfes, et di os diſtinguit, et efficit; nos fua luce læti ficamur, et eiuscalore ſanamur. Ipfe vi. rentes herbas, et terræ nafcentia germi. narefacit, et flores redolere. Ipſefruges, producit, fructusmaturat, aerem puri ficat, lucem affert, tenebraſque repellit, elementa tranſmutat,animalia gignit, gemmaſque pretiofas cum admirandis viribus ex terræ viſceribus mira virtute spitøre facit, Hominųm ipſe, cum ho mine Gigantes in orbequandofuerint? Glucos Igantum foboles paulo ante Dilu (uium apparuit, patet hoc in Genefi c.6.quando ingreſſi funt alij Deiad fili as hominum: poſt autem Diluvium aliqui fueruntgigantes, qui tamen non multo tempore durauerunt. Bonitas e nim naturæ (vt inquit Abulenfis 6. 3. Deuteronomy )in cibis, et aſpectu cæliad terran habitatam femen humanum in tanta virtute continebat, vt tanti robo ris, et ftaturæ homines ætas illa produ ceret; Poftea paulatim deficiente natu, ra,tanquam ad fenium müdus iſte decli. nauit, et humana corpora cum viribus minorata ſunt. Adfacies mulierürugat asſeleétum præfidium. Ngratiam rugatarum mulierum, et quæ maculas in viſu fortitæ fuerint, quo ſenium, turpitudinemque faciei abſcondere valcant, optimum adduca mus præſidium. Alumen tritum, et cum recentis oui albumine agitatum, fi dein de ferbuerit in olla, et ſpacula ligno coti nuo mouebitur,in vnguenti fpiffitudi nem tranfit. Hoc ſi biduo, vel triduo facies mane et vefperi collinitur, non modò emaculæri et erugari, verum ſum mepulchram &gratam eam reddi ani. maduertent. Maxima eft folis excellentia, din hec inferior ainfluxus TO Am maximè Homerus Solis natura, et excellentiam admirabatur, vtillu Deorú patré, hominúý; vocauerit. Ipſe enim omniú aftrorú Rex eft, et tempora cunctamoderatur: annos,menſes, et di es diftinguit, et efficit; nos fua luce læti. ficamur, et eius calore ſanamur. Ipfe vi. rentes herbas, et terræ nafcentia germi. nare facit, et flores redolere. Ipſe fruges producit, fructus maturat, aerem puri ficat, lucem affert, tenebraſque repellit, elementa tranſmutat,animalia gignit, gemmaſque pretiofas cum admirandis viribus ex terræ vifceribus mira virtute qpicere facit, Hominum ipſe, çum ho minegenerat,& tandem quicquid in ter ra oritur, et occidit, corrumpitur &ge neratur, in eius poteftate eft:fic ait Ari ſtot.z.degener.d corrupt. quod propter acceſsú, &receffum Solis in circulo ob liquo,fiuntgenerationes, &corruptio pes. Hæc, et alia tali lideri Creator om. pium largituseft. Falfißimum eft Salamandramin igne viuere pole. B Ariftotelc, et Aeliano,Salaman dram non modò in igne viuere, verum etiam illum extinguere proditú eſt. His ſuffragatur Plinius lib.io.c. 67. qui tantum alleruit Salamandræ rigore elle,vt igné glaciei ad inſtar extinguat, Hi autem famigeratiſſimi viri dormi. tare videntur, cum omnia et comburi, et conſumi ab igne poſle iudicentur, Falſum ergo axioma eſt;breuique fpatio animalillud, antequã comburatur, licet rigidiffimú foret, in igne viuere verifia mile eft.Totú hocexperientia innotuit. Narrat enim Matthiolusin Dia foridisin agro Tridentino,Veris,& Au. Tumpi tempore,maximam Salamandra rum copiam reperiri, fe autem,vtexpe rimentum caperet eius, quodde Sala mandra vulgo fertur, plurimas in igne conieciſſe, fed eas prorſus exarſifle,bre uique penitus eſſeconſumptas. Sabbaticifluuj admirada proprietas. I Nter Arcas, et Raphandas ciuitates (teſtimonio Iofephi.7.de bel. Iudaico ) regni Agrippę, Sabbaticus fluuius repe ritur, ita à leptimo die, quem ludzire ligiosè colunt, appellatus. Hic copiofus fluit, nec meatu ſegniseſt, mirabilemg; naturam obtinuit, liquidem interpofitis lex diebusà fonte luo deficit,audumq; et ficcum alueum relinquit. Quod auté mirabilius eft, nulla mutatione facta ſeptimo die fimilis exoritur, talemque continuo ordinem obferuare pro certo ab omnibus cognitum eft. Quam fitexitiofumpro lattandisine Fantibus vitioſas eligerenutrices. Vtrices pro lactádis puerulis ma lis moribus imbutas, vitiofas, in. B eptas, crudeles vel ſuperbas reijciendas exiſtimo: mites autem, benè moratas, fine vitio, et prudentes cligendas. Pueri enim ex ijs educati ob acceptum nutri mentum à parentum natura recedunt, et 1 ad nutricisvitia, vel prudentiam aliquá inclinationem habent. Indelegitur Ne Pi ronem crudeliffimum à fuis progenito ribus longè degeneraffe(quamuis pravá inclinationem vincerepotuiſſer) ijenim benigniffimi fuerant: ipſe autem à crue delillima nutrice lactatus, et connutri tus, propriam matrem interfecit. Menſtrualisfanguinis mulierum immanitas. Aximum contagium in mulieris i ei F credidit.Refert enim nouellas vites eius pernecari contactu,rutam, et hederam illico mori, apesta et is aluearijs fugere, lina nigrefcere, aciem in cultris tonſor rum hebetari, æs graue virus et ærugi nem contrahere: equas, li lint grauidæ, ta &tas abortire,multaque alia pernicio famala ex illius contactw fieri tradidit. Sed longe à veritate diftar hic auctor: cuiuslibet enimmulierisfanguinēmen i ftruum virulentum effe falfamum eſt, quippe in ſana muliere, non differt et Yanguis à fanguine vitiumque illius in i quantitate tantum perliftit,vtbenè Ca piuacceusin fua Praxi recenſuit, fecus eft in morboſa muliere, ex menftruali enim iſtius fanguine nõmodopericula, quæà Plinio adducuntur, eueniunt, ve - rum etiam alia. Equidem canes epoto · menſtruo in rabiem vertuntur. Homi nes in he et icā, et phthiſim, fià veneficis, eis in potu tribuitur, deueniunt: Oleze contacte ſterili fcunt. Alia ctiam ex il lius virulentia contingunt, quæ reticere melius eſt. Frigidumpotumpoſt pharmacum af fumptum magnæ vtilitatis afue tis fuiſſe. Egrotabat oliin in Sicilia Prorex Ioannes à Vega: ſumptoque Phar maco ſegniter purgationem habebat. Medicusfamiliaris, vtaluum irritaret, juris pulli ſine ſale pararú cyathum co B 2 A ram Principe habebat; illumque nau. ſeantem, et tale brodium abhor. rentem, vtebiberet exorabat. Super ueniens autem Philippus Ingraſsia, iua ris vice, libram aquæ frigidæ cum vn cia zuccarimediocris albedinis propi. mauit. Erat enim ille frigidæ potioni af fuetus,atqueiecore percalidus. At frigi. da cpota, deſtructa eft confeſtim naufea fedatilque nonnullis in ore ventriculi morſibus, talem è veftigio purgationé feliciter perfecit, vt gratias referre In graffiæ pro tali frigidæ potione,cupiens, argenteum illud vas,in quo repofita fri gida fuerat, pretij aureorum nummo. rum quinquaginta, gratiſsimo animo donauerit. Ingraff. de.frig.por.poft medic. Verrucas cuiufdam animalculi liquo reperfanari. Eferam quod mihi in Apuliæ quo dam loco, circa verrucas fucceflit. Expetebat à me quidá nobilis, qui ma. nusà verrucis nimis deturbatas habebat aliquod pro illis abigendis præſidium. Ego coram nonnullis multa,quæ aliàs RII veriſſimaefle comprobaueram,illicon it'o fulebam.Inter hosrufticusquidam ino to pináter,fe ele &tiffimum habere remedia pro ijs penitus dirimendis non rogatus I. faſſus eſt. Sciſcitor quale fit, animalcu Di lum eſſe dixit: ad experimentum veni Before mus, ægro confentiente. Ruſticus ani. i malculum inuenit. Hoc'in floribns 1. Eringij, et Cichorez æftiuo tempore uk moratur,eft coloris calaſsini, cum ma of culis rubeis, et quodammodo aſsimila tur proportionecorporiscantharidiyli y cet paruulum ſit. Acceperat aliquot 12 i- fticus, et ſingula in ſingulis verrucis digitis exprexit: exibat liquor quidam, o manus intumuit, et doluit,fed cum mo. derantia: intra tres dies detumuit, et fana facta eſt, nec verrucę ampliusviſę ſunt. Tauriſanguinem inter lethalia vene na connumerari. Nter atrociſsima, et fuffocantia ve nena Tauriſanguinem recenter epo tum connumeramus; congelatur enim 2. in ventriculo, reſpirationemqueimpe s diens, hominem fuffocat. Themiſtocles B 3 Athe Inesta Athenienfis tanti veneni tentauit expen rimentum. Hic enim ciuium inuidia à Patria relegatus,ad Artaxerxem confu git, à quo diues factus eſt.Dum autem in patriam ingratiam Artaxerxis pugnare cogeretur,in Dianæ téplo,hauſto Tauri fanguine, vitam cum morte commuta uit.Ex Plutarcbe. Quo artificio duriſsim afaxafrangen re valeamus. Aris ſaxa non alia re frangendag quam larido accenfo retulit Ola us.Hoc equidem rationi conſentaneum efle ducimus, cum pinguehumidum,fax lique commiftum illud fit, ob id enim flamma potens et acris eſt diùque ma net. Annibal verò dum Alpium rupes, ingreſſurus Italiam, comminuereopta ret, faxa potentiſsimo igne concalefacta; acerrimo aceto humectabat;: ita enim ea molliebãtur,& in fruſta cædebátur, fra ctioniq; facilior erat locus.ex Tiro Liuip. De lapidis Asbeſti mirabilivirtutes LAsbeſtos lapis,qué Arabia, et Arcadia producit, fi verus et probus fuerit, femel accenſus perpetuam flammam retinere videtur.ExhocGentilestemplorú cane delabra conficere folebant, clarè ani maduertentes fortiſsimam flammam et i * inextinguibilem elucere, quęnecabima bribus,nec tempeſtatibus extingueba tur. D. Auguſtinus lib.21.deCiuit.Deiz. Athenis Veneris Phanum fuiſſe referty in quo de di&to lapide lucernæ conſtru Etæfuerant,quæ aliqua intemperie ex tingui minimè poterant. Aegypti Reges opera magnifica, &admirane da Antiquitus conftruxiſle. Pera ab Aegypti Regibus conſtria et a omni admiratione digna ſem per exiſtimaui. Hi porrò Labyrinthoi rum,Pyramidümqueprimifuerunt au et tores, et Mauſolea fepulchra, et Obe. Hifcos erexerunt, Ferunt admiffo faci: nore, Pheronem Regem è veftigio vi-, Cum amififfe,decennioquecæcum -fúiſle. Vndecimo autem anno ab vrbe Buci, accepto Oraculo, quod viſum reci peret, fi oculos mulieris, quæ tantum B 4 lui ſui viri amplexibus contenta fuiſſet, cum terorumque virorum expers, lotio ab luiſet. Hic ante omnia vxoris lotiura tentauit, cum autem nihil cerneret in. finitarum mulierum vrinam experiri voluit; viſuque recuperato, præter eam (vxorem enim eandem duxit )cuius lo tio vilum accepit, omnes concremauit. 'Abea autem calamitate liberatus, cup alia in alijs templis donaria pofuit, om nia egregia ad memorię diuturnitatem, tum maximè memorabilia, ac fpe &tacu lo dignain templo Solis gemina faxa, quosobelos vocant à figuraverucēzenam cubitorum longitudinis,octonum lati tudinis. Pelõdor. Virg.ex Herod. lib.z. Cacodamonem malinuncijpræfagium aliquando attuliffe. Arcus Brutus cumexercitu ex A Gia nocte media et profunda dum fplendidum erat lumen, et filentium vndique caftra tenebat, multa fecum memoria recolebat. Cum autem ad fe venire aliquem præſentiret, intentus MarcusBrutus cumexercituex A  intentus ad introitum afpiciens,horren dam, et monſtruolam corporis feri et terribilis ſibi aſliſtere imaginem reſpex it.Quis (inquit)interrogans erutus,ho minum, aut Deorum es,quid tibi vis? quidad nos veniſti?Murmurans ille,tu. us Ô Brute(dixit)malus genius ſum, in Philippis me videbis. Tum brufus nihil perterritus, Videbo, reſpondit,cogita. bundusqueaccubuit. Verum Caſsiana cognita clade deinde, cogitationeſque fuas videns, et fpes fallaces ſublapſas re tro referrifin Philippis fibiipfi mortem coniciuit.Ex Plutarcbo. olei, vini,ſegetumgſterilitatis prafagia. Irij vefpertinus occaſus, fi biduoana teuertat, vel fequatur Plenilunium, fegeti rubiginem,&foreftentibus vre. dinem pronunciat. Procionis occafus veſpertinus,fi interlunio eueniat, flores ti yiti, et oleu germinanti iniuriam ex vredine adfert.Aquilæ verfpertinus ex. ortus, et Arduri occalus, in Pleniluniú B S incidit, et olei& vivi ſterilitatem, vtros quetum florente denunciat Ex Iunitino - deris falubritatem advitæproduction anem maximopere videmuscon: ducere.. N Hybernia quaſdam Infulas, ir quia bus homines longiſsimæ vitæ funt, re periri compertum eſt,tanta eft enim ibi: aeris ſalubritas,vtvita humanalongiſsi me producatur, Cum autem ad maxia. mam ſenectutem homines deueniunt, deficiente pauliſper humido radicali, caloris naturalis opera, quia anima pro-. pter complexionis bonitatem recedere: nequit, in corpore magni ſuſcitantur dolores: Idcirco illius regionis homie nes poft diuturnos labores, vitam aber forrétes, longèà propria regione fede portari procurant; præſertimque ad lo. cum minus falubrem, vbifaciliter mon n'antur. Abulenfis in Genef.c.2.6. Anania: in Vnis.Fabrica. Linica.magna proprietatisapud! indos fiering 1 Maximi valoris lintea ex Asbeſti. no lino,& Amiancho lapide con texere Indiani fo !ent. Hæc in ignem; proie et a flammam quidem concipiunt, detrimentumautem nullum recipiunto Cum autem vſu commaculata Indi hæc lintea depurare coguntur, (ſpreto more noſtro )non aqua,non cinere, vel ſmege mate vtuntur; fed in ignem proijciunt:: certiſsimoexperimento perdocti ab eo non cóluni modò; ſed potius-exempta. fplendeſcere,nihilqueillis deperire. Ta.. le Carolum V..Imperatorem nonnulli habuiffe ferunt. Mizaldus. Hominibus àgraui valetudine opa preffis varias hominum figuras appa: rnilleſepißime, expertum oft. Ignum ſpeculatione illud fempers primuntur valetudine ex affe &to cere. bro, an actu Demonis figare diuerſçapa pareant? Quippèno ſemel audiui, non. mullos. Dæmanes,alios verò fæminas. B 6 vidiſſe, vt inter cæteros Alexander ab Alexandro de ſe teſtatur. Cum (inquit) Romæ ægravaletudine oppreffus eſſem iaceremque in lectulo,fpeciem mulieris eleganti formamibiplanè vigilanti ap paruiſſe confiteor, quam cum infpicerem diù cogitabundus,&tacitus fui, repu tans nunquid ego falfà imagine captus, aliter,atque res eſſetafpicerem,cumque meos ſenſus. vigere, et figuram illam pufquam à me dilabi viderem, quæ nam illa effet interrogaui, quæ tum fubridens et ea quæ acceperat verba reſpondens, quaſi me planè derideret, cum diù me fuiſſet intuita diſceſlit. Quomodo au hæcfiani in lib. 1. de pita hominis difa fusè enucleamus. Hydropes lethales multoties ab occul. tis,abditiſq præfidiisdifparuiſſe. Vltiequidem morbinon à me dicorum remedijs, fed à caufis abditis curati funt.Refert Schenkius l.be 3.obferuat. Medicinal, Chriſtophorum quendamin deſperata hyeme, ab hs drope lethali hac via fanatum fuifle. Illi dormienti in Sole aprico lacertus viri. dis occurrit in laxatumque eius finum irrepfit, et toto cotempore, quo dormi. it,per tumentem,nudatumqueventrem oberrauit. Poft horam expergefa et us lacertum in ſinu ſubfultare animaduer tit, quem veluci homini amicum et in noxium dimilit. Huic ab eo tempore hydropicus tumoromnis,citra alia re media intra paucosdies ſubſedit, et diſ paruit. Quicafus mirabilis eft: et non minori admiratione dignus, Bufonis fylueftris, quam fit proprietas. Hoc e nim animal fi per ventrem fcinditur, et fuper renes hidropici ligatur, aquofita tem per vias vrina, quæ in Aſcitelupet abundat,mirabiliter educit.Hoc VVie rus expertuseft,Napaulli ſecreto rema dio hydropicorum aquas Colubri a quatici lapide ventriapplicato ſenfim abfumunt. Infuper vituli marini pelle aquam corpori fuffulam Hermolaus Barbarustolli prodidit. Cæca igitur,& abdita via multos hoc morbo ſanari comperimus. B7 Mediana  II Medeamà veneficiorum calumnia a Diogene fuilevindicatam., moriæ ſcriptoresmandarunt,Meo. deam illam concelebratam magicis arti bus, maximam dediffe operam, ijſque latiſsime fúille inſtructam.Hic.n.apud Srobæum dicebat,Medeam fapientem, non veneficam fuifle, que acceptis mole libus, et effæminatishominum corpo, ribus confirmabat ipfa gymnaſijs,acex ercitationibus, et robulta vigentiaque reddebat.Hinc, vt veriſimile eft,faina emanauit, quod illa coquendo carnes hominibus ivuentutem reftitueret, Si. enim ad ea, quæ de ipfa dicuntur, quod nocturnis horis coram Luna proftrata maleficia fuo nudato corpore pararet, refpicimus, vt patet per Seneca in Tras gæd.7.Quod vero alia attinet de quie bus ipſam accuſent, neſcio quomodo. ab infamia eam liberare valeamus. ImPlenilunio vtplurimum furioſos: vehementius infanire Luna dum Soli opponitur, vehementius furiofos infanire obſerua-: mus: tunc enim ex. fuperabundantium humortin copia-cerebrum ad cranium vique intumeſcit,eofque ad furiam du.. cit.Hac (vt reor) caufa, furioſos Britan. ni luna quarta decimaverberibus affli., gunt, conſiderantes ſailicet ſanguinem, et fpiritum tunc temporis efferuefcere.. Verbera.autem non fine ratione ad talie um ſalutem conferre videntur; vt enim larga proſperitas ad inſaniam homines, ducere potenseft:ſic dolor, et calamitas, prudentiam inducere conſueuit: quod, fapientiæPrinceps perbellè fignificauit: dum dixit, affli &tionem tribuere intele lectum.Bodinus in tbeat.net, Annicomputumdimē ſuramàquin bufdamnationibus ru diordine fuiffeconstructiuni Noi.certus modusapud felos Ar gyptiosfemper fuit, eorum enim Sacerdotes ab Abrahamoedocti,& verá anni-menſura, et Solis curſumcogno., frese fcere valuerunt. Apud alias nationes di ípari numero, parique errore annus no tatus eft:fiquidem Arcades trium men. fium annum faciebát. Lauinij tredecim. Acananes fex.Gręci reliqui .diebus. Romulus annum decem menſibus, qui 304.dicbus conficiebatur ordinauit.Hic å Martio incipiebat,eo quod Marti fuo genitori credito, menſem hunc dicaue rat.Numa poft Romulum quinquagin. ta dies computo huic addidit, annum. que conſtituit 354.diebus. At. C.Cæſar Aegyptios imitatus, ad curſum Solis, quidiebus et quadrante conſtituie tur,annum dirigereftuduit. Céſorinus, et Suetonius. Solatri maioris, e Serpent arie mio norispotentiacontraparafitos mirabilis eft. Irabilis profecto Solatri maio. ris, fiue herbæ Bella donna radicis potentia eft: fi enim contrita, et exiccata vnius ſcrupuli pondere per horas ſex vino infunditur,illudque facacolatura uno homini potui datur,vt illecibum guftare nequeat,efficiet. Hoc paraſitis idoneum eft remedium,hi'enim aperto ore,tanquãomnia deuoraturi,in menſa cófident;fed hac via pænas luent, quip pè alios vidcbunt comedentes, ipſi ta men inſtar Tantaliin menſa fameſcent. Vnde apud conuiuas ridiculi, et confuſi apparebunt.Sanantur hiconfeftim ace to bibito.Idem facit radix Aron, fiuc -minoris Serpentariæ in acetarijs recens contrita;qui enim guſtauerit, apparebit Suffocari cibumque relinquet. Sanatur hie allio comefto. Ventorum ortum,occafumque terre Arem Echinuinmira fagacitatehomi nibuspraſagire. Erreftris Echini, quiautumnalitě. pore in vineis, dumoſilque fpinis verfari præcipuè conſueuit, in ortu oc cafuque ventorum præfagiendo mira l'eft fagacitas.Horum porrò latibula du obusconftru &ta foraminibus, quorum alterum Boream, alterum verò Auftrú reſpiciat,conſtructa reperiuntur. Pre fentientes autem Boream Auſtrum,ali umve ventum fufHaturum, longè abe orum ortu, vnum vel alterum cauernæ meatum obturant; ventorum enim cog nitio-ijs innata eft, vtab ipſisſe tueri va Jeant.Hoc ordine Venatores Echinorú Jatibula, eorumque fagacitatem cond derantes, nulla ſtellarum obferuatione habita, fed folum ex cauernarum mea. tibus clauſis,velapertisVentorú indagia nem cófequentur. Ex Plutarcho in Dialog. Animi pudorem, timoremque hu. manorumcorporum diuerfimoda faciem alterare. agna inter animi pudorem, et ti morem cum vtrumque fit triſti. riæ foboles, videturdiſparitas:quippe in pudorehomines facie rubefcunt,timen tes verò pallefcunt. Natura(vt inquit Macrobius 7. Saturn. ), cum quid ei oc currit honeſto pudore dignum, imum petendo penetrat ſanguinem,quo conto moto diffuſoque cutis tingitur,rubora; saluitur, Thelelius auté (vt ex Taſſone citatur M  citatur) faciem in pudore,voluit affe &iū recipere, et proinde erubeſcere. Hocà ratione alienum haud eft, fiquidem vo lunt Philoſophi naturam pudoretacta, fanguinem,inftar velamenti ante fe ten dere.Experientia infuperhoc docet, e rubeſcentes enim manum fibi ante faci. em frequenter opponunt. At timentes palleſcunt,quia natura cũ quid extrinſe. teoccurrens metuit, in profundum de. mergitur: ita &noscum timemus,late bras quærimus, et loca occulta, Natura itaque defcendens,vt lateat,fanguinem fecum trahit, quo demerſo dilutior cuti. humor remanet,pallorqueſuccedit. Animaliaex putrigenita materit inmundi primordio minimè fuiffe. Væ ex putri materia generantur, ſex animalium genera communi ter exiſtunt. Quædam enim, vt bibio nes, quæ ſunt minutifsima animalia,ex vini exhalationibus fiunt,vt papiliones ex aqua.Quædã ex humorú corruptio pibus proueniunt: vt vermes in fter core,velciſternis. Quædam ex cadaue ribus, vt apes ex iumentis:crabrones,fi ue muſcægrandes,quæ volando ſonant. Scarabæi liue mufcæ virides ex equis, vel canibus mortuis: fcorpius de caucti mortui carnibus:ſerpens de medulla ſpi næ humanæ. Quædam ex lignorum pu tredine, vt teredines, qui lunt vermek intra ligna, quando non abſcinduntur tempore debito, exorti. Quædam ex fructuum corruptione, vt girguliones ex fabis. Quædam ex herbarum corrup tela, vttinex.Hçc autem in mundiprin cipio immediatè à Deo creata fuiſſe, nulla ratio confiteri cogit,cum ipſa na turaliter ex corruptione procedant;poſt autem mundi exordium huiuſmodi ex corruptelis generationes eueniſſe verili mile eft;Deus tamen feminarias cauſas horum materijs indidit, fine quibusori. ri non potuiſſent.Abulenfis in Genefi 6.2. Defygis Arcadia mortifera natura, Alexandrimorte. Circa  Gerialis. ferunt, ille, CircaNonacrinin Arcadia,fons quidá teperitur è petraexoriés, quęStyx ab in colis appellatur, tantæ mortiferæ natu rę, vt ſumma celeritate corrúpat corpo ra. Equidemprotinus hauſta (Seneca teſtimonio 3 quaft.natur.)induratur,in Itarque gypſi ſub humore conftringitur, et ligat viſcera.Quia autem, nec odore, nec fapore notabilis eft,fæpè fallit, nec ea epota,amplius remedio locus eft.Fe runt nonære,non ferro, non teſta aquí huiuſmodi continere,necaliter quam in equi vngula ferri poſſe. Huius vemeni potu,magnumAlexandrum in Babylo. nia fuiſſeextin et um multi ſcriptoresre medico,ob aquę feritatem in media po tione repentè veluti telo confixusinge muit; elatuſque (vt ait Iuſtinus) è conui yio ſemianimis, tanto dolore cruciatus eft,vt ferrum in remedia poſceret, et è tałtu hominum velut vulnere indole. fceret. Achores tineafque capitis,ex bufonis oleofeliciter fanari. Dum 46 prope Luceriam Apuliæ ſemel me dicinam faceren, ibi quendam achori bus,tineiſque per multos annos turpi. ter affe et um,cui varia fuerant applicata temedia,omnia tamen inutiliter, prop termorbi reſiſtentiam repperi. Tande noſtro conſilio hicele &tè ex pharmaco purgatus, folum linimento ex oleo in quo ad exactam co &tionem Bufo fue Rana terreſtris ebullierat, optime cura tus eft, quippe fimplici hoc remedio per paucosdies in capitevtens, fanus, et capillatus fa et us eſt; durante autem lini mento piliersortui,vulſellis à chirurgo extirpabantur. De Cerui lachryma, eiuſque in ciendo fudore potentia. Antæ creditur elle efficaciæ Cerui lachryma in Tudoreciendo, vt' li grana quinque vel ſex potui dětur, totü corpus fere folui iudicemus.De hac lo quens.Abinzoar lib. I.tra &. 13.6.6. le tria grana Azir filio Regij magiſtri equitum in lacte, vel aqua cucurbitæ, vel.roſatæ exhibuiſle:retulit,illumque à virulento ictero liberaffe.Hæcautem in Ceruis ante ceptelmum annum (teſti monio Scaligeri)nulla eft,temporis au tem proceſſu generatur, et in iuglandis molemaccreſcit.Dicitur magnam habe read venenum efficaciam, vt in Afia fe Hiciſsimo fucceflu fæpè experiuntur. Vires infirmorum collapſas, odoribus refarciripoffe. Nfirmorum deperditas vires non potionibus modò, verum atqueodo, ribus reftaurari pofſe obſesuatum eft. Aiunt enim Democritú in dies aliquot, amicorumgratia pomi odore vitam fic bi prorogalle. Hinc multi panem cali dum vino odorifero immerfum nari busadmouentægrorum, quem a tem. poribus, et coſtis cataplafmatis more imponimus,vtique vires egrigie reſti tuimus. ConciliatorApponenſis mori. búdá vitá, ex croco, et caſtoreo cótuſis, vinoq; cómiſtis producere fecófueuifle tefta.  teftatur,ſenibuſque eam compofitioné exhibuiſſe, nullatenus olfa et u magis quam potu profuiſſe. Ferreriuslib.2.Me thod. De olei Balnei mirifica in morbis præftantia. O Lei Balneum, vt Herodotus anti quiſsimusmedicus prodidit, quià diuturnis affliguntur febribus, à laſsitu dine, vel neruoſarum partium dolori bus oppreſsis, conuulfis, et vrinæ, fup preſsis laudatiſsimum, ac ſalutare efic remedium experimur. Vidit huius pre ſidij experientiam Heurnius in quoda extenuato, ac ferè exhauſto, dumeflet Patauij:illum enim validiſsima occupa uerat conuulfio, at tepidi olei pleno vafe immerſus,ac fotus fanuseuafit.In lib.no ftro de Hydron.nat. Adam et fuos contemporaneos, perfc. etiſsimamrerumnaturalium ha buiffe cognitionem. Nter aliasrationes, quas Abulenſis in Genef.in c.f.de longiſsima vitæ pri. morum parentum,quiannum ferè mila Jeſimum ateingebant,retulit,hácaddux it;quod'Adam'rerum naturalium perfe Etamà Deo cognitionem habuit.Intele lexit enimfru et uum, herbarum, lapidú, lignorum, animalium, mineraliumque virtutes, et do&rinam, quibus vita hv mana diutius conſeruari poterat; quæ omnia contemporaneos,(vt ipfi etiam vitam producerent longiſsimèJedocuit. Hæc autem cognitio, et ex diluuio, et gérium diuifione perdita eft. Reperiun turtamenin præfentiarum multa mira bilia,naturęque ſecretiſsima apud ſapi entes, à temporuminiuria foslitan vin dicata; quæ aliquando hominesvidentes aut audientes, tanquam lupernaturalia opera admirantur Rutaminter alexiteria medicamenta connumerari: Nteralexipharmaca præſidia, Rutam minimęconditionis haud efſc perhia bent,fiquidem ieiuno ftomacho come fta multos à veneņiviçulentia liberaſſe C. degi  legitur. Dehac Athenæus in 3.Deipn.la. quens, Archelaum Ponti Regem fuos populos veneno interimete confue uifie fcribit, illos autem à quibufdam edo &tos, ob id antequam è domibus ea grederentur, quotidieRutam cdere fo litos à Tyrannicrudelitate.le.defendiffe. Solaſuſpenſione, capitiscruciatus verbenam mitigare. Trabilis eft Verbenæ proprietas M.in dolore capitis mitigando; 'fi quidem à Petro Foreſto traditur hoc folo præſidio quendam fuifle perſana tum.Ille netlis remedijs, quamuis opti mis curari potuerat,non venæ ſectione, non ſcrupis digerentibus, neque steco &tis pilulis, cucurbitulis, nec alijs topic cis auxilijs. Cum autem nulla iuuarent semedia,ad collum Verbenaviridisafe penſa eſt, et fanus fa et us eft,lib.9.ebſer.3. Detkapſie virtute in fugillatis faci nandis, Neronisquecalle. ditate. Nero Imperator in ſui Imperij ex 36 ordio Thapfiam, eiuſque excellé to tiam magnificauit; Ille quidem dumno. et u incederet incognitus, et in multos impetus faceret,nå ſemel facies fugitla Do ta,cutifq;livida,piftula; ab illis fuerat. L. Confeftim hic,ex Thapfia,thure, et cem ra commiſta,linimento ljuentem vifum collinibat,quopræſidio antelucem à fe da ſugillationeliberabatur; dum autem die in populiconſpectu, faciem fanam oftenderet,facinoris ſui famam, et igno. miniam occultabat. Ex Durante in Her. 25 g. barie. I je obſtétricibus animaduerfio. præcidendo diligentia adhibenda eft;quippefi ni mium curtè vmbilicus religatur,ætatis progreſſu pariédi conatumreftringere, imminenti vitę periculo,poteſt. Ex M46 mbia Cornace. De arboris ficusmirabili natura. I coctu faciles habere deſideramus, in arbore ficus eas ſuſpendemus, ita votum noftrum procul dubio aſſeque mur: credo forſitan ob acutum, et incil: uú odorem, quem arbor Ipirat id cauſa ri;velforſitan occulta cæcaque proprie tate.At quod mirabiliusin huius arbo. ris natura eft, Taurum indomitum, fe rumque in eodem alligatum manfuef cere tradunt. Neſcio autem annaturali via propter-odorem,an aliqua antipa thia, quæ inter talia exiftat hoc eueniat. Audiui tamenà multis vtrumqueexpe rientia fuille confirmatum. Quomodoà vitriolo arislaminas.ex. trahere valeamus. Lui momenti illa cognitio, quomodo à vitrioloæris lamellę extrahantur,ape riam modum, qua facilitate id affequi valeamus.Bulliatur Romanumvitrio. lum in olla cú aquafontis: in eaque cha lybis lamina per horæ quaternionem demergatur: extrahito demum chaly bem, ipſumenim lamellis æris inftar suginis colligatum habebis, quęculcro radende fút, vt alias chalybem immera. gere pofsisznouaſquelamellas extrahe.. re. fiquidem tamdiù corradi poterunt, quouſq; Vätrioli portio in aqua fuerit. Arrigat aures ingeniofus; quia ex hoc: minimo principio multa, precipuèinre: medica, yrilia aſſequetur. oléum vitrioli,&fulphuris rostris: lumbricos plurimumvalere. NITlfi magnis experimentis præſtana tiſsimum remedium ad puerors i lumbricoscomprobalſem,haud audia. rem hic inter arcana ſele &tà fóre repezia nendum confiteri: quippe tanta eft eiuss virtus,& potentia, vt mortuos ferè pur erosè vermibus ad vitam trahat. Hic: induſtria paratur,In libris ſingulis aque fontis oleifulphuris, vel vitrioli chimi.. cè extractorum, aliquotguttulaadden dæ funt,ita vt aqua acidula frat, quæ pu eris,natuque maioribus danda eft diù noctuque ad placitum,.e et enim præſtaa tiſsimæ virtutis 0 T! 10 Da De Caraba mirabili virtute invuula cafum,Amygdalaruamque tu. mores ArtinusRulandusvirin chimicis M celeberrimus in Amygdalarum inflāmatiene, et tumore, vuulæquecaſu ex humoribus à capite fluentibus exci tatis ſola Carabâ mirabiliaparauit-Prie mo fuffimétum cófuebat,hoc modo ex. ceptü.Accipiebat Carabæ albiff. drach. 7.qua redacta in puluerem craſsiorem, et carbonibus impofita,fumus per infa dibulum,ore excipiebatur ab ægro mar. ne,meridie, et veſperi, multa vtilitate, Accipiebatetiam fermenti veteris vnc.. et quam moreemplaftri linteolo indu cebat, afperfoque Carabæ albæ pul uere vertici imponebat per diem,per noctem vero fequétem recens applica bat. Quibus paucis remedijs, &ex fola: quaſi Carabayquam plurimos à fauci um tumoribus, vuulæque cafu,Amyg dalarumque inflámationibus oppreſlos perſanauit. Ex eiusCurationibus. Spina HorTvivs GENIALIS Spine infeftoriæ Baccas" ad. Tenaf mumexfalfapituita expertiſsimum verumque ad illum exiftere remedium. St mihi remedium pro Tenafmodo quadam fortafle mille kominum, qui endemiali fere morbo hic ſugebant per fanafle quam citiſsime. Syrupum ex Baccis fpinæ ceruinæ, fiue infectorice: Aromatario parariiufferam. Hæinfine: O et obris, cum bene maturuerint, collie guntur, exprefloque fucco cum melle vel Zuccaro ad formamfyrupi ducitur: additurque in fine maſticis, velzinzibes sis, anih, vel cinamomiad drach.j.vet? in maiori dofi, fi libuerit.Datur hic fy rup.ab vnce vſque ad duas cumpauco vino dilutus,abitemijs datur cum aqua cinamomi:epoto, cibatur eger,parceta men, et ieiuno ftomacho, præcipiturque ne dormiat.Equidem vna die fanaturę ger, foluitur enim aluus,abfque mole tia, et excretis féroſis.viſcidilg; humorib. Tolo hoc preſidio integrè liberatur C Ariet  mo Arietis linguam futurum in ouibus milanitium, commonftrare.. M Irantur multi Virgilium in 3.. nere, vt linguam paftores conſpicere debeant, deſinant autem admirari, cau ſam enim adducimus ex Plinio, quipro pterea Arietum ora introſpici à pafto ribus voluit, quia cuius coloris ijlin guam habuerint, tále in fætibus gene randis forelanitium. Audiui à multis, hocyeriſsimum reperiri. Ouis enim e. tam cum vterum gerit, fi linguam habueritnigram nigrum pariet agnum, fi albam album, et fic de aliis coloribus. Ridiculüm eft quod fertur; Bafilifcum àGalliouoexclwdi.. On modo à plebeiis verum atq;: à nonnullis ftudiofis, Bafilifcum: abouo galli veteris connaſci perhibe tur. Fingunthi ex aliquorum fcriptorú teſtimonio, quos eriam ego perlegia: Gallo decrepito, quiſeptimum, aut no.. olm, vel ad fummum decimum quar.. Na tum annum agat, ex putrefacto ſemine, aut humorum illuuie altiuo tempore, ouum conflári, ex quo ab eodemfoto (vt à Gallinis alia fouentur oua ) Bafi... liſcusoriatur.Sed hoc animal nemo vio dit,habitat enim (auctóre Plinio ) in Aphricæ folitudinibus: proinde hæc creo dere difficile eſt. Inſuper ſi hanc fpecie em mafculinam poſſe fætare conceſſum. eflet, contingeret etiam inalijs, quod minimèobſeruamus. Mihi aliquotoua: in experimentum à mulierculis allata fünt, dicentibusGallum peperiſſe: erát oblonga,& in caudam ſerpentis quibuſ dá nodulis terminabátur:at hæc à Gallie nisex plurium ouorum minutorů col ligatura (cu kuperfætatione,non autem a Gallis fieri dixi. Homines ex impromiſo Lupi afpects: veluti mutosdo; attonitos fieri. Vlgatiſsimum illud eft, hominesex improuiſo Lupi aſpectuadeo mutos et attonitos fieri,vt nec fari, nec vociferari valeant. A Lupiquadá prietate id fieri aſlerunt, contenderse tes Lupum,fiprior obuium quempiam conſpexeritillico vocem adimere, can demque illum luere pænarn,ſiab homis ne prius videatur. Ad hænugæ ſuot.Si quidem ex terribilişimprouiloqueLu.. pi aſpe &tu,homines terreri, timoteque concutiqveriſimile eft: ex timore autem: valido mébra frigefieri ex raptu ad in teriora fpirituum,inde corporis, et ar.. tuum fieri impedimentu, vociſque pri uationem mirum non eft.Alijalia fin gunt, mihi autem hęc omnia ad folum timorem,tanquamad caufam proporti Onatam reducere viſum eſt.. Multa facinoraàMagisanicalis perpetrari pole. Etulit Leonardus Vairus lib.1.de: Faſcino multas hac noftra tempe fate exiſtere aniculas, quarum impurie tate, nonpaucos effaſcinari pueros illofa quenonmodoin grauiſsimum incidere diſcrimen,verum etiam acerbam fæpiſe fimè ſubire mortem. Pecudes inſuper: partuqalacte priuari,equospacreſcene R Falcin Cquote et emorislegetes abſque fructu colligi, arbores arefcere;ac denique omnia per ſum ire quandoque videri, AFucovulnera illata,Muſcis contri tisbreuifpatio perſanari.. " Vm quadam die apud amicos alie, quot cómorarer,& læti in měla de more varia confabularemur; ecce vous ex ijs in ſuperiori labro à Fuco animali vulneratur,quo morſu ſtatim intumuit vulnus,cum maximo patientis dolore, Amici in riſum ſoli, patientismedelam minimeprocurabant.Ego quidem alias morfus hos curafle recordabar; quare confeftim, vt nonnullas muſcas feruus meus caperet, iulli, quas contritas, dum fupermorfū impofuiſset,breuidolorie datuseſt;.tumorq, cúmaximapatientis lætitia;aliorúg, admiratione detumuit, Quafacilitate vlcera formicantia dan cacoëthica fanarivaleant. Vidam amicus meus, cumir Hya pochondrijs,vicera formicátia,pra maque, quæ à nonnullis vermes dicun Q  tur,paffus eſſet, ſauitatcm,poftmultat do et ifsimis medicis tētạta remedia, ac. quirere non potuit:ylcera enim licet fac pari viderentur;renouationem tamen continuo recipiebanta,Vltimò poftan.. nos,& menfes in empiricum chirurgum incidit:quipaucorum dierum ſpatioita hominem perſänauit. Abluebat primo vlcera albo vino,tum ex - patellis -mari-. nis puluerem, fiue cinerem Ex Corici bus (exemptis interioribus) couſperge-. bat,vltimoherba marina vlcera coope riebat; faſciaque premebat, femel in die hoc vſus remedio vigintidierum fpatio, ægerconualuit. Procurauit arcanum a.. micus, et mihi fideliter communicauit, Fallſsimumeft, quod fertur Viperă o coitu mafculumoccidere, ipfamque asfuis.catultsinpartunecarie LAG Grauiſsimis au et oribusaffirma, mine) maſculi caput'abſcindere (ille.n.. infæminæ os caput inferit ) et fic củoca. sidere, ſed poenam täti facti illam luere. ſiquia fiquidem Viperinicaruliconcepti, gra-. Jiores facti vifceramatris cofrodunt,e am que occidunt. Sic voluit Plinius lib. 10.&Nicander in Thoriacis, quare Vipe. ram aiunt diciab co, quod vi pereat,aut vipariat.vtrumque autem falfifsimum effe, et experientia, et grauiſsimorum e. tiam ſcriptorum auctoritate cognitum eſt.Apollonius apud Philoftratum Vi... peram aliquando viſam fuiffe catulos ſuos; quos peperiſſet lambere, et expolire aſſeruit. Bodinus in nat.theatr. in Gallia,ad Clapum Pictauorú flumen, vbi Viperæfrequentiores ſunt, vtriuſq. fexus viperas lagenis vitreis inclufas fu iffe reculit; illafque peperife, et conce piſle vtroq; parente fuperſtite, Matthi olurs ex. Obferuatione FerdinandiIm perati Neapol.Pharmacopolæ Viperam parere catulos ſuos, et non occidiafts-, ruit;catuloſque-non viſcera matris,led membranas quibns incladuntur diſrúa pere. Quarerectiusſentimus,fi Vipera non à vi parere,vel perire dicimus,fed quafit quaſ Viuiparam, quod non oua, vtcæ.. teri ſerpentes, ſed viuum animal pariat. Iraulos, balbos, et femilingues fieri ob nimiam cerebri bumiditatem, VA communiseft fententia ab expe rientiaalienumreperitur. Rauli, et Balbi non ob cerebri hus midam intemperiem fiunt, vt ferè omnes autumant; inueniuntur enim hi' modo calidi,modo frigidi,modo humi di,vel ficci, vt et reliqui, qui nec Traus li,nec Balbi funt;imò et hi modo (putis " abundant; modo ijs carent:quare non ob bumiditatem nimiam cerebri buiure modi Traulos-& Balbos fieri, fed obt varietatem mearuum, in intrimentis; pertinentibusad locutionem exiftenti um, docuit experientia.Porrò Trauli, qui literam R.exprimere nequcunt, in media palatiregione, vbi quartum eſt osfuperiorismaxilta, duo inueniuntur foramina, quæ nullo modo adeo aperta et obuia sút, vt ijs, qui optime loquútur, Balbis veròiuxta dentes maioraobſer. samus foramina,per quæ ſtillans pitui ta,linguamque irrigans in parte illa an. teriori,bleſam locutionem facit;; vnde bleſi, et ſemilingues fiunt: quod fi hæc non eflent haud balbutarent, licet à ca pite copiofa defcéderet pituita, vtmul tis contingit, quiex hac tamné balbi non fiunt.Quare fententiaHippocratis 2.A phor.32.malè verificatur, cum afferit, balbos ob frigidam, humidamque ca pitis intemperiem fluxu tentari: Auxio. enim talis et Balbis, et non Balbis fuc cedit: concurrit tamen hæc fluxio, vt caufa remota, qua aliquando cum pro zima,dicitur affe &tum facere poffe, fi. iunctatuerit:: fola autem facere nequit. vemale Hippocrates,& alijopinati ſunt ExSanctorio Sander.de pit.en.lib.3. Morbosperniciofos; velmortem, veb affectus longitudineminducere. Jana ciuitate, et in circum vicinis propè Neapolim perniciofifsimi orto funtmorbi,vbiſectis aliquibus corpo, tibus, eorum Ventriculus bilis copiaz, vitellinæ plenus inuentuseft, eiuſque: tunicæ, et inteſtina eodem colore per tincta viſa ſunt. Meatusqui ad fellis; chiftim protendit, ab humoribuscraf fis, viſcoſis, et tenacibus obftru et us ea. rat. Fellis veſica diſſecta, bilis flaua haud inuenta eſt; fed eius vice atra, et inſtar atramenti nigerrima.Hepar quo ad externam partem album erat, in in terna autem nigrum, &atrum, veluti carbo accenſus, et extindus. Langueno tes,in febrium initio,vomitu, &nauſea, moleftabantur. Eorum lotia craſla icte. rica, et fubrubra ſemper erant. Omnes. ferè erant icterici, et longo tempore,ſi: qui euadebant,indigebant, vt fanitatem acquirerent, Ex -Io. Bapt:Cauallario deMore bo Nolano, ſeu demorbo epidemiali Lupicur paucireperiantur, ouess autem multa Tidetur quafi abftrufum illud quxar, aucs autem multæ?'profecto in partu plures lupaedit catulos,quamouis,quæ vnicum, vt plurimum parit; Inſuper o. ues, et agni in hominú alimoniam con tinuo occiduntur; luporum autem caro eſui apta non probatur; nihilominus Q. ues-agni, et arietes ſemper in maioriny mero reperiuntur, quă lupi.Huius cau fa, prima eft Dei bonitas, qui tam imma ne animal in eius ſpecie excrefcere non permittit, in facra enim Gen. c. 7.Noe, vt ex omnibus animantibusnūdis fepa, tena, et feptenamaſculum, et foeminam in arcam tolleret monituseft:ex immu dis vero duo, et duomaſculum, et foe minam. Secunda cauſa luporum eft faga citas, et in propriam ſpeciemimmanitas. Hi enim;cum rationesviuedi deficiunt, ob cibi inopiam in multo numero con ueniunt:atque in circulo vnus poft aliú currit;vt apud vulgum á villicisparatur ludus,diciturque Řotalupo;primusau tem,qui viribus deſtirutus, currere ne. quit &in terram cadit,fit aliorum cibus, renouaturque ludus ad omnium faturi taté.Hæceſt poitísimaratio huius ſpeci Vhelin ei decremen i, alius enim comedit alii um. Ex Aeliano vt reor, Antimonij in vitrum reductio, eiuſ quevires in medicina. 7ltri ſtibium,quod in longis, et dif ficilibus morbis propinatur, in e. pilepfia fcilicet,melarcholia,podagra, elephanticis, reſolutione, in febribus quotidianis,tertianis, et quartanis,peſti fentia correptis, venenatis, hydropicis, tæphaleis, ictericis, et fimilibus; robu ſtis tamen corporibus, ita præparatur. Stibiū, quod ex auri fodinis colligitur, in puluerem tenuiflimum contunditur, teriturq; et fupra ignem in fi &tilio, rude ferrea,aut cochleari continuo agitando vritur, vſquedum omnis humor, ac fu mus euaneſcat, quod in ſex,aut octo ho rarum fpatio expeditur:deinde calx có teritur, carilloque impoſita,in fornacē inter candentes carbones collocatur, et igne luculentiſsimo vrgetur,dū liqueſ. cat picisiftar, poftea ſuper marnorfun ditur,atq; fic ex Stibij vncirs duodecim, vitri ipfius hyacinthi modo pellucidi, wacja M vncias quinque coliges. Andernacus Co ment-z.Dialog.7.de nou. vet.med. Solo Metronchita auxilio mulieres offepragnantes (omiſsis ceterisindio cys)experimur. Vlta apud fcriptores, quibusin primis menfibus mulieré præge nantem comprehendere valeamus, inu. dicia reperiuntur.Dienntmulti,lorij tab. fpe &tione grauidas nofci;fillud album, clarumque fuerit,in eoque atomi afcen dentes, et defcendentesapparuerint. Alt ex ſuppreſsis menſibus,deie &to appeti. tu,vomitu, et nauſea ante prandiumid conſequuntur.Nonnulliex la et te in.ma millis,ex arterijs gulæ fi plus iuſto pul fant,ex lentiginibus,fi in mulieris facie oriútur,ex tumefa et is mámillis, et a ful co earú capitú colore pregnátes venatur. Cæteri tú ex his, tú ex pódese circa pe dé,ex: vmbilici egreſſu, ſiin dies fit ma ior, ex tumefa &tis venis, quæ vidétur in nariú angulis iuxta lachrimalia. Obfte trices.digitisexperiútur an vteriorificiáfue-fat claufum, vel apertum, ex claufo te nim grauidationem patefaciunt. Non défunt alij, qui Hippocratis Aphorifs mis confiſi hydromel, et fuffumigia e x periuntur,epoto enim hydromelle poſt cenam, fi tormina fequentur arguunt prægnantem eſſe mulierem.-Siilia fuf fumigio acuta per pudenda vfa fuerit, fiadnaresodores non perueniunt ', in dicant vtero eſſe gerentem.Hæc autem figna, quia pathognomica non funt ve lúti futilia reijcimus,& tanquam abſurdaad meros Empiricos committimus. Nonenim ex lótij afpe et u vere mulie rem efle prægnantem diuinare poſlumus,nam meatus vrinarius cum vtero: nihilcommunehabet, lotijque claritasy; albedo,& bulloſa granula in eo,poflunt morbosetiam ſignificare, vtin cachochimo corpore ſæpius obſeruamus; hoc itaque indicium prægnantium verum non eſt:Nonexmenſibus ſuppreſsis,nó ex vomita, &nauſea, ſiue appetitus de iectione hoc conſequimur: quia affc et i oneshęc ex multiscaufis, in m ulieribus, quæ pregnantes non funt, affe &tiones e uenirepoffunt. Non ex lacte in mam millis; quia id etiá virgines habere pof Lunt,vt voluit Hippocr. Inſuper inult mulieresin primis menfibuslacinon ha bent: lacergo non eſt grauidationis ved irum indicium Pulſatio arteriarum gule, ſolito crebrior conceptum peculiariter haud arguit,quia ex retentismenfibus, {plenis et ventris tumore et ex pituita in -pe &tore colle &ta etiam fieri poteft.Len tigenes non in folo conceptuapparent,:: quippeſignumihoc, neque omnibus,nes queſemper competit, et in nonprægnā. tibusetiamifta fiunt.Mammillæ tumes fa &tæ,earumque capitum fuſcus color, communiafignafunt &retentis menfi bus,& prægnantibus.Pondus circa pe et en,non in grauidismodò fed, in rete tis menfibus, in mola, et veficæ calculo obſeruatur, Ymbilici egreffusex mul 6 tis caufis præter naturam fieripoteſt,nó ergo peculiare grauidarú indicium eft, Yenæ tumefadęin nariú angulis iuxta lachrimalia, non in grauidis.modo ap 7 parent, fed in quolibet abdomin's et fplenis tumore, et in occlulis menfi bus. Obſtetrices anatomiæ ignaræ de queunt intimum Vteri orificium tange sc,licetmanibuscontractent,illud enim valdeà labijs matricis diftás eft,ipfe au té externá Vteri tantummodo orifici um tractare poffunt, quod femper, et grauidis, et non grauidis apertum ma net, experimentum Hippocratisde hy dromelle, et acuto luftumigio non æter næveritatis eft, vtGalenus et Auicenna comprobarunt. His itaque indicijs vere conceptum explorari non pofle expla natumeft.cognoſcimus tamen ſigno e uidenti et infallibili indicio prægnan tes mulieresin primismenfibusMitren chitæ fue Specilli, quo liquores in Vte rum inijciuntur,auxilio.hoc apud vete. resin magno vſu erat. Profecto;li illius in foramen Vteriexternum apicemin. mittimus, quod fumma cum dexterita te finiftræ manusdigito indice inuenie. mus non enim quilibet inexpertus in yenirefciet, eft ſiquidem externum V. çeri foramé in vuluæ apice particula obe longa, et duriuſcula, quæ exigui penis puerorum exprimit imaginem)ſi ex pice ſpecilli liquor aliquis fuauiſsimus ficut efle vini tenuiſsimi pauxillumine forte exiſtente coneep'u fequatur:abt ortus) exprimitur, breui tractu votum I affequemur, Sienim obturatum eſt in timum vteri foramen, quod fit concep tu pera et o liquor Vterum non ingredi gur,& mulier faftidij njhil perfentiet. Sin autem ex intromiſlo liquore velli, cationem paruam pertulerit mulier: quod facile fiet ex maximo ſenſu parti um vteri,vưiquegrauida non erit; et V teri intimum foramenapertum reperiea tür, vt experientia liquoris oftendet. Sand.Sanctor.lib.1.de vitand error. Periculofum eft pifces frixesin humido locarefor matos fomedere; Nter magna venena piſciú frixorú, quireſeruantur inhumido, vel qui Aeterint cooperti calido vaſculo, eſus eft;bi enim in lethiferú cómutantur ver nenú, &fymptomata pernicioforú fun gorum corporibus inferút, quæ quan doq; non ftatim,ſed poft diem, vel bi duum eueniunt: oportet igitur frixos pifces in loco aperto,vtfrigeant, demita tere, fi venenimalitiam cupimus euita re.Ex ArnoldoVittan.lib.de venenis, 10. Lałtis balneum procorporis decoratie onemultum præftare. Pud veteres lactis Balneum max A idve vu, illiusfiquidem lotione,corpora, et candore, et venuſta te vigebant. Hinc memoriæ proditum eſt Poppeiam Neronis vxorem quin gentas ſecum aſellas ducere conſueuifle, quarü lacte,vt candefieret, totü corpus balneabatur. Mercurialis de Decoratione. Germantantiquitùs corporis firmi tadinimaximèvacabant. M Agna profe &to faude Germano rum conſuetudo, digna iudicatur in corporum hominum vigore confir mando:ijenim legem habuerunt,neant te ætatis vigelimum annum, quiſpianti Venereis amplexibus commiſceretur, recte exiftimantes corporum viresà nim mis tempeſtivo coitu eneruari.Cefar 6. de belloGalico. Fæminas vtero gerentes, libenter: marem admittere:bruta autem grauida nequaquam. ! Olie Vam diſsideatmulier à brutis gra uidationis tempore, bene nouit A rift.7.de biſt. animal. cap. 4. Hæc enim ſigrauida clt, marem admittit,brutoru vero omniumſola equa coitum patitur à conceptų, reliqua autemminime. Ma nifeftifsimum eſthoc in ſpeciehumana mulierem grauidam coitum pati, et ap petere. Cicutam, vterinum furoremex ": tinguere. Icet cicuta inter frigida connume. retur venena, præcipuè quæ in quis, &lacubus inuenitur,furoris tamen vterini, fiue Satyriaſis remedium it. Hic affectus Veneris eſt immoderatus appetitus, cum vteriardore, et delirio, Narrat Diuus Baſilius quaſdam vidifle fæminas, quæ Cicutæ potione rabioſas capiditates extinxerunt.Hoc legiturs. Liebe Homil.fup.Hexaemeron,cuiusverbanotr nulli intelligunt de ciborum appetitu, ego tamen potiusadfurorem vterinum, &ad renereos incentiuosappetitus de ducerem, cuius auxilio compefcuntur: quippe Athenienſes facerdotes cicutæ vfu,libidinisincendia extinguere con ſueuiſſeproditum eſt. Variolas &morbillosmorbos effe no yos, et hereditaria, &paterna prom prietate vagari. Agna eft difcordia inter feripto, origine. Aflerunt multi, hos fub nomi neexanthematum, veteres intellexiſſe, cauſaſque illorum reliquias efle excre mentifanguinis menftrui, quo nutriun fur fætusin vtero, et naturam, fiue calo. remnaturalem, ita exprimunt materiá, et efficientem. Alij minimeà veteribus fuille cognitos volunt, digladiantur que:num vitio.coli,vel ab internis cor. poris principijs apparuerint: quippe Arabes, quorú tempore cæpiffe hic mor buscreditur, eos peftem efle, fierique in pefte, et à corrupto cælo contendunt. de Equidem ante Arabum tempora nul lus-reperitur au et or, à quo morbos hos LT aut generatos, aut clare explicatos ha beamus.Proptereamulti latini, &non nulli inter ipſos Arabes, propter labem menſtrualem, lactis corruptionem, vi &tus rationem, et alias cauſas fieri fcrip ferunt.In tanta rerú difficultate, et ob > fcuritate.Hieronymus Mercurialis vir d octiſsimus, hosefle morbos hæridita o rios,ortúqueà cæli vitio temporeſcrip e torum Arabum, et proinde à veteribus haud fuifle cognitos enucleauit. Adhu ius viri opinionem libenter deuenie, quippęſi à menftruivitio, homines in ficerentur, quia hocab Euæ peccato à mundiorigine fempiternum fuit,debu iffent homines hac menftruorum labe conta&i ſemper Variolas, et Morbillos pari,tamcn vec inprimaætate, nec poſt Noe,nec ante ſcriptores Arabes quem piam hos habuiſle, apertè legitur. Aperiunt iſtorú fundamentum efleiro walidú bruta fanguinea,hæc enim (teſti monio Arift.6.de hiſtor.animal. 18. ) mé ſtruas purgationes habent, et inter cæte. ra Equus,Canis, et Alinus,tamen hæc à Variolis, et Morbillis non tentantur. At quodhuius reimagis negotium conua lidat,eft,Indosante Hifpanorútranſitú nequaquã Variolas paſſos, dirco non à reliquiis nutrimentià menſtruo fangui ne,velab iſtius excremento ortú ducunt Morbilli; quia ſià tali fuifsét variolarú, morbillorúq; origines,vtiq;ij hos mor bos experti fuiſſent. Legitur apud Ra mufiúIndiæ incolas,vitioCęliplurimos Variolis fuiffe extinctos, eoq;tempore, quo noftriáb illis gallicam luem accepe runt, cordemmet viciſsim à noftris Va riolas, et Morbillos recepiſſe.Suntergo hi morbi noui à Cælo productiprimò, cuius vitio adco homines fædati funt, vtin pofterosper hæreditatem maliſée minarias cauſas tranſmittant, proinde morbi hæreditarij dici merentur, quia paterna proprietate vagantur. Ex Mer. caridi. A1 th Dearaneorum telis,earumque ufuo inmedicina. Iro artificio Araneus telas ordi M tur, quibusmufcaspro vi&u ta. piat, hasad Tertianę febris circuitusde pellendos,multi præftantes, et celébres tempeftatis noſtremedici,non fine feli ci fucceflu in vfum præſtitere:fiquidem exiis, et populeo vnguento pilulas pam rant,corporiſque locis, horisaliquot an, - te acceſsionem,in quibus arteriariume uidens deprehenditur pulfátio, colligātas &relinquunt; indė votum conſequun. tur. Ioannes Moibanus. - Natur& cautela inmenftrualimulier rum fanguine purgandomaxi-, ma eft, MalenAgna eſt, in depurandis femina rum corporibus à menſtruali luc, naturæ fagacitas; quippe fi oculos habuerit meatus, quibus lingulis men fibus illam deponere conſueuerit,nouas adi illius expulfionem vias molitur. Proptera.multæ, ex oculis cruentas, laie. chrymas,aliæ ex narium venis farguinis profluuium emisêre,nonnullæ ſputa ru bentia pafſæ ſuntin menftruorum cefla tione.Ipfein quadam ancilla noſtra, cui menſtrua occlufa erant, ex gingiuisſan guinem profundere obferuati.Atquod magnam infert admirationem, multæ per minimum manusdigitum,& per an nularem fingulis menfibusfanguinis fu. fionem habuerunt,vt in religiofa qua dama foeminanon menſtruante ter in fin niſtra manu Ludouicus Mercatus fami. geratus medicus obferuauit. Inter rutam do braſsicam nullam imao effe antipathiam. Xſèriptoribus in re ruſtica malti, fi. fecus rutam feratur, braſsicam illico arefcere tradunt. Aliam von adducant cauſam, et rationem, quam antipathiam, et diſparitatem quandam inter talium naturam.F utile autem eſt hotum argua. mentum, nulla enim inter rutam, et braſsicam.contrarietas eft, quia tamen alte. Elec  NO altera prope alteram areſcit, id in cauſam eſle poteft,quiavtraque calida, et ficca - eft, inde facile euenire poteft, vt ob humiditátis inopiam altera, vel amba i ariditate perdantur. Pediculos morientium corpora miris Jagacitate relinquere. on leue à Medicis præfagium à pediculis in grauibus hominum valetudinibusſumitur. Hi profe &to in moritüris; quandờadeo intenfà eft huis morum corruptela, ve calor innaus re foluatur, vel putreſcat, circaventricule regionem, vel fub-mento, vbi maior eft " ealiditas congregantur,parteſque extrbó mas, tanquam calore proprio orbatasderelinquunt. Quodcalorem proprium penitus exſolui cognouerint, ab infirmi corpore mira celeritate longius abeſle: confpiciuntur. Lemnius. De Achatis lapidismirabili. natura A Chates lapis, qui ex India fertur, tum coloribus diuerſis, tum ve D4 piss TA m  nis variari confpicitur, ex quorum in.. terſectione diuerlæ imagines multoties, fabricamtur.Quod autem mirabilius eft, nuncferarum genera, flores, aut nemo ra,nuncvolucres, autRegum naturales, hic lapis portendir effigies: quippe fer tur in Achate Pyrrhi Regis, et capuri, et feptem arbores in quadam planitie ap parentes extitiſſe, Ex Camillo Leonardo de. lapidib. Ferarum natura in hominibus mie rum in modum deteftanda.. On eſt à ratione alienum, quod de Attila circumfertur, quod Canis more latraſſet: quippe Ioannes; Langius clari nominis medicus ab equi-. tibusComitis Palatini feaudiuifle retu lit, quod in Auftria homine, qui latra. tu,ac curlus pernicitatecumcanibus co tenderet, et cũillisin ſyluis illæfus ve naretur,vidiffent. Hæcauténaturaabfq; dubio deteſtanda eft, quippe tales. im manes ſunt, et in hominum occiſiones procliues, vtAttila crudeliſsimus fuit, NRege in es Ees et in viuentium cædes pronus, à quo tot Vrbes, et populi vaſtati ſunt.. Non modòinfæminaslaſcinire homi: nesverum, etiam brutacernuntur. Omines laſciuire in fæminas, nec nouum, nec inauditum eft cum anebo fub humana fpecie contineantur. Quod autem bruta in eafdem laſciuiant, mirabile eft,Plutarchus in Dialog. Ele phantem in Alexandria fæminam qua- - dam,quæ coronas ſutiles componebat, fuiffeque Ariſtophano Grammatico rio ualem, adamaſſe retulit: A micę,per pla team tranſiens Elephas,&poma, et frum et us donabat, multiſque indicijs, et a morem, et ad fervitutem promptitudi nem declarabat,læpeque à latereafside bat, et laſciuè mammarum loca tange bat,Serpens etiam quidam (teſtimonio eiuſdem ) puellam ardentiſsimè adama uit,no et u ad illam accedebat, placide. - que amplectebatur, &à latere dormie bat, luce autem aduentante nulla illata kelione diſcedebat.Parentes,ne à ſerpé tele. t n itas te læderetur, aliò puellam afportarunt: Ille autem ad amicam vltimo peruenit, quá nonmorefolito'amplexa,ſed qui dam amantium ira in illam irruit, ma nuſquepuellæ nodis vinciens,caudæ exe tremitate amicæ tibias verberebat, profecto præreritę fügæ,atqueablentiæ: iniuriam vlcifci videbatur: Quomodofamine vterogerentes: conceptumvaleantoccultare. Aximam Sabini cuiuſdam Roe mani vxoris in occultando conceptu referam ſagacitatem, quo præfi dioaliæ confimiliter,fi optabuntfæmiö. næ à conceptionis.indicijs faciliter oe cultabuntur.Illa quidé dû aliæ mulieres; fecum lauabantur ventris tumorem ce.. Jare cupiens, vnguento, quo ruffas, et aureascomas.reddebat,ab vtero corpus vniuerſumlinire folebat. Illius erat vis pinguitudinem, ſiue carnis inffationem, aut laxitatem efficere, propterea com. Go: lange in corporis particulis vtebatur, Hlud tumeftumrepletumque redde MA bat, ventriſque tumorem ' occultabat. Parabatur(vt' puto )'vnguentum ex res bus rubificairtibus,& puftulas inducend tibus,calcefcilicet,auripigmento, tiap s. fia, et lulphure, hæc enim alijs rebus co --- mifta veteres ad capillorum cultum cad 1 piebát,ſin a.in aliqua corporisparticula applicantur ex magna caloris vijaut hu mores ex alto ad fummum:trahuntur; aut ipfis fuſis.gignuntur:flatus cutis, et extima corporisſuperficies attollitur, et in maiorem molem ducitur.Ex Plutarc... inlib - epwTikā. Fructuum, vinearum,iumentorumga interitus praſagium. Agnun à mori germinatione ca Lpiturpræſagium, mörus enim. ideo à Theophraſto prudentiſsima vocatur, quia omnium nouiſsima gera minat, et pruinis non tangitur: Idcirco fructus, et Vineæ à mori germia minationeà pruinis liberi fünt. Ea tam menquando à pruina lædi contingit(fia: D G quidemosi M Ty et fiquidem læſam in Aegypto, vt in pſala mo77 legimusMoyfis, tempore prodia tur fuiſſe )Colimaximamarguitintema periem,& proinde fructuum, vinearum. que interitum declarat.Atmaius ab vl. mo &perſicopræfagium capimus, quip pèvlmi, et perfici, folia, præter tempus decidentia,peftem inomniiumentorű,. &pecuino genere præfagiűt. Ex Cardano., Fætoremextinéta, lucerna vteroge Trentibus,infeftumeffe,& ini. micuin... Dor extinctæ lucernægrauis,adeo tur, vt in abortum faciliter conducat. Id: alleruit Ariſtot.8.de hiſt. animal.c.24. vbi non modo mulierés grauidas,,verú. didit.Profecto malus odor fi odor. fi prægnana. tjú corpora ingreditur, quia fætus im becilliseft, et à quolibet alteråtur,facili negotio inficitur, eius caro tenerrima, et ſpiritus inde abortusſequitur.. At no Kemelextinctalucernæ fætor perniciē. quoque Ila He 4 i quoquc hominibus attulit, vt carbones in cameris teſtudinatis facere accenficó. fueuerunt. Duos monachos retulit Pe. trus Foreftus in obferunt. medicin..cum nodu cellam ceruiliariamintrașent, vt fæcem cbullientem exportarent,(fortè candela extincta )cum exitum non inue nirent,ſuffocatosfuiffe,ac mancmortu. os effe inuentos. Infania,& furori àfolanofluatico contrattis vinum potentiſsimnmfora gulare eſe prafidium. Olamur. fyluaticum, quodà multis Belladonna dicitur,tantæ eft immani tatis,vtinlaniam, &furorem hominibus eiusacinos.comedentibusinducat, AC cidit cuidam (referente. Hieron. Trago dib.i.hiftor. ftirp.) quiin fylua plantam vi. derat talis calus: hicmultos decerpfit acinos, et deuorauit: altera verò die in tantam inſaniam,& furorem deuenit, vt plerique illum à Dæmone obſeſlú cre derent.Intellecto tamenmorbo, vinum fortiſsimumà. Trago illi propinatum Spelaria D? esto)  eft, quo facto conſopitus,paulòpoft con ualuit, et abfquelslione vixit, Lolium tritico", alýſque cerealibus: commiftum varia hominibusfymptom mata attulille. Anis,in quo- lolium fuerit, ſtuporem quendam,ac veluti temulentiam efi tantibusparit cum fòmno inexpugna. bili.Id Gatenus afferuit lib.1.de Aliment: facult.Etenim (inquit )cum anni confti tutio praua afiquando fuiffet, lolium tritico affatim ispaſci contigit, quo haud feparato, quod paucus effet tritici prouentus ftatim quidem multis caput dolere cæpit ineunte æſtate in cutemula torum,qui comederant vlcera; et alia fymptomatafunt fubfequuta, quæ fuc corum.prauitatem indicabant, Lolijta. mennocumento acetum efle præſenta Deum remedium iudicatur. Quare tum Htritico,tum abalijs feminibus cerealio busdiligenterloliumfeparandum eſt. Scorpio Scorpioidem herbam Scorpionum: iltus feliciter fanara. Irabilis eft herbæ Scorpioidis in: M Scorpiones potentia,illi quidem huius tactu,exocculta diſcordia exani. mantur, &intermoriuntur, tantam in ter eosanthiphatiam natura indidit.As' quodmirabilius eſt exanimati Scorpi. ones,fi Hellebori albi radice tanguntur; ad vitamreuocantur. Propterea.Scorpi oides,Scorpionum ictibus impoſita fe liciter et citilsimè illorum virus mor, - tificat,viculque perſanat ex, cuius prz. tentancain illos virtute à Scorpione now. men fumpfit, et Scorpioidesdi&ta eft. Mirabilesin biomiwibus proprietatesquase doger adfuiffe. Dmiranda profe &to in homini bus quandoque vifa funt. Regem Pyrrhum aiuntpollicemindextro pede natura habuifle, cuius, taču lies nelis medebatur: bunc cremari eum religae A réliquo corpore haud potuifle perhibet.. De Samplone legitur infacrisLitteris, quod in capillitio mirabilem contineret virtutem, qua aduerfis quibuslibet re fiftere audebat. Veſpaſianūtactu.& fali ua, et fine his quandoquenon paucis af feátibusmedicatumeffe tradunt.Ego e. quidem idiotam cognoui hominē, qui Ipuitione ſola in osinfirmi ranulas per fanabat, &licet primoafpe et u a&u De Monisid perfeciffe dubitauerim, quieui tamen,cum fimpliciter curamagere illú: cognouerim. Dolorem colicum Bubulo ftercore per Sanari. Agnam Bubulo ſtercori" dolorem colicum fanandi indidit efficaciamquippè apud fcriptores legi, et à fide dignis audiuiffe viris afferit Geſnerus, illius potu complures ruſti.. cos fuiſſe liberatos,qui enim ftercus ari dú in iuſculo bibit, ftatim fanatur. Hinc apud multos mosortus eft,vt nonnulli nonmodo ipſum excremét aridum,ve rum.  1 E1 uum recens, et expreflum iufculis ebi bant, et melius habeant. Ego quidéru fticis tantummodo remedium præbe rem, nobilibus vero, ne nausean indu cerem,non auderem,cum nobiliora pro ijs habeamus præfidia, ſufficerent tali.. bus ex eodem ftercore cataplafmata, vt enim reor,ex proprietate tale auxilium colico dolore vexatis,ſubire confueuit. Epilepſiamfrumafqueverbena ako xilio evaneſcere. Aturalis Magiæ profeſſoresverbes: nam (Sole Arietemi ) colle et am graniſque pæoniæ fociatam, contritam, et ex vino albo hauftam per colato, epilepticosinftar miraculi fana. re prodidere.Hoc exHermetetraditur. Nop.minoreft ejuſdem radicis efficacia, quippe collo eius appenfa, qui ſtrumas, patitur,mirū,ac infperatum adfert pra fidiumReferunt Aſtrologi hanc Vene ri effe dicatú, ffrumaſque delere,quod Veneri ancilletur, quæ collo præeft, propter Taurum eius domicilium.. Ex. Durante inHerb. N1111 i Arbores quandoque in lapides commutantur: N Danico mari, iuxta Lubecenfem vrbem Alberti Magni'ætate, arboris ramus inkientus eft cum Nido, et pullis, qui cum in lapidem omnes, cum arboré et nido eflent conuerfi,purpureum ta = men,(vtipfe retulit Jadhuc colorem fa um retinebant. Georgius Agricola eti am memoriæ tradidit,in Elpogano tra étu, iuxta oppidum à Falconibus cog nominatum, Abietes integras cum cor tice in lapides verſås elle,atque, quod maius eft, in rimisetiam porphyritidem Japidem continuifle, quod maximè foc Tertiſsimæ naturæ operibus tribuen dum eſt. Bardanamaiorcum mulieris piero magnam baber ſympathiami quæ MPerfomatia diciturinmulieris yra rum, magnaque eft cum illo eius fym. pathia, quippe illius foliun lämmo ca. pite geftatum matricem furſum tollit, fub planta pedis deorſum. Propterea huiufmodipræfidium aduerſus matri cis ſuffocationes,præcipitationes, ac tiſo locationes præſtantiſsimum à multis iudicatur. Ex Mizaldo, Quomodo literas axrei colorispinger. valeanks. VI T literas aurei coloris habere pole fimus,auri ſolia quot libuerit, eli gemus quibns mellis tres vel quatuor guttas miſcebimus, hæc infimul conte renda funt. ad vnguenti fpiſsitudinem, in ofleoque vaſculo conferuanda, Cum autem ad ſcribendum.huiuſmodi mir ftura vti volumus,aquæ gemmaræ ali quid addendum eſt; vt operi liquorap tior exiftat:ita profe et ò litteras habebi. musincomparabiles. Ex Alex. Pedemono Lano. Qyomodoveftigia; et défórmitates vario lis,&morbillis bomines poſsint. euitari. Ne 92  E morbillos. in facie, corporeque hominum remaneant, expertifsimum apud me, quod in publicam vtilitatem placuit aperire,eftpreſidium,quo vten tes pueri puella quedeformidate, quæ ab ijs relinquitur, carebunt. Cum va riolæ, fiuemorbillimartruerint, et in medio oculi quafi albicantes enricu erint, quod eft fignum bonæ matura tionis,omni die bis oleo amygdalarum dulcium recers. expreffo plura leuiter oblinire oportet, donecexſiccentur, ita profe et ò, vt fæpius experiri libuit, ve Itigia non remanebunt; et quod melius eft,oleum hoc'excoriatas variolasmira. bilíter ad fanitatem perducit. Quantum in hominibus: vfus vene norum valeat. Ithridates fæpè veneno epoto, adeo venenorum tis auxilijs corpus diſpoſuit,vtcitra of fenfam venena ebiberet. Cum autem à Pompeio profiigatus eſſet,atque in ex trema:I trema fortunæ miſeria conſtitutus, è vi e taillæſus diſcedere feſtinabat, quaprop ter venenum hauſit, et pluſquam fatis eſſet,nectamen emori potuit,cum con tinuus venenorum vſus in hominum naturam pertranſeat.Ex Plinio. Inhominibus vermes figura maximè differunt. V 23 5 admodum funt differentes, quippe in quodam Antoniano CanonicoMon tanus obſeruauit.Hiccolico dolore tor quebatur, cuius moleftia Hierameram deuorauit,vermemque deiecit.Erat ille viridis, figura lacerti, ſed craſsior, hirfu. tusq;, et pedibus quatuor innexus.Breui tempore à fera propulſa, canonicus obia ic:contra illa in vitrea phiala aql a plena, per menſes aliquot viua ſuperſtitit. Ex codemMontano lib.. Calculusrenum, veficæque in homi mibus, quopacto confumi valeat. Lapil  t Apillus, qui in Tauri veſica,men {e Maio reperitur, magnam habet in conſumendo calculo efficacia. Hic fi vino imponitur, mutato paululum ſa pore, colorem croceum contrahit. De hocvino quotidierecens effufo, donec lapis vino impofitusomnino conſum peus lit, à calculo infirmos bibere opor. tet. Hac enim ratione, nó modo calculú comminui, verum etiam conſumi mul. tos experientia edocuit. Ex Quercetane. Filiosà parentibusfignum aliquod recipere, vulgatifsimumet. " Ilii omnes patrium aliquid, aut aui tum ad vnguema retinere folent,ver Tucam ſcilicet, vel cicatricem, vel effi giem,velmores, autmanuum lineas.In domo noftra omnes à parentibus verru cam in brachio habuimus, et Marcellus filius meus ex me confimiliter. Proue niunt hæc à feminum miſcela, ſpiritu umquevtriuſq; parentis ſeminaliú,auo rumq; effuſione. Proptera etiá ſuccedit, File (fire fi feminain filiorum generatione benc mifcentur,atque in minimas partesiun guntur) vt fætus robuſti euadant. Hac enim rationefpurij robuftiores exiſtunt quoniam ob amoris vehementiam, ve triuſque ſemina multum, beneque.co. ráiſcentur:Ex Cardano de subtit. go D: Marerubrùm in plantisproducendis terre vigorem obtinuiffe videtur, to Adel D mare rubrum afbos nulla in terra prouenit,præter fpinam, quç dipras vocatur. hęc autem propter fer uores, &aquę penuriam rara etiam eſt, quippe non nifi quarto, quintoue anno pluit, et tuncquidem impetuoſe, breai quam te?mpore. At- in mariexeunt plantz, cat quelaurum et oleam appellant.Läu rus arię fimilis in toto eft, olea folio ta tum fru et um oleę proximuin his noftris oliuis parit, et lachrymam -emittit,ex qua medici, Irftendo fanguini medica Hentủ compopunt: Cú auteaquỵ plures inceflerit,fúgi iuxta mare quodãin loco crum HM erumpunt,qui Sole tacti, in lapidem co mutantur. Ex Tbeophr.in 4. de hift.plan. Incapillorum defluuio ex Hydrargynı lac epotum peculiare iudicatur auxilium.. rifabris capillorum defluuium in ducere conſueuit, aliaque ſymptomata; quæ tales in mortis pericula conducunt. Pro huius immanitate, vtiin potu capri no lacte, illudque cum pane commede re,fingulare et expertum eft remedium; quippe ſedata illius vi,atque potentia,à veneni morte liberanturægri, et piliite rum nafcuntur. Ex Foreſto in obſeruat.med. Inter Lupum, Agnum maximam effe antipathiam. Tantralis difcordia,vt ipfisemor., tuis in eorum chordis id etiä eluceſcat. Si enim ex Lupi, Agnique inteſtinis, chordæ conficiuntur, in inftrumentis muſicis applicatas minime concentum vocefque lonoras reddere,fed continuo tadas Bo ta &tas dillonare obſeruatum eft:at quod mirabilius eſt, agninas chordas à Lupi funiculis corrodi, et confumi, fi fimul n repofitæ fuerint,comprobatum eſt. I demde Aquilæ, &anſerum plumis fer tur, Aquilæ enim pluma naturali antia pathia anſerinas poſitæ interplamas, vt docuit experientia eas conlumunt et corrodunt, Quadam pro Epilepſia admiranda reperiun. RiaabHoratio Augenio ioluiscá. (ult.pro epilepfia curanda magne efficacię proponuntur remedia. Primo lococarbo eftille odoratus, qui fub Ar timiſiç radicibusęſtiuo folftitio colligi tur, quiper dies40.infirmis,aliquocon ucnienti liquore exhibendus eft mane ieiuno ſtomacho.confircor ego cuidam, epileptico huiuſmodi remedium ada modumprofuiſſeSecundo loco,Mufte lę fanguis adducitur, hic pręſtantiſsi. mus proepilepfia ſananda cenſetur,au. joris experimento, vidit enim fanatum E epilep probauit, fanari confueuit. Colligitur epilepticum fupra 25.annum,ſolo huius fanguinis vfu potati ſcilicet ftatim at queè venis exiſtadvoc.ij. cum vnaacer. ti:Vltimo loco tefticuli Apri,aut faltem Verris fiueSuis domeſtici-Venere vtéris; &tefticuliGalliexiccati in furno mira biles cenfentur;hi in puluerem tenuiſsi. mèredađi, cum zuccaro mifcentur, et decem continuis diebus epilepticis ad drach.tres,cum aqualettonicæfelici cũ fuccefsu.exhibent. Flatuofam inmembrisconuulfionem lignoce peſcoperfanari, Onoulſio illa, quęà flatu in mufcus lis, et membrisoritur cum dolore, Chanc noftrirampham,ſiue gramphum.yo cát)nodis ligneis à viſco, quod in quer. cubus'adnafcitur, vt experientia com С. viſcuin aftiuo tempore,Sole in Lepois fickere commorante,tunc enim perfectia onis complementumadeptum eft, Dc. bent nodi ligneiillius, loco patienti fu perponi, vtitarimfiatus: diffugiat,pio gui ficco, renuiq; prædirum eftlignum, * aut occulta ratione, vtvoluirCardanus Confiteor,multis taleprælidium ad pre feruationem meconfuluiſie,votumque $ fuiſſe aſſequutosſola iſtius ligni tuſpen y fone. Annult ex bubalorum cornibus | huiufmodi etiam dolores prohibere multa experientia, ex eodem Cardano i obferuati ſunt. Quomodo nonnullorum animalium vent num corpora vostra ingrediatur. Pedido Halangium cum aliquem momor. dit, quamuisparuum fit animal,ex. - iftimare tamen debemus, venenum ex ipſius ore, primo quidem in ſuperfici em,deinde vero in totum corpus defer ri, Præterea marina turturis, ficuti, et terreni Scorpionis aculeus, quamuis ir extremam illam acutiſsimamque par temfiniatur, vbi nullum foramen eft, per quod venenum deijci pofsit,neceffe en eft vt excogitemus ſúbftantiá quianda ineſſe illi,aut fpirituale,autAgidam,qnz E vt mole minima, ita facultate eft quam maxima.Siquidécú nuper fuiſſet quida ict Scorpione, videormihi eſle(inquit) percuſſus grandine:eratque omninofri gidus,frigidoq;fudore perfufus.Quip pe vbi exicta parte,pertotam iplamce leriter diſtributa fuerit venenivis,con tingiteam, endemrurſus.contactu,in fingulas ſubiectarumei partium recipi: mox ex illis inalias continuas, done: in aliquam peruenerit principe:quo tem forémortis periculum inftar. Ad hanc remin primis conferunt vincula parti bus fupernis inie et a, abſciſsioque pare tium venenatarum. Noui equidem ru fticum,quiepoto è viperis medicamen to, reſciſlo priusdigito euafit, ficut, et alium quendamqui ſola ſectione circa medicamen eſt liberatus. Hac Galat. 3. deloc. aff. Mirabile ad Strumas gurturis, ramicem, Adem44 Yemedium. Dmirandum remedium ad ſtru. A mas. Cupreſsi foljaneque teneri. ora,neque duriora in puluerem com di minties, tortiuo vino confperges, atque ita volutabis, dum in fæcis corpus coe TH ant, inde fruma, velramex indecitur, pe tertio primum die foluitur medicamen tum, contractum locum inuenies, quidie o gitis-exprimidebec rurfus ad tres dies idem pharmacum applicabis,eodemque modofolues, &exprimes; feptimodie, vel ad fummum pono, ſtrumæ velut miraculo abolebuntur. Valet etiam ada ramicégutturis, parotidas,omnemdur se ritiem, et ædemata. Hie tollerininhere fit.Chirurg.6... Peftilenti tempore in:er pracipua-prafidia: aeris re&tificatio fummum iudicatur. Mnilaudedignus, omniq; decore admirandus Hippocratesiudican dus eft,qui peſtem illam ex AEthiopia ad Græciam venientem, non aliorepu lit auxilio, quá aeris purificatione.Præ cepit enim,vt per totam ciuitatem ignes accenderétur; qui non è fimplici folum materia,fed etiã beneolenti conftarent. Qua propter, et coronas odoriferas, florefquearomata,vnguenta pinguiſsi magrati odoris, et alia iucundosodores fpirantia, ciues igniſpargebant, quo paa Eto aer purusfa et useft,& ijà peſte tuti fuerunt. Ea fuit magni Hippocratis dia ligentia. Ex Galeno. Portaldara fenuinis contra lumbricas: magna estefficacia. Nlumbricis necandis nonmodòPon tulacz aqua ftillatitia aptiſsima iudi.. catur,verum etiam illius femen.Narrat enin: Arnaldus Villanoua, quendam puerum, dum effet in mortis periculo Conſtitutuspropter lumbricorum mula titudinem drach.jem. feminis Portula cæ cum lacte fumpfiffe,atque lumbricas multos emiſiſke,fuiffequeliberatum. Quorundam animalium vita terminus con. ftitutus,quis fit. epusannis decem viuere fertur, et Catus totidem. Capra o et o. Afinus triginta.Quisdecem: fed vir gregisfæpè quindecim. Canis quatuordecim, et quandoque vigintiTaurus. quindecim. Bos,quia caftratus,viginţi. Sus, et Pauo viginti quinque.Equus-vigioti,&non punquam triginta, inuenti funt, quiad quinquageſimum peruenerint.Colum biodo, vti etiam Turtures. Perdix vi. ginti quinque, vt &Palumbus, qui non nunquam ad quadrageſimumperuenit. Ex Alberto Låddoloresarticulares electuariano mirabile. Periam electuarium illud mirabia le, quo ego in doloribusiun &tura rum, et in arthritide cum felici fucceffua nor femel vfus fum. Huius auctor Pem trus Bayrus eft,licetipfe Galenicompofitionem efle dicat in -lib.18: fuæ Praski. Confiteor fubito ſoluere finemoleſtia, ignitum caloré extinguere, et membra patientis adeo contemperare, vtmultas viderim, endédie, qua pharmacum acce. perant, à ſella ad locú propriúſine alte rius auxilio languētes redire. Capiútur Hermos Qua propter, et coronas odoriferas į floreſquearomata, vnguenta pinguiſsi magrati odoris, et alia iucundosodores fpirantia, ciues igni ſpargebant,quo paa cro aer purus fa et useft, &ijà peftetuti fuerunt. Ea fuit magni Hippocratis dia ligentia. Ex Galeno.. Portulara feminis contra lumbricos. magna est efficacia. Nlumbricis necandis nonmoddPon tulacæ aqua ftillatitia aptiſsima iudim. catur,verum etiam illius femen. Narrat enin: Arnaldus Villanoua, quendam puerum, dum eſſet in mortis periculo! Conſtitutuspropter lumbricorum mula titudinem drach.jem. feminis Portula cæ cum lacte ſumpfiffe,atque lumbricas multos emifiſke,fuifíeque liberatum. * Quorundam animalium vita terminus.com ftitutus,quis fit. epusannis decem viuere fertur, et Catus totidem. Capraodo. Alinus triginta.Quisdecem: fed virgregis læpè. quin io rabia quindecim. Canis quatuordecim, et quandoqueviginti.Taurus quindecim. Bos,quia caſtratus,viginti. Sus, et Pauo viginti quinque.Equus-viginti, et non punquam triginta, inuentiſuật, qui ad quinquagefimum peruenerint.Colum biodo, veietiam Turtures, Perdix vi. ginti quinque, vt &Palumbus, qui nons nunquam ad quadrageſimum peruenit. Ex Alberto Laddolores articulares electisarianos mirabile. le,quo ego in doloribus iun et tura rum, et in arthritide cum felici fucceffu non femel vfus fum. Huius auctor Pew trus Bayrus eft, licetipſe Galenicompo fitionem efle dicat in lib.18. fuæ Brasti. Confiteor ſubito ſoluere ſinemoleſtia, ignitum caloré extinguere, et membra patientis adeo contemperare,vtmultos viderim, eadédie, quapharmacum acce perant, àſella ad locú propriú fine alte rius auxilio languētes redire. Capiútur Hermodactylorum alborum à cordis fuperiorimundatorum, et Diagridii an.. drach.ij.cofti,cymini,zinziberis,cario phyllorum an.dracij.trita, et cribellata conficianturcum fyrupo fa et o exmelle, et vinoalbo inuicem coctis,donec ſyru. pi bene codi formam recipiant. Dofis eſtà drach. ij.ad drac. iiij.fecundum in firmi tolerantiam. Auctorconfitetur ter ab huiuſmodi doloribus fuiffe correp tum,& femperinaurora huiusele et uarij (quod Diacoftum vocat )vnc.ſem, acces piſſe, et in vna die conualuiffe. Ego dia-. gridium in minoridofi,exhibuifemper et beneſucceſsit. Periculofumeft Bafilicum continues adorari. Vantį ſit periculi, herbæ Baſilica frequens odoratus plenus,ex Hol Jerij exacta obferuationeperfpicitur. Quidam enim Italus ex continuo eius odoratuin vehementes, &longos inci-. dit dolores capitis ex Scorpionein cere bro epato,cuius caufa morsconfequuta eft ck Ratio apud aliquot huius euentus,ea potiſsima eft, quod Bafilici folia ſub te. ftafi et ili putrefaéta in Scorpiones mu tentur, ex quo arguunt, frequentem o. doratum animalcula quædam Scorpio onuminftàr, in cerebro geocrare. Vte cumque tamen fit, Bafilici odoratus ad Syncopim, et animi hominum deliquia, mirumin modum prodelle compertum cfts Piſcem Torpedinem, dolores capitis àcaufa calida feliciter fanare. Nter fele et a, et quae dolores capitis à caula calida auferunt remedia,Tor. pedo piſcis eft. Aitenim Celfus, quem ſequutus eft Seribonius Largus, huius Puciscapiti affricatu,adeo tales dolores remoueri vtin pofteru redire nequeant. Cauſa torpedinis qualitas eft,ipfa enim viua in mari, et procul, et à longin $ quo velfi haftá; virgaveattingatur,tor porem piſcatoris mébrisinduceredici. tur, vt Plinius lib.23.prodidit. Idcirco etMatthiolus dixit) mirum non eft huiuſmodi affe& us, quodam ftupore: feliciter ſola confricatione fanare. Queex occulta natura proprietate fiunt, mirabilia videri. Aturæ arcana femper hominibus, admirationem præſticere:ratio eſt,, quia caufas ignoramusproprias, et pro.. pterea in ſpeculandis his ce pitamus, necaliud nobisreftat, quam føla admi. ratio. Quis enim non admiratur, cur: Hyænæ vmbræ conta et u, canesobmya. teſcant?Cur Eryngium ore Capræſum. ptum totum gregem fiftat? CurGallina, appenfo miluicapite nunquam quiefcea. re valeant? Curappenſo allij flueſtris capite in ouis collo, quz in grege omnes antecedat, Lupi ouibus nocere neque.. ant? Profe &to hæc mirabilia funt, et in refum fympathias, et antipathias, et na-. turæ arcana reducuntur. Nonnulla animaliareiuuenefcere: proditur. Agnum natura quibuſdam anie. inalibus pro fene&tute euitandai, COA conceſsit releuamer, Ceruus enim elu, ſerpentum renouari dicitur, quippès dum fentit fene&tute fe grauari, ſpiritu, per nares è cauernis ſerpentes extrahit, fuperataque veneni pernicie,illorum: pabuloreparatur.Colubri quoque alijq; ferpentes quoniamper hybernas latebras. vifum obſcurari ſentiunt, primo vere, maratro, feu feniculo feſe affricát,illud, que comedunt, ita vifum recuperant, &, exacuunt, et vetuſta tunica depoſitag pelleque priori reiuuenelcere dicuntur.. Qgorandam animalium carnes ad vitæ lorem. gitudinem palere. Longifsima vita aliquorum ami.. malium vel eorum proprietate, multi fapientés vitæ longitudinem in hominibusinuenire conati funt,volunt enim carnium efu longæ vitæ animali um,vită poffe produci, re& ecenſulen. tes ſolidá nutrimentă,multú,diùq nutri R, et à morbis defendere. Hac ratione Ceruicarnesprecipuè iuuenisadlógitu L6 dinem vitæ valere autumant, Reculit Plinius quafdam nouifle principes fæ minas,omnibus diebus Cerui carnes de paſtas, et longo ævo febribus, caruiffe.. Dioſcorides lib.z.longam ſençđuter cos agere dixit, qui Viperę carnibus, veſcuntur.Propterea Pliniuslib.13»An tonium Muſam Cæſaris Augufti medi cum dicebat, Viperas in cibis ijs dediffen qui ab vlceribus incurabilibus affligea bantur,ratus hoc auxilium, vitam illis, producere,atque omnesſanafle.Exlib.3; Conuiuij noftilitterarij. Abfürdan, ridiculain effe Paracelli opic. nionem,de homunculi inpbialia vitrea g !.. meratione, de partu. NPara Onmodo ridicula,ledinfanda eft: Paracelfi, damnatæ memoriæ opi-. niode homymauliconceptione, et partu.. Scripſitenimex feminehumano in ama pulla vitrea. conie et o:;: et aliquandiù: fub cquino, fuma, Itabulato, homun-. Cului culum gencrari. Vt autem hanc hypo.. thefimfaliam ille impiusdoceret, exo uo fumpfit conie &turam,quod cum op ſeruaret in loco calido concludipofle, et ex eo tandem pulliim excludi, perſuaſit hoc idem in humano ſemine in vitreo vaſculo reclufo poffe contingere. Sed vana, et fabulofa ſunt eius figmenta, fi-. quidem ex putrefa& o femine, in an. pulla fub fimo recondita talis homun.. culi partus fieri nequit, qualis enim eft cauſa,çaliseffe et us conſequitur,proinde ex putrefacto nihil,piſi corruptum ori.. tur. Infuper in fetusconceptu,vt ex fa. ais:diuiniverbidecretis capitur,ſemen virumque viri: &mulieris concurrere opuseft, præterhęę conceptio haud ori turniſi. fuerit vterus benetemperatus, tanquam hortulus à Deo deftinatus ad hanc prolem, cui fanguis maternns fi mulaffluar: quippè fi.materni- fanguinis deficeretappulfus,necfemenaugeri,nec ali planıę inftar, necpartes conformari pollenr,, vt omnium philofophorum E. 7 conſenlus eft. Ad hæc inter fætum, et vtero gerentem fympathia quædami requiritur, vr calorem, et nutrimená. tum à matre recipiat, et à fætu viuena te inatsis calor augeatur: et abia' ad cona coctionem, et produ &tionem feliciter fuccedant. Quæ omnia fallain effe Pas tacelfi coniecturam atgtrunt: ille enim non perfpexit in ouofemen, exquo puls dus fit, fimulcum alimento vernaculo conferri, et in teſta per fe porracea tans quam invteroquidemconcludi; ex qua pullus ali, et refpirare pofsit Semen vero humanum caloris, et fpiritus Cu iuſdam viuifici particeps, &conforss quorum vi, et beneficio fir generatio, antequam in vitream ampullam per funderetur, eodem temporis veſtigio exhalaret, et conceptio euanefceret: Hue aceedit, quod deeſt fanguis, quo femen nutritur, et augetur. Adde quod per ampullam vitream, fub fimo recon ditam tetas fpirare nequiret confuta.. maergofunt Paracelfiftarum fomnia,& fabula fabulofa eorum magiftri conie et ura; et vana de homunculi partu affertio. Ex. Georgio Bertino Campano. In Armenia nines rúbentes fieri. Iues omnes(fublata philofophand tium ratione)albæ funt, et ita ius d cat fenſus, vtnon immcrito Plinius lib. 17. capite z: niuem vocaverit cæle ftiumaquarum ſpumam. Nihilominus Euftachius Homeri interpres, in Ara menia niues rubentes confpici retulit. Harumcolorçm multi fapientes rummi Aantes, non natura niues rubentes fieri, fed accidentaliter illic voluere. Illa enim loca minio luxuriant, cuius colo re ex halātiones, è quibus in Armenia ninesgenerantur, pallutæ, rubedincm. acquirunti. Pro quartana febrejſalitaremedia. A Rnaldus Villanoua pra fecreto ha. buit in febrequarrapaexhibere taxi barbaſsi radicem ex vino per dúashoras. mote acceſsioné, et Dominus osdecorde: Ceruiad drach. Itidemex vino alterator di& amocretico, ſaluta, chamedrio, chamæpithio, &myrrha ex fucco abfynthit ad ſcrup.ij.caftorei eriam, et bituminis anſcrup. ij. ex vino: Alij,vt quartanam excutiant, infirmis dum in acceſsione affliguntur, timorem ex improuifo incu tiunt. Proptera Titus Liuius fcripfit, Quin et umFabiuin Maximum in con fictu febre quartana fuille liberatum... Terra Lemonia contra venena miram: babet efficaciam. Nterpræſtantiſsima auxilia contra venena,terra Lemniaconnumeratur, quæ ad Cantharides,& adLeporem ma rinú adeò pręſtat, vt quadam proprie. tate, deuorata, omnevenenum per vomitum expellat, quemadmodum mul tis experimentis hæc omnia didicifle. Galenusconfitetur, Lumacalapidem,partümulierum facilitati. Icitur Lumaca, lapidem nobiliſsi.. me virtutis in capitcretinere, qué fi trio I tritum ftranguriofis liquore aliquo conuenienti dederis, vrinam foluere, i breuiterq; fanare comprobatum eft. AL mirabilem baberingrauidamulierecó. Senfum:quippe appenfam fi ſecum por tauerit,in abortum minimè incidet, fin autem tempore partus tritam,cum vino capiet,multa facilitate pariet: fiquidem lapides himeatusmuèaperiunt, è qui-. bus fætui facilior datur tranfitus. Ex: Ifidoro.. Kamum fympathian in aliquet bruto mirabilem. elle Izaldus lib. 1. arcan: &Podinus: lib.3,theat.nat.obſeruatű,exper tumque audiuiſſe aiunt,Vaccam,Quem Equam, Afellam, Canem Suem, Felem; fimiliaq, foeminei generis animalia do meſtica, et manfueta, dum vtero gerunt, autinterire, autabortum parere, fi mas ex quo conceperunt,ma&tetur autocci.. datur,tam valida eft,ac vehemens-illo rum inter fe fympathia. Hoc autem an verum fit,confiteor, menondum fuiffe expertum.. oletno Oleam -arborem puritatis virginitate of amantifsimam. Liva fimanuvirginea plantatur, et educatur,,vberiores fructus præbe redicitur:, vſque adeo puritatis eſtamā tiſsima, et labis nefcia. Hacde cauſa, ve Teor,abantiquis ſapientibus olea, Mi neruæ dicata, et confecrata füit. Audiui equidem àmultis, alearum à laſciuis mulieribus non femel fuifle collectas fructus,calq; fequenti amo parum fru et ificaſſe,ExCarolo Stephanointideraruftia Aftronomiam Medicis effe neceffariam. PRudens Phyſicus Aftronomiam in telligere debet, aliter perfe& usMe dicus effe nequit.Cum autem ægros -Cųe rare intendet, Lunam afpicereoporte bit, fi enim plena cſt,crefcitfanguis, et humiditas in homine, et beftiis, et me dulla in plantis, ita voluit Hippocr.inl. dediſciplina Mahemas: qui apud Galore peritur.Cum ergo quis in morbum in ciderit,fi Luna è combuſtione exit,tunc iei creſcit infirmitas vfque ad oppofitio bis gradum, quo tempore per a &to cceli themateaſpicienda Luna eſt,an cum alia quo planetarum ſocietur fortunato, vel et infortunato;numin malovelbonofue. titalpe et u; et an dominúdomus mortis. afpexerit; ita enim de morte, et vita; de morbi longitudine, et breuitate infire morum accuratiusconie &turarepoterit.. Ex Hippers. 10ak. Ganjucto. Saturni,Martiſque coniun tionem inTauro, Bobuspeftilentiam pradicere futuram. A. Strologorum ex multaobſeruan tia decretum eft, cum Saturnus. Hupiter,& Mars, vel iftorum duo fimul iun &ti fuerint ſub humano figno, cona. currenti ad eam ftellarum fixarun vea Denoforum animalium afpe et u,morbos peftilentes hominibus effc futuros. Ex diuerſitate autem Zodiaci brutis quan doque contagium appariturum, faluis hominibus. Vnde notat Auguftinus Sueſſanus in comment.Apotelaſmatum Pro. Lomai,non multis ante annis,obferualle, cum SaturniMartiſque coniun et io in Tauro horrendiſsima frigora'excitallet, magnam Bobus calamitatem eueniffe. Ques autem licet imbecilliores, füper tites tamen fuiffe. In Boues tamen pe ffis illa defçuit propter cceleſte fignum, ad quod terreftris Bos refertur. Quæfi fuiffet in Ariete, forfitam in Oues graf fata effet. Anno 1479. in figno humano Martis, et Saturni fuit coniunctio (tefti monio Ficini ) et peftis crudeliſsima ho mines inuafit,,vt& prius anno1408. et omnium peſsimaanno 1345. ex trium Planetarium infimul conjun et ione. suffiiu bituminismulieres ab byfterice '. 3 Vltis experimentis comproba audio,, lieres ab vtero ſuffocatas lubitòad ſanie. tatem reuocari, et quod mirabiliuseft, Hyſterică extemplobituméacceſsionen corrigere, fiue crudum, fiue vſtum mu. licrum naribus admoueatur. Propterea mulieres,quętali pafsioni obnoxięfunt lans paſsione liberari. CA lana exceptum, fiue goſsipiocolloap penſum,Medicorum conflio (Mizaldo · auctore ) in romullis locis habent, vt e, crebo olfactu paroxyſmum arceant. Cantharides quandoque ſolo olfa et u fangui. nens, veltactuècorpore euacuajſe. Antharidumvis, et venenú in fane guine purgando per vrinam, apud paucos incognita eft, quippe in potui ex ceptas non modò veſicam exulcerare, verumatque fuffocationes, et horrenda ſymtomatainducerecomprobatum eft. Imò tantæ feritatis funt, vt quandoqué et tactu,vel olfactu hec efficiant,vt cui damchirurgo Mediolani ſucceſsit, qui bis fanguinisprofluuio correptus fuit per vrinam,folum portando cauterium ex cantharidibus in Byrfa. Ex Micbarle Rafraljo. Podeortum fit adagium, Naniga Anticres. } MXneotericisMedicis,nigrum Vlta obſertatione &à prioribus, et neotericis, helleborum ad infanos, et mente captos peculiare auxilium eſſe, probatum eſt. Huiuspotio licet periculoſa fit, cú cau telatamen fumpta, mirabiliter ijs pro deffevidetur. Hellebori virtutem De. moſthenes innuere volebat, dum acti. onem mouens Aeſchini, vt ſeſe pur. garet helleboro dicebat.Hoc in Anti. cyris duabus ele&tiſsimum, et magniva. loris naſcitur, quo nauigare oportere a dagium, quiab intania Canari cupit vt Strabo lib.9.Geograph,loquitur. Hinc Stephanus deHelleboro loquens addit, Anticorenſem quempiã fuiſſe, quiHer çulem dato Helleboro infania libera uerit, Grauidas simio fale prentes, parerifetus fine vnguibus. Noneftàratione aliepum, quodab Ariſtot.dicitur 7 de biftor.animal.c.4 mulieresgrauidas, fi nimio ſale in cibis vſæ fuerint,fætusparere finc vnguibus vngues enim,vt dixit Hipporc.in lib.de care FOS. 1 Carnibusex glutinoſa, et viſcida materia geperátør, hincaecedente Galitorum v. Tu,materia illa viſcida adeo attenuatur, &adimitur, vtfacilè illorum ortusde. ficiat.Comprobatur hocetiam in ladá, tibus, quibusex aſsiduo, et nimio ſali torum vſu,lacomne, paulatim deficere conſueuit. Oui badiin conuiuijsiucundi, feftiuiquelas beantur. N conuiuijs profecto,vt hilariter'iu: Du { 11 X G 3 epulétur,tron femel ludi aliquotper io cum apparantur qui omnes in iftanti um riſus, &cathihnos mutantur. Inter multoshi erunt Feftiui:Si lintea;& map pæ calchanti puluere confricantur, qui foti fe deterſerint ea parte nigrifient;li ceti lintea prius candidiſsima apparue. sint.Si cultri fuccocolocynthidis, vela fòe ta et ifuerit,amara oíaex ijs incita le tiétur:ex afla fætida autem cuncta fæti da audientur:Si fuperpaſtillos nuper e fixos inſtrumétorü chordas minutim in difasproieceris inftar vermium à calore V contracte apparebunt, naufeamque rei inſcijs mouebunt. quibus vinum potui dabitur,cui caftancarum cruftæſubtili ter tritæ fuerint inie et xà ventris «crepi tibusſollicitabuntur. De amorisorigine aliquet controuerfia. OlentesPhyfici amoris originem, velpotius furoris amatorijreperi te indaginem,ex correſpondenti homi num complexione, leu verius ex con formi ipfius fanguinis qualitate,nempe calida proficiſcivolunt, hancenim como plexionem valde amorem gignere af firmarunt, Aſtrologi inter eos amorem exiſtere aiunt, qui in codem aftrorum gradu conſiſtunt,vel qui in aliqua con Itellatione ex æquo participant, et con formes ſunt,tunc enim fe redamare có. fingunt. Alij Philoſophi amorem naſci afferuerút, quoties noftra luminainde. fideratumobic&um conijcimus,voluat cnim quoſdam fpiritus ex ſubtiliſsimo, puriſsimoque fanguine cordis noftri in rem concupitam exhalare, acque ocyſsi * IN me ad mè ad oculos noſtros recurrere, ibique a in vapores'& 'humores refolui,quifen. fim ad correlapſi, diffuſiq;per corpus, in oculis, rei dilectæ quandam idem, inſtar fimulachri, et imaginis,non aliter, quam in fpeculo macula permanet ve nenofi oculi, vel menſtruatæ,auriginoſi, aut fimili aliquo morbo infecti, impri munt.Hacde caufa miſerum amafium, hiſce nouisille &tum fpiritibus,qui natu ralem fuam fedem repetunt, et ad cor permeant, perditam libertatem fuam dolere, lamentarique cogi affirma. Nonnulli autem naturalis fcientiæ ad. 'modum ftudiofi,cum multa de amoris fcaturigine eſſent imaginati;nec veram tam furiofi morbi originem inuenif. fent: in hæcproruperunt:Amorem effe neſcio quid,natum neſcio vnde, qui vee wit neſcio quomodo, &accendit nefcio quo pa&to,certam aliquam rem, &per ſonam. Hominem apud Indos longiſsimam pitam babuiſſe. F Apud Lufitanicæhiſtoricæ fecènti ores ſcriptores(interquos eft Fer din. Caſtanneda:)fidei probatiſsimę, longa narratione, et certa, cuidam nobia li,apud Indosannorū, quibus vixit tre. to centorum, et quadraginta fpatio,iuuenis tæ florem ter exaruiffe, et ter refloruiffe: inuenimus:atque ex cuiuſdam Epifcopi relatu nouiterpercurrimus.(Hocprofe to mirabile eft, et paucifsimis à Deo conceſſum. At non minori admiratione illud dignum eft,quod à Langio de Or benouoproditur,inſulam quádam fu. ifle repertam, Bonicam nomine,in qua fontis reperiatur ſcaturigo cuius aqua vino preciofior fenium epota in iuuen tutem cómPomba. Ex lib. 1.debominis vita, vbi de Priorifla anu facta, et reiuueneſs eente fcribitur. Hydrargyriminer aquomodo inueniatur. Ńter metallica ônia,hydrargyro ex cellétius vix inueniri aliud cryditur, cum ad infinita tale accómodetur.Soler tiinduftria opus eſt, vt vbi eius mineræ fit ſcaturigo coniectores deprehendant; propterea menſbus Aprilis, et Maiiſub aurora, ſereno autem cælo afcendétes, vapores in montibus fpe et ant; ſi enim inftar nebulæ fuerint, non altius feat tollentis,fed humillimæ, ac quaſi terrae ad hærentis, argenti viuiibi ſedem eſſe allequuntur. Ex Cardanode Subtil. Aqua mirabilis pro viſus obfuritate. Periam aquam, quam ſcribuntre ſtituiſſe viſum cęco nouem anno. rum.R.ſucci apij,feniculi, verbenæ,cha medryos, pimpinellæ, Garyophilatæ, Caluię,chelidonię,rutę,centinodię,mor { usgallinæ,garyophyllorum, farinæ vo. latilisan.vnc.j. piperis craſsiuſculètrití, nucis muſchatę,ligni aloes an.drach. iij. Omnia imergătur in vrina pueri, et lex: ta partevini maluatici. Bulliátbreuite pore, tú exprime,& percola.Repone va le vitreo benè obturato.Hora sóni fingu. las guttas ſingulis oculis inftilla. Holler. Roris marinipraftantiſstma'virtutes, Lanta illa, quam Romani, et Itali Roſmarinum dicunt, inter plantas: nobiliſsima eft, magiſque quam ex F 2 iſtimetur excellens, quamuis mulcitu. dine, et frequétia vilefcat.Eftenim fem per virens,nulli nocens, et multis infir mitatibus inimica maximè comitiali morbo, quiferè dæmoniacuseſt. Radix eius cum melle purgatvlcera, tormini. bus medetur, et medendis ferpentum i et ibus cum vino bibitur.Prodeſt etiam contra morbum Regium in vino cum pipere. Et tanto contra maiora mala præualet, quanto maiori gaudet tutela, et fauore cæleſti, à quo omnis virtus confouetur. Naturefagacitas in difficillimis morbus fac mandis magna ift. Agna eft naturæ fagacitas in ali quot morbis ſanandis,qui medi. corum auxilijs perdifficilc eft,vt ad fa nitatem perducantur. Ketulit Alexan. der Veronenſis lib.2. Anatem.c.9.tr ulie rem Venetam,acum crinalem, qua cirri capillorum intorquentur, quatuor die gitorum longitudine ore detinuiſle, dú obdormiſceret, fomnoque ſopitam de M glutif Etv ghuiuifle: decimo autem menſe, quod m mirabile eſt, per vrinam eminxiffe.Lan. Er gius etiá in alia iuuencula,quæ aciculam deuorauerat, id etiam eueniffe fcribit, e Naturæigitur induſtria maxima eſt. * Lapidis compofitio ignē fricationereddernisi. Ricatione cuiuſdam lapidis facilli meignem excutere poterimus. Hæc eius eft compoſitio. Capimus ſkyracis, calamitæ, ſulphuris, calcis viue, picise an.drach. iij. Camphorædrach.j,Alpalit. dre iij critahæc pobanturinvalesce Teoroptimèconcoctecca Hapidécouertátur.Hic panno fricatusu ceditur,fputo veròemoritur.ExRole! Naturam beftis,ad corporis t ütelammulta remedia indicaffe. PlurimaşürNaturæ beneficiaquebê ftiis fuiffe conceffa legimus.Hæcpro fectoruminans Plutarchus, præadmi. rationeinextaſin raptus,Maturan mulo.. to plura in pecudes, quam in hominem contuliffe dixit. Quippefibeſtijs Fors bus accidit.Naturamoxantidotum in F dicauit. Hinc Palumbes, monedula, merulę,perdices, Lauri folijs deguftatis humores fuperfluos expurgant. Lupi, Canes,Feles ſięgrotant,vel li excreme torum colluuie ftomachum, vel viſcera oppleta fentiunt, gramina comedunt ra, re perfufa,herbam frumenti, &rapiſtru decerpunt:quibus ſtomachum, aluumg; exonerant.Columbæ,turtures,pullique gallinacei in morbis heliofelinum degu far. Teſtudincs morſus ſibi in flictos ci cuta perfạnant.Cerui volnerati dictami paſtufagittas, excutiunt.Ivuiteladůmu res venatur, ruta ſe munire confueuit,. vc validiuseosoppugnet. Vrlimandra-. * goram quærunt in mala valetudine. A. priauté egrotanteshedera ſe colligunt., Ceteraverò animalia pro virę tutela di uerfa alia retinent auxilia.Ex Arifter.pl njo,Nipho,&aliis. Lapidem Aetitem mulierum partus. accelerare. Maison Agnam intulitnatura Aetitilapi. diin partu prægnantium accele rando efficaciam: quippefiearum coxis argento cóuolutus partu inſtante fuerit ligatus, miram ytero generabit láxitam tem,ex qua prægnantesfacilius parient. Ab Aquilis pręlidium hoc'captum reorg illa enim dum arctiores ſe ſentiunt et oua cum difficultate pariunt, Ae titem quærunt, ex quo laxiori matricis orificio facto,leniusoua excernūt.Hinc Aeritis S-apis, Aquilinus di et us eft, quiaz Aquilă hos in nidum portant,ibiq;verii reperiuntur. Intellexi ex feminis, pria marias aliquot hos lapides in vſu,& pre cio habere,beneratas partuslaboresfu Bleuare. Hellebori nigriradićem, Viperemorfus in bon Aysſanare. (N magna æſtimatione apud multosis Helleborinigri radix habetur, ipſa enim inter carnem, et pellem iumentià Vipera demorfiinſerta proculdubio faa - mat.Confiteor profe &to fubulcum qué dam porcorú numerüigne perfico, fiue cryſipelate peftilenti pollutum (hunc morbum vulgares, eo quod porcorum caput in excreſcentiamagná deuenit,apo pellap (męobſeruante adfanitatéducti funt.. pellant Capoatto.) fola huius radice om.. nes incolumes feruaffe.In porcorum au. ribus cultello circulum ad viuum fane guinem formabat,deindecentro,ex ſtye. lo ferro perforato,radicisfruſtulum éfo. fingebat, ad paftumý;porcosmittebat, ita equidemſolo học auxilio, omnes Hippiatros in equorum faciepitorum euul, maculas albasfacere. N hominum canitie frequentescapil. larum euulfiones, vt nonnulliin viu habent,vituperantur, eo quod illorum cuulſa niaior generaturcmitics:Hippia atri enim cum maculas albas in equo-... tum facie fingere intendunt, frequeno tiſsime pilosextirpant, qua continuata euulſione,pilos excreſcere albos exper tum eft. Queapud Veteresmagis erantcelebrata: pectaculam Nterorbis terręcelebrata {pe& aculag, Mauſolæum, hoceft: 9.Maufoli ſepul chrum  ES Noun ehrum;Coloſſus folis apudRhodiosios uisOlympici fimulachturm,quodPhidias -fecitex ebore:MuriBabylonis,quos ex. citauit Regina Semiramis; Pyramides in Aegypto; Obeliſcus in via nobiliſsima Babylone à Regina ſupradicta erectus, Rodigingso Marinum Vitulum à Cåeli fulmine non mo leftari. O pauci ſunt ſcriptores,quiMaria num Vitulum, (multa obferuatiu. one peracta) à fulmine incolumem effe perhibent.Propterea Seuerum Imperaitorem Lecticam fuam Vitulimarinico riocontégi voluiſſe legimus,hoc enim animal ex marinis, à Cæli fulminemio nimè percuti audiuerat. Inde fa &tum elte vt veteres, pauidi,pefulmine ferirena tur, tabernacula ex iftiuspellibus con-.. tecta retinerent,ita profecto àCæli fula. mine præſeruari poflcputabant. ExPline. Captaminter bruta maxima Epilepsia tentari: Ippocratesin lib. de facro -morbou: H Fs (si liber ille genuinus eius est) vt ab ' Èpilepſia homines præferuari valeant monet, neque in caprina pelle decum. bendum effe,neq; eandemgeſtare opor tere,beneratus tale animal; maximè ab Epilepſia tentari. Hocetiam Plutarchus rerum naturalium perfcrutator indefef ſusaſleruit:propterea veteresSacerdotes ab eius carne,ve morbida,abftinuiffe fe runtur, neguitantibus aut tangențibus. modo, aliquid eiusmorbi induceretur.. Dinum in Asthmatisçura ſele &tiſsimim.". V TInum pro fanando Aſthmate ab, mo, quo pater eius cum fælici ſemper: fucceflu vſus eſt,adducitur. Habet yie. ni dulcis, quaie potiſsimùm Verpacia eft,non craſsi,ſedtepuis,mellicraticoctii an, lib.decem:puluer. Foliorum Tabe. bacciexicc.in vmbra vnc.j radicum polypodii quercini recentis,acminutiſ.. fimeconcili ync.iij.radicum hellenij re.. motomcditullio,& inciſarum unc. iij..:? macerentur horis 48.poftea verocolentur per manicam Hippocratis vocatam, conſeruetur vinum inloco frigido. Dá - tur vnc. vj. pro vice; ſingulis diebus,; horis ante prandium quinque. Homines a phrenttide correptos sania fortiores fierii On pauci admirantur, cur homi. nesphreneticiflicet in ſanitate debiles fuerint prius ) ipfis fanis fortiores: euadant?Equidem à morbi naturato- · tum procedere verendum non eft: cum autem in phrenitide magis, ob exficcationem lædantur nerui fenſitui, quam motiui, nulli dubium eft, tales quo ad motum ipſis ſanis fortiores, et debilio. res, quo ad virtutem fenfitiuam fieri;: ratio omnium eft,quia operationes,ner uorum fenfitiuorum humiditate magis perficiuntur: fecusmotiui. Huicadiun gitur, quod phrenetici (mente læſa ). doloremnon fentiunt,idcirco fortiores.com Ek Arculano. Tuberum efufrequenti, bomines in epile Pliam incidere. 2 M2Aximopere (ve valuit Simeon Zethus) ſuberum continuattis v fus vituperatur: adeo enim hornines crebro eorú eſu afticiuntur, vtepilepti ci;vel apoplectici fiant. Apud veteres autem in pretio habebantur,illifq; cum Colo quandam affinitatem,nec niſi to. nante loue nafai, credidit antiquitas.. Vnde Iuuenalis: Facient optat atonitrus CHAS - Offri de corde Cerui à morfibus venenofas; hos minespreferu476. Irabilis eſt profecto oſsiculorum, proprietas, quæ in Ceruorum; corde reperiuntur;geſtata enim ad præ feruandiim à beftiarum venenofarum morſibus, et i et ibusmaximeproſunt. In officinis tanquam præſtantiſsimum an.. ridotum contra venenum, et febres pe tulentes,hxc eſſa conſeruatur, &cum feelicifucceffu mediciindiesad hæc valere experiuntur:: multi tamen pre. ofic.cordis ceruipi, os.bubulum tradunt in magnam languentium perniciem, et ped.com M propi eterمه 27 that medicorum afamiam.Ex Alexan.fro Be Pedido. Hemicranian lapide Gegatisſummoueri. MW Vleo experimento Democritus: Hemicranian, lapidis Gagatis ſo'a ad collum appenfione tolli com.. probauis fcribit enim huiufmodi lapi. dem geftatum ſeinperniagis ponderare, quam antequam appendatur: quafi in eo quædam attrahendi in fe fe humo. rem,à quo dolor in parte cranij fufcitam. tar proprietasreperiatur.Mercurialis. Epilepritof non perpetuoconcidere nee quefpumam facere. Vicomitiali morbo laborátnánili in magoa ventrico !orum cerebriz cralo s humoribus obftru et ione conci dere, et fpumam ferre confueuerunt: ſe cus vero in alijs cauſis, vtin quadapu.. ella Aretina Beniuenius obferuauit. In cidit illa in Epilepfiam, tamen neque concidebat,pequeexorefpumam emito. tebat. Sedſtanscaput hinc indecücere wice  uice, ac fi quid infpicere vellet mous bat; nihil interim loquens, nihil fenti ens.Cum auté ad fe reuerteretur, inter rogata quid egiflet, penitus ignorabat. Cauſam Beniuenius exiſtimauit, quod non caderet quod contra et io, et tenfio ad cerebrum non ferretur,cumfolus va por ſurſum aſcenderet: ex quonullor gore cerebrum ipfum intentum, abot dinatis motibus-reliqua membra pre feruare potuit. Vermes rubros in hominum cerebro, in qua dam epidemia natos effe. y Beneuenti,cum multi ignoto morbo decederent è vita, medici tandem, hoc morbo quedam mortuum incidere voluerunt, et in huius cerebro vermem cubeum breuem inuenerunt, quem cum mulrismedicamentis vermesoccidendi vim habétibus interficere nequiuiſſent, fruſta raphani inciſa in vino-maluatico vltimo decoxerunt,quo vermis occilus eft,atque hoc eodem remedio deinde - mili morbo, quali epidemico affe et i omness. Omnes curabantur. Foreftusex lib.Corne tỷ Roterodam. Capillorum defluuium ex Laudano curari. TOn femel morboacuto egrotantia bus (-ſiad fanitatem reducuntur è capite capillos decidere expertumelt. His facilliinè fuccurritur huiufmodilia nimento, quo 'capillorum defluuium non folum amouetur verú etiam amiſsi irerum renouantur. Laudanum cum vi. ño, et oleo rofato ad decentem vnguen ti fpiſsitudinem coquitur, quo caput v niuerfum linitur; breuique capillatum redditur, Ex Bayro.. An empiricis tradararemedia,mortem ! non paucis:attulije.. ftrum baudelt, remedia, quæ ab Kempricis adhibentur, morté aliquádo hominibus attulife, ij a. nulla ra. tione, nullaq; methodofuffulti, fed fola experiméti indagine,nec caufasmorbo Tum verè cognoſcere,nec ordine auxilia applicare poſiúnt.Proptereamilesquida inmorboinueteratoluinepotis,quicapi. Member Aximopere (ve valuit Simeon MZethus) ſuberum.continuattis V.. fus vituperatur: adeo enim, hornines crebro eorú cſuafticiuntur,vtepilepti ci;vel apoplectici fiatt. Apud veteres autem in pretio habebantur, illiſq; cum Colo quandam affinicatem, necniſi toe. nante loue nafai, credidit antiquitas.. Vinde Iuuenalis: Facient opfataronitrua, Cen45 -offi de corde Ceuiàmorfibus venenofisshos minespreferuatge -Irabilis eſt protecto oſsiculorum, proprietas, quæin Ceruorum corde reperiuntur;geſtata enimadpræ • Tóruandum à beſtiárum venenofarum I morſibus, et i& ibusmaximeproſunt.In officinis tanquam præſtantiſsimum an-. ridotum contra venenum, et febres pe.. bilentes, hæcoſſa conſeruatur, et cum. foelici fucceffumcdiciindiesad hæc va lere experiuntur:: (multi tamen pro. ofic.cordis ceruidi, osbubulumtradunt in magnam languentium perniciem, et M pedice medicorum afamiam.Ex Alz xan.fro Bem nedido. Hemicranian laide Gagatia ummoueri. Viro experimento Democritus Hemicraniam, lapidisGagatis fola ad collum appenfione tolli com.. probauis fcribit enim huiufmodi lapi. dem geſtatum ſempernagisponderare, quam antequam appendatur: quafi in eo quædam attrahendi in fe fe humo rem,à quodolor in parte cranij ſuſcita.. tar proprietasreperiatur.Mercurialis. -Epileptites nonperpetuo concidere nee que fpumam facere, Vicomitiali morbo laborát nánili in magoa ventricolorum cerebria crais humoribus obftruatione eonci dere, et fpumam ferre confueuerunt: ſe cus vero in alijs caufis, vt in quadá pu ella Aretina Beniuenius obferuauit. In cidit illa in Epilepfiam, tamen neque concidebat,pequeexore fpumam emit tebat. Sed ftans caput hinc inde cucere vice, ac fi quid inſpicere vellet mout bat;nihil interim loquens, nihil fenti ens.Cum auté ad fe reuerteretur,inter rogata quid egiflet, penitus ignorabat. Caufam Beniucnius exiſtimauit, quod non caderet quod contra et io, et tenfio ad cerebrum non ferretur, cum folusva por ſurſum aſcenderet: ex quo nullori gorecerebrum ipfum intentum, ab of dinatis motibussreliqua membra præ feruare potuit, Vermes rubros in hominum cerebro, in quae dam epidemia natos effe., Beneuenti, cum multi ignoto morbo; decederent è vita, medici tandem, hoc morbo quedam mortuum incidere voluerunt, et in huius cerebro vermem rubeum breuem inuenerunt, quem cum multismedicamentis vermesoccidendi vim habétibus interficere nequiuiſſent, fruſta raphani inciſa in vino maluatico vltimo decoxerunt, quo vermis occiſus eft,atque hoc eodem remedio deinde se smili.morbo, quali epidemico affe et ij, omnes Nous ) omnes curabantur. Foreftusex lib.Corne, i Roterodam. Capillorum defluuium ex Laudano curari. "Onfemel morboacuto egrotantia bus (-ſiad fanitatem reducuntur ) è capite capillos decidere expertumelt. His facillimèfuccurritur huiufmodilia nimento, quo capillorum defluuium non ſolum amouetur verű etiam amiſsi irerum renouantur. Laudanum cum vi. ño, et oleo rofato ad decentem vnguen ti fpiſsitudinem coquitur, quo caput y niuerfum linitur, breuique capillatum redditur, Ex Bayro.. An empiricis tradararemedia,mortem ! non paucis:attulife: ftrum baudelt, remedia, quæ ab tempricis adhibentur, mortéali quádo hominibusattulife,ijn. nulla ra. tione, nullaq; methodo fuffulti, fed fola experiméti-indagine,neccaulas morbo. Tum verè cognoſcere,nec ordine auxilia applicarepoflunt.Propterea miles quidā. igjorbo inueteratoluinepotis,quicapi N + 136 tis achoribus erat fædatus, finecautio. os,more empiricorum,nec ætate obfer uata, vnguentum ex arſenico, ſulphure viridiæris, femine ſinapis confe&tum capiti appofuit;ita enim ex quodam lio bro remedium collegerat, et mane ſee quenti puer ille, qui erat duodecim an norum, in lecto mortuus inuentus eſt. Hi profe& o fru et us empiricorum ſunt. ExValefio.. Triplici auxilio homines longauam vitam Af quirerepofle. Ifi hominum frequens luxus exo NA vita songior,ſaniorquevideretur,hi ay tem in luxum,epulas, et otia effuli, vix trigefimum exceduntannum, abſque. fene et utis aliquo veftigio,vita enim los. gæua,non luxu,& profufione nimia, fed triplici tantum remediocomparatur;fie quidem pareitas cibi, et potus, bonus cibus,& moderatum exercitiummorta - lium vitam, ex Philoſophorum decre to,producere valebunt.Bartholom.Males ** Dino Gagorio.  Nmin Quo paéto fingultum cohibere valeamus. Onleui angaſtia angultum ho• mines cruciare quandoque vide mus adeò quod multiin longiſsimā via. giliam huiuſmodi affe et u ducti funt, Multi funt, quieximprouifo timorem ſingultientibus incuitientes,votum alle quumtur: alij verò auricularidigito ito bentintus aures diu confricari;Lyfimam chus tamen apud Platonem, fternuta. mento afperfione aquæ frigidæ, et re {pirationis coñibitionefingultum cxčke ti propalauit. Quopado plebrios, tincios en admiration nem -dustus. Plebeiprofe &to qui populi parsfino plicior eft,ex leuifsima occaſione fa. cilè in admirationé ducuntur. Si optas autem vt adftantes credantvel magico Çarmine, vel quodammiraculo te open. rari, manècum Verbaſcum flores aperit æſtiuo tempore, iispræſentibus leniter moueto plantam: flores enim paulatim decidunt, et exiccatur, cum magno ile. lorum ftupore, fiquidem illius plantæ hæceſt proprietas, vt (Sole accedente ) flores decidant. Quod fi magis irridere velis inutiliter aliquid murmurabis, vt admiratio excrefcat, vltimòtandemor mpia in rifum finiantur. Ex Porta. Memoriam è thure epoto maximè Augeri. Maximo hominibusadiumento eſt firma memoria, triftitiæ verò, et Jabori, imbecillitas, iis præſertim, qui bonarum litterarum ftudio incúberec ptant. Ita autem cófirmatur.Thus albife Gmuin in pollinem attritum,& cú vino, li hyemsfuerit,velaqua deco et ionis paſ fularü, fięſtas;epotum,inLunęaugmen. to,oriente Sole, necnonmeridie, et oC- t caſu, mirum in modum memoriam aya gere fertur. Ex Rafi. Quo pačtofamis importunitascohibeatur: Vis Taurum Philoſophum, eiufq; mendo famisimpetu? profe& o dumfa. maemaximèmoleſtabatur, eius importurnitatem, compreſsis hypochondriis et ventris ſtri et ione compefcebat. Apud. Aulum Gellium. Mulierem grauidationis tempore pallefcere., debilioremque effe. TOnlinerationemulieres, quoté pore vterum gerunt, virore pallia dæ fiunt, purus enim illarú fanguiscono tinuò ex corpore deftillat, et in vterum à natura demittitur, vtfætú tú nutriat; tú eius procuret augmentü.Cum autem ipfis paucior in corpore-refideat fanguis neceſſe eſt fieri pallidas, atq; alienos ci Bos appetere.In ſuper exco,quia fanguis folitusipfis minuitur,debiliores fieri ne celle eſt. ExHippocr. lib. 1. de morb.mulier.. Myrifticam nucem à vira geftat am, vigo rofiorem fieri. MIrabilis eft nucismyriſtice, quava cant muſcatam, cum homine fym pathia: ſi enim à viro.geftatur, nomodò vigore proprium cóferuare, verù etiam turgere,magifq;fucculentam, et ſpecio ſam ficrialkunāt, pręfertim fiiuuenilis adultæque ætatis homines circumferát Ex Liuinio Lem. Hepaticos, Gtienoſos decodochamading fanari. INter præſtantiſsima remedia, quæ I hepaticis, et lienofis adhibentur pri mum Chaniædrium locum retinet: fie nim ex aceto deco et a,per pluresdies ex. hibetur,hepaticos,atquelienoſos pro. culdubio fanat: multisequidem experi mentis comprobatum eft tale decoctí viſceraab infar &tu liberare:propterea ini febribus chronicis, eo quod obitruction tres mire abigat, fdelici fùcceffo à multis: pro fingulari ſecreto audio vſurpari. Pulfus deficientes,&intermittentes in ix. uenibus mortem prædicere, O Vanti timoris in languentibus,pul sus deficientes, vermiculantes, et formicantes exiſtant,apud Medicos notiſsimum eſt: ij enim ex proſtrata natura exorti,exitiú efle in foribus aftédūt. In. termittentes autem duorúpulfuum ſpa tie tio,non modò in omnibus fufpe et i ha bentur, verum etiam omnibus maxime iuuenibus exitiofifunt; diſséticGalenus, qui in pueris, &fenibus non ita fore ti mendos afleruit.Huius rei habuitexse. rimentum Proſper Alpinus in Iacobo Antonio Cortulo octuagenario,pleuri. tiro, et febreardente vexato, cui pulfus fuerunt cùm intermittentcs, tum defi cientes; tamen ille citò conualuit.lib.s. de med. method. Mitbridatis Regis, ad venena maximum Antidotum. D Euico Mithridato Rege maximo, in eiusArcanis Pompeius inuenifle in peculiari commentario ipfius manu exarato compofitionem antidoti dici Inr.Cóftabat ex duabus nucibus ficcis ite ficis totidem, et ruræ folijs viginti fimul tritis, addito falisgrano.Si aliquis hoc iciunus allumeret, rullum ei venenum nociturum illa die affirmabat, Ex Plinio. ONO Slidera Quo artificio offa, velebora colorari valeant. I offa,vel ebora coloratahabere de lideramus,ca in primis oportet abim munditiis purgare; deinde in aluminis aquadecoquere,tum demumin vrină, vel calcis aquam in qua diffolutum fit verzioum, rubrica, aut cæruleus color, fiue alius quem volumus immittere, et vna iterum coquere.Cum autem perfri gerata in eodem etiam liquore fuerint, extrahenda ſunt; et pulchra, et bellè tin eta habebimus. Alexius Pedemont. BRICA Bryonieradicio è vinoalbo decoctum, hyfte. ricam paſsiorem reprimere. Ryonia in fedandamulierum hyſte rica paſsione,egregiam habere vir tutem multis experimentis dicitur.Ex multis obſeruationibus in quadam mu liere, quæ quotidie ferè per multos an nos hocaffectu laborauerat, à Matthio lo experta eft. Hæccum ſemelper heb. domadam, cius confilio, ſub fccti ingressum, vinum album, in quo ip fius radicis vncia efferbuerat, hauſſet ex illa paſsione optimè conualuit. Ne tamen amplius in fuffocationes deueni ret vteri,perannum integrum hoc me dicamento vía eſt, nec morbus iterum recidiuauit. Quo fuffitu Serpentes venenati à domibus, velpradiis arceantur. Vlta equidem reperiuntur, quo rum ſuffitus adco o diolus eſt, vtà loco, vbi is. fiat,penitus arçeantur. Scribit Florentinus in Geo pon. Venenatam feram numquam accef luram, vbi adepsceruinus, aut radix Centaurij maioris, autLapisGagates aurDictamus creticus,aut Aquilæ, vel Milui fimus cú ftyrace miftus fuffatur. Ex Gal. autem habemus in lib.de med. fac. parab.ad Solonem.Pyretrum, ful phur,cornu ceruinum, pinguedinem,& pulmonem Afini accenfum,ac fuffitum, cuncta animalia venenoſa efficaciter fu - gare compertum elle. Herpetes exedentesTabucoicereto felicitors Sanuri. Terorymus Aquapenders inl.:.de Tumoy prenat.6.20.5xedcotes her petes teſtatur curaſſe quoad totum cor pus, ex ſero Caprino expurgatione con fecta,fæpèautem cum fa !fæ parille de co et ione:partes affectas aquis therma lbus D.Petri lauabat,vltimoiis, felici cum fucceſfu ſequens admouitCeratú. R.Succi Tabacci, ſeu herbæ Reginæ vnc. iij.Ceræ citrinæ nouiſsime.vnc. ij.Refie næpinivnc.j. Rofinz Tyerebintinæ vnc.j.Oleimyrtini quantum fuffic. pro formando Ceroto. Vina alba, qua induſtrie inrubramu tentur. A Lba vina abſque vllo detrimento in rubra(auctore Mizaldo ) tatim Conuertuntur,lipuluerem mellisad du rilsimă conliltentiam deco&i, et ficcati in vinum albuin proiecerimus, et tran Suaſandomiſcuerimus,Idautem minori faſtidio efficier lapathorum radix, fi re cens, vel ficca in vinum mittitur. Flores in Aegyptoprope Nilum inode tar os exiftere. O Dorin ficco fundatur, eidemq; in nititur;hinceuenit(auctore Theop. 6.de cauf.plantar.) vt fru et us agreſtesvro - banis ſui generis odoratiores,eo quod - ficciores exiſtant vrbanis,habeátur.Heç quoq; caufa eft,quod in Aegypto mini mèodorati flores naſcantur;vt n. Plini - us prodidit, Aegypti aer à Aumine Nile tum nebulofus, tum roſciduseſt: cuius cauſa odor in foribusadimitur. Abfynthium ventriculum roborare ſo lum adftri& ione. Vantam Abſynthium in roboran do ventriculo vim retineat,in mul. tis locis à Galeno exprimitur:bancau tem virtutem non ab amaritudinem fed propter adftri et tionem abfynthio inefle verfimilc eſt. Conſtat hoc totum ab eius fucci natura, qui corroborandi facultate deſtituitur, ex eo, quod ter rez partes, in quibus adſtringendi vis poſita eſt, ab ipſo feparantur. Succus itaque folum amarulentiamhabet, quz tantum abeft, vt ventriculum roboret, fed vt potius illum infeſter. Ex epote Chalcantho, albos pilos è capi te decidere. Icet Chalcanthi, fiuc vitrioli vſus, e reſumpti, apudGalenum ſuſpeatus habeatur: à multis tamen audio maximè commendari. Inter graues fcriptores, Rbaſes eft,qui 29. Continentis, 6.24. ſe habuifle amicum quendam ſcribit; qui potata vitrioli drachma, propènoctem pilos omnes, quos in capite habebatal bos, abiecit.Res profe &to mira eft, pbrenitidem ex nigro Coralio felicitar Sanari. Oralium nigrum, quod Antipallas, fiue Antipatkes dicitur,inPhrenitide morbo corrigendo, et fanando perquá Airam habere facultatem exiſtimatur. Hoc nigerrimi.coloris eft, et ob varie. tatem in magno precio tenetur, et cótra huiuſ HORTvĆvs G et NI ALIS. 14h ** Merete huiuſmodi affectum tanquam præftan tiſsimům remedium vſurpatur. Ex Ense lio de Gemmis lib. 3: Lethargicosà Satureia capiti admota excitari. Vltis experimentis obſeruatum reperio,Satureiam cumfloribus vino incoctam, et calentem occipitiad. #motam, Lethargicosdifficili ac pertina E ci sono oppreſlos, ac veluti raptos exci tare, et reuocare.Vt autem curæ folici $, or fit exitushuius decoctiguttæ aliquot fe infirmiauribus inftillandæ funt. Hana diſchius. I peftilentias quasdam occulta anispat hia ho minum corpora depafcere. M Vlta reperiuntur,quæ occulta qua dam antipathia, cun &tis hominis bus aduerfantur. Huiuſmodi fuit aura illa peſtilens, quæ ex arcula aurea in quá miles forte quidam inciderát (referente Iulio Capitolino ) in Babylonia orta eft, Ex hac nata fertur peſtilentia, quæ in - de Parthos orbemý; compleuit. Huic haud abfimilis, vel prauior vtique fuit G peſtisilla, quæ anno 1348.ab oriente in cipiens (teſte Guidone Cauliacenſi ) vniucrlum fere orbem peruagata eſt, tảntaq; lauitie peragrabat, vt vix quar ta hominum pars ſuperſtes euaferit. Bra M. Infantes eiulare quoties lar, nutricum mammas papillas pangit. Slidua experientia comperimus f A mammasnutricum, et papillas lancinat, et pungit,quippead infanculos tunc nu trices redire videntur ftatim; cum pa pillarum mordicationem, ſiue vellica. tionem ſentiunt. Duplici autem id fieri caufa credendum eft; vel quia quo tem porecoctionem infantulus perfecit, eo dem momento nutricis vbera complen. tur, vel quia tutela Angeli Cuftodisin fantis nutricem ad officium, leuiſsima vellicatione follicitat.Hoc verius vide. tur eo,quod modo citiusmodo tardin fanteseiulant: et vtriuſq; ſtatus non lem per idem eft. Ex Bodino lib.3.Theanatu. Sales Han 7 Salis Prunella virtus, &compofitio. al prunella,ob fingularem vim do lores mitigandià quauiscaufacalida &inflammatione excitatos, quam reti-, net, a nodynum minerale à chymicis apo pellatur. Eius compoſitio talis eſt:Para tur ex,nitro optimo; quod in cruſibulo. funditur, paulatim ſuperinijciendo flom res ſulphuris,quieiuspingaedinem tole Junt, idqueadeo pellucidum, purum que reddunt; vt fi luper lapidemmar moreum effundas; omninò clarum, et dlaphanuin appareat vitri inſtar: quod? đšinde Sal ſjuelapis prunelle.dicitur,Sa lutare eit remediú ad ardentiſsimills febrem Hungaris familiaré extinguento - dam, et edomandam:cuius ferocia tana' ta eſt, vt ægrotantium linguas prorſus nigras, et prunis ardentibusfimiles ef ficiat. Cum autem tanti ſymptomatislę. vitia extinguatarhuius vlu,leniatur, et opprimatur: Sal prunellæ apellatus eft. Eft præterea idem remedium magnum diureticum,& diaphoreticum. Querceta mus in Pharmacopes. 63 Hy ilico appetere. 1 adduxeram: qui Leonem, Gallum ve.. Hydrophobos è poto Catuli coagulo aquami Iris laudibusCatuli coagulum in Aetio, ex tollitur: Illud enim fi femel tantum ex aceto Hydrophobici guftauerint;ſta rim eos,aquæ pofus cupiditatem capere: ob id medicamentum hoc præftantiſsi muth iudicamus, in huiuſmodi enim afa fe et u, nulla falus ſalubrior iudicatur, quam aquæ potus: quo deficiente,mors in foribus ſemper eſte Cur Leo Gallum timeat abfolutaz " izquifitio. CVVmquodam die Cercelliani gra tia apud Carolum Cifellum luriſ conſult. clariſsimum, meique amiciſsi. mum effem, forteinter nosde Gallina tura orta fuir diſputatio; illa preſertim, cur Leo illum timeret? Pro dubii folu. tione Ficinú inlib. z. de vit a celit. compar: reri ſcripfit, eo quod in ordine Phoebeo, Gallus eſt Leone ſuperior. Hoc etiá ex Proclo confirmare volui, qui, Apollinca Dæmonem;qui alias fub Leonis figura apparuerat, ftatim obiecoGallo diſpa ruiffe prodidit. Ifle-autem quia bonarú Jiteraum citra legalem fcientiam admo dumftudiofus et contraria rationeLeo i. nis timorem euenire contendebat. Ada ducebat Leonardum Vairum in lib. 1. de Fafcino, quiex Gallorum oculis ſemina i quædam, ac fpiritus exire profitetur gr I quibus Leonib'dolor,acmeror incredia bilis inčuciatur, inde veluti effafciñatas ritere.Ego quidem licera Lucretio hac etiam opinionem fuftentari viditlemi tamen poft,pleraque vltro, cirroque inter nios de re hac ventilata;confeſſus füi apud me neutram opinionem vide ti validam. Vbienim naturales rationes præualēt,nec ad Aftrologicas,nec adoc cultascófugiendium eft.Leonesquoniá bile faya, et copiacaloris abundant,faci le fit,vt ex fonoraGalli voce comoucka tur:ita profecto Canesex leui etiam al 2, G4 terius 30 II terius latratu faciunt. Infuperrubicun da Galli criſta,flammæinftar rutilantis, primo afpectu,colorisratione,bilem in Leonibus celeri motu excitat, vt panni rubri armenta quædam fugare, et mo uerefolent,inde fit, vt quodammodo Leones &afpe&tum, et Gallivocem ti meant. Haud tamen credendum eft in iis (ledato primo impetu ) perpetuotimo. rem ex hac beftiola durare, et induci poffe. Corues, morientium feditatem ſentire, ob id fuperte&um infirmorum crocitare. Orui, quia hominibus meliorem habent odoratum, vt voluitÀrift, corporis morituri fætidum odorem de longe fentiunt: fecus eft in hominibus, licet prope maneant. Propterea ſuper te et um infirmiCorui volitant, &cro. citant, quando eius corruptio, &fædi tas magna eft, vt ea paſcantur: huiufmo dienim animalium genusrerum foeti darummaximeauidum eſt; quibus pa fcitur: Charlie [ citur: idcirco in bellis, &in peftilenti tempore, cum corpora mortuorum vel hominum velarimaliū humi ia&a funt; Coruorucopiaprcualet.Homines vulga tes, et quiparú prudétes funt;dů Coruos crocitantes fuper te &tum infirmiaſpici unt, illum moridebere afferunt:hoc au. tem falfum eft: ii enim tantum fæditaté inſequuntur. Sæpè tamen Déus permit tit Dæmonesin Coruorum, et aliorum animalium forma ſuper domos: vel in domibusmorientiúapparere, quando be ftialiter vixerút. Et Bernardino de Buftis. Quo artificio es aduratur, ut cinnaba. ricolorem acquiraté Iæsvífum colore cinnabari, et ad ru bedinem verlum habere volueris, o quemadmodum vult Diofcorides; AC i cipe æristaminascuttricoftę profundas: non ſint autemęris alias fufi, quia in hoc ſemper ſtannum commiſtum eſt, Has e ſuper ignitos carbones apta, cum autem i illæ rubeſcere incipient,ſulphurispul.. uerem tenuiſsimum leniter deſuper có iicito, Sleepin ijáto', videbisenim (cellante fulphuris Máma) Pris (quamu'as euidenter extra hi,& euelli.Tumodol.perfe et e nó pol. Te cuelli cognoueris, addito ſulphur. remtoties, quouſque lamulæ eradicari videantur:caue tamen nevrantur, et ad nigredinem vergant. Extinéta tandem Sulphuris flamma, et refrigeratis lami. nis;æris rubei ſquamulas habebis magni valoris,quasloco Hydrargyri præcipi-. tati in medicamentis recipies alias aut tem huius vires apudGalen. et Dioſco videto. Theodorus Ga4, quedinfelicitertex Arist,', deHydrophobia conuerterit, à crimine abfoluitur. Heodorus Gaza vir do et iffimus, dumArift.tex.8.de hiftor,animal.c. 22 traduceret,omnia animantia voluit à Cane rabidodemorfa, ip - rabiem ági,. ac mori, excepto homine. Hoc autem qqantum ſit falfum,quotidianademon Strát obferuantia. Homines n. demor fi; in rabiem aguntur, et pereunt; niſi Tectè curentur, vtcuidam (pauci sunt menses) hic iuueni accidit, quià Canc rabido in manu demorfus, nullo adhibi, to to medico, fed folum circulatoribus com fiſus, in 40.die in furorem deuenit; quo temporelicetme parentes vocaffent,fas s &o tamen preſagio,quodbreuimorere I retur, tanquam deploratū reliqui. Hęc igiturTheodoritradu et io pleroſq; in vi rioslabyrinthos deduxit:multin.,tum i vtGazá defenderent,tum iavtArifto telem ab erroris ſuſpicione vindicarent, textum ita acceperunt animantia omnia à cane rabido correpta interire, hominē 3 verò folum abſque periculo non ferua. rizita expoſuitIulius Pollux. Alii verès inter quos eft Leonicenus, textum malè fuifle conuerfum, veleſle depra suatum contendunt, et fic loco a pocos i legendum mpirs afferunt, quafi ho mocorreptus, &in rabiem, et mortem deueniret, fed non ita citiùs, vt ceteris animalibuscontingit.Hic fenfus quoad - negotij veritaté ver eſt,quiahômo pro i pter oprimú téperamétum, tardius, qua: cætera violatur:tamen Ariſtotelisinten. 2 tio neutiquam eſt ipfe enim ex profeſſo hominem à rabie, et morte ſeruari fcri pſit,cuius textů Gaza fideliter traduxit, neque deprauatum, neque commutan dum exiſtimo, quia mens Philoſophi peruerteretur. Vtauté Ariftopinjoom nibus innoceľçat; hydrophobiamin ho minemorbum elle nouum, illiuſq;tem peftateincognitum proponimus,ex quo iure expofuit animantia omnia é: Canis rabie emori, homine excepto,quia hæc lues in homine nondú innotuerat. Con-. firmat opinionem noftram Plutarchus 8. Sympoſiacorum, in probl.9. dum exfen tentia AthenodoriMedici ſcripfit, hy drophobiam eſſe morbum nouum, atq; apparuiſſe tempore Aſclepiadis, qui Sub Pompeio Romæ claruit. Confir mant etiam hoc Scriptores ante Aſcle piadem, quideHydrophobia mentio. nem aliquam haud faciunt:e od lima. nifeſtum fuiffet, non video cur lub fie lentio tantum morbum occultaſſent, E go quidem Hydrophobiam antiquitus haud extitiſſe,perſuaderemihi nonpof fum:innotuiſſe autem veriſimile eft, nó ob aliud, niſi quia morbushic non ſtaa tim à vulnereaperitur: Siquidem multi in 40.die rabiunt, aliqui poft fextum, autoctauum menfem,vel etiam poſtane num, vt fcribit Gal. Auicenna adnota - uitpoftfeptimum; Albertus poft duo decim.Propterea antiquitus,&precipue Ariſtotelis tempeftate,huius morbi cau fa nóaduertebatur à Medicis innoteſce bat quidem aquę timor taméàcanisvul nere et tabiem, et illa praua ſymptoma ta oriri imaginabantur: idcirco Ariſto teles etiam, interillos, hominem com morſum à canerabido,necrabidum fi eri,nec emori ſcripfit. Alai radicem pro expurg andis vomitu te nacibushumoribus à ventriculo,effico cißimum eleremedium. Vanta Git Affari radicis non modo in ciendo yon: itu,verum etiam in expurgandis àventriculo. et ab eius par tibus, humoribus craſsis et tenacibus ef ficacia,fapientum aliquot edocuit obler: uatio: fiquidem multinon folum in vis tiis ventriculi, ſed etiam in quartanafea bre, aliisque longis affectibushac eua cuationefeliciſsimo cũfucceflu va funt.. Præparatur è fcrup.ij.aut Drach.j.radio cis Affari, quæ in hydromelite, aut para fularum decocto fit diſſoluta, cuitan - tillum cinamomi, &firupi violar. ade iicitur. Ex Fernelio. In conftruendis ſepulebris veteresfuiffeadu! modum diligentes... Xáca Veteres in conftruendis fer Epulchris, webantur diligentia:id circo admiratione maxima dignum eft illud, quodà Ludouico Vluenarratur memoria patrum fuorum fepulhrim fuifleerutum, in quo ardens lucerna inuenta eft.Hæcibidem (vt infcriptio ata * teftabatur Jante Ann.M.D.condita'erat, - et poſita: manibusautēcontreccata, ex templo in puluerécóuerſa eſt.Ex Langit. Ganicula exortum à veteribus maxime fuiße obferuatum. Canis cAničulæ exortus antiquitus à prifcis ex eius colore, deami ſtatu côtecturam capiebant. Illan, fiobfcurior, et veluti: caliginofa oriebatur, graui, et peftilenté foreannu;ficlara et pellucida ſalubre ac proſperu predicebant.Heraclides Põticubi. Aegyptiorum de'quatuor elementis opinio. Vatuor elementa feceruntAegy, et fæmiam conftituunt. Aerem marem iudicant,quà ventus eft, feminā, quà ne bulofus, &iners. A quam virilevocant mare,mulieréómnem aliam.Ignévocát maſculum;qya arder fáma; et fæminami quà luct;& innoxius eft tactu. Terram fortioré marem vocent;faxiscautibusq; fæminçnomen aſsignant, tractabili ad culturam. L: Senecakb.z.Natur. Quaft. Pbreneticos aliquandomirabilia loqui. Mirabile eft, quod aliquádoin Phre« neticisobfcruamus,isturum enim, aliquot(benè inflammato cerebro )}in guaLatinaloqui vel carmina cóponere cum prius fuerint eorum igna viſ funt, fed quod mirabilius eſt, Nicolaus Flo rentinus refert, fe fratrem phrenericum habuiffe, qui futura pradixit, quæ euer nerunt, ita vt eius prædictiones magna ex parte poftea veræ inuentæ fuerint:de quibus tamen fanusexiftens,nullam ha: bebat cognitionem. Infantium rupturn; qua via Sanare: valeamus. Vltis obferuationibus, nullum remedium; Salubrius infantium rnpturis inueniri expertum eſt, quam extritis cochleis, thure, &oui albumine emplaftrum confectum. Hoc enim fi pare in affi &tæ apponitur,& infantes eo temporinlecto detinétur miram in fa nando' affectu retinet efficaciam. Ex Matthiolo. Digitum anularem, maximam cum cords retinere ſympathiam. Valem anularis digituscum corde habeat confenfum, in animi defe et ibus, et in fyncope experimur. Qui e. nim à talibus paſsionibus vexantur,vel. licato articulo anularis digiti,feu medi. ci, vel attritu auri ad eundem cum croci momento eriguntur. Per hunc prefecto vis quædamrefocillatrix ad cor perue nit,ex qua ab animidefe et u collapſi vi gorantur, et in priftinam valetudinem redeunt. Ex Lennio. Carnes code quomodo cruda vje deantur. N lautis conuitiis,nevoraces gulofi que carnes coctas comedant, ticarti ficium parabimus.Excipitur:leporis,aut agni ſanguis, quem congelatum, et fico. catum in puluerem comminuemus,hic: fi fuper carnes coetas fpargitur ftatim foluitur, illæq; colorem proprium mu tantes ſanguinofæ videbuntur, venau feabundus, reijcias. In comeffationi.. bus contra paraſitoshoc eſt ele &tumra medium. Ex Vuerckero... Adoris plcera, labiorumque fciffuras exper HomasThomaiusin Idea fuivirida rij, Nicolaum Zannonem Chirur. gum guim Rauennæ retulit, mirabili fucceffu: et artificio,oris, gingiuarum linguæ,&: palari, nulla alia re, quam radicis penta phyon, fiue quinque foliorum decocto vlcera fanare,atque labiorum fciffuras linimento,ex oleoamygdalarum dulci-, um, cera, &maſtice, quam breuiſsimè adianitatem perducere. Exapri tefticulis,fterilitatem in bomi nibus remoueri. MA Agnaeft vxoratis inquietudo, et Gerileſque exiſtere: propterea.vt à xan to infortunio liberentur, prolemq; ha beant,peraliquot dies ieiuno ſtamacho vir, et vxor cum iure galli veteristeſti culorumapri,que verrisin vmbra exico catorum puluerem capiant:ita profectò. breui tempore optatumadipiſcentur, vt in multisfterilibus ex quacunq; cau « fa non ſemel expertum eft.Ex Democrito. Bufonistibiisdentium doloreseuanefcere.'. Nter maximos cruciatus à quibus; dolores perniciofiſsimiexiſtimătur,ad? cò quod multi et in animideliquia,& in manias deuenerint, multi etiam in vitę deſperationem.Huius doloris remedio. um in odioſo et abominabili animali natura repoſuit. Aperiam hoc arcanum maximum. Tibiæ Bufonis, fiue' ranz terreſtris à carnibus mundatæ, fi fuper dentes condolences fricabuntur,imme diatè dolorem remonent; adeoque cru ciatus ceffabit, vt quafi in dentium ſum perficie dolor collocatusvideatur. Ex. perire modo, et fruere tanti arcani theo fauro. Ex Florauanté. Cepam ab Hippocratemaximèdeteftario ' £pam Hippocrates afpeétu inagis, quam efú coinmendauit, viſu bonā, elu malam elle dicens. Idcirco lucubram tionibus, et litterarum ftuţiis addi& is fùmmècauenda eft: oculos enim vitiati &viſum obtenebrat,bilemque exacuit.. Villicis, et folloribus, qui literis non ind. cumbunt huius eſús maximè collauda tur: eius enim calore vires ad opera exercitanda magnopere excitantur.Ex Plinio.. C Anima 164 B1: 1 c: L L /, Animalibus naturam non modo terra, perum etiam fi um pra termino conftituiffe. Agna fuit conftituendis terrarum terminis, et fitu quibufdam animalibus: ne simul vbique viuentia, et hominibus et fibi ipfis perpetuo effent nocumento. Pro pterea animalium pleraque in diuersű à proprio addu &ta fitum vtplurimum ægrotant, et moriuntur. Hinccolligi musin Meda, Sylva Italia, non niſiin: parte repeririglires. In OlympoMaceo doniæ monte Lupi minimè habitant, nec in Creta Infüla. In Africa nec Vrfig. nec Apri, nec Cerui, necCapreæ viden tur: In Illyria, Thracia, et Epiro Afini paruigenerantur: In Scythica terraa.. tem, &Celtica neclunti Alini, nec vio. uunt Leones in Europa, Pantheræ in Aſia, Ibisin Aegypto lolum commora tur. In Creta: nec Vulpes, nec Vrfifunt, necaliud animal maleficum pręter Pha langium. In Ebulo Cuniculi non funt, catent in Hiſpania, et Balearibus, In Seripho inſula Ranæ ſuntmutæ,illæ au tem fialiò transferuntur, vocales fiunt. In Italia mures aranei venenati ſunt hos tamé regio vltcrior Apenninohaud generat. Ceruiin Hellesponto ad alie nos fines non commeant. In Ithaca illati lepores no viuunt. Sunt et alia animalia quæ in determinatis locis, &non vbiqi viuunt, et generantur. Apjefum in menfis apud Veteres infauftum extitiffe. X veteribus maiores nullum A pij genus in cibis admittere folebant defun &torum enim epulis feralibus ab ipſis erat dicatum, vtex Chryfippo Pli nius retulit. Multiautem non folum ex hoc, quia ſepulchra coronabantur,Api umà veteribus fuiſle damnatum à men ſis, fed etiam quia eius eſu viſus dimis nuitur, et Epilepſia generatur autumát: vnde à Mcdicis nutrices moneri conſue lo, (frequenti enim huius vſu, lactum decrementum, tum malam recipit qua titatem ECO 9. i > Samen litatem )vt ab Apio abſtineant,ne lacté tes in morbum comitialem proni fiant. Dicunt in eorum caulibus nonnulli cru diti ſcriptores vermiculos naſci, eoſque fterilefcere, qui comederint in vtroque fexu: Satyri teſticulum carnofiorem Veneris in. cendia excitæreflaccidum vero extinguere. Atyrium; quod Canis teſticulos vo cant,magnæ apud fapientes eſt conſi derationis:in hoc enim,tum Venerem excitandi,tum reprimendi à natura vi. detur eſſe remedium collocatum. Quip pè maior planta bubulus, quiplenior, et mollior eft,ex ſuperflua &ventola eius humiditate, in potu aſſumptus Veneris incendia excitate cóſueuit: minor verò, qui flaccidior, et aridior eft illa reprime re,Veneremque extinguerevidetur. Ob id(vt aiunt) in Theſſalia mulieres molle teſticulum in la &te caprino ad ſtimulan. doscoitus,& bibere,& hominibus inpo tu;præparare ſolent.Quod autem in Sa tyrio mirabilius eft,aiunt, alterú alterius in poo  Sier o in potu ſumptų potentiam et efficaciam refoluerezlı vterque teſticulusvpà exhi betur. Sterilitatem hominibus,à fterilibus animali " bespoffe prouenire. I verum eſt, quod ab Athenæo pro dicur,Malluin ter in vita parere,relis quoque tempore fterilem efle, quod in eius vtero naſcantur vermiculi, à quibus femendeuoratur non abfque rationeex iftius naturahomines pofle fterileſcere. Terpſicles apud eundem dicebat.Mul lus enim fi viuusin vino fuerit fuffoca. arus,atque id vir biberitçrei venerea -o peram darenon poffe creditur, quod ex 3 Plinio etiam confirmatur, qui veneris incendia extinguere fcripſit. Cynorhodiradicem ad Hydropbobiam pluri mum valere. Dmorſum canis rabidi vnicum " A Pemedii,quodá oraculoroperti proponit Pliniuslib.8.cap.41. Hæc radix Hlueftris roſæ eft, quæ Cynorhoda apl pellatur.NarratB.Fulgofius de quadam s fæmina quæ per ſomniú admonita eft, vt 12 Hvide vtradicem Cynorhodi filio à cane ra. bido demorſo, et aquas iam metuenti præberet, quæ ftatim ex Hifpania affer ri curauit radice qua Hydrophobicus ce, lerrimè fanitati fuit reftitutus. Ex Gem. m4Cofmacrit. lib.1. ap 6. Hominis vitam quibusfignis long am,velbres nem metiamur. Ominis vita pomo perfimilis effe videtur; quod aut maturum,deci. dit Spóte,aut ante iniuria tempeſtatum, ventorumue impetu deijcitur. Vitae breuis figna colligimus, raros dentes, prelongos digitos,ac plumbeum habere colorem. Contra longæ, incuruos hu meros, nares amplas, et tria ſigna primis contraria, multos ſcilicet dentes, breues digitos, craſfosque atque clarum reti. nere colorein Forcius. Extra£tum Hellebori nigri ad morbos inue ter atosmagnaeffe praftantia. N thrities atqueaffectibus inueteratis, iiſque potiſsimum, qui ex atro, et meo lancho T! ta ļ lancholico humore excitantur, extra Ecü migriHellebori,remedium praſtancil efimum femper clle inueni.Capianturnie gr Hellebori radices à fordibus purga tæ, et in pila terantur groſſo modo: in fundantur vino albo,& in vafe terreo e bulliantur quousquc radices benè emol liantur, quo facto prælo exprimantur,& iterum in vaſe terreo leniter ebulliat (deic et is tamen radicibs) quod fucrit expreſsum. Acquiret fuccus (piſsitudi nem inftar picis, quicum modico cinna. somo,& pulucre aniſorum miſcendus eft. Dofis in grandioribuseft fcrup.ſem. in minoribusà granis quatuor vſque ad ſex. Datur cum zuccaro in forma pilalar. Confiteor in obſtructionibus, in c pilepticis, retentione menftruorum ex cralforum humorum infarctu, et in alijs inueteratis affectibus, mirabiles huius remedij fucceflus vid.Conficitur eti, am extra et um fine expreſsionc, et cffi. - Cacifsimum cſt. AdLejenem induratum ejufqueobfrationen efficacifsimaprafidia TE 3 Inte Nter ea remedia, quelienem, &fple. neticos ab obſtru &tionibus liberare reperta sút,mihi femper ex voto fuccef GtAbſinthijRomanideco &tum,ieiuno ftomacho epocú,quod à Cornelio Cel fo fummècoromendatur:Vt autem eura felicior ſuccedat poft cibum,aqua Fabri ferrarij; in qua pluries ignitum ferrum extindum fit, Lienoſis præbenda eft. Experientia id totum manifeftauit, ani Talia enim apud huiulmodi fabrose nutrita, ob eiuspotum, exiguos habere lienes obferuatur. Beniuenius, ciuem Florentinum per feptennium ſplenis fcirro malè affe et um curaffe gloriatur, atque ſolo eſucapparorum, et aqua per lanalle.Debenttamé hæc remedia mul to tempore vfurpari,vtfcopú attingat. Hominem quendam fuiffe repertum, mira vaftitatis,&ingluuiei. NdixeratMaximilianusCæſar Ann, MDX I.apud Auguſtú comitia: quã. do illi vir quidam, prodigiofæ vaftita tis, et craſsitudinis oblatus eft;at in illo incredibilis, et inſatiabilis erat ingluuies itavt integrű virtulü crudun,vel ouem UN It incođá vna vice deuoraret, nec taméfa. mem expleta diceret. Ferunt(vt Surius) hominēBorealibus regionibus ortú fuiſ fe, vbiob locorú frigora folent homines elleedaciores.Hoc taménon folú in Scp tentrionalibus partibus,verú etiam alibi bi repertú cft:Voraces n.fupramodú fuifle referunt Aeliano auctore lib.3.de var. hift.) Pityreú Phrygem, Cambeten Ly dium,Charidamcleonymu,Pifandrum, Charippum,Mithridatem, Ponticum.Et e Anaxilas comicus dicit, Cefiam quendā infinitæ voracitatis extitifle. Antidot erum aliquet contra penenum ab ſeruationes. Rcareca Viperamorfus, per impofi tioné tormentille à campo penſili colle etę,illico liberatus eſt,Altercum ingen ti dolore, et ardore premeretur fuper | dextra spatula, et ita angeretur, vt vix ſe s pedibuscontinere, oculis videre, et lo. qui poſſet, veritus neà fcorpione eller comorſus,oleum bibit,multú vomuit,& à dolore leuatus eft, et quod mirabilius, Ha  in ſpatula nihil erat ſigni,vbi prius fue rat dolor.Quidametiamà fimili dolore, et tremore correptus ex aflumpto Bolo armeno cum aceto ſubito cuafit.Puellus etiam putredinem timens, et vermes al fumpfit Scordeum, &liber fa et us eft. Ex Franci.Thomaſio depeste. Quoartificio Cancri pixiextemplo sodi vi deantur. Inum ſublimatum, fiue aqua vita magnam habet efficaciam ia rubi ficandis cancris viuis: propterea fi vis homines in admirationem dicere,accipe viuos Cancros atque in vino fubliaato fubmergas, ita enim confeftim ruber cent,acli perco &ti eflent cantaeft illius aquæ caliditas, et energia,vt inſtar ignis exardeſcat: admiratio tamen indenaſci cur, quod rubefa et i,& viui ab aqua e. cmpti ambulent. Quorradoflamme excit etw inagha. I calcem non extin et am accipias,Sul et lalnitrum in partes æquales, ac bene omnia fimul ailccas, puluis perabitur, qui forqui in aqua proiectus inflammabitur, ac ducem reddet: quod parui mométi haud Berit,prçcipuè ſinodu luce indigebis.Po e terit id fieri in valčulo aqua pleno, vt™ quidá amicusmeus dū no et u in itinere lefſerexpertus eft,qui totum mihi fideliter comunicauit. 9 vbivigent morbi, ibi maximè remedia oriri. M.Agna eft Naturę prouidentia ia ado iuuandis hominibus,quippè obſeros suatú eft,vbi aliquimorbi copiosè vaga. ctur, ibi remedia accomodataad illlorum exterminiūnaſci voluiffe.Hincinaphri bea, quę ferpentú eft feracißima,aromata? tanquã eorű veneno antidota,oriuntura In Argo Scorpiones plurimi videntur; propterea ibi Locuſta adverſus Scorpio. nesinſurgensnafcitur: ApudIndos Os cidentales Gallica lucs viget,ibi lignum SanaaGuaiacum di& á exoritur, et il. lincad nosdefertur.Catharides veneno ierodunt:ex illis remediú caput, alias et e pedes earum exiftere obferuamus.Quia Stellionibus mordentur, iiſdem in potu Ghana fumptis,fanantur Crocodili adeps, fi in ipfius vicera inftillatur,ſuo veneno me deri videtur. Scorpiones,Draco mari. nus, et Paſtinaca contriti, et eorum pla gis impofiti,procul dubio fanánt. Na. pellusmortiferum venenum eft, vbita men nafcitur,ibi Antorareperitur.cuius radices cốntra Napelliperniciem,fingu Jare ſuntpræfidium. Animantium lac ab alimentis recipere gut litatem. Lacomnein animantium corporibus alimeati recipere qualitatem adeo verum et vt demonftratione nonegeat: liquidem nutrices ex prauo in vidure giminenon ſemel infecifle infantesvifa funt,hac etiá caufa lacin ijs modò.craf fum,modò liquidum,aut ferofum cer nitur,eo quod cibusaut craffus, aut in eiſsius fuerit,modò infantium cóftrin git aluum,modò ſoluit,quod vel con ſtringentia vel foluentia nutrices come derint,Hocin pecoribus etiam manife ftum eft:in locis enim vbi hæc fcamoniú Helleborum,aut mercurialem comedit, vtiq; lacomne ventré,& ftomachūſub vertit: quemadmodú Dioſcorides in Iul ftinis moribus contingere prodidit: vbi ficapre albúveratrū pro pabulo habue i fint, primo foliorúpaftueunmere, et ea rá lacnauſea n epotứcreare atq; ftoma chúvomitionibus offendere ait: Cum a.. adftringétibus pabulis,robore,lentiſcogs frondibus oleagincis, et terebintho pe cus hocveſcitur, lac ſtomacho accómoe datiſsimügenerare veriſimile eft. Ex pulcbritudine, da deformitate aſpoetuse' mures viuentibus coniectusari. MAgmá nobis afpe&tus pulchritudo veldeformitasnon folurn in homin I nib,fed etiã animalibus,& plátis preſtaci cóiectură,qua benignos vel prauosmon res et naturas veoarifolemus; intuitu nó pulchri corporiszfpeciofiq; afpe &tusmité naturam, benignofq;moresin homine illo perfiſtere conieéturamus: contrain I deformicorpore,turpiafpe et u timemus. enim neſcio quid calliditatis, et malitie i In animalibus laudamus catellos, canes Venaticos, et ſagaces, venamur in eis benignam naturam, et mites mores: (6.. tra in Maloſsis,inLupis,Pantheris, et fi milibus, timemus crudelitatem, maliti am, et voracitatem. In plantisex pul chritudine venamur falutares naturas, ex deformitate autem noxias, Rola,Li lium, et Iris nobis præftát argumentum, quamplurimis pollere virtutibus: con tra Cicutam, Aconitum, Napellum.ex deformitate enim plantarumhuiuſmo di,mortem nobis poſſeinducere arbitra arur. Ex Poria in pbyſiognom. 1: partibus Septemrionalibu sdeficitate tes exaceri. Laus Magnus de gentibus Septena. rrionalibus loquens: Sunt (inquit ) Biariniidololatrę, et hamaxobii,Scytha. rum more,atquein falcinandis homini.. bus inftru et iſsimi; quippè oculorum, aut verborum, aut alicuius alterius rei maleficio, homines fæpe ad extremam maciem deducút et tabefcêdo perdunt.. In hamorrhagia fele&tißimum praſidium. Nfluxu fanguinis narium copioſople.. 5i9; et in animi deliquia, et fyncopim deur.. perati intercant. A periam quod mihi deueniunt, multoties etiam tanti peri cali bicmorbus eft,vtægrià ſalute deb u,fem * per adhibere profuit.Burſa paftoris co I trita, ficum ouialbugine, et aceto,com i mifta fuerit, et frontiapplicatur, confe * ftim fanguis conftringitur;ve mihinon £ femel in infirmorumcuracontigit. Vi in febricitantibus fitis, lingua ardor compefcatur. Nfebricitantiú querimonijs ex ſiti, et linguæ ardoribus, Criſtalli vfus inter præcipua iudicatur remedium. It lad enim fi diù in aqua frigida agitatur, &ore deindedetinetur, fitim et calore corrigit, atque linguam humectat: ma ioris tamen virtutis eft lapis albus, qui in lysacis capite reperitur. hic porrò ſub lingua agitatus non modo fitim ca loremquerefrenat; verum etiam faliva in ore excitat: vnde febricitátibus,& ma kimè, fiticuloſis prælentaneum iudicae tur effe præadium. Ex Lemnio. Skolen Al ignis prefidia fuiſsimè in morbis CW AX: dis Aegypties TerueTATE. Var Aegyptij admodum proclives in languentium cura,adignea prælia dia eligeada,propterea vftione vtuntur afthmatelaborantibus,in ſtomacho frie gido,humidoque ab humorumque dea Auxu, &facibus repleto,Hepar,& Lic nem obduratum, &refrigeratum,multa cum vtilitate inucunt; Hydropicos ſub vmbilico, &fub hypochondrio finiftro linea petia ignita adurunt. In doloribus dorfi,lumborum,colli, et orenium arti culorum,in ſpina dorli,lumbis,collo, et alijs partibusdolore cruciatis,hocpræſi-. dium frequentant, In tumoribus à crue. dis, pituitofisquc humoribus generatis ad ignem confugiunt, tanquam auxiliú quod citò multosmorbos curet, inopia queproprium efle autumant. Ex Alpines de Medic. Aeg opri.. Centium, et populorum ingenia bifuris, prouerbäs: excogitari.. Vlius Scaligeri vir acutiſsimi inge nij,Gentium,& populorum naturas tum ex hiſtorijs, tum ex prouerbijs, at que ex ore vulgi ita excepir. Alanoruto luxus:Africanorum perfidia: Europeorü acritas.Mótani afperi. Campeſtres mol liores,deſides.Maritimi prædones, mi ftis tamen moribus: eadem ratione In fulani quoqueſunt.Indimobiles, inge nioſ, magiæ ſtudioſi,numcro fidenteso Affyrij,Syri ſuperſtitioſi. Perſæ, Medi Baštriani,Pyrrhi,Scythæ,Sibi,Phryges, Cares,Cappadoces,Armeni,Pamphilij, mercenarij, atquealijsbellicoſi, Aegyp tiz ignaui,molles, ſtolidi, pauidi. Afria cres infidi,inquieti.Aethiopesanimofi, pertinaces, vitæ mortifque iuxta con temptores. Thraces,Myfi,Arabes,Mo. ſchouitæ, Pæones, Hungari,prædones. Illyrij, Liburni,Dalmatrz, iactabundi, Germani fortes, limplices, animarum prodigi, veri amici, verique hoſtes,Sue. tij.Noruegij.Grunlandi, Gorri, beluæ, Scoti non ininus. Angliperfidi, inflati, feri,contemptorës,ftolidi,amentes, in ertes, in hoſpitales,immanes. Itali con Atatores irrifores,fa &tioſi, alieni fibiip kis bellicofi,coacti,ferui vine (cruiant, E H Dci 318 ! CEL: 1: 1: Dei contéptores. Galli ad rem attenti, mobiles,leues,humapi,hoſpitales,'pro-. digi,lauri,bellicoli, hoftium contempto ges,atque idcirco ſui negligentes, impa rati, audaces, cedentes labori, equites, omnium longè optimi.Hifpanis vi& us, afper domi,alienis menfis largi, alacres, bibaces,loquacesyia et abjadi lor 3.Poc-, tices. SCMabaum,Solis Lunaque coniunčtionen piuentibus oftendere. Irabile eft, quod à natura Scara-. bæus animal notifsimúedidicit, omnibus enim Solis, L'unaque coitum apertè demonftrat.Hicex bibulo fter core pilulam ab ortu, ad occaſum totá. döverlans, in orbis imaginem effingit, quam xxviii.diebus peracta humiicro beobruit ibique candiu abfcondit, dum ZodiacuniLunaambiens fiat interme.. itiis,& fileat:tum foueamaperit, et fide-. THM coniunctionem denuncians,nouam pralem cdit: hæc enim eft iftius beſtio la necalia nafcendi origo Ex Mizeldo.i. exo  # Bobilin 2x Quorundam aimalistu natur &.. Oseft conftans, afinus piger,equus: libidineincenditur, petitąue impe.. tnosè femellam;lupusmiteſcerenequit; Vulpes inſidiola, aſtuta callida: Ceruus timidus;Formicalaborioſa:Apis parca: Canis gratioſus, ad amicitiam propēlus, Leoſolitarius,expers focietatis,nunqua pabulum externum admittens, tanta vocis magnitudine, aut fonitu, vt ſolo Tugitu celerrimaanimantia profternat; Visſa pigerrima,ſolitaria,corporegraui, compacto, indiftin et o: Panthera vehea menis,& ad impetus faciendospropenfa, pernixoyedi& a quaſitota fera.Anguis fæniculi paſtu oculorum lippitudinem carat: Formica temporishyberni pabu lum æfiate condit:Item - fides in canibus, in elephante manſuetudo,ftudium ore of natus in Pauone, çura vocis amanæ ſuam, uiſque in Lufcinia.Forciuss. Cervorum vitam,eße lengisimam. Piabat Magnus Alexander poſteria -jari, Ceruorum vitæ loogicudinem oftenders,propterea multoscapi iuſsit, quibus aureos torques in collo in neđi voluit: in ijs temporis curri culum erat expreffum, &Alexandri deo creturn; illorum aliquot poft centum annosab Alexádri morte capti fuerunt, qui adhuc ætatis ſenium minimè pręfe ferebant.Ex Plinio. Mafculinum fuum citius in ptero, gianfo mining animeri.. X omnium ferè Scriptorum opi nionemaremfætum citiùs in vtero, quam fæminam animari capitur, aiunt enim marem io dextra parte matricis ex feminecalidiori concipifæminam: verò ex ſemine frigido, ſiue minus calido in finiftra partematricis, quæcomparatiuè ad alteram frigida eft.Hincmasdie40. foemina verò .vel90..vt plurimuma nimaridicitur:quod frigidum tardum fit,&pigrum in ſua operatione: calidum. autem velox: idcircò virtutem forma tricem invno femine velocius, et citius mébra organizare, et formare, quam in alio obferuamus. Ex DominicoTbolofano fuper Leuit.cap. 1 o. Pici PictMirandulaniingenium, quam maximè collaudatum. A,&, + PiciMirandulani,& ingenium, et et multiplicem do et rinam collaudabant, et miro ordine extollebant:Quando(in quit Picus) ron eft,vthac in re mihi,aut meo ingenio velitisbiandiri: quin refpi.. cite potius afsiduis vigilijs, atq; lucu brationibus,quàm noftro ingenio plau 9 dendum: et fimul aſpicite fupelle et ilem noftram,atque librorum thefauros:oité I debat porro Picus bibliothecam egre. gio ornatuconſtructam, atque omnigem nis libris ex varia eruditione refertam. Ex Crimite InHydrargyro onnis metallica Supernatare. Akreexcepto. Ercij,vel fi mauis, Argenti viui; proprietas mirabilis cit, quòd, omnia mineralia ferè,vtplumbum, fer Tum, æs, et alia ponderotiſsima(excepto. auro )in eo fuperpatent: aurum ditem, * fundum petir, et eius recipit, cola rem, quiignis tantùm opeabfumitut et in fumú mali odoris refoluitur. Hu. jus nidor, et virulentia nauſeam, nocu mentumque adftantibus inducit: inde membra ſtuporem recipiunt, et nerui relaxantur; vt fæpifsimèip inauratorio bus obferuatur. Ex Lem. oleicinnamomai rara o pretiofa como pofitio,plerisque incognita. Icinnamomiolcum ad diuerfas infira: mitates parare optabimus caperec portet, cinnamomicontriti lib.j.quam adinftar liquid: pultis cum oleo amyg-: dalarum dulcium commiſcere ftude bimus, tum demum duodecim dierum ſpatio in loco tepido clauſo vaſculo fituabimus, poftmodum ex torculari totam id exprimatur fortiter: hac ett nim methodo oleum, odoris,.coloris, et faporiscinnamomihabebimusad vo tum. Hocadvires reparandas, et Vio letudinem conferuandam rarum eft ro medium, prodeft parturientibus, et in ftomacho debilitatotam interius,quàna exterius vfurpatur; ngritudines frigi 18g A E das arcet, et in partibus corporis ro u borandis eft tantæ efficaciæ, vt vix ale v toruin conſimile inueniatur remedium.. e Marimum Herinaechin tempeftates:mariti w pracognofcere. Dmiranda profecto: eft' Marini Herinacei proprietas: hic paruus pifciculus eſt, nullatenus tranquillita tis tempore naturali propenſione futu ram præcognoſcit tempeftatem. Ea im. minente ita fe præparat: faburram fa cit, lapidem ore percipiens, ne maris flu et us,vndaqueimpetuofæ facile eum diocodimouere, atque huc illuc in pellere valeant. Nautæ id afpicientes: fucuram tempeftatem à piſciculo hoce. do et ti percipiunt, ob id anchoras et fue. des, et fe ipfos parant, tempeſtatibus maris reſiſtere poſsint.Ex D.Ambrofia, Miracuimdam fontis in Epiro Proprietasi A naturz proprietas illius fontis, qui in Epiro (vbi Dodonæi louis tema. plum olim inftru &tú erat, quacaufa hic faces facer di &tus eft ) inuenitur. Ille fri. gidus eft, et immerſas faces, ſicut cx teri extinguitcum: autemfine igne pro culadmouentur,mirabiliter accedit, A bulenfis fuperGeref.cap. 13. de hoc menti onem facit, afferitque huiuſmodi pro prietatis cognitionem Adam, et conté poraneis fuiffe apertam, diluviogue et gentiumdifperfione effle perditam.vide Pomponium Melam. mHecla ignem emiffum,ficcis.extingui, to que verò nutriri. Dmirationem, &fidem omnem ſuperaret, ignem ab aqua nutriri, et non extinguiintelligere,nifiGeorgi us Agricola,vif noftræ tempeftatis me moria dignus,oculatus adfuiffet in He cla.Narrat hic in Inſula Irlandia mon tem nomine Heclam exiftere,, ex quo ignis emittitur,vt hodie in Vulcanopro. pe Siciliam,Sicaniam dicam, et Puteo lis in loco vocato le Fumarole, obſer uamus. Ille autem à cæteris diſsimilis ficcis extinguitur, aqua verò alitur. Ex lib:noftro de Hydrom:Naty. Hominum aliquot fubtilioris, plerofque au tem groſsioris ingenij adeffe. Ropterea Aftrologi, et præcipuè Al. bumas,hominum aliquos fubtilioris i ingenij,aliquosverò groſsioris inueniri volunt: quia in eorum natiuitate Mer. curius, vel bonam,vel malam habet pòa' fituram.In quorú enim natiuitate Mer. curius in domo,velexaltatione Solis fue sit, ij ſunt ingenio prædici; fi verò fuerit + in domo Lunæ, nafcuntur groſsioresor Ptolemæus, Bropoſ. 70. in quorum ortu | Luna reſpicit Mercuriú, fapientes fieri voluit;contra autem amentes:quiaLuna virtutes naturales infundit,Mercurius verò rationales:vnde eum virtutes naa turales,quibus corpusguberdatur, rati onem reſpiciunt, ille nafcitur sapiens; cùm autem non refpiciunt, amens. Hac etiam de cauſa efficitur mentis hebes, et obliuiofus, qui in natiuitate Mercurium babuerit retrogradum: fi enim dire &tus fuerit,ingenijceleris fiet. HancAſtrolo. gi ducunt rationem, quòd ftellæ nóim. peditæ,luas faciant naturales operatio nes; oppoſitum autem,fiimpediuntur. Hisdecaufis frequenter Aſtrologosve sa pronoſticare de moribus hominiume" accidit; non quòd ita neceſſariò eue. niant, fi homo per voluntatem, ratico pis legem magis, quam ſenſusſequi vo luerit:fed quia pronuseſt ad ſequendum appetitum fenfitiuum, in quo Aſtra influunt. Raxael. Matr. in Addit. Bartol.. Bibyl. Galenum omniumporiamcorporis, folum perfe& ifsimè inter veteres, morbos Caraffe. Ratapud Aegyptiosinuiolabile de cretum, vt fingulis morbis, finguli adhiberentur medici. Hinc illorum 0. cularii, auricularij, et alterius,morbo rum nomenclaturæ aliquot vocabantur: arbitrabantur enim fieri non pofle, vt v nus omnium curarum difciplinam re&tè teneret; quamuis in vnadoctus habere tur, vt BaptiftaFulgofuslib. 2. adnota uit. Galenus tamen illic temporis inter veteres, naturæ miraculum, omnium corporis humani partium, tanquamfa. E pientiſsimus,morbusperfe& ifsimè fo lus curare nouit. In lib.de Pet. Art.Med.c.2. Grecos feriptores de Iudeorum monumenti rutibi pertractafle Riſteas, cuiushodielibellus extat de Translatione In terpretum,refert; Ptolomeum Philadel phum, fecundum Aegypti Regem poft Alexandrum, quæluille ex Demetrio Phalereo, quem ille inſtruendæ biblio thecæ præfecerat, curGræci ſcriptores,.nullá dehiftoriis, &monumétis ludæo rummentionem feciſſent reſpondiffe autem Demetrium, tentafle quidem id facere Theopompu,& Theode&tem,no biles in primis fcriptores, et quedá ex lu.. dæorum monumentis ioleruiſle fcriptis fuis: fed mox taméluifſe temeritatis pe nas:illum enim amentia: hunc cæcitate diuinituspercuflum; ſed poftea mali fui caufam agnofccntes, et ex animo dolen tes, placato Deo,ſanitari elle reſtitutos. Eufebius lib.8 De Prapar. Euang. A Cane qido demo- fum, inftarCanis la traffe proditumeft. Ex corrupta imaginatiua non femel à cane rapido commorh latrare vifi funt:cognouit enim NicolausFlorenti nus quendam, quià cane rapido morſus, curationem vulneris minimè quæfiuit; exercuit hic per dies 35.negotia ſua abſ. que læſjone, maneautéfequentis diei è lecto ſurgens retrò vxorem ſuam inftar canis ſtetic, cæpico;pofteam latrare: dú autemab illa reprehenderetur,lubridés ſurrexit, idque pluries eadé die reperi uit. Serò corrupta ex eius ratio, et die 40.mortuusà morſu illato repertus eft. In Arthritidey Chiragra, quando mors fuccedas. Arò mortem in Athritide, et Chi R corporis ignobilibus humor refideat; hinc (nouo haud fuperueniente morbo) tales àmortis periculo, vexatidoloribus vindicantur. Has tamen mori com pertum eft, quando circa finiftrum pectoris finum, cui cordis turbinatus mucro ſubeſt humorum colluuies den cumbat,atque Gniſtræ manus digitus an Bulan  Di mularis nodum acquirat, ac valde intu i meſcat.ex Lemnis. Lienen ad -corporis tarpitudimem maximè Talere, Vantacoloristurpitudine,qui ab in dicuntur,exiſtant, in dies obſervamus, non modò in illius obftru &tionibus, verùm atqueScirrhis, alijſque tumori - ribus. Hioc iure dicebat Galenus z.de Natur. Facult. Quibus corpus florefcit, his lienem decreſcere,ac vice verla,qui bus lien creſcic, illis corpus tabeſcere, et o vitiofis repleri humoribus. Caufa om nium eft, quòd lien ab infar &tu fa et us imbecillis,nequit(fa &ta humorum ſeparatione in Hepate) melancholicum fuc cumad ſe attrahere: hinc demiflus ille cum fanguine corporisatro colore ani. bitum maculat. Iumenta clitellaria in itinare fibilo, da Cana In à laboribus fubleuni. Vlicęconcencusſongriſ numeri maximè homines delectant, ob id multi et cymbala, et alia muſica inftrumenta frequentant, vt animus à mæftitiis fubleuetur. Hac coniectura obferuatum eft:iumenta clitellaria in la boribus, et itinere, cantu, et libilo al leuari:propterea mulones, vt muli, ce seraqueiumenta dicellaria,& tarcinam, et alia onera minus laboriosè fentiant, tincionabulorum torques in illorú col. lisfufpendunt, quorum fonitu, huiuſ modi valdedele &tari cognouerunt, et perinde refici, et à laſsitudinc fubleyari. Ex Vairo kb.z.da Fafcine, Mafalas nigras in acutis morbis apparentes, exitium prefagics. Neer ligna, mortem languentiuni, quæ præſagiunt in febris acutis, illud maxime obſeruatu iudicaui dignū, quod à Sauonarola multa experientia com probatum eft. Sienim infacie, ſeu genis ægrerum,maculæ nigræ obortæ contpi cientur,prcculdubio languentis exitium minantur,quippè venenofæ, et peftiferę materiæ in corpore predominiú redun dere arguunt, ex quo mors ſubſequitur. Has cum obſeruaſiet Sauonarola, ex tali ľ prognognoſtico,magnumhonorem fua ifle confequutum refert. Acetum adictus venenofos epotumplurimum valere. Cornelij Celli obferuatione ace tum pertum eſt:quippecùm puer quidam ab j. afpide ictus eſſet, et partim ob ipſum vulaus,partim ob immodicos æftus, fiti premeretur,cum in locis ficcis aliumhu morem nó reperiret,acetum, quod fortè ſecum habebat, ebibit, et liberatus eſt: coniecturandum eft acetum, quamuis refrigerandi vim habeat, habere etiam difsipandi,quo fit, vt terra reſperſa co spumet. Propterea eadem vi veriſimia le eft, fpifleſcentem quoq; intus humo. rem hominis, ab eo diſcuti, et fic dari fanitatem, lib.s.de ictu afpidis. A quodam piſtisgenere febrem illico ex citari. N Arota flumine Inſulæ Zeilã quod. dam piſais genus reperiri referunt, quod manuapprehéfum febrem accen, 1 dat.Equidem piſcesillic neutiquam el culenti ſunt, liceat flumen fitpiſcofiſsi mum, qui tamen piſcem febrium appel fatum retigerit,confeftini à febre corri pitur;ſed quod mirabilius eſt, demiſſo piſce, ftatim liberauit.Cardanus, et 566 lig.in Exercit. Fæminas in maresfuiße commutatas fabulo fum non est. Pudmultosauctores ex pluribus obferuationibus notatum reperio, foeminas in mares quandoque commu taras fuifle:referam folum, quod tempo reFerdinandi I.RegisNeapolisfueceſsit. Erat Salerni quidarn Ludouicus Guara rea, à quo quinque filiæ fufceptæ funt, quarum natu maioribus duabus, alteri Francifcæ, et alteri Carolæ erat nomen. Hæ ambæ cùm perueniffent addecimu quintum annum,in mares mutatę funt: ijs enim genitalia membrainſtar marių eruperunt,mutatoquehabitu pro mari bushabiciſunt: Franciſcus, &Carolus nuncupati.Ex Fulgoro. Sene et utis incommodatam corporis quàm Animai NKINGT ANTUT: Quanta fint in fenibus, et corporis, et animi incommoda, non modò à Scriptoribus, verùm arquecontinua,ob feruatione experimar,vt iure afferere libeat,hanc hominis poftremam ætatis $ partem miferrimam iudicari. Mortales enim cùm ad fene &tutem perueniunt * cor eorum affcum eſt,caput tremulú, (piritus languidus, anhelitus færidus, frons caperata, corpus recuruum, nares mucores deftillant, vifus debilitatur, i capilli decidunt, dentesputreſcunt. In fuper ſenes ſunt iracundi, inexorabiles, moroſi,nimis creduli, rarò obliuiſcun. tur iniuriarum,laudantveteres, prælen tia damnant,triſtes ſunt, languidi, iniu cundi, et alperi:ſuntauari,ſuſpiciofi, o. neroli,difficiles.Exquibus fene &tutem fentina, et cloacam efleomnium ford ú, et immunditiarum ætatis noftræ confia tendum eft.Ex Lauren. Cupero. + Magnum Alexandrum, corporis ſudorem ha buiffe redoleni em. Rat Magnus Alexander tam re et a humorúarmo I 2 nia, et temperamento conftitutus, vee iusanhelitus odorem balſamiexpiraret; imò fudor, quem è corpore emittebat, tanta ſuauitate, et fragrantia redolebat, vt quoties eiuspori recluderentur, gra tiſsimis odoribus perfufus crederetur. Quod autem mirabile, et difficile credi tu eft,cadauer eius tam fuauiterſpira bat, vt aromaticis ſpeciebus repletum efle iudicauerint.. Ex Quinto Curtio,& lib. noftro de Hydron.Natur. Diuerfe quorundam hominum virtutes, ornamentA. P tibus,tumanimi magnificentia col. laudantur,omnes in paucis earum per. fe &tionem, confirmant. Porrò Ablalo nisformam, et pulchritudinem extol lunt:robur, &fortitudinem Sampfonis: fapientiam Salomonis: agilitatem, et celeritaté Afaelis:diuitias, et opes Creo G: liberalitatem Alexandri:vigorem, et dexteritatem Hectoris: eloquentiam Homeri: fortuuam Augufti: Iuftitiam Traiani: zelum Ciceronis. Veteran Baderoase no canna, et in papyro penna fcribebate Veterim ruditas, &infcribendo vari Arbara equidem,& mifera erat ve teruminfcribendo ruditas:ij enim primò in cinere, deindein corticibus, et folijsarborum,pofterin lapidibus,mox in lauri folijs, exinde in laminis plum beis,conſequenter in pergameno, et tan dem in papyro fcribere politiſant.Erat præterea illis in modo fcribendi, ins Itrumentorum diuerfitas: in petrisenim:. ftylo ferreo, in folijs penicillo, in cinere digito,incorticibus cultro in pergame. Eorum etiam atramentum varium erat, primum fuit liquor pifcis illius, quem nos ſepiam appellamus;deinde mororú fuccus;ad hæcex fuligine caminorum; mox eft fynopica rubrica,aut minio; vl. timò tandem ex galla,gummi,, et vitrio o lo fieri cófueuit. Bx Strabonede situOrbis. $ InAngira prauosatiuspilulami rabiles Periamnunc pilulas meas maxi mæ efficacia, quibus in angina 3 prafo А pręfocatiua à cratsis frigidiſý; humori bus exorta, ſéper cu felicifucceeflu vfus fum.Interalias obſeruationes, in quibus tale medicamétum libuit experiri, luc cefsit calus in R. Petro de Stephano Archipresbytero Cercelli, qui ferè fufa focatuserat, quare vocatus anno 16156 vt eius ſaluti confulerem; cognito mora bo, quòd ex craſla et viſcida à capite de ftillatione fieret, pilulas meas in aurora exhibui,non fine loſephi de Simoncin medicinaDo&oris, mei collegæ admis. ratione, qui rennebat quodammodo. medicamentum. Eratpilularum come pofitio ex trochis, alandahal, et Aloes an.Scrup.Sem.j.Diagrid.Scrup.Sem.cú ſyrup.de líquiritia conficitur maſſa. Ex hac plurimępilulæ,vtfacilius æger de glutiret, confe&tæ fupe:Hisdeglutitis, iuriscicerum fubitò cya mbum propine. re foleo,quemadmodum in hoc feci, qui fine moleſtia euacuauit, et breui delituit dolor et gulętumor,benè reſpirauit,be nècomedit, et vna die fanus factus eft, cummaxima multorum admiration et lgtigia. His pilulis vfus eftGalenus ad linguam tumefactam, vi lib. 14. Method s med. ſcriptum reliquit: Capitis noftri capillos, plant arumnatura mo ximè aRimilari. M Agnácapitisnoftris capillicumplá tis retinent fimilitudine: quemaddum n.plantę nónullæ humoris defe& u. inarefcétes contabeſcút,aliç verò alienis naturæ ipfarum humoribus occurſantes: o pereunt; fic &capitis noftricapillisaccia: -1 dit:vel n.ex humiditatisdefe et u,quanu. triútur; vel ex eiuſdé prauitate corrum- 3 puntut, et decidunt.inc defluuiú et alir eapillorūdefe& us in cap'oriútur.Ex Gal. Qya dia volucrum pennits varite coloribus tirgere valeamus: I volucrú pennas variisco !oribus tin--, gere 1 ter abluereoportet; mox in aqua alumi.. nis decoquere,atq; du calent,in aquá cro co colorarā, ſi flauas eas cupimus, conii. * ciemus:lina.cæruleas, in fuccú, aut vinü acinorú ſambuci vel ebuli.In diluto fio. ris æris virides fiunt: codémodo colore minij,atraméti, alteriusue coloristin &tas habebimus. Agric  Poftulanie,à meluannesBerardinus Agricolas, Filicibus pro frumentoconfervant do in borreis pri. Oftulauit Mazzocca à Vitulano,magna expe cationis adoleſcens, ob flagrantem in ſtudia amorem, cuius familjaritas apud me gratiſsima eft:CurAgricolę pto fru mento conſeruando, filicibus pro ftra gulis in horreis vtantur; Equidem hu ius ingenium, et animi indolem fepè de miratus fum: proptera in recurioſiſsima complacere volui.Vtuntur Agricolæ fie 1 cibus in horreis, vt cerealia à corrupte la præferuent: quippè filix à proprietate generationi obeft, hinc agrifilice pleni reputantur fteriles. Hinc filix epota ne cat vermes, &ex aluo deiicit: in grauie dis necar fætum, mulieresque reddit ſteriles: quapropter multa ratione agria cula (1.cet tanti arcaniline ignari) filio cibus pro frumentorum ſtragulis vtun ter: quia illorum corruptioni maxime refiftuor. Terrestres Lumbrices digitorum panaricium: fanats. Panae  sol PAnaricium in latere vnguium accidit, &interapoftemata numeratur,quod tantum inducitdoloris, vt patiens, ne. que diu, nequenoctu dormire valeat. Prohuiuscuratione, et dolorislenitione multimultafcribunt: egoprofe et dcer. tiſsimo experiméto multoties compro baui, lumbricos terreſtres viuos ſuper pánaricium alligatos,præfertim in prin. cipio,mirabilitet apoftemacompefcere, et fanare, vt vix diei fpatium affe &tus pertranſeat. € Galega, atqueScordimir am,contra lüemo peffifentemefe efficaciam. M Trabile obſeruamus Galege, et Scordii efle virtutem cótra febres malignas, et peſtilentes; fi quis enim Galegęfoliainacetariis, autcarniú iure femetindiefumplerit,afebre hactutus, et incolumis præferuabitur. Idem (Gam leni teſtimonio ) Scordium efficere pro batum eft:fiquidem ex.veterum quorú, dammonumentis aduerfus putredinem Scordium fingulare effe. remedium tra đitur, vt j.de Antid.capaz. legimus:nam Is cum nteremptorumcadauerain pręliog multosdies infepulta máſillent; quęcund que ſuper ſcordium.fortè fortuna cocia derant, multò minùs aliis computrue. runt; ea præfertim particula,qua(cerdi um attigerant:ob quáremomnibus per ſuaſum eft,tam reptilium venenisquàm noxiis medicamétis quæ corpusputred ſcere faciunt, fcordum aduerfari. Anni bal. Camil En. Nodos. in infantis ombilico filiorumrume-, rum haud oftendere. Pleriqueexnodis inkantis primènato bliorum numerum ex eadem matre: naſciturumcognoſcere profirenturthoc autem caretratione; fæpèenim fit, vt illa moriarur, aut cafta viuat:vel plutesge neret filios, et pariat, quàm nodorum numerus exiſtat;fiue plures viros habeat: è quibuscum alio plures, cum alio paung ciores filios fuſcipiat. Proptereà certio. kiratione afferendum,in nodorum vm bilici primi infantis coniectura, exiſtin, mosfæcundosvteros plerumque plures ! nodosininfátis parerevmbilicofteriles; miebe autem paucos, eofque non ad vnguem diſtincos, vt frequens obſtetricum obą feruatio demonftrat, et vt euentui hæc talia, vtplurimum concordare.viden i tur. Ex Carda. 8.de Oryalum quem ſolo afpeétu auriginoſosbom. mines ſanare. Irabile eſt, quod de Oryalo aue ecircumfertur. Hæc potrò talem dicitur fuiſle naturam ſortita, vt icteria cum affectum, à quo homines plerum que moleſtantur, ad ſe valeat ſolo oculorum afpectu attrahere; proinde vocao tur I &teribus,fiue Galgulus à multis, ab ' Ariſt. autéin biftor.animal.Goryon. Sed 1 quod mirabilius eft, auriginofus homo ab alite viſus fanatur,ales verò moritur. Homines, quandoque ſolo intuitu Ophtbaho miam contrahere. Vita obieruatione animaduerti Ophthalmiam fiue lippitudinis morbũ quádoq; contagiosú elle, et folo perinde afpe et uab hominibuscontrahi:: oculi enim tunc adeò perniciofam vim. $ retineat, xt in alios propriumaffectum, 6 ciacus  ejaculari valeant. Pulchra ratione hoc Vairuslib.j.de Fafci, quomodofieri por fit, differuit:Siquidem animus malèaffe et us fuum quoque corpusmalè habet; ob id fianimusaliquomcrore, aut vi. tio afficitur,colores.corporisetiam im mutar:ſi enimab inuidiacentatur, pallo re, &croceoscolore corpus. inficit. Inde fitetiam, winuidia tabefcentes,ftocle. Jos.inaliquem. liuentes.defigunt, animi fimul venenum vibrent, et quafivirule.. tis iaculis confodiant.Proptereamirumi non-ef, hominesaliquando ſolo.aſpe et uindippitudinemincideres,vt Hieron nymus, Thomafiusmedicusinſignis, (dú ipfe Neapoli ftudijs.vacarem ) defeipfo. teftatus eft. Adlapidessenum,din neficefrangendos mine rabile remedium.. Vidam -medicus ecuditus, ad lapin desfrangendostanquam admiran dium.parauit cibum,cuiusefficaciam a. dedimirabilem eſle cognouit,včad.lapi.. desexpellendos non folumà renibus,& retisa;ſed etiamab anulo comedentis, efficacius remedium haud confedus fu. erit.Paraturex hepate, pulmone, reni. bus,tefticulis cum priapo hirci, quæ cú et croco, cinnamomo, et mellemifcentur, ac ijs hirci inteſtina implentur.Doſis fint duæ, aut tres.buccella Res porrò mon ftruofa,faveraeft.Ex.Micbaele Pafebl. lib. 1.Metbed.Meck. Veterum medicornmpro conferuanda Sanin tate collegium lans Rifx potentiſsimus Afiæ, et Syrie, quialter Alexanderdi &tus fum, it (vt ex Ariftiin libisecret.fiuede Regin. Principa.habetur)medicos præftantiores exregionibus Indiæ, GregiæMediæ,, ac aliarum mundi parcium congregauit, quibus impofuit,vttalem inuenirent medicinam, qua fi homo vteretur, nec. medicis,nec adia: mediciņa indigeret, pollicitufque fuitRex dirüsimus maxi mumpræmiumefle daturum.Illi autem pro maturèconfülendo e rrium dierum fpatio postulato collegiú iniuére. Mox ad Regem cùmomnes cffent requiſiti Sanages Grocus Medicinæ peritiſsimus, qui pręter ceterosdo et trina et fciētiarua tilabat omniú conſenſu Regiindicauit, quòd fumere quoủibet manè aquábisplez noore,efficiat,vt homo fanusperfiftat, &alia haud indigeatmedicina.blocpro feccò à rationealienu non eft:vtenim in Arabum, Græcorumque antiquifsimis voluminibus inuenitur,aqua ponderofitatis ratione ad ftomachi fundum ten dit,auget calorem, et citiùs comprimit, et digerit cibos, digeftionig; maximè au: xiliarur,ceteriſk; mébris corporispluri múconducit. Fabrorú exemploid torú inquiritur, quiin accenſoscarbones mo dicum aquæ conijciunt,vt ignis vi'maioriaccendatur.Idcirco binos aquæclear ræ hauftus manè potare, menfe Iunio præſertim, propter choleram reprimen dam, multum confert ad fanitatem cone feruandam. EfBurtbolam. Moles in lib. de; ſanit.tuer.. Alexandrum Magnum fudorem fanguineum in pugna habuiſſe. * Vdare fanguinem puruminteradri Skadar randa, quæ rard luccedunt,puimera. SUT  1 tur:vbenim in aliquot fudorex láguinis i iclore cruentus corpore malè affecto,: vifuseft; et is nequaquam fineadmiratie one, et iftuporezita di illeexputo danguis: nexortusfuerit,atquein corpore fano; ) vtique maiorem præſtat-negotijcaufam inueftigandi cupiditatem; vt futiſsimè nobisinlib.de Hydraniofazatura.olimedia to pertraétatuet Referam nunc quod, Magno: Alexandro euenit; dum eſſet in extremevitae pcriculo conftitutus.Is cũ, in pugna quadamedererum fumma cum Indis.decertaters lub @ diarioque milisere deitituereto Milqucadedcholera: luccés, [useftzvékotocorpore purú languinédes fudauerit; Barbariſgulecotus igneis filáns misardere vifus fit.Hocautemtantum ijs terroris-ingcfsit, vt fe Alexandra.com mittere coactant, Lüpathium rantie darworetaſtas,tenetrier mas, efung aprusreddere. Rat apud veteres Lapathiorum vfus, pecu liare,eft,vt carnes; &vedulia cú hiselixata vel link dugaa yesulta, et coriacea,terit titatem, et mollitiemacquirant.Propte. rea,quòdcibos concoctu faciles przſta, bant,& aluumemolliebant à vecerum à mélis raròhujuſmodi abfuifle legimus. Catoncorum feminum:muccaginem combusa fionibus maximèopitulai Nter præftantifsimaauxilia, quæ có buftionibus: adhibentur', feminun cotoneorum muccagipesretinent prin cipatum. Referam:Petri Foreſti in pro prio filio experimentum, Ille matri obo. fequioſus,,cümtefta carbone ignito re pletamkappostaret,cecidit et igneoculos. combuftitit: Putem cum temen cotone. orum in quâ raſaceam coniecifset,atq; muccagineoculosiçpiusabluiffet; mira culi-infarpuer-comualuitabfq; combus ftionis veſtigio. Hoc etiãauxilio in f. milibus cafibus feliciſsimè ſemper vsű fuiffe,idemconfirmat, In lib.6. Obf. Medo Aegyptiospermotas figuras,fenfus,or. rummemoriameffingereconfueuiffe. A Egyptiorum fcientia,quia inter cæterasprecellerorerat apud ve teres, (illa enim ab Abrahan originem habuit) dcirco,& rudimento, &Hiero glyphicis ferè occulra indicabatur. Si à qui illorum primi per figuras animaliú (CornelijTaciti teftimonio)léfusmétis elfingebant, et antiquifsimamonumera humanæ memoriælaxis impreſla cer. auntur, et literarum inuentores perhi. bentur. Hinc in quibufdam Obeliſcis: - látcerę reperiuntur,quæRegum illorum diuitias, acpotentiamdeclarant. Per a - pis enim fpeciemmella conficientis Re. gem oftendebant. Siquem memorem s fignificare volebant; leporem aut vul. pemauritis auribus, quod fummieſlent auditus,& inlignismemoriæ,effingebát: fi veròmalum crocodilum:fi velocem, vel rem citò factam,accipitrem; quonis hæc aliarum fermè auium fit velociſsie ma. Si inuidum, anguillam, quòd cum piſcibus fit intociabilis.Si iuſtum,oculü: Gliberalem, dextram manum, digitis paſsis:fiauarunn,ijfdem compreſsis.Per inſtrumenta quædam, et membra humana pleraque fcribe Jant. De bis vide Pie arium, Diodorum, Srabonem. lum  ritatem, &mollitiem acquirant.Propte. rea, quddcibos concoctu faciles præſta, bant,& aluumemolliebant à veterum à mėlis raròhujuſmodi abfuifle legimus. Cotoncorsimfeminum -muccaginemcombuso fionibus maximè opitulari. Nter præftantiſsimaauxilia, quæ có. buftionibus adhibentur',, feminum, cotoneorum muccagines retinent prin cipatum.Referam:PetriForeſti in pro prio filio experimentum. Illematri obo... fequiofus,cum teſtá carbone ignito re pletamkappúrtaret cecidit& igncoculos, combuft Pitemaeumtemen cotone. orum iniquárafáceam conieciſset,atq; muccagineocalosiçpiusabluiffet;mira. culiinffarpuce -Conualuitabſq; combus ftionis veftigio. Hoc etiãauxilio in fi milibus cafibus feliciſsimè femper vsű fuiffe, idem confirmat, In lib.6.obf. Medo Aegyptiospermotasid pguras, fenfus, re rum memoriam effingere confueuiffe. Aegyptiorum fcientia,quia inter teres, (illa enim ab Abraham originem habuit) dcirco,& rudimenen,& Hiero glyphicis ferè occulta indicabatur. Si qui illorum primi per figuras animaliú 5 (CornelijTaciti teftimonio )jēlusmétis - elfingebant, et antiquifsimamonuméta humanæ memoriæfaxis impreſia cer. auntur, et literarum inuentoresperhi. bentur. Hinc in quibufdam Obeliſcis látceręreperiuntur,quæ Regum illorum diuitias, ac potentiam declarant. Per a pis enim fpeciem mella conficientis Re. gem oftendebant. Si quem memorem ſignificare volebant; leporem aut vul pem auritisauribus, quod fummieſſent auditus, et inlignis memoriæ,effingebát: fi veròmalum crocodilum: lì velocem, vel rem citò factam,accipitrem;quonis bec aliarum fermè auium fit velociſsi ma.Si inuidum, anguillam,quòd cum piſcibus fitinfociabilis.Si iuftum, oculu: G liberalem, dextram manum, digitis paſsis:fi auaruin ijfdem compreſsis. Per inſtrumenta quædam, et membra hu. mana pleraque fcribe vant. De bis vide Pie. crium,Diadorum,cSrabonem. Quamethodo peftilenti tempore àluenos tueri yalcancus. Retiofa,acbreuis theriaca reperitur, qua homines ab aere peſtilenti, ad jun et o vitę regimine,præferuari poſsúr: Sumuntur caricæ,nuces iuglandæ, folia rutæ, &iuni peri baccæ pondereæquali, confundanturfimul, atq cum aceto ro faceo, vel communi diffoluantur; mox per pannum colentur, fuauiterg; expri mantur;ſuccus verò, qui percolabit,fero uetur: vnúenim iftius cochleare, mane ieiuno ftomacho ſumptum,non finit illa die hominemà peſtilentia corripi. Ex Alpbane de Pefter Olivarum oleum unguium pun &tura mira biliter fanare. IN fedando dolore vnguium expun, Aurisacu,vel ferro,atq; iisperſanan dis,nullam remedium oleo oliuarum fa lubrius inuenitur; confiteor multa oba feruatione,multisa; experimentis id toa tum comprobaffe. Honefta mulier; ac vnicè dilecta, Laura de Otaro, mea vxor cariſsima, no femel, dum varia-ad femi liæornamentum,acu contexerer, in vn guibus digitorum pun&a eft; limplicita menoleo oliuarumio puncturiscollini to;&dolor confeftim euanuit, et falus introducta eſt.Ego profe et ò ſemel pun. aus ferri cufpide ſubter pollicisvngue com ſanguinis effufione, fubitò ad lini mentum ex oliuarum oleo, antequam aquamtetigiſſem,deueni;quo adhibita dolor delituit,atque vulnus vnà breui ter, et conſolidationé, et fanitatéhabuito Admirandüauxiliü ad vefica calculã,quoabt que inciſione diffoluitur,& expurgtur. Nter admiranda auxilia, quæ ad cal INTE culoſos adhibentur, connumerandum iudico remedium, à do &tiſsimo Hora tio A ugenio experimento confirmatú in epiftolis addu& um,quo abfque inci fione in vefica multorum Japides com minuit,& expurgauit.Réferam qua via id, innotuita Aegrotabat calculo veſicæ cuiuſdam Typographi filius Romæ poft varia aſſumpta remedia,cùm nulla lub fequutá noſlet ytilitatem,fecaricupidus; de pretio cû Nurfino artificecóuenerate propterea Sacerdotem iufsit accerf ri, vt ſumptis Ecclefiæ facramentis, fex le &tione moreretur, animæ fuiffet confultum.Religiofus ex focietate Iefu, audita confeſsione, proponit illi phare macum,de quo in leipfo, et in alijs peri culum fecerat: expeririæger voluit, et magna aſsiſtentium admiratione fana s:Pharmacum ita erat concinnatum. Puluerris Millepedum præparar,drach, i.ad fummum Scrup.iiij.aquæ vitæ vnc. Sem.iuris cicerum rub.vnc. ix.velx.ca piatæger calidum,horis quinque ante prandium. Efectus medicamenti talis fuit. Horarin duarum fpatio totum corpus incalefcebat, anguſtiabatur z grotus fitiebat, ac ferè loco ſtare non poterat,aliquandocirca pubem dolores vrgebant.Vrina hora quinta cceperunt cralsiores:feddi,fed non multæ.Secunda die à pharmaco contingebant eadem, fedvrinæcopioſiores, et craſsiores.Ter tia labulumapparuit multum. Septima tandem adeò plena fabulo vifæ funt, ve rectequis diceret,easnihil efte quamfabulum aqua diflolutum: omnia in me liorem ftatum redigebantur, ita vt, qui proximèincididebebat, liber abomni malo nona fuerit die. Miliepedum ad calculosRenum VP fuca preparatio. PRæparantur Millepedes ad Renum Velicæque calculos talimodo r.Az fellorumquam volueris quantitatem, vinoquealbogeneroſo abluito diligen ter, mox in ollam copiicito nouam, vi tro obductam, lutoque aliquopiam ile lam incruſtato, demú in furno exiccen tur,ita vt poſsit in tenuem puluerem rc. digi; tumverò affunde vini ciufdem gee neroli quantum poterunt imbibere, et rurfus exiccato, ac tertiò imbibito et exiccato vt ſupra,quartò veròpuluerem irrorato aqua fragarum deſtillationis &olei exCalchanto Scrup.j. permifce to inuicem, et exiccato rurſus: vbi verò fic fuerit exiccatum in tenuiſsimumque puluerem redactum,feruetur in vale vi. treo,aureo,yelargento. Es codem. Frequentem ficoram efum fudorem parere abominabilem. Licetficorumvfus multa hominibus commoda părturiat; ran et ij citifsi mè nutriunt, et impinguant corpora, aluum emolliunt, et per vrinas, et per ambitum corporis non pauca excernunt excrementa: tamen eorum continuus, et frequens vfus fudorem generat abomi. nabilem, et corporis fæditatem; indici um huius rei eft, quòd illorum eſu pe diculorum copia innaſcitur. Hinc apud Rhodiginum lib.6.Antiquar. teet. Anchie molum, et Moſchuni Sophiſtas,legitur tota vita fuiſſe hydropotas,acficis modò folitos veſci, et tamen robuſtos extitiflc, ſed adeò fætentes,vt propter abomina bilem fudorem certatim in balneis aba. liis excluderentur. Mulieres eximiam, &fuauemrerinete pinguedinem. Orpora mulierum fuauiori, et ma: ori fulciuntur pinguedine, quàm hominium ipſa,quæ profe& ò ob ſiccitaa tis, dominium,minùshumidi, et oleofia C ttatis retinere videntur. Propterea apud Plutarchú 3.Sympol -4.habemus, vbi mul sta cadauera promifcuè erất cóburenda, veterú tempeftate, temper decévirorú vnú mulier brcímiſceri ſolitú: qualiil lud vnú tantú ſuppeditaret pīguedin is, vt cętera faciliùs cócremari valuiſsent, Aſtu demonum, mirabiles in hominum.cor poribus effectus procreari.: ribus Dæmonis aftu cffectus con ců, ſpiciuntur, vt quando quis euomat am icus, clauos, pilos,oflamagna: vel quòd plumæ in lecto fint ingeniofifsimè con ferta:multæ enim de iis obferuationes apud Hieronymum Mengum in Malleo Maleficar. Paul:Grillandum, et Delrium reperiuntur. Quomodo autem hæc fieri pofsint, talis eft ratio: aut enim ifta funt Diaboli illufiones,ita quòd ea videátur, quz vera non funt, fiue per a&iua natu ralia hoc efficiétia, ſiueper acrifiam,fiue per aeriscondenfationem;aut funt vera; quippe Diabolusinuifibiliter huiuſmodi in hominis ftomacho intulit, et exinde viſbi.  Emin viſibiliter educit,licet ram magna vide antur; nam &ea diuidere, et integrare poteft faltem apparenter,eò quòd loca ſiter huiuſmodi corpora, et partes eorú, ad nutum moueantur, et ad inuicem con glutinéter,Deo non impediente. Summa Sylueftrina de Malefic. Carduum Benedi& um ab Hemicrania homi. nes preferuare. X India Carduum Benedi& um pri mùmomniumad Imperatorem Fri dericum honoris gratia fuiſle miſſum multi hiſtorici autumant, quod miris laudibus, ob peculiares eius virtutes, planta hæccelebrabatur,&obidà mula tis Carduus Sanctus dicitur. Hæcenim venena lupcrai, &confert cùm vlceri bus, tùm vulneribus, eft præfentaneum remediumad peftem, necat vermes, et vtero prcdeft, et in cibo, et potu viit pata, ab immenfoillo præferuat capitis dolore, quemHemicraniam vocant. Ex Trago. Infantes preferuari Apoplexia.Epilepfia fumpto prime fyropo de Cichor.cum Rhabar. vei Corallio, aut ſucco Rute. tibus morbus epilepticus,apud au * Etores noftros paſsim legitur, ob id af. feetus hic vocanturà nonnullis iLorbus * puerilis, liue mater puerorum: Vtau iem cùm ab Epileplia, cùm apoplexia ghi præferuari valeant, multa obſerua tioneexpertum eft,iis,antequam lacgu ftent, in primo ortu prebendo fyropum in cichorea cum Rhabarbaro drach. ii.ab $ hacluepræſeruari,vt Nicolaus Florer - tinus fatetur. Arnaldus Villanoua Co mit rallium laudat:nam fi diligenter triti të y Scrup.Sem, infans hauſerit cum lacte, antequam aliquid guſtat, nunquam in Epilepſiam incurrere obſeruauit. Ego quidem Marcello,Hieronymo, &Mare i co Antonio filiolis meis ſuccũ ruiæ cum modico auro ad ſcrup. ii. cuilibet dedi, antcquam lac guſtarent, &gratia Deiab Epileplia immunes exiſtunt.Helionora, K. quæ nunc ablactatur, feremortua nata eft fumptoque et ieiunato paruo cochle airo ſyropi de Cihor. cum Rhabar.re uixit, epilepfiam nunquam adhuc palla eft. Menſtrualem mulieris fanguinema Tontta # nimaliaefe venenum. Nter naturæ arcana reponendum eſſe iudicaui,quodàMetrodoro Sceptio traditur demulierismenftrualifangui ne.Mulieres fiquidem fimenſtruationis ſpatio nudatæ ſegetes ambiunt, erucas, vermiculos, fcarabços, ac alia noxia ani malcula decidere faciunt. Tale enim à natura ijs virus inuentum eft.Non folú autem huiuſmodi animalculis menftru alis mulierum fanguis nocere creditur, verùm atque grandioribus; quippè cao pes, ex Plinij teftimonio menftruofan guine guſtato, in rabiemutari vifi funt, quorú morſus inter difficillimos mora ſus fanatu reputatur. At de re hac fupe riùsaliàs tractauimus. Thapfiam veficas,do ademata corporifuper poftam excitare. Magna profectò eft Thapſiæ effi cacia in veficis, et ædematibus ge nerandis,idcirco à nonnullis in peftife Eris febribus vbi veficantia neceffaria súc cum felici ſucceſſu vſurpari audio.Cùm autem corporis locum aliquem inflare quis deſiderat, veloſtentationis, vel cu o riofitatis gracia, ponatur Thapfia in low i co conftituta:ibi enim breui veſicas, et ædemata excitabit; vt tandem citra læ fionem id ſuccedat et breui etiam fol jů uantur, cheriacam linire, vel curninum, i aut acerü fuperponere oportet. Ex Car dano lib.8.devaret. | Antivfum inmedicinapro conferuanda va letudine mirabilem obtinera proprie Mlimbi Irabilis efficaciæ aurum in medi Lcina eſt:quippe innumeras illud pro corporis tuenda fanitate retinet vir.? tutes.Eiusvſusin vino maximèexcellit capiunturpropterea aurilamellæ, quæ ignitętoties in vino extinguútur,donec ferueat iſtud,mox colatur, et vſuiſerua tur. Vigum bocpotatum ventriculo imbecillo fuccurrit, concoctionem ad iuuat,foedum colorem emédat, et prin. cipalia membra coroborat, et rcſarcia. Proinde obferuatum reperio,cor ab illo roborari prauos humores calore fuo abi fumi,vitales ſpiritusclarificari, hepatia que plurimum prodeffe fua virtute ile lius vſum. Multi certiſsimo experimen, to huiufmodi vinum vitam prolongare cognouerunt,fpiritufque fynceros face re,atque virestotius corporis renouare Nonnulli leproſis multum conducere Scribunt,ve ex Mizaldo, et Zacharia à Puteo capitur. Quercetanus Auri falia in aliqua betonicæ,autabfinthij confer lacommiſta, ac deglutita ſua fpecifica facultate vétriculú corroborare fcripfit, Aliquot animalia ex nature eorumfimili tudine à veteribusfais Dầsfuiffe dicat. veterum infania in rum falſa religione: quippe,& i nimalibus cultum reddidiffe,infinitis ae lijs federibus, et naturalibusrebuscircú. fórtur. Inter alia, quædago apud eos PO animalia erant, quæ ex naturæ illorum proprietate, et fimilitudine, vtreor, ali quibus Dijs reperiuntur fuisſe dicata. Hinc Canis Diana { ace: eft, Aquila lo 1 ui, Tigris Baccho,Pawo luponi,LeoCy beli,EquusNeptuno,Cygnus Apollini, Anguis Aeſculapio, CoruusPhoebo A finus Libero,GallusMarti,Colúba Vara neri,No& ua Mineruæ, Lupus Marti, Anſer Iunoni,Soli Phenix.Ex Fonio. Veri V nicornu proprietas, eiusque cognisio, Erum Vnicornu, quod in febribus peftiferis propinatur languentibus veilitate maxima,in fyncopemaximo. Pere prodeffe videtur.Illud auté non ex eo cognofcitur, quòd bullas excitet, vt plerique hominum ignari perſuaſi ſunt: hocenim quodlibet cornu etiam facit: fed alia, diuerfaque methodo. Hoc eſt præcipuum experimentum. Si ſcobem eius củ arſenicogallina,turturi,aut co lumbædeuorandum dabimus, fi fuper Itesmanſerit, vel vnicornuftatim poft arſenicum fumptum datum fuerit)verí K 3 et legitimum Vnicornu pronuntiabi mus. Alii in aurificis fornacem demit. tunt, fiodorem cornu à ſe emittet,ve rumefle prędicapt.Nonnulli experime toʻreferunt, quòd in vftionepon omni no comburaturſed, augeatur potius minimeque in vſtione fætorem cornu *habeat, tt in cornu ceruinioexperirilor elet. Ex Føreſto. Oxo artificio mulierum cinni crocei euadant. CApillorum cullui mulieresmaximè vacát, illud autem iisoprabilìus eft, vt Aauitiem acquirant. Referam mo dum, quo votum aflequi poſsint. Su mito Rhabarbarifabæ magnitudinem, fæniGræci, croci fylueftris, liquiri tiæ tabacci, corticum aranciorum quan.. titatem adtui libitum, paleæ triticæ ft. militer, his quernum cinerem addito,, et incoquito, vt tribusdigitisdefcen dat aqua, inde lauentur capilli: tanta enim fauitie“ redundabunt, vt illos aurcos eſledicas.,. Ex Porta in Phitogn. tipios A4 itib...Adexcitandum in fenibus nauralem caló lorem, eorum; vires deperdit assenquandika confectio præftantiſsima. "Heſauris profecta comparanda eſt, Marſilio Fici 4. no, in lib.z.devita producenda, Medicina Magorum appellatur, quippe ſpiritus, naturalem, vitalem, et animalem fouet, confirmat,& Toborat; et proptereaſenie bus præſtantiſsima eſt. Conſtat hæcex thurisvnc.ij. myrrhæ vnc,j. auri in fo lia ducti drach. fem. contundere fimul į tria oportet, atque aureo quodam mero confundere, et in pilulas ducere. Sumi kä tur huius-mifturæ portiuncula inaurora ieiuno ſtomacho; in æftarecum aqua: roſacea; in hyeme verò cum exiguo Quomodo febris in aliquo confeftim induci palent.. VI febrem in aliquo velad oftentatio.. nem, vel ad remedium, curioſi tatemque inducereoptabimus,(fiquidem in conuulfionibus, parakyſi, aliisque frigidis affe et ibus,non parumaliquádo K4 febrew meri potu. 14 Sheh  febrem excitare profuit, ) Scarabe cor buti in oleo decoquantur, illogue arte ria brachialis iniungatur: tanta enim eſt corum potentia, vt confeftim febris, et accenſiones corporis criantur. Ex Car Nuno. Amultis animalibus anni tempora precognoſci. Tdcntur profe et ò plerac; animalia anni temporaprecognoſcere:fiqui dem ex corum inſtinctu, illa homines commentiuntur. Grues enim autumni tempore ad loca calida peruolant, hye mis frigora fugientes. Hirundines ver nali tempeftate ad regiones noftras re meant. Ficedulæ, coturnices. aliaque multa volucria, in anni temporibus,pa bula commutare,aliaque loca adire con ſpiciuntur. Hæc autem non Ver, Autu mnum,vel Hyemem dire et è præſentiút, quemadmodum nonnulli falsò ſibi per fuafi funt; fed verius ex facta alteratio neà calido, vel frigido in eorum corpo ribus,fiue occulta qualitate,has viciſsi sudines facere cognouerunt. Am ago Amantis ex leuiſsima quidemoccafione sie furcenfere folent.: Viperditè amant,leui alioqui mo mento iraici videntur: ratiohuius rei eft, quiainiurias, licet leues, graues iudicant. Grauefiquidem exiftimatur, vtilleiniuriam in te committat, cui ma ximeplacere ftudeas. Cæterùm quem admodum fubitò dolet», qui contra fui habitus propenfionem facere quippiam conátur; ita &amantem facere conſpi cimas;moxtamen rixarum,& odisper nätde, rurfusque fupplex iugumſubacta ceruice repofcit.Ex Leona dojachine, IN Plenilunio, Nouilunio Pharmaci ex bibitionem àMedicis maximè deteftai. Vlra rationc à Medicis in. Pleni junio, et Nouilunio Pharmacam ehitatur: fiquidem Luna,cùm interme Hriseftzomhiijo caret lumine,atqueſub radijs lotaribus ia &ta, et proinde ſolica caret humiditate, quo fit vt corpora ne ftra magis licca maneant, et virtusteten trix robuftior exiſtat. Idcirco fin No puilunio ipharmacum ægris exhibetur;a K 5 abfquedubio humores noxiosagitabit, atqueob retentricis facultatis inobedie. entiam parum euacuabit.InPlenitapig ob Lunç porentiam corpora noftu yali de calefcunt,humoresque augetur,Hing In pleniluniis no &tesicalidioreselle ex perimur,cuius caufa, cailorem à centro ad circumferentiam attrahi, verilmile: eſt's quas propter fihumores, corporis: noftriad ambitum tendunt, procul dus bio pharmacum improbatur:illudenim à circumferencia ad centrum trahitmg. tumque natureperuertit, quo facilefut cedit;vt virtus kadetur,&humorumsys tiacuatio,velmale,veldeprauana.coring gat: Ex loann,de Pitch 19continuatamaſculorum generatione Jep, LR timanm mirabilembakere virtutem.: TIG apud multos fcriptores repe rifles, feptimun mafculum com tinuatæ generationis mirabilem habere virtutem interhæc noftra embammata minimehoc adieciſlem. Volunt enim quando aliquis ſeptem filios maſculos Continuatim et inter eos fæminam nul,  Quod autem in Hydrargiro mirabile pullam ſuſcipiat, ſeptimum mirabilem virtutem et ftrumas, et alios plerofque effe et us retinere ſanandi, An autem ve rum fit, ncſcio,cupio tamen à fapienti bus experiri. Forum Hydrargiri, fuperpofito yclamine, 1: in molem Mercuriimatari, Yrifices dum valamineralla inau. rare cupiunt, Hydrargiro pro bo peremoliendo vtuntur; illud autem in igneimpofitumin fætores grauem, et fætidas exhalationes reſoluitur, pernici--- ofas quidem, niſi abijscautè'euitantur. iudicatur, eft iftud, ſiſuper illius fumá linteolum extendimus, in quo colligi. poſsit, vtique in argentum viuum fu moſitas illa icerum conuertitur, et Hya, drargiram renouatur. Experimur hoc. etiam in carbonum fumofitatibus in traffas fuligines reuertuntur, licet die uerfimodè ab Hydrargiro,Ex Lemnie. Eæculas Bryonia viera mundificando mirane babere pirtutem. 5 K Singularis profe et ò fæcularum Bryo. niæ,tum pro matrice muodificanda, tum ad hiſtoricas ipſius paſsionesſanan das eſt efficacia:quippe ex multis expe. rimentis comprobatum eft,in huiuſmo di affiEtibus curadis inter remedia,prin cipatum habere. Referam ipfarum con ſtructionem, Exprimatur pręło ex Bry onix conciſis radicibus, et contufis fuca cus.crit primò turbulétus,idcirco in va ſe aliquo afferuādus eft, vefæcalisma. teria ſubſideat: detineatur in locofrigi doper paucosdies; in hoc enim fpatio finclinato vaſculo,viturbulenta aguia) Separetur, et proijciatur) fæces albiſsi mas inſtar amyli in fundo inueniemus quas iterum in pluribusvafculis vitreis, aut terreis diuiſasin vmbra vt, exiccen tur feruabimus;ita protectòintra paucas horaşexiccabitur, et formáanjyli acqui rarexpreſlum, quã Bryonize foculá no minamus.Hac fingipoſſunt pilulex.aut xij. granorum pondere, et cú palico ca ſtorci, et alfęferidę ſummü; ac precipuú. aratur remediú cótra affcctusnarratos. Fæculæ huiufmodi etiamfi diffoluütur, inaqua florum faþarú pro fuco ad orna tum mulierum,paneaſque defendas ef ficacifsimæ funt.Ex Quercerano, Miſaldo, &Zubariaà Puted. Millefolium ad conſolidande vulnera misam babere potentiam. Lurimis experimentis comprobatú audioMillefólij virtutem ad vulne rum coitionem, indielğue nouis obſer: uationibus confirmari.Referam folum quod ab Hellerioin Chirurg.adnotatur. Cuidam deciſus naſus erat,qua osin car tilaginem definit: Ruſticus propenden tem partem alteridigitis coniunxit,her bam tuſam,& èvino nigro tritam,quod Millefolium appellant,impegit, rudius omnia colligauit, vede celerrimè reſti. tit fanguis profuens, et vulnus pulchra e cicatrice brcui coijt. Chymicam aztem, reterum tem; eftate floruiſe. Pud Veteres i maximo prctio ars p !eriſq;illiusftudio vacabátur:inginte s A K7 enim diuitiarum copias illa methodo homines componebant,quibus ditiores facti cum Regibus bellum adibant. Pro. pterca DiocletianumCæſarem legitur poftquam Achillem Aegyptiorum Du cem o et omenſcsin Alexandria obſeſsú: profligaflet, omneschymicæ artis libros, diligenti ſtudio conquiſitos, deflagral. fe: pereparatis opibus, Romanisfacilè. repugnarent. Ex Suidt, oOrolio. Quoartificio corpus glabrum reddi: poßit L Itet varüs modis corpus depilatum; &glabrum reddipoſsit, nulla tamen via præftantior eft,Varronis teftimo nio, quàm loca lauare aqua; vbi Bufo nes decocti fint,donecad tertiam redcat: - quippè- fi tali decocto corpus Jauetur, proculdubio glabrum,&fine pilis had bebitur.. Natiuitatis hominum tempora à multis: obferuari On leuis profectò eſt.multorem: ſcriptorum obſeruatio in homia. EN lp mum natiuitatis tempore: à multis enim occafiopibus temperamenta corú. variant, &plerique àrnaturæ terminis, roaximédiftrahantur. Porròquiinipfor terremotus i momento nafcuntur femper patent in tonitru ſemper lan guidifumo qardenet Cometa coex ar... dendi complexjoneargentesfuntainter's Lühiikempordebiles cuadunt, vel fals, temi Ariſtotelis teftimonio ) melan-; eholici, et atrabile laborantes. Hydárrgýrum non effe vendnum in paura: fumptums quam itme', fed adver: mes nes andas exiftere remedium ydrargyrum, vel fimauisargenti vionm, quodà multis venenum exiftimatur, feliciſsimo fucceflu contra vermes exbibeturjzáptægue certitudi-. nis illud in Hiſpania reputatur, vtmu lienes, tenellis pueris, quila ĉçis vomi.. ty laborant, ad quantitatern granorum trium in propria fubftantia propinare audgár:bacn, via morbuscellare videtur: frequen A Hedmare frequentatisexperimentis. Ego quidem viduam mulierem curani, quæ nouem dierum fpatio vomitibus continuis ex vermibuslaborauerat, et ferè triduono comederatznec cibum retinere valuerat. Haiccùm fcrup.ij. bydrargyri mortifica tii, cum tantillo adoniipropinaffem abfque vlla moleſtia peraluum centum, et pluresemifitvermes, &eademdie lis berata eft, et folita exercuit domi, et foris negotia,magna profe et ò parentum ſemper eventu, domique continuò a quamhabeo, in quaHydrargyrum, in. furum retineo, illaa que puerulis pro vermibus libentiſsimèconcedo, nec ad hucquempiam ex illo noxiam recepifle expertus ſum. Vfuseft hoc remedioad vermesmecandos,MatthiolusHoratius, Augenius, et plerique alii celebres viri, qui omnes huiusauxilii maximè extol. lunt beneficium. Datur pueris in lub: ftantia Scrup. ji grandioribus Scrup.ij. vel drach.j. Corrigitur illud, et nrore ficatur in mortario vitreo cum zuccaro rubeo: ibi enim tam diù conteritur, vt in partes inuiſibiles diffoluatur; ne au tem in priſtinam formam iterum redeat, * olei amigdal,dulc.gurtulas binas adde re oportet, et cum zuccaro rof. violato, vel cidoniato ieiuno ftomacho languen mtibus propinatur.Sciant igitur curioſiin hac dofi nullum præbere periculum,in # maiori tamen non dedi,neque concede tem:licet apud Aufonium Epigram.10. o legatur hydrargyrum contra medicinas venenofas valere. * Datura flores, com ſemper, hominem in ri(was; concitane. M ! Tra eſt Daturæ potentia in faſcinan.. dis, vt ita dicam, hominum men tibus, adeò quòd, qui illiusflores, vel Temen ſumpſerit, à riſu, cachinnisque non defiftat,donec més alienata ex plan tæ viribus in priſtinem redeat tempera mentum, Apud Indos à furibus Datura vfurpatur;fores enim, vel femen in ci bos eorum, quosdepredari volunt, exhi. bent, et in mentis alienationé, et in riſum 2. conci.  MA it concitant: ita profecto furádi parantin duftriam.Durat illorum riſus, et mentis error, viginti quatuor horarumtermipc.. Ex Gozdab Horto. Lupesſenio confectos in renibus venenoſosgeo net areſerpentes. Agnum profectò in præſentiarü arcanum aperio, multis hucuſ. que incognitum de luporum natura. Il lud eft,cur à Lupis animalia commorfa modòfanentur, modòautemmoriantur.. Anquòdluporum aliqui venenoſi, ali qui verò ſine veneno exiftant?Equidem CarolusStephanus lib7 Jus Agricult.cap.i. ſe obſerualle fatetur, ib Luporum fenum renibus,primò ferpentes vno pede.Jona giores, et breuiores, qui temporisſpa tio venenauſsimi effecti,Lupum enecás. Hac via facilius nobis tribuiturconie &tura deLuporum morfibus.Si enimle piiuuenes fuerint, animahaa, momor derint, ex benigniori eorum natura, mortem baud inferunt,vtmultoties ob feruamus, niſifortè.vulnera in principi buscorporis fuerint locis, vel tá grádia, vimori neceflc fit.Sin auté ſenio fuerint confe et i,proculdubio leuiſsimo morſu animalianecabút, propter peculiare ve nenum inLupo delitefcens,quod víu ve nit,vtpieraq; præmorla animalium, vel moriantur, velmembrum morſum pu treſcat, vtfaltem difficillimè curetur. Ex. Gaſp Benkino. Qualiartificio ab vxoribus homines mafcu losfilios fufcipere pale ant. Vita à Scriptoribus ad marium M reperimus:hæcautem præcipua, et ve riora effe exiftimaui.Primovthomo ex exceatur,folidiorig;vtatur cibo,atq; ra rius cócubat: ita n. et calidius et fpiflius fe. méeuadit,fita; prolificum, et aptiſsimum ad marium conceptum. Secundo mater, et incongreffu fuper latusdextrum recubat et à coitu confeftim fuper illud conqui elcat: Siquidem Hippocratesmaſculosin dextris,fæminas verò in finiſtris genera-. ri ſcripſit.In dextris enim ab Hepate fo. uetur ſemen,quod eſt calidum: in ſini. ftris autem à liene frigido quoquo pa.; do refrigeratur, et ad fæminarunt 3 conceptum'præparatur.Tertiò ſpiranti tibus Aquilonibus concubant, Auſtris vero defiftát:Aquilo enim admares fuf. cipiendos accommodatiſsimum eft,Au fter verò ad fæmellas. Capimus huius rei ab ouibus experimentum, quæ fiflá. te Aquilone concipiunt, marem ferunt; Auſtro autem foeminam. Multi, inter quos Cardanus eft,ad marium concep tum Mercurialis maſculæ elum extol lunt,hæc duos quafi coleos pro feminie bus habet, et ab vtroq; coniuge depaſta, marem inducere occulte vi exiftimatur. Magnumele in hac inferiora Lune con fluxum. Trabilis profectò eft Lunæ vis in hæc inferiora: ipfa enim noctes illuminat, et fuper humida poteſtatem haber,marisfluxus, et refluxus per quae draturasfuas intētiùs, et remifliùs facit; quippèdum oritur,maria intumeſcunt, et in æftuariafluunt, quoufque ad circu. lum meridianum illa perueniat; cùm autem ad occafum inclinat, Oceanus ab æftuarijsrefluit ingurgites; quando ſub M Orizonte, percurrit,mare ad confueca æftuaria conuertitur, quoad nocte me dia meridiei circulum Luna atringat; poſtremdcùm ad Orienté tendit,Ocea Rusquoque ad folitos alueos regurgitat. Ipſa in Agricultura rebus dicitur do, mina;propterea antiqui gentiles, qui in terræcultura proficere optabant, Lund libamina ſpecialiter obtuliſſe dicuntur; y ocabatur Diana, ſiue Latonia virgo, aut Plutonia coniux velProſerpin. Leonardi asri deOdtimeftri pariu ſenten tiamdebilem effe. Peculatur Vairus in lib. 2.de Faſcino, Cur partus odimeſtris vitalis mini mè lit,innuit hic, vir alioquin doctus, talem partum non viuere, ob femen im perfectum:quia non datur ſemen (vtar guit )quod ad illud tempus fætu procre. are valeat: ſicutin genere triticiquod dam eft,quod tribus menſibusgignitur; quoddam verò, quod nouem menſibus: fed debile eft huius fundamentum, quá do in Hifpania, et Aegypto o et imeltres partusões vitales efle perhibcãt:Potior ergo concluſionis ratio requiritur,quam nos alibi tábgemus. somniarumprofagizà Deo diuinare, aliqus bus bominibus concedi. On omnibusfomniorum diuina N doconcellavidetur,fed quibusà Deo ex ſpeciali gratia permittitur. Qui anim fomnia proprio ingenio diuirare intendunt (dempta fomniorum intere pretatione, quæ et caulis naturalibus in naſcitur, quorum præfagium ad media cos pertinet) aut cæcutiunt, et delirant; aut dæmonum fallacijs inuoluuntur. Iofeph apud Pharaonem, et Daniela pud Regem Chaldæorum (vt infacris habemus) quia diuina afflati erant ſapi entia, fomnia diuinabant.Propterea mi niftris fuis Pharaonem audita fui fom. nijinterpretatione,dixifle legitur: Num inueirepoterimustalem virum, quifpiriru Deiplenusfit? et Rex Babylonis ad Da. nielem:Audiui de te,queviäm fpiritum De orum habeas, ce ſcientia,inselligentiaq, as Sapientia amplioresinuentafunsin tq.ExTa úello. Inter Polypodium, et Cancrosmagxam in. eſſe antipathiam. Axima videtur inter polybodie M, i quòd fi polypodiumſuper cancirú abie ceris viuum, breuiſpatio tum pedum cortices,cum vngues ille eijcier:tanca eft i iſtius plantæ in illum particularis viru 3 lentia,& efficacia.Ex Mashioto, Ć Dengan Ibidis, ferpentesattonitos reddere. Irabilis eſt ibidis pennarumvis M contra ſerpentes, quippe fi illius penna ad illorum quempiam inijcitur, Confeſtim in veſtigiogreffus hæret: ad mirabiliustamé eft, quòd ſerpens quer pis frondibuscontacta moriatur, quare circulatores aftantibus mirabilia fæpè protrahere à racione inconucniens elle a non debet:multa enim iis funt, quæ ad i mirandaiudicantur:quemadmodum eft Viperam viſo Fago perterri:experimé. " to enim probatum eſt, illiusramo ante hocanimal iniecto, veluti attonitú fie si, nec ampliusmoueri Hoc etiá cuenic Gha. ti ſi barundine feuilsime percutitur: fin verò iterum eadem vipera incutitur confirmari videtur, et fugam repentè adire. Mulieres rard inebriari, acbrd autem ſenes, Ontrariam naturam ſenile corpus, Contd et muliebre fortita funt:ob id mulie. res rarò ab ebrietate corripi afpicimus, crebò tamen'ſencs. Mulier quidem hu mida eft, vtà cutis cenitate,& fplendo re.comperimus, fenex contra ſiccus, cucis afperitas&ſqualor confirmat. M11, lier ex aſsiduis purgationibus fuperfluú exonerat; ſenex autem ex corporis duri. tie,luperfluanonexcernit.Mulieriscor. pus, quia variis purgationibus crat de putatum, pluribus foraminibus fuit có fertum; non ſic ſenis corpus,propterea naturales meatus à corporis ſiccitate, et duricie potiùs obſerantur. Hæc funt în caula, vt ebrii fenes facilè fiant, muº lieres verò perquàm rard. Nam fià mu. liere largè vinumfuerit hauſtum, illud magnam mulieris humiditatem incidens,vtiq;vimluam perdit; dilutiulý; fit, et cerebriſedem non petit: nam per. varia foramina mulieris illius vapor re Currit, et celeriter eius fortitudo euanel cit.In ſenibus vinum contrarietatem no recipit: quia corpusillorum ficcum eſt; ob id vinum firmiter adhæret, cerebría que petit, quia in durioribus membris; et aridis(vt ita dică ) exhalatio nulla fit: hincab ebrietate facilècapiücur. Ex MA crobio 7.Saturn. Qua induſtria in vrgenti fomno, quis vac leat excitari. Agnus Alexander,vt ingerendo imperio, occupatior eſſet,magnú contra ſomnum excogitauit remedium, quoſi quis vtetur,facilèin ſomni graui tate excitari valebit. Ille Vas æneu pro pè lectum conſtituebat, et pilamæneam fiue argenteam manu compreſſam ha bebat,brachiumque ſuper vas illud ap tè componebat,vt pila in ſomno elapſa in æneum procideret, et à fonitu excita retur, et furgeret.Mira equidé fuit hu. ias ingenij dexteritas, licet hæc Alexandri dormitatio potius quàm fomnus dici poſsit.Ex Ammiano Marcellino. Quibusfignü corpora venenata cognoſci yaleant. L Icet venenorum genera multa fint, ex quo difficile fit omnia figna repe rire,quibus cognofci valeant,afferam ta men qua mcthodo corpora, quæ venenü fumpferint,intelligere poſsimus. Porrò magna fit in corpore commotio, dum quis venenum hauferit;præcipuè fiillud calidæ fuerit naturę:doloribus enim va lidis,atqueacutis in ſtomacho, et inte kinis torbonibus languens cruciabitur, præcordiorum fentiet anguſtiam, fati gabitur vomitu,& fuxu ventris, ſudor fuſcirabitur in fronte cum vultu frigi do: colorægri erit pallidus, pulſus de bilis, inzqualis, et inordinatus,fynco pi, &animi deliquiis affligetur. Hæchi omania, vel in maiori parte fuccedunt, o porter celerrimèinggris.vomitum pro uocare, vt aflumptum vencnum eiicia ur. Ex pal.Vilan. Luem Gallicam non modò homines, fed canes etiam inuidere. Tanta eft morbi Gallici quandoque immanitas, vt non modò ex vno lan guente,vel reſpiratione,tactu, autcom merci oplures homines ea lue polluan tur; verùm atque canes, ſi vicera, vel vnguenta infirini lingere potuerint.Ex I perientia hoc edocuit; viſus eft enim et quidam canis Gallica lue captus, quihe I riſui emplaſtra linxerat. Ex obformatore if Iulii Scaligeri. 6. Poet. Quotermi nocorporis hominispulchritudo conftitui debeat. Arii equidem funt Scriptores in conſtituendo termino longitudi nis, et latitudiniscorporis pulchri:ihter quos, ſententia loannis Goropii, in fua Gigantomachia, magis acceptanda vide tur à fapientibus:colligit exHomeride Creto longitudinem hominis pulchri de bere eſſe quatuor cubitorum, latitudi nem verò vnius cubiti. Cymrinum bominibus palliditatem corporis inducere. More Multa profectd ſunt, quæ vultus colorem hominum deflorare ob ſeruantur: fiquidem panis hordeacęi v fus facit homines pallidos.Ex Ariftot. A quælutulentæ potus, vſus ſalitorum, et immoderata Venus valde colorem de. turbant: inter ea tamen, quæ ex proprie. tate decolerare putantur, Cyminivſus, &olfactus eſt. Duo enim de hoc exem pla habentur apud Plin.lib.20.C.24.V. num fe &tatorum Portij latronis, qui, ve illius imitarenturpallorem,cymino fre quenter vtebátur:alterum eſt Iulij Vine dicis,qui, vt Neronen falleret,palloré Sibicymino conciliabat. Ex Mercurialide Decorat. Regem Archelaum maximè Aſtronomie fi iffe imperitum. T minibusneceffariaiudicatur,vt malè ciuitates, refpublicas;hominumo; cætus fine illorumobſeruatione ij con leruare valeant.Vtique horum ope té pora,annos, menſes, et horas metimur, &ſine his in, varia labyrintha inuolui mus mur.Hoc apertè ille imperitus Aſtrono miæ Rex Archelaus oftendit,qui (vt vi ri ſummæ fidei fcriptú reliquerunt) ob Solis Eclipfim,cuius caulam ignorabat, * tantotimore correptus eft,vt regiam is clauferit,filium totonderit, iudicia è fo ro fuftulerit, et iuriſdi& ionem penitts en intermiſerit: vltimum enim orbis diem. eſſe arbitrabatur.Ex Magino. Mira grecilitatis quofdam bomines fuilfe repertos. X Aeliano,& Athençoquofdam ho mines extremæ gracilitatis fuiſſe * colligimus:legitur enim quendá Arche ftratum vatem fuiſſe, qui captus ab ho ftibus tantæ gracilitatis repertus eſt, vt cùmlanci apponeretur, pondus vnius obolihabuiſſet,quod incredibile,& ferè ridiculum exiftimatur.Philetas Couse. tiaminuentuseft, quem ex gracilitate E vſque adeò inualidum fuiffe fcribunt, vt ne à vento deijceretur, pondera ferrea pedibus, et foleis geftare coge { retur, Anguit. Emine Anguillas cumAquilone mirambabere fyme putbiam. Trabilis profe et ò conſenſus eſt, quem Anguillæ cum Aquiloni.. bus habent: ipfis enim ſpirantibus fex. dies fine cibo, et aqua has viuere fertur; cum Auftrisautem diſſentiunt, quippe his flátibus diu ſine cibo, et aqua illæ vi.. uere non poflunt. Ex Bodino in Theat. Aſparagorum vſum corporis facere pitorem. Nter ea,quæ nitorem; &pulchritudia nem tur, Aſparagorum vfusconnumeratur, cuius efficacia à multis in corpore colo.. rando ferè mirabilis iudicatur. Aſpara.. gi fætentem reddunt arinam, et perilla pratos corporis expurganthumores:eb: id mirum non eft,fi,ijs euacuatis,corpus reliquum non modò odoratum redda tur, ſed etiam nitidum, et coloratum: quippeex humorum prauorum conge. rie, et palliditas, et defloreſcentia nobis jonaſcitur, quibus ceflantibus, ceſat de. formitas, et colornitidus exoritur. Ex Auicenna. Picem cum oleo; maximam babere colli gantiam. E X congeneri ferènatura Picem, Rea ſinam, et hujuſmodi, magnam cum oleo affinitatem retinereobferuamus:fi manus enim pice, vel refina fædantur vtique eas oleum extergit,idque ob col": Tigantiam oritur. Oleum furfur tollit, furfur aqua eluit; aquam demumlintco: ficcamus.Ex Cardino Mularumgenuse propriapecieminime propag ari: MVlasequidem,& monftraconfimis lia,nec parere,nechium genus prou pagare obferuamus:id fieri aiuntmulti;. ab improportionato generandi tempe ramento: veriùs tamen cum Bodino in Theau.Natur: hot contingere exiftimo, une fpecierú fit infinitas: natura enim in finitatem abhorret. Ariſtoteles in Syria fupra Phænicesmulas parere ſcriplīt; et Theophraſtus in Cappadocia illas genus 3, propagare voluit:tamen hoc veriſimile haud eſt. Propterea magis credendum reor, in illis locis Aſinarum quoddams: genus oriri mulabus conſimile, potiùs, quàm mulas, quarum partus à noftris. prodigiofus, et funeftus effe dicitur, vt Iulius Obſeq.inlib de prodig: adnotauit. Leones, Sole in Leone'peragrante,a'febribus, moleftari: Irabileeſt, quod in Leonumfpecie contingit,dum Sol Leonis cælefte fignum ingreditur:ijenim à febre tertia.. na in toto fyderis fpatio excruciantur:a deà quòd fateri oportet, talium genus cum hoc fydere antipathiam habere et tertianam recipere'; proinde Leoninaà multis hæcfeprisapperiatur,bene iudi. cantibus, Leonemeſſe peculiarem. Leo. nes hoc temporetertio quoque die paſo cuntur,neciemel etiam accidit, vt bidu um,veltriduum inediam ſufferāt, Ster custunc ficciſsimum, et vrinam fatente excernunt,vt Ariſtotelesadnotatum re liquit.Aiuntmulti, hocà natura forſitan eſſe factum,vt ferociſsimæ beſtiæ quo quo pacto cohiberetur impetus, et à fre quentiori rapina coerceretur. Quo artificio in fenibus barbas, albofque cam pillosdenigrare pale amus. Eferam notabilem miſturam qua, ' R Jeant.Sumito lixiuij communis quantú volueris, decoque in eo faluiæ, et lauri folia cum corticibusiuglandium viri. dium; mox laua, aut ablue madefa &ta fpongia:ita enimnigredinem compara bis, quæ diu durabit, &lætaberis effectu. Ex Porta: Mergum,& Anferem aquaticum in Hydrsa phobiam plurimum valere Ntercuncta animalia adnotauit Arie ftoteles Anſerem aquaticum folùm non rabire, ob id à multis huius efum in Hydrophobia maximè celebrarur: mirifico autem experimento contra ram. bidi canis morlus valere dicitur Mergus qui in aquis et maridegit, quippe ab Ace. tio,eius eſu Hydrophobosillicoaquam efflagitare narratur. Lacertasmira magnitudinisapud Indos iz... Meniria NInfula Sancti Thomę, quçdam La IN Ls certæ ſpécies miræ reperitur magnitu dinis,quæ admodum illius gentibus fa miliaris, eft.In Ioſula etiam Capraria,, quæ vna èFortunatis eft, ingentis ma gnitudinis hæc animalia cerpūrur;habis tatores autépro ijs interficiendis, bom. bardis,fiue ſolopetis,alijfque bellicis in. ftrumentis vtuntur. Ex Amate Luſsin Dia. ofcer. In educandis iuuenibus, miran fulle aibe: niexfium induftriam. Moser Oserat Athenientum in iuvenum educatione, vtij cothurnicibus, fio uc qualeis, aut gallis pugnantibus ftudi. an impendcrent:Solent enim hiermo. di volucres,vfquead extremam virium defeâionem certare. Qulo exemplo ad ſubeundapericula; et vulnera contem merida, ifamınabant iuuencs increpan tès au:bus minus ingenioſos effe homi. nes, non debere.Exsotino apud Lucianum Serpentum eumapudl kudosfrequentari.. NCuba Inſula penes Indos,ferpentes loua totius corporis ipecie, ac forma prediti inueniuntur,quippe ſelquipedis IM I plerumque longitudine exiftunt,& ex terra, et aqua viuunt:Quod autem apud illas rationes mirabilius videtur inlay tioribusmenfis, horum animalium e fum,tanquam ibum ſapidiſsimum free quentari.Fx Petro Bembo. Quomifico,Po ticaput; inmiram intumeſcentiam redderevaleamus. NterAgriculturæ arcana, non infimi momenti methodus eſt, quaporri cam put in tumorem magnum reddere poro Gimus.Aperiam abftrufum artificium:Si enim porri caput,arundine, vel ligneo ſtylo pupugeris,atq; raporum,vel cucu- merum fomen vti foramine occultaueris proculdubio propria capeo in tan tamtumorem deuenire, vtid prodigio- fum iudicetur, Ex Mizaldo. Iwer Fraxinum, &Serpentes miram adeffe Antipathiami Raxini fuccus ad ferpentum morfuss mirabili fuccelu à medicis vſurpa nec fine ratione: hanc enim plans tam Serpentes, ex occulta antipathia ji miro odio infequuntur: fiquidem illius L6 yobras OX tur, vmbras tùm matutinas,tùm veſpertinas euitant,& lógiusaufugiunt. Retulit Pli nius lib. 16.cap. 13.ex fraxino experi. mentum quòd figyrum frondibus fra xini,& igne apparatur, in cuius medio ſerpens lit proiectus,procul dubio ferá in ignempotius, quàm in fraxinu aufu gere:tantusefthorum diffenfus, &co. culta ſerpentum inimicitia., Virginitatem in mulieribus, qua viaexperizi: paleamus. L Apathiū maius in aperienda mulica rum virginitate aftantibus magnam retinet efficaciam: ſi enim ex huius folijs faraturfuffumigium,fiue hęc fuper ig. nitos carbones inijciuntur,vteffument, vbi mulierum fit corona, cum odor ad pudenda mulieris perueniet, illius bon. nitatem,vel malitiam oftendet: quippe fi viro copulata fuerit,abfque dubio v rinabit, fim verò fuerit virgo,vrina po tiùs conftringitur, quam emictatur.Ide etiam faccre autumant,lignum Agallo chum, fiue Xiloaloem, vel femen portu-, acæ fi fuper carbonesiniecta,adeò effument, vt ad pudenda mulieris odor va leat penetrare: mouetur enim in deflo ratis vrina quantò citiùs, fecùs verò in virginibus.Ex.Perta. Quomodo ex duabus aquis claris, lac effings re illud valeamus.quod Virginale Pocatur. Ac illud,quodà pleriſque ob colo Cris ſimilitudinem,liue ex nouo ori gine, Virginale appellatur, ex duabus, aquis artificiosè corifedis exoritur ad multa equidem corporis mala yti. Lifsimum.. Eius modus talis eft. Su mito lithargyrij in puluerem redacti Vnc.ija acetialbivnc.si.commiſta infi-, mul per filtram lineum deſtillato, et a quam clară habebis.Vtautem alteram componas, fumito Salis gemmæ Vnc.), Aquæ cómunis, fiuepluuialis claræ Vnc. Mimiketo fimul, et fic bimas habebisa quas magni valoris. Cùm verò vel ad oftentationem, vel curioſitaré fiue ne. celsitatem lac Virginale conficere opta bis,aquas vtrafque coniungesfimul mil cendogita profectò confeftim laquor la L7 Ereus  M deus ſuſcitabitur, qui Virgineusvoca. tur.Verrucæ in manibus fi hoc lacte per dies aliquot beneconfricantur, euanef cunt. Impetigines,omneſq; faciei macu. læ,rubores, et ex foleardores, hoclini. mento facillimè curantur. Caftrates lienem,velonorum vitellós durios? res deglutire non poffe. Irabilc elt i: lud,quod in caftratis, circa cibum obferuatur: hi enim nec lienem,nec duriores ouorum vitels losdeglutirepoffunt, vt frequentiſsima apud multosinoleuirexperientia.Retulit Bodinus in ſuoTbea.tales priùs fame fe necari pati, quàin lienem vorare por fe.Huius reialia non creditur effe ratio, quã xſophagiiſtorú ex nimia adipecoão | guftatio, et cóftri& io; cũ auté lienis fub-. Itātia spõgiofa &flatuoſa fit,atq; in mã. ducationemagis infletur;facile fit, vtiji i ex ælophagi anguftia talem cibum deo to glutire nequeant. Eadem ratio eftino uerum vitellisdurioribus', qui ex ſuba Itantia glutinoſa,per anguftum non facie la tranſeunt. Spatium humanæ vita, centum annorum fom cundum degyptios compenſariin. teruallo. in. * " Vriofa magis, quàm veritari confo näns mihi videtur Aegyptiorum aliquotopinio,dehominum vitęmenfu, ra:quippe illorú multi, qui medcata cadauera feruart conſueuerant, ex quada conic et ura à cordis humani ponderede fumpta in eam deuenerefententiam, ho. minisviram centum annorum fpatio de Gniri.Sumebant experimentum in cora poribus, quæ fine labemoriebantur; ho rumenim anniculi duarum drachmarú. pondtrisgcorretinere videbantur, bini quatuor;& fic in iingulis annis, quo in anno quinquagelimo bomines centum. drachmiscor in pondere retinere affiras mabant:à quinquagefimo binas: dracha mas fingulisannis decreſcere, atque à cordis pondere detrahi, minuijè dicea. bant, &fic in anno centefimo ad primum, fui ponderis: fecundum iftorum conie... awan,corredibat.Ex Teicntio / arrone.  Claro Pblibotomiam ex vena ſaluatella, pleneticis: plurimumprodeffe. "VrabatGalenus ſpleneticum qué dam;& cumdiù (vtipfe narrat)de illius cura eſſet ſollicitus,atque diligen. ter remedia quæreret quadam nođeſó niauit,fe in infirmo de vena faluatella, quæ eft interminimú,& annularem ma nus digitos ſäguinétrahere; quod fecit, et fanatus illeeſt. Hoc diuinæ bonitati tribuendúexiſtimo, quæ multoties, ho mines per bonosfpiritus dirigit, vt ca perficiant, quæ in corpornm valetudine concernuntur.Ex Bartbol.Sibylla. Gymnosophistas apud indosmire, viſus, et in genij dexteritatis inueniri. MIIrabile profectò illud eft; quod de -Gymnoſophiſtis quibusdam apud Indos narratur. Hienim ab exortu, vf quead Solis occaſū; oculis contentiscan. didiſsimi fyderis orbē intuentur,inglo bo igneo rimantes fecreta quædam,a renilgue feruentibus perpetem diem al ternis pedibusinfiftunt.Ex Solino. Quibus auxilysforumarum materia,per pri nis paleasensachari. Bseruatum eft huiufmodi præfi O sibus euaneſcere.Adhibentur primò in firmis aliquot clyfteria, ex fucco bryo niæ, et mercurialis,oleo, et fale concin nata, quibus patiens tum gelu, tum ma. terias.viſcidas copiosè purgari videbi. tur:mox cum oleo amygdalaru dulciū, vel mali aurantij coleis, manè dilucu.. lo, cantharidum præparatarum grana quinque,velſex iuxta corporis naturama. capiet.Cantharides autem per horas 24.. in aceto infundantur,deindeexiccentur, &in puluerem reddantur.Hic enim ea. rumpræparationis modus eſt. Huiul modiauxilijsftrumarummaterias, vri pas euacuari compertum eft., Obferua uit hocDo et orPhyficusJoannes Domi. nicus Donnus,cuitis familiaritas,animi queindoleseſt mihiſemper gratiſsima, mihique tale remedium communicauit; robuſtis tamen corporibus folú adhibe ducéleo: ex illius enim experiméto do lors BARCE- 1 II! lores ad inftar parturientis circa pe &tine tale præſidium commouereaudiui. Alijs etiam modis, et auxilijs (trupęcurătur, quippe fioleo,in quo rana terreſtris,tal pa vellacerto, (vulgò dicitur racano )fi ue lacerta magna vocata ebullierit, diú ftrumæ,purgato corpore, liniantur,abf que dubioexiccátur, et euaneſcunt.Het animalia viua prius in oleo fuffocantur, cùm ad carnium ab oſsibus ſeparationé ebulliunt, et oleum mirabile ad ftrumas componitur. Nonpulliad earum extir. pationem caufticis vtunturmedicamen tis, quorú potentia caro aperitur, et ftru mæetiacuantur.Componuntur hęc talia ex arſenici fublimati drach.j. lithargyrij aur. et aluminis roccean.drach.ij.fabari vftulatur:numero quinq; hæc in pulue. rem reda et a cum frumenti farina,aceto que acerrimo mifcentur, et fit malfa, è qua orbiculi, vel plancentulæ formantur et exiccantur in Sole, vel furno,admoué tur fuper ſtrumas, &fpatio horarum24. opus perficiunt, Alexandri Magni magnanimitas in pofteros: ftudiofas. MVlta ratione Alexander Macedo Magnusdi& us eft',cùm eius excel lentia non modò in litteris apparuerit.. Ille quidem, vt Ariftoteles de animali bus hiftoriasfcriberet,multa liberalitate in pofterum vtilitatem, octingenti auri talenta, cum tribus hominum millibus dedit, vt fyluas,aularia, et viuaria, omnis. generis diſquirerét, et opusab ipio per.. ficeretur.Illi autem per Europain,Afriw. - Cam, et Afiam peragrantes,multa anima: tium gencra ad Ariſtotelem attulerunt, quarum difle et ionibus, de vniuerfa fen? rè horum natura accuratiſsimè Philofon phus fcribere potuit.Ex loanne Bodeno. I WA Mulieres quafdam in oculis, equi effigiem, pel: geminaspupilas babere compertum eft. NO On rarò quædam mulicres magæ reperiuntur, quæ vt plurimum a-. niculæ funt, hominibus, animalibusý; vilu,nocentės. Solent hæ in fingulia, acut oculis, velgeminam habere pupillam, (vt HieronymusMengus de Arte Exe orciſt. adnotauit ) vel equi effigiem, quemadmodùm nonnullas Pontumin colentes habuiſſe legitur. Referuntex iftarum oculis quofdam emittiradios, qui non ſecus iacula et ſagitrę pro homi num cordibus faſcinandis exiftunt, ità profe et ò totü pernicioſa quadam qua litate corpus inficiūt,breuique velnullo temporis conſumpto interuallo,homie nes,bruta,ſegetes,arbores polluunt, et ad interitum tæpè deducunt. sanguinem caninum HydrophobosCupareba PotumAutumant Galenus N Serapio,& pleriq;fapiêtes,fangui nis canini potu, canisrabidimorſum ca. rari teftantur: quæautem fit ratio,apud hos non legitur. Referam tamen, quæ àMarſilio Ficino in lib. z. de Vit.produc. adducitur. Ego opinor (inquit) ſali ziam canis rabidi venenoſam, impreſ fam hominis pedilæſo,per venas paula tim ad corafcendere more veneni, nifi quid in tereadiſtrahat.Si igitur interim canis alterius fanguinem ille biberit,fan guis illecrudus ad multashoras natat in ftomacho, eum denique velutperegrie - num deie et uro per alium. Interea cani. pus languis ifte,faliuam caniná fuperio ra membra prenſantem, priufquam ad præcordia veniat, deriuat ad ftomachű: ná &in canino ſanguine virtus eft ad faa liuamcanis attrahendam, et in ſaliuavia ciſsim viftus ad fimilem fanguinem proſequendum. Venenum igitur à cor defemotum, fanguiniqueimbibitum, in aluo natanti, vnà cum ſanguine per inferiora deducitur, hominemque ita relinquit incolumen. Corallinam, ad puerorum vermes necandos maximè laudari. COMOrallinæ, quam plerique muſcum marinum appellant, in puerorum ť vermibusnccandis,miraeft virtus, et cf. ficacia.Hanccirculatores in plateis vene dere folent,talegue remedium ad lum bricorum internecionem, fummis lau. dibus extollunt. Profectò à veritate in hoc negotio haud abſuot:hoc enim cão teris medicamentis, in rehacaccommo datis,excellétius eft:experimento fiqui. dem comprobatum eft non modòlum. bricos interficeretale præfidium; verùm atque eadem die, cùin aſtantium admi ratione, oxpellere, vtiure dixit Mat thiolus, quòd quandoque viſus fit puer, quiex aſſumpra huiuspulueris drachma, a centum vermes excreuerit. Qua induſtria, labioram,meruum, capia tamgmamilarum citifsimèfifuras fanate vale anus. Periam ele &tiſsimum præfidium, A tumque mamillarum fiffuris feliciſsimo fucceflu fere millies vfus fum. Sumiro lithargyrii argent, myrrhæ, zinziberis an,vncj.redigantur omnia in puluerem fubtilif. et ex cera recenti, melle,& oleo oliuarum ad fuffic. fiat vnguentú. Vfus talis eft: primò liniantur fifluræ ex hu mana ſaliua, mox defuper in tela exten fum applicetur vnguentum,ita cquidem paucis diebus fanantur, Rhabarbarum cidoniatan, y terogerensabs que periculoalue exonerare. IN graudis mulier bus, cùm grandi inorbo affliguntur, magna cautela ſo lent medici medicamenta cuacuantiae ligere: vel enimhaud porrigunt,ne con Ceptum diſperdant, et matrem occidant; velmitiſsima, et benigniſsima excogi tant, et propinant. Multi Rhabarbarum ob eius caliditatem, et amarulentiă recu fát: ſed perperá quidé, quádo illud cido nio Correptú, inter ele& ifsima &benig piſsima connumerari debeat, Rcferam i qua induftria à Ludouico Mercato,viro celeberrimo,prçparetur.Sumanturcoto nea, ab interraneis repurgata, tes diuifa, (ſed fuperftite pellicula, quæ valde eft odorata) in aquadonec tabuc rint ebulliant: mox per linteum colata, et exprefla, optimolaccaro coquantur, et dumid fit,adiicies ad lib.j. huius con diturz,vnc.j.Rhabarbari. Doſis cuius fit vnc.j.vel Aliud cidoniatum compo nitur, quod eftgratius, et abfq; moleftia efficacius euacuat. Diuidatur cidopium &fub God &in par 1 (264 et fublatis feminibuscủfolliculis, parti um ciuitates puluere optimi Rhabar, negligenter triti,ac Drach.j.velj.- aut ij.imp cátur, vel, ſi affectus poftulaueri agarici tantundem, vel foliorum ſene; mox vniantur cidonij partes, papyro que inuoluantur, et ligata in clibano,vel furnello coquantur ad perfe &tam co et i onem;poftremò abie &tis medicamentis internis, pulpa manducetur. Hoc pro fe et ò medicinæ genus fecurè cuacuat, et viſcera omnia corroborat. Animantium robur animi, à femine inge terari. Vanta fit feminis efficacia, in aoda. cia hominibus comparanda, nullo aliomedio ſecuriùs cognoſcitur, quàm caſtratorum natură compéfare.Hipro fextò ſtatim atque teftibus priuantur, animi robur amittunt, atque máſueſcár: fiquidem et à fpirituumcopia, et calore potiſsimùm naſcitur audacia, quæ in teſtium natura valde { pongiola ge. merantur, et ab ijs in corpus deferuntur.Ob id Galenus,in lib.1.de femine,le méSolicóparauit, quod ſuo fulgoreorbe illuſtrat;iuxta cuius fulgorcs ſemē,& ipi rituú,& caloris potentia, ferè corpusil luſtrare admonemur.Hinc Aegyptijſa pientiſsimi,cum Regem fractum, hebe temq; repreſentare volebant,meritò Ti. phonem caſtratum pictabant benè ani maduertentes,nil poſle verius hominem infirmum oftendere,quàin hominem fie nc ſemine. Aegyptiorum aliquot ad Quartanam febrens ſecreta experimenta. х bris quartanas Aegyptis familiaria ſunt, hoc pro ſele &tiſsimo remedio ha bent,ægrotisdeco &tum ex menta para. tum ad femilibram,calidum cum (polio ſerpentis puluerizatibinisdrachmisan te accefsionem per horam propinare.A, lij cum decocto affati temporeacceſsio nisvomitum procurant cum felici fuo. ceffu.Sunt et nonnulli,quiante acceſsio nem pilularum drachmam exhibent. M He exagarici,gentianę,caftorei,mytrhe, rutæ an, drach.ij.piperis longi,calamia romatici,crocian. fcrup.iv.theriacæ an tiquæ drach. iij.conftant, et cum ſyrupo de granat. dulcib.conficiuntur. Aliis ve ſitatiùs eft,exhibere drach. agarici,cum myrrhæ ſcrupulo, diſſoluram in pulegi deco et o, Ex Alpino de Medic. Aegyp. Auesbacciarum taxi eſu nigro colore fieri. Axus inter plontas virulentiam ha bere maximam videtur: quienim fub iftius vmbra dormire audebit, in grauem affe et ionem incidet. In baccis autem venenum potiſsimum viget.nam à viris comeftæ,ventris profluuia, atque funefta pericula mouent: boues illarum vfu moriútur, quemadmodum &peco ra,ffortè has comederint, Aues verò iftarum eſu minimè moriuntur, penna rum autem color in nigrediné mutatus, Chelidonium Lapidem MIT APN epilepfiam baberepirtutcm. VIItrus Chelidonii lapidis à pleriſque maximè extollitur: prelentaneum enim Epilepticis réputatur remedium, adeò quòd non pauci iſtius vſu à tanta morbi forociate liberati funt. Feruntin. Autumni principio,Luna creſcente, hũc lapidem à ventre hirundinis extrahi, et contricum aliquo liquore epilepticis in potum propinari:quippe facultatem re tinere dicitur, tenacem, et vifcidum hu morem, qui caufa caducimorbi eſt exica candi. Multi,chelidonium non folùm elu, fed etiam ſola ſuſpenſione, Epilep ticos à proprietate ſanare contendunt, Ex Lomnio. Miram interafpides, et halic acabum inejſe Antipathiam. Irabilem natura inter alpides, et halicacabum, quemaiorem veſi cariam inuenit diſlenſum, et antipathi am:ijenim, fi iuxtà huiuſmodi plantæ radices quoquo pacto corpora admoue rint,tanta ſtupiditate, et fomnolétia cor Tipiontur, vt amplius nequeant excitari. Ariftotelem rerumcaufis maximum noſcena dis adhibuiffe ftudium M M 2 Erat Aristoteles adeò cauſarum re, Erum cognitionis ftudiofus,vedie cilè quiefceret, nifiad quæfitum exas ctum ſcrutinium deueniret: ob id cumà. graui valetudineopprimeretur,atq; me dicus citra morbicausa,pleraq; vetaret, fertur(teſtimonio Polybij ) sc.medico dixiſſe:Nemecures,vt bubulcú, et for forem; fed prius caufas ediſſere, et ita pre ceptistuis facilè memorigeratum habe bis.Cum autem in Chalcide exularet;ati que Euripi, qui inter Aulidem Bcotia portum,& Eubeam infulam ſuntaugu iti freti,feptiesinterdiu noctuq;alternis fluctibus ſtato tempore refluerent, ille maris recurſus excogitans,atque caulam reddere non valens, tanto mærore affe et us eft,vtmorti occumberet. Ex Iufting Martyr. Infates a nutricib mores,& téperiē recipere, nfantes profe et ò à nutričibus non foi lùm circa temperiem, fed etiam mo res multum recipere videntur.Ob id fat pienterà veteribus,Romulum à lupafu. idela &tatum, proditum eſt, velhocfinx I erring erint, vel vera narrauerint; fuit enimRo mulus ferinis moribus, callidus, fortif limus, et incommodipatientifsimus.At præter hunc,multosà feris enutriros, et educatos legimus; num autem hoc ijs, ex animi feritate fuerit tributum peſcio. Scribitur Cyrum à cane fuiſſe nutritum, TelephumHerculis,filiumà cerua,Pelia Neptuni filium abequa, Alexandrum Priamià vulpe,A egiſthum à capra,quo rum inores,apudScriptoresnoti ſunt,vt apertènofcamus, quid nutrices infanti bus afferant.Equidem quià capra lactá tur,ftulti fiunt, et fälaces;& ita hircuselt;. quare ex hac conie et ura tales euadere in.. fantes, quales fuerint& nutrices com perimus;fed mores virtute animi mode fari poffunt. Qdo artificio vitrum diuidere valeamus. Icet vitrú folum ab adamante, cùm plicabile haud fit, diuidiinueniatur, tamen alia induſtria etiam compertú eft illud poſle diuidi,vt Cardanusrecenſuit Hic eft modus: Filum fulphure, et oleo irabue, L M3 370 imbue,locum circunda,accende, repete, donec locus optimècalefcat;mox confe ftim alio filo, aqua frigida madefa&to circundato, et vitro in eo loco fractum, &diuiſum habebis.Ego quidéalio artie ficio, et fecuriori vitrum, diuido,caſug; hoc mihi notuit. Habebat quadam die cyathum vitri vino ſublimato,fiue aqua vitæfemiplenum, ad curiofitatem non nullorum amicorum,a quamin flammá, accenfa candela,reddidi, vt vinum fub. limatum accendi folet, confuiripta all tem flamma, cyathusin medio diuifus eſt,atque co potiſsimùm loco, quema qua fupernatans attingebat.Ita ex curio. loexperimento, vitruin diuidere apud alios amicosnon lemel valuir Gallinaceum ftercusà fungorum virulentia bomines tueri. ' Vngorummalitia,ex multorum ex.. perimento, pleroſquevita priuauit quia autem homines ab illorum elu ob luxus abſtinere nequeunt,referam quid àGaleno,tanquam arcanum,pro iſtorú. Fe virulentia extirpanda,leu ſuperanda ada notetur.Erat in Myſia medicus quiho mines penè ſuffocatos ab elu fungorum ad vitam ducebat, remedioa; tanquam arcano quodam vtebatur: huncprecibus exorauit, vt tantum auxilium aperireta Stercus gallinaceum ille adduxit, quo contrito ad- læuorem vtebatur, et cum: oxycrato,autoxymelite propinabat in firmis, qui celeriter omnesadiutiſunt. Hoc vſus fuitmox in quibuſdam Vr- r banis Galenus, et verum inuenit: nain: qui præfocabantur, paulò poftvome bant pituitofum humoré omninò cral hiſsimum, et exindeplanè liberati funt. Infuper Myſius ille vtebatur huiuſmodi præſidio in diutinoColi dolorecú oxyo melite,propinato vino, velaqua, cum felicifsimo fucceffu lob id Galenus ex Bolilongo dolore fpafmo correptos,ta li remedio quoſdam perſanauit: nam et hoc colicum doloremaufert, qui caufa ſpaſmi eſt.Ex Gal.16.simplic.cap.io. Varia deliramenta di vini potentißimipotua.r exoriri. M 41 Multa Vlta equidem deliria in ijs,quia vino potentiſsimo inebriantur, fecundùm humorum in corpore prædo-. minium ſuſcitari ſolent:quippe iltorum nonnulliin riſum maximum mouentur, aliqui plorant,pleriq; vociferantur, alij. profund ſsimo lomno quiefcunt.Refert Alphinus,in lib.de medic, degypt. muliere quandam à vini potu largiori ebriam, primònimis euafifle hilarem,atq; in ho.. mines la ciuiffe, quoscomplectebatur, et ofculis tenebat;moxèrifu, et cantu, ad ram, et furias deueniffe ex quibus fami.. liares eam pertimentes, præcauebant;de. inumin mæftitiam,vtdefun &tos lamě. tabili voce deploraret;poftremò à fom. no oppreflam,omnem ebrietatem digef fiffe.Caufa omnium eft, quia vinum pri mòcalefacit,fecundò adurit,tertiò refri gerat; ſi potésfuerit, et immodeſte poti. Ego profe et ò quendam cognoui, qui a pud Marchionem primum Sancti Marci dominum meum erat in culina,vt lances vaſaque culinaria in dies-collueret; vo cabant Iulium Colauentre. Hic epoto vino grandi, quodBeneuento pro domi 13 ni menſa forebatur in tam immanemde uenit ebrietaté, vt Dæmoniacus appare ret,os,manufq; extorquebat,in fe ipfum fæuicbat, ia &tabatq; membra, et infinita agebat deliramenta. Aulæ Sacerdos fa cris libris accingebatur ad exorcizandú hominem: quando vocatus, ebrium illi effe faffus fum,meoqueiuſſu ferula,mo Te puerorum, circa nates,flagelliſá; con tačius, breui ebrietatem dereliquit. Syrium inter fydera.calidißime exiſtere matuth., Riente Syrio tantum aëris concipi.. præ ardore langueſcant;canes in rabiem trahuntur;furiunt viperx, et ferpétes; ftuant mariajaer occultam nocendi qua. fitatem recipit;ſemina, ia era ſub tali ſy dere,minimènafcuntur: talis profectò eft Syrij natura. Exlib.2.de Hydr.natur. Viterum in nuptis mulieribus varios fuiffe mores, o confuetudines.. 3 MS Non  N.DE dumprima On vna equidem apud Veteresin. nuptis fæminis erat confuetudo: quippe conſueuerát homines in finuPer. fico, littoreg;Orientali, Virgines nobi. les nubiles haud deflorare, nifi brachijs, margaritarıım ļineis ornatæ incederent:: ab id illæ in magņo.erantprecio.Deſije. a nuncmosille, et margaritæ vilius illice. muntur.E « Garzi4 ab Horto. Catullus, in nuptijs Pelei, Tetbidw, aliam natat con ſuetudinem, Virgo nupta, noctecun marito erat concubituva, ita tra et abatur:ante coitum eiuscollinen.. fura filo circumdato meníurabatur,mae nèhocrepetebant, quòd fi latius, quam vt filo comprehenderent, collum inueni ebant, defloratam ça nocte cenfebant:ſin: Vitò dibilomaius,integram, aut antea. fuille deuịrginatam habebant. Aļijalias. habuere confuetudines. Pupauetagrefte mirabiliter Pleuriticum mere bum fanare, Efeet Galenuspapaueradolores miti gare, atq; interanodyna reponiina multis locis referat;tamen agrelte,pleu, ritidem,in lib deremed paras.facil.confel, - fus eſt perſanare. Aperiam quodà mo nacho empirico mirabili fucceflu in hoc morbo fa et um vidi.Hic folia et ſemina agreſtis papaueris,in vmbra exiccata,ſe cum continuo deferebat:cum autê quis laterali morbo infeftabatur, eius confr lio ſanguinem à brachio ſecundum ca 1 nones extrahi curabat,mox deco&ú fo liorum in brodio pulli collatum, cum drach.j.velj- iplius papaueris ſeminis capillamentorum, quæ poft colaturam addebãtur,capiebat tepidè, et ieiunio * ſtomacho. In loco doloris hæc Epithe. cata adhibebantur.Parabantur ex pul yere roris marini, et ſalis,farina, et aqua" tres placentulæ,quæ ſuper calido latere in firmam ſubſtantiam ducebantur: hiss locus,epithematis inſtar,fouebatur, et breui tim dolor euanefcebat, tum etiá: apoftema rupebatur, et infirmus ad fa. lutem magna admiratione priftinam rew. dibát, Corni plantam, Singuinarie,vel SörbiHydrom phobiam curatam fufcitare. 1.1 ter 276 Je Nterrerum admiranda, connumera tur aliquot plantarum energia, quæ ſopitam, atque curatam in hominibus Hydrophobiam ſuſcitare, et renouare couſueuere. Pluries etenim obferuatum reperio à Canerabidocommorfos, fi plă tam corni, yel fanguinariæ tetigerintan. te annum exa et um, velfub forbo dor mierint, ineuitabiliter in rabiem incide. Tę. Salius in lib.de affe&. part, virus hoc potius à toto ſubſtantia, quàmàtempe ramenti ratione ſufçitari prodidit; nec enim à taląu, necab vmbra intemperi es introducipoteſt. Itaquemirabileelt, ab iis lopitam rabiem renouari, quod. fieri non poſſet, niſicum rabidalue, ha plantæ aliquam haberent antipathiamy cuius alia potior haud adduci poterit ratio, quam tetigimus, quod huiufmodi a proprietate hocperficiant. Qua induſtria penenum illumptum deſcen.. diffe ad gibbum Hepatis pèlinteftina. rognoſcere valeamus... iquopropinato,nullamajor me dicis, difficultas exoritur, quam veneni refidentiam reperire, vtritè ca adhibe antur pręfidia, quæ talia oppugnare re perta ſunt. Si enim venenum fuerit in ſtomacho,vomitum proderit excitare; fecus autem,li tranſiuerit hepatis regio nes,Hiceft modus. Ponaturoui vitellus cumalbugine, cum infirmi lotioin ma tula;fiinfra paucashorasnigrefcit, et fee tet, venenum adiecoris gibbú peruenit; Tip verò rugetur,çitrinefcat, et non fæte at, inteſtina haudtranfiuit. Hinc indica tionem corradimus, veneno ad inteſtina Traiecto,non conferre vomitum prouo care, ExBAYTO. Plantas peduconfimiles;congeneres retine YENİKHI€s. MVltis experimentiscomprobatum Teperio,plátas,fruticelý; ligna, quę quadã aſpectus ſimilitudine cóueniunt, congeneres retinere vires.Sic multi mea dicorum peritiſsimi locolingniGuaiaci, Buxo vtuntur;loco falſę parillæ,ſmilace it aſpera, loco ſaſſafras, žylucftrifoeniculo; pro polypodio, filicecligunt; protipfa M 7 na  nyhor leum pro myrto,liguitrů; pro ea buio,fambucum;pro china radicem no ftræ arundinis;pro Rhabarbaro, hippo lapathú.Hçcn.facie corporeg; aſsimilá. túr,proindecöſimiles vires habere exia ftimatur. Exlib.noftro de Hydran. Natur. Inter Arundinem. Fräcem,may nam inefſe extipathiam. Aturali quodam odio inter ſe Fi lix, &Afando diſsidere videntur: moritur enim filix, quæ ab arundinem: plantis circundatur; et arundo quæ à fio licum virgultis: quo dudi experimen to agricolæ, arundinis folia in colendis agris, vomeribus alligant, perſuaſi ab iſtorūdiſſenlu, ſilices ab agris extrudere, &,vt audio votum in dies conſequütur. Apri dentem ad Cynanchen, Pleuritiden mirabiliter valere. Agna eft efficacia dentis Apriin NA ! uis eius oleo linino excipitur, ac locus affe &tus tangatur cum pennę' extremitaa: tę,cx Arnaldo, et Auicenna habetur,bảo morbum præfeptiſsimè curari.In curan da pleuritidenon minor eft virtus eius. propterea folent practicantes admiſcere tum fyrupis,tum electuarijs huiufinodi dentis puluerem,benèpoſcentes ab oc ! culta,&aperta proprietate talem pulue rem prodeſſe: quippè extenuādi, et exic, candi vim habet. De hocdente mirum. feribitur;occiſo enim Apro recentar,ip fius détes adeo feruere referüt, yt capil losadmotos nonnunquam comburant. Id accidit., quia Apricalór magous eſt; dumý; occiditur, ira et exercitatione fer uefcit; proinde dentespropter denſam ſubſtantiam, magnamrecipiunrcalidita tem,cuius indicium ipmaeſt. Aparagos ju arundineros fatosmirabiliter ex. crefcere. FAximuseft inter arundines, et af par gos naturalis cófenſus;idcir... Iragos, et pulchriores, et core pore?s atq; ſapidiores habere op tabit,ue, arundinetis leminare procu rabitquippe ex naturali ſympathia mi rum in modum excreſcere, et germinare, animaduertet. Meani co qui MVltis profe& ò notiſsima eft, an Viero gerentes eſu cotoneorum induftrios; acuri ingenij parere filios.. Mirab Trabile eft illud, quodà multis de cotoncorum proprietate affirmari audio: ſi enim.grauidæ mulieres,quàm læpius cotones-comedere folitæ fuerint, filios et induſtrios, et maximaingenij pårere dicuntur:fiquidem cotoneis mia ram hanc facultatem ineffe credunt. A. liud autem mirum in ijsreperiri apud Mizaldum legi,grauidas mulieres háud parere, velfalte difficulter fætum ede re,ſi in cubiculo, quotempore partus fuerint,cotosca feruauerint: credo ex eorum conftringentiodore, velocculta. rationeid euenire. Heder am cum vinomiram habere diſcordiam. tipathia, quæ inter hederam, et vinuinànatura infita eft; fi enim ex hc deræ trunco cratera componitur, in qua vinum dilutumfuerit impofitum,pro cul dubio vinum confeftim effluesfun detur aqua verò intus retinebitur,adeò vini impatiens hedera exiſtimatur.Hoc ducti experimento nonnulli in vinise mendis hederæ poculis vtuntur: ita e quidem num purum, vel dilutum vi num exiftat;examinani, et cognoſcunt, Volatilium piſciumg;fecunditatis,Ginteria. Tuprafagia. Oletin quibuſdam annis animanti bus quædam peculiaris peſtis graſſa ri;hinc fit,ve (liannus valde pluuioſus extiterit(auium, volatilium, bombycú ſericeorum,araneorum,erucarum,inte.. ritum videamus;piſcium verò ftirpiúq;: fertilitatem, et valetudinem.Annus ay. tem ficcusvolatilibus (apibus excepris) falutaris iudicatur;piſcibus verò perni... ciofius:ficut enim in angulto aere, obim. pediram reſpirationein,fuffocamur, vi. uereque nequimus;ita piſces in anguſtis aquis concluſi diu vicam agere mini mè poſſunt. Gallinarum adipem(accharo obuolutam,vor modò a corruptela preferuari;verùm atque oleum redderepretiofis fimun. Mira Mina Ira equidem eft facchari virtus, in conferuandis àcorruptela adi pibus. Cum quadam hyemePrudenria filiamea gallinarum adipes collegiſſeter acfaccharo albo benè conuolutasin va ſculorepofuiflet,æftate ſubſequenti, il lud oleo femiplenum reperit, adeòpel lucido, vtcumad medeferret excellen tius haud inueniri poffe iudicaui. Hoc licet illa pro exornandis capillisvtere tur, tamen pro mitigandis corporis do loribus,pro carnis (cabritie tollenda, ae liifque infirmitatibus vtiliſsimum effe į cenfeo:Quod autem mirabiliusiudicaui: adipes illas:poft multos annos conſerua.. tas, eodem colore,atqueodore, quo re-: centesin vafculo fuerunt claufæ anim aducrti. A quodam Chirurgo amicoet ia nintellexi, humanam adipem faccha. ro conuolutam;per longifsima tempo ra à carie, et rancido præferuari: quodiſi. ita eſt, credo in omnibusanimantiumde. dipibus id euenire.Qrare Magpatú cor pora condienda melius faccharo imple. ta, quàm aromatibus pofle conſeruari crederem;eò magis, quia hoc præſidio, corpora in propriocolore, vi deadipe dixi perfifterent. Cucameres naturali odżo oleumabborreres - aquam verò appetere. INteſtina iudicatur diſcordia, quæ in, ter cucumeres, et oleum ineft: nam, et ijaquam,appetere.à lege naturæ viden. tur.Proinde virentes, atque è propriis. plancis pendentes, vafcula ff aqua plena ſübterhabuerint,adeò longius extrahús, tur, vtaquam inſequiex certitudine ex. iſtimentur; fin autem oleum fub his fue. rit eie et tum procul dubio in feipfos, ve Juti vncus, retrahuntur;fiquidem ij olei impatientes ex naturali antipathia co gnofcuntur.ExMatthiolo, Mandragoram pitibusapplántatam,vim il tis infundere ſoporiferam. T Antam habét Mandragora inducena, di ſoporem efficaciam, vteius pom vel comeſta, vel odorata,quandoque ca taphoram exuſçirent. Illud autem mi rabilc eft, vitibus Mandragoram com plantatam, propriam iis naturam infun-. dere, adeò quòd vinum ex huiuſmodi: confectum ſophrem bibentibusinduce reconſueuerit, vt Rhodiginus adnota-, uit. De Mandragora Iulius Frontinus hiſtoriam feripſit Strathagemwoz.Arn balà Carthaginenfibus cõrra Afrosmit. ſus fuerat, qui cùn ſciret gentem illam vini auidam eſſe,in quibuldam vini do liis, quæ in caſtris habebat, Mandragore copiam coniecit,indeleui comiſſo bello, ex induſtria celsit, fugamque ſimulauit. Barbari,occupatis caltris,auidèmedica. tum merũ cùmhaufiffent, in captapho ram lapſi ſunt, et ab Annibale trucidatia: Quando, Aegypti mortuorum corpora come dire foleant: E condiendis mortuorum corporibus, Aegyptiorum ex monumena tis multa, tum ab Hérodoto, tum à Cæ. Jio Rhodigino exempla afferuntur. Ae gyptii enimmortuoscondiunt, atq; do mi feruant: Ageſilai cadauer cera condi. tum fuit, yt et Perfæ facere folent; Alex andri corpus melle colitum eſt. Apud Iudæos exmyrrha, et aloe cadauera con diebantar,vé apud Ioanné Euangeliſtam cap. Iceportabile equindependenciaenels C. 19. legimus: quippeNicodemus myr rhæ, et alocs ad libras fermè centum mi. furam fecit pro corpore Ieſu Saluatoris noftri condiendo. Magorum eratmos, non humare fuorum corpora, nifià fer - ris ante laniata forent: Affyriorum Re gure fepulchra in paludibus condita fu ile tradunt. Mellis vſum, vita hominibus inducere diuturnitatem. Nenarrabili equidem potentia mel, corruptione cuſtodire valeret, à natura productúeft:propterea Plinius l.20.maximè huius virtutem ad miratur, ClaudioqueCæſari Hippocen taurum, exAegyptoin melleallatum, vt citra cariem eſlet, commendauit: nam et hoc corpora computraſcere non ſinit; fiquidem multi fenium longum mulſi tantum intinctu tolerauêre.Celebre eft mellis exemplum in Pollione, qui cen tefimum annů excefsit: hicenim ab Au. gufto interrogatus, qua ratione, &ani mi, et corporis vigorem, maximè cuſto difíet,hocreſpódiſſe fertur:Melle intus, foris oleo. Proditur etiam Corficæ in fulæ populos, ex aſsiduo mellis vfu, vi. tæ acquirere diuturnitatem, cuius rei li cet Diodorus non comprobet exemplu eò quòd mel Corficú peſsimum cente at, tamen non per hoc vſum mellis ad vi tæ produ et ionem improbauit. Gulinas ouaparere quolibet anni temporefi femina urtica, velcanabisin cibis habuerint. Scripſit Ariftoteles6.de Hiftor.animal. cap. 1, Gallinas toto anno oua parere, exceptis duobus menlibus brumalibus. Hoctamen tempore, quo à fætura deti ftunt, ferninis vrtica, et canabis auxilio faciliter gallinæ fæcundantur:fienim in cibis iſtorum ſemina Ticca comederit, procul dubio tota hyemis tempeſtate, non modò calidis temporibus oua pari ent. Hæc profectò earum corpora cale. faciunt, et ad fæcunditatem diſponunt. Curyepbylatam infantium maculas è corpo Olent tenella infantium corpora, dű vtero exiftunt materno, maculis 0 pore extricare. Solenereexiftuntmaterno, quibusdam, næuis, lituris, veruciſque, quæ à matris imaginatione fiunt, com maculari: hæcporrò quali ſigilla impri muntur, &difficulter poft ortum elui poſluņi. Pro iis delendis principatum habetCaryophyllata, cuius vis,& po tétia in huiuſmodi maculis extricandis, mirabilis iudicatur.Sumitur enim plan ta hæc cum ſuis radicibus in fine menfis Maij, quo tempore virtus vigorofror eſt atque à terreitate emundata, in alem bicco deftillatur, mox ex aqua ſtil lata infantium lituræ maculæque Tæpius lauantur, abſque dubio, eua. Deſcunt. Vrrica folia in lotio infirmi cuftodita, vitam, vel interitumpreſagire. Ira equidem, ex abdito naturæ eſcrutinio, in vica,morteq; infirmi praſagienda, vrticæ virtus,&potentia eft. Si enim recensplanta extirpatur, ac -24.horarum ſpatio ia ægri lotio aderua tur, vtiquefiviridis colore permanebit ex multorum experimentis,falutem, et vitam infirmiſignificare dicitur:fin auté haud A cantu haud viridis cuſtoditur,colorema; mura bit,mortem, velgrauepericulum deno tare, Ex Caftore Durante. Philomelam axem miro conſenſu à viperade. pafci. Vis Philomela cx cantu dulciſsi mo omnibus cognita eft; incogni tus autemeiusconfenſus eſt, quoà Vipe rà depaſci permittit:dum enim ſub ar bore,in quacantans auis fuerit, viperam viderit paulatim ex illa defcendit,&ad viperam accedit, vt illi fiteſca. Ex Thoma Tomai. Caftorem fià canibus inuaditur, minimè te fticulos fibi amputare. Linius,Solinus, et grauiſsimorú Scri ptorum multi,caftorem fibi teſticu. los amputare referunt, quoties venato tes ipfum canibus aggrediuntur quafi confcius exiſtat,quod(ijs reciſis ) à mof tis periculo ſit ereptus; fiquidem vena tores hæc infequuntur animalia, vt ex his accipiant,quodad medicinam vſur patur.' Rci autem veritate hi om. nes grauiter errant; quippe caftor, Ppioru testiculi iuxta ſpinam inclufi funt, vt multis ex anatome obferuatum. eſtiſte rum error ex velicis quibuſdam ortus eft, quæ in vtroque, maſculo et fæmina, loco teſticulorum pendent, flauo plenæ liquore ad medicinam vſurpatæ. Has vocant caſtereum aromatarii, teſticuii autem minimè lunt. Quo atsficio miliciæ Duces, vt hoftes offen danti gnemmiſsilem perniciofum -con ponere valeant. APeriam potentiſsimiigpis miſsilis, fiue artificiari compoſitionem,cuius potentia tanta eft, vt eiusminimaItilla non modò hominem viuum, verùmat que ferrum comburere valeat. Sumun turſandaracæ factitiæ lib. 1o. ſulphuris viui lib.4.oleiè rafa, fiue ex adipealbur ni ftillari lib. 2. ſalinitrifib.j. thuris lib.j.camphoræ vnc.6.vini ſublimati, fi ue aquævitæ optiinę vnc.14.Omniahọc lento igne bene mifceátur; deinde fupa obuoluta, atque accenſa in ollis, in ho ſtes inijciuntur. Ignishic, infernalis di citur,tum ex eo,quòd mirabilia agat; tū N atque ex Paracelfi impij ceſtimonio, qui retulit fc à quodam Dæmone fuille hunc ignem edocum. Demoſthmen lingua duritiem, quibuſdama Lapillis confregiffe. DEmetrius Phalereusalloquutus.com, quomodo fibi curaſſet linguæ impedi menta ſciſcitatus eft.Habebat enim ille linguam duram, et ſcabram, &proinde adoratoriam exercitationem impoten. tiſsimam ). Sanatam refpondit atque la. xatam fuiffe linguam raſpondit ex non nullis lapillisoreretentis, quibus loqui conabatur.Cuius Demofthenis præfidi í um difficilem habentibus loquutionem faluberrimum iudico, vtexpeditius fer mo citari valeat.Ex Plutarcho. Vinum quoddam àferpentibus venenatum, pleroſque àdifficillimis morbisconfanaffe. Trabilise{t hiltoria,quęáProlpe Milocro Alpino,lib.4.de Medic.Method. de vino à ſerpentibus venenato affertur In cella vinaria quidem ciuis Ferrariz inter alia,vinidolium habebat, quod (i ne operculo diù apertum extiterat: - et proinde compluresſerpentes,quos vul gus angues, et anzasappellant,ingreſsi in vinum ſuffocati, et putrefa& i fuerát. Multiægroti ex febribuschronicis; atq; difficillimis vexati morbis ignari,quod ſerpétes in eomortuielent, vinum à ci ue emebant illud, quod guſtui gratum iudicabant, et breui fanati ſunt. Alij ab huius viniſama ſuaui, cum paucos dies bibillent,itidem lanati funt, et poft hos alijitidem eodem modo fere innumeri. Quare vinidominus tantæ vini faculta tis admiratusvinum e dolio torum edu xit, et ferpétes complures ſemi putridos inuenit,qui ré manifeſtá planè fecerunt. Veteres equorum lacrymas inter auguria recepiſſe. Agnifaciebant veteres equorum Llachrymas, atq; ex ijs auguriun vaniſsimumrecipiebant.Propterea ante Cæfaris mortem ad Rubiconemcqui dedicati ab eo flebant,idquemagno au gurio excerptum eſt. Illorum autem N 2 inanitas,ſiue ruditas vt ita loquar, mani feftiffima nobiseft:fiquidétépeftate no ftra fæpius equos collachrymātes afpici mus, necperinde ex ijs alicui ſiniſtri quid accidereobſeruamus. Vt ipſe non Semelexpertusfum, æftate potiſsimum equos lachrymari conſpexi, idcirco vel illorum naturá efle,velmorbú iudicaui. Crocimerallorum compofitio. Fferam Quercetani, Croci metal. Jorumcompoſitionem, qui potens medicamentum tam vomitiuum, quàm purgatiuum fimul eſt, variisque affecti bus accommodatum. Præparatur cum zquis partibus MagnefiæSaturninæ, et Nitri inuicem mixtis, et inflammatis in quodã crucibulo vt vtar artis vocabulis, et remanebit quædam materia calcina ta in colore Hepatis, quz puluerizata, rubicunda apparet inſtarcroci Martis, quæque dulcoranda eft: Doris -grana x. vel xij.cum vino,aut ațio liquore. Hominis compoſitionis mirabilia. Ntet mirabilia, quæin hominis com I pofitionecontingunt,illud quidem mirum eft,quòd tali corporis fit colla tusproportione,vt partes omnes pera. que toti cópofito correſpondeat. Licet auto in eius ftatuia nec certa nec deter, minatareperiatur mēſura;ex hominibo enim aliquibreues,aliquilongi ſunt;la pienus nihilominus perfectioré homi. nis ſtaturam è ſex pedibus cóftareiudi cauerunt, vel quod ſaltem feptem non trárcédar.Interproportiones voluit Vi truuius cubitum quartam partem totius corporis exiftere; eandemſ;penſurat. eſſed capitis vertice, ad pectorisinitisko Manus longitudo à cõiun &tione ad mee dijdigiti extremū corporisdecimapars: eft.Facies à capillorum radicibus ad ex® tremum barbę,eade eſt menſura.Maior pollicis coiú et io,oris eftaltitudo.Tota manustotius faciei menfura eft, Maior iudicisconiun &tio, frontiset altitudo, cilijs fcilicet ad capillorum radices; cæ teræ autem iftius coniun et iones, nafi longitudinem oftendunt:Hominisproe funditas, ſi ſub brachiis, pe& ore, et hu merismeluratur,ftaturæ illiusmedietas: 3 reperi inanitas,ſiue ruditas vt ita loquar,mani. feftiffimanobiseft:fiquide tépeftate no ftrafæpius equos collachrymātes afpici mus, necperindeex ijsalicui finiftri quidaccidere obſeruamus. Vt ipfe non femelexpertus fum, æftatepotiſsimum equos lachrymari conſpexi, idcirco vel illorum natura efle, velmorbú iudicaui. Crocimet allorumscompofitio. Fferam Quercetani, Crocí metal. A medicamentum tam vomitiuum,quàm -purgatiuum fimul eſt, variisque affecti busaccommodatum. Præparatur cuin zquis partibus Magneſiæ Saturninz, et Nitri inuicem mixtis, et inflammatis in quodá crucibulo vt vtar artis vocabulis, et remanebit quædam materia calcina ta in colore Hepatis,quz puluerizata, rubicundaapparetinftar croci Martis, quæque dulcoranda eſt: Dofis -grana x.. vel xij.cum vino,aut alio liquore. Hominis compofitionis mirabilia. I' poſitione contingunt, illud quidem mirum mirtim eft,quod tali corporis fit colla tus proportione,vt partes omnes pera quetoti copofito correfpondeat. Licet autē in eius ſtatura nec certa,nec deter, minata reperiatur mēſura;ex hominibe enim aliquibreues,aliquilongi ſunt; la pienas nihilominus perfectiorë homi nisſtaturam è ſex pedibus cóftareiudi cauerunt, vel quod faltem feptem non trárcédat.Inter proportiones voluitVi truuius cubitum quartam partem totius corporis exiftere;eandemg;menfurami eſea capitisvertice, ad gedorisinitiúko Manuslongitudo à cõiun et ionead mes dijdigiti extrema corporis decimapars: eft.Facies à capillorum radicibus ad ex tremum Barbę,eadé eſt menſura.Maior polliciscóiú et io,oris eftaltitudo.Tota manustotius facieimenfura eft, Maior Indicisconiun et io,frontisettaltitudo,a cilijs fcilicet ad capillorum radices; cæ teræ autem iftius coniunctiones, naf longitudinem oftendunt:Hominisprop funditas, fifub brachiis,pe et ore, et hu merisméluratur, ftaturæ illiusmedietas. 3 rreperitur. Cæteræ partes cum aliistra. bentrationem,vtſuperius tetigimus. Apedumnaturam mirabilem effe. IN Neer terreftria animalia,Aſpidum ne, tura mirabilis iudicatur. Ex his enim mas et fæmina infimul vitam agunt, ta. tula; amoris affectus inter ambdsinge ritur, vtfi cafu illorum alter occiditur viuens occiforem infequi, quouſque fo dj,necem vlciſcatur,hauddeſinat.Quod autem mirabilius eft,ex Plinij, et Ifidori Teſtimonio, occulta proprietate occiío on noicit,(talem ifs natura indidit ) igi quemIrruit, licet in quantovis hominu agmine reperiatur. Præceptum ergoo. mnibus eflc velim,vtocciſo iſtorum ani malium quopiã,celeri fugaiter occiſor arripiat,ne à compare animali veneno fiſsimoinfeftetur, Leporesomneshaudeffe bermaphroditos,con traVeterum opinionem. Mneslepores vtriufq; lcxusexiſte re voluerunt Veteres, quod et M. Varro ctiam tradidit. Error tamen eſt, vt diuturna docuit experientia, quama feulos fculos à fæminis lexu eſſe diſcreros cognitum cft. Porrò tantorum inſcitia, abhoc, vt reor,ortaeft, quia in leporum genere lępius, quàm in aliis animantibus hermaphroditos reperimus: inde Hebrei naturæ arcana intimiùsſubodors tes, leporéfæminino vocabulo léper ex planarunt, ARNEBETH, eò quòd in iis foemineusſexuspræualet magis.Rej ve ritate noomncs hermaphroditiſunt,vt ex peritiſsimis venatoribus audiui; exic et ione multorum cognoui,ficut.com iam Bodinus edoctus fuit,vtivrhluth confitetur. Equidem Hermaphrodig plurimi funt,fedfæcunditatem fervita. rumminimè recinéignecmares vnquam vtero gerunt, necminus fuperfætant. Mirabilen eße Imaginationis po tentiam n vtero gerentibus imaginationis po tentia apertè cognoſcitur.Si enim illæ inter virorum amplexus, et fuauia,ali quid intensè cogitauerint, facilè in in.. fántium corporisexternis partibus imax ginata imprimunt. Hinc variæ rerum formar Ire N  forme,næui,lituræ, verrucæ, et alia figa na in infantibus impreſſa conlpicimus, Lingmultæ ex leporum obeutu fætuse-, dunt ſciſſolabello,aliæ fimis naribus,ore diftorto, vultumonftruofo,labris turpè prominentibus,corporedifformi,ocu-, liſq; horrendis infantes genérant: quia conceptus, vel grauidationis tempore, turpia,monſtruoſa,& horribilia fixa co gitatione excogitarunt-Fæminisidcirce, præſertim nuptis, pulchras imagines da mihaberecófulerem,atq;à turpibus av effe,ne pręuia imaginatione fætus mó. Atruoſos, turpefá; concipiant. Veteres, Climaftericos annos admodum ti muiffe. 1 A mationis apud Aſtronomos exi ſtunt &re vera videtur in quolibet anni feptenario quædam hominis mutation deò quod, ficuti in morbis dies criticos timemus,ita in vita hominum annosClin mactericos,qui à multis ſcalares dicun tui, quòd gradatim eueniant.Sunthi an ni, .Inte hos annos 49.63. magis periculosos credunt; quiaconſtant è feptenario, duplici, &nouenario complicato,obfero uatumq; àgrauibus auctoribusreperio, maiorem hominum partem io anno 63. Mori contingere.Idcirco hos veteres ada modumpertinebant,&, vt capiturin Gellio lib. Auguftus itaſcripfit ad Ça ium nepotem:Spero te lætum, &bene uolum celebraffe, quartum et fexagefi mumannum natalem meum:nam,vt vi des,Elimactericum communem fenio rum omnium, tertium et 'fexageſimum annum euafimus. Dehis tractatum edi dit Iofephus de Roſsi à Sulmona vtilem &jucundum. fMundiprimordiisinter homines, es ferpema tes antiparhiaminfurrexiffe. IRRreconciliabile odium eft, quod inter homines,& ferpérescadit,adeò, quòd expauefcit homo fi ferpentem inuenit, antvidet;magis autem fæmina: fiquidé obſeruatum audio gravidam mulierem (vifo ferpéte )præ timore abortire.Hu. ius difcordia illa ratio potiſsima eft quodàmundiprimordijs ínterkanc, et QUnca Semuan -illum Gt ſtatuta inimicitia, et irreparaa bile odium, quo altera-, alteram fpecia em inſequatur. Carolum V I. Francorum Regem, Ceruum 4 latumpro infigniprimò habuiße. Iluanettum Rex Carolus venandi cauſa fe contulerat, canum latratibus excitatusin fugam Ceruus, æneam tore. quem collogerere viſuseſt, quem vena bulis,aut ferro appeti Rex prohibens,in calles, et retia compellit.Erarin torque latinis litteris infcriptum:HocmeCçſar donauit. Exeotempore Caroluserua alatum pro inſigni habuit; &alii,regibus inſignijs (quęlilijsaurcis tribus conftát) circa latera, Ceruos duos apponere con fueuerunt. Gaguilis in vita Carol. V I. HANC. Reg. Insaanimantia confenfum, &difcas diane ineffe. Vllidubium inter animantia fym pathiam, et antipathiam efle inter trpiantes ſubditur: fiquidem muſtelam miro eiulatu in bufonis os deuorandam inueherelegimus; et bufonern in ferpen Npathi Lisa I tis,botræ vocati, os ingredi.Inſuperci cutam, fturno eſle cibum; homini vero venenum in dies obſeruamus: atqueveo Fatrum cotumices nutrire, hominem autem lædere non eft ambiguum. Senaterem quendam, exconiuge liberos ſur dos, &mutosfufcepiffe omnes. nature. omnesex, &mutos ſuſcipi,itaequidem à Fernelio obferuatum eft in quodā Senatore.Cre didit Ambianus huius reiobfcuram, et cæcam eſſe rationem, mihi autem altera fubeft, quæa Phyficis minimè differt: fi quidem auditio grauis, atque ſurditas quæ à natalibus viſa fit à conformatio nis vitio exoriens, hæreditarios mor bosgenerare creditur, et perinde libe ros, exhuiuſmodivitioſis,ſurdos, &muin tos excitari:fæpè autem non in filiis,ſed ! in nepotibus hæclues oriri videtur. Apud Garamantes. mirabilem fonterros obferuari, Dmiranda profe& ò, eft fontis il.com ARJiusproprietas, quiin oppido Der 1 bris apud Garamantes reperitur. Hices nim die friget, no&c verò æftuat; adeò quòd memoratu incredibile videtur, quomodoin tambreui temporis fpatio tantam natura ſui faciat varietatem. Equidem, quinoéte fontem afpicit, ibi flammasignefqueæternos exiſtere cres dit:quiautem die hyemales ſpectat: fca. tebras, vtique fontem perpetuò rigere exiſtimat. Propterea Debris apud mudi nationes inclyta eſt: eius enim aqua qualitatem excæleſti vertigine,mutare confpiciuntur.Ex Solino. Quo artificio Caminus per ſuperiorem "api cem ſolum fumum emittere valeat. N Caminorum fru et ura,.non modi aim tufferimus laboris, ne ignis fi molimtesin nos ipfos erumpant: fiqu. dem in ventorum mutationc facile fit, vt fumi quandoque potius defcendant; quàmadapicem aſcendant: ventorum enimvisillos deprimit, deſcenderequc percaminum cogit. Egotale ad fumi ferlum impulfionem excogitaui artif. simm.Struktur Caminus, cuiusfuperius fafti. zor faftigiu rotundú fit,ibique foramen la pidibus fi &tilibus conſtructum fit: mox ahenum inſtar tympani ex-ære, in cuius latere feneſtella extracta ſit, fuper lapi des affigito: ftylifớ ferreisfubcingito; ita tamen,ve intus vagari, mouerique commodèpoſsitapta demum fuper fer reos ftylos, et lebeten?' ex ære infuper vexillum,quod feneftellam fubiec dia recto habeat,taliq;induſtria,vtin quo libet vexilli motu, moueatur, et calda riumin gyrum,ita profe et ò è feneſtella, ventis oppofita,fumuserumpet, et non deſcendet.Pleriq;, vt fpero, huit noftro fcruinio,ineliorem addent Atructuram. meamque opinionem noníſpernent. Adconftruendum celerrime Horologium muncrabile in paritte. Ncoritruendis, pingendiſque ſolari, bus Horvlogiis, non modo lintā me ridianam,opuseft imienire, vthorarum tempus fidele reperiamus, rerum atque Ortum, et Occalum, Borcam, &All ftrum cum Aquinoctia, et Solftitia: in is.n. Solarismotusquarnaxime variat. N 7 Ego quidem, vt labores fugiamus, tale excogitaui artificium.Globum planum. extabula lignea formato in cuius medio ftylus ferreus ſitus fit;diuidito mox glo. bum lineis,ex centro ad extremum du cendo illius in 24,portiones, demumin globiapice horas ſignato, &vltimo in patiete contra Solis radios affigito. Vt auté ex Solaribus vmbris diei, horas ve nari poſsis,Horologium portatile afpici. conglobumý; ad horam illam accommo. dato:ita profectò,abfq;alio auxilio, ce ferrimèHorologiumvmbratile in pari cre habebis.In Aequinoctijs, et Solftitijs 1 eodem portatilis Horologijauxilio,fa. cillimè ad horarum æqualitatem globů reducere poterimus. Infancium pir uitam, è capitefluerem, quo artificio Chartaginenſes fiftere procurandTing, Xinfantium pituita, in capiteredú. dante,plerique fuecedunt morbi in. ter alios, morbus comitialis exoritur, qui à multis puerilis vocatur, quòd ijs,ve plurinum,eueniat.. Vt autem infantes ab huiuſmodi pręſèruarent Pæni, illorú vedas capitis lana ſuecida inurere,pitu. itainý; fuentem hoc præfidio compefa cere conſueuerunt. Athiopes infantes te ditos,ab ipſo quoq; natali die,in fronte adurút,ita profe et ò tumcapitis, tumo culorü humorfiftitur. Apud Inſubress. ex teſtimonio Mercurialis, et pleroſque populos,veícribit Scipio Mercurius,l ditos infantes fetonein collo muniunt, quod falutáre experti funt aduerſus mor. bos,qui à capite Huunt, Inmise rasis pluuie,quapotiora ixdiceniny præfagia. pluuiam imminentem,tum ex Gallo rum cantu intempeſtiuo,tum ex fre quenti cornicis crocitarione multi præ dicunt.Hisautem addendum puto muf cas(ca imminente)pulice's, pleraqzani malcula à furore vexari, intentula;mer il dere:hæc enini à vaporum inaerem ctc. rationc à radijs falar bus perturbantur. Infuper (pluuia imminente )odoris fra. grátia in floribus sétitur;apes ad alueária - sedcut;bufones, vermeſi;èterraakédut Brina vifa eft per dies præcedentes; catti manibus caput, quafi linientes, compri munt; ouescapitacommotient:afini hu miles habent aures; ftercora fumát, ma legue olent.Horum omniumratio, va poresàSole exhumidisfublatifunt:pro. inde animalia,cerebra humida habentia, nonnulla magis extorquentur. Vinum à Verrribus fuiffe mulieribus inter di& um. Agna fuitVeterum à vinivfuab. Itinentia:illudautem adeò muli. eribus erat interdi et um,vtcapitale iudi. cium inirct,quæ vinum biberet. Porrò inoleuit confuetudo,vtcognati, et affi. mes, mulieres ofcularentur, ore explo rantes, an ex vinum bibiffent. Idem ve fusMafsilienfibus, Mileliis, pluribus; Græcorum, &Barbarorum gentibusin,. valuit, apud quos muliereshydropota, et viri erant abftemiz: Intermemoran da illor um temporum,EgnatiusMetel fus, vxorem, quod vinum biberet,fufte necafe dicitur. Quo artifii io è plumbo Antimonii flores ex Habere paleamase Ape nij, fiue Stibinon femel extrahere Periam artem,qua flores Antimo à plumbo valui, quo præſidioin multis corporis affe et ionibus feliciſsimo euétu voor.Capito Plumbicampanam, è qua aromatarij rofarum aquam ftillatitiam extrahunt; hæc habet æris fundum: tu verò txargilla eligito,quodacerrimoa etto fupra medietatem implendum con fuilo,eaq; induſtria,qua rofæ ftillantur, in aceti deftillatione carbonibus bene ignitisagendum cít:caue tamen, ne totus fillet acetum, ne aqua extracta vftioné fentiat.Hæcaqua auri colore eft, fapore xerò facchari, et mellis; mirabilis tamen tum in potu, tum extrinfecè vfurpata, ob ftib j flores ex plumbo extre et os. vomitu, et aluo purgat, ob id frigidis affectionibus,obſtructionibusý; vtiliſ. fima': In vlceribus putridis, fætidis acoribus, ſcabie, herpere exedente, et aliis huiuſmodi,maximi eſt valoris.Doe ſis in potu ſît vnc.ij. Deforisad placitū. Clarorum virorum exitum aliquot inte felicem fuiffe Aniene fluuio Aeneas poft tot vi. et orias, torque clara facinora periiffe dicitur: nec diſsimilisRomulo, Cæfari, Alexandro, Annibali, Scipioni, Iugur thæ,Mithridati, atque alijs innumeris mors ſucceſsit:per quàm n. pauci viriex iis, qui clari,atque illuſtres tum virturi bus, tum fortuna habiti funt, quos non infælix exitus,tanq: á pro exemolo,fós offentäuérit porterial text caligero. Defipientiam, mulierum natuefamiliarem indicati. MVlieres vtero gerèntes,fiàphrenia tide capiuntur,Galeni teftimonio, rarò confanefcere legimus, vt fcribit tamen Cælius Aur.femper minus graui ter,minuſquc periculosè, quam viri,mu lieres ægrotant.Hoc autem, vt Merci. sialis opinatur,ab alia ratione continge re non poteft, quam ab ipfarum natura, cuius familiarius eft defipere,quam viri. Mirabile Annibalis, contra Romanos nauala fratagemia. Nfolita,& mirabilis Annibalis milita Eisafutia contra Romanos iudicarur: hic enim bello naturali cum iis dimica. curus, cum impares vires habere anim aduerteret,rale ſtratagema inuenit. Ser pentibus, quorumvenenumconfeftim enecat,pleraſq;ollas impleuit,opertasq; repente in hoftes iaculatus cít, quorum ictibus plurimi cecidere.Hifceftratage matibus vir hic tanquam alter ſerperis, multoties hoftium manus effugere con fucuit.Ex Gdenoin lib.de tbet.Akrijon Ambarum cum vino alicui exbibitum, cena feftiminducere ebrietaisn. Mbarum, quod à vulgo Ambrageye ſea vocatur,fomiſsisatiopam falfos opinionib et bituminofis fontibus,qui in maris profunditate exiftunt, oritur, Hocautem primòliquidum eft,cùm ve rò aquarum impetu ſurfum rapitur, ex aerisfrigiditatecondenſatur, et Amban rum fir:Siquidem in maris concauo, ple raq; mollia,teneraque obfèruantur, et interalia Coralliú, quod ex aqua exea ptum, citiſsimè lapideſeit. In Ambaro illud mirabileiudicatur, quod ab alique antequam vinum hauriat,odoratum, ina sttar ebrii eladat: cum vinoa, propina tū,confeſtim notabiléinducere ebrieta tem multis experimentis eft comproba. tum. Ex Simeone Sethi Greco auctore. oleam Lathyris Tympaniam, Colicas, affectiones mirabiliter ſanare. Irabile quidem,quod è Cataputię -ſeminibus extrahitur, oleum eft, quippein expellendismorbis,qui à filao tu luccile;frigidis oriuntur, principem habet locum.Contundantur huius ſemi na, atq; in aquatam diùebulliant,vt ex cocta videantur;mox oleum in aqua fu pernatans cochleari colligendúeft. Mos eft apudIndos tale oleum cómodius per decoctionem, quàm expreſsionem cola ligere. Vfurpaturhoc feliciſsimo fuccef. fuin Tympania,colicis, iliaciſq;dolori. bus,ftomachiaffe et ione,aurium furdita te,atq, in iis morbis,qui à ſuccis frigidis, fatua;fiunt. Huius gutta aliquo lique re in potu ſumpta aquam citrinam euan euat,in articulorumq; doloribus pitui tam, humoreſque frigidos. Extrinfecè vfurpatur in omni Hydropis ſpecie: vbi tamen flatuofitas viget, maximam in expellenda proprietatem habere vi detur. Ex Don Garzia ab Horto. Verenum à diſsimili extingui; à fimili vero angeri. Hocpropriumelle veneni,àfapien Lrioribus proditur, à diſsimili ex. tingui, et a ſimili augeri, et robuſtius fi erizea propter non femel à perfidisho minibus exhibita venena nullius valo risfuifleobſeruatum eft,cùmeadiſsimi libusfuerint fociata. Aconitú, et Napel lus miram retinent vim necandi, com pefcitur accamen corum potentia à ve neno diſsimili, ex quorum diſsimilitu dine,vtriuſq;vis hebetatur.Mira eftAu. fonii hiſtoria de vxore mæcha, quzma rito venenum propinauerat, vt a. illud robuftius effet, Hydrargyrum miſcuit ex quo toxici virtusdempta eft, et vir immunis euafit. Hoc epigrammate ille monftrat; Texica Zelotypadedit vxor mecha marito, Necfatis ad mortem, credidit effe datum: Miſcuit  HA Mifcuit agente lethaliapandera viui, Cogeret vt celerem visgemindanecem. Digid at ber fiquis faciunt difiseta venenü; Ansideram fumet,quiſociala bibet. Ergo inter fefe dum noxia pocula cortant, Cele lethalisnoxafalurifora Protinus,Go Vacuos duipetiêre receffiua, Lubrica deie& is,quaria nota cibis. Quanpia cura Deumprodeft crudelier vxor, Elçüm fata voluns,bina venena juuans. Cornelij Celfy de valetudine fanorum bomsi num conferuandatutißima præcepta. Nter grauiſsimosmedicos,& fcripto res,nemo eft,qui in conſeruáda fano rum hominú fanitate oculatior exiſtat. Afferă ciusverba ', ytfaluberrima iſtius præcepta rectius intelligantur.Sanus ho mo,qui, &bene valet, et ſuæ (pontis eft, nullis obligare fe legibusdebet, ac neq; medico,ncq; dcalipta egere.Húcoportet varium habere vitæ genus, modo ruri eſſe,modòin vrbe,fæpiuſý; in agro: na uigare, venari, quiefcere interdum: fed frequentius fe exercere.Siquidé ignauia corpus hebetat labor firmat; illa matură lepc ſenectute, hic longăadoleſcentiá reddir. Prodefteciâincerdúbalnco interdú,aquis frigidisyti;modòvngi,modòipsú negli gere:nullú cibigenus fugere,quopopu. lus-vtatur:interdú in cóuiuio eſie, inter. dum ab eo ſe retrahere:modò plus iufto, modò no ampliusaffumere:bis die poti us quàm femel cibú capere, et fèper quá plurimum,dummodo hunc concoquat. Secl vt huiusgenerisexercitationes cibi queneceſſarij ſunt;ficathletici, ſuperua. cui. Nam, et intermiſſus propter ciui. les aliquas neceſsitates ordo exercitati. onis,corpusaffligit, et ea corpora, quæ more eorum repleta funt,celerrimè, et fenelcunt, et ægrotant. Hæc firmis ſer: uapda fune,cauendumquene inſecunda valecudine, aduerfæ præſidia cenſum mantur.Ex lib.i. Socrati à familiariDeironcde Plasonis indole Somnium fuiffe immiſſum. Solene quandoq;malifpiritus homi nibus fomnia ingerere futurarum re rú, vel Dei permiflione, vel vt nos ipfos dedecipiant. Hinc Socratem legimus, vidiffe per ſomnium,oloris pullum ſibi in gremio plumefcere, qui continuò exorcispennis et expanfisalis, in altum aduolans, fua tiſsimos cantus edebat. Poftridie Pla tone adducto, hic eft (inquit ) Cygnus, quem ego præterita nocte cam fuauiter canentem fomno videram. Hocfomnium, ve fcribit Henricus de Aſsia, à fpirira fa. I miliari, ſub forma Cygni, quem Athe nienſesVeneri dicarunt, fuit immiſsum Socrati, vt Platonem in diſciplinam re ceperit ', à quo, quum ipſe uilil ſcrie ptum reliquerit, dulciſsimi ipfius et Caluberrimai fermones proderentur, Magia ſeu inc antatianis ris. Onmeras eſſe præftigias, quæ magica? arte efficiuntur; multis exemplis notum eft, fed vno in primis, quod deſcribere vifum eft. Rufticus quidam magnis doloribus ventriculi vexaba tur:: quos etfi variis, medicameutis depellere cogar zur illi tamen non 1 ceffarunt, fed potius in dies recrudeſcere vifi funt. Quare agricola doloruin impati ens, cultello ſibi guttur abfcidit. Dum au tem tertio die mortuus ad fepulchrum ef ferretur, à duobus chirurgisin magna ho. minum frequentia, illius ventriculus iraci. fus eſt. In ee (res mira, et prodigiofa ) lignum teres, et oblongum,quatuor excha. lybe cultri, partim acuti, partim ferræ in. ftar dentari, ac duo ferramenta aſpera re. perta fuerunt:quorum fingulaſpithamęlos gitudinem excedebant. Aderat, &capillo. rum inuolucrum globi inftar. Credibileen fanè, hęcin ventriculi cauitate congeſta fu iffe, non alia arte, quàm Dæmonis aftu,& dolo. Quo artificio epiftolam, in ouo celatam alicui afcribere valeamus Nter ſcripturarum furtiuarum arcana non infinum locum tenere exiftimo, in ouo epiftolam celare, atq; amico ſcribere, Videbis enim oui putamen illæſum, mun. dung; illo tamen exempto, difruptos; cha paeteres apparebunt. Aperiam ſecretum. S? Atramento, ex gallis, alumine &aceto con. fecto, in ouicortice literas ſignabis, votum pffequeris. Has oportet in Sole calente ex ccare, mox ouum in muria concoquere ita enim à cortice characteres euaneſcune, et ad interna gradiuntur:ſiquidem putami. ne exempto, notæ oui durato albumine in ueniuntur Ex.Carolo Stephano. In aquafrigida captanda maximum veterum fuiffeftudium. Aximam antiqui curam adhibebát, vt aquam frigidam pro ætatis in. cendio temperando conferuarent: quareex niuibus eam parabant, vt Athenæusretulit. Dequa re perbellè loquebacur Seneca, et panas montium in voluptates transferunt, Alexandrini aquam Soletepentem, in fene ftris ad ventorum incurfus exponebant, vt poctu frigeſceret;manè autem inte Solis or ruin hani ponebant, folijſque lactucæ, ac que pampinis iniectis frigidam tuebantur. HocGalen.parrat.6. Epidemior. Plasarchu: 6.Sympus cotibus et filicibus aquæ inietti hoc fieri fcripfit. Neronis autem in re har ftudium nobiliſsimum fuiffe proditur: ise genim, vtninis voluptate, ablque njuisia iniuria fruererur, feruentem aquam vitro immifiam in niues refrige jarimandabat:Ex Heur nie. Ecua Fæminas in prima menftruorum eruptione in Venerem maximè incitari. e Erunpune,fceminis bera exurgunt:Pana guis ille,inftar occifi animalis videtur, atq; in maiori copia erumpit, cùm vbera ad du os digitos prominent, que tempore puella rum vocem in grauiorem mutari confpici. mus, Illud autem maximè adnotandum eft, in prima menſtruorum eruptione puellas in pudendis,valida tentigine, prurituque core ripi,ex quo ad Venerem incitantur: quare per tempus illud cautè cuſtodiri exiſtimo. Ex Arift.7.de Hift.anim. Qua induſtria Aegypti lapides à vefica,abfiga incifione extrahant. Irabile quidem eſt Aegyptiorum ftudium in extrahendo lapide à ve fica abſque inciſione, quando noftrates me dici, lapidarij ſine illa facerenequeant, idque cum magno languentium vicę periculo. Hiligneam cannulam accipiunt, octo di. gitorum longitudine, et digiti pollicis latia tudine in opere abfoluendo. Hanc colisca nali admouent, fortiterque infufflant;neau. tem flatus ad interioraperueniat, extre. mū pudendimánu altera perftringunt, fo. samen deinde cannulæ claudunt, vt virga 0 % cabang M N eagalisiotumeſcat, latiorq; fiar. Quo facto miniſter digitoin ano pofito, lapidem pau Jatim ad canalem virgæ, atq; in eius vasex tremun deducit. Quivbipræputio lapidem appropinquare ſentit,cannulam à virgæ ca nali fortiter, impetug; amouet, et lapis ex. trahitur. Ex Alpino. Mult a praſidia ab animalibus, bomines accepiffe. On pauca equidem præſidia funt, quæ ad hominum tutelam ab animalibus accepta ſunt. Chelidoniæenim virtutein ad oculorum morbos ab Hirundine accepi. mus, quæ hanc conquirit herbam,vt furorú filiorum oculos, vel vitiatos, vel.cæcos cu rer, Fæoiculi virtutem ad eandep tutelam ab'anguibus didicimus, Ab Ibide, quæ in ftar Ciconię auis eft, clyftris vſum habui mus: nam et illa roftre marinamaquam al lumere folet, illoſ; pro clyfteri vtitur, vt ventrem nimis onuftum exonerare valeat. Inſuper marinus equus, Hyppopot mus di etus, venarum fectionein nos docuit: illef. quidem mala oppreffus -valetudine, ad re center fuccifas arundines graditur, acutio. riſ;cuſpidefanguinem è cryrjuin venis adi mit. Quod autem in hocmirabile eft, vela guinem cohibeat, in fimo, vel cono volutatur, et ica vitam tuetur, et fanguinem fim ftit. Ex Plinio, alis. Equorum teft:cilos ad ſecundas depellendas miram babere pirt utern. Ingularis profecto Equi teſticulorum ad nulierum fecundasdepellendas eft pro prietas, adeò, quod teftatur Genſerus in e pift. Rufticum quendam, quinquaginta in puerperis feliciter hoc vſum fuiſſe reme dio. Vfus eit et Horatius Augerius in plu. ribus mirabili euentu: præſtantiſsimuin id circo à grauibus auctoribus indicatur re ne diun),nam, et pluribusiam deploratis pro fuit.Capiunturteſticuli equ: caftrati,& tria ftillatim conciſi in forno exiccantur, quorü puluis quantum capitur tribusdigitis è jure bibendas datur in neceſsitate; idé; fi opus eit, bis, auc ter reperitur. Humanam faliuam Scorpiones interimere. Ominum faliua Scorpionibus infe ttiſsimum venenum eít, adeò quòd ca tacti confeftim intereanc. Porrò ijs, ſaliua fora ſubſtancia aduerfaelt, ve Galenus lib.io fimp, medic. experimento confeffus eft; ist. nim à fola faliua morientem vidit Scorpio. nem, id; celeriter patientem à faliua elue riencium, aut fit jentium; tard autem ab 3 illis,qui cibo, potuque fuerant impleti,ina. liis autem proportione, Apium riſus,bominesridendo interfi. cere. Scelerata eft herba quæ Apiamrifusdicia cur, quod ridendo homines interficiar: fi quis enim gnftauerit ieiunus vtique ridendo exanimabitur, vt Apuleiusteftatus eft: Ex hacillud adagium ortum habuit:Sardonius siſus; nam et Sardonia eriam vocatur.Porrò on ex rifu, qui hác guftauerint, moriuntur fed potius,vt placet Saluſtio neruos labio rum, et orismuſculosillius, qui eam come dit, contrahere facit,adeò, vtridendo mori videatur. Qua induſtria Partbi, Scytheque Sagittarum aciem venenajunt: AR'thorum, Scytarumque toxicum, quo fagicrarum acies inungi folebant, humano fanguine, et viperinaſanie confta bat, tantæquc feritatis erat hoc venenum, ve leui tactu animal interimerer, Equidem Scythæ viperas recenter enixas venantur, eaſque diesal.quoccontabelcere finunt, do necip fapien putre.cane, mox com visus hominis fanguine in ollam effuſo, eam ex quifite coopertam; fimoque obrutam com putrefcere finunt, cuius demum.1. ick or fan. PAT fanguini ſupernatans, fiue ferum cuni vipe rarum faniecommixtum lethale Scytharum toxicum eft. Ex Arift. Plinio, et Langio. Succinumpterogerentibus exbibitum, mire partum accelerare. Mvicis experimentis comprobariaudio ſuccinum parturientibus drach. ſemis pondere ex vipo albo potui dátum, mirè par tuin accelerare. Hoc eriam facit eius oleum, fi gutta tantum ex aqua verbenæ parturienti propinatur.Quidātamen medicusHetrufcus (Fallopii teftimonio )exhibebatfcrup.i.bora• cis in decoctomatricariæ, velfabinæ diffolu tæ difficulter parientib.mirag; faciebat: bre ui enim temporis fpatio feetus,vel viuus,vel mortuns egrediebatur. Habebat ille medi euis pro arcano præftantiſsimum hoc auxili um tamen neſcio quomodo postea fuerit de fetum. Ex Andernaco Serpentum oua genituramí per imprudētiam in petu haufta,ſerpentesin corpe ribus procreare: Dmiranda fuccedunt quandoq; fym dem imprudenter cum ea femina, vel ova ſerpentú hauriuntur, è quibus moxſerpentes generantur. Genſerus in lib 2. hift animal cap, de Ranis Rubetis, bufones in ventriculis in reftinifq; hominum haufta eorum genitura, fieri, &nutriri probauit. Iacobus Manlius, in lib.experim.in cuiuſdam equitis, exhau * Ita cuiufdam lacunæ aqua, vbi erantſemina Serpentum, in ventriculo plures angues fu. iflegenicos prodidit: quibus per internalla extractis, medicorum auxiliis, fanus factus eft. Leuinus Lemnius Vermiculos cauda tos, atg; infolita forma beſtiolas vomitu ciectas nouit. In nonnullis lacertas à phar. maco fuifle eductas obferuatum eft, vt Gé. maCoſmocrit vidit. Quare maxima in a quæ potu hominibus opus eſt animaduerfi. one huiufinodi exhanftis, pernicies corpo. Tis conſequatur. In deſperato coli dolore Hydrargyruin, v4. glandem plumbeamexbibitam, multos confanaffe. Irabile videtur, Hydrargyrum,quod à mulis venenum reputatur, in der. peraro coli'dolore exhibitum, plurimun prodell:. Equidem Marianus Sanctus, ex multorum confilio, qui ab hoc lethali mor bo fanati fint, fuadet, fi obstructio perfeue rauerit, et fæces per os extrudantur, hau fire cum aqua fola argenti viui libras tres, Probat hic exratione vinetuin feu duplicatű inteltinum Hydrargyri pondere explicari, fæces detrudi,vermelý; fi ibi fuerint interi. mi, &ægrum liberari. Haud ab hoc difsi mili auxilio quidam nobilis, poft alia ten tata ad morbi huiuſinodi acerbita tem ma. chinamenta, liberatus eft. Hic hauftis olei amygdalarum dulcium fine igne extraćti vnc. iij.cum vino albo, &aqua parietariæ mixcis, mox deuorata glande pluoibea ar gento viuo illita, planè à colico cruciatit euafit, illamque exano abſquelaborerede didjt. Ex Pareo lib. 16. Infæniculorumfeminibus, vim quando que exitialem deliteſcere. Grauibus ſcriptoribus comprobatur, ſerpentes fæniculorum elu, &fene ctam exuere,&oculorum aciem rnonare. Hinc iis affricantur oculi anguium, vt vo. tum affequantur, Ex attritu foeniculorum feminibus, praya quædam imprimitur qua litas, è qua venenati producuntur vermi. culi,quorum eſu multi in peſsima deuene. runt ſymptomata, &ab alexiteriis rarò ad iusj funt, tanta huius veneni potentia eft. Quare foeniculorum ymbelli,antequam co. medantur, aperiantur, et diligenter concu, tjantur, vtå vermibus emundentur. Præ, OS Habis A A ſtabit al quantifper in frigida macerare. Ex Balthajaro Pifanello, Noua admirandag; prafidia, ad Ang i nam, gutturules apoflemata. Fferanı fingularia auxilia, è quibus ex grauiſsimis fcriptoribus, ad anginam et gutturis apoſtemata mirabilia contigiffe proditur.Lignum hederæ ad gutturis apoſte. mata à proprietate valere fcribit Ioannes Marquardus: quippe obſeruatum eft, come dentem excochlearihederæ ligneo, fiue bi. bencem in aliquo ipfius vafe ligneo, num quam, vel raro in gutturis, vel vuulæ apo. temaińcurrere, Rubeta cocta, &pro em plaftroSynachicis impoſita,cófefim liberat. Vermes.quandog, in cordis capſula pro creari, è quibus mors ſubitanea pleriſqueexoritur. Abulofum haud eft, vermes in cordege: nerari. Hoc enim Melues docet, Holle rius, Marth. Cornax, Alexius Pedemonta. nus, et alij loan, Hebenftrit, in lib. de Pette, Principem quendam ex morbi fæuitia peri iffe narrar, cuius cadauere diffecto, vermis albus præacito roſtello, eoq; corneo præ. ditus, cordi adhęreſcere deprehenfus eft. Exmedicis, ſucco alii feram hanc, tanquain ex indubitato remedio, interimi probatü eft. Petrus Sphererius (vt ScheukinsBarratti  lem fiorentinum morte fubitanea correpti, atq; diſſecatum obferuauit, in cuius cordis caplula vermis viuus repertus fuit. Aiunt multi certiſsimo experimenco-ficco allii,ra phani, et nafturtii hos vermes pecari, qui, ex teſtimonio Pedemontani, in corde deli teſcentes, ſyncopim, Epilepfian, et mortem inferre folent. Mares pleroſque in mamillis, mulierum instar, lac producere. Icet marium mamillæ fpiffa carne in fuiffe productum obferuatum eft. Nouit hoc Arift. vtlib. 1. dehiſt. animal. docuit. Veſali us non femel id confpexiffe in . Anat. commemorat, et Hieronymus Eugubius in libell, de lacte: fic et Cardanus,lib. 1. de Sub til. qui ianuæ vidit Antonium Denzium, è cuius mamillis lactis tantum profluebat, vt infantem fernè lactàre potuiffet. At hifto ria, quæ affertur ab Alex. Benedicto mira. bilis eft: aitenim, Syrum quendam,mortua coniuge, è qua infans ſupererar, ybera filio admouiffe, ècuius ſuctu tanta lactiscopia i pupillam manauit, vt exinde loco matris nn trire valuerit. Ego quidem in duobus filiis meis, in primis diebus à partu obferuaui, ab obftetrice.mamillas cofrectatas, lacimpulſo (magno multorum ftupore) emififfe: idậ; in aliis etiam infantibus contpexi, Lumbricosquandoque tantaprocreari pi Tulentia, vt interior a corporis perfurare valeant. Nfanda equidé fymptomata à vermibus aliquando proueniunt: refert enim Om bibonus, lib. 4. de morb. infant. Lumbricos ex vmbilico cuiuſdam erupiffe. Tralliani teſtimonio habemus, hæc animalia ob ali menti inopiam inteftina laceraffe, fuiffe ob ſeruatum. Id etiam ab Aegineta confirma tur: jofuper Hollerius confpexit, vermes per inguina, et vmbilicum prorupifle. Ma. gna igitur cura opus eſt in horum redua dantia, ne interioracorporis valeant lace fare, A Infamis vmbilicam, et Ceruinumpenem mirabiliter conceptumfacere. Lexander Benedictus, 1.30. de curand. morbis,vmbilicü infantis, qui fponte caditquoquo, modo in ciboſumprú, fiigno rauerit mulier,adconceptum facere, pro. didit;illumg; in brachialibus à muliere ge ftacuin conceptum inhibere eredir. Cerui. aum inſuper penena aridum, et in fari. namredactum, oboli pondere, à coitu forminis datum; procul dubio ad concipien. dum prodeffe experimento probat, Baueri. us tamen conf: 50.vterum ceruinum fingu lari dote ad conceptum valere prædicat, Vlmi vſum, recentem Elephantiafim curare fuiffe obferuatum. Inquam certum remedium, Vimi vfus in curanda recenti Elephantiaſi à laco. bo Douinero, lib.Tic.7. prædicatur. Vidit enim adoleſcentem tali affetu laboranté, et decoctionis Vimi vſu (factis faciendis ) conualuiffe. Ea equidem pro omni potu vte barur in quolibet paſtu, cum pauco vino al. bo, &cantiſudores mouebantur graueolen tes, vt vix illos cuftodes ferre poffent. Ita viſcera purgabantur, &magaa yrinæ copia excernebatur, quibus excretionibus fanus factus eft. Cyprinorum efum podagricis elle infeflum. Vamuis inter piſces, Cyprinusnobi. lifsimus exiftimetur, cum optimum præbeat nutrimentum, exquiſitiſsimigsexi Atat faporis; tamen podagricis infeftuin ef. fe obferuatum eft. Nouit enim podagroſum Iulius Alexandrinus (vt retulit lib. .. de salubr. ) cui Cyprinorum efu pinguium, parata érat femper podagra, ve in manu illi th effet, eo pacto accerfere, cùm vellet. G Puluere pellis leporine, perniones à Sep tentrionalibusfanari. Laus, lib. 2. Rerum Septentrionalium,, tilsimè perniones experiri fcripfit, qui mor bus, non aliis ab iis fanatur remediis, quàm puluere pellis leporinæ. Plinius verò Rapú domeſticum feruen's calcaneis impofitúla. nareretulit. Ego ex Carolo Séephano, inlib. de Ragraria, in quodam expertus ſum reme dium, et bene fucceflit. Accipit ille, ficos crematos, è quorum puluere, et cera yngné tum parat;hoc pernionibus impofitum bre uiliberat patientes. Hydrargyrum loco amuletigeftatum à pefte faſcinog corpora defendere. Arfilius Ficinus, et P. Droerus, in lib. M, fienim auellana perforatur, &extracto in. teriori nucleocum acicula, argento viuote pletur, et collo fuspenditur; mirum in mo dum à peſte corpora tuta reddit: ira profe etò à peftifera lue fæniente fe defenderuut multi. Hoc eriam præfidio mulieres lactan. tes, à faſcivatricibus, ne lac fic ademptum, quo infantes alendi funt, præferuari poffe, i Thomas Iordanus, in libe dePefte, prodidit. - Q " ppe multis experimentis obferuatum re, tulit (hoc fecum geſtao - ullas prorſus laga. ruin, lamiarú aut ftriguin infidias lacrátibus nocere. CNICO Meſpili lignum,collo appenfum grauidas ab abo orth preferuare. Wm quadam æſtate apud D. Ioannem Nicolaumn Cucillum Brancacium, mei amantifsimun, ytpuerum curarem interef ſem, fortè inter me, et Doininam D. Man. já Cotoneam e Toleris, eius vxorē, de abor tus præſeruatione, tunc vtero gerentem, có: uentum est. Retulit domina hæc Meſpili li gnum collo appenfum mirè ab abortu gra uidasdefendere;idq; millies à fuis maiori bus foiffe expertum. Confiteor in plerifq;, tale lignum fuifle à me expertum, atq;certú, et rarum remedium ſemper inueniffe fe: fi quidein multæ aborrientes, et dolore, et fã. guinis fluxu (appeofo ligno reſtrictæ ſunt, &ab abortuſeruatæ, adeò quòdined parti cularem virtutem abortú prohibendiinefile seor, Qua induftriabomines abſtemios reddere valeamus. Vleis experimentis comprobatum re perio Anguillas, vel Mullos in vino M fuffo peri sfuffocatos vini faftidium inducere: et enim ex eo bibant homines, procul dubio abfte mii fiunt. Infuper philoſtratus in vita Apol loni, ona noćtuæ elxaca, et infantibus pro cibo allata, hydropotos in tota vita illos reddere ſcripſit. Mizaldus, Ragam viridem, ex iis, quæ in fontibus ſaliunt, viuam in vi. no fuffocatam, idem efficere, fi tale vinum potetur, prodidit. Rotundam Ariſtolochiam mirè piſces ftu pidos reddere. Ira eſt Ariſtolochiæ virtis in piſces: ipfa enim illos odore ad fe al licit,moxftupidos reddit. Proprerea fi eius radicem contritam, calciq; commiſtam, fiue eius decoctionem cum calce pacato flumine aut maris littore piſcatores confpergent, piſces agminatim confluere videbunt. Ili autem puluere deguftata, veluti examina ti ſupernatantes capientur. Puellam veneno ab infantia nutritam, Alexandro ab Indorum Rege fuiße miffam. Ndorum Rex Alexandri fortunæ inuidés, vt illum interimeret, miræ pulchritudi nis mifit puellam, ratus forfitan Alexandru confeftim cum ea concubiturum. Illa au tem Nappelli veneno ferè à cunabulis erat educata, propterea more Serpentum ſcin tillances habebat oculos. Hos Ariftotelesar piciens, caue tibi ab hac (dixit ) 6 Alexan der; nam virus peftilentiſsimum alit, vode tibi exitium paratur. Poft paucos dies pleri q; proci huius commercio venenari periere ex quo Ariſtotelis praſagium mirabile fuit iudicatum. Ex Averroe. Quale fitigneum prafidium, quodin morbis ab Aegyptis, et * Arab.bus vfurpatur. N lib. deMedicina Aegyptiorum prodi. dit Alpinus, quo pacto illiin morbis cor. pora adurant. Accipiunteniin lineam peti. am cubiti longitudine, latitudine verò tri um digitorum, quam ad formam pyramydis aptant goſsipioque implent; ipfius latior pars, parti adurendæ applicatur, alterumg; capuc accendunt, comburió; cam dia per miteant, ye faſciculus crematur. Continuò ramen dum cutis vritur, ferro circumcirca accingunt carné,ne caloris incendio aliqua oriatur inflammatio.Hocinfuperinuolucro parando obſeruant, vein medio meatus ex iftar fafciculi: ita enim euentatio fue refa piratio aliqua paratur, In vftione autem per aćta offium medulla in carneaduſta, quoad eſchara cadat yantur.Hic vrendi modusAe. gyptiis &, Arabibus familiaris eft. Olim in Creta familiasquaſdam mirè faſes: natricesadfuiffe A quoſdam, tum fæminas in hiſce parti bus animalibus, pueriſque laudando faſci num attuliffe: adeo quodij;fiad ouile, por cileque quodpiam adiuiffent,confeftim in teritum pleriſque produxiffe: Quare mirum haud eft, quod legitur in Creta quaſdam fa. milias adfuiffe, quæ laudando faſcinum is. ferebant. His profectonatura quædam ferè venenofa efficitur, et ex oculis inde fpiritus efflant venenatos,quibusanimalia,pueri, et grandiores faſcino maculantur. Laudando autem venenum promptiusoperatur: fiqui dem laus propria, gaudium affert, quo cordis fpirituumque dilaratio oritur, et veneno. a ditus præparatur.Ex Fracaſtorio - de fymp. sta Antypat.rer. Cyprint verticis oſsiculum mirabiliter Epilep. ticisfubuenire. N Cyprini caluarix vertice quoddam re peritur ofsiculum triangulare lapidisin ftar, quod in curanda Epilepſia; principeng loců obtinereaiunt. Táta enim efficacia epi lepticicis fubuenit, vt morbusis numquam reuertatur,Hoc, vbifuturæ in vertice calua six Cyprinicômitrútur intus fubfiftit,prop I cerea terea ſi illa capello penetratur, ſtacim fora profilit,Andernacushoc ofsiculum nummi Germanici cruciferi appellati,magnitudine exiſtere prodidit,atque ſalutare eſſe Epilep fiæ remedium, Calphurnius Bestia Romanus qua pia vxores dormientes interemerit. Nonnulliex veteribus in venenisnofçé et dili gentiam inter alia Aconitum venenorus omnium elle ocyfsimam comprobarlot: fi quidem tactis huiufinoti veneno genitali bus lexus faninini animaliuin, eodem die mortem inferre viſiun eft.Hacvia Calphur nius beitia, veditaretur forſiçan, vxores dor mientes interemit, de quo à M.Cæcilio ac cufatus eft.Hincilla -atiox peroratio eius in digito mertuas. Confimili induftria Ladica laus Neapolis Rex, cum cuiuſdam medici Prochytami filiam adamaret, cum eaque concumberet, Florentinorum confilio ex cinctus eſt, AcetoStitillitieo Bythagoram vitam longiſsi meproduxiße. Afecit:feripfit enim eius viulongāhonia nes vitá conſequi, et vfquead eius extremum: finem permanere integrè, et dextra valetu dine.lole cu quinquagefimum ageret awaum  hoc remedio vfus eft &eius vfu ad centefi. muum, et decimum ſeptimum productus et integer et nulla vnquam aduerfa valetudine tentatus: cuius optimam facultatem admira. tus, confanguineis co umuuicauit, vt illings vfum haberent. Oleiom lixiuio mixtum in lattis fpeciem tran fire. ' rmè experimen: o oleum lixiuio mixtú, fi diuag retur,in lactis ſpeciem tranfire, comprobatum eſt: eft enim lixiuium tenue, atque calidum,oleum autem cum aêreum fit à lixiuio attenuatur, et proinde aerem con cipit,ex qua albedoiunaſcitur. In aquis etis am, quæ diu agitantur,lactis ſpecies quædam exoritur ex confimili induſtria. huius indi. In cium ſpuma eft, quæ cun fic tenuis, aérem concipit, et dealbatur, Ex Cardano. Quainduftria Scythe abſque cibo, potu per plures diesexiftant. Miraett herba Scythicæ operatio, qua scythæ per plures diesfiue cibo, po - tuque viliere dicuntur. Hanc ij circa Boeri. am inueniuntcreſcentem, et ad famem ficou timque tolerandam vtuntur: fi quidem guftu dulcis, vt liquiritia eft, et in ore detenta fa mis, fitifq; fenfum habetar, Idem apud cales C: Hippice præſtat, eò quòd hæc planta equis confimilem generet effectum. Aiuntmulci, Scythas his herbis duodesos eriam dies, fac mem, &ſicim non ſentire.Ex Martbiolo. Catellos calorem natiuum augere, membros rumque dolores conſopire. PRo excitando nativo calore, membro. rumque cruciatibus demulcendis, Carelo li præſtantiſsimi(Galeni teſtimonio,7. Me thod med.)exiſtimantur:illorun autem hu. ius naturæ haud omnes habentur, fed ijpræ cipuè,quibus pilus concolor eft. Propterea in Chiragra, podagra, et in omni Arthri. tis fpecie cruciatus, quamlibet efferatos, parti affectæ adhibitos s præſtantiſsime confopire àmalcis comprobatuni repe ris. plurima è terra furſumtapi, iterumque deorfum cum pluuis pracips tari, Aximam yellera,rang,vermiculi,lapil li,ligna,vabijgeneris frumentacealac, fanguis, et id genus alia terræ permixta, quæ cum pluuijs quandoque præcipitari afpici. mus,, nobis præftant admiracionem, adeo quod à cafu infolito plerique perterriti, Cæli mipas metuunt; Celiat aixen admira. tio,fi eorúcauſas penfitamus:hæc enim pri mo mò ventorum effluuijs, ventorumque inipe tu terræ permixta furfum feruntur,mox cum pluuijs iterum deſcendunt. Propterea nec ſemper mirum,autinſolens à ſapientibusiu dicatur: CorneliusGemma, inCoſmitriticaca 6.hæc caufas legitimas à coeleftibus Syzygi. is habere prodidit: fed tamen eo vſque pro gredi ſoiere,cum fpecie fua, tum magnitu dine,vt etiam in portentis principem inue niant locum, Cum Pſylis, &Marfis, Serpentes haudbabere inimicitiam. M Irabile eft, Serpentes, quià mundi pri uerfam,inimicitiainque iniuere,cum - Pſyl lis, et Marfis nec odium nec difconuenienti am retinere, Neceſſe ctenim elt, ve ijs aliqua miftio non omnino contraria oriatur,auto dor, autaliud, è quo fpecies minus ingraca videatur; ita profecto inter homines ipſos. criam contingit: quandoque enim fine cauſa nonnullos odimus,alios amamus,prout re sum.fpecies ad animam noſtram perue. niunte, quibus conuenientiam, et diſconnenientiain capta mus. Ex Fracastor rian - ) Oling Olim vasta, ego robuſtafuifle bominuincor pora. Vamuis Plinius,cæteriq;ſcriptores, ho ninum corpora, robur, vitam ſemper imminui conquerantur; tamen olim Gigan ces extitiffe, &vaſta hominum fuillecorpo. ra negandum non eft.D.Auguftinus lib.15.de Ciuit.Dei.dentem gigantis in quodam flu mine inuentum fuiffe prodidit,quiminutim diuiſus,centum ex noftris dentes ſuperabas. De Pailante ſcribitur admirandum.Hic Ae neam contra Turnum Regem Rutilorum adiuuit, mortuustandem, et fepultus, vbi nunc Roma eft, (reference Solino)Anno O. atingefimo poft Chriftum Dominum dam quiædam ædificia Romefierentcafu in ſepul chro quo arte mirabili cum lucerna ardenti códitus erat, inuétus eft, et integer erectus altitudinem nuricapite excellebat.Quid de Aiace, et quid de Turno; et de ingenti,faxo, quodvterque in hoftem conjecir, referatur nouúhaud eſt.Quid tandem de Oreſte, filio Agamemnonis,cuiuscadauer oéto cub tirá longitudinem excedebat, atque de alijs in numerisdicatur,apud fcriptores reperitur. Idcirco præter ftirpem giganteam,quæ poft diluuiumimminuca eft, alia corpora vastitatem et robur maximum retinuiffe conce. dendum eft; in præfentiarum verò homi. num corpora huiuſmodi comparata, tam pufilla funt, vt præ illis inania effe videan tur. Ex Helinando Chronographo. Equum Phaleris accin&tum pulcbris, acri oremfieri., chris ornantur phaleris, tum acriores, tum pulchriores iudicentur. Eſt de his cla. rum exemplum de Bucephalo Alexandri, qui phaleris accioétus Regijs neminem præter Alexandrum (teftimonio Aeliani) ad fe aſcendere paciebatur, et quoderat 18 illo mirabilius, veaſcenſus facilior effet, demittebatur cum dominus equitare vole bat.Phaleris autem remotis,quilibet medi. aftinus aſcendere, &tractare poterat. Ego quidem domimulam habeo,cuius tanta eft ſagacitas,vt fi feruus meus ephipium parat, habenafque illa humilis,demiffa, et quafi gaudens perfiſtic,viAernatur, hilariſque in. cedit, et acrior: fin autem clitellas, calcitro fa, indomita, feraque confeftim fit, necta lem ſarcinam, niſi vinctis pedibus ferre ſu Atinet, adeò quòd feruus ab opere defiftere cogitur. Exitiofißimum effe homini,ſub Lunaradijs ſomnum facere. Vnæproprium eft,in hæc inferiora hu miditatem immittere: quare exitioſum elt,lub eius radijs diu dormire; quippè dor mientes obleruatum eft ægrè excitari, atque proximos infanis fieri, Lunæ vires in lignis, quæ ad ædificia colliguntur,potiſsimum ex perimur:conciſa enim Luna creſcente, funt ferè emollira per humoris conceptionem, idcirco tanquam inepta à fabricis reijciun rur. Agricola 'experimento cognouerunt, fruméta de agris in Lunæ diminutione colo lecta diutius ficca permanere. Hæc à veterie bus Lucina vocabatur, et à parturientibus inuocabatur: Lunæ enim diftendere rimas corporis,meatibuſgue viam dare munus eft: propterea, tale ſydus partui ſalutare, illum. queaccelerare putabant. Archelaum,Mithridatispræfe&tum, ligneam turrim incombuſtibilem confeiffe. Dmiranduin profectò iudicatum eft AArchelai,Mithridatispræfe&ti,cótra Syllam commentum:hic enim turrim ligue. ain iocombuſtibilem condidit,quam fruftra ille incendere conabatur. Erat currista. bulata alumine collinita, in ijs autem cruſta durior erat obducta, et alumen, plumbique albi  albicineres pigmentis copioſè commifti: quia induſtria ab igne feruata ſunt. Confio mili artificio,Ceſar ex larigna materia cir. ca Padum,Caftellum etiarn conftruxit, Ex Lemnio. Viſcum quercinum fola fufpenfioneEpilepti. cis fubuenire. X grauibusfcriptoribusmultiorbicua losè viſco querciofola ſuſpenſione vulgari filo transfixos idem præftare in 2 molienda,& præcauendaepilepfia tradunt, quod peonię maſculæ radix,aut ſmaragdus è collopendens efficere creditur, Reculit Iacchinus in Epilepticerum curatione, fe mel ea ratione,qua ligno guaiaco vtimur, Viſcum quercinum per dies 40. propinafre, et profuiffe quidem, non tamen Worbum abituliffe,nequelicuilleiterum id temedij iofaciliori morbo experiri. Isterbraſsicam o vites maxisnum ineſe dif fenfum. Focabilis equidem difcordia inter braſsicam, et vites reperitur, propte reade Reruftica fapientes fcriptores, VICCE à braſsica offendi, deterioreſque et fucco, &odore, fi ſecusplancatur, fieri prodidere. Experimento hoc comperitur:nam gerinen ijspropius cu accellerit, auerſü ab inimico Notabilis compulſum odore retrograditur. Infuper G inollam, vbi braſsica elixatur, vini vel mi nimum conijcitur, quippe nec braſsica cona coqui vnquam poterit, et quod mirabilius eft, colorem proprium amitter. Hacmotira tione ſapiéres,ebriis braſsicæ ſucçú propinát, quo ebrietas ſubitò foluitur. Conuiuates pa riter, ne à vini copia potenciaģ; offendantur (Germanorum inftar ) braſsicam crudam primò comedere debent: ita enim viruna ad satietatem, abfq; ebrietaris periculo haua rire valebunt. Cati nigerrimiefum cerebrum, homines dementare, Ericulofum est, versicoloris, et maximè nigerrimicati cerebrum alicui efirm prz bere: ad iufaniam enim homines ducit, et quod peius, cerebri meatus obftruit, ſpiri. Etuſý; impedit animales, Inter fcriptores Per trusApoinenfis, huius efuadeò io ſanirehow' mines dixit,vt præftigiis quafiobnoxii videa antur. Ponzertus pariter cati pilos venenoſos eſſe prodidit, citly; anhelitumfebrem heoti cam induccre. Exbetulacorticibus, ardentesfaces comparari Etulæ cortices non modò ignem confe. tim recipiunt, verùm atque flammam pariung  Mha pariunt ardentem; quo fit, vepleriq; faces, pro noctis obſcuritate fuganda, ex iis com. ponaot, bene rati lucidiorem has flammam, quãpini fædam parere: ex liquore autem picis inſtar, qui dum vtuntur deftillat, oriri hociu dicatur, cuius natura cùm facile accendatur, mirum haud eft: talem effectum producere. Hæmorrhoidalemn berbam contactu Hamer rboides fünare. Ira eft Hæmorrhoidalis vis, et poté. tia in perfanandis Hæmorrhoides: fi enimhuius radicibus, Hæmorrhoidales do lentes tanguntur, atq; illæ per diem circa fe. mur ferantur, et mox in camino fumanti (afpendantur, procul dubio effectusfanatur: fiquidé Hæmorrhoides que atq; radices ex iccărur, fiaccelcıyor: qua caufa herba ab effe ctu nomen deduxir, nec immeritò: namin iftarum infiammatione, &doloribus, fi hu us radices contufæ applicantur, confeftim, et dolor, et inflammatio mulcentur. Ex Ex Tante. Marine Paltinuca radium,identium do loresmitigare. entium dolores multis experimentis ex Marinæ pattinacæ radio mitigari vifi func; huius eniin radio, qui in piſcis cauda cpa, situr, dentes tanguntur, et gingina ſcari. ! x herbis non paucæ Ecale ſcar ficantur, quo præſidio quan cítiſsime dolor euanefcit. Prodidit Dioſcorides. radiuin hunc dentes frangere, et e urcare.quomodo autem hoc perficiat docu it Plinius lib. 3. cap 4. Conteritur enim is, et cum Helleboro albo miſcetur, quorin miſtura fi dentes illiti fuerint, fine vexatio ne extrahuntur, Plerasg, berbas, Solisexortum, et occafuma ostendere, Solis ortum, et OC cafum noffe videntur tantaq;huius lyde. ris ſectandi,talibus auiditas nafcitur, vt Gr. miter inter kas, et folem magnam in ſe lym pathiam credamus. Profe&to fos calendula in Solis ortu aperitur, &in occafii clauditur; ex quo villicorum horologium à nuleis di citur. Sequuntur Solis fphæram non modo papauer, et illudtithymalli genus, quod vo. cant helioſcopon; ſed etiam malua, lupini et cichorea; intenſius autem Lotus herba re ctatur, &exortum quotidianum, &occafum noſcit. Hæc (Theophrafti teitimonio ) cau lem, &florem veſpere mergit, et circa me. diam noctem tota in lacum irruit, et adeo occulcatur, vt nec manu admiffa quis valeat inuenire, verciturmox panlatimg; erigitur, etin Solis exortu extra aquas confirrgit; for P 3 reing  Temą; aperit, et patefacit, caliterá; etiam num confulit, vc alièab aqua abeffe videa quarum Sodo Qualssin Sodomi, et Gomorriveſtigiso riantur fru et us. LtiſsimiDei decreto quinq; vrbes  ciquicus incentæ ſunt wuum, et Gomorrhum præftantifsimæ fiudj erbantur.Harum in fauillis quædam noſcú. tur veſtigia; Giquidem cæleftis ignis reliquiæ adhuc perfiftunt. Quod autem illic admira bile perfpicitur.viridancia fpectantur poma, formaci vuarum racemi, nec quis elt, qui e dendi haud cupiditatem habeat: illa. autem manibus capta faciſcunt, et in cinerem refol. uuntur, fumuggsexcitant, quafiadhucarde ant. Ex Egeſippalib. 4. Magnam inter vterun, ammasinef Seſympathiam. On exiguus inter mulierum vterum, et mammas contéplatur confenfus: quip pe alterum alterius pathema oftendere on laruamus, A venis inter has partes coniunctis maximè ratio ošteditoriri ſympathiá:ex iis e nim materias ab vtrifq; contentis transferring etexonerari experimur.In menftruorum re dundantia Cucurbitula fub mammisappofita, fluxum cohiberi ab Hippocrate docemur,  Lactis copia in puerperis dum magna grauit q; fuerit, die feptimo puerperii octauo, 10 nog; in vterum à naturaefunditur. Suppreisi menfes in virginibus, et viduis caftis, non femel io mammasrefiliunt, et la et tis copiam fuſcitant. In mulierum pubertate accedente menftruo vtramq; parteni creſcere vidernus. Quo artificio Solis defectumfirmiter com prehendere paleamus. Aria induſtria pleriq; conantur folis defectam deprehendere;hocautem có pertum eft, artificio illius defectionem fir miter apprehendi, Pelues hora inſtanti capi. antur, quæ non aqua, fed aut oleo, aút pice implendæ ſunt; ratio enim fuadet, humorem pinguem non facile curbari, atq; imagines perinde, quas recipit conſernare. Equidem in magines in liquido et immoto tantum appa rereconfueuerunt, propterea in olen, et pi. ce, commodius, et firmius, quomodo Luna Solilc opponat, et illum abſcondat accipere poterimus. Ex Seneca in Natur. Quaft. Virginummammillarum tumorem acis cuta impediria Ac inter alias, cicuta pollet efficacia, vt contufa cum vmbeila, atq; virginü B H mammillis impofita, tumorem, et excref centiam valeat prohibere; fortaffe nutrimé cum impedit, quo minus augeantur, vt in pu crorun tefticulis fuccedit, fi hæc adhibetur: ijenim reatibus alimenti obtufis facilè ex iccantur. Aperiani in hoc loco quod à Bon doletio nultis experimentis comprobatum Teperio de piſce Squarina: hicenim mulie. rum mammis fuperpofitus, illas adeò con. ftringit, ve virginum mammillæ appareant; credunt multi in genitalibus eundem fimili ter effectum producere. Quercusgallis, anniprafagia comparari. Napoleon Onmodò à Plinio, verùm atq; à plea riſq; rei rufticæ ſcriptoribus obſerua tum fuiffe comperio, à gallis quercus maio sibus præfagium aliud anni, quodapud vece res in magno fuiſſe pretio,etopinione legi. tur. Aperiuntur gallæ, quando integræ funt, ibig; muſca, aranea, aut vermiculus repe. ritur: fiquidem planta hæc in gallis huiuſmo di aninialium gignere confueuit. Si mufca volar, angi fertilitatem et bellum futurum præſagiunt; ſin vermiculus repit, annonæ carentiam arguunt; fi autem aranea profiliet fummam caritatem, et peftilentes affectus prædicunt. His ego adderem, præfagia hu. iufmodi, fi Deo placuerit, confimiles ſecta. tur elientus. Vitri puluerem, calculos comminuere. ron folum Galenus, fed Anicenna, et mouendos vitri puluerem excollunt quomo do autem hæc fieret, plurimum infudiui; tandem quæ ab Abecizoare componitur,mihi ex voto ſucceſsit, et vitrum adurere didici. Capitur vieri albi, et perſpicui fruftulum, quod terebinthina coll nire oporter totum, nyox tandiù in prunis detinere, veexcandel. cat; hoc demum in aqua exſtinguicur, ſepti. eſg; iteratur, primò tamen linitur, fecundò cxcoquitur, vltimò extinguitur; quo peracto, vitrum conteritur, et in puluerem lubciliſsi mum mutacur. Propinamus languentibus au rei pondus vel drach.j. cum vino albo, et ef ficaciter calculos comminui experimur. Quo artificio aëris naturimexplorare valeamus. Eris qualitatem, et naturam cum ex plorare libuerit, fpongia bene ficca, atq; munda ſèreno cælo per noctem fub diuo exponenda eft; illa eniin fiſicca mane fuerit, ficcu's P5 АБЫ  liceus et aër erit; fi humecta,nimbolus; fi anoll cervda,humidus,acroridus Inſuper ft recente pané eadem induftria expofueris, di corrupto,ficuin contrahere videbitur;à fic co, fiec ficcus;ab Humido aucem, à ftacu pro prionon mutabitur.Siaër fuerit peftilens, carnesexpofitæ corrumpuntur,atque colo rem mutant;fic eciam et adipes.Siaércraf fus erit,patebit in marmore, et filicibus, qnę in cali natura admodum madere folent; cós tra verò in aere'tenui, liges humidus eſſet, hę enim in tali con ica humeſcunt. Ex CATO dano. Quali fratagemate homines, mortui Š videantur. Vltis experimétis confirmatum repe rio fublimatum, ffue aqua vitæ cum fale miſce tur, ac in patina (ſublata qualibet alia lua ce ) accenditur in cabiculo, nocturno tem pore, vbi homines reperiantur; fiquidem ipfi immobiles fuerint, fpeciem mortuorús repræſentabunt. Pleriq; vt Aethiopes fin gant, lucernam accendunt oleo plenam, cum quo ſepia atramentum fit dilucum, fi we calchantuni, aut ærugo, nec fine ratio ne:oftédit enim,lux eorû colores, quæ in iis sát quæaccédācur: oportet tamen iu cubi culorcliquas luces adimere, Nerein VA No Nereidesfaciehumana dy venufta, prezi que fuifferepertas Ereides, quas vulgus Birenas appela lat, plurimæ in locis maritimisinué tę funt;quodauté cátusdulcedine nauigātes hein foporem perliciant, et capiant,nos. in lib. 1. de Hominis vita, abundedifferui mus, vbi de Tritonibus, Nereidibus, ho. minibuſqs in maridegēribas, quos marinos vocant tractatur; Poetarumq; fabulæ eno. dantur, Vidithas Theodorus Gaza et Gee orgius Trapezont ius, homines nagnæ e ruditionis: Gaza in Pelepomeno exorta maris tempeftate, Nereidem proiectain in lidcore reperije viuentem, et fpirantem, ynleu hrniano, facie decora, corpore fqua mis hirto ad pubem vſq, cætera autem ia locuftæcaudam definebant: ad hanc viſen dam magnus fuit concurſus, illa tamen e vac maefta, crebrog, ſuſpirio fatigata et frequentia hominum circumdata gemitus dedit et lacrymas emiſit,quibusmacus mi. fericordia,ad mare deduxit, vbimagno im petu fluctus fecauit, et ex oculis omnium cuanuit. Quid Trapezontius, pleriqs. alii viderint, in loco cita. to narrauimus De Apunx natura, earumque mirabiliſa gacitate. Tu quidem anceps fui in fcrutanda A pummellificatione,foetu, et cera:nam et apud auctores magna reperitur controuer. fia, num illæ ge nerent, et aliundeprolem habeant.Poft auem exactum fcrutinium cu iufdam amici va lido experimento Ariftoter lis opinionem veram eflecomprobaui;fiqui dem Apese floribus fauos conftruunt, exar borum lacryma ceram fingunt, et mella ex aëris'rore captant.Hæ primum fauos confi. ciunt,mox fotin collocant, ore calidum ſpirantes,vt vitain recipiat.Mellificanræfta. te, et autūno cibi caufa;mel autem autinale cleatius eft.Foetus in vere ferotino debilis fit: nã et naiori ex parte emoritur. Multi aiunt oliuas, et examinum copiam cógenerem ha. bere nataram: nam fi altera augetur, alcera abundans fit: fi vna deficit,altera deprimitur ratio eft:nam mella ficcitates augent;lobo. lem verò imbres; quofit, vt ſimuloliuæ, et sopia examinam fit. Vinorum aliquot existere genera natura mirabilis. R aliquot vinorum genera mirabilis naturæ quod? co A quod vua et guftu, et fenfuà cæteris minime diſcrepanr, nec vinum á ymis; tamen quod Heracliam Arcadiæ fit, viros reddicinfancs epotum, et mulieres fteriles: et apudcabyni. am Achaiæ abortum facic: et in Thiffo vi num quoddam lomaum producit; quoddam verò, vigiliam Ex Tbeophraſto lib.9. Plant. Quoartificio ignem manibus abſque læfione tractare valeamus. Pud plerofque fcriptores inueni, ig nem fine læſione poffe tractari, fi tri. tomaluauiſco cum ouorum albumine, ma.. nus liniuntur,ac defuper alumen inducitur.. Hoc autem experimentuin à Magno Alber to captum eſt, apud quem aliud legitur hu. ius negotijartificium:fi enim Ichthyocolle, et aluminis æquales partes capiuntur, et ad inuicem commiſcentur, fiacetum his ſuper funditur; quicquidtali miſcellanea illitum in ignem proijcitur, vtique non comburie tür. Menftrua in ſenio ferèquibufdam fæminés 46 cidere. Vàm fallax fit tum Ariſtotelis, tum ali orum iudicium,quodin mulieribuscir ca quadragefimum annum,fiue quinquagefi mum menftrua deficiant, quotidiana demone strat experiencia. Mulierem hic cognoui, Qyour P7 Victoriam nomine, eamque honeftam et bene morigeratamshuic in anno 45.méftrua ceffarunt, et faufta valetudine vixit,cum au tem fexagefimum ferè annum attingeret, ce teilli menfes rubei,bonique coloris redie. De vberague, quæ priusflaccida erant,more: virginum turgidula facta ſunt lactifque tan ta copia impleta,vt impulſu ferretur: quarez, vt puerulú filiæ fuæ lactaret àmeadmonita eft. Alteram cognoui, quæ vfque ad annum 65.femper menftrua paffa, et hodie viuit, et menftrua fingulis menfibus fuentia habet Hæcautem raròcontingunt.. Bufonislapidem contra venena mirabileinha bere virtutem. Pleriſque lcriptoribus excollitur lapiss ille terreſtrisinuenitur: ſiquidem contra venena folo contactu valere expertü eft; propterea inflationes abeftijs venenatis illatas diſcute re, venenúq; elicere aiut.Scribit Lemnius, tu mores, et dolores ex forieibus,araneis, vel pis,fcarabeis,gliribus, aliifuevenenofis 2. nimalibus caufatos fclo lapidis blaul do attritu.euanef cere Aquarum Fluuios natur& mirabilis repe $ rire. N multis locis aquarum exortas, mira cfficaciæ inuenirilegimus Scribit Arift. in terra Aſsirithidæ aquas naſci, quas cum oues biberint,moxgs inierint, nigros agnos generare. In Arandria dnos ineffe fluuios ad.. notauit, quorum alter candorem, alter nio gritiem facit pecoribas:at Scamander am gis, quem Homerus Xanthuniappellauit, fia uas reddere oues creditur. Mirabilers in concepta imaginationis effe per rentiam Maginationis potentiam tam miram effe Phyfici confitentur ve viſa per cóceptum in partu fæpiſsimè eluceſcant. Referam hi ftoriain admirandam ex Ludouico Vives 12; de Ciuit.Dei de huius negotio conſcriptam In Brabantia Buſco ducis quædam vrbs eft, in qua more eiufdem Prouinciæ quodam die rempli vrbis feſtum celebratur, quo tempore varii ludi apparantur.Sunt aliquot, qui ſtato die diuorum perſonas induunt:nönulli vera Dæmonů.Ex his vnus cū viſa puella exarfif. fet, et demúfaltado ſe ſe recepiſſet, et apreprā Vt er at perfonatus vxore fua in le &tum con. ieciſiet,ſe exeaDanonem gignere velle di.. cells  D cens, concubuit, et concepit inulier: clim autem in partuinfantem peperiffet,'s fimul ac primum editus eft, Calcitare cæpit forma, quali Dæ nones pinguntur. Dentium.stupores à portulaca confeftim amoueri: Entium ftupores,qui ab acidis.edulijs Connarci confueuere,ex aqua aut luc co, vel frondibus portulacæ commanfis, quam citifsimèdiffoluuntur.Ipfe cum qua-. damæftate cùm fiti maxima, tùm dentium: ftupore affligeretur,cömanfis ipfius frondi bus, &à fit, &à ftupore fubito liberatussú, Ab amico quodam audiui parculacæ fuccúi collinitum,abfque dubio verrucas exter minare,mihiautem experiundi locus haudi adhuc datus eft. Ex Aphrodiſeo, Ceraferum aquam ftillatitiam in Epilepfia ! fummumeſſeremedium. Ninitis experimentis Ceraſorum aquam 10 laccurrendis Epilepticis conprebari reperio propierea à loanneAgricola in lib.. Herbar.maximèetiam extollitur. Qua pro vita producenda inter arcana natu 12 connumerentur. APudreru naturalium (crucatores acer rimos inueni, idque in arcanis conſer wari Hellebori nigri fólia Saccharo cómilta degluci deglutientem ad iuglandis magnitudinenia in offenſam valetudinem, ad ſenectutem vſ. que conſeruari.InfuperSilicem ignitum lin. teiſque parum madidis inuolutum,& pedi. bus applicitum,pernicioſos valetudinis vaki pores extrahere. Quoartificio in mulieribuscrinesdenfiores, copiofiores comparare paluamus. Nter ſelectiſsima prælidia, quæ ad capil lorum copiam generaodam ineffe cre duntur, Maluæ radix connumerari poteft:: fi enim caput mulierum livinio lauatur in quo elixa fit maluæ radix, et deinde fucco maluæ crines, inungantur, profecto ya bercim prouenient, et cicila fimé. Giulio Cesare Baricelli (n. San Marco dei Cavoti) è un filosofo.  De hydronosa natura sive de sudore umani corporis Hortulus genialis Thesaurus secretorum De lactis, seri, butyri facultatibus et usu implicatura sudorosa de hydronosa natura  de medicinae praestantiae  amazones cur mammas dextras resecaverint  olearum sterilitatis praesagium  nili flumines proprietas  de mundi creatione murium sagacitas pluviosa tempestatis prognostica agricolas non semper tempestates et serenitates praedictunt valeriana miravis contra epilepsiam  transformationes hominum in bestias non esse reales daemonis astutia apud indos quid picus de scientiarum varietatis sentiret subditos principis vitam ut plurium imitari rutam et allium serpentibus adversari animalis oriri et vivere posse in igne compertum est lacus asphaltritis mirabilis naturae pisces marinos salubriores et rapidiores fulminibis esse mulieris hominos cibus gigantes in orbem mulieres excellentia falsissimum est salamandran in igne vivere posse sabbatici lactandis infantibus menstrualis pharmacum animal tauri faxa aegypti reges sterilitatis praesagia aeris salubritatem lintea hominibus hydropes plenilunio nationibus romulus serpentaria echinum animi pudorem animalia alexandri morti sanari cervi sudori vires balnei adam rutam verbenam anima aeris sulphuris caraba baccas linguam galli homines magis fuco cacoethica vipera traulos morbos lupi vitrum pregnantes periculo pro corporis corporum hominum utero paterna araneus telas menstruali rutam corpora achatis hominibus hominem utero praesagium utero tritico scorpionum hominibus bubulo epilepsiam arbores lapides bardana literas homines hominibus hominibus filios parentibus signum mare rebrum hydrargyri lupum epilepsia flatu corpora pestilenti efficacia animalium seminis basilicum torpedinem animalia armenia febre lumaca amantissimam astronomiam martisque passione cantharides adagium parere fetus iucundi de amoris origine aqua virtutes sagacitas lapidis naturam partus amorfus equorum spectacula marinum vitulum epilepsia vinum homines homines cervi gagatis epilepticos hominum laudano mortem pacto a viro hepaticos mortem mithridatis ossa bryonia herpetes vina alba flores absynthium chalcantho coralio lethargicos infantes prunellae catuli gallum corios artificio theodorus radicem dilligentes canicula quatuor elementis phreneticos digitum carnes vicera testiculis dentium hippocrate animalibus apii satyrii testiculum hominibus radicem hominis extractum praesidia hominem antidotorum cancri quomodo morbi animantium pulchritudine septentrionalibum hemorraghia lingua ardor aegyptios gentium solis animalium cervorum masculinum fetum mirandulani hydrargyro incognita tempestates epiro hecla hominum galenum graecos cane athritide lionem iumenta acutis acetum piscis foeminas corporis alexandrum hominum ruditas angina capillos volucrum agricolas galege infantis oryalum homines lapides collegium alexandrum laparhiorum feminum aegyptios methodo olivarum admirandu millepedum frequentem mulieres daemonum carduum infantes menstrualem corpori medicina animalia unicornu mulierum naturalem febris precognosci medicis masculorum hydrargiri bryonia consolidanda chymicam corpus hominum venenum semen lupos homines luna leonardi hominibus polypidium ibidis mulieres industria corpora gallicam hominis hominibus regem homines aquilone usum usum oleo genus leones artificio mergum lacertas educandis artificio serpentes virginitatem virginale vitellos humana vita vena materia alexandri mulieres hydrophobos puerorum labiorum utero semine aegyptorum taxi epilepsiam aspides infantes vitrum homines vini syrium nuptis agreste hydrophobiam hepatis viventes arundinem cynanchem parere filios vino praesagia gallinarum aquam mandragoram corpora vita hominibus semina infantium vitam philomelam castorem duces lingua vinum equorum croci hominis aspidum hermaphroditos imaginationis potentian climactericos inter homines carolum animantia liberos garamantes caminus horologium infantium praesagia vinum virorum familiarem romanos ambarum tympaniam venenum toxica socrati magia epistolam aqua frigida menstruorum lapides homines testiculos humanam salivam homines ridendo parthi partum accelerare serpentum hydrargyrum vim anginam vermes mamillis lumbricos infantis elephantiasim cyprinorum leporine hydrargyrum gravidas homines abstemios — aristolochiam alexandro morbis creta cyprini calphurnius bestia romanus aceto oleum scythae catellos plurima martis robusta hominum corpora equum homini lunae mithridiatu viscum vites betulae haemorrhoidalem dentium dolores sodomi uterum solis virginum praesagia vitri aeris homines facie humana apum natura vinorum ignem menstrua virtutem aquarum in conceptu imaginationis esse potentiam dentium stupores epilepsia pro vita producenda mulieribus. Giulio Cesare Baricelli. Keywords: sweat, il sudore umano, sudore e la regola, stirgilo, amore, Socrate, Aristotele, controversia sull’origine del sentiment dell’amore, Socrate, l’idea di causa in Aristotele. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Baricelli,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza – Grice e Baroncelli: l’implicatura conversazionale della compassione – filosofia ligure – filosofia italica – scuola di Savona -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Savona). Filosofo ligure. Filosofo italiano. Savona, Liguria. Grice: “I like Baroncelli – he can be hyperbolic – “Mi manda Platone,” surely he only requested! My favourite is his ‘compassione,’ which is ‘calco’ of ‘sumpatheia’ and therefore at the core of my balance between conversational egoism and conversational altruism.” Flavio Baroncelli (Savona) filosofo  Nato e cresciuto a Savona, si laurea in filosofia all'Genova con relatore Romeo Crippa, di cui diventa assistente.  Insegna Storia dell'età dell'Illuminismo all'Trieste.  E di nuovo a Genova, dove tiene la cattedra di Storia della filosofia moderna.  Viventa ordinario all'Università della Calabria. L'anno successivo ritorna a Genova dove prende la cattedra di Filosofia morale. Un grave incidente motociclistico durante una vacanza in Turchia lo allontana per qualche periodo dall'insegnamento e dalla ricerca, attività che riprende all'inizio degli anni novanta come visiting scholar all'Madison, nel Wisconsin.  Nel frattempo collabora con molti quotidiani e periodici, come La Voce di Indro Montanelli, Village, Il diario della settimana, il Secolo XIX.  Tornato a Genova, diviene molto amico del filosofo Franco Manti, segretario generale dell’Istituto Italiano di Bioetica. Riprende la vita accademica per allontanarsene a causa della malattia.  Il pensiero di B. ripropose un'etica planetaria alla luce del mondo globalizzato, invitando a riconsiderare i valori e le identità storiche dei gruppi umani occidentali riorientandoli a favore di un sistema di valori e di identità individuali e culturali di tipo mobile e pluralistico. Ha qualificato le varie culture come sistemi aperti in grado comunicare e di essere traslati o esportati ovunque nel mondo, nella convinzione che gli esseri umani appartengano tutti alla stessa specie e siano tutti abitanti dello stesso pianeta.  Pensiero e la ricerca Profondamente influenzato da Hume e dallo scetticismo inglese, si è occupato in prevalenza di temi etico-politici come il razzismo, la tolleranza, il liberalismo e il politically correct.  Altre saggi: “Un inquietante filosofo perbene: saggio su Davide Home” (La Nuova Italia, Firenze); “Sulla povertà, idee leggi e progetti nell'Europa moderna, Herodote, Genova-Ivrea); “Il razzismo è una gaffe” “Eccessi e virtù del "politically correct", Donzelli, Roma); “Viaggio al termine degli Stati Uniti Perché gli americani votano Bush e se ne vantano” Donzelli, Roma); “Mi manda Platone, Il Nuovo Melangolo, Genova Saggi "Giustizialismo" in Ragion Pratica, "Post-fazione" a Lysander Spooner, No treason, "Etica e razionalità. Un finto divorzio?" in Materiali per una storia della cultura giuridica, Il riconoscimento e i suoi sofismi" in Quaderni di Bioetica,  "Come scrivere sulla tolleranza" in Materiali per una storia della cultura giuridica.  Note  Franco Manti per la fondazione Pubblicità progresso, Manti, Diversity, Otherness and the Politics of Recognition, in Nordicum-Mediterraneum,  14, n. 2, Akureyri,, Ospitato su archive.is. Citazione: To B., a friend I met only too late, / whose lively intellect, critical sense, friendliness / and clever irony I just had time to appreciate.  Info dalla pagina del Dottorato in filosofia dell'Genova. Registrazione audio[collegamento interrotto] dell'intervento a una trasmissione di Radio 3 dall'archivio RAI Trascrizione di un dibattito con gli studenti sulla tolleranza dal Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche di Rai Educational Necrologi Bertone, Vittorio Coletti, Salvatore Veca e Pietro Cheli. Altri dello scrittore Morchio e dell'amico Miggino. Sezione speciale della rivista Nordicum-Mediterraneum dedicata a B.. Pagina di Wordpress B. con alcuni testi inediti. Nome compiuto: Flavio Baroncelli. Keywords: compassione, filosofia ligure, Home, etica, ragione, giustizia. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Baroncelli,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Barone: l’impliacatura conversazionale del linguaggio – scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Torino). Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “I like Barone, but I’m not sure he likes me! You see, in Italy, there’s ‘scienze filosofiche,’ and ‘scienza’ was indeed a way to describe philosophy! But at Oxford, you have to take the great go! Lit. Hum., and I doubt Barone did! – ginnasio e liceo, as the Italians have it! Therefore, his views on ‘filosofia e linguaggio,’ never mind his rather pretentiously titled ‘logica formale,’ ‘logica trascendentale,’ ‘algebra dela logica,’ etc. have little to do with, well, Italian!” Laureato in Filosofia a Torino nel 1946 come allievo di Guzzo e Abbagnano, visse a Viareggio. Professore di Filosofia teoretica all'Pisa, dove fu preside della facoltà di Lettere e filosofia, fu poi docente di Filosofia della scienza nonché direttore dell'Istituto di Filosofia nella stessa università. Insegnò anche Filosofia morale alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si dedicò soprattutto a studi di storia e filosofia della scienza, pubblicando numerosi libri. Curò l'edizione italiana delle opere di Niccolò Copernico. Socio nazionale dell'Accademia delle scienze di Torino, della Società Nazionale di Scienze, Lettere e Arti in Napoli, e dell'Accademia Nazionale dei Lincei, a Milano fu presidente del Centro del C.N.R. di studi del pensiero filosofico del Cinquecento e del Seicento in relazione ai problemi della scienza.  Pensiero Particolarmente interessato alla filosofia di Nicolai Hartmann, B. ne trasse spunto per un confronto tra la dottrina realistica e quella neoidealista. La sua riflessione filosofica si sarebbe poi focalizzata sui problemi epistemologici e della filosofia della scienza.  Come pubblicista affrontò temi etico-politici sul rapporto tra individuo e società dal punto di vista della ideologia liberale e liberista.  Il tema principale delle opere di Barone riguarda la filosofia della scienza e la storia della scienza e della tecnica. Si deve a lui la prima pubblicazione in Italia di una monografia sulla filosofia neopositivistica.  Il suo pensiero si contraddistingue per lo stretto rapporto tra epistemologia e storiografia della scienza, settore, questo, in cui Barone ha preso in particolare considerazione il tema della nascita dell'astronomia moderna, da Niccolò Copernico a Keplero e Galilei.  Intorno agli anni sessanta, inoltre, Barone si è dedicato con particolare attenzione agli sviluppi culturali, epistemologici e filosofici della nascente informatica.  Altre saggi: “L'ontologia di Nicolai Hartmann” (Edizioni di Filosofia, Torino); “Rudolf Carnap, Edizioni di Filosofia, Torino); “Wittgenstein inedito, Edizioni di Filosofia, Torino); “Il neopositivismo logico, Edizioni di Filosofia, Torino); “Assiologia e ontologia: etica ed estetica nel pensiero di N. Hartmann, Torino); “Leibniz e la logica formale, Edizioni di Filosofia, Torino); “Nicolai Hartmann nella filosofia del Novecento, Edizioni di Filosofia, Torino); “Logica formale e logica trascendentale,  I, Da Leibniz a Kant, Edizioni di Filosofia, Torino); L'algebra della logica, Edizioni di Filosofia, Torino) Metafisica della mente e analisi del pensiero, Edizioni di Filosofia, Torino) : viaggio di Hume a Torino, Edizioni di Filosofia, Torino); “Mondo e linguaggi” (Edizioni di Filosofia, Torino); “Determinismo e indeterminismo nella metodologia scientifica” (Edizioni di Filosofia, Torino); “Concetti e teorie nella scienza empirica, Edizioni di Filosofia, Torino); “Nicola Copernico, Opere (F. Barone), POMBA, Torino); “Immagini filosofiche della scienza, Laterza, Roma-Bari); “Pensieri contro, Società Editrice Napoletana, Napoli); Teoria ed osservazione nella metodologia scientifica, Guida, Napoli); Verso un nuovo rapporto tra scienza e filosofia, Centro Pannunzio, Torino); La fondazione dell'ontologia di Nicolai Hartmann (F. Barone), Fabbri, Milano); Leibniz, Scritti di logica (F. Barone), Zanichelli, Bologna). Note  Francesco Barone, Neopositivismo, in Enciclopedia del Novecento, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani, Barone, Francesco, in TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Sito ufficiale, su francescobarone.  Francesco Barone, su TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  B., in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  Francesco Barone, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana.  Opere B., su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Francesco Barone,.  David Hume, il filosofo della non certezza di B., La Stampa, Addio a B. il filosofo che diffidava dei paradisi in terra di Dario Antiseri, Corriere della Sera, Archivio storico. Nome compiuto: Francesco Barone. Keywords: linguaggio, assiologia, la semantica di Leibniz, la sintassi di Leibniz, logica matematica, logica formale, logica trascendentale, logica aritmetica, Hume a Torino, simbolo, logica simbolica, Leibnitii opera philosophica, assiologia ed ontologia, mondo e linguaggio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barone,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Barone: all’isola -- l’implicatura convrsazionale della dialettica fiorentina – scuola d’Alcamo – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Alcamo). Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Alcamo, Trapani, Sicilia. Grice: “I like Barone; at last a priest that takes Italian humanism SERIOUSLY!” --  Dopo avere finito gli studi teologici nel Seminario Vescovile di Mazara del Vallo, fu ordinato sacerdote  Frequenta, quindi, la Pontificia Università Gregoriana di Roma dove conseguì la laurea in Filosofia trattando la tesi dal titolo: L'Umanesimo filosofico di Giovanni Pico della Mirandola.  Ebbe subito la nomina di Canonico della Collegiata di Alcamo, poi quella di Vicario foraneo e Visitatore dei Monasteri;  fu nominato anche Canonico Onorario della cattedrale di Trapani.  Nel mese di novembre 1956 fu pure nominato Cameriere Segreto Soprannumerario di Sua Santità; fu quindi professore di lettere e filosofia del Seminario di Mazara del Vallo e, per 16 anni, delegato Vescovile alla dirigenza dell'Istituto Magistrale legalmente riconosciuto "Maria Santissima Immacolata" di Alcamo.  Per diversi anni, è stato anche Rettore della Chiesa della Sacra Famiglia e della Badia Nuova; inoltre è stato membro del Consiglio Presbiteriale diocesano e docente di Filosofia presso il Seminario Vescovile di Trapani. Altre opere: “Il Santuario; Alcamo); “La Nuova parrocchia di S.Oliva; ed. Bagolino, Alcamo); “Giovanni Pico della Mirandola profilo biografico del celebre umanista; ed.Gastaldi, Milano-Roma); “L'Umanesimo Filosofico di Giovanni Pico della Mirandola Studio del Pensiero Pichiano; ed.Gastaldi, Milano-Roma); “Quattro saggi; ed. Accademia degli Studi "Ciullo", Alcamo); “Donna IdealeIdeale di donna; ed. Accademia degli Studi "Ciullo", Alcamo); “Didactica Magna di Comenius (traduzione italiana); ed. Principato, Milano); “Scuola Libera, ed. Bagolino, Alcamo); “Il Vero Maestro -Lineamenti di educazione; ed. Bagolino, Alcamo); “Verità e Vita; ed. Cartografica, Alcamo, De hominis dignitate, di Giovanni Pico della Mirandola, Firenze); “La Congregazione di Gesù Maria e Giuseppe nella chiesa della Sacra Famiglia di Alcamo, Accademia di studi Cielo d'Alcamo); “La più bella preghiera, Alcamo); “Antologia pichiana: letture filosofico-pedagogiche; ed. Virgilio, Milano); “La docta pietas, di Sebastiano Bagolino erudito alcamese; tip. Bosco, Alcamo); “Maria fonte di Misericordia e Madre dei Miracoli Patrona di Alcamo; tip. Sarograf, Alcamo); “Dialogo con gli invisibili; tip. Bosco, Alcamo). Note  trapaninostra,// trapaninostra /libri/ salvatoremugno Poesia_narrativa_saggistica /Poesia_narrativa_e_saggistica_ in_provincia_di_Trapani_02.pdf  Tommaso Papa, Memorie storiche del clero di Alcamo, Alcamo, Accademia di studi Cielo d'Alcamo, Papa, Memorie storiche del clero di Alcamo, Alcamo, Accademia di studi Cielo d'Alcamo, trapaninostra,//trapaninostra/ libri/s alvatoremugno/ Poesia narrativa_saggistica/ Poesia_ narrativa_ e_saggistica _in_ provincia_di_Trapani_ Vincenzo Regina Tommaso Papa Identities -Biografie  Biografie Cattolicesimo  Cattolicesimo  Letteratura  Letteratura Categorie: Presbiteri italiani Insegnanti italiani Filosofi italiani Professore Alcamod Alcamo. Giuseppe Barone. Keywords: dialettica fiorentino, pico, umanesimo toscano, pico, pichiano, pichismo, uomo, degno, la degnita dell’uomo. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barone,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Barsio: implicatura conversazionale dialettica – scuola di Mantova – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Mantova). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Mantova, Lombardia. Grice: “I like Barsio – he reminds me of G. Baker – there he is, Baker, succeeding me – and an American! – as tutorial fellow in philosophy at St. John’s, and dedicating his life to Witters – So when reminiscing, in my “Predilections and prejudices” about them years, I said, “God forbid that you dedicate your life to the oeuvre of a minor philosopher like Witters – it’s good to introject into a philosopher’s shoes as you attain to grasp the longitudinal unity of philosophy, but look for a non-minor pair of shoes!” – “Barsio is a radically minor philosopher – in that, he never had to grade – I always hated grading and seldom did it! – since he lived under the Gonzagas at Mantova – and he just phiosophised to the sake of the pleasure he derived from it! My favourite is his elegy to his enemy, Pomponazzi – but his satirical curriculum vitae is fantastical, but possibly true!” -- Noto anche come Vincenzo Mantovano, frequentò le corti del marchese Federico II Gonzaga e di sua moglie Isabella d'Este, alla quale pare avesse dedicato il poemetto Silvia e la corte del marchese di Castel Goffredo Aloisio Gonzaga, al quale dedicò il poema latino Alba. Studia filosofia a Bologna. Altre opere: “Silvia, poemetto in tre libri, Pamphilus; Alba, dedicato al marchese Gonzaga, signore di Castel Goffredo; Labyrintus, dedicato a Federico II Gonzaga. Ireneo Affò, Vita di Luigi Gonzaga detto Rodomonte, Parma., su books.google. Gaetano Melzi, Dizionario di opere anonime e pseudonime di scrittori italiani, Milano, Coniglio, I Gonzaga, Varese, B. in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.  ICCU. B. su edit16 .iccu. Marsio. Vincenzo Barsio. Barsio. Keywords. dialettica. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barsio,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.

 

Luigi Speranza -- Grice e Bartoli (Roma). Filosofo italiano. B. è ricercatore confermato in Filosofia del diritto e professore aggregato di Teoria dell’interpretazione presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma Nome compiuto: Gianpaolo Bartoli.

 

Luigi Speranza -- Grice e Barzaghi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della scuola di anagogia – scuola di Monza – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Monza). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Monza, Lombardia. Grice: “Barzaghi is a genius; the Italians hate him! In his “Compendio di storia della filosofia,” there’s no mention of Cicero!” – Grice: “Barzaghi is the Italian Copleston – what is it with religious minds – cf. Kenny – that have this inclination towards the longitudinal unity of philosophy?!” – Grice: “Barzaghi just ignores the most prosperous period in Roman philosophy; not so much Romolo, but whatever happened in Rome after that infamous ‘embassy’ of Carneade, an Academian, Critolao, a peripatetic, and Diogoene di Celesia, a stoic!” --  Direttore della Scuola di anagogia, fondata dal cardinale Giacomo Biffi. Discepolo di Bontadini e frate domenicano, è stato l'interlocutore privilegiato di Emanuele Severino sulla questione di Dio e del cristianesimo.   Nella sua opera Oltre Dio, B. si interroga dapprima sull’essenza del cristianesimo per giungere ad affermare la necessità, per il credente, di assumere alcune fondamentali posizioni filosofiche riguardo la vera comprensione della realtà: «Se il Cristianesimo è essenzialmente la partecipazione della vita di Dio, cioè della vita eterna, per comprenderlo occorrerà porsi dal punto di vista di Dio, cioè dell’eterno. Secondo B., l’Essere assoluto «non può essere inteso come qualcosa accanto ad altre cose, e conseguentemente diviene il punto di vista rigoroso per l’ispezione del tutto. In questo senso, la filosofia di Emanuele Severino, che si presenta come alternativa al teismo, offre in realtà per B. il fianco a un nuovo percorso argomentativo in favore dell’esistenza di Dio (un Dio però non inteso come oggetto: da qui il titolo dell’opera, che evoca esplicitamente un’espressione di Dionigi): se ogni cosa è eterna, e tale dunque è anche il suo apparire, esso deve continuare ad apparire, eternamente, anche quando “non appare”. «Dunqueafferma il filosofo –, se tale apparire non permane nell’orizzonte dell’apparire che è la mia coscienza, perché consta l’apparire-scomparire dell’ente, deve comunque continuare ad apparire in modo determinatissimo, dunque alla sola scienza di Dio cui eternamente appaiono gli eterni. Non ammettere questa scienza di Dio, cioè Dio, significa ammettere che l’apparire, che è pur un non-niente, sia un niente nel momento in cui non appare più determinatamente, individualmente. Questa scienzachiamata nel linguaggio tomista scientia Dei visionis«ha la fisionomia dell’apparire infinito di cui parla Severino nei suoi scritti. Nel pensiero barzaghiano, il punto di vista sub specie aeternitatis (dal punto di vista dell’eternità) diventa la condizione imprescindibile di tutta la riflessione teologica e filosofica. In teologia, solo questa prospettiva riesce a rendere metafisicamente plausibile l’affermazione rivelata dell’«Agnello immolato nella stessa fondazione del cosmo» di cui parla il libro dell’Apocalisse, così da poter parlare di una «inseità redentiva dell’atto creatore». Nella riflessione filosofica, poi, la prospettiva sub specie aeternitatis consente di avere uno sguardo «dialetticamente onninclusivo», per cui ogni ente rispecchia in sé l’eternità del tutto e di ogni altro ente secondo la nozione di exemplar.  Ne Il fondamento teoretico della sintesi tomista, Barzaghi propone appunto l’idea di exemplar come cardine speculativo, approfondendo e oltrepassando la proposta di S. M. Ramírez, neotomista spagnolo di individuare nella “dottrina dell’ordine” la struttura più sintetica di tutto il pensiero d’Aquino. L’exemplar rappresenta «il minimo di complessità per muoversi nel massimo della complessità. Ma per compiere questa operazione di analisi, occorre esprimersi attraverso l’analogia, «riflesso logico gnoseologico dell’ordine ontologico e mezzo inventivo ed espressivo del conoscere, che acquisisce conseguentemente una notevole importanza nel pensiero di Barzaghi. Nell’esemplare (exemplar) si trova il centro della spiegazione causale, dal momento che in esso si presenta in modo simultaneo tutto l’ordine che lega le cause aristoteliche: il fine, l’agente che intende il fine, la forma implicata, e la materia che la deve accogliere. E l’esemplare trascende la mera dimensione funzionalistica: in quanto contiene tutto (compreso l’esemplante nel suo riferirsi all’esemplato), è una totalità, e possiede quindi caratteristiche di liberalità e assolutezza: è «sottratto alla dipendenza e al dominio. In una frase, che sintetizza bene il punto di vista anagogico della filosofia e della teologia di B.: «Dio, conoscendo se stesso, conosce tutte le possibili realizzazioni similitudinarie della propria essenza, cioè tutte le essenze create e creabili» (p. 96). Seguendo infine l’esempio specifico di Bontadini, suo maestro, egli fa risiedere nell’atto creatore intemporale la consistenza della totalità delle cose, cioè delle creature, giacché queste sono «nulla come aggiunta a Dio» (p. 98). Secondo tale prospettica dell’exemplar, si può così realizzare, senza aporie dogmatiche, la visione del Deus omnia in omnibus (Dio tutto in tutto).  Il dibattito con Severino Il primo dibattito fra Giuseppe Barzaghi ed Emanuele Severino avvenne nel 1995 nella forma di disputa tra le posizioni della teologia cattolica tomista e quelle della filosofia severiniana. Il dibattito trovò, al di là delle aspettative degli organizzatori, alcuni punti di possibile convergenza, che portarono il filosofo-teologo alla pubblicazione di Soliloqui sul divino, in cui l’autore cerca per la prima volta di rileggere le intuizioni di Severino in un modo che egli definirà più tardi voler essere quello con cui Aquino, filosofo e teologo cristiano, leggeva e faceva tesoro dell’insegnamento filosofico di Aristotele, filosofo pagano. Ciò rese il rapporto fra i due pensatori un dialogo di reciproca conoscenza e stima. Severino dedica a B. un articolo sul Corriere della sera, in cui indicava il sacerdote monzese come il fautore del più interessante tentativo di riportare la sua filosofia al contesto cristiano da cui si era volontariamente staccato. In tale articolo, il filosofo ateo definiva “aperto” il dilemma sulla possibilità o meno per il cristianesimo di porsi come casa abitabile per l’uomo contemporaneo, a patto però di diradare, sull’esempio di Barzaghi, la nebbia che circonda il discorso religioso attraverso una ripulitura dei concetti a partire dal punto di vista dell’eterno. Seguirono poi altri dibattiti pubblici, come quello a Milano e quello a Bologna. Altre opere: “Metafisica della cultura” (Bologna, ESD); “L’essere, la ragione, la persuasione, Bologna, ESD); “Diario di metafisica. Concetti e digressioni sul senso dell’essere, Bologna, ESD); “Soliloqui sul divino. Meditazioni sul segreto cristiano, Bologna, ESD); “Philosophia. Il piacere di pensare, Padova, Il Poligrafo); “Oltre Dio, ovvero omnia in omnibus. Pensieri su Dio, il divino, la Deità, Bologna, Barghigiani); “Maestro Eckart, Cinisello Balsamo, Ed. San Paolo); “Anagogia. Il Cristianesimo sub specie aeternitatis, Modena, ETC); “Lo sguardo di Dio. Saggi di teologia anagogica, Siena, Cantagalli); “Compendio di storia della filosofia, Bologna, ESD); “Compendio di filosofia sistematica, Bologna, ESD); “La Fuga. Esercizi di filosofia, Bologna, ESD); “L’originario. La culla del mondo, Bologna, ESD); “Il fondamento teoretico della sintesi tomista. L’Exemplar, Bologna, ESD); “La maestria contagiosa. Il segreto di Tommaso d’Aquino, Bologna, ESD); “Il Riflesso, Bologna, ESD); “Lezioni di dialettica, Bologna, ESD); “Il bene comune secondo S.Tommaso d’Aquino, in “Communio”  L’alterità tra mondo e Dio: la verità dell’essere e il divenire, in “Divus Thomas”, Ambientazione teologica del concetto di “gioia”,in I. Valent, Cura e la salvezza. Saggi dedicati a Emanuele Severino, Bergamo, Moretti et Vitali); “I fondamenti metafisici della mistica, in M. Vannini, Mistica d’oriente e occidente oggi, Milano, Paoline,  La potenza obbedienziale dell’intelletto agente come chiave di volta del rapporto fede-ragione, in “Angelicum”, Articolazione teoretica della teologia trinitaria in chiave tomistica, in A. Petterlini, G. Brianese, G. Goggi, Le parole dell’Essere. Milano, Bruno Mondadori, Desiderio e abbandono. Eckhart e Aquino: le due facce di un'unica metafisica, in C. Ciancio, Metafisica del desiderio, Milano, Vita e Pensiero); Anagogia epistemica, in R. Serpa, Antropologia, metafisica, teologia. Studi in onore di Battista Mondin, filosofo, teologo, ciclista, Bologna, ESD); L’unum argumentum di Anselmo d’Aosta e il fulcro anagogico della metafisica. Essere logici nel Logos, in T. Rossi, Figurae fidei. Strategie di ricerca nel Medioevo, Studi, Roma, Angelicum University Press, Anagogia: voce in “Enciclopedia Filosofica”, Milano, Ed. Bompiani, L’epistemologia teologica di Tommaso d’Aquino. Analisi e approfondimento, in G. Grandi L. Grion, Rivelazione e conoscenza, Soveria Mannelli, Rubbettino,L’intero antropologico. Con Gentile oltre Gentile verso una rifondazione metafisica dell’antropologia tomista. Ovvero le virtualità tomistiche del discorso filosofico sull’autocoscienza e la corporeità umana, in “Divus Thomas”. Il luogo poetico e contemplativo del sapere filosofico-teologico. L’anima del giudizio scientifico, in “Divus Thomas” Mistica cristiana come estetica assoluta, in  Mistica forum, Bologna, Lombar Key, Fenomenologia, metafisica e anagogia, in “Divus Thomas”, Il bisbiglio del “Logos” e il suo riflesso nella ragione, in “Divus Thomas”, Il destino sempiterno dell’Occaso. L’inseità mistica della ragione, in A. Olmi, L’eredità dell’occidente. Cristianesimo, Europa, nuovi mondi, Firenze, Nerbini, La commozione come filosofia del valore. Saper nuotare negli affetti. L’ambiente invisibile della vita cristiana: il Fondamento, in V. Lagioia, Storie di invisibili, marginali ed esclusi, Bononia University Press, Bologna, Abitare teologicamente la natura. Lo sguardo metaforico di Aquino. Teoresi e struttura. Riflessioni e approfondimenti sulla rigorizzazione bontadiniana, in “Divus Thomas” Creazione dal nulla o relazione fondativa, in S. Pinna D. Riserbato  Fenomeno et Fondamento. Ricerca dell’Assoluto. Studi in onore di Antonio Margaritti, Città del Vaticano, Ed. vaticana, Anagogia e teoria del fondamento, in “Divus Thomas” Metafora. La trasparenza nella trasposizione, in M. RaveriL. V. Tarca, “I linguaggi dell’Assoluto, Milano, Mimesis,, L’eternità dell’essente in teologia, in G. GoggiI. TestoniAll’alba dell’eternità”. I primi 60 anni de ‘La Struttura Originaria’, Padova, Padova University Press, Dibattito con E. Severino, in “Divus Thomas”. Il quadro anagogico e i segreti della musica di Bach. La Ciaccona e il Contrappunto XIV de L’Arte della Fuga, in “Divus Thomas”. Postorino, La scienza di Dio. Il tomismo anagogico di G.i...  Data l'importanza dell'anagogia nel pensiero di Barzaghi, gli è stata commissionata la stesura dell'omonima voce sull'Enciclopedia filosofica (Bompiani), nonché, sul versante teologico, la voce «mistica anagogica» sul Nuovo dizionario di mistica dell’Editrice vaticana.  RaiCultura: Dio e il concetto filosofico di eternità del Tutto  Dialogo tra Severino e B. Severino, Nascere. E altri problemi della coscienza religiosa, Articolo pubblicato sul Corriere della Sera, Dionigi, I nomi divini (testo critico di M. Moranicommento di G. Barzaghi), Bologna, ESD,, II, 3.  All'alba dell'eternità. I primi 60 anni de 'La struttura originaria' (UniPa)  Apocalisse Cfr. B., Lo sguardo di Dio. Nuovi saggi di teologia anagogica, Bologna, ESD, Santiago María Ramírez op, De ordine placita quaedam thomistica, Salamanca, San Esteban, Barzaghi, Lo sguardo di Dio. Saggi di teologia anagogica, Siena, Cantagalli,  UniPdL’eternità dell’essente  RaiScuola: Giuseppe Barzaghi. Dio e il concetto filosofico…  Si veda ad esempio: E. SeverinoG. Barzaghi, L’alterità tra mondo e Dio: la verità dell’essere e il divenire, in: “Divus Thomas” Severino, Nascere. E altri problemi della coscienza religiosa  Dialogo Severino-Barzaghi a Milano  Giornata di studio dello Studio filosofico domenicano di Bologna  RaiCultura. Giuseppe Barzaghi, Dio e il concetto filosofico di eternità del Tutto su raicultura. Interviste ai filosofi: Giuseppe Barzaghi su you tube.com. Nome compiuto: Giuseppe Barzaghi. Keywords: scuola di anagogia, ana-gogia, il quadro anagogico, anagogia, greco ‘anagogia’. Implicatura storica, la porta di velia, girgentu, l’implicatura di milesso, il segno di boezio, filosofia italiana. Scuola di anagogia, Bologna, fidanza, Aquino, filosofia romana, carneade, l’ambassiata greca a Roma, filosofia, la scuola di Crotone, l’impicatura di Gorgia di Leonzio. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Barzaghi,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Itlia.

 

Commenti

Post popolari in questo blog

LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" -- A-Z A AB

GRICE ITALO A-Z G GI

LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" A-Z A ASS