LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO" A-Z C CA
Luigi
Speranza -- Grice e Cainia: la diaspora di Crotone -- Roma – filosofia italiana
– Luigi Speranza (Taranto). Filosofo italiano. Gamblico di Calcide, a
Pythagorean. Cainia. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice,
“Grice e Cainia,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Cairo: la ragione conversazionle dei
segni – filosofia italiana (Codogno). Filosofo italiano. Codogno,
Lodi, Lombardia. Abstract. H. P. Grice: “When I delivered
my lecture on ‘meaning’ for the Philosophical Society at Oxford, I knew that
some of my pupils – to which I had burdened with my seminars on ‘meaning’ would
be attending. I was paying little attention to Marzolo. When Cairo wrote his
‘Dictionary of Symbols,’ way before Vienna, and other events with which we were
familiar at Oxford, Cairo makes an effort to trace his research – and he
provides three references: Ferrero, Marzolo, and Marchesini – “amongst us
Italians” – he adds. Now Ferrero was more of a lawyer and his ‘I simboli’ only
tangentially approaches ‘simbolo’ and ‘segno,’ or the phenomenon of ‘voulere
dire’ alla Grice – but what is important is that he leaves Marchesini behind,
and indeed OVER-stresses the LEGACY of Marzolo. Unlike myself – who dismiss in
“Meaning” talk of ‘sign,’ Marzolo entitles his ‘essay’ an ‘essay on signs’ –
and he is indeed into ‘words’ – he held a profeessor of letters at Pisa. But
his words are what these words ‘voule dire’ – ‘signare’ – as quoted by both
Marzolo and Ferrero – as when Cicero says that a signum signat – in the zodiac.
But Marzolo’s examples are RARELY about what a given expression MEANS, or is a
sign of – he takes this for granted. Now, if you read my ‘Meaning’ you will
find NO reference to what a word – or group of words means – I approach this
later in my career, under pressure, and I give only ONE example ‘shaggy’ –
shaggy shaggy reduplicated, as Ferrero has it to mean that the utterer means
that the referent is hairy-coated. When it comes to indicare that’s our ‘say’ –
as when I say ‘Peccavi’. But can I say that I said THAT peccavi? Surely not. So
‘say’ primarily applies to the utterer, but what the utterer says may not be an
instance of his saying THAT – cf. MAD magazine cartoons on what people say and
what they actually mean. On the other and, when I give the example of ‘He
hasn’t been to prison yet’ – the first one of ‘imply’ – I do point out that I
will use ‘implicate’ as a term of art as a way of avoiding me the necessity to
select to use ‘mean’ and other words in that range. So, my point, against
Austin and Witters, is that whatever the utterer meant – THAT his colleagues
were dishonest – it would be otiose – and almost false – to say that what he
means is that C hasn’t been to prison yet. ‘C hasn’t been to prison yet’ is the
OPTIMAL way to be a sign for ‘He hasn’t been to prison yet.’ One may intoduce
the explicit/implicit distinction. The utterer, by displaying a bandaged leg,
EXPLICITLY conveys that he’s leg is bandaged, but what he means – i. e. that of
which his ‘utterance is a SIGN (as Marchesini, Marzolo, and Ferero would have
it – is, as I put it, that he cannot join his co-conversationalist in a game of
squash. When I published my WoW:5 in Philosophical Review, I ellided the
section on ‘saying,’ and ‘meaning’ – my proposal was so tricky that I decided
that my readers could do without it!” Giovanni
Cairo (Codogno, 1866 – Milano, 1925) è stato un pubblicista, scrittore e
tipografo italiano. Nato a Codogno, in provincia di Milano, si trasferì a
Torino per frequentare la facoltà di Giurisprudenza di quella Università.
All'ombra di essa era attivo un gruppo di giovani cultori della poesia e
fervidi ammiratori del Pascoli, del Carducci e del d'Annunzio a cui il giovane
Cairo aderì componendo elegie, sonetti, ballate e madrigali. Raccolti i suoi
componimenti egli li pubblicò nel volume La biblia di Madonna, raccolta lodata
da Arturo Graf, Antonio Fogazzaro e altri artisti parte della Letteraria
torinese.[1] Terminato il periodo poetico e rientrato a Codogno, Cairo fondò e
diresse le riviste Il Calandrino e Il Lillipuziano, giornali satirici e letterari
che colpirono il pubblico per il vivace umorismo e la forma letteraria
impeccabile. Dedicatosi poi con passione agli studi storici, insieme allo
storico Francesco Giarelli compilò Codogno e li suo territorio nella cronaca e
nella storia: il libro, in due volumi illustrati, fu pubblicato nel 1898 in una
edizione con fregi e una elegante veste tipografica nella tipografia di
famiglia, fra le più antiche e rinomate di Lombardia. Trasferitosi infine a
Milano, Cairo trascorse gli ultimi anni della sua vita scrivendo per riviste e
giornali. Cairo fondò la rassegna eclettica Il convegno, scrisse La storia
degli Italiani all'estero e degli stranieri in Italia e un trattato sui
Simboli, poi tradotto in più lingue. Fu avvocato, commendatore della Corona
d'Italia, Socio corrispondente della Società Storica Nazionale, Membro per gli
studi del Risorgimento, Membro della Società Storica di Lombardia, Consigliere
della Società letteraria e Amici dei monumenti di Milano.[2] Note modifica ^
Rovito, 1922, pp. 428-429. ^ Ferrari, 1925, p. 141. Bibliografia modifica
Teodoro Rovito, Cairo Giovanni, in Letterati e giornalisti italiani
contemporanei: dizionario bio-bibliografico, seconda edizione, Napoli, T.
Rovito ed., 1922. Andrea Ferrari, Necrologio dell'Avv. Giovanni Cairo, in
Archivio storico per la città e i Comuni del Circondario e della Diocesi di
Lodi, n. 3-4, Lodi, Tipografia Borini-Abbiati, gennaio 1926. Portale Biografie
Portale Letteratura Controllo di autorità VIAF (EN) 311155074 · ISNI (EN) 0000
0003 8961 6743 Ultima modifica 7 mesi fa di FrescoBot PAGINE CORRELATE Giuseppe
Chiarini letterato e critico letterario italiano (1833-1908) Antonio Cavagna
Sangiuliani storico italiano Giovanni Baroni avvocato, politico e bibliotecario
italiano. C., Dizionario ragionato dei Simboli . con IfjO disegni originali STORIA
E MITOLOGIA UNIVERSALE - LETTERE - ARTI SCIENZE ARCHEOLOGIA NUMISMATICA ICONOLOGIA
ERMETICA SCIENZE MISTICHE E OCCCLTE EMBLEMATICA AGIOGRAFIA LEGGENDE TRADIZIONI USI
E COSTUMI Hoepli LIBRAIO DELLA REAL CASA MILANO Cmlogno - Stal.ilimento
TipograHco A. (I. CAIRO - lCa»!i l'ondm»). IL SIMBOLO, forma più semplice e più
incoscieute dell’associazione mentale, è antico quanto l’uomo – H. P. GRICE:
HOMO SYMBOLICVS --. Fin dal primo stadio della civiltà, le genti obediscono ad
un intimo procedimento che dalla percezione sensibile d’una idea giunge alla
concezione della realtà percettiva e concreta, traducendosi in SEGNI materiali
o in mezzi rappresentativi. I selvaggi pensano per imagini. Ancora oggi le pelli rosse usano della pictografia, interpetre (inter
petra) – BOEZIO (vedasi), DE INTERPRETAZIONE – H. P. Grice: “I was told my
account of meaning rests on a common place: meaning IS intention – indeed ‘intenzione’
means ‘significazione’ in italian! – false etymology: From inter (“between”) +
a derivation from Proto-Indo-European *per- (“to sell, traffic in”), extended
sense from *per- (“forward”), with proposed developments *enter-poro- (“going
between”) ⇒ *enter-pore-t- (“who goes between”) (t-stem derivation) and *enterpŏress
(with addition of the nominative singular case ending -s and assimilation of
the -et to the ending) > *enterpress (with syncope) > interpres.[1][2] ^
De Vaan, Michiel (2008), Etymological Dictionary of Latin and the other Italic
Languages (Leiden Indo-European Etymological Dictionary Series; 7), Leiden,
Boston: Brill, →ISBN, ^ “interpret”, in
The American Heritage Dictionary of the English Language, 5th edition, Boston,
Mass.: Houghton Mifflin Harcourt, , →ISBN. -- dell’anima immensa di popoli
diversi e matrice dell’alfabeto, e certi australiani portano tatuato sul petto
l’emblema della bestia da cui credono discendere e d’essere protetti. Paolo
afferma che le cose invisibili si possono arguire dalle cose visibili. “Per formae
ad veritatem” è la parola di Dionigi l’Areopagita, chiave del prisco
simbolismo. “Con i simboli,” afferma Carlyle, la fantasia, mediante la mistica
regione della meraviglia, agisce nel piccolo e prosaico dominio del senso, e fa
un corpo solo con esso. Nel vero simbolo l’infinito è costretto ad unirsi al finito,
a rimanere là visibile e, per così dire, tangibile, e poiché è legge di natura
che l’uomo sfugga la fatica cerebrale, FERRERO (vedasi) concepisce la teorica
naturalistica del simbolo, come fenomeno della primitiva vita dell’uomo,
incardinato sui concetti dell’inerzia mentale e della legge del minimo sforzo.
Se non che anche nel pensiero moderno, se sono svariate le poetiche illusioni
di una teleologia etica della natura, è categorica norma di vita rendere le
idee, o astratte o concrete, mediante si. ' La )>arola fiìmltuios conio
é iudieato ilalla etiniolugÌH.... «toNÌgua la cumiessiune lo> gica di
dtie termini o dati, ciascuno dei quali ì»arteci)tH roit Tallro di una
particolare relazione. Esprime pertanto un rapporto mentale – Grice, psichico,
inter-psichico, psi-transfer --, che può essere tanto vario quanto sono
molteplici i termini ohe possono costituirlo. MARCHESINI (vedasi). Il simbolismo
nella conoscenza e nella morole Tomak 4 » Carlyle - Surlor JlesarhiM. Ili - 5 .
fU) OroniELMo Fkrkeko - I Simboli, / -•r.ril C \ p I ItRt Mici »„gg«,livi ohe
abbrevino il pensiero. ^ sempre nell’uomo, secondo l’espressione baconiana
dello . iiM- ìectiis sibì *, rapporti e conseguenze i è rivelatrice inesausta —
tra le cose sensibili e le cose intellettive, in un intreccio d’armonie della
materia e d’armonie e o spi rito. Anche l’uomo moderno, duuciue, accetta IL
SIMBOLO come espressione analogica che fìssa in sintesi la rappresentazione dell’idea
o del fatto; e non solo la accetta, sì bene iie raccomancla il valore
psicologico – o psichico – H. P. Grice -- al criterio estetico e l’INSEGNA coll’ispirazioni
e con il magistero dell’arte. Così, accettando ex, lìvofesuo per < SIMBOLO,
in senso generico e secondo il concetto logico e l’uso legittimo e comune, il
sinonimo di segno rappresentativo e convenzionale, noi dobbiamo segnalare la
copiosa'suppellettile degli iconogratì che — con le seste, con lo scalpello,
con il pennello, con il cesello, con il bulino — SIGNIFICANO il pensiero del
proprio tempo, perpetuando quello del passato e anticipando quello
dell'avvenire; e dobbiamo insieme ricmioscere ohe parecchie utili nozioni — e
storiche o artistiche e letterarie e filosofiche ~ benché CONSEGNATE alla
espressione grafica di opere INSIGNI ed immortali — restano tuttora astratte o
straniere, non pure alla folla, sì bene anche al publico di media cultura. Per
molli rimane gelido DI-SEGNO e tacita lingua anche l’EMBLEMA tracciato colle
linee dell’ingegno sublime; e l’arte, per grande che sia, non è vittoriosa
quando non penetra nell’anime e non stabilisce quei rapporti mentali che si
rivelano soltanto nella mutualità dei termini delio spirito con i termini della
materia. Opportuno ci sembra, dunque, osservare là genesi e lo svolgimento del
SIMBOLO più frequentemente ricorrente nelle arti rapprentative e nelle sue SIGNIFICAZIONI
migliori, accostandoci alla condizione psichica – H. P. Grice, non psicologica
-- di chi lo produce, facendolo ri-vivere nelle condizioni d’ambiente che lo
crearono «ooi'v j dell’artista nei suoi elementi etnografici Iradizioimr 'i
personali, di indoU, di passione e di edu^aaiot ' ' Il dizionario ragionato di
C., con cui - y noi ci mettemmo per un bosco Olle da nessun sentiero è SEGNATO,
non ha la pretesa di compiere alti offici rii ,1 t»ale:^nè la aoltila
diliganaa, ub la paaianta feilnZa^oot VII pilazione — iii cui non è esclusa
gran parte d’osservazioni originali e subiettive — possono renderci lieti e
sodistatti come di lavoro compiuto e idoneo ad aggiungere una gemma alla bibliopea
culturale. Tuttavia, senza retorica umiltà o insincera modestia, ci sembra che
il tentativo di rendere accessibile a tutti una non breve serie proficua di
cognizioni assunte alle loro fonti naturali, e pure per molti racchiuse ancora
come in uno ERMETICO scrigno, risponda, se non ad una necessità, almeno ad una
utilità degli studi popolari. Ci conforta in questo pensiero l’esortazione di
Miìntz, il quale, consapevole della somma efficacia dell’iconografia per le
moltitudini, vorrebbe che l’eloquenza pratica di essa è ricondotta in onore colla
perluauonle riadozione dell’ALLEGORIEa, degl’EMBLEMI e dei SIMBOLI antichi e
universali; come quelli che a mala pena sopravvivono tuttora espressi nelle INSEGNO:
la pàtera e il serpe d’Esculapio lier le fàrmacie, la mano calzata per i
guantai, la catinella ad insenatura degli sfregia rusticani e via via. Non
abbiamo voluto appesantire la nostra impresa indugiandoci a seguire le dotte
dissertazioni dei filosofi e degl’ermeneuti del simbolo. Nelle pagine del lavoro
di C. — che ha intendimento eclettico e forma lessicale, il volonteroso lettore
trova agevolmente e speditamente la ragione ricostruttiva di imagini e di SEGNI
ohe, in statue, in quadri, in ornamentazioni murali e vascolari, in decorazioni
di genere, possono sembrare pleonastiche o arcane, comunque incomprensibili, e
invece sono attributi ormai inscindibili ed integratori della SIGNIFICAZIONE
ESPRESSA – ‘significazione Impressa e un non-senso – H. P. Grice, IMPLICIT --,
consacrati nel paradigma classico, per virtù di una vigorosa potenza di rilfessione
e di una costante attitudine ad astrarre, soltanto possibile a spiriti maturi e
raffinati. Compilammo nè una illustrazione tecnica ne una sinossi dei
principali volumi di emblematica o di simbolica, di cui non è avara la stampa.
Ed obedendo ad una linea programmatica che ci vietasse dissipazione d’argomenti,
pure sentimmo di frequente l’eccessiva rigidità di certe sti’ettoie
geometriche, le quali contenevano l’obietto trattato: e dalla nuda
rappresentazione delle cose, toccammo Euuk.vio Muntz - L'arte impoìare. Bosrli, Crouzor, AIoiio, Guigniiult, Dupuis,
Aréui'St.rier, Bilcho, Bnur, PictrasaDin, MUutor, Muliler, c — tra i moderni –
e non gl’antichi come CICERONE o BOEZIO -- d’Italia — MARZOLO (vedasi), MARCHESINI
(vedasi), FERRERO (vedasi), SIGHOLE. / vili obliquamente, ma fugacemente, di
mitologia, di agiogralia, di totemismo, di talismanica, di archeologia, di
araldica, di alge¬ brica, di ermetica e d’altre discipline collaterali
inservientisi di ideograiùmi, con riscontri e raffronti, vantaggiosi per la
facile erudizione spicciola ed anche per chi aspira a penetrare nello sviluppo
storico delle idee. Per la affinità della materia e per la convergenza degli
effetti didattici che ci siamo imposti, non ci sembrano excursm pericolosi; e
cosi anche non debbono parere soverchie le molte citazioni che attestano
l’elaborazione logica del concetto ed il suo analogico procedimento. Tenemmo
presenti, con il pensiero, gli ammonimenti dell’irrequeto Lessing (1) sul¬
l’uso dei simboli nella poesia e nelle ai^;i rappresentative; ma le citazioni
noi scegliemmo « come fior da fiore » nella aristocrazia del pensiero artistico
e letterario; e per ossequio di fedeltà le riportammo nel testo originale,
quaud’esso fosse di parola latina 0 di parola di madre latina. Comunque, anche
in questo nostro disegno noi ci sfoi’zammo di fare cosa italiana dedicata agli
italiani, per giovare - se è possibile — al nobile vanto, riconosciuto esso
pure dal Miintz alla Patria nostra, di mantenere gelosamente serbato nei secoli
il contatto fra il suo popolo e i suoi artisti, mezzo glorioso di sviluppo,
psichico e intellettivo che tutte le nazioni del mondo ci invidiano. G. G. Il
AmAI*KO KkUAIM'» Lkksi.m: - X.C XxM GIOVANNI CAIRO 0 Dizionario ragionato dei
Simboli > . con IfjO disegni originali -STORIA E MITOLOGIA UNIVERSALE -
LETTERE - ARTI SCIENZE - ARCHEOLOGIA - NUMISMATICA - ICONOLOGIA ERMETICA -
SCIENZE MISTICHE E OCCCLTE - EMBLEMATICA - AGIOGRAFIA - LEGGENDE TRADIZIONI -
USI E COSTUMI Ulrico Hoepli EDITORE LIBRAIO DELLA REAL CASA MILANO PROPRIETÀ
LETTERARIA Cmlogno - Stal.ilimento TipograHco A. (I. CAIRO - lCa»!i l'ondm» nel
1790). Il simbolo (1) — forma più semplice e più iucoscieute dell’as¬
sociazione mentale — è antico quanto l’uomo. Fin dal primo stadio della civiltà
le genti obediscono ad un intimo procedi¬ mento che dalla percezione sensibile
di una idea giunge alla concezione della realtà percettiva e concreta,
traducendosi in segni materiali o in mezzi rappresentativi. I selvaggi pensano
per imagini. Ancora oggi le pelli rosse usano della pictografia, in- terpetre
(inter petra^) dell’anima immensa di popoli diversi e ma¬ trice dell’alfabeto,
e certi australiani portano tatuato sul petto l’emblema della bestia da cui
credono discendere e di essere protetti. Paolo afferma che le cose invisibili
si possono arguire dalle cose visibili. « Per 'fòrmae ad veritatem » è la
parola di Dionigi l’Areopagita, chiave del prisco simbolismo. « Con i simboli —
afferma il Carlyle — la Fantasia, me¬ diante la mistica regione della
meraviglia, agisce nel piccolo e prosaico dominio del senso, e fa un corpo solo
con esso. Nel vero simbolo l’Infinito è costretto ad unirsi al finito, a rima¬
nere là visibile e, per così dire, tangibile *, E poiché è legge di natura che
l’uomo sfugga la fatica cerebrale, il Ferrerò (3) con¬ cepisce la teorica
naturalistica del simbolo, come fenomeno della primitiva vita dell’uomo,
incardinato sui concetti della inerzia mentale e della legge del minimo sforzo.
Se non che anche nel pensiero moderno, se sono svariate le poetiche illusioni
di una teleologia etica della natura, è categorica norma di vita rendere le
idee — o astratte o concrete — mediante fi) ' La )>arola fiìmltuios conio é
iudieato ilalla etiniolugÌH.... «toNÌgua la cumiessiune lo> gica di dtie
termini o dati, ciascuno dei quali ì»arteci)tH roit Tallro di una particolare
re- lazìune. Esprime pertanto un rapporto mentale, che può essere tanto vario
quanto sono molteplici i termini ohe possono costituirlo ». MARCHESINI (vedasi)
- Il simbolismo tiella conoscfuza e nelln morole^ v 2 ) Tomak 4 » Cari.vi.e -
Surlor JlesarhiM. Ili - 5 . fU) OroniELMo Fkrkeko - I Simboli, / -•r.ril C \ p
I ItRt Mici »„gg«,livi ohe abbrevino il peueiero. ^ sempre nell’uomo, secoudo
l’espressione bacoiuana dello . iiM- ìectiis sibì *, rapporti e conseguenze i è
rivelatrice inesausta — tra le cose sensibili e le cose intellettive, in un
intreccio di armonie della materia e di aimouie e o spi rito. Anche l’uomo
moderno, duuciue, accetta il simbolo come espressione analogica che fìssa in
sintesi la rappresentazione del¬ l’idea 0 del fatto; e non solo la accetta, sì
bene iie raccomancla il valore psicologico al criterio estetico e lo insegna
con le ispi¬ razioni e con il magistero dell’arte. Così, accettando ex,
lìvofesuo per < simbolo *, in senso gene¬ rico e secondo il concetto logico
e l’uso legittimo e comune, il sinonimo di «segno rappresentativo e
convenzionale», noi dob¬ biamo segnalare la copiosa'suppellettile degli
iconogratì che — con le seste, con lo scalpello, con il pennello, con il
cesello, con il bulino — significarono il pensiero del proprio tempo, perpe¬
tuando quello del passato e anticipando quello dell'avvenire; e dobbiamo
insieme ricmioscere ohe parecchie utili nozioni — e storiche o artistiche e
letterarie e filosofiche ~ benché conse¬ gnate alla espressione grafica di
opere insigni ed immortali — restano tuttora astratte o straniere, non pure
alla folla, sì bene anche al publico di media cultura. Per molli rimane gelido
di¬ segno e tacito linguaggio anche l’emblema tracciato con le linee
dell’ingegno sublime; e l’arte, per grande che sia, non è vitto¬ riosa quando
non penetra nelle anime e non stabilisce quei rap¬ porti mentali che si
rivelano soltanto nella mutualità dei termini delio spirito con i termini della
materia. Opportuno ci sembra, dunque, osservare là genesi e lo svol¬ gimento
del simbolo più frequentemente ricorrente nelle arti ran pre.^ntative e nelle
sue significazioni migliori, accostandoci alla condizione psichica di chi lo
produsse, facendolo rivivere nelle condizioni di «ambiente» che lo crearono
«ooi'v j dell’artista nei suoi elementi etnografici Iradizioimr 'i personali,
di indoU, di passione e di edu^aaiot ' ' Questo libro, con cui - y noi ci
mettemmo per un bosco Olle da nessun sentiero era segnato, non ha la pretesa di
compiere alti offici rii ,1 t»ale:^nè la aoltila diliganaa, ub la paaianta
feilnZa^oot VII pilazione — iii cui non è esclusa gran parte di osservazioni
originali e subiettive — possono renderci lieti e sodistatti come di lavoro compiuto
e idoneo ad aggiungere una gemma alla bi- bliopea culturale. Tuttavia — senza
retorica umiltà o insincera modestia — ci sembra che il tentativo di rendere
accessibile a tutti una non breve serie proficua di cognizioni assunte alle
loro fonti naturali, e pure per molti racchiuse ancora come in uno ermetico
scrigno, risponda, se non ad una necessità, almeno ad una utilità degli studi
popolari. Ci conforta in questo pensiero l’esortazione del Miìntz (1), il quale
— consapevole della somma efficacia dell’iconografia per le moltitudini —
vorrebbe che la eloquenza pratica di esSa fosse ricondotta in onore con la per-
luauonle riadozione delle allegorie, degli emblemi e dei simboli antichi e
universali; come quelli che a mala pena sopravvivono tuttora espressi nelle
insegno: la pàtera e il serpe di Esculapio lier le fàrmacie, la mano calzata
per i guantai, la catinella ad insenatura degli Sfregia rusticani e via via.
Non abbiamo voluto appesantire la nostra impresa indugian¬ doci a seguire le
dotte dissertazioni dei filosofi e degli ermeneuti del simbolo (2). Nelle
pagine del -nostro lavoro — che ha in¬ tendimento eclettico e forma lessicale —
il volonteroso lettore troverà agevolmente e speditamente la ragione
ricostruttiva di iraagini e di segni ohe — in statue, in quadri, in
ornamentazioni murali e vascolari, in decorazioni di genere — possono sembrare
pleonastiche o arcane, comunque incomprensibili, e invece sono attributi ormai
inscindibili ed integratori della significazione espressa, consacrati nel paradigma
classico, per virtù di una vi¬ gorosa potenza di rillessioue e di una costante
attitudine ad astrarre, soltanto possibile a spiriti maturi e raffinati.
Compilammo nè una illustrazione tecnica ne una sinossi dei principali volumi di
emblematica o di simbolica, di cui non fu avara la stampa, specie dal secolo
XVI al secolo XVIII. Ed obedendo ad una linea programmatica che ci vietasse
dissipa¬ zione di argomenti, pure sentimmo di frequente l’eccessiva rigi¬ dità
di certe sti’ettoie geometriche, le quali contenevano l’obietto trattato: e
dalla nuda rappresentazione delle cose, toccammo (1) Euuk.vio Muntz - L'arte
impoìare. (2) Bosrli, Crouzor, AIoiio, Guigniiult, Dupuis, Aréui'St.rier,
Bilcho, Bnur, PictrasaDin, MUutor, Muliler, c — tra i moderni d’Italia —
Marzolo, Maroliosini, Jj'orroro, Sighole. / vili obliquamente, ma fugacemente,
di mitologia, di agiogralia, di totemismo, di talismanica, di archeologia, di
araldica, di alge¬ brica, di ermetica e d’altre discipline collaterali
inservientisi di ideograiùmi, con riscontri e raffronti, vantaggiosi per la
facile erudizione spicciola ed anche per chi aspira a penetrare nello sviluppo
storico delle idee. Per la affinità della materia e per la convergenza degli
effetti didattici che ci siamo imposti, non ci sembrano excursm pericolosi; e
cosi anche non debbono parere soverchie le molte citazioni che attestano
l’elaborazione logica del concetto ed il suo analogico procedimento. Tenemmo
presenti, con il pensiero, gli ammonimenti dell’irrequeto Lessing (1) sul¬ l’uso
dei simboli nella poesia e nelle ai^;i rappresentative; ma le citazioni noi
scegliemmo « come fior da fiore » nella aristocrazia del pensiero artistico e
letterario; e per ossequio di fedeltà le riportammo nel testo originale,
quaud’esso fosse di parola latina 0 di parola di madre latina. Comunque, anche
in questo nostro disegno noi ci sfoi’zammo di fare cosa italiana dedicata agli
italiani, per giovare - se è possibile — al nobile vanto, riconosciuto esso
pure dal Miintz alla Patria nostra, di mantenere gelosamente serbato nei secoli
il contatto fra il suo popolo e i suoi artisti, mezzo glorioso di sviluppo,
psichico e intellettivo che tutte le nazioni del mondo ci invidiano. G. G. Il
AmAI*KO KkUAIM'» Lkksi.m: - X. \ Fonli Principali. Au'iatii Amatucci A-MimosoLi
Anfosso Akoldi Aroudi Astolfi BÀchc Baldi Ballesio Bartiiklb.mv Bassi Back Birt
Bocchi Bomha<t Boscii Bosio Bottaui Bouk(ìbois Burckardt Burckardt Cahier
Calmbt Ca.mbrariun Canestrini Canestrini Canestrini Cartari Cartari Casini -
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Milano. - Stregoneria e ociniltismo - Milano. - Della OfBcina isterica -
Venezia 1005. - Simbolica <lel culto mosaico - Eidelberga 1887-80. -
Frammenti di storia dell’astrologia - Milano. - Fraseologia italiana - Firenze.
- Xoreon manucl ile iiumixmiifiqw- aticiénne - Parigi 1898. - Mitologia
babilonese e assira - Milano. - Simbolica e Mitologia o Religione naturale dell'antichità
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Le alleanze degli animali e delle piante - Torino I9<i9. - Le imagini de i
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Commedia. X Casoni Castelli Cavkdoki Emblemi politici - Venezia 1G3‘2. Leggende
talmudiche - Pisa. Raggnaglio critico dei monumenti delle arti cristiane pri¬
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religioni orientali nel paganesimo romano - Bari. Darbnbkuc e Saiilio -
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Simboli. A 1. A _ Lettera deriyata da un geroglifico formato a testa di bue ^in
fenicio: alep), iniziale di tutti gli alfabeti conosciuti, fuor che il runico e
l’abissino antico, e per ciò simbolo di principio generale. In ebraico aleph
indica //uUla, e i greci chiamavano alpha questo primo segno alfa¬ betico. Gli
orlici insegnarono che Giove è il primo e l’ultimo, il comin- ciamento e il
line, l’alfa e l’omega. — « Io sono l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, il
principio e il. fine » (Cristo, per denotare la perfezione della ■sua natura.
Apoc. I 81. Alfa e omega scolpivansi sui primi tumuli cristiani. I.10 Ueu che
fa contcaita nueifta corte Aif» oi\ Omega « tìi iiuanta scrittur» Mi legge
amore o lievemente o forte. U’nrit. XWI - l(ii. Nella logica tonfale si designa
con A la proposizione nnivex'sale af¬ fermativa. in opposizione ad una
universale negativa, secondo il dettato : Ass^nt .,1^ nei/nt vrnim fienernUtei'
nmho; A»^ct'it I. ufif/nt O. affi partiruiariter ambt». 2 . ABETE — Le selve di
abete hanno una maestà tragica. L’ aspetto gi¬ gantesco di questa pianta
resinosa, che s’avvinghia alle rupi con radici attorciglianti, che si ingemma a
primavera di bottoni corallini, infonde al paesaggio una bellezza grave,
melanconica, soffusa come di ieratico mistero. Per la straordinaria durezza del
legno e il verde persistente delle foglie essa è largamente data come simbolo
di perpetuità felice, nelle cerimonie augurali dei paesi del settentrione :
negli alberi natalizi, negli alberi nuziali di Curlandia; in quelli del primo
di maggio, nella Slesia; dei balli notturni a san Gio¬ varmi, nell’ Harz ;
negli ornamenti delle giovenche avviate ai primi pascoli dell’anno, nella
Germania. Albero di suprema bellezza, parve non troppo de¬ gno di
considerazione al « giullare di Dio », a cui piacquero, forse, sodisfazioni
meno estetiche : I>ì vite torta (• iiìccf>la ^ Naw e r uva matura :
Aliete il ritto ed arduo Senza frutto ha statura. ('onsidera più T opera (die
ia granile Hgura. ^ (jRcrt]>omf da Todi). Di somma utiUtà anche industriale
è invece l’ abete, per la sua leggerezza e Hes.sibilità : Hcrché do)«*e e
legger, rahoto è il meglio. (Alamanni - Cottiv. IV - 1 2 Usatissimo nelle
costruzioni navali, tìguratamente si disse abete per nave: Lepaut-o il sa, olio
nel naval conflitto Dei toschi abeti le tremende posse Mirò stordito. (Filicaia
- Bim . T - Ifili). Qnnndo Gliason dal Pelio Spinse nel mar gli abeti. (Monti -
A Monijul/lfr - 1|. IjO (lonnicciuole fiorentine pongono sulla soglia
dell’uscio il ramo d’abete per allontanare le streghe. | In araldica l’abete è
segno di animo nobile (Itohiola), di ginstizia incorruttibile (Brondi). .S.
ABRACAS — Pietre trovate in Oriente (sec. II), rappresentanti un torso d' uomo
con testa di gallo e gambe serpentitonni, probabilmente de¬ notanti la divinità
persiana di Mitra (S. Gerolamo); usate poi dalla setta dei cristiani gnostici
basiliani, come amuleto o per nascondere sotto il sim¬ bolo .la dottrina della
Trinità, come, secondo alcuni, farebbe credere l’ori¬ gine della parola
al>racas, dalle lettere iniziali ebraiche: At), lieìl, Iluacìi hnkndPHh
(Padre, Figliuolo, Spirito Santo). (Cfr. : S. Barzilai, Citi abraxas). [I Dalle
abracas sembra derivata la parola cabalistica Abracadabra, formata a piramide
rovesciata o a triangolo equilatere, simbolo della Trinità, come segue : .0 B R
A C A I > A B R .0 A B R -A C A II .0 B lì A B R A C A I) A B A B R A C A T)
A A B R A C A ri A B R A C A A B R A (■ AERA A B R A B A Questa arcana figura
fu molto adoperata nell’occultismo terapeutico e il medico Q. Sereno Sammonico
(HI sec. d. C.) ne scrisse, prescrivendone 1’ applicazione al collo dei malati
di febre e attribuendovi « mirandam po- ientiam ». (De medicina praecepta).
abbraccio — Il cingere con le braccia la persona, atto di significa¬ zioni
varie; di affetto, come Casella abbraccia Dante (l‘urg. II. 76); di sa¬ luto,
come sono le « accoglienze oneste e liete » di Sordello al suo conter¬ raneo
Virgilio, di cui ancora ignora il nome {Purg. VII. 1); di reverenza quando
Sordello, saputo il nome del suo grande interlocutore, lo abbraccia «dove il
minor s’appiglia» (Furg. VII. 16. )| Nell’antico costume di Francia chi si
costituiva spontoneamente debitore, prendeva il braccio del creditore e se lo
passava attorno al collo in segno di sommessione, che equivaleva a schiavitù.
1| Si dava l’abbraccio {accoladei al novello cava¬ liere, insieme al bacio
sulla guancia ed al colpo piatto della spada nuda, in segno di immissione
all’officio, ed ancora oggi vige questo rito in ta¬ lune congeneri occasioni,
come nel trapasso di potere. Es. : nella trasmis¬ sione della presidenza alla
Camera dei deputati italiani. ] Nelle efferve- 3 sceaze rivoluzionarie di
Francia l’abbraccio fu prodigato con larghezza come pegno di confidenza
reciproca nei destini della Patria. Nelle loggie massoniche è dato come segno
di fratellanza. Le Grazie si rappresen¬ tano sempre abbracciate, ed una di esse
ha sempre volta la schiena e le due altre guardano lo spettatore, per
significare ohe una grazia data ne deve procurare due altre in compenso. (V.
Gesto). 6. ACACIA — Leguminosa profumata, a grappoli fioriti di giallo, striati
di bruno verdastro, della cui leggiadria si compiacque la leggenda inspira¬
trice di culti arcani e delle iniziazioni misteriose dei settatori. « Per ohi
comprende i simboli » l’acacia è « il tabernacolo d’Iram, ohe insegna tome .si
debba rivivere Immortale.... è l’emblema del- l’Iniziato uscente dal sarcofago,
di Osiride rina¬ scente in Oro, dell’ agnello ohe occorre risuscitare »
iSaunier). Infatti Irain l'architetto die il re di Tiro aveva inviato a
.Salomone per costrurre il Tempio — ucciso in agguato da tre suoi invidi operai
— lu sepolto sul Libano di notte, e sulla sua fossa crebbe un ramo di acacia.
Scrive Fran- cp.sco Salii, cosentino (1759-18.32) : E l'er lialze juìi
ìm>si>ite o dirotto lo g«‘ppelUro, ove uou eia dii ’l uoti ili parte d’alte,
antiche pianto ingombra, in cui, uiiilgratlo il di, perpetua è 1' ombra. Per i
franchi muratori l’acacia è il simbolo del lutto. « A Bisanzio, l’Acacia ebbe
gli onori del Loto, non solo por gli Iniziati ma anclie per gli Imperatori,
poiché, incominciando da Leone I, essi lo presero per simbolo del loro potere »
(Saixnier). «L’Acacia, poi, restava il simbolo dell’ Anima immortale e della
Resurrezione che ognuno opera quaggiù allorché sa vincere le Tenebre della sua
sensualità, per divenire un vero Libero Muratore, cioè un soldato della Luce e
della Giu¬ stizia {iiL). Più modicamente, il vago arboscello — la cui
etimologia indica « senza malizia » — venne cosi chiamato perchè le punture
delle sue spine non sono velenose tMaranesi) , ed il linguaggio dei fiori lo
annovera come simbolo di affetto puro (Zaccone). 6. ACANTO — Pianta vivace le
cui belle foglie lucide, laciniate profondamente e accartocciate fu¬ rono
motivo inspiratore allo scultore ateniese Cal¬ limaco, che le vide
graziosamente spuntare agli orli dell’embrice di una tomba. Cosi ebbe origine
l’ordine detto del capitello corinzio (Vitruvio). Il gesuita Viloopende ue
rivendica l’invenzione agli architetti del tempio salomonico. Nell’
architettura gotica si adotti) l’acanto spinosa, e — si comenta giudiziosamente
— « vedesi anche in questo l’in¬ dole della nazione». Analogicamente l’acanto
fu assunto come simbolo del culto per le arti belle. A ricordare questo culto
la sua foglia elegante A<.'AKTO 4 fu appunto dipinta da Augusto Sezanne, in
una delle formelle di casa Stagni , detta del Canton dei Fiori, a Bologna
(1892'). Fiore tU carta ri^utia, dentato i petali di tini aghi, che snello
sorgi dal oospo, come un serpe alato da un capitello; iìoro che ringhi dai
dritti scapi eon bocche tue di piccoli ippogrill; tior del Poeta ! (Pascoli -
Fior <t’itmnlo). 7. ACONITO — ACONITO Ranuncolacea di varia specie e colore,
nativa delle alte e nude cime montane, nei luoghi ombrosi, di pessima fama per
le qualità venefiche. È, infatti uno dei più poderosi narcotici acri, e dà
frenesie letali. « Amazza gli uomini, se non ritrova in essi altro veleno, ohe
ritrovandovisi combattono due veleni insieme, e s’am¬ mazzano, e l’uomo campa »
(Durante). Si diceva nato dalla bava di Cerbero e ne usavano glL antichi per
attossicare le lande e gli strali di battaglia. Nel lin¬ guaggio floreale — per
unita testimonianza di antichi e di moderni autori — è indicato il simbolo
della ven¬ detta, del rimorso, dell’amore colpevole. Aconito e cicuta Nascer da
salutifera ratUce Non si vìder tjiammai. (Guarini - l’astor Fido ITI - 5). 8.
ACQUA — Nelle semplificazioni mentali ma possenti dei popoli primi¬ tivi
l’acqua esercitò un fascino particolarissimo come principale elemento
fenomenico della materia cosmica. La sua necessità sentita imperiosamente
dall’uomo, la natura misteriosa della sua origine, l’ammirazione del suo spet¬
tacolo imponente e fecondante, operarono vigorosamente sulle nienti e le
ispirarono ad una sacra venerazione. Innumerabili furono i miti delle acque,
dei mari, dei fiumi, dei laghi, delle sorgenti, specie nell’avanzato politei¬
smo. Esiodo e Talète di Mileto insegnarono ohe 1’ acqua è il principio di tutte
le cose create ed ha la miglior parte nella loro formazione. Nei corsi d’ acqua
si credeva che abitassero le divinità ed era celebre il lago di To¬ losa in cui
si gittava l’oro e l’argento preso ai nemici ; ancora oggi le pelli rosse
americane fanno offerte votive a fiumi e a laghi, e cosi avviene in Bretagna,
in Isoozia, in Irlanda, dove esistono ancora pozzi sacri. L’acqua è sempre «
l’elemento inesauribile ohe circola in tutte le creature viventi dalla pianta
all’uomo.... mediatrice e macchinatnce, comune a tutto ciò che vive, mista alla
nostra carne, e alla fibra dell’albero, eguale nel nel nostro cuore e nell’acino
d’uva, nella nuvola e nella lacrima , (G. D An¬ nunzio - Più che l’amore). Ma
la evoluzione del mito produce 1 altio grande e poetico mistero religioso della
rigenera sione. (Cfr.: A. De J^u- bernatis - Mitologia comparata). L’acqua
della cosmogonia biblica cijn Noe, della indiana con Mann, della greca con
Prometeo e Deucalione, dalla leg- B genda del diluvio diventa l’acqua lustrale
rigeneratrice, onde si sublima in una spiritualità superiore il rito del
battesimo cristiano. Chi non è rige¬ nerato dall’acqua non potrà entrare nel
regno dei cieli, e l’acqua signilica 10 Spirito Santo (S. Giovanni - V e VII).
|| Varie altre significazioni die¬ dero gli emblemisti alle acque: di moto; di
aboudanza di grazie; es. : nel- l’impresa del marchese Ferrante Carraia
(Ruscelli). j| 11 segno dell’ acquario nello zodiaco è assegnato al gennaio,
per le pioggia abbondanti di questo mese e rappresenta Ganimede coppiere di
Giove. 9. ADIANTO — Capelvenere — Felce officinale dedicata a Proserplua. Nel
linguaggio floreale simboleggia la modestia. 10. AGATA — Quarzo calcedonio di
rari colori semplici, iridati e scre¬ ziati ; una delle dodici gemme dell’
efod., indumento superumerale dei sa¬ cerdoti ebrei. Rappresentava la tribù di
Manasse, posta seconda nel terzo ternario (Giuseppe Flavio). |! Credevasi utile
contro il morso degli scor¬ pioni (Plinio), per sciogliere gli incantesimi, e
cosi si portava come simbolo di difesa. I Gli arabi la tenevano valida, se
bevuta in polvere dalle donne, a rifare loro la virginità. , In araldica
significa vita felice. 11. AGAVE — Pianta amarillidea, indigena dell’ America
settentrionale. Le sue foglie rigido, robuste, prima di espandersi ampiamente
restano so¬ vrapposte strettamente l’una all’ altra, imprimendosi a vicenda il
segno incancellabile delle spine, il quale resta come uno stigma di dolore
inciso su di esse, perennemente ; e pure con questa fitta incessante, la vita
dell’agave procede, lenta, impassibile, sfidando 11 raggio rovente del sole e
il morso profondo del gelo. Per l’inclemenza del nostro clima la bella pianta
or¬ namentale non ha il pieno sviluppo e il frequente fiorire ; non ha
esultanze primaverili, non gioie estive, non sconforti autunnali, non caducità
negli implaca¬ bili inverni ; ma — ad un dato momento — essa rac¬ coglie tutto
il tesoro delle sue intime forze latenti, e in im fragore violento come uno
schianu», lancia nei cieli un flore meraviglioso, che è tosto sorretto e cir¬
condato da tutte le foglie, come con trepido affetto. Cosi il popolo — ohe è il
maggiore dei poeti — da quel poetico ciclo di esistenza ha tratto un istruttivo
insegnamento di filosofia, favoleggiando che il fiore dell' agave sboccia ogni
cento anni, e segna nel tempo il mo¬ mento avventuroso della* sua gloria e
della sua morte. Con pari facilità l’agave — impassibile sotto la imperitura
ferita, non vinta dalle ostilità esteriori, forte dell’interiore energia nel
diuturno sacrificio, fino al pro¬ rompere del suo fiore trionfale — fu
designata come simbolo dei dovere. || Altri per la improvvisa, violenta
fioritura dell’agave, la adottarono per simboleggiare la passione che splende e
muore simultaneamente. || Ed altri ancora (Zuccone) danno l’agave per il
simbolo della cautezza, che a noi pare contrasti al quadro fenomenico del suo
fiorire. || La corteccia e le foglio dell’agave somministrano un filo molto
tenace per cordami, reti ed involucri, ed i niessican e i cubani le usano come
tegole per coprire le proprie capanne. Dal suo succo essi estraggono pure un
licore ^-adevole detto ptUque, e delle sue spine tanno chiodi, e per questi
pregi non co¬ muni avevano anticamente dedicato alla pianta il simbolo della
utilità e ne avevano fatto la dea Perlarico Maiance {Frpmdouhtafi - agosto
1908). 12. AG-NEliIiO — Nel culto giudaico — volto precipuamente a celebrare i
doni della terra — aveva primaria importanza la primaverile testa detta Pasqua
{rexach), dedicata alle primizie degli armenti. Nel decimo giorno del primo
mese dell’anno inisciìì) ciascuna famiglia sceglieva un agnello maschio, immune
da ditetti, e lo rinchiudeva in uno stabulo, fino alla sera del giorno
decimoquarto ; lo scannava e arrostiva al tramonto per mangiarlo interamente,
con pane senza lievito, con lattughe amare, e in piedi, con cinte le reni, le
scarpe calzate, bastone in mano, nell’ atto di viandanti in procinto di
partire, e tingendo, poi del suo sangue, l’architrave e i battenti della casa.
Questa cerimonia preservò in Egitto gli israeliti dalla strage comandata da
Dio, e fu facilmente posta in rapporto con l’ esodo ebraico dal regno dei
Fayaoni. Il concilio di Nicea (825) determinando cronologicamente la
celebrazione della resurrezione di Cristo nella domenica dopo il plenilunio
successivo all’ equinozio di primavera, lece coincidere la Pasqua cristiana con
quella israelitica; e cosi si mantenne anche dai cristiani il simbolo dell’
agnello espiatorio. Dicevano già le an¬ tiche carte che Isaia aveva invocato
dal Sigpiore che inviasse l’agnello a dominare la terra (LIV - 7); Giovanni
aveva additato il Redentore alle turbe dicendo: «Ecco l’agnello del Signore»; e
come l’agnello svenato aveva salvato i tìgli degli ebrei del ferro dell’angelo
sterminatore, cosi Gesù con il suo sangue salvò il genere umano ; il perchè san
Paolo dice Lui « immolato quale nostro agnello pasquale » (^1? Corinti - V 7),
e tutta l’ aiiocalisse è la gloritìcazione dell’agnello, cioè di Gesù.
(<•««. 1\ - 4 Ksod. XU - — id. XXIX, 88 - Is. - XXII, 1 — Gerem. LUI - 7).
Do¬ veva, dunque, avere preminenza l'agnello — già dedicato a Giunone — tra il
moltiplicarsi delle figure dei primordi del cristianesimo, quando esso doveva
ricorrere alla « disciplina dell’arcano » per manifestare le sue ve¬ rità. Nel
bianco agnello sotto la croce san Paolino i-afiRgura Cristo ( a Ferer. Ep.
XXXII): e ... 1/ a^iel ili I>if> ohe le (Pnr{/* XVI - divenne il simbolo
universale del rito della Pasqua. In ogni luogo della cristianità rimane il
rito conviviale, dove si condisce l’agnello o si tanno ciambelle in forma di
agnello; come in Lombardia e in Piemonte, [j L’a¬ gnello pas(iuale si raffigura
passante, qualche vo.lta aureolato, con ima creme da cui pende un piccolo
stendardo caricato di croce rossa. 11 smodo di Co¬ stantinopoli pose fine alla
rappresentazione di Cristo in figura di agnello, ordinando l’adozione della
croce con il divino morente ((>80). Nella ar- cheologia crietianà molte
volte l’agnello rappresenta anche il fedele: pe¬ rocché Cristo, quando commise
a S. Pietro il governo della Chiesa, gli disse di « pascere le sue pecore e i
suoi agnelli » (Giovanni XXI) ; e nei monumenti protocristiani il Kedentore è
in figura di pastore, con l’agnello sulle spalle, forse derivazione dal pagano
Ermete Crioforo, di cui è il più bell’esempio quello del museo lateranense
(Natali), e altri sono quelli del cimitero di S. Ermete, delle catacombe di S.
Caflisto, e l’ultimo scoperto, sul sarcofago di Lambrate (1906). (Cfr. Martigny
- Studi archeogici sul¬ l’agnello). Il Non può persuadere l’asserzione del
Malverfc('.Scienza e religione) che l’agnello fu adottato come simbolo
cristiano per la somiglianza del nome (agnus) con Agni, dio del fuoco, secondo
nella gerarchia celeste degli in¬ diani. L’agnello nelle sacre carte egizie è
già ricordato come esponente di purità e di semplicità. Esso appare con il
disco solare e sovrapposto alla croce (sarcofago del Vaticano, del sec. IV);
poi è sostituito dalla figura di Gesù, ma non sulla croce (mosaico della tomba
di Galla Placidia, a Ra¬ venna, del sec. V). !| Per le sue note qualità è pure
riconosciuto atto a simboleggiare la pace, l’innocenza, la mansuetudine (« qui
coram fondente se ol/nubuit x)\ l’umiltà. «L’agnello è la più umile bestiola
che sia, e però nella Santa Scrittura è figurato per l'umiltà » (Sacchetti). Il
fresco di Taddeo Gaddi nella cappella Baroncelli in S. Croce a Firenze,
rappresenta l’angelo dell’umiltà che oflfre un agnello. La sant’Agnese di Carlo
Dolci, nella galleria Corsini a Roma, tiene in braccio un agnello, secondo la
poe¬ tica leggenda per la quale la santa cosi apparve ai genitori otto giorni
dopo la sua morte ; e il mirabile inno di sant’ Ambrogio comincia : Affneiis
almaG Il 21 gennaio di ogni anno si presentano al papa due candidi agnelli, la
cui lana, simbolo di purità, deve servire a intessere i sacri palli. || I goti
avevano l’agnello sugli stendardi di pace. || Dna interessantissima questione
letteraria nacque dalla interpretazione del verso : La mansueta vostra e gentil
agna (Petrarca - Canzon. 27). Si congetturò che il .sonetto fosse dedicato ai
fiorentini, essendo l’agnello in campo azzurro l’insegna dell’arte della lana,
allora predominante nel reggimento comunale di Firenze. Il Carducci accettò,
pure dubitando, la congettura. Il Cesareo, invece, opina — come altri prima di
lui — nel credere l’agna simbolo della Chiesa. Reoentissimamente il Foresti
affer¬ mava ohe 1’ agna petrarchesca è Agnese Colonna, moglie al conte Orso
del- l’Anguillara, al quale il poeta dedicò il sonetto 27, come dedicava i
sonetti *d5 e 93 del suo canzoniere. (V. Animali). 13. AG-NOCASTO — Sorta di
arbusto detto anche vitice, sempre verde, a cui gli antichi attribuivano la
dote di allontanare ogni pensiero di sedu¬ zione carnale, cosi che le donne che
volevano mantenersi caste ne distilla¬ vano una bevanda; le sacerdotesse di
Cerere ne componevano i propri giacigli, con i fiori e le foglie, e le monache
ne riempivano le materassa per scacciare l’incubo della tentazione. ||
L’etimologia greca e gli attri- I)uli dati all’ agnooasto lo designano come
simbolo della castità e della freddezza in amore. J4. AGRIPOG-IiIO — Arboscello
spinoso, sempre verde, con belle bacche 16. ALBERI — L’albero è una delle
precipue forze organiche nella natura, e poiché partecipa con il regno animale
ai fenomeni della nascita, della vita che cresce e si dilata, della vecchiezza,
della infermità e delia morte, si muove animato nel mito, con le attribuzioni
di qualità spirituali, simili a quelle d’un essere conscio e sovente anche di
un nume. L’adora¬ zione dell’albero è una delle primitive espressioni di
religione: sotto le latitudini più varie la tradizione e la storia ricordano gli
inni dell’nomo inalzati al sorriso della dora generosa e consolatrice. Nei
tempi piu remoti i popoli collocavano i loro dei nelle foreste. Budda è
personificato dall’ al¬ bero; nelle selve normanne freme lo sdegno di Tor dio
fulminante; in quelle dei druidi risuonano spaventevolmente i gemiti delle
vittime umane ; Roma ha per consacrato il legno colpito dalla folgore di Giove;
l’àlbero del paradiso celeste è teogoiiico; l’albero del paradiso terreste è
antropogonico (De Gubematis); ma nella leggenda compie la parabola ideale,
diventando sul Calvario il tronco della salvazione. . La mitologia ellenica —
insuperabile 9 creatrice di plastica bellezza dove altre mitologie si arrestano
al deforme, grossolano feticcio — anima di vari e splendidi incanti le favole
delle piante, dei dori e dei frutti. Nel mito ellenico ogni nume ha la
dedicazione di rm proprio albero sacro; e Roma imita la Grecia, e nel
progredire delle sue conquiste non fa più oggetto del suo culto Silvano e le
altre deità bosclie- reocie, come nei tempi del Lazio felice, bensì dedica
albero e feste e pro¬ piziazioni a qualunque altra divinità nazionale o
straniera, proveniente dalle credenze dei popoli vinti; e il culto degenera in
totemismo, cosi che quando a Roma — sull’ esempio degli egizi — si venera 1’
aglio, Giovenale esclama : O giììtcta^ {fentAiii. nuibatt hnec ua^cuntut in
hortnt XHmiuu ! ^ (Sat. XVj. Allor che gli ebrei piantavano un albero o una
vigna era loro vietato, per¬ ii primo triennio, di mangiare i frutti che
dovevano essere offerti a Dio. - XIX - -23). 1 manichei davano agli alberi
un’anima intellettiva, ed era 1’ « empietà rustica » riprovata da sant’
Agostino (De more Manich. I, II - 17). Vissero i tìori e 1’ erl>e, Vissero i
boschi nu di. (Leopardi - AlUi pHmaotra). Nel buio mortificante dell’ evo medio
— specie tra i popoli del settentrione — si fortifica la credenza che l’origine
delle foreste sia dovuta agli spiriti maligni o benigni, ai demoni o alle fate
ed ai santi ; ve ne ha di stregate « di maledette, infestate da gnomi, da
cacciatori fantastici, da bestie in¬ verosimili. Dante si smarrirà nella «
selva osciira » e condannerà poi i suicidi ad essere conversi in alberi che
manderanno lacrime di sangue allo schianto. (Inf. XIII - 31); ma la querula
protesta dell’arbusto colto dalla mano che vergò il divino poema è
significazione forse più reale di quello che sembri, perocché la scienza ha
ormai accertato che alcuni vegetali sono sensibili, nel senso zoologico della
parola, a forme specifiche di energia, come nell’eliotropismo e nel
geotropismo, si che è da presumersi che certi organi e funzioni attribuiti come
privilegio al mondo animale esistano pure come vitali attività del mondo
vegetale. Nel vagabondaggio deUp, fantasia vulgare, pertanto, ogni albero ha il
suo genio particolare, che prende l’a¬ spetto di un animale selvatico. Altri
alberi sono specialmente additti a fantasmi infernali, come la felce, il fico,
il pero selvatico, la rosa canina. Altri alberi parlano e particolari ministri
ne interpetrano le voci. Ancora oggi 1’ etnografo registra il carattere sacro
di talune vegetazioni presso po¬ poli civili, per i (;^uali ogni albero è una
vita a cui si porgono offerte e sacrifici. Es. : il querceto di Loch Siant in
Iscozia (Lubbock — L’uomo primitìcu). Il culto dell’albero è dunque immanente
nel tempo e nello spazio, e la figurazione sua come simbolo ieratico universale
rappresenta quasi sempre la vita. La vita tlojjli nmaui ò corno un albero riu*
porta froude e frutti sulla terra. La vita accroHcc, e viono al sommo^ e poi
Docn»lo e ossa vimi mietuta allìne. ^ (Eui’ipide). l'I Infinite sono le
credenze indo-europee ohe pongono in relazione il tronco dell’albero e la
nascita degli uomini, * duro de róbore nati». La storia della famiglia è
comunemente detta albero genealogico. La nascita del Re¬ dentore si commemora
con il ceppo tradizionale di (guercia, di frassino, di abete, di agrifoglio :
costumanza di origine pagana, comune a popoli più svariati e a torto ritenuta
di origine nordica. E all* albero di Natale fa ri¬ scontro V albero del
calendimaggio che si pianta collettivamente — fra canti e suoni e danze — nelle
prime notti tepenti e pro¬ fumate, quando le popolazioni rurali dell’ epica
Gua¬ scogna e della godereccia Baviera, della ridente To¬ scana e della mite
Bretagna, celebrano il ritorno della primavera. || In qualche angolo remoto di
Francia tare un ramo fiorito sul tetto della innamorata, in segno di affetto.
Gli orefici di Parigi usavano re- care, il primo di maggio, alla catedrale di
Nòtre Dame un piccolo arbusto sulle cui gemme naturali pone¬ vano alcune gemme
preziose. Nelle celebri maggio¬ late fiorentine le ragazze della plebe si
accordavano I.’ Ai.BEKo nEi.i.A VITA in tro o quattro, e portando in mano gli
arboscelli (Benedetto AnlelamiJ verdi, con festoni a più colori, danzavano e
canta¬ vano per l’allegria del novo maggio. |t L’americano Giulio Sterliny
Morton ideò l'Arbor day allo scopo di innamorare la gioventù alla coltura degli
alberi ; e la festa degli alberi fu adottata officialmente anche in Italia (19(Til.
Il Nell’arte cristiana gli alberi sono simbolo di Cristo (Origene), di felicità
eterna, di resurrezione : e, se non in composizione con lettere dell’ aliabeto
e ornati di foglie, designano il paradiso. Negli ornamenti scultori degli
edifici ecclesiastici dell’evo medio ricorre ripetutissimo il simbolo dell’al¬
bero. Esempio cospicuo, ohe si stempera nella idealogia cristiana della sal¬
vazione, la leggenda (forse di .Jacopo da Varazze), scolpita da Benedetto
Antelami nella lunetta della porta a tergo del battistero di Parma : un uomo
perseguitato da un unicorno (morte), da una talpa bianca e una talpa nera
(giorno e notte), da aspidi e da un drago (spiriti infernali) si aggrappa all’
arbusto (vita). (Cfr. : A. De Gubernatis - Mitologia delle piante). !l Nel
carbonarismo il tronco dell’ albero simboleggiava la vita che si stacca dalla
terra e anela alle sfere celesti, le radici indicavano la fermezza, e le (rondi
il perpetuo rinnovamento. |; In araldica l’albero è simbolo di sublimità di
concetto indirizzato ad imprese gloriose (Guelfi). Sono limitate le specie
degli alberi nei blasoni e le norme per la loro inclusione. 17. AZiCIONE —
Narra la favola che Alcione, sposa di Ceice,' re lii Trachinia, attendendone il
ritorno da Delfo, colta nel sonno da un presagio, corse alla riva del mare e
vide galleggiare sui flutti il cadavere del con¬ sorte. Disperata si gittò nei
flutti e gli dei, impietositi, mutarono gli sposi fedeli in alcioni. Racconta
anche Plutarco che la femina dell’alciote soc¬ corre il marito quand’ egli è
vecchio e lo sorregge nel volo ; il perchè fu fatto simbolo della beneficenza
quest’uccello acquatico, più ricordato nelle discipline letterarie che in
quelle plastiche e pittoriche, essendo vulgare 11 la sua tìsica tìgura. Ad esso
furono attribuite qualità meravigliose, come divinatore del tempo e come
talismano. Si credeva che facesse il nido sul mare (Ovidio) e cantasse a
sollievo del navigante (Silio Italico). Xe t'irr luto maria. ìwvem uè credito
veutis. Provide ut e.rempìo te monet Aì^t/ono. (Camerarins - Symb. in - LV). Ma
<V accorti alolon camlido stnolo, • Cereanilo all’ onde iu seuo albergo
ildo. Stende dall' arse patrie a gara il volo. (Bettinelli - -;l Venezia ).
Vero è che frequenta le correnti marine per curare la preda dei pesci che
afferra col becco lungo e robusto ; ma cova le ova negli scogli. La sua at¬
tività si manifesta maggiormente nei giorni solstiziali d’inverno, durante i
quali le onde sono d’ordinario più quiete e tranquille ; cosi che furono detti
giorni alcionei quelli nei quali tacciono, i venti e le tempeste, e me¬
taforicamente i giorni nei quali si chiudeva il foro e non si discutevano liti
giudiziarie. Per questo l'alcione fu indicato segno di calma, di tran¬
quillità, di pace. |j Era dedicato a Teti. 18. ALPA — V. A. 19. ALI — La figura
delle ali accoppiate o spiegate o abbassate — la quale in araldica si chiama
volo e indica velocità, vivace ingegno, animo pronto alle armi (Guelfi) — è
simbolicamente una intuitiva espressione di tutto ciò che vuol essere effetto di
una dinamica morale o materiale. Sono simboleggiate con le ali «
infaticabilmente agili e preste » : la pron¬ tezza (es. : nella figura della
Riverenza, con le ali alla mano in .segno di prontezza nell’obbedire, ai
funerali della regina Isabella di Spagna, a Mi¬ lano) ; la sollecitudine ; la
velocità ; la fugacità e simili attributi icono¬ logici del tempo e delle sue
divisioni (« volai irreparabile iempits » — « l’alato veglio » Parini, Kotie
760). La nolte- « ruit et fttgens fellwem amplecfitiir alis » ^Virg.); dei
fenomeni celesti e tellurici (venti); del traffico (Mercurio con i piedi, il
pètaso e il caduceo alati) ; della fortuna; della fama {Kn. IV), che se è buona
ha le ali bianche e se cattiva le all nere ; delle pas.sioni die muovono
l’anima vivamente e profondamente (es. : l’ambizione, la ven¬ detta), e di
tutte le azioni e reazioni organiche succedenti alla viva rap¬ presentazione di
fatti reali (es. ; il furore, la paura), ’j Gli etruschi davano le ali a tutti
i loro dei. Le ali sono costante seguo di elevazione del- 1’ anima considerata
per il sentire e per il pensare ; così sono indivisibili attributi iconologici
della virtù, della gloria, dell’onore, per le facoltà del - r animo ; e della
poesia (es. : la Poesia di Raffaello nella stanza della ■Segnatura in
Vaticano), delle arti e delle scienze, per le facoltà dell’intel¬ letto. Gli
angeli « beati motori » {Par. II - 129), trattano « l’aere con Po¬ terne penne
[Purg. Il -35), ed è alato Amore « indizio di cielo » (Mazzini). K ò quol die
tutti) Hvuiiisa l)H volar RoiTH il Cini avea lìatf- ali lN‘i' lo coaH mortali,
Cile «on scala al fattor ben 1* estima : 12 così il Petrarca, parlando di
Amore. .1 Le ali sono date ai cherubini, teste di fanciullo bizzarre, che non
si trovano presso i greci, si bene a Paimira, presso i romani e presso i galli
(Caylus). i Le ali sono il geroglifico della intelligeuaa (Platone). |! Ad
Eubolo comico greco e ad Arato di Soli, pia¬ ciuto a Cicerone, non sembrò
giudizioso l' attributo delle ali ad Amore « il quale non è altrimenti leggiero
e volatile, ma soprammodo grave, atteso che non facilmente vola dal petto, dove
una volta è ritratto » (Ripa). |{ Anche la Vittoria è quasi sempre alata (es. :
nelle medaglie di Domiziano e di Ottavio). Gli ateniesi la vollero senz’ali {Nike
Opterò], perchè non volasse e rimanesse sempre con essi (Pausania). Anche Tito
volle la Vis- toria non alata nelle sue medaglie, ed essendo due ali di un’
erma vittoriosa stroncate da un fulmine, si scrisse sul suo plinto : « Roma
regina del mondo, la tua gloria non perirà perchè la Vittoria è senza ali e non
potrà allontanarsi da te ». 1| Nella mistica processione del Purgatorio Dante
vede sfilare quattro animali (simbolo dei quattro Evangeli) ognuno « pennuto di
sei ali » {Purg. XXIX, 94), i quali significano le sei leggi fondamentali:
naturale, mosaica, profetica, evangelica, apostolica, canonica. || In araldica
le ali si chiamano volo se a coppia; semivolo se è figurata un’ala sola ; volo
abbassato se le punte sono volte verso la parte inferiore dello scudo; volo
spiegato, se verso la parte superiore; volo piegato o sorante se le ali sono
semiaperte. 20. AIiICOBNO — V. Leocorno. 21. AXiLODOLA — Il coraggioso uccello
nazionale della Q-allia antica e dell’invincibile speranza (Michelet). « Annida
in terra, vicino al povero lepre e senza altro ricovero fuori che il solco.
Quale vita precaria, avven¬ turosa devo essere la sua quando sta covando!....
Ma per un miracolo imprevisto di giocondità, di facile oblio, di leggerezza, di
noncuranza fran¬ cese.... l’uccello nazionale, appena fuor di pericolo,
ricupera tutta la serenità, il canto, l’indomabile allegrezza». Cosi ancora il
Michelet, a cui lasciamo il merito e il carico dell’ interpetrazione del
simbolo. E Dante : fjnalc allodetta che in aere si spasia Prima cantauclo, o
poi tace, contenta Dell* ultima doicezsa che la sazia— (/•«A XX - 73). Un
leggiadro poeta francese cosi comincia una sua onomatopeica ve¬ natoria : Ist
ffetìUlìe nìouette crie «ori tire lim. Tire lire <i lirr, et tire tinnì
lire. Vera le conte do del : pitia eoli col cera ce lidi. Vice, et lìe'aire
dire: adieii Oidi, adieii Dieii.... (Dubatbiis). Volevasi che l’allodola,
fisando lo sguardo nel viso degli infermi, traesse a sè 1’ infermità, salvando
la persona affetta ; per il che l’uccello benefico fu designato anche come
simbolo di salvezza. 22. AlItOBO — V. Ijìuro. 1 » 23. ALTEA — Hixìiwloa —
Specie di malva selvatica, bella pianta di virtù salutifere, applicata a larghi
usi medicinali. Si assegna al suo fiore _ clie assomiglia alla rosa — il
simbolo della beneficeuia. 24. AMABiANTO — L’etimologia greca di questo fiore
elegante indica la sua privilegiata dote di conservare la forma delle sue
spiche rossastre e vellutate e la vivacità del co¬ lore, cosi che esso è la
cifra floreale della fisica in¬ corruttibilità e della immortalità. .... iàl
t\io piede iutonto Gigli sommette e rose o l’immortale Fior d’ amaranto.
{Carducci - Alla b. Diana Qinnthti). Per questo potere di essere immarcescibile
l’amaranto fu anticamente collocato sul capo dei celiceli e cosparso sulle
tombe. Lo fontane versando acque lustrali, Amaranti educavano e viole Sulla
funeljre zolla. (Foscolo - Sepolcri. 124). L* amaranto continua ad essere, ah
antico, il premio delle pittoresche gare liriche rusticane, a Tolosa e in altre
città meridionali della Francia, n La bizzarra e galante Cristina, regina di
Svezia, comparsa ad un ballo ma¬ scherato (Wirthchaft) , in costume di
amaranto, fa cosi tocca dai madrigali dei cortigiani, esaltanti la
incorruttibile bellezza di lei, simboleggiata dal- l’abito, che in quella notte
stessa istituì l’ordine dell’ amai-anto, facendone cavalieri tutti i presenti
(1663). 25. AMETISTA — Pietra preziosa nella cui tinta fondamentale vio¬ lacea,
diafana, appare tal volta qualche delicato riflesso roseo, con dolcezze di toni
che si irradiano magnificamente sul bianco languore di una guancia fine, e tale
altra invece dei pallidi lividori indneenti alla tristezza. Fu detto eh’ essa
corrisponde nel linguaggio delle gemme alla violetta del lin¬ guaggio dei
fiori, simbolo della modestia verginale, dell’ umiltà infantile
dell’abnegazione (Huysmans). j] Era una delle dodici gemme dell’e/b(?,
indumento superumerale dei sacerdoti ebrei, e rappresentava la tribù di
Beniamino, posta terza nel terzo ternario (Giuseppe Flavio); ed è ancora la
pietra sacra delle ieratiche cappelle, delle mitre episcopali di tela d’oro,
dei mistici anelli che si elevano alla preghiera e alla benedizione. È'pia
credenza che la pietra dell’anello dato da san Giuseppe a Maria tosse una ametista.
Gli antichi le attribuivano la proprietà di assorbire i vapori del vino e di
impedire cosi 1’ ebrietà. 26. AMO — Uncinetto di metallo a cui s’appiccano i
pesci attirati ad escavi. .Simbolo evidente dell’adescamento, della lusinga,
dell’in¬ ganno. 14 27. ANCORA — Ferro a due o più ra£B uncinati che serve a
mante¬ nere saldo il naviglio quamlo è impetuosamente molestato dalla tempesta;
e per ciò simbolo della fermezza. || L’àncora entra pure nel sistema delle
allegorie cristiane, dipinta frequentemente nelle catacombe, come simbolo di
speranza, poiché essa aiuta nei pericoli nello stesso modo ohe la speranza —
sentimento di confidenza — sorregge nell’ aspettazione di un bene e aiuta a
soffrire, inspirando rassegnazione. !! Nelle meda¬ glie l'àncora verticale
significa vittoria navale. ’ Significava pure Ancira, di cui era emblema.
Araldicamente due àncore accollate dietro lo scudo in croce di sant’ Andrea
sono distintivo di grande ammiraglio; un’àncora doppia-in palo dietro lo scudo
di generale delle galee (Guelfi). || Gli uffi¬ ciali superiori della marina
italiana appoggiano il proprio scudo ad un’ àn¬ cora se contrammiragli, a due
àncore se viceammiragli. Alle imagini di san Giovanni Nepomuceno, di santa
Filomena martire romana, di san Ni¬ cola da Bari, taumaturgo e protettore della
Russia, si accosta di frequente il simbolo dell’ àncora. || Segno filologico
nei libri antichi ; se volto all’ in su denotante grandi idee; se in giù, cosa
vile ed inconcludente (Tramater). 28. ANELLO — Si è scritto che il simbolo
dell’ anello indica la co¬ ronazione dell’ anima ; credevasi infatti che nel
quarto dito della mano, l’anulare, esistesse una linea direttamente
corrispondente col cuore ^Ma- croblo VII. IB). Non è però ben definita
l’origine dell’ anello. Gli ebrei e gli egizi lo usarono come mezzo di
riconoscimento e di sigillo ; più tardi l’usarono i greci ed i romani, a cui lo
trasmisero gli etruschi, e furono differenti i significati del simbolo
riguardato sempre da un rispetto quasi superstizioso. In Roma antica l’anello
servi a distinguere le classi dei cit¬ tadini. Gli schiavi lo portavano di
ferro, ed anche nei giorni delle grandi vittorie il trionfatore coronato doveva
portare un anello di ferro, come segno di schiavitìi alla repnblica. <i Come
segno di alta dignità lo por- vano d’oro gli ambasciatori, poi i cittadini
benemeriti, i cavalieri, i patrizi, i magistrati. Dopo la battaglia di Canne
Annibaie mandò a Cartagine tre moggia di anelli lasciati sul campo della
.strage dei cavalieri di Roma. Era vietato ai plebei romani di portare l’anello
d’oro se non guadagnato in guerra o per altre sublimi benemerenze. Sotto
l’impero, però, essendo « omnia vencilia limnae », non si sofisticò troppo net
concedere tale distin¬ zione. Successivamente gli anelli divennero segno di
amore confidente, e furono distinti in: geniali o natalizi, pronubi e nuziali.
Miracoli di ge¬ nialità e di pazienza furono profusi da artisti di ogni luogo e
di ogni età in codesti oggetti, resi ancor^più preziosi dalla industria e dal
pregiudizio, per la rarità delle materie in cui erano foggiati e per le virtù
loro attri¬ buite. Le Fulvie e le elodie e le magnifiche etère ne infilavano
anche nelle dita dei piedini, all’uso egiziano (es. : la mummia del museo
britannico). Certi popoli spinsero il lusso dell’anello tino ad adornarsene il
naso, le labra e le guancie. I primi cristiani portarono nell’ anello incisa la
croce o 15 altri simboli della fede, quali la colomba, l’àncora, il pesce
(Pleury) ; e la Chiesa, conservando all’anello la sua alta signilicazione, lo
consacrò come pegno di fedeltà coniugale, e lo chiamò fede per'autonomasia.
L’arte sacra rappresentò le nozze delle sante con Cristo, con la cerimonia
dell’ anello simbolo di mistico legame. (Es. : lo sposalizio di S. Caterina,
dipinto dal Tintoretto nel palazzo ducale di Venezia). |{ Un anello coniugale
spezzato ed aperto indica adulterio. || Pontefici e prelati hanno al dito gemme
pre¬ ziose, baciate dai devoti con reverenza, come segno del potere spirituale.
Una delle piu grandiose e commoventi cerimonie di Venezia era quella delle
nozze della città con il mare, (jnfindo ritto il doge antico Sn 1’ antico
bticentauro L’ ani‘l d^ oro dava al niar. (Carduoei - Le uozse iM murf). Il di
dell’ Ascensione d’ogni anno il doge, circondato dagli alti dignitari, gittava
in mare l’anello ricchissimo, simbolo della fede della meravigliosa e doviziosa
città nell’ amicizia e nella protezione dei mari. {| Sono infinite le fiabe e
le leggende — specie orientali — in cui si narrano le magiche virtii degli
anelli incantati e di quelli dotati di facoltà maligne ed infauste.
Modernamente l’anello ha perduto molto dal suo simbolico valore. 29. AKEMONE —
Fiore vago, ritto sullo stelo, con vivezza e screzio elegante, di colore, in
cui Venere trasformò Adone, da lei ardentemente amato, fatto sbranare da un
cinghiale da Marte geloso. Ma non ha profumo, non ha baci per l’aria che lo
carezza. Esprime abbandono, non nel senso di rinuncia ma di concessione,
secondo la crudeltà del conquistatore. Esprime anche caducità, e Gioachino
Camerarius scrive : Tiia fugaXf yMt** cauitm Uvis tua etumiìni rutupetf tevi
«tata 9U- Auentou cadit, {Hffinb. I LXIXJ. In alcnni luoghi si coltiva
l’anemone e lo si pone sul davanzale della fi¬ nestra come pianta protettrice
contro gli spiriti cattivi. 30. ANGELICA — Arcangelica — Pianticella leggiadra,
a fiorellini ver¬ dognoli, di acuto e grato profumo. Nasce nei luoghi
ombreggiati; le sue radici si usano come stimolanti ; del suo fusto si fa un
confetto squisito. Ricorda nelle sue qualità la selvaggia e capricciosa
leggiadria della princi¬ pessa di Ariosto, che si sottrae con il magico anello
all’ amore dei più av¬ venenti cavalieri, a cui preferisce l’umile pastore
Medoro ; e simboleggia la dolce tristezza. {| Presso i lapponi — nella cui gqlida
terra l’angelica con le sue folte macchie ofire l’idea di una flora
lussureggiante — rappresenta la poesia, perchè 8^ crede che cingendosi la
fronte con i suoi steli si ac¬ cendano gli estri poetici; ed è arboscello di
affettuosa cultura, perchè colà, anzi che il medico, si chiama di. frequente ai
giaciglio dell’infermo il poeta ; il quale canta arcane nenie tenute di
superumana potenza. 31. ANOXTILLA — Pesce serpentiforme che vive nelle acque
dolci, dove non conosce amori e per riprodursi risale al maro; dagli antichi
egizi rite- 1 () nuto sacro e del quale soltanto i sacerdoti potevano cibarsi.
Per converso Mosè non classificò 1’.anguilla ira gli animali eduli. Nemico
degli altri pesci, sfugge il loro consorzio. Gli iconologi lo suggeriscono come
simbolo d’ i- nimiciaia. (Ripa), j; Gli antichi greci lo consideravano simbolo
di invidia. ,1 Maometto figurò nell’ anguilla metamorfosato il lenocinio
maritale. , In araldica l’anguilla rappresenta la sediaioue, perchè prendendosi
essa dai pescatori, le acque si fanno torbide (Robiola). La scoperta della
sessua¬ lità delle anguille è dovuta a G. B. Grassi, italica gloria vivente.
32. ANIMAIiI — L’ uomo non incivilito è invaso da sacro terrore o da strana
meraviglia davanti alla bestia, dotata di facoltà magnifiche e pecu¬ liari a
lui negate. Dall’ individuo « superiore » fino all’ ultimo e indetermi¬ nabile
grado degli esseri viventi e senzienti (« Lapidea creaciiut, Vegetalia
creactiìit et nivimt, Ammalia crescunt, rii-tinf et aentiuiit » - Linneo) è
tutta una serie di tesori stupefacenti. Nella ingenua mentalità dell’uomo le
cui facoltà morali e intellettive non risentirono ancora il caldo influsso
della civiltà, la bestia rappresenta una indomita e fattiva forza della natura,
che agisce pure volitivamente, per un fine, animata da uno spirito interiore
(animismo); e questo è la forma primordiale della zoolatria. Credono alcuni che
il culto degli animali sia piuttosto una degenerazione della lingua dei simboli
divenuta incompresa, e già usata dagli alfabeti primitivi, come nella Cina, nel
Yucatan, nell’Egitto (Saunier). É, però, da osservarsi che il to¬ temismo —
messe inesausta di interpretazioni demopsicologiche — si estende oltre gli
esseri animati, facendo obietto di adorazione anche le pietre, le acque, i vegetali,
la fiamma, come se ne ha esempio tuttora — in pieno secolo XX — in alcune
regioni di residua inciviltà selvaggia. La scienza moderna è tutta a remore nel
congetturare su questo fenomeno, al quale si attribuiscono moventi diversi ;
non secondario dei quali la credenza nella trasmigrazione delle anime, anche
divine, nel corpo degli animali i^metom- psicosii. « La dottrina della
metempsicosi.... vagamente accennata nei Sutra.... si trova compiutamente
svolta nelle Upanishad e nei Veda, se¬ condo i quali gli animali, a somiglianza
di ciò che avviene degli uomini, entrano in un mondo animico nel quale
conservano la loro perfetta iden¬ tità ». (N. Checchia — La psicologia degli
animali). Socrate — subendo forse l’influsso pitagorico — avea avventurato l’ipotesi
che gli spiriti im¬ perfetti si reincarnassero in animali dotati di
caratteristiche affini alle loro condizioni morali ; e per tal guisa i buoni
sarebbero stati bestie miti, come le formiche e le api, i tristi e violenti
sarebbero divenuti lupi o avoltoi, e soltanto gli ottimi sarebbero tornati al
mondo in aspetto umano. Osser¬ vasi però, giustamente, che Socrate non spiega
il progredire lentissimo della umanità se i suoi componenti del presente sono
gli spiriti eletti del passato (Martinengo Cesaresco). Gli arii ebbero
moltitudini di animali di¬ vini. Gli egizii credevano che gli dei —
perseguitati da Tifone o Tifeo, formidabile gigante dalle cento bocche
fiammeggianti — fuggisseto sulle sponde del Nilo, celandosi nel corpo di
animali differenti ; da allora si cre¬ dette che l’anima dell’ uomo defunto
entrasse negli animali della terra, dell’ acqua e dell’ aria, e vi rimanesse
tre millenni, tornando a vivificare un corpo umano, e cosi in illimitata
vicenda. Zoomorfismo e antropomor- 17 fismo sono sucoessivamente commisti nelle
figure ieratiche egizie, galliche, germaniche, slave del Baltico : alcuni dei,
pure avendo viso umano, conser¬ vano attributi bestiali (es. ; Iside con le
corna) ; ma con l’incivilimento progrediente la forma umana è vittoriosa e
l’animale deificato diventa compagno o attributo del nume di cui aveva il culto
da prima. Animali adoravano la Fenicia, e Troia, e Micene. 1 romani ne avevano
il culto in retaggio dai pelasgi, e dichiaravano sacre e inviolabili le aquile,
i lupi, i ciughiali sovrapposti al cimazio delle loro iusegne. Come certe tribù
ocea¬ niche ancora oggi si credono discendenti da un animale e ne assumono .il
nome, cosi molte famiglie elleniche e latine adottavano nomi di bestie presunte
loro progenitrici (i Misi o Topi, i Liei o Lupi, gli Arcadi o Orsi, gli Irpi o
Lupi, i Porci, i Vitelli, gli Asini). Il terrore, la riconoscenza per gli utili
servigi, l’ossequio alla opinione della metempsicosi giovai’ono as.sai —
nell’atmosfera dell’evo medio — allo svilupparsi di una falsa scienza, madre
delle scienze: la magia, tecnica e strategia dell’animismo (Eeinachh San Tomaso
d’Aquino dimostrava eretica l’opinione dei peripatetici che le bestie avessero
un’ anima ragionevole ; non pertanto, bestie diverse erano re- putatissime nei
sortilegi e nelle imposture divinatorie ; il becco, il cane, il gatto, il
sorcio, il gallo, il lupo, il rospo, il toro ; e molte volte si davano al rogo
animali innocenti, perchè in essi si pretendeva riconoscere l’intimo spirito d’
un diavolo o d’una strega. Nelle civilissima Francia si ci’ede tuttodi al «
tou)) gnrou » nel quale è condannata a vivere una persona stregata, fin die un
cacciatore jiietoso non le restituisca la forma primitiva, lacerando la spoglia
animalesca (De Guhernatis). E innumerevoli ubbie involgevano gli spiriti a
considerare il mondo stravagante degli animali che danzavano, parlavano,
guarivano i malati. La religione, la .scienza, l’arte ne erano avviluppate.
Ancora nel tardo settecento si scrisse che gli animali sono diavoli (Bougeant —
Dirertimeìito filoxopcn sull'anima tìpllt- bexfie — Pa¬ rigi 1789). Nell’ evo
di mezzo gli apologi dei giullari, le omelie dei perga- misti, le allegorie dei
lapicidi traducevano le paure fantastiche e le devote ignoranze a cui il vulgo
inchinava. Di animali miracoleggianti eran colme le leggende dei santi, perchè
santi e animali si aiutavano reciprocamente 6 da codesta commovente mutualità
scaturivano sempre lezioni di umiltà, di bontà, di tenerezza. San Biagio
rifugiato nella caverna ha il cibo pòrto dagli uccelli e vive domesticamente
con le belve ; leoni e tigri si proster¬ nano a san Pantaleone ; il serpe
rispetta santa Cristina e difende santa Colomba dalle voglie violente del
lascivo Baruca ; san Paolo eremita è de¬ posto piamente nella fossa da due
leoni; san Paconiio attraversa il Nilo sul dorso di due affabili cocodrilli;
san Cutberto è sfamato da un’aquila e san Rocco da un cane ; san Gottardo da un
cane è convertito, e sant’ Eu- stacchio e sant’Uberto dai cervi. E
.sant’Antonio eremita ridà la luce ad un sordido maialetto cieco che,
riconoscente, più non lo abbandonerà; san Gerolamo guarisce la zampa al leone
che gli sarà compagno anche nel de¬ serto e si lascierà morire sulla spoglia
del suo lienefartore ; san Macario insegna alla leonessa a non rubare; san
Francesco d’Assisi, che predica agli uccelli, affronta il lupo feroce di
Gubbio, che gli si accoscia ai piedi e gli chiede misericordia. Narravano degli
animali il Phyxiologux e gli altri famosi libri detti liegtiurex (sec. XV),
fonti preziose per la storia dei sim- ■2 18 boli; 6 nelle gramliose
architetture era tutto un gregge multiforme di animali nei Iregi, nei
capitelli^ nei portali, periino negli altari. Ma un dualismo bizzarro e
problematico vi si affermava r presso una hgurazione di perfezione angelica —
come le colombe simboleggianti le anime volanti al cielo 0 il mansueto agnello
del Signore — s’ aggrappolavano, tra nastri e fogliami, imagini mostruose,
grottesche, anche profane o s)ie 38 e volte turpi ed osc.ene : orride forme intruse
H le memorie di soalpelli aritivi , snimi efferati e spasimi del liieeo
settentrione, imliestiati deKeneramenti de r oriente. (rardnoei - La Chieda iti
Voìfinta). Dicesi che motivo di codesta strana concezione fosse l’ applicazione
del metodo aristotelico non per scopo scientifico ma per stabilire la relazione
dogmatica fra la natura e le sacre scritture. Il passo lirico del vecchio te¬
stamento; «Interroga i bruti e ti ammaestreranno» (Giobbe. XII) vuoisi si
accordasse con quello del nuovo : « Le cose invisibili ai possono arguire dalle
visibili» (S. Paolo. I). (Cfr. : Evans-// simbolismo animale nell’ar-
rhifetfura ecclesiastica). Di sovente, però, il concetto del plasticatore non
fu di attinenza religiosa, si bene di intenti chiaramente sociali e caricaturali.
Come alcuni papiri egiziani conservati a Torino e a Londra hanno scene
■satiriche di animali, così, nella decorazione di molte chiese (dal sec. XII
alla Riforma) spesseggiano in abito di ecclesiastico figure di porci e di volpi
(a Xanten); di asini (a Burgos, a Toledo, ad Aulnay); anche cele¬ branti la
messa e attorniati da maiali e da orsi che la servono (a Strasburgo) ; ■ da
volpi che predicano ad uditori di oche (a Cor¬ nell, a Todi) da scimie, da
sirene, ecc. Gli artefici arguti simboleggiavano cosi l’ignoranza, l’avidità e
la corruzione del clero a cui erano contempo¬ ranei. Il È, del resto, ordinario
1’ uso di esprimere i caratteri fisici esteriori del corpo o le qualità mo¬
rali e intellettuali dell’ uomo mediante termini com¬ parativi presi a prestito
dalle doti, dalle istintive abitudini, dalla capacità intellettiva degli
animali, e ohe si enunciano quasi sempre con intenzione iHfiitieo Britannico-
Loiiiìrai epigrammatica. E il Della Porta prima (sec. XVI), il Lavater poi
istituirono confronti tra le fisionomie umane e animalesche, arguendone le
inclinazioni morali rispettive e so¬ miglianti. Il La vita umana — già
graficamente ideata da Michel Angelo — è espressa mediante simboli animali in
una famosa stampa del secolo XVI. Vi sono ra£S.gurate due scale, ascendente
l’una e l’altra discendente, con la sommità ohe forma il vertice comune. Sui
gradi delle scale stanno figure umane secondo le età, e al di sotto animali che
rispettivamente ne sono il simbolo: il maiale corrisponde all’infanzia; l’agnello
all’adole¬ scenza; il cervo alla prima giovinezza; il toro alla gioventù; il
leone, al sommo della scala, alla virilità; la volpe alla maturità; il lupo
alla vecchiezza; l’asino alla decrepitezza. J; Le bestie cosi dette sapienti —
e !!• segnatamente i cavalli di Klherfeld (liK)7) e il cane Rolf di Mannheim
(1913) avevano — prima della grande guerra — rieccitati gli studi zoopsichici e
zoopedici (Gir.: N. Checchia - Im psicologia degli animali. || In araldica gli
animali sono le figure più nobili del blasone, e si accampano con pose e colori
che hanno norme speciali. 33. ANTILOPE — Elegante mammifero selvaggio,
superbamente cor¬ nuto, posto dai naturalisti fra il cervo e la capra, di fama
leggendaria; in efiìgie sulla piramide di Cheope è spesse volte raffigurato con
un laccio al collo ( « orice illaqueato » Isaia, LI. 20). Nelle decorazioni
scultorie ec¬ clesiastiche dell’ età di mezzo l'antilope rappresenta la sacra
scrittura, e le sue corna il vecchio e il nuovo testamento, perchè esse sono
cosi po¬ tenti da segare gli alberi e precipitarli nell’abisso, come la parola
di Dio abbatte vizi e peccati (Evans). H L’antilope è detta anche latinamente
orige, animale dato per geroglifico dell’invidia, perchè guasta e distrugge ciò
ohe non gli può essere di vantaggio ; e in questo senso l’usò il senese
Belisario Bulgarini in una delle sue varie imprese academiche, raffigurando
l’orige in atto di intorbidare una limpida fonte perchè altri non ne bevano
l’acque (Gelli). Il Araldicamente l’antilope si descrive di aspetto chimerico,
con testa di dragone e coda rialzata. 34. ANTIRRINO — Bocca di leone — Erba
comune, a fiori rossi, ro¬ sati 0 bianchi. Il linguaggio dei fiori lo indica
come simbolo della ferocia, forse per la forma irregolare unipetala, strana, della
sua corolla che sembra una bocca spalancata di belva. 35. APE — Di questo umile
imenottero — che non ha belle forme, non colori smaglianti, non vellutate
mollezze, bensì corpo compresso, ali gial¬ lognole, fitto pelo rossigno — la
poesia fece meritatamente uno dei più nobili soggetti. Virgilio nella leggenda
dell’ape — « canto pieno d’immor¬ talità » (Michelet) — narra il mito orientale
della vita risorgente dalla pu¬ tredine della morte, la rigenerazione della
specie secondo le cosmogonie antiche. || In Egitto 1’ ape è il simbolo del
comando. || E le api sono argo¬ mento di culto totemico : I greci dissero che
il tempio di Delfo era stato costrutto con cera e ali d’ape fatte venire dai
paesi iperborici da Apollo ; in Efeso le sacerdotesse di Diana traggono auspici
dal loro breve volo ; ed ape indica il nome di Debora, la vittoriosa profetessa
ebraica del Tabor. Ma la gloria dell’ ape è tutta nelle sue laboriose fatiche «
il cui frutto sor¬ passa ogni dolcezza » (Kccles. XI. 3). L’ape nutre Giove
infante nella •spelonca di Dite; un’ape viene dall’Imetto (Marziale - XIII.
104) a posare sulle labra di Platone in culla il dolce miele della eloquenza.
Vincenzo Monti fa cosi parlare le api : Ne ville llUso; e il netl’are (filivi
per noi stillato Fuse de' Numi U liquido J^ernioii sul labViro a Plato. (Ia Api
Pamtcndij. Il miele è il cibo del Battista nel deserto (Matteo, III. 4); è il
profetato cibo di Gesù (Isaia, VII. 15», e un’altra ape si staccherà dal suo
sciame ‘20 por posarsi sulla bocca di Ambrogio il santo appena nato. || Nella
signora dolio api cho reca il lavo, La bella donna, delle Dee seconda
Sjieeriiotfessa Clrtizir - II. 137) . L'go Foscolo iiloleggiìi 1’ eloquenza e
la poesia. ,[ La costruzione dell’ arnia — la città, il regno dell’ape — è
tutto un poema ili sapienza tecnica e politica, operosamente e mirabilmente
intesi ad apprestare il miele e la., cera. « L’empirico, al modo della formica,
si contenta di ammassare e poi sperpera le provviste; il dogmatico, imitando il
ragpio, ordisce tele con materia tratta da se stesso, meravigliose per finezza
di lavoro, ma fragili e di nessun uso. L’ ape tiene il punto medio fra questi
estremi : ricava la materia greggia dai fiori, quindi la elabora con In propria
industria » (Ba- oonel. Nessun migliore simbolo di codeste verginelle caste,
Vaglio ungelette «Ielle erbose rive (Bucellai) si poteva, dui\que, trascegliere
per raffigurare la diligenza, l’ assiduità, il lavoro, l’artificio, il
risparmio, l’industria. Eenato Brozzi, nelle ultime monetine da dieci centesimi
coniate in Italia, ritrasse l’ ape che trae la stilla del miele dal fiore più
povero di succhi, il papavero (19‘21). || Aristomaco di .Sole e Filiseo di
Traciane dedicarono tutta la vita allo studio dei co¬ stumi delle api (Plinio).
Giulio Michelet descrisse mirabilmente l’amore dell’ape e del fiore, e — nella
sua quasi morbosa sentimentalità ottimi¬ stica — vide nell’ape « la più
efficace imagine dell’amore disinteressato, dell* abnegazione per il publico
bene, e il senso sociale nella sua energia più ardente » (L’insetto). ||
Gastone Bonnier assodò che le api prese isolata- mente non dimostrano segni di
intelligenza ; collettivamente, invece, sono capaci di ragionamenti
rudimentali, ed è infatti la loro comunità quella che prende ed attua tutte le
deliberazioni del loro governo. L’ arnia tu quindi presa da alcuni sodalizi,
specialmente letterari e scientifici, come emblema di solidarietà. Es. :
l’academia degli Unanimi che fu il primo nucleo dello studio' publico di Salò
(sec. XVI). |! Nel FV canto delle georgiche virgiliane gli sciami delle api si
trasformano in un popolo guerresco e feroce. E l’ estro epico che sopravvanza
quello pastorale ; ed anche il Rucellai — grande ^ri- coltore a Quaracchi —
parafrasa il canto di Enea e di Turno. Le api, però, sono meno aggressive di
quel che si narra. Lo attesta Maurizio Mae- terlink, pure ricordando le loro
punture, « che danno un dolore cosi pro¬ fondo, una folgorante aridità, come
una specie di fiamma del deserto ohe si diffonde per le membra ; come se le figlie
del sole estrassero un ful¬ minante veleno dagli irritati raggi del padre loro,
per difendere i propri tesori di dolcezza » (Vito delle ctpi)> \ L’ape tu
l’antico simbolo delle colonie. j| E fu impresa di grandi potentati ; Luigi
XIII portava abiti bianchi disseminati di api d’oro, con il motto: « /?«x iwn
utitur aculeo »; Urbano Vili ostentava le api del suo stemma familiare, a cui
aveva posto il verso : OotìÌH meììn itahmìt. »pieubt fttieut. 21 Uno spagnolo
volle rispondere: / Spicula si flgeni, einfyrienliìr apes, e allora il dotto
pontefice controrrispose : Cuncti» mella (Uibiint, nulìi sua spinila flgent,
Spinila nani prinixps flgcre nescit apiim. Si dice — intatti — che il re delle
api manchi di pungiglione; e pure nei geroglifici il re veniva raffigurato a
mezzo di un’ ape (Àmmiano Marcel¬ lino). I, Quando Napoleone — austeramente
semplice in guerra quanto fa¬ stoso nella reggia — è nell’acme della sua
potenza, e Hom’ ape del eao claustro empie la soglia {Ori fur. - XX, fe>) di
fratelli, di cognati, di collaboratori devoti — sente il bisogno di ador¬ nare
la porpora e l’ermellino con un simbolo come essi novello. Biffida dell’ aquila
cesarea per le sue storiche antipatie, e la mantiene come emblema puramente
militare; perocché Giuseppina, Ortensia e Paolina avviluppate di uccelii
avrebbero dato esca alle viperine mordacità delle duchesse del sobborgo di S.
Germano e di madama di Staèl. Rifiuta il gallo perchè « è uccello che canta
nello sterquilinio ». Talleyrand gli consiglia l’ ape come simbolo di potensa
creatasi da sé ; e Napoleone l’assume, la pone sul suo manto di velluto
azzurro, e la inquarta come beneficio so¬ vrano negli studi dei nuovi patrizi
amici e di città fedeli. (Es. : nello stemma di Piacenza). .Se non che —
abbattuto il colosso — lo scaltro Tal-' leyrand potè forse ricordare sorridendo
che Anacreonte aveva detto essere • l’ape « un piccolo serpente alato », e che
simboleggia anche la rapacità, jierchè non ha scrupoli nel suo bottino, e tutto
asporta, oltre muri e siepi, con i denti, con le zampe, con i peli. E poiché,
se L* ape, eh* ai fior co’ «usurrauti baci Fura i pregi più cari, intlustre
torma T dolcissimi favi ; e se del mele F maestra ingegnosa, anco il veleno Ha
nell'aculeo, e raddoloUco» e punge- * . Cosi l’adulator, che dolce istilla Ne r
orecchie del Principe le lotU, Susiirrando il trafigge. (Casoni - Fsmhf. XVH).
Il poeta secentista ribadiva un antico concetto simbolologico. Le api sono
iiidicatissime a rappresentare l’adulazione, secondo il vescovo Eu- clierio, «
perchè nella bocca portano il mele, e nell’ occulto tengono il pitn- gente
aculeo, col qual feriscono molte volte l’uomo ohe non se ne avvede » (Ripa).
L’ape simboleggia anche l’arguzia e l’epigramma: Omne epigrammii sii instar
apis ; sit anileus illi. Siili sua tiiella, sit et oorjioris exigtti.
(Marciale). Gli indiani riconoscono nelle api i precursori della razza bianca
(Irving). 86 . AQXTIIiA — L’ « uccel che più per l’aer poggia » (Petrarca) è
quello pure che più d’ogni altro ai appadrona dei campi blasonici e della
materia simbolica nella storia religiosa, poetica e civile. In ogni mitologia
l’aquila ha divini accostamenti c divini onori. La esaltano gli assiri che in
Asur no tanno il dio nazionale; i fenici, i troiani; Ciro la colloca
<loi-ata ad ali ai)erte sull’aste dei persiani; Giove lia il felice presagio
dell’aquila per l’impresa contro i titani, ed agli artigli di essa, che vive a
lui vicino, nelle sublimità del cielo, affida i suoi fulmini ; i Tolomei ne
fanno emblema dell’ Egitto ; i germani ne fregiano il capo ardito della dea
Bodigaste ; Caio Mario ne fa l’unica insegna romana di battaglia e dell’impero
(Plutarco). || L’aquila ha tutte le caratteristiche dell’ aristocrazia animale
che per analogia si elabora nel simbolo. Le sue denominazioni varie (aquila
imperiale, reale) ne denotano la maestà, la regalità. Solca gli oceani
dell’aria piu pura, assicura il suo nido a rupi inaccessibili, sdegna le sfere
comuni, affisa il sole ( « tien pur gli occhi qual’ aquila in quel sole »
Petrarca) e contro di esse porta i suoi nati perchè non li crede tali se non ne
sopportano i raggi fiammanti (nell’impresa di Unico Accolti aretino, con il
motto : « Sic cvcdc » — Buscelli), e cosi sim¬ boleggia il pensiero, l’ingegno.
(Es. : nella alle¬ goria del Quercino di Cento). Nella sua testa orgogliosa
sfavilla l’occhio bellissimo ohe cerca le lontananze azzurre con desiderio
perenne e l’av¬ verte dei pericoli da lontano; ed esisa è cosi il simbolo della
previdenza {pi-oniéiea o previdente era detta dai greci). Ap¬ pena trascorsi i
tre mesi di nido, la giovane aquila prende il volo con su- Ijerba avidità dello
spazio. |1 Benché feroce, fa partecipi della sua preda gli uccelli minori. Non
si cura di vendicarsi contro animali interiori (« aquiln non captdf imisctis »)
e per ciò è simbolo di generosità e di li¬ beralità. I liberti se ne fregiavano
come talismano dopo la manomissione ottenuta. midi, iiiin ciilet, ref/ina
riìliiriuiii. Xmitie vùles /tir ut ktier. rrffift imago houi r (Camerarìu!* -
S//iul>- IH - Illj. L'aquila è forte, gagliarda, invitta; perchè è fola
quella di Aristotele e di Claudio Eliano che ,il mite cigno la vinca
nell’assalto; ed è il simbolqpiù riconosciuto della Vittoria. Emblema dell’
impero atzeco, ed ancora oggi del Messico, è l’aquila che assale il serpente,
perchè gli atzechi rappre¬ sentavano nell’ aquila il giorno e nel serpente la
notte. Le sacre scritture sono poco benigne per l’aquila. Una vivace pittura ne
fa Giobbe (XXXIX - •27) nella quale si rileva, più che altro, la natura
eminentemente sel¬ vaggia. La tribù di Dan solleva i suoi vessilli che recano
l’aquila, e San Giovanni ne ha il simbolo poiché « sugli altri come aquila vola
» ed « apre il suo libro parlando della ineffabile generazione del Verbo »
(Ijoreta) : « Aquila, est ipse Joannes sìMiniìum praedicutnr » dice sant’
Agostino i in Joan - Traci. 35), ed un anticn inno al veggente di Patmos
cantava; VnUtt titÌM m&Ut Ufi' vote» uec prophetti l''vofftvit altiu». Toni
impleitiht iiittiiii hnplelu / "Sumiuom vifìil tot ife.rreio homo poriii».
AQUILA BTUIPITK 28 Nella zoografia cristiana l’aquila si presenta a parecchie
interpetrazioni simboliche. Dicevasi che all' illanguidirsi della sua vita,
essa volava contro il sole per dissipare i veli dei suoi occhi, poi tornava
alla terra e per tre volte immergeva il capo in una sorgente di acqua pura, per
ricuperare la vista e la gioventù : così il cristiano deve immergersi per tre
volte nella fonte della salute. Dicevasi ancora che per rendere più agevole il
pasto r aquila invecchiata frangeva il becco ispessito eccessivamente contro un
macigno : cosi il cristiano deve spezzare i suoi carnali appetiti
(Physiologus). Il vescovo di Bretagna san Cntberto smarrisce la via e,
trovandosi affa¬ mato in un luogo deserto, è soccorso da un’ aquila che lascia
cadere un pesce ai suoi piedi (quadro di L. Duez). Anche a san Vamberto appare
un buon angelo in figura di aquila (Surio). Altri, invece, asseriscono che
qualche volta sotto le stesse spoglie si nasconde il maligno. || Dante sogna di
es¬ sere trasportato nella sfera del fuoco da un’aquila, simbolo della grazia
il- Inminante {Purg, IX, 20) ; poi ha la visione dell’ aquila fulgentissima
formata dal raggiare delle anime dei principi giusti, nel godimento della
beatitu¬ dine (Par. XVIII, 107). Negli altri passi danteschi 1’ « uccel di
Giove » (Purg. XXXII; 112) è segno dell’impero: «uccel di Dio» (Par. VI, 4); «
il santo uccello » (Par. XVII, 72); il segno Che fé’ i romani al mondo
reverendi {Par. XIX, 10-2) ; il « segno del mondo e de’ suoi duci » (Par. XX,
8); « lo benedetto segno » (Par. XX, 861. Il I re morti si rappresentavano
portati da aquile (Artemi- doro), perchè usavasi lasciar libera un’aquila sul
rogo funebre degli imperatori. Come nella natura, così nell’araldica l’aquila
ha la preminenza della nobiltà. Si effigiava « non volante in aere, ma coi
piedi in terra, e con la testa verso il cielo, mostrando l’effetto dell’
imperio o dominio suo qui in terra, e della mente levata a Dio, standp sempre
con 1’ ali aperte per mo¬ strare il desiderio, e la prontezza sua d’inalzarsi
alla sua divinissima Maestà con la contemplazione, e con l’odore, e frutto
delle sue sante ope¬ razioni, e quasi mostrando d’avere da esso Iddio
conseguito il consiglio, il comandamento, e l’autorità, e potenza del
governarsi » (Ruscellil. Viene" infatti ancora « rappresentata colle ali
spiegate in atto di attacco.... colla testa voltata verso il fianco destro
dello scudo, col rostro incurvato e la lingua sporgente ; colle zampe e gli
artigli aperti e colla coda increspata » (Guelfi). La chimerica aquila bicipite
si riscontra già presso gli hetei, popolo tuttavia misterioso (Patroni), deboli
osservatori della natura animale, specie al confronto degli assiri, i cui
artefici furono i più forti animalisti del mondo antico. (Cfr. ; Anderson —
civiltà estinte dell’ Oriente). Poi l’aquila dai due capi si riscontra
unicamente in un momento antico, la colonna traiana di Roma, sullo scudo di un
soldato. Vuoisi ohe Costantino, per esprimere ohe due imperi erano riuniti
sotto lo stesso scettro adottasse per primo l'aquila con le due teste, l’una
volta ad oriente, l’altra ad occidente (325). Di questo scrive il Ruscelli : «
E perchè tra i romani si vede tale insegna così da Cesare come da Pompeo Magno
supremi imperatori, li quali furono divisi d’animi, e combatteron fra loro con
tanta rovina della loro •2i patria, per i|uesto si può forse credere die i
nostri cristianissimi impera¬ tori portai! per insegna l’aquila a due teste,
volendo per avventura mo¬ strare che le due aquile erano già unite in una sola,
nè debbono in quella esser mai animi, nè operazioni di divisione nell’ imperio
e nella religiou cristiana. O più tosto è fatto iter mostrare l’unione, die
pretendono e speran di fare di due imperi, ora divisi, cioè del Levante e del
Ponente. O forse con le due teste abbiain voluto mostrar la cura, e la
protezione delle cose umane e delle divine, o qualche altro tal generoso e
santo pen¬ siero ». Carlo Martello (690-7411 ripristinò — secondo alcuni —
l’aquila bicipite; altri dicono lo facesse Carlo Magno < 742—814); altri
scendono fino a Giovanni V Paleologo, sotto il cui regno i turchi posero piede
in Eu¬ ropa (1357). L’aquila d’oro in campo vermiglio rappreisentò l’impero
d’Oriente ; quella nera in campo d’oro l’impero d’Occidente. Come segno
araldico degli Absburgo, derivante dal sacro romano impero, figuia nelle
bandiere tedesche del 1312 e nei sigilli di Carlo IV (1347); Sigismondo lo usò
quale simbolo esclusivo della potestà imperiale (1433;, intendendo esprimere
con le due teste l’unione dell’ Austria e della Germania. E questa rutiuU»
grifrtjiiiJt CIh’ iier più ilivorar «Ine lieofhi portsi, censurata da Luigi
Alamanni, il leggiadro poeta fiorentino (1495-1556) esule in Francia ; ed è
l’aquila proterva e crudele che per secoli dilaniò le genti d’Italia, le quali
nella sua sconfitta rievocano la sacra genealogia della propria libertà. Per le
gare aeree del Garda (1921) Gabriele D’An¬ nunzio ofiri al vincitore « una
coppa lavorata da un artefice nostro, che fervente e paziente sa condurre il
metallo al limitare misterioso della vita Renato Brozzi). Due aijuile la
sostengono, non formate secondo il modello classico di Roma, ma secondo una
interpetrazione di nuovo segno e di nuovo imperio: Impi'i’U alfa futuri....
Jli't koIco, grida la duplice aquila di Benaco. Una è la messaggera della
giustizia, l’altra è la messaggera della libertà, potenti entrambe di rostro e
di artiglio » (D’Annunzio). || L’aquila bicipite ad ali abliassate fu pure
assunta da Giovanni Vassilijevii- (1472i, primo autocrate russo, lilieratore della
Moscovia dall’orda d’oro mongo¬ lica, e pretendente alla discendenza degli
imperatori d’Oriente. Anche nei simboli massonici ha posto l’aquila a due teste
ad ali spiegate, con la corona sormontata dal triangolo e con l’nw? ebraica nel
centro; introdot¬ tavi da Elia Ashmole (1617-1692), per «narrare tutta la
leggenda della Creazione » (Saunier). L’aquila bianca è il simbolo glorioso
della Polonia. Smembrata questa dalle ciniche manovre di Federico II
(1793-1795), l’aquila dei Casimiri, dei Sobieski, di Kosciuszko, dovette
scomparire, e soltanto dopo Austerlitz, Iena e FriedlaniU riapparire, tra feste
immense, per volontà di Napoleone, che sulle rovine del monarcato prussiano
a,veva costituito il granducato di Varsavia 1 1867). Otto anni dopo gli iniqui trattati
di quella Ilraliinlitick ricancellarono l’aquila bianca dallo stendardo
polaci^o; e ci volle Guglielmo 11 a ridarle vita (1916), con ben altro animo di
quello di Napoleone, e come un disperato espediente jier rendersi più accetto
ai polacchi, dei quali aveva supremo bisogno nella truce guerra da lui voluta,
[j L’aquila araldica, o 25 — come si dice — feudale di casa Savoia ha sempre
tra gli artigli uu serpe. Durante il primo impero napoleonico (1804-1815)
l’aquila si ap¬ plicava comunemente su gli oggetti d’arte (De Mauri). Era a
volo abbassato (•■on un fulmine tra gli artigli, e in campo azzurro. || L’
aquila ad ali spie¬ gate ma privata del rostro e degli artigli, che si vede in
certi stemmi gentilizi di Francia e qualche volta anche di Germania, è emblema
degli imperiali vinti e disarmati, e si chiama araldicamente alenane. 37.
AQUIIiEOIA — W aquilegia canadensis è una ranuncolacea di vago aspetto, a
petali vivacemente colorati e superiormente ricurvi come becchi 0 unghie di
aquila (Lemery), o come cornetti, alla foggia del copricapo usati nell’età
delle corti dai buffoni e dai pazzi professionali; per ciò sim¬ bolo di follia.
L’ aquilegia mUgaris, che cresce spontaneamente nei luoghi montuosi, nel
linguaggio boreale indica amore nascosto. 38. AB.AITCIO — Nei mula aurantiu
dell’ evo medio furono forse rico¬ nosciute le mele d’oro dell’orto delle
Esperidi e di Atalanta, quando alla troppo lunile verità del naturalista si
preferiva la ingegnosa menzogna del poeta (Salmasio). ArUoi’fttp frondrit, auro
mtlioììit vinidttx. Ex auro ramox^ ex auro lioma ftrtbanf (Ov. Met. IV - ti37).
Gli etimologisti moderni confrontano le forme verbali persiane, arabe e
dialettali della nostra alta Italia (Zambaldi), e più verosimilmente conclu¬
dono che il nome dell’arancio venne dall’oriente e non dall’occidente, cosi e
come — dicono le storie — pervenne il- frutto in Europa dalla Cina I principio
del secolo XV). Bello quanto nobile arbusto, I.' arìiUfio Huliscs tutti.
Davanti al immv «no (K. Barljoriuo - lìm-tnn. il'iim. CLVI. 2). Come i suoi
vaghi fiori bianchi siano stati ritenuti degni del privilegio di formare il
serto alle spose, narra una gentile leggenda spagnola : La vezzosa figliuola di
una giardiniera reale avrebbe appagato il desiderio di un ambasciatore, consegnandogli
nascostamente il ramo di una pianta d’ a- rancio che il re teneva gelosamente
custodita; in compenso ne ebbe un tesoro che le permise di trovare marito, ed
il giorno delle nozze s’adornò le chiome con i fiori d’arancio, divenuti
convenzionalmente poi simbolo di candore e di virginità. || «Conosci tu il
paese dove l’arancio fiorisce V » cosi, con accorata nostalgia per la nostra
bellissima Patria, chiede Mignon, nella lirica di Gothe. Orauit^r*, arbrcM tuie j'adorr, Que. vox parfumx me xeuihteiit dot/x!
Esibii dall* l'empire de Flore Ifieu d’ aifrtùihic rominv cotn* f * (Lh
Kuutaiue). 89.
ARANCIO — Colore composito che esprime contento, dignità, ri¬ spetto di sè. «'
.i ( 26 40. ARATHO — Emblema >li agpricoltnra e di pace, asato anche nella
recente simbolica delle schede elettorali del partito agrario. La semplicità di
questo perenne stromento di prosperità e di redenzione si vede da pa¬ recchie
medaglie antiche, perocché tutti i popoli l'usarono, e credettero di andarne
debitori a vari inventori : gli egizi ad Osiride, i fenici a Dagone, i cinesi a
Chi-Nong, i greci a Cerere ed a Trittolemo d’Eieusi. |ì Come impresa di
dissodamento intellettuale l’aratro fu assunto dall’ academia degli Occulti
(sec. XVI). Esso è attributo dei santi agricoltori; Giacomo di Taraiitasia,
Isidoro patrono di Madrid e dei contadini (sec. XII). E l’onuri e (a gloria in
autu mini, BisplinmHanu in paci l’arotrti, (Meli - Estate), 41. AIlCAirOEI.ICA
— V. Ayigelica. 42. ARCHIFESTOOZiO — Istromento di tecnica muratoria,
probabilmente in origine di forma arcuata, poi a triangolo rettangolare
isoscele, con un piombo al suo vertice, ricadente nel mezzo, inserviente a
trovare la per¬ pendicolare e il giusto livello dei piani. Attributo
iconologico dell’ archi¬ tettura (Es. : l’allegoria di Agostino di Duccio nella
basilica malatestiana di Rimini). || Nei geroglifici ponevasi con la squadra
sulle tombe, al fine di raccomandare equilibrio alle facoltà del defunto. ||
Trasferendosi l’idea dell'equilibrio fisico che mantiene l’armonia della
materia a quello morale che è la malleveria migliore della società, ai assunse
l’archipendolo come simbolo di giustizia, di rettitudine, di etica o morale, e
dalla massoneria di eguaglianza. Fu in voga nella rivoluzione francese,
apparendo — dopo la presa della Bastiglia (1789) — su molti oggetti anche d’uso
comune, come spille, ciondoli e tabacchiere. La republica cisalpina lo
introdusse uel proprio stemma, usandolo nei documenti officiali. 48. ARCO —
Arma per scagliar treccie, composta di una verghetta cur¬ vata mediante una
funicella legata alle sue estreiqità ; non simbolo ma semplice attributo
complementare della imagine di Apollo o Febo — che né sarebbe l’inventore — di
Diana (cacciatrice) o Luna, arcieri dei loro raggi, e di Cupido o Amore: Con
arco in mano e con saette ai tiancbi, Contro i quali non vai elmo nè scudo.
(Petrarca). 44. ARCOBAIiENO — v. Iride 45. AROFNTIIi'A — Umile garofano di
bosco, dalle rade foglioline che al batter del sole s’inargentano, catalogato
nel linguaggio dei fiori come simbolo di ingenuità. 46. ARGENTO — Il simbolo
dell’argento ai ritrova soltanto nell’al¬ chimia, e-indica la luna, per
l’influsso che si pretendeva avesse sulle affe¬ zioni cerebrali. I romani — ohe
avevano divinità presiedenti alle zecche — crearono il dio Argentino, figlio di
Eres o Esculano, quando cominciarono 27 a coniare le monete d’argento (286 a.
0.1. In araldica l’argento è il metallo unicamente ammesso con l’oro a formare
il fondo dell’arme gen¬ tilizia, e può essere rappresentato dal color bianco,
esprimendo l'idea della purezza (v. Metalli). 47. — ARIETE — L’ariete — maschio
della capra, confuso nelle allegorie con il montone o beccò, maschio della
pecora — era assegnato a Cibele ed a Mercurio, come dio dei pastori e onorato
in Tebe, da lui salvata, come Crisoforo. Sotto forme d’ariete era pure venerato
Giove Amnione, nell’Ara¬ bia deserta, dove trovandosi Bacco con il gorgozzule
arido, ed implorando egli il soccorso dal padre degli dei, questi gli apparve
da ariete, percosse con la zampa l’arena e ne fece zampillare una fossa
d’acqua. Colà sorse un gran tempio che divenne celebratissimo e l’erma
colossale di Giove vi aveva sembianze umane, con due corna our^antesi attorno
alle orecchie (Lucano, Farsaglia TX - B12). Gli arabi ismaeliti conservarono il
culto per l’ariete e Maometto designò al paradiso — con le altre bestie
privile¬ giate — l’ariete del loro capostipite Ismaele, figliuolo di Abramo e
di Agar. Ha origini mitologiche la suprema onorificenza spagnola. Per sfug¬
gire alle vessazioni della matrigna Ino, Frisso ed Elle, fratello e sorella,
fuggirono verso la Colchide sopra un montone dal vello lunghissimo, mor¬ bido,
di color giallo, si che al sole occiduo apparvero cavalcare un animale d’oi'o
sfolgorante. Nella fuga i rami d’una pianta ne strapparono alcuni ciuffi; Elle
impaurita cadde nel mare (che da lei fu chiamato Ellesponto), e Frisso
sacrificò l’ariete a Giove, appendendone all'albero il vello. Gia¬ sone. duce
degli argonauti, aiutato da Medea, uccise il dragone custode di quell’albero e
conquistò il vello d’oro. Nella .smania delle reminiscenze classiche durante il
Rinascimento — troppe volte pedantesco — Filippo il Buono, duca di Borgogna,
sposando Isabella di Portogallo istituiva l’ordine dell’ariete o del loxtm
d’oro (14291^ che divenne il primo ordine cavalle¬ resco dell’Austria e della
Spagna. Dopo la battaglia di Wagram ( 1811 !)) Napoleone pensò di rivolgere in
propria apoteosi il foumi d’oro, treisforman- dolo nell’emblema di un’aquila
con le ali spiegate artigliante le insegne dei due arieti. vinti, l’austriaco e
lo spagnuolo. L’ordine del nuovo ioitoìi d’oro napoleonico fu istituito, ma in
seguito fu incorporato in quello della legion d’onore. || La favola di Frisso
ispirò alcuni autori a determinare il significato simbolico dell’ ariete.
L’Alciato ne usa l’ipotiposi come emblema contro r ignoranza del ricco : Tì'utìat
aquos reBideììR lìruetiovo in veliere Vhrip'uai, Ki flovam impavidim per mare
ecandtt ovem. Et quid i(ì rjr Henm heheii. seti divite gaza. <U/ììiut/iit.
titif ftervi ijnem re.t/it iirhitrinni. iEwiit. - CLXXXIX^ Lo sfrenato appetito
carnale del montone ne rese facile l’adozione come simbolo di lussuria. In
Egitto esso era identificato con Priapo e gli antichi • usavano dipingerlo
cavalcato da Venere. A Pompei venne recentemente in luce un magnifico
bassorilievo rappresentante il sacrificio dell’ ariete al simulacro di Afrodito
(19<)2). {| Nella visione di Daniele (Vili - 3) l’ariete che dà colpi
formidabili contro l’occidente, il settentrione e il mezzogiorno 28 ' ' . • . .
. yiiuboleggia l’impero medo persiauo guerreggiaute contro i greci, gli sciti,
gli egiziani e gli etiopi, i! Come simbolo filosofico, invece, lo adottarono i
settatori di Ram, in opposizione al toro, emblema delle autocratiche drai-
desse ; e gli fu conferito l’onore di rappresentare la rigenerazione della
famiglia (Saunier). H L’ariete è la prima costellazione dello zodiaco e il
primo dei dodici segni dell’ eclittica, ed è 1’ emblema dell’ equinozio pri¬
maverile e del marzo. 1, In araldica simboleggia ardire e feudalità in luoghi
pascolativi ed ha sempre la testa rialzata, per distinguerlo dalla pecora ohe
l’ha abbassata. 48. ARMA — Simbolo apodittico che indica guerra, e
translativamente attributo iconologico di tendenze, sentimenti o passioni atti,
facili o pronti alla combattività. Es. : nella figura del Furore del Pianta
alla scuola di S. Rocco (Venezia) - « Furor arma ministrat » (Verg. En. I -
160). || Arme si dice ancora per insegna o impresa di famiglie, di comunità, di
luoghi, di sodalizi di popoli, di stati. » 49. ABMRLLINO — Ermellino —
Animaletto nordico della famiglia delle mustele, dalle forme agili e allungate,
leggero saltatore. Nella sta¬ gione rigida il suo mantello, tra il fulvo e il
grigio, diventa candidissimo, ed è cosi lucente, morbido e pregiato da
costituire in araldica la pelliccia regale e quella che si conferisce alle
dignità più eminenti, rappresentandosi come pelle bianca fiocchettata simme¬
tricamente dalla codetta nera, quale rimane all'ani¬ male anche durante la sua
trasformazione cromatica. Anche per l’armellino si ripetono i pregiudizi di una
non ben nota zoopsicologia. L’armellino è scaltro, audace, di istinti
sanguinari, e fa strage della fauna minore montana; tuttavia, ripetendosi
ch’egli è con¬ tinente nel cibo e nelle espressioni del senso, e cre¬ dendosi
eh' egli preferisca di lasciarsi prendere dai cacciatori piuttosto che
iml>rattarsi nel fango di cui essi circondano la sua tana, fu scelto a sim¬
boleggiare la purità materiale e morale. Un’ impresa inspirata a questo
significato è quella ricordata dal Petrarca : In camjio verde un candiilo Brnielliun.
tTrioii/l - VI). L’ordine nobiliare dell’armellino, istituito da Ferdinando re
di Napoli (lltìiJ) aveva per motto: « Malo mori quam foedari ». 5(1. ARNESI —
Nella tropologia iconologica sono infinite le imagini degli arnesi, istromenti
di arti e professioni e arredi, attribuiti a persone od a cose, necessarie o
accidentali, per compire l’idea rappresentata : esempi del simbolismo ohe il
Marchesini chiama ricostruttivo, « per cui il tutto i d’una cosa o d’un fatto»
si richiama « integralmente al pensiero di una parte della cosa o da un momento
del fatto ». Per la loro ovvia eloquenza sarebbe superfiuo farne un elenco die
indicasse — ej.-euipli t/ralìa — il AKMSM.JSO ‘29 libro dello studio, la ruota
dentata della meccanica, l’astrolabio della cosmosfrafia, i narri aruesi Cbe
itriimi ritrovnr Cerere e Pale (Parìui - Mnttiuo - 49) per l’agrricoltnra, e
simili obietti di ordinaria evidenza, costituenti la sup¬ pellettile più comune
degli iconografi, e che si trovano ancora nel brutale uso del tatuaggio, segni
di ornamentazione e di distinzione di classe e di mestiere. Esempi insigni di
arnesi che richiamano all’attualità del fatto rapjiresentato sono gli arnesi
comuni entrati nel patrimonio agiograllco, e cbe si pongono in mano ai santi
effigiati o si imiuadrano con essi come attributi. Esempi: san Pietro martire
ucciso proditoriamente di lama, san Bartolomeo apostolo scorticato, san Tomaso
Bercket trucidato sull’altare della messa, hanno sempre accostato il coltello ;
san Cipriano di Nicomedia e santa Giuliana hanno la caldaia d’ acqua bollente
in cui furono sommersi ; san Lorenzo ha la gratella su cui fu abbrustolito. |i
Sommamente interes¬ sante ])er r applicazione degli aruesi comuni alla
allegorica ed alla simbo- lologia è il giuilizio critico che dà il Lessing nel
Laocooiitfi 117661, piu- tenendo presente che il « Voltaire tedesco » — come fu
qualificato — pre¬ tese formulare norme fondamentali di estetica, attribuendo
alla poesia la proitrietà dell’azione ed alle arti figurative la proprietà
della rappresen¬ tazione. « Tuttavia tra i simboli di cui si servono gli
artisti per denotare le loro astrazioni ve n’ha una specie più adatta e più
degna d’essere ado¬ perata anche dai poeti, voglio dire quelli che non hanno in
sè nulla di allegorico e devono riguardarsi unicamente come strumenti dei quali
gli enti rap])resentati dall’artista farebbero uso qualora dovessero agire come
vere persone.... La lira o il flauto in mano d’una Musa, la lancia in mano di
Marte, il martello e la tanaglia nelle mani di Vulcano, non sono mica simboli,
ma strumenti senza dei quali questi enti non potrebbero eseguire le azioni che
vengono loro attribuite. Di questa specie sono gli attributi che gli antichi
poeti intrecciano talvolta nelle loro descrizioni e che jjer conseguenza, onde
distinguerli dagli allegorici, si possono dire poetici » {Loocoonfe - trad.
Landonio). 61. AKO — Pianta frequente lungo le siepi selvatiche, medicinale, di
uso comune presso gli israeliti antichi, e la cui foglia sagittata. è molto
usata — insieme a (juella della quercia — dai « maestri di pietre vive » per le
ornamentazioni architettoniche delle chiese (principio del sec. XIII). Secondo
il linguaggio fioreale esprime congedo. 5‘2. ABiPA — Strumento musicale a
corde, e foggia triangolare, di bel suono («dolce tintinno» }‘ar. XIV - 119).
Attributo del centauro Chirone ed effigiata con predilezione nelle città che
avevano l’adorazione di Apollo. Insieme ad un lauro e ad un oultro indicava i
giochi apoUinari. t A dif¬ ferenza della lira, che esaltava le gesta civili,
l’arpa originariamente aveva offici di liturgìa sacra. Gli angeli temprano
sulle arpe i cori celestiali. Il re David, esjtertissimo suonatore d’arpa, o,
piuttosto, di tricordo, stru¬ mento familiare agli egizi e ai ]>erai,
confuso nella pittorica con l’arpa, più HO -modei'iia anche di forma.
Successivamente nelle corti d’amore di Francia venne in gran voga l’arpa per le
canzoni ; ma i|uella dell’ evo medio fran¬ cese dev’essere d’invenzione
barbarica, che il gran Galileo dice irlande.se; e infatti galli, scozzesi e
irlandesi la trattano comunemente, ed essa è il simbolo politico dell’ Irlanda,
adottato da prima da un David, alto signore dell’isola, ed in seguito
officialmente aggiunta da Cromwell al blasone del Regno Unito. || Nel
pesantissimo monumento a Riccardo Wagner, a Berlino, (scultore Eberlein) sta il
simulacro di Wolframo d’Eschinbach, con l’arpa, simbolo del Lied tedesco. In
araldica l’arpa significa piacere mondano. 53. ARPIA — Mostro favoloso, con
faccia mu¬ liebre, orecchie d’orso, alato e rapace, corpo di avoltoio,
artigliato, ingordo, insaziabile, puzzolente, descritto da Virgilio (En. -
IITÌ, da Dante {Inf. XIH), dall’Ariosto {Ori. Pur. XXXHD, per non citare ohe i
maggiori. « L’arpie figurativamente significano la rapacità: che tanto viene a
dire arpia, quanto in greco rapina » (Fìontà tV Italia). I Altri autori
suppongono ohe le arpie siano il simbolo della cupidigia, della distruzione,
della contaminazione dell’ aria (Le Clercl. || Sono ri¬ prodotte in alcune
antiche monografie e figurano sul celebre monumento di Xanto che si conserva
nel museo Britannico a Londra. 51. ARTRMISIA — v. As.seitzio. .55. ASFODELO —
Gigliacea che alligna nei pascoli poco gradita, e pure dagli orientali salutata
con nomi augurali. Proser- pina, rapita da Plutone, lasciò cadere i fiori di
asfo¬ delo che teneva in grembo, ed essi scintillarono di un pallido raggio
dorato nelle fosche ombre dell’Ache¬ ronte. Gli antichi la seminarono attorno
ai sepolcri come simbolo di dolore, gradito tributo ai defunti. Le. anime aspettanti
il giudizio di Minosse stavano in attesa nei « prati rivestiti di asfodelo »
(Oclixx. Xl i. Ed in oielo saremo coronati Con il Hor rn^adoso d’astVxlelo.
iLon^*ello\> - fCctmtft'hua 11,. « Sul prato d’asfodelo.... » è il saluto
ohe all’amico invia Giacomo Leopardi, presago della sua prossima fine. Dicesi
pure che il fusto gentile di questa pianta simboleggiava la potenza reale
(Dioscoride), e il pegno d'amore (Teofrastol. 5ti. ASINO — .Serve il nome dell’
asino come ordinario epjf/iehn/ onuiiis tutt’altro ohe onorevole, e cosi
comunemente si ripagano con mercede iniqua i meriti dell’umile e orecchiuto
giumento da basto, non sfornito di siiecifiche .AKIMK bi virtù. Gli antichi
abitori dell’ Asia lo cliiamarono il « risonante » i De Gn- bernatis). Era il
simbolo della primavera presso i persiani, che l'ebbero in .estimazione e
furono simboleggiati a loro volta, caricaturalmente, in un asino, dal gi-ande
pittore Nealce (Plinio). Tutti i libri santi e l’epopea in¬ diana sono pieni
della gloria dei suoi ragli fragorosi, a cui attribuiscono epici risultati
nelle imprese divine e demoniache, e attestano nell’asino l’esistenza d’un
intimo spirito eroico: il guerriero Rustem, si addormenta dopo una satolla di
carne asinina, e il suo cavallo divora le ossa avanzate da lui nel pasto ;
quando il guerriero si risveglia trova presso di sè le spoglie di un grosso
leone, ucciso dal cavallo, ohe dalle ossa mangiate ha attinto inconsueta forza
ed ardire. (Pirdusi - Libro dei re). Plutarco rac¬ conta pure della lotta vittoriosa
d’un asino contro uno dei leoni mantenuti dal publico erario in Babilonia (Vita
di Alessandro). Dal raglio di un asino turono atterriti Encelado e gli altri
giganti nella temeraria impresa del— l’assalto contro il cielo. I soldati di
A.mbracia furono salvati da una im¬ boscata dei sioioni per il ragliare di un
asino e, sconfitti i nemici, persolsero il loro voto riconoscente erigendo
all’asino un metallico simulacro nel tempio di Delfo (Pausania). Un’ altra
statua gli fu eretta in onore a Nauplia; ed un’altra ancora in Roma da
Ottaviano Augusto, che aveva tratto pre¬ sagio felice dall’incontro dell’asino
Euticchio (fortunato) il giorno prima della sua vittoria di Anzio contro Marco
Antonio. Per conferire la dovuta estimazione all’asino non bisogna, pertanto,
osservarlo nato alla fatica e crucciato dal bastone e costretto a piegare le
membra stecchite nello stabulo * d’ogni luce muto », come nei nostri paesi.
L’asino ha comune con il cavallo l’origine; appartiene quindi a progenie
ai’i.stocratioa, e lo prova la bellezza originale conservata nei tipi selvaggi
della sua razza ed anche negli stalloni primitivi allevati con gelosa dili¬
genza nella Persia, dove è cavalcatura di lusso. I caramani avevano una
speciale cavalleria bellica montata sugli asini ; e l’inspirata Deboi-a incita
i principi e a guerrieri d’Israele che « cavalcano i belli asini» (Giuda - V,
lOp Pensi l'ardente .■tral>ia e i iwiliglinni Di Oiob, ove crescesti emulo
audace K di corso e di ardir con ^yli stalloni ? (Carducci - A un asino). Omero
paragona l’intrepido Aiace all’asino; Pindaro narra ohe Perseo tra gli
iperborei fortifica le sue membra con la carne asinina; i gnostici — cri¬
stiani dottrinari e giudoisti dei primi secoli della Chiesa — effigiano Sa-
baot, dio delle battaglie, con testa di asino. Ciò si spiega perchè l’ asino
non si lascia invadere dal tremito di convulsa paura che troppo si^esso
sgomenta il cavallo (Buvry). Di vivaci asinelli — come di camelli, di buoi e di
pecore — eran costituite le grosse fortune dei principi e dei patriarchi della
Palestina ; e questa ricchezza del padrone va magnificando il servo di Abramo,
mandato a Labano a chiedere Rebecca in isposa per Isacco Ihenesi - XXIV, 35).
Giacobbe per vaticinare la natura operosa e il valore della tribù del suo quinto
figliuolo, la chiama quella di « Issachar asino torte » (Genesi - XLIX, 14).
Abigail cavalca un asino per incontrare il re David. È un’ asina la « muta
bestia che parla in voce umana per frenare la stoltezza del profeta Baalam »
(S. Pietro - Ep. 2 - 11. 16). L’asino era 82 l’ostia sacra al lubrico Priapo ed
a Vesta; in Mileto si portava sopra un asino 1’ arma di Cibele e nell’ Argolide
quella di Giunone ; gli iperborei — presso i (juali l’asino era rarissimo — lo
sacrificavano ad Apollo (Erodoto, Strabono, Aristotele). I greci e i latini lo
dedicavano a Bacco ed a Marte; i galli a Cibele; i celti dell’Elba a Plutone.
Gli egizi invece lo esecravano, e ne imprimevano la figura sulle f'ocaccie che
offrivano all’odiato Tifone; a Copto pure era abominato; quelli di Abido, di
Licopoli, di Busiride abor¬ rivano il suono delle trombe, somigliante alla voce
dovuta alle piccole ca¬ vità particolari della laringe asinina. Gli antichi
germani traevano oroscopi giudiziari da una testa di somaro posta sopra un
braciere ardente. Nella tradizione cristiana — che si svolge nella Palestina —
l’asino è nece.ssariamente obietto di azione speciale. Nel presepio betlemita —
tipo fisso, con il Ime della generazione e della fecondità (West) — riscalda le
membra del bambino divino; nella tuga verso 1’ Egitto lo difende dai
persecutori notturni coprendo con il raglio i suoi vagiti; lo porta nel placido
trionfo di Gerusalemme, tra il popolo osannante ; e da quel giorno vuole la
tra¬ dizione ohe esso rechi sulla schiena una croce nera ben marcata, cosi che
nella zoografia simbolica dei primi cristiani fu tosto assimto come emblema
della tribolazione. (Toussenel), e — secondo l’assurda accusa dei romani —
perfino adorato in secreto. In una antica iscrizione si legge: « Deus rhrixfUnnmiììi
iiniinychifes (adoratori dell’asino i », e sono noti al¬ cuni graffiti
raffiguranti il Salvatore con la testa asinina. |( Ma la vera apoteosi della
cavalcatura che porta sul dorso il sacro blasone ebbe il suo pieno sviluppo nel
medio evo e nelle chiese di Francia. Con gran pompa si c-elehrava la festa
dell’asino a Rouen, il giorno di Natale, con l’antifona, cantata sulla soglia
della catedrale : Sint hddie pi'dcut itividitn’! jn'oruf oitxnitt uineHn !
I.urUi coll/ut ijdicttonjttP tiddut fttiimtHn fexto. 4 Ed a Sens (Yonne) il
clero si recava proce.ssionalmente iu chiesa prima del vespero, il giorno della
Circoncisione vi veniva presentato di-vino e di salciccie, e tosto cantava la
celebre seqiienfUi : OnnUU jHitiihttK — itflveuttti'U A*iunit l'tttrhfr pf
foi'lMiiimx — Mu'rinis ttittiioiìinuK. JIps, «ir attnp, hpz! Ilir. iM collihK»
Sirhett — emitrituM ftiih Hubru. Trttintiif in Jordunrtn — «oììit in IMIrhPnt.
Ifpz. occ. Saltii vincit hÌnunlo« — fittnniM et rajtrPot<n<. So/tp)’
droinpfinrinif — vflox nnidiunrox. lìez, e<M*. Aurunt (ir Ambio — Thu«
&t mirrant tir Sobo Tniit in Kmeìsio — \'irt(tfi o«ivoria. ilez. ecc. Dtnn
trahit cehirnia — iniiito cnm sarrinnlo Illiitn inttn<libuìo — duro terit
/Mtbalo. Upz, AelIKO Caricatnra patjaìui (Palatino - Homal 33 Vum ari»ih oMeum
— com^iìit et ciirf/ittnn j Tritictmi ft pulM — neffreffiit in «mi. IleZj eoe.
Amen dirng, Aitine —««fwr ej- yrninine! AineHf tuneu ifeni — agpernari vetern.
ile::, eco. Al Unire della messa il prete celebrante in questa funzione, invece
di dire 1’ « Itp, misHa ext! » doveva — come dettava il missale ordinato
all'uopo — tare tre ragli: « ter hiiiìiifare *, e il popolo lo imitava con
grande clamore. Altre solenni cerimonie asinerie si celebravano in Cosenza, ed
in Verona, a S. Maria in Organo, dove si pretendeva di conservare — in una teca
d’argento, sotto la custodia degli olivetani — la coda dell’asino che aveva
portato Gesù in Gerusalemme, e che — inorridito delle scelleratezze giu¬ dee —
era poi fuggito, attraversando il mare a piedi asciutti, e giungendo a Cipro, a
Rodi, a Candia, a Malta, in Sicilia, ad Aquileia e infine.... ca¬ pitando a
Verona (Pietro di Corbeil). |[ Si vedono di frequente le imagini di sant’
Antonio da Padova e di san Germano accostate da un asino, perchè essi sono tra
i taumaturgi risuscitatori dell’ animale. || Maometto — ac¬ cusato di plagiare
la sacra scrittura dei giudei — li chiamò < asini caricati di libri »
(Reinach) ; ma il suo Corano non è che una miscela di giudaismo, di parsismo,
di cristianesimo e di gnosticismo. A lui piacque collocare nel suo paradiso la
bestia tanto cara agli arabi, e con l’asino che portò Cristo in Gerusalemme vi
assegnò il proprio e quello della regina di Saba. E come antiche famiglie del
patriziato romuleo non sdegnavano di assumere il proprio cognome dell’asino — i
Lucrezi, gli Agrippa, i Corneli, i Claudi — così alcune caste sovrane indiane —
come quella dei Caravaduk nel Madura — pretendono essere procreate da un asino,
e ne menano vanto come di arcavolo insigne. Per un equivoco archeologico la
città di Bourge.s lia ancora per suo stemma un asino in catedra, riferenfesi
all’episodio di Asìuio Pollione, infermo ed assediato in quella città
[liiturigex), ai cui baluardi si era fatto portare in lettiga per rianimare i
soldati con la sua presenza. || L’asino imaginato da Vittor Hugo, e ohe fugge
dalla via della sapienza, e s’imbatte in Kant, interrogato dal filosofo dell’ «
imperativo categorico » chi egli sia, risponde : « La pazienza », e dice di
meritar questo nome perchè scende dalla cima della ragione e del sapere, dove è
salito l’uomo. ' Con questa filatessa di facile erudizione non abbiamo voluto
fare 1’ elogio filosofico dell’ asino, già magistralmente lasciatoci da autori
illustri (Apuleio, Plauto, Paolino, Agrippa, Machiavelli, Passerete,
Shakespeare, Borsini, De Dottori, Gessner, Guerrazzi, Viale). Anche per l'asino
si ri¬ scontra il « tnlit alter hnnorex » delle sue virtii, per ricordare di
lui soltanto i mancamenti biologici e animaleschi. Se, nell'afifettuosa
iperbole dell’in- naucorata sulamite — la quale invoca dall’ asino che
riconduca presto al suo seno lo sposo lontano — rileviamo un riconoscimento
perfino della velocità dell’ umile quadrupede, nel mito greco invece vediamo il
vecchio Sileno, ebro 6 inseparabile compagno di Bacco, ma anche filosofo d’alto
intendimento, cavalcare un somarello, il cui passo è simile a quello tardo ma
sicuro della filosofia. In effetto l’utile somiere, che non trepida sull’ orlo
dei precipizi e nei più ardui valichi delle montagne, potrebbe ripetere — se lo
pote.s8e — s :J4 la divisa di Goethe : « senza fretta e senza riposo ». Eppure
esso è simbolo di tardivitàj e la più frequente applicazione del traslato
riguarda la tar- dività dell' ingegno e delle opere, quindi anche la pigrizia.
Mario e Cesare lo indicavano come esempio a raffaccio dei soldati tardigradi.
|| Gli egizi com¬ pievano le loro vendette contro il semitico animale figurando
l’ignoranza con una testa d’asino volta verso la terra ; Francesco Pianta — ad
esempio — caricaturista crudele (Morasso) — pone al lato dell’ Ignoranza una
testa d’asino mirabilmente modellata (Scuola di S. Rocco a Venezia); e In al¬
trettanto Paolo Veronese nella Lotta fra il Vizio e la Viriti. E la diffama¬
zione ebbe fortuna, perchè ormai è d’uso generale indicare la atolidità,
l’inciviltà, l’abietta pazienza, la caparbietà e tante e tante altre male
tendenze del povero animale, che ha forse grandi orecchie per ascoltare e non
intendimento per comprendere {«afsinus ad lyrani »). || Inesauribile strumento
di caricatura, il motivo dell’ asino è ripetutissimo nelle opere d’arte della
satira di ogni tempo. Dileggiato, oltraggiato, spietatamente percosso, molte
volte il povero animale fu anche salutato come segno si¬ nistro, come presso i
romsuni ■ che l’avevano per infausta apparizione e chiamavano « colpo
dell’asino » l’asso ossia il più cattivo tratto dei dadi. Due orecchie d’ asino
si applicavano nelle vecchie scuole agli scolari ne¬ gligenti e per burla si
dice « usignoli di maggio ». Il Buffon concluse un suo stridio affermando che «
l’asino, dunque, è.... un asino »; e non aveva forse ragione l’eminente
naturalista di giungere a tanta eoncluisiunctilo fallax, che è una nuova e
immeritata contumelia alla benemerita bestia. Ben diversamente dalla
inconcludente inferenza del dottissimo Buffon, il De Cherville non si peritò a
dichiarare che l’asino è il più intelligente animale domestico dopo il cane,
sul quale però ha il pregio di essere retto nella ragione, (v. Animali, Bue).
67. ASOCA — Albero sacro per gli indiani, personificante il dio del- 1’ amore,
e che — secondo la credenza — fiorisce soltanto al contatto del piede di una
bella donna. Nel drama di Kalisada, Malavika fa fiorire con l’albero 1’ amore
nel cuore del re Agnimitra (De Gubematis). .68. ASPIDE — V. Berpe. 59. ASSENZIO
— Artemisia — Asteracea rupestre dalle cui foglioline si trae un succo
amarissimo eccitante il sistema nervoso, base chimica del noto licore che
animava i concorrenti alle corse dei curricoli nelle ferie latine, ed aiutò a
spegnere la fiamma di vividi ingegni (De Musset, Rovani, Poe, Barthet,
Verlaine). Figurativamente indica amarezza d'animo, affanno. Lacrimar sempre
è.il mio sommo diletto Il rider doglia, il cibo assenzio e tosco. (Petrarca). «
La fortuna m’apparecchiò i suoi assenzii, li quali la mia allegrezza in
tristezza, ed il dolce riso in amaro pianto mutarono » (Bocc. Fiamm.) ||
L’assenzio è anche simbolo di austerità. Gli iniziati ai misteri di Iside ne
andavano ornati. Wl. ASSIOLO — Uccello Ijiebonide migratore, alquanto simile alla
ci¬ vetta, ma più grasso e più piccolo. Simbolo di stupidità, di stoltezza. Gl.
asta - Segno primordiale di onore, di dignità, di autorità, di dominio, invece
del diadema, e rimasto come attributo iconologico di tutte le a.strazioni ohe
richiamano l'animo all’ossequio ed alla venerazione Ye- desi m mano ai
simulacri delle divinità e dei principi negli antichi monu- menti. || I sabini
ed i romani — prima di dare forma umana alle statue dei loro dei - li
rappresentavano con un’asta (Yarrone), che nel loro pri- mordmle concetto
indicava la bontà divina (Giustino). L’asta chinata era simbolo della
tranquillità. G‘i. ASTRI - Gli incantesimi della natura vergine e inesplorata
spie¬ gano perchè l’umanità pensante fu metafisica prima che fisica (Negri).
Meglio di qualunque altro arcano meraviglioso della natura, lo splendore del
sole, la luce della luna, lo scintillio delle stelle abbagliarono l’uomo
primitivo che alla contemplazione del firmamento, sentendosi troppo debole e
meschino, spontaneamente si inginocchiò e chinò il capo in adorazione, .gli non
poteva elevarsi fino all’idea di una sostanza immateriale e invi¬ sibile, e
nulla trovò nella natura die fosse meritevole di culto più degli astri del
cielo. Anche la riconoscenza fu un coeflficiente di non scarsa im¬ portanza
nell’astrolatria, perocché l’astro dava la Iure, il calore, il germo¬ glio
della, terra, l’ordine del moto universale. Cosi agli astri — animati ed
immortali, perchè inaltbrati — furono conferiti tutti gli attributi, i senti¬
menti, le qualità attribuiti alle divinità iZanotti Bianco i. Macrobio dimo¬
strava che tutti gli dei del paganesimo potevan ridursi al .Sole e alla Luna ;
e per questa giusa si venne pure comprovando recentemente la ragione
dell’origine degli dei di tutte le religioni evolute nell’adorazione dei coriù
celesti (Arrhenius). 11 culto puro degli astri e dei pianeti ebbe il nome di
sabisnio, che fu la più antica e la più vasta .Ielle sette, preesistente a
quella che crede nei due principi fondamentali (dualismo) e non ancora spenta
perchè esistono tuttora sue fiorenti propagini in varie tribù americane’ Dalle
stelle discendevano le anime dei neonati, nelle credenze orfiche ed eleusine ;
ancora nelle stelle si credeva tornassero le anime ; e non ebbe tregua la
investigazione dei fenomeni astrali nel confronto della conoscenza.
Os.servandosi l’azione parallela e simultanea di certe peculiari manifesta¬
zioni tìsiche con gli avvenimenti umani, si pretese dare consistenza alla
nozione di quei rapporti, mediante norme fondamentali, da cui provenne 1
astrologia. La superstizione avvolse entro una lucrosa caligine di assurdi e di
menzogne quelle pretese leggi scrutatrici dei corpi l'he vanno eternr fra Ih
ferra e il cielo, e tutto quanto l’uomo aveva di più interessante fu sottomesso
allo studio dei movimenti e degli infiussi siderali. Anche ingegni superiori si
applica¬ rono alle speculazioni mistiche sull’esempio dei sapienti dell’oriente
fan¬ tasioso. Gli astrologi riescono in Roma a fare tacere gli oracoli del
culto avito, 6 SI proscrivono come ciurmadori; ma quando si esaurisce il mito
naturalistico, per inconsistenza dell’antropomorfismo poetico, l’uomo dalla •ÌU
mente speculativa e desideroso doli’ ideale, nato e cresciuto nel paganesimo,
sente di trovarsi senza una religione ^Negri); ed allora in Roma il culto ilei
vecchi numi è sostituito apertamente da una specie di panteismo inse¬ gnato
dall’astrologia babilonese; da una parte il cristianesimo trasforma nella
dimora delle anime elette « il ciel cui tanti lumi fanno bello » (Par. II -
130); dall’ altra parte — sull’ esempio di Domiziano, di Adriano e di altri
impe¬ ratori — si abbandonano gli spiriti in una voga maniaca al misticismo
impuro ed istrionico che studia la simpatia e la antipatia delle stelle. (Cfr.
: E. Baldi - Frammenti di atoria dell’ anfrologia). Agrippa di Nettesheim la-
.sciava scritto : « Non creda chi vuole al temperamento dei sette pianeti e
delle inclinazioni con cui esercitano il loro influsso. Non vi è cosa più
.schietta di questa: che i vizi principali dell’uomo sono effetti di tale in¬
flusso, rispondenti mirabilmente ai principi delle sette stelle erranti. La
superbia è conseguenza del Sole, inspirante ambizione ; la avarizia è l’ec¬
cesso di Saturno; la lussuria è la passione di Venere; 1’ invidia è generata
dalla lingua sottile e malefica di Mercurio ; la ghiottoneria proviene dal buon
Giove, e per essa si hanno i peccati dei servitori e di coloro ohe sono repleti
di cibo e di salute, e l’allegria dei tedeschi e dei brettoni ; la col¬ lera è
tutta cosa di Marte ; l’accidia ci è data dalla Luna, di temperamento sieroso,
flemmatico, effeminato, dominato da naturali debolezze e malattie » [Filosofia
occulta - 1633). Premessi questi cenni riguardanti il culto stellare e la falsa
scienza ohe ne derivò — dileguatasi ai fulgori delle conquiste fisiche del
secolo XVIII — più facile riesce l’esporre di quali e per quali derivazioni di
pensiero il sole, la luna e tutta «la famiglia del cielo» (Purg. XV. 29), siano
applicati come simboliche espressioni. La stella dei sette raggi è il supremo
soggetto dell’ adorazione nel culto di Brahma. || Gli egizi simboleggiavano con
la stella l’immortalità del- 1’ anima (Pierio Valeriane); i greci la felicità e
1’ eternità; i cristiani l’in¬ spirazione divina; in Ogni figurazione
emblematica o araldica, magnifi¬ cenza morale e materiale. La stella
fiammeggiante del rito massonico francese o moderno, indica la potenza divina,
che guida e conforta l’adepto nelle tenebre morali. |1 La nostra penisola,
sottoposta all’occaso della stella di Venere o di Espero, per questo fu detta
Esperia dagli antichi, e indiademata dell’astro, che — perennato nelle
iconologie convenzionali e universali è divenuto il proverbiale « stellone »
d’Italia. A noi però sia lecito credere — senza fatuità di nazionalismo
arrogante — ohe la « bella luce » posta in fronte all’ imagine della Patria
nostra — come anche la dipinse il Tin- toretto — ne significhi lo splendore
eterno, la impareggiabile gloria, la fama immortale. Cosi sia detto di Xtoma,
la gran Madre che raccolse in sè le forze e 1’ anima dell’ universo, pure
convenzionalmente e meritatamente effigiata con la stella sulla fronte
maestosa, fin nelle più antiche medaglie. La bandiera degli stati uniti del
nord d’America porta un numero di stelle corri^ondente a quello degli stati
confederati. 63. AUREOLA — Cerchio luminoso che gli antichi collocarono attorno
al capo d’Apollo come dio del sole, copiato poi dai cristiani che lo colloca¬
rono, come distintivo di vittoria, intorno al volto di Gesù, della Vergine, 87
degli apostoli, dei santi, degli angeli e perfino degli animali simbolici degli
evangelisti (Sirmond). Una specie di aureola, o disco solare, attornia il sacro
agnello simboleggiante Gesù in un sarcofago del Vaticano del IV sec. || Altri
danno una più materiale origine alla aureola dei santi, spiegando che era
frequente l’uso, nei secoli XI e XU, di disporre le statue sulle facciate
esterne delle chiese, ad altezza poco inferiore del tetto; e poiché questo,
dopo le pioggie e le nevi, continuava a sgocciolare, maculando i marmi, si
pensò di proteggere i sacri simulacri mediante un disco di legno sovrap¬ posto
alle loro teste. Quando Giotto cominciò a dipingere, essendo ancora fanciullo
ed inculto, credette che quei dischi facessero parte integrale del- 1 imagine,
e li copiò fedelmente. Con il maturarsi del suo spirito artistico e il
raffinarsi del suo gusto, il disco pieno si cambiò in un circolo, da prima
scuro, poi sempre più leggero, più chiaro, più luminoso, fino a trasformarsi
nell aureola di luce adottata da tutti i pittori successivi, che ne fecero il
simbolo permanente della santità. || Sant’Agostino disse l’aureola prero¬
gativa di gloria. Il pontefice Urbano Vili regolò l’onore dell’aureola,
deferendola soltanto ai santi canonizzati (1625), e ciò perchè era invalso 1
abuso di cingerne anche il volto delle persone morte in odore di santità. fil.
AVOIiTOIO Grosso e sozzo uccello di rapina, con il capo e parte del collo nudi,
con la lurida sanie colante dalle narici, di vista e di olfatto acutissimo, che
lo traggono a seguire da lontano gli eserciti ed a piombare poi avidamente
sulla immonda preda dei cadaveri delie battaglie ; per ciò fu definito « iena
dell’aria » e dedicato a Marte. Vuoisi che il suo occhio sia piu potente di
quello dell’ aquila ; e la Biblia lo sceglie a paradigma del piu spiccato senso
visivo (Giobbe — XXVIII, 7). Però dell’ avojtoio era più noto il fiuto, si che
esso nella più innocente delle sue significazioni particolari, era assunto come
simbolo dell’odorato. Era proverbio: A’os aptr anditu, linx visu, simia guslu,
Vultur odoratu, superai aracnea tactu. * In Egitto quando volevano disegnar la
natura nelle loro sacre figure, tacevano l’evoltolo, ed era la ragione di ciò,
dice Marcellino, perchè tra gli avoltoi non se ne trova alcuno di maschio, ma
tutti sono temine, come scrive Eliano ancora » (Cartari). In figura di evoltolo
si riscontra, infatti, nei geroglifici Ator, una delle maggiori divinità,
partecipe della Trinità rivelata, confuso di frequente con il principio passivo
e supremo della creazione, e identificata con Afrodite ; nelle rappresentazioni
antropomorfiche di questa dea l’ureo e l’evoltolo si accordano nella formazione
della sim¬ bolica speciale acconciatura del capo. || Dicevasi pure che
l’avoltoio sette giorni prima si portava sul luogo della futura battaglia, si
che indicava il limite. Il In opposizione al vero, gli egizi fecero pure nell’
avoltoio il sim¬ bolo della misericordia. || « Dovunque sarà il carname, ivi
accorreranno gli avoltoi » (Matteo - XXIV, 28); ed i poeti, per le qualità
crudeli e co¬ darde dell’avoltoio, ne fecero il simbolo della avarisia, della
cupidigia, della rapacità e della invidia: Vultur praeda hthians eet captaturU
imago, fleti guani piena etiam sunt fora vuUui'ihm ! (Camerariiis - Symb, Ili -
XXXVl). 38 Il Nei tosti buddistici Mèra, spirito del male, si trasforma in
avoltoio per distogliere dalla meditazione Ananda, prediletto discepolo
dell’Illuminato. || L’avoltoio nero (oiiltur cinerevs), fu l’insegna della
Turchia prima della mezzaluna. Auspicando alla caduta dell’impero turco in
Europa il poeta inglese Phineas Fletclier cantava ; « Già si abbassa e
precipita con l’ali stanche quel nero avoltoio che volò su metà della terra e
la cui visione fece fuggire le muse dalla sorgente nativa » (Hi331. (v.
Crescente). ii5. AZZTTKBO — Colore primitivo o prismatico, terzo nell’ ordine
della rifrangibilità, diffuso grandemente nella natura, essendo trasmesso dal
cielo, dall’aria atmosferica, dalle acque. Poiché le onde marine si alterano
con frequenza, il loro colore è stato posto a simlwlo della incostanza (Ripa).
|| L’azzurro doveva essere ignoto, o incomprensibile almeno, agli antichi,
perchè nei poemi indiani, nella Biblia, in Omero non è detto una sola volta che
il cielo è azzurro. Il ceruleo degli antichi greci equivaleva al nero, e
cerulei si chiamavano le nere capellature. || Azzurri erano i vessilli della
cavalleria romana. || Il primo colore nazionale di Francia fu l’azzurro,
apparso come campo dello stendardo detto « cappa di san Martino » (498), quando
i re di Francia erano ereditariamente abati di san Martino dei campi. Il In
araldica fu usato per i blasoni di grado inferiore alla baronia; poi indicò la
parte dei guelfi. In genere significa giustizia, lealtà, buona fama, fortezza,
nobiltà di natali (Guelfi). Giovili signore, o a te scenda per luugn !>i
magnanimi lomlii ordine il sangue rarissimo, celeste.... (Parini - MtttiiifK 1/
Hxxiirro oltriJiiiariu «li Terra santa (Carducci - La ronstiUtt arafdica, 47l
Si è oaservato il rapporto tra il colore e le arti, e taluno ha preteso lii
riconoscerlo e di stabilirlo; è l’atmosfera che avvolge le ispirazioni e nella
concrezione le rende squisitamente armoniche ed omogenee sotto un colore
dominante. Per la maggior parte degli artisti tale colore è l’azzurro ; ./«
xMix luiììttì! L‘ Àzar} l'Aznr! V Azur ! Azur ! grida il Poij, vinto egli pure
nella sua possa truculenta, ed il suo grido è come un tentativo di liberazione.
L’azzurro è il colore più raro nel regno rioreale, eterno tormento, inafferrabile
e disperante i)er i botanici e i cul¬ tori che non seppiero finora sorprenderne
il secreto per le riproduzioni. || (v. Colori). 66. BACCARO — Corimbifera di
foglie e radici aromatiche, di aiolo ritto e peloso, a fiori azzurrognoli,
vulgamieute detto xpecchio di Venere. Il linguaggio dei fiori lo indica come il
termine materiale e particolare della adulazione. 67. BACIO — Il toccarsi
vicendevole delle labra e il confondere simul¬ taneamente il respiro fu, assai
probabilmente, il mezzo piu naturale fra gli uomini per manifestare il mutuo
affetto, in quel primo uscire della vita dallo stato selvaggio ; e il bacio
trae origine dalla credenza che l'a- nima umana stesse nel respiro e si
accordasse così il possesso reciproco delle anime, confondendo i due fiati. Del
bacio si potrebbe scrivere a lungo, con argomenti squisitamente ideologici fino
al misticismo e con altri reali¬ sticamente concreti fino alla brutalità. dai
primordi delD infanzia umana fino alla guerra mossa dagli igienisti contro
codesto asserito veicolo di in¬ fezioni. Nelle grandi città inglesi molti
bambini portano scritto, a grossi caratteri, sui nastri del cappello o sui
bavaglioli : « Kis me noi — non baciatemi ! » Gli adoratori del sole e della
luna tendevano verso di essi le palme e poi le portavano alle labra (Giobbe).
Il bacio alle statue, agli idoli, alle imagini dei santi si ritrova in tutti i
riti religiosi, e « adorazione » significa letteralmente, nella sua radicale
latina, « toccare con la bocca ». San Be¬ nedetto prescrisse che agli ospiti
dei monasteri si desse' il bacio di pace (.530). Sant’ Agostino riconobbe
quattro sorta di baci : di riconciliazione, di concordia, secondo l’uso
dell’agape cristiana; di amicizia e di fede (De (tviiciiio). Bisanzio ebbe il
culto del bacio e ne stabilì la grande importanza sociale mediante una legge
che ratificava gli sponsali « sotius ohcvH inter- venUt ». Anche gli sposi
lapponi si salutano con il bacìo, studiandosi di comprimersi mutuamente e la
bocca ed il naso. Nei tempi republicani di Roma il marito non poteva baciare la
moglie palesemente nè meno in ](re- senza della figlinola, e dicesi che i
romani stabilissero l’uso del bacio ma¬ ritale unicamente per accertarsi dall’
alito se la moglie avesse bevuto vino. Piii tardi anche le discendenti degli
austeri quiriti salutarono parenti ed amici baciandoli in bocca; e similmente
in bocca baciavano gli ospiti le antiche dame di Francia. « Mi baci egli con il
bacio della sua bocca » dice la biblica sulamite (Salomone — Cantico dei
cantici — I - 1), « donde ap¬ parisce l’ardentissimo desiderio di lei che
domanda e la grandezza del bene eh’ ella domanda » : cosi il comento accettato
dalla Chiesa (Martini) ; pe¬ rocché « il bacio è simbolo di benevolenza e di
anione di carità » (id.) E qui lasciamo riflettere alle candide lettrici se
tale iuterpetrazioue del sim- 4(1 bolo può essere sempre accetta, nè
ricorderemo i baci nati — secondo i sacri poeti — allor che Venere condusse
siigli alti monti di Citerà il gio¬ vinetto Asoanio, e, adagiatolo sopra un
talamo di viole, dopo avergli più volte cinto il collo delle sue braccia
divine, temendo di turbarne il placido sonno, si diede, non istanca, a baciare
le rose vicine j ed il roseto rendeva multiplicati i baci alla dea ; e fu da
allora ohe l’ignoto scocco dei baci ri¬ suonò nel mondo; i baci umidi, come lo
insegnano le candide colombe e come l’intese Lucrezio ; Juiigiiiiltiiie mlirak
ratti pressaiìteif dettiUnu^ ora. • Non seguiremo i monaci del medio evo, i
quali — avendo buon tempo jier tutto classificare — trovarono che il bacio può
avere ben quindici si¬ gnificati, da quello di adorazione a quello d’infamia,
da quello di Giuda a quello di Paolo a Francesca, che per motivi di ragione e
di decoro è di¬ sciplinato secondo le costumanze e le leggi specifiche dei vari
luoghi. In Inghilterra — ad esempio — nella patria del cani — non è ammesso
l’uso del bacio fra uomini. Livingstone e Stanley si incontrarono dopo molti
anni di reciproche ricerche affettuose e si strinsero soltanto la mano; non si
baciarono (Lombroso). A seconda che il bacio venga dato sulla bocca, sulle
gote, sulla fronte, sulla barba, sulla mano, sui piedi, rappresenta l’a- more,
la benedizione, il rispetto, la fedeltà, la amicizia, la protezione, la
promessa, 1’ ossequio, in rapporto alla prossimità della parentela, del sesso,
della età, delle condizioni personali. Va HM</x ó- Ioni prendre. tjni estere
f rn Hrnuent fait d'au peu [diai une proiaruMe lUi(» prtcùtr, 0)1 aceti (/ni
cent *e rttnftrinerf /'li jiiaiut roitt »/«* Oli tati HUT ri dn verhe • aiiaer
* , C* fét nu itecè'et preiid la bota he jtoiir oreilUr rn iuataut d ìafini
<jni fati un brnU d’abeiUe Une conttntiuioH apant un noiit dts (teur, Una
faron d‘ un ptu ne revpircr le corur, FA d*un jHiu (te f/oiitei\ au hard
lerrea, ràine! (Hostaud - Cimila • 111). Dal riconoscimento del bacio tra
fratelli in religione era facile il passo nel cerimoniale cavalleresco, onde il
bacio fu una formalità a cui era te¬ nuto il cavaliere novello. Il « baciamento
» nell’ordinamento feudale designa un omaggio specifico reso al signore del
vassallo, e V oxculum diplomatico era di investitura, di soggezione, di
riverenza, di clemenza, dato in fronte, sugli omeri, nel petto, sui ginocchi,
nei piedi, nei calzari, nelle regie cla¬ midi, nella porpora, nelle imagini,
secondo i casi. || Segno di grande umi¬ liazione è presso i popoli orientali
del nord e in genere presso gli asiatici, baciare la terra, come per venerare
il luogo dove pone la sua orma il po¬ tente che si vuole onorare. [ Anche nella
laurea, insieme all' anello e alla berretta professionale il rettore magnifico
usava baciare il novello dottore. Il Molto si abusò del bacio politico di
riconciliazione, quando più aspre divampavano le contese » •li <|ue]' un
muro etl uua iierra : iJ'arjf. VI - 84; 41 «d ancora oggi, nella Gallura
montana e maestosa, si celebrano con il bacio le « paci » e i più diretti
nemici, quelli che nel giorno antecedente cova¬ vano ancora nel cuore
l’ulteriore vendetta, si baciano alla luce del sole, nella vastità della piazza
gremita, davanti al Cristo crocifìsso. || Il moder¬ nissimo Begas, per
esprimere in marmo la scintilla elettrica, scolpi il bacio, scintilla della
vita e dell'amore. || Anticamente si credeva anche ohe il bacio ai moribondi
liberasse dolcemente l’anima dal corpo, onde forse l’espressione «
addormentarsi nel bacio del Signore ». || Discussero canonisti e giuristi sul
bacio dato per violenza, luogo comune in Arcadia. Risponde Amarilli ; Hnoca
baciata a t'orba Se ’l hacin sputa, o^i vergogna amiiionsa. (Gnarini - Il pasior
pdo - HI). Presso alcuni popoli di colore — i papuani, i neozelandesi — si
ignora il bacio (Lubbok), e nel Giappone i bambini lo temono, il che fece dire
a Rdyard Kipling che non vi è nulla di più serio che l’infanzia giapponese
(Cfr. la elegante descrizione lirica e sensuale del bacio fatta dal Guarini -
l’astor fido - II - coro; F. Fizzeffi. Il libro dei baci; K. Tedeschi -
L’origine del bacio). 1)8. BASIliE — Stromento elementare delle operazioni
agrarie 6 co- •struttive ; arme simbolica professionale. Griu il saggio
giardinier rirreuda 1* arme E gin rompa e rivolga. (.Mamanni), Attributo delle
figurazioni proprie della ag;ricoltnra, della costruzione, e, araldicamente
della fatica guerriera, della vita laboriosa (Ginaunì). 69. BAFOMETA — Idolo di
figura umana con una o due teste barbute e con attributi feminili nel corpo,
impugnante la chiave a forma di croce B attorniato da astri e da segni comuni
nelle pratiche massoniche, t^uesta stravagante figura fu anche re- l entemente
rievocata nelle polemiche dei partiti po¬ litici, come simbolo di pervertimento
del culto. Veniva rimproverato ai templari, come seguaci del¬ l’abietto
gnosticismo idolatra, e come simbolo della voluttà contro natura (Hammer);
opinione che fu oppugnata, non ravvisandosi per taluno nej Bafometa che r
anagramma di Maometto (Raynouard). 70. BALENA — Che il profeta Giona, partito
da Giaffa sopra una nave e buttato nelle onde, fosse trangugiato da una balena
dalla quale, dopo tre giorni, per comando di Dio fu vomitato alla riva sano e
salvo, cosi da riprendere la via di Ninive per esercitarvi il suo apostolato, è
avvenimento del quale discutono ancora e discuteranno per molto tempo gli
esegeti e gli zoologi. Negano costoro che sia possibile alla balena — per la
angustia dell’esofago — inghiottire e trattenere il volume 42 ili una creatura
nniaiia, e parlano di altre « smisurate ceti » o tiseteri. Al- l’iconologia
cristiana servi la balena torse non .tanto per l’episodio di Giona, quanto
perchè simbolo del male, che attira gli uomini alla danna¬ zione e chiude le
porte dell' inferno, come essa attira i pesci in folla tra le sue mascelle
quando apre la bocca smisurata. || Maometto accolse nel suo paradiso la balena
di Giona. |: La balena è il più particolare attributo del- l’ oceano, non
ponendosi mai nelle allegorie dei mari le urne che si pon¬ gono in quelle dei
fiumi. i| Nelle caricature politiche del secolo XIX la balena fu adottata come
il simbolo della ingorda egemonìa navale inglese, la quale — però — non è nè
timida, nè grave, nè lenta, nei suoi movi¬ menti, nè presto stanca come il
cetaceo gigantesco. 71. BALSAMINO — Pianticella di olezzo aromatico, le cui
valve sono costituite di nervi ohe si ritraggono e si prosciugano nello
sviluppo, e ad un dato punto scoppiano e si rompono. Per questo squilibrio
naturale il fiore fu anche chiamato dai botanici Impatimis. ed è quindi simbolo
della impaxienza. 72. BANDIERA — « Vi sono simboli in cui l'uomo vedo o crede
ve¬ dere una chiara parvenza di ciò che altrimenti sarebbe inaccessibile, e ne
rimane non pure attratto, ma soggiogato e vinto, onde il simbolismo può dirsi,
senza abuso di metafora, il fratello carnale del misticismo » (Mar¬ chesini).
Di questi simboli la bandiera è indubitatamente l’esempio più perspicuo. Sia il
vessillo dal serico lembo lussuoso, o lo stendardo di tra¬ liccio improvvisato
nella concitazione delle moltitudini volenti ; sia il drappo consacrato all'
idea della Patria o il piu modesto gonfalone del sodalizio, ossa è sempre 1’ «
idealizzazione » della materia e non la « materializza¬ zione » della idea ;
perocché parla per il passato del patrimonio delle me¬ morie, per il presente
come monito dei doveri, per l’avvenire della fedo e delle speranze mallevadrici
delle opere; patto sociale di amore e di sacrificio per il bene comune,
promessa di forza e di soccorso nei giorni della sventura. Simbolo, quindi, per
definizione pienamente rispondente al duplice bi¬ sogno, psicologico e logico
ed a cui non è mai estraneo 1’ atteggiarsi del sentimento, come insegna il
filosofo del « simbolismo nella conoscenza e nella morale ». Il Tu due passi
danteschi si vuol riscontrare l’au¬ spicio del tricolore d’Italia (Piirg. XXIX
- 121 - e</. XXX - 31). j' La bandiera nazionale italiana è con¬ cessa come
ornamento dello scudo agli officiali supe¬ riori di terra : in numero di sei ai
comandanti i corpi d’armata, di quattro ai tenenti generali semplici, di due ai
maggiori generali. 78. BARDANA — Erba officinale cardacea a grandi foglie
irsute, di cui si velavano il viso coloro che nei teatri non volevano es.sere
riconosciuti. D linguaggio dei fiori le attribuisce il simbolo della
importunità. 43 74. BASILICO — Erba orticola lortemeute aromatica, pervenutaci
dalle regioni calde; sapido ingrediente della cucina, specialmente ligure.
Benché la sua etimologia lo designi come pianta regia (Zambaldi), e gli
erboristi lo dicano « regio per la prestanzia dell’ odore, per il quale è degno
della casa regia » (Durante), il linguaggio floreale lo elenca come simbolo di
povertà onesta. i| In alcuni paesi è ritenuto benefico perchè respinge gli
sjiiriti maligni, ed è coltivato con cura nei vasi dei balconi. i| « Cantar il
basilico » e antico proverbio che vale il nostro « raccomandare alle forche »,
cioè imprecare maledizione : e viene dalla superstiziosa costumanza con che
anticamente seminavasi questo erbaggio, caricandolo d'improperi! perchè
nascesse più abbondante e più bello » (Monti - Comento a Pernio ~ Sat. IV). 75.
BASILISCO — Esiste il liasilisco, genere di sauro dal dorso e dal capo
crestati, innocentissimo e a cui non si può far carico delle nefande
l)irbanterie attribuite all’ omonimo orrido mostro della antichità
sfrottoleggiante. Il basilisco, appena accen¬ nato da Aristotele, ma descritto
da Plinio, Dioscoride, Nicandro, Galeno, Solino, Eliano, Avicenna, Scali¬ gero,
e da altri, doveva necessariamente esistere in natura perchè ricordato
frequentemente nelle sacre carte ; negarlo sarebbe stato eresia. « E1 basilisco
è tanto venenoso che secca e consuma l’erbe intorno dove lui sta » (Savonarola
- Pred. XIV). l| Lo si diceva generato da ova deposte da galli vecchi,
congiuntesi col rospo, e covate da serpenti. La pinna elevata o piccola cresta
del capo gli conferivano di¬ gnità di corona, onde il suo nome (in gr. :
basiliskos. tradotto in latino: ref/nlun, piccolo re); doveva avere becco
adunco, otto piedi, coda serpentina, sguardo letale che dava morte a tutti gli
animali, e col fiato isteriliva la vegetazione e spezzava le pietre. Plinio
affermav’a die il solo modo di ucciderlo era presentargli uno specchio perchè
dalla sua stessa imagine egli ricevesse il colpo letale; ed al basi¬ lisco che
cosi moriva, paragonava sè stesso il trovatore Aimeri di Peguillan, i» un canto
del suo struggente amore. .Se, pertanto, nessuno mai potè v'eder vivo un
ba.silisco, lo trovò offerto all’ammirazione del publico — e, naturalmente
imbalsamato — nel museo del conte Mascardo di Verona il ''ieggiatore Misson ; e
si spiega agevolmente il « trucco » parabolano, me¬ diante le varie
applicazioni artificiali di altre parti (Panimali ed anche di smalto ad una
raia, specie comainissima di pesce del nostro mare. (Cfr. : A.
bc&rl&tti - Xoolof/ia xtrovagante), || Nell’antico Egitto l’ureo — o
basilisco — era simbolo di eternità, poiché uccidendo egli tutti gli altri
animali pa¬ reva a lui solo riserbata la vita e la morte, e, confondendolo
nelle costru¬ zioni ornamentali con l’aspide, lo ponevano in capo agli dei.
Ancora con l’aspide o con la cerasta, vipera cornuta, si identifica il
fantastico e for¬ midabile subietto zoologico della Biblia, sempre simbolo di
distruzione, di miseria, di terrore. {Salmi XCI. 13 - Prov. XXIII. .32 -
Geremia ^TII. IT). >1 I sacerdoti egizi ponevano anche « questo animale per
la calunnia, perchè si come il basilisco .senza mordere da lontano è pernicioso
all’uomo < 5 ol 44 suo sguardo, oosl il calunuiatora induce
fraudoleutemeiite l’accusato » (JRipa) e « col fiato leggero, e non col morso
uccide l’uomo » (Garzoni), jj La città di Basilea — cosi nominata da Giuliano
l’Apostata in onore della madre Basilina — ha assunto, forse per consonanza, il
basilisco come proprio stemma ed elegantemente lo prodiga in tutti i suoi
publici edifici. 76. BASTONE — Stromento che serve di appoggio, di difesa, di
mi¬ naccia, di offesa, di comando. Nella leggenda cosmogonica indiana il pra-
mantha è il colossale bastone agitato, creatore dell’ ambrosia celeste e del
fuoco vitale, ossia il principio della vita universale, analogo alla ferula di
Prometeo, rapitore del fuoco degli dei (De Gubernatisi. || Esoulapio ha il
bastone nodoso per dimostrare la difficoltà della medicina. 1| Gli am¬
basciatori che si recavano a parlamentare presso il nemico portavano ba¬ stoni
sacri significanti il rispetto per la missione loro, riconosciuto dal diritto
delle genti. || Bastone e blauta erano contrassegni della filosofia cinica. Il
Si spezzava un bastone : in segno di irreparabilità della pena, davanti al
condannato a morte. I giudioi voi siete : Giudicate ! spessiate altin la verga
! Cliianiate a temx>o con P accetta il labbro, E s' eriga il patibolo.
(Schiller - Maria Stuarda. I - trad. Maffei). Spezzavasi ancora il bastone in
segno di dispregio ; in segno di sdegno : es. : nello « sposalizio della
Vergine di Baifaello il nobile giovane Acabbo spezza il giunco per essere stato
posposto a san Giuseppe » (S. Ricci). |j Il bastone aveva una parte simbolica
nei contratti di lavoro. In alcune medaglie antiche la Libertà tiene in mano la
verga con cui i padroni ma¬ nomettevano gli schiavi. Nella cerimònia della
manomissione, gli schiavi manomittendi facevano una giravolta innanzi al
pretore, il quale li toccava con la verga detta « vindicta, eo qtiod vindicahat
in libertatem » o da Vindicio, « nome di quello schiavo di poi fatto libero,
che scoperse la congiura dei Tarquinii sotto il consolato del primo Bruto »
(Monti). Ancora oggi nelle campagne del Morbihan (Bretagna) i giovani
campagnoli che accorrono alla fiera per trovare lavoro nelle fattorie, portano
una lunga bacchetta scorti¬ cata, e la spezzano appena assoldati,
considerandosi obbligati al datore di lavoro. Il L’antico vincastro di Pan
indicante il governo (Boccaccio), e ritorto per simbolo dell’anno che si
ritorce in sè stesso (Servio), conse¬ gnato da san Pietro a sant’ Ermacora,
diventa il segno della consacrazione episcopale o abasiale ( « Accipe hacuhim
pastoralis offrcii. ut sia in corri- gendis vititu pie Haeviens.... »). || Il
bastone eburneo — o ncipio eburneus — sormontato dall’ aquila era uno dei segni
della potestà consolare, e si usava farne dono dal senato ai re ed ai popoli
alleati ed amici (Dionigi d’Ali- camasso). || Una verga incurvata — o lituo
—"portavano in mano gli auguri, simbolo del presagio : « Lituus est virga
brevis, in parte, qua robìistipr est incurvns, qua augures utuntur » (Gelilo -
V - 8). || Il bastone ricurvo è proprio degli attori antichi e piu conviene a
Talia, che è ancora presi¬ dente agli studi campestri e all’agricoltura»
(Visconti). || Portava un ba¬ stone il re Giano, come protettore dei viandanti,
ed i rapsodi omerici che 45 trascorrevano l’ Eliade recavano un bastone giallo
se cantavano l’Odissea, rosso se cantavano l’Iliade. || Il bastone — o bordone
— era pure simbolo di peregrinaggio e di esilio; ed i reduci di Palestina lo
inghii-landavnno di una palma: Voglio anche, e se non aorit-ta, almen dipinto,
Che il te ne porti dentro a te, per quello Che si reca il hordon di palma
cinto. (Purg. XXXrn - 76). Il bastone di maresciallo — che, tradizionalmente, «
ogni coscritto porta nella giberna » — è l’insegna del maggior grado militare
francese, e data da Francesco I. È una specie di scettro ricoperto in velluto
azzurro cupo, terminato da due cerchietti d*oro. Prima della rivoluzione era
cosparso di fiordalisi, sostituiti, durante 1* impero, dalle api napoleoniche.
Anche in Austria si uso portare il bastone di maresciallo. |] L’uso del bastone
negli uomini è antichissimo I le spalle di Tersite ne fanno testimonianza. Le
donne usarono la mazza maschile, lunga, snella, con il manico istoriato e con
nastri svolazzanti, all’epoca delle alte parrucche incipriate e dei nei provocanti.
Il Chapus — arbiter eleganfiamm — trova che il bastone non è elegante come
oggetto leminile. Al contrario oggi esso, insieme alle altre frivolità copiate,
è comandato dalla Moda. Jt eH live déesge ivcosiunie,
incommode, bizurre davs gas yoiita, folle eii se» oniumeiite». lini purait,
filli, reoient et nait davi toiis le» temp», Protee était soli pére et »rm noni
c’ e»t la Mmie. (BeliUe).
77. BELLA DI NOTTE — v. Gialappa. 78. BENDA — .Striscia di tessuto avvolgente
il capo o gli ocelli. La usavano i re a teggia di corona e i pontefici
sacrificatori, e se ne ornavano i simulacri della vittoria. Di certe bende
speciali dette vittae s’acconcia¬ vano il capo le matrone come contrassegno di
pudicisia, e di esse non ardivano coprirsi le cortigiane, per le quali Ovidio
lanciava il verso: tènie procul, vitine tenuen, iììsiguin, piuloì'Us {De aHe -
V. 34). Quest uso fu trasmesso alle religiose della cristianità, che abbassano
gli an- tichi mulierum velamina sugli occhi, per non vedere le follie mondane.
Non portavano benda le donne nubili al tempo di Dante, il quale cosi accenna a
Gentucca Moria, non ancora maritata a Buonaccorso Fondora di Lucca : Femina «
nata, e non porta ancor benda. {Purg. xxrv - 43). Nella confermazione con
l’unzione del santo crisma si impone la benda, che si dovrebbe portare almeno
ventiquattro ore, secondo gli ordinamenti del concilio di Chartres (15‘2G). ||
L’amore, la fortuna, la giustizia, impu¬ tati dagli nomini di inguaribile
cecità, sono sempre raffigurati con una spessa benda sugli occhi j e per tale
concetto la benda è il segno meglio parlante dell errore. || Nell’araldica si
chiama tortiglio la benda che circonda la testa dei mori, come quelle
attortigliate d’ argento che accantonano la croce rossa di Sardegna. l(i 79.
BEBiILIaO — Pietra preziosa della varietà degli smeraldi, di color verde marino
; una delle dodici gemme dell’ efod, indumento superumerale dei sacerdoti
ebrei, rappresentandovi la tribù di Iffeftall, posta terza nel quarto ternario
(Giuseppe Flavio). Si attribuiva al berillo indiano, pietra erotica per
eccellenza, la potenza fulminea del talismano, atto a ravvivare l’amore nell'
obietto de.siderato. 80. BERRETTA — Copertura del capo di materie e di maniere
diverse. Pres.so i romani (pilenisj simbolo di libertà, (es. ; nella medaglia
di Bruto, fra due pugnali, con la leggenda: « idibvx martiis »)', quando in
Roma si liberavano gli schiavi — obbligati alla tonsura permanente — ponevasi
loro in testa il pileuH, fin che fosser cresciuti i capelli; Plauto allo
schiavo di ima sua comedia pone in bocca l’augurio di poter finalmente coprire
il capo raso. Anche gli schiavi scelti da vendere erano però esposti sul mer¬
cato con una speciale berretta (Gelilo). Haev mera lihei'taa, ìuinr iì<fhis
pilea doiutut. (Persio - A Cvrtutto). Questa significazione di emancipazione
attribuirono alcuni erroneamente al berretto frigio adottato dai demagoghi
sanguinari della rivoluzione fran¬ cese. Il berretto rosso di lana era molto
comune nella infima società di Parigi, forse a cagione del poco costo, e per
questo divenne il segno elo¬ quente della volontà della folla che aveva
rovesciato l'antico regime ; la portarono come una corona civica gloriosa i
soldati ammutinati di Nancy, poi liberati e festeggiati a Parigi (1790); e il
pittore David — per drap¬ peggiare classicamente la imagine della Iiibertà, le
diede il berretto all’ uso di Frigia,' come si scorge nelle statue antiche. ||
In altri tempi, la berretta rossa era invece distintivo di patriziato
(Firenze). In un sonetto, descri¬ vendosi una veglia datasi al palazzo
arciducale, presso la corte lorenese, si legge: Chi la berretta o il camiciotto
rosso Posto non a* era, se n’ andò in 8itoriio (Cofìice maruceltìnìto - C.
206j, intendendosi che chi non era nobile di razza doveva restare nella stradu-
cola di Sitorno, posta a canto di palazzo Pitti. |, Molti potentati si vedono
ritratti con il berretto : Giustiniano lo portava fregiato di perle, ed anche
alcuni re di Francia. La berretta papale bianca ai chiama oai?;a«7’o; quella
del doge di Venezia, dorata, corno; quello cardinalizio e prelatizio, zuc¬
chetto; quello dei preti, evònimo, per la somiglianza con il frutto a lobi di
questa pianta. || Il berretto quadrato è ancora insegna di laurea presso alcune
università straniere. i| Momo, dio dei buffoni, scacciato dal cielo per la sua
mordacità e salacità, aveva il berretto a sonagli; come quello portato dai suoi
protetti delle corti, simbolo della follia (v. Aquilegia). La berretta gialla
contrastingueva in alcuni luoghi gli israeliti. || Quella verde veniva imposta
ai colpevoli di fallimento commerciale. |1 A Parigi continua a celebrarsi — se
bene più pallidamente ohe per il passato — la festa tradizionale delle sartine
e delle modiste, le midinettea o Caterinette ; poiché è appunto il giorno di
santa Caterina (25 novembre) che le gaie i* gentili oiieraio dell’ago salutano
il venticinquesimo compleanno delle coni- pagne di lavoro, offrendo loro una
cuffia o berretta ricamata ; e durante la cerimonia cantano: O boìme nainte
Cntlienue, qu* ìiìi joìi {fui^Oìf, À{/u7it rfìnarqufi wn tourvur^: Hienfot {tu'
fnsap nlutHdouueì’ f.fS ttOllJ' MohìM qlt’tt ViUff ('itìff'urc Jaifin j’ttìitnÌM
taut à (ìounn\ Ma — ripetono melanconicaniente le effemeridi odierne — vi sono
troppe Catarinette ancora zitelle e senza speranza. Mimi Pinson lia latto il
suo tempo. aS. BIANCO — E legge fisica inequivocabile che, sovrapponendosi
tutti 1 colori dello spettro solare, ne risulta il bianco, cosi che qaiesto
colore scroccherebbe, senza altra ragione fuor ohe quella della vieta
ignoranza, un posto di dignità nella gamma cromatica, come rappresentante : la
sem¬ plicità, la virginità, la purezza, il candore, il pudore, l’innocenza, la
verità, l’onestà di vita, la probità e congeneri altre virtù che elevano 48 lo
spirito dell’ uomo e lo rischiarano con la interiore luce di una coscienza
superiore. |' I negri della Guinea vedono bianco Bossum, deità principale,
principio di bene, e lo contrappongono al nero, colore demoniaco. San Cle¬
mente d’Alessandria dice il bianco « tintura veritatis » {Pedag. II. J Bianca
era la toga dei candidati (candida), per dimostrare la purezza di coloro die
aspiravano a pubblici offici, e si imbiancava con un appareccliio di creta: Fit
foga addita creta candùlior (Isidoro - XIX - '241. Te Spee, et alho rai'a
Fidetf colit Velat/i panno, (Orazio - Od. I . 35, 21). Di bianco stavano
vestiti i catecumeni dopo il lavacro battesimale, per sette giorni. Dante
imagina il primo gradino del Purgatorio (penitenza), di «bianco marmo» (Purg.
IX. 95), simbolo della contrizione (Anonimo Fiorentino); e nella triplice
carola delle virtù teologali simboleggia la fede nella donna candida come «neve
teste mossa « (/’ht^. XXIX. 126). L’A- rio.sto afferma: Non i>ar che Uagli
antichi si dipinga La sauta ITe* vestita in altro modo Che d’ un vel bianco,
che la copra tutta Che un sol punto, un sol neo, la può far brutta. {Ori. fur.
XXXI - 1). E bianco, nella mirifica apostrofe carducciana al tricolore d’Italia
è « la fede serena alle idee che fanno divina l’anima nella costanza dei savi
». Bianca è la bandiera della tregua invocata dall’ esercito nemico, della
pace, del perdono, di tutto ciò che è schietto, ò buono, è bello: Il morbo
inlnria, Il pan ci manca ; Sul ponte sventola Bandiera bianca.... Sono i versi
pieni di lacrime di Arnaldo Fusinato, durante l'agonia dell’eroica Venezia,
bombardata dal generale austriaco Gorkowsky (1849). || Bianco era il vessillo del
console romano. || I re francesi adottarono il bianco per il loro stendardo
allo scopo di distinguerlo da quello degli inglesi, i quali ai tempi di
Giovanna d’Arco avevano abbandonato il bianco per adottare il rosso, già dai
francesi assunto quando i re erano divenuti abati di .S. Dionigi (<)30), in
sostituzione dell’azzurro precedente. ;i II bianco era il colore dei guelfi. {|
Nell’ evo medio usavano il gonfalone bianco le terre il cui patrono era
vescovo. || Il bianco fu però anche emblema di sedizione, quando lo
inalberarono gli ugonotti (sec. XVI). Le antiche regine vedove francesi — meno
Anna di Bretagna — vestirono tutte di bianco, in segno di lutto, d’onde
l’appellativo di « regine bianche ». |) Ai prodromi della rivoluzione si
adottarono il rosso e l’azzurro (1788), ma La Fayette, non desiderando che la
nazione si ribellasse del tutto al reame, volle che al- 1’azzurro (cappa di S.
Martino) e al rosso (orifiamma di S. Dionigi) si ag¬ giungesse il bianco dei
reali, e così ebbe origine il tricolore francese « che fece il giro del mondo
». || Presso i popoli della Terra del fuoco il bianco è il colore di guerra e
il ros.so quello della pace. || In araldica v. Argento. Il (V. Azzurro,
Colcn-i, Rosso), ^*■1 biancospino — SpitKilhii — Lieto arbusto die — per
l’alito precursore delle radici sotterranee, impazienti di erompere nel sole di
aprile in virgulti, in fioretti bianchi, in jirotumi — reca il saluto augurale
della mite stagione. Simbolo di sperauEa, fin dai tempi dei trogloditi, che co¬
privano di rapii di biancospino le salme dei parenti, giudicando la morte non
essere che un trapasso ad una esistenza futura senza piu separazione di anime
(Diodoro Siculo). |j Un ramo di biancospino diede Giano a Carna, liellissima
ninfa, quando • l’ebbe violata e comandata poi a vegliare alle l>orte, come
dea dei cardini (Ovidio). |i In Atene e in Koma si facevano tede nuziali di
biancospino e se ne sospendevano rami alle finestre dei neonati ed alle culle
(Ovidio - Kiisfì VI). || Nelle giostre e nei tornei il cavaliere sconvolto di
passione d’amore esprimeva con il biancospino la sua speranza di conquistare il
cuore della dama sospirata. |; Nei Pirenei un mazzolino di biancospino fiorito
è sempre sospeso alla piccola croce che si pianta, nel maggio, nei campi o si attacca
agli alberi cui si marita la vite, per augurio di messi e vendemmie opime
(Maranesi). || I turchi nella loro favella tìoreale ritengono l’offerta di un
ramo di biancospino come la ri¬ chiesta di un bacio. {| In Francia la leggenda
che la corona del Reden¬ tore fosse di biancospino, diede ad esso il nome di «
spina nobile ». 85. BIFRONTE — L’allegoria della doppia fronte o della doppia
faccia e ordinaria nelle erme di re Giano, è variamente interpretata. Vogliono
alcuni che essa significhi il dono della scienza del passato e del futuro,
otteputo da Saturno, persegui¬ tato da Giove e regalmente ospitato da Giano.
Altri affermano che poiché a Giano è dédicato il mese di gennaio, viene
espressa con la doppia fronte la con¬ siderazione dell’ anno trascorso e di
quello che sta per inaugurarsi. Comunque la figurazione si può tra¬ durre nel
sintamma di passato e avvenire è nel si¬ gnificato della previdenza. Debì)e
1’utile storia aver tlue faccia, Cna rivolta a ciò che iin tempo avveune, R r
altra all' arv'enir, sicché le traccie Di ciò che avverrà poi «la lungi
accenne. fCasti - ylirtDr. pari. XVl). I sapienti di allegorie fanno bifronte
la Teologia ; « le due faccio con le quali guarda il Cielo e la Terra
dimostrano che, come disse sant’Agostino a Volusiano, tutta la Teologia è
fondata nel ri¬ guardare continuamente e amare con perseveranza Dio, e il
prossimo » (Ripa). Ij Bifronte è la frode, in alcuni autori, a dimostrare la
diversità dell’animo apparente e dell’animo reale. 86. biga Cocchio tirato da
due cavalli, chiuso davanti e aperto po.sterionnente ; ripetuto nelle
monografie romane (n-f/enfiim biyatvm. ^ Livio). Su di esso si rappresentavano
alcuni dei. Simboli della vittoria nelle -medaglie e nei monumenti. 4 5(1 87.
BIGIO — È il grigio, cinereo, « tinto più che perso » della « pe- trinn ruvida
ed arsiccia » in (;ui Dante simboleggiò la confessione, (Ano¬ nimo fiorentino),
nel secondo gradino della porta del Purgatorio (Piirg. IX - 97). Di questo
colore livido e indeciso si valevano gli autori per sfon- deggiare argomenti
infausti. Es. : P iconologia della pestilensa, durante la quale il cielo si
vedeva bigio (Ripa). j| (v. Colliri). 88. BIIiAlTCIA — Istromento paradigmatico
di equilibrio, l’attributo della giustisia; della equità; della moderasione; della
legge; delle loro tradizioni mitografiche di Temi, di Astrea, di Dice,
dell’Erinione geriua- nico; della ragione, ed anche — teoricamente — della
politica. Equilibrando Temi Il ine/.Ko cogli estremi. (Majiza - nyuaylianza
civiìe). I maomettani di Persia imaginavano che i corpi degli uomini saranno
contrappesati su due grandi gusci, quello della luce e quello della tenebra,
nei quali simboleggiavano il gfindisio finale. In alcune medaglie impe¬ riali
si vedono tre dee con la bilancia e con la cornucopia, e rappresentano la
moneta, con le tre sorta di metalli usate nel suo conio, oro, argento e rame.
i| La bilancia o libra è il simbolo dell’ equinosio autunnale e del settembre,
per denotare l’eguaglianza della durata del giorno e della notte. La favola
dice che questo segno zodiacale è quello di Astrea, ritiralu.si nel cielo nel
secolo di ferro. Per lodare l’equità di Augusto, Virgilio gli pre¬ dice
ch’egli, dopo la morte, occuperà il segno della bilancia {Georg. 1). || Anche
il dubio ha tra i suoi iconografici attributi la bilancia, indicante l'
alternativa. i Porta pure la bilancia l’ arcangelo Michele, come giusti¬ ziere
degli angeli ribelli. || L’insegna della consorteria dei bassi fondi
napolitani, la camorra (perfida importazione spagnola) è, per colmo d i- ronia,
una bilancia in campo partito bianco e azzurro (F. Guyot - lìivista dei paexi
latini, 1911). || La bilancia comunemente usata nei sintammi ico¬ nologici è
quella costituita dal fulcro verticale e dalle braccia bilicate, da cui pendono
le due coppe di confronto. In molte bi¬ lancio antiche vedesi sul cimazio del
perno la testa di Mercurio, che presiedeva alle misure ed ai pesi come dio del
commercio. 89. BISACCIA — Simbolo dei giieu.r, o nobili pezzenti dei Paesi
Bassi, insorti contro l’oppres¬ sione degli spagnoli. La bisaccia era coniata
nella moneta del loro riconoscimento, attraversata da due mani intrecciate, e
nel lato anteriore portava l’eliigie di Filippo II: esemplari: nel museo
numismatico di Berlino. || Una bisaccia o borsa si vede non di rado in mano a
Mercurio, simbolo del gnadagrno. || La borsa piena e legata indica parsimonia.
|| Con la I UISACCIA UBI ■ IICKIIS • borsa della carità si usa dipingere
Giovanni l’Elemosiniere, prete ale.ssan- drino molto benefico (sec. VI), e
Giuda di Cariot, per ricordare i trenta denari del suo tradimento. 9(1.
BISMALVA — V. Altea. 51 91. BLAXITA ■Specie di pianella dei greci e dei romani,
irsatii per ostentazione dai pedissequi di Antiatene, e quindi passata nella
tradizione come il contrassegno della scuola cinica iv. iinstiniei. 92. BOCCA
DI IiEOIfB — v. Auiin'hnt. 9.1. BOBiBrACIN^A — v. Manco. 9-1. BOB.SA — V.
Uisaccia. ■V 95. BOSSO — Arbusto di durissimo tronco, vigoro.so nell’ombra: n
ohiuso e c'r6s)n» hosxo al vento ontlegjjin (Polidano - liì/u. 1 - 2M|. con il
fogliame perennemente verde, ed indica — secondo il linguaggio boreale —
fermezza, stoicismo. 9(i. BOTTON D’ORO — v Huinincolo. 97. BRACCIA — La braccia
incrociate (brachia decannato) in segno di umiliazione e di preghiera sono
l’emblema dei conventuali. Braccia de¬ precanti poste verticalmente, con le
mani all’ in su, si trovano anclie noi geroglifici; m-iolse al mio petto la
croce Ch'io tei .li me •inamln il .lolor mi vinse. IV'iri/. V. lift). Megli
antichi monumenti degli ermafroditi, questi sono rappresentati con un braccio
sotto il capo, segno della loro mollezza. Con le braccia usano i marinai
tracciare un altabeto convenzionale, che si interpetra a distanza, e nel quale
le braccia, in date posizioni, formano le lettere, trasmettenti paiole o frasi
con la loro successione. {| In araldica si dice desfroclieria il braccio destro
movente dalla .sinistra, e xiin.nfrocMerio quello sinistro mo¬ vente dalla
destra. 98. BRACCIALETTO — Cbietto ornamentale antichissimo, di metallo, d
avorio o d’altra materia, portato sopra il pugno o sopra il gomito da uomini e
da donne, e presso alcuni popoli orientali anche alle gambe. Presso i romani
(armitla) era distintivo di valore militare, come vedesi in una i.scrizione
figurativa che porta due braccialetti di decorazione con le parole : « L.
.[utoniux L. F. Fabiux t/iifi<lnitnx donutux torquiìmx annitlix ah Ti- 1
heriii Caesare bis » (Gniter), 99. BUCANEVE - v. dalaato. KKi. BUE — <
l^iiod licet .Jaiù, non licet bori » canta l’antica sentenza, perchè a dir bue
si indica grossezza d’ingegno, povertè di spirito, forza rozza e balorda. Or
vo’ njriù, or vo* 'u«ue, K soli pur ««•injii’G Im*. oom’ o^iun sBjitf.
<HotriirrM - b'rutUtttn. " 62 Alleile il povero bue — fratello di
lavoro e di disgp-azia dell’ asino — come l’asino paziento e indefesso, è
acerbamente diffamato. Non vale a lui ros¬ sore stato testimone della natività
di Zoroastro e, nella leggenda iranica, di quella di Gotamo nella tradizione
indiana, di aver rappresentato l’anima del grande Osiride nei riti dei furbi
sacerdoti egiziani. Non vale il reli¬ gioso rispetto che n’ebbero i persi, e i
greci, e i romani che non immola¬ vano Imoi già aggiogati, le cui fatiche erano
di tanto vantaggio. Benché por i romani il bue, il toro e il vitello fossero i
migliori doni del vitti¬ marlo, specie se di color bianco, quali li offriva
l’Umbria opima, i buoi addetti alla cultura dei campi non si sacrificavano. A
bove ttufcinli cultros removt^re miìiiàtri. , iìoA uiutt iffuacuiH mcrificate
suew Apfit juffo cervix non est feritnda •laecu't'i. ' Vivai et in dura eaepe
labortt hìuno mecurì. (OviiUn - Fasti). Il bue Api doveva essere nerissimo di
corpo, con un segno bianco e qua¬ drato sulla cervice, e sul dorso la stigma di
un’aquila; doveva pure avere sotto la lingua un nodo in forma di scarafaggio,
sul fianco destro un segno bianco di luna crescente e doppi i peli della coda.
I furbi sacerdoti egizi se trovavano alcuni tipi che avevano alcune di queste
ca¬ ratteristiche sacramentali, sapevano necessariamente aggiungere loro le
altre, per mantenere la credenza vantaggiosa al culto (Eusebio). Ad Atene si
offri¬ vano al bue focaocie sacre ; a Benares passeggiavano ancora qualche
lustro fa i sacri buoi liberi nelle strade e venerati. Gli israeliti ne diedero
evidenti segni di idolatrarlo (Esodo - XXXII), e al bue di Mosè aprì Maometto
le porte del .suo paradiso; la tribù di Efraim inalzava il suo stendardo
adornato dal bue e san Iiuca ne assume il simbolo, perchè esordisce con la
visione di Zaccaria in atto di sacrificatore (Loreta). A rigore dell’ esegesi
storica si dovrebbero scacciare dal mite presepio cristiano e il bue e l’asino.
Nè gli evangeli canonici nè il nuovo testa¬ mento nè il comento di Origene a
Luca indicano la presenza dei due tra¬ dizionali animali. Disgraziati anche in
questo, essi hanno soltanto l’atte¬ stazione della loro adorazione al divino
fanciullo nell’evangelo del falso Matteo, il quale applicò fantasticamente
l’allegoria di Isaia ( « il bue co¬ nosce il suo padrone e l’asino la
mangiatoria del suo signore » - I - B). La leggenda — che rispose al semplice
ed umile gusto popolare — fu af¬ ferrata dall’arte e si perpetuò. Un sarcofago
del cimitero di .S. Agnese (343) ha la prima riproduzione figurativa del
presepio con l’asino e con il bue, consacrata poi sulle orme della patristica
dalla Chiesa, insieme all’altro mito dei magi, ai tempi di Carlo Magno. Un
altro presepe dei più antichi che si conoscano è nella chiesa di S. Celso a
Milano, sul sarcofago della cappella dell’Assunta. (Cfr. : A. West — // òhc e l'asino
nella loygeiidxi della Natività, II. BCC «l'I 8 i.nb 0 I supremo e
insostituibile apicoltura. Come tale i pagani lo disegnavano con volto l^^Tc r
ali-utilissimo animale la onorSca perifrasi ^. m^ nari fumanti ^dli* giovenco
dalle corna lunate, dalle sen^a rf ’ Possente, trainante l'aratro veniva anche
effigiato senza deformazioni come il simbolo più schietto del lavoro e della
paaieLa- Ite bo^““r ® dell'allepeaaa, e si ornavano di teste bovine gli
edifizi; della for.a e della stabilità, e si foggiavano a effi? ' sostegni dei
tripodi e delle tavole. || San Corneli?è sempre (BrftegnaT“drv?T di La Chapelle
des Marais i verdino ' d b grandiosa festa ecclesiastica del * perdono » dei
buoi. || In araldica il bue si distingue dal toro per avere e corna basse e la
coda pendente, mentre le corna lei toro sonoConZ;; e la coda si ripiega sul
corpo. 101. BUPAiO — Bue dalla fronte convessa armata di corna ampie podeiose,
rivolte ai lati, dal pelame nero e rado, ardente nelle voglie, quasi selvagge;
ridotto però a soggezione dall'uomo che ne sfrutta la|agliLdia tersa b'^ltll ‘
■‘««coli Ili gran peso. RappLenta la Irdtea !’ significato si riscontra tuttora
in certi blasoni, ordinariamente con un anello nelle nari, come si usa
inserirgli per tenerlo catTd ^ probabilmente un residuo araldico degli antichi
trofei di caccia dei paesi .settentrionali, dove viveva libero nelle selve
l’uro sotto- genere di buoi già descritto da Giulio Cesare (De he//o ffallico -
VI - 281 da Aristotele (Il - 2), da Plinio (Vili - 21), da Affierto Magno da
cZr''- di Sigfrido nei Xihehmyi. e delle cui a SI lacevano le ampie coppe
conviviali. || Gli indiani ravvisano nel limalf ail^at del «antone svizzero di
Uri ha la testa di quest’a¬ nimale aneliate di rosso in campo d’oro; quello
della Romania inquarta animale interamente. || L’Aldrovandi preannunciava la
fine di questa sot¬ tospecie del bue limitandolo alla Mazovia, ed i naturalisti
lo dLtinguono (LituaZ ’ " Bialoivicz • '"2- bussola - Per la
proprietà direttrice dell’ago versorio, inva- temiìeTe” r T ‘
“""diani ed anche nel folto delle tempeste, la bussola venne assunta
come simbolo di fedeltà. h’ ago fedele nell’ amor del polo. (Aleardi - Lo rilln
italiane). Es : nell’impresa di don Garzia di Toledo, viceré di Catalogna con
il ^la co * " * (Rusoelli). !| I marinai della Cina invocavano la bus- ome
una divinità, e le recavano doni votivi di commestibili e di aromi. c IDH.
CADUCEO — Verga (limata da due ali spiegate, con due serpi attorcigliate
intorno, per lo più simmetricamente e affrontate. Fu il dono di Apollo a
Mei’curio, in cambio della lira, pegno della loro riconciliazione dopo il furto
delle giovenche (Omero i. Altri favoleggiarono che Mercurio riunì alla verga la
ninfa Rea, tramutata in biscia per sfuggire alla erotica persecuzione di Giove,
e Giove stesso tramutato in serpe. Macrobio opina che il caduceo simboleggi la
nascita dell'uomo, e che il congiungimento dei due serpi indichi l’amore. Varie
e molteplici però sono le induzioni per la formazione del simbolo. | Secondo il
Cartari, primi a conoscerlo e ad usarlo ' furono gli egizi, che annodarono i
serpenti a rappre¬ sentare la concordia anche fra gli uomini crudeli. È pure
scritto che in origine esso fu il distintivo di alcuni araldi ellenici, rozzo
ramo di lauro o di olivo da prima, poi levigato e dorato, con decorazioni di
fronde e di nastri, mutatesi in serpi da (juando (piesti animali acquistarono
mistica signiticazione. || Più recentemente si spieg>'> il legamento
serpentino come la forma di un nodo speciale — iiimIìis Ilereutix (Macrobio, Il
— usato dai fenici per a.ssicurare le mer¬ canzie e insieme dimostrare ai
popoli amici i segni cAi.rcr.o di concordia nei buoni rapporti del traffico
iBòttiger). Presso tutte le genti ohe ebbero il culto di Mercurio — fosse egli
Ermete o Anubi — il caduceo è segno della plastica rappresentativa presso
l’agile messaggero di Giove, condottiero delle anime all’inferno e protettore
dell’eloquenza, del (.-.ommercio, dei ladri. Costantemente segno di felice e
nobile carattere, è riprodotto frequentemente con altri lieti emblemi. Es. :
nella medaglia di Vespasiano, per simbolo di pace; in quella di Tito, per
simbolo di fe¬ deltà; in quella di Giulia Mammea, per simbolo di virtù. ||
Rimase mo¬ dernamente al cadu((eo il mandato di essere la figura di stile del
commercio. Es. : nella mercuriale dipinta dal Vasari (palazzo Vecchio a
Firenze) e da lui de.sc.ritta (ìtagiimamenti); nel tallero di Ludovico I di
Baviera, e in ((uello di Francoforte (1772). BG. CALENDULA — v. Valla. Il 15.
CALICE — Insieme alla croce è il simbolo più comune della .cat¬ tolicità, in
quella esprimendosi la credenza in Cristo crocilisso e nel calice 55 Il
sacramsnto dell’altare, precipui capi della fede (S. Paolo i. Plinio _ nella
ricerca sull agape cristiana - tentò invano di scoprire il secreto del mistero
eucaristico, simboleggiato dal calice (Delaunavì. || Comincia nelle ■oo.,!.*..
.1 IV d. C. . r«i.-JL„ .sere dato in attributo all’evangelista di Patmo in-
sieme al serpente ; formula a cui furono aggiunte due ^ candele ai lati e assunta
dai templari e dai cava- ^ aeri di s. Giovanni. ][ L’arme della religione dei
camaldolesi è di azzurro al calice d’oro con due co¬ lombe affrontate
d’argento, sormontata da una stella d’oro, ’l Nella libreria Vaticana la Legge
canonica è dipinta da Raffaello con un calice raggiante. || Pa¬ recchi santi
hanno come compimento iconologico il calice: Clara d’Assisi, Norberto di
Magonza, Tomaso d’Aquino, Telesibro papa. Pasquale Baylon, Giacinto missionario
domenicano.... CALICK UAOOtANTK lOH. CALTA — Calendula — I luoghi palustri si
allietano di questa ranuncolacea , a cespi folti, con fiori gialli di forma
raggiata, detta anche orologio dei contadini, perchè « SI gira al girar del
sole » (Durante). Pili vaghe spnritei-anuo, pili vezaoso I.e calte cP oro e le
purpuree roso. (Red. llim. in llronz. - «oii. I7S). Nella favella dei fiori
questa l’ianticella vivace simboleggia l’inquietudine. 1117 CAM.^EONTE —
Rettile lacertifonue. insettivoro, dalla coda piensile, dagli occhi circolari
fuori dalla testa, e per il quale molto si sbizzarrirono gli speculatori della
superstizione. Si assicurava che il camaleonte non vivesse che dell’ aria e dei
raggi profumati del sole e che si tramutasse di colore secondo le mutazioni
dell’atmosfera (Aristo¬ tele). Per questa peculiarità strana di mimetismo il
camaleonte fu assunto come simbolo di adulazione. Scrive l’Alciato In
adulatoree: Heniper kiat semper tnomn, ceérilnr, niwnm fieciprocnt (^hnmulf.on
: ^ ht mniat facifitu, ca.ì‘ìos èumiltiut voìore*, Pnvifr rnhrnnt vcì ctindifimu.
Sir et (idufntor populu ri vesritur aiint Hittnstiue cuncta deoortìl : hi
Kolitm mores imitotur I^rinripù alroit : AH>i et pudici ueMciuK. Ihmhf. UH).
Nel linguaggio satirico comune equivale anche al Girella antonomastico del
Gmsti. simbolo di mancanza di carattere, di volubilità, specie in riguardo
della professione di fede o dell’atteggiamento politico. 108 . CAMEMa -
Arboscello introdotto dall’estremo oriente in Europa dal ge.suita Giuseppe
Kamel (1739), di vaghissimi fiori, ma privo di pr^ 66 fumo, rigido, glaciale,
destinato sempre ad appassire, seuza essere rim¬ pianto, sulle vesti dei balli
lussuosi. Canta la canzone popolare che esso È un fiore che innamora, , K tm
fiore che coneola. Ma che virfn non ha. I n linguaggio dei dori lo dà come indice
di bellezsa senza spirito, ma anche di costanza : qualità che dovrebbero essere
le dominanti nelle si¬ gnorine provinciali della letteratura di maniera. Passò
invece nell' uso 1’ antonomasia di « signora delle camelie » dal notissimo
romanzo di Ales¬ sandro Dumas tìglio ^1848), ad indicare le donne pervagauti
nella vita amorosa; antitesi bizzarra del simbolo e della cosa simboleggiata.
109. CAMEIiLO — Mammifero ruminante, con una (dromedario i o due ^battriano)
gobbe adipose sul dorso, lanoso, brutto; subietto importantis¬ simo nelle
storie orientali e bibliche; venerato dai maomettani come una delle bestie
destinate dal profeta al paradiso. || Simboleggia l’Asia, o più
particolarmente, come è esempio in alcxme medaglie e monete — 1’ Arabia, di cui
sarebbe indigeno ;Diodoro, .Strabone;. || Gli imaginosi orientali lo chiamano
la nucB del deserto ed hanno esagerato nel descrivere la sua so¬ brietà. Certo
è ohe il camello sopporta per lunghi giorni la sete e si con¬ tenta di cibo
assai scarso, ma gioisce della promessa aromatica dell’ osasi ; fu, però,
adottato come simbolo della discrezione e della temperanza, nella cui allegoria
l’introdusse il Domeniohino (cupola di S. Andrea della Valle a Roma). •Sotto il
carco, par-ieutc u iiuctn Muta i passi il caniuiello. (Byron - A talliti IV -
XXI). Durante l’ultimo congresso per l’elezione del presidente, della republica
nord-americana (1920) uno dei gruppi politici di Chicago, contrario all’uso
dell’alcool e del tabacco e devoto alle norme puritane, assunse il camello come
proprio simbolo. 110. CAMOMIIiLA— Matricuria — Asteracea dei campi, dai tìori
bianchi esalanti un odore aromatico, molto penetrante, usati nella medicina
popo¬ lare come lenitivo antispasmodico e portino contro le febri e le
verminose ; pianticella di utilità incontestata, docile all’uso comunissimo, e
forse per questo indicata nel linguaggio dei tìori come simbolo di sommissione.
111. CAMPANA — Alla campana — secondo essa rintocchi o s’accordi come stromento
policorde capace di segnare una semplice melodia — si è richiesta l’espressione
di sentimenti diversi. Il linguaggio della squilla — uno dei subietti più
svolti nella letteratura (Moore, Chateaubriand, Pinde- monte, Lamartine,
Schiller, Hugo, Carducci, Gnolil — fu interpretato nei modi più vari ; dal
mortorio all’ appello di guerra, dall’ inno della nascita e della rinascita
all’ammonimento della preghiera e della supplicazione. Chiediamo venia se noi
pure diamo la citazione — abusata or mai, ma inevitabile — dei tre antichi
distici seguenti : Fauet'H pUiitt/oj futmina fningo^ «abhaltt ptnuju. Kxcitu
Ictitoi, di8tsipo t/ent 08 i paco cfueutott. 57 ÌMudo fhtnn c^.rmu.- pìrjnsnf
vovo, roììfji'effo t'Ir.Tvm, Deftmctot* ///oro, itf^nHìm fufjo. ftMtn lìtcoro.
tUmvoco, «iffno, uutu, atinpeUo, roncino^ plo-ro. Armay horna,
/></grM/‘«, festa, t'oqoa. Come siml)olo araldico la campana signitìca
chiara fama e vocaaioue allo stato ecclesiastico (Ginannit. Fu adottata anche
come stemma a rapporto fonetico o parlante ; es. : dalla famiglia toscana
Bandoni. (Cfr. A. Scarlatti - Ije Uicrizioiii delle campane). 112. CAMPAlTIIiE
— Figura araldica significante giurisdisione eccle¬ siastica; es. : lo stemma
dei Salvetti di Bergamo. 113. CAUCKO — La quarta costellazione dello zodiaco,
emblema del solstizio estivo e del giugno. Credesi abbia l’officio di
rappresentare il canoro devoto di Giunone, il quale punse Ercole mentre
uccideva l’idra di Lema. || 11 cancro o gran¬ chio di mare è dato simbolo della
prudenza. \ lld. CAlfSELA — L’imagine della candela ar¬ dente — perfezione
tisica dell’ espressione della luce — è il nucleo centrale da cui si irradiano
inesauri¬ bilmente i simboli afferenti alla luce dell’ animo e dell’intelletto.
Essa è la più propria significazione ricorrente nell’ arte sacra, sulle pale di
altare e sulle tombe, e nell’arte profana: simbolo della fede « che scaccia le
tenebre dell’infedeltà e dell’ignoranza» (S. Agostino); della abnegazione, come
fu usata a ligurare la morte di Ignazio di Loiola (una candela che si spegne,
con il motto « De^evvisse Uivat »1 ; della beneficenza (una candela con il
motto « Diim inifrio ctnusnìuor »)■, della fedeltà (Ottone di Bismarck scelse
come sua divisa « Patria; insenneudo conxiimor », aggiun¬ gendo il « y atvice »
ad una scritta eh’ egli aveva letto sopra un cero di al¬ iare); della
cognizione; della filosofia ; dell’umano ammaestramento, come si trova nelle
imprese di alcuni tipografi « illuminati » antichi: Wolter di Amsterdam, Marche
di Lipsia, Geuuthius <ii Ba.silea. Cfr, l’apostrofe di Dante a Stazio :
C’ANCKG ■piai ttoltf i> (|aai caudaie Ti steueiirarnn si.... XU - Ht). 115.
CANDEI.ABKO — Parte integrale del tabernacolo ordinato da Mosò ad imitazione
del sistema dell’universo; le sue sette lampade simboleg¬ giano i pianeti
(Giuseppe Flavio), e furono poste nel tempio della Pace fondato da Vespasiano
sul Palatino, j; Si è asserito che il candelabro ha origine e significazione
cristiane iBosio) e che le sue sette braccia usate tut¬ tora dalla Chiesa
significano i .sette doni dello Spirito Santo {Ksudo XXV)- se non che il non
ritrovarsi nelle pitture murali, nelle sculture e negli obietti infissi nei
loculi cimiteriali fa escludere (piesta opinione a vari altri autori. 58 Ilo.
CANE — A prescindere dalle tìgurazioui di caccia, delle quali il cane è il
paradigma più specifico — per ragioni che sarebbe superlluo di¬ mostrare — dopo
r aquila e il leone, esso è l’animale che più si accampa nelle iconogprafie
blasoniche, e per taluni occupa il primo posto nella ge¬ rarchia zoologica.
L’attivo scambio ohe con esso ha l’uomo va dal bacio smanceroso dei cinofili,
(per i ijuali si armò di giusto sdegno la satira correttrice), alla pedata di
coloro che credono repugnante e pericoloso il contatto della bestia, solita a
stropicciamenti laidi e comunicatori di germi patogeni. || I giapponesi diedero
volto di cane alla loro divinità suprema, Amida; cosi gli egiziani al loro dio
Anubi — custode degli dei (Plutarco) — per de¬ notare la sagacia ( « latrator
AnubUi » - Or. Mei. IX). Il culto del cane decadde però presso gli egiziani il
giorno in cui Cambise fece uccidere e gittare al¬ l’aperto il bue Api, e tra
tutti gli animali solo i cani corsero a pascersi della salma venerata. Plinio
narra che la carne canina era reputata cosi pura che offrivasi agli dei nei
sacrifici propiziatori, e del cane magnifica la fedeltà, Maometto pose nel suo
paradiso il cane dei sette dormienti; ed alcuni cre¬ dettero non iperbolico
l’apotegma : « ciò che v’ lia di meglio nell’uomo è.... il cane» (Charlet). Per
converso sappiamo che i romani consideravano disgraziato auspicio 1’ ululato
dei cani ed anche l’incontro d’un cane nero o d’una cagna: liupion pni'toe
reciueììtiK oitteu Hui'at fi iimpguuììi* raui)i. (Ura/.io - 0(f. ITI - ì7k Gli
ebrei ritennero il cane immonda bestia e la Sibila ne ricorda le non scarse
sordidezze (U Dei He III. 8 - Uì XVI, 9 - IV id Vili 131. Cinici ^cagneschi)
furono dai greci chiamati i tristi seguaci di Antistene, e un cane fu scolpito
sul sepolcro di Diogene. I sacerdoti cristiani cacciano dalle chiese il cane
perchè si vuole che sotto quella forma bestiale il demonio accompagni
fedelmente le anime dannate. Dante ed Ariosto — nelle loro superbe similitudini
— pongono in rilievo l’etopeia malvagia e selvaggia, più che buona, del cane.
Per tale varietà di apprezzamento ad esso furono attribuiti vizi e virtù
differenti ed opposte, cosi ohe non si spiega la me¬ raviglia di Voltaire
(Dizionario filnuofico) nel chiedere perchè il vocabolo cane sia divenuto
ingiuria presso tutti i popoli civili. Il Racine pone in bocca al cane questa
autodifesa : tatuimi ma piirtif t'fpt'imttmlrf. f I‘<tr tjNÌ rotrt' muÌMop
ètf garth-f f ^■/uoìu! tiVoiìM-‘tiiniS nutiUfUf tVitlniger tm larnm f
Tf’mttÌHii truÌM pi’vritre/n'H. dnut irfìui Vitfnn .1 tte.chii'*' la /
liligttuti Comunque sia, il più comune attributo simbolicamente — e più o meno
meritatamente — assegnato al cane è la fedeltà. Ricordiamo : Argo, il cane
memore e fedele di Ulisse, che solo lo riconosce dopo l’a-ssenza di ben quattro
lustri ; e la figurazione di san Rocco, soccorso e salvato dalla fida 59
liestia ohe ne divenne l’indivisibile conipaguo; il cavalleresco ordine del
i-.ane istituito da Bocoardo IV di Montniorenoy per ricompensare il lealismo
verso il suo re Luigi il Grosso ; i blasoni personali di Carlo V, Francesco
Sforza, Vincenzo Gonzaga, Cristiano I di Danimarca; l’impresa portata da messer
Agostino Porco da Pavia, per dimostrarsi fedele servitore di ma¬ donna Bianca
Paltrinieri (una candela di cera candida con il motto « can- de-la Bianca »,
Giovici ; il nome di cciui di KosKiiffi assunto dai seguaci del patriota
ungherese. || La madre di san Domenico di Guzman, incinta di lui, 80 g;nò di un
cane recante fra i denti un tizzone ardente, con il quale dava fiamme al mondo,
e questa ipotiposi rappresentativa divenne lo stemma dei domenicani, che si
gloriarono di essere « Oomini-cani'x ». || In oppo¬ sizione a consimili
frequentissimi esempi comprovanti la fedeltà del cane, ne troviamo altri die lo
designano come simbolo della ingratitudine ; es. : la figurazione di Attenne
divorato dai suoi cani, onde Teocrito scrisse proverbialmente; * Nutrì canex ut
te edant » (Ripa). Pure attributo co¬ mune del cane è la vigfilanza, e per vero
il cane ha l’eccellente prerogativa di distinguere i rumori della natura da
quelli prodotti dall’ uomo ; egli non confonde mai il murmure dell’ acqua, del
vento, dell’ erbe agitate, le voci della notte, con il calpestio, anche
leggero, del piede umano sul terreno o lo scatto di un grilletto di fucile che
s’alza iThébairlt). «Il cane veglia notte e giorno, e l’orizzonte, o circolo,
che tocca e separa i due emisferi, è rappresentato sotto forma di cane »
(Plutarco). I Lari o Penati — spiriti buoni protettori della casa — erano
anticamente rappresentati sotto la fi¬ gura di cane (Plauto), e successivamente
fu loro data forma di giovinetti coperti da pelle di cane (Plutarco) o da un
cane accompagnati (Ov. Fanti - V). Nella medaglia di Teodosio pastore di popoli
egli viene figurato sotto il simbolo del cane, come sicura guardia dell’ impero
e difensore di Roma. , àia in opposizione anche a questo concetto della
vigilanza sta il rito sim¬ bolico dei romani, i quali sacrificavano un cane
nell'agosto di ogni anno, e nella processione rituale esso era preceduto dalla
forca su cui doveva morire, in punizione di non averli svegliati nella notte in
cui i galli as¬ saltarono il Campidoglio, salvato invece dallo schiamazzo delle
stupide oche (390 a. C.) || Presso gli egizi il cane esprimeva il senso dell’
odorato. Per placare i bollori della costellazione ardente d’ agosto i romani ogni
anno le sacrificavano un cane rosso, il quale, posto nelle allegorie dell’E¬
state, indicava la canicola. 11 cane è pure simbolo della fama del teologo e
della sfacciataggine (Migliorauza). || In araldica sono ammesse soltanto le
figure dei bracchi e dei levrieri. 117. CAKTESTBO — Simbolo dell’ abondanza,
ordinariamente recato da numi di uatiu'a felice, come Serapide, Bacco, o da
fanciulle dette ellenica¬ mente canefirre. e talvolta usate come cariatidi. ||
Di frequento è confuso con il moggio « simbolo delle divinità infere »
(Carotti). iv. Moyyia). lltì. CAKNA — Simbolo della fragilità o della docilità,
usato a compire molte figurazioni allegoriche. FU'ctititr ttìiHtrtitiiti. MÌr
viurii itnattlu prortlhn* ^ IjttuUtur •ttlof'yxnw nui xtm fata favH. (rainerarlus
- SymU. J. CXV^ 60 La giuria uostra • È geloso cristaUO} è Uohil cauua Ch’ ogni
aura inehiua, ogni respiro appanna. (Metastasio - Zenobia - 1 - 8). La canna
signitica calamità (da cakimtis). |j Di essa — che avvince col fustx) le piante
circostanti — gli americani del nord fecero simbolo di fra¬ ternità (Cfr. i
canti di Whitmann). |i Iconologicamente i fiumi sono per 10 più coronati di
canne, e il mese di febbraio ha una canna per denotare 11 tempo delle pioggie.
\ 119. CAPELVENERE — v. Adianto. 1211. CAPPELLO — Contrassegno ecclesiastico
cimante lo scudo, indi¬ cante il grado prelatizio. Il cappello di cardinale
introdotto da Inno¬ cenzo IV (1243-1254) è rosso, con quindici nappe ; quello
di patriarca e di arcivescovo è verde con dieci nappe; quello di vescovo verde
toderato di nero, con sei nappe : Queir altro per to<lrar di verde il nero
Cappel, lasciati ha i ricchi niiici. (-■triosto - Hat. 1). La cresta dentro
verde e di fuor nera {id - Sol. IV); quello di abate e di protonotario nero con
tre nappe. L’arme prelatizia — che non esprime segni propri di nobiltà, ma
soltanto la dignità o carica ecclesiastica (Barbier de Montault) — viene
compiuta dalla postura della croce o del pastorale dietro lo scudo, secondo
particolari prescrizioni. 121. CAPRA — Benché consacrata a Giove, in memoria
della capra Amaltea che l’aveva nutrito del suo latte, generalmente la
mitologia, la leggenda biblica, la favolistica e le vecchie cronache della
superstizione, non danno simpatica fama a questo ruminante, che pure — come
tutto il gregge barbuto (stambecco, camoscio) — presenta un notevole esempio di
totemismo. I lacedemoni sacrificavano la capra a Giunone, ed i greci tutti a
Bacco, come nefasta alle vigne; gli israeliti, in espiazione delle colpe....
proprie, dopo averla coperta di epiteti obrobriosi, la immolavano al Signore,
precipitandola da una rupe o abbandonandola al deserto. Sotto forma di («prone
nero (becco, irco), dagli occhi scintillanti, si diceva apparisse il diavolo a
dirigere i sabati delle streghe. Identificata con Pan — che presso alcuni
popoli, come gli egizi, simboleggiava la fecondità — a quel nume paslorale,
dèmone della paura, la capra presta il volto cornuto e le gambe vellose; ed in
questo suo aspetto — sotto le spoglie biformi di Pan — ai simboleggia l’
inganno : umanamente nella parte superiore della figura a significare il vero e
da capra nella parte inferiore, a significare il falso (Platone). || Precipua
significazione simbolica della capra, però, è la lussuria. Eruca capripex
rediinitua temponi Fiiuniis Immodica Vmeris syiiihola certa refert, dice
l’Alciato (KmU. LXXII) nei cui versi allegorici tale significazione etopeica
della capra ricorre di frequente a ricordare il violento trasporto ai facili
amori. L’ Afrodite Pandemia scolpita da Scopa siede sopra un capro HI lascivo.
Il Altra significazione simbolica della capra è quella della stolidità,
essendosi rilevata in essa tale caratteristica da molti naturalisti, a comin¬
ciare da Aristotele. Se non ohe tale attribuzione è alquanto calunniosa, perchè
la capra è dotata di spirito di indipendenza ed anche di certa intel¬ ligenza,
che si manit'esta specialmente nella ricerca della propria sicurezza, quando il
temporale la sorprende, o quando ella raggiunge con balzi ben misurati le punte
piu scabre e si profila poi nell’azzurro, snella, vivace, con le zampe
anteriori ben tese e sicure. || In questo ardito atteggiamento la salutiamo
simpaticamente come formante lo stemma dell’ Istria. Nei primi tempi dell’arte
assegnavasi come premio al migliore tragedo un capro; il perchè questo venne
usato per simboleggiare la tragedia. || In araldica la capra indica feudalità
in luoghi montanini e rupestri. 122. CAFRICORITO — Mostro per metà capro e per
metà pesce, assegnato alla decima casa dello zo¬ diaco, simbolo del solstizio
invernale e del dicembre. qnanilo 11 corno Delln (/HprH del eie] mi sol si
tocca iPtn\ XXVn - RH). Alcuni vi ravvisano la capra Amaltea, nutrice di Giove,
ed altri Egipane, cangiatosi in becco nella guerra contro i giganti e
riprodotto nei monumenti antichi egizi e romani. || Il Capricorno fu pure
assunto quale segno di au¬ spicio felice, come nell’ impresa personale di
Cosimo de Medici, con il motto ; « Udem fati viri afe sequeìmir» (Ruscelli),
dipinta anche dal Vasari in palazzo Vecchio, a Firenze. || La costellazione del
Capricorno è poeticamente la porta del cielo per cui le anime degli immortali
ascendono alle sfere superne: I E già rolenio raggio era vicino R in nubi
avvolta di tem|>e8ta piene ^ La gran porta apparla onde ritorno Kan gl*
tnimortali air immortai soggiorno. iMonti). 123- CAPBilFOG-IflO — Debole
arbusto di dolce, penetrantissimo olezzo, che attacca i delicati e flessibili
steli al tronco nodoso degli alberi. Così la debolezza piace alla forza e le
fornisce grazia e soavità; cosi — concluderebbe un arcade — nel sim¬ bolo dei
vincoli d’amore, la timida pastorella s’av¬ vince con le miti braccia all’
adusto guerriero. 124. CABBONCHIO — Rubino di colore acceso, una delle dodici
gemme dell’e/bt/, indumento supe- rumeraie dei sacerdoti ebrei ; rappresentava
la tribù di Kuben, posta prima nel secondo ternario (Giuseppe Flavio). Il In
araldica è pietra preziosa racohinsa re¬ golarmente da otto raggi di stella
cimata di giglio, detta anche ffiaia raqgiaìite o ruota cleriana, essendo l’arma
del ducato di deve (Tribolati). (>2 126. CARDO — Erba spinosa, « lattuga
degli asini» (Durante), che nasce trascuratamente nel suolo arido e incolto,
con aoheni pappati, elen¬ cato nel linguaggio dei fiori come simbolo : di
austerità, di scortesia, perchè pungente; di ricohessa per il solo suo aspetto
esteriore, avendo la corolla che sembra d’argento e il seno color giallo oro
(Serao). il II cardo rende più chiara e lieta la voce; è alimento leggero e
poco nutritivo, e (ìribasio di Pergamo, medico di Giuliano imperatore (sec. IV)
lo sconsi¬ gliava come nocivo alla salute. || I fusti e le toglie del cardo
erano usati come fiagello nei monasteri. || Nel contado di Matelica, tra le
altre costumanze del simbolismo nuziale, vi è quella che la cognata pre¬ senta
alla sposa una insalata di cardi, rammemorante le traversie della vita, piatto
ohe i compagni dello sposo hanno il compito incarico di buttar subito via per
disperdere il malo augurio (v. Conncchia, Olivo). Durante l’invasione danese
nella Scozia un corpo di invasori stava per assaltare tacitamente un campo
notturno scozzese, quando uno di essi inciampò in un cardo e proruppe in una
bestemmia rumorosa ohe svegliò le sentinelle e salvò il campo dall’ assalto.
Dopo questo episodio la Scozia adottò il cardo per proprio emblema. Il
Cibrario, però, avverte che il cardo e la ruta vuoisi fossero « i segni
simbolici degli antichi Pioti e Scoti », e cosi spiega come il cardo sia stato
introdotto nell’ordine equestre scozzese di S. Andrea (Denerizione storica degli
urtiini cavtillereKchi). || (v. Flore). 121). CAROTA — Negli adombramenti
allegorici più o meno ingegnosi del linguaggio il nome di questa vulgarissima
erba pratile fu adottato come sinonimo di fandonia, di trottola, e massimamente
nelle applicazioni ca¬ ricaturali del giornalismo se ne usò il simbolo
figurativo della radice grossa, carnosa e rossiccia : K cHt’oifiii KTi alla
brigatM (Borni - Ot'f. iuu. TU - 25). Illustrando il motto proverbiale « non è
terreno da carote », Tomaso Buoni (16(i4) dice che « il terreno di carote oltre
che suol esser molle, è ancora di molta altezza; essendo la carota una lunga e
gro.ssa radice, che dentro il terreno molto si abbassa; onde con questo modo di
dire sogliamo dimo¬ strare alcuno animo prudente, che non è facile a ricevere
alla sua tede tutte quelle cose che per la bocca degli uomini si spargano; che
ciò dichiara mollezza, anzi sciocchezza d’animo. t| La carota è del resto,
molto servi¬ zievole per la sua aromati).a ricchezza zuccherina ed amidacea,
raccoman¬ data da Plinio e da Dioscoride come buon nutriente, adoperata in cure
varie di medicina, pregiata tuttora dagli arabi come datrice di alito buono e
di forza alle gengive; a tal guisa ohe nel loro linguaggio Horeale l' umile
erbaggio indica bontà. 127. CARTE DA GIOCO — v. Taruechi. 128. CATENA — Nelle
iconografie comuni simbolo di serviti. || Fra le ombre maestose delle foreste
sacre, ispiranti il terrore, dove i druidi della Gran Bretagna esercitavano il
loro culto, nessuno poteva entrare senza portare una catena in segno di
sottomissione al potere divino (Tacito). || In araldica simbolo di alto
dominio, e, se d’ oro, di reciprocansa di com¬ merci; es. ; la lupa della
municipaliti di Piacenza legata con catena d’oro al melo cidonio della comunità
di' Codogno, dopo il patto commerciale dei due luoghi circumpadani opposti di
sponda e di diversa giurisdizione poli¬ tica (1492). Il La catena cadente sul
petto è segno di dignità, come nelle onorificenze; o di funzione, come quella
aurea sostenente il triregno, (ur¬ tata dai camerieri secreti e d’onore nelle
cappelle e negli appartaìnenti papali. La catena d’oro simboleggia pure il
beneficio, che avvince gli spiriti dei beneficati. || R l’eloquenza, che
avvince i cuori e le menti degli uditori; es. ; in alcune erme di Mercurio, e
nelle figurazioni dell’Èrcole celtico, Ogmio, descritto vecchio e con le auree
catene (parole eloquenti) pendenti dalle lalira (Luciano), 129. CAVAEIiO — « Il
figliuol del generoso armento » (Berni) ha in tutte le mitologie e in tutti i
monumenti dell’arte e della letteratura un posto d’onore. L’uomo riconobbe i
suoi pregi fino dalla prima concezione di un nume propizio alla vita, ed
aggiogò al carro del Sole quattro cavalli : il rosso. Eritreo; il radio.so,
Atteone; il risplendente, Lampo ; l’amico della teria, Filogeo (Fulgenzio).
Molti cavalli erano adorati come incarnazione di dei: Marte presso gli sciti,
Svantovic presso gli slavi, Jank presso gli arabi. Persi, armeni e massageti
sacrificavano il cavallo al Sole; i danesi lo ingrassavano per sacrificarlo a
Tor ; gli avevi lo nutrivano a spese co¬ muni, nei boschi sacri, per trarre
presagi dai suoi fremiti e nitriti (Tacito). I cristiani lo dedicarono a san
Giorgio e a san Maurizio. Maometto lo pro¬ tesse nelle leggi e lo raccomandò
nel culto, fra le bestie designate al paradiso. I na leggenda araba dice il
cavallo creato da Dio senza eguali, per suo comando felice e prediletto dai re
della terra, volante senz’ali e combattente senza spada. Dal cavallo ebbero il
nome i cavalieri, gloriosa- mente ripetuto nelle favelle della cristianità. Che
se il cavallo fu enfati¬ camente qualificato «la più nobile conquista
dell’uomo» (Buflbn), non ha nulla di esagerato 1’ elogio che lo proclama « la
più importante conquista dell’uomo sulla natura » (Cuvier). La simbologia
zoografica di questo celebrato ed elegante subietto è costante nelle
espressioni di illustri imprese, prima delle quali la guerra. Quando Enea pone
il piede in Italia, il padre suo vede quattro cavalli bianchi passeggiare nel
pascolo, ed esclama: « Oh terra strana! tu ci pro¬ metti la guerra ». Il
cavallo è hello di forme, dotato di discernimento, di perspicacia, di memoria;
il cavallo di Achille è dotato perfino della facoltà divinatrice, e vede ciò
ohe l’uomo non vede (Iliade). É l’animale di guerra per eccellenza, anche con i
suoi eccessi di spavento che lo fa tre¬ mare, sbandare, fuggire, con il pelo
irto e la spuma alla bocca : eccesso di sensibilità, che si dimostra
maggiormente nei « purosangue » più degli altri paurosi, e fu dimostrato nella
grandiosa guerra, in cui i cavalli te¬ deschi — benché di ogni razza e qualità,
e per lo più non istruiti — si i;4 abituarono più presto al frastuono <iella
battaglia che non i tainosi cavalli russi (Reuter). Da leggersi la descrizione
del cavallo nella mischia (Giobbe, XLIX, 19), quelle dell’//io</e (VI),
delle Georgiche (III), AéW». Coltirazione dell’Alamanni (III): l’imagine di
Bvron avvivante il cavallo di Mazeppa fuggente; quella di Vittor Hugo; que tu
fois aemhlr rmiMV hu tomhe : Euflìi le teinps itt’nve.... il coin’t. il ttmihe.
Et se releve mi.... Il cavallo simboleggia 1* impero, e regioni e città: La sua
testa tìgurava sulle monete puniche (Africa cartaginese), e l’intera figura
sugli stendardi quiriti e sulle monete galliche. Balzellante fu simbolo dei
sassoni antichi e della Spagna; alato dei corinti (v. Pegaso)-, sbrigliato del
comune di Napoli. Il Da alcuni iconografi fu pure dato come attributo alla
fortuna, per esprimere la fugacità dell’ ora che accompagna la volubile dea.
Nell’ arte protooristiana il cavallo in corsa e la rappresentazione del— r
anima. Nella rappresentazione plastica il cavallo tu preterito dagli artisti di
tutte le età e di tutti i paesi; variano però i modi di rappresentarlo. Gli
egizi — che lo conobbero tardi — lo rappresentarono meschinamente; i persiani,
i fenici, gli assiri lo riprodussero in vari atteggiamenti di guerra, sempre
elegantemente; gli etruschi lo stilizzarono sui loro celebri vasi, monocrono e
di profilo ; i greci lo fecero agile e svelto, di perfetta bel¬ lezza; i romani
preferirono rendere di esso 1’esuberante muscolatura indice della forza; il
Rinascimento lo figurò, genericamente, grosso, robusto, mar¬ ziale. iCfr. : R.
Ulivi - Il atnallo nell'arte dell'antichità). || Nel blasone il cavallo è
simbolo di valore, di intrepideaza, di lealtà, figura molto nobile, e si pone
animato, bardato, coirente. allegro. inaUm-ato, spaventato, passa lite,
galoppante, fermo. Il cavallo bianco inalberato, sullo stendardo carminio, e
con il motto; « Vennstus et aiidax ^ e l’impresa ottenuta da Vittorio Amedeo
II, re di .Sardegna, dal reggimento di cavalleria Piemonte Keale, copertosi di
onore nella giornata di Orbassano (1693). (Gelli). 130. CAZZUOLA — Simbolo
dell’ arte muratoria, adottato dalla masso¬ neria a significare il cemento
della libertà, dell’ eguaglianza, della fra¬ tellanza, che serve a costruire il
grande edificio, ove gli uomini, governati dalla legge morale, sono liberi,
eguali e fratelli (Dito). || Cazzuole ('cozio/e; chiamavansi i maestri muratori
delle antiche corporazioni veneziane, es¬ sendo severamente proibito toccare il
mestolo di ferro ai giovani manuali, non ancora considerati fratelli d’ arte.
|| San Marino dalihata d’Arbe ere¬ mita del monte Titano, fondatore e patrono
della republica ch’ebbe il suo nome (sec. IIIl, ha come attributo la cazzuola,
essendo stato in origine tagliapietre e muratore. 131. CBDB.O — Non assegniamo
a questa voce formale determinatezza scientifica, comprendendo nel cedro, oume
segno tropico, la varietà generica degli agrumi, pur dedicando un capitolo
speciale all’ani;iCio (v. Arancio). H6 Cosi (iescrive tale varietà un egregio
poeta settecentista, dalle rive del Benaco : Ivi protetto ampio frondeggia IjO
,:ipinoso limone, ambito pomo Alle iperboree mende. !>’ un sol rame» ippica
il candido Hore ed anreo pende Maturo il fratto. In altro lato impinguN TI
tuberoso ce<lro} e inturgidisce R fulvo si rotonda arancio mite. fAntonio
Bncoeleni). Della maestosa varietà di cedri prodotta sul monte Libano (Asia
Occi¬ dentale) gli scrittori biblici e i naturalisti antichi esagerarono la
durezza del legno | cosi resinoso ed aromatico, però, da resistere ai morsi dei
vermi. I libri di Numa Pompilio, scritti su tavole di cedro, furono ritrovati
intatti dallo scriba Gneo Terenzio, nel Gianicolo, dove erano sepolti da
cinquecento trentacinque anni. Cosi fu il cedro assegnato a simbolo di fama
perpetua : Sptramit^ rtn'/nìna itngì tìutìuìu cedro (Orft?5Ìo - i)c ttrU
puctica). (WrMs rÌHr(ìbiìU(. nitti humnrc tuniintur. [Putiud. Il - IH). 132. CESKtOIìTEIiIiA
— v. AIqIìsso, 133. CEFAXiO — Varietà di pesce spinoso, del genere mùggine, di
cui si diceva che si nutre più del proprio umore che d’altro cibo (Pierio
Valeriano), si che gli iconologisti lo suggerivano come simbolo del digiuno
(Ripa). 134. CELIDONIA — Papaveracea molto vulgare, da taloni ritenuta
officinale, con fiori gialli, di odore acre e nauseante, ed a cui il linguaggio
dei fiori at¬ tribuisce il nobile significato di sollecitudine ma¬ terna, .
forse perchè dicesi che del suo succo usino le rondini per curare gli occhi dei
loro nati. Il nome della pianticella (derivato forse dal greco chelidon-
rondine), confermerebbe questo simbolico rapporto. 186. CENERE — Come presso
tutti i popoli primitivi il mito del fuoco si identifica con quello della luce
benefica che trionfa degli spiriti malvagi, cosi la cenere, prodotto del fuoco
al suo scomparire, si identifica con i) trionfo delle tenebre e del male.
Simbolo, quindi, di tristessa e di dolore : dolore dell’organismo corporale,
dipendente da causa fisiologica, che fa cospargere di cenere la testa degli
infermi e dei feriti presso certe tribù •selvaggie, e dolore dell’animo, che
parimenti adombra di cenere la l'ronte costernata del biblico patriarca e del
maomettano colpito dal lutto. Nei primordi del cristianesimo la cenere venne
considerata l’espressione della distrusioue universale, ed il gelo di essa
scendeva sul capo di coloro che erano riconosciuti peccatori e dovevano fare
publica ammenda, fra i gemiti 5 (iti e le supplicazioni. Abolite le penitenze
all’ aperto, il concilio di Benevento conservò la memoria della cerimonia
supplicatoria, fissandola al mercoledì precedente la domenica di quadragesima
(1091); e quello è giorno non piò di punizione o di pentimento si bene di
ineluttabile ricordo della fragilità e della caducità. Dopo la recitazione dei
salmi penitenziali si benedicono solennemente gli arsi residui degli olivi e
delle palme della Pasqua ante¬ cedente, e il sacerdote ne prende e ne sparge
sulle fronti inchinate davanti all’ altare, pronunciando le tetre parole : o
Memento homo, quia pulvUi ea et in jmlverem reverteiis » [Gen. Ili - 19);
monito austero richiamante ai casti pensieri della tomba, nel quale però non si
rammenta nè meno l’im¬ mortalità dell’anima, nè si accenna ad una speranza di
salvamento: con¬ cetto assoluto, quindi, della irreparabile consumazione, della
distruzione universale, come è ordinariamente usato il concetto di « cenere »
nella grafia cristiana. La Chiesa non conferisce a questa funzione potenza di
grazia, ma la stima atta a generare salutari pensieri sulla vanità della vita e
sulla necessità della morte. Nel rito ambrosiano le sacre ceneri si im¬ pongono
ai fedeli il lunedi precedente la Pentecoste. 136. CENTAXrKO — I centauri erano
un popolo favoloso e selvaggio della Tessaglia, di cui i mitologi spiegano
l’origine come quella di una tribù primitiva ellenica dominatrice di cavalli.
Probabilmente la fantasia popolare, abbagliata dalla narrazione delle loro
imprese, fuse in un unico corpo la cavalcatura e il cavalcatore, e Periando di
Corinto affermò averne visto uno coi suoi occhi (Plu¬ tarco), e Plinio scrisse
che un altro centauro fu por¬ tato a Roma, essendo Claudio imperatore, e eh’
egli stesso lo vide conservato nel miele. Non può mera¬ vigliare questa asserzione,
benché in uomo di alto sapere; perchè sappiamo di quali trucchi siano stati
capaci anche i Barnum dell’ antichità, ed un eloquente esempio si ha
modernamente nell’Asùmolean Mv- seum di Londra, il quale mantenne alcuni
basilischi ed altri animali stravaganti impagliati, fin che il Parker non li
tolse, come indegni della società scien¬ tifica (1855). Il II centauro
raffigurasi mezzo uomo e cKXTACRo mezzo cavallo, e fu elegante motivo d’arte,
trattato dai sommi. Capo dei centauri era Chirone, rinomato per la saggezza e
la rettitudine, maestro per la medicina ad Esculapio, ad Ercole per l’astro¬
nomia, per la musica ad Achille ; morto avvelenato da un dardo lasciato cadere
sul suo piede da Ercole, e posto da Giove in cielo quale costella¬ zione del Sagittario,
segno zodiacale del novembre. Animale velocissimo ed avendo forma umana
soltanto nella prima parte della figura, vuoisi pure sìmbolo della velocità
della vita umana, ohè « racconta Pierio Valeriane che il termine della nostra
vita con veloce corso sopravviene, e questo, perciò che noi con una
meravigliosa lubricità cadendo, siamo dalla morte rapiti » ^Ripa). || Dante
fece del centauro il simbolo della violenza be¬ stiale (Inf. XII), di quella «
prepotenza ohe dà nel sangue e nell’ aver di jiiglio, e che ben può essere
rappresentata dai Centauri, fiere snelle, tipi ■Il terza e d’impetuosità
dimostrata nella effettuazione delle loro cievM nipUliffir- 0 delle lor ire
folli » (Federzoni). || Zeusi imaginò pure le oen- tauresse, e di queste si
hanno graziosissimi esempi pittorici nella disse- P-Olta Ercolano. 137. CERBERO
— Il cane di Plutone, tìglio di Echidna e di Titone, posto in una spelonca
sulle rive dello Stige a guardia dell’ inferno : simbolo della vigilanza.
Esiodo lo dice di cinquanta teste ; Luciano lo descrive tricipite. Come è
disegnato da Dante [Inf. VI - 13) è la « imagine orribile del pec¬ cato della
gola, mostro in cui l’umano è vinto dal bestiale » (Federzoni). || Alcuni ne
interpetrano il simbolo come quello della terra, la quale divora i corpi morti
(Ripa). || Lepidamente si dice Cerbero di un rigoroso e sgarbato osservante
della consegna di portinaro, facendolo simbolo di eccessivo rigore vi¬ gilante.
183. CERCHIO — Nell’India primitiva i sacerdoti insegnarono che nel fatto
dell’universo esiste una causa prima, l'eternità, e la simboleggiarono con il
cerchio, cioè con una linea in cui non vi è segno nè di principio nè di fine,
ed è principio e fine di sè stessa. || I n cerchio denotava il tempo presso gli
egizi ; e analogamente i giapponesi ponevano il cerchio d’oro nella bocca
canina del più grande dei loro dei, Amida, e i messicani, i peruviani, i
sintoisti del Giappone e della Cina ne fregiavano il capo delle loro divinità.
|| Michel Angelo aveva assunto per impresa tre cerchi intrecciati in guisa che
la circonferenza di ognuno di essi passasse nel centro degli altri, 6
simboleggienti le tre arti ipittura, scultura, architettura) vicen¬ devolmente
legate. ( I cabalisti tracciavano intorno a sè tre cerchi, per tenere lontani i
demoni, prima di pronunciare lo scongiuro ( G'ivy/iwmriMm ). i v. Cirrolo).
139. CERVO Riiminaiite le cui specie sono numerose : (alce, capriolo, damo,
renna ecc.), ricco di significazioni, di cui le migliori e più ripetuti SI
trovano nel simbolismo svariato dei tempi protocristiani, allor che i motivi 6
le espressioni rappresentative più note del rito tramontato ricom¬ paiono per
riassumere significati novelli. ; , Primo investito del metaforico nome di
Cervo » lu Cristo (Ruscelli). « Questo nome poi le medesime scrit¬ ture hanno
dato agli uomini spirituali..,, agli apostoli » (irf). Di CiutiH ii coccliio
tinniti» Le oerve un 'li traevano (l^oHi’olo - vi f.hùfìd l'ftflavù'iut ohè il
cervo era dedicalo a Diami, e a Giunone Conservatrice, e ad Ercole ; e
successivamente si riscontra con meravigliose bellezze di simbolo nelle
catacombe e in tutta l’archeologia cristiana, quasi sempre prossimo alle
refrigeranti acque d’ un ruscello o agli istoriati calici della fede, indicando
l’anima assetata del Bene Eterno, ossia il battesimo. « Come il cervo de¬
sidera le fonti dell’acque, cosi l’anima mia desidera Dio» (Salmo XLI. 1).
Altra esegesi del passo biblico è che il cervo corre a rimpinzarsi d’acqua
Echidna e di Titone, dell’ inferno : simbolo 68 per soffiarla sul serpente (il male),
appiattato nella fessura delle roccie, e annegarlo. Es. : il sarcofago di Galla
Placidia a Ravenna, rappresentante due cervi (catecumeni) al fonte della
rigenerazione ; l'impresa del cardinale Carlo Borromeo, consistente in un cervo
corrente alla fontana, coperto di serpi, con il motto : « Una sahis ». || Altre
significazioni allegoriche del cervo sono : La prudenza, poiché egli è timido e
pavido di natura, e benché le gambe leste l’incitino al corso, conosce la
facilità del pericolo per la gravezza delle coma, che anche lo possono
impigliare fra gli sterpi e i rami della selva. || La longevità, altra
prerogativa dell’ animale. || La mutualità, perchè i cervi nuotando sogliono
appoggiare il capo l’uno sulla groppa dell'altro, per sostenere a vicenda il
peso delle coma e reciprocare la fatica; es. : nell’impresa dell’academia
milanese Partenia Minore, spie¬ gata nel dotto discorso di Fabrizio Visconte
(1B98). || La caccia, per evidenti ragioni. |1 La Chiesa cattolica fece del
cervo l’attributo dei santi venatori: Fruttuoso; Giovanni l’Ospitaliere;
Eustacchio maestro dei cava¬ lieri di Traiano, e Uberto figliuolo del duca d’
Aquitania, ai quali reprobi entrambi — nella medesima guisa apparve un cervo
tra le cui corna bril¬ lava di prodigiosa luce l’imagine del Crocifisso. Il
miracolo eguale tu il¬ lustrato in due mirabili quadri : dal Pisanello per
Eustacchio (galleria Nazionale di Londra) e da Crayer d’Artois per Uberto. ||
Nelle imagini di san Bassiano ai colloca il cervo che il santo salvò da morte.
(| Nella ico¬ nografia del pianto si pone il cervo perchè si dice ch’egli
pianga dispera¬ tamente quando è mortalmente ferito (Bade). || Araldicamente il
cervo si raffigura corrente, rampante o sdraiato e indica nobiltà antica (v.
Animali). 140. CESTO — Recipiente di varia forma che entra sovente nelle figu¬
razioni, per contenere fiori, frutti, gemme, serpi o altri attributi rappre¬
sentativi. Il II cesto propriamente fu simbolo dell’ Asia Minore, obediente ai
re di Pergamo e passata in potere di Roma per il testamento di Attalo (131 a.
0.). Medaglie con il cesto (cistofore) furono coniate a Pergamo, Efeso, Apamea,
Traile, Laodicea (Panell). 141. CETRA — Antico stromento musicale, che nelle
figurazioni si confonde spesso con la lira, da cui differisce per le
proporzioni, per il numero e la disposizione delle corde e per la cassa o
tavola armonica (Evans). Simbolo della musica, ed estensivamente della poesia,
(v. Lira), 142. CHIAVE — Svariata è la simbolog;rafia di questo istromento co¬
mune, in antico attribuito ad Iside e ad Osiride e a Plutone. || hegno di
obedienza per le città e le castella, veniva presentato supplicemente al
signore che solennemente vi entrava. Carlo II (1208-1309) a sua volta donò le
chiavi di Lucerà alla Vergine Assunta, patrona della città. || Segno di favore
sovrano, la chiave era appesa ad una catena d’oro cadente sul petto del
cortigiano favorito. || Segno di potestà, le chiavi contraddistinguevano i capi
druidici, e per esse il Redentore consegna a Pietro la suprema au¬ torità della
Chiesa, ossia la facoltà « di legare e di sciogliere ogni cosa sulla terra e
nei cieU » (Matteo, XVI - 19). Questa facoltà è trasmessa da Pietro ai suoi
successori, e le chiavi rappresentano allora l’insegna del 69 pontificato
oattoUco e apostolico. Tal volta il principe degli apostoli è raffigurato con
tre chiavi, ohe secondo alcuni autori corrisponderebbero alla scienaa, alla
poten.a e alla giurisdiaione. Es. : il mosaico sulla tomba di Ottone II
imperatore, nell’atrio della basilica vaticana. Ordinariamente si raffigurava
con due chiavi, l’una d’oro e l’altra d’ar¬ gento, ckives intelligibiles
(Teodoro Studita). || Dante sulla soglia del purgatorio trova 1’ angelo
confessore che tiene con la spada della giustizia anche due chiavi, 1 uua
d’oro, simbolo dell’ autorità, sacerdotale, e l’altra d’argento, simbolo della
scienia {Purg. IX - 117). Il La Sapienza di Jacopo della Quercia, nel¬
l’altorilievo della fonte Gaia a Siena, ha un libro e la chiave nella destra j
e il comento del Carducci alla stampa di Alberto Durer (1614), raffigurante la
Me- laticalia f dà, alla chiave l’attributo di « dischiudere i penetrali della
scienza » (Degli spiriti e delle fanne nella poesia di Giacomo Leopardi). || La
chiave è pure simbolo di secretesza, ed entra negli attributi della fedeltà
dell’ amicizia. Forse questo significato deve attribuirsi alla chiave d’oro
adottata dai massoni, la quale apre e rinchiude i più intimi secreti. || Anche
la camorra usa la chiave quale simbolo del silenzio prescritto, come si trova
nei tatuaggi comuni degli affiliati alla triste società (Lombroso). || Quattro
chiavi si assegnano alla iconografia della logica, significando esse « i
quattro modi di aprire la ve¬ rità in ciascuna figura sillogistica » (Ripa). J
Si rappresentavano con le chiavi Giano, ritenuto inventore delle porte (tamia),
e Palemone o Por¬ tano, prole di Cadmo, sotto la cui custodia particolare
stavano i porti latini. CHIAVI DELLA CHIESA 148. CHIMERA polato alla cima da Un
monte vulcanico della Licia (Asia Minore), po— leoni, nella parte mediana da
capre, alle falde da ser¬ penti, prestò alla imaginazione popolare la
figurazione della chimera, mostro favoloso vomitante fiamme, con il capo di
leone, il corpo di capra, la coda di ser¬ pente. Es. : il bronzo scoperto ad
Arezzo (1568) esi¬ stente nel museo etrusco di Firenze ) il rilievo di stucco
ai lati del pronao della abazia di S. Pietro di Givate. Il Nel linguaggio
comune chimera significa fantasticheria, svolazzo della mente, ghiribizzo da
paz¬ zoide, e cosi iconograficamente si adopera la chimera per indicare la
fallacia. r)i concetti difficili e stravolti Non fabbricare a t© stìngi e
chimere ; Cerca modi spediti e disinvolti. ((Giusti - A U1I giovane scrittore).
Il Gli iconografi usarono la chimera come simbolo della retorica, intendendo
per questo mostro le tre parti di essa ; « la giudiciale per lo leone, per
cagione del terrore che dà ai rei; la dimostrativa per la capra, perciocché in
quel genere la favella suole andare molto lascivamente vagando; ed 70
ultìiuauimitu la deliberativa per lo dragone per cagione della varietà dogli
argomenti, e per li assai lunghi giri ed avvolgimenti, dei (|uali la di me¬
stiere per il persuadere » (Kipa). 144. CHIOCCIOLA — v. iMnuim. 116. CHIODO —
Attributo della divinità del Destino, posto nello mani inesorabili della
Necessità, allora che il pensiero si elevò altissimo nel cielo della poesia. /V
anteit xatrvu Sctu-ifSiUtt*. riaClìA trahiiteÀ. 4’t cuveus iitftuu fli'fitavA
(iht'uuj ner imrtiM nhf»t ti<iuftlunu/tte pluutluim. (Orazio - I • Hò), tlnrtt
a torjjo lUi preuieVH la Forza e la ferrata Xeoessità : souotea T uua i le^fami
De I'atlamaute eterno, e T altra i ohiovi Con la iinmiueute mano Su la fronte
«tendeva ilei sjran Titano. (CìariUioci - Pronu’Uo). Obietto di molteplici
superstizioni presso tutti i popoli,-con prevalente credenza di virtù
talismaniche di fortuna per sè o di vendetta. Rozze statue di legno, idoli
mostruosi, sono tuttora coperti da chiodi di selvaggi, per ottenere grazie e
favori. Nel museo Kircheriano di Roma si ha un esemplare di codesti feticci,
nel nuale i negri del Mavombà iCoiigoj conficcarono chiodi e lame nel
superstizioso intendimento di recare male altrui. Chiodi simbo¬ lici di
identico carattere dovevano essere quelli della mutzv. una dolorosa tigpira
della (riuxtizUi, grossolanamente scolpita, nella quale conficcavano il chiodo
del giuramento i popolani dell*evo medio nell’Alto Vailese* contro i nemici
della loro republica indipendente Courthion); ed anch'e quelli più recenti
delle Xayol che ferirono, con i chiodi dorati e argentati della presunta
vittoria i colossali simulacri delle città degli imperi tedesco ed austriaco:
quello di Hindenburg, mastodontico, a Berlino; di Tirpitz a Wilhehmshafen ; di
San Martino a Dresda; del metallurgo ad Hayen e ad Essen; dell'antico guerriero
a Kiiiiigsberg; del cavaliere Rainoldo a Dort¬ mund; del «guerriero di ferro
».... in legno a Vienna (1915). Conosciamo il triste presente di quell’
orgoglioso passato, che aveva il guaio di antici¬ pare gli eventi. || In itoma
antica il chiodo era simbolo dell’ anno, per il rito compiuto ad ogni ritorno
degli idi di settembre, quando il pontefice massimo conficcava un chiodo
(cUinis linnalis) nel tempio di Giove, in una parete a destra dell’ altare
;]jivio). jj Simbolo della Passiono di Cristo, ed ha la capocchia a piramide.
Sul numero dei chiodi della croce santa si hanno opinioni diverse; nei primi
secoli della Chiesa il crocifisso ne aveva due alle mani e «lue ai piedi;
Michel Angelo attribuì agli artisti del Ri¬ nascimento l’uso di sovrapporre
l’uno all’altro piede, per maggiore risalto d’arte, si che l’imagine risultò
poi con tre chiodi costantemente. !| Nella Carboneria i chiodi della
crocifissione simboleggiavano il dolore insoppri¬ mibile nella missione
dell’adepto. || Nel simbolismo convenzionale popolare 71 lUliano il chiodo
indica avarisia, e recentemente un giornale taceva cenno dell’uso invalso tra i
fattorini rpmani (1921) di tracciare un chiodo presso 1 uscio di coloro che non
usano dare la mancia. 146. CICA1.A. — La strana acustica del vecchio
Anacreonte, di Esiodo di Teocrito, si compiacque dello stridore di questo
emittero che gli egiziani prescelsero a simbolo della musica, e gli ateniesi
tennero in conto grande. Ancora oggi i poeti provenzali chiamano sorella la
cicala e si allietano delle sue note, nelle profondità infinite e serene del
loro cielo di turchese. Il Meli dedicò cenni affettuosi alla « cicaledda rauca
» ; i poeti ripeterond l’anacreontica credenza ch’ella si nutra di rugiada,
mentre si alimenta dell umor delle foghe ; ed anche al Carducci non spiacque
chiamare canto quel monotono frinire : alto ed immeueo OHutauo le cicale l’inno
ili messidoro (Alla rertosa di Bologna - 3). Mmore fortuna ebbe la cicala
presso Virgilio, Ariosto e La Fontaine, la cui nota tavola valse a designarla,
inappellabilmente, quale simbolo di oziositàj falsa attribuzione morale, come è
falsa l’attribuzione di operosità data alla formica. È però vero che la cigale
del favolista francese « non è la nostra sonatrice degli orni sconosciuta nelle
campagne dei dintorni di Parigi; è invece la grassa cavalletta verde » (Lioy).
|| La cicala simboleggia anche il cattivo poeta. || Per la tradizione
superstiziosa che la cicala, come il serpe, ringiovanisca cambiando pelle ogni
anno, essa fu designata a pa¬ radigma della longevità, e Giove tramutò in
cicala Titone, oh’ era immor¬ tale, ma 0 . 08 Ì vecchio ed infermo da
desiderare ardentemente il termine dei suoi patimenti. 147. CICLAMINO —
Primulacea gentile delle selve ombrose, detta anche moki dell’Alpi, o, piu
prosasticamente pan porcino, perchè i porci ne dis¬ sotterrano i tubercoli di
cui sono avidi. Il linguaggio dei «ori lo indica come simbolo della solitudine
ed anche come amore freddo. (| Nel gergo della trincea alla parola « emònsgué »
di origine fran¬ cese, si sostituì con pifi fine arguzia il nome di cicla¬
mino, per chi, pur essendo soldato, aveva saputo sapientemente celarsi nel
profondo* dei boschi « bu¬ rocratici ». 148. CICOGNA — Questo trampoliere dal
collo hmgo e contorto, dalla curva del petto elegante, di cui sono innamorati i
pittori giapponesi, entra nelle figurazioni come uno dei più notevoli esempi
fetici del mondo animale. Era dedicato a Mercurio; sacro per i tessali che
colpivano i suoi uccisori di pena , . capitale (Plinio); sacro por i musulmani
chè loro proviene della tomba di Maometto; familiare e ri¬ spettato in Olanda,
e rappresentante al vivo lo stemma oarioatijrai.k dell’Aia, dove le cicogne
gravemente e tranquillamente passeggiano fra i banchi del chiassoso mercato del
pesce. ■--nv-' 72 Piti fh« ha pH8<'iatu la cicuta i tìgli. (Par. XIX - Stó)
uutrb, ristora e difende i genitori ; ed i naturalisti antichi — come i padri
della Ohiesa — ne ripetono 1’ elogio per la eletta pietà e la calda ricono¬
scenza oh’ essa dimostra, per l’aiuto e il conforto che presta e a buon diritto
simboleggia. La cicogna (alquanto simile nello aspetto esteriore all’ ibi)
veniva posta nel cimazio dello scettro (Aristofane - Gli uccelli) , per
dimostrare che il re deve essere pio. Nell’ impresa di Alberico Cibo Mala-
spina, marchese di Massa, la cicogna mostra < la conoscenza del debito suo
in amare, riverire e servire » re Filippo d’ Austria (Huscelli). j| In Olanda,
in Germania, in Ungheria la cicogna è tenuta buon segno della natalità, e per
le sue stranezze strutturali si presta agevolmente ai disegni carica¬ turali
allegorici, nei quali i bimbi in fascie sono portati dalle cicogne, nel becco o
sulla schiena. Es. ; La cicogna fu posta ad ornare il portale del- r ufficio
delle nascite nel municipio di Dresda (1910), come simbolo del riconoscente
affetto vicendevole tra tigli e genitori. « Io piangeva nella culla e la
cicogna volava sulla mia testa » dice nell’ inno all’ emblematico uccello
Alessandro Petofi (1847); ed in esso l’insigne poeta ungherese vede « la realtà
fedele sorvissuta ai bei tempi fatti di sogni ». 149. CICUTA — Erba
ombrellifera acre e velenosa, suggerita a simbolo della fragilità per il verso
di Virgilio : , //«<• non fragili flouahimim anté ncuUt (Htir. V - tió). Il
linguaggio dei fiori la ricorda come simbolo della perfidia (Zaccone), e l’erba
malefica fa la sua com¬ parsa nella caldaia in cui bollono le orride mesco¬
lanze delle streghe : Sch^Iìh di tiralo, dente di lupa. OioQta svelta di uottc
cupa. Naso di turco, labro di tartaro, Dito del bimbo d' una bagascia Nato in
un fosso, strozzato in fasida.... (Shakes]>eare - àfnrheth IV - 1). 150.
CIGNO — « Il cigno, uccello famosissimo, si trova esser ornato di molte parti e
qualità illustri, senza che si riconosca in lui alcun vizio. Per ciò che in
quanto al corpo egli' è di piume bianclùssime. 11 qual colore oltre al- l’esser
vago a vedere, è posto ancor dagli scrittori sacri per la parità, per
l’innocenza, ed ancora per la fede » (Ripa). Il cigno è dunque animale di
eletta nobiltà, anzi di origine divina, che la suggestiva favola di Giove
amatore di Leda lo identifica con il signore del cielo, padre e re degli
uomini. (I Più particolarmente fu dedicato ad Apollo, e simboleggiò la poesia
(es. : nel bassorilievo in marmo greco del temjìio malatestiano di Rimini), i;
Con apponimento molto discusso e controverso, è usato anche come concetto
zoologicamente espresso della musica. Claudio Eliano atterniti che il cigno
canta soltanto allo spirare di Zefiro, e il comentatore secen¬ tista aggiunge ;
« come i musici che non cantano mai se non spira qualche 7S veuto delle loro
lodi e appresso persone che gastino la loro armonia » (Ripa). Altri antichi non
credettero alla buona voce del cigno (Virgilio, Orazio, Lucrezio) ; e lo
scetticismo scientifico moderno negò al cigno la voce armo¬ niosa, e tu errore,
dicesi, poiché egli va ascoltato nello stato di libertà e non in quello di
schiavitù. Cignus mustcus è soltanto quello selvatico, o la scienza ne studiò
il canto, e confermò che le sue note dell’agonia sono una commovente realtà,
sia pure alquanto abbellita dalla leggenda (Pallas, Paber, Homeyer, Olafsson,
Schilling). .■Vmahil sire è il cigno, e con l'impero Modesto delle srrazie i
suoi vassalli Regge, ed agli altri volator sorride, E lieto le sdegnose aquile
ammira. (Fosoolo - Le Grazie - SiA). Simbolo, quindi, di amabilità, di
mag^nanimità, secondo il consentàneo elogio del Buffon : « Il cigno regna sulle
acque con tutti i titoli dell’ impero di pace : la grandezza, la maestà, la
amabilità ; con possanza e con forza, con coraggio e volontà di non abusarne,
di non adoperarle che per la difesa ; combattere e vincere senza aggredire ; re
pacifico degli uccelli acquatici, non pauroso dei tiranni dell’aria ». {{ La
tradizione cristiana gli conferisce altre nobili significazioni. Il suo mìtico
candore, la sua immacolata purezza 10 indicarono a simbolo della difesa della
virtù. Ricordiamo la mistica spedizione del cigno, che condiice verso la virtù
e verso 1’ amore la navi¬ cella di Lohengrin, a compiere l’impresa generosa di
difendere Elsa per¬ seguitata, e poi si allontana e rientra nell’ arcano,
sconosciuto come era giunto. Il Come di mistero è avvolta la figura del
cavaliere del San Graal, cosi misteriosa .sembra agli abitanti del mare del
Nord la comparsa dei cigni, che vi vanno a svernare dalle terre polari
e,dall’Irlanda, e ne ri¬ partono con la mitezza della stagione. || Vi sono
anche cigni neri, poco comuni in antico, e dati per la eccezione ; Barn «ri* ih
terria, nigroiitie HimUliim eygito. (Giovenale). 151. CILIEGIO — Pare strano
che in tempi di non ancora troppo evolute creanze le belle frutta ghiotte di
questa rosacea si usassero poco « nei con¬ viti, per tinger elle fuor di modo
le mani e la bocca » (Durante). In grande onore esse furono, però, tenute
sempre nei paesi orientali. Al Giappone si attende la fioritura del ciliegio
come una festa sospirata, e quando esso apre al cielo i graziosi frutti
pullulanti sui grandi rami, con motivo squi¬ sitamente decoratore, i parchi
sono meravigliosi per il giubilo della folla; 11 mikado partecipa alla festa
della fioritura con un grandioso garden party ad ogni aprile, ed i giardini
reali diventano un caleidoscopio fremente di vita e di colori. Dice una poesia;
« Se ti dimandano una ragione sull’anima del Giappone, rispondi che l’anima del
Giappone è il fiore del ciliegio al¬ pestre che emana il suo profumo ai primi
chiarori dell’aurora» (Mariani). Il Presso i popoli nordici il ciliego ebbe
fama di liberare gli spiriti fatti schiavi dai maghi. I prussiani e i lituani
l’avevano posto sotto la tutela di un dio che — con voce latina — chiamavano
Chireis. || Un pappagallo con in bocca una ciliegia era simbolo della eloquenza
(Zeif in liUd - lilOS). 71 ■ |: Porta il ramo di ciliegio, come attributo, sau
Gerardo dei Tintori, ve-- iioralo in Monza. |) In araldica ha forse il più
a.ssodato significato simbolico, che ò quello della concordia dei vassalli
verso il loro signore (^Guelfih 152. CIITO-HIAIiE — Pachiderma selvatico le cui
qualità sono quasi ili tutto simili a quelle del porco comune, con P aggiunta
dell’ impeto e della ferocia, e vennero quindi variamente considerate per la
parola del simbolo. Il In una delle incarnazioni (avafaraj di Visnù, questo dio
assume fisionomia di cinghiale quando solleva la terra sprofondata nel mare e
quando uccide Hiranyksha, capo degli asuri, che s’era insignorito delle sfere
del cielo. || Il cinghiale era pure animale sacro presso i galli che lo
coniavano sulle monete come il toro e il cavallo. || Nella simbolica comune
prevale però la significazione della cupidigfia, propria al cinghiale ; es. : «
la fiera solitaria feroce » che ha devastata il ceppo della vite trapiantata da
Dio sulle pendici di Efraim (Salmo LXXIX - 14). || Si attribuisce al cin¬
ghiale finissimo udito, ed a rappresentare questo senso lo menzionano pro¬
verbialmente : A'o« aper auditu, litir vis», simiu i/ustii, VtiUur odoratiit
superai ai'amm taHn. ! Il cinghiale entra altresì negli emblemi di caccia.
Araldicamunte può avere denti di smalto diverso e si rappresenta passante e di
profilo. 153. CINNAMOMO — Uno degli alberi dell’« orto chiuso» menzionato nel
Cantico dei cantici (IV — 14), aromatico e officinale, che si sviluppa
laboriosamente nei dumeti e fra le spine, e per questo simboleggia la castità.
164. CINTTTKA — Varie forme e significazioni ebbe la cintura negli ordini
sacerdotali ed equestri e nelle usanze comuni. Es. : fu grado solenne della
milizia presso i romani ; significò professione delle armi, dignità di
cavalleria, eco. || Presso gli egizi uno speciale nodo di cintura (tait) poneva
la donna defunta sotto la protezione d’Iside (rjbro dei morti- OIjVI) e
indicava libertà di portamento. 1.55. CIPRESSO — Conifera augusta, di cui fu
scritto essere opera di poesia e di arte rintracciare la voce nella natura,
resistentissima all’ offesa del tempo, A’er m^'ulu anti^ ptivovia Sf.i' lonffa
rarifim tiwft fteu^rtac: (Marcialo] : o quindi usata a far case, templi,
sarcofagi illustri : Mon ptrheioM htf'tnn fftstotti, cupri^iìifutt. (Lafanu).
Parecchie leggende iraniche ed elleniche danno natura ajitropogenica al
cipresso. Un giovano pastore di (’eo nelle Cicladi uccideva inavvertitamente 75
un suo cervo diletto, e disperato volle darsi morte. Apollo, a oui era caro,
converti le sue membra in una verde vetta di rami e fronde, e fu il ci¬ presso
(Metam. X). || Nato dalla rapsodia del lutto e della ti-isteasa, fu sempre
tenuto per albero atro e ferale (Virgilio), inviso (Orazio), perchè dedicato a
Plutone, i cui sacerdoti se ne inghirlandavano il capo. I tirreni avvolgevano
il cadavere con le foglie di cipresso, e con un ramo alla porta ne annunciavano
la presenza. I ricchi pagani correggevano l'aria dei roghi che abbrustolivano
le salme ardendo loro intorno rami di cipresso (Varrone, Lucano). || Anche
Melpomene ne era coronata e il ' cipresso fu simbolo della tragedia. ||
Espressione del- l’anelito imperituro verso l’ imperituro ideale, lo «lice la
filosofia cristiana, e tombe e chiostri e vie di pietosi peregrinaggi chiesero
alla decorativa sua eleganza sussidio di austera e mesta tranquillità. lo aon
1’ arbore antica sacra al pallido Lete, deir eterna quiete e del .silenzio
amica, fja negra arbore io sono oui non islroncla il verno, r arbore del
perdono H del riposo eterno. fl+raf - Medium). Tagliato, il cipresso più non germoglia;
indi il suo 'HKtsso significato simbolico della disperazione. || (.Questo
bell’albero però, che orna cosi leggiadramente il paesaggio italiano, commisto
al palmite ricco, sul liancto ilei colli silenti, SII le correnti dell’acque,
incontro al zaffiro sublimo dei monti (ir Annunzio - Uiudi)., non ebbe sempre
espressioni funebri o funeste, si bene anche di speranza e di resurrezione. In
alcuni riti di nascite feminili e di fidanzamenti iii Roma antica, come in
Candia moderna, si celebra l’atto rituale di piantare il cipresso ; a
Salaparuta, nel di dei Morti, i fancinlli portano lietamente nelle case cumuli
di pigne di cipressi (Pitrè) ; la , Giovane Italia » allottò come emblema nn
cipresso con il motto « Gra e sempre » e lo chiamò « al¬ bero della vita ». ||
Cantava il Poliziano tra le carezze della sua bella villa fiesolana : E il
Carducci, Hir nijiti nniìferi» huihilal /itirii davanti a san Guido :
riipressis. ffnntìruM, 11 ). Boi fijircHsettl, fipressctti mìci, fedeli amici
di un tempo migliore.... tìcrive Renato Paoli : « Il Ruskin — bontà sua! — ci
dà il cipresso per albero nazionale». E con quella sua ossessionante
fissazione, che l’Italia non sia « che un vasto sepolcro e tutta la sua vita
presente un vestigio ed una memoria » scorge, nella sua tetra fantasia, i
cipressi elevare tra noi il loro 76 corteo maestoso di tenebra ondeggiante
presso la colonna cadata, o in mezzo al silenzio del tempio ombreggiato e
dell’altare senza culto, e uniformarsi calla tristezza della dolce spiaggia del
cimitero d'Italia». Ma un altro scrittore invece, che non soffre di fissazioni,
lo Schneider, pone in guardia gli stranieri, i quali non si possono immaginare,
sotto il loro cielo velato, l’effetto decorativo dei cipressi in Italia, c Da
noi — scrive — destano impressioni funebri : in Italia sono il prodotto
spontaneo della terra, gli amici della casa, che colla loro rigidezza riparano
dalla tramontana e ohe ombreggiano colle loro fronde nere. Ora, fissi nell’
aere immobile, proiet¬ tano il loro fuso nel turchino del cielo; ora, quando
spira il vento, don¬ dolano le loro cime con una calma grave. Se si vuol
sapere, del resto, qual bellezza comunichino alla terra e da lei ricevano, si
contemplino i quadri e i freschi dell’Angelico, del Gozzoli, del Pinturicchio
». 156. CIRCOLO — Una delle figure fondamentali della geometria ele¬ mentare
ritenuta, insieme alla sfera, delle piìi perfette, e nelUambito delle quali
alcuni credono operino tutte le energie del genere umano (Ocello Lucano, Ploro,
Polibio, Machiavelli, Vico). Cfr. : La circolar natura, oh' è suggello Alla
cera mortai. (.Par. Vm - 126). Non è compito nostro la discussione filosofica
sulla concezione diversa del- l’azione circolare riguardante il progresso ed il
regresso umano. Nel circolo — per la varietà delle opinioni — si cercarono
arcani d’ogni maniera, e la figura servì ad espressione di simboli infiniti.
Daremo un esempio di tali applicazioni riportando dalla leggenda di Ram, il
grande rinnovatore drnidico (6700 circa a. C.) ricevuto dai magi dell’Egitto,
presso i quali egli si era recato assetato di scienza : « Ora, o Ram — dicono i
magi — prendiamo il compasso, la riga e la squadra, e tracciamo i simboli che
derivano dal Tempio piramidale. Dal punto Dio, come centro, descriviamo un
Circolo ohe passi per la sommità degli angoli del Quadrato, e avremo la
circonfe¬ renza di tutto ciò che è, il simbolo della forza rotativa che fissa
nel suo turbine tutti i sottomultipli della Vita-Una. Oltre esso v’è l’Ignoto
che sfugge a ogni umana ricerca ; dentro c’ è l’Universo e le sue produzioni
indefinite ». (Saunier). |' Timeo, seguace di Pitagora, raffigurò Dio in
cerchio,, asserendo che il suo centro è da per tutto e la circonferenza in
nessuna parte ; e parve cosi appropriato il simbolo che l’adottarono pure Platone
e Pascal. Questo io diceva, di quel cerchio iu lode, Che eimliolo primier di
Dio fu scelto. Oh, fosse in Ciel voler, che come tutte Della eirconferensa al
centro vanuo Le linee ohe dal centro a lei venire, Le nostre menti in Dio, se
pur da Dio Venne quell' aura che ne avviva il corpo, Ritomin tutte ; e in lui
posando, vivano Immobilmente nel lor fine eterno ! (Mascheroni - Gli aitrilmti
tli Dio ndiìmhrati nella projìrietfi del rirrolo). (V. Cerchio). Ti 167.
CIVETTA — 1 naturalisti distinguono fra la nottola e la civetta, assegnando
alla prima (Atheiie nocfua) il vanto di essere consacrata a Mi¬ nerva, per
avere comune con lei la prerogativa dell’occhio profondamente indagatore, che
veglia e distingue le cose della notte, e di rappresentare, quindi, la saggezza
e lo stadio notturnamente veglienti. Es. : il Pianta usò la civetta nella
rafiigurazione del Senno, alla scuola di S. Rocco a Ve¬ nezia. « Portar nottole
ad Atene » (Ariosto) è la traduzione di un adagio greco alludente al simbolo di
Minerva, protettrice di Atene, che coniava nelle sue monete il rapace uccello,
CretìHur armiferatt siyiium Miitenae (Ovidio Fn»t. VI). In alcune medaglie la
civetta simboleggiò la « Sapientia principis p;’ow- dentissimi ». )| Anche
Taranto aveva per tutrioe Minerva ed effigiava fre¬ quentemente la civetta nei
suoi monumenti. 1| Altrove invece la civetta tu e rimane simbolo di ignoranza e
di superstizione, benché il povero volatile notturno, come non ha merito per
essere il favorito della sapienza, non abbia nè meno la colpa di essere il
preteso messaggero di sciagura. E pure la sua fama sinistra data dalla
preistoria, poiché esso fìn da allora era il segno dell’equinozio d’autunno e
della morte dell'anno, o — più genericamente della morte (Badouin). || Eliano
ne depreca l’apparire come tristo presagio, contrariamente al pensiero delle
moltitudini di Sicilia. Il Altri lo dissero simbolo della vergogna, perchè,
perseguitato dagli altri pennuti, si rifugia solitario nel cavo degli alberi.
|| Agnolo Firenzuola era tanto affezionato ad una sua civetta che la pianse
morta con una dolorosa canzone; Filippo Pananti scrisse un grazioso poemetto
didascalico sulla civetta, presentata come simbolo della amabilità con versi
che vedemmo recentemente riportati da una briosa effemeride romana, attribuente
delle simpatie per la civetta a Ponzio Pilato ed al.... sindaco di Roma, Nathan
: La civetta con tutti amabilisfiima Sa le creanze, sa le convenienze E sembra
dire ognor: « Serva umilissima »; Che belle graziose reverenze. (Pananti). Si
può comprendere 1* epiteto di civetta (civetteria) dato alla femina che fa
immodica ostentazione di sè, dalle facoltà, investigatrici delle pupille,
caratteristica puramente materiale, non da altre caratteristiche di senso
morale della civetta; le cui pose piuttosto goffe sono prodotte soltanto da
paura (Praloran). Se talora volgendo il vago viso Fa scintillar leggiadra
giovinetta Un vivo sguardo, un tenero sorriso, Dicono le linguaocie : è una
civetta ! E se al balcon un tantinel si afTaceia, Non fanno altro che dir : •
ohe civettacela ! • (Pananti). « Quelle che i Franzesi chiamano eoquettes, e
noi frasche dalla vanità e leggerezza loro, le addomandiamo anche civette dallo
allettare co’ loro mo¬ vimenti e gesti gli amadori, quasi semplici angelletti
ed incauti » (Sai- (8 vini - Annot. Tane. 548). || Durante la guerra .Iella
rivoluzione francese gli chonans della Vandea coniarono una medaglia con la
civetta (chonettc) posata sopra un j-amo, con tre fiori di giglio attorno al
cApo e con scritto ai lati le parole « viva la religione » e « viva il re ».
Con una di queste rarissime medaglie — non si sa perchè — Clemeuoeau volle
sigillare, ac¬ canto alla sua firma il cosidetto trattato di pace di Versailles
(1919). Dopo .“^lidan, a dileggio di Napoleone III, venne .x)niata una moneta —
oggi rarissima — nel cui verso, invece dell’ aquila francese, vedesi una
civetta ad ali spiegate, attorniata dalle parole: « Vampire francais - 2 dee.
ts.'ìl - 2 xe.pf. ISIO ». 158. CLAVA. — Bastone sottile all' impugnatura,
nodoso e grosso al¬ l’estremità; simbolo dei mitici eroi (Ercole, Teseo) che lo
impugnarono per ilebellare i nemici dell’umanità, ed ha quindi significato di
forza generosa, usata in imprese di severa giustizia. Es. : Nella medaglia
della Vax au¬ gusta di Sergio Galba, acquistata per fortezza di spirito su
nemici protervi. 169. CLESSIDRA — Orologio in origine ad acqua, poi anche a
polvere, consistente in due ampolle opposte per la bocca l’una all’altra, in
guisa che dallo stretto orifizio esca una certa quantità del contenuto in un
determinato spazio di tempo. Cfr. : la frase ri.'-orrente spesso in Cicerone :
« aqua mihi haerct » — sono agli sgoccioli del tempo assegnatomi per parlare —
« aquaiii perdere » — sciupare il tempo — perchè la clessidra si adoperava per
fissare il li¬ mite temporaneo dei discorsi ai publici oratori. È
ordinariamente riprodotta come simbolo della misura del tempo, con svariate
applicazioni. Es. ; nella erm.a della Melanconia, del Pianta, alla scuola di S.
Rocco in Venezia; nel fresco della Temperanza del Loren- zetti, nel palazzo
della Signoria in Siena. || Alcune volte si applicano alla clessidra le ali per
denotare la fugacità del tempo. Una clessidra posta oriz¬ zontalmente, in guisa
che resti inattivo il suo contenuto, è simbolo d^ inerzia, di negligenza. IW).
COCODRILLO — Obietto presso alcune genti di .esecrazione e di indomite
persecuzioni (etiopi), e presso alcune altre di fastosa devozione, sino ad
ingemmarlo nelle vive carni,* passandogli gioielli negli opercoli delle
orecchie e monili d’oro alle gambe (egizi, tebani). Per questo culto di pietà
sfarzosa gli artisti della antichità trascelsero fra i simboli meglio evidenti
dell’Egitto questo sauro loricato, lussurioso e feroce; Intorno a^li luci delle
sue juasceile Stan gli strajii in agguato e le veiulettc. (llHiMSardi -
itìohhr). Alcuni esegeti della Biblia lo identificano con il mostro Leviatan
(Giobbe - XLI, li. Il cocodrillo non ha lingua e per taluni sarebbe simbolo
della divinità, questa imprimendo i suoi comandi nel silenzio. || Narravano i .
7H cristiani primitivi ohe la lontra, avvolta nel tango, e formatasi cosi una
specie di armatura di difesa, si precipitò intrepida fra le formidabili
mascelle del cocodnllo e dalla strozza ne divorò le viscere. Cosi il Salva¬
tore, vestite le spoglie dell’uomo, scese nell’inferno, ne strappò le anime e
tornò vivo e incontaminato alla luce. Per questa similitudine il coco- «Irillo
nella zoografia cristiana dei primi tempi simboleggiò l’inferno e la malizia,
ed è tale — ad esempio - il cocodrillo trafitto dalla lancia di san Teodoro,
vescovo di Mira, venerato a Venezia. |! Il cocodrillo rappre¬ senta anche
l’anno, perchè i suoj denti hanno il numero eguale ai giorni di esso (Achille
Tazio). Nessuno vide mai piangere il cocodrillo; sono dunque favolose le
lacrime del pentimento che la metafora corrente gli attribuisce, tanto piò che
la lacrima di angoscia sembra il privilegio del¬ l’uomo, e non si spreme per
istinto (Zeller), benché alcuni autori abbiano accennato al pianto del cavallo
(Omero), del cane e delle pecore (Cuvieri, del macaco mauro (Darwin) e
dell’elefante catturato (Tennemeutl. Il II cocodrillo forma lo stemma di Nimes.
161. CODINO — Caratteristica del popolo cinese, benché apparsa molto tardi
nella storia di esso, e non sia in realtà che il ricordo della sogge¬ zione sua
alla dinastia dei Tsing ed ai forti Manciù (1644). Costoro obbli¬ garono le
donne dei vinti a deformarsi i piedi, perchè non camminassero lontano ; e per
rendere meglio afferrabili gli uomini cinesi, ed anche perchè essi attestassero
il loro stato di inferiorità, li costrinsero a radersi il capo tacendosi
crescere soltanto il ciuflfo centrale dei capelli. Il codino è quindi simbolo
di servitù ; ed anche in Europa i liberali odiarono sempre la coda, e tutte le
treccie maschili, tanto da chiamarsi « codino » ogni jiersonaggio sospetto di
tendenze reazionarie. Faceva dire il Giusti al suo immortale Girella; Se poi la
coda Tornò di moda, Li^fìo ai Pontefice K al mio sovrano, AlKai patiboli.... Ma
lortunatamente, anche ai suoi tempi il Giusti poteva dire: A battesimo suoni o
a funerale, Muore un rodino e nasce un liberale ( • t'arthuffo *), Dojio la
rivoluzione francese si tagliarono tutti i codini naturali, e si ap¬ piccarono
per dileggio le parrucche che li avevano artificiali, come voleva la moda. Ma
durante la breve reazione austro-russa i liberali dovettero affrettarsi a
riattaccare sulla nuca una coda posticcia, per sfuggire alle aangniuose
rappresaglie. Anche in Cina è quasi totalmente raggiunta l’àho- lizione del
codino, caldeggiata dall’agitatore Sun Yat Sen, durante la ri voluzione
republicaiia iliUdi. ll>‘2. COLCHICO — V. Zafferano dei campi. 163. COLOMBA
— ,Subietto in.signe di totemismo, intermediaria fin dai libri vedici tra la
divinità e l’umanità, adorata corno Aatarte, dea della ») guerra e della morte,
dai babilonesi, e come Derceto o Atergate nella Siria Àramea. Semiramide,
abbandonata infante dalla madre Derceto, fu alimen¬ tata da colomba ed in
colomba fu trasformata alla morte. Nel progredimento del culto, cessando lo
zoomorfismo sacro per fare dell’ animale il compagno della divinità già in esso
adorata, la colomba fu attributo di Venere o s’ avvicendò al passero nel
trainare il carro della dea. Colla Ci/theriame npltn^enl agitala rotuinbae,
scrisse Nerone in un verso elogiato da Seneca. || La colomba era pure sacra
agli ebrei : Alba l'altsfmo mnotu culumba Sgro (Tibullo) e per questo mezzo fu
introdotta nella « disciplina dell’arcano » cristiano, come antico totem
siriaco (Reinach); dove tiene fra gli luscelli il posto assegnato al¬ l’agnello
fra i quadrupedi. I primi cristiani la prcxiiga- rono in tutti i loro
monumenti, intervenendo essa in tutti i grandi misteri della divina
misericordia, e di quale venerazione fosse obietto lo dice la sua assun¬ zione
a simbolo dello Spirito Santo « ciim, Patre et Filio adorandus et glorificanduH
» (Congr. di Niceal. Es. : il fresco di Taddeo G-addi nella cappella degli Spa-
gnuoli a Firenze. || Nei primi secoli del cattolioismo si riservava il cibo
consacrato per gli infermi in una teca in forma di colomba, detto colomba
eucaristica ; es. : quello che si conserva nella chiesa di S. Na- zaro in
Milano e quello visto a Bobbio dal Mabillon (Iter italicum). Molteplici altri
significati ebbe la co¬ lomba, per la dolcezza dello sguardo, la leggiadria del
corpo, le movenze vaghe e mculeste : l’innocenza, il candore, il pudore, l’
umiltà, la prudenza, la mansuetudine, la semplicità. Es. : « semplici come le
colombe » ^Matteo - X, 16) ; la Semplicità dipinta da Paolo Vero¬ nese, o dai
suoi allievi, nel palazzo ducale di Venezia. Si come quando il colombo si pone
Presso al compagno, 1’ uno all’ altro soande Girando e mormorando T affazìona.
(Por. XXV - IHi .. Ad ogni lato del giardin, tra i fiori Erano nidi di colombi,
simbolo Oeir amore. (Longtellow - Evmhgfiiiuu II). Se non che tutte queste doti
squisite dipendono soltanto dalla parvente nettezza fìsica della colomba, che
ha la piuma più candida della sua ma¬ niera di vita; infatti, i naturalisti
affermano eh’essa è monogama ma è anche lasciva anzi che no (v. PasserOj
Piccicytie) ; e la colomba e la tortora, che furon scelte anche a paradigma
della fedeltà coniugale, in questa virtù sono di gran lunga superate dal cigno,
dalla cicogna, dal pappagallo. (Solimena). SPIRITO SARTO 81 164. COLONNA —
Piedritto rotondo e verticale inserviente da sostegno (columen). « La colonna
dalle sacre lettere, da poeti, e da ogni sorte di scrittori e poste per esempio
di sostegno altrui e di forteisa in sè stessa » (Ruscelli). Quindi anche di
solitudine severa ed austera. Cfr. l’imagine di Renato, quando scorga la
colonna torreggiente e sola nel deserto e l’as¬ somiglia « ad una di quei
grandi pensieri che nascono, di quando in quando, in un anima desolata dagli
anni e dalle sciagure » (Chateaubriand). |{ La colonna ebbe significazioni
mistiche in parecchi monumenti aniconici del¬ l’antichità, simboleggiando
Mercurio, Odino, ed altre divinità. Irminsul, o « colonna del mondo » era il
nome del grande albero venerato dai sassoni. Dadmt o Doudon era il sistema
delle quattro colonne reggenti i quattro angoli del cielo, secondo gli egizi.
|| La colonna iso¬ late nei monumenti cristiani indica la Chiesa « co¬ lonna ed
appoggio della verità » (S. Paolo - Timoteo ~ 1®)’ E®- • la colonna portata da
un angelo nel dipinto di Melozzo da Porli nella basilica di Loreto ; la colonna
d’argento fra le fiamme, con l’impresa « Tali» est Magnus Basilius » assunta
dai religiosi basiliani, || Le colonne poste da Salomone nel ve¬ stibolo del
tempio entrarono come simbolo nelle espressioni massoniche : quella a destra,
rossa, dette Jackin, simboleggia la vittoria; quella a sinistra, bianca, detta
Booz, simboleggia la gloria. Altri danno alle colonne massoniche il significato
di forza e fer¬ mezza, evoluzione e involuzione, bene e male. Nelle chiese
gotiche le due colonne furono espresse dalle »' «At-oMosK torri della facciate
(Saunier). || Le colonne d’Èrcole, — cioè quelle che la tradizione voleva
piantate dall’eroe stesso presso Cadice, e avessero il po¬ tere di frenare
l’impeto dei venti e di trattenere l’oceano — furono, con l’altero motto « plus
ultra » adottate a compimento emblematico della po¬ tenza spagnola. Es. : i
colonnati di Filippo VII e di Carlo IV. || Molte specie di colonne sono
elencate dalla scienza antiquaria. Ricordiamo fra di esse: quelle gnomiche, ohe
portavano le ore segnate sul loro cilindro; la 6c«ico, poste al tempio di Giano
e innanzi a cui si dichiarava la guerra; la lattearia romana, dove si
esponevano gli infanti derelitti ; la manubiaria] ornate di trofei; le
rostrate; le memoriali; \e oìwnfiche ; \e> militari ; \e milliarie ; le
itinerarie. 166. COLOBI — La grande importanza dei colori nei nostri rapporti
con ^ mondo esteriore ha creato per ciascuno di essi una storia e una fortuna.
E vasto campo — non intentato — di psicologia sperimentale la ricerca della
capacità del colore — simile a quella del suono — nell’ eccitamento delle
comuniMzioni e nella genesi delle idee. Per la tassonomia del nostro lavoro,
tocchiamo particolarmente dei singoli colori e della loro svariatis- sima
interpetrazione simbolica al loro capo speciale. Qui diamo uno sguardo d
insieme, seguendo — per quanto è possibile — la ermeneutica storica del- 1
allegoria. 6 82 Fra i popoli primitivi e nei fanciulli predomina la simpatia
per il rosso e per il giallo, che sono i colori più vivaci ; simpatia che va
illanguidendosi, rispettivamente, con l’accrescersi della civiltà e della età
(Havelock Ellis). Kesta il rosso il colore della predilezione feminile; mentre
il colore della predilezione maschile è il violetto. (Jastow, Wissler). I
pittori ellenici pri¬ mitivi non usavano che il giallo, il rosso, il nero e il
bianco. In Grecia e in Roma le cortigiane indossavano vestaglie gialle e si
tingevano di giallo i capelli, e per ciò tale colore simboleggiava il piacere
carnale, condannato dal cristianesimo. Come nell'antico culto esistevano colori
rituali per le vesti dei sacerdoti (bisso, porpora, giacinto, croco), cosi
anche la tarda li¬ turgia cattolica prescrisse i suoi colori, il cui
significato simbolico fu dato dal pontefice Innocenzo III (De mysteris missae)
: il bianco, simbolo di candore, purità, gaudio, gloria, usasi per le feste del
Signore, dei con¬ fessori e dei martiri ; il rosso, simbolo di ardore di fede,
per gli apostoli e per i martiri ; il verde, simbolo di speranza, per tutte le
ferie e per gli altri santi; il violaceo, simbolo'di penitenza, per la quarta
domenica di quadragesima e per i santi innocenti. Il nero, espressione
assolutamente pagana di lutto (Winkelmann) fu pure adottato dalla Chiesa
cattolica per i defunti, per l’avvento e per le ricorrenze da settuagesima al
sabato santo. Nel rito romano per il Sacramento si usa il bianco ; nell'
ambrosiano e in alcune chiese di Francia il rosso. Sono vietati i paramenti di
altri colori, e specialmente il giallo e il ceruleo, eccetto siano di tela
d'oro, e in tal caso si possono usare in luogo del bianco, del rosso o del
verde (S. Romana Congregazione 5 dicembre 1868). || Come simbolo di lutto erano
: il giallo per gli egizi ; il grigio per gli etiopi ; il nero per gli uomini e
il bianco per le donne in Roma antica. Sono tuttora : il grigio per gli
abissini ; l'azzurro e il violaceo per i maomettani ; il bianco per i cinesi, i
coreani, i giap¬ ponesi, i siamesi; il nero e il violaceo per gli altri popoli
civili. I russi ornano i loro catafalchi con i colori più vivaci. H’I colori
inservirono per distinzione di fazioni e la storia ci narra di quali lacrime
grondassero e di che sangue. Es. : i Verdi e i Turchini di Costantinopoli; i
Bianchi e i Neri di Firenze ; la croce bianca degli Armagnac e quella rossa dei
Bor¬ gognoni; la rosa bianca di York e quella rossa di Lancaster; gli Azzurri
republicani e i Bianchi della Vandea; i Verdi della reazione antinapoleonica
(1815). Il Una voga perfin smaniosa era divenuto il linguaggio « con colori
accompagnati ad arte » (Ariosto) durante il fulgore dell' italico rinascere
(Cf. : Gian — Del significato dei colori e dei fiori nel Rinascimento
italiano). Opere sciocche ed erudite, di grandiosa e di piccola mole
intrattenevano gli scioperati di quelle corti che erano scuola di elegante
galanteria. Un romanzo di Niccolò Franco era tutto imperniato sui colori
simbolici delle vesti della protagonista Filena (1647). Marin Sanudo, il
cronista mirabile di Venezia (1466-1.535), lasciava trascritto il seguente
sonetto caudato; Simplice, U bianco mostra purltade, fede, se avvien che
accompagnato sia ; il tiirohin, quando è misto, gelosia, e scompagnato e sol,
tranqaillltade ; Vendetta il rosso ineiem ; sol, orudeltade ; sol, fastidio,
tanè, insieme fantasia: il negro, solo, gran malinconia, fermezza, insieme,
ovver stabilitade. 83 Sol, paonazzo, secreto, insieme amore, il giallo
accompagnato, contenteiza, e sol disperazion d’ ogni favore. Verde, speranza
insieme, solo, allegrezze,, in compagnia, 1* inoamato, dolore, sol, pertinacia
o internata fierezza, Il heretin poi severezza, mostra errore s’ appar sol in
nn taglio 6 col compagno poi briga a travaglio. Un altro sonetto, attribuito al
bizzarro Serafino Dell’Aquila a4fi(i-150(i) dice ; SI come il verde importa
speme e amore, Vendetta il rosso, il fenrobin gelosia, Fermezza il negro e
ancor malinconia, Il bianco mostra purità di core. E Andrea Alciato {Emhl.
CXVII) : Index maesiitia est pullus color; utimur omnes Hoc nbitu, tnmitlis
ctnn lia/nus mfcì'ias : , At shiceri animi, et mentis stola candida pura : Hinc
sindon sttcris linea grata ciris, Hos sperare docet viridis. Spes dicitur esse In viridi, qmties irrita retro cadit. Est cupidis flavus
color: est et amantibus uptus. Et scortis, et tjueis spes sua certa fnii. Al
ruber armatos equites exomet amictns; Indiret et piieros erubiiisse pador.
Caeruleus nautas. et qui coelesiia vates Attoniti nimia relliyione peiiutt nua
ennt gilvis nativaque; veliera biirrhis; Quallti liynipedes stragula habere
soleni. Quem curae ingentes craciant vel veliis amoris CredituT hic fulva noti
male veste tegi. I/Uisquis sorte, sua contentus ianthina gestet ; Fortiniu
acquaniinis tcedia qiiique ferat. rt varia est natura coloribus in gignendis. Sic ;ibiÌ8
aliud : sed sua cuiqt;e placent. E da codesta virtuosità di morta erudizione e
di prosodia senza magnificenza quale commozione ricordare la nobile enfasi
vibrante di Giovanni Borchot ’ Il verde, la speme tanti anni pasciuta, Il
rosso, la gioia d* averla compiuta. Il bianco, la fede fraterna d' amor. (Per i
moli di Zlodenu « liotoi/na. IHHO). Triplice consertazione fatidica, scorta
dall’occhio aquilino di padre Dante U ur-g. XXIX), ed espressa ih Vaticano da
Raffaello, nella allegoria della Jeologta, vestita di tunica rossa (carità), di
verde manto (speranza), di bianco velo (fede). || Il Winkelmann osservò i
colori ond’erano presentate le antiche domita : Giove di panneggiamento rosso
(Marziale); le nereidi di verde (Ovidio); Apollo con il manto violaceo; Cibele
di verde; Giunone d. bianco; Cerere di giallo, color delle messi; Venere in una
nube dorata. I^i Inunite, del resto, sono le applicazioni del linguaggio
cromatico, e ne ' esempi : Nella diplomasia le corrispondenze e i rapporti po
itici presentati dai governi ai loro parlamenti si chiamavano, prima della
grande guerra, libri: Giallo in Francia, Verde in Italia, Rosso in Austria. 84
Ungheria, Bianco in Germania, Azzurro in Inghilterra. I colori servirono negli
atenei italiani a contrassegnare le varie facoltà, nelle stole e nei berretti
di professori e scolari. Gli studenti di Bologna, nell’occasione del- l'ottavo
centenario della loro gloriosa università (1888) ne risuscitarono l’uso (poi
logorato dall’abuso con l’applicazione anche agli istituti dell’i¬ struzione
secondaria), con l’adozione dell’azzurro per la ginrisprudenza, del rosso per
la medicina e veterinaria, del bianco per la filosofia e lettere, del verde per
la fisica e matematica. || La farmaceutica inglese tinge di rosso le pillole
che contengono veleno, di bianco le lassative, di azzurro quelle per le cure
renali, di bruno le febrifughe, di verde le toniche. || I nastri donneschi di
Vetralla (Lazio) sono: lilla per le zitelle, rossi per le maritate, nero per un
anno e poi violaceo per le vedove. || I cordoncini che fregiano i cappelli
degli uomini dell’ Alto Adige sono : verdi per i co¬ niugati e rossi per i
celibi. || I colori hanno significazioni sistematiche come segnalazioni usate
in stendardi, in dischi, in lampade luminose. Es. : la Fifth avemie di New York
ha cinque torrette ad osservatorio con segnali elettrici colorati a tastiera,
mediante i quali si regola d’autorità il viavai di quella, che è ritenuta la
strada più affollata del mondo. Il rosso indica arresto di movimento totale; il
giallo e il verde Ubero movimento ri¬ spettivamente nelle vie trasversali di
destra o di sinistra. || La scienza ha inteso dimostrare che tal volta una nota
sonora, un accordo o una succes¬ sione di accordi musicali determinano la
visiva percezione di un colore o di un rapporto di colori. È noto il sonetto
del Binuboud, che conferisce ad ogni suono vocale un proprio colore : A noir, B
blanc, I roitge, U vert, O bUu, vojelUs. A Monaco si fondò una scuola di
pittori musicisti ed istromentisti, la quale trae origine dal Whistler e dai
suoi quadri rappresentanti « sinfonie in oro e nero, in nero e rosso, in
violetto e rosso » (De Carlo). || I colori ap¬ partenenti all’araldica italiana
sono: azzurro, ro.sso, verde e nero; altri aggiungono la porpora (che non si
colloca nel campo dello scudo), la car¬ nagione e il naturale. Ogni colore
araldico proprio ha uno speciale tratteggio prescritto. Nelle armi straniere si
trovano altre coloriture. COMÈTA — Nei tempi in cui trionfava il « tumulto
della forma » e le applicazioni araldiche divennero anch’ esse strane e
bizzarre, si che — osserva il Crollalanza — il blasone cominciava a viziarsi,
venne proba¬ bilmente adottata la « crinita stella» (Galileo), fulgente sugli
scudi della nobilea recente, ad ostentare chiarezza di nome, fama illustre....
Mettendolo Tarpino, aneli' io l'ho messo (Ori. far. XXVm - 2). La cometa
d’argento carica lo stendardo verde della Tunisia. I(i7. COMPASSO — « Significa
per sé stesso quasi sempre misura, perchè è il più comodo istrumento che sia in
uso per misurar le cose, per non avere in sè segni o termini fissi, e potersi
adattare a tutti i segni e termini ai quali si stende con le sue punte....
Significa ancora il compasso infinità, e perchè il svio moto in circolo non ha
termine, e perchè ad infl- . . niti termini si può adattare, e perchè operando
sta insieme in quiete ed in moto, è uno e non uno, congiunto e disgiunto, acuto
ed ottuso, acuto dove 81 disgiunge, ottuso dove si unisce » (Ripa). Questa
enfatica definizione del gemale secentista spiega le molteplici applicazioni
del compasso come sim- olo di misura, ragione, regola, proporzione, ordine,
metodo, ed — in senso traslato - di pratica (con le punte in basso), teorica
(con le punte in aito), parsimonia, prudenza e simili. Ordin io son, tei mostra
Questo che ìimalzo e colia man sostengo Orbe, tìjfura del rotante immenso
hedele al moto, ond* io gli imposi: io prima Eterna idea dell’ architetto
eterno. (Cesarotti). Il compasso venne assunto tra i simboli gnostici della
massoneria, e fu trovato scolpito con altri simboli su tombe di templari,
perchè mantiene 1 uomo nei giusti limiti verso il suo simile, e prescrive al
massone di elevare a se d intorno una barriera contro l’invasione del vizio e
dell’ er¬ rore (0. Dito). Altri affermano che tra gli utensili della massoneria
il compasso è il cielo, ossia la perfezione a cui 1’ uomo deve tendere costan¬
temente, come la squadra è la terra, ove le sue passioni lo ritengono. Cosi il
vero massone si dice trovarsi « fra la squadra e il conjpasso , per signi¬
ficare eh egli e scevro di materiali affezioni aspirando alla perfezione. Il
Giorgio Sand descrive una rissa fra massoni, ed è ricordata la battaglia
avvenuto fra i . figh di Salomone * da una parte e quello dei seguaci di pt^e
Soulme e di maitre Jacques tra Avignone ed Arles (1730). Convennero allora sul
pianoro della Cran tutti i compagnons di Provenza «con lo squadre e i compassi
non appesi, in miniatura, alle orecchie, o ricamati su le sciarpe, ma in mano;
non a guisa di ornamento, ma a guisa d’armi• e la mischia fu lunga e feroce, e
soltanto il sangue e la morte la sedarono » (Campolonghi). Si cantò poi: Vicenl Ì€s Gavots Au compaa. rt Vèquerre! Viceìti ìes
Oavota Dana ìa jìlaiìie de la Crau! Il compasso rotto è simbolo di ragione
sregolata (Noèl). |) L’azione del di'&mnL^ descritto dal fantasioso poeto
secentista, nell’epigramma Del coDixmBso geometrico lo piante Por sentiero
iuimortal ressi in maniera, Che 1’ nn piede appoggiai saldo, e costante Su *1
punto fisso della gloria vera^ Con l’altro in giro mobile rotante, E dilatato
in spaziosa sfera, Tirando al nomo mio linea infinita, Venni un cerchio a
formar d* eterna vita. raffigurate due teste affrontate con la lingua
trapassato dal compasso e con il motto: . A o parlare agi misura .. Essa fu
posto in memoria dell’orrenda impicca- 8(i gione ordinata da Giosia Acquaviva,
signore della città, di tredici parti¬ giani della famiglia Melatine, antagonisti
degli Antonelli de Valle, per il pretestato scopo di comporre il dissidio delle
fazioni cittadine (Pannella). 168. CONCHIGLIA — Al rintracciarsi dei nicchi
marini anche sulle Alpi, si argomentò con le più strampalate induzioni siilla
formazione di codesto prodotto della cute di cefalopodi e di molluschi. Il gran
Leonardo, Pracastoro, Cardano, Cesalpino ed altri illustri filosofi italiani
dimostrarono che l’esistenza di quei gusci di testaceo erano residui di
sedimenti dei mari antichi che ricoprivano i continenti ; ma il Voltaire
sosteneva ajicora ohe le conchiglie reperte nelle montagne eran quelle perdute
dai peregrini di Terra Santa, eh’ essi usavano porre sul loro mantello, d’onde
1' uso aral¬ dico della conchiglia, per designare peregrinaggio, frequente nel
patriziato normanno. E Ovidio aveva già cantato : .... vidi factan ex aequore
terrae Et procttl il pelaffo concTuie jacuei'e vMriwie. La conchiglia era
attributo di Venere, nata dal mare. Dì che yìTÌ color, di qnante torme
Tras.selo il bruno pescator dall’ onda ! (Mascheroni - A Leshin Cidoiiia].
Usatissima nelle decorazioni cimiteriali protocristiane, per simbolo della
resorxeiione, « essendo la conchiglia come la tomba o la dimora temporanea che
l’uomo abbandonerà » (Millin). || È coniata in alcune antiche monete di Lucerà.
169. CONIGLIO — Genere di rosicanti, originario dell’ oriente, di natura
eccessivamente pauroso e prolifico, e quindi simbolo della pusilanimità e della
fecondità. « Per dispetto di lor viltà da tutte le nazioni del mondo i fiamminghi
erano chiamati cmiigli pieni di burro » (G. Villani - VITI). Il Lo veneravano i
greci, e in Deio gli eressero altari. Mose lo considerò immondo e Maometto lo
interdisse quale cibo ai musulmani. Confucio in¬ vece lo elevò all’ onore degli
altari, come olocausto degno degli dei. Dalla Grecia i fenici lo importarono in
Spagina, dove si moltiplicò a tal segno che fu trattato come simbolo di essa in
qualche applicazione iconografica. Alcuni autori pretendono anche che il nome
di Hispania derivi dal fenicio spanij, significante coniglio; una etimologia —
osserva il de Lamarche — che non vale meno di qualche altra, (v. Lepre). 170.
CONO — Solido in forma di piramide rotonda, prodotta dalla ri¬ voluzione
intorno al lato dell’ angolo retto di un triangolo rettangolo. Poiché tutte le
sue parti gravitano sulla sua base, e difficilmente può essere scosso, fu
designata questa figura geometrica a significare la quiete. (Pozzoli). |j La
Metafisico effigiata nella basilica dei Malatesta di Rimini, da Agostino di Duccio,
porta una corona di quattro coni. 171. CONOCCHIA — Nel mito delle parche la
conocchia che dalla terra toccava i cieli, era tenuta da Cloto, e rappresentava
la vita, di cui Laohesi svolgeva il filo e Atropo lo tagliava. Heine — giunto
sul limitare d’Italia 1 1 ■ 87 che lo innamora - ammira la bella tancinlla di
Sterzine, la quale . filava non alla ^isa tedesca con il mulinello, ma all-
antichissimo uso coi la attorno al fuso liberamente penzolante. Cosi filavano
le figlie dei re nella Conocchia, tu che dell» molle lana Gli amplessi accogli
e i tortuosi giri : Cura e mente di nobili matrone, Ch’ intese sono ad opre
belle e vaghe, Onde camere molto e molte adomansi, Baro dono e pregiato da
Minerva. (Teocrito - XXIX - Trad. Regolotti). iinocihia^e^mb i^^i marchigiano
la suocera offre alla nuora una conorrh i «niva matrimonialmente ad uno
schiavo, le si porgeva una Tpost a 1’ ^ire ch’era avrebbe f “"t avrebbe
ucciso 1 amato piuttosto che cederlo ad altra donna. Il Simbolo l’epiSirdt «ra
la conocchia, inviata ad un guerriero; e ciò ricorda •oL! 1 I di Gufale,
triokfatrice della forza morale e fisica del famosissimo semidio. 172.
CONSÒLIDA - roginosa a fiori bianchi, NelP umidore dei prati si sviluppa quest’
erba bor- ofllcinale, indicata come simbolo della beneficenza. 173. CONVALLARIA
- v. Mughetto. 174. CONVOLVOLO - Genere tipico della variatissima famiglia
delle U Zbo1o“deUa ^ convolvolo tricolorato è C&quettea c'est votre
embUnie^ I e fjrand jour, le bruii vons idait, Briller est votre art sitprétne
/ Saìts éclat le ptaisir niènie Dcvicut jìQur vous sane attrait. 175. COPPA —
V. Tazza. 170. COKAIiLO — Le spesile foresfie da* vergini flutti eleva il
corallo che al mondo, eh' invecchia, nell'ospite Ietto di pelaghi asciutti (I*
imperi venturi le sedi ajtparecchia. {Zanella - H lavoro). X?e
denrXlt'dfavoleggiava nato dal bdfe! £sLr h r “ P-^^P^^^e^fe significazione
sim- leti e di ! 1 ^ ® superstizione, di amn- di talismani contro uragani,
morbi, malefizì e pericoli, può anno- 88 verarai fra i simboli della fortuna. «
Del corallo dicono che è buono contra l’illusioni e le paure che fa il demonio
» (Paasavanti - Specchio di vera penitenza, 363). In ispecie quello bianco, dal
freddo biancicore, tra l'opaco e l’amorfo, appena soffuso da rosee striatnre,
dicevasi proteggesse dalla folgore, conservasse il senno, arrestasse le
emorragie. Esso rievoca le ma¬ dreporiche selve dove la fantasia di Heine
relegò il re Arfagar. || Credevasi che il corallo fin che restasse nell’ acqua
nativa fosse molliccio come un virgulto e incolore, e si solidificasse soltanto
all’urto dell’aria. Per questa opinione Giovanni Battista Leoni, viaggiatore
veneziano (sec. XVI), assunse come impresa il corallo con il motto : « Ut
primum contingit auras » al fine di dimostrare il suo indurimento alle fatiche
dei viaggi, appena toltosi dalle mollezze della laguna nativa. et coraliunif
quo pHinum contingit aui’oA Temporey durescit : moUU fuii herba sub undis. (Ov.
Mei. XV . 41(5). La faticosissima pesca del prezioso zoofito è una antica e
nobile specialità del lavoro italiano, ed era cosi importante a Torre del Greco
che Ferdi¬ nando IV dovette dettare per essa il « codice corallino »,
concedendo alla compagnia dei corallari l’adozione di una propria bandiera con
una torre fra due rami di corallo, cimata da tre gigli d’oro in campo azzurro.
|| In araldica il corallo indica persecuzione, modestia, onore (Brendi). 177.
CORAZZA — Armatura difensiva, indicante forza, difesa. 178. CORNA — Gli
orientali considerarono le corna espressione di forza e di potenza, e le
attribuirono agli dei. Se ne hanno esempi negli anaglifi caldei, astivi,
babilonesi ed egiziani. Questa attribuzione passò in occidente, e Giove Ammone,
Giunone, Bacco e Pan furono bicornigeri ; Bacco fu detto toro da alcuni poeti,
e le corna a lui date denotano l’insania dei vinolenti, come il timpano ne
indica lo strepito (Alciato). Ha le corna Cernunno, il gallico dio della caccia
selvatica. || Le corna servivano da coppe libatorie nei sacrifizi e nei
banchetti dei barbari, ed i guerrieri ne ornavano il capo. Nei templi di Diana
si appendevano ramora di cervo e 1’ Esodo menziona altari ornati di corna come
ne furono scoperti a Creta (Reinach). I cri¬ stiani — avversi ad ogni forma
dell’ antico culto — fecero delle corna parte essenziale della fisionomia
fisica del demonio, insieme al piede di cavallo, alle grinfe, alla coda ed agli
altri contrassegni del deforme, dell’orrendo, dello schifoso, più che del
grande e del terribile. Il Plutone di Torquato ancora « le gran corna estolle »
; ma più verso l’età nostra Satana a mano a mano va rivelando natura
intellettiva, e Milton, Klopstock, Byron lo spogliano delle forme epicamente e
plasticamente feroci, e tra queste le coma della supereliziosa finzione
cattolica, rinsaldata dai rigorismi del concilio di Trento. || Le corna sono
anche segno di superbia, alterigia, baldanza, ambizione et similia. Il
sucoe-ssor di Carlo ha T arme i>er fiaccar Io coma A Babilouia. (Petrarca).
Fiaccò le eorua dei »aperbo orgoglio («67*. Lib.) '■“PP>'«8«“tano fregi di
dileggio maritale e molte iSo SeS* T argomento. Le corna sarebbero il 3r“ i. .
“ ® (Risorius). Diceai pure che H ® ^T°' “°Wli mariti della sua corte intràft^
• ® f venatorie, allo scopo di potere egli wfflco e “ e contrassegnasse 1
onorifico e. onorifico privilegio con la apposizione alla porta del palagio
rafiìimiato^ di simbolo di caccia. È però strano che Menelao venga coniugali,
81 bene perche re dell’antica Eliade, e decorato del simbolo di Pi ^ «cordo ohe
riguarda la casata dei Sederini di Firenze, uno dei quali salvò da morte
Federico I, assalito da un cervo L imperatore riconoscente, volle che il
teschio ramoso del cervo fosse il Wasone dei Sodenni. Alcune centinaia d’anni
passarono e gli spiriti spie- ^ cont d-sbizzarrirsi in epigrammi conto di Pier
Soderini, gonfaloniere perpetuo e marito disgraziatissimo. Il aùrir ^
significazioni burlesche è simbolo il corno. Ad Highgate (toghilterra)
esisteva, presso gli alberghi, un ridicolo uso. . Veniva pre¬ sentato agli
ospiti un paio di corna, su cui dovean giurare di non ab- potessero abbracciar
la padrona , (A. Maffei - trad. dell’AroWo di Byron): ^ Le turbe alla devota
Cerimonia del corno, a lor profferta Da man misteriosa, i passi han volti, E
pronunciano là fra nappi e danze l'ino alP alba prodotte il pauroso Giuramento....
[Araldo - I - LXX). Un solo corno in blasone indica infamia: Boemondo Tiepolo,
per aver con- ur^rno"T"h M f" condannato a blasonare fì^a,^ t »
poco a poco, convertito gra¬ ficamente in wrno dogale, per avere avuto i
Tiepolo due dogi in antecedeva. Alcuni poeti antichi chiamano coma i confluenti
fluviali e cornuti si rappresentano i fiumi. Che del gran Nilo i Sette comi
vede iOrl. fiir. X l.m . 32 ) fservTn" ^ ol^® forse anche per il muggito
delle onde ìanriiw- ° origini presso la . città del Toro » è detto aemina
aiiratus Utiirino conun viiUiis (Georg. IV - 371). Del Ee dei fiumi tra
l’altiere coma. (Ori. rur. XXXV 41). Le ubbm volgari tengono le coma per
talismano contro la iettatura i v. J/i- tilope, Cervo, Toro). “iv.j/i 179.
CORNACCHIA - Come gli altri passeracei del genere dei corvi la cornacchia ha la
reputazione d’ essere foriera di tristi avvenimenti, à’aepe «inisira cava
praedixit ab ilice coniix (VirgUio - Bel. I). WJ Nelle superstizioni antiche
germaniche streghe e mostri viaggiano sotto specie di cornacchia per tendere
agguati. || Altre significazioni, e di buona natura, diedero però gli antichi
alla cornacchia nella quale ravvisarono un eccellente esempio di longevità
(Esiodo). || Alla cornacchia si raccoman¬ davano gli sposi prima delle nozze,
perchè credevano eh'essa rimanendo vedova osservasse piena fedeltà al morto
compagno. || Gli egizi ed altri vi ravvisarono il simbolo della misericordia e
della pietà filiale perchè essa nutre e copre delle proprie penne e aiuta in
ogni modo i genitori fatti impotenti per vecchiezza (S. Ambrogio Hexacmeron -
V. 16). || Parecchi autori convengono nell’ attribuirle l'officio
rappresentativo della concordia, come il Poliziano sulla testimonianza di
medaglie antiche (Cartari), il Bipa e 1’ Alciato, che — appoggiandosi all’
autorità di Oro Apolline e d’altri — scrive questi versi : Comicum mira inter
se concordia vitae est. Mutua, statque illis intemerata ftdes. Bine volucres
haec sceptra gerunt, quod scilicet omnes Consensu poptdi atantque caduntque duces
: Quem si de mediae tollas, discordia praeceps Advolat, et secum regia fata
trahit. (Embl. XXXVni). 18<). COBNIOIiA — Pietra selciosa del genere delle
agate di giallastro rossiccio o di rosso, colore vivace nella diafanità,
d’apparenza cornea, e simboleggiante la gioia. 181. COBinjCOPIA — Dice la
favola che la capra Amaltea, allattatrice di Giove, ebbe spezzato un corno, e
questo — raccolto da una ninfa, e riempito di fiori e di frutta e presentato a
Giove — venne dal nume dotato del privilegio d’essere pe¬ rennemente ricolmo
d’ogni fortuna (Ov. Fasti - V). Un’ altra favola racconta che, contendendo
Acheloo il possesso di Deianira ad Ercole, ed avendo assunto la figura di toro,
fu rovesciato per le corna e per sfuggire alla terribile stretta del rivale, dovette
per¬ derne uno. Le naiadi lo raccolsero e lo riempirono di poma e di fiori, e
lo conservarono come l’inesauri¬ bile fonte di dovizie (Ov. Metani - IX). || La
cornucopia fu simbolo frequentissimo delle arti, e specialmente dell’
architettura, della statuaria e della medaglistica, colma di fiori o fronde o
frutta, di monete o di gemme, per rappresentare qualità liberali e felici ;
l’abon- danza « madre e figliuola della pace » (Bipa). Es. : la statua
allegorica del Tacca e del Salvini, al giardino di Boboli (Firenze); e la «
freddura » ariostea: Non entra quivi disagio nè inopia. Ma vi sta ognor col
corno pien la Copia. (Or/., fur. VI - 73). La pace ; la felicità ; la civiltà ;
il progresso ; la fecondità ; la concordia ; la magnanimità ; la carità ; la prodigalità
; l’equità ; 1’ onore ; la fortuna ; la ricchezza. In queste significazioni si
trova attribuita a divinità varie; 91 ea. ; a Plora; a Pomona; a Vertunno; ad
Eros, presiedente alla coniazione delle monete di rame ; ad Arpocrate,
identieoatl con il Sole fecondatore. Nel monumento a Sisto IV, eretto da
Antonio dii Pollaiolo nella basilica vaticana la Carità è simboleggiata con la
cornucopia. || É pur data alle imagini della terra, a regioni, a città, a fiumi
(F. Bonarroti - Vetri an¬ tichi)-. es.: e.\\' Italia nelle medaglie di Commodo,
Tito, Antonino, Adriano; alla Campania scolpita dal Chiaromonte nel monumento a
Vittorio Ema¬ nuele II a Roma. 182. COBONA — Il serto circolare di metallo, di
fiori, di fronde, ador¬ nante il capo — non simbolo per sè stesso, ma mezzo
efficace di simbolo_ è il più parlante dei segni tropici per la materia onde
può essere composto ; e per la sua intuizione immediata è pure quello della più
facile applica¬ zione iconografica. || Era attributo ordinario degli dei : di
quercia per Giove, di mirto per Venere, di alloro per Apollo, di olivo per
Minerva, di spiche per Cerere, di edera per Bacco, di frutta per Pomona, di
fieno per Ver¬ tunno, di pino per Cibele, di pioppo per Ercole, di papavero per
Morfeo, eoo. : decorazione, quindi, di carattere ieratico, pure adottato dai
protocri¬ stiani, che deponevano corone di gigli sulle tombe delle vergini e di
rose purpuree su quelle dei martiri, ben presto, però, reputata come indizio di
pagana vanità. Se si volessero fare classificazioni, le corone e le ghirlande
dovrebbero essere distinte nella loro funzione subiettiva ed obiettiva, secondo
servano a rivestire la personificazione di idee astratte o a conferimento
decorativo di persone ; e — grosso modo — se ne avrebbero varie categorie : —
di eccellenza morale, per lo più di lauro, di quercia, di mirto, di fiori,
d’oro, usate nella ideografia, a rappresentare concrezione di astrazioni : Es.
: la Virtù, la Religione, la Giustizia, l’Amore di patria, la Gloria, la
Ragione, la Scienza. di premio all ingegno ; al valore ; nei certami dell’
educazióne fisica ; ai meriti civili, industriali eco., conferiti per titolo di
emulazione, di vit¬ toria, di fama, di martirio. — di egemonia, di dominio, di
autorità, indicanti — ad es. — potenza, comando, legge, sacerdozio. — di
decorazione festosa : di convito, originate dall’ uso di stringersi le tempia
nella credenza di evitare l’ebrezza, ed erano di mammole, di edera e di mirto ;
di nozze, e dovevano essere formate non da fiori venali, il che era infausto,
ben si raccolti dalle mani della sposa, e presso i ro¬ mani erano di verbena,
che poi appendevansi al talamo; di natività, che in Atene erano d’olivo per i
maschi e di lana per le femine. — di lutto, e se ne ornavano le bare, le urne
cinerarie e i sepolcri, ed in Grecia erano per lo più di prezzemolo. — di
sacrificio: Es. : quelle dipinte sopra il vaso del sec. VI a. C. del Louvre. •
— di magia, usate nei sortilegi, ed erano di cera o di lana. — di genere vario,
secondo la natura dei ' subietti : Es. : di papavero per 92 la Notte ; di
narcisi per la Stupidità ; di dori per la Primavera ; di canne per i Piami ; a
corna di cervo per la Vendetta (Nemesi) ; di ijuattro coni per la Metafisica,
come è effigiata da Agostino di Duccio nella basilica malatestiana di Rimini. I
greci — fuor che forse gli ateniesi, per premiare gli armatori navali — non
usarono la corona come ricompensa se non hei giochi ginnici. 1 romani invece nè
usarono come designazione propria di benemerenze e di nobiltà, graduandola secondo
l’importanza ; — la ossidionale (graminea ossidionalis) si conferiva ai
generali vitto¬ riosi dell’assedio, ed era formata di gramigna raccolta sul
luogo assediato ; — la civica, con l’inscrizione : « ob civem obnervatum », era
di quercia, molto ambita, privilegiata di speciali diritti e si conferiva a chi
aveva in battaglia salvata la vita di un cittadino romano; — la classica,
rostrata o navale, d’oro, a speroni di nave, si dava a chi primo avesse
raggiunta la tolda nemica; — la murale, d’oro, fregiata di torri merlate, al
primo che avesse sca¬ lato le mura della città assediata; — la vallare o
castrense, pure d’oro, con fregi di palizzate, al primo che avesse scavalcato
il valium, invadendo il trinceramento nemico; — la trionfale di tre specie, di
alloro e di oro, si conferiva al trion¬ fatore anche lontano nelle provinole ;
— la corona di ovazione, pur essa militare, di mirto, o, di minor conto,
d’olivo. Gli imperatori avevano corone differenti : una di alloro, portata
prima da Giulio Cesare per larvare la calvizie; un’altra radiata, data agli dei
e agli eroi deificati, e da Nerone assunta per primo, in atto di incontenibile
orgoglio; una periata e gemmata, fattasi foggiare da Eliogabalo; ed una in
forma di berretto, di cui si coronò Giustiniano. || La corona d’oro è il
simbolo della aristocrazia. || L’usanza — proveniente dal rito pagano e
adottata dai cristiani (dopo il IV sec.) della corona di nozze — può tenersi
diffusa in tutto il mondo civile. Quella di fior d’arancio specialmente adorna
le spose : (v. Arancio) ; in alcune delle nostre campagne, però, come nelle
francesi e nelle svizzere occidentali si usano pure le rose bianche. Nella
Svizzera tedesca si intreccia il biancospino; in Germania il mirto; in Ispagna
le rose rosse e i garofani ; in Boemia e nei paesi slavi il rosmarino ; nelle
isole greche i pampini di vite. In Norvegia, in Isvezia, in Serbia si fanno
corone nuziali d’argento ; in Baviera e in Islesia in filigrane d’oro con perle
di vetro ; in Assia di fiori artificiali, anche di carta. || Nella ge¬
roglifica egiziana va distinta la corona (pscent) rossa da quella bianca, ri¬
spettivamente indicanti il Basso e l’Alto Egitto. || Sarebbe, pertanto, una
escursione fuori del nostro tema fare il riferimento delle molteplici corone
sovrane e nobiliari che appartengono alla materia araldica. Cosi basti l’ac¬
cenno ohe la corona murale — rinsaldata dalle torri quadrate ohe muniscono le
porte, e di cui è sempre cinta Cibele < a dimostrare eh’ ella sostiene
città, ville e castella » (Lucrezio) — rimane nella blasonica civile moderna,
sovrapposta al margine superiore degli stemmi comunali italiani, con dif¬
ferenze di elementi grafici, secondo il grado, l’importanza, la popolazione
della singola comunità. 1 ~ Jai fiori gialli striati di porpora ggia di
cappelletto o corona, data per simbolo di ingenuità (lacune). 184. CORVO -
Uccello di strane attitudini naturali, dal volo altissimo tacile ad us^si ai
climi più differenti e ad imitare le voci diS ^tri a^’ mah, cosi ohe gh auguri
traevano auspici dalle inflessioni del suo gracchiare e da. SUOI voli. Il
Michelet lo disse il più astuto dei rapaci wflgh malizioso e ipocrita,
silenzioso e cauto quando si apprLta a far preda chiassoso e importuno in ogni
altro caso. Nelle Indie -^dove è molto diJ uso e onnipotente: entra per le
finestre nei chtbs, si posa sui lampadari arroncigha vivande, sì che si ha come
simbolo di sfacciataggine (Times - tem^^'d N i Apollo come presago del tempo,
tale fu pure tcren. vili - 6). Se non ohe il patriarca antico, conoscendone le
brame voraci, pensò eh-esso difiìcilmente sarebbe tornato se avesse girtrovl u
g lotto preda nei cadaveri degli uomini affioranti dalle acque. Il II corvo
triatez 2 a° * . abitando romitamente nei luoghi dominati dalla Sia
!;ùt“u'd'ne"“ed' ' ° abbandonate, è simbolo stortuna Y é c.:! l T
paradigmatiche delia . Il E celebre la visione dell’anima penante di Edgardo
Poè cupa ed angosciosa (1845). || Con il suo grido . cras . (in lat. : demani)
S 2e dato simbolo della procrastinazione (Galee), ma non è questo lesola
dITmpnare 1 ebbe la pazienza eroica di impilare 11 dizionario dei corvi in
trentosette voci (Lioy). || Nei pri- simh'l “d cattolica, avendolo per immondo
come gli ebrei, lo fece Tedto venneT “^ligno, che soltanto nell’evo ir figura
semibestiale. || Non tutte le genti ebbero il corvo in eguale repugnanza. Nella
mitologia scanSav: lo spiX rr r I Jappres^nton ,: dalla S J erano dal potente
capo degli dei mandati fuor a reggia d argento a spiare le azioni degli uomini,
le quali gli venivano poi riferite all orecchio, alla sera, dai corvi che si
appollaiavano^sulle spalle sua età longeva, come simbolo di immortalità. |)
Vero è che il corvo pure calunniato. Esso fu il pietoso alimentatore del
profeto Elia, rifugiato rhiTa r* Antonio anacoreta del deserto dipinti dal
Velasquez La Chiesa ricordò questi episodi di mirabile carità e riabilitò lo
Ireriato Mimale Esso figura nello stemma della celebre abazia di Einsielden^
perchè essendo stato assassinato Meinrado, il santo fondatore di essa - i^corvi
compagni di lui nella pia solitudine, inseguirono con strida e beccate TrlI 1
IO alla città, indicandoli cosi alla giusto punizione (Bourgeois).
mamh-*(^rfi^*^^°im ^ dell’« aspro e grave cotogno, (Ala- segn di felStà ’co ■ r
rT" li consideravano Sar (Pl-t^-o), e i romani ne decoravano !e IIZ
tutelari de. talami nuziali. L’iposta.si simbolica è forse tutta nella prero-
IL 94 gativa del frutto di conservare il suo profumo, cosi ohe esso può aversi
pure per simbolo di costanxa j es. : nella impresa di Francesco Sforza, conte
di Cotignola, col pomo cotogno e il motto : « fragrantia duraiit ». 18G.
COTURNO — Alto stivale, originariamente da caccia, come cal¬ zava Diana; Levi
de wannore tota Puniceo stfibU furae evincia cothumo (Virg. Ecl. Vn) ; e usato
da eroi, da principi, da personaggi illustri. Eschilo lo introdusse nel teatro
per i tragedi, e Melpomene ne è calzata. Figuratamente il co¬ turno è simbolo
della tragedia, mentre il socco lo, è della comedia. Cosi distingue Orazio i
comici dai tragedi:. E il Himc eocei cceper^ pedem, grandeegue eothumi (De arte
poetica). Petrarca avverte : Il Metastasio: Materia da eotarui e non da
aocrlii. (Cn«s. IV). d'alto cotnmo Ti’aendo il peso in maestosa scena,
Rappresenta e dipinge Sol gloriose imprese, eroici amori. (Epitalamio). 187.
CORONE — Manata di messe raccolta dal mietitore ; simbolo di aboudanza. 188.
CRESCENTE — Quarto della luna, antico emblema araldico indi¬ cante nobiltà e
fama « che tendono a crescere » (Guelfi). Nella fase di¬ scendente, però, si
osserva che i quarti della luna decrescono. L’ordino cavalleresco del crescente
istituito da Carlo d’Angiò (1268) aveva il motto superbo : « Donec totuvn
impleat orbem », e venne rinnovato da Renato d’Angiò (1448) con il motto « Loz
en croissant ■>. La mezzaluna apparisce in cultri di Felsina e di Vadena,
nelle bipenni e nelle scuri germaniche, in altri utensili scoperti nelle
palafitte e nelle terremare, forse ricordi sim¬ bolici di antichissimi culti
(Lioy). || Gli arabi sotto la figura della luna crescente adoravano la Natura.
|| La mezzaluha d’argento o d’avorio ap¬ plicata alla calzatura era in Atene il
contrassegno dei cittadini di nascita illustre. Il I musulmani adottarono la
mezzaluna a simbolo dell’Islam; e tale adozione è moderna, perchè gli arabi e
gli altri popoli che primi accolsero la fede del profeta, la ignoravano. La
ignoravano pure i saracini in lotta con i crociati nella Terra Santa, e infatti
le loro insegne portavano l’avoltoio nero. Selim I comandò di sostituire
all’avoltoio il crescente (1512), il quale era lo stemma di Bisanzio. Vuoisi,
infatti, che Filippo il Mace¬ done — assediando questa città, e stanco della
sua lunga resistenza — ten¬ tasse alcuni scavi notturni, per giungere nel cuore
di essa con il favore del buio. Contro ogni calcolo astronomico, la luna sorse
improvvisa a illu¬ minare le opere insidiatrici. I bisantini ne furono salvi
(389 a. C.), ed eternarono la loro riconoscenza a4 Ecate erigendole una statua.
Avvalora che ta “nTverso l'T salvata dalla Inna rTonrnoW\ r>- ^ ^«ggenda che
la città fu metropoli invasa dai turchi non f stemma della lussuosa si bene di
un amil r^rrto d"' Consimili amuletTsi tovaroTo , ® “ mezzaluna lafitte
svizzeri I L- n e Jnrd^^^ 1? di pa- tallo dorato, po'lto Za ung asi di cavallo,
una nera l’altra rossa f estremità cadevano due code cavano un su.ZZo’ ^1^0
^Te’ ZZe^ ZeT^^.ZrZ t volMtao,. d.i g:iud,“i°d.ll-!n"mo'o“X ™nX‘ ‘“‘ ™Ì“‘
de a consol^ione. benedetto dai sacerdoti, recato alle fanciulle nelle chiome
insieme agli spilloni iridescenti, nelle alte cinture che reggono lo vesti
sparse di ori, intrecciato nei festoni attorno all’effigie deg i dei iamiliari.
In Cina il nono mese dell’anno ha il nome del crisantemo, ed il nono giorno di
esso è consacrato alla festa del fiore augurale. Secondo la eggenda giapponese
il crisantemo fu il parto della ione fra la terra e una stella; a sua volta il
cri¬ santemo venne poi sposato dal sole, e da questa eccelsa mone nacque il
primo mikado. Così traccia del cri¬ santemo trovasi dovunque, nel Giappone. Lo
stemma nperiale giapponese è un crisantemo indico, di sedici foghe, otto
bianche e otto viola, alternate. L’ordine de crisantemo è la massima
onorificenza cavalleresca ex LfÌT;irif"EéE‘HBx^ r“.'iCX'2 «• ”““V" f
* ‘'‘’X giastro. o P-ialUnn esso intatti — O roseo, o gri- iZrodrr:deirm:;z':Li£
CRISAKTIifO gialfo%Z!eZrdici g!Ze cerdot; . T . ^f°d, indumento superumerale
dei sa ttn.,u.pp,.Xv7!!!tduX i"' le fantasima nottZe « ?
'lell’oro-fuga.sse boleggia la magnantoità 96 191. CROCE — La naturale
sovrapposizione di due oggetti rettilinei forma la figura della croce comune,
ed una ingenua congettura conclude¬ rebbe a credere che quando l'uomo primitivo
pose legno sopra legno, per ottenere la prima scintilla, ebbe già la
primordiale concezione del segno : la Croce, segno del Fuoco primiero eh'
espressero gli Arii dal ramo duplico attrito. (D’Annuncio - • Laus Vitae •). La
croce è — infatti — motivo universale, agevole per le applicazioni este¬ tiche,
come risultato geometrico di linee che si offrono all’occhio sponta¬ neamente.
Per descriverla Dante ricorre ad una perifrasi geometrica : il venerabil segno
che fan giunture di quadranti in tondo {Par. XIV - 101), mostrando « che due
diametri d’un cerchio intersecandosi ad angolo retto formano una croce perfetta
» (Casini). Della vetustà della croce si hanno molteplici testimonianze, negli
antichi e nei nuovi continenti : nella Cina ; nella Caldea ; nella Persia ; nel
Tibet, nell’ Assiria ; es. : le decorazioni dei re scolpiti nei monoliti di
Ninive, al museo Britannico; nell’India; nella Fenicia, nell’ Egitto (Serapide
del museo del Louvre) ; in Creta (dal palazzo di Cnoso); a Troia; a Cipro;
nella Grecia; nelle Gallie ; nella Scandinavia; come nelle grandiose rovine
degli antichissimi templi messicani di Palenque nel Messico. (Cfr. : De
Mortiller - Il segno della croce prima del cristia¬ nesimo; Malvert - Scienza e
religione). La croce non ebbe però sempre la forma nota comunemente. Gli anti¬
quari ne distinguono di parecchie foggie, che si potrebbero dire — secondo noi
— precristiane e cristiane. Alle prime appartengono : a) quella sancrita
gammata, che si riscontra come amuleto o tali¬ smano, negli albori del
buddismo, nel Giappone e nel Perù, scolpita sulle prore delle navi dell’India
sacra, nelle rovine di Troia e di Cipro, nei mosaici d’Atene, nei vasi
ellenici, nelle medaglie di Leucade, nell’Etmria, nell’ Inghilterra, nella
Scandinavia, nei Pirenei : simbolo della salate, del sole, del fuoco: con i
bracci ripiegati ad angolo retto, la svastika da si¬ nistra a destra e la
sauvasUka da destra a sinistra. || La croce gammata fu ultimamente adottata in
Germania come novello simbolo del panger¬ manismo e dell’antisemitismo, e
raccomandata dal socialista Scheidmann, già capo del governo tedesco (Vorwàrts,
settembre 1920). ò) quella di Egitto, avente nella parte superiore un’ansa o
cruna, detta anche chiave del NUo, simbolo talvolta di divinità e più propria¬
mente di vita, Lacroze come dichiararono i sacerdoti egizi ai cristiani di
Teodosio, i quali stavano per abbattere il tempio di Serapide in Ales¬ sandria,
dove videro il segno tra i geroglifici (Socrate Scolastico, Rufino da
Concordia, Ermia Sozòmeno). Le forme che si conoscono della croce dopo il
supplizio del Redentore, sono : , a) la croce a tau o (commissa o patibulata),
abondante nelle decora¬ zioni scandinave, forse come riproducente il martello
di Tor, dio del tuono, CROCI 1. Si'ostik'a - 2, Sauvaétika - 3. f*Amrc tUl Niìo
- 4. A f»u - 5. Latina - 6. rfi iV. - 7. Greca. e m quelle bramane e
buddistiche dell'India, poi detta croce di xauf An¬ tonio Sopra una croce a tau
era dipinto Gesù in un satirico graffito del Palatino, dovuta certamente a mano
pagana per il dileggio del subietto (V. Asino), e perchè anche i cristiani non
riprodussero graficamente la croce se non dopo che Costantino la ebbe consacrata
come emblema glorioso del cristianesimo (312). Es. ; i reliquarì del tesoro di
Monza (seo. VI) hanno la croce a tau. Il Dal nome di questa croce chiamavansi
taii i cavalieri serventi gerosolimitani e di S. Stefano, (ffie la portavano in
contrassegno del loro ordine. h) la croce decussata o di sant'Andrea, per il
pa¬ tibolo cosi foggiato di questo santo, e formata da due linee intersecantesi
in guisa da formare una X o — come di- rebbesi araldicamente — da una banda e
da una sbarra incro¬ ciate, pezze onorevoli di primo grado nei blasoni. c) la
croce immissa, che è quella universalmente creduta simile al patibolo di Gesù,
se¬ condo le indicazioni di .sant’Ireneo e di sant’Ago¬ stino, e che è divenuta
il simbolo principale della liturgia cristiana e della cattolicità ; perocché
il fe- dele, col farsene i l segno, ac.cenna dal cielo alla terra e da oriente
ad occidente. Il rito greco, però, nel gesto di devozione tocca prima la destra
che la sinistra parte del corpo, accennando da occi¬ dente ad oriente.
Analogamente la croce è il simbolo più espressivo della fede. Ij Segno di morte
crudele ed infame, la croce divenne il simbolo del rinascimento del genere
amano alla vita spirituale (Ansault). Una leggenda narra che un seme dell’
albero del Bene e del Male, posto da Seth in bocca al padre Adamo, abbia dato
vita al tronco su cui fu infisso il Salva¬ tore (V. i freschi di Agnolo Gaddi
in S. Croce a Fi¬ renze). Vuoisi eh’esso fosse di pino, « segno del Dio vivènte
» {Apoc. VII - 2), ed attraversato da un palo (S. Matteo - XXVII - 37), e
questo sarebbe confer¬ mato dai saggi microscopici eseguiti dal Decaisne e dal
Savi sulle asseverate reliquie della Santa Croce Gabriele D’ Ar,T.n • «^tedrali
di Pisa, di Firenze e di Parigi (v. Pino). abriele D Annunzio invece asserisce
che « quattro essenze di legni com- il cedro, il cipresso, il palmizio. Pulivo
». fa croci è'n '•“PP'-esentazione del Salvatore che porta ion nortavl ^
condannato portava che la sola asta trasversale della croce detta patibolimi e
non I. <ìi (lerusnUmme - 2. Tripla o Papale - 3. Pa¬ triarcale o rii Lorena.
CKOCl 1. Ancorata - 2. Poten¬ ziata - 3. Patentata - 4. Ritricrinata - 5.
Biforcala - 6. Bitrinciata - 7. Po¬ mata - 8. Bitricrociata - B. Mulinata. 1
mai la croce intera, la cui asta verticale — propriamente detta crux — stava
già infitta nel suolo (Lftbker). 1 romani abbandonavano il cadavere del
crocifisso agli uccelli di rapina o dalla decomposizione naturale; gli ebrei 10
toglievano dalla croce e lo seppellivano prima che tramontasse il sole
(Deuteron). || Nelle prime figurazioni della crocifissione divina la croce si
fece greca, cioè a braccia eguali ; poi se ne allungò la linea verticale per
apporvi la imagine del Redentore. || Nessuna effigie del crocifisso si trova
nella pittura delle catacombe (Rochette), e per riscontrarla nell'arte bisogna
risalire alla imagine del primo riquadro alto a sinistra della porta di S. Sa¬
bina a Roma, eretta da Pietro d’Illiria, dopo il saccheggio di Alarico
(Natali). 11 più antico crocifisso che si conosca è quello che Gregorio Magno
donò alla regina Teodolinda, ora nel maggior tempio di Monza. La figura di
Gesù, con la testa cadente sul petto, non piegata sulla spalla, con l’ab¬
bandono nerveo delle membra, le gambe ripiegate pel il peso del corpo, e in tutto
il dinamismo dello spasimo paziente del martirio, appare nella soavità delle
fig^ure di Giotto, che nella basilica inferiore di S. Francesco in Assisi può
dirsi creò pittoricamente l’angoscia del Golgota. Più tardi, con il beato
Angelico, la visione si va attenuando in una luce di lene misticismo ; con il
Perugino la vigoria classica del nascente umanesimo si congiunge allo spirito
di pietà, e comincia l’espressione dignitosamente bella del Nazareno, nella
duplice natura divina ed umana. L'officio rappresentativo della croce
richiederebbe una troppo lunga coor¬ dinazione di nozioni; essa è una forma
plastica d’arte da cui è naturale ascendere senza elaborazioni dal termine
materiale al termine ideale ed al senso generico della astrazione. In tutti i paesi
del mondo la leggenda germoglia attorno alle croci piantate a segnare il luogo
di qualche delitto o di qualche disgrazia. In Germania specialmente le croci
dei trivi sfuggiti dal viandante notturno hanno un sentore di poesia
superstiziosa che piacque ai cervelli romanteggianti. E la croce dà sempre un
colore d’incubo mor¬ boso per l’uso tetro che se ne fece nell’ istituto
giuridico della pena afflit¬ tiva ed infamante : orrendo esempio quello delle
gialle liste di panno che venivano cucite incrociate sul petto e sulle terga
del bigio scapolare indossato dai condannati a morte o al carcere perpetuo
dell’ inquisizione. In araldica si enumerano poco meno di quattrocento varietà
di croci ; la cui elencazione oltrepasserebbe la cerchia del nostro raggio di
osser¬ vazione. Ne riportiamo gpraficamente alcune delle più notevoli, tra le
quali ha particolare rispondenza simbolica quella potenziata, che rappresenta
la vita, la salute. La croce accantonata da quattro beta (B) era degli impe¬
ratori di Costantinopoli. ||'Cade a proposito osservare anche per la croce
sabauda ciò che hanno rilevato alcuni dotti di araldica, come il conte
Francesco Faucault: che lo scudo della bandiera italiana officialmente usato è
errato nella composizione, non essendo la corona che lo sormonta con¬ torme a
quella dei principi di Savoia, con il globo sostenente la crocetta mauriziana.
Lo scudo di Savoia è poi quasi sempre ornato da una bor¬ dura azzurra, che
rappresenta araldicamente una grave diminuzione, perchè è arma di cadetti e di collaterali,
come il bastone è arma di bastardi. 192. CBiOGIUOIiO — Vaso in cui i corpi si
sottopongono a un fuoco gagliardo nella fucina, e specialmente si adopera per
fondervi i metalli Lnngo tempo sepolto in uno linea Mostrai di soffiar l’oro
nel oroocinolo; Ma realmente soffiai quello solo Che stava dentro la borsa del
Knea. Metaforicamente simbolo di prova. Il Segneri chiamò * crogiolo di cui il
i’aJr'r r XXni- 1 ). Francesco Gon¬ zaga, valoroso guerriero della Serenissima,
letterato non comune, perfidiato da nemici occulti ma vinti dalle prove del suo
lealismo, assunse f impresa fece kira-ere ^ cavaliere Alberto da Stipicciano
tece dipingere una impresa con le verghe d’oro nel crogiuolo e il detto- «
.tcwi! aurum igni». E l’academia degli Ardenti di Viterbo adottò il cro¬ giuolo
con 1 oro liollente, animata dal motto : . Bonec purum .. 193. CUBO - Uno dei
simboli dei quali si scrisse che « costituiscono semplicemente 1 espressione
sintetica di una Scienza meravigliosa di cui g uomini hanno perduto la memoria.
Essi insegnano tutto ciòke è Stato tutto ciò che E tutto ciò che Sarà, sotto
una forma geometrica, ovvero sia immutabile . (Saunier). Le leggi geometriche
dunque regolerebbero le vi- ® infatti: «Il medesimo fervore a SL- ^"ll f
Cubo della Caaba, il Cristiano in estasi ai piedi della Croce, il Buddista
meditante su la Stella dai sette raggi il Bramano tutto compreso nel Triangolo
di Brama.... . (Saunier). () La forma cubica tu con fo croce greca carattere
costruttivo e distintivo delle chiese nsantine ed il Ramee lo spiega come
espressione di omaggio alla Trinità tiiplicatamente simboleggiata nelle tre
dimensioni: lunghezza, larghezza e della teira: perchè gettisi un dado, ei si
ferma sempre, e caschi in che Iato SI voglia .. La pietra cubica dinota pure
Cristo « il quale è la vera pietra angolare, che disse il profeta riprovata
dagli edificatori della vecchia gge, e per essere posta poi nel principal
cantone della sua santa Chiesa • non e alcuno che possa porvi altro
fondamento,, come disse S. Paolo J Ripa) Quando Dante parla del suo proavo
Cacciaguida e afferma di sentire a fortezza dell animo, ricorre all’ imagine
del tetragono, figura quadrata o cubica, sempre eguale a sè stessa per quanto
la si volga e rivolga : llette mi fur di mia vita futura l’arole gravi j
avvegnach’ io mi «onta Ben tetragono ai colpi di Ventura. {l’ar. XVII - 22).
sentimento germogliato sugli sonici Id fo ^ *• Il II si ritrova pure tra gli
emblemi mas- sfoti e! 1 finanziaria degli della LStahiml 1“ cosUntemente usata
come simbolo .folla - nel senso morale - della fermezza, (lellA costansa e
simili. 194. CXTCUIiO — Instancabile, cosmopolita viaggiatore alato, ìrrequeto
nelle peregrinazioni dalla Siberia al capo Tarila, uso a godere tra noi la
bella stagione. Linneo lo disse canoro, ma il suo « mesto verso » (Aleardi) è
il monotono e isocrono ripetersi di due note simili, immutabile nell’ira e
nell' ebrezza, senza l’intensificazione o lo smorzamento che palesano il
turbine della passione. « L'uccello che si dice cuculio sempre canta il suo
nome » (Fr. Bart. Ammirato - Ant. volg. XXVIU - 2). Il cuculo è un pa¬ rasita,
la cui femina non sente la maternità, e non fa nido proprio ma depone le sue
uova nei nidi altrui, per svolazzare spensieratamente d’a- more in amore. Il
cuculino, figlio di ignoti, nato da pochi giorni, trova già nella punta delle
proprie ali la vigoria di cacciare fuor dal nido i figliuoli di quelli ohe
l'hanno pietosamente covato e nutricato, non con¬ sentendogli la sua voracità
di condividere l’imbeccata. Benché, quindi, dichiarato « necessario per
l’economia del bosco » (Brehm), il disamore alla prole e la normalità dello
scrocco lo fecero il simbolo acconcio dell’ egoismo. Il II cuculo di Belkis fu
destinato da Maometto al suo paradiso. 195. CtTOKE — « La parola che Dio
scrisse nella prima pagina del libro della creazione » (Mazzini). Non era però
tanto sublimato il concetto del cuore prima della religione di Cristo, benché
alla espressione di esso si annettesse certa importanza morale. I gentili ne
appendevano la forma al collo dei bimbi, come amuleto. Davide invocava dal «
cuore mondo » i buoni pensieri. Gli egizi ponevano il cuore come simbolo di
consiglio. Nella concezione feticista, rudimentale del dio che aveva fame di
carne umana, i messicani del sec. XV lo calmavano con giornate di olocausti
cruenti, ed in certe cerimonie si strappava il cuore alla vittima prima di
gettarla al fuoco (Captan). Il La religione cristiana elevò il cuore a simbolo
della carità, ed, ardente al sommo, in palma di mano, presentato da figure
umane, a simbolo dell’ amore di Dio. I platonici avevano già affermata
l’esistenza d’uno spirito sparso nell’ universo, animante ogni cosa, principio
di gene¬ razione e di vita di tutti gli esseri, e ciò era una fiamma pura,
viva, sempre attiva, alla quale davano nome di deità. « D cuore riguarda il
sentire e l’affetto, l’anima e il sentire, e l’intendere ed il volere »
(Tommaseo). Cfr. : Votre eieur eet bon, et votre ame trop haute. (GomeiUe).
li cuore è ripetuto sui marmi cristiani, presso qualche motto o al principio e
alla fine di qualche riga epigrafica; e di frequente é traversalmente ta¬
gliato da una linea come se fosse trafitto. Si crede però che — pure avendo
questo segno carattere essenzialmente religioso — non sia che un mezzo di
interpunzione. || Due cuori avvinti da fiori simboleggiano l’ amicizia. || Il
cuore circondato da spine é simbolo del martirio. |j In Bretagna gli anelli
giovanili sono formati da cuori, le cui punte sono portate verso il polso dalle
fidanzate, e verso la cima delle dita dalle nubili. • V D ?ie Xzii gitoti del
rischio. Era dato come attributo sol r ’ . "i P“ 1“ della eranche in
“aneli annoverato tra i simboli araldici; !L.r 1 . .’ Uberalità, per il quale
dobbiamo riferirci alle spie¬ poco egualmente è liberale chi dona dHótL if b
^7°’ ® 7\ «eti in piedi da tutte le bande con la facoltà principale . (Ripa).
tinte ~ divido, quasi carnale, incerte nobmr r8ua“bT‘* tinte profonde; ma senza
profumo e nessun sospiro amni. freddezza, leggerezza, alterezza d’amore. 198.
DARDO - Freccia snella da potersi lanciare anche a mano senza selt° iconologi a
parecchie divinità e ligure rappre¬ sentative, altro dei segni della dinamica
materiale, trasportato Lia alWo- cosi SI dice metaforicamente : il dardo della
calunnia, della persecuzione ^me quello della investigazione, della acutezza
d’ingegno e simili li S°o a"° dalla iconica dell’amore, sia esso Cu- pido
o Amanga l’ indiano, .... Amor, eh’ appena è nato Già ^ande vola e ^*à trionfa
armato. {Ger. Lih. 1 - i7). Il dardo di piombo grave è dato dai mitologi ad
Antero - o Contro Amore, 1 reciprocariza corrisposta _ benché si aggiunga che
tale sentimento, per cosi dire, di secondo grado cagioni « pas- dM^i? ^”7% ^
(Pozz^. Il In atto Wiare le freccio, a significare la vendetta celeste e il
castigo del pec- fraLn dT rappresentavano Tescalipuca, dio della penitenza,
fratello del gran dio Vitzhputzli. || Nei talismani della magia antica ri- . è
U L nc'ìulo'ltt- ^11» «°<=e «d aUo scettro di Giunone Li l’Azione Magica, la
Coagulazione olLr*" L del Volatile, attraverso la ProiLione, la
penetrazione della Terra da parte del fuoco » (Levi, istoria della Magù, - VI -
2). Il non attonito lettore ripeterà forse con noi che il velo è ora ben tanto
sottile Certo, ohe trapassar dentro è leggero. (Purg. Vm - 20), a“s. Francisco
di California, tra le persone divorziate si ^ creata mxa moda - come si dice -
di gran distinzione : ^ della sinistra un anello ornato da una freccia spezzata,
simbolo dell un.o disoiolta, ossia del divoralo. 19!l. DATURA — V. Stramonio.
della procella fanno segno Ai marinar con V’arco della achiona. Oho »’
argomentin di campar irlone »gli..lo di S.««no, ' d rHo II 80,10 miniati i
delfini che prendono sul dorso Amano e gli ne vilu del Hglio, forse anche
perchè, essendo egli uomo di straordinaria sa¬ gacia, trovò l’emblema più
conveniente a rappresentare l’astn.ia, nel delfino, che ha fama di essere
industre nello stratagemma, cosi da vincere 1 ormidabile cooodnllo. Certo è che
codesto animale rivestito di tanto nobili quanto favolosi colori è un predone
astuto, ma non aggressivo nè temibile, e 8 accosta ai navigatori in busca di
cibo, ed è agile e veloce. || Anche in araldica gode una fama squisita, come il
più nobile degli animali natanti e indica abondanaa di pesca e protesione
(Guelfi). || Per avere un delfino sul cimiero Guido Vni, conte di Vienna, fu
chiamato il delfl,io (1140), ^prannome che rimase ai suoi discendenti ed alla
loro terra, divenuta il Jlelhnato; e questo - riunito por cessione al reame
(1349) — passò di regola al principe ereditario del trono, che fu detto delfino
di Francia. Il Nelle figurazioni nautiche antiche si dà di sovente la forma di
delfino alla nave; e modernamente il delfino accostato dal tridente si usa ad
indicare il com¬ mercio marittimo. || Nel blasone è il più nobile pesce, e si
rappresenta o natante o diritto, con la testa rialzata e la coda verso la
destra. Il II delfino e l’insegna gloriosa della tipografia di Aldo Manuzio
(1490) e de’ suoi successori; e fu opportunamente rimessa in vigore come
emblema della iiera Internazionale del Libro (Firenze 1922). - )1. DELTA — Nome
della lettera dentale greca, che si scrive a trian¬ golo, dato all’isola
formatasi con il vertice a nord del Cairo, con la punta occidentale a Eosetta e
la orientale a Damiata, e adottata generalmente por indicare il Basso Egitto.
j[ Dicesi pure delta il triangolo raggiante con il nome di leova in caratteri
ebraici, sostituito poi dall’ « occhio della sapienza . ed entrato nella
suppellettile dei riti massonici del rito scozzese o antico per simboleggiare
la diviniU che tutto vede, tutto comprende e tutto può. ^ 2(J2. DIADIANTE — La
più dura delle pietre preziose quindi a simbolo della duressa e della
resistenza anche (Teofraste), usato in senso morale. Del bel diamante ond* ella
Iia ìi cor si duro. (Peti. Son. - 138). « Niun martello gli può fare ingiuria,
ma sempre è il medesimo a colpi di quello, se bene alla forza occulta del
sangue di montone dicono restar spezzato » ; cosi scriveva il proverbista Buoni
(1604). , Semper adamas » ossia . sempre mdomito . era l’impresa assunta da
Cola Antonio Caracciolo, marchese di Vico, con un diamante avvolto nelle fiamme
e percosso da martelli ; e mtendevasi cosi che - come il diamante — . la
fermezza della fede sua al Ee, suo Signore, non poteva rompersi, nè alterarsi
per alcuna violenza, di fuoco o di ferro. (Euscelli) : errore scientifico,
poiché fin dal secolo del marchese Caracciolo si presentì che il carbonio puro
costituente Il cristallo della suberba gemma è combustibile. «L’anima del
diamante è piu impenetrabile della più misteriosa anima feminile.... Non è
facile trovare due chimici che la pensino d’accordo sul suo conto: Newton e
Lavoisier rinunciarono a farne l’analisi. Egli sembra una materia sublime
invincibilmente pura, impassibilmente altera; lume fatto pietra, fosfore-
.scenza concentrata, ghiaccio idealeggiato, perocché esso è tanto freddo quanto
splendido; nessuna materia può scalfirlo, nessuna commozione sembra possa 1(14
penetrarlo. Vive di intellettualità pura, morto a tutte le sensibilità, a tutte
le passioni, come un cuore ohe, tufiPato nell’assoluto, siasi spogliato della
tenerezza e dell’odio » (E. Michelet). 1| Il diamante era pure ritenuto pieno
di proteaione perchè « metiis varios expellit et tnaleficis artibus óbviat »
(Isidoro - XVI) e pietra di amore e di riconciliazione coniugale (di Cor-
bichon). « Nel profondo del seno bisogna portare l’ armatura del diamante ;
contro di essa si spezzano i pugnali del destino » (E. Michelet). || Ridotto a
brillante è la gemma più aristocratica, non forse^ per la bellezza ma per il
fulgore; non per la seducente eleganza, ma perchè nel suo scintillìo ha qualche
cosa di aspro, di crudele, come un raggio di imperiosità a cui non si può
ribellarsi. 203. DIASPRO — Boccia varia e pregiata per la varietà ed eleganza
dei colori, usata nelle ornamentazioni e nei mosaici. Benché non di grande
valore venale, era una delle dodici gemme dell’e/bd, indumento superu¬ merale
dei sacerdoti ebrei, rappresentando la tribù di Oad, posta terza nel secondo
ternario (Giuseppe Flavio). H Era pietra ritenuta grata, come offerta votiva,
agli dei, ohe benedicevano il campo e la casa del donatore. Dicevasi anche
talismanica, che « portandosi addosso il diaspro si acquista la grazia degli
uomini » (Ripa). Il diaspro attenuava i dolori delle gestanti, scacciava la
febre, e, legato in argento, inalzava a grandi onori. || Altri autori,
araldisti, indicano il diaspro come simbolo di tristezza e di morte (Brondi).
2U4. DIGITALE — Erba di grande efficacia medicamentosa, dalla corolla
campanulata, foggiata a ditale, ed a cui è commesso l’eletto simbolo del medio
(fare le fiche, medium nnguem ontendere}: « In sulla rocca di Car- mignano avea
una torre alta 12fi braccia, e avevavi suso due braccia di marmo, le mani delle
quali faceano le fiche a Firenze » (Gio. Villani, 6. 6 . 1.). ' I solchi
papillari delle dita non mutano mai, dalla nascita sino alla dissoluzione
organica del corpo, dipendendo essi dalla disposizione persistente dei nervi e
dei vasi entro il derma e non dai capricci di una -« ^ divèrme «no dei pirsiLri
Zv dita - o dattiloscopia- Qaesto indizio antropometrico fo-Toml
‘dentificazione individuale, solita Cina prima che altrov» ? e asseverare - «aato
nella (aec. VII): cerioTche ne d^èT . anatomia microscopica (1628-1694) »l» p.,
il rico"““fP”' ' "»« con.™.-imoront. JloO.ii •■ «i passaporti; negli
Stati Uniti 6 gli analfabeti non sono più malleveria della tradizionale 73). -
-particolare contrassegnano con le impronte digitali i e nelle Pihppme i
depositi delle banche, obhgati a condurre dei testimoni per la crocetta. 206.
DITTAMO — Erba crinita di purpureo fiore, Ch’ àve in giovani foglie alto
valore. (Genie, lift, n - Havvi però anche il dittamo bianco, bellissima pianta
dedrcata a Giunone Lucina perchè - oltre alle S ^rapeutiche - si credeva avesse
pure quella di age- volare i parti ; e rimase nella tradizione come sim¬ bolo
naturale della natività. # tortuose, dalle orride creste, dalle tnghto”,^unche
tuoTTlle fo«ci°?"appe?;Ìt°e cartilaginose, eruttante gusto elegante e
iev^^S ~ ornamentale di fantasia e della paura di tuttoV t- fi* celebre
creazione della —-_i* * ' f «lei “ondo, cosi che il Lacèpède —, disse
felicemente che . il drago esisteva in ogni 1^1 W che nella natura.. || Nella
cosmogonia babilone!^ tome in quella germanica il mare è un drago ohe avvolge
11 mondo, finalmente vinto e r.tte^toTn tichff*' d “'“ai- I messicani an- le
eoir ® 8S1, ingoiati da un drago celeste; e tale cre- denza avevano i cinesi,
adoratori per eccellenza del mostro, a cui erigono are e templi sulle rive dei
orif* d ^**^'^*’ * invocazioni a tutela degli orti e dei campi, prodigandolo in
eflSgie sugli edifici lev^* negli oggetti, sugli indumenti. (| Una leggenda
della Cina settentrionale narra che il Iggif imperatore Fo-hi ebbe
l’apparizione di un drago Se DRAGO gli insegnò a sostituire la scrittura
lineare a si che egli comandò che il simbolo della Cini doS«^ geroglifico,
cinque artigli per l’imnArA ìì. dovesse essere un drago, a molto lo lodarono.
La repubirca'^'ri ™ Privato, del che i mandarini cinque striscie rossa gialla I
' sostituì al dragone imperiale le rossa, gialla, bianca, azzurra e nera,
rispettivamente rap- ino presentanti cinesi, manciù, mongoli, maomettani
otìl)etani, popoli dei ijnali è formato lo stato. Il Cielo dei fenici, Eano,
era un drago e si raffigu¬ rava facente cerchio di sè per mordersi la coda. Nel
mito ellenico il drago è sacro a Bacco ed a Minerva che lo ha attortigliato
all’ asta, si che De- . mostene ebbe a dire che gli ateniesi, professando il
particolar culto alla dea ed ai suoi attributi, era devoto a tre brutte bestie
: il drago, la civetta, ed il popolo. Amore, nelle medaglie di Ànchialo di
Tracia, è tratto sopra un carro da due draghi, ed anche Cibele ha due dragoni
aggiogati alla sua biga. Sono draghi quelli che vigilano il giardino delle
Esperidi, il vello d'oro, la fontana di Tebe, l’antro di Delfo, cosi che il
significato del drago nella mitologia classica è particolarmente quello della
vigilansa, che non si ^scompagna mai dalla saggezza, e della custodia ;
significato che si è perpetuato nelle leggende e nelle fiabe. È un drago il
mostruoso Fafner dei Nibelungi, dimorante nella pozza di fango e d’oro, sotto
la sterpaglia, e ucciso da Signrd. Il drago è l’indefettibile guardiano dei
manieri incan¬ tati, dove le bionde reginette dormono il sonno della malia o
scontano l’ingiusta prigionia delle fattucchiere, fin che giunge a liberarle
l’azzurro cavaliere dall’ acciaro fatato. || Lascieremo agli esegeti che sanno
di zoologia di risolvere — o almeno di continuare a discutere — la sempre
insoluta questione se il mostro Leviatano di Giobbe, e il drago di Ezechiele, e
quello che Geremia vede trescare sulle rovine di Babilonia, insieme ai fauni
ghiotti di fichi selvatici, e tutti gli altri dracoiiex della Biblia siano
cocodriili piut¬ tosto ohe serpenti o rettili od olìdi di altre appartenenze.
Le sacre scritture hanno il drago come simbolo costante del male, della
malizia, della di¬ struzione, della crudeltà. Ezechiele nel magnifico
simbolismo della sua visione apostrofa Faraone, re dell’Egitto come il gran
dragone giacente in mezzo ai fiumi (XXIX, 3), e come il dragone che sta nel
mare e ruota il corno nei fiumi e intorbida l’acqua con i piedi e conculca la
loro cor¬ renti (XXXn, 2). Concetto pessimistico, passato nell’opinione
cristiana ; nella quale il drago è l’irreducibile fiera velenosa e diabolica,
la cui bocca rappresenta sempre l’inferno spalancato per ricevere l’improvvido
mortale. Alberto Diirer ricostruì minuziosamente il drago dell’ Apocalisse,
riparten¬ done le dieci corna fra le sette teste. Nelle sottili interpetrazioni
del Phi/- sioloffìis date dai teologi c’è l’ammaestramento della pantera che si
desta dal sonno, ruggisce e dalla sua bocca esala un odore soave ; le fiere
accor¬ rono tutte e le fanno festa e si inebriano dell’ olezzo ; ma non il
dragone che fngge, perchè l’alito della pantera è quello di Cristo, e il
dragone è il demonio. Ed ecco.i santi e le sante, a stuoli, debellare il mostro
feroce, soltanto col * votivo grido » a Dio: l’arcangelo Michele; san Giorgio
che libera la figliuola di un re siro ; san Derieno, che pone alla belva la
stola benedetta sul dorso e lo conduce prigioniero ; san Domiziano, tuttora
festeg¬ giato a Liegi per il miracolo ; san Romano ; san Silvestro ohe lega le
fatici all’orribile bestia con un tenue filo; santa Marta che la conduce
prigioniera della sua cintola fino a Tarascona ; sant’ llarione, che la
costringe a salire spontaneamente sul rogo; sant’Ainmone che la fa scoppiare
con una sola parola ; san Marcello ; santa Radegonda ; sant’ Ignazio che la
butta nelle fiamme; santa Margherita, che è dal drago inghiottita ed ella pure
ne fa scoppiare il turpe involucro corporeo con la sola preghiera. || I
manichei 1U7 Hgurarono Satana con la testa di leone e il corpo di drago, e
draghi tau- tastici con le ali da pterodattili inalzarono sulle insegne
militari i persi, gli sciti, i parti, i daci, che forse ne trasmisero l’uso ai
romani di Traiano (Ammiano Marcellino); i goti; i re inglesi, che recarono il
dragone accanto alla croce di Cristo in Terra Santa (1131), residuo forse del
con¬ cetto che avevano i popoli occidentali del settentrione intorno al drago,
come ministro di vendetta. || In molti luoghi, dove si rinvennero scheletri di
animali fossili delle età paleozoica, o si prosciugarono paludi mefitiche o si
ovviarono altre publiche calamità, vivono tradizioni di draghi abbat¬ tuti; e
cerimonie religiose e publici sollazzi si rinnovano a date fisse (es.:
Tarascona, Aix, Chartres, Rouen, Liegi). Nelle Chavanne si appiatta un dragone
suscitatore di tempeste, che si placano soltanto quando una vergine getti un
fiore nell’acque scolvolte. || Nel drago dell’Apocalisse (XII, 3) si vede
simboleggiato l’impero romano persecutore del cristianesimo. || Del drago
dantesco ohe «configge la coda nel fondo del carro trionfale {Purg. XXXII -
131) sono varie le interpetrazioni : ohi vi ravvisa Maometto, chi l’Anti¬
cristo o la cupidigia dei beni temporali, ohi Satana. || Clemente IV (1265-
1268) concesse ai guelfi lo stemma di un’ aquila rossa in campo d’argento,
afferrante un drago di verde, e i ghibellini allora assunsero il drago per sè.
Il I segnaci di Iiuther per loro insegna inalberarono un dragone, forse in opposizione
all’ ordine cavalleresco antecedentemente istituito dall’ im¬ peratore
Sigismondo, per ravvivare la fede cattolica contro i seguaci di Huss e di
Gerolamo da Praga, detto del Dragone rovesciato (1418). || Il drago rosso è il
simbolo nazionale del Galles. || Usitatissimo nell’araldica, tu scelto come
simbolo della custodia fedele dei tesori, dalla società Dantesca di Firenze,
che recentemente l’accoppiò sul suo gonfalone con i colori giallo e nero della
casa degli Alighieri. 208. DUE — La dottrina che ammette come prodotto delle
cose e degli avvenimenti l’azione opposta di due principi o due cause diverse
corse tutto l’oriente e fu la pietra angolare di tutte le mistiche coscienze
del- 1’Egitto, e dell’Asia, e della lontana America (Pizzarro al Perù trovò
l’an¬ tagonismo di Pasciaoamac, anima del mondo, contro Cupai, malvagio dio
inspiratore di orrore agli incas). Il dualismo religioso di Zoroastro, quello
filosofico dei greci e congeneri importazioni metafisiche straniere, ingene¬
rarono forse nel pregiudizioso spirito dei romani l’orrore per il numero due,
tenuto di cattivo augurio ; Numero deti» iinpare gaiiiM. (Virg. Eri. vni - 75)
; e poiché a Plutone erano consacrate tutte le cose nefaste, a lui si dedicò il
secondo mese dell’ anno e il secondo giorno del mese. La dottrina del dualismo,
lo spirito di antinomia — di cui è permeata anche la dottrina moderna tedesca —
è il fondamento del manicheismo e crea la mitologia del diavolo, (v. Numero). E
209. E — Nella logica formale viene designata con E la proposiaione nuiversale
negativa, opposta ad una universale affermativa, (v. A). 210. ECHENISE — Sorta
di pesciolino con un disco ovale sul capo e certe lamelle sul dorso allungato,
mediante le quali si attacca agli estesi banchi di corallo, alle chiglie delle
navi ed ai gprossi animali marini, dei quali la prodigiosa fantasia degli
antichi potè credere ritardasse il corso; da ciò il suo nome vulgare di remora,
simboleggiente la tardanza. Plinio — facile tessitore di favolo scientifiche —
contribuì a far credere che la nave di Antonio ad Azio fu trattenuta dalle
remore, cosi che più agevole ebbe Ottavio la vittoria. Alla potenza favolosa
dell’ echenide pensava forse il profeta neUa minaccia contro Farsmne,
raffigurato nel Leviatano : « porrò freno alle tue mascelle e farò si che i
pesci dei tuoi fiumi si attacchino alle tue squame» (Ezechiele - EXIX, 4).
L’Alciato, nell’emblema della prudenza, accenna all’ echenide : Hoc tibi
declaret c<nmej:um echeneide Mum : Hate tarda at, volitant spicuta mUaa
manu. E, dopo l’Alciato, il Camerarius : Sigtere curretitem liemora alta per
aequora navim Fertur ; sic vis est maxima in exigais. {Sgmh. IV-XXVH). 211.
EDERA — Questa pianta — dal gambo troppo debole per essere un sostegno, la
quale s’arrampica, si avvoltola, si arronciglia a spira stret¬ tamente a quanto
incontra nel suo passaggio — richiama il senso letterale dell’ affectus (da
afficere), ed al ragionatore del simbolo addita l’imagine di quel sentimento
che con voce gallica, pure accettata dalla Crusca, si direbbe attaccamento, e
che noi tradurremmo in affetto, benevolenza, amicizia, amore : l’ affetto....
ohe non si puote Torcer giammai ad alcuna ncqulisia. {Par. VI - 122). Dice
Catullo: Mentem amore revincieiie * Ut tetiax hedera huc et illue Arborem
iuiplirat erraw#. {Canu. LXl - 33). (A NeeraJ. E il Caniucci : L’ olmo e la
verde sposa Vedi in florido amplesso accolti e stretti. 109 Quanti motivi non
trasse la poesia dall’edera abbracciata al tronco o pit- ^rescamente rivestente
le muraglie! Se non che la determinazione formale del simbolo non corrisponde
ad un grado esatto di determinazione ideale, perocché l’edera (che vediamo
smaltata sugli ori scambiatisi dagli amanti, con il motto: . Ou je m’attaché,
je meurs .), è pure quella che s’attacca all albero per consumarlo, traendone a
sé tutto il succo (Plinio) ; « laonde hnalmente ne viene ad ingrossare e a
crescer tanto ch’ella divien arbore e l’arbore proprio ue riman secco .
(Ruscelli). Cho se ciò può piacere alla irragionevole baldaiwa degli amanti
(«sic perire juvat * nell’impresa di Gerolamo Fabiani), i quali « sogliono in
tali accidenti cantar gioiosi Per morte nè i>er doglia Non vo, ohe da tal
nodo Amor mi scio’glia » (Baccelli), non è coerente all’ intima verità
psicologica di un affetto alto e sincero che 1 obietto di esso venga consunto,
cosi e come l’albero o il muro tenace¬ mente stretti dall’edera. Questa «non
solamente nasce nelle selve, ab- racciando gli alberi, e sostentandosi sopra di
loro, e stringendoli tanto gagliardamente’ che ben spesso gli ammazza; ma
occupa così ancora gli antichi edifizì, i sepolcri e le muraglie della città,
che finalmente, smu¬ randole le pietre con le radici, che a viva forza si
cacciano nelle oommis- sure loro, gli ruma, ed insieme con loro se ne cade a
terra » (Durante). JVon si comprende dunque per quale particolare distinzione
concettuale gli ara disti assegnino l’edera accollata ad un tronco per indicare
. amicizia inalterabile e sempre viva » ed accollata ad una torre o castello
per indi¬ care «desiderio crescente di dominio. (Guelfi). Nell’una e nell’altra
figurazione la pianta sermentosa e parasita sarà sempre efficace simbolo di
pertinacia — come suggerisce il Ripa - se non pure - come suggerisce ancora lo
stesso autore - simbolo di ingratitudine. « perchè quel medesimo a bero o muro
che le è stato sostegno nell’andar in alto, e a crescere, ella alla fine, in
rimunerazione di gratitudine lo fa seccare e cadere in terra .. Tu l’ edera
somigli Distruggendo i sostegni a cui t* appigli. {Metastasi© - Morte di Abele
- I). La ghirlanda di Bacco, è. contesta di vite e di edera, perchè credevasi
che questa avesse la virtù di dissipare i vapori del succo di quella
(Plutarco). Altri dicono perchè l’ edera — dotata di perpetua viridità — è
simbolo di giovinezza (Pesto), Bacco non invecchiando mai, o di libidine (Ripa)
|| Essa era pure dedicata ad Osiride. || Con il mirto e con il lauro l’edera
era tenuta per pianta decorativa di aoademia. e di essa coronavansi i vincitori
ed 1 poeti come segno di gloria. Me doctarum hederw proemia fronlium IHa
miecent superie. (Orassi© - Od, T), E l’Alciato, alludendo alla favola di
Cisso, giovinetto che nel furore dio¬ nisiaco perdette la vita e fu da Bacco
trasformato in edera : IlHiidiiuamiiuaiH arescam I/edera et arbueeiila, Cism
Qime piiero lìarchum dona dee!lese ferunt ; un Ermbutida, proeux, auratia fulva
rori/mhìs, Exteriu» ctetara pallor habet. lliìir aptia vatea civgunt auit
tempora serlia: Pallearunt aturiiia, laua lìitiliinia vlret. lEmbl. CCIV). 212.
EFEMERINA — v. Tradeseanzia. 213. EPOD — La descrizione dell’«/bd — indumento
sacerdotale degli ebrei, detto superumerale dalla Vulgata — è contenuta nell’
£so<Zo, che narra come dovesse essere rivestito Aronne servente nel
santuario, secondo il comandamento del Signore a Mosè (XXXIX). L’ efod del
sommo gerarca non era la semplice tunica o mantelletta, come la portavano i
sacerdoti minori, e disputarono i comentatori sulla sua forma, non sulla sua
ricchezza, minutamente descritta da Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche III -
7) in ac¬ cordo con la Biblia. Lo storico maccabeo — che fu governatore della
Galilea, tepido generale de’ suoi, vinto da Vespasiano e amico dei vincitori
(37-95?) — dice che l’e/brf era un tessuto intrecciato di vari co¬ lori e
d’oro, coprente la metà del petto e aperto ai due lati per l’introduzione delle
braccia. Nel vano del tessuto dinanzi al petto era inserito un altro tes¬ suto,
pure policromo e dorato, chiamato razionale, e ad esso, da ciascun lato, si
congiungeva col mezzo di anelli d’oro e con nastri di giacinto. Sardoniche
cerchiate d’ oro affibbiavano l’indumento sugli omeri. Nel razionale, a
ternari, erano disposte le dodici grandi gemme con inca¬ gliati i nomi dei
figliuoli di Giacobbe. Si può vedere V efod, come è de¬ scritto, nella
colossale statua di Aronne nel cortile dell’arcivescovato di Milano (scultore
Strazza), (v. Agata, Ametista, Berillo, Carbonchio, Crisolito, Diaspro,
Ligurio, Onice. , Sardonica, Smeraldo, Topazio, Zaffiro}. 211. EIiCE — Leccio —
« Albero in quanto alla materia sodo, alla radice profondo, ai rami e alle
foglie ampio e verdeggiante, e quanto più vien reciso, più germoglia, e prende
maggior forza, per ciò fu posto dagli antichi per simbolo della virtù, come
quella che è ferma, profonda, e verdeggiante, e di tal pianta in segno della lor
virtù ai valorosi capitani di tal albero la corona si dava » (Ripai. « La sua
ricchezza di grossi rami poderosi e rigidi, la contorsione ele¬ gante, quasi di
olivo, e del suo legname sano, la ispida e pur graziosa foglia sua che si
addensa in cupe e impenetrabili volte, ne fa per eccellenza 1’ albero che dalla
roccia montana ove rappresenta la quiptes- senza dell’indipendenza selvaggia e
vittoriosa passa senza alcuna modifica, senza la minima transizione di varietà
o di colore o di sviluppo al giardinaggio ornamentale » (Bertarellil. « Il
leccio è il gran signore della campagna. Cresce senza fretta, perchè sa che la
sua vita KFOD abbraccierà secoli Ha dell’olmo 1‘eloquenza della espressione,
della quereli a monumentalità del tronco, del cipresso la compostezza dei
gesti. E quando inverno ha spogliato tutte le altre piante e il sole pallido
sorride tra gli nella ® rigoglioso, s’avvolge solenL nella sua fitta chioma
scura, e chiama a sè, da vecchione bonario, le pic- " cing'Su ^
allegramente ~ imprese illustri raccolte da Gerolamo Ru¬ scelli, quella di
Emanuele Filiberto duca di Savoia ha il pregio di essere ragionata e
convincente. La storia ha dettato il futuro di quef presente ; e Il nome del
principe savoiardo, che fu la . testa di ferro . ma anche l’ a¬ nima Italiana
della sua dinastia, non può essere accresciuto da elogi. L’im¬ presa del
vincitore di San Quintino reca un elefante che attraversa un greggia, e
pacatamente con la proboscide va discostando qua e là le pecore nelle quali si
incontra, per non calpestarle nè offenderle; e il motto: « In- f^tus inf^tis».
L’elefante si credeva - in vero — uso a codesti riguardi, che non hanno totti i
grandi e i potenti: se hanno un’anima gli animali, eietante -- SI diceva — l’ha
elevata e generosa, ben più del leone a cui si e contenta la corona regale.
Infeshis infesHs; ma intelligente, giudi¬ zioso, sensato, ed anche paziente e
benigno. Se non che ancora per 1’ elefante 81 è provato come stagni
immobilmente l’errore, e come esso - ritratto a raverso i prisma dell’
astrazione — possa conservare per secoli il valore di elemento rappresentativo
non conforme alla verità rappresentata. L’eie- ante ha egli pure tutti i
caratteri immiti, anzi feroci, della belva. Proprio ^ntre scriviamo questa
pagina, ci giunge sui giornali la notizia della tragedia del giardino zoologico
di Roma, dove l’elefante Toto uccideva (settembre 1921). (| Chi osserva
l’elefante con occhio di artista, non trova in lui la linea estetica: il capo
piatto, la proboscide penzolante e molliccia ; Il corpo massiccio, bigio,
rugoso; il moncherino di coda; le gambe sgrazi a- issime vincono il senso di
forza e di solennità della mole. Se, però, non sono belle le sue forme, ci
piace il suo occhio placido e mite : e gli egizi lo tennero simbolo della
mansuetudine, perchè egli - benché coraggiosis- ® Pi^ pericolose, come quelle
della tigre e formidabile nell ira dell’assalto - non combatte con le altre
fiere se non da esse aggreihto. Molto di bene si dice ancora dell’elefante, sia
pure con qualche iperbole: ch’egli è benigno coi viandanti e invece di nuLer
loro h ripone sulla giusta via (benignità) j ch’egli è parco nel cibo (tem-
peransa): invece è assai ghiotto di eccitanti; in certi serragli si ha lo
spettacolo di vedere gU elefanti bere avidamente le bottiglie di vino offerto
dagli spettatori e Figuier ricorda l’elefante di Pidook amante dei liquori I
Dicesi che 1 elefante è astuto e perfin religioso: la mattina egli saluta 1
sole con la proboscide, e - poiché è pure provato che può ginocchiarsi- alla
sera rispettosamente saluta, poplite flexo, anche la luna (san Clemente d
Alessandria, Dione Cassio). Per tante e tante doti squisite fu obietto sacro,
insigne paradigma totemico, caricato del compito solenne di simbo- eggiare 1
Asia : dove con la figura monumentale, solenne, ieratica, cam- 112 peggta ia
tutte le manifestazioni religiose, storiche ed artistiche. La sua membratura
grandiosa lo fa il modello più adatto all’ arte architettonica dell' Asia,
dalle cariatidi colossali dei templi indiani — scolpiti nella viva roccia delle
montagne, di un solo getto — fino alle statuette di cocco e di ebano di Ceilan
e a quelle di bronzo e di avorio del Giappone. L’ elefante bianco corrisponde
all’ « agntis Dei » del mondo cristiano, simbolo della parità. Il candido
pachiderma simbolo del Siam è circondato da uno spanto lussuoso ed ha cure
meticolose e onoranze sovrane : ha una guardia d’onore di cento officiali; vive
in un padiglione d’ avorio, sotto cupole smaltate e va¬ riopinte, fra tende e
dorature meravigliose; è servito del cibo in vasellami preziosi; difeso da
ricchi parasoli di seta quando passeggia; preceduto da musiche e dallo stuolo
dei dignitari se va a dissetarsi al fiume. Nella Cina si onora l’elefante
bianco, in cui credesi trasmigrata l’anima di Kekia, il primo apostolo della
metempsicosi (1000 c. a. Cr.). Al Giappone il aimbolo della sag-gezia divina, è
concepita in un enorme testone di elefante, ap¬ poggiato ad un tronco umano,
con i grandi occhi sbarrati, la lunga promi¬ nenza nasale sul ventre e le gambe
incrociate : strana e spaventosa imagine, molto somigliante a quella — pure
simboleggiante la saggezza — che si trova presso Patna e Benares, e di cui è
diffuso il culto in quasi tutta l’India: la dea Ganesa — figlia di Sira —
invocata da i libri sanscriti e indostanici, tamulici e telinghi — con il volto
ele¬ fantino, e le cui imagini, portate al collo dalle donne indiane, ne
proteggono la castità. || Vive a lungo questo pachiderma, e gli antichi — che
del tempo avevano idea languida e sbiadita — lo assumevano per simbolo dell’
eternità ; es. ; nella medaglia del- l’imperatore Filippo. || Uno strano
monumento di un elefante, di quaranta piedi di altezza, sorse per vo¬ lontà di
Napoleone sulla piazza della Bastiglia (1815 circa) e le sue forme sorprendenti
— come le descrisse Vittor Hugo — si disegnavano la notte sul cielo se¬ reno,
ed erano — secondo il poeta — come un simbolo della forza popolare, oscura,
enigmatica, immensa. Tale infatti era stato il concetto del despota illuminato
che l’aveva eretto; ma egli l’avrebbe voluto far costruire in porfido, in
bronzo, e adomato di ori ; non della materia friabile precariamente usata, che
pochi anni dopo si sgretolò e minò. || L’elefante entra nelle tumultuose
processioni dionisiache, per indicare il viaggio di Bacco alle Indie, e forse
anche perchè vuoisi di natura lieta, cosi da danzare al suono dei cimbali e da
eseguire gaie pan¬ tomime, come nelle feste date da Germanico. ||
Nell’architettonica eccle¬ siastica, tra i significati di presagio vi era
quello del battesimo raffigurato dall’elefante, che credevasi nato nell’acqua
(White). || E sempre come indice di temperanza, di pradenza, di onestà, i
repnblicani dell’America del nord scelsero a proprio simbolo il bestione buono
con i buoni ed infestux infesti» ; lo agghindarono con nastri e con vezzi di
perle come una fanciulla e lo portarono in giro, per raccomandare l’elezione di
Taft alla presidenza degli Stati Uniti (1908). || L’elefante era pur scelto in
antico come emblema dei giuochi pnbXici. || Le storie sacre e profane
descrivono copiosamente il di uno di essi fu 1-origine dell ordine dell
Elefante, istituito da Canuto VI re di Danimarca (1189) rinnovato da Cristierno
I (1468), e divenuto la più cospicua delle onorifi- cenze d^esi, offerta
soltanto ai principi di sangue regale: esso ha la di- Visa. « Magni animi
praetium », 216. EIiICSISO — V. Semprevivo.. 217. ELIOTROPIO _ V. Vmiiglia.
218. ELLEBORO - L’elleboro degli antichi è forse il veratro bianco che nasceva
copiosam ente nell’isola di Anticira, di fronte al monte Oeta,’ e nella quale
il pastore Melampo riconobbe sorpren¬ denti qualità medicamentose. Dicevasi «
navigare An- ticgram » (Orazio) per dire curarsi dalla pazzia. Apollo ed
Esculapio erano invocati con speciali preghiere nel momento in cui si sradicava
dal suolo l’elleboro• e vuoisi che con esso Ippocrate guarisse Demostene dalla
follia, probabilmente da quello che oggi si di¬ rebbe esaurimento nervoso.
Anche nei tempi successivi ] elleboro fu detto l’albero della paz.ia, benché
in¬ dicato come suo antidoto. KlU à hei^m <ìe
nix araim d’elìebore, Monaieur, son fsprit M iourìie'. Cosi fa dire
Molière al suo medico famoso. || Vincenzo „ • , . ricorda il « veratro, quasi
virus atrum per la sua Violenza catartica.... . Oltre il inolf uso che ne
facevano per curare l’in¬ gestione, la sUtichezza, l’etisia, l’idropisia ecc.,
l’adoperavano anche per Carraie f essersi praticato da Cameade, quando scrisse
contro Zenone . [Comento a Per.sio - Sat. I). 219 ELMO - Parte integrale
esteriore dell’arme, contrassegno della sS ® di elmi e regole speciali
araldiche ne governano l’uso, gli ornamenti ® e le foggie. (| Nelle allegorie
si usò pure l’elmo a significare vigor d’intelletto (Eipa). 220. ERMELLINO - y.
Armellino. 221. ERPICE — Stromento campestre per rompere le zoUe ed epagliare
il terreno; per questa funzione uvellatricB siniboleg;g;ìa la ifinstiiìa. 222.
ERUCA — Ituehetta — La « salace eruca » (Alamanni) dei cui spini maligni si
coronavano i sa¬ tin e i fauni, è il simbolo della* lussuria. V en^rem
revocati^ etuca morantem (Marziale). Ejritat nd renerem tardos eruca maritog
(Columella). f facoltà stimolatrice dell’eruca negli emblemi LXXII e JjAAVII.
(v. TMttuga). KI.LEBORO KRUCA F 223. rAQ-QIO — Pianta di Giove, maestosa all’
aspetto per la elevazione del fusto e per la ricchezza del fogliame; forma
vaste foreste cosi folte da escludere intorno a sè altre piante legnose ed
erbacee ; e per questa tenace autocrazia, esercitata con l'offesa contro le
diverse radici e nell’ imperturbata difesa contro le intemperie, simboleggia la
solitudine e la resistenza alle pas¬ sioni. 224. PAIiCE — Indefettibile
participio delle deità campestri, simboleggiando l’agricoltura. La forma e la
dimensione di questo arnese varia secondo gli usi ed i luoghi. Le druidesse
recidevano i rami sacri del vischio, sotto la luna, con la falce dorata. || Sa¬
turno « ha la falce in mano per dare ad intendere che la coltivazione dei campi
fu insegnata da lui già da principio in Italia » (Cartari). L’antico dio latino
della seminagione fu però identificato con il greco Crono — il Tempo — che
ingoiava i suoi figli appena nati, e divorava le pietre, e tutto distruggeva; e
nella letteratura e nelle arti si può dire ch’egli abbia la sua parte maggiore
per la seconda significa¬ zione che non come divinità rurale. Per estensione
metaforica la lunga falce di Saturno rappresenta quindi l’opera del tempo e
della morte, che tutto livella e distrugge, come fa nei campi il ferro ricurvo
e temperato. Es. : nella danza macabra di Pinzolo (Trentino) — lng;ubre
contrasto del- l’arce umanistica dei tempi di Lorenzo il Magnifico, di Ariosto,
di Baf- faello — è frescata la Morte con questa iscrizione : Io sout la morte
ohe porto corona Sonte signora di ognia persona. E son qnela che fa tremar il
mondo Itevoigendo mia felze atondo atondo. Il La falce dal manico breve —
emblema della campagna (agricoltura) — fu consertata al martello — emblema
dpll’ industria cittadina — per co¬ stituire il composito stemma della novella
republica russa (1917), assunto poi dall'araldica dei partiti rivoluzionari: il
socialismo e il comuniSmo. 225. PALCOKTE — Se l’aquila è la regina degli
uccelli, il falcone ne è il principe più onorato. Negli evi di ferro — quando
l’audacia e la forza erano le muse più onorate dagli uomini — doveva ammaliarli
la famiglia di codesto rapinatore, dotato delle facoltà distruttive più perfette
: vista 115 acutissima per avvisare e mirare la preda; ali di ferma tessitura,
di forte fusto, acuminate, adatte alla rapidità ed alla elevazione del volo,
sostenuto da forti musoon pettorali; unghie acute, di forma falcata (d’onde
forse il nome), retrattili, per aggiustare il colpo sicuro : natura
privilegiata di ra¬ pace formidabile e prezioso alleato nelle signoresche
partite dello sport dei tempi andati. La falconeria era un’arte per eccellenza,
con magistero spe¬ ciale e complicato, ed antica se Ctesia, medico greco, e
Aristotele la dicono esercitate nell’India e nella Tracia. Nel gran pianto dei
giudei di Babi¬ lonia ridotti in cattività si ricordano le grandi caccie dei
monarchi della Laidea e « coloro che scherzano con i volatili del cielo » (Baruch
IH -17). re germani e franchi, e i nobili inglesi furono vaghi di codeste
disciplina, che dicesi introdotte in Italia dai longobardi. Quale importanza
avesse as¬ sunto essa Mche tra noi dicono non pure gli autori tecnici, bensì i
letterati (Brunetto Latini, Dante, Boccaccio, Lorenzo De Medici). Il Carducci
così imagina Franceschino Malaspina nel suo castello di Lunigiana : PosHva in
pugno al cavaliere un hello aator maniero.... ei l'ali dibatteva, il serpentino
collo snodando, e uno sbridor metbea rauco di gioia : ardeagli nel grifagno
occUio l'amor delle apuane cime • natie, libere : ardea, nobile augello, in tra
folgori a voi tender su’ nembi. Il « nobile falcon peregrino . era il
protagonista più carezzato dei sollazzi venatori. I cacciatori a cavallo lo
tenevano sul pugno inguantato ed al mo¬ mento opportuno gli toglievano il
piccolo cappuccio - piumato e spesse volte preziosamente ingemmato - e lo
lanciavano. L’assetto educativo di codesti ammali costava somme iperboliche e
molti signori sperperavano il loro patrimonio per mantenerli, custodirli e
apparecchiarli, come si fa oggi con le scuderie equine. Meritava - a loro
credere - questi onori il falcone, in quanto che esso . è tanto nobile di cuore
che si vergogna pascersi dei cadaveri, e patisce la fame. Vergogna similmente
riceve de’ suoi manca¬ menti, SI come si raccoglie da Bartolomeo Anglico (De
proprietate rerum XII-20), il quale, allegando san Gregorio, dice ohe questo
animoso augello, se non pigUa al primo o secondo impeto la preda, si vergogna
di comparire, e tornare nel pugno di chi lo porta, e dalla vergogna va
svolazzando per 1’ aria lontano dagli occhi de’ cacciatori ; imperciocché gli
pare di degene¬ rare a non riportar trionfo di ohi ha cercato conquistare dalla
natura » (Ripa). Dopo questo abondante discorso riesce chiara la comprensione
del simbolo — massima- mente araldico — del falcone, non solo come rappresen¬
tazione di caccia in genere, ma anche come figurazione etopeica della nobiltà,
della prodezza, dell’accor¬ tezza.... e perfino deU’eroiznio càvalleresco
(Ginannì). Non necat Accipiter, tenuit qu&m nocte volttcrem: Sic servare
eolet mene generosa /idem. (Camerarius - Symh. Ili - XXX). 116 Nel blasone si
pone in atto di prendere il volo {sorante) , e incappucciato o in atto di ghermire
la preda. || Ovidio non amava il falcone : Odimut aceipitrem quia semper vivit
in amia. iitét. n - 3U). Tuttavia in certe occasioni esso era di buon auspicio,
segnatamente nelle nozze, perchè egli non mangia il cuore d’ altri animali, e
ciò indicava che nessun dissenso tra i coniugi doveva giungere fino al cuore.
|| Vediamo accennato il falcone anche come simbolo di esilio. || Gli abissini
di Tentiva (isola del Nilo) lo adorano come imagine del Sole. || In Sassonia fu
istituito l’ordine equestre della Vigrilansa o del Falcone Bianco (1732). 226.
PAIiIiO — Figura dell' organo umano sessuale maschile, scolpita in
architetture, in monumenti, in amuleti, e presso gli egizi, i greci e i romani
fatta obietto di culto. || Quando l’invido Tifone mise scellerata¬ mente a
pezzi il corpo del fratello Osiride, la mesta Iside tentò di ricom¬ porlo per
la degna sepoltura, ma le membra erano sparse, e non fu possibile ritrovare
l’asta virile divorata dai pesci del Nilo. Per sostituirla se ne fece una di
legno, e tutto il popolo — nel rimpianto — la onorò, e ne portò l’Imagine come
segno di venerata ricordanza. Le donne egiziane esagera¬ rono talmente questo
culto da richiedere il privilegio di portare il fallo nelle publiche
processioni, incoraggiate da furbi sacerdoti, che — mediante l’offerta di doni
infamamente procacciati — legittimavano anche la pro¬ stituzione. A
contrapporre il fallo, di sesso virile, gli egizi consacrarono pure il cteis,
rappresentante le parti muliebri. || Universale però deve essere stato il culto
fallico, perocché si riscontrano traccio di fallogie antiche americane, e
presso gli indiani — ancora nello scorso secolo — il sacerdote consacrava il
lingam o taly, figura fallica bissessuale che lo sposo appen¬ deva come monile
alla sposa, simbolo dell’ unione matrimoniale. || I greci — popolo morbidamente
voluttuoso, sensibile alla poesia plastica della forma — avrebbero adorato essi
pure la forma fallica, rilevandola dall’ Egitto, con la celebrazione delle
feste dionisiache e priapee nella cui pompa sfre¬ nata i ministri delle orgie —
coronati di edera, impiastricciati di mosto e oscenamente ballonzollanti —
portavano il fallo sopra alle pertiche, invi¬ tando all’ ebrezza e alla
lascivia. Anche le statue ateniesi di Ermete ave¬ vano forma fallica, ma Erodoto
la crede avuta dai pelasgi e spiegata nei misteri samotraci (II - Bl). Il
filosofo, pertanto, cementa lo storico e non ammette nello strano simbolo
l’ostentazione disonesta e impudente di chi commette volontariamente atto
osceno. L’adozione simbolica del fallo è tutta mistica, come quella che
entificava in una concrezione materiale le su¬ preme eterne leggi della forza
generativa e della fecondità. Anche l’ istinto di associare il divino al
mostruoso contribuì a tale adozione ; perocché il mostruoso è anormale come il
divino, e l’uno e l’altro nella primitiva mentalità umana si confondono. La
Grecia insegnò, invece, che il divino è il normale — ossia il bello e il buono
— e salvò l’occidente dall’idea « regressiva, propria dell’ uomo allo stato di
natura. Il fallo ha il culto del vulgo ; le persone di alto ceto lo tengono per
superstizioso, e lo pratica segnatamente l’uomo rustico, che pone l’imagine
priapea tra le macchie e i roveti a protezione del suo abituro, e gli fa
offerte di frutta e di ghir- lande (Marziale. IH) ; ma le cerimonie falliche
degenerarono in orgie di brutale dissolutezza, tanto più facili nella patria di
Saffo e di Alceo, dove era esuberante la vita, sotto un cielo di acceso cobalto
e nei profumi dei mi^ e delle rose. Il simbolo, rizzato sui plinti al dio
ortense ed al suo culto, venne pure inciso a profusione sulle gemme e nelle
medaglie — ^tte spintrie — portate dalle giovinette greche e romane. (Cfr. :
Arnobio - ^sertaz. V). Pompei - altro eterno luogo di incanti del cielo e dalle
tr^anze della primavera, altro emporio delle acute voluttà, irrompenti nel
sangue come la lava infiammata che doveva distruggerla - fu ripiena 1 simboli
fallici, di cui tuttora si ammira la sorprendente espressione estetica. Le
lampade falliche erano consacrate ad Iside, a Mercurio, a Ci- bele, a Bacco; ed
a Eoma venivano accese nei lupanari, verso l’ora nona quando, al suono delle
campanelle, il lenone annunciava ai passanti l’ora legale della prostituzione.
J| Che, per altro, fosse d’origine mistica il culto del fallo, è attestato da
Bidpai, nella narrazione del rito per il quale chi ^rona di fiori il Unga
(fallo), libera il padre dal pericolo di rinascere (De Gnbematis). ||
Svariatissime acconciature ebbe la figura del faUo, o del Priapo, come dicono
alcuni autori: appesi a catene, con ali, con campanelli, con una stella al
sommo, entranti in una conchiglia, tenuto da mani in gesto osceno. Credonsi
simboli fallici gli enormi cilindri monolitici, termi¬ nanti in cono, che si
inalzavano ai propilei dei tempi fenici. Treccie del- 1 adorazione del fallo si
ritrovarono anche nel Messico, e in alcune rozze sculture del medio evo, dove i
magistn de vivis lapidibus ne traevano 1 imagine tra i fogliami fantastici,
come scongiuro ed esorcismo perma¬ nente, sulla facciata delle chiese. |)
Vollero ancora alcuni studiosi della cosmogonia trovare nel fallo il simbolo
del dimorfismo del mondo « ran- presentazione della dottrina della causa
primitiva e suprema, divisa te a iva e passiva, ossia del dogma dell’universo
agente e paziente (dio- mondo ermafrodito) ». i- i 227. PA»PAU:.A - I . fiori
animali , (Lioy), 1’« onor d’erbose rive . (Mascheroni), 1 «petali viventi.
(Aleardi), i «dolci insetti amanti della società» (Michelet), dalle ah
mirifiche, piene di lampi d’oro, di serici ri¬ dessi, di arabeschi graziosi,
hanno un passato ignobile, una origine repu¬ tante: materia bruta e brutta che
va elevandosi nella irraggiungibile bellezza esteti^, per la stessa guisa ohe -
nel concetto metafisico antico - anima 81 sublima nel liberarsi dall’involucro
corporale. I greci chiama¬ rono psKhe cosi la farfalla come l’anima, e come
farfalle imaginarono le anime dei trapassati. Ali di farfalla ha l’infelice
sposa che sorprende nel SOMO Cupido; e questi - capriccioso e crudele'iddio - è
qualche volta raffigurato con una farfalla tra le mani, e la cruccia e
tormenta, per si¬ gnificare la pena dell’anima signoreggiata dall’amore. O
superbi oristìan miseri e lassi, Che, della vista della mente infermi, Fidanza
avete ne* ritrosi passi ; Non V* accorgete voi, che noi siani vermi, Nati a
formar 1* angelica farfalla, f^he vola alla giustizia senza schermi ? iPtirif.
X - 121), 118 Cosi l’Alighieri peccati, di descrive il trapasso dal corpo
umano, senza pietà per i Ogni forma snstanxial, ohe setta È da materia (Puri/.
XVXn - 19). O divina farfalla, a oni 1' essenza delle cose è nascosta, o sol si
svela qnsmto basti al gioir dell* innocenza (Zanella - Psiche). Sul monumento
sepolcrale Quaglino, nel cimitero monumentale milanese, alcune farfalle aleggiano
sull’ obelisco, a significare la « fede ideale nel- r inunortalità dell’ anima
umana » (scultore Alberti). || Nella iconografia della galanteria settecentesca
piacque la farfalla ai pittori delle tinte e dai sog¬ getti tenui, come simbolo
di vanità, di incostansa e di fugacità. Bonheur était
le nom Du joli papillon. On court apra: il volo; On court encore plus fori....
Oh le touche..., il at mort. (L. Batisbonne - La comidie enfantiiie). Le donne di
Toscana quando di sera vedono svolazzare le farfalle intorno al lume, ripetono
: Farfalla nera ventura, ne mena; Farfalla bianca, sventura non manca. Altrove
— come in Liguria — l’auspicio è tutto all’ opposto. || Le investi¬ gazioni del
Loeb (1906) provarono conclusivamente che le farfalle — e specialmente le
falene — volano verso la fiamma per la stessa ragione che alcune piante volgono
le loro foglie verso la luce : e questa caratteristica animale e vegetale si
drappeggia nel nome togato di eliotropismo. 2-28. FASCIO DI VEBOHE — Un fascio
di verghe con un ferro d’ascia sporgente fu l’insegna romana del potere.
Secondo alcuni autori i romani l’adottarono dagli etruschij secondo altri la
institui Romolo, tacendosi precedere dai dodici littori, armali di fascio, per
ricordare i dodici uccelli che aveva preconizzato il suo regno o i dodici
popoli ohe lo costituivano. I lettori erano gli alti esecutori delle opere di
giustizia. L’insegna della dignità continuò anche sottd i consoli e nei primi tempi
dell’ impero, con varietà nel numero dei littori secondo le varie magistrature
; e — per imi¬ tazione — benché distintivo prettamente monarchico, fu assunto
nei docu¬ menti officiali, negli stemmi, nelle medaglie, nelle monete, nei
monumenti di qualunque republica democratica, grande e piccina, pullulata dopo
la proclamazione dei « diritti dell’ uomo ». || Le arti rappresentative usano
esprimere con il fascio delle verghe anche la concordia, la solidarietà, il cui
ammaestramento sorge dalla nota parabola, descritta in pittura nel museo di
Basilea: un padre, vicino a morte, chiamò a sé i figli e consegnò a ciascuno
una verga, invitandoli a spezzarla : ciò eh’ essi fecero facilmente. Il padre
consegnò tosto loro altre verghe, invitandoli a comporne un fascio e a
spezzarlo; cosa che riesci impossibile a quanti la tentarono. f| Molto comune
fu l’adozione del fascio a simbolo di unione, come — ad esempio — nell’ impresa
del cardinale Madruzzo, principe di Trento e del novello partito fondato da
Benito Mussolini, che dall’insegna si disse fascista. 119 229. FAVA — Esempio
classico, tra i più notevoli, di superstizione feticista (tabù). Isidoro
pretende ohe di q^uesta civaia si cibassero i primis¬ simi nomini (Origini), ed
indubitatamente essa doveva essere tenuta in alta considerazione se alcune
famiglie patrizie di Boma ne avevano tratto il nome. Gli egizi non ne
seminavano, non ne mangiavano, non toccavano quelle nate da sè, nè meno le
guardavano. Pitagora — ammaestrato dagli egizi — vietò egli pure l’uso delle fave,
e dicesi che, perseguitato da as¬ sassini, preferi arrischiare la vita
piuttosto ohe attraversare un campo di fave. Vuoisi però oh’ egli le facesse
bollire di notte e le esponesse al raggio lunare per fame un inchiostro
sanguigno, con il quale scriveva sopra uno specchio convesso, che, opposto poi
in faccia alla luna piena, mostrava lo scritto nel disco di essa, agli amici
lontani. Cicerone asserisce che il di¬ vieto delle fave aveva la sua buona
ragione, per impedire che si facessero sogni divinatori, perchè esse riscaldano
eccessivamente, ed irritano gli spi¬ riti, e non concedono all’anima il
possesso della quiete necessaria alla ricerca della verità (De divinatione).
Aristotele assegna parecchie cause al divieto, una delle quali — simbolica — si
era quella ohe al filosofo non conviene occuparsi di publiohe faccende, essendo
ohe con le fave si proce¬ deva alla elezione delle magistratnze. (Ancora a
Firenze, al tempo dei comuni, si chiamavano c fave » le pallottoline degli
scrutini). Giamblico, romanzatore greco (II seo.) dice che i pitagorici
morrebbero piuttosto ohe rivelare il secreto della proibizione delle fave.
Luciano, nel suo mordente umorismo, ne dà una spiegazione scatologica che non è
riferibile. Ancora la scuola salémitana raccomanda: « Manducare fàbam caveas!
faeit illa podagram ». E il Durante : Est faba (ìifflcitia coetii, mala soumia
giynil. Sacro e misterioso legume fu, dunque, la fava, deh quale non ci è dato
rivelare l’arcano significato, e solo possiamo ricordare che per molti la sua configurazione
fu obietto lugubrile : Nel tempo della germinazione essa assomiglia ad un
cranio umano, e il suo frutto assomiglia alle porte del- l’inferno (Pesto). Si
offrivano favo nere alle divinità infernali, e si imaginava che in esse si
fossero rifu¬ giate certe anime di trapassati. « Fave dei morti > sono
ancora detti certi piccoli dolci di pasta man¬ dorlata, distribuiti nel giorno
sacro ai defunti. 230. FFLCI! — Pianticella graziosa, svariatissima di generi e
di specie, vasto e stupendo campo di imitazione al pittore ornatista, e della
quale è ancora un secreto il modo di fecondazione. Non ha seme, e si riproduce
superbamente, fino a rendere sterili le altre vegetazioni circostanti. Non ha
fiore, e le sue nozze si compiono tacitamente, senza l’effluvio dei profumi,
senza pompa di colori, senza dovizie di net¬ tari, senza corteggi di imenotteri
dorati. Una leggenda slava dice che il fiore della felce sboccia la notte di
san Giovanni ; ma per vederlo bisogna prima battagliar con il demonio e allargare
sotto la pianta la tovaglia usata il di della Pasqua, perchè il fiore sacro non
tocchi la terra impura e non 12(1 sfumi.... L'onore di questa crittogama è la
pteris tricolor, le cui frondi sono munite di foglioline sessili, dentellate, e
dipinte ordinatamente in verde, in bianco, in rosso, i colori della più bella
delle bandiere. || La felce trasformò e depurò l’aria, non respirabile quando
si formò la scorza del mondo e formò il tesoro sotterraneo dei banchi di
carbone ohe riscaldano i focolari e le fucine ; e vive — ancora — nel profondo
delle roccie, nel- 1’ umidore, nell' ombra, nella oscurità : simbolo del
mistero. || Altra signi¬ ficazione data alla felce è quella della confidenza
(Zaccone). || Kall’araldica della politica etnologica le felci simboleggiano la
Nuova Zelanda, (v. Fiore). •231. FENICE — « L’essere di cui si sa il nome e si
ignora il corpo » : cosi fu definito il più ricantato degli uccelli favolosi,
il cui soggetto — dice il Buscelli — deve « esser grato ad ogni spirito gentile
». Non ricopiamo i.... ricopiatori, e riassumiamo la descrizione della fenice
nella descrizione ovidiana (traduzione di Celio Magno) : Un Hngel solo è ohe sì
rinuova £ riproduce del suo proprio seme, Fenice in Siria defito, a cui dan
cibo Non biada, o erbe, ma di puro incenso, Lacrime e succo d* odorato amomo.
innesta, poi che cent* anni ha cinque volte Vivendo corsi, sopra un’ elee
ombrosa O d’ una palma tremolante in cima Con 1* unghie, e '1 duro rostro a sè
compone, Già vecchia e stanca, il fortunato nido Di nardo ad un con ciunamomo e
mirra. Costrutto un rogo, a «luel sopra si pone, E fra gli odor sua lunga età
finisce. (Quindi è fama che, eletto ad altrettanti Anni varcar, da le paterne
membra Nasca di nuovo un pargoletto augello, 11 quale, come in robusta età si
sente Atto a peso portar, del grave nido Disgrava gli alti rami, e grato e pio
De la natia sua culla, e del paterno Sepolcro insieme a sà fa dolce soma, Che
poi per F aere, a la Città del Sole Giunto davanti a le sacrate porte, Del gran
tempio dì Ini depone e lascia. (Cfr. ; Inf, XXIV 1U7, Ori, ftir. X - XXV -
XXVI), Il primo autore che parla della fenice è Erodoto (II, 73). Gli tiene
successivamente bordone Tacito, che ha per cosa seria l’apparizione periodica
del celebratissimo uccello in Egitto. Nessuno però dei favolai più o meno
illustri l’ha veduto, e, non pertanto, si continua a fissare meditate
cronologie della sua comparsa. Interloquiscono i dottori della legge ebraica ed
il rabbino Osaia spiega il perchè la fenice è immortale..,, o quasi; è il solo animale
che^non volle condividere con Èva il pomo fatale e n’ ebbe la ricompensa di
essere eterno.... o presso a poco, perchè, di continuo si rinnova, ed è quindi
simbolo della immortalità. || I padri della chiesa accolgono la tradizione e la
confer¬ mano per farne il simbolo della resnrresione delia carne (san Cirillo,
santo Epifanio, sant’Ambrogio, Tertulliano), come vedasi usata nella
iconografia delle catacombe. |{ Anche gli indiani ed i cinesi credevano ad una
specie 121 di fenice immortale. || Naturalmente incomparabile per venustà
doveva essere codesto miracolo di volatile arabico, grosso come un’aquila,
fulgi¬ damente impennacchiata, il penname del corpo di porpora «e d’oro, gli
occhi stellanti. Unico esemplare della specie, è proverbialmente citato come
cosa pià unica che rara; anzi come cosa irreperibile al mondo.... nè meno ad
Eliopoli dov’ è fama svolazzasse attorno all’ ara del Sole e tr» i dori
CHioriferi, eh’ aclima Ali* esequie^ ai natali, ha tomba e onna. {Qtr. m. XVn -
-20). llemota è la leggenda della fenice, e notissimo il mottetto di
Metastasio, a proposito della fedeltà degli amanti : Come 1’ araba teuioe , ^
Cile vi sia ogmm io dice, Dove eia nessun lo sa. {Demetrio li - 3). Il simbolo
della fenice è comune alle iniziazioni er¬ metiche e muratorie. Penice è il
grado massonico del neofito (Tsohudy - Stella fiamìuante). (| Il trinese
Gabriele Giolito de Ferrari, celebre stampatore a Venezia (1636), decorò le sue
edizioni piene di pregi con il simbolo della fenice posata sopra il globo, animata
dal motto : « Semper eadem. || Nel blasone la fenice si rappresenta di profilo,
qualche volta fissante il solo, con le ali semiaperte, sul rogo, che si chiama
araldica- mente immortalità. 232. FERRO Dà. CAVALLO — farte del maniscalco ci
pervenne dal¬ l’oriente. Si parla di cavalli ferrati dal re Dario nella storia
dei persiani, della ferratura per correggere le deformità dello zoccolo equino
pensata da Oro egizio, e nelle pitture tornate in luce negli scavi di Pompei se
ne trovano rappresentanti carri asiatici trainati da cavalli muniti del ferro.
Greci e romani non se ne servirono prima dell’era vulgare; ed erano cer¬
tamente ferrati i puledri dei barbari che calpestarono le rovine dell’arce
capitolina. Un celebre monumento funerario, a bassorilievi, di Vaison (Vai-
chiusa), in forma di stele, conservato nel museo Calvet ad Avignone, con¬ tiene
la rappresentazione di un carro a quattro ruote tirato da due cavalli muniti
del ferro agli zoccoli. In Inghilterra i baroni usavano segnare il proprio
passaggio da un castello e dare il saluto, inchiodando sui battenti di esso un
ferro tolto da uno dei cavalli della comitiva. || Questo arnese è pure uno dei
più antichi e accreditati simboli di fortuna specialmente in Inghilterra.
Nell’evo medio proteggeva dalle insidie dei fattucchieri, e figurava al sommo
delle porte. L’ammiraglio Nelson lo fece inchiodare sull’albero maestro della
Viefory. L’origine della credenza pregiudiziosa — forse inglese — verrebbe
attribuita ad una visita fatta dal diavolo a san Dunstano, eh’ era maniscalco,
ed alla preghiera di ferrargli la zampa porcina. Il santo — avendo scoperto con
chi aveva da fare — si prestò all’operazione, legò ben stretto il demonio ad un
anello di ferro infisso nel muro e, foggiato un ferro della misurtl voluta,
l’inchiodò con tremende 122 martellate nella zampa del liieco cliente. Questi
si diè ad urlare per il dolore, ma più urlava e più veementi erano i colpi- di
maglio, fin che il diavolo invocò pietà e si diede per vinto. San Dunstano non
liberò il suo prigioniero se non quando egli ebbe promesso solennemente di non
entrare più in alcun luogo dove si trovasse un ferro da cavallo. (Modem
society). Il Altri ricordano l’informazione del monaco Gervasio (sec. Xm),
secondo la quale si pretendeva che una specie di demoni avesse forma di cavallo
ed apparisse agli nomini con gli occhi di fiamma e camminando con le zampe
posteriori. Questa apparizione era il segnale del prossimo scoppio d’un
incendio, e poiché il demonio animalesco dava l'utile avvertimento, esso veniva
considerato come uno spirito benefico, dotato di salutare in¬ flusso per la
travagliata umanità. || L’arco a ferro di cavallo, usato nel- l’architettura
delle porte e delle finestre, è proprio dell’ architettura degli arabi, che lo
dissero sacro (Natali). 233. FIACCOIiA — Il viluppo intriso di materie
accendibili, contenuto in un fusto di vimini legati a spirede da una fune
(fiaccola, face), o il semplice e rozzo ramo di pino, di carpino, di elee
inserviente a dar fuoco (teda), è attributo di rafiSgurazioni ripetutissime,
cosi per il senso materiale come per quello figurato, e per il legame logico
intercorrente fra il con¬ creto e l’astratto. || La fiaccola è lo sfarzo
lampeggiante del convito; è la fiamma sinistra della guerra, agitata da Bellona
; è l’ardenza inclemente della canicola, che rende compiuta l’iconografia dell’
estate e dei mesi canicolari. || Imene ha sempre la face, che nell’ uso romano
delle nosse veniva accesa al focolare dei genitori dello sposo e presentata
alla sposa da un fanciullo non orfano. || La Morte ha, ella pure, sempre la
face, ma rovesciata, perchè il rito funerario era notturno, e di essa si
servivano i dolenti per appiccare il fuoco al-rogo della salma. Vivimue
iìiaigneì inUr utranuiue facem {Properzio - IV - 12). Anche il sonno è
efiigiato come uh fanciullo alato, con gli occhi chiusi, appoggiato ad una face
capovolta. || In antichi monumenti la fiaccola con la fiamma eretta dinota il
mattino, con la fiamma all’ in giù dinota la sera. || La Pace del Sansovino
nella loggetta di Venezia, quella firescAta nella patria Cento dal Gnercino,
del Kubens al museo del Louvre, di Fran¬ cesco Salviati a palazzo Vecchio di
Firenze, tutte percuotono la fiaccola rovesciata contro le armi e le corazze
spezzate per spegnerla, denotando essa la discordia e la guerra. || Nelle
riassunzioni dell’ astratto nel con¬ creto, la fiaccola è l’attributo d’ogni
forza operosa del bene, che combatte con gioia e con gloria i dolori sanabili
della terra : la fede, la religione, lo selo, la passione, il coraggio, la
virtù in genere ; è l’attributo di tutte le eroiche inqnetudini per abbattere
l’inerzia degli intelletti, ravvivare sopite energie, affondare lo sguardo nel
sacro mistero dell’universo, nel- 1’ c aperto secreto > (Gothe) ; l’altezza
dell’ ingegno, l’ardore dello studio, lo splendore della gloria. La Virtù che
abbatte U Vizio dipinta dal Veronese squassa la fiaccola accesa. La fia\icola
dipinta sotto il moggio (Cfr. il drama 123 di D’ Ànnnszio) indica passione,
sentimenti nascosti e quindi più ar¬ denti : Chinsa fiamma è più ardente, e se
più cresce, In alonn modo più non pnò celarsi. (Petr. XVI - 0). La fiaccola
accesa era 1’ emblema di Anfipoli. 234. FIASCO — Nel gioco delle etimologie si
discusse abondevolmente della origine del modo proverbiale far fiasco; però la
voce della storia non ancora potè proferire la sua sentenza. La locuzione — che
indica la mancata riescita di una impresa, ed ha blando sapore di scherno — si
riscontra anche nella lingua francese (faire fiasco) e in quella tedesca (Fiasco
tnachen), e così in Francia e in Germania come in Italia si usa dipingere con
un fiasco il fallire di un qualsiasi tentativo ; simbolo di origine oscura, e
non per tanto divenuto comune fino alla vulgarità. 235. FIAMMA — v. Fuoco. 236.
FICO — Albero antropogonico, venerato nel periodo genesiaco del- l’umano
consorzio; il primo di cui faccia parola la sacra scrittura (Gen. ni - 7),
subito dopo 1’ accenno — scientificamente indefinibile — dell'albero della vita
e di quello del bene e del male. Michel Angelo dipinse fra le foglie del fico
il serpe tentatore. 1| Gli indiani conobbero che il fico è il sovrano degli
alberi da Brama, di cui credevano incorporasse io spirito immortale, ed alla
cui ombra avesse aperto gli occhi alla vita Visnù, e del grande albero, dalle
radici orizzontali, e che si stendono a fior di terra, circondano le pagode.
Nei misteri allegorici del culto egizio il fico aveva molte particolari
funzioni, ed era il geroglifico della clemenza e della fe¬ condità. Del suo
legno si scolpivano le imagini di Priapo e di Bacco, tenuto per scopritore
dell’albero generatore ed alimurgico per eccellenza, ma de¬ dicato veramente a
Mercurio. Il più antico albero sacro di .Boma era il fico ruminale, che aveva
sostenuto fra i rami la oscillante culla di Bomolo e Bemo. La leggenda narrava
che esso si fosso spontaneamente trapiantato dal Palatino al Poro (Plinio. XV -
8). Il fico ruminale peri dopo il regno di Nerone, e si disse subito che con
esso era perita la libertà di Boma. « Il fico è la pianta sacra dell’ Agro.
Alla sua ombra furono allattati gli eroi gemelli della lupa favolosa e il ficus
ruminalis ebbe culto ed onori sul Palatino. Nonostante tanta nobiltà d’origine,
una pianta di fico, invece di rievocare la eroica leggenda, richiama alla mente
il somaro, della cui pelle sembra che abbia foderato il tronco. E come l’asino,
il fico è utile, paziente e bastonato. Nel Lazio alligna da per tutto : sui
cigli delle strade, nelle anfrattuosità dei ruderi, su per i cornicioni delle
chiese, sopra i tetti dei palazzi, nei punti più impensati. E cresce lento,
flemmatico, ostinato, testardo, tutto contorto, ribelle ad ogni disciplina, con
quelle sue foglie, che sembrano grosse e zotiche mani aperte » (B. Paoli). ||
Nella parabola biblica di doatham si narra del fico che non volle essere re
degli alberi per non lasciare la dolcezza dei suoi frutti soavi {Giudici - Vili
- 11). || Le foglie di fico, perchè coprono e nascondono il frutto, erano il
geroglifico dei termini della legge, che ne celano lo spirito. || Il fico indicava
pure 124 s r osio voluttuoso, e si pretendeva fosse la pianta preferita dai
demoni, nei quali san Gerolamo riconobbe i « fauni ficarì » della Biblia. Lo
stesso dot¬ tore afferma che nel fico — frequentemente ricordato nel nuovo e
vecchio Testamento — venisse simboleggiata la sinagoga (Martini). || Nell’
alluvione dei pregiudizi contadineschi di certi luoghi il fico ha un carattere'
sinistro, perchè fu l’albero eletto da Giuda a proprio patibolo. || In
araldica, invece, ha significato di dolcessa. ' • 237. FIENO — € Era costume
appresso a gli antichi che, quando me¬ navano dentro alla città un bue o toro
feroce, per liberar gli uomini dal pericolo di simil indomito animale di soler
legar al corno un poco di fieno, quasi per segno della fierezza di quello » (T.
Buoni - Nuovo Tesoro dei proverbi italiani). Fcmum habet in comu, longe fuge
(Orassio. I - 4). Il fieno significò quindi pericolo anche metaforicamente e
proverbialmente. Per contrario, in alcune regioni d’Italia l’incontrare sulla
via un carro di fieno denota buon evento. || Era dedicato a Vertunno. 288.
FIOBl>à.X.ISO — v. Giglio. 239. Fioai — E fiore, meraviglioso figlio della
terra, e che, nella sua pochezza, raccoglie tutti gli attributi della bellezza
e della grazia — dalla venustà suggestiva delle linee e dei colori alla
ineffabile soavità del pro¬ fumo — ebbe sempre una voce nei tempi, per dire
tutte le gioie e tutti i dolori; per ispirare i sacerdoti di tutte le arti, e
compiere alti offici nei riti della religione, e assumere l’augusta significazione
rappresentativa di popoli e nazioni nella storia. Tutti i sentimenti umani —
dai piò semplici ai più complessi, e buoni e cattivi — si ritrovarono espressi
nel muto lin¬ guaggio floreale; espressione prodigiosa del culto della natura
creatrice, riflesso di quella grande, molteplice, universale potenza a cui
obedi l’uomo, fin dal suo primo amore e dalla sua prima opera; fin
dall’antenato ma¬ neggiatore dell’ arme di selce preso di sangue e di violenza
; e quindi diffusa dalle semplificazioni infantili ma possenti della tradizione
del vulgo, fino ai miracoli artistici delle fcmtasie più raggianti. Ogni fiore
ha un carattere, una fisionomia, un’ anima propria : è segna¬ colo di festa
come di lutto; adorna la culla e la bara, corona il taber¬ nacolo della fede e
l’ara nuziale ; è l’ingenuo oracolo della fanciulla, il premio alla bandiera
della vittoria; dà calore di affetto alla gelida pietra del sepolcro. Il fiore
assurge pure a simbolo di passioni politiche, e nel suo nome si impegolano
lotte di giustizia o di perfidia; a volte un fiore fece cadere o coronare la
testa di chi lo portava : vasto, indescrivibile tema per i rapporti di ideale
consecuzione che stabiliscono le concrezioni signi- ficatrici ; così che la
fantasia dei poeti — e il popolo è il poeta maggiore — fece del fiore il
simbolo per definizione. Ingegpii sommi e ingeg;ni mediocri furono indotti ad
osservare appas¬ sionatamente l’anima recondita dei singoli fiori ; ma il loro
studio etopeico parve a taluno futile impresa, come quella che non è materia di
austera ragione si bene semplice e superficiale motivo sentimentale. A noi
sembra che — sceverando le languide frivolezze e le sguaiate ed erudite
scipitag- . . . gim onde infettarono la simbolica tìoreale alcuni autori dei
tempi an¬ dati - U più leggiadro ornamento della natura parli con
impareggiabile eloquenza alla mente degli uomini. La bellezza cosmica delle
cose si ac- coste all’anima umana per riversarsi in luce di pensiero e di
sentimento, e li bore, come dà carezze agli innamorati e imagini ai poeti, cosi
può dare dovizioso argomento di critica riflessione anche allo storico ed al
fi¬ losofo. Per questa ragione ci siamo indotti a riferire nel nostro libro
quanto di piu interessante è stato scritto dei fiori simbolici, sulla scorta del
5éla«i e degh autori più accreditati (Morato, MoUeva'nt, Jazmin, la d’Orchamps,
Michelet Latour, Gori, Serao, Battaglieri, Bargellini, Delpino, Zaccone,
Materhnk, Dondi); ed abbiamo preferito non usare la nomenclatura scien¬ tifica
o legale, e non dissipare la trattazione in indagini di peculiari fe¬ nomeni
tutti propri alle considerazioni dei geoponici. fiori nella ornamentazione
murale sono più rari che le foglie- delle quaJi sono più «brillanti » ma più
complicati, massimamente se trattati nella viva materia del sasso ; e la flora
ornamentale è molte volte priva della ingenua naturalezza. Ad esempio:
nell’arte egizia e bizantina, e nelle apphcazmni recenti di maniera, si
riscontra nel fiore una inverosimile simmetria schematica, semplificatrice, piena
di artificio, ohe assidera il di¬ segno in una specie di convenzionalismo
sacerdotale. || Ci sembra superfluo accenn^e alle applicazioni allusive del
fiore, negli attributi della prima¬ vera. del mag^o e simili. || Il fiore è
anche frequente simbolica espres¬ sione etnica. L ultimo elegante esempio so ne
ha nel vestito nuziale della principessa Mary d’Inghilterra, in cui una
decorazione floreale, meravi¬ gliosamente bordata in argento, descrive i paesi
dell’impero britannico- la il cardo per la Scozia, la giunchiglia per il OaUes.
il trifoglio per 1 Irlanda, l’acero per il Canadà, la mimosa per l’Australia,
le felci per la Nuova Zelanda, il loto per l’India (1922). Il Nel blasone 81
deve sempre indicare la specie e l’attributo del fiore. 240. FISTXTIiA — V.
Siringa. 241. riTTMI — Presso tutti i popoli civili della an¬ tichità i fiumi
ebbero onori di culto divino con templi, sacerdoti e sacrifici propri. Il loro
corso era sacro, e non si potevano varcare senza speciali riti di
propiziazione. Si rappresentavano con urne o cornucopie, antropo-
inorficamente, qualche volta con testa di toro, coronati di canne palustri ;
altre volte con sembianza umana, vecchi e con lunga barba se sboccanti nel
mare, gio¬ vani 0 femine se afiluenti di altri; con l’urna posta orizzontalmente
se di rapido corso, o più vertical¬ mente se di corso lento, ed a sinistra o a
destra secondo che volti ad occidente o ad oriente. I fiumi nell’antica fede
celtica erano «madri e i russi d’oggi - ancora — esprimono con il dolce nome di
tmahtcka . o « piccola madre » - il loro grande affetto al Volga. L’anima
popolare traduce cosi una realtà storica (Magrini). Presso alcuni autori il
fiume simboleggia il corso della vita. (v. Acqna, Toro). 126 242. PIiAOEIiIiO —
Istromento di correzione corporale, che in antico si identihcava con la
correzione spirituale, simbolo comunissimo del ca¬ stigo. Dicevano i savi : «
Quos amo, arguo et castigo », e se per noi ita¬ liani — popolo più civile di
quel che vogliano far credere gli stranieri — la sferza e lo staffile sono
ricordi archeologici, non è cosi nei popoli an¬ glosassoni, ossia nei paesi che
si dicono i più liberi del mondo. Nell’ ari¬ stocratico collegio britannico di
Eton sono tuttora in uso la verga e lo swishing-block, arnese al quale vengono
solidamente attaccati gli alunni puniti di flagellazione {ì^ita Intemazionale -
luglio 1921). In America le punizioni corporali tuttavia usate nelle scuole
hanno il sussidio della tecnica meccanica applicata. I fidanzati croati usano
durante le loro nozze schiaf¬ feggiare la sposa per dimostrarle la padronanza
msuschile ; ma nella vecchia Russia si fa di peggio : il genitore della
fidanzata la percuote a lungo sulle spalle, usando di una specie di flagello,
ohe poi consegna allo sposo, quasi per esortarlo a riconoscere nel barbarico
istromento la novella sua autorità. Il I romani appendevano un flagello al
carro del trionfatore, per ammonirlo delle vicissitudini della sorte e della
vendetta delle leggi se egli avesse mancato al suo dovere. || Nelle feste di
Pan i luperci battevano le donne che volevano diventare feconde con fruste di
pelle di lupo. || Osiride è rappresentato con la sferza (nekhetel), insegna di
sovranità e di proteiione ; ed anche Ecate triforme, guardiana dell’ inferno,
porta la sferza in una delle sei mani. || Si dissertò molto nello staffile di
sant’Ambrogio. Lo dis¬ sero da lui usato spietatamente contro gli ariani ;
altri ne trassero l’origine dalla apparizione del santo, flagellatore, dalle
nubi, delle accozzaglie pre¬ datrici di Lodrisio Visconte, alla battaglia di
Parabiago (1838). Sta di fatto che la scultura antecedente di secoli dal fatto
d’ arme di Parabiago rap¬ presenta già Ambrogio con lo staffile ; (es. : in
Milano, nella sua basilica e alla loggia degli Osii); e che il maestro della scuola
ambrosiana (ospizio di vecchi) portava, come segno di distinzione, uno staffile
nelle publiche pro¬ cessioni (Beroldo, sec. XII). Si crede che san Simpliciano
— successore di Ambrogio nella catedra metropolita milanese — abbia voluto
attribuire a lui uno staffile per simboleggiare l’energia con la quale egli
esercitò il suo ministero (Puricelli). 248. PIiAUTO — Stromento da fiato,
anteriore all’ arpa e alla lira, e la cui invenzione si attribuisce ad Apollo,
a Minerva, a Mercurio, a Pan ; dal suono patetico e dolce, attributo
iconografico della adulazione. Si trova di frequente nei monumenti greci e
romani anche il suonatore del duplice flauto. Il Sotto forma di flauto si adora
il dio dei Wa-Pokomo (Zan¬ zibar). 244. FOLAGA — Trampoliere delle paludi e dei
luoghi lacustri, « gran¬ demente ingordo e vorace come Ercole » (Cartari) e a
lui dedicato, simbolo di voracità. || Negli ammaestramenti della scultura
ecclesiastica dell’ evo medio la folaga simboleggiava il battesimo, perocché
essa cresce sulle rive, in vetta agli alberi, e resta appesa per il becco ai
rami fin che non ha messo le penne ; se ne spicca allora come un frutto maturo,
e se cado nel- l’onde vive, se all’ asciutto muore (Phgsiologtts). .127 246.
PONTE - La vena naturale delle acque (fonte), o artificiale, ador¬ nate con
opere di architettura (fontana) entra nelle suppellettili dei participi
simbolici, come segno di orlgrine, di causa, di ragione, in senso traslato.
Hen-r J ‘ ® “ genere - recanti la virtù cosmica dell aiuto elementare furono
considerate sacre, per quello incauto Si grazioso, che dell’ noni nei sensi
Stilla l’investigabile natura, Allor oh’ ei ne le inanimate cose * Di passiou
del pensiero e di bò stesso II’ inesprimibil somiglianza ammira. {V. Acqìia —
Fiumi» (Mazza). prime macchine composte, venute in uso tra gh uomini ; 1>
arnese della nera Atropo, con il quale ella recide lo strame ella vite; dato
pure a Giunone - come in una medaglia antica di Nerva p a re per significare la
purificazione dell'aria (Cartari). Altri vedono in codesta medaglia
personificata la Fortuna del popolo romano (id). allindo n simbolico da LarsA f
el’tie il suo superbo sviluppo. Esse rappresentano la scarsa fatu^ del cosi
detto articolo riportato, ohe evita altro lavoro pornalista, battentesi l'anca
per potere riempire le pagine del suo periodico; e sono pure emblema della
cen.ura politica, esercitatasi sui giornali durante la guerra o in tempi nei
quali a governi immorali non veniva lasciare libera la parola, e meno di tutte
quella della stampa. Posate di censori I.»e forbici ignoranti (Giusti - [La
terra dti morii). I francesi fecero della censura la caricatura di Anastasia,
brutta e vecchia, armata di cesoie gigantesche. ’ ancht’l'!™ ~ ^ in retaggio
dalla tradizione «vnlV r “““‘^®«®. ® i® perpetua, e meglio lo fissa - fu favo¬
revole al piccolo imenottero, sacro a Cerere, per le apparenti qualità scelto
^versalmente a paradigma deUa diligenza, Lia previdenza! de^^^ ingentes animoft
angiénto in pectore veì'mnt; Hbrr'sT^'^ ® eeinnniava la cicala; i VI - 6 - XXX
9 ^"''w ® gi®rie della formica (J^ov. M.If/. -f ' ^ ~ ’ Maometto le
destinava un posto in paradiso; Milton rifaceva Omero e Virgilio : ’ X.»
provvidente Del fatare formica erra operosa Che grand' alma racohinde in
piceiol petto, E l’indastre suo popolo congiunto Tn libere tribù forse che un
giorno .Sari» di giusta eqnalitù l’esempio ; / 128. e il Michelet cerca nelle
formiche — « popolo laborioso, sobrio, imagine severa insieme e commovente
delle virtù republicane » — « ciò che ardente¬ mente bramasi di sorprendere :
il riflesso dell’ interiore, il bagliore della fiamma che arde., il sintomo del
pensiero » degli esseri a noi estranei (U insetto). Il Di un altro merito il
Michelet pregia la formica: di quello della perseveranza, riferendo la leggenda
orientale di un principe asiatico — forse Tamerlano — il quale debellato tre
volte dal nemico, ed esaspe¬ rato dalla sconfìtta, vede nella sua tenda una
formica salirne le pareti. Egli la fa cadere fino ad ottanta volte, ma ella
risale sempre, fin che il fiero soldato, stanco ed ammirato, delibera di
imitare la formica, esempio di indomita perseveranza, e cosi vince e conquista
l’impero agognato. Narra anche il Vogt che, volendo vietare alle formiche la
salita d’una pianta da frutti, ne circondò il tronco con una materia vischiosa,
fino a certa altezza; ma le formiche, con un lavoro di perseveranza ammirevole,
portarono in bocca e deposero sulla materia vischiosa tanti granellini di
sabbia, in guisa da formare un comodo sentiero di passaggio alla cima della
pianta. || Noi non apporremo colpe alle fortunate formiche, la cui società è
modello delle più evolute, per la divisione e la specificazione del lavoro, e
le quali < hanno mille buone qualità quasi umane ; ma dell' umano hanno
anche molte ef¬ feratezze e molte bassezze » (Anfosso). Leggiamo altrove lo
stesso Michelet, quando parla del loro sistema di schiavitù. La « furace
formica » (Alemanni. Colt. V - 186) è stata studiata recentemente nell’
Algeria, dal Qornetz (1913), il quale affermò senza ambagi che la fama di essa
è usurpata. Non solo il famoso assetto sociale e il vicendevole aiuto sono cose
illusorie, si bene anche nell’ ammassare le provviste, la formica dà prova di
prodigalità e di imprevidenza. Sopra dieci formiche occupate a raccogliere, tre
sole in media — afferma il Cornetz — recano qualche cosa di utile, due restano
in ozio e le altre cinque non sanno sceverare le cose vantaggiose da quelle
inutili. Inoltre consumano e sperperano in modo dissennato. 248. FSAOOIiA —
Dalle coste ombreggiate e montuose questa pianti¬ cella gentile fu tolta alla
sua modestia naturale per essere careggiata di cure sapienti nei viridarì
artificiali: ed essa conserva il suo sorriso, quasi non rimpiangendo l’ombra
protettrice delle selvatiche foglioline, e si offre tutta al sacrificio con la
sua fragranza squisita, che vuole diafani mani e boccucoie ridenti, ed ama
annegarsi nell’eleganza dei fragili cristalli del desco. Simboleggia la umile
bontà. || La simbolica floreale francese designa, invece, da fragola come segno
di ebrezza e di delizia (Zaccone). 249. FBiASCA — L’insegna del pendaglio di
pino, di olivo, di edera o di pampini che fa' da richiamo sorridente e
allettatore — specialmente nel- l’arsura dei giorni canicolari — fuor delle
bettole e delle taverne di cam- pEigna, era già usata da greci e romani, i
quali tenevano le frasche come cose atte ad eccitare la gioia (Giulianelli). «
Vino vendibili suspensa hedera nihil opus » diceva l’adagio latino ; ma il
segno dell’ allegria bacchica si conservò di prammatica ; e scriveva Gerolamo
Euscelli : -A-llìn condotto lin a una taverna, Taverna dico, perchè avea la
frasca. E Salvatore Rosa, geniosamente satireggiando il sacro alloro dei poeti;
• Inindi è ohe dove appena eran già visti Nell' Aooiulemie i lauri e nei hioei
fniin gli osti oggidì ne son jirovvisti. 26tt. TBASSINO — Orno — Bell’albero di
elegante e altissima procerità, dalla cima ampia, folta, sotto cui i popoli del
settentrione imaginarono trovassero ordinariamente luogo i convegni degli dei,
per rendere giustizia ai mortali. Quel frassino celeste delle saghe nordiche
con la sua frondosità copriva tutta la superficie del mondo, ed una delle tre
sue radici giungeva sino al nono mondo, ovvero agli inferi ; le sue linfe erano
rinlrescate da tre fate (il Passato, il Presente e l’Av¬ venire) e mantenevano
le rugiade della terra. Cosi il grande albero sacro simboleggiò per gli
scandinavi l’universo. Le lunghe lande e il manico delle ascie impugnate dagli
eroi delle saghe era di frassino, nel CUI tronco — trovato presso il mare —
Odino e i suoi fratelli tagliarono il primo uomo (Kdda). || I latini dedicarono
il frassino a Marte, come simbolo di gran- deasa. 1 teliti ogiUtnl celsis
gogitoH iit moutibttg oniox 2 V«'■*«» in media tuta M arhiucula ralle. ^
(Mureto). Vediamo [dato al frassino, nel blasone, il significato di fedeltà, e
non ne possiamo comprendere la ragione. 251. FRECCIA — v. Dardo. -■)„. FBOSOITE
- Questo passeraceo silvano, dal corpo rosso gialliccio, dal becco grosso e
robusto, assomigliante al fringuello e conosciuto fra noi da secoli ma raro in
Italia, entra a far parte della simbolica modernis¬ sima per gli ultimi
sanguinosissimi avvenimenti che sconvolsero il mondo Il frosone e migratore
irregolare; appare e scompare dal nord europeo’ con maggiore frequenza negli
inverni rigidi. In quello tra il 1913 e il 1914 «.. p.r« il Belgi. .p„„i.
numerevoli di frosoni, e quando - nel successivo estate _ il Belgio fu invaso,
1 contadini rievocarono le vecchie ubbie che facevano del garrulo e irrequeto
uccello un simbolo di malo augurio. Gli antichi lo chiamavano uccello
incendiario, i tedeschi precursore di peste e di guerra. Ormai è inutile
tentare di persuadere i contadini di quelle regioni della innocenza del gaio
uccello. Bisogna convenire che mai coincidenza fortuita venne a P°^®“temente
una superstizione popolare. Numerosissimi se ami d. frosoni apparvero anche nel
1914/ a Feltre, nel Veronese, nel Vicentino e in Roinugna. ^ 253. FRULLONE -
Istromento che serve a sceverare le qualità dei ilirtrUrdar‘Vh“'®®”“ »‘’‘^demia
della Crusca, illustrata dal celebre emistichio . il più bel fior ne coglie ,
(Petrarca), prò- posto dal conte Filippo de’ Bardi, J’academieo Arido (1690).
13(J 254. FRUTTI — v. J^omo. 265. FTTIiMINE — La terribilità della meteora
incandescente che tutto fende, squarcia, abbatte, fonde e disperde, era la più
eloquente affermazione della trascendentale potenza ohe colpisce e punisce; e
le sette biblie del mondo, nelle loro narrazioni, hanno sempre l’intervento del
fulmine, come segno del supremo castigo. Omero dipinge Giove, con la fronte
coperta di nubi, pronto a scuotere tutto l’Olimpo con un sol moto delle nere
soprac¬ ciglia ; il fulmine — stromento delle sue ire — è nella sua mano,
composto di triplici raggi, ognuno dei quali ha raggi : tre di grandine, tre di
pioggia, tre di venti, tre di fuoco. Giove lo impugna con la sinistra se vuol
essere benigno ; con la destra se vuole lanciarlo. || Anche gli indiani Indra e
Visnu sono armati della folgore. || I fulmini ohe provenivano dall’oriente
verso l’occidente erano dagli àuguri dati per segni benigni ; maligni quelli
che provenivano dal settentrione. H Nella primitiva religione dei popoli
nordici r autorità del valorosissimo dio Tor — figlio di Odino e della Terra —
si estendeva alle stagioni ed alle grandi meteore. Egli teneva sempre con i
guanti ferrati un martello che scagliava contro i nemici dei numi, e che —
lanciato in aria — gli tornava in mano da sè stesso. Questo martello prodigioso
è stato da alcuni riguardato come la folgore del mito di Giove, ricorrendo
parallelamente a questo il mito scandinavo della lotta contro i giganti. Il
Nelle medaglie cesaree il fulmine che accompagnava la testa del- l’imperatore
significava autorità sovrana. || Al tempo delle stupefacenti ipotiposi la
grandiosità del fenomeno celeste doveva essere naturalmente ottimo motivo di
allegoriche applicazioni. Scrive il Ruscelli, nella descri¬ zione dell’impresa
di Vespasiano Gonzaga : « di rado, o non mai, si veggono i fulmini far il suo
impeto in soggetto o luogo infimo e basso, ma si bene nelle altezze e nelle
sublimità e nei luoghi dove subito si sentano d’intorno da ogni lato, e da
tutti ai veggono i loro meravigliosi effetti, e dove più sicurezza, e fermezza
di soggetto ritrovano, tanto più feumo maggiore e apparente la cognizione della
sua forza ; e la prestezza del fulmine è tanto veloce, e procede da cosi
gagliarda virtù, che viene ad essere inevitabile, e il veemente del suo moto è
accompagnato sempre da grande e naturale splendore ; cosi parimente
l’eccellenza, la virtù, e il valore supremo di quello Illustrissimo ed
Eccellentissimo Duca e Principe, è tale che già mai ha operato (e si può anco
credere non pensato) cosa bassa, per gli effetti delle divine qualità
dell’animo suo.... » e.... basta per noi, uomini d’altri tempi, non usi a
strisciare fra le nausee isteriche di tanta adulazione. (Cfr. : (le.r. lib. VII
- 9). Per la cognizione del concetto simbolico esposto turgi¬ damente dal
Ruscelli, corrisponde il cenno del Ripa : « Gli antichi egizi intendevano per
il folgore l’ampiezza delia gloria, e la fama per tutto il mondo distesa,
essendo che niun’altra cosa rende maggior suono, che i tuoni dell’aere, de’
quali esce il folgore; onde per tal cagione scrivono gli storici che Apelle,
volendo dipingere l’effigie del Magno Alessandro, gli pose in mano il folgore,
acciocché per quello significasse la chiarezza del suo nome, delle cose da lui
fatte in lontani paesi portata, e celebre per eterna me¬ moria ». Il I santi
Donato e TTgo di Grenoble sono di consueto effigiati con il segno del Inlmine,
contro cui sono particolarmente invocati. 1| La saetta de tulmine servi pure
per emblema della celerità, e modernamente stiliz¬ zata la vediamo applicata
alle cose, agli atti, agli abiti delle persone atti¬ nenti alle industrie dei
trasporti e delle comunicazioni.... simbolo troppe volte pregno di empia
ironia. [| (v. Saetta). ^ 250 PUMARIA — Fumostemo - Erba glauca dai fiori
rossicci e in grappoli Ha possenti virtù officinali; ma per il sapore
amarissimo e sa¬ pido di turno, venne chiamata . fiele di terra » ed elencata
dagli antologisti come emblema del rancore. ^ 257. FinuCOSTEltNO — v.
J^^nmaria, 258 rroco - Nella preistoria umana il culto del fuoco segue quello
del sole. 11 tuoco dà esso pure luce e calore, le due forze principali onde
scaturisce la vita, ed è considerato il più nobile degli elementi. Quando si
formio sistematicamente le religioni con le esteriorità del culto, i sacer¬
doti di Persia vi stabiliscono la adorazione, quasi esclusiva, del fuoco, che
tengono sempre vivo sulle torri delle alture e negli appositi templi chiusi e
scoperti, con legni di sandalo facendo credere la fiamma inestinguibile per
natura divina. Agni — il dio indiano del fuoco - è il simbolo della luce
immortale ed eterna. I vari miti orientali relativi al fuoco, rimasti per la
massima parte dispersi nelle loro forme elementari (De Gubematisl per- mangono,
però, nella loro ipostasi, per evolversi dai primitivi incomposti germogli hno
alla fioritura della leggenda di Prometeo, mirabile per ve¬ nustà e maestà
plastica, come tutti i miti ellenici. Ardono di fuoco pe¬ renne le are di
Minerva in Atene, di Cerere in Mantinea, di Apollo in Delfo, di Vesta in Eoma,
come ardevano fuochi sacri - simbolo della divinità — nell antico Perù, e
ardono tuttora, e non solo presso alcuni popoli idolatri degli antichi
continenti, dai tatari e dai iacuti dell’ algida Siberia, agli africani del
Monomotapa. Ancora nella moderna, civile Inghilterra sfaviL in Mrte case o
capanne il fuoco sacro, conservato giorno e notte gelosa- inente, ultimo
vestigio di un culto perduto nel buio del tempo. A Slapestone ( Yorksire), a
Stoke Gabriel, a Newcastel si ricordano fuochi ininterrottamente brillanti sui
patriarcali focolari e da secoli accesi tuttora (11121). j| Nel fuoco alcuni
filosofi entifioarono il simbolo della vita. * Tutto ciò che vive e SI muore
nella natura è fuoco . — dice il filosofo piangente di Efeso — « poiché la
quantità di fuoco in una fiamma ardente appare mantenersi sempre eguale »
(Clodd). « Il fuoco, che può assumersi, per la vivacità sua e il suo continuo
moto, come simliolo rappresentativo >lella vita dell’uni¬ verso, diventa
invece la vita stessa, l’essenza del tutto. Eraclito — corno nota lo Zeller -
non sa ancora distinguere tra l’idea generale e la forma sensibile, sotto la
quale quest’ idea è espressa » (Marchesini). Genericamente, oltre il senso
materiale, fuoco è tutto ciò che indica vitalità, fervore, arderei calore di
affetti, vampe di passioni, intensità di sentimenti che non lasciano tregua,
nel male e nel bene, nel vizio e ne la virtù; e si dice la fiamma dell’odio
come quella dell’amore, il fuoco della discordia come quello della carità.
Necessità nel oielo, riibertà sulla terra è la soave fiamma di Dio, die cantò
si chiama. (Xifcolini - 7/ Siimantitmo. 1B2 Kella concrezione simbolica
rappresentativa, però, si riproduce di consueto la fiamma — parte più luminosa
e sottile del fuoco, in foggia piramidale irregolare — con un rapporto di
consecuzione ideale pura ed affettuosa, rivestendo il simbolo di quella aura
mistica e luminosa che lo lece degno di essere — insieme alla croce — il più
ripetuto sui monumenti della pietà funeraria e, in genere, della elevazione
spirituale. .... quando scese Il vivo Spirto dall* eterno Amore In lingue
ardenti di fiammelle acceso (Marino). • Come narran sti gli Apostoli, Forse in
fiamme su la testa Dio discese dell* Italia.... (Mameli). Una cerimonia che
racchiude un simbolo si compie nelle chiese cattoliche la mattina del sabato
santo : il sacerdote cava scintille dalla pietra focaia, ne accende un pezzo
diesca, e — postolo nel turibolo — con esso vi avviva la fiamma con cui verrà
acceso il cero pasquale, simbolo di Cristo ri¬ sorto. Con il cero pasquale
vengono poi riaccesi tutti gli altri ceri e tutti i lumicini spenti prima di
quel momento, ricorrendo non ai mezzi chimici ritrovati dalla scienza, si bene
al fuoco della natura, che dà la pietra. {| Una applicazione nobilmente pensata
della fiamma come simbolo di eleva¬ zione, è quella descritta dal Ruscelli per
una delle imprese di Claudia Rangona (contestata dal Celli) con il motto <
Deorsum munquam », « es¬ sendo propria natura della fiamma di salir verso il
Cielo, ed in qualunque modo ohe si voglia far prova di volgere il corso o
viaggio suo, per farla piegar in giuso, ella sempre si rivolge in suso da sè
medesima ». Nelle allegorie del genio (voce francese usata dal Leopardi, che se
ne scusò, nel significato di alto intelletto creatore) — l’ arte pittorica e
scultoria pongono la fiammella'accesa sul capo dagli adolescenti, alati o non,
che si chiamano appunto geni o genietti. || Per contrario la fiamma capovolta
si dipingeva sugli abiti di penitenza dei* relapsi, del tribunale della
Inquisizione di Spagna (fuego revolto), a indicare dannazione. || In araldica
la fiamma indica purità, fama illustre e splendore di natali, e si rappresenta
come una lingua di fuoco terminante in tre punte (Guelfi). || Altre signi¬
ficazioni, e di riflesso, ebbe la fiamma, come quella espressa ritualmente al
papa novello dal cerimoniere, che accende un ciuffo di stoppa e rammenta ; «
Sancte Pater, sic transit gloria mundi » ; ed in quella di rito comune fra i
greci, e usata per Baldovino, conte di Fiandra, coronato imperatore latino di
Costantinopoli (1204): per ricordargli la vanità delle mondane grandezze fu
anche a lui presentato un vassoio colmo di cenere e un fiocco di stoppa accesa.
|| Si accendono fuochi di gioia e d' allegrezza, detti bal¬ dorie o falò,
usatissimi nelle sagre di montagna. || Accenniamo anche alle luminarie da campo
ed ai fuochi di guerra, usati a distanze grandi per le segnalazioni di ordini e
di notizie. Linceo, l’unico sopravvissuto dalla strage delle Danaidi, comunica
con il mezzo della fiamma con la sposa Ipermnestra, pur essa fuggente.
Agamennone promette di annunciare la caduta di Troia mediante i fuochi, ed è
ginnto a noi il poetico lamento di una delle donno jh;ì oh« nella decennale
aspettazione attesero vegliando in vedetta, nelle lunghe notti perdute. Dice il
congiurato di Unterwalden a quelli di Uri e di Schwitz: quando la lianima Oei
fuochi cunBapevoli a* iunalai Di monte in monte, e le turrite mura Crollino dei
tiranni.... (Schiller - Guytielmo Teli - 1 - 4). In Abissinia, nel giorno di
Mascal - o ddlu Croce - la maggior festa re¬ ligiosa (17 settembre), si allestisce
il damierà, una grande catastra di legna, prima benedetta dal clero, poi
accesa, mentre attorno al gran fuoco i ca- vaheri, scaricandovi contro i
fucili, girano in corsa furiosa sugli incitati cavalli. I piu arditi
s’avvicinano alle fiamme e vi immergono ripetutamente le lancie accuminate e le
affilate scimitarre, come per attingere forza e vigore da quel fuoco sacro.
Vuole la superstizione che la direzione del fumo della catasta indichi la
direzione della futura guerra, e se cadono gli ultimi tizzoni dalla parte del
fumo, è convinzione che essi segnino sconfitta. Me «mma, Adua, Coatit e Senafè
sarebbero state predette dal sacro fumo. 269. PXrsO - L'arnese a doppio cono
che si usa per filare, in grande nore presso le antiche e probe famiglie
italiane, contente di vedere « donne al fuso ed al pennecchio . {Par. XV -
117), non simili alle trifjte che lasoiaron T ago Lh 8|)ola o ’l fii8o e
feceraì indovine. (/«/■. XX - 1:21). Il fuso è l’emblema dei lavori donneschi e
della saggezza. (| La dea Ne¬ cessità - faglia della Fortuna, obbedita anche da
Giove - teneva fra le ginocciua un gran l'uso di diamante, ohe attraversava i
poli della terra: Il luKo Hitaniantiu ohe regge il mondo {Marino - Ercole
fitnntc) ; e le Parche sedevano vicino alla Necessità, cantando le sorti della
vita umana . Lachesi del passato, doto del presente. Atropo dell’avvenire (Pla¬
tone). fi II fnso - rombo allungato - è una figura araldica ordinaria. G ‘260.
GAO-OÌA — L’acacia dalle foglie fini come merletti, dal giallo bottoncino vellutato
e gentilmente profumato, detta farnesiana perchè in¬ trodotta a Roma nei
superbi giardini dei Farnesi (1611), dai quali è passata, casalingo arbustello,
ad adornare le terrazze di provincia: fiore della sem¬ plicità, della
ingenuità, della gentilezza. 261. OALANTO — liuciineve — Fiore squisito, dai
petali bianclii, dalle foglioline fresche, verdi e robuste; fiore vigoroso che
simboleggia il co¬ raggio, perchè ancora prima del mandorlo tradizionale, prima
della violetta, esso sfida il gelo, austeramente sopportandone la crudeltà, ed
eleva il suo germoglio, nel deserto nivale. 262. GALLINA — Anche l’umile
chioccia che sciama liberamente nelle aie soleggiate, a traverso le fiorite
praterie e i biondi campi, fu subietto di quelle credenze animistiche che costituirono
il primo brivido religioso dell’ umano pensiero, e fu parte eletta del pollame
totemico mantenuto a publiche spese in Roma per le augurali divinazioni, e
risparmiato dallo scrupolo venerante dei bretoni, che, ancora ai tempi di
Cesare, non ardi¬ vano cibarsene. |{ Si ha la gallina per esempio di fecondità,
di maternità, di famiglia. || La gallina dell’Africa occidentale, grigia a
macchie bianche è detta nùmida Meleagris e simboleggia l’ amor fraterno, perchè
nella sua forma furono mutate le sorelle di Meleagro, da Diana impietosita del
loro straziante cordoglio, quando mori l’eroe degli etoli, per volontà della
madre vendicativa. I| La gallina e il gallo sulle spalle, insieme al bordone e
il capestro, sono gli attributi di san Domenico della Calzada, secondo alcuni,
e, secondo altri agiogratìsti, di san Giacomo di Campostella ; e derivano dal
fatto che — essendo stato il santo ingiustamente condannato per furto ed
appiccato, a coloro i quali esprimevano i loro dubi sulla sua morte al giudice
severo, questi, che stava mangiando, asserì che il suppliziato era vivo come il
gallo e la gallina che aveva davanti. Non aveva ancora pro¬ nunciate le parole
schernitrici che il gallo e la gallina balzarono vivi dal piatto e si posero a
cantare ; si che il santo fu liberato dal capestro e subito venerato. Il
miracolo è riprodotto nel castello di S. Giacomo a Spoleto, dallo Spagna; nella
chiesa di S. Biagio a Forli, dal Paimezzani su cartone di Melozzo; nel fresco
della ciùesa parochiale di Cuna (Siena); in una ta¬ vola schiavonesca del museo
di Udine. (C. Ricci). 263. GALLO — « 11 gallo dai fianchi serrati » è una delle
tre cose « di bel passo » accennate dalla Biblia {Prov, XXX - '23), che nella
sua sem— plicita sublime lo tratteggia sapientemente. . Bravo cortigiano,
ornamento eli un cortile, con alte penne e come sgherro e molto ardito con
quella gran barba e speroni a’ piedi da cavaliere; coronato da imperatore, com¬
battendo e guerreggiando, come geloso contra di chi gU la la ruota contro ron®
* (Giuseppe Falconi - Tm Kinwata Agricoltura - 1,91). Un bell’animale - infatti
- è il gallo, per l’aspetto fiero. Intesta alta, 1 occhio vigile, la graziosa
curva della coda ricca e variopinta, l’o- impica noncuranza, l’epico incesso,
l’atteggiamento di sfida, lo slancio del assalto’ 1 ofiesa del becco
formidabile e inesorabile. Per i suoi spiriti bellicosi 1 popoli - che nella
loro infanzia vivono di lotta — lo consacrano e lo sacrihcano con carattere
totemico al loro dio della guerra : i giappo¬ nesi, 1 cinesi, 1 celti, i greci,
i romani. Le sue preminenti qualità di tutto avvertire, quasi di tutto
prevedere - im nibbio che passa, una bufera, un qualsiasi pencolo - e il
perfetto zelo nel segnare il tempo, nello sce- verare gl, utili grani, nel
mantenere l’ordine nel reggimento del pol¬ laio in CUI egli si sente autocrata
e non tollera rivali, lo designarono aO a7ihquo come il più acconcio esponente
della vigilanaa e della di ligenaa. || Marte dà incarico ad Alettrione, suo
favorito, di vegliare alla soglia di Venere, e trovandolo addormentato lo
trasforma in gallo per insegnargli la vigilanza. Al dio dei ladri e del
commercio, Mercurio,’ e a Minerva, dea degli studi, si dedica il gallo per la
indefettibile vigilia del- I animo e del corpo. Coloro ohe professano il culto
umano della vita contro II tato della morte, e la contendono disperatamente
nelle sapienti veglie, sacrihcano un gallo ad Esculapio, tìglio di Apollo e dio
della medicina. Nei primi albori il gallo si desta, sveglia V harem con il suo
canto, che è come un gaio squillo di tromba, un grido festoso alla luce.
Auroram clara contiuetHH voce voraj'e. {lAioroxioì. filando Dio — tra i fulmini
del cielo - impone ad Elia di tacere e ri¬ prende Giobbe, chiede: «Chi pose la
sapienza nel petto dell’uomo e chi itiede al gallo il discernimento ? » (Giobbe
- XXXVIIL 86). Egli, infatti è un impeccabile orologio, e la notte fu divisa in
parti che avevano per di¬ visore e per denominatore il suo canto, il galUcmium.
Luciano imagina un tempio eretto al gallo nell’isola dei Sogni {Storia vera.
U). Gli dei lari o lanno gradito olocausto. Come il leone simboleggia la
cnstodla alla porta del tempio cristiano, cosi il gallo vi rappresenta la
vigilanza del sacerdote (V. LeoMc); e sulla punta di molti campanili si dà
figura di gallo alla veletta metallica ohe gira secondo il vento : comunissima
questa usanza in Lorena, in Inghilterra (dove gli anemoscopi si chiamano
weathercock), e celebri i galli della caledrale di Strasburgo e della torre di
Arcetri, sul cui scric¬ chiolio amava meditare il gran Galileo, quando ebbe
morte le pupille che avevano « spiate tante vie di cieli ». Sarà il grido dei
tre galli sacri — secondo il mito nordico — quello che annuncerà il crepuscolo
degli dei. É il gran gallo bianco quello che — ad ogni alba — desta e rallegra
Allah, ne paradiso intravvisto da Maometto, e ohe segnerà pure il fatale giorno
dell’universale giudizio. La nobile natura vivente del gallo, osservata e
dipinta con entusiasmo dovette necessariamente ed eccellentemente servire anche
al senso anagogico! lyti È opiuioue di alcuni ragionatori del simijolo degni di
accolto che il gallo posto al sommo delle chiese rappresenti la Chiesa
cattolica, ricordandosi con esso quello della passione di Gesù, e san Pietro,
primo capo di essa, pur se si ricordi insieme Io spergiuro di lui, univocamente
affermato dagli evangelisti (Matteo XXVT. S4 — Marco XIV. 20 — Luca XXII. 34 —
Gio¬ vanni Xni. 38). (v. Testuggine). Il gallo è Cristo ohe annuncia la novella
giornata ed è il monito del novissimo giorno e fuga il pauroso stuolo dei
demoni : diti nuutiu9 ìuveut prnpinquaut praecìnit ; noity esHlaior mtntium,
Jatìì Chriatttsì ad ritam vocaf, Vojc iuta, qua strepiint avM «tante» suh ip»o
cui IH ine, panilo ante quain luj^ emicet, flqura eat Judici». Fenint vagante»
due mone» Inetps tenebria nociiiim, gallo caueuie ej'tei'ritoa ìfparaim timere,
et cedere. (Aurelio Prtuleu/ao Clemente). Che il gallo avesse il potere di
mettere in fuga le potenze infernali, dopo l’avventura di san Pietro,
affermavano i demonolatri, e — poiché il demonio dicevasi leoìie dell’inferno —
egli spariva alla vista o al canto del gallo, opinione già espressa da Plinio.
Es. : sull'antico pulpito di S. Ambrogio in Milano, due galli fugano due leoni.
|| Ijuando il gallo trova il becchime, non lo mangia, ma chiama le galline e Io
divide con esse. Cosi il predi- cat're di Cristo — raffigurato nel gallo dagli
antichi lapicidi — distribuisce alle turbe la verità divina (White). Encherio —
il santo vescovo di Lione (4.34) — dice: « Fra le tenebre della vita presente
il gallo enuncia, con il suo inno sacro, la luce dell'eternità ». « Preshyter
gallus Dei » dice Onorio d'Autun; e Guglielmo Durand, vescovo di àtende tm.
1296): « (falln.'i stijrra i'.cclesiam positus pnediextlorein designat ». ||
San Cristoforo pure ebbe, nel medio evo, copiosi sacrifici di galli, per
ottenere certe guarigioni. || Il gallo è sensibilissimo al dolore di una otlésa
di amore, ed é sempre stimolato : Dti 4 uel Kosputto rio, tla quel tiiuore. Da
quell mNi*tir, da quella Ireuesiti, Da «luella ralihia, df*tta gelosia. {OH.
far. XXXI - lì): ed anche di questa passione è usato come espressione
simbolica. (^fr. : Pi¬ gnoni - Il gallo). Il II Le Brun dipinse pure la Collera
con il gallo. || L’uomo, del resto, seppe sfruttare l'indole pronta e battagliera
di lui; ne sviluppò per selezione la gelosia nativa e lo trasi'ormò in
gladiatore. 11 turbolento volatile combatte nei circhi, in uno sport usatissimo
in Francia, sopra tutto del nord, in Inghilterra, in Ispagna, in America, con
lotte piene di eccitanti peripezie. L’monologo Ripa nella descrizione della
empietà, ne dà come uno dei participi simbolici il gallo « posto dagli egizi
per segno di empietà, come testifica Pierio Valeriano, .lib. 24 » perchè
quest'animale non rispetta la madre nelle sue voglie sessuali ed usa verso il
padre fiera crudeltà: etio- i;i7 logia dallo stesso Ripa contradetta dove
descrive la purità, perchè « il gallo, come riferisce Pierio Valeriano, lib.
-24, appresso agli antichi, signi¬ ficava la purità e sincerità dell’ animo,
onde Pitagora comandò ai suoi scolari che dovessero nutrire il gallo, cioè la
purità e sincerità degli animi loro ». Il Gli ebrei di Germania, alla vigilia
del « giorno del perdono » solenne (chipitr) fanno espiatore dei loro peccati
un gallo bianco; non mai un gallo rosso, perchè il bianco iinaginano
rappresenti la purità, quello rosso il peccato. (Buxtorf) ; e lo sgozzano, lo
gettano contro terra, lo sven¬ trano, lo fanno arrostire, ma non lo mangiano e
ne espongono le viscere sul tetto della casa. || L’hanno per malauguroso
Petrarca e Schiller; ma è adorato sul Calvario dal Klopstock, ed è lodato da
Voltaire, Cervantes, BuflFon, La Fontaine, Lamartine, Menzini, Parini. ||
Grande interesse ha il gallo per gli armeristi, e massimamente quello simboleggiante
la Francia, forse avanzo di primitivo totemismo, certo uno degli animali
rinascenti dal fondo primordiale delle civiltà e dei popoli, i quali, accanto
alle gesta degli dei e degli eroi, vale a dire dei sovrumani, imaginarono e
cantarono gesta di esseri sottoumani (MafiSi). Il gallo gallico è di origine
puramente francese e non è gallico ohe per un gioco di parole (Littré). Il
vigile, caldo, animoso razzolante non figura nei monumenti dei galli antichi,
nè sui monumenti allusivi a quel popolo, e nè pure si trova usato dai barbari
stabilitisi in Francia. Solamente i goti l’ebbero per emblema, ma costoro non
fecero in Francia che una invasione rapida e fugace. Quando scoppiava qualche
rivolu fra i transalpini, i romani dicevano : « GaliuK cantai » e Giovanni
Passerat — professore di eloquenza al collegio di Francia (1685) - affermò
senza fondamento che i francesi, chiamati galli per il loro strapotente
coraggio e per l’invincibile impeto guerresco, ne portavano la figura nei
vessilli (Satira Menippea). Nè meno nell’evo medio si riscontrano galli
francesi allegorici: Filippo Augusto aveva sul suo blasone personale i leoni;
Luigi Vili i cinghiali; san Luigi i draghi; Fi¬ lippo l’Ardito le aquile; Carlo
il Bello i leopardi; Giovanni i cigni; Carlo V i delfini ed i levrieri; Carlo
VII e Carlo Vili i cervi alati; Luigi XII il porcospino; Francesco I la
salamandra. Quando in Italia si volle commemorare la nascita di Luigi XIII
(IfiOl), si coniò una medaglia com¬ memorativa con un gallo presso un bambino
tenente lo scettro e il fiore di giglio. Un’ altra medaglia si coniò con un
gallo che pone in fuga un leone (Spagna) per la liberazione del Quesnoy (1665).
Per la nascita di un altro delfino si disegnò e illuminò con fuochi artifiziati
un gallo emblematico gigantesco (1730). Da allora il gallo si contrappose al
giglio borbonico in qualunque manifestazione antidinastica, prima timidamente,
poi risoluta- mente, cosi die la rivoluzione cancellò il giglio e adottò la
imagine del Coi/ liarcli o di Chanteclair, consacrata nelle monete (1792) e
ispiratore degli accenti dramatici pasàionali di Ldmondo Rostand. Quando il
primo Napoleone volle crearsi uno emblema per esaltare la novella potenza da
lui instaurata, sdegnò di adottare il gallo celtico, osservando eh’ esso è un uccello
il quale canta sopra un letamaio (v. Ape* /x* 07 ie)* Ricordava certo il
proverbio citato da Seneca e disceso nel medio evo : < dallns in suo ster-
qtiiliniu plurimum potexi ». Abbattuto il colosso napoleonico ed il nuovo regno
degli Orléans, il gallo fu definitivamente statuito come emblema nazionale da
Luigi Filippo, fregiandone le aste della bandiei'a e i lioltoni dei gendarmi
(1830). Alessandro Dumas — infatuato delle glorie militari della sua patria —
aveva proposto a Luigi Filippo di formarne lo stemma nazionale inquartandovi:
il gallo, con cui gli antichi abitatori della Francia avevano preso Roma e
Delfo ; l’aquila napoleonica volata dal Manzanaro al Don ; le api di Carlo
Magno, con cui si erano compiute le conquiste di Spagna, Sassonia e Lombardia;
i gigli di san Luigi recati vittoriosamente a Gerusalemme, a Napoli e ad
Algeri. A tutto ciò proponeva l’aggiunta della divisa di Guglielmo d’Olanda: «
Detta dedit, Deus dahit ». Un ordine cavalleresco del Gallo venne istituito da
un principe reale francese in onore di Claudio Polier, gentiluomo di
Linguadoca, che l’aveva liberato in bat¬ taglia dalla cattività inglese (1214).
|| Il gallo dà il nome alla Oallnra, regione della Sardegna, i cui regoli o
giudici lo presero por insegna; e alla nobile regione sarda allude Dante
parlando di Beatrice d’Kste, passata dalla vedovanza di Nino Visconte, guelfo
arrabbiato, al talamo dell’arrabbiatis¬ simo ghibellino Galeazzo Visconte, cosi
che Per lei assai di lieve si coinpremU' Quanto in femina foro d’amor dura.
(PurQ. VUI - 7H). Con questo accenno alla fragilità della fede feminile non
vogliamo giusti¬ ficare le caratteristiche poliginiche del « don Giovanni del
pollaio » (Pan- sacchi) — (Cfr. : Novati. Il gallo nella poesia medierale —
Scarlatti. H gallo in Minerva, giugno 1916). |] Nel blasone il gallo ai riporta
di profilo, e è detto cantante se a becco aperto, ardilo se con la zampa destra
rialzata, in amore se fa la coda. (v. Gallina). 2ii4. GAMBERO — Anfibio
crostaceo degli àstaci, o per la comijrensiono del simbolo, genericamente, Ogni
HnimHl cbe rrtrugrad'o vada. Che viva in ac(}iia. (t'tt/io «togli Utierti). «
Tu non farai mai andare avanti un gambero » ammonisce Aristofane. || il Ripa lo
designa a rappresentare l’incostanza, perchè esso « cammina innanzi e indietro,
con eguale disposizione, come fanno quelli che essendo irresoluti, or lodano la
contemplazione, ora l’azione, ora la guerra, ora la pace, or la scienza, or
l’ignoranza, or la conversazione, e ora la solitudine, acciocché non resti cosa
alcuna intentata al biasimo nato e nudrito nelle loro lingue, e all’ incostanza
disseminata in tutto quello che fanno ». || Altri autori pongono il gambero a
rappresentare 1’ umiltà esaltata. || Diana Limenetide, presiedente ai parti,
era raffigurata con un gambero sulla testa. Il In araldica significa diritto d’
acqua, ha smalto rosso ed è normalmente montante, mostrante il dorso. (Es. :
nello stemma di Cento, detto gambe- rurio in due documenti (1268). 265.
GARDENIA — Cosi detta dal botanico americano Alessandro Garden ; fiore di
suprema eleganza, bianco, vellutato, di profumo soave, adatto agli occhielli
delle marsine nere, ma di vita labile presto, cosi ohe parebbe molto indicato
il simbolo ravvisato in 'essa da una eletta scrittrice, la fri- voleiia. Altri autologisti,
invece, vi trovano lineilo della simpatia, o lo corredano con i poco felici
versi del Panzacchi: Tu vago fior, le torbide Tempeste dell' amore K il
passegger delirio Che spesso è morte al eoro Non simboleggi. Un fervido Amor
spesso s' oblia: Ma tn, immortai, beneflea Ci arridi, o simpatia. OAROFANO —
Molto comune è questo fiore, e non pertanto im¬ periosamente seduce più ohe per
la sua fresca fragranza, per la grande potenza estetica. È multiloquo per la
varietà dei suoi colori fiammanti o tenui e delle loro gradazioni e
screziature. || Il garofano rosso è il fiore tragico del sensualismo, quello
ohe Carmen porta all’angolo delle tumide labra, ed ha la malia delle carezze
audaci interrotte dai colpi della navaja. Benché il fiore bonapartista per eccellenza
sia la violetta, il garofano rosso cantò la gloria napoleonica quandal'
imperatore si imbarcò sul BeUerofonte per la via dell'ultimo esilio e delia
morte, e giovani e giovanotte gliene portarono cesti ricolmi (Las Cases).
Begalato da Margherita de Bonnemains al generale Boulanger, fu caro ai seguaci
di lui (houlangismo) ; poi agli ascritti al socialismo, che ne ostentano il
vivido rosso. TI {'arol'ano rosisn e fiaDniiegginnte coltivate, o signore ;
ttimT)olo del valore, simbolo di vittoria alta e costanti;. Il ^'arofano rosso
ò il prepotente impeto deir affetto che turba, vince tutto e non consculc nè
viltà né sospetto. U donne, coltivate i[aesto superbo e protligioso tìoru, col
primo bacio date un garofanò rosso al vincitore. (Mario Oiobbe). Per antitesi,
il garofano bianco — che i fioristi danno per simbolo di schiet- tesza —
divenne il fiore emblematico del legittimismo, poi della democrasia cristiana.
|| Il garofano giallo esprime disdegno ; quello roseo incarnato amore che
ricorda ; quello screziato fiducia. || Nel blasone il bel fiore ò un nobile
segno di virtù che apporta ornamento e onore (Guelfi). |) Il buono ma lezio.so
pittore Benvenuto Tisi, detto il Garòfalo dal luogo di sua nascita, presso
Ferrara (1481-1659), firmava i suoi quadri con il fiore di garofano. || 11
piccolo garofano rosso (fliauthus prolifer) era dedicato a san Guglielmo. ‘2U7.
GATTO — Non abbiamo novità primaticcie sul conto di questo animale Che tanto
allegra eoi salti vivaci £ non si suol chiamare che coi baci, (Pananti - Il
poeta del teatro); comunissimo ora, e non per l’antico passato, in Europa, e
del quale trat¬ tarono serque di eccellenti autori, l^uanti furono gli amici
illustri del gatto ! Pet-rHi-ca, Giulio li, liiolielieu, Tasso, Oolbert, il
pitloro Imruoso GolIVcdo Mimi che contende al Lambert il titolo glorioso di «
Ralìaello dei gatti »; e Montaigne, Gozzi, Balestrieri, Delille, Saint Beuve,
Raiberti, Michelotì Zola, Mendès, Verlain.... Non lo soffriva, invece, Enrico
IV; no pronunciò una virulenta condanna Buffon. Sacro nell' Egitto, la
reverenza totemica per lui era sustanziata dalla opinione che Iside — per
sfuggire all’ ira di Tifone — si era nascosta sotto le sembianze del gatto. Chi
ne uccideva espiava il delitto con atroci supplizi ; e quando il ptto moriva
della morte naturale le persone della sua casa ai perwtevano il petto e si
radevano le ciglia in segno di lutto (Erodoto), e 10 imbalsamavano, lo
involgevano in strisele di tela, lo seppellivano nel¬ l’ipogeo domestico in una
cassa dipinta a fregi d’oro, e gli erigevano una statua d’onice o di marmo. Il
mito greco ripeteva che il gatto era stato creato da Diana per vendicare e
porre in ridicolo il leone, creato da Apollo allo scopo di impaurire la
sorella. E greci e romani non potevano avere 11 gatto che dall’ Egitto, ma di
frodo ; contro i sorci essi usavano donnole addomesticate, ed il sorcio omerico
infatti dichiara al ranocchio di temere sopra ogni cosa al mondo la donnola, «
il più forte degli animali » capace di introdursi periino nella sua tana (Batracomiomachia),
Solamente quando il cristianesimo fece breccia in certe siepi di ieratiche
intransigenze, i gatti dell’ Egitto poterono essere diffusi nel continente
europeo, dove recarono uti¬ lissimi servigi per l’ondata invaditrice dei topi
al seguito delle orde unne. (Reinach). Questo culto ha tuttora visibili traccio
al Cairo d’Egitto, dove ogni giorno s’apre un apposito monumentale edificio,
presso la porta della Vittoria, per dare ai gatti publico alimento. In tutto
l’oriente — del resto — il gatto era obietto di sacra venerazione: gli antichi
mongoli gli attri¬ buivano virtù arcane e l’avevano per amuleto; i cinesi lo
interrogavano come un orologio vivente, poiché la sua pupilla si allarga e si
restringe secondo il diminuire o il crescere della luce; gli indiani lo
ritenevano una reincarnazione delle superiori intelligenze ribelli ; i
musulmani lo facevano generato dagli amori di una leones.sa con,uno scimiotto,
e Maometto amò talrnente la sua gatta Mueza che un giorno, per non turbarne il
sonno, non esitò a tagliare un lembo del suo paludamento sul quale l’animale
ripo¬ sava. Al ritorno di Maometto, Mueza l’accolse festante, e, per fargli
rive¬ renza, piegò il dorso in arco e rizzò la coda. Il profeta allora le passò
tre volte la mano sul dorso, le comunicò per contetto la virtù — da tramandarsi
alla ra,zza — di non cadere mai che sulle quattro zampe, e le assicurò il posto
in paradiso. Sarebbe pericoloso, davanti a un turco, porre in dubbio questo
racconto, che è riferito dal celebre storico egiziano Giorgio Almacin (sec.
XI). Apparsa nell’Europa occidentale molto tardi (sec. X), le nazioni cri¬
stiane ebbero in sospetto la povera bestia. I germani la considerarono dilette
di Freia, la dea feconda, al cui carro la imaginarono aggiogata. Se non che le
silenziose movenze, il passo cauto e improvvisamente agile e ardilo, lo sguardo
trasognato e il pronto corruscare delle pupille fosforescenti nel buio, le
preferenze per i recessi impervi e paurosi, la fecero facilmente temere tome un
alleate delle potenze occulte e maligne, confidente dello streghe e cooperatore
cosciente dei sortilegi. Pretondeva.si che Belzebù 141 amasse incarnarsi in un
gatto per danzare il trescone del sabato e per passeggiare in incognito tra gli
uomini della terra (Bodin): ed a Parigi venne per lungo ordine di anni
celebrato con gran pompa, e alla presenza dei re, il rogo dei gatti, rinchiusi
in una gabbia di ferro, il quale si com¬ pieva opi notte di san Giovanni, per
simboleggiare il supplizio dei fat¬ tucchieri. Nel Macbeth il triplice miagolio
della gatta incollerita segue il funereo canto dell’upupa; nel Faust la strega
è aiutata dal gatto mammone nell apprestare la mistura della magica caldaia. Il
gatto è l’animale domestico che meglio sa applicare il verso esopiano (ieir
anonimo : AlUrius noìì sii, qui suum eftse poteri. Per non frigere fric.ta -
ripetendo ciò che i compilatori di certe enciclo¬ pedie modernissime copiano,
male, cose già dette bene - risparmiano ci¬ tazioni di autori sull’etologia del
gatto. Ci sembra però non superfluo citare 1 sedenti brani del Raiberti : « Il
gatto ha saputo scegliersi il miglior posto possibile nella storia naturale.
Egli è cosi ben collocato in mezzo alla più rafiSuata civiltà e alla più
selvaggia indipendenza, da prendere tutto il buono e schivar tutto il cattivo
dei due stati.... Oh che bestia di carattere! oh che sublime istinto di fiera
indipendenza! di quella indipendenza che ha 1 uni^ sua ragione in sè stessa.
L’arte classica ha voluto personificare la libertà in una donna, e la donna è sempre
schiava. Speriamo che il ro¬ manticismo fra tante ardito e importantissime
novità questa introduca: di simboleggiare quella dea in una gatta: persuasi che
se perderemo alcunché dal lato estetico, verremo largamente compensati della
verità del concetto .. ignorava, probabilmente, il geniale umorista monzese che
già prima del suo Gatto (1846) il classicismo aveva espresso la libertà con
l’attributo del gatto, nella celebre stampa del pittore Pietro Paolo Prud’hon
(1758-1828) • e prima ancora il nostro amico citatissimo Ripa (1625),
descrivendo la li¬ bertà, le poneva appunto un gatto vicino, essendo che « il
gatto ama molto la liberta, e perciò gli antichi alani, i borgognoni e gli
svevi, secondo che scrive Metodico, lo portavano nelle loro insegne, dimostrando
che come il detto animale non può comportare di essere rinserrato nell’altrui
forza cosi essi erano impazientissimi di servitù ,. Viollet le Due, in un
celebre disegno ritrasse il gatto con il motto : « Libertas sine labore ». ||
Como tutti i de-^ siderosi di libertà, il gatto è vigile e pronto alla difesa e
all’offesa; e il Veronese - o i suoi scolari - dipinsero la Vigilanza nel
palazzo ducale di Venezia, con il gatto accovacciato ai piedi. || Imputano al
gatto anche la lascivia, perchè le femine notturne non fanno mistero delle loro
ardenze e denunciano con un miagolio pateticamente sguaiato le manovre onde
stuz- zica,no 1 torpidi amatori. Ma il gatto è un essere morale. « Non si
lascia modificare nella razza, nè si presta alle combinazioni che gli
industriali potrebbero tentare sui bisogni genetici, per ottenere prodotti
eccentrici e mostruosi, che sarebbero pagati a peso d’oro.... Insomma, il
gatto, degno fiero, sde^oso, che dissimula le sue funzioni basse, che nasconde
i suoi amori nelle tenebre, quasi nelle nubi, sopra i tetti, presso gli
studenti e 0 gnsetfes, che diffida delle insidie, che non sopporta le ingiurie
e fugge la casa dove non è trattato giusta i meriti suoi, è un ari.stocratico
di tipo e di origine, mentre il cane non è ohe un villano rifatto, a forza di
ser¬ vilità ». (Dnmaa figlio). |i I nobili scozzesi ammisero per primi nel
bestiario araldico il gatto, che si raffigura con la testa di faccia e passo
«/e; se ww- pante si dice inferocito. •268. GAZZA — V. Pica. 269. GELSO — Moro
— Pianta arborea comune, onde si nutrono i filugelli. Fiorisce tardi, se non
quando la terra, penetrata dalle calde nebbie spinge dal turgido seno il flusso
della sua prima stagione, si che il gelso è riputato « il più saggio degli al¬
beri » (Plinio XVI - 25), e simboleggia la, prndema e la saggeasa, anche a
parere degli araldisti (Ginanni, Crollalanza). Serior at morus nuvuiuam nisi
frigore tapBo (lermiitat: et sapieiìM nomina faUa gtTxU (Alciato - F.mbl.
CCIX). Sotto un gelso bianco si davano convegno, presso Ba¬ bilonia, Piramo e
Tisbe, la cui storia d’ amore asso¬ miglia a quella di Eomeo e Giulietta.
Piramo, trovato presso il gelso il velo dell’ amante, giunta prima di lui e
fuggita al comparire di una leonessa, la credette divorata dalla belva e si uccise;
Tisbe si trafisse ella pure sulla salma dell’amante [Mei. IV - 65). Da allora .
U gelso diventò vermiglio . (Pnrg. XXVII - 39). Disse il Mascheroni del gelso;
Di TÌBl»e © d’infelioi amori Memori fogli©. Gf-ILBO 270 GELSOMINO — Le siepi e
i pergolati si allietano di questo abon- dantissimo sarmento dalla piccola
stella bianca sul gracile ramo, tacitamente e modestamente prodigo del suo
effluvio gentile. Lo dicono originano del Malabar, coltivato da prima con
gelosia (1525 circa) nel regale gìardin della oittad© che dai molti snoi fiori
il nome prese (Gagnoli), nipote della meravigliosa gardenia, pronipote della
splendida magnolia Esso non fa pompa di tanto lignaggio, ma, caro alle anime
silenziose ed inti¬ mamente sentimentali, sembra creato per simboleggiare 1
amabilità (Anne Martin). Le fanciulle toscane se ne ornano nel di delle nozze.
271. GEMELLI — Gemini — Terza costellazione dello zodiaco, il segno {Par. XXn -
110), designante il mese di maggio. I due fanciulli rafiìg^rati nel segno hanno
nomi diversi secondo i diversi autori ; gli egiziani li dicevano Oro ed Ar-
pocrate, che mai non si separavano; gli autori ellenici e il nome di Apollo ed
Ercole, di Teseo e Piritoo, di Giasone e Trittolemo, di Aniione e Zeto, vedendo
in essi il simbolo dell’ amioiiia. Pili generalo ohe segue il Tauro 143 era la
credenza eh’ essi fossero Castore e Polluce, immortali per comando di Giove e
suocedentisi alternativamente sulla terra e nel regno degli estinti : una delle
stelle del segno, infatti, compare sull’orizzonte mentre l’altra si nasconde.
|| Nell’umanità primitiva, ed ancora fra alcune tribù selvaggio, la nascita di
due gemelli è salutata con sacro terrore, ritenendosi la geni¬ trice vittima o
complice di spiriti animaleschi, e violatrice della norma particolare alla
naturale concezione dell’uomo, ohe dovrebbe nascere unico ed un parto. || Il
Ripa pone i gemelli nella rappresentazione dell’ Umbria sua patria terra perchè
Stefano de Urbibus dice che ivi « gli animali due volte l’anno partoriscono, e
bene spesso gemelli, come anco le donne, e gli alberi duplicatamente producono
fiori e frutti, come si vede anco nei tempi nostri » (1626). 272. GEnCINI — V.
Ofimelli. 273. GEMME — Paolo Mantegazza — considerando le pietre come le ossa
del nostro pianeta — di cui animali e vegetali sono i parasiti _le di¬ stingue
in tre ordini sociali: il vulgo, la borghesia e l’aristocrazia. Al primo di
essi appartengono i ciottoli e la ghiaia; al secondo i marmi, l’a¬ labastro e i
diaspri ; all’ alta nobiltà la gemma « ohe dal sovrano diamante scende fino
all’ultimo topazio del Brasile o all’ametista episcopale; come dal principe del
sangue noi scendiamo al modesto barone ». E pure anche la gemma ha una prosapia
vulgare : il diamante è carbonio puro, fratello della grafite; l’agata, l’opale,
la calcedonia, l’ametista appartengono alla stessa famiglia dell’ argilla, con
cui si fanno le pipe e le pignatte della poveraglia ; lo zafiiro, il rubino, lo
smeraldo sono combinazioni variamente colorate dell’ossigeno con l’alluminio;
l’opale è l’aggregato di conchiglie radiolari fossili fuse insieme (Genovese).
In onta a ciò, la gemma rappre¬ senta sempre una certa alterigia simpatica, ha
sempre un fascino domi¬ natore, anche se sotto di essa si tradisce la
manifestazione pomposa dei « subiti guadagni » o del grossolano valore venale
di cui si compiace lo KìKili. La donna amò sempre il fuoco e la rugiada
splendenti nelle gemme, e ne adornò le sue carni e le mescolò alle efiìmere
feste della vita, perchè esse guardano con occhi immobili ma pieni di baleni, e
di giorno propagano la luce solare in mille iridi, e di notte la trattengono
nelle loro molecole tremolanti. Sulle bellezze miti, affettuose e soavi meglio
i molli e dolci adornamenti dei veli, dei pizzi, dei merletti, che la
scintillante durezza della pietra o del metallo. Ma le pietre preziose ebbero
fama di acquistare o rafforzare particolari facoltà rare e desiderate, di
preservare da malefici, ili allontanare fantasmi e demoni, di apportare
fortuna, secondo l’influsso astrale in cui erano scoperte, estratte, incise o
scolpite. « I gioielli erano un tempo stromenti di magia e di preghiera; di
forza sociale e di scienza; imitavano e riassumevano le forme primordiali del
cosmo; l’anello, la collana, il diadema erano il simbolo del concentrìsmo universale
» (Mau— clair) ; e sommi maestri di codesta emblematica ciurmeria erano i
raggi¬ ratori venuti dal mistico e misterioso oriente, egizi, caldei, giudei.
Della pretesa metafìsica e della ermetica delle gemme — vere e proprie manife¬
stazioni simboliche, espresse nei lapidari libri speciali delle otii dolapse
144 noi teniamo singolarmente parola nelle varie voci del dizionario. || « Febo
ha una corona di dodici lucidissime gemme, delle quali tre gli adomano la
fronte (le più lucide: Lichni, Àfrite e Cerauno); sei gli stanno alle tempie
(Smeraldo, Seythi, Diaspro, Giacinto, Dendrite ed Elitropioì; tre sono di
dietro del serto (Hydatide, Diamante, Cristallo), queste generate dallo
agghiacciato verno, le sei da primavera e autunno, le tre prime dallo estate».
Cosi il Cartari, per designare l’evidente simbolo dei mesi. || In Cina le gemme
distinguevano i gradi gerarchici del mandarinato. 274. GENZIANA — Erba dalla
radice medicinale che nasce nell’ alta montagna, tra luoghi ombrosi ed incolti.
Elencata dai fioristi come simbolo del disprezso. 276. GERANIO — Il povero
geranio — con delicato amore coltivato da Garibaldi, così che la sua casetta di
Caprera era tutta una fiamma scarlatta dall’aprile all’ottobre — non gode le
simpatie degli antologisti ; per quanto egli non cambi colore e nome, non è mai
simpatica la sua significazione. La prima delle sue specie importate fu quella
del geranio not¬ turno (pelargoninm triste), recato a Londra dal Tra- descant
(16S2) ; e appena giunto in Italia il conte Magalotti gli dedicava questi
versi, tutt’altro che di benevolenza : K, uemii'o al (U) quel Hor (^anmio Che
Kolo ha olezzo <jiiAU(ln il nostro emisfero è tutto al rezzo. «Se non
venisse a noi da lido estranio, Lo chiameremmo tìor da pipistrelli. Seguendo
gli autori, si dovrebbe dire che il fiore — oggi comunissimo — secondo il
colore ha il signifi¬ cato di tristezza, di stupidità (era l’opinione di madama
di Stili), di pre¬ sunzione, di .umiliazione. Esso ha il torto di non essere
candido e vellutato come i raffinati fiori che languono mollemente arrovesciati
nelle coppe di Murano, e si macchiano e ingialliscono e appassiscono in poche
ore. Fiore forte, non per le fantasie morbose che sognano strani amori o
visioni mi¬ steriose. Lo amano tutti coloro che non hanno tempo da buttare in
frivo¬ lezze, e non resistendo al fascino sempiterno del più leggiadro
ornamento della natura, fanno obietto di cura afi'ettuosa la serie variata del
geranio, nei rozzi vasi del davanzale domestico. 276. GESTO — La umana natura
si esprime con i gesti, prima che con la parola : tutta la gamma delle
commozioni si manifesta con il mezzo della contrazione dei muscoli, e « forse
più che l’etimologia della parola, l’etimo¬ logia del gesto potrebbe fornire
dei dati interessanti sull’ evoluzione e sulle manifestazioni della mente umana
» (P. Lombroso). In ogni elaborazione mentale esiste una mozione fisica, ad
ogni forma di pensiero conscio o in¬ conscio corrisponde una forma di moto.
Importantissima — quindi — è la considerazione del gesto, parola visibile, come
espressione simbolica ; ma ossa necessariamente sfugge dal raggio del nostro
esame. Ellenici e latini 146 davano grande importanza al gestii-e e ne avevano
latto uno studio specifico (chironomia). Per quanto si riflette alle
espressioni artistiche del gesto, si confronti il Laocoonte del Lessing
(1729-1781), . trattato nel quale sono chiaramente determinati i limiti delle
arti del tempo dalle arti dello spazio, le arti ritmiche dalle figurative. Le
arti del disegno, nel rappresentare le azioni, non possono disporre ohe d’un
momento unico nello spazio; la poesia si vale di più momenti successivi nel
tempo: questa, ridotta a’ minimi termini, la teoria del Lessing, già
intravveduta, del resto, da Dione Cri¬ sostomo » (Natali), (v. Abbraccio,
Bacio, Braccia, Dito, Mano, Piede, Saluto). 277. OHiaiAKPA — Corona di
vegetali, il cui significato simbolico si rileva dall’osservare « di quai
piante s’infiora » {Par. X - 91). (v. Corona). 278. OHIKO — Grosso topo di coda
pannocchiata, ohe sì fa un adipe rimboccante nell’autunno e passa l’inverno
rimpiattato, dormendo un sonno lungo e greve. I romani ne erano ghiotti e lo
ingrassavano in appositi orci di terra iglirari). Benché il ghiro sia buon
costruttore della sua tana nel cavo degli alberi e buon raccoglitore di
alimenti, il suo torpore letar¬ gico lo designa proverbialmente come simbolo
della inasione e del sonno. Imbellì E delicati ghiri, che stati tutta ha
stagione del verno rintanati, Di sonno la persona inebbrìando. (Salvini - Opp.
Care. II . 83). L’allegoria del Sonno dell’ Algardi, a Villa Borghese, ha un
ghiro tra i suoi participi. 279. GIACINTO — Un principe giovinetto di Laconia
di nome Giacinto era il prediletto amico di Apollo, e con lui usava giocare
alle piastrelle. Un giorno — sul punto del mezzodi — la piastrella di Apollo,
alzatasi fino alle nuvole e ricadente veloce, colpi mortalmente Giacinto. Il
dio, coster¬ nato, ne raccolse la spoglia e con il sangue di essa formò un
fiore splen¬ dente. Altri autori aggiungono che anche Zefiro amasse Giacinto, e
per gelosia facesse deviare il disco lanciato da Apollo con sapiente destrezza.
La favola — ritratta in versi da Ovidio (Metam. X) e in pittura dal Dome-
nichino adombra il ritorno del sole (Apollo) verso il nostro emisfero ed il
tepore dei venti di mezzogiorno (Zefiro), perchè il giacinto fiorisce al
solstizio primaverile. ]; Vari sono i significati attribuiti al magnifico, fra¬
grantissimo fiore dagli studiosi del simbolo. La baronessa d’ Orchamps gli
attribuisce espressione galante : permesso di amare; la Serao raccomanda di
donarlo . per la irresistibile passione, non alla donna del tenero e rispettoso
afietto » perchè esso è simbolo di voluttà; altri lo elencano come simbolo di
amenità (Zaccone), di benevolenza, di gelosia, di giuoco, di lutto (Gori). 280.
aiAGGIOLO — V. Iris. 281. GIAI.AFFA — Jìelìa di notte — Pianta originaria del
Perù, orna¬ mentale e medicinale, dai petali bianchì e gialli screziati di
rosso, che IO 14(5 si aprono al tramonto per chiudersi all’aurora. Simboleggia la timi¬ dezza. tious le voile mieUrieu,c De la rraintive
modestie, Tu veur rchapper ti noe ijeur Kl tu n'eti ea plus jolie. 282.
G-IAIiIiO — Colore di natura luminoso, caldo, festoso, che dà vi¬ vacità ed
evidenza agli effetti pittorici, ed — insieme al rosso e al turchino — è
dichiarato perfetto (Mengs) come quello che è dotato di una tinta unica 6 ben
terminata, anche nelle sue infinite variazioni. Il giallo è il colore dell’
oro, il vivido colore degli sfondi nei quadri bisantini, ed araldica- mente con
l’oro si identifica, nobilissimo tra i nobili metalli del blasone,
simboleggiente la fede, la ricchezza, lo splendore, la forza, la gloria, il
potere, il comando, rappresentato graficamente con il punteggio dello scudo,
delle pezze e delle figure. || Il giallo ha in sè una ieratica seduzione e
nell’oriente è il colore piu elevato della gamma simbolica, gialle essendo, in
genere, le assise sacerdotali, le insegne imperiali cinesi, la zimarra dogale
veneziana. , In Birmania il giallognolo delle foglie morte dell’ au¬ tunno è la
tinta del lutto. || Nell’ antica Grecia ed in Boma il giallo era il colore
delle feste e delle nozze; e di esso erano i veli delle spose (Plinio). Però
portavano la parrucca gialla le donne di partito, uso che trova ri¬ scontro
nella Francia dell’ evo medio dove la cintura gialla era il con¬ trassegno
della prostituzione. || Nell' occidente si aveva, infatti, una considerazione
del giallo del tutto opposta a quella orientale. Il concilio di Latrau decretò
che tutti gli ebrei portassero un distintivo giallo sul vestito (1215). Il II
costume del buffone di corte era un incrocio bizzarro di striscie verdi e gialle
; qualche buffone volle satireggiare il padrone e vi aggiunse delle striscie
rosse, mescolando cosi con il rosso la porpora reale, il verde delia infamia e
il giallo della pazzia. || Altre volte il giallo fu preso per simbolo di
infamia, e i collaboratori del boia ne impiastricciavano le porte dei palazzi
appartenenti ai rei di lesa maestà. Es. : al palazzo del conne- stabile di
Borbone (1521) e del principe di Condè (1653). || Genericamente il giallo è
simbolo del disprezzo. Es. : Giuda veniva dipinto con abiti gialli; gialla si
dice la stampa che assume cause antipatiche alla opinione generale. || In
Bretagna il berrettone giallo delle villane indica vedovanza. 283. GIGLIO — Uno
dei pili squisiti subietti della flora romantica, caro ai sentimentali ed ai
poeti. Gli ellenici lo dissero nato dal latte di Giunone. Virgilio trae dal
giglio la più soave delle sue imagini : ACf veluti in pratis, uhi upsM cuataii
aerniti Floribus insidunt vffrits. et atudida nreum I iìia futtduutui*. {Eh. vi
- 707». E di gigli fa coronare dalle ninfe il vago Alessi (Kcl.)\ e ancora
invoca sulla salma del giovine defunto : Tu Marcéllus erii<! Mimibun date
Ulia ptniiet {En. VIj. Tutte le creature più dolci di Shakespeare — Cordelia,
Imogene, Giulietta, Miranda, .lessica. Ofelia — resipirano l’aura sospirosa del
giglio; .Sohelley i47 ispira dal giglio i suoi versi più spirituali (Inno della
Bellezza intelleffnale). chiome e sui seni della bellezza, sulla mensa
lussuosa, come sui sem¬ plici altari, nelle austere celle del chiostro, sul
marmo funerario dell’avello, per il profumo soave, per la nivale bianchezza, il
giglio parla un arcano linguaggio simbolico, nella leggenda e nella storia.
Simbolo riguardato con amore e con venerazione, cosi dalle genti dell’ estremo
oriente, che lo posero in mano all’idoletto trifronte San Pau, come dai gentili
e dalla Chiesa cattolica ohe significò in esso la purità della Immaéolata; e ne
recano il lungo stelo ondeggiante le mani alabastrine delle vergini e dei
santi, dai grandi occhi limpidi e assorti, dalla fronte di esangue candore in
cui palpita l’ascetico pensiero: Antonio da Padova, Luigi Gon¬ zaga, Stanislao
Kotska, Alberto di Trapani, Casimiro di Polonia, Gaetano da Thiene, Francesco
Saverio, santa Chiara (com’è dipinta ad Assisi da Simeone Martini)..,. È tutta
una fiorita di canti e di leggende attorno al giglio. La fantasia del medio evo
gli at¬ tribuì il mistico dono di svelare l’avvenire. Nel mo¬ nastero di Corves
(Weser) tre giorni prima della morte di uno dei fratelli, un giglio si staccava
da una ghirlanda sospesa nel coro per posarsi sullo stallo di colui ohe era
designato alla prossima ora fatale e che poteva cosi — per grazia divina —
purificare in tempo l’anima sua. (| «I gigli sono l’antfco geroglifico della
bellesza, come racconta Pierio Valeriano, forse perchè il giglio tra gli altri
fiori ha quelle tre nobili qualità che riconobbe una gentildonna fiorentina
nella statua fatta da scultore poco pratico; perchè essendo ella dimandata quel
che giudicasse di tal statua, ella con grandissima accortezza disse, scoprendo
le bellezze di una donna compita, e la goflfezza tacitamente di quell’opera,
ohe era bianca, morbida e soda, per esser queste qualità del marmo stesso
necessarissime in una donna bella, come racconta Giorgio Vasari, e queste tre
qualità ha particolarmente tra gli altri fiori il giglio » (Ripa). || In altri
passi il Ripa stesso — d’ac¬ cordo con altri trattatisti — indica il giglio
quale simbolo della fede e della speransa. Le h*s, plu3 noble et plus bHUant I^ve sana crainte un fj'ont maje$tì4€itx
: Paisible roi de l'empire de Fiore, D'iiìi autre. empire H eat embli-me
heureur. {PanitjJ.
Il giglio è il più nobile dei fiori blasonati. |( L’origine dell’emblema nello
■scudo del reame di Pranoia risale alla vittoria di Tolbiacum ((Ziilpich) dove
i franchi di Clodoveo sconfissero gli alemanni e si cinsero il capo di gigli
(41)6). Questi adornarono i vessilli di Francia nella crociata di Luigi il
Giovine (1147); ma la triplice riproduzione del « fieur de lis » dei « gigli
gialli » (Pur. VI — IfiO), tu ordinata da Carlo il Saggio (1376), come emblema
officiale della dinastia e del reame, per onorare la Trinità Santissima.
Quando, alla vigilia della formidabile tempesta che doveva spazzare la
monarchia secolare si formarono le società secreto, i loro capi riassunsero in
tre lettere misteriose — L. P. D. : lilùt pedllms deetrue! —il loro pro- _T1 •
ni eli OEUUA oro — 148 posito, e cominciarono ad ordinare di distruggere il
giglio e di calpestarlo perchè non potesse gittar nuove radici. Lo stemma
gigliato sopravvive sol¬ tanto in quello del maggior ramo dei Borboni. Alcuni
sostengono però composti araldicamente con la foglia intermedia al di sopra e
appuntata nella parte inferiore e con le punte inferiori curvate e allacciate
da un nastro — fossero in origine figure di rospi, indicanti le regioni palu¬
dose d’onde i primi franchi erano giunti; e per di¬ leggio i fiamminghi
chiamavano « crapauds franchos » i sudditi dei re francesi. Altri credono che
dette fi¬ gure non fossero nè di vegetali nè di animali, si bene ferri di
lancio o capocchie d’ armi usate nelle crociate. Il Discussa è pure l’origine
del giglio di Firenie, — d’argento e bottonato — che in un primo tempo fu
bianco in campo rosso. Se ne invertirono i colori quando il popolo fiorentino —
tornando vittorioso dalla battaglia di Monte Robollni contro i pistoiesi —
cacciò i nobili ghibellini dalla città (1251) , e Dante ricorda il fatto per
bocca di Cacciaguida : UlOliJO ARALDICO 1. Pvimitivo - 2. dell* evo medio - 3.
del Hinasci- mento •A. di Luigi A'/T - 5. Fioreuthw. ('on queste genti vid* io
glorioso E giusto il popol suo tanto, che M giglio Non era ad asta mal posto a
ritroso, Nò per divis'ion fatto vermiglio, {Par. XVI ini). Il Crollalanza ed il
Borghini credono che il giglio di Firenze sia il fiore del giaggiolo (ireos
fiorentina), coltivato con amore sulle rive dell’Arno, e che forse diede pure
il nome alla gentile città delle arti : Alfine gli abitanti per memoria, Poiché
era posta in un campo di fiori, lie donno il nome bello onde s* ingloria.
(Fazio degli Uberti - piiUimondo). Il giglio fu sempre contrassegno dei guelfi.
|| Un ordine cavalleresco mi¬ litare di Nostra Signora del Giglio fu istituito
dal re di Navarra Garzia IV, in memoria di aver ritrovato in un giglio
l’imagine della Vergine, che gli fece ricuperare miracolosamente la salute
(1CI48). 284. G-INEFRO — Vediamo assegnati parecchi significati, nel linguaggio
dei fiori, al ginepro, eccellente fornitore di bacche aromatiche per le im¬
bandigioni venatorie; amato dagli uccelli, dalle lepri, dagli insetti, dai
mille deboli della foresta, si che gli attribuiscono il simbolo dell’ asilo,
del soccorso, della consolazione. Con tutto questo, i mitologi lo ricordano
consacrato alle Furie; ma la contradizione più patente che fa del ginepro un
simbolo ancipite e mal sicuro ci è offerta dall’amico Ripa; il quale, a questo
proposito, non ha una fondata derivazione di pensiero, e ne inghir¬ landa la
memoria grata, « per tre cagioni, l’una perchè il ginepro non si tarla nè a’
invecchia mai.... la seconda perchè non gli cascano mai le foglie.... la terza
perchè le granella del ginepro stillate con altri ingredienti, giovano alla
memoria, od una lavanda bollita con cenere di ginepro, parimenti * idi)
couterisce molto alla memoria, come tra gli altri tisici, insegua il Gual-
thero nel trattato latino della memoria artificiale », Per contrario, nella
descrizione dell’imagine della oblivione (di Giovanni Zaratino Castellini) il
Ripa stesso dà alla vecchia donna che la raffigura un ramo di ginepro, e tenta
spiegare la stridevole antitesi stabilendo — senz’ altro — che < si come un
animale per diverse condizioni di natura che ha può essere simbolo di più cose,
e di cose con¬ trarie..., cosi una pianta, per molte virtù di dentro e di
fuori, per diverse qualità che avrà, e per varie cagioni, e accidenti da poeti
imaginati, può figurar più cose, ancorché contrarie. Pigliamo dunque ri¬
solutamente il ramo del ginepro per ramo d’obli¬ vione. da poeti latini
chiamato ramo leteo > ; ed oltre : « In quanto all’ oblivione, a sonnolenza,
l’ombra del ginepro è grave, e offusca la mente di chi sotto si posa, non senza
balordaggine, e doglia di testa.... Specificamente poi nomina Virgilio nel
penultimo verso dell' ultima egloga il ginepro d’ombra grave ». Non possiamo —
naturalmente — accettare le conseguenze incoerenti della comoda teorica del
buon Ripa, perchè nella elaborazione del simbolo deve avere il massimo valore
la determinazione concettiule degli elementi di identico carattere e
costantemente ricorrenti. 28.'>. OINESTRA — Piccolo fiore dai petali gialli
e odorosi, inseriti sui lunghi steli, ritrovato dal cantore di Silvia e di
Nerina sugli aridi fianchi del Vesuvio, e da lui cantato in versi famosi, che
imprecano con amara ironia alla natura ed alla sorte degli uomini. Piccolo
fiore, ohe ebbe un grande poeta, e nel silenzio e nell’abbandono del suo cespuglio
si accontenta di esprimere umilmente le virtù domestiche, la net¬ tezza, la
pulizia. K i>ieKlierai Hutto U l’asi’iu mortai, uon ronileute ^ Il tuo capo
innocente. (Leopardi - Ji flore dei deserto - 307). Con i suoi ramioelli —
gracili, folti, lunghi, tenaci e tìessibili insieme — si fanno, infatti, ottime
scope, e la scienza, che non ha le vaghe e liquescenti espres¬ sioni della
poesia, ha determinato il nome della ginestra in spartmin scoparium (Linneo),
cytistis scopariun (Link), ge¬ nista scoparia (Lamarck). 28(J. GIOGO — Traversa
di legno con cui si tengono subietti i buoi che debbono trainare. I romani
obligavano i vinti a passar nudi e chini sotto una specie di porta molto bassa,
formata da tre picche, due piantale in terra in senso verticale e sormontate
dalla terza in senso orizzontale, e ciò si chiamava « mittere sub jugum »,
eccesso della sommessione. || Nella serie iconografica si hanno pure gioghi
volontariamente assunti, come quello che è attributo del matrimonio ( «
capistrum maritale » Giovenale VI - 43) ; i5(l (lell’obedienza a Dio, ed altri
gioghi ohe hanuo genericamente l’etimo del dovere. Es. : l’impresa del
fanciullo Medici, poi papa Leone X, con il motto: t Jugwn meum gitane est*. ||
D giogo è però quasi sempre segno di obediensa dolorosa e di scMavltìi, e si
pone generalmente spezzato, come le catene, nelle allegorie della libertà.
Popol ohe sotto al giogo inerte giace a presso di viltà c'ompra la pace.
(Rapisardi). 387. GIBASOIiE — Ippolito Pindemonte narra l’origine mitologica di
questa pianta, detta anche elianto o fiore del sole, e che molti confondono con
1’ eliotropio : Dice la lama e cantano i poeti Che una Ninfa nel viso e nel cor
bella, Cara fieli’ Ocèan prole e di Toti, Cosi piacesse al Sole, ohe per olla
Spesso dal ciel, che ne stupì, scemlea. Se non che Clizia — la bella ninfa —
dopo essere stata tanto «mata da Apollo, si vide abbandonata per Leucotoe e
deliberò di morire di fame. Per nove giorni e nove notti, non toccò alimenti, e
stesa al suolo, con le treccie sparse e gli occhi fìssi nel Sole
incessantemente, fu alfìue, dalla pietà degli dei, cambiata in quel fìore che
dicesi giri col moto medesimo del Sole. Olà in fior che ha fosco il grembo e
crocco il manto Si restringo il bel corpo e si trasforma. Forma»! alfifi Quel cor
che balzò tanto, E tra le fibre e i nuovi stami avvolto, Il tocoso sospir resta
ed il pianto. Pur Quol nuovo miracolò là volto Sempre si vede, ove il Sol
d’alto hnlltt: Oì?ni dritto non viene ad Amor tolto B nel fiore arde ancor
qualche scintilla. E il Carducci : Clizia Oceania vergine Per te conversa in
liore Ancor mutata serbati Il non mutato amore. fA t'dm .ijiolliiifl. liliale
connessione può avere il mito della ninfa oceanina con l’importa¬ zione del
girasole dal Messico ili Europa, a Madrid (1562), è argomento che non ci
appartiene. La grande rosa solare, di composta euritmia, di co¬ lore vivace,
ebbe onori eccelsi nei sacrari di Flora; e la sua caratteristica di chinarsi
verso l’oriente allor che appare il sole, e di segpiirlo nel corso diurno, anche
quand’ esso è velato dalle nubi — fenomeno che si rileva in altri fìori
compositi — fu subito usufruita dai letterati piaggiatori, i quali _ nell’
infelice epoca del oortigianesimo — vi ravvisarono tosto tutte le
sìgnìfìcazioui della devozione, della costanza, dell’ ammirazione, della ri-
conoscenza, della fedeltà. Cfr. : Ruscelli nella prolissa spiegazione dell’ im¬
presa di Aurelio Porcelaga, e con il suo riferimento di un sonetto amoroso del
Bembo, e che si chiude cosi : ~ Nè maggior guidertloiK» «le le mie jfoue Posso
aver di voi st^essa ; on<P io mi giro Pur sempro a voi, com’ Elitropio al
Sole. I5i Anche il Sezanne assunse il girasole come emblema della costanza nei
freschi della facciata di casa Stagni a Bologna (1892). || Più ragione¬ volmente
i moderni instauratori di simboli, osservarono che il gira¬ sole appare quando
il sole entra nel tropico del cancro ed è al colmo della sua forza e del suo
splendore ; si che potrebbe avere il carico di rappresentare l’adulazione, la
quale non compare con il potente, non stacca mai gli occhi da lui, è duttile ai
suoi voleri e lo segue con trepido os¬ sequio, Il Questo fiore venne consacrato
a Giovanni l’evangelista, e se ne ornarono di sovente le imagini del santo.
288. OXlTlTCHIClXiIA — Benché nata fra le messi folte e vigorose, la
giunchiglia è un fiore pallido e stanco, simbolo degli amori che si consu¬
mano, si logorano avvizzendo le anime (Serao). Vana, sottile, aulente, viene di
sovente scelta dagli eleganti e appassisce ai loro occhielli, senza essere
amata, senza essere baciata (Avallone-Lepri). Emblema di languore amoroso
(Zuccone); di infedeltà. || Nell’araldica etnografica la giunchiglia è indicata
come simbolo del paese di Galles, (v. Fiore, Porro). 289. GITTITCO — L’ « umile
pianta » onde Dante viene cinto da Virgilio, secondo il consiglio di Catone,
per togliervi dal volto le traccio de’ soffi infernali (Purg, I); palustre,
dritta, di gracile stelo, senza foglie, pieghe¬ volissima, simbolo
appropriatissimo della umiltà, della sommissione, della docilità, e — chi sa
perchè? — della indiscrezione. Lft jone ««r appuin
uoveatu- Doit eui'haitier Ictirs rameauj;. (l'wuy). GLICINA — V. JAlla.
291. GLOBO — V. Sfera. 292. GITAFALIO — Nomo delle asteraceo a cui appartiene
la xtella al¬ pina o bianco di roccia (leontopodinm atpinum) comunemente nota
sotto il nome di « edelweiss », a cui si associa la poesia della vetta, e che è
simbolo ' del ritroso pudore, (Lioy), di coraggio e di gloria (Serao). Perchè?
si comprende l’ etimo del significato quando si consideri che per cogliere una
stella alpina occorreva dare la sca¬ lata ai ghiacciai ed agli erti macigni
isolati nei grandi spazi dell’aria, dove i piccoli fiori si serbavano ver¬ gini
da ogni umano contatto ; ma oggi essi « si per¬ mettono di abitare a soli
cinquecento metri di altezza » e < se ne vendono in ogni vallata. Li porta
sul cap¬ pello qualunque grullo che ritorni da stabilimenti d’acque
ferruginose, o li reca all’ innamorata intrec¬ ciati in mazzolini o dissecati
in quadretti » (Lioy). Scarso coraggio, dunque ; e nessuna gloria. Non me¬
rita, infatti, codesti onori eccessivi il fiorellino, che deve la rinomanza artificiosa
un po’ anche alle importazioni di voga tedesca ed ai cappellini verdi degli
andarmi calanti a frotte dal Gottardo, dal Brennero, dalla Pon- tebba, por
seguire — nella migliore delle supposizioni — l’itinerario bac- 152 chico dei
loro ardenti desideri. Cjuanta verità su (questo iioru di moda, nei giocondi
versi vernacoli di un nostro compianto amico : Con (ti foèttj xeuza Honomaj hìo
/tor ' per tutto {tentilezza I* c ’pelòs, et manca de profumm, et gh'ha ou'
color de lèffora ecapxìoda ; Mocievol e ffroztóa • come un orseit. no' U oic
che tn mezz ai hohm : quand l*è fresche Cè come se '/ fudess paM : quand Vè
pass, Vè anmò hrutl come a vess fresvh,... L'è stada own Irovada de dxigh on
nomm iedesch. (Giulio Silva). Noceysariamente anche questi fiorellini gentili
non mancano delle loro leg¬ gende poetiche. Si dice, certi paesi, ch’ossi siano
le lacrime di una miste¬ riosa dama bianca; e gli svizzeri pretendono che in
edelireisH si sia spezzettata la stella dei re magi, dopo aver compiuta la sua
alta missione e dopo avere errato a lungo per isole e continenti, in cerca di
un soggiorno perfetto. 11 quale — fu naturalmente — la montagna elvetica. 293.
GRAMIGIVA — Erba campestre, serpeggiante o tenace; simbolo di ostinazione. Era
dedicata a Marte. Cui più iiiuxùdi soli la mabri^piia Natura agli implicati
Koveti arrido o all' iuvida gramigua. (Aleurdi - A una aula}. (v. Corona). 291.
GRANATO — Pietra di rosso cu)) 0 , molto pregiata dai gioiellieri : simbolo di
costanza. 205. GRANCHIO — v. Cunav. 296. ORANO — v. Pane, Spica, ' 297.
GREMBIALE — Nell’ iniziazione massonica viene presentato al neofita un
grembiale < simbolo di quel Lavoro incessante del cnore e dell’ anima, che
d’ora in poi devq essere la sua Preghiera e la sua Legge » tSaunier). || Presso
il popolo della Montagna Nera il grembiale feminile era imposto agli uomini
come simbolo di codardia. « Negli Statati del Ve¬ scovo Danilo il codardo
convinto di codardia era condannato a portare per tutta la sua vita un
grembiale donnesco, perchè fosse manifesto che nel suo petto non batteva un
maschio cuore » (D’Annunzio - Proclama per il Montenegro - settembre 1921).
298. GRIFONE — Animale non mai esistito in rerum luttnra, e la cui parte
anteriore è di aquila con le ali e la posteriore di leone a quattro zampe. Aveva
proporzioni di un bue; orecchie di cavallo; criniera di pinne di pesci ;
rivestimento di penne nere sulla schiena, rosse sul petto, bianche nelle ali ;
lunghissima coda. Gli antichi credettero alla realtà di questo lf)ij mostro ;
ma alcuni opinavano esistesse soltanto nell’ India (Eliano), altri nelle
regioni iperboree, dove custodiva le miniere dell’oro (Plinio). 11 grifone è
per ciò simbolo sintetico di custodia e di vigilansa. Gli artefici dell’an¬
tichità, se ne serviron t'requentissimamente per or¬ namento di fregi e di
altre membra d’architettura, nei peristili, negli atri, alle porte degli
edifizi. I grifi con le teste d’uomo sono usatissimi motivi de¬ corativi
essenzialmente orientali, dedotti dall’arte protodorica, con altre figure
fantastiche di animali e di vegetali. Anche l’arte moderna usa spesso il gri¬
fone quale elemento ornamentale, applicandogli la¬ teralmente, o negli
unghioni, scudi di armi o cartoccie di insegne, (j II grifo ha un simbolismo
composito : come incarnazione del custode vigilante, le orecchie equine
indicano l’attemioue, le ali la prontezza, la forma leonina il coraggio, il
becco uncinato la prudenza, gli artigli la difesa. || Poiché il suo corpo è
biforme con la riunione dei due più nobili animali — l’aquila e il leone — si
vuole ve¬ dere in esso anche il simbolo del principe e dell’ eroe, e questo ai
deduce dagli egizi, i quali con la mistica unione del falco e del leone
esprimevano le più eccelse divinità. || Dante raffigura nel grifone il simbolo
del Messia ^^urg. XXXII. 26j. || Esso era dedicato ad Apollo, e qualche volta
con- sacravasi pure a Giove ed a Nemesi. || Abdera e Teo l’avevano per em¬
blema. Il Anche gli etruschi lo usavano; e l’usarono i ghibellini, come, ad
esempio, nello scudo di Grosseto, armato poi di spada (1328) in ricordo
dell’eroica difesa contro Ludovico il Bavero. || Nel tesoro di S. Dionigi
presso Parigi, un’unghia del grifone mandata in dono a Carlo Magno da Aaron,
celebre calitìb persiano (807), venne mostrata a Linneo, che la ri¬ conobbe per
un corno di antilope. || Tutti gli altri significati simbolici del grifone sono
riconosciuti dagli armeristi. jj II vecchio stemma di Genova recava il grifone
stringente un’aquila e una volpe negli artigli, con il motto: «Cosi Genova
stringe i suoi nemici*. Perugia è detta città del grifone, perchè essa pure ha
nel suo stemma il favoloso animale : « 1 Fiorentini v’ aggiunsono per
intrasegna il giglio bianco, e i Perugini talora il grifone bianco » (Villani I
- 40). All’estremo di Fleet Street, a Londra, si erge uno strano monumento, con
un maestoso grifone che posa le zampe anteriori sullo scudo recante l’armi
della City. Di esso non si sa però dare una ragione etiologica. Un grifone
impugnante la croce è 1’ emblema della chiesa collegiata di S. Guglielmo a Saint
Brieuc (Costa del Nord), e vuoisi simboleggi l’idolatria vinta della religione.
299. GRU — Uccello trampolliere, d’abitudini gregarie, nativo dello paludi
d’oriente e trasmigrante con passaggi irregolari‘anche fra noi, in branchi
numerosissimi e serrati, ordinati a triangolo isoscele, nelle alte regioni
dell’atmosfera; singolare animale, le cui maniere interessarono tutti i
maggiori poeti (Omero, Virgilio, Dante, Ariosto, Tasso) e del quale è strano
non faccia cenno la sacra scrittura, benché esso non sia straniero nella
Palestina, durante l’inverno. || Omero paragona allo « squadron delle 15Ì gru »
i troiani schiaiuazzautì (li. 111), e poiché la gru sa di essere ru¬ morosa per
natura, prende in bocca un ciottolo per non rompere il pru¬ dente silenzio: Cosi
il Termodonte Lascia tal’ hora esercito volante Dì Onte loquaci, che passando i
Rogiti Del Tauro, e ivi temendo d'esser x^reda De 1’ Aquile rapaci, hanno
sicuro Fra alpestri solibadini il viaggio, Mentre nel volo lor notturno e quoto
Portan mut-e nel rostro un picciol sasso. (Casoni - Ernlil. polii.). Per
vincere P impeto della rafS^ca la gru si carica di una pietra (firmat gravitate
volatum) ed è indice rappresentativo della riflessione. Per non addormentarsi
usa pure la gru tenere in una zampa un sasso che, cadendo, la ridesti; e questo
sasso sì dice araldicamente vigi¬ lanza, perchè è parte integrale del simbolo
di essa, appropriatìssimamente raffigurato dalP animale. lUilivae Samiits Mctae
ceUberrinms auctor Tp36 Huwn clamit carmina dogma ìtrevi: t^no praetergressw! f
quid agìsf quid omittis ageuditm f Uanc rationém urgens reddere quemque sihi,
Quod didici3ae Oruum volitantum ex agmiue ferlur^ Arreptum gestaiis quae
pedibxts lapidem : ye cennent, neu tratieverMos mata fiamiiia raptcHt^ Qua
rationet hominum vita regevda fuit. (Àk'iato - Emhl. XV’lIj. Gli academici
insensati di Perugia costrussero la loro impresa con una schiera di gru,
portanti il sasso nelle zampe e con il motto : « VeL cum poiidere », e quelli
Faternii ebbero la sola gru, pure con il sasso della vigilanza. || In genere
l’apparire della gru era ritenuto buon presagio, e gli àugxiri an¬ tichi
l’avevano tra i più favorevoli segni. || Era pure credenza che il recare seco i
nervi dell’ali ed i piedi della gru alleviasse la fatica. || Lo stemma di
Portogruaro porta due gru affrontate e farebbe credere fosse originato dalla
frequenza delle gru ; esso invece è l’espressione grafica delia vigilanza
esercitata dai celti, in quei luoghi selvosi, in mezzo ai quali scorreva il
Leinene, e contro le cnlonie di Sesto e di Concordia, dedotte dai romani (da
ginarìus, guardiano di bosco). cK)0. GUANTO — Come ogni cosa umana il guanto fu
inventato per i bisogni dell’uomo. La leggenda volle intessere una graziosa
storia d’amore anche per la sua origine, ma non ebbe fortuna; la moda ne fece
un oggetto di eleganza, mascherando la mano di compostezza orgogliosa,
rendendola plastica, classicamente modellata e fredda, con tepide pelli sca¬
mosciate o lucidamente levigate, con sete susurranti e merletti leggeri. 11 guanto
tradì sempre la sua bassa origine di necessità : quella di difendere dalla
puntura delle spine — come Omero ci rafiìgura Laerte nel giardino {Odiss. XXIV.
280) — o dal freddo, come facevano i grossi guantoni di cuoio e di stoffa dei
persiani, irrisi da Senofonte,, che non ne comprendeva l’uso sotto la purezza
primaverile dei cieli dell’ Attica. In antico il guanto 165 i’u riguardato come
indegno di comparire nelle occasioni di solenne rispetto. Gli ebrei coevi di
Mosè, per confermare la verità di un fatto, dovevano togliersi il guanto e
avere le mani nette, come la coscienza scevra da pre¬ giudizi ; e dalia gaia
comedia di Shakespeare, I^e comari di Windsor, si rileva l'uso di prestar
giuramento sui guanti. || Non era lecito presentarsi guantati alla corte
francese, perchè se l’augusta persona del re avesse vo¬ luto dare una stretta
di mano non doveva essere esposta al tocco di una pelle di bestia (Cherouel),
(e quante volte sarà stato vano un tale ordine !). Un concilio di Aquisgrana
vietò ai fedeli l’uso del guanto ; e leggasi negli Àcta Sanctorum dei
bollandisti che un chierico sbadato entrò in chiesa senza levarsi i guanti, e
questi gli restarono appiccicati all’ epidermide per beh quindici giorni, fin
che a furia di preghiere e di digiuni e di dolori potè liberarsene. In certi
paesi degli Stati Uniti d’America è di prammatica levarsi il guanto per la
stretta di mano, ed il yankee bene educato, sten¬ dendola allo straniero, dice
sempre « Excuse wy giovo! ». L’egoismo della conservazione, il pudore forse, 1’
alterezza di evitare contatti generici, fece si che fosse adottato codesto
mezzo di interposizione fra il mondo plastico e il senso del tatto, organo
squisito della cognizione. Il guanto assunse importanza aristocratica. Il re, i
principi, i prelati, le dame si inguanta¬ vano pomposamente ; vediamo i guanti
imbrandire gli acciari coruscanti nei tornei dell’evo medio; far sdilinquire ^n
madrigali i poeti dal Petrarca in giù ; inorgoglire le mani dei d’Aurillac e
Chantilly, sotto le blonde, nei hureaux d’esprit del settecento. || Gittare il
guanto indica sfida e vendetta, e Corredino di Svevia, dal palco ferale, nella
cocente brama della vendetta, lo fa volare sulla livida folla. |i Per la
degradazione di persone condannate ad una pena si strappavano loro dalle mani i
guanti. || Nella trasmissione di beni immobili l’atto rituale simbolico è la
consegna del guanto. || Cosi in pegno di sicurtà, di salvacondotto -, dare il
guanto significava impegnare la fede di cosa promessa, e dare nel guanto di
qualcuno voleva dire appartenergli : Ma forse i ’ non l’ho detto, Amor vi
preme. •Amor? ijli avreste voi Dato nel guanto':' (Cecehi - Piuvuno Artvtto).
Ancora oggi in oriente si usa rendere perfetto il contratto consegnando un
guanto al compratore. || Al neofita massonico venivano offerti anche i guanti,
« Simbolo dell’Amore del Vero del Bello e del Bene la cui Tri¬ nità deve
incarnare il suo ideale, con l’obbligo di donarne uno alla donna amata, per
renderla cosi la sacerdotessa del suo focolare morale, la custode del suo
patto, l’amica vigilante che, nelle ore torbide, dovrà ricondurlo all’
osservanza del Dovere. L’omaggio di questo guanto a una donna, ri¬ cordava che
la Società ha per base la Famiglia, sorta dai comandamenti della Vita, e che
ogni Uomo non è veramente Uomo se non è triplo, ossia Uomo Donna e Figlio »
(Saunier). || Perchè il guanto fosse ben fatto — secondo l’opinione degli
inglesi — occorreva ohe la sua pelle fosse conciata in Ispagna, tagliata in
Francia e cucita in Inghilterra. Erano però celebri anche i guanti di Napoli.
15G 301. OUFO — Si conoscono le l)enemerenze del gufo, ohe preserva dai
parasiti infesti alle messi; ma le sue solitarie, lugubri abitudini di vivere
sulle torri, sulle rovine, fra le mura dei cimiteri; il suo grido sinistro; la
sua rapacità non lo difendono dagli odiosi pregiudizi che perseguitano gli
animali moventisi nelle insidie del buio. La sua presenza è sempre annun¬ ciata
come messaggio di morte. Didone è atterrita dal suo lugubre strido : Solaque
culminibtu ferali cannine buho Saepe queri, et longae in ftetum ducere voce».
(Kn. IV - ita). (Quando Ascalafo, spione di Plutone, è, per vendetta di Cerere,
mutato in gufo, avrà in destino di presagire disgrazie : Foedaque sit volucrÌA
ventin'i nutitia lurtus. Ignavus tubo dirum niortalibtm omen. (3feL V - 560). E
indi/ Macbeth teme il tetro saluto del gufo < sinistro messaggero not¬ turno
» (II - 2). Il Una generosa leggenda spagnola dice che il gufo — al tempo dei
tempi — era un delizioso uccello canoro. Fatalmente egli si trovò presente alla
morte di Gesù, e da allora odiò la luce del sole, e soffocò nella strozza il
suo canto soave per gemere sempre (Gales). Un verso po))olare di bassa latinità
calunnia, invece, il melanconico animale, asse¬ rendo ohe i gufi posero in
croce Cristo : Chrietii» a noctuis datar nuppHrio. il Phisiologus toglie il
velo dal simbolo, e spiega che per i gufi bisogna intendere i giudei. ||
Traccio di totemismo si hanno per il gufo, dedicato — insieme alla civetta — a
Minerva, come prototipo di vigilanza i e rav¬ visato nelle paurose visioni
della stregoneria germanica quale genio ed arbitro di certi alberi animati. ||
Il gufo fu anche simbolo di igfnoranza. « Dipingevano gli Indi.... l’ignorante,
sotto la forma d’un gufo cieco, sordo, muto e nudato di tutte le penne, che
volava per tutte le tenebre, e sedeva sopra il vacuo; volendo intender
misteriosamente che l’ignorante fosse un barbagianni di giudicio, un cieco
d’intelletto, un sordo d’ ingegno, un muto di volontà, nudo d’operazione, vacuo
d’ogni buona cogitazione, ed offuscato in lutti i sentimenti interiori»
(Garzoni - La sijwgogct degl’ignoranti - Ih. I 3(12. I — Nella logica formale
viene designata con / la proposiiione particolare affermativa, opposta ad una
universale negativa (v. .4). || Segno dell’asse librale e unciale presso i
romani. 3ft3. IBI — A dimostrare che nel totemismo delle genti vive un senso di
natura ignota e riconoscente, un tacito richiamo dello spirito e una muta
rispondenza di generali consensi, sta il culto sacro degli egiziani per l’ibi.
Essi gli rendono onori divini; nella geroglifica rappresentano con la sua testa
Iside e Tot; e minacciano gravissime pene a chi lo uccide, anche
inavvertitamente, o lo offende. Per sè il grande uccello bianco dalle gambe
alte ed aspre, dal collo lungo, dal becco uncinato, dalle ali e dalla coda
nera, è cosi legato alle terre del Nilo che si lascierebbe morire di fame se
venisse altrove trasferito. Ed è un vero dispensatore di bene, poiché egli vi
giunge dall’Arabia con le periodiche acque niliache fecondatrici ; e quando il
gran fiume ha deposto il limo ferace, egli caccia e distrugge serpi ed insetti
infesti alle culture, e scompare quando il loro pericolo è scomparso, con il
degradare e il finire' della piena. || 11 Camerarius accenna a questa bene¬
fica azione che l’ibi svolge all’ occidente del ramo canòpico del Delta
(Mareòtide) : Xunuiiiam accalit llm terrae Marei>tidiii arili», Vt moneat
quanium poasit autor patriae. ISìjmb. m-XXXIX) Il II Ripa accenna all’ibi come
animale sordidissimo, forse in causa del cibo. Nella simbolica, invece, vediamo
l’utile trampoliere indicato come siinliolo del beneficio — e ci pare
appropriata attribuziofae — e, so l)ianco, come simbolo dell’ innocenza, (v.
Ceeelli). 3('t4. IDB.A — Mostro spaventevole della palude di Lerna, nato da Ti¬
fone e da Echidna, con setto teste, che troncate subito rinascevano e con il
fiato velenoso. Fu ucciso da Ercole. Metaforicamente si adopera l’imagine di
questo favoloso animale per indicare il ripullulare e il moltiplicarsi del f 158
è quella dell’ettacordo dei vizi o dei peccati condan- Sette Siri oi colmano di
mali Pari ai sette peccati mortali, Pari ai capi deir Idra Lernea Cui d’Alcide
la clava mietè. (fl-. Rossetti - Ciitfto mttrs/alf). Il verbosissimo Gerolamo
Ruscelli, chiosando l’im¬ presa di Sforza Pallavicino — un idra epticefala con
il motto Ut cunque » — accenna al simbolo più comunemente riconosciuto
nell’idra, della invidia e della maligfnità ; ma poi — ricordando che, secondo
l’opinione allora corrente, si raffiguravano nelle sette teste malefiche i
sette peccati mortali — adverso fiumint si dissipa per trovare nella bizzarra
impresa « le sette virtù contrarie ai già detti vizi », le quali, naturalmente,
dovrebbero condecorare «l’animo in¬ vincibile e insuperabile » dello Sforza
Pallavicino. || Alcuni autori danno nove, cinquanta e fino cento teste
all’idra. In senso ironico Arnaldo Pnsinato così cantava ai piccoli Tiberì
d’Italia: Sono ofiuto le teste, non una * Di quest’ idra che Italia si noma. {A
(Jenf>va - 1S4S). 3f)5. INCENSO — Olibano — Rèsina che si stilla da un
albero del- 1 India e dell’ Arabia e che si arde nelle cerimonie religiose,
dando grade¬ vole fragranza. Simbolo dell’ oraiio&e (Martini) e di
sacrificio, come quello recato alla stalla di Betlomnie dai insgì. .306.
INCEDINE — Istromento su cui i fabri battono i metalli, simbolo di resistenza,
raramente usato nelle imprese. Es. : in quella del cardinale Innocenzo Cibo,
con il motto: * Durabo t (Ruscelli). Il vostro fral destrier vi cadde sopra, H
mio fu saldo come ferma tnonde. (Alam. Girone il cortese - VII - 135).
L’incudine con altri istromenti da zecca è data a Giunone Moneta, opinando
alcuni contrariamente a Cicerone (De divinatione II) che questo soprannome si
desse alla dea perchè invocata dai coniatori del publico denaro. || Con il
motto: « In quascunque formas » l’incudine fu l’impresa dell’academia
fiorentina degli Infuocati (Celli). 307. IPPOPOTAMO — Gli uomini delle età
primarie, concependo la natura come l’unica energia attiva informante tutte le
manifestazioni della materia e dello spirito, la raffigurarono come qualche
cosa di grandioso, di superiore all’ umanità, ma senza alcuna traccia di
benevolenza. Nota Lu¬ crezio che la vita — già per sè stessa colma di
inevitabili mali — sarebbe stata assai più tollerabile se non esistessero i
timori soprannaturali; gli uomini, invece, vollero conservare piuttosto i
propri timori che perdere male, la cui sintesi nati dalla chiesa. IDRA 169 le
loro illasioni. Cosi si spiega il culto al fulmine, alla tempesta, alle ignote
potenze davanti alle quali essi cadevano sgomenti e adoranti con il volto a
terra, e si comprende pure l'onoranza divina resa a bestie mo¬ struose e
terribili per allontanarne o placarne le ire e per il timore die esse
invidiassero le propiziazioni fatte ad altri animali. In Tebe egizia_ narrano
alcuni autori — si venerava Apet, divinità dell’ allattamento ma¬ terno,
rappresentata superiormente dalle deformi sembianze dell’ ippopo¬ tamo ed
inferiormente da fattezze umane. Gli egizi, però, ravvisavano il triste Tifone
nel massiccio e obeso animale dal testone informe, le larghe nari, la gonfia
ventraia, le gambe brevi e tozze, brutto quanto dtìnnoso, e che essi chiamavano
maiale iVacqua invece che cavallo di fiume come si dovrebbe dedurre dalla
etimologia. || Ad Ermipoli era dipinto in lotta con lo sparviero, che
simboleggiava Osiri, cioè la virtù. Il Nella « gran bestia » (Heemot) del libro
di Giobbe (XL. 10—19) vi fu chi vide l’elefante e chi, invece, con ragioni
convincenti, riconobbe l’ippopo¬ tamo, per statura poco minore all’ elefante e
con ca¬ ratteri zoologici rispondenti alla magnifica descrizione che ne fa il
libro epopeico della pazienza. || È animale di sguaiati abbandoni, vivente nel
brago, in incom¬ poste delizie, tutto guastando e distruggendo : acconcio
simbolo dell’empietà, poiché, per soprassoma, «per violare la madre ammazza il
padre » (Ripa). Pone- vasi l’ippopotamo « in calce allo scettro » dei re egizi
(Aristofane-f/cceWi), per ammonire il re a < non essere empio e ingiusto »
(Cartari). 308. IRIDE — Arcobaleno — Questa meteora che è uno dei segni pii'i
notevoli della magnificenza della natura, corrispondendo ad un momento fisico e
nel medesimo tempo ad un momento biologico, è nel senso letterale e naturale
come nel senso figurato e morale il più idoneo emblema dei rapporti fra il
cielo e la terra, della riconciliazione, della pace. Iride è la mistica
messaggera degli dei (Omero), e particolarmente di Giunone, dea dell’aria j e
figliuola di Taumante (il cui nome greco significa am— mirare') e della
oceanina Elletra (Esiodo)j divinità puramente fisica, veloce come il vento, con
le ali d’oro, piena di rugiada, tra le cui perle scherza il sole, che la
corusca di mille colori {Eneide V - 700): tu-monia settsniplioe Pei colorì che han
dall* ombre urto e iìgrira. (Fanboni). Nel mito nordico l’arco celeste è il
ponte che dalla sfera superna comunica con la terra. Al cessare del diluvio
punitore Dio lo pone fra sé e la terra ed è il segno del patto che non verranno
altre acque a sterminare i vi¬ venti [deiieià IX - 13). Come HI vol^on per
tenera nube Due tirchi paralleli e concolori (filinone a mia anceMa inl»e, 160
Nascendo di qnel dentro quel di fuori, A guisa del parlar di quella vaga eh’
umor oonsunse come sol vapori ; E fanno qài la gente esser presaga, Per lo
patto che Dio con Noè pose. Dcd mondo che giammai più non si allaga.... (far.
Xn - 10). Le ilonnicciuole di Toscana danno ad intendere ai fanciulli ohe
pa.ssando sotto l’arco celeste si muti sesso (Biscioni). E vari nostri nomi mascolini
■ Passaron qua sotto l’arcohaleno E sono diventati femminini. j (Fagioli - Uìme
I - 151). L’arcobaleno è tanto piii grande quanto il sole è piii alto; onde la
signifi¬ cazione del motto « A magni» maxima » animante l’arcobaleno dell’ im¬
presa del generale Giovanni Battista d’Arco, conte trentino (Gelli). || L’iride
contenendo tutti i colori, è detto anche segno dell’ alleanza, e si appoggia su
due torri nell’emblema dell’Honduras. .S09. ISIS — Giaggiolo — É il fiore di
giaggiolo dello stornello della perfida Lola,’ il quale fiorisce a diversi
colori come l’arco celeste, nude e! nome.n (Plinio); fiore poetico, di lieve e
grato profumo. L’iria demanda un abri aolitaire, L’ombre ettiretient sa
beante paaaegére. , (De Fontases). Gli si attribuiscono parecchi significati
simbolici : l’ indulgenza (D’Or- champs), la passione ardente.... e
l’indifferenza; il messaggio lieto; l’alleanza. Agostino Préault — insigne
scultore parigino dei nostri giorni — seguendo l’ammaestramento dei vecchi
pittori che ponevano il nobile e ricco fioro dell’ iris fiorentina nei grandi
quadri — trasse da esso nuovi modelli di suprema eleganza decorativa, e diceva
di trovarvi potere e bellezza. J 310. JUCCA - Gigliacea oriunda dall’America,
ornamentale, dall’ampia e bella ciocca di fiori bianchi a pannocchie
piramidali; dalle foglie a lama di spada : fiore orgoglioso che si inalza a
statura gigantesca, ed è simbolo ui gr^andeisa, di elevazione (Zaccone). u é L
311. LACCIO — Lacci d’amore sono gli ornamenti esterni dello scudo, fatti di
cordone circolare intrecciato con quattro piccoli nodi alternati con altri
quattro più grandi, e con le estremità a fiocco. In origine erano il segno
d’amore donato dalle dame ai cavalieri, le « sciarpe ricamate nell’ansia dell’attesa»
(Giacosa), e che si portavano a tracolla o all’ elsa della spada. 11 su¬ premo
ordine della Annunziata, istituito dal conte Verde, Amedeo VI di Savoia (1362),
fu detto da prima ordine del Laccio d’amore, perchè se alcuni attri¬ buirono al
suo pio fondatore l’assoluzione di un voto alla Vergine, altri dissero che egli
aveva voluto isti¬ tuire l’onorificenza cavalleresca per omaggio a una dama, la
quale aveva tessuto coi propri èapelli il simmetrico laccio e glielo aveva
donato. 11 laccio d’amore che attornia il blasone delle vedove è detto
cordelliera (Ginanni) ed è bianco e nero. 312. LAMBELLO — v, Rastrello. 313.
LAMPADA — Il disegno usitatissimo di questo arnese comune, che compie 1’
utilissima funzione di apportare e mantenere la luce, è una delle formule
simboliche ohe, per la propria elementare semplicità ed evi¬ denza,
rappresentano una tacita convenzione dell’ uomo con l’invisibile. Nel lararium
— il luogo piu secreto della casa, dove si ponevano le sta¬ tuette degli dei
lari — ardeva ininterrottamente la lampada, simbolo della vigìlanaa, come un
occhio affettuoso sempre intento ed eguale, vegliente alla salute della
famiglia. E la lampada sostiene la veglia dello studioso, del lavoratore, del
soldato. || È la vita; chè in essa «l’olio infuso per far vivo il lume ne
dimostra quel vital umore del quale il calor si pasce per dar vita al corpo »
(Ripa). || E l’ intelletto « il quale per particolar dono di Dio arde
nell’anima nostra senza mai consumarsi o sminuirsi; solo av¬ viene per nostro
particolare mancamento che venga spesso in gran parte offuscato e ricoperto di
vizi, che sono tenebre, le quali soprabondano nel- l’anima ed, occupando la
vista del lume, fanno estinguere la sapienza » (Ripa). Il L’arte cristiana —
che fino dai suoi inizi è sempre la visibile manifestazione dell’organico
concetto di un pensiero ieratico organatore — assume la lampada come il simbolo
della fede, della eapienia, della spe- l.AOCir> n’ AMOHK ranza e di altre
simili concezioni, di ovvia elaborazione logica. {| L’arte in genere trova
nella lampada il segno manifestativo pili acconcio della civiltà, del
progresso, della scienza, della filosofia e simili. || Cosi parla la lampada
nei dolci versi del Pascoli; Oh’ io penda sul capo n fancinlla che pensa, Kii
madre che prega, su culla che piange, su garrula mensa, sn tacito avello :
lontano risplendo l’ardore mio 4*aMto all’ errante ohe tritjt notturno,
piangendo nel cuore, la pallida via della vita ; s’arresta; ma vede il mio
raggio, che gli arde nell*anima blando: riprende l’oscuro viaggio (•.alitando.
Le lampade dette priapee — sacre a Bacco, ad Iside, a Cibele, al Sole, a
Mercurio — ornavano le case di prostituzione e s’accendevano soltanto al¬ l’ora
nona. || In onore di Minerva, inventrice dell'olio, di Vulcano, primo costruttore
di lampade, e di Prometeo, rapitore del fuoco al cielo, i greci celebrarono le
feste lampadoforie. (v. Ca 7 ideki). 314. HAMFOITE — Rovo dalle radici
serpeggianti, dai fiori bianchi a ciocca, dai frutti rosei soavemente
aromatici, che vuoisi originario del monte Ida (ruhun idaeus), ed al quale
vediamo attribuita la significazione sim¬ bolica di squisitezza di sensi e di
dolcezza di linguaggio, certo per il gradito sapore, onde si fanno sciroppi ed
acque acconcie. 315. Il ATTI!OA — Ortaggio le cui molte virtù medicamentose
sono descritte dal Durante ; ('onciliat somno». Honuicho Invluctt Halubrin,
llamecint, reprimiUine, tnmentia vìncerà, e 1 alvuui Vrnrretti t'i rohihet.
refrìfferoi.... ed arrestiamo la citazione poiché per questa alta dote sedativa,
« ipicmiav) hoc maj-ime rofragefur Veneri » (Plinio), l’umile erba da insalata
fu as¬ sunta a slmliolo della continenza. Dice 1’ Alciato : lujfttina *ìi‘nie
fero (JypvU Athtttin Laclnca foliie rondifHi ej:aHÌmem. Hìnc yeniiati arco
tantum lactuva reKisiilt ffnantum eruca naìoj' vir Mìmulure poleet. {Emhi.
LXXVII). In Atene, celebrandosi le feste adonie, si recavano vasi e ceste colmi
di lat¬ tughe. Il Della qualità soporifera della lattuga abbiamo la nota
applicazione allegorica del Giusti, nel ritratto di Leopoldo li. granduca di
Toscana: Il toBoano Morfeo vien lemrno loiiime, I»i papaveri oiiito e dì
lattuga. {1/ inco^'onaztone. 7). 164 ^ La lattuga era detta erba dei filosofi,
succedanea all’ oppio. Galeno ne usava seralmente e il medico Antonio Musa, per
ayer guarito con essa Angusto, ebbe dal suo riconoscente padrone l’onore di una
.statua (Svetonio). 1| La lattuga è anche simbolo di amarena ed è rituale nella
cena della pasqua israelitica (decimoquarto giorno del mese di Nissan), detta
seder, per ri¬ cordare le amarezze provate dagli ebrei in Egitto. (Taglio).
316. LAURO — Alloro — Albero nobile, sempre verde, a bacche nere e amare, delle
cui foglie si facevan corone per premiare le gesta di valore e le opere
d’ingegno (« insegna al gemino valore » (Petrarca) — « i bei lauri non mai di
fronda privi » (Alfieri). |l I greci credevano che dormendo cinti di alloro
potessero vedere la realtà desiderata, e forse per il suo aroma acu¬ tissimo,
atto ad eccitare 1’ estro e il vaticinio esso fu simbolo di poesia e ad Apollo
dedicato. Roma considerò sempre l’alloro come legno felice, cioè di buon
augurio ; (dei legni infelici si facevano i patiboli). Consacrandosi i
sacerdoti, venivano regalati di bacche di lauro ; nelle camere degli infermi se
ne appendevano rami ; di lauro si inghirlandavano le tempie per pre¬ servarsi
dal fulmine, e cosi faceva Tiberio nei giorni degli uragani; la stessa
republica, che si stimava perenne, si compiaceva di essere comparata nella
retorica comune al lauro, perchè sempre verdeggiante e simbolo di perennità. ||
Significazioni precipue del lauro, sono però l’ academia, l’ o- nore (tuttora
sopravvivente nel nome della laurea) ; il trionfo, la gloria, l’immortalità. ||
Apollo, trasmutando in alloro la vezzosa Dafne involan- tesi alle sue
concupiscenze ; Arbor tris certe ’dixit' mea. Semper habebunt Te coma, le
citharce, te noatra, laure, pharetra ; Tu ducibue ImIHs aderie, cum latta
triunphum ' Vojr ranet. et longaa Haeut CapUolia pompas. (Ovid. Metam, I -
fifiM). E Dante cosi si rivolge al < buon Apollo » ; Venir vedraimi al ttio
diletto legno K t'ornnnrmi aliar di ([nelle foglie. E Byron, al Parnaso: IPar.
1 - *25). Lascia che nn ramoscello io qui dispicchi Dell' albero di Dafne, e la
speranza Dammi che ciò non sia dal senno umano Vanità giudicata. {A rollio - T
- i,xni). E il Tasso nel leggiadro madrigale : l'iociola verga, e bella D'
alloro trionfale, Cresci a la pianta, onde sei svelta, eguale. Cresci felice ;
e s' ella Secca non si rinverde Tu mantien vìvo, frondeggiando, il verde. Ma della
< suprema tra le piante » (Empedocle], dell’ Arbor vittorioiia trionfale
Onor <V imperatori e di iioefci (Petrarp.K - Son. 20r») I(i5 usarono ed
abusarono i piacentieri di cui fu piena l’ età delle corti e delle
cortigianerie, e furono . caduchi allori » quelli concessi a Gorilla Olimpica e
ridicoli quelli al Baraballo; non quelli dalla fatalità negati a Torquato. Pet^
la incoronazione in Campidoglio dell’ arcade Gorilla (la pistoiese Maria
Maddalena Morelli Fernandez) Pasquino Tolle dire la sua (1776) : Ordina e vuole
Monsignor Mazze! Ohe sia la Corìlta cinta d* alloro, E ohe non le si tirin
huooie nè pomidoro Sotto multa di baiocchi sei. Giacomo Zanella vide nel
pomposo verde del lauro, il simbolo dell’ egoismo. Odio r allor che, quando
alla foresta le novissime fronde invola il verno, ravviluppato nell’ intatta
veste verdeggia eterno, pompa ile’ colli ; ma la sna verzura gioia non reca
all' angellìn digiuno ; chè la splendida bacca invan matura non coglie alcuno.
(Egohm^ e carità i. Giosuè Carducci chiama l’alloro mentitore e orgoglioso, e
per la stessa ragmne e per avere ornate le tempie di . calvi imperador romani
». il A cagione della favola di Dafne c molto acconciamente si mette il lauro
per a castità » (Ruscelli). |: Coloro che tornavano con una favorevole risposta
dell oracolo da Delfo si coronavano di alloro, come Oreste nell’ Kdipo di
botocle. L’ alloro è pure assegnato in attributo iconologico alla vittoria,
alla pace, alla perseverania (Doni). || Nel solennissimo rito al Soldato ignoto
- Che ha il volto ed il nome di quanti l’Italia venera e piange, e da la
visione di tutti gli eroismie di tutti i martiri — il lauro era collocato su la
bara. L’on. De Vecchi ne spiccò due arboscelli e li donò al re d’Italia e al
duca di Aosta : era il simbolo : tutto quanto fu ed è rimasto di retorico in
esso ardeva purificandosi nella storia ; ma il simbolo è e rimane, (v. Mirto).
317. LAVANDA — La buona pianta che dalle spiche esala la deliziosa e sana
fragranza nelle arche domestiche ripiene dei lini antichi. || Il lin- guaggio
dei fiori ravvisa, invece, per essa l’antico simbolo della diffidenza, perche i
romani credevano che ospitasse l’aspide in agguato. (Jazmin). Altri annotatori
ricordano la creduta virtù della lavanda di ridare la parola a chi 1 aveva perduta,
e da ciò il simbolo del silenzio conferito alla pianta (318. XiECCIO — V.
FjIcc, 319. I.EOCOKNO — Alicorno, Unicorno — La castità — « virtù forte e
severa che doma il corpo e tiene gli appetiti in religioso rispetto della legge
» ( Tommaseo) — è ordinariamente simboleggiata nella letteratura e nelle arti
classiche dal leocorno o unicorno. Es. : nei Trionfi del Petrarca • nel fresco
grandioso botticelliano a S. Ausano (Firenze); in quelli del Do^ menichino
nella cupola di S. Andrea della Valle e nel palazzo Farnese, a ^ma, nell
imagine di santa Giustina del Moretto, nel museo imperiale di lenna. || Il
leocorno è dedicato a Minerva, nel cui trionfo, dipinto dal I 16 » i Costa, nel
palazzo Sohifanoia di Ferrara, una coppia di leocorni tira il carro alla casta
dea. || È il leocomo un animale dal corpo di cavallo, bianco di pelame, con la
testa fulva, gli occhi azzurri e brillantissimi, barbetta caprigna, e con
lungo, diritto e aguzzo corno nel mezzo della fronte. La scienza — che procede
con l’austerità sperimentale — disse favolosa la strana bestia; il viaggiatore
africano Burchell trovò però, nel Sudan afri¬ cano, alcuni esemplari d’una
varietà di rinoceronti, molto sviluppati, dal pelo grigio uniforme e differenti
in statura dal rinoceronte comune ; e questa scoperta (lUOS) richiamò
l’osservazione alla descrizione del rinoceronte d’Etiopia, o unicorno, lasciata
nell’età cesariana da Diodoro Siculo. I denti fossili dei monodoni o narvali —
seconda classe dei cetacei — e dei (juali gli antichi ignoravano l’origine,
contribuirono forse a creare la favola del leocorno ; il quale però non è da
confondersi con r unicorno o monoceronte (rinoceronte) che col suo po¬ roso ed
unico corno svelle i cedri del Libano {Salmi - XXVin-6). Il Era opinione dei
vecchi zoologisti che il leocorno, indomabile e intrattatile, si lasciasse
soltanto ammansire dalla presenza di una vergine. Per catturarlo si poneva
quindi sulla sua via una fanciulla, a cui esso correva incontro timido e man¬
sueto, ne ricercava il grembo e vi chiudeva gli occhi come in un’ estasi
ipnotica. Ciò non avveniva se la fanciulla non era in condizioni perfette
d’integrità fisica e morale ; d’onde l’origine del simbolo : 140» cìncat omot
va^ta cirtutU fi oMur Virtns Uinto viumt ut H/a ('••Tom. (Canierarixi» - U -
XIII). un oanilìilo lìot'Orno, come V^uol nello scudo e U c.ampo abbia
vermiglio (M. fur. XI.IV) egli con la scelta vuol dinotare tutta la purità del
suo amore per Bradamante. Il Altre volte la figurazione del bizzarro cavallo,
nella intenzione degli artisti, prestò diverse significazioni, come
nell’allegoria dell’Antelami del batti¬ stero di Parma (v. Albero). || Era
credenza ohe’il leocomo sapesse rendere impotenti i veleni, e il celebre
condottiero d’armi Bartolomeo d’Alviano lo prese ad emblema, con il motto ; «
Veitemi pelìo » (Gelli). i/iwiiue nerpeiiliim ailinui mula KCila fertirum,
Exploru el. l'niituit t^tra rendita (Camerturiiin - li - XII). Nell’ araldica
il leocorno ha stilizzazioni manierate, come tutti i mostri che entrano nel
blasone : corno e branche con i colori a contrasto, zoccoli bo¬ vini, coda
leonina, ed è saltellante, rampante o saluto. || Esso spiccava sul vessillo
della tribù di Manasse (Calmet). || La più celebre delle sue ado¬ zioni
araldiche è quella dell’ Inghilterra, che lo assunse per suo emblema, e nelle
caricature politiche dalla fronte della vecchia Albione si erge nor¬ malmente
il caratteristico corno alto ed acuto, formidabile come la sua spada. Araldisti
francesi indicano il leocorno come più particolarmente Quando Ruggero 167
designato a rappresentare la Scoila, e in tale uso esso entra nel sopporto
dell’arma del Eegno Unito, insieme al leone, simbolo propriamente in¬ glese. Il
II leocomo marino — pesce aspro a toccarsi, macchiato di bruno, portante tra
gli occhi un corno — benché esistente negli oceani ampi del¬ l’oriente e
dell’occidente estremi, entra nella simbolica araldica di Francia, come si vede
nell’arme della città di Amiens (Somme); un leocorno av¬ vinto dall’ edera, con
il motto : « Liliis temici vimine Jtingor ». 320. LEONE -r- La leggenda,
prodotto di forme universali del pensiero e del sentimento, perennata da una
potenza fantasticamente resistente, eleva ai fastigi della ammirazione il
leone, e di questo superbo « re degli animali » si fa cortigiana onusta di
colori e di splendori. Il simbolo — che è il termine formale esprimente il
ricorso costante dell’ idea generica — esalta esso pure il leone, a cui
conferisce alte dignità di pregi e di virtù, che nella realtà non
txirrispondono come materia di ragione e di critica riflessione. La forma
religiosa primitiva per la quale si credeva nella esistenza degli spiriti
animatori delle cose create, non poteva non riflettersi sulla belva bellissima,
dalia testa maestosa, dallo sguardo pronto e sicuro, dal corpo agilmente
simmetrico e gagliardamente elegante. Leonino è il dio Nergal dei babilonesi;
leonino l’aspetto del Tempo, primo gerarca delle divinità, per gli indù e gli
irani; fieramente leonina è la testa del Satana manicheo, ed è un leone
l’Àbrasas dei settatori, sovrano fra gli dei (seo. II di C.). Al leone i fenici
inalzano ricchi altari ; i germani ne ornano lo scudo del valoroso e prudente
Ermione, re e nume ; gli egizi e greci lo dedicano a Vulcano, per la sua ignea
natura e per il suo ruggito simigliante al Iwato dell’eruzione. Mitra — il dio
che tempera la luce e le tenebre, nei riti misteriosi vietati a Homa da Adriano
— è rafiigurato tal volta con corpo umano e testa di leone. Cìbele ha i leoni
mansueti aggiogati al suo carro e nei suoi sacrifizi si porta l’effigie del
leone. Ercole fra i pagani. Sansone fra i semiti — i prototipi della forza
prodigiosa — salgono a ri¬ nomanza quando hanno vinto il leone ; e altri eroi e
re — come Agamen¬ none si pregiano di portare il vello leonino e di adornare
l’elmo e il diadema con la simbolica testa ondosamente chiomata della
formidabile fiera. Salomone là decorare il suo mirifico trono con la figura di
dodici leoncelli (III tìeg. - X. 20). Perocché il leone oltre all’ essere caro
motivo di estetica rappresen¬ tativa — é pure elemento importantissimo di
concrezione simbolica, en- tificante una eletta serie di qualità astratte;
avanti tutte, la fortezza, dell’anima e del corpo. (Es. : la Fortezza effigiata
dal Domenichino in S. Andrea alla Valle a Poma, ha il leone) ; il valore ; la
virtù ; la magnani¬ mità ; la clemenza ; la generosità. Riporta il Ripa due
distici dedicati a Cesare Augusto : Parcerr, prostriUU hi-U nobilig irn Leonif
cincis nemper cictis ni parvere potitdit. iìiil aucora il Kipa riporta il
seguente antico epigramma ; Coìpoì‘a mofjnanimo fntù est prostrasse Leotii.
Puyua suìfin flnew cum iacet. hostis habet, At lupuSy et turjies instant
morientibus urei Et tiuaecumqw miuor nobilitate fera est. KiB Brescia l’eroica
è la « leonessa d'Italia » (Carducci). || Il leone è pure tatto simbolo della
riconoscenza, e si ripetono episodi commoventi e meravigliosi : quello dello
schiavo Androcle, risparmiato nel circo da un leone, cui egli aveva, molti anni
prima, nel deserto, tolta una spina dal piede dolorante (Seneca, Bliano, Aulo
Gelilo); e quello della donna fiorentina che n'ebbe restituito il figliuolo
(Novellino). || Dicesi che il leone ha la probità di costituirsi e di
alimentare una famiglia, mantenendo una monogamia tem¬ poranea, almeno fin che
i leoncini possano bastare a sè stessi per la cerca del cibo, e protegge la
temina con la prole, ed esercita — insomma — tutti gli ofBci di buon padre, tal
che fu ancora prescelto nelle arti figurative a rappresentare Dio Padre ; e
poiché egli — inseguito dai cimciatori — can¬ cella con la sua lunga coda le
orme, per far sì che nessuno possa scovarlo dal nascondiglio, cosi fu anche
designato a rappresentare Cristo, ohe cancellò le treccie della sua divinità
quando scese sulla terra (Physiologns). || Di- cevasi anche che il leone si
svegliasse alla vita soltanto dopo tre giorni da che era partorito, per i
ruggiti e per l’alito che il padre gli soffiava in bocca: lie lu leone per
nostro conforto Una gran meraviglia n’ aggio amlita Ch’ a la nativitsde nasce
morto, K ’I terzo giorno sta come perita. Rugge lo patre; en istante è risorto,
In quella voce iiar che li dia vita. JjO dolce Cristo fa in simile porto
(jiiando r uccise la gente tradita, K nello terzio giorno suscitò. j llestiario
tnoi'ci(i:izttLuJ. (Ufr. : Mazzatinti o Monaci, in Atti dei Lincei. 1887). ||
Altre volte fu usato come simbolo di custodia, e posto a sostenere le colonne
dei portali e dei pronai dei sacri edifici, perchè dicesi eh’esso dorma ad
occhi aperti, come Cristo vegliava nella sua divinità anche nella tomba.
lustautig quofi niQìia ranemf dei galltut Evi. Et revoeet famulas ad nova pensa
manas: Tarribus in stiet'ìe efflìtyitur aerea imtvis. Ad etiperos nienieni
qiiod revocrl t^igilein. Est leo, sed cuaton. oculis quia dormii upertie.
Tempìorum idcirco ponitnr ante forte. (Alciato : Endd. XV’. Merita il leone
questo eccesso di onore? Spiace rammaricare qualche glos¬ satore di antiche
parabole, a cui parrà sacrilegio attentare all’ arcaica tradizione, consolidata
dall’autorità Ai illustri zoologi, come il Buflbn. Osserva argutamente il Graf
« la reputazione del leone è a due facoie, onorevole l’una, disonorevole
l’altra». E vediamo codesto altro volto del simbolo. Il leone è tutt’altro che
magnanimo e generoso; è invece subdolo e insidioso, perchè si appiatta nell’
attesa della preda più debole di lui, e contro di essa si avventa per agguato e
l’abbatte con il terrore, con la vio¬ lenza, con r urto materiale : valore di
poco prezzo. E non è nè men generoso IG'J perchè fa empito contro chi gli
resiste, e gli stessi iconologisti che lo esaltano per la nobile inclinazione
al perdono, in altri passi lo descrivono vendicativo, ricordando il fatto del
compagno di Giuba, re dei mori, che fu riconosciuto dopo un anno da un leone da
lui ferito di un dardo, e sbranato, senza che la fiera toccasse i suoi
compagni. Però gli egizi dipin¬ gevano il leone per la vendetta (Ripa). Anche
la favola di Esopo — ri¬ prodotta da Fedro, dal La Fontaine, dal Dodsley —
ricorda l'imperiosità del patto c leonino » e le parti che per sè fa il leone,
tutt» arraffando e non lasciando briciole altrui : Eyo jtnmaTn tolto, nominof
quia leo. Secundam quìa sum fortis ecc. (Fedro I - 5>, Il leone non è
animoso; non varca mai un muro senza sapere ciò che l'a¬ spetta dall’altra
parte. Una barriera di fragile carta basterebbe a proteggere da e?so una mandra
di buoi, se questi non si spaventassero all’ odore della belva ed alla sua
voce. 11 leone è iracondo : « Come il ruggito del leone, cosi è anche l’ira del
re » afferma Salomone {Proc. XIX. 12). E 1’ Melato : Airaeam veterem randa m
dixtre leoìiÌM. ' Qua stimulaiite iroM connpit ìUp gracen. I.utea emù »urgii
hitis, crudeecii et atro ?\ìle dolor, furiai excitat indomitm. {Emhl. LXni). Nè
il leone è temperante. Si riempie di soverchio e sopporta facilmente il digiuno
; e la indifferenza che in lui pare generosità, e che lascia libero il passo ai
tremebondi viatori che lo trovano improvvisamente da presso, di¬ viene
spaventevole ferocia nei digiuno. Ma il leone non è nè meno sempre animoso.
Quando egli con lento passo si rinselva, non lo fa certo « con fermo proposito
di non far cosa indecente alla sua nobiltà » come pretende il Ripa; si bene
perchè gli manca l’animo della lotta, e ohi legge l’in¬ diano Panciatantra non
si forma «un’idea superlativa del coraggio e del- 1 accorgimento del leone, che
ora teme del toro, ora del montone, ora dell’asino, ora dello sciacallo, che fa
straziare prima dal leone la pelle dell’ elefante di cui vuole mangiare la
carne » (De Gubernatis) : lo sciacallo ha una potenza di comando, dunque,
superiore a quella del re per definizione. E pure il leone fu la grande insegna
del dominio; simbolo supremo di quello che oggi direbbesi imperialismo ;
adottato dai franchi, dai bulgari, dai britanni, da cento altri popoli
conquistatori e da signori pugnaci per bramosia di dominio, come gli Armagnac.
Lo profilavano emblematicamente nelle medaglie Cizico e Guido; lo ponevano al
sommo delle loro imprese ed alato gli assiri. Nella seduta del consiglio di
stato napoleonico nella quale si doveva stabilire l’emblema per l’impero,
Crètet aveva proposto l’aquila, il leone o l’elefante; Talleyrand — o
Combacéres — le api; altri il gallo. Napoleone rifiutò il gallo ed esclamò : «
Bisogna prendere un leone steso sulla carta di Francia, con la zampa alzata
verso il Reno, e con il motto — Disgrazia a chi mi stuzzica! — », (v. Api,
GaUo). Venezia nel nome di Marco, volle sigillo di tutti i suoi grandiosi
trofei il leone alato, che dalla Piazzetta « sembra spiri l’uragano dalle fauci
aperte » (Castelar). i7(i t)ra un tempo Viuepèa un'altra TirOi E di
Pianta-Icone ai figli suoi Diero il nome i trionfi : uno stemlardn Ohe traverso
agl' ini'endi, all' armi, al sangue Sulla terra e sul mar vittoriosi Portavano.
(Byron - Aroirtn - IV. XIV - Trad. MaH'ei). L’evangelista Marco — intravvisto
nel corpo di Ezechiele — era tin dai tempi protocristiani allegoricamente
raffigurato con il mezzo leone (Galanti) ; e quando i veneziani ne trasferirono
il corpo alle isole Reaitine — dove egli in vita era approdato, colto da una
procella — l’insigne martire della fede fu eletto loro protettore (828)*; che
successivamente fu raffigurato come leone alato e ridestante i dormenti col suo
ruggito da Jacopo da Va- razze (Leggnida aiireu)- È però errore credere ohe san
Marco fosse sostituito a san Teodoro, primo pa¬ trono dei veneziani, nel
patronato della gloriosa re publica: nei calendari di essa, fino all’ultimo
anno della sua esistenza ilT97) trovasi indicato san Marco (25 aprile) come
principale protettore della republica, e san Teodoro (9 novembre) quale
protettore della città (Musatti). Il leone come simbolo della potenza veneta
non appare che nel secolo XIII : e dominava, in bronzo, la Piazzetta dall'alto
di una delle due colonne, presso san Teodoro. Un leone rampante, con il vessillo,
aureolato ma senza le ali e il libro è co¬ niato nel soldino d’argento del doge
Francesco Dan¬ dolo (1330). Ad esso furono in seguito aggiunti la coda, le ali
e il libro sotto le zampe anteriori (fine del sec. XV), e Gentile Bellini,
nella sua insuperabile Procrssione, poneva le bandiere della piazza di S. Marco
con il simbolo dell’ evangelista, issate su tre pili disadorni di legno. I
documenti e i cimeli provano ad esube¬ ranza che il leone veneziano deve essere
d' oro in campo rosso. ifoc Jilathens agens hominem tienemtite»' imph‘1.
HfurcuH ut alta /'/•««n’f rox per detterla leoniti. Jtira Hacenlotii Luca* tmet
ore iuvenci. More coUins ngiiUae verbo iieiH astra Joanttey. c^aaluor hi
proceres. una te voa- cauenfett. Tempora seu tolidem latain epargiintnr in
orbnn. Gosi Celio Sedulio (sec. V) descrive il tetramorfo degli evangelisti.
(Cfr. ; A. Santalena - Lvnni di S. Marco). || Le sacre carte e la Chiesa non
ac¬ cettarono sempre benignamente l'entificazione simbolica del leone. Come
presso i persiani esso rappresentava Ariman, genio del male, cosi Daniele nella
leonessa con le all aquiline intravide l'impero dei caldei, con la pervicace
superbia del suo re. Nè la Chiesa — che raffigurava il suo autore con le
ffigure innocenti e pure dell’ agnello e della colomba — poteva dargli aspetto
figurabile normale nella belva spaventosa. La quale rappresentò di frequente il
maligno, qtiaerena qwm devoret ; e la forsa irrazionale. Non chiaro — ma certo
non ispirato a benevolenza — è il simbolo di Dante, ohe nel leone apparsogli
all’inizio del viaggio periglioso i’ou Ih test’ Hlta o ron raiiMosa fannt, Si
clic parea die 1' aer ne temesse, 171 {!nf\ 1 - 47 ). (licèsi Intenda indicare
la violenza, o la superbia, o la bestialità, o forse la corte di Francia guelfa
e odiosa per lui. Il leone « animale di natura valida e ferocissimo » era
consacrato anche al Sole, perchè, fra tutti gli animali che tengono l’ugno
incurvate, egli è 1’ unico che vede appena nato (?) e perchè — come si è detto
— dorme ad occhi aperti (Plutarco). Il leone nemeo è quello di cui i poeti del
cielo formarono la costellazione, e ne fecero il segno del luglio, assegnato
alla quinta casa dello zodiaco (il « lione ardente » - Par. XXI. 13). Nelle
armi gentilizie il leone è forse il più possente dominatore, e si disegna in
varie guise. Quando è passante, con la testa di faccia o in maestà, si dice
leopardilu ; per lo più si rappresenta rampante; nelle armi di molte citta
della Franca Contea è ìiascente. Nel modo ohe l'aquila senza coda è impresa diffamata,
cosi il leone rappresentato privo di lingua, di unghie, di coda, di sesso, dice
l’ infamia del suo titolare; e — ad esempio — tale tu il cavaliere Giovanni d’
Avesne ohe per ordine di Luigi il Santo, re di Francia, dovette in quella guisa
ridurre il leone del proprio stemma, per avere vilipesa la madre, (v. Animali).
321. IiEOFARl^O — v. Pantera. 322. — Simbolo dell’udito presso gli egizi,
perchè dicesi che questo roditore, dormente ad pochi aperti, raccolga
agevolmente dalle lunghe orecchie ogni minimo rumore. || Per gli arti
posteriori pure molto lunghi, attissimi al salto ed alla fuga, naturalmente
sistematica in questo animale, e per altre complesse attitudini peculiari, esso
è il simbolo più comune¬ mente citato della timidezza e della paura, [j Per
essere frequentissimo al negozio amoroso, e per filiare due o tre volte
all’anno, fu consacrato a Venere, e designato anche a paradigma della
fecondità. || Fa meraviglia di ritrovare la lepre anche nella scienza
applicatrioe del blasone, attri¬ buendole significato di mitezza, di
tranquillità, di solitudine, ma aggiun¬ gendosi di credere l’arma «non molto
nobile» (Guelfi). || «Delle lepri si dice che la notte, ai tempi della luna, e
massime della luna piena, sal¬ tano e giocano insieme, compiacendosi di quel
chiaro, secondo che scrive Senofonte » (Leopardi - Elogio degli uccelli). H II
lepre è il trofèo per ec¬ cellenza dei cacciatori nostrali. « Vivere camibus
leporiìiis » voleva dire, presso i romani, mangiare ghiottamente, e Plinio
afièrmava che chi man¬ giava lepre restava bello per una settimana. ìvter avea
turdm, si quis, me judirt cpHei. Inter qundruiìedM qìoria privut ft-pus.
(MarxÌHl«). Ed un apologista della caccia del secolo XVI ; Lièvre jc #KtV,
ptiiie staturt' Dfììtnant pluisir tuuv nobles et yeutilz : D* eah’e léqvr H
vite de nature, Sur tonte. ìteste on me donne le pris.... (Du Fouilioux -
yéuerie). 172 ^ Upu.s cqijiareiis uifortunatum fucit iter ^ era proverbio
latino, e questa eie enza superstiziosa di malaugurio fece smarrir d’animo anche
eserciti valorosi, come quello dei conti di Holstein che combatterono
fiaccamente ^ntro i Ditmarsch per l’apparire di una lepre durante la marcia
(1289) Il La espressione francese . gentìlahommes à Ltècre . trae origine dal
tumulto Che desto la comparsa di una lepre saltellante nell’esercito di Filippo
VI affrontato all’esercito di Edoardo UI d’Inghilterra. Le prime file francesi
tentarono allora di spingere l’animale verso le file inglesi, facendo un ba-
alucco indiavolato che dalla retroguardia fu interpetrato per l’inizio del
combattimento. Alcuni scudieri si gittarono frettolosamente ai piedi del re,
supplicandolo di elevarli al grado di cavalieri, com’era allora costume quando
stava per cominciare una battaglia. Appreso il vero motivo del ciiasso, 1 cavalieri
nominati in quel momento ebbero il nome di cavalieri della Lepre, (v.
Coìiiglio). 328. LÉSINA — Un faceto libro del Vialardi — DeUa famosissima Com¬
pagina della lesina, dialoghi, capitoli, ragionamenti (prima edizione: Vi¬
cenza 1689) — detta le leggi dell’avaro: «Che ciascuno debba guardarsi ed
astenersi da ogni superflua ed impertinente spesa, come dal fuoco, nè mai si
spenda un yjuattrino se non per marcia necessità, perchè con tal regola e per
tal via si dà buon principio all’augumentare, e far capitale. UumJ. est
pnneipalis intentio laesinantium » (cap. III). Il frontispizio del codice della
tìnta compagnia porta la impresa della lésina, con il motto: « L assottigliarla
più meglio anche fora », e l’istromento appuntato e sottile de calzolaro fu scelto
perchè nel libro stesso si faceva obbligo ai lesinanti sodali di racconciarsi
da sé scarpe e pianelle. Il perchè la lésina passò proverbialmente per simbolo
di avarizia, di spilorceria, e « lésina » dicesi comunemente a chi spende
sottilissimamente e tira a fare i più minuti e anche sordidi risparmi
(Fantàni). L’on. Kudinì, in un suo discorso poli- ico tenuto a a Scala di
Milano, celiando, vantò il suo ministero, dedito alle economie, come la
rinnovata compagnia della Lésina (1891). « Con le lesine bisogna esser
punturuolo » dice il prohatum verbnm. che oppone spilorcio a spilorcio. ‘ *
324. LEVA — Stromento semplice della meccanica elementare, inserviente a
muovere pesi ed a vincere resistenze. Entra nella suppellettile simbolica
masso¬ nica per significare la forza. 326. LIOURIO — Minerale più comunemente
detto ligurìte o sfeno, silicato di calce e di ditanioj una delle dodici gemme
dell’e/bd, indumento superumerale dei sacerdoti ebrei, e rappresentante la
tribù di Efraim, posta prima nel terzo ternario (Giuseppe Flavio). 326.
LIGUSTRO — Arbusto elegante della fa¬ miglia dei gelsomini, a fiori bianchi a
tirso e a bacche nericcio, comune nei dumeti nostrali, fiorente nella primavera
avanzata e maturante di frutti nell’autunno. Alti» liffustra rtidiiut, varvinia
niV/m fegnutur, (Virg. Ecl. 2-18). Il suo fiore simboleggia la giovineaaa. ||
Per la bianchezza dei a questi furono assomigliate le carte : 17.'« suoi fiori
*1 «letto scrissi In «jnesti nmani, h «lir proprio lìgn.sipi. (P.'tr. - 11).
..27. I.ILLA — Glieiiia — Arbusto d’origine cinese dalla fioritura larga e
improvvisa nelle giornate di aprile, a grappoli molli e freschi, meno caduchi
se di color viola tenue, con tinta rosea fuggente; effimeri se bianchi : Il
lilla alto (Ili! sovrano odore (Whìtmann) abbraccia amorosamente la casa di
Butterfly, fittata per novantanove anni, e che pure non vede la felicità per un
anno solo. Cosi il fiore tenace e • leggiadro somiglia al nascere inaspettato
di certi amori secreti e precoci, germoglianti nel candore e nella tenera
poesia dello spirito, e il codice emblematico dei fiori indica per esso il
primo amore. 328. LINCE — Gli antichi narravano cose mirabili di questo
mammifero selvaggio, fulvo e pallido, macchiettato di bruno e dalle orecchie
ciuffate scendente un tempo dalle alte vallate per assaltare le greggio, e
dedicato a Bacco. Plinio asserisce che le goccio della sua orina formano gemme
ed ambra preziosa; ed in particolare fama era l’acutezza del suo occhio, che
varcava le muraglie ed era « atto a passare li monti e li mari » (Brunetto
Latini). Realmente la lince possiede - come tutti gli animali della specie fe
ma - la facoltà di distinguere gli oggetti anche al buio, ma non è pari alla
fama la sua potenza visiva. Il simbolo — che conserva immutato il concetto
empirico e ne stabilisce anche gli errori - giunse a far riconoscere ne la
linee l’espressione iconica della perspicacia; e quando il ducA Fede¬ rico
Cesi, appena diciottenne, fondò a Roma il più antico ed illustre con- ■sorzio
scientifico d’Italia, gli diede il nome di academia dei Lincei (1603), per
indicare che i suoi componenti avevano occhi di somma possanza in-
vestigatrice, per scoprire negli abissi profondi della natura; e ad emblema
dell’academia assunse la lince. Al vediT lince, ni provveder fn pardo. (Parini
- Per Camillo (jTitti). Ma se fin dove col penaier penetro avessi a penetrarvi
occhi lincei.... (Ario.sto - Hat. Ij. Il yuest’anurinle è pure dato per simbolo
dell’ingratitudine e della per¬ fidia. e in esso fu mutato il barbaro re scita Lineo,
che aveva tentato di assassinare'Trittolenjo inunsrso nel sonno. 329. LINO — «
Il lino è posto dai poeti per il Fato, dandosi alle parche, e gl’ interpreti di
Teocrito, rendendone la ragione, dicono che come il lino nasce nella terra, e
quindi a poco a poco vi si corrompe, cosi l’uomo della terra medesimamente nato
in essa per necessità di natura si ri.solve » (Ripa). 174 K quando Lachesis non
ha più Uno, • Solvcsi dalla carne. {Purg. XXV - 79). Il Gli agronomi antichi
affermano ohe il lino è molto nocivo ai campi, perchè li smagra (Durante), e
disse Virgilio: VHi eiìint canipos lini seges, trrit avena. La te-sta del lino,
però, contiene una obediente mucillaggine che ne ammollisce il suo grano,
inserviente ad ottimi cataplasmi; il suo olio è lievemente purgativo e serve
all’ arti pittoriche come alle applicazioni del- l’industria ; le sue fibre
sono tenaci e servono a fare tela e carta. Le be¬ nemerenze del lino sono,
insorama, cospicue, e potrebbero essere magnificate fin dal momento storico in
cui l’abitatore della palafitta ne usò per coprire le sue nudità. Tale è la
credenza di bene in questa comunissima pianticella, che presso alcune
popolazioni tedesche, quando un bimbo non impara a cam¬ minare, lo pongono nudo
sul terreno, alla vigilia del san Giovanni, e sul terreno e sul bimbo
cospargono dei semi di lino ; appena questo comincerà a spuntare, si è certi
che il bimbo farà i suoi primi passi. I vantaggi of¬ ferti dal lino gli
conquistarono il pregio di simboleggiare la beneficenza. 830. IiIBiA — 11 più
antico stromento musicale a corde, imaginato da Mercurio, che gli diede i tre
suoni, grave, medio e acuto. Apollo si inna¬ mora dell’armonico arnese, e per
averlo lascia a Mercurio le cinquanta giovenche eh’ egli gli ha rubate.
(Omero). Da allora la lira è l’attributo del precettor delle muse, simbolo non
solo della, poesia e del canto, si bene dell’ incivilimento nascente, perchè le
prime leggi ed i primi instituti dell’umano consorzio furono espressi in versi.
Con anacronistica bizzaria, e per rendere onore alla gloriosa invenzione tutta
italiana e allora recente del violino, Kaffaello ne adattò uno al braccio di
Apollo, invece della lira, nella dipintura del Parnaso; ma egli con la lira
raffigurò superbamente la Poesia, nello stesso Vaticano. È attributo specifico
di Apollo la lira, « per mostrare la soavissima armonia che fanno i cieli,
movendosi con quella proporzione che più si confa a ciascheduno di loro, la
quale viene dal sole, perchè questi stando nel mezzo di quelli, come riferisce
Macrobio, e fu opinione de’ platonici, a tutti dà legge, sì che vanno tosto o
tardi, secondo che hanno più o manco vigore ». (Cartari). '] La lira
primieramente non aveva che tre o quattro corde, alle quali se ne aggiunsero
poi altre fino a sedici ; le corde si collocavano in ordine di toni e semitoni,
osservando le propor¬ zioni pitagoriche, e si facevano vibrare con le dita o
con il plettro {En. V'I. La lira è naturalmente posta in mano ad Erato, la musa
della lirica. Essa differisce dalla cetra per la costruzione, per le dimensioni
e per gli effetti sonori; e differisce pure dall’arpa, a cui si accordava la
voce dell’inno religioso salente alle sfere, mentre alla lira, su la ferrea ,
CoiNÌft battendo con la man viril (GRrduc4ji - I voti) più convenientemente si
sposava la strofe dell’ epopea umana. La lira rusticana tedesca è una cassa
oblunga con dieci o dodici tasti al cui numero corrispondono i toni diatonici
ottenuti da quattro corde, risonanti con il 175 mezzo di una ruota
stroppiociata di colafonia. La mano sinistra tocca i tasti e la destra gira la
manovella che muove la ruota. || In Danimarca chiamasi lira uno stromento di
bronzo, ricurvo, a fiato, comprendente tre ottave e mezzo, e con il quale si
danno speciali concerti, (v. Arpa. Cetra). 331. IiOG-UO — /iizzaìiia — D loglio
« altro non è che un vizio delle biade » dice il Durante ; il quale però — da
empirico ricco di tede nelle offerte della natura — trova anche nel mal seme
eccellenti virtù terapeutiche. Per vero una varietà di loglio nasce spontaneo o
coltivato, ed è ottimo foraggio di cui son ghiotti i cavalli, ed è il lòlium
perenne. La varietà infesta ai cereali è invece il lòlium femulentum, detto
vulgarmente anche zizzania, dotato di semi velenosi, perniciosissimi se
commisti al grano. Nel linguaggio floreale — come nel linguaggio comune — la
zizzania indica discordia. E tosto s’avvedrà della ricolta Della mala coitnra,
quando '1 loglio Si lagnerà die Tarea gli sia tolta. {Pur. XII - UH). 832.
IiONZA — V. Pantera. 883. XiOTO Molto dubbia è la definizione scientifica di
questo vago arbusto, sacro e ornamentale. || Dal loto nasce il principale nume
indiano, e in esso si imagina la bellezza nascente. Per gli indiani la pianta
del loto rappresenta la sapienza; le sue foglie l’esperienza e il suo stelo la
verità che le sorregge. La mitologia braminica circonfonde d'un’aura poetica il
loto, il cui nascere dalle acque ha una mistica significazione. Sopra una
foglia gal¬ leggiante della sacra pianta Visnù avanzò sulle acque agli albori
della creazione, e un fiore di loto — nelle scolture di Elefanta — è il trono
di Brama. Piare di ■loto si chiamò una secreta società dell’ India ohe guer¬
reggiò nella lotta sanguinosa contro gli inglesi (1857). Il Anche Panna — dio
giapponese, protettore del riso — siede sul fiore del loto con una gran
conchiglia _ concava sul capo. || Nel loto del Nilo (nelumbium xpeciosum) dal
bellissimo fiore roseo, gli egizi dipingevano il Sole (Plu¬ tarco), perchè
supponevano eh’esso affiorasse sull’acque all’aurora e ai ripie¬ gasse al tramonto
(Teofrasto); cosa ohe parve vera all’Heine, il quale cantò: TI loto a Bohivo
prende 11 sole e il buo fulgor) K a capo eliino attende J^a notte, U eoguator.
fiH luna è la sua belhv, R il desta ool ohiaror; Amico ei svela a quella Il pio
viso di fior. {Intermezzo^ 10 - trait. Zendrini). Di un’altra specie di loto
erano vaghi gli egizi, il quale aveva le foglie simili a quelli del lauro,
alquanto più grandi, sempre verdi, aromatiche, 17« con il frutto foggiato a
cuore. Essi vi vedevano la sorgente di tutti i misteri e per ciò ne fecero
l’ornamento indefettibile d’Iside, la dea im¬ mortale; il cimazio delle teste
degli idoli, e un motivo decorativo impor¬ tantissimo : i maestosi colonnati di
Fite e di Tebe sono coronati di capitelli costituiti da fasci di petali di
loto, accorciati al basso e condensati in alto attorno ad un cerchio rigonfio ;
le barche da giardino, che conducevano a diporto le grandi dame egizie nei
piccoli bacini d’acqua artificiali, avevano la prora rialzata, tagliata in
forma di loto e ornata di occhi mistici, per scongiuro della cattiva sorte. {|
Il loto sacro di Boma era l’ebano verde (dioxjtyros loios), importato
dall’Africa nei primi tempi della potenza ma¬ rinara quirite ; e sopra uno di
essi le vestali appendevano le loro treccie recise. Rappresentava la terra,
cioè la materia del mondo (Cartari). || La pianta mangereccia dei lotofagi —
antichi popoli della costa di Barberia, menzionati da Omero (Odissea) — si
attribuisce a parecchi vegetali, e sfugge alla nostra osservazione il botanico
quesito, (v. Fiore. Ninfea). 334. IiUCÉKTA — Ramarro — Ànimaletto che sverna in
letargo sotto terra, nei crepacci e in riposte cavità, ed agile e libero sotto
la gran l’ersa Dei di canicolar cangiando siepe Folgore pare elle la via
attraversa. {Inf. XXV - T9). .... verdi ramarri Che per gli avanzi di crollate
mura Scorrono velocissimi e lucenti Come strisce di fnoro. (Moore - trad.
Maffei). Gli empirici attribuivano alla Incèrta molte virtù meramente
chimeriche, raccomandando la sua virtù depurativa, antielmintica e
antisifilìtica. Si credeva pure che la sua coda recata nelle scarpe dell’uomo
gli procurasse felicità e ricchezza; meglio ancora se la Incèrta.... aveva due
code: Le ragioni di vincere son aode, Perch’ho in sen la lucertola a due code.
(Celidoro). La Incèrta combatteva arditissimamente con le serpi (Ruscelli) che
tentano nuocere. D’onde la elaborazione araldistica, per la quale il rettile
timido e vivace — Incèrta o ramarro — rappresenterebbe la fedele custodia
(Ginanni), l’ affezione, la benevolenza, l’amore (Crollalanza). '| 'Troviamo la
Incèrta costantemente appiattata su i fogliami scolpiti delle catedrali dell’
età di mezzo, ed il Pbysiologus ci informa cosi dell’ etiologia del simbolo :
la Incèrta cieca strisciò nel crepaccio e volgendosi ad oriente mirò il sole
all’aurora e ricuperò la vista. Parimenti il mortale, antico nella colpa e con
chiusi gli occhi del cuore, mira il sole della divina giustizia per guarire la
sua spiri¬ tuale cecità. La Incèrta insieme alla rana è la firma rispettiva di
due eccellenti architetti dell’ antichità. Sauro e Batraco da Sparta, che
eseguirono insigni edifici in Roma, tra i quali il tempio di Giove e Giunone.
Nelle volute di un bel capitello esistente nella chiesa di S. Lorenzo — e che
si opina appartenesse appunto a detto tempio — invece della rosetta che si
trova ordinariamente nell'occhio, v’è da un lato una rana stesa sopra il dorso
e dall’altro una Incèrta ravvolta attorno alla rosetta, simpatico sigillo di
una solidarietà artistica valorosa che vince l’oblio dei secoli. Anche Giacomo
Serpotta, stuccatore insigne di Palermo (1656-1732) firmava le opere sue con
una Incèrta, chiamandosi questa sirjntzza nel vernacolo palermitano. 336.
LXnttACA — Chiocciola — La chiocciola differisce dalla lumaca, chè la prima è
protetta dal guscio resistente, l’altra è priva di ogni difesa Discute la
scienza se le pieghe della pelle della liunaca dimostrino che gli antenati di
essa avessero pure l’involucro protettore. Comunque, nella lipira stilistica
del simbolo, i due molluschi si confondono per rappresentare idee comuni. |; La
lumaca e la chiocciola sono il paradigma proverbiale della lentezza, compiendo
nel loro cammino il maximura di centotrentasette centimetri all’ora, r.
Cochlcam tarditudine vincere t, dice Plauto di chi va lentamente. Un pittore
bavarese, il Kubin — la cui tendenza sta nello s orTO di dare figura all’
ultrasensibile, assegnando con la tecnica del bianco 6 del nero simboli alle
potenze secrete e inconoscibili - con una idea nuova rappresentò, mediante la
lumaca, la verità, che muove lenta nel suo andare e per nulla al mondo lo
accelera (Hermann), j; Vuoisi la chiocciola — dotata della meravigliosa chimica
del corpo, per la quale la calce viene separata dal cibo e la pelle funziona
quasi da cazzuola .Bulman) - rappresenti la razzegnazione, la pazienza, «per
scordar i tempi e starsi molti giorni rinchiusa nella cocciola finché viene il
tempo a proposito d’uscir fuora » (Ripa). Il Vediamo pure data la lumaca come
simbolo della voluttà e della lubricità « siccome quella che riunisce i due
sessi » (Pozzoli). || Ma una geniale e nuova applicazione simbolica della
chioccioletta degli orti presenta Paolo Lioy : « Verrebbe questa chioccioletta
a rappresentare il simbolo del vero e assoluto individualismo trionfante?
Potrebbe aspirare all’onore di formare lo stemma del vessillo rosso o nero?
Forse, se interpellata potesse rispondere, la chiocciola risponderebbe : - Si,
io vivo solitaria nella mia casetta e la porto sempre con me, non sento bisogno
di capi, di vicini di compagni o di compagne: sono ermafrodita, basto anche per
l’amore a me stessa ! » (Storia naturale in campagna). |1 Se non che anche
Rodolfo Giacobbe Camerarius (1665-1721) da noi citatissimo, aveva espresso già
qualche cosa di eguale a illustrazione della chiocciola : O félir secìtm sua
guicumtjne ommict poriat, Fortunu vivciis liber ab arbitrio. iSi/mb. IV - C). E
il Giusti, pur tentando riabilitare l’ umile mollusco. Che uaisce il merito
Alla modestia, non potè nascondere che la chiocciola. Consenta ai oomodi Che
Dio le fece, * Può dirsi il Diogene Della sua specie. Tra i ineriti della
lumaca sono da annoverarsi - per taluno - anche quelli culinari, che
deliziavano le antiche mense romane, e Plinio le raccomandava 178 come ottimo
rimedio allo stomaco, mangiando però lumache.... in numerò dispari. I frati di
Friburgo ne erano ghiottissimi (Addison); famosissime erano le lumache della
Roccella e di Borgogna, cucinate con il prezzemolo, il cerfoglio e lo scalogno.
336. IiTIlTA — «E fece Dio due luminari grandi: il maggiore che pre¬ siedesse
al giorno, il minore che presiedesse alla notte» {Genesi. I - 16); e il sole e
la luna furono i primi obietti della idolatria presso tutte le genti, sorprese
alle magnificenze vantaggiose dei due pianeti che loro apparvero dei supremi ed
arbitri della terra. Macrobio pretende che tutti i numi del paganesimo abbiano
riferimento ad essi : quelli maschili dal sole, quelli feminili dalla luna. Da
questa — mutevole nelle sue fasi, ma sempre inalterata nel suo splendore e immortale
— si invocarono i favorevoli indussi per la feracità del suolo e per la salute
degli umani. Ippocrate non amministrava rimedi ai suoi infermi se non dopo
l'esame della posizione della luna; Plutarco credeva che la materia animale
illuminata dalla luna si facesse putrida ; si assicurava che la luce lunare
rodeva la pietra ; ed infinita è la serie degli errori e degli assurdi anche
giudiziari a cui condusse l’opinione del dominio dell' astro sulle cose
sublunari. L’idea di tale infiusso, per altro, se è esagerata, non può dirsi
assurda, in quanto che esso è evidente nelle maree ; è la massa lunare quella
che fa sollevare le acque marine, apparentemente ribelle a tutte le leggi della
gravitazione ; ed alcuni scienziati della fine dello scorso secolo non sono
alieni dal credere anche alla infiuenza della luna sulle correnti terrestri
(Adams). Naturalmente il culto lunare era universale; l’Iside egizia; la Dione
assira; la Astarte fenicia; la Alizat araba ; la Militta persiana ; la Meni
ebraica ; l’Artemide greca ; la Diana latina; la implorata dalle druidesse
britanne; la mdedticta» delle maghe tessale ; la complice incolpevole delle
alrune germaniche e dei tetri sortilegi che si perpetuarono — pur troppo — fino
ai nostri giorni, è sempre la luna, attrice di ogni cosa nella natura e simbolo
di generazione. Per questo specifico significato della forza creativa in essa
riconosciuto, la luna è l’astro delle partorienti: Presso il sacrario di
Serapide in Atene sorse il primo tempio di Ilitia (Pausania), dea venuta dal
paese iperboreo nell' isola di Deio ad assistere Latona A partorir li dae oochi
del cielo ■ (Piirp. XX - Vài). Altri credono Ilitia figliuola di Giunone
Lucina, sua ministra nei parti da lei favoriti ; e lungo le coste del Ponto ed
in tutta l’Asia minore il suo emblema era la falce lunare per il cielo, la
vacca per la terra. Così ella veniva pregata : Rite maturos aperire parlus .
Leni», llithyia^ tuere matres Rive ta Lueina probae vocari Seu Oeuitali»
(Orazio - Carni, sire). Anche in Roma Ilitia aveva un tempio, e Servio Tulio,
con fine anagrafico, aveva ordinato che ad ogni nascita, ad ogni adozione della
veste virile, ad . 179 “«> «aiuta Montiuin cuatos neìno7‘t4m{jue virgo,
Qtuie Utbo^'antes utsro piielias JfT vocattt nudis adìmist^uf, trio Diva
tri/'ormis {Gii. ni - 22). «ikZZo.'* ““* ''' •■•*“>« O santa Dea, ohe dagli
antiqui nostri Oehitamonte sei detta Triforme, Ch’ in Cieio, in Terra, e
nell’Inferno mostri I-’alta bellesza tua sotto piu forme, E nelle selve, di
fere e di mostri Vai OHCoiatrice seguitando Torme. (Ori. r-ir. XVIH).
queir.niaoio.. Teri'et^ lustrai, agii, Proserpino, Luna, Diana, /»!«. superna,
ferus. sceptro, Myore, sagitta. raffigurazione diversa (Cfr : Lioy, Zanott.
Bianco). Alcuni poeti favoleggiarono che vi si rintraccia il profilò l’esSÌT?r
dall-innamoratissima Diana. Importantissima por 1 esegesi delle sacre carte e
della poesia divina per definizione è la diffus^s- ma leggenda che Dio abbia
scaraventato Caino nella luna, carico di un tMcio di spine accese. {Inf. XX.
126 - Par. II. 56); e da allora - nelle della luna - si scorge e si scorgerft
fino alla consumazione dei secoli il profilo sinistro del primo fratricida
Contrariamente alla comune credenza gli inca - costituenti 1’ antico vasta '
iiorr 15°l‘^la. dell’Equatore e del Cile settentrionale - on erano monoteisti,
e insieme al Sole adoravano la Luna e certe stelle ed alcune pietre di forme e
colori speciali, cui inalzavano altari (Bandelier)’ l-etr„r““ Ti è il grande
arsenale del senno umano; è eterna confidente dei poeti e degli amanti; la
«eterna peregrina» (Leo¬ pardi) ; la « casta diva » del Romani ; il ® ' romito,
aereo tranquillo astro d*argento (ì)a7»Koni} AriigrSo!’ ® definizioni di E
altrove ; perla Dell* etra sideral. Teschio Itefl'arilo e calvo, maschera di giiillar,
scudo tiu-tato e lercio, fautasiina del sol, spettro paffuto e guercio Dal
faticoso voi. paotattaT’’ 1&) ÌMnatica è la persona Ji instabile e
stravagante umore, perchè la luna è « mutabilissima, per quanto ne giudicano
gli occhi nostri ; però si dice che lo stolto si cangia come la luna, che non
sta mai un’ ora nel medesimo modo »; e coni gli iconologisti danno la luna tra
gli emblemi della incostanza (Ripa). Dice Giulietta a Romeo : « Non giurar per
la luna, per la luna incostante che ogni mese cambia nell’orbita sua; il tuo
amore sarebbe mutabile del pari ! » (Shakespeare). ] La luna è ancora tra i
simboli mas¬ sonici. )] Nel blasone dicesi luna se disegnata piena, cresceiile
se disegnata non compiuta o scema (v. AhM, Crescente, Sole], 337. IiTTNARIA —
La c regina delle erbe » del lìigveda, pianta degli alti monti, e il cui seme
contenuto nelle silique è cornuto come la luna nuova. Era credenza che la
lunaria crescesse e decrescesse secondo le fasi della luna (Alberto Magno), e
ad essa fosse co¬ stantemente rivolta ron quel desio Ond* entropio s'
accompagna al sole (Cardnooi - Coni/rdu); cosi che la lunaria si prestò
efficacemente a costrurre imprese amorose, come quella di Clemente Piccolo-
mini, animata dalle parole virgiliane di Eoio re dei Venti, in risposta alla
sua benefattrice Giunone: « Tu mihi quodeumque » (Gelli). || Credevasi pure che
la lunaria fosse miracolosa contro le oftalmie. Il Gli alchimisti alzano la
virtò di questa pianta fino al cielo per fissare l’argento vivo — dice il
Durante — il quale, per altro, li deride : ììuec viviim ari/ejitiim in purum
coiwerUre fola (Xi ehiinieturum sit fabula pura) vulebit. * (Erbario ìiùvoJ,
Gli eruditi del linguaggio floreale designano la lunaria come simbolo di
fantasticheria. 338. LUPINO — Umile leguminosa che, accolta nel terreno anche
ste¬ rile, ricambia il beneficio dell’ ospitalità rendendolo fecondo, anche
senza coltura; e simboleggia la gratitudine. || Nelle bische dei comedianti ro¬
mani correvano come moneta certi lupini impressi di marchio speciale per
evitare lo baratterie. 3.39. LUPO — La miglioro etopeia del lupo e della femina
sua si trova nelle pagine del poema immortale : natnrn si malvagia e ria Clio
mai non empio la bramosa voglia K dopo il pasho ha più forno oho pria. Utif- I
- «7). Kl passim; Ed una lupa, elio di tutte le brame Sembìava carea nella sua
magrer.za, R molte genti fo’ già viver grame. Unf. I - W). 181 Maledetta aie
ta, autica lupa, Che più di tutte V altre bestie hai preda, Per la tua fame
senta fine oupa ! {Purg. XX - 10). S’accordano i comenlatori nella
interpetrazione allegorica diretla, identifi¬ cando la lupa nella avarizia, con
tutto le tristi sue concomitanti dell’avi¬ dità, dell'ingordigia, ed anche
della ipocrisia e della frode, caratteristiche tutte ohe convenientemente
appartengono al concetto zoologicamente figu¬ rativo del lupo e della lupa. ||
L’interpetrazione allegorica indiretta è ({uella politica, che ravvisa nella
terza bestia della « selva selvaggia ed aspra e forte » — forse il disordine
politico del mondo (Capelli) - la curia papale, avida di beni temporali. «
Beniamino lupo rapace » dice Giacobbe morente nel commiato dei figli (XLIX -
27). € I giudici (di Gerusalemme) sono lupi della sera, che nulla lasciano per
il giorno seguente » (Sofonia UI — 3). Il Largo subietto di totemismo, il lupo
ha la dedicazione ad Apollo ed a Marte; incarna nel mito egizio Tifone il
maligno; è in quello celtico il mostro Fenris, figlio di Loke — principio del
male — captivo degli dei, e ohe nel giorno estremo in cui sarà disciolto dai
lacci manderà fuoco dallo nari e dagli occhi e aprirà le fauci che toccano il
cielo e la terra per in¬ ghiottire il sole. Il Parecchi popoli amano
raccomandare la tradizione della loro infanzia ai feroci ardimenti del lupo: I
sanniti — o irpini — hanno per guida un lupo quando cercano una terra in cui
rannidarsi con ferma dimora. I galli — all’insegnare druidico — ebbero per
progenitore un dio notturno o infernale, chiamato da Cesare Dia Pater,
rivestito di pelli di lupo, come attestano le imagini che ne rimangono
(Reinach). L’alma Roma si compiace del mito della lupa calata dai monti pen
dissetarsi, la quale accorre al pianto di Romolo e di Remo, abbandonati
all’onda limacciosa del Tevere, e loro porge le mammelle por allattarli. ||
Meno prodigioso appare, invece, il sosten¬ tamento primo dei fondatori di Roma,
il quale si annette ad altro significato simbolico della lupa, quello della
lussuria. Lupa chiamavano gli antichi la me¬ retrice (onde Injiaiiare ). Tanto
lussuriosa, che paloso OolPtiltre lupe stava nolla tana. {Fh7.ìo tletfli
Ubcrli). — ...^ 1 . fS.RQ.Rdl r —'—^ 7' iriJi 1.=-^- - - ' -.1 LU1*A CAriTOMN'A
-Lupa ora Bopraniiouiata Acca Laurenzia, donna di liconziosi costuini a cui il
marito Faustolo, pecoraro di Numitore, affidò i due nati da Rea Silvia,
abbandonati alle acque. I quiriti cosi tenacemente si attaccarono alla
tradizione leggendaria che lo stemma del regno, della republica, dell’im¬ pero,
e quindi della città, portò sempre e porta ancora l’imagine dei due bambini
allattati dalla lupa. Presso gli ultimi gradini della scala che con¬ duce al
Campidoglio una lupa sta tuttora rinchiusa in una gabbia, stemma vivente di
Roma ed esempio modernissimo di razionale totemismo. || Il lupo fu usato a
simbolo del passato (Cuper). || Piò costantemente fu la identificazione
dell’essere truce e spaventoso. L’apparire del lupo dicevasi troncasse la
favella, e lo credette perfino Leonardo da Vinci {Cod, Atl. 182 XXXm - 973). (Cfr. : Virg. Ecl. IX - 63 — Cicer. Att. XIII - 33 - Ter. Adelph. rV,
1-21 — Plaut. Stick.
IV, I - 71Ì. Una terribile forma di pazzia, forse quella onde fu colpito il
superbo Nabucodonosor, conduce al delirio l’uomo che si crede mutato in lupo, e
tale cambiamento totale del senso fisico è detto grecamente licantropia. La
fantasia morbosa del popolo ne costruì lo spauracchio di un animale imaginario
che va errando e ur¬ lando di notte, in uno strano vaneggiamento di terrore : è
il loup-guroti dei francesi, il Wàhrwolf dei tedeschi, il wereicolf degli
inglesi, il nostro lupo mannaro (forse da manuarius — camminante sulle mani),
simbolo più comune dello spavento. || Nella secolare lotta fra l’uomo e il lupo
si ricorse naturalmente anche alla preghiera e all’ esorcismo. Molti santi vin¬
sero la fiera e da esso sono accostati nella loro effigie : Arnolfo di
Svistons, Marco l’Eremita, Guglielmo da Vercelli. Famosissimo è l’episodio del
« lupo di Agobbio » (Gubbio), affrontato da san Francesco d’Assisi, che era
solo armato dalla assoluta confidenza in Dio. Fu vinta la belva dalle
esortazioni del santo, ed a lui protese la zampa in segno di amore (1220). Il
fatto è perennato in molte iinagini, tra le quali il fresco della Vittorina a
Gubbio e la statua in legno di S. Francesco della Pace ad Assisi. Nel Brie
(Francia) era usatissima la seguente invocazione: Oii vat-Ui, lovp r — ./« vais
je Ite sai» où ChercJur bète egarée Oli bète mal gardée. — Loup je le défewts
Var le grand Dieii tont-piiiatfiiiit De piai de mal leur faire (jiie la i'iérge
bornie mère yen flt li eoi! eiifalli. In alcune corporazioni massoniche di
mestiere della Francia ai chiamavano Itipi i coinpagnos forestieri, che nella
iniziazione si presentavano coperti da una maschera di lupo. Nell’ araldica il
lupo indica ardire, ha la coda rialzata e il suo smalto è per lo più nero. (v.
Animali). 340. LUPPOLO — Orticacea rampante e perenne, dai sarmenti ruvidi e
pelosi, crescente rigogliosa sulle rive boscose dei fiumi e nelle plaghe umide.
I mo¬ naci del confine gallico e germanico insegnarono a dare l’aroma alla
cervogia d'orzo con il fiore di questa liana selvatica, elencata tra i simboli
e denotante l’apatia per alcuni e l’ingenuità per altri. M 341. MACINA — Mola —
« Ha simbolo delle azioni e commerci della umana vita, poscia che le macine
sono sempre due, e una ha bisogno del- 1 altra, e sole mai non possono fare
l’opera di macinare j cosi anco un uomo per sè stesso non può ogni cosa, e però
le amicizie nostre si chia¬ mano necessitudini, perchè ' ad ognuno è necessario
avere qualche amico con il quale possa conferire i suoi disegni, e con scambievoli
benefici l’uno 1 altro sollevarsi e aiutarsi ». Cosi il Ripa, spiegando il
simbolo che mo¬ dernamente si potrebbe dire quello della cooperazione. In
araldica la macina indica diritti fendali ani molini. (Guelfi). 342. MAGGIORANA
— Origano — Pianta stimo¬ lante, per le sue virtù officinali annoverata fra le
benefiche, e simbolo di conforto. || Per questo forse si rappresentava Imeneo
coronato di maggiorana. || Vediamo anche dati altri significati alla
maggiorana, secondo eh’essa sia grossa, e indicherebbe menzogna, o piccola e
indicherebbe bontà. || Nelle antiche corti d amore dicevasi xvegliare la
maggiorana quando la dama, per salutare l’amante che passava, apriva la
finestra, sul cui davanzale usavasi tenere un vaso della aromatica pianticella.
^ 343. MAGNOLIA — Il bel fiore superbo della bellezza superba, a cui non giunge
lo schianto di un sospiro, mentre dalla satura coppa espande trionfalmente
l’acuto profumo di sensualità e di ebrezza. 344. MALVA Pianticella di molti
meriti, usata largamente nella medicina come calmante ed emolliente. Ac rlemum
tam mutili vaici, Uim mutUique praettal. Ut sic ab aniiquis Hfalva omnimoi'hia
dieta, (Durante). ** Simboleggia la maternità, tenera per tutte le sofferenze,
per tutti gli orrori, per tutte le necessità ; la dolcezza e la facilità, «
perchè essa inumidisce e raddolcisce » (Noèl). 345. MAMMELLE — La Diana
efesiaca - diversa dalla omonima deità Italica e dalla Artemide ellenica, e
venerata come la madre universale della natura — veniva rappresentata con una
torre sul capo, divisa in piani, e 181 con il petto 0 il ventre tutto cosparso
di animali e pianto o di mammelle ))rotuberanti, simbolo della ubertà. Aristide
Sartorio spiegò così il concetto simbolico di un suo magnifico dittico, con il
quale si affermò l’araldo ita¬ liano del nuovo idealismo simbolico (181)9) :
< È la Diana d'Efeso, dalle cento mammelle, quale nutrice degli uomini e
delle loro chimere ». || Vit¬ torio Grassi disegnò nel francobollo libico da
dieci centesimi la dea elesiana risorgente dal deserto alla luce della stella
pentagonale d’Italia (luglio 1921). Il La Diana multimammia — a cui era stato
eretto il celeberrimo tempio incenerito da Erostrato (356 a. C.) — era an¬ cora
obietto di culto nei tempi protoqristiani, e si ha memoria di un tumulto
popolare in suo nome, du¬ rante la predicazione di san Paolo {Atti degli
apostoli XIX). Il Varie sono le interpetrazioni date alla con¬ tinuata
allegoria delle mammelle della sposa nel Cantico dei Cantici; e non qui il
luogo di riferirne le postillazioni anagogiche. ! La mammella è anche simbolo
di benignità. || Agata, vergine siciliana, non volendo rinnegare la fede di
Cristo, fu condan¬ nata dal governatore Quintiano ad atroci tormenti, primo dei
quali la mutilazione del petto (251); per ciò la santa viene rappresentata con
le mammelle sopra una coppa. Es. : nella scoltura della porta di S. Agata dei
Goti a Roma ; nel trittico del palazzo del Consiglio sovrano a S. Marino
(disegno del Tonnini). 346. MANDORLO — Quando ancora sui monti biancheggi.ano
le nevi, e pure l’erba già verdeggia, e spuntano le gemme, e i fiorellini
selvaggi timidamente picchiettano le siepi con i colori smaglianti, il tenue
mandorlo, con generosa imprudenza, riveste i suoi rami snelli di rosei
fiorellini, speranze delicate fiorenti nella indistinta seduzione della
stagione novella. Poi tornano le nuvole basse, le bufere, i giorni duri del
gelo, del tetro abbandono del sole. Cosi il mandorlo parla suggestivamente di
questa vita di dolci inganni e di abbattimenti crudeli, di entusiasmi e di
disillusioni : emblema di fatuità, ma fatuità geniale, dolce errore che
annualmente si rinnova, e che si perdona volentieri, perché se precoce è nel
fiore, è tarda ma sicura e squisita, nel frutto. A voi, fHoili KOgni, a voi
speranx.e Lusmglievoli, io peuso, onde s^ingenima Auxi tempo l’incauta
gioviuensa, Datrice alma d* inganni. Irato a un tratto Del concesso governo
urla aquilouo. Stagna i vividi snoclii, abbrucia i novi Germogli, i iiori
isterilisce, e a volo Precipitando dall’ etnea montagna, Di pulito nevischio i
campi inalba. Guarda il mito cultore, e con un triste Riso scrollando la
vellosa testa: Bene, esclama, più eh* altro a te s’ adilice Il morso di rovajo,
o impar.ieDte . Mandorlo, a cui si tarda la stagione Dei fiori.... (Bapisardi -
Fciìbraio), IS"! Nell’araldica il luaudorlo aigiiilica grande ardire,
sperania incerta, gioventii (Ginanni), attributi facilmente esplicabili por
logica evidenza. 347. MANORAO-OLA. — Solanacea narcotica e purgativa, della cui
radice stranamente trovata rassomigliante al corpo umano, si abusò gran¬
demente. « I ciurmadori e i cerretani danno falsamente ad intendere alle
semplici donnicciole sterili, che mangiando delle mandragore che lor po¬ tranno
lar figliuoli » (Durante). Machiavelli imperniò su questa fandonia scientifica
la azione della sua celebre e lubrica comedia. Pertanto l’umile pianta, dallo
spiacevole odore, divenne immeritatamente uno dei simboli della fecondità. ||
Secondo antiche leggende, la migliore mandragola è quella inaffiata dall’urina
di un appiccato (V), e quando essa è strappata dal suolo dà gemiti cosi
strazianti che chi la sradica deve morire sul colpo (Shakespeare - Romeo e Giu-
lieita). Se invece è amorosamente colta, il suo fiore diventa la provvidenza
della casa: parlerà, rispon¬ derà a tutte le dimando e svelerà ai suoi ospiti
af¬ fettuosi l’arcano avvenire. || Con la radice della mandragola gli antichi
germani facevano i simulacri delle alrune, piccole figure dei loro dei penati,
cu¬ stodi delle case, che tenevano in luoghi secreti e vestivano, e coricavano
in cofanetti, e servivano ad ogni pasto di cibi e di bevande. (| Alcuni
pretendevano ohe la mandragola nascesse preferibilmente ai piedi del patibolo e
fosse propizia alle ricerche dei tesori ed alle operazioni della magia, ||
Altri ermeneuti del simbolo floreale danno la mandragola per indice della
perfidia, « infedeltà mascherata colle sembianze della fedeltà » (Tommaseo), e
della impostura. iCfr. P. Giacosa - Aa leggenda della mandragora). MANDRAGOLA
348. MAITO Atanasio il Grande afferma che gli idolatri veneravano come divinità
tutte le singole parti del corpo umano, ed in particolare la mano, organo degli
organi (Giordano Bruno), le membra più nobili dopo il capo e che si direbbero
avere l’intelligenza materiale delle cose (Pigo- rini). San Tomaso dubita degli
occhi e ricorre all’ esperienza della mano. Anassagora opinava che l’uomo deve
l’estensione della sua intelligenza alla destrezza delle sue mani, e questa
idea venne altamente proclamata negli scritti di Condillac, Buifon, Elvezio e
dei moderni fisiologisti (Gioia). Nel pensiero umano l’elemento motore agisce,
infatti, sui centri cerebrali — agenti della sensibilità della pelle e nelle
strutture adiacenti — e si¬ multaneamente sui muscoli. Si legga l’inno alla
mano di Giovanni Macó (Storia di un boccwie di pane). Grande numero di mani si
trova sugli antichi monumenti e onorari e limerarì ; ed è lecito credere che
esse rappresentino voti o adempimento di voti, che si appendevano nei sacri
templi, come tuttora vediamo appendere agli altari del culto cattolico mani
d’oro e d’argento « per graiia ricevuta ». Queste mani votive sono dagli
eruditi distinte con vari nomi, o per la materia onde sono costituite (ad
esempio: manus aeneaé) o per i simboli 18(1 eh’ esse conlengouo ^ad esempio :
le maui pantee, come quelle trovate ad Ercolano, con un idoletto, un’idra, una
pianta e attributi di vari numi) (Cfr. : L. Conforti - U cullo della mano,
anche per gli studi di Halber, Milano, Dilthey, Dall’ Osso). || Il cuore che
arde al sommo, in palma di mano, indica amor divino. j| La preghiera è
descritta da Virgilio : Uiiplir.eM Uiulem ttd aiifern pahmtn. La palma aperta
recante il triangolo e la piramide che il Montagu ed il Ficoroni elencarono nei
geroglifici egizi, e indica offerta, si ripete nella iconografia religiosa del
cattolicismo, nei ritratti dei potenti che erigono chiese e conventi e ne
presentano la figura architettonica, inginocchiati, alle imagini dei santi cui
le costruzioni sono dedicate. Es. : Ariberto da Cantìi nel fresco della
biblioteca Ambrosiana di Milano; Guglielmo Castelbarco in S. Fermo a Verona;
San Domenico di Luca Della Robbia nel santuario della Cjuercia a Viterbo; Gian
Galeazzo Visconti del Borgognone alla Certosa di Pavia. Quando ancora l’imagine
di Dio non era umanata, la mano uscente dalle nubi esprimeva l’idea dell’Eterno
Padre (Rochette), ed oltre l’arte protocristiana se ne hanno esempi frequenti,
come nel ritratto di Ludovico il Pio, nel codice miniato della biblioteca
Nazionale di Parigi, e quello dedicatorio di Carlo il Calvo nel Codex aureus di
Sant’ Emmerano di Rati- sbona (870), ora a Monaco di Baviera. || Gli esseni
riguardavano la mano destra come buona, fausta e onorevole ; la sinistra era
infausta ed impura. Una mano destra appalmata simboleggiava la prodigalità, e
oculata la beneficenza. Per simboleggiare 1’ avarizia si disegnava invece una
mano sinistra chiusa. Allor che i bearnesi furono inviati a cercare un sovrano
per il loro paese, trovarono nella casa dei Moncada tre fanciulli dormenti: l’uno
con i pugni stretti, e parve indizio di avarizia; l’altro con le palme
allargate, e parve indizio di prodigabilità; il terzo con le mani semichiuse; e
questi fu l’eletto, Gastone di Moncada, capostipite della dinastia regale di
Enrico IV, perchè le sue mani sembrarono presagio sicuro di saggia moderazione.
|| 11 pugno chiuso indica disprezzo, e coji esso affer¬ mavano lo spregio dei
beni terreni, nelle preghiere, i settatori indiani di Angemacnr. ,| Secondo
Zenone, la eloquenza era significata dalla mano aperta, e la dialettica dal
pugno chiuso. || La mano sinistra era riguardata come quella del furto, e con
essa giura¬ vano i ladri per la loro dea protettrice, Laverna, men¬ zionata da
Orazio e. da Plauto. || La mano era di sovente usata come insegna dei manipoli
militari romani. || La storia etnografica e sociologica della mano che stringe
la mano sarebbe interminabile. La stretta manuale è il saluto pih comune tra le
genti civili (v. Saluto), ed è il simbolo più reale della ami¬ cizia, della
concordia, della fede. I perseguitati pez¬ zenti avevano nella loro medaglia
distintiva il ritratto di Filippo II da un lato e dall’altro la bisaccia
dell’accattone attraversata da due mani intrec- ciaté*! es. nei museo
numismatico di Berlino) (v. Bisaccia) ; ed è caratteristica MANO DI l'ATIMA 1«7
la stretta di mano massonica, ohe appare anche in certi esemplari grafici e
simbolici, come in quelli delle Rispettabili Fraternità Nepeutina all’Oriente
di Amantea e Ursentini Costanti all’ Oriente di Orzomarzo (Dito). Sim¬ bolo che
si TOnserva tuttora come passaggio dall’iniziazione dei culti an¬ tichi alla
realtà sempre attuale è la stretta di mano coniugale, esprimente la perenne
fedeltà, «questo onore dell’amore > (Gerfant); un esempio clas¬ sico ne lo
oflfre il magnifico quadro allegorico di Federico Sustris (prima metà del XVI
sec.), nel palazzo Campori di Modena, rappresentante il rito nuziale con due
sposi che si serrano le destre, sotto uno zampillo d’acqua, e con la scritta :
« manus manum. lavai ». Oltre le mani votive, le mani aperte in segno di equità
e di liberalità, e le mani alzate in segno di si- cnressa, di vittoria, negli
antichi monumenti, vedonsi pure mani pantee e mani falliche. Presso i
maomettani — i quali credono seriamente agli amuleti — è molto in voga el Lid
el Fatima — la mano di Fatima — figlia di Maometto, intelligente fatica degli
orafi, che ne fanno delle artistiche meraviglie in filigrana preziosa, ed alla
quale si conferiscono magiche po¬ tenze di protesione. || La mano a sette dita
fu una decorazione militare che si portava sul turbante o alla corda del
camello, istituita da Abd-el-Kader all’ inizio della sua ripresa guerresca
contro i francesi in Algeria (1839), e indicava sospensione di ginstisia, il
cui diritto poteva essere invocato dagli insigniti a favore dei condannati. ||
La chiromanzia — arte di leggere nel luturo, stabilendo rapporti fra la mano
dell’uomo e gli avvenimenti este¬ riori — nata fra i primi popoli sumiri — si
connette alle antiche discipline divinatorie ed ermetiche dei greci e degli
arabi. La Biblia vi accenna in alcuni suoi passi (Giobbe - XXXVII - 7; Pivv. -
III - 16). Oggi ancora taluni credono ai chiromanti, come ai sacerdoti di una
scienza stabilita su nozioni perfette; mentre con gli studi moderni di
fisiologi insigni (Desba- rolle, Mantegazza, Lombroso, Morselli, Desanctis)
intende a compiere i ri¬ sultati della fisionomia anche l’osservazione della
mano, essa è fatta obietto di ciarletanesca e lucrosa professione, nella quale
eminerono Papus, e lo mudames do Thèbes e Fraya e le mademoiselles Cleo Hélios
e Passerieu, pitonesse gemmate degli eleganti salotti parigini. 349. MANTO —
Distintivo ornamentale di regnanti, principi, cavalieri) magistrati, provenuto
probabilmente dall’usanza di porre nei tornei le armi dei contendenti
(Eistembach) : segno di alta dignità. Presentemente in Italia il manto è
riservato al re, alla regina, ai principi del sangue; i cavalieri
dell’Annunziata pongono il loro scudo nel mezzo del manto dell’ ordine (velluto
amaranto sparso di nodi di Savoia); il primo presidente della corte di
cassazione pone l’arme sul manto, cimandolo con il tocco e adornandolo' della
mazza e della toga. || La vestizione di Atena con un nuovo peplo di lana gialla
e dorata, intessuto da mani feminili era la cerimonia essenziale delle
panatenèe ed al rito religioso facevano compimento i giochi famosi. L’uso
solenne di quest’ offerta anche individuale era antica, ed Ecùba, pregata da
Eleno, la eseguiva, consegnando alla sacerdo.tessa Teano il più bel peplo della
sua casa [11. VI). 350. MAROHXiBrITA — Graziosa asteracea (bellis
j:>erennis), nunzia della primavera, forse derivante il suo comune nome dal
latino (margarita-^erla,)] Itì8 a cui fu assomigliala per la bianchezza delle
t'oglioline slellaiiti altorno alla corolla d’oro, con il sacrilioio delle
quali la fanciulla innamorata trae il lieto o il triste presagio del suo amore
; « la bianca sibilla dei prati » ( Pan- zacchi). Berto Barbarani interrogava
la margherita delle balze trentine (e il suo presagio era confermato degli
epici avvenimenti): O nuirahcrita fial vestito a Micia, sff le rato le foje a
una n una, pian, aensa farle tanto mai..., russ't..., vaio ntai dirme se sta
tera bela '«a qualche volta gavarà fortuna t — h' ultima foja ìu*d segoni de
si* È, dunque, tiore immortale nella poesia: Ossian ne tesse l’elogio sulla
tomba di Fingai, per l’arpa d’oro di Malvina e per il canto delle figliuole di
Morven, che lo consacrarono come il fiore dell’ iunooenia ; Guthe nel patetico
idilio romantico di Faust lo fa scintillare di perpetua bellezza, come il fiore
della modestia. 351. MA.KTEIiLO — Stromento comune appartenente all’ arsenale
ordi¬ nario dei simboli del lavoro, dato a Vulcano, il solo dio lavoratore e
laborioso; già usato nella emblematica massonica, e recentemente, insieme alla
falce, adottato dal governo moscovita di Lenin ; divenuto quindi simbolo del
socia¬ lismo (1919) e del comuniSmo (1921). || Sulle medaglie consolari romane
indicava il potere del triumvirato monetario. {| Figurativamente si usa il martello
anche per vendicare la percussione morale : ' perché meu crucciata ^ La divina
vendetta gli martelli. Unf: XI - MI). Così il martello entra nelle allegorie
della persecuzione, della tribolazione, della necessità e simili. Chiamavasi »
malleus malcficarum-» il codice dello Sprenger per procedere giudizialmente
contro le streghe (Colonia, 1489), (v. t\dmine), || Una curiosa applicazione
del martello battente sulla incudine, a ricordare il ritmo, è nella allegoria
della Musica, dipinta dal Pintoricchio nelle sale borgiane in Vaticano. 352.
MASCHEBiA — Nelle processioni e nelle ini¬ ziazioni dionisiache — da cui
derivano la tragedia e la comedia greca — usavasi travisarsi la faccia con il
mosto d’uva e con colori vivaci. Poi si usò coprirsi con una larva dipinta, di
corteccia d’ albero o di cuoio, e fu la maschera, fissata per le scene in
categorie peculiari, secondo i tipi tragici o comici da rappre¬ sentarsi, con
capelli e barba, e sempre con le labra spalancate a modo di tromba, per
rinforzare, mediante apposito imbuto metallico, il tono vocale. Il volto degli
dei, degli eroi, delle eroine — personaggi da coturno — era per lo più plasmato
sui venusti profili della statuaria; quello dei personaggi da socco era tutto
caricaturale, con scontorcimenti nelle fattezze e con la bocca esa¬ geratamente
aperta. Roselo fu il primo che osò recitare senza maschera MASCIIKItK 1. da
romedia - tragedia. (in 189 (Gicet-one), ma non fu compreso nè seguito
nell’audace tentativo. || La ma¬ schera permise di impunitamente abbandonarsi
all’orgia, senza arrossire nel turbinio delle passioni più folli e nell’
obrobrio dei più colpevoli tripudi ; e come in Atene e in Roma antica, così in
Venezia e in Parigi — lieta¬ mente introdotta negli usi del carnevale — divenne
elemento quasi cardi¬ nale della vita elegante e fastosa, ma facile stromento
di comoda e non sempre onesta finzione, contributo possente alla corruzione
sociale. Icono¬ graficamente, quindi, la maschera rappresenta la tragedia con
Melpomene e la comedia con Talia, secondo le tradizioni storiche ; e, secondo
le analogie morali, è simbolo di inganno, di frode, di menzogna, di
simulazione, di ipocrisia. Il A proposito delle false apparenze disse la volpe
alla maschera : O quanta specie» cerebrum non habet. (Pedro I - 7). Le maschere
degli antichi sono di frequente adope¬ rate come fregi, sulle gemme e sulle
urne sepolcrali. « L’uomo si copre o si sfigura il volto per diverse ragioni,
le quali possono fornire il criterio migliore per tracciare una classificazione
scientifica delle ma¬ schere » — cosi Paolo Mantegazza, il quale ne propone la
divisione categoricA in : occultatone, draìnatiche. gioiose, e carnevalesche,
(e danzatone), venatorie, guerresche, sacre. 353. MATRICAKIA — v. Camomilla.
354. MEliIAITTO — Butacea ornamentale, dotata di copioso umore melato, e per
questo interiore e poco fine dolciore assunta a simbolo di affettazione. 356.
MELISSA — Cedronella — Erba vastamente usata nelle provvidenze ofBcinali, e per
la vivace na¬ tura, per il profumo gradito, per l’azione stimolante prescelta a
significare la celia e l’ilarità. 366. MELO — Dicono gli araldisti che la mela
significa il beneficio del principe, del padre di fa¬ miglia, ed anche beltà
pericolosa e amore (Ginanni, Crollalanza). Questo svariatissimo rosaceo, schiettamente
indigeno dei boschi montuosi d’Italia, gradevole, salubre, somiglia infatti
alla autorità dal cuore generoso, che vive e prospera lietamente all’ombra e al
sole, sul greto del fosso e sull’ orlo della via maestra, come nel vividario
opulento e delizioso, e spande il suo acuto profumo principescamente,
paternamente, tra le forme esotiche e bizzarre degli altri frutti. ||
Pericolosa è aggettivata la sua bel¬ lezza in ricordo forse della mela che fu «
ad Èva il cibo amaro» {Purg. Vili - 99). (v. Pomo). Il E bellissime,
riscintillanti di maliósi colori e con la corteccia dorata dicevasi fossero le
mele meravigliose crescenti sotto il mare d’Asfaltide, dove non palpita il
vento ed è perennemente plumbeo il im cielo; ma, svelto dal ramo, il tratto di
quella terra abbandonata dall'occhio di Dio gemeva un umore maligno e si
rivelava denso di cenere : Mele vaghe ali* aspetto e pari a quelle Crescenti in
riva de) sulfureo lago Ove Sùiloma stette, e in combusta. .... Le ingorde
boccile Mettono al frutto e di cenere soxko N* api>estano le fauci, imbratto
amaro Da lor con rabbia e con fragor reietto. (Milton - Par. perd. X - trad.
Maffei). La mela — tra le forme d’arte più accessibili alla demopsicologia — fu
trascelta come simbolo della più complessa e più possente di tutte le pas¬
sioni, che ad un tempo è anche la più facile e la più semplice nel nascere, r
amore : simbolo vasto, che porta ad elevatezze di considerazioni, ma che forse
ha derivazioni di pensiero più modeste di quello che possa credersi, per il
fatto che la offerta della mela fu segno elementare di dichiarazione d’affetto
amoroso. Catullo assicura Ortalo eh’ egli non lascerebbe sfuggire le parole
dall’ animo come la fanciulla lascia dal casto grembo cadere la mela, dono
furtivo dell’amante: et mi88um ttpoiui furtivo munere tnalum Procuì'ì'it casto
virginia e gremio Qitod miserae oblitae molli sub veste locatum, Dwm adeentu
matris prosilft, excufitur. (Carni. LXV - X9 - 22). In .Serbia l’offerta della
mela alla fidanzata è pegno di amore, ma ella deve respingerla ; e tale offerta
del rito prenuziale si riscontra in alcnni paesi dell’alta Italia; A Tradate
(Varese) il giorno di S. Stefano, il fidanzato butta nel grembo alla promessa
sposa la mela se ha intenzione di passare a nozze nell’anno veniente. A Sizzano
(Novara) il fidanzato inghirlanda di mele la sposa e questa lo ricinge di una
corona di castagne (Massara). In alcune campagne piemontesi, alla vigilia della
solennità di tutti i santi, le ragazze da marito gettano dietro le spalle la
spirale della pellicola di una mela shncciata, e interrogano il grossolano
disegno che ne è formato come un oracolo, leggendovi una lettera dell’ alfabeto
che sarà l’iniziale del nome dello sposo futuro. Si usa pure incidere il nome
delle fanciulle nelle mele, ed esporle, infilzate in una funicella, davanti
alla legna ardente nel cami¬ netto, facendole girare di continuo ; la prima che
cade indica il nome della prima che si mariterà. Nel melo Che ilei uno pomo gli
angeli la ghiotti (Piirg. XXXII - 74). Dante ha raffigurato la beatitudine
provata dagli apostoli durante la trasfi¬ gurazione di Gesù. B57. MELOGRANO —
Il modo con cui è formato il frutto coronato di questa mirtacea asiatica —
specie di favo di acini rossi e aciduli — con evidente rispondenza analogica dà
l’imagine della raccolta, della unione. La melogranata « è simbolo
convenientissimo della Chiesa di Cristo, la quale contiene dentro il suo seno
non solo una grande varietà di nazioni distinte fra loro, ma anche in
ciascheduna nazione, ovvero Chiesa particolare. / diversi ordini e gradi .
(Martini). || . il pomo granato (come racconta Pierio Valeriano nel lib. 54 dei
suoi geroglifici) simbolo d’un popolo congregato in un luoco, la cui unione si
governa secondo la bassa qualità loro . (Ripa). Noi vorremmo - secondo il più
equo concetto moderno - ripetere l’equo concetto antico di Cicerone e dire
popolo, cioè « coehis multitudinis jm-U coumnsìi et uHlitatis covimnnione
sociatm » (De repnbl. I - 26). Il melograno era infatti dedicato a Giunone
patrona dell’unione delle genti, come si vede nelle medaglie di Mammea : . Jnno
conservatrix » || Gli araldisti usano il melograno come simbolo di concordia.
[| Noi tempi della calamità si adorava dai romani la figya demoniaca di
Averruncus (lat. : anei-runcnre-rimuovere allontanare) foggiato a melograna,
propizia agli agricoltori e ai cacciatori e talismanica per rimuovere i
flagelli delle terre. || Il fiore del melograno - m cui SI condensano tutti gli
incendi del solleone - è elencato come simbolo di onore. || Esempio di arme
parlante, il regno di Granata portava nel suo emblematico scudo un melograno
rosso in campo d’argento. 358. MULTTSINA — v. SìTtuci, 359. MENTA - Erba di
grato profumo, di pungente sapore, il cui nome è connesso alla favola della
figliuola di Oocito, fatta rapire da Proserpina gelosa dell’amore di Plutone.
«Non è meraviglia se al tempo antico nel tempo della guerra era proibito il
mangiar la menta, e per questo Aristotile lasciasse scritto ; Maitham ne
comeda» nec plantes tempore beiti. Perciocché eccitando la libidine, era da
fuggirla, che per il frequente uso delle cose veneree per gagliardissimo che un
si sia si indebolisce, si consuma e s invecchia e ritrovasi non solo delle
forze e del corpo debole, ma del- 1 animo ancora, tutte cose che repugnano alla
gagliardezza ed all’ audacia » (Durante). Tutto ciò contrasta vivamente con la
etopeia che fa della menta « herba quaedam minima », l’Alciato, che la propone
come simbolo della sobrietà o temperanza, . vitae eusfos, viater valetudinis,
sapienttae cornea, poeta amica » (Kmbl. XVI). || Anche i ragionatori del
significato dei fiori la presentano simbolo della saggezza, che molte volte
vive nell’umiltà come la menta prospera sui margini dei fossati, profondendo il
suo gradito olezzo Altri, ricordando il linguaggio Horeale cinese, elencano la
menta come simbolo di timore (Lacroix). 3(i(i. MEBXO — Uccello selvatico. Pai
Iwoco giallo e dalle nere piume, che canta melanconicamente, monotonamente. La
sua specie aquaiola (cincillà uquaticua) è menzionata come simbolo della
povertà: e. cinclua avicnta tenuta et macilenta » (.Snida). « È questo augello
marino cosi fiacco, che non può farsi il nido, però cova nel nido d’altri, onde
il cinclo negli adagi chiamasi un uomo povero e mendico » (Ripa). || OflTre il
miglior esempio della varietà di linguaggio noi pennuti, avendo cinque modi
distinti di manifestare i propri sentimenti.... Egli, infatti, alla mattina;
«iròi periatamente viaggiando; ha il rerao sonoro e Hnutato nelle canzoni di
pri- mavera; stride in tono canzonatorio quando è sorpreso nel maccluone .
cMoccola con fischi staccati e dolci nei richiami d amore (A Renan ). | Nel
blasone francese si dice merUtte un piccolo uccello privo di becw di piedi;
es.: nell’arme della città di Laon, ricordo delle crociate, da cui molti
laonesi tornarono stroppiati. 361 META — Pietra per lo pih a cono, su base
rialzata, collocata nei circhi antichi per indicare il punto a cui dovevano
giungere i concorrenti alle corse ippiche o podistiche. Orazio la ricorda.
MeUiiiue frrviditi eoitata rolis. Ed il mediocre poeta Domenico Poltri da
Bibbiena, descrivendo il palio dei cocchi a Firenze (1682) : .Il corso da una
guglia prinoipiavano, Arrivavano a un’ altra o doppo in su A quella istessa
guglia ritornavano. Si trova effigiata in vari monumenti, in medaglie ed
imprese, per il nobile fine ed insieme la temperania, che assegna il confine
onesto alle aspirazioni, ai desideri, alle passioni. Es. : nelle imprese di
Claudia Bangona, con il motto; * Nec citra nec, ultra,, e di Guidobaldo Feltrio
della Rovere, duca d’ Urbino (Ruscelli). 362 METALLI — La scoperta e la prima
lavorazione dei metalli è avvolta tuttora nello storico mistero, e sono
leggende delle età bendate que e che narrano di Tubalcain - appartenente alla
decima genwazione della discendenza di Caino (Mosè) - e di Vulcano, forse re
egizio. simbolica degli alchimisti arabi si pretendeva affermare anche 1 arcana
re zione esistente fra i sette pianeti allora conosciuti ed i uietelli, che
allora erano noti essi pure in numero di sette soltanto. Si credeva eh essi
fossero in sempre nuova, ininterotte formazione, e ohe su l’origine d ognuno di
essi un pianeta particolare avesse influsso e signoria; cosi ogni metallo ebbe
un nome di un pianeta e lo simboleggiò ; l’oro era il Sole, 1’ argento la Luna
: l’ argento vivo, Mercurio i il rame, Giove : il ferro, Marte ; lo stagno. Ve¬
nere : il piombo, Saturno. Saturno fa lo piombo, il ferro Marta, VenuB lo
stagno, e Giove fa lo rame, • Lo Sole l’oro, che male comparte, f.a Luna fa
l’argento, dico morto, Mercurio fa lo vivo senza stame. (Cecco d’AscoU -
L’Acerba). Le leggi armeristiche ammettono soltanto due metalli: l’oro e V
argento, e vietano la lora sovrapposizione. Eccezione notevole quella delle
armi i Goffredo di Buglione, dopo la presa di Gerusalemme ; La guarilia di
Goffredo ha bianco e d’ oro Il suo vestir. L’arme del novello re aveva,
infatti, una croce d’oro in campo d’argento: anomalia blasonica, di quelle
dette d enquerre, perchè davano luogo asl inquerire sulla loro origine, sempre
dovuta a fatti straordinari, (v. Aì- gento. Oro], 363. MIMOSA — V. Sensitiva.
m. MINOTATTRO - Figura mitica concepita dal mostruoso connubio di un toro e di
Pasifae, moglie di Minosse : Ij’ infami» di Greti.... Ohe fu concetta nella
falsa vacca. (/11/-. XII - 12): subietto teratologico frequente nelle
espressioni dell’arte, con vario signi¬ ficato. Per Dante rappresenta la .
tirannide micidiale, esempio di perpetua disperazione, di odio, di dispetto,
incarnata bestem¬ mia contro Dio » (Pederzoni). |( Per altri è simbolo
composito come la sua figura, mezzo umana o mezzo taurina, ed indica
rispettivamente la prudenza e la forza, come pretendono gli accoinodatori di
imprese. Es. nella impresa di Consalvo Perez (Ruscelli). 365. BUOSOTISIì — Il
fiorellino della memoria che nasce sui margini delle acque correnti o cascanti
dai dirupi, trae il suo nome vulgare {« vergiss mein nicht — non ti scordar di
me ») dalle ultime sillabe pronunciate da un fidanzato, che per coglierlo fu
travolto dalle onde sotto gli occhi dell’amante. Dice un codice della favella
iloreale : Xelle sue foglie, il vedi ? erra un riflesso (filasi di cielo ; e
come in oiel sereno Raggio di stella, nel sno piociol seno, A caratteri d’oro,
il motto è impresso; < Non ti scordar «li me ! • E Giovanni Prati cantò il «
fiorellin celeste» della mesta leggenda die si’ ripeto «sui margini del Reno»,
quando Annina ed llUovardo Parlavano d’amor. Se non che la scienza, poco
sentimentale, continua a riscontrare una identità esteriore fra le foglioline
ovali e vellutate di questo vago e delicato fiore e le appendici auricolari del
topo, ciò che appunto viene indicato dal nome greco di miosotide. * .366. MIRRA
— Albero resinoso, dai frutti acri ed amari in forma di lacrime, crescente in
Etiopia, nell’Arabia, in Egittd. Fu offerta dai magi al bambino Gesù nel
presepe, insieme all’oro ed all’incenso (8. Matteo - II. 11), simbolo
dell’amarezza che accompagna.la potenza e l’onore. «La tri¬ bolazione è quasi
come la mirra, che ci guarda e conserva, chè non caggiamo in puzza e in
corruzione . (Cavalca-il/cd. del cuore). * Le mie dita furono piene di
squisitissima mirra» dice la sposa dei Cantici (V. 6), ed i postillatori
scrivono: «La mirra è simbolo della mortificazione dell’amor proprio, e della
propria volontà, e delle passioni, e degli afletti terreni, la quale con altro
nome è detta da Cristo annegazione di sé stesso » (Martini). l'heì-ior ceulin
3li/rrha agitala fluit. (Caiiiorarina - Sgiiili. I - XI). lU 194 367 MIKTO —
Nobile arbusto, dai rami flessibili e sarmentosi, dalle frondi‘sempre
verdeggianti, dai fiori bianchi ed olezzanti, dedicato ad Apollo, alle Grazie,
ad Erato, ad Ercole, ma sacro a Venere ed a Cupido per de¬ finizione. Quando la
dea dell’amore auree dal glauco gprembo marmo le Ore fé ofi-rirono una ciarpa dai
colori dell'iride e una ghirlanda di e di mirto ella fu coronata dagli Amori
per la sua vittoria contro Giunone e Minerva. Come il mirto si fa signore del
suolo e ne rimuove tutte le altre vegetazioni, cosi l’amore, quando si
insignorisce d’un cuore, ne altro sentimento; per ciò esso simboleggia l’amore,
e “ ornavano le tempia gli adoratori di Venere (« l’idaho mmto »
Panni-Ma<hno, 134). L’Albani nel palazzo Costoguti di Roma, ^ Forza e
dell’amore, a quella dando la spada, a questo il mirto. |1 Questo Lboscello è
pure emblema dell’ amicizia, la quale, se schiettamente sentita e professata, è
perenne come la verdezza delle foglie di esso. || È simbolo di ^allegrezza, e
testifica Plutarco che nei simposi i convitati si invitavano V un l’Stro a
cantare, facendosi passare di mano in mano un ramo di mirto^ Gli israeliti ne
adornavano il tabernacolo nelle feste giulive. 11 Simbolo, infine, dell’
academia e dell’ onore, particolarmente poetico. Dante lo ricorda facendo par¬
lare P. Papinio Stazio : Tanto fu dolce mio vocale spirto. Che, tolosano, a sè
mi traese Roma, Dove mortai le tempie ornar di mirto. {Purg. XXI - 88). Il
Petrarca fu coronato in Campidoglio con lauro, edera e mirto, li .L’alloro e il
mirto ebbero un tempo il còmpito nobilissimo di commemorare il za- oriflcio
vittorioso, e di celebrare il trionfo delle le¬ gioni romane. Poi volsero anche
per loro brutti tempi. Le due piante, disoccupate, si dettero ad un mestiere
per campare. Un po’ meno docile l’alloro, più V“‘’'’Ìttrfa mirto si ridussero ambedue
a decorare giardini ed orti, viali e prati, ta- IdoLi UL»» »11. to.blci, Otti
gli .bl,.ghbm.»l,, i„it.»do tuli, le (orme, de quelle geometrlohe .
uetotettooieta • quel e animali. I secoli XVII e XVIU furono i tempi di maggior
lavoro » (B. Paoli). 368 MITBA - Insegna di alta autorità, d’origine orientale,
non sempre usatfa cingere il capo ma anche ad avvolgere il torace. Nei tempi
proio- cristiani, simbolo di virginità, P>^®®®° ^ sivamente dai vescovi, da
abati e da prelati della chiesa tradizione apostolica (sec. XI). Essa significa
la sue duo corna i due testamenti sacri; le sue due fascie pendenti, lo spirito
U lettera della scrittura divina (Innocenzo IH - 50). Il primo pontefice che s.
Ltornl deVla Ltra papale fu il cinquantaquattresimo della sene, Ir.u.sda ,la
Prosinone (614-523), avendola avuta in dono da Clodoveo re dei !• ranchi, die a
sua volta, l’aveva ricevuta da Anastasio imperatore di Bisanzio. Aitei danno
alla mitra un’origine anteriore. H Essa era corona, e in certe statue delle
.diiese romane si vede anche conica inr 195 raidale. Le altre due corone furono
aggiunte da Bonifazio Vni (1294-1303) li bellicoso autore della bolla . Umm
sanctam . che tentò rinnovare li dominazione Riversale della Chiesa; e sua
mente il triregno simboleggiò e tre dignità del papa: la regia, la imperiale e
la sacerdotale. ^ Acclue t naram tribus coroni, omatam, et scias te esse.
Patrem principum et reaum. astoi-eìn nrhis in terrò, Vicarium Salvatoris nostri
Jesu Chrlsti, cui est honor in saecula saeculorum. Amen. Sono le
parole con cui il primo diacono corona ij nuovo pontefice. Altri affermano che
la terza corona fu aggiunta non da Bonif^io ma da Urbano V (1362-1390), come
simbolo del potere del papa sulla Chiesa purgante, militante e trionfante, cioè
: sopra il purgatorio, la teira e il cielo. || Altri ancora vogliono
rintracciare nel triplice serto della tiara le tre parti del mondo allora
conosciute, (v. Tiara), 369. MOGGIO - Misura antica di capacità, riprodotta
nelle monete, nelle medaglie, nei marmi monumentali come segno di abondansa e
di economica fortuna, di frequente accompagnata da spiche, e di forma varia
Serapide - il dio delle buone sorti egizie - ha il capo coronato del moggio
(dai latini chiamato calathns). Anche alcune erme di Priapo, 11 barlinto
guardiau degli orti ameni, (Alamanni) è così coronato. Più di frequente lo è
Plutone. Dice Ennio Quirino Visconti comentnndo il Plutone del museo Pio
dementino: «Conviene bensì al sul capo il modio o calato, emblema di ricchezze
e d’abbondanza, come a quel Nume, CUI le dovizie diedero il nome, e che
l’arbitro ne fu riputato, confuso perciò sovente con Pluto, Dio della
ricchezza. Divinità allegorica e immaginata piuttosto dai popoli e dai poeti
che venerata da popoli ». Il moggio — o canestro — è, infatti, dato come
simbolo delle divinità infere (Oarotti) (v. Canestro). '' 370. MOLA — V.
Macina. 371. MONDO _ Araldicamente è il globo fasciato al centro e cimato dalla
croce, simbolo di potensa [v. Sfera). 3(2. MONTAGNA — «I monti si trovano molto
celebrati nelle sacre lettere e con molta dignità. Onde il Profeta cantava
d’aver alzati gli occhi nei monti, per veder’ onde gli avesse a venir aiuto »
Cosi disserta, con la wnsueta e cortigiana prolissità il Ruscelli, spiegando
l’impresa di Pietro Folliero « la quale è un monte con una palma e un lauro in
cima e col m(>tto : « ardua virtutem » tratto senza dubbio da quello di
Silio Italico : . Acdtm/ nrtntem profert ria, ascendile primi ecc. ». E
continua spiegando come da autori antichi è stato detto : « che per salire alla
virtù, ed in con¬ seguentemente alla gloria, conviene ascendere per via
faticosa ed erta ». Iralasciamo il restante e concludiamo con l’araldista che
la montagna figura di un sol pezzo movente dalla punta dello scudo, significa
grandezza! nobiltà, fermezza ecc. e simboleggia pure i feudi montani (Guelfi).
Il Sii alcune tabacchiere della rivoluzione francese (1789) si vede la
montagna, come .siiliÌKilo deU’assemblea, parte più avanzata della democrazia
(De Mauri). 19(1 373. MOUTONE — V. Arkie. 374. MORO — V. Gelso. 375. MORSO —
Nelle loggie vaticane Raffaello dipinse la Giurisprudenza con il morso e con le
briglie a significare il freno della rillessione nel giu¬ dizio e nella
applicazione delle leggi, ossia l’equità, che non ha sanzioni dirette e
materiali nella legge scritta, ed è affidata alla coscienza, alla con¬
venienza, alla umanità del giudicante^Beauzée). || Nella cupola di S. Àndrea
della Valle a Roma il Domenichino efligiò la Temperanza, a cui un p>itto
alato porge il morso. || Vecchie stampe iconiche raffigurano la Moderazione con
una donna che tiene nella destra un morso da cavallo. || Anche la Ragione ha il
morso come attributo simbolico. 87fi. MORTELLA — v. Mirto. 377. MOSCA — Una
quantità considerevole di glitti mstósimamente deir antico Egitto, sui quali
vedesi incisa la mosca, comprova la credenza dell’ amuleto, por il quale si
presumeva di stabilire una specie di prevenzione omeopatica contro il dittero
cosmopolita fastidiosissimo e conduttore di mor¬ tifere pestilenze. Il flagello
delle mosche, ohe a nembi spaventevoli si rovesciavano sulle misere
popolazioni, specie sotto i cieli ardenti della Fenicia, della Siria e dell’
Egitto, fu l’ipostasi della creazione demo¬ niaca di Belzebù (dall’ebraico beel
o òaal - divinità e Zebut - moaca.), per placare le cui ire si abbruciavano in
sacrificio materie fetide ed escre¬ menti, credendosi con il loro denso fumo di
purificare l’aria e di liberarsi dal castigo. Belzebù, dio delle mosche, entra
nella Biblia, ed era in somma venerazione presso i canaaniti ; san Matteo lo
chiama principe dei demoni (XII. '24), ed Ochozia manda a lui per consultarto
circa un suo male, ed è rimproverato aspramente da Eliseo (IV dei Re. I). I
farisei accusano Gesù di essere aiutato da Belzebù nel cacciare i demoni, (Luca
XI. 16); ma il divino maestro rispose che una potenza non distrugge il proprio
potere. 1| La favolistica antica narrava che Diana per gelosia avesse cangiato
in mosca la bellissima Muna, impareggiabile cantatrice, che disturbava i suoi
intimi convegni notturni con il gagliardo Endimione, negli antri del monte
Latmo ; Muna, però, se ne vendicò molestando con incessante petulanza i sonni
dei due amanti. I greci invocavano Giove ed Ercole contro l’immondo e fecon¬
dissimo insetto, e dicevano che esso si ritirava spontaneamente al di là
dell’Alfeo durante le feste olimpiche, per non turbarle. Anche a Roma nel
tempio di Ercole si asseriva che non entrassero mosche (Plinio). || La mosca,
pertanto, anche effigiata nei geroglifici, coniata nello monete o adorata sugli
altari sotto forma di un demone tenebroso, non fu mai sopportabile alle genti e
fu sempre ritenuta il più proprio simbolo della importunità, della molestia e
della impudenza. E nessun confine — nè meno geografico — le è segnato. Dice
grossolanamente ma veridicamente Merlin Coccaio : Undique muaca smaii ftrt
aUis: Hudique vivit Muttc.a per IJi^xnìiam^ mueca per Italiani, Manca per
llirlanduiu. lliiaMconiavty ihukcu per allnin i'iutil Aleiiiapìititii. per
ficociatmiue votai, Iti? /'rtr iolitH Aninr dncurrit mtisat mnxourìt^
TarUiriruni munvu Int.hut mitre. /ni/ìii pritrriptte munni rtiut jffrhe
miperhit, itUc ho! numuo uaìiniuf ìunore bntKul. K puro - chi lo crederebbe y -
anche la mosca ebbe il suo dileusoro, convinto e autorevole, nell'americano Emerson,
il quale trovò eh’essa pure 0 al mondo per una missione di alta importanza:
quella di distruggere delle microscopiche pulci ondeggianti nell’aria e per noi
impercettibili, ed e quindi un indispensabile anello della necessaria catena di
distruzione che esiste nella natura animata. 378. MUGHETTO — Convallarin —
Asparagacea gentile, con i fiori bianchi a campanule pendole, di odore soave,
spontanea tra le ombre delle montagne selvose. Non si intende l’attribuzione di
rappreseptare la civetteria dal linguaggio dei fiori assegnata a questo amabile
fiorellino, che dalla sua zolla romita e con il suo genuino profumo non alletta
con inganni o con equivoche dimostrazioni. Vero è che «l’accivettare ai
concilia con un certo ritegno, con cert’aria di raccoglimento, di composizione,
di malinconia» .Tommaseo). Preferiamo intendere il mughetto come altri codici
della favella floreale lo indicu.no; simbolo di innocenza, di virginità, di
felicità rinnovata. 379. MULO - Per i vantaggi che reca questo . figlio della
industria e non della natura », sobrio, vigoroso, sicuro e franco
nell’andatura, instancabile è giustizia riconoscere oh’esso ritiene dei
genitori non pochi pregi notevoli che lo farebbero degno di considerazione
migliore. 1,'oquuH mulm, figlio di asino, è piu apprezzato dell’eg««s hinnus,
figlio di cavallo, anche perchè ha linee somatiche meno simmetriche,
prendendole esso dalla madre. Ma con¬ corre alla mala fama del povero mulo la
sua precipua caratteristica morale — se è lecito dire — che-è la dura e inflessibile
resistenza di volontà, cosi ohe per similitudine a lui venne il carico di
rappresentare la ostinatezza Il Per la norma rigida, e - dicesi pure -
inesorabile, che gli ibridi sono anche infecondi, il mulo essendo tale, è
simbolo anche della sterilità. Sarebbe ulfro cifroque coìicuritare tener parola
di codesta legge lisica, ed anche di quel passo del Genesi (XXXVI. 24) che
alcuni erme- neuti in aperto contrasto con altri — vorrebbero indicasse Ana,
figliuolo di Sebeon, inventore dell’incrocio generatore del mulo. 380. MUSCO -
norracina - Nelle gelide contrade dove il gelo è mor¬ ule questa povera erba
crittogama avviluppa d’un pietoso manto verdiccio le cose che vegetano e
respirano, difendendone l’esistenza, non mai vinta dal rigore; e simboleggia cosi
l’amore materno. || Significato meno sim¬ patico lo davano invece i romani, che
lasciavano crescere il musco sulle statue di Murcia (da mMi-citó-poltrone),
simholb dedicatorie alla dea della poltroneria, onorata sull’Aventino. N ayi. N
— Non simbolo nè lettera propriamente simbolica, si bene lettera significativa
ricorrente negli atti cancelleresclii e notarili, specie dal XIV secolo. I
notar! d’ allora segnavano il nome non noto con N (indicante forse « nomen » o
« nominahitiir ») facendo occupare dalla lettera stessa il posto precario sull’
atto, fino alla cognizione del nome proprio : cosi N divenne espressione
abbreviata di anonimia o l’equivalente di un prenome scono- Bcinto (Nodier). La
doppia N (N. N.) significò probabilmente non noto. Nel linguaggio dei
matematici V elevazione di una quantità ad una po¬ tenza y significa elevarla
all’ esponente del più alto grado ; d’onde la lo¬ cuzione all’ennesima potenza,
per dire all’indefinito. 382. NARCISO — L'n giovane di rara bellezza,
insensibile ai teneri richiami delle ninfe che lo amavano, mirandosi all’ orlo
di un fonte, s’in¬ namorò della propria persona riflessa nelle acque, e cosi si
lasciò consumare di amore e di desiderio che cadde in esse e miseramente peri.
Pausania più pa¬ teticamente — dice che <iuel giovinetto credette rav¬
visare nello specchio dell’ acque la imagine di una sorella morta, che gli
assomigliava ed era da lui ama¬ tissima, e deluso dalla ardente brama di
raggiungerla, cadde vinto dall’affetto e dal dolore. Gli dei pietosi tramutarono
quel giovinetto in fiore, e fu Narciso : fiore bello, di olezzo soave, caro
alle divi¬ nità ctoniche e offerto a Plu¬ tarco ed alle Furie infernali (So¬
focle). Il II mito del misagono giovinetto lasciò al fiore il carico spiacevole
di sim¬ boleggiare l’egoismo, l’amor di sè stesso, la fatuità. L’etimologia del
nome è greca, e significa stordi¬ mento (ndrke, d’onde l’adiettivale
narcotico). 883. NASTURZIO — Il volgare crescione dalle foglie minute e dal
flore bianco, erba medicinale e da insalata, che si pretende sviluppi scintille
di elet- „ , • trico fulgore durante la canicola estiva; e per ciò si vede m
esso 1 alta si¬ gnificazione della fiamma d’amore. fi* infitvmmiuxte nasturxu»
a i serpi avvereo. (Alam. - CoUiv. V. IIW). 11«) Altri postillatori ilei
uaralteri lloreali altribniscioiio al nasturzio il poco sim¬ patico simbolo
della stnpidagrgine. KxeèH d’hoiineiir, e.rcè.«f d’indcginfé 884. NAVE — Per la
azione modalmente deHnita della nave, essa è sim¬ bolo marinaresco, e nella
araldica indica vittorie navali e viaggi d'oltre mare (Crollalanza). || Molte
città hanno per stemma una nave : Sidone, Ma¬ gnesia, Ascatela fra le antiche;
Parigi, Nantes, La Roohelle, Bristol, Lisbona fra le moderne. Nel processo
assimilatore dell’allegoria la nave si usa nell’arte a significare
metaforicamente idee determinate e varie ; Giotto e Cavallini simboleggiarono
con essa la Chiesa, nell’ atrio del Vaticano. Quelli or»»u tempi ! «ovr» o^l
luijicm «SrorroR Ih vigile burcH «li Piero, (KusiiiHt'O « .,4 /noitfifffttttr
La nave indica animo forte (Giuanni); la vita umana, agitata dalle tem¬ peste e
dalle procelle (Ruscelli); • •raa uomo A il Rugno, <i <lel celwlp Falim
<ll>r» Uivin», a vasto maro il iiionilo. (Oaaoiii - Kiiibl. li). A
simboleggiare la viU travagliata di Leopardi, il Raineri, amico suo, ue voleva
scolpita sul sepolcro « una stanca nave che piega lo vele ed entra in porto. La
dovette togliere per porvi la croce » (Piergili), Ainsi Ioni change, aimi toni.
pmse. * Aiìttti notta nii^mes uom paa*<om^ ìh'lns itam fnitiser plun de
trare f,hie etite hurqut oà twm giissom éSnr rette mer oii tout s*effnre.
(Luiiiartiae). La nave o simbolo della confidensa, perchè con essa « i
naviganti ardiscono di praticare l’onde del mare » (Ripa). || La nave a vele
spiegate, con l’au¬ dace motto : € Potest et vult . fu l’impresa dello
stampatore Marescotti di Firenze. (| L’ordine della nave fa la prima milizia
cavalleresca istituita in Francia dopo le crociate (1262). Un altro ordine
cavalleresco delia nave fu statuito da Carlo lU re di Napoli (1381). (| San
Nicola da Bari, dai marinai invocato protettore, si dipinge di frequente con la
nave vicina. 38.Ó. NELUMBIO — v. Loto. 386. NÈO — Come la parrucca creata per
nascondere la lucida calvizie di Luigi XIV; come le frangio Ponny che avevano
per iscopo di nascondere una eruzione ripugnante sulle bellezze cutanee di una
principessa inglese; cosi il nèo artificiale deve avere avuto origine dalle
scimiesche ricopiature adulatorie delle corti. Si legge (è vero) che in Persia
esso era, da tempo molto, il suggello della bellezza, e che i musulmani non
accolgono nelP/mi-ew donne senza nèi ; ma pare che soltanto nel secolo XVII si
cominciassero a distribiure sul viso i graim de beaufè. I quali non erano altro
che piccolis¬ simi riquadri di velluto o di taffetà cosparsi lievemente di
certi erapiastri, la ciù applicazione alle tempia pretendevasi guarisse i mali
di denti. L’ef-^ tìcacia del rimedio era nulla; ma le donne trovarono die
quelle miscoscopiche aggiunzioni al viso ne distribuivano le ombre, creavano
leggiadri contrasti 2<)ri Hulle guancie 6 davano un attraente disordine
estetico. Ne appiccicavano assai più che le norme della convenienza
richiedessero, e la marchesa di Pompadour, al fianco di Luigi XV, a Fontenoi,
ne estrasse tante dal suo ricchissimo cofanetto da disegnarne il piano
strategico della famosa battaglia. Il La bizzaria del nèo fu elevata a
linguaggio simbolico, e la politica se ne insignorì subitamente ; in
Inghilterra i whiirts (partigiani di Guglielmo 111) portavano i nèi sulla
guancia destra; i tortes (fedeli agli Stuart) sulla si¬ nistra. Il Ma più che
alle competizioni della politica, servi la monche come la chiamavano in Francia
— alle battaglie galanti. Essa ebbe un nome peculiare, rispondente al luogo
assegnatogli sul bel viso fascinatore : presso le labra era indizio di
civetteria.... volontaria, s'intende ; e dicevasi coqnettc o baiseuse, secondo
la postura; passionée quella accanto all’occhio; majestense in mezzo alla
fronte ; e>iJow‘e sulla piega del riso ; éffroìitée sul naso ; galante nel
mezzo della gota.... Vanitas vaiiitafum ! Interviene la scienza ad ammo¬ nire
ohe il nèo — questo vezzo naturale e carezzato ornamento della beltà è segno
degenerativo e tutt’ altro che innocuo, come si è detto fin qui. Alcuni dermopatologi
dell’ ultima ora lo condannano, classificandolo tra lo pericolose escrescenze
morbose dell'epidermide.... Non saranno rigorismi esagerati della scienza? 387.
NERO — Il più oscuro dei colori, non rifiottente ma assorbente i raggi luminosi
; estremo opposto al bianco : proprio delle tremende deità' infernali, a cui
non si chiedeva mai beneficio perchè implacabili, e solo si tendeva a placarle
con vittime scelte di colore nero. I negri della Guinea nel nero vedono il
principio dei male; neri sono i demoni (gli «angeli neri » Inf. XXIII - 131) ;
neri gli spetri zoomorfici delle tregende. || Per la creduta inalterabilità
fondamentale il nero è indicato come simbolo di co- stania, di forteiia
(Guelfi), di pertinacia (Ripa). || Più spontaneamente nei silenziosi richiami
dello spirito l’uomo vede neri il dolore, il tradimento, la sventura, il male
in genere. || In Europa — meno che in Turchia ed in America il nero è il colore
del lutto stretto, che si alterna, col decorrere del tempo con il grigio, con
il violetto, con il bianco, quasi riservato ai fanciulli. L’uso della gramaglia
nera assoluta fu adottato da prima in Francia, per la morte di Carlo VITI
(1498) e divenne poi universale. A Venezia leggi suntuarie proibirono 1’
eccessivo fasto delle porpore e degli ori, per decorare le gondole e imposero
1’ adozione della rascia nera, (1662), si ohe il De Musset vide in quelle cimbe
caratteristiche i «feretri dell’amore». La gondola fu¬ neraria, invece, quella
che trasportava i morti all’ isola di San Michele, era rossa, e macchiava
pittorescamente con un punto di fuoco il bruno dei canali della meravigliosa
città. || Al Brasile si odia il nero. || Gli Abasaidi — suc¬ cessori di
Maometto (760) lo adattarono per le loro vesti e per le loro bandiere. || Nelle
iconografie era nera la Notte, divinità più delle altre antica perchè le
tenebre furono innanzi alla luce; e rappresentavasi sopra un carro d’ebano,
avvolta in un peplo nero, con la face rovesciata. 1, Il nero è il colore più
proprio della severità, ed è di prammatica nelle cerimonie, avendo anche il
pregio di assottigliare, di cingere la persona con morbidezza : lo preferiscono
a tutte le tinte più luminose le signore di gusto eletto, perchè sanno che esso
porta gloriosamente il secreto del fascino muliebre. || In au araldica il nero
fu iiilrodotlo dai cavalieri che volevano esprimere il proprio stato di lutto e
si descrive con linee orizzontali o verticali fitte e sovrap¬ poste. (v.
Colori), 388. NESF0I.0 — Frutto asprigno (« aspro reale — Nespolo nodoso »
Alemanni), « di largo ombellico coronato con cinque linguette » (Durante),
elencato dagli armeristi come simbolo di sapienza, politica sagace, consiglio
prudente, verace amore (Ginanni). É vecchio proverbio italiano: Quando ve«H la
nespola^ e tu piangi, Ch* ella è 1* ultimo frutto che tu mangi. 889. NIBBIO —
Uccello rapinatore, distinto per la coda forcuta; simbolo della preda, elencato
anche nelle figurazioni araldiche. Arguto è l'epigrammatico emblema
dell’Alciato : 3TUvub edtix, nimia quem iiatuea. tortftrat evat, Ilei mihi,
maUr, all, vincerà ah ore /liiimt. IlUi auleni, quid flen 1 cur tuiec tua
vìncerà credan. Qui rapto vivens noia aliena vomin ? 3J0. NIQ-BLIiA —
Ranuncolacea di fiori bizzarri, pallidamente celesti, che prima dello sboccio
crollano il capo come stanchi e rifiniti, si che sono tenuti per simbolo del
languore amoroso. 391. NINFEA — Una naiade infelice, invaghitasi disperatamente
di Er¬ cole,^ da lui disprezzata, mori di dolore, e la pietà degli dei la
converti nel bel fiore della ninfea, graziosissimo fiore di pittoresco
ornamento, che schiude sulle acque le sue stelle nivali o rizza sulle ampie
foglie la splendida coppa dorata, delicata come la sensitiva, bramosa nel
giorno delle tepide carezze del sole, e la notte ricercante l'alcova delle sue nozze
sotto il li¬ quido specchio. Il Ovidio racconta invece che gli dei conversero
la ninfa in fiore per sottrarla alle perse¬ cuzioni oscene di Priapo : ut
referunt tardi nane denique ayrenlen. Latin in hauc Xi/inphe, fugiene per rara
Priapum. t'ontulerat vernos, nervato nomine, valtun. (Met. IX - Sili). Nel mito
della ninfea domina una sensibilità melan¬ conica, e Alberto Durer incise la
Melanconia (1614) « coronata di fredda ninfea » (Carducci). J Comune era
l’opinione antiafrodisiaca della ninfea, ed i ce- nobiti la usavano.... ma
sembrò poi un grosso errore anche di Dioscoride e di Plinio — poiché i suoi
effetti erano opposti ai desiderati (Richard). Comunque tosse la sua essenza
ofificiale, la candida pianta che regna sulle acque non poteva avere altro
significato ohe quello della innocenza, della purità. || La rosea ninfea
d’Egitto si confonde, nelle ornamentazioni, con il mistico loto, posato sulla
fronte di Iside, di Osiride, ed asilo natante di Visnù; ed esprime eloquenza,
(v. Jjoto), NINKEA 2(/2 8'J'2. NOCE — l’er quali relazioni di casualità o per
quali urti del sen¬ timento popolare il noce — pianta utilissima fra le utili —
sia perseguitato da strane e sinistre leggende, non ci ò dato sapere. Hsso
(ornisoe un legname ottimo; le sue foglie offrono vantaggi immensi alla
medicina; i suoi frutti piacciono ai palati ed, ancora immaturi, servono a
preparare un gradevole licore; le sue radici, il suo mallo, la sua scorza danno
ricercalo profitto negli usi industriali. Con tutto ciò, la tradizione giudaica
assegna al noce lo stigma della proibizione divina nel paradiso terrestre; i
gentili lo dedicavano a Proserpina e agli dei infernali ; in Germania era
l’albero delle tenebre, opposto alla quercia della luce ; sotto il noce si
raccoglieva il sinedrio delle streghe, per celel)rare il sabato; ed è celebre
quello di Bene- vento, fatto abbattere da Nino Bixio (1861); ed ancora in
avanzato secolo XX si trovano genti di campagna — in pieno possesso elettorale
— che non s’addormenterebbero all’ ombra del noce per non morire come SeliVa
sotto il manzanillo. Parrebbe di essere ancora ai tempi di Plinio, di
Dioscoride o di Ovidio, che cosi fa parlare l'albero disgraziato : fata nou
Itiedtiui, tittouùnn ftitu Uirm' Itmi/t IH rxti'enio margine ftniduM futhel.
SLraua miscela di contradizìoni, nella miniera di bellezze celate entro il
terriccio del pregiudizio vulgaro. Perchè anche ai tempi dei valentissimi
naturalisti di Anazarba e di Como, e del dolce vate di Sulmona, il frutto della
noce era detto la ghianda di Gioee, dedicato all’autocrate divino, e tenuto per
simljolo della natività! quindi a larga mano profuso nelle nozze. Cantavano i
fanciulli della strada : ....Tihi ducitm' iLfur : Sparge, marile^ uurtuf! H
nelle nozze di Manlio e di Vinia, il coro che accompagna la sposa alla casa
maritale, con il fescennino salace, canta cosi : ìui uuce« pueHK. iiiers
Conriihiue; aali» din Luiiiati nucihua. (CatuJld - ('arm. J*X1 - I27j. E il
pastore dell’ecloca virgiliana: Sparge, iiiaritf. iiucee: tihi deferii Ueapenu
Oeliuii (Ecl. Vili - 30). L’uso delle noci nuziali era ancora vigente mezzo
secolo fa, nel popolo milanese ; i ragazzi vociavano : « allaminee ! »
(comozione della nuziale in¬ vocazione latina: «O Hime.nee, Himenee ! ») e gli
sposi lanciavano confetti e noci: il gittare dei quali significava che lo sposo
dovesse da quel punto abbandonare i giochi della fanciullezza (Romussi). Anche
i greci moderni distribuiscono noci il di del matrimonio. Nel Belgio, il di di
san Michele, le ragazze interrogano le noci come oracolo nuziale. In Lombardia
si ripete il proverbio : « Pati f nós, nwngià do spós » ; e la stornellatrice
no¬ varese ricanta sull’ aria : Ai mr intirnM u m'ha mandò una uhm. A m'ha
mandà di c?us tu U apuv. E conclude uella ripresa ; ■diti» * K mi rj'hft tmnuU't
*nftì'cro ’na vinvioìa, St ICt !'r BjìUJi e mi g'ho '»f( floht, (MaKtiara • UH
e costumi dai eouiodiui HorarrW). Una tarda giustizia vediamo resa al noce da
qualche postillatore piti recente del simbolo, che gli attribuisce il signicato
della virtù e dell’ innoceuEa persegaitata (Ginannil; certo in considerazione
delle persistenti calunnie di cui l’innocuo ed utile albero fu fatto segno,
nell’ alluvione dei pregiudizi anche scientifici. 398. IfOSO — Non è un
simbolo, benché argomento letterariamente allegorico, il nodo del contadino
Gordio, salutato re di Frigia perchè entrato primo in città sopra un carro,
secondo il comando dell’ oracolo. Egli — di- scostandosi acclamato dal tempio
in cui era stato consacrato — vi lasciò una fune di corteccia di corniolo cosi
strettamente e bizzarramente girata e raggirata che a nessuno riesci sciogliere
i nodi. Si promise — ancora dall’oracolo — ohe chi l’avrebbe saputo sarebbe
stato signore dell’Asia, ed Alessandro Macedone lo tentò. Se non che, nè pur
egli riuscendovi, temendo che i suoi soldati ne traessero cattivo augurio,
tolse la spada e tagliò il nodo fatale. || Il nodo gordiano fu assunto da
personaggi insigni, durante la voga delle imprese ; come dal conte Giacomo
Zabarella, lettore di filosofia nello studio di Padova, a significare i «
continui studi » e la « perpetua fa¬ tica » per « sciorre.... gli oscurissimi
sensi» dei problemi filosofici «e poi a guisa del grande Alessandro, lietamente
gridare di aver adempito il suo fato e il suo desiderio » (V. Ruscelli). Il
nodo gordiano vorrebbe quindi grafica- mente dare l’idea della difficoltà. '{
Richiamo tangibile alla memoria, e quindi segno di ricordo è il nodo al
fazzoletto. La pezzuola — come do- vrobbesi dire propriamente — o il
drapperello da naso, di cui si ha una prima memoria negli inventari della
civile corte di Ferrara (U69), era un tempo dono del cavaliere alla dama amata,
e questa lo teneva sempre tra le mani, <'.ome usano ancora le spose di
campagna durante il rito nuziale. Alla pezzuola era di solito appeso un cuore
dorato, con un ricamo a nastro ed un motto d’amore. Successivamente si abolì la
ornamentazione e si adottò il nodo al fazzoletto in tutta Europa, come vulgare
espediente mne¬ monico per riparare alla propria sventataggine. |j Altro modo di
ricordo era il nodo che — al tempi delle corti d'amore — il cavaliere faceva
nella propria coperta da letto (non si poteva sempre parlare di lenzuola), per
disfarlo alla sera pronunciando una specie di giaculatoria augurante sonno
sereno alla dama dei suoi pensieri (Gleichen Rukwim). || (v. Laccio, Stella),
394. NOTTOLA — v. Civetta. 395. NUBI — Vapori raccolti nell’atmosfera,
ditficìli a ritrarsi pittori¬ camente per la varietà e la morbidezza delle
tinte ricevute dall’ opposto gioco delle luci. Per dare un’ idea dell’ etereo
gli artisti dell’ antichità po¬ nevano le ali alle figure ; i moderni crearono
le imagini dei oole.sti portati dalle nubi, le quali .spesso — osserva un
valente critico d’arte anonimo — non che reggere un peso sovrapposto, non si
sostengono esse medesime. ■JUI Su le nulli Su le nubi «lorabo o iiiar^'uutale,
Clio paioli (li banibaf^ia. (Carducci « A reti/ trnMoriì. Il Siulbolicaiueute
le nubi hanno vari significati, secondo le varie applicazioni. Indicano trraiia
divina se unite con mani benedicenti (Guelfi); pensieri tor¬ bidi se unite con
bracci armati (Guelfi) ; « dnbio ; impedimenti, distnrbi, invidie, maligrnità
altrui, le quai per corso ordinario par che quasi sempre s’attraversino agli
animi » (Ruscelli), come nella impresa del conte Pompilio di Collalto: le nubi
che sovrastano al sole, con il motto: « Ifinc ct-arior». Il La nube ohe spense
il rogo a cui era condannata santa Colomba si dipinge nell’effigie della santa.
396. WUMfiBI — I pitagorici — la cui filosofia era etica e cosmica — affermavano
ohe i numeri non sono concetti astratti o logico ufficio mentale — si bene
l’essenza delle cose, avendo ciascun numero proprietà e caratteri peculiari.
Numero ed armonia erano per essi sinonimi e figure della ma¬ teria e
dell’amore, cause cosmogoniche e ordiuative dell’universo. « Mundiim regunt
numeri » diceva l’antico adagio. L’esagerazione di questo principio lece della
scienza dei numeri un falso stromento teleologico, pretendendosi di spiegare le
cose più oscure e di avere commercio con gli spiriti elemen¬ tari, mediante i
numeri; e l’arte di combinarli fu una delle branche più importanti della
cabalistica. Per tal guisa virtù occulte e magiche possanze erano proprietà
inerenti alle cifre, e come l’unità — nel sistema pitago¬ rico — rappresentava
l’ente supremo — non numero ma principio di numero — che tutto contiene e dal
quale tutto procede — cosi il due presentava il principio del male, e tutti i
numeri principianti con esso erano sprezzati e odiati (v. Due). || Il primo dei
numeri dispari — il tre — era per questa disparità il simbolo della perfesione
(Aristotele - Meiaf. VI. 5) ; e Virgilio, descrivendo la triplice invocazione
dei magi nei loro incantamenti : Terque haec aitarla circuiii Effigifim davo,
numero Deus iiui^re guadili. (Kcl. Vili). I tedeschi ripetono proverbialmente:
« Numero dispari, numero sacro », Più veementi si dicevano i numeri dispari
perchè essi erano maschi o i pari erano femine (Macrobio. Sogno di Scipione -
I), e per ciò si sommi¬ nistravano le pillole medicinali in numero dispari, (v.
Tre). || Il quattro dava l’idea della potenza divina, e del creato, perchè con
esso si dividono quasi tutti i più importanti fenomeni cosmici; gli elementi,
le fasi lunari, i punti cardinali, le stagioni dell’ anno, e sul quattro si
giurava come sulla palude stigia. || Il cinque era simbolo del matrimonio,
perchè composto del maschio (uno) e della femina (due), ed è centro del
quadrato mistico in¬ diano, dove tre numeri sommati in tutti i sensi danno il
risultato di quindici; o 7 6 9 5 1 4 a M Il cinque fu il numero basilare del
sistema numerico dei greci, dei romani e di uno dei due sistemi etruschi (dei
quali l’altro aveva per base il dodici). 0 II TI • 1 LboTo »»» generazione ed
era anche tenutoper i rff"””* ' pronunciate da Dio compiuti laTiò /
creazione. || Il sette è il numero che in ogni religione mero
orro\ir^*'°"', P^^tosimbolico sia come nu- « 1 Pif* Q^^attro, numeri
rappresentanti d^ll^rrniJ e^:r;;cT7^2r-Tr;mo^ ^ era" altra^^ Per i mistici
la beatttudTnV “n “iMoJ'é era altra cifra angelica e sacerdotale, essendo il
quadrato di tre e il «u riZTateTfr“‘^‘'‘^ ‘ ^ la ci?a .ei' numero^^^isL pt^l
flTi !. Li^f^ e cosi via finn^ ^ ® ■' . ’ S‘^PP®“«81, 1 greci e i romani....
«cabl a del’ifZ 1 grossolana mentalità della moderna B^io fondV?! l “T
metafisico, sul quale anche Giordano U testo 0 Imgua concisa delle verità e
delle“legg“ nnrT? fi T “«11’«°mo e nella natura. Possano Lseri ed“anchl Tv'X ®
operazioni naturali degli esseri ed anche il limite e il termine delle
proprietà loro, e quella misura (L. C. di sl?nt”Martin"!'’z) 7 t°nMmlT
-deviazione e deformazione . per intendere la quale occorrerebbe essere .
Lsteto d^grazTa^t'^ essa esula dall’esame della concezione moToÌcre un^r “
tenX: f TT ^àtrtateXolte antinatte f T ® tradizionali simpatie ed antipatie per
certe cifre. Un criterio notevole di codesta permanente tendenza riscontra nel
valore delle monete, nel genere più usitato della misurazione ìoUlT""
«-talmente il due, il tre, il cinque e i loro muTupript ^u Trabi’ ^ nell’India
ah immemorabili; poi presso Ln^ ir’ dubio dalla facilità del conteggio sulle
dita^della prima yXsfXte decimale, perocché - ben Vasco (1733-I79GÌ 0 ^°^’'^“°
““.‘® ® ®’’®‘® ‘«““ese, Giovanni Battista eTl ciW I??:®, prediligono il due e
il tre; i tedeschi il tre sette X ^ norvegesi, gli americani del nord e del sud
il sette, che non è bene accetto in Russia e presso gli altri popoli slavi
Presso Tzù "‘'2“"“ ‘ “ u rrerficT Si india ’• “* fiottato come cifra
talismanica (v. ec/ici). Gli indiani - non ostante la loro trimurti religiosa -
amano il due e SUOI multipli; i cinesi il due e il cinque negli affari il
traXii ^perstizione. I giapponesi hanno un vero codice del pregiudiz’io
numerale'" Recentissimamente gli utenti del telefono facevano grandi
ricerche dei nu ’ hca fortuna, e ricercavano pure il numero
trecentocinquantasette 2(.)6 agli dei nel terzo, nel quinto e nel settimo
anniversario della nascita. Ancora nel Giappone sono numeri odiati il
quarantadue, che indica morte, e il quarantanove che indica bisogno; e si
prediligono i numeri dispari {llher laiid und Meer - maggio 1921). Può
interessare la applicazione nu¬ merica ai gradi della massoneria: uno,
apprendista; due, compagno; tre, maestro (gradi simbolici): quattro, maestro
secreto; cinque, maestro per¬ fetto ; sei, secretario ìntimo e maestro per
curiosità ; sette, prevosto e giudice; otto, intendente degli edifici; nove,
maestro dei nove; dieci, illustre dei quindici ; undici, supremo cavaliere
eletto ; dodici, gran maestro architetto ; tredici, reai arco o cavaliere del
monoarco ; quattor¬ dici, grande scossese della volta sacra o grande eletto
perfetto e sublime massone ; quindici, cavaliere oriente o della spada ;
sedici, principe di Gerusalemme; diciasette, cavaliere d’oriente e d’occidente;
dioiotto, so¬ vrano principe Rosa. Tutti i diciotto gradi sono lo svolgimento
dei primi tre gradi simbolici {apprendista, compagiio e maestro). La serie dei
gradi ricomincia con il diciannove fino al trenta e sono gradi filosofici:
diciannove, gran pontefice ; venti, gran maestro a vita ; ventuno, il Noachita
; ven- tidue, il principe di Libano ; ventitré, il capo del tabernacolo ;
ventiquattro, il principe del tabernacolo; venticinque, li cavaliere dal
serpente di bronzo ; ventisei, lo scossese trinitario o principe di grasia ;
ventisette, il gran commendatore del tempio; ventotto, il cavaliere del sole;
ven— tinove, il grande scossese di S. Andrea; trenta, il cavaliere Kodasch
(perfetto) o cavaliere dell’ aquila bianca o nera. Dal trentuno al trentatre i
gradi sono amministrativi: trentuno, il gfrande ispettore, inquisitore,
commendatore; trentadue, -il sovrano principe del reale secreto; trentatre,
sovrano grande ispettore generale. o 397. O Nella logica formale viene
designata con O la proposizione particolare negativa, opposta ad una universale
affermativa. || L* 0 lunga (omega) è l’ultima lettera dell’alfabeto greco e si
usa specialmente nella epigrafia a denotare la fine in opposizione ad a,
denotante il principio (v. A). 398. OCA — « L’oca è un animale molto strepitoso,
che forma per lo suo rostro, e grosso canale della gola un certo odioso susurro
; che empie il Cielo con ogni orecchia di grave orrore » (T. Buoni - tesoro dei
pro¬ verbi italiani - 16(J4). Dal che si vede che proverbialmente l’oca ha una
reputazione tutt’altro ohe favorevole. Cervello d’oca è quello.... di chi non
ne ha; «mai cervelli d’oca son quelli che fanno dicervellare i galantuo¬ mini .
(Tommaseo). Per la fortuna della fama dell’oca resta la pagina di Livio,
magnificante l’ allarme del papero del sacro colle capitolino, salvatore di
Roma (1388 a. C.). In memoria di quell’ episodio — che i quiriti ricono¬ scenti
celebravano annualmente con cerimonie augustamente solenni — fu depotenziata
l’efficacia simbolica del cane ed esaltata quella dell’oca, come paradigma
della fedeltà e della vigilanza. All’ oca, adagiata in una lussuosa basterna,
gli onori massimi; al cane la forca, (v. Cane). || Però già presso gli antichi
abitatori dell’ Egitto — la terra sacra degli alati _ l’oca era venerata come simbolo
della fedeltà; e pittori e scultori egiziani, protoi¬ talici ed etruschi
applicarono il motivo della anseride all’ arte monumen¬ tale, nei fusti delle
colonne e nella compilazione dei capitelli. Nel tempio di Elefante è scolpito
Brama, seduto sopra un loto, sorretto da cigni e da oche. L’ oca era consacrata
a Giunone, con lo sparviero, e ad Esculapio con il gallo e il serpente; era
tabù veneratissimo presso i bretoni insulani ; e veniva sacrificata a Priapo.
(v. Papero). . ’ 399. OCCHIO — Paste essenziale della bellezza. Gli artisti ne
consi¬ derano la forma e il colorito, avendo per più belli gli occhi grandi.
Per il gioco delle ombre gli antichi facevano d’ordinario l’occhio più incavato
<die non sia in natura (Winckelmann), e se ne variò la forma nella
rappresen¬ tazione dello varie divinità. || Si ripete che l’occhio è lo
specchio deli'anima : Come BÌ vede qui alcunn volta 1,' ntì'etto nella
vista,... (Gir.: i.'oitr. III - 8 ). E il Petrarca: (/■or. xvni F. ’l nor
ne;;li oeehi « nella fronte lio «eritto. («mi. XI,Viti) Non ve4lete voi ’l i nr
neKli oei-lii miiiiV (.SW. Cl.tf 2(J« Che debba bastare l’occhio per
riconoscere l’individuo della sua peculiarità espressiva si pretese da molti
filosofi della natura umana. Gustavo Terry, per risolvere il problema, lo
sottopose esperimentalmente a parecchi dotti di psicologia e di antropologia, i
quali non rinunciarono all’ occasione di prendere degli amenissimi granciporri,
non distinguendo nè meno, alcuni, la pupilla feminile da quella maschile
(19<>8). Gli occhi sono, però, parte nobilissima dell’ uomo : « quando si
collegano con istorie d’arte o di passioni, infondono dolcezze e tormenti,
posseggono lampi dal nero e dall’azzurro al verde, al giallo, al grigio, ai
cento passaggi di toni diversi, ora soavi, ora circondati da abissi. Magnus
pretendeva che più attraenti siano i puri az¬ zurri, ma quanta seduzione nei
meno definibili ! Dopo il pianto vi si concentra l’anima : ammaliano nel
sorriso e nel lieve strabismo quando brillano pensosi, o quando rovesciandosi le
pupille si accendono nell’ estasi » (Lioy). Il L’occhio è — naturalmente — il
protosingrafo della vigilania : nelle sacre lettere il pastore delle anime è V
occhio della Chiesa che attende vi¬ gile al suo greggio, secondo le parole di
Zaccaria; Atene era chiamata l'occhio della Creda; il navigante dipinge
l’occhio sulla prora dei vascelli, al di sopra dello sperone. || La pupilla si
trova spesso sui monumenti antichi, ed è l’emblema di Oaìride, il Sole ohe
getta gli sguardi su tutto il mondo (Plutarco). La pupilla mistica di Osiride —
l’ ouzait imbellettato — assicurava al morto la protezione e le virtù del Sole
e della Luna. Quattro occhi riu¬ niti gli concedevano la facoltà di vedere
nelle quattro cose del mondo e di esservi in sicurtà. Nella geroglifica
l’occhio — con pupilla o senza — pre¬ ceduto da una linea ondulata —
significava adorazione. || Fra i segni tropici dell’arte cristiana precedente
all’antropomorfismo (restituito in onore da Gregorio Magno) vi è l’ occhio di
Dio, di cui è simbolo, raffigurato nel triangolo nelle imagini sacre, (v.
Triangolo), 1| L’occhio è il segno simbolico dell’esperienza (de visti);
contenuto nella mano destra è simbolo di henefi- cenza. || Gli armeristi usano
l’occhio per indicare gindizio retto e intelletto sveglio (Guelfi). || Fu pure
usato come geroglifico della architettura, e così modellato da Matteo de Pasti
nella medaglia onoraria di Leon Battista Al¬ berti (Gelli). Il La santa che si
vede effigiata cieca e con due occhi nella coppa è Lucia, martire siracusana condannata
alla perdita della vista dai feroci persecutori (304). (Es. ; il fresco nella
galleria Capitolina di Giovanni di Pietro detto lo Spagna). || Un’altra santa
Lucia, terziaria domenicana, di occhi ammalianti, se li cavò volontariamente,
inviandoli ad un implacabile amante che disturbava i suoi voti di verginità.
400. OLEANDRO — Tra i fiori poco eleganti, poco odorosi del bruciante estate,
l’oleandro è il fiore vivido e lieto ohe piace con la sua colorita bel¬ lezza,
onusta più di fiori che di foglie. Non è arbusto di importazione eso¬ tica.
Dioscoride lo ricorda ed esso doveva pompeggiare superbamente nei vividarl
delle ricche case pompeiane, fiore latino, simbolo della lietezza e dell’
abondanza. '' Gli evangeli apocrifi narrano che il gran sacerdote non sapeva a
chi concedere la mano di Maria, fra i molti giovani aspiranti della stirpe di
David. Supplicò Dio perchè lo illuminasse e n’ ebbe il tacito co¬ mando di
invitare i pretendenti a deporre sull’ altare una verga. Giuseppe pure, con gli
altri, la depose, e 1’ arbusto suo gittò fiori e germogli. Il sa- 2^)9 cerdote
l’ebbe por indizio divino, e unì in giuste nozze Giuseppe e Maria. Non dicono ,
libri apocrifi di quale sorta fosse l’arbusto, ma la tradizione confermaU dall
arte pittorica — non iscompagnò mai la fieura dello essTh'^' prodigiosamente,
ed in Toscana e altrove leanlrn TT Giuseppe. || Non si può negare che l’o- o «?
.“i- 11““ ~ non r’ *1 ■ "f- di provincia e iLndrè /<? d> campagna, e
la gente ha finito per disprezzare l’o- eandro . (Serao). Bisogna aggiungere
ch’osso contiene una resina gialla acre e velenosa e si citano esempi di morte
seguiti per aver mangiato della ^.agione arrostita e infilata in bacchette di
nerio, o per aver Lmi^ su giacigli di foghe e di ramicelli dello stesso fiore
(Loiseleur Deslongchamps). Per questa cagione l’oleandro è annoverato tra i
simboli come indizio di baldania e di antipatia. || L’oleandro bianco
simboleggia il candore. 401. OLIBANO — V. Incenso. r’firoliiato iIaIIh frftmie
ili Minerva, (/'wT*//. XXX ■ tlH). J4 aio protosimbolo della pace, della
cortesia, della aaggma., dell’abondansa, della gioia. Una palmetta
d'intrecciata nlivaf Slm))o]o ailor verace Di pace PpTiiInvu H c^j>o d* cgni
canto letto. (Aleardì - /Vr nn ffioco tli palla). 1,'olivo piantalo dalla
meretrice non allignava o non portava frutti. Quale profonda significazione per
denotare la sterilità per la causa immorale ! t'omo l’olivo era posto sull’elmo
di Minerva — la «palladia Ironda » (Pe¬ trarca) — cosi cingeva il capo dei
sacerdoti di Giove, e gli anticbi del suo legno fabbricavano i simulacri degli
dei per placarli e renderli mansueti dopo un’offesa. Gli abitanti di Epidauro
fecero venire da Atene l’olivo per erigere le statue a Dania e ad Augeria, le
vergini che si erano uccise per l’onta subita, ma avevano reso sterile il paese
degli oltraggiatori (Erodoto); e i lacedemoni saccheggianli l’Attica ai
arrestarono tementi, di fronte al sacro olivo. Il Gli ambasciatori che
chiedevano o portavano pace erano d’ olivo : ...JUtmus manifestai olivae
I.eynttnu rauxast/uf vìae.,.. (Staisio - Teh. II. HK7). cinti 11 ramo d’olivo
posto nella mano «li un imperatore indicava pace date o conservate. || I greci
premiavano i vincitori dei giochi di Elide con un ramo d’olivo; e i mendicanti
di Roma antica lo portavano come simbolo di protesione [supplicis arlior
oliva). || Dalla Biblia è trequentiasiraamente menzionato, perchè non volle
essere re degli alberi per non abban<lonare il succo inserviente agli dei e
agli uomini {Giudici - VETI. 9). Dio invia la colomba a Noè, portando in bocca
l’ olivo dalle verdi foglie {(ìfn. - Vili. 11) ì è la pace mandate agli uomini
dopo il tremendo castigo; e l’umiltà cristiana adotta la sacra pianta per i
suoi riti dei catecumeni, della confermazione e degli infermi; ed insieme alla
palma la benedice e la dona, nella giornata ricordante la Gerusalemme di Gesù
piena di cantici, di osanna, di profumi, nel molle soffio primaverile : è il
mistico arboscello dell’ olivo che placa l’odio e disperde il rancore, che
persuade all’umiltà e alla tenerezza del perdono. Ancora nel contado di
Matelica, appena la sposa arriva alla soglia della casa novella, la suoc-era
che l’attende le offre un ramo d’olivo e le dice: « la pace, o figlia mia ! » H
Un olivo colpito dal fulmine anunciava, secondo gli àuguri, guerra imminente,
jj Si coronavano d’olivo i cadaveri dei buoni (Artemidoro IV. 59). || L’olivo
indicava anche remissione. || Il vessillo della immite Inquisizione di Spagna
recava il motto : •misericordia et jìistizia » e intendeva simboleggiare la
misericordia con il ramo d’ olivo e la giustizia con la spada, tenute da san
Domenico. In araldica i signi¬ ficati dell’olivo sono sempre coerenti a quelli
comunemente allegorici; di pace, tli vittoria, di’ benevolenza, di gloria. ||
Fu introdotto dai fenici in Italia, e presso di noi è albero plebeo, che nasce
su tutte le roccie, su tutto le rive; Non vuole ]M*r oh’ ariu, ohe «ole, oh«
tempo, V ulivo (Pjutonli): 211 Ma - amile e grande, pieno di forza morale e di
grazia sentimentale - tiene il primato per rarità di forme, per copia di
raccolto, e dà una squisita ^ spirituale dolcezza ai temperati “■ "
f"»» • ■' p'" i fratelli olivi < nlifl fan (li santità palliili i
olivi o sorridenti. (TI* AnunnKÌo - /,« arra floaoiaitti), 403. OLMO — Grande
albero fronzuto, raramente usato nelle allegorie enGfca a«>icamente
sostiene, cosi che la sua .ione Tr amici.ia, unione coniugale, prote- sioiie,
óiiuto. Dic 0 Ovidio i rimus amai vitea, viiia tton dviterit iihnoa. E
Marziale, per le nozze di Claudia e di Prudenzio: •Vec metili» teneri»
iunguntur eilihii» almi. Accennano alcuni alla sterilità dell-olmo ed alla
finzione di Virgilio, che I soirnf ^^ll ir gigantesco, dalle cui rame pendono
IrSld V T ^ i. benché ermafroditi. Non è, pertanto, congruente la sua rap¬
presentazione come simbolo di sterilità, e infatti nella cosmogonia scandinava
la profetessa della Vo- luspa narra che gli dei - dopo la vittoria contro
Iirnir — risolsero di popolare la terra e, sradicato un olmo, ne sorse la prima
coppia umana (Edda). |( « In Francia l’olmo era il simbolo della giurisdiaiono
feu¬ dale ; un olmo sorgeva sull’entrata dei castelli ed era privilegiato
retaggio dei figli primogeniti. Il signore che d’estate rendeva giustizia sotto
la sua fronda, ne protegpva i larghi rami e la foglia tenace che non cade ai
primi geli novembrini. Il parroco faceva sotto 1 olmo le pubblicazioni di
matrimonio ed annunziava r ordine delle devozioni settimanali » (Giaoosa - 1
ca- s/cm uaWos/am') || . Gli olmi s’assumono, tra gli alberi, la parte dell’arco
della volta, elementi architettonici prettamente romani. Di solito non sttóno
soli; a due a due, in lunga fila, formano perfette navate a volta a tutto
centro, e, in contrasto coi cipressi, dànno il ritmo orizzontale l’in-^
irruzione sapiente dell’arco, nell’architettura del verde. Ma se sono iso¬ lati
oppure se non è loro aflSdato alcun ufficio particolare dall’ascia del
giardiniere, ciascuno, lasciando ogni posizione di disciplina collettiva ac-
quista una sua fisionomia, per cui si distingue da qualsiasi altro individuo
ella sua specie : olmi ohe implorano, olmi chini e proni per decrepitezza olmi
in atteggiamento estatico, di preghiera, eretti o minacciosi, UoHdi è gai,
melanconici, pensosi, raccolti; ogni stato d’animo, ogni gesto, espri¬ mono e
rappresentano gli olmi ». (R. Paolii. ' s k , ospri ■KH. OMBRELLO — v.
Paranoie. 405. OmCE — « L’onice apporta male. L’ onice nera velata di bianco,
simbolo del dolore, è la più nefasta ; ingenera l’angoscia e il terrore e le
irreparabili querele degli amanti. Se la collana che cinge il tao collo, se
l’anello del tuo dito porta l’onice triste, tu conoscerai la tristezza e la
paura e i sogni orribili delle nere invisibili profondità » (E. Michelet). ||
Gli antichi, invece, la consigliavano contro il mal sonno. ,, La poesia
ellenica diceva che l’onice nacque quando Amore tagliò le unghie a Venere; esse
caddero nell’Indo e le Parche le raccolsero e le mutarono nella bella rosea
pietra selciosa, cosi pregiata per scolpirne i cammei. || Una delle dodici
gemme dell’ e.fod, indumento superumerale dei sacerdoti ebrei ; e rappresentava
la tribù di Aser, posta seconda nel quarto ternario (Giuseppe Flaviol. 406.
OPAIiE — < Diffidate dell’ opale, di questa pietra che è la più
affascinante, la più seducente fra le gemme. È un arcobaleno velato da un
vapore latteo ; è la bellezza vibrante di tutti i colori, ravvolta in una bian¬
chezza misteriosa. È la pietra del destino ; simile alla donna, distrugge con
la sua beltà chi ne è innamorato » (E. Michelet). || Gli antichi davano alla
nobile e iridescente opale di inimitabile bianchezza un senso profetico ed una
influenza sentimentale, poiché dicevano che si oscurava quando un pe¬ ricolo
minacciava la persona che l’aveva in dito, j] Alcuni pretendevano difendesse la
vita, e le ragazze tedesche ne portavano collane per conservare il bel colorito
e le chiome. || Altri simbolografì danno l’opale per indice di fona nelle
avversità, di speranze, di perdono. 1 Fretendevasi che si offu¬ scasse fino a
diventar nero se accostato da persona in istato di peccato. 407. ORCHIDEA — «
Nuova e leggiadra, non bella, attraente e fascina- trice,' la orchidea si eleva
dominatrice per le creature che cercano sensazioni maliose.... Solo le donne
dalle vestaglie trasparenti, dagli occhi cerchiati di bistro, dalle chiome
biondissime, si adornano della fatale, stranissima or¬ chidea »
(Avallone-Lepri). Essa vive dovunque ; è poco appariscente e di corta durata
nelle squallide zone dei ghiacci, e lussureggiante, con i colori sma¬ glianti,
con le forme più strane, nelle foreste tropicali. Tentò di cian¬ ciarla » lo
Chamberlain, in Inghilterra, come simbolo dell’ imperializmo, fervente dopo la
guerra del Transvval (1903) : ma non vi riesci : o il capric¬ cioso fiore
costava troppo o la cosa simboleggiata non era abbastanza simpatica. 408.
ORECCHIO — Organo dell’ udito, di cui à simbolo, e per ovvio accostamento di
idee, pure simbolo della curiosità. Parte molto difficile a rappresentarsi e
dalla quale il Winckelmann affermava potersi giudicare della bellezza di una
testa frammentata. Nell’isola di Creta le statue di Giove non avevano orecchie
perchè il signore del mondo non doveva ascol¬ tare nessuna persona in
particolare ma essere propizio per tutte in eguale misura. A Sparta — per
contrario — attribuivano a Giove quattro orecchie perchè egli fosse in grado di
meglio ascoltare le suppliche degli uomini. || L'orecchia diritta era dedicata
e offerta in argento a Nemesi, formidabile divinità che vegliava sulla terra
per la giusta vendetta dei colpevoli. Orecchie di argento offrivansi pure a
Mnemosine, dea della memoria. || L'estrema variabilità formale dell’ orecchio
umano è l’inizio riconosciuto come fondamentale nel metodo antropometrico
moderno. || Le orecchie d’a¬ sino significano ignoranza. 2J3 401). ORIGANO — V.
Maggiorana. 410. ORNO — V. Frassino. 411. ORO — L’oro è segno di nobiltà. .
MHHt Hegina a derstris tuU in vestita deaaratu » dice il salmo che descrive la
regina del cielo. Il Il simbolo dell’oro si ritrova soltanto nell’alchimia e
indica il sole (* imago solù* di Eegiomontano). |i In araldica l’oro è il
metallo più nobile; indica la forza, la fede, la bontà, la ricchezza, il
comando, la cortesia; si rappresenta con la punteggiatura del campo o delle
figure, ed è ammesso soltanto con l’argento a formare il fondo dell’arme
gentilizia. L oro portato dai magi a Gesù vuoisi indicasse segno di tribnto. Si
crede generalmente che l’oro sia il metallo del maggior prezzo: hanno invece un
posto più elevato nella scala dei valori venali il platino, il palladio, l’osmio,
l’indio, lo zirconio, il titanio, l’uranio, il litio, il vanadio, il burlo, ed
i tre metalli radioattivi recentemente scoperti dalla Curie e dal Becquerel •
il radio, l’attlnio e il polonio, (v. Metalli). ’ 412. ORSO - Il grossolano e
ruvido plantigrado che vediamo ballon¬ zolare grottescamente sulle piazze con
l’occhio fisso al bastone, emettendo grida più di paura che di ferocia, ebbe
esso pure decoro di poetiche finzioni. TrasformaU in owa dal furioso sdegno di
Giunone fu la bella ninfa Calisto, ohe s’appiattò nei meandri del bosco per
sfuggire alle insidie dei cacciatori. Arcade, figliuolo suo e di Giove, non
tioonoscendo la madre tramutata, stava già per trapassarla con un dardo, quando
Giove - ad impedire il colpo terribile — trasformò lui pure in orso e collocò
nel cielo l’uno e l’altra, che furono le due costellazioni settentrionali
dell’orsa maggiore e dell’orsa minore. È notevole che anche la Chiesa trovò
motivo anagogico nell’ orso in esso, per le sue sollecitudine materne —
elogiate anche da ^ant’Ambrogió - simboleggiando sè stessa. Brunetto Latini
asseriva che gli orsacchiotti «nascono come un pezzo di carne disfigurata, se
non che ha due occhi » ( Tepore) ; e il Bestiario moralizzato racconta : Tanto
ta l’orsa il parto liiviHato Ch’n nulla creatura resimilia; Vedendolo cosi
(Usttimigliatu, Mantinente co la liocca il ripigliai Tanto lo mena insin che
l’ha formato. 1/Ecclesia è la madre che rifaco Lo suo figliuolo con Io
sacramento Del santo baptisino virtuoso, figlia forma e resimigliamouto De lo
suo dolce patire prezioso. l,;uo8to concetto rappresentativo è espresso in
avorio sulla coperta dell’ Evaii- gelano di Tutilo, nel monastero di S. Gallo,
dove il santo porge il cibo ad un orsa che tiene al collo un suo nato ancora
informe. || L’orso è un anacoreta onnivoro, piuttosto vegetariano, frugale.
Tale parsimonia è manifestata dalla sua dentizione, specie nella forma della
corona dei molari, e dalle sue unghie le quali, sebbene formidabili, non sono
retrattili come negli altri animali leroci predatori. Egli diventa carnivoro
soltanto se astretto da forti impeti < 1 lame; e ghiotto del miele, e non
ritrae il muso allungato dall’alveare trovato se prima non l’ha distrutto,
ingoiando anche le api. «T’amo più che 1 orso 11 miele. (Berni). L’orso nuoto
con rapidità e volentieri nei •J14 grandi specchi polari; è apparentemente
privo di energica nervatura e invoco s’arrampica con sveltezza sugli alberi piu
alti. Facilmente addomesticabile ed imitatore, è il giullare massiccio e
spennacchiato dalle movenze gravi, solenni ; è il protagonista — costantemente
sciocco — di tante e tante fiabe di origine nordica, e le sue gesta hanno
sempre un fondo comicamente tristo. Un orsacchiotto famelico divora l’asino a
san Romedio; poi, pentito, si oflTre per cavalcatura al santo, avviato a Trento
per salutarvi il vescovo san Vigilio; e anche san Lucano — dipinto ad Auronzo —
cavalcava un orso nel suo peregrinsggio a Roma; ed anche san Corbiniano, san
Colombano, san Vedasto, santa Colomba, salvata per virtù della belva nel circo,
ed altri santi nordici. Il diavolo, però, prendeva spesso la forma di questo
animale, forse perchè esso, anche sotto l’apparenza dello stoico rassegnato, li
sensibile alle provocazioni e fu sempre assunto per simbolo dell’ ira. « Fn-
miintem ursi nasum ne tetigeris » era proverbio corrente ;Ripa). || I goti e
gli svevi l’avevano sugli stendardi. L’orso è, pertanto, l’esempio soprav¬
vivente più certo del totemismo. A Berna si conserva il culto dell’ orso — che
diede il nome alla città — forse attraverso ai venti secoli dell’ era vul-
gare, essendosi colà scoperto un bronzo rappresentante una divinità orsina die
lo confermerebbe (Reinach). Nella capitale svizzera si mantengono in un recinto
speciale (Hàrengraben), e a spese publiche, parecchi orsi che ammiccano
goffamente ai ragazzi, loro provvidi di ciambelle ; e c|uei reclusi, sornioni e
dissimulatori, più di una volta dimostrarono il loro furore feroce. Essi sono
la viva rappresentanza dello stemma civico, che è di rosso alla lianda d’oro
caricato di un orso passante di nero. Un altro popolo ha tuttora un culto
bizzarro per gli orsi, li nutre e li festeggia vivi, li uccide e li ]iiauge
morti: il popolo degli acrios (parte meridionale dell’isola di Sachelinl. Tutti
gli anni le varie tribù degli acrios cacciano un orsacchiotto, che viene
affidato alla matrona più illustre perchè lo alimenti con le provvisto recate
dalla comunità. Nell’inverno l’ospite è sacrificato con una solenne cerimonia:
si inghirlanda la vittima venerata eh’ è chiusa in una gabbia trainata per il
paese, e attorno ad essa gli uomini e le donne ballano, cantano, banchettano.
La belva s’impazienta, urla, va su e giù per la gabbia, fin che — provocata
all’ estremo della classica ira — stramazza uccisa dal rituale colpo di fucile.
Allora scoppiano grida, gemiti, pianti ; tutto il villaggio è in lutto ; il
sangue totemico è raccolto in ciotolette e bevuto : la testa portata alla
foresta e inchiodata ad un albero ; e la selva è piena di toschi di orsi, che
attestano dell’antichità della cerimonia. || L’orso forma lo stemma di altre
città: Berlino, Biella, Madrid. 413. ORTENSIA — Fiore bollo, a ciocche rosse o
violacee, dedicato da Comraerson al nome di Ortensia Lépeaute, sua ardita
compagna nel periplo del globo (1767). L’arte cinese — grossolana ma vivace —■
usa abbondan¬ temente di questo fiore, supremamente ornamentale. Ma esso non ha
odore.... V è una pianta «he il sol non salata Ilei suo raggio fecondo giammai
: Cresce all' ombra, llorisoe, si muta, Ma d' odor non ha un atomo sol. Vaga
pianta che effluvio non hai. Tu somigli al mio vedovo core : Per me tace la
liamma d’amore, Per te muta è la luce del sol. 215 L ortensia e — infatti —
fiore di semplice esteriore bellezza; flore non da offerta e senza gentilezza:
dato come simbolo della insensibiUtà, della in- differenia, della freddeiia. e
- dalla d’Orohamps - dell’abbondanza. 414. ORTICA — Erba selvatica dalle foglie
e dallo stelo coperte di pun¬ gente lanugine, usata da Dante in senso
metaforico per esprimere l’inci¬ tamento (Purg. XXXI - 85), della quale però
gli scoliasti della favella floreale danno varie e non sempre spiegabili
significazioni, come quello della curiosità (Guelfi); della crudeltà (Zaccone,
Gori); della vanità, del tradi¬ mento (ms. di Bruxelles), e — per contrario —
della fedeltà (i cinesi, secondo il Lacroix). Noi crediamo bene assestate le
parole del vecchio Ripa, che fa 1 ortica attributo della maldicenza, perchè «
come 1 ortica punge lasciando dolore senza ferita, così il maledioente non
pregiudica nella vita o nella roba, ma nell’ onore ». 9 ■115. OVO « Ornile uh
ovo »: è l’apotegma che rappresenta la genesi e la palingenesi degli esseri ; è
l’oracolo proferito dalla saggia ignoranza degli an¬ tenati. « La forma
elittica dell’ ovo, quella più com- l>rensibile, più bella, che offre meno
appiglio all’ of¬ fesa esterna, ci da l’idea di un piccolo mondo compiuto, di
una totale armonia a cui nulla si può togliere e nulla aggiungere. Le cose
inorganiche non assumono mai codesta forma di per¬ fezione: sotto l’apparenza
inerte si presenta l’alto mistero di vita, l’opera squisita di Dio »
(Michelet). L’ovo di Orfeo ora un mistico simbolo di cui 1 antico poeta e
filosofo, maestro delle genti, si servi per far notare la ge¬ stazione
recondita del prodigio, la forza intima della natura, il principio della
fecondità. Analogi a quella di Orfeo sono: l’ovo degli egizi, uscente dalla
bocca di Xnef il grande creatore, o dal flore del loto, per intendere che tutta
la terra appartiene all' uomo e che non è fertile se non per le necessità
umane; l’ovo dei fenici, tenuto nella bocca dal serpe, forse per denotare che
se l’uomo regna sulle cose sensibili, a lui sfuggono però certi animali piu di
lui forti ed accorti; l’ovo d’oro dell’India, allocato dall’ente su¬ premo
sulle acque primordiali, o da cui sarebbe uscito il primo uomo; l’ovo di Oanno,
mostro mezzo uomo e mezzo pesce, capitato dal mare Eritreo per dare la
cognizione delle scienze e delle arti ai caldei ; l’oro cinese di Puon Su,
l’uomo primo, e del quale il guscio si inalzò al cielo, la chiara si di¬ sperse
nell’aria, il tuorlo restò sulla terra; ed altri simlroli eguali adoperati dai
persiani, dai germani, dai polinesiaoi, per spiegare la formazione del- 1
universo. Nella cosmogonia egizia si ricorda che Osiride aveva rinchiuso nell
uovo primitivo onde fu tratto il mondo, dodici bianche piramidi indi¬ canti i
beni ch’egli voleva regalare agli uomini, mescolate poi da Tifone con le dodici
piramidi nere indicanti i mali (v. Piramide), intendendosi con tale finzione di
esprimere 1’ opposizione dei due principi del bene e del male, racchiusi nel
mondo. La nascita d’Amore - cioè della forza che attrae vicendevolmente gli
elementi ad unirsi - è raffigurata in una pietra incisa. 2l() eseguita nello
stile antico (phrigillas), con il dio cosmogonico uscente dall’evo. Il Molte
sono le versioni che si danno all’uso dell’ovo, solenne vi¬ vanda di prammatica
nel di della Pasqua cristiana. Alimento proteico per eccellenza, copioso all’
iniziarsi della primavera — quando la linfa ascende nell’ albero e ribollono
gli umori negli animali — l’ovo è forse anche il provvidenziale cibo della
tutela salutare, come quello che nutre con sobrietà, senza accalorare
maggiormente ed eccitare il sangue dell’uomo. Comunque sia, 1' ovo liturgico
della Pas(|ua è il simbolo della vita, il simbolo migliore che si potesse
trascegliere per esprimere la festa della risurrezione cristiana, che è pure
quella della gioventù dell’anno, dell'amore, - della fecondità. || L’antica
chiesa copta del Cairo ha dinanzi all’aitar maggiore sei lampade d’argento
sormontate dall’ovo simbolico della fortuna; i greci conservano ghirlande d’ova
nelle loro chiese ed hanno l’ovo di struzzo per amuleto. p 416. I’AZ.LA — Corpo
di figura i-otonda che rivolgendosi sopra se stesso vana all’infinito il punto
del proprio asse. Riassumendo cosi l’astratto nel concreto, la palla — la quale
« tangit in puncto » — fu simbolo di insta¬ bilità, di incostaasa e, insieme
alla ruota, fu data come attributo alla Fortuna, che la sfiora con il piede
mutevole e bizzarro. (| Per la singolarità e l’importanza storica del blasone,
è notevole la cinta delle palle vermiglie adottate dai Medici di Firenze, le
quali furono sei, sette, otto, poi ridotte a cinque, e sormontate in fine da
una sesta azzurra, caricata dei tre gigli d’oro concessi da Luigi XI re di
Francia. Nella famosa litania profetica ei pontefici attribuita a san Malachia
— e provata apocrifa dal gesuita Mé- nestrier (1689) - Clemente VII, di casa
Medici, è annunciato come . Hos piluUE », scambiandosi le palle della sua arma
gentilizia con vulgari pillole da aromatario. Vuoisi invece che esse indichino
la vittoriosa impresa di Everardo Medici, uomo d’arme di Carlo Magno, contro il
gigante Mugello, che devastava con atti di brigantaggio la Toscana. Costui si
trovò a com¬ battere a corpo a corpo con Everardo e sullo scudo di lui lasciò
impresso il colpo della sua mazza ferrata, munita di sei palle di ferro; lo
scudo cosi colpito tu l’impresa adottata dal prode Everardo. (v. N/em). 417.
PAiMA — Linneo riconobbe a questa fanerogama, maestosamente bella, la
preminenza nel regno dei vegetali, viva nelle prime credenze mi¬ stiche
dell’uomo. Gli ari ancora sparsi dall’Indo Superiore alle Porte Caspie — prima
ancora della rivoluzione dei veda — cantavano l’inno alla palma come alla
manifestazione della divinità, e più tardi, quando nelle loro menti la natura
si identificò con l’idea divina, e concepì l’uno e il molteplice, il finito e
l’infinito, essi ancora inneggiarono alla palma dal magnifico tusto eternamente
verde, sfidante le procelle sulle coste del mare e la furia rabbiosa e cocente
dei venti del deserto. Essa testifica, sotto tutti i climi, le grandi
catastrofi geologiche del nostro pianeta ; e nelle atmosfere intertropicali —
dove l’uomo non coglie dalle viscere del suolo nulla ohe lo conforti — la palma
gli fornisce gli alimenti, il legno per costrurre l’a¬ bitacolo, il tessuto per
l’indumento. I greci la chiamavano/fennec, come 1 uccello ohe muore e rinasce
per propria intrinseca virtù. || Il culto della palma si perennò nella lunga e
costante élfcborazione psicologica del simbolo per denotare quanto l’uomo ha in
concetto di trascendente e felice: l’im¬ mortalità, la gloria, la fona, la
vittoria, la civiltà, la letisia, l’onore, la I " Tr •r-- — r,„7 2ia
fecondità, la ginetisia. « Il giusto liorirà come In pnltiin » (Salmo XCI -
12). Il 11 Boccaccio fa biblicamente invocare 1’ amata Lia dal pastore Àineto :
£ siooozne Ih palma ÌQver* 1' altura Si stende, cosi tu, vie più vezzosa, Che.
U giovanetto agnel ne la postura. {Niufale d'Amtiv), La Vittoria ora detta la
dea palmare, e — come a tutte le statue di essa — al trionfatore si poneva in
mano un ramo di palma ; Pindaro ricorda l’ o- nore della salma pitica; per
menzionare un «uomo di vaglia» Cicerone dice « pturium palmartim henna ». || La
palma era pure consacrata alle muse. Il Maometto diceva la palma nata in
paradiso, della stessa terra ond’ era fatto Adamo. Nititur ili pondu» palma, et
conaurgil in iirciiiii Quo magi», et premitur, hoc niage tollit orni» : Perl et
odoratile, hetlaria diilcia, glande», Quei meiiaa» inier primus hahetur onoa. I
piier, et reptana rami» ha» collige: menti» Qui ronatantia erit proemia digna
farei. (Aloiato - Embl, XXXV). Di fatto è anche caratteristica elegante della
palma la Hessibilità e l’ela¬ sticità de’ suoi rami, che resistono a qualsiasi
carico. Es. : l’impresa del duca Fraucesco Maria della Rovere di Urbino, ideata
dal Giovio, rappre¬ senta una palma con un macigno sovrapposto, e con il motto:
« Inclinala resurgit » (Ruscelli). J.»a lioìiil l'aliuH non soggitK’c hI poso
Che gii vougH da alnuno h i rniiii Hppesu. Anzi come Ih salina più 1' oHemle, A
l’or più tonto al ciel sMuaIzh, e stende. L’ L’om valoroso, olio procaccia
onore Deve seguir l’impresa con arilore ; Sprezzando la l'aticH, e ogni altra
x>rova« Che col martir da quella la rinnova: l'erchè nel Hu ooutr’ ogni duro
lato RiX>ortH la vittoria 1* ostinato. l'ALMA ((firolHiiio l*euAa>.
Chiaro significato, diin(;uo. di tenacità e di fermezza, vantaggiosamente adoperato
dall'iconografia ecclesiastica a simijologgiare il martirio, cioè il dispregio
del mondo per il trionfo della fede. Tutti i martiri della cristia¬ nità recano
il ramo di palma. || La Chiesa ha però altre tradizioni che confermano il culto
della nobile pianta: i vangeli apocrifi narrano della stanchezza di Maria,
ritemprata dal palmizio del deserto. Assisa all’ombra ospitale, la divina madre
desiderò assaporare i bei frutti dell’albero, ma Giuseppe non volle coglierli.
Allora Gesù, che sedeva nel grembo materno, comandò ai rami di inchinarsi fino
alla bocca di Maria. La tradizione — popolare in molte regioni anche d’Italia —
aggiunge che da quel giorno la palma fu l’albero della benedizione ; e il
Redentore entrò nella fresca ora del mattino in Gerusalemme, umilmente spirando
luce di tenerezza su quella multitudine che gli andava incontro, agitando i
rami delle palme e degli olivi e buttando drappi sulla sua via, salutando colui
che veniva in nome del Signore (Giovanni, XII - 13,: estremo giorno di pace e
di gioiaTel purissimo martire ; giorno nel quale vi è tutte la melanconia dell’
intimo presentimento, l’imminenza della Passione. La notte di domani sarà
quella g nell ombra, sotto il cielo tempestoso. La Chiesa celebra solennemente
li gaudioso ricordo delle Palme di Gesù, nella domenica precedente la set¬
timana dette santa o maggiore, anticamente dette eompetenHum o indnl- gent.cn,
dal costume imperiale e patriarcale di concedere grazie. Un^ grande ST diS -
‘“r. poutSle'regl d^rte II rUo *’kk® v! simbolica, adornata con squisite opere
arte. Il rito vorrebbe che nelle chiese cattoliche si benedicessero le palme-
provviste, 81 benedice I olivo, l’alloro, il mirto, il salice, il bosso l’elce-
6 nel giorno letihcato dal ramoscello benedetto, che s’appende tra le pareti a
NaJoirTsef «"’d opulenza, in quelle di Domiziano coniate nf-’ ' Adriano, a
significare il benessere delle popolasioni Teffa med'Jilte d''v : la Fenicia i
la Giudea (ed è riprodotte e a medaglia di Vespasiano, con il motto . Judca
capta »); Ancona, ohe formava l’agro Palmense. || Nelle composizioni dell’arte
cristianaTe due palme circondanti l’effigie del Redentore simboleggiarono la
Chiesa com! poste di gmdei e di gentili (Zaccherini). Con il quadrante solare
la’palraa tegrava in Egitto il geroglifico della astrologia giudiziaria. || Il
palmizio fu scelto a simbolo dell’anno, credendosi che esso ad ogni vo ger d
luna zione e di onore - si usò porre due palme incrociate - maschio e fe- mina
come simbolo di amor coniugale. |( In Francia si dico ricevere le palme
aeaclemich^ per essere eletto membro dell’academia delle scienze ; le uniformi
di quest’ordine cavalleresco sono ornate di ricami d’oro e d’ar¬ gento in forma
di palma (Academia francese). 418. PALO - Legno lungo e fitto in terra, di
sostegno a pianto o a costruzioni, figura ili stile comune per simboleggiare
l’aiuto. uuatte “‘ondo. La Fssa è U ii3o 1 Ì P'" particolare. volontario o
involontario, cosciente o incosciente, di ogni IMe cattolica ' originalissimo
della lede cattolica, spentosi di recente e quasi ignorato. E padre Dante :
I>H ogfjri a uoi la cotiiliana inanua Seujia la qual por qneato aspro
deserto A retro va chi piu di gir s* affanna. XI - IH). pane a Dio, è apparsa
tutta materiata di senso pratico durante la guerra Il periodo minaccioso che la
sefui. L’antico religioso rispetto del pane con- 22(t tenuto nella preghiera
fondamentale fu universalmente gridato, tornando l’umanità alla « umana »
parola del Cristo; ed un elegante giornalista os¬ servava che s’era disputato
per secoli — e stoltamente — se il « pane quo¬ tidiano » di Gesù fosse da vero
quello dello stomaco, o non piuttosto quello spirituale ed eucaristico. Non
procediamo nell’ esame filosofico della que¬ stione, eh’ era doveroso accennare
come motivo isagogico per la nozione comparativa del simbolo. Il pane
alimentare — le cui prime notizie storiche si farebbero risalire ai soliti
cinesi (XXVIII secolo a. 0.1 — ha i suoi più veridici documenti nelle statuette
egizie di Londra, di Berlino e di Bombay, rappresentanti nomini e donne intenti
a intridere la farina (E. Bianchi), e nelle sacre carte che riferiscono
l’accoglienza di Abramo ai tre angeli inviati dal Si¬ gnore {Genesi - XVIII. 5.
6). Esso ebbe ed ha tuttora, presso certi popoli orientali, funzione
eminentemente simbolica, quando è presentato agli ospiti, qualche volta con il
sale, in segno di amicizia, o ai potenti in segno di sudditanza. Tra i segni
sensibili e tangibili istituiti nelle pratiche liturgiche, ai an¬ novera anche
il pane sacro, come quello onde si purificavano i seguaci di Mitra ed i mandei
nella Persia antica. Quivi si distribuivano pani sacri durante i funerali,
mentre il cadavere recente, esposto sull’alto della torre, veniva divorato
dagli uccelli di rapina; e di questo arcaico costume ab¬ biamo ancora non
pallidi ridessi tra noi, nella distribuzione del pane fu¬ nerario in Val Sesia,
nel Vicentino, nel Friuli, in Gamia, in Calabria; nel pranzo funebre o «
cuóusulu » siciliano mandato dalla famiglia, nei tre giorni del lutto, alla
famiglia dolente; nella mensa ohe si improvvisa in istrada, anche con
l’apparecchio della tovaglia spiegata sul feretro, durante il funerale, a
Carena (Valtellina). Pani di letizia vengono anche distribuiti in certe sagre,
come ad Albaneto (Abruzzi), per la festa di san Nicola, dove le belle fanciulle
dagli scialli vivaci e infioccate recano alla chiesa canestri colmi di
pagnottine da benedire e da offrire agli ospiti che vi accorrono in folla; e ad
Arbus (Iglesias) dove si prepara con cerimonie simboliche e patriarcali il pane
delle nozze, fin ila quindici giorni prima del lieto av¬ venimento. L’uso del
pane benedetto, che si soleva distribuire nella chiesa gallicana ai fedeli,
durante la messa parochiale, cessò — massime in Italia (dopo il XU sec.) —
benché espressamente raccomandato da un concilio di Nantes. Perdura in Grecia e
in Normandia. Ma l’altissima significazione simbolica del pane è quella del
sacramento eucaristico, vincolo di unità dei fedeli tra loro e con Gesù Cristo.
« Io sono il pane della vita» aveva detto il maestro divino e nell’ultima cena
aveva spezzato e dato il pane agli apostoli perchè « mangiassero il suo corpo
». « Il pane che noi spezziamo è la comunicazione del corpo del Signore » (S,
Paolo - Ai corinti X. 16). La Chiesa ritiene quindi la realtà del corpo di Gesù
nel pane dell’eucaristia, come ne è la realtà del sangue nell’eu¬ caristico
vino, simboli di cose sante e segni visibili della invisibile grazia, (v.
Spica). 4211. PANTERA — E tuttora controverso tra gli zoologi il problema
ilella vera specie dei grossi felini detti paniera, pardo, leopardo, ghepardo,
e 321 leoììza o — dantescamente — lonza. Vuoisi che ciascuno di essi
rappresenti una ibrida individualità, e che la pantera e il leopardo siano un
unico ani¬ male, solo distinto dal sesso, quella essendo femina e maschio il
secondo. La questione travalica l’ambito del nostro interesse, in quanto che
1’officio rappresentativo della imagine di queste bestie, astute, feroci,
veloci e lascive non varia — per variar delle singolarità loro — nelle
espressioni della idea. Il Filistrato di Lemno — romanziere estroso —
fantasticò che alcune nutrici di Bacco furon cambiate in pantere, si che di
esse il dio delle vendemmie amò circondarsi, e ne vesti le pelli, e le aggiogò
al proprio carro : integra¬ zione del simbolo delle menadi o delle baccanti,
che nell’orgiastico furore dell’ ebrezza saltellavano attorno al carro del
nume, pervase come pantere furenti, di libidine e di crndeltà. (« Vinum incenda
iram » Seneca- De ira II. 19). il La pantera è la fida compagna di Pan, da cui
si dice abbia tratto il nome. || È astuta ; tutte le fiere la desiderano per la
sua bellezza, ed ella occulta il capo, che loro farebbe terrore, mostrando
soltanto l’eleganza del dorso dalla « gaietta pelle » per allettarle e poi, con
sùbita mossa assaltarle. Cosi gli iconologisti pongono la pantera nei simboli
dell’ inganno. || Il leo¬ pardo è altro dei simboli politici dell’ Inghilterra
e tre teste di leopardo in campo azzurro sono il segno dell’italiana Dalmazia.
La lonza di Dante llnf, I) simboleggia la lussuria; secondo altri la malizia;
secondo altri ancora la republica nera di Firenze, insegna comunale del tempo.
|| (Cfr. ; P. Cipolla - Lo lanca di Dante in Ras», blbliogr. della letter.
ital. - aprile 1895). Il La pantera araldica è figura stileggiata
chimericamente, (v. Drago). 421. PAFAVEBiO — Vivace, leggero, altero sull’
esile gambo, questo fiore resiste in mezzo al giallo arsiccio delle messi
mature e sul verde dei prati, quando il sole dardeggia più aspramente e tutti
gli altri fiori con¬ suma; rosseggia estaticamente nella sua bellezza selvaggia
e si direbbe il simbolo della vita fervida ed esuberante. Ne è invece
l’antitesi, poiché occultato nel calice e nei neri pistilli contiene un succo
letargico, atto a vincere ogni energia, ad immergere lo spirito e il corpo in
un sopore lungo e insidioso, fino a dare l’ ebetismo e la morte : l’oppio, che
si fuma e che si inghiotte, anche nei suoi derivati medicinali, quali il
laudano, il meconio, la morfina, la narcotina. Per questa ascosa seduzione
assopitrice dei sensi, Morfeo, il dio del sonno era dipinto tra fasci di
papavero; papaveri si frammischiavano alle spiche offerte a Ce¬ rere, per
lenirne il dolore del rapimento della fi¬ gliuola Proserpina. Anche a Giunone
Lucina, pro¬ tettrice delle gestanti, per ragioni terapeutiche, si offrivano
papaveri, e se ne inghirlandava l’imagine della Speranza, da alcuni poeti
ritenuta sorella del Sonno. Nel linguaggio floreale furono attribuiti vari
significati al fiore dalla corolla sanguigna e secondo le sue specie : vi fu
chi — innamorato della sua vi¬ vida resistenza all’ardente morso del sole — lo
pro¬ clamò simbolo della gloria ; chi — per contrario — ricordando il celato
ve¬ leno che assonna la mente, lo disse simbolo della scempiaggine e della •V 222
ifuoransa; altri della beltà effimera! della dimenticanaa, del sonno del onore:
O tu, letèo Papavero Che daU* oblio 1* aroano Qerma racchiudi in ta.... ^
(T>uir On^'Hro). Oiritto è porpi<). che a t« fcii stanphi senni Non
8cìol{{H da* papaveri t-onuci Mortoo.... (Pariui - 3f<tttino - W)). P'a
gemer latte dall* ìncieo cai>o De* papaveri atioi, perchè, qnalora Non ben
felice amor 1* alma t* attristii, I^ene serpendo per le membra, act|uisti A te
gli spirti, e ne la mente induca fiieta sbnpiditii die mille aduni Tmagiu doh*i
e al ii^o desio conformi. (Parini - 3fuUiuo - 86-*»); Altri ancora — osservando
nel papavero la prodigiosa facoltà di riprodu¬ zione — lo designarono a
paradigma della fecondità e della fertilità : .... Vtipaver fertilevi Sifptalìat
annttm. (Bocchi - Sfjm^oticae qunestionei - 156ó). Tj’ assomigliarono cosi al
seminario delle multitudini umane. Il Cartari^ affermandone la dedicazione
anche a Diana, scrive : « e le diedero il papa¬ vero particolarmente per la
moltitudine delle anime, le quali eran credute abitare nel suo orbe, quasi che
fosse una gran città tutta piena di nume¬ roso popolo, conciossiacbè il
papavero mostri e significhi le città, perchè lia i capi cosi intagliati in
cima, come sono le mura di quelle, e tiene in sè raccolto un numero grande di
minuti granelli, come un gran numero di persone sta insieme unito nelle città
». {Le imagini de i dei de gli antichi - 1571). !| Il papavero selvatico
(coqnelicot) , fiore di sangue e di fiamma, cantato dall’ anarchico Luciano
Roland, fu scelto a proprio emblema dai socialisti intransigenti francesi
(1903). || (v. Spica), 422. PAPEK.0 — Giovane oca, non compiutamente cresciuta,
cosi ono¬ matopeicamente chiamata per la sua voce (Ferrari), il cui rumore
monotono era dai greci detto pappazin (Giulio Polluce - V. 13). ||
Italianamente non usasi il nome di papero nel senso caricaturale che viene
attribuito al neo¬ logismo francese canard, di fandonia giornaliatica. Leggiamo
su uno dei grandi giornali, durante la conferenza internazionale di ^enova
(maggio 1922), questa definizione testuale : « Il canard, animale acquatico,
amando l’acqua, è perfettamente naturale ohe a Genova esso ai trovi nel suo
elemento.... Grossi o piccini, di becco duro o gentile, vari di colore e di
piuma, rotto il guscio sottile delle confidenze, i canards escono
scutrettolanti e loquaci in fila iuinterrotta dai numerosi allevamenti
disseminati tra Pegli e Ra¬ pallo ». (V. Oca), ^ 423. PAPPAGALLO — Benché si
affermi ohe questo esotico uccello, di colori appariscenti e di bizzarre
attitudini, fosse conosciuto nella Grecia antica, dalle spedizioni di
Alessandro il Macedone, ed in Roma, di osso non la dolcezza della favella . p
«i dn’ ®*J*®g'a per denotare perchè l'eloQuenza Z i • f ! Pappagallo fuora
della gabbia ltk: r —x;ix.i Vive ancor nella selvaggia villa Di Malpnrl jin
parrocclieUo annoso, Ohe stride nn verso de la spenta lingua n un popoJo che
sparve.... • (Quando il capo Sotto la moribonda ala riposi Qnel domestico
augello, allor col suo Canto supremo sarà spenta in terra Cuna lingua d’eroi
l’ultima voce. pappagafTo, «u cavataTrmtto’dTf7eLi7 e1 .osi» s.„. .«uu, i”.
pr™. SI guardan sempre e non si toooan mai. con^l’^oi^t^lt^f **^'*“‘
etimologisti l’identità del parasole Z7" ‘•i *' -«"'t 224 feste
tesmoforie e panatenee (ateniesi), nelle quali le mogli dei forestieri
residenti in città avevano l’obbligo umiliante di reggere il parasole alle
eleganti cittadine. I romani lo tennero per simbolo di dignità, e in origine
poteva portarlo soltanto il pretore ; poi anche i magistrati più cospicui ed il
patriziato. Marziale ricorda l'ombrello « contro l’accesa vampa del sole»,
nell’elencazione dei doni agli ospiti [Saf. XIII); e Plinio accenna al parasole
particolare ad ogni spettatore del circo nei giorni in cui per il forte vento
non potevasi usare il velario. || La pompa cattolica adottò il parasole per
difendere il viatico e la pisside del santissimo sacramento; e successivamente
il privilegio venne concesso ai cardinali ed ai vescovi ; come risulta dalle
monete coniate sede vacante* durante i conclavi. || L’uso dell’ombrello per
ripararsi dalla pioggia fu introdotto in Francia dagli italiani (1640 circa),
ed era di modello pesantissimo, ricoperto di pelle e di tela cerata. Montaigne
lo biasimava perchè « caricava il braccio più che non scaricasse la testa », e
perciò lo faceva portare da un lacchè. Meno facilmente l’accettò l’In¬
ghilterra, dove il viaggiatore Giona FTanway, passeggiando in Pali Mail con un
ombrello aperto, fu fischiato e lapidato dal popolo minuto e dai cocchieri che
ne temevano una pericolosa concorrenza (1712). || Argo¬ mento caricaturale per
i giovani romantici (1830), l’ombrello ebbe sempre poca fortuna per gli efebi
eleganti che dettano la moda, come arnese solo idoneo alla borghesia
provinciale e bottegaia. Luigi Filippo — burlesca¬ mente chiamato Rgalité per
le sue « pose » studiatamente democratiche — era sempre ritratto dai
caricaturisti con un ombrellone di colore ; ed ancora oggi questo arnese si usa
come elemento integrativo del tipo del villano che si inurba, del sindaco o del
pievano campagnolo. 426. PASSERO — Nella montagna come alla pianura, sul
margine del palude come nel fitto della selva, nel superbo palazzo della città
popolosa come nel diroccato abituro isolato, questo comunissimo uccello segue
l’uomo o la sua dimora, fino ad abbandonarla quando è abbandonata dall’ uomo.
Nè è strano che a tanta simpatia e dimestichezza corrisponda la persecu¬ zione,
in quanto che il passero vive parasitariamente del cibo dell’uomo, guastando
gli alberi delle frutta, sottraendo la sementa dai solchi, devastando le messi.
Si legga la elegante parabola del seminatore (Matteo XIII. 4 - Luca Vili. 6).
Federico II ascoltò i coltivatori delle ciliege di Potsdam e proscrisse i
passeri dal suo regno ; ma revocò il decreto quando — fra le risate dei
convitati — trovò sul piatto delle frutta favorite una supplica firmata da « un
vecchio passero ». || Molteplici sono, pertanto, i caratteri zoologici
appropriati all’umile volatile, e secondo le sue varietà. La mutua assistenza dicesi
meravigliosa nelle passere ; e pure esse si contendono vi¬ vacemente le poco
pudiche alcove degli alberi verdi, rincorrendosi nello sguaiato cicaleccio,
toccandosi, accavallandosi nel brivido dei frequenti giochi della innata
lascivia. Furono quindi dedicate a Venere, e al simbolo della lussuria. Il
gentil cArro idalìo Ch* or le colombe addoppm, Lieve traea ili piiseerì Nera
amorosa coppia. (Saivioli - A Veuere), 226 (v. Colomba). || Altro carattere di
comune conoscenza è la timideaza per la quale il passero sfugge ai pericoli e,
naturalmente, alla caccia dell’uomo. Il passero che trasmigra al monte per
evitare l’artiglio dell’uccello di ra^ pina di cui parlano i Salmi (X. I) deve
essere non il passero nostrale, detto reale, bensì quello montano. || Si identifica
il passero solitario — oriundo di Palestina — nell’ « uccello che sta solo sui
tetti » {Sahni - CI. 8), vero misantropo e misornita, il quale però
preferibilmente dimora tra le roccie, I dirupi e le rovine abbandonate, e «
canta con voce soavemente melanco¬ nica, e per solito dopo il sorgere del sole
e al tramonto » (Savi); ed ò quindi perspicuo esempio simbolico della
melanconia. I.a pRssora pensosa e salitaria Cile sol con seco starsi ai
diletta. {Morii. XTV - HO). Tn pensoso in disparte il tutto miri; Non compagni,
non voli. Non ti cal d’ allegria, schivi gii spassi.... (Leopardi - Il passero
solitario - 13). II passero, delizia di Lesbia, per la morte del quale piangono
le Veneri e gli Amori (Catullo-II) vuoisi abbia allegorico senso osceno (Fanzini).
Basti 1’ accenno per gli ermeneuti volenterosi ! 427. PASSIFLORA — Strano fiore
raalvaceo che la leggenda vuole sboc¬ ciato nell’ora tremenda in cui si
squarciò il velo del tempio, e nei petali e nel pistillo porta la corona di
spine, i tre chiodi, il martello ed altri stromenti della passione di Gesù.
Fiore di significato profondamente mistico, che ricorda e naturalmente
simboleggia il patimento, la passione divina. 428. FAVORE - Il magnifico
gallinaceo indigeno dalle Indie Orientali fu celebrato dalle fantasiose
credenze di tutti i popoli che lo conobbero, e inalzato anche a obietto di
adorazione. Cosi presso i birmani; presso gli indiani, che lo fecero la
cavalcatura sacra di Carticeia, la dea dallo sei fai^ie e dei cento occhi e
dalle decine di braccia armate di clave o di freccie, guida delle legioni
celesti ; e presso gli assiri, che — nella loro atroce mi¬ tologia zooscopica -
rappresentavano con la figura del pavone il dio Adra- melech, cui sacrificavano
nel fuoco i bambini. || Facilmente si stabiliscono i rapporti delle entità
astratte con il simbolo del pavone. Geloso o orgo¬ glioso per natura, fu
dedicato a Giunone. Ixiudatas osi&ndit avis
Juuoitia penntis 8i tacHus spectes, illa recondit opes. (Ovid, - De arte
am. I). Quando la gelosissima e orgogliosissima dea volse i suoi furori contro
la ninfa Io, e Giove, per sottramela, la mutò in giovenca, Giunone la pose
sotto la custodia di Argo, che aveva cent’occhi, i quali s’avvicendavano per
metà nella veglia e nel sonno. Non di meno, Mercurio — inviato da Giove — seppe
addormentarlo interamente con il suono della tibia, e l’uc¬ cise. Giunone
converse Argo in uccello e volle che i suoi occhi rimanessero impressi
vagamento nelle bellissime piume. Per questa favola forse si in¬ dussero alcuni
a fare il pavone simliolo di vigilanza; come spiega — ad ir> •22G esempio —
il Euscelli nella impresa di Alberico Cibo Malaspina, marchese di Mussa. Il I
significati più propri, però, dati al pavone ohe 8i vago in mostra Spiega la
pompa delle oechiute piume {Ger. lib. XVI - 24), sono quelli della vanità,
della superbia, dell’org^oglio, dell* ambisione, dell’arroganaa, di tutto le
ostentazioni, insomma, che avviliscono l’anima più che la inalzino. || In una
graziosa favola del celebre moralista spagnolo Baldassare Garciàn il pavone —
invidiato per la sua bellezza — chiede : « È possibile che, quando tutti mi
ammirano, la gente vulgare rilevi nelle mie penne soltanto la pompa? » Ma egli,
come propone la volpe, è condannato dal tribunale delle bestie a correggere la
sua ostentazione con il dare un’oc¬ chiata alla bruttezza dei propri piedi,
tutte le volte che spiega al vento la varietà della sua coda. «Ha piccola
testa, segno della sua leggerezza; nè meno mai si avvisa nel suo gonfiamento
della deformità degli piedi » (Boni). « Angelus est piuma, pede latro, voce
geheiina », dice un vecchio adagio latino ripetuto in Germania. || Nella
adozione dei simboli pagani, la pittura paleocristiana fece tesoro del motivo
potentemente estetico ohe le offriva l’ammirato uccello, e il suo splendido e
variegato paludamento — detto Impropriamente coda — si intrecciò con i pampini
di Bacco, in una novella etopeia non sempre comprensibile. L’arte musiva
specialmente creò delle splendide figurazioni con il pavone, ed esso doveva
rappresentare la resurrezione. E pure una tradizione narrava che quando
Giuseppe e Maria fuggivano in Egitto, raggiunti un giorno dalla cavalleria di
Erode, si na¬ scosero in un fitto cespuglio di ginepro, e poco mancò ohe il
bambino divino fosse scoperto, perchè si destò spaventato al chiocciare di
alcuni pavoni. La creduta incorruttibilità della'carne dell’animale indusse
forse ad assegnargli l’augusto compito di simboleggiare la gloria dell’anima
rigenerata; ed il Physiologus dice che quando il pavone si desta di notte e
grida dolorosamente perchè lia sognato di aver perduta la propria bellezza,
simboleggia l’anima temente in perpetuo di perdere Dio e le sue grazie (White).
Piu tardi — quando le qualità etopeiche del simbolo furono più discusse, e si
convenne che il pavone è vano e orgoglioso, il suo buon nome restò diminuito
per sempre, e decadde miseramente il suo valore simbolico primitivo (Galesl. Di
esso fecero idoli anche gli eretici : la setta degli yezidis — che pro¬ spera
tuttora, da centinaia d’anni, nella Mesopotamia — lo adorarono, e un simulacro
di pavone, con il capo dorato, il collo damascato d’argento e le figure di Dio
Padre, di Lucifero, di Giovanni Battista, proveniente da un altare degli
yezidis, venne donato dallo Schwaiger al museo britannico (1912). Il La
superstizione accompagna anche il pavone, e gli artisti di teatro inglesi
credono che le sue penne portino sfortnna, cosi che nella loro sce¬ nografia si
evita con gran cura codesto motivo decorativo. || Lungo le riviere gangetiche,
sotto le dense volte delle liane e i viali di bambù, di cedri, di sandali, di
rose, stanno indolenti, fra i tepidi odori, sciami innu¬ merevoli di pavoni ; e
si ritrovano, naturalmente, nelle contemplazioni del- l’asiatico languore
venute di moda con l’arte composita di Rabindranath Tagore. Nelle piume del
pavone si vede fiammeggiare lo sguardo molteplice di Iiidra, sì che esso è
tenuto per imagine sacra e — sopra un trofeo di 227 quattro bianche bandiere —
è l'insegna della Birmania. [| Il maggio — tanto è carico di bellezze e di
colori — ha il suo compimento iconografico e ornitologico nel pavone. ||
Bicoheaia. fasto, lusso sono araldicamente espressi con lo stesso subietto.
429. PECORA — . Seguono branchi di pecore eccitate dal fischio e dalle verghe e
sospinto d»l grosso cagnaccio lanoso; quel loro sguardo smorto neppure s’anima
allorché con le teste basse e con le innocue bocche chiuse goffamente petulanti
cozzano incollerite, e neppure quando in grembo al tosatore supine, con le
coscie larghe e con le zampe in aria, vengono spo¬ gliate in nudità bianche dai
bioccoli intricati di lappole e di semi attacca¬ ticci. Sono, è vero, emblema
di docilità e di mansuetudine, ma al solito codeste virtù s’associano con la
massima stupidità» {Lioy-alpinismo). Questo pittoresco e arguto schizzo del
dotto e originalissimo naturalista vicentino pone compiutamente in evidenza l’
aspetto simbolico della pecora ; docile e mansueta, ed anche stupida, e
paradigma di tutte le morali qualità affini come, rispettivamente, la
mansuetudine, l’umiltà, la timidessa. la servilità, la stolidità, l’
inconsideratessa. A Venezia, nel palazzo ducale il Veronese o suoi discepoli ed
ai Carmini il Tiepolo dipinsero la Mànsue- fudhie, e le collocarono presso la
pecora; in S. Croce a Firenze Taddeo Caddi figurò 1’ Umiltà recante la pecora
in braccio. Ouida nel fertil prato le tue pecore Non si lagnano, esse;
pascolando Liete e contente, godono la pace Negato al lor pastore. (Young -
,Vo«/. X). Il Quando Dante vuole apostrofare la . mal creata plebe » la
paragona alle pecore e alle capre (Inf. XXXII. 13), o grida; Uomini siate non
peoore matte ! * (Por. V. ftOì. Perchè la pecora insensatamente imita la
pecora, K ciò che fa la prima, e ISiitre t'anao. {Putii, ni. 82). A differenza
della capra — che si isola dal branco e cerca il riparo per sé_ la pecora, al
soprsggiungere di un uragano s’addossa anche più del con¬ sueto al suo greggio,
e se il pericolo è vicino, tutto il greggio vi precipita come una pecora sola.
Panurgio, trovandosi sopra una nave, è ofi'eso dal mercadante Dindenaut, e per
vendicarsi compra da lui una pecora del suo greggie, poi la butta nel mare. Il
greggio intero la segue ed anche il mi¬ sero Dindenaut, che tonte salvarlo,
perisce nelle onde. (Iìabelais-Pan<o^M/e/). |; Da «pem«-greggie » deriva «
pecnnio-denaro »; perocché all’epoca dei patriarchi si numeravano le ricchezze
dal numero delle pecore, cosi che queste erano pure adottate come simbolo di
abondanaa, di riccheiaa, di opulenza. || La sposa romana, nel giorno nuziale,
sedeva sopra una pelle di pecora, e le si faceva il dono nuziale di un fiocco
di lana, per ricordarle il suo dovere maritale di restare in casa a filare la
lana, come suona l’epi¬ taffio famoso di Claudia; « Domnm serreril, tanam feci!
». || 11 blasone in- 228 quarta la pecora come indice di diritto di pastorisia,
e la rappresenta con la testa abbassata, mentre il montone ha sempre la testa
alta, (v. Agnello). 430. PÈOASO — Cavallo alato, nato dal sangue di Medusa,
allor che essa ebbe tronca la testa terrificante da Perseo. Appena nato, volò
sulle cime dell’Elicona, soggiorno degli immortali, dove battendo il piede,
fece zampillare Ippocrene, il fonte dei poeti. Simbolo deliba poesia, del
valore, della virtù., della fantasia, prodotto geniale di quell’ animismo che
confe¬ riva uno spirito ai fenomeni ed agli elementi naturali. Splendidi esempi
ne sono gii affreschi del Tiepolo, nelle allegorie del Trionfo delle arti
(palazzo Archinto a Milano) e della Fama (palazzo Labia a Venezia). || Minerva
domò Pègaso e lo donò a Bellerofonte che 10 montò per abbattere la chimera. |1
Pègaso — crea¬ zione fantastica ma piena di vita e di valore estetico — fu
l’insegna della opulenta Corinto. 431. PELLICANO — Palmipede d’origine egi¬
ziana, dotato di un larghissimo becco e d’un esofago che gli serve da sacco,
nel quale serba la pesca fatta nelle acque. Quando vuol nutrire i suoi nati,
appoggia 11 petto e comprime il serbatoio, versando loro nelle canne i pesci
dei quali sono voracissimi. Questo spettacolo di materna di¬ ligenza fece
fantasticare le menti, esagerando nel pellicano la tendenza al soccorso dei
bisognosi; si disse ohe esso si strappasse il cuore per nutrire i figlinoli ;
ed alla Bontà personificata nel tempio eretto da M. Aurelio sul Campidoglio, si
pose accosto un pellicano che si squarciava il petto con il rostro. Cosi è
anche scolpito nella facciata magnifica di S. Maria dei Mira¬ coli a Brescia, e
un pellicano nello stesso atteggiamento fu coniato nella medaglia commemorativa
della visita ai soldati francesi feriti, fatta da Pio IX appena restituito a
Roma (18,ò0). || Il pietoso uccello condivise con l’agnello l’onore sublime di
rappresentare il Cristo (Capaccio). Nelle funzioni ecclesiastiche l’inno del
santo dottor aquinate cantava : Pie Pelicane, Jesti Domine, Slimtlu me immundum
Tuo eangiiive. Dante—rifacendo le parole del salmo (CII.fi) — ad¬ dita in san
Giovanni evangelista colui che giecque sopra il petto Pel nostro pellicano
{Par. XXV. 112); e Pio II — papa umanista (1458-1464) — fece model¬ lare da
Andrea Guazzalotti, il Pratense, la medaglia del pellicano che nutre i figli,
come omaggio a Gesù. Il Dopo il sinodo di Costantinopoli (680) il crocifisso
elibe la sua espressione naturalistica, e allora si pose il pellicano alla som¬
mità della croce. Più tardi il pellicano fu usato per tradurre sensibilmente
l’a¬ stratto concetto di quella carità che greci e romani non conobbero, perchè
non PELLICANO 2-J'.) divento dolore che quando il cristianesimo lo proclamò
virtù accanto alla precedette in questa funzione allegorica a anta la forma
umana di donna castamente vestita con la fiamma sul capo e in.mano il cuore o
la cornucopia. || Nel comento del salmo CI sant Agostino afferma che i
pellicani maschi uccidono i piccini a colpi di bewo, e poi ne piangono per tre
giorni la morte; cosi che i ragionatori eli emblema ne fecero pure il simbolo
del pentimento. Si aggiunge però ohe la femina allora si produce una profonda
ferita, e lasciando fluire il proprio sangue sui cadaveri li ridesta alla vita.
Questa poetica fantasia del wmmo dottor della Chiesa fu sorgente di
inspirazione e confermò il simbolo della carità, della pietà, della
filantropia, dell’amore materno, della bontà vastamente applicato. Es. : in un
bollo capitolare dei Rosa-Croce di Valle di Mormanno appare il pellicano
insieme alla rosa ed alla croce. 43-. _ Ba/!?, Barba. - leova aveva la barba
lunga undicimila e cinquecento leghe ; lo aveva confidato il grande arcangelo
Metatron al rabbino Ismaele, e questi l’aveva subito scritto nel Bafiel
(Talmud) e l’a¬ veva confermato il rabbino Akhiva nell’ Othiot (Talmud).
Ammirati di quella poterono concepire il sacerdozio che barbuto, ed i gli di
Ilaron trovarono l’espresso comando di non depilarsi nè il capo nè il VISO
{^vit. XXI). I re assiri e persiani coltivarono la barba quale in¬ dispensabile
esponente di onore e l’arricciarono, e la intrecciarono di pa¬ gliuzze d’oro, e
la fasciarono di bende a vari colori. Diogene, interrogato perchè si lasciasse
crescere la barba, rispose : « Per dimostrare d’essere uomo .. Il grande
Alessandro, però, la volle tolta ai suoi soldati perchè i nemici li aflerravano
per quella pericolosa appendice, [l Barbatus magistev vo eva due uoìiio esperto
e valente. « Sapientem pascere barbam » scrisse ( razio di coloro che per
parere sapienti lasciavano crescere lungo il pelo del volto (sapienaa). I vinti
venivano rasi, d’onde la locuzione far la barba a qualcuno, per vincerlo,
superarlo; e tagliar la barba ad alcuno contro sua volontà fu sempre -ed è
ancora —atto di scherno. || Scipione africano fu il primo romano che c lanciò »
la moda di radersi il mento, e da allora la prima barba tu offerta agli dei ;
Nerone fece quest’ offerta, dedicandola a Oriove Capitolino, e rinchiudendola
in una scatola d’oro; i sacerdoti con¬ servarono scrupolosamente il contenuto,
ma non ebbero cura eccessiva del contenente, che fu trafugato (Svetonio). San
Clemente romano, quarto ve¬ scovo di Roma (9<t-ia)) minacciò la collera di
Dio a coloro che, creati ad nnagine sua, ne violavano la legge, radendosi il
mento; e i padri della Chiesa mantennero il comandamento, fin che Leone IH
(795-816) — per distinguersi dal barbuto patriarca di Costantinopoli — si rase
la barba.... in barba al divino decreto. Non fu seguito dai vescovi e dal clero
minore- Il che spiacque a Gregorio IV (827-844), il quale ottenne obedienza dai
jireti, con la minaccia della confisca dei beni. Un re d’Inghilterra — En¬ rico
I (11(XJ-1135) — dovette sacrificare il proprio pelo all’ira della Chiesa
imuMciatagh da un predicatore di Londra. Onorio lU, papa letterato (1216-^
12-37) porto una gran barba che in quel tempo^divenne subito contrassegno dei
cultori della letteratura. Papi barbuti furono Giulio II (1603-1513) e Clemente
VII (1623-1634), il quale, prigioniero in Castel S. Angelo della ‘2liU fazione
del cardinale Pompeo Colonna - giurò di non radersi più il mento se ridonato a
libertà, e tenne la parola. Una delle guerre più lunghe e singuinose ebbe
origine da una vile barba, benché regale, rasa in mal punto dal re Luigi VII di
Francia (1120-1180). Giovane e bigotto, (luesti, per compiacere all’
arcivescovo di Rouen, spiacque imberbe alla moglie, Eleonora d’ Aquitania, ohe
sdegnatamente chiese ed ottenne 1’ annullamento del ma¬ trimonio, per sposare
sei settimane dopo il barbuto duca di Normandia, che fu poi Enrico II re
d’InghUterra. Il re francese — furibondo per l’abban¬ dono della moglie, e
forse più per le floride terre d’Aquitania — dichiarò guerra al rivale e ne
seguirono tre secoli di lotta, li Da quanto con non difficile ricerca — si è
esposto, è ovvio concludere che colui il quale disse deir « onor del mento »
(chi fuV) tradusse felicemente una verità etologica, perocché anzi tutto, ed ab
immemorabili, il pelo fu segno di onore,^ cioè segno esteriore dell’ intima
coscienza della propria dignità morale nell’ ente umano. || Altre
significazioni — e conseguenti e concomitanti — ebbe il pelo. Quando Pietro il
Grande di Russia — avversario invincibile delle irsute e non sempre pulite
appendici dei suoi boiardi — le volle abolire, da prima afferrò le forbici e si
avventò sulla barba del feld-maresciallo Schein e d’altri ancora (1698); poi
tassò le barbe dell’ impero; e i grossi negozianti pa¬ garono perfino mille
rubli all’anno, per poterla portare, e versarono un copek i contadini barbati
ad ogni ingresso in città. Le proteste e le ribellioni fu¬ rono gravi, e la
barba divenne per alcuni motivo di orgogUo naiionale, per altri segnacolo di
ribellione (Bellincioni). |1 Un editto comunemente ignorato del viceré di Sardegna,
marchese di Rivarolo (Cagliari, 9 maggio 1773), biasima «l’uso delle lunghe
barbe» ohe se in un certo genero di persone serve di edificazione, riesce in
altre di indecenza e di scandalo; e continua : « per forma del presente nostro
pregone ordiniamo e coman¬ diamo che nell’avvenire nessuno possa nemmeno per
motivo di lutto, nè per altro, portare la barba cresciuta ài più di un mese, e
che tutti quelli i quali presentemente l’avranno, debbono levarsela fra giorni
16» sotto determinate severissime pene (Nuova Sardegna - agosto 1912). i| Al
tempo di Napoleone i baffi furono condecorazione riserba^a ai militari come
sug¬ gello di fierezza virile, ed i borghesi che li portavano erano
disprezzati. A Ney, recluta giovanissima, furon dipinti due baffoni con il
lucido da scarpe, perchè il suo sergente non voleva con il viso imberbe di lui
sciu¬ pare la simmetria della parata. L’uso della barba intera era esclusivo
degli zappatori. Ricostituita la Guardia Nazionale, i francesi ripresero i
baffi e il pizzo. Con Luigi Filippo si portarono i favoriti; con Napoleone III
trionfò la moda dei baffi impomatati e appuntiti come spilli all’estremità, e
della mosca detU all'imperiale. 1| In Italia baffi e barbe erano segno di
braveria o.... di liberalismo. D’Azeglio scriveva che ai suoi tempi « non c’era
anima viva che portasse baffi » (1822). Farini racconta che gli agenti della
polizia papale strappavano i peli, anche dal labro superiore, ai cittadini
(1831) ; Giusti fa consigliare a Gingillino — dal frate professore e da Taide -
« il muso di castrato » per essere « in grazia al Principale » (1845); ancora
piu tardi, Pier Francesco Leopardi, fratello al poeta immortale, scriveva : «
Oggi 13 marzo 1856, dopo quindici anni che li ho portati, mi sono tolti i mu¬
stacchi, per accondiscendere al Governo pontificio, ohe ha mostrato desiderio
2:u di veder tolto questo disgustoso seguo di rivolta dal viso de’ suoi
impiegali governativi e comunali ». E ad Ancona, iu quel tempo, si leggeva
nasco¬ stamente una satira ; Oh ì oìelo, oh ! cielo — K giunto il Ui, Che si fa
guerra — Al polo! Ma se camhiam destin — Faremo feste ; Non più peli cadran —
Ma.... teste ! « È curioso che in Italia a quei tempi (1863).... la barba tosse
segnale di liberale e le vessazioni della Polizia su quest’ articolo erano
tanto enormi e ridicole, da fare stomaco. Ma bisognava piegare il capo, e un
giovane che non avesse voluto molestie o peggio, era costretto a radersi il
mento; la¬ sciasse pure i baffi e i fedinoni alla tedesca, o i fedinoni solo
all’inglese, bene stava, era padrone ; ma la barba sul mento, più o meno lunga,
era indizio di liberalismo » (Duprél. [' Nella storia del risorgimento italiano
si annoverano, però, le romantiche fedine scendenti dalla chioma prolissa, come
le predilessero Alfieri, Foscolo, Bellini ; e la barba a collana, (tuttora di
voga in Olanda e in Inghilterra per gli uomini della politica e dell’alta
magistratura) |>ortata da Cavour, da Manin, da Manzoni ; e i folti baffoni
alla Vittorio Emanuele II; e il pizzo alla Napoleone III; e l’austera barba
rotonda alla Mazzini; e la più libera foggia garibaldina; e il largo pizzo di
Benedetto Cairoli ; cosi e come si ebbero — per certi altri — i baffi alla
Francesco Giuseppe, espressione di persistente fedeltà alla casa austriaca. '
Gli egizi amavano la barba, ma si radevano per pulizia e spesso i loro
sacerdoti ajipiccicavano al mento una barba posticcia, secondo la lùnzioiie del
rito. Gli ebrei loro subictti, al temjio della schiavitù, ostentavano lunghe
barbe in segno di protesta contro gli oppressori. || In segno di lutto, i greci
si radevano la barba; i romani invece la lasciavano crescere incolta. Cosi fece
Augusto dopo la sconfitta di Q. Varo. || Come il polo — nelle cai>riccioso
applicazioni del costume — ebbe a ra])presentare i rami della sapienza
(filosofia, letteratura ecc.), cosi accadde nelle altre discipline in¬
tellettuali : i cultori delle artii propriamente dette vollero rendere quasi
permanente la « truccatura » dei celebri pittori fiamminghi, che sotto al
grandioso cappello fiosciameute cascante portavano chiome assaloniche ed
avevano barbe a))]iuntite : « moda ripresa nell’ epoca romantica in tutta la
sua grazia e riconsacrata nelle reminiscenze estetiche del 1830. I musicisti
non tanno, invece, questione di barba, ma non potrebbero, senza venir meno a
una tradizione ormai rispettabile, transigere sui capelli lunghi » (Sprina). Il
Nell'ultima guerra il poilu incarnò inconsajievolmente il tipo dell’umile uomo
del popolo, che soffre nella trincea e pur nel più duro sacrificio della
battaglia resta semjtre borghese di abitudini e di sentimento : consacrazione
caratteristica e rapjiresentativa, passala alla storia con un nomignolo umo¬
ristico, al cui ricordo s’accendono tuttora belle fiamme di ardire animoso ed
eroico. 433. PEONIA — Vuoisi che Peone, il medico dell’ Olimpo, abbia dato il
nome a questa ranunculacea dai cespi folti e verdi, grandi, dai fiori va¬
riegati e bianchi e di vivace scarlatto, ma delle cui specie si credeva effi-
cace contro l’epilessia. Elencata dal linguaggio dei dori quale simbolo della
vergogna, dell’onta (Zuccone), e non se ne spiega il motivo. !| Altri erme¬
neuti del linguaggio floreale la indicano come il fiore della diffidensa, sol¬
lecitatore di prove di costanza (d’Orchamps). 434. FEBIiA — Le belle perle
lussuose che fanno pensare alle smeral- diche dune dei mari popolate dalle
ondine ed ai verdi talami dell’alghe dove intrecciano carole e sogni le
nereidi, costano fatiche di angoscia e talora di sangue, agli audaci palombari,
che le pescano nel profondo dei banchi, abitati da pesci terribili e
spaventosi. Sanno le belle dame che se ne adornano che la margarita — dedicata
a Venere — non è, come pareva a Plinio, la goccia di rugiada celeste caduta
sull’onda, vivificata dai raggi del sole e impietrita? e nè meno è la lacrima
degli angeli ribelli pietosa¬ mente raccolta nel silenzio notturno, come
cantavano i romantici del tempo antico? Il riminese Giovanni Aurelio Augurello
— il poeta alchimista che offerse a papa Leone la sua « Chrysopopoeia (1618), ed
invece dell’ oro sperato n’ ebbe in ricambio un sacco vuoto per porvi quell’
oro eh’ ei vantava di saper produrre — cantava della perla: Un angelo dolente
un giorno pianse Nel vasto mare si saria perduta La lacrima dell’ angelo, se il
mare, Che la nobile origin ne conobbe, Non l’avesse raccolta e alla conchiglia
Affidata, e prescelta'fra le stille Da men nobile origin derivate. K il vasto
mare disse alla conchiglia: Il nobil seme nel tranquillo grembo Custodir devi,
e sviluppar seouro 0 .Scivolando guardinga in mo^so all’acque. E quando in te
fatta la perla sia Adulta e bella, e pronta a uscir dall* ondo, Fenderti allor
tu devi, e la tutela Cesserà pel pupillo, e allor dal cielo La leggiadra
hglinola, Ln;;f|ccia al mondo Compirà risplendente il suo destino. La perla è
invece il prodotto morboso di un eccesso di secrezione della valva iridescente?
Lo riconobbe il De Filippi, nelle ingegnose esperienze del parco di Racconigi
(1852). Uno stimolo irritativo di un verme trema- todo genera il miracolo di
bellezza ; e parrebbe anche — secondo le ultime ricerche del Southwell al
Ceylan — che la perla provenga dai rifiuti alvini del pescecane ; cosi che la
genesi di tanti e tanti splendori mondani sarebbe ancora meno pura di quel che
si pensasse allora che era soltanto nota la loro origine patologica. Il loro
vivo e vario riflesso iridescente è un effetto della luce riflessa dalla
infinita combinazione delle lamine sottili, concen¬ triche e le nne alle altre
soprapposte. Una sapiente arbitra degantianim osservò che « l’alba è triste per
i gioielli; e il sole li circonda di malinconia. I brillanti sono come colpiti
da un improvviso pallore di morto, il loro raggio si spegue, il fondo luci¬
dissimo diventa un bianco opaco; il sangue vivo o scintillante dei rubini si fa
denso, come cagliato e bruno; l’azzurro dei zaffiri diventa nerastro; 233 il
giallo deir ametista è itterico; il violaceo dei topazi è anemico (qtti la
illustre scrittrice ha invertito i colori). E l’oro, il nobile oro, la degna
cor¬ nice ohe fa valere le gemme, umile e forte, di giorno, al sole, è volgare,
-è ignobile » (Serao). Di tutte le gemme la sola perla non ha bisogno del
notturno artifizio ; ed è saggio il comento ohe ne fa un altro dotto : « Ap¬
propriatissima, quando si tratti di una pura e fresca bellezza, ed anche
graziosa' per concetto, è l’impresa raffigurante una perla nella sua conchi¬
glia, col motto : Nullus ab arte decor. Infatti, nello stesso modo che la perla
non riceve, come le altre gemme, lustro e perfezione dalle fatiche dell’arte cosi
la vera bellezza non ha bisogno di ornamenti » (Scarlatti). La perla è la
grasia che « risplende e piace per singolare e occulto dono della natura »
(Ripa); è il morale ornamento nativo, spontaneo e dignitoso, nell’attitu¬ dine,
nel gesto, nell’espressione. Cosi essa vale per sè stessa, e nulla vi è , di
più leggiadro della perla solitaria carezzante un bianco volto feminile,
candore sopra candore, come nella similitudine dantesca : • Quali per tetri
trasparenti e tersi O ver per acque nitide e tranqnille, Non si profonde ohe i
fondi sien persi, Toman dai nostri visi le postille Debili si che in perla in
bianca fronte Non vien men tosto alle nostre pupille. {Par, III - 10). Poliunia
— la musa dell’ innografia religiosa — era coronata di perle, o nella inspirazione
dell’ estatico di Patmos — descrivente la Città Santa, la nuova Gerusalemme,
abbigliata come sposa per le mistiche nozze con l’Agnello --le dodici porte di
essa sono dodici perle (Apoe. XXI, 21). ■135. PERNICE — L’ardente temperamento
di questo gallinaceo — cosi caro ai gastronomi — ed i suoi eccessi inverecondi
negli assalti sessuali, ne fecero il simbolo della impudenza. Gli ateniesi
eressero un altare a questo vizio dell’intelletto fanaideia), raffigurandolo in
una pernice; e si spiega questo culto perchè i greci ponevano le passioni degli
uomini anche nel cuore degli dei, collegando la fìsica con la metafisica e
determinando la mirabile unità entro la quale credevano operasse l’oscura
energia del destino. Il Non si comprende l’attribuzione simbolica della verità
data alla pernice da qualche autore. , 486. PERVINCA — Pianticella gentile,
dalle foglie glabre, sempre verdi e dai tenui fiori azzurrini che « sembra
fuggire poeticamente dai campi mo¬ notoni, dai prati consacrati al fieno; da
tutto ciò che sa di piazza o di landa » (Mantegazza) : simbolo riconosciuto
della verginità (Zuccone) e della dolce rimembranza, perchè rammenta il fascino
imperioso dei passati amori (d’ Orchamps). Gian Giacomo Rousseau — riguardando
la pervinca — senti forse nell’anima riassorta un senso di accorata melanconia,
quasi di no¬ stalgia verso vecchie cose che furono, e in un inno di simpatia
ricordò la mirabile virtù evocatrice della pervinca. || Nel blasone si crede
sia l’ori¬ ginario fioro di pervinca quello comunemente accampato di cinque
foglie e bucato (Ménéstrier) , come nello stemma dei Paruta di Venezia
(Guelfi). 437. PESCE — Subietto importantissimo di totemismo, le cui vestigia
si riscontrano e si tramandano presso tutti i popoli orientali. Nella cosmo-
2:m gonia indiana Visnù si incarna nel pesce Matsya per salvare in Manu il
progenitore della razza umana. || Per gli egizi il pesce è la espressione
geroglifica dell’ odio. (Noèl). || Nella leggenda slava le vila — ninfe caro¬
lanti fra il cielo, la terra e le acque — assumono di sovente la forma di
pesce. Il Nella scultura iconica della Germania antica il vecchio dio Crodo,
dalla testa nuda, ha un pesce sotto i piedi. || Nell’arte giapponica — leg¬
giadramente nervosa e spigliata — la dea della Grazia incurva la Messuosa
persona sul dorso del pesce guizzante nel vortice dell’ onda, come la dipinse
Hokusai. Il Ittiche sono alcune divinità babilonesi e siriache, passate poi ai
giudei ; e dai giudei vogliono alcuni rilevare il retaggio del pesce sim¬
bolico adottato dai primi cristiani, nei cui primi anelli il Cristo è appunto
raffigurato nel pesce, che si ripete nei geroglifici battesimali (Martigny) e
negli amuleti, interdetti poi ai sacerdoti dal concilio di Laodicea (363), Ter¬
tulliano paragona i cristiani a pesciolini, nati dal grembo dell’acque, d’onde
nacque il redentore, che in una epigrafe è chiamato il gran jìeace (180). Il
Reinach, però, chiosando il ricordo, nega la connessione di osso con la genesi
« dell’acrostico Ichthus (pesce), le cui lettere formano le iniziali della
frase Jesous Cìiristos Theou uios xoter (Gesù Cristo, figlio di Dio,
Salvatore). Questo acrostico — secondo il Reinach — fu imaginato, post evenfum,
ad Alessandria, per ispiegare e giustificare il culto del pesce presso i
cristiani » (Orpùe?/s-Introduzione). La figurazione simbolica cristiana durò
fino a che Gre¬ gorio Magno restituì ad onore l’antropomorfismo nel culto, come
è nelle parole di Dante : Covi pariar iMiiivientii al vostro iti^e;;iio l*orò
olio solo ila moukhìo Hi 4 trcii(lo ('iò ohe Tu poHoia d* intoUotto de^uo. l*ur
tjuostu la iK-rittura oondiscondo A vostra laoultado, o piedi o inauo
AUril)UÌHce a Dio, od altro iiitoodo ; K sauta Chiesa cou aspetto umano
(^aiiriol 0 Michel vt rajiproseuta. (/’«r. IV - 40). (Cfr. ; Polidori - Del
pesce simbolo cristiano). || 1 pesci che formano la costellazione sono quelli
che portarono sul dorso Venere e Cupido, sfuggenti alla persecuzione di Tifone,
al di là dell’Eufrate. Per ricompensa furono collocati in cielo, segno
zodiacale del febbraio (v. Del¬ fino). Da questa costellazione dovrebbe — a
rigore — cominciare l’anno del calendario, perchè la primavera si apre quando
il sole si accampa in quella regione celeste. A marzo la costellazione dei
Pesci in compagnia dell’astro ministro si eleva, gira e tramonta, e nel
bagliore solare rimane immersa, e nascosta e velata. Velando i Pe.foi oh' erano
in sua scorta. (Pura. I - 21). Più tardi, proiettandosi il sole di fronte all’
Ariete, i Pesci cominciano a mostrarsi belli e guizzanti al balzo d’oriente,
come li vide Dante : Ma segnimi oramai che ’l gir mi piace ; Ohe i Pesci
guizzan su per 1' orizzonta E il Carro tutto sovra ’l covo giacè. {Inf. XI -
113). •235 Antiche, oscure e controverse sono le origini del cosi detto pence
d'aprile, usanza diffusissima nel mondo, resistente e perpetuantesi per un
senso istintivo di burlesco piacere e di giocondo ammonimento. (I tedeschi
hanno V aprii Narr ; gli inglesi, V aprii fool! i francesi il poisson d’avril.
Il tempo delle burle inoffensive in Ispagna e nell’ America latina cade il
giorno degli Innocenti, 28 dicembre). Non è da noi classificare codesto peace
aprilino, che entra nella zoologia simbolica soltanto per significare la nota
celia co¬ mune, e che rende per taluni il primo di aprile un giorno da segnarsi
uigro lapillo, mentre per altri è di sodisfazione piena, come quella che trova
una persona stupida di trovarne un’ altra più stupida ancora. |! Quando il
pesce araldico ha aperta la bocca dicesi spasimato. Esso si usa per lo più
nelle imprese di navigasione. J* Si indica pure il pesce come emblema di
agilità e di vigilanza (Lespine). || Nella araldica francese il pesce curro e
addossato è figura speciale blasonica; detta bar; es. : nell’arma della città
di Bar le Due (Mesa). 438. PESCECANE — Squalo — Tra i natanti si distingue il
pescecane {c/iarcarias vulgaris) per l’audacia dell’assalto e per la voracità,
avendola bocca guernita di alcune fila di denti a triangolo e a sega.
L’applicazione caricaturale dello squalo è recente, dovuta al grandioso
patassio psichico ed estetico causato dalla guerra, nel quale si avverti in
modo insolente il feno¬ meno della ricchesza improvvisa che conserva le
indelebili stigiuati della impreparazione alla fortuna. Se il nomignolo è
nuovo, la cosa è però antica ; Lamentava Dante : La (j'snt'C nuova e i suhiti
Kanda^^ui Orgoglio e dismisura hau gouerata, Fironze, in te.... XXIV - IdH) Ed
il Boccaccio, nel sonetto sulle condizioni d’Italia : Piangi diiiKiuo con meco
il nostro stato, L’ uso moderno e l’opre viziose, Cui oggi favoreggia la
Fortuna. 433. PESCO — a II pesco è una pianta nevrosica.... gracile, soggetto a
cento e una malattie, bizzarro nelle sue movenze, ribelle alla potatura, ca¬
priccioso nel tronco, nei rami, nelle foglie, in ogni atteggiamento e in ogni
movenza.... Appartiene all!ortolano e non all’estetica» (Mantegazza). Dato come
simbolo della fugacità. |{ Ma questa rosacea oriunda dalla Cina, avuta da noi
attraverso la Persia, altrice del bel fiore roseo, che odora alla tepida brezza
dell’aprile, « dà i fiori più belli, i frutti più squisiti d’ogni altro albero
fruttifero», i frutti dall’aroma profumato, dagli antichi fatti simbolo del
gusto (Ripa); |i Era consacrato ad Arpocrate perchè la sua foglia baia forma di
una lingpia ed il suo frutto quello di un cuore (Plutarco) ; e forse per questa
dicazione i dotti in araldica lo indicano come emblema di silenzio e di
secretezza (Guelfi). 440. PETTIROSSO — Gentile uccello di passo, che con il
fischio rav¬ viva di primavera le pendici montane. Ha nel petto una macchia sanguigna,
perchè — narra la leggenda — vedendo Cristo in croce grondante per la 286
corona di spine, ne fu profondamente commosso, e, non potendo nella sua
pochezza pensare a liberarlo, tentò strappare dalle carni martoriato le spine
crudeli. Una di queste lo punse al petto, e il sangue colò dalla ferita. Un
angelo che passava volle che a ricordo dell’ atto pietoso il petto del
leggiadro uccelletto avesse sempre la traccia del sangue divino. Un’ altra
leggenda afferma ohe il pettirosso, se trova un cadavere umano senza sepoltura,
lo seppellisce sotto una coltre di erbe, di sermenti e di maschi. Bene si ap¬
propria, quindi, a lui il simbolo della pietà. Entro ella siepe Dell’ ortioel
domestico saltella Triste e solingo i* ucoellin vessoso ^ Dal rosso petto e dalla
mobil coda*, Scioglie languidi sibili ed alterna Brevi note argentine....
(Barbieri - Le SUigioììi. IV). Il Pascoli raccolse una graziosa leggenda dai
taglialegna dei monti modenesi. San Giuseppe pregò un giorno il pettirosso di
aiutarlo in certo lavoro di falegname, tenendo ben teso un filo tinto di rosso
per batterlo su una tavola di cipresso, al fine di segnare la guida diritta del
taglio. Acconsenti il pet¬ tirosso, ma mentre il santo stava per compiere il
suo lavoro, la Madonna mormorò un’« Ave ! », si che l’uccello, incuriosito, si
voltò e il segno bat¬ tuto rimase storto. Giuseppe.... perdette la pazienza, e
La spugna gii gittò nel petto san Giuseppe ; e tu cosi che, diventato
pettirosso iiuando sento.... sei.... sci.... sci, viono sempre, gira intorno al
toppo, guarda c india, guarda o vola; ma ora non a' accosta tro]>pu. eli*
ora non si fida pili ; e col suo canto ti coiisolu, povera esule tribù ! (Il
comiiafjno del litgtiafctjna L Jil dato anche come simbolo della solitudine.
441. PIANO MOSAICO — Il gioco degli scacchi — « come quello che rappresenta
giornata campale e dove bisogna accortezza e prontezza di giu¬ dizio e col cui
mezzo si conosce la timidità e l’ardire dell’avversario» (Sansovino) — offre
alla araldica ed alla simbolica massonica parecchie ap¬ plicazioni che, per
essere i quadretti delle divise e dello scacchiere di differenti colori,
indicano originariamente contrasto. |{ Nel rito massonico il quadrellato bianco
e nero significa « la lotta continua in cui trovasi l’uomo, tra lo spirito e la
materia, tra la virtù e il vizio, tra la luce e le tenebre » (Dito). (Lotta
spirìtnala). 442. PIANTA — v. Albero. 443. PICA — Gazza — Tra gli macelli
contro i quali unanime si atlerma r avversione delle genti, è questo conirostro
loquace e clamoroso a cui si imputa di occultare tutto quanto per il luccicore
alletta il suo occhio, anche l’oro e i gioielli. Im gazza ladra è una delle
celebri opere di Rossini (1817). 237 Il significato simbolico che si
attribuisce al diffamato uccello — forse perchè « chi è bugiardo è ladro » e
viceversa — è quello della bagfia e della si¬ mulazione ; perchè esso « ha una
parte della penna bianca e l’altra nera » (Ripa), e Trifone, grammatico greco
(conxnle Augusto) lasciò scritto che « le bugie hanno nera la coda ». ||
L’abate Casti — che dal Parini meritò il titolo di « satiro procace e disonesto
» — adoperò la gazza per canzonare i giornalisti ; Or come diihlilo ornai più
non si meU-e Che le non fian tra gli animali f^B prime ohe stendesser le
gasusette, Bestie mondaoif garrule e vonali ; Perciò t lor discepoli e seguaci
^ Kuron venali^ garruli e mendaci. {Animali parlaufi. XI). Cfr. : per il
giornalismo, l’etimologia di gazzetta «secondo alcuni è il diminutivo di gazza,
perchè il giornale racconta tutto, come la gazza. Altri affermano ohe per
leggere il primo giornale mano¬ scritto, apparso in Venezia nel 1503, si
pagasse una piccola moneta detta gazzetta, che risalirebbe al pere, gaza,
tesoro, voce usata anche dai Greci e dai Romani » (Zambaldi). || La pica sacrificavasi
a Bacco, forse come simbolo della loquacità, a dimo¬ strare che il vino fa
parlare senza discrezione, o piut¬ tosto perchè con il becco devasta i vitigni;
ed è ac¬ cettabile questa interpetrazione del rito dionisiaco, in quanto
essendo Bacco una divinità agraria, erano stabilite nel suo culto celebrazioni
periodiche coope¬ ranti all’azione della natura fenomenica della vege¬ tazione.
444. FICCA Antica arme grossa, in asta, con punta piatte di ferro portata dalle
fanterie, ricordata « per la prima volta da Machiavelli’ parlando dei Tedesclii
e Svizzeri » (Pianigiani). Era segno di resa inal¬ zandola orizzontalmente
sopra la teste. || Ridotte a forma schematica con¬ venzionale, è uno dei semi
delle carte da gioco. (| Usata dalle moltitudini devastatrici che demolirono la
Bastiglia (1789), divenne Tespressione for¬ male ed abusata dell’associazione
dell’idea particolare dell’avvenimento con l’idea generale della libertà (v.
Asta). 446. PICCHIO — I romani consacrarono a Marte quest’uccello rampi¬ cante
(drycopuH martius), perchè dicevasi eh’esso avesse contribuito con la lupa al
nutrimento di Romolo e Remo fanciulli e futuri autori del popolo guerriero per
definizione. |] La gioventù sabina — movendo dal cuore del- l’Appennino, per
voto di una primavera sacra (Plinio) e seguendo il volo di un picchio — si
diresse verso il mare superiore e quivi costituì una novella gente, nell’ ager
che si disse Picenum dal nomo dell’ uccello augu¬ rale (Strabono, Feste), e il
quale costituì l’antica Marca, regione compresa fra le radici montane e
l’Adriatico, da Esi (Piumesino) al Matrino (Piomba). Altri dissero Pico un
antico re latino, figliuolo di Saturno (Silio Italico). 2B8 Comunque, il
piccliio fu l’emblema del Piceno. |] Esso è animale degno della dedicazione
perchè, forte del becco durissimo, delle spesse unghie e della rigidità del
corpo, libero nei suoi movimenti, sale sui tronchi degli alberi alla caccia dei
coleotteri, e con una tenacia insuperabile li stana e li divora j così che si
spiega in esso anche il simbolo della perseverania e quello della guerra. Spemit humiim picua, petit ardua ; sic (/acque virtus Ap/ietit excelais
farro repoeta lode. (CamerarinB - Sqmb. HI. LXVIT). 44G. PICCIONE — Genere
tipo dell’ ordine dei colombi, o coloììiba livia, specie comunissima ohe
nidifica anche negli interni più popolosi delle città. Portare il becchime ai
piccioni veneziani è la visione stereotipa delle fidan¬ zate di tutto il mondo
j ed è uno spettacolo magnifico quel volo in massa di ali sbattenti,
vorticosamente aggiranti, che piombano « dal disio chiamate » attorno alle
palme gentili porgenti il buon grano. Anche in altri centri cittadini nidificano
i colombi, come a Torino nel palazzo Madama, a Milano nel palazzo municipale
detto il Marino; ma a Venezia essi —secondo l’uso della Russia meridionale e
della Persia — sono ospiti ofiScialmente ricono¬ sciuti e ritenuti, anche da
sentenze giudiziarie, di publico dominio, quindi soggetti a publica protezione;
per essi furono costrutte comode cellette sui tetti della mirifica basilica
marciana, e quotidianamente si distribuisce loro, alle quattordici, una larga
razione d’alimento. Nessuna significazione storica nè simbolica ha, pertanto,
il piccione veneziano. Non paro nè meno eh’ esso abbia reso alla Serenissima
quei servigi per i quali lo Champofleury e il Saint Victor volevano nutrirli
sotto il tetto di un tempio speciale di Parigi, e porre nel blasone della
metropoli anche il piccione, sormontante il vascello simbolico « ohe fiuttua e
non si sommerge ». Sommi servigi veramente, alla grande città assediata, la
quale poteva soltanto con il mezzo dell’ umile volatile ricevere da Tours le
notizie della guerra, mediante il sistema del chimico Barresville (1871). Se
non che — osservava argutamente un giornale — qualche anno dopo l’immemore
consiglio comunale di Parigi concedeva ad una impresa la fondazione del primo
tiro al piccione, nel lioia de Uoulogne.... A ragione si pone, fra le
suppellettili emblematiche il piccione o la sua ala a significare il messaggio,
perchè la sua sorprendente virtù di orien¬ tamento e la sua poderosa forza del
volo servirono come eflScacissimo mezzo di corrispondenza all’uomo, fino dai
tempi remoti. La messaggera noetica non trova dove fermare il piede e torna
all’arca (Gejt. t Vili. 81; ma il fedele alato rivola sempre al suo nido. Un
atleta di Egina lascia libera, dopo la sua vittoria olimpica, la colomba eh’
egli ha preso seco nel partire, ed essa reca ai congiunti dell’atleta la lieta
notizia. Pliuio si chiede a che servano i bastioni, le scolte e le reti tese
attraverso i fiumi, so con il mezzo delle coloml)e il console Irzio, assediato
in Moilena da Antonio, è informato da Decio Bruto (43 a. C.). I merendanti
levantini annunziano mediante il lanciare dei piccioni i loro arrivi alle
famiglie lontane. I cinesi armano il dorso dei veloci volatori con fischietti
di bambù atti a tenere lontani da essi i falchi da preda. Maometto fa credere
di ricevere gli ordini dal cielo sulle 239 ali di una colomba; e Torquato narra
l’episodio della « messaggera pere¬ grina X assalita dal falcone e da lui
difesa: Poi scorge, in lei gnarilando, estrania cosa; Che dal collo ad an filo
avvinta pende Rinchiusa carta, e sotto un* ala ascosa. (6'er. lib. XVTII). È
uno scritto del « capitan d* Egitto » al < signor di Giudea », Dato in
custodia al portator volante Chè tal messi in quei tempi usò il Levante. Per il
carattere etologico del piccione, ci riferiamo a quanto è stato detto per la
colomba (v. Colomba], || Aggiungiamo — per il valore del simbolo — la pittura
ideata da Napoleone, nel doloroso isolamento dell’ isola d’Ciba, per il
soffitto del suo salotto : due piccioni avvinti ad uno stesso legame. Erano i
giorni tristi nei quali la repudiata Giuseppina di Beauharnais scri¬ veva
all’Encelado caduto: « Sono stata in procinto di lasciare la Francia per
seguirvi e consacrarvi il restante di una esistenza abbellita da voi per tanto
tempo.... se potessi comprendere di essere io la sola per compiere il mio
dovere, nulla più potrebbe trattenermi. Dite una parola, e parto ! ». Il
simbolo dettato da Napoleone voleva dire forse fedeltà coniugale? 447. PIEDE —
Si riscontra, non di frequente, il geroglifico delle pianto dei piedi, qualche
volta incrociate, nei loculi cristiani, e sono discordi i pareri degli
archeologi a questo proposito. La interpetrazione più accettatii è quella che
si riporta all’instituto giuridico romano del possesso, che si iniziava con la
pedum positio, cosi che l’emblema in discorso significhereltbe inalienabilità
della tomba. || Un piede posto sopra una pietra, uno scoglio o altra elevazione
è compendio iconico di atteggiamento da eroe. || 1 piedi incrociati significano
il riposo. || Un proverbio dei baschi ammonisce che € non a tutti i piedi
conviene la scarpa rossa »; la quale era sogno di no¬ biltà. I grandi di
Francia erano infatti detti tallona rougea. |{ La layanda dei piedi, atto
generalmente esercitato dalle persone poste ai bassi servigi, perpetuato
ritualmente da Gesù, dopo 1’ ultima cena con i suoi apostoli, è cerimonia
mantenuta non solo presso le Chiese dell’occidente, ma anche presso varie
roggio e attuata dai re, come in Francia,' in Inghilterra, in Austria, simbolo
di carità e di nmiltà. 448. FIETB.A — Le pietre « ossa della Terra, madre
comune degli uo¬ mini » rappresentarono la imagine degli dei, perocché —
specialmente nelle età paleolitica e neolitica — furono credute cadute dal
cielo. Ancora oggi resiste il culto dei megaliti druidici, in Bretagna, pietre
gigantesche ficcate nel terreno dalla estremità più jmntuta, isolate o disposte
ad ellisse, e dello quali è ancora controversa l’origine. Il simbolo della
pietra si può diro perfetto quando l’umanità riesce a concepire la realtà entro
lo forme geo¬ metriche, nel concetto sistematico di trovare il vario
nell’uniforme, e la pietra quadrata o cubica diviene una rappresentazione
razionale, e non pu¬ ramente estetica, anche nelle efflorescenze di un
mistlci.smo vago o sugge¬ stivo. « Non fu mai cosi pieno, come nella Grecia,
l’accordo tra l’arte e la vita, tra l’idealo estetico o l’ideale etico
7'e/rdiyo»io?t chiamarono i greci 240 l’uomo incolpabile, perfetto, con parola
propria dei corpi quadrati, cioè al tempo stesso agili e forti, cari a
Policleto, il teorico delle proporzioni nella scultura > (Natali). Ermete
veniva rappresentato anche con una figura cu¬ bica o quadrata, senza piedi,
senza braccia, qualche volta anche senza la testa, e ponevasi nei vestiboli dei
templi e negli atri delle case (Tucidide. IV. 2B). Servio dà ragione di
quest’usanza con la favola dei pastori che ad Ermete, addormentato nel bosco,
tagliarono le estremità per vendicarsi di qualche offesa ricevuta dallo scaltro
nume ; probabilmente ne mutilarono la statua, che — posta alla porta del tempio
— si chiamò erma, e fu 1’ esempio delle varie pietre poste poi, anche per la
indicazione delle strade. Suida spiega l’erma cubica senza braccia e senza
piedi dall’ essere dedicata al dio della parola e della verità, la quale deve
essere sempre somigliante a sè stessa, da qualsiasi parte venga riguardata. ||
La pietra quadrata o cubica — come corpo solido, concreto, e di immodificabile
simmetria — fu l’elementare membro di architettura inserviente di appoggio o di
sostegno, e significò agevolmente la stabilità e la fermezsa (v. Cubo,
Quadrato). || La Virtù si rappresenta sopra una pietra quadrata ; e di essa
usarono gli ideatori delle imprese illustri, come in quella di Lelio
Spannocchi, riportata da Vincenzo Ruscelli, (v. Cubo), || La Giustizia
descritta nella cobbola del Barberino In 8U ’n un marmo siede, a dinotare Che
ne l* aom giusto fermezza de’ stare. Anche nel senso anagogico la pietra è il
fondamento, la base, e Cristo, spiegando il mistero ascoso nel nome di Pietro (Martini)
a lui disse: «Tu sei la pietra su cui edificherò la mia Chiesa > (Matteo XVI
- 18). || In al¬ cune figurazioni umane allegoriche vedesi una pietra legata
alla mano destra, in guisa da impedirle di agire : simbolo di inasione foraata,
di inibizione mannaia, di impotenza artificiosa. Es. : L’ Umiltà scolpita da
Guglielmo Serpotta (1660-1782) nell’oratorio di S. Lorenzo a Palermo; la
Povertà del Ripa, che ha la destra aggravata dal sasso e la sinistra alata, a
significare < il desiderio di alcuni poveri ingegnosi i quali aspirano alle
difficultà della virtù, ma oppressi dalle proprie necessità, sono sforzati a
starsi nel- l’ abiezioni e nelle viltà della plebe » ; concetto precedentemente
espresso (lall’Alciato : Pextra tenti lapidem, tnanus altera auttinet aloè: Ut
me piuma levai, aie grave mergit onua. Ingenio poteram auperaa volitare per
arcea, Me niai paupertaa invid^i deprimerei. lEinhl. CXX). I popoli traci
segnavano con piccole pietre bianche i giorni felici e gli in¬ felici con
piccole pietre nere. Allude Persio a quest’ uso : Ihmc, Marrine rliem, numera
meliore lapillo. . (Hat. n). Gli arabi ponevano grosse pietre nel campo dell’
avversario in segno di minaccia di morte, e — secondo Ulpiano — da tale uso
deriverebbe il ter¬ mine giuridico dell’ antico diritto quirite scopeliamo
(greco : scópelos — pietra), definente il reato tendente ad incutere timore
mediante segni rappresenta¬ tivi, come lettere anonime, monitori secreti e
simili. Altro atto simbolico giuridico era la denuncia del turbato possesso
mediante il lanciamento di 241 una pietra contro l’edificio inalzato in onta al
diritto. || Pietra detta dello .^ondalo o del vituperio era quella posta nell’
androne del Campidoglio in Roma (dicesi per pensiero di Giulio Cesare) e sulla
quale i falliti andavano a battere le clune, gridando: « Cedo bona » ; gesto
simbolico del fallimento, per il (|uale^ abbandonandosi i beni alla discrezione
dei creditori, veniva risparmiato al debitore il castigo corporale che poteva
essere anclie la schiavitù e perfino la morte. 449. PIETRE PREZIOSE — v. Gemme.
mb PILASTRO — Colonna squadrata, con base, restremazione e capi¬ tello, a volte
isolata, a volte aggettanti dalla superficie del muro. Come indicazione
dirittuale di confine, portava l’imagine del santo protettore del luogo,
chiamandosi diritto di sacra imagine l’esenzione accordata ai vescovi ed agli
abati da ogni giurisdizione comitale o laicale : germe della libertà civile,
come in Milano, dove i « corpora sancta » schiusero la vita alla gloria del
comune cittadino. 451. FIITO — L’albero che non offre fiori, erto sui gioghi
alpini, solitario, alto, inflessibile, data la testa alle furie dei venti, alle
vampe del sole, allo schianto dei fulmini, favorito da Cihele e riferentesi al
suo carattere sel¬ vaggiamente fantastico, nel mito del pastore Ati. Amato
costui, per la sua bellezza dalla vecchia Cihele, quand’ egli si innamorò della
ninfa Sangaride, perseguitato dalla dea, fuggi per i monti e in un accesso di
furore si evirò. Allora la dea lo converse in pino e ordinò in onor suo una
cerimonia ad ogni equinozio di primavera. I coribanti movevano sull’ erta del
monte a cercar Ati^ fingevano di trovarlo, e con urla e con strepiti danzavano
e si contundevano a sangue, alcuni di essi soccombendo anche nell’imitare il
volontario supplizio di Ati. || Il pino era anche consacrato a Silvano ed a
Pane, in memoria della ninfa Piti, offesa dall’amore del dio caprigno e
convertita in pino da Borea, che pure l’amava. || « Se il cipresso rappre¬
senta, per la semplicità della linea, l’obelisco, il pino rappresenta, per 1
eleganza e la magnificenza della chioma, la colonna corinzia. In Italia non v’
è luogo celebrato per la sua bellezza dove il pino, o solo, o in pochi
esemplari — quasi tempio di Castore e Polluce vegetale - non elevi il suo bel
capitello fronzuto e sempre verde. Talora forma immense cattedrali, come sul
litorale di Ravenna; a volto disegna agili ed eleganti portici, come k Pineta
Sacchetti a Roma; ma il pino è una delle poche piante che sta bene anche solo, ergendosi
con una sua linea compiuta e definita, in un atteggiamento di composto
equilibrio e di grave riposo » .(R. Paoli). La . jmìcherrima pbius in hortis »
(Virgilio) albero * misantropo per fierezza, non per odio alle altre creature,
non ammette famigliarità colla plebe delle piante minori , (Mantegazza), ma non
le nuoce con In propria ombra - o quindi fu eletto segno di benignità e di
liberalità. || La famosa pigna dorata del cortile di Belvedere in Vaticano,
ricordata da Dante al cospetto di Nem- brottp, vuoisi appartenesse come simbolo
decorativo alla statua di Adriano. l.a l'BOoin .su» mi pure» Inni;» e gross»
l!nm« In pin» <Ii aiin l’intr» » Rum». iTuf. x.v.\-r - ;->»). IC ‘242 Con
il significato della liberalità ed accimato dal motto « Sem])er fertilis » il
pino fu adattato come impresa da Collatino Collalto dei conti del Tre¬ vigiano
(sec. XVI), uomo benefico ai poveri e agli amici (Gelli). |j Con il pino
accimato dal motto « Hinc odor et fnictus » costrussero la loro im¬ presa gli
academioi Accesi di Reggio Emilia (sec. XVI) (Gelli). jj Tut- t’altro ohe
generosità invece rappresenta nel linguaggio romanesco, od un giornale
recentemente annotava l’ uso dei mendicanti di Roma, i quali di¬ segnano una
pig 7 ia (frutto del pino) presso gli appartamenti dove ebbero una repulsa,
come segno di avarisia e monito ai collegbi questuanti. \ 452. PIOPPO — Allor
che Ercole scese all'Inferno, colse un ramo del pioppo Acheroe — cresciuto
sulle rive dell’Acheronte — e se ne fece una corona; la parte di questa che toccava
il capo dell’eroe conservò il color bianco, quella esposta al fumo del tetro
soggiorno si anneri. Da questo viene ohe il pioppo — originariamente di foglia
interamente bianca — si distingue in bianco e in nero. Dice l’Alciato:
//erculeo* crines birolor quoti Popidux ontel, Tempori» alternai noxque,
dietque vice». (Emhl. CCXI). La salicacea — consacrata ad Ercole — benché
elencata come simbolo del vigore, non'ha determinate significazioni nell’arte
classica ; e soltanto dopo la rivoluzione di Francia (1789) fu assunta a
simbolo di popolo, perchè latinamente essa è popohis, e gli autori anche
italiani usavano cosi denominarla. Es. ; Vetll i\ popolo iUterOf il lentin
aalcio. (Alamanni). Vuoisi che le foglie del pioppo siano condannate a tremare
perpetuamente, perchè quest’albero — se¬ condo taluni — prestò il suo legno per
fare la crice di Cristo (v. Croce) ; secondo altri perchè nel momento in cui
Cristo spirava dal Calvario, tremò la terra, si oscurò il sole, le acque
arrestarono il loro corso, si agitarono tutte lo piante, ma solo il pioppo
rimase impassibile, rigido ed eretto fieramente contro il cielo, mentre sulla
sua testa passava un angelo recante in un calice d’oro il sangue del martire
divino; Ritto, in disparte, immobile o pensoso taceva il Pioppo. Come tino
sde^moBo libero n Bolitario pensatore l»area straniero in quel fatai tlolore. '
ÌM fronte non curvò.... ma un anatema lo colpi. Da quel t'iorno il Pioppo trema
come un vigliacco, se pel firmamento aleggi il più sotti! flato di vento.
L’anatema fu il carico di simboleggiare l’insensibilità, benché da quel giorno
memorando l’altera pianta tremuli sempre dalla radice alla vetta, anche durante
le tepide giornate dell’ estate, allor che il vento lascia im¬ mobili tutte le
altre piante. TI pioppo nero è dato come simliolo di ‘>43 coragfsrio in
antiche carte della biblioteca reale di Bruxelles. || « Il pioppo è il
campagnuolo della brigata, scontroso, rozzo, evita le città, i parchi si¬
gnorili, nei quali convengono da ogni parte del mondo tante piante esotiche, e
SI arresto nei sobborghi, dove si affaccia tutto fervido di cicale dagli alti
muri degli orti, sulla strada polverosa, o si sofferma presso i canali di cam¬
pagna, o lungo gli stagni e i torrenti. Come i villani del buon tempo an¬ tico,
è rustico, ma schietto, utile e servizievole ». (R. Paoli). 463. PIOVBA — V.
Polipo. 464. FIPISTB.ELLO — La ferace fantasia dei mitografi greci non di¬
menticò anche il sozzo vespertilio dal volo sinistro, ed anzi lo rivesti di
luco poetica nella visione delle tebane figliuole di Minia. Erano queste
intente al lavoro con le loro ancelle, quando vennero invitate a celebrare le
orgie di Bacco; ed, avendo esse ricusato, tosto udirono d’improvviso un confuso
frastuono di cembali, di trombe e di flauti, e furono avvolte da una nube
odorante di mirra e di zafferano, e il loro lavoro si copri tutto di verzura,
di edera e di pampini. La paurosa meraviglia delle mineidi si converse in
terrore allor che il frastuono divenne un coro d’uria selvaggia e tutta la casa
fu piena di torcia accese e di fiamme. Tentarono di occultarsi, ma lo
spaventoso splendore le raggiungeva, e una sottile membrana delicatissima copri
il loro corpo, e ah sottili e palmate si estesero sulle loro braccia, come
funeliri scialli, e su di esse elevarono il volo per sfuggire alla rabbia di
Bacco otleso. Tale la genesi cantata da Ovidio del chirottero mammifero e
volatore, ilototo di ali pure non essendo uccello, nel quale sembra che la
natura abbia voluto creare la caricatura degli esseri ambigui A Din «piarfinti
wl a' nemipì ani (/>//■. in - IS). Le favole ripetono il classico motivo
dell’infelice pipistrello, rifiutato dal consorzio del topi e cacciato dagli
altri volatili. Egli infatti, mentre ne ha caratteri promiscui, non appartiene
nè agli uni nè agli altri, e nella grande famiglia zoologica ha una casa
propria ed esclusiva per sè, ed è costretto ad uscirne soltanto di notte,
proprio come le persone equivoche, staccandosi dalla .vecchia trave da cui per
tutto il giorno pendeva per un artiglio in letargo. rrtperf qua inntiim voUtnt,
qua luviiue lumi eat. <iua ciim ala ipites, caelr.ra muri» habel ; All rt»
iticerén» trahitur ,* mula iwmiua primiim Siffiiat, quat lalitinit,
jiidiciiimque limeiit. Imle. et philoèopho», qui tìiim eoeUetia quaeruut, Calif/aiii
orlili», faleaque »ola vìdeut. * Tuudem et vereiito», rum ciani eecteiitur
iitnimqiir. Arqiiiniiit iieiilru qui »il>i pitriem flilem. , (Alciato -
Kmbl. J.XIJ). l’Ila fuqit liicem dirne male couacia riilpae. PI quii avi» Il
nero veepere iiomeii Anhet. (CamerarioN - S//iiib, in - I.XXXIX). Il
pipistrello, dunque, rappresenta il debitore, che fugge « la vista orribile del
creditor » (Rovani), ed esce soltanto « jier umica sileiilia /.viine ». •244 Ma
nel senso morale ha particolarmente il significato della ambiguità, della
simulasione, della frode. || I caraibi riguardavano come protettori della casa
i pipistrelli, e li avevano come buoni geni alati della notte, simboli sacri
della custodia. 4BB. PIRAMIDE — Poliedro a più faccio triangolari, ohe dal piano
di baso si riducono in un solo punto di vertice comune. La figura piramidale
più comune nell’ arte è quella usata dagli egiziani nelle loro più antiche e
colos¬ sali creazioni architettoniche, delle quali un centinaio circa sfidarono
i secoli sul lembo orientale del deserto di Libia e parlano tuttora
eloquentemente della grandezza di quel Popol tenace, che ad antiqui moatr!
Gieanteggiaiitì in eternai granito ® (Zanella) si prostraeva « sepolto nelle
sue caste e nel suo rito ». La piramide fu cer¬ tamente conosciuta anche da
altri popoli; essa entra nell’archeologia sacra degli antichi peruviani come in
quella degli etruschi, che a Chiusi avreb¬ bero sepolto il loro re Porsenna in
una piramide (Plinio). Se non che i meravigliosi edifici geometrici conservano un
proprio secreto, non ancora svelato. I dotti sono scesi nel cuore di quelle
immense moli, fra le tenebre secolari, alla luce di fiaccole che l’aria viva
non agita. Vi trovarono la immensa necropoli regale; i geroglifici tradirono
l’arcano di quelle tombe. In alcune di esse una bianca statua ha gli eguali
lineamenti del defunto; perocché oredevasi ohe le salme anche dopo morte
dovessero servire di sostegno all’ anima, e questa non potesse convenientemente
adattarsi alla vita extra¬ terrena in una conformazione diversa delle sue
membra viventi. Ma un mistero religioso o scientifico rende la piramide
impenetrabile come un enigma. Ne tentarono la chiave Erodoto ; Diodoro Siculo;
Strabono; Platone, che le riteneva osservatori astronomici; Aristotele ohe loro
conferiva un mandato politico e sociale, avendole — secondo lui — i Faraoni
fatte costrurre per dare occupazione al loro popolo affinchè non si ribellasse.
Altri pensa¬ rono che Cheope edificasse la grande piramide per dare lavoro ai
prigionieri di guerra. L’arado Ebù-Abd-el-Hokm fantasticò nell’ attribuire al
grandioso monumento l’officio di deposito degli immensi tesori regali, delle
opere ar¬ tistiche, delle invenzioni scientifiche. I teosofi stimarono invece
avessero simbolo religioso ; l’anelito dèli’ anima che come una fiamma aspira
al cielo e si orge nell’azzurro; la vita umana, il cui principio si inalza
dalla base (Noel). Gli egittologi più recenti concludono che esse erano
consacrate alla scienza, figurando con le loro faccio triangolari la unità e la
trinità per eccellenza, e con la base quadrata il mondo. Le osservazioni
astronomiche, geodetiche 0 geografiche erano compiute nella grande piramide,
libro immenso aperto agli Iniziati. |1 Gli ermetici hanno per la piramide rm
culto particolare. « Ogni scienza da essa deriva, ogni scienza ad essa conduce;
per comprendere la Luce basta scomporre la Piramide, e studiarne le parti ».
Cosi parlano i magi a Ram, druido e figlio di druidi, quando si reca in Egitto
a ricercarvi alcuni « Dei, isolati in città recinte da mura enormi, che
pretendevano cono¬ scere tutti i Misteri del mondo e si assorbivano nella
contemplazione di una Piramide » iRannier). Scrive un autore massonico; « La
base <iella Piramide 245 rappresenta il punto di partenza della perfezione
ed il vertice il punto di arrivo.... Alla base.... v’è tutto il popolo
massonico; cioè tutti gli iniziati che sono esseri i>erfetmUi. Alla cima -
dopo le diverse altezze di perfezio¬ namento avvenuto, vi è il Gran Maestro -
eh’ è come il Sommo Sole - che sintetizza le perfezioni, le virtù, il pensiero
dell’anima massonica e personitìca il Grande Architetto » (A. Imbriaoo). || Le
dimensioni delle pi¬ ramidi dimostrano eh’ esse furono costrutte secondo un
metodo astronomico o geografico determinato. Il monolito che si trova nella
cosi detta . camera del re » avrebbe servito a dare le misurazioni per le piene
del Nilo. La grande piramide è una formula geometrica gigantesca (Day). Il
Persigny, invece, è del parere che le piramidi avessero lo scopo di stornare
dalla valle niliaca le bufere del deserto, e si ricorda, a proposito, che la
lotta fra il gran fiume e il deserto, fra Osiride e Tifone, è tema arcaico
nell’Egitto ed a significarlo nella teologia simbolica si diceva che Osiride
aveva chiuso nell’uovo primitivo - d’onde era stato tratto il mondo - dodici
piramidi bianche, per indicare i beni infiniti di cui voleva colmare gli
nomini; ma Pilone, suo fratello, avendo aperto quell’ uovo, vi introdusse pure
dodici piramidi nere, sorgente di tutti i mali sparsi sulla terra. Cèrto è che
quel gran popolo tentò in mille modi di riparare ai danni del Simoun cocente,
che infuria spaventoso, e la postura delle piramidi alla foce del Nilo sarebbe
State scelta con criteri pratici. Infatti il Persigny rileva che la sabbia non
81 è ammonticchiata alla base delle piramidi che di qualche piede, mentre
sollevò quasi la famosa sfìnge. È però facile indurre che alla stabilità delle
piramidi contribuì la loro ligure, per cui la superficie che si presenta è piu
atta a resistere alle vio¬ lenze dei tempi, delle stagioni e degli uomini; e da
ciò nasce 1’argomenta¬ zione analogica che crea il simbolo della piramide, come
quello della fer¬ mezza. « Niuna forma è piu atta e più potente a durar contro
ogni avversa violenza » (Ruscelli) ; nel palazzo del Quirinale si dipinse la
allegoria deUa Conflrmazione con la piramide al lato; e gli araldisti
cortigiani, tra¬ sportando il senso materiale nell’immateriale, ponevano nel
blasone la piramide, per significare la virtù, la costanza, la gloria. (Ginanni).
Citiamo — ad esempio — uno degli elogi riportati dal Ripa, dedicati al
cardinale Salviati, istitutore pio e beneficente di Roma, insieme ad una
figurazione allegorica con la jiiramide : Pijritmidis Plutria mole) oimroaa
PiiHIii C'ur se mtblimem tollit ad astra nuiiiu t Gloria sic pingi voluil, qua
vertice Coelum Contingeiis magno parta labore venil. Il L’impresa della
pir»nide non scrollata dai venti furiosi fu quella deeli acadeinici Ostinati di
Viterbo (Gelli). 456. PLÀTANO - Grande pianta a foglie palmate, molto ramosa e
folta nella cima, amica al viandante e consacrata ai geni dai greci, che ne
cir¬ condarono il portico di Atene. Albero di nobiltà che simboleggia l’
ingegno o la i>1atonia verde ombra de’ platani. (Oarduooi - Da Deseneano, IS).
210 Vediamo il pioppo anche indicato come simbolo del piacere e della feli¬
cità effimera, forse perchè ne erano decorati i giardini nei quali teneva
circolo Epicuro. L’mlrram, non rructu» Mataniia dal. Sic quo</M multi» Vano»
alio» specie ludtre saepe placet. y» _ .Clillllt T » XlXl. il Peloponne.o.
avendo forma similiante a quella della foglia di platano, la ebbe per emblema.
|| L’ avevano anche per insegna gli academici Trasfor¬ mati di Milano. - 457.
POLIPO — Mollusco marino, costituito da un corpo a sacco, molle, munito di
tentacoli. È frequente negli ingenui ma rioonoscibili disegni simbolici trovati
sulle anfore sacre scavate a Micene, e nei quali crede riscontrare le treccie
originarie del politeismo greco e della filosofia ionica. Il culto del polipo si
identifica con quello di tenere Anatrodite, ossia con il culto del mare, ed i
superstiziosi marinari dell Egeo rappre¬ sentarono il sacro cefalopodo con
quattro tentacoli arrotolati alle estremite, i quali, nella semplificazione
schematica del disegno, divennero rettilinei e ridotti quasi ad una croce con
le braccia terminanti ad uncino, croce che non è tale, benché si confonda con
quella sanscrita gammata (v. ^^e), e che ritroviamo sulle vetuste statue di
Venere, naU dalla spuma dei flutti, a significare la fecondità, c II polipo è
pesce salace, che incita a cose ve¬ nerei come dice Atereo lib. 8 e 7: ad
Vemrem cwtferuaif praecipue. lo- lijpodes; per questo forse ponevasi al
simulacro di Venere, come anco per geroglifico di ferme..», e costan.a d'amore,
secondo Pieno, perche questo pesce s’attacca tanto tenacemente a’ sassi o
scogli, che più tosto si lascia levare a pezzi che staccarsi » (Ripai. Altri
invece - riscontrando in esso fenomeni accentuati di mimetismo — lo indicano
come simbolo deU adat¬ tamento morale. , Con voce che gli amatori dei bislacchi
esotismi hanno ormai introdotta nella nostra lingua, dal francese pieuvre .
parola messa in moda da Victor Hugo . si chiama piovra « quanto mostruosamente
s at¬ tacca altrui per assorbirlo e divorarlo » (Petrocchi) : figpira i s i e,
per rappresentare il feroce parasitismo. 158, POMO — Comunemente è 1’ albero
che produce la mela ed in genere dicesi anche del frutto degli alberi
alimentari, (..{uesto frutto — m senso generico - esamineremo in questo capitolo,
come sostanza alimurgica spon taneamente e primieramente presentata all’uomo
dalla natura, per 1 im¬ mediato e istintivo dei suoi bisogni. Infatti per le
necessità dell apparecchio dentale umano l’alimentazione animale fu successiva
a quella vegetale, e 1’ uomo dei primordi trovò nel frutto che lo nutriva tutte
le soprannaturali virtù, degne di teologico rispetto. Tutte le semitiche
famiglie costituenti e caste ieratiche dal mare Indiano al Mediterraneo
insegnarono univocamente die la ideale perfezione del genere umano si era fatta
abietta in causa di un frutto oflFerto da un essere demoniaco. Cosi dicono i
libri vedici, e g i zendici, ricordando il fallo della prima coppia umana,
Mescliia e Meschiane ; così ripetono la tradizione giudaica, la cristiana, la
maomettana, nell unico concetto fondamentale della nature perturbata e corrotta
dalla ragione; e cosi il concetto dello sUto primitivo di innocenza, alterato
posteriormente per 247 uii eccesso di curiosità d’intelletto, ricorre nella
filosotìa, da Rousseau a Leo¬ pardi. Per aver colto e gustato il melograno del
giardino internale, Proser- pina diventa irrevocabilmente la compagna di
Plutone, divinità ctonica per eccellenza. La voluttà del morso di Èva Il cui
palato a tutto il moudo costa, (Par. Xm. 39) converte in emblema di perdizione
e di morte quello che doveva esserlo di salute e di vita. || Iduna in Tania,
Siva e Erodo in Germania, Eriga in Sassonia, hanno poma, preziosi doni del
cielo e della terra, simboli della fecondità, come quelli integranti le
iconografie di Pomona e delle stagioni feraci. || La statua di Afrodite
rinvenuta ad Epidauro (1886) tiene nella destra il pomo, felice simbolo di
vittoria (Garetti). || Le poma della bella snlamite (Cantico dei cantici. Vili
— dicono gli scoliasti — significano le virtù. || Nel ritratto giottesco del
Bargello di Firenze, Dante tiene un ramo con fiori, simbolo delle arti, e con
frutti, simbolo delle scienze. || Il «pomo della discordia » è quello gittato
da Ati, divinità malefica, cacciata dall’ Olimpo, in mezzo alla mensa nuziale
preparata per le nozze di Peleo, e recante il motto : « Alla più bolla » ; onde
la feroce contesa fra Giunone, Venere e Minerva, il giudizio di Paride e la
guerra di Troia: il . pomo onde Ilion tu cenere» (Lamberti). || « I pomi d’oro....
si veggono esser leggiadrissimo campo da coglierne imprese. (Ruscelli), e gli
assentatori cortigianeschi abusarono del pomo delle Esperidi, dato in custodia
al formidabile dragone, per archiWttare blasoni illustri, dando al frutto
favoloso il significato di onore, di splendore, e di consimili virtuosi
attributi, (v. Melo), 150. PONTE — Simbolo di araldica indicante diritti
d’acqua e di pedaggio. Il Nel gergo delle aule scolastiche dicesi ponte
dell’asino il celebre teorema geometrico di Pitagora, punto arduo nello studio
delle grandezze estese, il ijuale prova l’attitudine e l’idoneità dello
studioso. In alcune manifestazioni di letizia goliardica abbiamo visto
riprodurre graficamente le linee espresso dallo svolgimento del teorema come
simbolo di difficoltà. 46(1. PORCO — La bestia meravigliosamente ghiotta, alla
quale non poco debbono la civiltà e la publica prosperità, è perseguitata da
pessima (ama per i suoi diportamenti esteriori e — se è lecito dire — amorali.
Puro — per non ricordare le squisitezze che il porco appresta al giocondo pec¬
cato della gola, e d’avanti alle quali ben poche sono le apatiche ipoglossi —
<lualohe titolo di storica nobiltà potrebbe vantare anche la spregiata
bestia, perocché essa fu l’insegna dei frigi ; e Roma non sarebbe sorta se le
genti di Enea non avessero visto una troia Aliare sulle rivo del sacro fiume ;
e il simbolo primitivo di Milano è la porca lanuta, cantata dai poeti del basso
impero (Sidonio Apollinare, Claudiano), quale si vede scolpita in un sasso dell’
evo medio, apposto al palazzo della Ragione di piazza dei Mer¬ canti. Il porco
era sacro in Siria e dedicato a Venere in Cipro, a Eriga in Scandinavia. Con il
sacrificio rituale di esso si stringevano i patti familiari e si propiziava
alle divinità dei campi presso gli etruschi. I ministri feciali di Roma
concludevano le paci sacrificando il porco con un cultro di pietra. I legionari
lo ponevano nelle loro insegne. Negli sponsali del suo grasso si 218 ungevano
le imposto della nuova casa per allontanare la malia, ed alla lu¬ strano del
neonato — quando lo si puridcava e gli si imponeva il nome — gli si appendevano
al collo alcuni minuscoli balocchi, tra i quali l’ immanca¬ bile porcellino
d’argento, talismano, simbolo di fortuna. Quest’ uso vigeva presso i giudei e
fu tramandato anche alla posterità nostra contemporanea. Ma occorsero laboriose
consecuzioni di pensiero per entificare nella con¬ creta effigie del suino le
astratte qualità ohe lo contradistinguono nella sua realtà sensibile. Anch’esso
ebbe i suoi patroni, autorevolissimo il Darwin, che affermò essere il maiale di
natura docile, affettuosa, sensibile, sagace, qualità ohe la breve vita alla
quale è condannato e l’isolamento nel quale per lo più è rinchiuso gli
impediscono di adeguatamente affermare e svi¬ luppare. Ciò non pertanto, parve
ai più che la natura vivente osservate e dipinte offrisse nel maiale 1’
espressione formale più conveniente a rappre¬ sentare un cumulo di vizi e di
peccati, e la sintesi di quell’appetito me¬ ramente sensitivo, che - al dire di
Dante - è . avversario alla ragione . {Vita nuova, XL). !1 Sotto le sue sozze
apparenze si presente alle genti timorate di Dio lo spirito ma¬ ligno; e Gesù
concede ai diavoli di uscire dal corpo dei due indemoniati di Geraseni, per
entrare in quello dei porci (Matteo - Vili. 31). La tradizione affianca al
santo abate della Tebaide il [fedele compagno, e rivela nella bestia l’imagine
della tentazione turpe che assedia Antonio e che da lui è vinta (Vitali). Il
porco — subietto totemico per gli egizi — era odiato come nutrimento dagli
indiani, dagli sciti, dagli etiopi, dai libi; posto fra gli animali immondi nel
divieto mosaico (Lev. IX -7), ed in quello mao¬ mettano forse anche per ragioni
di igiene, in quanto ohe nei calori intensi dell’ oriente agevolmente si svi¬
luppa nelle carni suine il cistioerco della tenia ed il verme della trichina.
Si opinò che i giudei si astenessero dalle carni del suino perchè ad esso
rendevano onori Aivini (Plutarco), e Petronio scriveva. Ju(Ì€H8 licei et xyoreinum
numen adoretf Et coeli 8tiiìuno4 advoeet auriculan. {Satf/r. - Franim.) Ed
altri ancora calunniarono gli ebrei, affermando oh’ essi uccidono piuttosto un
uomo che un maiale : Nee iliuUire piitnnrhuiiiaiia carne auilitnii (Giovenale -
Sali/r. 15). Benché assicurino gli zoologi che il maiale sia il solo animale
domestico che non insudicia la paglia del giaciglio, esso è il simbolo della
laidezza. Ne era tele il ribrezzo, ohe i suoi guardiani non potevano
ammogliarsi libera¬ mente nè entrare nei templi. |{ Benché il porco sia
onnivoro ed ingrassi con la varietà dei cibi raccattati col grifo tra i
rifiuti, a profitto dei palati umani, la sua non dispendiosa voracità lo fece
simbolo della gola e dell’ingordigia. Simile al porco pasce li’ ingordigia del
ventre. ronco Cttricalara allegorica Icdesca del medio eco. 240 « 11^ porco,
anche se provvisto di ghianda, divora le ghiande altrui » (Alceo). Il Gli
egiziani se ne servivano come stromento di lavoro, per sovesciare la terra dopo
le alluvioni del Nilo, quando v’era sparsa la sementa, ed il maiale nella
elaborazione passò a significare l’ ozio. || Vero è che esso è pure un treddo
calcolatore, di freddi istinti egoistici, tanto che le scrofe uccidono e
mangiano i propri nati con l’involucro fetale, e s’avventano e divorano anche
bambini, se ne trovano abbandonati sui loro passi ; vero anche che esso è
indocile e lussurioso all’ eccesso, cosi che è anche simbolo dell’ egoismo ;
dell’ avarizia L’avaro, come il porco, fa ridere solo il giorno in cui muore »
S. Bernardo) ; della indocilità ; della lussuria, motivo caricaturale che i
lapicidi del medio evo cominciarono a svolgere largamente sugli ar¬ chivolti
delle porte e sulle facciate delle catedrali, e delle quali abusarono i
satirici della riforma luterana per infamare nella pietra perenne i sacerdoti ,
della chiesa romana. NeUa bucolica magnifica dedicata all’ inverno, Giovanni
Meli fa parlare il saggio vecchio, capo della famiglia raccolta nella capanna,
per consigliarsi sul sacrificio di qualcuno degli animali, come vuole la sta¬
gione. Non si ucciderà nè la vacca, nè l'asino, nè la capra, che furono par¬
tecipi delle domestiche fatiche durante tutta l’annata, ed ai quali si deve
riconoscenza. Ma tu porca f tu porca è sUitii chidilu Chi o li traviigghi
<i’ aulri ed a li noeti K eia tu un oziosi! spetta turi ; dazi ahueanno di
li nostri curi, Mai s’è dignatu scotiri tu cianca Da tu fangusu letta, a proprj
pedi Aspittanuu tu ciba, e cu arroganza Xni sgrida di l'insolita tardanza.
Chistii, chi nun cunneci di la cita Chi li sali vantaggi, e all'aulri lassa Li
vuccuni cchià amari, coma tulli Fossimo nati pri li suoi piaciri : Chi immersu
’ntra la vili sua pigrizia, Stirannusi da V uno a l’autru lata, _ Di ìi sudari
d’ aulri s'é ingrassala ; Si; chistu mora, e ingrassi a lini; hi porca. Lo
vili, lu initrimi..,. Sì; l'ingrassatu a costi d' nutrii, mora! (v. Animali -
Cinghiale). KJl. PORCOSPINO — V. luccio. 402. PORRO Gigliacea elevata dalle
umilissime origini ortivo a simbolo di Oalles, gli abitanti di quel paese
essendosene inghirlandati per consiglio del Joro patrono san Davide — alla
vigilia di una vittoriosa battaglia, (v. Giunchiglia). || Nel linguaggio delle
piante è designato come simbolo di villania. « Il porro è una specie di
ortaglia che ha la barba bianca e la coda verde; onde dir si suole questo detto
(« come il porro ») contro i vecchi lussuriosi » (Buoni). 463. PORTA — Uno
degli emblemi massonici. La porta del palazzo di Giustizia di Parigi, che si
apre sul houleoard du Palaia, non viene mai chiusa in virtù di una ordinanza di
re Luigi XIII (4 marzo 1618), presori- 25 ^) venta . di lasciare aperta notte e
giorno una porta del tempio di Temi, la eiustiiia dì re potendo essere invocata
in ogni momento ». Un giornalista volle provare se ancora tale ordinanza ha
vigore, e recatosi a mezzanotte a quella porta, trovò dietro di essa, socchiusa
sentinella, ohe lo ricevette... I lo cacciò in prigione (1910). 1|
Antonomasticamente Porta la corte imperiale turca, (e quindi la Turchia) perchè
1 ultimo cal^o della dinastia degli Abassidi, Mostardhem, fece incastrare “^“s
Porta prin¬ cipale della sua residenza un pezzo della famosa pietra nera del
tempio della Mecca, si ohe non si poteva varcarla senza grandi contrassegni di
venerazione Altri dicono che si chiama Porta la corte del sultano dall usanza
turca di ricevere gli ospiti sulla soglia e non nell’interno del palazzo. m
POZZO - Scavo profondo per lo più murato, per ritrovare l’acqua viva, e - per
analogia - emblema di profondità d»! pure che . la Verità è in fondo al pozzo »
per indicare la dAooltà di to¬ glierla dalle oscure controversie; e qualche
artista ne compie la allegoria ponendo il pozzo accanto alla dea nuda e
bellissima. 4(;6 PREZZEMOLO — L'odore acre e penetrante di questo comunissimo
ortaggio dicevasi eccitare le fantasie, ed i poeti se ne cingevano le tempie
per aiutare T estro. Non pare però indicato come simbolo lieto, perchè esso era
pure sacro agli dei otonici, e scolpito in tombali, come uno degli em- blemi
più comuni del lutto. prora la religione cattolica. So olio i venti, e aiou pur
aspri e contrari, iM .Sacra Prora non porranno a fondo. ,Fortigucrri - Kim.
tìtìO). Originalissima è la prora delle gondole veneziane, ferro lucido e
belenaute in audace curva, come una alabarda, ohe gli artefici costruiscono tutti
in ogual uiodo, seguendo incosciainente le leggi simboliche lisse e determinate
da storiche ragioni. Infatti la prora veneziana è sempre delimitata da tre
quadrati perfetti, di cui il primo contiene il primo dente ad arco ; il se¬
condo i sei denti, i quali si crede significhino i sei sestieri di Venezia,
come i sei nastri del gonfalone cittadino; il terzo quadrato è quello del¬
l'arco e compie la struttura della prora (Di Prampero). La prua della gondola
simboleggia Venezia nel monumento eretto a Magonza a Giovanni Guten¬ berg: ben
meritato omaggio alla gloriosa città, antesignana della stampa. 168. PKUA — V.
Proni. -169. FTTOITAliE — Arma di lama corta, aflilata e pungente, di evidente
significazione, data a compimento di figurazioni allegoriche, antropomorfiche —
come la tragedia, la discordia, la vendetta — o di motivi ornamentali delle
imprese. Cfr. l’ode del Parini, in ringraziamento delle tragedie dell' Al¬
fieri donategli dalla marchesa Castiglioni : (Queste ohe il tìero Allohrugo
Note piene d' afTanni Incise un terribile Odiator dei tiranni Pugnale, onde
Melpomene liui fra gl’ itali spirti imieo armò.... Il È il « ferro freddo » di
D’Annunzio, assunto come emblema dai valorosi arditi, assalitori primi delle «
posizioni » nemiche, nella grande guerra recente : arma del coraggio
individuale italiano, che — impugnata o innastata al fucile — « mira al petto
dell’ avversario * non arma « degli armenti tedeschi ohe vanno al macello col
muso nascosto sulla spalla l'uno dell’ altro, per non vedere il colpo che li
deve cogliere ». Cosi cementava un arguto gior¬ nalista romano, Vincenzo
Morello, la numismatica satirica tedesca (1915j, quando la Germania, credendosi
invincibile e trionfante, vituperava nello sue medaglie di guerra il valore e
la lealtà italiana. Tutto quel metallo, scon¬ ciato nell’ uso vituperoso, venne
ben presto ritirato dalla circolazione, et pour cause ; e la invitta Germania
dovette — per dimostrarsi coraggiosa — adottare l’arma ....dei gas asfissianti,
la quintessenza della viltà. || Nella Finlandia la fanciulla da marito porta
nella cintura un fodero di pugnale : quello fra i pretendenti il cui pugnale,
posto nel fodero, non è respinto, è lo sposo prescelto. 17<i. PUNTO — Segno
nello spazio senza estensione, argomento abusato dell’ arte divinatoria. Lo
sacro liliro o ^ii avvoppiati punti * (OW. far. VII) doli’ ammonimento a
Ruggero, sono « opera di geomanti, i quali fanno se¬ dici righe tutte di punti
e poscia gli accoppian insieme a secondo la dottrina ne cavan l’intenzion loro
» (Pomari) (Cfr. Inf, XX - Purg. XIX. i || Punto nero si dice nel linguaggio
comune per segno foriero di cattiva sorte (malaogario). « Des points noirs
.lont cenus assonibrir nutre horizon » diceva Napoleone lU in un suo famoso
discorso alcune settimane prima di Mentana 252 (1867). Il 1 tre punti disposti
a triangolo, uno sopra e due sotto, sono l’emblema della massoneria. « Ram....
per significare ohe tutto, nella rin¬ novata società, dovesse essere concepito
all’ imagine della Trinità Creatrice, perno dell’Universo.... scelse per
simbolo della sua associazione i tre Punti primitivi della Tradizione Borea,
geroglifico del Cielo della Terra e del¬ l’Uomo » (Saunier). « Il Punto,
sommità della Piramide, non poteva generare e manifestarsi se non per mezzo del
Triangolo (td). (v. Triangolo). Nella Carboneria i tre punti non si disponevano
a triangolo, all’uso massonico, si bene in linea retta. 471" QXTASBiAITTE
SOIiABiE — Piano superficiale diviso in parti, disposte per lo più a circolo,
lungo le quali corre un indice segnante le rittessioni del sole.
Astronomicamente il quadrante, circolare, era lo spazio di sei ore, quarta
parte del giorno. (Cod. Mamcell. C. .BOO). Quest’istro- mento, insieme alla
palma, era in £lgitto il simbolo della astrologia giu¬ diziaria e veniva portato
nelle processioni dagli iniziati insieme ai libri ermetici. 472. QUADRATO —
Quadrato era uno dei soprannomi di Ermete, e nella ermetica ha un posto
primario la figura geometrica dai quattro lati e dai quattro angoli eguali. «
Dal Punto, noi siamo discesi, per il Trian¬ golo, al Quadrato, simbolo del
mondo sensibile.... Il quadrato è il simbolo dell’ opera realizzata, la base
della Piramide, il figlio del Triangolo » (Saunier). || « Il quadrato col segno
di Mercurio significa la gravità, sta¬ bilità e costanza del parlare conforme
al decoro, e per tal conto Mercurio fu dai greci cognominato Tetragonos, cioè
quadrato solo, stabile, prudente » (Ripa), (v. Cubo, Pietra, Punto, Triangolo).
{| Il quadrato magico dicevasi il determinante di un ordine numerico i cui
elementi sommati per linee (orizzontalmente), per colonne (verticalmgpte) e
diagonalmente danno un eguale prodotto. Era una delle forme di talismano.
Esempio : 4 9 2 H o 7 H -, 1 » 473. QUADRIGA — Cocchio tirato da quattro
cavalli, e a volte falcato, chiuso davanti e aperto posteriormente; ripetuto
nei monumenti trionfali come simbolo di vittoria. Il Boninsegna per le monete
d’oro, il Calandra per quelle d’argento, pensarono al motivo della quadriga
traente il carro trionfale dell’Italia galeata, con in mano la fronda
dell’ulivo (1907). •254 474. QUERCIA. — Nella botanica simbolica questa
amentacea tiene il primo posto della gerarchia: È l’albero della forsa, della
perseverania. della lealtà, della virtù eroica e invincibile: Sic sacrae
quereun firmU radicibus adstavt, A'irra licei venti roncutiant (olia. (Alciikto
- E»)I>1. XIjTT). (^iiorola annosa su l* erte pendici Fra il oontrtisto dei
venti nemici Pili alonraf più salda si fa; Che, se U verno le chiome le
sfronda, * Più nel snolo col piè si profonda, Forr.a actiuista so perde beltà.
(Mctastasio). È r insegna dalla vita (Cartari), chè se ne cibarono gli uomini
primi i Rsiodo) ; JjO secol primo qnanC oro fu bello : Fe* savorose con fame le
ghiande, E nettare con sete ogni ruscello. {Purg. XXII . UH). Tutte le genti
ebbero sacra la quercia : Presso i fìnni essa è la pianta che lia invaso il
cielo, ed, abbattuta da un nano dell* acque, scrolla l*univer.‘<o
{Kalewala)-, è l’albero di Perunu, supremo dio degli slavi del Baltico; è
l’altare e il tribunale dei druidi celti; è il tempio del.Giove gallico
(Massimo di Tiro); è T oracolo parlante con lo stormire delle foglie, della
pelasgica Dodona ; è il simulacro del falso nume ancora venerato in Germania
allor che l’apostolo Win- frid — 0 Bonifacio il santo — lo abbatte a Geismar,
con l’accetta e con la parola suadente del cristia¬ nesimo (723). Non si può
asserire eh’ essa sia la prima pianta venerata in Roma. Gli etruschi già la
venera¬ vano ed è indubitato che molti dei boschetti circon¬ danti i templi piò
antichi della città romulea erano di querele: l’anaghifo della casa di Vesta
(ora a Firenze) mostra la quercia prossima all’ara delle vestali. La statua
della T'ittoria di Eroolano tiene la corona di quercia, eh’ era il premio posto
solennemente alle tempia di chi aveva difeso in battaglia la vita di un
cittadino di Roma. Orata Jovi e»t quercu», qui no« Hervatqué fmetqut. :
Heycanii civent qnerna corona datur. (Alciato - Kmbt. CXCTX). Il più sinistro'
presagio era il fulmine sull’albero di Giove. L’angelo di Dio mandato a Gedeone
si asside sotto la quercia di Efra (VI Giiid. Ili, e Giosuè pone la pietra
testimone del patto con il popolo suo « sotto la quercia ch’era nel santuario
del Signore » (Giosuè XXJV. 26). Hanno lo sfondo dei frondosi tronchi della quercia
le epopee più grandiose di Caledonia, di Ger¬ mania, di Francia: i nibelnngi,
le gesta d’Ossian, le imprese dei cavalieri di Artù. Il Querele protette da
potenze misteriose furono credute quella di san Colmnn; di san Colombo; di
Norwood, che, poco prima ancora di essere aliliattuta (18.57) forniva i suoi
rami come miracolosi alla minuta vendita ‘265 cJelle farmacie di Londra; di
Quillac, detta V albero delle streghe, meta di peregrinaggi nella notte di san
Giovanni. I re di Scozia venivano coronati sul tronco di una quercia (Buchanan)
; sotto la gran quercia di Vincennes — all’uso dmidico — amministrava la
giustizia re Luigi il Santo. || La quercia era segno d’onore per la filosofia,
come era apposta nella lapide mortuaria di Giacomo Leopardi, a Napoli, scolpita
da Costantino Bighencomer, e di¬ segnata dall’architetto Michele Ruggero, ohe
così no parla: «In cima alla lapide ho espresso con la farfalla l’anima che
ascende in alto con i segni di onore meritato in vita : che sono il lauro di
ramo come poeta, ed il ramo di quercia proprio dei filosofi e di coloro che in
altro modo hanno recato qualclie beneficio all’umanità » (1861). || Il lusso
della vegetazione superba — cara d’ombre solenni e di onesti riposi ai
viandanti — fa della quercia un buon simbolo della ospitalità. (| É notevole
che la foglia — caratteri¬ stica per i denti profondi e arrotondati incidenti
il suo lembo — è la meglio copiata, la più scrupolosamente imitata dagli
artisti, e la sola-dei grandi vegeUli che si trovi nei monumenti del secolo
XIII, insieme a quella dell’aro. «Bisogna vederle queste foglie nell’autunno,
incupite dal solleone estivo, poi rosse scarlatte nei tramonti, poi di un
giallo di ferro arrugginito persìstente contro il gelo e le nevi. Oh la quercia
è ben degna d’aver in¬ spirato i poeti e d’esser commista al lauro per
coronarli ! » (Bertarelli). R 475. RADICI! — Simbolo di mera importanza
blasonica. Un albero di cui si vedono le radici — e che araldicamente si chiama
diradicato — indica antica nobiltà (Ginanni), di famiglia cresciuta in potenza
senza bisogno dell’ altrui aiuto (Guelfi). 476. RAGGIO — Linea di luce tirata
da un centro luminoso ad un punto dell’ obietto illuminato, per denotare ohe
questo partecipa di quello : mezzo simbolico comunissimo nelle imagini sacre,
per esprimere le relazioni di carattere mistico (misticismo). Il dantesco coro
dei beati e il bel gianlino Che sotto i ra^gi ‘h Cristo s* infiora. (Par, XXm.
71). Mosè — ha « il raggio in due fra 1’ alte chiome fesso » (Lorenzini) a
dimo¬ strare lo spirito divino ohe lo inspirava nel dettare le leggi del popolo
ebreo. 477. RAGNATELA — V. Ifagnn. 478. RAGNO — Questo insetto solitario,
diffidente, insidioso, irrequeto — come tutti gli esseri che vivono di agguati
e di rapine - è, in verità, un povero trastullo della sorte, chiuso fra due
implacabili necessità ; man¬ giare per poter tessere e tessere per poter
mangiare. « Ogni giorno, ogni ora, dalla sua sostanza egli deve trarre l’
elemento atto a formare quella rete che gli darà 1’ alimento e rinnoverà la sua
sostanza; cosi egli si strugge per nutrirsi e si estenua per ristorarsi »
(Michelet). || « I ragni sono bestie d’ingegno?» chiedeva il panteista Giulio
Cesare Vanini, che doveva essere amputato della lingua ed arso vivo. « Tutti
coloro che volgono 1 anima alle tele lavorate da codeste bestiole con arte
meravigliosa, sono obbligati a convenirne. Ciò ohe è chiamato in noi ragione,
nelle bestie è istinto di natura». (De admirandis Naturae arcanix. 1616). || Il
ragno è sapiente nel collocare i fili e nel tesserli per costruire il suo
ordito. Al riguardare le filigrane tenui ch’egli dipana quotidianamente dalle
piccole mammelle, e se la rugiada o la pioggia ne fa rorido il disegno,
rifrangendo le luci come in un vezzo di perle, si crede al valore di Aracne che
osò sfidare e vinse Mi¬ nerva al ricamo, così che la dea, sdegnata, ruppe il
telaio e i fusi della fanciulla mortale e la cangiò in ragno. (Metam. VI) ; e
si spiega l’adozione dell’ insetto e dell’ opera sua, a simboli dell’
industria. Es. : nella allegoria di Paolo Veronese, nel palazzo ducale di
Venezia. || Il Michelet — patetico anche nelle chioso — riferisce la
testimonianza di alcuni viaggiatori (.Stauton, 257 Staflford) che certe epeire
asiatiche costruiscono tele cosi compatte e forti da trattenere anche i tordi e
da non potersi tagliare se non con una lama ; tuttavia la epeira comune non è
capace di miracoli di solidità. « La sua fidanza sarà (juale tela di ragno »
(Giobbe Vm - 14) ; « come tela di ragno saranno considerati gli anni nostri .
{Salmi LXXXIX - 10) ; esempi nei quali r ordito aracneo serve a rappresentare
allegoricamente la fragilità, la vanità dell'opera. || E pure il ragno, benché
lavoratore effimero e sfor¬ tunato, benché di figura sgraziatissima e
ripugnante, ebbe i suoi adoratori, e — strano a dirsi — con un riscontro
topografico ohe si direbbe assurdo: infatti tanto i siberiani quanto i negri
della Costa d’Oro hanno l’identica concezione della sua sacra essenza e credono
egualmente che un ragno gi¬ gantesco abbia creato il mondo. || Ad esso molti
popoli — e non senza ragione — attribuiscono la prenozione delle variazioni
atmosferiche ; ed esa¬ gerando questa prerogativa — riconosciuta anche dalla
scienza — presero il ragno per ministro di presagio : aborriti come infausti in
Roma antica, dove presegnavano con il marchio fatale della sconfitta lo
stendardo militare o le statue degli dei; riabilitati in tempi successivi,
forse per l’amore del con¬ trasto, che alla capricciosa mentalità dei
superstiziosi fa scegliere per tali¬ smano le cose laide come il maiale o
tredici, numero nefasto, o il segno della mortificazione come il teschio umano.
I lavoratori dei campi hanno forse ragione di credere foriero di felicità lo
scontroso insetto che vive per la morte di altri insetti dannosi ai cólti, e
che a miriadi disturbano il be¬ stiame. Un ragno che apparisca al mattino,
segna anche presso di noi un piccolo dolore; se alla sera, una piccola
sperania; e in Francia esso prean¬ nunzia denaro; ma se così fosse - osserva il
Salgues — i più ricchi 8 ar©bl»6ro..., i poveri. Araignée du mutiu — grand chagriv; Araigu&'e du midi — grand 60 uci:
Araignéé du soir — hou tsgoir. Si esageravano i meriti del ragno quando
si usava applicarlo in cataplasma alle tempie contro la febre terzana (Alberto
Magno), e quando lo si masti¬ cava come una leccornia di elezione: l’astronomo
Lalande ne aveva sempre in tasca una dragerie ripiena, e ne oflTriva agli amici
come confetti.... || Il ra^o ha — per così dire — la vista geometrica ed
insieme una tattilità intelligente, che si dimostra nell’ordire la trama con la
serie dei raggi eccentrici; opera di prudenza e di pazienza, si che il simbolo
del tatto, anche metaforicamente, gli fu bene appropriato. Ricordiamo il
vecchio detto Noi aper aiiditu, linx visti, simia gusto, i'tiltiir odoratu,
superai araaieu tartu. A cui fanno raffronto i versi del Pope ; Contemplev V
araignée ett loti redini obscur, Que «Oli loucher est vif, qui il est prompt.
qu' il est sAr. La ragnatela é pure molte volte usata come simbolo di inganno,
e ragna chiamasi per similitudine la rete da uccellare (Del Lungo) : Ohe già
iwr lai carpir «i fa la ra;;na. (Tur. rx - M). « Questa fragile ragnatela mi
basta per prenderti » dice Jago a Cassio (Sha¬ kespeare - Otelio II). 11
Eicordiamo l’arguto pensiero del classico greco, ripetuto da Carlo Porta : La
giustizia, de sto mund La someja a qu^ ragner Orda in long, tessuu in redond, Che
se trasuva in di tiner. Diniguarda ai mosch, moscMtt Che gite barsega on poo
areni, Pitrghen subet et delitt Malapenna ghe dan deni. A rincontra i galavron
Sbusen, passen senza dagn, E la gionta del scarpon Im ghe tocca tutt al ragn.
479. KAMABB/O — v. Lucerta. 48(1. RAMO _ Il ramo rappresenta lo stesso simbolo
dell’ albero a cui appartiene. In" certe imprese di incliti personaggi si
trovò degno espri¬ mere tale appartenenza all’ albero genealogico con il ramo
d’oro. 481. RANA — Nè per calilo o per freddo o poco o aesai Si pnè la rana
trar dal fango mai. (Bemi - Ori. imi.) E fuor dal pantano il verdastro anfibio
usa sporgere il capo, e sbarrare le larghe occhiaie dall’iride venturina; si
comprende quindi come esso dagli antichi sia stato preso come simbolo della
curiosità. « Oli egizi, quando volevano significare un uomo curioso
rappresentavano una rana, e Pieno Valeriano dice che gli occhi di rana, legati
in pelle di cervo insieme con carne di rosignuolo, fanno l’uomo desto e
svegliato, dal che nasce 1’esser curioso » (Ripa). || Non si comprende - invece
- perchè lo . strepitate paludoso » (Salviniì possa essere stato adottato da
Mecenate come simbolo della taciturnità. || Virgilio lo dice annunciatore della
procella; Et veterem in limo ranae cectnere querelam. {Georg. - I. 878). . E
Ovidio: (^uatnvis sint stili aqua, sub aqua maledicere temptanl; Vox quoque iam
pauca est, infiataque colla tumacunl. (Mei. VI - 87(1). E il Sannazzaro
comincia un grazioso sonetto cosi ; Sento nel fondo grnoidar la rana, Sogno
eicnro di futura piova. Omero, nella sua zoèpica immortale, Aristofane, Ovidio,
accennano al gra¬ cidar delle rane, e non convince la notizia della specie di
rane mute della Macedonia, della Tessaglia, dell’ egea isola di Serifo, della
Cirenaica, con la quale il Ripa — sulle treccie di Plinio (VITI) — spiega il
capriccioso emblema del cortigiano di Augusto, e ohe, probabilmente, sarà stato
un ghiribizzo da gran signore, quello che oggi si direbbe una « eccentricità ».
i269 Il Simbolo dell’argomentatore artificioso, usato alla sofisticheria, fu
detto il gracidante animaletto — con una similitudine pregna di pensiero_dal-
l’ arguto botanico di Tubinga: Lmiiine percutsae cesmnt nmledicere ranof, Et
vicUa veri ture topMeta tacci. (Camerarins - Si/mhi IV. LXXni). « La
sfacciatezza dell’ ignorante (sfacciataggine) presso gli egizi era notata col
segno geroglifico della rana; imperocché la rana non ha sangue se non negli
occhi, e coloro ch’hanno gli occhi sanguinolenti per natura, secondo la
fisionomia d’Aristotele e d’Adamanzio, hanno del sfacciato » (Garzoni - La
Hinagoga degli ignoranti - IH). E pure - dice la nota agiografica — la rana che
disturbava Giacomo della Marca mentre egli leggeva il suo bre¬ viario, tacque
al suo comando; e l’umile batrace figura qualche volta nella effigie del santo
predicatore di Monte Prandone. 482. RAIfUhrCOIiO — Botton d’oro — Il fiore di
questa vulgare ranun- culacea pratica è giallo dorato e si riveste di foglie
vellutate; ma il suo odore è acre e sgradevole, ed il suo succo può essere
letale : simile al villan rifatto, al nuovo ricco che pompeggia nel fasto degli
ori e nel lusso dei velluti, ma non ha il sentimento delle convenienze sociali,
non la modestia, la misura, la gentilezza della civile educazione. Simbolo di
ricohesta male acquistata. 483. RASTRELLO — Simbolo dell’egoismo. « Questo
medesimo affetto di propria affezione si dimostra nel rastrello, instrumento di
villa, il quale non serve per altro che per tirare verso colui che lo maneggia
» (Ripa). || Il rastrello araldico si chiama, dal francese, lambello, ed è una
delle figure più nobili, formato come una trangla (fascia dimezzata) scorciata
e munita di pezzi pendenti, ordinariamente in numero di tre (Crollalanza), Il
lam- beHo fu introdotto in Italia da Carlo d’Angiò (1265) e divenne distintivo
dei guelfi, concesso dai re di Napoli ai loro aderenti insieme ai gigli d’oro
in campo azzurro (Ginanni). « Alla comune arma della casa di Fois ag¬ giunse un
rastrello, o come essi dicono, lambello d’argento» (Borghini - Arm, Fam, 78).
184. RESEDA — Fiorellino di composta leggiadria, di delicato olezzo, simbolo
gentile di quella virti modesta la quale non ha alto sentimento del merito
proprio e non disconosce il merito altrui. |: Emblema nazio¬ nale della
Sassonia. 485. RETE Intreccio a maglie annodate, il cui uso ne spiega l’at¬
tribuzione alle figurazioni varie ; in senso buono, come quello della persua¬
sione, di CUI è cenno nelle sacre scritture: ma più di frequente nel senso
dell’ inganno e della insidia. Le difficoltà tecniche di scolpire la rete
furono vinte dalla febre della stranezza ohe guidava l’estro e la mano degli
scultori secentisti e settecentisti. Allora c s’arrivò sino agli scheletri,
agli astrolabii, aUe reti forate a maglia a maglia, e a tutti gli altri
fanciulleschi gingilli di un’industria che avendo principiato col rinfronzolir
l’arte, finiva bel¬ lamente col soppiantarla » (Massarani). Esempio insigne, la
statua del Dittin- ganno nella cappella Sangro a Napoli, nella quale il ligure
Francesco Queirolo (1704-1762) scolpi magistralmente in un solo pezzo di marmo
benché con il biasimo del Duprè (Ricordi, XIII) — una rete nella qua e e
impigliato il principe di S. Severo, e tenta distrigarsene (v. Kagtw). 486,
BICCIO — Porcospino — Piccolo mammifero quadrupede, dotato di particolari
integumenti ohe gli permettono di appallottolarsi in modo da nascondersi
interamente nella singolare armatura di aculei di cui è coperto, come in guscio
spinoso. Gli antichi zoologi lo credevano condannato al celibato perpetuo, e
come ignoravano le sue attitudini dei momenti nuziali, cosi non conoscevano i
vantaggi da lui recati come formidabile insettivoro, ardito assalitore dell’
acre cantaride come della vipera. La Biblia ne fa reiterata¬ mente cenno come
di un castigo mandato da Dio alle città disobedienti alla sua legge (Isaia XIV.
28 - Sofmiia U. 14). Più tardi se ne conobbero i meriti; si osservò la sua
pietà domestica, nel costruire la tana e nell as¬ sistenza dei nati ; si
istituì, perfino, in suo nome un ordine militare di ca^- valleria, da Luigi di
Francia, duca d’ Orléans (1594) ; ed esso fu additato dagli iconologisti come
appropriato simbolo della opportunità e della difesa. 487. ROBBIA — Erba scabra
di macchia, la cui radice serve ai tintori, ai quali fornisce un bel rosso solido
vivace. « Gli agnelli che mangiano di quest’erba, rimangono coi denti tinti in
rosso per modo ohe sembrano in¬ sanguinati. La malignità approfittando
d4ll’apparenza spesso calunnia l’innocenza; ed ecco il perchè la robbia fu
presa quale emblema della calunnia » (Dondi). 488. RÒCCA — Edificio militare di
difesa di cui — nelle allegorie an¬ tiche - si pone presidiaria la castità,
sull’ esempio di Giotto che la dipinse nella chiesa francescana inferiore di
Assisi. (Cfr. : Twn-is eburnea). 489. RONDINE — Un universale sentimento di
simpatia — indubio ma confondibile segno nelle ombre del totemismo — comanda
rispetto e prote¬ zione a questa ospite delle nostre primavere, tornante a
coppie, a stormi, a nembi; roteante in danze giulive; fedele al nido antico ; salutata
con letizia perchè porta con sè.... la benedizione divina. Omero descrive
affettuosamente la rondine ohe appende il nido alle travi ospitaU, ed anche
Virgilio : Hoc geritur, Zephi/ria primum impeUeotibu» iiudas. Aliti noci*
ruheaiU, tjuam prato, coloribut, ante Oarruta quain tignia niduin aiispeiidat
hìrundo {Georg. IV - 306). Per i romani antichi le rondini nidificanti negli
atri delle case incarnavano le anime dei fanciulli trapassati, mossi dal dolce
desiderio del lare paterno ; cosi nella Bretagna, quando si scorgono, nell’
aprile, le prime rondini inal¬ zarsi a vertiginose altezze, poi piombare in
basso come iùerti, e di nuovo librarsi, e lambire le acque, e sorvolare sulle
piante, e sulle case, alla ri¬ cerca del nido, fanciulli e fanciulle le invocano
perchè trattengano sotto la loro grondaia il volo e la dimora. Gli antichi non
sapendo spiegarsi il com-- parire e lo scomparire delle rondini, supposero che
durante la bruma si cacciassero nella melma degli stagni e dei laghi,
rimanendovi sepolte in 2ei sonno letargico fino ai novelli tepori. Lo
Spallanzani pose al collo di alcune rondini una fettuccia di seta e le
riconobbe al ritorno per diciotto anni, ininterrottamente. Un calzolaro di
Basilea attaccò al collo di una rondine un leggero scritto di seta con queste
parole ; HirondelU, Qui e$ 8i belU, Diè-moij VhiveTi où vaé^iu f Dalla stessa
rondine ne ebbe questa risposta in primavera : A Aihènéèf Ches Antoitfe;
Pourquoi Venform€S“in f (13' Hamuuville). Questo emigrare dalle terre calde
alle terre più miti ha grande importanza nella trattazione dell’ etopeia delle
rondini, sulla quale molto si è discusso, ma più si è fantasticato, fissa è in
oriente la « peregrina » per antonomasia j e come tutti i viandsuiti avente
diritto alla ospitalità ed alla amorevolezza di tutti i fedeli e nessun simbolo
migliore può indicarsi per il peregrinaggio, perchè la rondine percorre
dnecentotrentacinque chilometri in un’ ora e sette minuti, mentre un piccione,
ne percorre nello stesso tempo cinquantasette (da Anversa a Compiègne, 1909).
Il pittore Michetti ideò un francobollo per le poste italiane (1905) con le
rondini radìguranti l’emigrazione italiana spingentesi per il mondo (Era cosa
bella e la burocrazia artistica del « bello italo regno » non la adottò). || Ma
perchè emigra la rondine? Lo ricantarono* i poeti d’ogni età, e molto
lacrimosamente i romantici, dal Qrossi al Prati, con parecchie
inverosimiglianza e con qualche errore nella cosi detta zoologia del costume.
La rondinella ohe entra volentieri dalle finestre aperse delle stanze abitate,
e — mentre morrebbe se rinchiusa in una gabbia — ama i dolci legami della
familiarità umana, è sempre parsa un paradigma conve¬ niente così della libertà
come della amicizia. Pertanto, non mancava di assennata arguzia il buon Ripa,
quando — descrivendo la figura allegorica dell’ Amicizia — con l’attributo del
nido delle rondini, osservava : « Quest’ uc¬ cello è all’ uomo domestico e
familiare, e più degli altri prende sicurtà delle case di ciascuno, ma senza
utile, non si domesticando giammai, ed avvicinan¬ dosi il tempo di primavera,
entra in casa per proprio interesse, come i finti amici, che solo nella
primavera delle prosperità s’avvicinano, e soprav¬ venendo l’inverno dei
tastidii, abbandonano gli amici, fuggendo in parte di quiete ; con tal
similitudine volendo Pitagora mostrare ohe si avessero a tener lontani gli
amici finti e ingrati, fece levar dai tetti della casa tutti i nidi delle
rondini » Vero è che la rondine è una bestiola egoista, che va e viene secondo
le talenta, e non è sempre nè grata nè garbata. Un arguto giornalista
rassomigliava le rondinelle alle straniere di passata fra noi, sempre
malcontente d’Italia benché vi tornino ogni anno : Vou8 roèsembk:: omj?
hirondelfes : Lea htaux joura jfTèa de nona voua retiennenl camme etica ; Maia^
au retour dea aquiloìtaj On uè voua voit pitta, infidèlea ! Il Senza dubbio la
rondine rusticana rende buoni servigi agli agricoltori, come epuratrice dell’
aria e nemica delle mosche che infettano le stalle. Una •262 innocente
superstizione faceva credere che essa, ai cattivi trattamenti, rispon¬ desse
pungendo con il becco le mammelle delle giovenche. In Sicilia si crede che il
distruggere un nido di rondini porti la perdita della favella, e in Norvegia
quella della vista, in Danimarca la insensibilità del braccio sacrilego. Un
canto andaluso ripete che le rondini tolsero ben duemila spine alla corona di
Gesù, e le dispersero nell’ aria. Non solo leggende e canti di poeti, bensì
opinioni di scienziati alimentavano la credenza ipernaturale del cuore delle
rondini e delle pietruzze ohe si trovavano nei loro stomachi. (Cfr. Pitrè). ||
Plinio afferma che la rondine era dedicata a Iside (IX - 83). La letteratura
classica ricorda Progne, che vendicò l’oltraggio recato dal marito Terso, re di
Tracia, alla sorella Filomela, con l’efferata uccisione del figlio Iti, e fu
cangiata in rondine e attraversa i cieli disperatamente gridando la sua
sciagura. Danto nel rammentare l’episodio di Progne, seguendo i mitografi
ellenici, la fa mutata invece di Filomela in usignolo: Nell' nccel che a cantar
pih si Jiletta. (Piirg. XVII. 20). ^ Infatti la rondine ha un cinguettar, ora
dolce e sommesso, ora forte e muto, ma non canta e nè meno parlò mai di amore e
di pianto a qualcuno, (v. Uni- gnolo). Dice però una tradizione tedesca che
cantava in un tempo remoto, quando preferiva il sano silenzio del bosco alla
peccaminosa vita della città ; ed in Finlandia si ripete che la rondine fu
privata del canto da Gesù, perchè 10 infastidiva durante la sua agonia del
Calvario ; in Tirolo si aggiunge ohe 11 Redentore la condannò anche a cibarsi
di insetti immondi ed a saltellare nel fango. E la rondine — per le altre
significazioni simboliche — ha pure quella della garrulità t i^uid malutiua*
Vrugue milti nuriulii nomnus Jlumgia, et obetreperu Duuliaa ore ciiiiia/
lìitjnm Kjiojis Tereiia. qui maluit ènee [iuta re Qiium ìinyuam ini Modica m
etirpilua eruerr. (Alciato - KiiM. LXXt. Alcuni autori danno la rondine anche
come simbolo della architettura, per la sua sapienza nel costruire il nido. (v.
Celidonia, Serpe). 490. ROSA — Chi può dire la fortuna della rosa? essa è il
prediletto ornamento della terra, il sorriso e l’olezzo d’ogni suolo e d’ogni
clima; e lo più dolci e appassionate parole furono dette a sua gloria, le più
enfa¬ tiche appellazioni ne dissero l’elogio, le più alte cetre ne cantarono
l’inno. Io non la vidi tante volte ancora ChMo non trovassi in lei nuova
l>ellffzza .si può ripetere — come nella accesa canzone dantesca — per la
indiscussa regina dei fiori. 1 nevosi gelBomini, Le viole impallidito G^U
amaranti porporini Di beltà movono lite; Ma la rosa in su la spina Sta fra lor
quasi regina. (Chiabrera - AH Ainai'i(li). Ed il quasi del Chiabrera sta per il
come. |1 È caduta ella dalla vaga stella di Espero? o è nata con Venere
Anadiomène dalla perla delle onde marine? 0 è vero ohe ella era bianca come la
neve e che l’irrequeto Cupido, soher- 26S zando con i nappi degli dei, rovesciò
il nettare che piovve sulla terra e tinse di vermiglio la rosa? o è vero,
invece, che ella divenne di colore incarnato per le goccie di sangue dello
spirante jAdone, nascosto nel cespuglio del candido roseto da Venere, per
nasconderlo all’ira gelosa di Marte? o è vero ohe Maometto — trovandosi un
giorno al conspetto del fulgidissimo trono di Dio — cosi si sentisse
convulsamente turbato per la commozione ohe sei goccie del suo sudore caddero
sulla rosa bianca e la imporporarono tanto va¬ gamente? Miti, leggende,
apologhi belli e graziosi, tutti degni del subietto, e quali se ne potrebbero
raccogliere a centinaia dalle muse di tutte le genti del mondo, (Cfr. Joret -
La rosa nell’antichità e nell’età di mezzo, con la bibliografia della rosa -
1892). In ogni rito, in ogni festa — sacra e profana — si trova la rosa : orna
le sUtue degli dei e degli eroi; corona l’erma della Pace e della Vittoria ;
sorride dalla chioma della vergine, invita sul talamo della sposa, esulta fra
le dapi del triclinio, sospira sul feretro. |{ Simbolo supremo e incon¬
fondibile di beUezia, lo è pure dell’amore, in tutela di Venere, con il mirto,
e data ad Erato. « La rosa dedicata all’ amore » dice Anacreonte. Peyoda Siri
una delle mogli di Visnù — nasce dalle corolle di una rosa. Con¬ fucio loda la
rosa in un poema — dicono — di trecentomila trecento trentatre versi (!).
Altrettanto vuoisi abbia perpetrato Bonaventura di Prières (1660). Il Nelle
concezioni della moderna « decadenza » letteraria di Francia e d’ I- talia —
non lume di aurora ma sorriso di tramonto — la rosa è un jìoema costante di
voluttà. Circola nel lucido arco delle strofe di de Banville una fragranza che
par distillata dalle rose ; è come un rivoletto in cui esse ge¬ mono lacrime
odoranti, come un’urna in cui si raccolgano profumi vapo¬ ranti di ebrezze
lente e fatali : Fltur ftmmt, elle coviieui tout CA qui tiouH est chef, JoHTf
triomphe, careiaCf embraMtmcnt, aouHre. Mendès e Silvestre amavano avvolgere le
nudità frementi e peccaminose dei loro racconti in uno strato luminoso di rose,
e sotto quest’involucro inse¬ gnarono il frutto morboso dell’arte. Anche gli
scrittori italiani hanno care le rose: è nota la predilezione di Carducci per
l’aggettivo roseo', cosi era in antico. |) Di petali di rose erano sparsi i
letti dei sibariti, e Sminiride di Sibari si lagnava di non aver potuto dormire
perchè un petalo s’era piegato in due. Tanta mollezza sgomentava i saggi :
Seneca ebbe acri invet-, tive contro le delicature delle rose ricercate dalla
gioventù romana. Parimenti inveirono i primi filosofi cristiani, Tertulliano e
Clemente Alessandrino, il quale rammentò che il Redentore era stato coronato di
spine. Il Corano ri¬ corda frequentemente i celesti roseti, delizia dei
credenti e delle belle uri € dagli occhi neri e dal seno alabastrino » (c.
XLIV). Merlin Coccaio assegna il Cielo di Venero come patria delle rose : • Oh
quanlat VeurreH, quat l’alUidoK iiislan hiibnitur! Ipaa Venus. temo camnustitum
flxit in orbe. Ver qiiein Ni/mphanim miiUte «ociatM briquUii, It nitida^
relegendo roene, violtxeque recente^..,. Il culto della rosa si fece meno terreno
e sensuale, ma non ebbe soluzioni di continuità. liosa nova mirabiliSf Rosa
fragrai lilium 264 si cantò nell* evo medio alla Madonna ; perchè dalle estasi
di san Bonaven¬ tura alle manie di Jacopone da Todi, nelle rappresentazioni e
nei canti, tra le dame delle rocche merlate d’onde sprizzavano gli ultimi
guizzi della moda occitanica e tra il buon fervore d’opere del popolo artigiano
dei comuni, ovunque spirasse l’aura gioconda della giovinezza e dell' amore e
l'aura mistica della fede, la rosa fu fatta il simbolo di Maria, la madre
divina, il fiore della Madonna ; Quivi è In rosa, in ohe il Verbo divino Carne
si fece. (J'or. XXIll - 73). E ancora Dante vedrà foggiato a rosa il Paradiso :
Informa •Iiiuque di candida rosa Mi ai mostrava la milisia santa Che nel suo
sangue Cristo fece sposa. {Par. XXXI. 1). La mistica leggenda dei celesti
roseti è viva tuttora, e ne consacra l’uso della Chiesa, di versare dall’alto
del soffitto un nembo di rose sui fedeli, il dì di Pentecoste — Pasqua delle
rose — simboleggianti la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli. Uittiamo
un profluvio di rose, Spargiamo 1’ effluvio de’ fior ; E un turbine d’ aure
odorose Irrori la placida salma; E voli redente quell’alma, » Redenta dal fuoco
d’amor. (Boito - Jic/lstofele). Tutta grazia voluttuosa e soave freschezza e
divino profumo, ma.... non c’c rosa senza spine, dice il decrepito proverbio. «
La rosa è un suffrùtice mu¬ nito di aculei, a foglie alterne.... » cosi parla
l’aspro linguaggio della bo¬ tanica contro il leggiadro tessuto della poesia; e
sant’Ambrogio la dice simbolo della vita umana, nata con le spine, e fragile e
caduca. Mosè aveva detto al suo popolo che priipa del peccato di Adamo le rose
nascevano senza spine ; ma gli ebrei esaltavano la rosa di Gerico e di rose i loro
sa¬ cerdoti si coronavano nel sacrificio. Il bellissimo dei fiori era sempre lo
specchio eloquente della vita nel periodo trionfale del suo corso ; rappresen¬
tava insieme la giovinezza e la fugacità della età : dice un notissimo
madrigale antico : (^tuun louffa un<i die», tam loiti/o l'oaaruin. f/ua»
pubeaceutes juncta seuecta premit. (^uam modo naacùnUm, ruUltt» coìispexit
Eou$. Ilauc veiìien» aero veapera vidit avum. Nel primo vagito della canzone
italiana germoglierà la « rosa fresca aulen¬ tissima » (Giulio d’Alcamo);
canterà l’Ariosto — sulle orme di Catullo — che La verginella è simile alla
rosa (Ori. f«r. 1-42); canteranno la rosa Torquato [Giostra - I. 78 - (fer,
XVI. 14), il Marino [Adone - IH. 178) ; e come è antico costume di Turchia
scolpire la rosa sui tumuli di Coloro che morirono in celibato, cosi verrà
l’elegia di Maleherbe 2H5 (famosa per un felice errore di stampa) a ricordare
la rosa sul lacrimato sepolcro della amica giovinetta : MaU elle était du monde
oh ìea plue heììes choeea (hit le pire destili, Et Rose, elle a vécu ce que
vivent Us Rosee, L’espace d’un maUn, (Lettera a Du reì'HerJ. Cfr. « relegante
traduzione » del concetto di Jacopone da Todi « fatta dal Poliziano (la quale —
dice il De Sanctis — ti pare una Venere intonacata e lisciata) : Fresca è la
rosa di mattino; e a sera EU’ ha perduta sua bellezza altera. L’ Aurora si
rappresentava coronata di rose. || Arpocrate, dio del silenzio, era un
giovinetto con un dito sul labro e una rosa bianca nell’ altra mano perchè la
rosa bianca fu per gli antichi uno dei simboli del mistero i si usava esporla —
non confusa con quella rossa, dedicata a Como — bene in vista, sul palco,
durante i banchetti, per ammonire i convitati a non riferire quello ohe in essi
si diceva; e il giuramento ebbe una formula usitatissima: « sub rosa » ; ed
ancora sopra le mense delle osterie di Germania pende la corona di rose, ed ivi
c parlare sotto la rosa » vuole ancora dire parlare in secreto. Grande
importanza ermetica ebbe, infatti, anche nella framassoneria, ad opera di
Cristiano Rosenkreuz (1378-1484), fondatore della confraternita della
Rosa-Croce « il cui scopo era di stringere in un sol fascio gli Gnostici, i
Cabalisti e gli Alchimisti.... I Bosa-Crooe pretendevano conoscere la Magia e
tutti i segreti scientifici degli antichi Misteri ; si proclamavano eredi della
Sfinge, e come lei erano amici del silenzio. Di essi non si conosceva che un
simbolo, vero arcano diabolico per i profani..,, una stella di dodici raggi,
con nel centro un Triangolo iscritto in una circonferenza, e dentro questo
Triangolo una Croce con una Rosa sotto la quale un Uccello ad ali aperte 81
strappava il ventre a colpi di becco per nutrire delle sue viscere tre suoi
piccoli afiamati. E il tutto era circondato da cinque stelle a cinque raggi
mentre un’ altra con sette sorgeva sopra la punta del Triangolo » (Saunier). «
Saper morire, voleva dire rendersi immortale, ed ecco perchè una Rosa nasceva
dal pavere e sbocciava odorosa e bella » (id). Lentamente i bei petali
appassiscono, cadono ; si riuniranno all'alba alla grande madre natura, dove si
trasformeranno ancora per risorgere in altre rose più rigogliose e più belle:
tale il concetto onde la rosa fu assunta anche come simbolo di immortalità,
antitetico alle significazioni cui abbiamo antecedentemente cennato. I liberi
muratori tedeschi scolpivano una rosa sulla croce e Luther la dipinse sulla
propria biblia, || Se non che è a chiedersi come si può fare un elenco delle
significazioni simboliche della rosa. « Ohi sa quante rose vi sono al mondo y E
cosi, nesstmo sa quante bellezze vi sono. La rosa bianca è la purissima
bellezza nivale che si ignora; la rosa thea è la bellezza pro¬ fonda e
sentimentale ; la rosa rossa è la bellezza appassionata ; la rosa rosea è tutta
la bellezza, passione e purezza, sapienza e sentimento » (Serao). « Non vi
sono, forse delle rose bionde, le rose thea, e deUe rose brune, cioè le rose
rosse ? Non vi sono, forse delle rose fulgide, le rose di maggio, e le rose
umili, le modeste roselline bianche della CinaV Non vi sono, forse 2«tì rose di
una complicazione sentimentale, cioè le rose di quella pallidissima tinta,
esterna e interna, rose fragili e affascinanti, come vi sono le rose
semplicemente sentimentali, quelle dai petali bianchi e dal seno roseo ? Non vi
sono delle rose frivole, le rose di ogni mese che si sfogliano ad un soffio e
delle rose serie e austere, le rose di un roseo profondo e saldo, che vivono
dieci giorni, sovra un ramo e quattro giorni, in un vasello d’acqua? Non vi
sono delle rose, umilissime rose naturali, rose di siepe, e delle superbe
Malmaison, ottenute dalle cure più assidue del giardiniere ? » {id). E a tutte
codeste bellezze, alle altre ancora, corrispondono simboli e simboli ^ il
candore e l’innocensa per la rosa bianca; l’ amor capriccioso per la muschiata;
l’ amore ingrato per la gialla ; la voluttà per la borracina ; 1’ amor fedele
per la incarnatina ; l’ amore orgoglioso per la purpurea ; la leggiadria e l’
affabilità per la centifolia ; la fecondità per la multiflora ; il capriccio
per la moscata.... e la serie non è compiuta. || La rosa canina non cresce in
altezza ed ha volte in basso le spine perchè — dice una leggenda della Slesia —
il diavolo cacciato dal cielo tentò con essa di farsi una scala per risalirci,
si che essa restò fra le rose, la più perseguitata, come sinistro simbolo di
opera diabolica. || Nell’ antica Eoma le rose furono 1’ unico fiore permesso
alle femine della Suburra ; cosi nell’ evo medio la rosa era il simbolo di
disonore che gli statuti di alcune città comandavano di portare alle perdute.
Il Si onoravano invece con le rose la virtù, e la castità delle fanciulle, le
cosi dette rosières. San Medardo, vescovo di Noyon (480-677) istituì in Sa-
lency, sua patria, questo gentile costume, che tuttavia sopravvive in alcune
terre di Francia, sostituendo, però, l’oro e la dote in contanti al premio
della ef¬ fimera rosa. Il La « rosa d’oro > è il prezioso gioiello che i
papi benedicono nella domenica « iMetare » — quarta di quaresima — e mandano
poi in dono a qualche principe insigne, come simbolo di onore fedele alla
Chiesa. L’ origine di questo uso non è bene assodata. Esso esisteva già sotto
il pontificato di Leone TX (1049-1054), e vuoisi decretato da lui da una abazia
della patria Alsazia (Tosti). Un’ altra tradizione narra di un pio eremita nel
cui orticello un rosaio fioriva sempre alla quarta domenica di quaresima ; egli
portò una volta quel fiore al papa, il beato Gregorio, il quale ebbe per divino
segno la miracolosa fioritura, quasi invernale; la benedisse, la recò in mano
andando in processione a Santa Croce di Gerusalemme, la mandò, poi in dono ad
un devoto e fedele signore della cristianità. Morto l’eremita, il rosaio non
fiori più, cosi che si pensò di sostituire col metallo prezioso la mirabile
rosa (Pumi - Arch. ut. lomb.). Oggi la rosa d’oro viene offerta solamente alle
donne reali. Si compone d’un calice poggiante sopra uno zoccolo triangolare a
due piani e portante uno scudo con l’arme pontificia; contiene un cespo di rose
d’oro, una delle quali — più grande e dilatata delle altre — è rorida d’una
rugiada di diamanti, j Rodi aveva la rosa nel suo nome e la coniava per emblema
nelle sue monete (Noél). || Nella storia è segnata fa¬ talmente la guerra delle
due rose : i partigiani di Enrico di Lancaster, co- LA ROSA d' oro inviata ad
Amelia di Portogallo (18^) ‘267 renato re d’Inghilterra (1422),jnisero una rosa
rossa sui loro cappelli; quelli dell’altro pretendente, Riccardo d’York una
rosa bianca, e per trent’anni continuarono le spaventose carneficine. j| Nel
blasone la rosa si rappresenta con un fiore di cinque foglie arrotondate e
bottonate al centro; è emblema di belleasa, onore incontaminato, soavità di
costumi, nobiltà e merito riconosciuto (Ginanni). || La città di Grenoble reca
tre rose {rosaces) ohe forse richiamano le rose che i papi inviavano ai delfini
di Francia (Ménéstrier). 491. KOSMARINO — Suffrutice folto, aromatico,
officinale, simbolo della tristessa presso taluni popoli, che di esso aspergono
le salme; e fra noi grati delle sue ottime qualità toniche, cordiali,
cefaliche, risolventi, che gli antichi medici ponevano in valore — simbolo del
conforto. || Un ma¬ noscritto della biblioteca reale di Bruxelles lo indica
segno di congedo, e, tagliato all’estremità (sic) di amore sensa fine. ' 492.
ROSPO — Animale tra i più segnalati per la bruttezza: ha pelle suoida e
verrucosa, pupilla elittioa trasversa; si copre di muco se irritato; minge un
liquido viscido se spaventato ; la sua voce è un gemito, un in¬ sulto
all’armonia della natura; il suo movimento è tardo e ridicolo. È mostruoso fin
dalla nascita : non è, da prima, ohe una grossa testa grottesca e una coda
bizzarra; da pesce diventa rettile, da erbivoro carnivoro, da acquatico
anfibio: un enigma e un prodigio, a cui si comprende come si abbiano potute
attribuire tante e tante cattive prerogative, che lo fecero aborrire ancor più.
I naturalisti antichi credettero che l’abito suo fosse mortale, ohe il suo
tocco immondo fosse infettivo, che lo sguardo melan¬ conico e profondo del suo
occhio d’oro provocasse la morte tra spasimi e convulsioni. Quale meraviglia se
il laido batrace è obediente alle illecebre delle streghe? Schifato e abominato
da tutti, egli si rifugia tra le fosche ombrie delle selve, tra gli
intercolunni naturali del sabba, insieme ai gufi, ai gatti dal pelo irto, ai
cani neri, ai lupi, ai topi, a tutta la zoologia de¬ moniaca, e riposa
careggiato sulle spalle delle ver¬ siere, che lo vestono di una livrea di
velluto verde e gli . appendono i sonaglieli al collo e ai piedi.... Povera e
buona bestia ! Lo ricorda come simbolo del- l’avariiia il buon Ripa, e lo pone
come participio iconologico della iagiustiaia. Chi sa perchè? Il rospo è
innocuo, è utile, è necessario; è un vigile protet¬ tore dei legumi e dei
frutti senza paragoni ; è dome¬ stico se lo si lascia queto ; è un buon padre
ohe reca sul dorso i suoi nati fin ohe essi possano prendere l’ambulo
indipendente. In Inghilterra i rospi si ven¬ dono vivi, a Bacchi, e si pongono
nei giardini e negli orti, dove invecchiano pacificamente da buoni custodi,
distruggendo avide lumache e vermi nocivi. Cono¬ scevano queste benemerenze
certe tribù indiane dell’ Orenoco ohe li conser¬ vavano in otri speciali, come
cose sacre, per ottenere da essi la pioggia o il sole, secondo la necessità?
Vero è che se le preghiere contrastavano agli eventi, le povere bestie erano
percosse da colpi di sferza. Nell’Italia me- 2tì8 ridionale il rospo è ritenuto
un talismano jjontro il malocchio, e ne tanno di metalli preziosi come amuleti,
aggiungendovi l’imagine di san Donato. Simpaticamente saluta il rospo il nostro
Prati, sia pure attraverso la tollia d’Armando : Addio, bel gioooliero j AddiOf
buon saltatore ; addio, festivo Mima della palude ! 493. ROSSO — Il meno
rifrangibile dei colori primitivi, quello che pit¬ toricamente più avvicina le
cose (Menge) ; espressione della grandezza, della potenza, del coraggio, della
forza, dell’ amore, della vita. |j In aral¬ dica si riproduce graficamente con
linee perpendicolari e indica sangue di battaglia, audacia, valore, fortezza,
nobiltà cospicua, dominio (Ginanni). La luce rossa esalta la natura : ne fece
esperimento Camillo Flammarion sulle piante dell’ osservatorio di Juvisy (1908)
: arboscelli di numerosissime specie, coltivati sotto le radiazioni rosse, presentano
modificazioni straor¬ dinarie nella struttura e nello sviluppo: taluni, in
tempo eguale, crebbero ben quindici volte più di loro simili coltivati alla
luce normale. D rosso esalta anche gli animali : la specie bovina, in ispecie,
i bachi da seta, le rane ; ed eguale fenomeno si avverte per gli uomini. I
nativi africani sono sensibilissimi al rosso. Nelle officine Lumière a Lione
l’emulsione delle lastre fotografiche si faceva, naturalmente, alla luce rossa,
e sotto l’in- Huenza di essa operai e operaie divennero cosi nervosi e
irritabili da dover sostituire la luce rossa con la violetta (Loisel, 1908), Il
rosso è dunque il colore della eccitazione, della esaltazione. Rosse erano le
divise dei soldati spartani novellamente inviati alla battaglia; rossi i
vessilli della fanteria romana : di rosso ai coprivano le salme dei valorosi
caduti in guerra sotto le aquile latine; le vesti dei cardinali sono rosse in
memoria del sangue di Gesti; rosso era il manto del martire della fede, e rosso
era il gonfa¬ lone ohe nel medio evo inalberavano le terre il cui santo patrono
era un martire; nella bandiera d’Italia il rosso è la passione e il sangue dei
martiri e degli eroi (Carducci), i Per 1’ azione psichica del colore (dal cui
studio si venne creando la cromoterapia) si comprende come il colore eccitante
ed irritante per eccellenza sia divenuto facilmente e stabilmente anche quello
sim¬ bolico della rivoluzione, benché la bandiera rossa sia apparsa per la
prima volta, nelle vie di Parigi, sventolata dalla borghesia censitaria e
monarchica contro il proletariato republicano, nella famosa « /u- sUlade del
Campo di Marte (1791). L’anno dopo essa era divenuta già l’insegna della legge
marziale republicana, e veniva opposta al tricolore nazionale dal giornale Le
Pére Duchétie. Poco mancò che sven¬ tolasse sulle Tuilleries la sera in cui fu
rovesciata la monarchia (10 agosto). Certo è che il direttorio della
insurrezione deliberò che i battaglioni di Mar¬ siglia e di Brest e le sezioni
parigine che dovevano dar l’assalto alla reggia, dovessero portare la bandiera
rossa. Il moto fu ritardato ; ma essa era ormai divenuta l’insegna giacobina,
terrorista, ri- 209 volazionaria. I liberali la sventolarono nelle rivolte
della Gironda (1818) • e i republicani, gli studenti del politecnico, i
profughi italiani e polacchi e spinoli, nella insurrezione contro Luigi Filippo
(1832). La sua sanzione definitiva quale simbolo rivoluzionario fu alle
barricate, improvvisate con alcuni pezzi di velluto rosso tagliati da due
divani, e che avevano servito a fasciare un ferito, posti sopra alcuni manichi
da scopa (1848). Allora Lamartine disse le famose parole : « Il tricolore fece
il giro del mondo ; la bandiera rossa, trascinata nel sangue del popolo, ha
fatto soltanto il giro el Campo di Marte ». « La bandiera rossa, se ha un
significato, lo trae da funesti ricordi di odi civili, non nostri ; se ha una
storia, è storia di sangue fraterno e di eccessi che oscurarono e fecero
indietreggiare, in Francia e ^trove, la santa e inviolabile causa della Libertà,
della Umanità e del ' Progresso» (Aurelio Saffi). || 11 vessillo rosso è quello
della repubUoa russa (1917), oggi ostentata anche in Italia — nella tolleranza
del governo — dai nemici del tricolore. || (v. Bianco. Colori). 494. ROSTRO
NAVALE — Doppio sperone della nave, con il quale si colpivano le navi nemiche.
I romani posero attorno alle colonne del foro i rostri conquistati nel
combattimento contro quelli di Anzio (395 a. C.) e da quei simboli parlanti
della vittoria navale gli oratori della republica aringavano il popolo. 495.
ROVO — Frùtice cespuglioso, irto di aculei, di copiosissima varietà; indicato
come simbolo della empietà e dell’ inginstisia. (v. Lampone). 496. RUBINO —
Corindone rosa o rosso, gemma secondo il termine degli orafi, di grande stile ;
per il caldo colore dei toni e per il fulgore seducentissima, data per simbolo
dell’ elegansa. || Dicevasi preser¬ vasse dai sogni cattivi, e trattenesse
dagli eccessi sensuali e dalle idee melanconiche ‘ era quindi appor¬ tatore
felice e anche simbolo della gioia. Le tradizioni braminiche descri¬ vono la
dimora degli dei illuminata da enormi rubini e smeraldi. |j Per il suo colore
sanguigno era dedicato al dio della guerra. 497. RUCHETTA — v. Eruca. 498.
RUOTA — Attributo rappresentativo della concezione del moto, dato alla
occasione, alla fortuna, astrazioni ohe nella realtà percettiva contengono 1
idea generica della fugacità. In una delle ultime creazioni di Giulio
Monteverde - Fantasia e Realtà (1911) - una procace donna è portata a cavalcioni
da un forte e muscoloso corridore, e il senso della corsa è reso — oltre che
dalla posa del maschio — da una svelta ruota a cui egli si aggrappa. Quanto più
su l’instabil ruota ve<li ni fortuna ire in alto il mieer uomo, Tanto pili
tosto hai da vedergli i piedi Ove ora ha il capo, e far cadendo il tomo. (Ori.
tur. XLV. 1). ‘270 Alcune vecchie hgurazioui integrano 1’ imagine del Tempo con
il piede sulla ruota, e il vecchio Crodo — il Saturno germanico — recava la
ruota nella sinistra. || Nelle opere galliche dell’epoca romana Giove è
raffigurato con la ruota simboleggiante il sole. |{ Essa simboleggia anche la
teologia « perchè, come la ruota non tocca la terra, se non con l’ infima parte
della sua circonferenza movendosi, cosi il vero teologo si deve servire del
senso nella sua scienza, solo tanto che l’ aiuti a camminare innanzi, e per non
affondarvisi dentro » (Bipa). || La ruota può essere simbolo di asce¬ tismo,
chè < dalla terra prende solo quanto le è indispensabile alla vita materiale
» (Campanile). || E la ruota è pure attributo parlante di Nemesi, a denotare la
potenia vendicatrice di questa dea terribile, assorta in una arcana eternità
sull’universo. (Ammiano Marcellino - XV. 2). Il Bourget — per altro — nota che
contrariamente a ciò che si crede dai più — Ne¬ mesi nella filosofia antica, ed
anche nel teatro di Eschilo e di Sofocle, non era la dea della vendetta, si
bene quella dell’equilibrio morale e sociale, punente coloro che sdegnavano i
limiti segnati e prescritti dagli dei agli uomini. Il La ruota durante l’impero
di Diocleziano fu istromento di martirio per molti confessori della fede
cristiana, e ne è divenuto quindi’ inseparabile attributo nelle imagini dell’
arte ; es. : san Giorgio soldato a Nicomedia (303), santa Caterina di Alessandria
(303), san Vittore straziato a Marsiglia (303), sant’Adriano, pure soldato a
Nicomedia (806?). || La ruota degli otto raggi poggiante sulla testa dell’
elefante sacro è il simbolo delle virtù di Budda, e si vede sulla fronte di un
villino buddista nel cantone di Vaud, dove si medita per ottenere lo « stato di
grazia che dia fine al dolore ». Non deve essere difficile, in quell’
eremitaggio grazioso e solitario da annoverarsi tra le amene curiosità
elvetiche. 499. SUFE — Simbolo frequente nell’ araldica, indicante
intrepidezsa, fermeasa, costanza (Ginanni). 600. RUTA — Potenze prodigiose
aveva per gli antichi questo arboscello aromatico, amaro, dalle foglie carnose
e verdoline, la cui fecondità è tut¬ tora un arcano scientifico. || I suoi
pregi officinali sono numerosissimi, uno dei quali — più cospicuo — è quello di
spegnere le fiamme di Venere (Mattioli), si che la ruta fu annoverata fra gli
emblemi della castità. Il II migliore officio suo era, però — secondo autori
anche accreditati — di essere sfuggita dagli spi¬ riti maligni ; < e ne
abbiamo autentichi testimoni » scriveva il buon Bipa, il quale ne fa
inghirlandata la sua imagine della Bontà, e — in altro passo — cita la
attestazione dei naturalisti, che la donnola porta in bocca la ruta per
difendersi contro il basilisco e ogni velenoso serpente. XobilU est ruUif quia
lumina réddit acuta. (Scuola Salernitana). Salvia cum ruta faciuni libi pocula
tuta. fidj. rr’-' BOI. S.^TTA — Freccia guarnita di penne, che si scaglia con
la mano, come con l’arco e con la balestra. || Metaforicamente usata come la
traieti tona del fulmine e il fulmine stesso, di cui ha necessariamente le
attri¬ buzioni simboliche (v. Dardo, Fulmine). 502. SALAMANDRA - Batrace molto
similiante alla lueerta, dalla cui pe e nera, screziata di macchie giallognole,
senza squame, trasuda conti¬ nuamente una materia acre e viscosa,
particolarmente abondante quando è irritata. Sulla traccia di Aristotele una
quantità innumerevole di naturalisti antichi affermarono che per tale
essudazione la salamandra spegneva il fuoco e COSI SI esagerò nella fantasia
del vulgo, da affermare che l’ani¬ maletto vive nel fuoco, anzi dal fuoco
medesimo è generato per condensa¬ zione (Gregorio Nysseo), ed è uno dei quattro
spiriti elementari presiedendo al fuoco. Così lo descrive un antico poeta del
nord : Jgnis in mediù vivena non sentio fiammaa Sed detrimenta regi penittu
ludibrio faxu. AVe crepitanU foco nec »cintiUa 7 tte favilla Ardoo, sed
flatnmae flagratiti torre tepescunt. (Adelmo - De metri» et aenigmatibus). Un
amatore del XIII sec. cosi si lamenta : E vivo in foco come salamandra.
(Inghilfredi di Palermo). Di mia morte mi pasco e vivo in fiamme .Stranio cibo
e mirabil salamandra. (C'ons. XXXV. 4). Da salamandra tanto è venenosa Ke 111
poma do li albori invenena. IBeetiario di Onbbio - sec. XIII); e se essa cadeva
in un pozzo ne corrompeva le acque; e se saliva sopra una pianta, ne
attossicava i frutti e perfino la legna, che diveniva micidiale se usata nella
cottura del pane (Plinio). Anche secondo l’opinione comune di autori più
recenti la salamandra non si lasciava mai vedere se non nelle grandi pioggie,
non mai nel sereno e però la ritenevano simbolo delPiuTidla perchè 1 invidioso
. nel sereno della prosperità altrui si sta dogliosamente nascosto, e nel torbido
degli altri travagli vedesi allegro ed a pieno contento . E il Petrarca :
Dicevasi anche : -2T2 (Astolfi - Della officina istorica - 160B). H Altri
significati infernali furono attribuiti alla salamandra: quello della empietà
(Rabano Mauro); della Inssnxia, che arde continuamente nel carnale amore. ||
Benignamente la riguardarono invece altri autori, i quali, nell’ immanente
pietismo, volsero lo spirito a ricercare il rapporto tra la fiamma favolica
dell' animale e quella dello Spirito Santo ; e tra essi il gran Leonardo ohe
della salamandra fece l'allegoria della virtù (Solmi - Frammenti letterari e
filosofici), || In araldica la sala¬ mandra indica costansa e ginstisia
(Guelfi). || Fran¬ cesco I la assunse con il motto » Nutria et extmgUo », e
l’impresa del re francese fu imitata da alcuni stampatori di Venezia (tra essi
il celebre Domenico Zenari, ohe l'animò del motto « Virtuti cedit invi¬ dia »),
e più tardi anche dai tipografi ginevrini Chouèt e Cramer. (Gelli). |1 Uno dei
molti pregiudizi con¬ fermati dall’ autorità di Plinio faceva credere ohe un
altro animaletto — la pirale, farfalla infausta alle viti — nascesse nel fuoco
e in esso soltanto potesse vivere. Anche dalla pirale si trasse partito a
simbo¬ leggiare, e Ascanio Borghese ne fece la propria impresa, con il motto :
« Mo~ riar si evasero » (Gelli). || Cfr. : Lea Bastar! Quarone - Le leggende
della salamandra nella letteratura - Athence^im, gennaio 1921. 603. SALE — La
grande importanza di questo elemento nella vita sociale ne fece presso l’uomo
primitivo un simbolo di ordino precipuo. Le leggende bibliche ricordano il «
patto di sale » concluso dal signore con gli uomini e l’obligo che la legge
mosaica faceva agli israeliti di spargere di sale il vittimarlo del culto. Se
gli dei escludevano il sale dai loro conviti, non per questo Omero lo disse
divino e Platone « sostanza cara agli dei ». Con il sale si compravano gli
schiavi e si retribuivano i soldati (solarium). Per una sorgente salina si
faceva la guerra. Una sentenza dei rabbini suona : « Se togli il sale, gitta ai
cani la tua carne ». Gli ebrei antichi spal¬ mavano di sale i neonati per
renderli più vigorosi. I germani credevano che la presenza del sale in un
terreno ne effondesse un’ aria santimoniale, e vi pregavano come in un tempio.
I messicani adoravano il sale nella sua personificazione della dea
Huixtocimalt. Anche i cinesi, come i g;reoi, come gli italici antichi e i
romani, salavano le acque delle purificazioni e cospar¬ gevano di sale il corpo
delle vittime nei sacrifici, ciò credendosi espresso comando divino. Cosi il
rito cristiano conservò l’uso del sale nel battesimo, e si disse eh’ esso era
l’antidoto invincibile contro il maligno, il quale tanto aveva in odio il sale
che nulla di salato mangiavasi nel sabato (Buguet). Il sale ebbe, quindi, anzi
tutto, significato religioso, e le spedizioni per ricer¬ carlo, presso i popoli
che non potevano agevolmente procurarsene, ebbero carattere di mistiche
processioni. J Riguardato come l’offerta più accetta agli enti superiori agli
uomini, doveva anche essere considerato come l’offerta più accetta agli uomini
stessi, nei cui alimenti entrava come elementare ed indispensabile ; da ciò la
sua significazione di amicizia e di ospitalità. Mangiare del sale con una
persona indicava, per molti popoli, specialmente 273 orientali j instituire un
nodo di solidale fratellanza. Cogia Hussain non vuole assidersi al banchetto
con la sua vittima predestinata per non dividere con lei il sacro minerale
(Mille e una notte). Ai sovrani ed agli ospiti illustri si usa ancora offrire
il sale e il pane simbolici ; fino a pochi anni fa la città di Halle, li
offriva, ad ogni capo d’anno, al Kaiser. Era di cattivo augurio dimenticare la
saliera nell’ apparecchiare la mensa, segno di futura discordia il rovesciarla
(Leonardo la dipinse rovesciata, nel Cenacolo davanti a Giuda) ; di implacabile
inimicisia spargerlo volontariamente, alla guisa di Abimelech sulla conquistata
Sichem, di Cornelio Scipione Emiliano nei solchi aperti su le rovine di
Cartagine, del Barbarossa sulle macerie delle vinte città lom¬ barde. [I
Importantissimo significato del sale fu pure quello della incorrut¬ tibilità,
poiché esso conserva le vivande e mantiene loro la purezza. Es. : « Questo è un
patto di sale, cioè perpetuo davanti al Signore, per te e per la tua progenie »
(Numeri XVm, 19). I| Il sale significò anche la sapienia, e da questo attributo
si spiega la pratica di cospargere di sale i neonati, anche molti secoli prima
del rito cristiano. Es. : « Tu non fosti salato » dice Ezechiele apostrofando
uno sciocco (XVI - 4) ; e Gesù chiama invece i siioi apo¬ stoli € sale della
terra » perchè li invia nella corruzione per distruggerla. Il Significò anche,
nella Carboneria, la virtù, che non si corrompe ma pre¬ serva dalla corruzione
(Dito). || Nella metaforica stilistica è sale il pungente spirito della
critica, sia esso espresso nel sereno giudizio o nella satira mordace. Plutarco
chiama candidi i sali di Monandro e neri perchè meno innocenti, quelli di
Aristofane. 604. SAliICARIA — La pompa dei fiori rossi di questa pianta
perenne, che nasce per lo più nei saliceti, al margine dei rivi, suggerisce
l’idea della ostentazione incomposta ed arrogante j si che l’imaginazione — «
pes¬ sima nemica della poesia del vero » (Lioy) — fece della silicaria, che è
pure pianta officinale, uno dei simboli delia presunsions. 505. SALICE — Il
salice simbolico è quello ornamentale, comunemente piantato presso i sepolcri o
sulle rive dei ruscelli e dei laghetti artificiali, detto piangente o davidico
o di Hobilonia : albero di scarsa utilità, si bene di somma efiicacia
pittorica, inchinandosi esso con i suoi rami flessibilissimi, con le sue lunghe
e pallide fronde, come per effondere le lacrime della natura. Si spiega
anagogicamente »|uesto suo atteggiamento del pianto, perchè dal giorno in cui i
suoi rami ser¬ virono, in mano ai giudei, a flagellare il Signore, egli non può
più elevarli al cielo. Ricorda Ofelia specchiantesi nell’ acque ; ricorda
Desdemona che nel triste presagio della morte imminente gli chiede un serto per
le sue chiome ; e come le infelici creature di Shakespeare, come Alfredo De
Musset invocava dai «cari amici», tutte le anime doloranti vedono espressa
nella forma materiale della pianta gentile l’emblema della melanconia e del
pianto. Il buon Ripa designa il salice come uno dei simboli della carestia,
perchè pianta sterile; e gli antichi credevano infatti che una donna potesse
divenire vo- is 274 lontariamente iufeconda maogiando semi di salice. Nel
Giappone, invece, esso l’albero che piìi degli altri si mescola alla vita degli
nomini. Mille leggende nacquero da esso, suggerite forse dal gesto speciale
delle sue braccia, dalle muscolature del suo corpo, dalla sua capigliatura
lunga che scende. I fantasmi nella imaginazione giapponese hanno sempre la
chioma disciolta. Dal salice uscivano apparizioni che potevano prender corpo e
farsi credere uomini (Barzini). Per questo il salice è ancora perseguito da una
reputazione paurosa, che tarda a dissiparsi. 606. SAIitXTO — Anche questa
semplice e comune forma della cortesia umana è una espressione simbolica ed ha
stretta attinenza con i sentimenti individuali. Lo Spencer insegna eh’ essa ha
origine dall’ atto esprimente sommissione, e infatti più retrogradiamo nelle
epoche della storia, vediamo che l’atto di ossequio giunge fino alla
prosternazione compiuta, con il piede del salutato sul capo del salutante.
Presso i popoli primitivi le dimostra¬ zioni di cortesia hanno spesso
caratteristiche comiche o terrificanti. Al Sudan l’esploratore Pethevick fu
accolto con effusione dal capo dei djours, che concluse l’omaggio verbale
sputando sulla mano destra dell’ ospite. I gondi salutano gli amici tirando
loro il padiglione auricolare, cosi che — cementa un arguto scrittore — la
lunghezza delle orecchie è presso di loro l’indice infallibile del numero delle
loro relazioni. All’isola del Fuoco Darwin fu salutato da un vecchio che prima
gli carezzò il petto, facendo sentire una specie di chiocciamento simile a
quello che si emette per chiamare i polli, poi gli diede tre poderosi pugni sul
petto e sul dorso, indi ai scopri il petto per ricevere eguale complimento. Con
l’avanzarsi della civiltà la forma dell’ossequio si abbrevia. È l’appiattimento
con il ventre a terra, che si riscontra nell’Ugania; la genufiessione con la
testa nella polvere, che si riscontra fra i negri della Costa, nel Congo, sul
Niger, in Cina, nel Siam, presso gli israeliti, nella Moscovin, poi è la
reverenza e l’inchino, in uso presso le corti e ancora dignitosamente in uso
fra noi. Indi succede lo sco¬ primento del capo e la stretta di mano, per la
quale molti — come Napo¬ leone — provano una specie di repugnanza e di
ribrezzo. Presso alcuni popoli è ancora molto in uso il baciamano
settecentesco. Anche il saluto moderno dello scoprire il capo — al pari di
tutti i simboli — ha i suoi er¬ meneuti; ebbe i suoi docenti nella corte di
Francia, sotto Luigi XIV, e si giunse a definirne il linguaggio secondo che la
curva del cappello descrive una curva franca, a scatto, leggera, chiusa o
aperta, ampia o breve : c’ è, insomma, un metodo anche per < dosare i
riguardi » e per graduarne le maniere, secondo le persone, le occasioni ed i
luoghi. Toujours la viain au bonnetf Nn cotHe rien et fum tAt...,
era il motto favorito di re Enrico IV. In Germania — invece — prima della
guerra ferveva una bizzarra discussione ; se i tedeschi dovevano sa¬ lutare gli
stranieri allo stesso modo con cui si salutavano tra essi compa¬ trioti ;
pareva troppo francese il togliersi il cappello ! 11 saluto indigeno germanico
era — naturalmente — ^quello militare, e a Darmstadt si costituì anzi una «
Unione generale per il saluto tedesco » con sezioni in tutto l’im¬ pero e con
uno speciale bullettino (1910). Carlo Goldoni lasciò un gustoso sonetto contro
. certe signore che non rendono il saluto » , legittimo sfogo contro alcune
nature che non comprendono la tenera e poetica poesia che si contiene nel
simpatico gesto. Il saluto al morto che passa - sia pure a noi sconosciuto — è
atto di commossa nobiltà. Il saluto militare varia se- conilo i vari eserciti,
(v. Gesto), 607. SALVIA - Erba originaria dell'Armenia, di numerose specie, di¬
stinte dalla struttura del calice e dalla forma delle foglie e delle brattee,
aromatica, alla quale si attribuivano virtù mirabili. « Chiamasi salvia perchè
salva, onde si dice : Cur morietiir homo, qui italvin cretrit in hortof Al che
si risponde con questa bella antifona: vim mortU n<nt est medicarne^ in
hortis. (Durante). •Nel linguaggio floreale la salvia comune simboleggia l’estimaaione
j quella scarlatta (splendens) V ambialone ; quella aurata la venalità ; quella
perpetua ('pseudo cocctneaj la difesa i e a noi non è dato penetrare le ragioni
di questa varietà dell arcano. E suo nome deriva, però, dal latino salvare e le
fu posto per le eccellenti virtù che nella comunissima erba l’umanità ha
riscon- trato per il proprio vantaggio, fino a tenerla capace di dare
l’immortalità. Dicevasi, infatti, anche: * Salvia salvatrix, naturae
coìiciliatnx , (v. Ruta), 6 t»8. SABDONIA — Il ranunculus sceleratus di Linneo,
ohe vuoisi oriundo di Sardegna; meritevole dell’epiteto onde lo qualificò il
geniale naturahsta svedese, perchè ha la triste proprietà di produrre nei
muscoli facciali di chi ne mangia un movimento convulso, che sembra un riso di
sarcasmo. Ne consegue che la sua voce nel linguaggio dei fiori indichi scherno.
Qui la sardonica orba al fiel oon^iuni'e La Satira, e gli strali acuti n'unge.
(Pìgnotti - Ln treccia fionata. II), M9. SABDOmcA — Pietra preziosa cornea, di
colore leonino ; una delle dodici gemmo dell’e/bd, indumento superumerale dei
sacerdoti ebrei - rap¬ presentante la tribù di Giuda, posta prima del primo
ternario (Giuseppe llavio). Il Pretendevasi eh’essa fosse efficace a dare agli
uomini l’onesta amicizia delle donne (E. Michelet) ed è indicata come simbolo
del martirio. 610. SCACCHI — V. Piano mosaico. 611. SCALA — I maghi della
Persia'imaginavano che le anime dei de¬ funti dovessero giungere al Solo -
stanza delle beatitudini eterne - pas¬ sando per sette porte di sette diversi
metalli e poste sopra una altissima scala. Quando Giacobbe, benedetto dal
padre, s’ avvia verso la Mesopotamia e SI addormente, vede in sogno una scala
appoggiate alla terra e la cui sommità tocca il cielo ; e gli angeli di Dio che
salgono e scendono sopra di essa {Genesi ^VIII). Con questo simbolo vuoisi
indicate l’Incarnazione del Verbo, « il quale doveva nascere da Giacobbe e
scendere, per vari gradi e generazioni, fino alla terra, quando lo stesso Verbo
« fu fatto carne . e 27() il cielo riunì con la terra, e le somme alle infime
cose, e l'uomo congiunse con Dio » (Martini). || Sant’Agostino afi'erma ohe per
i gradi delle varie virtù morali si arriva alla sommità della scala, cioè al
Sommo Bene (De civitate. Dei-Vili. 8), e Severino Boezio imagina l’allegoria
della filosofia come una donna rivestita di una tunica fatta a scala. Questo è
quindi l’emblema parlante che indica la graduazione della ascesa, ossia il
progresso. Il In tale senso era usato anche nei documenti della Carboneria, e
l’appren¬ dista faceva il segno della scala con il movimento verticale delle
due mani chiuse, con il pollice alto, scendendo dalle spalle alle anche. Un
catechismo carbonaro, riportato da Nestore Blanc, dice : D. - Di quanti gradi è
composta la scala dei buoni cugini carbonari V R. - Di tre, cinque, sette, nove
e undici. D. - E quali sono gli scalini V R. - La fede e la speranza. D. - Su
ohe è appoggiata? R. - Sulla carità. Nell’ araldica arcaica la scala dipinta
sullo scudo indicava l’assalto alle mura nemiche felicemente compiuto con la
scalata, e ne era esempio l’im¬ presa assunta da Eteocle, dopo la gesta di
Tebe. || Il santo confessore Alessio di Costantinopoli, ohe abbandonò gli agi
sontuosi, ha per attributo la scala sotto cui si ridusse alla ascetica esistenza
tutta povertà. (IV sec.). 612. se AB ABEO — Coleottero lamellioomo che
rinchiude le proprie larve nella materia escrementizia cui dà forma di globo,
rotolandola con le gambe posteriori. Questa operazione pare sia l’unico
elemento esplicativo della bizzarra venerazione che gli antichi egizi avevano
per il dannoso in¬ setto, che copre la sua sordidezza con corazze di zafiìro e
di smeraldo. « La piccola sfera di vii materia chiudente l’uovo ohe all’ azion
del calore solare prenderà vita, nella fantasia di quelle genti fu comparata
alla terra ani¬ mata dal germe vitale e che subisce la sua naturale evoluzione.
Di qui l’idea d’innalzare quest’ umile insetto al grado dei simboli più
elevati, poiché parve imitare l’opera del Creatore che dal nulla trasse ogni
cosa » (De Mauri). Lo scarabeo stercorario fu, quindi, presso gli egizi segno
dell’ esistenaa, e l’arte delle terre niliache lo riprodusse senza posa in
tutte le sue propaggini lus¬ suose. « Non è da meravigliare che quel popolo pio
e tenero, si amoroso della morte, pieno di sogni del- 1 ’ eternità, abbia
adottato per simbolo questo piccolo miracolo animale, getto ardente di vita
uscito dal sepolcro» (Michelet), l'àpai, scarabeo volante, rap¬ presentava il
Sole ohe attraversa il cielo sulle sue ali, e seena i trenta giorni del mese,
corrispondenti «CARATtEO ECIIZIAKC I d o alle trenta zampe del sacro animale; e
se ne cuciva l’effigie sul petto dei defunti, (Cfr. Pierio Valeriano). || Dagli
egizi lo imi¬ tarono gli etruschi, altro popolo « amoroso della morte », esagerandone
lo stile arcaico con linee manierate, ma non come simbolo di culto, si bene
come motivo piuttosto decorativo e come amuleto, intagliandone squisita- 277
mente corniole, diaspri, basalti, onici, agate ed altre pietre fini, dure e
selciose. Dagli etruschi lo rilevarono i greci, i romani e i settatori del gno¬
sticismo b.asilidiano. Secondo Giovanni Gozzadini l’insetto adorato dagli egizi
non era € la Antonia aurata . ma il copris sacro (scarafaggio), il quale
simboleggiava loro il Sole, e il valore civile e quindi la generaaione e la
creazione (Carducci - Deputazione di Storia Patria, intorno alla necropoli di
Marza- botto - 1869), Edgardo Poe lo celebrò. |j Presso gU egizi lo scarabeo
era anche l’emblema della luna, per la bicorne somiglianza. 613. SCARAFAGGIO —
v. Scarabeo. - 614. SCABO — Pesce grasso della famiglia dei labridi, avido
degli altri abiUtori dell’ acque, e per ciò dagli egizi trascelto a simbolo
della ghiot¬ toneria. Ghiotto egli stesso per le sue interiora, fu fatto
conoscere ai buon¬ gustai di Eoma da Ottavio, e Marziale ne fa 1’ elogio :
Ilic. Karii», aeqmreis qui vmit obeaut ab imdia Viac&ribiia bornia eat,
coetera vile sapit. (Xin. S4). 515. SCETTRO — Originariamente era il bastone
comune; poi, impu¬ gnato da araldi, da giudici, da sacerdoti, da capi di tribù,
fu detto-mano di giustizia, divenne il più alto segno di autorità e di dominio,
e fu quindi il simbolo della sovranità dato ai re ed anche agli dei. Nei
geroglifici egi¬ ziani è di frequente sormontato da una testa di animale, e con
la croce, con la piramide e con l’altare era designato a significare i beni
favoriti dalle divinità ai mortali. [| Uno scettro di dea era foggiato con un
gambo di loto a fiore aperto e sormontato da un aspide; un’altra specie di
scettro termi¬ nava con piedi di ippopotamo per ammonimento al regnante
d’essere giusto e pio (v. Ippopotamo). I monarchi giuravano d’essere giusti «
per sceptri elevationem », riguardandosi lo scettro per segno di verità. || Il
toccar con 10 scettro era gesto di clemenza, ed Assuero presenta ad Ester il
bastone d oro che ha in mano, ed ella ne bacia la punta {Kster - V. 2). || Lo
scettro 81 trasmetteva di padre in figlio e coloro ohe lo raccoglievano in
retaggio giuravano per esso, levandolo al cielo con atto solenne. || La
Magnificenza scolpita da Arnaldo Zocchi sul sepolcro di re Umberto impugna lo
scettro. 11 I buffoni di corte reggevano essi pure uno scettro alquanto
singolare, il quale aveva di frequente una testa di pazzo sfoderante la lingua
o una faccia bifronte e smorfiosa, con un cappuccetto dentellato, a colori, e
con i sona- ghuzzi, detto marota, od anche antonomasticamente follia, di cui
era il segno. 516. SCHELETRO — Tutti i popoli ebbero un terrore sacro della
morte e la rappresentarono con imagini fosche e suggestive. Gli indiani
dell’Asia la dipinsero con spaventevoli contrassegni, che trovano il loro
riscontro esteriore in Hela, figlia di Loke, simboleggiente la morte e
governatrice dei nove mondi infernali, ricordata nell’ Edda ; altra prova della
comune origine e della comune dottrina del popolo indiano e di quello
germanico. I greci - idolatri della bellezza formale, tempre in cui felicemente
armonizzavano le lacoltà commotive interiori con quelle sensazionali esteriori
— rifuggirono costantemente dal dipingere la natura nell’orrido della sua
fenomenica; ed 278 anche la morte — come appare dai poeti sognanti lungo le
sponde canore dell’ Ilisso o sotto gli uliveti dell’ agoreo di Colono — fu
concepita serena¬ mente, placata, come ricoperta da un velo. Colpiti dal
mistero grandioso e inesorabile, non lo discussero nè deprecarono, ma lo
divinarono. Sopra un’ arca di Cipselo in Olimpia, la Notte reca in braccio i
suoi due figliuoli dormenti: l'uno bianco, il Somio, l’altro nero, la Morte;
quello buono e benefico agli uomini, questa crudele e temuta. Contro la Morte
lotta Ercole per ritoglierle la bella e fiorente sposa di Admeto (Euripide -
Alceste) ; e le cere — divinità terribili, avvolte nel manto sanguinoso —
percorrono i campi di battaglia, ministre della Morte violenta. Si hanno, cosi,
anche esempi iconografici greci della Morte come un fanciullo dai piedi
incrociati, con le ali nere, la falce e la clessidra; ma non nudo, nè
scarnificato, nè purulento: si bene ravvolto in negra veste, cosparsa di
stelle. Che se anche 1’ arte antica seppe infondere l’espressione del fuggir
della vita _ e ne abbiamo esempi neìVAmazzone morente del museo di Napoli, nel
Gallo morente della scuola di Pergamo, e in altre statue di condotta magistrale
— la rappresentazione artistica della Morte è sempre spoglia di parvenze
terrificanti. Non emblemi di lutto si scolpivano sulle tombe, bensì motti o
allegorie di dolore, e gli stromenti di lavoro o i segni professionali del
defunto; cosi Ulisse pone un remo sulla tomba di Elpenore {Odissea). La
figurazione sepolcrale più frequente è quella del leggiadro fanciullo alato, in
atto di graziosa mestizia, con la face rovesciata; classica delineazione mite e
pietosa, che rammenta l'eutanasia o la bella Morte addormentante nel bacio
calmo e anelato. Nell’ arte protoitalica si distinse quella funeraria degli
etruschi, i quali — pure essendo popolo d’indole cupa e di foschi pensieri, che
pensò la morte come cosa atroce e cruenta (Natali) ■ non ne informarono la
plastica alla sua verità anatomica e fisiologica. 1 latini ere¬ ditarono dai
greci il senso tranquillo e armonico della Morte, pure sfron¬ dandolo di certe
superfetazioni metafisiche, e ne mantennero l’umana venustà simbolica nei bei
marmi tombali e nelle aggraziate urne cinerarie degli ipogei, assumendo qualche
tinta più cupa dalle tradizioni etrusche e saturnie. « Lo scheletro non era
visibile nei tempi felici dell’ arte pagana » (Gauthier). « Per i greci non è
mistero, non è timore nei cuori, oltre la vita » (Ruskin). Il motivo
scheletrale è veramente di eccezione nel mondo latino, ed esempio — dei rari —
si ha nel sarcofago scoperto nei Campi Flegrei, presso il la- ghetto di
Liscula, con tre scheletri danzanti, però non totalmente disincarr- nati, e
senza emblemi funerei. Negli argenti reperti a Boscoreale si trovarono i
singolarissimi modioli con gli scheletri rappresentanti Monandro, Euripide, lo
stoico Zenone ed Epicuro, con i loro consueti attributi, sotto una ghir¬ landa
di rose. Gli antichi, però, solevano adornare di scheletri e teschi, per lo più
musivi, i triclini, perchè la vista di ciò che dell’uomo resta dopo morte
eccitasse i banchettanti a meglio gioire dell’» attimo fuggente ». Con lo
stesso fine, insieme ai vasi delle dapi, si facevano girare tra i convitati le
larvae convivales, scheletrini d’argento di cui si conservò fino a noi qualche
esemplare, e si ponevano teschi sui vasi per bere, come se ne vedono sulle
antiche coppe aretine (Petroni). La reazione del cristianesimo uscito dalle
catacombe oscure, non si perita di riprodurre la Morte, e — se in quanto è
esposto non vi ha 1’ « odium •279 theologicutn » furono i gnostici coloro che
primamente introdussero la forma raccapricciante dello scheletro, come
allegoricamente si aflFaccia nelle procellose minacele dei cauti ieratici, nel
funebre stormeggiare delle leg¬ gende, e negli encausti, nei freschi, nelle
miniature dei cenobiti, nei sar- cofagi gotici delle catedrali. Lo scheletro
bieco, dal teschio lucido, dalle vertebre aneliate, dagli stinchi crocchianti
nella ridda sotto la gelida luce solare, o esagitata nel livido rifolgorare
della falce tra i frulli delle upupe e delle strigi, giunge a noi come
importantissimo documento per la storia delle allegorie filosofiche e religiose
del periodo che segui la ventata agghiac¬ ciante del millesimo anno di Cristo.
Una novella mitologia psicopatica - insegnata dai pergami con la tetra
predicazione della scolastica — avvolse gli spiriti delle moltitudini in un
sudario assiderante nel pauroso pensiero della caducità umana, del peccato irriducibile,
del trapasso al tribunale di Dio. Era la proscrizione della natura (Michelet)
trasformante gli dei pagani in demoni (Natali), con le melanconiche ossa della
consunzione e del tor¬ mento. Si pretendeva che da codesta nudità sbiancata
tremolasse come in un’aurora siderale lo spirito dissolvitore del senso.
D’altra parte, la Morte, simbolo della suprema, ineluttabile eguaglianza —
nella infelicità collettiva fu stimata la più efficace argomentazione per
consolare gli oppressi e per ammonire e frenare gli oppressori. La danza in cui
con lo scheletro ballavano vorticosamente, in grottesche attitudini, i re, i
pontefici, i sacerdoti, i dottori, cosi e come gli umili, i pezzenti, i vecchi,
i fanciulli, fu il poema pittorico sim- boleggiante la giustizia universale,
livellante tutte le classi dell’organismo sociale. « Omnem in homine
eeiiuxfate.m ^fors abolei » si legge nell’ incisione macabra di Giovanni Sebald
Beham (1641); e si ebbero grandiose opere di pennelli e di scalpelli. Famose
sopra tutto sono le Imaginos Mortls di Kolbein (1538), le danze macabra di
Verard, e — in Italia — quelle di Vesino (Istria), di elusone, di Piuzolo
(Trentino); il trionfo della Morte dell’Gregna a Pisa; e le statue tombali di
Gerolamo Della Robbia (Parigi), e di Ligier Richier, e del Rethel, figure
scheletriche ohe danno un senso di ossessione e di ribrezzo per la loro
plastica arditezza. Fu gloria d’Italia fugare le schiere degli spettri
scarnati, le cui tetre allegorie erano state « necessarie a contenere la
materialità selvaggia dei barbari, a infrenare la forza cieca e orgogliosa dei
discendenti di Attila, di Genserico, di Clodoveo » (Carducci). Quelle tetre
allegorie avevano, infatti, più che sotto il nostro cielo terso e soleggiato,
trionfato nelle buie stanze go¬ tiche della Germania e nei casolari sperduti
nel tenebrore della selva Ercinia, scene d’incubi nutriti accanto al fuoco, nel
dormicchiare della digestione’, dopo le gravi ingluvie del sidro e della
cervogia. Quando — nella età splen¬ dida del Rinascimento italico — sopravvenne
una coltura spirituale e intel¬ lettuale di più illuminati e virili ideali, la
allucinazione artistica dello scheletro, cessò; e nell’alto spirito del poeta
parve riecheggiare la voce simbolica dell’pMi'u/tasia ellenica, la Morte buona,
perfino bella: Morte beila parea nel sno bel vìbo. • (Petraroa). Bellissima
fanciulla, Dolce a veder, non quale Da si dipinge la codarda gent-e. (Leopardi
- Amort e Morte - 10). 2b<ì Un esempio notevole della raffigurazione della
Morte nel senso classico si ha nel bassorilievo di Pompeo Marchesi (1789-1858),
sulla tomba di G. B. Sommariva a Cadenabbia (Como), dove la Morte è ritratta in
un leggiadro adolescente. Tomaso Parnell spoglia la morte dalle imagini paurose
(Canto notturno) ; e nell’ arte odierna torna — anche nella rappresentazione
della Morte — la bellezza della forma umana, con la privilegiata e armonica
dignità dell’ arte classica : esempi sono quello del Bistolfi nella lidlezza
della Morte, an¬ gelo di luce ohe cosparge i gigli sulla salma (monumento
Grandia. 1901); e quello recentissimo del Supino, nel gruppo della Vita che
supplica la Morte perchè le riveli il suo mistero (monumento Campigli Fossati,
1921). Soltanto qualche tetro sognatore si compiace ancora dello spettro
scheletrico : il moderno Thoma nell’ Adamo ed Èva converse l’Eden in uno sfondo
macabrico, con lo scheletro ghignante presso l’albero del pomo : depressione
morbosa dell’ alta poesia onde il Genesi è pervaso ; e che non ai può per¬
donare al luminoso artista della Foresta Nera, benché esso sembri un dimen¬
ticato contemporaneo di Durer o un epigone dei piccoli maestri tedeschi che
soltanto sfioravano il realismo della vita. Dello scheletro antico non giunse
fino a noi — come simbolo — che il macabrico teschio dalle occhiaie vuote, posto
a volto fra due ossa incrociate, o tra la falce livellatrice e la clessidra,
indice del tempo irremeabile j e riappare sui neri strati dei feretri come
segno di morte, o come etichetta farmaceutica per indicare le sostanze
venefiche (veleno), (v. Teschio). ' 517. SCHIAFFO — Nella simbolica del gesto
il colpo di mano aperta sul viso altrui. Che uel viso e nel cor riman segnata
(Pulci)f è espressione di ingiuria: rivincita altezzosa e brutale, non
eccessivamente grave presso i romani e i longobardi, che la punivano con una
semplice in— dennità al percosso, e considerata invece fortemente oltraggiosa
nei tempi posteriori della cavalleria, quando la mano posata sulla guancia di
un pa¬ ladino doveva irremissibilmente cadere a terra. || Nella cresima — o sacra¬
mento della confirmazione del battesimo cristiano — il vescovo celebrante dà al
confermato l’unzione ed uno schiaffo leggero, il quale gli deve inse¬ gnare ad
essere preparato per soffrire con coraggio ogni avversità per amore di Gesù
Cristo. Lo Spirito Sauto e la percossa, d' onde L’ alma a patir per uohil opre
è eletta. (Pellico). L’ antico diritto romano — scrupolosamente rigoroso degli
atti simbolici — consacrava con lo schiatto paterno la emancipasione del
minore. || Nella iniiiasioae massonica è rituale lo schiaffo, e « il Wirth lo
spiega come una trasmissione di tradizioni compiuta per il tramite di una
appropriata at¬ trazione del sistema nervoso e della esteriorizzazione del
Huido vitale » (V. Soro). Il Presso alcuni popoli non ancora spogli della
scorie dell’inci¬ viltà primitiva lo schiaffeggiare è tuttora rito usuale; es.:
durante la ce- 2«1 rituonia nuziale lo sposo croato dà uno schiaffo alla sposa
come affermazione indiscussa ed indiscutibile di padronanza. 518. SCIAKFA —
Striscia di varia stoffa, morbido schermo della figura muliebre, di cui aiuta
il gesto, improntandolo di snellezza nell’incesso e nelle attitudini. Sciarpa
parlante o simbolica è quella portata a tracolla o a fascia, come .emblema
della legge per alcuni funzionari civili o come insegna di comando presso
alcuni eserciti. Gli uomini d’ arme antichi se ne servirono originariamente per
tergersi il sangue delle ferite o il sudore, e poiché ognuno di essi l’adotto
di determinato colore, la sciarpa divenne segno di distinzione, di parti e di
frazioni. Ad esempio : verde era la sciarpa di Lorena e quella degli Angiò ;
bianca quella degli ugonotti ; azzurra quella di casa Savoia, tuttora porUta
dagli ufliciali dell’ esercito italiano. La sciarpa ondeggia nei poemi di Omero
come in quelli di Wagner; e negli strepiti patetici della letteratura romantica
è motivo dominante, ricamata tra i so— sjiiri delle dame per i cavalieri che
partivano Cantando giulive canzoni di guerra, Ma i dolci castelli pensando nel
cor. (Manzetei - Adelchi). òli), SCIMIA — Nel vecchio Egitto la scimia — e più
particolarmente il cinocefalo o amadriade — tu collocata sugli altari, e gli
uomini venerarono in essa la misteriosa potenza del simbolo (nascosto tuttora
per noi) nelle linee deformi del sucido animale. Parimenti nel Tibet il
semnopiteco entello — color bianco sucido e con il muso e le estremità brune —
è felicemente inalzato agli onori totemici, j I romani avevano invece per
triste presagio 1 incontrare una scimia nell’uscire di casa. || L’osservazione
dei rapporti fisionomici fra la scimia e l’uomo .sono di antica data. Quinto
Ennio, soldato romano della seconda guerra punica e poeta (289-169 a C.),
scriveva: Simia guani turpi» uimilHnia heatiu iiohis. La scimia — infatti —
benché di ceffo orribile, digrignante e convulsa nelle smorfie — è per
struttura anatomica il mammifero che più si accosta alla specie umana, si che
viene considerata come l’anello fra gli animali inferiori e l’uomo : dottrina
repudiata sdegnosamente da chi sente, in forza della fede di essere piuttosto
un Adamo rigenerato che una scimia perfezionata. Si af¬ ferma pure ohe le
attività psichiche dell’uomo non sono altro che il supremo sviluppo di quello
trovate già negli animali e che risaltano in ragione diretta dello sviluppo
organico in genere (Teischmann); e - per quanto riguarda particolarmente la
scimia — si ammonisce che invece di ridere ai suoi lazzi, si dovrebbe
riflettere sulla sua psicologia e compararla a quella umana. Comunque sia,
anche la scimia — come tutti gli altri più noti animali — ricorre
frequentemente come espressione analogica dei fenomeni psicologici; e, mentre
alcuni ne traggono documenti di una vera moralità (Mouton - Ueoue Scieiitifique
1897), quasi universale si manifesta T antipatia per il soggetto comparato, a
cui si riconoscono qualità tutt’altro ohe oom- mendevoli. {| La bertuccia é
ritenuta esempio notevole di scaltrezza (Ari- stetele), di simulazione, di
sfacciataggine, di impudenza, di improntitu¬ dine, di laidezza nel diportamento
e nel costume; e come tale ne ricorre •282 con frequenza la figura caricaturale
nella letteratura e nell’arte. || Usa a contraffare i modi e le guise degli
uomini, essa è il convenzionale paradigma della imitazione bestiale. < Di
natura buona scimia » si dichiara Capocchio da Siena a Dante, nel girone dei
falsari [Inf. XXIX - 139); e la mitologia, mentre in Prometeo esaltò la vittima
augusta della divinazione, satireggiò nel fratello suo Epimeteo, trasformato in
bertuccia, 1’ eroe del « senno di poi », ridevolmente imitatore dell’opera
altrui. || La scimia è anche data-come simbolo dell’antofilia, perchè crede che
.le sue creature siano le più belle dell’universo., 52(1. SCIMITARRA — Sciabola
usata in Oriente, di lama larga, lunata e con la punta rivolta verso la costola
tagliente. Entra particolarmente nello motivazioni decorative per simboleggiare
la potenza orientale in genere. || Il Ripa usa la scimitarra nell’iconografia
àaWIngiustìzia, perchè essa « si¬ gnifica il giudizio torto » e compie
l’imagine con il « turbante in capo all'uso dei barbari », impressioni naturali
e correnti della contemporaneità attuale, avversa all’ egemonia turchesca. 521.
SCOIATTOLO — Mammifero roditore dal pelo lucente e dalla coda lunga quanto il
corpo, presso i messicani ritenuto simbolo della fecondità e dato in compagnia
alla dea dell’ agave, Ferlarico Maiance, dalle cento mammelle. || Si fa
menzione di un ordine cavalleresco dello Scoiattolo, isti¬ tuito da Carlo
Martello, dopo la sua vittoria sul saracino Alderame (72fi), avendo egli
trovato nelle spoglie del nemico una grande quantità di pelli ' di scoiattolo,
le quali hanno odore simile a quello del muschio e per ciò erano ricercatissime
come fodere dei vestimenti. J| In araldica si afferma che lo scoiattolo indica
prudenza e saggezza (Guelfi), forse perchè tali virtù sono in esso riscontrate
dai naturalisti. .522. SCOPA — Nell’ antica usanza marchigiana il simbolo delle
offerte alla sposa aveva una parte notevole, e — fra gli altri doni — molto si¬
gnificativo era quello della conocchia e della scopa dati dalla suocera per
esortare con la prima al lavoro, con la seconda alla nettezza : casta poesia
delle umili cose, di cui fu inimitabile interpetre Giovanni Pascoli, che ha
cosi apostrofato la scopa : Sei 1' umile unoella, ma regni SU l* umile caea pulita.
Minacci, rimproTeri ; insegni o)i^ è bella, se pura, la vita. Insogni, con
Taore tua cura, rodendo la pietra e la creta ohe sempre, per essere pura, si
logora 1* anima, lieta. Insegni, tu sacra ad un rogo non tardo, non bello, che
più * di ciò ohe tu mondi, ti logori tu ! 1 romani onoravano Deverra (da
deueirere-scopare), dea delle scope, ossia della nettezza. Alla nascita d’un
bambino si scopava tutta la casa per ren¬ dere favorevole la dea al parto
novello. || Dai cieli stellanti scende a ca- 288 vallo della scopa la sospirata
Befana, carica di doni per l’infanzia innocente ; ma scendono anche le streghe
barbute per le loro tregende del sabato. La superstiziosa credenza dice che
quando la versiera sta per morire e la sua anima si dibatte nella agonia
terribile, soltanto il tocco di una scopa of¬ fertale può liberarla dal dolore
e dalla vita. || Nei tempi andati si castigava con la scopa, ed era pena
infamante. Cfr. la frase latina « scopis coedere »). Questa forma di castigo
vigeva anche nella età di mezzo: Scopare e saggeliary mozsiar 1* orecchio La
legge ti dimostra e fatti specchio. (Sacchetti - Himt), Le mi voltai coi dirle
tanto male Cile non ndl mai tanto nom scopato Passando per mercato. (M. A.
Bonarroti - La Fiefà). Shakespeare pone fra le mani dei suoi servi da comedia
la scopa, come arma vile : Padron, chiedo di battermi con quest' arma di legno,
(.Falìtaf - Trad. Boito) ; cosi il servo Pistola, brandendo una scopa per
duellare con il dottor Caius ; e Falstaff adirato usa la stessa arma per cacciare
i suoi servi che gli negano prestazioni sconvenienti. 52d. SCOBfPlONZ! Gli
astrologi — nella complessa ritualistica loro propria - dedicarono le parti
pudende del corpo umano a quest’aracnide, tremendo trafìttore dalla coda
forcuta e ritorta e dal segmento addominale provvisto di pungiglione velenoso :
dedicazione che corrisponde coerente¬ mente e pienamente al concetto simbolico
che fece dello scorpione il para¬ digma della libidine, e fa pensare alle
tristi conseguenze anche patologiche di essa. {| Per il modo subdolo e feroce
con cui quest’animale predatore aflerra con le branche gli insetti minori — di
cui si pasce, dopo averli feriti di venefica puntura — parve idoneo anche a
simboleggiare l’ odio e la vendetta. || In Egitto vigeva il culto totemico
degli scorpioni gialli e neri. |) I gentili lo consacrarono a Marte. {| La
Chiesa cattolica fermò in esso l’allusione allegorica della eresia ribelle ed
ingrata, f) Antonio del Pollaiolo, nel monumento a Sisto IV (basilica
vaticana), volendo rappre¬ sentare la Dialettica, la figurò posante la mano
sopra uno scorpione, forse per tradurre con un rapporto di connessione del
tutto materiale l’idea della penetrazione del dialettico argomentare. ||
Virgilio dice ardente lo scorpione (Georg, I. 34), contrastando al titolo
dantesco di freddo animale (Purg. - IX. 5) per la costellazione assegnata alla
ottava casa dello zodìaco, segno dell’ ottobre, ricordante — secondo antichi
mitografi — lo scorpione che Mi¬ nerva fece uscire dalla terra per vendicarsi
contro Orione ohe 1’ aveva of- lesa, toccandone il velo con mano impura. 524.
SCROFA — A Cerere ed alla Terra veniva ordinariamente sacri¬ ficata una scrofa,
ed a Cibele una scrofa gestante. Non possiamo però spiegare per quale
avvertimento di rapporti il sangue della scrofa dovesse simbo- Isggiare 1
alleania. Cosi Bomolo e Tazio, giurando una perpetua lega di amicizia,
sacrificarono l’immonda scrofa all’altare di Giove (Virgilio - 2H4 Kn. Vili).
Il Scrivono che la scrofa selvatica partorisce una volta all’ anno, verso i
giorni solstiziali di giugno ; fu quindi adottata anche a consimbolo
dell’estate, (v. Porco), 52B. SCUDO — Arma di metallo, di legno, di cuoio, di
graticcio, por¬ tata a protezione dal guerriero e data ai simulacri di varia
significazione quale attributo più proprio e più evidente della difesa. Come
sotto gli scudi per salvarsi Volgesi schiera.... (iVrg. - XXXn. 19). In
araldica è il fondo o campo su cui sono tracciate le figure e le pezze
onorevoli, ed è di varie forme; le più notevoli sono: il haìidicrale, quadrato;
il triangolare (sec. XII), molto alto; \& parma, di origine gallica,
perfet- "tamente rotonda, che si riscontra frequentemente nelle
ornamentazioni ar¬ chitettoniche ; la pdta, pure rotonda ; la targa,
rettangolare e convessa a guisa di tegola ; l’ accartocciato, più proprio agli
uomini del giure, indican¬ dosi con esso la forma arrotolata dei manoscritti.
Si condannavano con segni visibili e permanenti sullo scudo i cavalieri indegni
: L’ insegna capovolta segnalava il tradimento j lo smnssamento dell’ angolo
destro la vanitosità ; uno scudetto nero capovolto e inquartato nello stemma la
violenia carnale ; una zolla di terra la viltà, (v. Como, Leone). || Portar
sugli scudi è locu¬ zione tuttora usatissima, per esprimere onoransa, esaltasione,
continuatasi nei secoli, in senso metaforico, dall’uso degli antichi franchi di
inalzare il proprio capo appena eletto sugli scudi della milizia, perchè fosso
da tutti conosciuto ed onorato. || Il cosi detto sctido di Salomone ha una
stella pen¬ tagonale a cui si attribuiva potenza magica, e se ne hanno memorie
dalla prescrizione di Carlo IV agli ebrei di Praga di adottare una bandiera
(1364). Lo scudo di Davide invece porta una stella esagonale formata dall’ in¬
treccio di due triangoli, motivo di decorazione frequente delle sinagoghe e
successivamente delle chiese cristiane. Tanto lo scudo di Salomone quanto
quello di Davide sono segano dell’ ebraismo, od il secondo venne pure assunto
dalla società davidica per l’assistenza dei prigionieri israeliti nell’ ultima
grande guerra. 526. SCUSI! — La scure sporgente del fascio di verghe era presso
i romani il simbolo del potere esecutivo, e s’aggiungeva al fascio consolare
quando il console si recava al campo. || Il Giove adorato dai marittimi antichi
della Caria impugnava la scure invece del fulmine e dello scettro. Il In alcune
imprese — come quella dei Cercano di Milano — la scure entrò simbolo del
lavoro. || Fu anche stromento frequente del carnefice, e quindi emblema del
castigo e della pena capitale. Parecchi santi, per ragione del supplizio, 1’
hanno per attributo : Crisanto e Barca coniugi martiri (III sec.), Erardo di
Scozia (Vili sec.), Ladislao re d’Ungheria (1077), Olao II re e patrono celeste
di Norvegia (996-1029). || La duplice scure era l’emblema di Tenedo, che
l’aveva nelle sue medaglie, originata dal modo di punire l’adulterio. || (Cfr.
: /i canfo ascia (arg^a del poeta naturalista americano Whitman). 527. SECCHIA
DI LATTE — La sihda del simbolico latte, celeste ali¬ mento della sacra dottrina
dato dalla Chiesa qual tenera madre e nutrice (Alartini), è uno dei simboli
delle pitture cimiteriali cristiane; molto frequente nelle cripte romane di
Lucina. 528. SEGKI — Nel dinamismo logico dell’ idea il segno — verbale,
scritto o attuale — ha l’officio sostituito e rappresentativo della idea
stessa, di.ssimile dal simbolo, essendo questo c sovente più arcano, sempre più
solenne e più sacro » (Tommaseo). Ma « ogni simbolo è segno » {id.); e, nei
rapporti della connessione mentale, il segno avvedutamente fermato per
rievocare un obietto convenuto è un ideogramma che può entrare nell’esame della
sim¬ bolica in genere, come datore di un tono estetico alle espressioni del
pen¬ siero e del sentimento. Termine che esprime il costante ricorsq di
determinate contingenze, secondo un ordine determinato, il segno convenzionale
— reso mediante la voce o con il gesto o con la grafia schematica — è modo
tropico di rappresentazione cosi vario e diffuso che riesce impossibile darne
men¬ zione particolare « con opera d’inchiostro ». Debito nostro è farne
soltanto cenno sommario, non entrando — necessariamente — nella analisi del
coor¬ dinato ed articolato concetto delle nozioni formanti il complesso dei
segni e dei segnali di convenzione. Tra di essi precipua importanza hanno i
segni della scienza che espri¬ mono il vero a differenza di quelli dell’ arte
che rappresentano il bello. « Essi non valgono che come mezzi, strumenti di
pensiero, poiché la scienza è pensiero e processo di pensiero, non formalismo
simbolico » (Marchesini). Hanno segni particolari la matematica, la astronomia,
e nelle scienze con¬ generi essi sostituiscono formule brevi a serie prolisse
di argomentazioni e di deduzioni. Le prime abbreviazioni matematiche si trovano
nelle Meckanica pro- hUmatha di Aristotele (380 a. C.). I segni -|- (più) e -
(meno) sono usati da tutti i popoli, e si sa che furono tardi introdotti in
Germania (1489). Leibniz fu il primo a indicare la moltiplioaiione con il punto
fra due cifre e la divisione con i due punti (1686). I due trattini = (eguale)
si trovano per la prima volta in un’ opera di Alkalsadi, matematico arabo
(1460). L’ e per indicare una serie matematica fu introdotta da Euler (1789);
la p greca indicante il rapporto fra diametro e oirconferensa da Jones (1706).
Gli antichi autori matematici chiamavano res (cosa) la quantità inco¬ gnita di
una equazione; parimenti gli arabi che la chiamavano sai (cosa), usando la
iniziale del nome (s), che poi fu sostituita dalla lettera latina A' (de La
garde). (v. X). Di alcuni altri segni convenzionali ricorrenti nella vita
comune, come prodotto logico di dati esperimen- tali, possono interessare i
seguenti esempi : Tra i linguaggi mimici, quello speciale dei ma¬ rinai, che a
distanza parlano a braccia, con un alfa^- boto costruito di movimenti. Il
linguaggio dei bo- scaioli, come quello dei coraggiosi bellunesi, regolati in
compagnie di una disciplina rigorosissima, e che pure non usando della voce che
per sette od otto vocaboli, si intendono anche lontani, vincendo SE4INALAZIONI
MARIKAKK A KKACCIA t. À - 2. /I - 3. C 4. D - 5. £ - 6. deado più Tromore delle
acque, lo scroscio degli alberi, l’urlo del vento e definendo esattamente tutti
gli atti, tutti gli accidenti, tutti gli arnesi del loro mestiere. Tra i
linguaggi grafici queUo dei vagabondi della mala vita, i quali si servono -
oltre che del gergo furfantesco - anche di un cifrano furbesco consistente in
grafici di convenzione per aiutarsi vicendevo mente ren- spedito e sicuro il
mutuo ammonimento. Nelle strade da essi frequentate, sui muri delle case ove
preventivamente ai recano per la questua, lasciano tracciati con car¬ bone o
con gesso alcuni segni semplici, di pecu¬ liare significazione, non
intelligibili al profano, ma secondo i quali il compare e tutta la loro strana
fra- X tellanza sanno regolare la propria condotU. |1 Un altro linguaggio
criptografico è quello degli inser¬ vienti di albergo, che decorano i bauli e
le valigie dei viaggiatori secondo le mancie ricevute. Con tale mezzo la sorte
dell’ ignaro viaggiatore ohe passa da uno all’ altro hòtel (bisogna
necessariamente usare il barbarismo per un albergo notevole.... e caro) è
preven¬ tivamente segnata. I camerieri vedono nel segno este¬ riore tracciato
dai loro colleghi se il nuovo arrivato è degno di essere accolto come persona
garbatamente spendereccia o se è uno spilorcio da trattarsi con dispettosa
trascuratezza. Di capitale importanza sono gli istromenti di se¬ gnalazione
delle industrie, della locomozione, della viabilità, attivati mediante disegni
grafici e colon, di esempio — i semafori, mobili o fissi, auditivi o aaV^ SKQKl
UEI VAGABONDI 1. Qui 8i h<t da mangiare ma non denaro. 2. Attenzione !
Scappa ! 8. Qui c* è un cane. 4 e o. Qui c’è da lavorare. 8. E inutile bussare.
7. Vi sono due donne sole. Il padrone chiama le guardie. Poniamo — a modo ai
«somidu — * --, - - , visivi, impiegati a regolare e a proteggere i movimenti
delle navi e dei treni, mediante un sistema pattuito, atto a ricostrurre
mentalmente una serie ordinata e complessa di imagini e di idee. 529.
SEMPREVIVO — Modestissimo fiore, dai petali comuni, senza eleganza,'senza
profumo; ma duraturo, tetragono al gelido fiato che con- suma le vegetazioni
più superbe della loro bellezza. •— Candido flor cui non caduche foglie Natura
in don concede ; Bello però ohe il verno a te non toglie Quanto r aprii ti
diede. (Bair Ongaro). Ma fiore che si guarda attraverso un velo di lacrime,
perchè — attorto in ghirlando, composto in lasci, ag¬ gruppato a croce - adorna
le tombe modeste nel giorno sacro ai defunti; e nel primo rigore del rovaio
simboleggia il lutto perenne, l’umore che non sco¬ lora e che non muore. 530.
SENAPA — La multiplicità dei semi piccoli, skupkevivo glabri e neri e di sapore
pungente, di questa pianta, ne rese comune 1’entificazione biblica e simbolica
in rappresentanza del a fecondità, della prollftoirtà. La senapa « è bensì la
più minuta di tutte le 287 Bemunze, ma cresciuta che sia, è maggiore di tutti i
legami » (Matteo - XIII. 32). Il Simboleggia anche il regno di Dio : « Egli è
come un granello di senapa, il quale, quando si semina in terra, è il minimo di
tutti i semi che sono al mondo ; ma seminato che è, s’inalza e diventa maggiore
di tutti i legumi » (Marco - V. 31 e 82). (Of'r. : Luca - XIII. 19). 531.
SENSITIVA — Mimosa — Pianta legnosa e vivace, originaria del Brasile, spinosa,
della quale l’assunzione a simbolo è dovuta alla peculia¬ rità delle foglie e
non dei fiori, rosei e non privi di venustà. Per questa strana peculiarità
della fisiologia vegetale, non del tutto spiegata dalla scienza, i picciuoli
dello sue foglie sono dotati di cosi pronta sensibilità, che si con¬ traggono e
serrano non solo al minimo l3)CCO della mano o d’un oggetto, si bene anche all’
urto di un’ intensa onda sonora, alla tensione elettrica dell’atmosfera, alio
espandersi di forti correnti chimiche che alterino l'aria. Idealeggiando la
realtà fisica della sensitiva, fu ovvia la elaborazione logica del simbolo
della sensibilità e del pudore. || Graziosa è la breve poesia di Martino
Piaggio — l’Esopo genovese — A figgia e l’erba sensitiva. La ragazza che ha
toccata l’erba, spiacente le chiede se le ha fatto male : Ohi rispose a
seMitiva: nella figgittf o Vè o nuu ftt De retiàme, e de paci viva Se me sento
Cin po tocca. Me pii d* ftrc ciù segna; O /V istinto de naiùa.,.. Tutta di
mistico simbolismo è la inspirata Sensitiva, scritta a Pisa da Percy Bysshe
Shelley (1820). |{ La mimosa rappresenta l’Australia nella simbolica politica
etnografica (v. Fiore). 582. SERPE — 11 serpente — come se fosse la
trascendente incarna¬ zione d’un mistico e impenetrabile arcano — suscitò
sempre nella fantasia mitopeica dell’ umanità l’ avvertimento di vivaci e
svariati rapporti men¬ tali. Dei « serpenti di varie sorti, de’ quali hanno gli
antichi e moderni avuto contezza maggiore » dissertò l’Astolfi ( Officina
istorica - 1605), con l’asseverazione propria dell’epoca sua, nella quale non
era ammesso du¬ bitare dell’ esistenza di animali singolari e inverosimili.
Egli — sulla scorta dei vecchi autori — annovera : l’ aspide di Cleopatra,
nemica dell’ icneu¬ mone, astata e venerata dagli egizi; V emoroida sanguigna e
pigra; la cerastd fraudolenta dalle quattro corna ; l’ antefisebene
velenosissima con un altro capo nella coda; la salpinga assomigliante ad una
tromba; la vipera, che rimane gestante e vedova insieme e muore diventando
madre ; l’ icneu¬ mone niliaco ; l’ idro, dal veleno stravagantemente odorante,
che toglie prima la memoria e la vista, poi lentamente la vita ; lo stellone,
vivente di rugiada e che istupidisce con il suo morso ; la salamandra ; la
cecilia, che accieca ; il chersidro anfibio; il chersidro dal fiato fumigante;
la piccola dipsa; il faria, che cammina sui due piedi, col corpo dritto ; il
prester e il leps, terribili ; la boa, che inghiotte i putti interi; i ceneri;
gli iacoli; gli scinci ; lo scitale lusingatore ; il dragone ; il beto astato,
nequitoso e pestifero ; ed altri ser¬ penti che sono in Calicut « grandi e
grossi come gran porci, benché con 28« la testa molto maggiore e più del porco
orribile, e hanno quattro piedi, e sono lunghi quattro braccia. (Cfr. ; Jnf.
XXIV - 85). Il più perfetto esame della scienza ha provato che non tutti
i-serpenti sono dotati di potenza venefica. Nei nostri paesi ne è dotata
soltanto la vi¬ pera; ed essi non lanciano il loro veleno, ma lo fanno
penetrare col mezzo di uncini speciali situati sotto la lingua ; ed è mi¬
rabile di esattezza zoologica il passo della Biblia (Salmi CXXXIX - 8).
L’incantagione dei serpenti — praticata da naturalisti, da furbi sacerdoti e da
ciur¬ madori di piazza — è nuli’ altro che l’estirpazione preventiva degli
uncinetti velenosi all’ animale, che per tale 'operazione diventa inoffensivo.
È pure un pregiudizio quello del fascino dello sguardo dei ser¬ penti ; vero è,
invece, che alcuni di essi, come quello detto a sonagli, ha un alito fetido che
impregna l’aria a distanza e fa cadere gli uccelli asfissiati. La fisionomia
fisica e — per cosi dire — morale del serpente ha quindi reso facile in esso
una en- ANTEFisEBF.sK tifioazioue simbolica delle più usate e più sugge¬ stive.
Essa ebbe il sacro carattere totemistico presso i persi, gli irani, i fenici, i
greci, gli ebrei, i celti, i galli, i marsi, i romani. L’essere supremo nel
sistema religioso dagli egizi era Cnef — simbolo della bontà divina preesistente
alla creazione del mondo, e rappresentato a volte sotto forma di serpe formante
cerchio di sè stesso (Plutarco), ed a volte con ali e con tosta di sparviero.
Gli ofiogeni di Frigia vantavano le proprie origini da un serpente eroe. È
obietto di cieca credenza il serpente presso gli ebrei, da¬ vanti ai quali Mosè
converto in serpente la propria verga che divora gli altri serpenti (Esodo -
VII - 9. 12) ; ed inalza quello di bronzo come si- gnaoolo di sanità (Numeri
XXI - 9) ; e in questo simbolo ricordato nel- 1’ opera mosaica sarà poi
raffigurata la redenzione umana, secondo le parole di Giovanni : « Nella guisa
che Mosè eresse il serpente del deserto, fa d’uopo sia inalzato il Figliuolo
dell’ Uomo » (III - 14). La ipostasi rappresentativa del serpente — vero Proteo
del simbolo — è, però, genericamente elaborata e identificata nella idea
trascendentale del male. Nel mito vedico Ahi o Vetra è il cattivo serpente che
tiene incatenate le acque nelle nuvole e nelle montagne, cui darà libertà
Indra, il nobile dio bellicoso. Midgard è il serpe figlio di Loke, genio del
male, nel mito scandinavo. Nel mito persiano Arimane — il capo degli spiriti
cattivi, il signore delle tenebre e della morte, il principio della distruzione
assume le spoglie del serpente Meschia per corrompere la prima coppia umana,
nata dall’ albero Reivas. Angat è il serpe sanguinario e crudele che
simboleggia il male per gli abitanti del Madagascar. Cosi nella cosmogonia
biblica il serpente è la prima tangibile forma di Satana, che induce 1’ uomo al
c fallo primo », e sarà poi vinto ai piedi della croce, e più tardi conculcato
dalla Immacolata concetta. Nel museo Kiroheriano di Roma si ammira una striscia
tessuta a piume policrome, rappresentante il serpente adorato, in forma di S.
dagli antichi messicani, ai quali i missionari dicevano ohe quel disegno ora
l’iniziale del nome di Satana. 289 Carlo Hagenbeck — il noto domatore di belve
— afferma che l’intelli¬ genza dei serpenti è molto limitata; egli cita
parecchi episodi a conferma del suo giudizio : un serpente scambia per cibo la
coperta ond’ è ravvolto ; frequente è il caso in cui due serpenti,
contendendosi la preda di un co¬ niglio, comincino placidamente a inghiottirlo,
uno dalla testa, l’altro dalla coda, e giunti con le bocche ad incontrarsi, si
divorano a vicenda (lo e le bestie). Sarebbe errato — quindi — il concetto
zoobiologico della Biblia, la quale dice astuto il serpente [Genesi. Ili) , che
« diede ad Èva il cibo amaro » (Piirg. - Vili. 99) e fu conseguentemente tenuto
l’appropriato simbolo del peccato, della malizia, della perfidia, dell’ inganno
( « latet anguis in herba — Virg. Ed. Ili); di frode, com’è descritta dal
Boccaccio (Genealogia degli Dei), con un corpo di serpe dalla pelle variegata,
natante nelle acque di Cucito, d’onde trae il veleno, e solo sporgente la
testa, eh’ è quella d’un uomo da bene ; di tradimento ( « tradimento, ma¬
ledetta serpe » - T. Moore); di tentazione e di seduzione, ed è forse per
questo che il serpente tentatore è spesso raffigurato nell’ arte con testa di
donna ; es. : nell’ Èva di Cristoforo Solaro, nel duomo di Milano. Alcuni
opinano che tale figurazione sia una specie di metatesi della testa serpentina
della Medusa pagana; altri — secondo una tradizione tal¬ mudica, che il viso
muliebre dato al serpente sia quello di Lilith, vera e prima compagna di Adamo,
in una unione non benedetta da Oeova, e da cui nacque uno stuolo di demoni ;
Lilith si sarebbe poi separata dal compagno, e Geova avrebbe da una co- stola
di lui creata la vera madre dell’ umanità, Èva, per con.solare Adamo
dell’abbandono; ma Lilith, invidiosa della felicità loro, indusse la rivale a
disobidire ai voleri divini (Portigliotti). Lilith è anche creduta uno spettro
notturno ostile ai parti e scongiiirato dagli ebrei (Calmet). Da questa — che
può essere una delle molte illustrazioni dell’enigma figurativo — si deduce un
altro carattere del simbolo del serpente, quello dell’invidia; confermato
ancora dalle sacre carte [Sap. II. 24 — Apoc. XII. 9 e XX. 2), e ricorrente
costantemente nelle arti e nella letteratura; es. : Falconet scolpi Pietro il
Grande, a Pietroburgo, sopra un cavallo che schiaccia i serpenti dell’ Mridtfl
; Poussin dipinse il livido peccato con la capellatura serpentina. E l’Alciato:
Sguallùia viperea mandura»^ foemina eai'ìiea, Otiiqttfi. doleiit oruli^
qiuiegue; auum cor edit, Quum macies H palloT ìuibejit^ apinoauque yeaiut Telo
nittnu; talU piiiyitur Invidio. lEmbl. r.XXT). Per analogia, e per il modo
orale con cui il serpe inocula il veleno, l’i- magine del serpe è pure
attributo della maldicenza e della calunnia, na¬ turali concomitanti dell’
invidia (cfr. i modi comuni : lingua viperina, morso (iella calunnia e simili);
Giotto ritrasse V Invidia con una serpe ch’esce dalle sue labra (cappella degli
Scrovegni, Padova). || Ed ancora per logica illazione il serpente partecipa del
corredo iconografico della discordia (cfr. fu iLLtU» •290 le descrizioni di
Virgilio e di Petronio) ; e della vendetta : Nemesi, la « veemens dea »
(Catullo), rappresentavasi alata, con in mano serpenti e fiac¬ cole, ed erano
anguicrinite le Furie ed altri ctonie! mostri. || L’ avariala ha il suo
singrafo in una vipera con il motto : « Offende viva, risana morta » (Pozzoli).
Il 11 Michetti aveva proposto per una serie di francobolli italiani (1907)
l’imagine dell’Italia avvinghiata da un groviglio di serpenti, e da cui fugge
uno stuolo di rondini: voleva — con significato profondamente simbolico —
significare che il buono se ne va con la emigrazione dei la¬ voratori e restano
l’ ingordigia e il pregindisio. Descritta la c mala striscia » delle tristi
attribuzioni date dalla conven¬ zione esperimentale al rettile spaventoso,
dobbiamo rilevare il decorso pa¬ rallelo di altre sue e non secondarie
appartenenze simboliche, che lo esaltano come animale di buona natura : Fallii
enim vitium specie vìtIuIìs et umbra.... (Giovenale). Troviamo, infatti, una
serpe, immancabilmente, al fianco di Esoulapio, il filantropo per definizione,
e di Igiea — moglie o figlia di lui avvolta intorno al « haculum agreste » ricordato
da Ovidio (Metam. XV), simbolo della forza vitale e della salute. Se ne ha un
classico esempio nella bella statua nel museo di Napoli. Anche l’Artemide
arcaica, tiene due serpenti, (es. : nella statua del museo Vaticano) e cosi la
Medicina, come è rappresen¬ tata — secondo la tradizionale allegoria — nel
tempio malatestiano di Rimini. Il serpe avvolto All’ arbor fortunato^ e il
vital vaae Della florida Igia, nota il felice Dall’ arti salutari indnstre
alunno. (Arici - Il camposanto di Brescia). Plinio adduce molte ragioni di
questa onorevole attribuzione, servendo il serpente — secondo il grande erudito
comense — a molti rimedi e dimo¬ strando egli la vigilanza indispensabile al
medico, ed anche perchè si rinnova mutando la pelle, come la medicina rinnova
l’organismo dell’ uomo. La prerogativa di alcune utilità medicali era però
soltanto di certi serpi gialli di Epidauria (Pansania), d’onde il culto ad
Esoulapio venne importato a Roma (T. Livio) allor che i romani — afiSitti da
pestilenza feroce — de¬ putarono ambasciatori presso i sacerdoti del dio
taumaturgo, e nelle vici¬ nanze del suo tempio in Epidauro ravvisarono in un
serpente il dio stesso. Tornarono gli ambasciatori con il serpente divino, ed
approdati solennemente all’isoletta del Tevere, lo lasciarono libero. Il
serpente andò ad appiattarsi fra un canneto, e parve quello il luogo prescelto
da lui per sua dimora. Ivi gli si edificò un magnifico tempio (291 a C.). Con i
serpenti gialli pelopo- nesiaci le baccanti attortigliavano i tirsi ed i mistici
canestri delle orgie. || Gli egizi frammischiavano il serpe — preferibilmente
l’aspide con le proprie divinità, ed anche i loro dei — in particolare Serapide
rappresenta¬ vano serpentiformi. Ma poiché presso di loro mancava una mitologia
eroica, e confondevansi gli dei con le gerarchie umane (Erodoto), in quell arte
re¬ ligiosa, piena di simmetrica maestà, ma pure di eloquente artifizio, si
vede attribuito il serpe ai re come alla divinità. Il re dell’ Egitto anche
morto — era parificato al sole cadente che discende nell’ emisfero inferiore,
fra le tenebre, per risorgere nella li.ce vivilicatrice ; come il sole, il re
continuava le sue trasmigrazioni dal mondo celeste a quello terrestre. La
regalità era quindi l’eternità: ed il serpe (ureus) che ponevasi sulla corona
(pscent) simboleggiava e l’una e l’altra insieme, ed era il serpe alzantesi
obliqua¬ mente m arco. I sacerdoti etiopi lo portavano, nelle cerimonie,
attorcigliato alle bende del capo. || Non si rinviene però, nei geroglifici
egiziani, il serpe a cerchio che si imbocca la coda, e che è il più usato
simbolo dell’ «ternità, coinè - ad esempio — nella medaglia di Faustina e nel
modernissimo quadro di L. Meeser. || Il serpente era anche ordinario simbolo
del sole (Macrobio). « Siate prudenti come i serpenti » ripetono le sacre carte
(Matteo X - 16) • e sembra strano poiché per esse il rettile inviso rappresenta
1’ empietà, ed a lui — come bruto — non è ammissibile rivendicare l’uso della
ragióne. Nm est hic locy^ di cementi filosofici, e rimandiamo il lettore alle
esegesi di Tomaso e di Agostino (De tentatione primorum parentum). Certo è che
la torva guardatura, lo strisciare per terra, il mimetismo, l’insidia per
procacciarsi il cibo, sono caratteristiche di cosi pronto rilievo ohe sug¬
gerirono anche alle genti antiche di simboleggiare nel serpe quella virtù ohe
Socrate defini c l’ornamento dell’ anima », la prudenza. Cosi forse pen¬ sarono
gli scaldi nell’esaltare la circospezione di Odino, che, tramutatosi in angue,
rapisce il nettare divino alla gigantessa nemica; e pensarono i greci,
attribuendo a Minerva - dea della saggezza - il serpente, come appare
dall’episodio di Laocoonte [Eneide li. 200); dal bassorilievo di .Iacopo della
Quercia, nella fonte Gaia (Siena), e dallo splendido fresco iconico della
Sapienza condotto dal Tiepolo, nella cappella Colleoni (Bergamo). I| Così
ancora il serpente è dato dagli araldisti come simbolo della rifles- sion. e
della prudenza. || La Chiesa lo dedicò a san Giovanni evangelista ed a san
Vittore ; e in tale dedicazione ai riscontra un altro traslato dalla
materialità della natura alla concezione astratta e spirituale. Credevasi che
il serpente invecchiato venisse ad un punto della sua esistenza nel quale
digiunava per quaranta giorni e quaranta notti, cosi che la sua pelle ne fosse
screpolata; indi sguisciasse attraverso la stretta fenditura della roccia, e vi
bimanesse fin che una nuova pelle non lo ricoprisse del tutto. E tal di vaga
gioventù ritorna * Lieto il serpente, e di nov’ór s’adorna. {Oer, Uh. XVTIT -
IH). Come augno si rinfranca Dopo I* orrida bruma, e cangia spoglie. (F.
Benedetti - AW Italia). In tale guisa il rettilo si prestava ad interpetrare
simbolicamente la rige¬ nerazione. ed il Physiologus ammonisce; « Cosi tu, o
figlio dell’uomo, se vuoi spogliarti del tuo vecchio Adamo ed essere
rigenerato, devi passare per la angusta porta che conduce alla vita » (White).
|| Con significato presso che epale rilevarono il serpente i gnostici otiti,
dandogli parto singolare nelle iniziazioni e nelle agapi; e da essi proviene,
probabilmente, l’adozione del serpe nella emblematica massonica. Ancora come
simbolo della rige¬ nerazione l’academia romana dei Binnovati prese per emblema
tre serpi intrecciati, con il motto : . Quos bi-unui tegebaf ». || La tribù dei
Bulonge (Uganda) e torse l’unico gruppo di popolazione che abbia mantenuto
anche ai nostri giorni il culto del serpente vivo (Roscoe). [| Solevansi
dipingere ‘ 29-2 i serpenti nei luoghi publici «ohe volevansl mondi d’ogni
bruttura, onde gli adulti per reverenza, i fanciulli per paura non vi si
accostassero a far puzza » (Monti - Comento a Persio. I). 1| Il duplice
serpente era !’insegna dell’Asia. Il Gli egizi accoppiavano la vipera alla
murena per simboleggiare r adulterio. 1| Nell’ alfabeto secreto della camorra
il serpe significa publico ministero (Guyot). 1| La festa dei serpenti, che si
celebra ogni aijno, nel primo giovedì di maggio, a Cocullo (Abruzzi), è una
delle grandi sagre italiche di origine pagana e di spirito cristiano non ancora
travolta dall’ onda della modernità. Vi accorrono le donne di Scanno, dalla
beUezza esuberante ed altera, nei loro pittoreschi abbigliamenti, e uomini e
ragazzi, con una ([uantità di serpentelli.... sdentati, attorcigliati alle
braccia, al collo, alle gambe nude. Si porta in processione un dente di san
Domenico da Foligno, il quale avrebbe la virtù prodigiosa di guarire, solamente
nel riguardarlo, i morsi delle vipere. Ci richiama la tipica, impressionante
figura scolpita da Gabriele d’Annunzio, il « serparo » della fiaccola stolto il
moggio ; Edìa Fura Sono, nato di Forco, che serviva il santuario prima di me. E
prima di lui c’ era Carpesso, della nostra progenie, che forniva la cisterna
santa. E nel territorio ili Luco, e in tutto il popolo dei Marsi non v’ è novero
delle geniture di vostro ceppo oh’ ehber la virtù. La « cisterna santa » è
quella di Cuculio, nella cui valle i marsi antichi professavano il culto
totemico del serpente. || (v. Aquila, Cervo, Drago, ,'Salamandra). 53:1.
SBBPILIiO — V. Timo. 534. SPERA — Elissoide a diametri principali eguali,
determinato da una uniforme superficie della quale tutti i punti sono
equidistanti dal punto centrico interno. Si può concepire la sfera come
generata dalla rivoluzione di un semicircolo interno del suo diametro. Dall’arida
nozione matematica trasferendo l’espressione formale nella concrezione
simbolica, la sfera — o globo — si prestò facilmente a simboleggiare l’eternità
« perchè la forma circolare non ha nè principio nè fine » (Ripa), e perchè « la
circonferenza del globo rientra perpetuamente in sè stessa » (Tressan). Per
continuità logica del medesimo concetto, la sfera fu pure il termine plastico
della universalità una e indivisa in sè stessa, e pure comune a più realità
finite. Le cose tutte quante llauu’Online tra loro; e questo è lornm Che I’
«miver«o a Dio fa somigliante. <iui veggìon r alte creature V orma nell’
eterno valore, il quale è line, AI quale è fatta la toccata norma. Nell’ordine
eh* io dico sono aoelino Tutte nature, per diverse sorti, Più al princiino loro
e meu vicine; Onile si movono a diversi porti Per lo gran mar dell* essere, e
oiasomia (*on istinto a lei dato che la porti. {Par. 1 - IdH). 2Sb L’universo:
complesso di energie centrifughe e centripete « per lo gran mar dell’essere»,
ma tutte soggette ad un ultimo fine. Quindi è l’universo il globo che nella
statuaria iconica vediamo sottoposto al piede volubile della Fortuna, a quello
pervicace del Destino; o fra le mani di Urania e delle Scienze cosmologiche; è
l’universo il globo Ultima subufdit glomerato pondtre tellun. (Marnino -
AHrotiom. I). , È il globo che vediamo sovrapposto alle teste egizie; e nelle
medaglie an¬ tiche, tal volta radiato e sostenente una Fifforia; o tenuto dagli
imperatori, con in cima una croce. La palla d’oro contrassegnante la dignità
del mo- nar(»to fu usata prima dagli imperatori romani, come segno del suo
dominio sull universo. La croce in colmo vi fu aggiunta dagli imperatori di
Costan¬ tinopoli, e tutti i re della cristianità li seguirono nella costumanza,
adottando il globo come indice di potensa e di liberalità. |l Un globo con un
timone rappresenta la sovranità dei marij sormontato da un’aquila ad ali
spiegate la consacrazione. ]| La sfera è pure attributo della Provvidenza, —
come nella medaglia di Probo e come fu riprodotta nello spettacoloso funerale
della regina Isabella di Borbone a Milano (16.S3) — perchè « dalla prov¬
videnza divina ci vengono tutti i beni, ed ella estende le sue attenzioni sopra
tutto l’universo » (De Claustre). (Cfr. : Iiif. VII - 78 e seg.). ] Tal volte
la sfera sostituisce la ruota nell’allegoria della Fortuna, come — ad esempio —
la dipinse Gian Bellino, navigante su una cimba, tra putti, e con in grembo una
sfera. || Martino, undecimo generale dei certosini, assegnò per divisa all’ordine
suo un globo cimato dalla croce e con le parole : « Sfai Crux duvi volvitur
orbis ». (v. Palla). 63.5. SFIITGE Mostro favoloso delle mitologie indiana,
egizia e greca, rappresentato in varie guise : con volto di donna e più
raramente di uomo, con corpo di cane e zampe di leone, con ali o senza, coda di
dragone, davanti mammoso e dietro testico¬ lato, sempre giacente sulla parte
anteriore del corpo e con le zampe protese. Alla sua esistenza presta¬ rono
fede Plinio e Alberto Magno che seriamente ne dissertarono. La più famosa
sfinge della favola è quella inviate alle porte di Tebe da Giunone, adirata
perchè Alomena aveva accondisceso alle voglie di Giove. Essa obligava i
viandanti a scio¬ gliere l’enigma, cosi tradotto liberamente dall’il¬ lustre
codognese Antonio Zoncada : (Quadrupede cauiuiino Nei mio jirimo mattino ; Uso
due ^aznbe soie Allor oh*è alto il Solo; Ma di altra K*^mìia, dopo Che il Sol
discese, ho d* uopo. Chi non indovinava perdeva la vite sotto la strozzatura
del terribile mostro. Edipo sciolse l’enigma, rispondendo essere l’uomo
l'animale che fanciullo cammina carpone, aiutandosi con mani e piedi, adulto
con due piedi sol- «FIKOK 1. inilologica - 2. egiziaita. 29'1 ■ . j. tanto,
vecchio aggiunge l’appoggio del bastone. La il capo contro la rupe ed Edipo
entrò trionfalmente m Tebe, dove ebbe il trono^e la mano di ^Giocasta. Gli
euemeristi invece vorrebbero spiegare il mito dando il nome di Sfinge ad una
figliuola di Laio, re di Tebe, la qua -^deglaln il padre - ei associò ad una
masnada di assassini che in- fA«tavfno le strade • e gli artigli attribuiti al
mostro indicano la crudeltà di ù ”rA ir»;, i ««1 '• “ T?r neila diTesa gli
enigmi le insidie e le imboscate. Parimenti in questa inter- petrazione greca,
il mito della sfinge contiene il significato ^ la forza terribile dell’arcano e
dell’agguato, come direbbe 1 etimologia «tessa del nome- e le argute menti che
si dilettano di costrurre e di inter- petrare ve^^^^^^ pa-le con forma
letteraria - e Uli furono in antico Cleobulo, Archfloco, Simonide, Bione,
Teocrito, Mosco, Saffo, Cicerone, Apuleio, Virgilio - hanno giustamente
prescelto la sfinge quale mezzo rappresent - tivo della enigmistica, per il
fascino e la seduzione dell ignoto ohe vuole essere svelato. Tale
significazione doveva avere la 8**^» di Minerva pun- irsnte la sfinge con la
punta della lancia, eretta in Atene (Plinio). Altre volte Minerva era armata di
un giavellotto con la testa della sfinge, e in- ‘’‘'D?ffeTe?tt"rU
limbo*^^^^^ sfingico nelle colossali moli Yw'®‘wTa^ egiziani tagliarono nel
granito. Le ^oro sfingi sono b.ssessuah (Wmkelm^^^^^ 11 leone corroso dalle
sabbie, giacente presso la piramide d. Cheope con ;Ì tei lana rialzata. .
coperta di un pezzo di stoffa rigata, copricapo per proteggere la calotta
craniale che gli Egiziani radevano per ,0 JSizia » Irrotti), con le potenti
zampe distese - e tra esse e un picco o Lcello - è simbolo di difesa dei feraci
terreni della valle contro la cocente sabbia del fulvo deserto che contempla.
Non affermazione di paura, ma di forsl illUgente di sapienza vigile e
silenziosa, di vita fattiva; affer¬ mazione di feratica solennità che si
tramandò pure ® ^ Btiana dei secoli bassi, la quale pose la sfinge sulle porte
dei tempi, come sostegni e basi alle colonne del pronao. |1 Augusto portava nel
proprio sigi! pTmpronta della sfinge, quale segno della inviolabilità del
secreto nei reggitori di popoli. I virtuosi esseni ebbero parimenti tra i
propri sim- boffla sfinge 1 L’isola di CMo l’ebbe per emblema. |! Nel monumento
a Ssmarck eretto a Berlino (scultore Begas) è simboleggiata a .Sayuenzn
Bismarck erer i modernissime (1913) decorano u a. N.POU: u.. di ». (»«!»» P..-)
ha la grandiosità ieratica del mito egizio; l’altra (scultore ^ nel fin! volto
greco e nel composto movimento delle linee 1 ««Fellone de 1 • o hallfi» 7 a La
sfinge di forme umane domina, con la fissità dello slail e la rigidità della
espressione, il sepolcro Besenzanica, nel cimitero ^aumentale di Milano
(scultore Butti), e rappresenta .1 ^ La sfinge fu la impresa di Amedeo VI di Savoia,
il conte Verde (1.-173), con il capo copertoi un elmo bialato, la visiera
abbassata e il corpo leonino, e calpestante una biscia, emblema dei nemici
^‘^“YaHudT-^si T a «finire dell’ evo medio - che si ripete in vari monumenti
sabaudi oirva nel monumento a Carlo Alberto del palazzo comunale di Tonno, con
il motto ^.r attenda non astre*. (scultore Cauda). 295 536. SIRENA —
Fignrazione antropomorfica incompiuta, come il cen¬ tauro, il minotauro, i
tritoni, simboleggi ante la lusinga, la sednsione. « Usque in exitiam dulces »
dice delle sirene Boezio (De cons. phil. I - 1), e la favola racconta cbe alla
malia soave della loro voce i naviganti del mare sentivano mancarsi le forze
come in un’ orgia di voluttuose sensa¬ zioni e abbandonavano la nave nei gorghi
o contro gli scogli, irrepara- liilmente. Soltanto Ulisse potè sfuggire alla
magia del fascino mortale, turandosi con la cera le orecchie e facendosi legare
all’ albero maestro della sua nave. (Od. XII - 39). Erano figlie del fiume
Aoheloo e di Calliope, o — secondo altri autori — di Tersicore o di Mnemosine ;
altri ancora le dicono prole di Forchi e Cheto, e danno loro vario il numero e
il nome ; naturalmente, di bellissime sembianze fino alle coscie e terminavano
in pesce con una o due code : Dtftinit iu piweiìt Mtilìer formosa superne.
(Orario - De urte poetica). Ovidio (Metani. V.) le dice compagne di Proserpìna,
e allor die questa venne rapita da Plutone, esse, desolate, invocarono e
ottennero dagli dei le ali per poter ricercare l’amica intorno al gran mare, il
Mediterraneo. Per questo motivo alcuni artefici hanno effigiate le sirene con
le ali, che le muse loro strapparono poi, quando furono sfidate al canto dalle
sirene imprudenti, istigate da Giu¬ none (Pausania). Vinte pure da Orfeo nell’
aringo canoro, gittarono nel profondo delle onde il liuto e ammutolirono.
Nessun altro luogo del mondo po¬ teva essere il degno soggiorno di codeste
terribili fascinatrici se non l’incomparabile smalto ceruleo che si stende dal
capo Miseno alle insidie di Scilla e di Cariddi. (Cfr. Castelar - L’isola di
Capri], Dove una delle sirene, Partenope, aveva fatto ri¬ sonare gli scogli del
suo inestimabile ca)ito e dove era stata travolta nel gelido silenzio della
morte, fu dato il nome ad una città eh’ ebbe il nome di lei da prima, e fu poi
dal tiranno Falaride chiamata Napoli, o Città Nuora, da lui riedificata. Delle
Sirene alla beata sponda Ove di Ghiaia flagellando il lido Mormora 1' onda.
(Fautoui). A dimostrare la seduzione dell' eloquenza una sirena fu scolpita sulla
tomba di Isocrate. Come figura di talismano la sirena è delle più usate. Gli
assiri avevano finto in essa Cerere, attesa dal mare Eritreo per benedire le
messi e la invocavano nel tempo delle semine. {| Agli araldisti è nota la
sirena Melusina, la quale — per nascondere le sue deformità — aveva scelto un
tino per dimora e solo si mostrava fino alla cintura. Ne trattò la poetica
leggenda Giovanni d’Arras (1390) ed è celebre la romantica compo¬ sizione
musicale dedicatale da Mendelssohn (1809-1847). Da questa roman¬ zesca Melusina
si vogliono trarre i natali della schiatta dei Lusignano, di SIK^XA I cui Guido
fu regnante di Gerusalemme (1186) e di Cipro (119-2). ;| Per mot^ Z usò il mito
della sirena ad indicare P allettamento piacevole anche dèn- arte e degli
artisti, specie della parola. Es. : « Calo Siren Old solus legit ac facit
poetas » (Svetomo). La dea sira Atergate Sta Idt di SemirLide e simbolo della
g.uerasione - aveva sem¬ bianze di donna nella parte superiore del corpo, ohe
finiva in coda di pesce (Luciano). 537 SIRINGA - Zampogna - Siringa era la
ninfa d-Arcadia inseguita da Pan ! salvata dalle sue erotiche voglie per la
oomp.«sione degli dei, ohe Ja convertirono in canne. Sotto la stretta
dell’eccitato dm caprigno lanini esalò voci cosi pateticamente armoniose, che
egli pene i riunire i palustri, convenientemente degradati di misura, e di
formare cosi 1 istro- Lento cui diede il nome della amata, e ohe fu largamente
usa^ dai pastori. I romani diedero parecchi nomi all’istromento di Pan: arundine,
calam , avena, fistula, cicuta, secondo la materia onde si componeva. FiatiiUt
cui sciitper decrescit armidinia orda. Jfum cnlamii» cera jiiiisWir iwjtie
minor. Nella rustica italica esso si chiamò zampogna. Nè Hol vivrai nella mia
Rtanca lintf'^a, Ma por pastor divorei In miUo altre sampogne e mille versi.
(Sanuaxearu). È emblema usatissimo per indicare la musica pastorale e
circondata di lauro e di pino fu l’ impresa degli ammanierati mandriani d
Arcadia. 5,38. BISTRO — Strumento musicale a manico, vuoto nel mezzo traUrsato
da bacchette metalliche, che percosse danno il suono delle particolarmente
usato nelle cerimonie degli egizi, or¬ dinariamente cimato di gatto o di testa
di gatto e de¬ dicato ad Ator, dea dell’ amore e del piacere, della quale era attributo,
quale simbolo di gioia ; vedi la sacerdotessa d’Iside nel campo Capitolino
(Roma). Il II vulgo egiziano credeva che lo strepito del Bistro ponesse in fuga
Tifone. || Il sistro successi¬ vamente fu usato dagli ornatisti come generico
simbolo della musica. 539. SMERAIiDO — La magnifica pietra che sembra una
goccia dell’ oceano attraversata da «no sprazzo di sole, e pare abbia in sè
racchiusa una fiamma secreto e misteriosa, è una delle gemme a cui le fantasie
attribuirono inttussi spirituali pos- senti. Gli antichi la dedicarono a Venere
pura, come simbolo di virginità (Pierio Valeriano - XLI); altri la dissero
espressione di speranza nascosto nella gelida apparenza, di gioia, di UberaUU.
di forza, j] Fra le corone di verbena essa brillava sulla fronte delle
sacerdotesse druidiche, come fau¬ trice delle opere di divinazione e d’amore
(E. Michelet). I peruviani la 8I8TKO I veneravano con sacro terrore, e ancora
alcuni di essi credono ohe le miniere degli smeraldi siano custodite da
spaventose legioni di demoni dagli occhi verdi. || Vuoisi che la bella e
orgogliosa regina di Saba e l’eifeminato Nerone (Plinio XVn. 16) amassero
riguardare attraverso smeraldi meravi¬ gliosi ; e — benché di quelle epoche non
si conoscesse la diottrica oculistica, e quindi non si parlasse di occhiali
(gloria italiana dell’ evo medio) — pure la cosa è verosimile, perocché anche
Plinio afferma gradevolissimo all'occhio il colore dello smeraldo, di cui é
otticamente efficace il potere dispersivo, per la incurvatura relativamente
debole, e per la tinta dolce e sedativa. Pietra di gran pregio, e per ciò
lussuosa, quale si conviene alla tiara dei ponte¬ fici ed alle boiarde
moscovite, che — prima di Lenin — prediligevano l’in¬ canto sottile ed
abbagliante degli smeraldi per adornare la loro strana bellezza, || Era una
delle dodici gemme dell’c/bd, indumento superumerale dei sacerdoti ebrei, nel
quale rappresentava la tribù di Zàbulon, posta terza del primo ternario
(Giuseppe Flavio). {| Credevasi anche talismano, appor¬ tatore di fortuna nei
parti difficoltosi e nelle violenze del mal caduco. 540. SOCCO — Calzare basso
e piano, nella sua modestia contrapposto al coturno, questo simboleggiando la
tragedia grave e risonante, quello la oomedia, di minori pretensioni e lieta.
Comica lascivo gaurìet sermone Thalia (Virg. - De Mumìh) ; e (fuindi la musa
della comedia porta con sé la maschera allegra e calza il socco. (v. Coturno!.
Eli uuore immortai del socco aurato. (Marino - A P. Terenzio) 511. SOIiE — 1
demopsicologi osservarono che l’imaginazione é tanto più vivida ed energica
nell’uomo quanto più il suo cielo è cocente, si che la solitudine, le soste
contemplative, le lunghe veglie sono comunissime agli abitatori dei paesi
caldi, più disposti ai sistemi di religione e ad aderirvi con fanatismo. Al
fulgore degli astri rutilanti nel bel cielo di oriente, ai grandi pensieri da
essi inspirati, ed alla intemperante esaltazione dello spi¬ rito deve le sue
origini una delle prische religioni, il sabismo, ossia l’ado¬ razione degli
astri. Se ne trovano traccio presso tutte le genti primitive (Dnpnis - Origine
di tutti i culti), dai pswtori degli arabi, dai guebri, come — nell’ altro
emisfero — dai peruviani e dai natchesi del Mississipi. Par¬ ticolarmente ebbe
culto la « lucerna del mondo » (Par. I. 38), il Sole, che con la bellezza
impareggiabile, la luce invincibile, la regolare rapidità del corso, il
miracolo fecondatore, fu dalla umanità ritenuto di essenza divina, il celeste
dispensatore dell’ universa carità. Dalle aree e sterili terre di Arabia, di
Idumea, d’Egitto, doveva provenire il suo culto alle sponde mediterranee. «
Deos omiies ad Solem rcf'erri » (Macrobio - Satur. XVJI). E il Sole fu Pelo per
i caldei ; Osiride e Oro per gli egizi ; Moloch per gli ammoniti ; Belfegor per
i moabiti; Adonide per i fenici; Dionisio per gli indiani; l’invitto Mitra per
i persi ; e successivamente Elios, Febo o Apollo per i greci e per i romani. A
Rodi ebbe particolari manifestazioni ritu,ali e gli fu inalzata la statua di
bronzo, alta cento piedi, annoverata fra le sette meraviglie del •29b mondo e
rovesciata da un terremoto. Nelle Gallie e nei Pirenei si poneva la mota
figurante il sole presso le erme di Giove. Cesare conosce tra gli dei germanici
soltanto il Sole, la Luna e Vulcano. L’imperatore Romano costmisce in Roma il
grandioso tempio al Sole Invisibile, rivelazione e ra¬ gione di un particolare
monoteismo, a cui s'accosterà poi anche Giuliano l’Apostata. Per i greci il
sole era autonomasticamente l'Àstro. Ancora in pieno secolo XX esiste il culto
del sole, e a Montréal (Canadà) la setta dei mazdaz ne costrusse recentemente
un apposito tempio. Perocché, come occhi umani non mirarono mai splendore
maggiore del suo, cosi nessun filosofo, poeta o artista seppe trovare paragone
più eccelso del sole per indicare il vero spirito vitale d’ogni cosa creata. 1
peraviani davano ih nome di Sole agli uomini superiori per intelletto
(Gargilaso de la Vega). « Dante si alzò eminente tra tutti i poeti, quando in
un sol verso racchiuse la più magnifica lode di che mai possa esaltare il Sole
P imaginazione, cantando I/O ministro maj^gior ilella natura > O’itr. X.
28). Cosi il Monti. E il Foscolo, a proposito di questo verso asseriva di non
aver mai letto < concetto più sublime e più splendido ». E Dante valga per
tutti. Nell’immenso e multiforme simbolismo che accoglie necessariamente il
naturale e il preternaturale, il divino e l’umano, il sole fu necessariamente
il simbolo più usitato ad esprimere la grandezza, lo splendore, la magni¬
ficenza, la potenza, la dottrina, la virtù in genere ed in ispecie. SoIpv»
Knma, die il lioon mondo f'eo, dne Soli aver, ohe l'ima e 1' altra strada
taoeau vedere, e del mondo e di Deo. O’arg. XVI - 106). In questa guisa Dante
simboleggia nei due soli il potere spirituale del pontefice e il potere
temporale dell’ imperatore. (Cfr. : De Monarchia - III - 16). Il E Guido Casoni
simboleggiava nel sole la religrione ; Un Sole è in Cielo e nn divin culto è in
terra ; Ij’ uno dà Inmo al Mondo, e l’altro all' alme. (Embl, politici - 1). »
E altrove nel sole indicava la giustizia del principe (id. XII). Del sole,
figura di stile rappresentativo e metafora eterna, si usò e abusò nelle enfa¬
tiche fatiche artistiche e letterarie. L’Aretino scrocca la prima pensione da
Clemente VII con versacci ch’ei chiama < lodi chiare » e sole e vere Appunto
cQme il vero e come ÌI sole: il < sol dell’anima », nel quale il Piave volle
dire l’amore, fu redento dalla musica di Verdi; il «sole dell’avvenire» di
Garibaldi non lo fu invece dalla improvvisazione letterariamente disgraziata di
Filippo Turati, musicata da Amintore Galli. In araldica il sole viene figurato
come una faccia umana, conclusa in un disco e contornata da sedici raggi, dei
quali otto diritti ed otto serpeggianti. (V. Astri, Luna). 542. SORBO — La
specialità di questa rosacea* in stretto parentado con il nespolo, è quella di
crescere lentamente ma robustamente, fino al punto in cui possa assicurare la
consistenza dei suoi fiori e dei suoi frutti ; simile in ciò alla pxndenia — di
cui è fatta simbolo — la quale consìste nel prendere le saggie misure e la
proporzione dei mezzi per l’esito felice del proposito. !| Soma republicana
venerava il sacro sorbo nato dal gia¬ vellotto lanciato da Romolo sul monte
Sventino e miracolosamente cresciuto ; offeso poi nelle sue radici e morto
quando Giulio Cesare volle erigervi le sontuose gradinate. 543. SOBCIO — Topo —
Questo rosicante — che presso gli antichi giap¬ ponesi era attributo di
divinità, e dal quale la gaia Montespan faceva trainare, fra i velluti del
salotto, una carrozzella di filigrane d’argento — è a ragione spregiato e
perseguitato, quale infesto apportatore di malanni, di pestilenze e di morie.
Oli iconologisti lo propongono come « il vero geroglifico del danno » (Ripa).
|{ Narrano però alcuni storici antichi che i topi furono anche qualche volta di
capitale utilità, come i|uando aiutarono Setone, sacerdote di Vulcano re d’ E-
gitto, ridotto agli estremi contro Senacherib re degli arabi, rodendo di notte
archi, scudi e arnesi di cuoio dell’esercito vincitore, che dovette fuggire
dall’ Egitto. Altra volta i topi dei campi troiani, rodendo le cor¬ reggia
degli scudi ai cretensi che volevano fondare una colonia dove — secondo
l’oracolo — i figli della terra recassero loro il fastidio maggiore, indussero
quei guerrieri a fermarsi ed a fondare Sminto ; e i topi, nati dalla terra, vi
furono venerati, nutriti dal publico, in certe cavernette )>oste presso la
statua di Apollo sull’ ara maggiore del tempio. || F\i pure simbolico l’invio
di un ranocchio e di un sorcio fatto dagli sciti a Giro per dichiarargli
guerra, volendo intendere che non gli restava altro scampo che internarsi sott’
acqua come una rana o sotto terra come un topo. Vediamo il sorcio designato
anche come il geroglifico della discresione. Perchè ? Il topo bianco — che gode
abbandonatamente dei piaceri sensuali — era tenuto simbolo della lascivia. |{
Durante i riti d’auspicio il grido di un sorcio li faceva interrompere come
triste presagio. 541. SFASA — Arma ordinariamente usata come motivo di decorazione,
e per la sua antichità e forse anche per la sua eleganza simmetrica. L’ of¬
ficio sostitutivo dell’ idea di questo simbolo è facilmente comprensibile, ri¬
chiamando esso ai concetti della forza, della potenza, della offesa, della
difesa e di tutte le facoltà e le attitudini che ne conseguono. La Giustizia è
sempre raffigurata con la spada, alzata per lo più, perchè difende e mi¬
naccia. Es. illustri : le pitture del Lorenzetti nella signoria di Siena, di
Cima da Conegliano all’ academia di Venezia, di Raffaello nella stanza va¬
ticana della Segnatura : e più modernamente nella nuova sede del parlamento
elettivo italiano, nella quale Aristide Sartorio dipinse la friustUsia con due
spade, l’una per proteggere, l’altra per punire. Come participio iconologico
della Giustizia, anche i domenicani posero la spada in mano del loro santo
fondatore, insieme all’ olivo, per rappresentare con quella la giustizia, con
SOR no axi questo la misericordia sul vessillo della ingiusta e immisericorde
1di(uìsì- zione di Spagna, jj Guido di Lusignano, re di Cipro, istituì l’ordine
caval¬ leresco della Spada, avente la lama d’argento, con il motto « Securihts
Uegni *. (Sicureisa). Bagli italiani residenti nella republica Argentina fu
offerta al generale Caviglia una targa (scultore Tamburini), nella quale presso
una spada brandita si legge : « /ctu non abslinet » e « Pax in virtuto tua »,
espri¬ mendosi cosi r antico concetto della minaccia della guerra contro la
guerra, espresso da Vegezio {Epit. rei militar. III. prol.): « Qui desiderat
pacem praeparet be.Unm ». |i Gli sciti avevano una spada particolare, da essi
chia¬ mata Acinace, che conficcavano nel suolo e adoravano come l’imagine di
Marte (Erodoto); ed anche i celti — nella loro ordinaria semplicità — adoravano
il loro dio della guerra sotto la forma della spada. || Questa è uno dei vari
emblemi massonici, e non si scompagna mai dalla maschia figura di san Paolo
apostolo, < ad indicare il genere di martirio eh’ egli subi » (Zaccherini),
e di altri santi : Ercolano, Giuliano, Taddeo apostolo, Pio I, Alessandro,
Giovenale, Lamberto, Giacomo il Maggiore, Valentino romano, Aquilino, Lucio,
Pancrazio, Fiorano, Costanzo, Keinoldo, Fabiano, Vittorio da Marsiglia,
Eugenia, Susanna romana, Giustina di Padova.... La spada spezzata significa
avversità. { Nella storia, nella letteratura, nell’ arte ogni spada ha il suo
nome, che è un poema o un idilio, di amore, di gloria, di tragedia. < La
spada è l’anima del cavaliere » dicevano i por¬ toghesi ; e la fisionomia della
spada è quella di chi la adopera Chi non vede nel corto e massiccio gladio
romano la saldezza compatta e inestricabile delle irrefrenabili legioni
cesariane? E la guizzante e sottile lama delle spade arabe non è forse il
ritratto — se cosi potessimo esprimerci — degli irrequeti ed agilissimi
guerrieri africani in cui par rispecchiarsi intera ed intatta la felina
sveltezza delle maestose fiere che popolano i loro deserti e le loro foreste ?
Poi il greve ed oscuro medio evo riprende, anche nel pro¬ filo delle spade, il
suo aspetto di solenne grandiosità; ....l’elsa ricamata nel prezioso argento di
uno spadino settecentesco riflette interamente la sdolcinata grazia dei
damerini poudrès che se ne adornavano. (Ferroggio). 546. SPARVIERO — Di questo
uccello di rapina diurno ohe usavasi ammaestrare nelle antiche caccie, molte
cose raccontano gli zoologi, che ne ricordano massimamente la celerità
prestante e la acuta e ferma potenza dell’occhio, pari a quello dell’aquila e
del falco. Per questo privilegio i greci l’avevano imaginato pronto messaggero
d’Apollo (Omero), e l’avevano pure posto al fianco di Giunone come fedele
spione della gelosissima dea. Non si argomenta però eh’ esso abbia avuto nell’
arte un particolare compito simbolistico, benché sia una delle imagini
spesseggianti nella geroglifica. Si riferisce che uno sparviero portasse in
Tebe d’Egitto — e non si sa da dove — un libro scritto a lettere rosse nel
quale si impartivano le norme di culto ai sacerdoti (Diodoro). Da allora gli
scrittori di cose sacre portarono sempre per divisa un berretto rosso con un’
ala di sparviere. Occorre però tener presente la trama molto involuta del culto
egiziano, che è come una suc¬ cessione evolutiva di figure, di emblemi, di
adombramenti più o meno in¬ gegnosi ma tutt’ altro che distinti ed evidenti. Lo
sparviere era sacro e intangibile presso gli egizi, poiché — secondo taluni
autori — esso incar- ÌJOl nava il loro Osiride (Plutarco), nel quale — come è
noto — si ravvisa la virtù e il gran dio Ameri, ossia il principio dell'Apollo
ellenico. Arueri fu identificato dallo Champollion nelle inscrizioni e nei
bassorilievi di Ombo e di Eliopoli, antropomorfo nel corpo, seduto sul trono,
con la croce ad ansa e lo scettro, e con la testa di sparviero coronato dallo
psehenf. Molte volte lo sparviero si trova disegnato interamente a sè, ed
indica potenza regale. Con il capo rivolto verso le ali spiegate indica
protezione. || Nelle antiche caccio era molto usato lo sparviero a cui si
faceva l’operazione della ciglia- tura, cioè gli si cuciva il ciglio con un
filo di ferro « però che queto non dimora» {Purg. XIII. 72); e araldicamente si
adottò lo sparviero per ricor¬ dare trofei e diritti di caccia signoriale. 646.
SPECCHIO — Quest’ istromento ha una storia remotissima. Assiri, indiani,
cinesi, ebrei li costruirono di metallo; gli egizi anche di vetro, come ne
esistono nel museo di Torino; in Grecia erano celebri quelli di bronzo bianco
di Corinto (lega di rame, stagno e arsenico) ; Brindisi fu l’e- mula di Corinto
nella fabbricazione ed a Roma, metropoli del lusso, si usa¬ rono specchi
d’argento e d’oro. Con il volgere del tempo si imparò a fabbricarli di vetro
lio qua) di retro a sò piombo nasconde. {Par. 11-69); e fu gloria dei
veneziani, diffusa nell’ anno stesso in cui Dante poneva mano all’ immortale
poema (1296). Aristotele aveva però già accennato alla foglia di metallo
sottoposta alla lastra vitrea per riprodurre le imagini. Famoso nella
tradizione è lo specchio di Salòmone, costituito di sette metalli diversi e
rispondente come un oracolo durante il novilunio. In Germania special- mente lo
specchio è stromento di superstizione, e in certe notti, al lume di candela, lo
consultano le zitelle come l’amante tassiana consultava il cri¬ stallo lucido e
netto. Ai misteri d’Amor ministro eletto. {Oer. lib. XVI. 20). Se quest’oggetto
cosi comune non ebbe mai grande importanza nelle istorie, ha esempio di
classico splendore nelle sue applicazioni metaforiche per la meravigliosa sua
funzione che non è solo di vanità, ma è, sopra tutto di verità. Perocché « lo
specchio insegna che la Verità allora è in sua perfe¬ zione quando l’intelletto
si conferma con le cose intellegibili, come lo specchio è buono quando rende la
.vera forma della cosa che vi risplende » (Ripa) ; e nuda è sempre raffigurata
la Verità, con lo specchio in mano, il quale in¬ defettibilmente restituisce
l’imagine con fedeltà anche impietosa. Cosi — ad esempio — è la statua della
Verità, addossata all’ obelisco di Scheurer Kestner, promotore della revisione
del processo Dreyfus (giardini del Lus¬ semburgo a Parigi — scultore Dalon -
1908). Virtate andava intorno oon lo upeglio Che fa veder nell'anima ogni ruga.
[Ori. fur. XTT). Dice Astarotte, il diavolo sofista del Pulci : ))ove
8enii>re ogni oosii in imo Bpecohio Il fiUnro 0 i) preterii (s presente.
(MoUf. wtttjy.). i»02 Lo specchio è indicato come segno della docilità, perchè
riceve tutto quanto gli si presenta davanti. || Se Demostene studiava le pose
oratorie davanti alla luce levigata, prima di lui Socrate aveva esortato i suoi
discepoli a riguardarvi sè stessi, intendendo che lo specchio è testimone dei
difetti dell’individuo e utile ammonitore; cosi ohe si debba quasi ricorrere
allo specchio per la cognizione delle proprie attitudini e delie proprie
facoltà prima di operare ; da ciò il simbolo dell’ esame scientifico, della
prudenza, della cixcospeiione, della rifiessione (in senso morale] ; per le
quali figu¬ razioni è usato lo specchio, tal volta attorniato da un serpente
(v. Serpe). Es. : la Prudenza dell’ ospitale del Ceppo a Pistoia (Della
Robbia), e quella di S. Andrea della Valle (Domenichino) ; la Lia,
simboleggiante la vita attiva, sulla tomba di Giulio II (Michel Angelo). ||
Anche la giurisprndensa — la quale deve esaminare, risolvere ed eseguire,
regolando l’opinione e l’azione con somma cautela e con il sicuro documento
della realtà — viene rappresen¬ tata con lo specchio. Es. : La Giurisprudenza
delle loggie vaticane (RafiFaello). 547. SFEROITE — Per la specifica funzione
di questo arnese esso indica figuratamente stimolo, eccitamento, ed è attributo
parlante nelle molteplici espressioni della dinamica morale, come la
emulazione, la sollecitudine e simili ; ....sproni acuti Son le parole, onde
virtù si desta. (Ger. lift. VII. 46). Nella araldica lo sperone è sempre
riprodotto in tutte le sue parti. Nella cavalleria dell’ evo medio lo sperone
d’oro era il distintivo del cavaliere ; quello d’ argento dello scudiere, e si
applicava con cerimonia di particolare solennità. 548. SFICA — Nel frutto del
pane futuro, tesoro tratto dal grembo puro e fecondo del suolo, si nasconde il
mistero profondo della vita; e la spica dei bei campi d'oro, erta fra i
purpurei pa¬ paveri e gli azzurri fiordalisi, è la sintesi grafica dell’ evento
felice, della pace, dell’ abondanza, della speranza, della provvidenza, di
tutte le pro¬ messe del cielo e della terra. O piccola speme crescinta sui
campi allorquando Horiva 1' aprile, o timido stelo sottile, o fra(;ile epica
che il sole bruciando saluta, non sai quale damma s' accenda nei vani dell'
ispido intrico d' ariste ? Non sai nella vita eh* è triste, i|uant' onda'di
bene da l'umil tuo seno s’attendai' (fjuigi Orsini - Pane). J'ai vtt lu Paix deitcetttlre sur la terre, Semant de l'or, dee peurs et
de» rpis. (Bi-ranger).
Dice la Chiesa — ripetendo le parole di Cristo (Giovanni - XII. 24) che il
corpo del cristiano gittàto nel solco del sepolcro ripete la vicenda del 2 3
MONKTK CON LA SPIC'A 1 • antica di Metaponto 2 e 3 - italiana granello della
spica, il quale nel grembo della terra si corrompe per darsi una vita novella
(resorresione). || Nelle medaglie e nelle monete arcaiche, come nelle
modernissime, la bella infiorescenza del grano maturato sull' asse eretto è
preferito motivo ornamentale, come si vede fra le mani della Pace nella
invocazione di Tibullo, nella medaglia di Tito alla Fedeltà, nella statua del
Buon Evento eretta nel Campidoglio. Le antiche monete di Me¬ taponto avevano
una epica ; cosi nelle monete di nichelio da venti cente¬ simi l’ Italia nostra
contemporanea è rappresentata con una testa dal profilo sereno, ed a sinistra
sporge la mano che tiene una spica (scultore Bistolfi) ; e anche le monetine da
cinque centesimi (1921) ricordano con la sintetica espressione grafica la'
Maffiia pitrena frttguìn, Saturnia tellu» {Georg. - n. 78) ; la quale — però —
importa maggior grano di quello che oggi la sua feconda terra produce, e il
verso celebratissimo di Virgilio suona ironia al confronto delle tabelle
statistiche delle dogane.... ,| Naturale e caratteristico attributo della
agricoltura, la ghirlandetta di spiche con la fettuccia bianca era il
distintivo della dignità collegiale degli arvali quiriti. Alle falde dell’Ima-
laia, nelle valli del Gange e dell’ Eufrate, si propiziavano le divinità sacri¬
ficando con il prezioso cereale. In Egitto si offriva ad Iside ; a Roma sull’
ara nuziale e sulle inani congiunte dei novelli sposi si versavano pugni di
grano (conferreatio). In Eieusi l’ierofante mieteva in silenzio una epica e la
offriva all’iniziato ai sacri misteri come simbolo della unione di Plutone e di
Ce¬ rere, la c spigosa madre » (Alamanni). || La iconica dell’ estate, del
luglio e simili importa, naturalmente, il compimento decorativo del fusto di
grano, foggiato a corona, tenuto nella cornucopia o nelle mani. || Con la
spica, con i pampini e con una ghirlanda di papaveri fu pure ritrovato,
scolpito sopra un bassorilievo antico, un fanciullo simboleggiante il Genio, a
cui fu posta la seguente inscrizione ; <^ui» tu laete puer r Geniut, cur
dextera aristam Latra uva». Vertex quidque papaver hahet / Hate trio dotta deum
Cererie Bacchi atque Soporie Xamque hi» mortale» viviti» et Genio. (Ripa). La
Calamità è dipinta con un contorno di spiche infrante e abbattute. K cosparsa
di dnol (Cerere vede C-iuftSto l'onor delle bramate spiclic. (Cbiabrera). A
significare tutta la fede del buon svento di cui è apportatrice la spica stanno
mistiche abitudini remote tuttora vigenti : Nei paesi circumetnei, poi che sono
fiorite le messi, il più vecchio e la più giovane ragazza del con¬ tado vanno
cercando le più belle spiche di grano, tagliando allora il Glo di paglia
intero, lungo, presso la terra; ne fanno piccoli fasci, e in posa ie¬ ratica, a
braccio teso, li distribuiscono fra lo diverso famiglie. In ogni rustica casa è
cosi posto, al capezzale, il piccolo manipolo di spiche, perchè protegga il
podere, l’orticello, l’abitazione. E quando l'Etna minaccia, le donne escono
dalle case salmodiando, con le treccie sciolte sulle spalle, e recando proces-
304 sionalmente il manipolo capovolto, fidenti nella potenza dello scongiuro.
|| A dinotare la nobiltà del simbolo anche in araldica, lo smalto della epica è
sempre d’oro. 549.. SPIIiliO — Questo piccolo arnese appartiene alla simbolica
della superstizione, indicando disgrazia. È uno di quegli obietti comunissimi
che non si regalano mai, perchè « dono che punge amor disgiunge », come dice il
proverbio. Próbahim verbum ? 56(J. SPINALBA — v. Uiancospino. 561. SPINO — La
Carboneria che — a differenza della massoneria — adottò una formula non
razionalistica, si bene cristiana, aveva tra i suoi segni convenzionali la
corona di spine; la quale « se portata sul capo tiene immobili gli uomini e li
rende cauti nell’ evitare le sue punture ; tenuta innanzi al pensiero, rappresenta
per il carbonaro la fermezza nello sfuggire le punture del vizio e della
menzogna » (Dito). || Lo spino rappresenta comunemente la penitenza (v. Cuore),
e nella applicazione blasonica è pre¬ sentato in ramo, indicando valore
conosciuto, risentimento ginsto (Crol- lalanza). 652. SQVADKA — Stromento
composto di due regoli commessi ad an¬ golo retto, con il quale si formano e si
riconoscono gli angoli retti. Portan¬ dosi l’idea della dirittura dal senso
corporeo al senso morale, la squadra è la figurale espressione più. precisa di
quella conformazione del pensiero della mente e della volontà alla legge del
vero, che si dice rettitudine. || Sui sarcofagi egizi si poneva la squadra per
ottenere al defunto 1’ equilibrio delle facoltà nel transito mortale. || Egxiale
significato s’attribuisce alla squadra nell’iconologia massonica. Le antiche
corporazioni muratorie veneziane, infatti, scelsero probabilmente a proprio
patrono l’apostolo Tohibbo. pprrbò nelle imagini era sempre fornito di una
squadra (v. Compasso). || Questa è pure il naturale attributo integrante
l’iconografia delle scienze e delle disci¬ pline positive, e rende
figurativamente l’idea del metodo e dell’ ordine. 553. SQUALO — v. Pescecane.
564. STELLE — Dei corpi celesti di cui Dante voleva « speculare dolcissime
veritadi » (Ep. X. 4) e delle loro significazioni teniamo parola altrove (v.
Astri, Sole). Sono ora da ricordarsi alcune stelle — o nodi — di costituzione
geometrica, entrate nella simbolica teurgica; — la stella della salute,
pentagono che si ritrova nelle medaglie di Antroco. Guerreggiando questi contro
i gelati, finse d’aver ricevuto da Alessandro il Grande la stella pentagonale
contenente la parola salute in greco e in latino, e ne fece un amuleto per
rincorare il suo esercito presso che disfatto. L’obietto talismanico fu poi
adottato comunemente. —■ ■ -— 4 2 3 4 - STKI.LK O SOI>l 1 - (li Davùle 2, 3
e 4 (li SutonioHfi. mò le varie stelle o nodi di HaUmione e ili Davide, dei
quali alcuni usati nei riti massonici, e che voglionsi segni, se non emblemi,
dell’ebreìsmo. Dopo che l’esercito di Tito distrusse Gerusalemme (70) gli
israeliti non ebbero più occasione di spiegare un emblema della loro
nazionalità. A Chi¬ cago il rabbino Levy volle raggruppare ancora i
correligionari attorno ad uno stendardo simbolico della naiioue ebraica, ed
esso fu bianco, con la stella di^ re Davide a doppio triangolo, e con l’asta
sormontata da una colomba ad ali spiegate. Essa fu affidata alla loggia XLIII
dell’ ordine mas¬ sonico indipendente della Stella dell’ovest (1897). (v.
Scudo). fi55, STENDARDO — v. HaìidieTa. 556. STOPPE — Per la curiosità storica
— di cui siamo debitori a Vittorio Gian (v. Colori) — trascriviamo uno
strambotto tramandatoci dal diarista Marin Sanudo (1466-1685) sul particolare
significato simbolico dato alle stoffe usate per l’abito delle dame veneziane
del rinascimento: Jlrorcaio, onor; velluto, umilltade «limostra; il ra90.
uiimma gentilezza; fraudo il canzanie o instabllitade ; il tlamaifhiììy
naturale asprezza; •tfiàmilo e simpllcìtade ; UiffeU'i^ Ingegno e d’animo
acutezza ; viltà la mgia <lemo8tra in ciasrtinn : zaìubtllotto e taU) grave
fortuna. 557. STRAMOlflO — Datura — Solanacea di grandi foglie e di bel¬
lissimi fiori, die avvizziscono di giorno e spiegano la loro vitalità superba
durante la notte, ma di odore repugnante e di proprietà fortemente velenose.
Florìhus auiheeie rerebrum, meutemque datura ^ Ferdit, et ex nuìino, utteeros
exteruat edentee. (Durante). Simile, quindi, alla creatura del vizio che solo
nelle illecebre notturne vivo della sua colpevole pompa seducente, e non ha
l’onesto profumo della ca¬ stità, e corrompe con l’alito del peccato, lo
stramonio è elencato nel lin- Suaggio floreale come il simbolo della
depravazione e dell’ inganno. 668. STBTJZZO — Quando Dio, nel fragore dell’
uragano, parla a Giobbe e gli mostra le bellezze del creato, la Biblia offre un
magnifico squarcio di zoologia, descrivendo lo struzzo come bestia bella di
piume, crudele verso i suoi nati, priva di saviezza e velocissima (Giobbe -
XXXIX 13-18). Questo animale, infatti, fatica invano a deporre le ova sue ohe
andranno sperdute nel deserto, e Geremia paragona allo struzzo le empie madri
di Gerusalemme, che durante l’assedio avevano rigettato da sé i propri figli
(Lamentazioni -'IV. 3); ed anche l’arabo ripete proverbialmente: .stupidii come
imo struzzo, sapendo oh’esso nasconde il capo sotto l’ala stimando cosi di non
essere visto. Per tutto ciò, questo gigante degli uccelli fu ri¬ petuto simbolo
di crudeltà e di stupidaggine. || Per lui è pure segnalata la nota distintiva
della ingordigia, essendo egli ghiotto all’eccesso e tran¬ gugiando con vorace
e scipita indifferenza tutto quanto gli si presenta sotto il becco, legno,
corda, cuoio, non avendone danno per la idiosincratica d.U. .t.m. 00 . N.1 gr..
p.rc. di M.Uiridh l“"> 1'““ .llm.nt.tl, p., cullnr. indù. »!.!.,
m.gl..m vi è quotidianamente provate. Senza masticare essi ingn in un solo
boccone, e un popone intero passa facilmente eozzule È però errate la credenza
ohe possano digerire il metallo. : Co Wamó di non intendere per quali relazioni
di critica 1 o.ÌRti minai e eli araldisti (Qinanni) si accordano nel designare
lo ai ,.1-ii.i.t lo» siero osservando certa antica moneta romana in cui e
scolpito 1 con la iscrizione . J^MHa ». Tuttavia sarebbero assolutamente
opposte a tele designazione allegorie^ |1 Lo ™o 1 dotato di garretti d’acciaio
e di una resistenza eccezionale - è già steto imnieeate negli ippodromi
americani come . numero » di sport, e qua cuno ZJ. oh. p.h .?».«„.! »» 11
C.V.I10 ..11. Altrettanto può convenientemente essere designa .'i, '
<><>5<::;x:::5!::::k:::j-s-cx>ì;::5c:: ..••%....«S,„VV“V'/*..
T B69. T — Lettera alfabetica considerata dagli antichi come simbolo della
vita, appesa alle mani di (Isirìde e di Io nei loro simulacri, (v. Croce). Il
Con una T si contrassegnavano i superstiti di una battaglia nell’elenco dei
soldati (Foresi), e i tribuni della plebe in Roma antica confermavano
l'autenticità degli atti publici. 560. TACCHINO — Nessuna dedicazione alia
divinità classica, nessun cenno di sacre carte o poesia divina correda il
cemento di questo gallinaceo pervenutoci dall'America settentrionale (sec.
XVI), quasi caricatura del pavone, con i riflessi metallici delle penne, gli
occhi rutilanti, ma con la testa nuda, bitorzoluta, la fronte carunculata ed i
bargigli cascanti. ifttut dxudon», ti fmvéi'H chmopn, D'Hit Moleunef et
traìiqitifU. Par lett matiuM. par ten rouchant^. /{Heniéut. inarrhritt
à la /He: I}rcaut In paHourr qui /He, Kit fredimnau de viftir fredmie. \’ouf en
prnrMftiott dot'Hf i.ett ffrofi diìttfoHM ! ^ (Kostmirl). Se il pavone '—
motivo di estetica superiore — puit significare superbia e ambizione, il
grottesco tacchino, quando spiega a ventola il suo penname e fa maestosamente
la ruota, non può ra()pre8entare che l’insolente osten¬ tazione, la goffa
presunzione, la boria ridicola, la ven¬ tosa albagia. Si redime, la povera
bestia, offrendo le sue carni squisite ai simposi dei buon gustai. Quam deforme
mahnu ferventi nvcenno furore Ira tiiv irntia ludica mouHrni avi*.
((’anierftriuK - Sf/uih. Ili - IjXVIT'. 561. TAMAHO — ]'ite nera — Pianta
d’origine orientale, assomigliante nelle foglie all’edera e allo smilace, dal
frutto racemoso, rigoglioso nelle macchie e nelle siepi selvatiche. Per la
necessità dell’appoggio sentita dai suoi fusti, è elencata nel linguaggio dei
fiori come imagine della debolezza. - 562. TAMBTTHO — v. '/'impaim. 56:1. TALPA
— Gli antichi iconologisti, accettando un pregiudizio scien¬ tifico, elessero
la talp^ a simbolo della cecità fisica e mentale; ma questo mammifero non è
cieco; ha gli occhi piccolissimi ricoperti dalla pelle o in corrispondenza di
una breve apertura palpebrale, e lo sapeva Dante, che lo espresse nella sua
efficace similitudine : Ricorditi, lettor, se mai nell’ alpe Ti colse nebiiia,
per la qual vedessi Non altrimenti che per pelle talpe. {Purg. - XVII - 13). Fu
— quindi — fatta la talpa il paradigma dell’ eresia, che non gode della luce
della verità. 1| Altro pregiudizio condusse a fare della talpa ‘‘ ° della pigrizia.
La talpa, invece, non è letargica, rimane desta anche d in¬ verno ed è una
minatrice indefessa, una infaticabile costruttrice di tane, dalla specifica
architettura delle due gallerie circolari orizzonUli, l’unaal- l’altra
sovrapposte e congiunte da gallerie oblique, con una cavità mediana, e
comunicante all’esterno mediante cunicoli. || Che questo insettivoro feroce,
figlio delle tenebre, non cieco ed industre, sia di vantaggio o di danno aUa
cultura campestre, è altro tema che non è da noi toccare ; esso pero di¬ mostra
la frequente fallacia delle applicazioni nel principio sostantivo e razionale
del simbolo, (v. Auiftidli)* 664. TAKrOCCHI — Saverio Bettinelli (1718-1808) —
colui che negò a Dante « buon gusto e discernimento dell’ arte » — in uno dei
suoi troppo dilombati componimenti poetici (per le nozze del marchese Raggi di
Genova - 1797) imagina un dialogo tra la Fortuna e 1’ Ozio. La Fortuna si duole
di non poter più dominare l’uomo, perocché le guerre degli eroi son finite, e
tutto è stasi letargica, e 1’ Ozio allora le offre un mazzo di carte da gioco.
.... era di carte (lomoile c brevi un numero preflaso, C'ifrate a color varii
da una parte, Di con >0 a maneggiar lubrico e Haso. Combinato ei le aveva
con grand' arto In lungo tempo e con studio prolisso, E con calcoli mille in un
confusi Kraiì composte in più mirabil usi. Non per l’astenica arte poetica del
festoso e disinvolto abate settecentista, ma per le acute e originali indagini
chiosanti il poemetto epitalamico, questo è lavoro di non comune interesse,
perchè intende dimostrare che le carte da gioco non hanno origine antichissime
e furono inventate in Italia verso il sec. XV. Di tale opinione è anche il
Duchesne. Con altri argomenti — non accennati dal Bettinelli - Gian Francesco
Ram belli (generoso e qualche volta temerario assertore del primato italiano)
afferma egli pure italiana la invenzione delle carte da gioco; e - fra l’altro
- cita U testimonianza del Tiraboschi, a sua volta citante un passo di Sandro
di Pi pozza di Sandro (Trattato del governo della famiglia - 1299), nel quale è
chiaramente de¬ scritto il gioco delle carte. Non sono attendibili queste
congetture. L Ita ha può aver date alla Francia e alla Germania le carte da
gioco (non alla Spagna), ma essa certamente le rilevò dall’oriente; una legge
del contado fiorentino le ricorda per la prima volto (1376) e una noto di NimIò
da Co- vellazzo (Cronica di Viterbo - 1379) le dice venute . da Saracinia ». Le
carte da gioco, o (per meglio diro) i tarocchi sono una sene alfabetica c numerale
di ideogrammi di caratteri' assoluto ed universale « piu una ;«nj scala (li
dieci numeri moltiplicati per quattro simboli raggruppati da dodici figure
rappresentanti i dodici segni dello zodiaco, più quattro geni, i quattro punti
cardinali. Il quaternario simbolico, raffigurato nei misteri di Menfi e di Tebe
dalle quattro forme della sfinge, l’uomo, l’aquila, il leone e il toro,
corrispondono ai quattro elementi del mondo antico figurato : l’ acqua dalla
coppa ohe l’uomo tiene in mano nell’acg’uano; l’artn dal cerchio o nimbo ohe
circonda la testa dell’ aquila celeste ; il fuoco dalla legna ohe lo alimenta,
dall’ albero che il calore della terra e del sole fanno fruttificare ; la terra
dalla clava di Mithra ohe tutti gli anni immola il toro sacro e fa colare col
sangue il succo che feconda tutti i frutti della terra. Ora questi quattro
segni con tutte le loro analogie, sono la spiegazione unica del matto nascosto
in tutti i santuari, del matto ohe le baccanti sembravano divinare quando
ubbriache celebravano le feste d’Jacohos, esaltandosi fino al delirio per T/«
cvohe, il motto misterioso significante il nome delle quattro primitive lettere
della lingua madre » (F. Jaochini Luraghi). È vero tutto ciò? certo è ohe i
collegi religiosi delle antiche civiltà ariana, caldea ed egizia adottarono una
serie convenzionale di figurazioni simboliche inservienti nel magistero
cogitativo a designare i fenomeni naturali e la possanza intellettiva umana per
usarne come stromento di magia. Il tarocco è la sintesi della filosofia
orientale ed ebbe gli incunabuli nell’India (Court de Gebelin - Il i[ondo
primitivo); secondo altri esso è di origine egizia e ne fu inventore Tot o
Mercurio Trimegisto (De Paw) ; Encausse, detto Papus, afferma egli pure che i
ventidue arcani maggiori della magia sacerdotale sono espressi dalle ventidue
lettere dell’alfabeto originale rispondente alle ventidue carte del tarocco.
Altri, con non minore dovizia di documenti, pre¬ giano i soliti cinesi della
geniale invenzione, che sarebbe avvenuta sotto il regno di Scum Bo (1120 d.
C.). Nell’oscuro sviluppo delle ipotesi non è possibile descrivere il contenuto
formalistico e simbolico dei tarocchi, che — introdotti in Europa dagli zingari
(sec. XVI) nella forma tuttora conser¬ vata — furono in molti luoghi
profondamente modificati nei disegni, non alterandone l’essenza pur creando
molte varietà. Le carte numerali da gioco si dividono in due grandi categorie :
— la categoria centrale e settentrionale, che comprende le carte cosi dette
francesi, usate in Francia, nel Belgio, in parte dell’ Inghilterra, della Sviz¬
zera, della Germania e dell’ Italia. Ha i colori o semi che sono variamente
spiegati ; fiorij l’elsa di una spada, cavalleria ; picche, punta di una par—
tegiana, alabardieri; quadri, ferro quadrato della freccia, arceri; cuore,
punta di un dardo da balestra, balestrieri. Altri spiegano con emblemi diversi
ma sempre militari: fiori (nel giuoco francese trèfe. trifoglio), il foraggio;
picche, le armi; quadri, le insegne: cuori, il coraggio. Altri ancora spiegano;
t fiori, i contadini; picche, i soldati; quadri, i borghesi; cuori, i preti, le
quattro classi sociali. — la categoria meridionale e occidentale, che comprende
le carte usate in parte dell’Inghilterra, in Spagna, nel Portogallo e nella
maggior parte d’Italia; ed ha le forme dei tarocchi: spade, bastoni, coppe e
denari. Tra le molteplici interpetrazioni date alle figure umane, ricordiamo la
più diffusa, di origine francese, dovuta al pittore Giacomino Gringonneur; il
quale — rimaneggiando la iconologia del mazzo di carte italiano — com- (U'>
pose uno speciale sistema allegorico di carte per trastullare Carlo VI, suo re
colpito da follia (1392). I re avrebbero rappresentate le quattro grandi
mònaroMe della storia: Davide l’ebraica: Alpimandra la greca : CV-sarc a
romana; Carlo Magno la francese: le regine, i quattro modi di regnare: Rachele
o Agne>ie Sorci la belle.sa: t'allade o (iioranna Dare la saggessa :
flinditlii 0.... la perfida Isabella di Itaviera la religione; Argine (anagramma
di regina) o Maria d’Angiò moglie di Carlo VII, l’eredità. (Osserviamo per
scrupolo di cronologico rispetto che la inspirata ed eroica « pncelle d Orleans
r> nacque nel 1412). I fanli, le quattro età della cavalleria: Rtlorc, il
valore troiano: Orlando, il paladinato del tempo di Carlo Magno; Aa«cm«o, i
campioni della Tavola Botonda; La l/ire. ardito capitano di Carlo MI, la
nobiltà allora contemporanea. L'asso ebbe svariate spiegazioni: Si opina
rappresenti il soldo militare (da cui: soldato), perchè l’asso è il nome della
nota antica moneta romana ; e si crede invece di vedere in esso nuli’altro che
il primo segno numerale delle dieci carte, un soldato fra soldati, riferendosi
alla parola celtica fl.s, cioè primo, arincijie. ^ ^ Non useremmo discreta
sobrietà se dessimo l’elencazione di tutte le tr^ sformazioni momentanee e
fugaci seguite dalle carte da gioco risultato della moda, degli avvenimenti
contingenti. Si ebbero carte storiche, geograùche, araldiche, politiche,
umoristiche. Tomaso Murner pensò seriamente a tare di esse un testo pedagogico
per insegnare.... la filosoha (1507); il suo esempio fu seguito dall’academico
Desmarets (l.-)95-1676), coadiuvato dal di¬ segnatore La Belle; e dal Duval
(1U771, e dal Desnos, librano del re di Danimarca. La rivoluzione francese
operò un radicale mutamento. Per 1 or¬ dine della convenzione (21 settembre
1792) tutti gli emblemi rea i - anche quelli delle carte ila gioco - vennero
distrutti, e i re dei tarocchi vennero coperti di berretto frigio, e i geni
della guerra, della pace, delle arti, del commercio sostituirono regine e
cavalieri e /d'di. . Non c’è republicano che possa usare (nel gioco) di
espressioni die richiamino senza tregua il disp^ tismo e l’inegualianza; non
c’è uomo di buon gusto che non sia offeso dalla sgarbatezza delle figure di
carte da gioco e dell’ insignificanza del loro nome ». Cosi dice un enfatico
documento inteso ad ottenere un hréret d’inrention per un mazzo di carte che
avrebbe dovuto esser un « maniiel de la rirolatwu », pensato dai cittadini
.laume e Dugoure (1793); nel mazzo Molière, La ha,- tuine, VoUaire'e Rousseau
prendono il posto dei coronati; la Forza, la lem- peranza. la lliustizia e la
t’rudeuza. quello delle regine: le guardie, i sans-culottes e i soldati della
rivoluzione, quello dei fanti: gli assi sono sostituiti dalle leggi. Con
Napoleone tutto, necessariamente, si cambia. Altro mutamento radicale con la
restaurazione: i re sono Francesco l, l■■nrlco l\ . Luigi Xl e Luigi A'17: le
regine. Margherita di Valois. (iioranna d .Uhret, la Francia e .Maria
Antonietta: i cavalieri. Itaiardo. Sullg, Richeiien, il duca di Iterrg: gli
as.si portano l’indicazione di .Unore. Vivano i llovhoni, Fedeltà, Cnione.
Durante il terzo impero, furoreggiano sulle carte da gioco Xapoleone IH ed
F.ngenia. Dopo il trattato di Villafranca (1859), una gaz¬ zetta umoristica. La
Cicala potilicM, rende popolare un mazzo di tarocchi, nel quale Meneghino —
cioè Milano - « è il bagattcl che cuce lo stivale d’Italia unendo la parte
Settentrionale alla Centrale ed alla Meridionale; la 311 GimlizUt braudisce la
»pada del secolo nuovo e tiene le bilance ove il « di¬ ritto limano » dell’
Italia ha più peso del c diritto divino » vantato dal Papa ; il (farro
rappresenta l’Italia che procede in trionfo sulla biga di Montebello, l’alestro
e San Martino; le Stelle sono le capitali dei vecchi Stati d’Italia die
splendono su due anfore — il Ticino e l’Adige — mescolanti le loro aci|ue; la
liuota della Fortuna lia nei raggi quattro date: 1821, 1831, 1818, 1839 e
sostiene l’Italia volgente la cornucopia verso Venezia, senza tema d’un lupo
straniero che a zampe alzate sbarra la strada. Ed anche qui i personaggi hanno
la graduatoria consueta: Napoleone, Vittorio, Cavour — il Diavolo ohe una ne
fa, dieci ne pensa — cui fanno seguito Garibaldi cavai di spade, Manfredo
Fanti, ministro della guerra, fante di spade, Rothschild — che fu, si può dire,
il banchiere dell’ indipendenza — fante di denari, eco. ; poi seguono le
imagini di dileggio per i nemici e gli osteggiatori, trattando con troppo
scarso riguardo iinanco Mazzini, per l’avversione in¬ transigente ed acerba
propagata da Londra contro la possibilità che l’unità venisse conseguita mercè
lo armi d’un re e d’un imperatore » (O. C. I,et- tura - agosto 19(J9). Tutti
gli stili e tutti i capricci artistici adornarono le carte da gioco; e
disegnatori e pittori di grande merito non sdegnarono di donare le loro
ispirazioni al pericoloso stromento cartaceo che fu detto la liihlia del
demonio: il Mantegna, Minchiate Fiorentino, Hooper, Hogartli, Le Brun, Galler,
David, Athalin; e modernissimamente Giovanni Vacchetta (Torino, 1893) ; Aubry
iParigi, 1913) ; e Favretto, Induno, Volpe, De Sanctis, Fragiacomo, Vinea,
Dalbono, Laurenti, Morelli, Majnella, Amato.... stuolo insigne ili artisti e di
amici, chiamati a raccolta dal colonnello Francesco Tabacchi per dipingere il
più bello e più originale mazzo di carte del mondo (oggi appartenente al comm.
Giuseppe Cavalieri di Ferrara). (Cfr. gli studi di Duchésne, Méncstrier,
Daniele, Bullet, Rive, Heinecken, Breittkoff, •lansen, Vaillant. Dallemagne,
Ottley, Singer....). Il sistema del vaticinio mediante le carte da gioco —
tanto in fiore nel sec. XVIII, specialmente in Francia — si è protratto fino ai
nostri giorni; nei quali vediamo ancora — pur troppo — persone miscredenti
interrogare l’oracolo della fattucchiera dal mazzo di carte untuoso. Per la
maggioro varietà delle figurazioni, l’arte divinatoria si esercita
preferibilmente sui tarocchi; ed anche nei paesi più spregiudicati o più
avanzati nelle idee di civiltà la cartomanzia ingrassa i suoi sacerdoti. .5(i5.
TARTARXTOA — v. Testugyine. .ùtìli. TASSO — Mammifero torpido, solitario
ingrassante per il lungo dormire ohe fa, raggomitolato nelle tane. Ha il pelo
bianco mischiato di nero e di grigio, il muso nero, strisciato di bianco nella
parte centrale. Simbolo della pigrizia, benché dia esempio di alacre attività
nello scavarsi la profonda dimora in pochissimo tempo, provvedendola di
ingegnose vie di aereazione e di scampo. 667. TASSO — Più frequentemente
arbusto che albero, dal tronco ros- signo oscuro, dai fiori gialli, dalle
bacche a pisello, di rosso vivace, dal fogliame di verde cupo, detto anche
albero della morte perchè gli si attribuì- potenze, ed è designato indico della
angoscia e della Vints habei taxiut UtfuiU: innoxia fidi % Aereus in irimcutn
fwnt 8i cUivtnt adat'las, Enecat fiate atiter, ti qni9 dormire tub uinbrn
Andeat; occidit fumo muresqui;, hovctqut: llliut ai harcis ti forte epulere,
doluta , l/it ateo ptìiituB, funesta perirula ad ibis: Et totum corpus
refrigerai, atque hibentes Strangulat, est i)iMni]uu)n calida. (Durante). Nelle
contrarie opinioni sulla interpetrazione simbolica di questa pianta di triste
rinomanza, accenniamo al tasso del chiostro di Verton (Bretagna), il i[uale
eravi venerato perchè volevasi fosse il bastone abbandonatovi da san Martino ed
ivi germogliato. I principi bretoni non s’accostavano alla chiesa del chiostro
se prima non s’inginocchiavano davanti all'abero, di cui nessuno osava toccare
una foglia e che era rispettato anche dagli uccelli. 568. TATUAGGIO — Questo
processo operatorio dolorosissimo con il quale si tracciano indelebilmente
nella pelle dell’ uomo dei disegni, pungendola a sangue e spargendo sui tratti
alcune materie coloranti, ha duplice carat¬ tere di antichità e di
universalità. Dicono i moderni antropologi oh’esso abbia il nome dall’uso
dell’adornamento personale degli abitanti della Polinesia; è però provato che
anche l’uomo primitivo nostrale incideva su sè stesso, con il ferro e con il fuoco,
i segui di distinzione, di vittoria, di onore ; e gli assiri (Luciano), i daci,
i sarmati (Plinio); i bretoni (Cesare) si copri¬ vano di figure il corpo ; i
fenici la fronte e le mani ; gli ebrei si traccia¬ vano linee ohe dicevano
segni di Dio; i cristiani si incidevano sul braccio la croce o le sigle di
Gesù, e invano i padri della Chiesa oppugnarono tale barbara usanza; nell’evo
medio e anche oltre fecero ottimi affari i tatuatori dei veri o falsi peregrini
di Palestina, che imprimevano la grande croce con quattro piccole crocette ai
quattro angoli, emblema del santo sepolcro, e il disegno di Gerusalemme, con il
nome della città in lettere ebraiche (Titsmarsh) o romane (Lithgow).
Popolarissime sono lo riproduzioni di disegni religiosi, come quelli raccolti
fra i devoti del santuario di Loreto (Lombroso, Hill). || Varie però sono le
categorie dei segni usati nel tatuaggio ; religiosi, militari, professionisti,
patriotici e — per la massima parte — metaforici e amorosi (Lecassagne). || I
segni più comuni del tatuaggio cri¬ minale sono : i cuori trafitti da uno stile
o da una croce o sormontati da una fiamma, le croci, le armi d’ogni genere, i
nomi di persone e di città, i motti osceni o semplicemente erotici o anarchici,
serpi, galletti e altri animali (Ottolenghi). || Non è da noi entrare
nell’analisi storica e critica di questo reliquato rudimentale delle genti
primitive o selvaggie, espres¬ sione certa di degenerazione mentale (Lombroso),
rara negli alienati comuni e frequente invece negli, alienati dalle tendenze
aggressive e criminali, e da noi ricordata solo perchè fonte inesauribile di
studi simbologici di sommo interesse per i fenomeni dello spirito concomitàiiti
a quelli del corpo. || Il tatuaggio — che per la sua forma essenzialmente
esornativa, la moderna civiltà considerava segno di rozza civetteria nelle
popolazioni inferiori delle dl2^ scono malelicho empietà. 31i} uainjiagno, o
etolido vanto della mala vita nelle metropoli — da i|ualclie anno esula dalle
placide zone rurali, dai penitenziari e dai ditteri, per spingersi su per la
scala sociale a conquistare le membra dell’aristocrazia, specialmente nei paesi
anglosassoni, dove le belle < eccentriche » della più autentica high-life e
gli yankèes più raffinati fanno gare di pazzia per sot¬ toporsi alle
inevitabili conseguenze dei terribili stromenti maneggiati da celebri operatori
artisti. A New York lavoravano, anni fa, i fratelli Riley, che incidevano sul
corpo dei pazienti perfino dei quadri celebri, come la Cena di Leonardo ; e il
giapponese Hori Chyo ; e — più famoso di tutti — Sutterland Macdonald, detto il
Michel Angelo del tatuaggio. 5fi9. TAU — V. Croce. 570. TAZZA — Il vaso manuale
per bere — tazzit, coppa, patera — non è simbolo per sè stesso ma attributo,
sempre coordinato, nel sistema della coerenza rappresentativa, ad imagini
allegoriche di natura alta, lieta e ge¬ nerosa, quali : il Buon Evento, la
Grazia Divina, la Concordia, la Cle¬ menza, la Regalità, la Salute, l’
Allegrezza, la Felicità, esplicazione ovvia per sè stessa, perocché si propina
e si fanno libazioni nei momenti felici. Il La tazza detta patera serviva ad
uso sacrificale, per raccogliere il sangue dalle vittime immolate o per versare
del vino su di esse. Bidone vuota la patera sulle corna della vacca bianca
designata all’olocausto. {| La Temperanza — virtù contraria ai disordinati
appetiti del corpo, sorella della sobrietà — viene di solito rappresentata
versante l’acqua da un’an¬ fora entro una tazza di vino ; come la fece Luca
della Robbia nei tondi del soffitto di S. Miniato al Monte (Firenze). || La
tazza è attributo di san Benedetto, il tesmoforo di Norcia, fondatore del
monachiSmo occidentale (480-643), la cui disciplina troppo austera spiacque ai
suoi compagni che risolsero di avvelenarlo ; ma la tazza del veleno si spezzò
quand’ egli stava per accostarla alle labra. 671. TERMINE — Pilastrello,
originariamente rappresentante il dio protettore del segnato confine prediale e
vindice delle usurpazioni, scono¬ sciuto ai greci. I latini finitimi
proprietari delle terre si recavano — ciascuno dalla parte del proprio campo —
presso il Termine, e lo inghirlandavano di fiori, lo ungevano d’ olio per
conservarlo più a lungo, e gli •sacrificavano agnelli e scrofette, poi
imbandite nel pasto delle rispettive famiglie riunite, sotto l’invo¬ cazione
della concordia. Sulla pietra del Termine si facevano i giuramenti solenni. ||
Si rappresentava senza braccia e senza gambe per indicare l’immobi¬ lità,
perocché i confini delle proprietà rustiche erano cosi inamovilJtli che il
legislatore riconosceva il di¬ ritto di uccidere chiunque fosse còlto a
spostarli ; e quando si eresse il tempio di Giove presso la rupe Tarpea, tutto
le statue degli altri dei ne furono tolte, non quella del Termine, che non fu
possibile a forza umana di rimuovere. ittHtilH, et imiffiio d«w Jove Unwfu
fenet. (OviUìo). 514 l'u uiiiiic eUlier ^li Hul irlii hniikuMI Hoiiiprc, «
«-li* allo «tesso i»a<lre Dagli Dei non re*lette, allor oh* ei venne Il
Campidoglio a^l abitar, sebbene K Dinno e Febo e Venere e Gradivo K tutti gli
altri Dei da le lor sedi Per reverenza del Tonante uscirò. (Parini - - Uòl). In
processo di tempo l’erma della divinità — di frequente confusa con JupUer
Ijucetins o con l’italico Silvano — lasciò il posto ad una semplice pietra, e
l'uso fu esteso alla designazione confinaria politica. || Molti ter¬ mini ci
rimangono, i quali recano ancora gli stemmi signoriali antichi. la biscia dei
Visconti, il leone di S. Marco, la croce savoiarda, il giglio reale di Francia,
e via via. Uno strano termine, con un teschio umano, segnava il confine tra la
republica di Venezia e l’Austria, nei pressi di Strassoldo e S. Vito al Torre
il608), (Adami). I termini posti ora — dopo la nostra vittoria — tra l’Italia e
la nuova republica austriaca, sono cippi con la faccia superiore segnata da un
cerchio nero centrale e dalle sigle / verso Italia e 0 (Osterraìch) verso
l’Austria. 572. TESCHIO — « I miasmi della putrefazione nel santuario cristiano
ammoniscono di continuo l’nomo della viltà sua e gli ispirano a un tempo il disgusto
dell’ essere e l’orrore del non essere. Tutto rappresenta la morte : 0 il dio
crocifisso e gli ossami e gli scheletri esposti alla venerazione sugli altari
han preso il luogo di Apollo e Diana, che lanciavansi, giovenili torme divine,
dal marmo parlo negli spazi della vita » (Carducci). I gnostici nella
tetraggine dei loro sforzi per stabilire l’assoluta supremazia del cri¬
stianesimo — introdussero lo scheletro come motivo di richiamo delle anime alla
caducità deli’ esistenza terrena, e ne usarono graficamente l’ ossatura del
capo spiccato dal busto, quale si vede presso le imagini di coloro che si
mortificano le carni per espiare i peccati, simbolo della penitensa. Sul pronao
di un piccolo cimitero del Bernese sono scdlpiti tre teschi con questa domanda
: « Indovini tu, o caro viandante, chi è il re, chi il nobile, chi il contadino
V » || Gli anacoreti e i santi penitenti hanno '41 teschio sempre vicino, come
la Magdalena « peccatrice della città » (S. Luca), presentata galantemente,
nella negligenza della forma carnale, dai pittori della rina¬ scita al mondo
cattolico, « Magdalena soave di melanconia e di nardo sprazzo un raggio nelle
oscurità dei presbiteri, dei chiostri, delle celle. Prese seco il teschio del
terrore medioevale e se lo pose accanto, forse con un po’ di civetteria perchè
i suoi dolci lineamenti e la sua carne perfetta risaltassero nel contrasto »
(Foresi). || Il duca del Wiirtenberg Silvio Nimord istituì un ordine del
Teschio di morte, pietista (1652), ristabilito in onore dalla nipote di lui,
Luisa Elisabetta duchessa di Sassonia (1709); e divisa di oodest’ordine era un
teschio stretto da un legaccio nero con le parole « Meiuenfo mori ! ». tiuaudo
— secondo l’alta parola di Giuseppe Mazzini — maturò per gli italiani la
religione del « freddo, inesorabile, scarno dovere », e la Oiovine Italia
chiudeva il periodo delle sette per aprire quello dell’.4.ssoc(azio;te
lUìncatricP (Dito), i bolli massonici rappresentarono la fredda, inesorabile,
scarna realtà, sormontando la panoplia simbolica con il teschio ghignante. •
;5i5 C'ou ogualu seiitìmoulo del sacro dovere verso la Patria, gli arditi
d’Italia, nell’ultima guerra assunsero il teschio ad emblema delle proprie
balde e prodi legioni. || Per ben altri ardimenti — quelli criminosi — i vulgari
malfattori della camorra segnano il teschio inquadrato nella parte superiore di
una croce di sant’Andrea formata con ossa, per rappresentare il furto nel loro
cifrario secreto (Guyot). || Negli anni precedenti la grande guerra la
principessa ereditaria di Germania, Cecilia, donò al suo consorte — capo degli
usseri della Morte — un orologio da tavolino contenuto in un teschio : dono che
dinota di quale senso di feminilità fosse dotata la donatrice, il cui gusto non
conosce gli estremi del grottesco anche repngnante. || Comunemente, il teschio
umano è simbolo funerario, o indica pericolo di morte sugli ar¬ nesi esposti ai
publioo, o veleno sui barattoli della chimica e della farma¬ ceutica. Il II
teschio era, anticamente, 1’ emblema dei traci. || Il teschio di cervo, di
bisonte o d’altro animale, posto di fronte nel blasone, è detto aral¬ dicamente
massacru, ed è trofeo venatorio, (v. Scheletro). • B7H. TESTA — « É lo specchio
dell’ interno, è la principal sede della bellezza » (Milizia). La testa umana,
ricorre di frequente in figurazioni aral¬ diche, posta generalmente di faccia;
solo la testa di moro si pone profilata a destra. Pallade, sdegnata della
bellezza della Medusa, ne cambiò in serpenti le chiome e diede agli occhi di
lei la forza di impietrire chiunque la mirasse. Pila inviò pure Perseo a
tagliare la testa della Gorgonide, guidò la mano di lui e poscia del trofeo
ottenuto ornò il proprio scudo e la propria egida per inspirare terrore ai
nemici (Ov. Mefam. IV - Sul). TroncH di tìiovc il lif'lio Allu ili Korci» il
oupt» liorremlo, I)ov<; ristesse vipere Her{»eU4l<> Dinan/.i al itero
ciglio p^r non vestir marmoree spG^iie. (lilarino). La Medusa divenne
l’ordinario ornamento degli scudi degli eroi: di Achille, di Agamennone, di
Ettore. In monumenti e medaglie e amuleti si ripete il motivo meduseo, ma non
sempre esso ha l’impronta dell’orrore e del ter¬ rore, con i capelli
anguiformi, gli occhi sbarrati e la lingua penzolante. Le medaglie di Corinto
richiamano con la Medusa l’episodio di Perseo; e poiché in Sicilia oransi
stabilite colonie corinzie, la testa medusea è posta a centro della Triquetra,
come simbolo del potere dominante. || Recentemente la bella città redenta di
Capo d' Istria — per concorde voto del suo con¬ siglio — corresse ii volto tormentoso
recinto da serpi del suo stemma, cosi corrottosi dal declinare del seo. XVIII;
e lo sostituì con l’arma prima e vera della città: « una faccia umana, dai
sedici raggi alterni, diritti e ser¬ peggianti ; allegoria del Sole, quale è
scolpita su la colonna di S. Giustina, a memoria della battaglia di Lepanto»
(Brigante Colonna). .')<4. TESTUGGINE — l'artoriiiju — \eleva Giove rendere
pili solenni le sue nozze con Giunone, e commise a Mercurio di invitarvi tutti
gli dei, tutti gli uomini e tutti gli animali. La ninfa Chelona soltanto sdegnò
l’in¬ vito, e allora Mercurio,la precipitò nel fiume con la sua casa, ch’ella
fu poi condannata a portarsi sulla schiena, convertita in testuggine, perchè 3
Hi tosso unita per sempre. (Questa tavola spiega la ragione por la quale gli
au- ticlii adottarono la testuggine (chelóu in greco) quale simbolo del
silensio, come yedesi in parecchie medaglie. Dell’ infelice anfibio Mercurio —
a cui è dedicato — avrebbe pure raccolto l’osseo guscio elittico, e, postevi
delle cordicelle bovine, ne avrebbe costrutto la lira (testudo in latino)
(Apollodoro). Il La testuggine palustre cammina svelta e, come quella marina,
nuota con certa agilità. Pure il vulgare giudizio che si fa del suo moto la
fece credere appropriatissima imagine della lentesaa, della flemma, che <
dabit vircH inodicas, latosqup, breresi/ue » (scuola Salernitana! ....
frettoloso il passo Noq ma ron provvido consiglio Move il piè tiudo, e ben
siouroy o visto Il periglio, 8*arresta, e si ritira In stia magion portatile, oh*
a lei K rifugio vivendo, e in morte è tomba. (Casoni - Kinhl. po/il/ri - /l”)*
dosi la testuggine — che è astuta — fu illustrata come simbolo della prndeusa :
Dalla savia testuggine Norma pigliando e scuola, Stampate in italiano : « Chi
va piano va sano * (Fasinato - (’n coimif/lio (l'omivoi. \'uJlamo' auclie
designata la testuggine come simbolo delle virtù domestiche presso 1 greci; e
Fidia scolpì la Venere celeste con il piede appoggiato ad un guscio testudineo.
(Pausania VI). Dice il Camerarius : K»t aua cuitjue iloaias lutiasiniiu uaqué
receptu». itane ceti teatudo roemina costo rotai. (S//m6. - II - XCl).
Rappresentava la testuggine il Peloponneso, che la incideva nelle suo me¬
daglie, Il Nei recenti scavi della basilica teodoriana di Àquileia (epoca
costantiniana) si scoperse in un mosaico la scena della lotta fra una
testuggine e un gallo, ed opinano gli ar¬ cheologi che la prima rappresenta il
paganesimo e l’al¬ tro il cristianesimo. || La testuggine entra anche come
attributo nelle vecchie iconografie dell’ America, dove è frequente sulle
sponde dei grandi fiumi. 675. TIAKA — Berretta conica, terminante in punta,
portata dai re di Persia e dai sacerdoti ebrei. La forma di essa fu adottata
dai vescovi di Roma, e fù cimata da un globo crociato e circondata da tre
corone sovrapposte. Divenne cosi l’emblema della sovranità del papa. Se ne fa
ordinariamente risalire l’uso a san Silvestro (744); i monumenti posteriori
rappresentano, però, abitualmente il pontefice romano a testa nuda, e solo
verso il XI secolo egli appare con la tiara, ornata da prima di una, poi di due
corone; dopo Bonifacio VHI (1294-1803) le corone diventano tre. Di tale numero
si danno numerose in- .terpetrazioni simboliche, alludendosi; alla Trinità ;
alle tre virtù teologali ; alle tre potestà della Chiesa, sacerdotale, reale ed
imperiale; alle tre parti del mondo allora conosciuto. La tiara che cinge
offerta dai cattolici del mondo a leeone XIII (HilisJ 317 la testa dei
pontefici cattolici è formata di un tessuto finissimo coperto di maghe
d’argento, su cui sono fissate le tre corone d’oro; cadauna fascia e sormontata
da perle e da pietre preziose; la sommità della tiara è coperta da una foglia
d’oro gemmata, e su di essa sta il piccolo globo d’oro sor¬ montato da una
croce formata di undici brillanti. I nastri della tiara, che recano le armi del
papa regnante, sono ornati di topazi e di smeraldi. La tiara di cui fu coronato
Pio XI è il dono della diocesi di Parigi a Leone Xni per il suo giubileo
episcopale (1895) e ne fu autore il Froment Mau¬ rice, che si inspirò al
modello di una tiara composta dal Pintoricchio per Alessandro VI. || Durante la
vacanza della sede papale negli atti officiali si pone la tiara nelle armi
della Chiesa, senza le chiavi (v. Mitra). 576. TIGLIO — Bella e generosa pianta
dai fiori pallidi, dalle foglie in forma di cuore, di autentiche virtù
officinali, soavemente olezzante ed offerente alle api una linfa squisita. Tra
i fiori parlanti essa direbbe del- r amore coniugale. aiuabil pianta, e a^
molli Oresti Pro))ieia, e al santo coniugale amore. Foscolo - Le Grazie TI -
J19H). Ofr. la favola di Pilemone e Dauci (Ovidio - Met. Vili). ’ « La quercia
è la forza della foresta, la bétula è la grazia, l’abete la musica cullante i
sensi, il tiglio la intima poesia . (A. Theuriet). || Il tiglio è l’emblema
della Prussia; ed è celebrato il viale dei Tigli di Berlino.... che è in parte
di ippocastani. 677. TIGRE — Il più bollo, il più grande, il più fiero dei
felini, snello, tremendamente veloce (Plinio): subietto insigne di totemismo,
frequente¬ mente ritratto con il tatuaggio sul petto dei devoti della
Polinesia, dove è creduta uno spirito evitico tutelare, e ancora si crede alla
comunanza di ori¬ gine degli uomini e degli animali. |) Con la pantera, la
tigre era dedicata a Bacco, ed essa puro ne trainava il carro, simbolo della
crudeltà a cui trascina il furore dell’ ebrezza, (v. Pantera). || La tigre è
abitualmente so¬ spettosa, diffidente e in preda alla passione cupa e feroce
della gelosia; e di questa è usata anche come affermazione simbolica. || Entra
pure nelle antiche rappresentazioni allegoriche della America. 578.^ TIMO —
Serpillo — Graziosa pianta cespugliosa è odorifera, che nasce in terreno magro
e petroso, e pure rende nei suoi fiori purpurei un buon succo medicinale, di
cui sono ghiotte le api. Simbolo di diligenza, di operosità, di perseveransa.
579. TIMONE — Questa costruzione di legno, a triangolo prismatico, inserviente
a dirigere da poppa il corso della nave, è detta in linguaggio marinaresco
anche governo; e ciò spiega all’evidenza il simbolo, «posto accanto alla
Fortuna per ammonire come sia in sua mano il governo delle umane cose »
(Cartari), ed usato sempre nelle congeneri allegorie. « La provvidenza reggo il
timone di noi stessi, e dà la speranza al viver nostro, il quale quasi nave in
alto mare è sollevato e scosso da tutte le bande da’ venti della fortuna»
(Ripa). || Analogamente si usa il timone di nave per descrivere gralicamento
l’economia o l’amministrazione pnblica. 318 68ii. TIMPANO — « Ti/miiaiium est
pellis vel coriwn Ugno ej- una parte ejetensuiii » - scrive Isidoro di Siviglia
(óTny - (>36). « Symphonia » - scrive egli ancora — vulgo appeUatnr ligiium
camini ex utraiiue parte pelle e.rtensa. Ipiani nirgnlis hinc et inde musici
ferìunt ». Dalle cui definizioni si distin¬ guono il timpano degli antichi
monumenti — quello con cui Capanno tentò imiUre il rumore del tuono, quello
delle menadi di Bacco e dei coribanti di Cibele, il quale si sonava con le mani
— e il tamburo {sgmphoniii) inven¬ zione di altri tempi e ordinariamente usato
per i segnali militari. Il tim¬ pano era uno degli attributi di Cibele, simbolo
della Terra. Ti/ot/Kttnt voM hn.ruti4iiip vanti Hwecffniia. (A'«. IX - HW).
Cfr. le descrizioni della festa alla dea e del suo strepitoso corteggio nella
Frigia in Lucrezio {De natura II) e in Ovidio (Fasti IV). Il Gibbon attribuisce
al tamburo virtù militari eccitatrici e meravigliose. Canta l’idi- liaco
Mistral : Ihtllunt, baitaut tu r/Mir//e ìt fui! òojirf/r.... t Le Inintiout'
rì'Arcata). Il tamburo è simbolo di ospitalità presso i giapponesi e viene
offerto ai visitatori amici come espressione dei voti amicali. Una leggenda
illumina il significato di questo dono, narrando d’un re antico, cosi
desideroso di assicurare la felicità ai sudditi che fece porre un tamburo alle
soglie della reggia perchè, con il suo suono potes.se essere richiamata sempre
la sua attenzione e . si ottenesse udienza reale. Se non che il paese era cosi
felice che nessuno battè mai sul tamburo e in esso alcuni uccelletti — come in
luogo indisturbato —• posero il loro nido e l’allietarono delle loro felici
canzoni (Morning Post). Nel Congo e nel Camerum il tambureggiare è una vera
arte, e quei negri ne usano a distanza come di un linguaggio con¬ venzionale,
avendo fissato un vero alfabeto secondo la intensità, la altezza, la durata
delle note. 681. TIRSO — Asta di ferro nascosta in un cono di pino,
attorcigliata di frondi d'edera, di pampini e di piccole bende, posta in mano a
Bacco, ai suoi fedeli ed ai fauni. Un antico proverbio greco diceva; « molti
portano il tirso, ma pochi sono i baccanti », intendendosi ohe non tutti coloro
che, agitondo il tirso e assumendo le apparenze esteriori dell’ inspirazione,
sono veramente inspirati. Nella decorazione simbolica questo attributo
immancabile di Bacco fu sempre applicato genericamente a motivi vari di
allegrezza, di giocondità, di festosità, e di teatralità, anche insieme alle
maschere della tragedia e della comedia. il Non è concorde la spiegazione
dell’origine del tirso : si dice eh’ esso fosse 1’ arma portato da Bacco nella
guerra delle Indie e ch’egli l’avviluppasse per ingannare le menti rozze dei
popoli che trovava nel suo passaggio ; e si dice anche che il tirso è il
bastone necessario ai bevitori grandiosi per.... reggersi in piedi (Fortunato).
582. TONSURA — San Gerolamo non voleva ohe i chierici si radessero il capo per
non imitare i sac.erdoti d’Iside e di Serapide: e nè meno por¬ tassero copiose
capellature per non seguir l’esempio dissoluto dei ricchi e 819 dei soldati.
Cosi si adottò l’uso della tonsura (fra il IV e il V secolo), come è attestato
da Gregorio di Tours e da altri autori coevi, non costituente un ordine, ma
distintivo di preparazione agli ordini sacri. Il quarto concilio toletano
prescrisse ai chierici e ai sacerdoti di portare rasa la parte supe¬ riore del
capo, lasciandovi solo un giro di capelli somigliante a una corona (447),
tonsura in uso tuttodì per parecchi ordini religiosi. || Eravi un'altra specie
di tonsura, ordinata a schiavi e prigionieri — come ai deportati della Siberia
sotto gli czar — perchè-meglio restasse stabilita, anche nelle forme esterne,
la differenza fra uomini liberi e nomini soggetti, e si rendesse in¬ sieme più
difficile la fuga degli infelici sostenuti in prigionia o in schiavitù. 583.
TOPAZIO — Bella e pregiata gemma d’un brillante giallo aureo, simboleggiente
simultaneamente la virtù più preziosa : la saviezza, la castità, i meriti delle
opere bnone e la speranza cristiana (Hu 3 ’ 8 mans), Così essa ci narra il
misticismo della Chiesa trionfante, ed è posta a monile delle spose fedeli e
pure, perchè ha il dono di allontanare le seduzioni e le morsure carnali dei
demoni. Era una delle dodici gemme dell’e/bd. indumento superumerale dei
sacerdoti ebrei, e rappresentava la tribù di Issacar, posta seconda nel primo
ternario (Giuseppe Flavio). 584. TOPO — V. Sorcio. 586. TORCIA — v. Fiaccola.
586. TORO — In tutte le credenze preistoriche ed in quelle esostorlche — che le
continuano e statuiscono fra le genti selvaggie — il culto tote¬ mico del toro,
considerato come parente e amico dell'umanità, è forse il più diffuso. Noi
vediamo il maschio gagliardo delle bestie vaccine elevato dall’ossequio e dalia
venerazione, a volte sotto la sua specie naturale, a volte con aspetti di antropomorfismo.
Lo adorano gli egizi in Osiris; i ba¬ bilonesi in Ninib e in Moloch, H dio
ardente della guerra ; i fenici in Hadad. L’ arcsta ricorda il proto¬ uomo,
Garso Marathan (vita mortale) e il proto-ani¬ male buono, Geus Urva (il toro),
dai quali sono discesi tutti gli esseri umani e tutti gli animali della buona
creazione (Checchia). Gli indiani lo identificano con il Sole, forza
fecondatrice e dominatrice (De Guber- natis), e lo consacrano al terribile
Siva. Nell’Iran è sacrificato a Mitra — invincibile mediatore fra la divinità e
l’ umanità — la figura del quale vedesi comunemente sopra un toro di cui egli
afferra le corna con la mano sinistra e con la destra gli infligge un pugnale
nel collo. Così si vuole ohe Mitra — o il Sole — penetri nella terra mediante
il suo raggio per renderla feconda. Altri intendono per le corna espressa la
Luna, e quindi la superiorità del Sole su di essa. E i greci videro nel toro
Giove e Bacco ; e i cimbri giuravano su di lui (Plutarco) ; ed i galli lo
ponevano in effigie sulle monete ; gli ebrei ne davano il suo sembiante a
Oeova; i romani lo inalzavano fra le loro insegne militari. Tori antro- 32(1
pocefali e alati adomavano le porte di Persefoli e di Ninive, alternati ad
alati e antropocefali leoni, simboli della potenaa della divinità, che unisce
la forza del toro o del leone al pensiero dell’uomo (Natali). Ancora oggi il
toro è l’idolo più venerato in certe regioni interne dell’Italia, e nella
pagoda di Tandiour gli indigeni ne cospargono con olio di cocco una statua colossale,
scolpita in un blocco di porfido. La pietra è ormai invisibile e interamente
scomparse sono le linee scultorie particolari, sotto il denso strato delle
copiose aspersioni dei peregrini ; i quali giungono da lontano, poveri e
cenciosi, ma forniti dell’otre gorgogliante dell’olio piu squisito; e se tale
offerta essi non danno, la loro preghiera è respinta dal nume crudele che
gronda e scintilla nella viscida veste, sotto i torrenti della luce tropicale.
Tutto questo adorante sogno zooscopioo, proprio delle razze infanti, è dovuto
all’ammirante terrore che incute la forza fatta di robu¬ stezza, nel senso
meccanico, e trasferita nel senso psicologico, come energia fatta di vigore, di
volontà, di intrepidezza. Se non che tale complesso di alto qualità crea
analogicamente la elabo¬ razione del simbolo più proprio per designare le forze
vive della natura. . Invoco e celebro il Toro elevato ohe fa crescere l’erba »
dice la Biblia persiana. Non può meglio indicarsi il toro celeste, assegnato
secondo segno nella casa zodiacale e designante l’aprile : quello ricompensato
da Giove perchè lo aveva servito nel rapimento di Europa (Ovidio Fasti - V.
716); e quello ohe in parecchie medaglie — specie di Campania e di Sicilia è
coniato con volto umano, e tenuto, per concordanza di autori, simbolo del-
l’agricoltura, floridissima in quelle belle contrade. Anche il mito giapponese
del toro che spezza con le corna l’ovo orfico, ossia il caos, dal cui guscio
esce il mondo, è un evidente simbolo della potenza generatrice della natura,
attraverso la putredine inferiore della materia, i. Nella analisi del
meccanismo nervoso degli animali e delle relazioni tra i fenomeni psicologici e
quelli fisiologici, è nel toro particolarmente perspicuo il sentimento della
gelosia, di cui l’animale fu fatto una delle incarnazioni simboliche più
ripetute. Non BltTìmente il tauro, ovo 1* inviti (Geloso amor con atimoli
pungenti, Orribilniente Diugge, e co* muggiti Oli spirti In «è risveglia e
l'ire ardenti; K il corno aguzza ai tronchi, e par oh* inviti Co* vanì colpi
alla battaglia i venti ; Sparge col piè 1’ arena, e il suo rivale Da lunge
alida a guerra aspra e mortale. (Oer. lib. VII). La vittima pin comune nei
sacrifìci era il toro, immolato a Giove, a Marte, a Cerere, ad Apollo, a Plutone,
a Nettuno. Si sceglievano bestie nere per Plutone ed a quelle consacrate ad
Apollo si doravano le corna. Per i trionfi si volevano, invece, tori bianchi, e
ne era superba altrice 1 Umbria. //ine albi. Clituiinie. greges et mtwima
taurini t'ictima, ea/pe tuo perniisi fliimive mero, nomano» ad tempia dettm
durere triumphos. {Georg.-Il USI. (Jiiin et CHtiimiii tacras victorihii» muta»,
Candida ijiiue Latiia pruehent uriiienta trìmiiphie. l'in'tt fuit.
(Cliuiiliiiiui - 1/ - Ciiiimil. Ihmiie. IV(. 321 Particolarmente detlicnto a
Nettuno era il toro per la somiglianza de’ suoi ruggiti con le onde, e
antropomorfi con le corna o con la testa taurina si raffiguravano i fiumi.
L’Ariosto, dipingendo il misero stato d’Italia, cosi apo.strofava il Po :
(Jnanilo t'a.mni che ’l bel volto di tauro, () re de’ dami, le tne amate ninfe
Ti cospargan di latte e chiare linfe. Coronando di Hor le coma d' miro ? Il
toro bianco era attributo simbolico dell' Europa. |{ D’azzurro al toro fu¬
rioso è lo stemma di Torino (v. Fiume), || A sant’Adolfo, vescovo galiziano, si
dà per attributo il toro che gli fu lanciato contro. || (v. Animali, lìtu-).
587. TORPEDINE — Pesce simile ad un cuscinetto discoide, molle e llacido,
accennato dagli iconologisti come simbolo della accidia, sulla scorta di
Plinio, di Plutarco e d’altri. « Chi lo tocca con le proprie mani o vero con
qualsivoglia istrumento, corda, rete o altro lo rende talmente stupido che non
può operar cosa nessuna; cosi l’accidia, avendo ella l’istesse male qualità,
prende, supera e vince, di maniera quelli che a questo vizio si danno, ohe si
rende inabili, insensati e lontani da opera lo¬ devole e virtuosa » (Ripa). Si
è però dimenticata — nella elaborazione del simbolo — la più notevole pre¬
rogativa della torpedine; quella di produrre e scari¬ care scosse di
elettricità che rendono torpidi gli animali che le si avvicinano o la mano e il
braccio di coloro che la toccano. E di tale caratteristica pe¬ ricolosa altrui
dissertarono molti dotti, da Cicerone ni Redi. Te, che al eoi tocco di tue
membra inermi Di siibita mirabile percossa 1/ avido pescator stendi sul liilo.
(Mnsoheroni - A Lentia Cidonia). « Stupefadt tangentes » è il motto trovato
dallo Scarlatti in una impresa muliebre dei tempi andati, con la figura del
pesce elettrico, e ci pare meglio appropriato di quello pensato dal Ripa: «
Torpet iners ». 588. TORRE — I tecnici del disegnare e del fabbricare dicono la
torre edificio nobile per eccellenza, e infatti essa, nel linguaggio allusivo,
indica nobiltà antica e chiara (Ginanni;. Disse Dante; StH come torre, fermo,
ohe non crolla Oiammal la cima per soffiar dei venti. il’llTfl. V - U) e
giustamente la torre, mole « immota mane.ns » (Kn. X), può essere la sintesi
simbolica delia fermeasa e della costanza. In questa significazione è attributo
della martire santa Barbara, come si vede in una quantità no¬ tevole di quadri
illustri: quelli del Vivarini (1490) e del Tintoretto (Ve¬ nezia); del
Paimezzano e del BoltraflSo (Berlino); del Cranach e di Jacopo dei Barbari
(Dresda) ; del Pintoricchio (Roma) ; del Botticelli (Lucca) ; del Bryn e
dell’Holbein (Monaco); del van Eyok (Anversa); del Moretto (Brescia) ; ;V32 di
Matteo di Giovanni (Siena), e di Palma il Vecchio (Venezia), tutt’altro che
mistica, ma celeberrima. « Non è una santa, ma una fanciulla fiorente, la più
attraente, la più degna d’amore che si possa imaginare » (Taine). |i Nel
simbolismo ecclesiastico la torre ù pure data come segno della potenaa {^tnrm
davidica) » (Torricelli). || Si acconciava con torri il capo di Cibale (v. Coroìui),
e di torri da cui si ergevano corna cervine il capo di Nemesi, la giudice
tremenda delle vendette sui mortali. || Blasonicamente aveva il diritto di
porre nella.propria arma la torre chi aveva arditamente dato la scalata al
castello conquistato. 589. TORTORA — Uccello dal nome onomatopeico, caro agli
innamo- rati ed ai poeti, che — a cominciare dall’autore del Caniico dei
Cantici (II - 12) — gli dedicarono appassionate e vaporose elegie, non del
tutto meritate, come simbolo della fedeltà. Perocché - dicono - le tortorelle
volano sempre insieme a coppie di maschio e femina, e quando rimangono vedove
non si posano più sui rftrai verdi, ma su quelli secchi, nè rompono la fede
allo spento consorte, e gemeno, come Bidone, di « odiare le seconde faci ». E
dicono anche - con maggiore solidità - che la tortora torna fedelmente a noi
dai paesi caldi, con il tornare della primavera, ed ha, come il pic¬ cione, la
nostalgia dei luoghi ove trova la calma del pascolo silenzioso. In una medaglia
di Eliogabalo con la leggenda: « Fides exercitm » era scolpita una donna seduta
con in mano una tortora. Ma alla valutazione obiettiva delle conoscenze più
concrete, quest’ uccello ha tutt’ altro che il diritto di rivestirsi della
luminosa nube poetica che gli ha conferito finora il cieco sentimentalismo dei
glossatori di antiche parabole, (v. Piccione). 690. TOTEM — L’animale o il
vegetale sacro perchè considerato pa¬ rente dell’uomo, secondo l’illusione
dell’animismo; forma di religiosità primordiale — ben lontana da quella vera
pietà ohe insegna a guardare con occhio fermo le cose — manifestantesi nello
scrupolo non solo rispettoso ma reverente per la intengibilità dell’ animale o
del vegetale, e nel culto esteriore professato anche sugli altari, e negli
onori divini resi al termine della loro esistenza. I.a vita del sentimento non
fu solo riconosciuta agli animali; filosofi autorevoli opinarono ohe anche le
piante hanno sensazioni misto di piacere e di dolore, e sono quindi soggette ai
fenomeni dello spi¬ rito (Democrito, Empedocle, Anassagora. Platone). I lapponi
ed i negri de Congo e della Costa d’ Avorio adorano tuttora un osso di
ippopotamo, un’ un¬ ghia di belva, un corno d’antilope, dei ciottoli, dei
legni. Gli australiani simboleggiano il loro supremo idolo in un albero senza
rami irto di punte, Gli a.scianti venerano le creste di gallo racchiuse in
borse e code di vacca riunite a fiagello. I popoli infimi e miserabili creano
idoli e feticci con i poveri doni loro concessi dalla natura in cui vivono. Il
totemismo — com¬ plesso rituale del culto dei totem — non è fenomeno sociale
limitato nei tempi e nello spazio. Nelle varie voci di questo dizionario se ne
hanno esempi attuali, che riguardano genti della antichità e della modernitii.
(V. Alberi. Animali). 591. TBAEESCANZIA — F.femerina — Pianta esotica dai fiori
di co¬ lore gaio (più c.omuni tra noi quelli turchini), bellissimi ma caduchi.
Espres- sione (Iella fug^acità (dal nome di Oiovanni Tradescant, viaggiatore e
botanico inglese - 1G<J8-1062). 592. TKE — ÀI capitolo generico dei numeri
abbiamo esposte le ragioni dell’ elevatezza del tre nella gerarchia numerica
(v. Numeri), dando esso origine all’aforistico « Omne trinum perfeetum », e
rappresentando l’ipostasi simbolica delle religioni e delle filosofie antiche. Alcuni
esempi ne sono : le trimurti indiane (Brama o Creazione, Visnù o Conxervazione,
Siva o Distru¬ zione - Agni o Terra, ladra o Aria, Sur 3 ’a o Cielo); la triade
egizia (Osiride, Iside e Sid) ; la trinità dell’ universo secondo i caldei
(Anna o Cielo, Ea o Terra, Moutgè o Abisso)-, quella della cabala ebraica
(Keter o Cotenza, Kadmon o Amore, Binah o Intelligenza celeste) ; la trinità
cristiana — con¬ servatasi dogmaticamente anche in alcune Chiese di riformati —
descritta nella insuperabile sintesi di Dante, seguendo Tomaso d’Aquino: la
divina Potestate La somma Sapienia e ii primo Amore. (Inf. Ili - S). Rinunciamo
all’ enumerazione fenomenica del tre nella storia del pensiero e degli
avvenimenti, che sarebbe eccessiva, avendo tale numero costante- mente avuto
singolare e tipica importanza, (v. Ntimeri. 'Triangolo), 693. TBEBICI — Nome
numerale comune, che non avrebbe avuto allego¬ rico mandato se tanti non
fossero stati i convitati alla cena degli apostoli, dei quali Giuda di Oariot
era il tredicesimo. La religione cristiana — che combattè sempre il feticismo —
non potè sottrarsi ad alcune superstizioni profondamente radicate nella
coscienza popolare, e si sforzò di larvarle e di modificarle. Molti simboli
religiosi sono, quindi, in origine, amuleti ; e tale è divenuto il numero
tredici, obietto di odioso e falso apprezzamento, come significatore di
tradimento e di morte. Si rimprovera ai popoli meridionali — e all’italiano,
come di consueto, in ispecie — la loro superstizione; ma il sacro orrore per il
tredici fatidico è anche diffuso tra popolazioni che presumono di essere
spiritualmente e civilmente più progredite. Nel nord si narra che un giorno i
dodici grandi numi della Scandinavia erano assisi a banchetto; Loke, il genio
della discordia, che non era stato invitato, entrò per reclamare il suo posto,
e non tardò ad azzuffarsi con Balder, il dio della pace, e a trafiggergli il
cuore con una freccia. Questa è l’origine dell’ antica superstizione che
annette — anche nel settentrione — un presagio di malo augurio al numero
tredici. E il terrore di esso è tale che le case portanti questo numero, a
Londra, qualche anno fa ancora erano deserte o solo abi¬ tate da inquilini
spregiudicati. .Nella Strand, nell’ Hohbom Street, nella 'Threadneedle Street
si è abolito il numero tredici ; nel J’ark iMne esso è stato sostituito dal
numero dodici bis. È noto anche che a Londra, come a Parigi, la professione di
quattordicesimo invitato — pronto a riempire un vuoto nei pranzi di famiglia —
è divenuta l’industria di molti nobili de¬ caduti, ridotti a vivere di
espedienti. Bismarck — feticista del numero tre, tanto da considerare un
omaggio inconosciente reso alia sua gloria i tre capelli che gli ponevano in
testa i caricaturisti — non poteva soffrire il numero tredici, contro il quale
non esitò mai a dichiararsi. Quando fu- 324 rono inventate le carte dei
tarocchi, o di Minchiate (v. Tarocchi), la carta della Morte ebbe il numero
tredici. « Il tredici si chiamò la Morte per es¬ sere ella figurata nelle carte
di Minchiate segnata con tal numero » (Note al Malmanfìle), || Nella vita
febrile del secolo XX nessun capriccio della moda — regina onnipotente — ha
soppiantato il tredici come talismano contro gli spiriti maligni. Il tredici
serve da scongiuro, senza obligare a sforzi di pensiero troppo elevati; e pende
— insieme al cavallo ed al porcellino — in forma di ciondolo sul panciotto
anche di persone di vasta intelligenza ■ e di larga coltura. || È il numero
preferito dagli abitanti delle Tlawai. (v. Xumeri). 594. TRIANGOLO — Figura
geometrica che converte in elemento espli¬ cativo l’astratto di triplici
entità, nel fine estetico e rappresentativo. «11 Triangolo manifestava la
Trinità immutabile, Forza, Materia, e Movimento » (Saunier); è « il simbolo
della manifestazione divina, del Ternario crea¬ tore.... Difatti, se in
principio l’Unità fondamentale Dio si trova espressa nel Cosmo dal Verbo,
sintesi dei ritmi nella Famiglia dal Padre sintesi delle generazioni, questa
Unità non può rivelarsi ai nostri occhi se non sotto la forma di una Trinità,
poiché ogni prodotto sottintende l’accoppia¬ mento di due contrarii. Il Figlio
è il frutto dell’unione d’un Uomo e d’una Donna; il Movimento dell’unione della
Forza con la Materia ; la forma dello Spazio col Tempo ». (Saunier). Cosi l’autore
citato spiega il simbolo mas¬ sonico adottato dai Rosa-Croce. || £l risaputo
che la massoneria italiana cosi di rito simbolico come di rito scozzese — si
divide in Loggie e in Trian¬ goli. l! Iram — il magnifico costruttore del
tempio di Salomone — portava sospeso al petto il triangolo d’ oro racchiudente
le secrete leggi mosaiche e il vero nome del Grande Architetto dell’Universo.
Il triangolo della testa dell’ Eterno Padre significa — secondo alcuni autori —
bellezza, ordine e armonia (La Torre). Il triangolo è participio iconologico
del globo della Scienza, perchè « mostra che si come i tre lati fanno una sola
figura, cosi tre termini nelle proporzioni causano la dimostrazione, e scienza
». Jn alili vero orltfit» manu apparere. Ruper orhnn fìifura triangnlatiR
ineHt. (Kipii) (V. Cuho, Tanto, Uosa). 695. TRIBOLO — L’ ìyiioranza imaginata
dal Ripa cammina « scalza in un campo pieno di pruni e triboli, fuori di strada
», e per triholi qui si intende il vegetale spinoso e difficile ad estirparsi,
dal quale presero nome lo armi offensive, posto sullo strade contro le
cavallerie, fatte di ferri acu¬ minati. Vediamo codesti arnesi di guerra — già
noti ni romani (Q. Curzio, Valerio Massimo, Cesare, Vegezio) — elencati tra le
figure araldiche, re¬ golarmente stilizzate con tre punte confìtte nel terreno
e con la quarta in aria, usate forse nel senso di travaglio guerresco. Es. :
nelle armi Hugot e Tribolati (Guelfi). || Il tribolo « è si fatto che, gettato
comunque, resta sempre con una punta diretta verso il cielo » (Gelli), e a
dimostrare l’intre¬ pidezza del proprio animo valoroso e costante fu assunto ad
impresa del conte trentino Giovanni Battista da Lodrone, con il motto: « hi
uirai/iie fot-lana ». 325 59G. TRIDENTE — Ferro con tre rebbi, scettro di
Nettuno, Ond’ei moilern il mar, scuote la terra (Carlo (Ta9toiiG Ilcisxonico) ;
ed anche attributo delle deità marine minori. I tre rebbi dimostrerebbero le
tre natura dell'acqua: dei fonti e dei fiumi, dolci; dei mari, salse e amare;
dei laghi, nè salse nè amare ma nè anche grate al gusto (Ripa). || Il tridente
si ritrova in alcune espressioni dell’arte paleocristiana, o il Gladstone vede
in esso adombrata la Santa Trinità (Evans). ' 597. TBIFOOEIO — Leguminosa di
svariatissime specie il cui eu¬ ritmico fogliame doveva tentare lo scalpello
degli scultori, che lo ripro¬ dussero nei trilobi sottoposti alle arcate
ogivali. || E la vivace erba della speranza, perchè nasce come lieta promessa
dal grano seminato ; e le mani gentili 10 ricercano con commozione, quale presagio
di giorni avventurati. || Nel trifoglio (shavirock) l’Irlanda ha 11 proprio
simbolo nazionale, che si riannoda alla pietà di san Patrizio per insegnarvi la
parola cristiana (■142). Sui colli di Tara il santo apostolo stava spie¬ gando
il mistero della Trinità ad una turba diffidente; egli — inspirato — colse un
magnifico trifoglio che gli stava presso, e con l’ingenuo paragone di esso
convinse gli increduli della possibilità di un solo Rio in tre persone
distinte, come quello di tre foglie in una foglia sola. Sulla copertina di una
importantis¬ sima rassegna irlandese si publioa tuttora la figura del santo
nazionale che calpesta l’Idra inglese, e sul trifoglio simbolico ch’egli tiene
in pugno si legge il trinomio programma¬ tico : « Esercito - Controllo fiscale
- Educazione » per il quale gli irlandesi tantò fieramente combattono contro il
governo centrale (1922). (v. Fiore). TRIFOOLIO Caricatura jtoliliva irìanftegp
5J8. TBflFOSZi — Nel fìtto tessuto di fi^^re e di adouibrainoutl più o mono
ingegnosi della simbolica mistica, questo arnese, in origine di comune uso —
come sedia, tavola o braciere — trasportato nel tempio e nell’ ora¬ colo,
rivestito di quello speciale lenocinlo di arte plastica che i sacerdoti
ellenici, nella loro esperienza del sovrumano sensibile, sapevano tanto de¬
stramente adoperare — divenne la nota distintiva del mistico magistero e
significò un complesso di astratte virtù attinenti alle religioni: la fede, la
verità, la sapienza. Come nella pratica della Chiesa cattolica si usa donare i
voti all’altare — cuori e mani d’argento, quadri, imagini, croci¬ fissi — cosi
presso i greci, e successivamente presso i romani, venivano offerti i tripodi
agli dei, insieme alle corone ed agli scudi votivi. Atene aveva una via tutta
ripiena di bronzei tripoili offerti (Pansania), e su di ossi, comunemente, si
accendevano i profumi o si sacrificava. Vi sedeva la pizia che pronunciava il
responso di Apollo, nel tempio di Delfo. I sostegni su cui si appoggiava la
parte superiore — tazza o cratere — alludevano alle tre virtù divinatorie di
Apollo : conoscere il passato, il presente, il futuro (Pianigiani). || Il
tripode entra nell’attrezzeria simbolica dell’inverno. :}2(4 599. TBIQUETKA — I
titani precipitati dall’ ira di Giove furono oppressi ’ sotto r Etna, e Tifeo —
o Tifone — il maggiore di essi — giace disteso sotto r intera Sicilia. (Ovid.
Metam. V). Questo episodio mitologico diede forse l’originaria inspirazione
della triquetra, simbolo araldico della bella Trinaoria, ehe caliga Tra Pachino
o Pelerò, nopra il golfo Ohe riceve da Euro maggior hriga^ Non per Tifeo, ma
per nascente eolio. (Par. Vili - 87). La triquetra (da triquctnim,
costellazione del trian¬ golo australe) è un volto umano da cui si spiccano tre
gambe roteanti, allusive alle tre punte della Si¬ cilia. Il L’anione delle tre
coscia unite in centro si ritrovò anche usata presso i lapponi. 600. TROUBA —
Emblema militare e usatissimo. Si dà l’onore della invenzione della tromba
guerresca ad Osiride, re e dio dell’antico Egitto; ma alcune città del Delta la
proscrissero per la somiglianza del suo suono con il raglio dell’ asino, in cui
raffiguia- vano 1’ aborrito Tifone. Omero, invece, dice inventor della tromba
Dirceo; altri dicono Tirteo o Pifeo Tir¬ reno, Giuseppe Ebreo, Mosè. Il’poeta Ennio
— per esprimere onomatopeicamente il suono aspro, forte e veloce della tromba
primitiva — scrisse : Al lulia terribili .oiiilu larantura dijcii. Dice
Virgilio, celebrando il trombettiere di Enea; E Claudianu ; Mistnum AtoiàUm,
*iuo nan iȓ'at8ta)kUor alter Aere etere eiroe, Martetnque accendere rantu.
(Kn. VI) E.rcUel incealoi tu ruta He huccina soinnoe. Parimenti la tromba, con
il suo alto strepito, diffonde la lodo, In fama, la celebrità, QuellH eh*
eterua V noni coll'naroa tromba. (Allicri). « Siytiificat /uba famam et
celebrilatem » (Pierio Valeriano): veicolo ellica- cissiino di quel < mondan
rumore » il quale non è altro che un fiato Pi vento,’ ch'or vien «tuiiioi ed or
vieti «fiiiudi, £ muta uomo perché muta lato. {Par. XI - ft). Rubens e Le Brum
dipinsero la Fama con doppia tromba per significare eh’ ella ripete e il vero e
il falso. 6U1. TUBEROSA — Pianticella nativa delle Indie, elegantissima, a
tuberi carnosi da cui si erge una spica di fiori bianchi, profumatissimi e
dannosissimi : simile alle languide ma terribili bellezze, maestre degli acuti
337 spasimi della ebrezza che uccide, e quindi simbolo della voluttà.
(Zaccone). Il II linguaggio boreale cinese la presenta come simbolo di
supremasia (Ijacroix). 602. TULIPANO — È vero l'aforisma del canto di Goffredo,
ohe: agli alberi dà vita Spirito uman ohe sente e ohe ragiona? Coloro che
osarono interrogare le piante e registrarne la favella inon noi, catologisti
obiettivi) interrogarono il tulipano, di cui non si sa il vero luogo d'origine,
e per il quale — con scarsa fantasia mi- topeica — si volle anche disturbare la
memoria di Vertunno, inventando una metamorfosi di decadente classicismo. Il
vago tulipano — che in Olanda, ad esempio, è il re delle aiuole — non risponde
con as¬ severanza della sua espressione rappresentativa. Mu¬ tabile di colore,
muta pure di significato, secondo il cielo che vede aprirsi i suoi magnifici
petali. Nei fioriti viridari di Persia è messaggero di affetto e dice la
dichiarazione di amore; nei serragli tur- cheschi l’odalisca lo pone sulle
bianchezze del seno per manifestare le brame del suo amore violento; altrove —
formando il rapporto dell'entità astratta con l’entità concreta della sua
caratteristica del vo¬ lubile colore si desume il simbolo della incostanza ; altrove
ancora si pretende rappresenti la grandezza e la magnificenza (Zaccone) e si
ap¬ poggia la interpetrazione ai versi dell’ infelice Giovanni Antonio
Iloucher, compagno di Andrea Ghénier nell’estremo supplizio (1791): , • i.<r
tiilipé pori majcstueuj’. Un ecltìt (itti du jowr reproduil tous Irn Dau» /w
mur» bffzaììiinB mériifut qn’ on rndort. Et fui font pardouner »on cafire
incolore, 11 vezzo volgare in alcuni paesi di tare sinonimo di .vciowo il
tulipano non ci sembra degno di esame. Osserviamo che osso è limitato alla
Lombardia, come alcuni demopsicologi asseriscono. « Tulipano è uomo di
bell’aspetto senza altre buone qualità » ; cosi il Minuoci (Note al
Malmantile). 6 <fd. TURCHESE — Pietra ricca e fine, d’azzurro cupo, di forma
conica a non maculata per essere perfetta, prediletto talismano in Persia e in
llussia. « .Simbolo della giovinezza dei sentimenti e dei teneri ricordi, la
turchese potrebbe chiamarsi la nergisx mein nielli delle pietre » (Serao). «Ila
la densità delle cose serene e nobili j non sfolgora, ma è azzurra come la
volta del cielo, azzurra come il fiore inebbriante dei campi, azzurra come
l’occhio del fanciullo. Essa viene d’Oriente; ed è fatto per le beltà vivide,
seducenti, aflascinanti, che hanno per aè la dolcezza o la passiono ». (ùlj. Il
È anche consacrata al coraggio. 601. TURCHINO — Azzurro carico (v. Azzurro),
TUWPAKO u- H05. UCCEIiIfl — Giulio Michelet osserva ohe « sotto la strana
compli¬ cità e la grave tirannia della forma sacerdotale > si scorge,
insieme allo « sforzo di salvare 1’ anima amata dal naufragio della morte »
anche « l’a- morosa fratellanza dell’ uomo e della natura, la simpatia
religiosa verso l’animale, muto agente degli dei, protettore della vita umana,
L’istinto antico aveva imparato ciò che insegnano a noi l’osservazione e la
scienza: che l’uccello è l’agente del grande transito universale e della
purificazione, l’acceleratore salutare della trasformazione delle sostanze.
Segnatamente nei paesi ardenti, dove è un pericolo ogni indugio, esso è — e lo
si vede in Egitto — la barca di salvezza che riceve la morta spoglia, e la fa
pas¬ sare, rientrare nel dominio della vita e nel mondo delle cose pure.
L’anima egiziana, affettuosa e riconoscente, senti questi benefici e rifiuta la
felicità se non condivisa dai suoi benefattori, gli animali. Non vuol salvarsi
da sola; vuol ohe l’uccello sacro la accompagni nel regno oscuro, come se
(fovesse rapirla sulle sue ali » (v. Ibi). Non seguiremo nell’ inno mirabile r
illustre filosofo artista della natura e della storia, ohe scrisse nel volon¬
tario esilio di Bretagna, aiutato dalla moglie — la intellettuale e appas¬
sionata Atenaide Mialaret — e cosi egli confessa, ed anzi tiene per elogio, che
nei suoi libri zoologici « è trasfuso un cuore di donna », ed è in essi la
pazienza e la dolcezza, la tenerezza e la pietà. L’uccello del Michelet fu
giudicato « un impasto di scienza e di stranezze, di pensieri elegantis¬ simi e
di cose incomprensibili, da cui uno scrittore che ne abbisogni, può trarre
mille occasioni di far lungo il suo articolo » (Anfosso). « Vi sono uccelli
adorni ed eleganti, uccelli ringalluzziti dalle cortesie di natura, lieti,
direi, delle perpetue canzoni; ma vi sono pure uccelli disadorni, contraffatti,
la cui voce è uno squittio od un latrato, la cui vita è la te¬ nebra, il cui
cibo sono gli avanzi putrefatti, il cui corpo non ricorda che dalla lontana la
parentela col re di siepe e col cuculo, colla paradisea e col pavone. Ai
ghiacci del polo uccelli la cui vita è mezza di pesce ; ai baci del sole pompa
di colori, ritìessi metallici, pioggia di pagliuzze d’oro 0 d’argento, sprazzi
di topazi, zaffiri e smeraldi ; alla notte tinte livideg- gianti e cupe ; ai
campi immensi del mare uccelli dal volo potente, che esultano fra il cozzar dei
marosi, e nel più vivo della tempesta, fra i campi, il vento, la pioggia
dirotta, in mezzo allo spettacolo pauroso della natura corrucciata, mandano il
grido dell' allegrezza e ghermiscono il pesce vo¬ lando a fior dell’ onda »
(Anfosso). Quanta poesia nella grazia degli uccelli. 3'2'J nel vigore sapiente
dell’ ala^ nello splendore della penna, nella melodiosa soavità del canto, ohe
aumenta la bellezza della natura! Nei nostri articoli descriventi i simboli
ornitologici rileviamo particolar¬ mente tutta r importanza dei singoli individui,
per alcuni dei quali i’ etopeia valse a confonderli nel vasto e pallido alone
della leggenda, che ne sfigurò il contorno e ne prolungò l’ombra fino ai
confini dell’irreale. J Presso quasi tutto le religioni l’uccello fu rivestito
di carattere quasi sacro : ospite inviolabile nei templi ellenici, rispettato
nel sacro recinto di David, lo è tuttora, nelle pagode indiane e nelle moschee
islamite. Perspicuo esempio * di animismo, l’uccello era il complice innocente
degli àuguri — che ne os¬ servavano il canto e il volo — e degli aruspici
astuti — i quali ne esa¬ minavano i visceri per dedurne il presagio. Cicerone —
che pure era del collegio degli àuguri — stupiva che due di costoro potessero
incontrarsi e non ridere della vanità della loro arte. Euripide fa dire a Teseo
che il volo degli uccelli è un teste ingannatore {Ippolita - I’?'). Apollo di
Piane godeva fama di comprendere il vasto linguaggio dei pennuti, e non c’è —
ancora • — vecchio cacciatore il quale non si senta alquanto.... apollineo.
Beethoven ed altri grandi sinfonisti tentarono di trascrivere il canto degli
uccelli, ma la notazione musicale si limitò a pochi esemplari. I messicani
antichi_ od ancora oggi qualche indiano occidentale erede delle loro mistiche
tradi¬ zioni — credevano ohe 1’ anima degli estinti illustri si trasformasse in
uccello (Munoz Camargo). La pittura protocristiana simboleggiò negli uccelli i
fedeli della Terra Promessa: es. : nelle catacombe di S. Sebastiano a Roma.
L’uc¬ cello, insomma, sodisfece sempre alle esigenze concettuali della
elevazione, e nella tropica comune fu la più propria figura per rappresentare
Lu uecrota armonìa per cui si mesce L' eterno Kjiirto alla corporea creta.
(Mh/.xh). Nel biasoue gli uccelli — meno l’aquila o il pavone ohe si descrivono
in maestà — sono generalmente di profilo. L’uccello che apre lo ali si dice
.sorante, {v. Animali). (i<K5. UNICORNO — V. Leoconui. (KIT. UPUPA —
Nell’arsenale dei motivi romantici — di cui si foco tanto spreco nella lirica
lacrimoniosa del secolo scorso — 1’ upupa « augello notturno» dell’ordine delle
piche, dal singulto funebre, fu simbolo usitatis- simo del pianto e del lutto.
Ugo Foscolo imaginò Uscir i(ul teschio, ove l'ugj'ia la luna. Jj’ upuitR, 0
svolazzar su per le croci Sparse per la l'iinereu campagna, K r Imiiiouila
accusar col luttuoso Singult-o i rai di che son i»ie le stollo Alle ohliate
sepolture. {Sepotvri - bl). Il Foscolo, però, confuse l’upupa — che di notte
dorme tranquillamente sugli alberi — con il querulo assiolo : errore che
commisero lo Shakespeare (Macbeth), il Bestini (Pia de Tolomei), il Parini (J.a
notte), il Byron (Man¬ fredo), insieme al cantor dei sepolcri, che poi se ne
difese. f iW'i L’assiolo è un mal destro uccello notturno, sciocco, pigro,
pauroso ; e poiché i poeti e gli artisti non hanno l’obligo di essere
ornitologi, i ragiona¬ tori del simbolo lo videro di sovente scambiato con
l’upupa, e danno quest’uc¬ cello per attributo della viltà i ed in vero egli —
benché nell’aspetto sia grazioso, per la bella cresta alta a tinte vivaci, per
il becco di rosso corallino in alcune specie, e per il penname a riflessi
metallici — vive di sudicie abitudini nello sterco e nelle immondizie,
rilevandone il fetore. 1| Alcuni simbolologi indicano l’upupa come altro degli
uccelli pii venerati in Egitto, di sovente collocato nello scudo d’oro, come
ideogramma della gioia i ma non ne dicono la ragione. Una leggenda musulmana
ripete che Salomone — da sapiente qual era — conosceva anche il linguaggio
degli uccelli, e siielse fra di essi-, proprio compagno, l’upupa, perchè gli
parlava parole di carità. Fu anzi l’upupa quella che diede a Salomone la
notizia di Baltris, la regina di Saba, e delle sue sterminate dovizie (Weil).
L’upupa è pure data per esempio di pietà filiale j e Brunetto Latini attesta ohe
quand’ essa è giovane e vede il vecchio padre smarrirsi la vista e infiacchirsi
le ali, gli strappa le penne logore, gli unge gli occhi e lo riscalda « tanto
che il suo piumaggio è rinnovato, ed esso va e viene sicuramente dove si vuole
» {Tesoro). j[ Ovidio narra l’episodio di Tereo trasformato in upupa (v. Ron¬
dine, Usignuolo). fitJS. URNA — Vaso per'le ceneri dei defunti (da iiirre:
bruciare). Sim¬ bolo antico e moderno nelle decorazioni allusive alla morte. ||
Il Fato dipin- gevasi con l’urna racchiudente le fortune dei mortali, e molte
cose dipendono dalla sorte dell’ urna.... compresi i numeri del lotto. L’urna è
usata nella iconografia dei corsi d’ acqua, e nel seguo dell’ acquario,
simboleggiante il gennaio, (v. Fiumi) (i09. USIGNUOLO — Filomela, figliuola del
re di Atene Pandoue, seguì il cognato Tereo, re di Tracia, per raggiungere la
sorella Progne, che nou poteva stare lontana da lei. Tereo — durante il viaggio
la violo, le tagliò la lingua perchè non potesse narrare l’onta ricevuta e la
rinchiuse in un castello. Progne la pianse amaramente, ma, saputo con il mezzo
ili un tessuto scritto con il sangue, la sorte della sorella, riesci a
liberarla, e con lei ad imbandire a Tereo, sulla mensa, le membra del
figliuoletto di lui. Iti. Per sfuggire allo sdegno suo, le sorelle fuggirono e
furono converse in rondine Progne, Filomela in usignuolo; Tereo fu tramutato in
upupa; Iti in cardel¬ lino (Ovid. Mei. VI). In queste metamorfosi si trovò
contenuto egregiamtnte simbolico, significando: la sordida upupa, i costumi
impuri di ’lereo; la peregrinante rondinella l’irrequeto affanno di Progne ; il
querulo e dolce usignuolo, il dolore di Filomela. Anacreonte e Apóllodoro
scambiano le metamorfosi delle due infelici figliuole di Pandoiie, convertendo
nella rondino Filomela e nell’ usignolo Progne. Gli artefici delle vecchio
allegorie indicano cosi 1’ usignolo come simbolo di crudeltà : Kcquùl Calchi
iiiidor, cel te l'roiiiie improlm t inarteiii Cunt colucriB propriae prolijì
amore subit. (V. Rondine, Upupa). || Flebile e melanconico è il canto
dell’usignuolo, ma tutto di estro e fantasia, meraviglioso per il calore e la
vibrazione, per i iliil trilli e i « vocalizzi », per le modulazioni, le rapide
« volate », le cadenzo di languida tenerezza. L’usignuolo è il miglior cantore
dei boschi, il maestro dello stuolo alato, il più poetico degli augelli ; e
poiché gli antichi crede¬ vano che esso non dormisse mai, tu scelto a simbolo
della vigrìlania. (I mo¬ derni ornitologi assicurano, invece, ohe gli usignoli,
i quali cantano di notte, dormono di giorno). Gli aralii festeggiavano il primo
canto dell’usignuolo, come il ritorno della bella stagione. I traci
pretendevano che gli usignuoli annidantisi presso il sepolcro di Omero avessero
una voce impareggiabile. (ilo. UVA — v. Viti-. <>■.•<>•.
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V (ili. VACCA — La giovenca — visibile segno della provvidenza, amo¬ rosa e
fedele alimentatrice — fu sacra per i prischi pastori ariani, scesi nella
selvaggia Europa a portare, con il pane, con le frutta, con i metalli, la prima
civiltà; ed insieme al toro ha i primissimi gradi nella gerarchia mitica di
tutte le genti : è la testimone della nascita di Zoroastro ; la Gans degli inni
vedici; la Iside degli egizi; la Andumbla degli svedesi, dalle cui mammelle
sgorgano i quattro fiumi che nutrono Imir ; la Ilitia terestro dei medi :
subietto considerevolissimo di feticismo totemico, e simbolo uni¬ versale della
fecondità. || La parola vacca — a cui noi diamo comune¬ mente senso oltraggioso
ed anche indecente — presso alcuni popoli africani suona invece’ lode
altissima, e gli scilluck danno il titolo di vacca alla loro regina. Cosi
nell’Uganda lo stesso titolo si usa por onorare i grandi be¬ nefattori
(Bellezza). 612. VAGLIO — Arnese bucherellato per mondare le biade e le civaie,
e figuratamente simbolo della purificazione e della ragione, che sa sceve¬ rare
il bene dal male ; e della sapienza, figurata « col criliro, ovvero cri¬ vello,
per dimostrare che è effetto di sapienza saper distinguere e separare il grano
dal loglio, e la buona dalla cattiva semenza nei costumi e nello azioni degli
uomini » (Ripa). || È anche simbolo di inanità, espressa nel mito delle figlie
di Danao, re d’Argo, condannate nel Tartaro a riempire d’acqua una botte piena
ili fori : Inutil tempo spoaOt ujira ponlut^i E t'aticH oxlOBii à iLi colui,
CUo nel lido dot uiare, ove hanno il letto, SonxH riposo, travagliate 1'
on<lo, Cerca di empire il pertugiato vaso, Clio quanto aniue nel grembo
avido accoglie, Tante, ingrato, dal sou versa, e dlHonde. {Casoni - E/ttht.
XVIII). Come obietto purificatore il voglio era dato a Bacco, pretendendosi
mondezza di vizi negli iniziati ai suoi misteri. || Fu adottato dagli academici
Travagliati di Siena; dal cardinale Alessandro Crivelli, che 1’a- veva animato
del motto « Sordida pcllo », e sulla cui tomba in Am coiti a Roma fu scolpito
(Gelli). ■ 613. VALERIANA — Pianta oflioinale che cresce spontanea, con fiori
folti e copiosi; data per simbolo della facilità. VAI.KHIANA 153i{ (il4.
VANIOLIA — KlMropio — Gentile pianticella erbacea, i cui fio¬ rellini violacei
a ciocche, hanno un profumo gradevolissimo, benché debole e fugace. Poiché essa
pure gira manifestamente secondo il giro del sole, fu spesse volte con il
girasole confusa, e identificata con la mitologica Clizia. (V. Girasole). Data
dagli antologisti come simbolo di assennatezza e di dottrina. 015. VASO — Nome
generico dei recipienti acconci a contenere liquido o altro, tal volta
consacrati nei templi alle divinità, tal altra offerti come premi o doni,
secondo l’uso loro assegnato, vari di forma, di materia, di adornamenti. Nella
pratica simbolica il vaso non ha in sé e per sé alcun significato fuor che
quello di mezzo contenente. Alcuni vasi speciali formano però materia di
simbolo, come quello pertugiato delle danaidi rappresentante l’inanità e del
quale si ha un esempio in una medaglia olandese (1633). (V. ] aglio). |j Altro
vaso simbolico era l'idria, forato da tutte le parti, rappresentante Canopo, il
dio delle acque niliache, nell’antico Egitto ; sor¬ montato da una testa umana
feminile e con due mani. D’avanti ad esso le moltitudini pregavano prostratte
al suolo, grate al beneficio dell’ acqna, principio di tutte le cose, della
loro vita e del loro respiro. Un bell’esem¬ plare del Canopo in basalto verde è
alla villa Albani (Roma). || Un vaso ripieno d’acqua è la forma nella quale i
cafri riconoscono l’idolo del loro Grande Spirito. 616, VELA — L’antica
probitii romana usava bianca la vela, per il buon augurio, simboleggiando
questo colore la fede e la speranza. Quando le acri gioie del lusso corruppero
l’anima quirite, le vele furono azzurre, di porpora, di piu colori, a quadrati,
secondo l’uso dei molli orientali. Con un tropo comune, alcuni ermeneuti danno,
pertanto, la vela bianca come simbolo per sé stessa, di quella « fede e
speranza che piu della sapienza rendono felici le creature » (Moore - Amori
degli angeli). Accettiamo la metafora, tanto piii che alcuni emblemisti
disegnarono la vela rotta come imagine della sfortuna. || La -vela, per
l’ollioio suo modalmente definito, è anolie generico simbolo della navigazione.
617. VELO — Tessuto leggero che lascia intravvedere ciò che si ricopre, e più
particolarmente si pone sulla testa e sul viso. Giunone è coperta di candido
velo; Pandora nella Teogonia di Esiodo, Penelope neiìV Odissea, Elena neW
Iliade, Alceste e Fedra presso i tragici, sono coperte di veli, ora detti
soltanto magnifici, ora bianchi e trasparenti, ora ampi, ora leggieri. Alla
morto di Achille, Teti si vela di nero. Le oneste fanciullo e le spose romane
non uscivano senza velo. Esso è quindi simbolo di onestà, di pudore, di
castità, di verecondia « per esser volontario impedimento al girar lascivo
degli occhi» dice l’ottimo Ripa; e Tertulliano lo chiama « armatura di timor
d’infamia e pudicizia, bastione di modestia, muro del sesso feminile ». Pari
alla rosa del giardino di Armida, la donna (guanto si mostra inen, tanto ò più
bella. [Oer. Uh. XVI). .... più gl chimlo AmoroKH lioltù )mù si dosin. (Marino).
M La sposa greca teneva il velo abbassato noi primo giorno delle nozze (Teo¬
crito, Catullo), e nel secondo giorno scoprivasi soltanto il volto. In alcuni
villaggi dell’ alta montagna germanica la donna caduta non pub più presen¬
tarsi all’ altare con il velo a ricevere l’anello nuziale. Bianco o nero è il
velo monacale, sotto la cui ombra di mistero non deve avere raggi il sole del-
l’amore terreno. Una legge della araba dinastia Idrisidica, che regnò fero¬
cemente nell’Africa mediterranea d’occidente (791-926), dannava all’ estremo
supplizio r uomo che avesse osato mirare ima donna non sua é non protetta in
viso dal velo tradizionale. Àncora oggi nell’ oriente le donne sono fitta¬
mente velate. Però la donna orientale moderna — che non è più la classica
oziosa, sdraiata mollemente alla fresca ombra dei roseti, fra il fumo delle
sigarette e della aromatica bevanda, quale l’abbiamo sempre imaginata —
comincia a mostrare publicamente il sorriso delie sue labra ardenti e le perle
dei suoi denti candidi. || Fra uomini il velo ai usa ancora nelle ce¬ rimonie
nuziali di alcune popolazioni balcaniche, ma genericamente fu ado¬ perato
soltanto nei misteri e nei riti religiosi, dai sacerdoti, dai sacrificatori,
dai devoti dell’ atto propiziatorio. Avvolgendo nel secreto le persone e le
cose sacre, esso è il simbolo più acconcio del mistero e del misticismo. || In
Egitto rimase per molti secoli il segno della dignità regale. Le spose dei
Faraoni della diciasettesima dinastia erano coperte dalla testa ai piedi da veli
azzurri come le onde hiliache, i quali lasciavano liberi loro soltanto gli
occhi. Le danzatrici dei templi egizi erano, invece, velate di giallo o di
rosso. Il II Bernini scolpi il Nilo della fontana di piazza Navona (Roma) con
la testa velata; si disse per denotare il mistero delle origini del gran fiume
; altri però vollero attribuire al magnifico artista un recondito fine satirico
: quello di non porre sotto gli occhi della propria marmorea creatura le
mostruosità architettoniche della chiesa di S. Agnese, edificata di prospetto
dal suo emulo, invido e acerbo, Borromini. || La Notte era velata di nero:
Allor òhe il neirro veln Si pon is Notte.... (Bernardo Tauo). Velata è sempre
la Giustizia, in segno di solennità ; ed ai tribunali di Atene si coprivano di
velo i volti degli accusati perchè non vergognassero della imputazione s non
impietosissero i giudicanti. Ma la pallida Frine, prossima ad essere condannata
per empietà, ebbe dal suo difensore strappati i veli della veste, si che alla
sua bellezza i giudici si commossero e l’assolsero. (Quintiliano). ||
L’Allegoria, iconologicamente, è sempre velata (< il velame delli versi
strani » - Inf, XXXIII. 2o). Carattere distintivo di Saturno, fra le statue
virili, è di essere velato (Winkelmann). Nell’abbigliamento moderno il velo è
particolarmente feminile. (118. VELTRO — Cane levriere. In Dante (Inf. I - 101)
è 1’entificazione di un personaggio indefinito, che dovrebbe ricondurre nel
mondo la virtù, la sapienza e l’amore. (Cfr. : Fenaroli, Clan, D’Ancona, Del
Lungo, Medili, Della Torre, Kraus, Basserman, Dòllinger, Torraca, Lajolo,
Gozo). U19. VENTO —. Uno dei più prodigiosi fenomeni della natura, di cui
l’uomo temette prima di servirsene. Per il vento il mistero della foresta si fa
più pauroso, come per la collera di invisibili spiriti impetuosi ; nel mare il
vento scaglia le urlanti ondate contro le scogliere come plumbee nitri orde
selvaggie. Al vento e alle tempeste si sacrificava, quindi, per cal¬ marne
l’occulto potare, prima di imprendere xm viaggio di terra o di mare e presso
all’ Assopo era un monte dedicato ai venti, sulla cui vetta, in una cerU notte,
si recava il sacerdote a cantare versi magici e a consumare sacrifici
(Pausania). I venti buoni erano figli degli dei, i cattivi dei giganti
(Esiodo); soggiornavano nello isole Eolie (Omero, Virgilio), e colà, — in un
vasto e profondo antro - il- loro re Eolo li teneva incatenati ; rimbom¬ bavano
le montagne e le valli per il loro fiero ruggito, e sarebbero stati subito
travolti e il cielo e la terra e il mare se essi avessero potuto sciogliersi
dai ceppi (Kneido \T1I). |) Sussiste tuttavia in Atene la torre dei venti,
singo¬ lare edificio ottagonale che ad ogni lato ha scolpita la figura d’un
vento, con faccia umana, in atto di soffiare gagliardemente dalle gote, e con
ali alla testa e alle spalle. Cosi, nascosto nelle nuvole, si dipin¬ geva
usualmente il vento, con idea antica, ma infelice e poco pittoresca; i moderni
preferiscono rappresen¬ tare l’effetto dei venti, ed « una estetica del vento
si potrebbe piacevolmente studiare nell’arte del sei¬ cento, nella sooltura
specialmente, dopo Michelangelo, e nell opera di quel principe del movimento
che fu , . , , Bernini . (Ferrigni). Il bizzarro Tomaso Garzoni, descrivendo la
rosa dei venti, accenna al modo di segnare nella bussola i quattro venti
canlinali : « Levante con una Croce. Tramontana con un raggio, o triangolo
bislungo tutto nero, o tutto rosso, o con un giglio in cima, o con una
palletta, o altra cosa tale che lo faccia agevolmente co¬ noscere dagli altri.
Ponente con un /'. Et Ostro, o Meisodl con un (> . (/ tazza l. nirersale
CXLIV). G2fi. VEPRE — Ciliegio selvatico, prunoso: figura araldica straniera
stilizzate in forma di candelabro a sette braccia fiorite all’estremo e sra-
ilicato. Sembra indichi fortezaa. t>21. VERBENA — L’erba sacra per
antonomasia, coltivata in Roma in un recinto detto le Carine, presso il
Campidoglio, da appositi incaricati officiali (verhr.~ nani), e adibita a varie
funzioni simboliche religiose e politiche. Le sue toglie venivano usate nelle
lu¬ strazioni espiatorio per pulire le tavolo degli dei, al banchetto di Giove,
o.ssia i suoi alteri ; quando si voleva placare il nume e cacciare dalle case
gli spiriti, 81 off rivano rami di verbena, come ad ogni primo d’anno in Campidoglio,
ad onore di Tazio, re dei Sabini. So¬ lenne era la cerimonia nella quale il
pretore o il console estirpava le verbene, con la loro zolla, dal suolo sacro,
per consegnarle in segno di missione, ai dodici faciali inviati ad un popolo
straniero por stringere un trattato o per intimare una guerra. || Non minore
reverenza per la verbena ebbe il culto dmidico: essa veniva colte al levar del
sole nel primo giorno della VlCKliESA I :!S«5 canicola, dopo oflerto alla terra
iin sacrilicio espiatorio di trutta; tutte le druidesse ne erano coronate. ||
Strofinandosi con le foglie di verbena si vedevano i propri desideri farsi
realtà, e particolarmente si scacciavano le febri, si riconciliavano gli animi
ostili, o si infondeva la letizia. La ver¬ bena fu quindi considerata simbolo
di incantesimo e di magia (.lazmin). Il Anche i magi persiani cantavano i loro
inni liturgici davanti al sacro fuoco perpetuo, con un ramo di verbena trff le
palme. || A Sulmona, alla mezzanotte del san Giovanni, uomini e donne portano
il ramo di verbena alla Madonna Incoronata, intendendo così di preservarsi per
tutto l’anno dal male di capo. || In alcuni paesi di Germania essa sostituisce
il fiore d’ arancio nel serto augurale delle spose e significa sincerità di
affetto. (i2'2. VERDE — Uno dei sette colori primitivi, quello della promessa,
della gioventìi, delia speranza : . Montro elio la speranza Un ttor ilei verde.
' (l’urg. Ili - 135). Verde speme di mèssi a inffiallar pronte. (Allieri).
Nell’ apostrofe carducciana alla bandiera d’Italia il verde è « la perpetua
rifioritura della speranza a frutto di bene «ella gioventù de’ poeti »; esso fu
sostituito all’azzurro del tricolore francese dal congresso cispadano di Reggio
Emilia (9 gennaio 1797), e data da allora la consacrazione effettiva della
bandiera nazionale italiana. || I cinesi aborriscono il verde, come segno di
infamia, e di una fama deplorevole esso era pure afflitto anticamente in
Francia ed in qualche luogo d’Italia, esponendosi con un berretto verde alla
gogna i falsari ed i falliti, ed ancora pochi anni or sono con una calotta
verde distinguendosi i forzati a vita. |; Era il colore adottato dai
ghibellini. Il Araldicamente si disegna con linee diagonali da destra a
sinistra, e sim¬ boleggia vittoria, onore, cortesia, civiltà, allegrezza,
abondanza, amicizia (Ginanni), La speranza è verde perchè allude ai campi
verdeggianti in pri¬ mavera, che fanno sperare copiosa la raccolta
(Crollalanza). || Il verde aral¬ dico è detto dai francesi «inopie. || (v.
Colori - Giallo - Rosso). 023. VERGA — v. lìastone, Fascio. 624. VERGINE — Il
segno iconologico, meglio che simbolico, della sesta casa zodiacale, assegnata
all’ agosto. Rappresenta Erigono, vergine figlia di Icario ateniese e amata da
Bacco, che tentò sedurla trasformandosi in un grappolo d’uva. Icario, avendo
appreso da Bacco la viticultura, diede il vino da guatare ai pastori ; costoro
si ubriacarono, e credendo di avere bevuto veleno, uccisero Icario. Erigono
s’appiccò per il dolore, invocando dagli dei di far perire nella stessa maniera
tutte le ateniesi ; e Bacco ne vendicò la morte mandando una pestilenza che
desolò l’Attica, e ponendo nelle stelle Icario (Boote) ed Erigone (Ov. Metani.
VI - Pausania I). 625. VESPA — Fu l’araldo divino dell’esercito israelita,
mandato in fittissimi stuoli ad assalire i cananei ; ma costoro, pervicaci, nè
fuggirono nè si emendarono {Sapienza - XIT. 8). Nella elaborazione classica
simbolica vediamo, pertanto, questo dittero soltanto menzionato dal Ripa — che
ci- 387 damo sempre volentieri — come indice della vanagrloria. . La vespa che
svolazza in alto, ò di quella sorte simile all’api, ma più grossa, la quale,
perchè manda fuora un suono che rimbomba, da’ latini chiamasi liombylim, è
inutile a produr mele, e si fabbrica i favi di luto, dentro vóti di sostanza,
attissimo simbolo dell’uomo vanaglorioso». La vespa — ferocemente molesta —
ebbe modernamente il compito figurativo dell'arguzia ; il perchè dal suo nome
si intitolarono molte piccole gazzette con pretensioni sati¬ riche (satira).
(526. VINO — V. Vite. 627. VIOIiA — Le viole sono di svariatissime specie. Le
più note di esse sono: la mamvtolu, dai fiori violacei, volgare nei luoghi
erbosi ; quella del pensieì’o, a fiori grandi, vellutati, comunemente educata
nel giardini; e quella gialla o ciocca, odorosa, disposta in grappoli
terminali, con tinte iiquescenti nel violetto, nel porpora, e scempia o doppia.
La mammola è un caro fiore, pieno di grazia e di dolcezza, adorato dui poeti,
più o meno oscuro, secondo ohe visse al sole o sotto la custodia pro¬ tettrice
degli alberi; e più la sua tinta è intensa e più intenso è anche il suo olezzo
soave. È il fiore della primavera, «il fior nunzio d’aprile» (Foscolo - Le
grazie. 91), Primo ilei fior porgendole . La limila ohe Kpiintii nimxia
d’aprii. {Monti - Aììa Vìcereifiiui. 41). Da.4>rima, culto di ninfe letali
sulle sponde citeree, fu amata da Proserpina non ancora rapita; successivamente
dagli dei lari e dallo oscene baccanti. Come lu trascelta poi a simboleggiare
il pudore, la modestia? Forse perchè il serto virginale tessuto da Cloe per
Dafne era di mammole. || La mammola ora il simbolo floreale di Atene, e le
feste e i tripudi, come i letti delle etère, erano cosparsi dell’umile fiore,
risvegliante le acute voluttà con il profumò sottile ed evanescente. ||
Napoleone amò la mammola e i suoi partigiani lo chiamarono PPre La Violette, e
durante la prima restaurazione portarono il fiore all’occhiello, attendendosi
il ritorno trionfale di lui, dall’isola d’Liba ('.on il ritorno delle mammole.
' Nei petali tricolori della viola del pensiero ravvisarono gli antichi il
simbolo della Trinità cristiana, con l’occhio di Dio, nel triangolo raggiante
nel centro, si che il fiore fu pure chiamato della santiseima Trinili). Rsao è
iKirè meglio noto come il più efficace simbolo della ricordanza, o lodine il
suo nomo più comunemente usato. Di niomorie è questo un fiore. Sacro tU «luol,
auoro all’amore. ((1. Cuntfi). .Simbolo della vedovanza, di coloro che amarono
ed amano tuttora nella vivida imagine del passato. ;| Ed anche simliolo del
conforto, per il tesoro di nuovi allètti pietosi. ....Bo ti iiggl)itiooÌH Ih
svouturuf *u rollio altrui ti spoglia h ti iIsboIh, *i)iniitH, al tifpor ilull*
anima tua pura. qUHii’lm vtnla. < Pascoli). ass La più bella melodia ispirata
dal poetico fiore giudicasi quella del norvegese Svendsen, che ne esprime tutta
la spiritualità semplice, fresca, graziosa. La viola ciocca (cheirautm) è il
fiore casalingo, senza pretensione, non raffinato, non elegante; è la viola di
Pasqua, ohe pare nasca soltanto per salutare la divina resurrezione e adornare
la tomba del Redentore, per mo¬ rire subito dopo, appena che la missione sin
compiuta. I devoti di San Gimignano dedicarono alla concittadina santa Fina de
Ciardi le violette gialle, simbolo dell’amore mistico ond’ella visse la sua
breve esistenza (1238-1253). Il Ma la viola ciocca è anche il fiore della
fedeltà nella sven¬ tura, e fu il prediletto dei cantori d’amore, trovatori e
menestrelli. « A’eo linctus viola pallor amantiuvi » scrisse Orazio, alludendo
all’emblematico fiore dal lieve profumo nel quale pare sia come un sapore di
pianto.... 628. VIOLETTO — Colore estremo dello spettro solare, e che trae il
nome dal tenero fiorellino pieno di passione e di soavità. Come esso, il colore
esprime la modestia, il pudore, l’umiltà. « Piolctccws ad oos qui sua conienti
sorte, vivimi, vel eiiam furtunae ludibria prò nihilo ducimi ». (Alciato -
Emhl. CXVII). |1 È pure simbolo di penitenza e di lutto, e la chiesa lo assume
in date ricorrenze : (V. Colori). VÌA) palili disa<lorni. Lo squallor della
viola; L’ oro naato a splender tomi ! (Mansioni). 029. VIPERA — V. Serpe. 630.
VISCO — Pianta parasitaria, obietto di vero culto e solennissima nelle
cerimonie druidiche. Considerata come manifestazione celeste, i druidi —
vestiti di bianco — la ricercavano, nelle foreste processionalmente, nel sesto
giorno della luna di dicembre, con indicibile sollecitudine, e allor che, dopo
le lunghe ricerche, la rinvenivano in qualche abondanza, la loro alle¬ grezza
era grande, e la raccoglievano in bianchi panni con la falciola d’oro ;
l’albero sul quale era cresciuta era creduto divino (Plinio). Nel primo giorno
dell’ anno aveva poi luogo la consacrazione e la di¬ stribuzione del cólto
visco. Le cerimonie del drui¬ dismo non sono del tutto scomparse: nella
Normandia e nella Bretagna nessuna casa è sprovvista del sim¬ bolico ramo di
visco, come quello di Velleda e di Norma. Nei pranzi del Natale londinese esso
è pure ornamento quasi indispensabile, e nell’Irlanda vivono ancora dei druidi
che percorrono le campagne per distribuire la spinosa pianticella fiorita. ||
Quello che precisamente essa significhi non è ben definito. Di¬ cono i
deraopsicologi che oggi essa è tenuta per segno di affetto e d’ augurio ; e il
suo colore di verde glauco, ottimo per l’im¬ piego degli smalti delicati, i
suoi frutti bianchi e tondi che somigliano a perle, le sue foglie aguzze come
freccio, favoriscono mirabilmente l’ingegno a3!i fantasioso dei gioiellieri
inglesi, che con In forma del visoo fanno dei nin¬ noli elegantissimi. Con
altro concetto — e più prossimo alla cognizione materiale del visco — questo è
annoverato dagli antologisti nostrali come simbolo di inganno: i suoi grani
hanno, di fatti, una proprietà appiccica- ticcia, della quale si servono gli
uccellatori per fere la preda. 631. VITE — Per dire degnamente di questa — ohe
fu detta « la pianta pili umana» (Mantegazza) — ocoorterebhe quella che il
Bourget chiama « fan¬ tasia della storia »; perocché la storia delia vite è la
storia dell’umanità. Senza rinvergare nelle penembre dell’ antichità più remota
le incerte traccio delle vendemmie — che si colorano di leggende e di riti
misteriosi — è indu¬ rato che quella delle uve mature è la più antica delle
feste memorative delle genti. Nelle lontananze tranquille della storia si
irradiano di splendori le cerimonie pamilie egizie, le dionisiache greche, le
vinai! latine (Varrone, Plinio) du¬ rante le quali taceva ogni negozio e
puhiico e privato, ed ora giocóndo uscire ai prati e saltare sugli otri, come
ci ricorda Virgilio; Atqtu inier pocula laeii MoìliUm iìt prati» unrio» saluere
pi‘r aire». La vite è la prima pianta coltivata di cui parlano le sacre carte
(G'meM - IX. 20); e «tutte e due le sorgenti dell’idea religiosa
nell’antichità, la credenza in un’energia superiore e quella in una vita
futura, ebbero tra i simboli più rappresentativi il vino ». (Marescalchi).
d^rvo sul ferro, tutto grondando di sudore, Noè rompe le dure zolle della prima
vigna. Improvvisamente Satana gli appare e gli propone di aiutarlo. Il
patriarca accetta l’aiuto, e Satana corre, afferra una pecora, la sgozza, ne
inalba con il sangue le smosse zolle : cosi chi berrà vino avrà, come la
pecora, pensieri benevoli e mansueti. E dopo la pecora. Satana afferra un leone
e fa zampillare il sangue dalle viscere squarciate di esso: cosi ohi berrà vino
avrà, come il leone, la generosa vigoria nelle vene. E ancora Satana prosegufe
l’opera sua, o ghermisce un porco, e ne insozza col sangue le zolle : cosi
colui ohe berrà vino senza temperanza ai ravvoltolerà nelle sozzure, come il
porco nel brago. (Levi - Leyi/mide talmudiche). In questa leggenda non è peri
la ipostasi simbolica del vino, nome ardente come fulgore di piropo, e che fa
gli uomini lienignamente festosi, ma dà loro insieme gli impeti vermigli del
sangue e facilmente ne sconvolge le menti e ne scompone gli animi. « In cuor
mio delilierai di divezzare la mia carne dal vino, per sfuggire la stoltezza »
(KccL II. 3). Il magistero gnoseologico del simbolo della vite, dell’uva e del
vino è tutto plasmato di terso ottimismo: le virtù felici hanno in essi il loro
ri¬ scontro tropico ed immutabile; e non passò mai nella mente a nessuno —
anche di idee spericolate — di ricordare simbolicamente l’azione nefasta,-
troppo spesso parallelamente decorrente a quella benehea, nel succo fermen¬
tato dei grappoli generosi. Cosi — per (|uanto piacevolmente si ripeta il
logoro proverbio latino ; « in vino veritas » — la concrezione della simbolica
del vino non fu sempre fondata sulla realtà obiettiva del processo conoscitivo.
« La buona pianta » ohe Dante ricorda in senso anagogico (Par. XXIV. 1*HM, lino
dalla infanzia dell’ espressione artistica, si disegnò comunemente B40 nelle
fantasie come geroglifico di felicità, di giocondità, di letiiia, di giu¬ bilo,
di ilarità, (« Il vino fu creato per l’allegrezza» Eccl. XXXI. 35), di
abondanza, di fertilità ; es. ; nelle monete di Filippo n macedone ; in quelle
di Probo il grappolo d’uva è animato dal motto « Temporum felicifas») la Pomona
germanica, Siva, tiene il grappolo d’uva tra le mani. Sulle are fumanti di
mistici aromi e del sangue delle vittime si versano anfore e coppe di vino ;
con il vino si liba agli dei; ai propina nelle nascite, nelle nozze, nelle
morti, in tutti gli avvenimenti solenni di gaudio e di patto, nelle guerre e
nelle paci, nell’ auspicio pieno di speranze e nel commiato aflettuoso. Le
figure dei vendemmiatori — anche vinolenti — circondati da pampini e da
grappoli, furono sempre motivo di eleganza nell’ arte pittorica e decorativa.
Il ditirambo fu argomento di letteratura universale («L’Italia, Oenofria, la
terra del vino, non ha la poesia del vino ; come fervida voluttuosa serena
l’ebbe la (ìreoia, come giocondamente borghese la Francia, come fantasti¬
camente cordiale la Germania » Carducci — Il briìidixi e Earitii). Ma il
simbolo della vite assurge alla massima importanza nel sistematico processo
assimilatore e unificatore esercitato dalle religioni, che stabiliscono i
rapporti delle entità astratte con le concrete. Per non discorrere del culto
dionisiaco, in cui l’indagine moderna volle trovare elementi « ohe spianano
largamente in Grecia la via alla fede nell’immortalità dell’anima » (Heligio -
ottobre 1920), accenniamo alla elevazione simbolica della vite negli albori del
cristianesimo. « La Chiesa e le anime sono sovente paragonate da Dio ne’ libri
santi ad una vite » (Martini). (Cfr. : Cani, dei caìitici Vili - Isaia XXVII -
Ezechiele XV et pasfiim). Cristo dice ai suoi discepoli ; « Io sono la vite e
voi i tralci » (Giovanni XV. B) ; nella recondita gestazione del prodigio,
prima di immolarsi nello spasimo dell’ olocausto, offre agli apostoli nel vino
il proprio sangue (Matteo XXVI. 28 - Marco XJV. 24 - Luca XXII. 20); e da quel
momento il vino fu l’alta significazione simbolica del Sangue di Cristo,
trasmessa nel più solenne atto del culto alle moltitudini, raccolte
nell’adorazione del sacrificio dell’altare. Cosi, durando le persecu¬ zioni
crudeli, ed ai fratelli della nuova religione non essendo dato di ma- teriare
la luminosità del concetto sentimentale nelle aperte manifestazioni dell’arte,
i pampini, i grappi, i viticci furono — insieme all’agnello, al pesce, alla
colomba e al pavone — il motivo pittorico dominante nella oscu¬ rità delle
catacombe; e poiché i pii lapicidi non potevano lavorare nell’ombra, i
cristiani tolsero per sé tumuli e sarcofagi abbandonati dai pagani, e nei quali
1’ arte spantosa aveva sfoggiato emblemi dionisiaci ; (es. : il mausoleo di S.
Costanza a Roma del IV secolo.; l’arca di S. Apollinare in Classe, e la catedra
del vescovo Massimiano a Ravenna; gli archi del ciborio nel duomo di Catturo).
La vite è poi profusamente trattata nelle ai>pllcazioni decorative cristiane
allor che dal buio delle mistiche paure prorompono le grandi moli architettoniche
— i battisteri e le catedrali — nel fresco raggiare giovanile dell’arte italica
immortale. La vite ora 1’ emblema nazionale degli israeliti. Nelle loro
funzioni del sabato e delle altre solennità era obligatorio l’uso del vino
spremuto da ebrei (>Speechle 3 ’). A questa significazione emblematica si
riferiscono molti passi della Biblla {Sidìiii LXXIX. 9 - Isaia V - Matteo XX e
XXI). La prima rivolta ebraica é ricordata da una medaglia con la foglia di
vile e il Ji'll motto: c La libertà d'Israele ». || Presso gli esseni la vigna
era la scuola, e dicevasi grappolo il sapiente. || Anche monete dell’Asia
Minore, della Beozia, di Agrigento recano simboli bacchici. || Il ceppo della
vite era impugnato dal capo dello centurie moventi da Roma allo guerre; e
mentre por il soldato mercenario domato alle battiture adoperavasi verghe di
qua¬ lunque legno comune, il privilegiato soldato romano non poteva essere bat¬
tuto die con legno di vite. j| Nel blasone la vite significa allegrezza, ri¬
creazione, publica unione, amicizia giovevole (Ginanni), e si rappresenta
generalmente avcolalu ad un palo, ad un albero, ad una torre, coi pampini ed i
grappoli (Guelfi). ,| Danno, anche gli emblemisti la vite por simbolo di
amicizia, di unione, di benevolenza, di amore coniugale e simili ; ma ci sembra
non corrispondente alla idealità costruttiva del simbolo l'appoggiarsi che la
la vite agli altri sostegni, non di disinteressato impulso, non di spon¬ taneo
soccorso, ma tutto di necessità per il solo scopo del proprio sviluppo e della
propria conservazione. Non sarebbe, però, giusto nè meno attribuire alla vite
il carico di significare l’egoismo; e in argomento ricordiamo la bella
apostrofe del mite poeta vicentino ; Tb iKjverella vite amo, che quanilu tiedou
le nevi i jiroseimi arlioaoelli, tenera, l’altrui duol commieerando, sciogli i
capelli. Tu piangi, derelitta, a ca|io chino, sulla ventosa halsta. In chiuso
luco gaio frattanto il vecchierol vicino 'si asside al foco. Tiuu culmo un
uajipo; il tuo licer gli cade ucir ondeggiar del euldto sul monte : poscia
floridi paschi ed auree Inaile sogna contento. (Zanella - Aigoismo c Uiinlti).
Ii32. VITE NERA — v. Tamaro, usa. VITELLO — V. line. (g!l. VOLPE — Negli
animali si trovano tutti i rudimenti delle facoltà sujieriori dell'uomo, e vuoisi
che le differenze fra essi e 1’ uomo siano soltanto di grado e non di natura.
Non è da noi dissertare in proposito ; certo è che la fantasia umana creò delle
vere epopee animalesche, e animali dotati di facoltà superiori, eroiche, quasi
divine, spiccano sul fondo primordiale delle vecchie civiltà: espressione
fonda- mentale del feticismo e del totemismo di origine, che esalta gli esseri
sottoumani. Non sempre però si at¬ tribuiscono elementi di superiorità agli
animali : « i protagonisti delle leggende animalesche vennero raf¬ figurati
provvisti di tutte le passioni e di tutti i vizi degli uomini, ma con in più un
elemento inleriore, il ridicolo . (Muffii) Nello epopee dell’monismo è cospicua
la leggenda deUa Volpe (Homan dà henuri) dispersa in canUri molteplici, e le
cui radici si trovano rifi-ustando CAltlCATI KK IM VOLlM 1 S. Aftirtino •
i^eioeKtof 2 S. Maria - Borveley uello touobrio del secolo Vili, quando noi
racconti sorali dol perogriuo assiderato dal gelo e capitato nel castello o nel
casolare, vagavano — come fuori nel bosco — le allegre bestie parlanti, nei
reiterati richiami senti¬ mentali di Esopo e di Fedro. « Quando il medio evo
cavalleresco si sgretolò, lo avventure degli animali e il regno di Sua Maestà
Noble (il Leone), che in fin dei conti era un’eloquente parodia dell’impero
feudale di Carlo- luagno, interessaron meno, e gli ultimi rapsodi mutarono la
fisonomia dei ])er 80 naggi, li camuffarono da allegorie ragionanti, li
trastormarono in istrumonti polemici. Il lupo divenne la personificazione della
lussuria cle¬ ricale, e la volpe un essere freddamente crudele,
personificazione del prete ipocrita e simoniaco » (Maffii), <5Ìoè della
ipocrisia clericale. Ci conferma ((uesta deduzione del dotto critico citato la
scultura satirica della prerina¬ scita, nella quale è ripetuto il motivo della
volpe ohe predica alle oche (White). Nella volpe ohe si avventa contro il carro
trionfale della Chiesa, o Che d’ ogni ponto hnon pare» digiuna U'urg. X.XXII -
120), Dante simboleggia l’eresia, come nella Biblia(L(T»nentó*. V 18-Lzech.
XIII. 1). Il La volpe è però essa pure sensuale; nel roman tutte le femine
l’amano e rissano per le sue carezze. Ma anzi tutto è furba e la trama del
racconto 6 tutta l’antagonismo tra la sua astuzia prelibata e la forza balorda
del lupo. La volpe è certamente dotata di astuzia, ed il suo modo di incedere
at¬ tento e leggero — lo dimostra. Il suo passo si direbbe quello di un bipede,
perchè essa appunta con cura le zampe anteriori e poi spicca il salto in guisa
ohe le zampe posteriori occupino esattamente il posto delle altre. Ma la sua
scaltrezza leggendaria-fu certamente esagerata. I giapponesi antichi trovarono
in essa caratteri divini ed infernali insieme, ed alcuni settari del- r estremo
oriente credono ancora che il diavolo sia una volpe. || Gli uomini d’ Europa ne
invidiarono la indubia intelligenza acuta, e ne fecero il prototipo dell’
astuzia, creando con le gesta della volpe un ciclo di innumerabili favole e
apologhi, che costituiscono una vera e propria epopea, di fondo lepido e
arguto. X X Malemalicauienle, quantità iuoo^uita; couiuueuieiile, sigia
esprimente l’incognito, « maschera dei modesti, degl’ignoti, dei reprobi, dei
peccatori de’ quali si ha-da conoscere il peccato e non il nome. Ma la A' non è
solamente, come la consorella N magari raddoppiata, uno pseudomìùo misterioso.
Essa e talora un ideale; esso è la A' d’una equazione che ri¬ solerà
brillantemente; c la meta augusta non ancora distinta, ma che si spera di
conseguire; è l’ideale indefinibile nel suo bagliore, ohe diventerà reale; è
l’ultima sorella igpiota e nascosta che sarà trovata e conosciuta; è il sogno
dell’anima che voi inseguite fintanto che non l’abbiate raggiunto o non siate
precipitati nel fondo della fossa che attraversa la vostra corsa, la ijuale gli
uomini chiamano tomba, ma che in fondo non è che una A' aneli’essa» (M.
Foresi), (v. Segni ncienlifìci). (ia6, Y — Questa lotterà, dotta pititguricd,
seuoiuio il grau savio di Baino, cho la inventò, era il simbolo della vita : il
piede rapiiresentava l’infanzia, i due rami il cammino della virtù e quello del
vizio, giungen¬ dosi al bivio, nell’ età della ragione. Persio cosi rimprovera
il giovinetto poltrone ; Et Uhi quae Snmioe diduxit litieru, raiiwt.
Siiriiatteiii dextro momlraoU limite callem. Stcrtis adhnc..., ì {S<U. - 111
“ w Oi.$7. W — Muileruaiueulo si iiiioUu la sigla IP pur iudiuare il puuU)
cardiualo Ovest, abbaudonaudo 1' O olio può genuraro coul'usioue, poiché iu
tedesco, in svedose, in olandese 1’ O può essere preso per una abbreviazione
della parola Osf, Oost, signidcante il contrario, cioè l’Oriente. « eoo- ••eoo-
••00i;00' ■OOO" ■OOO z eilB. ZAFPBRANO DEI PRATI — Colchico — La corolla
pallitlameule azzurra e lo stelo gracile e snello di questo fiore gentile,
danno l’imagiue della melanconia .dell’autunno, in cui egli ha la sua effimera
giornata di gioia. Il « Solo il colchico rossastro rimane per annunziare le
brine » (Ges- sner - Titiro e Mmalca) ; simbolo della rlmemhrania mesta, nel
deserto delle anime che furono felici, (139. ZAFFIRO — « È una pietra sacra. Il
suo lume azzurrino brillò sulla mezzaluna tra le chiome di Diana. Riserva tutta
l’efficacia della sua virtù per colui ohe lo porta su di un petto nel quale
batta un cuore puro e sincero » (E. Michelet). || È «,la gemma delle gemme »;
dai pagani dedicata ad Apollo, portata dai .sommi gerarchi, cara ai negromanti.
Il suo colore — a cui Dante diede il classico aggettivo di dolce (Purg. I. 18)
— ama essere circondato da brillanti, ed è indicato a simboleggiare la pietà,
la giuatisia, 1’ iuiiocenia, la purezza, la rinomanza. || Una delle dodici
gemme dell’c/bc/, indumento superumerale dei sacerdoti ebrei, e rappresentante
la tribù di Simeone, posta seconda nel secondo ternario (Giuseppe Flavio). ||
Erano di zaffiro le tavole su cui stavano scritte le leggi divine che Mosè
ricevette sul Sinai. 640. ZAMPOGNA — V. Siringa. (MI. ZIBELLINO — Mammifero
carnivoro di imllo pregiatissima, de¬ scritto dai naturalisti di costumi
procaci; oml’ò fatto simbolo di lascivia. DtfieiM H mollitit*iiì muM creditui'
ntbus Arftuere, at ratio non aat aperta mihi est. .l»r quod ei natura saìa^' et
mutla libido esl f Ornai itomanaa nw quia pelle nurus.^ Sai'maticum viureiu
vocitant pUriqtte zibellum. Et Celebris stiavi est uufjuiue muscus arabs.
(Alciato - Emb» LXXlXj. 612. ZIZZANIA — V. /Mglio. iM3. ZODIACO — La ideale
fascia circolaro della sfora celeste divisa nello dodici parti eguali, detti
.segni — simboli dei mesi (dal greco goun : animale, perchè la maggior parte
dei segui ha il nome di un animale). Fervente sona Uov’ è U cinto maggior che
i'aacia il mondo. (Tasso). U17 Noi primi uecoli del crisliaaesimo la Chiesa
solleva nel cielo I)i quella Boma ou<le Cristo è romano i suoi confessori ed
i suoi martiri, e li celebra nei canti e nelle Kgurazioui dell’arte; ma
nell’atmosfera tenebrosa degli intelletti si confondono tuttora lo arcaiche
superstizioni della mitologia pagana con quelle inevitabili anche nella
metafisica novella ; dileguano i numi dell’ Olimpo, ma nel linguaggio sintetico
e misterioso del simbolo le vecchie forme immanenti si mescolano e si innestano
alle nuove, Lo zodiaco — che non appare nell’ arte ellenica e latina — è invece
compiutamente segnato in un libro, di miniature del- l’imperatore Costantino
(fine del IV secolo), ed è il singrafo della vita dell’uomo e della sua
resurrezione, dove il palpito umano oblia i tremori della carne e s^ immerge
nell’ infinito. « Secondo Tertulliano, in questa rotazione circolare degli
anni, sempre movente e sempre rinascente, era una chiara conferma della
resurrezione alla fine del mondo : in linea analoga altre interpretazioni ap¬
paiono, specie per indicare nei dodici segni posti a gloria del sole, il sole
di giustizia; il Cristo stesso, coi dodici Apostoli » (Cervesato). Allor che
l’arte — fondendo sapientemente le fattezze romane con quelle bisantine — si fa
aitante e vivace con le grandi absidi sollevate, con i pilastri polistili dai
capitelli cubici e capricciosamente fioriti dell’architettura romanica, i
sublimatori della viva pietra narrano la simbolica dei mesi, quasi a precorrere
— nell’epoca di transizione, di trasformazione e di concordanza degli elementi
sociali — l’opera del luminoso ingegno italiano, ohe riconduce l’uomo allo
studio della realtà, della na¬ tura e di sè stesso. Ksemplari classici dei
segni zo¬ diacali tradotti in dinamiche allegorie, sculturali e pittoriche, si
hanno in tutte le regioni d’Italia: a Firenze; a Venezia; a Bologna; a Milano;
alla Sagra di S. Michele (Susa); nel sotterraneo di S. Savino a Piacenza; nel
duomo di Modena; sul torrazzo di Cremona. Altri esempi notevolissimi più
moderni sono quelli grandiosi del palazzo della Ragione a Padova; ilei
breviario Crimani; del palazzo di Schifanoia a Ferrara (di Francesco Dal
Cossa); del tempio malatestiano di Rimini (di Agostino di Duccio). Wd. ZOLLA —
In araldica si aggiungeva la zolla informe, come simbolo di viltà, all’ impresa
del cavaliere che avesse rifiutato una sfida. Nel lin- gtiaggio blasonico
dicesi anche zolla la piccola terrazza occupante la parte dello scudo ohe si
restringe inferiormente. <i45. ZUCCA — Parecchie significazioni simboliclie
furono conferite alla rigogliosa cucurbita, originaria dell’India, grata a
molti palati e molto utile all’economia gastronomica. Presso i tedeschi le
vediamo assegnati i significati della caducità, dei beni terrestri e perfino
della bellezza {Zcit in l!Ud - 1907). Meno propizie sono le attribuzioni dei
nostri, negli autori e noi proverbi, per la rigogliosa rampicante, la cui
potenza insaziata di altezze uoii sembra indicare la l'orza ohe crea, la virtù
che rigenera, la volontà ohe conquista, l’ala ohe spazia nei domini dello
spirito. Nella semplitìca- zione dell’ aforisma vulgate la zucca simboleggia la
scipitaggine, la scioc- caggine e simili ; la speranza fallace « la quale in pochissimo
tempo assai cresce e s’inalza, ma poi subito casca in terra e si secca »
(Ripa); la iattanza ; ilenam propter crevisae ciicarhita pinum Dicitur, et
graudi fuxtiriasse coma: Cnm ramos compt^iraf ipaumqtte egreaaa cacumvif, Se
peuestare nfiie credidii tirborihua: Cui pinne: Xtinium ht'ccùt rei hacc
gloria, uam U, Vrotinne adveiìitty quae inalem perdei, hgeme. (.Melato - Emhl.
CXXIV». Una zucca piena di oonohigliette è l’idolo della dea della vegetazione,
Dada, venerato nella Guinea. || Una curiosa costumanza simbolica ha luogo nella
pit¬ toresca terra di S. Bono (Sardegna), dove a comme¬ morare una battaglia
(29 agosto 1796) nella quale i bonesi si impadronirono delle artiglierie
nemiche, nella festa di san Raimondo, (31 agosto), con una lussuosa cavalcata e
musiche e spari di gioia si porta in processione sopra un carro dorato, fino
alla chie¬ setta campestre del santo, una zucca grandiosa ma¬ turata nelle
fertili convalli del Goreano. 1| Con la simbolica finzione della zucca — patria
dei poeti, di cantori, di astrologi, di negromanti — chiude Merlin Uocaio
ITeofilo Folengo) la arguta storia maccaronica di lìaldus, l’ultimo degli
erranti cavalieri ; Zucca inihi pallia est. (XXV. B con questa allegoria il
turbolento parodista fa anche la critica del suo libro, beffandosi del suo eroe
e di sè stesso, per avere mescolato in versi, fuor dello chiostro regolari,
cose antitetiche o strabilianti : lleii, heii, quid colui, iniMro mihi, ptrditm
Aiislnim fiorihiic et iiquidis iiuiuiei faulihus apro». (XXV. H66). Anche noi
chiudiamo il libro nostro, e riguardandone le pagine fitte di cose, esprimiamo
la fiducia di non avere con osso fatto sul serio.... ciò cho TeoKio mantovano
fece per burla. ì;- •:! •:! AGGIUNTE. C4C (6 bis) — ACA.NTO — Anche per
enunciare e ilneare nel segno il concetto generico dell'arte ai è
ordinariamente preacelto Vacanthux violli.'ì, pianta di naturale grazia e di
mirabile leggiadria decorativa. <>47 — AMULETO — Propriamente, secondo la
etimologia, un medica¬ mento contro i veleni (Pianigiani). Passò la parola
nell’uso ad indicare qualsiasi obietto superstiziosamente creduto dotato della
portentosa virtù di allontanare il male. Nei capitoli del nostro libro
accenniamo frequente¬ mente a questa forma simbolica di scongiuro, altra delle
forme rudimentali del pensiero — ohe il Lombroso direbbe ancestrali — avanzi di
funzioni tuttora incastonate nel pieno di energici e vigorosi organismi, ma già
mo¬ renti nel sistema evolutivo della civiltà. « Un principio ohe rimase
inalte¬ rato negli amuleti di tutti i tempi e che li fece ricercare dagli
uomini, è quello della paura; è sempre il senso della propria debolezza che
spinge l’uomo a cercar protezione in esseri superiori.... Le varie religioni
rico¬ nobbero sempre tale efficacia, che non costringe a idealità troppo
elevate, e cercarono di valersene come mezzo d’aiuto, di incoraggiamento, di
conforto ». 648 (36 bis) — AQUILA — I due « segni santi * della croce e dell’
a- quila sarebbero secondo il Pascoli il simbolo centrale dell’opera dantesca,
nella loro simetria e dissimetria rappresentando rispettivamente la forza della
Fede e la forza dell'Impero civile. (Cfr.: Valli - Ij' allegoria tìi Dante
secondo Giovanni Pascoli e U simbolo centrale della Divina Com¬ media, 1922).
Il L’aquila è aggiunzione attributiva di parecclii santi: Gio¬ vanni della
Croco, Medardo di Noyon, Adalberto di Praga, Bertolfo, Von- ceslao.... IM9 (Bfì
bis) — ASINO — La « disertata bestia delle grandi orecchie », ha anche tutto il
valore di elemento rappresentativo della fatica, alla quale il destino la fece
nascere. || Come compimento attributivo l’asino ricorda nelle imagini sacre i
miracoli dei santi Marcello, Zaccaria, Antonio da Pa¬ dova, Geroldo.... 650 —
CASTAGNO — La lieta pianta dei monti accessibili a tutti, la vigorosa e frondosa
pianta ilall’ aspetto patriarcale, inobliabile nello sfondo dèi paesaggi di
tutte lo fanciullezze. « fi l’albero dei ricordi.... Vuol dire anche il
focolare, vuol ilice quegli interni neri, di vecchie cucine campa- 350 gnnole,
rischiarati soltanto in parto con strani effetti di luce saltellanti, alla
Rembrant, pel guizzar delle fiamme intorno ai ceppi che ardono sul¬ l’ampio
camino.... Il buon vinello nuovo, rosso ed aspretto gorgoglia nello scodelle
verniciate e nell’ampia padella dai larghi fori, le castagne, colla buccia
tagliata cosi che sembrano ridere sgangheratamente bruciando, man¬ dano quel
gradito profumo di caldarroste, che sa aneli’esso di fanciullezza o d’inverno,
al pari del sapore.... Chissà perchè fu scelto a simbolo della ginstiiia mentre
semplicemente esprime la quiete, il riposo, la paceV » (Mazzucchetti). H
castagno è pure industrialmente tra i più preziosi pro¬ dotti della flora
legnosa, tenendo un posto mediano fra la cultura agraria e quella forestale, ed
è uno degli alberi più rispettati dalle popolazioni. || Nel linguaggio
blasonico lo vediamo accennato come indice di virtù na¬ scosta. di resistenza,
di virtù e di fede inalterabili (Guelfi). Cól (142 his) — CHIAVE — Nel paese di
Galles il fidanzato offre alla sua sposa un cucchiaio d'amore intagliato nel
legno da lui stesso, e foggiato con una larga impugnatura adorna di simboli.
Tra questi vi è sempre il mazzo di chiavi per significare la potestà domestica,
652 (215 bis) — ELEFANTE — Se nell’Asia questo maestoso animale è venerato,
cosi da esserne stato prescelto come il plastico singrafo religioso, tuttavia
nella scala zoologica africana esso occupa il primo posto. L’ elefante asiatico
differisce da quello della * terra che perd’ombra» {Purg. XXX. 89) per la
fronte più convessa, le orecchie più grandi, le zanne più grosse, il numero
delle unghie minore; ed alcuni autori lo preferirono al leone per rappresentare
l’Amica simbolicamente. 653 (268 bis) — FUOCO — L’imagine della piccola catasta
di legna ac¬ cesa integra attributivamente l’iconografia dell’ inverno.
J>Ì8iolve frigni : ligim »uprr foco Largo rcponnìtt.,., (Orfwio. I - fi).
Parecclii santi furono arsi vivi e nelle imagini loro si pone il rogo ardente :
Agata, Vincenzo levita. Fruttuoso, Ilarione, Agnese, Policarpo, Teodoro, Tecla,
Fulalia, Colomba, Apollonio, Anastasia, Afra di Augsburg.... 654 (813 bis —
LAMPADA — La lampsida accesa è simbolo'anche della sollecitudine e dello zelo,
chiaro essendo il rapporto concettuale che collega il fervore della vita e
dello spirito a quello della materia ardente ed illuminante. 665 (320 bis) —
LEONE — Il felis leo — benché spesseggiente nell’Asia, ed in antico non
singolare anche nelle terre europee confinanti con l’Asia — ha il suo vero
paese nelle vaste solitudini africane (Linneo, Bennet, Cuvier), dove regna
dispoticamente dagli immensi deserti del settentrione fino alle intatte foreste
del mezzogiorno. « Ilic snnt leones » scrivevano gli antichi cosmografi nel
cuore del nero continente, quando di esso i navigatori europei avevano soltanto
toccata la parte occidentale. Alle menti degli ar¬ tisti era quindi
presentissimo argomento il leone per simboleggiare l’Africa ; 6 molti furono i
leoni scolpiti, 'splendidamente, dagli egiziani, come se ne ammirano tuttora in
Roma (alla salita del Campidoglio, alla fontana Felice). JWI TJn esempio
allegorico moderno si ha ubìVA frica di Eleuterio Pagliano, a Milano (galleria
Vittorio Emanuele). Le sculture antiche dei leoni — e specie di quelle delle
medaglie e delle pietre incise greche — tendono piuttosto ad idealeggiare con
morbidezza di contorni e mitezza di espressione * La natia TeritA ilei coro
altero {Un. ìiU, VTIT) della bellissima e adulatissima belva; es. : il leone
ritto in piedi del palazzo fìarberini a Roma; quello assiso del Pireo, ora all’ingresso
dell’arsenale di Venezia. || Il leone posto sulla scalinata del palazzo della
Signoria a Firenze — la antica ringhiera delle publiche cerimonie — è il
celebre moi-isoccn, accosciato, tenente lo scudo con il giglio fiorentino,
simbolo della potenza e della indipendenza cittadine. Lo scolpì Donatello
(1488) ed i fiorentini facevano baciare le clune di esso ai nemici vinti e
prigionieri. || Vuoisi che il circolo sanguigno nel corpo del leone sia
continuamente in istato morboso, con eccessività di calore e di fervore ^cosi
dicevasi anche della capra) ; e per questa anormalità fisiologica la irrequeta
fiera è suggerita come attributo allegorico della febre. j| SI dipingono
accostati dal leone parecchi santi : Gerolamo dottore, Eufemia, Venanzio di Tours,
Paolo eremita, Vito, Tecla d’Isauria, Teoforo, Macario, Prisca romana.
Emiliano, Ignazio di Antiochia, Tiberio.... (i56 (348 bis) — MANO — La mano è
anche simbolo del lavoro. Vero è che l’umanità, per l’opera delle macchine, va
perdendo l’uso di questo nobilissimo membro del corpo. Nel periodo genesiaco
degli umani consorzi si scavò il suolo con le mani, fin che queste formarono la
zappa e l’ascia primitive ; le nostre madri filavano, tessevano, cucivano,
ricamavano a mano e le piò umili contadine creavano con le industri dita
meraviglie di pazienza, di finezza, di buon gusto. L’età collettivista, con i
congegni meccanici, va sopprimendo questo lavoro manuale, tutto di individuale
eccellenza; i pro¬ cessi fotomeccanici riducono le arti del disegno ad un lusso
costoso ; la dattilografia ha distrutto la calligrafia, ed un illustre chirurgo
inglese, Fe¬ derico Treves, nota che l’organo della azione va a poco a poco
atrofizzandosi, e sarà destinato, forse, a ridursi ad arto embrionale, come
l’appendice del- l’intestino, la quale non è più che un ricordo di quando gli
uomini man¬ giavano l’erba.... |{ La mano destra con il pollice, l’indice ed il
medio alzati e 1’ anulare e il mignolo abbassati indica benedizione, secondo '
i riti della Chiesa greca e latina. * La mano aperta ed alzata, con il dorso
verso la persona, indica approvazione, consenso, ed era atto usuale presso le
milizie antiche, passato nelle adunanze anche odierne. GB7 — NOCCIOIiA —
Piccola noce dell’avellano, spontaneo nei boschi e<l anche coltivato nei
frutteti. Per il duplice e solido involucro è considerata ab antiquo come
l’imagine del bambino, racchiuso nell’ alvo materno, e da questa somiglianza
fatta simbolo della natalità. Plinio e Pesto assicurano che negli anni di
abondanza di nocciole vi sono anche nascite umane molto numerose, e nella
Francia, troppo malthnsiana, gli uomini pensosi dell’ av¬ venire demografico
nazionale ansiosamente compulsano le statistiche carpo¬ logiche, sperando si
avveri il presagio avvertito dal Joiiriiiil (luglio Ib'dHl, 362 che ripeteva il
decrepito proverbio agrario : « Annata di noccioli manata di figliuoli ». C58
(460 bis) — PORCO — Altro titolo comprovante la non ignobile etoria di questo
tanto vantaggioso e pure dispettato animale viene offerto dalla filologia.
Molte volte le nubi ermeneutiche di questa magnifica scienza si squarciano per
lasciare intravvedere strane ed armoniche contradizioni. Una di esse riguarda
il sostantivato maiale, originariamente adiettivo sem¬ plice, derivato da Maia,
la suprema delle Pleiadi, cantata da d’Annunzio, confusa con la antica Terra,
madre solenne di Mercurio, datrice del nomo al più bello dei mesi dell' anno. A
Maia si immolava una scrofa. (Isidoro), detta maialis, cosi e come ancora, con
il nome scientifico, si chiamano maiales due fiori graziosi : una rosa e la
convallaria o mughetto. « Pur troppo l’animale sacro a Maia e al mese maggiore,
il porco adulto, pasciuto nel Iticuft della ghianda salubre, il porco sdegnoso
di tuttociò che è il silo proprio e corporale incremento, il porco dal grugnito
misantropico, del quale tuttavia ogni porziuncola è vantaggio dell’uomo,
degenerò nei secoli, vittima non solo della trichma spiralis ma più ancora
della sua propria grassezza artificiale della civiltà bottegaia » (Foresi). Cosi
gli fu vietata la apoteosi, che pur sarebbe stata auspicata nell' adiettivo
proprio all' ostia del rito sacrificatorio di Maia, e non fu mai designato
nell’ arte a rafiigurare « la meravigliosa e divina virtù del maggio ». Esso
invece è prescelto a compiere le attribuzioni allegoriche dell’Inverno,
stagione nella quale si compie la sua ecatombe per le provviste gastronomiche ;
e se ne hanno esempi negli archivolti e nei pilastri delle catedrali romaniche
- vere enciclopedie dello scibile di allora — descriventi nei bassorilievi la
storia allegorica dei mesi e delle operazioni campestri loro inerenti. (i59
(523 òf.v) — SCORPIONE — Altra attribuzione allegorica dell’Africo, dove è
copiosissimo questo aracnide insidioso e di frequento mortifero. 660 (631 his)
— VITE — « La pianta dionisiaca, obbediente e generosa, densa di verde nella
primavera, ricca d’ombre d’estate, festante di colori d’autunno, spoglia e nuda
nel verno, si piega a tutte le esigenze architet¬ toniche : alla semplicità
dell’ architrave, alla molle eleganza dell’ arco, all’ ar^ monia complessa
della volta, ai larghi piani delle pareti, alla greve ricchezza dei festoni ; e
le pergole, o piatte, o a volta, sotto le quali il sole filtrando con chiazze
inuguali fa vibrar l’aria con un melodico trillo di luci e di ombro, sono il
più felice e armonioso connubio tra l’architettura degli uo¬ mini 0 il
pittoresco della natura » (Paoli). || È pleonastico ricordare die la vite ò il
simbolo naturale od usitatissimo dell’ autunno. PINE. INDICE ANALITICO dei soggeììi
simboleggmti. Abassidi J587 abate 120 abbandono 29 Àbdera 298 abnegazione 25 -
111 — di sè 3tì(> — per il publico bene 35 abondanza 117 - 181 - 187 - 369 -
4fK) - 402 - 413 - 429 - 548 - 622 631 — di grazie 8 — di pesca 2<K.i
academia 211 - 316^ 367 Àcadernia Francese 417 Accesi (academici) 151 accidia
62 - 587 accortezza 225 acutezza d’animo 556 — d'ingegno 198 - 535 adattamento
morale 157 adescamento 26 adolescenza 32 - 4l>6 adorazione 399 adulazione 35
- 66 - 107- 243 - 287 adulterio 28 - 532 affabilità 490 affanno 59 affettazione
354 affetto 4 - 16 - 211 - 630 — puro 3 - 5 affeziono l(t3 - iìill Africa 652 -
656 - 659 — cartaginese 129 agilità 437 agitazione 81 agosto 624 agricoltura 4o
- 50 - 68 - 100 - 224 - 668 - 586 Aia 148 aiuto 148 - 403 - 418 - 647
alabardieri 564 albagia 560 allattamento materno 307 alleanza 524 - 3o8 - 3i)9
allegoria 617 allegrezza 14 • IfKi - 105 - 258 - 367 - 670 - 581 - 622 - 631
allegria bacchica 249 alterezza d’amore 197 alterigia 178 amabilità 150 - 167
-27o amare 163 - 166 - 211 amarezza 314 - 366 — d’animo 69 ambiguità 464
ambizione 178 128 ■ 607 - 660 amenità 279 America 574 - 677 amicizia G7 - 195 -
211 - 271 - 348 - 367 - 403 - 419 - 489 - 503 - ii22 631 amicizia giovevole 631
ammaestramento 114 ammiraglio grande 27 amministrazione publi ca 579
ammirazione 287 amore 57 - 67 - lo8 - 165 - 198 - 202 - 311 334 - 356 - 367 -
353 - 122 - 490 - 493 - 541 618. — altero 197 - 49o — capricioso 490 —
colpevole 7 — confidente 28 coniugale 417 - .576 • 631 - 651 — del vero, del
bello, del bene 300 — di Dio 196 - 348 — di Patria 182 — di sè stesso 382 —
disinteressato 3,5 — divino 195 - 348 — fedele 490 — fraterno 262 — freddo 147
— ingrato 490 — materno 380 - 431 memore 266 — mistico 627 — nascosto 37 —
oltre la tomba 189 orgoglio.so 190 •il Ì15.J amore primo 327 - 532 — senza fine
491 — verace 388 — violento tiftì amuleto B93 Andrà 27 Ancona 417 Anfipoli 233
Angiò 518 angoscia 566 anima 129 - 227 - 455 - 474 - 605 — immortale 3-5 animo
forte 384 — nobile 2 — pronto alle armi 19 anno 76 - 145 - 160 - 417 anonimia
381 anticristo 207 antipatia 400 antisemitismo 191 apatia 340 apprendista
carbonaro 511 — massone 396 approvazione 656 aprile 586 Arabia 109 Arcadia 537
arceri 564 architettura 42 - 399 - 489 arcivescovo 120 Ardenti (academici) 192
ardire 47 - 339 — grande Ì140 Arditi d’Italia 469 - 572 ardore 258 — di fede
165 arguzia 35 - 625 aristocrazia 182 Armagnac 320 armi 564 armonia 330 - 396 -
594 arresto di movimento 165 arroganza 168 arte 458 - 432 - 646 arti 468 - 432
Arte della lana 12 articolo di giornale ri¬ portato 246 artificio 35 Ascatela
384 ascetismo 498 Aser 405 Asia 109-215-532 - 652 — Minore 140 asilo 284
asprezza 556 assalto 511 asse 302 assemblea 372 assennatezza 614 assiduità 35
assiri 320 astrologia giudiziaria 417 - 471 astuzia 2oO - 634 Atene 645
atteggiamento da eroe 447 attenzione 298 audacia 493 augurio 630 — buono 616 —
cattivo 208 - 261 • 322 - 470 - 503 - 593 auspicio felice 122 - 225 austerità
59 - 125 Australia 239 - 531 autofilia filo- autorità 61 — sacerdotale 142 —
sovrana 255 autunno 88 - 167 - 660 avarizia 62 - 64 - 146 - 323 - 339 - 348 -
451 - 460 - 492 - 532 avidità 32 - 339 avvenire 85 avversità 544 azione magica
198 lialdanza 178 - IfHi balestrieri 564 base 448 Basilea 75 bastardi 191
battesimo 8 - 139 - 215 - 244 beatitudine 366 - 396 bellezza 2a3 - 309 - 356
386 - 490 564 591 - 645 — di spirito 108 — nascente 333 beltà effimera 421 —
pericolosa 356 — superba 343 bene 164 benedizione 67 - 417 - 656 beneficenza 17
- 23 -114 - 172 - 329 - 348 - 399 beneficio 128 - 303 - 356 — dell’acqua 615
benessere delle popo¬ lazioni 417 benevolenza 67 ■ 200 - 211 - 279 - 334 - 402
- 631 beni 415 - 455 —- terrestri 645 Beniamino 25 benignità 215 - 345 - 451
Berlino 412 Berna 412 bestialità 320 Biella 412 Birmania 428 Bisanzio 188
bisogno 396 bontà 126 - 342 - 411 - 431 - 500 — divina 61 - 532 — umile 248
boria 560 borghesia 425 - 5(H lioulangismo 266 bramanesimo i>2 braveria 432
Bristol 384 britanni 320 bugia 342 - 3r)2 - 443 bulgari 320 caccia 116 - 139 162
- 178 - 225 - 645 — signoriale 645 cadetti 191 caducità - 29 - 145 calamità 118
- 19(i - 5(i8 caldei 320 calma 17 calunnia 75 - 187 - 532 camaldolesi 105
Camorra 88 Canadà 239 candore 38 - 83 - 163 - 165 - 400 - 490 canicola 116 -
233 canopo 616 canto 330 caparbietà 66 - 379 Capo d’Istria 573 capriccio 490
Carboneria 47o carestia ó()a cardinale 120 carità Kìó - 181 - 196 - 431 - 447
carte 32(5 castigo 242 - 265 - 526 castità 13 ■ 153 - 316 - 319 - 488 - 490 -
60o - 583 - 617 cattolicità 191 cautezza 11 causa 245 cavaliere 219 - 647 — di
S. Giovanni 105 cavalleria 154 - 564 — romana 65 cecità 78 - 563 celerità 255
celebrità 600 celia 355 celibato 490 cemento della libertà l:io cemento ilella
fratel¬ lanza 130 — della uguaglianza 130 censura politica 246 chiarezza di
nome 166 Chiesa 164 - 263 - 357 - 384 - 412 - 417 - 631 — cattolica 263 — di
Cristo 357 cielo 167 Cina 207 cinici 76 - 91 - 11(5 , circospezione 546 città
421 civetteria 157 - 174 - 378 - ;386 civiltà 181 - 313 - 417 - 622 Cizico 320
classi sociali 564 clemenza 67 - 235 • 320 - 516 - 570 elevo 124 Coagulazione
del Dis¬ solvente 198 codardia 297 cognizione 114 collaterali 191 collera 62 -
263 colonie 35 comandanti i corpi d'ar¬ mata 72 comando 35 - 182 - 282 - 411 -
618 comedia 352 - 540 commercio l(i3 — marittimo 2 (H) . 467 commozione 81
comuniSmo 224 - 351 comunità 182 concentriamo universale 273 concordia 67 - 103
-179 - 181 - 228 - 348 - 357 - 570 concordiadei vassalli 161 confessione 87 355
coniìdenza 4 - 230. - 384 confine 450 - 671 confirmazione 78 - 455 conforto 148
- 442 - 491 - 627 - 647 congedo 61 - 491 consacrazione 531 — abaziale 7(! —
episcopale 76 consenso 656 conservazione 76 consiglio 195 — prudente 388
consolazione 189 - 284 console romano 83 contadini 564 contaminazione dell’ a-
ria 63 contentezza 14 - 166 contento 39 continenza 316 contrammiraglio 27
contrasto 441 contratti di lavoro 76 contrizione 83 convito 233 convitto 182
cooperazione 341 coraggio 233 - 261 - 292 - 298 - 452 - 493 - 561 - 623 corinti
129 Corinto 43(1 - 573 corpo di Gesù 419 corruzione del clero 32 corsi d’
ac<|ua (508 corte di Francia 320 cortesia 402 - 411 -622 cosa vile e
inconcludente 27 cosmografia 5o costanza 82 - 108 - 185 - 193 - 287 - 294 - 387
- 465 - 472 - 499 - 602 - 688 — d'amore 456 costituzione <58 croato*396 356
creazione 61'2 cresima 517 cristianesimo 191 - 574 Cristo 12 - le - 21)0 - 2f!3
- 320 - 431 - 437 - 651 - 643 — risorto 268 crudeltà 165 - 207 - 414 - 420 -
558 - 577 - 60ii Crusca 252 culto di Brama 62 — per le arti belle 6 cupidigia
63 - 64 - 152 — dei beni temporali 207 curia papale 339 curiosità 408 - 414 -
481 custodia 207 - 263 - 320 - 334 - 454 Dalmazia 420 Dan 36 - 190 I dannazione
258 danno 543 debolezza 561 decrepitezza 32 degradazione 300 deità 195 delizia
248 democrazia 372 Democrazia Cristiana 266 demonio 207 denaro 478 denuncia di
turbato pos sesso 448 depravazione 557 desiderio crescente di dominio 211
destino 145 - 406 devozione 287 dialettica 848 - 623 diavolo 634 dicembre 122
dichiarazione d’amore 602 difesa 10 - 11 - 177 - 298 - 485 - 486 - 507- 525 -
536 541 difesa della virtù 150 difficoltà 393 - 459 — della medicina 76
diffidenza 317 - 433 digiuno 133 dignità 39 - 61 - 128 - 425 — alta 28 - 349 —
del cavaliere 219 — del papa 368 — regale 617 dileggio maritale 178 diligenza 35
- 247 - 263 - 578 dimenticanza 421 dimorfismo del mondo 226 Dio 156 - 399 —
Padre 320 diplomazia 165 diritto d’acqua 264 - 459 — di vita e di morte 205 —
feudale sui molini 341 discordia 233 - 331 - 469 - 582 discrezione 109 - 643
disegno 266 disgrazia 549 disonore 490 disperazione 155 - 165 dispregio 76
disprezzo 274 - 282 - 848 distruzione 63 - 75 - 207 — universale 135 disturbi
396 divinazione 528 divinità 160 - 191 - 201 - 268 - 39(! — infere 117 - 369
divorzio 198 docilità 289 - 429 - 546 dolcezza 236 - 344 dolore 65 - 136 - 166
- 387 - 405 - 478 domenicani 116 dominio 61 - 320 - 493 dominio alto 128 doni
dello Spirito Santo 115 dottrina 541 - 614 — pura 627 dovere 11 - 286 dubio 88
- 395 durezza 202 ebrei 282 ebraismo 625 - 554 ebrezza 248 eccitamento 547
eccitazione 493 economia publica 579 edificazione 482 Efraim 100 - 326 egemonia
navale inglese 70 Egitto 36 - 160 — Alto 182 — Basso 182 - 201 egoismo 194 -
316 - 382 - 460 - 483 - 631 eguaglianza 42 - 516 eguale 528 eleganza 496
elevazione 310 — dell' animo 19 — spirituale 268 elezione della magistra¬ tura
229 eloquenza 36 -128 -151 - 348 - 391 - 423 - 536 emancipazione 80 - 517 - 532
empietà 263 - 307 - 495 - 502 - 532 - 566 emulazione 182 - 547 enigmatica 535
ente supremo 396 epigramma 85 equilibrio 42 - 552 equinozio autunnale 88 - 167
— primaverile 47 equità 88 •> 181 - 348 - 375 I 357 eredità 564 eresia 563 -
634 Ermete 448 eroi 298 eroismo 225 errore 78 - 105 esaltazione 493 - 525 esame
scientifico 546 esilio 76 - 225 esistenza 512 esperienza 333 - 399 esUte 113 -
116 - 233 - 524 - 668 estimazione 507 età della cavalleria 564 eternità 62 - 75
- 188 - 216 - 532 - 534 etica morale 42 etruschi 298 eucarestia 105 - 119 - 493
- 631 Europa 586 evangeli 19 evento buono 237 - 548 - 570 evoluzione 164 facilità
341 - 613 fallacia 148 fallimento 448 — commerciale 80 falso 121 fama 62 - 182
- 188 - 256 - 600 — buona 65 — chiara 111 — illustre 166 - 268 — del teologo
116 — perpetua 131 famiglia 262 fandonia 126 — giornalistica 422 fantasia 165 -
130 fantasticheria 337 fanteria romana 493 fastidio 165 fasto 428 fatica 649
fatica guerriera 68 fato 329 fatuità 346 - 382 favore agli uomini 2 iki —
sovrano 142 febre 665 febbraio 200 - 437 fecondità 66 - 121 - 169 - 181 - 226 -
236 - 262 - 322 - 347 - 415 - 417 - 421 - 467 - 458 - 490 - 621 - 530 - 611
fede 67 - 83 - 114 - 150 - 165 - 191 - 233 - 282 - 283 - 313 - 348 - 411 - 598
- 616 — inalterabile 660 fedele 12 - 605 fedeltà 67 - 102 - ia3 - 114 - 116 -
179 - 250 - 287 - 348 - 398 - 414 - 589 - 627 — coniugale 28 - 163 446 felicità
62 - 181 - 670 - 631 — coniugale 186 — efBmera 466 — eterna 16 — rinnovata 378
femina 396 Fenicia 417 fermezza 16 - 27 - 95 - 164 - 165 - 193 - 372 - 448 -
455 - 467 - 499 - 651 - 588 ferocia 34 fertilità 421 - 631 fervore 258 festa
239 feste 282 festosità 581 feudalità 121 — montana 372 — pascolativa 47
fiducia 266 fierezza 165 — virile 432 filantropia 431 filo8ofiall4-166-313- 132
- 474 — cinica 76 fine 1 - 397 — nobile 361 finzione 128 Firenze 42<t fisica
165 Fissazione del Volatile 198 fiumi 178 - 182 - 586 tìemma 574 follia 37 - 80
- 616 fondamento 448 foraggio 564 fortezza 65 - 164 - 320 - 387 - 493 - 620 —
dell’ animo 193 fortuna 176 - 181 - 232 - 396 - 416 - 317 - 460 - 498 —
economica 369 — grave 556 forza 100 - 164 - 177 - 178 - 282 - 324 - 364 - 411 -
474 - 493 - 535 - 639 - 544 - 686 — brutale 101 — della Fede 648 — dell’Impero
civile 648 — generativa 22(i — generosa 158 — irrazionale 320 — nelle avversità
406 — popolare 215 — vitale 532 fragilità 149 - 478 franchi 32<J Francia 66
- 263 fratellanza 4 fraternità 118 freddezza 197 - 413 — in amore 13 frigi 4611
frivolezza 266 frode 86 - 339 - 352 - 464 - 532 - 656 '1 '^c oS ■ -'ri' 'i' asH
frottola ]'2(> fugacità 19 - 129 - 227 - 4a9 - 498 - 591 — (Ielle età 490 —
del tempo 159 fuoco 191 - 502 furto Ì148 - 592 Gad 203 Galles 228 - 239 - 102
Gallia 21 Gallura 263 garrulità 489 gaudio 165 gazzetta 443 gelosia 165 - 279 -
557 - 586 generale delle galee 27 generazione 66 - 390 - 512 - 536 generazioni
330 generosità 30 - 320 genio 258 gennaio B - 608 gentilezza 260 - 560 Giappone
199 giochi apollinari 62 — publici 216 gioco 279 giocondità 601 - 6bl - 031
gioia 166 - 180 - 258 - 402 - 490 - 639 - 007 giornalismo 443 giorno 16 - 36
Giovane Italia 443 Giovanni (S.) - 36 Giove 362 gioventù 32 - 346 - 622
giovinezza 211 - 326 - 490 — di sentimenti 003 — prima 32 giubilo 631 Giuda 609
Giudea 417 giudei 301 giudizio tinaie 88 giudizio rotto 399 — torto 620 giugno
113 giuramento 146 giure 525 giurisdizione 142 — ecclesiastica 112 — feudale
403 giurisprudenza 165-640 giustizia 42 - 66 - 88 - 182 - 221 - 38(1 - 402 -
417 - 602 - 544 - 558 - 639 - 660 — del principe 641 — di re 463 —
incorruttibile 2 — universale 516 ghibellini 207 - 298 - 622 ghiottoneria 62 -
514 gloria 62 - 03 - 104 - 165 - 182 - 211 - 233 - 266 - 282 - 292 - 31(i - 402
- 417 - 421 - 466 — napoleonica 206 Gnido 320 gola 137 • 400 goti 263 - 412
governo 76 - 479 gradi massonici 396 Granata 367 grandezza 250 - 310 - 372 -
493 - 541 - 602 gratitudine 284 - 338 gravità 472 grazia 434 — divina 396 ■ 670
— illuminante 36 — ricevuta 348 guadagno 89 guelfi 65 - 83 - 283 - 483 guerra
48 - 83 - 129 - 233 - 402 - 446 g^sto 439 iattanza 645 idee grandi 27 idolatria
298 ignoranza 32 - 50 - 157 - 301 - 408 -.421 — del ricco 47 ilarità 356 - 631
Iliade 76 imitazione bestiale 519 immissione all’ otticio 4 immobilità 571
immortalità 24 - 184 - 231 - 316 - 417 - 4!)0 — dell’ anima 62 immutabilità 193
impazienza 71 impedimenti 396 imperatori di Costanti¬ nopoli 191 imperiosità
2<,r2 impero 36 - 129 — d’ Occidente 36 — d’Oriente 36 — medo - persiano 47
— napoleonico 36 — romano 207 imperialismo 320 - 407 impeto dell’ affetto 266
importunità 73 - 377 impostura 347 impotenza artificiosa 448 improntitudine 519
imprudenza 377 - 435 - 519 inalienabilità della tom¬ ba 447 inanità 612 - 615
inazione 278 — forzata 448 incantesimo 621 incarnazione del Verbo 511
incitamento 414 incivilimento 33o inciviltà 5(i incognito 634 inconsideratezza
429 incoraggiamento 647 incostanza 66 - 227 - 2()4 - 336 - 416 - t 350 Incorrattibilità
24 - 5<»3 indecenza 432 indefinito 381 India 239 indifferenza 3U9 - 413
indipendenza 214 — Korentina 655 indiscrezione 289 individualismo 335
indocilità 460 indulgenza 309 indurimento alle fatiche 17(i industria 35 - 224
- 478 inezia 159 infamia 178 - 282 - 320 - 622 infanzia 32 infedeltà 288
inferno 160 - 207 Infocati (academici) 306 inganno 26 - 121 - 352 - 420 - 478 -
485 - I 532 - 557 - 680 . ingegno 36 - 233 - 456 - 556 — vivace 19 Inghilterra
239 - 319 - 420 ingenuità 45 - 183 - 260 - 840 ingordigia 339 - 460 - 532 - 558
ingratitudine 116 - 211 - 328 - 492 - 495 ingiuria 517 ingiustizia 492 - 495
inibizione manuale 448 inimicizia 31 - 5o3 iniziazione massonica 517 innocenza
12 - 83 - 15<J - 163 - iHt3 - 350 - 378 - 391 - 490 - 639 — perseguitata 392
inquetudine 105 insania 178 insegne 564 Insensati ( academici ) 299
insensibilità 413 - 452 insidia 485 inspirazione 581 — divina 62 instabilità
416 - 551! intrepidezza 499 inverno 122 - 558 - 653 - 658 investigazione 198
investitura 67 invidia 31 • 33 - 62 - 64 - 304 - 502 - 532 invidie 395
inviolabilità del secreto 315 involuzione 164 intelletto 313 — sveglio 399
intelligenza 19 intrepidezza 129 ipocrisia 352 - 634 — clericale 634 ira 412
irreparabilità della pena 76 Irlanda 52 - 239 - 597 Iside 303 - 333 Islam 188
israeliti 80 - (>31 Issacar 583 Istria 121 laidezza 460 - 519 languore
amoroso 288 - 390 La Rochelle O&l lascivia 267 laurea 67 lavoro 85 - 100 -
171 - 204 - 247 - 351 - 522 - 660 - 655 — incessante del cuore e dell' anima
297 lavori donneschi 259 lealtà 65 - 129 - 474 legame mistico 28 legge 88 - 182
- 518 leggerezza 197 leggi fondamentali 19 leggiadria 490 legittimismo 266
lenocinlo maritale 31 lentezza 335 - 574 letizia 417 - (>31 lettera della
scrittura divina 368 letteratura 432 lettere 165 levante 619 liberalismo 432
liberalità 36 - 196 348 451 - 534 - 539 libertà 80 - 267 - 286 - 414 - 489 — di
portamento 154 libidine 211 - 420 - 523 Lied 52 lietezza 4(JO limite 61 lirica
330 Lisbona 384 lascivia 543 - 641 lode 600 logica 142 longevità 139 - 146 -
179 loquacità 422 - 448 Lorena 518 lubricità 335 Luca (S.) 100 luglio 320 - 668
lutherani 207 luna 46 - 362 lusinga 26 - 586 lusso 428 lussuria 47 62 121 - 222
- 339 - 420 - 426 - 460 - 602 - 634 — clericale 634 lutto 5 - 155 - 165 - 182 -
239 - 279 - 282 - 387 - 432 - 465 - 607 - 628 — perenne 529 Madrid 412 atiii
maestà yo magia 182 - 021 maggio 239 - 271 - 428 maggiori generali 72
magnanimità 160 -181 - 190 - 320 Magnesia 884 magnificenza 616 - 541 - (i02 —
di Cristo 308 — morale e materiale 62 mai 421 maldicenza 414 - 632 malaugurio
208 - 261 - 322 - 470 - 503 - 593 male 70 - 139 - 184 - 207 - 32(1 - 387 - 632
mali 415 - 455 malignità 304 - 395 maligno 320 malinconìa 105 malizia 160 - 207
- 420 - 532 Manasse lo - 319 mancanza di carattere 107 mancata riuscita 234
mandarinato 273 manifestazione divina 594 manipoli militari 348 manomissione
7(i mansuetudine 12 - 103 - 216 - 429 Maometto 207 'Maria 490 marina 27 Marte
362 - 6iJ8 martiri 182 — della fede 493 martirio 196 - 417 - 498 - 609 - 644
marzo 47 maschio 390 massoneria 390 - 47o matematica 105 maternità 202 - 314
matrimonio 39(i mattino 233 maturità 32 meccanica 50 medici 410 medicina 166 -
632 melanconia 82 - 42() - 505 memoria 184 - 365 - 4fl8 — grata 284 meno 528
menzogna 342 - 362 - 443 Mercurio 164 - 302 merito riconosciuto 490 mesi 233 -
273 - 6-43 messaggio 446 — di morte 301 — lieto 3o9 Messia 298 Messico 36
metafisica 182 metodo 167 - 552 mezzodì 019 Milano 46(( - 564 milizia 154
minaccia di morte 148 ministero publico 532 miseria 75 misericordia 64 - 179 -
402 - 544 mistero 23(J - 490 - (il7 — eucaristico 105 misticismo 476 - 617
misura 167 — del tempo 159 mitezza 322 moderazione 88 - 375 modestia 9 - 170 -
350 - (!27 - 628 — virginale 25 mole 164 molestia 377 mollezza 97 moltiplicazione
528 monarchia ebraica 564 — francese 504 — greca 604 — romana 564 moneta 88 •
mondo 455 — sensibile 472 morte 16 - 157 - 203 - 224 - 390 - 510 - 593 - (io8 —
dell’anno 157 mortificazione 300 moto 8 movimento libero 165 musica 141 - 145 -
15o - 538 — musica pastorale 537 mutualità 139 Nantes 380 Napoleone 627 Napoli
129 nascita dell’ uomo 103 — illustre 188 natalità 148 - 657 natività 182 - 2
Ck; - 392 natura 64 - 188 — delle acque 59(> navigazione 437 - 407 - 610
nazione ebraica 525 - 564 necessità 145 - 259 - 3>>1 Neftali 79
negligenza 259 nettezza 285 - 522 Nimes 160 ^ nobiltà 188 - 219 - 225 - 372 -
411 - 447 - 4iKj - 564 - 688 — antica 139 - 475 — cospicua 493 di natali (>5
notte lo - 3() - 182 - 387 - 516 novembre 136 nozze 182 - 2b3 - 282 Nuova
Zelanda 28o - 239 obedienza 142 — dolorosa 286 oblivione 284 I occatiioue -lUti
Occulti (academici) lU oceano TU Odino 164 odio 437 Odissea 76 odorato 64 - 116
offerta 205 - 248 offesa 544 onestà 617 — della vita 88 onoranza 125 onore 61 -
176 - Ibi - 316 - 857'367 -417 - 432 - 458 - 666 - (i22 — fedele alla Chiesa
491 ) — incontaminato 490 onta 433 opera diabolica 490 — realizzata 472 opere
buone 583 ojierosità 146 - 578 opportunità 486 opulenza 429 orazione 305 ordine
167 - 652 - 591 orgoglio 428 — nazionale 432 origine 425 Osiride 398
ospitabilità 474 - 503 - 580 ossequio 67 ostentazione 560 Ostinati (academici)
455 ostinazione 379 - 593 ostro 619 ottobre 523 ovest 687 ozio 460 — voluttuoso
236 oziosità 146 pace 12 - 17 - 40 - 67 - 83 - 103 - 181 - 308 - 816 - 396 -
402 - 648 l’mlre Eterno 118 padronanza 517 paganesimo 574 paladinato 564
pangermanesimo 191 paradiso 16 - 490 parasitismo 457 Parigi 884 liarsimonia 89
- 167 parti del mondo 368 - 676 Pasqua 12 passato 85 - 389 passione 11 - 233 -
193 — ardente 309 — di Cristo 145 - 227 pastorizia 429 Paternii (academici) 299
patimento 427 Patria 72 patriarca 120 patriziato 80 patto sociale 72 paura 322
pazienza 56 - liHj - 335 pazzia 218 - 282 peccati mortali 304 peccato
2<>3 - 532 pedaggio 459 pegno d’amore 55 Peloponneso 466 - 674 pena
capitale 626 penetrazione dellaTerra da parte del fuoco 198 penitenza 83 -165 -
551 - 672 - 628 pensieri torbidi 395 pensiero 36 pentimento 431 perdono 83 -
406 peregrinaggio 76 - 168 - 489 perennità 316 perfezione 396 — di bontà 39(i
perfidia 149 - 328 - 317 - 682 pericolo 237 361 poricolo di morte 572 permesso
di amare 279 perpetuità felice 2 persecuzione 176 - 198 - 351 - 485
perseveranza 247 - 316 - 445 - 474 - 578 perspicacia 328 persuasione 485
pertinacia 165 - 211 - 387 pervertimento del culto 69 pestilenza 87 Pezzenti 89
piacere 456 — carnale 165 — mondano 52 pianeti 115 pianto 139 - 505 - 607
Piemonte Reale 129 ' pietà 148 - 431 - 440 - 689 — filiale 179 - 607 —
funeraria 258 Piceno 445 pigrizia 56 - 563 - 666 più 528 Po 178 poesia 30 - 35
- 141 - 160 - 316 - 330 - 480 poeta cattivo 146 politica 88 — sagace 388
Polonia 86 poltroneria 38o ponente 619 pontificato cattolico e apostolico 142
popolo 357 - 462 porpora reale 282 possesso 447 potenza 142 - 178 - 182 - 371 -
483 - 634 - 641-544-588 — creatasi da sè 35 — divina 62 - 396 - 686 —
fiorentina 665 3fi2 poteuza oriuutale òlio t — raalo 65 - ‘28‘2 - 5'J5 —
spagnola 161 — vendicatrice 4!)8 potere 6 - 228 - 282 - 309 - 426 — esecutivo
62(1 — papale 3G8 — spirituale 28 - 511 — temporale 641 ])otestli 142 —
domestica 651 — consolare 76 — della Chiesa 675 — divina 692 povertà 360 —
onesta 74 pratica 167 preda 389 predicatore 263 preghiera 97 pregiudizio 532
prenome sconosciuto 381 preparazione agli ordini sacri 582 presagio 76 - 157 -
478 — buono 299 — triste 519 - 643 preti 564 presunzione 276 - 504 - 560
previdenza 36 - 85 - 247 prigionia 582 primavera 47 - 60 - 182 - 239 - 627
VriìMroae-ligtte 466 principio 1 - 397 — attivo 198 — di bene 83 — di male 387
- 396 — di vita universale 7(i principe 298 probità 83 procrastinazione 181
prodezza 226 prodigalità 181 - 318 professione delle armi 164 profondità del
sajiere 164 progresso 181 - 313 - 511 prolificità 530 promessa 67 - (i22
prontezza 19 - 298 proporzione 167 proposizione particolare affermativa 302 — —
negativa 397 — universale afferma¬ tiva 1 — — negativa 209 prostituzione 282
protesta 432 protezione 67 - 20ii - 202 - 242 - 348 - 402 - 403 - 545 - 647
protonotario 120 prova 192 provvidenza 534 - 5-48 - 572 prudenza 15 - 113 - 139
- 163 - 167 - 269 - 298 - 364 - 521 - 532 - 542 - 546 - 574 Prussia 676
pudicizia 78 pudore 83 - 163 - 292 - 617 - 627 - 628 - (>31 pulizia 285
purezza 46 - 83 - 639 purificazione dell’ aria 246 purità 12 - 49 - 160 - 165 -
268 - 263 - 283 - 319 - 391 pusillanimità 1(>9 quantità incognita 528 - 635
quiete 170 ragione 88 - 167 - 182 - 246 - 375 - 612 — sregolata 167 rancore 256
rapacità 35 - 53 - (i4 rapporto fra il diametro e la circonferenza 528
rassegnazione 335 re 35 reame di Francia 28:5 reciprocanza di com¬ merci 128
redenzione umana 532 regalità 36 - 532 - 57o regno 38“! — di Dio 5:30 —
feminile 171 regola 167 religione 182 - 2i}:i - 541 - 584 — cattolica 467
remissione 4o2 republica democratica 228 — russa 224 - 493 reptiblicani 215
resa 144 resistenza 202 - 3(X> - 65( i — alle passioni 223 resurrezione 6 -
16 - 155 - 168 - 428 - 548 - (>13 — della carne 231 rettitudine 42 - 552
reverenza 4-67 ribellione 432 ricchezza 125 - 181 - 282 - 411 - 428 - 489 —
improvvisa 438 — male acquistata 482 riconciliazione 67 - 308 — coniugale 202
riconoscenza 118 - 287 - 320 ricordanza (>27 ricordi 650 — teneri 603
ricordo 393 ricreazione 631 ridicolo 634 ritlessione 499 - 632 - 546 I
rigenerazione 8 - 532 — della famiglia 17 rimembranza dolce 433 — mesta 638
rimorso 7 rinascimento del genere umano 191 rinnovamento 13 Rinnovati (
academici ) 532 rinomanza 639 riposo 447 risentimento giusto 551 risparmio 36
rispetto 67 ■ 76 — di sè stesso 39 rivolta 432 rivoluzione 493 Rodi 490 Roma 62
- 339 Romania 1<>1 Rosa-Croce 490 594 Ruben 124 sacerdozio 182 sacramento
dell’altare 103 sacrificio 182 - 3i)5 — vittorioso ìM>7 sagacia 116 saggezza
157 - 215 - 259 - 269 - 359 - 4(tì - 621 ■ 664 — divina 215 salute 191 - 532 -
570 saluto 4 - 232 . salvacondotto 300 - salvezza 21 sangue di battaglia 493 —
dei martiri e degli eroi 493 — di Gesù 493 - 631 sanitti 532 santità 63
sapiente 631 sapienza 313 - 333 - 388 432 - 503 - 635 - 598 - 612 - 618
sapienza somma 592 sassoni 129 Sassonia 484 Satana 207 - 532 satira 625 Saturno
362 saviezza 583 Savoia 518 - 635 scaltrezza 519 scandalo 432 scempiaggine 421
scherno 205 - 432 - 508 schiaviti 286 - 682 — alla republica 28 schiettezza
26(> scienza 142 - 182 - 313 - 458 - 594 scintilla elettrica 67 scioccaggine
645 scipitaggine 645 sconfitta 258 scongiuro 205 - 593 - 647 scortesia 125
Scozia 125 - 239 - 319 scrittori sacri 555 scrittura sacra 3ìi scudiere 547
scuola 651 — cinica 91 sdegno 76 secretezza 142 - 432 secreto 165 — intimo 396
sedizione 31 seduzione 532 - 536 semplicità 12 - 83 - 163 - 260 - 456 sempre
424 semplicità 531 senso sociale 35 sensualismo 266 sentimenti nascosti 233
sera 233 sepolcro santo 568 serie matematica 528 servilità 429 servitii 128 -
161 settembre 88 363 severità 165 - 387 sfacciataggine 116 - 181- 481 - 519
sfida 300 sfortuna 1&4 - 428 - 61(i Siam 215 Sicilia 599 sicurtà 3(JO
sicurezza 348 - 514 Sidone 384 silenzio 142 - 205 - 317 - 489 - 574 Simeone 639
simulazione 352 - 443 - 454 simpatia 265 sinagoga 23() sincerità d'affetto 621
soavità di costumi 490 sobrietà 359 soccorso 284 socialismo 214 - 2(>6 - 350
socialisti intransigenti francesi 421 sodalizio 72 sofisticheria 478 - 181
soldati 564 — spartani 593 soldo militare 564 sole 191 -225-333-362- 399 - 411
- 498 - 512 solidarietà 35 - 228 solidità 396 solitudine 164 - 181 - 2:43 -
;422 - 440 sollecitudine 19 - 549 - 651 — materna l:i4 solstizio estivo 11:4
sommessione 4 - HO - 289 - 596 sonno 23:4-278-421-516 del cuoi'e 421 —
invernale 122 sospensione di giustizia :448 sorpresa 87 sorte Ite] soslegno 1U4
sottomissione l‘2U sovranitii 242 - 515 — del papa 595 — dei mari 5H4 Spagna
129 - 169 spartani soldati 496 spavento 389 speranza 21 - 27 - 84 - 155 - 165 -
283 - 316 - 406 - 478 - 589 - 548- 583 - 597 - 616 - 622 — fallace 645 —
incerta 846 spilorceria 323 spiriti infernali 1<> spirito 184 - 368 —
della critica 603 — divino 476 Spirito Santo 8 -163 - 502 splendore 62 - 282 -
451 — di natali 258 splendori 458 squisitezza di sensi 314 stabilità 100 - 165
- 448 — finanziaria 193 Stati Uniti 62 sterilità 379 - 403 - 472 stimolo 547
stabilità 56 - 121 - 429 stoltezza 60 studio 50 - 157 - 233 stupidaggine 383 -
558 stupidità 60 - 182 - 276 • 429 sublimità di concetto 17 sudditanza 419
superbia 62 - 320 - 428 - 660 superstizione 157 sventura 227 - 387 svevi 412
taciturnità 481 talismano 79 - 176 - 178 - 190 - 460 - 472-478- 492 - 536 - 539
- 593 - 603 tardanza 210 tardività 66 Tavola Rotonda 564 teatralità 581
temperanza 109 - 215 - 359 - 361 - 375 - 570 Templari 105 tempo 138 - 224 - 498
— deUe pioggia 118 — irremeabile 516 Tenedo 526 tenenti generali sem¬ plici 72
tentazione 460 - 632 Teo 298 teologia 86 - 498 teorica 167 termini della legge
236 Ternario creatore 594 terra 137 -167-383-600 terrore 76 testamenti sacri 33
- 368 timidezza 281 - 322 - 426 -'429. timore 369 tirannide 364 Tot 303 Torio a
886 Torino 606 traci 572 tradiménto 387 - 396 - 414 - 626 - 532 - 593 tragedia
122 - 166 - 186 - 352 - 469 - 540 tramontana 619 tranquillità 17 - 61 - 165 -
322 trapasso del potere 4 trasmissione dei beni immobili 3fMi Travagliati (accademici)
612 travaglio giierresco 595 tribolazione 56 - 351 - 366 tributo 411 Trinità 3
- 193 - 28.3 - 692 - 594 - 596 - 627 trinità 465 - 675 - 592 - 594 - 696 . 627
— immutabile .594 trionfo 306 - 367 triumvirato monetario 351 tristezza 135 -
155 - 203 - 275 - 491 — dolce SO Tunisia 166 Turchia 64 - 46.3 libertà 345
udito 1.52 - 322 - InS Ugonotti 518 umiliazione 67 - '.t7 - 275 umiltà 12 - 163
- 289 - 429 - 447 - 556 - 628 — esaltata 264 — infantile 25 Unanimi
(acadeiuici) 35 unione 228 - 651 — coniugale 226 - 403 — dell’ Austria e della
Germania 36 — di carità 67 — pnblica 631 unità 455 universo 156 - 2.50 - .534
utilità 11 Uri 101 valore 129 - 266 - 320 - 430 - 493 — civile 512 — conosciuto
551 — militare 98 — troiano 564 vanagloria 625 vanità 227 - 258 - 111 - 428 —
dell'opera 478 vanitosità 525 vecchiezza 32 vecchio 83 vedovanza 282 - 627
veleno 516 - 572 velocità 19 - 658 — della vita umana 136 venalità 507 vendetta
7 - 165 - 182 207 - 800 - 820 - 408 - 469 - 623 - 682 vegetazione 615 Venere
862 Venezia 820 - 467 vento 619 ventura 227 verecondia 617 vergini 182 vergogna
157 - 438 verità 88 - 383 - 335 - i 435 - 464 - 515 - 566 - ' 598 vero 121
vescovo 88 - 120 veterinario 166 viaggi d’ oltre mare 384 viceammiraglio 27
vicenda della sorte 196 vigilanza 116 -137-207 - 225 - 268 - 267 - 298 -
299-801 -313-398- 399 - 428*- 487 - 532 - 609 vigore 452 — di intelletto 219
villania 462 vincoli d’ amore 128 violenza 32o — bestiale 136 — carnale 625
virginità 38 - 83 - 368 - 878 - 486 - 589 virilità 82 virtù 103 - 182 - 214 -
233 - 266 - 307 - 820 - 392 - 430 - 456 - 468 - 474 - 490 - 502 - 541 - 618 -
649 — di Budda 490 — divinatorie di Apollo 598 — domestica 286 — inalterabile
650 — modestia 484 — nascosta 650 — teologali 575 vita 16-171-191 -240- 258 -
313 - 384 - 416 - 174 - 490 - 493 - 585 - 559 - 636 - 643 365 vita attiva 546 —
felice 10 — laboriosa 68 — umana 384 - 49o vitalità 258 viltà 15 - 171 - 525 -
556 - 607 - 644 vittoria 36-63-86 - 146- 164 - 182 - 266 - 316 - 348 - 402 -
417 - 458 - 478 - 622 — navale 27 - 384 - 494 vizi 62 vocazione allo stato ec¬
clesiastico 111 volontà 198 volubilità 107 voluttà 279 - 335 - 490 - 601 —
contro natura 69 voracità 244 ]\'ights 286 Zàbulon 239 . zappatori 432 zelo 283
- 651 ©»©«- lO-r&cA – Nome compiuto: Cairo.
Luigi
Speranza -- Grice e Calabresi: il deutero-esperanto – la scuola di
Montepulciano – filosofia sienese – filosofia toscana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza
(Montepulciano). Filosofo italiano. Montepulciano, Siena, Toscana. Muore a Sarteano.
Filosofo, medievista, paleografo e linguista italiano. Un appassionato studioso
d'istituzioni del basso Medioevo, con particolare riguardo a Montepulciano e
alla Valdichiana in generale. La sua
opera principale è sicuramente il glossario giuridico dei testi in volgare di
Montepulciano. Tale lavoro e realizzato per conto dell'Istituto per la
documentazione giuridica del Consiglio nazionale delle ricerche, oggi Istituto
di teoria e tecniche dell'informazione giuridica. Come linguista, correda, con Fiorelli (vedasi),
co-autore del Dizionario d'ortografia e di pronunzia della RAI, della
trascrizione fonematica tutti gl’esponenti di Zingarelli. La trascrizione usa
l'alfabeto fonetico, ed è il primo esempio d'applicazione su larga scala di
quel sistema alla lingua italiana. Altri saggi: El breve de la Conpagnia de'
chalçolari di Monte Pulciano, Firenze, Istituto per la documentazione giuridica
del Consiglio nazionale delle ricerche. Il Chiaro o Lago di Montepulciano:
appunti storici con documenti inediti e riproduzioni di carte antiche,
Acquaviva o Montepulciano, Cartolibreria P. Pellegrini; Cenni sulla storia di
Chianciano Terme e sull'arme del Comune, Chianciano Terme, Amministrazione
comunale; Contributi alla conoscenza delle arti e delle corporazioni nei secoli
17°-18°. Dalle fonti documentarie degli archivi privati e delle persone
giuridiche minori (specialmente della Toscana orientale e meridionale),
Firenze, Istituto per la documentazione giuridica del Consiglio nazionale delle
ricerche; Un vocabolario della lingua parlata in un codice della
Magliabechiana, Firenze, La Crusca; Strade, storia e tradizioni popolari nella
Valdichiana senese: archeologia e storia del territorio nei nomi delle vie
d'Acquaviva. Il folklore della strada, Acquaviva; Montepulciano: contributi per
la storia giuridica e istituzionale. Edizione delle quattro riforme maggiori
dello Statuto, Siena, Consorzio universitario della Toscana meridionale; Glossario
giuridico dei testi in volgare di Montepulciano: saggio d'un lessico della
lingua giuridica italiana, Firenze, Pacini. Biografie Per il Dizionario
biografico degli italiani della Treccani, C. inoltre cura le biografie di Buonmattei,
Cenni (vedasi), e Cenni Fondazione In suo onore è stata istituita la Fondazione
C., con sede nella frazione di Acquaviva, suo paese natale. La scomparsa di C.,
su biblioteca.montepulciano.si.it. In memoria di C., su ittig.cnr.it. Cataloghi
e collezioni digitali delle biblioteche italiane, su internetculturale.it.
Portale Biografie Portale Medioevo
Portale Storia Categorie: Medievisti italiani Paleografi italiani Linguisti
italiani Italiani Nati a Montepulciano Morti a Sarteano Biografi italiani [altre]
Il senese C., dipendente del C.N.R., inventa una lingua ausiliaria
internazionale che chiama Omnlingua, caratterizzata sul piano morfologico dal
recupero della declinazione, con sette casi nella declinazione primaria
(nominativo, genitivo, dativo, relativo statico, relativo dinamico o
accusativo, vocativo, locativo statico) e sei in quella secondaria (derivativo,
fautivo, strumentale, locativo dinamico, invocativo, locativo stabile), dall'adozione di cinque
generi grammaticali, di dieci coniugazioni, di tre tipi di preposizioni
semplici e di prefissi ottenuti con tre diverse vocali finali, ecc., e dall'uso
di alcuni segni particolari, come il segno «"» che indica aspirazione; «-»
rafforzamento o raddoppiamento non
enfatico sulle consonanti e allungamento sulle vocali; «^» addolcimento di
certe consonanti, ecc. La molla che
spinge Calabresi a creare l'Omnilingua è, da un lato, la constatazione del
fallimento del Volapük e dell'Esperanto, dall'altro il desiderio di
«affratellare i popoli di tutto il mondo», dopo le orrende devastazioni della
seconda guerra mondiale, in cui per altro C. perde il padre. Omni-lingua. Nome
compiuto: Ilio Calabresi. Calabresi. Keywords: omnlingua. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Calabresi,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Calais: la setta di Reggio – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Reggio).
Filosofo italiano. Calais. Giamblico di Calcide, a Pythagorean. Refs.: Luigi
Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Calcide,” The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi Speranza -- Grice e Calboli:
l’implicatura conversazionale della langue e la parole – Grice e Gardiner -- de
parabola – filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library (Roma). Filosofo Italiano.
Grice: “I like Calboli – he philosophised on much the same subjects I did –
colour words (‘that tie seems/is light blue’) – the philosophy of perception,
and parabola, i.e. expression. If I use ‘utterance’ broadly so does Calboli
with his ‘parabola.’ One big difference is that he is a nobleman, who owned a
castle that he ceded to Firenze – I did not!” Altre opere: “Exercitatio philosophica” (Romae, Giovanni Zempel). Étymol.
et Hist.I. Faculté d'exprimer la pensée par le langage articulé -- «expression
verbale de la pensée» (Roland, éd. J. Bédier: De sa parole ne fut mie hastifs,
Sa custume est qu'il parolet a leisir); spéc. ling. distingué de langue (Sauss.).
action de parler» metre a parole «faire parler» (Wace, Conception N.-D., éd.
Ashford). C. Le langage oral considéré par rapport à l'élocution, au ton de la
voix cde sa pleine parole «à haute voix» (Pèlerinage de Charlemagne, éd. G.
Favati); parole basse (Benoît de Ste-Maure, Troie, ds T.-L.);(Wace, Rou, éd. Holden: Sa voiz e
sa parole mue). D. ca «faculté
d'exprimer sa pensée par le langage articulé» (Guillaume d'Angleterre, éd. M.
Wilmotte, De joie li faut la parole). «art de parler, éloquence» employer sa
parole à gagner argent (Nicot); (Boileau, Art poétique, chant IV ds OEuvre, éd.
F. Escal); avoir le don de la parole (Ac.). F.
«droit de parler» (Bruyère, Caractères, De la Cour, OEuvre, éd. J.
Benda: Ils ont la parole, président au cercle). II. Son articulé exprimant la
pensée A. Suite de mots, message, discours, propos exprimant une pensée
(Roland: De cez paroles que vous avez ci dit...;: Bon sunt li cunte e lur
paroles haltes); (Wace, Rou: [Li evesque] Ne fist pas grant parole ne ne fist
grant sermon). B. spéc. discussion, dispute (Wace, Brut, éd. I. Arnold); avoir
des paroles ensemble (Perceforest) «promesse» doner parole (Benoît de Ste-Maure);
prisonniers pour la parole (E. Pasquier, lettre 21 août, ds Lettres hist., éd.
D. Thickett); (croire) sur vostre parole (Guez de Balzac, lettre 11 déc. ds
OEuvres); homme de parole (Id., lettre).
«expression verbale d'une pensée remarquable» (Thomas, Tristan, éd.
Wind, fragm. Douce: Oïstes uncs la parole).
«belle, vague promesse» (Proverbe au vilain, T.-L.: De bele parole [var.
promesse] se fait fous tout lié); paroles sourdes «paroles en l'air, mensonges»
(Gace de La Buigne, Deduis.);«phrase creuse, vide» paroles pleines de vent
(Chastellain, Chron., éd. Kervyn de Lettenhove). «enseignement» (Aimon de
Varennes, Florimont, ds T.-L.); spéc. 1ertiers xiiies. (Vie de St Jean
l'Évangéliste, , ibid.: avint ke li ewangelistes en une chité vint, Où il dist
la parole [Luc]) la parole de Dieu «l'Écriture sainte» (Pascal, Pensées, OEuvres,
éd. J. Chevalier: Quand la parole de Dieu... est fausse littéralement, elle est
vraie spirituellement); 2. fin xiies. la parole «le Verbe, la Parole faite
chair» (Sermons de St Bernard, éd. W. Foerster,: cil [li troi roi el staule]
reconurent la parole de deu lai ou il estoit enfes). Issu du lat. chrét.
parabola (devenu *paraula par chute de la constrictive bilabiale issue de -b-
devant voy. homorgane) «comparaison, similitude», terme de rhét. (Sénèque,
Quintillien); puis, chez les aut. chrét.: 1. «parabole» (Tertullien, St
Jérôme); 2. «discours grave, inspiré; parole», ce double sens étant dû à
l'hébreu pārehāl (Job, 1: assumens parabolam suam«reprenant son discours»;
Num.: assumptaque parabola sua, dixit; par la suite: Gloss. Remigianae: in
rustica parabola «en lang. vulg.»), v. Ern.-Meillet, Blaise, Vaan., Löfstedt,
Late Latin, pp.81 sqq. Le lat. est empr. au gr. παραβολη «comparaison [par juxtaposition],
illustration» empl. dans les Septante au sens de «parabole» (Marc). Parabola a
supplanté verbum dans l'ensemble des lang. rom. (sauf le roum.) grâce à la
fréq. de son empl. dans la lang. relig., verbum étant spéc. utilisé dans cette
même lang. pour traduire le gr. λογος, v. verbe. Nome
compiuto : Marchese. De Calboli. Paulucci. Paolucci. Francesco Giuseppe
Paulucci di Calboli. Francesco Paulucci di Calboli. Keywords: de parabola,
parabola, parola, parlare, hyperbola, cyclo, ellipsis. exercitatio
philosophica. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice
e Calboli,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Calcidio: la ragione conversazionale a Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library. (Roma). Filosofo italiano. Commenta il
"Timeo" di Platone. Per impulso di un OSIO al quale con una
lettera CALCIDIO dedica l’opera sua, è un platonico con forti tendenze
eclettiche o dilettanti.Secondo la tradizione manoscritta, C. si dove
identificare il dedicatorio del lavoro a quell’Osius o Hosius di Cordova che
prende parte ai concili di Nicea e di Sardica.Nella stessa epoca e vissuto C.,
che viene detto diacono o arcidiacono della stessa diocesi. In ogni modo,
nel Commento del Timeo, C. mostra di conoscere bene il Testameno ebreo, che
ritiene ispirata da Dio, cita Origene e accenna a credenze dei galilei.Il
Commento al Timeo di C. deriva in ultimo da quello di Posidonio, mediato però
da uno del liceale Adrasto d’Afrodisia per la parte matematica, astronomica e
musicale e da uno di seguace del Platonismo dal quale sembra provenire anche lo
pseudo-plutarcheo "De fato."Non è escluso, anzi, che il secondo
commento sia stato l’unica fonte di C.. C. sopra tutti i filosofi
ammira Platone, di cui cita passi di diversi dialoghi.Inoltre, C. menziona
molti altri autori (stoici, neo-pitagorici, Filone d'Alessandria, Numenio), che
probabilmente conosce soltanto indirettamente. Queste citazioni svariate
sono l’espressione estrema del suo eclettismo o dilettantesimo a base
platonica. Con Platone, C. parla di tre principi delle cose, Dio, il
modello (cioè la idea) e la materia.In ciò si accorda con Albino, col quale
riduce la idea a un pensiero divino.Con lo Stoicismo, C. identifica il divino
al principio attivo, la materia al principio passivo. Però, mentre fa
della materia un principio originario e sostiene che il mondo non è stato
creato nel tempo, C. si sforza di affermare che in questi argomenti l'origine
di cui si parla non ha carattere cronologico, ma designa una dipendenza. C.
si esprime quindi in modo improprio quando ammette l'eternità dell’origine
delle cose e della materia. Dalla materia, in cui Dio impone le immagini
dell'idea, e provenuto il corpo. Mentre in questa parte, in complesso,
predomina il pensiero di Platone, nello studio delle potenze divine si
presentano dottrine del Platonismo, che preparano quelle neo-platoniche, ma in
alcuni punti essenziali ne differiscono fortemente. Al vertice sta il
divino supremo o il sommo bene, che, con Platone, è posto sopra ogni sostanza e
dichiarato superiore all’intelletto e ineffabile. Al disotto di esso sta
un secondo divino, la provvidenza, identificata al vobis, che è la volontà e
insieme l'eterno atto della mente divina. Le cose divine
intelligibili e quelle prossime ad esse, sottostanno soltanto alla provvidenza,
le naturali e corporee sono soggette al fato, o serie delle cause, che deriva
dalla prima ed è una legge divina promulgata per reggere ogni cosa. Di
questa legge è custode un terzo divinito, l'anima cosmica, che C. chiama la
seconda mente o il secondo intelletto. Questa tri-partizione del divino
riprende uno schema di Albino e si allontana dal neo-Platonismo perchè non
denomina Uno il primo principio, gli attribuisce la volontà che Plotino gli
nega e non parla della derivazione della materia nei termini caratteristici di
quel sistema. La teoria della provvidenza e del fato (affine a quella
dell’opera pseudo-plutarchea) sembra pure attinta a una fonte
platonica. Le teorie sui demoni e sul destino delle anime dopo la morte
concordano con quelle della scuola platonica e di Posidonio. In complesso
C. giustappone teorie svariate senza ri-organizzarle.La filosofia di C., però,
sebbene priva di ogni originalità, e l’unica via di accesso alla filosofia
platonica di cui potè disporre la civilizazione occidentale e costituì per esso
una delle fonti maggiori della storia del pensiero romano
antico. Calcidio Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Manoscritto medievale del Timeo di Platone, tradotto da C. Filosofo romano.
Della vita di C. sappiamo pochissimo. C. traduce il Timeo di Platone in LATINO,
corredandola di un ampio Commento. La datazione della traduzione è dibattuta.
Tra gli elementi più importanti utilizzati per collocare C. nel tempo e nello
spazio c'è la lettera introduttiva all'opera, dedicata ad OSIO, al quale egli
fa riferimento più volte nel suo Commento. Nella lettera C. racconta come OSIO
gli abbia affidato un incarico tanto arduo come la traduzione e il commento del
Timeo al LATINO, impresa, secondo C., mai tentata fino a quel momento (operis
intemptati ad hoc tempus). Una subscriptio trovata in alcuni manoscritti fa
luce sul problema della datazione dell'opera: "Osio Calcidius ".
Dalla subscriptio si evince, quindi, che Ca. era l'arcidiacono di un vescovo
Osio. Nel periodo tardo imperiale è noto un Osio, diocesi di Cordova, figura
importante del cristianesimo occidentale. Nei Concili di Nicea e Sardica, Osio
giocò un ruolo decisivo nella difesa dell'ortodossia contro l'arianesimo. Se si
tratta di questo Osio, Calcidio avrebbe realizzato la sua traduzione del Timeo.
Waszink, l'editore di C. si oppone a questa ipotesi, che è sempre stata quella
tradizionalmente più accettata, e ritiene che C. debba essere collocato intorno
alla fine del IV secolo o all'inizio del V. Secondo Waszink, l'ambiente in cui
sarebbe stato redatto questo trattato neoplatonico e cristiano sarebbe quello
della Milano della fine del IV secolo, quando la città italiana era un fiorente
centro di platonismo sia pagano che cristiano, e l'Osio cui si fa riferimento
nella lettera introduttiva potrebbe essere un alto funzionario imperiale attivo
a MILANO. Tuttavia non esistono prove dell'esistenza dell'Osio ipotizzato da
Waszink. La teoria di Waszink è stata respinta da Dillon, che ha ripreso la
datazione tradizionale dell'opera, ed è oggi generalmente abbandonata dagli
studiosi. Il “Timeo” era già stato tradotto in latino da CICERONE. La
traduzione di C. differisce notevolmente da quella di CICERONE, che forse C.
non conosce. Il Commento – L’UNICO COMMENTARIO LATINO ad un'opera di Platone
pervenutoci - riguarda solo il testo da 31c4 a 53c3. Per il suo commentario C.
fa abbondante uso di fonti greche antiche. Si basa probabilmente sul Commento
al Timeo di Adrasto e sulle opere di Albino, Numenio, Porfirio e Filone. Il suo
Commento riporta gran parte del capitolo sull'Astronomia della Matematica utile
per comprendere Platone di Teone di Smirne. C. vi espone le conoscenze
astronomiche del primo secolo e, accanto ai modelli di Eudosso e Ipparco,
descrive anche il modello attribuito a Eraclide Pontico, che sostiene che
Venere e Mercurio ruotano intorno al Sole. C. concepisce la materia come
sostanza pura e vuota, o anche come l'essenza priva di qualità (in greco:
apoios ousìa) del PORTICO, che con l'Ápeiron di Anassimadro condivide l'essere
infinita e illimitata, priva delle determinazioni qualitative e quantitative
che invece caratterizzano gli enti che si muovono al suo interno. Tale materia
primordiale è necessaria per spiegare il molteplice colto dai sensi, che è
mobile e divisibile, ma essa in sé e per sé non può essere oggetto di
percezione sensibile; al contrario, gli organi di senso possono percepire
soltanto la materia unita a una qualche forma intellegibile, ed è poi compito
dell'analisi delle mente astrarre la materia pura dalle forme che sono
congiunte ad essa dal Demiurgo artefice del mondo. La sintesi della mente
umana giunge così a identificare i tre principi primi: Dio assimilato al
Demiurgo platonico, l'idea (exemplum) e la materia (in latino: silva,che rende
il greco antico ulē), da non confondersi con i quattro elementi, che sono
qualitativamente determinati e nemmeno con la loro unità primitiva, come
Diogene Laerzio aveva inteso la materia prima. Il Timeo nella traduzione
di C. è l'*unica* opera di Platone nota agli studiosi dell'Occidente latino
fino a quando Aristippo traduce in latino il “Menone” e il “Fedone”. Traduzione
e Commento furono molto diffusi durante tutto il Medioevo, al punto che se ne
sono conservate più di cento copie manoscritte. Furono realizzati vari commenti
alla traduzione di C. tra i quali quello di Isdoso e quelli dei teologi della scuola
di Chartres, come Bernardo di Chartres e Guglielmo di Conches. I maestri di
Chartres danno al fatto della creazione un'interpretazione filosofica. Partendo
dagli assunti di base del platonismo, cercano di dimostrare l'esistenza di una
corrispondenza tra la visione del mondo espressa nel Timeo e quella descritta
nel racconto biblico della creazione. Bernardo è considerato l'autore delle
Glosae super Platonem, un anonimo commentario al Timeo nella versione di C.
sotto forma di glosse. Il filosofo e poeta Silvestre fu una delle
personalità di questo periodo che furono maggiormente influenzate dalla
filosofia platonica. La sua cosmologia e antropologia rivelano la profonda
influenza del pensiero di Calcidio. Anche il poema De planctu Naturae di Alano
di Lilla contiene idee tratte dal Timeo e dal commentario calcidiano.
L'opera di C. fu molto apprezzata anche nel periodo rinascimentale, iniziato in
Italia alla fine del XIV secolo. L'interesse per C. è testimoniato dalle
numerose copie manoscritte dell'opera risalenti a quest'epoca - almeno 40, 28
delle quali provengono dall'Italia. Una parte dei manoscritti contiene solo la
traduzione del Timeo, una parte solo il commento, una parte traduzione e
commento insieme. La maggior parte delle principali biblioteche pubbliche e
principesche d'Italia e numerosi umanisti ne avevano una copia. PETRARCA (si
veda) annota la sua copia dell'opera,
oggi conservata presso la Bibliothèque Nationale a Parigi. L'umanista FICINO
(si veda), più tardi divenuto famoso come traduttore e interprete dei dialoghi
platonici, fa una copia manoscritta del commento, corredandola di un gran
numero di note sulla lingua, sui contenuti e sulle fonti. Più tardi, quando
realizzò una nuova traduzione latina del Timeo, fece solo occasionalmente
ricorso a Calcidio, perché il suo latino non soddisfaceva gli elevati standard
degli umanisti. Anche l'amico di Ficino PICO (si veda) ha una copia dell'opera
di C., annotata di suo pugno. L'editio princeps della traduzione e del commento
del Timeo fu pubblicata a cura dell'umanista GIUSTINIANI, vescovo di Nebbio.
Nella lettera di dedica, Giustiniani esprime il suo entusiasmo per la cultura e
l'imparzialità di C.. Secondo Giustiniani, infatti, C. scrive in un modo così
oggettivo che dalle sue parole non si poteva evincere nemmeno se fosse attamente
romano pagano. Più tardi, alcuni studiosi considerarono C. ebreo, altri - come
il filosofo Cudworth e il filologo Fabricius
- lo ritennero, al contrario, cristiano. Un'altra ipotesi fu avanzata
dallo storico Mosheim che giunse alla conclusione che C. non è né un cristiano
né un ebreo, né un platonico puro, MA UN ROMANO pagano che ha arricchito la sua
filosofia platonica con altri concetti. Fabricius pubblicò una nuova edizione
della traduzione e del commento del Timeo ad Amburgo. La filosofia antica, Adorno, Feltrinelli; Moreschini (ed.): C.: Commentario
al “Timeo” di Platone, Milano; Bakhouche (ed.): Calcidius: Commentaire au Timée
de Platon, Parigi; Dupuis : Préface à la traduction de Théon de Smyrne,
Exposition des connaissances mathématiques utiles pour la lecture de Platon,
Hachette, . ^
Pierre Duhem, Le système du monde; Moro, Francesca Menegoni e Giovanni
Catapano, Il concetto di materia nei commentari alla Genesi di Agostino;
Università di Padova-FISSPA; Caiazzo, La materia nei commenti al Timeo, in
Quaestio. Annuario di storia della metafisica; Grant, Science and Religion, Greenwood;
Waszink, (ed), Timaeus, a Calcidio translatus commentarioque instructus; Warburg
Institute et Brill, Londres-Leiden, : Secondo Waszink, il periodo in cui
l'opera fu maggiormente copiata fu tra il XII e il XV secolo. Secondo Raymond Klibansky: This dialogue [Timaeus], or rather its first
part, was studied and quoted throughout the Middle Ages, and there was hardly a
mediaeval library of any standing which had not a copy of Chalcidius’ version
and sometimes also a copy of the fragment translated by Cicero. ^ Terence Irwin;
Classical philosophy: collected papers, Taylor et Francis. Sulla questione
della paternità si veda Béatrice Bakhouche (ed.): Calcidius: Commentaire au
Timée de Platon, Vol. 1, Parigi; Dronke: The Spell of C., Firenze; L'adorabile
vescovo di Ippona": atti del Convegno di Paola, Franca Ela Consolino,
Rubbettino; Hankins: The Study of the Timaeus in Early Renaissance Italy. In Hankins:
Humanism and Platonism in the Italian Renaissance, Bd. 2, Rom; Hankins: Plato
in the Italian Renaissance, Leiden; Wrobel: Platonis Timaeus interprete
Chalcidio, Frankfurt (Ristampa dell'edizione Leipzig); Bronislaus W. Switalski:
Des Chalcidius Kommentar zu Plato’s Timaeus, Münster; Wrobel: Platonis Timaeus
interprete Chalcidio, Frankfurt
(Leipzig); Bronislaus W. Switalski: Des C. Kommentar zu Plato’s Timaeus,
Münster; Vgl. Jan Hendrik Waszink: Calcidius. In: Reallexikon für Antike und
Christentum, Supplement-Lieferung, Stuttgart; Vedi Eginhard P. Meijering:
Mosheim on the Difference between Christianity and Platonism. In: Vigiliae
Christianae; Commentario al «Timeo» di Platone, a cura di Moreschini, con la
collaborazione di Bertolini, Nicolini,
Ramelli, Bompiani, Il Pensiero Occidentale, Milano; Commentaire au Timée
de Platon, Parigi, Traducción y Comentario del Timeo de Platón, Zaragoza; Magee
(ed.), Calcidius. On Plato's' Timaeus, Cambridge (Mass.) - London,
Harvard; Studi BOEFT, J. DEN, Calcidius on fate. His doctrine and sources,
Leiden, . BOEFT, J. DEN, Calcidius on demons (Commentarius), Leiden, CICERÓN,
Sobre la adivinación, Sobre el destino, Timeo, introd., trad. y notas de Ángel
Escobar, Biblioteca Clásica Gredos, nº 271, Madrid, GERSH, Stephen, Middle
Platonism and Neoplatonism: The Latin Tradition, Publications in Medieval
Studies, University of Notre Dame Press, . MACÍAS VILLALOBOS, C., "La
influencia de C. en la obra y el pensamiento de Ficino", Crítica Hispánica;
WASZINK, J. H., Studien zum Timaioskommentar des Calcidius, I. Die erste Hälfte
des Kommentars (mit Ausnahme der Kapitel über die Weltseele), Leiden, Brill,
WINDEN, Calcidius on Matter. His doctrine and sources. A chapter in the history
of Platonism, Leiden, Brill, Donato Tamilia, De C. aetate, in Studi italiani di
filologia classica, Bronislaus Wladislaus Switalski, Des C. Kommentar Zu Plato's Timaeus, Münster, Steinheimer,
Untersuchungen über die Quellen des C., Aschaffenburg . C., su Treccani.it
– Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Calogero, C., in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, C., in Dizionario
di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, C., su Enciclopedia
Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. C., su ALCUIN, Università di
Ratisbona. Modifica su Wikidata (LA) Opere di Calcidio, su Musisque Deoque.
Opere di C., su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. Opere di C., su
digilibLT, Università degli Studi del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro. Opere
di C., su open MLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di C., su Open Library,
Internet Archive. su V · D · M Platonici
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Romani Filosofi cristiani Neoplatonici Traduttori dal greco al latino Commentatori
di Platone [altre] Calcidio or Chalcidius translated the Timeo, and produced a
commentary on it that still survies. In his
understanding of matter and form, he appears to have borrowed substantially
from Aristotle. His commentary is also a valuable source of information on the
Porch physics as he makes several references to what Zeno of Citium, Crisippo
di Soli and Cleante thought about such issues as fate and substance. He may
also have been familiar with the works of Giamblico and Porfirio. Nome
compiuto: Calcidio. Keywords: Cicerone. Calcidio. Refs.: Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Calcidio,” The Swimming-Pool Library,
Villa Speranza.
Luigi Speranza -- Grice e Calderoni:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del bene comune,
bene summon – Remigio di Gerolami e il bono comune (koinon agathon) di
Aristotele—scuola di Ferrara – filosofia ferrarese – filosofia emiliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The
Swimming-Pool Library (Ferrara). Filosofo
emiliano. Filosofo italiano. Ferrara, Emilia-Romagna. Grice:”Calderoni knew
everything – he corresponded with Lady Viola, as I didn’t – and he pleased the
lady, because the lady knew that Calderoni was using all the right words – none
of the heathen ‘mean,’ but all about ‘segno’ and ‘segnare’ and ‘intenso,’ – It
is drawing from the Calderoni tradition that I arrive at the
meaning-as-intention paradigm I’m identified with! And note that sous-entendue
is Millian for implicatura!” -- Grice: “Calderoni is a genius; he is, like me,
a verificationist – I mean, read my ‘Negation’: the two examples I give relate
to sense data: “I’m not hearing a noise,’ and ‘That is not red.’ Calderoni
tries the SAME! He founded a verificationist (or ‘pragmatist’ club at Firenze),
and he corresponded with Peirce when I only decades later, tutored my tutees on him!” -- Grice: “Calderoni is serious about
truth-conditivions having to be understaood as ‘assertability’ conditions – and
these assertability conditions providing much of the ‘sense;’ admittedly, he
uses ‘sense’ more loosely than I do – but on the good side, he uses ‘nonsense’
in a tigher way than I do!” Teorico del diritto italiano (pragmatismo
analitico italiano). Studia a Firenze e si laurea a Pisa, con “I
postulati della scienza positiva ed il diritto penale”. Collabora alle riviste
Il Regno e Leonardo, su cui scrive una serie di saggi, in autonomia o in
collaborazione col maestro Vailati. Presenta comunicazioni in diversi Congressi
internazionali: Monaco, Parigi, e
Ginevra. Mantiene contatti e scambi con Halévy, Boutroux, Russell, Couturat,
Brentano, Ferrari, Pikler, Mosca, Pareto, Croce, Juvalta, Peirce e molti altri.
Il saggio “Disarmonie economiche e disarmonie morali”. Successivamente ottiene
una libera docenza a Bologna, dove tiene
un corso sul pragmatismo dal titolo “L’assiologia, ossia, la Teoria Generale
dei valori”. Scrive in collaborazione con Vailati “Il Pragmatismo” raccolta di
tre articoli introdotti nella Rivista di Psicologia applicata (“Le origini e
l'idea fondamentale del Pragmatismo”; “Il Pragmatismo ed i vari modi di non dir
niente” – “L'arbitrario nel funzionamento della vita psichica”. Trascorsa
l'estate a Rimini a curare i sintomi d'una bruttissima depressione, ritorna a
Firenze, dove inizia nuovamente il corso universitario su Teoria Generale dei
valori all'Istituto di Studi Superiori, senza riuscire a terminarlo, dal
momento che, a causa di un aggravamento repentino dell'esaurimento mentale,
abbandona la docenza. Muore in una casa di salute ad Imola. Mette sotto analisi
e in correlazione senso comune e scienza attraverso lo strumento
meta-discorsivo della filosofia, intendendo costruire conoscenza e scienza coi
mattoni della teoria della mente, e usando come riferimenti culturali analisi
brentaniana di stati mentali e teoria dinamico-funzionale della mente di James
e di Pikler. Saggi di riferimento sono due: è con “La Previsione nella teoria
della conoscenza” che intende analizzare
condizioni di verità e condizioni di validità della conoscenza, sia discernendo
enunciazioni sensate da non-sensi sia indicando un metodo di verificazione,
nell'istanza verificazionista di illustrare a fondo i meccanismi della
conoscenza (verificazione e verità), oltre all'obiettivocome accade anche nel
Peirce di avvicinare teoria della conoscenza e semantica dei discorsi (verità e
senso); ed è col successivo saggio, “L'arbitrario nel funzionamento della vita
psichica” che, accettata l'eredità vailatiana, intende mostrare l'esistenza di
una stretta connessione tra attività conoscitive dell'uomo comune ed attività
conoscitive dello scienziato, accostando tale saggio teoria della mente e
teoria della scienza. La lettura sinottica dei due testi conduce a riconoscere la
tendenza a costruire una teoria dell’animo caratterizzata da riferimenti
costanti alla teoria della conoscenza e alla teoria della scienza.
Precorrendo semiotica moderna e verificazionismo schlickiano, costuisulla scia
di una certa tradizione continentale e americana indicata dal maestro Vailati-
riconosce nei discorsi umani un trait d'union irresistibile tra senso e verità,
e ri-definisce la norma di Peirce come norma di senso e norma di verificazione
[articoli di riferimento sono due: col breve Il senso dei non sensi, intende esaminare cosa sia senso di una
enunciazione e se esista un unico criterio idoneo a differenziare enunciazioni
sensate da non-sensi o a costruire un concreto metodo di verificazione, unendo
all'istanza semantica di attribuire un senso ai vari modelli di mezzo
comunicativo inter-individuale (intersoggetivo) il sincero desiderio analitico
di rinvenire rimedi sicuri contro l'indeterminatezza naturale di termini,
enunciazioni e discorsi e la conversazione umana, ed essendo cassa di risonanza
all'obiezione contestualistica vailatiana contro l'atomismo semiotico
dominante. Nel successivo saggio Il Pragmatismo e i vari modi di non dir niente
totalmente debitore alla prolusione vailatiana al corso di Storia della
meccanica “Alcune osservazioni sulle questioni di parole nella storia della
scienza e della cultura”, mostra di essere abile concretizzatore dell'eredità
vailatiana tentando di mettere in stretta combinazione intuizione dell'artificialità
della conversazione umana e nozione di analisi semantica come rimedio all'indeterminatezza
dei mezzi di comunicazione. La lettura sinottica dei due saggi conduce a
riconoscere in Calderoni tendenze a costruire una teoria della conversazione
umana caratterizzata da riferimenti a convenzionalismo e contestualismo, a
rifiutare derive essenzialistiche nell'uso di termini ed enunciazioni e a
sottolineare la valenza farmaceutica o terapeutica dell'analisi
semantica. Nella posizione giusfilosofica, l'etica, nella sua dimensione
totale, è tematica centrale nella sua filosofia, introducendo costui una
modalità rivoluzionaria di considerare tale materia; In lui e in altri autori
d'ambiente simile come Juvalta e Limentanila tradizionale distinzione tra etica
normativa o prescrittiva ed etica descrittiva o meta-etica è considerata
insufficiente. Si mostra sostenitore di un orientamento innovativo in merito al
discorso sullo statuto dell'etica. Se l'etica normativa o materiale domina
l'intero corso della storia dell'etica umana, il riconoscimento della valenza
descrittiva o metaetica o formale dell'etica è ricorrenza teoretica dell'intero
ottocento, avendo effetto sulla cultura ottocentesca la tendenza rinascimentale
a considerare l'etica come una scienza o un calcolo more geometrico.
L'Ottocento concretizza antecedenti tendenze ad estendere all'ambito dell'etica
i metodi delle scienze naturali e delle scienze sociali. Questa intuizione e il
riconoscimento della centralità dell'analisi lo conducono ad introdurre e
sostenere un nuovo modello di statuto dell'etica: etica è una scienza
costituita dai tre rami della meta-etica, dell'etica descrittiva e dell'etica
normativa. Più che al discorso meta-etico, si orienta verso l'etica descrittiva
e normative. In merito alla meta-etica non esiste un discorso diretto dei
nostri due autori, laddove invece etica descrittiva e etica normativa sono
esaminate coàn riferimenti diretti ed attraverso articoli mirati. Saggi a cui
si rinviasenza tener conto della tesi di laurea I Postulati della Scienza
Positiva ed il Diritto Penale dove è comunicata una visione immatura e non
ancora coerente dell'etica- sono: con Du role de l'évidence en morale, di C.
introduce una coerente critica dell'etica normativa tradizionale mettendo sotto
esame utilitarismo e kantismo etici, e con il saggio successivo “De l'utilité
“marginale” dans les questions d'etìque, introduce un tentativo di indicare
un'etica descrittiva che si serva dello strumentario dell'economia; tali
tentativi si concretizzano nel saggio “Disarmonie economiche e disarmonie
morali” contenente estesi accenni a tutti i rami della nuova scienza e mirando
ad estendere in maniera definitiva all'etica lo strumentario della recente
scienza economica;. In “L'imperativo categorico” c'è la reazione al neokantismo
etico e ad un saggio di Croce in cui si recensiva, con molte riserve,
Disarmonie; con i brevi La filosofia dei valori ed Il filosofo di fronte alla
vita morale, ci si limita a riassumere tematiche e discussioni antecedenti,
introducendo chiarimenti ed attuando delucidazioni. La lettura sinottica dei
testi di Calderoni e Vailati conduce ad indicare l'esistenza di tre aree
tematiche essenziali: un discorso sulle funzioni e sullo statuto dell'etica
(meta-teoria etica); un dibattito sul
senso di termini, enunciazioni e discorsi morali e; una discussione su
funzionamento effettivo ed ideale di un sistema morale (etica descrittiva e
normativa). Ssi chiede cosa sia l'etica, che senso abbiano i suoi discorsi e
che modello di normatività essa abbia, e si domanda come descrivere in maniera
esauriente i cosiddetti mercati etici o come massimizzare l'incidenza dello
scienziato della morale nella modificazione delle scelte sociali. Più che
Vailati, è lui ad estrinsecare l'«atteggiamento» giuridico del Pragmatismo
italiano, nella sua riflessione ius-criminalistica sulle nozioni di volizione,
libertà e responsabilità. La discussione in merito alle relazioni tra volizione
e diritto è fervente all'interno della cultura italiana dell'Ottocento. Secondo
Scuola Classica del diritto criminale, volizione umana è base del momento
d'attribuzione della sanzione, in connessione al libero arbitrio. Secondo la Scuola
Positiva del diritto criminale è necessario sconnettere tale nozione dal
concetto di libero arbitrio, non esistendo azioni incausate (scevre da co-azione)
e cadendo volizione insieme a libero arbitrio. Affronta il dilemma della
volizione (distinzione tra atto volontario e involontario) all'interno del suo
cammino di chiarimento e ridiscussione dei termini di discorso ordinario e
discorsi tecnici, stimolato da alcune antecedenti intuizioni di Vailati; e
analizza tale dilemma in due diversi momenti della vita, in I Postulati della
Scienza Positiva ed il Diritto Penale, e sia nel saggio leonardiano Credenza e
volontà. Intorno alla distinzione fra atti volontari ed involontari, sia in un
successivo contributo su altra rivista La volontarietà degli atti e la sua
importanza sociale. Il saggio introduce un'analisi culturale ricchissima di
riferimenti al diritto e immersa nello scenario storico del conflitto
ottocentesco tra determinismi ed indeterminismi. Il dibattito tra scuola
classica italiana (classici) e Positivisti sulle condizioni teoretiche del
diritto criminale evidenzia il suo tentativo conciliazionista di mediare tra
due diversi modi di intendere libertà, sanzione e metodo scientifico,
ricorrendo ad un uso attento della ri-definizione tanto caro a Vailati e
all'intera analitica novecentesca. Pescando dalla metodica analitica lo
strumento della ri-definizionemutuato dal maestro Vailati e riassunto con
estrema abilità nella recensione al volume I presupposti filosofici della
nazione del diritto di Del Vecchio -, avvia un tentativo di «conciliazione» tra
scuola classica e positivisti, in cui, la riflessione sul libero arbitrio e il
diritto di punire costituisce la premessa per affrontare con un chiaro apparato
concettuale l'ulteriore questione dei metodi di studio del diritto penale, attraverso
un'esaustiva ridiscussione dei binomi libertà/ causazione (momento di
attribuzione del delitto), tutela/ difesa (momento di esecuzione della
sanzione) e metodo astratto/ concreto (momento di determinazione del delitto).
Rconosce due sono i punti teorici fondamentali nei quali la scuola positiva si
pone come avversaria alla classica. L'uno è rappresentato dalla questione del
libero arbitrio, l'esistenza del quale la scuola classica postula come
fondamento della imputabilità, mentre è dall'altra scuola negata. L'altro punto
è la gius-tificazione del diritto di punire, che l'una pone nella giustizia,
l'altra nell'utilità, nella necessità in cui si trova la società di difendersi
dai suoi nemici. Per misurare la nozione di responsabilità introdotta
nell'orizzonte culturale italiano d'inizio secolo scorso da lui è necessario
muoversi tra i sue due contribute scarsamente esaminati dalla dottrina moderna
(I Postulati della Scienza Positiva ed il Diritto Penale e Forme e criteri di
responsabilità, senza trascurare come tale concetto mai si distacchi dalla
distinzione vailatiana tra atto volontario e atto involontario o dal binomio
libertà/causazione, tanto cari al dibattito ottocentesco tra Positivisti e
scuola classica italiana del diritto criminale. Gli accenni vailatiani e
calderoniani ai temi della volizione, causazione, libertà confluiscono alla
luce di suo attento ed autonomo esame in
un'assai moderna definizione del concetto di responsabilità, in cui il negatore
del libero arbitrio che non sia vittima di equivoci sul valore di tal
negazione, sarà portato invece a vedere nella libertà e responsabilità, qualità
esistenti nell'uomo, ma analoghe alle altre, atte cioè ad essere studiate nella
loro genesi e nella loro evoluzione, suscettibili di gradazioni infinite, e
subordinate alla presenza di certe condizioni e concomitanti, a concepire in
altri termini la responsabilità piuttosto dinamicamente ed evoluzionisticamente,
che staticamente. Pur se tale concetto sottenda contaminazioni etiche
d'inaudita modernità e benché in Forme e criteri di responsabilità sia
delineata l'idea dell'esistenza di un confine sottile tra morale e diritto, nascendo
come teorico del diritto- si mantiene saldo nel declinare come il termine
“responsabilità” si usi all'interno dell'universo di diritto criminale e
diritto civile; nella trattazione calderoniana «responsabilità» si immettecome
in Hegel/Weber nel contesto della vita statale o sociale e si smarcacome nel
«marxismo occidentale» moderno e in Lévinasdai risvolti individualistici dell'etica
antica. C. nell'incipit di Forme e criteri di responsabilità- scrive:
Pochi termini trovano, in ogni campo della vita sociale, così larga
applicazione come il termine responsabilità. L'andar soggetto a responsabilità è
la sorte, spiacevole o piacevole, di chiunque vive nella compagnia dei propri
simili e si trovi in una data compagnia di dati suoi simili. Nulla potrebbe
meglio servire a distinguere l'uomo vivente in società da un ipotetico uomo vivente
in stato di natura” che l'essere il primo avvolto in una fitta rete di
responsabilità. Responsabilità se ne trovano dovunque gli uomini vengano in
urto o in conflitto fra di loro. La riflessione calderoniana incentrata sulla
strada della critica sia nei confronti del nazionalismo corradiniano sia nei
confronti del socialismo rivoluzionario si innesta su un contesto storico e
culturale come l'Italia di Giolitti d'inizio Novecento caratterizzato dalla
intensa dialettica civile tra nazionalismi e socialismi, e, all'interno di
essa, tra visioni moderate (nazionalismo liberale e socialismo riformista) e
concezioni estreme (nazionalismo estremo e socialismo rivoluzionario). Gli auoi
interventi di pubblicati sulla rivista di Corradini scrive M. Toraldo di
Francia- possono distinguersi dal punto di vista dei contenuti e cronologicamente
in due gruppi. Del primo fanno parte gli articoli polemici nei confronti del
nazionalismo propagandato dalla rivista, nel secondo invece si collocano gli
ultimi due scritti, di impronta nettamente “anti-socialista”. La via
dell'analisi sul nazionalismo moderato (liberale e liberista) sondata nelle
recensioni vailatiane a Pareto, Dumont, Trivero, Tombesi, Pierson, Einaudi, Rignano
e Landryè battuta da lui in maniera minuziosa alla luce dei due saggi “Nazionalismo
antiprotezionista? e Nazionalismo borghese e protezionista” nella direzione
d'una estesa accusa al nazionalismo di Corradinia. Moderati dall'interesse
vailatiano verso il socialismo riformista, internazionalista, e non
materialista di darwinismo sociale kiddiano e anti-materialismo effertziano, I
suoi moniti critici nei confronti del socialismo rivoluzionario si estrinsecano
invece con consueta chiarezza nei due contribute, “La questione degli scioperi
ferroviari” “e La necessità del capitale”. Dalle colonne della rivista
corradiniana Il Regno, isulla scia del moderatismo del maestro Vailatitenta di
maturare una concezione intermedia tra estremismi di destra e di sinistra,
idonea a sacrificare valori e ideali della borghesia italiana alla tutela del
bene comune dell'intera nazione e stato italiano, in nome della necessaria
vitalità di un'industria e di un'economia in inarrestabile ascesa internazionale;
a dettacontra Prezzolini- si deve sacrificare il “bene comune” dei ceti sociali
abbienti sull'altare del bene nazionale: Per me personalmente, che mi
sento anzitutto italiano e poi borghese, mi auguro che l'Italia sappia
sbarazzarsi di tutti gli elementi dannosi ed infecondi che la dissanguano e la
opprimono. Dovesse anche, in questo processo di eliminazione, andar sacrificata
buona parte della borghesia attuale, per essere sostituita (attraverso il
meccanismo democratico) da elementi più vitali e più utili che sono veramente
gli interessi della Patria. Scritti, Firenze, La Voce. voll. I e II M. Toraldo di Francia,
Pragmatismo e disarmonie sociali. Scritti sul Pragmatismo (Roma) Pragmatismo
analitico. Dizionario biografico degli italiani. Il riferimento esordiale
alle tragiche contingenze politiche è per il G. ponte logico ai fondamenti
filosofici del trattato: in Firenze sprovvista di giustizia e onestà, i
cittadini sono come oggetti inanimati esteriormente simili, ma la cui essenza,
isolata nella propria individualità, non stabilisce tra loro alcun legame
sostanziale. Essi sono semplici simulacri di cittadini, poiché non sono in
grado di percepire l'altro e percepirsi collettivamente, dunque di amare il
bene comune più del proprio. Quest'ultimo tema ("bonum commune preferendum
est bono particulari et bonum multitudinis"), motivo fondamentale del
trattato remigiano, e argomento comunissimo nelle coeve trattazioni di
filosofia morale e politica, discende dall'Ethica Nicomachea aristotelica. Il
tema ha in Aristotele, come nel G. e nei filosofi medievali che da Aristotele
dipendono, una dimensione ontologica - l'intero ha più essere della parte, la
quale esiste solo in subordine a esso - che è stata sviluppata in direzioni
alquanto diverse: la realizzazione d'una potenzialità intellettiva comune a
tutto il genere umano, che sembra asservire all'argomento politico
l'interpretazione monopsichistica dell'intelletto attivo, è per esempio la via
percorsa d’ALIGHIERI (si veda) in Monarchia. Nel G. quest'idea ha una decisa
impronta dionisiana - l'amore del singolo verso il tutto è mezzo di superamento
dei limiti dell'individualità, uscita da sé (extasis) e congiungimento con Dio
(Dionigi, De divinis nominibus) - e agostiniana - la congruenza della parte col
tutto coincide con la bellezza dell'universo (Agostino, Confessiones) -.
Tuttavia, come è merito del Panella aver chiarito, questo organon filosofico,
applicato alla realtà comunale, determina nell'opera il passaggio dal concetto
di bene comune alla concreta formulazione del bene del Comune, ch'è il tratto
più originale del pensiero politico remigiano.Totalitas Ante Partes ovvero sul bene comune:
spunti aristotelici, tomistici, marxiani, senesi e dal secondo
emendamento della Costituzione americana Materiali di studio per
Master Class Morigi Guercino, AQUINO (si veda) scrive assistito dagli
angeli, Basilica S. Domenico, Bologna, Aristotele, Politica: sulla naturalità
della famiglia: «La comunità che si costituisce per la vita
quotidiana secondo natura è la famiglia, icui membri Caronda
chiama «compagni di tavola», Epimenide cretese «compagni di mensa», mentre
la prima comunità che risulta da più famiglie in vista di bisogni non
quotidiani è il villaggio. Nella forma più naturale il villaggio
par che sia una colonia della famiglia, formato da quelli che alcuni
chiamano «fratelli di latte», «figli» e «figli di figli». Per questo gli
stati in un primo tempo erano retti da re, come ancor oggi i popoli
barbari: in realtà erano formati da individui posti sotto il governo
regale - e, infatti, ogni famiglia è posta sotto il potere regale del più
anziano, e lo stesso, quindi, le colonie per l’affinità d’origine.»: pp.
2-3 di Aristotele, Politica, documento caricato per Master Class
su Internet Archive agli URL archive.org/ details/ politica-aristotele-
file-creato-da-massimo-morigi-per-master-class-13-f1 e //ia601403 Aristotele,
Politica: Lo stato è un dato di natura, ma un dato di natura generato
dall’aggregarsi di altre subunità sociali, la famiglia e poi il
villaggio, anch’esse naturali e che lo precedono. Inoltre, lo stato, come
queste subunità, esiste non solo per rendere possibile la vita ma una
vita felice, intendendo per felice non dal punto di vista meramente
edonistico ma per realizzare in ogni uomo la sua entelechia che è il
vivere associati e in armonia, cioè di realizzare la propria
totalità umana nella totalità sociale: «La comunità che risulta di
più villaggi è lo stato, perfetto, che raggiunge ormai, per così dire, il
limite dell’autosufficienza completa: formato bensì per rendere possibile
la vita, in realtà esiste per render possibile una vita felice. Quindi
ogni stato esiste per natura, se per natura esistono anche le prime
comunità: infatti esso è il loro fine e la natura è il fine,: per esempio quel
che ogni cosa è quando ha compiuto il suo sviluppo, noi lo diciamo la sua
natura, sia d’un uomo, d’un cavallo, d’una casa. Inoltre, ciò per cui una
cosa esiste, il fine, è il meglio e l'autosufficienza è il fine e il
meglio. Da queste considerazioni è evidente che lo stato è un prodotto
naturale e che l'uomo per natura è un essere socievole: quindi chi vive fuori
della comunità statale per natura e non per qualche caso o è un abietto o
è superiore all'uomo, proprio come quello biasimato da Omero «privo di
fratria, di leggi, di focolare»: tale è per natura costui e, insieme,
anche bramoso di guerra, giacché è isolato, come una pedina al gioco dei dadi:
p. 3 di Aristotele, Politica, Aristotele, Politica: La chiusura di quanto
sopra affermato con un assai attuale insegnamento intorno alla retorica
dei diritti (individuali, politici e/o sociali). Per Aristotele è
evidente che quanti cercano di far prevalere i propri diritti a
discapito dell’interesse comune, dell’interesse cioè della totalità
sociale (che lo stagirita definisce come bene assoluto) sono pervasi
da spirito di dispotismo, vogliono fare di sé stessi despota che
comanda e/o ignora ogni altra istanza e necessità sociale. In realtà, ci
dice Aristotele, il despota politico, altro non è che un despota privato
che ha avuto maggior successo degli altri. Un grande ed attualissimo
insegnamento riguardo a coloro che si piegano o praticano l’attuale
retorica su una democrazia basata sulla dirittoidolatria a discapito
della totalità sociale. Tutto ciò altro non fa che a pavimentare le strade
del dispotismo e della morte, prima solo morale e poi anche ocrazia.
Il bene comune è sempre in antitesi a tutte le forme di demagogia: «È
evidente quindi che quante costituzioni mirano all'interesse
comune sono giuste in rapporto al giusto in assoluto, quante, invece,
mirano solo all'interesse personale dei capi sono sbagliate tutte e rappresentano
una deviazione dalle rette costituzioni: sono pervase da spirito di
despotismo, mentre lo stato è comunità di liberi: p. di Aristotele,
Politica, documento caricato per Aristotele, Politica. Qui si ribadisce che lo
stato è un fatto totale che presuppone dei dati fisico-geografici e/o
economico- militari (scambi commerciali e difesa comune) ma che in
questi non si esaurisce perché esso esprime una totalità sociale il cui
fine è vivere felici, non però attraverso una felicità egoistica ed
edonistica ma una felicità che solo si può realizzare realizzando sia a
livello individuale che sociale attraverso una vita libera e una vita
dedita alla realizzazione di opere buone e della amicizia fra tutti i
membri della società. Siamo distanti milioni di anni luce dall’homo
homini lupus di hobbessiana memoria e dall’individualismo metodologico
e dalla socievole insocievolezza (Smith, Locke, Kant) di
liberalistica memoria: «È chiaro perciò che lo stato non è comunanza di luogo
né esiste per evitare eventuali aggressioni e in vista di scambi:
tutto questo necessariamente c’è, se deve esserci uno stato, però non
basta perché ci sia uno stato: lo stato è comunanza di famiglie e di
stirpi nel viver bene: il suo oggetto è una esistenza pienamente realizzata
e indipendente. Certo non si giungerà a tanto senza abitare lo stesso e
unico luogo e godere il diritto di connubio. Per questo sorsero nelle
città rapporti di parentela e fratrie e sacrifici e passatempi della vita
comune. Questo è opera dell’amicizia, perché l’amicizia è scelta
deliberata di vita comune. Dunque, fine dello stato è il vivere bene e tutte
queste cose sono in vista del fine. Lo stato è comunanza di stirpi e di
villaggi in una vita pienamente realizzata e indipendente: è questo, come
diciamo, il vivere in modo felice e bello. E proprio in grazia delle opere
belle e non della vita associata si deve ammettere l'esistenza della comunità
politica. Perciò uanti giovano sommamente a siffatta comunità hanno nello
stato una parte più grande di coloro che sono ad essi uguali o superiori
per la libertà e per la nascita ma non uguali per la virtù politica, e di
coloro che li superano in ricchezza e ne sono superati in virtù.»: Aristotele,
Politica, documento caricato per Master Class su Internet E che Aristotele
fosse agli antipodi della concezione liberale dell’individualismo
metodologico lo vediamo dal seguente passa della Politica dove il
concetto di economia, che nella semantica dei moderni ha solo l’accezione
del metodo su come accrescere la ricchezza, viene scisso fra oikonomé
techné e kremastiché techné, la prima dedita a procurare alla casa e
alla propria famiglia tutte le risorse per vivere bene ed in
armonia col resto della società mentre la seconda, la kremastiché
techné, è animata dal desiderio smodato dell’arricchimento personale e
senza limiti. Per Aristotele, concludendo, la oikonomé techné è naturale
e contribuisce al miglioramento della società contribuendo al
miglioramento del suo telos olistico e volto al bene mentre la seconda è
innaturale configurandosi piuttosto come un vizio che corrode le
basi olistiche del vivere associato. Nulla di più distante dalla
visione liberale e smithiana dove il macellaio non mi fornisce la
carne per benevolenza nei miei confronti ma solo ed unicamente per
averne un tornaconto personale: «Per ciò cercano una ricchezza e una
crematistica che sia qualcosa di diverso, ed è ricerca giusta: in realtà
la crematistica e la ricchezza, naturale sono diverse perché l'una
rientra nell’amministrazione della casa, l’altra nel commercio e produce
ricchezza, ma non comunque, bensì mediante lo scambio di beni: ed è
questa che, come sembra, ha da fare col denaro perché il denaro è principio e
fine dello scambio. Ora, questa ricchezza, derivante da tale forma di
crematistica, non ha limiti e, invero, come la medicina è senza limiti
nel guarire, e le singole arti sono senza limiti nel produrre il loro
fine, (perché è proprio questo che vogliono raggiungere soprattutto)
mentre non sono senza limiti riguardo ai mezzi per raggiungerlo (perché
il fine costituisce per tutte il limite), allo stesso modo questa forma
di crematistica non ha limiti rispetto al fine e il fine è precisamente
la ricchezza di tal genere e l’acquisto dei beni. Ma della crematistica che
rientra nell’amministrazione della casa, si da un limite giacché non è
compito dell’amministrazione della casa quel genere di ricchezze. Sicché
da questo punto di vista appare necessario che ci sia un limite a ogni
ricchezza, mentre vediamo che nella realtà avviene il contrario: infatti
tutti quelli che esercitano la crematistica accrescono illimitatamente
il denaro. Il motivo di questo è la stretta affinità tra le due forme di
crematistica: e infatti l’uso che esse fanno della stessa cosa le confonde
l’una con l’altra. In entrambe si fa uso degli stessi beni, ma non allo
stesso modo, che l’una tende a un altro fine, l’altra all'accrescimento. Di
conseguenza taluni suppongono che proprio questa sia la funzione
dell’amministrazione domestica e vivono continuamente nell’idea di dovere
o mantenere o accrescere la loro sostanza in denaro all'infinito. Causa
di questo stato mentale è che si preoccupano di vivere, ma non di vivere
bene e siccome i loro desideri si stendono all’infinito, pure
all'infinito bramano mezzi per appagarli. Quanti poi tendono a vivere
bene, cercano quel che contribuisce ai godimenti del corpo e poiché anche
questo pare che dipenda dal possesso di proprietà, tutta la loro energia si
spende nel procurarsi ricchezze, ed è per tale motivo che è sorta la
seconda forma di crematistica. Ora, siccome per loro il godimento
consiste nell’eccesso, essi cercano l’arte che produce quell’eccesso di
godimento e se non riescono a procurarselo con la crematistica ci provano per
altra via, sfruttando ciascuna facoltà in maniera non naturale. Così non
s’addice al coraggio produrre ricchezze ma ispirare fiducia, e
neppure s’addice all'arte dello stratego o del medico, che proprio della
prima è procurare la vittoria, dell’altra la salute. Eppure essi fanno di
tutte queste facoltà mezzi per procurarsi ricchezze, nella convinzione
che sia questo il fine e che a questo fine deve convergere ogni cosa.»:
Aristotele, Politica, documento caricato per Master Class su Internet
Archive agli URL
archive.org/details/politica-aristotele-file- creato-da-massimo. Passiamo
ora ad AQUINO (si veda), dove sulla scorta dell’insegnamento aristotelico
la legge deve essere gerarchicamente sottoposta al concetto di bene
comune, bene comune che cristianamente (ed olisticamente secondo
l’insegnamento di Aristotele) si deve risolvere nella ricerca del bene
della società e non nella soddisfazione degli egoismi individuali. Lex est
quaedam rationis ordinatio ad bonum commune, ab eo qui curam communitatis
habet promulgata: Summa Theologica [La legge è un ordinamento di ragione
volto al bene comune, promulgata da chi abbia la cura della comunità].
Citazione riassuntiva da:
http://www.unife.it/giurisprudenza/giurisprudenza-
magistrale-rovigo/studiare/storia-del-diritto-medievale-e-moderno/materiale-
didattico/sovranita-moderna, Wayback nza-magistrale-rovigo/ studiare/storia-del-diritto-
medievale-e-moderno/materiale-didattico/sovranita-moderna ma che con citazione
completa: «Respondeo dicendum quod, sicut dictum est, lex imponitur aliis
per modum regulae et mensurae. Regula autem et mensura imponitur per hoc
quod applicatur his quae regulantur et mensurantur. Unde ad hoc quod lex
virtutem obligandi obtineat, quod est proprium legis, oportet quod
applicetur hominibus qui secundum eam regulari debent. Talis autem
applicatio fit per hoc quod in notitiam eorum deducitur ex ipsa
promulgatione. Unde promulgatio necessaria est ad hoc quod lex habeat
suam virtutem. Et sic ex quatuor praedictis potest colligi definitio legis,
quae nihil est aliud quam quaedam rationis ordinatio ad bonum commune, ab
eo qui curam communitatis habet, promulgata.»: CORPUS THOMISTICUM AQUINO
(si veda) Opera Omnia, opera omnia dell’Aquinata on line all’URL E che AQUINO
(si veda) fosse totalmente compreso nell’olismo di stampo aristotelico
non lo dobbiamo certo noi scoprire ma giova forse leggere il seguente
passo, dal Dionysii De divinis nominibus expositio, Caput II, Lectio I,
dove Tommaso arrischiando una definizione di Dio, arriva a
definirlo “Totalitas ante partes ?: «Totum autem hic non accipitur
secundum quod ex partibus componitur, sic enim deitati congruere non
posset, utpote eius simplicitati repugnans, sed prout secundum Platonicos
totalitas quaedam dicitur ante partes, quae est ante totalitatem quae est
ex partibus; utpote si dicamus quod domus, quae est in materia, est totum
ex partibus et quae praeexistit in arte aedificatoris, est totum ante partes».
Alla stessa stregua di Dio come “Totalitas ante partes”, per
Tommaso anche la società deve essere considerata come “Totalitas ante
partes” (Summa Thologiae), una Totalitas che non deve schiacciare
l’individuo ma che lo precede consentendogli, appunto, alla fine del
processo dialettico della sua paideia culturale e sociale che si svolge e
si deve svolgere sempre in società, di essere un individuo libero e
non soggiacente ai più bassi istinti egoistici e distruggenti il
bene comune. Tema da sviluppare: Tommaso erede di Aristotele
sia nelle categorie più prettamente teologico-filosofico-teoretiche
sia nelle categorie sociali, economiche e politiche, categorie in
entrambi i casi dominate dal primato della Totalità sulfinitiitane
atomistico avverso al bene comune e rifiutante questo individualismo sul piano
filosofico-teologico il concetto di totalità-Dio (e quindi di Dio tout
court) e su quello socio-economico il concetto, altrettanto totale — o se
ci fa paura il totalitario lemma ‘totale’, impieghiamo il termine ‘olistico’
— di bene comune che deve soggiacere all’atomismo filosofico e
socio-economico (individualismo metodologico. Campioni di questa
Weltanschauung: Adam Smith Hobbes, Locke, Kant). Altro tema: Marx e i suo
libro primo del Capitale come controcanto materialistico-dialettico (ma
in realtà alla fine di un assai ingenuo materialismo e assai poco
dialettico, facendo Marx la stessa fine e epi ingenui materialisti illuministi
che egli tanto giustamente critica) sul piano filosofico all’olismo
idealistico della Du hegeliana e sul piano socio-economico alla Politica
di Aristotele, nel senso della sottolineatura marxiana della società
vista come una totalità e nell’adozione della critica aristotelica alla
crematistica (Denaro Merce Denaro della società capitalistica mentre lo
schema economico della Politica aristotelica era Merce Denaro
Merce, cioè lo sviluppo ed il rafforzamento della oikonomé techné). Fallimento
del marxismo perché ’ricaduto proprio nell’atomismo filosofico e
socioeconomico degli economisti classici che voleva criticare (Marx,
cioè, alla ricerca di una totalità che viene trovata nell’economia ma
siccome l'economia marxiana dal punto di vista analitico si riduce
sempre e solo nella critica alla crematistica, cioè alla critica agli
economisti classici (Smith, Ricardo, Malthus), cioè alla critica della moderna
Kremastiché techné e non sviluppa sufficientemente (o meglio per niente)
dal punto di vista teorico la portata olistica e volta al bene comune
della oikonomé techné tutto il suo progetto frana miseramente. Ora tema
iconologico: Gli affreschi allegorici diLorenzetti del Buon Governo, conservati
nel Palazzo Pubblico di Siena. In realtà gli affreschi
originariamente erano intitolati al Bene comune od anche della Pace e
della guerra e solo in seguito all’illuminismo presero il nome di
Affreschi del buon governo: Riflettere non solo sull’allegoria in
questione ma anche sugli slittamenti semantici delle varie epoche.
Infine sul Secondo emendamento della Costituzione degli Stati
uniti, un saggio che compie una traslazione del concetto di bene comune
dai “buoni” dei mass media nazionali ed internazionali che situano i
desiderosi del rafforzamento dei vincoli comunitari in coloro che
combattono in quel paese il libero possesso delle armi (in realtà secondo
l’ autore questi non fanno altro che voler accelerare i processi di
globalizzazione e di disintegrazione dei vincoli comunitari) ai “cattivi”
che vogliono mantenere la vigenza del secondo emendamento che garantisce
tale diritto, dove però il portare le armi non rappresenta un diritto ad
uccidere ma è il simbolo del diritto di opporsi ad uno stato dispotico e
che vuole eliminare i vincoli comunitari, uno stato, quindi, che va
contro il bene comune, se per bene comune intendiamo il mantenimento di
un concetto olistico del vivere associato. Il saggio in questione è Campa,
Verso la guera civile. Il tramonto dell’impero USA, e rinviamo
infine alla riflessione del secondo emendamento recita come segue. A well regulated Militia, being necessary to the security of a free
State, the right of the people to keep and bear Arms shall not be
infringed.» (Esortazione
certamente non applicabile alla situazione italiana ed anche europea,
tutte nazioni-stato che, comunque, nella loro travagliata mai videro il
sorgere di un federalismo conflittuale, molto conflittuale, come negli
Stati uniti, ma ricordiamo che AQUINO (si veda), proprio perché
intriso dell’aristotelico concetto di bene comune e di prevalenza
della totalità sull’individuo egoista affermava che il tiranno
che andava contro le leggi di Dio poteva anche essere ucciso. Colui che
allo scopo di liberare la patria uccide il tiranno viene lodato e premiato
quando il tiranno stesso usurpa il potere con la forza contro il volere
dei sudditi, oppure quando i sudditi sono costretti al consenso. E tutto
ciò, quando non è possibile il ricorso a un’istanza superiore,
costituisce una lode per colui che uccide il tiranno»: AQUINO, Commento
alle sentenze E, il tiranno per Aristotele come per Tommaso
era colui che aveva fatto prevalere la legge del suo egoismo particolare
sulle leggi naturali che regolano la vita della comunità (quando
“non è possibile il ricorso ad un’istanza superiore”: cioè quando il
tiranno non rispetta la legge degli uomini che è stata data ed ispirata
da Dio). Il tiranno quindi non come un mostro che non ha nulla in comune
con noi, ma come un egoista che ha avuto maggiore successo degli altri
nella pratica della kantiana socievole insocievolezza. Il tirranno
pubblico o privato che sia, quindi, nella nostra situazione originata
non dalla nascita violenta di una federazione come negli Stati
uniti ma da un passato poco glorioso di altrettanto sanguinari
totalitarismi politici, non certo un nemico da abbattere fisicamente
(coloro che vogliono compiere violenza in realtà altro non mirano che a
sostituirsi, peggiorandolo, all’abbattuto, lo si vede nella grande storia
delle rivoluzioni moderne e contemporanee ed anche nella piccola,
piccolissima storia o cronaca politica di questi giorni, per farla breve
dalle stelle alle stalle...) ma un modello psicologico prima ancora
che sociale dal quale affermare interiormente e pubblicamente la siderale
distanza.) Quelibet enim pars id quod est totius est, cum extra totum non
sit pars nisi equivoce, sicut diffusius ostenidums in tractatu DE BONO COMUNII.
Quilibet autem homo particularis est PARS COMUNITATIS. Unde in hoc quod se
ipsum interficit iuniuriam comunitati facit ut Pptet per Philosophum in V
Ethicorum qui dubdit, ‘Propter quod CIVITAS dampnificat scilicet sicut potest
et quedam inhonoratio adest se ipsum corrumpenti ut civitati iniustum faciendi’
idest quasi ipse faciat iniuriam civitati puta quia fact trahi cadaver eius vel
iubet quod non sepeliatur vel aliquid tale. Citato da Alighieri C cc 278r-b
–va. Il comune di Firenze – studeat ergo civis quantumcumque sit miser in se ut
comune suum FLOREAT quia ex hopc ipso et ipse FLOREBIT – l’impiego di FLOREO
allude al gioco etimologico FLOS FLORENTIA di guittoniana memoria. Dal bene
comune al bene del comune – del bono comune al bono del comune – Qualem enim
delectationem poterit haberet CIVIS FLORENTINUS videns status civitatis sue
trisabilet et summon plenum merore? Nam plate sun explatiiate idest evacuate
domus exdomificate, casata sun cassata … poderia videntus expoderat quia ARBORE
EVOLUSE vine precise palatia destructa et non est iam poderne, idest posse ut
in eis habietus vel eatur ad ea nisi cum timore et tremore. Firenze e come un
albero fiorito – aria di tenore con interpolazione di o mio babbino caro -- Incerta
è la data della fondazione della colonia di Florentia che nel tempo è stata
variamente attribuita, a parte riferimenti mitologici, a Silla, a Gaio Giulio
Cesare o a Ottaviano. Gli storici sono concordi nel datare la fondazione della
colonia romana di Florentia. Il Liber Coloniarum attribuisce ad una lex Iulia
agris limitandis metiundis, voluta da Gaio Giulio Cesare, la volontà di far
nascere un nuovo impianto urbano in questo tratto della valle dell'Arno, là
dove traversava il fiume all'altezza di Ponte Vecchio. Al secondo
triumvirato risale invece l'effettivo impianto della città e la centuriazione
del suo territorio, per poter sistemare i veterani per mezzo dell'assegnazione
di terreni. Come consueto nella fondazione di nuovi insediamenti, la
città ed i suoi dintorni vennero definiti secondo un preciso piano che
coinvolgeva l'impianto urbano ed in territorio agricolo. Per la città fu
seguita la regola ideale dell'orientamento secondo gli assi cardinali, mentre
il territorio circostante fu sistemato tenendo conto della conformazione
idraulica, ruotando gli assi secondo quanto conveniente. Dalle foto aeree,
ancora oggi, si possono distinguere il cardo massimoorientato Nord-Sud (da Via
Roma all'Arno), e il decumano massimo orientato Est-Ovest (l'attuale percorso
di Via Strozzi e Via del Corso) che si incrociavano all'altezza dell'attuale
Piazza della Repubblica sede del Foro della città e del Campidoglio, circondati
dai principali edifici pubblici e templi. Durante i secoli dell'Impero infatti,
la città si arricchi di tutti quegli edifici ed infrastrutture che
caratterizzano le città romane: un acquedotto (dal Monte Morello), due terme,
un teatro e un anfiteatro, sorto fuori dalle mura, come era consueto. Nome
compiuto: Mario Calderoni. Keywords: fascismo, politica italiana, stato
italiano, comunita, bene comune, bene, bene superiore, bene summo, summum
bonum, superior bonum. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Calderoni,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Callescro: gl’accademici di Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. A member of the Accademia. He was
the unclde of Tito Flavio Glauco. Nome compiuto: Tito Flavio Callescro.
Callescro. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Callescro,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Callia: la setta di Velia -- Roma – filosofia italiana –
Luigi Speranza
(Velia). Filosofo italiano. Callia was a pupil of Zenone di VELIA (si veda) –
another Velino (si veda). Callia. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di
H. P. Grice, “Grice e Callia,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Callicratida: la setta di Girgenti. Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Girgenti). Filosofo italiano. The brother
of Empedocle di GIRGENTI (si veda). His name is
attached to some fragments of Pythagorean writings preserved by Stobeo. Callicratida.
Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e
Callicratida,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza -- Grice e Callifonte: la setta di Crotone -- Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Crotone). Filosofi italiano. A pupil of
Pythagoras. Callifonte. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, “Grice e Callifonte,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza,
Liguria, Italia.
Luigi Speranza --
Grice e Calò (Francavilla Fontana). Filosofo italiano.
Lecce. è professore di pedagogia nell’Istituto di Studi di Firenze. Rivolse la
sua attenzione dapprima ai problemi morali, ma con preferenza a quelli che più
direttamente si connettono a problemi filosofici d’ordine generale e
metafisico. Il suo primo lavoro importante, infatti, è quello intorno al
Problema della libertà nel pensiero contemporaneo (Palermo, Sandron), che
contiene un’analisi molto penetrante e un’ampia e sottile critica del
contingentismo e del prammatismo e di altre correnti contemporanee come il neo-criticismo
renouvieriano; e giunge all’affermazione del potere di libertà come attitudine
propria dello spirito individuale, presup¬ posto indispensabile della libertà
etica; attitudine che si confonde con la stessa proprietà della coscienza di
porsi come un io, cioè come centro assoluto indeducibile e irreducibiie
d’ordinamento della realtà psichica e insieme d’energia produttrice di fatti.
Altri lavori ha dedicato il Calò a esaminare particolari tendenze dell’etica
moderna, come quello su l’ Individualismo etico nel sec. XIX, premiato
dall’Accademia Reale di Napoli, un quadro vasto e vivace delle varie forme
d’individualismo affermatesi non soltanto nella filosofia ma anche nella
letteratura del secolo scorso. Di fronte ad esse il C., mentre afferma l’obiettività
e universalità dei valori mo¬ rali, riconosce insieme che questi non hanno
esistenza concreta nè azione effettiva se non nella sintesi vivente della
personalità, che è per ciò da porre come il valore etico supremo, come la sola
realtà fornita d’intrinseco valore morale. Queste idee che, nei due citati
lavori, costituiscono la conclu¬ sione o i principii ispiratori dell’esame
critico di svariati indirizzi dell’etica contemporanea, furono poi sviluppate e
sistemate, in forma di trattazione teorica della coscienza morale, nel volume
Principii di Scienza etica (Palermo, Sandron), preparato insieme col De Sarlo e
scritto dal C. In esso si illustra la specificità e l’immediatezza
dell’esperienza morale attraverso la quale si rivelano i principii etici
fondamentali, contro tutte le teorie che vogliono ridurre la necessità ideale a
necessità d’altro genere — al che C. dedica anche altri scritti minori, tra cui
notevole il saggio su L’in- terpretàzione psicologica dei concetti etici -- Atti
del V Congresso Internazionale di psicologia Roma. Vi sono inoltre definiti nel
loro contenuto gli oggetti-fini dell’attività umana, il cui va- ìore intrinseco
è connaturato all’esperienza etica. Ed è dato infine particolare sviluppo
all’evoluzione storica dei principii morali, la quale si fa consistere da
C. come, l’abbiamo visto, dal De S. nel
successivo chiarirsi e purificarsi di quei principii da elementi extramorali o
paramorali; nella loro più rigorosa e coerente esplicazione, resa possibile
dallo sviluppo, oltre che della sensibilità e della discriminazione etica,
della cultura e del pensiero ; nella suc¬ cessiva soluzione dei conflitti nei
quali essi a volte vengono a trovarsi, e nello sforzo sempre meglio riuscito di
armonizzarli in va¬ lutazioni sintetiche; nella estensione della loro
applicazione a una sfera di realtà sempre più larga. Pur occupandosi di
problemi etici, il C. non ha mancato di portare il suo contributo ad altri
campi di discipline filosofiche (no¬ tevoli, p. es., i suoi studi sulla
dottrina del Brentano intorno al giu¬ dizio tetico e intorno alla
classificazione dei processi psichici, e pa¬ recchi saggi storici e critici sul
Boutroux, sul Bergson, sull’Allievo, sul Naville, sul Ladd, ecc.). Da questi
studi risulta che il C. è un seguace dello spiritualismo realistico, e concorda
sostanzialmente, in metafisica e gnoseologia, con le idee sopra esposte del De
Sarlo. Voltoli alla Pedagogia, il C. ha lavorato sulle medesime basi. In questo
campo i suoi principali lavori sono: La Psicologia del¬ l'attenzione in
rapporto alla scienza educativa (Firenze, Tip. Cooperativa); Fatti e problemi
del mondo educativo (Pavia, Mattei e Speroni); Il problema della coeducazione e
altri studi pedagogici (Roma, Soc. ed. D. Alighieri); L'educazione degli
educatori. (Napoli, Perrella); Dalla guerra mondiale alla scuola nostra (Firenze,
Bemporad); per non citare i suoi scritti minori, specie di storia della
pedagogia, come quelli sul Lambruschini e sul Rousseau, premessi ai volumi di
questi autori, da lui stesso curati, nella Biblioteca pedagogica ch’egli di¬
rige presso l’editore Sansoni. Il valore e il carattere dell’opera pedagogica
del Calò furono rilevati, con giudizio non sospetto, dal Codignola, che afermò
essere C. « il più serio avversario
della pedagogia idealistica in Italia » (1). Invero, C., mentre ammette una
filosofia dell’educazione e ne riconosce la fecondità,' non crede peraltro,
come l’idealismo sostiene, che la dottrina dell’educazione si riduca a
filosofia. Vi sono metodi relativi allo sviluppo delle attività psichiche, sia
in sè stesse sia in rapporto con quelle organiche, i quali non possono non
essere ricavati direttamente dalla conoscenza della realtà psichica e delle sue
leggi, quali si offrono all’esperienza e alla sperimentazione; vi sono norme
educative che si ricavano dalla determinazione dei fini etici dell’attività
umana, considerati in rap¬ porto al progressivo potere d’attuazione del
fanciullo; vi sono infine tipi e norme didattiche che si ricavano
dall’esperienza storica e da necessità storiche. Per il C., perciò, la
pedagogia non può trovare la sua sicura costituzione e la sua vera fecondità di
vedute e di applicazioni che in una concezione la quale, correggendo e
integrando, riprenda la posizione herbartiana e consideri le leggi psicologiche
in funzione delle finalità etiche. L’educazione è per lui pur sempre fatto
essenzialmente spirituale, che si distingue da ogni altra forma di sviluppo o
di perfezio¬ namento in quanto vi collabora la libera attività del soggetto
edu¬ cando, e porta a un sempre più pieno uso della propria libertà e
all’acquisto sempre più consapevole di valori intrinseci alla persona. Ciò che
il C. nega è che l’azione educativa si definisca per questo solo rispetto e
sussista indipendentemente da ogni forma di eteronomia: là dove i’eteronomia
svanisce ovvero si riduce a pura materia della libera determinazione del
soggetto, si ha l’attività etica strettamente intesa, non più il processo
educativo. Per la tendenza a psicologizzare il metodo, l’educazione appare al
C. come un processo di formazione nel quale le attività del sog¬ getto e la
forma valgono anche più dei contenuto, degli oggetti, della materia del sapere
o dell’operare, e gl 'interessi, nel senso her- bartiano, sono le forze che si
tratta di nutrire e di promuovere in Kant nella storia della pedagogia e
dell'etica, Napoli. Nonostante ciò o
forse appunto per ciò — il Codignola, facendo la storia della pedagogia
italiana contemporanea (nel libro Monroe Codignola, Breve corso di storia
dell’educazione, Vallecchi, Firenze), si è contentato di accennare al Calò
ponendolo accanto a G. M. Ferrari, come seguace di un «indirizzo
spiritualistico eclettico; — e questo raccostamelo come questa
caratterizzazione sono stati poi echeggiati dal Saitta nel suo Disegno storico
della educazione, Bologna, Cappelli. modo da creare la personalità più viva e
compiuta e armonica. Perciò egli ha insistito sui diritti della cultura
Jormale, senza peraltro porre nel nulla il valore degli acquisti concreti
(conoscenze e abilità), come vorrebbe fare un certo formalismo e subiettivismo
pedagogico superficiale. Ha mostrato la rispettiva necessità e insostituibilità
della cultura umana e storica e di quella realistica e scientifica. Ha
rivendicato l'esigenza d’un’educazione religiosa, elementare e aconfessionale
prima, storica poi nella scuola, confessio- sionale nella famiglia. Infine
dalla legge della storicità come aspet¬ to essenziale dell’anima umana, egli
deduce l'immanenza dell’idea di patria alla vita dello spirito e quindi alla
sua educazione. Questa perciò non può, secondo il C., non essere nazionale, non
può cioè non curare che ideali di cultura e di moralità traggano dalla tradi
zione storica e dalla organizzata esperienza del fanciullo forma e colore che
ne facciano, traverso le coscienze individuali, elemento di vita, di coesione,
di prosperità della società nazionale. E perciò, in tutto quel che abbia
riflessi e importanza per questo fine, l’istruzione, l’educazione, la scuolà
non possono non costituire ufficio e dovere dello Stato, che è coscienza
suprema, organizzazione unita¬ ria, garanzia conservatrice della vita della
nazione. Alla luce di questa concezione il C. ha discusso — e non sol¬ tanto in
sede scientifica, ma anche in Parlamento, dove egli ha seduto per due
legislature — problemi concreti, come quello dell’ordinamento della Scuola
media, della preparazione magistrale, della riforma universitaria, dei rapporti
tra scuola e famiglia, della coeducazione ecc., mostrando sempre lucidità e
prontezza di visio¬ ne dei termini essenziali di ogni problema e dei rapporti
di esso con i principii dottrinari generali, calore vivace e penetrazione nelle
proposte di soluzioni. Nome compiuto: Calò.
Calò. Refs.: Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, “Grice e Calò,” The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria,
Italia.
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